(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Biodiversity Heritage Library | Children's Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "La Lettura; rivista mensile del Corriere della sera"

LA 



LETTVRA 



RIVISTA-AV.ENSILE 



t>EU 



Corrieredella-Sera 







Anno XII - 1912 



(?$$ 



REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE 
MILANO. VIA SOI.PER1NO. 28 



.V INDICE GENERALE 

Folklore. 

EptgrAnimi dilla ^in-rra (('. l'enesìam) 78 

Il festival dcUallalcna al Siam. . . . 377 

l-a cafuooclla e la jjuerra (U, Tcganì) 167 

Ix' tni/Jv di l.and-liut (1. Botwwctti). «sq 

Geoi^raha, via^^i. usi e costumi. 

AinuiidM-n il Poli) Sud • ti^.s 

XKr.ivtrNO l'Ai.ihia in bicick'lta . . . 47S 
Ihlhi la mii.\.i lapilalc dell'India (Tri. 
s/«i«io) ,. . 

r,.i !. il<.:iii. Ml'KritrtM (Errardi 

551 

1 boi tempo. 187 
Ili dt-i iiosLi 1 {Errardo 

helburn) . . .... j,hq 

1 iuKi avi Mikado (E. .Mariani) . . . 935 

I i^i.ir.iinl drll'Alcazar (R. Caìzitii\. . 1044 

"lo '170 

inia (A. Kizzini) (07 

i,.i 1 Re di Spagna (R. i aizniiì S^j, 

Ix dt'irt)ccidento (P. C). . 1037 

Ijc *- -.' u- i nidi rommoslibili. . . . 573 
Lio-\ anj*. il lampadario liberatore (Leo- 

vr N.i.Mi 82 

Mv <*schi 94 

*^-ài :ia (A. C. Cavicchioui) . ,0^:; 



Guerra e marina. 

<j|i a>*ari d'li.;Iia (E. di Aiclìclburg) . 263 
I gouiiii< ts il. I Sahara (G. De Simoìii) . 373 
Mistra marina 



Industrie e commerci. 



1^ raccolta della 



i.isiii.» (/li- 



berto Manti) . . . 

l'fia c<>ltiva/i(>iì(- di fufijdu in C'inn (J ,-.,. 



r43 



948 



Invenzioni, scoperte, opere pubbliche. 

l'oliiino e la stazione radiotelegrafica di 

Marconi {Erio da Pisa) 27- 

L.« f>rima ferrovia costruita da cinesi. . 381 



Libia 



Beduini trtpolitaiii 
Come il forma ua'um^ 



DELLE MATERIE 

Storia naturale e scienza. 

Fiori o frutta fuori di staj^iono {R . Levi 
Saiììì) • • -175 

Il dromedario {Erio da Pisa) .... 56 r 

.Maniiialori di microbi e battaglie di mi- 
crobi (Doti. G. ì'ranceschiui). . . . 182 

Mele calvelle e zucche 88 

Teatro e musica. 

iùiiK' i- glorie di un impresario celebre 

(3/. Rampcrti) 467 

Gaie parentesi nella storia dell'arte mu- 
sicale (P. Santarone) 177 

Il nuovo triennio drammatico iM. F.). 268 
La Compagnia drammatica del teatro 

Manzoni (3/. F.) 459 

La (( Pskoitana » alla Scala (.1. Lega) . 359 
\'incenzo Bellini e la inaugurazione di 
un grande teatro (C. Vanbiauchi). . 281 

Storia, politica e religione. 

e "(111. X'iiliers de l'Isle-Adam non conqui- 
stò Rodi ((j. Gabrielli) 649 

L'Ordine dei cavalieri di Santo Stefano 
(Frio da Pisa) 73 

L'ultimo scritto di una regina (Gabriele 
Gabrielli) 940 

Penitenti indiani 85 

Tripoli e gli Stati romani {O. F. Teti- 
^-aioli) 653 

L n attentato di quarant'anni fa (O. F. 
Tencaioli) . 7(^1 

Varie. 

Chiese bizzarre (G. Riibctii) .... 1141 
Gli anelli degli sponsali col mare (Bu- 
cintoro) . 11.^5 

Il telefono di tutti (F. D'Amara). . . 455 
I paesi che hanno cambiato nome (O. 

L'avara) 748 

i trogloditi di Dieppe 91 

L'almo collegio di San Carlo (.1. C.) . . 655 

La pesca a cavallo (S. Rossi). . . . 1054 

La ricchezza elettrica d'Italia (3/. /•".). 701 

L'arte del giardino (R. Levi .\aim). . 766 
! t scuola rinnovata alla Ghisolfa (Rita 

l'ano) 84(j 

u La vecchia Olanda » (G. Ressiìuiìi). . 5150 

Orchestra e campane 189 

Orologi bizzarri (G. B.) 958 

Quattro anni e quattro giorni {Idelfonso 

Stanga) . • • • 757 

San Rossore (hrio da Pisa] ..... 7^3 

^•ritue di fiori nel Giappone 565 

miliardi e mezzo giuocati il lotLo 

li. .Maineri) 1134 

:ki chiesa fabbricata in un l^ìi.iiio. . 5^;, 






V^ Ali IN. I 



GENNAIO 1912 





niLANO VIA -SOLFERl.,, 
■':E.N. JO IL rA5C!COLC 
■ i -ITALIA 15 - ESTERO t -Òr 




COMBUTOi 

=^=Z IL LIQUORE CHE FORTIFICA z===: 

Raccomandato dal eolebre igienista Senatore PAOLO MANTEGA2ZA 

Grande specialità della ditta G. BUTON e C- Bologna 



BrodoMagqI'xDadi 

Il vero brodo genuino di famiglid 

Vendesi a dddj scioiri oppure in 
scatole di latta robuste ed impermeabili 

Praticissima j)er famiglie la 
scatola da 50DadiaL2. 50 




ANNO XII - N. 1. GENNAIO 1912. 

(PROPRIETÀ LETTERARIA ED ARTISTICA - RIPRODUZIONE VIETATA) 



IL' UMANITÀ 
DMANZI AIL FOTOGRAFO 




'era una volta un proverbio che 
diceva: « Gli occhi sono lo spec- 
chio dell'anima ». E lo inse- 
gnavano perfino nelle scuole. Ma 
tempo è in via di fallimento co- 
altri suoi compagni. Poveri cari 
vecchi proverbi dei compiti 
di scuola e dei raccontini mo- 
rali, che finfe pietosa! 

Ricordate? Erano così pre- 
cisi e così sbagliati, così gra- 
vi di serietà e così gaiamente 
ridicoli ! Ma pensateli : « La 
bugia ha le gambe corte », 
per esempio. Benissimo: lo 
avete visto proprio in questi 
ultimi tempi, a proposito del- 
la nostra guerra in Tripolita- 
nia e in Cirenaica, e lo vedete 
ancora. Noi laggiù si vince, 
a Costantinopoli si inventa 
subito la bugia che hanno 
vinto i turchi, e la bugia cam- 
mina, corre, arriva a Vienna, 
scappa a Berlino, passa a Lon- 
dra in un paio d'ore al mas- 
simo. Accidenti a quelle gam- 
be corte! 

Così per il proverbio degli 
occhi col relativo specchio 
dell'anima. Ma che occhi, ma 
che anima! Ricordo che una 
volta, all'Università, un pro- 
fessore di oculistica che aveva la fissazione 
di capire la gente per via di quel tale spec- 
chio, disse a un mio amico: 

— Ella dev'essere un tipo mansueto, tran- 
quillo, dolce. Lo leggo nei suoi occhi : il 

La Lettura. 




Si devk capire 
che ci vogliamo bene 



sinistro specialmente è di una limpidezza 

meravigliosa. 

— Sì — disse l'amico — è fatto molto 

bene. 

E se lo levò. Era di vetro. Il professore 

invece restò di sasso. 

In compenso c'è un'altra 

cosa che funziona veramente 
da specchio dell'anima, ed 
i è una cosa alquanto estranea 
al corpo umano: la fotogra- 
fia. Dalla posa, dall'atteggia- 
mento, dall'espressione che 
ima persona assume dinanzi 
all'obiettivo del fotografo voi 
ne capite subito perfettamente 
il carattere. Così dichiarate il 
fallimento di un altro prover- 
bio, quello del « Dimmi chi 
pratichi e ti dirò chi sei ». 
Un proverbio, poverino, che 
è il colmo del grottesco, e che 
ha avuto finora un successo 
immeritato, come le comme- 
die di Alfred Capus. Perchè 
nella vita avviene tutto il con- 
trario : per abitudine si pratica 
generalmente con delle perso- 
ne che sono addirittura all'al- 
tra riva. Un ladro furbo non 
avvicina che gli onesti imbecil- 
li ; un medico, anche di buo- 
na salute — se ne trovano, a 

volte — non frequenta che poveri malati ; 

un avvocato Ecco forse l'eccezione — se 

siete maligni — perchè l'avvocato nella 

maggior parte dei casi ha da trattare con 

della gente equivoca : ci sarebbe dunque 



LA LETTURA 



una certa identità, se insistete nell'essere 
maligni. Ma neppure questa eccezione re- 
siste molto, perchè il mondo è così pieno 
di imprevisto che si trovano facilmente anche 
degli avvocati galantuomini e sinceri. 

Fabbricate invece questo nuovo proverbio : 
« Dammi la tua fotografia, e ti dirò chi sei > e 
il proverbio andrà benissimo, e dirà la ve- 
rità. Con la fotografia in mano voi riuscite 
subito a conoscere l'individuo. Non di fuori, 
nell'aspetto esteriore, ma di dentro: cono- 
scerlo nel suo carattere. A volte anzi, di 
fuori, nell'aspetto, non somiglia niente. Ma 
nel complesso c'è sempre qualche cosa — 
l'intonazione, il sorriso, la posa — che vi 
fa dire di colpo: 

— Che bella faccia d'imbecille! 

E vedete che il carattere è subito indo- 
vinato. Ma come avviene — vi chiederete 
— che sia più facile riconoscere il vero ca- 
rattere di un individuo da una fotografia 
che guardandolo direttamente in viso? La 
cosa sembra complicata, ed è invece di una 
semplicità infantile, come tutte le cose com- 
plicate. Nella vita gli uomini — e le donne, 
naturalmente — non hanno la loro espres- 
sione giusta, non dimostrano veramente 
quello che sono. La consuetudine, e una 
certa diffidenza naturale fra persone civili, 
hanno plasmato sul loro viso una spece di 
maschera che non è fatta per imbrogliare — 
almeno, non sempre — ma soltanto per ve- 
lare, per nascondere. Non hanno dunque sul 
viso quel tale specchio dell'anima del prover- 
bio fallito. Ma ci sono cosi abituati anch'essi, 
che finiscono col credere sul serio che quel 
loro atteggiamento sia naturale e spontaneo. 
Cosa capita? Che quando l'umanità va a farsi 
fotografare, cerca istintivamente di darsi un 
contegno: crede di cambiarsi, e invece torna 
senza saperlo all'espressione naturale. È cosi 
che voi potete più facilmente conoscere il 
carattere da una fotografia. Ed è così che in 
fotografia tante brave persone che in buona 
fede si ritengono intelligenti riescono con 
una faccia d'oca che consola. 

fe la soggezione per l'obiettivo che le ha 
cambiate: che le ha fatte cioè tornare al 
loro suto d'origine. C'è della gente che non 
ha paura di nessuno, ma che dinanzi all'o 
biettivo di una macchina fotografica si in- 
quieta, si preoccupa, e pensa a delle minuzie 
che di solito non la interessano mai : il nodo 
della cravaUa, la piega dei baffi, il risvolto 
della giacchetta. Se i fotografi fossero dei 
psicologi, potrebbero scrivere dei trattati pre- 
ziosi, fc certo che nel gabinetto di posa d'un 
laboratorio fotografico avvengono delle sce- 
nette deliziose e oltremodo caratteristiche. 



tanto nelle piccole città di provincia come 
nelle città grandissime, le quali sono talvolta 
più provinciali di quelle altre. 

Guardate: entrano due fidanzati, o due 
sposini. La differenza fra la cosa desiderata 
e la cosa ottenuta non è percettibile in fo- 
tografia, almeno entro certi limiti. In caso, lo 
sposo ha la cravatta bianca in più, e la 
sposa qualche illusione in meno. Il maschio si 
dà un'aria di disinvoltura che è una mera- 
viglia per l'imbarazzo in cui lo getta. La 
signorina — o la signora, fate voi — è in- 
vece un po' timida e fa quello che fanno 
tutte le donne nei momenti di timidezza : 
sorride. 

— Noi si vorrebbe un ritratto insieme — 
comincia il giovinetto. 

Il fotografo si inchina ossequente, e fa 
anche lui quello che fanno tutti i fotografi 
quando ricevono i clienti: sorride. 

— Benissimo. Si accomodino. Mezzo bu- 
sto? Figura intera? Soltanto la faccia, con 
un bel taglio al collo? 

La sposina comincia a tremare, lo sposino 
la guarda titubante : 

— No, tagli niente. 

— Allora, mezzo busto? 

— Ecco: mezzo busto a me, e mezzo alla 
signora. 

Il fotografo sorride — avete mai contato 
quanti sorrisi si scambiano prima di fare un 
ritratto? — , prepara le lastre, puntella la 
macchina, la mette a fuoco. 

— Ecco, si accomodino. Come vogliono 
mettersi ? 

— Sa: più che altro, a noi interessa di 
far capire che ci vogliamo bene. 

La compagna arrossisce, ma il giovinotto 
la tocca burlone in un braccio, come per 
dirle: 

— Va, là, che il fotografo è una specie 
di confessore! 

E la posa comincia, dopo che i due in- 
namorati si sono messi le mani in mano 
— le mani di lui in quelle di lei — come 
si vede nelle bandiere delle società operaie 
di mutuo soccorso. La tortura della posa è 
spasimante. Il fotografo può essere la più 
angelica persona di questo mondo, ma di- 
nanzi al paziente che gli affida la sua ima- 
gine diventa di una ferocia spaventevole. 

— Pieghi un pochino la testa. No: così 
è troppo. E così è troppo poco. E lei, si- 
gnorina, in fuori il petto. Non le spalle, il 
petto: quelle cose lì insomma. Sa, dal mo- 
mento che ci sono 

La signorina arrossisce, il giovinotto strizza 
d'occhio al fotografo col legittimo orgoglio 
di chi si sente lodare le proprietà di fami- 



L'UMANITÀ DINANZI AL FOTOGRAP-O 




Attento, e sorrida 



glia, e allora salta fuori la roba più terribile 
dell'avventura fotografica. Con la pera in 
mano per dare lo scatto all'obiettivo, il fo- 
tografo dice: 

— Attenti, e sorridano! 

Ah, quel sorriso! Non c'è operatore che 
si dimentichi di raccomandarvelo. È neces- 
sario alla fotografia quasi come gli acidi per 
lo sviluppo. E in fondo il povero operatore 
non ha torto. L'umanità si presenta dinanzi 
all'obiettivo con una faccia così imbronciata! 
Ogni mortale sente forse la solennità del mo- 
mento: capisce che egli sta affidandosi alla 
storia, e cerca di passarvi con tutta la serietà 
possibile, con un certo cipiglio. Poi la stessa 
fissità della posa preparatoria gli irrigidisce 
le linee, lo stanca, gli smorza lo sguardo, 
la preoccupazione di non battere le ciglia 
gli fa lagrimare gli occhi. Tremendo! E al- 
lora il fotografo consiglia colla sua voce più 
carezzevole : 

— Sorrida! 

Così, come direbbe: «si gratti ». E il 
paziente, deciso a obbedirlo, apre la bocca 
la stira, e resta così, a sorridere in modo 
da commovere anche i cuori più duri. Non 
è un sorriso, è una smorfia, uno sbadiglio, 
una di quelle espressioni che sono provocate 



dal mal di mare, dalla presenza del sarto 
in un'epoca di scadenze. Il fotografo cerca 
di correggerlo, invita l'amico a pensare a 
qualche cosa di allegro. 

— Ecco, bravo, così. Fermo! 

E l'obiettivo scatta. E proprio in quel 
momento il brav'uomo, che non ne poteva 
più, abbassa le palpebre. 

Le signore invece sono più disinvolte, ma 
incontentabili. Una signora che va dal fo- 
tografo ha già studiato per una mezza set- 
timana, dinanzi allo specchio, l'atteggiamento 
e l'espressione da prendere. Di profilo con 
gli occhi sperduti nel vuoto e la bocca un 
po' aperta, come ha visto in un ritratto della 
Duse che le piace tanto? Oppure con la 
testa inclinata, e il viso di scorcio, con un'aria 
triste triste di persona che abbia avuto dei 
forti dispiaceri o un abito che non le an- 
dava bene? quelF Emma Gramatica che ha 
visto in una cartolina, per esempio. Od an- 
che voltata con le spalle, all'obiettivo, e il 
viso storto per guardare indietro? Una po- 
sizione alquanto incomoda, ma tanto carina 
poi nel ritratto ! Dinanzi a una signora il 



LA LETTURA 



lìraccio nudo così 



fotografo, se è un fotografo per bene, non 
dà consigli: ne riceve. 

— Mi pare che il 
vada bene, vero? Ma 
la linea del fianco si 
vede? Mi raccomando. 
Non ho che quella di 
bella veramente, e ci 
tengo, capirà. Ah, 
badi: si deve vedere 
l'orecchio. È così pic- 
colo che proprio ci 
tengo a farlo risaltare: 
è tanto facile avere 
delle orecchie grandi! 
Le raccomando poi 
la capigliatura: non 
hoche quella, di bella, 
sul serio. Cosa ne di- 
ce, se tenessi in mano 
un occhialino, e un 
libro aperto sulle gi 
nocchia? Sa, tanto per 
darmi un contegno 

I-a prima osserva- 
zione, quando vede la prima copia, è sta- 
bilita, a meno che non si tratti proprio di 
una signora magrissima: 

— Ah, Dio mio, come mi ha ingrassata 

di figura! 
Quel ven- 
tre, poi! Sa- 
rà stato an- 
che l'abito, 
non lo ne- 
go. Ma non 
potrebbe 
snellire? 

E il foto- 
grafo snelli- 
sce con un 
ritocco. Poi, 
cos'è quella 
specie di 
ombra sulle 
labbra ? La 
sua peluria 
abbondan- 
te, va bene: 
ma non si 
potrebbe le- 

varia? E il 

, j^ ^.^^j^, fotografo le- 

va l'ombra. 
E sotto agli occhi non si potrebbe dare un 
tratto di bianco per ingrandirii? E il foto- 
grafo ingrandisce. Poi. quando presenta 
nuovamente la copia corretta e trasformata, 
si sente esclamare: 




Ah, Dio mio, come mi ha ingrassata ! 




— Io? Quella lì? Ma non mi somiglia in 
niente! 

Subito dopo le signore vengono gli arti- 
sti di teatro : teatro 
lirico specialmente. E 
primo fra tutti il te- 
nore. Vi possono pre- 
sentare insieme delle 
migliaia di fotografie 
di sconosciuti, ma se 
c'è quella di un te- 
nore la riconoscete 
subito. Non si può 
sbagliare. Intanto il 
tenore , nei ritratti , 
indossa sempre la pel- 
liccia. Sarà magari 
d'estate, la pelliccia 
sarà magari d'un a- 
mico, ma c'è. Un te- 
nore senza pelliccia 
nella fotografia è un 
tenore senza avveni- 
re. E dev'essere bene 
aperta, bene risvol- 
tata perchè si veda che c'è il pelo daper- 
tutto dentro, e non soltanto sul collare. 
Poi, i guanti: pelliccia e guanti, indispen- 
sabili, insieme col bastóne dal manico d'ar- 
gento. Ma i 
guanti non 
devono es- 
sere calzati 
o almeno 
basta cal- 
zarne uno 
solo, nella 
mano che è 
priva di a- 
nelli: quel- 
l'altra è 
messa bene 
in mostra e 
stringe il 
guanto e 
fors' anche 
un rotolo di 
carta: di 
musica, na- 
turalmente. 
L' artista 
avrà detto, 
senza dub- 
bio: 

— Mi rac- 
comando 
che si vedan bene la catena dell'orolo- 
gio e la spilla. Poi, se possibile, far ri- 
saltare anche l'interno del mio cilindro qui 




II. RITRATTO DHL DIVO. 



L'UMANITÀ DINANZI AL FOTOGRAFO 



è un Look, di Londra, e ci 



sul tavolo 
tengo. 

E avrà preso anche un'aria 




Il tenore nek suo più p.el costumi 



di inspirato, 
ma di inspi- 
rato con un 
certo velo 
di preoccu- 
pazioni. Da 
quando Bor- 
gatti s i fa 
fotografare 
coi capelli 
arruffati e 
con l'aria di 
chi abbia 
mangiato 
un limone 
in tutta fret- 
ta, molti te- 
nori si sen- 
tono in ob- 
bligo di 
farsi il ri- 
tratto da ar- 
rabbiati . 
Sembrano 
dei cani 
pronti a 
mordere, 
parliamo poi 
in costume: 



Strano, perchè abbaiano. Non 

di quando si fanno ri ini ne 

Romeo, Emani involami, Rodolfo, Alfredo 

di questo core, sembrano delle figurine di 

zucchero filato, con gli occhi dolci dolci, e 

i bafiì arricciati, e la parrucca ondeggiante. 

Robe da far piangere di tene- 

rezza tutto un collegio di edu • 
cande. 

Ma ci sono anche delle foto- 
grafie più commoventi, quelle 
dei gruppi di famiglia. Io 
spero che ne avrete visti, spe- 
cialmente in provincia o nelle 
vetrine fotografiche dei sob 
borghi. Hanno un particolare 
che le accomuna : il vestito 
nuovo di tutti i partecipanti 
al gruppo, visibilissimo. A 
volte si fa il vestito per il ri- 
tratto, a volte si fa il ritratto 
per il vestito. Ma il vestito 
per il ritratto, o il ritratto 
per il vestito, è necessario. E 
il gruppo è sempre una mera- 
viglia. I genitori sono nel 
mezzo, naturalmente. 11 padre 
guarda la madre, la madre 
guarda il padre, i figlioli in- 
torno guardano il padre e la 




madre, e il 
non vi dime 




con tanti baci al caro bene 



cane — ah be', spero che 
nticherete il cane, sopra una 
sedia ! — guarda i padroni, 
i bambini e il fotografo, tutti 
in una volia sola, con un ef- 
fetto di strabismo veramente 
notevole. E pure sono questi 
i ritratti che si guarderanno 
poi più tardi, negli anni lon- 
tani, con una tenerezza infi- 
nita, con un senso di deso- 
lata nostalgia, con una sottile 
amarezza di rimpianto, per- 
chè qualcuno mancherà che 
ci era tanto caro, e che an- 
cora ci guarda di lì, dal pic- 
colo gruj)po sbiadito. Le vec- 
chie fotografie, d'un rosso mat- 
tone scuro, quel rosso che 
prendono ai gomiti gli abiti 
neri quando si decidono a 
cambiar colore, hanno una 
poesia e una malinconia in- 
dicibili. 

Li avete v sti — sono da- 
pertutto — i ritrattili i dei sol- 



LA LETTURA 




— Si capisce 

CHE SONO DI CAVALLERIA? 



dati, ritti in piedi, con la mano sulla spada, 
il berretto sopra un tavolino, con le mani 

che sembrano di 
gesso nella stret- 
tura dei guanti 
bianchi, oppure 
audacemente so- 
spesi alla sciabo- 
la come a un'an- 
cora, se si tratta 
di cavalieri ? Po- 
veri soldatini ca- 
ri I Raggranella- 
no alcune cinqui- 
ne per averne le 
sei copie , e le 
mandano per Na- 
tale o per Capo 
d'anno alia mam- 
ma e alla fidan- 
zata con sotto la 
data e l'augurio. 
Migliaia di sol- 
datini non lo po- 
tranno mandare 
quest'anno, per- 
chè sono a com- 
battere per una 
più grande Italia, ma sanno che nessuno 
li dimentica per questo, e che all'ansie della 
mamma e di 
qualche figuretta 
di bimba si uni- 
sce la trepidante 
commozione di 
tuttala Patria. K 
sono lieti e or- 
gogliosi, anche 
senza il ritratto. 
E lasciano agli 
altri il tempo di 
fotografarsi. Per- 
chè è incredibile 
il numero delle 
persone che van- 
no a farsi foto- 
grafare spesso e 
regolarmente. K 
come un bisogno 
di vedersi. E c'è 
della gente che 
meno assomiglia 
e più è conten- 
ta. Si guarda con 
una ammirazio- 
ne sbigottita. 

— Come sono bello I Sembro un altro ! 

Anni addietro c'era addirittura la moda 

di sfigurarsi dinanzi al fotografo. Le donne 




Il seduttore d'altri tempi. 




Evviva l'arricciatura! 



si arricciavano i capelli, se li spalmavano, 
li incollavano in volute paradossali. Gli 
uomini si im- 
pomatavano i " 
bafiì, li arcua- 
vano, si petti- 
navano i ca- 
pelli fiorettan- 
doli di arric- 
ciature enor- 
mi. Sembrava- 
no tanti mobili 
in stile rococò. 
Poi, natural- 
mente, baffi e 
capelli torna- 
vano allo stato 
normale, e ad- 
dio somiglian- 
za. La moda è 
passata, ma un 
certo gusto po- 
polaresco di 
travestirsi di- 
nanzi all'obiet- 
tivo c'è anco- 
ra. Nelle fotografie ambulanti che girano per 
le fiere resistono ancora gli abiti da frate e 
da monaca per gli spiritosi che vogliono 

il velo e chi sa 
quanti grattaca- 
pi, e c'è la sua 
brava gondola 
col relativo pa- 
norama di una 
Venezia imagi- 
naria, e adesso 
c'è anche l'auto- 
mobile dipinta, 
e c'è perfino 
l'aeroplano con 
un furore di nu- 
vole sotto che 
sembrano un mi- 
scuglio di caffè 
e di panna mon- 
tata e alle quali 
è affidata la rap- 
presentanza uffi- 
ciale dell'atmo- 
sfera. La calco- 
late poco voi la 
soddisfazione di 
poter dire, scen- 
dendo, e guar- 
dando bene di 



prendere provvisoriamente 



non inciampare nelle nuvole : < — Sono stato 
in aeroplano anch'io»? 

Ma questa è roba da fiera, mentre le più 



L'UMANITÀ DINANZI AL FOTOGRAFO 




— Non mi caschi fra le braccia, la prego. 

carine sono quasi sempre le fotografìe da 
salotto, quelle fatte sul serio, per venire re- 
galate in omaggio e per restare come do- 
cumento. È in queste che appaiono più 
evidenti le debolezze e i tipi. C'è nella 
messa in scena del quadretto una tale ri- 
velazione psicologica quale nessuna indagine 
diretta sulla persona vi potrebbe forse of- 
frire. Il giovinotto che fa professione di uo- 
mo elegante e di seduttore vi guarda dal 
ritratto con uno sguardo indulgente di con- 
quistatore abituato. Pare che vi dica (vi 
prende per una signora, naturalmente) : 

— No, non mi caschi fra le braccia, la 
prego. 

E voi capite subito che si tratta di un 
cretino, anche se non avesse per caso la 
giacchetta aperta a mostrare il gilè fantasia, 
e una mano in una saccoccia dei calzoni 
per far vedere che è assai disinvolto. Ri- 



cordate i ritratti di qualche artista, special- 
mente di quelli artisti che nessuno conosce 
per tali e che si incaricano di farvi sapere 
che lo sono per mezzo della fotografia? Sono 
deliziosi. Il pittore è seduto davanti a un 
quadro : tavolozza, pennello, capellatura in 
disordine, una blusa troppo nuova per non 
parere di teatro, e la faccia voltata all'obiet- 
tivo con una certa espressione come per 
sospirare : 

— Anche il ritratto : Dio, che noia, la 
celebrità ! 

E e' è il letteratino inedito con una bi- 
blioteca alle spalle, un tavolo davanti, una 
penna in mano, e il viso concentrato nel 
vuoto nella ricerca di una delle sue più 
belle frasi. Sono i ritratti che poi vedete 
in qualche salotto, con una dedica in scrit- 
tura grandissima — han sentito che D'An- 
nunzio ha una calligrafia smisurata — e 
molti puntini pieni di oscuro significato 




Il letterato col viso concentrato nel vuoto. 



LA LETTURA 



Fanno il paio con le fotografie delle signo- 
rine col viso ridente, quelle care e simpa 

tiche signo 
rine così 
grazio sa- 
mente scioc- 
chi n e che 
sono li per 
dirvi : 

— Mica 
male, neh? 




l'S PARENTE DI RAFFAELLO. 

Vi sono anche i trucchi 
per nascondere, per dimi- 
nuire, per attenuare. Er- 
mete Novelli, per esempio, 
il cui naso è ancora più 
glande della sua modestia 
— smisurato, dunque — 
non si fa mai fotografare 
di profilo, anzitutto per eco 
nomia di spazio, poi per 
ragioni di convenienza e 
di moralità pubblica. Pa- 
recchie signore amano in- 
vece il profilo che sminuisce 
la bocca, dà valore al nasino e mette in 
evidenza qualche altra cosa che altrimenti 
si sperderebbe nella penombra. Ricordo la 
parlata di un guercio al fotografo. Era un 
guercio abbondante, da tutt'e due gli occhi. 
Quando passava per la strada fermava la 
circolazione su tutt'e due i marciapiedi, 
perchè pareva che guardasse in faccia a 
tutti. Disse al fotografo: 

— Ho un lieve difetto di vista, ma non 
vorrei che apparisse. 

— La faremo di profilo. 

— Ah che! Ho il naso troppo lungo. In 
fondo, non mi importa che sia proprio il 
mio ritratto: me ne dia lei uno qualunque, 
già fatto, pur che sia d'un uomo. Badi sol- 
tanto che sia biondo. 




Non si può dire che fosse troppo esigente. 
Ma ci sono di quelli che non sono mai sod- 
disfatti, e si lagnano magari perchè non è 
venuto bene il candore del colletto o il 
nastro del cappello. A proposito, diffidate 
degli uomini che si fanno fotografare col 
cappello in testa: sono calvi. E se vedete 
a volte dei ritratti di uomini così brutti da 
farvi esclamare : « Ma quando si ha quella 
faccia lì, la si tiene nascosta! », non sor- 
prendetevi, e compatite. Oggi ogni uomo 
ha il dovere di tener sem- 
pre pronta una sua foto- 
grafia. Con la facilità che 
c'è a diventar celebri 
almeno per un momento 
— basta vincere un terno 
al lotto, inventare un nuo- 
vo sistema di pantofole , 
essere aggredito allo svolto 
di una via, farsi nominar 
deputato, vincere una corsa 
podistica: tante sciocchez- 
zuole, insomma — c'è sem- 
pre il pericolo che un gior- 
nale venga a domandarvi il 
ritratto per illustrare l'av- 
venimento del giorno. 



Mica male, neh ? 




Perdonate 
dunque, e se 
qualche vol- 
ta vedete in 
fotografia 
un tale con 
un sorriso 
straziante, 
non prende- 
telo in giro. 
Pensate che 
quel pove- 
r'uomo non 
rideva per- 
chè fosse allegro, ma perchè il fotografo gli 
ordinava serio serio : « Sorrida!.. >. 

ARNALDO FRACCAROLI. 



L'irresistibile col cappello. 
(N.B. Diffidate, è calvo). 




Al pittoìc Enrico Sacchetti che 
me conosce come fratello il fratello. 



BOHlV\ 



Eravamo fra noi come la spera 
e il sospiro d'amore ; come nera 
notte e crescente luna; come il dito 
trepido che la cerca e il rattrappito 
impermalirsi della sensitiva... 

L'ira certo fra noi non fu mai viva; 
ma il rispetto vegliava alla sua culla. 
«Che cosa hai detto?» «Non ho detto nulla.. 
« Bada non dirlo... ^>. E l'ira non viveva 
né per il padre, né per chi faceva 
da madre, la sorella dolorosa, 
che sospirava come andasse sposa, 
ma senza amore; né per noi figliuoli 
caparbi come robusti querciuoli 
che non sentono l'aria carezzosa 



di primavera e voltano l'irosa 
groppa al mistero... 

Eppur mamma era morta! 

Ma c'era un'altra, che non era scorta 
dallo straniero che nell'ore buone, 
come in principio di devozione 
é la pila dell'acqua benedetta, 
la minore, la pia, la muta umetta 
che custodiva il cuore della morta... 

Chi sapeva che la mamma era risorta?... 
Sorrideva la piccola, e taceva 
il suo segreto: e nessuno intendeva... 
Eravamo fra noi come la spera 
e il sospiro d'amore; come nera 




LA BONTÀ 




notte e crescente luna; come il dito 
trepido che la cerca e il rattrappito 
impermalirsi della sensitiva... 



consigli... Come fra due piante irsute, 
nodose, arcigne e di cupo fronzute 
fiorisce un alberello bianco e rosa... 



Ma, -dopo un tempo, eccola chiara e viva 
la sua parola!... Chi se n'era accorto?... 
Tutto incantava: la casetta, l'orto, 
il pergolato, i fiori, il babbo, noi... 
I nostri cuori diventaron suoi 
com'eran della morta. La Bontà! 

Noi ch'eravamo insieme incatenati 
per amore, tenendoci abbrancati 
con dolore, improvviso nella stretta 
sentimmo un cuore battere... L'umetta 
era un gran cuore, il nostro cuore, e noi 
non ci sentimmo più se non tra' suoi 



Così fu lei che non andò mai sposa... 

Ci dette, finché n'ebbe, la dolcezza 
del bene suo, finché la giovinezza 
le fu sorella: e nessuno badò... 
Quando poi giovinezza le mancò 
ed una luce pallida l'avvolse 
e ancora con amore a noi si volse 
per offrire, e pareva che vedesse 
ombre lontane e vergini e chiedesse 
che le sue grazie le fossero rese, 
e non chiedeva..., allora si comprese. 

SEM BENEI^I^Ii 





(NOVELLA) 




jaolo scese di vettura all'angolo 
della via come al solito, per 
non dar nell'occhio ai vici- 
ni. In quell'angolo eccentrico 
della città, per quelle strade 
abitate per lo più da tran- 
quille famiglie di impiegati che avevano po- 
tuto realizzare l'onesto sogno borghese di 
una casetta con un po'di giardino da pa- 
gare in vent'anni, e che avevano tutti l'ab- 
bonamento al tram , il fermarsi di una 
carrozza dinanzi ad uno dei portoncini 
avrebbe chiamato alle finestre tutto il vici- 
nato, e destato chi sa che lavorìo di curio- 
sità dietro i fiori delle tendine all'uncinetto. 
Così invece da più di due mesi Paolo ogni 
giorno faceva quel pezzo di strada a piedi, 
apriva in fretta il cancello, traversava il ma- 
gro giardinetto ed entrava in casa senza 
esser visto da nessuno. Mezz'ora dopo un'al- 
tra mano spingeva il cancello lasciato soc- 
chiuso, un altro passo leggero e frettoloso 

faceva stridere la ghiaia del vialetto — 

«Paolo! > — «Isa! » — Entrava an- 
sante, comprimendosi il seno, spaurita, sor- 
ridente e felice. — «Sentimi il cuore.... 
Dio mio, che paura !» — « Di che, cara? » 
— «Non so — non mi avrà seguita nes- 
suno?» — «Ma no, calmati » — Va a 

vedere — E chiudi bene». Paolo usciva nel 
giardinetto, chiudeva il cancello, rientrava, 
chiudeva la porta. Isa, ancora ravvolta fino 
al naso nella gran volpe argentata, rincan- 
tucciata in un angolo del divano, lo guar- 
dava ancora un po'trepidante. — « Nes- 



suno?» — «Nessuno, cara». Un sospiro di 
sollievo, un sorriso di tenerezza, e col so- 
spiro la frase consueta, appassionata e ca- 
rezzevole, mentre la manina inguantata cerca 
gli spilloni del cappello. « Dio mio, amore, 

che cosa mi fai fare ». Paolo era già in 

ginocchio dinanzi a lei, e le baciava il 
polso sottile tutto venato di azzurro. « Basta, 
bimbo...... Nella penombra il caminetto 

scoppiettava e ronzava, come una piccola 
ironica orchestra in sordina che commen- 
tasse il tenero duetto della vecchia e dolce 
opera di repertorio, in cui Isa debuttava e 
che Paolo ricantava con un ardore che non 
aveva mai conosciuto. 

Quel giorno era in ritardo. Guardò l'o- 
rologio, scendendo di vettura: le quattro e 
dieci. L'appuntamento era come sempre per 
le quattro. Ma d'altronde Isa si faceva sem- 
pre aspettare un poco. Affrettò tuttavia il 
passo. La giornata era fredda e nebbiosa: 
una giornata grigia di fin d'autunno. Muli- 
nelli di foglie secche si rincorrevano sul 
marciapiede e scomparivano nel leggero 
velo della nebbia. La strada era deserta, 
tutte le finestre erano chiuse, i giardinetti 
tristi e poveri, appena con qualche mac- 
chia verde di edera, e qualche rosaio ra- 
chitico che finiva di sfiorire sulle aiuolette 
malinconiche. Paolo stava per aprire il can- 
cello, quando dal fondo della via vide avan- 
zarsi una figuretta di donna, alta snella ele- 
gante. Non era molto lontana, ma la nebbia 
gliela velava un poco. Pensò che fosse Isa 
e attese, per accertarsene. Non era lei: non 



LA LETTURA 



era il suo passo. Camminava piano, come 
passeggiando, forse aspettando. Paolo s'in- 
curiosì, rimise in tasca la chiave, e le mosse 
incontro con aria indifferente. Pareva ca- 
rina : passandole accanto la sbirciò con uno 
sguardo discreto : ma non riuscì a vedere 
che la punta di un nasino fra la falda am- 
plissima del cappello e la stola di pelliccia 
avvoltolata intorno alla bocca. 



— Per Isa? Che ha? E' ammalata?... E' 
accaduto qualche cosa?... Per carità, donna 
Clotilde.... 

— Eh, calmatevi! non è ammalata, non 
è accaduto niente: diamine, non mi ve- 
dreste così tranquilla. Soltanto, mi manda 
a dirvi che né oggi né domani può venire 
da voi, perché le è arrivata d'improvviso 
sua cognata. Ecco tutto. 




« Xkssuno? 



«Chi sarà? — pensò. — Giurerei di co- 
noscerla*. E si volse a guardarla. Allora an- 
che la signora si volse e mormorò ridendo : 

— Buon giorno, Ardenghi. 

— Oh!... Donna Clotilde!... Voi! 

— E' questo il modo di far aspettare le 
signore?... Son suonate le quattro?... E' un 
quarto d'ora che passeggio; sono tutta in- 
tirizzita. 

— Ma.... 

— Via, non importa: vi perdono. .Ma 
che avete? Perchè mi guardate con quel- 
l'aria imbambolata? 

— Scusatemi: capirete, sono sorpreso.... 
Non avrei imaginato di trovare qui an- 
che voi.... 

— Oh, che credete? un contrabbando? 
no, no. Vengo per voi: o meglio per Isa. 



— Proprio? 

— Proprio. Era fuori di sé dalla rabbia, 
povera figliuola. Non sapeva come avvi- 
sarvi, aveva paura di vedervi capitare a 
casa, e che la cognata che già le aveva 
fatto questa estate delle osservazioni sulle vo- 
stre assiduità dovesse ricominciare a noiarla 

E così, Clotilde, mettiti su il cappello, la 
pelliccia, e marcia, a avvertire il signor 
Paolo!.,. Ma sapete che mi fate fare una 
bella parte, ragazzi miei? 

— Povera amica, come siete buona ! 

— E per compenso, mi lasciate per un 
quarto d'ora a passeggiare in mezzo alla 
nebbia e a morire di freddo.... Ma ditemi 
un po', anche Isa la trattate così? 

— Ma no, vi assicuro, Clotilde : è la prima 
volta che mi capita.... 



LA STELLA CONFIDENTE 



13 



— Volevo ben dire. Infatti non fa che 
dirmi 

— Che cosa? 

— Ma.... tante cose. 

— Belle? 

— Naturalmente. 

— Di me? 

— Di voi, e di lei.... Dio, ma che freddo 
fa, da queste vostre parti! 

Paolo rimase un istante 
esitante, poi mormorò con 
un sorriso imbarazzato : 

— Sentite, donna Clotil- 
de non so se posso 

— Che cosa? 

— Ecco.... in casa mia 

nostra, insomma, lassù, c'è 
un po'di fuoco 

— E mi domandate se 
potete? Diamine, spero be- 
ne che non mi lascerete an- 
cora in mezzo alla strada 

Finché non mi sarò riscal- 
data dovrete sopportarmi, 
caro Ardenghi.... Mi darete 
una buona tazza di té.... 
E poi andrete anche a cer- 
carmi una carrozza, spero. 

— Ma figuratevi, donna 

Clotilde! Io non osavo 

capirete.... Sì, siete la no- 
stra amica, il nostro ange- 
lo — ma siete troppo una 
santa donna voi e teme- 
vo che la fiamma del mio 
caminetto dovesse sembrar- 
vi un po' quella dell'infer- 
no.... 

— Ah , sentite , inferno 
o no, la mia santità è 
troppo intirizzita. Ma a proposito 
solo? 

— Bella, chi volete che ci sia? 

— Già, è vero. 

Giunsero al cancello. Paolo aprì, traver- 
sarono il giardinetto, entrarono in casa. 

— Ah, che calduccio ! 

Clotilde Laudi si guardò intorno, passò 
rapidamente in rivista il salottino semplice 
e grazioso, tutto pieno della luce bionda che 
filtrava dalle tende gialline. 

— Carino. Complimenti. Tutto in biondo, 
come Isa. Che armonizzatore! Anche delle 




« Camminava piano, come passeg- 
giando, FORSE aspettando. » 



siete 



rose tèa, di questa stagione? Carino, molto 
carino. 

Buttò sul divano la pelliccia e il manicotto, 
si sedette su una poltroncina vicino al fuoco. 

— Andiamo, fatemi il té. 

— Scusate.... 

— Che c'è? 

— Non volete togliervi il cappello? 

— Perchè?... Si usa? 

— Ma Isa se lo leva. 

— Bella ragione Be', 

prendete. 

Paolo prese il cappello 
la pelliccia il manicotto, en- 
trò in una stanza attigua, 
ritornò. 

— Dove siete stalo? 

— Di là.... 

— Che c'è? 

Paolo rispose con un ge- 
sto evasivo, sorridendo. 

— Ah ! Il « sancta sancto- 
rum » 

— Piuttosto, direi.... 
« foederis arca » 

— \^ediamo. 
Si alzò, sollevò la corti- 
na, guardò dalla soglia. 

— Molto graziosa Sti- 
le Impero: la passione di 
Isa. Me l'aveva già descritta 
del resto. 

— Vi dice tutto, dun- 
que? 

— Tutto: non mi parla 
d'altro.... Curiosa, sapete, 
il mio cappello e la mia 
pelliccia là sopra.... 

— Vi rincresce? 

— No, no, lasciate. 
Lasciò cadere la cortina, rientrò nel sa- 
lotto, sorridendo di quel suo buon sorriso 
dolce e scherzoso, girellò per la stanza 
guardando i pochi quadri i pochi ninnoli 
sparsi qua e là. Paolo, tutto affaccendato in- 
torno al samovar, la osservava ogni tanto 
di sfuggita. Era alta, pallida, leggera e 
piana in ogni mossa ; sorrideva spesso, smor- 
zando il sorriso in una lieve ombra di ma- 
linconia pensosa. Non più giovanissima, 
circa trentacinquenne, aveva già fra i bei 
capelli neri qualche filo d'argento, che non 
si curava di nascondere. 



LA LETTURA 



— Ma bravi ragazzi! 

Sedette di nuovo vicino al fuoco e soc- 
chiuse gli occhi. 

— Questa dunque — soggiunse — è una 
garconnière , 

Paolo si rivolse con una mossa vivace. 

— Vi prego, donna Clotilde.... Non bat- 
tezzate la casa mia e di Isa con questa brutta 
parola. 

— Avete ragione. Scusate. 
Tacquero per qualche momento. 

Il samovar cominciò a gorgogliare. 

— Le volete proprio molto bene a Isa, 
Ardenghi? 

— Lo sapete. Se non lo sapeste non sa- 
reste qui, né avreste accordato a questo 
amore, che è unico, che è la vita nostra, 
questa vostra pietosa protezione. Non è vero? 

— Infatti, mi pare. 

— Voi siete pura di ogni peccato, Clo- 
tilde: eppure, quando Isa, nello sgomento 
che aveva invaso la sua anima alla rivela- 
zione di questa cosa nuova che era entrata 
nella sua vita, vi fece la sua confessione, 
voi comprendeste, perdonaste e.... diventa- 
ste la nostra sorella cara. Siate benedetta, 
Clotilde.... 

In piedi dinanzi a lei Paolo le parlava 
con una tenerezza commossa nella voce, 
tenendole una mano nelle sue. Si chinò a 
baciargliela, ripetè: 

— Siate benedetta. 

Donna Clotilde riattizzò il fuoco, e disse 
piano con quella sua voce velata: 

— Infatti, mi pare di non far nulla di 
male.... 

Corrugò un poco la fronte, pensando, poi 
riprese il suo sorriso quieto. 

— E ora datemi il té. L'acqua già bolle. 
Mentre Paolo versava il té la pendola 

suonò. Le cinque. 

— Già mezz'ora che son qui.... Passa 
presto il tempo, qua dentro. 

— Troppo, Clotilde. 

Le 8i era seduto accanto. Entrambi rigi- 
ravano ora i cucchiaini nelle chicchere, in 
silenzio. Clotilde mosse appena le labbra 
come per parlare, ma tacque e continuò a 
guardare il fuoco, assorta. 

— Dicevate? 

— Io? Nulla. 

— Mi pareva.... 

— No.... 



Gli sorrise, amichevole. 

— E' buffa, sapete? — disse poi come 
continuando il suo pensiero. 

— Che cosa? 

— Dio mio, la mia posizione, qui — 

— Perchè? E' carina, anzi. 

— Pensate: chi mi vedesse! Clotilde 
Landi, l'austera, la impeccabile, l'insospet- 
tabile donna Clotilde, nell'appartamento se- 
greto di Paolo Ardenghi, « entre cinq et 

sept», senza cappello Sapete che se mio 

marito ci sorprendesse avrebbe il diritto di 
ucciderci? 

— Anche questo sarebbe carino.... mo- 
rire in sospetto d'amore e in perfetta purità. 

— Grazie tante Povere le mie piccole ! 

— A proposito, come stanno le zinga- 
relle? 

— Non c'è male. La grande è un po'giù, 
però. 

— Che ha? 

— Chi sa.... Sapete, forse è l'età di pas- 
saggio. Ha già quattordici anni. Mi ricordo 
che anch'io, su quell'età, ebbi come una 
crisi strana di malinconie, di scontentezze, 
di noia. Passavo delle giornate intere na- 
scosta in qualche stanza remota, per poter 
piangere. Di che, poi? Chi sa. Mi durò un 
paio d'anni, poi passò. Nenne è come me. 
Speriamo che la vita per lei sia un po'più.... 

S'interruppe, smorzando la voce e vol- 
gendo di nuovo lo sguardo alla fiamma. 

— Un po' più...? 

— No, no... Ho sbagliato: volevo dire 
un'altra cosa. 

— Veramente non ne avete detta nes- 
suna... 

— Allora... meglio così. 

— Come volete... Ma che avete? 

— Nulla... Che devo avere? 

— C'è qualche cosa nel vostro viso, che 
non ho mai scorto prima d'oggi... 

— Segno che non m'avete guardato mai 
bene. Sto benissimo invece. Il vostro té è 
ben fatto, il fuoco mi ha riscaldato, il luogo 
è carino, voi siete un buon amico a cui si 
è contenti di voler bene... È una bella ora, 
insomma. E c'è anche tanto di Isa, qua 
dentro, a cui voglio bene, lo sapete, come 
a una sorella un po' minore... Anzi, dirò, 
mi pare di essere un po' lei, qui; sarà que- 
sto, forse, che mi fa trovare così à vion 
aise. . . 



LA STELLA CONFIDENTE 



15 




Non crederete mica, spero, che sia innamorata di voi ! 



— Certo. Questa casa è anche vostra... 

— No... non è questo... 

— Allora... non capisco. 

— Già... neppur io. 

Paolo la guardò stupito ed incerto. Con 
una piccola mossa nervosa Clotilde posò la 
tazzina sul tavolinetto e si alzò. 

— È tardi, debbo andarmene. 

— Di già? Perchè?... Ma che avete, Clo- 
tilde? 

— Nulla. Ossia... Non lo so: sono ner- 
vosa. Dev'essere l'aria di qui dentro. Tutti 
questi fiori... 

— Volete che apra? 

— Per carità! Fa troppo freddo. 

Andò alla finestra, sollevò la tendina, 
appoggiò la fronte ai vetri. 

— Comincia a nevicare, Ardenghi. 
Rimase così, in silenzio, a guardare i 

piccoli fiocchi che scendevano leggeri nel- 
l'aria nebbiosa del primo imbrunire a im- 
brillantare il fogliame rado del giardinetto. 
Tutto, di fuori, era silenzio. Da una casa 
vicina giunse a un tratto il suono fievole 
di un pianoforte. 

— Sentite questa vecchia romanza, Clo- 
tilde? — fece Paolo avvicinandosi. — La 



conoscete? È una romanza sentimentale d'al- 
tri tempi , che ogni giorno, a quest' ora 
una vecchia ragazza clorotica ripete al pia- 
noforte. La stella confidente... Tante volte 
con Isa ci mettiamo qui, come siamo ora, 
ad ascoltarla, e ci inteneriamo... Un giorno 
Isa mormorò: « La stella confidente... Clo- 
tilde! ». E da allora vi abbiamo chiamato 
così... Vi rincresce? 

Clotilde non rispondeva. Rimaneva col 
viso ai vetri, come nascondendosi. 

— Non mi rispondete? 

Le scostò il viso dai vetri, la guardò, 
tacque, tutto confuso. Ella gli sorrideva an- 
cora, ma quel sorriso, che era l'espressione 
naturale della sua bontà, si sfaceva in una 
piega dolorosa delle labbra: e due lagrime 
le rigavano le gote. 

— Perchè? perchè, Clotilde? 

— Nulla, nulla... Forse è quella musica... 
Mi intenerisco anch'io, vedete! Sono ben 
stupida ! 

Rise un piccolo riso stridente inghiottendo 
un singhiozzo. 

Paolo tacque di nuovo, mentr'ella ripren- 
deva il suo posto vicino al fuoco. L'ombra 
d'un pensiero strano gli passò per un attimo 



LA LETTURA 



nella mente, e gli strinse il cuore d'un'an- 
goscia vaga. Clotilde lo intuì e disse subito, 
in fretta: 

— Non pensate delle complicazioni as- 
surde . Ardenghi . . . Non crederete mica , 
spero, che sia innamorata di voi! 

— Oh, Clotilde! Che dite mai?!... 

— Siete così vanitosi, voialtri uomini... E 
d'altronde il mio contegno certo, è strano... 

Guardò un istante dinanzi a sé, poi ri- 
prese, con voce dolce e lenta : 

— Non vi siete mai dimandato perchè io, 
che sono una buona moglie, una buona 
madre, una donna giustamente insospettata 
e insospettabile... un modello di virtù, in- 
fine... sì, posso dirlo, se non con orgoglio, 
certo con piena coscienza, un vero modello 
di virtù femminili, che potrebbe anche aspi- 
rare al premio della rosa d'oro... non vi 
siete mai domandato perchè questa Lucrezia 
dei nuovi tempi abbia potuto prendere sotto 
la sua protezione questo vostro peccato?... 

— Sì, infatti... Tante volte l'ho pensato. 
Ne ero stupito, dapprima... Ma poi ho com- 
preso che era la vostra bontà, che dinanzi 
a questo volere del destino... 

— No, Ardenghi, non soltanto la mia 
bontà... Mi avete detto poco fa che sono 
un angelo, il vostro angelo... 

— È vero. Lo siete. 

— ... Ma quale angelo potrebbe mai rac- 
cogliere sotto le sue ali due peccatori, se 
un po' di quel peccato non piacesse anche 
a lui? Tacete? Vi sorprendo, lo so. Ah, mio 
caro Ardenghi, è che ogni donna ha biso- 
gno nella sua vita di un po' di peccato ! E 
per questo, non per altro, in fondo io vi 
aiuto, vi proteggo, sono la vostra com- 
plice... A forza di vivere nel vostro pec- 
cato, esso è diventato anche il mio... quello 
che non ho saputo accettare per me sola, 
da cui un senso inesplicabile di disagio, 
più forte della mia stessa onestà, mi ha 
tenuto lontana... Comprendete? 

— Comprendo, Clotilde... C'è stato qual- 
che cosa dunque, anche nella vostra vita, a 
cui... 

— A cui ho resistito, si. Di cui ho trion- 
fato. Ma, che volete, sono vittorie che non 
lasciano l'anima serena... 

— Eppure, si dice... 

— Non è vero. Rimane in noi una grande 
malinconia, ed anche... della nostalgia. 



— Povera Clotilde ! 

— Mi capite, ora? Non seppi peccare per 
me, mi unisco al peccato degli altri... Ve- 
dete: mi confesso. Sono un po' brutale, 
anche , nella confessione. Ma se sapeste 
quanto anch'io ho sognato di queste ore 
vostre... di queste parentesi d'oblio, di 
questi distacchi assoluti da ogni noia, da 
ogni pensiero, di questi tuffi nella verità 
vera della vita... Strano, vero, che vi parli 
così, io? Tant'è, amico mio. Tutto, tutto, 
mi chiamava... Le mie bimbe erano ancora 
troppo piccole, per trattenermi ; mio ma- 
rito... Voi sapete la sua vita... Eppure non 
potei. C'era qualche cosa di superiore in 
me che me lo vietava. Fu per ciò, in fondo, 
una facile vittoria... ma ne uscii egualmente 
con l'anima a pezzi, con un gran vuoto 
dentro di me, che non pareva dovesse più 
colmarsi... Ebbene, qualcosa invece, in par- 
te, l'ha colmato: il vostro amore, il vostro 
segreto, che è anche il mio. M'era restata 
l'angoscia di non sapere, di esser destinata 
a non saper mai, nella vita, l'intimità di 
un grande amore, e, sì, diciamolo pure, il 
sapore di un bel peccato. Ora lo so ; so 
quello del vostro. Isa mi parla di tutto... 
mi dice tutto... Oh, sapete, fra noi donne 
sappiamo dirci tutto, con la grazia che è 
necessaria a rimanere carine . . . passiamo 
delle lunghe ore insieme, a parlare di voi. 
So come è nato, il vostro amore : in un 
modo adorabile, pieno di poesia, di genti- 
lezze... forse come non ne nascono più oggi; 
l'ho veduto crescere, divampare, divenire... 
quello che è; l'ho seguito, lo seguo giorno 
per giorno, ora per ora... É un po' il mio, 
che ritorna ; anche quello sarebbe stato così 
se avessi potuto... Ed ora io aspiro tutto 
il profumo di questo vostro, ne vivo, ne 
sogno anche... Soffro con Isa, gioisco con 
Isa, di ciò che la fa soffrire e gioire... 

Era già notte. Il fuoco nel caminetto si 
spegneva. Il vento frusciava fra gli arbusti 
del giardino, batteva ai vetri foUte di ne- 
vischio Nell'ombra della stanza la voce di 
Clotilde ondeggiava lenta, dolce, accorata. 

— Qualche volta quando è triste e piange, 
anch'io piango con lei... Ella è la vostra 
amante, voi siete il suo amante, e tutti e 
due siete il mio amore... 

Tacque, si alzò, passò una mano sulla 
fronte, sugli occhi. 



LA STELLA CONFIDENTE 




.STESE LA MANO A PaOLO.. 



— Be', ora sapete. Non so perchè non 
ho potuto fare a meno di confessarmi. Mi 
pareva di tradirvi, tacendo. 

Stese la mano a Paolo, che gliela baciò 
commosso, in silenzio. 

— Mi mancava un po' una cosa... — con- 
tinuò Clotilde, dopo una lieve esitazione. — 
Passare due ore così, nel segreto d'una pic- 
cola casa... Curiosità? Forse. Anche questo 
l'ho avuto... Il mio peccato è completo. 

Rise leggermente, un riso che sapeva di 
pianto. 

— Via, andate a cercarmi una vettura. 
Paolo si avviò alla porta, si fermò un 

momento. 



— Volete la luce, Clotilde. 

— No, grazie... L'ombra è la mia luce. 
Piuttosto, sentite... Non dite ad Isa tutto 
quello che vi ho detto. Le donne, sapete, 
non sempre comprendono... 

Rimase sola nella stanza oscura, appog- 
giata al caminetto, gli occhi fissi sulle ul- 
time bragie rosseggianti fra la cenere. Di 
fuori, tra i fruscii del vento giunse ancora 
il suono languido del pianoforte risospirante 
la vecchia romanza. 

Clotilde andò verso il divano, vi si buttò 
riversa, affondò il viso nel cumulo soffice 
dei cuscini, singhiozzando. 

GUEI^PO CIVININI. 




« ...AFFONDO IL VISO NEL CUMULO SOFFICE DEI CUSCINI, SINGHIOZZANDO. 



La Lettura. 




LA 

VER.01N 



La tua piccola tomba è presso Sidi- 
-Messri, ai piedi del tronco d'una palma, 
fra l'oasi e il mare. — Ivi, composto in calma, 
con uno squarcio nella fronte, ridi 

del tuo riso di bimbo, che ti sgrana 
tutti i denti bianchissimi. In eterno 
sorriderai cosi, con muto scherno 
verso la morte e la sua falce vana. 

Passar ti scòrsi, e non è lunge il giorno, 
col tuo squadrone e il tuo vessillo, ardendo 
di magnifico ardire, in te splendendo 
la patria, e giovinezza a te dintorno. 

Io ti gettai, dal mio balcone, un fiore : 
ti cadde in petto; era una rosa rossa: 
ti balenò la faccia di commossa 
gioia, e in quel lampo mi prendesti il cuore. 

Tu primo, nella prima alba di guerra, 
cadesti. Innanzi andavi, nel delirio 
di morire o d'uccidere. Il martirio 
tuo consacrò la conquistata terra. 

Fumo, polvere, sangue, ansanti aneliti 
di combattenti, a te l'Eucaristia 
pòrsero. E ti fu dolce l'agonia 
barbara, che di gloria attinge i cieli. 

Gloria!... Gloria!... Dea d'ombra e di verti- 
che, trascinati in torbida rapina igi»e, 

gli eroi, plasma con morte e con ruina 
forze novelle per i suoi prodigi!... 

Gloria!... mentre il buon milite s'abbatte 
nel solco, a Lei chiedendo il crisma e il 
piange la donna al focolar deserto, (serto, 
nella gramaglia delle trecce sfatte. 



T'amo e t'invoco in questo nome: Gloriai... 
o eroe se[)olto tra le sfìngi e il mare. 
Io, fidanzata della morte, il lare 
pio custodisco per la tua memoria. 

La mia verginità che ninno ha tocca 
è tua, come tua fu la rosa rossa 
ch'io ti lanciai; che, forse, or nella fossa 
ti bacia, con arder di viva bocca. 

Fragile spoglia offerta in olocausto 
a un Dio di guerra, la mia carne a poco 
a poco sfiorirà, sino a che il fuoco 
dell'estasi dissolva il corpo esausto. 

Io vivrò come cieca e come sorda 
a tutto che non sia la tua bellezza 
divoratrice, o Spirto di grandezza 
solo vibrante in cuor che non iscorda. 

Maliosi coUoquii notturni, 
quando, Ombra in senso e palpito mutata, 
ogni gioia che morte ha in te troncata 
coglierai su' miei labbri taciturni I... 

Rito e mister noto a me sola, immenso 
spasmo d'amor che vince ogni altro amore, 
cuor di prode, raggiante entro il mio cuore 
come ostia fra turiboli d'incenso!... 

Nella tomba di sabbia presso Sidi- 

-Messri, ove tutto del tuo sangue il suolo 
s'imbevve, dormi; ma non dormi solo, 
giovine eroe che della morte ridi. 

Io, sposa tua nella tua patria, in sacro 
silenzio, in duolo insonne, la votiva 
lampada accendo ; e veglio ; e, fin ch'io viva, 
me a te, gloriosa Ombra, consacro. 






Falco, io ti vidi fendere il sereno. 
Nel tuo rombo pulsava il tuo coraggio. 
Fra gli artigli portavi il vento e il raggio. 
Cielo e terra di te tutto era pieno. 

Tagliavi l'aria come una saetta: 

eri un'ala, eri un uomo ed eri un Dio. 

Il gran prodigio sfolgorar vid'io 

tre volte e tre, dell'infinito in vetta; 

e m'abbattei come s'abbatte un ramo 

a terra, e risi con riversa gola, 

e piansi; a te gettando la parola 

che mai non dissi ad uom vivente: Io t'amo. 

Non chieggo, no, se fino al sol t'involi, 
e la nube ferisci e dòmi il vento, 
con qual magìa foggiasti lo strumento 
che ti rapisce negli azzurri voli: 

carne della tua carne esso è per me, 
alla vibrante tua sostanza misto 
siccome il sangue ai muscoli è commisto. 
Non ti conobbi fino ad ora, o re 

dell'aria; ma se tu con teso rostro 
su me piombassi per ghermirmi, e via 
mi rapinassi a volo, e per magìa 
d'ali e d'amore il cielo fosse nostro, 

ecco, io son pronta: io ti sarò la bianca 
preda che tutta s'abbandona, e al vampo 
del vorticoso ardor non prega scampo, 
fino a che per delizia il cor le manca: 

come sien fresclie le mie labbra, e come 
sien le mie braccia floride e tenaci 
sapresti, o Falco che t'inebri ai baci 
del vento, e ignori il fior delle mie chiome. 



Purità m'è compagna; e rassomiglio 
nel mio candore a un'erma d'alabastro: 
niuno ancora disciolse il roseo nastro 
che al mattin fra le trecce m'attorciglio. 

Ho l'aroma del fieno, che la falce 
divelse a pena, e il sol penetra; e diaccio 
specchio m'è la sorgente a cui m'affaccio, 
pari a una rama pendula di salce. 

Uomini adusti dall'odor ferino 

mi soffiaron sul volto, avidi, folli, 

il desiderio a vampe. — Ed io non volli; 

ma commisi a me stessa il mio destino. 

Non io, non io de' lor traftìci oscuri 
viver soffersi, piccoletta serva, 
con basse ciglia ed anima proterva 
filando il lino entro i lor vecchi muri: 

non io le grigie e tortuose scale 
di lor case salii, dove s'affloscia 
gioventù, senza gaudio e senza angoscia, 
su spessa coltre e torpido guanciale. 

Io voglio te, che armi la tua sorte 
per guerra, e il sole di sfidar sei degno; 
e più t'avanzi se più eccelso è il segno, 
e ti spingi più alto della morte, 

ove l'umana essenza si trasmuta 
in luce, in astro, in elemento eterno. 
Voglio te, per seguirti in tuo superno 
volo, e, .se cadi, nella tua caduta; 

e questa sia vertiginosa, come 

il fiammeggiar d'un bòlide nel cielo; 

e a me avvinto tu dorma, entro il mio velo, 

e t'inghirlandin le mie sparse chiome. 

ADA NEGRI. 




COMMEDIA 

IN UX ATTO 



PERSONAGGI : 

Il conte Ugo Roccalta d'Orvedano - Alberto Carnieri 
La marchesa di Frassinoro - Romolo. 

In una gran città, ai nostri giorni. 



Sofia Carnieri 



ATTO UNICO. 

Salotto in cisa Roccalta, ricco di suppellettile artistica ed 
archeologica che lo fa rassomigliare ad una sala di mu- 
seo: mobili antichi, di vario stile: scaffali pieni di og- 
getti di scavo, di armi, di avorii, di cristalli, di stoffe ; 
tripodi reggenti pezzi di scultura; quadri e frammenti di 
bassorilievi alle pareti. Seggioloni e mensole di legno 
intagliato, leggìi con grossi volumi sontuosamente rile- 
gati, scrivania monumentale. Sopra le tavole e gli sti- 
petti molle loiografie femminili, grandi e belle, alcune 
in cornice, altre sciolte. Uscio a destra che dà nella sala 
da pranzo; uscio a sinistra che dà nella stanza da letto ; 
in fondo grande uscio con vetri opachi, aperto all'alzarsi 
della tela, dal quale si vede l'anticamera con sgabelli, 
cassepanche e ritratti di antenati alle pareti, e l'uscio, 
chiuso, che dà sulle scale. 

Roccalta, in pigiama, è alla scrivania, a rivedere un conto, 
mentre Romolo in giacchetta nera e cravattina bianca, 
gli sta dinanzi, nell'atteggiamento di chi aspetta ordini. 

I. 

Roccalta: Va bene. Hai bisogno di danaro? 
Romolo: No, signor conte: mi restano ancora 

centocinquanta lire. 
Roccalta: Va bene. Prepara ogni cosa per 

il tè. 
Romolo: Subito, signor conte. 

Esce, passando nella sala da pranzo, mentre Roc- 
calta ripone le carte che ha esaminate. Dopo un poco 
Romolo rientra con un vassoio da tè, una rosoliera e 
una bottiglia di liquore, che dispone sopra un tavoli- 
netto basso. 

Roccalta: Porta anche una bottiglia à^^ anisette. 
Romolo {mostrandoiai : C'è già, signor conte. 
Roccalta (guardando l'orologio) : Allora puoi an- 
dare. (Girando uno sguardo tutt'intorno e battendosi la 

fronte): Chc testa!... Ho dimenticato di ordi- 
nare i fiori. 

Romolo (discreumente) : Supponendo che il si 
gnor conte ne avrebbe avuto bisogno, li ho 
già presi. 

Roccalta: Bravo!... Disponili al solito... (Sac 
losu alla finestra guardando nella strada, mentre Ro- 
molo, dopo essere uscito, ritorna con un gran cesto di 
violeOe e comincia a disporle nei calici e nel vasi, su per 
t tnobili). 



Roccalta (lasciando la finestra e venendo ad osservare 

i fiori, con fìnta curiosità): Cos'è? Hai preso vio- 
lette ? 
Romolo (con fìnta mortificazione) : Ho fatto male 
Roccalta: No, no; anzi!... (Dispone anch'egli i 

fiori qua e là, mentre Ro.molo passa nella camera da 
letto, ne torna con due vasi e vi mette dentro altri fiori). 

Roccalta : Hai tenuto a mente ciò che hai 
da dire al sarto? 

Romolo: Sissignore: che la redingote rossa 
dev'essere pronta per domattina e che Wfrak 
è rimasto ancora un poco stretto di spalle. 

(Va a riportare in camera da letto i due vasi che ha 
infiorati). 
Roccalta (dopo aver finito di accomodare i fiori, a 
Romolo che è ritornato, mostrandogli il cesto vuoto). 

Porta via questo... Puoi andare... Passa an- 
che dal camiciaio. 

Romolo (dopo aver preso il cesto, esitante) : SÌSSÌ- 

i^nore... Ma... 
Roccalta: Che c'è? 

Ro.molo (indicando le fotografìe femminili): Il signor 

conte lascia esposti i ritratti? 
Roccalta: E' vero!... Vai, vai: penserò poi 

io... (Romolo esce). 
Roccalta (cominciando a raccogliere le fotografìe ed a 

riporie in uno stipetto) : E' ima bella noia, ogni 

volta!... Mah!... (Quando ha finito di chiudere le 
fotografie torna alla finestra ; dopo un istante passa ra- 
pidamente in anticamera, schiude l'uscio sulle scale, lo 
tiene accostato sogguardando, poi lo apre, e Sofia Car- 
nieri entra, ansante, tremante, guardando dietro di sé, 
poi tutt'intorno). 

II. 

Sofia: Ugo!... Ugo!... Chiudi!... Non m'hanno 
seguita ? 

Roccalta : Ma no, che idea ! 

Sofia: Chi c'è? 

Roccalta : Chi vuoi che ci sia, quando t'a- 
spetto?... Che cos'è questa paura? 

Sofia: Quanta!... Quanta!... Non vivo più, 

tanta ne ho!... (Si lascia trascinare in salotto, cade 
sul divano, accanto al caminetto, si rialza la veletta sulla 
fronte, socchiude gli occhi prima spalancati, dischiude 
le labbra sul viso sbiancato). 



IL CANE DELLA FAVOLA 



Roccalta: Ma no, cara... Non esageriamo !... 
Perchè vuoi agitarti così?... Guardati attorno : 
sei in casa mia, in casa tua: qui nulla ti 
minaccia... Questo è il tuo cantuccio prefe- 
rito, accanto al fuoco... Stai comodamente 

così? (Avanzando uno sgabello) : Appoggia qui i 

tuoi piedini : riscaldali, riscaldati al fuoco 

dei miei baci... (Fa per abbracciarla e baciarla). 
Sofia (con uno scatto nervoso, sciogliendosi dall' abbrac- 
cio) : No, Ugo!... Non mi toccare!... Te ne 



sconguiro 



Roccalta (ritraendosi): Non ti tocco!... Non te- 
mere, almeno di me!... Ma se ci pensi, ve- 
drai che la tua paura non è ragionevole. 
Non è la prima volta, insomma, che vieni 
qui !... 

Sofia : E' vero, sì ; ma la prima volta , te 
lo giuro, non ebbi tanta paura... Ne ebbi 
un'altra, tante altre; ma non questa... non 
come questa... Egli non sospettava nulla, 
allora!... Ti rammenti come fummo liberi?... 
Qualche volta pareva, a non conoscerlo, che 
sapesse e non gliene importasse... Mentre 
ora!... Mentre ora!... 

Roccalta: Beh, sentiamo: che c'è di nuovo? 

Sofia: Come?... Non ricevesti la mia lettera, 
dopo la sera fatale? 

Roccalta: Fatale?... Ma se tornò tanto tran- 
quillo nel palco! 

Sofia: Finse!... Non sai!... Non potei spie- 
garti... Se ci lasciò soli, ostentando una fidu- 
cia che non ha più, fu apposta per andare 
a spiarci col cannocchiale, dalla barcaccia ! 

Roccalta: Ma non vide nulla! 

Sofia: Vide...o intravvide... Quando andammo 
via, quando fummo soli nell'automobile, dopo 
un lungo silenzio durante il quale inondò la 
carrozza di fumo, mi domandò improvvisa- 
mente, con la voce secca e stridula dei suoi 
momenti brutti, perchè m'ero ritirata in fondo 
al palco... Gli risposi che mi parlavi di donna 
Valentina, la nostra vicina del N. 12, che 
mi narravi la sua lite con Barga; e per pre- 
venire l'osservazione che sentivo imminente, 
soggiunsi che non volevi dirmi il nome della 
rivale, e che, insistendo io per saperlo, me 
lo avevi mormorato all'orecchio. 

Roccalta: Benissimo!... Il mio atto fu pre- 
cisamente quello di chi si accosta per dire 
qualche cosa all'orecchio. 

Sofia: Per dire... o per dare? 

Roccalta . Questo è un particolare senza im- 
portanza. 

Sofia (con dolce rimprovero) : No, che tu fostl trop- 
po imprudente, amore!... 

Roccalta (dopo una pausa, guardandola con un senso 

di mal represso fastidio) : Me ne rimproveri, an- 
che?... Ma tu non sei quella stessa che mi 
giudichi tepido quando me ne sto tranquillo 
e composto?... Che bisogna dunque fare per 
contentarti ? 

Sofia : Tante altre prove d' amore potresti 
darmi, senza aggravare la minaccia che ci 
pende sul capo ! 

Roccalta: Me ne rido, delle minacce! 

Sofia: Non riderne, Ugo !... Non lo conosci!... 
Ne ridi perchè non lo conosci. 



Roccalta: Figuriamoci se non conosco Gar- 
nieri!... Da piccolo lo conosco, dal collegio, 
quando tu non eri nata ! 

Sofia : Allora sai com'è fatto, com'è violento, 
vendicativo... 

Roccalta. Avrà magari i suoi scatti, le sue 
furie se vuoi; ma io so come prenderlo... 
Mi è stato sempre attaccato alle costole, 
in collegio e fuori, prima che andasse via 
per tornare ammogliato con questa bella 
signora. Aveva una specie d'infatuazione 
per me, ambiva le mie lodi, si studiava di 
imitarmi... 

Sofia (cambiando tono, amaramente) : Nella dissipa- 
zione, nella galanteria!... Ma senza riuscire 
ad agguagliarti... 

Roccalta (con un sorriso fatuo): Oh Dio, i suoi 
gusti non erano precisamente i miei... Mi 
seguiva assiduamente sui palchiscenici, nei 
caffè-concerti, nelle anticamere delle donnine 
allegre; ma non riuscii mai a trascinarlo nei 
salotti... 

Sofia (con amarezza maggiore) : Dove tU facevi 

strage ! 

Roccalta (senza rilevare l'interruzione) : Di COSe 

d'arte, d'oggetti antichi tentò d'occuparsi, 
ma smise dopo aver buttato via un po' di 
quattrini, perchè non riuscì ad altro che a 
caricarsi di falsificazioni grossolane. Non ci 
vuol molto, credilo, a dargliela a inten- 
dere. 

Sofia: No, Ugo... Sarà stato così prima, 
quando aveva fede in te, in me... Ora non 
più... Ora s'adombra di tutto... Sabato, 
quando mi mandasti con Romolo il nuovo 
fascicolo ài^W Antologia, osservò che sarebbe 
tempo di evitarti il « disturbo » di questo 
prestito quindicinale, abbonandomi; poi finse 
di scorrerla, per vedere se vi fosse nascosto 
o scritto qualche cosa. Avevo ragione, quando 
ti pregai di non servirti più di quel mezzo? 

Roccalta: Non me ne sono più servito. 

Sofia: Ma c'è di peggio!... L'altro ieri, quando 
tornò dalla Borsa, mi domandò di cercargli 
una vecchia lettera dove lo zio accenna alle 
sue disposizioni testamentarie in mio favore: 
semplice pretesto, per frugare anche lui nei 
cassetti della mia scrivania ... Se avessi vi- 
sto come allungò le mani su certi pacchetti 
di lettere di amiche ! . . . Fortunatamente le 
tue erano al sicuro... INIa non mi fido più di 
tenerle... Te le ho riportate... (Cavando dalla 
borsetta un pacco di carte) : Custodiscile tu ! 

Roccalta (allungando subitole mani) : Se vuoi così... 

Sofia (ritraendo la mano) : Ma prima prometti che 
me le restituirai quando le vorrò! 

Roccalta : Appena le chiederai. 

Sofia: E' un deposito sacro: bada!... Dove le 
terrai ? Voglio serbarle io stessa, per ripren- 
derle appena potrò... (Si guarda attorno, si dirige 
allo stipetto dove Roccalta ha nascosto le fotografie, 
e fa per aprirlo) : Qui... 

Roccalta (andandole dietro) : No, lì no !.. . 

Sofia : Perchè ? 

Roccalta (patetico) : L'avrei per cattivo augurio. 
Vi sono dentro documenti funebri... il con- 
tratto d'acquisto d'un appezzamento al cimi- 



22 



LA LETTURA 



tero... il bozzetto d'un monumento sepolcra- 
le... Chiudile qui, piuttosto, in questo scri- 

g^nettO... (Apre lo scrigneUo, sopra una irtensola). 

Sofia {dei>onendovi le lettere) : Se una sciagura 
dovesse coglierti... Dio disperda il presagio!... 
ordinerai che i tuoi eredi le teni::ano a mia 
disposizione? 

Roccalta: Ne farò loro uno scrupolo. 

Sofia: Mi costa, sai, separarmene! 

Roccalta (allegramente) : .Ma insomma, se non 
ha trovato nulla, se non ha scoperto nulla, 
dev'essersi rassicurato ! 

Sofia: Per niente!... Se avessi udito con che 
voce m'ha chiesto come impiegherò la mia 
giornata, quando sono uscita!... Se l'avessi 
visto, ieri, quando passò tutto il pomeriggio in 
giardino, a esercitarsi al bersaglio !... (Tragica): 
Ugo, Ugo: quell'uomo medita di ucciderti! 

Roccalta (con ostentata disinvoltura): Non me ne 
importa niente I 

Sofia : Ma non pensi a me?... Che farei senza 
di te, col rimorso di aver cagionata la tua 
morte? 

Roccalta : Se dovessi ammettere la necessità 
della prudenza, sarebbe soltanto per te, per 
il pericolo tuo. 

Sofia (gettando indietro il capo, irrigidendosi): Per 

me!... Che importa di me!... Faccia di me 

ciò che vuole!... (Appassionatamente): Ma tU no, 

Ui^o; tu no, amor mio!... E se non uccidesse 
uno solo di noi?... Se ci uccidesse entrambi? 

Roccalta: Tanto meglio!... Morremmo in- 
sieme, come neir^/t/a, e non di morte lenta, 
ma sùbita. (Canticchiando) : « A noi SÌ schiude, 
si schiude il ciel»... 

Sofia: Ugo, te ne scongiuro!... Non la pren- 
dere cosi!... E' una cosa grave, ti dico... 

Roccalta : Ma come vuoi che non rida, quando 
le dici tanto j^rosse? Per ucciderci entrambi 
dovrebbe coj<lierci insieme, qui. Come ti pare 
che ciò sia possibile? 

.Sofia: Se m'ha seguita, se sopraggiunge?... 

Roccalta: Se sopraggiunte, prima di tutto 
bisogna che io gli apra, e poi... e poi l'avrà 
da fare con me! 

Sofia (atterrita, smarriu): Una lite?... Un duello 
fra voi?... E non pensi che morrei, prima di 
conoscerne l'esito? 

Roccalta: Non so se nascerebbe un duello, 
ma credi che ti lascerei indifesa dinanzi a 
quel bruto? 

SciPiA (con nuovo terrore): Sei armato? 

Roccalta (cavando dalia saccoccia posticcia dei calzoni 

un revolver): Ad Ogni buon fine!... Ma non te- 
mere!... Sarebbe, se mai, per tenerlo in 
briglia!... Ma non accadrà niente di niente, 
vedrai!... Ne ho conosciuti, di mariti gelosi... 

5>OPIA(con altro tono di vo<e. di amarezza, di gelosia): 

E' vero?... E me lo rammenti?... 
Roccalta: Ma sì, cara: acqua passata... Questi 
mariti sono tutti cosi : pare che debbano 
porre il mondo a ferro e fuoco; ma, in fon- 
do, non ammettono che persone del loro 
merito possano essere tradite, e per un ar- 
gomento di timore ne trovano due di tran- 
quillità... Via, alza la testa, cosi!... Fatti 
animo, su !... Vuoi prendere qualche cosa? 



Sofia : Hai mandato via il tuo cameriere? 

Roccalta : Naturalmente, come sempre. 

Sofia: Non sa nulla di noi, è vero? Non so- 
spetta di me? 

Roccalta : Romolo? Ma neanche per sogno !... 
Una tazza di tè?... Un sorso d^atiiseite, piut- 
tosto; della tua anisette... (Va a prendere la ro- 
soliera e la bottiglia del liquore). 

Sofia (come tra sé) : \J anisette \... Fu uno dei 
suoi primi sospetti, quando .ì;1ì chiedesti l' in- 
dirizzo della casa che j^liela fornisce... 

Roccalta : Altra colpa anche quella ? Che 
c'era di male? 

Sofia: Nulla!... Ma sapevi che era il mio li- 
quore preferito, e ti lessi in viso 1' intenzione 
di farmelo trovare qui ! Con altrettanta luci- 
dità lessi il pensiero suo: e,i;li sospettò, pre- 
cisamente, guardandoti in faccia, che tu vo- 
lessi provvederti di quel liquore per berlo 
con me... 

Roccalta : Vi chiameremo la signora ed il 

signor Pickmann, allora ! . . . (Prendendo il biccliiere 

che ha colmato di liquore) : Un sorso, via !... Guar- 
da: comincio io. (Bevei: Ma levati prima quel 
guanto ! 

Sofia (spaventata, supplicante): No, Ugo ! Non me 
lo chiedere !... 

Roccalta: Guarda che è un'imprudenza grossa! 

Sofia : In che modo ? 

Roccalta : Una goccia s'attaccherà alla pelle, 
egli sentirà il profumo, e saremo fritti... (Ripone 

il bicchiere, le toglie il guanto destro . buttandolo da 

canto, sul divano): Che mano!... Che mano bel- 
la!... Che mano regale!... Tutte le volte che 
stringo la tua mano nuda , mi pare che tu 
mi prenda tutto il braccio, tutto il petto, tutto 
il corpo, che io mi sprofondi e m' inabissi 

in te... (Le porge il bicchierino; mentre ella beve le 

prende l'altra mano) : L'altra!... Voglio anche 

l'altra!... (Eccitandosi gradatamente): Voglio le 

tue mani, ti dico; voglio le tue braccia, la 

tua bocca (Strappatole l'altro guanto, lo scaglia 

dietro di sé; esso cade dietro il divano). 
SopTA (con resistenza sempre più fiacca): Ugo , sii 

buono!... Ugo, se mi vuoi bene!... Ho trop- 
pa paura, sono troppo sconvolta... Non posso 
neanche indugiarmi... 

Roccalta: Vuoi lasciarmi così? Diciche cor- 
riamo tanto pericolo, e vieni ad affrontarlo... 
per niente? 

Sofia: Per vederti, per parlarti sicuramente... 
Lo sai che non ci lascia più, da quella sera!... 
La sua diffidenza è giunta all'estremo; egli 
non fa altro che guardarsi, vegliare, spiare... 

Roccalta: Ma no, scusa: la fantasia alterata 
ti fa travedere!... Come posso credere che 
spii continuamente, se prima che cominciasse 
a sospettare spuntava spesso qui, la mattina, 
é per dimostrazione di amicizia si piantava 
a vedere che cosa facevo, a frugare sulla scri- 
vania, a chiedermi conto delle mie occupa- 
zioni e delle stesse intenzioni; mentre, dacché 
si è ingelosito, non si lascia piii vedere, per 
buona sorte?... Se ti spiasse sul serio a que- 
st'ora sarebbe qui. 

Sofia: Sì, sì... .Ma sì, precisamente!... Ugo, ho 
il presentimento che sia qui intorno!... I miei 



IL CANE DELLA FAVOLA 



23 




«Sofia: Non aprirei... Ugo, non aprire... É lui 



presentimenti non m'hanno mai ing:annata!... 
Sono venuta perchè te lo avevo promesso, 
perchè lo avevo promesso a me stessa; ma 
nel momento di varcare la soglia della tua 
porta ho sentito che forse non la ripasserò. 

Roccalta: Scherzi, adesso, o dici sul serio? 

Sofia: Te lo giuro, Ugo!... O che se la ripas- 
serò, egli mi sorprenderà al canto della via... 

Roccalta (cominciando a concepire un senso d' inquie- 

titudine): Allora, facciamo una cosa: ([uando 
vorrai andar via uscirò io prima. Tu aspet- 
terai, guarderai dietro le tendine; dopo dieci 
minuti, un quarto d'ora tutt'al più, sarai certa 
che il passo è libero. Facciamo così; d'ora in- 
nanzi faremo così... 

Sofia: Non so, non so... Anch'egli compren- 
derebbe lo stratagemma. Se viene a spiarci 
da queste parti, se pensa di salire, siamo 
perduti!... Stornare i suoi sospetti, bisogne- 
rebbe , rassicurarlo pienamente , dargli la 
persuasione che non e' è , che non ci sarà 
nulla tra noi... 

Roccalta: Che posso fare? Vuoi che me ne 
vada?... Partirò, se credi, per la tua tranquil- 
lità... 

Sofia (scotendo il capo): Non serve!... l'na breve 
assenza lascerebbe le cose come stanno, ed 
una lunga non la permetterei io ! Soffro già 
troppo perchè non puoi più essere assiduo 
a casa nostra... Guarda: delle due, preferirei 
non vederti più qui, purché tornassero i pri- 
mi tempi dell'amor nostro, quando venivi da 



noi ogni giorno, e partecipavi alla mia vita, 
ed io... 

RoCCALTA(premurosamente, senza lasciarla finire) :VuOÌ? 

Se ti contenti, rinunzio a vederti qui. 

Sofia (dolorosamente, amaramente) : Con che pre- 
mura me lo proponi!... 

Roccalta: Se l'hai detto tu stessa, Dio san- 
to!... Non faccio che ripetere le tue parole: 
rinunziamo a vederci qui... Dal momento che 
non avremo più nulla da nascondere, egli 
non avrà più motivo di sospettare. 

Sofia (guardandolo fiso) ; Ti senti di rinunziare ai 
miei baci, ma senza chiederne ad altre?... 
Io accetto, a questo patto!... Oggi sarà l'ul- 
tima volta che ci saremo visti qui , se mi 
prometti che aspetterai quanto me, come me, 
vivendo dei nostri ricordi, fedelmente, uni- 
camente, finché Alberto non si sarà rassicu- 
rato. 

Roccalta (con un sorriso un poco fatuo): No, scusa: 
la via non è precisamente questa... 

Sofia: Ce n'è un'altra? 

Roccalta: Se vogliamo proprio rassicurarlo, 
bisogna, al contrario... che tu chiuda un 
occhio... 

Sofia (aggrottando le ciglia, irrigidendosi) : Come Sa- 
rebbe a dire?... 

Roccalta : Dico che Carnieri tornerebbe alla 
fiducia di prima se mi vedesse occupato di 
altre donne... 

Sofia (scattando in piedi, fulminandolo con lo sguardo): 

Provati!... 



24 



LA LETTURA 



Roccalta: Lo vuoi sapere? 
Sofia : Non voglio saper nulla ! 
Roccalta: Ma già lo sai lo stesso... Egli mi 
si rimise alle costole quando lo rividi, al suo 
ritorno , per seguirmi , come da scapolo, al 
caft'è delle Sirene, alle operette, nel mondo 
della galanteria spicciola; ed i suoi sospetti 
sono cominciati quando non m'ha più visto 
disposto a frequentare quei luoghi , quando 
non ha più trovato qui certi biglietti, certi 

inviti 

Sofia: Ah, sì?... E tu non sai che mi fu im- 
possibile credere all'amore che dicevi di por- 
tarmi, finché vidi che Alberto ti apprezzava 
come espertissima guida in cotesto mondo 
corrotto?... Non sai che presi ad amarti 
quando ti udii esprimere il disgusto dei pia- 
ceri indegni, quando mi dicesti che ti rivelavo 
il mondo degli affetti puri e santi, che non 
potevi consolarti di non avermi incontrata 
prima, per fare di me la donna tua, la regina 
della tua casa?... Mi dicesti così? Perchè 
m'ingannasti? Io non chiedevo nulla, non 
speravo nulla. Ero chiusa nel mio dolore, 
nascondevo i miei disinganni, mi nutrivo delle 
mie lagrime... (Piange). 
Roccalta: Ma che ti piglia, ora?... Che c'è 
da piangere? Non t'ho mentito, lo sai!... Se 
non fossi stato sincero, te ne saresti accorta! 
La verità ha un accento che non inganna!... 
.T'ho detto che si rassicurerebbe, se mi ve- 
desse occupato di altre: se mi vedesse... Io 
fingerei, se mail... 
Sofia: Fingi, fingi pure!... Tanto, non fingi 

già con me? 
Roccalta: Ma che dici? 

Sofia: Lo so, lo sento... Non m'ami più co- 
me prima... Sei stanco di questa vita, delle 
inquietudini che ti costo, dei pericoli che ci 
minacciano... 
Roccalta : Ma niente affatto ! Se ti vuoi met- 
tere in capo che io abbia paura ? Natural- 
mente le paure tue mi turbano, per te, per- 
chè non riesco a dissiparle... 
Sofia (con slàncio appassionato) : Dimmi che m'a- 
mi ancora, come prima; giurami che non pensi 
a staccarti da me, che mi vorrai sempre bene, 
qualunque cosa accada, e ti prometto che non 
mi vedrai più impaurita per nessuna ragione. . . 
Roccalta : Lo giuro ! 

Sofia: Più che la scoperta della mia colpa, 
più che Tira di mio marito, più che la stessa 
morte io temo di perderti... Mi costi troppo!... 
Non li ho data tutta me stessa? Che hanno 
potuto darti di più, le tue contesse e le tue 
marchese?... Sono una borghesuccia, è vero... 
(Gesto di protesta di L'ko), ma non ho mai amato 
nessuno prima di te... T'ho dato tutti i senti- 
menti del mio cuore, tutti gli spasimi dei 
mìei sensi... 
Roccalta (abbracciandola, baciandola) : E' vero, So- 
fia.... E' vero!... Taci, ora... Vieni!... 
Sofia : Si, come vuoi; ciò che vuoi... (Fermandosi, 
trattenendolo) : Ma serbami intatto l'amor tuo! . . . 
Non mi tradire!... Tu non sei stato costante 
nei tuoi affetti, la tua casa era piena di altre 
immagini, quando vi entrai la prima volta... 



Roccalta: Ma se le ho bruciate, restituite, 

distrutte... 
Sofia : Le hai cancellate anche dal tuo cuore 

e dalla tua memoria? 
Roccalta: Tutte, tutte!... Ho purificato la 

mia vita... Tu mi sei apparsa sulla via di 

Damasco... 
Sofia : Bada che se mi tradisci io sarò morta 

per te ! 
Roccalta: No, mai!... Vieni... 
Sofia: Sono tua... 

Si ode a un tratto squillare il campanello. 
Sofia : (trasalendo , smarrita , afferrandosi a Roccalta 

con voce soffocata dallo spavento): Dio!... 
Roccalta (che ha trasalito anche lui, imperiosamente): 

Taci ! 

Sofia (scongiurando, sotto voce) : Non aprire ! . . . Ugo, 
nonaprire...È lui!... Ah,imiei presentimenti!... 

Roccalta (nervoso, seccato): Sta' tranquilla, ti pre- 
go; non mi far perdere la testa... Come vuoi 
che sia lui?... Se t'avesse seguita non avreb- 
be aspettato tanto a salire. 

Sofia : E se fosse andato a cercare le guardie?.. 
Dio! Dio! 

Roccalta (sempre più nervoso) : Ma smettila!... 
Le guardie, ora! Non ammazza più. dunque? 

Nuovo e più lungo squillo di campanello che accresce 
lo spavento di Sofia e il turbamento di Roccalta. 

Sofia (a mani giunte): Aspetta!... Si stancheran- 
no .. Andranno via!... 

(Altro squillo di campanello). 

Sofia: Non aprire, Ugo!... Non aprire! 

Roccalta: Non apro, no... Ma lasciami ve- 
dere al quadro dei numeri... Può darsi che 
suonino all'uscio di servizio. 

Sofia (con una speranza negli occhi, nella voce): Il tUO 

cameriere? 
Roccalta: No, ha la chiave... Ma il portinaio, 

un commesso, che so io... (S'avvia versola sala 
da pranzo). 

Sofia (a mani giunte): Non aprire!... Te ne scon- 
giuro!... In nome di Dio!... (Roccalta esce). 

Rimasta sola, Sofia raccoglie febbrilmente il mani- 
cotto, la borsa, il guanto rimasto sul divano, porgendo 
l'orecchio verso l'anticamera e mormorando: DÌo!... 

Dio!... 

Roccalta riappare con un telegramma in mano e 
la ricevuta che va a firmare alla scrivania. 

Roccalta: Hai visto? Te lo dicevo?... Tante 

smanie per niente! 
Sofia: Ah, che spavento !... Un telegramma?... 

Nulla di grave?... 

Roccalta: To', leggi. (Le consegnali foglio ed esce 
con la ricevuta). 

Sofia legge, poi guarda dinanzi a sé, come non 
comprendendo. Rilegge, scrollando il capo. 

Roccalta (rientrando, tornandole vicino, con aria di- 
sinvolta) : Ti sei rassicurata? 

Sofia: Non ho capito. 

Roccalta : Eppure è cosi semplice ! 

Sofia (rileggendo ad aita voce) : «Verrò prima di 
sera a vedere i ventagli... ». 

Roccalta: È Margine, il mercante, che an- 
nunzia una sua visita. 

Sofia: Senza firmare? 

Roccalta: Per economia, probabilmente. 



IL CANE DELLA FAVOLA 



25 



Sofia: Perchè vuol vedere i ventagli? 
Roccalta: Per comprarli, cara. 
Sofia: Li vendi? 
Roccalta: Se me li paga bene! 

Sofia (dopo una pausa, in preda ad un sospetto): E la 

verità?... Non m'inganni? Bada!... 
Roccalta: Sofia, il tuo sospetto m'offende!... 

(Sempre più dinsinvolto): Lo Sai che ÌO COmprO 

roba antica, ma ne vendo, anche, quando 
capita la buona occasione. L'altro giorno, 
passando dal Margine, seppi che un colle- 
zionista di ventagli, un ricco americano, ec- 
cellente pagatore, gliene aveva chiesti. Gli 
dissi che ad un prezzo conveniente mi sarei 
disfatto di alcuni dei miei, ed ecco che mi 
annunzia la sua venuta. Se mi secca è per- 
chè « prima di sera » può anche voler dire 
a momenti... 

Sofia: Mi mandi via? 

Roccalta: Come puoi pensarlo?... Ma sai che 
Carnieri t'ha attaccata la malattia del so- 
spetto?... 

Sofia : Mio marito non sospetta a torto ! 

Roccalta: E tu aspetta finché Margine ar- 
rivi! 

Sofia: Che ore sono? 

Roccalta (guardando l'orologio, prontamente): SonO 

le cinque passate. 

Sofia: Così tardi!... E devo ancora fare tutte 
le cose annunziate a casa prima di uscire... 
Passare dalla sarta e dalla modista, pagare 
una nota da Castrucci, andare da Anto- 
nietta, lasciare le carte dalla Semenossi... 

Roccalta (aiutandola a riacconciarsi) : Hai vinto 
tu!... Mi lasci a bocca asciutta! 

Sofia : A bocca, no ! (gli butta le braccia al collo e 
lo bacia sulla bocca. Riscuotendosi risolutamente): Via, 
via!... lasciami, ora... (Riafferrandosi alni): Non 

mi domandi quando tornerò? 

Roccalta: Ho bisogno di domandartelo?... 
Appena potrai! 

Sofia: E se tornassi più presto che tu non 
creda?... Fra poco? 

Roccalta (a malincorpo): Magari!... Ma come? 

Sofia: Se m'ha fatta spiare, se m'aspetta per 
cacciarmi via? 

Roccalta (ridendo forzatamente): Ah! Ah! Que- 
sta poi è nuova ! Ma procura di metterti una 
buona volta d'accordo con te stessa, cara! 
Carnieri è di quelli che ammazzano, o che 
chiamano il commissario, o che si conten- 
tano di scacciare? 

Sofia: Chi può dirlo? Lo sai tu, quando sco- 
prirà il nostro fallo? Lo sai, in che modo 
lo scoprirà? Tutto dipende dalle circostanze... 
Ma non sono tranquilla, oggi; ho il cuore 
nero... E se mi scaccia, che debbo fare? 

Roccalta : Tornare subito, naturalmente ! 

Sofia (riabbracciandolo): Crazie, Ugo; grazie!... 
Accada ora ciò che deve accadere!... Vedi 
che mi faccio coraggio?... Sono di parola, 
io!... Manterrai anche tu le tue promesse?... 

Roccalta: Su che cosa debbo giurartelo? 

Sofia: Sull'amor nostro 

Roccalta: Sul nostro amore! 

Sofia: Grazie! Addio!... (S'avvia ; poi si ferma di- 
nanzi ad uno dei vasi delle violette, lo prende, odora e 



baciai fiori): Le mie violette!... Come sono 
fresche ! . . . Non te ne scordi mai ! 

Roccalta (candidamente): Portale con te. 

Sofia: Oggi no, amore... Vorrebbe sapere, 
come l'altra volta, chi me le ha date, dove 
le ho prese, e temo di confondermi. 

Roccalta : Aspetta un momento che guardi 
dalla finestra, se qualcuno sale le scale. 

Sofia: Sì, questo si. 

Roccalta s'affaccia alia finestra, fa un cenno a Sofia 
per dirle che non si vede nessuno; poi passa nell'anti- 
camera, schiude cautamente l'uscio, sta un momento a 
guardare e ad origliare mentre ella gli si avvicina; e 
come s'accerta che neanche per le scale c'è nessuno, 
le lascia libero il passo; ella gli dà la mano che egli 
bacia, poi scompare. Dopo essere rimasto un momento 
dietro l'uscio accostato ed aver portato le punte delle 
dita alla bocca facendo il segno del bacio, egli richiude 
e rientra, con un gran gesto di sollievo. 

Roccalta : Finalmente ! . . . (Si aggira un momento 

per la sala; si ferma soprappensieri; poi si stringe nelle 
spalle): Insomma!... (Va alla scrivania, prende il 
telegramma, lo rilegge con un sorriso di trionfo, lo serba 
in tasca fregandosi le mani) : A noÌ!... (Guardando 
l'orologio): Le quattro e mezza!... (Affacciandosi 
all'uscio della sala da pranzo): Romolo ! 



III. 



Romolo (di dentro) : Comandi ! 

Roccalta: Quando sei rientrato? 

Romolo (apparendo sulla soglia): Da ciaque mi- 
nuti, signor conte. 

Roccalta : Hai fatto tutte le commissioni ? 

Romolo: Tutte. Il sarto dice che domani man- 
derà ogni cosa. Il camiciaio avrà finito sa- 
bato. 

Roccalta: C'era nulla in portineria? 

Romolo: I giornali. 

Roccalta: Va bene. 

Romolo (dopo una pausa, discretamente): Debbo ras- 
settare in camera? 

Roccalta: No, non occorre. 

Romolo (dopo un'altra pausa) : Il signor conte 
prende lo zabaione con due o con tre uova? 

Roccalta: Niente zabaione per ora... (Cerca un 

mazzo di chiavi e glielo consegna): Prendi piuttOStO 

la scaletta a mano, e tira fuori le scatole dei 
ventagli. 
Romolo: Subito, signor conte. 

Roccalta (passa in camera da letto; Romolo nell'an- 
ticamera, da cui torna con una scaletta a mano che di- 
spone dinanzi ad un armadio, dopo averlo dischiuso). 

Roccalta (di dentro): Sai dove sono posti? 
Romolo: Sissignore. Sono due scatole, una 
grande ed una piccola. (Tra sé): Novità, oggi... 

(Trae una scatola grande dallo scaffale e scende a de- 
porla sulla scrivania). 
Roccalta (affacciandosi sull'uscio in manica di camicia 
e con uno spruzzatolo in mano, col quale si profuma 

i capelli): Bada di non lasciarla andare per 
terra. 
Romolo : Il signor conte si può fidare di me. 

Roccalta (rientra in camera; Romolo risale sulla sca- 
letta a prendere un'altra scatola più piccola). 

Romolo (tra sé) : Si aspetta qualche altro an- 
tiquario... 



26 



LA LETTURA 



ROCCALTA (riapparendo mentre s'infila uneleKatite re- 

dingotew Ora puoi andare... Un momento!... 
Guarda che aspetto una visita. 

Romolo: Sissignore. 

Roccalta: Introdurrai qui la signora; poi 
aspetterai d'essere chiamato, se avrò bi- 
sogno. 

Romolo: Benissimo. Se venisse gente il si- 
gnor conte non sarà in casa. 

Roccalta: Naturalmente. 

Romolo: Stia pur sicuro. (Ksce». 



IV. 



Rimasto solo. Roccalta guarda un'altra \oUa l'oro- 
logio, poi trae dallo stipetto, dove le aveva riposte, le 
fotografie femminili e le ridispone come prima sui mobili. 
Si guarda ad uno specchio, s aggiusta la cravatta, s'ar- 
riccia i baffi, torna ad affacciarsi alla finestra, va ad 
attizzare il fuoco nel caminetto, porge l'orecchio al ru- 
more d'una carrozza, corre alla finestra): E' lei !... In 
carrozza padronale!... (l-'a per passare in antica- 
camera, i)oi si ferma, torna indietro, va alla scrivania, 
finge di sfogliare un incartamento. 11 campanello ha 
squillato: si vede Romolo, in livrea, traversare l'anti- 
camera e schiudere l'uscio). 
L.V Marchesa (entrando in anticamera): Il COnte è 

in casa? 
Romolo: Sissignora, favorisca d'accomodarsi. 

La Marchesa isenza inoUrarsI, s(iuadrando il servo): 

Mi conoscete dunque, amico mio? 

Romolo (confuso»: Signora no... 

La Marchesa: Allora fate il piacere d'annun- 
ziare la marchesa di Frassinoro. 

Romolo (entrando in sala ed annunziando sonoramente): 

La signora marchesa di Frassinoro!... (Si 

trae da parte per far largo all'enorme cappellone im- 
pennacchiato che la marchesa porta sull'abito d'una 
eleganza straordinaria). 

Roccalta (balzando in piedi all'annuzio e andando in- 
contro alla visitatrice): Oh! Voi, marchesa!... 
Che piacere!... Ma vi prego!... (Appena Ro- 
molo è scomparso inchinandosi e chiudendo la vetrata, 
prende le mani di lei, le stringe forte, esclama su tre 
toni gradatamente sempre più alti): Grazie!... Gra- 
zie! ! Grazie! !!... 

La Marchesa (guardandolo da capo a piedi, dietro 

l'occhialino): Xon mi pare. 

Roccalta: Che cosa? 

La Marchesa: Che ci sia da professarmi tanta 
gratitudine. 

Roccalta: Ma come?... Voi appagate il mio 
voto più fervido, traducete nella realtà il 
mio sogno più folle, e non volete che ve 
ne ringrazi piegando i ginocchi? (Fa latto). 

La Marchesa (|x>rgendogli la destra per rialzarlo): 

Sentite, prima di tutto non v'inginocchiate, 
se non volete essere ridicolo. Poi lasciatevi 
ripetere che non mi dovete nulla. Sarò io 
quella che vi dovrà ringraziare quando m'a- 
vrete fatto vedere le belle cose che m'avete 

decantate. ((>uardaiidoHÌ attorno, avvicinandosi agli 

«affaiii: Ne vedo già di bellissime... 
Roccalta: Ma se non credo ai miei occhi!... 
Se mi par di sognare!... Se quando ho ri- 
cevuto il vostro telegramma... 

La Marchesa (aKKÌrand<ifti |N.-r il Halotto, curiosando): 

Che cosa facevate quando riceveste il tele- 
granuna? 



Roccalta: Pensavo a voi! Vi vedevo, vi par- 
lavo, popolavo della vostra immagine pro- 
digiosa questa mia solitudine! 

La Marchesa ifonnandosl curiosamente dinanzi alle 

fotografie): Quanto ad immagini, mi pare che 
il vostro salotto non ne patisca penuria ! 
((ruardando i vasi): E neanche di fiori!... 

Roccalta (sfrontato) : Sono stati mietuti per voi ! 

La Marchesa: Grazie!... E chi sono tutte 
queste belle creature? 

Roccalta: Non le guardate... Sono indegne di 
fermare la vostra attenzione... 

La Marchesa: Ma niente affatto!... Vedo qui 
il ritratto di Daria Dari, della Biagi-Mus- 
sini, della Streiner, di tante attrici e can- 
tanti che ammiro.,. Con dediche autografe, 
anche!... Questa non è la celebre Magenta, 
la Vittoria di Magenta? 

Roccalta (s(ies4;nosamente) : Dite la famosa, se 
mai... 

La Marchesa: Siete purista e puntano 

oggi!... Ho visto in anticamera i ritratti dei 
vostri predecessori. Questa sarebbe una gal- 
leria delle mie... come suggerisce la Cru- 
sca?... delle mie precorritrici... 

Roccalta (in tono di addolorata protesta) : Credete 
che se queste donne fossero state mie amanti, 
ne terrei i ritratti esposti alla curiosità dei 
primi venuti? 

La Marchesa (additando sé stessa): E delle pri- 
me venute... La vostra casa è veramente 

troppo ospitale. (Si accomoda sul divano, stende i 

piedi verso il caminetto): Il cameriere mi lasciava 
passare senza sapere chi fossi! 

Roccalta: Aveva bisogno di chiedervi il no- 
me, per comprendere che è quello di una 
creatura eletta, in cui si adunano tutte le 
superiorità, tutte le nobiltà, tutte le squi- 
sitezze ? 

La Marchesa: Grazie, per me e per il vostro 
cameriere. Il suo gusto dev'essersi afiìnato, 
naturalmente, introducendo presso di voi 
tante belle creature. Ditemi un po': quando 
esporrete anche la mia immagine, mi userete 
almeno il riguardo di non metterla accanto 
ad una troppo bella, da cui io resti schiacciata? 

Roccalta: Donna Giulia!... Come potete pen- 
sare!... Il vostro ritratto lì, messo in mostra, 
sfacciatamente!... Ma se avessi il vostro ri- 
tratto, lo serberei come l'avaro serba il suo 
tesoro, lo chiuderei dove nessuno potrebbe 
trovarlo; io stesso avrei scrupolo di gettarvi 
troppo spesso lo sguardo, per paura che la 
stessa luce me lo sfiorasse... (Con nuovo slancio): 
E poi, quand'anche, una sola di queste donne 
vi si potrebbe minimamente paragonare?... 
Ma la più bella morrebbe d'invidia, d'umi- 
liazione, di avvilimento, se sapesse di do- 
vervi stare vicino. (Con enfasi semi^re maggiore): 

Voi non possedete soltanto la bellezza, la 
simpatia, la grazia: esercitate anche un fa- 
scino possente e irresistibile, un sottile e 
misterioso incanto; voi ammaliate, turbate, 
impaurite; voi siete una di quelle creature 
dinanzi alle quali si resta immobili, an- 
nientati... 
La Marchesa: E ammutoliti. Si vede. 



IL CANE DELLA FAVOLA 



27 



ROCCALTA (dopo una pausa, un poco smontato, in tono 

di discreto rimprovero): Perchè vi prendete giuoco 
di me? 

La Marchesa: E voi a quante altre donne 
avete ripetuto le stesse formule? 

Roccalta : Siete troppo intelligente perchè 
crediate sul serio che io reciti una lezione, 
a mente fredda... 

La Marchesa : Poniamo che la recitiate a men- 
te calda. Siete troppo intelligente da credere 
che io creda d'esser la prima a produrre 
tanto effetto su voi. 

Roccalta: Ho amato altre donne prima di 
conoscervi: vorreste che cominciassi a questa 
tenera età? Ma nessuna come voi, mai! E 
qualunque possa essere il mio passato, non 
me lo rimproverate, se m'ha fatto come 
sono. Così come sono, non vi dispiaccio, 
Giulia: voi non sareste venuta oggi qui, se 
vi dispiacessi. 

La Marchesa : Io sono venuta a vedere i 
ventagli. 

Roccalta : Eccoli lì ! Ma ditemi prima, dite : 
siete venuta anche un poco per me, è vero? 
Se vi fossi odioso non sareste venuta! 

La Marchesa: Voi volete escludere l'odio 
per includere il suo contrario, e questo è 
l'errore. L'odio non c'entra, ma neanche 
l'amore. 

Roccalta: No? Niente? Neanche un tantino? 

La Marchesa: E come non sarei venuta in 
casa vostra se non vi potessi soffrire, così 
non vi sarei venuta neanche se vi amassi. 

Roccalta : Non vi sareste venuta ? 

La Marchesa: Per vedere i ventagli?... An- 
diamo, Roccalta : modestia a parte, siamo 
entrambi persone superiori ; mettiamo dun- 
que carte in tavola. (Riaccomodandosi meglio nel 
canto del divano, incrociando una gamba sull'altra, li- 
sciando con la mano guantata il vello del manicotto) : 

Ecco qua: voi dite d'amarmi come non avete 
amato mai: va bene? Ma come volete ch'io 
creda a questa vostra straordinaria passione, 
se non v'ha fatto ancora capace di compren- 
dere il mio carattere? 

Roccalta (trionfalmente): Ciò vi provi l'intensità 
del mio sentimento ! Per conoscere una per- 
sona bisogna mettersi a studiarla, fredda- 
mente, pienamente padroni di sé ! 

La Marchesa : Vi poneste mai a studiare 
qualcuno di cui non v'importasse? 

Roccalta : Altra cosa è l'interesse, altra la 
passione ! 

La Marchesa: Differenza di grado. 

Roccalta : Differenza di qualità ! L' interesse 
è lo speculatore che procede per indagini, 
per ragionamenti, per calcoli; la passione è 
la poesia che si giova di speranze, di lu- 
singhe, di illusioni. 

La Marchesa: Siete anche poeta? 

Roccalta: Quando una musa m'ispira! 

La Marchesa: Non vi specializzate nel ma- 
drigale. E' un genere che apprezzo medio- 
cremente. 

Roccalta (premurosamente, con luiovo fervore) : Che 

cosa vi piace ? Quali sono i vostri gusti ? 
Che debbo fare per piacervi ? 




« Romolo : La signora marchesa <li Frassinoro. » 

La Marchesa: Non lo avete capito? 

Roccalta: Io no. Sono troppo appassionato 
e disinteressato ad un tempo. 

La Marchesa: Ora non capisco io. 

Roccalta: E' molto semplice, Giulia! Potrei 
esser certo di soffrire per voi quanto si può 
soffrire umanamente, ed accetterei con gioia 
ogni pena, ogni dolore, ogni tortura ! Che 
m'importa dunque sapere come siete real- 
mente? Sarebbe necessario, ad un altro, per 
discoprire il vostro lato debole, per cono- 
scere da qual parte e con qual arte attac- 
carvi; a me, no : io non posso fare di simili 
strategie. Se non m'insegnate voi come giun- 
gere al vostro cuore, mai più ne saprò tro- 
vare la via. 

La Marchesa: Debbo insegnarvela proprio 
io?... E va bene!... Non direte poi che non 
sono condiscendente!... Che opinione avete 
di Napoleone Bonaparte? 

Roccalta (sobbalzando): Di Napoleone?... Che 
c'entra Bonaparte ? 

La Marchesa : Non interrogate ! Pensate a 
rispondere. 

Roccalta: Ma, non saprei... Certamente, Na- 
poleone fu un genio... 



28 



LA LETTURA 



La Marchesa: Lasciamo stare il genio. Pro- 
fessò l'arte della guerra contro voglia, forzato, 
recalcitrante? Si pentì d'averla esercitata? 

Roccalta: No, che diamine!... 

La Marchesa: Sapete di certi suoi biografi 
che vogliono gabellarlo come antimilitarista e 
cjuasi gli attribuirebbero un postumo premio 
Nobel per la pace? 

Roccalta: Paradossi! 

La Marchesa: Sapete che alcuni scrittori ci 
danno un Nerone bonario, una Lucrezia Bor- 
gia eccellente madre di famiglia?... 

Roccalta: Acrobatismi del giudizio! Come gli 
acrobati, cotesti critici hanno il loro punto 
d'appoggio, perchè nessuna creatura umana 
è tutta d'un pezzo... 

La Marchesa: Ma la fama non mente, è 
vero?... Ora, sapete voi la fama di cui, di- 
ciamo così, godete? 

Roccalta : Io sono un uomo troppo oscuro 
perchè la fama si occupi di me. 

La Marchesa (con un gesto vivace delia destra, come 
per far girare qualcuno da quel fianco) : A destra, 

Roccalta, a destra... 
Roccalta: Come sarebbe a dire? 
La Marchesa: Non vi debbo mettere sulla 
buona strada per arrivare al mio cuore? Vi 
ho chiesto d'esser sincero, vi ho fatto capire 
quanto più chiaramente ho potuto che de- 
testo le ipocrisie, e mi venite innanzi am- 
mantato di modestia, come una mammola; 
voi che fate, non so bene da quanto, le spese 
della cronaca cittadina, col museo raccolto 
nella vostra casa, coi duelli che avete soste- 
nuti o testimoniati, con le signore che avete 
avvilite, con le cocottes che avete nobilitate... 

Roccalta: «Denari e santità»... o il suo 
contrario... « metà della metà »... Riducete 
anche al quarto, od al quinto ed al sesto, 
la diavoleria che mi attribuiscono, e sarete 
ancora lontana dal vero. 

La Marchesa: Riduciamo pure. Del resto, il 
numero dei vostri... stavo per dire amori!... 
il numero delle vostre avventure non im- 
porta. Dirò come voi : non è questione di 
quantità, ma di qualità. Voi siete quel che 
si dice un Don Giovanni... 

Roccalta: Ahimè! 

La Marchesa: Un seduttore irresistibile. 

Roccalta: State toccando con mano che non 
è vero! 

La Marchesa: Mi correggo: molto pericoloso. 
Nessuno sa dire con precisione quante donne 
avete distolte dai loro doveri... 

Roccalta: Perchè non ne avevano un senti- 
mento molto saldo. 

LaMarCHESA (ripetendo il gesto di poco innanzi con 

u sinistra): A sinistra, a sinistra!... Non ci 
siete, caro Roccalta. Se v'immaginate di 
riuscire più seducente negando la vostra re- 
sponsabilità nella caduta delle vostre amanti, 
attribuendola alla loro disposizione viziosa, 
siete in un altro gravissimo errore. Quando 
viene un terremoto, le case costruite molto 
solidamente resistono, ma non perchè le più 
deboli rovinano, si deve perciò dire che sono 
precipitate da sé. 



Roccalta (gravemente): Io non nego nulla, non 
rinnego nessuno... Ho pagato il mio scotto, 
sapete, di amarezze, di angosce, di pianto. 

La Marchesa (traendo comicamente un sospiro di 

soddisfazione): Ah, ecco : COSÌ va bene!... Io 
credo, vedete, che per piacermi veramente 
sarebbe bastato... 

Roccalta: Che cosa? Dite, Giulia; dite... 

La Marchesa: Che vi avessi visto piangere... 

Roccalta: Non me ne credete capace? 

La Marchesa: Io no. 

Roccalta: Continuate a trattarmi cosi, e ve- 
drete ! 

La Marchesa: Oh, intendiamoci! Non nego 
che possiate piangere di dispetto, o di rab- 
bia, o di scorno; met^o in dubbio la vostra 
capacità di commuovervi per un sentimento 
di tenerezza, di dolcezza, di bontà... 

Roccalta (conglungendo le mani in atto di dolorosa 

meraviglia): Mi giudicate tanto diabolico?... 
Chi vi ha parlato così di me?... Io posso 
avere sciupata la mia vita a tutto mio dan- 
no, ma non avrei chiesto di meglio che vi- 
verne una interamente diversa, di studio, 
di raccoglimento, di sentimenti sereni e du- 
raturi. Vedete: se mi sono attorniato di 
cose belle, se ho messo insieme questo che 
voi vi degnate di chiamare museo, bisogna 
pur dire che tutto non fosse frivolo in me, 
che io prevedessi di poter tramandare que- 
sto tesoretto ad un figlio mio, procreato con 
una donna mia, perpetuante il mio nome 
ed il mio sangue... Invece, quando sarò 
morto, il martello di un perito, in una pub- 
blica asta, lo disperderà a pezzo a pezzo. 

(Con una commozione in parte sincera): Ho Com- 
pito il mese scorso quarantadue anni, la 
bionda luce del meriggio diventa rossore 
caliginoso di tramonto, fra breve verrà il 
grigio del crepuscolo, il buio della notte, e 
allora mi ritroverò solo, cieco, assiderato, 
a brancolare fra le tenebre fitte... 

La Marchesa (con interesse sincero) : Chi vi ha 
costretto a ridurvi così ? 

Roccalta: La mia disgrazia, la mancata pro- 
tezione materna, la galera del collegio dove 
mio padre mi chiuse alla sua vedovanza, 
una falsa idea della vita acquistata attraverso 
i libri che lessi e i discorsi che udii lì den- 
tro, i primi baci venali ed avvelenati, la 
corruzione... lasciatemi dire!... (prende la destra 

di lei. chiusa in un guanto bianco e lungo come quello 
di Sofia Carnieri, con lo stesso numero di bottoni, e 
comincia a sbottonarlo, stordendola con le parole) : La 

corruzione della prima donna che non pagai 
con denaro, un intricato complesso di cause 
tristi e maligne, contro cui avrei dovuto 
reagire, di cui avrei dovuto, è vero, trion- 
fare; ma non ne ebbi la forza, lo confesso; 
ed è anche vero che nessuno mi stese la 

mrnO... (Sempre più supplichevole ed eloquente, men- 
tre ella, accortasi del tentativo, fa l'atto di ritirare la 

mano): Lasciatemi la vostra mano!... Che vi 
fa?... Così avessi potuto afferrarmi ad essa 
quando ne cercavo una altrettanto bella, 

leale e soccorrevole... (Riuscito a sfilare il guanto, 
le. butta da canto sul divano, riprendendo fervidamente): 



IL CANE DELLA FAVOLA 



29 



Se sapeste!... Quando stringo la vostra mano 
nuda mi pare che mi prendiate tutto il brac- 
cio, tutto il petto, tutta la persona; ch'io 
m'inabissi e sprofondi in voi... Avete ra- 
gione, sì, di diffidare del mio passato: il 



ma senza cruccio, anzi con un sorriso d'indulgenza) ; 

Indietro!... Indietro!... Sbagliate ancora la 
via, Roccalta!... 

ROCCALTA (dopo averla guardata a lungo negli occhi, 
interdetto, esitante, dolente, prendendosi una mano nel- 
l'altra) : Avete detto e he bisogna essere sin- 
ceri... E insistete in questo giuoco crudele! 

La Marchesa: Ma non è un giuoco!... Vi 
ho promesso di avvertirvi quando sbagliate: 
mantengo la parola ! 

Roccalta: Perchè siete venuta qui, allora? 

La Marchesa (cantilenando): Per vedere i ven- 
tagli!... 

Roccalta: Questa è la vostra sincerità? 

La Marchesa : Se ne dubitate vuol dire che 
non arriverete mai a conoscermi. Mi credete 
donna capace di mendicare un pretesto con 
me stessa, il giorno che volessi darmi a voi? 




< Roccalta : Io sono un 
uomo troppo oscuro perchè 
la fama s'occupi di me. » 



pentimento vero, il pentimento grande e 
inconsolabile è quello d'oggi, dinanzi ad 
una creatura come voi, che mi rivela il 
mondo degli affetti puri e santi, che avrei 
voluto incontrare quando potevo farne la 
regina della mia casa, la donna mia... 

La Marchesa (sottilmente ironica): Senza pericolo 
che andassi poi a vedere i ventagli antichi 
in casa d'un altro? 

Roccalta (con nuovo calore) : Con qualunque pe- 
ricolo!... Ad ogni costo!... (stringendosi a lei, 
riprendendole la mano, abbracciandola) : Tu puoi 

fare di me ciò che vuoi, Giulia, bellezza, 
amore!... 

.La Marchesa (svincolandosi, alzandosi, risolutamente 



Roccalta (con una nuova speranza) : Siete venuta 
soltanto per i ventagli? 

La Marchesa: Soltanto, no. Anche perchè 
m' interessate; perchè, contrariamente alla 
vostra teoria, io ho bisogno di conoscere le 
persone prima di... 

Roccalta: Prima di?... Dite, dite: prima di?... 

La Marchesa: Precisamente: prima di amarle: 
siete contento?.,. Ora, se avessi prestato 
fede a ciò che si dice di voi, ne avrei sa- 
puto abbastanza e non avrei messo i piedi 
in casa vostra. Ma io sono abituata a giu- 
dicare e a regolarmi con la mia testa e non 
con quella degli altri, e poiché pare che la 
vostra casa sia una specie d'antro del leone, 



30 



LA LETTURA 



ho voluto entrarvi perchè non ho paura del 
pericolo, e per cercare intorno a voi qual- 
che cosa che mi riveli il vero esser vostro. 
Rocca LTA (scrollando il capo): Che volete che vi 
dicano queste cose mute ed inerti, quando 
non credete alla mia viva parola ? 

La Marchesa (guardando in sìr» le raccolte d'arte): 

(Jueste cose sono anzi eloquentissime. 
Roccalta (premurosamente): E che vi hanno detto? 
La Marchesa (ironica, canzonatrice) : Che siete 

collezionista... 

Roccalta (alzandosi, seccato, in atto quasi di srida) : 

Ma, e poi.> 

La Marchesa: Come, e poi? 

Roccalta : Non lo siamo tutti ? Chi non ha 
fatto una collezione in vita sua? Non avete 
fatto anche voi le vostre? 

La Marchesa: Di che? 

Roccalta: Ma... di francobolli, di cartoline 
illustrate... di vittime? 

La Marchesa : Perchè non avete detto di 
amanti ? 

Roccalta: Perchè non è la stessa cosa. Gli 
amanti si possono anche procurare, le vit- 
time si fanno sempre inconsapevolmente. 

La Marchesa (con un sorriso di ringraziamento lie- 
vemente sardonico): l'arò allora anch'io una di- 
stinzione: tra il calcolare, con maggiore o 
minor compiacimento, di aver raggiunto un 
certo numero, e lo smaniare per accrescerlo 
continuamente, ad ogni costo... Io non vi 
chiedo di dirmi a quante sommano le vo- 
stre amanti; ma poniamo che ne abbiate 
avute quante dicono che ne avesse il duca 
di Lauzun: sessantadue... Mi pare di fare 
le cose abbastanza largamente e di non offen- 
dervi col paragone... Orbene : l'idea di essere 
il numero sessantatrè, o un altro più o meno 
grosso, vi confesso che mi seduce poco... 

Roccalta: Nulla vi dimostrerà, mai, la mia 
sincerità?... Come credete possibile che si 
abbia per voi un semplice capriccio, un de- 
siderio fugace, un appetito volgare? Non 
avete fede in voi stessa, nella vostra capa- 
cità di dominare il destino di un uomo ? 

La Marchesa: Ne ho tropi)o i)Oca negli altri, 
e particolarmente nella vostra di essere do- 
minato. 

Roccalta: Mettetemi ;illa prova! 

La Marchesa (avvicinandosi ad osservare i ritratti) : 

Chi è, fra tutte queste regine del palcosce- 
nico, della galanteria, della moda, quella 
che dovrei spodestare? 

Roccalta: Nessuna, Giulia: ve lo giuro! 

La Marchesa: Non giurate, vi ho detto! Se 
giurate, penserò che il suo ritratto non sta 
tra quelli esposti. 

Roccalta: Non è neanche tra quelli serbati. 

La Marchesa: Allora non ve lo ha dato. 

Roccalta (dopo una |.ausa): Non giurerò, poiché 
non volete; ma da quando vi conosco una 
sola immagine mi sta nel cuore: la vostra. 

La Marchesa: Vi faccio osservare che mi 
conoscete da Viareggio. Un anno è passato, 
durante il quale ve ne siete sUto perfetta- 
mente tranquillo. 

Roccalta: Che ne sapete? Voi mi siete apparsa 



nella crisi della mia vita, quando cominciai 
a dubitare di tante cose a cui avevo prima 
creduto... Forse... guardate fino a che punto 
voglio essere sincero... forse voi stessa, con 
tutta la potenza del vostro fascino, non mi 
avreste fatto ricredere, in altra età, quando 
mi pareva, sì, che il mondo fosse creato 
unicamente per il mio piacere... Ma voi mi 
siete apparsa sulla via di Damasco, e da 
quel momento avete fatto di me un altr'uomo. 
lo ho rinnegato il mio passato... 

La Marchesa: Lo avete rinnegato? 

Roccalta (solennemente): Interamente, per sem- 
pre. Ho sciolto ogni legame, ho purificato 
la mia vita. Non potendo più fare che que- 
sto mio amore per voi fosse il primo ed il 
solo, ho voluto, voglio che sia l'ultimo ; e 
credetemi, ...credimi, Giulia: la verità ha 

un accento che non inganna 

Si ode ad un tratto squillare il campanello: un solo 
squillo, ma lungo ; Roccalta sussulta, in preda a un 
gran turbamento. 

La Marchesa (tranquillamente, e quasi esilarata dalia 

contrarietà di lui): Che avete?... Suonano!... Ho 
sonato anch'io!... Qualcuno sarà... 

Roccalta: Chiunque sia, state pur certa che 
non entrerà qui. 

L.\ Marchesa : Ma io non ho paura dì nes- 
suno, sapete!... E il vostro cameriere non 
ode, o ha la consegna di fare il sordo ? 

RocCALT.\ (tendendGl'orecchio verso l'anticamera): Ec- 

colo che apre... 

(Si ode la voce di Ro.molo dire): Il signor COnte 
non è in casa... (e poco dopo ripetere, di risposta 
qualche cosa che non si è udita) : Le garantisco, è 

uscito.... 

K occulta rassicurato, per profittare del momento pro- 
pizio, cerca di indurre la marchesa a seguirlo in ca- 
mera da letto, dicendo con tono fra di autorità e di 

esortazione): Venite dì là, fatemi il piacere!... 

La Marchesa (senza muoversi dai suo posto) : Ma 

niente affatto. Stiamo bene qui. Che fac- 
ciamo dì proibito ? 

Roccalta : Avete ancora voglia di scherzare, 
a quest'ora ? 

La Marchesa : E poi il vostro cameriere mi 
pare troppo bene, stylé per lasciar passare 
qualcuno... dell'uno o dell'altro sesso... 
mentre sa che siete occupato... 

Due colpi sono picchiati discretamente all'uscio della 
sala da pranzo. Roccalta, in preda a una sempre più 
viva e visibile contrarietà, va ad aprirlo. 

V. 

Roccalta (a Ro.molo che appare sull'u.scio, sottovoce 

ma irritaiissimo) : Ti avevo Ordinato... 

Romolo (sottovoce anch'egli, costernato, ma come co- 
stretto da un dovere indeclinabile) : Mi voglia Scu- 
sare!... Ho detto tre volte che il signor 
conte non è in casa, che l'ho visto uscire 
coi miei occhi... 

Roccalta (c. s.): Non ricevo nessuno!... Metti 
fuori chiunque! 

Ro.molo (chinando il capo e aprendo le braccia): Im- 
possibile, signor conte... E' il signor Alberto 
Garnieri ! 

Roccalta rimane soprafTatto dallo stupore e dal tur- 
bamento, poi si volta a guardare verso la marchesa, che 



IL CANE DELLA FAVOLA 



31 



è rimasta seduta al suo posto, con una gamba accaval- 
cata sull'altra, e imprime al piedino sospeso per aria 
un moto vivace e impertinente. 
Romolo (sempre sottovoce e in tono rispettosamente 

persuasivo) : Sostiene che il signor conte de- 
v'essere in casa... vuole che m'accerti... è 
deciso ad aspettare... 

La Marchesa (dai suo posto, come presa da un pic- 
colo scoppio di tosse): Uhm, uhm... 
ROCCALTA (decidendosi, a Romolo, piano): Lascialo 

entrare in sala da pranzo... (Tornando presso 

la marchesa, con aria che vuol esser franca e sicura) : 

Scusate, donna Giulia!... E' una persona 
che non posso mandar via... Se non vi fa 
nulla che la riceva un momento... 

La Marchesa : Fate il vostro comodo, vi prego. 

Roccalta: Ma è inutile che vi trovi qui, non 
vi pare? Non facciamo niente di male; ma 
volete proprio che ridicano di avervi vista 
in casa mia? 

La Marchesa (con intenzione) : Dite piuttosto 
che non debbo vedere io questai persona.... 

Roccalta: Ma no, ma niente affatto!... Non 
ho secreti da nascondere!... Volete assistere 
al nostro colloquio ? 

La Marchesa: Grazie, non ci tengo. 

Roccalta: Non avrete paura allora d'entrare 
un momento in camera mia ? 

La Marchesa : Paura di niente, caro Roccalta. 
Il meglio però sarebbe che me ne andassi. 

Roccalta (scongiurando, fervidamente): Xo, Giu- 
lia!... Non mi lasciate così!... Aspettate un 
momento che mi liberi di costui. Ve ne an- 
drete subito dopo : che vi fa? Non mi lasciate 
così!... Ditemi di sì!... Siate buona!... (idendo 

rumore di passi in sala da pranzo, con più calore) : 

Aspettate di là, ve ne scongiuro! Cinque 
minuti e sarò da voi... Che vi fa?... 

La Marchesa raccoglie tranquillamente il manicotto 
ed il guanto, si stringe nelle spalle e passa nella camera da 
letto, accompagnata da Roccalta, il quale ne chiude 
l'uscio dietro di sé, rientrando nel salotto e dirigendosi 
alla sala da pranzo. 

VI. 

Carnieri (dalla saia da pranzo, bruscamente): Ed 

imparate ad essere meno cocciuto, un'altra 
volta : avete capito ? 

(Prima che Roccalta passi nella sala da pranzo. 
Carnieri entra nel salotto, col cappello in testa, senza 
salutare l'amico, continuando ad esclamare) 

Garnieri: Ci vuole una bella faccia tosta, ci 
vuole!... (A Roccalta): Pretendeva che tu 
fossi fuori!... Voleva assicurarmi d'averti 
visto uscire con i suoi propri occhi, capisci?.., 

Roccalta (piano, per paura che la marchesa possa 
udire, e restando vicino all'uscio della sala da pranzo): 

Romolo non aveva interamente torto... Mi 
vide uscire, stamani; sapeva che avrei fatto 
colazione fuori... Ma poi sono rientrato ed 
ho passato il pomeriggio in casa. 

Carnieri (che si è aggirato per il salotto, guardando 
da per tutto, decidendosi a levarsi il cappello, e cer- 
cando dove posarlo, vede sul tavolino il vassoio con la 
rosoliera): Non Solo, probabilmente... (Prende 
in mano la bottiglia, ne legge il cartellino e la ripone 

al suo posto): Questa è la distilleria di cui mi 
chiedesti l'indirizzo... Buona V anisette: è 



Roccalta: Eccellente. 

(Vedendolo allontanarsi dal tavolino, Roccalta che è 
stato in preda a una secreta inquietudine, si rassicura ; 
ma Carnieri ritorna presso il vassoio). 

Garnieri: E un solo bicchierino adoperato!... 
Abbiamo bevuto i suoi pensieri !... 

Roccalta (con un sorriso sforzato): Ma no, ti as- 
sicuro... Un sorso: vuoi. 

Carnieri (stropicciandosi le mani, mostrando i denti 

in un sorriso sarcastico): Eh via!... Dà a berla 

a lei, ma non a me!... (Riprendendo ad esplo- 
rare per il salotto e sogguardando di tratto in tratto 
verso l'uscio chiuso della camera da letto, con aria d'in- 
telligenza ironica) : Qualche cosa di buono?... 
Roba fine, eh?... Un boccone prelibato?... 
Perciò ti tappi in casa, da un certo tempo 
in qua, e sei diventato introvabile!... 
Roccalta (con voce più aita e franca) : Mi tappo 
in casa?... Ma quando mai?... Sei tu che non 
ti lasci più vedere!... (Più forte ancora, perchè la 

marchesa possa udire) : Io faccio Sempre la stes- 
sissima vita. Non ho nulla da nascondere a 
nessuno... 

Carnieri (con tono più sottilmente insinuante, voltan- 
dosi a guardarlo in faccia): Nulla?... Proprio?... 
Andiamo !... 

Roccalta: INIa t'assicuro!... Lo sai che con 
te non ho mai avuto secreti!... E si può sa- 
pere che vai cercando?... Non mi pare che 
tu abbia perduto nulla, nei tre minuti da 
che sei qui ! 

GaRNIP:RI (chinandosi a un tratto dietro il divano e 
raccogliendo qualche cosa): Non ÌO... 

Ha raccolto il guanto della moglie : lo guarda atten- 
tamente, lo distende per calcolarne la lunghezza e con- 
tarne i bottoni, lo rivolta per vedere se vi è impresso 
il numero di misura ; ma il risultato dell'esame non gli 
si può leggere sul viso impenetrabile. 

Garnieri (con voce fredda e calma) : Tu, vedi, fai 
come il tuo cameriere: ti ostini a negare a 
sproposito... Non avevo ragione io?... La 
signora ha perduto un guanto. 

Roccalta (un poco confuso, con aria di finta curiosità): 

Che è? Un guanto?... (Stendendo la mano): La- 
scia un po' vedere... 

Carnieri (ritraendo la mano con cui tiene il guanto) : 

Ah, no!... L'ho trovato io, e lo tengo, per 
il momento... Non ti pare che mi tocchi una 
mancia competente?... Sarò discreto: mi 
accontenterò del piacere di restituirlo io stes- 
so alla signora che è di là... 

Roccalta (riacquistando la padronanza di se stesso 
all'idea del pericolo, piano, ma fermissimamente) : Al- 
berto!... Abbassa la voce, ti prego!... Che 
ti salta ora per il capo?... Se anche di là 
vi fosse qualcuno... 

Carnieri: Se anche vi fosse!... 

Roccalta: Rammentati, insomma, che sei in 
casa mia!... 

Garnieri (con freddo sarcasmo) : Non lo metto in 
dubbio!... Ma appunto perchè siamo in casa 
tua, perchè non hai secreti con me, puoi 
permettermi di restituirle il suo guanto... 

Roccalta: E' una persona che non vuol es- 
ser vista, ti dico! 

Carnieri (con voce fredda, con accento incisivo): Ah,. 

no, non vuole? 



32 



LA LETTURA 



Roccalta: Che non ti voglio lasciar vedere, 
insomma ! 

Carnieri: Il tuo permesso è inutile... La si- 
gnora non passerà la notte in camera tua, 
suppongo... Aspetterò che esca... (Si mette a 

sedere sopra una seggiola, accanto all'uscio della ca- 
mera da letto). 

Roccalta (duramente, forte): Alberto!... E' un 
pezzo che non ti capisco!... Ti dico che non 
la vedrai... 

Carnieri: E' inutile, caro mio, prenderla su 
quel tono... Se anche tu mi facessi mettere 
alla porta, la vedrei lo stesso, aspettandola 

fuori... Tranne... (alzandosi e mettendo le mani 
avanti, con atto d'improvvisa discrezione, di esagerata 

delicatezza): Tranne che io non debba veder- 
la... che si tratti di un contrabbando... di 

caccia riservata... (L'uscio della camera da letto si 
apre ad un tratto: la marchesa appare. 

VII. 

La Marchesa (squadrando lo sconosciuto dietro l'oc- 
chialino, da capo a piedi, e rivoltandosi al padrone di 
casa, con lin sorriso pieno di sottintesi) : ScUSate, 

Roccalta!... Perchè non volete presentarmi 
il signore?... Vi avevo pur detto che non 
era il caso di nascondermi... 

Roccalta (sforzato, nominando solo Carnieri): Il si- 
gnor Carnieri... 

Carnieri (che è rimasto come inipetrito all'improvvisa 
apparizione, tornando in sé, mentre un'espressione gio- 
conda, un sorriso di compiacimento gli si diffondono in 
viso, tratto in inganno dalla presentazione unilaterale, 
dalla spavalderia della marchesa, dal suo abito vistoso): 

Chiedo scusa alla signorina... ed anche a te, 
Ugo!... Ma come potevo rinunziare ad am- 
mirare la bella manina così ben modellata 

da questo guanto?... (Lo porge piegandosi in due, 
con esagerata galanteria). 
La Marchesa (con un sorriso d'indulgenza, a Roc- 
calta): Come scusa e come complimento, non 

c'è male... (Trae dal manicotto la destra ancora nuda e 
la distende). 
Carnieri (rimasto a capo chino, aspettando che la 
marchesa tragga la mano dal manicotto, con un resto 
di sospetto che il guanto non sia suo, del tutto rassicu- 
rato nel vedere la sua mano nuda, la prende e la ba- 
cia," tenendola alle labbra più del conveniente): Bella 

manina!... Bella creatura!... Che eleganza!... 
Che chic!... (A Roccalta): Hai ragione di te- 
nere nascosto un simile tesoro!... (Alla Mar- 
chesa): La signorina canta? 
La Marchesa (esilarata dai grossolano equivoco, con 
un amabile sorriso, mentre Roccalta fa una mossa per 

intervenire): Qualche volta... 

Carnieri: Benissimo!... Avremo presto l'oc- 
casione di applaudirla? 

La Marchesa: .\ spetti di sentirmi per giudicare. 

Carnieri: Ha una buona scrittura? 

La Marchesa (ridendo): Una scrittura eccel- 
lente: è vero, Roccalta? 

Carnieri: Alle Sirene, probabilmente? 

La Marchesa (prevcm-fido un moto di roccalta): 
Oh. no. 

Carnieri: Ha ragione!... Una persona del suo 
merito non è fatu per quell'ambiente... Can- 
terà a! nostro Massimo? 

La Marchesa (con una mosnadi forzata rassegnazione): 

Ecco, io vorrei sapere perchè mai il signore 
si è messo in capo che io faccia la cantante ! 



Carnieri: Ma non so: una cert'aria... una 
certa linea... 

La Marches.\ : Le ho detto che canto qualche 
volta, quando ne ho voglia. 

Carnieri: Ah, ecco!... Come Carmen! Prefe- 
risce la prosa, allora? 

La Marchesa (con intenzione) : Precisamente!... 
Dicevo appunto al suo amico, poco fa, che 
la poesia è un linguaggio artificioso, conven- 
zionale, e molto spesso bugiardo. 

Carnieri: Ah! Ah! Ah!... Graziosissimo!... (A 
Roccalta): È anche spiritosa, sai!... (Alla Mar- 
chesa): E dove passa la sera, ordinariamente? 

La Marchesa : Ordinariamente, in casa. 

Carnieri : Benissimo! Mi permetterà di venire 
a presentarle i miei omaggi? 

La Marchesa : Ne sarò lusingata. 

Carnieri (sempre più ilare e contento) : Ma prima 
facciamo una cosa, Ugo: venite a cena con me! 

RoCC.\LTA (intervenendo, con voce d'ammonizione) : La 

signora non cena! 

Carnieri: No? A colazione, allora! Andiamo 
in campagna, dalla sora Checca, ai Re Magi: 
ci si sta d' incanto ! 

Roccalta: La signora non va dalla sora Checca! 

La Marchesa (intervenendo, a Carnieri) : La rin- 
grazio dell'amabilità, ma le ho già detto che 
ho gusti casalinghi. Fate piuttosto una cosa, 
Roccalta : conducete uno di questi giorni il 
vostro amico a pranzo da me. (Molto sostenuta): 
E intanto compite la presentazione, vi prego: 

Roccalta (in tono secco e brusco, quasi di sfida, a Car- 
nieri) : Tu hai l'onore di parlare con la mar- 
chesa di Frassinoro ! 

Carnieri (resta sbalordito, intontito; poi balbetta con un 

goffo inchino, indietreggiando): Signora marchesa!.. 

Onoratissimo !... Domando mille scuse... 
La Marchesa: Di niente, caro signor Carnieri. 
Carnieri (a Roccalta) : Sono veramente confuso 

e mortificato... (Sottovoce, in tono di rimprovero): 

Ma tu perchè non l'hai nominata subito?... 
Dovevo credere che fosse di quelle che non 
si presentano!... Che figura!... Beh, ti lascio.. 
Signora duchessa, onoratissimo !... (Prende il 

cappello ed esce). 

VIII. 

La Marchesa (atteggiandosi come per infilare il guanto 
che Carnieri le ha dato, molto tranquillamente) : Sapete 

che è divertente il vostro amico? 

Roccalta: Non siate severa, donna Ciulia... 
né con lui né con me. 

La Marchesa : Dico sul serio. Mi fate il pia- 
cere di prendermi di là un gancetto da abbot- 
tonare? 

Roccalta (triste ed appassionato): Che destino! 
Chi lo crederebbe, se narrassi che siete entra- 
ta in camera mia, e che vi ho lasciata lì sola, 
e che quando vi passerò ritroverò soltanto il 
vostro profumo? 

La Marchesa : Mi pare diflicile. La vostra ca- 
mera è impregnata di un così buon odore ! 

Roccalta (premurosamente) : E' un'essenza orien- 
tale che un amico mi portò dall' India. Ne 
volete un poco? Venite... 

La .Marchesa : Crazie. Ho bisogno dell'ab- 
bottonaguanti. 



IL CANE DELLA EAVOLA 



Roccalta: Permettete che faccia io? 

La Marchesa: Se siete capace... (Gli stende il 

braccio). 
Roccalta (fingendo d' infilarle il guanto, in tono di umile 

implorazione): Giulia, iion mi perdonerete?... 
Sono veramente mortificato dal grossolano 
errore di quello sciocco. 
La Marchesa: Sciocco è un poco forte. Di- 
ciamo non molto perspicace. 

Roccalta (sempre armeggiando per infilarle il guanto, 
ma guardandola negli occhi): Compatitelo!... E' 

un marito geloso... S'era fitto in capo che 
lo ingannassi, credeva di sorprendere qui sua 
moglie... Ha potuto vedere la mia innocen- 
za... Ed anche voi... 
La Marchesa: Io vedo che presumete un po' 
troppo di voi. Non riuscite neppure ad infi- 
lare il guanto. 

Roccalta (abbassando io sguardo, accorgendosi che è 

il guanto sinistro): Sfido!... È il sinistro!... Da- 
temi l'altra mano. 

La Marchesa (porgendogli la sinistra guantata): Ec- 
cola... 

Roccalta: Ma come, avete due guanti d'una 
stessa mano? 

Lv Marchesa (fingendo <li esaminare il guanto): Oh, 

bella!... (con perfida ingenuità): Ma questo non 

è il guanto trovato dal signor Garnieri? 
Roccalta: Impossibile! 
La Marchesa: Eppure io avevo il mio alla 

destra... Xe dovete saper qualche cosa, voi 

che me lo avete tolto! 
Roccalta: Siete proprio sicura che fosse il 

destro? 
La Marchesa: Tranne che non mi crediate 

quadrumane... 
Roccalta: Ma allora dove è andato a finire? 

(si volge per cercarlo). 

La Marchesa (cavandolo dal manicotto): Che di- 
stratta!... Eccolo qui... Oh, l'altro, di chi 
mai sarà? 

Roccalta (confuso, imbarazzato): Non capisco dav- 
vero... (con altro tono di voce, supplice e triste): 

Siete ancora in collera? 

La Marchesa (ridendo): In collera? Io? Io non 
mi sono mai divertita tanto... Mi sembra 
piuttosto che siate voi di malumore. Vi di- 
spiace proprio che il signor Garnieri mi 
creda vostra amante? 

Roccalta: Beffatemi, per giunta! 

La Marchesa: Dovreste essere soddisfatto di 
avergli dimostrato la vostra innocenza... Non 
dico che lo avete ricevuto apposta... 

Roccalta: Donna Giulia! 

La Marchesa: Vi ho detto che non lo dico !... 

FI 



Ma, insomma, il destino, con cui ve la pren- 
dete, vi ha dato invece una mano. Ècco: 
questo dev'essere il guanto della mano del 
destino! Esemplare unico: serbatelo nel vo- 
stro museo... 

Roccalta : Siete davvero in vena di ridere ! 

La Marchesa: Io sì... Temo però che non 
riderà la signora Garnieri, quando suo ma- 
rito le narrerà l'accaduto; perchè lo sapete 
che appena tornato a casa egli si farà un 
dovere di narrarle ogni cosa per filo e per 
segno ? E se è una donna gelosa, voi avrete 
fatto come il cane della favola, quello che 
lasciò la preda per l'ombra... 

Roccalta (abbracciandola impetuosamente) : Ma VOÌ 

non siete un'ombra!... Voi siete una crea- 
tura di carne ed ossa, e non mi sfuggirete così . . . 

La Marchesa (svincolandosi, disarmandolo con men- 
tita arrendevolezza): Non fuggo, no... dobbiamo 
ancora vedere i ventagli... 

(Si ode picchiare all'uscio dell'anticamera). 

Roccalta (contrariatissimo, rivoltandosi): Ancora?... 
Avanti... 

Romolo (apparendo sull'uscio) : La carrozza della 
signora marchesa è al portone. 

La Marchesa (con finto rammarico): Di già!... Il 
tempo è volato!... Allora i ventagli li ve- 
dremo un'altra volta... (Sottovoce): Ma non mi 
pare che teniate molto a mostrarmeli... (Forte): 
Addio, Roccalta!.. (Esce seguita da Romolo). 

IX. 

Roccalta fa per seguirla e raggiungerla; poi si ferma, 
torna indietro, si picchia con le mani sulla fronte, per- 
corre il salotto in su e i i giù, si arresta dinanzi al seg- 
giolone dove la marchesa ha lasciato il guanto, lo prende 
rabbiosamente. 

Romolo (riapparendo, discretamente): Signor conte... 

Roccalta (che non l'ha udito, dopo aver considerato 
con un ghigno il guanto, lo scaraventa lontano). 

Romolo (più forte, movendo un passo): Scusi, si- 
gnor conte... 

Roccalta (seccamente): Che c'è? 

Romolo : La signora marchesa le fa sapere 
che si rammenti di quel libro. 

Roccalta (con viva premura, animato da una nuova 

speranza): Che libro?... Vuole un libro?... Lo 

aspetta giù? 
Romolo: Xossignore; è andata via. Ha detto 

che il signor conte legga quel libro... 
Roccalta (spazientito, acremente): Ma che libro?... 

Di', parla, marmotta! 
Romolo: Non mi rammento bene... Un libro 

come quello pei ragazzini... Ah, ecco: le 

favole di Esopico... 
Roccalta : All'inferno ! 
NE. F. DE ROBERTO 




La Lettili', 




Il famoso Marabutto di Sidi Messri, donde tirava la batteria Di Suni. 
La fotografia è notevole perchè eseguita dall'esterno : sono visibili gli involucri degli shrapnells turchi, subito fuori del ridotto. 

■ TEEFOILI 

ILA CUTTÀ BEILILE, TRHMCEIE 

(Fotografie delV autore) . 




uando il capitano Piazza o 
il capitano Moizo, il te- 
nente Gavotti o il tenente 
De Rada, nelle giornate 
più luminose d'ottobre o 
di novembre si levavano 
a volo in aeroplano, sfer- 
rando su verso il cielo 
con un bell'impeto d'ala 
dal campo acquitrinoso 
fuori delle mura di Gar- 
garesch , li seguivamo 
con gli occhi lontano fino 
all'orizzonte, ne indovi- 
navamo il corso sopra 
Tagiura, sopra Ain-Zara, 
verso il Gharian..., E 
pareva a noi che vera- 
mente quegli uomini si 
librassero verso il mistero e verso l'avvenire, 
perchè Tagiura, Ain-Zara, il Gharian vole- 
vano significare la conquista dell'Oasi, l'avan- 
zata nel deserto, la marcia sul Gebel. 

Per due mesi, o poco meno, Tripoli d'oc- 
cidente ha vissuto una strana vita, racchiusa 
nel cerchio delle sue trincee : per molti 
giorni ha creduto che la linea degli avam- 
posti dovesse segnare per tutto l'inverno la 



Il colonnello Ro- 
magnoli OSSERVA I ti- 
ri CONTRO LA batteria 

turca delle Fornaci. 



linea dell'orizzonte. Oramai con l'impeto 
audace dei divisionari e dei brigadieri rac- 
colti quaggiù — il De Chaurand e il Pe- 
cori-Giraldi ; il Lequio, il Nasalli-Rocca, il 
Delmastro, il Rainaldi, il Giardina e il Reisoli 
— ; con la forte preveggenza strategica del 
comandante il corpo d'armata generale Fru- 
goni, posto a lato del governatore Cane va, 
i trentaseimila uomini del corpo di spedi- 
zione italiano hanno appreso le vie dell'Oasi 
e quelle del deserto, e sanno segnare sul 
terreno avanzate vittoriose, come solchi che 
riflettano l'invisibile scia degli aeroplani 
esploratori di ieri. 

Uno spirito nuovo corre per le linee degli 
avamposti, che sanno di non essere più 
vedette estreme ma tappe in faccia al ne- 
mico ; un'altra norma di vita regge i sol- 
dati. La nazione stessa, che seguiva quoti- 
dianamente le vicende dei nostri quaggiù, 
negli attacchi nemici alle trincee, nelle ri- 
cognizioni arrischiate ma spesso infruttuose, 
impara ormai ad accompagnarli col pensiero 
a molte tappe fuori di Tripoli, con un re- 
spiro più largo e con un'intensità di atten- 
zione meno commossa. 

A mano a mano che la nostra avanzata 
si fa più sicura, par che l'Italia debba nu- 



TRIPOLI, LA CITTÀ DELLE TRINCEE 



35 



tri re maggiore fiducia nei suoi figli e ab- 
bandonarli un poco alla loro ventura. Come 
la madre che trepida sempre per l'ansia 
mortale ma non teme per l'esito, la nazione 
non vivrà ormai di quest' unica preoccupa- 
zione : che cosa si fa nelle trincee di Tri- 




d'argilla e un fossato, per settimane e setti- 
mane, sotto il sole, sotto la pioggia, sotto 
il ghibli, è uno dei più rudi esercizi di 
guerra che si possano fare sperimentare al 
soldato. 

Io ho visto morire in una giornata di bat- 
taglia sempre serena- 
mente ; non posso dire 
di aver sempre visto 
morire in trincea, sotto 
il colpo improvviso del 
nemico invisibile, sen- 
za commuovermi. 

Non è sacrificio la 
guerra combattuta alla 
garibaldina , attaccan- 
do alla baionetta ; non 
è sacrificio la guerra 
combattuta alla giap- 



AZIONE DEL IO NOVEMBRE. 
Fuoco DALLE TRINCEE DEL 93'\ A SciARA-SciAT. 



poli ? Attenderà le notizie degli eventi nuovi 
con serenità, e gli squilli della battaglia da 
un più vasto campo d'azione. 

Il cerchio magico è rotto ; Tripoli non è 
più la città delle trincee, è veramente il 
fulcro della nostra azione futura. 

Pure, quando si scriveranno i commentari 
di questa guerra e si tenterà di ricordare 
con quale animo scendessero i nostri ma- 
rinai nella città bombardata, con quale spi- 
rito vigilassero i primi reggimenti lungo la 
linea contrastata, con quale impeto avanzas- 
sero finalmente le nuove brigate incontro al 
nemico, i quarantacinque giorni passati dal- 
l'esercito nell'ampio giro delle trincee di 
Tripoli sembreranno i più caratteristici, 
forse i più degni di celebrazione. 

Una psicologia non comune è quella della 
città chiusa in un cerchio di ferro e di fuoco, 
libera dalla parte del mare, non assediata 
per ogni lato della terra, ma insidiata da 
un lato e necessariamente vigile sugli altri. 
Non è la psicologia della guerra e non è 
la psicologia della pace : nelle trincee si 
vive talvolta come al campo delle manovre, 
si muore come sul campo di battaglia. Forse 
la sosta di un'armata costretta fra un muro 




2. Un pezzo da montagna spara, all'Hamidiè. 

ponese, avanzando in ordine sparso a fare 
le schioppettate. Non è sacrificio, mai : è 
veramente un bel giuoco di coraggio e d'in- 
telligenza. Ma quando vi destate al mattino 
e guardate il cielo attraverso l'apertura tenue 
della trincea, o spiate il nemico attraverso 
il piccolo occhio della feritoia ; quando du- 
rate a questa vita per giorni e per settimane, 
fra il crepitio secco delle fucilate di giorno 
e gli allarmi vani di notte, allora non vi è 
nulla che vi inciti all'azione. 

Questa non è la guerra: è la sosta armata. 



LA LETTURA 



E poiché i nostri meravigliosi soldati, che 
hanno vinto il nemico, vinto il contagio, 
vinto l'inondazione in trincea, hanno vis- 
suto per due mesi una terribile vita di co- 
strizione volontaria e di inconsapevole sa- 
crificio — noi dobbiamo ricordare questo 
periodo eroico della campagna attuale ; dob- 
biamo fermare in qualche modo l'imagine 
di quella che fu la città delle trÌ7icee, Tri- 
poli insomma bloc- 
cata di fuori, non 
pronta ancora all'a- 
vanzata di dentro. 

Per due mesi i sol- 
dati hanno usato quag- 
giù con alterna vicen- 
da il fucile e la picco- 
la vanga: la vanga 
per fare un riparo al 
fucile, il fucile per tu- 
telare il muro costrut- 
to. Sono ritornati i le- 
gionari di Roma, i co- 
loni armati che muo- 
vevano innanzi, lenti 
e tenaci, a conquista- 
re i paesi trasforman- 
do gli accampamenti 
in villaggi, le fortez- 
ze in città. 

Per molti giorni le 
trincee di Tripoli, co- 
sì strette all'empito 
vitale dei nostri gio- 
vani soldati, sono sta- 
te per me più vaste 
del più vasto teatro 
del mondo. Quante 
cose ho visto quag- 
giù, tristi e gioconde, 
fra i due limiti di un 
terrapieno ! Vi sono 

ore in cui la trincea pare trasformata in 
una lieta scuola serale di ragazzoni arditi 
e lieti, che scrivono, scrivono incessan- 
temente in Italia, lettere, cartoline, biglietti. 
« Signor borghese, signor giornalista, vuol 
impostare anche questa? ». Novantamila let- 
tere per ogni corriere: novantamila lettere 
per quarantamila uomini. Ed erano lettere 
alia mamma, sopra tutto alla mamma, al 
padre, agli altri famigliari, alla moglie, alla 
fidanzata: meno frequenti quest'ultime di 
quanto si crederebbe.... Poveri figliuoli, 
chissà quanti non osavano darle ad impo- 
stare a noi, giornalisti indiscreti.... 

In altre ore, quando il fuoco nemico tace 
(qualche cannonata di tanto in tanto al sa- 
liente di Sidi-Messri ; chi ci bada ormai 




Con una pattuglia del 
prigionieri arabi che 



più?), le trincee sono trasformate in dormi- 
torio E sono strane allora, scavate nella 
sabbia in faccia al deserto sterminato, con 
le vedette ogni cinquanta metri : vuote come 
se fossero abbandonate. I soldati dormono 
lì accanto, dietro le stuoie, sereni come se 
non li potesse destare la schioppettata ne- 
mica. 

Ma in certe ore quale fervore di vita 
lungo la corsia degli 
armati ! Arrivano dal- 
le cucine del reggi- 
mento i soldati col 
rancio, lo scodellano 
nelle gamelle, lo fan- 
no pregustare ai vici- 
ni, l'offrono ai pas- 
santi: «Signor giorna- 
lista, vuol favorire ? » 
— « Buon appetito, 
ragazzi, buon appe- 
tito ». E si tira via, 
tra il fumo e l'odori- 
no soave della mine- 
stra calda. I ritarda- 
tari accorrono asciu- 
gandosi in fretta e in 
furia le gote: voleva- 
no farsi belli... pri- 
ma di andare a pran- 
zo, e si erano affidati 
al collega barbiere. 
« Ma i vostri soldati si 
radono ogni giorno 
accuratamente? », mi 
chiese un giorno, stu- 
pito, Luigi André del 
Matin. E rise subito, 
smentendo sé stesso, 
al ricordo delle barbe 
selvatiche dei bersa- 
glieri di Hamura. 
Vi sono infine le ore belle della trincea, 
sotto il fuoco nemico. Al primo allarme 
tutti accorrono al posto di combattimento, 
come marinai sulla tolda di una nave. Spia- 
nano il fucile e tirano. Il nostro soldato spara 
con intensità : sa che le munizioni abbon- 
dano ed é deciso a mostrare la sua virtù al 
nemico. \'i é chi, durante il combattimento, 
gode quando può contare i nemici colpiti : 
— Uno, due, tre — Quando ne ha col- 
piti più di tre, in genere, si volge verso il 
tenente e lo avverte, quasi per richiamare 
a sé la lode. 

Raramente i nostri sono colpiti in trincea 
durante un fuoco vivo di fucileria o d'arti- 
glieria : bisogna che il nemico tiri ben da 
vicino, e allora quasi sempre si pensa 



SPARAVANO NELL'OASI 



TRIPOLI, LA CITTA DELLE TRINCEE 



37 




al controattacco : — « Alzo abbathdo, baio- 
netta in canna : fuoco a salve ». — I nostri 
si ten^i^ono pronti a balzar fuori e fanno in- 
tanto fuoco di plotone Ma il nemico scom- 
pare : l'allar- 
me è finito. 
E i soldati 
riprendono a 
passeggiare 
tranquilla- 
mente sui rial- 
zi di terreno 
dietro le trin- 
cee senza cu- 
rarsi degli ul- 
timi colpi di- 
spersi. 

Quasi sem- 
pre la morte li 
prende quan- 
do meno se 
lo attendono: 

il colpo isola- Un pezzo da 

to di un pun- 
tatore nascosto su una palma ; la palla de- 
formata di un Mauser, dispersa; il fuoco 
d'infilata che c'insegue mentre attraversiamo 
una strada incassata fra una posizione e l'al- 
tra: ecco i rischi della vita in trincea. 

Di giorno, può darsi il caso che troviate 
i soldati intenti a trastullarsi con un cane, 
che si chiama dappertutto il cane del reggi- 
mento. Vi devono essere a Tripoli infiniti 
cani del reg- 
gimento: uno 
per ogni trin- 
cea. I primi 
giorni c'era- 
no anche gli 
arabi del reg- 
gimento, ma 
Sciara-Sciat 
ha ammonito 
a sufficien- 
za... Qualche 
soldato con 
fantasia di ar- 
tista si diver- 
te anche a 
foggiare dei 
fantoccini, in 
costume ara- 
bo o turco, 

non più grandi di una bambola normale, e 
ad inchiodarli sugli assiti delle baracche che 
si costruiscono in trincea, quasi volesse ad- 
ditare le marionette minime come bersaglio 
al nemico. In una trincea dell' 84° ne ho 
scorto uno che teneva, per ispregio, una 



N FACCIA AL Deserto. 




Riposo nelle trincee DELL'84'^ davanti alla caserma di cavalli 



bandieretta turca rovesciata in mano. Altri 
soldati, per lo più volontari, sfogano gli ozi 
letterari coprendo d'iscrizioni le mura, le 
case diroccate, le baracche. E' famosa l'in- 
scrizione scal- 
fita da un ber- 
sagliere sotto 
un portico di 
Hamura, che 
ebbe l'onore 
d'essere cita- 
ta dal colon- 
nello Fara nel 
discorso del 
2^ novembre: 
Vegliate, fra- 
telli, ci dico- 
no i morti, e 
in armi! -per 
l' Italia e le 
madri nostre. 
E noi caduti 
nell'ora tra- 
gica del tra- 
dimento vendicate! Poiché accanto alla linea 
delle trincee si è fatto anche questo : si è detta 
una Messa solenne nel trigesimo di Sciara- 
Sciat a cento metri dal nemico, con l'inter- 
vento di generali e di rappresentanze di tutto 
l'esercito, sotto il sibilo dei Mauser e dei 
Martini arabo- turchi. Spregio bersaglieresco ! 
Vi sono poi, come nella vita così nella 
trincea, gli uomini ordinati che non vo- 
gliono confu- 
sioni, e che 
hanno segna- 
to con dili- 
genza, a ma- 
tita, il loro 
nome sull'as- 
sicella che co- 
rona il terra- 
pieno e sostie- 
ne i sacchetti 
di terra : — 
Granatiere ta- 
le ; Bersaglie- 
re tal altro. 
— E i posti 
rimangono 
numerati, co- 
me a scuola o 
come a teatro: 
evidentemente c'è qualcuno di quei bravi 
figliuoli che teme, accorrendo al fuoco, di 
trovare il posto occupato allo spettacolo. E 
si premunisce. 

A Tripoli infatti — la nostra ammirazione 
è profonda per ciò — si combatte con buon 



38 



LA LETTURA 



umore : il soldato si è fatto una ragione ap- 
prossimativa della necessità della guerra, 
ha il disprezzo del nemico barbaro, e non 
discute più. Il suo morale è altissimo per 
questo. E si mantiene alto anche nelle rare ore 
in cui il buon umore è assente. Ho passato al- 
cune notti in trincea con i nostri fantaccini, 
specialmente nel settore di Sciara-Sciat, e ho 
potuto notare come neppure la veglia not- 
turna, abbuiata periodicamente dalla man- 
canza di luna, li attristi. Nelle notti d'al- 
larme vegliano in piedi le mezze compagnie, 
rimanendo deste sei ore, e col fucile spia- 
nato per tre consecutive ; i soldati sono un 
po' nervosi, rparano ai cani, alla luna, alle 

ombre, per 

sorvegliare — 
dicono — il 
reticolato di 
filo di ferro 
steso innanzi 
alla trincea, e 
sopra tutto 
per tenersi 
desti a vicen- 
da ; bevono 
con voluttà il 
caffè caldo a 
varie ore di 
notte, e si av- 
volgono nelle 
mantelline o 
nelle coperte 
con soddisfa- 
zione, sbir- 
ciano ogni 
tanto il borghese che li sta a guardare e 
che passa la notte con loro, non si lamen- 
tano mai di nulla. Di una cosa, cioè : di non 
vedere il nemico. E lo attendono con an- 
sietà. 

Triste non è la notte, ma l'inondazione in 
trincea. Nei quarantacinque giorni della 
stasi abbiamo provato anche questo : una 
mattina i reggimenti di stanza a Bu-miliana 
si sono svegliati, sarei per dire appollaiati 
in cima a una duna, fra due stagni: uno 
dinanzi, l'altro dietro la linea degli avam- 
posti, trasformata in diga fluttuante. Hanno 
vinto anche l'inondazione ricostruendo le 
trincee sotto la pioggia e scavando altre 
strade. La mattina del i8 ho trovato, a 
Bu-miliana, a venti metri dal deserto, una 
barca. Si era navigato anche, in trincea... 
E* vero che il deserto, innanzi, era un 
mare. 

Dopo due o tre giorni ho constatato un 
effetto della pioggia e dell'inondazione in 
questo passeggio circolare sui bastioni di 




La casa di Sidi-el Hani, o fortino 

IL 26 NOV 



Tripoli che si chiama la via delle trincee : 
i sacchetti di difesa sui terrapieni fiorivano ! 
Sicuro: l'erbetta germinava nella sabbia, 
rompeva le maglie del sacco e veniva alla 
luce, facendo verdeggiare a tratti la linea 
degli avamposti. 

Altre prove più dure si sono sopportate 
quaggiù, ed è forse inutile dirne ampia- 
mente. Ma quando si pensi che nei primi 
giorni di novembre non era raro il caso 
di passare dalla linea dei granatieri presso 
Feschlum e di vedere interrotta ogni tanto 
la serie delle nicchie dalle quali i soldati 
si affacciavano al fuoco, di vederla inter- 
rotta, dico da uno spazio vuoto e fresco 

ancora di cal- 
ce disinfet- 
tante, non 
possiamo non 
abbracciare 
con l'anima 
questi pazien- 
tissimi solda- 
ti che vede- 
vano i loro 
colpiti talora 
dalla malat- 
t i a , agli 
avamposti, e 
uscivano l'in- 
domani in ri- 
cognizione. 

Ora il con- 
tagio è finito 
da un pezzo 
e i granatieri 
sono più che mai degni di essere chiamati 
gli emuli dei bersaglieri. Gli uni hanno avuto 
il contagio, gli altri il martirio a Sciara-Sciat; 
e gli uni e gli altri hanno chiesto un solo 
premio: uscire dalle trincee per prendere 
Henni e Ain-Zara! 

* « 
È difficile ricostruire per il lettore la pas- 
seggiata storica delle trincee nel periodo au- 
tunnale della stasi, mentre oramai que- 
sta — che fu la prima linea degli eroismi 
e dei sacrifici — è quotidianamente sorpas- 
sata dall'impeto delle nuove avanzate. 

Le trincee sono oggi in gran parte ab- 
bandonale, i reggimenti hanno mutato più 
e più volte sede sul fronte. Tuttavia al- 
cuni luoghi dell'Oasi rimarranno famosi 
per la stanza che v'ebbero alcuni corpi, 
e la cronaca scritta all'indomani della bat- 
taglia può ricordare anche gli attimi della 
vita nazionale. 

.Si può dire che fino alla vigilia del 26 
novembre, della prima vittoriosa avanzata 



DI Henni 

EMBRE. 



È RIPRESA DAI NOSTRI 



TRIPOLI, LA CITTA DELLE TRINCEE 



39 



su Henni e su Messri, il nostro compito 
quotidiano consistesse nell'ispezione della 
linea a semi- 
cerchio fra la 
batteria Ha- 
midièedil for- 
te Sultaniè: 
ispezione lun- 
ga più di die- 
ci chilometri, 
compiuta ora 
allo scoperto 
dietro la linea 
del fuoco, ora 
nelle vie co- 
perte delle 
trincee ; nel 
primo tratto 




i bersaglieri 
nelle nuove 
trincee di 
Henni. 



Dalla elegantissima moschea di Feschlum, 
ove si erano annidati i granatieri, alla gran- 

de caverna 

trogloditica, 
scavata nella 
sabbia e rico- 
perta di assi 
e d'imper- 
meabili del- 
V840 reggi- 
mento... 

Ogni gior- 
no segna una 
trasformazio- 
ne e un mi- 
glioramento, 
e non soltanto 
nelle casine 
del Comando 
(la maggior 
parte degli uf- 
ficiali dorme 
con i soldati 
in trincea), 
ma nei ridotti 
delle batterie, che rialzano 
ogni tanto la linea dei fucili; 
e nei segnavia che conducono 
dalla città agli avamposti. 

I cannoni appaiono ogni 
giorno meglio protetti, me- 
glio nascosti, vicino a un Ma- 



Una batteria scudata Krupp 
AL fuoco, a Sciara-Sciat. 

fra i palmeti dell'Oasi, poi 
sul limitare del deserto : sem- 
pre fra l'attenzione vigile dei 
soldati, pronti ad ammonire : 
/ giornalisti in trincea! Guar- 
datevi dalle pallottole...; e in- 
tramezzata da continue soste 
ai comandi di compagnia, ai 
comandi di battaglione, ai 
comandi di reggimento. — Ci 
sono notizie della flotta nel- 
l'Egeo f Ecco la domanda di 
rito con cui l'ufficiale inter- 
vistava il giornalista; le di- 
scussioni proseguivano poi in- 
terminabili anche fra il cre- 
pitìo delle fucilate mattinali, 

e terminavano spesso alla mensa degli uffi- rabutto, sopra un rialzo del terreno, nel- 
ciali. Quante ne abbiamo viste in quel mese l'angolo d'una via, e sono i nodi che in- 
di novembre, povere o graziose, secondo il terrompono la corda sottile ad ogni tratto, 
temperamento e la coquetterie degli ufficiali ! come a rafforzarla. Quando si desta il can- 




Alla vigilia deli a giornata di Henni, 
si costruiscono le controtrincee volte verso la città. 



40 



LA LETTURA 



none (abbiamo imparato a riconoscere il 
tiro d'ogni batteria da lontano: Di Suni si 
sveglia; Biego tace ancora; che cosa aspettano 
i cannoni da montagna?) fanno eco subito 
la mitragliatrici, col fragore caratteristico 
che Barzini ha paragonato bene a un bat- 
timani brutale, o a uno scoppiettio di mo- 
tociclette; i soldati le chiamano barocca- 
mente: le sgranatrici del rosario della morte. 
E dopo le mitraglia- 
trici i fucili, ad orien- 
te, ad occidente, alle 
spalle... 

I segnavia erano di- 
venuti nell'Oasi così 
chiari e frequenti alla 
vigilia dell'avanzata, 
che mettevano ragio- 
nevolmente in dubbio 
intorno alla possibilità 
di un prossimo sgom- 
bero della città delle 
trincee, nella quale ci 
eravamo oramai così 
bene installati. 

E invece, per for- 
tuna, siamo andati 
avanti. Ora rimango- 
no linee forti di con- 
tro-trincee anche ai 
primi sbocchi verso 
la città, rivolte ap- 
punto contro Tripoli 
malfida dalla parte 
della via dei Tessi- 
tori. Proseguiamo ol- 
tre, volgiamo a de- 
stra, dalla strada di 
Sciara-Zauiet verso il 
mare : eccoci in quel 
formicaio umano che 
è la serie dei pas- 
saggi coperti scavati davanti all'Hamidiè, 
all'estrema nostra sinistra. Da un lato il 
mare che bagna la dolce riviera sinuosa, 
la novissima Còte d'azur, come la chia- 
miamo nelle ore di pace; dall'altro la fascia 
della selva nemica. Siamo sotto le ali dei 
cannoni della Carlo Alberto, ancorata vi- 
cino, e sotto le insidie — fino ad ieri — 
dei punutori arabi. Qui, nella zona occu- 
pata dal 93" reggimento ho visto cadere 
l'uno dopo l'altro tre artiglieri nostri, col- 
piti da un dannato puntatore arabo nei 
giorni nefasti della morte senza battaglia, 
della morte che colpiva gli uomini come 
uno stillicidio, e che faceva pensoso il 
volto paterno del colonnello Binna. Ma or- 
mai su questa linea, subito oltre Sciara- 




La casa di HeNNI crivellata come « UN SELVAGGIO 
BAGNO» DALLE GRANATE DELLA MARINA. 



Sciat, sono agli avamposti anche i batta- 
glioni del i8o fanteria (colonnello Baldini), 
rimasti per tanti giorni in riserva alle tombe 
dei Caramanli. Trincee sommarie su questo 
fronte, in parte appoggiate ai muri, in parte 
scavate senza i ripari sotterranei per i sol- 
dati, che si riducono a bivaccare quando 
sia l'ora del riposo nei campi retrostanti. 
Presso Feschlum prendiamo contatto con 
quella che è stata 
per tanto tempo la 
linea dei granatieri, 
tenuta da due batta- 
glioni, l'uno del i ° , 
l'altro del 2° grana- 
tieri. E «granatieri» 
vuol dire un nome 
solo: Grazioli, quel- 
lo del loro maggio- 
re. Chi ha visto la 
trasformazione subita 
dalle trincee orrende 
e pericolose dei pri- 
mi giorni, mutatesi 
in vere e proprie 
opere d'arte in legno 
di palma, compren- 
derà quello che si- 
gnifichi l'impulso e 
l'esempio dato da un 
ufficiale anche in que- 
sta semplice opera di 
difesa materiale. Ogni 
reggimento, a Tripo- 
li, ha un volto simi- 
le a quello del suo 
colonnello. Dopo aver 
visto lungo il fronte 
dei granatieri il forti- 
no A s sietta, il fortino 
Pen/gia, le caserme t- 
te col fregio antico 
delle Guardie di Casa Savoia, siamo — lo 
si comprende — nel regno del colonnello 
Fara, ad Hamura; l'ii" bersaglieri è un 
reggimento senza eguali in Tripolitania. 
Dopo il martirio di Sciara-Sciat ogni uomo 
si è fatto un suo fiero volto di vendetta; 
non è più un soldato in campagna, è un 
antico guerriero vendicatore. Volti adusti, 
ispide barbe, aspri motti, i bersaglieri sono 
sempre in vedetta sotto gli elmetti fregiati 
di simboli fieri : di te.schi mortuari e di 
spade. 

Ma ormai la linea vecchia delle trincee 
è superata, e superato anche il fronte della 
prima avanzata: Bu-Seta, Henni, Messri, 
in cui granatieri e bersaglieri ebbero a com- 
pagni i robustissimi alpini del 3" battaglione 



TRIPOLI, LA CITTA DELLE TRINCEE 



41 




Una batteria da montagna esce, nella giornata di Henni, con la brigata Nasalli-Rocca nel deserto. 



del maggiore Mombelli. Tutti insieme han- 
no aperta la via a due reggimenti di fanteria, 
al 520 del colonnello Amari, al 23° del co- 
lonnello Mondaini, che hanno preso Messri 
il 26 novembre e che tengono ora il fronte 
avanzato nell'Oasi, emuli degni dei loro 
predecessori della brigata mista, custodi di 
trincee che mutano ogni giorno, ogni ora. 
Al saliente di Sidi-Messri, al famoso sa- 



liente onde tiravano le batterie accoppiate 
Serra e Di Suni (le oscurano ormai nel 
fragor delle vampe i mortai e gli obici di 
Messri), usciamo dalla selva al sole del de- 
serto e c'incontriamo con i gloriosissimi 
soldati deir840, con i fanti di Spinelli, i soli 
che, con i bersaglieri di Fara, abbiano 
avuto la medaglia d'oro; bel reggimento 
che tiene ancora le impronte della guarni- 




II 50" reggimento ritorna, la sera della vittoria di Henni, dalla prima ricognizione offensiva su Ain-Zara. 

Siamo ancora nel deserto. 



42 



LA LETTURA 



gione fiorentina in certa arguzia sprezzante, 
e che si è scavato nella sabbia trincee pro- 
fonde, abbellite di stuoie e di cassoni arabi, 
variopinte come la corsia di un S7(k... Al- 
l'angolo della Caserma di cavalleria, se non 
ci copra a guisa di brina con una bianca pol- 
vere il ghibli che soffia avverso, procedia- 
mo avanti fin 



le palme altissime si levano rare nel cielo 
sulla via di Gargaresch e di Zanzur. 

Non s'ode, in quest'angolo lontano, la 
voce del cannone; canti di soldati nella 
sera, presso le tende innumerevoli degli 
accampamenti. 

La via prosegue così, 




verso 1 82° , che 
ha a Bu-miliana 
il quartiere del 
suo colonnello, 
di « papà Bor- 
ghi ». Ma prima, 
sulla linea del 
fuoco, è la Casi- 
na famosa di Gie- 
mal bey, contro 
cui si accanì il 
26 ottobre l'im- 
peto nemico, 
e subito dietro 
il monumentino 
romano elevato 
ai caduti. 

Dagli osservatori aerei 
nascosti fra le piante chia- 
mano gli ufficiali d'arti- 
glieria amici, ma dobbia- 
mo affrettare la visita lun- 
go il fronte del 40 « , co- 
mandato fino ad ieri dal- 
l'eroico colonnello nizzar- 
di'! Pastorelli, fino ad ieri 
silenzioso in faccia al de- 
serto. Oltre il fortino C si 
stende la linea del 6° fan- 
teria (colonnello Belluzzi), 
e giunge fino a Sultaniè, 
ancora sul mare: qui fu le- 
vata nella campagna di 
guerra del 191 1 la prima 
bandiera italiana. 

Volgiamo le spalle al 
deserto, al sole che cala, 
rientriamo in città. Non 
lungo la via delle milizie, 
a cercare forse il 50° del 
colonnello Montuori, pro- 
vato eroicamente al fuo- 
co il 26 novembre, o il 37° gemello, (co- 
lonnello Prato), non provato sinora e te- 
nuto in rincalzo come il provalissimo 63» del 
colonnello Feltri ; non verso le riserve d'ar- 
mati cittadine, ma lungo la dolce linea del 
mare. Tripoli è lontana, bianca come in un 
miraggio, a specchio dell'acqua. E pare ad 
ogni passo che s'allontani per l'influsso di 
non so quale Fata Morgana. A mano destra 



«irp|»j| 





divinamente soli- 
taria lungo la co- 
sta, mentre il 
mare viene scia- 
bordando alla ri- 
va ; l'orizzonte 
scompare nella 
foschia della se- 
ra : il deserto è 
violetto, le pal- 
me nere svetta- 
no sul cielo di 
fuoco. E niente 
è più dolce di 
questo ritorno 
crepuscolare lun- 
go il mare, dal- 
la città delle trin- 
cee alla vecchia 
città dei minareti, poiché 
nel silenzio delle cose e 
degli uomini sembra pre- 
sente la pace. La brezza 
di terra increspa l'acqua 
marina; la risacca la ri- 
sospinge con onda lieve 
alla riva. Dagli accampa- 
menti vicini un soldato 
si stacca cantando, viene 
lentamente verso la spon- 
da. Si ferma presso una 
duna, in silenzio, e guar- 
da lontano. Non canta 
più e pure non tace. Mi 
pare che parli sereno al- 
le onde. Proseguo un po- 
co, mi volto: il soldato 
sempre in colloquio 
mare. Ripenso ad 
Achille che andava ai dol- 
ci colloqui con la ma- 
dre lungo la spiaggia del 
sonante mare, e vedo il 
soldatino seduto con i cu- 
biti fermi sulle ginocchia e le mani aperte 
a sorreggere il capo. È sera. Proseguo an- 
cora, mi volgo: il soldato è un'ombra che 
si profila sul cielo. 

Le ondette mi giungono accanto, si fran- 
gono, si ritraggono alterne. Lontano, il sol- 
dato canta. Nel mare è l'eco di un canto 
d'Omero. 

GUAI^TIERO CASTELLINI. 



e 
col 



Bivacco del 40** regg. verso Gargaresch 
2. Una palma.... animata nel settore 

DI Bu-MlLIANA. 



corrnsfondenti (a^^ guerra 

IIaTrupou 



Chi, verso mezzogiorno, 
a Tripoli passa dal 
grand hotel Minerva, si trova 
a dover assistere ad uno di 
quegli spettacoli assurdi che il 
caso e gli avvenimenti accoz- 
zano senza nessun rispetto della 
logica e della cosidetta previ- 
sione normale dei fatti. 

Il nostro Savini, il Cova, il 
Florian di Venezia, il Molinari 
di Torino, il Klanguti di Ge- 
nova, l'universale Aragno, in 
una parola tutti i più raffinati ritrovi nei quali 
la gente che pensa e lavora o che non fa nulla 
paga ogni giorno la tassa di un'ora di tempo 
sciupato e costringe il proprio apparecchio 
digerente a subire la quotidiana opera lo- 
goratrice degli aperitivi o del non domestico 
déjeuner, hanno impiantato qui la più strana 
delle succursali e vi hanno scaraventato i 
migliori e i più intellettuali dei loro habitués 
sotto la forma di corrispondenti di guerra. 

Il vedere tali amici nostri, che son tutta 
genialità e ingegno, accapigliarsi con certe 
pietanze inqualificabili, in un ambiente co- 
me quello che li circonda, fa l'effetto di a- 
vere innanzi un quadro di Van Dyk entro 
una di quelle ignobili cornici che, di solito 
nelle campagne nostre, fregiano le oleografie 
delle quattro stagioni o della sacra famiglia. 
Eppure essi ci stanno bene. Vivono di cor- 
dialità. 

Il corrispondente di guerra, per chi non 
lo conosce, deve essere una specie di an- 
fibio, mezzo soldato, mezzo borghese. Per 
le autorità militari è un pleonasmo molesto, 
pei lettori è una ruota importante dell'in- 
granaggio di quel complesso apparecchio 
che satolla la quotidiana pubblica fame di 
notizie e che si chiama giornale. 

Il corrispondente di guerra è però qualche 
cosa di più: è semplicemente un uomo di 
fegato. 




Luigi Barzini. 

Questo suo carattere speciale lo rende 
simpatico e amico ai soldati : simpatico per- 
chè essi vedono in lui il registratore della 
loro bravura: amico, perchè tutti i corag- 
giosi sono amici dei coraggiosi. 

Curiosa è la sua vita a Tripoli: diciamo 
curiosa per non dire faticosa e dura. Al mat- 
tino normalmente la diana lo risveglia col 
cupo accordo del cannone, dopo qualche 
ora passata su di un trabiccolo imbottito di 
solido crine vegetale o paglia, che qui vien 
qualificato coli 'ingannatore appellativo di 
letto e che talvolta è forzatamente diviso con 
innumerevoli, molesti, piccoli compagni non 
del tutto graditi. Qualche collega più fortu- 
nato ha la sorte di trovare un giaciglio, se 
non lussuoso almeno decente; in questi casi, 
per un processo di involontario accentra- 
mento di popolazione, la sua camera si ac- 
cresce di ospiti. Sono i colleghi più sventu- 
rati che vengono a mendicare qualche metro 
quadrato un po' più comodo sul quale sten- 
dere le membra stanche in un abbandono 
più igienicamente tranquillo. Allora presso 
il bel letto, in ferro curvato, del legittimo 
proprietario della camera contrastata si vanno 
accavallando le forme più strane di giaciglio 
improvvisato. Questo avviene ogni giorno, 
perchè ogni giorno la confraternita dei cor- 
rispondenti deve cercare di collocare, nel 
meno peggiore dei modi, nuovi colleghi che 



44 



LA LETTURA 



arrivano a tutti gli approdi di vapore. E 
pensate come possano sopperire a questa 
esigenza i tre alberghi che ci sono a Tripoli 
già più pieni del famoso uovo e che credo 
non raggiungano fra tutti la disponibilità di 
circa cinquanta camere. 

Ma è dolce dormire in Tripoli e più rude 
invece è il prender sonno alle trincee. Qui 
non lettucci, non coltri; materasso è la sab- 
bia e coperta la mantellina quando la si 
porta con sé. 

L'incubo assillante per ogni corrispondente 
è la smania di ess?re presente ad ogni fatto 
di qualche importanza. Si attende nell'aria 
l'avvenimento, Io si spera, lo si fiuta e si corre 
là dove il vento pare porti odore di polvere 
e di pericolo. E per ciò quante notti perdute 
alle trincee in attesa del fatto, dell'episodio 
che forse non si verificheranno. 

Al mattino stanchi, col viso segnato da 
solchi, simili a quelli che contraddistinguono 
i rincasanti all'alba da un agitato veglione, i 
corrispondenti se ne tornano in città pronti 
ad inforcare nuovamente la loro cavalcatura 
al primo tuonar di cannone o al minimo 
crepitio di fucileria. Avviene talvolta che 
qualcuno fra essi abbia potuto, per preziose 
notizie segretamente raccolte, crearsi il con- 
vincimento che in un dato punto del fronte 
debba svolgersi nella notte qualche opera- 
zione di certa importanza; allora in gran se- 
greto corre, sfidando l'insidia dell'oasi, là 
dove crede abbia a manifestarsi l'azione. Ma 
qui una sorpresa lo aspetta. Tutti in segreto, 
tutti perfettamente convinti di arrivare soli, 
all'insaputa degli altri, son giunti i compagni. 
Si scorgono, si salutano come se si fossero 
dati in precedenza un appuntamento e si 
accingono a coadiuvarsi reciprocamente nel 
pericolo e nel lavoro. 

La difficoltà maggiore, che anche la più 
disperata forma di cooperativismo non sa- 
prebbe vincere, è quella dello sfamarsi con 
una certa dignità. 

Il mangiare, negli scorsi giorni specialmente, 
era divenuto il problema massimo e il non 
po^er mangiar bene con dei quattrini in sac- 
coccia è la più atroce delle ironie. Il menù 
Cile in tutti i grands hótels veniva ammannito 
con una regolarità opprimente, si compo- 
neva di quanto segue : maccheroni all'acqua 
con lontano accenno di salsa di pomidoro, 
oppure riso confezionato coll'istesso sistema 
culinario usato dalle ciurme indiane che 
fanno il servizio sui piroscafi d'Oriente, uova 
al tegame fritte coli'olio... (poco olio e po- 
che uova), carne in umido sottratta certa- 
mente alla carcassa di qualche animale prei- 
storico, formaggio, e per ultima una sin- 



golare composizione di zucchero e succhi 
diversi che veniva designata col nome di 
composta di frutta. Del vino poi non par- 
liamo. E tutto ciò con una regolarità dispe- 
rata e quotidiana. Ultima portata era for- 
nita dal proprietario che regolarmente, fatale 
come il destino, si curvava presso l'orecchio 
dell'avventore e in aria sornionamente gentile 
diceva indefesso: cinque franchi. Cinque fran- 
chi! Egli, poveretto, però non ha colpa, se, 
data la generale scarsità di viveri, non può ac- 
contentare come vorrebbe i propri clienti. 

Se non ci fossero il sale attico delle osser- 
vazioni mordaci e lo scoppiettio dei buoni 
discorsi ad aiutare il trangugiamento delle 
vivande accennate, non so come il processo 
nutritivo dei corrispondenti potrebbe svol- 
gersi. 

Ma quelle son sì frequenti e questi son 
tanti che la digestione riesce facile. 

Gli italiani sono serrati in gruppo, stretti 
in disparata catena in una piccola sala at- 
torno ad una sola tavola, allegri, sereni e 
chiassosi. 

Il posto dovrebbe essere fisso, ma invece 
nell'occupazione della tavola regna una certa 
anarchia e lo spostamento del coperto è do- 
vuto a due elementi: l'appetito di chi prima 
arriva e gli avvenimenti del giorno i quali 
ultimi talvolta fanno disertare in massa il 
comun desco. 

La sera poi il ritrovo consueto è l' ex-Cir- 
colo degli ufììciali ove si beve birra, ani- 
sette, strega e si sorbisce caffè — le altre be- 
vande ci sono ignote. Talvolta accade però, 
cioè avvenne, perchè ormai non è più, e 
fortunatamente, possibile, che qualche shrap- 
nell turco scoppi in alto sulla città non 
atteso a portare uno zucchero innocuo nel caffè 
e un diversivo nella conversazione. Sul tardi, 
mentre la città tace, le porte son chiuse, le 
vie deserte, ci si incanala nei viottoli, ci si 
inabissa nei zouks coperti verso casa acca- 
rezzando amorevolmente il calcio della fe- 
dele e amica Browning. 

Ed ora eccovi qui schizzati alla meglio 
gli amici miei e vostri — anche vostri. Signor 
Pubblico — perchè certo vi è amico colui che 
ogni giorno nel vostro giornale vi dà mezzo 
di leggere e di sapere quanto accade dei 
vostri figliuoli che combattono, nuovi legio- 
nari di Roma, per ricon(iuistare alla vecchia 
madre questa terra che un tempo fu glorio- 
samente sua. 

Il Comando ha preposto all'UHìcio della 
stampa il simpaticissimo capitano Caracciolo 
e davvero non poteva essere più felice nella 
scelta. Egli con tatto e cortesia sa disimpe- 
gnare il proprio incarico che talvolta è punto 



I NOSTRI CORRISPONDENTI DI GUERRA A TRIPOLI 



45 



facile, poiché lo costringe a combattere, ad 
armi cortesi, coll'esercito dei corrispondenti 
che quotidianamente lo attacca e lo incalza 
per strappargli qualche notizia in più di 
quanto palesa lo squallido comunicato gior- 
naliero del Comando. 

Ma egli però se la cava benissimo e sa 
allontanare gli assedianti temperando la du- 
rezza della consegna con la sua cortese af- 
fabilità. Se poi i corrispondenti vogliono sa- 
pere di più, investigando altrove e a rischio 
della pelle, padronissimi ; ciò esce dal suo 
mandato. 

Il capitano Caracciolo, naturalmente, è 
anche il più soldato dei giornalisti (mi per- 
metto di annoverarlo fra essi, perchè ad 
essi è simpaticissimo e poi perchè egli è la 
fonte primitiva di tutte quante le notizie 
ufficiali). Appena accomodate le faccende 
del suo ufficio se ne scappa a fare il suo 
dovere là dove è forse più necessario e cer- 
tamente più pericoloso. 

Il 23, giorno dell'insidia araba, ebbe uc- 
cisi sotto di sé due cavalli, mentre era in 
ricognizione con pochi carabinieri. Si ven- 
dicò mandando, da buon tiratore qual è, 
all'altro mondo parecchi nemici che avevano 
avuto l'imprudenza di portarsi a tiro del 
suo moschetto. 

Ma se il Comando ha provveduto ad una 
energica opera di difesa contro la stampa, 
i giornali.';ti, da veri lavoratori evoluti, si 
sono pure organizzati. Hanno, niente di 
meno, che costituito il più formidabile dei 

Sindacati ; questo 
r*^^^^ ha sede in quello 

Nj^^^^É^iT stesso ex-Circolo 

V ' -^ì degli ufficiali, ove, 

sotto il dominio 
del Vali, fra le taz- 
ze di caffè ed il 
fumo della sigaret- 
ta, si mulinava 
qualcosa come 
l'occupazione del- 
l' Eritrea, la scon- 
fitta dell'Italia, la 
espulsione da Tri- 
poli di tutti gli ita- 
liani e tante altre 
imprese gloriose 
che non hanno 
avuto precisamen- 
"te lo svolgimento 
desiderato da chi 
le andava fanta- 
sticando. 
Ora, in quella stessa sala, lette a voce 
alta e commossa, squillano le rime delle 



Canzoni del Sangue e dei Trofei, con acccm- 
pagnamento lontano di cannonate che por- 





Bhvioxk. 



Vassallo. 

tono dalle salde navi nostre sul mare pr.)- 
spiciente. 

Naturalmente il Sindacato ha il :^uo pre- 
sidente. A tale funzione, su voto unanime, 
è stato chiamato il buon Bevione, energico 
e ritenuto un presidente cajiace di ttner 
testa al suo collega del Consiglio dei m:- 
nistri. 

Il Sindacato ha pure un segretario che, se 
non fosse personalmente simpatico, avrebbe 
in sé certe qualità, dipendenti dalle sue fun- 
zioni, che non lo renderebbero del tutto 
amabile; egli rappresenta il fisco, in questo 
adorabile paese, ove per ora, forse unico 
al mondo, non esistono tasse. Egli è il fi- 
sco e un fisco inesorabile nella riscossione 
delle quote sociali. 

Eccolo, ve lo appiccico qui sopra in ca- 
ricatura equestre, il buon Vassallo, mentre 
scruta l'orizzonte dall'alto della sua caval- 
catura, in cerca di notizie di nemici e di 
soci morosi. 

Peccato che degli ultimi non ne trovi 

hanno pagato tutti le regolamentari dieci 
lire. 

Poiché stiamo parlando di colleghi, vi 
schizzo Barzini che, fra altro, è un mio 



d6 



LA LETTURA 



formidabile concorrente in fatto di puppaz- 
zetti. Barzini: ecco una parola che ha un 
significato per sé stes- 
sa. Sono sette lettere 
dell'alfabeto che si 
susseguono per espri- 
mere qualcosa come 
il corrispodente per 
antonomasia, il moto 
perpetuo, il telegrafo 
umanizzato. Barzini 
costituisce col pubbli- 
co una spe- 
cie di appa- 
recchio fo- 
fografico . 
Egli è l'ob- 
biettivo, il 
pubblico la 
gelatinasen- 
sibile che 
si impres- 
siona secon- 
do le imma- 
gini che a 
mezzo di lui 
vengono ri- 
flesse pas- i\\ 
oscura del 




Guelfo Civinini. 



la camera 



sando per 
giornale. 

Ho avuto a Milano, in questi 
giorni, una prova della sua diffusa 
popolarità. Mi trovavo sulla piat- 
taforma di un ^ram mattiniero, ed 
ho potuto raccogliere i frammenti ì i 

di una animata discussione tripo- 
litana fra giovani operai che si re- 
cavano al lavoro. 

Uno, fra essi, era l'oratore prin- 
cipale. 

Parlava di SciaraSciat, di Bu-Me- 
liana come il più competente dei 
corrispondenti o come un reduce 
dalle trincee; un compagno, poco 
persuaso di tanta dottrina, o stanco 
di quella ostentata superiorità, uscì 
in questa frase: 

— Ma chi te set, tif Te set et 
Barzinif 

Eccovi poi un altro dei nostri 
simpatici amici del Corriere, il de- 
licato scrittore che si è ora trasfor- 
mato in letterato guerriero e se ne 
va tranquillamente ai posti estre- 
mi per sciogliere poi inni pinda- 
rici e del tutto degni del disperato Giuliano Honacci 
valore dei soldati nostri. Come ve- 
dete, non ha alcun aspetto bellicoso; con 
quel suo tout-de -ménte a quadretti grigio- verdi 




' unico gior- l\ 1 

statista che /^saaié^d 
ba potuto > fiiwffy ^ 




NORDIO. 



con quei gambali impeccabili, col cappello 
floscio all'inglese, richiama alla mente piut- 
tosto un tranquillo al- 
levatore di grande 
scuderia che non l'uo- 
mo che in poco tem- 
po si è resa tanto fa- 
miliare la guerra, coi 
suoi orrori, e che, al- 
l'alba, ai piedi delle 
batterie, sorbisce 
tranquillamente la 
cioccolata. 

Per il mo- 
mento fa 
l'artigliere 
dilettante, 
Guelfo Ci- 
vinini. 

A propo- 
sito di Ben- 
gasi, vi pre- 
sento invece 
1' 

nalista 
ha p( 
a ssistere , 
anche a ri- 
schio di pagar di persona, agli av- 
venimenti, diremo più caldi, di co- 
là. Per poco tale soddisfazione non 
gli è costata la pelle : ma, per 
Giuliano Bonacci, questa è un ele- 
mento secondario. 

Nel vedere quest'uomo, si ha 
l'impressione di aver innanzi una 
barra di acciaio infuocato rinchiu- 
sa in un involucro di ghiaccio. È 
un'anima ardente, consunta da un 
rodente amore per l'Africa, costret- 
ta in una strana freddezza, celata 
da una inflessibile rigidezza più 
che militare. 

Ve ne sciorino parecchi altri 
innanzi. Il buon Nordio, il Picco- 
lo del Piccolo. Egli è un impasto 
di bontà, di grasso e di appetito; 
è incredibile quanto può inghiot- 
tire questo irredento figlio d'Italia. 
Caratteristica dell'amico mio è 
una oculata prudenza ; quando qual- 
che collega focoso propone certe 
escursioni temerarie, egli risponde 
nel suo franco triestino: 

«< Ciò: mi ii' ho due jìoi! Se iole 

farve coppar, aìidc pur in malorse- 

ga ; mi g' ho da scriver ». 

È prudenza, intendiamoci bene, non paura, 

e prudenza da buon padre di famiglia che 



I NOSTRI CORRISPONDENTI DI GUERRA A TRIPOLI 



47 



non gli impedisce per nulla di fare, an- 
che con rischio, bravamente il proprio do- 
vere. 

Gray, anzi Ezio Maria Gray, uno degli 
inviati della Illusirazione Italiana, che con 
me divideva il letto ed i servizi dei nostri 
domestici indigeni. È una specie di ufficiale 
in borghese e di borghese militarizzato ; 
forse l'aspetto guerriero prevale in lui, poi- 
ché i sopraccennati domestici lo hanno sen- 
z'altro qualificato colla recisa denominazione 
di Ascaro, e per loro Gray sarà sempre il 
Sidi ascaro (padrone soldato). 

Io, invece, devo avere l'aria più pacifica 
e bonaria, poiché fui subito battezzato come 
Maestro. 

Gray però ha pure le abitudini del mili- 
tare; era la mia disperazione! Mi portava 
in saccoccia la chiave di casa e poi se ne 
andava insalutato a dormire alle trincee. 

Fa anche il fotografo, il poeti e il col- 
lezionista di curiosità arabo-turche. 

Per qualche tempo la nostra mensa fu 
pure divisa con Bonaretti, e più precisa- 
mente con Boretto Bonaretti del Popolo Ro- 
viano. Bonaretti il fatale! Egli ti dice a 

bruciapelo, col- 
la stessa aria 
tragica colla 
quale esclame- 
rebbe: « // ne- 
mico è al Co- 
mando! Gli ara- 
bi trucidano i 
cittadini! ». — 
« Saif Stama- 
ne ho mangia- 
to certi spaghet- 
ti! ^. 

Bonaretti è 
però crudele 
nell'intimo del- 
l'animo suo. Pur 
conoscendo le 
quotidiane tor- 
ture cui era sot- 
toposto il no- 
stro stomaco, 
costretto ad in- 
gerire gli im- 
mancabili mac- 
carona di galli- 
?ia di brodo, che 
Schalum, il no- 
stro cuoco av- 
velenatore , ci 
amma univa 
ogni giorno come un piatto molto bellissimo, 
provava la perfida voluttà di enumerarci 




Ezio Maria Grav, 



nel suo fiorito romanesco- messinese la serie 
delle vivande sane e sode che lo avevano 
satollato e bea- 
to in casa del- 
l'anfitrione, da 
lui trovato — 
un amico di Ro- 
ma residente a 
Tripoli. 

Ma é non so- 
lo crudele , é 
un burlone fe- 
roce. Prepara i 
suoi tiri con una 
parvenza di sin- 
cerità cheingan- 
nerebbe il più 
scaltrito. La 
sua vittima de- 
signata era il 
mite Facioli, in- 
viato da una Ca- 
sa di cinemato- 
grafie di Mila- 
no (ecco una 
nuova appendi- 
ce del giorna- 
lismo: l'opera- 
tore cinemato- 
grafico). Facio- 
li ci era com- 
pagno di viag- 
gio a bordo del 
Giava e Bona- 
retti riuscì a per- 
suadere i viag- 
giatori di terza, 
fra i quali alcu- 
ni profughi mal- 
tesi, che si trat- 
tava di una spia 
turca prigionie- 
ra, destinata al- 
la fucilazione. 
Il Facioli se 
ne stava seduto 

presso un boccaporto in diperata e ras- 
segnata attesa del mal di mare col viso 
segnato dall'impronta della più triste aspet- 
tativa; tratto tratto qualcuno si staccava 
dal castello di prua e si azzardava fino 
nelle vicinanze del poveretto, si soffermava 
e poi si allontanava, commiserandolo sulla 
triste sorte che su lui incombeva. Per for- 
tuna il mal di mare venne presto, e Fa- 
cioli si rifugiò in cabina, inconsapevole di 
essere stato universale oggetto di tanta 
pietà. 

Conterraneo di Bonaretti, e che ha come 




Bonaretti. 



48 



LA LKTTURA 




I l 



A ' ! vani colleghi 

/ / ) Su il suo ci 

ì I \ to vasto, bianc 

' / \ piante al so 

y ^ j l'I', e, sovra p[ 

'^ ^- .-T"* alla tondegg 



\ 




lui^un passato di battagliera e bollente gio- 
vinezza, è il comm. De Luca Aprile, il ne- 
store dei corri- 
.VN_ spondenti. Ve lo 

presento in tutta 
la compitezza del- 
la sua piccola, in- 
faticabile andatu- 
ra. Di tal passo 
egli si recava agli 
avamposti a qua- 
lunque ora, in 
qualsiasi contin- 
genza come il più 
valido dei jnù gio- 
vani colleghi suoi. 
Imet- 
ancheg- 
sole e 
l'I', e, sovrapposto 
alla tondeggiante 
persona, lo faceva 
rassomigliare ad 
uno di quei fun- 
ghi che in autun- 
no sorgono nei 
pingui prati di 
Lombardia, si sca- 
gliarono i fulmi- 
ni dell'autorità su- 
prema, poiché il 
buono, il mite, instancabile professore si 
trovò il nominato titolare di un formidabile 
decreto di espulsione! 

E poiché ci troviamo a parlare della terra 
che Etna riscalda e degli uomini suoi, non 
posso tacere del più autorevole rappresen- 
tante dell'isola nostra in Tripoli nostra. 

Eccovi l'on. De Felice, il deputato socia- 
lista che, pur rimanendo saldo alla ferma 
ed antica fede del suo partito, non ha po- 
tuto sottrarsi al fascino che soggioga chiun- 
que si trovi in condizioni di poter e dover 
constatare quanto sa e può fare il soldato 
italiano. Egli è entusiasta dei marinetti ma- 
gnifici: ha ragione. Ne ho visto io uno, 
solo, senz'armi, nell'oasi, a cavallo, fru- 
gare in un oliveto e scovare un paio di 
arabi armati e insidiosi. E solo, con la 
minaccia della sua sferza, li ha condotti al 
posto più vicino, un migliaio di metri lon- 
tano. 

De Felice non è solo ammiratore dei 
soldati , ma egli stesso è soldato. Lo si 
vede ovunque, anche colà dove il pericolo 
non manca. 11 suo elmetto preistorico, che 
sembra una pagoda, o la sua paglietta senza 
colore, si vedono ovunque: a Tripoli, al 
Comando e alle trincee. 



Il COM.VI. De Luca Aprile. 



A proposito di deputati. Un giorno si 
sparse la novella dello sbarco a Tripoli dei 
Giovani Turchi. Fu un allarme, un panico. 
Era però Li verità. Erano sbarcati l'on. Gal- 
Icnga Stuart e l'on. Baslini ! 

L'onorevole Baslini rimase parecchio fra 
noi e certamente fu questa un'ottima oc- 
casione per conoscere ed apprezzare il gio- 
vane deputato lombardo, che, tramutato quasi 
in giornalista, non trascurò occasione per 
tutio vedere e constatare anche là dove... 
jaceva piuttosto caldo. 

Di sfuggita, posso offrirvi Corradini ; dico 
di sfuggita, perchè non l'ho mai potuto co- 
gliere con calma, tanto é sempre affaccen- 
dato. Egli è l'apostolo dell'impresa nostra 
ed ha saputo, col suo stile brillante, far 
amare la futura propaggine d'Italia e spe- 
rare nella sua conquista, anche quando una 
nostra azione in Tripolitania sembrava so- 
gno di malata mente imperialista. 

Parlai di deputati, di giornalisti e di let- 
terati. Fra questi 
ultimi non posso 
a meno di accen- 
nare all' ostinata- 
mente tenace fon- 
datore del Juturi- 
smo. Precisamente 
F. T. Marinetti era 
fra i nostri. Ve lo 
figurate, Marinet- 
ti, in abito da pas- 
seggio, con scar- 
pe basse e lucide, 
il giorno 26 otto- 
bre, alla battaglia 
di Sciara Sciat, ar- 
mato solo di un 
vecchio scudiscio 
di nerbo di bue? 
Eppure c'era: cal- 
mo , entusiastica- 
mente impassi- 
bile. 

Dovette però ri- 
conoscere che, pur 
avendo in vita sua 
sentito tanto fi- 
schiare, un sibilo 
tanto lugubremen- 
te futurista come 
quello delle palle 
presso le orecchie 
e sul capo, non lo 

aveva mai udito. l'on. dk felice. 

Egli è innamora- 
to dei nostri soldati. Li chiama l'ideale 
dei futuristi, mentre invece, col massimo 




1' ' yì .v-^::^^^^ \ 




I NOSTRI CORRISPONDENTI DI GUERRA A TRIPOLI 



49 




disprezzo, appiccica l'epiteto di passatisti 
ai turchi. 

Giorni sono, a lui, che aveva passata 
tutta la notte alle trincee, capitò un fatto 
curioso. Inforcò il destriero arabo di un 
collega per ritornare a Tripoli. Notate che 
Marinetti ha nel suo 
attivo parecchie ca- 
dute di sella. Questo 
però non deve fare 
eccessiva impressione 
perchè anche... i più 
provetti cavallerizzi 
tra i corrispondenti di 
guerra... non posso- 
no scagliare la prima 
pietra al riguardo. Ad 
. , un tratto la bestia, im- 
I ^^^'^'s bizzarrita, prese una 

1 V di quelle corse pazze 

%^^^_^'''\ che solo conoscono i 

^^A ) cavalli di origine ara- 

(0^ ^ \ / ba; al cavaliere non 

rimaneva che , o di 
rendersi recidivo in 
fatto di cadute (e que- 
sta volta il cader d'ar- 
cione era 
alquanto 
pericolo- 
so) o di 
fare ogni 
sforzo 
per rima- 
nere in sella. Egli prese questo 
ultimo partito ; si aggrappò quin- 
di con disperato amplesso al 
collo della cavalcatura poco re- 
missiva. E corri e corri, passò 
l'oasi, le case sparse, i viottoli 
insidiosi, le caserme, e giunse 
fin presso il mercato del pane o 
Souk-El-Kabza (parlo arabo per 
far piacere a Marinetti che lo 
conosce molto bene). Qui due 
soldati hanno potuto arrestare 
l'infuriato animale; il cavaliere 
scese di sella ansante e suda- 
to: un collega gli si avvicinò 
premuroso, ansioso, domandan- 
do di suo stato. E quello, colla 
calma serena di un lago in bo- 




CORRADO ZOLI. 




naccia, all'affannato postulante domandò a 

sua volta: — Dimmi, se questa bestiaccia 

(il cavallo), invece di 

prendere la corsa ver- -'^'^ 

so Tripoli, la prende- j^ ' \ 

va in senso contrario, -<tt^ ^' -^ 

dove sarei ora? y'^ Tft^'* — ^ 

— Nel campo tur- 
co! — rispose l'al- 
tro. 

Il più invidiato dei 
corrispondenti, ìiion- 
tati (dico così per- 
chè pochissimi hanno 
avuto la fortuna di 
poter trovare un ca- 
vallo discreto), è Cor- 
rado Zoli, che vi pre- 
sento, perchè è l'in- 
vidiato possessore di 
una splendida sella 
inglese, che ha pesca- 
to chissà dove. 

E di chi dovrei par- 
larvi ancora? Di tutti p^ 
gli amici nostri? Del j<j 
saldo, buono, italica- ^ 
mente fie- 
ro D e- 
Frenzi? 
Di Raset- 
ti, giovia- 
le e ar- 
dito ? Di 

FÌSÌZ7A, di 

Berri, di 
Rossini 
tondeg- 
giante? Di 
Lucatelli , 
Marginati, 




Savorgnan. 



-^^ 



il celebre Oronzo 
il cittadino che pro- 
testa ovunque, anche a Tripoli? 
Di Savorgnan del Resto del Car- 
naio f 

Non finirei più, tanti sono e 
tutti simpatici e buoni. 

Per evitare la censura, chiu- 
do con una nota ufficiosa. Vi 
schizzo il corrispondente della 
Stefani. 

GUSTAVO POSSENTI. 



Il corrispondente della « Stefani 



La Lettura. 




Prospetto della Mecca nella seconda metà del secolo XVI li. 

Ln (>oTi;fic)(Uì eli ATInh 




Il paradiso dei mussulmani. 

el paradiso di Maometto le vez- 
zose Uri avranno un gran da 
fare in questi giorni. Era un 
pezzo che non arrivavano ospiti 
nuovi. Il Profeta dell'islamismo 
non ha infatti garentito l'ingresso nell'Eden 
mussulmano se non ai martiri che « per 
causa di Dio » muoiono nella guerra santa ; 
e poiché guerre sante non se ne combat- 
tevano da molto tempo, è probabile che 
anche da molto tempo nessun fedele sia 
salito lassù;... a meno che i comitati Gio- 
vani Turchi non abbian deciso diversamente. 
Ci voleva la guerra in Tripolitania per 
rianimare un po' il paradiso di Maometto: 
un paradiso, a dir vero, delizioso. Ben ne 
conoscevano le delizie quegli arabi che — 
come ultimamente narrava Luigi Barzini — 
furon trovati morti presso le nostre trincee, 
con nel volto l'estasi d'una visione paradi- 
siaca. Nella sacca, essi custodivano quasi 
tutti una copia del Corano. E là forse, nei 
versetti in cui si descrive il soggiorno pro- 
messo agli eroi, avevano attinto l'estremo 
coraggio e il disprezzo della morte immi- 
nente. 

« Coloro che temono il giudizio possiede- 



ranno due giardini ornati di boschetti. — 
In ciascuno d'essi zampilleranno due fonta- 
ne, — in ciascuno d'essi cresceranno in ab- 
bondanza frutti diversi: — datteri, melagrane 
e altri frutti vi saranno raccolti. — E gli 
ospiti di questo soggiorno, distesi su gia- 
cigli di seta, adorni d'oro, godranno d'ogni 
cosa a lor piacimento. — Accanto avranno 
le Uri dai belli occhi neri. — E queste gio- 
vani vergini dallo sguardo modesto, delle 
quali né uomo né genio mai profanò la bel- 
lezza, — simili al giacinto e alla perla, — 
staranno rinchiuse nei padiglioni superbi, — 
riposeranno coi loro sposi (i beati) su verdi 
tappeti e su magnifici letti, — e li ameran- 
no, e godranno con essi d'una medesima 
giovinezza. > 

Ce n'é abbastanza per far desiderare ai 
mussulmani di morire con una certa solle- 
citudine; tanto più che, oltre ai frutti e alle 
Uri, v'è dell'altro in quel paradiso: 

« Nei giardini promessi a coloro che te- 
mono Dio scorrono fiumi d'acqua incorrut- 
tibile, di latte il cui sapore non s'altera mai» 
e di vin delizioso. — Rivoli vi scorrono di 
puro miele. — La grazia del Signore veglia 
ivi sopra gli eletti ». 

Anche il vino, dunque. La bevanda che, 
come sapete, Maometto proibì agli arabi, 



LA RELIGIONE DI ALLAH 



51 




già troppo ardenti di lor natura, ed a cui 
nessun mussulmano s'accosta senza commet- 
tere sacrilegio, nel 
paradiso è servito 
senza risparmio, « in 
coppe di differenti 
forme, da giovinetti 
candidi come la per- 
la nel suo guscio ». 
Sembrerebbe così 
che il Profeta, im- 
ponendo l'astinenza 
dal vino in questo 
mondo , concedesse 
poi nell'altro la più 
ampia facoltà di sbor- 
niarsi. 

Ma in realtà quello del pa- 
radiso è un vino speciale : 
non dà alla testa. « Il suo 
sapore — dice il Corano — 
non farà tenere ai beati ve- 
run discorso indecente, né 
li inciterà a mal fare ». Ed 
è una vera fortuna per quelle povere Uri... 



DlRHKM DI AbDELMÈLIK 
La Più ANTICA MONETA ARABA d'aRGENTO -DAMASCO 698. 




Moneta di rame di Abdelmélik 



Il fatalismo, il fanatismo e la guerra 

SANTA. 

L'indifferenza e quasi l'ebbrezza con cui 
i mussulmani davvero convinti, i fanatici 

dell' islam, 
vanno in- 
contro alla 
morte non 
deriva sol- 
tanto dal fa- 
scino che su 
loro esercita 
il paradiso 
promesso : 
vi ha gr?n 
parte anche 
quel famoso 
fatalismo 
orientale , 
che, già la- 
tente nello 
stesso carat- 
tere di quei 
popoli, fu 
dal Profeta, 
e in mag- 
gior misura 
più tardi 
dalla dog- 
matica isla- 
mitica, sti- 
molato nei 




Cortile di casa privata. 



Stanza principale di una casa privata. 

fedeli. Quando Maometto, nei primi tempi vostre vite per la difesa della fede. Non 



della sua missione, urtò contro l'ostinata in- 
credulità dei Meccani, per spiegarsi come 
mai quegli idolatri 
non riconoscessero 
la verità che era, se- 
condo lui, così evi- 
dente nelle sue pa- 
role, concepì r idea 
della predestinazio- 
ne: « Dio guida chi 
egli vuole e lascia 
nell'errore chi non 
gli piace ». Questa 
idea, che si riferì 
dapprima solamente 
alla fede, s'allargò a poco 
a poco per abbracciare in- 
fine tutta la vita; e il Co- 
rano stesso l'andò genera- 
lizzando ne' suoi aforismi: 
« L' uomo non muore che 
per volontà di Dio », « L'uo- 
mo porta il suo destino at- 
taccato al collo ». Perciò il 
turco ancora oggidì parla del suo kismet 
(« destino assegnatogli ») e l'arabo va in- 
contro ad ogni sventura col suo stoico 
mukaddar (« era così prestabilito ») o col 
vietkùb («così stava scritto»). 

Con questa disciplina si comprende come 

r islamismo ^^^ 

abbia potu- m^m^Jì m^^^^^ I -- ^^^^\^\ 
to fare dei 
soldati eroi- 
ci, se non 
degli uomi- 
ni di pro- 
gresso. Qua- 
si in ogni 
Sur a il Co- 
rano racco- 
manda l'e- 
roismo ed 
incita alla 
Guerra San- 
ta. « Dio è 
con l'uomo 
coraggio- 
so , » dice 
un versetto; 
e un altro: 
< Giovani e 
vecchi, mo- 
vete alla 
guerra e sa- 
crificate le 
vostre ric- 
chezze e le 




52 



LA LETTURA 



v'è per voi più glorioso profitto. Se sape- 
ste!... ». In quel «se sapeste!» è tutto un 
miraggio paradisiaco ; miraggio che egli su- 
scitava sempre quando gli era indispensa- 
bile l'abnegazione e la devozione completa 
de' suoi fedeli. E la devozione — dopo i 
primi successi nelle guerre coi Meccani — 
diventò fanatismo. 

II primo esempio di fanatismo mussulmano, 
cioè d'obbedienza assoluta e cieca, si ritrova 
in un episodio del tempo in cui Maometto 
soggiornava a Medina: episodio così caratte- 
ristico, che merita d'esser narrato. Dopo la 
battaglia di Beder, una donna per nome 
Assma, della 
tribù degli 
AusSjCheper 
la massima 
parte era av- 
versa al Pro- 
feta , scrisse 
un epigram- 
ma contro 
costui. «Non 
v' è dunque 
alcuno che 
mi tolga di 
fra i piedi 
quella don- 
na?», escla- 
mò il Profe- 
ta quando la 
cosa gli fu 
riferita. Lo 
udì O m e ì r 
Ibu Adì, un 
cieco della 
stessa tribù 
di Assma, 

convertito da poco ; e la notte seguente, di- 
menticando nel suo fanatismo perfino il vin- 
colo di tribù, unico vincolo presso i popoli 
arabi prima di Maometto, andò a tastoni nella 
stanza dove Assma dormiva e la uccise. Al 
mattino, venne dal Profeta e gli disse : « O 
inviato di Dio, io l'ho uccisa! ». Maometto 
rispose : « Tu hai reso un servizio a Dio e 
al suo inviato, Omeir ». K questi soggiunse: 
< Mi accadrà per cagione di lei nulla di 
male? ». « Nemmeno due capre cozzeranno 
per ciò insieme », rispose, assolvendolo, l'in- 
viato di Dio. 

Tanto Maometto influì, con la nuova fede, 
sul carattere del i)opolo arabo. Ciò che prima 
di lui non si conosceva ira la gente del de- 
serto, l'obbedienza, egli l'ottenne in nome 
del Dio unico; e di quelle tribù sempre guer- 
reggiami fra loro, di quegli uomini rosi ri- 
belli a ogni freno e ad ogni ordine, così 




Tipi di maomettani 



profondamente individualisti, fece una sola 
falange disciplinata ed unita sotto il vessillo 
dell'Islam. 

Il Profeta. 

Maometto era, da fanciullo, un semplice 
guardiano di pecore. A ventiquattro anni si 
mise a servizio in casa di una ricca vedova, 
nominata Cadiga ; e qui ebbe principio la 
sua fortuna. Maometto era un bel ragazzo, 
sembra; Cadiga, benché avesse seppellito già 
due mariti e fosse nella piuttosto matura età 
di trentanove anni, si lasciò facilmente ac- 
cendere il cuore dagli ardenti occhi del suo 

bel cammel- 
liere. Fece 
capire la co- 
sa al giovi- 
notto, e que- 
sti, senza an 
dar troppo 
per il sottile, 
accettò la 
proposta: la 
proposta, vo- 
glio dire, di 
matrimonio . 
Nonostante 
le apparenze 
( Cadiga era 
molto ricca, 
ed anzianot- 
ta, mentre il 
futuro profe- 
ta aveva ven- 
tiquattr'anni 
e... nient'al- 
tro) fu un 
matrimonio 
d' aftezione ; e sinché Cadiga visse. Mao- 
metto — che pure era discretamente don- 
naiuolo, come vedremo in seguito — non 
le pose mai a fianco nessun'altra moglie e le 
professò amore e venerazione fino alla sua 
morte. Vi basti questa prova: Aiesa — non 
so se la quinta o la settima o anche la nona 
consorte legittima del grand' uomo — soleva 
dire non esser ella tanto gelosa di nessuna 

delle altre mogli di suo marito, quanto 

di Cadiga, che da lungo tempo era morta. 
Maometto crebbe nella religione dei suoi 
avi : religione molto vaga, che consisteva 
in un miscuglio di totemismo, di feticismo 
e d'idolatria, e che aveva il suo centro nel 
tempio della Mecca, la famosa Kà'aba. Ma 
alla Mecca, in quel tempo, bazzicavano, per 
iscopi commerciali, molti giudei, ed anche 
alcuni discepoli dei settatori e anacoreti cri- 
stiani sparsi nell'Arabia settentrionale. È prò- 



LA RELIGIONE DI ALLAH 



53 





Donna tutta vhlata. 



babile che dalle conversazioni tenute con 
costoro il futuro Profeta dell'islamismo traesse 
le prime idee intorno al 
Dio unico ed al giudi- 
zio finale, e tutte le no- 
tizie e i precetti biblici 
ed evangelici che egli 
plagiò allegramente, 
rimpinzandone il suo 
Corano. Ma, comunque 
sia andata la cosa, certo 
è che, dopo alquanti 
lustri di solitudine e di 
meditazione, e già pres- 
so al suo quarantesimo 
anno, un bel giorno del 
mese di Ramadan tornò 
a casa dalla solita pas- 
seggiata solitaria su la 
montagna in preda a 
una terribile agitazione. 
Cadiga cercò di cal- 
marlo, e quando vi tu 
riuscita chiese al marito 
che diamine gli fosse accaduto. Allora il 
Profeta parlò. Su la montagna , mentre 
meditava, gli era apparso nientemeno che 
l'Angelo Gabriele in persona, quello stesso 
che qualche secolo addietro aveva portato 
il mistico messaggio a Maria; e gli aveva 
annunciato (come abbia poi fatto, Gabriele, 
a metter d'accordo le due annunciazioni, 
non si capisce) che egli sarebbe stato l'a- 
postolo definitivo di Dio e il Profeta inap- 
pellabile della fede. 

Da quel giorno cominciò la 
propaganda di Maometto. Nei 
primi tempi fu una propagan- 
da, diremo, in famiglia. Il 
Profeta si limitò a convertire 
sua moglie, suo nipote Ali — 
il futuro Marte dell'islamismo 
— ed Abubecr, che doveva 
essere più tardi suo suocero, 
o meglio, uno dei suoi suo- 
ceri. Ma quando volle esten- 
dere la predicazione oltre le 
pareti domestiche, comincia- 
rono le difficoltà. Una volta 
che egli aveva radunato in 
casa sua tutta la parentela per 
predicarle il nuovo verbo, un 
suo zio, di nome Abu Lahab, 
il quale s'aspettava che quel 
convegno servisse per discu- 
tere chi sa quale affare im- 
portante, all'udire la predica 
del nipote scattò in piedi e gli spiattellò in 
faccia, senza perifrasi : « Che il diavolo ti 



/" "^ 




1^ 


jpn^^ 


fi /A 


w 


ri 1 ,\| 


1 




BuÈ ìM 




-^^1 





Donna in veste da casa. 




Costume femminile per caval 

CARE O per passeggio. 



porti! e per tutto questo ci hai chiamati? ». 
P'u il primo insuccesso di Maometto. Ne 
ebbe ancora parec- 
chi altri prima di 
poter stabilire defi- 
nitivamente l'islam 
tra gli arabi; e il 
più grave, se non 
l'ultimo, fu quello 
che lo costrinse alla 
famosa Egira, ossia 
fuga, dalla Mecca 
a Medina, dove 
trovò, in compen- 
so, un' ottima ac- 
coglienza, e dove 
riuscì a far nume- 
rosi proseliti. Ma il 
successo venne, e 
venne anche il 
trionfo. Otto anni 
dopo Maometto en- 
trava da padrone, 
con dinanzi a sé lo 
.stendardo verde dell'islam, nella città che 
lo aveva discacciato ; e poco appresso, ri- 
conosciuto ed obbedito da quasi tutta l'A- 
rabia, poteva pensare, nientemeno, che ad 
una spedizione in Siria, contro i bizantini. 

Maometto e le donne. 

Il Profeta aveva una prepotente inclina- 
zione al bel sesso; ma nel contrarre i suoi 
matrimoni sapeva abilmente conciliare l'a- 
more con la politica, e la fo- 
cosità dell'innamorato con la 
saggezza dell'uomo pratico. Il 
tirocinio nella sua carriera ma- 
ritale Maometto lo fece con le 
vedove, forse pensando che in 
tutte le cose bisogna proce- 
dere gradatamente, dal facile 
al difficile; e infatti, due mesi 
soli dopo la morte di Cadiga, 
passò in seconde nozze con 
un'altra vedovella, Ssauda. 
Poi, senza perder tempo, e 
seguendo anch' egli l'usanza 
araba della poligamia, sposò 
Ajesa. Quest'ultimo fu un ma- 
trimonio politico; ma è proba- 
bile che c'entrasse anche una 
certa appetiscenza da parte del 
Profeta, perchè egli aveva al- 
lora cinquantatrè anni suo- 
nati, mentre la fanciulla non 
ne aveva che nove... Dai qua- 
rant'anni di Cadiga ai nove di Ajesa un certo 
progresso si nota nei gusti di Maometto.... 



54 



LA LETTURA 



Quando il numero delle sue donne rapi- 
damente aumentò, per ognuna di esse egli 
fece costruire una casa accanto alla sua, 
ed egli usava di abitare piuttosto le prime 
che l'ultima. Non faceva per tal modo che 
mettere in pratica, con lodevole zelo, il 
precetto dato da lui stesso nel dugentotree- 
simo verso del Corano, Sura prima, dove 
si legge: « Le vostre donne sono il vostro 
campo. Coltivatelo tutte le volte che vi pia- 
cerà ». 

Fin dai tempi di Sara e di Nagar l'O- 
riente ammette le schiave come concubine; 
ed anche presso gli arabi Maometto san- 
zionò questa usanza , in modo che ogni 
credente — ad eccezione del Profeta, che 
non era vincolato da alcun numero — po- 
tesse avere tutt'al più quattro mogli (il Pro- 
feta ne ebbe nove), ma concubine quante 
ne volesse. E Maometto, oltre all'harem 
legittimo, ne aveva uno illegittimo, dove 
le schiave affluivano perfino dall'Egitto e 
dalla Mesopotamia. 

Altre mogli del Profeta furono Meimina, 
vedova anch'essa; Rihana, una bella giudea 
che per sposare Maometto si convertì all'isla- 
mismo, e Sainab. Sainab, donna di meravi- 
gliosa bellezza, era maritata a Said, figlio 
adottivo del Profeta; ma questi, ad onta 
dell'adozione, aveva preso una cotta per 
la figlioccia, e quando le stava vicino non 
faceva che sospirare. Un giorno, avendola 
trovata sola in casa, e vestita di abiti così 
leggeri che appena celavano il candore e 
le forme del magnifico corpo, si lasciò scap- 
pare, tra un sospiro e l'altro, questa frase 
sibillina: « Lode a Dio che può cambiare 
i cuori!»; poi se ne andò. Sainab riferì 
più tardi le parole a suo marito; e Said, 
mangiata la foglia, si affrettò, da uomo poli- 
tico, a ripudiare la moglie, che in capo a 
pochi giorni passò a dormire sonni più santi 
nel talamo del Profeta. I mussulmani mor- 
morarono un po' alle sue spalle, dicendo 
che egli aveva sposata la moglie di suo 
figlio. Ma egli — come usava nei mo- 
menti critici — ricorse ai soliti oracoli ; 
e fece discendere il capitolo XXXIII del 
Corano, nel quale si permette ai fedeli di 
sposare le donne dei loro figli, se questi 
le han ripudiate.... 

Il Corano. 

La Bibbia dei mussulmani, El Koràn — pa- 
rola araba che significa lettura — fu per la 
prima volta pubblicata nella sua edizione de- 
finitiva al tempo del terzo califfo Othmcìn, 
l'anno 650. È diviso in centoquattordici ca- 



pitoli, o Su re, disposti non secondo il loro 
ordine cronologico o logico, ma secondo la 
loro lunghezza, cioè, con un disordine tale, 
che spesso chi ci si raccapezza è bravo. Il 
suo contenuto è scarsamente oginale; vi si 
ritrovano, un po' alla rinfusa e spesso anche 
un po' sciupacchiate, molte tradizioni e prin- 
cipi del giudaismo e del cristianesimo ; e 
quanto alla dogmatica, la differenza essen- 
ziale tra il giudaismo e l'islam è tutto in 
questo credo islamitico: « Noi crediamo in 
Dio, crediamo al libro che ci è stato in- 
viato; a ciò che Abramo, Ismaele, Isacco, 
Giacobbe ci rivelarono, e alle dodici tribù ; 
crediamo alla dottrina di Mosè, di Gesù e 
dei profeti.... ma siamo mussulmani». Mao- 
metto riconosce Cristo come profeta; non 
ne ammette però la divinità, e contesta che 
egli abbia mai preteso di essere figlio di 
Dio. «Coloro — è scritto nel Corano — i 
quali dicono che il Messia, figlio di Maria, 
è Dio, proferiscono una bestemmia. Non 
ha egli stesso predicato: — O figliuoli d'I- 
sraele, adorate Dio, mio Signore e vostro? 
Chi dà un eguale all'Altissimo non entrerà 
nel giardino di delizie ». 

A Maometto accadeva spesso, dettando il 
Corano, di scambiare le passioni del suo 
cuore con le prescrizioni del suo Signore, 
ed appunto a un affare, diremo , dome- 
stico del Profeta, è dovuto, nientemeno, che 
la condizione della donna nella società mus- 
sulmana. Ajesa, che Maometto prediligeva 
fra tutte le sue mogli perchè, di umore gio- 
viale, sapeva rasserenarlo ed allietargli la 
vecchiezza, tornando una sera a Medina col 
marito e con altri molti, rimase indietro: 
alcuni dicono per cercare una collana ; altri, 
per una ragione alquanto diversa. Certo è 
che rientrò in casa piuttosto tardi, accom- 
pagnata da un uomo; e il giorno dopo co- 
minciarono a correre delle ciarle maliziose 

su la sì, su la incolumità maritale di 

Maometto. Lo scandalo poteva recar danno 
alla riputazione del Profeta , e i più ze- 
lanti mussulmani, riunitisi con lui a con- 
siglio, proposero il divorzio con la moglie 
sospetta. Ma il profeta, che non poteva fare 
a meno d'Ajesa, si dichiarò persuaso della 
sua innocenza, e, per troncare d'un sol 
colpo tutte le dicerie, fece intervenire Dio 
stesso nella questione. Gli oracoli angelici 
piovvero a decine dal cielo. In uno fu vie- 
tato, sotto pena di cento colpi di staffile, 
sostenere accuse contro l'onore di donne 
maritate, se l'accusatore non poteva con- 
fermarle con la testimonianza di quattro te- 
stimoni oculari ; in un altro si prescriveva 
alle donne del Profeta di tenersi chiuse 



LA RELIGIONE DI ALLAH 



55 




nelle loro case; in un terzo si comandava 
a tutte le donne di non apparire se non ve- 
late alla pre- 
senza degli 
stranieri. La 
prescrizione 
della clau- 
sura fu poi 
adottata da 
tutti i mariti 
mussulma- 
ni; ed ancor 
oggi mi- 
gliaia di 
donne vivo- 
no racchiuse 
negli harem, 
sotto la più 
rigida e la 
più esosa 
e u stodia , 
perchè nel 
625 una fem- 
minuccia a- 
raba di quat- 
tordici anni 

commise la imperdonabile sbadataggine 

di perdere la sua collana. 

I DOGMI E I CANONI DELL' ISLAMISMO. 

Farei torto alla vostra coltura se vi di- 
cessi che significato ha la parola araba Islam. 
Islam significa « consacrazione a Dio ». E 
nemmeno vi dirò che mussulmano viene dal 
in fi s fi l m à n 
turco, e que- 
sto dal nm- 
slìm arabo , 
che significa 
«abnegato». 
L' islamismo 
esige infatti 
l'abnegazio- 
ne, la dedi- 
zione assolu- 
ta del fedele 
ad Allah e al- 
la sua causa, 
e la creden- 
za cieca nei 
tre dogmi : 
« Non v' è 
nessun Dio 
all' infuori 
di Dio»; 
«Maometto fu inviato da Allah»; «l'uomo 
è creatura di Dio ed a lui deve tornare ». 

Il primo dovere canonico del mussulmano 
è quello di purificarsi con abluzioni ogni 



Moschea del Sultano Achmet 




Interno della moschea Bayazid 



volta che deve compiere un atto religioso, 
ad esempio la preghiera (questo canone non 

credo sia 
molto rispet- 
tato dai su- 
d i e i ssimi 
arabi tripoli- 
tani), ed o- 
gni volta che 
ha avuto 
contatto con 
cose ritenu- 
te immonde 
dalla legge 
islamitica , 
come il vi- 
no, un cada- 
vere , o la 
personad'un 
infedele. Il 
secondo do- 
vere canoni- 
co, il più 
importante, 
è la preghie- 
ra; e il Muez- 
zin, la campana dell'Oriente, è incaricato 
di ricordarlo ai fedeli con la sua voce ca- 
nora, dall'alto del minareto. 

La preghiera è una cosa complicatissima. 
Pensate che il mussulmano, quando prega, 
deve cominciare prima coll'orientarsi, rivol- 
gendo la faccia verso la Mecca. Stabilito 
l'orientamento, qualche volta con l'aiuto di 

una piccola 
bussola ta- 
scabile, il fe- 
dele inco- 
mincia la sua 
orazione, ac- 
compagnan- 
dola con una 
mimica che 
se non è mol- 
to espressiva 
è però molto 
movimenta- 
ta. Una gin- 
nastica addi- 
rittura. Pri- 
ma si mette 
nella posi- 
zione à! at- 
tenti, ed ese- 
guiscealcuni 
tempi in piedi: alzare le braccia, abbassarle, 
reclinando la schiena, incrociare le mani; 
poi s' inginocchia e fa un piegamento del 
capo a destra, un altro a sinistra, un piega- 



COSTANTINOPOLL 



56 



LA LETTURA 




Posizioni 
della preghiera mussulmana. 



mento del corpo in avanti, fino a che, 
insomma, non abbia messo in pratica tutto 

il manuale 
svedese del- 
la ginnasti- 
ca in casa. 
Queste va- 
rie posizio- 
ni del cor- 
po debbo- 
no rigoro- 
s am e n t e 
combinarsi 
con le va- 
rie formole 
della pre- 
ghiera. Per 
esempio : 
« Allah è 
grande» 
(braccia in alto) ; « Io riconosco la perfe- 
zione del mio Signore, il Grande » (giù la 
schiena) ; « Allah è grande » (in ginoc- 
chio) ; « La pace su voi e la misericordia 
di Dio ^ (piegamento del collo a destra) ; 
altra « pace su voi e misericordia di Dio » 
(piegamento del medesimo collo a sinistra). 
E poi v'è tutta una serie di regole, a cui 
non si può venir meno senza render nulla 
la propria orazione. Domande personali a 
Dio, per esempio, non possono introdursi 
se non prima della posizione diciassette, quella 
in ginocchio con la 
faccia voltata a si- 
nistra. E guai a non 
ripetere quel preciso 
numero di volte che 
la legge prescrive 
la formula « Allah 
è grande > (in arabo: 
Allàhu akbaru), che 
è anche il noto gri- 
do di guerra dei 
mussulmani. 

Il terzo principale 
dovere religioso è il 
digiuno. Dura tutto 
il mese di Ramadan 
ed è obbligatorio 

soltanto dallo spuntare al cadere del giorno. 
La notte, naturalmente, si cerca di risarcirsi 
più che si può ; ma ad onta della tregua 
notturna, ogni mussulmano aspetta con una 
grande ansietà la fine del mese; e appena 
entra il mese nuovo la gioia di veder finito 
il tempo delle privazioni si rivela nella fe- 
sta della rottura del digiuno, che dura tre 
giorni e presso i turchi si chiama Bairàm. 
Ma più gravoso ancora del terzo, è il quarto 




Posizioni 
della preghiera mussulmana. 




La Pietra .nera della KÀ'aba alla Mecca. 



dovere canonico, il pellegrinaggio alla Mec- 
ca. Vero è che da un pò" di tempo, da 
quando anche 
ne ir islami- 
smo la fede 
religiosa s'è 
incominciata 
ad indebolire, 
una buona 
metà dei mus- 
sulmani, o col 
pretesto del- 
l' indigenza o 
dell'infermità, 
si risparmia di 
fare personal- 
mente il viag- 
gio e si lascia 
rappresentare 
nel santuario 

da qualche buon confratello a cui le gambe 
pesano un po' meno ed i peccati un po' più. 
Appena arrivati alla Mecca i pellegrini vi- 
sitano la Kàaba, un edificio cubico circon- 
dato da un portico, nel quale si venera la 
celebre « pietra nera », che non si sa bene 
se sia un bolide, o un pezzo di lava o qual- 
che altra cosa. Maometto la trovò nella Kà'aba 
quando questa era ancora il tempio degli 
idolatri. Spazzò via gl'idoli, ma la pietra la 
lasciò al suo posto, senza spiegare il perchè; 
e senza sapere perchè, i maomettani segui- 
tano a venerarla. E 
bisogna vedere (di- 
cono quelli che 
r hanno visto) con 
che scrupolosa esat- 
tezza gli accorrenti 
adempiono le loro 
funzioni di pellegri- 
ni. Vi basti un esem- 
pio. In una valle 
presso la Mecca c'è 
una specie di colon- 
na od altare, sul 
quale ognuno, pas- 
sando, deve gittar 
sette piccole pietre. 
Anche di questo rito 
non si sa bene la ragione. Ma non si dà 
mai il caso che un credente passi dinanzi la 
colonna e non vi lasci le sue sette pietruzze. 

La Confratkrxita dei Sknussi. 

Numerose sono le sette in cui fu o è tut- 
tora divisa la comunità islamitica; e le con- 
fraternite e le società segrete mantengono 
un fermento continuo negli strati inferiori 



LA RELIGIONE DI ALLAH 



57 




io allo sceicco, e non 
ci ho colpa se è trop- 
po lungo) tunisino, 
nonché conservatore 
d'una biblioteca della 
sua città, ha pubbli- 
cato, anni or sono, 
un piacevolissimo li- 
bro, in cui, narrando 
un suo viaggio nel 
paese dei Senussi, ri- 
ferisce parecchie cu- 
riose notizie intorno 
la confraternita e il 

poco prima di chiudere, poiché essa ha suo fondatore, Sidi Mohammed ben Ali 

per noi, ora, una importanza particolare. Es- Senussi. 

Lo sceicco Mohammed Ben Otsman EI- Sidi Mohammed, con quel che segue, fondò 

Hachaichi (il nome non glie l'ho messo la prima ^-^wm nell'oasi di Giarabub, ai con - 



C', IvTEO DI PELLEGRINI PER LE VIE DELLA MECCA. 



58 



LA LETTURA 



fini fra la Tripolitania e l'Egitto, nel 1835. 
Ma fin dal 1S30 nel sacro suolo della Mecca 
egli aveva cominciato la sua propaganda, il 
cui scopo era, a quanto sembra, di ricon- 
durre i mussulmani alla rigida osservazione 
della legge divina. In breve le zauie si mol- 
tiplicarono e il senussismo penetrò in Tri- 
politania, in Cirenaica, in Egitto, nello Ye- 
men e nella Siria, e Mohammed divenne 
per quelle tribù un santo. Gli si attribuirono 
dei miracoli uno più stupefacente dell'altro. 
Si narra, per esempio, che una volta, es- 
sendoglisi fratturata una gamba mentre era 
in viaggio, alcuni fedeli lo raccolsero nella 
loro capanna e gli medicarono la frattura 
con ripetute applicazioni d'un martello ro- 
vente su la parte ferita. Lo credereste? Il 
taumaturgo uscì dalle mani del maniscalco 
senza riportare nemmeno una scottatura ! 
Il miracolo si sparse subito fra gli arabi, 
e da quel giorno datò la popolarità di 
Mohammed. 

Il quale merita, del resto, tutta la nostra 
simpatia, non foss'altro perchè odiava cor- 
dialmente i turchi ; al punto che un giorno 
invocò su di essi la maledizione divina con 
queste fatidiche parole: «O Allah, fa che 
ogni volta che i turchi occuperanno un 
paese della terra, questo paese sia occupato 
dopo di loro dagli europei! ». E Allah s'è 
messo ad e- 
sa udir lo con 
uno zelo addi- 
rittura mussul- 
mano 

Al dire del 
bibliotecario 
tunisino, i con- 
fratelli senussi 
son gente be- 
nigna ed ospi- 
tale anche con 
gli europei.... 



quando questi riescono ad arrivar sani e 
salvi in qualche zaiiia. Presso il Califfo, poi, 
ogni visitatore riceve ospitalità per tre gior- 
ni : ma una ospitalità curiosissima, che si 
può chiamar decrescente. Nel primo gior- 
no egli ha riso e carne di cammello, nel 
secondo orzo e un pochino di carne, nel 
terzo niente altro che datteri. 

Come vedete, il Califfo ha un modo 
abbastanza perentorio di licenziare i suoi 
ospiti. 

Ma lui, il Califfo, ed anche i confratelli, 
si nutrono bene tutti i giorni, e sì nel man- 
giare che in altre cose tengono alle raffina- 
tezze. Vestono con lusso, profumano d'es- 
senze i loro corpi e d'ambra i loro abiti, e 
mettono — dice il bibliotecario — un certo 
amor proprio nella preparazione del loro 
the. Il the ha inspirato perfino delle poesie 
ai confratelli senussi ; e il bibliotecario ne 
riporta una che è deliziosa. « Bevete il the 
— dicono alcuni versi — bevetene continua- 
mente. Esso riscalda il cuore ed apre la 
mano per la generosità: ogni bevitore di 
the è generoso. L'intelligenza di chi ne beve 
diventa simile ad una perla polita che ri- 
flette le immagini.... Esso fuga dallo spirito 
ogni tristezza, e ritarda agli amanti l'ora 
delle supreme voluttà : lentezza piena di de- 
lizie, mèta suprema da attingere nell'a- 
more.... ». 

Non c'è che 
dire. Xella fac- 
cenda dell'a- 
more i mussul- 
mani, anche se 
dissidenti, so- 
no tutti d' ac- 
cordo.... 

VINCENZO 
BUCCI. 




Tipi di donne beduine. 







■J^^ ^ i 



t><. -'-X 



-^% '^ ^^^-^iS 




FIGLI DELLO SCOPARO. 



Disegni originali di « Caramba 



66 



riGILE DE R 

AILILA SCAILA 




99 




ina fiaba musicale, come Hans tind 
Gre tei. 

Tolta da una favola dei fra- 
telli Grimm, era in quella sol- 
tanto un tenue linguaggio, un 
grazioso insieme per i bimbi ; in questa 
è la voce sonante dell'anima umana, che 
canta le sue vittorie e le sue sconfitte: l'o- 
pera da cui traspare — di mezzo a delicate 
e linde trame simboliche — una più vasta 
e profonda espressione di vita. Era la prima 
un fine acquerello serrato dalla musica in 
una forte cornice bronzea ; questa, un quadro 
possente, dall'ampia linea, il cui soggetto 
— pur semplice di forma e di struttura — 
s'innalza alla più sottil filosofia senza averne 
apparenza. 

Un figlio di re che scende dal suo trono 
gemmato sino al regno della Miseria e sa 
trovarvi sorrisi e gioie intense, che muore 
assiderato e digiuno sognando una novella 
primavera, ci offre un triste senso e soave 
di vita, ci dice che — dinanzi al dolore e 
alla gioia — scende la reggia e sale la ca- 
panna a dolce abbraccio ! 

V'è, in questi Figli di Re, tutto un pic- 
colo mondo, a traverso il quale l'occhio del- 
l'anima intravede l'altro un po' più grande, 
ove un'umile creatura può giungere talora a 
grandi altezze, mentre può cadere un pos- 
sente in meschine condizioni. 

* 
* * 

La scena dell'atto primo è una breve ra- 
dura soleggiata in una foresta. Una capan- 
nuccia austera e sbilenca, coperta di muschi 
e di borraccina, sembra venir su come li 



abeti dalla terra, e da un rozzo camino 
manda al cielo una mesta spira di fumo tur- 
chiniccio ; ma d'intorno, oltre uno steccato, 
la consola un orticello civettuolo, ove un 
alto giglio dischiude il suo boccio, simbolo 
di verginità. Di faccia alla capanna è un 
trogolo, da cui geme un rivoletto limpido 
che forma pozzanghera. Ivi sguazzan le oche, 
delle cui virtù si è fatto assai parlare. 

Alcune stanno nell'acqua, altre si spolli- 
nano, altre beccan tra l'erba, mentre la 
« furba grigia » sta sulle sue ; poiché, tra le 
oche, usa darsi una certa importanza. Pro- 
fili di montagne s'intravedono sullo sfondo. 

È primavera, giovinezza dell'anno, dona- 
trice di sogni e di chimere ; e su questo 
cantuccio di mondo — ove il sole feconda 
la viola e il fungo velenoso — l'Ideale roseo 
e il Vero inesorabile chiamano a raccolta 
le lor' dolci creature, i loro avidi mostri. 
Una giovine guardiana d'oche, nata da san- 
gue reale, che ha per solo tesoro una ghir- 
landella di fiori di bosco e non sa che sia 

fortuna, amore, inganno Un reuccio che 

dà il suo manto alle tignole e vaga pe'l 
mondo con la corona nascosta come un pec- 
cato, un fardelletto di sogni, e una ingenua 
faretra per cacciar chimere 

La strega — immonda di pelle e di cuore 
— che raduna tutte le cattiverie umane fra 
le grinze, tesse l'inganno, mette veleno ai 

cuori Due infimi negozianti, di scope uno 

e l'altro di legna, corti di cervello e di co- 
scienza, che godon la stima della gente dab- 
bene, e seminan calunnie E di mezzo a 

costoro, un mite filosofo del buon tempo 



6o 



LA LETTURA 



antico, troppo onesto per esser creduto, 
troppo poeta per esser filosofo, che vaga con 

l'amico suo 
violino e go- 
de e soffre 
cantando al 
vento ingrato 
che sperde le 
sue melodie. 
Le oche, la 
moltitudine 
sciocca, cu- 
riosa e sapu- 




desiderio, qualcosa si oppone a soddisfarlo. 
La fanciulla — tenuta all'incanto nella selva 
— non può 
seguire il suo 
bene ove 
amore vor- 
rebbe : fa per 
fuggire, ma 
il bosco mor- 
mora e pro- 
tende le sue 
mille bran- 
che per trat- 



tella, che guarda e com- 
menta, ficcando il becco 
in ogni faccenda!... 

Da due giovani bocche 
che si toccano, sprizza la 
favilla del desiderio; e — 
quando, inconsapevoli, i 
due figli di re bevono trop- 
po da vicino — l'acqua 
del trogolo non basta a 
spegnere l'incendio di 
amore. La fanciulla, nel suo 
sa che sia un bacio, ma fa 
pirne il linguaggio e, senza 
conoscer la metafisica, 
pensa che anche in terra 
vi dev'essere un poco di 
cielo! Il giovine re trova 
a sua volta che una ver- 
gine in mezzo a una fore- 
sta vai più di mille dame 
tra la seta.... e cerca di 
spiegare alla estasiata ra- 
gazza quanto sia misero 
un re! Ma, chiacchieran- 
do, la ghirlandella cade 
dalla testolina della guar- 
diana, ed ella si fa rossa 
e melanconica, sinché il 
giovine dischiude il suo 
fardelletto e trae di mezzo 
alli stracci la sua corona 
d'oro in cambio.... 

Ed ecco, nato appena il 





La guardiana d'oche. 



candore, non 
presto a ca- 




La strega. 

tenerla; la terra l'avvin- 
ce.... le sue stesse oche 
sbatton le ali, la circon- 
dano, le fanno prepoten- 
za.... Ella non è padrona 
dellapropriavolontà: l'ani- 
ma sua è prigioniera. Il 
reuccio supplica, impreca, 
offende ; indi — gettata 
con disprezzo la sua corona 
— fugge per cercare altro- 
ve la felicità che credeva aver già raggiunta. 
Vengono, in nome della città di Hella, per 
chieder consiglio alla sa- 
piente donna del bosco, i 
due meschini negozianti : 
essi ricompensano col di- 
sprezzo il suonatore che 
ha loro insegnato il cam- 
mino. Chi più vale, più è 
odiato. I due messeri se 
ne tornan con la grande 
novella che sarà Re colui 
il quale — sia dotto o 
stolto — allo scoccar del 
seguente mezzodì entrerà 
pe'l portone di Hella. Ma, 
per bocca della strega, il 
suonatore scopre ancor di 
più: che la guardiana di 
oche — figlia d'un aguz- 
zino del boja — è di san- 
gue reale, e potrà regna- 
re! Così, l'ipocrita Destino 



FIGLI DI RE» ALLA SCALA 



— che spesso toglie poi quanto ha donato — 
si finge benigno, sorride e lascia cadere dal 

cielo una 
stella sul gi- 
^^^' gì io, il quale 

apre la sua 
corolla, lu- 
minosissimo. 
E si rompe 
l'incantesi- 
mo. Invano 
la strega ab- 
batte lo stelo 




tire la poesia del loro cuore? Essi vedranno 
soltanto le vesti in brandelli e l'aspetto in- 
genuo trop- 
po! La figlia 
dell'oste cre- 
derà con un 
piatto di car- 
ne di aver 
pagata anche 
troppo l'ani- 
ma del reuc- 
cio straccio- 
ne; l'oste lo 




W 



Lo SPACCALEGNA. 





L'oste. 



del giglio innocente col 
suo bastone, invano si tor- 
ce imprecando: la guar- 
diana è corsa pe'l bosco 
— seguita dalle sue oche — 
gioconda, plaudente, ra- 
diosa. 



Atto secondo: la città 
di Hella con tutte le bizze 
e le invidiuzze, i pregiu- 
dizi e le ostentazioni, le false onestà e la lu- moltitudi 
stra ignoranza! Consiglieri idropici di mente nanzi al 
che bilanciano le alte que- 
stioni secondo l'umore " 

delle lor' mogliere ; vec- 
chi cocciuti ; cervelli tondi 
che vanno per la maggio- 
re; osti che sentenziano ; 
stallieri galanti: tutta la 
scempiaggine e l'ingordi- 
gia umana che ciarla e 
morde sorridendo. E, di 
mezzo a tutta questa real- 
tà della vita, — nubi co- 
lor di rosa — le anime 
sognanti dei bimbi 

Quale buona accolta 
possono attender da si- 
mile gente i due giovini 
figli di re, soavi e schiet- 
ti? Come quei goffi citta- 
dini possono scorgerne le 
candidissime anime, sen- II sarto. 




Lo SCOPARO. 

onorerà prendendolo in 
suo servizio come guar- 
diano di porci ; altri lo 
accuserà del furto com- 
messo da un onesto cit- 
tadino 

Poiché le tribune e la 
piazza son gremite di di- 
gnitari e di popolo, al 
rintocco delle campane, un 
fremito enorme agita la 
ne, la quale si scinde e fa ala di- 
portone da cui deve entrare il re 
novello ! Al dodicesimo 
colpo — mentre ogni cuo- 
re cessa di battere — la 
porta si spalanca e appar 
— nel mezzo di una lunga 
strada bianca e luminosa, 
innanzi a gioconde prate- 
rie — la guardiana, cir- 
condata dalle sue oche, 
pura in un' aureola di 
raggi, recante la corona 
in testa, mentre le chio- 
me d'oro le scendono a 
fiume per le spalle Co- 
me una creatura così sem- 
plice e simile alle altre 
potrebbe essere regina? 

Il dileggio, l'insulto si 
scagliano dalla stolida fol- 
la ; invano il suonatore 
perde il suo fiato : le zuc- 



62 



LA LETTURA 



che non si gonfiano! Una sola creatura in- 
tende: una delle tredici bimbe dello scoparo, 

che il re uc- 
cio ha prima 
É tenuta sulle 

ginocchia e ca- 
rezzata. Ella, 
come tutti han- 
no lasciato la 
piazza, rimane 
sola, piangen- 
te... indi guar- 
da fuori dalla 
parte onde fug- 
girono i due 
figli di re, con 
' ^^ infinita tristez- 

za. La sua pie- 



ma è restato ancor buono; i meschini ne- 
gozianti si sono pentiti dei loro errori, ma 
seguitano a 
commetterne ; , 

e i figli di re 
vengono a mo- 
rir di fame e 
di freddo nel 
luogo stesso 
ov'han gustato 
la prima feli- 
cità. 

Per un tozzo 
di pane la co- 
rona regale : e 
nel pane è la 
morte!... 

Il suonatore 




ciola anima — 
te r sa come 
un'alba di 
maggio , pura 
come un cali- 
ce di giglio — 
intuisce il ve- 
ro, sente ciò 
che li altri non 
sentono. L'in- 
nocenza, la sin- 
cerità, la spon- 
taneità istinti- 
va vincono o- 
gni sentimen- 
to. L'anima 

inatta non si dissolve agli urti del pregiudi- 
zio e della convenienza, all' affocamento 
delle passioni ! È schietta come una fiamma ! 



Al terzo atto l'azione conduce ancora allo 
stesso luogo della foresta, ma nel cuor del- 
l'inverno. Tutte le cose in- 
volve un sonno bianco e par M 
che il cielo si sia disfatto 
sulla terra in lacrime di ne- 





ve!... Non più l'orticello 
scherzoso, non più gli zam- 
pilli dal trogoletto muschia- 
to, non più tenere foglie sul 
tiglio!... Passa la primavera 
e la gioia; vaniscono i sogni 
e torna la lenta caduta di fo- 
glie sull'anima, l'inesorabile 
ghiaccio del Vero! 

La strega è morta, ma il 
suo alito velenoso è rimasto 
nell'aria; il suonatore ha per- 
duto i sorrisi e le canzoni, 




La folla. 



discorre all'a- 
nima rosea del- 
la piccola bim- 
ba che sa tutto 
il suo dolore... 
Egli non può 
trovare altra 
eco peri propri 
senti menti ; 
non può oblia- 
re che la soave 
creaturina gli 
recò di nasco- 
sto il cibo alla 
finestra della 
prigione; e con 
lei si pone in cammino per ritrovare i figli 
di re fra tutto quel mare di ghiaccio, lon- 
tano, lontano... 

Ma essi muoiono, vaniscon felici, sognando, 
in un bacio, dissolvendosi in nulla, come i 
fiocchi di neve attorno... Essi che eran di 
sangue reale! Il suonatore tornando li sco- 
pre e scioglie l'ultima can- 
zone; seppellirà poi con i gio- 
vani amanti il suo violino e 
non canterà più, perchè tutto 
è vano nella vita: ogni po- 
tenza si dissolve pari a una 
piccola cosa. 

* * 
Tale la sottil filosofia che 
si rivela per via di lievi sfu- 
mature simboliche emananti 
da tutta l'azione. In essa son 
comprese le dolci visioni del- 
l'ideale e la cruda realtà 
della vita; un po' di gioia e 
un po' di tristezza: lacrime 
in occhi ridenti di fata. La 



« FIGLI DI RE » ALLA SCALA 



6-. 



suprema poesia dell'anima si libra al diso- 
pra d'ogni opulenza; il desiderio eterno di 

più soave vita 
I,-; ^ ^>^^.-f%,>^ e?»' K- prorompe. Per 

certe gentili 
creature, il 
mondo — con 
tutti i suoi fa- 
sti — è assai 
angusto : esse 
hanno bisogno 
di levarsi a vo- 
lo fuor dell'u- 
mano ; e se an- 
che il corpo 
soffre, l'anima 
non se ne ac- 
corge. Così il 




neve e un raggio di stella ! Occorreva per- 
ciò ottenere — più che la forza di voce — 
quella grazia a- 
deguata a dar 
rilievo al perso- 
naggio sì esi- 
le, ma di tanto 
significato... e 
certo i m ae- 
stri Mingardi e 
Serafin avran 
dovuto conce- 
dere parecchia 
della loro pa- 
zienza alla pic- 
cola artista. 

La messa in 
scena sarà, 




dolore si tra- 
sforma in gioia 
infinita, la mi- 
seria in beati- 
tudine, l'inver- 
no squallido 
in aprile gio- 
condo! 

Il maestro 
Humperdink 
— il cui istru- 
mentale polifo- 
nicamente per- 
fetto possiede 
tutta la gam- 
ma wagneria- 
na, pur serbando indipendenza di linee e 
distinta personalità — non poteva desiderare 
per la sua indole un soggetto più di questo 
ricco di colore, per profondere una pioggia 
di gioielli nel suo magnifico spartito. Nulla 
di più dolcemente poetico di questa fiaba, 
semplice ed eletta, delicata e forte, che 
tanto si addice alla esistenza 
privata del maestro, mode- 
sta e laboriosa. 





infinito dei « figurini 



'"- come sempre, 
accuratissima 
in ogni parti- 
colare. 

Il « Caram- 
ba », delizioso. 
Se questo 
infaticabile 
creatore di ti- 
pi e di figure, 
questo mago 
dell'arte sceni- 
ca, potesse per 
un istante ve- 
«dersi sfilare di- 
nanzi l'esercito 

da lui ideati, do- 



Una delle difiìcoltà nella 
esecuzione, deve essere stata 
certo la bimba — la pic- 
cola figlia dello scopar© — 
che tanta soavità deve por- 
tare al suo apparire sulla 
scena. Ell'è il simbolo della 
semplicità, del candore; è 
una creatura che pensa e in- 
tende, che deve ridere e sin- 
ghiozzare, deve allietarsi e 
soffrire, essere un fiocco di 



vrebbe stupir di sé stesso ; ma, di mezzo a 
tale fantasmagoria, egli non potrebbe certo 
dimenticare i personaggi bizzarri ed espres- 
sivi di questi jFì^'Iì di Re, usciti dalla sua 
fantasia dopo un istante di abbattimento 
fisico, e nei quali ha profuso tutta la sua 
giovinezza rinnovellata. 

I quadri pittorici sono stati 
ideati da Mario Sala e trat- 
tati con la consueta magi- 
strale sicurezza di tocco, 
senza mai ricorrere a effetti 
volgari. Nella scena della fo- 
resta è quel senso del pae- 
saggio, sobrio, schietto e vi- 
goroso, che fanno del Sala 
un artista mirabile. 

Non è occorso per tutto 
il resto il solito sfoggio di 
risorse teatrali di cui può 
disporre il macchinario sca- 
ligero; ma certe delicatezze 
La folla. dovevan corrispondere in 




64 



LA LETTURA 




Figli di Rk » 



Atto I. — Bozzetto di Mario Sala. 



Ogni particolare, per ottenere l'effetto de- 
siderato. 

Cosi i giochi di luce — che tanta im- 
portanza hanno sempre nel significato di 
una scena — sono ben combinati, me- 
diante assidui esperimenti; come lo svi- 
luppo di altri piccoli episodi: quali la ca- 
duta della stella nel giglio, lo spirar del 
fumo turchiniccio, lo svolazzar delle colom- 
be, che potevan divenire sciatti se non con- 
dotti con amore, sobrietà e gusto artistico. 

Il trogoletto è stato pre- 
cisamente costruito in tutto 
secondo l'uso locale ville- 
reccio, e l'acqua ne esce 
vera, in modo che nella 
pozzanghera, le oche pos- 
sono sguazzare e divertirsi 
a loro agio. Poiché — an- 
che le candide bestiole — 
sono vive e ammaestrate, 
come fu detto, nella villa 




del duca Uberto Visconti di Modrone, con 
lunga, istancabile cura, tanto da poterle far 
scritturare, a buone condizioni. E chi sa 
quale invidia deve suscitare la « furba gri- 
gia » tra le sufe compagne bianche !... Essa 
ha l'alta missione di prendere la corona 
reale, di nasconderla dietro la vaschetta, 
di badare che nessun la tocchi e poi — a 
momento opportuno — di riportarla alla 
reginetta! Che oca intelligente I... 

In ogni modo i pennuti personaggi se- 
guiteranno — salvo indi- 
sposizioni — a far le loro 
particine, senza aver pau- 
ra per quest'anno del Na- 
tale, il quale — per ve- 
> stirsi di bianco — ado- 

pra, oltre la neve, anche 
tante loro penne !... 



ANTONIO IvEGA, 



I GUARDIANI. 




Onestà di ribaldi: — Si tratta del rubino, e niente altro. Rimettete tutto a posto... 



ILsi (Dsi©€ia al iruulbiim© 



{Continuazione e fine, vedasi numero precedente). 




oi siete dei bruti I Non tentate 
di maltrattarmi. 

— Io maltrattarvi? Non lo vo- 
glio fare, Cox, Ecco, io aprirò 
questa porta, e se volete ve 
ne andrete subito. Però io an- 
drò con voi, ed ai piedi della scala vi denun- 
zierò per omicidio. 

— Che cosa.... che cosa diavolo intendete 
dire col tornar sempre sulla parola.... la pa- 
rola omicidio? 

— Lo saprete, se lo volete, quando sarete 
ai piedi della scala. 

Cox esitava. Egli guardava or l'uno or l'al- 
tro dei suoi compagni, e ciò che vide sui loro 
volti ebbe uno strano effetto. Lo decise a se- 
guire Flyman nella camera della signorina 
Bewicke, col viso così contratto come se fosse 
invecchiato in un attimo. Burton li seguì collo 
sguardo, mentre il suo solito sorriso si accen- 
tuava sempre più con un'espressione maligna. 
Si vedeva che egli era, come aveva detto, di cat- 
tivo umore. 

— Lasciate la porta aperta, Flyman. Ho an- 
ch'io interesse nelle investigazioni, e desidero 
d'essere informato. 

Poi si accostò alla porta che era dalla parte 
opposta della stanza per dove erano passate 
le donne. Girò pian piano la maniglia: era 

La Lettura. 



ancora serrata. Levando la sigaretta dalla bocca, 
accostò l'orecchio ed ascoltò. 

— Sono tranquille. Suppongo che siano nella 
camera di Louise. Che cosa faranno? Che 
cosa succede ora? 

Questa domanda gli fu suggerita da un'escla- 
mazione partita dalla camera della signorina 
Bewicke. Sulla soglia comparve Cox. 

— Burton, avete detto che noi vogliamo solo 
il rubino; che non dobbiamo toccare null'altro, 

— Ebbene? 

— Flyman sta intascando i gioielli di lei. 
Burton attraversò la stanza. 

— Questo non va, Flyman. Noi siamo qui 
per un'impresa giusta; non siamo ladri. 

— Ma non ho mai visto tante ricchezze. Chi 
può resistere, signore? 

— Si tratta del rubino, e niente altro. Ri- 
mettete codeste cose al loro posto. 

C'era in Orazio Burton in quel momento 
qualcosa che incuteva una sorta di rispetto, e 
Flyman se ne accorse. Si rannuvolò, e mor- 
morò qualcosa in tono aspro. Ma tirò fuori i 
gioielli, e li rimise uno per uno sul loro letto 
di velluto. 

— Così va bene. Ora mostratevi altrettanto 
furbo in quello che è giusto. Dateci un saggio 
della vostra abilità, e trovateci quel rubino. 
Avrà più valore per voi che tutte le altre cose. 



66 



LA LETTURA 



Flyman pareva avere i suoi dubbi, ma con- 
tinuò le ricerche. Burton, ritornando presso la 
porta chiusa, continuò le sue riflessioni, men- 
tre tendeva l'orecchio. 

— Burton, è questo il rubino? 

Queste parole pronunziate in fretta da Cox, 
furono subito interrotte da Flyman. 

— Datemi quello I 

— Lo guardo soltanto. 

— Datemelo vi dico. 

— Burton! 

Questa chiamata pareva chiedere aiuto. Bur- 
ton arrivò per trovare una specie di lotta in 
azione. Flyman lottava per impossessarsi di 
qualcosa che Cox teneva in mano, facendo 
ogni sforzo per non lasciarsela prendere, 

— Io l'ho trovato! — gridava. — Datelo qui! 

— Barton! Presto! Acchiappatelo! 

Cox gettò in aria un oggetto che Burton af- 
ferrò. Ebbe appena il tempo di vedere che 
era un anello con una pietra rossa scintillante, 
quando Flyman si scagliò su di lui, ripe- 
tendo con violenza l'intimazione già fatta a Cox. 

— Datelo prima che io vi atterri. 
Cox spiegò : 

— L'ho trovato io; non è stato lui. Io ho 
aperto l'astuccio, e lo vidi per primo. Non ho 
nulla da vedere con lui. 

Flyman non rilevò l'affermazione. Egli sem- 
plicemente ripetè la domanda. 

— Ora, signor Burton, io non intendo ra- 
gioni. Cedete prima che avvengano guai. 

Il giovanotto tenendo la mano dietro la 
schiena rideva in faccia a quell'altro. 

— Adagino, Flyman. Vediamo chiaramente 
come stanno le cose prima che parliamo di 
affari. 

Flyman gli si gettò addosso senza aggiungere 
parola. Ma Burton non perdette mai il possesso 
di sé stesso: 

— Asino che siete! Che cosa credete di gua- 
dagnare facendo così? 

Mentre lottavano la porta della camera da 
letto fu tutto d'un tratto sbattuta e chiusa. Sì 
udì girar la chiave. 

La discussione fu subito interrotta. Burton 
corse verso la porta. 

— Ci hanno sorpresi ; la porta è chiusa. Ed 
ora, Flyman, sarete contento. In grazia della 
vostra abilità tanto vantata, ora noi siamo in 
trappola. 

CAPITOLO XVII. 

LA STATUA SUL LETTO. 

— Ora — disse la signorina Bewicke, gi- 
rando la chiave nella serratura — non ci rag- 
giungerete tanto presto. 

Le due ragazze si fermarono ad ascoltare. 
Udirono che qualcuno provava ad aprire; poi 
che si picchiava contro l'uscio. 

— Picchiate, picchiate pure, tanto non apri- 
remo. Se ne è andato. Era certamente Orazio. 
Cara, come lo avete gettato a terra bene! 

— Ma che cosa vuole? 

— È facile indovinare. Il rubino dello zio 
Giorgio ha per lui l'attrattiva del San Graal. 



— Ma lo troveranno se noi restiamo qui. 

— E se non restiamo qui che cosa possiamo 
fare? Combattere con loro fino alla morte? 

— Che birbante è quell'uomo! 

— Mia cara Letty, quando un uomo cattivo 
si trova in una cattiva situazione, non potete 
indovinare fino a qual punto egli diventi ca- 
pace di tutto. Ora si tratta di sapere: pos- 
siamo andar fuori per la porta della cucina, o 
essi possono giungere fino a noi passando per 
la cucina? 

— Dove apre questa porta? 

— Nella camera di Louise Casata. 

Ella aprì la porta che conduceva nella ca- 
mera della signorina Casata, e si lasciò sfug- 
gire un'esclamazione di spavento. 

— Dio mio! Che cosa c'è qui? Letty, 
state indietro ! 

Tornando nella stanza da pranzo, s'appog- 
giò contro la porta, che aveva chiusa dietro 
di sé, come se avesse bisogno di sostegno. 

La signorina Broad la guardò turbata. 

— Che succede ora? Che c'è là dentro? 

— Non so. Non me lo chiedete. Lasciatemi 
ricuperare la calma e riflettere, poi vi dirò 
tutto. 

Si comprimeva il petto colla mano, quasi 
volesse calmare i battiti del cuore; sembrava 
affranta, completamente priva di forze. Il suo 
stato fu contagioso. La signorina Broad le do 
mandò, con voce tremante e rauca: 

— Ditemi, che cosa c'è? 

— Aspettate un momento, e vi dirò tutto. 
Fece uno sforzo evidente per ricomporsi e 

superare il suo malessere. Rizzandosi eretta 
contro la porta, la ragazza guardò l'altra bene 
in viso. 

— Letty, è accaduto qualcosa di terribile! 

— Che cosa mai? 

— Non lo so bene neppur io; non mi son 
fermata ad osservare. 

— Las.ciate ch'io vada a vedere. 

— C'è la signorina Casata e un uomo. 
- Un uomo? Chi? 

— Non so; ho soltanto visto che c'era un 
uomo. Oh, Letty! 

— May! 

Le due ragazze avevano parlato sottovoce 
come fossero in presenza di qualche fatto che 
imponeva silenzio. Ora la signorina Bewicke 
alzò la voce, stendendo la sua piccola mano 
verso l'uscio donde erano entrate. 

— Oh, miserabili, miserabili! 
Scoppiò in un gran pianto. 

— May, per carità, non piangete! 

— No, no, non piangerò. Non so come io 
sia così sciocca, ma proprio non ho potuto 
vincermi. 

Frenò subito i suoi singhiozzi. Si asciugò 
gli occhi. 

— Letty, andiamo a vedere ciò che è acca- 
duto. Temo che la signorina Casata sia... morta. 

— Morta? 

— Si, e.. . anche l'uomo. 

— L'uomo? 

— Andiamo a vedere. Datemi la mano. 

La signorina Broad tese la mano. La signo- 



LA CACCIA AL RUBINO 



67 



rina Bewicke aprì la porta e tutte e due guar- 
darono. 

La camera non era molto grande. Da un 
lato stava un semplice letto di ferro con spal- 
liere alte alla testa ed ai piedi. Sulle spalliere 
erano gettati alcuni indumenti femminili in 
modo da impedire a chi guardasse dalla so- 
glia di vedere ciò che era sul letto. La signo- 
rina Broad scorse prima la figura d'una donna. 

— Chi è quella donna? 

— Louise Casata. 

— Forse dorme. 

— Non potrebbe dormire con tutto questo 
rumore. 

— Che sia sofferente? 

— Non vedete che c'è anche un uomo? 
La signorina Broad avanzò nella camera. 

Vide la scena di cui parlava la compagna, e 
mandò quel grido che Burton aveva udito, 
quando origliava nella camera delle serve. 

La signorina Casata giaceva sull'orlo del letto 
intieramente vestita, appoggiata sulla schiena ; 
un braccio pendeva dal letto; il capo era di 
traverso sull'origliere, e, avvicinandosi, pareva 
che avesse il collo spezzato. 

Ma non era la vista della signorina Casata che 
aveva strappato quel grido alla signorina Broad. 
Presso di lei, profilata dalle coperte, giaceva 
una persona, stecchita e rigida. Era completa- 
mente nascosta dalla coperta, eccetto il viso. 
Qualcuno, probabilmente curioso di vedere ciò 
che significava, aveva allontanato alquanto le 
coperte, abbastanza per mettere in vista una 
parte della testa e del viso. Naturalmente l'in- 
dividuo curioso era stato Burton. 

Ed ora fu la signorina Broad che vide. L'uomo 
che era vicino alla signorina Casata era Holland, 
Guy Holland, il suo Guy. E si fu nel momento 
in cui lo riconobbe che il suo cuore ebbe un 
grido d'angoscia. La signorina Bewicke, che non 
aveva ancora veduto chi fosse quell'uomo, venne 
tremando presso di lei. Quando lo riconobbe, 
essa pure mise un grido. 

Le due donne corsero presso al letto ; ma 
quando la Broad si piegò per toccare l'uomo 
immobile, l'altra, come se temesse gli effetti 
del contatto, la trattenne per l'abito. 

— No, no; badate. 

La signorina Broad indietreggiò alquanto ; 
fra lei e Guy Holland giaceva la signorina Ca- 
sata. 

— Tiriamo in qua il letto — suggerì la si- 
gnorina P>e\vicke. 

E tosto il letto fu scostato dal muro, in modo 
da permettere alla signorina Broad di andare ac- 
canto al suo amico. S'inginocchiò e lo guardò, 
ma ancora non osò toccarlo. Non erano lagrime 
nei suoi occhi, essa pareva molto calma; però 
aveva il viso bianco come cera e non poteva 
parlare. 

La signorina I^evvicke era in piedi accanto a 
lei, mirando essa pure quella figura; il viso di 
lei esprimeva una specie di stordimento. 

Egli pure giaceva supino, con la faccia sco- 
perta fino al mento. Non c'erano tracce di 
violenza visibili, aveva l'espressione di per- 
fetta calma. I suoi occhi erano chiusi come se 



dormisse, ma in questo caso doveva dormire 
ben profondamente, giacché non lo si vedeva 
respirare. 

Ad un tratto la signorina Broad ricuperò la 
voce, una voce appena sensibile. 

— n. morto? 

L'altra non rispose, ma tremando allontanò 
le coperte e sussurrò : 

— Guy! 

Attesero, ma egli non rispose. Chiamò di 
nuovo : 

— Guy! 
Nessuna risposta. 

Nel togliere le coperte si vide che egli era 
in abito da sera, precisamente come lo aveva 
visto la signorina Bewicke la notte prima. Il nodo 
della cravatta era disfatto e le punte pendevano 
sul davanti della camicia. Tutto il vestiario 
era in disordine; v'erano macchie di fango 
sull'abito. 

Nel vederlo a quel modo, la signorina Broad 
ebbe un barlume di luce, e anche un altro sen- 
timento più doloroso. 

— Guy! — ella esclamò. 

Il tono della sua voce era penetrante, dolo- 
roso. Se non produsse alcun effetto su colui 
a cui era diretto, operò per un altro lato 
un prodigio affatto inaspettato. Come se rispon- 
desse ad una chiamata diretta a lei stessa, la 
signorina Casata, sull'altro lato del letto, si 
sollevò ad un tratto. 

Benché si fosse rizzata a sedere, pareva che 
la signorina Casata non avesse riacquistato i 
sensi. Essa appariva non soltanto stupita, ma 
istupidita, e ansava per riavere il respiro con 
moti convulsi, dibattendosi contro gli ultimi ef- 
fetti del narcotico. 

La signorina Bewicke per la prima comprese 
ciò che significavano quegli strani moti della 
donna. 

— È stata narcotizzata. Louise! 

La signorina Casata udì, ma senza volgere il 
capo, e continuò ad aprire e chiudere la bocca, 
mentre lottava per riavere il respiro. 

— Sì, vengo, chi chiama? 

— Io. Guardatemi! Mi sentite, Louise? 
Stavolta la signorina Casata non diede più 

segno di aver udito; ricadde sul letto, abbrancò- 
le coperte, ansando, come se il petto volesse 
scoppiarle. 

— Letty, lasciatemi andare! Bisogna far 
qualcosa. Si riaddormenterà, od anche peg- 
gio, se non la soccorriamo. 

La signorina Bewicke corse verso il lavabo. 
Versò una brocca d'acqua nel catino, poi prese 
il catino nelle mani e gettò Lacqua con tutta 
la forza contro il viso della donna. 

Il rimedio ebbe effetto. La signorina Casata 
si gettò, sputando e dibattendosi, giù dal letto, 
riprendendo i sensi. 

La signorina Bewicke le stava davanti col 
catino fra mani. 

— Chi mi ha toccato? 

— Sono stata io, Louise; svegliatevi! 
Pareva che la signorina Casata facesse ogni 

sforzo per obbedire. 

— Che cosa é successo? 



68 



LA LETTURA 



— È ciò che vorrei sapere. E soprattutto 
vorrei sapere che significa la presenza di Guy 
HoUand nella vostra camera 

— Holland? 

Si pose le mani sulla testa come per racco- 
gliere le idee, e parlò con una specie di ap- 
prensione per ciò che andava dicendo. 

— Egli era nella strada, giaceva bocconi; 
così io lo portai qui prima che venissero le 
guardie. 

^- Prima che venissero le guardie? Che cosa 
intendete dire? Come sapevate che egli gia- 
ceva nella via? 

— Vidi Flyman.... dalla finestra che.... lo ab- 
battè e gli prese il rubino. 

— Flyman? Chi è? 

— Un ribaldo.... Orazio lo conosce; io sa- 
pevo.... Orazio lo aveva mandato. Non volevo 
che Orazio avesse delle noie, per cui mi por- 
tai Holland qui. Non ho potuto far di più 

— E volete dirmi che l'avete tenuto nascosto 
nella vostra camera tutto il giorno e la notte ? 

— Tutto il giorno e la notte. Egli è morto, 
Flyman l'ha ucciso. Orazio avrà dei dispiaceri 
quando si saprà.... 

La signorina Casata, nel suo stato di semi- co- 
scienza, esagerava alquanto. Holland non era 
morto. Mentre essa lo affermava, egli diede se- 
gno che l'affermazione era falsa. In quell'istante 
la pallida fanciulla dall' altro lato del letto 
mandò un grido. 

— May, egli si muove! 

Dimentica di sé per la sorpresa, la signorina 
Bewicke lasciò cadere il catino, che andò in 
pezzi con gran rumore. Il colpo di quella rot- 
tura parve svegliare Holland. In quel momento 
la signorina era in un orgasmo indicibile. 

— May ! May ! Egli è vivo ! Guy ! Guy ! 

CAPITOLO XVIII. 

DI BENE IN MEGLIO. 

Holland aveva aperto gli occhi; non aveva 
fatto altro movimento. Quel movimento avrebbe 
anche potuto essere l'effetto di un'involontaria 
contrazione dei muscoli, poiché la sua posi- 
zione continuava ad essere completamente ri- 
gida, e le sue pupille, fisse nel vuoto, non da- 
vano segno di mobilità. Ma, pel momento, la 
Bewicke era paga che egli avesse dato segno 
di vita. .Si curvò sul letto chiamandalo con 
ogni sorta di amorose espressioni: 

— Guy, mio caro! Amor mio! Mio diletto! 
Non mi conoscete? Sono Letty, la vostra Letty! 
Parlatemi! Guy! Guy! 

Ma egli non parlò, né pareva che udisse, a 
giudicare dall'insensibilità che dimostrava. 

Quella prolungata rigidità e incoscienza mi- 
tigò l'ardore e la gioia della giovane. Si ri- 
volse alla signorina Bewicke, mentre le lagrime 
le rigavano le guance. 

— May, venite qui! Guardate Guy! Fate 
che egli mi parli! 

La signorina Bewicke vide subito che non 
era possibile ottenere da Holland ciò che l'altra 
si aspettava. Il di lui aspetto generale non era 
affatto rassicurante. 



— Ha bisogno d'aiuto, dovrebbe venir su- 
bito un dottore. 

— Ebbene, chiamatene uno, chiamatene uno! 

La signorina Broad non poteva in quel mo- 
mento riflettere quanto la sua richiesta fosse im- 
possibile a soddisfare. Ma la signorina Bewicke 
non esitò a comprendere tutta la difficoltà del 
momento. 

— Voi dimenticate.... — ella incominciò; ma 
poi si tacque, ricordando quanto era naturale 
per la sua compagna il perdere in quel mo- 
mento il senso vero delle cose. 

Sembrava che provasse la sua forza d'animo. 
Andò all'uscio ed ascoltò. Poi girò la chiave 
ed aprì per pochi centimetri. 

Ciò ch'ella vide ed udì aumentò il suo ar- 
dire, e specialmente ciò ch'ella udì. Il salotto 
era vuoto; voci agitate venivano dalla porta 
aperta della camera da letto, la sua camera 
da letto posta di fronte. 

— Credo che stiano litigando. 

Avanzò alcuni passi in punta di piedi, poi 
si fermò piena di paura. Che sarebbe avvenuto 
se fosse stata sorpresa? Poi avanzò ancora fino 
al centro della stanza. Si fermò di nuovo. Se 
la vedevano avrebbe avuto molta strada da 
fare per rifugiarsi nel luogo di salvezza che 
aveva abbandonato. Ma, per fortuna, il vo- 
ciare aumentava. Da alcune parole che udì, 
potè capire che essi erano troppo occupati di 
sé stessi per por mente a qualunque altra 
cosa. 

Vide che, per un caso fortunato, la chiave 
era nella serratura dalla sua parte. Eccitò il 
suo coraggio fino all'estremo, e slanciandosi 
avanti, sbatté la porta chiudendola e girò la 
chiave nella serratura; poi quando la porta fu 
chiusa, lasciando i tre gentiluomini in gabbia, 
ella s'appoggiò al muro, impallidì e si sentì 
mancar le forze. 

Impallidì ancor più quando sentì girar la 
maniglia e Burton domandare che gli apris- 
sero. 

— Se potessero venir fuori, che spavento! 

Il pensiero di simile pericolo le diede co- 
raggio. Corse alla porta che si apriva verso il 
pianerottolo, l'aperse, e quasi cadde fra le 
braccia della cuoca e della cameriera che ri 
tornavano dalla loro uscita domenicale. 

— Wilson! Stevens! correte a chiamare la 
polizia. 

Invece di obbedire subito, esse la guarda- 
rono spaventate. Il cappello, che non aveva an- 
cora pensato a levarsi durante tutti i sorpren- 
denti incidenti avvenuti dopo il suo ritorno, 
era di traverso, formando quell'angolo che 
é la disperazione delle signore; tutto il resto 
della sua persona era in disordine ed in stri- 
dente contrasto con la sua ben nota ele- 
ganza; di solito per lei uno spillo fuori di po- 
sto, era abitualmente una cosa insopportabile. 
Mentre la cuoca e la cameriera la guardavano, 
incerte se andare alla ricerca dei rappresentanti 
della legge, l'ascensore s'arrestò sul pianerot- 
tolo, e ne discese il signor Dumville. 

Ella gli si slanciò nelle braccia come mai 
aveva fatto prima. 






LA CACCIA AL RUBINO 



69 




— Ah, Bryan ! Bryan ! Sono cosi contenta 
che siate venuto ! 

Mentre il giovane, lusingato da quell'acco- 
glienza, stava per esprimere tutta la sua sod- 
disfazione, l'ascensore incominciò a ridiscen- 



dere. La signorina Bewicke ebbe un nuovo pen- 
siero. 

— Fermate, fermate ! — ella gridò. 

L'ascensore tornò su, ed il portinaio guardò 
fuori con aria interrogativa. 



70 



LA LETTURA 



— Peters, vi sono dei ladri in casa mia ! 
Fareste bene a venir subito con noi! 

— Ladri, signorina? Non sarebbe meglio.... 
Ella l'interruppe impaziente. 

— No, non sarebbe meglio. Dovete venir 
subito con noi; avete capito? 

Ed egli andò, andarono tutti: la cuoca, la 
cameriera, il portiere, Bryan Dumville e May 
Bewicke. Questa si avviò per ultima. 

Mentre andavano, ella si chiuse dietro la 
porta d'entrata e quella del salotto. Poi ac- 
cennò verso la sua camera. 

— Sono là dentro, in questo momento, tutti 
e tre. 

Il portinaio epresse qualche dubbio. 

— Tutti e tre? Siete sicura che sono ladri, 
signorina? 

— Se sono sicura? Perchè mi fate tale do- 
manda? Credete possibile che io mi sbagli in 
un caso simile? Per carità, non dite assur- 
dità. 

— Allora, se sono ladri, non sarebbe meglio 
chiamar la polizia? 

— Quando vorrò le guardie ve lo dirò io. 
Poi si rivolse alla cameriera. 

— Ma c'è altro da cercare, Stevens, ed è 
un dottore. Andate dal più vicino e conduce- 
telo subito. 

Mentre parlava, ecco venire dalla sala da 
pranzo tre persone. La signorina Broad con Guy 
HoUand, appoggiato al braccio, coU'affetto più 
pietoso che si possa immaginare; dietro a loro 
la signorina Casata. Per la seconda volta la si- 
gnorina Bewicke contromandò i suoi ordini. 

— Aspettate, Stevens! Forse non c'è biso- 
gno del dottore. 

CAPITOLO XIX. 

ANCORA SORRIDENTE. 

I cinque guardarono sorpresi quei tre nuovi 
personaggi; poi, dopo un minuto di attenta 
osservazione, come per constatare da sé stessa 
a qual punto stavano le cose, la signorina 
Bewicke s'avanzò verso Holland; 

— Oh, Guy! come sono contenta di vedervi! 
Guy con labbra tremanti balbettò: 

— Bene.... sì.... benissimo.... niente di male. 
La signorina Broad guardava la signorina 

Bewicke cogli occhi ancor pieni di lagrime. Le 
disse, a bassa voce e tremante: 

— Non permettete che si chiami un dot- 
tore? 

— Figuratevi! Stevens, andate a chiamarlo 
sul momento. 

Stavolta .Stevens usci davvero. 

Dumville aveva intanto osservato Holland 
con grande stupore. Ora egli espresse con pa- 
role i suoi sentimenti. 

— Holland, che cosa vi è successo? May, 
spiegatemi ciò che accade. 

La signorina Bewicke disse quanto giudicasse 
opportuno e necessario che Dumville sapesse. 
E questi dic'iiarò di essere, come era infatti, 
sbalordito. La storia però non era stata rac- 
contata in tutti i suoi particolari, che egli sa- 
rebbe stato anche più sbalordito, se avesse 
conosciuto tutta la verità dei fatti. 



— E voi mi dite che questo Burton è tut- 
tora nel vostro appartamento? 

— Era nella mia camera quando io lo chiusi 
a chiave, coi suoi due amici. 

Dumville si slanciò in avanti. Ella lo afferrò 
per il braccio. 

— Che cosa volete fare? 

— Linciarlo! 

— Lasciate andare. La vostra esecuzione mi 
macchierebbe il pavimento. 

— Voi credete che la condotta di quel ma- 
riuolo sia cosa da far ridere? Vi mostrerò, a 
voi ed a lui, come lo scherzo finirà. 

— Mio caro Bryan, so benìssimo che non 
c'è nulla da ridere nella condotta di Burton. 
Egli è.... Oh, è tutto ciò che c'è di peggio. 
Preferisco non dirvi quello che penso di lui. 

— Lo conosco. 

— Lo so che lo conoscete. Ma quando avrete 
constatato che né lui né i suoi amici portino via 
alcuna cosa che mi appartiene, vi sarò grata se 
lo lascerete andare. 

— Lasciarli andare! May, siete forse pazza? 

— Credetemi, Bryan, ho tutto il mio senno. 
Vi dirò più tardi tuiti i miei motivi. Pel mo- 
mento si tratta di mandarli via. State alla mia 
parola, per Bnrton non è lontano il giorno del 
rendimento, e sarà terribile, non dubitate. 

— Ma, la lezione vorrei dargliela io ! 

— No, non sarà meglio. Potrei io rifugiarmi 
nelle vostre braccia se sapessi che le vostre 
mani sono macchiate del sangue di quell'uomo? 
Se permettete, io ho chiuso quell'uscio ed io 
lo aprirò. Vi prego, non gli mettete le mani 
addosso quando uscirà, per amor mio, caro. 

Gli lanciò uno sguardo che lo forzò ad ob- 
bedire. Era famosa in teatro per l'abilità con 
cui adoperava i suoi occhi. Girò la chiave, 
spalancò la porta della camera, e stette ritta 
davanti con un gesto d'invito. 

— Vi prego, signori, uscite. 

Ed uscirono, i tre cani bastonati, poiché, 
sebbene cercassero di darsi un'aria disinvolta, 
nessuno vi riusci. Quanto a Thomas Cox , 
l'insuccesso era completo. Egli offriva l'imma- 
gine del botolo sferzato, che non cerca altro 
se non di svignarsela colla coda tra le gambe. 

Flyman, più assuefatto a simili situazioni, 
riuscì un po' meglio. Aveva un'aria di sfida, 
come se fosse pronto a misurarsi sull'istante 
con chiunque si fosse presentato. Ma quello 
che meglio si distinse nell'affrontare la situa- 
zione, fu Burt m, mostrando un aspetto imper- 
turbabile. Si guardò intorno, non con aria spa- 
valda, ma con molta calma e col suo eterno 
sorriso. 

— Altre visite, signorina Bewicke, nevvero ; 
Ah, Guy, come state? Mi sembrate depresso... 
Louise, mia cara ragazza ! 

Dumville gli andò vicino, quasi dimenticc 
del divieto della signorina. 

— Per diana! Sarei contento di uccidervi. 
Burton lo guardò, non mosse d'un capello. 

— Temo di non avere l'onore di conoscervi 
Signorina Bewicke, posso pregarvi di presen 
tarmi al signore! 

— Con piacere. Il signor Burton e il signoj 



LA CACCIA AL RUBINO 



71 



Dumville. È soltanto dietro a mia domanda 
che egli si contiene dal non rompervi le ossa, 
come potrebbe fare con facilità. Ma voi sapete, 
ed io so, che per voi s'avvicina un brutto quarto 
d'ora; ed io sono certa che è meglio confidarvi 
alla pietà di quelli che non conoscono pietà. 
Rovesciate le vostre tasche ! 

— Sono molto lusingato ! Io apprezzo com- 
pletamente il motivo che vi spinge a questa 
domanda, signorina Bewicke. È cosa affatto 
naturale. Ma vi dò la mia parola d'onore che 
nessuno di noi ha qualcosa che vi appartenga. 

Ciò dicendo, Burton rovesciò le sue tasche, 
sorridendo. I compagni l'imitarono, benché 
con meno grazia. 

Per quanto si potè vedere, nessuno di loro 
era in possesso di alcunché appartenente alla 
signorina Bewicke, come ella stessa affermò. 

— Veramente credo, signor Burton, che avete 
detto bene atìermando che nessuno di voi ha ciò 
che mi appartiene. Pare strano, e certo mi do- 
manderete il perché di questa mia affermazione. 
Buona sera. 

— Buona sera, signorina Bewicke, vi sono 
debitore di una piacevole serata. 

— Prego, non ringraziate. Quando verrà il 
tempo di fare i conti , v' accogerete che la 
somma dei vosti debiti é tale che vi sarà im- 
possibile di saldarli. Andate. 

Ed essi uscirono. Cioè Cox e Flyman usci- 
rono, il primo con uno slancio poco dignitoso, 
il secondo seguendolo molto da vicino ; ma 
Burton s'attardò sul pianerottolo per mandare, 
sulla punta delle dita, un bacio alla signorina 
Casata. 

— Il mio amore, Louise. 

La donna ebbe un balzo verso di lui senza 
parlare. 

— Voi, voil 

La signorina Bewicke la trattenne. 

— Louise! 

Burton rise, e disse : 

— I\Iia cara ragazza, non potete pensare di 
abbracciarmi davanti a tanta gente! La di- 
gnità lo vieta. 

Quando fu partito, Dumville sfogò la sua 
collera. 

— Vorrei che mi aveste permesso di am- 
mazzarlo I 

La signorina Bewicke scosse la testa con 
aria di profonda saggezza, mentre appoggiava 
le sue manine sulle spalle di lui. 

— Caro Bryan, fra non molto sarà lui che 
desidererà di uccidersi; e sarà meglio per noi, 
e molto peggio per lui. 

CAPITOLO XX. 

COME FINÌ LA CACCIA AL RUBINO. 

Il signor Samuel Collyer stava seduto nel 
suo ufficio. Davanti a lui era aperto sul tavolo 
il testamento di Giorgio Burton, che egli aveva 
finito di leggere. Quella lettura lo aveva di- 
vertito. S'appoggiò allo schienale sorridendo. 
Poi guardò l'orologio. 

— Passato di venti minuti; saranno qui tra 
poco. In queste occasioni si dovrebbe essere 



sempre esatti. Giorgio Burton era un uomo 
stravagante, ed ha lasciato un testamento stra- 
vagante. Però non so perché dovrei io, o do- 
vrebbero altri, dirlo stravagante ? Con qual 
diritto? 

Mentre il notaio poneva a sé stesso quest'in- 
tricata questione, furono introdotti due visi- 
tatori: Holland, di nuovo al braccio della 
signorina Broad. Egli non era ancora ritor- 
nato al suo stato normale. Non erano an- 
cora svaniti gli effetti del sacco di sabbia che 
P'iyman aveva adoperato con impeto mag- 
giore forse di quello che voleva. 

Del colpo aveva sofferto il cervello. La signo- 
rina Broad pareva considerarlo come un bam- 
bino, e lo trattava con tutte le cure, vegliando 
su di lui: ed egli pareva apprezzare grande- 
mente la di lei premura ed esserle grato. 

Il notaio diplomatico fece le viste di non 
accorgersi di ciò che era evidente. Il suo sa- 
luto fu: 

— Sono lieto di vedervi, signor Holland, 
così ben rimesso. Fui dolente di udire che vi 
era accaduto un incidente spiacevole. 

Un altro visitatore fu annunziato : Burton, 
pieno come al solito di disinvoltura. Al ve- 
derlo la signorina Broad, accesa in volto, 
esclamò : 

— Voi osate venir qui ! 

— Osate ! Collyer, chi è questa signorina ? 
Oh, é la signorina Broad, la mia futura cu- 
gina. Posso domandarvi, Letty — mi permet- 
terete di chiamarvi Letty? — perché voi par- 
late di « osare » quando vengo nello studio 
del mio notaio? Oh, Guy, mi sembrate assai 
giù ! Coraggio, ragazzo mio ! 

Avrebbe salutato il cugino mettendogli il 
palmo della mano sul dorso, se la signorina 
Broad non gli avesse afferrato il braccio, per 
rigettarlo lontano. 

Egli le rivolse uno sguardo che voleva si- 
gnificare ammirazione. 

— Siete ben energica, Letty ! Se avete in- 
tenzione di trattare con Guy, come vi piace 
trattare con me, dovrete portargli un buon 
gruzzolo di denaro. Egli finirà per trovare la 
convivenza con voi una pesante impresa, cara 
mia. 

Holland s'alzò a mezzo dalla sedia su cui 
Letty l'aveva fatto sedere. Parlò con tono al- 
quanto esitante. 

— Fareste bene a pensare prima di parlare 
così. 

Suo cugino rise. 

— Fareste bene a pensare voi prima di 
muovervi o arrischierete di cadere. 

Letty appoggiò la mano sulla spalla di 
Holland. 

— Non badate a quello che dice ; io non 
ci bado. Non ne vale la pena. 

— Sentite, Collyer ? Non é molto severa ? 
Ma parliamo d'affari. Non son venuto qui per 
una lotta di parole con una signora. I tre mesi 
sono passati. Dove é il rubino? 

Collyer prese la parola. 

— Posso chiedervi, signor Holland, se siete 
in possesso dell'anello di cui si parla ? 



72 



LA LETTURA 



La risposta venne dalla signorina Broad. 

— No, non 1* ha. La signorina Bewicke si 
dichiara sua amica, finge anche di esserlo con 
me, ma la sua amicizia non arriva al punto 
di deciderla a consegnare ciò che non le ap- 
partiene al vero proprietario. 

Burton commentò : 

— Che peccato ! Ella ha un gran torto, e 
mostra una cecità morale deplorabile, nev- 
vero? E' una cattiva donna quella signorina 
Bewicke: senza cuore, ipocrita, egoista all'ul- 
timo punto. Ebbene, CoUyer, l'afiare è con- 
chiuso. Il denaro è mio, e vi dò la mia parola 
che so che cosa farne. 

— Di ciò non ho il più piccolo dubbio, si- 
gnor Burton ; ma prima di venire ad una con- 
clusione, debbo mostrarvi una cosa che mi fu 
detto di consegnare al signor Holland. E' 
stato per questa ragione che ho desiderato la 
vostra presenza qui. Permettetemi, signor Hol- 
land, di darvi questo. 

Da un cassetto della scrivania il notaio prese 
un piccolo pacco. Quando Holland, con dita 
tremanti, ebbe levato l'involucro, si vide un 
astuccio coperto di pelle. Dentro vi era un 
biglietto, che egli aprì. Diceva : 

« Caro Guy, ecco un regalo di nozze dalla 
vostra May Bevicke ». 

Il regalo era un anello — l' anello — il fa- 
moso rubino. 

Mentre tutti s'affollavano intorno, parlando 
simultaneamente, e Burton pareva in procinto 
di bestemmiare, apparve la signorina Bewicke 
in persona con Bryan Dumvilie. Ella s'acco- 
stò a Holland e a Letty. 

— Miei cari ragazzi, come state? Dunque 
avete l'anello? e ne sono molto contenta. Ap- 
pena conobbi quel testamento, lo mandai al 
signor Collyer ; egli è mio zio, sapete? Pen- 
sai che l'anello sarebbe stato in migliori mani. 
La casa di una donna sola, abbandonata, è 
sempre esposta agli attentati della cattiva gen- 
te, e non si sa mai ciò che può accadere: 
assalti notturni 

ed ogni sorta 
di furfanterie. 
Vedete che 
posso chiamar- 
mi amica di 
Guy, ed anche 
pretendere di 
esser la vostra, 
Letty. Non è 
vero, Bryan 
caro? 

Le ultime 
frasi palesava- 




no che la piccola signora era stata ad ascoltare 
fuori dell'uscio. Dumvilie rivolse tutta la sua 
attenzione verso Burton. 

— Siete ancora qui? Bisognerà finirla con 
voi... 

In quel momento Burton non appariva com- 
pletamente calmo. 

— Penso, Guy, se non potreste darmi mille 
sterline per potermene andar lontano ? — Poi 
rise. — No, è inutile. Sarà meglio farmele 
avere quando tornerò in libertà. Mi aspettano 
già qui fuori. Mille sterline sarebbero soltanto 
una goccia nel mare. Non mi lascerebbero 
prendere il volo per tale miseria. 

Come appunto egli aveva detto, alcune per- 
sone lo aspettavano nella via. Quando egli 
apparve, e sì seppe che non aveva l'eredità 
dello zio, fu arrestato sotto accusa di falso. 
Fu un processo complicato, e non molto edi- 
ficante. Né gli accusatori né l'accusato vi fe- 
cero buona figura ; ma siccome risultò chia- 
ramente che Burton aveva falsificato e messo 
in circolazione un buon numero di cambiali 
ed altri documenti legali, i giurati non pote- 
vano non dichiararlo colpevole. Un giudice 
senza cuore lo condannò ai lavori forzati per 
quattordici anni. 

Fiyman non tardò a seguirlo in prigione. 
Era incolpato di furto con violenza in City 
Road : una ripetizione del sacco di sabbia. 
Siccome vi erano dei precedenti contro lui, 
la condanna fu severa. 

Thomas Cox é ancora in libertà. Fu veduto 
ultimamente sulla spiaggia di Margate, colla 
moglie e la figlia a spassarsela. Appariva in 
buona salute e fiorente, il campione di uno 
spirito forte in un corpo forte. Ma non si può 
mai sapere. 

Guy Holland e Bryan Dumvilie furono spo- 
sati nella stessa chiesa, nella stessa ora e nel 
medesimo giorno. Essi sono i migliori amici. 
Le loro mogli, le migliore amiche. Letty Hol- 
land é convinta che May Dumvilie è la più ama- 
bile donna che 
esista sulle 
scene inglesi, e 
May Dumvilie 
è certa che Let- 
ty Holland sia 
la donna più in- 
teressante e de- 
gna di affetto. 

FINE. 

RICHARD 
MARSH. 




SOMMaRI© 



L'Ordine dei (Cavalieri di Santo Stefano = Gli epigrammi della guerra - L!o-yan< 
ed il lampadario liberatore = Penitenti indiani - Mele calvelle e zucche - 
trogloditi di Dieppe = Mercati pittoreschi. 

IL'ORDEME, BEH CAVAILHERE 
DH SAMTO STEFANO 



Gabriele d'Annunzio, con la sua « Nota alla 
Canzone dei Trofei», richiama l'atten- 
zione sulla chiesa pisa- 
na di Santo Stefano ai 
Cavalieri, che si fregia 
delle bandiere tolte ai 
turchi e dove, o Pisa, 

pur ieri 

nel tuo vescovo il cor di Dai- 

[berto 

balzò, verso i trofei dei Ca- 

[valieri. 

E, attualmente, è in- 
teressante , occuparsi 
delle gesta dell'Ordine 
dei Cavalieri di Santo 
Stefano, non solo per 
la citazione D'Annun- 
ziana, ma perchè gli 
antichi Cavalieri Pisani 
contano nella loro sto- 
ria le più importanti e 
gloriose vittorie sui 
turchi: vittorie che do- 
po secoli son ripetute 
per altri scopi e con 
ben altre armi dai sol- 
dati della nuova Ita- 
lia.... 

I. 

« La gran mente di 
Cosimo Primo fu quel- 
la che concepì l'idea 
d'una macchina sì ec- 
celsa qual'è la Religio- 
ne di Santo Stefano » 
— scrive Fulvio Fon- 
tana della compagnia 
di Gesù, storico del primo secolo di vita del- 
l'Ordine, in un suo libro poco noto che porta 




Esterno della Chiesa dei Cavalieri di Santo Stefano. 



il titolo: « I pregi della Toscana — nell'imprese 
più segnalate — de' Cavalieri di Santo Stefano », 
stampato in Firenze 
nel MOCCI. E' assai 
attendibile nelle notizie 
storiche, perchè desun- 
te nell'archivio dell'Or- 
dine stesso. 

I motivi dell'istitu- 
zione della « Religione 
di Santo Stefano » fu- 
rono due « e l'uno e 
l'altro di gran pietà». 
Dice il Fontana: 
« Il primo fu di rico- 
noscimento al Signore, 
per la vittoria riportata 
a Marciano il dì due 
agosto millecinque- 
centocinquantaquattro , 
contro l'esercito nemi- 
co, per la qual vittoria 
assicurò la sovranità di 
due Stati ; e perchè un 
tal giorno è dedicato 
alla memoria di Santo 
Stefano Papa e marti- 
re, volle che con il no- 
me di questo Santo fos- 
se onorata la Religione. 
« L'altro motivo fu la 
discesa de'Cristiani che 
erano di continuo con- 
dotti schiavi da' legni 
maomettani. Imperoc- 
ché parte le vittorie di 
Solimano Gran Signo- 
re de' Turchi, e parte 
r insolenza de' corsari 
barbareschi, avevano ridotto il Mediterraneo a 
non potersi quasi più praticare, senza estremo 



74 



LA LETTURA 



pericolo di dare nelle loro mani ; laonde l'onore 
del nome Cristiano e la salute comune fu quella 
che mise in cuore a Cosimo l'opporre il petto 
de'suoi Cavalieri e la forza delle sue Galee come 
per argine a sì gran piena». 

Certo che lo scopo principale della fonda- 
zione dell'Ordine militare fu il bisogno che il 
Duca sentiva di difendere la propria marina, 
dopo i pericoli corsi negli anni antecedenti. 

Gli statuti del- 
l'Ordine furono 
sottopostiall'ap- 
provazione d e 1 
Papa e furono 
approvati dopo 
circa un anno 
dalla presenta- 
zione del proget- 
to statutario, e 
cioè il 30 gen- 
naio 1562. 

Ed il 15 mar- 
zo un inviato 
pontificio li pre- 
sentava in pub- 
blica forma al 
Duca, nella Pri- 
maziale di Pisa. 

Gli statuti fis- 
savano tre classi 
di cavalieri : ca- 
valieri nobili mi- 
liti i quali rende- 
rebbero splendi- 
da la loro croce 
colle imprese 
marittime; cava- 
lieri cappellani 
che nella chiesa 
all'Ordine ad- 
detta ministre- 
rebbero : e ca- 
valieri serventi 
d'arme o Taù 
che ai nobili mi- 
liti servirebbero 
— come ram- 
menta il Tronci. 

Stabiliti poi 
gli infiniti artico- 
li del cerimoniale, la residenza dell'Ordine fu 
da prima scelta in Portoferraio, ma essendo 
poco il territorio che ivi possedeva il Gran 
Duca, si determinò per stabile sede, Pisa, per 
l'opportunità dell'Arno che l'attraversa e per 
i capaci arsenali, ove si potevano fabbricare i 
legni marittimi pel servizio della nuova milizia, 
essendo il mare a poca distanza. 

Così. Cosimo I prese l'abito e le insegne di 
Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri di Santo 
Stefano, lo stesso giorno della venuta del 
messo pontificio, nel tempio primaziale di Pisa, 
officiante monsignor (Giorgio Cornaro vescovo 
di Treviso e Nunzio Apostolico presso l'A. S. R. 

A residenza dei Cavalieri fu destinata la 
piazza degli Anziani — che un tempo dovette 
essere un anfiteatro degli antichi etruschi — 




Interno della Chiesa di Santo Stefano, protettore dell'Ordine. 



e Giorgio Vasari ebbe l'incarico di fabbricare 
due palazzi conventuali e la chiesa per il culto. 

* 
* * 

La prima impresa marittima delle galee 
di Santo Stefano fu l'incontro con tre vascelli 
turchi nel Mediterraneo, non lungi dalle coste 
toscane: uno venne affondato; gli altri conqui- 
stati con la liberazione di molti schiavi cri- 
stiani e la schiavitù di cento turchi. 

Questo acca- 
deva verso il 
1563 ; l'anno di 
poi vi fu un nuo- 
vo scontro nei 
pressi di Malta ; 
ma le continue 
sconfitte non 
fiaccavano già i 
turchi, anzi sem- 
bravano vieppiù 
accrescerne la 
incredibile tra- 
cotanza. 

Mentre Nico- 
sia cadeva e Fa- 
magosta perico- 
lava e tutte le 
coste italiane 
erano infestate 
dalle pericolose 
scorribande 
mussulmane, 
Pio V prese la 
iniziativa di for- 
mare una Lega 
con il Re di Spa- 
gna, la repub- 
blica di Venezia, 
il ducato di Sa- 
vona, ed altri 
Stati cattolici 
minori (maggio 
1571), per fiac- 
carci nemici del- 
la Cristianità. 

E dovendo il 
Pontefice corri- 
spondere alla 
Lega con dodici 
galee, ricorse a 
Cosimo, trovandosi mal fornito nella marina. 
Cosimo inviò subito la piccola flotta, sotto 
il comando di Cesare Covaniglia ammiraglio e 
Cavaliere di Santo Stefano, che si unì alla flotta 
della Lega, forte così di trecento legni armati 
di centottanta cannoni e ottantamila uomini. 

Nel vittorioso combattimento dei cristiani 
contro le duecento galee e le sessanta galeotte 
montate da novantamila turchi nelle acque di 
Lepanto, ci fa fede l'Adriani nella storia dei 
suoi tempi, che i cavalieri di .Santo Stefano, 
haveiido fatto di valore e di forza cose incre- 
dibili vi rimasero spenti, ma non vinti {otto- 
bre 1371). 

VA il Sanleolini [Actionum Cosmiarum) : 

Stephattios rquilrs, et prodigo pectora vitae 
Laude ne Austtiades tollere cessai adhuc. 



L'ORDINE DEI CAVALIERI DI SANTO STEFANO 



75 



Così l'Ordine si 
affermò sempre 
più, diventando 
una potenza di 
grande valore nel- 
e mani di Casa 
Medici. 

IL 

II primo impor- 
tante scontro na- 
vale avvenuto nel- 
la odierna guerra 
italo-turca, è stato 
a Prevesa, ove gli 
italiani sono entra- 
ti tranquillamente 
e valorosamente 
nel porto per cat- 
turare l'yacht del 
Sultano e bombar- 
dare due torpedi- 
niere nemiche. 

Si è parlato mol- 
to di Prevesa in 
questi giorni: ma 
a nessuno credo 




Supposto ornamento della 
prua della « capitana » 
con bandiere turche. 



sa, conquistan- 
dola. 

Sono pagine 
gloriose della no- 
stra marina pur- 
troppo da molti 
ignorate: pagine di 
imprese valorose 
che dimostrano co- 
me il sangue ita- 
liano non si sia af- 
fievolito nella diu- 
turna vita borghe- 
se, ma che gli 
uomini d'oggi, 
una volta ritornati 
sul mare, con le 
armi alla mano, 
mandati dalla pa- 





TRK riANDIi;RK TURCHE K FRAMMENTO ORNAMENTAI. F, DELLA « Ca 

NELLA Chiesa di Santo Stefano. 

è venuto in mente che trecentosei anni fa, 

cinque triremi toscane forzassero Prevesa stes- 



Trofeo nella Chiesa di Santo Stefano. 

tria, sanno essere degni delle glorie 
dei maggiori. 

Nel momento presente è ancor più 
interessante conoscere nei suoi par- 
ticolari la espugnazione della for- 
tezza di Prevesa, guidata dal cava- 
liere ammiraglio Jacopo Inghirami, 
nell'aprile del 1605. 

« La fortezza della Prevesa — scri- 
ve il Fontana, op. cit. — è situata 
sul mare ne' confini dell'Albania e 
della Morea, è circondata da fosse 
molto profonde ; è rinforzata da buon 
numero di torrioni ed era allora 
presidiata oltre a molti altri soldati, 
da trecento giannizzeri, con trenta 
bombardieri e con ottanta pezzi d'ar- 
tiglieria ; laonde parte per il sito, 
parte per l'armamento si riputava 
una piazza inespugnabile». 

Ma partite le galee dell'Ordine di 

Santo Stefano verso Prevesa, ove 

erano moltissimi cristiani in schiavitù, l'Inghi- 

rami sbarcò Cavalieri e militari in gran numero. 



76 



LA LETTURA 



Dopo una sanguinosa scaramuccia per espu- 
gnare « un luogo di trecento case, in cui i 
turchi si difesero per qualche tempo brava- 
mente » finché non caddero vinti dalle armi 
de' nostri, le milizie dell'Ordine atlaccarano la 
fortezza: ne spalancarono la porta con un pe- 
tardo. Quindi cavalieri e soldati « occuparono 
felicemente sette torrioni della piazza rima- 
nendo solo l'ottavo più difficile di tutti ad 
espugnarsi e sì perchè tutti i giannizzeri là si 
erano adunati ed ostinatamente vi si tenevano 
forti. Avvisatone l'Inghirami, s'accostò dalla 
banda del mare con la sua squadra : e indiriz- 
zato a quella volta il cannone diroccò sopra i 
nemici il loro rifugio e die l'agio a'suoi di 
mettere a ferro e fuoco 
la Piazza, d'incendiare 
il Borgo, d'abbruciare 
una galeotta nel porto, 
d'imbarcare circa cin- 
quanta pezzi d'artiglie- 
ria, e gettato il rima- 
nente che non poteva 
portarsi, nell'acque, di 
ritornare finalmente al- 
le galee con trecento 
schiavi turchi, con più 
bandiere nemiche, col- 
mi e di spoglie e di 
glorie». 

Negli ultimi anni del 
regno di Ferdinando I, 
ancora sotto il coman- 
do dell'ammiraglio In- 
ghirami, dopo la ten- 
tata conquista di Ci- 
pro, una nuova vittoria 
abbellisce le pagine 
della storia dell'Ordi- 
ne : la presa di Bona in 
B a r b e r i a sotto gli 
auspici del diciasset- 
tenne Cosimo, affinchè 
il giovanetto principe 

prendesse ardore e passione alle glorie dei 
combattimenti (1607). 

Bona era ritenuta inespugnabile : ma in breve 
la città fu presa, saccheggiata ed arsa; furon 
conquistate dodici insegne, e posti in schia- 
vitù cinquecento pirati barbareschi. 



E così le operazioni militari si susseguono 
fino al 1675, anno in cui può dirsi chiuso il 
periodo dell'azione guerresca dei Cavalieri di 
Santo Stefano. 

Ma quante imprese lo spazio mi impone di 
tralasciare ! 

Chiudendo la storia delle imprese più segna- 
late dell'Ordine, nel periodo dell'azioni guer- 
resche, il Fontana scrive che i cavalieri di Santo 
Stefano, con la perdita di una sola galea che il 
corsaro Occhiali mise a fondo senza né meno 
« la gloria di portarsela in trionfo » liberarono 
settemila cristiani dalla mano dei turchi posti 
in schiavitù al remo, alla mola, al carico: e 
posero a catena venticinquemila turchi, impa- 




Bandiere turche ed aquila ornamentale 
di galea stefaniana. 



dronendosi di un numero infinito di legni ne- 
mici, circa trecento.... 

III. 

Cambiati i tempi, l'Ordine di Santo Stefano 
restò potentissimo nelle mani dei Gran Duchi 
toscani, non per difendere le coste toscane 
da invasioni barbaresche che ormai col XVIII 
secolo la potenza molto decaduta di turchi e 
di pirati ne fiaccava l'ardire, non per liberare 
dalla schiavitù i fratelli in Cristo; ma per ga- 
rantirsi fedeli i più importanti ed influenti uo- 
mini civili, militari e religiosi del Granducato, 
essendo grandissima l'ambizione di poter en- 
trare nell'insigne Ordine benveduto dal Pon- 
tefice che anche lo sus- 
sidiava coi patrimoni 
ecclesiastici. 

Nel XIX, poi comin- 
cia la più triste deca- 
denza: i titoli dell'Or- 
dine furon dati a gente 
disonesta, favoriti, am- 
biziosi, bricconi, come 
premio di palesi o ar- 
cani servigi. 

Ancor peggio fa 
quando Leopoldo II 
concesse ai ricchi di 
comprare un titolo nel- 
l'Ordine stesso fon- 
dando una commenda 
semplice, un baliato, 
un priorato. Come at- 
testa il Romussi, per 
la commenda bisogna- 
va vincolare uno o più 
poderi cioè un patri- 
monio stabile di ven- 
timila scudi fiorentini; 
per esser priore, tren- 
tamila ; per un baliato 
quarantamila. 

Leopoldo così si il- 
ludeva di mantenersi il trono, legandosi at- 
torno a sé i ricchi titolati ed i cortigiani, con 
croci, collari e colla sostanza delle prebende. 
A questo proposito il Giusti scrisse nel 1S39 
La Vestizione, satira ben nota che prende di 
mira questo periodo di decadimento dell'Or- 
dine di Santo Stefano, presentando uno stroz- 
zino, falsario e spia, che riesce a farsi vestire 
Cavaliere, insudiciando così, 

il sacro ordii! guerriero 

che un tempo combattè contro i Corsari. 

E, nel vedere il meschino 

< Becero > in maschera di cavaliere, 

lo Stesso Santo Stefano dal cielo si lagna 

di veder un pirata in cappamagna. 

L'Ordine cavalleresco venne abolito nel 1S59 
dal Governo provvisorio di Toscana. 

IV. 

Come per attestare la grandezza e le glorie 
delle imprese militari dei Cavalieri di Santo 
Stefano, resta oggi, monumento solenne d'arte 



L'ORDINE DEI CAVALIERI DI SANTO STEFANO 



77 



e di storia, la chiesa dei Cavalieri — che ab- 
biamo già accennata cominciando l'articolo — 
e che venne fatta erigere da Cosimo L 

Architetto fa il Vasari: «questa chiesa — 
cito ancora il Fontana — benché di fuori 
comparisca vestita riccamente di marmi, si 
può dire però che contenga la ricchezza mag- 
giore nel di dentro : non solamente per le 
nobili pitture, ma incomparabilmente di più 
per quei tanti 
trofei che vi pen- 
dono d'intorno, 
e per le nobili 
spoglie dell'im- 
prese gloriose 
che vi si veggo- 
no. A tutto que- 
sto ha fatto una 
aggiunta senza 
pari il sacro cor- 
po del medesi- 
mo Santo Ste- 
fano , ottenuto 
da Cosimo III, 
Real Gran Mae- 
stro, dalla città 
di Trani traspor- 
tato con magnifi- 
ca pompa a que- 
sta chiesa, nel- 
l'anno millesei- 
centoottantatrè, 
ed esposto alla 
venerazione uni- 
versale sopra 
l'aitar maggio- 
re, con un orna- 
mento conface- 
vole a sì gran 
Reliquia », 

L' altare è 
opera del Fog- 
gini, fiorentino: 
nel pregevole 
gruppo marmo- 
reo che l'adorna 
è effigiato Santo 
Stefano con due 
figure femminili 
genuflesse ai 
piedi del Mar- 
tire: l'una rappresenta l'Ordine Militare, con 
scudo crociato e spada : l'altra la Vittoria, che 
con la bandiera raccolta chiede la protezione 
del Santo. 

Dei trofei che ornano le mura della chiesa, 
poco sappiamo: vi sono certamente le ban- 
diere conquistate alla presa di Prevesa, di 
Bona ed altre insegne prese ai turchi nei di- 
versi scontri navali. 

I trofei di bandiere ed i fanali di galee, che 
ornano la parte superiore delle pareti princi- 
pali, vi sono già da molto tempo: gli altri, 
inferiori, vi sono stati disposti con l'ultimo re- 
stauro della chiesa. 

Le nostre illustrazioni mostrano alcuni dei 
più interessanti trofei. 




Il soffitto della Chiesa dei Cavalieri di Santo Stefano. 
Nel centro, la croce dell'Ordine. 



Le sculture in legno che sorreggono le ban- 
diere dei vinti, sono certamente frammenti 
delle galee più importanti dell'Ordine, forse 
della Capitana. Crediamo di potervi rintrac- 
ciare due frammenti della prua, un ornamento 
laterale ; le aquile del ponte di comando. 

Sono sculture a colori, rifinite assai bene ed 
eminentemente decorative: vi si agitano figure 
in altorilievo di turchi spasimanti alla catena, 

fra spoglie ne- 
miche ed armi 
e mostri strani. 
Le bandiere 
sono di diverse 
dimensioni ; al- 
cune conserva- 
no vivacissimi i 
loro colori e ben 
delineati i dise- 
gni e le scritte : 
altre portano 
tracce di lotte, 
di combattimen- 
ti accaniti 

E stanno da 
anni a circonda- 
re il Protettore 
dei loro antichi 
nemici e di es- 
si sono le più 
belle testimo- 
nianze delle glo- 
rie passate.... 

Dal soffitto 
dorato ed isto- 
riato stanno a 
commentare le 
imprese dei Ca- 
valieri, alcuni 
quadri del Cigo- 
li, di Jacopo da 
Empoli, del Li- 
gozzi: la batta- 
glia di Lepanto, 
la conquista del- 
la Capitana di 
Alessandria, la 
presa della Pre- 
vesa (Nicopolis 
actiaca-turcarum 
munitissimum 
opidum — A. D. Stephani equitum. V triremi- 
bus-magni Ferdinandi auspiciis Fortiter expu- 
gnatur diripiturq. An. D. CIO. IO. CV: come 
chiosa un'epigrafe) e l'espugnazione di Bona. 
*** 
E davanti alle antiche bandiere turche prese 
colla forza e col valore dagli antichi militi di 
Santo Stefano, nelle vittorie contro i turchi 
per difendere gli interessi propri e la libertà 
dei loro fratelli, con compiacimento e con fie- 
rezza, vediamo attualmente i soldati nostri con- 
quistare con gloriose vittorie bandiere nemiche 
di turco-arabi, perchè nello slancio e nel va- 
lore ci sembra che gli antichi Cavalieri rivi- 
vano nei difensori della nuova Italia.... 

Frio da Pisa 






Incominciano le ostilità. » 



GLI EPIGRAMMI della GUERRA 



così. Contro i turchi non si sono 
solamente dirizzate le bocche dei 
nostri cannoni e 
le canne dei no- 
stri fucili. Anche 
la satira popolare 
lancia i suoi dar- 
di. Oh dio, non 
arrivano lontano, 
quei dardi, per- 
chè non sono sca- 
gliati con la vio- 
lenza degli epi- 
grammi quaran- 
totteschi o delle 
feroci pasquinate 
della Roma papa- 
le, e poi perchè 
l'ironia italiana si 
è alleggerita, la 
satira s'è fatta bo- 
nacciona, e i tur- 
chi non vengono 
presi più che tan- 
to sul serio. 
Veramente, quest'ultima è la ragione prima. 
Tranne nelle Puglie, dove un odio secolare 
per la Mezzaluna serpeggia nelle vene d'ogni 
contadino, coire residuo degli antichi rancori 




Un portaba.ndiera. 



contro chi massacrò i martiri d' Otranto — e 
son passati quattro secoli, ma il fatto storico 
è reso vivo alla memoria da varie leggende 
pugliesi — tranne, dico, laggiù, nel tallone 
d'Italia, la poesia epigrammatica fiorita nel 
popolo, per la guerra, non è truce, sangui- 
nosa, terribile... 

A Napoli, per esempio, ridono del turco, 
definendolo col seguente epigramma: 

A cumbatlere 'e turche è na furtuna, 
pecche so' tutte quante gente 'e niente ; 
nun so' buone 'e tene manco na luna, 
e ne tèneno meza Buiamente! 

(A combattere i turchi è una fortuna, perchè son tutti gente 
dappoco; non son buoni ad avere neppure una luna intera. 
e si contentano d'averne mezza !) 

Come vedete, non vai la pena, per un na- 
poletano, di prendere sul serio un suddito di 
Maometto. Tanto più che Napoli è abituata 
ad aver nel suo cielo sempre mite la più piena 
e deliziosa luna del mondo. 

Chi più s'è accalorato, alle falde del Vesu- 
vio, per le vicende del conflitto, sono i monelli 
— possiamo ben dire gli scugnizzi, che ormai 
son noti a tutto il mondo, con quel nomel — 
e le cronache dei giornali hanno narrato qual- 
che settimana fa come un centinaio di quegli 
improvvisati guerrieri, provvistisi di due ban- 
diere nemiche, schieratisi in due campi, si 



GLI EPIGRAMMI DELLA GUERRA 



79 




O ^ 



« ... AZZUFFATI SKRIAMENTE NEL NOME DELL'ITALIA E DELLA TURCHI.V... » 



sieno azzuffati seriamente, nel nome dell'Italia 
e della Turchia. 

Dovelte correre un nugolo di guardie per 
intimare un trattato di pace a via di scappel- 
lotti. E una quindicina di combattenti finirono 
all'ospedale. 

Ma avea vinto l'Italia, corpo di Bacco! 

Ebbene, proprio dalla bocca d'uno scugnizzo 
raccolsi il seguente epigramma : 

Diceno 'e turche e l'arabe: 
— Avimma vasà 'nterra : 
steveno sulo 'e dattere, 
cca', primma 'e fa' sta guerra! 

Mo' ca ce stanno a Tripole 
sti quatto berzagliere, 
stammo abbuscanno 'e nespole, 
e stammo avenno 'e pere ! 

(Dicono i turchi e gli arabi: — Dobbiamo baciar per terra; 
c'erano solo datteri qui, prima della guerra. Ora che a 
Tripoli ci sono questi quattro bersaglieri, abbiamo le ne- 
spole e abbiamo le perei) 

Non differisce molto da questo il grazioso 
ritornello d'una canzonetta romana, composta 
evidentemente per l'occasione. L'intesi can- 
tare in una delle tante osterie del suburbio, 



da uno di quei famosi e superbi carrettieri 
romaneschi i quali — si dice — prima di pren- 
dere a guidar muli su quei traini pittoreschi 




« ...PER INTIMARE UN TRATTATO DI PACE A VIA 
DI SCAPPELLOTTI... » 

avevano fatto pratiche per essere imperatori ; 
ma i posti d'imperatore erano già tutti occu- 
pati, e allora gli aspiranti, in compenso, diven- 
tarono carrettieri. 



LA LETTURA 




Ecco, dunque il ritornello: 

Sfanno nun ce so' nespole ar mercato, 
manco a pagallo un occhio ce n'è im etto, 
pe' via che tutto er carico che c'era 
lo niandeno alli fij de Maometto! 

E, chiaro, no ? 

E naturalmente non manca il solito inelut- 
tabile stornello romanesco su la guerra. Chie- 
detelo ai monelli di Trastevere, e ve lo can- 
tano in coro: 

Se dice che le moje der Surtano 
lo vojono piantallo, gnentemeno, 
pe' abbraccicasse cor un itajano ! 

E gira e fai la rota, 
la rota co' li fiocchi, 
sto vecchio gran Surtano 
nun vale du' bajocchi!... 

S'erano messi in tre, un giorno, a cantarlo 
dietro un turco venditore di tappeti. 11 quale 
turco dava evidenti segni di fastidio, tanto 
più ch'egli non s'importava affatto né del Sul- 
tano né delle relative mogli: era un frascatano! 

Dicevo che soltanto i pugliesi sentono un 
odio ferocissimo per i turchi, e specialmente i 
pugliesi di Capitanata, quelli della provincia 
di Lecce, dal versante adriatico. 

Torna d'attualità un vecchio poemetto d'un 
poeta leccese, Giuseppe De Dominicis: Li mar- 
tiri d'Otranto. In un canto di quel poema c'è 



A CANTARLO DIETRO UN TURCO VENDITORE DI TAPPETI. 



il giuramento che i cristiani otrantini facevano 
contro i turchi. E' tremendo, ed oggi viene 
ripetuto spesso, qua e là. 
Eccone il testo : 

Giurate tutti sopra quantu nc'ete 
de saiitu intr'alhi mr.ndu — iddu retàa — 
sopra li libri de la Santa Fcte, 
sopra l'Angèliu de la verità! 

To' l'ora ca lu mundu è stato criatu. 
pe' l'ora ca lu mundu cne distruttu, 
pe' quanto amore 'na mamma ha purtatu 
all'ore de lu priesciu e de lu luttu! 

Pe' le speranze belle de la vita, 
pe' quantu c'è de santu allu dolore, 
pe' quant'è grande la fete ca invita 
cu' sciamu tutti 'mbrazza allu Signore! 

Nui fermi come torri imu restare, 
cincu 'nfaccia li turchi s'impaura, 
la érgogna cu nu' làa l'acqua de mare, 
a terra cu nu' tròa la seportura ! 

(giurate tutti su quanto c'è di santo al mondo — egli gri- 
dava — sui libri della Santa Fede, su l'Evangelo della verità! 
Per l'ora in cui il mondo venne creato, per l'ora in cui il 
mondo sarà distrutto, per quanto amore una nnuiro ha 
portato all'ore della gioia e del lutto! 

Per le speranze belle della vita, per quanto tè di santo 
nel dolore, per quanto è grande la fede che invita ad an- 
dar tutti in braccia del Signore! 

Noi fermi come torri dobbiamo restare ; chiunque di fronte 
ai turchi s'appaura, non basti l'acqua del mare a lavargli 
la vergogna, ed in terra non trovi sepoltura !) 



GLI EPIGRAMMI DELLA GUERRA 



8i 



Non c'è male, eh? 

Queir iddu retàa — egli gridava — nella 
prima quartina, si riferisce al capo dei cristiani, 
che gridava dovunque la formula del giu- 
ramento. 

Ed un epigramma ripetuto, in questi giorni, 
pel Tavoliere di Puglia, dice su per giù: « dove 
c'è un fez ci dovrebb'essere una forca, e la 
Turchia è una macchia d'unto che si lava con 
la benzina del cannone ! » 

Ha avuto sempre certe buone idee di pra- 
ticità, quell'ottimo popolo pugliese... 

Una strofetta che si direbbe confezionata 
da un barbiere, l'ho intesa in Toscana. Se la 
ricordo bene mi pare che dica : 

La ci vuol un rasoio e co' i' pretesto 
di far la barba a i' turco, 
gli taglierem la testa ! 

Metodo spiccio e curativo quanto volete, ma 
presenta due piccole difficoltà. Prima dì tutto 
testa non fa rima zow pretesto, e poi credo che 
non tutti i turchi si presterebbero, dopo un 
po', allo scherzo. Già, ci sarà pure qualche 
musulmano che la barba la faccia da sé. 

Ma chiunque abbia voglia di girare l'Italia 
in questi giorni, sia che entri in un ritrovo, 
sia che si fermi presso un capannello d'amici, 
sia che ascolti le conversazioni in un salotto, 
dovunque vada insomma, udrà fiorir 1' epi- 
gramma mordace, la pasquinata canaille, la 
strofetta satirica, ironica, sprezzante, decla- 
mata da un operaio, lanciata lì da uno stu- 
dente, mormorata da un buontempone, perfino 
canticchiata da una sartina sul motivo magari 
di « addio mia bella addio » e di « questa o 
quella per me pari sono »... 

Ecco alcuni saggi raccolti da me perso- 
nalmente. 



Un lettore di giornali, due mesi fa, in un caffè: 

Va a finir che gl'italiani 

un bel giorno, su per giù, 
mostreranno agli ottomani 
ottopiedi ed anche più ! 

Uno studente, ad alta voce, giorni or sono, 
per via : 

E' bene che lo sappia il gran Sultano: 
noi ci vogliam sedere sul Divano!... 

Un giornalista veneto, conversando in teatro: 

Or turchi ed arabi 
stanno ben freschi ! 
serva di massima 
per i tedeschi ! 

Ed infine, un mio giovine amico, sergente 
del genio, richiamato fra ì primi e mandato 
a Tripoli con la spedizione del 9 ottobre, mi 
salutava a Napoli, tutto preso dall'entusiamo, 
e mentre parlavamo s'interruppe per intonare, 
dietro una deliziosa crestaina che passava: 

Addio biondina, addio, 
l'armata se ne va, 
vedrai che ne faremo 
dei militi d'Allah! 

Lo schioppo è preparato, 
lo zaino l'ho con me, 
appena vedo i turchi, 
ne uccido centotrentatrè ! 

Nell'entusiasmo egli allungava il verso per 
ucciderne di più. 

— Ma non fa niente — disse poi — se il 
verso non 'torna, tornerò io! 

— Vittorioso? — gli chiesi. 

— E' naturale! se no... si resta lì... 

Carlo Veneziani. 




« S'interruppe per intonare dietro una graziosa crestaina che 



La Lettura. 



LIO-YANG 

ED niL ILAMPADAMO 
ILHBIEIRATOiaiE 




a incantevole città di Lio- 
yang confinata a l'estre- 
mo occidente di Han- 
chung-fu, possiede una 
sì pittoresca posizione, 
che è impossibile non 
lasciarsi affascinare dal 
suo magnifico pano- 
rama. 

Adagiata mollemente 
su l'appendice di un 
colle, che va sperden- 
dosi fra una catena in- 
terminabile di monti, 
a guisa di un timido 
penisolotto si lascia 
lambire tutto all'intorno 
dalle acque cristalline 
di due torrenti e dalle onde turgide di un 
biondo fiume navigabile. 

Pur troppo le mura, un dì inespugnabili ed 
ora in gran parte dirute, furono e sono con- 
tinuamente fatte bersaglio impetuoso dalle in- 
temperie e dalla piena rombante delle allu- 
vioni, le quali incutono continuo spavento ai 
cittadini, costretti a riparare sui monti vicini. 



Cariatidi in una pagoda 

DI LiO-YANG. 




Il LAMPADARIO DI FERRO DI LiO-YANG. 

Fin dai primi tempi la condizione precaria 
idrografica della città mise sopra pensiero gli 
stessi antenati, i quali deliberarono ed effet- 
tuarono il progetto votivo di innalzare, sul 
monte di fronte alla città, una « torre » pre- 
catoria tuttodì esistente, dedicata alla dea 
Coan-ìn, affinchè proteggesse città e cittadini 
dai gorghi delle onde fremebonde. 

L'anno scorso però, l'ira del Dio Fulmine 
(Lùì-scén) si scaraventò sulla cimasa della 
torre stessa e ferì profondamente alla schiena 
la statua della paffuta divinità... 

Più tardi, coli' intervento pecunario impe- 
riale, si costrusse una nuova città supple- 




La rocca militare di Lio-yang. 



LIO-YANG ED IL LAMPADARIO LIBERATORE 



83 



mentare, ma tuttora disabitata e crollante per 
l'incuria in cui è stata sempre abbandonata. 

L'interno della 
città si presenta 
allo sguardo 
come un agglo- 
meramento vario- 
pinto di un mo- 
saico confuso e 
fantastico di case 
di pretori man- 
darinali e di pa- 
gode, talune del- 
le quali si man- 
tengono veri mo- 
numenti dell'an- 
tica classicità ci- 
nese e hanno un 
grande interesse 
per i visitatori. 

L'abuso ecces- 
sivo però dell'op- 
pio e l'aumento 
enorme dei dazi 
diedero il crollo 
ai costumi pa- 
triarcali ed immi- 
serirono il com- 
mercio e l'industria locale, che si erano cir- 
condati di un nome abbastanza lusinghiero. 




La torre di Lio-yang 



Però la cosa che le è rimasta più cara e pre- 
ziosa, che eccita la meraviglia del passeggero 

e forma talisma- 
no prodigioso pel 
cittadino di Lio- 
yang, è un pesan- 
te lampadario di 
ferro battuto di 
forma sferica, con 
codazzo pure sfe- 
rico, che trovasi 
appeso nel tempio 
del « Genio tute- 
lare » : il tutto fe- 
licemente ideato 
con l'intreccio di 
fiori e di foglie 
— beninteso di 
ferro. 

Questo elegan- 
te lampadario, 
per il cinese, è 
un vero capola- 
voro artistico in- 
superabile e non 
può essere di- 
sgiunto dalla sto- 
ria commovente 
del suo geniale artefice. Questo era un fabbro- 
ferraio, che ai suoi tempi venne condannato 




I'anorama di Lio-yang. 



84 



LA LETTURA 



alla « gabbia » per grave mi- 
sfatto> ragione per cui la Corte 
di inquisizione suprema, nelle 
annuali decisioni inappellabili, 
gli comunicò sentenza capitale, 
la quale al povero fabbro sce- 
se nel cuore come una freccia 
arroventata. 

Passato il primo turbamento 
egli decide di chiedere la dila- 
zione di pochi giorni, che ul- 
timi voleva consacrare attor- 
no ad un' opera del suo ge- 
nio così magnifica, che non 
solo avrebbe immortalato il 




La chiesa cattolica di Lio-yang. 

suo nome , ma ancora gli avrebbe guadagnato 
la clemenza imperiale per la sua liberazione. 
I giudici, colpiti 
dalla stranezza 
della domanda, 
dopo una lunga 
discussione, de- 
cisero di acco- 
gliere la suppli- 
ca del disgrazia- 
to fabbro. Questi 
si accinse difatti 
con tutto l'ardo- 
re alla costruzio- 
ne di due lam- 
padari uguali, 
uno dei quali sa- 
rebbe stato man- 
dato alla Corte 




suprema m pegno della sua pa- 
rola. Il lampadario destò gran 
meraviglia in tutti i magistrati 
e fu giudicato opera inarriva- 
bile quale solo un genio po- 
teva creare: e quindi anche le 
speranze del fabbro venivano 
pienamente esaudite e realiz- 
zate colla sanzione della sua 
libertà, alla quale seguirono 
onori e trionfi da parte dei cit- 
tadini. 

Sembrerebbe trattarsi di una 
leggenda, eppure il contrario viene confermato 
in parte da un altro fatto similare e recente 

di un letterato, 
il quale nella 
notte, che ulti- 
ma lo separava 
dalla fatale sci- 
mitarra, in un 
disperato sforzo 
mentale, dettò 
un volume in cui 
son raggruppati 
tutti i caratteri 
cinesi, con tanta 
eleganza classica 
da meritarsi la. 
grazia liberatrice. 

Leone Nani. 



Tipi di 



li 




« YOGIN » O « PENITEXTI ERRANTI » AL SOLE SUL SHIOVLA GhAT. 

PENITENTI INDIANI ° 



TTndia! Quante volte ho udito questa parola da 
il occultisti, spiritisti, teosofi, mistici e spiri- 
tualisti d'ogni 
foggia! E' l'ulti- 
mo rifugio, l'ul- 
tima salvezza con- 
tro i forti attacchi 
della ragione e 
della logica. L'In- 
dia — qui vi sono 
gli arcani che 
sconvolgono lo 
spirito umano, qui 
fioriscono i mira- 
coli, i cui profon- 
di misteri guidano 
alla regione del 
soprasensibile. 

La letteratura 
di queste dottrine 
occulte dell'India 
riempie qualche 
migliaio di fitti vo- 
lumi. Molti di essi 
si riducono a pu- 
ra speculazione, 
fatta a spese dei 
gonzi, e costitui- 
scono un ottimo 
affare per autori 
ed editori senza 
scrupoli. In Ger- 
mania ed in In- 
ghilterra vi sono 




Il LETTO DI CHIODI. 



case editrici che pubblicano soltanto siffatte 
opere, contrassegnate da un'abilità che tra la 

gente di mezzana 
cultura può appa- 
rire scientifica. Si 
tratta quasi sem- 
pre di una volga- 
re e sfacciata ciur- 
meria che però 
abbastanza spes- 
so non si distin- 
gue molto da al- 
tre opere di per- 
fetta buona fede, 
con le quali alcu- 
ni fanatici confor- 
tano i loro creduli 
lettori. In centi- 
naia di circoli 
queste « dottrine 
occulte » dell'In- 
dia vengono in- 
goiate come man- 
na da adolescenti 
nevrastenici e da 
signorine isteri- 
che. E dei loro 
apostoli si fanno 
fuori altrettanti 
santi. 

Quando si leg- 
ge uno di questi 
libri, si sa tutto. 
Purtroppo i guai 



86 



LA LETTURA 




Un « Aghorpl- 



cominciano allorché si vog^liono tradurre in 
esercitazioni pratiche i consigli. Se poi si legge 
un secondo libro, allora se ne sa ancora meno; 
e, quanto più si legge, tanto più si naviga nel 
vuoto e nell'incerto. Ebbene, dicono i pallidi 
adolescenti, ci resta ancora una cosa: l'India. 
Si può vagliare 1' India da cima a fondo, e 
vi si troverà qualche grossolana ciurmerla, 
come gli scherzi dei molto consumati Bramini 
e di molti « Yogin », oppure qualche scipita 
stravaganza, co -ne la società teosofica di mi- 
stici indiani della famosa Anny Besant, o an- 
che qualche selvaggia e grandiosa pazzia, 
come forse in pochi altri luoghi nel mondo. 
E per quel che riguarda gli « Yogin » e i loro 
miracoli, si troverà accanto a qualche inganno 
molta stranezza, molto orrore, molte cose nau- 
seabonde, ma non mai qualche cosa di so- 
prannaturale. Tuttociò è molto più superficiale 
che, per esempio, le estasi dei mistici cristiani ; 
e, se noi oggi riconosciamo i loro grandi mi- 
racoli come cose ben conformi a natura, per 
quanto straordinarie, non ci deve esser difficile 



di concepire l'occulto nei misteri dei fanatici 
indiani, in modo ch'esso per noi divenga ben 
intelligibile. 

Come il misticismo del medio-evo piantò le 
sue tende soprattutto nelle chiese, ed ebbe poi 
ulteriore svolgimento fra gli eremiti dei boschi 
e dei deserti, analogamente si svolgono oggi 
le cose nell'India. Benares, la città sacra del 
folle fanatismo, ha una intera serie di scuole 
d'asceti, in cui i figli di Siwah si iniziano — 
coll'annientamento sistematico del corpo e dello 
spirito, proprio come presso di noi. Sudici di 
fango, coi capelli intrigati in dense masse, i 
neofiti stanno nell'aria mefitica, collo sguardo 
fisso sopra un nero « lingam » o idolo fallico, 
come ne pullulano a migliaia in tutte le viuzze, 
le piazze, le case e i templi di Benares. Ri- 
mangono lì per dei giorni, per dei mesi, fino 
a che diventano « liberata » Samnyari ; e poi 
traggono intorno come penitenti erranti, come 
« Yogin », secondo la parola indiana, o come 
« Fakiri », secondo la parola maomettana. 
Molti seguono le pratiche espiatorie tradizio- 
nali vediche; altri ne hanno escogitate di nuove. 

Io ho visto sul Dosasvvamedh Ghaf un « Baku 
Urdvah» un penitente col braccio teso in alto. 
Da dieci anni egli aveva incominciato la sua 
espiazione, facendosi legare il braccio destro 
a una trave del soffitto, mentre egli sedeva 
agganciato sur una sedia. Le vene erano fa- 
sciate, e così era arrestato il corso del san- 
gue; a poco poco il braccio si atrofizzò. I ten- 
dini si attorcigliarono, la carne si raggricchiò. 
Naturalmente il paziente sofferse orribili tor- 
menti, che furono soltanto mitigati dall'am- 
mirazione di una folla di spettatori. Quando il 




Un « II i.r 



PENITENTI INDIANI 



braccio rigido si elevò perpendicolarmente co- 
me un bastone, l'iniziazione era al suo termine. 
Da questo tempo in poi egli passa come un 
santo per la città in onore di Siwah. Un po' 
di vita è però ancora nell'arto, come attestano 
le unghie del pugno serrato ; esse sono cre- 
sciute attraverso alla carne della palma della 
mano, e spun- 
tano fuori co- 
me lunghi ar- 
tigli dall'ahra 
parte. 

Io ho ve- 
duto alcuni 
« Vogin » che 
peregrinavano 
da un capo al- 
l'altro dell'In- 
dia e si lascia- 
vano cadere a 
ogni passo. In 
tal modo essi 
misurano col 
loro corpo 
l'ampiezza del 
sacro suolo. 
Ne ho veduti 
altri che por- 
tano un denso 
panno innanzi 
al capo, e una 
intera schiera, 
che col mar- 
chio del ferro 
rovente si era 
prodotta d e i 
fori sulla lin- 
gua. Ne ho ve- 
duti due in 
Ajodhja, che 
avevano in- 
chiodato i loro 
sandali ai pie- 
di con lunghi 
chiodi, e tre 
altri che ripo- 
s a vano per 
dieci ore del 
giorno sdraiati 
nudi e sangui- 
nosi sopra un 
lungo letto di 
chiodi. Sul Shiovla Ghat molti « Gosain » 
colla testa rasa sedevano rigidi e immoti per 
tutte le ore del giorno al sole ardente; altri 
stavano per ore sur una gamba sola, come un 
« Marabut ». Ho visto poi un tale a Madura 
che si era fatto seppellire sotterra fino al collo, 
e si sporgeva all'infuori colla sola testa, men- 
tre nelle vicinanze due colleghi si lasciavano 
spenzolare colle gambe agli alberi. In Vedico 
questa foggia geniale di penitenza si chiama 
« Urdhva Mukhi ». 

Un « Yogìn » molto celebrato sul Chauk 
Ghat si faceva abbrustolire sei ore al giorno, 
sedendo in mezzo a un fetido fuoco di letame 
bovino fumante. Un altro figlio di Siwah, non 




Un « YOGiN » SUL Kedar Ghat. 



meno amato, stava sotto un grande albero, 
col collo nel cappio d'una fune legata supe- 
riormente a un ramo. Il cappio era così alto 
ch'egli poteva reggersi soltanto sulle punte 
dei piedi. Naturalmente ogni cinque minuti si 
abbiosciava, minacciando di soffocare ; e a 
stento era raddrizzato dai suoi ammiratori. 

Tutti costo- 
ro, giunti allo 
stato di « per- 
fezione», sono 
orribilmente 
magri, sparuti 
e insudiciati. 
Cosparsi di ce- 
nere, sono 
spesso dipinti 
dall' alto al 
basso con stri- 
sce di colore 
bianco e ros- 
so, simbolo di 
Siwah. Porta- 
no intorno al 
collo una co- 
rona , le cui 
piccole noci 
rappresentano 
dei teschi. 
Inoltre essi 
hanno un ba- 
stone e una 
bacinella da 
mendicanti, in 
cui i credenti 
gettano mone- 
te di rame. I 
loro occhi ne- 
ri, fanatici , 
sono incavati 
nelle occhiaie; 
sono acuti e 
taglienti come 
quelli degli 
animali rapa- 
ci. Pare che la 
fiamma del fa- 
natismo filtri 
dal cervello. 
Ma i peggiori 
fra tutti so- 
no i cosidetti 
« Aghorpunt », quegli « Yogin » che, per for- 
tuna, o, meglio per sfortuna, si possono incon- 
trare alle porte di Benares. Essi sono i cinici 
dell'India, i rappresentanti del più pretto pes- 
simismo della posizione d'assoluta indifferenza 
rispetto a tutto. 

Ma nessuno si aspetti di trovare presso sif- 
fatti uomini qualche cosa di soprannaturale. 
Certo è però che essi rivelano un tesoro 
straordinario di volontà, un sopravvento gran- 
dioso sovra ogni sensibilità umana. 

Ma tuttociò ch'essi fanno e mostrano, non 
conduce in alto; conduce piuttosto in basso, 
a un grado miserevole della evoluzione umana. 

{Ueber Land und Meer). 



MEÌLE CAILVIEILILE E. ZUCCME 




Mela d'inverno si chia- 
ma spesso la bianca 
cai velia che nei negozi di 
frutta fine e di primizie si 
vende a caro 
prezzo. Il suo 
colore è sempli- 
ce , dal giallo 
verdiccio al gial- 
lo bianco. Ma il 
suo pregio più 
cospicuo si ri- 
vela nel man- 
giarla, ed è un 
sopraffino « gu- 
sto di fragola », 
come si dice nei 
libri tecnici. 
Purtroppo que- 
sto magnifico 
frutto non si può 
coltivare con 
successo d a p - 
pertutto. L'a - 
bero che porta 
la regina delle 
mele è pieno di 
esigenze; esso 
richiede una lo- 
calità ben pro- 
tetta, un clima 
mite e un suo'.o 
buono, caldo e 
forte. Inoltre es- 
so è sensibile e si ammala 
facilmente, soffrendo assai 
spesso di carcinoma e di 
ruggine. Inoltre, diventa 
forte, e non abbandonato a 
sé stesso, non supera la 
grandezza mediana ; ma si 

adatta soprattutto alla coltivazione di filari, di 
piramidi e di spalliere per il rivestimento delle 
pareti a mezzogiorno delle case e delle fac- 
ciate murali. 

La calvella d'inverno bianca è una creazione 
francese. Montreuil presso Parigi, noto per le 
sue pesche e per le sue uve, pas«5Ò a lungo 
per il luogo in cui la calvella d'inverno bianca 
si coltivava nella maggior perfezione. Oggi il 
frutteto francese ha trovato un rivale. Dal 1880 si 
incominciò nel Tirolo del sud a rivolgere spe- 
ciale attenzione alla mela d'inverno. Buoni suc- 
cessi furono subito ottenuti da alcuni amatori. 
E nessuna meraviglia in ciò, poiché la soleg- 
giata valle montuosa di Merano, ben protetta 
dai venti, col suo suolo fruttifero e irriguo 
apparve nata fatta per la cultura delle calvelle. 
Se si viaggia per l'antico burgraviato, si ve- 
dono dappertutto giardini di calvelle, che si 
estendono in alto fino a Sehlander e in giù 
fino a Sigmundskron. In ogni luogo gli albe- 
relli sono tenuti bassi, il che si ottiene coi- 



Mele calvelle 



l'innesto alla radice di va- 
rietà di mele cespugliose. 
Si é calcolato che nei din- 
torni di Merano si trovano 
attualmente su 
50 ettari di suo- 
lo in tondo 
340.000 alberel- 
li di calvelle. 
Però costa mol- 
ta cura e molta 
fatica l'ottenere 
frutti irreprensi- 
bili: poiché per 
essere merci di 
primo ordine, 
« mele di gabi- 
netto », devono 
essere immuni 
da macchie e da 
anomalie. Per 
tener lontani i 
nuceti che ap- 
portano le mac- 
chie, si spruzza- 
no più volte al- 
l'anno gli alberi 
colla cosidetta 
broda bordole- 
se. E' questo un 
liquido compo- 
sto di cento li- 
tri d'acqua, due 
chili di solfato 
rame e due chili di cal- 
ce cotta di fresco, appena 
spenta. D'altra parte si 
pratica in grande misura 
anche l'insacco dei frutti. 
Si preservano i frutti av- 
volgendoli in sacchetti di 
carta. In tal modo essi vengono protetti contro 
le ingiurie del tempo e anche contro gli in- 
setti, specialmente contro il bruco delle mele. 
Grazie a queste cure si é riusciti a ottenere 
risultati eccellenti. La gran vendita si svolge 
alle capitali del settentrione, specialmente a 
Pietroburgo, a Mosca, a Berlino, a Vienna, a 
Budapest. Le provviste sono sempre esaurite, 
il che attesta come possa essere remunerativa 
la cultura di questo frutto fine. 

Ma passiamo ad altre piante. Ed ecco che 
in un giardinetto un albero caratteristico inca- 
tena la nostra attenzione. Frutta di forma sin 
golare pendono fra il fogliame, e, quanto più 
ci avviciniamo, ci accorgiamo ch'esse sono zuc- 
che, «cucurbite lagenare»! Da quanto tempo ri 
sono piante da zucca? Gli antichi romani già 
le conoscevano, e ognuno oggi è in grado di 
coltivarle. Scelta una località del giardino, dopo 
avervi affondato molto concime, si pianta nel 
mezzo un piccolo tronco d'albero o un palo 
munito di corteccia. In marzo e in aprile si 



MELE CALVELLE E ZUCCHE 



89 



educano giovani 
pianticelle di 
zucca in vasetti, 
e in maggio, al- 
lorché non si te- 
me più il gelo, 
si piantano intor- 
no al palo. Se 
noi annaffiamo 
con diligenza, le 
zucche s'avvin- 
ghiano subito 
strettamente e 
formano, ove noi 
ci adoperiamo a 
cercare sufficien- 
ti appoggi, un 
denso tetto dì 
foglie. Presto si 
mostrano fiori e 
frutti che hanno 
diverso aspetto, 
a seconda della 
varietà prescelta. 
Ben colorito di- 
venta il quadro, 
quando noi pian- 
tiamo diverse 
specie di zucca 
l'una accanto al- 
l'altra. Si ottiene 
allora un albero 




r 






Albero di zucca. 



Lavori in una piantagione di calvelle presso Obermais. 

meraviglioso, da cui pendono, insieme e l'uno 
accanto all'altro, i frutti più diversi. A sifTatti 
passatempi meno si adattano le nostre zucche 
mangerecce, poiché i loro frutti sono troppo 
pesanti e uniformi. Meglio si preferiscono a 
quest'uopo alcune zucche d'ornamento, di cui 
c'è grande abbondanza. Cadono qui soprattutto 
in acconcio le zucche ad anguria le quali por- 
tano magnifici frutti a macchie verdi e bianche, 
e in secondo luogo le zucche a mela e a pera 
con attraenti frutti striati di giallo e di rosso. 
La coloquintida è a tre colori; rosso é il mar- 
togone, caratteristico per la sua forma; striata 
invece é la bizzarra Oriana. Specialmente ori- 
ginali sono le zucche a lagena a fogge di gi- 
ganti e di nani con colli lunghi e corti; biz- 
zarre apparenze hanno le zucche a fiaschetta, 
la zucca a ombrello, la zucca a campana e la 
zucca a uovo. Una impressione massiccia fa 
infine la zucca a clava d'Ercole. Questa quan- 
tità di forme già offerta dalla natura può an- 
cora essere aumentata dall'arte. Qui cadono 
in acconcio segnatamente le zucche a lagena. 
Col « bandage » o col far allignare queste 
piante in determinate forme cave, si possono 
conferir loro aspetti d'ogni specie: i frutti 
prendono la figura di cuori, di croci, di mez- 



90 



LA LETTURA 




Decorazione delle 
zucche colla pit- 
TURA. 

zelune e simili. 
Si ottengono per- 
fino, come per 
incanto, dei ri- 
lievi plastici con 
facce burlesche. 
Ci vuole però 
una certa abilità 
e una buona do- 
se di pazienza 
per giungere a 
queste curiosità, 
che sono molto 
divertenti nella 
cerchia domesti- 
ca e nelle riunio- 
ni d'amici. Ma 
anche senza ar- 
tifizi le zucche 
ornamentali pos- 
sono essere bene 
utilizzate. La lo- 
ro aspra cortec- 
cia è ben soli- 
da. Segnatamen- 
te dai frutti della 
zucca a lagena, 
messa da parte 
la midolla e il 
seme, si otten- 
gono utili ogget- 
ti d'ogni foggia, 
come bottiglie, 
vasi, coppe, sca- 
tole esimili. Na- 
turalmente, a 
questo scopo si 




adattano anche i frutti 
ad aspra corteccia d/ 
altre specie. Si è poi 
formata un'arte specia- 
le: si dipingono le zuc-4 
che con colori a olio e 
si adornano di figu- 
rine d'ogni genere. Na- 
turalmente è un' art< 
un po' grossolana, adat 
la a un gusto non trop- 
po raffinato. Le zuc- 
che dipinte posson< 
offrire un ornamento, 
purché sieno lavorate 
con gusto: ma ur 
aspetto molte 

rpiù bello han- 
no le zucche 
naturali. Se s 
■4 raggruppane 



Zucca 

A LAGENA 
DECORATA. 




La zucca muravkjliosa 
a foggia di clava d* ercole 



abilmente insieme, esse possono offrire, in un 
colle spighe di frumentone mature, graziosi ele- 
menti di decorazione per rivestimento di pa- 
reti. Soprattutto nel Mezzogiorno s'incontrano 
(juesti ornamenti da camera sulle porte o sulle 
mensole negli angoli delle stanze. 

Ma nel modo più bello si presentano le 
zucche in giardino. Quando col loro magnifico 
e fresco verde coprono i pergolati e allietano 
le spalliere, esse piacciono all'occhio. Qui i 
loro fiori gialli e bianchi hanno una efficacia 
decorativa e i loro frutti dalle varie foj^gie si 
lasciano meglio ammirare. Le zucche compen- 
sano le cure in esse riposte; e ben commen- 
devole è la loro coltivazione. (GarUn/auòe). 



I TROGLODITI DI DIEPPE 




Un gruppo di casupole. 




hi immaginerebbe di trovare a 
Dieppe, nella cittadina francese 
che pochi anni fa rifulgeva di 
eleganze all'epoca del circuito 
automobilistico omonimo; chi 
immaginerebbe di trovarvi delle 
vere comunità di trogloditi che 
vivono in una serie di caverne 
scavate nelle rocce? Arrivan- 
do dal mare si scorgono lungo 
le rocce del porto delle grandi buche nere, 
quasi triangolari, che hanno una strana appa- 
renza di ricoveri di pirati e filibustieri. Sono 
invece le caverne dei trogloditi, i quali formano 
una piccola popolazione di cui gli abitanti di 
Dieppe poco o niente si curano. Sarà perchè 
questi abitatori di caverne hanno un passato 
che risale a parecchi secoli, ma certo è che 
se in un caffè o in un negozio v'informate 
della popolazione troglodita, difficilmente riu- 
scirete ad avere delle notizie precise. Se poi 
il visitatore s'interessa al lato storico della 
questione, trova anche minor facilità di illu- 
minarsi. Bisogna quindi accontentarsi di fare 
una visita diretta alla strana popolazione, un 
po' sorpresi di trovare a Dieppe delle abita- 
zioni sotterranee simili a quelle che i viaggia- 
tori hanno veduto in alcune remote località 
della Tunisia oppure nelle boscaglie della 
Sierra Nevada. Si entra da una piccola spia- 
nata nella quale si aprono due grandi entrate 
triangolari che sembrano condurre chi sa in quali 
misteriosi covi di mostri. Questa impressione 
è data anche da un fumo continuo che viene 



dall'interno, prodotto dai fuochi di legna che 
ardono nelle piccole abitazioni, e che fa pen- 
sare all'alito ammorbante di draghi favolosi. 
Quando finalmente si entra, deve passare un 
po' di tempo prima che l'occhio si abitui al 
chiuso ambiente, e possa ammirare la più stra- 
na esposizione di stracci. Ve ne sono da per 
tutto, all'entrata delle casupole, al posto delle 
porte, distesi lungo le pareti, unici ripari con- 
tro le offese continue delle intemperie. L'am- 
mobigliamento delle case non è facile ad im- 
maginarsi : tavole zoppicanti, cassapanche tar- 
late che funzionano da letto quando calano le 
tenebre, e durante il giorno ospitano la più 
strana congerie di oggetti : tazze senza piat- 
tini e piattini senza tazze, frammenti di can- 
delieri, casseruole venerabili, caldaie gloriose 
di anni e di ammaccature. Un utensile che 
non manca mai è la latta da petrolio, ridotta 
alle mansioni più utili di fornello e collocata 
all'ingresso delle abitazioni. Abbondano poi i 
bambini che ruzzolano da una casupola all'al- 
tra e ravvivano dei loro trilli il minuscolo vil- 
laggio sotterraneo. Questo ospita soltanto dieci 
famiglie, tutte bisognose all'estremo, ma che 
nulla chiedono ai rari visitatori. Se si offre 
loro qualche moneta, accettano non senza un 
certo entusiasmo, ma si guardano bene dal 
chiedere. Rappresentano l'aristocrazia dei tro- 
gloditi. La plebe, composta di una cinquan- 
tina di famiglie, abita delle caverne che sono 
in un' altra località di Dieppe. Presso questa 
gente la vita è ancor più misera e più isolata 
dal resto dell'umanità. Mentre i ragazzi del- 



LA LETTURA 



l'aristocrazia — per intenderci — sono man- 
dati a scuola, quelli delle caverne più popò- 




ture rettangolari che vorrebbero essere le porte; 

e poi vecchi mobili sconquassati, vasi da fiori 
con piante di geranio moribon- 
de, padelle sfondate raccolte 
chi sa dove. Qualche proprie- 
tario evidentemente ambizioso 
ha adornato l'interno con il- 
lustrazioni colorate strappate 
dai giornali. E non mancano 
i più fortunati che hanno po- 
tuto mettere insieme delle ca- 
supole complete con veri muri 
di mattoni, soffitti di assicelle, 
porte provviste di serrature e, 
nell'interno ristrettissimo, un 
letto, una tavola e qualche al- 
tro mobile. La casupola più 
elegante e più caratteristica è 
mostrata in una delle incisio- 
ni, ed è bene perchè sarebbe 
difficile descriverla. Gli oggetti 
più svariati vi sono riuniti per 
la gioia dello strambo abitato- 
re. All'esterno vi è un tenta- 
tivo di giardinetto, con una 
gabbia per conigli... senza co- 
nigli, un grosso barile, un 
orologio che si è fermato da 
anni, un campanello che non 
suona, e frammenti di legno 
e di ferro di ogni genere. 
Nell'interno, un fondo di vet- 
tura tranviaria si trasforma in 
letto nelle ore notturne. Ma 
queste piccole comodità che 
l'istinto consiglia anche ad 
uomini che si adattano a vi- 



Un 'abitazione 

BEN DM 



late restano nel- 
le loro casupole 
e crescono igno- 
ranti, votati alla 
più cruda mise- 
ria. Specialmen- 
te durante l'in- 
verno molte voi 
te manca il pane 
e non vi è mo- 
do di accendere un po' di fuoco. I più stra- 
ni oggetti entrano nell'architettura delle casu- 



U.N INTKRNO. 



vere in caverne, non impediscono i reumi ed 
altri mali contro i quali quella parte dell'uma- 
pole: al posto del soffitto vi sono degli stracci nità che è più fortunata si difende con mille 
cuciti insieme ed altri stracci coprono delle comodità più o meno raffinate. I vecchi fra 
buche che funzionano da finestre e certe aper- gli abitatori delle caverne di Dieppe sono 



I TROGLODITI DI DIEPPE 



93 



La casu PC la 



quelli che se ne accorgono e se ne lagnano. 
Gli altri, i giovani, rientrano nelle tane sol- 
tanto la not- 
te, dopo una 
giornata che 
i più passano 
sulla spiag- 
gia e sul ma- 
re, occupati 
nella raccolta 
dei molluschi 
o alla pesca. 
Ma i guada- 
gni sono mi- 
seri e d'in- 
verno mare e 
spiaggia non 
permettono il 
lavoro, e vie- 
ne allora il 
periodo delle 
grandi stret- 
tezze. Ogni 
giorno la po- 



sono tranquilli e non danno troppe noie ai 
rappresentanti dell'ordine. Soltanto una volta, 

molto tempo 



PIÙ ELEGANTI 




fa, l'autorità 
dovette occu- 
parsene seria- 
mente. Le ca- 
verne abitate 
una volta era- 
no naturali, 
ma poi altre 
ne furono sca- 
vate perestrar- 
ne materiale di 
costruzione. 
Nelle nuove 
caverne subito 
si trasferirono 
parecchie fa- 
miglie, mentre 
le altre prefe- 
rirono conser- 
vare le vecchie 
abitazi oni. Ma 




Due entrate di caverne. 



lizia fa un giro nelle caverne, specialmente queste, secondo le autorità, minacciavano di 
quando ha speranza di scovarvi qualche vec- franare, e fu necessario costringere i più te- 
chia conoscenza. Ma i trogloditi di Dieppe stardi a trasportarsi nelle caverne recentissime. 

{Vide World). 



MERCATI! PITTORESCm 




Piazza del mercato di Jevpork (India). 



Jeypore! Questo nome ha buona rinomanza 
nel paese favoloso dell' India; poiché Jeypo- 
re passa per la più bella città indiana, in 
cui meglio si è conservata la tradizione. Tutt'in- 
torno essa è accerchiata da antiche mura, mu- 
nite di forti torri di vedetta, in cui si aprono 
sette porte di bronzo; e in alto, sul ponte si 
erge dominatrice una rocca. Celebri sono i pa- 
lazzi e i giardini del principe di Jeypore, celebri 
i magnifici templi; ma la cosa più mirabile è 
l'industriosità degli indigeni. Nei grandi bazar 
e sulla vasta piazza del mercato tutta coperta 
di baracche noi facciamo subito conoscenza 
con questa attività mercantile, poiché sono qui 
rappresentate in copia le merci più belle e più 



rare. Frutta di ogni specie si trova qui offerta 
in vendita poiché nei dintorni di Jeypore si 
esercita molta agricoltura, segnatamente i co- 
comeri godono la miglior rinomanza. Ma so- 
jirattutto fiorisce in questa contrada la coltiva- 
zione del cotone, a cui s'aggiungono tessuti 
d'ogni foggia. Molto ammirate sono le mus- 
soline e i cotoni dell'India e specialmente for- 
mano la consolazione della donna indiana i 
drappi lavorati in oro, con cui si allestiscono 
le vesti di lusso. Anche l'arte minuta trova 
qui la sua rappresentanza. Orafi e argentieri 
mettono in mostra l'ornamento fine; intaglia- 
tori e tornitori mettono in vendita cose utili e 
gingilli d'ogni foggia, e miniaturisti cercano di 



MKRCATL PITTORESCHI 



95 



spacciare i loro quadretti d'avorio. Ma la folla 
che ondeggia sul mercato non è qui soltanto 
per far delle compere. I mercati dell'India 
hanno le loro attrazioni come le nostre fiere. 
Artisti d'ogni specie vi si riversano: fachiri, 
che fanno pullular dal seme e crescere avanti 
ai nostri occhi gli alberelli; funamboli, gioco- 
lieri, incantatori di serpenti, o come altrimenti 
si chiamano, ecc., ecc. E svariata è anche la 
folla degli spettatori, seguaci di Visnù, adepti 
di Sivah, maomettani e cristiani ; e svariate 
sono le vec- 
chie case che, 
tinte in rosa 
e ornate in 
bianco, sog- 
guardano tut- 
to questo tra- 
menìo. E a 
lungo dura il 
mercato. A 
mezzogiorno 
nessuno pen- 
sa alla fine. 
Si va innanzi 
lavorando e 
gironzando 
fintanto che 
risplende il 
sole, e talvol- 
ta fino a not- 
te oscura. 





-i--^- -,_. 


~. 








1 


^à 




^"S^ 


i^ 






f 


h 


, J 


'^ 


r . 




J 




1 




■' C" 1 




m 

r 

m 


"^ 


, *• 










^■^V 


B^;:.: 


^^ 


'V 






-"^ 


A^^ 


H^fe^^ 


«,5 


K- 








Pfe:. '■^- 


MShsLéi^^ 


r .^>ii 


g\^ 


*&■?■?» -k-t.-. 


•ir 




ìM 


^f> 


■^ 


II 




^ 


ss 


U:Zs^. 




/ '■ 


«1 


S 



Un altro Indiani che vendono frutta sul pu 
mondo! Il 

treno corre sull'altipiano del Messico. Esso si 
ferma a una stazione. Una schiera di donne lo 
aspetta sul marciapiede. 

Ognuna delle donne porta una cesta di frutta; 
e ciò che offrono queste brune indiane merita 
certo attenzione. Sono ananas fini, fichi d'India, 
manghi, aranci, poponi e sapotizii d'ogni fog- 
gia, i frutti messicani sconosciuti in molte con- 
trade europee. L'affaccendarsi, il vocìo di que- 
ste donne che hanno atteso placidamente per 
delle ore intere il momento di vendere la loro 
mercanzia, comincia quando il treno è ancora 
lontano, visibile appena per un piccolo pennac- 
chio di fumo all'orizzonte e si acqueta soltanto 
quando si muove rombando dalla stazione. 
Qualche venditrice più audace delle altre cerca 
di seguire il convoglio per indurre alla compra 
di questa o quella merce, un viaggiatore che, 
affacciato al finestrino, non ha altra intenzione 
che quella di contemplare ancora per poco la 
pittoresca e interessante scena. Guai se qual- 
cuno, sia perchè se ne è dimenticato prima e 
sia perchè vuol dar pace alla venditrice insi- 



stente, mostra col gesto o con la voce di voler 
comprare qualche cosa ! La donna, sempre col 
suo cesto in testa, raddoppia la velocità della 
sua corsa, e riesce magari ad arrampicarsi sul 
predellino della carrozza ferroviaria che ospita 
il nuovo acquirente. Il contratto avviene a 
grande velocità : più a gesti che a parole, e 
in un attimo la donna intasca il danaro, men- 
tre il cesto di fiori di frutta, fra le mani del 
viaggiatore, sparisce dentro il finestrino. Qual- 
che volta il viaggiatore è galante e la vendi- 
trice è belloc- 

eia, e allora 

al punto del- 
l'acquisto si 
aggiunge il 
suono di un 
bacio lancia- 
to sulla pun- 
ta delle dita, 
o una paroli- 
na di focosa 
ammirazione. 
Sono scenet- 
te che porta- 
no una nota 
gaia nei viag- 
gi intermina- 
bili, su vettu- 
re lente e tra- 
ballanti. Sui 
mercati della 
capitale ©del- 
le grandi città 
come Saint- 
Louis e Po- 
tosi la scelta naturalmente è ancor più grande. 
S'aggiungono molti altri frutti e fra questi vi 
sono anche le nostre buone conoscenze, come 
ciliegie, pere, noci, fragole. Il Messico si trova 
nella fortunata posizione di poter fornir frutti 
di tutte le zone, poiché mentre sulle sue coste 
incombe l'afa tropicale sui suoi altipiani sof- 
fiano aure più fresche, e sulle cime dei monti 
sta la neve. Mentre fino ad ora la frutticultura 
del Messico serviva soltanto ai bisogni del 
paese, ora s'incomincia con un po' d'esporta- 
zione. Così banane e aranci del Messico vanno 
all'estero. Da qualche tempo in Oaxaca si 
coltivano anche fragole; si raccolgono frutti in 
inverno, in dicembre, in gennaio, e si mandano 
agli Stati Uniti, dove trovano pronto smercio. 



Quando gli allegri indigeni di Hawai non 
conoscevano ancora le benedizioni della civiltà, 
essi amavano i fiori oltre ogni misura. Fiori 
eran quelli che costituivano l'ornamento pre- 
cipuo delle buone donne di queste isole pa- 



BBLICO MERCATO A SAINT- LoUIS E POTOSI. 



96 



LA LETTURA 



radisiache. Corone di fiori ornavano i loro ca- 
pelli, e serti di fiori esse portavano intorno al 
collo e alla nuca. « Leis » si chiamavano que- 
sti bizzarri « boa » fioriti. Questo ornamento 
si adattava mirabilmente alla povera e semplice 
abbigliatura indigena. Gli indigeni sono da 
lungo tempo civilizzati e vanno scomparendo ; 
essi si ritirano, per far posto agli immigrati 



Anche fiori esotici hanno trovato in Hawai il 
terreno più favorevole per prosperare. Rose, 
violette fioriscono tutto l' anno. Nei giar- 
dini lussureggiano l'eliotropio, il gelsomino, 
i garofani, la reseda, la passiflora, l'oleandro, 
la fucsia, il geranio, l'euforbia, ecc. Ma la 
cosa più interessante sui mercati di fiori di 
Hawai sono le indigene stesse. Per lo più que- 




Mercato di fiori in Hawai. 



bianchi e gialli, agli americani e agli europei, 
ai giapponesi e ai cinesi. 

Ma anche gli indigeni civilizzati hanno con- 
servato fedelmente il culto dei fiori. Signore 
in abiti di seta e donne del popolo vestite di 
cotone portano in ogni tempo ghirlande e leis. 
Tali specialità si vedono accanto ad altre la- 
vorazioni di fiori sui mercati di Hawai. Nel 
mite clima delle isole le piante prosperano 
egregiamente e quasi ogni arbusto si riveste di 
ricca florescenza. Soltanto qui si conoscono circa 
settanta sottospecie dell'ibisco che si coltiva 
nelle nostre serre come pianta ornamentale. 



ste venditrici sono già sfiorite; eppure portano 
sempre la ghirlanda e i leis. Ma un tempo 
anch'esse sono state giovani e andavano in- 
torno in seta e in velluto. Com'era bello, al- 
lorché, coi fiori nei capelli, esse andavano a 
incontrare a nuoto le navi europee in arrivo ! 
E che spettacolo, quando nella lunga veste 
variopinta , coll'ampia sciarpa rossa legata 
alla cintola , galoppavano sui loro destrieri 
con la chioma svolazzante attraverso il paese ! 
E la vecchia prosegue: «Allora, allora.... e 
ora? Che valore ha un fiore avvizzito sul mer- 
cato ? ». {Gartenlaube). 



Milano, 1912. — Tip. del Corriere delta Sera. 



Galluzzi Giovanni, Gerente responsabile. 



CARATTERI FORNITI DALLA SOCIETÀ " AUGUSTA .. TORINO. 



*v«^ 



^«p^A 




S^ 



ir 









■/M LETTORA 

RIVISTA /MENSILE DEL 
CORRIERE DELLA SERA 
/niLANO-VlA SOLFERINO 28 
* CEMT.50 IL FASCICOLO 

Abbonamenti •• Italia L5. estero L.Ò 




SOCIETÀ ITALIANA ^ià SIRY LIZAR i C. 



DI 



Siry Ghamon & 

MILANO 



G. 



Ippareeelil f llloniinaKioDe 



IN OGNI STILB 



SCAIvDABAGNI 



CUCINE-STUFE 



FORNELLI 

Disegni e preventivi a richiesta. 



DIMAGRIRE 



SENZA PERICOLO 
È RINGIOVANIRE! 



Il The Svelto è il solo prodotto che ha il potere meraviglioso di dare un risultato soddisfa- 
cente in 6 8 settimane senza provocare il minimo disturbo, anzi colla prima scatola si pro- 
vano gli eccellenti effetti che produce su tutto l'organismo. Alle persone cardiache procura un 
certo sollievo, il cuore, libero dal grasso che l'affatica, funziona molto più facilmente. In pochi 
giorni le persone obese constatano l'efficacia sorprendente dèi The Svelto, diminuisce l'addome, 
si fanno snelle le anche e fine la vita. 

Siccome il grasso si elimina colle urine, molte persone hanno constatata la cessazione dei 
loro dolori ai reni. 

Il the Svelto stimola tutte le persone stanche per eccesso di lavoro fisico e mentale. 

Il The Svelto è piacevole, garantito innocuo e d'un effetto rapido e certo. 

La scatola di 30 tavoleHa L. 6,76. DI 60 tavolatta L. 12,60 

Dspostto g[enerale per l'Italia: Ditta P£GNA Sl FIGLI - Firenze, e In tutte le tiuone farmacie 



COCA BUTON 

^Z= IL LIQUORE CHE FORTIFICA = 

Raccomandato dal cilebre igienista Senatore PAOLO MANTEGAZZA 

Grande specialità della ditta G. BUTON e C- Bolofna 



RIVISTA- M 
iCPRRlERB 




ANNO XII - N. 2. 



FEBBRAIO 1912. 



(PROPRIETÀ LETTERARIA ED ARTISTICA - RIPRODUZIONE VIETATA 

LA STOMA D^'UN POVERO 

FORNARETTO 




Padova sulla 
fine del Cin- 
quecento ar- 
devano tra le 
famiglie patri- 
zie , segnata- 
mente tra i 
Dotto e gli 
Obizzi, inimi- 
cizie fierissi- 
me, che spesso 
prorompevano 
in zuffe cruen- 
te per le vie. 
Il i6 maggio 
I 59 I , il nob. 
Giulio Dotto , 
« portando o- 
dio » a un altro nobile: il cap. Giacomo Zacco, 
« che era condotto dal Senato per andare a 
servir la Signoria in Candia », lo assaltò « insi- 
diosamente » con un manipolo di bravi. Il ca- 
pitano Giacomo «rimase ferito di cinque gravi 
ferite, per le quali cinque giorni dopo morì, 
essendo rimasti feriti anco delli altri che erano 
in sua compagnia ». La qualità dell'ucciso, 
le circostanze del fatto esigevano esemplare 
giustizia: il Consiglio dei Dieci, respinta 
dunque la proposta di deferire il processo 
alla Quarantia Criminale, avocò a sé l'in- 
quisizione, commettendo al suo collegio or- 
dinario di « constituir anco con tortura » 
il reo principale e i suoi cagnotti: Girolamo 
Casale e un altro bravo soprannominato 
Fornaretto, di Padova. 

Il casato di costui si trova variamente 
scritto: documenti padovani, più autorevoli. 

La Lettili- a 



perchè emananti dal suo luogo d'origine, lo 
chiamano Francesco del q. Antonio Toselli 
fornaio; in documenti veneziani, il Toselli si 
tramuta in Roselli, Rosei e perfino Boselli. 

Circostanza «^lignificante cotesta : poiché 
prova che al cognome del bravo si annet- 
teva poca o punta importanza; bastava a 
designarlo il vezzeggiativo di Fornaretto, de- 
rivatogli dal mestiere paterno, e dalla snella, 
ardita persona. 

Tanto il Casale quanto il Fornaretto ave- 
vano preso il largo, prima che potesse col- 
pirli il decreto del Consiglio dei Dieci : 
contro essi soli (del Dotto non si fa cenno) 
fu pronunziato in contumacia il bando, in 
data 25 settembre 1591, con le solite com- 
minatorie — una grossa taglia sul loro capo, 
e la forca se fossero colti nel territorio della 
Repubblica. 

Per qualche tempo restò ignoto il luogo 
di rifugio del Fornaretto (il Casale dispare 
del tutto) ; ma finalmente si apprese ch'egli 
s'era riunito alla schiera di bravi, raccolta 
da un altro Dotto — Antonio — nel fini- 
timo Stato di Mantova ; e che là era stato, 
insieme al suo nuovo padrone e a parecchi 
consorti, arrestato come contravventore al 
divieto di portar archibugi a ruota. 

Fu una vera retata di padovani, ordinata 
nell'autunno 1591 dal duca Vincenzo I 
Gonzaga : e il Fornaretto ricordava più 
tardi, rabbrividendo, il trattamento speciale 
delle carceri mantovane. In esse vigeva un 
sistema molto economico di alimentazione 
de' detenuti: chi non aveva mezzi del pro- 
prio per satollarsi doveva aspettare un tozzo 
di pane dalle elemosine della carità pub- 



98 



LA LETTURA 



blica o dal ricavo di certe contravvenzioni 
ad hoc destinato : per esempio, la multa 
inflitta a chi girasse di notte senza il lume 
prescritto. 

La beneficenza e queste multe erano as- 
sai spesso due sorgenti aridissime: gli scia- 
gurati detenuti passavano delle giornate 
senza cibo ; tanto da dover ammutinarsi, 
per impedire co' clamori che li si abban- 
donasse alla sorte del conte Ugolino. 

Lo scandalo eccitava allora i reggitori 
gonzagheschi a qualche pronto rimedio, o 
per lo meno a sfollar le prigioni, sbrigando 
i processi alla lesta, con una sommaria di- 
stribuzione di tratti di corda pe' reati men 
gravi. 

Visto e considerato che il processo dei 
padovani della compagnia Dotto costava 
alla cassetta delle elemosine delle prigioni 
15 scudi al mese, si stava ventilando di ri- 
correre a qualche mezzo spiccio di sbrattare 
il carcere, quando si offerse .da sé l'occa- 
sione di cogliere due piccioni ad una fava 
con l'estradizione del Fornaretto alla Re- 
pubblica Veneta. 

Gli Zacco di Padova, sitibondi di vendetta 
per l'uccisione del capitano, avevano alfine 
scoperto dove fosse il Fornaretto : e per 
averlo nelle unghie e consegnarlo alla pu- 
nitiva giustizia della Serenissima, stipula- 
rono un curioso compromesso col conte 
Mattia Ippoliti di Gazoldo, un pezzo grosso 
alla Corte di Mantova. 

Questi aveva ricevuto gravi molestie da 
Antonio Dotto e dai suoi scherani : segna- 
tamente da uno di essi, mantovano, Batti- 
sta Azzino, che perseguito per numerosi 
delitti s'era ricoverato a Padova e vi godeva 
della protezione di molti gentiluomini della 
fazione Dotto. 

Orbene fra gli Zacco e l' Ippoliti si com- 
binò che quelli avrebbero fatto catturare 
l'Azzino, pagando < spie per trovarlo >^ ; 
« i ministri di giustizia »• per pigliarlo ; e 
sobbarcandosi ad « altre spese > necessarie, 
« in grossa summa >. 

L' Ippoliti a sua volta avrebbe indotto il 
duca Vincenzo a domandare ufìFìcialmente 
alla Repubblica lo scambio dell'Azzino col 
Fornaretto. 

E' l' Ippoliti stesso che esponeva il suo 
piano (con preghiera di secondarlo) all'am- 
basciatore mantovano in Venezia, mons. 
Aurelio Pomponazzi, in una lettera del 20 
dicembre 1591 : 

« Questi giorni tu distenuto in Padova uno Battista Az/.ino 
detto Bacilla de Mosio mantovano bandito dal Podestà di 
Canneto per assassino. Va ciò fu a intercessione mia <'■' 



mezzo d'alcuni gentilluiomiiii padovani, per essere stai . 
«■ostili in compagnia d'altri padovani a Gazoldo alli dani \ 
miei et de SS. ri Conti miei parenti, quali padovani col oap 
loro si trovano prigioni qui in Mantova, come forse V. ' 
deve haver inteso. Et perchè tra questi distenuti si trcn 
un Francesco de Toselli padovano, bandito dal dominio v> 
neto di terra et luoghi, gli sedetti gentilhuomini che mhann 
favorito a farlo distennere et pagata per me buona sunim i 
de denari alli captori, desiderariano che in cambio dess 
Battista, già per lettere di queste S.me Altezze a V. S.. 
da lei addimandato in collegio, fosse a Sua Ser.ta ofl'ert 
esso Francesco Toselli loro capitale tieinico. Et havendon 
io trattato con quelli S.ri del Consiglio de S. A. mi hann 
detto che V. S. ha addimandato solamente esso Battist 
senza offerir cambio et che ciò non si è mai usato, in mod 
che ho fatto scrivere a S. A. affine che mi faccia tanta grf 
tia che si addimandi costui a nome di lei, con offerir qut 
st'altro Toselli in cambio. >> 

Il Pomponazzi aveva già avuto senior 
della cosa da più giorni: e scritto al duCi 
sin dal 7 dicembre che l'insistenza degl 
Zacco nel chiedere la consegna del Forna 
retto procedeva dall'interesse loro di «con 
vincere col suo mezzo Giulio Dotto dete 
nuto » nelle prigioni di Venezia. Soggiun 
geva però che a suo avviso la Repubblici 
per molte ragioni procedurali si sarebbe di 
chiarata renitente al cambio proposto. 

Si obbiettava invero non esservi pariti 
di condizioni tra l'Azzino, macchiato di piì 
delitti, commessi anche nel territorio ve 
neto; e il Fornaretto che non risultava com 
promesso gravemente nel processo Dotto 
e che a Mantova dov'era accusato del sem 
plice porto d'armi proibite non era ancore 
stato regolarmente escusso e condannato. 

Gli Zacco armeggiarono tanto che questa 
disparità venne a poco a poco eliminata, 
con una condanna e il relativo bando che 
il Senato di Mantova pronunciò contro il 
Fornaretto per bilanciar le partite, almenc 
legalmente, tra lui e l'Azzino. Il cancelliere 
ducale Antonio Guarino ne scriveva al Pom- 
ponazzi il 21 aprile 1592: 

« Ho fatto cercare il bando di Francesco figliolo del già 
Antonio Tosello padovano detto il Fornarino o Fornaretto 
per mandarlo a V. S. R.ma per il baratto con Battista Ba- 
cilla da Mosio, ma ho trovato che non è ancor bandito dal 
dominio di Mantova. Ben è in procinto d'esser condanii:. 
nella pena della vita et confisca di beni per haver pori 
per il stato di Mantova l'arcobuso da rota et anco per < 
servi stato non ostando che sia bandito da tutte le terre ci 
logi del dominio di Vinegia dalli S.ri del Consiglio di X 
per la morte del S.r Giacomo Zacco, et per questo capo sarà 
condennato la vita, dovendosi essequire la sentenza del 
bando, o la galera perpetua o che sia dato nelle mani alla 
Signoria di Vinegia ad arbitrio di S. A. Et perchè costui 
nauti che fussi bandito da Vinegia faceva professione di 
bravo è facil cosa che sia bandito da altri logi, ma non si 
havendo potuto venir in cognitione di altro bando, V. S. R. 
vedrà quello che potrà impetrare col bando che ha di Vi- 
negia. » 

Con dispaccio 25 aprile il Pomponazzi 
spiegava meglio questa aggrovigliata pro- 
cedura : 

« 11 bando che ricercano questi S.ri nel particolare del For- 
narino di Padova, non è per altro che per vedere s'egli è 
bastante per far cambio con l'Azzino, supponendo essi di 
non esser tenuti a dar costui se ben è bandito dal stato di 
S. A. poiché è anco bandito da questo et capitalmente, nia 
quando si trovasse bandito egualmente di costì il Fornarino 
'Cime ."• (|iii l'Azzino, pensariano di far la permuta. » 



LA STORIA D'UN POVERO FORNARETTO 



99 




^ilL 




E ancora il 31 maggio: «Sa V. S. che 
[uesti Sig." per risolver se dovevano dar 
'Accino in cambio del Tosello domanda- 
ono il bando seguito costì contro di lui ; 
<isogna perciò condaunaido ». 

L' Azzino però venne improvvisamente 
forse per segreti maneggi de' Dotto) con- 
cesso an- 
che senza 
:ambio: e 
lUora bi- 
sognò cer- 
:are un 
altro de- 
linquente 
da {2iX pen- 
da 71 1 al 
Fornaret- 
to. Lo si 
trovò su- 
bito in un 
tal Casta- 
gna, faci- 
noroso, 
che il du- 
ca di Man- 
to V a ri- 
chiedeva, 
già da 
qualche 
tempo, 
con gran- 
de i n s i - 
stenza a' 
Rettori di 
Verona. 

Il cam- 
bio tra es- 
so e il 
Fornaret- 
to venne 
concluso 
sulla fine 
di luglio 
del 1592: 
quindici 
archibu- 
gieri man- 
to vani a 

cavallo si presentarono al confine veronese 
per effettuare la permuta ; terminava così il 
prologo del dramma, dopo un tramenìo oc- 
culto e palese durato più di un anno, del 
quale ci serbano vivace pittura i documenti 
dell'Archivio Gonzaga. 

Gli Zacco, che avevan già sostenuto grandi 
spese per la cattura dell'Azzino, si offrirono 
egualmente di supplire a quanto occorresse 
« per la condotta del P^ornaretto » a Ve- 









wr — » ■— aiii— III 

Il frontespizio della Lista dei Giustiziati. 



nezia: viceversa, a favor di costui, il duca 
Vincenzo ricevette caldissime lettere da pa- 
trizi padovani e veneziani. Un monsignor 
Ferdinando d'Avila col fratello Luigi pe- 
rorò vivamente pel bandito : il cardinal 
Radziwill scriveva da Venezia 21 marzo al 
duca che volesse rilasciare^, questo povero 

France- 
sco Bosel- 
lo (sic) 
arrestato 
« per leg- 
gerissima 
cagione». 
Gliene 
avrebbe 
avuto ob- 
bligo im- 
m e n s o : 
« vengo 
(diceva 
testual- 
mente) a 
pregare 
con molto 
affetto V. 
A. di dna 
gratia, la 
quale sì 
e o m e^ è 
per per- 
sona a me 
amicissi- 
ma (allu- 
de certo a' 
Dotto ad 
altro pro- 
tettore del 
Fornaret- 
to) così 
ho piace- 
re che sia 
giusta, 
che in al- 
tra manie- 
ra non 
la chiede- 
rei ». 
Il Pom- 

ponazzi era poi assediato a Venezia dalle 
due fazioni nemiche, tanto da sentirne fasti- 
dio e nobile sdegno. 

« Sono stati fatti diversi brogli meco (lett. 25 giugno 1592) 
anch'oggi et gagliardi perchè imbrogli che S. A. non dia a 
questa S.ria il Fornarino di Padova per l'interesse che 
v'hanno alcuni gentilhuomini venetiani et certo bisogna star 
molto avvertito che l'interesse et le pratiche d'aiutar scel- 
lerati non impedisca il servitio de'patroni. Io chiarisco tutti 
perchè N. S. non m'ha fatto schiavo de dinari et per bontà sua 
et per gratia di S. A. non mi lascia patire cosa alcuna, ma 
dubito dei S.ri Rettori di terra ferma, o dei suoi ministri 
per dir meglio, per causa de quali anco non si potè haver 



lOO 



LA LETTURA 



1^ 



J5ct csi^alrtyo 



)503 



l'essame di tortura de quel Stella... >> Cnon so che delinquente 
ricercato dalla giustizia di Mantova). 

Il duca nel cedere alle pressioni degli 
Zacco volle tuttavia, per far cosa grata al 
vescovo D'Avila e al card. Radziwill pa- 
troni dei Dotto, raccomandare almeno che 
l'estradizione del To- 
sello non significas- 
se senz'altro la costui 
condanna a morte. 
Al Pomponazzi veni- 
va perciò diretta il 
primo luglio questa 
istruzione della can- 
celleria ducale : 

« Il Fornarino da Padova 
si darà... S. A. pregato da 
persona a chi non poteva 
disdire a farli gratia li ha- 
vea data la parola per conto 
de la vita, considerando che 
in somma costui non haveva 
fatto su questo stato altro 
delitto che portare li arco- 
bugi da ruota. Hora deside- 
rarla et incarica V. S. R. a 
far buono et gagliardo offi- 
cio presso la S.ma Rep.ca 
perchè conforme alla parola 
data da S. A., della quale 
non vorrebbe mancare, costì 
non sia fatto contro la per- 
sona d'esso Fornarino esse- 
cutione della pena di morte, 
potendosi con salvarli la vita 
dargli castighi d'altra sorta, 
et questo S. A. lo riceverà 
a molto favore... » 

Al capitano di giu- 
stizia di Mantova era 
poi trasmesso que- 
st'ordine dal consi- 
gliere ducale Guido- 
boni il 22 luglio : 

« Si contenta S. A.... che 
V. S. faccia dare al S.r Paulo 
Emilio Dotto tutte quelle fe- 
di et scritture ch'egli ricer- 
carà a cotesto officio per 
difesa di Francesco Tosello 
detto il Fornarino, il quale 
è stato concesso alla S.ma 
Repubblica di Vinegia ac- 
ciocché se colà potranno di- 
fenderlo per giustitia pos- 
sano valersi di dette fedi et 
scritture, avvertendo però 
che non ricercassero cose 
che fossero pregiudiciali alla 

giurisditione di S. A. né alla riputatione et giustitia di co- 
testo Tribunale ». 

Il Pomponazzi aveva già informato da 
Venezia (4 luglio) che la decisione ducale 
aveva destato un subbuglio ; egli s'era vi- 
sto subito 

« il broglio attorno, havendo il fratello di Mons. d'Avila 
scritto che S. A. ad instanza di esso Mons. donava la vita 
al Fornarino di Padova, il che può imaginarse V. S. R. che 
sospitione causava, essendo già stato offerto tante volte 
da me d'ordine delle Madame Ser.me {la duchessa Eleonora 



d'Austria ed Eleonora de' Medici, reggenti lo Stato in a 
senza di Vincenzo), poi di S. A. istessa et ultimamente r^ 
plicatoli l'ordine da lei et dal S.r Guerino. Quest'ordinar 
poi il suddetto gentilhuomo ha scritto che S. A. non pu 
far di non darlo alla Repubblica, ma che farà offitio perei 
gli sia salvata la vita. Questa è tutta farina dei Dotti et 
S.r Conte di Porcia... m'ha pregato instantemente percV 
facci offitio con S. A. per il Dotto (Antonio) detenuto cost 
suo parente ». 






la-Uo jVt»c\Tsc\v»:^it\ CT!i-wii\t«l ^ìto^o o 



<.AV) oUo 



ìcìQl'rt4«r|j\i |a,vvto\/ii \.>fl.llc»6no linciselo (xmcc^M aiì 
aMCNSt*^"»'*»^ «^^ Collo a Wtt-T 1«KcV jci il-Botlci .\^c\-»\o¥Ìt: - 



ìaìC <i. *-OV» WV,».Ti<L,tO «*L«.» V_t*.tC-l«iv» tlJAJ^-VIO Jcvio4o 












eli v»o»tl_ jVAO-mc 






\Ar»cv»«.« _ ,. ^, 

to^c po_s ì\ Coxyi .inolio Jì lf\.^} ^^^•^ aiio:» vèov^io a«.cli : 

vivto joT^cN ti VIVIC» c\U«_rx-Xa dì 33- cj1o«.\it/>» «OìItUc! 



Ui jigl 



at«->5c;v.»t\to «.\t\ Jc^-s^o tWccs.ipnmo 



o9« 



\\^ 



.ì)(if JJ v.o?xrtai«^» 



:.k. 



rt.avwo5> 



J5ci^. jL"^ bevile ttt'»^'» «IO "^\ovi ouj;. Ji(invv»«i.3w<»\)if-< 

/Iti AAA^£) . ' i^ .1 •* 

Il co\A \\\n fjc>de.'»o *!•' Cal=»clìo Ji\/t5ov»^i^iv!c»to caaisevi 

t'j-UlWljO-WOiJ» ìtOUÒ jvv»yi|«.550 Matìo Jcfi^O il Col- 
atilo u_ ^>v/^AQ-5^o cin«-5*o v/i«aJ joiltto li !%ov)O^0 Ja) 

tA/i<.-\VAei cotjo *-iol 3*lo ij-tote..5 5 0.6 &ft- wvto vmqIo- 



In basso dklla pagina 15 e al principio della pagina 16 l'annotazioni 



Chiamavasi broglio a Venezia quello spa 
zio tra il palazzo ducale e la chiesa del 
l'Ascensione, dove si riducevano i gentiluo 
mini prima di radunarsi ne' consigli : la 
parola dapprima innocente (al pari di brolo 
broletto) aveva già assunto sulla fine del 
Cinquecento un significato sinistro per l'af- 
iollarsi di postulanti e d'intriganti che hi 
si davan convegno a... brogliare — sia men- 
dicando favori personali, sia manipolando 



T 



iG 



>%<z. yc\\a sioitt à> M-»» i!\«{mc \}q-% «,< 



»1. 



oU 



dono TiLv^iLiSoii ^^'^^«Uoe^^,,^,^; Scv,i«L^a cVqUov, 



«MI 



1 ^.V ' 






V/V1 4. 

'Zio 



LA STORIA D'UN POVERO FORNARETTO loi 

itrugli partigiani. La testimonianza del loro un avv. Fioravante di cui ordinaria- 
'omponazzi ci svela appunto quanti ma- mente si valeva il duca di Mantova per le 
leggi fervessero, prò e contro il Fornaretto, molte questioni giuridiche pendenti con la 
ra le fazioni nobilesche — studiose di so- Repubblica Veneta. Il Fioravante avrebbe 
traffarsi con le aderenze, con l'oro, a sca- spacciato per Venezia e ripetuto innanzi 
)ito del corso normale della giustizia; pur all'Avogadore, incaricato di condurre il pro- 
cesso, che non biso- 
gnava dar soverchio 
peso alla condizione 
platonica affacciata 
da Vincenzo Gonza- 
ga — di risparmiare 
la vita del Fornaret- 
to — e si dovesse 
senza tanti indugi 
consegnarlo al carne- 
fice . N ' ebbe sentore , 
per cura de' Dotto, 
Vincenzo ; e ordinò 
al Pomponazzi di 
presentare rimostran- 
ze formali. 

« Sa V. S. R. che quando 
il Fornaretto di Padova fu 
dato nelle forze di cotesta 
giustitia, fece S. A. recorda- 
re c^e si vedesse de fare 
ogni buono ufficio perchè 
non fosse punito nella vita, 
come chelS. A. si movesse 
a questo\ufficio pio perj^na- 
turale sua pietà et per esser- 
ne anche stato fatto presso 
di lei gagliardo ufficio. Ho- 
ra venendo referto all'A. S. 
che il S.r Avvocato Fiora- 
vante spendendo anco il no- 
me di lei va per i tribunali 
facendo ufficio totalmente 
contrario con procurare che 
sia capitalmente punito con 
tutto ancora che i S.t~i Giu- 
dici sentina altrimenti et a 
favore del Fornaretto, non 
potrei dire a V. S. R.ma 
quanto spiaccia a S. A. que- 
sta attione massimamente 
coll'inserirvi il nome dell'A. 
S. che non vuole persegui- 
tare alcuno et ch'anzi ha 
molto a caro del contrario. 
Vuole adunque che V. S. 
R.ma s'informi bene del fat- 
to ecc. » (2 settembre 1592). 

y II Pomponazzi ri- 

■ spondeva a volta di 
corriere il 5 settem- 
bre : 



tli X« 



.lo! 

aU><iì»o^T|r«yoUv>»^ i^tlUltcì (iogo-^o^o Cioiourto ,1^1 
vjoUvov^o dai foiUur» o X4<tx/vftici . ' ' 

j.v. coiaio a. X^..v..,c. .op.c Jo CO^,po .,0,,,o,MÌ, 
> grciva aviMvMtHi tli io nolo 



po>r uà dei lo ^ ft^li si 

Vv^OYÌiSO 



«vrvciauotio v-vioU< 



wcUft ac<K> 






-< j3a.v)«.wic) tLt 



) 5 5 M 









«.lr»;,Aoì l\.lolm^c\».<,c)u\o CQX^\otU<ìt^<i tv^oYco J.Uvilv 



\>1 



lUn 



CHE RIGUARDA PIETRO FaSIOL, NELLA « LlSTA DEI GIUSTIZIATI DI VENEZIA >>. 



di appagare gli interessi privati, le ambi 
zioni di casta, le rivalità di famiglia. 



La lotta combattuta a Mantova, a Pa- 
dova ed a Venezia per l'estradizione del For- 
naretto si riaccese più accanita nella do- 
minante, per la condanna del prigioniero 
tradotto innanzi al Consiglio de' Dieci. 

Gli Zacco cercarono (sembra) di aver dalla 



« Sto in pratica per chia- 
rir bene il negotio del Fioravante, qual so che ha detto 
publicamente... non esser bene metter in disputa se i 
prencipi possano darsi li delinquenti o no et se i dati 
siano compresi nelle capitolationi o no perchè questa seria 
la via di lasciarli andar impuniti et sottoponer l'autorità 
dei Principi a giudici pedanei, cose ch'io dissi una volta in 
Colleggio, quando mi rispondevano che l'Accino volea es- 
ser udito et che facessi comparir un avvocato in contrad- 
ditorio: ma il fatto sta s'egli ha detto questo nel partico- 
lare del Fornaretto et a nome di S. A. d'ordine della quale 
io feci gagliardo officio in Colleggio perchè gli fosse salvata 
la vita... 

« Giuro ben a V. S. R.ma che questa è una piazza molto 
brogliosa et che con grand. ma difficoltà si può negotiar be- 
ne... Nelle cose criminali non so di chi fidarmi giocandosi 



I02 



LA LETTURA 



di promesse et di scudi per atterrarle o vero alberarle a tutte 
le vie ». 

Poche ore dopo aver espresso questi giu- 
dizi pessimisti, il Pomponazzi ricevette la 
visita d'un avvocato dei Dot- 
to, recatosi a riferirgli certo 
incidente, dal quale appariva 
esservi un partito preso di man- 
dar il Fornaretto al patibolo ; 
su di che il solerte ambascia- 
tore s'affrettava a spedire in 
giornata un secondo dispaccio : 

« Doppo aver scritto l'altra mia a \'. S. 
R.ma è comparso un avvocato inviatomi 
dal S.r Cav. Dotto, qual io havea fatto 
cercare per intender da lui avanti a qual 
tribunale si tratta il negotio del Forna- 
retto et alla libera m'ha detto che li S.ri 
Consiglieri fecero chiamar in colleggio 
il S.r Avogador Zanni (Giacomo Zane) 
avanti al quale si tratta la causa d'esso 
Fornaretto et gli dissero per qual caggio- 
ne egli lasciava sparlar avanti di se della 
Ser.ma persona di S. A. et cercava d'in- 
trometter una causa nella quale l'A. S. 
faceva instanza che si caminasse alla 
giustitia. Il S.r Avogador si alterò di que- 
sto et fece chiamar in colleggio li Avo- 
cati et mostrò che mai era stata nominata 
S. A. se non una volta sola con questi 
termini : « si tratta di giudicar un huo- 
mo ch'è stato dato dal Ser.mo di Man- 
tova a questa giustitia per virtù delle ca- 
pitolationi »; né mai più fu nominata 
l'A. S., ma solo discorso dei meriti della causa.... Il 
S.r Cav. Dotto ha in sospetto il Fioravante, perchè « esso 
tratta spjesso con li Zagi suoi nemici... 

« Ho voluto intender perchè si scaldassero così li S.ri Con- 
siglieri et egli mi dice che detti S.ri Consiglieri, li S.ri Savi 
di settimana et altri voriano che il Fornaretto andasse so- 
pra un palco et però che cercarono di metter paura alti 
S.ri Avogatori che portano il negotio per la liberatiom'. 
Questo è quanto intendo da chi ha trattato tutto il iicgotio 
et si chiama il S.r Corneliani, qual m'ha 
fatto veder una longa lettera che gli 
scrive il S.r Aluigi d'Avila sopra questo 
particolare et tra li altri capi si con- 
tiene che S. A. bora mi deve mandar 
ordine acciò insti de nuovo per la libe- 
ratione di esso Fornaretto. Martedì p. 
sarò in Colleggio alla solennità de N. 
S.ra et procurerò di intendere da detti 
S.n Consiglieri come sia passato il ne- 
gotio. » 

L'ab. Rinaldo Fulin ne'suoi 
bellissimi studi sugli Inquisi- 
tori di Stato a Venezia ha di- 
mostrato, sfatando inveterate 
tradizioni, romanticamente bu- 
giarde, con qual scrupolosa 
giustizia, con qual rispetto del- 
le forme consacrate, i terribili 
giudici procedessero. Gli Avo- 
gadori di Comun rappresenta- 
vano il fisco, quello che di- 
remmo oggi il P. M.: ad essi 
competeva l'istruzione de' pro- 
cessi e la proposta delle pene, 
sulle quali non potevano però, dinanzi al 
Consiglio de' Dieci, influire col voto. Se nel 
caso del Fornaretto gli Avogadori <( portavano 
il negotio per la liberatione ^, ciò vuol dire 




Capo del Consiglio dki Diiìci 




Capitano o missier grande 
(CAPO bargello). 



che ritiravano l'accusa riconoscendola infon- 
data: ciò vuol dire che il prevenuto aveva 
dato prove palmari della sua incolpevolezza. 
Ond'era ingiusta soprafTazione quella del 
Consiglio de' Dieci (composto 
de' Dieci, e del Doge co' suoi 
sei consiglieri), che ricorren- 
do persino alle minacce pre- 
meva per la condanna capitale 
d'un innocente. 

Che il temuto consesso ed 
altre autorità supreme della Re- 
pubblica (i Savi) cercassero in 
quel caso d'imporsi a danno 
del regolare svolgimento del 
processo, si deduce dal fatto 
che il 22 settembre 1592 il 
Consiglio de' Dieci deliberò di 
sottoporre il Fornaretto alla 
tortura. Il Fulin ha posto in ri- 
lievo quanto il Consiglio de' 
Dieci (con un presentimento 
ammirevole di modernitàì fos- 
se d'ordinario restio ad appli- 
care il barbaro mezzo della 
tortura : e come a questa non 
si ricorresse « se non quando 
l'inquisizione generale somministrava argo- 
menti da generare nell'intero Consiglio quasi 
il convincimento che l'imputato fosse colpe- 
vole». Non doveva dunque esservi assogget- 
tato il Fornaretto, il cui proscioglimento gli 
Avogadori coscienziosamente peroravano !... 
La deliberazione relativa, 
proposta, si noti bene, da' soli 
Capi del Consiglio, ma non 
dall' Avogadore, suona così: 

« Che sia data autorità al collegio del 
caso della morte di Giacomo Zacco, che 
possa, così parendoli, constituir e tor- 
mentar Francesco Forneretto bandito nel 
detto caso come absente per questo con- 
siglio, et bora carcerato, con farli sape 
in nome di questo consiglio che è cosi 
tuito e torturato per haver la verità, non 
dovendo giovarli in conto alcuno quanto 
deponerà uè per alteratione della seii- 
tentia contra lui pubblicala né in qualsi 
voglia altro modo che imaginar si j>ossa 
ma simplicemente per saper la verità del li- 
cose contenute nel processo. 

13 — o — I ». 

Neil 'apprendere lo strazio 
che si faceva delle misere car- 
ni del Fornaretto, i Dotto e 
i D'Avila implorarono nuo- 
vi e pili caldi uffici del duca 
Vincenzo ; da cui prò forma 
fu ingiunto di scrivere il 15 di- 
cembre al Pomponazzi : 

« S. A. mi fa dire a V. S. con questa occasione che jjo- 
tendo ella aiutare in qualche maniera il desiderio del S. Al- 
\ ise i>avila intorno quel prigione padovano lo faccia, si che 
jierò non venga domandata a nome di S. A. cosa alcuna 



I 



LA STORIA D'UN POVERO FORNARETTO 



f03 



i cotesta Repubblica in tal proposito, ma che potendo macia COntrO i duC bravi. Come mai, dagli 
liutare indirettamente et ;>(?;- z/m rfz ^«a/cA^ ^ro^/zo si con- ^^- -i ì r^ • i- j ' t-v- • • ^4. u i' 

enta s. A. che V. s. R.ma vi si adoperi». atti del Consiglio de Dieci, risulta che 1 II 

marzo 1593, Giulio Dotto si presentava «vo- 
Era sempre il broglio, che doveva entrare lontanamente » alle autorità della Repub- 



in azione prò e contro il For- 
naretto ; del quale per lunghi 
mesi non si riesce nemmeno 
a sapere se fosse o vivo o 
morto. Il suo processo s'era 
incagliato: ed anche ciò con 
manifesto sfregio delle norme 
consuetudinarie di celerità ne' 
giudizi. 

Il Fulin ha addotto nume- 
rose testimonianze sulle prov- 
vide misure adottate dal Con- 
siglio dei Dieci per impedire 
ogni ingiustificato ritardo de- 
rivante o da negligenza de'giu- 
dici o dall'affollamento dei pro- 
cessi. In principio d'ogni mese 
dovevano i Capi de' Dieci pre- 
sentare al Consiglio la lista 
de' detenuti e ingiungere la 
spedizione delle rispettive cau- 
se. Donde mai tanto indugio a 
decider la sorte del Fornaret- 
to : e perchè ad ogni sollecitatoria si ri- 
spondeva o con frasi evasive o con mendi- 
cati pretesti, allegando persino — come ve- 
dremo — d'aver smarrito i memoriali spe- 
diti da Manto- 
va?! 

Il vero è che in 
questo processo 
si stava manipo- 
lando un brutto 
pasticcio : sosti- 
tuire il servo al 
padrone, giusti- 
ziare il bravo in 
luogo del vero 
omicida. Giulio 
Dotto appartene- 
va a così distinta 
famiglia, che al- 
cuni anni più 
tardi il Re d'In- 
ghilterra interve- 
niva ripetutamen- 
te a favore del- 
l'Antonio Dotto 
( Cale7idar of Sta- 
te Papers, Vcne- 
tian, del 1607). 
Giulio Dotto , come abbiamo visto da 
un dispaccio del Pomponazzi, era detenuto 
nelle prigioni di Venezia : e certo non si 
trova compreso nel bando emesso in contu- 




Capitano minore 




blica, per esser punito del- 
l'omicidio dello Zacco con la 
sola relegazione in Arbe per 
anni 8 alla quale doveva es- 
ser « mandato quanto prima 
con sicuro passaggio per li 
capi » del Consiglio ? 

Non lo si può spiegare se 
non con gli appoggi fortissi- 
mi, su cui la famiglia Dotto 
contava: cosicché, per quanto 
dura fosse la relegazione, in 
effetto l'omicida del governa- 
tore di Candia veniva quasi a 
godere dell'impunità ; gli strac- 
ci soli, come sempre, andavano 
in aria. 

Buon per il F'ornaretto, che 
la sua causa fosse stata spo- 
sata dagli x^vogadori ! Non v'ha 
dubbio che a lui riferiscasi 
questa importante commenda- 
tizia d'un nobile padovano, 
cultore di scienze ed amico di Galileo : Gia- 
como Alvise Cornaro. Egli scriveva da Pa- 
dova 5 settembre 1593 al duca Vincenzo : 

<( Perchè concerne sopra modo alTinteresse di vm genti- 
lluiomo amico mio mo'- 
to caro l'havere certe 
scritture autentiche dal 
Criminale di Mantova 
per valersene a diffesa 
d'un suo familiare il 
cui patrocinio è staio 
preso per giiistitia da 
S.ri Avogadori di Ve- 
netia, vengo a suppli- 
cale l'A. V. S.ma di 
dar ordine che sia ef- 
fettuata la richiesta che 
sopra tal negotio sarà 
fatta dal S.r Dottore 
Bigolino ». 




Vestito ordinario 

DEGLI avvocati VENEZIANI. 



Aderì senza 
dubbio il duca 
alle nuove racco- 
mandazioni : ma 
del Fornaretto si 
torna a parlare 
solo nel febbraio 
1594, quando a' 
Dotto parve ve- 
nuto il momen- 
to propizio di 
riallacciare p i ù 

saldamente le pratiche per cavar di stenti 
quel poveraccio di bravo... sostenuto in car- 
cere per rappresaglia contro il suo padro- 
ne. E' ancora il Pomponazzi che ce ne dà 



COMANDADORE O BANDITORE. 



I04 



LA LETTURA 



notizia con un dispaccio del 26 febbraio : 

« Si seni S. A. alcuni mesi sono di comandarmi ch'aiutassi 
Ir liberatione del Fornaretto dato già dall' A. S. a queste 
forze con riserva che non fosse fatto morire et l'ordinatione 
fu a instanza del S.r Davila, a intercessione dei S.ri Dotti 
di Padova, i quali sono andati aspettando il tempo oppor- 
tuno et hora mi hanno ricercato a fare il detto offitio, il 
che ho esseguito come conviene alla dignità di S. A. ». 

Ma la fazione degli Zacco irritatissima, 
vistosi sfuggire il reo principale, infieriva 
sul Fornaretto, per avere una soddisfazione 
purchessia ; ed insisteva per- 
chè si protraesse siiie die la 
iberazione del Tosello, o 
quanto meno non lo si pro- 
sciogliesse che per restituir- 
lo al duca di Mantova, ac- 
ciò gli facesse assaporare 
ancora le delizie delle car- 
ceri del suo bargello. 

La famiglia Dotto ne scri- 
veva angosciata alla cancel- 
leria gonzaghesca: 

« Ill.nio S. mio óss.mo 

« Il cl.nio S. Co. Angelo Gabrielli 
ch'è savio delli ordini mi ha fatto avi- 
sar che ha cercato in collegio né ha 
trovato il memot-ial fatto da V. S. 
Ill.ma perchè sii liberato il Fornaret- 
to. Io ho rescritto che son sicurissimo 
lei (mercè sua) haverlo datto et ra- 
comandato con quella carità che per 
la liberatione di un povero inocente 
si deve procurare quando da dovero 
si desidera liberarlo. Et perchè è di 
settimana l'ili. mo S.r Heronimo Su- 
riano, con il qual io ho servitù, il 
qual mi ha promesso questa settima- 
na che lui entra espedirlo, et fugendo 
questa occasione non so più quando 
poterlo far liberare, suplico V. S. Il- 
l.ma per l'amor di N. S. Iddio et per 
la protetione che so ella tiene A^ po- 
veri inocenti, a quali è in suo potere 

sovenire et socorere, et per la servitù mia verso lei gran- 
dissima, voglia snbitto far inovar questo officio, o che il se- 
cretarlo ritrovi il memoriale, che tanto sera, perchè in 
quanto a me tengo che // secretorio possi esser stato bro- 
gliato dalli persecutori di questo che tanto patise inocen- 
temente. Io li restarò servitor obl.mo ecc. 

« Di Padova li 28 maggio 1594... 

« Paulo Emilio Dotto ». 

Un'altra lettera ci serba l'eco de' dispe- 
rati lamenti che il Fornaretto non si sa 
come faceva giunger dalle prigioni vene- 
ziane a' suoi protettori di Padova : 

« Ill.mo S.r mio col.mo 
« Hor hora ch'è una hora di note, è gionto un messo a 
posta dil povero nostro Fornaretto , già tanto preggione 
inanzi et da poi la sua espeditione, oltre la pregionia di 
Mantova, et mi ha dato conto ch'è stato determinato ne 
l'ecc.mo Pregadi che lui sii rimesso alla Altezza del S.mo 
S. Duca di Mantova. Perciò mio padre et io (perchè non 
ha potuto lui scrivere a V. S. Ill.ma) lo suplichiamo per 
gratta sua et per ordeni ha da S. A. a quali con tanto af- 
fetto et carità cristiana et per favorir me suo obl.mo servi- 
tore per sempre per tal causa non solo ha adempiti ma anco 
agionto assai della sua gratia, che cosi hora con quel modo 
et via che li parerà migliore ne l'ecc.mo Collegio procuri 
o che questo sii consegnato a lei o far certa S. Ser.ta che 
S. A. non ricerca altro se non che sii liberato, et cosi li 
piacia conceder asicurandolo dalla giustitia et dalli inimici, 
over lo faci conceder che sii condoto sicuro alli suoi confini, 




et di questa tanta gratia (come altre volte disi) li resterò 
perpetuo et obl.mo servitore, et casa nostra tutta, né con 
magior affetto né con più suplichevole lo posso far di quel 
che facio, perchè se costui ritornase preggione a Mantova 
so che li moriria. Et con ogni riverenza mio padre et io li 
basciamo la mano. 
« Di Padova li 23 luglio 1594. 

« Paulo Emilio Dotto ». 

L'ambasciator mantovano potè finalmente 

annunziare tra gli ultimi di luglio e i primi 

d'agosto la liberazione totale del povero 

Fornaretto (come era chiamato l'eroe di 

così strane avventure). 

« 30 luglio. Il Fornaretto dato^già 
da S. A. a queste forze et liberato pei 
giustitia dairimputationi dategli sarà 
rimesso all'A. S. sempre che lo farà 
dimandare: è vero che li S.ri Dotti, 
protettori di quest'huomo, fanno iii- 
stanza et supplicano S. A. per la li- 
beratione, stando la longa prigionia 
et Vinnocenza sua. Resta però che 
S. A. risolva se dovrò instare che sia 
liberato, come già l'A. S. si servi di 
comandare, o che sia rimesso nelle 
forze della sua giustitia. » 

Con ingenuo cinismo [il 
duca fece rispondere al Pom- 
ponazzi il 2 agosto dal cons. 
Petrozzani : 

<- Si contenta S. A. che dopo l'es- 
sere stato il Fornaretto liberato da 
cotesta giustitia... vada in pace per 
schifTare le spese superflue di farlo 
condurre qua, per iberarlo poi anco ». 

Replicava il Pomponazzi, 
con dispaccio 20 agosto : 

« Li S.ri Dotti ringratiano S. -A. hu- 
milissimamente per la liberatione del 
Fornaretto quale è andato al buon 
viaggio » (il che vuol dire che si sarà 
recato a Padova per riprender ser\ i- 
zio co'suoi padroni). 



Giudici veneziani 
DELLA « Cronologia Magna » 



Che cosa avvenisse poi 
del Tosello — sé sorvivesse a lungo, o soc- 
combesse presto a' gravi patimenti sofferti 
— ignoriamo: ma certo a più d'uno si sarà 
affacciata la domanda se questo « povero 
Fornaretto » presenti un semplice caso di 
bizzarra omonimia con l'altro della leggen- 
da ; o non esista invece tra' due un rapporto 
meno accidentale. 

Secondo la versione comunemente accet- 
tata pel Fornaretto di Venezia, la vittima 
di ingiusta sentenza sarebbe da additare in 
un Pietro Fasiol o Faziol o Faciol, fornaio, 
decapitato, a quanto si pretende, nel primo 
ventennio del Cinquecento. 

Di costui non v'è memoria nell'Archivio 
di Venezia: un Pietro Fasiol, morto nel 151 7, 
era tutt'altro che un fornaio ; a giudicare 
dalla denunzia di successione del figlio, ci 
appare un agiato veronese stabilito nella 
dominante. 

II nome del Fasiol fornaio si trova 
iscritto su que' registri di condannati della 



LA STORIA D'UN POVERO FORNARETTO 



105 



Repubblica Veneta, di cui abbondano copie 
alla Marciana, nel Museo Correr, nell'ar- 
chivio de' Frari o in raccolte private. Son 
quasi tutti, compilazioni assai tarde, del 
secolo XVIII e perfino del XIX: precorron 
di poco la stampa fattane nel 1849. A guar- 
darli un po' 
a fondo, si 
vede che, men- 
tre su per giù 
si ricopiano 
a vicenda, ga- 
reggiano in er- 
rori, inesattez- 
ze, particolari 
fantastici. Per 
esempio, do- 
po narrato il 
supplizio di 
Marin Fallerò, 
aggiungono 
che 400 suoi 
complici ven- 
nero decapita- 
ti . impiccati , 
annegati.... 

Il più antico 
fra loro (il co- 
dice marciano 
7678, lecui an- 
notazioni s'ar- 
restano al 
1601) non fa 
punto menzio- 
ne del Fasiol: 
lo inseriscono 
tutti gli altri, 
ma con di- 
screpanze non 
lievi sulla da- 
ta e sulle cir- 
costanze della 
condanna. 

Per l'anno, 
si oscilla tra il 
1503, 1505. 
1507, 1517: 
per il mese e 
giorno , tra il 

19, 22, 28 marzo, maggio, dicembre. Chi at- 
tribuisce la sentenza al Consiglio de' Dieci 
e chi alla Quarantia Criminale. 

I codici meno recenti (del 1764 circa) 
narrano seccamente che il Fasiol trovato di 
notte, taluni dicono all'alba, da' birri con 
un coltello insanguinato venne ritenuto au- 
tore d'un omicidio, commesso poche ore 
prima in città; e toìit court consegnato al 
carnefice. Non si parla però menomamente 




Le lampade dette 
sul fianco della basilica 



della sua ipotetica innocenza, sulla quale 
invece si sbizzarriscono i codici più recenti 
con ricami e fiorettature a capriccio. 

L'ucciso, o Vinterfetto, che dapprima ri- 
maneva imprecisato, è chiamato «patrizio», 
non si sa su qual fondamento, ma forse 

perchè il de- 
litto divenisse 
di competenza 
del Consiglio 
de' Dieci : — 
il Fasiol inno- 
cente, accusa- 
to su fallaci ap- 
parenze, fini- 
sce sotto gli 
strazi della 
tortura o le 
suggestioni 
d'un confesso- 
re, per dichia- 
rarsi colpevo- 
le; -al suo sup- 
plizio segue 
immediatamen- 
te la scoperta 
del vero ucci- 
sore e l'am- 
menda solenne 
della Repub- 
blica, che rico- 
nosce il lacri- 
mevole errore. 
Tanto per 
citare testual- 
mente una del- 
le versioni più 
sviluppate e... 
bislacche, ec- 
co quella che 
leggesi nel co- 
dice 3780 del 
Museo Correr 
(scritto verso 
il 1827!): 

« Pietro Fasiol , 
essendo di notte 
stato trovato dai 
birri con un fodero 
di coltello insangui- 
nato ed essendo la stessa notte successo un omicidio, sco- 
perto l'interfetto, si trovò impresso nella ferita il coltello, e 
rimesso questo nel fodero ritrovato dal Fasiol riconosce 
ch'era a quello appartenente. Ma nel corso del suo processo 
ebbe una malatia mortale che si dovette confessare e sugge- 
ritogli che palesasse il suo delitto per salvarsi l'anima egli ac- 
consentì e palesò ; ma poco dopo rimessosi in salute, fu per 
sentenza del Consiglio de' Dieci come reo di questo delitto 
impiccato. Dalla sua innocente morte fino alla caduta della 
Repubblica, che seguì il giorno 12 maggio 1797, ogni giusti- 
ziato si raccomandava aW anima del povero Fornareto ». 

L'ultimo inciso è una variante cervellotica 
della leggenda più sensata (ma non più 



DEL FORNARETTO, 

DI San Marco, a Venezia 



io6 



LA LETTURA 



esatta) : secondo la quale, scoperta l'inno- 
cenza del Fornaretto, si sarebbe ingiunto 
a' giudici di non pronunciare mai più sen- 
tenze capitali, senza aver prima mormorato 
tra loro le parole, gravide di futuri rimorsi 
« recordève del povero forner »-. Con un'al- 
tra deliberazione si sarebbe decretato di far 
accendere ogni sera, al tocco deWAve Ma- 
ria, quelle due lampade nere, che si vedono 
ardere anche adesso dinanzi a un'imagine 
della Madonna sul fianco di San Marco verso 
la piazzetta. 

Come hanno dimostrato gli scrittori au- 
torevoli di cose veneziane (basti citare il 
più geniale e infaticabile fra essi, il Mol- 
menti) il recordève imposto ai magistrati è 
un'assurda menzogna: le lampade rappresen- 
tavano già prima del '500 un voto di ma- 
rinaio, scampato di naufragio. Nelle aggiunte 
dello Stringa alla Ve?ieiia del Sansovino 
(1604) è spiegato precisamente < perchè si 
tenga accesa la detta lampada »: si sog- 
giunge però che i giustiziandi nel passare 
dinanzi a quella imagine della Vergine sole- 
vano inginocchiarsi e dimandarle aiuto nel- 
l'imminente hora mortis. 

Avrebbe lo Stringa trascurato nel 1604 
di accennare al Fornaretto, se la leggenda 
fosse stata da ormai un secolo viva nel po- 
polo? — Il Gondoliere del maggio-giugno 
1845, notando tutte le inesattezze storiche 
del dramma allora rappresentato del Dal- 
rOngaro, provò vittoriosamente, a mio cre- 
dere, quale scarsa fiducia meritino i registri 
di giustiziati, che nel caso del Fornaretto 
non possono supplire, in nessun modo, al- 
l'assoluta mancanza d'ogni documento offi- 
ciale, d'ogni testimonianza contemporanea. 

Si accetti pure qual data si voglia dal 
1503 al 1517: siamo sempre nell'epoca di 
Mario Sanudo, del meraviglioso diarista, 
che raccoglieva giorno per giorno i menomi 
avvenimenti della vita veneziana del suo 
tempo. 

E' possibile che il Sanudo avrebbe ta- 
ciuto affatto (insieme al suo collega Friuli) 
della condanna del Fasiol e de' popolari 
rimpianti per costui : così profondi e inde- 
lebili da sorvivere persino al grande cata- 
clisma politico, indi a poco piombato su 
Venezia con la lega di Cambray? 

E* possibile che non ci sarebbe rimasta 
nes.suna di quelle .storie verseggiate, di que' 
lamenti, a cui la Musa popolare, in consi- 
mili casi, indulgeva e indulge ancor oggi? 

Si asserisce che l'innocenza del Fasiol 
fu tosto accertata: il vero uccisore, punito. 
Dove sono i documenti? La Repubblica 
Veneta non avrebbe dato a siffatta ripara- 



zione o poco o tanto di quella pubblicità 
clamorosa, con cui fu rivendicata da ingiu- 
sta condanna la memoria di Antonio Fo- 
scarini? Ad un governo, che riposava non 
solo sul trepido rispetto, ma pur anco sul- 
l'amore e l'ammirazione devota del popolo, 
non poteva tornar indifferente che si per- 
petuasse, senza smentita, la tradizione d'una 
iniquità impunita e inespiata. 

La leggenda del Fornaretto, s'io mal non 
m'appongo, rientra perciò nel ciclo di quelle 
tradizioni diffamatorie della Repubblica Ve- 
neta, sbocciate assai tardi, quando il leone 
in extremis o già morto doveva tollerare i 
calci d'asino di chi ignorava quanta sapienza 
d'ordinamenti avesse presieduto all'ammi- 
nistrazione della giustizia — tale da escludere 
che si pronunciassero sentenze sommarie, 
su indizi mal certi, senza regolarità di pro- 
cedura, senza osservanza delle più elemen- 
tari cautele. 

La leggenda non è niente affatto d'ori- 
gine popolare: è pretta invenzione di eru- 
diti, di compilatori di notizie storiche, at- 
tinte a casaccio, ripetute senza discerni- 
mento. Non impossibile dunque che tra il 
Tosello e il Fasiol sia avvenuto uno di 
quegli strani scambi, che deformano spesso 
la realtà storica sino a renderla irricono- 
scibile. 

Lo so bene : a prima vista la mia ipo- 
tesi parrà troppo ardita e rivoluzionaria. 
Verrebbero infatti capovolti quasi tutti i 
dati leggendari : avremmo il Fornaretto di 
Padova anziché di Venezia ; un bravo, un 
prepotente di professione, in luogo di un 
povero diavolo di autentico fornaio; la vit- 
tima lacrimata avrebbe, in ultima analisi, 
salvato la pelle; la giustizia avrebbe in fondo 
trionfato anche con lui... Come spiegare 
un così completo travolgimento? 

Pure, a rifletterci bene, non può negarsi 
che se manca l'epilogo tragico v'è pur sem- 
pre una certa sostanziale identità tra le pe- 
ripezie del Tosello e i casi che la leggenda 
colorì romanticamente, mettendovi per sfondo 
pauroso il patibolo. 

A favore, dirò così, della candidatura del 
Tosello ad eroe della leggenda militano pa- 
recchie circostanze rilevantissime, storica- 
mente a.ssodate: — il soprannome anzitutto 
con l'aggettivo di commiserazione per giun- 
ta — ; l'innocenza nel fatto delittuoso im- 
putatogli; — la clamorosità dell'incidente, 
a cui cotesto bravo fu mescolato. 

E' evidente perchè risulta dal complesso 
de' documenti prodotti che la questione del 
Fornaretto- Tosello dibattutasi dal 1591 al 
1594 in Padova e Venezia dovette straor- 



LA STORIA D'UN POVERO FORNARETTO 



107 



dinariamente appassionar gli animi... e rin- 
tronare gli orecchi. Chi sa quante intermi- 
nabili dispute si saran fatte sulla reità o 
meno del prigioniero e sulle probabilità 
di vittoria per l'una o per l'altra delle fa- 
zioni patrizie, che davanti al Consiglio de' 
Dieci si contendevano la testa di quel bravo. 

Nulla dunque di inverosimile che anche 
il popolino se ne interessasse, parteggiando 
— perchè in questo caso era il più de- 
bole, — pel bravo. 

Il Tosello non poteva, pel suo mestiere, 
esser farina da far ostie ; ma poiché in quel 
fatto specifico, l'uccisione d'un governatore 
di Candia, la sua innocenza fu cribrata in 
un lungo processo, fra torture fisiche e mo- 
rali indicibili, si vide in lui non del tutto a 
torto una vittima; si circondò di simpatia, 
di pietà un uomo che aveva nel nome stesso 
qualcosa di bonario, cancellante l'odiosità 
della professione di bravo; un uomo che 
uscito fuor del pelago alla riva avrà egli 
medesimo, artefice primo, concorso alla 
creazione e divulgazione della propria leg- 
genda, col narrare la sua dolorosa odissea 
di tre anni. 

La fame a Mantova; la tortura a Vene- 
zia; la minaccia costante del carnefice; le 
ire converse su lui del Consiglio de' Dieci; 
le lotte di tanti potenti accapigliantisi per 
la sua sorte; l'intervento protettore di ve- 
scovi, cardinali, duchi, nobili innumere- 
voli di Padova e Venezia; l'innocenza in- 
fine trionfante, quando ogni speranza pa- 
reva perduta. 

Non c'era quanto bastava per cavar fuori 
dal caso del Tosello quel 
tema fondamentale dell'in- 
nocente calunniato e perse- 
guitato che è il nucleo del- 
la leggenda del Fornaretto? 

Se non era stato decapi- 
tato, non aveva sofferto co- 
si crudeli ambasce, che «po- 
co è più morte »? Il vero 
reo, il padrone omicida, non 
s'era invece liberato col sem- 
plice esilio? Il servo fedele 
non aveva corso rischio di 
sostituirlo sul patibolo? Era 
.giustizia, codesta? 

No, certo: se un errore 
giudiziario irreparabile non 
era stato commesso ; se lode- 




volissima doveva dirsi l'opera degli Avoga- 
dori contrastanti vittoriosamente l'onnipo- 
tenza del Consiglio de' Dieci, non restava 
meno aperto il campo alla critica, pe' sin- 
tomi di degenerazione della giustizia, che 
nel caso del Tosello erano apparsi stridenti 
e riprovevoli. 

La frase « recordève del povero Forna- 
reto » non è, secondo me, un'invenzione 
del tutto fantastica ; la sua base storica 
è forse nelle sollecitazioni fatte da' di- 
fensori del Tosello, quando gli avversari 
cercavano o con artifici procedurali o col 
sic volo sic iubeo prolungare le sofi"erenze 
del prigioniero. Frase consimile dovette suo- 
nare più volte, dal 1592 al 1594 ne' con- 
sessi della Repubblica, come monito e ram- 
pogna tra' partiti : e passare sulla bocca 
del popolo, a flagellare le corruzioni, gli 
abusi, le indecenze de' brogli, la mala abi- 
tudine sempre più dilagante di favorire i 
potenti, di gravar la mano su' deboli — 

La frase « recordève » e il nome del For- 
naretto-Tosello rimasero dunque vivi a lungo 
nella tradizione veneziana : ma nel secolo 
XVIII, la memoria precisa de' fatti s'era il- 
languidita ; bisognava pur dare una qualche 
spiegazione di quel confuso ricordo, e gli 
eruditi, i compilatori de' registri di giusti- 
ziati si afferrarono al primo fornaio decapi- 
tato che incontrarono, sostituirono il Fasiol 
panettiere al bravo, infiorarono la storiella 
di tutte quelle invenzioni calunniose e scioc- 
che, che per tanto tempo imperversarono 
poi su Venezia. 

Si accolga o no la mia ipotesi, il con- 
fronto col Fornaretto, vero 
almeno di nome, prova lu- 
minosamente come quello 
della leggenda svapori tra 
le favole; dacché, sotto la 
Repubblica veneta, la con- 
danna d'un innocente era 
improbabile , quando per- 
sino un prevenuto che non 
fosse uno stinco di santo 
poteva fidare sull'imparzia- 
lità e l'oculatezza de' rap- 
presentanti della legge, in- 
flessibili anche dinanzi al vo- 
lere del Consiglio de' Dieci. 

A.IvESSA.NDR.0 



Doge e Avogadori di Comun 
(Dal Capitolare dell'Avogaria del Comun, secolo XIV). 




©E ILA HSHA IN MOHTAGrBJA 



^^^-rS. A. 




I. 



— Quando la Nina va par le montagne 
a far la cicia e le busete fonde, 

guai se la trova un bosco che la sconde 
in società de bestie descompagne, 

(laci che giostre, cari che cucagne!) 

— Come la riva su co la coriera 
e i postilioni i sona la cometa 

la bona gente che sta lì in piasseta 
core a complimentar la forestiera 

e el Municipio sfodra la bandiera. 

— Perepepèe... che gh'è la Nina in gloria. 
Su par i boschi e drento ne le stale 
vache, gaiine, pegore e sfarfale 

le s'à giurado de imbroiar la storia 

co una note de canti e de baldoria... 

— I capitei che tien da conto i santi, 
i campanili co la ponta a ciodo 

« laci che gusto » come me la godo 
i se parlava de la via distanti : 

L'è una signora che sta ben con tanti ! 

E'na madona sconta fra le geme 
de pigne in alto che sa mile udori, 
la g'à mandado dir dai so dotori : 
ma che la vegna, che la vegna insieme, 

tra roio imbalsama de le me geme ! 



Una sera, col fresco, la portina 
de l'albergo s'à verto a l'aria stroa, 
el can de corte l'à scurlà la eoa... 
S'à visto scapar via 'na bandierina: 

L'era el me amor che andava a cavalchina... 



IL 



— Gira e regira, raso tera sconti 
i misteri del bosco alsa la testa, 

e soto el supio che vien zò da i monti 
se despètena tuta la foresta... 

Oseleti del ciel, sio tuti pronti? 
Pronti, i risponde, e in meso a 'na tempesta 
de rossignoli che no tien confronti 
incomincia el sconcerto de la festa — 

I pìtari coi pifari e el tamburo, 
i merli col scartosso de le tarme 
e le gaze che specula el futuro, 

me mete intorno un giubilo un bisogno 
de cascar zò par tera e indormensarme... 

— Dio no svejème che son drio che sogno ! 



— Savie, le vache, al pascolo, sul monte, 
dopo aver messo zò le campanele 
< laci che gusto )^ come semo bele, 
al primo segno j à risposto — Pronte ! 



Busete : fossette delle guancie — laci: parola del gergo 
fanciullesco per significare giubilo, soddisfazione. 



stroa: oscura — supio: soffio — p'ttari: pettirossi 
che specula: che prevedono. 



SOGNO DE LA NINA IN MONTAGNA 



109 




< Muci e silensio » che le passa el ponte 
una a la volta, come le putele 
che co la scusa de guardar le stele 
le va ai convegni par le strade sconte... 

Le cavre co la mosca a la Cialdini, 
i cunei co le recie a fil de schena 
e le volpe truca da quisturini, 

me confonde ne l'anima un bisogno 
de verzar n 'ocio par guardar la scena 
serando l'altro che tien testa al sogno ! 



Le galine de rassa padovana, 
dopo aver dato el sùcaro ai caponi 
« laci che gusto» Serva sua paroni... 
Le s'à messo coi gali a far babana. 

Chicarichii... Par l'aria se spampana 
'na fanfara teribile de soni, 
che se scadena par tuti i cantoni, 
da Cesanova su a Campofontana... 

Chicarichii... la musica se spande 
su le baite de piera e sui paiari, 
che no capisse sta letissia grande... 

Chicarichii... con tanti ingani a torno, 
le campane fa sensa i campanari 
e no se sa se la sia note o giorno ! 



e par tera 'na roba inconcludente, 
tuti i me versi che finisse in Nina. 

Sangue de traga e ampomole nei fossi, 
late de vaca che te scandalisa, 
fiochi de lana e gento altri striossi... 

Ma quelo che m'à fato più sorpresa 
l'è sta el ricamo de la so camisa, 
che imbandierava un ramo de giresa... 



Quando g'à parso ai pìtari e a le merle 
i sa levado suso a mesogiorno ; 
no gh'era foie che sudasse perle 
e la montagna la pareva un forno : 

i tori caminava su le ferie, 
compagnando le vache de ritorno, 
che iera mate da no più tegnerle 
co la gran testa che pirlava atorno — 

Savi, i malghesi, che spetava mana 
da le so bestie col niastel del late, 
ì a dovudo servirse a la fontana ; 

Ma le done, che urli al Mondo Novo, 
che le galine debole e desfate 
par ristorarse, le beveva l'ovo! 



IV. 



III. 

Mi, che ho visto quel bosco a la matina 
posso quasi ripetarvelo a mente : 
Atila de passalo e la so gente, 
una devastassion de la rovina... 

Albari, sensa scorsa e pelesina ; 
soche imbriaghe, stupide e contente, 



Muci: parola del gergo per significare : zitto, zitti — cunei: 
conigli — babana: baldoria — baite: cascine — soché : ceppi. 



Fin che la Nina drento la fontana 
fasea el bagno in te n'aqua benedeta, 
coi sassi rossi in fondo e ^erta erbeta 
morbida, verda, perfida, che ingana 

sì che credendo de andar zò 'na spana, 
par tentarla così co la bacheta, 
l'aqua fa i oci e l'altra la sgambeta 
piasse furba, più fonda, più lontana... 



striassi: 
stampelle. 



stregonerie 



ampomole: lamponi — ferie 



no 



LA LETTURA 




1 



. -^f^^ ^MÌ 



%^? 





Fin che la Nina tènara e spaìsa 
co 'n agonara de no so qual cao 
se giustava el ricamo a la camisa. 

Mi, da arlevo de Gioto in t'un canton, 
dopo aver dito con rispeto : ciao ! 
g'ò segnado el ritrato col carbon. 



No l'è, digo, el so solito ritrato, 
ma un scarabocio co la carbonaia, 
che la me Nina parea tanto bela 
che ho dito tra de mi no la contrato 

gnanca par Qento chili de oro mato, 
e sora i oci g'ò pianta na stela 
che la parea l'Italia da putela 
prima che deventassimo un gran Stato. 

l'era le segie un pelumin de strusso, 

i oci du granini da cafè, 

el stomego un bel mobile de lusso... 

E la boca un tesoro da madona 
dove i dentini in fila e sempre in pie, 
tegnea a posto la lengua a la parona ! 



V. 



— La dominica dopo, i preti in ciesa 
(laci che gusto come me la godo!) 

i à predicado el scandalo a so modo 
co la bandiera, el ramo de Qiresa 

e luto el resto de la parte intesa — 

— I me la messa a l'indice, in ritiro, 
i l'à tratada come 'na striona, 



ià ciamà su el scongiuro da Verona, 
parche le vache no dasea butiro 

e i oseleti tolea tuti in giro... 

— In Municipio, più gnente bandiera, 
ma gran raporti de carabinieri... 
Quanti pensieri, Nina, oh che pensieri 
me costa adesso la to bela giera 

da che te sì andà su co la coriera ! — 

Nineta bela, lassa che te basa: 

mi te pardono tuti i to pecati, 

ma qua in montagna i ne tol su par mati 

tuti ne guarda e mi bison che tasa, 

Nina, bàdeme a mi, scapemo a casa ! 

— Scade l'afito, e cissà mai bisogno 
che i nostri fiori g'avarà de ti... 
Eia sul forsi, l'à supiado un sì, 

ma l'è tornada piena del so sogno, 

che se lo conto tuto me vergogno... 

— E ancora adesso, quando che l'è festa, 
'riva un mucio così de cartoline: 

tipi de vache, pegore, galine 
impostade de note a la foresta, 

nel ufi^io postai de la me testa... 

E col ricordo de ste bestie bone 
e co la Nina che me fa pulito, 
penso a la morte e penso a l'apetito, 
vivo de storie e dormo co le done 

che meto in leto ne le me cansone ! — 



Verona : 



spaìsa: smarrita — agonara: gugliata 
segie: sopracciglie. 



cao: filo 



BERTO BARBARANI. 



ffH^ 




(novella) 



Suor Maria Angelica, al secolo signorina 
Adelaide Castori, gettata la veste alle ortiche 
dopo dieci anni di vita monacale, ritornava in 
famiglia. 

* * 

Una fanciullesca passione sfortunata l'aveva 
spinta diciottenne in monastero, ma benché si 
fosse pentita non appena sanata la ferita amo- 
rosa, aveva lasciato passare dieci anni senza 
avere il coraggio di confessare la sua dispe- 
razione, rimettendo ogni giorno al domani la 
parola che le avrebbe dato la libertà, ed ogni 
giorno sentendo scemare la sua forza contro 
una resistenza fatta d' inerzia, di dolcezza, di 
silenzio. Come osare? come scagliare la pietra 
nello stagno immolo? 

Subito dopo il noviziato era stata traslocata 
in Francia e non aveva più riveduto la famiglia 
da cui riceveva regolarmente brevi lettere che 
esaltavano i conforti della vita claustrale e si 
raccomandavano alla sue preghiere. Una volta 
le avevano anche scritto che sua madre era pas- 
sata a seconde nozze, e che suo fratello Anto- 
nio si faceva prete. Le due sorelle, Dorotea e 
Carolina, non si erano sposate: non sapeva altro. 

D'improvviso, allo spirare del decimo anno 
le era giunta la notizia della morte di sua 
madre, e, nell' infuriar del dolore, aveva scritto 
al fratello prete una lettera in cui si riassu- 
mevano tutte le sue torture : un disperato ap- 
pello di liberazione. Egli aveva risposto poche 
righe tranquillizzanti di cui Adelaide aveva 
afferrato un solo senso, una sola parola, in- 
credibile, insperata, ma pur vera: veniva a 
prenderla, la liberavano! Non era un sogno? 

Spogliatala della veste e delle bende le ave- 
vano fatto indossare un abituccio di lana nera, 
e, in gran silenzio, in gran mistero, l'avevano 
mandata ad aspettare il fratello in un piccolo 
convento a poche miglia dal suo paese natio. 
Ella lo aveva atteso colà, segregata dalle altre 
suore, vigilata dalla zoppa monaca infermiera 



che le rivolgeva sospettosamente le parole ne- 
cessarie. 

Un giorno, sull'imbrunire, le avevano fatto 
scendere le scale, avevano aperto cautamente 
la porta piccola che non mandava cigolìi e l'a- 
vevano messa sulla strada. 

Sulla strada deserta e semioscura, presso 
alla siepe che mandava un acuto profumo di 
madresilva, ella aveva intravisto una carroz- 
zella, e una cavallina storna, e una lunga fi- 
gura in veste talare muoverle intorno e por- 
gerle una mano fredda e umidiccia. 

— Antonio.... 

Poi il richiudersi lento e discreto della por- 
ticina senza voce, il tintinnar dei bubboli, una 
frustata feroce, e addio, addio! 

La famiglia di Adelaide godeva di una certa 
agiatezza. Il padre di lei, un piccolo nego- 
ziante di ferramenta morto quand'ella era an- 
cora bambina, aveva lasciato una bottega ben 
avviata che avevano potuto cedere a patti van- 
taggiosi, e la casa, una bella casa comoda, in 
una delle vecchie contrade del paese. Il pa- 
drigno poi, calato dal Tirolo coi suoi grossi 
chiodi e il suo cappello verde, possedeva pa- 
scoli mandre e greggi lassù fra i boschi e le 
solitudini alpine. 

Adelaide nei lunghi ozi claustrali aveva spesso 
ed ostilmente pensato allo sconosciuto, all'in- 
truso, e se lo era raffigurato in mille modi di- 
versi, sospettando in esso ostinatamente un 
nemico. Si vide invece davanti un povero es- 
sere che non poteva ispirare altro che disgu- 
sto o pietà: obeso e floscio, con smorti occhi 
a fior di testa, paralizzato nelle gambe e nella 
lingua, immobile in una carrozzella. Egli aveva 
troppo amato in gioventù il buon vino e le 
belle ragazze, e la paralisi lo aveva colpito da 
due anni, inesorabilmente. 

Con lui un'altra persona nuova era entrata 
nella casa: zia Zelinda, che non s'era mai sepa- 



LA LETTURA 



rata dal fratello ed era scesa dal Tirolo il giorno 
stesso delle nozze di lui colla vedova Castori. 
— Troverai la sorella del padrigno.... — 
aveva detto Don Antonio poco prima di giun- 
gere in paese. — E Adelaide arrivando se l'era 
vista comparire innanzi per la prima : gobba e 
vestita di verde, con una candela in mano di 
cui tentava riparare la fiamma dal vento, con 
occhi che ridevano e pungevano. Si erano ba- 
ciate; poi la gobba aveva fatto lume ad Ade- 
laide su per le scale voltandosi ogni tanto a 
guardarla con mal celata curiosità. 

In cima alla scala, due lunghe ombre aspet- 
tanti e mute, le sorelle, si erano avanzate te- 
nendosi per mano. E all' improvviso, sotto 
agli sguardi delle tre donne, Adelaide si era 
accorta che lo scialletto le era scivolato giù 
dalla testa piccola e rasa come quella d'un 
adolescente malaticcio, ed aveva violentemente 
arrossito. La mamma mancava. Tutto il resto 
nella casa era immutato. 

Sulla solita finestra, fra un vaso d'erba rosa 
e uno di garofani, la gabbia gialla con due 
canarini; sulla mensola dorata i due mazzi di 
fiori di perle; vicino alla stufa il parafuoco 
fatto di figurine ritagliate, e sulla credenza il 
servizio da rosoli filettato in oro e il pappagallo 
imbalsamato. 

Ogni mattina, come dieci anni innanzi, Ca- 
rolina si aggirava nel piccolo giardino fiorito 
di amorini e di bocche di leone chinandosi a 
raddrizzare uno stelo, a staccare una foglia 
secca, colle mosse un po' esitanti delle persone 
miopi. Ed ogni mattina Dorotea traversava 
impettita la sala col passo senza rumore, fa- 
cendosi appena precedere dal cre-cre delle sot- 
tane inamidate, per andare a rimetter olio nella 
lampada votiva. 

Nella chiara cucina risplendente di rami e 
di peltri la vecchia Laura brontolava e tabac- 
cava attizzando il fuoco, e la gazza saltava dalla 
tavola alla credenza. 

Don Antonio era quasi sempre assente, alla 
Canonica, o all'Ospitale. 

Adelaide riebbe la sua piccola camera a tra- 
montana. 

Ella si guardò intorno, ed ogni cosa le disse: 
Sei tu? ci riconosci? ti ricordi?... Ed ogni voce 
le scese in cuore con un sapore di lagrime e 
di felicità. 

Una mattina ella uscì di buon'ora dalla sua 
stanza ed entrò in cucina. Era febbraio, aveva 
nevicato tutta la notte, e i rami e i peltri ri- 
splendevano più tersi, il fuoco brillava più 
vivo. Laura stava manipolando la pasta per le 
tagliatelle e ad ogni tratto sospirava, bronto- 
lava e si riposava. Adelaide che aveva se- 
guito con attenta ammirazione i movimenti 
della vecchia donna senza che questa mai al- 
zasse gli occhi su di lei, in una delle soste più 
lunghe si fece coraggio e chiese: 

— Laura, volete che vi ajuti ? Ho osservato 
quello che voi fate, e forse potrei farlo anch'io. 
La vecchia la guardò finalmente e non rispo- 
se. Poi accatastata dispettosamente la pasta in 
un grosso mucchio, la coperse con un tovagliolo 
ed usci a gran passi sbatacchiando l'uscio. 



Adelaide s raccolse presso alla finestra e si 
mise a seguire i voli dei canarini nella gab- 
biuzza. 11 maschio spiccava il volo sempre da 
destra a sinistra ; la femmina, che aveva una 
zampetta segnata col filo rosso, sempre da si- 
nistra a destra. 

Ecco lo stridere della carrozzella del padrigno 
che Dorotea trascinava al suo posto. 

Ecco zia Zelinda che si accoccolava nella pol- 
trona e si metteva a sferruzzare. Senza occhiali, 
ella faceva dei merletti meravigliosi di finezza, 
a disegni strani, di sua fantasia, e pur lavo- 
rando guardava qua e là, e i suoi occhi curiosi 
e beffardi si fissavano e rifissavano su Adelaide. 
Dorotea e Carolina andavano e venivano per 
la casa intente alle loro cure. La sera uscivano 
insieme : andavano a giocar tombola dal fab- 
briciere che dimorava in fondo alla contrada. 
Benché avessero l'una più di quarant'anni e 
r altra trentanove, vestivano ancora perfetta- 
mente eguali, come due educande. L'una e l'al- 
tra portavano una mantellina di seta nera, l'una 
e l'altra portavano una borsetta di seta viola. 
Dorotea, lunga, magra, con capelli neri e 
lucidi, occhietti rotondi e labbra sottili, era 
stata la bellezza della casa e ne rimaneva tut- 
tora l'oracolo. Era figlia di Maria, ispettrice 
dell'Asilo di San Giuseppe, capessa della Con- 
fraternita di San Rocco; le signore del paese 
la consultavano nelle più gravi contingenze della 
vita : la sua sentenza era inappellabile in fatto 
di moda. 

Carolina anch'ella era alta e magra, ma un 
po' curva, con una gran massa di capelli rossi 
e grossi, il viso lentigginoso e smorti occhi 
miopi. Camminando, ella si teneva un po' in- 
dietro da Dorotea quasi volesse anche material- 
mente dimostrare la sua deferenza alla sorella 
maggiore: quando Dorotea parlava. Carolina 
taceva o approvava. 

Lungo la sera Adelaide restava sola con la 
zia Zelinda e con l'infermo ad aspettar che le 
sorelle rientrassero : tutti e tre sotto la borbot- 
tante lampada dal paralume verde. 

Quasi sempre zia Zelinda intesseva lungamente 
l'elogio della bellezza di Dorotea e della bontà 
di Carolina e il padrigno si addormentava con 
le mani gonfie abbandonate sulle cosce. In una 
di quelle serate Adelaide ebbe il coraggio di 
parlar di sua madre. Da tanto tempo la do- 
manda le bruciava le labbra e la ricacciava ogni 
sera a forza, non osando. 

— Ditemi, zia... la povera mamma prima di 
morire... si è ricordata di me? mi ha nomi- 
nata?... 

La gobba alzò gli occhi dal lavoro e li con- 
fisse in faccia ad Adelaide. 

— Ella non ti ricordava mai! — disse, e 
riabbassò la testa, si rimise a sferruzzare. 

**« 

Adelaide restò molti giorni sotto il mortale 
abbattimento di quella risposta. Ma era catti- 
veria, perfidia della zia! Non era possibile! Non 
poteva creder questo della sua dolce mamma ! 

Intanto accadde un fatto imprevisto. 

Un bel giorno (erano tutti in tinelletto, sta- 
vano per mettersi a tavola, Don Antonio reci- 



RITORNO 



"3 




Senza occhiali, ella faceva dei merletti meravigliosi... 



tava V Oremus j la minestra fumava nella zup- 
piera), la vecchia Laura, socchiudendo l'uscio, 
annunciò che c'erano giù i parenti da Castel- 
luzzo: potevano salire per un salutino? 

Don Antonio uscì in sala esclamando gaia- 
mente : 

— Entrate! Entrate! 

Adelaide era rimasta immobile, timida presso 
alla tavola, non sapendo se eclissarsi o restare : in 
quell'attimo di confusione nessuno badava a lei. 

Si trattava di parenti di campagna, benestanti, 
che scendevano in paese due o tre volte al- 
l'anno. La signora era cugina del padre di Ade- 
laide, vedova con un'unica figliola di dician- 
nove anni, biondina, beUina, smorfiosetta, col 
nasetto all'in su, e troppa cipria sul viso. Costei 
era da circa un anno fidanzata ad uno studente 
di farmacia ed ora venivano ad annunciare la 
data delle nozze ed a presentare lo sposo. Vi 
furono baci, abbracci, carezze ; alla biondina 
gli occhi scintillavano. 

Il fidanzato, un giovanottino smilzo con scarpe 
giallo arancio, seguitava ad inchinarsi con dei : 
« Si figuri ! » alle congratulazioni che gli piove- 
vano da ogni parte. Finalmente, quando il cica- 
leccio ebbe posa, sedettero tutti. Solo allora le 
visitatrici parvero accorgersi di Adelaide, curva 
sul piatto, ad occhi bassi e sfuggenti. La signora 
sussurrò qualche cosa all'orecchio di Dorotea; 
questa sospirò, strinse le labbra, scosse i ric- 
ciolini. 

Poi la conversazione riprese, animatamente. 

— Dunque i due colombi sposano in fine di 
aprile: quanto da fare, cari miei! 

Parlava la madre, senza posa, dimenandosi 
sull'orlo del divano, e i due fidanzati, seduti 
molto vicini, si guardavano. Ad un tratto la 
biondina lasciò cadere il fazzoletto, si china- 
rono entrambi insieme a raccoglierlo, e nel 
cercarlo si sfiorarono furtivamente la mano con 
uno sguardo lungo. 

Adelaide, seduta dirimpetto a loro, vide, e 
diventò di fiamma. Da quel momento, a lei 

La Lettura. 



che non prendeva parte alla conversazione, non 
isfuggì più nessun movimento di quei due. 

— Che ora è?... — domandava la biondina 
al fidanzato, pianissimo, piegandosi verso di 
lui come per confidargli un segreto. 

L' altro traeva 1' orologio ; ella stendeva la 
mano e lo prendeva; si chinavano insieme a 
guardar l'ora, poi la ragazza riabbassava la testa, 
giocherellava coi fiocchi dell' ombrellino, e il 
giovane seguiva i moti delle sue mani con occhi 
imbambolati e lucidi. 

A un tratto la biondina disse forte: 

— Noi ci sposiamo il ventotto aprile, e voi 
dovete venir tutti alle nostre nozze! Tutti!... 
anche Adelaide! 

Vi fu un momento di silenzio. Dorotea strinse 
le labbra, zia Zelinda si affaccendò di più in- 
torno all' infermo. Carolina arrossì e guardò 
Dorotea. 

Don Antonio disse, colla sua voce buona: 

— E perchè no? 

— Bisogna che ce lo promettiate ! Bisogna che 
ce lo promettiate ! — strillarono madre e figlia. 

— Sì, sì! Vogliamo promessa solenne! — 
ribadiva il fidanzato. — Tutti, anche Adelaide ! 

Insomma dovettero promettere. Sarebbero 
andati tutti, anche Adelaide. L'anno di lutto 
era compiuto in febbraio, avevano dunque più 
di un mese per combinare la spedizione. 

Vi fu un congedo rumoroso e affettuoso. La 
biondina, che pareva presa da una gran smania 
d'esser gentile, baciò e abbracciò anche Ade- 
laide, lo sposo la salutò con un inchino pro- 
fondo, la signora le ripetè più volte: 

— Arrivederci dunque senz'altro. 

Partite le visite, il desinare finì in fretta e 
in silenzio. 

*% 

Quella sera Adelaide chiese il permesso di 
coricarsi prima del ritorno delle sorelle. Desi- 
derava ardentemente di essere sola con la sua 
gioia, fuori degli occhi cattivi della zia Zelinda, 
fuori della vista pietosa e disgustosa dell' in- 



114 



LA LETTURA 



fermo. Le pareva che quell'avvenimento avesse 
per lei un significato, un'importanza vitale; se- 
gnasse una tappa nella sua via dolorosa; che 
da quell'invito, cui Don Antonio aveva accon- 
disceso, le venisse una specie di riabilitazione 
morale, una riammissione fra gli esseri umani. 
Non si era avvista del silenzio gelido che le 
si era fatto dintorno dopo la partenza delle 
parenti, non aveva indovinato 1' acre ostilità 
delle sorelle. 

Ripeteva a sé stessa, coli' ingenuo abbandono 
d'una bambina: 

— Tra un mese!... tra un mese!... 
Quando scoccarono le dieci all'orologio della 

sala, cominciò lentamente a spogliarsi, seduta 
sul letto, alla luce verdastra del lumicino ad 
olio, indugiando distratta fra un bottone e l'altro 
per inseguire la dolcezza del suo pensiero. 

— ...Come era stata gentile la buona cugina! 
e la figliuola, com'era affabile ed espansiva!... e 
che bei capelli aveva! e che vestito elegante!... 
Doveva essere ben contento quel fidanzato ! 

Improvvisamente Adelaide rivide i due chi- 
narsi, sfiorarsi la mano, guardarsi a lungo. Si 
sentì di nuovo arrossire fino alla radice dei ca- 
pelli; appoggiò la testa sul cuscino, rimase im- 
mobile, ad occhi semichiusi, tentando langui- 
damente di scacciare l'imagine voluttuosa che 
giganteggiava nel silenzio della cameretta, nel 
deserto della sua anima. 

Alfine riprese a spogliarsi rapidamente, quasi 
infuriando contro sé stessa. Spense il lume, si 
cacciò sotto le coltri. E le preghiere?... Élla 
le aveva dimenticate... Cominciò a mormo- 
rarle macchinalmente interrompendosi ad ogni 
istante. 

— Ave Maria... 

Ah! la cattiva imagine la turbava fin nel 
profondo!... 

— Gratia piena... 

E le sorelle? erano rientrate? Che avrebbero 
detto non vedendola? 

Adelaide sguisciò dal letto al buio, scivolò 
fino all'uscio, stette in ascolto: silenzio. 

L'orologio a pendolo della sala faceva tic tac. 

Allora, con un movimento così rapido che 
ella stessa non ne ebbe quasi coscienza, riac- 
cese il lumicino, staccò dalla parete un piccolo 
specchio torbido, sedette in mezzo al letto, e 
si guardò. 

Com'era lei?... era bella?... brutta?... era 
giovane? era una donna?... E che voleva dire 
per lei essere una donna?... 

Molti anni fa — ah ! lo aveva quasi dimen- 
ticato! — anch'ella era stata giovane e graziosa, 
aveva avuto una figurina snella e flessibile, due 
grandi occhi scuri e labbra di corallo... Ma 
ora?... ora?... Era suo quel lungo collo gialla- 
stro e vizzo, sue quelle spalle magre, quegli 
occhi quasi sempre abbassati o sfuggenti, cer- 
chiati di pall'de vene azzurrognole, quel seno 
piatto e senza forme? Brutta! vecchia! ridi- 
cola!... 

Il torbido piccolo specchio vide riflettersi 
nella sua luce un viso stravolto e pallido rigato 
di lagrime mute. Eppure... eppure... gli occhi 
non sarebbero stati brutti se l'espressione ne 



fosse stata un po' più gaia; se i capelli fossero 
stati accomodati con maggior cura, il viso non 
sarebbe apparso tanto magro ; il collo si poteva 
nascondere con una cravatta di nastro o di mer- 
letto, accrescere il petto con un asciugamano... 

...C'era in fondo alla sala un vecchio cas- 
sone, uno di quei vecchi cassoni rozzamente 
scolpiti che un tempo servivano alle spose per 
custodire il corredo; là dentro Adelaide aveva 
visto spesso Dorotea riporre vecchi nastri, avanzi 
di stoffe, anticaglie sdruscite e fuori d'uso. Se 
ella avesse potuto farsi una cravatta con uno 
di quegli stracci sdrusciti ! Ma non avrebbe mai 
osato chiederlo a Dorotea, affrontare il disprezzo 
delle sue labbra sottili ! 

Una notte infine non resse più. Mentre tutto 
taceva e tutto dormiva, traversò a piedi nudi 
la sala, trattenendo il respiro, col cuore che le 
batteva a gran colpi... Sollevò il pesante co- 
perchio del cassone... un cigolio s'intese... poi 
tutto fu ancora silenzio. Adelaide afferrò il 
primo cencio di seta che le capitò sotto mano ; 
riattraversò palpitando la sala, finalmente fu in 
salvo. Era uno sbieco di seta celeste, sbiadito, 
e qua e là bucherellato dall'uso; a lei pareva 
di possedere un tesoro. 

— Dunque, Adelaide, non sei pronta? Noi 
partiamo. 

Adelaide trasalì e raccolse precipitosamente 
lo scialle sul petto a nascondere la cravatta ce- 
leste che stava appuntando davanti allo specchio. 

— Non so capire come si possa perdere tanto 
tempo a far toilette — borbottò la zia incam- 
minandosi verso la scala. — Non si direbbe 
certo che tu abbia passato dieci anni nella sem- 
plicità e nella preghiera, figlia mia. 

Adelaide diede un ultimo ansioso sguardo 
allo specchio ed uscì dietro alla zia senza ri- 
spondere. 

Due ore dopo sedevano tutti in casa della 
sposa, lungo la tavola infiorata fatta in forma 
di ferro di cavallo, dove i mazzi contornati di 
erba Luigia e le torte a foggia di cuore e di 
stella si alternavano. Grandi piatti d' allesso e 
d'arrosto erano passati; grandi piatti di frittura 
agro-dolce ; e la maestra Gabetti aveva confidato 
in segreto ai suoi vicini di mensa che all'ultimo 
sarebbe comparso un monumentale croccante 
da cui sarebbe volato fuori un uccellino. 

— Non e' é che dire, la signora Elisabetta 
sa far le cose per bene! 

— Nozze di buon augurio! 

Tutti chiacchieravano; tutti bevevano il friz- 
zante vino biondo delle colline, tutti erano al- 
legri e contenti. A un tratto un silenzio solenne 
si fece. Il sindaco, cavaliere Pietro Barrai, si 
alzava per parlare. 

— Io brindo... — disse egli alzando il bic- 
chiere — io brindo alla prosperità della bellis- 
sima sposa... e dell' egregio sposo che saprà 
renderla... come non dubito... felice! E brindo 
anche... alla madre della sposa... all'ottima si- 
gnora Elisabetta che... che riceve finalmente... 
il meritato guiderdone delle sue cure materne... 
e che con tanta cordialità ci raccolse a questo 
eletto simposio! E brindo... a tutti i convenuti 



RITORNO 



115 




Com'era lei?... era bella 



ERA giovane ; 



che fanno... degna corona alla coppia gentile ! 
O sposi ! Amatevi ! E siate felici! 

— Bravo!... Bene!... Evviva gli sposi! Ev- 
viva!... Evviva tutti!... 

Il sindaco sedette, trasse un profondo respiro, 
si asciugò il sudore dalla fronte, e distese il 
tovagliolo sull'ampio ventre scintillante di ca- 
tene d'oro. 

— Ora tocca al signor Giacomino, ora tocca 
al signor Giacomino ! L'ha in tasca, il brindisi ! 
Fuori ! fuori ! Parli ! parli !... 

Questo signor Giacomino era il segretario 
comunale, il letterato di Castelluzzo, scrittore 
di ammirate epigrafi e di sonetti per nozze e 
laurea, e sedeva a destra di Dorotea Castori 
alla cui sinistra era il parroco di Castelluzzo, 
rosso e rubizzo con bei capelli candidi. L'uno 
perchè covava il brindisi, l'altro perchè man- 
giava per quattro, non avevano ancora rivolto 
parola alla loro dama mortificata e impettita. 

Finalmente il parroco si ricordò: 

— Desidera un po' di dolce, signorina? Que- 
sta torta è squisita. 

Il volto di lei si rischiarò. 

— Oh, grazie! mille grazie! non s'incomodi! 
Ma il sorriso mellifluo che le era spuntato 

sulle labbra gelò ad un tratto, parve pietrifi- 
carsi in una smorfia di sorpresa e di rabbia. 
Attraverso alle teste dei convitati, al capo op- 
posto della stretta e lunga tavola fiorita, ella 
aveva scorto d'improvviso sua sorella Adelaide 
e la cravatta celeste : la cravatta celeste fiam- 
meggiante di mille fiamme diaboliche. 

— Ah ! sfacciata ! sfacciata ! 

Il buon parroco di Castelluzzo attribuendo 
alla sua distrazione il malumore della zitella 
le presentò con un bel sorriso una fruttiera 
carica di mele e d'uva malaga. 

— No, grazie, troppo gentile ! — riesci a 
dire Dorotea livida di rabbia, e tosto rientrò 
nel contegno dignitoso e corretto che una don- 



zella par sua doveva saper conservare anche 
nelle più gravi vicende della vita. 

Adelaide, all' altro capo della tavola, non 
s' era accorta di nulla. 

Senza conoscer quasi nessuno, aveva passato 
il tempo della colazione mangiando pochissimo, 
ad ammirar tutto e tutti, divertita e sorpresa 
come ad un cinematografo vivente. Quel chias- 
so, quell'allegria, quel movimento, l'inebria- 
vano e la stordivano come un vino troppo forte. 
Ma quello che maggiormente la colpiva era 
l'eleganza delle toilettes femminili. Il suo oc- 
chio passava rapito dalla triplice salva di volans 
che ornava la mantellina della sindachessa al 
cappello a due scompartimenti della sorella 
dello sposo. E quel grappolo d'uva sulla ca- 
pote della maestra Gabetti? Pareva vero. E le 
collane di quell'altra signora grassa? Tutto era 
bello. Alcune ragazze con un vitine inverosi- 
mile e molti ricciolini schierati sulla fronte sor- 
ridevano con la bocca stretta. 

Differiva da tutte quelli eleganti Ermelinda 
Barrai, la figliuola del sindaco, più semplice, 
più spontanea, con un nastro di velluto nero 
nei capelli biondissimi. 

Ella, il vecchio medico di Castelluzzo, e 
due studenti di legge, formavano un gaio 
gruppo a parte dove si chiacchierava e si rideva 
molto. Adelaide divorava con gli occhi la bella 
ragazza, dall'aria buona e felice. 

— Come mai manca Micheluccio? — uscì a 
dire uno degli studenti di legge. 

— Ha dovuto recarsi in città ieri mattina, 
ed aveva promesso di tornare in tempo per 
la colazione.... 

— Peccato che manchi quel bel tipo!... 

— Eccolo! Lupus in fabula! 

— Micheluccio ! 

— Michelaccio ! 

— Ritardatario, non ti vergogni? 

Il nuovo venuto si fermò un momento sulla 



i6 



LA LETTURA 



soglia, perplesso sotto alla valanga di chia- 
mate. Era un sergente in congedo, tornato al 
natio Castelluzzo dopo un anno di servizio a 
Napoli. Alto, molto bruno, grassotto, coi baf- 
fetti arricciati, e in tutto l'abbigliamento l'in- 
genua e goffa ricercatezza del Don Giovanni 
di villaggio. Nel sorriso mostrava una compatta 
chiostra di denti candidi. 

— Non ci sarà un posticino per me? — 
chiese con forte accento meridionale, arrestan- 
dosi dietro la sedia del dottore di Castelluzzo, 
dopo aver fatto grandi saluti e scuse agli sposi 
e alla signora Elisabetta. 

Uno degli studenti di legge lo afferrò per la 
manica, lo costrinse a chinarsi, e gli brontolò 
ridendo qualche cosa all'orecchio. 

Micheluccio rispose forte: — Va bene! — 
E, presa una seggiola, la piantò vicina ad 
Adelaide, fece un profondo inchino, e sedette. 

— Dunque, signorina, ella ama molto la 
musica?... Suona?... Canta forse?... 

— .... In passato.... sì.... quand'ero giova- 
ne suonavo il piano.... e cantavo un po' 

— Come?! Quand'era giovane?! Ma le rose 
della giovinezza sono tuttora fiorenti sulle sue 
gote!.... Per un'anima poetica la musica è la 
cosa più divina che si possa sognare!.... Ah! 
si capisce subito che lei deve avere un' anima 
poetica!.... Ed ora? non suona più? ha trala- 
sciato definitivamente? 

— Non so Credo! Sì!... Definiti- 
vamente!... Non ho più pianoforte! 

Adelaide rispondeva con un filo di voce, 
cogli occhi ostinatamente fissi su di un filo più 
greggio della tovaglia, e si faceva pallida e 
rossa. 

— Come mai non ha più pianoforte? Ma 
una volta l'aveva? 

— Sì.... ma fui... rimasi... lontana da casa 
diversi anni.... e.... nel frattempo.... l'hanno 
venduto.... 

— Oh, che peccato! Ella- sarebbe riescita 
meravigliosamente, colla passione che ha! Le 
sarebbe stato un passatempo! Non può pre- 
gare Don Antonio, che è così buono, di no- 
leggiargliene uno? 

— .... Non ho coraggio. 

— Povera signorina! 

Adelaide sentì fino in fondo all'anima quel 
compianto, il primo che le fosse rivolto, dolce 
come un'inaspettata carezza. Alzò i grandi occhi 
cerchiati in faccia a Micheluccio ed incontrò 
quelli di lui, lucidi e neri, che la fissavano 
intensamente. 

— No.... — diss'ella con voce tremante — 
non oserei chiedere altri sacrifici a mio fra- 
tello che è stato anche troppo buono con me !... 
Lei la sa, non è vero, la mia storia?.... 

— Sì, signorina, so, so tutto! Ed è anche 
per questo che mi interesso immensamente, 
im-men-sa-men-te ! a lei ! Sapevo la sua storia, 
ed il cuore mi diceva che un giorno l'avrei 
conosciuta, avvicinata.... 

— Davvero?... 

— Perchè non vuol credermi?... 

E gli occhi oblunghi, socchiusi, di Miche- 



luccio, si piantarono nuovamente su lei avvol- 
gendola come in un cerchio di fuoco. Adelaide 
sentiva quegli occhi, più che non li vedesse: 
era un calore, una luce, una felicità e un ma- 
lessere insieme.... 

(Sotto alla tavola un piede cauto cercava il 
suo piede?...). 

— Il suo destino deve mutare, signorina ; ne 
ho la certezza ! Non mi crede neppure questa 
volta?... Perchè?... Vediamo le linee della sua 
mano.... Io so leggere nel destino ! Non vuol 
darmi la sua manina? 



— Che bella manina!... 



— Cuore appassionato, ardente, fedele!... 
Felice l'uomo che riescirà a possederlo ! 

E Micheluccio sospirò profondamente arric- 
ciandosi i lucidi baffetti. 

(.... Ah! chi più ricordava, chi più vedeva 
Dorotea, Zelinda, Carolina?... Esistevano esse 
ancora?... Esisteva un tinelletto con la lampa- 
da velata di verde, un padrigno mugolante 
nella carrozzella? Esisteva la vita di ieri?... E 
la vita di domani?... Chi più ricordava? chi 
temeva più nulla?....). 

— Tenterò in tutti i modi di rivederla, si- 
gnorina Adelaide ; ne ho bisogno ! Se non 
i sbaglio, deve presto esserci una gran fiera al 
suo paese, non è vero? 

— Sì... La fiera di Sant'Anna del Monte, in 
fine di luglio.... 

— Signor Micheluccio ! — chiamò Ermelinda 
Barrai — Cattivo soggetto, venga qui, senta. 

Micheluccio si alzò per ascoltar la fanciulla, 
e si alzò in quel momento anche Giacomino con 
un foglietto di carta in mano. Tutti tacquero. 

— Serbò 1' egregio giovine 
Un puro ardente affetto 
Per la sua sposa in petto 
Per la sua sposa in cor. 

— Santi dei ! — gemette il dottore di Ca- 
stelluzzo cacciandosi le mani nei capelli. 

— Giammai non sarà il fato 
A un puro amore avverso 
L' allieterà beato 

Di dolci frutti ognor 1 

Un subisso d'applausi coronò la fine del 
brindisi, e tutti si alzarono rumorosamente e 
passarono nella stanza attigua dove troneggiava 
un immenso pianoforte a coda. 

Verso le quattro un landau a due cavalli 
venne a prendere gli sposi per condurli alla 
stazione più prossima, e gli ospiti si congeda- 
rono rinnovando gli auguri e le congratula- 
zioni alla signora Elisabetta piangente e sor- 
ridente. 

Adelaide risalì in carrozza a fianco di Don 
Antonio per rifare lentamente la ripida strada. 

.... Vedeva ella per la prima volta le pri- 
mule bianche e gialle occhieggiar fra le siepi ? 
Sentiva ella per la prima volta il mormorio 
dolce e vivo della fresca acqua tra i sassi? 

.... Primavera, primavera, eterno sospiro, 
eterna illusione, eterno inganno! 
• * 

Nella sua cameretta, in piedi davanti lo 
specchio, ella staccava lentamente la cravatta 



RITORNO 



117 



celeste e si sorrideva. Gli occhi le brillavano, 
aveva le guance rosse e infiammate; in tutto 
il volto un'espressione di così intensa gioia 
che la trasfigurava. No, non era sogno ! La 
giornata che finiva valeva per lei una vita. 
Nella stanza del piano Ermelinda Barrai l'aveva 
pregata di cantare, e, accompagnata da lei, 
ella aveva accondisceso. Colla sua voce un po' 
tremula negli acuti ma dolcissima nelle medie 
e nelle basse, aveva cantato una vecchia ro- 
manza che le ricordava altri tempi, e tutti 
l'avevano applaudita e avevano consigliato Don 
Antonio a riprenderle il pianoforte. 

E Micheluccio, stringendole la mano, guar- 
dandola lungamente — Ella canta come un 
angelo ! — le aveva detto, e quella stretta ap- 
passionata ella la sentiva ancora, la sua mano 
ne bruciava, e ne fremeva tutto il suo essere. 

La porta si spalancò ad un tratto senza ru- 
more, ed apparve Dorotea, livida nel vestito 
di merinos grigio, col cappello a sghimbescio 
e il respiro affannoso. 

— Ah! tu rubi dunque? — diss' ella con voce 
sibilante e rotta, puntando l'indice minaccioso 
verso la cravatta celeste. — Tu rubi? Tu sei la- 
dra?... Non ti basta averci coperti di vergogna 
colle tue pazzie ? Non ti basta che tutti ridano 
di noi per colpa tua? Non sei contenta di aver 
fatto morire nostra madre di crepacuore? 

— Non è vero ! — urlò Adelaide sobbal- 
zando come se fosse stata morsa da una vi- 
pera — : questo, non è vero! 

— Sì, ella è morta per te! per i dispiaceri 
che le hai dati, per la paura e la vergogna 
che tu tornassi ! E tu rubi anche, per giunta ! 
rubi ai tuoi parenti... per rinfronzolìrti... brutta, 

vecchia, e ridicola come sei nella speranza 

di attirare gli uomini! Pazza! pazza! civetta! 
svergognata! ladra! ladra!.... E noi dovremo 
tollerare tutto da te? Dovremo ancora ta- 
cere?.... No! — gridò Dorotea rivolgendosi 
alla zia Zelinda e a Carolina che avevano as- 
sistite mute e allibite alla scena — No, non 
taceremo! Antonio stasera saprà tutto! 

E uscì dalla stanza tirandosi dietro l'uscio che 
sbatacchiò con violenza. 

Adelaide rimase sola, davanti allo specchio, 
nell'atteggiamento in cui la sorella l'aveva 
colta: colla cravatta in mano, senza lagrime, 
impietrita. Il rimbombo della porta parve rim- 
bombar sul suo cuore. 

— Io ho fatto morire la mamma di crepa- 
cuore? Ah, Dio mio, non è vero! Questo non 
è vero ! ditemi che non è vero! 

Le lagrime e i singhiozzi proruppero con 
tale violenza che il povero petto scarno pareva 
dovesse spezzarsi ; ella si gettò traverso il letto, 
affondò il capo fra i cuscini nascondendosi co- 
me una bestia ferita a morte. Quando' risollevò 
la testa, una luce scialba entrava dalla fine- 
stra aperta , faceva quasi freddo, ma il cielo 
era tutto rosa, di quel dolce rosa violaceo che 
tinge per un momento i cieli dopo il tramonto. 
In sala si sentiva un calpestio di passi rapidi e 
leggeri. Adelaide riconobbe la voce della si- 
gnora Berenice, la moglie del farmacista; sentì 
bisbigliare il suo nome e quello di Dorotea. 



— Povera Dorotea, speriamo che domani 
stia meglioi 

— Speriamo ! Ma con questi continui dispia- 
ceri !.... 

Passò Laura, trascinando la gamba, carica 
d'una brocca d'acqua calda e di pannolini per 
fare i bagni a Dorotea che s'era messa a letto 
coll'emicrania. 

Adelaide tendeva l'orecchio ai rumori, im- 
mobile nell'ombra che avanzava. Le ultime 
lagrime le colavano lentamente lungo le guance, 
tra le ciocche irte e incomposte di capelli ; 
ella ne sentiva il sapore amaro e salso e non 
aveva la forza di asciugarsi il volto. Le pareva 
che le avessero disseccato l'anima dalle sor- 
genti... che le avessero sradicato fin dalle mi- 
dolla ogni forza di vita.... una stanchezza fisica 
profonda la coglieva, uno stupore quasi ignaro 
di quanto era successo. 

...Era vero? quanto tempo era passato?.... 
Ed ora? Che avrebbe fatto?... e domani? e 
Antonio?... — A un tratto una gran luce le at- 
traversò l'anima. 

— Egli, egli, verrà! 

E l'indomani Antonio sedendo a tavola dopo 
V Oremus, le fece il solito sorriso tranquillo e 
bonario, e la vita riprese per tutti la sua im- 
mutabile fisonomia. 

— Verrà?.... 

Ogni mattina e ogni sera Adelaide ripeteva a 
sé stessa questa domanda, con un'inquietudine 
sempre più viva, mano a mano che il tempo 
passava. E le giornate sfilavano infatti unifor- 
memente grige, ancora più solitarie ora che le 
sorelle e la zia le avevano tacitamente dimo- 
strato il desiderio di vederla il meno possibile. 

Senza un lavoro, senza un libro, ella stava 
nella sua cameretta a tramontana colle mani 
in grembo, oppure lungamente a guardarsi e 
riguardarsi nello specchio che rifletteva un 
viso sempre più pallido, ed occhi che in quel 
pallore sembravano più ansiosi e più scuri. 

Zia Zelinda 1* accompagnava ogni mattina 
alla messa dell' alba ; andavano e venivano 
senza scambiare una parola, ma ella passava 
il tempo della messa, col viso tra le mani, 
spiando fra le dita se dietro una colonna o 
nella penombra di un' arcata vedesse luccicare 
gli occhi e scintillare i denti di Micheluccio. 

— Verrà?.... Verrà?.... 

Ma i giorni passavano, ed egli non veniva. 

Era il maggio; un maggio caldo, pieno di 
rose, una precoce estate. Nelle lunghe notti 
tiepide una pioggerella fine cadeva crepitando 
sulle foglie, e dagli orti saliva l'odore della 
terra bagnata e la snervante mollezza della 
primavera.... 

Adelaide non dormiva Come tutto era 

bello, voluttuoso, dolce! Spesso quando la casa 
era immersa nel sonno, ella scendeva scalza 
dal letto, coi capelli sciolti, le braccia ignude; 
si gettava sul davanzale della finestra, proten- 
deva avidamente la testa fra i cespugli di ma- 
dresilva, ne afferrava qualcuno colle labbra, 
ne mordeva qualche fiore.... e lungamente 
aspettava.... sospirava.... piangeva.... 



ii8 



LA LETTURA 



Al di là del muro dell'orto, una voce ma- 
schia cantava: 

Sti silenzi, sta virdura 
Sti muntagni, sti vallati 
L'ha criati la natura 
Pe' li cori 'nnamurati. 



Lui?. 



Ma il viandante si allontanava cantando, e 
l'eco dei suoi passi svaniva nella notte pleni- 
lunare. 

In una delle sue veglie alla finestra Adelaide 
sentì una notte salire dal giardino un lamentio 
fioco che pareva quasi d'un piccolo essere 
umano dolorante. Tese l'orecchio... Il lamentio 
si ripeteva più distinto, più supplice... Scese 
cautamente le scale, scavalcò il muricciolo del- 
l'orto, guardò fra i cespugli. Oh! non era che 
la gattina, la piccola gattina grigia !... Era diven- 
tata mamma per la prima volta e giaceva nel 
più fitto di un cespuglio coi nati, due neri e due 
bianchi, cogli occhi chiusi e il pelo arruffato. 

— Ah, sei tu, Mommina, sei tu? — disse 
Adelaide intenerita all'inatteso spettacolo. — 
Hai fame? Hai sete? Aspetta, poverina; ora 
vengo colle provviste. 

E tornò infatti dopo qualche minuto con una 
ciotola d'acqua e alcuni pezzi di pane. 

La gattina bevve avidamente, ma poi guardò 
Adelaide con diffidenza e miagolando forte co- 
perse i nati col suo corpo come per difenderli. 

Ben presto però Adelaide e Mommina di- 
vennero amiche. La gattina aveva trasportato 
i piccoli uno ad uno, prendendoli delicatamente 
per la pelle del collo, nello stanzone della legna, 
e Adelaide passava colà gran parte delle sue 
giornate, accoccolata vicino alle bestiole, acca- 
rezzando i piccoli dal pelo irto e dai grandi 
occhi verdi. E le pareva di non esser più così 
sola, parlava ai suoi amici come se fossero 
in grado di comprenderla. 

— Mommina — diceva — come mi cam- 
bierei volentieri con te! Tu hai i tuoi piccoli, 
la tua ciotola di latte, e non pensi ad altro! 
Tu sei mamma; io non sarò mai mamma!,.. 
Tu sei felice, non è vero? Io non ho nulla! 
nulla!... 

La gattina seguiva ansiosa i movimenti del 
più audace dei suoi nati e gli altri la fissavano 
cogli scintillanti occhi verdi. 

— Io non ho nulla, nulla, gattina mia! Sono 
sola! Nessuno mi vuol bene: nessuno!... E tu, 
almeno tu, mi vuoi bene?... 

Un giorno parve ad Adelaide d'intravedere 
nello spiraglio dell'uscio gli occhi beffardi 
della zia Zelinda; non ne era ben certa, ma 
l'indomani al suo scendere nello stanzone, 
gatta e gattini erano scomparsi. 

Adelaide risalì le scale in un baleno, strin- 
gendo fra le mani la ciotola che s'infranse in 
mille pezzi sull'ultimo gradino. 

In sala s'imbattè in Don Antonio che stava 
per uscire per la consueta messa. 

— Antonio! — diss' ella con voce soffocata 
e rauca — : Antonio, sentimi; devo parlarti! 

L' agitazione e il pallore del suo volto erano 
tali, che il prete comprese che non avrebbe 
potuto sottrarsi. 



— Vieni — diss' egli, additando l'uscio del 
suo studio, dove nella penombra biancheggiava 
un gran crocefisso d'avorio. 

— No ! — gridò ella come una pazza — No ! 
che mi sentano tutte ! Voglio che mi sentano ! 
Io non posso più vivere in questo modo, An- 
tonio!... Voi mi avete aperto la prigione, mi 
avete ripreso in casa, mi avete fatto una carità, 
è vero! Ma ora!... Non mi fate impazzire, 
non mi fate morire di mille morti! 

— Ma che cosa ti hanno fatto, Adelaide? 

— Senti, Antonio, non ridere di me..,. Io 
avevo una gattina.... Sai?... la gattina grigia 
che aveva fatto quattro gattini.... Io portavo A 
loro da mangiare e da bere ogni mattina, pas- 
savo delle ore a guardarli, ad accarezzarli..., 
non facevo male a nessuno ! Non ridere di me, 
Antonio!... Pensa che io sono tanto infelia 
e sola che quella distrazione mi bastava ! Pensi 
che bisogna pure a questo mondo... aven 
qualcuno... qualche cosa... cui attaccarsi... pe 
non morire!... Ebbene! appena la zia Zelindi 
si è accorta di questo mio svago, ha fatto spa- 
rire gattina e piccoli.... Ah, mio Dio, mio Dio! 
che ho mai fatto per meritare tanta perfidia?... 
Tu non sai la mia vita, Antonio, non sai ! Tu, 
sei buono! Ma esse!.... Esse m'odiano tutte, 

e tu non vedi nulla, e tu non vedi nulla!... 

E Adelaide afìerrò le mani di suo fratello, 
gli si gettò ai piedi singhiozzando, in un im 
peto di esaltazione selvaggia. 

Egli la rialzò con forza, la costrinse a se 
guirlo nel suo studio, chiuse la porta a chiave 
e si fermò sotto il gran crocefisso. Era palli- 
dissimo ; aveva anch' egli i grandi occhi di 
Adelaide che l'agitazione rendeva più profondi 
e più cupi: come si rassomigliavano! 

— Calmati — disse il prete con voce vo 
lontariamente ferma — : tu hai voluto tornare 
a casa e ti ho accontentata. Sei qui... Ti lagni 
d'aver trovato un'accoglienza fredda? Ma pensa 
che sei rimasta assente dieci anni, e le tue 
sorelle si erano abituate a non considerarti più 
della famiglia... 

— Ma io mi accontenterei di far loro la 
serva, mi accontenterei di aiutar Laura in cu- 
cina! Ma io mi faccio piccola piccola, umile 
umile, cerco di occupare il minor posto pos- 
sibile, di scomparire... E non basta! E non 
basta! Che cosa mi hanno fatto, mi domandi? 
Nulla ! Ma è il gelo che sento vicino a me, 
la diffidenza che mi respinge, il silenzio che 
mi si fa intorno.... Ah, tu non sai, Antonio, 
tu non puoi sapere! 

— Senti, Adelaide; forse la colpa è mia. 
Dovevo prevenirti, aprirti gli occhi, prima di 
riprenderti con noi. È una verità amara e do- 
lorosa, ma è verità : quando uno si è scelto 
una via... come la nostra... deve seguire quella, 
capisci? Ad ogni costo. Meglio pagare con 
tutta la vita la leggerezza d'un giorno che 
pentirsi e ritornare indietro per essere mille 
volte più miseri, più infelici di prima.... La 
nostra strada, la mia e la tua, non hanno ri- 
torno! Credi tu di essere la sola a soffrire, la 
sola a rimpiangere?,.. — Ma Don Antonio 
s' interruppe vivamente, scrutò il volto di sua 



RITORNO 



119 



creila col terrore che ella avesse indovinato 
1 non espresso pensiero. 

— Senti, Adelaide; calmati, sii buona. Cerca 
ii farti compatire e di compatire. Le tue so- 
•elle hanno un ottimo cuore. Prega, prega con 
levozione e con fede... 

— Non ho più fede, non ho più fede, Anto- 
lio ! Non sento che rancore e dolore ! Ti giuro 
:he qualche volta penso di non esser più 
degna di comunicarmi.... temo di esser dan- 
nata.... temo.... 

— No! no! no! 
— oppose impe- 
tuosamente il 
prete tremando 
d'intravedere 
nell'animo della 
sorella una ferita 
troppo grave, un 
incolmabile abis- 
so — No! Non 
esagerare, Ade- 
laide. Bisogna un 
po' imporsi la 
devozione, la fe- 
de; molto dipen- 
de dalla volontà ! 
Tu ti sei un po' 
disgustata della 
preghiera, ma 
vedrai che il tuo 
cuore vi ricorrerà 
spontaneamente 
se cercherai di 
essere più buo- 
na... 

Tutta l'esalta- 
zione di Adelaide 
era caduta alle 
parole affettuose 
del fratello. Ora 
gli stava davanti 
umile e timida. 

— Hai ragio- 
ne, Antonio... Cercherò di essere più buona... 
Ma non potresti tu aiutarmi, sollevarmi dalla 
mia miseria, darmi un'occupazione, un lavoro? 
Esse non mi permettono di far nulla... passo 
le mie giornate in un ozio che mi esaurisce... 
Perchè non mi permetteresti di guadagnarmi 
da vivere? Conosco abbastanza bene la musica 
per dar lezioni.... Se tu permettessi.... 

Don Antonio allargò le braccia e scosse la testa. 

— Impossibile, Adelaide, impossibile! 

— Perchè? 

— Perchè direbbero che vogliamo farti lavo- 
rare per sottrarci al peso del tuo manteni- 
mento.... (Egli non volle dire: Perchè non mi 
fido di te, perchè non voglio lasciarti andar 
sola di casa in casa, esposta agli scherzi e ai 
tentativi degli sfaccendati). 

— E un uomo come te si preoccupa di quello 
che dirà il mondo? 

— Insomma, Adelaide, non insistere, ti prego; 
non posso! 

— Ti supplico, ti scongiuro, permettemi di 
dar lezioni, permettimi di lavorare!... 




« — Senti, Antonio, non ridere di me. 



— E' tardi — rispose il prete avviandosi 
verso l'uscio — : dovrei già essere alla chiesa. 
Sii ragionevole.... 

— Non mi lascerai senza prima avermi pro- 
messo! — gemette ella. — Sii buono, Antonio, 
in nome di nostra madre, abbi pietà!... Non 
lasciarmi così!... 

Gli sbarrò il passo, livida, senza lagrime, 
tremando in tutto il corpo. 

— Promettimi, promettimi!... 

Si era gettata 

ai suoi piedi, gli 
abbracciava i gi- 
nocchi, le sue 
mani brancolan- 
do avevano affer- 
rata la tonaca. Il 
prete fece una 
mossa per libe- 
rarsi. 

— Prometti- 
mi!... — insistet- 
te ancora Ade- 
laide aggrappan- 
dosi a lui sempre 
più forte. E al- 
l'improvviso le 
mani di lei lo la- 
sciarono, ed ella 
cadde riversa, il 
corpo teso come 
un arco, la bava 
alla bocca, e gli 
occhi stralunati 
di cui non si ve- 
deva che il bian- 
co. L'accesso 
durò pochi istan- 
ti. Don Antonio 
sentì che non bi- 
sognava chiama- 
re nessuno. La 
donna si placava 
poco a poco; i 
denti si disserravano, i fremiti si facevano 
più radi ; lente lacrime cominciavano a ri- 
garle il volto. 

Ella si rizzò a sedere; con occhio attonito 
e torbido si guardò intorno. Il fratello piegato 
su di lei le asciugava il pianto. 

— Perdonami. — E con passo barcollante, 
come ubbriaca, ella raggiunse la porta, uscì, 
e lo lasciò solo sotto il crocefisso. 

*** 

Le notti dopo Adelaide, non potendo dor- 
mire, era discesa ancora nell'orto scalza e a 
capo nudo, strisciando fra i cespugli e guar- 
dandosi sospettosa dintorno per tema d'esser 
scoperta dalle sorelle. S'era seduta sul muric- 
ciolo basso che divideva l'orto dalla strada, 
fra i vilucchi di madresilva e di convolvoli : 
nell'ombra. Quante ore passavano così? 

La solita voce, al di là del muro, nella strada 
ripida, cantava: 

Sti silenzi, sta virdura 
Sti muntagni sti vallati 
L'ha criati la natura 
Pe' li cori 'nnamurati... 



LA LETTURA 



e nel silenzio notturno la bella voce maschia 
assumeva un tono più dolce. 

Un passo risonava, lento e tranquillo. 

Una notte il viandante rallentò il cammino, 
proprio sotto ad Adelaide, e sfregò sul muro 
uno zolfanello per accendersi la pipa. 

Adelaide sporse impetuosamente il capo. 

L'uomo alzò gli occhi, e, vedendo biancheg- 
giar qualche cosa fra il verde, si arrestò. I due 
si fissarono. 

L'uomo aveva un largo cappello di feltro 
scuro ; la pipa accesa gli scintillava fra le labbra. 
Adelaide si ritrasse fra i cespugli rabbrividendo 
nella sua nudità, l'uomo riprese a camminare, 
lentissimamente, voltandosi ad ogni passo. 
Quando fu alla cantonata, risostò. Pareva in- 
certo se continuare la strada o tornare indietro ; 
infine, non vedendo più nulla, ripigliò la can- 
zone e si allontanò. 

.... La notte dopo, alla stessa ora, ella era 
ancora là... e lo sconosciuto passava senza 
cantare... e ripassava lento... e si fermava ad 
accendere la pipa... e i due si fissavano.... 
L'uomo sorrideva ad Adelaide, ed ella attac- 
cava su di lui i suoi strani occhi d'allucinata, 
Chi era? che voleva?... 

Nella sua mente malata, sconvolta, turbata 
dalle insonnie, le immagini si confondevano, 
torbidamente: era Micheluccio?... Era un al- 
tro?... Era l'uomo per cui bambina aveva pianto 
tanto e fatto getto della libertà?... Tutti l'ave- 
vano fatta soffrire, e costui le sorrideva... 

... Un venticello caldo passava, lieve come una 
carezza, sui cespugli... l'aria era solcata di pro- 
fumi.... Quelle notti lunghe, molli, palpitanti 
di stelle, come la lasciavano stanca, come le 
facevano male!... 

.... Come fu che una volta l'uomo scavalcò 
il muricciolo basso ... le sussurrò all'orec- 
chio parole di fuoco... la strinse brutalmente 
fra le braccia... la portò di peso nell'ombra 
più fitta... senza ch'ella movesse un grido... 
senza un gesto di difesa... travolta dall'istinto 
selvaggio che pareggia gli umani alle fiere? 

Per quante notti lo aspettò ella senza che 
colui mai più ritornasse?... 



Zia Zelinda annunciò alle nipoti, con gesti 
di meraviglia e d'orrore, che Adelaide non vo- 
leva più assistere alla messa quotidiana, e che 
aveva voltato il ritratto della sua povera mam- 
ma, che stava sopra il suo letto, colla faccia 
verso il muro, per non vederlo. 

« 
* * 

Era la fiera di Sant'Anna del Monte. 

La chiesa era tutta piena di palme e di ceri, 
e nelle strade e nelle case ferveva un'insolita 
vita. Si ripristinava in quell'anno con gran 
pompa la processione solenne che da cinque 
anni era stata sospesa. 

Dodici ragazze del paese, scelte fra le più 
virtuose, tutte vestite di bianco, dovevano por- 
tare su e giù per la borgata la Santa dal manto 
di damasco violetto, seguita da dodici bimbi 
in camice azzurro colle ali di carta dorata e 



una coroncina di gigli in testa : dietro a questi 
cantori, poi le figlie di Maria, le madri Cri- 
stiane, le Confraternite di San Rocco e di Santa 
Marta. Prometteva d'essere una processione 
magnifica, di cui si avrebbe parlato per un 
gran pezzo. Tutte le case del paese erano ad- 
dobbate a festa. Era uno sventolio gaio di 
drappi gialli, rossi, fiorati, che si gonfiavano 
al vento. 

Zia Zelinda aveva tratto da una vecchia cas- 
sapanca certi sbiaditi arazzi, che erano belli 
veramente, e che tutti passando guardavano 
con deferenza come a una gloria paesana. 

— Poche famiglie di città potrebbero esporre 
arazzi come quelli di Casa Castori ! — aveva 
sentenziato Dorotea sedendosi a tavola, ed 
aveva detto « Casa Castori » coU'istesso tono 
con cui avrebbe potuto dire « Casa Hohenzol- 
lern ». 

— Sarà una giornata memorabile! 

— Il tempo è splendido! Quanta gente! 

— Alle Tre Spade non c'è più un posto li- 
bero.... 

— Avete visto il sindaco Barrai colla moglie 
e la figliola? 

— Sì?... C'è anche il segretario, e Miche- 
luccio Mastella colla sua fidanzata. 

Le tre donne guardarono di sfuggita Adelaide 
che non chinò gli occhi né arrossì. Che le im- 
portava ormai? Che le importava di nulla di 
nulla al mondo? Era indifferente a tutto e a 
tutti.... Era ridotta l'ombra di sé stessa, tutta 
occhi e bocca, uno spettro 

Seppure Micheluccio fosse venuto, le avesse 
detto : — Eccomi, sono qui, sono venuto per 
te, per liberarti, per condurti via! — ella non 
avrebbe avuto più la forza di sorridere né di 
fare un passo. Troppo tardi, troppo tardi! 

Dopo colazione le sorelle, la zia, la vecchia 
Laura uscirono agghindate cogli abiti delle fe- 
ste. Don Antonio era già assente dal mattino, 
ospite di Don Giocondo alla canonica. Adelaide 
rimase sola in casa a custodire l'infermo. 

Era una giornata caldissima. Nella penombra 
afosa del tinelletto le mosche ronzavano inces- 
santemente posandosi sulle mani gonfie e gialle 
del paralitico che, impossente a scacciarle, espri- 
meva il suo tedio con un mugolio lamentevole. 

Adelaide pazientemente scacciava le impor- 
tune con un ramoscello frondoso, ma esse 
tornavano senza tregua a posarsi sulle mani 
e sul volto del vecchio. 

Così passò un'ora. Infine l'infermo si addor- 
mentò. Adelaide rimase immobile, rannicchiata 
nella gran poltrona della zia Zelinda, e lo 
guardò. 

Dalla bocca sdentata un rivoletto di bava 
scendeva a intridere la cravatta e le mani, la 
testa ciondolava miseramente da un lato come 
una cosa morta.... 

Ella e lui... l'una di fronte all'altro.... Non 
erano essi due destini che si rassomigliavano? 
Non ancora morti, ma così poco, così misera- 
mente, viventi?... Era vita, quella?... Valeva la 
pena di viverla?... 

Dalle finestre aperte salivano ad ondate i 
canti religiosi, flutti d'incenso.... La proces- 



RITORNO 




sione passava davanti a casa Castori.... Ecco 
la maestra Gabetti vestita di verde pisello, e 
la moglie del farmacista gocciolante di sudore, 
ecco Ermelinda Barrai bionda bionda sotto il 
velo, e Micheluccio Mastella con un cero in 

mano Tutti alzavano gli occhi a guardare 

gli arazzi.... 

Adelaide si mosse e traversò lentamente la 
sala. Entrò nello studio dì Don Antonio, s'in- 
ginocchiò sotto il gran crocefisso d'avorio che 
nella penombra pareva quasi livido. Sentiva 
dentro di sé una gran pace. Le speranze, i 
terrori, i rancori, si acquetavano come se qual- 
che cosa su di lei fosse passato, di più grave 
e più forte. Dopo qualche minuto riattraversò 
la sala, si accertò in punta di piedi se il pa- 
drigno dormisse : dormiva sempre. 

Allora, sempre lentamente, senza affrettarsi, 
passò in cucina, riempì un gran braciere di 
carbone, pazientemente lo accese, soffiando, 
e facendo volar qua e là le faville. Quando il 
carbone fu acceso, portò il braciere nella sua 
stanza e vi sì rinchiuse. 

Trasse dall'armadio la cravatta celeste, ac- 
curatamente avvolta nella carta velina, la spiegò, 
la cìnse, ne rifece il nodo due volte con grande 
attenzione, sì ravviò i capelli, sì guardò nello 
specchio, rivolse a sé il ritratto dì sua madre... 
sì stese sul letto... 

.... Che pace! che pace!... Non più soffrire! 
non più pensare!... Dormire, finalmente!... 

La stanzetta si popolò di ombre. 

— .... O mamma, guardami almeno morire!... 

Ma, per una crudele ironìa, erano proprio 
gli esseri che ella aveva voluto fuggire, quelli 
che tornavano intorno al suo letto e sì curva- 
vano pietosamente su dì lei nell'ultima ora 
della sua vita. 

Ecco Suor Paolina con così chiarì occhi 

tranquilli, e Suor Maria olivastra e irrequieta, 
e Suor Agnese dalla voce tanto dolce, e la 
Superiora armata di lunghe forbici da fiorì 

.... Ecco il corridoio, lungo lungo, bianco 
bianco, silenzioso; e la lampada votiva e il 
giardinetto dai fiorì pallidi e le siepi di bosso.... 

.... Quiete... simmetrìa... immobilità.... 

.... E tutto sva;nisce!.. tutto svanisce!.. 



Dorotea, Carolina, Zelinda e Laura rientra- 
rono tardi dopo il tramonto. Tutte e quattro 
erano stanche, accaldate, e avevano fame. Ca- 
rolina portava infilato sul braccio un lungo ro- 
sario di ciambelle. L'infermo, spaventato dalla 
solitudine, guaiva dispettosamente. 




La notte dopo, alla stessa ora, 
ella era ancora là... 



— Dove sarà andata quell'altra? — chiese 
Dorotea con asprezza slacciando i nastri della 
mantellina. 

Zia Zelinda traversò la sala in punta di piedi, 
arrivò all'uscio della stanza di Adelaide, vigilò 
coll'orecchìo, infine girò la maniglia cautamente 
annunciandosi con un colpo di tosse. 

— Adelaide! che fai?... ti sei chiusa di den- 
tro?... 

— Adelaide! 
Sopraggiunse Carolina. 

— Adelaide! Dormi? 

— Adelaide! 

— Adelaide! 

Le due donne si dettero a urtare e a spin- 
gere l'uscio. 

— Ma Adelaide?!., rispondi! 

— Si può essere più ridicoli di così?.., Ade- 
laide! Adelaide!... 

— Ad una nuova violenta spinta il debole 
uscio cedette. 

— Adelaide!.. Adelaide?!.. Ah!.. Dorotea! 
Laura! Antonio!... Aiuto! Aiuto!... 



La casa si riempì di grida. 

PyVOI^A DRIGO. 




I 



La facciata principale di palazzo Farnese. 



PALAZZO FARNESE 




pena superata la soglia del 
grande vestibolo, cui la dop- 
pia fila di sei possenti colonne 
doriche in granito rosso che 
sostengono con i pilastri la 
triplice navata danno nella se- 
mioscurità che vi regna la so- 
lennità misteriosa di un tem- 
pio, si trovano a destra e a 
sinistra del portone due alte finestre, nel 
vano delle quali si svolgono tre gradini 
larghi e comodi come banchine. Le lastre 
di pietra e le pareti all'intorno appaiono 
scavate, corrose di profondi solchi ed an- 
nerite, come nei vasti caminetti delle case 
di campagna: e, per l'appunto, in ispecie di 
camini nei quali accendevano le fascine per 
riscaldarsi e facevano bollire le pentole fu- 
mose o arrosolare le padelle scroscianti, le 
avevano trasformate «gli zampitti», i tri- 
stamente famosi gendarmi-briganti raccolti 
a difesa del Papa negli ultimi anni prima 
del 70 e che dell'atrio e del cortile di pa- 
lazzo Farnese sotto l'occhio paterno dello 



spodestato Francesco II re di Napoli, che 
lo abitava, avevano fatto un loro accam- 
pamento. 

A questo era ridotta la magnifica corte, 
opera del Sangallo e di Michelangelo, che il 
Taine definì il « capolavoro dell'edificio» e 
che aveva in altri tempi visti fiorire candidi 
fra i travertini de' suoi portici quei mar- 
morei gruppi dell'Ercole Farnese e del Toro 
Farnese e della Flora e delle altre sculture 
greche che gli stessi Borboni, venuti in pos- 
sesso del palazzo in seguito al matrimonio 
di Elisabetta P'arnese con Filippo V di Spa- 
gna, avevano in seguito fatto trasportare al 
Museo di Napoli. 

In egual modo negli appartamenti spo- 
gliati a poco a poco delie meravigliose ric- 
chezze d'arte che vi aveva raccolto fin dal 
principio del 600 Fulvio Orsini, agonizzava 
in una tristezza senza speranza la dinastia , 
borbonica, rifugiatasi in Roma dopo la per- 1-: 
dita del regno, prima ospite del Papa al ^ 
Quirinale, poi divisa fra palazzo Nepoti in 
piazza Venezia e palazzo Farnese e final- 



PALAZZO FARNESE 



123 




La facciata posteriore, di Antonio della Porta. 



mente chiusa tutta in quest'ultimo dopo la 
morte della madre di Francesco II, Maria 
Teresa, avvenuta per colera in Albano nel 
1867. 

A palazzo Farnese i Borboni celebrarono 
così gli ultimi languenti splendori e pian- 
sero le ultime amare lagrime : nell'aprile del 
1869 si compì il matrimonio di una delle 
ultime sorelle di Francesco II, Maria Pia 
delle Grazie, 
« Pi etta» co- 
me la chia- 
mavano in 
fa migli a , 
con Rober- 
to, duca di 
Parma ; nel 
luglio dello 
stesso anno 
avvenne la 
nascita del 
primo figlio 
del Conte di 
Caserta che 
aveva spo- 
sato la cu- 
gina Maria 
Antonietta, 
figliuola del 
Conte di 
Trapani ; e 
finalmente 
nella notte 
di Natale la tanto attesa nascita di un erede 
di Francesco II e della regina Maria Sofia 




Il cortile di palazzo Farnese. 



e che fu invece una gracile bimba, Cristina 
Maria Pia, che ebbe padrino nel solenne 
battesimo il Papa e madrina l'imperatrice 
Elisabetta d'Austria venuta appositamente in 
Roma ed allora in tutto il fulgore della sua 
gioventù e della sua bellezza. 

Fu veramente quel battesimo, celebrato con 
gran pompa, l'estremo atto di fasto della 
Corte borbonica; nel marzo del 1870 la 

bimba mo- 
riva e Fran- 
cesco II , 
sempre più 
o ppr ess o 
dalla tristez- 
za e vinto 
dalle sue 
te n d enze 
mistiche , 
partiva, fug- 
giva da Ro- 
ma con la 
moglie, per 
1' Austria 
prima e poi 
per la Ba- 
viera. E co- 
sì avvenne 
che il 20 
settembre 
del i87onon 
si trovavano 



a palazzo 
Farnese che il Conte e la Contessa di Ca- 
serta e il giovane Conte di Bari. 



124 



LA LETTURA 



Nel timore di chi sa quali avvenimenti, 
essi ne fecero sbarrare il portone con l'or- 
dine di non aprire a nessuno; sul balcone 
issarono la bandiera prussiana. La piazza 
era occupata da un battaglione di bersa- 
glieri. Padre Borelli, che era stato precettore 
delle giovani principesse e si trovava a San 
Pantaleo, si diede subito gran pena ad ot- 
tenere per i suoi antichi Sovrani la prote- 
zione delle autorità italiane e vi riuscì fa- 
cilmente ; ma il difficile era far pervenire la 
notizia a palazzo Farnese, diventato impe- 
netrabile come una fortezza. Una signora 
amica si offerse per la bisogna, si annunziò 
come < persona del Vaticano » e le fu aperto. 
Quando il Conte di Caserta udì il messag- 
gio dalla bocca della gentile ambasciatrice, 
si racconta esclamasse : « In questa città 
valgono più le donne che gli uomini! ». 



Partiti i Borboni, a palazzo Farnese non 
rimase che il duca della Regina che Fran- 
cesco II aveva lasciato a Roma come suo 
rappresentante fra politico e amministrativo 
presso il Pontefice ed un altro nobile napo- 
letano fedele alla dinastia, il duca di San 
Martino, una delle più originali figure che 
abbiano frequentata l'alta società romana 
fino a pochi anni or sono in cui improvvi- 
samente morì, instancabile a portare in giro 
la sua piccola, grossa e pur vivace persona 
ed il suo spirito meridionalmente festoso, 
accolto da tutti, «bianchi e neri», con la 
stessa simpatia. 

E' ad essi per l'appunto che si rivolse 
per ottenere in affitto palazzo Farnese il 
marchese di Noailles, nominato ministro ple- 
nipotenziario di Francia al Quirinale sulla 
fine del 1873 ed alle cui origini orleaniste 
la nobiltà clericale romana non sapeva per- 
donare la incondizionata adesione alla Re- 
pubblica ed il suo gradimento a diventare 
rappresentante del Governo francese in Roma 
italiana. 

Si cercò così di imbastire contro di lui 
una piccola congiura e d' impedirgli possi- 
bilmente di trovare nella capitale una casa 
degna per sede della allora legazione. Ma, 
mentre i nobili romani godevano già dell'im- 
piccio in cui lo avevano messo, il marchese 
di Noailles, da vero diplomatico, se ne distri- 
cava facilmente, senza dover girare invano 
per le vie, come essi immaginavano, col 
naso all'aria a cercare un « Est locanda » 
che gli confacesse. Si recò a palazzo Far- 
nese, dove per l'appunto un suo antenato, 
un conte di Noailles, aveva alloggiato egual- 
mente ambasciatore di Francia duecento 



quarant'anni prima, chiese al rappresentante 
dei Borboni un affitto per tre anni, lo ot- 
tenne, fece restaurare l'appartamento e quindi 
domandò che gli si prolungasse il contratto 
per dodici anni. 

La questione diventava politica : si poteva 
ammettere in carta bollata da parte del- 
l'ex Re di Napoli, che il rappresentante», 
della Francia presso il Re d'Italia rimanessi 
in Roma per un tempo così lungo? Mj 
poiché non dipendeva certo da ciò il rista 
bilimento del potere temporale, furono con 
cessi gli ipotetici dodici anni, poi sempn 
prolungati fino a che nel 1906 non venm 
fatta al Governo della Repubblica l'offerti 
di divenire proprietari del palazzo. 

Da allora nacque « la questione del pa 
lazzo Farnese » che non è stata risoluta s( 
non in questi giorni. Se bene la Camen 
dei deputati francese avesse già deliberate 
l'acquisto, il Governo lo sospese per oppo 
sizioni determinatesi in Senato e forse pe 
delicatezza verso lo Stato italiano che avevi 
sollevato dei dubbi giuridici sulla proprietà 
dei Borboni e verso la nostra opinione pub 
blica che si mostrava addolorata di cedere 
a degli stranieri, sia pure amici, uno de 
maggiori capolavori architettonici del rina 
scimento. 

Ma la situazione si è oramai risolta se 
condo il desiderio della Francia e nel rice 
vimento del capo d'anno l' ambasciaton 
Barrère ha potuto annunziare ai suoi con- 
cittadini che risiedono in Roma l'acquisto 
fatto, con le seguenti parole: «In seguite 
ad un accordo intervenuto fra i due Governi 
il quale fa grande onore ai loro sentiment 
di conciliazione, la Francia ha potuto prò 
cedere alla compra del palazzo Farnese pei 
mantenervi la sede della sua ambasciata 
Questa transazione tiene conto, nel mod< 
più onorevole, delle legittime suscettibiliti 
che erano in causa; così il Parlamento fran 
cese non ha esitato a ratificarlo all'unani 
mita. 

« La rappresentanza francese non è entrati 
ieri in questo palazzo. Più volte a traverse 
i secoli essa ha occupato questa dimora < 
vi ha fatto della storia. Stabilendovisi, essi 
conferma una tradizione secolare. Mi sia 
permesso dire inoltre che a questa tradizione 
essa ne aggiunge un'altra: quella del rista- 
bilimento delle relazioni tra la Francia e 
l'Italia. Il palazzo I^'arnese ha visto com- 
piersi tutti gli atti di questo felice e memo- 
rabile riavvicinamento. Esso rimarrà sempre 
ai vostri occhi, ne ho la ferma fiducia, il 
simbolo del patto d'amicizia fra i due grandi 
popoli latini ». 



PALAZZO FARNESE 



125 



La questione di amor proprio che ne face- secondo che conducesse fino al Tevere, e 
vano gli italiani, anzi meglio i romani, era di gettare un ponte traverso il fiume per 
tuttavia pienamente giustificabile. Bisogna congiungere il palazzo alla stupenda villa 

Farnesina 
che ancora 
oggi si am- 



considerare 
che il più 



bello e vasto 
edifizio di 
Roma è il 
X'aticano ; 
subito dopo 
viene palaz- 
zo P'arnese 
che è pas- 
sato alla 
Francia; per 
il terzo si 
può sceglie- 
re libera- 
mente fra il 
palazzo di 
Venezia, 
che appar- 
tiene all'Au- 
stria o quel- 
lo dellaCan- 
celleria che 
è del Papa. 
Ma a pa- 




Lo STUDIO dell'ambasciatore. 



mira sull'al- 
tra sponda. 
Ma Miche- 
langelo pur- 
troppo morì 
senza poter 
mettere in 
esecuzione 
la sua gran- 
diosissima 
idea ed « il 
dado Far- 
nese », co- 
me venne 
chiamato il 
palazzo per 
la perfetta 
forma qua- 
drata, fu ter- 
minato dopo 
lunghi altri 
lavori dal 



lazzo Farnese, dal quale derivano quasi tutti Vignola e da Giacomo Della Porta che fab- 

i palazzi romani, aveva lasciato, fra l'altro, bricò la facciata di via Giulia; tanto lunghi 

la sua impronta gigantesca Michelangelo, lavori, anzi, durati più di ottant'anni, che 

Cominciato nel 1530 per iniziativa del car- fecero un giorno trovare la statua di Pa- 

dinale Alessandro Farnese, che fu più tardi squino, eterno gustosissimo interprete dello 

papa sotto il nome di Paolo III, su proget- spirito del popolo romano, con una busso- 



to di Anto- 
nio Sangal- 
lo, il quale 
s' i n sp i rò 
neir iniziare 
il magnifico 
cortile a 
quello che i 
romani con- 
sideravano 
r esemplare 
perfetto del- 
l' architet- 
tura roma- 
na, il Teatro 
di Marcello, 
Michelan- 
gelo ne pro- 
seguì la fab- 
brica co- 
struendo gli 
ordini supe- 




La scuola franxese di archeologia a palazzo Farnese. 



letta al col- 
lo, recante 
la scritta: 
« Elemosina 
per la fab- 
brica dei 
Farnesi » ! 

Quello che 
certamente 
non costaro- 
no molto fu- 
rono i tra- 
vertini ed i 
marmi tra- 
sportati li- 
beramente, 
come allora 
si usava, 
dal Colos- 
seo, dalle 
Terme Co- 
stantiniane, 



riori del cortile, il meraviglioso cornicione dal Foro di Traiano, dal Teatro di Marcello ; 
della facciata e la loggia. Suo progetto era né il cardinale Odoardo Farnese si può dire 
quello di aggiungere al cortile esistente un abbia gettato via il suo denaro quando alla fine 



126 



LA LETTURA 



del 1595 chiamò Annibale Caracci allora già 
salito in gran fama e gli diede l'incarico di 
decorare la grande galleria ed altre sale del 
palazzo. Per cinque anni che durò il lavoro 
l'emolumento fu questo: alloggio e sei scudi 
al mese, più il pane ed il vino per lui e 

per i suoi aiutan- 
II Caracci 




frescandone, secondo la classica tradizione 
italiana, non le pareti, ma la vòlta di vaste 
composizioni che si svolgono intorno al qua- 
dro centrale raffigurante il trionfo di Bacco 
ed Arianna e dipinte con quell'armonia fatt^ 
di grazia e di grandiosità nella composizion( 
come nel colorito, che mi fa raffigurare U 
pittura della fine del cinquecento ad unì 
rosa completament< 
aperta, ma salda e lu 
minosa, nei suoi pe 
tali ancora raccolti 
che non risveglia pii 
l'immagine dellagra 
cilità del bocciolo n^ 
l'idea di poterle vede 
mai sfogliarsi ed ap 
passire ! 

Tutta la mitologia 
e tutta la poesia an 
tica, ma in ispecia 
modo tutto l'amoK 



Lo STUDIO 
DI MONSIGNOR DlCHESNE. 



mase tanto umiliato 
e rattristato da un 
simile trattamento 
così in contrasto con 
la coscienza che egli 
aveva del proprio va- 
lore e del valore del- 
l'opera intrapresa e 
compita che alla fine 
ne morì di crepacuore 
con la sola consola- 
zione, che egli stes- 
so aveva chiesta, di 
essere seppellito al 
Pantheon accanto a 




Nell'appartamknto di monsign-or Uuchesne. 



Raffaello. Chi si accingerà per la verità 
della storia e della vita a distruggere la leg- 
genda del mecenatismo artistico degli an- 
tichi signori? Fra lo schiavo greco chiamato 
in Italia a scolpire o a dipingere per i pa- 
trizi romani ed il pittore che riceve come 
un'elemosina sul palco dove lavora, dai 
servi del cardinale che lo trattano da pari, 
il pane ed il vino per la colazione, la di- 
stanza è ben poca! 

E pure il Caracci era riuscito nella gal- 
leria di palazzo Farnese a superare sé stesso. 



e tutti gli amori degli dèi e degli uomini 
sono ricordati ed esaltati nelle pitture ca- 
raccesche ; gli appartamenti papali e car- 
dinalizi del rinascimento in Roma cantano 
un eterno inno all'amore non platoni- 
co! — Polifemo e Galatea, Giove e Giu- 
none, Diana ed Endimione, Orfeo ed Euri- 
dice, Anchise e Venere, Leandro ed Ero. 
Ercole e Jole, quante coppie di amanti yìù 
o meno fedeli o felici vantò l'antichità 
hanno nella gran sala di palazzo Farnese 
la loro consacrazione : e chi sa quante volte 



PALAZZO FARNESE 



127 



I 



l'ombra di Paolo III, cui Tappartenere alla 
Chiesa non aveva impedito di attingere a 
piene labbra alla coppa delle passioni ter- 
rene, si sarà aggirata fra quelle splendide 
immagini di amore e l'antico Papa si sarà 
sentito sempre maggiomente orgoglioso di 
aver creato, come si vantava in vita, le ire 
bellezze più portentose di Roma : quel pa- 
lazzo, la chiesa del 
Gesù e la figlia Clelia! 



Il primo ambascia- 
tore di Francia che 
abitò palazzo Farnese 
fu Paolo di Labarthe 
tm dal giugno 1552. 
Ma l'anno seguente da 
Enrico II, che voleva 
ristabilire col Ponte- 
fice le relazioni molto 
scosse dall'aiuto che 



cheologia in Roma, il Romier. Ma, come 
avviene delle cose molto attese, pare che 
l'appartamentino « di poche stanze, molto 
aperte » destinatogli al secondo piano fosse 
una delusione per l'ambasciatore, il quale 
preferì andare ad abitare altrove ; al primo 
piano del palazzo 
Farnese s'installò 




bALA DA PRANZO. 



egli aveva dato al ducato di Parma, fu 
mandato in Roma il signor De Lansac 
vantato per uno dei diplomatici più abili e 
seducenti del tempo. Ed egli vi giunse « con 
gran desiderio di habitar il palazzo nuovo di 
Farnesi, essendogli stato offerto con molta 
cortesia dalla nostra signora duchessa », se- 
condo si legge in una lettera al cardinal 
Farnese, lettera che cita nel recente inte- 
ressantissimo articolo sui primi rappresen- 
tanti della Francia a palazzo Farnese, uno 
dei dotti allievi della Scuola francese di ar- 



invece il cardinale 
di Bellay anch'egji 
inviato contempora- 
neamente dal Re cri- 
stianissimo come 
« protettore degli af- 
fari di Francia » e 
che molto favorì la 
politica del suo mo- 
narca in Roma col- 
r ascendente del fa- 
sto, della liberalità 
e della cultura. Sem- 
bra, fra le altre cose, 
che avesse per se- 
gretario Rabelais ! 
Un secolo dopo, sotto Luigi XIV, palazzo 
Farnese, ancora sede degli ambasciatori 
francesi, diventava invece teatro di avveni- 
menti ben gravi che minacciarono perfino 
la calata di un esercito contro il Papa e la 
costituzione a difesa di questo di una nuova 
lega santa. Al momento della morte del 
Mazzarino, non avendo la Francia rappre- 
sentanti presso il Pontefice col quale si tro- 
vava nuovamente in cattive relazioni. Lui- 
gi XIV scelse per riallacciarle proprio l'uomo 
più astioso e diflìcile che si conoscesse in 



128 



LA LETTURA 



Francia, il duca di Crequi e gli diede il 
singolare mandato diplomatico « di scon- 
tentare il papa, i nipoti del papa, i grandi 
signori romani, tutti in una parola se fosse 
stato possibile ». Per il duca era andare a 
nozze! Entrato infatti a Roma nel giugno 
del 1662 con una coorte di armati, due 



legi. Ma anziché imporre così la propria 
potenza gli accadde il contrario, che non 
solo non riuscì a presentare le sue creden- 
ziali al papa Innocenzo XI, un Odescalchi, 
ma non fu ricevuto neppure dal cardinal 
segretario di Stato e se ne dovette tornar 
via mogio mogio per non lasciare troppo a 




La grande galleria del Caracci. 



mesi dopo i suoi uomini si azzuffavano re- 
plicatamente con la guardia còrsa del papa, 
tino a che la stessa ambasciatrice fu minac- 
ciata ed un paggio ucciso. L'ambasciatore 
si fortificò in palazzo Farnese, il papa spedì 
le truppe ad assalire i francesi... e le cose 
sarebbero finite molto male se il duca non 
avesse risoluto di andarsene, insalutato ospite, 
mentre il suo Re protestava scrivendo al 
Papa che < un simile attentato non ha avuto 
finora esempio neppure fra i barbari ! ». Cu- 
rioso come il linguaggio delle note diplo- 
matiche si rassomiglia in tutte le epoche! 
Una ventina d'anni dopo ad un succes- 
sore del Crequi, il marchese di Lavardin, 
avvenne quasi peggio: anch' egli giunse 
in Roma in atto di sfida con una specie di 
esercito di ottocento armati che distribuì a 
palazzo Farnese e in tutto quel quartiere 
all'intorno che un tempo era collegato al 
palazzo e ne godeva dei diritti e dei privi- 



lungo l'ambasciata di Francia 
cante ». 



sede va- 



Se gli ambasciatori usano oggi altre forme 
e le relazioni coi Governi presso i quali 
sono accreditati si mantengono cortesi anche 
quando non sono amichevoli, ciò non toglie 
che avvengano egualmente gravi burrasche, 
tanto più pericolose quanto più profonde e 
misteriose, talvolta, agli occhi del pubblico. 
Di tali burrasche, tutti lo sanno, se ne sono 
ripetute parecchie tra la Francia e l'Italia 
ricostituita a nazione, e « palazzo F'arnese » 
non è stato l'ultimo a risentirne la scossa, 
senza forse, ora si può anche aggiungere, 
avere avuto sempre al comando della nave 
chi possedesse tutta l'abilità o tutta la buona 
volontà necessaria a fronteggiare l'ora cri- 
tica ed a ristabilire l'armonico equilibrio. 

Questa invece è stata l'opera, la grande 



PALAZZO FARNESE 



129 



opera alla quale si è consacrato con tutta 
la sua fede e tutte le sue forze l'attuale am- 
basciatore Camillo Barrère, sesto rappresen- 
tante della Francia al Quirinale dopo il 70 
e succeduto al Billot, brav'uomo anch'egli, 
ma forse di idee troppo burocratiche e perciò 
meticoloso e spinoso specie quando si tro- 



Nato alla vita politica fra gli ardori della 
Comune, tempratosi in un lungo esilio in 
Inghilterra e in Germania, il Barrère ebbe 
la fortuna di trovarsi al Congresso di Berlino 
come segretario del plenipotenziario francese 
signor Waddington. Pochi anni dopo nell'So 
egli diede tali prove della sua abilità quale 




Gabinetto dell'ambasciatore. 



vava di fronte ad un uomo come il Crispi 
che non amava le piccole difficoltà e le 
combatteva con violenza come le grandi, 
fino talora a farle diventar tali. Ma molte 
di quelle per le quali le relazioni tra Francia 
ed Italia si erano pericolosamente raffred- 
date, erano grandi davvero ed il Barrère 
non nascose il suo orgoglio per avere appena 
giunto cominciato a dirimerle, annunziando 
nel discorso augurale ai suoi connazionali 
il I di gennaio 1899 la conclusione del 
nuovo trattato di commercio fra le due 
nazioni come un « avvenimento di pri- 
m'ordine nella storia contemporanea ». Egli 
vedeva già più lontano e considerava quel- 
l'atto il primo atto di un riavvicinamento 
mai più rallentato tra le sorelle latine, clie 
doveva aver poi solenne consacrazione con 
il viaggio del nostro Re a Parigi e con 
la restituzione della visita del presidente 
Loubet avvenuta a Roma nel 1904. 



delegato della Commissione europea del Da- 
nubio, che il ministro francese degli esteri, 
il de Freycinet, lo nominava segretario di 
ambasciata di prima classe. Neir83 regge il 
Consolato generale di Francia in Egitto, è 
delegato alla Commissione internazionale del 
canale di Suez e successivamente nominato 
ministro plenipotenziario a Stoccolma, poi 
a Monaco e finalmente ambasciatore a Berna 
nel 1890 ed a Roma nel 1898. 

Alto di statura, la persona robusta, ma 
elegante, gli occhi densi di vita sotto l'ombra 
delle sopracciglia sporgenti, l'ovale del viso 
asciutto nettamente inquadrato dalla bar- 
betta biondo- rossastra, l'ambasciatore di 
Francia a Roma, « il signor Barrère » come 
lo si chiama comunemente alla francese, 
può anche fare alla prima l'impressione di 
un carattere freddo ed imperioso, di un 
temperamento prevalentemente aristocratico. 
Ma quanti hanno l'occasione di accostarlo. 



La Lettiera. 



I30 



LA LETTURA 



riconoscono invece in lui quello che i no- 
stri vicini d'oltralpe definiscono un « char- 
meur » e come fu scritto del suo antichis- 
simo, famoso predecessore a palazzo Far- 
nese, che ho ricordato poc'anzi, il de Lan- 
sac, si potrebbe dire che egli è « il più gen- 
tile fra i gentiluomini ». E chi sa quanta 
maggiore influenza hanno ancora di quella 
che si vuole ammettere che anzi si vuole 
oggi negare nelle relazioni fra i popoli, le 
qualità di ingegno e di simpatia degli am- 
basciatori ! Il Barrère ne è certo una prova. . . . 

All'abilità politica egli aggiunge, inoltre, 
tutti lo sanno in Roma dove è popolarissimo, 
una quantità di talenti più o meno « cachés ». 
Appassionato dello sport, è intrepido cava- 
liere negli affascinanti galoppi dietro le volpi 
nella campagna romana; amantissimo della 
musica, egli suona in modo perfetto il vio- 
lino ed un giorno alla settimana, sotto la 
vòlta della galleria frescata dai Caracci e 
che fu creata per l'appunto come sala di 
musica, un quartetto di professori eccellenti, 
al quale egli prende parte quale violinista, 
esegue i quatuor di Beethoven ed altri pezzi 
tanto famosi, quanto ardui. Il Barrère pos- 
siede anche una preziosa collezione di violini 
ed ha reso omaggio alla grande arte italiana 
«dei Leutari » con una prefazione alla vita 
di Antonio Stradivarius dell'Hill, dove egli 
auspica il rinnovarsi per mano di un artista 
geniale della « grande tradition de la Lutherie 
moderne», perchè aggiunge « ces résurrec- 
tions artistiques ne sont pas au-dessous des 
forces de la jeune et brillante Italie ». 

Ma bisogna tuttavia avere avuto la for- 
tuna di potersi intrattenere con lui nel suo 
Jumoir, l'antico « Camerino », gabinetto di 
studio del cardinale Farnese, che ha la vòlta 
e il fregio dipinti dal Caracci e dove, dis- 
seminati con gusto squisito, fra libri e fiori 
si ammirano preziosi oggetti d'arte, i più vari, 
una Madonnina in legno policromata del 400 
ed un disegno a seppia del Tiepolo, un gatto 
egizio di quattromila anni or sono e l'ultima 
piagnette apparsa all'Esposizione; bisogna 
avere avuto la tortuna di attardarsi con lui in 
una di quelle causeries intime, cui tanto si 
presta lo spirito piacevole e la lingua agile dei 
francesi, per poter dire di aver conosciuto 
un poco di più « il signor Barrère », forse 
di aver capito un poco come egli abbia po- 
tuto condurre con tanta energia e con tanta 
delicatezza insieme, un'opera ardua come 
quella del riavvicinamento delle due na- 
zioni latine. Vivo di ardore quando egli 
paria del « dio » il Beethoven e della sua 
musica che trascende la musica, la voce e 
l'anima piene di nostalgia quando descrive 



« la campagna romana » con la stessa dolce 
passione con la quale credo la vedeva e di- 
pingeva il Poussin, grave e trepidante se 
parla dell'Italia e ricorda 

... il lungo studio e il grande amore 

che lo guidano nella sua attività diploma- 
tica, ricco sempre di curiose notizie e di 
osservazioni argute sulle cose e sugli uo- 
mini, egli è l'artista e la persona di mondo 
nell'ambasciatore e l'ambasciatore nella per- 
sona di mondo e nell'artista. 

Io ritengo che soltanto così un uomo po- 
litico sia perfetto. 



Accanto a Camillo Barrère, palazzo Farnese 
raccoglie il numeroso personale dell'amba- 
sciata; come consigliere Alberto Legrand, il 
quale ha il grado di ministro, uomo di gran 
valore, valore che ama nascondere sotto l'a- 
bituale spirito scettico, rappresentato anche 
nella figura dal suo atteggiamento preferito, 
le mani perpetuamente in tasca ; e Giulio 
Laroche, primo segretario che a lato di 
quella di funzionario intelligente e di per- 
sona da lunghi anni cara alla alta società 
romana, vive di una seconda vita più ele- 
vata e profonda sotto il nome di Jacques 
Sermaize, lo squisito poeta di « L'heure qui 
passe » e che sta preparando un secondo vo- 
lume di versi il quale ci sarà particolarmente 
caro dacché si inspirerà soltanto all'Italia 
« Esquisses italiennes» e soprattutto a Roma 

Rome, ville de réve et de mélancolie, 

e che egli vede dall'alto del Gianicolo, in una 
sua poesia pubblicata sulla Rcvue de Paris : 

. . . bianche d'abord sous le bleu pur des cieux 
Et de pourpre vétue au rouge crepuscule, 

Roma di cui egli ha intuito da vero poeta 
nel senso antico i palpiti nuovi : 

Lorsque je la vois toute, étalée au soleil, 
Gomme une bete immense et qui dort, accablée, 
Je crois saisir sur cette face inconsolée, 
Les songes orgueilleux qui hantent son sommeiJ. 

Altro segretario è il signor Olle Laprune, 
compagno inseparabile di caccia dell'amba- 
sciatore ; poi Carlo Corbin molto distinto ed 
affabile ; ed infine il più giovane, il Roger. 
In luogo del comandante Jullian, che tutti 
ricordano ancora con tanta amicizia in Roma 
dove ha fatto un lungo soggiorno, rappre- 
senta ora l'esercito francese il capo-squa- 
drone de Gondrecourt ; addetto navale è il 
tenente di vascello barone d'Huart, che non 
può far dimenticare completamente anch'egli 
due valorosi e simpaticissimi suoi prede- 
cessori, il Lacaze, che divenne capo-gabi- 
netto del ministro Delcassé, e il Saint-Pair, 
comandante della corazzata Verité. 

Ma quando le sale magnifiche di palazzo 



PALAZZO FARNESE 



f3i 




La terrazza verso il Gianicolo. 



Farnese si aprono a quei ricevimenti del 
lunedì che sono una così cara consuetudine 
per la società romana o a quelle feste più 
elette di arte, soprattutto di musica, o più 
sfarzose di mondanità, alle quali ogni tanto 
ci chiama la signorile cortesia dell'amba- 
sciatore, la più bella corona del rappresen- 
tante della Francia repubblicana è formata 
dalle signore dell'ambasciata ; M.me Barrère, 
nobilissima padrona di casa con le signo- 
rine Barrère, intellettuali ed italiane come 
il padre, l'una, Elena, traduttrice delle poesie 
dell' Aganoor e di quelle di Ada Negri, 
l'altra, Giovanna, che, eccellente intendi- 
trice di musica , ha scritto ancora recente- 
mente sopra u- 
na rivista fran- 
cese un articolo 
molto lusin- 
ghiero per noi 
intorno ai gio- 
vani musicisti 
italiani. E poi 
la signora La- 
roche, nota per 
la sua bellezza 
e soprattutto 
per le sue belle 
mani; e la 
« charmante 
comtesse » de 
Gondrecourt, la 
giovane baro- 
nessa d' Huart. 
« Assiduo fo- 
veat igne » è il 
motto che si 
legge sul cami- 
netto di una del- 
le sale di rice- 
vimento di pa- 




M. Barrère alla caccia alla volpe. 



lazzo Farnese; e se non lo ha fatto incidere 
« il signor Barrère » è certo quello che ha 
adottato nell ' intimo del suo cuore, da quando 
è riuscito ad accendere nuove ed insperate 
armonie fra Francia ed Italia. Ecco perchè 
egli non ha voluto mai lasciare Roma seb- 
bene gli sieno state offerte ambasciate forse 
politicamente ancora più importanti : « È 
necessario mantenerlo il fuoco e renderlo 
ancora più vivo se è possibile», mi diceva 
per l'appunto un giorno non so se pensan- 
do all'epigrafe del suo caminetto. E se pure 
ce ne dispiace naturalmente, anche più 
che perdonargli l'acquisto di palazzo Far- 
nese, dobbiamo pensare che, in fondo in 

fondo, non è 
Slato altro se 
non la soddisfa- 
zione di un suo 
sogno persona- 
le, ma un sogno 
simbolico ed 
augurale che 
gli faceva ve- 
dere in quell'e- 
dificio meravi- 
glioso , dove la 
più grande tra- 
dizione italiana 
s'era sposata 
per tre secoli 
alla più grande 
storia francese, 
la rocca indi- 
struggibile del- 
la fratellanza 
latina. 

MICHELE de 
BEa\EOETTI. 




COMMEDHA HH UN ATTO 



PERSONAGGI : 

PiLADE, Giovanni, Mario, Anna, Jole, 
Zaira, Carlo, Nina, alcuni amici. 

A Firenze, oggi. 

ATTO SOLO. 

Nel salotto di una modesta eleganza d'una 
famigliuola borghese a Firenze. Nel fondo 
la comune e la vetrata dalla quale si entra 
nel giardino riòco di fiori. Da un lato la 
porta che conduce al salotto. Una tavola 
con prossima una poltrona. Un sofà. Nel 
giorno dello Statuto, poco dopo il mezzodì. 

SCENA PRIMA. 

ANNA, ZAIRA, JOLE E GIOVANNI. 

(Le due fanciulle circondano la zia Anna 
che seduta Ttella poltrona presso la tavola 
di sinistra parla loro aprendo e leggendo 
il mucchio di lettere e di carte da visita 
che le sta dinanzi in un vassoio. Giovajini, 
steso mollemente sul sofà, fuma la sigaretta 
scorrendo il giornale che tiene tra le mani). 

Anna (leggendo i biglietti e le lettere che 
passa via via alle nipoti) : Ma quanta gen- 
te, quanti complimenti... Sembra un plebi- 
scito. 

Zaira : Lei deve esserne orgogliosa, cara zia ! 

Anna: Ah, certo... Però non bisogna esa- 
gerare. 

Jole: Nessuno esagera! « Onore al merito! » 
Credo sia inciso anche sulla medaglia. 

Anna (mostrando una lettera): Veh, veli, 
anche il suo antico professore di latino. 

Giovanni : E' naturale ; se non si commuove 



lui che gli ha inculcato gli insegnamenti 
di Tacito!... 

Jole: Ma è vero, zia, che la musica lo 
riaccompagnerà sino a casa.-* 

Anna (spaventata): La musica?... 

Giovanni: Ma che musica!... Ma dove an- 
date col cervello?... 

Zaira: Oh, del resto, non ci sarebbe niente 
di straordinario ! 

Anna: Ma sarebbe ridicolo, andiamo, fi- 
gliuole!... Fortunatamente il mio Mario 
ha rinunziato anche al servizio della car- 
rozza comunale. 

Jole: Che peccato!... Sarebbe stato cosi 
bello vederlo tornare nella carrozza coi 
gigli del comune e seduto accanto al sin- 
daco. 

Giovanni: Accanto all'assessore anziano, 
perchè il sindaco è malato. 

Jole: Insomma, accanto ad un'autorità!... 
Non son mica soddisfazioni che capitano 
tutti i giorni. 

Anna: Va bene, va bene, ma bisogna esser 
modesti, figliuole mie, poiché la modestia 
rende assai più bello l'eroismo, se eroismo 
lo volete chiamare. 

Zaira: Le par poco salvare la vita ad un 
uomo arrischiando la propria? 

Anna: Non dico che è poco, ma mi sem- 
bra una cosa naturale. 

Giovanni: Ecco!... 

Jole: Te chetati!... Perchè tu saresti rima- 
sto appoggialo alla spalletta dell'Arno a 
contare i tufi!i che quell'infelice faceva 
andando giù ! 



IL CORAGGIO 



r33 



Giovanni: Questo lo dici tu. Innanzi tutto 
in quel giorno io ero fuori di Firenze ; se 
poi mi fossi trovato lì, alla spalletta del 
Ponte Vecchio... 

Zaira: Che cosa avresti fatto? Sentiamo... 



quello?... Pagare!... Ma non è mica da 
tutti il pagare. Anzi, l'eroe che arrischia 
la pelle valutandola zero, ha quasi sem- 
pre il granchio alla borsa; mentre invece 
il vigliacchetto che sfugge le correnti d'aria 




Anna: Bisogtia essere modeste, figliu .le mie. 

Giovanni : Mio Dio ! se avessi avuto 
una corda glie l'avrei lanciata! 

Jole: Bello sforzo per un socio 
dei Rari Nantes!... 

Giovanni : Io non sono che aggre- 
gato dei Rari Nantes, perchè co- 
nosco me stesso, mentre nostro 
cugino Mario è socio effettivo! 

Zaira: Ma i doveri sono eguali per 
tutti ! 

Giovanni: Niente affatto ; gli effettivi hanno 
il dovere di compiere dei salvataggi, gli 
aggregati non hanno che quello di pagar 
le tasse per il rifornimento degli strumenti 
necessari alla respirazione artificiale. 

Jole: Bella fatica pagar le tasse! 

Giovanni: E non è forse un eroismo anche 




è molto spesso il primo a sciogliere i nodi 

della borsa. 
Zaira : Perchè è la vergogna che lo spinge 

a far questo. 
Giovanni: Ma è una vergogna necessaria. 

A che cosa servirebbe l'eroismo se non 

avesse per compagna la pusillanimità pron- 



134 



l.A LETTURA 



ta a spendere per completare l'opera be- 
nefica?... Prendi la Croce rossa. Ci sono 
le dame coraggiose che studiano negli 
ospedali e che poi vanno sul campo ; ma 
quali benefizi potrebbero portare queste 
eroine se non esistesse una grande mag- 
gioranza di persone che non potendo, per 
mille e mille ragioni muoversi da casa, 
raccoglie i fondi necessari ed offre il modo 
a codeste dame di compiere la loro no- 
bile missione. Ah, si fa presto a gridare: 

— Il tale è un eroe! — ma se il suo eroi- 
smo (orgogliosameìite) non è integrato dalla 
nostra paura, diventa zero ! 

Tutte (scoppiando in una risata) : Ah , 
ah, ah ! 

Zaira: Sempre paradossale, sempre così. 

Anna: Va bene, ma paradossale sino ad un 
certo punto. 

Giovanni: Lo vedete?... La zia, eh' è il 
buon senso personificato, mi dà ragione. 

Jole: Non è vero! 

Anna: Lasciatemi parlare. Io non gli dò né 
ragione né torto; però mi domando que- 
sto: — Che cosa avverrebbe se tutti noi 
ci contentassimo di essere semplicemente 
degli eroi, come il mio Mario?... 

Giovanni: Nessuno spenderebbe più un sol- 
do per fare della beneficenza. 

Jole. Questo lo dici tu! 

Giovanni: Ma chi è che offre la borsa... e 
insieme la vita?... L'uomo che ha com- 
piuto un atto eroico crede di aver fatto 
anche troppo. — Io ho arrischiato la pelle! 

— egli grida; e detto questo volta le 
spalle e se ne lava le mani. 

Zaira: Falso!... Falso!... Ci sono degli 
eroi che non si fermano al semplice atto 
da loro compiuto. 

Giovanni: Codesti sono delle mosche bian- 
che. 

Anna: Ah, ecco; ed é così che bisogne- 
rebbe fare, non bisognerebbe fermarsi; 
ma siccome l'esiger questo da una crea- 
tura umana, l'esiger cioè la vita. . . e la borsa 
sarebbe un po' troppo, così il buon Dio 
ha pensato a crearci in modo che gli 
uni nascano per compensare gli altri. 
Dunque, ha ragione Giovanni; a questo 
mondo c'è posto per tutti. 

Jole (rivolta al fratello, ironicamente) : An- 
che per i vigliacchetti, anziché no! 

Giovanni: Io pago le tasse!... Pago il fitto 
dello chalet alla Bella Riva, mia cara so- 
rella, e concorro a stipendiare i profes- 
sori di nuoto della Rari Nantes. Senza 
questi professori il tuo Mario non si sa- 
rebbe potuto gettare a capo fitto dal Pome 
Vecchio e non avrebbe ricevuto la meda- 



glia al valor civile con la quale a que- 
st'ora l'onorevole sindaco... cioè, l'asses- 
sore, gli avrà fregiato il petto! 

SCENA SECONDA. 

NINA E DETTI ; POI CARLO. 

Nina (trafelata, correndo dalla covume): Si- 
gnora, signora!... E' lui ; è il signor Ma- 
rio!... Egli arriva accompagnato dal si- 
gnor Carlo e da un gruppo di suoi ami- 
ci!... 

Giovanni: I soci della RaìH Nantes, quelli 
che passeggiano continuamente sul Lun- 
garno aspettando la fortuna di una di- 
sgrazia. 

Anna (alzandosi) : Ho capito. Bisognerà 
stappare dello champagne. 

Le ragazze: Ma sicuro! Sicuro!... 

Nina: Non è mica una cosa che succede tutti 



1 giorni 



Anna: E allora va', va' a preparare la ta- 
vola. 

Nina: Subito! (Elitra nel salotto). 

Zaira : E dei fiori ! Dei fiori ! Andiamo a 
cogliere dei fiori ! 

Jole: Benissimo!... 

Giovanni: Non dimenticate la palma o la 
foglia di lauro! 

Zaira: Cotesta è tutta bile ! . . . (Entra in giar- 
dino). 

Jole: Per farti rabbia vorrei ci fosse anche 
la musica!... (Segue la sorella). 

Giovanni: E i fuochi d'artifizio!... Pim ! 
pam ! 

Anna: Oh, adesso basta, eh? Spero che il 
tuo sarcasmo non verrà a turbare la no- 
stra festicciuola ! 

Giovanni (ridendo): Zia, io scherzo ; lo fac- 
cio per fare arrabbiare le mie sorelle. 

Anna: Del resto tu non sai nuotare, dun- 
que pensa che a questo mondo non si sa 
mai... Potrebbe accadere che un giorno 
anche tu, preso dalla disperazione... 

Giovanni (spaventato) : Io dal Ponte Vec- 
chio?!... 

Anna: Se non dal Ponte Vecchio, dal Ponte 
alla Carraia. 

Giovanni: Grazie dell'augurio, zia. 

Anna: Ah, ecco tuo padre, guarda. 

Carlo (entrando dalla comune, deponeìido il 
cappello e il bastone, subito rivolto a sua 
sorella): Per me il tuo figliuolo non ha 
un filo di giudizio !... 

Anna: Dov'è?... 

Carlo : Si è fermato a ricevere i compli- 
menti dei vostri vicini e adesso salirà. Ma 
io dico questo. Innanzi tutto noi potevamo 



IL CORAGGIO 



135 




Giovanni: Non dimenticate la palma e la foglia di lauro.. 



tornare a casa con la carrozza del muni- 
cipio, e lui non ha voluto!... 

Giovanni : Fa gola anche a te, babbo, la 
carrozza coi gigli?... 

Carlo: Eh, piuttosto che fare ai pugni per 
prendere il tramvai!... E poi, invece di 
rientrare con la medaglia sul petto... 

Giovanni: L'ha regalata? 

Carlo: Non l'ha regalata, ma per vederla 
ho dovuto levargliela di tasca dove se l'era 
subito cacciata. Eccola qua ! (Porge l'a- 
stuccio ad Aìina). 

Anna (a Giovanni): Hai veduto?... Tu non 
negherai che questa sia modestia. 

Giovanni: Mario non è una fanciulla. Ma- 
rio è un uomo di giudizio. 

Anna: Meno male. Guardiamo, guardia- 
mo. (Apre l'astuccio e fissa la medaglia; 
poi vi legge lentame7ite, un pò ' conwiossa) : 
« Al valor civile » {rivoltando la meda- 
glia)'. «A Mario Lapi. Marzo 1911 ». 
( Vi depone un bacio, e rasciugandosi una 
lagrirna mormora): Non è niente, ma 
è il mio figliuolo che se 1' è guada- 
gnata ! 

Giovanni: Troppo giusto, zia; troppo giu- 
sto. 

Carlo (commosso afiche lui): Ma tu di que- 



ste consolazioni non me le hai mai date!.. 
Mai!... Bisognava esser lì, sotto la Loggia 
dell'Orcagna, per sentire... C'è stato il 
sindaco che ha fatto uno di quei discorsi... 

Giovanni: Non era il sindaco. Il sindaco è 
indisposto. 

Carlo Chi lo ha detto?... 

Giovanni: Lo dico io. 

Carlo: Ma come fai a dirlo?... 

Giovanni: Perchè lo so; perchè con l'am- 
ministrazione popolare nel giorno dello 
Statuto il sindaco è sempre ammalato! 

Carlo: Quello era il sindaco in persona, 
io lo conosco, e, come ripeto, è stato lui 
che ha parlato facendo l'elogio, non solo 
dei premiati al valor civile, ma anche 
della Rari Nantes! 

Giovanni: E allora c'entro anch'io, perchè, 
come tu sai, sono socio... 

Carlo : Aggregato. Il sindaco invece ha 
parlato di quelli che si tuffano, non di co- 
loro che stanno a vedere, perchè ha esal- 
tato la forza ed il coraggio ! 

Giovanni: E basta? 

Carlo: Non ha detto altro. 

Giovanni: Che bestia! 

Anna: Tacete!... E' lui!... (Si muove per 
andare iìicontro al figlio). 



136 



LA LETTURA 



SCEN'A TERZA. 

MARIO, ALCUNI AMICI E DETTI; INOI JOLE 
E ZAIRA, POI NINA. 

Mario (entrando allegramente seguito dagli 
amici e deponendo il cappello; rivolto a sua 
viadre che si è fermata a guardarlo): Che 
cos'è?... Che cos'è, mamma?... Che cosa 
ti racconta lo zio Carlo?... Non gli dar 
retta perchè è stata una cosa semplicis 
sima ed alla quale non dobbiamo dare 
nessuna importanza. 

Anna (serrandogli le mani): Lo so, lo so. 
e mi fa tanto piacere che tu la pensi 
così... Però mi permetterai... di darti un 
bacio?... 

Mario: Oh, mamma!... (Si abbracciano). 

Gli amici (battendo le mani): Evviva Ma- 
rio!... Evviva!... 

Jole e Zaira (irrompendo dal giardino ca- 
riche di fiori, coprendo con qiielli madre e 
figlio): Evviva!... Evviva!... Evviva Ma- 
rio!... 

Mario : Se non la finite vi caccio tutti 
fuori ! . . . 

Jole (osservandolo): E la medaglia! Dov'è 
la medaglia?... 

NiNA (dal salotto): Signora, è all'ordine! 
(Esce dalla comiuie). 

Jole e Zaira (circondando il cugino): La 
tieni nascosta?... Ti vergogni?... 

Mario: Ma no!... 

Jole: E allora vogliamo vederla appesa sul 
tuo petto! 

Zaira: Fuori!... Fuori la medaglia!... 

Anna (mostrando l'astuccio): La medaglia 
è qui... Ma passiamo di là; vedremo se 
quando gli sarà appuntata da sua madre 
egli si rifiuterà di portarla per almeno 
dieci minuti. 

Tutti: Benissimo!... Benissimo!... Andia- 
mo ! Andiamo ! (Le due cugine afferrano 
Mario e lo trascinano 7iel salotto. Gli al- 
tri tengono loro dietro). 

Un amico (porgendo il braccio ad Anna ed 
incamminandosi con lei): Signora, mille 
di questi giorni ! (Entrano). 

Giovanni: Costui vuole il diluvio univer- 
sale! 

Carlo: Perchè? 

Giovanni : Mille di questi giorni. . . mille per- 



che 



annegano 



sene 
Carlo : Starebbero fresche, con te 

tra). 
Giovanni 



Ah, si 



IO 



(E?i- 
le lascerei... al fre- 



.SCENA QUARTA. 



NINA E detto; poi pilade. 



I 



scoi 



(Va per seguire gli altri). 



NiNA (dalla comune, un po' turbata, cor- 
re?ido a jermar Giova?mi): Scusi, signor 
Giovanni... 

Giovanni: Che c'è?... 

Nina: Io non so se faccio bene o se fac- 
cio male, ma siccome costui non si vuol 
muovere... Si è messo a sedere nella 
stanza d'ingresso e dice che non vuole 
andar via. 

Giovanni: Chi è?... 

Nlna: Cerca del si^rnor Mario, ma il suo 
aspello non è punto ra.^sicurante... Quasi 
quasi pretenderebbe di essere invitato an- 
che lui... A me mi par mezzo scemo, ma 
io non l'ho mai veduto. 

Pilade (entrando dalla comune, vestilo mi- 
seramente, col cappello a cencio in mano, 
la faccia smunta ed emaciata, l'aria piutto- 
sto timida, ma il linguaggio, benché le?ito, 
fermo e sicuro come di chi è convinto di 
quello che Ja e di quello che dice) : 'Gli è inu- 
tile, sa; 'gli è inutile, ragazzina, che 'la 
si lambicchi il cervello... Tanto, qui, 
tranne di lui, tranne di' sor Mario, nes- 
suno mi conosce. 

Giovanni (squadrandolo): Appunto per que- 
sto diteci chi siete e chi dobbiamo an- 
nunziargli. 

Pilade: Gli devon dire... che c'è uno... 

Giovanni: Uno; ma uno non significa nulla. 

Pilade: Difatti io un sono mica più nes- 
suno... Una volta, sì, ero qualcosa, ma 
dal momento che presi quella decisione, 
dal momento che misi il .serra, io lo so, 
un ci son più... (I dite lo guarda?io stu- 
pefatti. Anch' egli li fissa e quindi, rivolto 
alla ragazza): La vada, la vada, perchè 
ora 'gli è lui, 'gli è il sor Mario che deve 
sapere chi sono... Anzi, le credano, ap- 
pena me l'avrà detto mi farà proprio un 
piacere, perchè così anch'io comincerò a 
raccapezzarmi. (Guai^da per sedersi). 

Giovanni (piano a Nina): (Hai ragione, è 
matto!). 

Nina: (Glielo dicevo?...). 

Giovanni: (Non è il caso di farlo entrare... 
Lasciami solo... Vedrò di farlo uscire). 

Pilade: Permettono?... Mi sdraio su que- 
sto sofà... Un fo complimenti... {Ese- 
guisce). Tanto io e questi mobili slam com- 
pagni, slam tutti roba che appartiene a lui. 

Giovanni : A chi?... 

Pilade: Al signor Mario! Perchè 'gli è lui 
che ora deve salvare anche me... dalle ti- 
gnole. 



IL CORAGGIO 



137 




11* 



Gli amici: Evviva Mario! 



XiXA {andandosene): Però, almeno, que- 
sti mobili sono senza polvere, mentre 
voi... 

PiLADE [porgeìidole subito il cappello) : Ec- 
cogli il mi' cappello. Là c'è il setolino... 
Tocca a lei... 

Nina: Oh, guarda, per l'appunto!... Non 
ci mancherebbe che questa. {Esce dalla 
comune) . 

Pilade: 'La un capisce mica nulla quella 
ragazza. 

Giovanni {osservandolo seynpre): (E' una paz- 
zia abbastanza curiosa...). Dunque voi vi 
dichiarate proprietà ? . . . 

PiLADE: Di' signor Mario; sì, signore. 

Giovanni: O da quando in qua mio cu- 
gino ha fatto un così bell'acquisto?... 

Pilade: Saranno tre mesi... Sì, tre mesi, 
giorno più, giorno meno. 

Giovanni : Allora egli si deve esser pentito 
di questa compera, perchè prima d'oggi 
nessuno vi ha mai veduto. 

Pilade: Eh, succede sempre così, sa. Si 
vede una cosa, la si desidera, la si piglia, 
e poi la s'abbandona in un canto. 

Giovanni : Ed è stato proprio Mario che 
vi ha desiderato, che vi ha voluto?... 

Pilade : Alla larga!... E con che forza, con 
che ardore ! 

Giovanni: Non siete stato voi ad offrirvi, 
a pregarlo?... 

Pilade: Io?... Un le fo certe porcherie 
perchè so quello che valgo. 

Giovanni: Ma è strano che mio cugino... 



Pilade: Icchè 'gli ho a dire?... Idèe!... 

Idèe da matti... 
Giovanni: Ahn ; perchè il matto è lui? 
Pilade: Che crede forse che sia io?... 
Giovanni: Oh, no, no, tutt'altro! (Ma è una 

manìa nuova!). 
Jole {dall'interno del salotto) : In alto, in 

alto i bicchieri, ed evviva Mario!... 
Voci {c. s.)\ Evviva!... 
Carlo {c. s.): Vivano i Rari Nantes!... 
Voci {c. s.)\ Viva!... {Rumore di tappi che 

saltano e tintinnìo di bicchieri). 
Pilade {dopo avere schioccata la lingua come 

chi pregusta ciò che ?ion può avere) : La 

scusi ; se unne sbaglio si beve, unn'è 

vero, di là?... 
Giovanni {che continua ad esaminarlo) : Sì, 

infatti, si beve. 
Pilade: Ahn!... {quindi, pensando, con un 

sospiro): Eh, bevvi tanto anch'io!... Ma 

su' il più bello mi fu impedito. A loro 

invece gli è permesso ! 
Giovanni: Vi fu impedito?... 
Pilade: E come!... 

Giovanni: Perchè forse bevevate molto?... 
Pilade: Mio Dio, sa; i' ero lì, mi trovavo 

lì, e... bevevo il necessario. 
Giovanni: Ma allora nessuno può avervi 

proibito... 
Pilade: Eppure fu proprio così, pur troppo. 

E dire che bevevo tanto volontieri... 
Giovanni: Ah, capisco; si vede che non 

sapevate regolarvi. Dico bene?... 
Pilade: Per su' regola nessuno meglio di 



3S 



LA LETTURA 



me sapeva quello che dovevo fare. Io 
bevevo il giusto, bevevo quello che mi 
ci voleva. Il necessario, e nient'altro. 

Giovanni: (Eppure non so solo metto alla 
porta o se lo trattengo, perchè è così 
strano...). 

Pilade: 'La scusi se gli fo un'altra do- 
manda. Che li conosce lei i Rari Nan- 
tesse f 

Giovanni: Ma, sapete, li conosco così, di 
vista. 

Pilade: E allora, che 'la sappia, ma unn'han- 
no da far altro che star su i' Lungarno, 
a vedere se c'è nessuno che affoga? 

Giovanni: Cotesti sono i soci effettivi, io 
sono aggregato. 

Pilade: Ahn, senti... Però anche lei la li 
potrebbe rigirar meglio e' su' quattrini ! 

Giovanni: (Ah, no, allora non è un matto; 
questo è un savio!). 

SCENA QUINTA. 

MARIO E DETTI. 

Mario {dal salotto, correndo inco?ttro al cu- 
gino): Mi dici che cosa fai?... Non pre- 
tendo mica che tu mi faccia un brindisi, 
sai... [volge7idosi e scorgendo Pilade che 
si è subito alzato): Voi qui?... 

Pilade [sempre umile) : Dispiace anche a 
me; ma, che vuol'ella... 

Giovannì: Lo conosci?... 

Mario. Ma sì. [A Pilade): Vi ringrazio di es- 
servi ricordato in questo giorno... Però 
non era punto necessario. 

Pilade: Siccome lei la un si rammentava 
di me così ho creduto bene... 

Giovanni: Ma chi è?... 

Mario : E* il poveretto che salvai. 

Giovanni: Oh, diavolo!... (Allora è inte- 
ressante ! ) . 

Mario: Vi ringrazio, vi ringrazio, buon uomo; 
ma voi sapete già che io... 

Pilade : Che lei la si nascondeva. . . Oh, lo so, 
lo so... 

Mario : Vi accerto dunque che non merito 
affatto che voi vi scomodiate perchè non 
feci che il mio dovere. 

Pilade [sorridendo con molta flemma) : Que- 
sto la lo dice lei. 

Mario: Ma no... A questo mondo, amico 
mio, non bisogna esagerare. Chiunque, 
al mio posto, avrebbe fatto lo stesso. 

Pilade : Perchè a lei gli pare di aver fatto 
una bella cosa, unn'è vero?... 

Mario [stupito si volge e guarda il cugino): 
Ma cos'ha?... 

Giovanni: Stai a sentirlo, stai a sentirlo, 
perchè merita. 



Pilade: Eh, io ho poco da dire... E poi 
glie r avrei già detto se la non fosse 
scappato e se la non avesse fatto in modo 
da non farsi conoscere. Ma oggi l'ho 
preso!... Oggi son venuto sotto la Log- 
gia dell'Orcagna e l'ho visto salire ni' 
mentre che l'andava a pigliare la su' 
brava medaglia. Ho domandato dove la 
stava e eccomi qua. 

Giovanni: Scusate, ma per far che?... Per- 
chè voi m'avete un'aria... 

Pilade: [sempre con molta flemma): Oh, 
bella ; per star qui e per non muovermi 
più. 

Mario : Voi siete pazzo ! 

Pilade: No, sa; un c'è pericolo. O la non 
m'ha salvato?... Io volevo morire e a lei 
gli è parso di no ; dunque eccomi qua. 
Permette, unn'è vero, iitrchè sono stracco. 
[Scostata una sedia, torna a mettersi a se- 
dere) . 

Mario: Giovanni, ma è matto sul serio! 

Giovanni: No davvero!... Lo credevo an- 
ch'io ma adesso incomincio a compren- 
dere... 

Pilade: Meno male, i' signore mi dà ra- 
gione nonostante che anche lui versi la 
su' tangente per mettere nell'imbroglio e' 
poveri cristiani che un gli danno noia. 

Giovanni [al cugino): Diresti ch'egli ha 
torto? 

Pilade: Eh, un si pole, unn'è po.ssibile. 
Io, per su' regola, non ho mai tono per- 
chè prima d'aprir bocca ci penso bene. 
Eppoi questa faccenda l'è tanto chiara. 
[A Mario che guarda tutti i?itontito) : La 
scusi, la stia a sentirmi. Chi l'aveva cer- 
cato in qui' giorno?... E icchè la c'en- 
trava lei ne' fatti mia se io m'ero buttato 
giù a capo fitto da' i' Ponte Vecchio?... 

Mario [scattando) : Ma io avevo il dovere 
sacrosanto... 

Pilade: La si carmi, la si carmi, e ragio- 
niamo, se no un ci s'intende. La stia 
carmo. Dunque, dicevo, chi l'aveva chia- 
mato? ... Io no, perchè un dissi nem- 
meno aiuto. Ora, da questo, lei la do- 
veva capire che bisognava lasciarmi andare 
a fondo. Un gli pare?... 

Giovanni : Difatti, se egli non gridò nem- 
meno aiuto... 

Pilade: Testimoni e' barcaioli, glielo pos- 
san dir loro. 

Mario (fremendo) : Ma tutto ciò è bestiale!... 

Pilade: O la un s'arrabbi, benedetto i' Dio 
santo. La un vede come son tranquillo 
io? Io un perdo mai la testa e quando 
fo una cosa, prima di farla, ci penso, glie 
l'ho già detto. Lei la dice che tutto questo 



IL CORAGGIO 



139 



'gli è da bestie, e non glielo nego, ma 
la s'assicuri, prima di lar qui' volo io 
ci pensai bene e non male. Io un feci 
come fanno tanti che unn' hanno finito 
di scavalcar la spalletta che son bell'e 
pentiti. No, no; io ormai m'ero bell'e 
persuaso, m'ero bell'e convinto che per 
me un c'era altra via d'uscita. E lei la 
mi cascò addosso per chiudermi anche 
quella strada!... O che gli pare di aver 
fatto una bella cosa?... 

Giovanni : Egli è logico come una fucilata ! 

Mario [arrabbiandosi sempre più. e dando 
dei pugni sulla tavola) : La vita è sacra ! 
La vita è fatta per vivere!... 

Pilade: D'accordo, la vita l'è fatta per 
vivere ed è appunto per questo che io 
tentgi di levarmela perchè un vivevo più! 
Prima di fare quello che lei l'ha fatto 
la si doveva informare, la doveva sentire 
quanto avevo sofferto e lottato. Se lei 
l'avesse conosciuto quello che io ho patito 
lo sa icchè l'avrebbe fatto invece di venire 
a strapparmi que' po' di capelli che m'era 
rimasto?... Che lo sa?... 'La m'avrebbe 
buttato... un'altra catinella d'acqua!... 

Mario: Se io avessi conosciuto quello che 
voi dite avrei sempre fatto tutto intero 
il mio dovere! 

Pilade : Ecco, benissimo ; 'glie quello che 
penso anch'io. Se lei l'avesse conosciuto 
la mia storia l'avrebbe fatto il su' dovere, 
non a mezzo, ma tutto intero. Fortunata- 
mente oggi gli hanno decretato che lei l'è un 
cittadino coraggioso per cui si può rimedia- 
re. Io rimango qui e lei la penserà a me. 

Mario : Ma è ubriaco sul serio ! 

Pilade : Colpa sua perchè io un bevevo 
che acqua. 

Mario: Restar qui?... In casa mia?... Sulle 
mie spalle?... Dopo che io vi ho salvato 
la vita?... 

Pilade: Sta bene, ma la non m'avrà mica 
salvato dall'Arno per poi divertirsi a ve- 
dermi morir di fame. La pensi che avevo 
scelto una tortura di molto più breve, per- 
chè con tre tuffi ero bell'e sbrigato, mentre 
a morir di fame, lo dice anche Dante : 
« Ahi, dura terra, perchè non t'apristi? ». 

Mario [ridendo nervosamente): Ah, sì, eh?... 
E adesso vorreste vivere, e vivere alle 
mie spalle. Che ne dici, Giovanni? L'idea 
non è cattiva, non è vero?,.. 

Giovanni [che è rimasto ad ascoltare, pen- 
sando): Credo si possa accomodare... Cre- 
do che le cose si possano sistemare con 
soddisfazione di tutti. 

Mario: Non c'è che un mezzo: telefonare 
alla questura... 



Pilade: O che m'ha salvato per conse- 
gnarmi alle guardie?... 
Giovanni : Ho detto che si può accomodare ! 
Mario: E allora sentiamo. 
Pilade: Per me... eccomi qua. 




Pilade: Tranne di sor Mario, nessuno mi conosce... 

Giovanni [a Pilade) : Tutto quello che voi 
avete detto è giustissimo ; è di una logica 
che sfugge, ma che è reale. Però voi stesso 
avete ammesso [accennando Mario) che que- 
sto delinquente, reo di avervi salvato la 
vita, gode di un'attenuante. 

Pilade: Quale, la scusi, perchè a me mi 
pare... che sia degno dell'ergastolo. 

Mario: Anche!... 

Pilade: 'La un se n abbia a male, tanto ora 
si discorre sotto metafora, dunque si può 
parlar chiari... 

Giovanni: L'attenuante è questa : egli igno- 
rava la storia della vostra « via crucis » e 
salvandovi credette che vi sareste rinfran- 
cato e sareste tornato ad amar l'esistenza. 



I40 



LA LETTURA 



PiLADE. Cotesto si potrebbe dire se avessi 
fatto le cose senza zucca, ma siccome io 
ci avevo pensato bene... 

Giovanni: Ma Mario lo ignorava, egli non 
sapeva che voi foste così fermamente de- 
ciso, dunque va scusato!... 

Pilade: O se un misi fuori nemmeno la 
testa, andai subito sotto. A me mi sem- 
bra che una persona intelligente l'avrebbe 
dovuto capire che bisognava lasciarmi fare. 

Giovanni: Basta così; per queste ragioni 
mio cugino è degno di tutte le attenuanti; 
solo gli facciamo osservare che un'altra 
volta, prima di fare il coraggioso... 

Pilade: Domandi almeno il permesso. 

Giovanni: Quanto a voi... 

Pilade: Oh, eccoci all'essenziale. E io come 
rimango? 

Giovanni: Voi perdonerete innanzi tutto alla 
colpa di questo ragazzo, e come pegno 
di una grande stima nella vostra fede e 
nel vostro carattere di persona positiva, 
accetterete da me... questo piccolo dono. 
{Tolto un bel revolver-, glielo inette fra le 
mani): Sei colpi in due secondi, garan- 
tito. 

Pilade [dopo averlo guardato rigirandolo): 
Ma per farne icchè? la scusi... 

Mario: Siccome voi non amate la vita... 
Siccome mi accusate di avervi tolto la 
morte... servitevi. Però fuori di casa mia, 
intendiamoci!... 

Pilade [sempre calmo, col suo solito sor- 
riso) : Io m'avvedo 
proprio che loro un j 
capiscan nulla. 

Giovanni : Ma non a- 
vete detto ...? 

Pilade: O che me lo 
dà lei il coraggio 
per farlo un'altra 
volta? 

Giovanni: Ah, è ve- 
ro ; a questo non 
ci avevo pensato. 

Pilade: Se io fossi un 
Rari Nantes se, vah, 
potrebbe darsi ; lo- 
ro l'hanno .sempre 
pronto ; ma io l'ho 
avuto una volta so- 
la e per averlo mi 
ce ne volle!... [A 
Mario) : E poi, an- 
diamo, o perchè gli 
devo dare questo 
dispiacere?... O se 
fra tutti quelli che 
passeggiavano ni' 



Lungarno un ci fu che lei che la sentisse 
il dolore di vedermi morire ; dopo appena 
tre mesi la un si sarà mica cambiato. 

Giovanni [al cugino) : Amico mio, non se 
n'esce ! 

Pilade: Sì, sì, l'è così, perchè, intendia- 
moci: se io ora un m'ammazzo piìi non lo 
fo per me ma lo fo per lei... 

Mario: Per me?... 

Pilade: Sicuro, perchè la so un uomo fermo 
e di parola. Voglio che tu viva! lei la 
mi disse. Pazienza; accetterò anche que- 
st'ultima seccatura ! 

Giovanni: Bisogna mantenerlo e ringra- 
ziarlo! 

Mario [togliendo il portafoglio, fremebondo): 
Eccovi cento franchi ! E levatevi subito 
di qua, altrimenti io non rispondo più di 
me stesso ! 

Pilade [intascando tranquillame?ite il bi- 
glietto) : L'avverto che quando gli ho fi- 
niti la mi rivede. 

Mario : Io vi farò cacciare a calci ! 

Pilade : Un lo credo, perchè lei la mi vuol 
troppo bene. 

Voci [dal salotto) : Mario ! . . . Mario ! . . . Ma 
dov'è?... 



qua 



Giunto 
al sai- 



volgendosi 
lei, perchè a me 



/ 



Mario : Sono qua, sono 
sulla porta del salotto, 
vaio): All'inferno!... 
Pilade: 'Gli ha detto a 

un c'è pericolo. 
Giovanni [riprende?ido il revolver): Arriveder- 
ci, cinico geniale. 
Pilade (fermandogli 
la majio e riprenden- 
do l' arma) : No ! . . . 
Questo ora 'glie 
mio. 
Giovanni: Ah!... Ho 
capito : finite le cen- 
to lire voi pensate 
già... 
Pilade: 
pare?., 
che in 
c'è del 

gio, tengo il revol- 
ver... per garantir- 
mi la pelle!... A 
morire mi dispia- 
cerebbe troppo!... 
[Esce). 
Voci: Evviva Ma- 
rio ! . . . Evviva ! . . . 

FINE. 

AUGUSTO 
NOVELLI. 




Ma che gli 
, Ora che so 
questa casa 
vero corag- 



MariO: e adesso vorreste vivere e vivere alle mie spai le r 




GLlhTTO DA VISITA. 




RICORDI E ANEDDOTI! 



Jli uomini che vissero l'epopea della 
patria sono lontani da noi di più 
che cinquant'anni. 

Si ha l'impressione, ripensando 
ai periodi più epici della nostra sto- 
ria, che all'impeto vittorioso dei trionfatori del '59 
sia succeduto un lungo periodo nel quale gli 
uomini che avevano fatto l'Italia parvero amara- 
mente delusi ch'ella non fosse quale l'avevano 
sognata. Il senso della patria fu a volte come 
smarrito. I più fieri patriotti si fecero talora i più 
spietati accusatori della giovane nazione, e quelli 
che prolungarono il loro sogno di vittoria in una 
impaziente volontà di grandezza, nel tempo in 
cui il paese avrebbe dovuto raccogliersi, furono 
più audaci che fortunati ; caddero spesso sotto 
l'accusa di trascinare la loro Italia alla rovina. 

Oggi il cinquantenario e la guerra ci hanno 
reso più sensibile e più evidente il prodigio della 
risurrezione del popolo italiano non solo nella 
sua nuova e più balda giovinezza ma anche nel 
suo più vasto ideale di potenza e di gloria. 

Quell'ideale fu il più ardente ed il più vivo 
di quanti ne vissero nell'animo dolce e gaio 
dell'uomo che nella tenerezza sapiente e nella 
cura amorosa dette alla mia adolescenza l'orgo- 
glio di un bel sogno italiano. 

Ed oggi nella rinascita del sogno bello d'ogni 
poesia , la sua immagine si ravviva in un 
aspetto che merita, credo, di essere ricordato, 
in un'ora solenne e buona della vita nostra. 

Pietro Ferrigni, che aveva vissuto le gior- 
nate gioconde e serene della rivoluzione to- 
scana, visse poi in Romagna le giornate fo- 
sche delle amarezze inquiete e quelle superbe 
di battaglie e di vittorie in Sicilia. Poi, com- 
posta l'Italia in unità, creato il nuovo regno, 
instaurata la nazione, mio padre abbandonò le 
armi , la diplomazia e la politica per volgersi 
alle arti, alle lettere, al teatro. Persuaso che 
il compimento del riscatto delle terre italiane 
dovesse essere opera di governo e non di po- 



polo, egli si trovò alla proclamazione del regno 
d'Italia in una condizione di vita e di animo per 
le quali si ritrasse per sempre, quasi direi, ac- 
canto alla storia. Dal suo posto di giornalista 
e di studioso, si compiacque di osservare la 
vita del suo tempo e potè vedere, per naturale 
disposizione dell'animo scevro di ambizioni e 
schivo di onori, l'Italia sotto un aspetto quale 
appena oggi noi cominciamo a vederla. 

La superba fede nei destini della patria non 
fu per lui una frase: ma nel profondo del- 
l'animo una bella e fiera ragione d'esistenza; 
pure molti credettero e credono che Yorick, 
perchè gaio e faceto, fosse uno scettico ; e uo- 
mini acuti e studiosi cortesi videro in lui il 
giornalista brillante e versatile e il critico sa- 
tirico e caustico più volentieri che lo studioso, 
il soldato e soprattutto l'italiano — uno di que- 
gli italiani innamorati del loro paese intero, 
che trovano qualcosa di indiscreto e di scon- 
veniente nel sentirsi chiamare col nome della 
loro regione. A lui seccava d'essere chiamato 
« toscano » come se questo lo facesse conside- 
rare qualcosa di meno che un italiano. 

Amò l'Italia con un abbandono giocondo 
e ardente come una visione di bellezza fre- 
mente di vita e di fecondità; l'amò gelosa- 
mente, senza farsene né un vanto né una ra- 
gione di ostentazione, con una fierezza indo- 
mita e una poesia profonda. 

La conobbe palmo a palmo, per averla per- 
corsa più che altro , a cavallo nel '59 dalla 
Romagna a Torino, nel '60 dalla Sicilia a Na- 
poli, nell'ebbrezza della guerra, a fianco di 
Garibaldi, come suo ufficiale d'ordinanza e in 
tempi diversi suo segretario particolare. La 
sua prima giovinezza aveva assorbito un'edu- 
cazione toscana. Nato a Livorno, aveva stu- 
diato rettorica a Pisa e giurisprudenza a Siena 
e seguito e avvicinato i maggiori scrittori con- 
venuti a Firenze e i patriotti ai quali si unì 
poco più che ventenne nella rivoluzione del '59. 



142 



LA LETTURA 



Si trovò nel novembre e decembre 1859 a 
fianco del Generale in un periodo tormentoso 
della sua bella vita di eroe, e il profondo umo- 
rismo del suo spirito non poteva nascondergli, in 
circostanze singolarmente favorevoli, gli aspetti 
più umani anche degli uomini più sovrumani. 

Per mezzo di Garibaldi, mio padre vide e 
avvicinò la prima volta Re Vittorio Emanuele e 
ne ebbe un'impressione profonda che non si 
cancellò mai dall'anima sua. Come, perchè e 
con quale scopo mio padre compì presso il 
Re una missione confidenziale di Garibaldi, 
non ho mai potuto precisare. Ma è certo che 
da quel tempo mio padre, per certa scienza, 
ebbe dei rapporti tra il Re e il Generale una 
opinione tutta sua personale, assai diversa da 
quella corrente e alla quale si va sempre più 
avvicinando l'opinione della storia, mano a 
mano che documenti ed indagini nuove ven- 
gono in luce. 

Yorick amò Garibaldi con rispetto profondo 
che dimostrò ed espresse in varie occasioni; 
ciò che non gli impediva di parlarne in fami- 
glia, con una confidenza affettuosa e divertente 
nella quale rievocava la sublime figura del- 
l'eroe... quasi in pantofole, come egli l'aveva 
veduto vivendoci assieme. 

Yorick non fu un vero garibaldino, ma uffi- 
ciale toscano; e sapeva evidentemente della sto- 
ria d'Italia più che non se ne sappia oggi, e 
non se ne saprà forse mai. Ricordo di avergli 
udito esprimere su la campagna di Sicilia una 
opinione che appena oggi si va documentando. 
Però è tanto più da rimpiangere che con un'os- 
servanza rigidissima del suo segreto, mio pa- 
dre non abbia lasciato notizia della missione 
che, incaricato da Garibaldi, egli compiè presso 
il Re, a Torino, nel decembre 1859 quando il 
Generale abbandonò l'Esercito della Lega. 

I due grandi eroi dell'Italia si incontravano 
a Teano, circa un anno dopo. 

La vita militare di mio padre non fu senza 
incidenti di un carattere che oggi assume un 
aspetto stranamente bizzarro. 

Intorno agli avvenimenti del novembre-de- 
cembre 1859, mio padre scriveva a Piero Puc- 
cioni una lettera di interesse esclusivamente 
personale, nella quale narra: 

«...Da Rimini, ov'era il Quartie- Generale, io partii ac- 
compaGTiiando il mio Generale a Bologna <\ov^ dovevamo 
trattenerci «olo pochi giorni. 

« .. Da Bologna noi tornammo a Rimini. Gli avvenimenti 
chiamavano il Generale a Torino. Dovetti accompagnarlo. 
Là dette le sue dimissioni e di là partì per Genova. Io ri- 
masi per suo ordine in Torino, incaricato di missione con- 
fidenziale, per la quale, mettendomi in relazione con S. M. 
il Re eletto, ebbi poi dalla M. S. l'ordine di trattenermi in 
Torino ». 

Accadde allora un fatto assai curioso che 
esasperò e tormentò mio padre per un paio 
di mesi. 

Egli era a Torino: il generale Stefanelli, sui 
rapporti dei suoi ufficiali, constatava la sua 
assenza dal campo, ingiustificata, e lo riteneva 
semplicemente... fuggito con — o forse senza — 
Garibaldi !... il quale, da Genova, continuava a 
servirsi del suo ufficiale tranquillamente, e gli 
indirizzava — evidentemente in aggiunta ad al- 
tre istruzioni dategli in precedenza prima di 



lasciare Torino — questo biglietto (che trovasi 
fra le carte di Piero Puccioni) : 

Genova, 24 novembre 1859. 
Caro Ferrigni, 
Vedete il re e diteli che non mi faccia per ora General.» 
Piemontese, e diteli di più che faccia liberare C... che ar- 
restarono in Firenze. V.o G. Garibaldi. 

Il 2 decembre, il sottotenente Ferrigni, già 
ufficiale d'ordinanza del generale Garibaldi, 
indirizzava al suo nuovo comandante dell' 1 1» di- 
visione il tranquillo telegramma seguente: 

2 decembre 1859. 
Generale Stefanelli - Forlì. 
Saputo per caso ella mi cerca. Sono Torino ordine Ge- 
nerale Garibaldi, dato prima di sua dimissione, per ttrnii- 
nare conti ed affari... ed altri negozi che io solo potevo 
regolare. Un ufficiale doveva essere incaricato avvisarla di 
ciò. Non fu fatto? Appena terminato faccende prontamente 
sarò da Lei. Sia cortese telegrafarmi ricevuta presente di- 
spaccio, f.o Ferrigni. 

Il « presente dispaccio » ebbe un effetto ma- 
gico: due giorni dopo, mio padre riceveva la 
dimissione dal servizio militare! Ci volle un 
paio di mesi per rimettere le cose in chiaro. 
Garibaldi da Genova se n'era andato; il io de- 
cembre era a Como, il 17 decembre era a Fino; 
nel frattempo mio padre, fermo a Torino per 
ordine del Re, tempestava di telegrammi amici, 
conoscenti, superiori, senza riuscire a persua- 
dere il generale Stefanelli della regolarità della 
sua condotta. 

Il 17 decembre del '59 Garibaldi scriveva 
da Fino: 

Caro Ferrigni, 

Sento con dispiacere dalla vostra lettera che la vostra as- 
senza è stata così male interpretata da motivare la vostra 
demissione. Spero però che saprete giustificarvi, e se questa 
mia potesse esservi utile, fatene pur uso. 

E' un fatto che io vi accordai, prima di dimettermi, un 
permesso illimitato come studente ; ma vi pregai quindi di 
trattenervi in Torino per porre in ordine diveisi afF^Ti .. 
e di occuparvi dei negozii col sartore Minoli, e finalmente 
vi pregai di vedere il Re per ordine del quale so che siete 
quindi restato in Torino. La vostra responsabilità è dunque 
posta al coperto. Se il vostro Generale non fu avvisato, 
non fu vostra la colpa e quando ciò sia posto in chiaro 
il decreto che vi colpisce sarà modificato. Credetemi 

V.ro G. Garibaldi. 

Mio padre non lasciò Torino che in seguito 
a questa licenza: 

Maison du Roi. 

Turin 12. 12. 59. 
M. le Lieutenant, 
S. M. me charge de vous dire, que la mission qui vous 
étail confiée et pcur la quelle vous aviez recu ordre de re- 
ste à Turin étant terminée, vous étès libre de rejoindre 
votre Division. Agrèez etc. 

Però il sottotenente Ferrigni era perseguitato 
dalla mala sorte: si trovava l'ii decembre su 
un treno che deviò fra Milano a Torino e si ferì 
in modo che soltanto il 23 dicembre potè ri- 
mettersi in viaggio con tanto di certificato del- 
l'Ospedale militare della divisione di Torino. 

Ma intanto la sua divisione non lo aspettava 
più ed egli dovette tornarsene a Livorno e 
prepararsi a difendersi. 

Su questi ed altri documenti, Yorick riuscì a 
persuadere le autorità superiori della sua buona 
condotta; ma le molte amarezze, le varie cir- 
costanze di questa sua riabilitazione, in un 
momento nel quale Garibaldi ritiratosi a vita 
privata poco poteva aiutarlo, lo afflissero acer- 
bamente. 



YORICK 



143 




YORICK NEL 



È del 19 gennaio 1860 il decreto ministe- 
iale che annullando la dimissione datagli il 

4 decembre 
1859 « dal 
servizio che 
aveva intra- 
preso gratui- 
tamente» co- 
me aggrega- 
to allo stato 
maggiore, lo 
« sollevava 
dal militare 
servizio a fi- 
ne che potes- 
se riprende- 
re la sospesa 
carriera del- 
le lettere e 
della giuri- 
sprudenza ». 
Il decreto 
porta la fir- 
ma di Rica- 
soli, ministro 
dell'interno, 
e di Cador- 
na, ministro 
della guerra. 
Nei suoi 
termini nudi 
e crudi, il de- 
creto ha tutta l'aria di una pietosa liquidazio- 
ne : però significava l'annullamento della de- 
cisione di un superiore a favore di un inferiore. 
E' anche da notare che 
dopo pochi mesi la cam- 
pagna di Sicilia si inizia- 
va; e Yorick, riprenden- 
do il suo grado e la sua 
spada, raggiungeva Gari- 
baldi a Palermo da dove 
seguiva il reggimento Ma- 
lenchini fino a Milazzo. 
Nella giornata di Milazzo 
si battè con una vivacità 
che fu ritenuta degna di 
essere notata. Scrivendo 
egli stesso alla Nazione 
le notizie della guerra, 
aggiungeva per il diretto- 
re e fraterno amico, Piero 
Puccioni, una lettera (re- 
sa nota due anni or sono) 
della quale il poscritto 
dice : 

« Cosa sono ? dove sono ? Me 
n'ero dimenticato. Ero tenente 
di stato maggiore venerale di- 
staccato presso il luogotenente 
colonnello Malenchini. Dopo la 
battaglia di Milazzo fui nominato 
capitano, una parola molto lusin- 
ghiera per me e riferentesi a quel 
poro che feci quel giorno, ^ono 
dunque capitano di stato mag- 
gior generale distaccato presso 
Malenchini. » 




LIMIH WEIIPOIlMil 





Yorick seguì poi Gari- 




UnA RhX 



baldi fino a Napoli, da dove tornò a Firenze. 
Si presentò allora al ministro della guerra coi 
suoi bravi 
galloni; non 
era appena 
entrato dal 
ministro, che 
questi lo fer- 
ma va con 
questa do- 
manda: 

— Che co- 
s'è lei, scusi? 

— Capi- 
tano di 

— E chi è 
che lo ha fatto 
capitano? 

— Il gene- 
rale Garibal- 
di, signor 
ministro. 

— Il gene- 
rale Gari- 
baldi non ha 
nell'esercito 
toscano si- 
mile facoltà; 
vada a rimet- 
tersi il suo 

grado di te- 

4. 4.^^^: Yorick nel 1877. 

nente e torni '' 

a ripresentarsi! — Yorick, mortificato, obbedì. 
Raccontando questo aneddoto dopo tren- 
t'anni, lo commentava così: « A Garibaldi i 
ministri d'allora ricono- 
scevano soprattutto la fa- 
coltà di far la guerra.... e 
di vincere le battaglie ! ». 
Per quanto ossequente 
alle esigenze della milizia 
regolare, Yorick non po- 
teva non sentircisi a di- 
sagio; tanto fu sempre 
pronto a fare il suo do- 
vere, altrettanto non si 
sentì mai fatto per la vi- 
ta delle armi. 

Una singolare riprova 
del suo stato d'animo — 
a noi di sua famiglia no- 
to, ma non documentato 
— abbiam trovato in una 
lettera inedita ch'egli scri- 
veva dal forte di Milazzo, 
« dove erano tranquilli e 
quieti », a Piero Puccio- 
ni : lettera di rapporto 
confidenziale, nella qua- 
le, a una lucida sicurezza 
di apprezzamenti, si uni- 
sce, in modo che può stu- 
pire, un senso di indi- 
pendenza di giudizi e di 
propositi assai curioso: 
giudizi e propositi che 
forse non ancora può es- 



i-itiiiiuir I, i!!iin!!i 



BIOSH-iriE ^^ RITRATTI 

YORICK -■PjERNoUO 



144 



LA LETTURA 



sere opportuno rivelare — ma dei quali sono 
indice eloquente queste parole: 

« ...in ogni caso ho fatto la mia protesta i?!) : Io mi batto per 
rital a, una, indipendente, costituzionale sotto re Vittorio 

e niintstro Ca- 
vour. Se qualcu- 
no volesse indi- 
rizzare altrimen- 
ti la barca, io me 
ne ritomo a casa, 
e schiavo suo... ». 

(Per un te- 
nente, sia pu- 
re citalo al- 
l'ordine del 
giorno, è un 
curioso modo 
di esprimer- 
si!). 

Yorick non 
conservò del- 
la sua vita di 
soldato che le 
spalline da 
sottotenente 
e la medaglia 
d'argento al 
valor milita- 
re, che gli ri- 
mase sul pet- 
to nell'estre- 
ma sua di- 
partita. Da 
Napoli il Fer- 
rigni tornò a 
Firenze ; la- 
sciò per sem- 
pre le armi, 
prese l'esame 
di avvocato e 
impugnò la 
penna. Nel 1861 fece da cicerone con un catalo- 
ghetto miserello miserello, tanto umoristico 
quanto pietosamente modesto, nientemeno alla 
prima Esposizione nazionale del regno d'Italia, 
a Firenze. È una guida-ricordo, tanto piena di 

entusiasmo quanto povera di Esposizione: 

pure è oggi un curioso ricordo, che dà la mi- 
sura dei progressi titanici compiuti dal paese 
in cinquant'anni. Fra le memorie del cinquan- 
tenario glorioso nessuno ha ricordato la prima 
Esposizione nazionale italiana che raccolse per 
la prima volta i prodotti d'arte e d'industria 
del giovanissimo regno ; l'oblìo non è giusto. 

Le belle arti e il teatro occuparono l'atten- 
zione di Pietro Ferrigni, ormai noto soltanto 
come Yorick, per il resto della sua vita; il 
teatro egli seguì sera per sera con una pas- 
sione ininterrotta, e lo studiò dal 1856 al 1886; 
le belle arti le seguì da Firenze (nel 1861), a 
Milano (nel 1872), a Vienna (nel 1873), a Na- 
poli (nel 1877), a Torino (nel 1.S84); poi a 
Roma e a Firenze per le Esposizioni italiane 
e per gli invìi al Salon di Parigi, nei concorsi 
pei monumenti, a Firenze per quelli di Santa 
Croce, della facciata e delle porte del Duomo 
e del centro della città. E di tutti gli avve- 
nimenti artistici e teatrali rese conto in qua- 



1 




E. XiMENES, - La GiusTizrA DI Tunisi 
STUDIATA D.\ Yorick. 



rant'anni di lavoro quotidiano sui giornali libe 
rali, con una incredibile organicità di criteri e 
una inesausta vivacità di idee. Evidentemente 
egli ha avuto sempre dinanzi a sé il pensiero 
di un lavoro organico, del quale ha accumu- 
lato il materiale senza aver poi il tempo di 
raccoglierlo, sorpreso che fu dalla morte. Ma 
come aveva ordinato e concepito la Storia cri- 
tica del teatro, verosimilmente ha vagheggialo 
una Storia delle arti nel nuovo regno d'Italia. 
In quest'immenso suo lavoro egli non si è mai 
ripetuto. In una cosa sola, diceva che è fatica 
sprecata di rifare degli articoli, perchè acca- 
dono sempre le medesime cose: in politica. E 
negli ultimi anni — anche perchè sopraffatto dal 
lavoro — si divertiva a ripubblicare articoli po- 
litici vecchi di vent'anni, coi soli nomi cam- 
biati; questo giuoco gli risparmiava del tempo, 
ma gli procurava anche un sincero divertimento. 
« Pensare — soleva dire — che c'è della gente 
capace di prendere sul serio la politica! ». 

Yorick fu uomo che non ebbe nessuna ambi- 
zione per la vita pubblica.... intendo per quella 
delle cariche, perchè la sua vita fu sempre pub- 
blica; egli a- 
veva del gior- 
nalismo un 
concetto di 
alta dignità 
come di una 
carica pub- 
blica. 

Molti ricor- 
di dell'arte e 
degli artisti 
che vide, che 
difese, cui 
seppe, con a- 
morosa assi- 
duità, giova- 
re — negli 
studi degli 
amici più an- 
cora che sulle 
colonne dei 
giornali — ac- 
cumulò nella 
sua casa, che 
amò con ma- 
nìa e adornò 
con fasto 
quasi princi- 
pesco. 

In casa ve- 
stiva quasi 
sempre l'am- 
pia veste tu- 
nisina. A tale 
proposito oc- 
corre ricorda- 
re che i suoi 
lunghi e fami- 
liari rapporti 

con clienti tunisini (intrapresi in occasione della 
famosa lite .Samania per una eredità di ventidue 
milioni), gli studi da lui fatti di diritto ebraico 
e musulmano, la sua passione per la lingua e 




YOKICK 



YORICK 



145 



la letteratura araba e la conoscenza che egli 
ebbe di quel mondo tunisino che rischiò tren- 
tacinque anni fa di diventare italiano, fecero 
\ orick singolarmente competente a trattare an- 
che giornalisticamente la questione di Tunisi. 

\'i si dedicò con ardore e conservò il fez 

per casa. 

Fu Vorick che, dopo lo scacco di Cairoli, 
non riuscendo a rendersi conto delle cause che 
lo avevano determinato, o sviluppando non 
so quale malinteso diplomatico, inventò che 
le cose erano andate male perchè il ministro 



Il bello si è che con questa storia, molta 
gente ha creduto per un pezzo che Cairoli non 
sapesse davvero un'acca di francese ! 

Yorick conservò la parte di Tunisia che si 
era conquistata per sé, consistente nel fez, e se- 
guitò a vivere allegramente e a dare magnifici 
ricevimenti (spesso in costume) nella casa che 
adorava e che si godeva in famiglia e fra 
amici con una gioia profonda, alternando la 
critica d'arte e di teatro alle rare ma lunghe 
occupazioni forensi. 

A tutto preferiva, nel benessere della sua 




Cairoli non sapeva il francese e quindi non 
aveva capito quel che dicevano le note diplo- 
matiche. Con la più grande serietà parodiò il 
carteggio diplomatico in quel linguaggio bur- 
lesco di italiano gallicizzato che nel giornalismo 
si chiamò sempre il « francese di Cairoli ». 
Neil' 85 pubblicò una lettera a madame Adam, 
in cui erano questi saggi sul discorso Cairoli 
di Bologna : 

« Mon discours s'est promené sur la politique externe qui 
est mon fori, comma vous savez. J'en ai traité avec beaucoup 
d'alcool et tous ont ri à creve ventre quand j'ai rappelé 
délicatement mon grand succès dans l'affaire de Tunis. 
J'espère que le riz de Boulogne (il riso di Bologna) aura 
un écho aussi en France. 

« J 'ai affermé solennellement la concorde de tous les députés 
sinistres à l'ouverture de la Chambre. Xous sonnerons tous 
le méme morceau, ce qui fera une musique digne d'étre im- 
primées par nos grands editeurs Souvenirs eijuf^es el Route, 
come si c'è ait un des plus beaux opéras de votre immortel 
Auber : Entre diable ou Le changement des portiques (Fra Dia- 
volo e la Muta di Portici) si je me trompe, corrigez vous mé- 
me et meltez le Mente des Porches ou le Compiei des arcades. 

« Je compte, chère amie, sur votre bonté pour me fairi 
une belle reclame. Je ne suis pas Christophe Pigeon et je 
n'ai pas decouvert l'Amerique ni inventé la poussière ; mais 
je me vante, ecc., ecc. ». 

La Lettura. 



famiglia, la pace e la tranquillità di casa sua, 
e la sua cara scala a pinoli che gli serviva per 
occuparsi dei suoi quadri, delle sue stoffe, dei 
suoi parati, nella confusione di opere d'arte, 
maioliche, bronzi, paraventi che aveva raccolti 
nei suoi salotti. 

Di Michetti ebbe la ventura di poter salu- 
tare tra i primi e con entusiasmo la radiosa 
rivelazione, a Napoli nel 1877, con il Corpus 
Domini. La sua critica aveva l'autorità delle 
cose sincere, ed egli se ne valeva con grande 
parsimonia ma con grande gioia verso i gio- 
vani ; di nessuna pagina fu mai così felice come 
di quella colla quale contribuì a richiamare l'at- 
tenzione del pubblico sul prodigioso giovane 
abruzzese. Una diecina d'anni dopo al Mi- 
chetti rammentò la promessa di un ricordo che 
l'artista si era sempre dimenticato di mandar- 
gli. Un giorno gli mandò a Firenze, in un 
grande rotolo, due pastelli di fiori di mandorlo 
che fecero la gioia di Yorick; il rotolo era ac- 
comodato con somma cura, e una profonda 
scienza dell'imballaggio (la quale Yorick ap- 



146 



LA LETTURA 




prezzava moltissimo). Sulla prima carta che 
avvolgeva i due pastelli, il pittore aveva posto 
questa preziosa indicazione: « Svolgere leg- 
germ ente. 
Meglio non 
svolgere ». 

In una af- 
fettuosa di- 
mestichezza 
con Edoardo 
Dal bo n o, 
contrasse a 
Napoli, fra gli 
artisti di quel- 
la luminosa 
scuola d'arte, 
amicizie cor- 
diali col Mo- 
relli, coi Ver- 
tunni padre e 
figlio, col 
Loiacono, col 

Miola; e di loro e del Palizzi, del Carrillo, 
del Sacco, conservò graziosi ricordi. 

Degli artisti di nascita o di tendenza o di 
scuola toscana raccolse opere singolari e di- 
segni pregevoli di Amos Cassidi, di Stefano 
Ussi, di Telemaco Signorini, di Giovanni Fat 
tori, di Michele Gordigiani, di Francesco Vinea, 
di Edoardo Gelli, di Vittorio Corcos (autore di 
un suo bel ritratto), di Luigi e 
Francesco Gioii, del Muzzioli, 
del Cecconi, del Cannicci, del 
Chelazzi, del Lucchesi, del- 
rOrigo (allora pittore). 

Una singolare passione egli 
ebbe pei ventagli, di cui gli 
piaceva la sagoma bizzarra ed 
elegante. Tradusse questo ca- 
priccio estetico in piccole for- 
me letterarie che non furono poi 
sdegnate da poeti romantici e 
galanti: piccola poesia da sa- 
lotto che Yorick trattò con un 
certo garbo. Yorick non fu poe- 
ta, ma sapeva giuocare colle 
parole in versi in scherzi oggi 
poco più di moda. 

Amò i « pirofori » (che sono, 
per chi non lo sapesse, poesie 
sonore, senza senso comune) coi 
quali si divertì a parodiare più 
d*un poeta illustre (per esem- 
pio il Prati): fra quelli più seri 
e meno noti ci sono due quartine 
di una superba scimunitaggine, 
degna dell' AVa di maggio e non 
ci si vedeva. Queste : 

Al tempo che regnava Baiazette 
si vendeva il bambù dai macellari : 
quando a usar cominciò le scarpe stielt» 
impararon le donne a dir « magari I » 
E dopo il sei venne inventato il sate 
nemico capital del numcr pari : 
di qui nacque il proverbio in Villafranca: 
non ti scordar dime, se il cuor ti manca. 

I pirofori erano fatti, per so- 
lito, in brigate di amici; chi 



faceva un verso che volesse dir qualcosa, pagava 
lo champagne. E' appena credibile; ma sul sesto 
verso fu pagato da bere: la brigata sentenziò 

che era trop- 
po pieno di 
pensiero ! 

Sostenendo 
che le parole 
di una roman- 
za non hanno 
affatto biso- 
gno di aver 
del senso per 
ispirare della 
buona musi- 
ca , scrisse 
quella famo- 
sa : Quando 
talor frattan- 
to.... e trovò 
roMMAsi - Carciofaia D'Antignano. ^hl la mise in 

musica con 
una tranquillità più imperterrita della sua: fu, 
se non sbaglio. Tosti! 

Degli aneddoti giudiziari, collezionista e pro- 
tagonista, si valse in gran parte nei suoi Tri- 
bunali umoristici: molti sono noti, molti gli sono 
attribuiti. Uno dei più ingenui e maliziosi si ri- 
ferisce a un magistrato di poco spirito e molto 
meticoloso. In un'udienza di tribunale, mio pa- 
dre difendeva un macellaro, un 
tale che macellava gli animali 
ma non vendeva carne. Nell'in- 
terrogatorio l'imputato volle 
fare quella distinzione. 

— Che mestiere fate? 

— Ammazzo i maiali. 

— Che razza di mestiere è 
codesto? Fate il macellaro? 

— Nossignore ; è il mestiere 
che faceva anche mio padre : 
ammazzo i maiali. 

— Sì, va bene, il macel- 
laro. 

— Signor presidente — in- 
terviene l'avvocato Ferrigni — 
faccia il piacere di non confon- 
dere le generalità: l'imputato 
ammazza i maiali come suo 
padre. 

— Come il j)adre di chi? — 
fa agro il presidente. 

(Accennando l'imputato): 

— Oh, Dio! Come il suo, 
signor presidente. 

L'interrogatorio fu ripreso in 
fretta. 

Yorick amò le boutades, e ne 
trovò in sua vita una discreta 
quantità; fra le meno note ci 
sono queste due. 

Di un collega che scriveva 
degli articoli eterni e noiosi, 
espresse il suo modesto pa- 
rere così : Ecco, è uno scrit- 
tore senza dubbio: però, quan- 
Cannicci - La filatrice. do si dice « leggero come una 




YORICK 



147 



penna», non si deve intendere: come la penna che i canovacci essendo nuovi, i bicchieri sci- 
dei Tale ! volano e vanno in terra. 
Parlando di un'attrice, sulla quale gli si do- — E con che vorresti asciugare i bicchieri, 




T. Signorini - Una via di Edimi;urgo. 



mandava un parere, trovò questo modo sem- 
plice di giudicarla: 

— Mi ricordo che faceva una parte nella 
Bella e la Bestia: e non era la « Bella ». 

Alle volte la sua facezia era strampalata. 

In una redazione Yorick stava scrivendo (il 
che non gli impediva mai di fare conversazione 
senza distrarsi dal suo lavoro) ; gli si avvicina 
un collega e gli domanda: 

— Hai visto la Gazzetta d'Italia d'ieri? 

— Sì, l'ho vista stamani; e c'erano dentro 
delle cose che non ho trovato in nessun altro 
giornale. 

— Che co- 
sa? 

— C'era 
mezza libbra 
di salame 
e tre acciu- 
ghe. 

Di aneddo- 
ti propri e 
altrui Yorick 
prendeva no- 
ta su fogliet- 
ti volanti, 
mentre di stu- 
di e ricerche 
era così si- 
curo della sua 
prodigiosa 
memoria che 
non prende- 
va appunti 
quasi mai e 
citava sem- 
pre a memo- 
ria senza errori. Però prendeva note di questo 
genere : 

« Oggi — nota su un diario — ho visto l'ar- 
civescovo che arcipasseggiava ». 

Un giorno sua moglie rimproverava la donna 
di servizio perchè rompeva troppi bicchieri 
nell'asciugarli; la donna, per scusarsi, dice 




Arturo Fakdi - La culla. 



per non romperli? — domanda la buona mas- 
saia. 

— Eh ! — dichiara Yorick — con molta at- 
tenzione; mi pare che basti. 

A proposito di bicchieri, una sera Yorick 
tornò a casa con un grosso involto, e andato 
trionfante e soddisfatto da sua moglie, le disse: 

— Vieni a vedere. r- 

Essa lo segue in un lungo corridoio. Egli si 
ferma a mezzo e dice: 

— Ecco, sta attenta! 

Prende dall'involto un bel bicchiere e lo sca- 
raventa per 
terra. Il bic- 
chiere va in 
bricioli. 

— Oh! — 
fa Yorick, 
sempre serio. 

Ne prende 
un altro , lo 
getta in terra 
e lo guarda 
con affetto an- 
dare in fran- 
tumi. Zitto, 
serio, grave, 
prende un al- 
tro bicchiere : 
stesso giuo- 
co. Mia ma- 
dre lo osser- 
va, lo scuote, 
sgomenta : 

— Pietro, 
sei ammat- 
tito? 

Intanto egli seguitava a fracassare accurata- 
mente la sua mezza dozzina di bicchieri. A 
lavoro finito, senza scomporsi, dice: 

— Hai visto? Sono bicchieri che non si rom- 
pono; ultima invenzione: verve incassahle. E 
costano una lira l' uno : che bella soddisfa- 
zione!... 



148 


LA LETTURA 






•ir 






"\J 






^jra 


^^j^^^^^^^^^^^^B^^^^^K^fl^'i^i^^^H 






':vi»^.«f' 





Stefano Ussi 



SlNITE PARVULOS. 



Di questi scherzi domestici, che con una in- 
verosimile ingenuità egli si faceva a sé mede- 
desimo, ogni tanto ne capitava uno. 

La manìa di curare da sé certe faccende e 
quella di accomodare i cocci rotti lo occupa- 
vano spesso ; e desideroso di sentirsi capace 
delle più umili e diverse mansioni, perdeva a 
volte nelle più futili occupazioni un tempo 
infinito, ma si divertiva, si appassionava, si 
arrabbiava in queste cose come un ragazzo. 
Una volta ebbe la bizzarra quanto infelice idea 
di verniciare da sé le sedie di ferro della sua 
terrazza. Comprò i suoi ingredienti, i suoi pen- 
nelli, fabbricò le vernici e si mise all'opera con 
ardente entusiasmo per dare la prima mano. 
Intanto uno schizzo di qua, uno schizzo di là, 
un pennello che cadeva, un pentolino che si 
rompeva, il 
cane che ro- 
vesciava una 
sedia... in 
casa l'odore 
di vernice 
erainsoppor 
tabile, e si 
trovava la 
vernice sui 
mobili , sui 
tappeti, sul- 
le vesti: un 
disastro. Ma 
Yorick , im- 
perterrito, 
seguitava a 
verniciare le 
sue sedie: 
dette la pri- 
ma mano, la 
seconda mano, la terza mano — non la finiva 
più. Dopo otto giorni proclamò felice che le 
sedie erano asciutte ed erano ridiventate prati- 
cabili, convocò la famigliuola in terrazza e si 




Luigi Gioli - La hattiti:ra dhl grano in Maremma, 



adagiò con voluttà sull'opera sua. Inutile dire 
che la giacca sulla spalliera e i calzoni sul se- 
dile, rimasero appiccicati come col mastice. La 
famiglia rideva; mio padre, sinceramente delu- 
so, osservava che questo accadeva perchè la 
vernice era asciutta, perché se, dio guardi, non 
fosse stata asciutta.... Dopo molti sforzi, e dopo 
aver lasciato strisce di vestito sulle stecche 
della sedia, Yorick, sempre serio, ma felice di 
vedere la sua famiglia presa da una vera follia 
di ilarità, meditò un attimo e sentenziò: 

— Mi viene un'idea.... Voglio provare.... 

— No, per carità, non provare altro! — gri- 
da sua moglie. 

— Voglio provare a chiamare un vernicia- 
tore ! . . . . 

Negli ultimi suoi anni prese una vera ma- 
nìa per la fo- 
tografia istan- 
tanea. Non 
usciva mai 
senza la sua 
macchine e 
fotografava 
(più spesso 
male che be- 
ne) tutto quel 
che gli capi- 
tava : e le nu- 
vole, e la 
nebbia, e le 
luminarie, 
meditando 
una cronaca 
fotografica 
che oggi, do- 
po vent'anni 
dai suoi fati- 
cosi tentativi, i giornali illustrati più modesti 
hanno largamente oltrepassata. 

Passando molti mesi dell'anno a Roma, dove 
abitava in piazza Montecitorio, si divertiva a 



ORICK 



149 



VORICK NEL 



fotografare tutti i giorni, alle medesime ore, 
l'esterno del palazzo del Parlamento, cercando 
se le sue espressioni non variassero in modo 
più interessante di quelle dell'interno. Questo 
passatempo gli procurò il mo- 
do di far prendere cappello a 
Felice Cavallotti. 

Una sera, al caffè. Caval- 
lotti, in un gruppo di amici 
e colleghi, si accalorava entu- 
siasta per una dimostrazione 
di simpatia avuta qualche 
giorno prima alla sua uscita 
da Montecitorio. Cavallotti 
era un uomo (oltreché debole 
di vista) pieno di ingenuità 
e di illusioni, e facile a s'em- 
baller, specialmente per la 
sua politica e la sua popola- 
rità. Egli stava vantando le 
cinquecento, le mille, le due- 
mila persone della dimostra- 
zione. Mio padre lo lasciò 
riscaldarsi, e poi, molto cal- 
mo e affettuoso, gli disse: 

— Però esageri ; le mille 
persone non erano più di venticinque o trenta. 

Cavallotti, che si lasciava acchiappare agli 
scherzi col candore di un fanciullo, punto sul 
vivo, ribattè, seccato: 

— Eran certo più di cinquecento! 

— Ma no — fa Yorick — saranno state qua- 
ranta, via! 

— Ti dico che non potevano essere meno 
di ottocento! 

— Mettiamo cinquanta, e non se ne parli più. 

— Già, tu non credi a nulla; tu sei un co- 
dino, ti diverti a contraddirmi, lo fai apposta; 
il popolo.... 

— Ma no, caro amico; ti assicuro che il po- 
polo dell'altro giorno era composto di cin- 
quantadue persone. Le ho contate. E poi, 
guarda! Ricontale! 

E Yorick gli offre, 
seriissimo, la fotografia 
della dimostrazione. 

Cavallotti la guar- 
da, seccato e deluso; 
poi ci fa una franca ri- 
sata sopra, e confessa, 
candido : 

— Però mi erano 
sembrate di più! 

— Ecco come la fo- 
tografia può servire 





alla politica! — concludeva mio padre. — La 
fotografia è monarchica, e spesso spesso, anche 

ministeriale! 

Nei momenti d'ozio, spesso.... lavorava. Il 
lavoro che faceva per distra- 
zione, consisteva nel cercare 
e nel raccogliere epigrammi, 
spropositi, sciocchezze, spiri- 
tosaggini che accumulava in 
un cassetto; era l'unico cas- 
setto che egli chiudesse a 
chiave. Questa raccolta fu la 
prima cosa che cadde sot- 
t'occhio ai suoi figliuoli, do- 
po che Yorick fu morto. La 
cassetta chiusa faceva sup- 
porre ch'egli avesse lasciato 
qualche disposizione di ulti- 
ma volontà; aperta che fu, 
non ci trovammo che face- 
zie !.. . E frugando tra le sue 
carte in quelle ore d'angoscia 
in cui la vita sembrava crol- 
larci d'intorno, qualche friz- 
zo, qualche botta, qualche 
scherzo balzando dalla sua 
scrittura fresca e nitida, ebbe la virtù di farci 
ridere.... Fu tralasciata quella cura; il contra- 
sto fra il suo spirito sempre vivo nelle pagine 
gaie e il dolore della sua morte aveva atrocità 
sanguinose. Ma a lui forse non sarebbe dispia- 
ciuto che vivesse di lui qualcosa che ancora 
in noi sapesse ridere. 

Quando parlava (di rado) con luminosa e 
cristiana serenità della morte, diceva che an- 
che di questa si dovrebbe avere una memoria 
gaia, perchè quel che è gaio è buono, e quel 
che è buono è bello. Invece si circonda la 
morte di orrore e di tristezza, si coprono le 
tombe di monumenti brutti, e si ricordano i 
morti con dei discorsi noiosi. — Io vorrei — di- 
ceva — che, quando non ci sarò più, qualcuno 
che volesse ricordarsi 
di me, lo facesse sorri- 
dendo, e che qualcuno 
sulla mia tomba pian- 
tasse delle rose.... 

Presso la sua tom- 
ba modesta una mano 
fedele ha piantato del- 
le rose. 

MA.RIO 
FERRIGNI. 



L'ultimo ritratto di Yorick. 



VM PAESE nN AGONIAs 

ILA FltR 




[hi viaggia verso la Persia attra- 
versando il Caspio e seguendo 
poi la strada postale, che è la 
più diretta e comoda per giun- 
gere alla capitale, a stento riesce 
a persuadersi che quella carcassa a vapore 
che salpa ogni domenica da Bakù per giun- 
gere ad Enzeli (Persia) il martedì mattina, 
è realmente destinata a portare il suo carico 
di passeggeri 
ad un porto 
forestiero. 
Questo enor- 
me letamaio 
natante si 
compone, a 
guisa dei le- 
gni costieri 
delle Indie, di 
due sole clas- 
si : la prima 
conta poche 
cabine e mol- 
te cuccette si- 
tuate nella 
profondità 
della stiva, 
specie di pri- 
gioni sotter- 
ranee occupa- 
te per lo più da ufficiali russi quasi sempre 
accompagnati dalle loro mogli, dai bambini 
e dalle serve, che, pigiati senza distinzione 
di sesso nel medesimo ambiente, offrono il 
più originale spettacolo. I passeggeri di se- 
conda classe occupano invece il ponte e 
sono sempre quindi allo scoperto ; tranne 
pochi tartari e persiani, la maggioranza sono 
pure soldati russi destinati a sbarcare in 
Persia con materiale da guerra. Lo sbarco 
si effettua senza la più piccola formalità da 
parte del governo persiano, ormai abituato 
da anni a vedere il proprio territorio occu- 
pato dalle forze del suo prepotente vicino. 
La cittadina di Enzeli, formata da poche case 
attornianti un palazzo a parecchi piani ed 
in forma di pagoda, che fa parte dei beni 
della corona dello Scià, sorge all'estremità 
di una laguna, dove l'acqua è talvolta cosi 
bassa che non soltanto impedisce ai vapori 
di accostarsi alla riva, ma persino ai bar- 




coni da mercanzia, che, pescando troppo, 
toccano il fondo, ed in questo caso il ba- 
stimento, dopo aver atteso invano per una 
giornata la crescita delle acque , ritorna 
sul cammino già fatto con merci e passeg- 
geri, per ritentare lo sbarco alla sua pros- 
sima traversata. 

Rievocando i miei ricordi di viaggio, 
non saprei trovare davvero un paese che 

possa essere 
paragonato 
alla Persia per 
la trascuranza 
nei servizi 
pubblici e per 
la totale di- 
sorganizza- 
zione di tutto 
quanto può 
essere chia- 
mato una isti- 
tuzione. Vi 
basti dire che 
io a guardia 
dei miei ba- 
gagli con un 
bastone ir 
mano, dovet- 
ti aspettare 
quattro ore 
alcuni individui da me sguinzagliati qua e là 
in cerca di un vetturale che avesse la somma 
compiacenza di portarmi, ad un prezzo fanta- 
stico, a Resht, distante da là soltanto venti- 
sette chilometri. E' Resht la città, dal punto 
di vista commerciale, più importante del- 
l'Impero persiano e capoluogo del distretto 
il più agricolo del paese, dove si producono 
tutti i bozzoli che vengono venduti in un gran 
recinto attorniato da baracconi in legno e 
che in maggio serve da borsa dei medesimi 
che si spediscono poi in Europa. I suoi va- 
sti bazars dalle vie spaziose rammentano la 
città di Samarcanda, le mercanzie di prove- 
nienza russa hanno letteralmente invaso il 
mercato e soppiantato le indigene. Mol- 
tissimi viandanti delle più svariate nazio- 
nalità asiatiche del nord frammisti a donne 
velate, danno la nota più caratteristica al- 
l'ambiente. Di tratto in tratto un soldato 
russo dal passo pesante e dall'aria di pa- 



UN PAESE IN AGONIA: LA PERSIA 



151 



dronanza in mezzo a tanto orientalismo vi gli altri, siete un europeo, leggete i giornali 
fa l'effetto di una stonatura, stonatura ine- e sapete tutto; credete dunque che contino 
vitabile in queste regioni dove la Russia conquistare il nostro paese? In questo caso 

noi ci batteremo e ci faremo 
prestare i denari occorrenti 
dall'Inghilterra». E su questo 
tono si svolgevano costante- 
mente i discorsi puerili di 
questi abitanti, inconsci della 
loro condizione politica e della 
loro debolezza. 

Non so se altri abbia notato 
che nei paesi più bersagliati 
dalla disgregazione e dalla mi- 
seria, pullulano in maggior 
numero i politicanti, e come 
in Columbia ed in Equator, 
ogni arriero (mulattiero), fa 





mantiene in permanenza un pic- 
colo esercito. Infatti nella scorsa 
primavera le forze dello Zar am- 
montavano a duemila uomini 
circa tra fanteria e cavalleria, 
scaglionati tra Enzeli e Kasvin 
su un percorso di più di duecen- 
to chilometri e pronti a marcia- 
re su Teheran in caso di biso- 
gno. Il soggiorno di queste forze 
in Persia equivale 
per ora ad una oc- 
cupazione pacifica; 
gli indigeni non na- 
scondono però la 
loro apprensione e 
non trascurano l'oc- 
casione di chiederne 
il motivo ai viag- 
giatori europei, così 
che durante i cin- 
que giorni del mio 
viaggio su questa 
strada, alle fermate 
della vettura, veni- 
vo sovente interro- 
gato dalla gente del 
luogo per mezzo del 
mio postiglione che 
possedeva sufficien- 
te conoscenza della 
lingua francese per 
fare da interprete. Le inevitabili domande 
erano: «Che cosa fanno i soldati russi qui? 
Credete che vi resteranno? Che cosa voglio- 
no?» — «Ma, cari miei, sono italiano, ri- 



I. Carovana di pellegrini. - 2. 
3. Carovana di 



Sulla strada postale da Resht a Teheran, 
ricchi viaggiatori persiani. 



spondevo io, e non posso conoscere le inten- 
zioni dei russi ». — « Ma voi, replicavano 



sfoggio delle sue idee politiche, biasima aper- 
tamente l'operato dei capi del governo e fa 
capire che a lui solo si potrebbero affidare 
i destini della sua patria, così in Persia non 
è raro il caso che un carovaniere, dopo tanti 
giorni di silenzio e di meditazione durante il 



152 



LA LETTURA 




suo viaggio dal mar Caspio al Golfo Per- 
sico, vedendo apparire sul suo cammino 
un europeo, si lasci distanziare dalla ca- 
rovana per chiedergli, senza tanti pream- 
boli, che cosa ne pensi della Persia, se 
nel suo paese v'è uno Scià, oppure la ri- 
voluzione (s'intende repubblica), e se sa- 
rebbe meglio, nelle attuali circostanze, affi- 
darsi alle premure della Russia o dell'In- 
ghilterra. Ovunque nel nord della Persia 
e più specialmente a Teheran regna una 
calma apparente; infatti le apparenze, al- 
meno nella capitale, sono tali, se si tra- 
scura o non si vuol dar peso ad una sen- 



\'lI.LAGGIO PERSIANO 
NEL NORD. 

il massacro in 
massa degli euro- 
pei che, come 
sempre, nei paesi 
meno suscettibili 
alla civiltà, sono 
ritenuti gli unici 
responsabili di 
tutti i guai sia po- 
litici che finan- 
ziari. 

La vecchia via 
mulattiera da En- 
zeli a Teheran, 

sazione che tutti non possono non provare, accessibile prima soltanto alle carovane, si 
di essere cioè sempre alla vigilia di un av- trasformò di recente, ad opera del governo 

venimento co- russo, che vol- 

lossale e fune- f"" le crearsi una 

sto, destinato stradamilitare 

a ripercuotersi per la rapida 

inevitabilmen- mobilitazione 

te sugli stra- delle sue trup- 

nieri. Quale ___«_^. P^ nella mi- 

sia il motivo ^^_^ /tfjHIHK 9k gliore arteria 

di questo sta- p||^g^---TMBBPW^A l^'-^^-^'f^^^mxsaua mmmEsm^ ^-^ ìmm'* ^^^^ ^^ gov^er- 

to di cose è ~ ^JB'ip^'£B^ìM|^---- • """ -^BjC^^ no, asiatico 

difficile asso- T^^^^^^I^^^4HP4llvZZ^^ possa avere. I 

dare, e quello OÈtì&H^ JsA' %l\F^^^^^^0^ ^^^Kì viaggiatori 

che si voglia ^^.^^t^^J^^^^KUÌbK^XU \ ''^^%-' * ff^^EÉ debbono pa- 

per l'avvenire N'!^&^^^^^|9IP'^ I^HI ^^^^ ^" dirit- 

nessunosabe- WÈj^^^^^^^^^^^ ^K^t^'^"*^ to di pedaggio 

ne perchè ^^^^^H^ ^V^v^ ' ^ ^^ sette 

desideri sono ^^^^^^^ S^^^T franchi per 

molto dispara- ^^^^ — — — ^ — '■ ' ogni cavallo 

ti; ma la cosa p^ traverso l'altipiano nevoso della Persia. per 1 intera 

sulla quale durata del 

tutti sono concordi e tutte le aspirazioni si cammino; le bestie da soma, eccettuato i 
combinano, è l'espulsione e, se possibile, cammelli, godono di una tariffa ridotta. La 




Villaggio persiano nell'Arabistan. 



UN PAESE IN AGONIA: LA PERSIA 



153 



4(chaussée», così chiamata per distinguerla 
dalle altre vie ordinarie, si estende su un 
percorso di 330 chilometri circa, traversando 
terre n i 
acquitri- 
nosi, di- 
stretti co- 
perti da 
boscaglie 
di gelsi 
nani e fo- 
reste d'al- 
beri d'al- 
to fusto, 
sino che 
giunge a 
R esh t . 
abbando- 
nata la 
quale la 
pianura è 
subi ta - 
mente in- 
terrotta da un'alta catena di montagne che 
sorge a guisa di un'imponente muraglia 
dietro cui si estende l'altipiano che occupa 
la parte centrale dell'Iran. Casolari, villaggi 
e fattorie si succedono a brevi intervalli ; 
la poca attività agricola sembra gareggiare 
con quella commerciale, rappresentata dalle 
innumerevoli carovane di muli e somarelli 
che talvolta ostruiscono il passaggio ; ma 
inoltrandosi la strada nella montagna, il 




traffico diventa più scarso e le abitazioni 
meno numerose. Qualche solitario caravan- 
serai dalle mura merlate e dall'aspetto se- 
vero di 
fortezza, 
offre un 
meschino 
ma ne- 
cessario 
asilo al 
viaggia- 
tore. Nu- 
meros e 
ed inter- 
minabili 
file di 
cammelli 
continua- 
no però 
sempre a 
sfilare 
presso la 
vettura di 

posta; ognuna delle bestie porta al collo 
delle campane che tutte insieme formano 
un concerto lugubre che si ripercuote con 
una eco sinistra nelle gole delle montagne. 
Qualche raro cavaliere, in grande uniforme 
ed armato sino ai denti, vi sorpassa o vi 
incontra lanciandovi una parola di benve- 
nuto e mettendosi a vostra disposizione. 
« Chi sono costoro? », chiesi una volta al 
mio postiglione interprete. « Sono rivoluzio- 



CARAVANSKRAI. 




Piazza del Meidan a Teheran. 



154 



LA LETTURA 



nari, avanzo dell'ultima insurrezione e che trova Teheran; infine si delineano i cupo- 
ancora non riconoscono la sovranità del- Ioni dorati ed i minareti delle moschee , 



1 Imperato- 
re ». Intanto 
la strada sale, 
saie sempre ; 
i tre cavalli 
che trascina- 
no la carroz- 
za, sebbene 
cambiati ogni 
25 chilometri 
circa , sono 
costretti al 
passo ; pro- 
fondi burroni 
fiancheggia- 
no sempre la 
strada che 
ora si apre il 
varco fra le 




L'harem del palazzo imperiale di Teheran visto dal bazar. 



nevi. Il sole cocente e l'aria gelata agiscono 
subitamente sulla pelle del volto; innu- 
merevoli carcasse di animali morti di re- 
cente, forniscono pasto ad uno sciame di 
corvi e di aquile di grosse dimensioni, che 
all'avvicinarsi dei viaggiatori spiegano il 
volo con uno schiamazzo assordante. Ma 
ad un tratto le cime delle montagne si 
fanno più basse, la valle si allarga, l'oriz- 
zonte si apre, delle pesanti nubi come uscenti 
da un immenso bacino d'acqua, cominciano 
ad avvilupparvi e la pianura senza limiti 
e senza la più piccola accidentalità appare 
in tutta la sua grandezza. Ivi la vettura 
scorre colla 
massima ve- 
locità e dodici 
ore dopo aver 
passato Kas- 
vin nella di- 
rezione nord- 
est, appare 
distinta una 
gran monta- 
gna isolata 
che domina 
l'altipiano. E' 
il Demaven, 
presso le falde 
del quale si 
solleva un va- 
pore grigia- 
stro come spri- 
gionato da un 
grande incen- 
dio; poi l'occhio comincia a scorgere degli 
sprazzi di luce che diventano sempre più 
distinti coli 'avvicinarsi al luogo dove si 




lo scià alla finestra assiste alla rivista. 
Alla sua destra ha suo fratello ed alla sinistra il Reggente 



e dopo aver 
attraversato 
campi ben 
coltivati e co- 
sparsi di vil- 
le, i cui fab- 
bricati sono 
quasi intera- 
mente nasco- 
sti dietro mu- 
raglioni da 
chiostro, si 
arriva ad un 
grande arco 
con pietre a 
mosaico che 
è la porta 
della città, 
dove una 
sentinella cenciosa impone alla vettura di 
sostare ed un nuovo scotto d'ingresso è im- 
posto al viaggiatore. Siamo nella capitale 
della Persia. La mia opinione s'accorda per- 
fettamente con quella di molti, che cioè se 
le case di Teheran fossero cintate da una 
cancellata piuttosto che da muri, sarebbe 
una delle città più ridenti del mondo e ne 
fa fede la vista che si gode dalle alture cir- 
costanti dalle quali la metropoli sembra spro- 
fondata nella verdura. 

La città si divide in due sezioni. La parte 
occupata dalle Legazioni che comprende an- 
che residenze di ricchi persiani e negozi te- 
nuti da euro- 
pei ed arme- 
ni, la piazza 
d'armi e dei 
cannoni (Mei- 
dan) circon- 
data da ca- 
serme ora de- 
serte per man- 
canza di sol- 
dati : poi la 
parte orienta- 
le dove tro- 
vasi il bazar, 
uno dei più 
importanti 
dell'Oriente 
musulmano. 
Sotto le sue 
gallerie in 
muratura ed 
a vòlta, spaziose, lunghe e semibuie, si 
manifesta un'attività straordinaria ; una folla 
mista di pedoni e cavalieri vi si accalca tutta 



UN PAESE IN AGONIA: LA PERSIA 



155 




a giornata, specialmente nelle ore mattu- 
ine. Nei più svariati idiomi dell'Asia cen- 
irale si compera, si vende e si fanno traffici 
l'ogni gene- 
re; accanto ad 
un deposito di 
tappeti fanno 
sfoggio in 
grande espo- 
sizione sup- 
pellettili euro- 
pee che viva- 
mente contra- 
stano con sel- 
le orientali, 
sacchi da 
viaggio per- 
siani (corgin) 
ed altri og- 
getti indispensabili per viaggi di carovana, 
che figurano nell'adiacente negozio. Per 
certi mestieri vi sono reparti speciali; ad 
esempio: calderai, calzolai, fabbri, ecc., sono 
raggruppati in apposite corsie, come del 
resto era costumanza da noi nel medio evo. 
Visitando questi bazars orientali, che ad ec- 
cezione di quello di Stambul sono tutti acces- 
sibili a quadrupedi, mi sono sempre chiesto 
come non avvengano disgrazie. Uomini ed 
animali s'incontrano in un pigia pigia inde- 
scrivibile e si sfiorano senza urtarsi al grido 
di « kharbardah! » (largo). La reggia, situata 
in faccia al bazar, è un gran recinto con cor- 
tili, piantagioni di limoni e giardini tagliati 
da serbatoi d'acqua; lo stile del palazzo è 
piuttosto europeo che orientale, se si eccettua 
però l'harem, ora vuoto e visibile al pub- 
blico, formato da due torri con un piccolo 
fabbricato centrale e le stanze distribuite ver- 



Un caravanserai fra Teheran ed Isfahan. 



in un'abitazione persiana. Il giorno prima 
della mia partenza da Teheran scadeva il 
No-rus, ossia capo d'anno musulmano e nei 

giardini reali 
lo Scià, dalla 
finestra di un 
rez-de -chaus- 
sée, assisteva 
alla sfilata 
della sua ar- 
mata, ossia di 
qualche cen- 
tinaio di fan- 
taccini più o 
meno camuf- 
fati da soldati, 
la più parte a 
piedi scalzi; 
esercito av- 
ventizio, milizia territoriale composta d'uo- 
mini d'ogni età, che due volte per settimana 
hanno l'obbligo di dedicare due ore della 
mattinata agli esercizi militari. Il governo poi 
si prende il lusso di avere anche un generale, 
il quale è un nostro simpatico connazionale, 
il generale Maletta che risiede in Persia già 
da parecchi anni e fra gli europei è una 
delle personalità più stimate di Teheran. 
L'attuale Scià, primogenito del deposto 
Mohamed II, esiliato ora ad Odessa, ha 
soltanto 14 anni; è piccolo per la sua età 
ed assai corpulento : coperto dalle deco- 
razioni e dai brillanti, avanzo del tesoro 
imperiale, ed immobile come si mantenne per 
oltre un'ora, appariva piuttosto una divinità 
buddistica che una figura vivente. Sua Maestà 
si mostrava indifferente a tutto quanto acca- 
deva sotto il suo sguardo fisso ed in pari 
tempo distratto; anche il gruppo delle si- 




Carovana di cammelli nel deserto. 



ticalmente invece che in linea orizzontale. 
Tanto la residenza dell'Imperatore quanto il 
palazzo delle sue donne hanno i soffitti ed 
i muri tempestati di specchi e stalattiti di 
vetro, che rappresentano il colmo del lusso 



gnore dei Ministri europei di fronte alla sua 
finestra (nel quale ottenni un posticino a 
scopo di fotografare il Padiscià) non aveva 
per lui nessuna attrattiva. 

Se a cose quiete il traversare la Persia pre- 



156 



LA LETTURA 



senta delle difficoltà dal lato della sicurezza 
individuale, in questi tempi di rivoluzione 
è davvero un'impresa rischiosa. I nomadi 
del sud, che male si assoggettavano pel pas- 
sato al governo centrale di Teheran, approf- 
fittano oggi della sua impotenza a punirli 
per darsi alla rapina più sfrenata. Quasi tutte 
le vie che da Ispahan conducono verso il 
sud sono assolutamente chiuse dal brigan- 
taggio. I malandrini assaltano le carovane, 
saccheggiano i villaggi i cui abitanti sono 
obbligati ad abbandonare le loro terre per 
emigrare cogli armenti. Le popolazioni se- 
dentarie scompaiono diventando tutte nomadi 



opprimente uniformità, il cui silenzio non è 
rotto neppure dal soffice passo del cammello. 
Ecco il famoso altipiano dell'Iran, ecco Ig 
terra che ispirò tanti poeti persiani ! Un vagc 
senso di tristezza ed abbandono mi invade 
come parmi che invada i carovanieri stes> 
diventati ad un tratto taciturni. La tristezze 
è aggravata dalla persistente presenza di 
grossi uccelli di rapina che roteano di con- 
tinuo sopra di noi, pronti a piombare su 
chiunque cade vinto per la via. Ad ur 
tratto mi chiedo se sto compiendo un viag- 
gio di piacere oppure se sono sotto l' incubo 
di un sogno ; ma ben presto tanto i miei 




Ingresso del bazar ad Isfahan. 



per necessità. La posta delle Indie non se- 
gue più la via ordinaria di Buscir e Sciraz, 
ma è inviata per via Ahwaz attraverso il 
paese dei Baktiari che è la via che tenni 
io per recarmi da Isfahan a Bagdad. Nel 
lasso di pochi mesi il console russo ed il 
suo collega inglese residente a Sciraz, benché 
scortati da numerosi soldati, vennero assaliti 
dai banditi che uccisero loro alcuni uomini 
ed essi ebbero salva la vita per miracolo. 
Verso il nord il brigantaggio è meno or- 
ganizzato, però di tratto in tratto alcuni ca- 
pibanda, con pochi armati, fanno alla « Fra 
Diavolo > la loro apparizione qua e là se- 
minando il terrore fra quelle tranquille po- 
polazioni. Ed è in queste condizioni di si- 
curezza stradale che io uscivo la mattina del 
23 marzo 19 io da Teheran alla testa della mia 
carovana per viaggiare alla volta di Ispahan. 
Una grande pianura ghiaiosa sconfinata 
come l'immenso Oceano, triste landa di una 



uomini che io siamo richiamati alla realtà 
delle cose. L'occhio vii^ile dei gendarmi di 
scorta ha scoperto alcuni punti neri nel lon- 
tano orizzonte che si avanzano rapidamente: 
un breve consulto fra di loro, poi le cara- 
bine si caricano; in queste contrade deserte 
si teme l'apparire di un viso umano, se- 
gnale quasi inevitabile di attacchi e di lotte. 
Le mie precedenti impressioni sui deserti 
mi avevano lasciato il sospetto che la loro 
seduzione, esistesse soltanto nella fantasia 
degli entusiasti ; però man mano che mi 
avanzo sulla squallida pianura iraniana, un 
inatteso spettacolo si offre ai miei occhi. Il 
cielo, velato dapprima, sfoggia ora il più 
bel turchino terso da offuscare lo splendore 
di quello del golfo di Napoli; catene di 
montagne brulle dalle conformazioni più 
bizzarre sulle quali i raggi del più bel 
sole d'Oriente si rinfrangono con svariati 
colori, e che una nube passeggera avvolge 



UN PAESE IN AGONIA : LA PERSIA 



157 




ad un tratto in un'ombra cupa; corsi d'ac- 
qua e foreste, strani fenomeni della fata 
Morgana che tante volte trae in inganno lo 
stanco ed assetato viaggiatore, pongono un 

limite allo 

spazio. Tutto 
intorno a me 
acquista vita 
e sebbene 
convinto che 
quanto vedo 
non è che 
semplice il- 
lusione, pure 
non posso a 
meno di e- 
sclamare : è 
bello ! 

Viaggiamo 
da tre giorni, 
quando i fre- 
quenti incon- 
tri di pelle- 
grini mi di- 
notano che 
non siamo distanti dalla santa città di Kum, 
celebre per la sua moschea che racchiude 
la tomba di Fatima sorella dell'Iman Riza 
(da non confondersi colla figlia di Maometto 
sepolta alla Mecca), visitata annualmente da 
migliaia di fedeli provenienti dalle più re- 
mote province dell'Impero. Viaggiano co- 
storo in grosse carovane, chi su asinelli, 
chi a piedi; uomini, donne e bambini, co- 
perti da va- 
riopinti e pit- 
toreschi cen- 
ci, confusi coi 
mullah (preti) 
€d oranti der- 
visci dall'oc- 
chio fisso e 
fanatico, in- 
tonano a volte 
in coro dei 
salmi la cui 
triste nenia 
s' affievolisce 
coH'allonta- 
narsi della 
comitiva che 
spesso cam- 
mina per set- 
timane e mesi 
vivendo di 
elemosine pur di recarsi a pregare sul se- 
polcro della santa. Due giorni dopo oltre- 
passato Kum, giungiamo a Kascian dove il 
governatore, che visitai subito dopo il mio 



Una piazza ad Isfahan. 




Una via di Kasvin. 



arrivo, ritenne prudente aumentare la mia 
scorta, dovendo io poco dopo attraversare 
il passo del Ku-rud ritenuto assai malsicuro. 
Infatti trovammo nel villaggio omonimo i 

caravanse- 
-^t\.| rai gremiti 
di carovane 
che non osa- 
vano prose- 
guire il viag- 
gio allarmate 
dalle recenti 
notizie sulla 
sicurezza del- 
la strada; ma 
il mio arrivo 
infonde il co- 
raggio e l'in- 
domani mat- 
tina dalla 
sommità del 
passo una 
striscia nera 
serpeggiante 
a perdita 
d'occhio sui nevosi fianchi delle montagne 
dice che il mio esempio è seguito dagli altri. 
Caravanserai è parola persiana che si- 
gnifica rifugio delle carovane , ed è un 
fabbricato cintato da mura merlate a guisa 
di castello e composto di un grande cor- 
tile quadrato nelle cui mura sono scavate 
delle nicchie che servono per i viaggiatori. 
Sulla porta d'ingresso e formante la facciata 
^^_^___^ dell'edificio, 
I vi è qualche 

camera a pa- 
gamento per 
lo più vuota, 
per gli ospiti 
di riguardo. 
Al calar della 
sera, carova- 
ne ed armenti 
fanno il loro 
ingresso ed il 
cortile si tra- 
sforma in un 
istante in 
un' arca di 
Noè; mug- 
giti, ragli, be- 
lati e nitriti 
si confon- 
dono in una 
imprecazioni dei 
gfli animali nel 



strana mescolanza colle 

loro conducenti e mentre 

loro curioso linguaggio sembrano dire addio 

al giorno che muore, figure umane ritte colle 



158 



LA LETTURA 




Piazza del Meidan ad Isfahan cogli avanzi della residenza dei Califfi 



braccia alzate ad un tratto cadono sulle gi- 
nocchia battendo il palmo della mano e la 
fronte per terra nella direzione della Mecca 
rivolgendo ad Allah la loro prece serale. 
Poi le tenebre scendono e con esse il silenzio, 
rotto soltanto da qualche belato ; indi tutto 
tace sino al cantar del gallo che segna in 
questi alber- 
ghi persiani il 
principio del 
nuovo giorno 
di lavoro. 

La mattina 
stessa del mio 
arrivo ad Isfa- 
han traver- 
sando un vil- 
laggio abban- 
donato, udia- 
mo delle grida 
dall'alto di un 
caravanserai 
smantellato e subito dopo che i miei uomini 
ebbero scambiato alcune parole col solitario 
abitatore di quelle rovine, due uomini laceri 
ed armati di fucile e pistole, che riconoscia- 
mo poi per guardastrade, scendono ad in- 
formarci che al di là di una piccola altura 
che dobbiamo attraversare, un'ora prima 
una carovana è stata svaligiata e si offrono 
di guidarci oltre il pericolo. Allora, seguendo 
l'abitudine persiana per affrontare i malfat- 
tori da strada, scendiamo da cavallo e ci 
scaglioniamo e camminando curvati raggiun- 
giamo la cima per osservare la posizione dei 
nemici, i qua- 
li avendo già 
fatto il loro 
bottino si e- 
rano recati 
altrove. 

La giornata 
stava per fini- 
re e già da 
tempo mar- 
ciavamo in 
un'oasi deli- 
ziosa, quan- 
do un soldato 
avvicinando- 
misi col dito 
puntato ad 
una massa o- 
scura che sor- 
geva davanti a noi con un sospiro pronuncia: 

« Insciallah! (se Dio vuole) siamo ad Ispa- 
han ! » e poco dopo la carovana s'inoltra 
in viottoli tortuosi e in un andirivieni di 
gallerie anguste dei vecchi bazars. 




Nell'interno del palazzo dei Califfi ad Isfahan 



Ispahan collegata a Giulfa, sobborgo d; 
armeni e di ebrei, da un ponte colossale ir 
muratura sul Zenderut con doppio passaggio 
esterno per pedoni, e chiamata abusivamente 
da taluni la città delle rose, è rinomata pei 
l'estensione e l'animazione dei suoi bazar 
che permettono di camminare per delle or^ 

al coperto. 
Capitale sotto 
lo Scià Abbas 
e residenza 
temporanea di 
Gengis-Khan 
e Tamerlano. 
ha conservato 
il suo carattere 
puramente 
persiano. Vi 
si possono an- 
cora ammira- 
re gli avanzi 
delle eroiche 
epoche dei Califfi. Sul Meidan, così chiamasi 
la sua piazza, che è forse la più grande del 
mondo, sorgono le sue moschee, madresse 
(collegi) ed i palazzi reali con padiglioni di 
stile cinese che si rispecchiano nei bacini d'ac- 
qua adiacenti. Il persiano, ora però demora- 
lizzato ed avvilito, non sa apprezzare quanto 
rammenta gli splendori dei suoi avi e con- 
siglia subito all'europeo, trascurando il resto, 
una visita al piccolo tempio dei minareti 
oscillanti. Qui di solito un uomo ascende 
la torre di sinistra ed urtando col peso del 
corpo contro le pareti, vi imprime un mo- 
vimento on- 
dulatorio che, 
passando per 
la vòlta della 
moschea, si 
comunica al- 
l'altro mina- 
reto opposto 
che di con- 
senso si muo- 
ve. Per que- 
sta legge fìsi- 
ca, che non è 
nemmeno un 
fenomeno, si 
grida al mi- 
racolo; e que- 
sto miracolo 
costituisce 
oggidì il solo vanto e l'unica gloria degli 
abitanti di una terra che fu per secoli la 
culla delle arti e delle scienze del mondo 
musulmano. 

ALFREDO RIZZINI. 




La sigmioirSinia IDaffodil 



(romanzo di curtiss yorke) 



CAPITOLO I. 



— Questo si chiama caldo! Non vi pare? — 
mormorò Phil, mentre tirava più giù sugli oc- 
chi la sua paglietta, e stendeva la sua lunga 
persona più comodamente sull'erba calda, fal- 
ciata da poco. 

— Xo, io la chiamerei una temperatura ideale 
— rispose la sua compagna con una voce assai 
dolce, benché vibrasse tutta di una gaiezza smo- 
data. 

Queste parole venivano pronunziate da una 
persona semiseduta e semisdraiata in una curva 
di un robusto ramo contorto di un vecchio melo. 
I piedini, non certo ben calzati, posati legger- 
mente uno sull'altro, lasciavano scorgere un 
centimetro o due di una stinta calza di seta 
bleu, mentre il ramo dell'albero, sotto il suo 
lieve peso, si piegava dondolando capricciosa- 
mente. 

Il semplice e dimesso vestito di tela, più 
sbiadito ancora delle calze, ed il cappello di 
feltro usato che nascondeva quasi il viso, in- 
credibilmente piccolo, non erano certamente 
fatti per dar rilievo alla grazia ed alla bellezza 
di chi li portava. Pallida, sottile, con dei grandi 
occhi grigi e dei capelli di un giallo dorato quasi 
come il fiore di cui portava il nome (asfodelo), 
la signorina Daffodil Kildare era più comune- 



mente conosciuta fra i contadini del villaggio 
col nome di signorina Daffodil. 

— Io mi domando se vi voglio realmente 
bene, come mi pare — disse dopo una pausa. 

— Alle volte... non ne sono ben sicura. 

— Tre mesi fa non avevate di questi dubbi 

— rispose Phil in tono burbero — e ciò si ca- 
pisce perfettamente. Se non ne siete persuasa, 
è da deplorarsi che abbiate promesso di spo- 
sarmi. 

— Piano piano; ho promesso di fidanzarmi 
con voi — corresse allegramente la ragazza. 

— Il che, spero, si riduce alla stessa cosa — 
esclamò il giovane, levandosi ad un tratto e 
buttando il mozzicone della sua sigaretta in un 
cespuglio di lauro. — Voi mi diceste... 

— Caro Phil del mio cuore, non ricordatemi 
le cose dette da me, tre mesi or sono — disse 
dondolandosi su e giù. — Non sono mai la 
stessa Daffodil; cambio ogni giorno; pensate 
dunque quale cambiamento in tre mesi ! 

Philip Dovereux impallidì alquanto. 

— In due parole, la conclusione di tutto ciò, 
da quanto mi pare, è che non volete più sa- 
perne di me. 

— Ma no, ma no, caro il mio impetuoso ra- 
gazzo — gli disse carezzevolmente con la sua 
bella voce, fatta ancora più dolce. — Io non 
ho assolutamente la più lontana idea di rinun- 



i6o 



LA LETTURA 



1 



ziare a voi. Come! Se siete l'unica creatura, 
nonostante i miei ventun anni, che abbia mai 
pensato a innamorarsi di me, a fidanzarsi, a 
volermi sposare! E' vero però che voi non po- 
trete mantenere la promessa prima di esservi 
fatto una posizione, un principio di fortuna, ed 
è pure altrettanto vero che finora non c'è la 
più lontana prospettiva di riuscita. Ma voi 
avete dei modi distinti, siete un bel giovane 
e di solito anche intelligente e... conosco due 
altre ragazze che sarebbero felici di fidanzarsi 
con voi domani stesso. 

Il viso del giovane si coprì di vivo rossore. 

— Chi sono? — chiese. 

— Caro mio, come se potessi dirvelo. Vi ba- 
sti sapere che è così... 

Si fermò. Interruppe improvvisamente la sua 
risposta, saltò giù dal suo comodo sedile, e 
corse al muricciuolo che separava il prato dalla 
stradicciuola serpeggiante ed ombrosa. 

— Che c'è? Che cosa avete udito? — do- 
mandò Phil, mentre ella tornava indietro con 
una leggera nube di disillusione negli occhi. 

— Oh, nulla — rispose con noncuranza. — 
Mi pareva che fosse il signor Cargill; ma mi 
sbagliai. 

— Ebbene? supponendo che fosse stato lui? 

— continuò il giovane in tono risentito. — Per- 
chè correre, volare per vederlo, come se si 
trattasse di un'Altezza reale, di una divinità, 
oppure della cometa? 

— Perchè, mio caro Phil — disse la ragazza 
rannicchiandosi tutta in un delizioso fagottino 
bleu pallido e sorridendo vagamente — per- 
chè se c'è un essere al mondo che io veneri, 
egli è Tric Jennings Cargill, signore di Garrow- 
land e Cardene. 

Phil Dovereux si alzò e scosse alcuni fili 
d'erba che si erano attaccati ai suoi vestiti. 

— Vada al diavolo — esclamò rosso dall'ira. 

— Ecco, perchè non siete più ben sicura di 
volermi bene. Vi siete messo in mente di spo- 
sare lui. 

— Philip, non dite sciocchezze — replicò la 
ragazza, rompendo in una risata. — Sposare 
lui! Sarebbe come se pensassi di sposare lo 
Scià di Persia. Sposare lui! Che fervida imma- 
ginazione ! 

— Conosco, conosco come vanno queste cose. 
Quando una ragazza parla di venerazione, di 
adorazione, di idolatria, essa non vuol signi- 
ficare altro che amore. Se non siete innamo- 
rata di quel vecchio Cargill, lo siete dei suoi 
soldi. Sarebbe meglio confessarlo subito e fi- 
nirla. Io, per me, mi tiro una revolverata: ed 
ecco tutto. 

— Sciocchezze — disse con calma la ragazza, 
avendo già udito altre volte questa minaccia. 

— Non ho mai sognato di sposare Cargill 
neanche se lui mi volesse, cosa impossibile, 
del resto. 

— Oh, lo credo bene! Tutti a Cardene di- 
cono che quel vecchietto è innamorato di voi... 

— Niente affatto, vecchio! — gridò indi- 
gnata la Kildare. — Egli non ha ancora qua- 
rantun anni. Lo so perchè lo intesi dire l'altro 
giorno da papà. 



— Quarantun anni ! — disse in tono motteg 
giatore l'innamorato. — Lo credo bene. Il sue 
viso ne dimostra anche più. 

— E' un bellissimo uomo — disse l'ammi 
ratrice di Cargill, con un'aria convinta ed as- 
soluta che esasperò vieppiù il suo compagno. 

— E tale sarà sempre ancorché avesse cento 
cinquant'anni. Come potete giudicare voi che 
siete solo un ragazzo e per conseguenza con- 
siderate vecchia la gente che è ancora nel 
fiore degli anmi. 

— Un ragazzo ! — fece eco lui sogghignando. 

— E pensare che ho quattro anni più di voi! 
Basta; la conclusione di tutto ciò, Daffodil, è 
che voi preferite Cargill a me. Ecco tutto; 
quindi è meglio che ci lasciamo e rompiamo 
il nostro patto: e così mi sarà più facile dirvi 
una cosa... 

Essa lo guardò con aria di rimprovero. 

— Oh, Phil! — disse. — Come mai potete 
essere così sgarbato? 

— Sgarbato? Al contrario. Faccio di tutto 
per essere compiacente e lasciarvi padrona e 
libera di sposarvi il vostro uomo e di essere 
felice. 

— Sarà certamente così, mio caro Phil, se 
contate di andarvene — cominciò Daffodil con 
dignità — ; anzi non c'è ragione perchè non 
lo facciate subito. 

— Ma io non voglio! — scattò su improvvi- 
samente. — Voi mi avete promesso di spo- 
sarmi, perbacco, e siete obbligata a farlo. 

— Ma se sono disposta a sposarvi, Phil — 
gli disse la ragazza posandogli la bruna ma- 
nina bruciata dal sole sulla spalla. — Perchè 
questa sfuriata? Lo sapete che mi siete sem- 
pre piaciuto, anche quando gli altri non erano 
dello stesso parere. 

— Oh, ^\, piaciuto! Allora che cosa vuol dire 
tutta questa venerazione, adorazione, idolatria 
per Cargill? Sì, sì, ridete finché volete... non 
vedo però che cosa possa suscitare la vostra 
ilarità... 

— Non posso fare altrimenti, caro Phil; 
siete così comico — disse Daffodil. — Ve lo 
dico sul serio, Phil; io sono dispostissima a 
sposarvi... un giorno. Ma c'è tempo, c'è 
tempo! 

Il giovane rimase silenzioso qualche minuto, 
poi disse: 

— Il mio signor padre vuole che io vada 
da mio zio Philip, in Australia. Lo zio Philip 
è mio padrino. Egli mi ha offerto un buon 
posto, laggiù... 

— No, no, Phil, è troppo lontano — inter- 
ruppe Daffodil lamentosamente. — Ci voglio- 
no settimane e settimane per andare laggiù. 
Prima che le vostre lettere mi giungano, sa- 
ranno rancide. 

— Lo so — rispose cupamente il giovane 

— ma mio padre è fermo in questa sua ri- 
soluzione. Sapete bene che è un bel tipo. Egli 
s'immagina che un giovanotto, alla mia età, 
possa vivere con nulla. Ne ho proprio abba- 
stanza! E pensare che io spendo pochissimo, 
in confronto a certi miei coetanei. 

— Difatti non credo che spendiate molto — 



LA SIGNORINA DAFFODIL 



16] 




« Essa appoggiò il viso sulla sua spalla... 



La Lettura. 



l62 



LA LETTURA 



disse Daffodil, saltando giù dal ramo e sedendo 
sull'erba accanto a lui. M'intendo mentre siete 
qui alla Grange. Non vi costa nulla, tranne il 
vostro vestiario, e forse le vostre gite a Lon- 
dra... 

— Mia cara ragazza, voi non sapete quante 
gravi spese abbiamo alle volte noi giovani — 
rispose con aria d'importanza l'innamorato. 

— Non si può andar in giro come un pezzente 
perchè il genitore sciupò una gran parte della 
sua fortuna mentre era giovane. Se la mamma 
non fosse morta, le cose sarebbero andate ben 
altrimenti! Essa mi capiva sempre... 

Daffodil appoggiò il capo sulla spalla del 
giovane e sospirò. 

— Se andrete via, almeno mi scriverete una 
volta la settimana? — disse con dolce voce 
dolente. 

Egli le mise il braccio attorno alla vita senza 
parlare, e rimasero così in silenzio per qual- 
che minuto. 

Ad un tratto, Philip, con voce agitata, le 
disse: 

— Daffodil, vogliamo sposarci prima che io 
parta? Non è necessario dirlo a nessuno. Ag- 
giusterò io tutto... 

— Ma allora è proprio decisa la vostra par- 
tenza? Credevo che non fosse ancora una cosa 
stabilita. Ah, Phil, avreste però dovuto dir- 
melo prima. 

E le sue lunghe ciglia oscure si inumidi- 
rono di lagrime trattenute. 

— A dirvi il vero, avevo pensato di dirvelo 
solo all'ultimo momento, per evitare lagrime, 
e parole, e scene. Certo, se avessi saputo di 
Cargill... 

— Oh, Phil, non ricominciamo a dire delle 
sciocchezze. Dunque è proprio vero che con- 
tate di partire? 

Egli assentì col capo. 

Le belle labbra della ragazza tremarono, e 
due grosse lagrime corsero giù per le guance. 

— Oh, Phil! — mormorò. 

Egli le baciò il viso bagnato di lagrime. 

— Amor mio, dimmi, dimmi che mi sposerai 
la prossima settimana, — le sussurrò. 

Essa lo guardò meravigliata, sgranando gli 
occhi. 

— Sposarvi la prossima settimana? — ripetè 
essa. — E quando partite? 

— Fra una quindicina di giorni... tre setti- 
mane al più. 

Essa nascose il viso sulla sua spalla. 

— Oh no, no, no. Non potrei. Pensate, pen- 
sate allo smarrimento di papà e mamma. 

— Non sarebbe mica necessario dirglielo, 

— esclamò concitato — quanto meno non su- 
bito. Si direbbe loro che andate a passare qual- 
che giorno dalla zia Luisa a Londra e... 

— Phil... non sapete proprio quello che vi 
dite. Come farei a ingannarli in questo modo? 
Non è bella, sapete, la proposta. 

— Bellissima, anzi. Giurerei che se vado via, 
voi mi dimenticherete e sposerete Cargill. Cara 
Daffodil mia, non siate così egoista. Mi vuoi 
bene, non è vero? Dunque nulla di più natu- 
rale che sposarmi. Pensa quanto tempo dovrà 



passare prima di poterci di nuovo vedere. ( 
pensi? Io non posso, e non voglio. 

Così dicendo la strinse a sé, baciandole 
bocca appassionatamente. 

Essa si divincolò dalla sua stretta. 

— No... no, non baciatemi così — disse co 
rugando le ciglia. — Non mi piace. Quam 
allo sposarvi prima della vostra partenza, 
inutile parlarmi, perchè non voglio assolut; 
mente. Mamma non sta bene, ed ha bisogn 
di me. Poi... poi; insomma non posso. 

— E pretendete di amarmi ? — replicò eg 
stizzito. — Non so proprio che cosa credan 
le donne che sia amore ! 

— Non credono niente — disse lei mentr 
le sue labbra continuavano a mostrare la stess 
linea dura. — Ho detto che vi voglio bene; m 
voglio più bene ancora a papà e a mamma: 
mai, mai vorrei affliggerli, addolorarli, per qua 
siasi innamorato ! Avremo tempo di combinar 
pel matrimonio, quando tornerete. 

— Quando ritornerò? — E se non tornasi 
più. 

— Ma certo, certo che tornerai ! E porten 
tanti soldi, e poi ci sposeremo e andremo ir 
sieme in Australia. E convinceremo papà 
mamma a seguirci, e staremo sempre insiem 
felici e contenti, non è vero, Phil caro ? 

— Così sia! — mormorò Phil, non tropp 
convinto. 

Poi soggiunse : 

— Siete una cara piccola creatura dal cuor 
freddo. Non so proprio perchè mi piacete, m 
è così. Non è solo perchè siete tanto deli 
ziosamente carina... ma perchè... non so, pei 
che siete voi — Che grande imbecille sono! - 
conchiuse selvaggiamente. 

— No, no, non datevi di questi aggettivi ! - 
gli disse carezzevolmente. — Sono così content 
che mi troviate così deliziosamente carina, no 
nostante il colore dei miei capelli che io de 
testo tanto. 

— Ma se è la tinta più beMa di capelli eh 
ci sia al mondo — rispose egli, sfiorando un. 
ciocca dei suoi lucidi capelli, con una liev< 
carezza — e voi lo sapete benissimo. 

— Beh, sarà meglio che ci avviamo a casj 
a prendere il thè — osservò Daffodil scoten 
dosi la gonna — altrimenti dopo perderete i 
treno. 

Philip corrugò la fronte e sospirò. 

— Se appena, appena vi curaste di me, fa 
reste di tutto perchè perdessi il treno — disst 
di malumore. 

— Bene ; io non potrei — disse Daffodil cor 
un sorriso civettuolo. — Se sono ore e ort 
che siete qui... 

— Ore e ore ! — ripetè egli quasi bronto 
landò. — Se solo per la colazione passò piì 
di un'ora, e dopo ne passai un'altra con ve 
stro padre che intendeva farmi la morale... 

— Su quale argomento? — chiese Daffodil 
mentre scavalcava la siepe. 

— Sulle mie stravaganze, e su cose di altre 
genere ; sono certo, dal modo con cui parlò, 
che egli sarà felicissimo ch'io parta. 

— Non so proprio perchè papà dovrebbe 



LA SIGNORINA DAFFODIL 



163 



avere della simpatia per voi — disse Dafifodil 
che era la franchezza in persona, e rifletteva 
ben di rado al valore delle sue osservazioni. 
— Anche mamma non... come devo dire — 
insomma non è entusiasta di voi. 

— Sono ben pochi quelli che mi compren- 
dono — disse egli, alzando dignitosamente la 
sua bella testa — , ma, come potete ben capire, 
non mi curo dell'opinione degli altri. Sono come 
sono; la g^ente mi deve prendere così, se no... 

— Via, caro Phil, chetatevi... — l'interruppe 
Daffodil. — Non siete per nulla diffìcile a co- 
noscere. Se la gente vi adula, e se tutto va 
come volete voi, siete una persona seducentis- 
sima, e chiara come 1' ambra... Ma se qual- 
cuno o qualcosa vi urta o vi annoia, siete 
terribile e insopportabile. Credo che mai mi 
deciderei a sposarvi se non fosse per la vo- 
stra bellezza, che mi ripaga del vostro cattivo 
carattere. 

— Come ! più bello di Cargill? — le chiese 
con aria canzonatoria. 

— Io non direi il bel Cargill — fu la ri- 
sposta data in tono serio. — Ci vorrebbe una 
parola più bella, più nobile per designarlo. 

Egli si fermò e guardò la ragazza con uno 
sguardo di meraviglia e di sdegno; poi si ri- 
mise a camminare senza aprir bocca. 

Daffodil diede in una risata che si mutò in 
un sospiro. 

— Povero il mio Phil ! — disse pentita. — Cat- 
tiva che sono ! Farvi arrabbiare ora, alla vigi- 
lia della vostra partenza! Come mi sentirò sola! 

— Me l' immagino — replicò duro, in tono 
sarcastico. — Piangerete tutte le vostre la- 
grime, sono sicuro. 

— No, io non sono una fontana di lagrime, 
lo sapete. Che belle lettere vi scriverò, Phil, 
vedrete! Sono proprio brava in questo genere. 
Vima Kirpatrick dice che essa rilegge le mie 
lettere più volte, tanto sono ben scritte. Sono 
pure capace, di tanto in tanto, di slanciarmi 
nei vortici della poesia... Mi ricordo i miei 
vari tentativi poetici, quando avevo dieci anni 
e gli abiti corti e svolazzanti. Come vi si di- 
vertiva papà, lo vedo ancora ! 

Philip non rispose, mantenendosi nel più 
profondo silenzio. 

— L'altro giorno ho sentito dei versi pro- 
prio deliziosi di una bimbetta di dieci anni per 
le nozze di una sua cugina — continuò Daf- 
fodil mentre si alzava il vestito per saltare un 
fosso che impediva il cammino. — Non me li 
ricordo più tutti; ma c'era un verso, fra gli 
altri, che mi colpì per la sua freschezza ; par- 
lava delle dieci damigelle d'onore, e finiva 
press'a poco così: «Le une avevano il naso 
camuso, le altre agtiilino e tutte avevano un 
nastro « celeste ». 

Philip non sorrise, disse freddamente: 

— Non so proprio come ci possiate vedere 
qualcosa di originale. Deve essere la più in- 
genua bestiolina di questo mondo, chi li scrisse. 

— Tutti i bambini sono ingenui, Dio li be- 
nedica ! — rispose Daffodil. — Sono sicura 
che io pure lo ero. 

— Sono invece persuaso che voi non era- 



vate punto di questo genere, altrimenti non 
sareste diventata quella donna che sta per es- 
sere mia moglie. 

— Spero di rendermene degna — mormorò. 

— Degna di che? 

— D'essere vostra moglie; ho paura che sia 
un' impresa non tanto facile. 

Benché ella si divertisse a punzecchiarlo, gli 
voleva però realmente bene. Dopo la sua par- 
tenza rimase sola per una mezz' ora in camera 
sua, dolendosi d'essere stata poco gentile, pro- 
ponendosi di esserlo di più la prima volta che 
tornasse a Cardene ; poi prese in mano la foto- 
grafia di Phil, e dopo averlo osservato e stu- 
diato a lungo conchiuse ch'egli era il più bel 
giovane che avesse mai visto. 

A dire il vero essa aveva visto ben pochi 
uomini se non a distanza. Philip, Cargill, suo 
padre, il vicario, il signor Vanbrug e due o 
tre altre persone più o meno brillanti. 

Quando si presentò a tavola qualche tempo 
dopo, alla seconda chiamata della campana pel 
pranzo, aveva gli occhi un po' pesti e rossi, 
come se avesse pianto. 

Tanto suo padre come sua madre, che l'ado- 
ravano, se ne accorsero subito ; ma fecero finta 
di niente. 

I coniugi Kildare si erano sposati d'amore 
circa venticinque anni prima, ed erano già 
passati quattro anni dalla loro unione quando 
nacque la loro Daffodil dai capelli d'oro. 

Se la bambina fosse stata suscettibile di venir 
viziata, certamente essa lo sarebbe stata, perchè 
i suoi genitori le concedettero tutto quanto 
essa desiderava. Perfino a proposito del suo 
fidanzamento con Philip Devereux, pel quale 
suo padre non aveva alcuna simpatia, e che 
sua madre appena tollerava, essi avevano ac- 
consentito quando si erano convinti che « il 
cuore della piccina era stato preso ». 

Probabilmente il cuore della piccina era stato 
meno preso di quanto i suoi genitori ed essa 
pure si immaginassero, e un po' d'opposizione 
sarebbe stata opportuna; ma per quei due 
coniugi innamorati sempre, nonostante si av- 
vicinassero alla cinquantina, l'amore aveva un 
sacro e invincibile potere, cosicché nascosero 
la loro disillusione circa la scelta fatta dalla 
loro figliola, e diedero il loro consenso. 

— Credi che Devereux verrà ancora da noi, 
prima di imbarcarsi? — domandò il signor 
Kildare dopo pranzo, quando già avevano preso 
il caffè sulla piccola veranda. 

— Oh sì, lo spero bene — rispose sua figlia 
che aveva ripreso la sua allegria e stava acca- 
rezzando un vivace piccolo terrier irlandese, 
chiamato Winkipop. 

— Non c'è che dire, è un bel giovane — 
disse la signora Kildare. — Ha un profilo dei 
più perfetti. 

— Non si vive per un profilo, mia cara — 
osservò suo marito. — Se avesse un profilo 
meno puro ed una discreta fortuna, o quanto 
meno le qualità per crearsela, sarebbe assai 
meglio per la nostra bimba. Del resto se ella 
è decisa a sposare un uomo senza un soldo, 
ma con una bella faccia, s'aggiusti lei. 



i64 



LA LETTURA 



— Mamma sposò un povero giovane, ccn un 
bel viso — mormorò a mezza voce Datfodil. 
— E finora non ho mai visto che abbia dato 
la menoma prova di essersene pentita. 

— Piccola furba! — disse il padre mentre 
stava accendendo l'unico sigaro che si per- 
metteva di fumare dopo pranzo. — Una bella 
moglie stordita e disordinata sarai ! Certo non 
sarai mai quel modello di buona massaia che 
è tua madre. 

— Le figliole delle buone massaie riescono 



sempre delle cattive massaie 



essa rispose 



ridendo e mettendosi a sedere sulle ginocchia 
di suo padre, e tirandogli indietro gli occhiali. 

— Non hanno l'opportunità d'imparare. Non 
è così, mammina? Se voi non poteste o non 
voleste più dirigere la casa, sarei obbligata a 
farlo io. Le mie bambine saranno un modello 
di donnine di casa. Ben inteso se avrò bam- 
bine, ma spero di no. Meglio assai aver dei 
maschi turbolenti — aggiunse ridendo. 

— Ah le ragazze sono un vero grattacapo ! 

— disse sorridendo suo padre, mentre apriva 
il giornale. — Una in una famiglia basta. 

— Ecco Cargill — interruppe la signora Kil- 
dare. — Daffodil, di' aWarrendi portare un'al- 
tra tazza. 

Daffodil obbedì, e Winkipop si mise a cor- 
rere su e giù dagli scalini della veranda, ab- 
baiando festosamente a un grosso bulldog dal- 
l'aria feroce, il quale, nonostante il suo aspetto 
ostile, era mansueto come la proverbiale pe- 
cora. 

CAPITOLO IL 

Cargill, signore di Garrowlands e Cardene, 
era un uomo sui quarant' anni alto, forte e ro- 
busto, dai lineamenti un po' duri e severi ; ma 
da tutto il suo insieme traspariva una grande 
distinzione. I suoi occhi di un grigio scuro con 
delle folte e lunghe ciglia erano bellissimi e in 
certe circostanze potevano essere appassionati 
e dolci. Essi avevano questa espressione men- 
tre il suo sguardo si posava sulla figlia di Ro- 
nald Kildare, dai capelli dorati. 

Essa era l'unica donna che esistesse al mondo 
per lui, benché essa lo ignorasse e egli sa- 
pesse perfettamente come fosse altrettanto im- 
possibile possederla quanto il volere avere la 
luna e le stelle. 

Egli e Ronald Kildare erano stati compagni 
di scuola, e benché vi fossero nove anni di 
diflferenza nella loro età, la loro amicizia non 
era venuta mai meno, neppure dopo il matri- 
monio del padre di Dafibdil. 

La signora Kildare condivideva l'affetto che 
suo marito aveva pel suo amico, e fra tutti e tre 
esisteva la miglior amicizia. E la signora sa- 
rebbe stata felice di dare la sua unica figlia a 
Cargill, se il bellissimo Philip Devereux non 
fosse comparso sulla scena. 

Daffodil, entrando sulla veranda, trovò che 
l'amico aveva l'aria triste e stanca. Senza vo- 
lerlo essa pen<5ava più a lui che a Philip (Phi- 
lip che stava per partire e poteva rimaner lon- 
tano magari degli anni), Philip che essa amava 
e che col tempo sarebbe diventato suo marito ! 



Tutto a un tratto sì alzò e andò nel salot- 
tino buio, dove in un angolo stava uno strano 
vecchio pianoforte a coda. Vi si sedette da- 
vanti sullo sgabello mezzo sbilencio, e si mise 
a canticchiare. 

La sua voce non era né forte né educata; 
ma era bene intonata e dolce, e facev-a sentire 
le parole. Essa cantava in genere delle vecchie 
canzoni di una volta che piacevano tanto a 
suo padre e a sua madre. 

Cargill pure le amava e mentre stava ascol- 
tandole, gli tornava alla mente il sogno va- 
gheggiato un tempo, e soffocato risolutamente 
alla notizia del fidanzamento di Daffodil con 
Philip, un sogno in cui la dolce giovanile voce 
saliva e echeggiava nella vasta solitaria sala 
della sua casa, poi il canto cessava ed essa 
veniva a nascondere la sua testina sulla sua 
spalla. 

Un sogno insulso; ma a lui caro e sacro. 

Più tardi, quando egli ebbe salutato i suoi 
ospiti, Daffodil lo accompagnò per il viale 
stretto e tortuoso fino al cancello come era sua 
abitudine fin da quando era bambina. 

— Signor Cargill — disse improvvisamente 
mentre camminavano tranquillamente sotto gli 
alti alberi nella dolce notte stellata di giugno. 

— Sono una perfida ragazza... 

— Più perfida del solito? — chiese lui sor- 
ridendo maliziosamente. 

— Sì... lo credo proprio. Ecco... 

S' interruppe per richiamare fischiando Win- 
kipop che dava la caccia a un coniglio. 

L'uomo aspettò la contiuazione delle sue con- 
fidenze in silenzio, mentre Winkipop e George, 
il bulldog, saltellavano amichevolmente nel 
viottolo dietro a loro. 

— Ecco — continuò Daffodil, guardando con 
occhi un po' sconfortati il viso calmo del com- 
pagno — : non so... sono scontenta di me. 

— Questa è una cosa che succede a tutti, 
io credo — rispose per incoraggiarla. 

— Anche... a voi! — esclamò. 

— Anche a me, piccola Daffodil. 

— Ah bene, io non lo credo. Lo dite solo 
per confortarmi. Davvero, davvero, sono pro- 
prio scontenta di me. Voi sapete che... Philip 
parte... parte per l'estero, che starà via per un 
pezzo... per degli anni, forse. 

— Sì, lo so. 

— Sì, certo... non dico che non sono afflitta; 
ma ho l' idea orribile di essere meno di quanto 
dovrei esserlo. Capite, quello che intendo di 
dire? 

— No — rispose — non credo. 

— Voglio dire... — continuò esitando — che 
certo gli voglio bene, ma non sono sicura di 
volergliene abbastanza. 

— Allora, per amor di Dio, non sposatelo! 

— esclamò in un tono di voce che a lei parve 
dura e scortese. 

— Oh, amico mio — continuò tutta confusa 

— non mi avete parlato mai così bruscamente ! 

— Perdonatemi, piccina, vi assicuro che non 
ne avevo l'intenzione. Lo sapete... Ma... io ho 
sempre creduto che foste innamorata di De- 
vereux, e che voleste sposarlo. 



LA SIGNORINA DAFFODIL 



165 




i66 



LA LETTURA 



— Sì, certamente. Egli è un così bel gio- 
vane, e suppongo... anzi credo di essere inna- 
morata di lui... 

Si fermò ridendo di un riso incerto. 

Nel frattempo avevano raggiunto il cancello. 
Cargill vi si appoggiò, e la guardò fisso con 
una espressione ansiosa nei dolci occhi. 

— In questa faccenda — cominciò — voi 
dovreste consultare vostra madre. Essa, assai 
meglio di me, saprà che cosa dirvi, che cosa 
consigliarvi. 

— Oh certo, mamma saprebbe subito con- 
sigliarmi pel mio meglio — interruppe Daffodil, 
mostrando una fossetta a un angolo della bocca. 
— Essa mi direbbe: « Cara la mia bimbetta, 
se hai qualche dubbio rompi il tuo fidanza- 
mento immediatamente ». 

— Precisamente quel che direi io — rispose 
alquanto duramente. 

— Non so perchè vi parli di queste cose ! — 
essa disse dopo una pausa. 

Seguì un'altra pausa prima che egli rispon- 
desse. Poi, calmo assai, disse: 

— Forse perchè sapete che neanche vostra 
madre può avere a cuore la vostra felicità più 
di me. 

— Sì, lo so — soggiunse a bassa voce. — 
Io sento che se fossi sola al mondo, e molto 
disgraziata, ricorrerei a voi per aiuto e consiglio. 
A meno che fossi sposata con Philip, benin- 
teso — aggiunse in fretta. 

Eric Cargill taceva. Una singolare tentazione 
lo stringeva alla gola, gli sussurrava come poche 
parole da parte sua potessero convincere il 
piccolo cuore vacillante che faceva tanta parte 
del suo, di essere in errore, e come col suo 
aiuto vi si potesse rimediare. Ma egli scacciò 
risolutamente questa tentazione. 

— E' curioso — continuava Daffodil, mentre 
egli ritornava padrone di sé — quasi tutti non 
hanno molta simpatia per Philip. Papà e mamma 
pure. E voi, che ne pensate? 

— Lo conosco così poco — rispose evasi- 
vamente. — Egli è uno splendido ragazzo, e 
credo che se la caverebbe benissimo, se avesse 
un po' di fortuna dalla sua. Del resto credo 
che un anno o due all'estero non gli nuoce- 
ranno. 

— No, forse no — convenne pensosa Daf- 
fodil. — Basta, torniamo indietro ! Buona notte. 
Sono una grande egoista, lo so ; ma spero tanto 
che non vi sposerete, perchè certo vostra mo- 
glie non mi permetterebbe che vi avessi per 
amico come ora. 

— Non abbiate paura, bambina, io non mi 
sposerò mai — rispose egli. 

Cosi dicendo aprì il cancello, uscì fuori e lo 
richiuse nuovamente. 

— Buona notte — disse mentre le mani si 
stringevano intorno alle sbarre di ferro. — 
Buona notte e... che il Signore vi benedica. 

Daffodil tornò a casa pensosa domandandosi 
vagamente perchè Cargill non avesse mai preso 
moglie. 

Mentre si avvicinava alla veranda udì la voce 



dolce e stanca di sua madre dire con insolita 
enfasi : 

— E' un gran peccato... un gran peccato. 
E il padre proseguire: 

— Sì. Quel Devereux è incostante come 
l'onda. Esso è l'ultimo degli uomini, che avrei 
scelto per la nostra bambina. 

Daffodil scese in fretta gli scalini, e si pre- 
sentò loro con gli occhi pieni di un rimprovero 
confinante col risentimento. 

— Oh, mamma! — esclamò. — Oh, papà! 
E corse in fretta in camera sua, senza nean- 
che augurar la buona notte. 

CAPITOLO IH. 



I 



Alla stazione di St. Pancras, in un'umida e 
nebbiosa mattinala ai primi di giugno. 

Sulla spianata interna una figura giovanile, 
dall'aria malinconica e triste, stava guardando 
un treno che si allontanava sbuffando nella 
campagna. 

In quel momento a Daffodil Kildare pareva 
impossibile trascinare la vita con Philip Deve- 
reux all'altro capo del mondo. Una quindicina 
di giorni prima non la pensava così; ed era 
persuasa che così pure avrebbe pensato fra 
una quindicina di giorni ; ma era un fatto che 
ora essa si sentiva proprio infelice. Il suo viso 
era più pallido del solito. 

Due o tre viaggiatori, che passeggiavano su 
e giù per la spianata, l'osservavano con palese 
simpatia. 

Quando il treno fu completamente fuori di 
vista ella si diresse lentamente verso la fila 
delle carrozze di piazza. Stava appunto fissan- 
done una il cui cocchiere aveva l'aria meno 
alcoolica e burbera dei suoi compagni, quando 
qualcuno la toccò leggermente sulla spalla. 
Essa si voltò trasalendo; ma quale fu la sua 
gioia nel riconoscere Cargill. 

— Oh, amico mio ! — esclamò in un tono 
che non lasciava dubbio sull'impressione rice- 
vuta. — Sono così contenta di vedervi! 

— Davvero? — rispose mentre la bruna fac- 
cia arrossiva un tantino. 

— Che cosa vi ha deciso a venire? — essa 
continuò rimettendosi dalla sorpresa, e guar- 
dandolo con un vago sorriso. 

— Ho pensato che dovevate sentirvi un po' 
triste — disse — e sapevo che eravate sola. 

— Zia Luisa contava di venire con me; ma 
era raffreddata terribilmente. 

— Lo so, sono stato a casa sua. 

— Voi pensate sempre a tutto — osservò 
ambiguamente. 

— Lasciate che pensiamo a qualche altra 
cosa, ora — rispose fissando una carrozza che 
aveva deposto in quel momento dei viaggia- 
tori. — Che volete che facciamo? Una corsa 
in campagna e una colazione in un modesto e 
primitivo alberghetto? Oppure visitare qualche 
negozio, assistere ad uno spettacolo e nell'in- 
tervallo fare uno spuntino? 

(ConNuua). 

CURTISS YORKE. 




SOMMARI©: 

1 canzonetta e la guerra » La Pompei africana = Gaie parentesi nella storia 
dell'arte musicale - Mangiatori di microbi e battaglie di microbi = Gli Dèi 
della pioggia e del bel tempo - Orchestre di campane. 



ILs\ €ain\soini©tttts\ e la M^errs\ 



"anima popolare, squisitamente buona e pro- 
-<^ fondamente ingenua, ha delie intime corde 
ilicate sempre pronte a vibrare in un palpito 
intile di commosso entusiasmo quando un 
.ento insolito, tragicamente fiero o ineffabil- 
ente pietoso, sopraggiunga a scuoterle. 
E' allora che la tenerezza languida e l'esal- 
izione generosa si propagano di cuore in 
jore fulmineamente, onde luminose, onde 
onore galoppanti come il vento da un capo 
ll'altro del paese, ad accendervi per mille 
mille fiaccole frementi il sentimento delle 
)lle congiunte in una catena vasta e formi- 
abile, in una so- 
darietà prodigio- 
a di sorrisi e di 
icrime. 

Ed ecco l'anima 
opolare traboc- 
are spontanea in 
npeto di grida, 
1 tumulto di pa- 
3le e di suoni, e 
a quel caos sco- 
rir la loro via e 
bocciar d' im- 
rovviso gli ac- 
snti disciplinati 
el ritmo d'una 
anzone : l'anima 
anta. 

Dei poeti inso- 
Dettati si rivelano 
i un estro pronto e facilone e butt.an giù di 
etto i loro versi e talvolta anche li vestono di 
ote ; più spesso il vestito, più o meno « su mi- 
ira», è confezionato da un musicista di buona 
ma. e di poche pretese; o se ne prende a pre- 
ito uno bell'e fatto che si adatta alla meglio 
L nuovo ufficio, e la canzone è all'ordine e 
)rre i borghi e le città, le valli e le montagne, 
ille bocche aspre dei rapsodi da strapazzo 
le ne cantano infaticabili il « motivo » e ne 
ìndono coscienziosamente i foglietti variopinti. 
Roba alla buona, s'intende, roba adatta alle 
'ecchie grosse e agli spiriti semplici, ma de- 



La partenza degl' italiani per 



liziosa appunto perchè tale, con le sue incon- 
gruenze, le sgrammaticature, gli strafalcioni 
di sintassi, d'ortografia, di metrica, di tutto. 
Roba per il popolino che tracanna il vino 
com'è, come glielo danno, perchè non può 
comprarsene del migliore, e compra e impara 
e ama la canzonetta modesta che non gli turba 
il cervello e gli parla dritta al cuore in un 
linguaggio piano e dimesso ch'egli intende 
senza troppa fatica. 

La canzonetta è per lui il commento giusto 
e indispensabile del fatterello o del fattaccio; 
sa che qualcuno glielo preparerà al più presto 

e lo aspetta fidu- 
cioso, e come lo 
sente arrivare, fe- 
dele a quel suo 
muto amichevole 
appuntamento, 
pon mano alla ta- 
sca e cava serio se- 
rio il suo soldino. 
E' così da anni, 
è così da secoli, e 
così sarà sempre. 
Quante, quante 
canzonette s'è di- 
gerito il mondo ! 
Ne ho sott' occhio 
una meravigliosa 
ispirata dalla tra- 
gica fine gloriosa 

Tripoli (testata di una canzonetta). ^j q^^ Chavez : è 

una poesia incomparabile nella sua ingenuità, 
e non so resistere alla voglia di riprodurla: 




Tutto il mondo unito in lutto 
Piange l'eroe che è caduto, 
Chavez il forte peruviano 
Era il re dell'Aeroplano; 
Ora non resta più del grande 
Che simboliche ghirlande. 

Ma quel giovane si destro 
Re dell'aria e gran maestro, 
Nel momento del trionfo 



Cadde a terra, e nel gran tonfo 
Quel bel corpo sì avvenente 
Fu ferito mortalmente. 

Fu soccorso e con premura 
Praticata fu ogni cura, 
E con grande e vero amore 
Alleviato fu il dolore; 
Ma quel corpo mutilato 
Ver martirio ha sopportato. 



Ma la più feconda ispiratrice della canzo- 
netta è la guerra. Da quando l' Italia ha pò- 



i68 



LA LETTURA 



sato il piede sul continente nero è stata una 
fioritura di poesia popolare con relativa mu- 
sica popolarissima. 

Chi non ricorda, dopo i primi rovesci, le 
famose strofe : 

Andiamo in Africa a vendicar 
Il sangue sparso degl'italian ! 

Non si cantava altro, per le vie d'Italia, e 
Re Giovanni e Ras Alula, Menelik e Taitù 
facevano la loro brava comparsa in tutt'i toni, 
cucinati in tutte le salse. 

E adesso la guerra d'Africa è tornata, se 
Dio vuole, a svegliarci un poco dal letargo 



ST?fPlTUS3 SilfCLSSO 



h S. M. mm tmm\i HI. Re d'Italia 



vsVa i: P.IJA 




La cartolina postale con la marcia patriottica. 

duro, a purificare l'aria e... a ridestare fra- 
gorosamente i mille seguaci di Tirteo che da 
un pezzo sonnecchiavano sul vecchio abusato 
tema dell'eterno amore. 

La canzonetta ha messo a dormire pel mo- 
mento quest'amore e s'è fatta patriottica e 
guerriera ; e ha invaso, armata di sciabola e 
adorna di pennacchio, i palcoscenici del caf- 
fè-concerto e dell'operetta ; s'è insediata da 
padrona nelle sale e nei salotti a martellar sui 
pianoforti, a tremolar sui mandolini ; s'è af- 
facciata marziale nelle vetrine e nelle mostre 
dei negozi di musica, vestita dei tre colori 
fatidici, fregiata d'una bandiera sventolante o 
d'un cappello piumato. E passa strepitando 
acclamata in un ardor battagliero che affascina 
e travolge. E' la sua ora. 



E* l'ora che ci porta le strofe vibranti stam 
paté in un foglietto giallo sotto un clich 
« bruciato » che dovrebbe rappresentare 1 
partenza dei mille « dal fatai scoglio di Quarto >> 

Viva l'Esercito, viva l'armata, 
viva l'Italia, la patria amata, 
si pugni in mare, si pugni in terra, 
evviva Tripoli, viva la guerra ; 

Soldati sempre, 
figli di Roma, 
Il valor vostro 
nessuno il doma. 

E' l'ora che ci porta la cartolina postale il 
lustrata dal tricolore per una marcia patriot 
tica « Viva l'Italia » dedicata, modestamente 
al Re per dirgli che : 

Con l'intero reggimento 
noi partiamo, siam soldati, 
per la guerra siam chiamati 
a servir la Patria e il Re. 

e che 

Sempre fieri e ardimentosi 
traversando mari e monti 
coi cannoni sempre pronti 
il nemico affronterem. 

E' l'ora che ci porta perfino un « Inno tri- 
politano » in cui il poeta ha messo i versi sulla 
musica della Marcia Reale. Un vero tour de 
force. Ve lo riporto per il caso che voleste 
provare a cantarlo sulle note di Gabetti, il 
che — ve lo avverto subito — non è troppo 
facile ma in compenso è molto divertente : 

Libertà! Libertà! Libertà! 
E' l'inno de l'italico valor... 
Libertà! Libertà! Libertà! 
È il grido de la santa civiltà. 

Non più al carro aggiogati 
Del dominio stranier 
Non più inermi gloriosi 
Sovra il patrio sentier, 

Ma leoni alati 
Dal diritto affratellati. 
Tutti uniti su marciam, 
Sotto l'almo tricolori 

Ma non è degl'inni e delle marce ch'io mi 
voglio occupare. Io mi voglio occupare di 
quella che è la produzione più caratteristica : 
la canzonetta, la vera canzonetta ultra-popo- 
lare dedicata al popolino. Perchè Gabriele d'An- 
nunzio, può scrivere sulla guerra quante can- 
zoni vuole — magnifiche nella sostanza e nella 
forma — ; il popolo minuto ignorante e tondo 
non le legge, o se pur le legge poco o mal 
le comprende. Esso aspetta la canzonetta, che 
parla più direttamente alla sua immaginazione 
ingenua e nel suo ritmo semplice gli si im- 
prime meglio nella memoria. 

Ed ecco piovere d'ogni parte la canzonetta 
guerriera stampata sui mezzi fogli leggeri e 
variopinti: rossi e bianchi e verdi, gialli e tur- 
chini, con un bel fregio attorno, con tanto di 
vignetta in testa, disegnata alla buona e ri- 
prodotta alla meglio, e con la firma del suo 
bravo poeta che si ripete qualche volta in più 
d'una perchè questi verseggiatori, pur senza 
aspirare all'immortalità, sono prodigiosamente 
fecondi. 

Essi conoscono bene il loro pubblico spe- 
cialissimo e sanno qual è il linguaggio che si 



LA CANZONETTA E LA GUERRA 



169 



conviene per accontentarlo, e combinano alla 
svelta certe strofe, certe quartine che sono 
una delizia. La musi- 
ca? Ecco, l'autore del- 
la musica è quasi sem- 
pre modestamente 
ignoto. In genere so- 
no i soliti « motivetti » 
orecchiabili che si adat- 
tano all'uopo con le 
varianti d'occasione. Si 
sa, non c'è tempo da 
perdere e non si può 
pretendere d'incomo- 
dar Puccini o Masca- 
gni, Giordano o Leon- 
cavallo per quattro no- 
te che si possono sco- 
vare e amalgamare in 
famiglia. 

Così gli editori so- 
lerti, torinesi e fioren- 
tini, milanesi e napo- 
letani , in quattro e 
quattr'otto imbastisco- 
no quel che occorre, 
dan mano ai torchi e 

spandono per la penisola a milioni di copie 
l'articolo d'attualità e noi sentiamo, nei quar- 
tieri popolari e nei sobborghi, cantar la gesta 
tripolitana coir« andante mosso» della canzo- 
netta. 

L'ardore patriottico che ha infiammato l'I- 
talia ha fatto scaturire a migliaia gl'interpreti 
di questa caratteristica produzione poetico-mu- 
sicale. Se ne incontrano dappertutto, poveri 
trovatori pittorescamente cenciosi, a coppia a 
coppia : il cantante e il suonatore. Tutte le 
voci si prestano alla bisogna : tenori, baritoni 
e bassi e non di rado soprani e contralti si 
avvicendano volonterosi. Tutti gl'istrumenti 
sono adatti: mandolini e chitarre, flauti e cla- 
rinetti, spinette e fisarmoniche, organetti di 
Barberia e violini... di Cremona; e il concer- 
tino, omoge- 
neo qualche 
volta, etero- 
geneo so- 
vente, pere- 
grina di stra- 
da in stra- 
da, fa tappa 
al crocevia, 
sulla piazza, 
entro un cor- 
tile o davan- 
ti ad un por- 
tone ; i ra- 
gazzi s'arre- 
stano lieti ad 
ascoltare, le 
donnette li 
raggiungono 

e si fermano, qualche proletario indugia e 
porge l'orecchio, serio attento come un critico 
coscienzioso o un intenditore che la sa lunga; 
qualche artigiano, qualche operaio, qualche 




Addio madre, fratelli ed amici 




commesso s'aflaccia alla soglia dell'officina o 
della bottega, qualche finestra si schiude o si 
spalanca ; tra le griglie 
delle persiane, tra il 
pizzo delle tende — 
quando ce n' è — o 
dietro i vetri, un profilo 
di fanciulla si sbozza 
o una sagoma dura di 
vecchia grifagna s'irri- 
gidisce : è il pubblico 
dei palchi e delle gal- 
lerie. 

Un sorriso gaio, una 
lagrima dolente; ricor- 
di tristi che si sveglia- 
no, dolori e angosce 
recenti che si rinnovel- 
lano evocati dalla ra- 
psodia appassionata ; 
forse una madre, una 
sorella, un' amante è 
lì nel crocchio dove si 
ascoltano i prodigi del 
bersagliere lontano, e 
la mente vola palpi- 
tante laggiù e l'anima 
si gonfia, si conturba, s'intenerisce... 

La voce tace, la musica finisce e il povero 
vate-cantore offre alla platea la canzonetta, 
« la nuova bellissima canzonetta di Tripoli e 
della guerra »; delle mani si tendono, dei sol- 
dini tintinnano nel piatto e uno sfarfallio di 
fogli gialli, di fogli verdi, di fogli rossi si 
sparpaglia nella via, si propaga di mano in 
mano: la canzonetta fa la sua strada, penetra 
nel mondo degli umili col suo fascino strano 
fatto di tradizioni vecchie e di sensazioni nuo- 
ve, di echi misteriose, di nostalgie profon- 
de: fanfara sonante che fruga l'anima e la 
esalta. 

Voi non scendete, o dignitosi lettori di ri- 
viste, alla canzonetta del volgo; non vi fer- 
mate sulla via ad ascoltarne la melodia bo- 
naria, non la 
comprate: è 
una merce 
che non è 
per la vo- 
stra catego- 
ria. Pure, se 
la curiosità 
vi punge di 
conoscerla 
un poco, son 
io che la farò 
salire a voi. 



Carica di bersaglieri per illustrare « La chiamata della classe 188S 



Eccone u- 
na. Il titolo 
non vale sol- 
tanto una 
canzonetta; vale un poema: V esclamazione dei 
richiamati Haliani. Bellissima anche la vignetta: 
il soldato che s'accomiata dall'amante pian- 
gente. In fondo, pour la bornie bouche, tre nu- 



I70 



LA LETTURA 




« La partenza del soldato italiano per Tripoli ». 

meri al lotto; l'utile col dilettevole. Sentite 
dunque « l'esclamazione » : 

Addio madre, fratelli ed amici 
Il dovere ci chiama a marciar 
Che se i turchi son nostri nemici 
Il coraggio veder gli si fa. 

Oh ! qual gioia ogni cuore ha provato 
Nel potere la patria servir. 
Non c'è stato nessun richiamato 
Che abbia detto: Ho paura, son vii. 

Taci, o moglie, davanti al marito 
Che ben presto al tuo fianco verrà 
Se tornassi a te anche ferito 
Il tuo bacio guarir mi potrà. 

Dunque Italia esulta, i tuoi figli 
Son degni del nome di te 
Non conoscon dolori e perigli 
Quando servon la sua patria e il suo Re. 

Ma pei richiamati c'è anche un'altra canzo- 
netta a doppio titolo (La chiamata della classe 
1888. L'imbarco delle nostre truppe per Tripoli), 
vignetta di bersaglieri che corrono alla 
carica e, ancora, tre numeri al lotto. 

Appena giunti a Spezia 
Su legni preparati 
Saremo noi imbarcati 
Per andare a guerreggiar. 

Deh. non piangete 
Miei genitori, 
Che noi di Tripoli 
Sarem vincitori. 
Siamo italiani, 
Parliamo forte, 
Neppur la morte 
Ci fa tremar. 

Le gioie di famiglia 
Per poco abbandoniamo, 
Vittoria noi speriamo 
Che l'Italia porterà. 

Deh, non piangete, ecc. 

Ed ecco una terza canzonetta, spi- 
gliata e marziale, che canta La partenza 



del soldato italiano per Tripoli sotto una vi- 
gnetta suggestiva : il bersagliere in tenuta 
d'Africa e la bruna fidanzata che si danno, sul 
molo, il bacio dell'addio. In fondo, un mari- 
naio li sogguarda bonariamente. 

Addio, mia bella, a Tripoli 
La sorte m'ha chiamato; 
Da forte e buon soldato 
Domani partirò. 

Le navi già m'aspettano. 
Fumanti in riva al mare. 
Bramose d'arrivare 
Dove l'onor chiamò! 

I turchi, a le torpedini 
Nostre, temute e forti. 
Dischiuderanno i porti 
E chiederan mercè. 

Ma c'è un poeta che ha pensato anche a 
un reggimento di amazzoni-bersagliere e canta 
La partenza di mille ragazze italiane per Tripoli. 
Nella vignetta le ragazze, vestite alla bersagliera 
e con tanto di fucile, non sono eccessivamente 
belle, ma in verità se lo fossero troppo il ge- 
nerale Caneva ne proibirebbe forse lo sbarco. 

Ve le figurate voi mille ragazze italiane a 
Tripoli? No, e nemmeno il nostro poeta se l'è fi- 
gurate. Egli si limita a descriverne la partenza, 
e la descrizione è meravigliosa. Giudicatene : 

Con entusiasmo - e gridando come pazze 
Mille ragazze, tutte italian. 
Sono partite - là per la Tripolitania 
Con grande smania, anche lor di guerreggiar 
Ce n'è cento veneziane 
Trecento toscane 
E poi napoletane 
E belle e sole le romagnole. 
Vengon dopo le abruzzese 
Con le piemontese 
E poi le calabrese, 
Ci son lombarde e di Genova ancor. 

Arrivate a Spezia - tutte quante col diretto 
A quel distretto - vollero andar. 
E all'Ammiraglio - si mettevan tutte a dire: 
Si vuol partire, si vuol vincere o morir. 

Furon vestite - e poi bene equipaggiate 
E tutte armate - da far terror. 
Gridavan : Viva - questo nostro reggimento ! 
Sul bastimento - e le fecero salir. 
C'è la Giulia, l'Ida e Pia, 
La Giustina e Argia 
Vogliono andar via. 
La Lionella - l'è colonnella. 
K la Nilde con la Ghera, 
La Matilde e Viera, 
Ch'è la trombettiera, 
L'è sempre pronta per dare i segnai. 




« La paktk.nza 



AZZE italiane PER TRIPOLI ». 



LA CANZONETTA E LA GUERRA 



171 



Vd ogni modo, colle mille 

I azze o no, la partenza è 
s 'enuta ed è stata cantata in 
1 t'i metri e in tutte le rime. 
( tnai siamo a Tripoli e ri- 
; ne, ai poeti-popolareschi, 
. descrivere la vita del sol- 
. [o al campo. Per non sba- 

are essi ricorrono alla Let- 
a d'un soldato alla sua in- 
inorata, una lettera in versi, 
turalmente, e con tanto d'il- 
strazione: la trincea, il 
)mbettiere che forse forse 
l'allarmi, un soldato che 
rive valendosi dello zaino 
me d'un tavolino, altri due 
e gli tengono compagnia, 
. un lato un cannone pun- 
to verso il nemico e in 
ndo due palme: l'oasi in- 
iiosa... 

II bravo soldato narra le 




Lettera di un soldato alla sua innamorata 



sue battaglie, e 



narrazione è oltremodo interessante 



O mia Cara, 

Da Tripoli ti scrivo 
Attento un po' alla penna ed al fucil ; 
E' un mii acolo grande se son vivo, 
Perchè, se tu noi sai, l'Arabo è vii! 

In nome di Maometto e del Corano 
Il Turco spinge l'Arabo guerrier 
Ad affrontare il milite Italiano 
Chiamandolo infedel cane stranieri 

In quanto a vita ti assicuro, o cara. 
Non mi posso lagnare per davver, 
Perchè se per qualch'ora non si spara, 
Si ride, canta e mangia che è un piacer! 

A Tripoli nel giorno ventisei 
Si fece una gran guerra, e a noi, si sa, 
Toccò una tal vittoria che dovrei 
Descriverti, ma il tempo non ci sta... 

La tromba chiama all'armi! Addio, addio! 
Non posso seguitar a scriver più... 
Scusami tanto e credi che in cuor mio 
Pur fra gli spari non ci sei che tu. 




Le rondinelle tripoline 



Ed eccone una squisitamente sentimentale 
Il ferito in colloquio colla rondinella. 

Volano, volano a squadre a squadre, 
queste leggiadre rondini ancor; 
esse da Tripoli vengono unite 
sono infinite trillando in dolor. 

Sul campo passano della battaglia 
dove mitraglia il fuoco ancor; 
sentono i gemiti di quei feriti 
ancora arditi per guerreggiar. 

Le si soffermano tosto un istante 
che agonizzante c'è un militar. 
Egli vedendola sembra felice, 
così le dice pria di morir. 

Sentite flebile la mia preghiera: 
se a primavera tornaste ancor 
sul suolo italico, dite in favella 
alla mia bella queste parol. 

Che pria di spengermi da lei lontano 
a voi pian piano potei parlar; 
son morto amandola di vero cuore 
e qui nel cuore sempre l'avrò. 

E poi baciatemi la cara madre 
e il vecchio padre ancor per me ; 
dite che preghino pel suo diletto 
che stretti al petto non può tener. 

Ma ancora ditegli che con coraggio 
detti il mio braccio fino a morir, 
l'ultimo palpito, o Italia cara, 
fin nella bara per te sarà. 

I versi son quel che so- 
no e ogni commento è inu- 
tile; ma l'idea, dopotutto, 
è buona, è gentile, è de- 
licata. E' una canzonetta 
che senza dubbio richiama 
più d'una lagrima sul ci- 
glio della vecchierella o 
della giovinetta che l'ascol- 
ta commossa all'angolo del- 
la via e rincasando la legge 
e la canticchia a sua volta 
tutta intenerita... 



Ulderico Tegarxi. 



ÌJ4^^^ 



*.•*-* 



ìTìr^'^: 




Panorama di Tingad. 



LA POMPEI AFRICANA 




n giovani soldati del nostro 
valoroso corpo d'occupa- 
zione in Tripolitania, trovano 
ad ogni pie sospinto notevoli 
avanzi della civiltà ivi irra- 
diata, molti secoli or sono, 
dai nostri gloriosi antenati 
romani, che di quella regione, 
oggi così desolata ed abban- 
donata, avevano saputo fare 
una delle più ricche 
province del loro vasto 
Impero. 

A Tripoli, oltre a nu- 
merosi resti di acque- 
dotti, cisterne ed edi- 
fici pubblici, si trovano 
sparse nelle proprietà 
private statue e scultu- 
re di pregio; nell'inter- 
no della città si ammi- 
ra, per quanto mezzo in- 
terrato e deturpato da 
informi costruzioni ad- 
dossatevi, un bellissimo 
arco quadrifronte eret- 
to nel 164 in onore di 
Marco Aurelio. Ad Homs sono ancora visibili 
tracce dell'antica Leptis Magna, sepolta intie- 
ramente sotto le sabbie dell'invadente deserto ; 
a Cirene sono oggetto d'ammirazione impor- 
tanti vestigia della fiorente capitale della Pen- 
tapoli; ad Arsinoe ed Apollonia esistono an- 
cora le massicce mura che difendono i due 
porti dal lato di terra; ad Ain-Zara, a pochi 
chilometri da Tripoli, nello scavare trincee e 
ridotti di difesa, i nostri bravi bersaglieri hanno 
di recente rinvenuto un magnifico pavimento 
a mosaico, forse appartenente a qualche villa 
suburbana della antica Oea. e importanti resti 
di una necropoli romana. E non solo la zona 
costiera, ma anche l'interno della Tripolitania, 



Scultura romana 
A Tripoli. 



come quello della Tunisia e dell'Algeria, è co- 
sparso di grandiosi avanzi della dominazione 
di quei nostri illustri antenati, che spinsero le 
loro aquile vittoriose nell'oasi di Ghadamès e 
persino nel lontano Fezzan, dove una lapide, 
da poco rinvenuta, ricorda il limite estremo 
raggiunto nel 190 anno A. C. dal console Cor- 
nelio Balbo. 

L'influenza di Roma in quelle regioni, inco- 
minciata subito dopo la caduta di Cartagine, 
si risolse in seguito alla guerra di Giugurta 
nell'occupazione definitiva della Mauritania, 
della Numidia e di tutta la costa africana sino 
all'Egitto; di là poi spinse il suo dominio nel- 
l'interno verso il paese dei Getuli e dei Gara- 
manti, che fino da quei tempi era abitato da 
tribù nomadi, insofferenti di freno e dediti alla 
rapina. 

Per trarre il maggior profitto dalla naturale 
fertilità di quei paesi, i romani si diedero con 
alacrità a dissodare terreni incolti, a favorire 
l'imboschimento, e per sopperire alla deficienza 
d'acqua, che sino da allora si faceva sentire, 
si accinsero a scavare pozzi, costrurre acque- 
dotti, innalzare dighe di sbarramento. 

Fu durante i primi tre secoli dell'era volgare 
che quelle regioni raggiunsero l'apogeo della 
loro prosperità, e vi fiorirono ricche e popolose 
città come Cirta, Hippona, Tebessa e Tamuyadì 
in Algeria , Utica. Hadrumntum e Tysdirs 
in Tunisia: Oea, Sabrata e Leptis Magna in 
Tripolitania; Cirene, Berenice, Tolemaide e 
Apollonia in Cirenaica. 

La decadenza dell'Impero Romano, poi la 
fiacca dominazione bizantina e più ancora la 
feroce conquista musulmana, finirono collo spo- 
polare quelle regioni, distruggendo ogni vestigia 
della passata civiltà; molte di quelle opulenti 
città lasciarono il posto a centri più modesti, 
ed altre scomparvero affatto seppellite dalle 
sabbie del deserto che, non più trattenute dai 
boschi vandalicamente distrutti dagli Arabi, si 



LA POMPEI AFRICANA 



173 




ivanzavano spietate verso la costa del Medi- 
erraneo. 

Fu solo nel iSSi che alcuni ufficiali francesi, 

spingendosi 

zolle loro 
iruppeindige- 
[le nelle re- 
^^ioni deserti- 
che che si 
stendono lun- 
go il versante 
settentrionale 
dei monti Au- 
rès (la catena 
che limita il 
Sahara algeri- 
no), videro 
con meravi- 
glia emerge- 
re, nella vasta 
pianura brul- 
la e sabbiosa, 
tronchi di co- 
lonne e monoliti di marmo lavorato. Procedu- 
tosi a qualche sommario assaggio, trovarono che 
lo strato di sabbia celava intieri edifici dell'epoca 
romana, per cui informatone il loro Governo, 
questo diede incarico a speciale commissione 
affinchè effettuasse scavi su vasta 
scala ; i risultati furono di gran lun- 
ga superiori all'aspettativa, perchè 
si scoprirono gli avanzi di un'intera 
città sepolta da secoli sotto le sab- 
bie del deserto, che a ragione vie- 
ne chiamata la Pompei africana. 

Dalla ubicazione delle rovine, dal- 
le numerose iscrizioni rinvenute e 
dalle notizie storiche degli scrittori 
di quei tempi, si è potuto stabilire 
con sicurezza che trattasi della città 
di Tamuyadi, eretta per ordine del- 
l'Imperatore Trajano alla fine del 



TiNGAD. - Il teatro. 



i romani, conquistata l'Africa settentrionale, vi 
mandarono i loro legionari e veterani per te- 
nere in rispetto i popoli vinti e per portarvi la 

civiltà latina: 
perciò costrui- 
rono grandi 
campi trince- 
rati e nuove 
città, che col 
crescere della 
potenza dei 
conquistatori , 
si arricchirono 
di importanti 
costruzioni e 
di superbi mo- 
numenti, i 
quali poi do- 
vevano testi- 
moniare ai po- 
steri la gran- 
dezza di quel 
popolo immor- 
tale. Tingad, come ora si chiamano le rovine 
di Tamuyadi, giace a oltre looo metri dal livello 
del mare su un altipiano della provincia di 
Costantina a forse 300 chilometri dalla costa 
mediterranea, in mezzo ad un territorio legger- 




mente ondulato, ora incolto e 
disabitato, ma che un tempo 
doveva essere fertilissimo, 
giudicare dalla numerosa e ric- 
ca popolazione che vi risiedeva. 
La città era sorta lungo la 
grande strada militare che uni- 
va Tebessa a Lambese, dove 
ancora oggi si vedono gli avan- 
zi del campo trincerato, l'edi- 
ficio del Pretorio e le rovine de- 
gli archi di Caracalla e Marco 
Aurelio. Come tutte le città ro- 
10 secolo, per accogliervi i cittadini romani mane, anche Tamuyadi in origine aveva la forma 
che avevano seguita la terza legione installatasi rettangolare coi lati di m. 357 per 324, ed era 
prima a Tebessa poi a Lambese. Come è noto, percorsa da undici strade parallele all'arteria 






TlNGAD. - «CaLIDARIUM» DELLE TERME SUD. 



174 



LA LETTURA 



principale detta decumanus maximus, che se- 
guiva appunto la direzione fra Tebessa e Lam- 
bese passando davanti al foro massimo, in cor- 
rispondenza del quale sboccava un'altra arteria 
principale detta cardo. Nella seconda metà 
del 20 secolo durante l'impero degli Antonini, 
la città s'ingrandì notevolmente all'esterno del 
vecchio perimetro, senza però conservare la 
primitiva caratteristica regolarità, per quanto le 
nuove costruzioni non 
solo gareggiassero in 
grandiosità colle anti- 
che, ma spesso le supe- 
rassero. Quattro erano 
le porte che davano ac- 
cesso alla città, due al- 
le estremità della de- 
cumanus maximus , la 
terza al principio del 
cardo nord, l'ultima al 
lato opposto di una 
strada parallela detto 
cardo sud. 

Prima di entrare in 
città per la porta nord, 
di cui si conserva l'an- 
tico basamento e parte 
dei pilastri, si presen- 
ta sulla destra una co- 
struzione che si impone 
per grandiosità: è un 
fabbricato di 60 metri 
per 80, adibito a terme, 

ed al quale si accede per una gradinata un 
tempo decorata da statue, che mette ad un 
grandioso atrio contornato da intercolonnii ; da 
esso si passa al frigidariutn, vasto salone con 
tre piscine per l'acqua fredda, contornato da 
corridoi e locali destinati a spogliatoi ed a pa- 
lestre. Fanno seguito altri ambienti dove l'aria 
è riscaldata (tepidarium) che precedono un ul- 
timo salone pure con tre piscine d'acqua calda 
(calidariumì. L'insieme della costruzione rive- 
ste i caratteri di vera monumentalità e per 
quanto i coronamenti e le coperture, come a 
Pompei, sieno crollati, restano sempre le de- 
corazioni dei pavimenti e delle pareti a pro- 
varne la ricchezza ed il gusto artistico. 




TiNGAD. - Cessi pubblici. 



Entrando in città si rimane sorpresi sia p€ 
la regolarità delle strade, sia per l'ingegnos 
disposizione adottata per il pronto smahiment 
delle acque piovane: il lastricato, molto he 
conservato, è formato con pietre rettangola 
lavorate, disposte secondo la pendenza dell 
strade, e con frequenti fessure negli intersti 
per facilitare il passaggio delle acque stess 
nei sottostanti canali raccoglitori. 

Proseguendo lung 
il cardo nord, tutt 
fiancheggiato da el« 
ganti colonnati, sott 
cui s'aprono bottegh 
e accessi alle case ( 
abitazioni retrostanti, 
trova un'antica basili( 
cristiana a tre navai 
con abside semicircol: 
re e battistero ottag< 
naie isolato, nel qua 
esiste ancora la piscir 
dove il battesimo si an 
ministrava per imme 
sione. Poco lungi 
scorgono avanzi di u 
sontuoso fabbricai 
con colonnato corinz 
nell'interno, che ur 
iscrizione ci dice ess- 
re la biblioteca dove 
radunavano i sapien 
d'allora a studiare 
discutere. Il cardo nord shocca, sulla strada prii 
cipale, la decumanus maximus^ in corrispoi 
denza al foro, costituito da un grandioso perist 
Ho a colonnato al quale si accede da spazio; 
gradinata. L'ambiente interno del foro è i 
quadrilatero di 50 metri per 43, contornato e 
porticato sostenuto da colonne con bellissir 
capitelli corinti di marmo bianco e decora 
da statue di imperatori romani, magistrati 
cittadini illustri, come si desume da iscrizio 
scolpite sui rispettivi basamenti. 

A ponente del foro sorge un piccolo temp 
elegantissimo, dedicato alla Vittoria, sul d 
vanti del quale s'apre una tribuna (rostra) ( 
cui i magistrati parlavano al popolo. Dall'alt; 



















* 


r 


T 


r 


j^rH 


a' 


r 


L 


r , 


i4. 


\ 


















' 








^ 


\ 
















' 


Mfr^'-«¥7^^ 



















GRANDR INTKRCOLOKNIO del tempio capitolino a TlNiJAD 



LA POMPEI AFRICANA 




175 

caratteristica l' ornamentazione 
delle singole botteghe decoranti 
le nicchie del porticato, perchè 
ricordano il genere di merce che 
veniva messa in vendita in cia- 
scuna di esse. 

Esternamente , al perimetro 
dell'antica città, si trovano mae- 
stosi avanzi del tempio capito- 
lino, che sorgeva nel mezzo di 
un gran cortile circondato da un 
superbo colonnato ; il tempio si 
elevava sopra un piano rialzato a 




Tempio del Genio delle colonie 

A TlNGAD. 

lato trovasi la basilica, vasto salo- 
ne riccamente decorato, dove si 
amministrava la giustizia. Nelle vi- 
cinanze poi, trovasi una costruzio- 
ne singolare, tutta rivestita di mar- 
mi levigati e destinata a pubbliche 
latrine ; comprende venticinque 
stalli disposti intorno ad un corti- 
letto, separati fra loro da pareti 
di marmo ornate con graziose de- 
corazioni. 

Al di là del foro ammirasi il gran- 
dioso teatro capace di quasi 4000 spettatori, cui si accedeva per 40 gradini ed era costi- 
colla platea formata da uno spazio rialzato pei tuito da un magnifico pronao con colonne sca- 



Tempio della Vittoria a Tingad. 



posti distinti sopra l'or- 
chestra, e da tre ordini 
di gradinate addossate 
alla collina che sorge po- 
steriormente ; la scena 
era contornata da un ma- 
gnifico colonnato in buo- 
na parte ancora visibile. 
Nelle vicinanze del teatro 
trovansi avanzi di abita- 
zioni private, fra cui, de- 
gne di speciale menzio- 
ne, sono quelle dell'^r- 
mafrodita, così chiamata 
per un mosaico allego- 
rico ivi rinvenuto, e la 
casa di Fausto, ricchis- 
simo cittadino romano, 
che vi profuse tesori ar- 
tistici per renderla la più 
bella della città. Da vero 
mecenate, questo patrizio 
dotò la sua residenza di 
importanti edifici pubbli- 
ci, principale fra i quali 
un mercato costituito da 
un vasto fabbricato, il cui 
cortile interno, circonda- 
to da peristili imponenti, 
era il luogo di ritrovo 
del ceto commerciale ; è 




Tingad. Il ratto d'una Nereide. 



nalate di 14 metri d'al- 
tezza a capitelli corinti, 
e la cella misurava 53 me- 
tri per 23, colle pareti de- 
corate da marmi rari e 
da sculture pregiale. 

Poco lontano si vedo- 
no i resti del piccolo tem- 
pio dedicato al Genio del- 
le Colonie, che si eleva 
anch'esso nel centro di 
un cortile a forma tra- 
pezia, circondato da co- 
lonnato. 

Il monumento che ha 
subito minori danni è 
l'Arco di Trajano, co- 
struito verso il principio 
del III secolo, in memo- 
ria del fondatore della 
città, dove precisamente 
trovavasi la porta occi- 
dentale della prima cin- 
ta ; come gran parte de- 
gli archi trionfali romani, 
è a tre aperture, sepa- 
rate da pilastri decorati 
con colonne che portano 
una ricca trabeazione ; le 
aperture laterali più pic- 
cole della centrale, sono 



[76 



LA LETTURA 



sormontate da nicchie con statue di divinità e 
di imperatori. 

Il Governo francese continua con ammirabile 
perseveranza gli scavi, e i cimeli di maggior 
valore, che vengono di mano in mano in luce, 
sono raccolti nel locale museo, il quale ha as- 



qualche cimelio che viene conservato con cura, 
in attesa che, a guerra finita, si possa continuare 
nelle ricerche colla dovuta calma e perseveran- 




sunto un im- 
portanza di pri- 
missimo or- 
dine. 

In una delle 
sue sale sono 

esposte le sta- capitelli k 

tue, i bassori- 
lievi ed i frammenti scultorii rinvenuti in di- 
versi scavi; in altri i bronzi, le monete, le ter- 
recotte, i vetri, i gioielli e gli oggetti casalin- 
ghi trovati specialmente nelle abitazioni private. 
In un ampio salone furono trasportati i mosaici 
levati dalle terme e dalle case patrizie; ve ne 
sono di magnifici come quello óeW e rma/rodi- 
ta, l'altro rappresentante il iriovfo di Nettuno, 
un terzo col ratto d'una Ne- 
reide, e molti con decorazio- 
ni ornamentali di fattura squi- 
sita. 

Ma non è solo a Tingad 
che si rinvengono tante an- 
tichità romane ; in molti altri 
punti dell'Africa settentrio- 
nale, specialmente dove sor- 
gevano città fondate da quel 
gran popolo, s'incontrano ve- 
stigia delle loro opere. La 
Tripolitania, per causa del 
sospettoso Governo turco, 
è stata la meno esplorata, 
ma non la meno ricca di me- 
morie; anzi, già s'incomincia 
a trovare dai nostri soldati 



UKL \ fc-MflU MAJdSIMU a i INGAD. 




za. Nei dintorni 
di Homs, dove i 
nostri bersaglieri 
si battono eroica- 
mente, stanno 
disseminate le 
rovine dell'anti- 
ca Leptis Ma- 
gna , la patria 
dell'imperatore 
Settimio Severo ; le invadenti sabbie del de- 
serto hanno ricoperto quanto è rimasto di quella 
grande città dopo la distruzione araba; tutto 
lascia credere che ci troviamo davanti ad una 
nuova Tingad, ad un'altra Pompei, dove, se 
non ci lasceremo precedere da altri , troveremo 
negli scavi chissà quanti tesori artistici dei 
tempi in cui Leptis Magna era in fiore. Augu- 
riamoci quindi che, a pace 
conclusa, il nostro Governo 
si occupi seriamente dei nu- 
merosi cimeli dell'antica ci- 
viltà romana che le sabbie del 
deserto tengono nascosti, e 
possa ridonare all'arte ed alla 
scienza moderna tanti preziosi 
avanzi che saranno una delle 
grandi attrattive pei viaggia- 
tori, pei turisti e per gli stu- 
diosi che si recheranno a vi- 
W^^- sitare questa nostra nuova Co- 

l^F Ionia, che il sangue generoso 

^^ di tanti prodi italiani ha reso 

9 sacra ed inviolabile. 

OiovAnni De Simozii* 



Pozzo ROMANO 
NKI DINTORNI DI KaSR THARUNA. 



4 




L'Olimpo dei compositori celebri 
(notevole la raffigurazione di Rossini come una ricca sorgente alla quale vanno a dissetarsi gli altri compositori). 
Meyerbeer - 2. Niedermeyer - 3. Th. Labarre - 4. Berlioz - 5. Donizetti - 6. Thomas - 7. Halévy - 8. Carafa - 9. Adrieu 
Boieldieu - io. Grisar - 11. Ad. Adam - 12. Auber - 13. Clapisson - 14. Montfort - 15. Spoiitini - 16. Rossini. 

(GASIE FARILMTESII 

BJEILILA STORIA DI£ILI.''AIRTI£ MUSHCAILE. 



Una ghiotta messe di aneddoti — molti dei 
quali graziosissimi e, credo, affatto ignoti 
— ho scovato impensatamente in una vecchia 
raccolta di riviste musicali francesi del 1860. 

Da quei fogli gialligni, che esalavano un 
acre odor di polvere e di vecchiume, le più 
note figure di musicisti, di celebrità canore e 
di concertisti, balza- 



vano vive attraverso 
le curiose amenità 
della loro vita for- 
tunosa. 

Sono nomi cari 
e venerati, che ri- 
suonano ancora 
oggi come squilli 
trionfali di vittoria : 
sono Mozart, Glùck 
e Spontini, Herold, 
Berlioz, Rossini, 
Meyerbeer e Verdi, 
ed Enrico Herz, e il 
famoso Garcia, ed 
il celebre Tamber- 
lick! 

Sono tre colossi 
che aprono il fuoco 
dell'indiscrezione : 
Glùck, Mozart e 
Spontini. Tre ten- 
denze diverse del- 
l'espressione musi- 
cale, ma un unico 
alitar del genio pos- 
sente in tre anime 
sempre nobili nel 

corso delle loro concezioni artistiche, spesso 
meschine nelle correnti contingenze della vita 

La Lettura. 



E nota l'ingordigia di Glùck, l'ampollosa 
superbia dello Spontini; Mozart esce più no- 
bile dal paragone come basterebbe a provare 
l'origine d'uno dei suoi più puri gioielli che 
fu concepito e scritto nel giro di tre settimane, 
senza alcuna ricompensa, al solo scopo di sal- 
vare da certa rovina il direttore di un teatro 

di Vienna, sull'orlo 
del fallimento. Que- 
sto capolavoro del 
genio mozartiano si 
intitolava, quasi con 
valore di simbolo , 
// flauto magico; 
magico infatti per- 
chè salvò anche in 
modo insperato le 
sorti di un teatro e 
del suo direttore. 




Euridice e Orfeo ballano una tarantella 
PER FAR piacere A Gluck (caricatura tedesca). 



Gustosissimi sono 
i seguenti aneddoti 
sulla vita di Glùck, 
che assumono uno 
speciale sapore di 
attualità quest'anno 
che il nostro mas- 
simo teatro ha inau- 
gurato la stagione 
con una sua opera, 
V Armida. 

Il primo rimonta 
all'epoca della «pre- 
mière» d^XVAlcesie. 
Un barone , gran 
musicofilo, pazzamente entusiasta di quel ca- 
polavoro, fermò un giorno il musicista. 



78 



LA LETTURA 



— Scusatemi, caro Gluck, levatemi una cu- 
riosità. Perchè mai fate cantare i vostri diavoli 
quando essi chiamano a sé le loro vittime, 
proprio come i ragazzi che cantano nei nostri 
cori di cappella? 

— Signor barone — rispose l'autore óéìVAl- 
cesie — non sono i miei diavoli che cantano 
come i ragazzi del co- 
ro, ma sono i ragazzi 
del coro che cantano 
come diavoli ! 

Caratteristico fu il 
tratto di spirito di 
Glùck, che — come 
è noto — amava as- 
sai il denaro e le ric- 
che imbandigioni e 
non sapeva concepi- 
re l'ideale che in fat- 
to di musica. 

Egli pranzava un 
giorno presso un prin- 
cipe del Santo Impe- 
ro. Mentre i convitati 
si estasiavano in am- 
mirazione davanti al- 
le promettenti par- 
venze di un pasticcio 
gigantesco, egli, da 
vero uomo pratico, 
considerava con l'oc- 
chialetto e lodava ad 
alta voce, con signi- 
ficante insistenza, il 
pesante piatto d'ar- 
gento sul quale esso 
era servito. 

— Glùck — gli dis- 
se con lieve sorriso 
ironico l'anfitrione — 
pigliatevelo e polla- 
telo a casa vostra. 

Il musicista raccolse la sfida, e, tra l'allegro 
stupore dei presenti, si vide Glùck sollevare 
con braccio vigoroso piatto e pasticcio e spa- 
rire fra una doppia schiera di valletti che ne 
scortavano il carico prezioso. 

L'umile pasticcio aveva assunto in quel mo- 
mento la grave importanza d'una corona di 
Carlo Magno! 

Pure a tavola, un giorno, gli si chiedeva 
che cosa egli amasse di più. 

— Tre cose — rispose — : il denaro, il vino 
e la gloria. 

Vi fu un coro di proteste. 

— Come, voi fate passare la gloria in sub- 
ordine al vino e al denaro! Andiamo, via, que- 
sta volta non siete sìncero 

— Tutt'altro — ribattè Glùck — e ve lo 
provo. Col danaro compro il vino, col vino 
sveglio il mio genio, col genio conquisto la 
gloria ! 

♦% 

Di ben diverso parere era Spontini, che subiva 

Pubbriacatura della gloria a tal segno che gliene 

derivarono quella smodata superbia e grottesca 

ampollosità che finirono poi col contribuire indi- 




Un ritratto poco noto di Mozart. 



rettamente alla sua morte. Mentre infatti era 
stato da tutti abbandonato il bastone di capo- 
musica per dirigere in orchestra, per la bac- 
chetta più maneggevole. Spontini non voleva 
rinunciare all'imponenza del suo bastone in- 
fioccato, dal pomo massiccio e fu così che 
nella foga di un « concertato » egli se lo ab- 
battè su un piede, 
causandosi quel trau- 
ma che doveva poi 
condurlo alla tomba, 
sotto forma di cancro. 
È noto che Spon- 
tini soleva arringare 
i professori d'orche- 
stra, prima di inco- 
minciare le prove di 
un suo nuovo lavoro, 
con questa tipica fra- 
se: — Signori, atten- 
zione ! Stiamo per 
interpretare un capo- 
lavoro ! 

Ma il più grazioso 
documento della sua 
immodestia è ancora 
questo. 

Spontini aveva or- 
dinata una nuova 
marsina e il sarto era 
chino ai suoi piedi 
prendendo le misure, 
mentre l'illustre 
cliente sembrava vo- 
lesse ergersi sempre 
più della persona, 
quasi a stabilire una 
maggior distanza fra 
lui, genio, e il me- 
schino mortale che 
gli stava ai piedi. 
Ma la voce banale 
del sarto lo richiamò alle miserie di questo 
basso mondo. 

— Illustre maestro — domandava questi — 
la falda dell'abito la facciamo arrivare all'al- 
tezza del ginocchio 

— Più giù, più giù. *> 

— Allora fino ai polpacci. 

— Più giù, più giù. 

— Fino al collo del piede? — azzardò allora. 

— Più giù, vi dico! 

— Ma allora non potrete più camminare. 

— E che — rispose sdegnoso Spontini — 
forse che i geni camminano? I geni volano! 

Le pretese smodate dei nostri divi di oggi- 
giorno e l'immigrazione artistica in America, 
rendono d'attualità i due aneddoti che sto per 
contare. L'uno riguarda il celeberrimo tenore 
Tamberlick, di cui l'Opera di Parigi non potè 
mai, per varie e strane coincidenze, procurarsi 
l'intervento, nemmeno. . . per le vie diplomatiche. 

Nestor Roqueplan, antico direttore dell'Ope- 
ra, raccontava che nel 1854 egli fu incaricato 
dal ministro di recarsi a Londra per trattare la 
scrittura del rude campione della melodia. 



GAIE PARENTESI NELLA STORIA DELL'ARTE iMUSICALE 



179 



Dopo vari abbocca tnen li, l'accordo pareva 
nalmente raggiunto, e Tamberlick chiedeva 
iecimila franchi al mese come suo onorario. 
,a cifra non è fatta oggi per stupirci, ma era 
ualche cosa di esorbitante per quei tempi, 
^uttavia Roqueplan. per non compromettere 

priori tutto l'edificio costruito con la sua 



L'aneddoto d'America riguarda il celebre 
pianista e compositore viennese Enrico Herz 
che, stanco della vita concitata di Parigi, 
dov'egli viveva, sognò la pace popolata di 
palmizi del nuovo mondo e si recò in Cali- 
fornia, sbarcando a San Francisco. 

Egli non poteva vivere senza due insupera- 







I DIVERSI MEZZI DI LOCOMOZIONE IN CUI SI HA L'IM 

DEI MUSICI 

forza di persuasione, si affrettò a rispondere: 

— Accettato; soltanto non posso impegnarmi 
definitivamente senza la conferma telegrafica del 
ministro. 

— Fate come volete — disse il tenore, al- 
zando con aria di noncuranza le spalle. — Solo 
vi avverto che aumenterò la mia richiesta di 
mille franchi per ogni ora in più che dovrò 
attendere la risposta. 

Si fa il telegramma e il ministro risponde che 
il prezzo di diecimila franchi deve essere di- 
scusso. Roqueplan comunica a Tamberlick la 
risposta dell'uomo di Stato. 

— Il ministro ha ragione — osservò questi 

— : il prezzo di diecimila franchi deve essere 
infatti discusso, perchè ora — e tirò fuori a 
conferma l'orologio — non sono più diecimila 
ma undicimila franchi che domando. 

Roqueplan via ancora una volta a telegrafare 
e rieccolo dopo qualche tempo da Tamberlick, 
agitando in aria di trionfo il telegramma del 
ministro che diceva: «Accettate undicimila». 

Due ore sono trascorse. Giuoco come sopra 
di Tamberlick, che estrae nuovamente l'oro- 
logio e con irritante pacatezza osserva: 

— Sono tredicimila franchi ora ! 



PRESSIONE DI ESSERE, ASCOLTANDO LE COMPOSIZIONI, 
STI CELEBRI. 

bili compagni che gli davano le gioie più in- 
tense della vita e alla vita sua stessa provve- 
devano: questi amici insuperabili erano due 
enormi pianoforti da concerto, e pure in Ame- 
rica egli li volle seco. 

Con questa intenzione, egli vagava per le 
vie di San Francisco, quando, nel passare di- 
nanzi un caff^è, fu accostato da tre, quattro 
facce conosciute. Non riusciva a ricordarsi chi 
fossero, ma era certo che quelle facce egli le 
aveva incontrate presso all'Opera ed al Café 
de Paris. 11 più giovane di essi gli fece con 
grande efì'usione le sue offerte di servizio. 

— Poiché siete così squisitamente cortese — 
finì col dire Herz — potreste indicarmi qualcuno 
che si incarichi del trasporto dei miei piano- 
forti dalla banchina al teatro? 

— Ma certo, caro signor Herz, non sarà 
mai detto che noi lasciamo un nostro illustre 
compatriota nell'imbarazzo. Animo, visconte, 
dammi una mano e portiamo noi stesso i pia- 
noforti del professore. Ma, stordito che sono ! 
Non vi ho ancora presentato, signor Herz, 
l'amico visconte di C... un caro ragazzo che 
ama, come me, prestare i suoi servigi a illu- 
stri concittadini del vostro genere. 



i8o 



LA LETTURA 



— Via, è uno scherzo senza dubbio — escla- 
mò Herz ridendo bonariamente. 

— Uno scherzo? Tutt'altro ! Niente di più 
serio. Andiamo al porto — disse poi rivolto al 
compagno ; e i due 
si accomiatarono la- 
sciando di stucco l'il- 
lustre concertista. 

Un'ora dopo i due 
pianoforti erano a tea- 
tro. Enrico Herz in- 
contrava più tardi il 
suo ospite e gli dava 
la lieta novella, ma 
non aveva l'aria trop- 
po contenta. 

— Voi non imma- 
ginereste mai più — 
egli disse — cosa han- 
no avuto il coraggio 
di domandarmi per il 
trasporto. 

— Quanto? 

— Trecento pia- 
stre! 

— E' il suo prezzo. 

— Diamine ! Ma il 
più stupefacente si è 
che sono due « lions » 
del boulevard de 
Gand che me ne han- 
no fatto il trasporto a 
teatro. 

— Caro mio, non c'è 
da meravigliarsene. 

Molti marchesi e un numero considerevole di 
visconti è venuto fin quaggiù in cerca dell'oro 
e dopo essersi mangiato quello che avevano, 
non hanno trovato di meglio per farne del- 
l'altro che sbrigare le più umili bisogne. 

L' artista passava di sorpresa in sorpresa, 
ma gliene erano serbate di ben maggiori. 

Per fare annunciare il suo concerto, egli 
pensò bene di rivolgersi al giornale più diffuso 
e il suo ospite si offrì di accompagnarlo. Gli 
uffici del giornale in questione erano al pian- 
terreno di una casa a due piani situata in un 
quartiere fuori mano. Due enormi cani alla 
catena urlavano nella corte. Una negra guercia 
e lercia fece entrare i visitatori in un piccola 
stanza in fondo a un corridoio. Enrico Herz 
si trovò allora in presenza di un uomo di alta 
statura che mostrava una forza erculea e un 
carattere violento : era il redattore-capo. Aveva 
una gran barba nera, sopracciglia nere, ca- 
pelli neri : il tutto arruffato ed incolto. Il suo 
costume si componeva di una camicia rossa 
di lana, di brache di velluto a righe e di alti 
stivaloni che arrivavano fin oltre il ginocchio. 
.Scriveva curvo sulla scrivania, con alla destra 
una mazzuola e alla sinistra un paio di pistole 
ben a portata di mano. 

Herz spiegò allo strano giornalista lo scopo 
della sua visita. 

— Benissimo, signore — rispose l'altro, met- 
tendogli sotto il naso una tabella, irta di ci- 
fre. — Ecco la tariffa: il prezzo minimo è di 




quattro dollari (20 franchi) la linea, o, se pre- 
ferite, di un'oncia di oro per ciascuna inser- 
zione. 

Herz diede un balzo, ma le pistole e la 
mazzuola gli consiglia- 
vano nel loro muto 
linguaggio di riman- 
giarsi i suoi apprezza- 
menti e non trovò di 
meglio che pagare in 
silenzio. Ma quando 
fu fuori, sfogò col suo 
ospite tutta la sua 
amarezza. 

— O uomo impa- 
ziente del vecchio 
mondo, aspettate. Ve- 
drete le cifre del bor- 
dereau questa sera 
dopo il concerto e 
avrete la prova tangi- 
bile che anche il rac- 
colto è sulle stesse 
basi di larghezza. 

E infatti la sera stes- 
sa il piccolo teatro ove 
doveva aver luogo il 
concerto, era assedia- 
to per tempo da una 
folla immensa. Erano 
uomini dalle strane 
facce poco rassicuran- 
ti, vestiti dai costumi 
Enrico Herz, più disparati e fanta- 

stici: curiosi tipi, ca- 
paci di gettare uno sguardo bieco sul bigliet- 
tinaio solo se quegli offrisse loro dei « secondi 
posti ». Questi per altro costavano la bellezza 
di venti franchi e quaranta i primi. 

L'uomo del camerino aveva dinanzi a sé 
due bilance : il pubblico, in coda, sfilava per 
turno, consegnando al bigliettinaio una bor- 
setta di cuoio nero, rassomigliante, a un di- 
presso, a quella dei nostri tranvieri. L'impie- 
gato ne estraeva un pugno di polvere di oro 
e la pesava sulla bilancia: il di più era ricac- 
ciato nella borsetta che veniva resa al suo 
proprietario, assieme al biglietto. 

Si può facilmente immaginare il folle entu- 
siasmo che il talento del sommo concertista 
seppe suscitare in quello strano pubblico fatto 
in gran parte di nature primitive, molte delle 
quali ignoravano il fascino delle nostre melodie. 
Fra il pubblico si notava una cinquantina 
di donne; quanto v'era di meglio nel bel sesso 
e nella buona società di San Francisco. 

Herz riconobbe, i)er esempio, una ex-tabac- 
caia della rue Vivienne e due modiste fug- 
gite da Parigi per fallimento. Erano cariche 
di gioielli e sfoggiavano « toilettes » elegan- 
tissime. 

Alla fine del concerto, fu recato all'artista 
un gran piatto colmo di polvere gialla. 

— Che è ciò? — chiese lui. 

— E' l'incasso, in buon oro: ve n'è per 
18.000 franchi. 

— Oh, quante foreste vergini e uccelli-mo- 



GAIE PARENTESI NELLA STORIA DELL'ARTE MUSICALE 



i8i 



•a e serpenti a sonagli potrei procurarmi con 
jesta provvidenziale polverina gialla! — escla- 
lò allegramente il musicista, insaccando il suo 
iccolo tesoro. — Decisamente sono davvero in 
alifornia perchè ho già trovato... l'America! 



E per finire , ecco un curioso aneddoto 
ella vita di Verdi. Bisogna accoglierlo come 
agno di fede o solo considerarlo come una 
llegra storiella di fonte francese messa in giro 
er satireggiare il folle entusiasmo degli ita- 
ani pel loro compositore nazionale? Sarebbe 
n po' difficile stabilirlo; comunque, è troppo 
ustoso per non raccontarlo. 
Ovunque Verdi si recasse, a Napoli o a Pie- 
oburgo, a Londra o a Parigi, lo seguiva in- 
ariabilmente uno strano tipo di cameriere, 
he era un po' come la sua ombra. 
Già vetturale a Modena, egli aveva trascu- 
ato i suoi affari, tutto preso dall'entusiasmo 
iella musica e dalla cieca dedizione pel suo 
utore preferito. Due soli scopi aveva nella 
ita: servire il suo maestro e vivere all'ombra 
Iella sua gloria. 

In viaggio era lui che provvedeva alle me- 
chine bisogne del viver nomade, fungendo al 
ìisogno da fattori- 
io, segretario e cuo- 
;o, purché potesse, 
:ol vivergli accanto, 
godere delle primi- 
;ie del suo maestro. 
S^on v'era una nota, 
ma frase, un coro 
ielle sue opere che 
ìgli non conoscesse ; 
avrebbero potuto 
mdar distrutti tutti 
^li spartiti di Verdi, 
:h'egli sarebbe sta- 
io in grado di rico- 
struirli a memoria, 
pezzo per pezzo, dal 
\abucco alla Forza 
del destino. Se lo 
aveste interrogato 
sul talento del tale 
tal altro artista, 
egli non esitava: 
quelli che cantavano 
le opere del suo 
maestro erano delle 
fenici, degli angeli, 
degli astri del cielo 
lirico ; gli altri tutte 
bestie. 

Luigi, che così si 
chiamava questa ti- 
pica macchietta di 
servo devoto e fa- 
natico, aveva anche il dono di una magnifica 
voce di tenore, dal timbro gradevole e dalla 
giusta impostazione. Gli si rimproverava una 
volta di non avere abbracciata la carriera del 




Verdi in una caricatura tedesca. 



teatro, dove avrebbe potuto farsi una buona 
reputazione di artista. 

— Io sono ben più d'un artista — rispose 
egli con aria di fiero orgoglio — : io sono l'om- 
bra d'un dio. 

Una sera egli aveva accompagnato il suo 
padrone ad una « soirée » , dove sarebbero 
stati eseguiti dei pezzi di sua composizione, e 
Luigi, com'è consuetudine, era rimasto con 
gli altri servi in anticamera. Il pianoforte, la 
cui voce giungeva fino a lui, attaccava le pri- 
me battute d'introduzione del famoso trio dei 
Lombardi. Spinto da una invincibile forza di 
suggestione, Luigi non seppe trattenersi e, 
spinta adagio adagio la porta del salone, s'in- 
sinuò nell'ombra, dietro un gruppo d'invi- 
tati. 

Verdi sedeva al pianoforte, e in piedi, di 
fianco a lui, erano due cantanti che aspettavano 
le loro battute d'aspetto. Si cercava un tenore 
che doveva completare il trio ; ma del tenore, 
nemmeno l'ombra. Come fare? Il più vivo mal- 
contento era dipinto sul volto di tutti per l'a- 
spettativa delusa; quando ad un tratto Luigi 
si fece ardito e, uscendo dalla sua nicchia 
d'ombra, attraversò il salone rutilante di luce 
e, con la massima semplicità di questo mondo, 

incominciò le prime 
note della sua par- 
te. Vi fu un mo- 
mento penoso d'in- 
certezza : Verdi stes- 
so non sapeva se 
perdonare o scaccia- 
re il troppo zelante 
servitore. Ma la pa- 
drona di casa, che 
era una persona di 
spirito, lo incorag- 
giò di lontano con 
uno sguardo, e fu 
così che il trio dei 
Lombardi fu ese- 
guito quella sera da 
uno strano comples- 
so di cantanti, di 
cui uno nell'insoli- 
to costume di lac- 
chè; e i presenti 
assicurano che l'ese- 
cuzione fu anche 
più colorita di quan- 
to non lo fosse mai 
stata al « Théàtre 
Italien ». 

Ora Luigi non è 
più, se pure egli fu 
un giorno ; ma il no- 
me dell'oscuro eroe 
dell'aneddoto meri- 
ta pure il suo pic- 
colo riverbero di gloria nell'anno in cui ci 
apprestiamo a commemorare il centenario del 
nostro compositore nazionale. 

Paolo Santarone. 



^'%% % %.%.^ 



Fotografia cinematografica dki movimenti ameboidi d'un corpuscolo bianco, divoratore di microbi. 



MANGIATORI! DE MICROBH 

E, BATTAGILIIL DI MICRO: 



'l 



Che cosa sono i microbi? 

Ai nostri giorni non vi è persona che non 
sappia rispondere, più o meno esattamente, a 
una simile domanda, quantunque fino a pochi 
anni or sono la parola microbo (parola di de- 
rivazione greca, e che vorrebbe dire piccola 
vita) fosse esclusivamente sulle bocche degli 
scienziati, e venisse pronunciata solamente in 
quei gabinetti scientifici, dove fra microscopi 
e reattivi, tra fiale e liquidi di cultura si cerca 
di sorprendere — in tutte le varietà e in tutte 
le manifestazioni — la vita, la forma, la na- 
tura, il lavorìo di quel mondo di esseri infini- 
tamente piccoli, per i quali una goccia d'acqua 
è un oceano e un chicco di 
grano una montagna. Mondo 
di esseri infinitamente piccoli, 
dove pure si lotta per la vita 
e dove la morte dell'uno è 
la vita dell'altro, ed i cui mi- 
croscopici membri costitutivi, 
moltiplicandosi con rapidità 
prodigiosa, tutto invadono e 
su tutto si distendono e den- 
tro a tutto si cacciano, senza 
che noi ce ne accorgiamo con 
i nostri sensi. Solo allora ci 
accorgiamo di essi quando un 
esercito innumerevole di co- 
testi esseri infinitesimi ha in- 
vaso un nostro organo o l'in- 
tero organismo del nostro cor- 
po, e ce lo ha fatto ammalare 
di una malattia, che noi chia- 
miamo microbica o, più comu- 
nemente, infettiva. 

Non tutti i microbi però 
sono dannosi all'uomo, che 
anzi ve ne sono moltissimi di innocui, e tali 
sono quasi tutti i cosi detti saprofili, che vi- 
vono sopra ed entro di noi a spese della no- 
stra pelle, delle nostre mucose, dei nostri or- 
gani. Vi sono perfino microbi benefici, ma di 
questi la scienza si occupa assai meno (ed è 
una vera ingratitudine) di quello che in realtà 
essa si occupa (ed è un vero egoismo) di tutti 
quei microbi che sono dannosi all'uomo perchè 
fattori di malattia, e detti appunto per questo 
microbi òatogeni. 




Barone Joseph Lister 
II più illustre nemico dei microbi. L'in 
ventore delle disinfezioni. 



Dove abitano e donde vengono i microbi? 

Quasi tutte le volte che si parla di epidemie 
di tifo, di influenza, di colera, di vaiuolo, di 
morbillo, di difterite, di scarlattina e di altre 
simili antipatiche... personalità morbose, e tutte 
le volte che il medico dice che queste malattie 
sono dovute a microbi speciali, il pubblico do- 
manda: Ma dove mai abitano normalmente i 
microbi produttori di simili morbi, e donde 
vengono essi? 

Devo dire anzi tutto che i signori microbi 
sono esseri senza pretesa e, fino ad un certo 
punto, di facile accontentatura. Fatti molto 
alla buona, e con il minimo di materia orga- 
nica, che si possa mai imma- 
ginare (a foggia di bastoncini, 
di virgole, di punti, di acini di 
caffè, di clave, di semilune, di 
funghi mangerecci), di costu- 
mi assai semplici e di ancora 
più semplici abitudini, essi so- 
no soddisfatti anche del più in- 
comodo e meno pulito cantuc- 
cio, in cui possano vivere que- 
tamente e riprodursi. Di na- 
tura un po' campagnuola ed 
errabonda — poiché appar- 
tengono prevalentemente al 
regno delle piante e non a 
quello degli animali, come er- 
roneamente il pubblico crede 
— essi abitano l'atmosfera e 
il suolo, le acque e gli oggetti, 
i liquidi e gli animali, le to- 
glie e l'intestino degli insetti, 
e quindi li troviamo sparsi a 
colonie sui mobili delle no- 
stre case, sul vasellame, sul- 
le tende, sui pavimenti, sulle stoffe, sulle ve- 
sti, sulla nostra pelle, sui nostri alimenti, 
sulle penne degli uccelli e sui peli degli ani- 
mali. Non parliamo poi della polvere, che è 
piena zeppa di microbi di tutte le specie, e 
che sollevata dal vento (e qui ci vuole pazienza!), 
e dallo strascico delle vesti delle signore (e 
qui si perde la pazienza, e si manda al bel 
paese quel bell'ingegno che l'ha inventato!), 
penetra nei nostri polmoni a perpetuarvi il 
regno di Flora. 




MANGIATORI DI MICROBI E BATTAGLIE DI MICROBI 



183 



fazione sono ormai noti a tutti, e tutti sanno 
che disinfezione è sinonimo di morte dei mi- 
crobi. Ma non tutti sanno come faccia l'orga- 
nismo umano a distruggere i microbi quando 
questi siano malauguratamente penetrati nel 
suo interno. I microbi hanno nei disinfettanti 

i loro più grandi 
nemici, e noi di- 
sponiamo di una 
grande e svariata 
quantità di tali 
sostanze, con le 
quali — unita- 
mente al calore 
elevato — pos- 

CORPUSCOLI BIANCHI CHE STANNO DIGERENDO I MICROBI ASSORBITI. SiamO tare Stra- 

ge continua di 

certi animali il cui corpo costituisce una adat- milioni e milioni di cotesti esseri infinitamente 
tatissima e preferita abitazione, talvolta momen- piccoli. Ma i nostri organi, i nostri tessuti, il 



Si può dire che la terra, e tutto ciò che 
;ulla terra esiste, sia come ricoperto di una 
iettile pellicola, quasi di una tenue ed invisi- 
3Ìle garza fatta di microbi d'ogni sorta, e che 
^li uomini e gli animali, oltre di avere intere 
:olonie microbiche in tutte le aperture natu- 
rali, portino con 
sé una quantità 
enorme di mi- 
crobi innocenti e 
di microbi peri- 
colosi, fortunata- 
mente allo stato 
di latenza, negli 
stessi organi in- 
terni. 

Vi sono anzi 




tanca e tal'altra permanente, 
di alcuni esseri infinitamente 
piccoli, e così si dice che il 
bacillo del tetano è proprio 
del cavallo, e che quello del- 
l'idrofobia è proprio del ca- 
ne, e che il germe dell'acti- 
nomicosi è proprio del bue. 
I microbi propri d'una deter- 
minata specie di animali pos- 
sono vivere in questi allo 
stato di attività, e allora vi 
generano la relativa malat- 
tia, o allo stato di latenza, e 
allora non producono i danni 
della corrispondente infezio- 
ne, ma nell'organismo del- 
l'animale soggiornano allo 
stato di saprofiti, cioè di pa- 
rassiti innocui, o, per essere più ligi alla etimolo- 
gia greca della parola, di germi della sporcizia. 
Il bacillo del tetano — per esempio — è 
stato ripetutamente trovato nell'intestino del 
cavallo, senza che per ciò esistessero sintomi 
di tetano. Anche il bacillo della idrofobia è 
stato più volte trovato sulla lingua e sulla gola 
dei cani, senza che questi presentassero i segni 
della rabbia. 

Come l'organismo si difende dai microbi? 

Come si faccia a distruggere i microbi, che 
sono all'esterno del nostro corpo, ognuno sa, 
poiché i vari metodi di disin- 




CADAVERI di MANGIATORI DI MICROBI 

(corpuscoli del pus). 



nostro sangue, di quali armi 
dispongono, di quali disinfet- 
tanti — mi si permetta la pa- 
rola — si servono per difen- 
dersi dai microbi, quando que- 
sti siano penetrati nell'inter- 
no degli organi, nelle maglie 
dei tessuti, nella corrente del 
sangue? 

Lo dico subito : l'organi- 
smo si difende dai microbi 
mediante i mangiatori di mi- 
crobi. Questi non sono altro 
che i globuli bianchi del 
sangue. 

È inutile che io ricordi che 
il sangue è un liquido, nel 
quale nuotano innumerevoli 
corpicciuoli, aventi una forma 
organizzata propria, la massima parte dei quali 
è di colore rosso, e gli altri sono di colore 
bianco. Questi corpiccioli rossi e bianchi costi- 
tuiscono i così detti globuli del sangue, ed 
ematie sono chiamati i globuli rossi, e leucociti 
sono detti i corpuscoli bianchi. 

I corpuscoli rossi, od ematie, sono globetti 
microscopici molli, elastici, levigati in tutte le 
loro parti, così che essi scivolano facilmente, 
stipati gli uni a ridosso degli altri, anche at- 
traverso le più sottili arteriuzze e le più esili 
vene, allungandosi e schiacciandosi per potere 
scorrere più agevolmente attraverso i canali 
più stretti dell'albero della 




Microbi del carbonchio. 



Microbi del tetano. 



Bacilli della tubercolosi. 



LA LETTURA 




Microbi della difterite. 



Microbi della febbre intermittente. 



Bacilli del tifo. 



circolazione. La colorazione rossa del sangue è 
dovuta alle ematie, e se queste siano in quantità 
inferiore alla media fisiologica, si ha quel pallo- 
re, che è caratteristico delle persone anemiche. 
Oltre i globuli rossi si trovano nel sangue, 
in proporzioni numeriche assai minori, altri 
globuli, di colore bianco, detti 
leucociti. Questi sono corpicelli 
globosi, un po' più grandi del- 
le ematie, a superficie inegua- 
le, di natura viscosa, presen- 
tanti movimenti ameboidi, cioè 
capaci — come le amebe — 
di mandare dei prolungamenti 
multiformi a foggia di raggi 
o di tentacoli, così da assu- 
mere forme svariatissime, ir- 
regolari, ovoidi, dentellate, 
ricciute, caudate. Per mezzo 
di coteste espansioni i leuco- 
citi possono emigrare attraver- 
so i tessuti dei vasi capillari, 
e uscire dai canalicoli sangui- 
gni, entro ai quali scorrono, 
senza che vi sia rottura delle 
pareti. Normalmente il nume- 
ro dei leucociti è assai inferiore 
a quello delle ematie, e in me- 
dia si può dire che un millimetro cubico di san- 
gue ne contenga ventimila, mentre la stessa 
quantità di sangue contiene cinque milioni di 
globuli rossi. 

I leucociti costituiscono uno dei più potenti 
mezzi di difesa che abbia l'organismo contro 

le infezioni. Si 
può dire che i 
leucociti abbia- 
no l'incarico di 
sorveglianza 
degli organi e 
dei tessuti in 
genere contro 
le eventuali in- 
vasioni dei mi- 
crobi, e come 
tanti microsco- 
pici gabellieri o 
gendarmi infi- 
nitamente pic- 
coli , essi ab- 




Pasteir 

il più illustre rivelatore del mondo 
dei microbi. 



biano la consegna di accorrere alle frontiere 
dell'organismo, là dove si presenti un mani- 
polo di microbi, con minaccia di invasione. 
Essi costituiscono la difesa di prima linea. 

Si supponga che una piccola colonia di mi- 
crobi depositati sulla pelle o sulle mucose abbia 
superata la barriera frapposta 
dalla pelle stessa e delle mu- 
cose, e si accinga a penetrare 
nell'organismo. Che cosa suc- 
cede allora? I leucociti escono 
dai vasi, che li contengono, 
arrivano in folla sul territorio 
minacciato dall'invasione, e 
ingaggiano una lotta all'ulti- 
mo sangue contro gli invasori. 
Essi si precipitano sui micro- 
bi, li avvolgono con i loro 
tentacoli, si appiccicano a ri- 
dosso di essi come in una lotta 
a corpo a corpo, se ne im- 
possessano, li assorbono, li 
divorano. Ed è appunto per- 
chè li assorbono e li divorano 
che i leucociti sono chiamati 
anche fagociti e che questa 
funzione dei leucociti è detta 
fagocitismo , parola di origine 
vorrebbe dire mayigiavienio di 




greca, e che 
corpuscoli. 

Se la vittoria resta ai fagociti, e questi rie- 
scono ad assorbire e a digerire tutti i microbi 
della tentata invasione, l'infezione è superata, 
e temporaneamente rimane localizzata al punto 
di entrata. Se al contrario i microbi trionfano 
dei leucociti, allora i primi la fanno da veri 
usurpatori, e si moltiplicano, e secernono le 
loro tossine. L'organismo però continua a rea- 
gire, e tenta ancora di difendersi, ed indice 
di questa lotta è la infiammazione. Questa pro- 
voca una dilatazione di tutti i canalicoli sangui- 
gni e quindi determina un maggiore afflusso di 
sangue, A causa di questo maggiore afflusso, 
i fagociti arrivano in più grande numero nel 
territorio minacciato, lottano corpo a corpo con 
i batteri, e mentre questi fabbricano le loro 
tossine, essi apprestano le loro antitossine. 

Questa lotta ad armi fisiologiche e chimiche 
lascia dei morti nei due campi, e di tale strage 
si ha la prova materiale nella suppurazione, 



MANGIATORI Di MICROBI E BATTAGLIE DI MICROBI 



185 




Microbi della polmonite. 



Microbi della suppurazione. 



Bacillo del colera (bacillo virgola). 



la quale è rappresentata dalla formazione di 
un liquido costituito di piccoli corpicciuoli detti 
globuli del pus. Questi globuli del pus non 
sono che i cadaveri dei fagociti. La suppura- 
zione è quindi il segno anatomico della difesa 
tentata dall'organismo, e per la quale esso ha 
lasciato tanti cadaverini di sol- 
dati microscopici sul campo 
di battaglia. 

Come si sorprende il lavo- 
rio DEI microbi? 

Spetta a Metchnikoff il van- 
to d'avere osservato per pri- 
mo la lotta corpo a corpo dei 
leucociti contro i microbi, nel- 
la difesa dell'organismo dalle 
infezioni. Questo illustre scien- 
ziato, studiando alcuni picco- 
lissimi crostacei d'acqua dol- 
ce, detti Dafnie, aveva con- 
statato come essi andassero 
soggetti ad una malattia in- 
fettiva causata da un micro- 
scopico fungo, le cui spore, 
foggiate a forma di ago, pene- 
travano con gli alimenti nel 
canale digerente del crosta- 
ceo, perforavano le pareti dell'intestino, e si 
diffondevano nel corpo della Dofnia. Metch- 
nikoff osservò come allora si iniziasse una lotta 
fra le spore ed i leucociti, i quali inglobavano 
le spore, le trasformavano in un ammasso di 
grani informi, e così salvavano, nella maggior 
parte dei casi, l'animale dal danno della infe- 
zione. 

Il microscopio — che ingrandisce di ottocento, 
di mille e più diametri l'essere infinitamente pic- 
colo — è il grande rivelatore del mondo dei 
microbi. Esso è il vitreo occhio gigantesco at- 
traverso il quale l'uomo vede ed osserva un 
mondo, che sfugge ai suoi sensi. Né bastò il 
microscopio alla sempre crescente curiosità della 
scienza, che per studiare i microbi in tutte le 
loro forme e in tutte le loro attitudini e in 
tutte le loro azioni, essa riuscì a coltivarli così 
come si coltivano le ostriche ed i salmoni e 
a trasformare piccole fiale ripiene di brodo o 
di sangue, o piccole zolle di gelatina, o fette 
di patata, in veri vivai di microbi. E poiché 




Roberto Koch 

lo scopritore del bacillo della tubercolosi 

e del colera. 



la maggior parte dei microbi infettanti, per vi- 
vere e per riprodursi rapidamente, esige una 
temperatura, che varia dai trentacinque ai tren- 
totto centigradi, si fabbricano apposite incuba- 
trici o stufe di coltura le quali, regolate da 
speciale apparecchio, mantengono sempre un 
grado di calore fisso o variabi- 
le fra limiti strettissimi. 

I microbi sono difficili ad 
essere visti non per la loro 
estrema piccolezza (alla quale 
oggidì si può ovviare con le 
lenti di un buon microscopio), 
ma anche per la loro traspa- 
renza, avendo essi un indice 
di rifrazione della luce poco 
diverso da quello dell'acqua. 
Se alla piccolezza della statu- 
ra si poteva rimediare facil- 
mente anche pel passato, sus- 
sisteva pur sempre il secondo 
ostacolo, il quale venne ri- 
mosso solo allora quando si 
pensò di servirsi dei colori di 
anilina, per colorare i microbi. 
Questi, inzuppati che siano di 
un determinato colore, cessa- 
no di essere trasparenti, e 
quindi spiccano sul campo microscopico facen- 
dosi visibili chiaramente. 

Vi sono però esseri così infinitamente pic- 
coli che né le forti lenti microscopiche né la 
colorazione sono sufficienti per renderli visibili. 
Si é pensato di renderli tali mediante un ar- 
tificio di illumi- 
nazione, che fu 
suggerito da un 
fatto comune. 
Avete mai os- 
servato quello 
che succede al- 
lora quando un 
fascio di luce 
solare entra, co- 
me una frecc'a 
d'oro, in una 
stanza, attra- 
verso il vano 
d'una piccola fi- 
nestra? In tale Microbi dell'influenza. 




iS6 



LA LETTURA 




caso la striscia di sole è animata da mille e 
mille corpicciuoli di pulviscolo atmosferico, 
che prima l'occhio non avvertiva, e che la luce 
tangenziale ha resi manifesti. Basandosi su 
(juesto fenomeno si sono costruiti speciali ap- 
parecchi, che illuminano trasversalmente i mi- 
crobi non vi- 
sibili con il 
solo micro- 
scopio (e 
perciò detti 
ultramicro- 
scopici), e li 
rendono vi- 
sibili attra- 
verso le lenti 
di un buon 
microscopio. 

Per potere 
con maggio- 
re precisione 
studiare i 
microbi, fis- 
sandone be- 
ne le forme, 
la disposizio- 
ne, i muta- 
menti, e gli 
stadi di ri- 
produzione, si cercò un mezzo grafico, che 
riproducesse esattamente le immagini dei mi- 
crobi quali l'occhio li vede attra- 
verso le lenti del microscopio, e li 
riproducesse con quella fedeltà, che 
invano si può pretendere da un di- 
segno fatto a mano e copiato da 
imagini non giacenti direttamente 
sotto lo sguardo, ma osservate a 
intervalli, attraverso il diaframma 
cristallino d'una lente. Fu allora 
che si ricorse alla fotografia, che 
presentava non indifferenti difficol- 
tà, poiché non si trattava di ripro- 
durre sulla lastra sensibilizzata (co- 
me succede nelle comuni fotografie) 
gli oggetti o i corpi messi dinanzi 
all'obbiettivo, ma bensì di fissare sulla lastra 
le imagini visive, quali l'occhio le percepisce 
per virtù di ingrandimenti di potenti lenti di 
microscopio. 

A tale fine si idearono e si costruirono spe- 
ciali apparecchi, detti camere per microf oto- 
grafia, cioè per la fotografia del piccolo, nelle 
quali al posto dell'occhio dell'osservatore è 



Le battaglie dei microbi con i corpuscoli del sangue. 



Sangue allo stato nor.male. 
Prevalgono i globuli rossi, alcuni dei 
quali sono disposti a modo di rotoli di 
monete. 



.'"ANGUE allo stato D'ANEMIA. 

Prevalgono i corpuscoli bianchi, detti 




Corpi amebiformi nei glo 

BULI DEL sangue DI PER 
SONA AFFETTA DI INFE 
ZIONE PALUSTRE. 



collocato una speciale camera fotografica, che 
raccoglie le imagini, lascia passare la luce, di 
cui è artificialmente inondato il preparato da 
osservarsi e quindi messo davanti al microsco- 
pio, e fissa sulla lastra sensibile le imagini 
quali prima le aveva viste l'occhio del prepa- 
ratore. 

La ripro- 
duzione fo- 
tografica de- 
gli esseri infi- 
nitamente 
piccoli ha re- 
so immensi 
servizi alla 
scienza, sia 
perchè ga- 
rantisce gli 
studiosi da 
qualsiasi fal- 
lace interpre 
tazione o fi- 
gurazione 
del disegna- 
tore, sia per- 
chè la lastra 
fotografica 
fissa mmimi 
particolari, 
che potrebbero sfuggire all'occhio dell'osser- 
vatore stanco per la intensità della sorgente 
luminosa, sia perchè rende popo- 
lare e facile la visione diretta di 
esseri, che non potrebbero essere 
visti che da chi è pratico nel ma- 
neggio del microscopio, sia per- 
chè rende possibili e agevoli le 
proiezioni fisse e cinematografiche, 
per mezzo delle quali può essere 
diff'usa fra gli studiosi la coscienza 
d'un mondo ignorato perchè estre- 
mamente piccolo ed invisibile. Mon- 
do estremamente piccolo ed invi- 
sibile, ma disseminato dovunque, 
ma dovunque diffuso, e che con i 
suoi piccolissimi individui ricopre 
tutto ciò che esiste sulla terra come di una 
sottile pellicola, quasi di una tenue ed invisi- 
bile garza fatta di microbi d'ogni genere, e 
che continuamente attenta alla nostra salute, 
e la cui scoperta è una delle glorie più fulgide 
della scienza moderna, di quella scienza, che 
solo luce ha per confine. 

Dott. Giovanni FrancescKini. 



^^^■^' 



Fotografia cinematografica del sangue circolante. 



Gli Dèi 

della pioggia 

e 

del bel tempo 




Il giorno della gran festa a Mandi. 
Il Rajah è seduto sotto il baldacchino ad aspettare la visita degli dèi. 



Alle strane pratiche religiose illustrate dalle 
fotografie qui riprodotte non si crederebbe 
se non esistessero dei documenti di Stato che 
ne comprovano l'autenticità. Se volete recarvi 
a Mandi, che è uno Stato indigeno dell'India, 
dovete prendere il treno locale che da Amrit- 
sar va a Pattankot e poscia seguire per ottan- 
taquattro miglia la strada che termina a Baij- 
nath, nel distretto di 
Kangra. Alla fine di 
questo viaggio vi tro- 
verete ai confini dello 
Stato di Mandi, e con 
una difficoltosa pas- 
seggiata di altre cin- 
quanta miglia, arrive- 
rete addirittura alla ca- 
pitale. Gli avvallamen- 
ti geologici che divi- 
dono l'Himalaya pro- 
priamente detto dalle 
catene delle montagne 
sottostanti, spartisco- 
no il territorio dello 
Stato in larghe stri- 
sce uguali, fra le qua- 
li^ è grande diversità 
di panorami, perchè 
dalle cime alte circa quattromila metri si passa 
subito alle fertili pianure situate a meno di 




Gli Dèi della pioggia 



settecento metri sul mare. Il Rajah che go- 
verna Mandi appartiene al ramo più giovine 
della famiglia dei Rajput che domina nel vicino 
Stato di Sukat e che crede di discendere nien- 
temeno che dal sole e dalla luna e di posse- 
dere il sangue più nobile di tutta l'India, visto 
che ha die;ro di sé più di cinquanta generazio- 
ni. La maggioranza della popolazione dello Sta- 

to di Mandi è di razza 

Kanaits, ed ha culto 
per una infinità di iddii 
relegati in foreste di 
cedri giganteschi. Que- 
sto culto molte volte 
assume forme tiranni- 
che, quando gli dèi si 
ostinano a non voler 
ascoltare le preghiere 
non disinteressate dei 
fedeli. Questi sono pro- 
fondamente religiosi, e 
in tutto lo Stato di 
Mandi non v'è collina 
o villaggio che non ab- 
bia il suo idolo. Pa- 
recchi di questi iddii 
sono parenti fra di lo- 
ro, ed hanno un capo 
che porta il titolo di « uomo » e si chiama 
Kamru Nag. Questo idolo ha tale importanza 



E I LORO sace:rdoti. 



i88 



LA LETTURA 



\ 



che non può muoversi mai dalla sua residenza 
montana, ma in compenso, durante le feste del 
Shabazat, invia in città 
la bellezza di settanta- 
due dèi di grado infe- 
riore ad ossequiare il 
Rajah. La sfilala degli 
dèi avviene di fronte 
al palazzo reale, al co- 
spetto del Rajah seduto 
sul dorso d'un elefante. 
Poscia Sua Altezza va 
a sedere sotto un pom- 
poso baldacchino, e as- 
siste all'allegria del po- 
polo che porta in pro- 
cessione i settantadue 
idoli, ben vestili per 
l'occasione e li fa dan- 
zare al suonodi tam-tam 
e di certe curiose trom- 
be d'argento. Ciascun 
idolo ha la sua banda ; 
ma gli onori più ru- 
morosi sono per i fra- 
telli Narain e per un 
altro idolo denominalo 
Passukot, i quali hanno 
parecchie facce. Alcune 
di queste facce sono 
d'argento e altre di ra- 
me o d'oro, e tutti han- 
no una specie di ciuffo 
di puro oro, che asso- 
miglia stranamente ad 
un gomitolo di cenci. 
L'importanza della triade deriva dal fatto che 
i fratelli Narain e Passukot sono gli dèi che 
dispongono della pioggia e del bel tempo, e sa- 
rebbe strano che non fossero tenuti in gran 
conto in uno Stato che vive principalmente di 
agricoltura. Il curioso è che 
hanno fede sconfinata in essi 
non solo gli indiani, ma anche 
i sudditi mussulmani. Quando 
si ha bisogno di una buona 
pioggia o di qualche giornata 
di sereno, prima si rivolgono 
agli dèi i fedeli in massa e con 
le maniere buone ; ma se, co- 
me succede spesso, gli dèi mo- 
strano di essere in altre faccen- 
de affaccendati, ricevono degli 
ordini perentori. La procedura 
che si segue in queste occasio- 
ni è quanto mai grottesca. Nel 
marzo 19 ii il Visir dello Stato 
ricevette dai proprieUri di ter- 
re una petizione con la quale 
lo si pregava di fare i neces 
sari passi per por termine alla 
pioggia che minacciava di ro- 
vinare i raccolti. Questa peti- 
zione fu seguita da un rescrit- 
to del Visir che ordinava al capo del Sacro 
Rito di fare i passi necessari, ecc. Dal Sacro 
Rito partirono ordini espressi ai € gurs », che 






Fac-simile dell'ordine ufficiale 
indirizzato agli dèi per far cessare la pioggia 



sono i sacerdoti incaricati della custodia degli 
idoli, perchè facessero le necessarie pressioni 
sui fratelli Narain e su 
Passukot, per indurli a 
far cessare la pioggia. 
Poiché questa intima- 
zione rimase senza ri- 
sultato, partirono altri 
ordini, di cui segue la 
traduzione. Il primo, 
che è indirizzato al ca- 
po del Sacro Rito, di- 
ce testualmente : 

« La pioggia ha cau- 
sato gravi disastri, e or- 
dini e offerte sono stati 
indirizzati agli dèi. Ma 
il sole non si è fatto 
vedere. Dietro richiesta 
delle autorità, abbiate 
la cortesia di mandare 
a chiamare il sacerdo- 
te del dio di Chohay 
(Passukot), il sacerdote 
del dio di Parmeswar 
e il sacerdote del dio 
di Nachan (queste so- 
no le località in cui ri- 
siedono i tre idoli) ; e 
abbiate la bontà di ag- 
giustare le cose in mo- 
do che si abbia presto 
il bel tempo. 

Firmato: 



VI 



TT^ ^ 









W\^n 





Passukot, uno dki tre iddìi della 
PIOGGIA. Si vede una dkllk sur pa- 
recchie facce: quella d'oro. 



« Visir Amar Singh ». 

Ed ecco la risposta : 

« Eccelleniissinio Signor Visir, 

« Ho ricevuto dalla vostra Altissima Auto- 
rità l'ordine di far cessare la pioggia. Ho man- 
_ dato subito dei messi a chia- 
mare i sacerdoti, e non man- 
cherò di provvedere a tutto ». 

In seguito a questo carteggio 
furono messi in moto sacerdoti 
e idoli, ma la pioggia continuò 
a cadere. Ai sacerdoti fu or- 
dinato di darsi da fare per ot- 
tenere il bel tempo, e se la 
cavarono off"rendo un certo 
numero di sacrifici agli dèi. 
Per qualche minuto si ebbe 
un po' di sereno, ma poi la 
pioggia ritornò più violenta 
di prima. Era troppo! E Sua 
Altezza volle mostrare tutta 
la sua energia emanando un 
ordine all'indirizzo diretto de- 
gli dèi testardi, minacciandoli 
di non farli uscire durante le 
feste se il cielo non si fosse 
messo al bello. Il giorno dopo 
— principio delle feste — il cielo si rasserenò 
e il bel tempo durò fino all'ultimo giorno delle 
feste. Subito dopo ricominciò la pioggia. 

{Wide WorìdJ. 



ORCMIESTRE, DH CAMPANIE 



Ia nostra epoca febbrile, l'epoca delle mac- 
chine, non è così destituita di poesia, 
i4 come pensano alcuni. Noi consultiamo 
perfino il tempo più gaio del medio-evo, e colla 
scorta dei no- 
stri mezzi più 
moderni re- 
stauriamo tut- 
to ciò che ci 
è pervenuto, 
coperto di 
ruggine e di 
polvere, dalla 
età lieta di 
canti dei tro- 
vatori. 

Lo strumen- 
to musicale di 
moda del se- 
colo decimo- 
terzo consiste- 
va in una o 
più assicine a 
cui erano at- 
taccate delle 
campanelle 
accordate. Il 
suonatore con 
un martellet- 
to in ognuna 
delle due ma- 
ni suonava 
sulle campa- 
nelle la sua 
melodia. Il 
popolo vagan- 
te portava se- 
co queste suo- 
nerie; la gen- 
te di riguardo 
pos s e d èva 
una suoneria 
in casa. Quan- 
do nel 1352 
nella possente 
Strasburgo si 
raccolsero in 
un'opera gi- 
gantesca tutte 
le arti della 
orologeria, 
non si dimen- 
ticò la suone- 
ria delle cam- 
pane. Allor- 
ché il popolo stupito s'adunava verso il me- 
riggio innanzi all'orologio nella cattedrale, un 
gallo di legno cantava, e le figure dei tre re 
passavano, mentre squillava la suoneria delle 
campane. Purtroppo di questo orologio monu- 
mentale non ci fu conservato né disegno né 
descrizione alcuna. Solo il gallo di legno si 
conserva ancora in Strasburgo. Quando l'oro- 




SUOXERIA DI CAMPANE DI OlMUTZ. 



logio della cattedrale di Strasburgo fu rico- 
struito nel 1570, si buttò in disparte la suoneria 
delle campane senza riguardo alcuno. 

La più antica suoneria di campane, o almeno 

i resti di essa 
fino ad oggi 
conservati, si 
trovano in Ol- 
mùtz. Un oro- 
logiaio chia- 
mato Antonio 
Pohl si era re- 
cato nel 1419 
a Praga e ave- 
va costruito 
per il Consi- 
glio del luogo 
un grande oro- 
logio artisti- 
co, simile al- 
l'orologio del- 
la cattedrale 
di Strasburgo. 
Nell'anno suc- 
cessivo noi ri- 
troviamo il 
Pohl in 01- 
mùtz intento 
alla costruzio- 
ne di un oro- 
logio analogo. 
Anche que- 
st'opera fu nel 
corso del tem- 
po variamen- 
te restaurata, 
da ultimo nel 
1898. La no- 
stra prima illu- 
strazione mo- 
stra la ceri- 
monia inau- 
gurale del- 
l'orologio. La 
suoneria delle 
campane sta 
sopra il gran- 
de quadrante 
mediano. Si 
vedono qui in 
tre serie sedici 
piccole figure 
angeliche con 
martelli e 
campanelle in 
mano. Apparentemente sono queste figure che 
mettono in opera la suoneria; ma in realtà questa 
si effettua per opera di sedici campane collocate 
nello spazio interno dell'orologio il cui peso com- 
plessivo ammonta a 300 chilogrammi. Le cam- 
pane vengono suonate da un grande cilindro 
nel meccanismo interno. In questo cilindro si 
inseriscono, a seconda della melodia desiderata, 



[90 



LA LETTURA 




Suoneria di campane di Duren 
(1565). 

dei pernetti che nel loro giro 
sollevano per mezzo di leve 
i martelli delle campane. 

Poiché già nel 1352 in 
Strasburgo e nel 1420 in Ol- 
mùtz si possedevano suonerie 
di campane messe in movi- 
mento per via meccanica, la 
opinione degli olandesi che 
il loro connazionale Kneck 
abbia inventato nel 1465 le 
suonerie meccaniche di cam- 
pane non regge. A questo 
fonditore di campane, Barto- 
lomeo Kneck, nativo delle 
Fiandre, spetta soltanto il me- 
rito di aver impiantato in 
molte chiese della sua patria 
grandi suonerie di campane, 
messe in movimento da mec- 
canismi di ruote. La più ce- 
lebre delle sue opere è la suo- 
neria costruita nel 146? in 
Alost. Oggi si trovano in 



Olanda più di 120 suonerie di cam- 
pane, e nel Belgio se ne trovano più 
di 100. 

Per contro appare molto piccolo il 
numero delle 14 grandi suonerie di 
campane nei paesi germanici. 

La prima grande suoneria pubblica 
di campane della Germania fu impian- 
tata nel 1487 nella chiesa di San Pie- 
tro in Amburgo. Essa constava di 
sette campane, suonate a mano. 11 
suonatore calzava dei grevi guanti di 
cuoio e suonava di tutta forza su sette 
ampi tasti : non piccola fatica musi- 
cale! Nel decimosettimo e decimotta- 
vo secolo si aggiunsero a questa suo- 
neria quattordici nuove campane. Nel- 
l'incendio della chiesa nel 1842 tutta 
l'opera andò perduta. Dal 1571 in poi, 
la suoneria potea suonare in accordo 
coll'orologio della torre. La seconda 
grande suoneria di campane della 
Germania fu costruita nel 1559 nel 
palazzo municipale di Danzica. 

Nelle stanze della torre, dove sono 
collocate le suonerie, lo spazio è molto 
angusto e oscuro. I nostri ripetuti ten- 
tativi di rilevare sul posto il disegno 
complessivo di un'antica suoneria di 
campane, riuscirono una sola volta, 
e precisamente a Dùren nel territorio 
renano. Il sindaco del luogo, Nòrve- 
nich, fece fondere nel 1564 dodici 
campane per la chiesa di Sant'Anna. 
Per poter suonarle meccanicamente, 
l'anno successivo si diede commissio- 



SuONKKiA DI CAMPANE DI Fl-KNSBURG (l909)- 



ORCHESTRE DI CAMPANE 



le della grande suoneria a Hendrik Ny di 
-lassel nel capitolo di Liegi. Inoltre fu intra- 
presa dal Ny anche una nuova fusione di cam- 
jane. La grande opera, che si vede sulla no- 
itra illustrazione, è una delle più antiche mac- 
:hine conservate in Germania. L'impianto com- 
plessivo pesa in ferro e acciaio, secondo gli 
mtichi calcoli, più di 7546 libbre. Ora la suo- 
leria suona ogni mez- 
z'ora un inno sacro, ma 
prima dell'ora comple- 
ta, un canto profano. 
Nel poderoso cilindro, 
munito di molte mi- 
s^liaia di buchi quadran- 
golari, vengono inseriti 
dei ganci, dai quali so- 
no tirate le leve che con- 
ducono alle campane. 
La terza suoneria di 
campane della Germa- 
nia comparve nella cat- 
tedrale in Aquisgrana, 
e precisamente verso il 
1636. Essa aveva venti 
campane, che potevano 
essere suonate da un 
cilindro, ma per lo più 
si suonavano a mano. 
Nel 1858 l'antica suo- 
neria era già improvvi- 
samente scomparsa alla 
sordina. Solo in un oro- 
logio a pendolo di do- 
minio privato si trova 
una piccola rappresen- 
tazione della suoneria 
d'Aquisgrana. Alcuni 
scritti inglesi, e special- 
mente la grande ope- 
ra musicale del gesuita 
Atanasio Kircher, au- 
tore molto fecondo, ma 
di buona e meritata 
fama, portarono in do- 
minio pubblico, verso 
la metà del secolo de- 
cimosesto, i precetti 
per la costruzione e 
per il funzionamento 
delle suonerie meccaniche. Subito dopo com- 
parvero due altre suonerie di campane in 
Germania: nel 1663 a Magonza, e nel 1671 a 
Darmstadt. La suoneria di Magonza era nella 
chiesa della Madonna. Essa non aveva che 
sette campane. Che cosa sia accaduto di essa, 
non si sa. Secondo il suo modello fu edificata 
otto anni più tardi per opera dell'orologiaio 
Pietro von Cali e del famosissimo fonditore Pietro 
Hemony di Amsterdam la suoneria sulla torre 
del castello di Darmstadt, affinchè essa « suo- 
nando inni sacri, enunciasse come una crea- 
tura senza vita, l'elogio dell'Onnipotente ». Il 
cilindro contiene 4000 buchi e pone in movi- 
mente i martelli delle 28 campane sulla torre 
del castello. Anche in quest'opera si riscontra 
un cembalo a tastiera. Una strana vicenda ebbe 




Disegno della suoneria di campane 

NELLA CHIESA DI SaNTA CATERINA IN DaNZICA (1910). 



la suoneria di Berlino. Quando Fedeiico I salì 
al trono, volle dare un contrassegno al suo 
castello e alla sua residenza. Schlùter, ch'era 
allora direttore delle costruzioni del castello, 
fu incaricato di innalzare l'antica torre della 
Moneta sul castello, affinchè essa potesse esser 
vista a molte miglia. Per questa torre il re com- 
però in Olanda una bella suoneria di campane, 
che, senza le campane, 
costò 70.000 fiorini. 
Schlùter era un grande 
artista, ma un cattivo 
tecnico. L'edificio si 
sgretolò ben presto e ad 
onta dell'aggiunta co- 
struzione in ferro — la 
prima del genere del re- 
sto — , la superba torre 
dovette essere demolita. 
Schlùter cadde quindi in 
disgrazia. Ma il re fece 
fondere le campane per 
la suoneria che ormai 
aveva acquistato. Ma 
l'operarimase inoperosa 
per otto anni, fino a che 
il preposto della chiesa 
parrocchiale presentò 
una supplica per la con- 
cessione della suoneria. 
Un certo Giovanni Ro- 
der di Schweinfurt si of- 
ferse per la messa in 
opera ; e il giorno di ca- 
po d'anno del 1715 i 
berlinesi, dopo una va- 
na attesa di quattordici 
anni, udirono per la pri- 
ma volta la loro suone- 
ria. Le campane suona- 
rono, ma suonarono 
senza eufonia. E allora 
fu nominata una com- 
missione d'inchiesta, 
che, dopo lungo tergi- 
versare, si rivolse al no- 
to fonditore olandese 
Jan Albert de Grave. 
Ma per l'opera mal riu- 
scita si ebbero trattative 
e molestie senza fine. Intanto le 37 campane 
per la nuova suoneria furono allestite in Olanda, 
e l'inaugurazione avvenne nel 1718 nella chiesa 
parrocchiale di Berlino. Le spese ammontarono 
a circa 13,700 fiorini: una somma non disprez- 
zabile per quel tempo. Il re stesso approvò per 
il campanaro uno stipendio supplementare di 
700 talleri. La suoneria suona ogni ora e ogni 
mezz'ora una melodia corale, che si cambia 
ogni mese. Ai quarti e ai tre quarti suo- 
navano solo pochi tocchi d'un preludio. Si 
narra di questa suoneria, che Federico il Grande 
impartisse l'ordine « che per l'avvenire non si 
dovesse porre sul cilindro alcun salmo o inno, 
ma soltanto armonie e preludi, come si prati- 
cava a Potsdam, e il divieto si osservasse con 
maggior rigore per il cembalo a tastiera ». 



[92 



LA LETTURA 



Anche nella vicina Potsdam c'era allora 
una suoneria intorno alla cui origine non si 
ha alcuna notizia. Dopo la ricostruzione della 
chiesa della Guarnigione nel 1732 fu deciso 
l'ingrandimento di quest'opera. Essa possedeva 
un cilindro del peso di 13 quintali. Due volte al 
giorno que- 
sto doveva 
essere solle- 
va to per 
mezzo di un 
manubrio. E 
non era una 
lieve fatica 
poiché i pesi 
di trazione 
giungevano 
a 20 quinta- 
li e mezzo. 
Nel 1865 si 
dovette pro- 
cedere a una 
ricostruzione 
dell'orologio 
pertinente 
alla suone- 
ria, perchè il 
suo movi- 
mento era 
troppo irre- 
golare. La 
suoneria di 
Potsdam 
comprende 
35 campane 
ed è fra tut- 
te le vecchie 
suonerie te- 
desche sen- 
za dubbio la 
migliore. Al- 
tret ta n to 
grande è la 
suoneria fab- 
bricata nel 
1786 dal 
Lejoncque 
per la città 
di Malmedy 
nell'Eifel. Il 
suo cilindro contiene 8978 fori e suona un 
inno otto volte all'ora. Inoltre vi si riscontra 
ima tastiera con pedaliera per ottenere il suono. 
Per l'angustia dello spazio fu impossibile fare 
un rilievo complessivo della suoneria. 

Nel 1875 l'olandese Smulders credette di 
poter tradurre in atto una riforma delle suo- 
nerie. Per mezzo d'un congegno di pressione 
egli mise in movimento un cilindro tutto co- 
perto di pernetti, e uni, premendo un tasto, 
le singole corde delle campane con questo ci- 
lindro. Una delle prime grandi suonerie di que- 
sto genere fu messa in opera da Smulders nel 
1875, in luogo dell'antica suoneria di cui ab- 




La tastiera della suoneria li campane di Danzica. 



biamo parlato, nella chiesa di San Pietro in 
Amburgo. Ma l'impianto non fece buona prova, 
e così si dovette fabbricare, appena passati 
otto anni, una nuova suoneria in Amburgo di 
45 campane. 

Una grande suoneria di 17 campane del peso 

complessivo 
di 250 quin- 
tali è in ope- 
ra fino dal 
1909 nella 
eh iesa di 
San Nicola a 
Hensburg. 
Ma la più 
grande suo- 
neria della 
Germania, e 
insieme la 
più grande 
del mondo 
per il peso 
delle campa- 
ne , si può 
sentir suona- 
re da poco 
tempo nella 
chiesa di Ca- 
terina a Dan- 
zica. Essa ha 
preso il po- 
sto di un'an- 
tica suoneria 
del 1738. Il 
suo costrut- 
tore è il più 
celebre dei 
fonditori vi- 
venti, è « il 
vecchio 
Schilling » 
che nel corso 
della sua vi- 
ta ha fuso 
di sua mano 
fino ad ora 
più di 5400 
campane. 
Egli ha fu- 
so già prima 
anche le suonerie di Liegnitz, di Hannover e 
di Altenburg con 17, 15 e 13 campane. La suo- 
neria di Danzica consta di 37 campane. La 
più grande di esse pesa 27 quintali. Tutte le 
campane insieme oltrepassano il peso di 175 
quintali. L'opera comprende tre ottave. Il peso 
complessivo delle campane, del meccanismo e 
della ferreria supera i 67.000 chilogrammi. 
Ad onta del gran peso dei martelli, la suoneria, 
che alla prova « fece l'effetto d'un'orchestra 
di potenti accordi d'organo », può esser messa 
facilmente in opera per mezzo di una peda- 
liera e d'una tastiera. 

(Gartenlaube). 



Milano, 1912. — Tip. del Corriere della Sera. 



Galluzzi Giovanni, Gerente responsabile. 



CARATTERI FORNITI DALLA SOCIETÀ "AUGUSTA.. TORINO. 



NNO XI!. N. 3 



/AAf^ZO 1912 




i VI STA 



Yì.^^ 



/MENSILE DEL CORRIERE DELIr-A SER/ 
/^ILAfNO. VIA 50LFERIM0 26. 

CENT. ÒO IL rASeiCOLO. 

ABDONAnENTh ITALIA t.5-E5TERoL.( 





SOCIETÀ ITALIANA <ià SIRY LIZAB < C. 

DI 




m Siry Chamon & C. 


^^■b^RJjfM 


r )[ MILANO 


■ ^^^^Hx! V jKIRHiÌ 


\ I Ippareeelii d'IlloioiDaKioDe 

W^ffll ^^ OGNI STILB 

/ i . ^m SCALDABAGNI 

ìf ^^^ CUCINE^-STUFE 

i FORNELLI 


fipB^A^al 


^£Oi 






^ 


Disegni e prereatiri a richiesta. , 



DIMAGRIRE 



SENZA PERICOLO 
È RINGIOVANIRE! 



il The Svelto è il solo prodotto che ha il potere meraviglioso di dare un risultato soddisfa- 
cente in 6 o 8 settimane senza provocare il minimo disturbo, anzi colla prima scatola si pro- 
vano gli eccellenti effetti che produce su tutto l'organismo. Alle persone cardiache procura un 
certo sollievo, il cuore, libero dal grasso che l'affatica, funziona molto più facilmente. In pochi 
giorni le persone obese constatano l'efficacia sorprendente del The Svelto, diminuisce l'addome, 
si fanno snelle le anche e fine la vita. 

Siccome il grasso si elimina colle urine, molte persone hanno constatata la cessazione dei 
loro dolori ai reni. 

11 The Svelto stimola tutte le persone stanche per eccesso di lavoro fisico e mentale. 

Il The Svelto è piacevole, garantito innocuo e d'un effetto rapido e certo. 

La scatola di 30 tavolette L. 6,70. DI 60 tavolette L. 12,00 
Deposito generale per l'iUilia: Ditta PEGNA Sl FIGLI - Firenze, e In tutte le buone farmaole 



COMBUTON 

^=^ IL LIQUORE CHE FORTIFICA =^i= 

Raccomandato dal eilebre igienista Senatori PAOLO MANTEGAZZA 

Grande specialità della ditta G. BUTON e C. - Bologna 



R1VI5TA-M 
CORRIERA 




ANNO XII - N. 3. MARZO 1912. 

(PROPRIETÀ LETTERARIA ED ARTISTICA - RIPRODUZIONE VIETATA 






e c'è qualcuno fra i let- 
tori che non conosca 
la Val Tournanche e 
non abbia fatto l'ul- 
timo tratto che si è 
costretti a percorrere 
a piedi o a cavallo 
per raggiungere le 
falde del Cervino, io 
lo consiglio paterna- 
mente a starsene 
per ora in casa, dac- 
canto al caminetto, 
e di accingersi a 
quella gita in estate, da giugno a settembre. 
Non che manchino nella stagione invernale 
bellezze su quel cammino; ma perchè sono 
iccompagnate da troppi imprevisti, i quali 
esigono che il pacifico viaggiatore, salito a cer- 
:are riposo o per spasso, d'un tratto debba 
:ercare in sé la fibra, il coraggio e la resi- 
>istenza di chi deve lottare per la vita. C'è 
1 caso che prima di intraprendere una gita da 
Vsi\ Tournanche al Breuil d'inverno sia da pen- 
sare a far testamento ; perchè la neve e la tor- 
menta possono assalirvi e ridurvi a mal partito 
lon meno d'una delle bande brigantesche che 
:ondivano di piccanti sorprese i viaggi dei 
lempi andati. 

Fino a Val Tournanche si va bene; le vet- 
:ure salgono — adagio, se si vuole — ma salgo- 
lo. E se si ha la ventura d'incontrare un vet- 
turino come quello che capitò a me, la strada 
è piacevole, istruttiva e varia: e neppure c'è 
pericolo che le gimbe s'aggranchiscano per- 
chè egli non lesina gli ammonimenti sulla op- 
portunità di scendere quando la strada si fa 
an po' erta, confortando i suoi argomenti con 
avventure paurose di cavalli sdrucciolanti, di 
cocchi ribaltati, ecc., ecc. 

Io. se non avessi altro a fare, vorrei girare 
il mondo con un fonografo ed un cinemato- 
grafo a registrare le voci e gli atti delle profes- 
sioni che stanno per scomparire. Vorrei ripro- 
durre i mercati dei nostri borghi, i gridi dei 

La Lettura. 



merciaiuoli, le cantilene dei venditori ambulanti, 
i carretti degli arrotini e dei negozianti d'ac- 
ciughe. Ma i conducenti di omnibus e di vet- 
ture delle valli sarebbero il mio studio partico- 
lare, a loro mi dedicherei con amore intenso. 
Essi rappresentano l'ultimo anello che ci lega 
ad un passato che scompare; essi sono ancora 
l'estremo esempio di quella vera eguaglianza 
che si stabiliva fra classi diverse allorché non 
erano venuti i tempi attuali di democrazia, nei 
quali sulla base della fraternità ciascuno fa 
per sé, e nella inevitabile associazione della 
vita cerca di assumere la parte impassibile d'uno 
strumento. Paragonate un vetturino con uno 
chauffeur. Il vetturino dopo pochi minuti è un 
vostro compagno, vi narra le più gustose sto- 
rie sui paesi che traversate e vi strappa il se- 
greto della destinazione vostra e della com- 
pagnia e della vostra esistenza economica. Lo 
chauffeur è separato da voi dalla triplice co- 
razza di cuoi, di pellicce e di silenzio. Non si 
parla al manovratore. La strada per l'automo- 
bile non è quel piacevole nastro che si svolge 
placido e fiorito, con lente mutazioni di pro- 
spettiva, che consentono agli occhi di gustare, 
agli orecchi di udire ; è invece un solido cor- 
done bianco che avvicinandosi alla macchina 
s'irrigidisce per lanciarsi nelle sue fauci. Che 
ne fa l'automobile di tutta quella strada che in- 
ghiotte, che ne fa di quegli alberi che quando 
gli sono vicini gli si avventano contro come 
se si spezzassero? Spariscono in un fragore di 
lame che incessantemente le triturino e il pen- 
siero non è abbastanza celere, egli che soleva 
paragonarsi al lampo, per poter connettere ciò 
che sopravviene con ciò che é passato. Anche 
il presente per l'automobilista è ridotto alle 
funzioni di divoratore del futuro; quanto al 
passato esso è annichilito. 

Il cocchiere in questione era un bergamasco, 
riconoscibile solo alla faccia tonda, all'occhio 
acuto, e a quella scaltrezza ingenua che caratte- 
rizzala figura d'Arlecchino. L'accento bortoliano 
si era consumato come per levigazione negli at- 
triti colle dure favelle ostiche piemontesi e valdo- 

13 



194 



LA LETTURA 



stane. La origine straniera era un ingrediente 
del suo dialogo immaginoso per dare più tea- 
tralità agli efletti. Per un vetturino che va 
di quel passo infatti Bergamo e Chatillon 
sono spaventevolmente distanti ; ed il carattere 
di esule che glie ne veniva, faceva da sfondo 
al quadro delle sue miserie che andava ab- 
bozzando a grandi pennellate. Quadro non 
tetro, né amaro, ma animato da macchiette, 
da episodi che a me, vecchio conoscitore del 
paese, evocavano uomini e vicende che non 
credevo più avrei udito nominare. Rividi lun- 
ghi anni di eventi, di gente che abitavano 
quelle case, che tenevano quegli alberghi, e 
il romanzo e il dramma che sono in tutte le 
esistenze così raccorciate balzava improvviso. 
Le dinastie di albergatori, l'umile sguattero 
che fa fortuna e sale dalla rigovernatura all'al- 
cova, le vendite subitanee, i ritorni dall'Ame- 
rica, i licenziamenti per una parola aspra, la 
miseria patita, la riconciliazione in nome del- 
l'antica consuetudine, la sparizione misteriosa 
del romantico signor Perruquet che aveva il 
culto del Cervino e delle buone patate, de- 
voto al punto di arruolarsi soldato al posto del 
padrone; tutto questo raccontato con sincera 
filosofia, non amareggiata da livori, con quel- 
l'accettare sereno della vita, senza rancori, con 
quel sottinteso indiscutibile di fedeltà alla per- 
sona padronale, di riverenza alla intangibilità 
dell'interesse suo, di riconoscimento della le- 
gittimità dei rapporti sociali di reciproca dipen- 
denza che oggidì in cui s'è quasi distrutta la 
familiarità e l'affezione nelle relazioni fra pa- 
droni e dipendenti è diventato così raro. 

Bisogna convenire che anche nel suo con- 
cetto della ricchezza il mio vetturino era an- 
tiquato; per lui i ricchi erano quelli che sali- 
vano i monti, che si facevano scarrozzare da 
lui per diporto, massime l'inverno ; e li disap- 
provava. « Se io fossi come Loro — diceva — la 
montagna non mi vedrebbe più ; la conosco, 
l'ho provata a piedi e in vettura, carico e sca- 
rico. Non verrei qui a cercare la neve e il 
freddo; un paese di pianura, vorrei, e una 
buona stufa... » ; poi con un'occhiata agli ski ed 
una alla circonferenza del suo interlocutore, 
nella quale io sentivo tutta l'irriverenza del 
giudizio che pronunciava di me, soggiungeva: 
« E li sopra, su quegli sghijn non mi vedreb- 
bero ». 

Mi affrettai a tranquillarlo, dicendogli che 
anch'io non avevo alcuna intenzione di affi- 
darmi agli sghijn, col quale termine, derivato 
dal verbo piemontese sghiè (scivolare) la sua 
inconscia sapienza popolana m'additava una 
affinità etimologica fra il piemontese e il nor- 
vegese a cui non avevo posto mente prima. 

Egli però non era sviato dalla sua glottolo- 
gia spontanea; come il personaggio di Molière, 
// faisail (U la prose sans le savoir. Lo interes- 
sava invece la mia sorte, e con un sorriso fine 
ed approvatore mi disse: 

«Ah, bravo; così va bene; gli altri, i gio- 
vani, li lascia andare, e Lei se ne sta pacifico 
all'albergo, vicino alla stufa, magari con una, 
magari con due o tre buone bottiglie ». 



Anche su questo punto ho dovuto disingan 
narlo, e compresi allora che io gli ero perfet 
tamente incomprensibile. 

Ma tutti questi non erano che episodi t 
parentesi nel suo discorso, digressioni che ic 
gli strappavo con domande, con interruzioni 
spiegando un'astuzia che diventava più fine £ 
misura ch'io mi accorgevo del suo propositc 
fisso di riprendere ad ogni costo l'argomentc 
che gli stava a cuore. 

Argomento che possedeva a fondo e gli con 
feriva la facutidia e il lucidus ordo orazia 
ni : consisteva nell'esposizione di una serie d 
eventi, una antologia, dirò così, di esemp 
confortanti e raccapriccianti, secondo i casi 
ma sempre istruttivi, di magnanime liberalità 
o di vergognose gretterie per parte dei viaggia 
tori da lui sapientemente trasportati, nel me 
mento supremo della separazione, che suol es 
sere quello della mancia. Esempi disposti con sa 
pienti alternative, accompagnati da nomi e cir 
costanze che li autenticavano, esposti in termin: 
atti a destare l'ammirazione o il disprezzo che 
meritavano, ma con una certa serenità imper 
sonale, come se si trattasse di solenni avve 
nimenti storici, non aventi alcuna attinenza 
col presente, con lui. « Perchè — diceva egli 
come perorazione : — chi pretende la mancia 
Il viaggiatore ha pagato il biglietto, e basta 
obbligo non c'è. È il padrone che ci paga 
Noi siamo povera gente e loro sono ricchi 
Ognuno a suo posto; le cose giuste ». 

Io ignoro se il risultato di questi suoi arti 
fizi oratori abbia soddisfatto il bergamascc 
e se la mia condotta sarà ora registrata nel li 
bro nero o in quello d'oro. So che quell'uomc 
così semplice e trasparente mi divertì, mi com 
pletò, e armonizzò collo spettacolo della mon 
tagna. 

Ma non ero il solo a divertirmi ; dietro d 
me, che stavo in serpa, era una parte delU 
brigata giovanile, che davano rumorosi segni d 
gioia agitata; uno di loro, benché avesse il di 
ritto di disprezzare questi umili esercizi, s 
allenava in acrobatiche ascensioni fra l'in 
terno dell'omnibus ed il tetto, celebrando h 
vittoria con grandi colpi gloriosi sulla latti 
dov'egli s'era issato. 

Qui forse sarebbe opportuno dire dove s'an 
dava e di chi era composta la brigata. S'an 
dava al Breuil a cercar neve ; e posso assicu 
rare che ne abbiamo trovato, e a dovizia. Lj 
brigata, tranne un maturo ed occhialuto prò 
fessore, era giovanile; i nomi non importano 
massime per gli uomini ; per quanto concern» 
le signorine, dirò che all'ascesa erano quattro 
che chiamerò: la Saggia, la Vigile, la Gio 
conda e l'Ardita; e che una s'aggiunse dopo 
che chiamerò l'Arguta. 

Da Val Tournanche in su la strada era nelh 
neve. Neve salda, cristallina, piacevole livel 
latrice delle strade, forse talora un poco troppe 
zelante in questo ultimo suo ufficio, massim< 
in certi tratti dell'abitato. .Si camminava a me 
raviglia, sotto un cielo terso, passando dal chiare 
sole limpido, abbacinante, all'ombra quieta ec 
azzurra. Un piccolo tubo pieno di mercurio cht 



BONACCE E BUFERE 



195 



2ra con noi e che uno zelante roteava nell'aria, 
aveva l'ardire di segnare dodici gradi sotto 
?ero. Abbiamo tutti protestato. Non potevamo 
lollerare mantelli o soprabiti; ci sentivamo 
caldo, camminavamo spediti e leggeri. Pareva 
estate, se non era del bianco intorno a noi, 
del gran silenzio, e di un altro inestimabile 
beneficio: l'assenza delle amabili compagne 
del camminatore, le mosche, che gli volteggiano 
soavi intorno, per tornare a posarsi tenera- 
mente sul suo capo. I pochi valligiani che si 
incontravano tra- 
scinavano slitte 
cariche di fieno. 
E più su, verso 
Busserailles, do- 
ve la neve era 
più alta, il paesag- 
gio più solenne 
nella chiusa delle 
montagne che ne- 
reggiavano di 
scogli sotto il can- 
dore, altri uomi- 
ni che portavano 
legna. 

Io non so per- 
chè le poche pa- 
role della favola 
di Esopo, del vec- 
chio taglialegna e 
della morte, ab- 
biano avuto tanta 
potenza suggesti- 
va su di me. Le 
lessi mezzo seco- 
lo fa, non le ri- 
lessi mai più. Ge- 
ron potè xilas te- 
mòn una volta 
un vecchio taglia- 
va legna. Nel ri- 
gore invernale le 
fatiche rustiche 
mi ricordano 
quelle parole. Mi 

pare che in quella breve favola si chiuda 
tutto l'inverno, tutta la disperata miseria di 
quella stagione, tutta la terribilità del destino 
dell'uomo, e la imminenza della morte che l'at- 
tende per sgravarlo del suo peso. 

Portavano legna in basso, verso il torrente, 
dove era un ponte per cui si ridiscendeva alla 
parrocchia passando per alcuni gruppi di case. 
Furono gli ultimi nostri incontri. Dopo Bus- 
serailles e il queto bacino rinserrato che lo cir- 
conda ; dopo la cappella che domina in alto, 
il sentiero — stretto fra le rupi precipiti fran- 
giate di acque stalattiti aguzze stillanti e una ba- 
laustra di legno — sovrasta all'abisso e svolta 
nella conca ultima della valle, in fondo alla quale 
è il Breuil, coll'albergo dei Gemelli, al quale 
noi eravamo avviati. Qui, dopo un'ora deliziosa 
di camminata su buone chine nevose stri- 
denti sordamente sotto i piedi, fra i boschi di 
abeti spogli della fronda, scorgendo qua e là 
nel profondo di molli conche nevose un tratto 




Salendo da Val Tournanche al Breuil. 



di acqua bruna fuggente; costeggiando macigni 
dalle pareti nereggianti nel candore, cinti al 
piede di una corona di mirtilli e di uva ursina 
giuliva nella lucidità delle foglioline verdi, ci ap- 
parve poi il maestoso, il divino Monte. L'in- 
verno, che abbassa le cime, che cancella i ghiac- 
ciai, non aveva toccato alla maestà del Cervino. 
Sorgeva poderoso i suoi fianchi erompenti dalla 
falda nevosa rizzati e convergenti a reggere il pe- 
sante cubo terminale spianato in alto; la immensa 
mole, così agile nella sua imponenza, così gen- 
tile nella sua po- 
sa leggermente 
inclinata, spicca- 
va in un grigio 
plumbeo sul cie- 
lo che s'oscurava. 
Qualche lembo 
di neve aderiva 
qua e là allo sco 
glio accentuando 
la fiera fisonomia 
del picco. Il re- 
sto era brizzolato 
da un pulviscolo 
che i turbini di 
un vento invisi- 
bile gli spruzza- 
vano intorno co- 
me se il piano 
nevoso fosse un 
turibolo che gli 
tributasse gli 
omaggi del suo 
incenso. Ma l'o- 
maggio diventava 
visibile alla vetta 
dove si spiccava 
una niivoletta che 
sospinta dal ven- 
to pareva una 
chioma distesa 
nella fuga che di- 
leguasse nel cielo 
in tenui volute sa- 
lienti. 
Tutto era d'un grigio perleo ; il cielo, i fianchi 
dei monti lungo i quali i boschi parevano come 
una rada pelurie bruna, il basso della valle, dove 
solo a tratti nereggiava un tratto del corso del 
torrente; se non che diffondeva una intonazione 
violacea fredda in alto, una tinta più calda nel 
basso, dove giungeva il riflesso del cielo d'oc- 
cidente attraverso le nuvole distese sui fidi 
guanciali del Gran Paradiso. La notte scen- 
deva insensibilmente, nella imminenza della 
luce lunare. 

Ad un tratto, al di là di uno sprone dove 
un abete solitario fieramente s'accampa, il Cer- 
vino ricomparve, il capo come lievemente su- 
blimato in un chiarore perlaceo appena sensi- 
bile; poi man mano, la luce divenne più intensa 
con un lieve soffondersi di una trasparenza 
rosea; sotto ai nostri occhi la montagna pa- 
reva accendersi d'un fulgore interno che la 
compenetrasse. Sempre più spiccava brillando 
sul fondo sempre più livido del cielo, sempre 



96 



LA LETTURA 



più raggiava solitaria come un faro al di sopra 
delle altre vette mute e fredde. Il roseo s'ac- 
cendeva vigorosamente, e pareva palpitare. La 
vetta diventò come un metallo rutilante, poi 
come un carbone acceso che il vento alto ar- 
roventasse soffiandone via la cenere. Tutta la 
valle cupa in basso era soffusa di quel rossore. 
Nessuna vetta trovò nelle sue viscere l'energia 
di quella vampa. Solo la Dent d'Herins al 
di là del Colle del Leone parve un momento 
voler accingersi 
alla prova ; ma si 
spense in un sor- 
do rosseggiare im- 
potente. Il Cervi- 
no resse a quel 
cimento nel cielo 
muto per alcuni 
minuti, poi si 
spense d'un trat- 
to; le rupi da cui 
pareva trasparire 
l'interna luce ri- 
divennero opa- 
che, lamassamuta 
disegnò la sua te- 
nue figura spet- 
trale nella opale- 
scente trasparen- 
za lunare. 



Si entrò nell'al- 
bergo alle diciot- 
to , e a grande 
gioia degli skia- 
tori l'ultimo trat- 
to di neve pianeg- 
giante fu dichia- 
rato di ottima 
qualità ; sole a 
protestare furono 
le gambe del pro- 
fessore che aveva- 
no trovato che 
quella neve fari- 
nosa e condiscen- 
dente, era dete- 
stabilissima. Ma le opinioni che contrastano 
alle maggioranze è meglio tenerle per sé e 
così fece il professore. 

L'albergo aperto per la circostanza aveva 
una grande sala da pranzo ben riscaldata ; il 
resto delle stanze ora pareva più freddo che 
l'esterno. La indicibile gioia di trovarsi al ri- 
paro, al caldo e all'asciutto (quest'ultimo van- 
taggio assicurato soltanto a chi prudentemente 
con una granata spazzolò dalla neve scarpe e 
gambali e giacca), di prevedere vicino un pranzo 
e di aspettarsi un letto era turbata da due cir- 
costanze. L'una il tanfo di sego che permeava 
la sala, l'altra il pensiero del primo ingresso 
fra le lenzuola gelate. Al tanfo di sego non 
era rimedio possibile se non il rassegnar- 
vicisi; le candele non erano forse regolari 
candele steariche? Che cosa ne può l'alberga- 
tore se a prendere alla lettera il consiglio di 




Uscendo dalla Messa dell'Epifania. 



Verdi «torniamo all'antico», si sono affret- 
tati soprattutto i fabbricanti di candele, che ri- 
chiamarono all'antico ufficio il molle sego ma- 
ritato alla rigida stearina? Molti dei progressi 
attuali dell'industria sono ingegnosi ritorni al- 
l'antico, che nella loro modestia gli inventori 
hanno il torto di tener celati. Quanto all'in- 
gresso nel letto, si ovviò per quanto si potè 
inviando come primo occupante una bottiglia 
d'acqua calda; ma soprattutto fu il coraggio 

della disperazione 
che compì il mi- 
racolo. Perchè 
quando ci si tro- 
vò spogliato dei 
buoni panni nella 
gelida stanza in 
facciaal letto diac- 
ciato, l'unico par- 
tito a prendere era 
quello di affron- 
tarlo. Un brivido 
violento che in- 
chioda la bocca 
prima di scioglier- 
la al tremito ; una 
disperata risolu- 
zione di non muo- 
vere di un centi- 
metro al di là 
dello spazio pri- 
mamente invaso ; 
uno sguardo di- 
sperato dato alla 
candela che dovrà 
pure spegnersi a 
prezzo di qualche 
sconsiderato mo- 
vimento ; un' ul- 
tima risoluta 
mossa per tron- 
care anche que- 
st'indugio e tutto 
è finito. E nella 
stanzetta buia la 
finestra lumeggia 
pacata nel chia- 
rore lunare. 
Il silenzio della montagna è singolarmente 
apprezzato e lodato massime da chi l'abbia vi- 
sitata l'inverno. Non consiglierei però a voler 
cercarlo in una brigata di gente giovane e al- 
legra come la nostra. Se l'età e gli occhiali 
conferivano a qualcuno una certa rispettabilità, 
non gli assicuravano tuttavia se non la tran- 
quillità immediata contro diretti attacchi perso- 
nali. Molti strilli, molte corse, molti colpi sì 
sprigionarono in quell'albergo quella sera; un 
sommesso grattare alle porte, un picchiare ai 
muri, un martellare sodo sui soffitti ; latrati di 
cani disturbati nel loro sonno, e minaccianti 
l'integrità cutanea degli arditi esploratori dei 
sottotetti; corse pazze su e giù per le scale; 
stramazzar di mobili appoggiati alle pareti in 
posizioni sapienti d'equilibrio instabile; som- 
messe concitate voci di congiure, risa e gridi: 
attacchi finti alle porte per mascherare incur- 



BONACCE E BUFERE 



197 



sioni di palle di neve alle finestre; passaggi 
discreti di dolci e caramelle attraverso alle 
fessure, severe ammonizioni, recise dichiara- 
zioni di innocenza per parte dei più neri delin- 
quenti. Tutto questo fu il silenzio invernale 
neir hotel des Jumeaux la notte dal 5 al 6, 
dal 6 al 7 gennaio 1912. 

Di fuori con meno chiasso assai si compieva 
un'opera più grandiosa. Una nevicata come di 
rado si vede anche lassù, adagiò due buoni 
metri di neve su quella che già si aveva. 

Il primo giorno questa neve che non era an- 
cora tutta caduta non impedì alla brigata di 
andare alla messa che il cortese Rettore di 
Val Tournanche era venuto a celebrare lassù. 
Né dopo la messa impedì che salissero tutti 
vogliosamente 
fino a due ore 
più su per dar- 
si a vari eser- 
cizi i quali dal 
basso e attra- 
verso le lenti 
di uno Zeiss 
si riducevano 
a una serie di 
capitomboli a 
e u i andavano 
soggetti con 
maggiore o mi- 
nore frequenza 
tutti i membri 
della brigata. 
Ma pare che 
la cosa li abbia 
rallegrati tutti, 
compreso uno 
che fece un 
prodigioso e in- 
volontario sal- 
to mortale tro- 
vandosi improvvisamente ed a sua insaputa in 
aria mentre aveva tutte le più oneste ragioni 
di credere alla continuità del terreno su cui sci- 
volava rapidamente. Succedono di queste cose 
in montagna, sulla neve. Dall'alto non si scor- 
gono gli scoscendimenti. Ma quando si è in aria 
si capisce che ci sono, ed allora bisogna decidere 
rapidamente sul partito da prendersi. Nel caso 
attuale la decisione fu presa mediante un giro 
sul proprio corpo, dopo di che si raggiunse il 
suolo un poco intontiti se si vuole, ma avendo 
abbandonato l'infido dominio dell'aria. Un al- 
tro incidente fu di natura diversa, ma a giu- 
dicare dallo stato di allegrezza della vittima, 
che andava orgoglioso di due bozze sortegli sul 
fronte e su un parietale e sviluppantisi rapi- 
damente, questo fu anche singolarmente gioioso. 
Una inavvertita voltata — pare che l'esercizio 
degli ski sia poco compatibile con quello della 
volontà — fece sì che questo volonteroso tra- 
versasse la strada a cinque compagni che egli 
aveva abbandonati bruscamente nella discesa 
per questo gustoso esercizio dirò così diago- 
nalico. La logica impera anche sulla neve ; la 
traversata non fu senza ostacoli, e un estremo 
della diagonale vivente e giacente nella neve 




Gli skiatori ai preparano alle gare. 



fu carezzato da due paia di ski i quali reg- 
gevano certo il relativo schiatore. Le bozze 
segnarono — per breve tempo ahimè ! — le 
gloriose tracce dell'avventuroso passaggio. 

La mania dello scivolare sul lungo e sottile 
sghijn aveva invaso tutti; scommetto che an- 
che il mio vetturino ci si sarebbe lasciato pren- 
dere. I principianti cercavano luoghi sicuri e 
riposti; io che m'ero dedicato all'ufficio di giu- 
dice del campo e che dall'albergo e dalle vi- 
cinanze sorvegliavo i vicini e i lontani, i sicuri 
e gli incerti, gli audaci e i paurosi, io che ho 
degli ski il rispetto che essi si meritano quan- 
tunque deplori il modo con cui se lo sono ac- 
caparrato, abusando indegnamente della mia 
confidenza e rifiutando di avere qualsiasi re- 
lazione verso 
il mio indivi- 
duo che non 
consistesse 
nello scaraven- 
tarmi a terra 
nel più breve 
termine possi- 
bile, io con- 
templavo con 
gioia quegli 
esercizi, e quei 
capitomboli, 
« sopra i cam- 
pi che arato 
non ho ». Or- 
mai gli alpini 
hanno messo 
in voga que- 
sto strumento, 
e apprese le 
evoluzioni che 
esso permette. 
Intorno a me 
erano ragazzi 
saliti coi portatori; bisognava vedere come si 
slanciavano arditi, e come conoscevano i ter- 
mini. « Dis, c'est Christiania ce que tu fais la? » 
« Non, Telemark ». Io l'avrei semplicemente 
chiamato un ruzzolone : ma il gergo sportivo va 
rispettato. Più lungi una figura in sottana fa- 
ceva le prove sue con discreta disinvoltura, e 
una volta la vidi prender l'abbrivo, accendersi 
di gioia nella rapidità della discesa, alzar le 
braccia, gettare il bastone e continuare glorio- 
samente fino al fondo. Lo Zeiss che puntavo 
per riconoscere l'incognita Atalanta, che non 
era della nostra brigata, mi mostrò l'immagine 
del nostro bravo Rettore, mentre risaliva l'erta 
e raccattava il bastone gettato. 

E così piacevolmente la brigata assorta in 
piaceri non sempre contemplativi, passò la 
giornata non senza una pungente inquietudine 
crescente sulla sorte di un nucleo che s'era 
staccato da noi a Verres per venire a raggiun- 
gerci attraverso alle Cime Bianche. Il tempo 
era cattivo, la foschia e la nebbia velavano ogni 
forma al di sopra di noi. Il sole come un disco 
appena rosseggiante traversava basso nel cielo. 
Certo, non doveva essere facile in quelle con- 
dizioni trovare la direzione, né farsi strada 



[98 



LA LETTURA 



attraverso la neve alta e farinosa. Ma purché 
non avessero avute valanghe o salti imprevisti 
avrebbero certo potuto far la traversata. Ben- 
ché si sapesse che avevano l'intenzione di 
traversare dalle Cime Bianche al Théodule, 
noi li aspettavamo dal sentiero del colle mi- 
nore, persuasi che in quelle condizioni non 
avrebbero fatto quella inutile digressione, che 
non poteva prometter loro se non fatiche e 
pericoli senza speranze d'una veduta rimunera- 
trice. Giunsero finalmente, salutati da poderosi 




Gli skiatori sopra il Giomein. 

urrà della comitiva che era salita in- 
contro, e nee^li ultimi tratti malgrado 
la fatica e gli strapazzi sfidarono an- 
cora a corsa e a salti i compagni. La 
sera il piccolo albergo col suo buon 
caldo e col tanfo di sego, di vino e di ' 
pietanze compì il miracolo di aff'ratel- 
lare l'intiera brigata; si scese in cu- 
cina a cantar canzoni colle guide, si risalì in 
alto in sala a ballare, e a bere il punch. Si 
intraprese di nuovo la ridda per scale e corri- 
doi; si fecero calate romantiche dai balconi giù 
nella neve, alla ricerca di attrezzi per dar la 
scalata alle finestre e si assistè al prodigio di 
alloggiare una quarantina di persone e di dar 
da dormire a tutti senza che paressero stipati in 
quella piccola casuccia sepolta nella neve. 



Il terzo mattino, quello di domenica 7, si 
doveva partire; la sveglia, il mattino per tempo, 
fu rumorosa e drammatica. Le neve era salita 
immensamente; il fornello di cucina non fun- 
zionava; le guide dicevano che non si poteva 
partire: il cielo era fosco, la neve continuava 
a scendere ma rada ; qualche sordo scrosciar 
di valanga invisibile dalla parte del Chateau 
des Dames. Un cumulo di ammonimenti che 
non ebbe presa su noi. Ma altri viaggiatori 
erano sopraggiunti il giorno colle loro guide, 
che potevano forse considerare le cose meno 
serenamente. 

In queste condizioni, in un alberghetto di 
poche stanze, fra una gente che è tutta rac- 



colta, corrono voci disparate e contradditorie 
come in una vasta città, dove le notizie hanno 
a disposizione molti chilometri e molte per- 
sone per poter trasmutarsi. « Le guide dicono 
che non si parte ». — « No, non é vero : fanno 
apposta per rendersi preziose e farsi pagare di 
più ». — « Si va benone, sono andati e tornati 
dalla cappella». — «No, s'affonda; un cane é 
sprofondato nella neve e non ha potuto tirarsi 
fuori da sé». — «Si va?» — «Non c'è da 
pensarci ». — « Ma sì, certo, si va, solo convien 
partire senza indugio ». — « Se s'ha 

Ia rimanere abbiamo provviste? » — 
« Carne per oggi si ». — « Mettiamoci 
a razione». — «No, c'è farina e riso 
finché si vuole ». — «E burro? » — 
« Quello è finito ». — « Signori, il for- 
nello è acceso, a colazione ! ». Quest'ul- 
tima fu una notizia vera, genuina, ac- 
colta di buona fede, autenticata tosto. 




Frattanto qualcuno era uscito ; era veramente 
una nevicata imponente. Le guide ne erano 
impressionate. Scendere è pericoloso. Non si 
sa se si arrivi stasera; che cosa avviene di noi 
se una valanga ci colpisce, se la notte ci trova 
a mezza via ? 

Verificai che veramente la neve era senza 
consistenza ; fuori dello spazio battuto dai 
piedi io ci scendevo dentro fino al petto, e 
negli sforzi per risalire sentivo sprofondarmi 
sempre più i piedi. 

Fortunatamente per noi la brigata era com- 
posta di gente di giudizio; eravamo saliti alla 
montagna allegri e disposti a scherzare se an- 
ch'essa era di buon umore, ma se intendeva 
mutar maniere avevamo di che resistere. Buoni 
abiti di lana a tutta prova, comodi, resistenti, 
grossi berrettoni a visiera, passa-montagne 
elastici che non ci lasciavano fuori se non gli 
occhi, come alle arabe ; calzettoni e bende di 
lana, guanti sopra guanti. Ski per gli uni, 
racchette per qualcun altro, buone scarpe per 
tutti o di gomma, o alpine a seconda del bi- 
sogno. Buon coraggio, nessun nervosismo, nes- 
sun bisogno di ricorrere a the, a cognac, a 
confortanti. E poi oltre alle guide avevamo 



BONACCE E BUFERE 



199 



con noi i migliori alpinisti della regione. Fu- 
rono questi che senza tante parole decisero 
della nostra 
condotta. 

Per la brigata 
nostra il partito 
migliore era 
quello di tenta- 
re la discesa 
senza indugi. I 
robusti schiatori 
potevano trac- 
ciare un passag- 
gio, il che per 
le guide munite 
solo di scarpo- 
ni sarebbe sta- 
to penosissimo 
a farsi. Aperta 
una trincea col 
passaggio d'una 
frotta di schia- 
tori poteva spe- 
rarsi che la ne- 
ve s'assodasse 
nella traccia tan- 
to da reggere 
agli altri. Rima- 
nere ancora in tanti all'ai- Innanzi alla porta dei Jumeaux. 

bergo con provviste scarse, 

nell'incertezza del domani, era pericoloso. Poi 



rono la mia salvezza. Indugiare di più non mi 
pareva bene, perchè non mi sarei sentito in 

lena di cammi- 




nare spedito col- 
le schiatrici e i 
portatori che 
erano più gio- 
vani e leggeri. 
Se non che an- 
che questi ulti- 
mi visto allonta- 
narsi parte della 
comitiva si de- 
cisero a partire, 
e così mezz'ora 
o poco più do- 
po avviati i pri- 
mi, li avevano 
raggiunti e si 
formava tutti 
una sola lunga 
fila. E certo fu 
buona ventura 
per noi l'essere 
uniti , se pure 
il procedere era 
necessariamen- 
te assai lento 

per dar tempo al capo-fila 

di aprir la via. 




v'erano altri motivi per scendere; le famiglie 
al piano erano inquiete, si dovevano ad ogni 
costo inviare notizie per tranquillarle, conveniva 
avvertire a Val Tournanche per preparare un 
corteo pronto a salire e a portar viveri per chi 
fosse costretto a rimanere. I validi dovevano 
profittare della 
giornata prima 
che le cose si ag- 
gravassero. Al- 
l'albergo pote- 
vano così rima- 
nere sicuri quelli 
che non si sen- 
tivano d'affron- 
tare la strada; 
per essi i viveri 
sarebbero basta- 
ti mentre giun- 
gevano soccorsi 
dal basso. Così 
si decise; cin- 
que o sei schia- 
tori partirono, 
coli' intesa che 
dopo un paio 
d'ore se non 
fossero tornati 
sarebbero stati 
raggiunti dal re- 
sto della brigata 

colle guide che portavano i sacchi. Siccome 
seguendoli col cannocchiale li vedevamo avan- 
zare, dopo poco tempo io mi avviai, munito 
d'un provvidenziale pajo di racchette che un 
pietoso compagno pensò a portarmi e che fu- 



""<«♦ 



mtii 



La carovana in partenza. 



Sventuratamente i viaggiatori saliti il giorno 
dianzi con guide, e che avrebbero potuto trat- 
tenersi tranquilli data la nostra partenza, vol- 
lero imitarci; anche il personale dell'albergo 
venne con loro; essi devono essersi avviati 
circa due ore dopo, ma poterono camminare 
bene sulla pista ben formata. Noi sapemmo di 

loro versole 16; 
quando cioè 
camminavamo 
già da sei ore, 
per essere appe- 
na all'imbocco 
superiore delle 
gole di Busse- 
railles. Aveva- 
no sacchi e gui- 
de e noi pote- 
vamo credere 
che fossero in 
perfette condi- 
zioni. Invece ci 
giunse attraver- 
so la fila la vo- 
ce che qualcuno 
di loro stava 
poco bene. Non 
poteva farsi al- 
tro se non pro- 
seguire per 
uscire dai pe- 
ricoli. Difficoltà 
e pericoH infatti non mancavano. Difficoltà gran- 
dissime per chi era in testa perchè doveva 
letteralmente lottare corpo a corpo colla neve, 
così alta che in certi punti dovevamo chinarci 
per passare sotto il filo del telegrafo; gli ski 




200 

dovevano spingersi con violenza per forare la 
neve, e dietro loro il corpo e le braccia sbaraz- 
zavano ciò che soprastava per aprire un canale. 
Era un'impresa dura a cui non si reggeva se non 
poco tempo ; e allora il secondo subentrava. Va- 
lorosi giovani robusti, carichi di pesanti sacchi, 
pratici del sentiero, ma costretti a lasciarlo 
dove c'era minaccia di valanghe ; l'occhio vigi- 
lante per spiare i 
pericoli del di- 
stacco della fal- 
da di neve, mol- 
le e senza consi- 
stenza, che ada- 
giatasi sulla anti- 
ca gelata poteva 
staccarsi e scivo- 
lare sotto il no- 
stro peso, massi- 
me quando si 
camminava lun- 
go la ripa sco- 
scesa del torren- 
te . Pochi ammo- 
nimenti partiva- 
no dal capo-fila : 
« Adagio ; uno 
per volta ; dira- 
datevi». E si tra- 
versavano i passi 
mal fidi, fra due 
soffici ripe bian- 
che, delle quali 
l'una — quella 
verso il fiume — 
era come un cu- 
scino alto al di là 
del quale si ina- 
bissava una con- 
ca biancastra che 
al fondo s'apriva 
a mostrare l'ac- 
qua del torrente 
che nei tratti pia- 
ni cominciava a 
congelare. Altri 
grandi ammoni- 
menti venivano dall'alto, dall'invisibile corona 
di picchi a destra; fragori sordi di valanghe, 
che cadevano nell'invisibile opacando talora le 
nebbie col turbine di nevischio che le accom- 
pagnava. Un lungo giro al largo ed in alto, 
prima dei casolari di Avouille per evitare una 
pericolosa valanga che scende fino al torrente 
e talora risale il fianco opposto, ci fu consigliato 
dalle guide. In quel punto passammo silenziosi ; 
più giù in faccia al gruppo di case che se- 
gnavano nella foschia la linea rotta dei loro 
tetti emergenti dalla neve, una guida mi disse 
che quella era la patria del famoso canonico 
Carrel. « Ecco uno che è nato l'estate », ri- 
sposi io ; « Que non m'sieu ; dans ce temps-la 
on passait l'hiver ici pour manger le foin ». 
Pensai a quelle squallide dimore sepolte, alle 
stanzucce buje e fredde, alla vita misera di 
quei tempi in cui non si avevano se non carte 
oliate per vetri, e grasso fuso per illuminarsi. 



LA LETTURA 




Sulla pista aperta dal capo-fila 



Che facevano nel lungo inverno polare? — . 
« Leggevano », mi disse la guida. 

Per comprendere come fosse travaglioso il 
procedere su quella neve, il lettore non deve 
pensare ai giovani leggeri e spediti, e per di 
più armati di ski, che distribuivano il loro peso 
su buoni tre metri di lunghezza. Essi non ave- 
vano che a non abbandonare la pista per es- 
sere sicuri dello- 
ro passo; certo, 
se il lungo pat- 
tino infilzava la 
parete di fianco 
era finita la loro 
condizione d'e- 
quilibrio norma- 
le e scompariva- 
no in un pittore- 
sco viluppo di 
panni, di bastoni 
e di ski, col ri- 
sultato quasi co- 
stante che questi 
ultimi rimaneva- 
no ritti sulla ne- 
ve a segnare il 
posto della ono- 
rata e transitoria 
sepoltura. Il che, 
quando si volesse 
fare la morale, in- 
dicherebbe quan- 
to sia pericoloso, 
massime per la 
gioventù, sviarsi 
dal retto sentie- 
ro. Ma, lo ripeto, 
non è a questi 
elementi della 
brigata che deve 
pensarsi ; bensì a 
un uomo non più 
giovane, che, per 
pura ipotesi e 
tanto per dare 
maggior efficacia 
al mio dire, sup- 
porrò abbia 59 anni e pesi 95 chili ; due cifre 
gravi, che potrebbero forse anche invertirsi 
senza cambiare sostanzialmente la situazione. 
Costui non aveva ski, e credo d'averne già dato 
la spiegazione; aveva, grazie ad un previdente 
amico che non può abbastanza laudare, un 
pajo di racchette da neve, così sapientemente 
legate che facevano parte integrante del suo 
corpo, come se egli per un improvviso adatta- 
mento fosse diventato un palmipede; e allorché 
si trattò di scioglierle si vide che saldezza dì 
legami unissero racchette e caviglie dai profondi 
solchi scavati nella carne. Avanzava, questo 
prodotto dei due gravi fattori anni e pe.so 
sprofondando ad ogni passo in un pozzo eh 
gli si spalancava sotto le racchette ed era pro-l 
fondo in media una sessantina di centimetri 
nei tratti di neve buona, e di assai più nella 
neve farinosa dei bassi fondi. E il passo si 
complicava così di un nuovo movimento d'e- 



li 

i 



BONACCE E BUFERE 




A MEZZA VIA. 



Strazione dal basso in alto, durante il quale 
l'altro piede per lo più s'approfondiva ancora 
maggiormente 
e la gamba sol- 
levantesi coi- 
rai ut o delle 
braccia doveva 
ancora reggere 
il peso della co- 
lonna di neve 
accumulata sul- 
la base delle rac 
chette. Guai poi 
agli scarti; allo- 
ra tutta la perso- 
na precipitava 
nelle pose più 
illogiche, scom- 
parendo nella 
neve ; per lo più 
la gamba impri- 
gionata nel pro- 
fondo in queste 
circostanze non 
poteva più riti- 
rarsi e il resto 
del corpo era 
un'appendice 
che per conto 

suo scendeva finché le naturali connessioni sche- 
letriche lo permettevano. Parlare d'alzarsi in 
quella condizione ! Avrebbe bisognato poter 
estrarre le gam- 
be e massime 
la prima quella 
che serviva di 
appiccagnolo; 
ma serrata nel- 
la neve che il 
resto del corpo 
gli aveva ben 
stipato intorno, 
e colla resisten- 
za della racchet- 
ta, la cosa su- 
perava la capa- 
cità dei muscoli 
appositi,! quali, 
poi, da madre 
natura che non 
ha previsto que- 
sti casi, sono 
stati fatti in pic- 
colo numero e 
deboli. Allora 
mentre la vitti- 
ma annaspava 
per non scom- 
parire, col soc- 
corso dei pieto- 
si accorsi si pro- 
cedeva al salva- 
taggio per mez ^^^ traversata facile 




zo di appositi scavi praticati seguendo la linea 
della gamba prigioniera ; colla piccozza si scar- 
tava la neve, si arrivava al piede, si sollevava 
la racchetta, durante la quale ultima fase il capo 



affermava la sua supremazia di organo più pe- 
sante. E così si riusciva a mettere in piedi il 

personaggio av- 
viluppato in una 
corazza rigida di 
neve diaccia, 
che lo faceva 
squamoso come 
un pachiderma. 
L'episodio 
che ho descritto 
non era di so- 
lito così tragico 
come appari- 
rebbe ; ma vi fu 
un momento in 
cui le condizio- 
ni della strada 
gli tolsero dav- 
vero ogni comi- 
cità. Si era vici- 
ni a Busserail- 
les e si doveva 
prendere il trat- 
to di strada che 
è , come dissi 
dianzi, sospeso 
sopra la forra, 
al riparo di una 
parete rocciosa strapiombante. L'ultima traver- 
sata era stata particolarmente dura per una vio- 
lenta raffica di vento e di tormenta, così forte da 

abbattere nella 
neve alcuni di 
noi e non dei 
più leggeri. Al- 
lo svolto della 
strada il capo- 
fila intimò l'alt; 
non si poteva 
avanzare. Si ten- 
ne lì per lì un 
rapido consiglio 
fra quelli che 
avevano la re- 
sp onsabilità 
della carovana: 
salirono ad e- 
splorare i più 
pratici, accorse 
qualche guida, 
si parlò di cor- 
de, e si finì per 
trovarne una, 
ma troppo cor- 
ta. Una valanga 
era caduta che 
aveva coperto 
tutta la strada, 
e dal ciglione 
delle rocce so- 
vrastanti scen- 
deva con ripido 



pendìo all'orlo stesso dell'abisso di Busserailles, 
con una inclinazione grande, e quel che era più 
grave, con certezza di poca solidità. Se quella 
falda farinosa e liscia di neve avesse fatto un 



202 

movimento, si precipitava nel fondo senza ri- 
paro. Vi fu un momento d'esitazione; s'udì 
forse qualche domanda angosciata ; ma il sangue 
freddo e la calma tosto ripresero il dominio. 
Uno dei capi comandò il retro-front ; conveniva 
dare il giro in alto sopra le rocce. Da sei ore 
che si stava camminando s'era fatto tanto di 
strada quanto di solito si sarebbe fatto in un'ora ; 
niuno aveva mangiato ; la meta era ancora lon- 
tana; annottava; si doveva ripassare la tratta 
dominata dalla bufera ; eppure senza una pro- 
testa, senza una osservazione si riprese la via 



.LA LETTURA 



deva sotto la cantina di Busserailles, più lon- 
tano in fondo il campanile di Val Tournanche e 
non si pensava se non all'arrivo, in tempo per 
telegrafare. Niuno pensò a rifocillarsi, si pro- 
seguì allegri, abbandonando però la via solita 
alla salita per evitare una grande valanga che 
era fortunatamente già caduta, ma che ci avrebbe 
indugiati nella mollezza inconsistente della sua 
neve polverosa. Forse nel precipitare essa aveva 
aizzato le violente raffiche che poco prima ci 
avevano assaliti. E così dopo otto ore di marcia 
eravamo tutta la nostra brigata allegri e affa- 




per cui eravamo giunti, tanta era la confidenza 
nei capi. Dopo pochi passi fummo richiamati. Si 
passava, qualcuno aveva fatto la traccia, la va- 
langa non s'era staccata; ma occorreva pru- 
denza. E allora tutti tornarono volonterosi, tutti 
si disciplinarono ai comandi dei capi, e il tratto 
sospetto si passò ad uno per volta, benché in 
nessun punto la neve fosse stata in così cattive 
condizioni, e lo sprofondare e il sentirsi senz'ap- 
poggi fosse più penoso, e non si potesse portare 
soccorsi per non gravare di soverchio peso la 
massa inclinata sull'abisso ; si passò sani e 
salvi grazie al sangue freddo di chi guidava 
raccomandando la calma. 

Pochi passi più oltre eravamo alla cappella 
di Nostra Signora della Guardia, ed ogni 
pericolo era superato. Venne bensì poco dopo 
un nuovo saluto della tormenta alla 
quale fu forza dar le spalle tanto 
era il suo furore nell'infilzar aghi 
di ghiaccio sulla faccia ; ma si ve- 



DI ChATII I ON. 

mati a Val Tournanche, e il telegrafo inviava i 
suoi messaggi. 

**« 
Geron potè xilas temòn : l'ammonimento mi 
tornava alla mente poco dopo, quando al giun- 
gere della retroguardia che aveva impruden- 
temente lasciato l'albergo lassù, io ero chia- 
mato presso un letto. Una terribile visitatrice 
mi aveva preceduto, era entrata invisibile, aveva 
toccato, aveva colpito ; niuno se n'era accorto, 
neppure forse colui che ora giaceva caldo an- 
cora ma inerte. Non era il vecchio sotto il peso 
della catasta che gli ammacca il dorso e gli mar- 
toria le spalle, a cui s'era affacciata la solenne 
visione ; ma chi può dire quando si è vecchi 
e chi può misurare lo sforzo a cui possono reg- 
gere i nostri muscoli, e primo fra essi il cuore, 
allorché da loro soltanto dipende 
lo scampo dai pericoli? 

PIERO GIACOSA. 





T^AHME 



(NOVELLA) 



T7a salita di Trevi sotto il sole era più lunga 
che mai, e alla cavalla dei Piacenti 



IW 



che non era grassa, le ossa pareva do- 
vessero ad ogni passo spuntare su dalla pelle 
spelata. Pietro che conduceva a piedi con 
due corde la cavalla, l'accostò sotto un 
greppo all'ombra d'una quercia, ficcò con 
due calci due pietre dietro le ruote del car- 
retto, e si fermò anche lui a respirare, e a 
scuotere il sudore dal cappello. Aveva po- 
sto quattro sedie sul carro, separate da una 
traversa perchè in salita le sedie davanti 
non scivolassero su quelle dietro. E in quelle 
davanti aveva fatto sedere la moglie e la 
suocera che eran pesanti, e dietro, la nonna 
e un nepotino che aveva fatto la prima co- 
munione a San Giovanni e in premio gli 
avevan promesso di condurlo alla fiera di 
Trevi il secondo giovedì di settembre. Questi 
s' era addormentato appena era venuto il 
sole, e aveva provato a posar la testa in 
grembo alla vecchietta, nonna di suo padre 
lì accanto, ma la nonna l'aveva respinto 
perchè non voleva che gli sciupassero la 
veste di tibet turchino stirata per quell'oc- 
casione solenne. Era sveglia lei, il collo teso 
fuor dalle spalle curve, la bocca chiusa come 
una gran ruga più fonda delle altre, gli oc- 
chietti neri spalancati, che pareva respirasse 
con gli occhi. In testa aveva un fazzoletto 
di seta a fiori rossi e viola legato sotto il 
mento, con le cocche tese come fossero state 
inamidate ; sulle spalle uno scialletto di lana 
azzurra; le mani rugose lustre, grige sopra, 
rosee sulla palma, congiunte sul grembo a 



stringere con tutte e dieci le dita un fazzo- 
letto di batista piegato a triangolo, dall'orlo 
ricamato, un fazzoletto che una volta al- 
l'anno ella presentava alla nipote per reg- 
gere il cero nella processione dell'Addolo- 
rata, e poi vi contava le sgocciolature che 
la nipote distratta v'aveva lasciato cadere. 

— Voi potete scendere e prendere la 
corta, — avvertì Pietro alla moglie e alla 
suocera. Spiccò una rama d'alianto da un 
cespuglio, né strappò le foglie e la dette al 
figliolo come un balocco per farlo star sve- 
glio. Poi appena le donne furono scomparse 
sotto gli olivi e il carretto alleggerito rico- 
minciò a salire, saltò egli stesso a sedere 
sulla stanga di destra, per ristabilire l'equi- 
librio, diceva. 

La nonna non parlava e non si moveva : 
guardava soltanto. L'anno avanti era stata 
a letto tutto il settembre e s' era acconten- 
tata di far offrire su a San Fortunato un cero 
giallo come lei, in rappresentanza. Così la 
gita, quell'anno, era come una resurrezione. 
L'aveva fatta sempre dopo che s'era spo- 
sata e aveva potuto comandare a qualcuno ; 
e le era morto il marito e le erano morti i 
figli che uno dopo l' altro l' avevano ogni 
anno condotta sul carretto rosso da San Lo- 
renzo sul Maroggia a metà della pianura, 
fino a Trevi in cima alla collina. Da quando 
la ferrovia tagliava seguendo il corso del 
Clitunno la vallata, ogni settembre uno degli 
uomini le aveva detto ridendo : — Que- 
st' altr' anno avremo la ferrovia per andare 
alla fiera di Trevi. — E lei scuoteva la testa 



204 



LA LETTURA 



ogni anno più secca e più piccola: — Una 
salita come quella un treno non la fa. — 
Eran tornati i figli e i nepoti dal reggimento, 
le avevano spiegato tante meraviglie, ma 
ella scoteva la testa : — Una salita come 
quella un treno non la fa, — perchè da Spo- 
leto a Foligno, lì sotto agli occhi di lei, il 
treno corre sempre in pianura. 

Ad ogni svolta piegava la testa a guar- 
dare la valle. Dall'alto non la vedeva che 
quel giorno in tutto l'anno, e le sembrava 
che queir immensità verde e azzurra fosse 
un po' sua. E aguzzava i piccoli occhi e 
discerneva sui monti di faccia dorati Mon- 
tefalco e Castel Ritaldi dov'ella era andata 
pei matrimoni dei figli e dei nipoti dopo 
che < se n' era j ito lu papa » cioè dopo il 60, 
in fondo nel piano Sant'Eraclio, tutto torri, 
e Foligno nella nebbia azzurra del Topino. Ad 
ogni passo la vallata cresceva, il cielo s'av- 
vicinava e, poiché il sole era sorto quando 
ella era al principio della salita, le pareva 
che anche il sole ad ogni passo s'avvicinasse 
e bruciasse di più. Per questo ella venerava 
San Fortunato che aveva la sua chiesa lassù 
tanto più presso a Dio dei santi venerati 
nelle buje chiesette della valle. Il suo car- 
retto rosso era per lei come un trono al 
cospetto di tutta la povera gente che in 
un giorno di festa come quella era rimasta 
schiacciata laggiù da tutta quell' aria e da 
tutta quella luce. Il treno delle sette passò 
alle falde del monte per la stazione di Trevi 
nero fumoso e sinuoso come il serpente che si 
torce ai piedi della Immacolata Concezione. 

La strada era deserta che i contadini, i 
sensali e le bestie erano andati su all'alba 
e anche il primogenito di Pietro era partito 
da San Lorenzo, col majale grasso, di notte 
per essere sul campo della fiera all'arrivo 
dei primi compratori. Così vicino alla porta, 
all'ultima svolta, la folla apparve ad un 
tratto. Prima, una folla di carri, di carretti, 
di biroccini rossi e gialli, le stanghe all'aria, 
e di cavalli, d'asini, di muli che non ave- 
vano trovato posto nelle stalle ed erano stati 
legati li fuori, a qualche anello, all'ombra, 
davanti a una bracciata di fieno o di paglia; 
e quelli che erano da vendere portavano 
una rama verde, d'olmo o d'olivo, piantata 
in un nodo della cavezza. Più su, in un 
largo sotto il collegio Lucarini, una fila di 
contadine accosciate davanti a ceste d'uova 
imbottiti di paglia, a mucchi di pollame vivo 
legato per le zampe, a fasci di sedani del 
Clitunno grossi bianchi odorosi che erano 
stati svelti la sera avanti dalla terra umida. 
Il carretto si fermò su quello sterrato perchè 
Pietro soleva condurre la cavalla nella stalla 
d'un amico in una viuzza dietro il Duomo. 



Staccò la bestia, alzò lentamente il carretto 
sulle due ruote, sfilò dalle aste le due tavole 
dietro, e la nonna non ebbe da fare che un 
passo per scendere dal suo trono sulla terra. 

Subito si scosse la sottana gonfia per le due 
gonnelle, s'aggiustò con le mani tremolanti 
che arrivavano a stento sul capo, il fazzoletto 
di seta e lo scialletto azzurro. Poco dopo 
giunsero Menica e Celeste, con le scarpe 
bianche di polvere, e le tre donne e il bam- 
bino si avviarono verso il mercato dei panni 
sotto il portico del Comune, che la vecchia 
avrebbe creduto di scapitare nella sua di- 
gnità se fosse entrata nel campo del bestiame, 
roba da uomini. Dal panno grave per gli 
abiti dei suoi uomini che non volevano più 
saperne delle lane tessute in casa alle lanette 
gialle, verdi, turchine per le vesti delle donne, 
dai rocchetti di filo agli aghi e alle forcelle, 
dai fazzoletti di cotone alle cravatte di mezza 
seta, la nonna voleva che tutto si comprasse 
in una volta a Trevi, il secondo giovedì di 
settembre. E ad ogni compera, discussa e pe- 
sata con sospetto, la nonna alzava la sottana 
turchina, frugava in una delle saccocce che 
si era legata alla cintola, ne traeva un gran 
fazzoletto che aveva un capo annodato, scio- 
glieva il nodo ed estraeva il danaro. I^oi 
riannodava, ripiegava, richiudeva, e la sot- 
tana turchina ricadeva sul tesoro, inesora- 
bile come lo sportello d'una cassaforte. E 
mentre ella compiva con lentezza tutti quei 
gesti rituali, Celeste e Menica le stavano 
accanto e la difendevano dalla calca con le 
loro spalle larghe e i loro fianchi potenti. 

Ma alle dieci volle andare a San Fortu- 
nato. Menica e Celeste restarono sul mer- 
cato a scegliere in un mucchio di utensili 
di legno, fuori del portico al sole, un mor- 
taio pel sale e un pestello che il mortaio di 
casa s'era dopo molti anni fenduto al caldo 
di quell'agosto, e Pietro aveva dovuto ri- 
connetterlo con quattro punti di fil di ferro. 

La chiesa era tutta bianca silenziosa e 
fresca e la nonna vi restò a pregare fino a 
mezzogiorno. Anzi alla fine s'addormentò 
sopra un banco mentre suo nipote Richè 
dava in punta di piedi la caccia a un gatto. 
A mezzodì le due donne vennero a pren- 
derla per condurla a colazione, al pianter- 
reno d'un'osteria, in uno stanzone basso e 
fumoso dove sensali e villani continuavano 
mangiando a contrattare e davan di gran 
manate sulla lun}::a tavola e al momento di 
concludere le trattative si pulivano la bocca 
col rovescio della mano perchè le parole 
uscissero più chiare. I cinque parlavano 
poco : Pietro aveva avuto una buona pro- 
posta pel suo majale, ma sua moglie faceva 
i conti del peso e diceva che era poco, e 



CENT'ANNI 



205 




Pietro soleva condurre la cavalla nella stalla d'un amico. 



gli altri mangiando rifacevano il conto men- 
talmente e guardavano gli altri con gli occhi 
vuoti che pareva non li vedessero. La nonna 
s' era tolto lo scialletto, aveva messo un 
cantuccio di pane dentro un bicchiere di 
vino perchè s'ammorbidisse e ve lo voltava 
e rivoltava con cura. I suoi zigomi pel caldo 
e pel vino erano divenuti viola, gli occhi 
più piccoli, e il mento toccava il petto. 
Alla fine della colazione la condussero a 
sedere all'aperto dietro l'osteria in un an- 
golo d' ombra, cacciando due cani che vi 
si erano rifugiati a rosicchiare un osso. 

Poco dopo vennero lì a confabulare due 
sensali, i bianchi bastoni d'olmo appesi al 
braccio pel manico ricurvo. Uno era basso 
tozzo congestionato, un cappelletto di feltro 
grigio sulla nuca, un fazzoletto rosso legato 
al collo al posto del colletto. L'altro era 
magro e giallo, gli occhi arrossati da una 
flussione, il pomo di Adamo che ad ogni 
parola gli saliva e gli scendeva sul collo 
lungo. Parve che non s'intendessero perchè 
quello più grosso finì a voltare le spalle al 
suo interlocutore che cercò invano di tratte- 
nerlo per una manica ; e per darsi l'aria indif- 
ferente di chi proprio non voleva più tornare 
sull'argomento, andò a parlare alla vecchia: 

— Fa fresco qui. 

La vecchia fu soddisfatta di quell' atten- 
zione per parte d'uno sconosciuto e gli sor- 
rise come potè e guardandolo di sotto in 



su che quello le stava in piedi davanti ed 
ella non poteva alzar la faccia, consentì : 

— Fa fresco. 

— Dovete avere di molti anni. 

— E chi lo sa... 

— Ottanta, novanta... 

— E chi lo sa... 

— ... Cento ? Avete letto sui fogli ? Ad 
Aquila hanno scoperto una donna che ha 
cento e dieci anni. 

— Eh... con l'aiuto di Dio. 

L'altro s'era avvicinato, distratto. Quello 
grasso gli disse : 

— Vedi : tu colle tue furie a cent' anni 
non ci arrivi. 

— Avete cent' anni ? 

— E chi lo sa? — ripetè la vecchia e ri- 
deva da tutte le rughe, felice. 

— Di dove siete ? 

— Di San Lorenzo. 

— Come vi chiamate ? 

— Assunta Piacenti. 

— Avete molti figli ? 

— Di figli non ne ho più, ma di nipoti... 

— Tanti? 

La vecchia alzò finalmente la mano e 
l'agitò con la palma in fuori come per dire 
che era una confusione indecifrabile. 

Il sensale magro la fissava : 

— E vi ricordate di Napoleone ? 

— Napoleone... C'è stato a San Lorenzo 
un sacrestano che si chiamava così. Era 

/ 



2o6 



LA LETTURA 



gobbo. Ma è morto... E anche la figlia è 
morta. Cadde da un olmo che era incinta. 

— E di Pio nono vi ricordate ? 

— Se mi ricordo! M'ha cresimato due 
figli a Castel Ritaldi, ma allora non era papa. 

— Chi v' ha accompagnata quassù ? 

— Mio figlio... 

— Ma i figli non vi sono morti tutti ? 

— Gli dico figlio, ma non lo è. 

In quella apparve Pietro in persona che 
voleva annunciare alla nonna la vendita del 
majale. Il sensale più grasso se ne andò. 
L'altro si volse a Pietro : 

— Tu sei Piacenti di San Lorenzo ? 
Pietro lo guardò sospettoso. 

— Hai venduto ? 

— Sì, per ottanta scudi a Benedetti. 

— Ottanta scudi ? Per un porco come 
quello, io te ne davo novanta. 

— Eh... ormai è fatto, — e non osò guar- 
dare la nonna e si sentì stringere il cuore. 

— E tua nonna qui ha cent' anni ? 

— Cent'anni? Può averne anche di più. 
Non e' è più nessuno a San Lorenzo che 
si ricordi quando è nata. 

— Vien dentro che ho da dirti una parola. 

Pietro tornò a squadrarlo, ma quella no- 
tizia dei novanta scudi l'aveva accasciato, 
e seguì lo sconosciuto nell'osteria. Vennero 
Menica e Celeste a prendere la nonna, per 
tornare dal merciajo, e traversando l'osteria 
lo videro seduto con quel sensale davanti 
a un litro di vino. Non le raggiunse che 
un'ora dopo davanti al carretto. Attaccò in 
silenzio e per tutta la strada non disse una 
parola. Ma la vecchia l'udì nella notte parlare 
a lungo con la moglie, al bujo, e la mattina 
dopo Menica aiutandola a vestirsi le disse : 

— Oggi v' avete da far bella, nonna. Vi 
vengono a vedere da Spoleto. 

— Da Spoleto? E chi viene? 

— Uno che vi vuol fare il ritratto. 

— A me ? E perchè ? 

— Perchè siete la più vecchia di tutti da 
Foligno a Spoleto. Voi sola avete cent'anni. 

— E chi lo sa? C'eri tu quando mamma 
m* ha fatto ? 

E per tutta la mattina non ne volle più 
sentir parlare. Quelli parlavano, parlavano, 
e lei ostinata : 

— C'eri tu quando mamma m'ha fatto? 

— Ma c'è chi lo sa. Ci sono i registri. 

— E allora vadano a fare il ritratto ai 
registri. 

Pietro s' impazientiva. Menica lo calmava 
con un'occhiata e tornava intorno alla nonna 
e farle moine : 

— Sentite, nonnuccia. Questi signori di 
Spoleto pare che vi porteranno quattrini. Rac- 
coglieranno per voi cento, duecento lire... 

\ 



Ma Pietro intervenne : 

— Non si sa se saranno tanti, ma cento 
lire saranno di sicuro, — che il sensale gli 
aveva fatto sperare mille lire. 

Allora la vecchia rise : 

— Cento lire se ho cent'anni... e poi di 
più... una lira per anilo... 

— Ma cent' anni li avete. E dovete dirlo 
perchè è la verità... 

— Come lo sai tu se non e' eri ? 

Ma intanto acconsentì a vestirsi come il 
giorno della fiera con la sottana e la vita 
turchina e a mettersi gli orecchini da sposa, 
ma nelle vecchie orecchie non trovarono più 
il foro e glieli legarono con un filo intorno 
all'orecchia. Erano due pendenti con una 
filigrana d'oro intorno a due gocce di la- 
pislazzuli. 

Quelli di Spoleto arrivarono verso le tre 
in un biroccino a due ruote mentre ella era 
seduta sull'aja all'ombra del pagliaio del 
fieno. Erano il sensale che si chiamava 
Oreste, e un giovanotto con gli occhiali, 
giallo e tondo come una palla di grasso, 
vestito tutto di nero, impolverato, un po' 
calvo, la pelle del cranio sporca sotto i ca- 
pelli rasi e le manine tanto piccine che sem- 
brava storpio. 

— Questo è il professore Pettini, corri- 
spondente della Parola, il più gran giornale 
di tutta Italia, che vi vuole fare il ritratto, 
sora Assunta. 

La nonna lo salutò con la testa e non gli 
tolse più gli occhi di dosso come faceva col 
medico quando era malata. Pareva davvero 
che si preparasse un' operazione chirurgica : 
tutta la famiglia e qualche vicina erano at- 
torno alla vecchia in silenzio e tutti segui- 
vano come lei ogni gesto del nuovo venuto. 
Questi tornò al suo biroccino, ne trasse una 
scatola nera e un bastone giallo. Poi apri 
il bastone in tre aste, lo allungò, lo puntò 
in terra, vi invitò sopra la scaiola, aprì e 
allungò anche quella verso Assunta. 

— Spara ? — questa disse finalmente ri- 
dendo. E tutti risero. 

Uno osservò : 

— E' la scatola della fotografia. Ce l'ha 
anche il medico. 

Il sensale prudente domandò : 

— Il medico è in paese ? 

— Non sta qui. Sta a Beroide. Se s' ha 
da morire, s' ha da aspettare lui. 

Il professore fece una fotografia d'Assunta 
seduta all'ombra. Poi la volle al .sole, in 
piedi, tra tutti i suoi, Richetto il nipotino 
vicino a lei più di tutti. Poi le volle fare 
il ritratto solo della faccia e le fece togliere 
il fazzoletto dalla testa osservando: — Ha 
tutti i suoi capelli. — Ma guardandola da 



CENT'ANNI 



20^ 




E LE TRE DONNE E IL BAMBINO SI AVVIARONO VERSO IL MERCATO DEI PANNI... 



vicino disse forte : — Bisogna tagliarle i 
peli che ha sul mento. 

— Che cosa ? 

— La barba. 

Tutti scoppiarono a ridere, le donne al- 
zando le braccia al cielo, i ragazzi bal- 
lando. Non la finivano più. 

— Assù, ti fanno la barba ! 



— Col sapone ! 

— E col rasoio ! 

— Bisogna metterle una mela in bocca 
per stendere la pelle. 

La vecchia s'offese, s'alzò e s'avviò verso 
casa. Allora Pietro, Celeste, Menica, tutti 
le furono attorno, l'assordarono : avevano 
scherzato, bastava con le forbici tagliarle 



2o8 



LA LETTURA 



quei peli bianchi che aveva sulle guance 
sotto il mento. E quasi la portarono di peso 
sulla sedia, le misero le mani sulla faccia, 
le fermarono le braccia, e Menica con le 
forbici che aveva alla cintura, un pelo le 
strappò, l'altro glielo tagliò. 

— Adesso sì che siete bella. 

Assunta s'era calmata, stanca, e quando 
nuovamente si rivide davanti, sotto il naso, 
quella trappola nera protestò che l'avevano 
spettinata. Una donna corse su in casa, 
tornò con un pettine sdentato e un po' d'olio, 
le ravviò i cernecchi grigi. E fu fatto un altro 
ritratto. Ma il professore era incontentabile. 

— Vorrei farne una mentre lavora. 

— Ma Assunta non lavora più... 

— Non fa niente : è per la Parola della 
Domenica. Basta che s'appoggi a una vanga, 
a una zappa, almeno a una rocca da filare. 
Avete una rocca ? 

Le portarono la rocca e il fuso, e la fe- 
cero filare. E quello fu l'ultimo ritratto. Poi 
cominciò l'interrogatorio : se aveva cono- 
sciuto Pio nono e se davvero Pio nono era 
un bell'uomo e se davvero le signore gli 
facevano la corte, e quel che le disse quando 
ella gli portò il figlio a battezzare, e se nel 
1860 aveva veduto passare i soldati, e se 
era mai stata a Roma, e se era mai andata 
in treno, e quant'anni aveva quando s'era 
sposata, e quanti figli aveva avuti, e quanti 
nipoti aveva. Per un poco Assunta rispose 
attenta corrugando le ciglia per meditare 
prima di rispondere, poi si stancò e ripetè 
come un ritornello : — Eh, gli anni pesano 
più delle bastonate, — e non ci fu verso di 
trarle altro di bocca : — Gli anni pesano 
più delle bastonate. — Le dettero anche da 
bere mezzo bicchiere di vino : finì a chiu- 
dere gli occhi pel sonno. Il nipote ormai 
rispondeva per lei ma s' imbrogliava, e il 
professore alzava le spalle con l'aria di dire 
che, se le risposte dovevano essere inventate, 
lui professore le avrebbe inventate meglio 
d'un contadino. Anche i vicini e le vicine 
venute ad assistere allo spettacolo s'erano 
stancati e se n'erano andati. Il sensale e il 
professore accettarono un bicchiere di vino, 
presero il nome dei presenti, e finalmente 
risalirono sul biroccino. 

Passarono quattro giorni. E una mattina 
verso mezzodì il medico condotto entrò in 
bicicletta con una bella voltata a tutta ve- 
locità fin sull'aja, appoggiò la macchina al 
pagliajo, dette una pedata a un porco che 
gli si avvicinava grugnendo con amicizia, 
ed entrò in casa di corsa con un giornale 
in mano. 

— Che novità sono queste ? — gridò a 
Menica che batteva le uova per la frittata : 



\ 

uestcfl| 
chia-^ 



— Come mai avete raccontato tutte quest( 
favole a un giornalista senza nemmeno chia-^ 
marmi ? 

— Che favole ? 

— Ma i cent'anni, Pio nono, il treno che 
non fa la salita... 

— A lei chi gliel' ha detto ? 

— Son qui stampate in tanto di lettere, 
sulla Parola, col ritratto di vostra nonna. 

— E scusi lei che c'entrava? Stava male 
qualcuno ? Lei è il medico. 

Il medico che era un calabrese magro ed 
impetuoso, cotto dal sole che pareva un 
gambero, per un momento restò interdetto. 
Che la Parola parlasse d'uno dei contadini 
affidati alle sue cure e descrivesse San Lo- 
renzo e nominasse venti persone ma non 
lui, questo lo aveva offeso. D'occasioni di 
farsi avanti, d'esser nominato e magari lo- 
dato sui grandi giornali, laggiù non ne ca- 
pitavano spesso. Aveva una donna sopra 
parto e l'aveva lasciata strillare per correre 
dai Piacenti a rimproverarli di quella scon- 
venienza. Ma i tre interrogativi di Celeste 
lo fermarono, per poco. 

— Stava male qualcuno ? Già voialtri il 
medico non lo volete che pei vostri comodi. 
A cent' anni una donna è sempre malata, 
sempre, capisci ? Ed io dovevo essere pre- 
sente all' interrogatorio. Vi avrei consigliati, 
aiutati, istruiti. Non mi ci avete voluto? 
Peggio per voi. 

— Se veniva, porta aperta. Non è ve- 
nuto, e abbiamo fatto da noi. 

— Figuratevi adesso quella vecchia come 
sta . . . 

— Sta benone. La vada a vedere. 

— Io? Avrete tempo a chiamarmi, adesso. 
M'avrete fatto venir qui cento volte per nien- 
te. M'avete detto mai che aveva cent'anni? 

— Era la nonna che non ce lo aveva detto. 

— Ah, è una scoperta sua? 

— Io non l'ho veduta nascere. 

— Va bene. Adesso vedrete quel che suc- 
cederà, — e tornò giù per le scale. Saltò 
sulla bicicletta, e scomparve. 

Una copia della Parola Pietro riuscì a 
trovarla nel pomeriggio a Beroide da certi 
villeggianti di Spoleto, e se la fece leggere. 
V'era proprio il ritratto della nonna appog- 
giata alla rocca, e v' era tanta roba che egli 
quel giorno non aveva mai udita, ma ci 
badò poco perchè la notizia che s'erano già 
raccolte trecento lire lo aveva mandato subito 
in visibilio. Tornato a casa parlò di tutto 
ma della sottoscrizione non parlò. S'era 
stabilito così : la metà della somma che alla 
fine sarebbe stata raccolta doveva es.sere del 
sensale, la metà doveva essere consegnata 
a lui Pietro. Che se ne poteva fare la vec- 



CENT'ANNI 



209 



hia alla sua età? Egli l'avrebbe tenuta 
, nche per aiutare lei, ma in fondo senza 
f" i lui la somma non sarebbe mai venuta: 
r unque era inutile 
Uarla a lei perchè 

■resto se la spartis- 

ero tutti gli eredi che 

.on ci avevano avuto 

Icun merito. 
Tornò l'indomani e 

.nche il giorno dopo 

la quei signori di Be- 

oide, a prendere no- 

izie : la sottoscrizio- 

le cresceva, quattro- 

;ento , cinquecento , 

leicento lire. Uscì an- 

:he la Parola della 

iomenica con tre o 

quattro fotografie che 

parevano tante nuvo- 

ette messe in gabbia 

dietro una rete e in 

ina c'era anche lui, 

3 almeno gli assicu- 
rarono che c'era an- 

2he lui. Ma il quarto 

giorno quei signori lo 

accolsero male. Gli 

venne incontro solo il 

padrone di casa che 

era un notajo : 

— Che impiccio 
hai fatto? Nel Messag- 
gero il dottor Marti- 
ni ha pubblicato una 
lettera in cui presso 
a poco ti dà del ladro. 
E' andato alla parroc- 
chia, ha consultato i 
registri di nascita. Tua 
nonnaènatanel 1822 : 
dunque ha appena no- 
vant'anni. 

— Appena novan- 
t'anni ? E le pare poco ? 

— Son molti ma 
non sono cento. E tu e 
tua nonna e tua mo- 
glie avete ingannato il 
giornale, il pubblico e 
i sottoscrittori, e vi 
siete presi i soldi che 
erano stati dati a una vecchia di cento anni, 
non a una vecchia di novanta. 

— Prima di tutto i registri possono sba- 
gliare, dopo tant'anni. 

— E' più facile che sbagli tu. 

— Lo vedremo. Andrò dall'avvocato. Lui 
le carte le conosce. 




— Anche il dottor Martini le conosce. 
E il giornale lo loda perchè dice la verità. 

— Oh insomma, crede che io fossi pre- 
sente quand'è nata la 
nonna? 

— No, ma sei pre- 
sente per riscuotere. 

— Io non ho riscos- 
so un soldo. 

— E' la tua fortuna. 
Pietro fece quella 

mezz'ora di strada tra 
Beroide e San Loren- 
zo a testa bassa, pren- 
dendo a calci tutti i 
sassi che si trovava 
tra i piedi. 

Sul ponte del Mar- 
roggia, alto sulla 
ghiaia rosea e celeste 
del terreno asciutto, 
coi parapetti di legno 
dipinti di rosso come 
un ponte giapponese, 
incontrò il carro del 
mugnaio. E il mu- 
gnaio seduto sulla tra- 
versa davanti, con una 
gamba distesa sulla 
stanga del cavallo e 
l'altra penzoloni, si 
scosse dal sonno e 
fermò la bestia e il 
tintinnio della sona- 
gliera : 

— Oh, Cent'anni! 
Come vanno le ric- 
chezze ? 

— Echi l'ha viste? 

— Sul foglio alme- 
no le hai viste. 

— Già, ma il foglio 
vale un soldo. 

— Verranno, ver- 
ranno. Guadagnarsi 
cinquecento... 

— Seicento... 

— ... Seicento lire 
perchè s'è vecchi, è 
una bella invenzione. 
Addio, Cent'anni ! 

A casa, visto che i 
giovani erano ancora 
al lavoro, chiamò la moglie e la suocera 
giù nella stalla, e si confidò. La moglie si 
rassegnò : — Bisognava chiamare il medico ; 
se tu l'avessi chiamato, stava zitto. — La 
suocera cercava un rimedio : — Vallo a tro- 
vare e dagli cento lire di quelle che pren- 
derai. 



Alla fine si addormento sopra un banco... 



La Lettura. 



LA LETTURA 



La vecchia da su chiamava : 

— Pietri ! Oh Cele ! Oh Me ! — ma quelli 
continuavano a discutere sottovoce. Pietro 
appoggiato a un bue, le due donne con le 
braccia conserte. Da quando quel tale era 
venuto a fotografarla non erano stati che 
complimenti per la nonna, e doni : un uovo 
di più, un pollo lesso che durò quattro 
giorni, e soprattutto cucchiai e cucchiai di 
cacio pecorino grattugiato che ai vecchi dà 
un vigore meraviglioso senza affaticare le 
mascelle. E con tutto questo cacio salato 
la vecciiia aveva sete : 

— Oh Cele! Oh Me! 

Quando dopo mezz' ora Menica si risol- 
vette a fare le scale, la nonna la rimproverò. 

— Quando chiamo dovete rispondere. E' 
segno che ho bisogno di qualche cosa. 

— Avete sete? E bevete. L'acqua è nella 
brocca. 

— Ma la brocca io non la posso smuo- 
vere. 

— E allora ci vuole pazienza, e bisogna 
aspettare, — e le porgeva un bicchiere 
tanto colmo che le mani tremanti della vec- 
chia ne lasciarono cadere la metà sulla 
giacca e sulla gonna. 

— Non vi bagnate tutta che poi a cam- 
biarvi dobbiamo pensarci noi. 

— Che hai oggi ? Si sa che devi pensarci 
tu. Vergognati... — ma quella aveva al- 
zato le spalle ed era tornata giù. 

Da allora la abbandonarono. I giovani, o 
per lavorare o per andare in paese, a casa 
ci stavano poco. Quella strepitava, minac- 
ciava, malediceva ; e loro tacevano. Final- 
mente quando Pietro tornò e disse che il 
medico lo aveva messo alla porta minac- 
ciandolo d'avvertire il brigadiere, anche loro 
scoppiarono : 

— Li avete cent'anni? No, eh? Ma a darli 
ad intendere siete stata buona. Bella figura 
che gli avete fatto fare a vostro nipote, al 
sensale, a tutti quanti! C'è da vergognarsi, 
e non da comandare ! 

E Assunta a giurare che loro le avevano 
chiesto di dirlo, ma che lei non l'aveva mai 
detto perchè non lo sapeva, perchè di bugie 
non ne diceva, perchè l'anima la voleva 
aver salva. E alzava le mani grige e vuote 
e tendeva il volto orizzontalmente che il 
collo, tanto le spalle erano curve, pareva 
che le stesse piantato al sommo del petto 
non tra i due omeri, e gli occhietti neri 
fulminavano, e il mento le tremava, ma il 
resto della faccia chiusa dietro quella rete 
di rughe restava immobile. Pietro andò fino 
a Spello per trovare il sensale: non lo trovò 
mai. Poi andò a Spoleto a cercare di quel 
professore, che era riuscito a ritrovarne il 



nome interrogando il notaio di Beroide, e 
il professore lo coprì d'ingiurie, poi gli disse 
che i denari per volontà del giornale erano 
andati metà al sensale Oreste perchè glieli 
consegnasse e gli mise sotto il naso la ri- 
cevuta, metà a un istituto di vecchi a Roma 
per punire la famiglia Piacenti della truffa 
che avevano tentata e gli porse una copia 
del giornale con la sentenza. Anche da un 
avvocato Pietro andò perchè obbligasse il 
sensale a consegnare la somma avuta, ma 
quello rispose dopo molti giorni ali" avvo- 
cato d'aver pattuito con la famiglia Piacenti 
che metà della somma raccolta sarebbe an- 
data a lui per tutto quel che aveva fatto, e 
che appunto la metà egli aveva ricevuta. 
La vecchia era una pietà a vederla : le vesti 
peggiori, i cernecchi fin sulla fronte, gli 
occhi rossi cisposi che non potevano pian- 
gere, le mani agitate da un tremito conti- 
nuo, lo sguardo spento. Anche al nipotino 
faceva paura, e si fermava a guardarla dalla 
soglia e non entrava più se Assunta era sola. 

Ma una mattina venne un'altra notizia 
che le dette il tracollo. La recò Celeste che 
la aveva udita dopo messa. A Montefalco 
un prete aveva scoperto fra i suoi parroc- 
chiani un vecchio che stava per compire 
centun anno e l'aveva annunciato sul Mes- 
saggero mandando la fotografia dell'atto di 
nascita, e il sindaco di Montefalco per mo- 
strare che nel suo comune non si dicevano 
bugie aveva subito, sul fondo della benefi- 
cenza che pure non era abbondante, pagate 
cento lire a quel vecchio: proprio una lira 
per anno, come avevano promesso ad Assunta. 

Da quel momento la vecchia non s'alzò 
più. In un momento di lucidità chiese il 
dottore. 

— Già il dottore... Vacci tu a dirglielo 
a quel demonio, — e non glielo chiama- 
rono. Il giorno dopo in compenso le chia- 
marono il curato, ma ormai era svanita e 
gli ripeteva tra due rantoli il suo ritornello: 

— Gli anni pesano più delle bastonate. 

Il curato scrollò le spalle e dette l'asso- 
luzione, e Assunta Piacenti spirò all'alba 
quando le mancavano ancora quaranta giorni 
a compir novant'anni. Veramente s'accor- 
sero che era morta perchè da molte ore non 
chiamava più nessuno. 

Il peggio si fu che i vicini non vollero 
mai credere che Pietro non avesse riscosso 
dalla sottoscrizione della Parola nemmeno 
un centesimo e il nomignolo di Cent'anni gli 
rimase in segno di rispetto per la sua ac- 
cortezza a trarre quattrini anche dalla vec- 
chiaia, la quale agli altri uomini per lo più 
ne toglie. 

UGO OJETTI. 




IN/1STI4 



CHE 




TS'ING. 



TS;iNG. 

È una delle sii 
labe più caratteri- 
stiche della lingua cinese e, 
insieme, anche una delle più 
belle. Con essa si esprime 
il primo dei « cinque colo- 
ri », il colore della natura, il 
verde delle 
piante nascenti , l' azzurro 
del cielo, l'oltremare delle 
onde, la splendida tinta dei 
lapislazuli; con la medesi- 
ma sillaba, leggermente mo- 
dificata nell'ideogramma, 
l'aprirsi del cielo dopo la 
tempesta, l'apparire delle 
stelle: «Ts'ing», finalmente, 
è il nome della dinastia ci- 
nese e, in tal caso, l'ideo- 
gramma muta ancora un po' 
ed esprime la purezza, la lu- 
minosità, «limpido», «pu- 
rificato » . 

L'aspetto di uno « tsz », 
di un segno di scrittura ci- 
nese, ha una potenza sugge- 
stiva tutta propria delle scrit- 
ture ideografiche, e, quindi, 
guardando il carattere che 
la rappresenta, noi pense- 
remmo che la dinastia de- 
gli «Ts'ing» abbia giusta- 
mente per suo emblema il diritto, la franca, 
incorrotta condotta di lealtà ; e ci pare quasi 
una profanazione l'onda rivoluzionaria che 




ShUN'CHI : IL PRIMO IMPERATORE DELLA 
DINASTIA DEGLI Ts'lNG. 

(Da un ricamo cinese: collez. dell'autore). 



dilaga contro di essa. Quanto in- 
ganna l'apparenza, sia pure di un 
segno cinese! 
Non che ora vogliamo anche noi, dalla 
lontana Europa, gridare il « Vae vietisi » 
contro la dinastia che pare già morta, 
ma è la storia medesima che .ci dice 
quanto poco il governo degli «Ts'ing» ab- 
bia giustificato il suo nome 
di « Puri » e quanto invece 
giustifichi r attuale rivolu- 
zione! 

Molte volte, già prima di 
ora, era sorto il grido di: 
« Fuori i Manciù ! » e molte 
volte esso fu soffocato nel 
sangue. Ora però esso fu 
gridato troppo alto perchè 
bastasse il sangue a spegner- 
lo, che, anzi, dal sangue 
esso è sorto; milioni e mi- 
lioni di petti, ansiosi di li- 
bertà, lo hanno ripetuto ed 
hanno accompagnato al gri- 
do r azione. E , se dagli 
eventi che incalzano si può 
dedurre conclusione alcuna 
sul futuro, questa certamen- 
te è che pochi guizzi anco- 
ra restano al trono manciù. 
L'odio lungamente repres- 
so è scoppiato, questa volta, 
irrefrenabile; non solamente 
odio di soggetti, ma odio di razza, accumula- 
tosi attraverso tre secoli, tre secoli che non 
ignorarono le sevizie e le stragi. 



212 



LA LETTURA 




In uno dei recenti « mee- 
tings > tenuti dai rivoluzionari 
a Scianghai, poco prima della 
rivoluzione, uno degli oratori 
conchiudeva: « Perchè non 
scacciare costoro che vennero 
a liberarci dai predoni, per 
predarci essi alla loro volta? >. 

L'espressione era violenta, 
ma, storicamente, esatta. Il 
modo con cui la dinastia at- 
tuale venne al trono, rove- 
sciando quella dei Ming, fu 
un mirabile atto di audacia, 
ma di violenza insieme. Noi 
rimaniamo meravigliati e ci 
pare di seguire una leggenda 



taro, non andava troppo per 
il sottile in materia di legalità. 
Quando quella mirabile e 
terribile figura di bandito che 
fu Li Kung (Li Tsz'-Chang), 
dopo essersi impadronito dello 
Shén-hsi (1641) e dello Hu- 
nan (1642), dopo che, assediata 
la città di K'ai-fung-fu, già de- 
solata dilla recente inondazio- 
ne dello Huang-ho, la prese e 
la bruciò, rogo immane di tre- 
centomila persone, l'audacia di 
lui, predone di strada, giunse 
a desiderare il trono. Hsian-fu 
(Si-ngan-fu) fu presa e anche 
le porte di Pekino, al suo ap- 







ef 



^. .tì^*»--' 



di fate, quando 
la storia ci narra 
che il padre dj 
colui che fu il ca- 
po del più gran- 
de impero del 
mondo, era pri- 
ma alla testa di 
sole diciassette 
tribù ; eppure so- 
lamente in tale 
numero erano le 
tribù tonguse 
sulle quali si 
estendeva il co- 
mando di Tai- 
Tsung, colui 
che, dopo il leg- 
gendario Aìshin- 
ghioro, fu certo 
il più grande 
restauratore del 
la potenza man- 

ciù. Poche le tri- uuu..o.^^y^^.^>...: : , . 
bù ; ma egli spes- 
so dalle sue nmru aveva sognato il trono nel 
gran palazzo di Pekino, la città meravigliosa 
che un altro re tàtaro-manciù (i), Tien-Ming, 
era arrivato a contemplare da presso con le 
sue truppe, ma che non aveva osato assa- 
lire. L'occasione, lungamente desiderata, 
venne, ed eccellente per chi, come il Tà- 



WSa^'c^ìts 



fS&^^i 



pressarsi , gira- 
rono sui cardi- 
ni, bruttate di 
tradimento. Nel- 
la capitale del 
Nord (i) gli fu 
tacile insediar- 
si (2). Solo rima- 
neva, all'audace 
ladrone, una 
preoccupazione; 
alcune truppe 
dei Ming, co- 
mandate da Wu 
San kui, erano 
in armi nel Liao- 
tung, temibili. A 
Pekino, però, 
sottogli artigli di 
Li Kung, era il 
padre del gene- 
rale WuSan-kui, 
e il furbo predo- 
ne usò dell'anti- 
co ricatto. Allor- 
quando Wu San-kui ricevette dal padre la ter- 
ribile missiva: *; Deponi le armi, o tu vuoi la 
mia morte >, fremè; ma l'animo suo non 
esitò un istante, ispirato a fedeltà e patriot- 
tismo a tutta prova ; e la sua risposta, che fu 
degna di un lacedemone, è ancora più me- 




KVA 



i)i:rk i.nnanzi alla rivoluzionk. 



cinese Pai-king, la capitale (kitiR) del 



(i) Scrivo tàtaro, perchè più esatto che tartaro, (in ci- 
nese Tata, o Ta-ta-érh). 



(O Pekino, 
Nord (PaiL 

(a) L'imperatore si impiccò nel Giardino del Nord, 
si vede ancora l'albero che servi al suicidio. 



1 



UNA DINASTIA CHE CROLLA 



213 




ravigliosa in un paese dove la pietà filiale 
assurge a sacro dovere altissimo. « Meglio 
morire che essere schiavo d'un ladro », ri- 
spose egli al padre ed 
a Li Kung; contem- 
poraneamente chie- 
deva soccorsi ai Tà- 
tari, ignorando allora 
che, per fugare un 
ladro, ne accoglieva 
un altro non meno 
temibile. 

E i Tàtari, felici 
del chiesto interven- 
to, mettevano a sua 
disposizione, il giorno 
stesso, ottantamila 
uomini. Essi vollero 
però che anche i ci- 
nesi di Wu San-kui 
si radessero il capo 
perchè — essi dissero 
— sembrando tutti tà- 
tari, avrebbero mag- 
giormente atterrito il 
nemico. Infatti, al- 
l'avvicinarsi delle 
truppe collegate, Li 
Kung abbandonò Pe- 
kino, portando seco 
quanto di più prezio- 
so aveva potuto ru- 
bacchiare, e le truppe 
sinomanciù furono 
accolte con grandi fe- 
ste e come liberatri- 
ci. Ma quando Wu 
San-kui, sempre fe- 
dele alla dinastia, che 
egli credeva di aver 
salvata, ringraziati i 
soccorritori e offerti 
loro grandi doni, vo- 
leva mettere sul tro- 
no i discendenti dei 
Ming, i Tàtari osser- 
varono che siccome 
l'Impero non era an- 
cora interamente nella tranquillità deside- 
rabile per ripristinare lo « statu quo ante». 




a) La bandiera imperiale. (Il drago, il più grande tra gli 
esseri viventi, rappresentava l'Impero). 

bì La bandiera della Repubblica, formata da cinque co- 
lori : le cinque razze della Cina : Han (cinesi), Manciù, 
Mongoli, Maomettani e Tibetani. 

e) Bandiera di guerra della Repubblica: le iS piccole 
sfere rappresentano le iS province. 

dj Bandiera della marina. 



sarebbe stata ottima cosa se egli,Wu San-kui, 
andasse a sconfiggere i ribelli rifugiatisi nello 
Shen-hsi. E così, mentre Wu San-kui, per 
il bene dei Ming, si 
allontanava da Peki- 
no, i Tàtari occupa- 
vano la capitale. Nel 
tempo stesso, come 
ottimo motivo di le- 
gittimità della coro- 
nazione, centomila 
cavalieri venuti a 
cuccagna da tutte le 
Provincie tàtare, in- 
vasero il Pe-chi-li ed 
entrarono in Pekino, 
e il piccolo manciù 
Ichiòndassan (appena 
seienne, e quindi sot- 
to la tutela dello zio 
A Ma-wang) veniva 
messo sul trono con 
il nome cinese di 
Shun-chi, primo im- 
peratore della dina- 
stia manciù degli 
Ts'ing. 

Intanto alcuni man- 
darini, fedeli ai Ming, 
avevano scelto un 
principe di questa 
dinastia per porlo sul 
trono. Contro questi 
«ribelli», partigiani 
di un « pretendente» 
furono inviati tre cor 
pi d'armata. Canton, 
ultimo baluardo dei 
Ming, fu preso il 24 
novembre 1650, ed 
il saccheggio ne du- 
rò undici giorni, sac- 
cheggio orribile in 
cui, senza distinzio- 
ne alcuna di sesso o 
di età, furono truci- 
date circa centomila 
persone. 
Così dal tradimento, dalla prepotenza e 
dalla barbara strage, si levò il grido: Huang- 



214 



LA LETTURA 



ti iL'àng sui! che salutava l'avvento al 
trono della dinastia usurpatrice, che si 
disse eletta « per acclamazione » e che 
si faceva chiamare l's'ifig « i Puri ». 

Ed essi vollero anche legittimare la 
loro usurpazione velandola con un nu- 
golo di legg^ende atte a dimostrare il 
loro diritto alla occupazione. 

« Nei tempi remotissimi — così scris- 
sero gli storici degli Ts'ing — all'om- 
bra delle Grandi Montagne Candide, 
vivevano tre vergini divine. In un pic- 
colo lago, che rispecchia solo i picchi 
nevosi delle montagne, esse si bagna- 
vano un di, quando una pica, volando, 
lasciò cadere sul vestito di una delle 
divine fanciulle, la minore, un mera- 
viglioso frutto del color rosso del san- 
gue. Istintivamente la divina fanciulla 
lo mangiò; dal frutto nacque un figlio che 
esse chiamarono Aishin-ghioro « il rampollo 
dell'aurea famiglia ». Quando la madre sua 
penetrò nella 
gelida caverna 
della morte, 
Aishin-ghioro, 
salito su una 
piccola bar- 
chetta, si affi- 
dò alla corren- 
te del fiume 
Hurka, finché 
giunse ad un 
luogo ove tre 
famiglie erano 
in guerra tra 
loro. Bastò l'a- 
spetto sovran- 
naturale del 
giovane Aishin- 
ghioro perchè 
i tre bellicosi 
capi dimenti- 
cassero ogni 
inimicizia per 
eleggere a loro 
sovrano il neo- 
venuto ». 

E gli autori 
continuano in 
un completo 
studio fantasti- 
co-genealogico 
su queste tre 
dinastie, per 
dimostrare una 
parentela tra i 
Manciù e qualche precedente dinastia cinese. 

Tanto la celeste origine quanto la legit- 




timità della parentela persuasero sempre 
ben poco coloro che, vedendo negli 
Ts'ing degli usurpatori, cospirarono 
continuamente contro di loro. E fu sem- 
pre un vero miracolo di equilibrio quel 
trono che le incessanti ribellioni minac- 
ciavano continuamente di rovesciare. 
Vi sono due libri interi (il IX e il X) 
dello Shc?i-ii'u- ki di Wei Yuen. dedi- 
cati alle ribellioni contro gli Ts'ing; 
ribellioni domate e risorte, soffocate 
spesso nel sangue, ma non mai sradi- 
cate alla origine; anzi, spesso, più vee- 
menti dopo la temporanea repressione. 
Il i8 luglio 1813 gli affiliati alla Pai- 
lie7i-kiao (« sètta della Ninfea bianca») 
arrivarono sino ad impadronirsi del pa- 
lazzo imperiale di Pekino. Si aumentò 
il rigore contro le società segrete; nel 
181 7 il governatore di Canton faceva ar- 
restare tremila affiliati alla San-ho-hui (i), 
eppure, pochi anni dopo, i censori dello 

K i a n g - h s i 
e dello Hu- 
kuang si di- 
chiaravano im- 
potenti a frena- 
re il movi men- 
to dilagante nel 
Kuang- tung, 
nello Yun-nan, 
nello H u - 
kuang nello 
Che kiang, ed 
aggiungevano 
che esso era 
aiutato dalla 
T ien-t i- hni 
(« Società del 
Cielo e della 
Terra »). 

Derivati dal- 
la Saìi-ho-hùi 
furono anche i 
terribili Tai- 
ping, la rivol- 
ta dei quali fu 
certamente la 
più tremenda 
ciie la Cina mai 
conobbe ; essa 
durò ben quin- 
dici anni e, con 
un cammino di 



Le dinastik della Cina. 
L'altezza della pianta è proporzionata agli anni (espressi dai numeri) della 
durata della dinastia: i petali dei fiori rappresentano il numero dei sovrani 
che la composero. (In l)asso la cronoloRia, basata sullo «< Lih-tai Ti-wanx; 
nien Piào. » In fondo: fcran ponte in marmo bianco al Palazzo d'Estate 
di Pekino). 



(i) Già il Codice 
penale del 1810 ave- 
va sancito la pena 
della decapitazione per ogni affiliato della « Triade » (San- 
ho-hùii e la strangolazione per chiunque avesse aiutato 
l'opera di tale società segreta. 



UNA DINASTIA CHE CROLLA 



215 




AlCCNE caricature cinesi (da giornali di SCIANGHAI) : Il popolo vuol spodestare I MINISTRI. 




I « TAO-TAI » NON sono LASCIATI UN MOMENTO IN PACE DAI PROIETTILI 
RIVOLUZIONARI... 




...CHE LI CONSIGLIANO ALLA FUGA. 



lui il Kuang- 
hsi, penetrò 
nel 1852 nello 
Hu-nan, prese 
Hang- chou, 
Ningpo,Shao- 
hsin, nel 1853 
anche Nanki- 
no e Scianghai 
e minacciò di 
prendere an- 
che Pekino. 

E, forse, sa- 
rebbe scoccata 
allora per gli 
Ts ' ing quel- 
l'ora che sta 
per suonare 
adesso. La di- 
nastia, già 
mezzo « sfata- 
ta » e già co- 
stretta, dopo la 

iei quali era Gesù, e che egli, Hung, ne guerra del 1840, alla cessione di Hong- 
ìra il secondogenito. Simile predicazione paz- kong, e dopo quella del 1842 all'apertura 
iesca, mista al commer- 

li teorie bi- ~ ciò stranie- 

^eo He dnesl ^-^^r^m^^^ ^ ^^^ ^ ^^ di aX'! 

e di... fan- ^^ ^ _ ^ Fu-chou e 

donie, ebbe ^' _^^ ^^^ . Scianghai ed 

un successo ^^^ ^>->5&i^^ ^'^^H^b%^^\ \-^' alpagamen- 

enorme ed TB^ f^^^^^ ^t^yT^T^ ^ ^° ^^ ventun 

cui egli gra- )\y^t^^^'^fQf^^\ Jij\ l\ nonostante 

titolo di /J^'" .viWjIljy^l / 1 y/ \ / \ corT\ba- 

« cittadini /^)(ilViL ^''l^U fN/ \ I ^ ' I ^ / J_ J JjHBI stanzaauda- 

del Regno ^^^W^^^^^p^^gri_ I /^ ffe ^/ Jìt^"^^^^^ ^^ ^^ andar- 
la immensa ~^^^^^ ^& 5^ / • golare nello 

pace».Que- ] ^ ] « arrow af- 

sta gente ^ fair» che ca- 

^ , I SUPPLEMENTI UMORISTICI ABBONDANO IN CARICATURE DI MANDARINI TERRÒ- . , 

traverso con rizzati che fuggono, anche ricorrendo a truccature. giono poi la 



ovina e di 
lorte, attra- 
ersò sedici 
■rovince, di- 
truggendo 
in qu ecento 
ittà. Il capo 
le era Hung- 
isiou-ch'ùan, 
m ex-maestro 
lei Kuang- 
ung, che la 
Baptist Mis- 
ion di Canton 
iveva preso co 
ne segretario, 
m semi-epilet- 
ico che inse- 
gnava al popo- 
o che Iddio 
Jehovah) ave- 
/a due figliuo- 
i, il maggiore 



2l6 



LA LETTURA 



guerra del 857-1858, non avrebbe certo po- 
tuto resist rt re contro le forze dei ribelli se 
due eventi 



« Essi vogliono che l'asino lavori ben 
ma non vogliono, a quest'asino, dare 

fieno ». 



II. i ■ -.-^^ : ■. . : : . -,..A L'UCLA!.;., 

emesso dal comitato rivoluzionario al temfo della sua konuazionk 
La firma «Sun wen» è autografa di Sun-yat-sien. 



fortunati non 
fossero venu- 
ti a mutarne 
le sorti. Il 
primo fu la 
morte del- 
l'imperatore 
Hsien-fung, 
il quale non 
fece mai nul- 
la di buono 
vita naturai 
durante , ma 
che ebbe la 
felice ispira- 
zione di mo- 
rirsene a tem- 
po ed a pro- 
posito in mo- 
do da interrompere il malcontento ge- 
nerale, sia interno che internazionale. 
L'altro fortunato evento fu l'insperato 
aiuto degli alleati stranieri, desiderosi 
di riprendere i porti aperti già con- 
cessi al loro commercio. 

E fu solo con r intervento della 
« ever victorious army > comandata 
prima dall'americano Ward, poi, lui 
morto a Tsu-chi nel Che-kiang, da 
Burgevine e da Li Fu-tai (Li Hung- 
chang) che la dinastia potè 
riaccomodarsi sul capo la co- 
rona che minacciava di ca- 
dere. Ma fu una corona in- 
sanguinata anche stavolta, — 
insanguinata dalle battaglie 
di Fu-chou, Kin-san, Wo- 
kung, Fung-chin, Hang-chou 
e dalla strage di Nankin ( 1 864) 
ove 10.000 uomini furono 
giustiziati e il cadavere di 
Hung tagliato a pezzi. 

Ma non fu certo, con tutto 
ciò, ristabilita la calma. L'es- 
sere i Manciù usurpatori, d'al- 
tra razza, la storia stessa dei 
loro misfatti, e, finalmente, 
il loro sistema di governo, 
tutto ciò non potè che accre- 
scere e fomentare gli odi. 

Per gli Ts'ing la Cina non 
fu mai una nazione, ma un 
territorio da sfruttare: 

Yu ydo lii-tsz' tsóu-te hào 
Yii ydo lii-tsz' pu eh' ih ts'ào 



,^«^#v^ftià^i 



lHtCHlNt\S£ 









y^ 





Le cariche 
mandarinali 
erano consi- 
derate quas- 
come <(. bue 
ni affari > t 
quindi ven- 
dute, quali 
concessioni 
monopoli 
La condotta 
dei manda- 
rini, natural- 
mente, era 
ispirata a ta- 
le principio 
L'n prover- 
bio cinese di- 
ce : Ch'iuyig 
kuang tdng pi k'ó, cioè : « Un manda- 
rino povero, corrisponde a un mer- 
cante ricco »: e si può facilmente com- 
prendere quale sia il genere di merce 
su cui il mandarino specula: tutto, 
naturalmente, è buono per far denaro. 
Kungjén chiéìi ch'ieri, Ju tsayig-ying 
chién hsièh. « L'alto impiegato vede il 
denaro come la mosca vede 
il sangue >. E' un detto ci- 
nese anche questo, ispirato i 
dalla dura esperienza di que- 
sto sistema di sfruttamento. 
Sistema che, naturalmente, 
portava seco la più completa 
trascuranza d'ogni necessità 
del popolo — che ogni con- 
cessione fatta fu sempre ispi- 
rata più ad opportunismo che 
non ad amore per la nazione 
governata, o ad amor di pro- 
gresso. Qualche riforma, spe- 
cialmente in questi ultimi tem- 
pi, si era ben ottenuta: al si- 
stema fossilizzato degli esami 
letterari si era surrogato quel- 
lo, più moderno, di tipo euro- 
peo : il celebre « codino » 
(« pigtail ») era stato abolito, 
molti di quegli uflìci nume- 
rosi che servivano puramente 
ad occupare persone favorite 
erano stati soppressi, istituen- 
done dei nuovi, più utili, 
come l'Ufììcio Traduzioni. 

Fu un momento che avreb- 
be potuto essere decisivo per 



^^■ 



I 



UNA DINASTIA CHE CROLLA 



217 




I MEMBRI DELLA ChUN-KUO HSIN-TSZE HUI STUDIANO LA RIFORMA DELLA COMPLICATA SCRITTURA CINESE. 

Anche in questo ramo la Cina abbandona la tradizione per avviarsi su un nuovo cammino. 




la Cina, che avrebbe potuto avviarla sul 
cammino sul quale già da tempo è il 
Giappone. « In questo momento si tratta 
di mutare le corde dello strumento e di ac- 
cordare la chitarra, di far sorgere uomini 
di talento superiore che possano diventare 
ministri e generali ». — Sono 
parole dello Ch' iien hsi'ie P' ien 
(< l'esortazione allo studio »), 
il meraviglioso libro di S. E. 
Chang Che-Tung, e esse ri- 
specchiano esattamente lo sta- 
to della Cina. E realmente 
tale periodo sarebbe stato ap- 
punto quello in cui anche il 
Paese di Mezzo avrebbe po- 
tuto avere la sua goisshin, la 
sua rinascita come il Giap- 
pone nel 1869. Ma i mandarini 
cinesi non avevano certo in lo- 
ro quel patriot- 
tismo e quella 
abnegazione che 
ebbero i daimyó 
del Nippon, né 
in Cina la dina- 
stia poteva esse- 
re quel fulcro di 
entusiasmo po- 
polare che, in 
Giappone, servì 




a smuovere alla base il colossale ordina- 
mento feudale. Oltre gli scarsi progressi, 
ogni ulteriore movimento fu avversato. « I 
kiu-chè (conservatori) — aggiungeva ancora 
S. E. Chang Che-Tung — somigliano a co- 
loro che, per timore che un osso resti loro 
incastrato nella gola, 
non vogliono mangia- 
re ». In realtà, dinastia 
e mandarini « mangia- 
vano» allegramente, 
continuando nel siste- 
ma di sfruttamento : ai 
torbidi si rimediò con 
promesse, rafforzate di 
quando in quando dai 
periodici per quanto 
inutili editti da Si-ngan- 
fu e, quando anche que- 
sti non bastavano ed 
i moti im- 
pressiona- 
vano, si in- 
viavano sul 
luogo tur- 
bolento le 
truppe di 
qualche al- 
tra provin- 
cia, e quin- 

... -u' *< ^^ popolo sotto la Repubblica. 

di insenslDl- (Caricature cinesi). 




i< Il popolo sotto il 
rp:gime imperiale. » 




2l8 



LA LETTURA 



li ai mali locali della po- 
polazione. 

Abile politica questa, 
quanto l'altra di cui noi sen- 
timmo le conseguenze nella 
insurrezione dei boxers: 
quella cioè di trasformare 
gli odi anti-dinastici in xe- 
nofobia. Quando in una pro- 




di sangue. Così anche, si- 
no all'ultimo momento, la 
dinastia forse si lusingò di 
poter soffocare cruenta- 
mente o abilmente anche 
stavolta quello che essa cre- 
deva da principio organiz- 
zazione fiacca di malcon- 
tenti. 
Così il IO ottobre 191 1, quattro rivolu- 



vincia gli odi minacciavano di scoppiare 

più violenti, abili istigatori erano inviati per zionari erano condotti al patibolo a W'u- 

far comprendere al popolo che causa di chang. E così, quando il viceré assistette 

tutti i mali erano gli stranieri, i kuai-tsz al cadere delle quattro teste, egli credette 

{< diavoli stranieri »). che, ormai, la dinastia potesse starsene si- 

Nè è azzardato soverchiamente il giudi- cura per un po' e telegrafò subito a Pekino 

care così: bisogna ricordare la divisa sotto di aver «soffocata la rivoluzione». Poco 



cui quei fanatici si 
diressero contro gli 
europei: « Scac- 
ciamo lo straniero 
e salviamo la di- 
nastia! » — non 
bisogna dimentica- 
re l'atteggiamento 
che il governo cen- 
trale prese in si- 
mile circostanza, 
contegno che può 
riassumersi nella 
risposta che il tao- 
tai di Tien-tsin 
aveva dato alle e- 
nergiche proteste 
del console di 
Francia: « Wò pu 
kuan! > (« Io non 
me ne impic- 
cio ! »). 

Si disse persino 
allora che, per isti- 
gare la folla, emis- 
sari della dinastia 
mostrassero al po- 
polo * alcune fia- 
le, nei conventi e 
nelle case abitate 
dagli europei, le 
quali contenevano 
occhi strappati ai 
Janciulli cinesi! ». 
Le fiale trovate, 
in realtà non contenevano che 
conserva. 

Intanto l'odio, così abilmente istradato, essere un pekinese (anche un pekinese pro- 
perdeva di vista lo scopo principale e pri- nunzierebbe così) : « è un manciù !» e lo 
mitivo : la dinastia manciù. E gli Ts'ing trucidano. 

tiravano avanti allegramente con la loro A questo barbaro stato di cose pone ter- 
barca, tappando le piccole falle con ottimo mine la rivoluzione organizzata, la rivolu- 
mastice politico non raramente impastato zione « ufficiale » che punisce essa stessa gli 



dopo invece la ri- 
voluzione scoppia- 
va proprio a W'u- 
chang, ed il gior- 
no 12 essa era 
già giunta a Han- 
kou. 

Una folla briaca 
di libertà, mista a 
soldati non pagali 
da circa un anno, 
che poco prima 
avevano visto ca- 
dere le teste di al- 
cuni di loro, per- 
corre le vie gri- 
dando : « Abbas- 
so, a morte i Man- 
ciù ! ». I rivoltosi 
percorrono le vie 
di Han-kou, ob- 
bligando quanti 
essi incontrano a 
leggere un segno 
scritto su un pez- 
zo di carta: è il 
segno « sei », nu- 
mero che ogni na- 
tivo del Sud non 
esita a leggere 
4f lu ». E malcapi- 
tato chi invece 
avesse letto «liu », 
la sillaba micidia- 
le : tale pronunzia 
cipolle in lo tradisce troppo chiaramente per un set- 
tentrionale : e non si pensa che egli possa 







^ -^. (^ 
i^ .# ^ 


^' -^ iHi ^ 




.^ .^ ^ 


^yo ^ r- 




% y^ M^ 




^^ /^ ili 

^ jt ;^ 
^' t -r 


MrH^ 




; ) i.' j((" \> • \i (a 


ye-yx-.pji ;:;'- i;-. ';w ,^ 


■ -'•■ 


lcf| 7(.viv i'-j\Hi yt. 








■U^yt^ . 




Uè- 



Il sistema alfabetico della « Cung-kuo hsin-tsz' hui » 
rende il cinese più accessibile e pratico. 

(In alto : la scrittura tradizionale in caratteri regolari e corsivi 
in basso i segni nuovi : hsin-tsz'). 



UNA DINASTIA CHE CROLLA 



219 



•cessi. Essa non vuole il sangue, vuole 

izi la civiltà. E' in nome della civiltà che 

;isce finalmente, do- 

) lunga attesa, la 

Voung China», 

desta meravigliosa 

isociazione, dovuta 

!a costanza ed alla 

^negazione di Sun 

at-sien (i), l'asso- 

iazione che conobbe 

Itti i terrori dell'op- 

ressione, gli scorag- 

iamenti della disdet- 

1, ma che seppe co- 

.taniemente, assidua- 

lente perseverare. 

Fondata nel 1906 
. Tòkyo, sotto la pre- 
idenza di Sun Yat- 
ien, dottore in me- 
licina, fra un gruppo 
li studenti cinesi che 
)0i in patria ne fan 
arga propaganda, 
.'iene scoperta poco 
iopo e severamente 
soppressa dovunque, 
ranne che nel Sud, 
)ve è inafferrabile, e 
manto l'instancabile 
Sun Yat-sien crea fi- 
lali a Singapore, nel 
Siam , a Giava , in 
Indo-Cina, e intraprende un ciclo di confe- 
renze ìq Europa. Ritornato a Tòkyo ne è 
espulso perchè quel governo non ama i tor- 
bidi rivoluzionari. Nel 190S lo ritroviamo in 
Cocincina, ove riprende assiduo il la- 
voro di riorganizzazione, interrotto e 
scompigliato ogni tanto da avversità, 
da rivoluzioncelle intempestive di aflft- 
iiati troppo bollenti e, quindi, ben 
presto represse, come a Wu-kung, 
nello An-hui, nel Kuang-hsi, a Ho- 
hao, prosegue non ostante la terribile 
crisi di Canton del marzo passato, 
ove il tradimento di un affiliato ri- 
schia di mandare ogni cosa all'aria. 

Ma, finalmente, l'audace impresa è 
tentata: con l'entusiasmo che surroga 
la mancanza di molte altre cose. Che 




L'ultimo degli Ts'ing (a destra) 





(i) Sotto tale forma, che è pronunzia Cantonese, 
<i noto m Europa il nome di Sun-ruen o Suen yih 
sten, il capo della rivoluzione nato nel 1866 a Hsian- 
'^nant;:, "el Kuang-tung. 



importa se dei duecentocinquanta milioni di 
dollari stimati necessari per la rivoluzione, 
solamente diecimila 
se ne sono potuti rag- 
granellare, quando il 
cuore è pronto e la 
nazione attende? 

La dinastia, dopo 
un primo istante di 
baldanza, si allarma : 
corre a supplicare 
Yuan Shi-kai, un li- 
berale — almeno in 
apparenza — perchè 
veda di accomodare 
in qualche modo le 
faccende: e intanto 
essa cede alle sue ri- 
chieste, mentre man 
mano fa concessioni 
ai rivoluzionari e vie- 
ne anche a patti. Il 
governo di Pekino fa- 
rà tutto purché la di- 
nastia possa rimane- 
re sul trono, un editto 
imperiale promette 
amnistia ai ribelli e 
propone di inviare 
rappresentanti a 
Scianghai per aprire 
trattative in una con- 
ferenza nazionale. Fi- 
nalmente, agli ultimi 
di novembre il Reggente si reca al tempio e, 
dinanzi agli spiriti dei celesti Antenati Impe- 
riali, recita un ridicolo meaadpa, che all'orec- 
chio di molti suona invece un mesto rnisere^'e 
per la dinastia che, nell'ultimo suo ram- 
pollo, il piccolo Pu-yih (appena seien- 
ne anche questo, come il primo degli 
Ts'ing) è già entrata in agonia. Vicino 
a lei è un uomo soltanto, ancora: un 
uomo che non ha fede politica, che non 
ha partito : Yuan Shi-kai, dallo sconfi- 
nato egoismo, che solo in nome di que- 
sto la sorregge ancora dal crollo fatale, 
pensando : « Puoi servirmi ancora! ». 
Or non è più la dinastia, è l'egoi- 
smo di un solo : ma questo potrà ritar- 
dare, non mai soffocare il grido che 
già si fa sentire da un confine al- 
l'altro di Cina: « Viva la Repubblica : » 
Kung-ho ivdn-sui wan-wàn sui! 

PIETRO SII^VIO RIVETTA. 



Su « Viva gli Ts'ing 1 » 

GLI EVENTI STANNO SCRIVENDO: « VlVA LA REPUBBLICA! 




Una crisalide svelta e sottile 

quasi monile 
pende sospesa dalla cimasa 

della mia casa. 

Salgo talora sull'abbaino 

per contemplarla 
e guardo e interrogo quell'esserino 

che non mi parla: 

O prigioniero delle tue bende 

pendulo e solo 
soffri? il tuo cuore sente che attende 

Torà del volo? 

Tu ti profili dal tetto antico 
sui cieli pallidi*** 




No, non temere: sono l'amico 
delle crisalidi! 

No, non temere l'orride stragi 

care una volta: 
mi dan rimorso gli anni malvagi 

della raccolta* 

Papili Arginnidi Vanesse Pieridi 

Satiri Esperidi: 
contemplo triste con la mia musa 

la tomba chiusa* 

Dormono in pace tutte le morte 

sotto il cristallo; 
fra tutte domina la sfinge forte 

dal teschio giallo. 

O prigioniero delle tue bende 

pendulo e solo 
soffri? Il tuo cuore sente che attende 

l'ora del volo? 



1^ 



J ^'/rt Jl 




Ti riconosco* Profilo aguzzo, 

dorso crostaceo, 
irto, brunito, con qualche spruzzo 

madreperlaceo: 

sei la crisalide d^una Vanessa: 

la Policlora 
che vola a Maggio* Maggio s'ap- 

tra poco è Torà! [pressa. 

Tra poco l'ospite della mia casa 

sarà lontana; 
penderà vota dalla cimasa 

la spoglia vana* 




Andrai perfetta dove ti porta 

Talba fiorita; 
e sarà come tu fossi morta 

per altra vita* 

L'ale ! Si muoia, pur che morendo, 

sogno mortale, 
s'appaghi alfine questo tremendo 

sforzo dell'ale! 

L'ale! Sull'ale l'uomo sopite, 

sopravvissuto 
attinga i cieli dell'Infinito, 

dell'Assoluto*** 



E tu che canti fisso nel sole, 
mio cuore ansante, 

e tu non credi quelle parole 
che disse Dante? 

GUIDO GOZZANO. 




Ud^ 




PERSONAGGI. 



DON MICIO, giovane di farmacista (i). 
DON CESARIO lo Storto, strozzino. 
TESTACCIA, suo garzone. 
MASTRO COSIMO, zio di 
RIRICCHIA (2). 



LA GNA' PAOLA, (3) madre di RIRICCHIA e 

CELESTINA. 

UN OPERAIO } . 

UNA POPOLANA \ '^^ "^" P^''^^^^" 

In un paesetto siciliano. Epoca attuale. 



dì 



La scena è in un cortile. A sinistra, porta interna della farmacia. A destra, l'ufficio di DON CESARIO 
LO STORTO. In fondo, porta e finestra dell'abitazione di MASTRO COSIMO. All'alzarsi del sipario, la 
GNÀ PAOLA spazza rabbiosamente davanti a la porta della casa dove ella abita col fratello MASTRO 
COSIMO e la figlia RIRICCHIA. MASTRO XOSIMO mette in ordine le canne da pesca, un paniere di vimini 
e la scatola di latta coi lombrici. 



SCENA I. 

LA GNÀ PAOLA, MASTRO COSIMO, pOÌ DON MICIO. 

La GNÀ Paola (gridando verso ima finestra in 
alto). L'avete scambiato per un mondezzaio 
questo cortile? \\ abitano cristiani meglio 
di voi, sudici che non siete altro!... Parlo 
con tutti!... {a Mastro Cosiinó\. E voi, voi 
statevene zitto come se questa non fosse 
casa vostra! 

Mastro Cosimo. Ho da quistionare ogni 
giorno? 

La GNÀ Paola. Io intanto devo rompermi 
le braccia a spazzare ! E siamo sempre in 
mezzo al sudiciume ! 

Don Micio (entra col camlcione di tela grezza, 
portando una bracciata di radiche secche che 
butta per terra, a pie drl mortaio di marmo ac- 
canto a la porta della farmacia) . Huon giorno, 
Mastro Cosimo ! Buon giorno, Gnà Paola ! 

La gnà Paola. Buon giorno, don Micio. 



Mastro Cosimo. Buon giorno. Anche il vo- 
stro principale dovrebbe reclamare contro 
quest'abuso di buttare quaggiù fogliame 
di verdure, bucce di aranci, di limoni, di 
cocomeri. 

Don Micio. Che volete farci? Quelle bene- 
dette serve, per risparmiarsi fatiche.... 

La gnà Paola. Dunque non c'è più legge? 
Ognuno può fare quel che vuole ! 

Don Micio. La legge, Gnà Paola, l'avete 
mai vista passare da queste parti? (sce- 
gliendo le radiche, e buttando via le inservibili). 
Siamo in tempi di anarchia, come dice il 
mio principale. La legge! Tra poco ve- 
drete comparire quel bel cesto dello Storto. 
Apre la sua tana e attende la povera 
gente che viene a farsi scorticare da lui. 
Cento per cento, e anche più ! La legge 
accorda il sette, al massimo. A quest'ora 
don Cesario lo Storto dovrebbe essere in 
galera da un pezzo. Invece è rispettato 
salutato da ogni ceto di persone. 



(i) Abbreviativo dialettale di Domenico. 
tale di signora. 



(2) Vezzeggiativo dialettale di Rosaria. — (3) Gnà, abbreviativo dialct- 



RIRICCHIA 



223 



A GNÀ Paola. Certe volte, il bisogno... 
ON Micio. Sissignoral Ho dovuto cascarvi 
anch'io. Ma questo che significa? Che la 
legge è fatta per gli sciocchi. 
ASTRO Cosimo. La legge l'ha fatta Dio! E 
dovremmo rispettarla tutti. 
ON Micio. Ma che Dio! La fanno i depu- 
tati, i ministri, perciò ognuno la stira e 
l'allunga a modo suo. È inutile ragio- 
narne. Parliamo di cose allegre, (a Mastro 
Cosimo). Ora andate a divertirvi con la 
pesca.... 

A GNÀ Paola. \'a a perdere mezza gior- 
nata di tempo. 
)ON Micio. Piacerebbe anche a me. Mason 
condannato a pestare radiche, a dosare e 
far bollire sciroppi, e rotondare pillole, e 
incollare cartine ! Bello spasso ! 

.A GNÀ Paola. Ed è anche peggio di quel 
che fa lo Storto! 

OON Micio. Ha da vedersela il mio prin- 
cipale con la sua coscienza! (additando a 
Mastro Cosimo la scatola di latta). Lì che c'è? 

l»fASTRO Cosimo. I lombrici per l'esca del- 
l'amo. I pesci abboccano... 

OoN Micio. Come gli uomini con le donne... 

.A GNÀ Paola. La lingua batte dove il 
dente duole! Badate all'esca, don Micio! 

Don Micio. E chi può guardarsene? 

VLA.STRO Cosimo (raccogliendo gli arnesi). Vo' 
via. 

Don Micio. Buona pesca! Io però non ho 



potuto ancora gustare due triglie di quelle 
vostre . 

La GNÀ Paola. Triglie? Bogacce da dieci 
soldi il chilo ! 

Mastro Cosimo. Non è per l'interesse, ma 
per la soddisfazione... 

La GNÀ Paola (interrompendolo). Già, di cuo- 
cersi la tigna al sole e di aggranchirsi le 
gambe su uno scoglio! 

Mastro Cosimo. Le donne non capiscono 
niente ! {si avvia). 

Don Micio. Buona pesca, Mastro Cosimo! 
(Mastro Cosimo esce. Pausa. A la Gnà Paola): E 
la vostra signorina? 

La GNÀ Paola. La ragazza volete dire. Si- 
gnorina? Sciò!... Noi non siamo di quelli 
che vogliono comparire più di quel che 
sono. È a dormire in casa di sua sorella, 
per tenerle compagnia nell'assenza del ma- 
rito che a quest'ora dev'essere tornato. 
Ha dovuto andare ad Acireale per una 
testimonianza. 

Don Micio. Il marito della gnà Celestina 
ha fatto buona riuscita. Lavoratore, eco- 
nomo ; non s'impiccia di niente. 

La gnà Paola. Se non avesse il vizietto del 
gioco !... 

Don Micio. L'uomo non è perfetto! Ora 
bisogna pensare per la gnà Riricchia. 

La gnà Paola. C'è tempo. E poi... ha da 
pensarci lei. 

Don Micio. A quest'ora, forse.... 





«Riricchia. Lo sai che don Micio è poeta?) 



224 



LA LETTURA 



La gnà Paola. Macché! È ancora una ra- 
gazzaccia, una sempliciona. Ride, canta ; 
sembra che abbia l'argento vivo addosso; 
e bada a crescere. Chi la vede per la 
prima volta non le dà più di dodici, tre- 
dici anni... E tra otto giorni entra nei se- 
dici ! La mal erba vien su presto. 

Don Micio. Bella ragazza. Gnà Paola ! Bella 
ragazza! Presto ve la ruberanno! 

La gn.\ Paola. Gliel'ho detto. Se scappa 
come la sorella, deve far conto che io e 
suo zio non siamo più al mondo ! Ora è 
di moda. Si può dire che non c'è più una 
ragazza che si sposi come comanda Gesù 
Cristo, se pure ci arriva ! Gli uominacci 
sono ammaliziati, e dopo di essersi ca- 
vato il capriccio, dicono: Parlate con me? 
È stata lei, di sua spontanea volontà ! 
E pretendono questo, pretendono quello, 
vi mettono la corda alla gola... Che deb- 
bono fare una povera madre, un povero 
padre? Dissanguarsi, per riparare lo stra- 
zio dell'onore; altrimenti la figlia gli ri- 
mane su le braccia e non sempre sola, se 
non hanno il coraggio di buttare una crea- 
turina innocente ai trovatelli. 

Don Micio. Ci sono parenti che vorrebbero 
levarsi di casa le figliuole senz'altro che 
la camicia che portano addosso. 

La gnà Paola. È vero; c'è di questa gen- 
taccia. Ma noi, per grazia di Dio... quel 
che è giusto, secondo le nostre forze. Suo 
zio, mio fratello Mastro Cosimo, è stato 
per Riricchia, ed è, più di un padre... 
Avete terminato? 

Don Micio. Ho appena cominciato. E tutto 
ha da passare per le mie mani! 

La gnà Paola. Mi dovete permettere ! Ho 
tante faccende da sbrigare in casa. 

Don Micio. Servitevi, Gnà Paola. (La Gnà 

Paola esce). 

SCENA IL 

RIRICCHIA, CELESTINA, POI LA GNÀ PAOLA, 
E DETTO. 

Riricchia (togliendosi lo scialle). E rientriamo 
in carcere ! (a Celestina). Tu sei nel Para- 
ti! so : davanti, il mare; dietro, la campa- 
r:na! Io mi sento soffocare in questo cortile ! 

Don Micio. Avete ragione, Gnà Riricchia! 

Celestina. Salute, don Micio! Sempre in 
faccende ! 

Riricchia (a don Micio). E a voi chi vi co- 
stringe a star qui? 

Don Micio. Non è per divertimento, cara 
Gnà Riricchia. 

Riricchia. O cara o per niente... 

Don Micio. Vi siete offesa? 



Riricchia. Ne avete composte altre can- 
zoni? Lo sai che don Micio è poeta? Gli 
manca di esser cieco e di andare, col vio- 
lino, a cantar canzoni e storie di porta in 
porta. Ha fatto una poesia anche per me. 
Che vuol dire essere sfaccendati! 
Siete come la luna, volta e gira... 
Non comincia così?... E appresso... come 
dice? 

Don Micio. Sempre allegra! 

Riricchia (chiamando). Mamma I... Siamo 
qua ; c'è Celestina. 

La gnà Paola (didentro). X'engo! Vengo. 

Riricchia. Come va che lo Storto non è al 
suo posto? È venuto a nascondersi qui 
per imbrogliar meglio la povera gente. 

La gnà Paola (entrando). Che te n'importai* 
Se la veda lui : ognuno è padrone di dan- 
narsi l'anima. 

Riricchia. Per me può dannarsene anche 
due ! 

Don Micio. Brava la Gnà Riricchia! Me- 
ritereste un bel bacio. 

La gn.\ Paola (udendo severa). Oh, don Micio 
Non son parole da dirsi ! 

Riricchia. Non abbiate paura, mamma 

Prima che me lo dia (facendo il gesto n 

uno schiaffo). 

Don Micio. Scusate! Intendevo che meri- 
tavate un prosit per quel che avete detto. 

Celestina. Mia sorella, certe volte... 

Riricchia. Perchè? Perchè ho detto: Per me 
può dannarsene anche due? 

La gnà Paola. Belle espressioni in bocca 
di una ragazza! Voi ridete, don Micio; 
ma chi non la conosce e la sente, che può 
pensare? 

Don Micio. L'onestà si legge in fronte... 
Mi chiamano. Permettete (esce). 

Riricchia. Vo' a mettermi in libertà! (esce, 
canticchiando allegra) 

Siete come la luna, volta e gira... 

La gnà Paola. Che ti ha detto di Te 
staccia ? 

Celestina. Niente. Dice non è vero, e che 
quel giovine si fa i fatti suoi. 

La gnà Paola. Crede forse che mi dispia- 
cerebbe? Purché andasse via dallo Storto. 

Celestina. Lui che c'entra? Lo Storto gli 
dice: scrivi, e quello scrive, per guada- 
gnarsi il pane, provvisoriamente. Se poi 
entra nelle Guardie di finanza... 

L.\ gnà Paola. Con tua sorella non c'è da 
fidarsi. Canta, ride... ma poi fa sempre 
a modo suo ! 

Celestina. Ride, canta, pare col cervello 
in aria, e non è vero. Lo zio Cosimo? 

La gnà Paola. Non lo sai? A la pesca. È 
il suo divertimento, poveretto. 



RIRICCHIA 



225 




Celestina. Spero in Dio e nella Madonna di non dover mai incomodarvi 



Celestina. Gli bacio le mani. 

.A GNÀ Paola. Vai via? 

Celestina. Ho lasciato mio marito col bam- 
bino nella culla. 

.A GNÀ Paola. Ti accompagno fino alla 
bottega del fornaio qui vicino. 

SCENA III. 

)0N CESARIO LO STORTO, TESTACCIA E DETTI. 

3oN Cesario (a Celestina). Scappate? È un 
bel pezzo che non ci vediamo. 

Celestina. Vi pare che siamo sfaccendati 
come voi? 

Don Cesario. Se aveste metà dei miei im- 
picci, vi parrebbe d'impazzire! 

Celestina. Ve li cercate a posta. 

Don Cesario. Proprio ! Avete ragione ! 
(a Testacela dandogli una chiave). Apri. {Te- 
taccia eseguisce). 

La GNÀ Paola. Vorrei averla io, per un'oretta, 
quella chiave ! 

Cesario. E perdereste tempo e fatica ! (a Ce- 
lestina). Salutatemi vostro marito. 

Celestina. Saluto schietto o con qualche 
sottinteso?... È venuto a farsi prestare 
soldi? Dovete dirgli sempre di no, di no. 
Gli servono pel viziaccio del gioco. 

Don Cesario. Se dicessi di no alle persone 
come vostro marito, agli altri che dovrei 
rispondere? Se veniste voi, per esempio? 
Darei anche il mio sangue. 

Celestina. Spero in Dio e nella Madonna, 
di non dover mai incomodarvi. 

Don Cesario. Anni fa, quando ero gio- 
vane, dicevo anch'io cosi. E poi dovetti 
sbattere il muso... 

La Lettura. 



La GNÀ Paola, (ridendo) Da voi stesso?... 

Questa è grossa ! (a Celestina). Avevi fretta 

per tuo marito 

Celestina. Eccomi. (La gnà Paola e Celestina 

escono) . 

SCENA IV. 

don CESARIO, TESTACCIA, POI RIRICCHIA 
E DON MICIO. 

Don Cesario. Vo un momentino nel sa- 
lone di faccia. Se vien qualcuno, fallo at- 
tendere. Che ti ha risposto donna Co- 
stanza ? 

Testaccia. Dice che verrà oggi, dopopranzo, 
o domattina. 

Don Cesario. Le parlasti chiaro? 

Testaccia. Chiarissimo. (Don Cesario esce). 

(Entra Riricchia, por lapido due seggiole che vtette 
a lato della porta. Sul braccio ha il lavoro di 
cucito, che ripone sul pianto della seggiola da- 
vanti a cui si siede. Comincia a lavorare, fa- 
cendo le viste di non essersi accorta di Testac- 
cia rimasto con le spalle appoggiate allo spigolo 
della porta dello Storto. Pausa). 

Testaccia. Beati gli occhi che... 

Riricchia. Ah! Siete lì? 

Testaccia. Anche col siete! Ho avanzato 

grado. 
Riricchia. Che hai con codesto muso? C'è 

qualche novità? 
Testaccia. Lo domando a te. 
Riricchia. Io lavoro, per mutare. 
Testaccia. Deve durare ancora... questa 

storia di don Micio? 
Riricchia. Quale don Micio? Il giovane 

dello speziale ? Sei pazzo ! Non mi guarda 

neppure, poveretto ! 

15 



226 



LA LETTURA 



Testaccia. Ti fa le poesie. Me l'hai detto 
tu stessa. 

RiRiccHiA. Per ridere. Gliene ho fatta una 
anch'io che non sono poeta, quando sdruc- 
ciolò qui : 

Don Micio. Micillo, 

Salta come un grillo. 

Don Micio, Miciuzzo 

Casca a terra e si rompe il muso! (ride). 

Testaccia. Si comincia per ridere e si fi- 
nisce per davvero! Perchè lui è giovane 
di speziale e io scrivanello?... Ma io, in 
quanto a voler bene con sincerità, mi 
sento cento volte meglio di lui ! 

RiRiccHiA. E dunque lascialo andare ! 

Testaccia. Parlo perchè veggo che vuol 
cozzare con me. 

RiRiccHiA. Ho un altro pretendente, e tu 
non lo sai ! 

Testaccia. E me lo dici così indifferente? 
Chi è? Chi è? 

Riricchia. e ha bei dindi ! Mi vuol re- 
galare una collana d'ambra, un paio di 
orecchini con pietre diamanti, anelli!... 

Testaccia. Me lo dici per farmi arrabbiare. 
Ed io, per starti vicino, per vederti e 
parlarti ogni giorno, faccio il servo a 
questo gran ladro dello Storto!... Non ne 
posso più! Senti, Riricchia: se questa sto- 
ria deve durare più a lungo sarà meglio.... 

Riricchia. Sentiamo! Sentiamo! 

Testaccia (entra un operaio). 

(All'operaio che lo interroga con uti cenno del capo). 
Non c'è; tornate più tardi. (L'operaio esce). 
Chi si oppone? Tua madre? Tuo zio? 



Tua sorella? Essa però pensò bene di scap- 
pare. E due mesi dopo era maritata. 

Riricchia. Che vuoi conchiudere? 

Testaccia (con rabbiosa ironia). Se te lo pro- 
ponesse quello della collana d'ambra e 
degli orecchini... 

Riricchia. Almeno avrei una scusa. 

Testaccia. Ah, sì? Ah, sì? 

(Entra una popolana). Non c'è : tornate più 
tardi. Dov'è? Che ne so? Tornate più 
tardi... (La popolana va via). Ah, sì? San- 
gue di... ! 

Riricchia. Puoi fare a meno d'insanguinaru 
con me! Perchè ti ho permesso di dirmi 
qualche buona parola? Che ti ho risposto 
sempre? Vediamo: nel tempo c'è tempo... 
Se Dio vuole.... 

Testaccia. Intanto mi hai fatto perdere la 
pace. Dovevi dirmi di no, fin da principio. 

Riricchia. C'è stato forse un contratto? E) 
se anche?... Fino a che non han parlato 
il Sindaco e il Parroco... Vi sembra di 
essere padroni e domini a voialtri uomini; 
e per ciò la moglie del tuo principale gli 
ha ornato bene la testa; e il vilaccio l'ha 
sopportato prima in casa e ora fuori di 
casa. 

Don Micio (che entrando ha sentito queste 
ultime parole). Che c'è? Vi fa Stizzire, gnà 
Riricchia? 

Testaccia. Scusate. Chi vi ci mescola don.... 
come vi chiamate? 

Don Micio. Mi chiamo don Micio Conni, 
giacché non lo sapete. E quando si vede 
un uomo senza educazione, che insulta 




^-^••v. 



Testaccia. Chi si oppone? Tua madre? Tuo zio? Tua sorella 



% 



RIRICCHIA 



227 








y,- ;/-T 



Test ACCIA. Me ne vado! Me ne vado! 



una ragazza a cui non è degno di baciare 
la suola delle scarpe... 

SCENA V. 

DON CESARIO LO STORTO, LA GNÀ PAOLA CON 
DUE PANI A CIAMBELLA INFILATI AL BRAC- 
CIO, E DETTI. 

Don Cesario. Che c'è? 

Don Micio. Chi sa che cosa si è messo in 
testa questo vostro, così detto, scrivano! 

La GNÀ Paola (a Riricchia) . Tu entra in casa. 

RiRiccHiA. Sto qui pei fatti miei, davanti 
a la mia porta. Ci sono e ci resto. 

La GNÀ Paola. Riricchia, non farmi stiz- 
zire ! . . . 

Don Micio. Dice bene vostra figlia. 

Don Cesario. Ho capito! Questa bestia.... 

Don Micio. Fa il geloso, pare. 

Don Cesario. Di chi?... Pensa prima a sfa- 
marti tu ! È vero che la moglie può aiu- 
tare. Bisogna vedere però che sorta di 
moglie uno prende. 

TeSTACCL\ (frenandosi a slento). VoÌ siete pra- 
tico. 

Don Cesario. Che intendi di dire, mor- 
tacelo di fame? 

Testaccia (c. s.j. Dico che siete pratico di 
queste cose. 

Don CtSARio. Ti tarei vedere se sono pra- 
tico o no...! 

La GNÀ Paola. Con chi vi mettete? E tu 
non ti scordare che mangi il suo pane. 



me- 



uno 
Ma- 



Testaccia. Si provveda d'oggi in poi ; nor^ 
voglio più fare il servo a uno scortica- 
cristiani. 

Don Micio (interponendosi). Via ! Cose da 
niente. 

Testaccia. Torno a dirvelo : Chi vi ci 
scola? 

Don Cesario. È un padrone tuo. 

Testaccia. Di padroni ne riconosco 
solo : Dio in cielo !... Malannaggio ! . . . 
lannaggio ! 

Don Cesario. Senza tanti malannaggio! Pi- 
gliati il cappello, e via. Devo darti altre 
cinque lire della mesata... Eccole! E pari 
e patti ! Via ! 

Testaccia. Siete contenta ora, gnà Riric- 
chia? Vi sembra che io non abbia capito 
chi è quello della collana d'ambra, degli 
orecchini coi diamanti?... 

La gnà Paola. Che c'entra mia figlia? (A 
Riricchia) Hai sentito che ha detto? 

Don Micio (a la Gnà Paola). Non gli rispon- 
dete, pel vostro decoro. 

(Durante il seguente dialogo, Don Micio parla 
a bassa voce con Riricchia che sorride e gli ri- 
sponde scotendo il capo). 

Testaccia. Chi vuol tenere un piede qua 
e un altro là.... Gnà Riricchia... 

La gnà Paola. Che discorso è questo?.... 
Troppa confidenza... 

Don Cesario. È ubriaco di buon'ora. 

Testaccia. Ho la mente più chiara di voi.... 
Sangue di !... 



228 



LA LETTURA 



La gnà Paola. Mia figlia non devi nomi- 
narla né punto né poco ! 

RiRiccHiA. Mamma! 

La gnà Paola. Non ne ho paura, sai? 

Don Cesario. Deve durare ancora questa 
commedia ? 

Testaccia. Me ne vado ! Me ne vado ! (a 
Riricchia). Chi sa che un giorno non dob- 
biate dire, piangendo — scrivetevele sulla 
fronte queste parole — : Ho cangiato il 
buono pel cattivo. 

Riricchia. Il cattivo sareste voi!... Se lo è 
messo in testa lui, e vuole aver ragione ! 

Don Cesario. Non gli date l'onore di ri- 
pondergli ! 

Testaccia. Datelo a sua eccellenza! Malan- 
naggio! Devo fare qualche sproposito? 
(esce). 

Don Cesario. Fate del bene a certa gente ! 
Ve lo rendono a calci, caro don Micio. 

Don Micio. E per ciò voi non fate bene 
a nessuno, per non sbagliare... Vengo! 
Vengo ! Mi pareva assai che mi lascias- 
sero in pace un momento! (esce). 

La gnà Paola (a Riricchia). Vieni su ; che 
fai qui? 

Riricchia. Non posso più cucire davanti a 
la porta? 

Don Cesario. Lasciatele prendere un po' 
d'aria, povera ragazza ! (La gnà Paola entra, 
brontolando) . 

SCENA VL 

DON CESARIO, RIRICCHIA, POI MASTRO COSIMO. 

Don Cesario. Ecco come siete voi donne? 
Date retta a uno che non potrebbe farvi 
neppure una camicia nuova ! 

Riricchia. Daccapo? Ve lo scordate che 
siete ammogliato? 

Don Cesario. Quasi che per volersi bene 
un uomo e una donna debbono essere 
per forza maritati ! 

Riricchia. Al mio paese usa così. 

Don Cesario. Può accadere, dopo. Non 
sono eterne le male persone. 

Riricchia. Vostra moglie é più giovane di 
voi, e scoppia di salute, beata lei ! 

Don Cesario. Ha mandato, sotto mano ; 
vuol essere perdonata. Certe offese non 
si perdonano mai e poi mai!... Vorrei ri- 
sponderle: Ecco; ho assai meglio di te? 

Riricchia. Che devo fare? Dovrò dirlo a 
mia madre? 

Don Cesario. Chi lo sa? V^ostra madre po- 
trebbe darvi, forse, un buon consiglio. 

Riricchia. Per chi la prendete? La scam- 
biate con la madre di vostra moglie che, 
dicono, le fa da copertina e da serva? 

Don Cesario. Come vi alterate subito ! 



Riricchia. Lasciatemi cucire! (a Mastro Co- 
simo che entra iti quel punto con le canne da 
pesca in ispalla, e il paniere infilato al braccio). 
Che vi è accaduto, zio? 

Mastro Cosimo (ridendo). Oggi i pesci sono 
ammattiti, figliuola mia. Si lasciano pren- 
dere, per modo di dire, con le mani. 

Don Cesario (osservando H paniere). O che è 
stato? La pesca miracolosa di S. Pietro? 

Riricchia. È appena un quarto d'ora che 
siete andato via ! Gatta ci cova ! 

Mastro Cosimo. Con le ragazze di oggi, 
non si può dire una bugia neppure per 
scherzo ! 

Don Cesario. Avete fatto, forse, come certi 
cacciatori amici miei? Arrivano in una 
bettola fuori mano, in campagna, si fanno 
infangare gli stivali, comprano la caccia- 
gione dai veri cacciatori, e tornano a casa 
così con la carniera ripiena, senza aver 
sparato neppure un colpo. 

Mastro Cosimo. Oh, no, non sono di questi : 
Ma oggi, con la maretta che c'è... In- 
contrai vaisi Mommu, con la pesca di 
questa notte ; era sbarcato allora allora, 
e mi ha riempito il paniere senza badare 
al peso. Raisi Mommu é mio vecchio 
amico. 

Don Cesario. Vediamo di fare un aff"aruccio 
pure noi. 

Mastro Cosimo. A proposito. Mi ha fer- 
mato Testaccia. E' impazzito il vostro 
scrivano! Sangue di qua!... Sangue di là! 
Si mordeva le mani. Io non volevo dargli 
retta. Ma quando mi disse : — Badate a 
vostra nipote! C'é chi vuol regalarle una 
collana d'ambra, un paio d'orecchini con 
pietre diamanti — posai in terra il pa- 
niere, e gli scaricai un paio di schiafìì da 
ricordarsene finché campa. 

Don Cesario. L'ho licenziato. 

Mastro Cosimo (a Riricchia). Lascia un po' 
di cucire e porta su questo paniere e !e 
canne. 

Riricchia (prendendo il paniere). Com'è pieno! 

(pre?ide anche le canne, ed esce). 

Mastro Coslmo. Con me non si scherza, 
lo sapete bene, don Cesario. Se siete voi 
quello della collana... 

Don Cesario (un po' imbarazzato). Io, farvi 
quest'offesa? Me l'avevano portata in pe- 
gno : una bella collana d'ambra antica — ora 
non se ne trova più così chiara e bionda 

— e la mostrai a la gnà Riricchia che era 
seduta davanti a la porta, come poco fa, 
e cuciva. — Si vende? — mi domandò. 

— Per voi non si vende, si regala — le 
risposi, scherzando. — Era forse mia? Pe- 
gno. E quel bestione... 






229 




Don Micio. Ci avete pensato bene? Che avete 1 



Mastro Cosimo. Alle ragazze onorate certe 
cose non si devono dire neppure per chias- 
so. Che se poi qualcuno crede di poter 
prendersi la libertà... perchè non abbiamo 
il don e non traffichiamo in quattrini... 

Don Cesario. Andiamo, andiamo... Non ci 
s'intende più. Sarà meglio far quattro passi. 

Mastro Cosimo. E sarebbe assai meglio se 
cambiaste di posto. 

Don Cesario. Anche questo ? Andiamo ! 

(chiude a chiave l'uscio del suo ufficio, accende 
nna sigaretta, ed esce senza salutare). 

SCENA VII. 

mastro COSIMO, RIRICCHIA e la GNÀ PAOLA 

La GNÀ Paola. E che ne faremo di tutto 
quel pesce? 

Riricchia (rimettendosi a cucire) . Dovrei pren- 
dere il paniere, infilarmelo a un braccio 
e andar per le vie, gridando : Vivo vivo 
il pesce ! Vivo vivo ! 

Mastro Cosimo. Matta! Ne ho promesso 
un po' a don Micio. I giovani degli spe- 
ziali è meglio tenerseli amici (a Riricchia). 
Dimmi : è vero che lo Storto ti ha mo- 
strato una collana d'ambra?... 

Riricchia (impermalita). A me? Chi l'ha vi- 
sto? Sentiamo: c'è qualche novità? 

Mastro Cosimo. L'obbligo tuo sarebbe stato 
di dir sùbito a tua madre o a me: quel... 
ladro di don Cesario... 

La GNÀ Paola (interrompendolo). Ha fatto 
bene, se è vero. È stata prudente. 



Mastro Cosimo. Cotesto signore vuol farmi 
ricordare degli estri antichi, quando non 
mi lasciavo posare una mosca sul naso. 
E Testacela perchè s'insanguinava tutto? 
Se tu (a Riricchia) non gli avessi dato un 
po' retta... 

Riricchia (stizzita, quasi col pianto nella gola). 
Ecco : ora la colpa è mia ! Al solito ! Devo 
scontare di essere stata tranquilla due 
giorni da mia sorella ! 

La GNÀ Paola (a Mastro Cosimo). Che gusto, 
di farla piangere ! 

Mastro Cosimo. Chi vuoi bene fallo pian- 
gere ! S'intende per insegnamento. 

La GNÀ Paola (a Mastro Cosimo). Vieni su : 
«scegliamo il pesce per don Micio. 

Mastro Cosimo (borbottando). Son sempre le 
madri che viziano le figliole ! (Esce, seguendo 
la gnà Paola). 

SCENA VIII. 

DON micio e riricchia. 

Don Micio (ejitra lavorando un preparato bianco 
in un piccolo m.ortaio di cristallo. Vedendo sola 
Riricchia, le si avvicina e le dice sottovoce:) Ci 
avete pensato bene? Che avete? 

Riricchia. Niente ! Niente ! 

Don Micio. Quasi non avessi occhi per ve- 
dere ! Che avete ? 

Riricchia. E se ve lo dico, che mi giova? 
Lasciatemi stare ! 

Don Micio. Un amico come me... può gio- 
vare qualche volta. 

Riricchia (fa segni di no col capo). 



230 



LA LETTURA 



Don Micio. Non so chi m'ha trattenuto dal 
prendere a calci quell'imbecille che pareva 
si vantasse... 

RlRICCHIA (abbassa la testa e non risponde). 

Don Micio. Che potevano immaginare don 
Cesario e vostra madre? Sono cose de- 
licate. Lo capite ora fino a che punto vi 
voglio bene? 

RlRICCHIA (risponde di sì con la testa). 

Don Micio. Rispondete. Dunque non ve 
n'eravate mai accorta? Mai? 

RlRICCHIA. Sì, don Micio. Ma dicevo : È 
impossibile che quel cristiano... 

Don Micio. Vedevo la vostra indifferenza... 
e mi cascavano le braccia. E poi c'era 
lui, Testaccia... 

RlRICCHIA. Non lo nominate! Scellerato!... 
•Se mi volete bene davvero... 

Don Micio. Parlate ! Comandate ! 

RlRICCHIA. Se mi volete bene davvero... 
Don Micio... dovreste darmi... due pa- 
stiglie di sublimato ! 



tutto! Non vi perdete d'animo! Evenite 
proprio da me pel veleno? 

RlRICCHIA. Voi solo potete compatirmi. 

Don Micio. Testacela!... Testaccia! 

RlRICCHIA. Non alzate la voce! Può udirvi 
mia madre. C'è in casa anche lo zio. 

Don Micio. E io dovrei vedervi morire! 

RlRICCHIA. Meglio così, don Micio!... Me- 
glio così! 

Don Micio (smania, pesta i piedi. Poi, tuit'a un 
colpo, si decide). E, sentite, Riricchia. Se 
ci fosse uno che vi volesse tanto bene...? 

RlRICCHIA (rizzandosi dalla seggiola con scatto)... 
Tanto bene?... 

Don Micio. Se ci fosse uno che vi dicesse... 

RlRICCHIA (con 2ina gran risata) Ah ! questo, 
questo volevo sapere ! Esser voluta ben* 
fino a questo punto!... E avete creduto 
don Micio?... Avete creduto? 

Don Micio. Oh, Dio!... Riricchia!... Non 
è vero niente? 

Riricchia (ridendo). Niente!... Niente! 



Don Micio. E me lo dite con cotesto viso ? Don Micio. È stato per sprovarmi? 



Riricchia. Sarebbe la vera prova che mi 
volete bene ! 

Don Micio. Darvi il veleno con le mie 
mani ! Come se domandasse dei confetti ! 
Tutt'a un tratto!... Non è uno scherzo? 

Riricchia. Mentre sono sola, fatelo per ca- 
rità! Altrimenti m'impicco... mi butto in 
un pozzo ! 

Don Micio. Ma perchè... 

Riricchia. Perchè... nessuno può più vo- 
lermi bene ! 

Don Micio. E io? E io? 

Riricchia. Se sapeste!... Non mi guarde- 
reste in faccia neppur voi ! 

Don Micio. Che mi fate sospettare?... Ri- 
ricchia!... E chi è stato? Testaccia? E 
come mai? 

Riricchia. Non lo so nemmeno io!... Fa- 
telo per carità ! Perchè mi levi di mezzo ! 

Don Micio. Sento scoppiarmi il cuore!... 
Ed io che pensavo di dire alla mia 
mamma : — Mamma, sto per trovarti una 
figlia che ti vorrà bene quanto me ! 

Riricchia. Vedete che, ormai, non è più 
possibile ! 

Don Micio. Sento scoppiarmi il cuore!... 
Ma come? Pensate alla morte... e siete 
così tranquilla? 

Riricchia. Quando una è decisa! 

Don Micio. E non lo sapete che ammazzarsi 
con le proprie mani è peccato mortale? 

Riricchia. Il Signore perdona, egli che vede 
nei cuori ! 

Don Micio (si passa la mano tra capelli, come 
chi non sa che risoluzione prendere). Ma che! 
Ma che ! In questo mondo c'è rimedio a 

CALA LA TELA 



Riricchia. Per sprovarvi, don Micio! 

Don Micio. E se io vi avessi detto?... 

Riricchia. Era finita! Avrei pensato: Non 
c'è la volontà di Dio! 

Don Micio. Sentite le mie mani ! Toccatemi 
la fronte ! Ho la febbre dallo spavento. 
E mi dicevate, fredda fredda: Datemi 
due pastiglie di sublimato! Quando si 
ama non si ragiona ; è proprio vero ! Un 
altro avrebbe capito sùbito... 

SCENA ULTIMA. 

mastro COSIMO, LA GNÀ PAOLA, E DETTI. 

Mastro Cosimo (a don Micio). Per l'appunto 

La GNÀ Paola. Questo è per voi. (Gli pre- 
senta il piatto col pesce). 

Don Micio (imbarazzato col piatto in man'). 
Grazie! Grazie! E vorrei prendermi un 
piatto migliore... se c'è il vostro con- 
senso... se posso ricevere l'onore... 

Riricchia {ridendo) Io... Io gli ho risposto 

di sì ! (Leva il piatto di mano a don Micio e 

lo porge alla madre). 
La GNÀ Paola (fuori di sé dalla contentezze 

dà il piatto a Mastro Cosimo, e abbraccia Riri> 

chia). Che fortuna, figlia mia! 
Mastro Cosimo. Ma queste ragazze del giorno 

di oggi! Ah, signor don Micio! Si figuri! 

Si figuri ! (Porge di nuovo, sbadatamente il 

piatto a don Micio). 
Don Micio. Il vero regalo vivo è questo qui... 

(l'orrebbe abbracciare Riricchia, il piatto gli 

traballa in mano e parte del pesce va per terra. 

Riricchia si scansa ridendo. Ridono tutti). 

LUIGI CAPUANA. 







^.^Jik. 




l 


1 


— ^^'' ' ^'•'^^^'ttiV'''^SÌmU^ 


èr^g*^»;;» 


«ij,;,,,^*» ■»» 4_., . . - -'""^ 


L^ 








^ffl 




o -- 




ì^Bé... '■•- '"^^H^l 


T^jiBHrli9Hi 


éliiu- «^ 




-^a 




^5iiiyu|iiiii.i-'i 


SPI 



Il porto di Candia. 



Aìigoìo iVio-s^o -sitj^;!*! -Scrnvl 




ella primavera dell'anno 1909 
passai quindici giorni con mio 
padre sugli scavi a Mol fetta, in 
una piccolissima casa di conta- 
dini lontana sei o sette chilo- 
metri dall'abitato. 

Quando arrivammo da Roma 
di notte, mio padre era ad at- 
tenderci alla stazione con 
un' enorme berlina anch' essa archeologica 
come gli scavi, sospesa su delle correggie 
di cuoio, e dal predellino così alto che per 
salire abbisognò una seggiola e per discen- 
dere il cocchiere ci prese uno dopo l'altro 
nelle sue braccia. La casetta, in mezzo agli 
olivi, ad un solo piano, ammobigliata con 
un tavolo e tre letti, aveva le pareti scro- 
state e il pavimento di mattoni così fatto 
a valli e a scoscendimenti, che il cam- 
minare per casa diventava un'impresa alpi- 
nistica. L'illuminava una sola candela infi- 
lata nel collo di una bottiglia e tutt' intorno 
su delle assi erano allineati i frammenti di 
crani e di vasi neolitici che si assomigliano 
nella forma e nel colore di terra. 

— Ecco vedi, piccola, siamo ridotti alla mi- 
seria — diceva mio padre ridendo, felice che 
fossimo venute a condividere quella sua 
nobile povertà d'archeologo che aveva af- 
frontato tante altre volte solo, in luoghi 
assai più lontani ed assai più inospitali. 

In tanto squallore pugliese risorsa inesau- 
ribile era Stauros, un giovane greco della 
Canea, che dopo il primo viaggio di mio 
padre a Creta l'aveva poi sempre seguito in 
tutte le sue campagne archeologiche. Stauros 
assoldava e pagava gli operai dello scavo 
coi quali teneva un contegno cipiglioso ed 



autoritario di generale sul campo di batta- 
glia. Stauros s'occupava del faticoso vetto- 
vagliamento ; oh! come è difficile trovare 
qualche cosa da mangiare in Puglia a sei 
chilometri dall'abitato ! Stauros faceva da 
cucina e s'intendeva d'archeologia, lucidava 
le scarpe e sviluppava le lastre fotografiche. 

Lo scavo era a pochi passi dal nostro 
abituro in un pianoro seminato a grano so- 
vrastante a quel largo sprofondamento a 
foggia di bocca di vulcano spento, perforato 
di caverne che è il Pulo di Molfetta, dove 
le occhiaie nere delle caverne, il rosso in- 
tenso della terra dirupata, il grigio degli 
ulivi ed il bianco dei mandorli fioriti si al- 
ternano in pittoresche macchie di colore. 

Nelle caverne del Pulo altri archeologi e 
mio padre l'anno prima avevano trovate 
armi neolitiche e frammenti di una ceramica 
uguale a quella egiziana prima delle dinastie, 
poiché, come mio padre dimostrò e volga- 
rizzò, la preistorica civiltà neolitica fu uni- 
forme in tutto il bacino del Mediterraneo. 

Ora egli cercava la necropoli del grande 
villaggio neolitico che doveva esistere, e 
dopo due trincee inutili, fu scoperta nel 
campo di grano, così a fior di terra che 
assai ci meravigliammo che l' aratro non 
avesse scalzato tutte le tombe. Le radici del 
grano novello quasi sfioravano le pietre mil- 
lenarie. Delle quarantanove tombe, picco- 
lissime nicchie di pietra, nove erano intatte, 
e contenevano lo scheletro in quella carat- 
teristica posizione raggomitolata, le gambe 
fortemente ripiegate contro il torace, le 
braccia strette intorno alle gambe e il mento 
fra le ginocchia, in cui venivano seppelliti i 
cadaveri nell'età neolitica e che non varia 



232 




Rovine dei palazzi mino 



dalle tombe di Lausanne a quelle del Delta 
del Nilo. 

Ma il padrone del podere non poteva ca- 
pacitarsi che un senatore, cioè una persona 
del governo fosse venuto niente meno che 
da Roma, per scavare delle ossa e, malcon- 
tento del suo indennizzo, stava tutto il giorno 
sullo scavo aspettando che venisse fuori 
dalla sua terra... il tesoro. Mi pare ancora di 
vederlo coi suoi calzoni a quadratini bianchi 
e neri seduto all'ombra di un olivo, pa- 
ziente nella sua cupidigia, quanto mio padre 
nel suo ardore d'archeologo. 

Gli operai lavoravano lentamente per non 
guastare e portavano via il terriccio nelle 
ceste perchè fosse vagliato più tardi, e nel 
campo verde i mucchi di terra, le pietre 
delle tombe, le piccole trincee sarebbero 
parse ad un profano le fondamenta di una 
nuova casa. Fra il fogliame leggero degli 
olivi appariva il mare lontano come una 
linea sottile appena più azzurra del cielo e 
il sole era chiaro e dolce sulle millenarie 
ossa dissepolte. 

Mio padre scendeva sulle trincee facen- 
dosi sorreggere da due operai perchè le sue 
gambe, per la malattia che lo minava, male 
gli servivano, e svolgeva egli stesso dalla 
terra le armi di pietra e le ossa nelle tombe. 
Rammento di un cranio che le sue mani 
esperte scoprivano ed io gli ero inginocchiata 
accanto. La parte posteriore del capo era 
ancora confitta nella terra, le occhiaie erano 
piene di terra e la bocca luccicò bianca. 
Lo smalto dei giovanili denti serrati si di- 
sciolse in pochi secondi all'azione della luce, 
ma non dimenticherò mai il sorriso a fior 
di terra di quella bocca di cinquemila anni 
fa. E pel brivido che mi corse compresi in 
quel minuto l'entusiasmo che aveva invaso 
mio padre e la passione che occupava tutte 
le sue ore. Veramente sembrava che da 



quella lontanissima infanzia del mondo, che 
egli scrutava con occhio di naturalista e di 
innamorato, fosse venuta a lui, sul declinare 
della sua vita, una nuova giovinezza spi- 
rituale. 

I frammenti dei vasi, primitiva ceramica 
grafita a disegni geometrici, erano disposti 
in ordine sulle assi per essere fotografati nei 
giorni di pioggia. In questo lavoro ci aiu- 
tava don Ciccio, un giovane prete pugliese 
allegrissimo ed atletico che veniva quasi 
ogni giorno a trovarci nel nostro eremo 
archeologico ; don Ciccio nutriva una scon- 
finata ammirazione per mio padre, molto 
interesse per gli scavi, ed arrivava sempre 
con un gran cartoccio di mele e di uva 
sotto il braccio o una gallina viva impu- 
gnata per le gambe. 

Le mele ch'erano acerbe piacevano molto 
a mio padre poiché gli ricordavano la sua 
giovinezza. Tutte le incomodità della vita 
egli sopportava filosoficamente col pretesto 
che gli ricordavano la sua giovinezza. Nelle 
conversazioni familiari in torno alla tavola, 
dove l'uomo più sinceramente s'abbandona, 
non rammento di avergli mai udito raccontare 
di accoglienze di principi, di onori ricevuti in 
America ed in Europa, né mai, mai di al- 
cuna grandezza, ma invece infinite volte gli 
udii ripetere episodi della sua povera in- 
fanzia e della sua asprissima giovinezza, 
come se nessuna altra cosa valesse la pena 
di essere ricordata. Egli amava raccontare 
della bottega di falegname di suo padre, 
nella piazza di Chieri davanti al bel Duomo 
di terracotta e di marmo dove egli fanciullo 
serviva la messa. Si compiaceva di non es- 
sere stato né un fanciullo precoce né un 
buon scolaro. Nella seconda ginnasio il mae- 
stro non volle più tenerlo a scuola persuaso 
che era un discolo capace solo di correre 
per i campi e lo rimandò fra i trucioli paterni. 



ANGELO MOSSO SUGLI SCAVI 



233 




Vista dei templi dallo scavo a Cannitello. 



^"u sua madre che lo salvò ; sua madre che 
apeva appena leggere e scongiurò come 
ma grazia che continuassero ad insegnare 
1 latino al figlio. Dei sacrifici che fecero i 
uoi genitori artigiani per lui in fondo alla 
)ottega di Chieri e della sua povertà di stu- 
iente egli conservò sempre un indelebile 
icordo. Ma voglio qui citare le sue parole 
ì le tolgo dal discorso che pronunciò al 
ranchetto per la nomina a senatore : 

« Molti credono che i ricchi siano più felici, ma non è 
ero. Quelli che furono diseredati dalla fortuna hanno pur 
empre il retaggio degli umili che è l' energia invincibile 
lei lavoro. Non sono i ricchi che più facilmente diventano 
scienziati, lo disse già Berthelot, ma sono i poveri che danno 
1 contributo maggiore alla scienza. I minori bisogni per- 
nettono di continuare per lunghi anni nel sacrificio dì un 
avoro penoso senza aspirare alla ricchezza. Sono convinto 
:he è un bene nascere poveri. Per noi, che ci dedichiamo 
Illa ricerca dell'ignoto, l'ideale della vita sarebbe di restare 
sempre studenti avendo sempre e soltanto da imparare ». 

Il lavoro non era per lui un'occupazione 
e uno scopo ideale, ma un istinto, un bi- 
sogno fisico, come il bere ed il mangiare. 
Più lontano e più acutamente io spingo lo 
sguardo indietro nella mia infanzia, non vedo 
mio padre fisiologo, apostolo dell'educa- 
zione fisica, sociologo ed archeologo fare 
altra cosa che lavorare. Rammento eh' egli 
amava gli spettacoli musicali perchè le note 
accompagnavano ed eccitavano i suoi pen- 
sieri ed uscendodal teatro d'opera esclamò una 
sera : « Che bello spettacolo ! Sono con- 
tento ; questa sera ho finito la mia memoria 
per i Lincei ! ». 

Tutti quanti lo conobbero rammentano la 
sua bonarietà distratta ed i suoi modi di dire 
sempre uguali di cui noi famigliari sorride- 
vamo. Sotto quelle maniere bonarie e distratte 
era l'animo eroico dell'uomo che a vent'anni, 
dopo aver lavorato tutto il giorno all'Ospe- 
dale, attraversava di notte a piedi i 20 chi- 



lometri che separano Torino da Chieri per 
potervi tenere 1' indomani mattina quella 
lezione di storia naturale ad un liceo che 
gli permetteva di continuare gli studii; del- 
l' uomo che quasi vecchio, ammalato ed 
illustre si metteva in pochi anni fra i primi 
in una scienza mai coltivata e percorreva 
solo a cavallo quella terra senza strada e 
piena di insidie per le bande degli insorti 
che è l'isola di Creta. 

In ogni sua lettera da quell'Isola, che 
visitò dal marzo al maggio del 1906, rac- 
contando i lunghi tratti di strada a cavallo 
nelle aspre montagne che era obbligato a 
percorrere per recarsi alle rovine moriture 
dei palazzi minoici di Cnossos e di Festos, ri- 
pete ed insiste che nessuna cosa fa tanto 
bene alle sue gambe indebolite come l'an- 
dare a cavallo, accampando a pretesto degli 
strapazzi a cui s'esponeva quella stessa ma- 
lattia che per chiunque altro sarebbe stata 
ragione indiscutibile di riposo. 

La grande civiltà preellenica di Creta, che 
egli descrisse con profondità di scienziato 
ed ardore di poeta nel libro Escursio7ii nel 
Mediterraneo e gli scavi di Creta, lo aff"asci- 
nava e occupava tutto il suo spirito ; pure 
i suoi occhi vividi erano sempre aperti sugli 
uomini e sulle cose nei villaggi turchi e 
greci che attraversava col suo carabiniere 
e il suo « cavas ». Non posso resistere alla 
tentazione di citare alcuni suoi giudizi sui 
turchi e sui greci ed alcune sue descrizioni 
che in questi tempi di guerra hanno un sin- 
golare sapore. 

Scrive dalla Canea il 20 maggio : 

« Andai col barone Fasciotti a vedere la famosa baia di 
Sonda. Passammo in mezzo ad un villaggio turco disabi- 
tato con le travi e le finestre bruciate come è rimasto dopo 
l'eccidio della popolazione turca. Quando pochi anni fa 
c'era la rivoluzione i cristiani ed i turchi si distruggevano 



234 



LA LETTURA 



a vicenda, ora i musulmani se ne sono andati e rimangono 
ancora le rovine ed i ricordi delle stragi. Fa pena! Eppure 
i turchi sono la gente migliore di Creta. 

« Andando alle rovine della città greca di Aptera en- 
trammo nella casa di un contadino ove ci portarono del 
vino, delle nocciole e dei ceci. Avevamo con noi un cara- 
biniere che faceva da interprete e seppi da lui che non si 
può pagare: la « filoxenia » o l'amicizia non lo permette. 
Nella stanza pendeva dalle pareli una grande fotografia 
che rappresentava un morto disteso. Un bell'uomo col fu- 
cile accanto. Era un insorto. Attorno al cadavere quindici 
o venti donne che lo guardano. Cosi essi conservano vivo 
l'eroismo delle rivoluzioni. Il capitano dei carabinieri che 
era con noi, ieri andò per arrestare un latitante ; avvici- 
nandosi al villaggio con molti gendarmi, senti suonare le 
campane e duecento persone 
nascoste cominciarono a far 
fuoco. Senti una palla fischiar- 
gli sulla testa ed un'altra ca- 
dérgli accanto ed ordinò la 
ritirata. Domani parto per 
Candia, là non vi 
sono insorti. Cosi 
puoi vivere tran- 
quilla >. 

Egli si inte- 
ressa tanto ai 
costumi dei 
turchi da se- 
guire perfino 
un loro fune- 
rale nel corteo 
dei parenti col 
suo « cavas » 
alle calcagna, 
l'albanese in 
sottanella che 
non lo lasciava 
mai ; ciò che 
fece una certa 
impr essione 
per le vie di 
Candia. 

Di quell'im- 
passibile « ca- 
vas » che in 
ogni città del- 
l'isola gli affib- 
biava la cortesia del console italiano egli 
parla con dolente umorismo : 

« Il console di Turchia vuole a qualunque costo che il 
suo «cavas» stia alla porta del mio albergo. E' un bel- 
l'uomo con pistola e pugnali alla cintola, con turbante e 
splendide calze. Devo lottare per sottrarmi a questi onori 
e spero che domani ritornerò alla vita modesta perchè mi 
sembra cosa da burla il vedermi col cavas davanti, un ba- 
stone col pomo d'argento in mano, e il mio carabiniere di 
dietro col revolver alla cintola». 




In cammino vf.rso 
I PALAZZI DI Minosse. 



Scrive da Candia 1*8 aprile : 



« Ieri era la festa nazionale della Grecia per la libera- 
zione dal dominio dei turchi; qui celebrano questo giorno 
colla solennità di una festa patriottica. Vennero a pren- 
dermi in vettura all'albergo e mi condussero alla catte- 
drale. Il prefetto ed il presidente della Camera dei depu- 
tati mi ricevettero in forma solenne all'altare come se fossi 
un rappresentante dell'Italia. Volevano farmi sedere in un 
seggiolone accanto ali 'arci ve.scovo e fu solo dopo una lunga 
resistenza che mi sono sottratto a questo onore, ma il seg- 
giolone quando arrivò l'archimandrita rimase vuoto. I sa- 
cerdoti greci portano un cappello a cilindro con un velo 
ed i capelli lunghi scendono giù per le spalle. Cantarono 



bene, con due cori di fronte, il canto gregoriano e fu una 
festa solenne. Il popolo è più serio del nostro in chiesa. 
Alla fine del Te Deum il lato politico della festa apparve in 
modo commovente; l'archimandrita benedisse il Re e la 
Regina della Grecia e il popolo ellenico e disse con voce 
solenne : < Che Dio affretti il momento nel quale Creta po- 
trà essere unita al popolo ellenico ». Tutti gridarono evviva 
«Zito» e per tre volle l'archimandrita ripetè questo voto 
per l'annessione fra gli applausi. Anche le donne, che sta- 
vano in una galleria al piano superiore, alzavano le mani 
gridando ». 

« 14 aprile. Ieri sera venerdì santo cominciarono alle 9 e 
mezzo a suonare le campane e lutti uomini e donne usci- 
rono nelle strade con una candela in mano. Quando giunse 
l'archimandrita alla testa di una processione, verso le dieci, 
furono tanti gli spari delle 
castagnette che credevo di es- 
sere a Napoli. I greci sono 
superstiziosi come noi. V'era- 
no tante croci altissime in- 
ghirlandate, tanti fanali rossi 
e verdi, tanti preti 
che si sorreggevano 
a vicenda le code 
dei paramenti che 
pareva una fanta- 
smagoria. Per fortu- 
na lasciano che i 
turchi quando torna- 
no dalla Mecca fac- 
ciano lo stesso e chi 
si contenta gode». 

In questo 
^ chi si conten- 
ta gode » none 
il sorriso del 
saggio che ha 
tutto veduto e 
non giudica 
più? 

Il suo sog- 
giorno a Creta 
fu interrotto da 
un viaggio di 
una decina di 
giorni ad Atene 
dove dovette 
assistere come 
delegato d'Ita- 
lia per l'educa- 
zione fisica ai famosi giuochi olimpici che 
vi si tennero quell'anno e dove pronunciò 
alcune conferenze all'Università. Ed ecco 
un grazioso aneddoto : 

« Ieri alla colazione che diede il Comitato in onore dei 
Delegati ero alla tavola d'onore davanti al principe eredi- 
tario. — Et votre frère? — mi disse. Rimasi confuso e ri- 
sposi: — 11 se porte bien, il est a Gènes maintenant — . 
— Commenti II a parie l'autre jour à l'Université. — Al- 
lora capii l'equivoco, il principe sapendo che ero stato a 
Creta credeva che io fossi un archeologo e mio fratello un 
fisiologo. Il principe ne rise e lo raccontò ai vicini e la 
storiella «de mon frère» fece presto il giro della tavola» 

Dopo le giornate ateniesi piene di emo- 
zioni, di pranzi, di ricevimenti ufficiali e di feste 
tumultuose, assai desideroso di ritornare alla 
sua solitudine di Creta, mio padre scese al 
Pireo dove seppe che il suo vapore per 
avarie subite avrebbe tardato due giorni a 
giungere. Due giorni perduti in un alber- 
gacelo del porto ! Egli considera questo con- 



ANGELO MOSSO SUGLI SCAVI 



235 



j rattempo come un favorevolissimo capriccio 
ulel destino perchè gli permette di lavorare. 

« I due giorni di residenza forzata che passai al Pireo, 
jggirono come un lampo perchè scrissi quasi tutto il ca- 
■itolo su Micene. Quando il fischio del vapore mi chiamò 

bordo, feci un fascio delle mie carte e imbarcato stesi 
ubito le mie note sulla tavola della cabina e ricominciai a 
crivere. Come vedi non mi annoio ». 

Oh meraviglioso lavoratore ! 

Appena sbarcato a Candia parte per Fe- 
;tos, che è dall'altra parte dell'isola sulla 
;ponda del mare 
ifricano. Poiché 
lon vi sono stra- 
de carrozzabili, è 
jn viaggio di due 
^iorni a cavallo 
sd egli scrive se- 
renamente che a 
Candia non esi- 
stono selle, ma 
dei basti di legno 
che ad ogni pas- 
so concitato al 
trotto od al ga- 
loppo fanno sen- 
tire una scossa al 
cervello. L'ac- 
compagnarono 
due servi arma- 
ti ed un carabi- 
niere. 

« Domani mattina 
parto per Festos: il 
tempo è splendido e 
spero avrò due buone 
giornate di viaggio. 
Ho fatto la valigia e 
tutto è pronto. Mi met- 
terò gli stivaloni bian- 
chi dei cretesi e puoi 
immaginare che figu- 
ra farò a cavallo di 
un cavai ! Sono gli ultimi lampi della giovinezza che è 
tramontata e mi sorreggono solo i ricordi delle prodezze 
passate e la sete inestinguibile di sensazioni poetiche. Quanto 
sarei contento che queste fatiche mi procurassero la gioia 
di mettere in luce qualche cosa di nuovo e di utile per la 
scienza ! Sono preparato a questa vita selvaggia, a questa lotta 
contro la natura e l'ignoto, a questo isolamenlo completo ». 

Mi sembra infinitamente lontana dal mondo 
la camera della casa turca dalle cinque finestre 
ingrigliate tanto fittamente che il sole non 
vi penetra e ammobigliata solo di cuscini, 
che l'aspettava a Voris, piccolo villaggio vi- 
cino a Festos. Le rovine degli immensi palazzi 
minoici, dissepolti da archeologi italiani nel 
1900, superarono la sua aspettativa che 
pure era grandissima, colle loro scalee così 
lunghe che possono solo paragonarsi a quelle 
delle ville italiane del settecento, le camere 
pavimentate di alabastro consunto dove è 
ancora il segno dei cardini delle porte e i 
magazzeni dove si allineano all'infinito i 
grandi orci dipingi. Nella sua lettera vibra 




il medesimo entusiasmo che vibra nelle pa- 
gine del suo libro e veramente un irresisti- 
bile fascino attira il nostro spirito verso 
quella sfarzosa civiltà che fu molti secoli prima 
di Omero in cui le donne vestivano come noi 
vestiamo e i vasi erano in stile Liberty. 

Ma ancora più lontano voleva mio padre 
scrutare nella notte dei tempi e scavò delle 
fosse in alcune camere del palazzo e scavò 
per cinque metri attraverso detriti, cocci di 

vasi neolotici ed 
armi di pietra 
prima di giunge- 
re al terreno ver- 
gi ne, tante furo- 
no le generazioni 
preistoriche che 
si susseguirono 
per millenii in 
quella culla della 
civiltà. Accanto 
alla magnifica 
villa minoica di 
Haghia Triada, 
dove furono rin- 
venute a centi- 
naia le indecifra- 
te ed indecifrabi- 
li tavolette in ca- 
ratteri cretesi, si 
erge una piccola 
chiesa veneziana 
ch'egli descrive 
a me per vincer 
la tentazione di 
descriverla n e 1 
libro. 



La casetta di Eraclea. 



« E una chiesetta ab- 
bandonata, con la por- 
ta aperta, tutta dipinta di affreschi del trecento — bella la fi- 
gura del Redentore nell'abside cogli Apostoli intorno. — Sul- 
l'altare è il Vangelo che i topi rispettarono per tanti secoli, 
ma i terremoti non temono Dio e scossero la chiesa che è 
tutta a crepe. Due tombe ornano le pareti. In una è il cranio 
del cavaliere veneziano di cui vedo lo stemma scolpito sulla 
tomba. Questa fu forse aperta per essere spogliata e dal te- 
schio sembra esca uno sguardo tranquillo ed impassibile ». 

Profonda meditazione doveva essere per 
un vecchio scienziato dal cuore di poeta il 
pensare, seduto all'ombra di un olivo, mentre 
gli operai cercano la storia sotto terra, a 
quante civiltà morirono in quell'angolo di 
deserto ai piedi del nevoso monte Ida che 
udì i primi vagiti di Giove. 

Egli stesso chiama il villaggio dove abita 
un insieme di porcili e di tane. Ma nei giorni 
di festa davanti alla chiesa un giovane pa- 
store suona la lira (che ha suono flebile e 
monotono) e i giovanotti e le ragazze del 
paese ballano, cioè fanno catena tenendosi 
per mano e muovendo leggermente le gambe 



236 



LA LETTURA 



e un poco le spalle ritmicamente. Le mede- 
sime danze in fondo che si vedono effigiate 
intorno ai vasi greci. 

Scrive in una lettera datata 13 maggio 
da Festos : 

« Qui i poveri vanno in giro con una latta quadra da pe- 
trolio e per elemosina chiedono un po' d'olio. I rivenditori 
di filo, bottoni e chincaglierie portano pure una latta e 
danno gli aghi e le fettuccie in compenso d'un poco d'olio. 




nervoso come dicono i medici, qui dovrebbero ripararsi 
tutti i danni che può aver subito ». 

Il 2 giugno ripartiva per l' Italia. 



Il libro che egli ideava a Festos, mentre 
non era ancora nato il suo fratello maggiore 
s'intitolò : Le origini della civiltà mediter- 
ranea. Per raffermare le sue idee e comple- 
tarle con nuovi studi si recò l'inverno se- 
guente in Sicilia. La sua salute non gli 
permetteva più di passare la stagione rigida 
a Torino ed egli diceva ridendo di fare la 
cura climatica dell'archeologia. 

Già ai primi freddi si recava a Roma, da 
dove scrive in gennaio : 

«Sto lavorando tranquillamente nella biblioteca del Se- 
nato ; alle 9 sono sempre a letto, mi preparo al lungo le- 
targo della solitudine durante gli scavi. Leggo tutti i libri 
vecchi della storia della Sicilia. Camisco e Minoa si con- 
tendono la tomba di Minosse. Ma nessuno sa dove siano 
le rovine di queste antiche città. Tuo padre va a cer- 
carle! Pensa al mio profilo spiccante sui colli deserti 
sopra un asinelio e dietro a me Stauros ed avrai un qua- 
dro moderno di Don Chisciotte e Sancio Panza. Ma io 
sono pieno di poesia e di romanticismo, come l'idalgo di 
Cervantes e mi divertirò molto anche se non troverò nulla ». 




Partenza per gli scavi, h 

La moneta è scarsa ma 
il paese è tanto più poe- 
tico. Io non sono mai 
stato così bene». 

E più tardi : 

« Il mio asinelio che 
pago settanta centesimi 
al giorno mi rende felice, 
è un vero amico. Cammi- 
na cosi dolcemente che 
posso scrivere e prende- 
re i miei appunti, men- 
tre sono sul basto. Ora 
ti farò ridere! Ho già 
finito di abbozzare il vo- 
lume su Creta e adesso 
lavoro per un altro e cre- 
do che il secondo riuscirà 
interessante quanto il 
primo. Gli scavi che 
faccio mi dettero risul- 
tati così vasti per la religione e l'arte dei popoli primitivi che 
non possono più stare tutti nel volume che volevo scrivere 
e perciò ne preparo un altro per l'anno proesimo. Ti farà 
piacere che malgrado le gambe deboli la testa sia dura e con- 
tinua ad essere giovane. Credo che questa sia la distrazione 
migliore per non affaticarmi troppo come facevo prima ». 

« 22 maggio. Voris. — Le sabbiature sono uno scherzo in 
confronto alla cura che faccio negli scavi! Sopra un monte 
al quale arrivo col mio asinelio, mi seggo vicino alla fossa 
dove scavano gli operai. Il basto colla gualdrappa rossa 
mi serve di trono, davanti è il monte Ida nevoso dove è 
nato Giove. I monti formano un panorama incantevole. Dal 
mare viene un vento fresco, e quando cessa lo zeHìro in- 
comincia la cura. Sotto gli occhiali neri mi sembra meno 
abbagliante il sole che mi penetra come se il mio corpo 
fosse trasparente. Domani apriremo una nuova trincea e 
voglia il cielo che tuo padre sia più fortunato che nello 
scavo precedente. Qui la mente si riposa; è una calma, un 
silenzio, una solitudine che, se ho stremato il mio sistema 



Sulla via degli scavi ad Eraclea. 

La sua nuova passione non gli faceva però 
dimenticare del tutto le antiche. Rammento 
che egli raccontò d'aver tenuto, per viva 
insistenza fattagli, una conferenza in una 
piccola città dell'Italia meridionale. Svolse 
alcune sue idee sulla educazione fisica della 
donna e disse che per la civiltà e la pro- 
sperità della razza bisognava infine rompere 
la clausura della donna meridionale, non 
solo istruire le fanciulle, ma condurle a ral- 
legrarsi e fortificarsi nei giuochi all'aria 
aperta. Finita la conferenza la direttrice 
della scuola gli si avvicinò e strizzando un 



ANGELO iMOSSO SUGLI SCAVI 



237 



echio come chi è al corrente di una bur- 
atta : « Eh ! Senatore, che bello scherzo ci 
a voluto fare con questa storiella delle ra- 
azze e dei giuochi ! »■ Ecco dei risultati 
onfortanti per un apostolo ! 

Ma di che cosa non l'avrebbe consolato 
n vaso miceneo scoperto sotto il piccone 
! ei suoi operai in terra di Sicilia ! 

Rivedo nella memoria, chiudendo gli occhi, 
uegli aridi paesaggi classici della sponda 
fricana di Sicilia ; ondulazioni sterili di ter- 
eno fiorite di asfodeli, profili lontani di 
empii, di cui 
•gli amava la 
olitudine, il 
oleedilsilen- 
,io. Passò par- 
edel febbraio 
i Girgenti do- 
rè fu singolar- 
nente fortuna- 
scoprendo 
in villaggio di 
ùculi preisto- 
ici a Canni- 
;ello, vicino al 
:nare. 

« 23 febbraio. Che 
giornata deliziosa 
IO passato oggi ! 
Alle 8 un raggio di 
iole spuntò mentre 
salivo a cavallo. 
Passai davanti ai 
templi greci. Le co- 
'onne di pietra co- 
lor giallo d'oro sor- 
?e\ ano maestose su 
i campi di mandorli 
fioriti. Sembravano 
alberi coperti di ne- 
ve e il fondo ro- 
seo dei petali la- 
sciava trasparire tra il bianco una sfumatura rosea palli- 
dissima. Il venticello primaverile staccava i fiori che vo- 
lavano disfatti come fiocchi di neve ed imbiancavano la 
strada. 

« Arrivai a Cannitello dopo una cavalcata di due ore. In 
lontananza la città di Girgenti e le rovine dei templi face- 
vano corona ad un seno incantevole del mare africano. 
Perlustrai i campi a cavallo e per tutto si vedevano fram- 
menti di vasi neolitici, pezzi di selce e schegge di armi an- 
tiche. Adocchiai una collinetta e pensai che alla sommità 
dovevano aver piantato le loro capanne i siculi nell'età 
della pietra. Tracciai con Stauros la trincea e gli operai co- 
minciarono a scavare. La terra diventava sempre più nera 
e i cocci e i frantumi dei vasi più interessanti. Quand'ecco 
a cinquanta centimetri trovammo una spada di bronzo. Puoi 
immaginare la gioia di tutti ! Ad un metro altra sorpresa. Si 
scopre il pavimento ben battuto, duro ed un po' cotto del 
focolare di una capanna dell'epoca primitiva della Sicilia. 
Come vedi, il primo giorno fu molto felice >>. 

Abbandonò provvisoriamente il fortunato 
scavo di Cannitello per l'antica Eraclea 
greca che era lo scopo del suo viaggio. 
Dopo un pranzo pantagruelico in casa del 
sindaco : 

« Partimmo a cavallo per la zolfara di Vizzi dove siamo 
ora installati. La zolfara fu abbandonata, i dintorni della 
casa verso il nord sono orridi e deserti. Per quanto si 




Fondo di capanna del villaggio preistorico di Cannitello 



stenda l'occhio non vedesi una casa. Ieri sera sotto la luna 
sembrava un paesaggio incantato simile ad alcune scene 
delle Alpi le più selvaggie. Nella mia camera non c'è nulla, 
ma il tuo ritratto e quello della mamma bastano solo ad 
adornare le pareti. Un letto da campo con buone coperte 
mi diede il conforto di una notte deliziosa dopo che ebbi 
tappato tutte le fessure delle finestre con giornali. La man- 
canza di una tavola nella camera mi rende più giovane ed 
avventuroso. Ho però una seggiola! Passerò qui un mese 
felice! 

« Questa mattina ci alzammo alle sei, non ti meravigli l'ora 
mattutina perchè ieri sera alle otto e mezza ero già ad- 
dormentato. Qui c'è un cavallo colla sella spagnuola del 
secolo scorso che serve per andare a prendere le provviste 
ed anche per condurmi allo scavo : ma questa mattina volli 
andare a piedi e forse vi andrò sempre, perchè il passeg- 
giare al sole fa bene alle mie gambe. 
« Dalla parte del mare verso il Capobianco il paesaggio 

è più allegro, tutto 
verde e col mare 
africano dinanzi. Si 
perlustrò il luogo 
dove faremo gli 
scavi. Il professore 
Salinas lavorerà 
presso una torre 
greca che era una 
porta della città di 
Eraclea ed io farò 
gli scavi nella ne- 
cropoli. Il profes- 
sore Salinas piantò 
la tenda presso la 
torre. Io ho una 
grande capanna di 
paglia a mia dispo- 
sizione che hanno 
costruito i pastori 
per le mandrie 
presso la necropo- 
li. Domani comin- 
cerò con quattro 
operai. 

« Siamo in un ter- 
reno archeologico 
che non fu mai 
esplorato e perciò 
abbiamo molta pro- 
babilità di trovare 
qualcosa di nuovo, 
lo del resto non 
mi preoccupo, per- 
chè basterebbe ciò 
che ho già trovato 
a farmi contento. 
Qui abbonda il lat- 
te e la ricotta è 
eccellente. I capretti si devono uccidere per mantenere gli 
operai. 

« 6 marzo. Abbiamo scoperto un teatro greco a Eraclea ! 
L'avrai forse già letto a quest'ora nei giornali. Appena 
sarà meglio scoperto della terra che lo ricopre te ne rnan- 
derò la fotografia. Io non provai una grande emozione 
perchè un teatro è una cosa moderna in confronto alle ri- 
cerche delle quali mi occupo. Ad ogni modo è un successo 
ed una cosa non comune trovare un teatro greco. Prevedo 
che molti giornalisti verranno ora a trovarci per vedere il 
monumento da noi regalato alla patria ed all'ammirazione 
degli archeologi. Da parecchi giorni aspettiamo che il 
provveditore porti carne di vitello od almeno un capretto 
e siamo obbligati ad aprire le scatole della carne conser- 
vata. Abbiamo una gallina legata ad una gamba, ma aspet- 
tiamo per sacrificarla che ne arrivi un'altra ». 

Intravvedo fra le righe la sua commise- 
razione per quel teatro che era appena greco, 
tanto è vero che, come di fuga, ritorna allo 
scavo preistorico di Cannitello. 

Era uscito in quei giorni il suo libro su 
Creta ed egli si lamenta di non aver rice- 
vuto da molto tempo i giornali. 

< Qui 9Dno completamente isolato e non so cosa scrivano 
i giornali sul mio conto. 

« Lo scavo del mio villaggio preistorico procede bene 



238 



LA LETTURA 



Scoprii la strada, la piazza lastricata e molti fondi di ca- 
panna ben conservata. La scoi>erU di questo villaggio di 
siculi primitivi anteriori alle colonie greche che ora pos- 
siamo studiare e conoscere, desterà una grande sorpresa 
fra gli archeologi. 

€ Oggi a Cannitello trovai una tavola di libazioni con bei 
vasi di bucchero, delle conchiglie e corna sacre ; è certo un 
santuario. E' assai importante il sapere che nella religione 
dei siculi primitivi vi erano le medesime corna sacre che 
furono trovate nei sacelli di Festos e di Haghia Triada. I 
vasi di steatite, le corna sacre, la spada di bronzo che 
trovai, collegano questi popoli con la civiltà micenea e 
questo era appunto lo 
scopo dei miei scavi >. 

Il 23 marzo era 
nuovamente ad 
Eraclea. 

« Sono tornato alla 
mia casetta di Vizzi. 11 
tempK) è splendido e 
l'ambiente mi domina 
col suo fascino. Ieri se- 
ra ho fatto a piedi un'ora 
e mezza di salita perchè 
a Montallegro non tro- 
vammo i muli che qui 
si chiamano vettura. 
Giunsi alla casetta in 
condizioni eccellenti e il 
tuo ritratto e quello del- 
la mamma sembrava che 
mi aspettassero e mi sa- 
lutarono con il loro sor- 
riso. Attaccai il sopra- 
bito ad un chiodo, aprii 
in terra la valigia ed il 
mio alloggio era nuova- 
mente animobigliato. 
Trovai un tavolo! Ora 
posso dire che vivo con 
lusso, perchè non ti scri- 
vo più colla carta sulle 
ginocchia ». 

E parla del 
pranzo d'arrivo 
che fu il miglior 
pasto fatto fino ad 
ora sugli scavi. Un 
vero banchetto lu- 
culliano: broccoli 
selvatici, una sca- 
tola di pesce all'o- 
lio e caffè; l'acqua 

per bere veniva in giarre da Cattolica a 
dorso di cavallo, perchè tutt'intorno per 
molti chilometri non ve n'era traccia. 

Ad Eraclea fra i cespugli e gli asfodeli 
si vedono ancora i pavimenti a mosaico 
delle case greche e sopra vi pascolano 
le greggi. Di quella selvaggia grandiosa so- 
litudine egli parla con entusiasmo e sopporta 
per amore dei nostri progenitori millenari 
di non aver ancora potuto leggere gli arti- 
coli scritti sul suo libro. Mandandomi la 
lotografia della casetta di Eraclea scrive : 

« Passai alcuni indimenticabili giorni della mia vita in que- 
sta povera casetta dove di notte sentivo le onde del mare 
africano infrangersi sulla spiaggia». 

Gli scavi di Eraclea sono finiti quando 
sono finiti i denari ; che per disseppellire tutto 
il teatro greco ci vorrebbero degli anni di 




Colonne greche a Girgenti. 



lavoro ; ma egli annuncia vibrando di gioia 
la notizia che il Governo conserverà quale 
monumento nazionale il villaggio preistorico 
di Cannitello la cui scoperta aveva già fatto 
molto rumore. Lo scavo del villaggio prei- 
storico sarà circondato a difesa da un muro. 

« Io sono soddisfatto del mio lavoro e sono contento che 
essendomi lanciato nell'archeologia vedano che faccio sul 

serio. Quando vi dissi 
prima di partire che 
avrei avuto fortuna il 
vaticinio era fondato 
unicamente sull'inerzia 
degli altri. Io so per 
esperienza che qualun- 
que cosa uno si metta 
a studiare, se fa per dav- 
vero, con il proposito di 
riuscire può essere sicu- 
ro che non gli mancherà 
il successo ». 

O magnifico ot- 
timismo dei vinci- 
tori ! 

L'anno seguen- 
te la sua campa- 
gna archeologica 
fu a Taranto fe- 
conda di studi e 
di trovamenti. 

Fece delle ri- 
cerche coi palom- 
bari sul fondo del 
porto e uno scavo 
in una piazza. 

20 marzo. Questa mat- 
tina ho incominciato a 
scavare nel mezzo di una 
piazza a Taranto, poco 
lontano da casa mia con 
un sole splendido. E' 
l'ideale degli scavi. Una 
fortuna simile non capi- 
tò mai a nessun archeo 
logo. Il municipio mi d'u 
de i suoi operai e le guai 
die che fanno stare in- 
dietro la folla. Puoi im- 
maginare l'emozione di 
scavare una fossa profonda nel mezzo di una piazza per 
cercare il tesoro, come dicono gli spettatori. Ormai il ti- 
more di privazioni e sofferenze per questa vita degli scavi 
è cessato ». 

Invece di temere, come sembra da queste 
righe, le privazioni e le sofferenze degli 
scavi, si recò quello stesso anno in Puglia 
in pieno agosto, cosa che fece rabbrividire 
d'orrore tutta la famiglia, in quella mede- 
sima Molfelta dove andammo poi insieme la 
primavera seguente. La sua salute era assai 
peggiorata, ma egli aveva deciso che le sue 
gambe vacillanti non dovevano essere per 
i suoi studi di nessun impedimento ed era 
una pena il vederlo partire in quello stato 
per luoghi inospitali e selvaggi, dove, in- 
vece di seguire il regime prescritto dai me- 
dici, doveva stimarsi contento di trovare 
qualcosa da mangiare. 



ANGELO xMOSSO SUGLI SCAVI 



239 



Era diventato negli ultimi tempi sempre più 
istratto ed assorto, sembrava che per istin- 
va economia spirituale avesse semplificato 
, più possibile i suoi rapporti col mondo 
sterno per conservare intatta la magnifica 
•otenza interiore della sua intellig^enza. 
Weva finito il libro sulle Origini della ci- 
nta mediter- 
anea, che 
:on grandi 
quantità di 
)Sservazioni 
geniali, di fo- 
ografie , di 
lati, tende a 
jcalzare la 
amosa teoria 
ielle invasio- 
li degli in- 
do-germani 
apportatori 
li civiltà nel 
D acino del 
nostro Medi- 
terraneo e già 
si accingeva 
a scrivere 
« Gli italia- 
ni dell'epoca 
della pietra 
alle prime 
colonie gre- 
che», il libro 
che la morte 
g\ì impedì di 
finire. I tre 
volumi insie- 
me avrebbe- 
ro formato 
una poderosa 

\2i Preistoria. 

In quell'anno 1910, che fu l'ultimo, fummo 
insieme a Siracusa, ed egli ci aveva prece- 
duti di un mese sperando trovare nel clima 
di Sicilia l'abituale sollievo alla sua salute. 
Ammalatosi abbastanza gravemente a Napoli, 
malgrado le atroci sofì'erenze e le preghiere 
della sorella, che ivi abitava, aveva voluto 
ugualmente proseguire, ben sapendo che lo 
attendevano alla fine del doloroso viaggio 
un paese ignoto, la solitudine ed una squal- 
lida camera di albergo. Lì giacque per due 
settimane sperando di giorno in giorno di 
riprendere un poco di forze per cominciare 
gli scavi e scrivendo a noi di star bene. 
Stoica tempra d' uomo 

Risollevatosi alquanto dal male, si recava 
nel maggio ad Arcevia nella valle della 









m 


y 


r 


m 

a 


■ 1 mi^'A 


'A 




» m 


1 1 



L'ultima fotografia di laboratorio 



Vibrata, piccolo paese dell'alto Abruzzo, di 
difficile accesso e di asprissima vita. 

«7 maggio 1910; che giorni tristi ho passato nella mia 
camera mentre il tempo era brutto! Passeggiando con otto 
passi attraverso la camera in su ed in giià, mi sembrava di 
essere un condannato all'ergastolo che scontasse la pena di 
un delitto. Sullo scavo quando piove sto meno male per- 
chè vado nella casa di un contadino dove sto caldo. V'è 
una grande stanza pei bachi tutta chiusa dove la stufa fun- 
ziona giorno e 
notte e mi scaldo 
e passeggio più 
al largo mentre 
guardo queste be- 
stioline che man- 
giano e dormono. 
Che bella vita ! » 



Chi conob- 
be il suo ine- 
sausto ardo- 
re deve sen- 
tire lo sco- 
raggiamento 
che vela que- 
ste umili ri- 
ghe. Fu il 
suo ultimo 
scavo e la 
sua ultima 
lettera ! 



Il suo no- 
me sta scrit- 
to sulla fron- 
te del labo- 
ratorio per la 
scienza in- 
ternazionale 
che egli edi- 
ficò a tremi- 
la metri ac- 
ca n t o ai 
ghiacciai del 
monte Rosa 
e lassù è 
sepolto per 
dieci mesi sotto la pura neve, e sta scritto 
sul muricciolo che recinge il villaggio prei- 
storico di Girgenti, poche rovine millenarie, 
nell'arida pallida terra fiorita d'asfodeli che 
lambisce l'azzurrissimo mare africano. La so- 
litudine mortale delle Alpi che egli scrutò 
ed adorò con tutte le forze della sua 
giovinezza e la solitudine grandiosa soffusa 
d'antichi pensieri sereni e chiusa dai profili 
dei templi che consolò la sua vecchiaia. 

Il ricordo della sua intierissima dedizione 
quasi stoica nella sofferenza ad un ideale 
del suo spirito mai sazio, il ricordo del suo 
infaticabile fiducioso lavoro è consiglio di 
attività e di serenità al cuore di tutti coloro 
che lo amarono. 

MIMÌ MOSSO. 



DOVE E COME 



n FABEEn. 
CAi^O 




n NOSTRI SOILDI 



(INAUGURANDOSI LA NUOVA ZECCA) 



Nessun governo come quello di Roma ebbe 
un maggior rispetto per la moneta. La 
quale, considerata anzi come cosa sacra, 
veniva allestita nei templi, in presenza d'una 
severa divinità che sembrava presiedere al la- 
voro aspro e delicato. Il tempio di Giunone 
fu, se si vuole, la prima Zecca dei romani ; e 
non invano la bella iddia dalle bianche brac- 
cia lu anche nomata Juno moneta. 

Oggi le cose sono un pochino mutate. La 
divinità forse è rimasta sotto la formula me- 
fistofelica di « Dio dell'oro » : ed essa ha tutte 
le migliori probabilità di rimanere adorata per 
molto tempo ancora. Certi ateismi non sono 
possibili. È sparito, invece, il Tempio. Le 
statue e gli altari propiziatori sono stati sosti- 
tuiti da meravigliose macchine di precisione 
che danno altrettanta garanzia ed incutono un 
identico rispet- 
to. E' sparito 
il Tempio: e di 
tale scomparsa 
noi potremmo 
dolerci soltanto 
per una ragione 
estetica. Che, 
certo, un tem- 
pio romano sa- 
rebbe degnissi- 
ma sede della 
Zecca meglio a 
noi contempo- 
ranea ; di un 
luogo, cioè, do- 
ve l'Arte, per 
quanto fatta a- 
lacre dalla mec- 
canica, potreb- 
be ancora og- 
gi, e non solo 
nel campo del- 
la medaglistica 
ma in quello 

della moneta, esprimere fiori di luce come quelli 
sbocciati nel nostro fulgido Rinascimento. Ma 




Il nuovo palazzo della Zecca. 



poiché uno stesso ritmo regola tutta l'arte 
d'un'epoca, oggi soltanto un miracolo potrebbe 
far sorgere un palazzo degno di Bramante o 
una moneta degna di Cellini. 

Queste riflessioni andavo io volgendo entro 
il mio spirito, mentre riguardavo l'esterno del 
nuovo palazzo in cui, di questi giorni, s'è tra- 
sferita la Regia Zecca di Roma e mentre pazien- 
temente attendevo di cogliere il frutto d'una 
certa mia faticosa opera diplomatica, intesa a 
far penetrare la mia persona e una macchina 
fotografica nel segretissimo recinto. Che, ap- 
pena m'ebbi sentore dell'inaugurazione della 
nuova Zecca, mi parve assai interessante offrire 
al pubblico un'affabile descrizione del modo 
con cui vengono fabbricati que'speciali ritratti 
di S. M. il Re che valgono da un centesimo 
a cento lire e che tanto ci piacciono e che 

rendono mo- 
narchicissimi i 
partiti più a- 
vanzati. 

L'interesse 
aumentava an- 
che per il fatto 
che non soltan- 
to l'edificio era 
nuovo — nuo- 
vo di zecca, sta- 
rei per dire — 
ma eran nuove 
quasi tutte le 
macchine: e 
queste scelte 
fra le migliori 
esistenti nei 
grandi opifici 
monetari del 
mondo. 

Ed anche 
l'interesse era 
acuito dal fatto 
che, proprio di 
questi giorni, si attendeva alla coniazione delle 
rupie di Somalia e delle consuete nostre monete 



COME SI FABBRICANO I NOSTRI SOLDI 



241 



|: zionali che, lucenti come sguardi di saluto 
'L girale, partono verso la nostra « quarta spon- 

. », verso la 

istra Terra 
omessa. 

E più s'avvi- 
nava il mo- 

ento in cui la 

•rtesia del di- 
. :ttore della 
i ìccamiavreb- 
ì- ; menato en- 
I le segrete 
I »se e meno 

:uivo lo spiri- 

' critico intor- 

3 il prospetto 

ell'edificiono- 

ssimo. Il qua- 

, assai lunge 

all'essere una 

i quelle dete- 

abili costru- 

oni che for- 

lano la carat- 

;ristica della 

orna moder- 

a, appartiene 

quel decoroso 

decorativo genere edilizio, a cu s'informano 

uasi tutte le moli burocratiche ed in cui è da 

)dare, non foss'altro, il conato affannoso verso 

no stile. Per il nuovo palazzo della Zecca la bu- 

Dcrazia s'è fermata soltanto allo stile architet- 

3nico senza far, come suole, da calcina a tarda 

resa tra l'uno e l'altro filare di pietra, tra un 
apitello di dubbia doricità e una colonna d'equi- 

oco laterizio. E se corsero tre anni soltanto 
ra i primissimi lavori di sterro e la messa in 

pera dell'ultima pietra (la prima pietra fu 

osta, auspice il Re, il 27 giugno 1908) il 




La vecchia Zecca dietro il Vaticano. 



merito è tutto da attribuirsi all'insigne direttore 
generale del Tesoro, comm. Brofi'erio il quale, 

mirabilmente 
coadiuvato dal 
cav. Lanfranco, 
direttore della 
Zecca, si mo- 
strò instancabi- 
le nel prevenire 
o sollecitamen- 
te curare il sottil 
morbo burocra- 
tico. Ed ecco 
in un triennio 
— in un bale- 
no, dunque — 
la Regia Zecca 
italiana, l'unica 
rimasta delle 
nove che anco- 
ra esistevano 
cinquant' anni 
sono, prima del- 
la costituzione 
del Regno d'I- 
talia, poteva es- 
ser tratta fuori 
dalla vecchia 
dimora vatica- 
na, dove nel 1665 Alessandro VII aveva im- 
piantato l'ultima delle Zecche pontificie. 

Strano e suggestivo lembo della Roma igno- 
rata codesto luogo ove sta per essere abbattuto 
il vecchio palazzetto della Zecca ! Il seicento 
che cinge la piazza e la facciata della Basilica 
di San Pietro veste anche la schiena dell'immane 
corpo che fa parer piccine piccine le case del 
borgo di Santa Marta, apatico borgo, là dietro, 
segregato dal mondo. All'ultimo svolto delle 
Fondamenta, ecco apparire, di tra uno svettar 
di cipressi, il Palazzetto vigilato fino a ieri 




La fusione delle verghe. 



La Lettura^ 



16 



242 



LA LETTURA 



dalla sentinella in divisa italiana. L'altra sen- 
tinella oggi è rimasta: quella papale in pit- 
toresca montura. Deambula pigramente al- 
l'ombra delle muraglie vaticane e, tra l'una e 
l'altra boccata di fumo, compita, con istintiva 
nostalgia, il ponteficale latino dell'iscrizione: 
Alex. VII. Poni. Max-. Monelarutn Officina... 
Forse non sa che cosa significhi. Ma certo non 
indovina neppure che la denominazione di Mo- 
netartim officina fu apposta dal Pontefice al- 
lorché Lorenzo Bernini quivi impiantò, perfe- 
zionandola, una macchina d'invenzione tedesca : 
il « bilanciere adoperato a mulino per appli- 
care l'impronto alle monete ». In verità non 
l'avrei supposto neppure io se non mi fosse 



minazione, per i servizi di controllo, di ronda 
e di chiusura delle porte, per gli orologi di 
controllo per gli operai, per i pirometri.... 

Un « quadro di distribuzione » irto di ma- 
novelle e di leggende era la dimostrazione 
tangibile delle sue parole. La semplice carezza 
della mano su una di quelle piccole leve avrebbe 
risuscitato elettricamente, sotto la specie di 
ventilatori, il dio Eolo, laggiù, lontano, nei 
forni capaci, nei terribili domini del fuoco. 

« Anche gli elementi primordiali hanno oggi 
la lor disciplina » — pensavo mentre, con gen 
tilezza squisita, il vice-direttore ing. Battiston: 
mi accompagnava alle Fonderie, dove i pan 
d'argento (i) provenienti dalle Affinerie, aspi- 




capitata tra le mani una settecentesca descri- 
zione del Casino della Zecca ove si parla dello 
« stanzone dell'ordegno del Bernino » e dove 
sono irrise le altre Zecche « nelle quali la 
trafila delle verghe e il conio delle monete 
si esegue lentamente a forza d'uomini e di 

cavalli ».... 

* 
* * 

— Di quanti... cavalli è la potenza com- 
plessiva degli impianti elettrici? — domandavo 
all'ingegnere della Società Italiana di Elettri- 
cità Siemens-Schuckert mentre egli m'introdu- 
ceva nel gran cuore della Zecca: in un ambiente 
pieno di polso, d'onde si scaglia, per misteriose 
arterie, il formidabile sangue che dà vita e lin- 
guaggio ai precisi e lucidi ordegni, sparsi — 
da presso e da lunge — sotto le tettoie di 
cristallo. 

— In totale vi sono 46 motori per una 
forza complessiva di 400 HP. L'elettricità ha 
avuto una larga applicazione nell'impianto della 
Zecca: è utilizzata per forza motrice, per illu- 



rando a diventar monete, con grande vantaggio 
del loro intrinseco valore, subiscono le pri 
me operazioni : vengono, cioè, trasformati ir 
verghe. E che i pani grezzi guadagnino a di 
ventar moneta è facile capire. Un chilogrsm 
ma d'argento fino costa in commercio L. 99, 
mentre, per il semplice fatto di farsi foggiare 
.sotto l'onorata specie di scudo o di spezzato, as 
sume rispettivamente il valore di L. 222,2 e d 
L- 239.5. Dalla differenza tra queste due cifr< 
si capisce anche perchè i vecchi scudi si ras 
segnano volentieri a farsi fondere, per assumere 
la forma meno aristocratica ma più remunera 
tiva della lira semplice e doppia. E lo State 
ha tutto l'interesse a non contrariarli. 

Or ecco, contro i muri, il forno rugge vorace 
da tutte le bocche biancheggia e rosseggifl 
il fulgore prigioniero. L'attizzatore solleva i 
coperchio della braciajola ed entro vi cacci: 



(i) Non soltanto per avere assistito alla fabbricazion< 
delle nostre monete d'argento per la Somalia e Tripolilania 
ma per maggior semplicità descrittiva, non parlerò chi 
delle monete d'argento. D'altronde, la fabbricazione delU 
monete d'oro e di rame è press'a poco identica. {N. dell' A.) 



COME SI FABBRICANO I NOSTRI SOLDI 



243 




ARETE DI fondo: TAGLIUOLI. — PARETE 

ui DESTRA : Laminatoi medi e ugualizza- 
TORI. — In PRIMO PIANO : La cernitrice. 



; ma cesta di carbone. Il fuoco imperversa e 
)ramisce. Ecco lo splendore accecante del- 
'« esterminata forza». Quale sublimazione di 
istri crea il verde l'azzurro il glauco il croceo 
li quei fluidi fiammeggiamenti? L'ara incan- 
lescente dà agli occhi un barbaglio doloroso 
rome se le ciglia, d'un tratto, dovessero av- 
vampare. Il riverbero arrossa un volto inclinato, 
"a di bragia una mano che afì'erra l'utensile. 

rS le catene le funi i paranchi pendono intorno. 
3a presso nereggiano i vasti crogiuoli di gra- 
ìte, un poco riscaldati, ma pronti a sostenere 
1 grande ardore. Ancora aderisce contro le 
or pareti interne la traccia preziosa delle pre- 
:edenti fusioni; ma, dopo 
qualche altra ardente fatica, i 
rrogiuoli andranno ridotti in 
'rantumi, perchè si possa re- 
:uperare fin l'ultima polvere 
Jel metallo. Un manovale ver- 
sa nei crogiuoli l'argento e il 
rame sì da ottenere il titolo 
necessario : e v'aggiunge un 
sacco di vecchi scudi. Ed ec- 
co i crogiuoli sono avviluppati 
dall'alito igneo. Lentamente 
la consistenza del metallo va- 
cilla : la forma quadra del pa- 
ne s'addolcisce negli spigoli, 
s'infossa nel centro ; gli scudi 
perdono visibilmente il loro 
suono tinnulo ; tutta la massa 
sembra esitare, oscilla, diven- 
ta indecisa e tenera, si disgre- 
ga, perde i suoi contorni, si ri- 
duce in bagno. Su questa ma- 
teria viscida e molliccia si 
gettano pezzi di carbone ar- 
denti, non già per attivare 
il calore, ma per ardere le 
esalazioni dei vapori del ra- 
me ed evitare, così, l'ossidazione del me 
tallo fino. I manovali, color del loro bronzo 




Un TAGLIUOLO. 



inarcate le reni, protette le mani da umidi 
sacchi di tela grossa che, per ironia, chiaman 
guanti, stillanti sudore che l'arsione ribeve, 
tormentano il metallo con enormi cucchiai dì 
grafite. Allorché la fondita è giunta a buon 
punto « si prende la goccia » : una piccola 
stilla d'argento che vien portata lassù, nel 
laboratorio dell'alchimista, del chimico sag- 
giatore, insomma, il quale deve controllare la 
giustezza della lega. Ora la fusione è perfetta. 
Gli artieri con i cucchiai prendono rapidamente 
il metallo dai crogiuoli e lo versano nelle 
oleose lingottiere di ghisa. Un rivolo di fuoco 
liquido sgorga, bianco come il mercurio, con 
qualche fuggevole sfumatura 
d'iride. S'ode la colata discen- 
dere nei fori e soffiare e stri- 
dere e balzare alla più lieve 
traccia di ghisa sfuggita al- 
l'untume. Giunto al sommo 
del foro, il metallo si ferma. 
e incupisce. La lingottiera ? È 
un carrello che sopporta una 
serie di tavolette scanalate e 
combacianti a coppie, sì da 
formare numerosi vuoti verti- 
cali a sezione rettangolare. 
Allorché, dopo il versamento 
e il raffreddamento del me- 
tallo, s'allentano i torchi che 
tenevano strette insieme le 
tavolette, tante verghe d'ar- 
gento quanti erano i vuoti ven- 
gono liberate e portate, pre- 
via pesatura di controllo, alla 
sala dei grandi laminatoj. 

Pesatura di controllo: ope- 
razione codesta che si ripete 
in ogni passaggio da un la- 
boratorio all'altro : operazio- 
ne delicatissima, praticata a 
mezzo di bilance estremamente sensibili oscil- 
lanti al più tenue soffio : operazione necessaria, 



244 



LA LETTURA 




Cernita a vista e a mano in un mucchio di tondelli. 



insomma, ad assodare le responsabilità dei 
varii capi-reparto. 

I laminato] sono « azionati » da motori elet- 
trici, che hanno 
sostituito quelli a 
gas esistenti fino 
a ieri nella vec- 
chia Zecca. Anti- 
chissimamente le 
verghe venivano 
trattate a martel- 
lo ; e nel medio- 
evo, prima che il 
Bernini impian- 
tasse la macchina 
a turbina, la 
forza dei ca- 
valli metteva 
in moto, per 
via di lanter- 
ne, di ritréci- 
ni e giacchi 
dentati, due 
cilindri con- 
tigui rotanti 
in senso in- 
verso e com- 
primenti la 
verga che tra- 
scorreva nel 
breve inter- 
stizio tra l'u- 
no e l'altro. In fondo, il sistema è oggi rima- 
sto immutato. Due cilindri d'acciaio girano 
verticosamente su cuscinetti bronzei. La verga 
è posta da un operaio tra i due cilindri che 
la trascinano per frizione, la dilaniano, la sti- 
rano, l'assottigliano, l'allungano. Un altro ar- 
tiere la riceve dalla parte opposta del lami- 
natoio. Due tre quattro volte la verga, divenuta 
ormai una lamina, pas- 
sa tra i due cilindri che 
man mano s'avvicinano 
e sembrano già quasi 
abolire il loro inter- 
vallo. 

Ma sotto il tormento 
e la forza dilaniatrice 
dei cilindri, il metallo, 
battuto a freddo, s' è 
inasprito: ha raggiunto 
tale un grado dì densi- 
tà che una nuova pres- 
sione lo frangerebbe. 
Allora, per ridare la 
libertà, l'equilibrio, la 
snellezza alle moleco- 
le, si mettono le verghe 
al forno di rincozione. 
Le lamine, deposte su 
una predella girante, 
sono, con vicenda alter- 
na e regolare, lambite 
dalle lingue di fuoco di 
un chiaro carbone ardente. Fatte malleabili, sono 
portate ancora ai laminatoi : ai laminatoi medi, 
questa volta. La forza dei cilindri rincrudisce 




Bianchimento dei tondelli. 



il metallo ad ogni stiratura : e nuove rincozioni 
s'impongono. Ora, la lucida fascia argentina 
è matura per subire l'ultima compressione dei 

laminai oj egualiz- 
zatori. Quivi la la- 
mina acquista l'e- 
guaglianza dello 
spessore voluto. 
Ma, per quanto 
matematici possa- 
no essere i movi- 
menti dei vari la- 
minatoi , non è 
difficile che i ri- 
stretti limiti della 
tolleranza siano 
stati sorpassati. 
Ed allora tre ton- 
delli vengono ri- 
cavati dalla lami- 
na : uno al centro 
e due alle estre- 
mità. Si pesano. 
La lamina è nuo- 
vamente compres- 
sa o daccapo ri- 
fusa, a seconda 
che i tondelli ri- 
sultino troppo pe- 
santi o troppo leg- 
geri. Se la diffe- 
renza è minima, 
le lamine vanno ai lagliuoli, dove, con un siste- 
ma analogo a quello usato dai controllori ferro- 
viari per la foratura dei biglietti, un implacabile 
punzone percuote la lamina che trascorre da sé 
sola su una superficie piana, interrotta — in 
corrispondenza del punzone, s'intende — da un 
foro che inghiotte il bel disco argenteo otte- 
nuto con la percossa : il tondello. Non ho mai 
visto uno strumento più 
celere e più pettegolo. 
S'affanna, precipita i 
suoi colpi, fa più chias- 
so che tutti i laminatoi 
messi insieme, scuote 
l'impiancito: è franca- 
mente insopportabile. 
Ma può tagliare cento- 
mila tondelli al gior- 
no... Le lamine escono 
dai tagliuoli trasforma- 
te nella foggia e nel no- 
me: crivellate da due 
file di buchi, si chia- 
mano cesaglie. Così co- 
me sono non possono 
evidentemente servire 
alla fabbricazione delle 
monete: bisogna rifon- 
derle, laggiù, nei vasti 
crogiuoli insieme ai 
vecchi scudi, ai pani di 
« fino » e insieme ai 
tondelli mal tagliati. Poiché i tondelli sono ve- 
rificati uno ad uno, a mano e a vista, da ope- 
rai tanto abili che sogguardano con un certo 



COME SI FABBRICANO I NOSTRI SOLDI 



245 




disprezzo una macchina di dub- 
bia utilità — la cernitrice. — 
Questa, mediante una lunga 
striscia di tela scorrente su 
appositi cilindri, dovrebbe pre- 
sentare automaticamente ed 
alternativamente, sotto l'oc- 
chio vigile dell'operaio, le du- 
plici facce dei tondelli. E' una 
macchina pigra e priva — direi 
quasi — di quel senso tattile, 
tanto necessario alle operazio- 
ni di cernita. La mano dell'ope- 
raio vede, forse, assai più degli 
occhi. Questa della cernita è 
un'operazione che potrebbero ,,,„., 

fare 1 ciechi, a meraviglia. ^^ artista incisore del xviii secolo al suo tavolo di lavoro. 

Ecco, invece, un'altra macchina, che è un pressi i simboli a tutto rilievo, il tondello esce 
capolavoro di dehcatezza, di forza, di preci- fuori da un altro tubo con sullo spessore i 
sione: \2i macchina per or Iettare. Sembra avere medesimi simboli, incisi. Penso che il segreto 
una vista, un udito, un tatto, un senso d'e- consista nel mantenere alla moneta la perfetta 

orizzontalità. Una deviazione 
verticale d'un capello, e sareb- 
be lo sfacelo. 

Le scorie della fondita, gli os- 
sidi di rame, gli olii dei lami- 
natoi, il pulviscolo dell'officina, 
hanno talmente annerito e in- 
grassato i tondelli, che sarebbe 
impossibile riconoscere in essi 
le visibili proprietà dell'argento. 
Bisogna allora sottoporli al bian- 
chimento. Riscaldati al color ros- 
so entro un vaso chiuso, i ton- 
delli sono deposti in una specie 
di barile, molto crivellato, che 
gira su sé stesso e pesca entro 
un bagno d'acido solforico di- 
luito. Lavati in acqua, con iden- 
tico sistema, i tondelli, ora bian- 
chissimi, vengono sgocciolati da 
una macchina centrifuga e asciu- 
gati lentamente su tiepidi padel- 
loni di rame, a doppio fondo. 




Il primo bilanciere (da una stampa del XVIII secolo). 



quilibrio, straordinari. Ma ha anche un segreto: 
che, i fabbricatori di monete false riescono a 
far tutto, più o meno approssimativamente, 
tranne Vorletto : l'incisione meccanica, cioè, 
della parola Fert, della Stella 
e del Nodo d'Amore sullo spes- 
sore della moneta. È difficile 
imbattersi in una macchina d'ap- 
parenza più semplice di questa. 
Sembra quasi impossibile che 
debba contenere un impalpabile 
segreto. Due blocchetti scana- 
lati si muovono continuamente 
su un piano orizzontale e in senso 
inverso: uno a destra e l'altro a 
sinistra. Nella scanalatura dei 
blocchetti, come in due piccole 
rotaie, scivola, compiendo mez- 
zo giro da una parte e mezzo 
giro dell'altra, il bordo della mo- 
neta la quale vien giù da un 
serbatoio cilindrico. E poiché in 
fondo alla scanalatura sono im- 



Ma, oltre al titolo^ queste quasi- monete deb- 
bono corrispondere al loro peso esatto. Perciò, 
dal riparto-bianchimento i tondelli passano 
2XV aggiustatoio , dove i pezzi vengono auto- 




La pressa rotativa del xviii skcolo. 



246 



LA LETTURA 



raaticamente pesati e anche « aggiustati » dalle 
tornitrici se, per avventura, risultino troppo 
pesanti. Nel caso di soverchia leggerezza non 
c'è rimedio: i tondelli ritornano in fonderia, 
che è, in questo senso, il vero refugium pec- 
catorum. Dirò subito che le tornitrici^ sorta 
di frese o tornii, riducono di peso i tondelli 
mediante l'abrasione di un truciolo di metallo. 
I tondelli assumono, dopo questa operazione, 
un aspetto curiosissimo: una nera zona circolare, 
come un fosco alone, interrompe la bianchezza 
del metallo. Ma un 
nuovo imbianchi- 
mento toglie la bru- 
na impurità emersa 
dalla sottocute del 
tondello. Poi natu- 
ralmente, nuova pe- 
satura. La quale è 
fatta con macchine 
d'una ingegnosità 
sbalorditiva. Le/<?- 
satrici protette da 
grandi scatole di cri- 
s tal lo, sembrano 
contenere qualche 
cosa di più che non 
quei delicati e luci- 
di trabocchetti te- 
nuti in bilico dalle 
àgate prigioni. Pic- 
cole mani invisibili 
di fate, di elfi, di 
silfidi, di gnomi, di 
tutti gli immateriali 
spiriti aerei debbo- 
no, certo, trafficare, 
annaspare, carezza- 
re, scegliere, amare, 
odiare, là dentro, 
sotto il cristallo iro- 
nicamente traspa- 
rente.... 

Le pesatrici sud- 
dividono i tondelli, 
a seconda Hel peso, 
in sei classi e dun- 
que in sei scatole 
contigue. Nelle due centrali vanno a cadere i 
tondelli di peso esatto ; nelle due estreme i 
tondelli decisamente troppo pesanti o troppo 
leggeri; nelle intermedie — seconda e quinta 
— quelli che, accostandosi al peso esatto 
senza tuttavia raggiungerlo, debbono essere 
nuovamente controllati a mano. 

Una pesatrice è costituita da una fila di bi- 
lancette. In un dei piatti di ciascuna bilancia 
è il peso-tipo; nell'altro — sorta di cestello me- 
tallico — una piccola mano di elfo va a deporre 
uno dei tondelli che con agilissime dita, aveva 
tolto, poco prima, da un serbatoio tubolare. 
Ed ecco che il bilico della bilancia, cui irrigi- 
divano due artiglietti di gnomo, viene legger- 
mente liberato da una diafana mano di fata. 
Ora la bilancia può pesare : ma, assunta che 
abbia la propria posizione di peso, il vigile 
gnomo ferma coi suoi artigli il bilico. Un dito 




Una pressa coniatrick 



geloso s'avanza cauto e scaccia dal cestino il 
tondello giudicato, lasciando che questi se ne 
vada al suo destino: in uno, cioè, dei canaletti 
obliqui che menano alle sei scatole. E' evidente 
che, a seconda dell'altezza in cui s'è fermato 
il piatto a cestino della bilancetta, il tondello 
precipita in questa o quell'altra imboccatura 
dei canaletti. Ma appena il tondello è stato 
cacciato via, gli artiglietti s'allentano un poco 
per lasciare che la bilancia ritorni alla sua per- 
fetta orizzontalità. Sùbito si richiudono. Ma 

la piccola mano di 
fata è già pronta a 
liberare il bilico per- 
chè si giudichi il 
successivo tondello. 
I lucidi dischi, 
così pesati ad uno 
ad uno , vengono 
contati, a piccoli 
lotti uniformi, me- 
diante una speciale 
tavoletta di legno 
dove è inciso un de- 
terminato numero 
di cunette, a guisa 
di grosso e molte- 
plice astuccio per 
contener medaglie. 
Come una pala, la 
tavoletta raccoglie 
un mucchio di ton- 
delli. Poi, agitata a 
mo' di staccio, trat- 
tiene tanti tondelli 
quante sono le cu- 
nette e fa scivolar 
via il superfluo. 

Ed eccoci giunti 
al momento in cui 
il valore di un chi- 
lo d'argento fino 
— 99 lire — viene 
ad assumere quello 
assai maggiore di 
L. 222,2 o di 
L. 239,5, a secon- 
da che si tratti di 
scudi o di spezzati. E tutto ciò in virtù del 
battesimo del conio. 

Che cos'è il conio f Vedo bene che qui mi 
giova interrompere, per alcun poco, la descri- 
zione, già quasi ultimata, delle varie fasi a tra- 
verso le quali passa la verga informe per di- 
ventar moneta. 

Una volta il conio s'incideva in incavo di- 
rettamente sull'acciaio. Erano quelli i tempi 
in cui l'incisore era anche un grande artista, 
Le due qualità — tecnica ed artistica — dov< 
vano necessariamente trovarsi nella stessa per- 
sona. Oggi la meccanica permette che un arte- 
fice della plastica possa non essere un incisori 
e un incisore possa non essere un grande artista. 
La Scuola della Medaglia e il Pantografo (o tor- 
nio da riduzione) sono la dimostrazione tangi- 
bile di quanto ho affermato. La Scuola della Me- 
daglia, quella di recente istituzione ed a cui pre- 



COME SI FABBRICANO I NOSTRI SOLDI 



247 



ede rottimo prof. Romagnoli (l'altra, la vera 
ideale « Scuola della Medaglia e della Me- 
sta» è giù, nel magnifico Museo Xumismatico, 
d ha per insegnanti i Cellini, 
Pisanello, i Cremonese e per- 
no i Vinci e i Raffaello...) 
sprime dal suo seno i gio- 
ani artisti che saranno i Tren- 
icoste, i Bistolfi, i Calandra 
i domani : scultori, cioè, che 
appiano trattare il bassori- 
evo in modo speciale : sub 
tede monetaruni, sarei per 
ire. Poiché, per essere adat- 
ato alle peculiari esigenze 
ella numismatica, il basso- 
ilievo deve avere qualità spe- 
ialissime. Certi rilievi, ad 
sempio, non possono essere 
pinti al di là di certi limiti im- 
losti dalla riproduzione mec- 
anica. Ora, ai fini della mone- 
azione, lo scultore esegue in 
era, in gesso, in bronzo un Tgrande modello. 
l Pantografo — vero e proprio incisore au- 
omatico — ripete esattamente sull'acciaio e 
n proporzioni minori quello che l'artista ha 
letto sul bronzo. L'operazione si svolge me- 
nante il concomitante andamento di due punte 
emergenti dal fianco di una lunga leva imper- 
liata in una delle sue estremità. Una punta 
issa, sull'altra estremità, lambisce il modello 
n bronzo, descrivendo, dal centro alla peri- 
eria, una spirale più sottile di quella graffita 
;ui dischi dei grammofoni. Contemporanea- 
Tiente, un'altra punta mobile — un vero bu- 
ine — gira velocemente su sé stesso, inci- 
dendo un blocchetto d'acciaio e riproducendo, 
50tto il comando della prima punta, tutto quello 




Conio romano a tenaglia 



che ha incontrato sul suo cammino la sottile 
spirale. Ed ecco, con la sua effigie, in rilievo, 
il punzone, cui ritoccano abilissimi incisori, 
esperti anche in plasmare mo- 
delli per monete e medaglie. 
Il punzone viene temperato in 
appositi forni a gas portati ad 
altissima temperatura : nicchie 
di fuoco vorace e ruggente che 
sembrano, ingigantite, quelle 
fragili reggie vermiglie alle cui 
mille finestre s'affacciano, per 
un istante, le principesse sala- 
mandre e ridono voluttuosa- 
mente. 

Intanto, nella grande e po- 
tente Officina meccanica, lun- 
ghe barre d'acciaio vengono 
frazionate in tanti cilindretti ; 
e questi si torniscono, si ren- 
dono acuminati, si brunisco- 
no: si attende insomma alla 
preparazione dei blocchetti per 
i conj. Ora, il punzone è collocato entro appo- 
sito alveo del Bilanciere a frizione: potentis- 
simo ordegno che sembra irridere al vecchio 
Bilanciere napoleonico fatto col bronzo dei can- 
noni d'Austerlitz e che serve a stampare meda- 
glie (bisognose queste, per le loro maggiori di- 
mensioni e rilievi, d'un più forte stampo) ed a 
produrre conj. Poiché, nel detto alveo del bi- 
lanciere, e precisamente sopra il punzone, viene 
adagiato il blocchetto d'acciaio, apparecchiato, 
com' ho detto, nell'officina meccanica. Due tre 
percosse formidabili ed il conio é ottenuto. 

Provvisto di collaretto e debitamente tem- 
prato il conio va nelle macchine coniatrici, 
presso le quali i tondelli attendono l'impronta, 
quel segno ufficiale che innalza, d'un colpo 




Contazione eJpesatura deldì monkte. 



248 



LA LETTURA 




Un pantografo (riduttore sull'acciaio dei modelli in bronzo). 



— d'un colpo di pressa — il loro valore. 
Le Presse Uhlorn e le più moderne Presse 
Greeìiwood (macchine coniatrici) mediante lun- 
ghe leve snodate che le fanno rassomigliare 
a colossali ragni, comprimono i tondelli tra 
due conj e, nello stesso tempo, fanno l'impres- 
sione del dritto e del rovescio. La mano del- 
l'uomo prende semplicemente una pila di ton- 
delli e la mette entro il serbatoio tubolare ; 
ma una mano meccanica della pressa fa qual- 
cosa di più e di meglio : prende orizzontalmente 
tra pollice ed indice il tondello dalla bocca 
inferiore del serbatoio ; si avanza ; con la punta 
dell'indice spinge innanzi la moneta già stam- 
pata lungo un liscio corridoio che mena in un 
pozzo ; e, nel momento stesso in cui la moneta 
sta per affogare, il tondello, ancora prigione 
tra pollice e indice, viene a trovarsi al posto 
della moneta scacciata. Ma per poco: che non 
appena il tondello è divenuto moneta per l'im- 
pronta dei conj, l'indice della mano, ch'era 
tornata indietro, minaccia di riavanzare con 
l'evidente scopo ugualitario di far posto ed 
onore al successivo tondello. Le presse stam 
pano in media tremilaseicento pezzi all'ora. 

Che differenza da quelle rudi tanaglie ro 
mane e da quelle vecchie macchine medievali 
mosse dalla mano dell'uomo! Sotto le presse 
odierne è una crosciante grandinata d'argento 
E* un'aspra melodia dalle tinnule note metal 
liche, cui accompagna il sordo pedale delle 
ruote motrici. A vista d'occhio, le ceste dei 
tondelli si vuotano; sulle tavolette contatrici 
passano e ripassano, per un istante, allineate 
in ordine di piccola falange macedone, le grosse 
stille d'argento — « larmes au soleil ravies ». 

— Gli operai le riguardano con occhio indiffe- 
rente, abituati ormai a quel favoloso e perenne 



vomir di ricchezza. Or qua or là, a tra 
verso una lente, guardano, con desclan 
te altruismo, se la moneta è venuta he 
ne, se può fare legittimamente felice 
qualche ignoto fratello in Cristo. Mahan 
no tutta l'aria annoiata di uomini ridolt 
a sorvegliare i movimenti d'una mac 
china. Ed è, tuttavia, nelle loro man 
che passa e ripassa la fortuna metallici 
dell'Italia. Dalla proclamazione del Re 
gno — 1861 — al giugno 191 1 sono stat 
coniati 389.732.213 pezzi à: argento : pa 
ri a L. 653.080.273. Con la media de 
loro diametri si coprirebbe un binari, 
ferroviario lungo quanto l'intiero per 
corso ciclico Milano - Basilea - Berlino 
Basilea - Bruxelles - Londra - Parigi 
Torino - Milano ! E forse si coprirebbe . 
l'intera rete europea se si allineasserc 
tutte quante le monete — d'oro, d'ar 
gento, di rame, di nichelio — messe ir 
circolazione in questo cinquantennio d 
vita italiana. 

Stampata dalle presse, la moneta puc 
dirsi compiuta. Contata, saggiata, sotto 
posta ad una infinita serie di controll 
amministrativi, eccola ormai entro i roz 
zi sacchetti di tela. 

Quattro funzionari aprono la porta co 
razzata del Tesoro. Che cosa c'è in quegli umil 
sacchi accatastati in bell'ordine? Sabbia? Ciot- 
toli ? E perchè si chiudono i sacchi entro quei 
rudi barili di ferro? 

La stanza bassa e fredda, l'assenza d'ogn 
cosa che riluca e che splenda, smorzano tutta 
la suggestiva impressione provata al conspettc 
delle coniatrici musicali. 

Ma, fuori, una scorta armata aspetta. Aspetta 
il carico ove si celano i lucenti e salutevoli 
sguardi della Patria e che s'aprirà laggiù, dove 
il soldato d'Italia oggi s'india: laggiù, dove si 
combatte e si muore... 

GIUSEPPE MARIA VITI. 




Qualche milione al sicuro. 



AMSMALE DA GUERRA 



NARRA 
favo! 




Nei battaglioni dell'artiglie 
cariaggi 



A un 
leg- 
giatore che un 
giorno , senza 
dubbio molto 
remoto, il ca- 
vallo ed il cervo 
ebbero contesa 
per l'uso di cer- 
ti pascoli. 

Il litigio to- 
sto s'inacerbì 
e mutò in guer 
ra dichiarata. 

Or avvenne 
che il superbo 
avolo di Bri- 
gliadoro e di 
Rabicano, mal 
soffrendo di 
non poter subito spuntarla contro il cornuto 
rivale, ricorse all'uomo per alleanza. 

Acconsentì questo, a patto però che il qua- 
drupede, come quello ch'era più forte di mem- 
bra e velocissimo al corso, si fosse adattato a 
lasciarsi salire sul dorso e guidare dal nuovo 
amico alla caccia dell'avversario comune. 

Ne seguì che il cervo, sapientemente perse- 
guitato, non potè sfuggire alla morte. Ma non 
godette l'incauto puledro i frutti della poco 
onorevole vittoria, giacché il cavaliere, non 
solo si aggiudicò esclusivamente le spoglie del 
vinto ed il possesso delle praterie in questione, 
ma ridusse in servitù l'alleato imponendogli 
quind'innanzi l'umiliazione della sella, del morso 
e della sferza. 

Inutile dire che questo apologo va conside- 
rato come un ingenuo spediente pedagogico 
per fare un po' di morale contro le discordie 
tra affini. 

Ma, a dimostrare qual conto la vita faccia 
delle favole e della morale, basterà la conside- 
razione che gli uomini da tempo immemorabile 
hanno il vezzo deplorevole di abbaruffarsi san- 
guinosamente tra loro e che gli altri animali — 
lungi dal punirli facendo la parte del terzo fra due 
litiganti — non di rado intervengono nelle guerre 
umane, accomodandosi con altruismo molto 
involontario a sopportarne i rischi ed i pesi, 
senza punto dividerne i vantaggi e gli onori. 

A proposito di onori, è giustizia tuttavia sta- 
bilire un'eccezione per il cavallo. Infatti è noto 
come tutte le letterature agitino il turibolo 
delle laudi innanzi a questo magnifico attore 
degli episodi militari. La storia medesima ci 
appare personificata in un grandioso viluppo 
di forme equestri, combattenti fra nubi di pol- 
vere. Un pesante, un vastissimo scalpito di 
guerra scande il ritmo dei secoli passati. 

Da ciò risulta quanto potrebbe apparire oziosa 
una dissertazione intorno all'impiego del ca- 
vallo nelle contingenze guerresche e circa le 



RIA DA MONTAGNA, 
VIVENTI. 



1 MULI SONO 



multiple bene- 
merenze da es- 
so conquistate 
sui più cele- 
brati campi di 
battaglia. Tan- 
to più oziosa se 
si pensa che la 
prosa spietata 
della pratica 
moderna gli fa 
scontare ora 
l'incenso delle 
iperboli anti- 
che col ridurne 
ogni dì più l'im- 
portanza sia 
nelle opere di 
pace che in 
quelle di guer- 
ra. Come la scoperta della polvere distrusse 
la schiacciante preponderanza delle milizie 
montate, come la micidiale efficacia delle 
artiglierie a tiro rapido relegò la cavalleria ad 
una funzione quasi sussidiaria — così l'auto- 
mobile, l'aeroplano, il dirigibile ed il pallone- 
drago pare vogliano insidiarle perfino le ultime 
attribuzioni. 

Per contro, un animale assai più difficil- 
mente sostituibile nelle operazioni di guerra 
— quantunque il suo ufficio sia di gran lunga 
più modesto — è il mulo. 

Fino a quando gli eserciti belligeranti avranno 
bagagli da trasportare e finché le guerre esi- 
geranno spostamenti traverso terreni ove le 
strade regolari fanno difetto o vennero di- 
strutte, qualunque altro veicolo meno modesto 
e primitivo dovrà ritenersi inutile o malsicuro. 
Eppure nessun poeta epico, ch'io sappia, 
s'è mai sognato di tessere l'elogio del mulo. 
Il mulo é il parente povero del cavallo e 
s'accontenta di portare con vigoria e resistenza 
il grave basto sopra le reni potenti. 

Ma se esso non ha l'eleganza e la vivacità 
del suo aristocratico cugino, sa tuttavia farsi 
apprezzare per sobrietà e robustezza di gran 
lunga superiori. 

Per cammini impervi, al caldo ed al freddo, 
segue con passo eguale ed instancabile la mar- 
cia delle milizie, assicurando loro il nerbo di 
ogni battaglia : viveri e munizioni. 

Gli eserciti d'ogni Stato ne allevano e ne 
tengonoin gran numero eneapprezzano l'utilità. 
Anche in Italia quasi tutti i Corpi ne sono 
provvisti. Ma il più gran numero dei muli mi- 
litari vengono da noi arruolati sotto le insegne 
dei difensori della frontiera. 

Chi ha visto, massime in epoca d'escursioni 
e di manovre, una colonna d'Alpini ed una 
batteria d'Artiglieri da montagna in moto, avrà 
potuto facilmente constatarlo. 

Questi muli, di proporzioni alquanto supe- 



250 



LA LETTURA 




li. IiROMKDAKIO K MOLTO IN FAVORE PRESSO GLI ESERCITI COLONIA 



riori ad un cavallo ordinario, hanno forme 
massicce, articolazioni poderose e vasto petto. 
Un fulvo ed arruffato mantello di peli lun- 
ghissimi dà loro un aspetto selvaggiamente 
orsesco. Ma l'indole per lo più mite, docile e 
paziente di questi animali smentisce la sfavo- 
revole impressione. 

Il loro infallibile istinto li guida nelle strette 
e tortuose strade di montagna che prendono 
appunto la denominazione di «mulattiere». 

I muli di ciascuna Compagnia portano di so- 
lito il nome dei valichi e delle vette apparte- 
nenti alla zona loro assegnata. In modo che 
quando i soldati mulattieri richiamano od inci- 
tano tutti insieme, par d'assistere alla lettura 
d'un trattato di geografia orografica. 

Ed ognuno dei quadrupedi interpellati parte 
o s'arresta, sollecita o ritarda l'andatura se- 
condo il comando. 

Non di rado, durante le tappe più lunghe o 
nelle salite più erte, il con- 
duttore che segue il somiere 
a pochi passi — o per stan- 
chezza o per giuoco — quan- 
do è sicuro di non 
essere osservato dai 
superiori, s'attacca 
alla coda della pro- 
pria bestia e si fa ri- 
morchiare per lun- 
ghi tratti. Ebbene, 
lo credereste ? Il 
mulo, a cui è stata 
fatta una così formi- 
dabile reputazione 
di malignità perma- 
losa, continua la sua 
strada senza volgere 
la testa, senza rallen- 
tare, senza nemme- 
no mostrar d'accor- 
gersi del nuovo gra- 
vame, come se una 
tacita ed indulgente 
solidarietà lo unisse 
al compagno di fa- 
tiche. 

Nei battaglioni d'Artiglieria da montagna si 
affida al mulo il compito di reggere sulla ferrea 
groppa anche i cannoni e gli affusti. 




E' vero che sono i cannoni più piccoli che 
esistano, ma però non cessano di costituire un 
peso rispettabile. 

Quando l'ordine è trasmesso, questi car- 
riaggi viventi si fermano contemporaneamente 
puntando i larghi zoccoli sul terreno ineguale 
ed allora si assiste ad uno spettacolo magnifico. 
Gli artiglieri, che sono il fiore della gio- 
ventù erculea d'Italia — in minor tempo che 
non s'impieghi a dirlo — scaricano le some, 
adattano e ricompongono i pezzi e dopo pochi 
secondi il colpo parte ripercosso lungamente 
dagli echi rombanti dalla vallata. 

Cessato il tiro, i cannoni ancora caldi son 
levati a braccia dagli affusti e rimessi con al- 
trettanta rapidità e precisione sul basto del 
mulo, che, immobile e compiacente li riceve, 
pronto a superare col suo carico altre creste, 
altri valichi. 

Si è detto che questo animale ha il « piede 
da montagna », vale a dire 
che cammina con sicurezza 
sorprendente anche laddove 
gli altri precipiterebbero. 

Indubbiamente il 
mulo è una bestia 
montanara; ma non 
bisogna neanche 
esagerare nel con- 
ferirgli a questo pro- 
posito delle qualità 
straordinarie. Il fat- 
to è che ci sono 
passaggi alpestri 
che, puressendo ac- 
cessibili agli uomini, 
riuscirebbero peri- 
colosi per le salme- 
rie. 

Le cronache dei 
nostri reggimenti 
Alpini segnalano, in 
materia di catastrofi, 
una proporzione as- 
sai più ragguarde- 
ìhserto. 'vole fra i muli che 
non fra i soldati. 
Della qual cosa, naturalmente, non sapremmo 
dolerci. Comunque, è accertato in modo posi- 
tivo che questi animali si trovano maggior- 



ANIMALI DA GUERRA 



251 



Cani da 
L'uscita dagli 



ente a loro agio sui pendi petrosi delle Alpi 

le sulle sabbie mobili dell'Africa. 

Si giustifica quindi pienamente la preoc- 
ipazione del nostro Governo nel requisire un 

imero sufficiente di dro- 

edari che possano ser- 
re più acconciamente 

le operazioni logistiche 
ella presente guerra co- 
•niale. 

Il cammello ha meri- 
ito il titolo di « nave del 
eserto». Le sue lunghe 
ambe, la speciale con- 
)rmazione del suo piede, 
. bizzarra struttura del 
.10 corpo, l'incredibile 
esistenza alla sete gli 
ermettono di varcare a 



GUERRA 
ACCAMPAMENTI 



Si ricorda che l'armata di Semiramide ne 
contava ben centomila, condotti da altrettanti 
astati. Creso dovette la sua sconfitta ai camT 
melli di Ciro che seminarono lo spavento ed i^ 
disordine nella propria ca- 
valleria. 

I Parti facevano montare 
i loro dromedari da due ar- 
ceri posti schiena contro 
schiena, il che offre una lo- 
gica spiegazione delle terri- 
bili e proverbiali freccie di 
quel popolo che ferivano 
anche più infallibili quando 
esso volgeva in fuga od in 
ritirata. 

Primi tra gli europei a 
sperimentare i dromedari fu- 
rono i francesi al tempo 




)uona andatura le immense ed ardenti solitu- 
liai del deserto. Specialmente quando corre, 
a poetica similitudine sembra gli si attagli, 
)0ichè lanciando a grandi falcate i quattro 
irti a guisa di remi, agita il muso, il collo 
id il dorso con un pronunciatissimo movi- 
nento di beccheggio. Specie affine al cam- 
nello è il dromedario ma più gagliardo e più 
luro allo sforzo. 

Gli arabi da secoli se ne valgono, non sol- 
ante come bestia da soma, ma anche come 
.avalcatura. Una varietà chiamata mehari dà 
lei campioni che non temono di rivaleggiare 
:oi più veloci cavalli. 

Il dromedario figura quasi esclusivamente 
iella storia militare delle regioni orientali e 
»on si può assicurare che l'uso guerresco di 
questo goffo quanto utile mammifero sia po- 
steriore a quello del cavallo. 



L'istruzione d'un cane militare. 

della spedizione di Bonaparte in Egitto. Le 
continue incursioni degli arabi che giunge- 
vano fin sotto le mura del Cairo ad ucci- 
dere ed a predare e sparivano non appena 
scorgevano le uniformi francesi (di qui si vede 
che i costumi di questa razza non han mutato), 
suggerirono l'istituzione d'un corpo chiamato 



252 



LA LETTURA 



reggimento di dromedari che venne creato con 
decreto 9 gennaio 1779. Ogni cavalcatura era 
montata contemporaneamente da due uomini 
provveduti di 
viveri ed ac- 
qua per una 
settimana. 
Data la spe- 
ciale funzio- 
ne a cui que- 
sto corpo era 
stato destina- 
to, mai ebbe 
a partecipare 
alle battaglie 
campali. I 
cammellieri 
inseguivano i 
beduini ribel- 
li, e raggiun- 
tili nei loro 
villaggi, 
smontavano, 
riunivano in 



p 


\ 


r 


i 


A ^JKéìJÌII 



Colombaie per allevamento di piccioni militari. 



con stupefacente destrezza. Poscia, suntuosa 
mente gualdrappati, impennacchiati, adorni d 
banderuole, di sonagli, di pendagli d'oro < 

d'argento, s 
procurava d 
innebbriarl 
con droghe 
eccitanti. 

Era quind 
naturale che 
al loro prime 
apparire su 
fronte d'un; 
battaglia, im 
ponenti e ter 
ribili nel lore 
grandioso ap 
parato, noi 
mancassere 
di produrre 
una invincibi 
le impressio 
ne di paun 
sulle truppe 



gruppo i dromedaii e poi combattevano e pu- non ancora abituate alla loro vista ed agguer 
nivano a piedi. rite a combatterli. 

In seguito, fino ad oggi, gli eserciti coloniali. Tale paura diventava pazzo terrore quande 
quando la configurazione del luogo lo rese ne- contro gli ordini serrati delle fanterie e dell< 
cessarlo, non mancarono di seguire l'esempio cavallerie d'allora, i monumentali bestioni pre 
di Napoleone. cipitavansi furibondi riempiendo l'aria di sei 

Un altro animale — il più grande e più forte vaggi barriti. Le falangi cadevano all'urto im 
di tutti — occupa un po- 
sto illustre negli annali 
delle armi. 

Vi fu anzi un periodo 
nel quale l'uso militare 
dell'elefante diventò gene- 
rale nell'Africa, nell'Asia 
e segnatamente lungo le 
rive del Mediterraneo. 

Egiziani, Assiri, Medi, 
Persiani, Cartaginesi — per 
parlare solo di quei popoli 
dei quali i classici serbano 
memoria — impararono a 
domare il pachiderma e ne 
misero a profitto la singo- 
lare intelligenza, la gran 
mole e la forza smisurata, 
per combattere i nemici. 

Ogni elefante aveva un 
conduttore sul collo, come 
usasi ancora oggi nell'In- 
dia. Questi lo guidava e 
gli dava ordini con la vo- 
ce, avvalorandoli quando 
l'animale si mostrasse ri- 
luttante ad obbedire, col 
pungergli lievemente il rol- 
lo e le orecchie per mezzo 
di un'asta aguzza. 

Nei giorni di battaglia 
gli elefanti venivano co- 
razzati nelle loro parti vulnerabili: il petto, 
il ventre e la testa. Ai denti si assicuravano 
delle punte di ferro e sovente anche delle lame 
o falci di cui essi avevano imparato a valersi 




Un soldato porta con sk alla partenza 
IL colombo viaggiatore. 



mane, 1 cavalli presi d; 
spavento aumentavano 1; 
confusione delle schiere • 
sotto l'impeto di quell» 
catapulte viventi, i nemic 
in parte cadevano schiac 
ciati, trafitti, tagliati a pez 
zi, in parte si davano ali; 
fuga. 

Tutti ricordano d'ave 
letto negli autori latin 
l'effetto disastroso prodot 
to nei legionari dalla pri 
missima visione degli eie 
fanti che avevano seguite 
Pirro ad Eraclea. 

I pachidermi apparten 
gono per così dire aliar 
cheologia dell'arte milita 
re. L'ultima battaglia ii 
cui ebbero a figurare fi 
combattuta nel 1799 fra gì 
inglesi ed Hyder-Alì. 

Tuttavia erano orma 

venti secoli che l'esperien 

/a pratica li aveva condan 

nati. Racconta Tito Livi( 

che alla battaglia del Me 

tauro, gli stessi conduttor 

agli ordini d'Asdrubal 

dovettero uccidere i propr 

elefanti per impedir lor< 

che, accecati dalla paura e dal furore si volges 

sero indietro a calpestare le schiere cartaginesi 

Gli innumerevoli precedenti di battaglie per 

dute per causa degli elefanti impazziti dal!» 



ANIMALI DA GUERRA 



253 



I 1 



ida, dalle ferite e dal fuoco lanciato dal ne- di pece, vi appiccarono le fiamme e li spinsero 
l-.ico aveva suggerito al fratello d'Annibale fuori della città. Gli elefanti non appena eb- 
I.iiesto espe- bero scorte 

-^^^^^_^_— ._^^— ^— ^^^^^^^^— — ^— — — B queste torce 

viventi, si die- 
dero alla fuga 
distruggendo 
ogni cosa sul 
loro passag- 
gio. 

Tamerlano 
combattendo 
contro gli in- 
diani preferì 
servirsi al me- 
desimo fine di 
alcuni bufali 
ai quali legò 
tra le corna 
dei fasci di 
paglia o dei 
batuffoli di co- 
tone imbevuti 
d'olio. 

Aspettò a 
dar fuoco a questo nuovo genere di lampade 
quando i nemici scoprirono i loro elefanti. Inu- 
tile dire che la trovata ebbe le conseguenze 
previste ; gli elefanti arretrarono con impeto 
disordinato e si cacciarono fra gli indiani an- 
nientandoli senza rischio o fatica da parte dei 
loro nemici. 

Ora il più gigantesco dei quadrupedi s'è ri- 
tirato a vita pacifica. Attende coscienziosa- 
mente a feconde opere di pace ed è 
soddisfatto se, di tanto in tanto, nelle 
grandi occasioni gli tocca fare da ce- 
rimoniere e da coreografo portando 
sovrani ed aprendo pro- 
cessioni e cortei. 



Facsimile di duk dispacci affidati ai piccioni viaggiatori. 
In mezzo: Tubetto nel quale è inserito il messaggio. 



rnente dispe- 
tto. 
, I condutto- 
vennero ar- 
lati d' un 
Ingo ed acu- 

linato scal- 
cilo. Quando 

Icuno di essi 

omprendeva 

-he la bestia 

1 furore era 

itta sorda al- 
ti voce ed al 
♦A»ungolo e sta- 
<ì9l per porta- 
le lo scom- 
i'iiglio nelle 

iile, s'affret- 

ava ad infig- 

;erle lo scal- 

)ello fra il 

olio e la testa e l'enorme massa crollava inerte 

il suolo. 
Floro riassume il suo giudizio sugli elefanti 

la guerra dichiarando che essi diedero a Pirro 

a prima vittoria contro i romani, lasciarono 

ndeciso il secondo combattimento e gli fecero 

)erdere il terzo. 
Infatti si sa che nella battaglia d'Eraclea il 

e greco era già trascinato dalle sue milizie 

uggenti, quando fece 
ivanzare gli elefanti 
:he mutarono di colpo 

e sorti della giornata. 
Nello scontro susse- 
guente che avvenne 
nei pressi d'Ascoli, i 
romani, già un poco 
familiarizzali colle bel- 
ve ch'essi chiamavano 
ancora bovi lucani, non 
temettero di attaccarli 
coi giavellotti, le frec- 
ce ed i proiettili in- 
fiammati. 

Infine nella battaglia 
di Benevento i soldati 
di Roma si lanciarono 
contro gli elefanti im- 
pugnando con una ma- 
no la spada e con l'al- 
tra squassando una 
fiaccola. Bastò perchè 
i pachidermi, interro- 
riti, andassero a dar 
di cozzo contro le fa- 
langi epirote. Quasi 
esattamente queste vicende si ripetono tutte le 
volte che gli elefanti son portati per la seconda 
o la terza volta contro uno stesso nemico. 

I Megaresi, assediati dal macedone Anti- 
gone Gonata, ebbero la bizzarra idea di pren- 
dere una certa quantità di maiali e, spalmatili 





All'arrivo il piccione viaggiatore è tratto di 
gabbia per poter leggere il dispaccio di cui 
esso è portatore. 



* * 

Però l' animale da 
guerra più meritevole 
di codesto nome — in 
quanto dimostra la pas- 
sione del mestiere, l'a- 
more della bandiera, 
la consapevolezza e la 
spontaneità degli atti e 
l'eclettismo d' un tem- 
peramento duttile ed 
esuberante ad un tem- 
po — è il cane. 

La finezza dei sensi, 
la resistenza alle fati- 
che, la memoria dei 
luoghi, l'intelligenza, la 
fedeltà, il coraggio ne 
fanno un ausiliario ine- 
stimabile perle bisogne 
di guerra, massime 
quando si abbia avuto cura d'impartirgli pre- 
ventivamente una appropriata educazione. 

Già gli antichi seppero giovarsene affidan- 
dogli non soltanto i servizi di guardia, d'esplo- 
razione, di polizia, di salvataggio e di staffetta, 
ma costituendo dei veri e propri corpi di com- 



254 



LA LETTURA 



^ 



battimento che avventali contro le coorti av- 
versarie le sconcertavano e riuscivano a scom- 
paginarle. 

li cane è il solo animale che attacchi per 
proprio conto, che sappia discernere gli amici 
dai nemici e che si abbandoni con devozione 
sconfinata alla missione che gli viene confidata. 

L'Acropoli di Corinto era guardata da un 
picchetto di cinquanta molossi di superba razza 
di cui ci è conservata immagine in due simu- 
lacri marmorei che si trovano nel Museo Va- 
ticano. Né meno celebri sono i cani del Cam- 
pidoglio, sebbene a dir la verità vi abbiano rap- 
presentata una parte tutt'altro che onorevole. 

Quando i Galli, occupata la città, posero 
assedio al castello, i cani erano famelici per 
la mancanza di viveri che affliggeva i rinchiusi. 

Un giorno gli invasori, sperando di prendere 
il forte di sorpresa, gettarono del nutrimento 
ai cani e si accinsero alla scalata. L'impresa 
sarebbe riuscita se le non meno famose oche 
capitoline non si fossero messe a strillare ed 
a starnazzare, dando in tal modo l'allarme. 

In memoria di questo episodio si usò per 
parecchi secoli a Roma recare un'oca in proces- 
sione dentro un palanchino con a lato un cane 
crocefisso. 

I francesi adoperarono i cani da guerra or 
fa circa un secolo nella guerra per la conquista 
di San Domingo; ma non avendoli probabil- 
mente scelti di buona razza, avvenne che quei 
cani crudeli, ma poltroni, invece di combattere 
gli uomini di colore, preferirono divorare alcuni 
francesi feriti. 

L'esperimento che il nostro Ministero della 
guerra ha voluto compiere per mezzo di cani 
sardi nella Tripolitania e nella Cirenaica, adde- 
strandoli alla guerra coi metodi che le guardie 
di finanza appresero dai loro nemici naturali, 
i contrabbandieri — metodi troppo conosciuti 
perchè valga la pena di diffbndervisi — ha dei 
precedenti in guerre coloniali condotte da altre 
nazioni europee contro gli stessi nemici in re- 
gioni analoghe. 

Nel 1836, dovendo la Francia reprimere le 
rivolte ed i saccheggi degli arabi algerini, non 
trovò di meglio che costituire una muta bene 
addestrala di cani guerrieri che per altro fu- 
rono adoperati più come sentinelle ed avvisa- 
tori che come combattenti diretti. Erano circa 



una quarantina e vennero ripartiti agli avam- 
posti. Non appena i loro sensi avvertivano la 
presenza d'un arabo, non mancavano di dare 
l'allarme, evitando così ogni possibilità di 
sorprese. In cambio è dall'Algeria che si vuole 
abbiano appreso zuavi e turcos a portare sem- 
pre con sé, raggomitolati sopra lo zaino, un 
gatto od una scimmia. 

I nostri vecchi rammentano che nelle balta- 
glie del 1859 alle quali presero parte i soldati 
di Napoleone III, quelle bestiole salvarono più 
d'una volta la vita ai rispettivi padroni. Infatti 
accadeva che negli attacchi alla baionetta al- 
lora frequentissimi, le bestiole balzassero im- 
provvisamente dalla loro nicchia sul capo del 
nemico, il quale stordito ed accecato non era 
più in grado di difendersi. 

Anche i piccioni viaggiatori diedero un largo 
contributo alle vicende della guerra. Tant'è 
che presso molti reggimenti in Italia ed al- 
l'estero se ne allevano con studio le razze mi- 
gliori ad onta della impari concorrenza che il 
telegrafo senza fili fa ora ai valorosi aligeri. 

Di essi ricorderò solo un fatto che se non 
ha importanza dal punto di vista strettamente 
militare, pure ha relazione con una grande bat- 
taglia. L'annunzio della battaglia di Waterloo 
fu recata a Londra alla casa Rothschild da un 
colombo viaggiatore tre giorni prima che il 
Governo inglese ne fosse informato. Ciò diede 
agio ai famosi banchieri di comprare i titoli 
al ribasso e di porre così le basi della loro 
egemonia finanziaria. 

*** 

Abbondante materia m'avanzerebbe ancora 
per esaurire un tema che lo spazio mi consentì 
appena di sfiorare e che mi costringe ora a 
concludere. 

La conclusione è che gli animali di cui ab- 
biamo parlato, come rendono grandi servigi 
in casi di guerra altrettanto riescono utili e 
più ancora in tempo di pace. 

E dal momento che l'Italia non deporrà le 
armi prima di aver conseguiti i fini che s'era pro- 
posti, mi sia lecito dare a questa conclusione 
il significato di un augurio. 

SILIO CARFANI. 




A DSSriNAZIONE SI RIMKTTK I.N LIBERTÀ L'ANIMALETTO PERCHÉ TORNI 
COL MESSAGGIO AL LUOGO DI PARTENZA. 




« ... DUE O TRE MINUTI DOPO SI FERMAVANO DAVANTI A UN'ANTICA OSTERIA... » 



(Continuazione, vedasi nutnero precedente) 




on SO — disse lei con esitazione. 
— Voi avrete degli affari da 
sbrigare. 

— Voi siete l'affare mio più 
importante. Fermate davanti al 
primo pasticciere che trovere- 
te — disse poi al cocchiere. 

— Perchè dal pasticciere? — chiese Daffodil 
mentre la carrozza andava velocissima per Ma- 
rylebone con grande giubilo della ragazza, 

— Perchè — rispose serio, serio — perchè 
ardo dal desiderio di mangiare dei dolci. 

— Oh, Cargill! — disse ridendo. — Credo 
che non abbiate più mangiato un dolce da 
quando eravate bambino. 

— Ragione di più per assaggiarli ora. 

Ma quando un po' più tardi si trovarono se- 
duti davanti ad uno dei piccoli tavoli del pa- 
sticciere, egli non prese parte nell'apprezzare 
i deliziosi pasticcini. 

Egli notò che essa aveva perduta l'espres- 
sione malinconica che aveva alla stazione. Il 
suo bel nasino e le palpebre non erano più 
arrossate. La sua voce era pure più gaia. 

— Coraggiosa creaturina — disse fra dì sé 
Cargill. E sospirò. 



Egli non aveva simpatia per Philip Devereux, 
per varie ragioni, ma non per il fatto che erano 
rivali, perchè i sentimenti di Cargill erano (al- 
meno così egli credeva) noti a lui solo. 

— Chi si vede ! Vima ! — esclamò Daffodil 
d'un tratto. E accennò colla mano una signo- 
rina che aveva un abito arancione, con un lungo 
boa di piume della stessa tinta. Essa si faceva 
strada in mezzo ai tavolini per raggiungere 
Daffodil. 

— Oh, carissima! — gridò. — Come mai ti 
trovo in questa vecchia Londra? E il signor 
Cargill con te? Siete nella vostra luna di miele? 

— Sì — rispose gaiamente». Daffodil. — Non 
è vero? 

Cargill sorrise, ma di un sorriso sforzato. 
'Vima pure notò che gli tremava la mano ap- 
poggiata sul tavolo. 

— Ho voluto scherzare - continuò Vima. - Im- 
magino che sarai venuta per accompagnare alla 
partenza Phil Devereux. Vi sposerete presto? 

— Sì — rispose Daffodil gravemente, 

— Ah, bene! Dopo tutto è un buon diavolo. 
Non dispiacerebbe neppure a me sposarlo, è 
così un bel giovane — osservò poi. — Corrono 
su di lui certe storie. Si sa, non c'è da aspet- 



256 



LA LETTURA 



sare che sia un santo, come del resto non lo 
furono né i suoi nonni né i suoi bisnonni. 

Cargill corrugò la fronte. Egli era forse un 
tantino antiquato nelle sue idee, su quanto può 
o non può dire una donna. 

— Come mi dovete disprezzare coi vostri 



prmcipi 



disse ridendo con aria divertita 



la ragazza. — Sono quasi contenta che Daffodil 
non sposi voi invece di Philip Devereux, Sono 
quasi sicura che voi le proibireste di vedermi. 
Non è vero? 

L'interrogato non rispose, guardò l'ora e 
chiese a Daffodil se voleva ancora del caffè o 
dei pasticcini. 

— Allora — continuò vedendo che essa non 
aveva accettato altro — visto che il tempo ac- 
cenna a migliorare, sarà forse meglio che an- 
diamo, non vi pare? 

— Dove andate? — chiese Vima, guardando 
or l'una or l'altro con viva curiosità. 

— Andiamo a esplorare paesi — rep.icò egli. 

— Buon giorno, signorina Kirpatrick. Ricorda- 
temi a vostro padre e a vostra madre. 

— Dove andiamo? — domandò Daffodil 
quando furono in strada, — Ho paura che zia 
Luisa mi aspetti. 

— No, non temete — rispose. — Ho detto 
alla sua cameriera di avvisarla che voi sareste 
rimasta con me fino a questa sera, e che vi 
avrei condotta a casa per l'ora del pranzo. 

— Quanto siete buono e previdente ! — disse 
piena di gratitudine la fanciulla. — Ero così 
abbattuta prima di incontrarvi! 

— Ed ora siete meno desolata? — domandò 
guardandola in viso con un misto di varie 
espressioni nei suoi splendidi occhi. 

— Oh! mi sento proprio un'altra! Quanto 
tempo vi trattenete a Londra? Mi piacerebbe 
che tornassimo a casa nello stesso giorno. 

— Quando contate di partire? 

— Dopo domani. Mamma non sta troppo 
bene... 

— Spero che i miei affari in città finiscano 
appunto doman l'altro — disse. — Intanto, 
vediamo un po' che cosa si può fare oggi. Il 
tempo si mette al bello. Dobbiamo farci con- 
durre fino ad Arbingley? E' un bel posticino 
ridente a poche miglia da Rochampton. Ve- 
drete che vi piacerà ; ha serbato ancora in 
parte il carattere dei paesi di centinaia di anni 
fa; vi è poi una antichissima osteria, coll'o- 
stessa più decorativa ch'io abbia mai visto. 

— Sì, sì, andiamoci — disse frettolosamente. 

— Benissimo : ci andremo. In carrozza o in 
automobile? 

— Non sarebbe meglio in carrozza? Si, sì, 
facciamo così. Voi guiderete, e intanto discor- 
reremo. 

— Ma — disse lui dubitando — se piovesse 
voi vi bagnereste orribilmente. 

— Che importa! Quante volte mi sono già 
bagnata! D'altronde non pioverà certo. Guar- 
date, ecco il sole. 

— Che bellezza! — esclamava una mezz'ora 
dopo Daffodil mentre andavano rapidamente 
fra siepi fiorite da poco lavate dalla pioggia. 

— Sono così felice oggi. 



Egli non rispose. Per quel silenzio ella ag- 
giunse in tono di rimorso : 

— Chissà che cosa sarà del povero Phil? 

— Vedrete che tutto andrà benone — ri- 
spose il suo compagno distrattamente. 

— Perchè, come v' immaginate, io sento assai 
la sua lontananza. 

— Sì, ne sono sicuro — assentì egli. — Ma 
vedrete come passerà presto il tempo. Ma di- 
mentico — aggiunse precipitosamente — che 
voi siete tanto giovane ancora. Il tempo pas- 
serà più lentamente... 

— Cargill — interruppe impazientemente. — 
Quanti anni credete che io abbia? 

— Non saprei. Mi par ieri che vi vedevo... 
correre di qua e di là, coi vestiti corti. 

— Macché! — fece Daffodil. — Come! Se 
ho ventun'anni ! Non direte mica che si è ra- 
gazzi a ventun'anni ! 

— Quando ci si avvicina ai quarantuno — 
disse lui toccando colla frusta la groppa del 
cavallo — ventun anni sembrano ben pochi. 

— Avrete davvero presto quarantun anni^ 
— disse guardandolo coi suoi begli occhi sin 
ceri e infantili. — Non mi sembrate così vec 
chio... a me. Alle volte mi domando... 

— Che cosa? Daffodil, ditemelo. 

In quel momento salivano un piccolo pog- 
gio e il cavallo, con le redini sciolte sul collo, 
andava lentamente. 

— Sì, alle volte mi sono domandato se.... 
non datemi della sfacciata, vi prego... se non 
siete mai stato innamorato di... mia madre. 

Ella pronunziò a bassa voce queste ultime 
parole, arrossendo fino alla radice dei capelli. 

Cargill si voltò verso di lei, coll'espressione 
della più grande meraviglia, e poi scoppiò in 
una delle sue più franche risate. 

— Cara bambina — disse appena potè par- 
lare. — Mia cara bambina ! No, proprio no. 
Che strana idea ! 

Daffodil si teneva in un dignitoso silenzio. 

— Non vedo poi perchè ci sia tanto da ri- 
dere ! — osservò dopo un momento, in tono 
risentito. 

— No, bambina... no certo — rispose. — 
Ma questa domanda venuta da voi mi è sem- 
brata strana. Nullameno vi posso assicura'-e 
che non ho mai pensato a vostra madre col 
cuore di un innamorato. 

In quel momento svoltarono e entrarono 
nella via del piccolo villaggio; due o tre mi- 
nuti dopo si fermavano davanti a un'antica 
osteria, dalle larghe sporgenti finestre guernite 
di un'edera fitta, con un pittoresco portone in 
legno scolpito, sul cui limitare stava sorridendo 
la prosperosa ostessa di cui aveva parlato 
Cargill. Essa s'inchinò benevola a Cargill e alla 
sua graziosa compagna, che evidentemente 
prese per sua moglie, poiché mentre accom- 
pagnava Daffodil in una oscura sala tappez- 
zata di tela persiana, le disse: 

— Conosco il vostro ottimo marito molto 
bene. Un gran bravo signore, pieno di cuore. E 
quanto bene fa di nascosto ! Un mio cugino, che 
era suo dipendente, mi diceva sempre che era un 
padrone d'oro, e che un altro uomo al mondo. 



LA SIGNORINA DAFFODIL 



257 




La Lettura. 



17 



258 



LA LETTURA 



come lui, è difficile trovarlo, e che dovrebbe 
servire di esempio a molti. E non aver saputo 
che si era sposato! E voi avete l'aria di una 
signora ben felice, benché un bel po' più gio- 
vane di lui, senza offesa. 

— Ma voi vi sbagliate — disse Daffodìl, col 
suo incantevole sorriso : — Io non sono la 
moglie del signor Cargill. Egli è un vecchio 
amico di mio padre. 

— Ma guardate un po' ! — esclamò la vec- 
chia donna. — Dicevo bene, fra di me: no, 
non può essere; essa ha piuttosto l'aria di es- 
sere sua figlia. Vedo dal vostro bel viso, cara 
signorina, che non vi siete offesa; vi assicuro 
che non ne avevo l'intenzione. Guardate che 
bel tempo abbiamo! Preferite per caso man- 
giar fuori? 

— E' meglio domandare al signor Cargill — 
rispose Daffodil sporgendosi dalla finestra per 
tuffare il nasino in un boccio di roselline che 
dondolavano leggermente come per salutarla. 

Cargill fu d'avviso di mangiare all'aperto, 
per cui fecero colazione nel giardino su di una 
rustica tavola sotto un tiglio fragrante. 

Daffodil era felice; e Cargill pensava che 
mai era stata così seducente. 

Dopo colazione andarono girellando in paese, 
poi entrarono in un piccolo bosco che confinava 
col villaggio. Mentre entravano nei sentieri om- 
brosi, essa si mise a tremare e rimase silenziosa. 

— Che c'è, piccola? — domandò Cargill 
con voce ansiosa. 

Con grande sua costernazione essa ruppe in 
pianto. 

— Daffodil! — esclamò, chinandosi per guar- 
darle il viso mezzo nascosto dalle mani. — Daf- 
fodil, piccina cara, che avete? 

— Oh, mi manca Philip! — singhiozzò lei. 

— Potrebbe anche darsi che non tornasse, ed 
egli è il mio fidanzato!... ed io ero tanto felice 
di essere con voi, che non ho mai pensato a lui. 
un solo momento. Sono proprio senza cuore ! 

Cargill respirava precipitosamente. Dopo un 
breve silenzio disse con voce calma e ferma : 

— Mia cara... sono sicuro che il vostro in- 
namorato non vorrebbe sapervi disperata per- 
chè dovrete star divisi per qualche tempo. 
Credo che sarebbe molto più contento se sa- 
pesse che voi cercate di affrontare questa se- 
parazione con coraggio e serenità. 

— Davvero? Lo credete proprio ? — domandò 
lei guardandolo cogli occhi pieni ancora di 
lagrime. — Voi, se foste lontano dalla ragazza 
a cui volete bene, pensereste cosi? 

— Sì — rispose. — Preferirei che la ragazza, 
a cui voglio bene, fosse felice e lo mostrasse, 
anziché consumare la sua gioventù nel cruc- 
ciarsi per una cosa inevitabile. 

— Anche se vi foste allontanato voi da lei? 

— Anche se mi fossi allontanato da Uì... o 
essa si fosse allontanata da me. 

— Oh, non siamo mai noi che andiamo via 

— sospirò. — Sono sempre gli uomini! Gli 
uomini hanno più coraggio di noi ! 

— Credete? Non sempre. 

Entrambi passeggiarono qualche minuto senza 
dir parola. 



Uu grande silenzio regnava nel bosco. I loro 
passi si affondavano nel fitto e verde muschio 
che copriva il terreno fra un albero e l'altro. 

Un rustico ponticello, sgrossato alla buona, 
attraversava un piccolo corso d'acqua e sulle 
sponde del ruscello tutta una vegetazione di fiori 
selvaggi diffondeva nell'aria una grata fragranza. 

Daffodil ne raccoglieva dei fasci; ma i fra- 
gili fiori nelle sue piccole mani calde appassi- 
vano tosto, ed essa con aria desolata li but- 
tava via. 

— Sono così graziosi sugli steli , ma ap- 
pena staccati appassiscono e non si possono 
godere come le rose, i garofani, le viole. 

— Questi fiori sono una delle poche cose che 
possiamo avere in abbondanza — rispose lui 
fermandosi per scartare un lungo ramo di 
pruni che attraversava il sentiero. 

— Non solo ; sono una di quelle cose che ci 
sembrano più belle quando non possiamo averle. 

— Cosi succede di molte cose — osservò 
egli calmo. 

— Chissà — disse pensierosa — se si soffre 
maggiormente nel desiderare quello che non 
si può avere, o nell'avere ciò che non solo non 
si desidera, ma di cui si vorrebbe liberarsi...? 

— Gii spagnuoli hanno un proverbio — re- 
plicò — il quale dice: « Meglio desiderare 
senza avere, che avere quello che non si de- 
sidera ». 

— Chi lo sa? — ripeteva essa a mezza voce, 
quasi a sé stessa: — Mi ricordo che prima 
appunto che mi fidanzassi con Philip pensavo... 
mi pareva che non mi sarei più interessata a 
nulla se egli non avesse pensato a me. Una 
notte mi addormentai piangendo perchè... 

— Perchè cosa? — le chiese in una strana 
voce il suo compagno, mentre essa si fermava. 

— Oh, non importa. Non c'è ragione perchè 
mi crediate più bambina di quello che sono. 

— E' una sciocchezza, questa! — disse sor- 
ridendo. 

— Sì, lo so ; ma ci tengo tanto al vostro 
buon giudizio. 

— l3avvero, piccina? Credo di poter dire che 
l'avrete sempre... 

— Questo non potete dirlo. Non so dove ho 
letto che quando si dice: « Vi amo », s'intende 
dire : « Vi amo finché sarete come siete ora ». 

Cargill sorrise e la guardò. 

— Ed io invece lessi in qualche libro, un 
libro molto noto : « Amore non è amore quando 
muta col mutare delle persone ». 

— Non sono del vostro avviso — essa disse 
decisa. — Quando si ama qualcuno lo si ama 
per le sue qualità fisiche e morali. Se poi queste 
cambiano, anche i sentimenti possono mutare. 

— Oh, come siete imbevuta di filosofia! 
Supponiamo che al vostro Philip capiti un ac- 
cidente, perda un braccio o una gamba, o ri- 
manga sfigurato; credete voi che lo amereste 
meno per ciò? 

— N'^n saprei — rispose pensosa. — Se si 
trattasse solo di un braccio o di una gamba, 
meno male... Ma se cambiasse viso mi par- 
rebbe di aver a che fare con un altro. Non cre- 
dete che gli uomini farebbero ugualmente? 



LA SIGNORINA DAFFODIL 



259 



— Qualcuno forse — rispose. 

— E voi? 

— Io... se amassi una donna — disse con 
oce profonda e commossa — l'amerei sempre. 
<^essun mutamento fisico o morale cambie- 
ebbe il mio sentimento. 

— Neanche se diventasse pazza? 

— No, neppure. Essa sarebbe solo il fan- 
asma dell'essere che amai, ma sarebbe sem- 
)re l'essere che amai. 

— Oh, certamente voi sareste così — essa 
iisse dopo un breve silenzio. — Ma in genere 
a gente non la pensa come voi. 

— Daffodil, io sono una persona come tutte 
e altre. Ma credo che sarei fedele... fedele 
:ome innamorato e come amico... 

— Sì — essa continuò dolcemente. — Sono 
Dersuasa che lo sareste... lo credo fermamente. 

Dopo un silenzio, egli disse : 

— E' meglio che torniamo indietro. Ci siamo 
noltrati più di quanto m'immaginassi. 

Cammin facendo per ritornare all'osteria par- 
arono pochissimo. Tirava un vento freddo ; 
grossi nuvoloni coprivano il cielo dianzi di un 
Dell'azzurro. 

Al ritorno in città la pioggia li accompagnò. 
Daffodil era tutta lieta di essere avvolta nel 
largo mantello che Cargill nella sua previsione 
5i era fatto prestare dall'ostessa. Due o tre 
scoppii di tuono, accompagnati da fulmini, ec- 
citarono il focoso cavallino, e Cargill aveva il 
suo da fare per tenerlo in freno. 

La povera Daffodil, pallida e tremante, non 
apriva bocca. Essa si vedeva già a terra, e 
magari mutilata; in giusta punizione — essa 
pensava — del suo egoismo, per la leggerezza 
di cuore dimostrata per Philip. 

Di tanto in tanto dava un'occhiata a Cargill. 
Egli restava impassibile ; forse un tantino più 
pallido e serio, con lo sguardo fisso sul cavallo 
e le braccia tese sulle redini. Per un attimo 
egli si voltò verso la sua compagna, e visto il 
suo bel viso impaurito e stravolto, la rassicurò 
con un sorriso, accompagnato da un: 

— Va benissimo; non vi è l'ombra di peri- 
colo. Il cavallo è un po' nervoso, ecco tutto. 
Non ha simpatia per il tuono. 

Daffodil si rannicchiò tutta contro di lui, con 
un sospiro di sollievo. Era proprio vero, pen- 
sava ; con lui accanto si sentiva tranquilla. 

Poco a poco il temporale andava allontanan- 
dosi verso nord ; piccoli spazi azzurri comin- 
ciavano a mostrarsi in cielo. 

Mentre attraversavano Hammersmith Bridge, 
il sole dardeggiò con subita limpidezza e la 
pioggia cessò. 

— Ho paura che siate un po' bagnata — 
disse Cargill guardando Daffodil con una certa 
inquietudine. 

— Voi, piuttosto ! — rispose lei sorridendo. 
— Ad ogni modo, questo bel sole ci asciugherà 
presto. 

Una brezza pungente già aveva asciugato i 
marciapiedi. Le foglie degli alberi di Holland 
House brillavano dopo essere state lavate dalla 
pioggia. 

Mentre la vettura correva lungo I-^nights- 



bridge, dopo essersi lasciato indietro Keming- 
ton High Street, Daffodil diceva: 

— Ho passato raramente una giornata così 
piacevole... nonostante la pioggia che detesto. 

Eppure, solo poche ore prima, l'istessa per- 
soncina aveva detto a un giovanotto che par- 
tiva per l'Australia : « Oh, Phil, che giornata 
orribile, e c'è per di più la pioggia e il vento 
che tanto mi snervano!». 

Quando Daffodil, un po' più tardi, fu a casa 
della zia, questa notò, con grande sua soddi- 
sfazione interna, i suoi occhi vivaci e il suo 
bel viso colorito. 

— Cara bambina mia ! — disse mentre ab- 
bracciava la nipote prediletta. — Non ho ces- 
sato un momento di pensare a te in tutto il 
giorno. Che brutta giornataccia deve essere 
stata per te! Ma bisogna farsi coraggio, non 
lasciarsi abbattere! Vedrai come passa presto 
il tempo. 

Le guance di Daffodil si fecero un po' pal- 
lide. 

CAPITOLO IV. 

Luisa Denham, zia di Daffodil, era una ricca 
signora, vedova e senza figli : ed aveva una 
speciale tenerezza per la nipote. Daffodil l'a- 
mava teneramente ed era felice ogni volta che 
poteva andare a passare qualche giorno a 
Rutland Mansions. 

La sera tardi del giorno da noi descritto 
nel capitolo precedente, mentre stavano sedute 
sul balcone, dopo la partenza di Cargill, che 
naturalmente aveva pranzato con loro, la vec- 
chia signora diceva con una certa esitazione: 

— M' immagino, cara, che vorrai molto bene 
a Philip Devereux, anzi direi che ne sono si- 
cura... 

— Ma certo, certissimo, zietta — rispose la 
ragazza sgranando gli occhi e inarcando legger- 
mente le ciglia. — Gli ho promesso di sposarlo. 

— Sì, è vero — replicò la signora a bassa 
voce, quasi parlasse a sé stessa. — Lo so. 

— Vedi, zia cara — disse Daffodil rannic- 
chiandosi in terra e appoggiando la testa sulle 
ginocchia della zia — ai nostri giorni le ra- 
gazze non sentono più per gli uomini che de- 
vono sposare, come sentivano le ragazze di una 
volta, o come è detto nei romanzi. 

— Davvero? — disse la signora Denham in 
tono un po' asciutto. — Credevo che ci fosse 
un modo solo di volersi bene e che così fosse 
fin dai tempi di Adamo ed Eva... La natura 
umana non cambia, cara mia. 

— Ma zia — esclamò Daffodil un po' scon- 
certata — perchè mi parli così? Credi forse... 

— Sì, te lo confesso — rispose la zia men- 
tre la ragazza si era fermata irresoluta — ho 
paura. 

— Paura di che? Che non gli voglia bene... 
abbastanza? — balbettò Daffodil. 

— Sì, cara, proprio così. Sinceramente, non 
crede che tu sia innamorata di lui. Credo che 
tu non abbia idea di ciò che è l'amore. 

— Invece... lo so, lo so ! — proruppe Daf- 
fodil appassionatamente. — So che lo amo 
come non potrei amare nessun altro. Io pure 



26o 



LA LETTURA 



credevo dì non volergli bene. Invece no. E 
sento che mi mancherà tanto, tanto! E desi- 
dero e voglio sposarlo. 

Seguì una pausa. La zia con un'aria signifi- 
cativa disse: 

— E Cargill? 

— Cargill? — ripetè Daffodil. — Perchè mi 
parli di lui? 

— Mia cara, non fa bisogno che ti dica che 
Erig Cargill ti vuole molto, molto bene. Lo 
sospettai quando fui a Cardene in primavera. 
Ne parlai a tua madre. Questa sera mi sono con- 
vinta che avevo ragione. 

Una leggera espressione di gioia illuminò il 
bel visino della ragazza. Essa disse molto 
franca : 

— Lo so che mi vuole molto, molto bene; 
ma non è un voler bene da innamorato il suo, 
zia cara. 

— Davvero? 

— Oh, certo. Curioso, però... Philip pure me 
l'aveva detto. Ma no... no, non può essere. Fi- 
gurarsi Cargill innamorato di me? Ma se mi 
considera come una sua figlia. E poi lo sai, 
papà e lui erano compagni di scuola... quindi 
figurarsi!... Perchè mi guardi così, zia Luisa? 

— Non so proprio, cara mia, di guardarti 
in un modo speciale — rispose la zia. — Tu sei 
molto giovane per i tuoi ventun anni ; giovane 
e inesperta... e temo che tu possa commettere 
un grave errore. 

— Sposando... Philip? 

— Sposando Philip... per prima cosa. 

— C'è dunque un' altra cosa? Di che si 
tratta? 

— Sì, c'è una seconda cosa. Forse non do- 
vrei dirtela, ma d'altronde è meglio. Io credo 
non solo che Erig Cargill sarebbe un assai 
migliore marito per te, ma che sarebbe pure 
un miglior partito. 

— E tu credi, cara zia — rispose la ragazza 
alzandosi e appoggiando la sua snella person- 
cina contro r inferriata del balcone — tu credi 
che lascerei quel povero Phil, perchè Cargill 
potrebbe essere un miglior partito? 

— No, non per questo, cara. 

— E allora, perchè? 

— Perchè — disse la signora lentamente — 
perchè forse, senza che tu lo sappia, tu gli 
vuoi bene. 

La ragazza diventò di fuoco. 

— Io voglio bene a Cargill? — esclamò. — 
Gliene ho sempre voluto fin da quando ero 
piccina. Gli voglio bene nello stesso modo 
come lui ne vuole a me. 

— Sì, Daff"odil, ed è questo appunto che 
intendo di dire. Tu gli vuoi bene come te ne 
vuole lui ; e quando un uomo e una donna si 
amano in questo modo dovrebbero sposarsi. 

— Oh, zia, come mai puoi dire delle così 
spiacevoli e crudeli cose oggi... proprio oggi? 
mentre mi sento tanto sola e desolata? 

Un leggero sorriso sfiorava le belle labbra 
dalla linea pura di zia Luisa. 

— Non avevo l'intenzione di dirti delle cose 
scortesi, mia cara. Sono spiacentissima di sa- 
perti tanto soU e desolata. Sei una gran brava 



ragazza, poiché hai saputo nascondere bene i 
tuoi intimi sentimenti. 

Daffodil la guardò fissa con un'aria interro- 
gativa e risentita. 

— Non capisco bene in che senso parli — 
disse. — Alle volte mi sembri la più cara delle 
zie; altre volte proprio una zia... 

— Volgare, eh? — interruppe la signora 
Denham, leggermente offesa. 

— No, non volevo dir questo — esclamò 
Daffodil. — Lo sai, zia. 

— Allora volevi dire qualcosa di peggio, — 
disse sorridendo la zia. — Comunque sia, non 
importa. Non possiamo mantenerci sempre sul 
più alto piedestallo, neanche verso quelli che 
più ci amano. A proposito, come aveva l'aria 
di star bene Cargill. Egli è un gran bell'uomo! 

— Sì, certo ; però Philip è molto meglio, 
non c'è confronto. 

— Lungi da me l'idea di paragonarlo all'a- 
dorato Philip ! — fu la risposta. — Sono due 
tipi affatto diversi. 

Daffodil rimase in silenzio, guardando di- 
strattamente ora la via popolata, ora la distesa 
un po' annebbiata del parco. 

Zia Luisa stese la mano carezzevolmente 
sulla testina bionda. 

— Piccina mia — mormorò colla sua dolce 
voce, che era una delle cose più attraenti di 
Luisa Denham — , piccola innocente, tu non 
sai quanto mi stai a cuore e quanto mi sta a 
cuore la tua felicità ! 

Poi soggiunse, in tono deciso: 

— È tardi. Andiamo a letto. 

— Buona notte, cara zietta dolce e buona 
Spero che domani ti sarà passato il tuo raffred 
dorè. Sono una perfida creatura. Non so prò 
prio che cosa avessi per parlarti a quel modo 

— Buona notte, piccola. Dormi bene e so 
gna... sogna l'uomo a cui vuoi bene. 

Quella notte Daffodil, prima di addormen 
tarsi, rimase un bel pezzo seduta sulla sponda 
del letto nella sua lunga camicia da notte, coi 
piedini simili al velluto bianco posati sul tap 
peto verde oscuro. 

— Povero Philip — pensava. — Chissà a 
quest'ora! Certo penserà a me! Chissà come 
sentirà la mia lontananza! 

Philip, invece, in quel momento, stava como- 
damente seduto nel salone dell' (9r;««j, assorto 
nel giuoco del bridge. Egli aveva una vera 
disdetta, e perdeva più di quanto possedeva, 
per cui andò a letto di cattivissimo umore, 
senza quasi pensare a Daffodil. 

Ed essa se lo immaginava sul ponte, cam- 
minando su e giù, fin verso il mattino, col 
cuore stretto, pensando alla fanciulla che aveva 
lasciato in patria... 

Ella si rimproverò un'altra volta le belle ore 
passate felice e contenta con Cargill, e quando 
s'inginocchiò per offrire la sua semplice pre- 
ghiera serale, domandò fervorosamente a Dio 
che Cargill non s'innamorasse mai di lei, che 
le volesse bene sempre come ad una sua fi- 
gliuola, e che essa potesse amare Philip co 
una moglie deve amare suo marito. 

Rimase sveglia ore e ore, rimuginando 



comj^ 
lo sfl 



LA SIGNORINA DAFFODIL 



261 




consigli e gli ammonimenti della zia Luisa. 
Poi ritornò a pensare a Philip, al suo bel viso 
pallido, e alla sua cara voce tremante al momento 
dell'addio. Come le pareva lontano tutto ciò! E 
pensare che eran fatti di quella mattina stessa. 
I suoi pensieri ritornarono di nuovo a Car- 



gill. Come avrebbe desiderato che la zia Luisa 
non avesse parlato di lui come aveva fatto; 
in certo modo aveva guastato gli amichevoli 
rapporti col suo amico d'infanzia. E così an- 
dando di pensiero in pensiero la povera Daf- 
fodil non trovava pace, e già i primi albori 



262 



LA LETTURA 



cominciavano ad intravvedersi attraverso le per- 
siane, quando potè finalmente prender sonno. 
L'indomani mattina essa e Cargill fecero ri- 
tomo a Cardene. Si trovarono soli nella car- 
rozza ferroviaria. Daffodil non si sentiva con 
lui come al solito ; provava una certa sogge- 
zione, e se n'accorse il suo compagno senza 
spiegarsene la ragione. Egli la guardava cogli 
occhi pieni di compassione, mentre essa ri- 
maneva muta in un angolo guardando distrat- 
tamente la campagna inondata dal sole. Il suo 
viso più pallido del solito e i begli occhi grigi 
sbattuti e pesti dicevano la notte insonne tra- 
scorsa. Poco a poco il suo sguardo fisso at- 
trasse quello di Daffodil, la quale si volse a lui. 

— Perchè mi guardate così? — gli chiese 
dolcemente. 

Egli le sorrise di un sorriso così buono, 
così amichevole che per uno di quei misteri 
inesplicabili essa si sentì rincorata, si sentì di 
nuovo lei, e dimenticò le parole di zia Luisa. 
Essa in risposta gli sorrise, finché il suo viso si 
illuminò tutto come quello di un bimbo contento. 

— Così! così! vi voglio veder sempre così! 
Devereux ci avrebbe sofferto se vi avesse vi- 
sta coll'espressione di dianzi. 

Essa lo guardò con aria seria, 

— Non voglio che crediate quello che non 
è — gli disse con un leggero e strano tremito 
nella voce. — Io non stavo pensando a Philip 
un momento fa. Pensavo... a voi. 

— Ho una gran paura che non fossero dei 
pensieri allegri — egli rispose. — Speriamo 
almeno che fossero benevoli. 

— Oh, sì, certo ! Come potrebbe essere al- 
trimenti? Ma essi erano... come potrei dire... 
enigmatici. 

— Enigmatici? — ripetè. — Riguardo a me ? 
Per quanto sta in mio potere sarò felice di il- 
luminarvi. 

Essa scosse il capo. 

— Credo che non vorrete né potrete illumi- 
narmi. 

Egli rise. 

— Avete un'aria così terribilmente miste- 
riosa — disse. 

— La zia Luisa mi diceva che forse com- 
metto uno sbaglio sposando Philip! 

Cargill in cuor suo definì la signora De- 
nham come una donna dotata del massimo 
buon senso. Si contentò di dire: 

— Secondo me, siete voi il miglior giudice 
della vostra felicità... Però... non ne sono ben 
sicuro. Ma questo non ha nulla a vederci con 
le vostre domande enigmatiche su di me. 

Di nuovo essa lo guardò con occhi pene- 
tranti e interrogativi. 

— Quello che mi è sempre piaciuto in voi, 
Cargill, è la vostra rettitudine, la vostra fran- 
chezza. 

— Spero bene di avere queste qualità — ri- 
spose. — Come pure spero (nonostante il vostro 
viso e i vostri modi dicano il contrario) che 
non crederete che io abbia cambiato in nulla 
sotto questo riguardo. 

— No, no... certamente — si affrettò a dire 
lei per rassicurarlo. — E sono certissima che 



se voi sapeste qualche cosa che mi riguardasse 
e che non voleste che io sapessi, finireste però 
sempre col dirmelo. Non è vero? 
Egli sorrise involontariamente. 

— Non vi pare che quanto dite farebbe a 
pugni coi miei principi — egli disse. — Se io 
avessi un segreto che volessi tenervi nascosto, 
la cosa più naturale sarebbe di non dirvene 
nulla... 

— Ma... vi è dunque un segreto? — do- 
mandò ansiosamente. — Non conosco io tutto 
ciò che accadde nella vostra vita, da quando 
cessai di essere bambina? 

Uno strano sguardo attraversò i suoi buoni 
occhi. 

— No, mia cara piccina, non sapete tutto 
di me... Naturalmente gli uomini non possono 
confidar tutto a delle bambine come voi. Ma 
non credo di aver segreti invita mia... quanto 
meno nulla di cui mi vergogni. 

— Nulla che non vorreste raccontarmi? 

— Nulla che non potessi raccontarvi — cor- 
resse calmo — se contassi di farlo. 

V'era nel suo tono di voce un non so che 
di doloroso. 

— Forse... penserete che... mi sono presa 
troppa libertà — disse la fanciulla a bassa 
voce. — Ho paura di avervi offeso. 

Egli rimaneva silenzioso; ed essa continuò: 

— Perdonatemi, ve ne prego. 

Egli le stese la mano in atto pacificatore, 
come faceva in passato, quando essa, da bam- 
bina, faceva la cattiva, e poi pentita gli chie- 
deva scusa. 

— Sarebbe proprio una cosa orribile bistic- 
ciarsi con voi, Cargill — - disse con un sospiro 
di sollievo. 

— Non c'è ragione perchè dobbiamo sem- 
pre bisticciarci. 

Dopo un assai lungo silenzio, durante il 
quale Cargill aveva letto gran parte di un ar- 
ticolo del Times, Daffodil disse, riflettendo : 

— Io non so come la gente distingua la dif- 
ferenza fra il voler tanto, tanto bene ad una 
persona, ed esserne innamorato. 

Egli non rispose immediatamente; quando 
parlò la sua voce non era ben ferma. 

— Non è diffìcile, di solito. 

— Non si può essere in dubbio? — chiese. 

— No... Non c'è da sbagliarsi. 

— Perchè — continuò — avete sempre l'aria 
tanto triste quando si parla d'amore? 

— Davvero? Non lo sapevo. A mia volta 
voglio interrogarvi. Perchè questo soggetto ha 
tanta attrattiva per voi, da tempo? Ma già, è 
tanto naturale. 

E sospirò. 

— Se sposerò Philip — disse Daffodil dopo 
un po' — voglio dire, quando sposerò Philip 
e andrò in Australia, mi domando se avrò la 
nostalgia della casa. 

— La nostalgia della casa ? Con vostro ma- 
rito, Daffodil? Ma è assurdo... 

In quel momento il treno si fermava da- 
vanti la piccola stazione di Cardene. 

{Continua'). 

CURTIS YORKE. 



^(9/7Wà 



SOMMARIO: 

Gii ascari d'Italia « Il nuovo triennio drammatico » Goltano e la stazione 
radiotelegrafica Marconi - La saletta <* Gandolin ,, a Palazzo Bianco a 
Genova - Vincenzo Bellini e l'inaugurazione di un gran teatro - Gli sports 
invernali in altri tempi. 



GLI ASCARI D" ITALIA 



Gli ascari, (cioè soldati) d'Italia sono gio- 
vani nati o stabiliti nelle Provincie della 
nostra Eritrea, e che volontariamente si arruo- 
lano a condizioni prescritte dai 
nostri appositi regolamenti. 

L'arruolamento avviene dopo 
accurata visita medica ed è su- 
bordinato alle informazioni che, 
del giovane, deve 
fornire il capo del 
paese (cicca) in cui 
lo stesso risiede e 
ad un esperimento 
di marcia (di 60 chi- 
lometri in 8 ore al 
massimo) che provi 
la sua resistenza. 

Il giovane abissi- 
no, sia esso musul- 
mano o cristiano, è, 
per istinto, superbo, 
della superbia che 
nulla pareggia, nulla 
infrena. 

Venne su imparan- 
do a memoria la ge- 
nealogia e la storia 
dei suoi antenati 
(tutti eroi, natural- 
mente), sino alla set- 
tima generazione, so- 
gnando la soddisfa- 
zione enorme di pos- 
sedere un muletto, 
lo scudo di pelle d'ip- 
popotamo borchiato 
in argento e financo 
un fucile... magari 
soltanto da caccia. 

E quando i suoi 
sogni sono realizzati, egli è convinto d'essere 
valoroso, destro in campo, figlio del primo po- 
polo del mondo; sdegna il lavoro dei campi 




Giovane abissino. 



e, agguantato dalla vanità che lo sospinge, 
si fa soldato, si arruola fra gli ascari. 

Quasi sempre gli ufficiali italiani, i graduati 
indigeni dei reparti devono du- 
rar poca fatica per dirozzarli ; 
l'ascari impara con rapidità sor- 
prendente e dopo pochi giorni 
ha la disinvoltura di un corretto 
portamento militare 
ed una conoscenza 
non soltanto super- 
ficiale dei molti suoi 
doveri. 

Gli ascari sono, in 
generale, ottimi sol- 
dati ; la loro fiducia 
negli ufficiali è gran- 
dissima ed al giudi- 
zio, all'intervento di 
essi ricorrono in 
qualsiasi occasione 
anche se questa sia 
di pertinenza della 
intimità familiare. 
L'ufficiale è il supe- 
riore, il medico, l'av- 
vocato, il concilia- 
tore, il confessore: 
è tutto! 

Gli ascari di fan- 
teria appartengono a 
quattro battaglioni 
che si differenziano 
fra loro dal colore 
di una fascia che ogni 
ascari porta attorno 
alla vita, e dal colo- 
re del fiocco portato 
sul fez o iarbusc. 
IO battaglione fa- 
scia e fiocco rosso ; 20 battaglione fascia e 
fiocco bleu ; 30 battaglione fascia e fiocco cre- 
misi ; 40 battaglione fascia e fiocco nero. 



LA LETTURA 




Ascari di fanteria. 



Ma più che pel segno esteriore ed al quale, 
del resto, tengono moltissimo, gli ascari dei 
vari battaglioni sono enormemente orgogliosi 
del passato dei reparti ai quali appartengono. 

Molti sono che nello stesso battaglione han- 
no prestato servizio per io o 15 anni ed an- 
che più, prendendo parte a tutti i fatti d'ar- 
me che si svolsero in Eritrea dal 1894 fino 
a tutto il 1896 (Halai, Coatit, Amba Alagi, 
Makallè, Agordat, Kassala, Tucruf). E questi 
nuclei di valorosi soldati, sui quali riposa la 
fiducia degli ufficiali, sono la potente leva del- 
l'emulazione in tutti i giovani che, man mano, 
con essi si fondono nel compimento di ogni 
dovere della vita di pace. 

L'istruzione pratica militare degli ascari con- 
siste essenzialmente nelle esercitazioni di tiro 
ed in quelle altre che tendono ad inrobustire 
i muscoli e ciò perchè l'abissino, che in ge- 
nere schiva volontieri qualunque fatica in 
cui siano in giuoco specialmente i muscoli 
delle braccia, è resi- 
stentissimo nelle mar- 
cie, ma debolissimo 
in tutto il rimanente. 

La deficienza di ro- 
bustezza nelle braccia 
fu sempre pel passato 
la principale causa 
della poca abilità al 
tiro di quei nostri 
soldati. 

Eppure... hanno vi- 
sta acutissima, e la 
conformazione fisica 
loro permette ad es- 
si delle posizioni di 
tiro che noi, euro- 
pei, non sapremmo 
sognare. 

Quale europeo, ad 
esempio, potrebbe 

sparare seduto come può sparare l'abissino? 
Gli ascari sapevano che, al confronto con gli 
italiani , essi valevano poco come tiratori ; 
non lo confessarono mai però e, soltanto, du- 
rante le istruzioni pratiche di tiro o scuola 




Tiratore nella posizione di « seduto 



di puntamento... mettevano da parte la su- 
perbia. 

Così, l'esercizio continuato e la ferma vo- 
lontà di riuscire han fatto, degli ascari, tiratori 
fortissimi e capaci di gareggiare con i nostri 
migliori. 

♦% 

Gli ascari di cavalleria sono abilissimi cava- 
lieri e sono montati su cavalli soriani ed abis- 
sini. Vestono una elegante tenuta ed il loro 
distintivo è nella fascia rossa alla cintura, gam- 
bali di pelle e sul fez o tarbusc (attorno al 
quale una striscia scozzese cade sfioccata sul- 
l'orecchio destro) una penna di avoltoio. 

Gli ascari d'artiglieria, siano essi cannonieri 
(artiglieria ai forti) o della batteria da monta- 
gna, sono tutti musulmani ed in mag- 
gioranza sudanesi. 

Aitanti della persona, robustissi- 
mi, inteUigenti, riescono a meravi- 
glia nelle molteplici 
cose inerenti al loro 
servizio. 



Quando gli ascari 
sono alle sedi, allog- 
giano in tucul rag- 
gruppati in località 
estese e disposti in 
file parallele distanti 
quanto basta perchè 
un incendio non pos- 
sa prendere propor- 
zioni pericolose. Gli 
ascari ammogliati (e 
sono i più) hanno un 
tucul per famiglia ; 
gli scapoli alloggiano 
normalmente in due 
ogni tucul. 
Le abitazioni sono costruite dagli ascari 
stessi; adoperano tronchi d'albero, ramaglia 
e cordame vegetale. Fanno prima un cilindro 
solido, alto poco più di un uomo e gli so- 
vrappongono un cappello conico tenuto a sito 



GLI ASCARI D'ITALIA 



265 




la robuste saette in croce e legature. Quando 
io scheletro è completo, viene ricoperto di 
paglia disposta a mazzetti sovrapposti e le- 
gati fra loro. 

11 tucul serve a tutto : cucina, camera da 
letto, salotto, guardaroba, pollaio ed altro 
ancora. 

Fortuna che gli ascari sono sempre occu- 
pati in qualche cosa: istruzione, lavori su 
strade, scorte; nel tucul vivono poco e sol- 
tanto vi stanno religiosamente... durante i 
pasti. In guarnigione è la moglie che pre- 
para il vitto al marito ed è, questo, obbligo 
sacrosanto. 

In marcia, durante le lunghe escursioni 
od operazioni guerresche, gli ascari sono i 
cuochi di sé stessi, né si può immaginare 
cuoco più semplice e più spiccio. 

Tutti, in tali servizi straordinari, godono 
di una razione di farina di 600 grammi al 
giorno. 

Giunti che siano alla tappa, gli ascari si 



Ascari di cavalleria. 




Ascari della batteria da montagna 



266 



LA LETTURA 




Ad una tappa, durante operazioni guerresche. 



disseminano in piccoli capannelli e ciascuno dei 
componenti dà la propria farina che viene im- 
pastata con acqua su un sacco disteso a terra 
a mo' di madia. 

Dopo un po' di lavorìo di braccia, s'arrotola 
la pasta a forma di tozzo bastone e si suddi- 
vide in tante parti quanti sono i commensali 
che forniscono la farina. 

Ciascuno prende il suo pezzo e, fatta una 
mano a pugno, ve la ficca dentro; con l'altra 
premendo contro quella, ne riesce una scodella 
di cui l'apertura è quanto il polso. 

Intanto, sotto la brace della legna che arde, 
sono alcuni ciottoli ad arroventare. Giunto il 
momento opportuno, ciascuno prende un ciot- 
tolo, lo ripone lestamente nella scodella di pa- 
sta, richiude l'apertura e la palla che 
ne risulta è messa accanto alla fiam- 
ma ad abbrustolire, e quando lo sia 
ciascuno la 
rompe, leva 
il sasso.... 

Ecco cosa 
è la famosa 
b o r g u ila 
della quale 
ed unica- 
mente si ci- 
bano e si so- 
stentano gli 
ascari per 
mesi e mesi ! 

Gli è vero 
però che gli 
ascari, du- 
rante le ope- 
razioni guer- 
resche fan- 
no anche 

delle scorpacciate, delle indigestioni di... pa- 
role. 

Dove si disseminano i piccoli capannelli sor- 
gono in un batter d'occhio delle piccole ca- 
panne di paglia. In quelle piccole tane da 
lupi si riuniscono in 3 o 4, si rincorano per la 




lotta probabile di domani... narrando le ge^t;^ 
straordinarie dei loro antenati di cui esaltane 
le virtù, il valore, l'eroismo. 

Ed al racconto di uno segue quello di ur 
altro, che vorrebbe parer migliore per avei 
antenati più valorosi, più eroici; gli occhi sfa 
villano, il sangue bolle, e mentre i muletti 
povere vittime dell'altrui entusiasmo, atten 
dono pazientemente un pugno d'orzo, i rap 
presentanti delle valorose ed antiche schiatte 
divorano la borgutta, accoccolati sotto une 
sciamma o lenzuolo che li ripara dal maloc 
chio. 

Dopo tutto, vinta l'impressione che procun 
a noi la loro atavica diffidenza, gli ascari sonc 
bravi figliuoli, assai maneggevoli anche senzf 
i mezzi coercitivi. 

Non sempre però bastane 
le belle parole. Essi spesse 
non cedone 
che alla evi 
denzadei fat 
ti ; orgoglio 
si come so 
no , superò 
innati ed et 
cessivamen 
te diffidenti 
non credone 
lì per lì, non s 
lasciano per 
suadere sen 
za fatica ; pe 
ottenere ài 
essi un di più 
bisogna toc 
Carli nell'a 
mor propri' 
e senza ri 
guardi. Una volta, nel girellare per l'accampa 
mento della mia compagnia, vidi un ascari ch( 
adoperando, come è loro costume, un cocci- 
di bottiglia , raschiava i capelli ad un su- 
compagno e di tanto in tanto gli rinfresca 
va la cute con dell'acqua. Manco a dirlo 



Il tucul. 



GLI ASCARI D'ITALIA 



267 




Il lavoro affratella. 



luella povera testa era tagliuzzata in mille ma- 
liere. 

« Perchè, dissi al barbitonsore, non adoperi 
ina forbice? » 

« Forbice non tagliare bene ; lasciare ancora 
.apelli come sabbia, dopo tagliato! » 

« Ed allora adopera un rasoio ; sarà sempre 
neglio che il tuo pezzo di bottiglia rotta. Non 
.edi come l'hai ridotto quel disgraziato? » 

Ma il figaro nero mi guardò bonariamente 
soggiungendo : 

« Lemad eiù ! (così è costume). Sempre fatto 
:osì ! » 

Io insistetti, e ad arte soggiunsi ancora: 

« Lemad eiù, sempre fatto così ! sempre fatto 
male. Noi italiani, un pochino più civili di voi, 
facciamo in altro modo e facciamo meglio »; e 
lo piantai. 

L'indomani il mio figaro, dopo qualche le- 
zione di un barbiere uma- 
no, tosava col rasoio i suoi 
correligionari. 

Non è la convinzione, il 
bisogno di un miglioramen- 
to sociale che li spinge ol- 
tre i limiti entro i quali han- 
no sempre vissuto, ma la 
istintiva atavica pretesa di 
voler essere da più di 
qualsiasi altro popolo ci- 
vile. 

Quando, ad esempio, il 
governo dell'Eritrea dava 
le disposizioni per il rac- 
colto del fieno, si impiega- 
vano gli ascari e con gran- 
de successo. Bastò che una 
dozzina di soldati italiani 
falciassero con la falce fie- 
naia e dimostrassero chia- 
ramente la sproporzione fra 




il loro rendimento e quello degli ascari che usa- 
vano il falcetto, bastò il paragone tutto a favore 
dell'europeo ! 

Gli ascari vollero usare la falce fienaia e, 
naturalmente, quasi tutti dovettero farsi cu- 
rare tagli, ferite ai piedi, ai malleoli, agli stin- 
chi. Ma appena guariti ritornavano a falciare 
spinti dalla tema che i falciatori bianchi fos- 
sero ritenuti gli unici capaci. 

Col sistema molto pratico e molto econo- 
mico della emulazione gli ascari divennero 
sempre migliori. 

Essi, sotto la direzione dei loro ufficiali e 
l'esempio dei soldati bianchi che furono loro 
maestri pazienti ed amorevoli, hanno dato e 
danno tuttora invidiabili prove di resistenza 
anche al lavoro; impararono a maneggiare 
assai bene badili, piccozze, seghe, martelli e 
financo il pistolotto per le mine. Nell'affi-atel- 
lamento del lavoro andò 
man mano cementandosi 
la scambievole simpatia e 
mentre la colonia conta og- 
gi centinaia di chilometri 
di strade carrozzabili, co- 
struite quasi tutte da asca- 
ri e che facilitano il tran- 
sito delle merci delle caro- 
vane a tutto beneficio del- 
la civiltà e del progressi- 
vo commercio, l'Italia può 
vantare di essersi afferma- 
ta in quella sua colonia in 
maniera durevole e può, 
fidente, fare assegnamen- 
to sugli ascari suoi che, in- 
sieme alle loro famiglie, 
ritengono l'Italia quale lo- 
ro patria. 

Srrardo 

di AicKelbur^. 



Il barbiere. 



IL NUOVO TRIENNIO DRAMMATICO 




Col primo giorno di qua- 
resima il largo e pro- 
fondo movimento delle Com- 
pagnie drammatiche si è svol- 
to con la consueta armonia, 

quest'anno, e anche con una ^^^^^^ calabresi 

speciale vivacità. Di alcune 
novità importanti nella vita teatrale italiana, di 
qualche modificazione interessante nella gerar- 
chia di palcoscenico fra « nuove ditte » e « nuovi 
ruoli » giova parlare brevemente. 

La quaresima 1912 presenta una varietà in- 
solita di cose nuove : fra le tante Compagnie 
drammatiche che si disfanno e si rinnovano... 
per restare di solito, su per giù, quel che erano 
prima, quest'anno ce ne sono in buon numero 
che per il loro intimo carattere offrono spe- 
ciali argomenti di interesse e di curiosità. 

E prima di tutto, Milano è chiamata a giu- 
dicare una impresa di una importanza ecce- 
zionale: quella della Compagnia Stabile del 
teatro Manzoni, ultima forma concreta che il 
vecchio ideale del teatro stabile va prendendo 
in Italia. L'impresa, configurata coi criteri più 
savi, sul tesoro di esperienza che qualche pre- 
cedente iniziativa dello stesso genere ha po- 
tuto fornire, improntata da un vigoroso spirito 
di praticità e di modernità, può legittimamente 
considerarsi nuova — soprattutto per la serietà 
degli intendimenti, per l'ampiezza delle vedute, 
per la notoria tenacia delle persone che, sotto 
la direzione di Marco Praga, sono organizzate 
per collaborare a un grandioso programma di 
arte. In prima linea nella bella schiera di gio- 
vani artisti che formano la Compagnia del Man- 
zoni, Tina di Lorenzo, una delle attrici più care 
al pubblico che l'Italia abbia mai avuto, è per 
sé e per Armando Falconi suo marito, una 
preziosa garanzia di dignità d'arte e di sa- 
pienza teatrale. L'unione di molteplici energie 



e di maturi criteri artistici 
e industriali fa della grande 
impresa della Compagnia 
del Manzoni il fatto più 
singolare e più interessante 
dell'attuale momento nel 
nostro teatro di prosa. 
Del carattere diametralmente opposto a quello 
della Stabile milanese, è la formazione di una 
agile Compagnia Benelliana, di tipo normale e 
di repertorio specialissimo : è la Compagnia che 
in vasti e rapidi giri per l'Italia e per l'estero 
rappresenterà esclusivamente le opere dram- 
matiche vecchie e nuove di Sem Benelli, nelle 
interpretazioni di Teresa Franchini, felicemente 
restituita all'arte italiana, e dei giovani e volon- 
terosi artisti diretti dal poeta stesso e da Ma- 
rio Fumagalli. 

Il particolare patrocinio di alcuni autori ita- 
liani ha poi favorito la formazione di una Com- 
pagnia Palmarini-Grassi- Farulli che riceve dal 
suo direttore artistico, Giannino Antona-Tra- 
versi, l'indirizzo informativo e una singolare 
autorità. E' una Compagnia progettata in un'ora 
di viva battaglia, che in una composizione nor- 
male si presenta oggi nell'arringo teatrale con 
una schietta bandiera d'italianità, fra le uni- 
versali simpatie. Ne è prima attrice Mercedes 
Brignone-Palmarini — che assume tal « ruolo » 
per la prima volta — e primo attore suo maritj 
Umberto Palmarini. 

Non meno singolari per diversissimi cara 
teri dalle precedenti, sono apparse col nuo^ 
triennio due Compagnie assolutamente nuo^ 
che per varia ragione sollecitano il più vii 
interesse dal pubblico. 

Alla Compagnia della Commedia musical, 
ideata e diretta da Giovanni Novelli-Vidal 
con la cooperazione del maestro Limenta, 
schiude un campo nuovo per l'Italia: quel 



IL NUOVO TRIENNIO DRAMMATICO 



269 





Lyda Borelli. 

lon sfruttato mai da Compagnie italiane, del 
'audeville. E' accaduto in Italia un fenomeno 
issai curioso, per il quale si può asserire che 
\n vaudeville non sia mai stato rappresentato 
lel suo vero carattere ; difatti quel genere di 
:omponimenti teatrali, ibridi e fantasiosi, si è 
trasformato, nella traslazione sul teatro nostro, 
in commedia o in 
operetta. Nel primo 
caso abbiamo udito 
molte cosidette po- 
chades, che in forma 
di commedie han per- 
so quel tanto di fan- 
tasia che poteva ren- 
derne meno cruda 
l'assurdità caricatu- 
rale; nel secondo ab- 
biamo sentito delle 
operette musical- 
mente insignificanti 
perchè, sfrondate del- 
l'elemento dramma- 
tico o comico, non 
hanno avuto mai una 
vera consistenza mu- 
sicale. Il vaudeville è 
una forma d'arte as- 
sai graziosa — non 
necessariamente co- 
mica — da noi ca- 
duta in disuso, più 
spesso per mancanza 
di Compagnie ugual- 
mente adatte per pro- 
sa e per musica che 
per reale ripugnanza 
del pubblico nostro : 
il quale applaudiva 
volentieri trent'anni fa 
pagnie francesi e non 




Alfonsina Pieri. 



vaudevilles delle Com- 
ha mai avuto il bene 



Maria Melato. 

di udirne dalle italiane. La Commedia musi- 
cale — come con giusta denominazione italiana 
è stata chiamata — farà dunque il suo giro, e 
speriamo fortunato, sulle scene d'Italia, in una 
varietà di repertorio che per molti offrirà sorpre- 
se insospettate e in una accuratezza di espres- 
sioni sceniche che vogliamo augurare perfetta. 

Tra i vetusti copio- 
ni della più antica 
commedia italiana, 
Armando Rossi è an- 
dato a cercare argo- 
menti singolarissimi 
di interesse e sogget- 
ti vari di curiosità per 
costituire il reperto- 
rio della sua Compa- 
gnia comica delle m.a- 
schere italiane , la 
quale si propone di 
risuscitare nella sua 
genuina freschezza 
non già la commedia 
dell'arte come è stato 
detto, ma la comme- 
dia italiana della pri- 
ma epoca moderna, 
che si suole chiama- 
re popolare per an- 
titesi alla così detta 
commedia letteraria. 
Queste denominazio- 
ni sono scolastiche; 
la verità è che la com- 
media dell'arte ebbe 
in origine il dialogo 
improvvisato sullo 
« scenario » scritto, e 
con l'andar del tem- 
po, e col suo massimo sviluppo preso a Parigi, 
finì coll'averlo scritto — talvolta in italiano e 



270 



LA LETTURA 



tal'altra in francese. Esistono ancora le com- 
medie italiane del periodo aureo del teatro dei 
Comici italiani a Parigi, scritte in francese : e 
sono fra quelle, alcune commedie che ofìlVirono 
la materia prima delle ispirazioni più fortunate 

di Molière , 
di Regnard e 
poi di Goldo- 
ni. In altri 
termini i co- 
mici italiani 
del seicento 
hanno posto 
i primi ele- 
menti della 
tecnica tea- 
trale quali 
fondamenti, 
tuttora soli- 
dissimi, del 
teatro france- 
se e di quello 
italiano: con 
quali ope- 
re?... Fra 
quelle che so- 
no rimaste — 
oltre le innu- 
merevoli di- 
strutte — ce 
ne sono alcu- 
ne che han- 
no un valore 
assai bizzar- 
ro — e tutte 
hanno carat- 
teri, moven- 
ze, atteggia- 
menti curio- 
si che per il 
pubblico dei 
giorni nostri 
possono es- 
sere nuovi. 
Rivedremo 




Italia Almirante. 



qumdi, dopo più di due secoli, le maschere, 
elemento caratteristico di quel teatro, sulle sce- 
ne d'oggi, opportunamente ricosti- 
tuite nei vecchi quadri, e sarà un cu- 
rioso spettacolo, quale certo nessuno 
può immaginare, poiché è più facile 
supporre vagamente che figurarsi esat- 
tamente la vita dei tempi andati de- 
formata nel giocondo grottesco del 
vecchio teatro. 

Oltre queste varie novità d'eccezio- 
ne — che han carattere, intendimen- 
ti, importanza diversissime — nel mon- 
do teatrale i movimenti e le modificazioni d'or- 
dine normale presentano pure qualche singola- 
rità, nei passaggi di ruolo o di grado nella ge- 
rarchia drammatica. 

Ascendono al capocomicato, dalle rispettive 
eminenti posizioni personali d'artisti, Lyda Bo- 
relli. Maria Melato, Alberto Giovannini, Er- 
nesto Sabbatini, Ernesto Ferrerò, Amedeo 
Chiantoni ed altri. 




Amerigo Manzini. 



In società con Antonio Gandusio e con Ugo 
Piperno, Lyda Borelli assume una nuova e 
più diretta influenza sul carattere della Compa- 
gnia che si adorna di lei; e sarà molto interes- 
sante assistere ai mutevoli aspetti che la nuova 
combinaz'io- 
ne di elemen- 
ti finora lon- 
tani potrà as- 
sumere, into- 
nata proba- 
bilmente sul- 
la grazia ele- 
gante e sulla 
complessa 
personalità 
della bella at- 
trice. 

Nella Com- 
pagni a che 
dirige Ame- 
deo Chianto- 
ni, ha assunto 
il ruolo di 
prima attrice 
A 1 fon Sina 
Pieri ; dalla 
sua studiosa 
intelligenza e 
dallasuanuo- 
va libertà di 
scenica ini- 
ziativa, è le- 
cito aspettar- 
si, con legit- 
tima speran- 
za, il mante- 
nimento delle 
belle promes- 
se artistiche 
fatte al pub- 
b 1 i e o nel 
triennio pas- 
sato, sotto la 
direzione di 
Talli. Nella stessa compagnia, altri ruoli nuovi, 
di titolo almeno, assumono Italia Almirante 
(quello di seconda donna) e suo ma- 
rito, Amerigo Manzini (quello di pri- 
mo attore giovane). 

Lo stesso passo — che è il più 
lungo e il più arduo nel cammino del- 
l'arte — da prima attrice giovane a 
prima attrice — sotto la direzione di 
Oreste Calabresi compirà (di nome al- 
meno, poiché di fatto lo ha già com- 
piuto) Giannina Chiantoni-Sabbatii 
che nella nuova Compagnia Calabres 
Sabbatini-Ferrero, a fianco di Ernesto SabbJ 
tini, suo marito, e primo attore, coronerà sena 
dubbio con rinnovati successi la sua bella e 
pida carriera artistica. 

Un'altra combinazione nuova di elementi 
dissociati, è la Compagnia diretta da Ruggei 
Ruggeri dalla cui unione artistica con Evelii 
Paoli é veramente doveroso attendersi nuo\ 
e geniali vittorie d'arte. 




Giannina Chiantoni-Sabbatini, 



IL NUOVO TRIENNIO DRAMMATICO 



27] 




Ruggero Ruggeri. 

Finalmente assurgono al capocomicato Ma- 
ria Melato e Alberto Giovannini giovani ed 
elettissime personalità artistiche, a fianco di 
Virgilio Talli, loro maestro e direttore; e non 
è difficile il pronostico che la loro riconsacrata 
e rinnovata unione d'arte continuerà la bella 
serie di vittorie cui il capo delle gloriose Com- 
pagnie che non conoscono sconfitte ha abituato 
il pubbHco italiano. Questi i più importanti av- 
venimenti che si van- 
no iniziando in questo 
momento. 

Troppo lungo sa- 
rebbe anche notare 
soltanto tutti gli altri ; 
né di quelli omessi ci 
sia fatto carico ; ci 
auguriamo noi stessi 
di avere frequenti e 
liete occasioni di col- 
mare le infinite lacu- 
ne di questa molto 
sommaria rassegna. 

Intorno alle nuove 
ditte, ai nuovi ruoli , al- 
le nuove Compagnie, 
ai nuovi repertori si 
volgono e si agitano in 
questo momento tutte 
le speranze, tutte le 
aspirazioni, tutte le 
energie del teatro ita- 
liano. In questo mo- 
mento, in ogni angolo 
d'Italia — tanto nel- 
le metropoli come nel- 
le più tranquille citta- 
dine di provincia — 
e' è una Compagnia 
drammatica nuova 
che « prova » dalla 
mattina alla sera, per affiatarsi, per intonarsi, 
per costituire in armonia tutti ì suoi elementi — 




Virgilio Talli. 



Alberto Giovannini. 

e porta ogni sera alla ribalta il frutto, di giorno 
in giorno più maturo e granito, della sua opero- 
sità. A questo fervore d'opere che palpita in tut- 
ti, grandi e piccoli, capitani e gregari, ci piace 
inviare il migliore augurio di vittoria e di trionfo. 
E' bene ripeterlo, in quest'ora di buona e 
profonda italianità: rendendo onore a tante 
belle energie di artisti, che ora rinnovano i 
loro propositi, e tendono a ritemprarsi, a rin- 
vigorirsi in sempre 
più alte e più nobili 
aspirazioni nella fase 
che rinnova periodi- 
camente l'eterna gio- 
vinezza del teatro, 
amiamo tutto quel 
che c'è di libero, di 
fiero, di fresco in quel 
mondo originale che 
da secoli conserva una 
schietta costituzione 
italiana. E se qualco- 
sa delle sue tradizio- 
ni può essere, per la 
vita moderna, difetto- 
so e riformabile, con- 
fidiamo che il nostro 
bel teatro — vagabon- 
do e vittorioso — sap- 
pia per la virtù che lo 
regge adattarsi ad 
ogni progresso, mi- 
gliorarsi sempre più 
per ogni più nobile e 
maggiore sua fecon- 
dità.... 

L'alba del nuovo 
triennio è così radio- 
sa che il più caldo 
augurio di fortuna è 
doveroso per il più 
fervido impeto di rinnovamento che palpita in 
tutte le fibre del teatro drammatico italiano. 

in. f. 




Dai « Palazzi » si scorge subito 

,A PICCOLA E BIANCA CASA SPERDUTA NEL PADULE. 

COILTANO 

lE ILA STAZHOBJIE IRAOEOTIÈILIEGrlRAFnGA MARCOHH 




i. 

uante volte, dagli ultimi 
dello scorso anno ad 
oggi, abbiamo letto e 
parlato e sentito parla- 
re di Coltano? 

Co Itano : .. . nome 
oscuro, subito diventa- 
to famoso. Ma dove è 
situato precisamente ? 
che cos'è? una collina, 
una pianura, un paese? 
Pochi, anche in Toscana — escluso qualche 
cacciatore — saprebbero rispondere con esat- 
tezza... Coltano è un grande padule a sud da 
Pisa, scarso di case e di abitanti ; una pergamena 
del 30 aprile 780, relativa alla fondazione del 
monastero di San Savino di Montione presso 
Pisa, ricorda una Acclesiam Sancii Ouilici in 
Cullano cum omjiibus suis perlinenliis. (i). 

Che infatti per molto tempo Coltano ha fatto 
parte degli estesi possedimenti di questo mo- 
nastero : in seguito — e cioè nel 1562 — la storia 
di Coltano si collega con quella dell'Ordine dei 
Cavalieri di Santo Stefano istituito da Cosimo I. 
Poi, nel 1586 le tenute di Coltano diventa- 
vano proprietà della Casa Medici. Fu il prin- 
cipe Don Antonio, tanto amante della caccia, 
a toglierle all'Ordine Stefaniano dietro com- 
penso di altre fruttifere terre. Ed egli fece co- 
struire nel suo nuovo possesso un palazzo tur- 
rito, atto ad ospitare con tutte le comodità i 
nobili cacciatori ; e fece scavare fosse di scolo 

(i) Cfr. : DoU. D. Simoni. Coltano e la sua storia. Bem- 
porad e F., ed. 



sul padule maggiore, rendendo più facile l'ac- 
cesso ai battitori delle cacciate principesche. 

Passata la tenuta dalla Casa de' Medici a 
quella dei Lorena, continuarono i Granduchi 
Lorenesi a far migliorìe e battute in Coltano: 
il magnifico viale dei pini che cominciando poco 
lontano da San Piero a Grado porta fino ai 
« Palazzi » di Coltano — uno di quei magni- 
fici viali che sono così caratteristici nelle te- 
nute reali del Pisano — lo si deve a Pietro 
Leopoldo I; finalmente avvenuta la costitu- 
zione del Regno d'Italia, Coltano venne in- 
cluso nella lista civile del Demanio ed assegnato 
alla dotazione dei Sovrani regnanti in Italia. 

Il 20 marzo 1S60 il principe Eugenio di Ca- 
rignano ne prendeva possesso in nome di S. M. 
Vittorio Emanuele II primo Re d'Italia. 

II. 

Il padule che ebbe la gloria di fornire la 
caccia a tre Case di regnanti, se ne stava or- 
mai placidamente ozioso rispecchiando nelle 
sue acque pigre il cielo ora azzurro ora an- 
nuvolato, tra lo svolazzar di fagiani e di corvi 
e lo stormir di pini, quando un uomo doveva 
turbarne i sonni ed i sogni per piantarvi l'af- 
fermazione più possente del suo genio: a Gu- 
glielmo Marconi parve molto adatto il padule 
di Coltano per l'erezione di una stazione ul- 
trapotente terrestre di radiotelegrafia, di cui 
dal 1903 aveva ricevuto l'incarico dal Governo 
italiano. Ed il Re, lieto che la scelta del ter- 
ritorio su cui sarebbe dovuta sorgere l'impor- 
tantissima opera fosse caduta su di un terri- 
torio di sua proprietà, metteva subito a di- 



COLTANO E LA STAZIONE RADIOTELEGRAFICA MARCONI 



273 




UNO DI QUEI VIALI CHE SONO COSÌ CARATTERISTICI NELLE TENUTE REALI DEL PISANO. 



^posizione del Marconi il luogo più adatto 
lUa futura stazione: nell'ottobre del 1906 il 
Marconi sceglieva un'estesa area nella tenuta 
ii Coltano poco lungi dai «Palazzi», 

Quando sugli ultimi del 1896 i giornali spar- 
sero che un giovane italiano, certo Guglielmo 
Marconi, aveva inventato un sistema pratico 
di telegrafia senza fili, la notizia, strabiliante 
davvero, entusiasmò subito il pubblico: il mondo 
scientifico invece, più freddo e diffidente, volle 
attendere le prove e le testimonianze. 

E queste vennero: l'invenzione del Marconi 
aveva dato veramente dei risultati soddisfa- 
centi : la telegrafia senza fili, tale cioè da 
escludere nel telegrafo i fili conduttori tra la 
stazione ricevente e la stazione mittente, po- 
teva dirsi un fatto compiuto. 

Era venuto l'uomo attivo ed intelligente che 
potesse risolvere il problema studiato sì a 
lungo da Edison, Chunder, Rose, Preece: il 
campo era maturo. 

Già nel 1888 Hertz scopriva le onde elet- 
triche che da lui dovevano prendere il nome, 
dimostrando la più completa analogia tra le 
radiazioni elettriche e quelle luminose, inven- 
tando l'oscillatore ed il risonatore : Hertz rica- 
vando dai suoi risonatori le prime scintille, getta- 
va le basi primissime della telegrafia senza fili. 

Il Righi seguitò l'esperienze hertziane sulle 
oscillazioni elettriche. Queste oscillazioni, tra- 
smettendosi colla velocità della luce (300.000 
km. al minuto secondo), esercitano la loro 
azione a distanza sui risonatori, prestandosi 
cioè alla trasmissione di segnali. 

Trovato poi un apparecchio {coherer, coesore) 
dotato di una estrema sensibilità per segnalare 

La Lettura 



tali onde, di questi risultati delle esperienze 
Hertz- Righi, Marconi approfittò per costruire 
un primo apparecchio di telegrafia senza fili 
colle onde elettriche, che dopo aver sperimen- 
tato a Bologna, sottopose all'esame diW. Preece 
a Londra nel 1896. 

Favorevolmente accolto, cominciarono subito 
le prime esperienze che sollevarono rumore e 
stupirono il mondo: nel giugno del 1897 si 
costituiva in Inghilterra una Società anonima per 
l'esercizio della radiotelegrafia (Wireless tele- 
graph and Signal Co.), mentre Marconi tornato 
in Italia continuava gli esperimenti, per incarico 
del Ministero della marina, nel golfo di Spezia. 

Nel 1899 il primo messaggio senza fili at- 
traversava la Manica : ed in seguito a tutte 
le altre felicissime esperienze — dal 12 dicem- 
bre 1901, quando un marconigramma traver- 
sava l'Atlantico dall'Inghilterra a Terranno va, 
alla campagna radiotelegrafica della Carlo Al- 
berto (estate 1902) con il secondo sistema 
Marconi perfezionato, di cui il tenente Solari 
scrisse nella relazione ufficiale che ormai tale 
sistema era entrato nel campo delle maggiori 
applicazioni pratiche sia commerciali, che mi- 
litari, senza limiti di distanze ; infine dopo tutte 
le altre belle vittorie della radiotelegrafia, che 
sono così recenti da esser ben rammentate da 
tutti — il Ministero della marina installando un 
completo servizio radiotelegrafico prendeva an- 
che l'iniziativa di erigere una stazione ultra- 
potente terrestre (1905) ; sulle prime la cosa 
sembrò tanto colossale che da molti venne 
consigliato di attendere i suggerimenti che po- 
tevano esser forniti da una più lunga espe- 
rienza delle stazioni già impiantate, prima di 
accingersi ad un'opera così grandiosa. 

18 



274 



LA LETTURA 



Ma la ultrapotente di Coltane sorse : e cer- 
tamente non molti potevano aspettarsi dei ri- 
sultati così felici e soddisfacenti come quelli 
ottenuti. 

IIL 

Sorge la stazione ultrapotente di Coltano 
nel Padule Maggiore tra il fosso Caligi ed i 
« Palazzi » ove si trova quel palazzo fatto co- 
struire dal principe Don Antonio — circondato 
da pochissime ca- 
sette — e che ora ha 
cambiato l'aspetto 
e gli scopi : non più 
in quelle stanze ri- 
suona il giocondo 
tumulto di una re- 
gai battuta di cac- 
cia ; presentemente 
esse servono d'abi- 
tazione ad alcune 
famiglie d'impiega- 
ti e d'ufficio al- 
l'agenzia della re- 
gia tenuta. 

E tace, il palaz- 
zotto, con la sua 
torre bassa che par 
si voglia far più 
piccola, piena di 
spavento per quelle 
nuove torri strane 
ed altissime e sot- 
tili che si profilano 
ardite su pel cielo. 

Il « padiglione » 
basso e largo, ove 
s'asconde la poten- 
zialità di 500 cav., 
porta sul suo fronte 
la scritta: R. Sla- 
zione Radiotelegra- 
fica Marconi, e di 
essa par che si glo- 
ri, e su di essa le antenne sembrano vigilare. 

A questa stazione sono state affidate du- 
rante la guerra le comunicazioni con la flotta 
operante nelle acque del Mediterraneo e con 
le stazioni della Cirenaica. 

A guerra finita sarà allacciata con la grande 
rete radiotelegrafica mondiale, e verranno in- 
nalzate altre antenne. Gli uffici principali del- 
l'antenna possono spiegarsi brevemente. 

L'antenna mittente — detta anche radia- 
tore (i) deve irradiare nello spazio l'energia 
sotto forma di successive emissioni di onde 
elettriche e dare a queste una lunghezza ed 
ampiezza sufficiente perchè si possano trasmet- 
tere a grandi distanze, superando gli ostacoli 
che incontrano ; l'antenna ricevente invece 
deve raccogliere l'energia che le dette onde 
elettriche portano su di essa, addizionando gli 
effetti di tutte le onde successive costituenti 
ogni singola emissione, e trasportarla, sotto 
forma di altre onde elettriche, al coesore od 
altro indicatore che rivela l'arrivo delle onde 



inviate dalla stazione mittente. Così per il lancio 
di un radiotelegramma possiamo brevemente e 
schematicamente stabilire le seguenti fasi: 

I : Produzione delle oscillazioni elettro ma- 
gnetiche nell'antenna mittente ; 2 : e, in seguito, 
emissione di onde elettromagnetiche. 3: Pro- 
pagazione di queste in tutte le direzioni ed in 
particolare nella direzione della stazione rice- 
vente ; 4 : producendo così nell'antenna di 

questa stazione del- 
le oscillazioni che 
mettono in azione 
l'apparecchio rice- 
vente , che racco- 
glie esattamente il 
messaggio (i). 

Nella notte tem- 
pestosa del 18 e 19 
novembre dello 
scorso anno, nella 
bianca casetta sper- 
duta nel padule, 
Guglielmo Marconi 
sperimentava per la 
prima volta la ultra- 
potente di Coltano 

Già nella giorna 
ta del 18 aveva te 
legrafato per vii 
ordinaria e per ca 
vo sottomarino alh 
stazioni radiotele 
grafiche di Clifder 
(Irlanda) e di Glact 
Bay (Canada) ch( 
si tenessero pront< 
per l'esperimento 
ma i telegramni 
giunsero indecifra 
bili ad ambidue !• 
Schizzo TOPOGRAFICO DELLA R. Tenuta di Coltano e dintorni. Stazioni. 




(i) Cfr. : Mazzetto : Telrj^rafia stnza fili. Hoepli. 



— Manìiaggia a 
fili...: — fece calmo e sorridente Marconi - 
proviamo senza. 

E provò : i marconigrammi giunsero in mod 
così felice che Clifden e Giace Bay risposer 
istantaneamente ; Marconi iniziò così le su 
trasmissioni su una distanza di 9500 km. co 
un tempo sfavorevolissimo. Nella notte pn 
cellosa, le antenne vibravano i loro messag^ 
a New York, a Massaua, a Mogadiscio, obb» 
dienti all'uomo che, piccolo nella casetta bas^ 
e modesta, toccando soltanto dei tasti, invia\ 
il suo pensiero — soggiogando gli elementi 
affidato alla forza stessa che genera il fui min- 
dalle rive del Tirreno a quelle più settenMHjj 
nali dell'Oceano Atlantico; dalle rive delibi 
Rosso a quelle dell'Oceano Indiano... 

Sembrerebbe che quest'uomo e la sua caset' 
strana abbiano una potenza ultra umana : ma 
glielmo Marconi con la sua sorridente sempl 
tà, con la sua calma e composta modestiaij 
rassicura... Ad un giornalista che lo interroga^ 

— O"^nto impiega un radiotelegramma] 

(i) Cfr.: Pircis de tì^l^graphie sans fi/, par I. Zenr 
prof, de physiciuc a l'école technique de Hruiiswick. 



COLTANO E LA STAZIONE RADIOTELEGRAFICA MARCONI 



275 




Lk antenne di-:lla stazione ultrapotente. 



Giace Bay a Mogadiscio a traverso Coltano, 
percorrendo cioè i due terzi della terra? 

— Due minuti — rispondeva — : la radio- 
telegrafia ha la velocità della luce... 

— E si possono intercettare i radiotele- 
grammi ? 

— E' impossibile. Durante appunto la notte 
del 19 corr. tutte le stazioni radiotelegrafiche 
erano state avvertite di stare ben attente per in- 
tercettare le comunicazioni : non vi riuscirono... 

E la soddisfazione dell'illustre inventore era 
palesata soltanto da un lieve sorriso di com- 
piacenza per i 
risultati dati da 
Coltano ; perchè 
discorreva così 
semplicemente, 
senza scompor- 
si e senza entu- 
siasmarsi , che 
sembrava di- 
scorresse di un 
qualunque insi- 
gnificante fatto 
di cronaca... 

IV. 

Così modesta- 
mente si inau- 
gurava la stazio- 
nedi Coltano di- 
mostrando che 
essa occuperà 
nel mondo il primissimo posto non soltanto per 
la sua potenzialità, ma per la sua perfezione. 
Infatti gli esperimenti di sintonia sono perfet- 
tamente riusciti: nessuna stazione ha potuto in- 
tercettare i marconigrammi. 




Il fosso dei Namci 



La sintonia consiste nell'emettere tali onde 
elettriche da un dato apparecchio, in modo 
che queste eccitino soltanto un apparecchio 
prestabilito di un'altra stazione — come av- 
viene nella telegrafia ordinaria per mezzo dei 
fili conduttori — ; cioè si tratta di accordare 
un oscillatore ed un ricevitore in tal maniera 
che essi utilizzino delle oscillazioni elettriche 
di una lunghezza ben determinata, esclude7i- 
done ogni altra (i). 

E, a proposito dei nuovi circuiti sintonizzati, 
il Marconi è riuscito a comunicare da Tobruk 

direttamente 
con Coltano, 
mentre a qual- 
che centinaia di 
metri le navi 
trasmettevano 
per conto loro 
altri radiotele- 
grammi senza 
accorgersi delle 
comunicazioni 
fra le due sta- 
zioni di terra. 

Perchè, come 
è noto, dopo la 
inaugurazione 
della ultrapo- 
tente di Colta- 
no, il Ministero 
NEI PRESSI DI Coltano. ^gj|^ marina of- 

friva — nel novembre scorso — al Marconi 
d'imbarcarsi sulla Pisa, per impiantare sta- 
zioni radiotelegrafiche a Tobruk, a Derna, a 

(Il Cfr. : La télé^q:7-aphie sans fil, p?ir A. Turpaìn, prof, de 
physique à la facullè des sciences de l'Universitè de Poitiers. 



276 



LA LETTURA 



Bengasi, a Tripoli. Nella prima decina di di- 
cembre Coltane poteva già comunicare con To- 
bruk, direttamente, e con grande facilità: l'ii 
dello stesso mese Marconi era a Derna, il 12 
a Bengasi, il 15 a Tripoli. 

In questa campagna radiotelegrafica nelle 
nuove terre italiane è notevole l'impianto dei 
nuovi ricevitori da campo, sperimentati per la 
prima volta dal Marconi, in Tripolitania. Come 
spiegò lo stesso inventore ad alcuni giorna- 
listi, al suo ritorno in Roma, il nuovo appa- 
recchio, ugualmente importante dal lato scien- 
tifico, che strategico, consiste in questo: invece 
di innalzare l'antenna radiotelegrafica si di- 
stende sul terreno un filo, una specie di an- 
tenna adagiata sulla sabbia e rivolta verso 
la parte con la quale si deve comunicare; ed 
il Marconi è sempre riuscito perfettamente a 
comunicare con le stazioni volute, come se il 
nuovo impianto fosse stato fornito dalle an- 
tenne usuali. 

Ciò avviene perchè le sabbie non assorbono 
le onde elettriche. 

La figura di Guglielmo Marconi ha campeg- 
g^iato nobilmente vigorosa nella guerra italo- 
turca. 

Egli, a pena dichiarate aperte le ostilità con 
la Turchia, è accorso offrendo alla patria 
l'opera sua personale ed i suoi nuovi si- 
stemi per facilitare le azioni strategiche di 
terra e di mare, portando le ultime sue con- 
quiste della scienza sulle terre che furon re- 
dente dalle legioni romane, e poi violate dalla 
barbarie turco-araba, e che ora vengono av- 
viate ad una fulgente vita nuova dall'Italia 
giovane e forte. 

Le terre che videro il volo dell'aquila ro- 
mana, hanno veduto — miracol nuovo — il 
volo del moderno ordigno dedaleo; le sponde 
che videro i fuochi delle segnalazioni, per co- 
municare ordini e vittorie, vedono dopo mil- 
lenni un mezzo ben più meraviglioso e più ve- 
loce per comunicare a distanze comandi e no- 
tizie di vittorie : e la terra che cela nel suo 
seno le impronte 
della civiltà ro- 
mana per mo- 
strarle soltanto 
oggi ai figli nuo- 
vi di Roma eter- 
na, più che stu- 
pire ai segni so- 
vrumani della ci- 
viltà presente, 
esulta... 

V. 

Ci resterà sem- 
pre presente l'im- 
pressione ricevu- 
ta la prima volta 
che visitammo 
Coltane. 

Ne avevamo 
soltanto una va- 
ga ed imperfetta 




La vasta distesa paludosa è chiazzata a tratti 

DA UN LUMINOSO INCRESPAR D' ACQUA... 



idea, dovuta a quelle solite insignificanti foto- 
grafie viste per i giornali. 

Le nostre illustrazioni potranno dare, invece, 
assai felicemente, la visione di qualche lembo 
di quello strano paesaggio. 
Coltano è suggestivo. 

11 viale di pini che vi conduce, traversa una 
vasta distesa paludosa, tutta verde d'erbe, 
chiazzata a tratti da un luminoso increspar 
cl'acqua; lontana, la macchia; e, dalla parte di 
Pisa, i monti. 

Per l'aria è diffuso l'odore buono della re- 
sina, umido dell'erbe palustri. Silenzio e so- 
litudine da tutte le parti ; qualche cavalluccio 
magro tra un ciuffo di tamerici ci dà l'illusione 
di esser nelle Maremme. 

Si sente zufolare — dove? vicino, lontano?... 
— e squillare campanacci. 

Dietro un cespuglio di sterpi e d'edera v'è 
un gregge che pascola : la visione è pittoresca 
e patriarcale. 

Ma lo sfondo non è il solito, quale usiamo 
vedere in tutti i quadri rappresentanti pascoli... 
Nello sfondo, si drizza al cielo una selva di 
antenne: là è la stazione radiotelegrafica... 

Il contrasto è stridente, ma suggestiona: alla 
calma fascinatrice della natura, la scienza op- 
pone il suo freddo potere... 

Ricordiamo: scendeva la sera sul Padule 
Maggiore ; costeggiavamo il Caligi, ammirando. 
Dinanzi all'orizzonte si disegnava la silhouette 
della stazione ed il profilo alto e sottile delle 
antenne. 

Era un tramonto strano : non le tenui sfu- 
mature dei tramonti toscani, ma colori vividi 
e stridenti. 

11 rosso, un rosso acceso, caldo, quale può 
aver pensato Dante in una sua visione infer- 
nale, contrastava con il nero denso di nuvoli 
mostruosi orlati di fiamme: e tutto il padule 
sembrava riscaldare, pauroso, i suoi colori 
freddi sotto a questo cielo ed i pini sem- 
bravano curvare i rami più alti sotto alla neb- 
bia che si avanzava, e cominciava a stendersi 

in grandi strisce 
sanguigne. 

Ma le antenne 
consapevoli dcila 
loro ultrapoten- 
za, spiccavano av- 
volte dalla luce 
del tramonto 
fiammeggiante: 
non esse temeva- 
no l'avvampare 
del cielo, esse ci 
lo sfidano e 
irridono e sta 
salde tra sci 
sciar di acque 
di venti, lanciai 
do ben diretti 
loro messagi 
scritti « coi gui; 
del fulmine ». 
Frio da Pisi 




Un « BANCO » MINISTERIALE 



SORPRESA NEL 1894. 



ILA SAILETTA " CANDOILEN 



D9 



Oggi ho avuto un'idea strana, prepotente: ri- 
vedere Nina. La conoscete? E' la tartaruga 
embriacata dal dorsale scudo corneo pieno di 
riflessi ambro-dorati che a Palazzo Bianco sa- 
luta ogni visitatore, che esce dalle medioevali 
sale del museo, ritirandosi — con fiero di- 
sprezzo — nella sua lucida casa. Ci eravamo 
lasciati con sufficiente cordialità lo scorso aprile 
nel breve giardino sei- 
centesco, mentre essa 

— trascinandosi da 
un'aiuola all'altra — 
guardava con stupiti 
occhi la primavera in 
cammino ; e, dopo il 
diffuso estivo bagno di 
sole e di caldura, non 
ci eravamo più visti. 

Animato da questo 
desiderio, traversavo 
stamane il giardino su- 
periore pieno di aranci 
fiorenti e di morte cose 
di antica arte, situato 
all'ingresso del « Bosco 
Sacro », allorché una 
porticina aperta ha fer- 
mato la mia viva curio- 
sità. Di sopra una mi- 
nuscola e modesta tar- 
ga, come minuscolo e 
modesto è il museo, 
con la scritta « Saletta 
Vassallo». Luigi Ar- 
naldo Vassallo, « Gan- 
dolin», il giornalista 
arguto, l'artista fine e 
genialissimo — pensai 

— ha finalmente una 
sala nel civico museo. 

La mostra, da poco 
aperta al pubblico do- 
po un'accanita lotta di 
accademici contestanti 
alla collezione di schizzi, di disegni e di acque- 
relli, l'onore di una sala a Palazzo Bianco, ha 




Luigi Arnaldo Vassallo (Gandolin). 



mutato rapidamente il corso dei miei pensieri : 
sicché m.i sono arrestato sull'uscio della pic- 
cola stanza. 

Non c'è bisogno d'entrarvi: dal limitare — 
tanto essa é minuscola — tutto si può vedere, 
esaminare, considerare. — 

Ricordo di aver veduto Luigi Arnaldo Vas- 
sallo tre volte : da giovinetto, quando leggevo 
le sue piccole prose 
sul Secolo XIX, prose 
in cui l'amarezza si sen- 
tiva profonda sotto la 
celia e lo spirito argu- 
to; la seconda volta 
nello studiolo del gior- 
nale dove lavorava, 
mentre Flavia Steno gli 
tracciava la trama di 
un suo nuovo roman- 
zo e « Gandolin », an- 
nuendo , socchiudeva 
gli occhi come per fis- 
sarla meglio nell'ani- 
ma; la terza volta fu 
nella piazza De Fer- 
rari — dove lo vidi la 
prima volta — nella 
stessa ora di tramonto 
sereno. Ma il simpatico 
ometto dal largo pipi- 
strello e dal cappello 
alla piemontese, non 
aveva più sulle labbra 
quel sorriso bonario : il 
volto pallido e maci- 
lento tentava dimostra- 
re un' allegria che non 
c'era più. Si compren- 
deva il rimpianto e 
l'addìo che « Gando- 
lin » dava al mondo che 
tanto l'aveva divertito. 
Qualche giorno do- 
po il piccolo uomo era 
perdeva uno dei suoi 
r arte della caricatura 



morto: il giornalismo 
migliori campioni e 



278 



LA LETTURA 



un'espressione viva e sincera ; perchè « Gan- 
dolin » era stato un vero artista. 

Il suo pupazzetto era schizzato con brio, con 
rapido gioco lineare e 
definito con pochi se- 
gni, come il suo artico- 
lo viveva di poche bat- 
tute geniali. Vassallo 
fu un disegnatore pro- 
fondo quanto scrittore 
arguto. Creatore del 
pupazzetto in Italia — 
se non vogliamo di- 
menticare Casimiro 
Teja, il sapiente dise- 
gnatore della vecchia 
borghesia piemonte- 
se — , « Gandolin» non 
cercò il ridicolo per 
forza, ma l'umorismo 
spontaneo, apertamen- 
te lieto e non V humour 
inteso da Gaetano Ne- 
gri come il contrasto 
che si rivela fra una 
realtà dolorosa e tra- 
gica ed un'apparenza 
lieta e festosa. 

Casimiro Teja, con 
tutta la virtuosità d'un 
litografo educato al- 
l'Accademia, ha dato 
vita alla caricatura po- 
litica che oggi ancora 
vive in piccoli giornali 
ebdomadari. 

« Gandolin » non ha 
lasciato invece né sco- 
lari, né imitatori. I 
due caricaturisti ebbero 
temperamenti diversi e appartennero a mondi 
differenti : Teja, con la forma impeccabile, de- 
formò per trovare il ridicolo ed ebbe accenni 

che sono ispirati a 
Onorato Daumier e 
al « chevalier Ca- 
vami». Mentre 
« Gandolin » non ha 
pronunziato mai le 
terribili maledizioni 
della vita che « Ca- 
vami » ha profuso 
in ogni suo schizzo ; 
egli ha sempre ve- 
duto il mondo at- 
traverso una gioia 
dolce e serena. La 
sua opera intese a 
ricostruire tutte le 
rovine che l'espe- 
rienza della vita 
aveva demolito ne- 
gli animi umani. 
Quest'arte rimarrà 
nella storia con tutto il suo profumo, la sua inge- 
nuità, come espressione d'amare : vanto solitario 
e spontaneo di poeta per la gioia dell'anima. 




Giuseppe Mazzini nel suo atteggiamento favorito 




IL CRITICO Checchi. 



Dicevamo più sopra che il Vassallo non era 
un umorista nel senso letterale della parola. 
L'umorismo consiste di più elementi che dif- 
ficilmente si possono 
indicare in una formula 
sola e distinta: meglio 
che una tendenza è un 
complesso di tendenze. 
L'umorista « ha ge- 
neralmente l'aspetto se- 
rio quando tutti ridono 
attorno a lui » e — 
come dice un autentico 
grande maestro del ge- 
nere Mark Twain — 
l'umorista « quando 
racconta la sua storia 
mostra di non avere il 
più lontano sospetto 
che ci sia in essa qual- 
che cosa di buffo ». Sic- 
ché il riso che ne sca- 
turisce é « un riso che 
non passa la midolla », 
oppure vi si dipinge 
con quella. 

Grimace 
Faite de rire et de courroux 

che il Coppée descrive 
sul volto della sua scim- 
mia morente. 

E in questo sta tutta 
la differenza tra V hu- 
mour e l'arte del « Gan- 
dolin», che é schietta- 
mente e italianamente 
comica. 

Ma non tutti i pittori 
furono avversi a « Gan- 
dolin», che anzi ebbe 
— durante il suo soggiorno a Roma — i grandi 
di Italia amici e compagni. La sua casa é un 
piccolo museo di ricordi e d'arte, ricco di pit- 
ture su tavola di 
scuola fiorentina, 
di tele fiamminghe 
e genovesi, di in- 
cisioni, disegni, 
schizzi, studi, fram- 
menti. Morelli, Pa- 
lizzì, Michetti, Dal 
Bono hanno donato 
opere di vero va- 
lore con dediche af- 
fettuose. Barabino 
gli ha inviato lo stu- 
dio della Vergine 
che lo rese tanto 
celebre; Lionne fe- 
ce poi un suo ritrat- 
to vivo e Leonardo 
Bistolfi ne eternò 
in un bassorilievo 
l'effige che è un 

puro capolavoro. Alle opere d'arte moder 
nissime si aggiungano quelle antiche e mene 
moderne che egli radunava con acutezza d 




L'attoriì Cesare Rossi. 



LA SALETTA «GANDOLIN» A PALAZZO BIANCO A GENOVA 



279 




.edute ed intuizio- 
le speciale: dise- 
rnì del Dorè, del 
Bernini, la falange 
geniale dei genove- 
si, le statuette, gli 
avori, le cornici ba- 
rocche dalle forme 
più originali e gran- 
diose. 

Egli divideva con 
Michetti la passio- 
ne — tormentosa 
passione — delle 
cornici : le ricerca- 
va da ogni parte per 
collocarvi dentro un 
disegno diversa- 
mente colorato in 
rapporto delle varie 
tonalità dell'oro 
vecchio. Le Vergi- 
ni, mistiche, ierati- 
che, avvolte da can- 
dide bende erano 
sempre il cuore — 
chiamandolo così — 
della composizione, 
attorno alla quale si 



Evangp:listi ex-redattore 
della «tribuna». 




Pomeriggio di sole. 



aggiravano quasi sempre contorte le spire della 
voluta barocca. Le Madonne erano la sua ele- 
vazione d'anima, la sua preghiera — come 
dire? — di scettico religioso, profondamente 




Ruggero Bonghi in pantofole. 



Francesco Crispi in un impeto oratorio. 

latino. Il tipo della vergine preferito da « Gan- 
dolin » era quello creato da Nicolò Barabino, 
pittore geniale ed assimilatore facile dai vivi 
ricordi del Morelli e del Tiepolo. Barabino 
aveva donato a Vassallo un acquerello ripro- 
ducente il tipo di tutte le Vergini ammantate ; 
ma « Gandolin » nelle sue piccole composi- 
zioni religiose apportò alla figurazione un po' ro- 
mantica un'onda di poesia sana; di quella 
poesia che sgorga dal cuore quando si è nati 
artisti, quantunque non padroni e signori d'una 
tecnica laboriosa e scolastica. « Gandolin » sen- 
tiva : ecco il segreto della sua commozione; 
esprimeva : ecco la meraviglia della sua arte 
semplice, ma comunicativa. Interpretava tutta 
la dolcezza di quella maternità dolorante, nel 
figlio che tanto amava e che un giorno una 
fatalità doveva, in un istante, toglierlo per 
sempre al suo affetto, alla sua vita. Tutto que- 
sto dramma, tutta la visione amara del futuro 
esprimono le Vergini dì «Gandolin», così sem- 
plici e interessanti. 



28o 



LA LETTURA 



Ma l'arte di Vassallo era il pupazzetto: il setta dei caratteri, illuminato con un ardito ef- 
pupazzetto dei viaggi, i ritratti, le gustose sce- fetto di lume a petrolio; due angioletti birichini 
nette di genere che assurgono a volte a ma- si librano sul fez che adorna la sua testa calva. 





^, 


"^ 


^fel 




^^ 







L'ex-ministro on. Grimaldi. 



Olindo Guerrini (Stecchetti). 
Un 



nifestazioni d'arte completa. Il 

pupazzetto di « Gandolin » non 

è l'espressione dell'umorista, ma la riproduzione 

serena e vera delle cose, dei sentimenti, degli 

esseri ; quindi sempre comica, gaia, espressiva. 

La Spagna fu studiata con amore e la pub- 
blicazione dei disegni di quei viaggi potrebbe 
gareggiare senza dubbio con le suggestive pa- 
gine di Edmondo De Amicis. Dal tradizionale 
« toreador » alle casette sgangherate , dalla 
fioraia della « Rambla » agli asini caratteristici 
di Saragozza, il poema incantevole di quel po- 
polo è rievocato con sincerità e dolcezza. I 
disegni dei viaggi di « Gandolin » sono vere 
illustrazioni che oltre il pregio artistico con- 
servano la verità del documento storico ed 
etnografico. Non sono piacevoli — ripeto — 
ma sono realmente belli. Sono la storia figu- 
rata del nostro tempo. 

Trovate in questa piccola 
stanza ritratti di uomini politici, 
ministri, letterati, pittori ; av- 
venimenti grandiosi della no- 
stra storia, accanto alle scenet- 
te così graziose per i costumi 
della moda. Ruggero Bonghi è 
sorpreso — in pantofole — nel- 
la sua intimità: Crispi dal ban- 
co dei ministri nell'atto di com- 
battere un oppositore; Novelli 
in una delle sue espressioni vi- 
vamente comiche: Mazzini nel 
suo atteggiamento pensoso. E 
poi ancora Casimiro Teja, Pa- 
scarella. Olindo Guerrini, la 
nobile figura di Torelli-Viollier 
ed altri. Accanto a questi ri- 
tratti figurano quelli umoristi- 
ci : San Proto, il grasso compo- 
sitore aureolato che compie il 
noioso lavoro dinanzi alla cas- Un tipico passantk di via San Donato 





Pi'oximus tuus è l'asino che 
l'uomo conduce per la cavez- 
za. Un giovane dandy a tre bellezze dice : 
— Eh ! qui sarebbe il caso di un giudizio di 
Paride. — Rispondono le « Dee: » — Eh! no: 
cerchiamo un Paride senza giudizio. — 

Ma « Gandolin » è buon borghese e come ar- 
tista magnifica la casa: dipinge angoli di salotti 
in cui le donne sono intente ai lavori d'ago; le 
ritrae sui terrazzi, sulle praterie e all'ombra 
dei castagni o presso i loro mariti con un pro- 
fumo così sano d'amore che si direbbe santo. 
Ancora un'ultima sensazione squisita egli ci 
ofifre nell'arte del paesaggio con acquerelli de- 
licati che hanno il sapore degli impressionisti 
francesi dal Donnier in poi : pochi colori, in- 
tonazioni calde e un grande ambiente: ecco 
l'anima delle sue visioni di natura in cui a 
volte, come nella messa sul 
campo di Dogali, attinge l'al- 
tezza del sublime. 

E il mio viaggio attorno alla 
« saletta Vassallo » — viaggio 
fatto cogli occhi, dall'uscio — 
è già terminato, ma quante 
cose ho viste e considerate ! 
L'opera d'arte di « Gandolin » 
ancora dispersa sarà raccolta? 
L'auguro con schietto animo, 
perchè ritengo che gli storici 
della seconda metà del se- 
colo XIX attingeranno molto 
dall'opera di Luigi Arnaldo 
Vassallo, e poiché penso fer- 
mamente che la sua arte può 
ancora dimostrare come molti 
fra gli artisti geniali d'Italia 
non escano dall'Accademia 
dello Stato. 

Alfredo Rota. 
(^Fot. Sdutto). 



VIMCENZO BEILILINI 

E JL^nHAUQURAZnOMIE OH UN (GK.AH TEATRO 




Vincenzo Bellini. 
(Illustrazioni della Collez. C. Vanbianchi). 




fVi a sera del 7 aprile 1828 si inaugu- 
y[ Il rava in Genova il teatro Carlo 
Felice. 

Il distinto architetto genovese, 
Carlo Barabino, era stato l'inven- 
tore e il direttore della magnifica costruzione. 
Egli, dal 1824 al 1835, fu direttore della scuola 
di architettura nell'Accademia di belle arti ; 
e Genova, oltre l'importante sua costruzione 
del teatro, annovera altresì: il tracciato della 
via Carlo Felice e piazza Fontane Marose, ove 
in allora esisteva un promontorio ; diversi pa- 
lazzi privati, ed il pubblico giardino dell'Acqua- 
sola. 

Morì in Genova il 2 agosto 1835. 

L'impresa del teatro, per la sua inaugura- 
zione, si era rivolta al maestro Bellini per avere 
un'opera nuova, così detta di apertura. Bellini 
propose invece di rimaneggiare la prima sua 
opera: Bianca e Gernando, in origine scritta 
per il San Carlo di Napoli nel 1826, su parole 
di Domenico Gilardoni, impegnandosi di ar- 
ricchirla con altri pezzi di musica composti 
espressamente. 

La proposta venne dall'impresa accettata; 
e l'opera stessa, riveduta quasi completamente 



dal poeta Felice Romani, prese la denomina- 
zione di Bianca e Fernando. 

Intanto Bellini lavorava instancabile per le 
modificazioni alla sua opera, e la lettera che 
qui riproduco, che ritengo inedita, diretta al 
di lui grande amico Francesco Florimo, ne 
dà piena assicurazione, (i) 

Genova, 19 marzo 1828. 
Mio caro Florimo, 
... Ho finito la scena ed il coro per David {2) e credo che 
farà effetto se il David sarà in forze. La scena della Tosi (3), 
Romani la sta facendo, e spero che subito che la detta ar- 
rivi, fargliela trovar lesta. Dici al sig. Crescentini che ho 
ricevuto la sua lettera e sarà servito per quanto comanda 
per la cavatina nuova. — Niente di nuovo ti posso dire, 
perchè son chiuso dentro a scrivere. Ho presentato diverse 
lettere (4), ed iersera la sorella della duchessina Litta, mar- 



(i) Non si trova stampata nell'Epistolario di F. Florimo. 
L'autografo è conservato nella Biblioteca Berlo di Genova. 

(2) Giovanni David, celebre tenore. 

^3) Adelaide Tosi, figlia di un valente avvocato milanese, 
fu celebre nell'arte del canto, che poi abbandonò per unirsi 
in matrimonio col conte Palli. La Tosi già aveva benissimo 
disimpegnata la sua parte nella « Bianca e Gernando » al 
San Callo di Napoli, e con uguale impegno si accingeva a 
sostenerla al Carlo Felice. Morì in Napoli nel 1859. 

(4) Bellini si era procurato diverse lettere di presentazione, 
portate da Milano, e ricevute dallo stesso Florimo. 



282 



LA LETTURA 



si risparmia; ma la sola strettezza del tempo mi fa temere. 
Questa mattina sono a pranzo dal marchese Lomellini (4), 
raccomandatogli dal marchese Visconti di Milano. 

Addio, mio caro Florimo. Scusa se non son lungo perchè 
ho molto da fare. 

Addio, salutami tutti, tutti, particolarmente Zingarelli, a 
cui risponderò a una sua quando avrò finito le fatiche. 

tuo Bellini che t'ama. 

E di queste lettere Bellini ne scriveva quasi 
tutti i giorni al Florimo, informandolo della 
sua opera. 

Riproduco le principali. (5) 

Genova, 24 marzo 182S. 

Sabato sera è giunta la Tosi 

Le prove si cominciano questa sera e iddio me la mandi 




L'architetto Carlo B arabino, 
autore del teatro carlo 
Felice di Genova. 

chesa Doria, mi ha presentato 
in casa Pallavicini. 

Sono stato presentato al ca- 
valier Morrò <i), e gli ho detto 
che aspetti una lettera del Du- 
ca (2), e ristesso al Governatore 
che veramente è un gran bravo 
uomo (3). 

Tutti sono impegnati di far 
riuscire lo spettacolo, e nulla 



I 




La facciata del tkatko. 

buona con l'orchestra, che non 
so ancora di che forza sia; 
e, se questa andrà bene, mio 
caro Florimo, questa è la se- 



II saloni 



(i) Luigi Morrò che fu poi 
sindaco di Genova. 

(2) Duca Visconti di Modrone 
di Milano. 

(3) S. K. il marchese Etto- 
re Weuillet D' Venne de la 
Saunière, governatore allora di 
Genova. 

(4) Il marchese Lomellini di 
(Jenova, la di cui figlia duches- 
sa Camilla sposava nel 1815 il 
conte Pompeo Litta Visconti 
Arese, che ereditò dallo zio An- 
tonio il titolo ducale. 

(5) Bellini. Memorie e lettere 
a cura di Francesco Florimo. 
Firenze, 1882, in-i6." 



VINCENZO BELLINI E L'INAUGURAZIONE DI UN GRAN TEATRO 



283 




Felice Romani. 

conda pillola che inghiottiranno i miei ne- 
mici... 

Genova, 4 aprile 1828. 
... In Genova si è già sparsa la voce che ho 
fatto una divina musica, che farà furore come 
il « Pirata », mentre David crede più ancora. 
Io poi non credo niente sino alla prima sera di 
rappresentazione ; adesso non mi consola altro 
che vedere i cantanti soddisfattissimi, l'orche- 
stra che suona con gran piacere, senza mai dar 
segno di nausea... 

Bellini comincia però ad impensie- 
rirsi sull'esito della prima rappresen- 
tazione, la quale deve aver luogo con 
grande solennità, e per l'inaugurazio- 
ne di un nuovo teatro. E scrive: 

Genova, 5 aprile 1828. 
... La prima sera essendo illuminazione, e 
coll'intervento di tanti forestieri, con la novità 
del teatro, credo che l'opera non farà tanto ef- 
fetto ; ma come martedì è la seconda sera, per- 
ciò facendo più effetto, ognuno potrà scrivere 
l'esito delle due sere... 

Ecco qui la copia del manifesto che 
annunciava il grande avvenimento, 
tolto dall'originale. 

E così la sera di lunedì, 7 apri- 
le 1828, ebbe luogo l'apertura del 
nuovo teatro Carlo Felice. 

I principali esecutori erano: Tosi 
Adelaide, David Giovanni , Tambu- 
rini Antonio , tutti nomi che dispen- 
sano da qualsiasi elogio. Maestro al 
cembalo: Nicolò Uccelli, primo vio- 
lino direttore: Serra Giovanni. 

La stampa di quell'epoca fu una- 
nime nel constatare il grande suc- 
cesso della serata. 



Il teatro era interamente illuminato a gior- 
no, e nulla di più vago, di più brillante, 
poteva offrire il colpo d'occhio agli spet- 
tatori. Alla bellezza ed all'ornato di quel 
sontuoso locale, corrispondeva il magico ef- 
fetto prodotto dalla freschezza delle dipinture 
e dagli ori riverberati dalle ardenti cere che 
li avvicinavano. Moltissime famiglie milanesi 
e le più cospicue famiglie genovesi erano 
presenti. Appena apparvero Re Carlo Felice, 
la Regina Maria Cristina, accompagnati dal 
Principe e dalla Principessa di Carignano, 
nella gran loggia reale, echeggiò il teatro 
di alti ed unanimi applausi. 

Lo spettacolo incominciò con una melo- 
diosa cantata, allusiva alla presenza dei So- 
vrani, appositamente musicata da Gaetano 
Donizetti, su poesia di Felice Romani. 

Seguì poi il primo atto dell'opera: Bianca 
e Fernafido, indi il gran ballo espressamente 
composto dal Galzerani, intitolato: Gli ado- 
ratori del fuoco, che frammezzò i due atti 
dell'opera. 

La cronaca della serata riferisce : 

« La sinfonia desta l'ammirazione nella parte mar- 
ziale, ma sopratutto nel largo di essa veramente maestoso 
ed imponente. 

« Applausi nel 1'^ atto alla cavatina di David ed a quella 



I!.,. ^•rf. <l!l^«.( *! >I.I««MtW> S*S. «.1 

f:tiiji>iiio. 



11.1- i. a *•! >«. 



4;iii Bi iriiCiiià, 



i:ij jmmjrmìi hel rroro. 



15? 't-% HI i. 11 1> <*'rE. 



Il manifesto per la prima rappresentazione. 



284 



LA LETTURA 





Adelaide Tosi. 



Giovanni David. 



della Tosi. Nel 2° atto alla scena di David, al duetto fra lui 
e la Tosi, ed alla scena finale di quest'ultima, di cui non 
si potrà mai lodare abbastanza e la composizione e l'ese- 
cuzione » . 

Il buon esito dell'opera rallegrò di molto il 
Bellini, che così scrive al Florimo: 

Genova, io aprile 1828. 
Eccomi uscito di palpiti. L'opera ha fatto l'effetto desi- 
derato. La prima sera in mezzo a un teatro nuovo illumi- 
nato a giorno, con tutta la Corte nel gran palchetto, cir- 
condato da altre persone del sangue, nei quattro palchi la- 
terali, con tutte le bellezze genovesi e forestiere in grande 
sfoggio, la musica e i cantanti fecero l'effetto migliore, tanto 
che il pubblico rimase molto contento, specialmente del 
2^ atto; — il Re mandò un suo ciambellano a ringraziare 
il maestro e i cantanti; e gli 
dispiaceva di essere in forma 
pubblica perchè non poteva 
applaudire. 

Bianca e Fernando si 
rappresentò per 21 se- 
re, sempre con favore 
crescente. 

Dopo il duetto nel 
secondo atto, era ine- 
sprimibile il chiasso ; 
gli attori erano richia- 
mati ripetutamente, ed 
una sera che Bellini 
era presente , insisten- 
temente chiamato, do- 
vette presentarsi fra 
grida ed applausi in- 
credibili. 

Oramai Vincenzo 
Bellini a Genova aveva 




trionfato, e le primarie famiglie andavano a 
gara per averlo ai loro ricevimenti. 

Così una sera, trovandosi nel palco della 
marchesa de' Lomelllni Tulot, venne presen- 
tato ad una bellissima e giovane signora lom- 
barda, Giuditta Turina. Non era quella la 
prima volta che il Bellini vedeva la bella lom- 
barda, e di lei e della bontà del suo aspetto, 
aveva preso, se non ad amarla, certo ad am- 
mirarla e stimarla. 

Vincenzo Belllini, dopo l'andata in iscena 

dell'opera, sarebbe tornato subito a Milano, 

se il desiderio di godere dei propri trionfi 

non lo avesse consigliato di rimanere ancora 

altri giorni. 

Rimase in Genova 
fino al 30 aprile 1828. 
La voce pubblica pe- 
rò segnalava la perma- 
nenza in Genova, spe- 
cialmente per la re- 
lazione che strinse di 
poi colla signora Tu- 
rina. 

Da quell'epoca le due 
anime si strinsero di 
forte amore, e nel cro- 
giuolo di una passio- 
ne violenta e tenace, 
quelle due esistenze 
si fusero; quell'amore 
ebbe gran parte nella 
vita privata di Vincen- 
zo Bellini. 
Carlo VanbiancHi. 



Antonio Tambu.-^ini. 



GLI SPORTS MVERNAU 




:: HH AILTfRH TEMPI 



e questo articolo avesse avuto per ti- 
tolo : « Un po' di storia e di filosofia 
degli sports invernali », « Anche qui 
la filosofia! » avrebbero detto alcuni brontoloni, 
i quali non si 
sono ancora 
dedicati alla 
magia bianca 
sulla tavola 
nera o ad un 
altro spori in- 
vernale e si 
ostinano a rav- 
visare un sin- 
tomo di deca- 
denza nel fat- 
to che gli uo- 
mini si vanno 
scostando 
dalla comoda 
usanza del 
buon tempo 
antico, di pas- 
sar l'inverno 
in camera, ac- 
canto alla stu- 
fa. Eppure 
uno spiraglio 
per la filoso- 
fia c'è anche 
qui. Qui, co- 
me in tutto ciò 
che è umano, 
questa savia 
signora trova 
modo di far 
capolino. E la 
maggior parte 
degli uomini 
non se ne av- 
vede. Ma è 
proprio così. 

La natura , 
che in fondo è 
sempre beni- 
gna, si è data 
pena perchè 
l'umanità col- 
la sua febbre 
di cose nuove 
non ricevesse 
scapito alcuno. Essa ha elargito agli uomini il 
potere dell'oblio. Ogni uomo, il quale a sé stesso 
abbia foggiato con piena coscienza la vita, nella 
vecchiaia scopre di aver più volte rimaneggiata 
la stessa impresa in diversi periodi della sua 
esistenza, ma ogni volta con un senso più pro- 
fondo, tanto da provar sempre l'impressione 
di un'opera nuova; e analogamente nella sto- 
ria dell'umanità vi sono, in ogni dominio, pe- 
riodi di grande slancio, a cui tengono dietro 
tregue e intervalli lunghi e vuoti, fino a che, 




Fernando Bertulis (?) : Sport sul ghiaccio in Verona (1565). 



dopo decenni o dopo secoli, ritorna lo stesso 
problema, lo stesso passatempo, lo stesso abito 
di moda, lo stesso genere di sport, e, il più 
delle volte, in un aspetto per noi più caro e più 

bello. Dappri- 
ma l'opera di 
rinnovamento 
si svolge ala- 
cre e spedita 
con l'entusia- 
smo che vi 
pongono i pri- 
mi iniziati ; so- 
lo più tardi 
vengono gli 
storici, e col 
sorriso sulle 
labbra e col- 
l'indice alzato 
annunciano : 
« Ma tutto ciò 
non è nuovo!» 
Questi « figli 
di Aki ba », 
quando rivela- 
no troppo pre- 
sto la loro sa- 
viezza, rendo- 
no tutt' altro 
che un buon 
servizio. La 
loro dottrina 
paralizza 1' e- 
nergia degli 
uomini, i qua- 
li vogliono fa- 
re e vogliono 
darci del nuo- 
vo; e il cor- 
ruccio del 
Nietzsche nel 
suo scritto sul 
valore negati- 
vo della storia 
si volge spe- 
cialmente con- 
tro quella eru- 
dizione in- 
frammettente 
e in ultima 
analisi sterile 
che sbarra il cammino ad ogni tentativo di rin- 
novamento e di rinascita. 

Anche il moderno sport invernale coi suoi 
tre rami fondamentali, lo ski, il pattinaggio e 
la slitta, ha profonde radici nel passato. Le 
sue origini si perdono in una lontananza ne- 
bulosa. Del resto, più che di un genere di 
sport, in origine si trattava di un'aspra neces- 
sità e di una lotta accanita per l'esistenza. Per 
lo più, i vari genere di sport devono la loro 
scoperta ai popoli primitivi, costretti a com- 



286 



LA LETTURA 



battere colle forze della natura. Il lappone, per che porta sotto i piedi il cacciatore dell'alta 
esempio, doveva trovare strumenti che gli ren- Stiria, munito della sua bizzarra piccozza, già 
dessero possibile di raggiungere la fiera che parla alla fine del primo secolo avanti Cristo 




Slitte a vela olandesi (1621). — Da un quadro di Nicolò Fischer. 



correva su profondi strati di neve. Così gli si 
presentava l'alternativa : o fare questa sco- 
perta o morire. Né la cosa fu diversa per la 
forma originaria dei pattini e della slitta. La 
storia dello sport invernale ha la sua preisto- 
ria nella scoperta dei primitivi mezzi di scam- 
bio per opera degli antichi popoli del nord. 
Tutto ciò che il cervello dell'uomo primi- 
tivo escogitò sotto la 
strettoia della neces- I 
sita, tutto ciò che as- | 
sunse per lui un signi- | 
ficato vitale, diventò | 
per effetto di lenta evo- 
luzione un passatem- 
po, un attrezzo sporti- 
vo. In qual modo dalla 
forma originaria dello 
ski, che non si cono- 
sce più con esattezza, 
attraverso alla rozza 
scarpa a sdrucciolo dei 
Giliachi e attraverso 
alle « assicelle di le- 
gno » (sulle quali, a 
quanto narra lo storico 
carniolese Valvassor, 
i contadini della Sti- 
ria più di due secoli 
or sono scendevano 

dal monte , tanto a """^ 

zig-zagche in linea ret- 
ta), siasi svolto l'ele- 
gante tipo norvegese oggi usato nella viabilità 
invernale, è uno dei più attraenti capitoli nella 
storia dello sport d'inverno. 

Di « ruotelle rotonde » analoghe a quelle 



lo storico Strabone. A quanto egli narra, gli 
armeni si servivano di tali attrezzi nelle loro 
alture nevose come di un riparo dalle cadute. 
Che nel seicento, come racconta Plao Magno 
nel suo latino molto problematico, in Norve- 
gia « anche le donne con pari destrezza degli 
uomini andassero alla caccia con pattini da 
neve » e che poi per più di due secoli, perfino 



■r\~^^-^"t:- c^- 



^1^. 



t'.; 



.ilj 



^ip 



« Ma: 



nella patria dello sÀi le lunghe assi come puri 
attrezzi dello sport venissero meno, tutto ciò 
è cosa risaputa dal tempo in cui geniali inda- 
gatori del genere elaborarono scientificamente 



GLI SPORTS INVERNALI IN ALTRI TEMPI 



287 



questa materia. Ma che anche complicate sot- 
tospecie dello sport invernale, come, per esem- 
pio, la combinazione del giuoco del golf e del 
pattinaggio fossero in voga da secoli, dovrebbe 
essere nuovo 
per la mag- 
gior parte de- 
gli appassio- 
nati di ski 
e di pattinag- 
gio. Sotto la 
mia finestra 
ogni settima- 
na passa una 
schiera di gio- 
vani , diretta 
coi loro carat- 
teristici basto- 
ni al giuoco 
del golf. Un 
giorno udii 
una bionda 
bimba ricciu- 
ta dire ad una 
sua compa- 
gna , a 1 1 e g - 
giando il lab- 
bro ad una 
smorfia sdegnosa : « Il^c'^sul ghiaccio è proprio 
il giuoco più aristocratico. Non lo giuocano tutti 
e non è mai stato praticato prima d'ora ». La 
piccola esclusivista non ha che a volgere lo 
sguardo al giuocatore di ^ó»//" francese del 1699, 
e si convincerà del contrario. 

Che del resto già un secolo e mezzo prima 
fosse in voga il giuoco del golf sul ghiaccio, 
si può dedurre dal quadro storicamente inte- 
ressante, in cui nello sfondo un pattinatore è 







'^^BmiffPHi 


IIIS:.'k:^^ 




' X"^! 


IP' 


■wm 


■^— -__&- L,.i^ri7i.i.i.iM 






■r ■. ■ '^ ^/ 1 ■ 


1!W^\ 








_^^^^^gf!^ ^"iWi 4^ 



Parco del castello di Eellevue (1S40). 



n 




i 

j 




^M: 


- 


7'^g^' ' 


k . X '- ' 


./4 



<AGE » (1850). 

in atto di dare il colpo alla palla, mentre ci 
si rivela un particolare non trascurabile, che 
cioè il giuoco si fa a coppie. E un altro fatto 
ancora più importante, a dedursi dal quadro 



del 1565, attribuito a Fernando Bertelis, si è 
che lo sporl invernale era noto anche in Italia. 
Il paesaggio del quadro fa pensare vivamente 
a Verona ed all'Adige. Gli spettatori che ten- 
gono rialzato 
avanti alla 
bocca un lem- 
bo del mantel- 
lo si possono 
sorprendere 
anche ai no- 
stri giorni in 
questa identi- 
ca posa in tut- 
te le città del- 
l'Italia setten- 
trionale, al- 
lorché in pri- 
mavera soffia- 
no per le vie 
i freddi venti 
nordici delle 
Alpi ; poiché 
Milano e Ve- 
rona non han- 
no certo un 
inverno più 
mite che, per 
esempio, Basilea o Friburgo. Questi quadri, 
che finora non furono accessibili al gran pub- 
blico, susciteranno interesse soprattutto in Ame- 
rica, dove il veleggiare con yachts sulle ampie 
distese ghiacciate si suol considerare come una 
scoperta dello sport invernale germanico ame- 
ricano. Di nuovo in questo genere 6\ yachts r\Qi\\ 
ci dovrebbe essere che la rapidità ; poiché certo 
le comode , rozze slitte a vela della nostra 
figura non vogliono competere coi treni. A 
proposito poi del van- 
to che gli americani 
si danno, si può no- 
tare che il veleggiare 
ao'Ciyachts sul ghiaccio 
era già, in principio del 
secolo decimosettimo, 
un passatempo inver- 
nale dei gentiluomini 
olandesi, come inse- 
gna il quadro di Ni- 
colò Fischer. E ciò che 
a noi ora fa l'impres- 
sione di una novità 
sulle nostre fiere, quei 
giuochi artistici come 
le montagne russe ed 
altri del genere, for- 
mavano uno spasso 
prediletto dei nostri 
nonni verso la fine del- 
la metà del secolo 
scorso. Socialmente 
interessante nel qua- 
dro del parco del ca- 
stello di Bellevue è la passeggiata in islitta di 
un alto ufficiale in grande uniforme. 

Le figure illustrano a sufficienza il fatto del 
movimento ondulatorio che domina anche nello 



288 



LA LETTURA 



sport invernale. Del resto ai sostenitori ad 
ogni costo del « nulla di nuovo », può esser 
fatto presente che il mondo non ha mai avuto 
una fioritura dello sport d'inverno o una ac- 
cessibilità di esso al popolo, come negli ul- 
timi due de- 
cenni. 

Ciò non si 
riferisce sol- 
tanto a quel 
bisogno sem- 
pre più inten- 
so che prova- 
no gli abitanti 
delle grandi 
città di pre- 
munirsi , tuf- 
fandosi nella 
vergine natu- 
ra, dai perico- 
li di una esi- 
stenza troppo 
segregata dal- 
l'aria libera 
e dalla luce; 
poiché si de- 
ve inoltre ri- 
levare che la 
condizione 
che ha reso 
possibile que- 
sto movimen- 
to , il quale 
tende a pro- 
fittare delle 
asprezze del- 
l'inverno, più 
di quel che 
non si faces- 
se per l'addie- 
tro, in prò del- 
la salute del 
corpo e dello 
spirito, fu sen- 
za dubbio un 
progresso nei 
mezzi di co- 
municazione, 
che ha reso ac- 
cessibile, an- 
che alle pic- 
cole borse, la visita delle montagne nei rigori 
del verno. 

Questo sguardo storico riassuntivo non sa- 
rebbe completo se non si facesse menzione 
dei primi risvegli dello sport invernale in Ger- 
mania. 

Che questo risveglio cada circa nel penul- 
timo decennio del secolo scorso, e che i primi 
araldi di questo sport, i primi skiatori facciano 




ROMAIN DE HOGKE: GiUOCATORE DI GOLF SUL GHIACCIO. STAMPA DEL IJOO. 



la loro comparsa quasi contemporaneamente 
nelle varie montagne tedesche, non c'è discus- 
sione alcuna. E altrettanto sicuro è che la pa- 
tria di questo meraviglioso sport fu in Ger- 
mania la Selva Nera del mezzodì, e special- 
mente il Feld- 
berg. La glo- 
ria di essere 
stati i primi 
skiatori se la 
contendono 
oggi due par- 
titi, e precisa- 
mente da una 
parte alcuni 
signori della 
cittaduzza di 
Todtuan, po- 
sta sul lato 
meridionale 
del Feldberg, 
che hanno 
fondato il pri- 
mo club di ski 
tedesco, e dal- 
l'altra i soste- 
nitori del de- 
funto console 
francese di 
M a n n h e i m , 
Pilet, il quale 
nel febbraio 
del 1889, sui 
suoi pattini 
di neve, che 
egli aveva im- 
parato a do- 
minare nei 
suoi viaggi in 
Groenlandia , 
apparve a get- 
tare lo scom- 
piglio, come 
un fenomeno 
venuto da un 
altro mondo, 
neir esistenza 
sepolta nella 
neve dei pro- 
prietari del- 
l'alberghetto 
del Feldberg, e trovò i primi discepoli nel- 
l'albergatore, da poco defunto, Carlo Ma ver 
e nel figlio di lui, Oscar, direttore tecnico- 
artistico della singolare impresa dell'albergo. 
11 ritratto del console Pilet è oggi appeso 
nella sala di lettura dell'albergo del Feldberg, 
e qui appare, dopo un'intenta indagine, quasi 
certo che il primo skiatore tedesco era un 

francese. {.Ueber Land und Meer). 



Milano, 1912. — Tip. del Corriere della Sera. 



Galluzzi Giovanni, Gerente responsabile. 



CARATTERI FORNITI DALLA SOCIETÀ " AUGUSTA „ TORINO. 



«^ l>i \^ XV 



J^/eltarcK 




ifh^ 



RIVISTA MENSILE D£L 

CORRIERE DELLA SERA 

/MILANO 

VIA SOLFERINO ZQ 

CENT.50 IL FASCI COIC 

ABBONAMENTI 




SOCIETÀ ITALIANA <ià SIBY LIZAR i C. 

DI 

Siry Ghamon & G. 

MILANO 

Ippareeekl f lllDiiinaziooe 

= IN OGNI STILB 



SCALDABAGNI 
CUCINE-STUFE 

FORNELLI 

Disegni e preventivi a richiesta. 



DIMAGRIRE 



SÈNZA PERICOLO 
È RINGIOVANIRE! 



Il The Svelto è il solo prodotto che ha il potere meraviglioso di dare un risultato soddisfa- 
cente in 6 8 settimane senza provocare il minimo disturbo, anzi colla prima scatola si pro- 
vano gli eccellenti effetti che produce su tutto l'organismo. Alle persone cardiache procura un 
certo sollievo, il cuore, libero dal grasso che l'affatica, funziona molto più facilmente. In pochi 
giorni le persone obese constatano l'efficacia sorprendente del The Svelto, diminuisce l'addome, 
si fanno snelle le anche e fine la vita. 

Siccome il grasso si elimina colle urine, molte persone hanno constatata la cessazione dei 
loro dolori ai reni. 

Il The Svelto stimola tutte le persone stanche per eccesso di lavoro fisico e mentale. 

Il The Svelto è piacevole, garantito innocuo e d'un effetto rapido e certo. 

La scatola di 30 tavolette L. 6,75. DI 60 tavolette L. 12,60 

Deposito generale per l'Italia: Ditta P£GNA Sl FIGLI - Firenze, e In tutte le buone farmacie 



IL VERO ED AUTENTICO AMARO FELSIMA 
f 





Antica, eccellente, rinomatissima specialità della Ditta GIO. BUTON & C. di Bologna 

CHE LO ESPORTA IN TUTTO IL MONDO 
Tutti gli altri Amari Felsina non sono che vani tentativi d'imitazione 



RIVISTA- M 
CORRIERA 




ANNO XII - N. 4. APRILE 1912. 

(PROPRIETÀ LETTERARIA ED ARTISTICA - RIPRODUZIONE VIETATA 

MEMORIE DEL VECCHIO CAMPANILE DI SAN MARCO 
MENTRE SI INAUGURA IL NUOVO 




o un ricordo per- 
sonale singola- 
rissimo della ca- 
duta, anzi della 
scomparsa d e 1 
campanile di 
San Marco. Abi- 
tavo, allora, a 
San Nicolò di 
Lido ; dentro la 
cinta bastionata 
che termina la 
famosa spiaggia 
veneziana e rin- 
serra, tra i suoi 
spalti antichi e le possenti artiglierie moder- 
nissime della marina e delle batterie da co- 
sta, un gruppo civettuolo di case ; una chiesa 
secentesca ; un ex-convento severo ; le vec- 
chie massicce caserme della Repubblica alli- 
neate in faccia alla monumentale fortezza in- 
nalzata dal Sanmicheli, nell'anno di Lepanto, 
sull'acque all'imboccatura del porto ; una de- 
cina di uffici pubblici e una bella strada 
alberata fronteggiante la laguna verso San- 
t' Elena, la Certosa, il panorama della città 
fumigante. 

Fino a qualche anno addietro questa strada 
rappresentava una delle più soavi, delle più 
affascinanti e solitarie passeggiate veneziane. 
Le sfilavano innanzi i piroscafi reduci dal 
mare; agli ormeggi si cullavano velieri e 
barche da pesca, ed oltre l'intrico delle 
sartie, oltre le opere della rude gente in- 
tenta al rattoppamento delle reti si spalan- 
cava agli occhi il paesaggio lagunare con 
tutte le sue isole coronanti l'isola maggiore. 
Il centro della visione era il campanile di 

La LetiW'a 



San Marco culminato dall'angiolo d'oro e 
gli facevan ressa dattorno decine e decine 
d'altri campanili più modesti, in quel me- 
desimo ritmo di cuspidi, di croci, di celle, 
di pinnacoli che dovette colpire l'imagina 
zione del Breydenbach o di Jacopo dei 
Barbari quando riprodussero per le prime 
volte la pianta topografica della Dominante. 
La mattina del 14 luglio del 1902 cam- 
minavo lungo codesta strada conversando 
con un ufficiale di marina non so, adesso, 
di che cosa. Non, ad ogni modo, del cam- 
panile di San Marco. Eravamo stati in 
piazza l'uno e l'altro, la sera prima, ave- 
vamiO udito il concerto della banda musi- 
cale, avevamo considerata davvicino la brec- 
cia che già fendeva un lato della torre ; ci 
eravamo mischiati nella folla elegante radu- 
nata ai tavoli dei caffè ; ne avevamo rile- 
vati alcuni degli infiniti discorsi. Una frase 
era ripetuta volentieri, con languida con tran- 
quilla sicurezza, con leggera ironia da molti 
ai pochi che, scherzando, accennavano alla 
eventualità di una caduta : « ti vorressi viver 
tanti anni ancora quanti ghe ne starà in pie 
el campanil » La frase riassumeva parecchi 
dei modi di dire più comuni sul campanile 
di San Marco: « gnanca se ti vivessi come 
el campanil >, «gnanca se cascasse el cam- 
panil»... Questa persuasiva confidenza aveva 
invaso, in fondo, gli ingegneri e gli uomini 
dell'arte. Passeggiando al Lido la mattina 
del crollo l'avevamo in cuore noi pure, 
fece sì che io ed il mio compagno non ci 
occupassimo del colossale morituro. Com- 
pimmo, andando e tornando lungo la ban- 
china, alcuni giri. Durante il penultimo, 
avanzando in direzione della città, la parte 

19 



290 



LA LETTURA 



superiore del campanile tracciava nel cielo 
azzurro la sua snella sagoma impassibile. 
E l'angiolo d'oro splendeva nel sole. Lo 
vedemmo splendere quando gli voltammo 
le spalle. La strada era deserta. La risa- 
limmo; ritornammo. Scorgemmo nel cielo 
una nube bianchiccia opaca, non l'angiolo 
d'oro splendere nel sole. 

Avemmo una subita strana impressione : 
non quella della scomparsa del campanile; 
quella invece che si fosse sfasciata un'ar- 
monia. Non ritrovavamo più la linea della 
città ; il paesaggio lagunare era sovvertito, 
mutato nella sua simmetria circolare. La 
nube bianca opaca persisteva immobile greve 
nel cielo. 

Ci fermammo a guardare. Nessuno di noi 
due ebbe il coraggio di esclamare : 

— E' caduto il campanile di San Marco! 
Io esclamai : 

— Non vedo il campanile di San Marco ! 
E ci demmo infantilmente a cercarlo. 

fatica ; ma continuammo 
nella ricerca per con- 
vincerci della tremenda 
realtà: il campanile più 
in qua della nube era 
quello di San Giorgio; 
quello a destra 
il campanile 
di San Fran- 
cesco ; l'altro 
a sinistra i 1 
campanile dei 
Frari, l'altro 
dietro... Così 
per via di 



Inutile, ridicola 



Veduta del 
campanile di 
San Marco 
a rr i v ando 
DAL Lido. 




esclusione con un crescendo indescrivibile 
di commozione e di terrore al pensiero 
delle vittime giungemmo a persuaderci; e 
ancora non credevamo a noi stessi. Ma 
altri s' erano accorti della catastrofe, gri- 
davano dalle finestre tendendo le braccia, 
indicando la nube bianca opaca immobile 
greve nel cielo; altri accorrevano al vapo- 
rino che doveva partire, diretto alla Riva 
degli Schiavoni. Tutta la popolazione di 
San Nicoletto di Lido prese d'assalto il 
vaporino; lo gremì; avrebbe voluto ag- 
giungere la forza della propria disperazione 
a quella della macchina per accelerare l'an- 
datura; ingiunse la partenza in anticipo sul- 
l'orario, balzò allo sbarco sul molo, e via 
di corsa veloce fino alla ruina. Egualmente 
da ogni parte di Venezia accorreva la po- 
polazione fino alla ruina : da Castello e da 
Santa Marta, dalla Giudecca e da Murano, 
da San Giobbe e da Santa Chiara... 



Chi non ha assistito allo spettacolo me- 
morando della folla veneziana costernata, 
piangente, deprecante ai piedi della mon- 
tagna di pietre, di calcinacci, dalla quale 
emergevano, come rottami d'un naufragio 
tra la spuma dei marosi, frammenti archi 
tettonici, cancellate contorte, pezzi di cam- 
pane schiantate, marmi preziosi, statue stron- 
cate, mattoni millenari, avanzi dell'infrante 
angolo del palazzo reale, sulla quale vigi 
lava salva per miracolo, spettrale per gì 
strati sovrapposti della polvere laterizia f 
pareva per lo spavento del pericolo trascorso 
la Basilica Marciana, non avrà mai un'ide 




MEMORIE DEL VECCHIO CAMPANILE DI SAN MARCO 



291 



esatta del dolore che tenne durante qualche 
giorno, insieme allo stupore ed alla indi- 
gnazione , la 
città. 

La ripercus- 
sione di esso 
nel mondo fu 
\aria : si pian- 
se il monu- 
mento non 
bello ma ca- 
ratteristico; si 
pianse la Tor- 
re storica ; si 
lamentò il di- 
strutto equili- 
brio degli stili 
e delle masse 
nella piazza 
ed in piazzet- 
ta ; si deplorò 
la deformazio- 
ne dell'aspet- 
to esterno di 
Venezia. Il 
rimpianto uni- 
versale aveva 
insomma cau- 
se non dirette 
ma riflesse. 
Solo nei ve- 
neziani , solo 
forse nel po- 
polo venezia- 
no, il rim- 
pianto muo- 
veva diretta- 
mente dalla 
caduta, per 
sé stessa, del 
campanile. Perchè nella vita del popolo ve- 
neziano il campanile di San Marco, il cam- 
panile per antonomasia, aveva da secoli la 
sua personalità, era esso medesimo una 
cosa viva. Il campanile di San Marco era 
uno degli elementi attivi della vita del po- 
polo veneziano, un compagno del popolo 
veneziano. Fino a che non cadde nessuno 
se ne accorse o vi pose mente. Quando 
cadde tutti se ne accorsero. In modo ana- 
logo dileguano dalle famiglie persone verso 
le quali l'affetto dei familiari non aveva 
mai assunto forme evidenti e dopo la morte 
delle quali un vuoto si crea e si rivela im- 
provviso che niente varrà a colmare. Della 
gloriosa famiglia veneziana il campanile era 
stato l'asse, il segnacolo; dai tempi remo- 
tissimi al periodo dello splendore e poi a 
quello del decadimento: testimone inconi- 




II campanile di San Marco nella « Peregrinatio 
(Fot. Filippi, Venezia). 



parabile di avvenimenti lieti e tristi; at- 
tore in avvenimenti lieti e tristi; regolatore 

di opere quo- 
^^ tidiane. Dalla 
piazza la sua 
personalità 
domi nava , 
come la signo- 
ria civile co- 
me la signo- 
ria religiosa, 
g 1 i abitatori 
delle più lon- 
tane contrade 
e questi nella 
loro particola- 
le vicenda di- 
pendevano da 
lui, dalla sua 
vicenda. La 
sua voce pas- 
sava sulle più 
lontane con- 
trade distinta 
tra cento, a- 
mata e rispet- 
tata; parlava, 
ordinava; le 
obbedivano 
coloro che 
non conosce- 
vano ancora 
divistalostro- 
mentodiessa. 
Una parte co- 
spicua del po- 
polo, in tutte 
le epoche del- 
la vita vene- 
ziana, o non 
usciva dalla propria parrocchia, o non s'av- 
venturava fino a San Marco. Moltissimi di co- 
loro che si precipitarono, all'annunzio del 
crollo, ai piedi delle macerie non erano mai 
entrati in piazza; non avevano mai visto, 
nella sua statura imponente, il morto che ave- 
vano però onorato idealmente, che onoravano 
contemplandolo con lacrime agli occhi nello 
sfacelo di tutte le sue ossature. E tornando 
ai freddi tuguri sugli estremi lembi della 
città, in cospetto della laguna, recarono con 
sé nelle pupille l'imagine delle macerie non 
l'imagine della chiesa, del Palazzo Ducale, 
delle Procuratie che non avevano in prece- 
denza mai veduto, che non videro in quella 
occasione poiché in quella occasione altro 
non si poteva vedere se non le macerie, ac- 
cumulatesi le une sulle altre senza colpire, 
senza ferire creatura umana. L'esser preci- 



del^:Breydenbach - i486. 



292 



LA LETTURA 




Le macerie. 
(Fot. Filippi, Venezia) 



pltato tanto innocuamente aumentò verso la 
sua memoria il rispetto mistico con cui la 
gente veneziana l'aveva sempre amato quasi 
non fosse stato opera di umili artieri. Si 
parlò della sua fine come di una fine giu- 
diziosa, come se cadendo la torre diventata 
pensante si fosse fatta una ragione della 
maniera di cadere per non seminar la strage. 
« El se ga senta » — s'è seduto — si di- 
ceva e il sentimento popolare fu tradotto in 
un monito poetico del campanile ai suoi 
fratelli, i veneziani; tutto dolcezza, tutto 
languore, invocante pace, invocante solitu- 
dine, per poter abbattersi, nella secolare 
stanchezza ond'era percorso, con l'anima 

sgombra da rimorsi, da preoccupazioni!... 

* 
* • 

Il sentimento popolare aveva sempre ri- 
guardata, per quanto si risalga nel tempo, 
questa personificazione come una prova di 
tenerezza squisita, come una necessità di 
identificare nella storia delia torre la pro- 
pria storia. Interprete suo un anonimo lau- 
datore cinquecentesco di Veniezia ci rac- 
conta che il campanile « no par cosa de 
« piera ma co senso e spirito hora el pianze, 
< hora el ride, hora el parla forte, hora noi 
« se poi sentir. El pianze e sospira, quando 
«el sona la campana del maleficio; el ride 
«quando el sona doppio d'allegrezza; el 
«parla torte con la buona; el sona pian per 
« el siroco ; el chiama a svegia tutte le sorte 
«de zente; de festa el Doze a messa, i con- 
«segieri a meza terza, a la campana tutti 
«i nobili, a vesparo i preti, all'alba i mie- 
«deghi, a terza i curati e i nodari in pa- 



lazzo, a nona mercadanti, alla Marangona 
« i cortesani e el zorno del Corpus Domini 
«tutte le chieresie». Dove si vede vera- 
mente la torre assurgere a funzione civile 
dalla religiosa, e i rintocchi delle sue cam- 
pane governare l'ordine e lo svolgersi delle . 
occupazioni: dalle più delicate cioè quelle iC 
degli uomini di Stato alle più umili cioè^ 
quelle della ripresa del lavoro. Chiamava a 
raccolta, sul lavoro, la campana « Maran- 
gona* l'unica superstite della catastrofe e 
il nome le veniva dal nome della classe più 
numerosa degli operai i « marangoni » o fa- 
legnami, i carpentieri gli squeraroli o co- 
struttori di barche ; chiamava in Palazzo 
Ducale i nobili la campana « Trotiera > e il 
nome le veniva, probabilmente, dal fatto 
che al suo appello i consiglieri per portarsi 
più rapidamente al convegno si servivano 
anticamente di cavalcature, le quali scom- 
parvero quando l'accresciuto movimento cit- 
tadino le rese pericolose. Ma non soltanto 
la funzione civile del campanile di San Marco 
accompagnava, alternandosi, la religiosa, 
ma prevaleva, nella coscienza del popolo, 
sulla religiosa. Lo dimostra una circostanza 
curiosissima: nel 1822 mons. Pyrker, pa- 
triarca croato di Venezia, ordina una ri- 
forma del suono delle campane ed aggiunge 
una «suonata* nuova, i)el venerdì santo. 
La satira lo colpisce subito in breccia con 
delle quartine amare : 

Patriarca coni pati 
ma dal zorno che se qua 
ne par proprio, notte e di 
che studiò far novità. 
Altro in testa nu ghavemo 
che quel Marco un di signor 
a momenti lo vedemo 
a finir da pascaor... 

e la riforma viene abolita premurosamente 



MEMORIE DEL VECCHIO CAMPANILE DI SAN MARCO 



293 




MARAXGONA » SALVA TRA 



Com'era possibile, che le campane che 
avevan suonato in morte o per la nomina 
di Dogi, in morte o per la creazione di 
Papi; in occasione della consegna dello 
stendardo a un generale o per annunziar vit- 
torie di terra e di mare, com'era possibile 
che la «Trottiera» che s'era taciuta definitiva- 
mente dopo la riunione del gran Consiglio 
nella quale fu sancita la fine della Repub- 
blica, inaugurassero nuove segnalazioni non 
confortate dalla libertà? 

Alle diverse voci del campanile si tende- 
vano, ascoltando — e commentando nei casi 
insoliti — tutte le categorie dei cittadini ; a 
tal punto che si dovette nel periodo in cui 
si accentuò la decadenza della Serenissima 
Signoria, nel periodo critico della lega di 
Cambray, sospender di suonare la convoca- 
zione del Senato allo scopo, secondo la pro- 
clamazione ufficiale, di non dar incomodo 
ai veneziani, ma in realtà per non allarmarli 
con la dimostrazione incontestabile dell'af- 
fannoso reiterarsi giornaliero delle riunioni. 
A tal punto da accorgersi immediatamente 
se una campana entrata ultima nel con- 
certo delle più anziane stonava da esse. Sa- 
rebbe interessante ma interminabile seguire 
la cronaca delle fondite e rifondite delle 
campane di San Marco che furono ora cin- 
que ed ora sei e finirono col rimaner sei : 
la Marangona superstite o campanon, la 
Nona o mezzana, la mezza terza o Pregadi ; 
la Trottiera o piccola, la Renghiera o del 
malefizio o di giustizia; la campana di Can- 
dia. Dimostri l'attenzione che al loro canto 
aereo ponevano i figli di San Marco la sorte 
della «Trottiera» del 1731 che fu colata 



due volte perchè non s'accordava con le 
compagne e trovò il suo artefice perfetto in 
un Paolo de Poli che aveva lo studio al 
ponte dei Dai, all'insegna della Madonna 

ed ebbe per la sua abilità doni ed onori ! 

* 
* * 

Il campanile di San Marco fu durante l'esi- 
stenza della Repubblica il centro ideale delle 
manifestazioni popolari, suscitate dalle vicis- 
situdini della Repubblica, l'esponente d'una 
quantità considerevolissima di consuetudini 
di costumi, il luogo di ritrovi e di mercati 
l'insegna di mestieri, di arti, di professioni 
fa perfino una fonte di guadagni per l'erario 

Le feste pubbliche avevano il loro coro 
namento in luminarie della vetta e taluna di 
siffatte luminarie determinò incendi do- 
lorosi come quello che seguì ai fuochi di 
giubilo per la incoronazione del doge Steno 
nel 1403 o, non si sa bene, per una vittoria 
sui genovosi o per la occupazione di Padova, 
nel qual ultimo caso si sarebbe avverata la 
profezia annunzi ante che « avanti si habbi 
Padoa la maior torre de Veniexia si bruserà 
et rifarà». Molte delle rivendite di generi 
di prima necessità avevano loro stanza nelle 
botteghe alla base del campanile; dai «pa- 
nataroli» ai «telaroli» dai «strazzariuoli» 
o negozianti di chincaglierie ai «notari». Il 
settecento vi trova un «galinier» o polliven- 
dolo, un acquavitaio, un banco di lotto! 
Nei momenti di « rilassatezza », di gaudio 
ovvero di irresistibile entusiasmo la folla dava 
fuoco alle botteghe costruite di legno, ciò 
che non costituiva reato ma veniva, pare, 
tollerato. Infrazioni e colpe di ecclesiastici 
o di laici sorpresi in flagrante delitto in 



294 



LA LETTURA 




Gli «svoli» lungo le funi dalla cima del campanile fino alla Piazzetta. (Fot. Filippi, Venezia). 



luoghi sacri erano puniti col supplizio della 
«cheba» supplizio che consisteva nell'esser 
rinchiuso in una gabbia e appeso alla metà 
circa del campanile per giorni e giorni. Si 
narra in proposito l'episodio graziosissimo 
d'un prete appeso in «cheba» e fuggito not- 
tetempo con l'aiuto della madre che fingeva 
di stargli dappresso a conversare e gli dava 
aiuto invece a segare le sbarre della pri- 
gione aerea. La mattina, scoperta la fuga, la 
gente la volse in ridicolo con una barzel- 
letta: ^l'oxelo xe ussio di cheba » e la gabbia 
ridiscese per non più risalire nella sua tre- 
menda {unzione punitiva! Ospiti illustri eran 
condotti, atl ammirar lo spettacolo delle 
lagune, sulla cima: cortesia codesta che sol- 
levò spesso proteste e critiche: ad esempio 
quando ne godette nel 15 17 il turco Ali Bey 
e nel 1575 il Sangiaco di Bosnia nei quali 
si vollero riconoscere due spioni, talché 
Marin Sanudo, croni.^ta. credette oppor- 
tuno osservare che simili visite dovevansi 
concedere solo col favore dell'alta marea 
perchè la bassa marea scoprendo le secche 
e le paludi dava la misura della facilità con 
cui potevasi inoltrare dai limiti della terra 
ferma alla capitale! Volta a volta osserva- 
torio guerresco; faro pei naviganti a sirni- 
glianza del campanile di San Francesco della 
Vigna; specola astronomica la torre di 
San Marco si prestò alle esperienze di Ga- 



lileo nei giorni dell'agosto 1609 che prece- 
dettero la relazione al Senato sul cannoc- 
chiale; richiamo di disperati fu complice in 
suicidi paurosi; attrazione di acrobati fornì 
un numero emozionante per spettacoli pub- 
blici: dallo «svolo» del Turco che, nel 1548, 
si lasciò scivolar giù dalla cima lungo una 
fune verso la piazza ed ebbe numerosi imi- 
tatori specialmente negli arsenalotti, ai fa- 
mosi «impalli» i quali consistevano nello 
star ritti con la testa sul cornicione della 1 
cella campanaria e i piedi in aria e costa- | • 
rono la vita a qualche incauto precipitato 
giù nella piazza. Donde proverbi e detti 
popolari ; strambotti e frizzi o doppi sensi 
come questo: «Se se buia zo dal campayiiel 
uua gallina la casca in Icrra colf a ^ con al- 
lusione alla terra cotta del selciato, e scherzi 
come quello del gondoliere che facendo da 
cicerone a un forestiero per mostrargli un 
monumento più alto del campanile lo con- 
dusse ai Santi Giovanni e Paolo di dove,^ 
grazie ad un effetto prospettico naturalissimo, ■ 
l'angiolo d'oro appariva, da lungi, sotto il 
ventre del cavallo di Colleoni. Donde infine 
l'atmosfera di leggenda che andò sempre 
più circondando, per ripeterne la definizione 
cinquecentesca, <*. lo sirgiariiwl del inondo >. 



La storia del 
con la massima 



campanile, 
precisione. 



che si conosce 
fatta eccezi 



)sceS 

1 



MExMORIE DEL VECCHIO CAMPANILE DI SAN MARCO 



295 



per i primissimi lavori, è divenuta, nelle 
masse popolari, leggenda o insieme di leg- 
gende. Leggendariamente 
incerti ne sono gli inizi ri- 
feriti contradditoriamente 
dalle antiche cronache; le 
fondazioni furon gettate tra 
1*864 e l'SSi, la costruzio- 
ne abbraccia periodi di at- 
tività e parentesi di iner- 
zia, cadute e rifacimenti; 
fulmini e restauri, aggiun- 
te e modificazioni, soste 
d'oblio ed epoche di di- 
scussioni fervorose; colla- 
borazioni di capimastri sco- 
nosciuti e di architetti illu- 
stri. Si può affermare non 
passi decennio senza che il 
campanile non appassioni 
di sé l'opinione pubblica. 
Indipendentemente dalle 
manifestazioni che metton 
capo, come s'è osservato, 
alla sua mole, è la sua 
mole stessa che tiene oc- 
cupato il governo, le mae- 
stranze, la folla. Le pole- 
miche, i pettegolezzi che 
accompagnarono dal 1902 
al 19 12 la riedificazione 
totale continuano le polemiche, i pettego- 
lezzi che accompagnarono la parabola della 





Il fulmine del 1745 
(da una stampa del Filosi 

del 



sua travaglianta esistenza. Nessuna meravi- 
glia, dunque, se la leggenda si unisce alla 
storia e la infiora e la in- 
gentilisce. La fantasia par- 
la di fondamenta profonde 
sotterra quanto la torre è 
alta sopra terra, mentre 
esse non toccano il vente- 
simo dell'altezza; di fon- 
dazioni speronate larghe 
— nientemeno — dall'Oro- 
logio al Molo; ricorda il 
miracolo d'un muratore 
che cadendo dall'alto nel 
1152 è salvato a mezza 
strada per intervento di- 
vino, ricorda la successio- 
ne, davvero miracolosa, 
delle frane e rotture verso 
piazza senz'altre vittime al- 
l'infuori d'un bambino fe- 
rito. La cronologia dei ful- 
mini, degli incendi, delle 
crepe per terremoti, delle 
campane o precipitate od 
infrante, fuse e rifuse, 
sembra infinita. Nel seco- 
lo XVI si ha un'altalena 
di mezza dozzina di saette 
e di altrettanti restauri , 
senza contare il terremoto 
marzo 151 1 pel quale si vide « il cam- 
paniel piegar piii volte a ponente e levante 




La L(Jw(,-i-iia ui I, ^ansovino (l-'ot. Kilip])!, Venezia). 



296 



LA LETTURA 



più di passi sie (sei) » e si determinò « im 
creppo nelli quattro cantoni per un passo 
(largo un passo ») ! 

Il campanile di San Marco giunge alla sua 
struttura definitiva, non più mutata poi, con 
l'anno 151 7, dopo che, completata la som- 
mità dal Buono, vi fu stabilito l'angiolo 
d'oro. L'impulso ad ultimarlo con la cella 
e la cuspide monumentale fu dato da un An- 
tonio Grimani salito più tardi al soglio do- 
gale. Ed è singoiar coincidenza che il crollo 
e la ricostruzione avvengano a distanza di 
quattro secoli, mentre è primo magistrato 
della terza Venezia, della Venezia italica, un 
altro Grimani! 

Il XVI secolo se è apportatore di guai, di 
disgrazie per la torre magnifica, ne è pure 
l'epoca più densa di cure e di miglioramenti. 
In esso si raggiunge la massima altezza; e 
nel 1540 Jacopo Sansovino adorna la base 
con un gioiello architettonico; con una ar- 
monia di sagome, di archi, di colonne di 
marmi variopinti, di statue, di bronzi, di 
bassorilievi: con la Loggetta d'ordine co- 
rintio sull'attico della quale sono rappre- 
sentati Giove e Venere; i possedimenti di 
Cipro e di Candia: alla quale danno i frutti 
del loro ingegno il Mini, il Lombardo ed An- 
tonio Gai. Pochi anni più tardi la Loggetta 
servirà a metter in evidenza un privilegio de- 
gli arsenalotti : quello della sorveglianza del 
Palazzo Ducale mentre si tenevano le adu- 
nanze del maggior Consiglio. Qualche centi- 
naio d'anni più tardi arcora, l'uso ne sarà 
cambiato: dobbiam rammentarlo? Ahimè, 
quanti non hanno assistito nei pomeriggi del 
sabato, ogni settimana, alla estrazione dei 
numeri del lotto per mano di una trovatella 
bendata come la cieca Fortuna? 



La cieca Fortuna, quella che s'abbattè con 
impeto vandalico sulla torre, or è un de- 
cennio, rovesciandola, annientandola, può 
toglier le bende e meravigliare. La torre 
è risorta, la Loggetta sansovinesca ricom- 
posta pezzo a pezzo la riadorna con la fresca 
eleganza delle sue linee. A chi non vide la 
piazza e la piazzetta nella desolazione della 
lontana catastrofe, è facile illudersi che la 
catastrofe dovette essere un incubo spaven- 
toso se la realtà apparisce nuovamente si 
lieta, sì confortevole. Il grido levatosi da 
tutto il mondo civile: « dov'era e com'era» 
ascoltato, tradotto in fatti, suona oggi con- 
statazione gioiosa. 

Dov'era e com'era riappare la torre, mil- 
lenaria ma superba di rifiorita giovinezza. 
Rifiorisce Venezia, ampliando i traffici verso 
l'Oriente, pulsando secondo il battito pode- 
roso delle grue nel porto, secondo il roco« 
ritmo delle macchine nelle officine. E a te 
stimonianza civile del suo risorgimento che' 
ripete le tappe delle conquiste marinare, essa 
ripete pure la costruzione simbolica cui per 
secoli e secoli avevan lavorato assiduamente 
i padri. Di tanto fu 
più rapida la costru- 
zione attuale in con- 
fronto dell'antica, 
d'altrettanto sia più 
rapida in confronto 
alla indimenticabile 
corsa d'un tempo 
alla gloria, la corsa 
attuale di Venezia 
alla propria rigene- 
razione. 




GINO 
DAMERINI. 



▲ 



v\\nv 









*^P?* 



t 



C'.-Ml.KA !. UfjV'l.HA. (l-\)l. l-'ilippi, \\lK-/Ìa). 









LE VARIE STATURE DEL CAMPANILE DI SAN MARCO 

Pagina fotografica di GIACOMO BOSCHIERI 




I. Le rovine. - 2. Caduto San Marco signoreggia San Giorgio. - 3. La posa della prima pietra nuova. - 4. La prima 
armatura fissa. - 5. Il primo troncone. - 6. La seconda armatura mobile ideata dall'ing. Donghi. - 7. La Basilica raggiunta. 

- 8. La Basilica superata. - 9. Excelsior! - io. L' « Hohenzollern » ritrova il campanile. - 11. Il Palazzo Ducale superato. 
12. Lo spunto della terza armatura. - 13. Visione di cupole. - 14. La benedizione delle campane rifuse a spese del Pon- 
tefice. - 15. La « Trottiera » che sale. - 16. I leoni della cella campanaria. - 17. La terza armatura. - 18. Un anno fa. - 
19. La quarta armatura. - 20. La cuspide. - 21. Il penultimo assetto. - 22. L'Angelo d'oro rifatto dal Munaretti a spese 
del Papa. - 23. Lavori di ricostruzione della Loggetta in Palazzo Ducale. - 24. L'armatura della Loggetta del Sansovino. 

- 25. La ricostruzione della Loggetta. 




^/mu\ 




Sempre, nell'ora che non è ancor sera 
e non è giorno più, lungo «na via 
che, queta, fra solinghi orti s'oblia, 
passa una coppia tacita e leggera» 

Così leggera che non par vivente, 
tacita si che ombre e non persone 
sembrano, per bizzarra illusione 
sòrte dal vuoto, il suolo a sfiorar lente» 

Forse è grigio il mantello o forse è bruno 
che da le spalle ai pie la donna cinge* 
Flessuosa all'amato ella si stringe 
contando i passi e i baci ad uno ad uno* 

II viso ch'ella tende alle profonde 
carezze, con delizia e con arsura, 
forse ha vent'anni, forse la tortura 
ha dei millenni nelle occhiaie fonde* 

Ella susurra, a tratti: Io t'amo* - II gemito 
roco sui dolci labbri egli le schiaccia 
coi baci* Vanno, faccia contro faccia, 
ciechi, tremanti dello stesso tremito* 

Potrebbe una ruggente moltitudine 
d'improvviso balzar dentro la via: 
non varcherebbe il cerchio di malia 
onde avvolgi il lor passo, o Solitudine* 

Spalancarsi a voragin, d'improvviso, 
potrebbe il suolo; e lungo il ciglio andare 
essi, sospesi, estatici, con chiare 
pupille, con immemore sorriso* 

NuII'altra forza di desio gl'incita 
che penetrarsi oltre il lor cuore ed oltre 
le radici dei sensi avidi ed oltre 
l'ombra ove s'urta il flusso della vita* 



Ed ora e sempre, fra tramonto e sera, 
nova ed antica, uguale e pur diversa, 
come dal vuoto, per incanto, emersa, 
andrà la coppia tacita e leggera* 

Per la troppa dolcezza vacillare 
parrà talvolta, e per divina insania 
e l'aroma del filtro di Brangania 
parrà l'aria di sé tutta impregnare* 

Quando scompaia dietro la penombra 
fluttuante - io non so se in terra o in cielo - 
raccolta in un suo brivido di gelo 
piangerà sola, in faccia agli astri, l'ombra. 



t 





^\^m\ 




Sale a fatica - e come il pie le regga 
ignora, e come si dischiuda il varco - 
fra i rovi aguzzi di dwe siepi ad arco 
la donna che non ha chi la sorregga* 

Dalla diritta tunica vermiglia 
emerge, quale fiamma dalla face, 
il volto, che un^insonne e pertinace 
cura protende, solca ed assottiglia* 

Non più di carne: d'anima è quel volto 
senza, bellezza, senza gioventù* 
E pur nessuna donna al mondo più 
superba apparve, nel suo crin disciolto* 




Chiude, è vero, le pàlpebre sugli occhi 
talvolta, stanca; con la floscia piega 
sui labbri di chi sé nel cor rinnega, 
mal raffrenando il pianto che trabocchi 

Si domanda: Perchè?*** - Se una parola 
le alitasse, or, sul collo, e fosse bacio 
più che parola; se improvviso un laccio 
umano le cingesse, ora, la gola!*** 

[mani 
Ma a un sasso inciampa, a un pruno irto le 
punge* Sovvienle allor del suo destino* 
Non ha che se, per compiere il cammino* 
Non ha che se, per l'oggi e pel domani* 

Beve alle pozze d'acqua, strappa more 
alle due siepi, e cupida le addenta* 
Sol di questo, e d'un sogno, ella alimenta 
il soffio della vita interiore* 

Ella sa d'un giardino ove i rosai 
l'attendono, dai calici di fuoco 
l'anima vaporando a poco a poco 
verso l'Ignota che non giunge mai* 

Là fluir d'acque, murmuri di brezza. 
densa d'essenze. Ietti d'erba, aurore 
sacre : là quella in cui non osa il cuore 
cullarsi, insostenibile dolcezza*** 

Sorgerà un giorno, per magìa, per gioia, 
nel suo gran verde, a sommo della strada* 
Purché l'orme non sien false ; e non cada 
ella contro le siepi, e non vi muoia!*** 

[campo, 
***** Giunge* - Ma innanzi al devastato 
ai mozzi tronchi, ai rami ignudi, serra 
l'unghie nel palmo: poi s'accoscia a terra, 
come la fiera che non ha più scampo* 

ADA NEGRI* 




D'^pa>[c 




^J£ 



^Hin 




enticinque trent'anni 
addietro, quando né 
io né voi eravamo 
ancóra nati — Dio 
come siamo giova- 
ni! — il pesce d'a- 
prile infuriava in 
un modo spavento- 
so. La burla vi in- 
sidiava in casa, vi 
aspettava allo svolto 
di una strada, vi guizzava fra le mani a 
traverso un biglietto, vi faceva le smorfie 
per tutto il giorno. Il primo d'aprile era 
veramente una giornata nera, anche se splen- 
desse nel più azzurro cielo di primavera il 
più luminoso e chiaro sole, da mettersi in 
rima con le viole per i sonetti sulla stagione 
nuova. E la preoccupazione s'è mantenuta 
fino a pochi anni addietro. Nello scoprire 
alla mattina del primo d'aprile il numero 
fatale sulla paginetta del calendario c'era 
della gente che si faceva un nodo al fazzo- 
letto per ricordarsi di sfuggire ad ogni tra- 
nello. 

Le lettere venivano aperte con una pru- 
dente diffidenza, ad ogni trillare di campa- 
nello era un sussulto, gli inviti poi — an- 
che i più innocenti, anche i più verosimili 
— venivano ricevuti con una accoglienza gla- 
ciale. Il programma della giornata era uno 
solo : diffidare, diffidare di tutti, diffidare 
sempre. 

Prima di avventurarsi sulla via ogni cit- 
tadino di buon senso si dava bonariamente 
un buffetto sulla guancia e si diceva : 

— Coraggio, mi raccomando. E non di- 
mentichiamoci che è il primo d'aprile! 

E cacciava innanzi il petto, e si inqua- 
drava nelle spalle, e prendeva un'attitudine 
di sfida come se avesse dovuto affrontare 
un nemico. E naturalmente, alla prima burla 
che gli veniva tesa, ci cascava dentro di 
colpo. Non c'è niente di più sicuro come 
l'armarsi coscienziosamente di astuzia, per 
farsi burlare. E per temere lo scherzo daper- 
tutto, specialmente dove non c'è. 

Adesso il terrore per il primo d'aprile è 



assai diminuito: l'usanza burlona è giù di 
moda. Fiorisce ancora qua e là, provocando 
dei corti circuiti di panico, ma è difficile 
che ossessioni tutta una città, tutta una classe. 
Ma fino a qualche anno addietro? Era una 
vita da cani ! In molte case il ricevitore del 
telefono veniva abbandonato per lasciar ca- 
dere tutte le chiamate, veniva dato ordine 
alle persone di servizio di non accettare 
nessun pacco dal di fuori se proprio non 
si fosse certi del contenuto. Per i giornali 
erano ventiquattr'ore di continua apprensione: 
cominciavano alla notte del trentun marzo 
e non finivano che la notte dopo. Si fa tanto 
presto a stampare una notizia inventata che 
arrivi per telegrafo! Così si fabbricavano 
dei pesci inesistenti, venivano abbandonate 
delle notizie importanti che avevano il torto 
di capitare in quel periodo di diffidenza, e 
il pubblico si allarmava contro pericoli che 
non c'erano. 

Sei anni addietro capitò a Padova un quar- 
tetto famoso, per un concerto da svolgersi 
al teatro Verdi. E furono pubblicati i ma- 
nifesti: l'annunzio era per la sera di dome- 
nica, primo d'aprile. Tutta la città parve presa 
da una ilarità infrenabile: si credette a un 
pesce, e si rise sulla fanciullesca ingenuità 
della sua preparazione. L'impresario del tea- 
tro, avvertito del pericolo che minacciava 
lo spettacolo, si affrettò al mattino della do- 
menica a far aggiungere sotto ai manife- 
sti delle grandi strisce che avvertivano: Noìi 
si tratta di un pesce. Figuratevi : non c'era 
di meglio per convincere il pubblico a non 
andarci. E andò via il quartetto. 

Naturalmente, la perspicacia che serve 
riconoscere il pesce dove non era, aiuta ai 
che a far inghiottire tranquillamente e seni 
alcun riguardo quello che si potrebbe subij 
riconoscere con facilità. A Milano una mi 
tina nel libro che la questura mette a dispj 
sizione dei giornalisli per informarli di quan] 
avviene, tutti i cronisti poterono legge 
questa indicazione: «Stamattina, ore no> 
professor Lucio Tenca, abitante via Pesce 
suicidatosi barbaramente >. Pensate: non 
stava che quel povero professore stanco del 



PESCI D'APRILE 



301 



vita si chiamasse, in una mattina pericolosa 
come quella del primo d'aprile, il signor 
Lucio. No, si chiamava anche Tenca, e aveva 
spinto la sua sfacciataggine fino all'andare 
ad abitare in via Pesce, i. Un vero pro- 
gramma ittiologico . 
Eppure tutti i cronisti 
dei giornali milanesi 
si precipitarono nella 
tragica casa. Andate 
poi a mettere in dub- 
bio l'abnegazione dei 
cronisti ! 

Ora il pesce d'aprile 
attraversa un periodo 
di calma e di riposo. 
E se lo merita, perchè 
si trova in circolazio- 
ne da centinaia d'anni . 
Ringraziando il cielo, 
la sua origine è oscu- 
ra e controversa. Fran- 
cesi, inglesi, tedeschi 
l'hanno cercata invano 
sperando di poterne 
assegnare il vanto al 
proprio paese. Una 
piccola ma valorosa legione di studiosi e 
di eruditi ha indagato, ha frugato, ed è riu- 
scita a ottenere il risultato che si ottiene 
spesso quando si fanno delle ricerche sul 
serio: si sono trovate molte origine diverse, 
tutte uniche, tutte provate, tutte indiscutibili 
e per conseguenza — senza dubbio — tutte 
sbagliate. Il signor Fleury de Bellingen (io 
spero per la vostra cultura che questo nome 
non vi riesca nuovo) ritiene per certo, ad 
esempio, che la burla derivi da un antichis- 
simo uso degli ebrei di mandare per dileggio 
una persona da questo e da quello, tanto 
per farla girare. E cita nientemeno che 
l'esempio di Cristo inviato da Erode a Pilato 
e da Caifas ad Anna : cose queste che av- 
vennero, secondo i computi ec- 
clesiastici , precisamente 
ai prim* 
Anzi 




Le LETTERE VENIVANO APERTE CON UNA PRUDENTE 
DIFFIDENZA... » 



de Bellingen, la denominazione francese di 
« poisson d'avril » non sarebbe che la corru- 
zione di «passion d'avril». 

Non vi convince? Niente paura: c'è del- 
l'altro. Alcuni credono che il pesce d'a- 
prile abbia un'origine 
un po' sporchetta, 
che non si può dire 
quando si ha la fortuna 
di essere letti anche 
dalle signore. Altri, più 
modesti, sono del pa- 
rere che l'usanza sia 
nata spontaneamente 
dalla voglia di scher- 
zare che viene col so- 
le, col tepore, con la 
dolce stagione nuova. 
E questo spieghereb- 
be anche il fatto che 
adesso si scherza pu- 
re d'inverno, grazie 
probabilmente alla 
primavera del termo- 
sifone. 

Ma c'è ancora di 
meglio : c'è, per esem- 
pio, la leggenda di Rumtot del Friuli. Voi 
conoscete certamente Rumtot del Friuli, e 
io non spingerò la sconvenienza fino a cre- 
dere che il suo nome vi giunga nuovo. Sa- 
rebbe deplorevole, molto deplorevole ! Dice 
dunque questa leggenda che il Patriarca Ber- 
trando, il quale è il vero mito sintetico del 
Friuli antico, aveva invitato a pranzo il 
Papa per il giorno di Pasqua. Perchè in 
quei tempi pare che si potesse tranquilla- 
mente invitare a pranzo anche il Papa. Ma 
proprio nel giorno di Pasqua il Papa doveva 
essere in Francia per battezzarvi la figlia 
del Re, e decide di anticipare la sua visita 
a Bertrando. Infatti vi arriva il primo d'a- 
prile, ch'era un venerdì di quaresima. Con- 
seguenza immediata: pranzo di 
magro. Ma dev'essere sta- 
to indubbiamente — 
la leggenda sor- 
vola su que- 
sto — un 




« E ANDÒ VIA IL QUARTETTO. 



«^•-IIN 



302 



LA LETTURA 



pranzo di magro da Papa: si racconta — e lo 
racconta la leggenda, mica scherzi! — che 
vi venne fatta strage di trote del Natisone. 
Disgraziatamente una spina si conficcò nella 
gola del Papa, che ne soffrì moltissimo es- 
sendo riusciti vani tutti i tentativi per levar- 
gliela : la spina, non la gola — si capisce. Il 
dolore però non gli impedì di prender sonno, 
e alla mattina svegliandosi si sentì la gola 
libera : la spina era andata a mettersi sopra 
un bacile. Voi avrete già capito che si trat- 
tava di un miracolo. Allora il Papa senza 
perder tempo fece un decreto col quale 
proibiva che nel Patriarcato di Aquileia si 
mangiasse pesce al primo d'aprile, anche se 
il primo del mese fosse caduto in venerdì 
santo. E i friulani, l'anno dopo, per scher- 
zarsi fra di loro che non potevano man- 
giarne, si scambiarono al primo d'aprile dei 
regali di pesce. Così ebbe origine la burla 
del «pesce d'avril». Burla abbastanza pia- 
cevole, perchè se i friulani erano anche in 
allora furbi come lo sono oggi si saranno 
certamente tenuto il pesce per il giorno due... 

Ma se neanche la leggenda di Rumtot del 
Friuli vi convince, vi racconterò la storia 
di Francesco duca di Lorena. Voi certa- 
mente la conoscete — possibile che non co- 
nosciate la storia di Francesco duca di Lo- 
rena ? andiamo via ! — ma una ripassatina 
alla memoria fa sempre bene. Il duca di 
Lorena dunque, caduto in disgrazia di 
Luigi XIII, venne chiuso nel castello di 
Nancy. Un giorno — era prigione da qual- 
che tempo e chi sa per quant'altro ancora 
vi sarebbe rimasto — egli riuscì con astuzia 
a ingannare le guardie e prese la fuga pas- 
sando a nuoto la Meurthe. Era il primo di 
aprile del 1634, e i lorenesi dissero allora 
che ai francesi era stato dato da custodire 
un pesce. Questo racconto potrebbe farci 
mettere il cuore in pace permettendoci di 
esclamare : 

— Meno male. Vuol dire che il pesce d'a- 
prile è venuto al mondo nel 1634. 

E invece no. Perchè ecco qui il profes- 
sore Giuseppe Pitrè, studioso acutissimo e 
prezioso indagatore di usanze e costumi po- 
polari, il quale dimostra che già prima del 
regno di Luigi XIII si parlava in Francia 
del famoso «poisson d'avril». E allora? E 
allora vuol dire che chi vuol saperne esat- 
tamente l'origine se la può andar a cercare 
per conto proprio. Tanto, non vi riesce... 

E' più facile invece ricordare i pesci più 
tipici giocati e pescati nelle varie città 
d'Italia negli anni dell'entusiasmo per gli 
scherzi d'aprile. C'è stata della gente che 
se ne faceva una specialità, che li pensava 
un anno per l'altro, che li preparava di lon- 



tano, che aspettava la data storica come le 
signorine aspettano il giorno dell'onoma- 
stico, per avere dei regali. 

Un pesce elegante fu quello preparato al- 
cuni anni addietro da un milanese ricco e 
famoso per tal genere di scherzi. Una mat- 
tina negli avvisi economici dei giornali di 
Milano appare un annunzio che non man- 
cava di interesse: «Giovine ricco, simpatico, 
solo, amante della famiglia, cerca giovine 
signorina bella, buona, virtuosa, anche senza 
dote, per sposarla. Indirizzare proposte e fo- 
tografìe alle iniziali...». E giù le indicazioni 
necessarie. Ci sono sempre delle signorine 
belle, buone, virtuose, specialmente senza 
dote, che cercano un marito, e il giovine 
signore ricevette una infinità di proposte e 
di fotografìe. Questo avveniva verso la metà 
di marzo. Quindici giorni furono spesi in 
un'abile e alTeituosa corrispondenza con le 
candidate, e all'ultimo di marzo il signore 
inviava ad ognuna delle sue future spose 
due biglietti di poltrona per la rappresenta- 
zione dell'indomani alla Scala, e un altre 
biglietto in cui pregava ciascuna di esse di 
recarsi a teatro vestita di bianco, con un 
nastro rosso al petto, e con la mamma pos- 
sibilmente vestita di nero, per essere subite 
riconosciute. Naturalmente l'invito fu ac 
colto con entusiasmo, e la sera del prime 
d'aprile, mez/c'ora innanzi che lo spettacolo 
cominciasse, una signorina vestita di biancc 
con un nastro rosso e accompagnata da un£ 
signora vestita di nero, prendeva posto nelh 
seconda fila di poltrone. Dopo qualche mi 
nuto ecco un'altra signorina, con un altre 
abito bianco, con un altro nastro rosso, cor 
un'altra signora vestita di nero, che vient 
a prender posto vicino alla prima signorina 
La quale osserva, prima sorpresa, poi tur 
bata. Ma non le resta il tempo di osservar* 
la rivale, perchè una terza signorina arrivs 
con un terzo abito bianco, un terzo nastn 
rosso, una terza mamma nera. E viene ; 
sedersi nella stessa fila. Poi una quarta, pc 
una quinta... Dio mio, che succede? li 
meno di un quarto d'ora entrano quindic 
signorine con quindici mamme, tutte vestit 
allo stesso modo. Il pubblico se n'accorg 
e comincia a binocolare sbalordito quell 
seconda fila di poltrone che sembra una ta 
stiera di pianoforte, con un tasto bianco 
uno nero. Le signorine sbuffano, le mamm 
fremono. E aspettano fissando impazienti u 
palchetto di proscenio al quale, secondo 
biglietto d'invito, deve affacciarsi l'atteM 
lo sposo in abito nero, con un garofa^ 
rosso. Quel palco di proscenio era di u 
vecchio signore ritinto e rugoso. Il burlon 
lo aspetta nell'atrio e come lo vede arriv 



1 



PESCI D'APRILE 



P3 



gli va incontro e gli appunta un garofai.o 
all'occhiello. 

— To', voglio renderti irresistibile! 
Il vecchio signore inconsapevole sorride, 
ringrazia, entra nel suo palco, vede tutta 
quella seconda fila di 
signorine in bianco e 
di mamme in nero e 
si sporge a guardarle. 
Un piccolo coro di 
grida soffocate lo sa- 
luta: sono le signori- 
ne che al vederlo così 
brutto e così vecchio 
minacciano di sveni- 
re. Il pesce d'aprile 
era completo. 

Questo burlone mi- 
lanese era uno di co- 
loro che preparano 
i tiri birboni a costo 
anche di sacrifici e 
di disagi, per il bene 
dell'umanità. Un al- 
tr'anno, al trentuno di 
marzo, egli parte da 
Milano in ferrovia di- 
retto a Venezia con 
due grosse valige nelle 
quali dai suoi servi 
di scuderia aveva fatto 
mettere con cura e con abbondanza quella 
tal roba che se vi avviene di trovarla per 
strada vi fa subito pensare: « Di qui è pas- 
sato un cavallo». Arriva a Venezia di notte 
e si fa portare in gondola a San Marco, 
smonta in piazzetta con le due valige, aspetta 
che non vi sia nessuno, e si mette a distri- 
buire su due file regolari la roba che ha 
portato da Milano. Poi passa in piazza e con- 
tinua la distribuzione, con metodo, poi im- 
bocca le Mer- 
cerie ed esauri- 
sce con dili- 
genza il mate- 
riale. Compiu- 
to il lavoro si 
Li riportare al- 
la stazione e 
torna a Mila- 
no con l'ani 
mo tranquillo 





di un cittadino che sa di aver compiuto il 
proprio dovere. 

Ma il seme era gettato, e l'alba riservava 
a Venezia una sorpresa enorme. I primi 
gondolieri che si recavano ai traghetti, nel 
passare per San Marco si fermarono sbalor- 
diti, si fregarono gli occhi credendo di so- 
gnare, poi cominciarono a chiamarsi, a gri- 
dare. 

— Ciò, pare, cossa 
xe passa la cavaleria 
stanote per Venezia? 

— E che razza de 
cavaleria ! Questi i ge- 
ra dei batalioni adre- 
tura, no ti vedi che 
sgnèsola de roba? 

La voce si sparse, 
altri veneziani accor- 
sero, si ripeterono le 
scene di sbalordimen- 
to, giunsero a San 
Marco i vigili urbani 
per constatare, per in- 
dagare. 

— El diga, fante, 
qua bisogna meterli in 
contravenzion sti ca- 
vai. A Venezia de sti 
sporchessi no ghe ne 
volèmo ! 

Così, per tutta una mattina di primo 
d'aprile, Venezia fu sossopra per cercare i 
cavalli audacissimi e sconvenienti che ave- 
vano osato contaminare le piazze e le calli 
vergini di zampe equine e dei loro accessori. 

Quando hanno potuto, i giornali hanno 
preparato ai loro lettori dei pesci gustosi, 
e quando non 
hanno potuto 
li hanno in- 
goiati. Lascia- 
mo da parte 
tutti gli scherzi 
facili e comuni 
che non han 
pregio d'in- 
venzione né sa- 
pore di trova- 
ta e che sono 
innumerevoli : 
ce ne sono de- 



UNA SIGNORINA VESTITA DI BIANCO ACCOMPAGNATA 
DA UNA SIGNORA VESTITA DI NERO... » 





^W^^ 



UNA TERZA SIGNORINA ARRIVA CON UNA TERZA MAMMA NERA. 



304 



LA LETTURA 



gli altri così impensati e così buffi e così 
enormi da far parere incredibile che della 
gente vi abbia abboccato. 

A Casale Monferrato c'è in piazza Santo 
Stefano uno strano monumento in bronzo a 
Carlo Alberto: sul cavallo, il re è avvolto 
in un ampio peplo romano. Un giorno verso 
la fine di marzo un giornaletto del luogo 
annunzia che dal monumento partivano nelle 
ore notturne, forse perchè allora il silenzio 
era più profondo, dei rumori inesplicabili e 
impressionanti. La notizia destò molta sor- 
presa, e la notte seguente alcuni cittadini 
rimasero alzati per verificare il fenomeno. Ma 
non udirono 
nulla. E in- 
fatti il gior- 
nale annun- 
ziò poi che 
per due sere 
i rumori non 
si erano no- 
tati. Ma al 
trenta il gior- 
nale registrò 
una vera 
esplosione di 
boati, e final- 
mente la mat- 
tina del tren- 
tun marzo an- 
nunziò che la 
cosa appari- 
va talmente 



incomprensi- 
bile da rende- 




« Dovettero intervenire i carabinieri e le guardie.. 



re necessaria 
la venuta di 

una Commissione di fisici dell'Università di 
Torino per studiare il fenomeno. La Commis- 
sione avrebbe cominciato i suoi lavori al- 
l'una di notte, l'ora in cui più fortemente 
si rivelavano i rumori. E all'una di notte 
mezza Casale era in piazza Santo Stefano a 
cominciar bene il primo d'aprile... 

Quindici anni addietro un giornale spor- 
tivo di Milano, La Bicicletta, annunziò con 
molto lusso di particolari che l'ingegnere 
americano Jemmings la mattina del primo 
aprile avrebbe esperimentato il suo meravi- 
glioso biciclo volante gettandosi dall'Arco 
del Sempione. L'aeroplano non era ancora 
apparso all'orizzonte e lo spettacolo doveva 
essere ben invitante. Ma quella mattina 
pioveva, e i soli a recarsi davanti all'Arco 
della Pace furono i redattori del giornale. 
Che tristezza! 

A Torino si ricordano parecchi pesci no- 
tevoli. Un anno a tutti i possessori di cani 
arrivò una circolare del Municipio che li 



invitava per la mattina seguente — il primo 
d'aprile, si capisce — a presentarsi coi loro 
animali all'ufficio d'igiene essendosi diffusa 
una grave epidemia canina che rendeva ne- 
cessaria una speciale visita. Così la mattina 
seguente il palazzo dell'ufficio d'igiene fu 
invaso da una turba di cacciatori, di servi- 
tori, di camerieri, con tanto di cane al guin- 
zaglio. Uno scherzo simile fu giocato dai 
giornalisti torinesi che per mezzo di una cir- 
colare fecero accorrere tutti i proprietari di 
case all'ufficio comunale di edilizia, doven- 
dosi procedere alla creazione di un unico 
sistema di gabinetti. Ma il più bello fu que- 
sto : che il ti- 
pografo pre- 
sentò più tar- 
di il conto 
ai giornalisti 
per le circo- 
lari stampa- 
te, e i gior- 
nalisti gli ri- 
sposero : 

— E 1 1 a 
scherza! Non 
ha capito che 
noi ci siam(>j, 
intesi di fa-f 
re un pesce 
d'aprile an- 
che a lei? 

Gli scherzi 
di questo ge- 
nere sono 
sempre stati 
i più alla ma- 
no perchè è 
facile sorprendere la buona fede della gente, 
e farla correre. C'è in Calabria una canti- 
lena ammonitrice : 

A lu primi d'Aprili 

duvi ti mandanu no nei jiri ! 

Ma c'è sempre qualcuno che ci va ugual- 
mente. Così a Milano una circolare inviata 
a tutti i parroci e ai curati della campagna, 
nella quale l'invito era giustificato dal pen- 
siero di volere studiare e migliorare le loro 
condizioni, fece aff"ollare di preti l'Arci- 
vescovado. E si ripetono con una commo-,. 
vente regolarità le chiamate in blocco dei 
contribuenti agli uffici delle tasse, e le riu- 
nioni di commercianti e di fornitori ad ast« 
fantastiche. 

A Napoli nel novecento un pesce d'apriU 
giocato al pubblico corse il rischio di di- 
ventare tragico. S'era incendiato da poco il 
Monte di Pietà, con danni di parecchi mi- 
lioni, e la direzione decise di pagare ai te-^J 
nitori di bollette di pegno la terza part< 



PESCI D'APRILE 



305 



iella sovvenzione a titolo di risarcimento. 
Vi furono, e si capisce, malumori e pro- 
:este. Allora, si era 
all'ultimo di marzo, 
apparvero dei mani- 
festi nei quali la dire- 
zione , pure mante- 
nendo la decisione del 
terzo, si offriva di aiu- 
tare i poveri restituen- 
do tutti i pegni non 
superiori alle quindi- 
ci lire depositati pres- 
so il banco di Don- 
naregina. Bisogna sa- 
pere che il banco di 
Donnaregina è il ri- 
fugio di tutta la po- 
vera roba minuta del- 
la gente meschina. Ed 
ecco che alla prima 
mattina d'aprile una 
vera moltitudine di 
poverelli scesa dai 
quartieri popolari di 
Vicaria, di Porto, di 
Pendino, del Mercato 
si aggruppò dinanzi e 
nelle vicinanze del 
banco. Fu inutile av- 
vertire che si trattava 
di uno scherzo: la 
folla rimase, si fece 
minacciosa, tentò di 
entrare nel banco, dovettero intervenire 
carabinieri e le guardie, si fecero degli ar 
resti. E per prudenza il ban- 
co di Donnaregina restò 
chiuso per qualche giorno. 
Ma i pesci belli e gustosi 
sono quelli che hanno in sé 
stessi una sorgente di comi- 
cità e che pure tra il dispetto 
di esservi caduti, facciano 
ridere anche i burlati. Firen- 
ze ne ha avuti di bellissimi, 
che sono rimasti famosi. E 
bisogna riconoscere che fu- 
rono preparati in modo deli- 
zioso e atroce. Una burla 
del Circolo degli artisti fu 
di una grazia divertentissima 
e paradossale. Il Circolo 
aveva invitato a un ballo 
nelle sue sale di palazzo Puc- 
ci la migliore società fioren- 
tina per la notte del trentun 
marzo. Era una notte divina, una di quelle 
limpide e tepide notti di primavera che hanno 
il fascino di dare brividi di poesia perfino 

La Lettura. 




Nessuno ha 



UN OMBRELLO 
DESOLATE... 




GUARDA IN ALTO : 
PORTENTOSA. 



a dei professori di università. E c'era una 
luna miracolosa. Le signor