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Full text of "La obsidione di Padua del MDIX: poemetto contemporaneo"

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Scelta di Curioelta Letterarie 
La Cboldlone di Padua. 



Stanford UnlvstBHy Ubraries 

llllilIViillllU 






1 












SCELTA 

DI 

'iniOSITi LETTERARIE 

INEDITE BARE 

'nm jj llfiM indi» n ìut 
GIOSUÈ OARDUCCI 

DISPENSA CCXUV 
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J 



'■ ■' 



LA OBSIDIONE DI PADUA 

DEL MDIX 
POEMETTO CONTEMPORANEO 

RISTAMPATO ED ILLUSTRATO 

DA 

ANTONIO MEDIN 



jcy^ 




a:J:*5JI^ 



IN BOLOGNA 

PRESSO ROMAGNOLI - DALL' ACQUA 
Via dal Luzzo, 4, A. B. 

1892 



Edizione di soli 202 esemplari 
per ordine nuraerati 



• • • 






N. 184 



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BOLOONA 1892, TIPI FAVA E GAEAGNANl 



• ••• 

• •••. 






A PADOVA 

CON AFFETTO DI FIGLIO 

A. MEDIN 

D. 



PREFAZIONE 



La conservazione del dominio di 
Padova, che Venezia aveva riacqui- 
stata il 7 luglio 1509, era divenuta 
il problema onde, nella terribile 
lotta che da più mesi si combat- 
teva in Italia, dipendevano le sorti 
della Repubblica ; la quale, per ciò, 
nella difesa di Padova pose in opera 
tutta l'energia delle sue armi e 
tutta la sapienza delle sue leggi. 
I collegati di Cambrai invece, ba- 
dando naturalmente più ai loro in- 
teressi particolari che all'utile gè- 



nerale della lega, subito dopo la 
battaglia d'Agnadello cercarono o- 
gni pretesto per sottrarsi il più 
possibile ai loro impegni verso fim- 
peratore, che, nonostante gli scarsi 
aiuti, si presentò alle mura di Pa- 
dova con un esercito per quei tem- 
pi poderoso. Sebbene la discordia 
de' collegati e fors' anche il tradi- 
mento abbiano agevolato il trionfo 
dei Veneziani, non perciò scema- 
rono in alcun modo l' importanza 
di questo assedio ed il merito gran- 
de dei Veneziani, che non rispar- 
miarono alcun sacrifìcio per salvare 
colta città di Padova l'onore della 
Repubblica e la sua potenza in 
terraferma. 

Se a noi, tardi giudici di un fatto 
compiuto, date le condizioni in cui 
si trovavano i contendenti, può sem- 
brare che non dovesse cader dub- 
bio sull'esito della lotta, ai Vene- 



ziaoi invece, mentre l'imperatore 
stava accampato sotto Padovji, noo 
pareva impossibile che le cose po- 
tessero anche volgere altrimenti, 
Girolamo Friuli dice , che , seb- 
bene io Padova fossero assai sol- 
dati e munizioni e vettovaglie e 
danari, onde si sarebbe potuto af- 
fermare che 11 tutte le forze venete 
erano ivi rincbiuso t , non si era 
nondimeno sicari della fedeltà delle 
fanterie formate d'uomini di varie 
nazioni, i quali bramavano le paghe 
anziché esporsi al pericolo della 
morte; inoltre si pensava che il 
nemico potesse entrare ali' improv- 
viso in città per qualche luogo mal- 
difeso, e in tal caso lo si vedeva 
di già sulle lagune ; si temeva che 
occulti maneggi potessero tradire 
la Bepubblica, e che un qualche di- 
saccordo tra i capi comandali alla 
difesa fosse cagione di scissura nel 



presidio della citlà. Pareva impos- 
sibile che UD tanto moDarca si fosse 
accinto a questa impresa senza rìa- 
scirvi; perché allora i popoli non 
volevano i saccheggi, e alle milizie 
importava aver salva la libertà e la 
vita, I si che pochi resistono alle 
presentate battaglie s (1). 

Quanto a Padova, se il popolo 
ed il contado da una parte, con- 
tenti del buon governo della Re- 
pabblica, le offersero spontanei il 
loro aiuto contro l'imperatore, i 
nobili invece , che serbavano in- 
tatte le tradizioni dei loro padri 
già legati di amicizia e di fedeltà 
coi Carraresi, erano in generale 
nemici della dominante, che ricam- 
biava col disprezzo il loro odio ce- 



.(I) Diari ridoni da «Io. Pietro Po- 
ioartnl, codice Marciano 132, ci. VII, a e. 
8t, 82. 



lato. E allorché le armi imperiali 
occuparono Padova, e, ricacciate, 
la assediarono, parve ad essi giunto 
il momento di vendicare l'eccidio 
dei Carraresi; e apertamente o 
tacitamente si schierarono quasi 
tatti in favore di Massimiliano, dal 
quale speravano ottenere quei van- 
taggi e quelli onori, che i Vene- 
ziani avevano loro tolti o negati; 
senza dire che, dovendo rinunziare 
alla propria indipendenza, essi pre- 
terivano in ogni caso un padrone 
lontano, sempre meno pericoloso e 
noioso di un padrone vicino. Come 
ognun vede, in Padova non si fa- 
ceva, dunque, questione né di li- 
bertà né di sentimento nazionale, 
ma di utilità pratica e di interessi 
particolari: il popolo e il contado 
appoggiavano un governo a loro 
sempre benefico; i nobili lo osteg- 
giavano per vendicare i Carraresi 



rioso, perché ì nobili erano col- 
r imperatore, e perché il forte nu- 
mero di soldati spediti dalla Re- 
pubblica a difesa della città rese 
inutile l'aiuto del popolo; questo 
tuttavia non mancò mai di accor- 
rere colle armi in pugno là ore il 
pericolo fosse o sembrasse immi- 
nente : se non ha fatto di più, e' fu 
soltanto perché le milizie della Re- 
pubblica bastarono da sole all'im- 
presa. 



Le vicende polìtiche d' Italia han- 
no voluto, che Venezia in breve 
corso di tempo apparisse per ben 
due volte quasi il propngoacolo 
della libertà nazionale: la prima 
alla calata di Carlo Vili, la seconda 
all'epoca della lega di Cambrai, 
sebbene tra 1' una e 1' altra , nel 




1499, essa avesse sollecìlato Luigi 
XII a scendere in Italia ; allo stesso 
modo die Giulio li, poco dopo la 
battaglia d' Agnadello, riconquistate 
le sue città di RomagDa, proruppe 
gridando « fuori ì barbari! » contro 
gli stessi suoi collegati di Francia: 
Tatti questi, che provano luminosa- 
mente quanto poco sìncero fosse 
negli stali italiani il sentimento del- 
l'unità e deli' indipendenza nazio- 
nale. 

Ma i pensatori solitari e fra que- 
sti i poeti in particolare {non parlo 
naturalmente dei cortigiani), nei 
quali era tradizionale fino dai tempi 
del Petrarca il sentimento dell'in- 
dipendenza, applaudivano a quei 
principi a quelle repubbliche le 
quali, fosse pure a vantaggio prò- ■ 
prio, di tratto in tratto sì oppone- 
vano agli interventi e alle occupa- 
zioni straniere in Italia. E come un 



I 



coro di poeti, quali Panfilo Sassi, 
Narsio Timideo, il Sommariva e vìa 
diceodo, levò a cielo le armi della 
Repubblica che affrontarono le 
schiere francesi sui campi di For- 
nuovo; cosi dopo la vittoria di Pa- 
dova altri poeti, de' quali quasi 
sempre ci è igoolo il nome, esal- 
tarono il valore della Repubblica, 
cbe da sola aveva saputo opporsi 
agli eserciti di quattro nazioni col- 
legate a sua rovina. Tra questi, 
cosi per l'ampiezza come pel va- 
lore dell'opera, ha la palma l'au- 
tor del poemetto che qui si ristam- 
pa e del quale è ormai tempo che 
noi veniamo a discorrere. 

Primo Gug-lieimo Libri dinotò 
r importanza di questo poemetto 
conosciuto fino a pochi anni or 
sono ai soli bibliograQ, dicendo cbe 
t si ce poème, que l' imprimeur a 
Templi de fauts intolérables, ètait re- 



} 



XIV 

produit correctment, nous ne dou- 
tons pas quMI ne fut la avec plaisir et 
fruit » (1). L'opinione del Libri con- 
fortò poi del suo autorevole giudizio 
Alessandro D'Ancona; il quale osser- 
vò, al pari del Libri, che il nome del- 
l' autore offerto dalla lettera dedi- 
catoria è affatto sconosciuto (2). 
Dopo ciò, io non ho mancato d' in- 
traprendere, com' era dover mio, 
le necessarie ricerche intorno a 
questo poeta; ma pur troppo il 
risultato ottenuto non fu del tutto 
soddisfacente e rassicurante, per le 
ragioni che ora verrò esponendo. 

Tra i Documenti per servire alla 
storia delia tipografia veneziana 



(1) Catalogne de la Bibliolhèque de M. 
L[ibri] Ne. (Paris, Silvestre e Yarevel, 1847), 
p. 206. 

(2) La Poesia popolare italiana. (Livorno, 
1878) p. 73, n. 9. 



XV 

pubblicati da R. Fulin si legge il 
seguente: «1510, 13 Ottobre. Ri - 

» trovandomi bora uno anno.... io 

» Bartholamio di Cori, da Venetia, 

3> deditissimo servo di questo in- 

» clyto Stato, ne la obsidione de la 

» importantissima terra vostra di 

» Padoa, et cum tute le forze del 

» corpo (quale in me erano) ope- 

» rato quello che cadauno fidelis- 

» Simo subdito die' fare ; et, di 

» questo anchora non satio, cum 

» molte diuturne et nocturne vi- 

» gilie volssi affaticar la mente et 

» debil ingegno mio (secondo le 

» lor forze) in descrivere, a per- 

» petua memoria di questo invicto 

» et serenissimo Senato, tute le 

» cose sono in dita obsidione oc- 

ì> corse; per il che desiderandx) ven- 

» gino a luce, et havendo havuto 

» licentia da li magnifici Capi pro- 



n 



Tini 'is^aai n « 

n.. L»!s>i30 Jì X fi 

« Il 

l^it;fii*.' Ijnr-jsnii. nu ie" 
ii.:;Z!rLiL: Lni. ?^n«hrj fi novo 

'j:m^ ^ I5;saz3 inz: imuco oo- 
?miiitf il mie^^ ssicu» Senafto 
r^numifnr xnsiinitnie ^<r vtìfe 

:2.e mica jtfrs^na lei 

T :^§:r : ;*fr 'r^ ami p«:$^ si 

^:ir». : ^'tr:- àr scunpare. o ìq 
«tr*: j:*±': sumcare, rendere. 

• ^x^iìpCj ìl pcMicmioaCo serro 
. ?.>itro ie^jtissuiy^. cmi pena a 

• .!ti ^oatrafjn de fer? S per co- 

• pia, et se ìotecidaDO perse. La 

> miù «li 'qa:il danari siano de lo 

> a<>!«satixe. r altra aita de io Ar- 



» senal vostro, le copie mie — Con- 
» cesso n (ì). 

Riscontrala la stampa del Fulin 
col documento, che si trova al- 
l'Archivio di Stato di Venezia nel 
Notatorio del Collegio, fu, com' era 
da prevedére, trovata esattissima; 
solo dal documento sì apprende 
anche, che i consiglieri, i quali con- 
cessero il privilegio, furono Andrea 
Corner, Lodovico Priuli, Nicolò Do- 
nalo e Francesco Bragadino ; e nel 
Notatorio dei Capi del Consiglio 
dei Dieci (1509-1510) si trova tra 
i capi dei mesi di luglio, agosto, 
settembre 1510, quei Marcantonio 
Loredau cui accenna l'istanza del 
de Cori, mentre fu cercata invano 
la precedente' istanza del de Cori 
e la relativa concessione del Con- 
siglio dei Dieci. 



(I) Archivio Wnelo. T, XXIH , P. I, 

pp. 173 e n-l. 



Il Fnlin credè che l' operetta del 
de Cori fosse appunto il nostro poe- 
metto, eh' egli conosceva solo per 
l'indicazione data dal Cicogna; e 
dopo avere ricordato le parole del- 
l' antere della Bibliografia Vene- 
ziana, aggiunse; < mi pare evi- 
dente che qui si tratta del libro di 
Bartolammeo de Cori, il cui co- 
gnome agevolmente poteva essere 
trasformato o dal copista o dal ti- 
pografo in Cordo I. 

Ma il Fnlin non avrebbe certo 
manifestato questa ipotesi sulla tra- 
sformazione del nome, s' egli avesse 
avuto sott' occhio ta stampa del 
poemetto ; perché il nome Cordo 
si legge non pure nella lettera ita- 
liana di Lorenzo Lampridio, ma è 
ripetuto due volte anche nell'epi- 
gramma latino che il Lampridio 
aveva inviato all'autor del poe- 
metto. Piuttosto si potrebbe con- 



getturare con assai maggiore pro- 
babilità, cbe il Lampridio avesse 
chiamato Cordo T amico suo in o- 
maggìo ai due noti slurici dell'an- 
tichità, cosa a que' tempi comunis- 
sima e alla quale in tal caso si 
prestava anche la somiglianza dei 
nomi. Sennonché ora ci si affaccia 
una nuova questione : questo de Coti 
era veramente il cognome del no- 
stro autore? Se ciò fosse, dovrem- 
mo trovarlo negli indici degli Ar- 
chivi di Stato e Notarile di Venezia, 
ove invece il nome di tale famiglia 
è affatto sconosciuto; onde non è 
improbabile l'ipotesi, che l'autore 
del poemetto fosse soprannominalo 
cosi dal commercio de' cori (cuoi) 
d' OTO (1) allora fiorente ; e in tal 



(i) tln Marco Cuoio mercaDte , che abi- 
lava co' suoi Della contrada di S. Geremia 
io Venezia , ricorda un' iscriiione Jet 38 
luglio U16. (Crr. ClooffiU} hcrizioni ve- 



caso bisognerebbe supporre, che il 
Lampridio avesse latinizzato non il 
nome vero, bensi il soprannome 
dell'amico suo. Ma, ad imbrogliare 
sempre più la già intricata matassa, 
nelle polizze d'estimo dell'Archivio 
Comunale dì Padova, fra gli anni 
1418-1509 (voi. 78) trovai un Gio- 
vanni Cordo, detto Quaxeia, tessi- 
tore, il quale abitava nella contrada 
di Pontecorvo colla moglie, coi figlio 
Domenico, sarto, e colla nuora. 
Inoltre, tra i villici di Castelbaldo, 
nel territorio padovano, apparisce 
di nuovo il nome Cordo, come si 
può vedere nelle polizze d'estimo 
dei 1518 (voi. 93). Il nostro versi- 
ficatore non può certamente essere 
identificato né col Giovanni tessitore, 
né col figlio Domenico sarto, né coi 
villici di Castelbaldo che portavano 
il cognome Cordo; ma noi intanto 
veniamo a conoscere che questo 



era vero nome di famiglie padovane 
sui primi anni del sec. XVI. Ora, 
se il nostro Cordo fa di Padova, 
come uomo di leggi eh' egli era, 
avrà certo lasciato traccia di sé 
nelle pubbliche carte e ne' contratti 
del suo tempo; ma purtroppo il 
disordine in cui si trova tuttavia 
l'antico archivio comunale dì questa 
città rende' ora impossibile ogni ul- 
teriore ricerca: né maggior luce mi 
porsero le matricole e gli atti del- 
l' Università legista, che si con- 
servano oeir archivio dello Stu- 
dio di Padova, e nei quali cercai 
invano i nomi Cordo e de Cori. 

Cosi restiamo nell' incertezza se 
r autore del nostro poemetto sia 
slato un padovano, oppure quel 
Bartholamio de Cori che chiese il 
privilegio per la stampa di una sua 
operetta sull'assedio del 1509, della 
quale sventurata mente tacque il li- 



liM Tt^M m mmi * Ori • 




Cirf(l):F' >■*■■■■ 
fltoel fiito M MM OméBt 
m Iran HgS cstwdlq 

porlanca. È nolD cbe i Tmoùdì non 
mlmaoo alcool idoda vaso i Pa- 
doTaoi io geoerale, teiDaido sanile 
■o cotpo di BUM) da parte loro 
per libenni dal dominio delta Re- 



(1) Onaue (rasi idenltche bo stampate io 
eorti*» Mita MppUca. 



pubblica (1). Di che fanno fede non 
dubbia le allusioni talvolta assai 



(t) È v'ero che il popolo padovano, come 
abbiamo veduto, era colla Repubblica, im 
questa sapeva bene che il popolo in gene- 
rale non è costante nella sua TedG e s' in- 
china sempre all'autorità cosiìiuila; di che 
infalti Padova aveva oITerto un esempio re- 
centissimo. 11 5 giugno del 1500 circa al- 
l' ora diciannovesima fu radunalo nel palauo 
pretorio in Padova il consiglio di molli cit- 
tadini e artigiani par dai' loro lettura di due 
lettere, la prima, ormai nota (cfr. Archivio 
Yeitelo, III, 252), della Signorìa di Venezia 
cbe permetteva ai Padovani di innalzare il 
vessillo imperiale; la seconda ili Leonardo 
Trissino: < Lilteranim vero Imperatoris lenor 
hic erat: precor et enortor, Patavini caris- 
^mì, ut cesaree magestalì vos tradatis quieti 
sine strepilu aleuti Veronenses et Vicentini 
feceruDt, promitimusque vobis restilutionem 
honorum ablalorum a centum annis hucusque: 
quapropler ommes immediate, et cives et 
alii (cioè gli aTliftces nominati pili sopra) 
eiclamanles (il cod. legge exclamencantei) 




I& (tads Idno piIraUe lire: 






■dacia fratade ccane u>- 



ptn, uq hebno ifom indiu*, sA pen 
padMi n OKC, dcRcn ia km soElo 
sUlioi (ini de > Ob»" mMìbi s ItSB 
p. 30 dd «mI. àlSi, scriuo ne* pnmi > 
del sec XVI , delb bibUoieca comuule di 
Veroiu. 



mai un veneziaoo polé dettare ìl bel- 
Ussimo elogio di Padova, degli ar- 
tigiani, del contadini e del popolo 
padovano, che si legge nel canto V 
{pp.99 elOO),e che più naturalmente 
ci pare ispirato dall'amore di figlio 
verso la propria città ? Sebbene 
il poemetto sia stato scritto sabito 
dopo l'assedio, quando cioè i Ve- 
neziani non dovevano più avere al- 
cun dubbio sulla fedeltà del popolo 
e del contado di Padova, ciò non 
basta a convincerci pienamente 
die un veneziano abbia con tanto 
calore tributato i meritati elogi a 
quella parte della cittadinanza che 
era rimasta fedele alla Repubblica. 
A che altri tuttavia potrebbe ri- 
spondere: dato, com'è probabilis- 
simo, cbe l'autore del poemetto 
abbia studiato a Padova, egli ria 
buon veneziano, esaltando, dopo 
la vittoria, la bontà e fedeltà del 



(pp. 116-117) a disarmare i critici 
rabbiosi, chiede perdono degli er- 
rori commessi, confessando di non 
essere poela, perché: augii studii 
di lege et al litigio Conversa in 
tutto ne è la mente mia t ; egli non 
ascese mai ìl fastigio A' Elicona, né 
bevve al sacro fonte, né vide le 
Mìtse e Apollo loro padre: tuttavia, 
poiché i » fabri si fanno fabricando > , 
confida di divenire ognora più esper- 
io coir esercizio. Ma più importante 
per noi è l'altra notizia cbe leg- 
giamo neir oliava XLI del canto IV 
(p. 82), ove ìl poeta ci assicara del- 
l' esattezza dei fatti da lui esposti, 
« che il tutto vidi, perché era pre- 
sente. Che io numero ancor fea Ira 
taltra gente » . Le qaalj parole Lo- 
renzo Lamprìdio conferma nella sua 
lettera a Leonardo Balbi, ove dice 
che l'operetta dei Cordo gli piace 
anche per a la mera verità di essa 




t le figeoti ricer- 
che che Tameo-jnL F. Novali, 
i grane, eoo 
■olu eortesia fece per conto nio 
io CreoKNH. il LanceUi oelè sae 
schede manoscritte per la Biografia 
Cremonete, di cai b pnbblicazjone 
rimase tronca alla lettera C, ba noa 
dissertazìoncella m Bartolomeo Lam- 
pridio, grammatico e grecista, ami- 
cissimo di Paolo Cortesi, cbe lo 
ricorda nei noto dialogo De homi- 
nil/m doctit. ti sopra Benedetto, 



nipote di lui, letterato assai più ce- 
lebre, che insegnò a Padova il 1534 
e che godette l'amicizia del Bembo, 
dell'Aretino e di quasi tutti gli uo- 
miDì di lettere fioriti al tempo di 
Leone X. In questa dissertazione 
il Lancetti confessa di non cono- 
scere, olire costoro, altri Lampridi; 
e trovandosi di fronte ad un Elio 
Lampridio, di cui v' ha un epi- 
gramma Ialino in fine al De natura 
coetestitim di Giorgio Benigno Sai- 
viali (Firenze, 1499), e ad un Giano 
Lampridio, di cui fa menzione nelle 
sue lettere Aonio Paleario, vuol 
identificare il primo con Bartolomeo, 
il secondo con Benedetto, asseve- 
rando che si tratta dì nomi acca- 
demici assunti per vezzo dai due 
letterati. Quanto al cognome poi, 
la cosa è ancora più imbrogliata; 
purché non si sa se essi abbiano 
appartenuto all' antica famiglia degli 



Alfeni od Alfei, e si facessero chia- 
mare Lampridi secondo Taso del 
tempo, 0, viceversa, se si chia- 
massero veramente Lamprìdì, e as- 
sumessero all'usanza greca e ad imi- 
tazione di altri scrittori contempo- 
ranei il cognome Alfeno o Alfeo (1). 
Se la questione rimase insolubile 
al Lancetti, che conobbe tutti gh 
scrittori di cose cremonesi, tanto 
meno potremo risolverla noi; e 
però questo solo possiamo conchiu- 
dere, che anche il nostro Lorenzo 
Lampridio è probabilmente uno 
pseudonimo , sotto il quale si na- 
sconde persona certo diversa dai 
due letterati nominati di sopra ; e 
se di lui ci resta 1" epigramma la- 
tino che spedi al Cordo, 
anche per confessione sua che « era 
soldato e di poche Utlere t . 



(1) Ctr. Iisncettl, Biografia Cremonese, 
voi. I, p. 185. 



XXXI 

Scarse sono pure le notìzie da 
me rintracciate intorno a Leonardo 
Balbi, figlio di Giovanni : fa podestà 
di Asolo, ove lo troviamo rivestito 
di questa dignità nel 1540; nel 1551 
era dei governatori alle pubbliche 
entrate: si sposò due volte, Tuna nel 
1512, l' altra nel 1539 (1). Troppo 
poco, dunque, fecero parlare di sé 
cosi il Lampridio come il Balbi, per 
additarci indirettamente la via a sco- 
prire il vero autore del poemetto : 
mentre noi crediamo di non avere 
trascurato ogni mezzo per riuscire 
nel nostro intento. 



* * 



(1) Capellari^ Campidoglio Veneto, al 
nome Balbi; Barbaro^ Genealogie, nel cod. 
Marciano 925 ci. VII it., e Agrostini^ No- 
tizie degli scrittori viniziani, T. II, p. 348. 



Ili 



Passando ora dall'autore all'o- 
pera sna, ho già avvertito altroTe 
come essa sia la più esatta e dif- 
fusa narrazione dell'assedio di Pa- 
dova, sempre in perfetto accordo 
coi Diari del Sanato; né le esage- 
razioni naturali e inevitabili in un 
poemetto che pretende di assumere 
un'importanza epica. scemano punto 
il valore storico dell' opera, assai 
importante per l'esattezza dei fatti 
narrati, per la moltìplicità degli epi- 
sodi che il poeta , testimonio di 
vista, ci ha tramandati, e pei nomi 
delle persone ricordate. Quanto il 
Nostro sia esatto e come la sua 
narrazione concordi perfettamente 
coi DiarH del Samito (le poche e 
lievi eccezioni non possono distrug- 
gere la regola), vedrà il lettore con- 
frontando il poemetto colle note 
illustrative: intanto, a porgerne un 
esempio, rimando alla nota che si 



legge a pp. 229-233, dalla quale 
apparisce come il Cordo si mostri 
assai meglio informalo del cronista 
Jacopo Bruto, oud' altri trasse il 
racconto dell' assalto dato il 29 di 
settembre. 

Circa al valore letterario di que- 
sta operetta , sebbene esso non 
sia pari allo stoiico , tuttavia è 
d'uopo riconoscere clie tra i poe- 
metti popolareggianti di argomento 
politico dettati nel secolo XVI, il 
nostro occupa certo uno de" posti 
migliori: la uarrazione è spedita e 
talora anche vivace; il verso e la 
strofe, in generale, corrono con suf- 
ficiente naturalezza e spigliatezza, 
sebbene talvolta si scorga chiaro 
lo sforzo dell'autore che vorrebbe 
trovare, e non sa, la forma piò ef- 
ficace a esprimere il suo pensiero. 
Ma questo difetto, che il poeta 
stesso riconosce, e che dipendeva, 



xxxnr 

com' egli dice, da scarso esercizio 
di verseggiare, viene compensato 
da alcuni passi, ove il Cordo, inspi- 
ratosi al sentimento della libertà, 
muta la dimessa intonazione de' suoi 
cantari in vera poesia lirica; e ciò 
nelle invocazioni ed invettive contro 
gli Italiani che chiamavano in casa 
propria gli stranieri, nelle esortazioni 
a rimanere uniti e concordi contro 
chi guastava il nostro paese, « eh' è 
dil mondo la più bella parte » , e 
nel vanto d' Italia onde il poemetto 
si chiude (pp. 77-80; 84^; 119- 
123). Anche il Cordo, dunque, come 
altri poeti anteriori e posteriori a 
lui, in cospetto alle sciagure che gli 
stranieri cagionavano all' Italia senti 
risvegliarsi nel suo cuore il senti- 
mento della dignità nazionale, e con 
nobile ira scherni la bassezza degli 
Italiani che si prostituivano agli op- 
pressori ; anch' egli vedeva nella 



concordia degli ideali e degli sforzi 
la salvezza del nostro paese, e spe- 
rava che Padova, respingendo gli 
imperiali, fosse la salute d' Italia. 
Vane preghiere e nobili illusioni, 
che i poeti d'Italia dovranno ripe- 
tere ancora per assai tempo prima 
di vedere compiuti t loro voti! Ben 
giovava agli stati oppressi invocare 
la libertà della » povera Italia da' 
barbari lacerata » (p. S!17) ; ma, pas- 
sato il pericolo e provveduto alla 
propria causa, ehi sì curava più 
dell'Italia? 

Dalla tavola premessa al poe- 
metto si apprende che i! Cordo 
aveva in animo di continuare l'opera 
sua, narrando gli avvenimenti che 
sarebbero successi di poi: infatti 
nel canto VI, scusando la sua im- 
perizia nel poetare, promette di 
far meglio in un secondo libro, il 
quale avrebbe preso le mosse dal- 



XX5VI 

l'uscita dell'esercito veneziano da 
Padova per seguitar poi a narrare 
le guerre successive; e comò in 
questo primo libro egli ha esposto 
el vangelìo, cosi canterà il vero « di 
questa storia che seguir vi spero >. 
Ma la promessa , a quanto sap- 
piamo noi , non fu mantenuta : 
certo nessun poemetto ora noto 
può essere ideniiflcato con questo 
promesso secondo libro del Cordo. 
Il quale manifesta la sua intenzione 
0, diremo meglio, pretensione epica, 
non solo col tuono apologetico evi- 
dente in più luoghi del poemetto, 
coi soliti ricordi classici che gua- 
stano la bella invocazione all' Ilaha, 
eh" è nel canto IV (pp. 78-79), ma 
anche colla espressa confessione sua 
di voler narrare soltanto cose vere 
e non sogni, quali le strane im- 
prese di Orlando e dì Rinaldo, le 
descrizioni di fate, di mostri, di 



castelli ti via dicendo. Noti il let- 
tore : il Cordo scrive tra la fine del 
1509 e il principio del 1510; nel 
1506, al più lardi, l'Ariosto ayeva 
incominciato il suo Furioso, che 
pubblicherà per la prima volta nel 
'16; onde questo giudizio del Cordo 
intorno alla materia leggendaria, 
espresso proprio nel massijno fio- 
rire del poema romanzesco, non è 
privo d' importanza per la storia 
della nostra poesia epica. 

Dissi che il Cordo compose il 
suo poema tra la fine del 1509 e 
il principio del '10, perché infatti 
la dala della composizione si può 
determinare esattamente. Prenden- 
do le mosse dal termine ad quem, 
nel canto VI leggiamo una pre- 
ghiera a Giulio II (cui già « piacque 
estinguer questo fuoco t ) di aiutare 
r Italia, insieme con nna terribile 
ìnvultiva contro il re dì Francia 



(p. 120). Da ciò si potrebbe argoire 
che il poemetto fosse stato compiato 
dopo il 5 ottobre del 1510, cioè 
dopo pubblicata la Lega Santa; ma, 
come vedremo or ora, il poemetto 
fa stampato nell' ottobre , e il 14 
di settembre lo avevano già letto 
prima il Balbi e poi il Lamprìdio: 
qaìndi le parole del Cordo si de- 
vono riferire all'assoluzione del- 
l' interdetto data dal papa ai Ve- 
neziani nel febbraio dello stesso 
anno 1510. Nel canto IV invece, 
il poeta rampogna Giulio li, il quale, 
pur dopo di avere riacquistato i 
suoi domini, non cessava di infie- 
rire contro i Veneziani ; e ciò basta 
a provare che i primi canti del 
poemetto furono scritti anterior- 
mente air assoluzione : ond' è chiaro 
che il Cordo cominciò l'opera sua 
appena terminato l'assedio, e la 
compi nei primi mesi del 1510. 



La biblioteca comunale di Pa- 
dova conserva od volume miscel- 
laneo segnato B. P. 73 un esem- 
plare della prima edizione di questo 
poemetto, impresso (come si legge 
neirultima carta) in Venetìa neUAUX 
a di ììì Oclobris. Cum gratta che 
nullo sotto lo Ut.""' dominio Veneto 
la presente operetta imprimere ar- 
disca sotto le pene nel privilegio se 
contieneno. Un altro esemplare di 
questa rarissima edizione ricorda il 
Libri nel suo catalogo. E un opu- 
scolo in 4", di carte 20 numerate, 
corrispondenti a 40 pagine: al retto 
della prima carta, sotto al titolo, sta la 
silografia dì mm. 120 x 116, che qui 
fu riprodotta sebbene non abbia al- 
cun valore storico, percbé non raffi- 
gura Padova, ma una città qualunque 



a' piedi dei monti; infatti, mutato il 
nome della città che vi si legge 
sopra, lo stesso disegno con lievi 
modificazioni potè in seguito servire 
egregiamente ad alcuni editori del 
Lamento di Rodi (1). Nel verso della 
stessa carta segue la lettera del 
Lampridio, e nel retto della succes- 
siva la tavola dell' opera. Il poema 
comincia a tergo della seconda 



(1) Nella nostra silogralìa le mura cingoiK) 
la citlà ìd moda da lormare un quadrato 
posto in prospeltira, ai pari degli aolicM si- 
gilli delle citlà iuilìane, ove tuttavia ogni 
citlà era rappresentala dal suo edifìcio più 
importante. Per ciò la nostra silografla non 
somiglia all'antico noto sigillo padovano più 
che ad un altro qualuntjue (cFr. in proposito: 
6. TreTban , Itlualraiioae d' un antico 
ligillo di Padova esistente net museù Veli- 
temo; Parma, tSOO. Vedi anche: X. Hedln 
e L. Futi, Lamenti storici, voi. Ili, pp. 
200-211). 



carta col titolo La Obsidione di Pa- 
dua: qniìsta pagina ba nove ottave, 
tutte le successive dieci, disposte 
su due colonne, eccettuata l'ultima 
pagina che ne ha otto soltanto. Tra 
un cauto e l'altro non v'è alcun 
intervallo : unico segno di divisione 
è la maiuscola iniziale più grande 
e più ornata delle altre, li Cicogna, 
sulla fede del Libri, ricorda nella 
sua Bibliografia Veneziana una ri- 
produzione del 1515, della quale 
ho veduto un esemplare nella li- 
breria ora posseduta dal conte Ca- 
podilista-Maldura ìd Padova : questa 
edizione non ha che il pregio del- 
la estrema rarità, essendo infatti, 
come avvertiva il Cicogna, una ri- 
stampa dell' antecedente. In fine si 
legge : Impressa in Veneliaper Ales- 
sandro di Bindoni. Ne l'anno dei 
nostro Signore MDXV a di XXII 
Novembrio. Laus Dea. 



Nessuno avverti che la nostra 
Obsidìone venne quasi interamente 
inserita in quei due maggiori poemi 
formati dalla fusione di molli poe- 
metti minori ; cioè nello Guerre 
horrende de Italia : tulle le guerre 
de Italia, comemando da la venu'a 
di Be Carlo del mille quattrocento 
novaìitaqualro fin al giorno pre- 
senze [1530], e nella Cronica delle 
guerre d' Italia principiando dal 
mille quattrocento novantaquattro 
per fin al mille cinquecento e di- 
sdotto ecc., la quale non è che i 
primi tredici canti delle Guerre 
horrende con parecchie ottave in 
più (1). 



(1) V. le indicazioni bibliografiche dì que- 
sti due poeiDL in D'Anooua, o[). cìL 6S, 69. 

Segno qui le ottave dell' Obsidione man- 
cami modiiìcate ne' due poemi. 



XLIU 

Dopo rultima edizione delle Guerre 
horrende, uscita in Milano dai fra- 



Canto P. I- VII (inclusiva) ; X ; LIV-LVI ; 
LX (Questa tuttavia non manca nella Cronica); 
LXl. 

Canto II*. I e II ; Vili (ma é nella Cro- 
nica); XII-XIV; XX (è nella Cronica); XXI; 
XXVIl-XXIX ; XXXVIH e XXXIX ; XLI ; LV- 
LXHI (nella Cronica non mancano che le 
ottave LVIII-LXII) riassunte nella seguente, 
che ha un verso di più (il settimo), il quale 
va certo soppresso: 

E per voler obviar a* tradimenti 
I cittadin' sospetti ebbe a mandare 
Tutti a Venetia, e fé' comandamenti 
Chi tradimenti avere a palesare 
Mille ducati li dà incontinenti 
E vinti al mese, senza dubitare 
(A tutti che di ciò fian confitenti). 
Or, auditori, licentia mi prestati 
Gh' io riposa, e poi al cantar tornati. 

Canto \l\\ In luogo delle ottave li e III 
la Guen'a ne ha una sola diversa: 



HIT 

telli da Meda nel 1566, nessan altro, 
prima del Libri, ricordò mai V Obsi- 
diane: il Libri Del sao citato cata- 
logo, in prova dell' amor patrio del 
Cordo, riprodusse lottava 42 del 
canto VL e il D'Ancona nella saa 
Poesia popolare (p. 74) le ottave 



Di Padoa F ordinanza aTeti inteso 
Et il diporto de lì sir pregiati. 
In questo mezo il campo se é disteso 
Ver' BoToIenta con soi fier soldati, 
Dil che presto il castel da lor fu preso, 
DoTe molli Tilan* fòr amazati. 
Che con pochi canili a contrastare 
Stemo per non lassai^ oltra passare. 

IX e X; XIX; XXVI; LXIU e LXIV (que- 
st'ultima è nella Cronica), 

Canto ÌV. XIX ; XXIV-XXXIV (nella 
Cronica v' è V otL XXX); XLVl; XLVIII-LVI. 

Canio V. MV; XXVIII-XL; UV; LVl- 
LXI; LXIV. 

Canto VP. 1 e II; IV; IX-XIl; XVII; 
XXI e XXII (la XXI è nella Cronica); XXV- 
XLIX. 



42-44 dello stesso canto. Più re- 
centemente l'ab. Domenico Barba- 
rnn pubblicò in occasione di nozze 
(Padova, 1886, tip. del Seminario) 
le ottave 3-16 del canto IV, ad 
eccezione della quarta ommessa for- 
se per inavvertenza. Nel ristampare 
l'intero poemetto ho credalo op- 
portuno di seguire il solito metodo 
da me adottato in simili pubblica- 
zioni, per renderne più agevole la 
lettura: ho separato ovvero ricon- 
giunlo le parole malamente unite 
divise; tolsi le k inutili; distinsi 
le u dalle v; corressi l'ortografia 
della vecchia stampa nei soli casi 
ambigui, come sonno in sono (verbo) 
e simili; finalmente posi di mio l'in- 
terpunzione e gli accenti. D' ogni 
altro emendamento introdotto nel 
testo avvertirò il lettore a' piedi 
delle note di ciascun canto: queste 
poi, per ragioni che facilmente s'in- 



ILfl 

doTmaQo, ho credulo opportuno dì 
raggnippare tutte quante alla fine 
del poemetto. 

A chi m accusasse di soTerchìa 
abbondanza e diffusione nelle note 
storiche, direi che ho creduto con ciò 
di rispondere alle esigenze del testo, 
il qaale è specialmente importante 
per la qoantità degli episodi narrati, 
che dovevano essere posti a confron- 
to con altre narrazioni contempora- 
nee, e delle persone ricordate, di coi 
era necessario porgere qualche no- 
tizia. Inoltre, V ilhistrazione del poe- 
metto mi ha dato modo di racco- 
gliere documenti e notizie, che vor- 
rei credere non inutili a chi si 
accingerà in seguito ad uno studio 
veramente definitivo sul!' assedio di 
Padova. Da ciò le tre appen- 
dici aggiunte, le quali insieme colle 
note dimostreranno che i cronisti 
padovani e i documenti dell' Archi- 



XLVII 

Yìo di Venezia non sono le uniche 
fonti cui dovrà attingere lo storico 
futuro (1). 



(1)1) brano della Historia di Gio. Fran- 
eesco Bazzacarlni (di cui si conservano 
due copie mss. nella Comunale di Padova) il 
quale comprende gli anni 1^92-1520 fu 
pubblicato per nozze (Padova, 1858), e degli 
Annalia di Jacopo Bruto (di cui é l'au- 
tografo nella stessa biblioteca) il prof. A. 
Gloria pubblicò la parte relativa all'assedio 
di Padova [U maggio - 7 ottobre 1509] 
nell'opuscolo intitolato: Di Padova dopo la 
lega stretta in Cambrai dal maggio all' ot^ 
tóbre 1509 (Padova, 1863). Non ho mancato 
di procurarmi, mercé la molta cortesia del 
chiar. prof. M. Budinger dell'Università di 
Vienna, il lavoro che sull'assedio di Padova 
il capitano G. B. Sohels inseri nell' Oester- 
reichische Militàrische Zeitscrift (Vienna, 
1828, fase. P e IP); lavoro di assai scarso 
valore, essendosi lo Schels attenuto alle so- 
lite fonti italiane, quali il Guicciardini ed il 
Bembo, senza citarle. Del resto avverto, eh' io 
ho esteso le mie ricerche solo quanto ho ere- 



iLTin 

Nell'appendice terza ho raccolto, 
come dirò meglio a sdo laogo, tutte 
le poesie cootemporaDee relative 
air assedio dì Padova gìnote fico a 
Doi, ad eccezione di qnelle io dia- 
letto pavaoo, che il prof. Lovarim 
pubblicherà in uo suo prossimo 
volume, e della narrazione eh' è ael 
noto poema di Niccolò degli Ago- 
stini intitolato / successi bellici se- 
tjuili neW Italia dal fatto d'arme 
di Gieradadda del 1309 fino al 
presente 1521 (1), perché la sua 
langhezza non corrisponde all'im- 
portanza. L'Agostini dall'ottava 47 
del canto V all' ottava 87 del canto 



duui necessario al mio scupo, ma é assai pro- 
babile che in altri archivi ed io altre biblio- 
teche, oltre a quelle da me consultate, si lus- 
sano trovare documenti e notizie intorno 
questo avvenimento. 
(1) Cfr. D'Ancona, op. cìt., p. 69. 



VII narra prolissamente e sempre 
coi medesimi colori, senza l'esaltez- 
za e senza le notìzie particolari che 
sono nel poemetto del Cordo, il 
combaltimento di Longare e quello 
di Castelcaro; inoltro egli parla di 
un solo assalto al bastione della 
Gatta, mentre, com' è noto, furono 
tre; e ciò dimostra chiaramente che 
egli, non era bene informato, ov- 
vero non si curò di offrire una de- 
scrizione particolareggiata dell'asse- 
dio. E anche quanto al merito let- 
terario r Agostini è indubbiamente 
superato dal Cordo. 

Famoso avvenimento, dunque, 
questo dell'assedio di Padova, se 
meritò che molti poeti lo prendes- 
sero a soggetto dei loro versi : mas- 
simo tra lutti e che tutti insieme 
sorpassa di gran lunga, l'Ariosto, 
che a questo modo , rivolgendosi 



ad Ippolito d'Este, lo ricorda nel 
canto XVI (ott. 27) del suo poema: 

Signor, avete a creder che bombarda 
Mai non vedeste a Padova sf grossa, 
Che tanto muro possa far cadere. 
Quanto fa in una scossa il re d' Algiere ( t ), 



(1) Altro cenno, meno importante per noi, 
é nel canto XXXVI, ott. 4, ove loda il Car- 
dinale di aver salvato dall' incendio e dalla 
distruzione parecchi tempi e villaggi del pa- 
dovano, allorché era all'assedio. 



La OBSimoNE di Padua ne la quale 

SE TRACTANO TUTTE LE COSE CHE 
SONNO OCCORSE DAL GIORNO CHE PER 
EL PRESTANTISSIMO MESSERE ANDREA 
GrITTI PrOVEDITORE GENERALE FU 

reacquistata: che fu adì 17 Luio 

1509 PER INSINO CHE MaXIMILIANO 
IMPERATORE DA QUELLA SI LEVÒ. 



Laurentio Lampridio da Cremona, 
Al suo Mag.^^o Patrone Leonardo 
Balbi Patritio Veneto S. 



Ho recevuto una vostra, Mag.^^^ mio, 
cum la opereta del nostro Cordo, quale 
bo pili fiate e lecta e relecta né ancora 
mi veggio satio, tanto mi dilecta la 
suave elegantia dil stile, la abondante 
copia di accomodate parole e la mera 
verità di essa cosa; la qual (come sa 
vostra Mag.'^») a me non è ignota, 
come a quello che in tal impresa cum 
gli altri faceva numero; però, quanto 
pare a me, dico a me soldato e di 
poche littere et exiguo iudicio , merta 
tanto desiata vengi finalmente ne le 
mani de ciascuno; adciò non presenti 



4 

soli, ma ancora absenti legano anci 
vedano la virtù e fortuna de lo illu- 
stre Capitan Nicolao Orsino Conte de 
Pitigliano e de li Magnifici Provisori 
Generali e strenui conductieri in libe- 
rarsi da tanta obsidìone, e le cose a 
pontino in tutto esso tempo accadute. 
E perché cognosco la modestia del no- 
stro Cordo, non vituperarla che senza 
farli altro motto venesse in luce; il 
che non senza ragione se può fare, per- 
ché le cose a voi donate sono vostre : 
di cose vostre chi obsta non faciati 
quanto vi pare? conciosia che a cia- 
scuno sarà utile e per ora a lui di 
grande ornamento, benché nel advenire 
piccolo; perché spero veniran fuora 
altre sue maggior cose. Oggi essendo 
alquanto dalle cure militar sciolto , 
parsemi scherzare con lui in uno 
exastico, et a la editione di qualche 
sua cosa exortarlo lo ho sotto scripto. 
Vostra Mag. se gli piace lo lezi, e puoi 
per amore quella mi porta volentieri lo 



5 

Strazi. Vale. Tarvisii die XIIII Se- 
ptemb. M. D. X. 

Quis non historìas te componente requirat? 

Non te, Corde, loqui ficta, sed acta iuvat. 
Preterea cultae mellita est copia linguae; 

Ad tua scripla potest vel fera torva trahi : 
Ede aliquid ; ne dum nimium vis esse modestus 

Inspergare aliqua, candide Corde, nota. 



Tavola de tutta l' Operetta 



Nel primo canto se tracia come le- 
vato il campo di Sancto Marco da 
Mestre et intrato in Treviso quel for- 
tificasse, e doppo con quanto numero 
di gente el Magnifico Proveditore pren- 
desse Padua , e le scaramuze che ne 
IMntrare fumo fatte; el preparamento 
del sacro imperatore per venire a Pa- 
dua : come , dove e da cui lo illustre 
Francesco Gonzaga Marchese di Man- 
tua fusse preso et a Venetia mandato. 

Nel secondo canto se contiene dove 
prima el campo de lo Imperatore a- 
torno a Padua se extendesse e come 
per forza pigliò il Castel de Limine, e 
doppo come per megio la porta di 
Sancta Croce venisseno , e le scara- 



mine che ivi ogni giorno facevano, e 
come Monsilice et Este da loro fos- 
seno sachegiati, e dove e da ctii el 
magnilico conte Philippe dì Rossi fusse 
preso, e li palritii veneti e genie che 
veneno io P;idiia. 

Nel tei-zo canto vedersi come ullì- 
mamente in Godalonga et al Portello 
nemici acamporoo, et a quanti giorni 
piantasseno le bombarde, e quante bo- 
che fosseno ; il lavorar drento di Pa- 
dua; le ruine de case, palazi e chiese; 
a nome per nome li primi capitani 
ehe eriino nel campo de lo Impera- 
toi'e e quelli similmente erano ne la 
terra. 

Nel quarto canto se narra la prima 
battaglia che detleno Spagnoli al ba- 
stion dì la gatta; una bella evaga- 
tione de Italia; la seconda battaglia 
al bastione; come da' fanti Marcheschì 
a' nemici otto boche di bombarde 
grosse furono ÌDchiodate. 

Nel quinto canto legerai la grande 
scaramuza con Todeschi e Francesi 



I 



9 

fatta quando li denari per pagar el 
campo da Venetia in Padua erano 
mandati; la t^rza battaglia che det- 
teno al bastione; el consiglio de lo 
Imperatore per dar battaglia generale 
a Padua. 

Nel sexto canto intenderai come lo 
Imperatore se levasse da lo assedio di 
Padua; come Zuan Greco capitanio di 
balestreri a Bovolenta pigliò vinticin- 
que pezl de artelarie; la alegreza che 
se ebbe in Padua et a Venetia; una 
bella exortation a tutti gli Italiani che 
insieme se uniscano contra' barbari, 
con parte de le lande de Italia. 

Candido lectore, tutte queste cose in 
in questa operetta, o voi dir libro 
primo, diffusamente se iractano , quale 
e con sereno fronte e lieto core pi- 
glierai ; di breve expectando il secondo 
libro de le cose che sino a ora pre- 
sente sono seguite e seguirano. 



CANTO I. 

I. Omnìpotente summo alto monarca, 
Che vedi reggi e tempri F universo, 
Gonfia le vele, e guida tu mia barca 
Salva nel porto che ho smarito e perso : 
Si come di Noè campasti Tarca 

Dal diluvio che aveva ogniun suraerso, 

Cosi libera me, tuo ver suggetto, 

E prosper vento porgi al mio intelletto. 

II. Che r assedio di Padua dica a tutti, 
Signor mio car, fammi potente e forte, 

A ciò qualunque intenda, e vechii e putti. 
Quanti inimici sian stati a le porte 
E quanti capitan* dentro én redutti, 
Arditi e fieri, intrepidi di raoite. 
Che pria volean passassero le mura 
Fosse a nemici il fosso sepoltura; 

III. Che dire io possa gli preparamenti, 
Le guarde, scolte e le provisioni 

Che a guerra se convien; tutti instrumenti 
E de ogni sorte bombarde e canoni. 
Soldati, fanti e capitan' valenti. 
Casematte, repari e bastioni, 
Solicitudine, ingegno e vigilantia, 
E de ciascun la fede e la constantia; 



12 

Che possa dire come a lorno a torno 
El campo de' Todeschi sia girato, 
E quello se facea di giorno in giorno 
Dentro e di Tori e in ciascuno laio; 
Li arsalti e scaramuie nel contorno, 
E quanti morti restavan sul prato, 
E le baliaglie che al bastion son date, 
G le persone che ivi (òr bmsaie. 

Ma percliÉ, caro lector, istorie hai vista 
Che lette po' ne credi quanto vói. 
Per esser ivi il ver col falw misto. 
Che spesse volle se usa oggi tra noi. 
Per adular, de scrìver ben de un trista 
E mal de un uom virile dirne poi, 
E 3 suo modo ogniun scriver la istoria 
Per adular, per odio o ver per gloria ; 

Di rgueste tre passion nulla me spi'ona 
Perché or descriva la Victoria grande. 
De la qual lutto il mondo ne resona 
Ne le pili cxtreme e più nascoste bande;.] 
Ha ben per Tar che intenda ogni persona f 
Dì questa il ver che in più modi se spandSl 
SI che purgata a me porgi l'orecchia, 
E di udir belle cose or li apparecchia. 

Lassare star la liga de' signoti 
Fatta per metter Venetian'di sotto; 
Lassaró star come per traditori 
El campo dì San Uarco Tusse rotto; 



13 

Lassare star come i Proveditori 
A Mestre andasser col campo di botto; 
Lassarò star le perse terre assai, 
Che mille istorie ne son fatte ormai. 
Vili. Fuggiva adonque il campo venetiano, 

Alcun mi potrà dir, pien di paura; 
Io te respondo, auditor soprano, 
Che mai legesti in alcuna scrittura. 
Che '1 si movesse al Senato Romano 
Guerra (come a costor') più acerba e dura; 
Che avuto han quatro campi a la campagna, 
Dil Papa, Imperator, di Pranza e Spagna. 

IX. Si che se '1 campo arietro se tirava. 
Era prudentia e non suo disonore; 
Perché a le spalle ognior si suspicava 

• D' aver il campo de l' Imperatore : 
Laude fu adonque de cui governava 
De r inimico schifar il furore. 
Et aspectar il tempo (com' han fatto) 
Per dar a' suoi nemici scaccomatto. 

X. Or lassamo da parte, che ad ordire 
Omai vo'comenzare la istoria mia; 

Si che, auditor, ti prego stammi a udire 
Et al mio canto poni fantasia ; 
Che per ordine a tutti voglio dire 
Ciò che à seguilo con gran ligiadria 
Dal giorno che fu Padua raquistata 
InGn fu de l'assedio liberata. 



Erd pà II CHiii|w du iMesii'C levato, 
Cbe per schifar di cieli il corso strano 
Alr|uanii giorni in quello era allogìato 
Con li Crotedìtor' e' capitano: 
Or dentro di Treviso ne era andato, 
E quel tonificava in ogni mano, 
Aspectando quietasse tal procelia 
E che propina tornasse suo stella. 

Mentre che quel Tan forte e Ivi stanno, 
Itaconzando sue arnese, selle e barde, 
Quel si fa in Padua de ora in ora sanno, 
Che Don vi éD genti che li facion guarde, 
E come i cittadin' gran timor hanno. 
Che non han monìlìon, non han bombarde; 
Né de l'Imperator san nulla ancora. 
Benché aspeclarlo dica a de ora in ora. 

E cosi tutto ne sanno a pontino 
Di quel che loro fabrican ognora; 
Che, advienché li opprimesse lai deslìno. 
Pur qualche amico ver avean ancora ; 
Che non è alcun si infelice e topino, 
Che un sancto n' ahi in cìcl che per lui o 
E benché ogniun divca ; - da' al can rabioso! 
Pur fede era in qualcun che stava ascoso. 

Di questo il capitan e I Provìsori 
A VencUa scrivean cocitìnuamenle : 
— venerandi e insti Senatori, 
Per quel che ijileudiamo apertamente 



e; 

I 



15 

Di Treviso saria bon uscir fori 
Con qualche quantità di questa gente, 
E taciti ver*Padua cavalcare, 
Perché siàn certi poterla pigliare, 

XV. Senza pericol de le genti nostre. 
Senza pericol che '1 mora nisuno; 

Che ormai é tempo pur che se dimostri 
Che el ciel sempre per noi non die' star bruno; 
Continuamente da le spie nostre 
Avémo che or in Padua non é alcuno. 
Salvo che el Dressan con trecento fanti 
Senza arme, e sporchi che paion furfanti. - 

XVI. El Veneto Senato che intendeva 
Ognora questo per molte altre spie. 
Di ciò presto consiglio ne prendeva 
Che inverso Padua sua gente se invie; 
Al capitan e Provisor* scriveva. 

Che ellezan di sue bone fantarie 

El meglio che li par e in arme dotti. 

Soldati, balestreri e stradiotti. 

XVII. E perché tal consiglio effecto avesse. 
Intorno di Venetia fan guardare 

Che alcun di quella fora non partessc 
Che questo in Padua n'andasse avisarc, 
ver con littere il tutto riscrivesse ; 
Che volendo de le gente mandare. 
Forza era il si sapesse univereale, 
E per le arme che uscian di l'arsenale. 



16 

XVIII. Che in poco d'ora fumo dispensate 
Più de vintidò milia curaciae: 

Pensa quante persone sono armate, 
Senza quelli che avean altre arme Gne ! 
Furon la sera ver'Padua inviate, 
Menazando a'. Tedeschi gran ruine; 
Qual avereben fatta, ma fallito 
Gli fu il pensier, che '1 viaggio fu impedito 

XIX. Da quelli che eran di Strà nel castello, 
Che sino a meggiodi gli retardórno; 

Tal che fu forza dar battaglia a quello, 
Qual con poca fatica alfm pigliómo: 
Doppo, serati insieme in un drapello, 
Ver'Padua sencia impaccio caminòrno, 
Di la qual già il Gritti in ogni lato 
E! gran rumor per tutto avea quietato. 

XX. Or io li lasso, e al capitan ritorno 
Dentro Treviso e a li Proveditori, 
Quali in un tratto se deliberdrno 

Che '1 Gritti fusse quel che uscisse fori. 
Perché era ben amato in quel contorno 
E sculpto a' contadini negli cori, 
E molto pini al popol paduano; 
E cosi in via sì messe pel piano 

XXI. Con bona gente, di la qual reservo 
A dir la quantità nel suo intrare: 

Ma dirti vo' ben ciò, che più de cervo 
Agile è ogni un e forte senza il pare. 



17 

Dì insuperabii Tonta e ài óut nervo ; 
Usati il caldo, il fredo a supportarli, 
Ne r arme nati e longamenle orpelli, 
De cicatrice tulli ricoperti. 

Àpresso Pndua a 1' apnrìt' dei giorno 
GìoDsiì sta bella e Tranca compagina, 
Aveudo pur le sue antiguarde atorno. 
Perché tal cosa scoperta non sia: 
Quelli di Padua in questo giù calùmo 
El ponte a corto fèo clie intrar «olia, 
Drìelro djl qual intròn siradiotti e fanti. 
Che pigliòn quella porta in un instami. 

E inipen quei guardìan' incontinenti. 
Che mai più bella testa lu veduto, 
Che 'ì fcn fugìr «eloci più che venti 
Inver' la piani : - a i' arme, a I' arme, aiuto, 
Gridando Torte, Don siati più lunti ! - 
Allor il Dressau, ben come uom saputo. 
Corse in pinza con soÌ arditamenlc, 
Per contrastar a la Marciiesca gente. 

1 capi di la qual or rìcootare 
Non voglio; ad altro tempo li sparagno; 
Basta, clic ben ciascon se ebbe aduprare, 
rrìma volendo onor, che aleno guadagno: 
Che, come in piaea ne ebbeno arivare. 
Dal lupo si non l'ugge il sijiiplice agno. 
Come r()rno scampar con gran Turore 
Quei che pugnavan per l' Imperatore. 




(^ B Mwth a cM nfaMir cnJRMH ; 
)b p» fa kr flr Mli ^«(fali. 
Cbé,l>>fa hlwJen. t rnx'raMi. 

Che h S cooic Pi M Mu d> SoRea. 

Mtttn tapn ^tno £1 taiuBo 
liw Milli firessan, pieas di panMo^ 
Horto li fu tatalli) sMUt io iindki 
D'akoni fami con gnnde anliiDaUo; 
E ita teiKura tobe cbe oa pwtcBo 
DO casld se gii aprèse, ore die ditirto 
PresU cone, corae uom io arme eiperta ; 
Se TMn die preso d morto era per ceno. 

Drìeino i'A qiial ancor per suo risloro 



Alquanli 



e lirùn de' s 



E molti ciltailmi a 



i lasallt, 
r con loro 



Sera lo el Mslel serwia di inoro. 

Ne corseno soidntt ad altri balli; 

Che incominciòn, poi che ecaciali Ijaii i\tìv]\\, 

Sachegiar lì ludei con gli rebelli, 

Mai fu veduto ancor pii^ ficco sacco, 
Come Tu questa, che valea un tesoro; 
In sachegiar lùascun diventò stracco 
Argenti de ogni sorte e gemme e oro: 
Non me dir poi se Cerere con Bacco 
Sì dolsen dentro dil suo coocistoro ; 
Ceref djl grano, e Bacco de gh vini, 
Che spanti fdrno in ca' de' cittadini. ' 

Sciocco é colui die vii] volar senz'ale; 
i>ciocco è chi crude in poco d' ora ascendoi-c; 
Sciocco é chi tira l'arco senza il strale, 
b: con quel crede di poter offendere ; 
Sciocco é chi non cognosce il ben dal mule, 
E de' signori vfil l'officio prendere; 
Sciocco è chi l'arte propria lassa slare; 
Chi intende, intenda: io tomo al mio cantare. 

El terzo giorno el bon Provediloro 
Ebbe el caslcl con poco bombardare: 
Ivi pigU6 ciascun governatore, 
Trecento fanti ancor di grande afare: 
Iiunardo Drossan, vice inìperatore, 
De Padua sol credeva dominare, 
Qual alloi' fece al Grilli un bel inchino, 
Che usato gli avea inanti aspro latino. 



20 

Tulli i (iresnni in coi'lu ri>r meniii'. 
Dove vi stenno tin ni di svilente; 
Perché a Venezia fórno poi mandali, 
AocompapaU da lìorila genie: 
Subito agìontj, fùrno incarcerali 
E cuslodi^i molto sletlamente : 
Fu per prometter ci6 e non allenderc. 
Voler a' Vcnetian sue intrale rendere. 
I. El Polite, soldato veronese, 
l^lto per nome Manrredo Fadno, 
Dentro di Padua ancora luì si prc^u ; 
Qual al Grilli menato, in tal latino 
Disse: - le ingiurie, Tali el altre olTo.'ie 
Ch' V avesse Tallo al veneto domino 
Per rjuesla volta a me perdonarele, 
B se pili afalio, poi me siispendetc. - 

El clemente e benigno Provisore 
Di Andrea Grilli, più che ogni allro umane 
E più severo ancor in tal tenore , 
Disse a Manfredo con parlar aliano: 
• A te perdono ogni passalo errore. 
Con ciò che al mio Senalo Veneliano 
Tu li apresenli, e star vo' a la Uia fede 
Cossi far disse, e la suo fé gli diede. 

Or come el ne riigessc, lasso stare: 
Che essendo doppo preso, fu pagato: 
Ma a ciò che ogniun se possi aricordare 
El giorno cbe fu '1 Griiti in Padua intrato, ■ 



21 

Di Luio a dieseseple, senza errare, 
Fu in su l'aurora, auditor pregiato; 
Qual, acquietato che ebbe ogni rumore, 
Di Padua al popul disse in tal tenore: 

XXXVI. - La terra, (ìgliol mei, vi fazo escnle 
Per anni cinque de ogni sua angaria, 
E di questo a voi ne fa un presente 
La degna, excelsa e illustre signoria. - 
Allor - Marco ! - cridò chi era presente. 
Laudando Cristo con suo Madre pia; 
Che eran eran tornati sotto a' Vcnetiani, 
E usciti de l'imperio de'Alemani. 

XXXVH. Le mura comenzò po' a circondare 
Per far dove acadea provisioni. 
Intendendo che ben fortiflcare 
Li bisognava quelle e' turioni : 
Dove quel fea mestier, fece trovare. 
Per far reppari, fossi e gran bastioni; 
E in quel agionse il conte Pitigliano 
Col resto di bel campo venetiano. 

XXXVIII. Per quel ch'el era non fu visto mai 
Drento di ItaHa il pili fiorilo campo 
Di omini d' arme ardili, (ieri e gai. 
Che in vista parea ogniun menasse vampo: 
A dir di stradiolli saria assai, 
Che cavalli bau veloci più che un lampo. 
Con la gran copia dc'bon baleslreri 
E tanti fanti ben armati e fieri. 



A tutti T'irno dnttì nlloj^ì amenti, 
E ben divisi per tutta la terra : 
Resonava ogni loco de insti-umenli 
Glia in questi tempi se usano a l'ar guerra: 
Trombe, tamburi, che con Ter' laglieati 
Fan che animoso ciascun se disserra: 
Or alloginte cbe fìirno le scliiere, 
Bando fu a.oguiun che Elesse a suo' bandiei^. 

Mentre clie Ini proveder se faceva, 
Per lutto il mondo sparso era il rumore 
Che 'I campo venitian ancor viveva 
E come rJaforzava da tutlore : 
L'Imperator, che ciò inlenduto aveva, 
Assai si dolse drente dil suo core 
Cbe Padua persa avesse cosi in Trella, 
Non pensatido che l'ebbe co' un trombetta. Il 

f. subito adunar fece sua genie, 
Dehberalo a' Venitian por morso: 
Littere scrisse in quel molto fervente 
Al Papa, a Fmnza, a Spagna per soccorstf^fl 
Qual esaudite filmo inconlinenle; 
Che nel suo campò li fn gran concorso 
Di gente messa dal Papa e da Pranza, 
Da Spagna e da la casa di Msganza. 
Adunato che fu questo bel campo, 
Ver' Padua comenzorjio » cavalcare, 
turando a Dio che nino farebbe scampo 
Se la battaglia stesseno aspectaro: 



23 

Cossi ciascun lontan menaw vampo 
Con parole facendo gi'an tagliare. 
La pél vunilendo de 1' orso non preso, 
Clio (k i|uel d' aliri à fiivil far bon peso. 

come Padua aieao pigliata tosto ! 
come presto ogniun partea il bollino! 
uooie è bon Tar conto sonza l' osto I 
come è bon frapar sodo il camino I 
come é bon far robu ad allrui costo! 
come e liete alimi inor il domino 
Con rainaciare e con brave parole ! 
Ma il Gn È quel che il tulio lodar suole. 

Or io li vo' lassar dia sono in via, 
Che di lor tulli ne diro al suo loco, 
E vo' lornar, dove lassalo ho pria , 
Iti Paduu, che ei-a per sentir 'sto foco; 
Dove el bel campo de la Signoria 
Per star non era in fesl^ in canto o in iocc 
Tanta gente aspeclando e lai potere, 
CIiA slimar 1' altrui forza é più sapere. 

El conte Piliglian e i Provisori 
A Lignago mandómo balestrieri 
Per inCamar di quel pò poi i cori. 
Che si0n conlra' nemici ardili e lìei'i: 
Pompeo e Spolverio son condulori. 
Con Viccntio Cassi n, marchese hi veri, 
Che tutto eircuìrno de l'intorno, 
K poi u Padua un messagier mandorno; 



Clic se (la lor soccorso gli cifl riaio, 
Eran per far iiaa piesaglìa grande, 
Che ioleso avevnrt dn spion Gduto 
Ititrovarse li apresso in (|uelle bandi; 
Di la Hirandola il signor pregiato; 
Si che convien che gente vi si inanJe, 
Per figliar lui con cento ooieni armali 
Che erano detilro di Erbe alloginli. 

El nuncio ariva; e i sir veneUaiiì 
l'rofédono che presto a la dislesa 
t:! signor Lucio, Oor di capilaoì. 
Andasse con ìm' gente a questa impresa; 
Et a quel Citai, eh' é de' pii^ soprani 
Ove il si mette in campagna o in diFTesa, 
E con so' baleslrieri Monteagulo 
E con stradioui el Hegaduca astuto. 

Me arivb su la sera a Lìgnago 
Questa fiorita e bella compagnia; 
E, riirescato, ogniun era più vago 
Di ritrovarsi su la prataria: 
Non mena tanta furia nn ligre, un drago. 
Come Tan loro alJendo un'altra spia, 
Che di la Scala a l'Isola palese 
Lì te' che ivi era il manluan marchese. 

Se Idio a le fiate percuote il suo gregge. 
Non vdl pH'ciò che quel perisca in lutto; 
Che, quando il vói, qud poi scampa e protegge, 
Adviench' eir abhi In extreiiio ridullo: 



25 

Vedi, che i Venetian' governa e nìggo, 
Né vói che 'I sialo suo sia desinino! 
Che 'I Mirandola givan per pigliare, 
E Dio il marchese in man gli volse dare. 

L. Verso Verona quielo ogniun camina, 

Che da quella venir volean moslrare : 
Si asetta ogniun sua armatura lina 
Come in la maslra via se ebhe ad inlrare; 
E poi cosi pian pian se gli vicina 
El loco ove le man si de' menare. 
Deliberati o di morir con gloria 
riportarne triomphal Victoria. 

LI. Divisi et ordinati i suo' squadroni, 

In ne la pia/a con impeto inlròrno, 
Dove a la guarda eran soldati boni 
Con jnolli fanti ancor a torno a torno. 
Che subito adoprar i suoi lanzoni 
Con quelli di San Marco comenzdrno : 
A quel rumor ciascuno che dormiva 
Armalo presto a la battaglia usciva. 

IJI. Qui se vedevan gli omeni che vàglieno, 

Ch' ogniun pareva che vampo menasse: 
Qui gambe, brazi, teste vi si tàglieno; 
Quivi pareva che Vulcan martelasse: 
quanti son che in terra morti càdeno 
Maledicendo le suo' prime fasse. 
Che si vedevan gionli ne la iràpola 
Ove pochi niun convien che scàpola ! 



Pareva il signor Lucio un palailino 
Che de' pagani [acesse macello: 
Da l'altro lato il Cilol pcrusiao 
Ciascadun otTendea Ho al cervello: 
Ben so aJoprava Pietra Spolverino 
Con soi boti' balestreri in (|uel drapello : 
Jeroniino Pompeo non sia a dohnire 
Con il Casio, cbe assai ne fan owrìre. 

Longo saria a coniar de uno in uno 
Di MoDteagulo come el se adopra^e : 
El Megaduca non riguarda alcuno, 
Che con la scimilara la via Tasse: 
Henara ben le mani ciascaduno, 
Che, essendo il ciel aerea, parea tonasse^ 
Tanto spietati sono i colpi e Deri 
Cile se davano insieme i bon'guerieri, 

Già a la lineslra fatto era il marchrae,! 
E, yednio il menar de'sAi nel piano, 
- Niente vai, disse allor, queste dìCTese, 
Che io son preson del stato Venitiaoo: -r 
Pur da saggio (com'è) partito prese 
Per la porla Tugir de ilrio (astano: 
Cossi nel sorgo in uno campo entrava 
Ove in camisa e scalzo se acolcava. 

Mu chi pò contrastar con la fortuiia. 
Over col ciel, di rjuel che é destinato! 
Quatro vilani inlorno se gli aduna 
Che r Bvean per la melga seguitalo ; 




E non gusrdùn che fiisse nollR biiinn, 
Che siiliilo prcsùn l' ében menato ; 
Et a li conduclierì il preseniilnio, 
Quel capitan di guerm bnio adorno. 

Ove é, marchese, la tua tama e 
Ove én, marchrae, i bellici appurali 1 
Ove è, marchese, il tuo prestante 
Ove èn, marchese, i strenui soldati? 
Ove à, marchese, tua Tona evalore? 
Ove én, marchese, i triomphi acquistati? 
Ove èn, marchese, i tuoi consìgli altani ? 
Ove Én, marchese ? In le man de vilani ! 

Ove é, iDarchese*la tua ligiadria? 
Ove e, marchwe, la tua sapienti»? 
Ove é, marchese, la tua compagnia 
Che governavi con tanta pruderitia? 
De! più non biastemar Tortuna ria, 
Chi', dì cieli e de Dìo questa è sententi», 
Che or de Venetian' restì presone. 
De' quai cercavi ognor la deslrutìono. 

Intanto la fiorita compagnia 
Del Cìlid comincìù a bottinare ; 
E perché straca era fatta in la via, 
Cavalli sol cercava do pigliare; 
E di ciò elTetlo ebbe sua Tanlasia, 
Che ne pìghòn assai seuza tardare: 
Cossi chi In qua e chi in lii se irnvaglìnva; 
Chi fea presonì, e chi morti spogliava. 



Ma, por nbrcvìar i mìei sermoni, 
Non voglio raconlar ogni cesella : 
Presi ila conto Tórno pii) baroni 
i*^ allri restòn morti su l'erbeKa: 
Alcuni |iur ne tur con suo' ronzoni 
Che vei^o Manlua ne fugirno in frella : 
Fallo il bottino e sonalo ii liuolta, 
Inverso de Lignago dfii'no volla. 

Saper voresiì Torsi, o audJtoj'e, 
Quanti soldati acesse il mantoano ? 
Cento omini d'arme, diuo il lìore 
De il gi'nn camiio fhincese et italiano, 
E cento balestflerì, senza errore, 
Se rilrovórno sopra di quel piano: 
Cinquecento cavalli rdrno presi 
De' Ilalrunì, dico, e de' Francesi. 

Ha gniD bottino e buono qualo fu, 
Cbé aneliti e zoie àven dil marchese, 
E cavalli che dicon : — mania su ! — 
E de nwlt' altri le splendide arnese ; 
Che bngo a dir suria, pensalo tu, 
Se del viaggio guadignòn 1u spese: 
Gionti in Lignago, non dir se 'i l^n festa, 
Gridando: - a ii.irra l' avanzo cbe resta! - 

A te, mio auditor, lasso pensare 
El gaudio elle doveva aver ciescuDO : 
D'alegreia vedevi ogniun saltare 
Doppo che preso se véden quel' uno 



Che più d'oi^ni allro era da estimare; 
Quel come in Padua fu menato, a o{^niuno 
El narrerò nel mio seguente canto, 
Ctié stracco son, e riposar vo' alquanto. 



Vergine siincta, vergine beaUi, 
Vergine bella, vergine piatosa, 
Vei^ine casla, vet^ne sacrala, 
Vei^ine pura, veipne graliosa, 
Vergine eterna, vergine adtocala, 
Vergine adorna, vergine gloriosa, 
Vergine madre del ver Salvatore, 
Vergine, aiuto porgi al pio clamore. 

Ch'io possa seguitar il grande assedio, 
Alma regina, donami tu ingegno: 
A la ignorami» mìa porgi rennedio. 
Che con tuo aiolo ne pervenga al segno, 
E che niuo ab))i il mìo cantar a tedio 
In cosa alcuna quel prendendo a sdegno ; 
Ma donami doclrìna con prudenlia, 
riie dala ogiiior me ^ia grata audicntiu. 

In Padua et a Vcnctia i messagieri 
Bran agìonti, e la nova narravano 
Che di San Marco gli soldati licrì 
El marchese manluan pres6n menavano: 
Se 'I duce Laurelan e' conseglieri 
Lieti ne fùrno, e se fesligiavauo, 
Considrel tu; che preso han quel nemico. 
Che opìun di ior cercava far mendico. 



32 

IV. Comunemente 0|;niun sente alegrezza 
Di questa preda di grande importanza ; 
El Moro e 'i Grìtti con molta prestezza 
Gli andòrno incontra con bella ordenanza, 
Ove che in Este pieno de tristezza 

Era il marchese, che biasmava Pranza : 
Agionti i Provisori, il salutórno. 
Ivi allogiando fìn al far del giorno. 

V. Come l'aurora comenciò aparire, 
(iiascaduno a cavallo fu montato: 

I Provisor'col mantoano sire 
Verso di Padua il camin han pigliato : 
Ma chi è colui che mai potesse dire 
Fia pompa con la qual el fu menato 
In Padua, che Roma asimìgliava 
Quando de' suoi nemici triomphava? 

VI. Disnato che ebbe, poi con molta gente 
Mandato fu a Venetia con silentio. 

Di Agosto a diece giorni, or tiente a mente, 
Nel giorno sancto del martir Laurentio : 
Or pensi ciascun se crutio il sente, 
E se ognior gusta fèle con assentio. 
Pensando che '1 va in man de' Venetiani, 
Che dcsfarli 'i cercava in monti e in piani ! 

VII. Come tutta Venetia allor corresse 
Per vederlo smontare fuor di barca. 
Lingua non è che narrar il potesse, 
(]ome r un V altro adosso se urta e carca : 



S3 
Ivau che ^udio e festa u^niau iTesa 
TcileiMlalo menir, che fuor de un'arca 
Paren tniu>, smorto pel dolore, 
Che più li accresce odenilo il grui cndore. 

Coinè dil duce or fiKSC la proposta, 
in che cqihIo allura il salutasse, 
E qoal può' (te lui losse la risposta, 
E come de' mo' errori il se accust&se. 
(liascuna mo'il coosiderì a suu pusla, 
E comodo in preson il se menasse ; 
Ore lassare il loglio assai dolente. 
Che ritornar mi è fona ad altra gente. 

Dir il pro«eiiiio sempre suol il vero. 
Che helo troppo star alcun non |m : 
Se la mattina godi, non lien nero 
El ciel che muledicì el distin li) ; 
E se 'I mio ben continuo esser spera, 
Fortuna il cangia in mal col corso sfì: 
pRduH or Ii3 di tal preda piacere, 
E ne la seni comencìa a temere. 

Che già duo' miglia apresso vicinalo 
Gli era il gran campo du V Imperatore : 
Aveva ogniun a fu^r comenzalo. 
Contadini con donne, per terrore : 
Chi aveva in brazo un figlio, e chi dal latu. 
Per scliilar de' nemici il gran furore ; 
Cile era gi& fama di sua cnidellale, 
Che usava ogniun sem» alcuna pìeiale. 



34 

Pai'te bran giù lìn n le sbarre corsi 
E COD le guarde a scaramuze slati; 
Allri, piti Qeri assai che selvagii orai, 
QuaaU ne pigliòn, lanti ne hao spogliali : 
Per li vicini campi son transcorsL, 
Dove molli da lor ne son troncati; 
Tal che ler' CodaloDgB ogniun (a scampo 
Per il terror de si potente campo. 

biondo Apollo, o caste Muse e dive, 
Qual abitate ne lo ameno monte. 
Bea vi prego or che de vostre aci]ue vive, 1 
Che ogQior resurgon dil caslallio l'onte. 
Con qual (li ogniun ctie poetando scrive 
Asperger gli solete il capo e il Trontc, 
Cile ora cosi da voi sia asperso in parte 
Che abbi in ciò memoria, ingegno et arle.J 

E lu, o Marte bellicosa e liero. 
Se entro il pecto tuo più senti Damma 
Di Vener, matre dil Tanciul arciera. 
Che a suo piacer ogniun rafredda e infiamma, .1 
Poi^emi aiuto ; che finir non spero 
Se di luo' forze non ho qualche dramma, 
E insegnarne di guerra ogni inslrumeuto 
A ciò per mi ciascun resti conlenlo. 

Ch'io vedo in arnie radunato il mondo 
Et ogni cosa cridar — guerra guerra! — 
Per disfar Ventliani infino al Tondo ; 
Vedo coperta già tutta la (erra 



35 

I De (anle natio» eh' io mi conronijo 
I Se 'I nome ino ver' mi non sì disserra ; 
' Che ciò a dover narrar io reslo enangue, 
n Togo, il feiro, la ruina, il sangue. 

Di Yicodarzer al ponte 'logiato 
Era il gran campo, che mai n' ebbe il pare: 
Tende, trabachc e padiKlion' nel prato 
E di frasche cason'vedi drezare: 
Chi corre in questo e cui iti altro lato; 
Ogniun chi tneglio pnii si dù u1 predare, 
Mettendo in Tuga e terror i coniini. 
Giovani, vechii, grandi e picoljai. 

Voglio lassarli un poco e voltar mano 
E ritornare dentro la citlade, 
Dove li Provisorì e il capitano 
Inteso aveva n dì sua crudeltà de 
Che usavano ad ogniun sopra di! piano, 
E come erano ancor gran rguanlìtade 
Daliberati al tulio Padna prendere. 
Non pensando che mal fa in gola il rendere. 

E subito a Venetia ebben mandalo 
Che la leri'a dil tutto si fornisca ; 
Donde presto da quella fu menato 
Bombarde, che non fu a 1' eli, prisca, 
Per fornir ben la terra in ogni lato 
A ciò che avanti niun venir ardisca, 
E inonilion per star saldi a le botte. 
Orzi, fai'ine e polver con balotte. 



36 

Longo surebbc dn connumerare 
Tatl« le proTÌsioD che si faeea : 
Gran repari, gran (ossi, allo cavare. 
Tonio come il gran campo se slendca : 
Era ivi il Piiigtiano al disignare 
D'ogni basiion ove far si dovea: 
Mentre che questo Tanna, ne arìvaTa 
Florida iuvenlute ardita e brava. 

Mentre che Jn Padua si lavora foTlt, 
Da Vicodarzcr gli campi levavano 
A Umine arivando con sue scorie; 
Con poco bombardar presto il pigliatuno 
Dando a opinn che drento era la morie. 
Perchè ~ Marco! -~ crìdando, ballagli;) su no 
Questi !on quelli che laudar intendo. 
Che fórno morti setnpre combattendo. 

Ma a ciò che ogniuuo intenda il coavenietil«, 
Questo è il castello donde a Padua l' aerine- 
Tuor se li ponno mollo facilmente ; 
E cosi fèmo come a loro piacque, 
Che ghe ne lolsen parte incontinente, 
Dil che a ciascuno in Padua molto spiacque : 
Or via, facendo questo gli era un ioco 
Ne le vicine ville accender foco! 

Perdonami a chi tocclis, perchè il vero 
Intendo dir, o caro mio auditore : 
Che un Moro, un Turco, un can inai cosi fero 
Sarebbe stalo, come én da lutlore ; 



1 



' Me n 
E de'l 



onfond(, M s 



vi In poro 



)' lormenlì che ogniun è inventore, 
CLé a ¥Gcchit,a donne,» putti non guardovnno, 
Ma crudeltate ad ogni etìi usavano, 

Abrusando ogni cosa el ucìdendo 
Ogni infelice che ìnanti li giva, 
Venivase pian piano distendendo 
El campo a lon^o dil lìume Li riva: 
A la Baiala poi passar volenito, 
Ogniun serato stretto ne veniva, 
Dove, al dispetto de' vilan, pasórno. 
Et in ifuei campì presto se acanip()j'no. 

Di sancta Croce per mezo la porta 
Era ridotto questo gran d rape Ilo, 
Dove ciascutio par die si conforta 
Ogni giorno correndo al Bassanello : 
Di ciò aveduto era la genie acoria, 
E su le mura mìsse un: <r Son quello i. 
Con falconetti die li salutavano 
Tulle le fiate che se a presenta va no. 

El a ciò eh' el nimico noii avesse 
Per suo riparo il gran borgo dì fora, 
El capitan eli e brasar si dovesse 
A molti comandò senza dimora. 
Che per le case foco si mettesse 
A ciò che abrusin tulle allora allora : 
Cossi fu fatto: or pensa che dispendìo 
FuEse di qu^lo bot^o il grande incendio I 



E poi di deolro a beo ratificare 
Quella parie di Padua comMndrno: 
Da Bergamo LactantJo area che lare 
Sollìcilaodo ogoluDo tulio il giorno: 
E poi di fora per scaramozare 
Usciran ajsaì fanli nel conlonio: 
Per quello che ho Tedulo, a dir el Tero, 
OgDOr ne giva geale a Ludfero. 

Con certi falconetLi ne b lem 
Ccnaemòmo a lirar alcune Tolte: 
A scaramuze, madri di la guerra. 
Ne veaiTan di lor persoae molte ; 
Cossi de la citià se ne disserra 
Per dar e per recever strane colle. 
Dove ciascun mostrava il suo potere, 
Che mai di questo hi il più bel vederi!. 

Parea da la tarantola alcun mono 
Saltando, che dicevi: costui balla! 
Mostrava alcun fugir, e a megio il corso 
Adesso il suo inimico più divalla ; 
Insieme poi vedevi un gran concorso : 
Chi r inimico gionge e chi lo falla, 
Chi ioca di lanzon, chi di rotella , 
E chi di ronca o di partesanella. 

Impossibel sarehhe a ricontare 
I modi, gli alti, i cenni Tan nel piano : 
Disteso alcun in terra vedi stare 
Sin che '1 si vede suo' nemici a mano ; 



39 
Iticlro la volta alcvin vedi pigliare 
Per donar morte a qualche altro Alemano: 
Qjì indegno e forza insieme si vedeva ; 
Chi fugia presto e clii se defendeca. 

Questo ogni giamo si potea vederi^ 
Qualche nimico disteso sul prato ; 
Per ciò non si restava provedere 
Et ai bisogno al lutto aver travato, 
Ch' el suo futuro mal antivedere 
Tanto non noce, come il non pensato : 
El conte Piliglian, ver capitano, 
Non spande il tempo o le parole invano. 

Di! sacro Imperatore uno trombetta 
Ne venne drcnlo a dimandar la terra. 
Che a suo' corona la rendine in fretta ; 
Se non, cbc aspettcn presto cruda guerra; 
E che han iuralu metter a falcetla 
Ogni persona che drenlo ai serra. 
Vengìno inanti, a lor disse il bùn conle. 
Se pur di averla banno sue voglie pronte. 

Molte flato fu questo venire 
Cile pur se lì rendesse Padna bella : 
El conte rietra li mandava a dire 
Che sua raaiesià se dicervella ; 
Che quando la ebbe la dovea tenìre, 
Cbé allor propilia in ben li era suo' stella ; 
E che or non è pili tempo da pigliare 
Con un trombetta Padua singulare. 



40 

I. In niiRsto tempo slradiotli uscivano 
E per lullo il paese e 
Né mai a essa vrtli !or r 
Che r|ualchedun pres&n sempre menavano: J 
A botta salda diresti che givano. 

Che carchi sempre iudrelo retornavano : 
Bólle de vino, ancor de pan cassoni, 
Itovi, cavalli con molli presoni. 

II. Eli provido Zìian Greco non posava, 
Cile con suo' balestrerì ancor usciva : 
come il suo ingegno dimostrava 
Che per san Marco mai fatica scliiva ! 
Ognior bottino grande entro menava, 
E con onor de tutti reusciva ; 

Che donde il va, i' vedo andarli seco 
Senno et aslulìe di capitan greco. 
V. Non si ['estava però far nrsalti 
E scnramuze [uor di sancia Croce; 
Ognior vedevi Tanti star su i salti 
E ciascun pid che cervo esser veloce : 
Drecito se fan reparl con fessi aìtì 
Ove nemici gusten morte atroce ; 
E da Venelia in (piel continuamente 
Venivano bombarde e molla gente. 

Or intendendo il gran campo di Torà 
Quel che in la terra si Cacea a pontino, 
Come di e notte drenlo sì lavora, 
Non li s^mando più che un vìi lupino, 



41 

r fc arme messo si levò in poc' om 
E bea scliierala sì piiose in camino, 
Apresso di Monselice arivnndo, 
E iniorno a quelli) se ne nndi'i aeampanilo 

Pur 'per pigliarlo, o che l' asogurasse 
¥À campo e quei clie portan viLuarìe, 
A ciò che de ogni cosa lìi abondusse 
E che venir potesscn genti varie ; 
E ancora perché alcun non dubitasse 
Aver di drieto ppi'sone contrarie : 
Cossi un grosso s([undrone ebbe oi'dinato 
Che presto inver'ili quel ne Sa invialo. 
Nd castello da basso con gran furia 
Intrdrno, a sacco quel mellendo tulio: 
Qui va a chi sa br più onta e inìnri» 
Per ogni loco, per ogni ridutto: 
Quivi sou tulli i rami di luxiirìa, 
Che a reconlarli non trovo coslrullo, 
De quelle donne triste, svenlurate 
Che dn ogniuno erano si straciale. 
I. Intorno a quelli monti transcorrendo 
UennvaDo ogni cosa a gran fracasso, 
Per ogni villa foco pur mettendo; 
Dil che a pietà sarebbe mosso no sasso: 
A dir il vero so che niun offendo. 
Che in violar sacre donne hanno gran spasso : 
Idio sa ben il grande vituperio 
Se USI) di sattcte donne a un monasterio. 



42 

S- né, perché non me e licito eiclamare 
De tanti stupri ìnver'la causa prima, 
Cbe (lualchedun furei maravigliare 
Di quel sapesse dir mia roza rima! 
Come paò il Ciel tal cose supportare 
Cbe Diun del suo poter più Taci stima? 
Pietà, Idio, signor alto e soprano, 
Hercé a l' ingrato populo italiano ! 

Doppo che usato fn colai macello 
Di donne, vJtiando cìascaduna. 
In puoco spalio preseno il castello 
Dove non si servì) fede veruna : 
Amazavan con ira or questo or quello. 
Che in lor piciade non si atrova alcuna. 
Este cossi da lor fu sacchegiato, 
Che ioQno a' muri ne prendea peccalo. 

Longo da ricontar saria i tormenti 
Che a' lor presonì notte e di donavano : 
Eran Twleschi in quelli più sacenli. 
Ha pur dì puoco Francesi passavano ; 
Spagnai non li vau drèto a passi lenti. 
Che un omo per niente scorticavano : 
De' Ferraresi non voglio narrare. 
Che masin sono lor dit tormentare. 

In questo Padua già possa va niente 
Di quel accade pel forliricare: 
Sacardo da Soncìno in questo sente 
Per una spia come el de'arivare 



43 

Di Bossi il conle Philijipo valente 
Sul VJcentin in villa da Longorc, 
E di ci6 a' Provisor' faciono mollo. 
Di mandar gerjle proviiiden di bollo. 
Che presto presto si metta per cìn 
El sigDor .lanes da Campo Fiilgoso, 
llhc è vero ospitìo d'ogni ligiadrJa, 
Ne l'arme franco, ardilo e animoso. 
Con tutta la so' bella compagnia ; 
E con lui insieme el forte e poderoso 
Sacardo di Soncino e' suo' soldati 
E stradiotti e balestrler' pregiati. 
LIV. El capitan Zuan Greco comandala 

Fu che n' andasse con so' balestrieri, 
E Monteagiito tanto a pregi a lo. 
Che ancora lui ne montasse a destrieri, 
E che pili niente alcon sii demorato 
Verso Longare prender il sentieri : 
Taaitamente con sue scoile avauli 
Serrali in viaggio ne iolriin tulli quanti. 
M cossi presto al loco fùrno agionti, 
Che tutte quelle genti sbaraglìilrno : 
Hai in far prede fon leon piti pronti 
Come uiarclieschi quel di se atrovdrno, 
Che dil conte Pliilippo verso monti 
Tutte quelle brigale sue lugórno : 
Da Bozol Federico si de' al scampo 
Via più veloce che alcun venlo o lampo. 



Di piioco ne scumpò de lu grnn Turìa 
Cile l'eaao i bòn suldnti su quel piano : 
OgniuDo io altro loco altor si aguriu | 

Per non senlir el menar cosi strano 
Clie' nostri fan per vendicar la ingiuria 
Che costor fanno al lie] nome ilaJìaao, 
Cbe i|ue] cercon distar: o voglie insane. 
Prestar aiuto a genti ol Ini montane ! 

Con ijuanta forza si adoprasse allora 
El signor Janes non voglio narrare : 
V.\ martel ili Vulcano si non lavora, 
Come el suo sloco senti sibilare; 
Cerbero ì corpi uman si non divora, 
Come qui el vedi netnici smembrare; 
Sempre eioriando la sua compagnia 
Cbe si adopriisse con gran vigoria. 

Dil capitan Zu»n Greco far mentione ' j 
lo non intendo come il se portasse. 
Che manifesta è ogni sua operatone, 
Benché or alipianlo sìan sue forze casse : 
De Monlcagulo far longo sermone 
Or si polria, come lui se provasse 
Col resto de quel' altra acorta gente 
Qual combatterà cosi arditamente. 

Or perché a tedio, auditor' pregiati, 
lo non vi tenga, vi arò seguitalo 
Come a la lin di san Marco 1 soldati 
Ouellì [èruo fugir in ogni lato : 



Coniti Pliilippo non tulli so' armali, 
Con cavalli cinquanta fuo pigliato : 
E con lui insieme Manfredo Facinn 
^a[o sotto inrelice e rio destino. 

Ma [tur clii el malese compra a sua |H>sta, 
Suol dir ogniun, abbi il mal e 'I malanno: 
Hompei' la feile sempre caro costa, 
E poi col tempo se ha vergogna e danno. 
Menato in Padua senza far pili sosia, 
I Provisori suo' sententia [anno, 
Che a Facin il suo ditto sia atteso : 
Se più l'aliava, cfa' el fussn snspeso. 

Cossi fu fatto ; per ciò con signori 
Quel si promette se gli vdl attendere: 
In i|uesto megio li rrovedilorì 
Conte Philippo, die 'i roleva olVendere, 
A Venetia manddrno, ove suo' errori 
Purgun assai, che non sìì dèan intendere; 
Che vero è pur quel eh' el Poeta dice, 
Avanti mofte niun esser felice. 

Per colai prede molti se smarìvano 
Che non ardivan fuor dil gregge uscire; 
lu Padua ila Venetia ognior venivano 
Monition tante che ogniun fan stupire, 
E fumarie da tulle bande arivano 
Dil liore de l' Italia, a non menlire ; 
Poi di r armabi venne il Provisore 
tini Contarlni pieno di valore. 



n Grnilenico Zunn Paiilu soprano 
Lassò il Frìul, e quiii fu mandalo : 
Duo' figli ancor dil duce Lauretano, 
Ciascnn dì !or con molla gente alialo : 
Patritii assai che non sperano iovano 
Voler moslrar sue fone, ogntun anoato; 
Ch£ in quesla terra, pur a dir ìl vero, 
Tutta la summo pende del suo impero. 

E cinquecento arcìerì candiolti 
Di'an venuti con suo' archi buoni. 
Quali per irar di quelli én più die dotti, 
Coitie ledulo fu ne li bastioni : 
Ancor tenuti ve eran galioUi 
Di r A.rsenal con molli marengoni 
Per Tar solari, ponti e bombardiere, 
Cbé al lutto bisognava protedere. 

B perché a' tradimenti se obviasseno, 
4' cittadini férno comandare 
(Io dico a li suspecli) che andasseno 
Tosto a VenetJB senza alcun tardare; 
E perché ancor soldati nou errasaeno, 
Fèrno per Padua in tal modo crìdare : 
Abbi, chi tradimenti fa palese, 
Mille ducati e in vita vinti al mese. 

Se fan provision', maravigliarsi 
Non si de' alcun, o car' miei auditori ; 
Che uoQ accaderia or forti farsi 
In Padua, se non eran traditori ; 



Ké l'aduoni cnmpi samn sparsi 
De Unte genti, de si gran stgoori ; 
Che, se fati! non gli era tradimenti, 
Hoslrava il lìer Leon a tutt'i denti. 

Or non servarsi Ce si vede a pieno 
Non tra la plebe, ma tra' più potenti ; 
ChiS più Jor vengo» di sua fede a meno, 
Quanto se lengon esser più prudenti : 
Di i|uel che tradi Cristo nazareno 
ijuanli liglii soD or tra' viventi! 
Acordi, patti scrìpli non si vede 
Observar più, che ogniun manca di fede. 

De Franai guarda quel re cristianissimo 
Se più che Cristian é un sen^a fede, 
Com' é a' Venitiani inlidelissimo, 
Cile scripti de man propri» a lor pur diede 
Di star con loj'o sempre coaiunclissìtoo, 
Et or se ù posto il tutto sotto il piede : 
Non li mirar, me dice uno palese, 
Se atrova Inda esser stato Traocese. 

Perdonami e tu, sacro Imperatore, 
l'er tutto il mondo non dovei mentina, 
Di lede esser cbìamalo mancatore: 
Che peggio de un sìgaore si puij dire? 
La tregua per tre anni, senza errore, 
Pesti de Venilian' non arsalire ; 
Or adosso li sei, ma 'I tuo concetto 
Non ara, come pensi, forsi effetto. 



IS 

Or che vai al pa*on le penne d" o 
Cbe brullo é poi (laando in piedi si vede}i| 
l>F che vai u un signor 3¥er lesoro. 
Se Dgniun l'apella mancutor di fede? 
Va, irova de' RomaDJ il concisloro. 
Vedrai se in serrar Tede ogniun si diede; 
Che [Dagior gloria è di nver gente dome, 
Cbe aver de inlcgritate un chiaro nome t 

Non li smarir, illuslre Venitiano, 
Se per fede servar il mondo LuKo 
Atomo Pndua se atravi sui piano 
A ciò eli' el stalo tuo resti destrutto, 
Che alfm il suo furor lìa ceco e vano, 
E aiuterfiie quel cbe regge il tntto. 
Se vero è die misura mali e bòni 
Secondo male e bòne operationi. 

Se 'I sol dovesse star sempre obscurato, 
Ogniuno con tristeaia viverabbe; 
Se 'I mar sempre dovesse star turbato, 
Nisuno mai per quel navigarebbe, 
E se morisse ogniun come è amalato. 
Vacuo già il mondo di gente sarebbe; 
Si cbe durar non può lai' inlluentia, 
Qual schiverai al lin con luo' pnidenlia. 

Or drento Padua voglio ritornare 
E dir le provìsion di gran repari 
tll il continuo e grande lavorare 
Cile fanno far li veri dmìnì e rari: 



49 

Ma perch'io sento mìa voce mancare, 
Vi prego, auditor* miei dolci e cari, 
Che alquanto di licentia mi prestate 
Gh' io mi riposa, o po' al cantar tornate. 



CANTO m 



De prorunJJs clamaci a le, Signore, 
Signor, exaiuti la mia muca voce, 
Sìan le lue orechie inlente al pio clamore. 
Né observnr mie inii|LiiLale nlroce ; 
Perdonami, Signor, ogni mio errore 
A cìù non caschi ne la eterna foce. 
Et al mio canto Ta che sii propitio 
Si io moggio e in tin, come Tusti in principio. 
] ditto, in Padua Uilli intenti 
Sono di giorno e notte al lavorare: 
Qui de ogni sorte lu vedi instrumenti, 
ì é cbe in otio vedi stare ; 
Quanto si può si maciaan (aumenti, 
Che senza questo non si può durare. 
Or to' lassar ognìnno aracendnto, 

liei assai me hanno cxpeclalo. 

Di Monsilice ci Este aveti inteso 
Come da loro fosseno Iractali: 
In ({uesto meito el campo se è disleso 
Ver' CoYolenla con so' fier' soldati, 
Dil cbe presto il caste! da lor (a preso 
Dove molli rilan Tdr amazati. 
Che con pochi cavalli a contrastare 
Stfiroo per non lassarli ollr^ssare. 



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Or AMI fé Am m oc fens fa«i 
E CMM a medo mw kb dta pw teda! 

VII, U «cn anali dm'^nn cnhériBe 

Ke «upoUrno de me iisdìe mw: 
Ha tarde non far mai gralie Hwimt. 
Uié eoa denari dfento tmoa sane: 



53 
Queste iti Pudua fdr le iiiedicitie 
Con tra il losco de genti oltramontane, 
Glie bassi tulli ne lor fossi slav^no 
Quundo ver' loro queste dissernvana. 

Poi che da Vnnetia ebben serata 
La via, il campo comencìi» alogiarsi : 
Non credo cbe mai piii tanta In'igata 
Insieme gifi polesse radunarsi ; 
Chi in qua, chi in là suo' 'logiamenti aguata; 
Cosi ciascuno vedi travagliarsi: 
Chi taglia frasche e òhi in Cei'ra cavava, 
Chi pnviglion e cbi tende ^rava. 

A coDzar lì cavalb altri èn intenti, 
Provedendogli da ono, lìeno e paglia; 
Altri raconcian tutti i fornimenli, 
Perché non ve n gin a manco in balb<glia 
A cìnge e pecloralì e guarnimenti : 
Chi netta 'sbergo, chi'curaza o maglia; 
Altri proTJstì fan suo' scolte e gnurde 
Al campo, a munition e a le lombarde. 
Mii perché sappi ben come acnmpalo 
iDlorno Padua questo campo stesse. 
Se escolti, tei dirò, auditor pregiato, 
Come e da che banda il se stendesse : 
I . Prima verso il Portello era allogiato, 
■iChé da Venelia alcun più non Tenesse ; 
KHé creder questa parte se disgìonga 
a r altre che eron sino in Codalonga. 



Contieuo insieme mito era conioDii 
Che dì spuUo [enea pili de otto mìgi 
Quante persone (vssen cosi a pomo. 
Non pigliar, se io noi dico, maraviglia ; 
Ha pur de t^niuoo per comune conio 
Erano più di cenlo e [renta miglia: 
Che (ossea pìO, di alcun é opinione. 
Perché gli è gente di qualro corone, 

E de laaii altri gran marchesi e conli 
Che tempo assai vorebbe a recontarli. 
Genti italiane assai e d' oltra monti ; 
Ogniuno il sa, che bisogou ne parli? 
Or yo' tornar, che come fórno agionti 
Non acadera il Tur m3l insignarli : 
Cossi da quella ha od a se acam pòrno 
E presto le bombarde li piantOrno. 

A diece e sei giorni di Septembre 
Pianiamo, cóme io dico, le bombarde: 
Non, come credi torsi, tutte inserabre, 
Ha in duo' lochi, che più non si tarde ; 
Che ogniun già sente Toco per le membre 
Di pigliar Padua e le gente gaharde ; 
Et a ci() che dì niente vengi a manco. 
Di Codalonga le pianlòn per fianco. 

Non vien, doppo un foccoso lampegìare 1 
Oil cielo, venti che facion di ratto, 
Essendo love obscnro, si tonare, 
Come queste bombarde (éa di fatto, 



55 
Glie 'I cielo con h lerra fean irfimare 
Quando se disseravan lutle a un trailo : 
Chi eran duceuto otlanLaquaLro boccile 
Chs '] paradiso par che giù Irsboclie. 

Piti il sli'epito e il furor se auguieniava 
Quando quelle di drenlo disscravano. 
Che l'aer fosco si rasereaaia, 
Tanto lernhiloienle riboralavano : 
lo credo che Pluton allor pensava 
Ch' e cieli tutti adesso li ruinavano, 
Che r alme sue infernal' avean paura, 
Si. tremava ta lerra con le mura. 

Di giorno e notte altro nou se udiva 
Se non /i/", tef, tif, lof con gran furore : 
Chi in muro e chi percotle in gente viva, 
Chfi ogniun volea del trai' aver onore, 
E spesso ne la chicsia se coliiira 
Ove allogialo era l' Imperatore, 

ta Beata Elena 
li sentivon pena, 
a percottevano, 
Che idt pur iuveniori di lai' arte; 
E perché ognora per fianco traevano. 
Spesso tocavan ambedue le parte: 
Alquanto quei di dentro pur temevano, 
Che, a dir il ver, n'avria temuto Marte; 
Ma ogni cosa vince il senno umano, 
Provide al tutto il conle PiUgliano, 



Nel qua! di murte a 
E loro n 



56 

Che l'cppari e bastioni IncouiioeQie 
Fé' far in ogni loco con prestezza : 
Di trar bombarde non cessavan niente 
Dentro le mura piene <li Torlezza: 
Sallavan li Fragmeoti tra ta gente 
Che lavorava agli bastioni in Trezza, 
E ([ualeheJun percosso ne morìva, 
slropiato per quel reoianiva. 

E pur la notte col giorno lavorasse; 
Zappe, badili e vange ognior si adopra ; 
Reppari se fan presto e fosse cavasse, 
E in giorni pocbi ai Tacea grand' opra : 
Cise, casette e palazi minasse 
A ciò cbe beo l' inimico si scopra ; 
Ogniun lavora, e Judei e vìlani, 
Soldati, Tanti e tutti gli artesant. 

Sopra lì era il conte capitano 
Che presto al lavorar ciascuno sprona; 
El Moro, Provisor degno e soprano. 
Accendeva col Grilti ogni persona; 
Zuanpaol GraJonico, tanto umano, 
A cÌBSca<luno mostra ciera bona, 
Cbe a tempi esser si vùl dolce e severo ; 
E tal consiglia serva un stato intero. 

Denari spesso ne tocca ciascuno. 
Che son pur quelli lor che Tanno II tutto : 
In exercitio star vedevi ogniuno ; 
Non é vechio nisun, né ancor si putto, 



57 

Che di adoprarsi si fesse digiuno. 
Tal che di tutti si cava construtto: 
Or mentre che si forte lavoravano, 
Ognor quelli di fora bombardavano. 

XXII. Già il borgo dil Portello era abrusato. 
Case, palazi et ogni altra ostarla : 
Saltavan le faville in ogni lato 

Di palazi brusavan in Portia : 
A ciascaduno ne venea peccato 
Quando in le chiese 11 foco se acccndia : 
Ma tutto licito è per non morire ; 
L'infermo tosco piglia per guarire. 

XXIII. Fòr di Portia tre chiese se abrusórno 
Con li sòi monasterii tutti , in One 

De* Certosini il monastier adorno. 
Che qual il fosse mostran le ruine ; 
11 Pelegrin Beato in ((uel contorno, 
Ove donne stasean sacre e divine; 
El terzo pur di monache in quel varco 
Fu il monastier de il 'vangelista Marco. 

XXIV. Ogniun sa senza littere imparare 
Che non ha legge la necessitate: 
Se ebbe palazi e chiese ad abrusarc 
Per tutto a torno Padua in ventate. 
Che per iudicio vero e singulare 
Fatte averebon tre grosse citate: 
Borgi di nove porte, a non falire; 
Chi visti gli ha non mi lassa mentire. 



58 

XXV. Di Tebe o ver di Troia mai non creggio 
Che suo* mine fossen par a questa : 
Quanto Oa Padua, chiaramente veggio, 
Doppo tante ruìne, quel che resta : 

Di lei a racontarvi non vaneggio, 
Che contra tutto il mondo or pur fa testa, 
E per diffender sé dal suo inimico 
Nisuna rica cosa stima un fico. 

XXVI. Le provision che fan mai non direi. 
Né la continua e gran preparatione ; 
Che d^ Vespasiano li Judei 

Non fórno strecti con tal obsidione 
Dentro Jerusalem, com'ora è lei 
Assediata da tante persone. 
Che al tutto cercon quella di pigliare: 
Pensati se gli accade il repparare. 

XXVII. Or tornar voglio al sacro Imperatore 
Et al suo degno e nobil concistoro, 

E come ogniuno brama da tuttore 
Intrar in Padua piena di tesoro: 
Or te dirò, se me ascolti, auditore, 
Li capitani che eran tra costoro ; 
I primi, dico, che tutti, a numerare 
Prima potrei V arena dil gran mare. 

XXVIII. De tanti regni, de tante nationi 

Gente vi son, che un giorno e più vorebbe 

À racontare il nome di baroni, 

E temo ancor che non se crederebbe : 



59 

PFninzosi Ti é, Picardi g Borgognoni, 
Pili sorte de Todeschi troverebbe. 
Assai pili (le Spagnoli ei Italiani ; 
Or pensu se vi son di capitani! 

Piitna vi é la Cesarea maiestale 
Che intende aver di Padua il. domino i 
Doppo vi é quel che ha la aucloritate 
Sopra de lutti, il signor Constantino, 
General capitano, in ventate. 
Che comanda a ciascun iti quel conlino [ 
Segue il cardinal poi dì Ferrara, 
Al qual 'sta guerra gli é per costar cara. 

Évi quel guida le lurme l'rancese, 
Monsir da la Paliza, franca lanza ; 
El duca di Baviera a queste imprese 
Si atrova ancor con tutta so' possanza ; 
Di Urbino il duca con sue voglie accese 
Quivi se atrova con bella adunanza; 
Di Monferi il marchese vi se oiLora, 
E inonstì Carlo de Bnciola ancora. 

L'ardito lanza monsignor de Gurg 
Quivi dimora, intrepido di morte, 
Et il marchese aticor di Brandinburg 
Con lo animoso conte di Monforte ; 
El marchese di Bada e sir d'Ansui^ 
Evi con una degna e magna corte, 
El frutel dil conte pahititi de Iten, 
Che quando io l' arme è caldo uon ha fren. 



60 

XXXII. De le lanze francese il gran scudiero 
luiìo Sanseverin più che animoso; 

El principe di Naldo tanto fiero, 
Robusto, sapiente e bellicoso, 
Monsignor da la Grota, bon gueriero, 
Che pur si crede esser viclorioso, 
E '1 bianco cavalier, che par un Cesare, 
Con il fratello dil signor da Pesaro. 

XXXIII. Ne r arme li é Fracasso ardito e franco, 
Pien, dico, di fortezza e di cervello; 
Gìoan di Gonzaga gli è ancora a fianco, 
Dil marchese Mantuan carnai fratello; 
Lodovico Mirandola mai stanco 

Per metter Venetiani in gran zampello : 
Da Bozol Lodovico a questa festa 
Se atrova con Pandolfo Malatesta. 

XXXIV. Da Trieste T episcopo se alrova 
E il camermastro de l'Imperatore, 
Monsignor Bersanel, che ben a prova 
Pigliar se pò per uom di foi'za e core; 
E'I Cingano vi é ancor, che assai li giova 
Mostrar tutte sue forze con furore, 

E 'l conte Bernardino Francapane 
Per disertar le genti Venitiane. 

XXXV. E misér 'vangelista capitano 

Di quella gente ha seco il Prefetino, 
E '1 capitan di Borgognon* sul piano, 
Che rasimiglia proprio un paladino. 



61 
E de le andane capo soprano 
Da Sacca mìsér Pietro vi é al domino; 
Misér Zunn d' Asti ancor in 'sto bel campo 
Col conte Drago che ognior butta vampo. 

1. E di san Marco évi ancor nemico 
Da Estc -il signore Nicolò nei piani, 
E da Gonzaga évi il signor Fedrico 
Per mandar al dissolto VencUani ; 
E da San Bonifacio ancor vi dico 
Che con sue arme vi son duo' germani, 
El conte Carlo col conte Francesco, 
Che ognìun di loro giù fallo è tadesco. 

I, Da la Saselia el bon signor Kaioero 
Di (òr con quesU ne é ancor acampato : 
Or a contarve de ciascun guerìero 
Che 'adesso intorno Padua ne è allogiato 
Ksognarebbe, credo, un mese intiero. 
Né ancor de tutti ben se avria narralo, 
De tante terre e de tante regioni, 
Principi, duchi, marchesi e campioni. 

I. Si che attediane più, lector, non voglio 
In dirle ogniun per nome di costoro; 
Basta ogniun cerca dì sfocar 1' oc^ogho 
E prender Padua col suo lerriloro : 
lo la sua parte a ogniun sempre dar soglio. 
Si che con lor non vo' più far diinoj'o ; 
Ma dì quei drento ne voglio dir parte, 
Che tulli in vero son figlii di Marte. 



Lo illustre conle Nicolao Orsino 
Di drertlo è capitano genarnle, 
Qual spiega di san Marco almo e divino 
Ognior la bella insegna trìonphale. 
Et or dimostra a grande e picolino 
^e r arte militar (|uanto sa e vale : 
Magnanimo, solicìlo e constante, 
StreDuo, benigno, astuto e vigilante. 

Quatro Proredilori ancor vi suonc 
Che asimiglìano quatro gran Catoni 
E con sno' fama al ciel bau Tallo iii 
Che a dir di lor liei) vanì i mèi sermoni 
Crislophal Mauro più cbe ogni altro buono, 
Che odia lì tristi et acareza i bdni. 
De' fanti amico e d' ogni bfln soldato 
E caldamente da ciascun amalo. 

Segue colni che al mondo non |ja il pare 
Di iuslitia, clemeotia e di consiglio, 
Àndt^a Gritti tanto sìngulare, 
Di) qual ogniora ndmiration più piglio 
Che io tante lurbation possi durare. 
In tanto gi^n lumulto e fier scompigli( 
E in hn il mio cervel tulio se implica 
Come durar mai possi a tal Tatica. 

Èti il bajtato Grillo Contarini, 
Che maniresto è ognìun quel eh' el sa Tare, 
Ha più a' coreiiri Turchi e Saracirii, 
Che Provisore è pur ne l'ulto 



ire 

1 




63 
E il Gradenico aucor che nei confini 
Dil Friul a' Todeachi de' da fare : 
Or morir per la llalia son queìloro 
Che Dgnior inCamman di soldati ìl coro. 
Doppo gli è il iusto e benigno pretore 
Pieno de ìntegrìtate e di 'consiglio, 

10 dico Pietro Balbi di valore. 

Che assiraiglia il Roman, che per il figlio 

Liberar da la morie, con gran core 

Se puose de' nemici ne l'artiglio; 

E Zacaria Dolphino capitano, 

Severo a' tristi, a' bòni dolce e umano; 

E'I conte Bernardino da Montone 
Di cicat[ice pieno per san Marco ; 
Lucio Malvezzo in arme prò' campione 
Che mai schifò fatica di gran carco; 

11 conle Carlo ancor che al parangone 
Col paire Bernardin pò star al varco ; 
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64 

XLVI. E da Brignano évi il prò' Angustino 

Che sculpito ha san Marco dentro il core 

Il vicenlin da Dressan Nicol ino 

Che nulla slima per aver onore, 

E lacomo Sacardo di Soncino 

Che mai volse servir V Imperatore ; 

Dovico conte da San Bonifacio 

Che de* nemici in guerra fa gran stratio. 

XLVIl. I capi de' soldati inteso aveti : 
De* balestrieri or ve dirò tostano ; 
Se stati attenti il tutto intendereti, 
Né adesso spargerò la voce in vano : 
Quello Zuan Greco so eh* el cognosceti, 
De tutti balestrieri capitano ; 
Di quello fa et ha fatto non vi dico, 
Salvo che di san Marco é un vero amico. 

XLVIIl. Il spagnol capitano fra* Lunardo 
De* cavalli lezieri senza il pare ; 
Ector Romano in arme si galiardo, 
Che per l'onor italico salvare 
Con dodeci in Reame non fu tardo 
Con tanti Galli ancor voler pugnare : 
Conte Guido Rangone vi si atrova, 
Che ha fatto fin ad or più de una prova. 

XLIX. Segue 1* ardito e forte Monteacuto 

Che ognor si trova più ardito e franco, 

Et Ercules Malvezzo che veduto 

Mai non fu ancora ne le arme stanco, 



65 

E '1 conte Cesar di Rossi saputo 

Che a dir di suo' prodeze vengo a manco ; 

Zuan Brisigella de Naldo valente 

Con Baldisera de'Scipion sacente. 

L. Jeronymo Pompeo ingenioso 

Se atrova con sua bella compagnia, 
E Pietro Spolverino poderoso 
Che segue ognor del ben servir la via, 
Et Aleardo Silvestro animoso 
Nemico de ciascun che fa folia; 
Forte e robusto Peiegrin da Riva 
Che per san Marco mai fatica schiva. 

LI. Dir più non vo' de Vicenzo Gasino 

Che di san Marco ancor è vero Gglìo; 
Di Pietro Testa fo poco latino, 
Che sempre è atto a uscir d'ogni periglio, 
E *\ severo Alexandro Bigolino 
Che a molti fa sentir il fiero artiglio: 
De' balestreri omai ve ho fatti dotti ; 
I capi odite mo di stradiotti. 

LII. Non so da qual io debba cominciare. 

Che tutti son valenti in arme usati. 

Ma pur il primo mi par di nomare 

El venerando vechio di Zuan Snati : 

Non voglio el Megaduca già laudare, 

Che lui tra tutti è de' più nomati ; 

Domenego Bosichio segue ancora 

Con Zuan Visconte che non mi dimora. 

5 



66 

Pietro Conilo e Coniin, che soe germaa^l 
Con Zuan Laluca e con Francesco Halli ; 
Tadoro Frasina, eh' é de' pili soprani ; 
Zuan CocoIìd, amico de' cavalli ; 
Todarìn Slrioi, che assai vai ne' piani, 
Con il robusto de tacomo Halli, 
Antonio Varda e Zoan de Polita, 
Marco de Zami eh' e nemici ìofriza. 

Fedfico Penda modi non mi scordo, 
M Zan Cacichi, né Anlonio Cardeo, 
E Simon Lipìgnoti vi aricordo, 
Nicolò Suali ver' nemici reo, 
Zorai Lepeli di far guerra ingordo, 
Zuan de Frìco, che in arme par un leo, 
Andrea Maurisi con Pietro Bosicbi, 
E il conte Pietro ancor Novacovichi. 

iacomo Matnaluco dextro tanto 
Che miracoli fa sopra il cavallo, 
Pietro Fedricis non lasso da canto 
Né Pòlo Conl^rini in questo stallo ; 
Domico Halacassa non avanto. 
Né Pangrali Bosich die mai fé' fallo : 
Paleologo Alexandre in 'sta schiera 
fDvi col figlio di Zoriì Gambiera. 

Or di la fantariu Dorita e bella 
I conteslabei vi itirù tostano : 
Dionisio di Naldo BrìsegbeUa 
Di questa é generale capitano. 



67 

j De Bergamo Laclanlio die crivella, 
ChÈ le bombarde non tragan in vuno : 
Segue CDSlor il Citol pemsino, 
Cbe B dir di Ini vorebbe un Tullio Ai-pino; 

E ZaDon da Colorao solertissimo. 
Che di laudarlo l' impresa non piglio ; 
Perello Corso di guerra avidissimo, 
Quale di torco aspocto et aspro ciglio; 
Bigo da Leodenara ridelissimo. 
Che in guerra vai con anno e con consìglio; 
Sebastian del Hanzino da Bologna, 
Che, quanto il vaglìn, dir non mi bisogna; 

Babon dn Naldo, cbe non sta a dormire 
Quando eh' è intrutu ne l' aspro zampcllo, 
E Bernardin da Parma pien d'ardire 
Fido a San Marco con el s6 Tratello, 
Seraphìno da Caìg che, a non Talire, 
In guerra vai, jn cillade, in castello; 
Di Bartolomeo Gavina non dico 
Che sa con arte nocer al nemico. 

Pietro Maldonà vi se atrova ancora 
In ne le arme loogamenle eiperlo; 
Galelo da Porli non mi dimora, 
Che quanto il vaglia ciascuno n'é cerio, 
E Hicheletto Corso dia in poco ora 
Il suo valore non ve saria aperto; 
leixtnimo da Napol piceli no 
E Pietro Corso in arme on patadino ; 



68 

LX. Alila da Bologna, prò* campione, 

Gol forte Baldissera da Romano, 
Et Alovixe Maria Grisone 
Gol franco Pietro da Groia soprano ; 
E da Bologna ancor Agamenone, 
Gesaro de Gavina tanto umano, 
L' ardito e fiero di Poleto Gorso 
E di Gurlin Gurlotto senza morso. 

LXI. Tutti a connumerar troppo starebbe, 

Tanti ne son che mertano corona: 
Fso che ogniuno ne attediarebbe. 
Però una conclusion qui vo' far bòna, 
Ghe ogni fante al paragon starebbe 
Gon ogni franca e feroce persona, 
Ghé in arme usati son pien* di ardire 
E certo il fior de Italia, a non mentire. 

LXII. Se come son disposti dir volesse, 

Toria ne V arena a seminare : 
De, guarda che a niun mai se dicesse 
— Piglia tuo' arme e va a scaramuzare ! 
Era beato quel che gir potesse 
Ascosamente senza altro parlare; 
Si che questo vo'dir senza bugia, 
Ghe mai veduto fu tal fanteria. 

LXIII. Queste è le belle genti che di dentro 

Aspectano a le mui*a la battaglia; 
Ma in cotal laberinto or non entro, 
Ghe dichi come ogniuno se travaglia : 



69 

Suona e rebomba sin V infernal centro 
Per quei dì la città e di la prataglia, 
Che di Vulcan non suona si ci martello 
Quando lavora in cima a Mongibello. 

LXIV. Arme qui de ogni sorte se travasa; 

Concorso su e giù che mai refina : 
Non vedi qui alcun dormir in casa; 
Il giorno al sol, la notte a la pruina : 
Manzar e bever gli è a panza rasa 
Da ciascun' ora di sera e mattina : 
Son contestabeli a' repari intenti: 
Via, lavorate, su, figli valenti! 

LXV. Quelli di fora in questo bombardavano, 

E quei di drento il saluto rendivano : 
Continuamente fanti for saltavano 
Et animosi a scaramuze givano, 
E con onore sempre retomavano, ' 
Che molti e molti nemici uccidivano : 
Di quel eh' io vedea non creder manchi, 
Tanto son animosi, arditi e franchi. 

LXVI. E loro ogniora con bombarde bòne 

Di Codalonga per fianco traevano, 
Quale di Padua bella è un cantone. 
Dove quei drento fabricato avevano 
For di la porta un forte e bón bastione 
Ove una gatta sul lanzon ponevano. 
Chiamandoli d'ognìor con tal sermone: 
— Chi voi la gatta, venga al bastione. — 



70 

LXVn. Pensa se quei di fuora han dispiacere, 
Che ognora a la battaglia cran chiamati 
E che sapevan certo niun temere, 
Ma tutti contra loro più infìamati, 
E quella gatta sul lanzon vedere. 
Che li diceva: — su su, a far che stati? 
Che aproviamo chi più in arme vaglia, 
Dcsutil, sporca, brutta e vii canaglia ! — 

LXVIII. Come queste parole sopportare 

Lor ne potessen, fra te lo considera : 
De stiza ciascadun vedi infiamare, 
E ogniuno far vendetta si delibera, 
Ch'ai tutto quel bastion voglion pigliare; 
E nisun altro eh' a questo desidera. 
Se non battaglia darli presto presto, 
Qual a contarvi in Y altro canto resto. 



s 



Come desidra e! silibondo cervo, 
Signor, i! (onte de belle acque vive, 
Cosi (lesiilra l' alma del tuo seno 
Sedar 1» sete a le tue sancle rive ■ 
Àrida è facla ogai mia polpa e nervo, 
Ne pili la dexlra man sa quel che scrive, 
E seiìis guida andar veggio il mìo legno 
Se aiuto ornai non porgi al basso ingegno; 

Glie la battaglia possi racontare 
Clie dar voglion nemici al bastione, 
Che al lutto quello cercoa di pigliare 
Dove son per morir tante persone 
Che senza te non le potria narrare : 
Però io a le ricorro in genochìoDe 
Cbe acordi al canto la mia rauca cetra, 
Che narri la battaglia orrenda e tetra. 

A' vinti di Septeinbre li Spagnoli 
'natili a l'Iinperator se avantórno 
Che eran deliberali tra lor soli 
Di la gatta il baslion pigliar quel gìomoi 
B se denari avran, che in cima a' poli 
Ascenderano senza alcun soggiorno, 
Che voglion dimostrar ignei che san fare 
Se un bastloucello poterau pigliare. 



72 

IV. La sacra maiestà ben non intese 
El parlar in bisquizzo di costoro: 
n bastion pigliarse a le di(Tese, 
Dissen, no avendo chi oviasse a loro, 

E può' di andar in ì;iel pigliar l' imprese 
Se avessen ale, senza alcun dimoro: 
Or via, in schiere messi e ordinati 
In verso dil bastion fórno inviati. 

V. E con ramponi, rotelle e pavesi, 
Targoni, imbrazature e scale in mano 
Verso dil bastion venean distesi 
TuttM Spagnoli con qualche Alemano 
Or vederemo come fian diffesi 

Da quei che mai non spargon colpi invano, 
S' al tutto il bastion potran pigliare 
Come se ha udito ciascuno avantare. 

VI. Quelli de drento non stanno a dormire. 
Ma il Gitol più con la sua compagnia 
Che quel bastion con suo grande ardire 
Vói pur diffender da quella genia, 

Dove ciascuno exorta a ben ferire 
E che voglian mostrar sua galiardia, 
Che tutto han li dentro apparichiato, 
Arme al bisogno e foco lavorato. 

VII. Or mentre che stan tutti apparechiati 
Con bòne ronche, spedi e gran lanzoni. 
Eccoti che al bastion son arivati 

Tutti i Spagooli con targe e targoni, 



73 

E ^ le scale eran già montati, 
Slanzando V arme per tutt' i cantoni, 
Gridando ogniun : — viva V Imperatore, 
Ch' oggi acquistiamo un trionphal onore ! — 
Vili. Non mai con tal furor o ver tempesta 

Se mosse alcun cingiar tutto imbavato 
Verso del cazator che ha il spedo in resta 
Quando da' cani forte vien cazato, 
Come di drento ciascuno si desta 
Per amazar ogniun che é su montato: 
Ira, sdegno e furor ogniun asale, 
Che assai ne fan descender senza scale. 

IX. 0, quanti morti nel fosso cadevano 
Che giuso del bastion eran gietati 
Apena eh' e lanzoni se vedevano. 
Tanto èn da fanti con furia menati ! 
Saxi da ogni banda ancor piovevano. 
Dardi, sagitte, che coprin i prati : 

Né cosi presto un montava suso, 
Come in un tratto era butato giuso. 

X. Non ti vo'dir s'el foco lavorava 

E quanti in quel fosso s* abrusavano : 
Come sul bastion alcun montava. 
Subito il foco si gli apresentavano; 
Talché ciascuno di quel dubitava. 
Ma pur avanti tutti se cazavano ; 
Che cosi presto pigliar non si pòle 
Quel che pigliato avevar! con parole. 



Ouivi di vita nisun conio lìisse, 
Perà mai colpo non si mena in vano : 
Pensa tu come ogniuno si provasse 
Drenlo dil bastion por ogni mano : 
Alcuna lingua non è che narrasse 
Ouel fece da Speliti Sebastiano 
Ne l'arme Torte, galiardo e possente. 
Capo di squadra del Cìtol valente. 

Quel facea Cilol troppo & manifesto; 
Cile era per tulio dove bisognava, 
Tui^ eioriando con parlar onesto. 
Si che ogni fante allor più se inGamava: 
Era po' inver' nemid aspro e nibesto, 
Che iticonlra de ciascuno (ulminaTa, 
Con foco e ferro ciascadun caciando ■ 
Chi da Ini campa, a Dio lo aricotnando. 

Pensa die le bombarde lavoravano 
Atorna del bastion per ogni via : 
Omeni e scale ad tm tratto portavano, 
E cosi el fosso de Spagnoi a'impia : 
Adosso foco e polver li bmiavano 
A ciò cbe più a penar niuno stia; 
Perché se alcun non era ancor ben morto 
tu foco gh era l'ultimo conforto. 

Ardii, balestre, schiopelti lavora, 
Archibusi, spingarde, spinprdoni, 
Piovevan saxi, dardi, foco ogniora; 
Ranche vedi menar, spèdi, lanzoni : 



75 
Chi morto cade, chi 1 compiigno plora ; 
Giamai non fu seolilo si ^'raii Ldni 
Cbe fesaeno il Furor che <|tii se udiva . 
— Amaza, diilli adosso, e Marco viva ! — 

Non é in Arabia cosi orrende fiere 
Che mcnasseti pìii Tiiria, Urw) e vampo, 
Come i marcheschi in le spagnole schiere 
Paion saeiie die tran doppo el kinpo ; 
Che a li Spagnoli lolsen duo' bandiere 
Facendo intorno del bastìoa far campo, 
Che ogaior rebulan lor e li Tedeschi 
Che iodreto fan gran salU schiavooeschi. 

Durò cerca duo' ore 'sia battaglia 
Che data fu nel dismontar del sole: 
Sentendo li SpagnoU tal trava(;lia, 
Se retirAmo, che nisun più vùle 
Aspeclsr l' anne che tutti li taglia ; 
Che scioco è chi vùl far quel eh' ci non pJ)le, 
E chi non vói stimar il suo nemico 
Spesso di vita ne resta mendico. 

La notte, come ho ditto, era apparula 
E li Spagnoli adrelo enm tirali. 
Che maledìvan questa sua venuta 
E di San Marco i lerocl soldati : 
Chi manco ha un brazo, chi la testa ferula, 
Pid che castagne altri èn brustolati : 
Assai nei fossi sono poi rimasti 
Con arme, saii e foco tutti guasii. 



76 

XVIII. Morti ne fórno cerca cinquecento, 
Ma più de do migliar' ne fòr destrucli : 
Cosi acade a chi ha troppo ardimento, 
Che pur se vói stimar infm i putti : 

Da David io piglio 1' argumento, 
Che amazò quel che amazava tutti : 
Se vói far guerra ben, ma aver rasone, 
Né andar a quella cosi a stramazone. 

XIX. Lassiam che ogniun se fazi medicare. 
Che voglion bòni medici tal botte ; 

E quelli pel bastion morti spoliare 
Le curacine dissipate e rotte: 
A l'ordin drento non si resta stare, 
Non differentia vi è di giorno o notte ; 
Al loco suo ogniuno sta provisto. 
Che un vigilante mai perir se ha visto. 

XX. In Padua tutti han grand' alegreza 
Che li inimici sono sta cazati: 
L'Imperator con sèi ne ha gran iristeza 
Che de' sóì tanti ne sia sta amazati ; 
Pur con bel modo ciascuno acareza 
Che non siano per questo spaventati. 

Né che in servirlo alcun se fazi stracco, 
Che tutta Padua gli vói dar a sacco. 

XXI. Drento non si trovò quattro mancare. 
Che tutti eran coperti nel sicuro : 
Passata quella notte, a bombardare 

Più quei di fora comenzórno il muro 



77 

Che presto sei credevano spianare, 
Ma più che non pensavan era duro; 
Pur di e notte forte bombardando 
Gran parte ne venivan minando. 

XXII. Donde che la battaglia generale 
De ora in ora ciascuno aspectava ; 
Tutte le cose che posson far male 
Àpresso di repar' se apparechiava : 

Dio, quanto V uman ingegno vale ! 
Trombe di foco so che non mancava, 
Vasi con foco, polvere, fasine, 
Trigoi dì ferro acuti come én spine. 

XXIII. Pieni de chiodi, travi in ogni lato. 
Carchi ì repari de saxi da trare; 

Ivi abasso ogniun sta apparichiato 
Per dimostrar quel saperàno fare: 
De cosa alcuna non si è mancato 
Per voler tutta T Italia salvare, 
Che, a dir il ver, come questa è destructa, 
Bì oltramontani è pur la Italia tutta. 

XXIV. Che fai, Italia mia, a chiamar costoro? 
Or non conosci che ti sfan del tutto? 
Che fai, Italia, a darli il tuo tesoro, 

Ch' el tuo giardino ormai han pur distructo? 
Che fai, Italia, che di te mi acoro, 
Che oltramontani sia nel tuo rìducto? 
Su, falli festa e basagli le mane. 
Che Oglie e mogUc tue facin putane! 



Italia, (liangi, Lrista, mescbinella : 
Italia, pian^'i i tuo' gruvusi affanni: 
Italia, piangi, che sei Tedoiella: 
Italia, piangi, die ognior seoti danni : 
Italia, piangi, che ognìjii ti martella: 
Italia, piangi, cbe nua hai pili panni : 
Italia, piangi, i: prega il gran Monarca 
Che in porto salva guidi la tua barca. 

El mar turbalo vedo, e le lue sponde 
A tal fortuna non pón più durare: 
Di quel troppo li noce le grande onde. 
Che in breve la vedrii pericliiare. 
Se Quel ciie le sue gratie u noi infonde 
Per sua piala oon la Terrà aiutare : 
K\ mar è grande e la notte se imbruna, 
li) ognor pili cresce e gonlìa la fortuna. 

Perché non suona adesso quella Lromba 
Ch'el giorno del iudicio sonerà, | 

Cbe or salti fora de ciascuna tomba 
Ognuno che in quel tempo surgerì? 
Dico de quei die suo' fama rihomba 
E che in etemo sempre durerà. 
Che for de Italia barbari caidrno 
Con ^Tan mortalilate e con gi-an scorno. 

Ove È Camillo? Ove é Manlio TorqiialaYj 
Ove e Fabrilio ì Ove é Marco Marcello? 
Ove è il bfln Mario? Ove é Lucio Dentalo J 
Ove È or Quinto Fabio? Ove è Uetello? f 



79 
Ove é il Corvino ? Ove è quei Cincinato '! 
Ove È Claudio Neron di grun cervello? 
Ove én Romani a' barbari si icfesli, 
Gbfl or non aiutan li Italiani toesti? 

Ove è quel si eicelienle imperatore 
Di lulio Cesar, che per ogni piaggia 
Del barbar sangue a 1' erbe die colore 
E rrenìi si la su]ierbJa malvaggia 
Di Germania, di Francia e il van Tui-ore 
De ogni uatioD indomita e selvaggia? 
Che morto non soccorre Italia morta 
Che oggi pili alcun non ha che la conforta? 

Padua, sta Forte, cb'el vanto averai 
D' eìser de Italia la salute siala ; 
Orsù, veri Italiani, arditi e gai, 
Che dimostrati questa e quella fiata 
Quanto che vaglion vostre forze ormai 
Centra la gente intorno vi è acampala, 
Che questo vi sarà un onor etemo 
Et un gran scorno a loro in seropilemo. 

Meglio se puf), se vfll saper scrimire 
Quando se vede aver disavaolaggio : 
Orsù, venitiano magno sire, 
Vedo cb'el ti bisogna andar adaggio; 
Fa che per niente non le abbi a smarìrc, 
Cile intrepido pur veggio il tao coraggio, 
E la povero Italia a te se inchina, 
Benché gran parie compri lai minor 



80 

XXXII. Con lo aiuto di Cristo e de altri santi 
Comenzasti il tuo stato a dilatare 

È in pace governato già anni tanti, 

Si che non creder ti deban mancare; 

Ma se per colpa pur de' celi erranti 

Ad ora el ti bisogna travagliare, 

Non ti mirar, che questo è corso umano, 

Che alquanto un stagi infermo, alquanto sano. 

XXXIII. Tue genti in Padua stan ben ordinate 
E poco temen quelli son di fora : 

Mai non avesti genti più pregiale 
Come son queste ch'el tuo campo onora: 
El conte e i Provisor' con sue brigate. 
Ti so ben dir, che niun di lor dimora 
Di ben proveder in ciascadun lato, 
Tal che ogniuno si vede afacendato. 

XXXIV. Si che non dubitar, illustre stato. 
Che defendrano le mura e la terra : 
De cosa alcuna già non si è mancato 
Per caciarli tuquanti più soterra. 

Or a' Tedeschi sarò ritornato 
Che a Padua bella menacion gran guerra 
E con parole fanno gran tagliare. 
Come udireti se stati ascoltare. 

XXXV. Un'altra volta ancor deliberórno 
Di venir a pigliar il bastione, 

E messi in orden senza alcun soggiorno 
Ne venne di lor tutti un gran squadrone 



' Gbe le 'Scale in uq trailo li apo^giornu, 
Cbé andar creilevan a Tar cotatìonc ; 
La gatta comenzavano a Terire 
Quando quei drenla comenairno a dire: 

— Adaggio, adaggio, chÉ far con noi conto 
Prima bisogna, o brutta e vìi canaglia I — 
E cosi tutti se levój'no a un (tonto 
Per veder cbì de lor piti iti arme vaglia: 
Primo, secondo, teno che fu gionto 
Finite in quel' instante la battaglia, 
E quanti come el capo su mettevano 
Indreto lauti se ne rebatlevano. 

Cosi ciascuno il suo poter mostrava ; 
Ha quei di fora non potean durare, 
Ch' el foco r arme e scale e lor brusava : 
Né li voler di ciò maravigliare : 
Che ogni tromba lai vampa buttava 
Che tutte 1' arme Taceva afocarc ; 
Si clic ciascun trabocca brustolato, 
Tanto gli abonda i! foco lavoralo. 

I, Donde cbe presto a retro se tìrflrno 
Quelli che eran resIaU con paura; 
E li feriti a medicarse anddrpo. 
Et a lì morti se die sepoltura : 
Drento dil bastion stan nostri intorno. 
Che vonzer pur si dico cbì la dura ; 
Tal cbe gli para ogniun esser al ballo 
Quando combatten, che gli han (allo un callo. 



Sempre che al bnstion se combnltevii ; 
Gli altri slavoii in snae a sue bandiere : 
Ogni (Imo d' arme al suo loco ne sleva 
E' baleslreri ancor ne le sue schiere : 
Da 1' orden nisun fanle si moteva. 
Che mai di questo fo il pid bel vedere ; 
ThI' ordiouDia, che ognor se adunava 
Quando che — a l'arme, a l' arme — so cridava. 

Sellati li cavalli sempre slavaao 
F. l'òfam) con l'arme ognora indosso: 
Quel che di For Todcschi fabrìcavaoo 
Cossi in un tratta dirvelo non posso; 
Ma cli'el piovesse credo che ospectavano, 
A ciò che de aqua se ìmpisse ogni fosso, 
Che per levarse avessen scusa oiiesla 
De non poter piO star a la Foresta, 

Già passi (|uattrocenlo e piO dì muro 
Avevan aballuto a raso terra; 
Et io r ho misurato, or sta sicuiv, 
Che in cosa alcuna el mio cantar non erra: 
In dirli il ver del tutto mi procuro ; 
Né poDlo vengo a manco di 'sta guerra, 
Che il tutto vidi, perché era presente. 
Che io numero ancor Fea tra l'altra gente. 

Di scaramuze piiì non ti vn'dire 
Che se Fanno al Portello el Jn Poi'tia ; 
Tu vedevi ad ogniora fanti uscire. 
Che non cercavon altro, in Fede mia. 



S3 
Se non mostrar il suo feroce ardire : 
Un ['l'alo un giorno ìnanli li fu spia 
Pur eoa sue arme in man, chó in la Certosa ' 
Cercò se dentro tì era genie ascosa. 

Questo di r excellenle capitaao 
Dil bergamasco Laclantio ramoso. 
Come vi narro, gli é car capellano, 
Galiardo, totie, agile e nervoso, 
E più che cervo corre sopra il piano; 
Qual, poi elle non trovò alcun ascoso, 
CoD li compagni avanti ebbe a passare 
Cbe giun cercando ila scarainuzare. 

Nirnte vedendo ancor, se (ea pili avanti 
Pur per veder se qualcun pòn trovare ; 
E così ne ariiòrno tulli quanti 
Ov'e nemici stanno a bombardare: 
Dil che, agionti, ne amazòrno alquanti, 
Poi comanzion le bombarde a inchiodare 
Con ponte de luserli et alabarde 
Che scavezavan drcnto a le bombarde. 

Otto tioinbardo grosse gl'incbiodi^rao: 
Pensa, se avevan cbiodi, quel che Teano I 
Tutta quanta la polver gli abrusdrno; 
Rallolte ancor non poche gli tolleano; 
Doppo verso la lei'ra se tii-órno. 
Che, a dir il vero, troppo facto aveauo ; 
Cile eran andai! sin ne le lur mani, 
E avénli olTesi, e ritornavan sani. 



Cosi ogni (fi orno qualche spilìciala 
Pur se li deva, e non pareva niente : 
Spesso for dìl Porlello iisuia brigata 
Che Teano in arme metter preslamcnle 
Tutto il SUD campo, e poi una ronziala 
Lassayan di bombarde incontinente. 
Che for di tossi sprovisli ì tnnaTa: 
Cosi per varie vie se ne amaiava. 

Era gran cosa che inquanto fanti 
Andasseno quel campo a resallare! 
Aveva questo ardir pur tutti quantì 
Di non voler oltranioritan' schivare: 
Or vai ne aveti pieni libri tanti, 
Glie in arme un Italian non trova il parea 
Qui se sedeva vinti bdn. Italiani 
Gazar e romper cento oltramonlaai. 

Di ciù far non bisogaa contenlione. 
Che mai barbar' vincano battaglia 
Se lUiliani son in untone, 
Che in guerra ben se sa quel che ogniun vaglia: 
Italia é quella che fa tal questione 
E che cotiira di sé ognor travaglia: 
Ha questi più chiamar non vo' Italiani, 
Anzi bastardi pur de oltramontani. 

Ti duol iu dico il vero? alibi palientia. 
Che dir le ho promesso nel pj'incipio: 
Un più di r atU'o tutti a concorrentia 
Barbari andate a luor sin nel suo ospitio! 



Ancor de Dio non odo la senlcolia, 
Benché alcun la udiri 'nani! el iudìcio. 
Che mendicando n' anilrn vagabondo : 
Via, perfido Italian, die me conrondo ! 

Non conossi i costumi dì costoro? 
Non conossi el superbo dominare? 
Non conossi clic voflion Ino tesoro? 
Non conossi cbe san se non mal fare? 
Non cooossi cbe son genie per oroì 
Non conossi che tUlia «òn predare? 
Non conossi che esser voglion patroni ' 

Di te e de tue donne e de tuo' boni? 

Non conossi, non vedi in tuo conspeclo 
Sfonani le lue figlie e le tue moglie ? 
Non cono^i, nen vedi al tuo dispeclo 
Robartì tuo' danari e care gioglie? 
Non conossi, non vedi con elTecto 
Le' sue ingorde e pollrouesche voglie ? 
Non conossi che Padua ognor le gusta, 
Che quasi per cosioro è già comliusta? 

Qual cor, più dur se atrova cbe adamante 
Che degli ochi non fesse una fontana 
Vedendo lei e le ruine tante. 
Qual impossibel son cbe mente umana 
Pensai' mai se le possa tutte quante 
Se pria con gli ochi non le mira e spiana? 
Le miu^ intorno intorno piangon tulle, 
Chiese, paluzi, case cbe èn dislrutte. 




Ab, clemente pastor, or il tuo ot^oglJo 
ItufroDa nlquanto se sei ver crìsiiano ; 
Vengali de 1' [lalìa ormai cordiglio, 
M lì mostrar ver' lei più tanto strano! 
Che le gran crudeltade dir non voglio 
Glie sente ognor il popul italiano, 
Stupri, adulteri, ucision, rapine, 
Incendit, sacrilegi i e gran ruitie. 

liiÒ che a san Pietro il tutto hai niiguistald 
Sopr» dil mare butta il tuo bel manto 
E fa' che quello un poco sii placato, 
Ch'e marinari otnai sedano il pianto, 
Che (piasi il legno suo o' è profondalo 
Per la fortuna che gli è d'ogni canto; 
Né alcun per te ghe yoI porger subsidio 
l'er aiutai'li in l' eminente excidio. 

Fa' che per te sia recto il suo temone, 
E tu ili porto guida la sua barca; 
DiiUi la tua sancta absolutione, 
E del gran pondo che hnn lutti li scarco j 
Ciascuno ananU le sta in genochioae. 
Che i falli lor tua sanclità li parca; 
Si che perdona a lor, o padre sanclo, 
Che di tue laude n' unipia ogni mio canta 

Se un puoco la passion mi fa vagare, 
Non ti mirar, benigno mio auditore. 
Che tante guerre mi fan lacrimare 
E di cordoglio me ne creppa il coro: 



Oi' uè la iHiru voglio l'Clornare, 
Cba è circondata da l' Imperatore, 
E de ora in ora iis^euta la battaglia. 
Dove io vedo ogiiìun clie se travaglia. 

1 gionii de ora in ora aproiimaTano 
Dì dar sua paga a ciascun bAn soldalo; 
E'Proyisori littere mandavano 
Secreta me ole al veneto Sena la 
De li ilenari cbe allor bisognavano, 
E che in mandarli punto sia tardato, 
Cile adesso più n'é tempo da sparare. 
Né ancor da spender, ma ben da veraaru. 

Agionte fur le litiere e ben lette 
Cinquanta groppi in un Irnlto aconztlrno, 
E troppo a indusiare non si stette. 
Che i Pi'ovisori del tutto avìsòrno 
Che insieme buo[ia compagnia si assette, 
Che fuor di Padua escano il tal giorno, 
E che vctigino incontra tutti armaU 
A li denari, che non sian predati. 

Fu provoduto al lutto inmantinente 
Doppoi che se ebbe (al littera intesa: 
Gllessen di! bel campo molta gente 
Che andar dovessen presto a questa impresa: 
Di quel bisogna non si tarda niente, 
A ciò di cosa alcuna se abbi offesa. 
SCradiotti, halestreri e buon soldati 
Insferae lutti in orden ben schierali 



88 

LX. Tacitamente fuor dì Padua usctrno 

Tutti seguendo li suo' capì e guide, 
Tal che al loco, ov' e denari, girno 
Con alegreza che ognun canta e ride: 
Or come puoi Francesi gli asaltrno 
Con fiero assalto e con orrende cride, 
Ne l'altro mìo cantare Todireti 
Se ad ascoltarmi presto tornireti. 



Signore, fame salvo Del luo nome 
G me in tuu v'Mù iudicu nncorn; 
Fa' che per le le mie voglie sien dome 
Con sterne che in eterno io non mora. 
Già che lo errore del vietato pome 
Ne perdonasti doppo gran dimora; 
Cile per trarne dal Limbo te incarnasti 
E nato fusti, morto e suscitasti : 

Fa' che possa seguir con gentilezza 
tu dir la verilii de ponto in ponto, 
E che Of^iun pigli contento, allegrezza 
Di queste guerre che ai presente cotilo; 
Fa' che possi rimai' con gran prestezza 
E che al Tme presto ne sii agionio: 
Tu lo mio ingegno e la mia mente aguzza 
Che narri dei denar' la Scaramuzza. 

Sempre nel mondo é uhi studia in mal l'are 
E che df e notte altro non procura ; 
Ma questi tali puoco pùn durare, 
Che cosi >0I la sua mala ventura: 
Spesso a le Forche se vede arivare 
I He questi che in tradir sejnpre lian sua cura 

in chiesa, in piada, in casa, a mensa, 
KVa in Un mal ha chi de mal iìir si pensa. 



(Ir TÌ3. puoi che ogniiin è lien pngaio 
E elle a le line sempre mal ariva, 
El campo (le'Todeschì (a avisDlo 
Como ì denari a Padua ne lenìva, 
Si die gran genie si metto in agualo; 
E cosi par eh' el tradjior gli scriva, 
Qual fu un pailuano, ila Ponte nomalo. 
Ole a Venctia puoi ne Tu inpìcalo. 

Come el russe scoperto lasso slare, 
Basto che dette de gli calzi al vento: 
Ha vo' seguir che senza alcun tardare 
De' nemici el consiglio non fu lento ; 
Che se ebbe mi gran squadro D a rassettai 
De loro tulli con grande ardimento. 
Quali armati a cavallo ne monismo 
E fin dove li parse cavalcdmo. 

Se messcn puoi io agnato quieiamenle 
Serati ben insieme el ordinali. 
Che si credea ciascuno cerlamenle 
Già ne le mani aver questi ducati; 
Perché pensaTon sprotedutamenle 
Che lor venisser mali acompagnati: 
Ma I' uom pntdenle ogni fortuna scapola 
E rare volte cade ne la trapela. 

Or lasamo imboscati star costoro 
E tornemo a'soldali venetiani. 
Che eran agionli ove si scarca l' oro, 
Che fu di Caslelcaro pur nd piani: 



El signor Lucio, pi'imo Ira di loro, 
Col resto de quelli allri capitani 
Se acordArno insieme sen^a molti 
Se dia questi denari a' slradiotti. 

Che ciascaduno un groppo m portassi, 
Perché eon suoi cavalli melten ali; 
Cossi contenta ogniuno a cossi Tassi : 
Molli ne eliesseo, a ciascun de' quali 
Un groppo de denari allora dassi, 
Che eran presaghi de Tuluri muli : 
E, [alto questo, sono ben scliierali, 
E terso Padua ne tóma inviali. 

Li stmdioui eh' e denar portavano 
'lianli venevan senza ordine alcuno; 
Gli altri serati stretti seguitavano, 
A ciò che in maggio sì pensasse ognìuno 
Fosse i denari, e cosi aprosimavano 
Ove Èn quei U ban partiti insin ad uno; 
E un'ora mille li pareva a loro 
Che aproximase questo gran tesoro. 

Non con tal furia el pelegrin falcone 
In aito sceso mai calasse al hasso 
Con tal tempesta adosso a l'argirone, 
Come si tnosse con furi» e fracasso 
Di Tedeschi e Franzesi il gran squadrone 
Per pigliar quel che tanto piacque a Crasso, 
Urlando in meggio Ìor con gran furore, 
Otrniim avendo li denari al core. 



Non cosi fino e Termo sia un gran scoglio I 
A Ig grande onde (lunndo freme il maro. 
Come i marcbescliì supporlon l'orgoglio 
Clje soglioD far costor nel primo inlrarc: 
Or qui bisognarebbe ini[)ir il loglio 
Chi sia baruffa volesse narrare. 
Il cridor, il menar, il gran ferire. 
Il cader, il levarsi, il gran morire. 

Mai fu veduto ancor più cruda fcsln : 
Chi spaila adojira, chi sloco e chi lanzia ; 
Chi è ferilo in bruzi e in gambe, in lesta; 
Cbi chiama Marca, e chi crida Franzia, 
Né dì menar le man ponlo si resta, 
Tal che più cresce questa acerba danina : 
Di lor, la sete Francesi agitava 
Et onor grande marcheschi spronava. i 

El signor Lucio, capitan di vaglia. 
Ben si adoprava cou suo sloca in mano: 
Urla, sbaralin, sfeode, frappa e smaglia. 
Che tanto non fé' mai Eclor troiano, 
Né lulio Cesar con Pompeo in Tessaglia, 
Come faceva lui sopra quel piano 
Cariando or questo or quello con furore, 
A" suoi prestando forza, animo e core. 

Or combattendo sempre più afocato. 
Acceso d' ira, con impelo granile, 
Tira, revolia, sprona in ogni lato, 
Menando ben le mani a tulle bande, 



93 
Glie già in mecgia lo avcvan seralu. 
Si i^e in vano colpo mai non spnnde; 
Ma adesso ìnlln lì aborida tanta gente, 
Clip fallo fu presone incontenenle. 

Non troppo eran discosti i suoi saldali 
Cile combalteTnn con ardite voglie, 
Che subito di ciò fórno avisali, 
E dil suo capitan seulon gran doglie; 
E mossi come lori infuriali 
Percbé a emìci non pori e n lai spoglie 
Con ira e sdegno ogniuno li va adosso, 
Tal cbe in un tratto 1' ebbeno rescosso. 

Qual subilo con loro se cacava 
Facendo le vendette di tal' onte: 
La polver e il furor se augumenlava 
Purché ognor giva gente ad Acheronte; 
Adosso l' uno a l' alti'o martellava 
Che intorno risonava il pian, il monte ; 
Ma de' nemici piil abondan persone 
Cb'el signor Lucio ancor fecion presone. 

Se adreto lui restava, or pdi pensare, 
E se con lui è ponto de terrore: 
Disposto al lallo li denar' servare, 
Non stimava de' Galli il gran furore ,- 
Avanti sempre el vedevi cazarc 
Per aci^uislar gran fama, grand' onoro ; 
Morir deliberava entro ijnei piani 
Pur che i denar' in Paduaarivan sani. 



l}a' sui soldati ancor Tu liberalo 
El o' nemici trailo ile l'artiglio: 
Il cavalicr da la Volpe pr^ialo 
Mostra i|uel vai con arme e con consiglio, 
Di sangue e polver tutto e imbrodolalo 
Facendo dove va crudel scompiglio. 
Che u tnolli fu di sangue sopraveste, 
Tagìiando gambe, braze, buslj e tesle. 

Li sLradiotti con denari avanti 
Ne oran venuti sema alcun impui; 
Dìl eh' e soldati in Padua tutti i|uanti 
Ne Tanno Testa, gìoglia e gran solaio, 
Dicendo : — or locaremù di bisantj 
E a nostro modo polerem far guazo; — 
Dove voglio ora cbe cosi i lasiamu 
E che un poco a l' assalta ancor lomiamo. 

Durò gran pea) <|ue$to gran conlhclo, 
E Analmente arìetro se tiravano: 
Ciascun da la fatica é imbalordito 
E di gran caldo lutti se avampavino: 
Ogni cavallo è, pili che stanco, aftUcto, 
Che con fatica iu piedi riti slavano: 
Tanto é il gran caldo, sudar e faticu. 
Che ognun pareva aver la faita ostica. 

1 Francesi eoa gli altri nel loj' campo 
Torndrno con vergogna e danni assai, 
Ch'c denari de man lì lian fatto scampo. 
Che aleuti di lor gifi sei pensava mai; 



ì 



SI che àe sLiza ogniun buttava vainjiu, 
HalGcIicendo il wl e i uhiuri rat 
Che Tar tion han potuto tal battino ; 
Idìo biasleman forte in suo Ialino. 

LaaiàDli biastemaj', po' eh' el cridore 
De un aseno nel ciel mai oon ariva: 
Questi son i|uei denari che dèn core 
Dreolo di Podua a U gente gioliva, 
E uh' 6 soldati de l' Imperatore 
Por non averti de letitia i priva ; 
E come quei di for ne hanno imteKi, 
Cosi quei drento ne han grande aJegreza. 

Considera <[uel valse il scapolare 
De le suo' man trenta mille ducali; 
El ioco vìnto dèn no, a non bllnrc, 
De averli persi averli entra guidali : 
A quei di fora or voglio rilornare, 
Che mo\Ii di lor son deliberati 
Inlrar in Padua e li dentro Irovarc 
Quel che di l'or non poténo pigliare. 

La terza fiala, a giorni vinlinove 
Del mese di Sepiemhre, una manina 
Deiiber<^iH) di mostrar sue prove 
Con pili furore e con pii'i gran ruina : 
D'ogni generation di lor si move 
Per cavarsi de V ochto quella spina, 
Qual é pur di la gatta il bastione 
Che era dil suo mal fare ptirgatioae. 



SpagiKM, Todeschi, Picardi, Guasconi, 
fialian, Franzosi e Ferrare^ 
Con quel che fea tnestier ne suo' squadro m ' 
Venia n serali soUì ì lor pavesi. 
Con sa li, dardi, scbiopelli. laiuonì. 
Che de acquistar credeiaa 'sti paesi: 
Appesale le scale, su moulaTano 
Quando quei drenlo ter' lor disseravano. 

Non cosi presto a meggio de l' estate 
Veduto a un tratto (u il tempo turbarsi, 
Grandine e venti far lai leinpesislc, 
Che unquando a questa potesse agualìarsi: 
Menar fede» qui colai lanute 
Che cìascaduD Tana maratiglLani, 
Che di le scale oltra il fosso i butava 
E in sìdo n Marte sen maraTigliaTa. 

Di drenlo nel basiion avean gra Rioni 
Con quali de' pavesi li spogliavano: 
Gli altri puoi lavoravao con lanzoni, 
E ne li fossi retro li bulavano: 
Continua mente par eli' el cielo tuoni, i 
Cbé tulli ì sipor'suoi allor chiamavano: 
Chi Marco viva, e chi l' Imperatore ; 
Chi dice: amaza, e dalli al traditorel 

A piedi dmeni d'arme nel bastione 
Stean armali con quei graffi in mani, 
Tirando drenlo senza remlsJone 
Spagnai, Francesi, Picardi, Alemani; 



97 

Mai fu veduto tal* ucisione, 

Che eran brusati o morti come cani; 

Tanto verMoro ciascun è adirato, 

Che han dil suo sangue il bastion smaltato. 

XXIX. Le bombarde de dentro fuora tranno, 
Che ne l'Inferno non è tal rumore: 
Come che insieme tutte quante fanno 
Àtomo dil bastion cresce il cridore, 
Che molti senton dil morir T afanno: 

A quei di drento Gitol presta core, 
Dicendo: - niun di noi mai più moremo, 
E se moriamo, sempre viveremo ! - 

XXX. Io non ti so descriver quel che férno, 
Che dal furor ogni cosa se move : 
Ercule e Teseon giù ne i' Inferno 

Non credo mai facessen si mei prove. 
Né mai fioco si forte a megio inverno 
Come qui ognora saxi fioca e piove, 
Con tante sorte ancor de artelarie 
Che de' inimici morti empion le vie. 

XXXI. Pur quanto ponno quei di for combatteno 
Che molti inver ne son mastri de l'arte, 

E con ramponi al bastion se atacheno 
Che minato ne avevan gran parte; 
Ma pur quelli di drento li rebateno. 
Che, come ho ditto, son figlii dì Marte ; 
E, in conclusion, adrieto ognun se tira. 
Che troppo è grande de quei drento l' ira. 

7 



98 

XXXII. Cosi tutti tornòn a suo* bandiere. 
Che la battaglia non potean dorare 
E 'I foco li facea forte temere, 

Che arme centra quel non vai menare: 
Or retornati che fórno a sue schiere 
Ciascun ferito se fa medicare; 
Quei di la terra tutti facion festa. 
Ma bombardar di e notte non si resta. 

XXXIII. Quella sera a tre ore la campana 
De' Carmeni sonata fu a martello, 
Come è per tutto qualche gente insana 
Che non ha più discorso né cervello: 
Ma' con tal furia non vien for di tana 
La tigre quando gli è tolto il catello. 
Che meni tanta furia con tal vampo 
Quando va drèto a chi con quel fa scampo, 

XXXI V. Come fora di casa ogniun saltava 

Con le sue arme in man; che tradimento 
Non fosse stato allor se dubitava; 
Cosi ciascuno pieno di ardimento 
Verso di Codalonga se inviava, 
Che mai se non 'sta volta fu spavento; 
Si eh' ci correva grandi e picoUni, 
Preti, frati, arlesani e contadini. 

XXXV. - A l'arme a l'arme! - da ogni banda suona: 
Era di notte; pensa che terrore! 

Tutta la terra de cridar resuona: 
Già il bón soldato è sul coritore. 



99 

Quando ogni condutìor cosi ragiona 
Verso dì Provisori in tal tenore: 

- Signori, ormai vedemo senza scropulo 
Che or arivato é il conte di Populo. - 

XXXVI. Che più de quindecimilia artesani 
Ivi eran corsi, e non ti para strano: 
Di Godalonga entro é coperto i piani; 
E ìnsin a donne, per Idio soprano, 
Erano corse con sue arme in mani, 
Che più non voglion signor alemano. 
Gridando de San Marco a' veri figlii: 

- Ogniun mostri a' nemici i fieri artiglii ! - 

XXXVII. S'el capitano e i Provisor'col resto 
De conduclieri ne ebbeno apiacere, 
Pensel tra te; ch« solamente questo 
Popul di Padua bon è per tenere 

Che mai non entri il gran campo rubesto. 
Se pur vói demostrar il suo potere; 
Qual per te di e notte, o divin Marco, 
Sustien fatiche non di poco carco. 

XXXVIII. Non li venir, illustre stato, a manco. 
Anzi più fagli de quel gli hai promesso, 

. Che notte e giorno mai se atrova stanco. 
Ma lavorando ognora è più indefesso; 
Ne r arme poi ardito fiero e franco : 
In cui veduto Tha, fo il compromesso 
Quello che han fatto tutti gli artesani, 
Poveri e richi insieme con vilani: 



100 
K, Vjbrii o couLidin' come idi dire: 
Conziur di loro non mi so a parlare, 
CtiÉ han dimostralo per le lanto ardire 
Glie una istoria di lor se polria fare: 
Con vituaric in Padua dì venire 
Per uosa alcuna volsen mai restare; 
Se da una buada nemici acampavano 
E lor da l'altre bande tutti iulrayano. 

Or pensi qui oj^niun se Padua é grande, 1 
Se più dì uenlomilia persone 
Non la posson serar da tulle bande; 
Se poi la piglJerau con obsidione! 
Questa è una città de le mirande 
Cbe sia in Italia, e di bella stagione; 
Tre man di mura con ire lìumi intorno, 
Chiese, piaxe, palasi, e in silo adorno. 

Or de' soldati non vo' far seimone 
E le futicbe de ogni conducliero. 
Che leslimonio ne son tal' persone 
Che a par lor poco dina dil vero: 
Hèrtano lutti pregio e gran corona, 
Cbé te han servato il tuo bel stato intiero; J 
Né altra genie drenlo bisognava, 
Che di (or troppo la volpe abagiava. 

Or reiorniarao un poco a i^uel rumo 
Che presto Tu dal Capitan <iuietalo: 
Dai l'rovisori con benigno core 
Tutto quel popui bello fu exorlato 



101 

Che sian apparechiati da tuttore: 
Cosi ciascuno a casa fu tornato 
Ingaliarditi de mai n' aver paura 
Se ben nemici fossen su le mura. 

XLin. Ancor quella mattina - a Tarme a l'arme ! 

Gridato fu ben forte per la terra: 
Non se aspectava qui che nisun se arme, 
Che ogniun con quelle indosso se disserra; 
Che non bisogna mai che se disarme 
Chi de ora in ora aspecla di far guerra: 
Cosi eran tutti in ordine al suo loco, 
Aspectando che ognor se apizzi el foco. 

XLIV. Spesse fiate in arme ancor si messe 

Tutta la terra, e poi non era niente: 
Non creder che a dormir troppo se slesse, 
Che Cesar non fu mai si diligente: 
Né credo che tal' prove ancora il fesse 
Come qui fece il Conte e l'altra gente; 
11 Moro, il Gritti, di e notte a cavallo 
Col Gradenico, senza un intervallo; 

XLV. Gril Contarini in piazia col pretore. 

Io dico Pietro Balbi col Dolfìno, 
Quali non dormen tutte le sue ore, 
Ma ognor exorten grande e picolino: 
Del Duce i figli mostrano gran core 
Col dolce aspecto suo più che divino: 
GH altri patricii a le sue guarde intenti 
Tengon parate e in orden le sue genti. 



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103 

Un brazo gli fu monco in quel' instanti, 
Che fu un caso molto acerbo e strano: 
Poletro Corso in lesta ebbe un quadrello 
Che in duo' parte li sfesse il cervello. 

L. Se non da conto, fór guasti costoro 

Feriti e morti cento mentre trasseno: 
Fórno di la città; ma poi di loro 
Più de sei millia credo che passasseno: 
Or via, con voi non voglio far dimoro. 
Ma ritornar ov' e nemici stasseno. 
Al sacro Imperator ciie con suo artiglio 
Vói prender Padua, e chiama il suo consiglio. 

LI. Qui se apresentan tutt'i capitani 

Che si trovavon nel campo di fora. 
Di Spagnoli, Francesi et Italiani; 
Ma primi fórno, senza altra dimora. 
Che vi se apresenton li suo' Alemani : 
Suo'maiestà in piedi levò allora 
E un cenno fé' di umiltà, e sedette; 
E cosi al suo parlar principio dette: 

Lll. - Strenui e bellicosi imperatori. 

Alti e sublimi capitan' di guerra. 
D'ogni ardua impresa forti expugnalori. 
Duo' mesi son che atorno a questa terra. 
Per volerla- pigliar, su coritori 
L'avemo circondata in ogni serra, 
E le bombarde infin gli avém piantate 
Che han le suo' mura in più parte spianate: 



104 

Lni. Resta per forza a doverìa pigliare 

Che general battaglia se gli dia: 
Quando or questa se li debba dare. 
Me consigliate eh' el se metta in via ; 
Che niente averà valso il bombardare. 
Se la battaglia data non li Ga, 
Che scioco é il comenzar per non dar fme : 
Del muro omai vedete gran mine. - 

LIV. Con poco murmurar tutti son mossi, 

E poi in un tratto tutti son quietati: 
El signor Constantin 'nanti levossi 
Doppo che alquanto se àven reguardati, 
E con modo più bel che dir se possi. 
Da vero capitan, con gesti ornati 
In questo modo comcnzò a dire. 
Se debba al lutto 'sta impresa seguire. 

LV. Cosi di man in man duchi e marchesi, 

Conti e cavalieri in quel* instanti 
Questo afflrmavan, che sarian represi 
Se stesseno più niente in farsi avanti : 
Dìcean alcuni: - pigliam 'sti paesi. 
Che doppo ne acquisiamo duo' cotanti! - 
Altri dicean: - se spiani ancor del muro, 
A ciò ch'ei nostro intrar sia più sicuro. - 

LVl. Alquanti respondean : - n' è assai destrutto, 

E facilmento e ben si potrà intrare : - 
Altri dicon per l'altro giorno al tutto 
Questa battaglia se gii debba dare; 



105 

Ch'el suo bel campo insieme sia redutto 
Che tempo non è più da indusiare; 
Gente gli è assai et ogni cosa in ponto 
Si che da farsi non é più alcun conto. 

LVIl. Allor Fracasso, bon mastro di guerra: 

- Sacra corona, disse in cotal modo, 
Che la battaglia se dia a questa terra 
Per cosa alcuna noi consiglio o lodo ; 
E ragion quatro, s' el mio dir non erra, 
Mi move a questo pur senza alcun frodo; 
Le qual, se tuo' corona mi sta a udire. 
Quella le intenderà con ciascun sire. 

LVni. Sa ogniun che fare sempre si de' conto 

Dil suo inimico, e quello existimare: 
Drento di Padua voi sapeti in ponto 
Che gli è il fior di Italia, a non fallare, 
E de ogni monition, soccorso agionto, 
Artelarie che al mondo non han pare; 
Fossi, repar, bastioni e case matte. 
Che mai simile a queste non fur fatte; 

LIX. Omeni di consiglio e in arme experti. 

Pieni di astutie e ne l'arte invechiati; 
E di quel dico siatene ben certi: 
Che unquanco pur da lor séti extimati, 
Ancor di questo non sereti incerti, 
Ch'el popul è con lor; si che pensati 
Che gente tanta poterla morire, 
Ch'el resto ne uscirebbe ad arsalire. 



106 

LX. Di che spazate saresli col campo 

E di vergogna carco in sempiterno, 
E forsi niun potrebbe ancor far scampo : 
Per quanto col iudicio mio discerno, 
So che ogniun di loro mena vampo 
Tal che non mena furia ne l'Inferno: 
Questa é mia opinion e mio parere, 
E prompto son per far el mio dovere. - 

LXI. Gran murmurar fu tra quel concistoro: 

Chi approba e chi nega tal ragione : 
Assai fu el replicar drento di loro. 
Che non laudavon questa suo' opinione, 
Che la lor fama, che è il magior tesoro 
Che possa aver al mondo suo' persone. 
Se battaglia non dàn, fia al tutto extincta 
E di viltade in eterno depincta. 

LXII. Doppo eh' el sir Fracasso ebbe ascoltato, 

Levosse e disse: - alto Imperatore, 
Àdvienché lege mai n'abbi imparato. 
Né argumentar da logico doclore, 
Dirò quel eh' el mio ingegno m'ha dictato, 
Che eleger suolsi de mal' duo' el menore : 
Se non demo battaglia arem rampogna, 
E chi la dà ne avrà danno e vergogna. - 

LXIII. Dicto ebbe questo, se puose a tacere; 

Che ben resposto gli fu immantinente. 
Cossi ogniun diceva il suo parere. 
Che in dar battaglia se resti per niente. 



107 

Che dubìo non é alcun, che un tal potere 
De tanti regni con si bella gente 
Non pìgli Padua presto senza danno, 
E che fan peggio se più a darla stanno. 
LXIV. Era contrasto grande in quel consiglio: 

Chi dice no, chi si, per tal ragione 
Che già di Padua ne é spianato un miglio ; 
E cosi ogniun fa buon il suo sermone: 
Ma se io alquanto rcposso non piglio, 
Non potrò satisfar vostra intentione. 
Che un poco el fiato mi è forza pigliare. 
Se non che in tutto mi sento mancare. 



CANTO VI 

1. Vergine sancta, figlia, sposa e madre, 

Che nel tuo ventre portasti el bel pondo 
Dì quel che ti fu figlio, sposo e padre, 
Che la salute dette a lutto il mondo, 
Per qual salimo a le beate squadre. 
Che tutti ne andavamo nel Profondo; 
Tu, che mia guida sei e la mia stella, 
Scampa la mia agitata navicella: 

li. Fa' che per te in porto sia conducta 

Et il turbato mare gli abonaza, 
Che da ogni banda é conquassata tutta; 
Ogni arboro, ogni antenna si scavaza 
Per la fortuna grande, obscura e brutta: 
Però gli mostra la tua chiara faza, 
À ciò possa tornar al mio bel canto 
Col Padre, col Figlio, col Spirto Santo. 

III. La cesarea augusta maiestate 

Avendo inteso quel che ogniun diceva 
Rispose a loro con parole ornate. 
Che suo' ragion ben intenduto aveva, 
Ma che per due over per tre giornate 
Alquanto in ciò sopraseder voleva: 
Cosi a ciascun monsir dette liccntia, 
E lor la tolsen con gran reverentia. 



Il" 

1^ LiaM;uri(< nioniù ni suo allogiamnUx 

Iiucti.. liaroii'. inanlipsi e cavaiìerL 
FiiCfiido {III: irò lor raponamento. 
.Miisir:i:i{ìu tulli e«ser de quei fieri 
r.hf d. L'il cosa seDioD gran tormenio; 
K. a d.r il ver. pL én de' bon'pnerieri 
Cu ul lutto la battajrlia dar volevaDO, 
^icndo ihe a non darla mal facevano. 

^ Or. quando piacque al summo Redemplore 

Et li b madre >ua. nostra adrocata, 
Ik-Lberossi allor T Imperatore 
I/impresu abandonar per questa fiala. 
Oli' megflio è pur restar con manco errore 
Che in tutto perder quel con suo* brigata: 
f^osi tacitamente senza inciampo 
£1 bando andi* che sì levava il campo. 

^'- Le gran bombarde a rielro fur tirate 

Già strache, credo, de più abatter muro; 
Cosi avanti lor fòr via menate, 
Che iocar pur bisogna del siciuio: 
Trabache e tende Aimo via levate: 
Or di narrarvi il tulto non procuro 
Come ogniuno se move per ({ueì piani, 
Spagnoi, Francesi, Todeschi, Italiani. 
MI. Ogniuno se travaglia in qua in là; 

Ogniuno se rivolta su e giù; 
Ogniuno lega ciuelle cose che ha, 
Perché ivi slare non bisogna più: 



Ili 

Chi n'é coDtento, e chi doglioso sta 
Che la battaglia data non li fu: 
Pur, cargi i cariagi e i lor somieri, 
Verso Vicentia pigliòno el sentieri. 
Vili. Questo fu di Ottobre il di secondo 

Che 'sto gran campo da Padua levosse, 
Nel quale gente pur di tutto el mondo 
De* primi quatro re entro trovosse; 
Dove mai Padua, per il grave pondo 
Che li fu questo, unquanco non si mosse: 
Cosi el campo parti, degno auditore, 
Che arebbe messo fin al ciel terrore. 

IX. Or sia laudato Idìo, alto e soprano. 
Che riguardar non vói a' nostri errori; 
Or sia laudato Idio, che sparle in vano 
Noi vói sian nostre lacrime e dolori; 
Or sia laudato Idio, ch'el suo cristiano 
De tante turbation vói cavar fori; 

Or sia laudato Idio, vero signore. 

Che aiuta al fin chi 1* ama di bón core. 

X. Festa, alegreza, gioia e gran conlento 
Che bassi in Padua non potria narrare; 
Che incerto essendo il fin, senza spavento 
L'omo prudente mai non pò restare: 
Desordine si teme e tradimento, 

Si che non manca mai che ruminare; 
Però se pieni de letitia stanno, 
Considra, che son for di grande affanno. 



112 

XI. Non così schena el tenero polìero 
Quando gran tempo ne la stala é stato. 
Che poi uscendo mostra tanto fiero 

E corre e salta e gira in ogni bto; 
Cosi usciyan gente, a dirti il Tero^ 
A feder ove il campo era allogiato. 
Dicendosi tra lor con lieto core: 
Qui eran Francesi e qui l'Imperatore; 

XII. Da questa banda Ferraresi staTano 
E Borgognoni qui in meggìo tirati; 
Da questo lato Spagnoli aOogiaTaoo, 
E li Italiani eran quiTi campati: 
Cosi tutti quei fossi visitano 

Che sotto terra forte eran caiati; 
Insieme altri se mostran le mine 
Che ivi facevan le gran colubrine. 

XIII. Mentre ch'el si va a spasso e eh' el diletta 
Veder tutti quei lochi con gran ioco. 

Non si restava star a la vedetta 
Ch'ai campo pur partito era di poco: 
Ioan Greco con sua gente n'andò in fretta 
'Verso di Hovolenta, che in quel loco 
Inteso aveva esser V artelarie, 
Che in ogni loco pur si manda spie. 

XIV. Serali stretti insieme cavalcòrno 
Avendo sempre mai V echio a penello ; 
A Bovolenta in un tratto arivòrno 
Dove asalirno subito il castello: 



113 

Alcuni fanti che drento trovórno 
Presto fòr volti e messi in gran zampello; 
Alquanti ne fòr morti e più spogliati, 
Benché mertavan tutti esser troncati. 

XV. Mentre Zuan Greco fa quel eh' el suol fare, 
Provedendo per tutto ove bisogna, 
Ogniun spronando forte al battagliare. 
Desedando qualonque dorme o sogna, 
(Che ogi nel mondo a lui non trovo pare, 
Che mai de cosa alcuna ebbe vergogna, 
Astuto, forte, ingenioso e Aero 

E strenuo e vigilante a tal mestiero), 

XVI. Da un archebuso una cossa passata 
Gh fu che dal castello disserdrno: 
Presto aiutato fu da suo' brigata, 
Qual de una banda subito tirórno, 
Facendo gli altri tuttavia tagliata, 
Scorsizando per tutto intorno intorno: 
E in conclusione ebberto il castello, 
Dove vi fèrno un bon botti n e bello. 

XVK. Formagi, pane con carne salate, 

Che ivi atrovórno, non fazo mentioni; 
Era un piacer a veder 'sle brigate 
Metter a saco tante monitioni 
Che per Todeschi eran sta menate, 
Pur da la stirpe de gli Ganeloni 
Che al nome de lor terra han la fé rara 
E a tempo piangeran sua sorte amara. 

8 



114 

XVllI. rqriiom itiiieslrerì df quei felli 

iK siHr anelarla' cìjf ivi airovòruc» 
VmticioqiH pnii fiezzi kini e belli. 
fjvaà. Olii. ]' alu'c cosìf- i*eu conziònio : 
L pu serrai! sullo »! penoncelli 
'^1: lesiif Qr*ìiiUi l*adufa m- arivunio; 
<^Mrdl licTTfr pur di ciò pmide alegreza. 
ìib df Zuan Greco alquanlo de trislcza. 

WH. ìih percLé d mal non era periglioso 

(.^aim qui Tedi slar alegrameDle : 
Noli è più alcQL die sui malaDcaoioso 
Poi die panilo é lauia cnid2i genie: 
Si ciie ciascuno sia col cor poioso 
L lauda el signor Dio ommpoiLeDle 
<Jlie ha p<.»no al suo male ud hCm rimedio. 
(2it Padua libera è dal grande assedio. 

XX. El campo drenlo UiUo se hniresca, 
(2ìti grandi affa ani arerà por sofierlo 
Mentre lemeTa la ^ente todesca, 
^>»utinuameDte stando al discoperlo 

A guarda di riparo o di baltresca^ 

Al caldo, al fredo, come ogniun n'é certo; 

Si che riposo ciascaduno [Mglia 

£ di grande alegreza ogniun bisbiglia. 

XXI. Era Padua tutta in gioia e festa, 
N<'; men di lei Veoetia e' Venetiani ; 
Che in Padua di la plebe e nobil gesta 
Molti ne son, de' quali i prosimani 



115 

Temean per loro, la gente rubesta, 
Per li mariti, Agli, e per germani; 
Dove sue donne a le chiese ne vanno 
Per adimpir ì voti che fatti hanno. 

XXII. A dirvi 1 gaudio, restarebbe perso. 
Che ne ebbe allor la illustre Signorìa, 
Che a volerlo narrar con prosa o verso 
r credo che nisun se atrovarìa; 

Che sentendo lor campo esser reverso 
Pigliò ciascun immensa vigorìa, 
Che star non potea alcun senza temanza. 
Perché di guerra incerta ne è la danza. 

XXIII. Voglio lassare ogniuno in à piacere, 
Et a l'Imperatore ritornare; 

Che poi che Padua n'ha potuto avere. 
Verso Alamagna prese a cavalcare 
Con bona parte del suo gran potere. 
Perché in Vicentia ancor ne ebbe a lassare 
Che ben guardasse quella da tuttore; 
E cosi ne parti V Imperatore, 

XXIV. Drento Verona n'andórno Francesi 
E parte inver' Milano cavalcórno. 

Et a Ferrara n'andòn Ferraresi, 

E gli altri ver' Romagna se tiròrno: 

Cosi tulli tornòn in suo' paesi; 

Exccpto quei che per guarda restòrno 

De forteze, castelli e de cittade. 

Gli altri n'andòrno tutti in suo' contrade. 



116 

XXV. Or con lo aiuto do chi regge il tutto 
E che soccorre a chi V ama di core, 
Con la mia cimba in porto son redutto 
Salvo, senza fortuna o gran furore 

Di mar, di vento, che me abbi conducto 
Fora dit viaggio mio in qualche errore; 
Che lui fu mio pedotta e mio governo 
Con Quella per cui ogniun va al ciel superno. 

XXVI. A te, Vergine, troppo son tenuto 

Che non reguardi a' miei profondi errori, 
Anzi ver' me ognor più infondi aiuto, 
A le mie turbationi, a' mici dolori: 
Ha per te fìn la mia istoria avuto, 
E per te ognor fu grata agli auditori : 
Per le fa ancor che nel celeste canto 
Ne voli, posto che abbi el mortai manto. 

XX VII. E tu, auditor, che ognor più fìxo o intento 
Sei stato il mio cantar ad ascoltare, 

Idio per me supplisca al tuo contento, 
Che assai non ti potrebbe rengratiarc 
Cosi come 'io vorebbe a compimento, 
Che io non saprebe dove cominciare; 
Tanto benigno sempre fusti e grato. 
Che di continuo a te resto obligato. 
XXVIH. E quelli vo' pregar che oggi se trovano 
Che in pongere e in pontare sempre stanno 
El altre cose par che non li giovano, 
Se qualcheduno da morder non hanno, 



m 

Che ver'iii me la sua lingua non moTino, 
Che a loro e non a me gran mal faranno, 
Che poeta non son; però perdono 
Mi^rlo se in <|nalche error caduto sono. 
Ad altro corso tende el mio oavi^io: 
» Povera, nuda va' Pliilo30phia » : 
Agli studii di lege et al litìgio 
Conversa in iHllo ne è la mente mia, 
Né de Elicone ascese mai il Tastiggio, 
NÉ dil fonte ho bevriio, nii mai Glia 
Me apparve ancora, né le suo' sorelle, 
Ne li biondo Apollo palre pur di (|uelle. 

Si che se io afallo ancor perdono mfirlo, 
E cosi prego che me perdonate; 
Ognora nel rimar mi fo piO eiperto, 
Tal che piacer vi credo se tornate: 
Di dò ogniiin dì voi n'è chiaro e certo 
Che ti dmeni se fanno .t le gioraate; 
To cosi spiero farmi ognor cantando, 
Che lì fahrì se fanno rabricando. 

Quello che seguirà, c'ari auditori, 
Ne l'altro libro lo poireti intendere 
Con altra rima e con versi megUori, 
Se in qualche modo io potrò comprendere 
« Che in parte satìsfacia vostri cori: 

Ma 'I tempo in rimar.ciij mi veggia spendere, 
I Che al tutto mio potere mi delìbro 
t Pili deleciarvi nel seguente libro. 



118 

XXXII. Di Padua come il campo di San Marco 
For ne uscirà, T inlendereli a pieno; 
E quello se farà di varco in varco 
El vero ve dirò né più né meno : 
Per delectarvi, questo dolce carco 
Per voi pigliai, né di pigliar mi afreno, 
Per farvi udir le guerre orrende e dure 
Ch' el ciel più volte convien che si obscure. 

XXXIH. Et el 'vangelio sin qui vMio narrato, 
E cosi da mo avanti Todireti; 
La istoria vera ne arò seguitato, 
Che in narrar quella non me pongereti; 
Se ben o in rima o in verso arò fallato. 
So che quel fallo a me perdonerai. 
Quando una volta vi cantaro il vero 
Di questa istoria, che seguir vi spero. 

XXXIV. Ne vorò ch'el cervello v'inviluppi 
Fate, fontane, castelli, abitacoli, 
Giardini, prati, boschi, antri e diruppi. 
Fiere, mostri, sepenti e van' spectacoli. 
Orsi, leon,' pantere, trigre e luppi, 
Ponti, fiumare, pesci e gran miracoli, 
Orchi, centauri, satiri e giganti, 
Fauni, silvani, nimphe con so' incanti. 

XXXV. Dil bon Ranaldo o dil conte Orlando 
Non odireti le strane venture 

E quel che ogniun faceva con suo brando, 
Che li giganti sin a le centure 



119 

Con un sol colpo li andava parlando: 
Ma canteròvi cose acerbe e dure 
Che non son sogni, come apertamente 
Voi le vedete, o mia discreta gente. 

XXXVI. Ma tu che presti d noi el mortai velo 
E che a tua posta ne spogli di quello, 
Placa ver' noi lo adirato cielo 

E fa' che giri questo influxo fello. 
Che per salvarne avesti tanto zelo, 
Che in croce ne moresti con flagello; 
Tu di 'sta guerra ne extingui la face 
E donaci oramai la augusta pace. 

XXXVII. L'infandi nostri error' so che vendetta 
Chiaman a te, che con iustitia adempii; 
El grave error de la gomorrea setta. 

Le violate binde e i sacri tempii, . 
La biastema e la usura maledetta, 
Gli stupri, gli adulterii e' vitii empii. 
Et altri assai che a dirli mi confondo, 
Che io non so come non ruini il mondo. 

XXXVIII. A questo non guardar, immenso padre. 
Per la clementia grande che in te hai, 
Per quelle pene che tua dolce madre 
Portò per te con dolorosi guai: 

• Caccia de Italia le barbare squadre, 
E benigno ver' noi mostrali omai ; 
Cavane fora de' supplici strani 
Che ognior sentir ne fanno oltramontani. 



120 

XXXIX. sancto e bón pastore, che di Pietro 
Erede sei in terra e dil bel loco, 
Riguarda alquanto al nostro viver tetro 
E de la Italia prendi pietà un poco : 
lusta dimanda da te chiedo e impetro. 
Che ornai ti piacque estinguer questo foco; 
Benigno padre, tu eh' el capo sei. 
Aiuta Italia, che ogniun crida omei. 

XL. sacro Iraperator, che tra' cristiani 

Dovresti por ogni pace et amore, 
Lassa i consigli externi, ingordi e vani 
Che verso noi te infiaman da tuttore, 
E, se guerra vói far, de man a' cani 
Tranne el sepulcro del ver Salvatore, 
Ohe Dio fia tcco a darti ognor Victoria, 
E cosi eterna sempre fia tua gloria. 

XLl. E tu, re di Pranza, ch'el tuo stato 

Avido cerchi acrescer, che farai ? 
Guarda che macro sei in Italia intrato 
Per picol buco, e si gonfiato stai 
Che uscirne non potrai se non smagrato, 
Ch' ci buco è stretto al ventre che fatto hai : 
Vota quel ti è de Italia in le budelle. 
Se non che a uscirne lasserai la pelle ! 

XLIl. miei Italiani, su, eh' el se fazì alto. 

Né siati piò de voi stessi ribelli : 
Levati vie lo adamantino smalto 
Che vi copre gli cuori, o poverelli: 



121 

Insieme unili ornai se fazi assalto 
Conlra chi guasta de Italia i giogclli, 
E spògliase ciascun de ira e rancore, 
Ch' el sia un solo ovile et un pastore ! 

XLIIL Qual dementia, furor o qual patia, 

Qual furia infernal vi sprona o cacia? 
Qual odio, qual rancor, qual frenesia 
La mente, i sensi ve conturba o impaccia, 
Che non vegiate ornai la dritta via? 
Qual nodo, qual catena si ve allaccia 
Le braze e i membri, che non vi curate 
Privarvi instessi de la liberiate? 

XLIV. Non séti voi de la stirpe italiana? 

A che dal sangue ver degenerare ? 
Non séte voi quella gente soprana 
Ch'e oltramontani mai non suol curare? 
Or qual cosa vi fa la mente insana. 
Che per la patria niun voglia pugnare, 
Ma favorir chi cerca con ogni arte 
Guastar dil mondo la più bella parte? 

XLV. Quella che è d'ogni terra madre altricc 

E per divinità da' de electa; 
Quella che è assai più fertile e felice, 
Salubre, amena e d'ogni ben perfecla; 
Quella che è pur la pianta e la radice 
De ogni virtù et opra benedecta; 
Quella in la quale, come aperto veggio, 
Volse Idio porre al suo vicario il seggio? 



122 

XLVI. Quella che ha de tulle arte ogni doctrìoa 

E da cui surgoo tante alte inYentioni; 

Quella che con la lingua sua latina 

Serve ti fa le barbare nationi, 

E per la militar sua disciplina 

Ti de* più volte el mondo in deditioni ; 

Quella che si pò dir che la natura 

Puose in 'dotarla ogni sua arte e cura? 
XLVII. U' son campi più fertili e felici? 

U'son boschi più folti e silve ombrose? 

\y son colli più lieti e tanto aprici ? 

U' son valli più amene e al sol nascose ? 

U' son cavalli forti e a noi si amici ? 

U' son fiere più umane e più vezzose ? 

U* son più fertil lochi di oleo o vino ? 

U' son, se non de Italia nel giardino ? 
XLVIII. U'son più fiumi, lagi, stagni e fonti? 

U'son porli più belli e tanti mari? 

U'son più abitati el ulil monti? 

U'son paesi al ciel più grati e cari? 

U'son ómeni al ben più caldi e pronti? 

U' son populi in arme più preclari ? 

U'son castelli più forti, e citate? 

U'son staggion più dolce e temperate? 
XLIX. U'son sancii costumi e gesti umani? 

Dove è virtù el ogni gentilezza ? 

Dove é, se non tra voi, cari Italiani ? 

Si che guardali ben vostra richezza 



123 

■ 

Ch'e barbari vi cercan trar dì mani, 
Et unitivi insieme, che sciocbezza 
Più grande non cognosco, né patia, 
Che ad altri, essendo suo\ darsi in balia. 



NOTE AL CANTO V 

Ottave Xr-XXXVin. — Il riacquisto di 
Padova per opera dei Veneziani è diffusa- 
mente narralo dal Sanuto. « A di il luio, 

» fo Santa Marina. Nostri introno ira Padoa 

» é ave iterum el dominio di quella cita, la 

» qua! zorni 42 era stata soto il re di Romani 

» et il governo di Lunardo da Dresano, ca- 

D pitanio regio. La qual cita si ave in que- 

» sto modo, chome noterò qui sotto. Et pri- 

)) ma è da saper la praticha fo menata di 

» aver Padea, per via di Bernardin di Par- 

» ma, contestabele nostro, qual era in campo 

» a Treviso con fanti 300, el havia 2 fra- 

» delli, che stavano in Padoa et erano mer- 

9 chadanli, i qualli si offerse dar una porta 

» a la Signoria. La qual trama fo tratada 

> nel consejo di X, e poi terminato per il 

]» colegio di ,luor Padoa, per T autorità aula 

1» dal consejo di Pregadi. Et cavalchato sicr 

» Andrea Griti, provedador, partito di Tre- 

» viso, venuto a Mestre, et secretissime que- 



126 

» sta note, con . . . cavalli lizieri et stra- 

1 tioti . . . , zoè lì dalmatini e non altri , 

> et . . . liomeni d' arme , zoè Hironimo di 
1 Pompei et ... , et Latantio di Bergamo et 
1 Zitolo di Perosa con fanti ... Et etiam 
]» andà, senza esser mandato di la Signoria, 
» sier Zuam Diedo, per Tamititia con La- 
]» tantio et altri contestabeli, e con volontà 

> dil provedador Griti. Eravi eliam sier Polio 
I» Contarini, che à cavalli lizieri con la Si- 
1 gnoria. Or a bore 8 di note si aprcsen- 
» tono a la porta di Coa Longa, la qual 
]» era custodita da' Padoani et uno citadin, 

> Galeazo Discalzo, qual a hore 7 il signor 

> Lunardo mandoe per lui, e la porta ri- 
» mase senza. Et dicitur , si apresentó 3 
Tt cara di Tormento, fenzando nostri fosse di 
)> uno citadim, et fc' aprir la porta ; qual 
» aperta, do introe, el 3.° restò sul ponte, 
» tanto che lì cavali lezierì corscno a tuor 
» il ponte, e introno in la terra nostri, cri- 
» dando : Marco ! Marco ! A hore ... Et vene 
» quelli di Parma con homeni padoani mar- 
» cheschi versso dita porta. Et inteso questa 
» nova per Todeschi, il signor Lunardo con 
» altri, el conte Brunoro di Serego, Marco 
j> Fazin e altri, fonno a cavallo, zercha ca- 
» vali 200, e fonno a l'incontro di nostri 



127 

•» fanti nel vignir versso la piazu e fonno a 
i> le man. E Todeschi si portavano ben, ina 
» Zitolo e' nostri si portono meglio, qual fo 
T> un pocho ferito de do ferite, non da conto, 
» da' Todeschi. Et rebatono nostri li inimici 
» im piaza; ì quali sì reduseno, comba tendo 
» et reculando, fino in castello parte, et 
]» parte con alcuni citadini serono le porte 
» dil palazo di capilanio, e per le mure se 
» tirono in castello, e li se fenno forte con 
]» schiopeti e archibusi, ma non hanno vi- 
» tuarie. Et qualli citadini si fosse non se 
;» intese, solum Alberto Trapolin. Et il conte 
» Brunoro di Serego, qual fu a stipendio 
y> nostro, et partite da nui poi il perder di 
» Brexa over Verona, et bora ne è sta con- 
» tra, fo ferito da' nostri su la testa et preso 
•» con 4 altri homeni di campo, tra i qual 
» Marco Fazim, nepolc di domino Bernardira 
9 di Grassi, et Bonifazio Iona, veronese. Et 
» cussi nostri, a la porta dil capitanio fato 
» testa e aperta, il provedador intrò dentro, 
» e tutta la piaza fo piena di soldati, e fo 
» posto una bandiera di San Marco sul pa- 
» lazo dil capilanio et sonono la campana 
» granda etc. E nota, padoani erano, chi in 
]> caxa, chi in lecto, et molti si 'scoseno in 
» caxe, chi in monasteri] di frali, chi fuzite 




128 

I ili caslclla, e de li iwr la Saraaìnesctia La 

• note sc'iiienie fluite via , come dirò di 
« solo. Ma da la banda dìl Portello, dove 

• questa noie erano andaii molle barche, si 
i> di le contrade, con li jH>destadi di Tonello 

■ et Murao, et sier Nicolò Pasiqualigo, patron 

> a l'arseaal, con tulle le maisiranze dil'ar- 

> scnal; ilem, altre barcbe i^ran numero, et 
1 molte andato a l'avndagDo, perché la fama 

• fo di darla a sacho. Et tUam andò sier 

■ Sabastian Bernardo, iguondam sier Iliro- 

> nimo, con 2tlO bomeni annali, e hli ar- 

• malo, qual h da far a Stri. Uettt, di le 

■ Gamharare veneno zercha 700 homeni vil- 

• lani, armali, con sier Filippa Parala, quon- 

> dam 3ier Nicolò, à da far 11, di bordino 

> di la Signorìa nostra, et con quel Nicola 

> Gallo, capo di diti villani: Et cussi noi far 
< dil di, zonle tutte queste zenlc ci di Mìran 

• villani assaìssimi, i i|uali sono marche- 
» sebi ecc. » (Segue la presa del castello 
di Strà). 

1 Et io questo inczo le nostre barello 

tutte passoe suso a la vollu di Padoa, e 
» introno in la Icrra per il Portello, qual 

■ era zìi aperto e il Grjti ìntralo e la terra 

1 era di la Signoria, ci vencno versiio la 

• jMaia tutti ... Et come nostri fonno inlrali. 




1^9 

> fo coiiienMln a iiielter a biUiii |icr [iilli, 
) prima le caie di cìladini rebelli et altri, 

> poi li banchi di zudci, di Vita et Zervo et di 

> altri zudei, tulio fo tollo; si clie non si 
I fenno altro quel lomo che sachizar. Erano 
I int Padoa di le persone XX mìlia, e tra 

> i qual' molti viloni; si che per Padoa non 

> era altro che armadi. Et queste caxe prin- 
p cipal fo masse a sacho: di Alberto Tra- 

> polin e fradelli, di dojnìno Berliizi Ba- 
I garoto, dolor, lozeva; di domino Antonio 
I Francesco di Dolori, dotor, lezeva; di do- 
I miao Gaspar Orsato, dotor, lezcva; di Bii- 
I xachariai, di domino Jacomo da Lion, do- 
I lon lIì Lodovico Conte, di Bernardin Conte, 
I di Acliilca Boromco, di domino Frizelin 

> Cao di Yacho, dotor, cavalier, an la (|ual 

> io «idi arme di l' imperio 3, grande , di 

• carta. Ilem, la caxa di Antonio Cao di 
1 Vacha, fo colateral nostro, di Marco An- 

• Ionio Musalo e fradelli, di conto Alvarolo, 
t dolor, fonno risalvale, perché in una intró 
t Zilolo, in l'altra Lalantio, in l' altra uno 
t altro, e Itioro volseno il lutto. Altre caxe 

• tonno messe a saclio di ribelli assai, cho- 
I me di solo più dijfuse- noterò (I). In con- 



.cchegglUe i 



nellt 



130 

• diBkHi, lo m gran acfao. B 

■ indava aiorao per la tetra, voleoilft de- 

■ fedar, ma dod poterà. El ucbe dì dui 
t ci» ciiadiu fo poito a »elK^ M £ Obiir 

> fo butà TOSO la porta e uchiiaU, liett i 

• Obizi DOD li habioo impau, ti m mìsià 

> lliroDimo di Obizi andato a Stìt a Fcr- 

> rara. Li ParafaTa dod [oddo moieJUli, 

> percbé é $UU marchescbi tacili, ti altn. 

> E Dola, li ZoDzÌDÌ tulli é slati Diarcfaescbì 

> e DOD hanao bauto mal alcuno. • 
Continua il Sanalo diceodo, che la sera 

Stesa, a ore 23, egli punse a PadoTo, «re 
rimase tutta la oolte sema dormire; e il po- 
polo padoiano nel «edere iiassar luì insieoui 
ai snoi Tratelli vestili alla Teneùana, gridan: 
t Marra! Marco! Laudato sia Dio, che n- 

■ demo i Doslri signor' veni liant, cbe ti tra- 
« ilitorì voUe?a desfarli eie.! > . . . 

• gì castello veramente, dove erano ìd- 

• Irati Todcschì, Irazcta, et rerìtet» eoa 

• schiopcti alcuni; el ussìtcno di di de to- 

> cha, e lolseno cena roba di udo sia li a 

> presso. Biiam la note dieiiur alcuni ci- 

> ladini di castello fuziie ci per Saras'meaca 
' andono fuor di la terra veraso Vicenza. 
' Le porte di Padoa, numero 5, percbé do 
I porle per padoani fono Tale stropar, zoé 



131 
t ... (1), foDno (late a cijsloji:! a li liomanì 

> di Mirar), e lassatoli le cliiave a loro; li 
» qunl son marcheschi molto, E la sera il 
B (irovedador lo' comandamento, a tutte le 
» case de Padoa si mettesse sezendelli fiiora 
» di li lialconi impiadi tuia la notte. Qaeslo 

Sa', perché dubitava ilerum non fosse laessn 

> la terra a sacbo, e caialchò atorno la 
» terra la noie e trovò do feva donno, li 

* quaili erano di Venìexia, e lì rc'apicliar 
» subilo a un Terrò solo un volto, et io li 

1 vidi la tnatina apicati , lo a San Urban, 
» tamen si feva danni, i II giorno slesso le 
barche di Padova si diressero in gran nu- 
mero alla volta di Venezia ■ carge di butini 
) [atti, in casse, in forzieri et a refuso, di 
» ogni .i|ualitLi di cosse; et fo dillo, il sacho 
) [ilio ini Pitdoii, senza il conta', clic fo fato 
■ per assa'snmina di ducati di animali dì 
) citadini, fo quello di Padoa per più di 

• ducali 150 mila ». Il 18 luglio a ore U 
gìimsaro a Venena'Brunoro dì Serego, Marco 
Facino e tre soldati, tra i quali Boniraiio 
Giona, veronese, fatti prigioni in Padova. 
Mio stesso giorno il consiglio dei X con la 



a Ghai si bfBin deTiBMltaa «A» J 
gMBiMM) dM DM ceannoo di aecfcl|- 



Bvrio ed altri al caréere. La mMtìu M 10 
a intese che Leonardo Trissino, rioAuBo fld 
casleUa dì Padoia. s' era reso a discictiaM 
il giamo fTucedatie a on ii { Diari, T. 
\1II. eoli. 520030). Simili a questa sono fe 
più succìnle oanaiioin de) Btnruiutuin e 
del BRUTO, che soggiunge: t Per Ires dies 
slelil [Padoa] in ttiaximo dolore et angustia 
a omnia erani in praecipitio >. Non troppn 
oaUo è il Sa Porto, il ((iiale ooo tu b 
infonnato io proposìio, corno dimostra dieeiK j 
do, tra l'altre cose, che il cavalìer Dalla Vtdpe , 
e Gitolo da l'enigia erano ai scfvi^ dell'ia 
ratore. Tatiana sarà opportuDO considiare le 
Hie due lettere ìi e S5. Dalla seconda tolgo 
il seguente periodo, che qui ioiporu conoscere: 
Manfredo Facino, Tatto ftrigìoDiero, t per 

• essere molto amato dal Grìtti, fu subiLo - 
1 rilasciato e (atto lihero, avendolo prùnie- 

• ramente molto ripreso dell'esser remit». 

• contra San Marco in tanta sua calamilj, 

• e (aliagli poi impegnare la lede di no 
K venirvi mai pid. D lasciarono dunque, n 




133 
i> mandnrlo, comi! gli allri, a Viiicgiu nelle 
' prigioni B. 

Anche il Bembo tielln sua hlnria Viiii- 
liana dici: che. il Gridi Trancò il (lopolo 
iwnlovano dalle [iTibhliche gravezze per cini|ue 
anni (T. lì, p. Ì'2H). 

Andrea Hrittl nel 1506 Tu potlcsli'i ili 
Padova; nel 1507 provrcilitore dell' esci'uilu 
nella guerra contro Mussimiliano ; nel 1509, 
13 aprile, procuratore di S. Marco, e du- 
rante la guerra di Cambra! provveditore dcl- 
l'esercilo. Dopo molte e importanti prestazioni 
die il Capellaki enumera nel Campidoglio 
Veneto, il SO di maggio 1523 Tu eletto doge 
di Veaeiia. Morì 1137 dicembre 1538 in età 
di 83 anni, 8 mesi e 1 1 giorni; fu sepolto nelLt 
chiesa ili S. Franuesco della Vigna, ove Dur- 
tinrdo Navagero lesse l'orazione funebre. 

Leonardo Trlsslno {Dressan), viccniino, 
bandito dalli) patria per omicidio si delle al 
]iartilo imperiale- Uà notizie di lui il Ha Pokto 
nella lederà 31. 

Branoro da Saremo, Aglio di Antonio 
Uaria e Tralello di lìonifazio ed Alberto, pure 
uomini d'arme, fu consigliere dell' imperatore 
Massimiliano; entrò nel Consiglio di Verona 
nel 1533, e ne usci alla fioe del '35. È re- 
([iitrato ncir Estimo del '31, ma non si trova 



nGlIa lifìscriiioDe dclki contra'la di S. Andrej 
del 13 aprile 1511 (vedi: Pietro di Sb- 
rego Allichieiu Dti Serafico e dei Se- 
ngo Allighim (Torino 1865), p. 25, e Ge- 
ttfaloijia dilli M. Jlluslri Coati Sareghi, 
compilali nel 1004 <la Alessandr» Canod- 
Bro, foglio a slampa nel cod. 1937 della 
Comunale dì Verona, oltre ai Campioai d'E- 
simo G agli Alti consigliari Torancsi per me 
esaminati dall' amiuo dott. G. Biadego, che 
gentilmente mi forni parecchie notizie cosi di 
questo, come di nitrì Vemnosì nominali nel 
poemello). 

Manfredo Foclnoj Veronese, sopranno- 
ninnlo Palilo, Tu jii'ima soldato dell' Alviano 
(vfidi: Da Porto, Lellere 8, H), indi passò 
ncir cscrcilo imperiale ; do|)0 essei^ Stato 
liberato come sì vide, dal Grilli, lu ripreso 
con Filippa Rossi a Longnre ed impiccato. 
Vedi in proposilo la letlera 29 del Da Porto, 
che concludo dicendo: « E cosi venne la notte 
j< [30 agoatoj impiccato al palagio il pid 
i> pomposo soldato e di pili al^Uaiezia ch'io 
9 abbia mai conosciuto, e, come privato, tutto 
» pieno di animosità e di gentilezza, ottimo 
» musico, ottimo versificatore, e pratico nella 
> militar disciplina >. g Vir probus in ar- 
* mis et virtuosus in muUìs alìis virtutibus i 



135 
lu ilice il ItRUTi), i! quale |iiir ricorda la 
promessa che il Grilli aveva fatta a Facino 
in Padova. 

Ottave XL-XLI. — Verissimo che l'iro- 
peralorc ebbe Padova con un irombolUi: il 
Bbuto dice: t Die V Junii hora Xll vel 

> circ», cum consenso et inlelligemia civjuin 

> patavorum, prò ut sopra dicium fuit, qui- 
■ dam araldos seu luhiciaa Cesaree Maìe- 
« slalis venìt Paduam, et civJtatem ipsam 
1 petiit sìhi araldi, nomiae Cesaree Maie- 
» sialis . . . Rcclores el Provisores — ci- 
' vilatcm ìpsam Iradiderunt et coDsignavc- 
n ruDl ipsi araldo seu lubicìne recipicnli 

> nomine et vice sacrosanli Romani Imperi! >. 
La casa di Maganta, veccliio marchio 

d'infamia on d'era no bollati gli Estensi. Inlomò 
alle favolose origini degli. Estensi da Gano 
di Maganza, ctr. Raina, Le origini lieih fa- 
miglie padovane ecc. in Romania, a IV, p. 
IfiO. Narra il Sanuto {Spedizione di Carlo 
Vili in Italia, p. 3il) che, nel 1*91, 
quando ì! duca di Ferrara parteggiò per 
Carlo Vili coulro la lega rormatasi per fre- 
nare le mire del re di Francia, i fanciulii di 
Venezia cantavano : 



136 

Ottate Xr,V e segg. — Il Sanoto dice; 

• Sì UTC nviso [G agosto] ilil parlir ili do- 

■ miao [jicio Halvfìza con Femgiito et Ui- 

• ronima iti Pompei, in mito catuli zcrclia. . . 

> ci domino ZìLolo da Pcross con fanli . . . 

> Et vanno verso Ugnago per h inlelìigentìa 
t lianno di aver le wnie ilil marcheEC di 

> Hanloa sono alozate a Isola di la Scala, 

• cL farsi esso Harchcsc, qiial é andato a 

> Verona e doveva tcnir con le zeoie verso 
' ti^rnago per aver quello castello. EUam 
I prender il signor Lodovico di Ja Mirandida 

• qual (ien per il papa in njulo dil re di 

• ftomani. * (T. IX, col. 33). 

( k hom zeruba 15 [9 agosto], venelet- 

■ Icrc di Ugnago al provedi (or Grìti di eri, 

• a di 8 hore 10, li avisava la «torta aula 

• cantra inimici a Isola di la Scola , comij, 

• liessendo zonto con le lentc a Lignngo h 

■ nelle, a l'alba Tono a Isola di la Scala 

• dove era il marcbexu dì Mantoa con 900 

> cavalli, et fono a le man con nostri, morti 

> de' inimici 150 in iOO. Presene dillo s- 

• gnor marchese di Hantoa e do soi parenti, 

• et uno lacolencnte Trancese, et do com- 
I inissarìì veronesi, domino Galeolo da No- 
I ganiole et domino Jacomo Spolverino, et 
I fato bon botino dì cavalli ed anenli et 



137 

» ducati 6000 havia auto a Verona con uno 

)) bazil d'oro ... Or in ditte lettere di domino 

» Luzio, lauda domino Zitolo di Porosa, Fc- 

» raguto capo di balestrieri di! capitanio ze- 

» neral, domino Hironimo di Pompei, Marco 

» di Rimano et Megaducha capo di stralioti, 

^ quali tutti si hanno portato valentemente. » 
(T. IX, col. 37). 

« Eri (9 agosto) gionscno a Padoa quat- 

» tro villani, quali hanno prexo il marchexe 

y> dì Mantoa a Ixola di la Scala, e sono vii- 

» lani brazenti di Ixola predita. Il modo fu 

» che, hessendo villani in arme, cridando 

» Marco contra Francesi, e li altri roti da' 

)) nostri, questi andava zerchando quelli si 

» scondeva per spojarli, et in una melega 

» vicina a la caxa dove havia dormito ci 

» marchexe quella notte, el prefato signor 

» era disteso et in camisa senza arme, per- 

» che si butò zoso da una fanestra e corse 

r> li. Et questi villani intrò dentro, e fo uno 

9 d*essi che lo cognobe per averli porta 

» una lettera a Verona in quelli zorni, che 

9 era alozato a S. Anastasia in cha' dei Me- 

» gii, et cognosuto, lo aferrò per la manega 

» di la camisa e lo tiroe fuora. Dito mar- 

» chexe li proferse ducati 6000 d'oro di 

» taja. Lui disse: — Vi vojo dar in man 



138 

• di la Signoria — et lo conduseno tulli 

• i|ual(ro io uoa cau tidi», maodoBO per 

• Fengnto capo di baleslrierì liil conle, al 

• ijinl si rese. E cussi tu preso. Qial raar- 

> chexe si doleni esser slA preso si Tibnente 

• setan comtnler. Or quesU Tillani io camin 

• renuii [odo carezatj, et ipitìio che 1 prete, 

• nominalo Itomenego di \lnluria dal Ter- 

• meno, alozù b note in paLiio dil capìlanio, 

• e poi o-^ì tulli ipiallro reneno n la voUo 

• di Odegio per andar dal doxe con tal 

• presu)n. Li nomi di qual, sooo questi : Do- 

> menign) di Venluria dal Terineno da Ixola 
» di la Scala, ^ristorai di In Iloriola da Bo- 

• tolon, Ca1>rieldìSoaalHaiioelc(t)»lT.[I, 
col. il e ii). ( Fu poslo per li Savii [U 

> agosto) dar proTisIoD a li quatro «itlaili 

• banno preso il marcheie di Manloa ìn la 

• meJega, videlieel: a uno che 'I prese, m- 
t minato Domenego di Veoturin dal Ter- 
t meno da Isola di la Scala, ducali 100 iTi 

> proTision a l'anno in vita soa, et àacaù 

> 100 per Diaridar una sua sorela, et exenie, 
' et licentia d'arme; ìtem, a tre altri villsoi 

> Tono a questa opcration e tene preion 



(1(11 



» ói Gugtiel 



139 

> diio marcliese . . . lUicali 50 a l'anno per 

• nno di protision ck., ut in parie. Eclissi 
) si panino contanti, perché h inatina pei' 

> il prìncipe li fu dilo [al cossa. n 

I Noto. Questi quallro villani Cono ic- 
1 sliti tutti, et donatoli ducati SO per uno. n 
(T. IX, col. 62). Col SiNUTO si accordano 
il RuzzACAfiiNi, il Da l'omo (Lcllera 26) 
e il Bruto il quale dice che il msrciiese 
di Mantova « fuerat Veronain (sic) ad acci- 

• pienduin pecunias causa l'aeiendi gcnlem 

> nomine imperaiorìs et veniendi eius au- 

• xillium. p Sull'occasione della venuta del 
marchese ad Isola della Scala dìsconlaiio 
gli storici. Alcuni, come abbiamo veduto, di- 
cono che era dipello a Legnago dopo aver 
ricevuto a Verona il danaro dagli imperiali; 
altri che andava a rinrorzare il presidio di 
Verona; altri linalmente, che voleva' impedire 
ai Veneziani di tagliare gli argini dell'Adige. 
È certo perù che i Veronesi lo avevano con 
iosislenza chiamato in loro aiuto. Il Da 
Porto shaglia quando airerma che il mar- 
chese fu preso nella notte di S. Lon?Dzo 
(10 agosto); mentre, come abbiamo visto, il 
Sanuto dà precisamente non pure il giorno, 
ma anche l'ora (8 agosto, ore 10). Alla cat- 
tura di Francesco Gonzaga si riteriscono al- 



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141 
in Padova il 3 di sclt. 15H, e fu se|iolt(i 
nella chiesa di S. Bencdetlo ■ serum alcuna 
pompa dì eso^nio », lasciando la maglie sua 
Ginevra di Roberlo San Severino (Sanso- 
yiNO, Famiglie illmtri d' ttalia; Da Porto, 
LetUm 51 e Ri).- 

RelnlivaDìente a Giorgio Zftccag'nlnl o 
(come vogliono altri) de' Uregrorl da Te- 
rugia, soprannominalo il Citalo^ trovo utile 
rislampare la notim seguente: 

■ È stato molto famoso et strenuo capi- 

> tano ci Zilolo che cosi da ciascuno era 

> cbiamato, et quantunque nato ixeiK da 
a gente plebea, et de ignobile sangue esso 

> fusse disceso, et che de slabile et robba 
» [usse poverissimo, ooDdimeno de generO' 

* site, de animo el de in)>cgno fu molto ec- 

> ccllfntissimo. Et essendo d» suo pntrc nu- 
t trito sino a l'età X ile anni incirca, sema 

* dai^li virtù de lettere o di allro exercitio, da 
1 se medesimo per sostenimento della vìla sua, 
» se mise a l'arie de li lanaruoli conciaodo n 
■ prezzo la tana, el cosi por alcun tempo a 

> tal mistiero se amlava vivendo. Di poi 
» essendosi fallo de magiore elade, el es- 

* sendo in tal tempo el vivere de Perugia 
) molto licentioso, per corniplela de alcuni 
% desviatì giovani' se lev(> dallo exercilio, et 



142 

t dL-Ucsi inlalinente insioinì imù es» alle 

t tascÌTie ei mete |h>co honesto. Intanto 

t veoula occasioni! sili Signori Daglioai, >n- 

) dare contra ioni adversarij esciti della 

I àia, recercato da ijiielli, iosicmi eoa allrì 

• giovani vi andfi, et lece dellu persona sua 

> grandissima deniostratione, uioslrando in 
I le tose della ^em essere espertissimo, 

> e persona de grande animo et ardire. Per 

• il die li detti Baglioiiì non inolio di poi 
i> lo receno loro soldato, et io molte Tactiooe 

> dcmoslrò di sé la virtù e prontema de 
) l'animo suo, de modo che dalli delti Ba- 
t glioni era tenuto in grandissima stima. Et 
t in i]ueslo modo el Zitolo dette prìndpìo 
9 al suo credilo reputatione e lama. Questo 

• (u homo de grand*; statura, ci de colore 

• alquanto fosco e linino con vista Itrusca 

> e ininaccievole, ma piena de gravità. Era 
■ io Ini molla fona, non mollo pieno de 
1 carne, ma nervoso e robusto, et bencfaà 

> di lettere esso Tosse al tulio ignorante, 
) nondimeno era elo<[uente et ornato paiia- 
I tore, et de lettere vulgare era bello com- 

• positoro, et mai nello scriver suo volse 
I operare altro cancelliero, ma da sé la 
) componeta, solo le faceva scrivere. Di pcù 
1 se mise al soldo delti Vitellescbì dalla CHh 



143 

> da Caslelio, qiiaii erano principali condiit- 

> tìerì con li Signori Fiorenlini; cioè Favolo 
» Vitello era gcaernl Capitano, benclié per 
1 comaniìanKtnto della Repubblica liorenliDa 
) fu commesso cl>e Tossano presi. Dalla qual 

* cosa venendosi allo eOecto da altri toro 

> condultierì, essendo ivi el Zitolo, valoro- 
» samente li adiolò e diSesi, advenga che 

* Paulo russe di poi Tatto pi'igìoQe el in 

> Fiorenza morto, e Vilellozo liberalo, Oc- 

> corse poi che li Baglìoni dal Duca Valen- 
t tino Tussono da Perugia discacciati, e rc- 

> messi li inimici; ma morto Papa Alexan- 
» (Irò VI." relornaro con molli cavalli e 
t fanti. Alla quale impresa el Zitolo hebbe 
t il carco da 200 fanti, et cosi essenilo 

> sempre dell! primi nel combattere, con 
) io adiuto e favore de molti amici e pa- 
» renti, a riva forza animosamenie rentraro 
( in Perugia, cacciando li inimici. Venne 

* poi occasione che li Signori Veoetiani es- 
t scodo molto asireiti' e vessati da potente 

* guerra da diversi potentati cristiani, Tuo- 
t rono spollaii et privati de tulle le cita, e 
» luoghi al loro soggetti da terra ferma, ec- 
ccplo la ciià da Padua, la quale per es- 

> sere da gran circuito, e non molto munita 



144 

» de muri, crnno per abbandonarla. Ma ci 

» Zitolo desideroso di prioria, non stimando 

» lo infinito minoro dello esercito a* Venetìani 

» inimico, se mise al soldo loro, Capitano 

» de 200 fanti, alli quali con fede e soUi- 

» citudine servi, de modo che era tenuto e 

» reputato tra li primi loro Capitani de ju- 

» dicio, consiglio et animosi t<i. Et cosi du- 

» rata detta guerra per molti anni, essendo 

* venuti a l'ultimo sterminio, come de sopre 

» è detto, et solo remasti con la cita de Pa- 

» dua, et quella volendo abandonare, el Zi- 

» tolo se olferi, che dandogh gente suffi- 

» cente a guardarla, che esso la defenderìa. 

» Et cosi i Venetiani lo crearo Colonnello 

» de :2000 fanti, et intrato in Padua con 

» ogni previsione necessaria allo assedio, 

yt se mise alla defcnsione di detta cita, et 

» subito dette ordine de fabricharo nel luogo 

T> pili periculoso e debole un bastione de 

9 gram circuito, et (juello con la sua com- 

» pagnia se pose a delcnderc, né molto in- 

» dugiò che venne uno exercito de Massi- 

» miliano Imperatore, et con cento milla sol- 

» dati se pose al detto assedio, et fatti molli 

» assalti, sempre fuorono da (pielli dentro 

» rebuttali fuora. Et ci Zitolo per demo- 



145 

» strare la ferocità de Tanimo suo, fece le- 

» ^^arc una gatta alla cima de una picca 

» vero lancione , et la pose fuora nel 

» bastione con versi a torno che dicevano: 

» - Su su, chi vuol la gatta venghi avante 

T> al bastion, che in cima del lancion, la 

» vedrà presa e ligata -. Et cosi mai nis- 

» suno hcbbe ardire de acostarsi al dicto 

» bastione, né darvi alcuno assalto d'im- 

» portanza. Dove che lo Imperatore vedendo 

» starvi detto assedio senza fruito alcuno, se 

» parti con lo cxercito con poco suo honore, 

» tornando in Germania , et li Vcnetiani li- 

» berati da tanta aflllciionc, comenzaro a re- 

» pigliare le cose loro. Et posto lo assedio 

» alla cita di Verona, la quale era ben fi- 

» nila et guardala dalle gente imperiale, et 

» el Zitolo essendo dolli primi e più famosi 

)> Capitani de quello esercito, pigliava seiu- 

» pre le più ardue o periculose facilone. Et 

» nel 1510 del mese de ottobre havendo 

» restrella Verona, el con T artigliarla mi- 

» nata bona (luantità de muri, volendo la 

» malina seguente dare lo assalto generale, 

» et el primo assalto era del Zitolo, et esso 

» stando la notte alla guardia de rartigliaria, 

T> fu dalli inimici ({uali slavano dentro in 

10 



146 

Verona allo improviso assaltato, per voler 
inchiodar l'artiglieria. Per il che el Zitolo 
tutto armato, eccepto la testa, peroché il 
famiglio quale teneva la sua celata, non 
fu trovato, corsi cosi alla defenzione di 
quella, ma avante che vi arrivasse de un 
colpo de allabarda fu ferito nella testa, et 
seguito dalli suoi fu trovato morto in terra. 
Et questo fu ci fìne del valoroso Zitolo da 
Perugia, che cosi la fallace Fortuna guida la 
sorte humana. Era el Zitolo de età de anni 
40 incirca, quando venne la capti va sorte, et 
non remasono de lui fìglioli, peroché poco 
avanti in Orvieto havca presa mogliera 
con molta richeza, benché poco, o niente 
ne potè godere. Et si esso viveva qualche 
anno veniva dclli più famosi Capitani d'en- 
fantarìe de Italia. y> (Da un ms. della prima 
metà del sec. XVI, forse il primo abbozzo 
dcWc Memorie di Girolamo del Froluere. 
Questa notizia fu data alle stampe da A. 
Rossi nel Giornale di Erudizione artistica. 
Voi IV, fase. VII; Perugia 1875. A propo- 
sito del Gitolo vedi anche il volume di do- 
cumenti illustranti le Biografie dei Capi- 
tani Venturieri delV Umbria di A. Fabretti, 
pp. 493 e seg.). 



147 

• 

Ghrolamo Pompei^ capo dei balestrieri 
veronesi, Aglio di Paolo, della contrada d'Isolo 
di sotto, nacque verso il 1466 (infatti nella 
descrizione della sua contrada del 1501 si 
legge che aveva 35 anni). Entrò nel consiglio 
di Verona nel 1517. Mori verso il 1530, 
non trovandosi più registrato nel Campione 
deir Estimo del 31. Ciò risulta dagli Atti 
consigliari delF Archivio di Verona. — Per 
la fedeltà sua e de' suoi cinque fratelli alla 
Repubblica Veneta, venne loro assegnata la 
provvisione annua di 600 ducati. « Fono Goli 
y> di domino Zuan (?) di Pompei fidelissimo 
j> nostro; et questi ducati 600 si habino a 
j> trar di beni di rebelli. Ilem, habino il ca- 
j> stel d' Ilaxi, dove hanno le loro posses- 
» Sion, che sia suo, recuperato ci se babbi. 
» Et questo li fu dato perché cussi par di- 
» mandasseno essi Pompei in Collegio per 
» suplication » (Sanuto, T. IX, col 254; 
12 ott. 1509). L' atto relativo si trova stam- 
pato nelle Patenti, Privilegi et Attestationi 
di Casa Pompei. In Verona, MDCXLVI, per 
Francesco Rossi. 

Pietro Spolrerini^ veronese, capitano di 
cavalleggeri veneziani. Due Spolverini di nome 
Pietro vissero in Verona nel principio del 
sec. XVI; uno figlio di Francesco, si trova 



148 

indicato nel Campione dell* Estimo della con- 
trada di S. Maria Antica del 1518; l'altro 
di Alvise, nato verso il U69. Qìiesti ebbe 
molti incarichi cittadini, mori tra il 1543 e 
il 1545. Massimiliano con un decreto del 5 
di novembre 1509, da Rovereto, ordinava a 
Giorgio vescovo di Trento, suo luogotenente 
a Verona, di far restituire alle nove sorelle 
di Pietro Spolverini ribelle, la loro parte di 
beni e quella del fratello insieme confiscate 
(Arch. Com. di Verona, Ducali I, parte If, 
31 V.). Costui dunque pare debba essere il 
capitano de' cavaileggieri, sebbene nel 1515, 
mentre Verona era ancora soggetta all'Im- 
peratore, egli fosse in questa città, tra gli 
abitanti di S. Maria della Fratta. 

Yincenzo Gassin^ da Cesena, capo di 
balestrieri a cavallo. 

Montecauto, capo di balestrieri del ca- 
pitano generale. 

Megraduca Blmitiri^ capo di stradiotti, 
dei (juali così dice il Da Pokto « rotti da un 
» lato assalivano tantosto come demonii dal- 
» l'altro con maggior rumore di prima, e 
» nuotando fiumi larghissimi e profondi, e 
D usando strade ([uasi agli stessi paesani in- 
» cognite, con incredibile silenzio andavano 
» lino nelle viscere del nemico per guada- 



149 

» gno piuttosto che per gloria ». Avevano 
il capo coperto da morione senza cresta né 
visiere, cotta di maglia, spada, mazza e lungo 
bastone ferrato ai due capi : talora combat- 
tevano anche a piedi. Filippo di Comines 
dice di loro : <l Stradiolti son gente vestita 
» a piedi e a cavallo come Turchi, salvo la 
» testa dove non hanno il turbante; gente 
» dura, e dormono air aria aperta luto I an- 
> no, essi e' cavalli. Erano tutti Greci, ve- 
» nuti dalle piazze che i Veneziani hanno ; 
» gli uni da Napoli di Romania in Morea, 
» altri d'Albania verso Durazzo, e sono i 
» loro cavalli buoni e quasi tutti di Turchia. 
» I Veneziani se ne servono molto, e si fì- 
» dano, e son prodi uomini, e molto molestano 
T> un campo quando vi si mettano » . 
Erbé^ villaggio nel Veronese. 

Passi emendati nel testo. 

Ott. X, V. 1, ordine. — XII, v. 8, aspec- 
landò, — XIX, v. 8, aveva. — XXII, v. 1, 
ne r aparir. — XXIII, v. 7. nella stampa 
manca la parola corse. — XXIV, v. 2, che 
ad. — XXXVIII, V. 4, pareva. — XLVIL 
V. 2, prevedeno. — LIX, v. 2 Gitolo. 



^ 



NOTE AL CANTO 11.^ 

Ottaye III- Vili. — 11 Gritti andò fino alla 
villa d'Esle con buon nunmero di soldati, 
nella tema che i nemici volessero ritogliere 
il prigioniero (Sanuto, IX, 37 e 38. Cosi 
anche il Bruto). « A di 10, fo S. Lorenzo, 
» venere. La matina, havendosi auto lettere 
j» dil proveditor Griti questa note di Este, 
» che la matina intraria in Padoai col mar- 
» chexe e gli altri presoni, sier Christofal 
t> Moro proveditor li parse andarli con tra 
)» con domino Antonio di Pii, Guerier dil 
D Castelazo, Zulìan di Codignola e altri capi 
» e stratiotì, et io con lui vulsi andar, e 

» fuora dil Bassanello, a hore scon- 

» trammo la zente. Venieno tutti stratioti 
» cargi di botino e di cavalli, e li cavalli 
y> presi erano cavalchati da li fanti di Zitolo 
» che a pe' andono. E fu bel veder. Poi, 
7> veniva alcuni presoni francesi homeni d'ar- 
)> me, pur a cavallo ; poi vidi uno bellissimo 



152 

» corsier chiamato // Favorito, lo stimava 

» più di ducali 1000, qual é di Zitolo; poi 

» vene il marchexc a cavallo con uno zipon 

» strichà d' oro e paonazo e una capa negra 

» sopra, et erali apresso il provcditor Gritti, 

» domino Lucio Malvezzo con uno sagìo 

» strichà d' oro, et poi li altri capi e li pre- 

» soni e li do veronesi nominali di sopra, 

» e il francese, e do favoriti del marchese, 

» domino Lodovico da Fermo et Julio man- 

» toan. Et cussi tochato la man al ditto 

» marchexe tutti, fo messo in mezo di pro- 

j» veditori, e con gran numero di cavalli in- 

> Irò in Padoa per la porta di Santa Groxc. 
» Tutti cridava : « Marco, Marco, vitoria, vi- 
» torta, » et tutte le strade et fanestre erano 
» piene di zente. E cussi cridando : e: Marco, 

> Marco j*, maxime da li villani e soldati et 
)) anche il popolo mentito, vene in pìaza, 
» dove era il capitanio zeneral, qual volse 
» dismontar, et dismontò etiam il marchexe, 
» et il capitanio li fé' reverenlia. Et la piaza 
» era in ordinanza. Tochava la guarda a 
» domino Latanzio da Bergamo. Et poi ve- 
» ne con li provedilori, e il capitanio restò 
» in Domo, dove a la scala di mezo era 
» sier Zacaria DolGn capitanio, el cao di X 
j) e Tavogador e camerlengo e li palricii 



153 

» veneti. E zonlo ditto marchexe, il capi- 
» lanio disse: Signor marchexe, sempre vi 
» ho visto volentieri, ma hora vi vedo molto 
y> più volontiera, e li toccò la man. E lui 
» rispose : Son mollo contento esser prixon 
]» de la illustrissima Signoria. (Sanuto, IX, 
» 39, 40). 

» A liore do e meza (10 agosto) gionse 
» (a Venezia) tandem il marchexe di Man- 
» toa prexon, et di Lizafusina in qua era 
1» tante barche fìno a Santa Marta pareva 
T> un ponte, et luse su le fanestre, tutti cri- 
» dando: « Marco, Marco, viioria, viioria, 
» apicha el iraditor, sorze in cotego. Turco 
» preso etc. » Adeo erano tanti cridori che 
» non si poteva udir altro che « Marco, 
T> Marco i>. Et fo mandato per li cai di X 
» tutti fuora di corte, et poi con gran fa- 
» Uca smontoe et vene la barcha di Padoa 
» a la riva di palazo ». (id. col. 45). 

Cristoforo Moro^ di Lorenzo, nacque nel 
1443: ebbe quattro mogli. Del 1487 fu 
provveditore in campo a Vicenza; nel 1496- 
98 podestà e capiUino a Ravenna ; nel 1499 
provveditore in Lombardia e a Faenza ; nel 
1501 visdomino a Ferrara ; nel 1503 savio 
di Terraferma e provveditor delle armi in 
Romagna; nel 1505 luogotenente in Cipro, 



154 

donde rìlornò nel 1508. Nel 1509 fu eletto 
provveditore dell'esercito prima a Verona, 
ove si mostrò vigilantissimo, e indi a Padova, 
dove il 2\ agosto, scoperto un trattato di alcuni 
caporali della compagnia di Lattanzio da Ber- 
gamo per consegnare al nemico una delle porte 
di Padova, fece prendere que' traditori e tor- 
mentadi e mal tratadi fo fatto bona pro^ 
vixione, (Storie Venete, codice 270 del G- 
cogna). Nel 1510 fu provveditore in campo 
presso Verona e podestà di Padova che at- 
tese a fortificare ; nel 1512 provveditore 
nella Marca; nel 1513 provveditore gene- 
rale in Padova. Già vecchio, rifiutò di poi 
più alti uffici. Mori il 6 di Febbraio 1518, 
d'anni 75 (Cicogna, Iscrizioni, VI, p. II, 
pag. 586 e segg.). 

Ottaye XI e XII. — a lì campo di V im- 
» perator, nel qual era in persona, auto 
» Camposanpiero, etiam a pati ebe la rocha, 
» che il prò vedi tor Querini si rese al conte 
» Federico di Bozolo, cioè di Gonzaga. To- 
» deschi introno in la rocha et il provedi- 
f tor fu fatto prexon, et fo usato gran cru- 
» deità per i nimici. Li intorno villani co- 
» reano a Padoa cridando le crudeltà fanno 
» i niraicL ;• (Sanuto, IX, 38). E il 
Bruto : « Dieta die (IO agosto) exercitus 



155 

> ìmperatoris et lige venit quasi ad portas 
» civitatis Padue depredando omnia ac in- 
» terOciendo homines rurales , et tota ci- 
» vitas fuit in maximo rumore et timore 
) et clamatum fuit alarme alarme, et hoc 
» quia dubitabatur ne intrarent civitatem. » 
Di questo tempo è una importante lettera 
del marchese Giovanni Gonzaga a Isabella 
Gonzaga. Questa e le successive dell'amba- 
sciatore Scalona, che si trovano nell'Archivio 
mantovano di Stato, mi furono gentihnente 
favorite da chiar. sig. A. Luzio. 

« lll.«»a et Ex.ma Dna mea obs ™a. Per 

ì> .uno mio homo d'arme ho receputo una 

9 littera da V. Ex. responsiva ad una mia, 

) la qual ringratio sia degnata de rispon- 

» dermi, cosa che non fa lo Ill.™o S.r nostro; 

» del che non respondendo a ninna de le 

» mie ho deliberato levarmi questa fatica 

» da le spale, persuadendome che la servitù 

» mia gli sia forsi poco accepta : ma vedendo 

T> pur che la E. V. tene qualche conto de 

» li fatti mei non mancare de satisfarli. 

» Quella per li altri mei fu advisala de la 

> arivata de li Francesi ad Viceutia et se 
» congonse cum il campo nostro; se partes- 
» Simo poi de li et venessimo al succorso 
9 de Cittadella, dove intendendo el campo 



» *««!'« taèak ■ Fate: etacooie 

» 4tlVllaMh>W«<MatBTt'hMctMti 
UuMa 





157 

» a li bisogni sui prompti. El Ducha de 

» Pranswit vene per la volta de Friuoli cura 

T> sette milia fanti et tre milia cinquecento 

» cavalli alemani, et spero che inanti che 

• 

j> passa sei over otto giorni saremo uniti 

9 tutti quanti e il Re e il Principe cum tutto 

» lo exercito el qual passarà, computando 

» li Francesi, da irentasci in quaranta milia 

» combatenti, et dopoi andarcmo a ritrovar 

•» li nimici nostri: el spero et tengo quasi 

)> per certo ch'el non passarà el meso de 

» Agosto che lo exercito de'Veneciani cum 

» tutto quello che arano in terra ferma se- 

T> rà del mio Re Ces. Qua habiamo brusato 

» villi qui vicini et morto de molti villani : 

» altro non resta a dire a V. E. se non 

j> come humel servo, dopoi la partita del 

» principe de Naldo e li e parso a questi 

» S." de retirarsi verso Padoa ad uno loco 

» chiamato Castrofrancho lontano da Padoa 

» quindece milia cum animo de procedere 

9 più olirà secondo che accaderà; el del 

» tutto darò bono aviso a Y. E. a la quale 

» cum sua bona gratia mi raccomando, que 

9 valeat fcliciss.» 1). Ex. felicibus castris 

» M.t»8 Caes. ij Augusti MDIX. 
» E. Ili ma et Ex.»tta D. V. 

» Ser. et Cug.tu» Jo. de Gonzaga 

» Marchio eie. ac M.^ Caes. Armorum Capii. » 



158 

Ottaya XV. — 11 Bruto : « Die XI Au- 
» gusti excrcitus ligc, qui erat ad pontcm 
» Vici aggeris, cremavit pontera Vici agge- 
» ris et multas domos et iverunt per totas 
» villas ibi circumvicinas deprcdantes, ac 
» quoscumque rusticos poterant interficie- 
» bant. ^ 

Ottare XIX e XX. — a Da poi disnar 
» bore 4 (13 agosto), vene uno fante di- 
» cendo la rocha e castello di Limene es- 
y> ser sta preso per forza e combatuto zercha 
» bore 4, et baveano amazato tutti li fanti 
» erano dentro, excepto il conestabele fato 
1» prcxon e do fanti scapolati. E l' altro fante 
» etiam vene a dir questo medesmo, et il 
» campo era alozato li a Limena. Questa 
» nova fu caliva tamen non si poteva tener 
» quel Castel contra artilarie, licei di mura 
» era fortissimo. E de qui si puoi tuor F a- 
» qua di la Brenta vien a Padoa » (Sanuto, 
IX, 50). 

A di 18: ritornato il trombetta mandato 
al campo imperiale, disse « il campo esser 
j> levato e andava a la volta di San Martin, 
» mia 8 di Padoa verso il monte , et bave- 
T> ano cazato focbo nel castel di Limene e 
y> messo uno burcbio per tuor V aqua a 
» Padoa, ma non feva operation, percbé le 



159 

» aque vien di soto via, e basse visto che 
:f> da quella matina a la sera è cresute le 

» aque V2 P^' ^- C^-j ^^^' '^^)- ^^ Vigo- 
darzere, adunque, Massimiliano si diresse a 
Limena, dopo che, dice il Buzzacarini, 400 
Spagnuoli venturieri ne ebbero preso d'as- 
salto il castello, bravanfiente difeso de 150 
Schiavoni, che furono tutti tagliati a pezzi. 
Indi r infiperatore si accinse a sviar le acque 
del Brenta ; « perciocché, dice il Da Porto, 
« a Padova per due sole vie si deriva Pa- 
D equa : V una per la via di Limena, dove 
li essendo attraversata la Brenta con una 
5» gran rosta, si trae parte di essa che viene 
j> a Padova per la via delle Brentelle (la 
» qual acqua, avendo Pimperatore fatto rom- 
T> pere la detta rosta, è tutta tornata nella 
» Brenta (1 ) ) ; P altra é per lo Bacchigliene, 
» fiume di Vicenza, il quale, dappoi che 
» cinque miglia fuori della città nostra ha 
» un altro canale, che ne porta gran parte 
» verso Este, puossi leggermente volger 
» lutto per lo detto canale (il Bisatto\ in 
)) maniera che non ne vada alcuna parte a 
j) Padova ». {Lettera 27). 



(1) Non così il Sanato : cfr. le parole di lui 
ora riportate. 



160 

Ottare X Vili e XXI-XXIX. — e Lungo sa- 
rebbe », diremo anche noi col Cordo, il ricor- 
dare qui tutti i provvedimenti presi in Padova 
per la difesa: basti il dire che il nostro ver- 
siflcatore si accorda esattamente con i cro- 
nisti ; e chi vuole accertarsene, legga le Let- 
tere 27 e 28 del Da Porto. Solo mi piace 
ricordare quanto essi dicono del capitano 
generale Nicolò Orsini conte dì Pitigliano: 
il Sanuto: € Va con la sua vesta d'oro an- 
» tiga, et fa gran fazione, il zorno a ca- 
» vallo a le porte et li reparì, e la note, 
» per ({uatro note el vidi sempre in pinza 
» sentalo a le Bolete, dormiva un poco cussi, 
» e subito si svegliava, si feva tenir uno torzo 
» impiznto davanti, et li cavalli et arme e- 
» rano li in ordine per il bisogno » (T. IX, 
53); il Da Porto: « il Conte di Pitigliano, 
» comecché vecchio sia, non per ciò manca 
» di vigilanza, animando, ammaestrando, rì- 
» parando dove bisogna, ed avendo a eia- 
» scun condottiero consegnato la custodia 
» d'alcuna parte della muraglia, e la cura 
» di ripararla » {Lettera 28); e lo Zojano: 
(c Lo illustre capitano Ui*sino cum vigorìa 
» romana nel suo core et animo ìnvìcto 
» niente temeva. Siete 15 zorni et 15 notte 
» sempre sub divo, né mai se volse reducere 



I né a inanzare, né lassare, ni5 spogliarsi , 
i> né far altro suo bisogno se non palexe a 

> lulto il suo excrdlo. Mansuiva, iJorniiTa o 

> sedeva sempre apresso ulla porla de San- 

• età CroM dove allora era di Torà al Bas- 
t sanello lo Imperador In persona, il sepor 

• Conslantino suo capiluuo eciicrale e tulio 
t lo eiercito, over la uiazor parte. Lo 

1 vieto capitano Orsino tuto voleva iniendei 

> ci ocutala fide vedere, et a tuto eoo pa 
D rote e latti provvedeva: ioauimava lì con 
t dulerì e soldati cum suo excmpla, coU' 
t fortava il populo, mantegnìva li signoi 
a providilori constante et perseverante alla 
I dilesa • ecc. (Cronaca, Lib. il). 

Lattando Bonghi ds Ber^mo, va- 
lorosissimo colojinello delle fanterie veae- 
ziaoe. Fu all'assedio pisano del 1500, nel 
(jUDle viìutiu ferito. Alla battaglia della Gliia- 
radadda comandava lo ceroide veronesi, che 
combailerono coraggiosamente. Ferito all'as- 
salto dì Verona, venne trasportato a Padova, 
ove dopo quattro giorni morì (21 settembre 
1510): E tigli era il pili gentil Tante e pili 
I valoroso elio mai vi fosse; lelieralo rì- 

> pieno di soavi eosiumi e di uorleaia; sa- 
' lilo a buon grado per valore d'armi o per 

> sua sola virlù, senza ossorri da quella 



I'Ì2 
» (l'alcun suo pallente appoggialo » ( Da 
Poltro Ltllera 53), Snilc scaramucce alla 
porta di S. Croce, vedi Sanuto (IX , coli. 
87, 123, 12i, 130, 138, 153). Lo Zojano 
dico ; ( Passati alquanti torni, deliberarono 
t li capilani dell' eneroito cesareo iterum 

• bnier Padua, e cum arlelario diabolicc 
> scomeniano abaler le mura a la porla de 
■0 Santa Croce, dove se redusse lo esercito 

• cesareo parlilo da Codalongo, e Tecero 

• danni inllnili cum le anelarle; et ethm li 
» (lefensore dì Padoa feceno danni a lo 
K cxercilo cesareo, vei'ificando il proverliio 
■ del vulgar poeta: 



Otta« SXX. — Il Sanuto: . A di 11, 

> sabato. Vene sopra li slcchadi uno Ironi- 

> bela di l'imperalor per parlar al capilanio 
r- cenerai, et consultalo con li proveditori, 
' !o licentialo sen^a valerlo aldir > (IX, \6). 

OttaTe XXXV-XLl. — . Fonoleltere di 

> Psdoa di proiedilori e reilorì di eri sera 
» hore 3 di note (26 agosto), come hanno 

> i nimici haver auto la rocha di Moncelcsc 
i> in questo modo, che con la furia questa 
■ malina andono sul monte con le scale, ot 



163 
!• dimandando la rocha, sier Piero Grade- 

> nigo provcdilor, era li dentro, eL quel di 
» Anlelmi popular castelan con . . . homeni 

> di Teniecia e altri soldati dentro, i quali 
• feTanti consejo quid faeiendum, o lenirsi 

> o darsi a paU; in questo mezo ì nimici 

> messono le scale a le muro e introno 

> dentro, et amazono molti fanti Tacendo 
( presoni altri, maxime e) proveditor Gra- 

> denigo > (Sanuto, IX, 9-i). Anche il 
BttDTO aITcrma che Monsclìue durò ali|uanlo 
alla prova, ma che |ioì il giorno appresso 
si arrese, avendo Bartolomeo Lupaio inchio- 
date le artiglierie. Aggiunge che Massimi- 
liano impose, in luogo del sacco, a Monla- 
gnana una CAUtrìbuziono di 5000 ducati, (il 
Sanuto, IX. 94, dice 3000 e G. Priuli 2000) 
e ad Esle di 3000. 

fiiomml (jreeo soprannominalo dalla 
guancia, capo de' balestrieri veneziani prima 
in llavenna e poi nel Veneto. A questo tempo 
era assai vecchio, come dice il Da I'oiito, 
che nella lettera 50 dà la ragione del so- 
prannome. 

Ottave XLII-LI. — Il Sanuto : t Ancora 
9 se intese come essi provcditorì, bavendo 

> inteso che le artelarie erano a Vicenza si 

> doveva condur, et esser venuto cerio nu- 



164 

» mero di cavali nemici a quelli passi, man- 

» dono quella sera Janus di Campo Fregoso, 

» homo dil capitanio primario, con 150 ho- 

> meni d'arme, Zuan Griego con 120 ba- 

» leslrieri a cavallo, Dimilri Megaducha con 

» 120 stratioti, i quali ussiteno di Padoa 

» per veder di far qualcossa ... EU referisse, 

» nostri, apresso la villa di San Martin a 

i> Longare, mia 4 vicino a Vicenza, aver 

» preso il conte Filippo di Rossi con bon 

» numero di cavalli, e fato botini. Et pocho 

» da poi fo lettere di rectori di questa nova, 

j> di bore 13 (28 agosto). Esser sta preso 

» ditto signor, loro scrisseno Lodovico di 

» Rossi, ma è il conte Filippo fradcllo dil 

» vescovo di Treviso, et fo nostro soldato, 

» fiol dil conte Guido, qual ha soldo con 

» l'imperator. Si dice etiam esser sta presi 

» i signori di Bozolo era con loro, et in 

» tutto cavalli 600 » (IX , 98). Indi ag- 
giunge: « Ilavi lettere dil capitanio, di eri 

» (28 agosto), bore 3 note. Mi avisa di la 

» presa dil dillo conte Philippo et Manfré 

» Fazin veronese con bona suma di bomcni 

» d'arme ... Et il signor Federico di Bo- 

» zolo, qual è zencro dil capitanio zeneral 

» nostro, fuzite e si salvò a la montagna, et 

» nostri non se curono andarli driedo, ha- 



r 



> Tendo hlo la presa e biilin sopradiUo o 
(col. 103). 

Filippo de' Bossi di Parma, eonte 
di Sausecondo, era vnnuto a Longare per 
assicurar le velUivaglie e le artiglierie che da 
Vicenui dovevLino essere condotte ni campo, e 
per togliere racqua a Padova. Fatto prigioniero 
e condotto a Veneiia, avendo egli asserito 
ai capi dei Dieci che i Veneziani erano spac- 
MBli, fu messo in carcere duro col Trissino 
6 con BniDoro di Serego (Sanuto, IX, 100- 
101; vedi aoeiie [)a I'uRto, Lfllern 2«, e 
Bruto, die XXVIII aui/usli). 

Sonelno Glaeomo detto Saccardo, di 
Marco, padovano, di nobile rumigli» d'ori- 
gine lombarda fedele alla Ilepublilica ; fu 
ctHidoltiero di uomini d'arme agli ordini di 
Lucio Malvezzi, indi capitano dì cento uo- 
mini d'arme e centoventi balestrieri sulto ÌI 
generalato di Bartolomeo d'Altiano. La de- 
scrizione de'suoi beni si trova nelle Po/iiie 
•restima U18-I509, voi. 13, presso l'Ar- 
cliivio Comunale di Padova. 

Campofre^oso Janos o Giano, liglia 
di Tommasino, > fuoruscito da Genova lino 
» dal 1488, in cui Paolo cardinale Fregoso 
I perdio il dogado. Fu sempre a parte dei 
1 vari tentativi l^tli dalla famiglia per ricu- 



> perare il suo potere. Nel 1ó06 soggioraaTo 

> io Roma eoo OttaviaDo Fregoso. Andò poi 

> agli stipendi dello repubblica Teaela, che 
■ servi nella dìsaslrosa guerra proJolla dalla 

• lega di Cambrai. Alla morte del conte di 
t [^ligliaBO (1), fu nominalo ^lenialare 

• generale dell'esercito, il di cui supremo 

• comando era aflidato a Lodovico Hilteai. 
1 Comballevs con grande dislin/jone nella 

• lerrarerma tenelu , eonlro 1' imp^^lore 

• Massimiliano, quando nel 1510 Giulio II, 
I die dì nemico , era diventalo amico dei 
t Venezìaui, e che voleva scacciare i Fran- 
j> cesi d' Italia, lo cbiamù a sé. t Giano rien- 
trò in Genova dopo la Baliaglia dì Ravenna, 
e vi fu proclamalo doge il 39 giugno 1512. 
Perdette il dogado il ^i maggio 1513; Indi 
ritornò al servizio dei Veneziani, che nel 15^ 
lo elessero governatore generale delle milizie 
della Itepubblica, ma nulla potè operare in 
quesl' ufliìcio, pcrchi^ mori nello sCesso anno. 
(I.1TTA, Famiglie, celebri). 

Federico Gonza^ da Boizolo, capi- 
tano dei uavalleggicri imperiali. lUinasc Te- 



167 

rìlo alln batlagliii di Ruvenna cuin ballando 
nelle schiere francesi. 

Ottava Lll. — Contarlni eìrolamo, 
detto (ilrlllo di Francesco , provveditore 
dell'armata. •. Fu posio per li Savi! (3t u- 

• sosto), che sìer UiroaiDia CoDturìni pro- 
t veditor di l'arinada debbi cerair di quello 

> galle è a Cliioxa homcni 500 ben armati, 

> et per Breutu vecchia coti barche debbi 
» andar a Padoa » (Sanuto, IX, 1 12). Il Con- 
tai'ini ebbe l'ordine a \ ore di noile, e giunse 
a Padova dodici ore dipoi : U-a i 500 armali 
aveva anche 100 arcieri di Candia, Sebbene 
Tosse all'ubbidienza dei provveditori, tuttavia 
questi lo dovevano chiamare a tutte le cuq- 
sulle. Fu posto albi difesa della piazza (Id. 
co). tSt e segg.). Sulla contusione cagio- 
nata in Padova dalle ciurme condotte dal 
Conlarini, vedi: Da l'omo, lellera 31. 

Ottara LUI. — eiorau Paolo Gra- 
deolgo provveditore );enerale io campo. Il 
Sanuto dice a di ^7 agosto: « Fu posto 

• perii Savii, aiento sier Crislofal Moro 

• proveditor zeneral ha la febre, che'l sia 

> eleclo uno altro proveditor con pena, 

■ possendo esser electo di ogni oficio etiam 

■ continuo, con ducati ... al meie. Et fu 
I presa, e tolto il scrutinio, rimase sier Zuaa 



1 l'auto Gradcnigo, el coosier, qu. sier Zuslo; 

> i(U3l domenega era iolrato a la bancha, 

> et ussilo di cax3, fu Terito in Friul. El 

> quat rìinas», ucepli'i alacri animo > (T. 
IX, col 96 e seg.). Tedi a ìllustraziotiB anche 
del V. 6, ott. XLIl, canto IH, la lettera 45 
del Da Poeito, b i Diari U/ìinesi àe^ 
Ahaseo alle pp. indicale nell'indice dei no- 
mi. Questo G. P. Gradenigo, li^io dì Giusto, nei 
li97 era stato eletto camerìengo e pronedi- 
lure de' cavalli leggieri Dell'esercito del duca 
di HilaDu per la guerra di Pisa con i Fio- 
rentini, ina nou vi andò perché ammalalo. 
Nel U9H Tu capitano della cavallerìa contro 
Lodovico Sforza, e nel 1509 prima luogo- 
tenente di Udine e provveditore del Friuli 
e della Gamia, poi provveditore alla difesa 
di Padova; noi 151 1 provveditore della guerra 
di Treviso, che difese egregiamente; nel 1516 
provveditore a Padova e nel 1517 a Verona. 
— I due figli del doge erano .Alvise e Ber- 
nardo. 1 nomi (lei patrizi mandati a Padom 
sono dati dal Sancito (IX, coli. 00 e 61). 

OtUra LV. — Vedi i nomi dei Padovani 
sospetti mandali a Venezia in Sancto (IX, 
col. n e 5i]. Nell'opuscolo del Gloria (do- 
cumenti II e IV) si trovano i nomi dei Pa- 
dovani ribelli, di quelli che durante l'assedio 



169 

parteggiarono per T imperatore o per Ve- 
nezia, restarono neutrali. I nomi dei ri- 
belli sono dati anche dal Bruto al 4 di 
agosto. 

Passi emendati nel testo. 

Ott. IH, V. 7, Considerei — XLI, v. 2, 
allor — XLIX, v. 5, El conte — LIV, v. 
3, cha. 



NOTE AL CANTO III. 

Ottava III. — « Di Padoa. di hore i3 

» [agosto], di proveditori. Come haveano 

-» aviso i nimici esser andati a Rovolenta et 

» aver auto il castello in questo modo, vi- 

» delicet. mandò uno trombeta a diman- 

» darlo, et havendo cussi l' bordine quel 

» conestabile Luca de Ancona de non si 

» poter tenir, tolse le artellarie e con li 

9 fanti montoe in alcune barche che 1 prò- 

» veditor di Tarmada è a Chioza gè le havia 

» mandate, et vene a segonda a Montealban 

» e si segurò » (Sanuto, IX, col. 95). 

Ottava V. — a A di 9 [settembre] do- 

» menega. Sono scampati alcuni di dito 

9 campo, quali dicono esser assa' zentaja, 

9 ma di bomeni mal in bordine; e che c- 

» rano mal visti li in campo Antonio Gao- 

Tf divacba e li altri citadini, et che patinano 

> di le vituarie si non fusse la via di Fé- 

» rara che li sovieneno; et che in ditto 



172 
• campo È molli infermi > (Sanuto, IX, 
H). 

Ottore X-XVIl. — Quesle raro» la 
mosse (Icir esercito ìmperìnle: il 9 SbosIo 
Massimiliano venne a Camposampicro; il 10 
3 Vigodarzere, a due miglia da Padova con 
30,000 pereonc (Sasuto , IX,34-38 e 55^ 
il 13 il campo era pane a Vigodartere, 
parie alle Brcnlelle e parie a IJmena allo 
scopo dì loglior l'acqua a Padova (Id. . 52); 
il 20 a Tencarolu e al DossanDllo, iloode 
una parte dell' esercito ai spinse a Esie, 
Honlagnana e UovoIeaCa; il Si si levò dal 
Bassanello dJrieenitosi verso Abano, Batta- 
glia e Monsclice. Espugnala la rocca, resasi 
a palli Honlagnana, conquistalo il castello i 
di Bovolenla, una metà dell' esercito sì spL 
lino al Rassanellu per scortare le artiglierìe 
che doveano venire da Vicenza, e l'altra 
meUi rimase a Mexzavia. Assicuratosi cosi il 
cammino pel ijuale Ferrara doveva rifornire 
di viveri l'esercìU), l'ultimo d'agosto tutto il 
campo era alla Mandria e al BassaiteUo, 
spingendosi fino al borgo di Sania Croce; 
r 1 1 di settembre si levù dal Bassanelb e 
parte dell' esercito andò verso Bovolenla, 
parte verso Monselice. Passata la Brenta, ve- 
nuto sol Piova, costrutto un ponte a Boto- 



173 

lenta eil un alLro verso Monsclìvc e Anguìl- 
lara per assicurar il passaggio delle vello- 
Taglie, sì avanzi^ a iiuncaiclte (a 4 miglia 
da [*adovn), donde venne al [)on(e dei Graizzi 
e a Noventa, e il i5 « verso Porzia elCoa- 
longa destcndendosi di 11 vìa, et nostri con 
le anellai'ìe lo salutavano < (Sanuto, IX, 
53-165). Masshiiìliauo si accorse clie il punto 
più debole dì Padova, ma die nello stesso 
tempo presentava a lui maggiore pericolo, 
era la porta di Codaluuga, o meglio tutUi 
quella parie nord-est della cìLtà, dalla quale 
gli assediati raciimcnte potevano comunicare 
con Venezia. Tuttavia, per non far palese il 
suo piano, e perché i Padovani non ripara^t- 
sero sicuramente alcun luogo, egli andò di- 
slendendoai via via tutto aliamo la cìtt.'i 
in attesa delie sue arliglìerie. Giunte queste, 
eì le pianili loalo nella parte nord-esi, cioè 
dal Portello ed Oguissanli a Codalunp, rac- 
cogliendo qui tutto il grosso del suo eser- 
cito (SANtilo, IX, coli. 166, 171, 172, 175, 
179, i87; Da Porto, lettera 3(1 e Gloria 
p. 42). Massimiliano alloggiò .nel monastero 
delle Clarisse, ove si venera il corpo della 
B. Kletia Ensclmini, un i|uarto di miglio lungi 
dalle mura di pona l'orciglìa (tra Ognis- 
santi e Codalunga^ presso la cpiale alavano 



174 

accampati i suoi ledoschi, Quanto alla cifra 
dell'esercii» nemico, lutti gli storici vencxiaoi 
e alcuni cronisli alTemiano , che ascendeva 
dagli ollantii ai centomila uomini. Il prof. A. 
Gloria, clic trailo di proposito tale i|ue)ti(HW, 
sostenne, anche contro il parere ài k. Sa- 
gredo (vedi la rìsposla del Gloria, — Padova, 
lip. Prosperini, 186i — ad una recensione 
die del sua opuscolo più volte citato il Si- 
gredo aveva inserita nell'ai re ArVi'o slorico l'fo/. 
N. S. T. XVIII, P. I), che la parola del Bm- 
ZBcarini, il quale dà un» cifra assai inferiore, 
merila nel caso nostro maggior fede di 
lut^ gli altri scrittori riuniti insieme; perché 
egli sì trovava nel campo nemico ed ora 
stato lesiimooio delle due riviste, passale 
l'unn in Bassano l'altra a Battaglia, onde 
potè nella sua Hìslorìa porgere il pumero 
dei soldati che militavano sotto ciascun ca- 
pitano, senza dare tuttavia la cifra totale 
dell' esercito, in cui, secondo i calcoli del 
Gloria, si sarebl>ero conlati in entrambi le 
l'assegne non piiì di 23,OOU combaltentì. 
In una recente comunicazione alla R. Acca- 
demia di Padova (Due quealioiù retative al- 
l' aisedio di Padova del 1509, pubbl. ne(ji 
Alti f Memorie, voi IV dìsp. Ili) io ho os- 
servalo, che la ragione sta dalla parie del 




175 

Gloria , anelli' |ierclii' a qiie' (empi nuii 
sarebbe stato possibile allestire un esercito 
torlG ili ottanta o centomila uomini ; ma che 
d'altra parte non riuscivo a capire come il 
Duziacarìni avesse potuto contare un cgunl 
numero dì combatienli in Bassano e a Daita- 
glìa, mentre é noto che dopo In pi-ima rasse- 
gna nuovi soldati avevano raggiunto il campo 
' nemico. Evidente, dunque, un' inesattezza nel 
computo sommario del Gloria, il quale anche 
non s'era curalo di spiegare in qualche modo 
l'enorme differenza che corre tra la cifra del 
cronista padovano e quella degli storici ve- 
neziani. Una importantissima lettera dì Jacopo 
Hìchiel, che fu tra i nobili veneasni venuti 
spontanea mente coi loro provvisionali alla 
difesa dì Padova, parvemì spiegare l' enim- 
ma. In essa si le^e ; t el campo de' iaimici 
I |è] da anime 50 milia in 60 milìa ; ma 
» komini da li eavalli in fuora che sono da 
1 14 milia et fanti boni che sono da 16 
* milia, el resto sono ventarieri e merchadantì 
n che vanno drìeto butìnì, et altri scalzi el 
■ afamadi che non vai 10 uno > (Sanuto, IX, 
1R9 e 190). Dunque 1' esercito era com- 
posto, secondo l'informazione del Michiel, 
col qu»le si accorda anche il disertore Teo- 
doro Bua (Sanitto, IX, 86), di 30.000 uo- 



176 

mini, il l'fisio ora gente o avida o afltemaio 
che veniva alla coda nella speraoin di un 
biio[i IjotUno, cioè tìIIìcì del contado e sac- 
comanni che coH'esereiVo vero e proprio for- 
mavano lutto il campo nemico. E che questo 
campo (non YrstnUo, si badi bene) fosse 
di 60.000 persone, affannarono concordi e 
i Ire spioni fatti prigionieri in Mestre il 30 
settembre, e i tre pairi;ti Haflo Bernardo, ' 
Giorgio Lorcdan e Pietra Polani, e Oaalmenle 
il capo dei cavallari dì Mestre, Roco, prigio- 
niero degli imperiali , eh' era in campo 
iguando (u dato l'assalto al bastione della 
galla (Sanuto, IS. 175, 179, 239). Da 
dò apparisce abbastanza chiaro, ini pare, 
che gli stand veneziani, per dar maggiore 
imporlaioa alla vilUoria riportata sugli im- 
periali, nel porgere il numero complessivo 
dei nemici computarono pur anco ì sacco- 
inanni che venivano alla coda, esagerandone 
la quatililii : questa confusione dell' esercito 
col campo iogeneiù gli erroJ'i e le diS|iulo 
che più sopra abbiamo riferite. Il Gloria, rì- 
spundeiidoai! (Quanti nemici e ijuanti di- 
fensori all' assedio di Padova del Ì509, 
n^li Atti e memorie della It. Accademia di 
l>adova, voi. VII, dìsp. Il) non amineUe di 
avere commesso un' inesattezza nel «un- 



1T7 

mare le cifre del Buzzacarini, ma in fatto e- 
leva poi il suo numero da 23.000 a 26.223, 
calcolando per ogni lancia in media 5 uo- 
mini e mezzo (1) (si badi che nel calcolo 
e' non fu troppo generoso), e aggiungendo 
i 1000 fanti condotti dal cardinale Estense. 
Tuttavia volendo riottenere ad ogni costo 
il numero di 23 mila nemici e non più, de- 
trasse, con quella libertà che é concessa in 
simili congetture, i disertori, i morti, i feriti, 
i prigionieri, i malati, gli incaricati di par- 
ticolari fazioni e servigi, i quali naturalmente 
raggiunsero, secondo lui, la cifra di 3300 cir- 
ca (2). Che nel determinare il numero di un 
esercito si possa assai approssimativamente te- 
ner calcolo anche dei morti, dei disertori, ecc., 
sta bene, ma a patto che queste sottrazioni si 



(1) Sinceramente confesso, che il Gloria ha 
ragione quando dice che il numero dei soldati 
per ogni lancia o uomo d'arme variava a seconda 
dei condottieri : mentre io, interpretando male 
alcune cifre del Sanuto , avevo detto che era 
di 6 per lancia e di 5 per uomo d' arme d' ogni 
condottiero. 

(2) Avverto che di queste sottrazioni non è 
parola nel primo opuscolo del Gloria suU'assedio, 
ove troviamo pure la stessa cifra di 23,000 soldati! 

12 



178 



nrresljno agli iniui del combatlimcDlo 
r assedio; mentre è evìdciii«, cbc si devono 
computare nel numero complessUo dell'eser- 
cito ì miHli e i feriti ecc. dopo questo mo- 
mento. Ma dì ciò panni non sia troppo con- 
iìdIo il Gloria, il quale colle sue sottraiionl 
arriva al 29 settembre, e, come ogaun s>, 
l'assedio ebbe termine col primo di ottobre! 
ti Gloria rigetta senz'altro le asscrnoni 
del Uicbiel, percliè questi non fu testimonia 
iKulart, perché cioè non era al campo ne- 
mico. Rispondo, cbe da una delle più ulte 
torri della città egli poie>-a, me^o dì 
molti altri cbc erano al campo, dominare 
coi propri occhi il campo nemico; sema dire 
che gli assediali avevano mille mezzi per 
essere ìniormali sjI numero e sulla qualitì 
dei nemici. Respinge le deposizioni delle tre 
spie, perché gente non degna di fede e per- 
ché non furono testimoni oculari dell'eserci- 
to nemico, per la quale ulliinu ragione eschide 
anche la testimonianza dei tre patrizi; e, se- 
condo lui, non merita considerazione il caval- 
laro Roco, poiché, essendo stato prigioniero 
nel campo nemico, t non può averlo esaminato 
bene *. Per tacere molte altre considerazioni 
in proposito, rispondo: che quando il Hi- 
chìel, il quale si mostra assai bene informalo, 



o o ^1 




179 
e il Bua, ìndipendcntemcnle 1' uno dall' altro, 
il primo tra gli assediati, il secondo tra %\ì 
assedianli, ci dicono concordi che 1' hktcìIo 
era di 30,000 soldati, noa é penocsso di 
rigettare quesia cifra seaza discuterla ; e che 
quando quattro tesUmoDÌaoKe nlfaito indi- . 
pendenti (il Michiel, gli spioni, i patrìzi e 
il cavallaro) affermano che il campo era di 
60,000 uomini, t per un principio logico e 
gìuridÌGD t noi dobbiamo prestar Tede alle 
loro parole. H Gloria, ancora, non accetta la 
congettura ond' io, distinguendo l' esercito dal 
rampo, ho spiegato la grande dilTerenza die 
corre tra gli storici veneziani e il Buzza- 
corinì ne! determinare il numero dell' eser- 
cito, e dice invece, che i primi « ci hanno 
scambialo il numero degli offensori con 
(lucilo dei difensoi-i > ; la quale ipotesi non 
parmi né mollo probabde, né troppo oiwri- 
Sca verso gli storici veueiiani, che in lai 
modo, inveilendu le parli, sarebbero siali 
lutti concordi nel mentire doliboraiamen- 
te; che se invece, com'io credo luttaviu, 
essi cooruscro di proposito 1' esercito col 
campo . computando in vario modo tulle 
le genti che effettivamente erano attorno a 
Padova, noi li potremo incolpare, non giii 
di menzogna, ma di una esagerazione io 



180 

buona parte meritevole di scusa, perché 
vollero rendere in tal modo più gloriosa la 
vittoria ottenuta. Ora, quanto al fero niunero 
dei nemici, se nel Pregadi si riteneva che am- 
montassero a 20,000, come era stato affermato 
da taluni prigionieri (Sanuto, H, 41 e 48) ; 
se Filippo de' Rossi disse che erano 24,000 
(op. cit., 101), il Sanuto (op.cit, 102), cal- 
colati i 1000 (anti venuti appresso, 1^,000 
circa, il Buzzacarini 27,000 circa, il Michìel 
e il Bua 30,000, sarebbe per lo meno assai 
strano se noi volessimo ostinarci sur una di 
queste cifre, piuttosto che su di un'altra, 
dal momento che non vi sono buone ragioni 
per escludere alcuna di queste testimonianze : 
onde sarà prudente conchiudere, che la vera 
cifra dcir esercito nemico sta tra i 20 e i 
30,000 combattenti (1). 



(I) L' opinione espressa di recente dal dott. P. 
Zanetti, L* assedio di Padova dell'anno 1509 
ecc. nei Nuovo Archivio Veneto ^ T. II, p. I), che 
non ammette (p. 108) un numero di nemici supe- 
riore ai 24,000 (e perché allora a p. 95 crede e- 
sagerata la testimonianza di Filippo de* Rossi , 
che aveva dato l'identica cifra?), mi persuade 
ancora meglio dell' opportunità di questa mia 
conclusione. 



181 

Nella citala risposta al Sagredo, il Giona 
aveva detto, che F assedio di Padova era 
« uno splendido vanto veneziano e nazionale, 
» che poco onore fruttò a Massimiliano 
y> moltissimo ai Veneziani, perché trionfarono 
> di un esercito agguerrito e vittorioso con 
» gente di minor numero per la più parte 
» raccogliticcia ed imbelle » . Adesso invece 
egli inverte le parti : giudica meschino fiacco 
disordinato Tesercito imperiale, appoggiandosi, 
con poca coerenza ai Diari del Sanuto, cioè 
a testimoni non oculari, e leva a cielo le forze 
e i mezzi adoperati dai difensori di Padova, 
i quali (secondp lui) ammontavano a 80,000, 
contro 23,000 nemici male in armi. Che il 
campo nemico fosse in cattive condizioni, tur- 
bato e scosso dalla carestia e dalle discordie, è 
un fatto indiscutibile ; ma ciò non toglie che 
r apparato delle forze imperiali fosse per quei 
tempi veramente grande e tale da incutere 
spavento ad una città come Padova. Abbiamo 
veduto in qual conto tenesse questo esercito 
il marchese Giovanni Gonzaga, e in seguito 
vedremo come- ali* ambasciatore Scalona(noti 
il Gloria, due testimoni oculari della massima 
importanza) paresse vedere l'esercito di Serse! 
l Veneziani cercarono sicuramente di mimire 
e difendere la città come meglio poterono, 



182 
tnltandosi Ji cosa che avebhe polulo metlere 
ùi perìcolo la poluDza Jells Repubblica; ma 
ijuamfo il Giona ci (lìce cbc ì difeiuorì e- 
rano 80,000, e' mi ha un po' l'aria di ro- 
ler seguire il catliio esempio degli slorìci 
veneziani che, come vedemmo, confusero di 
[troposilo Veirrcilo nemico con lullo il campo. ■ 
Il MJcbiel afTerma che in Padova erano « Ira 
> sddali, populi e viianì de le anime da 
) oianlamila », quindi è cerio die queste 
80,000 mime non erano Lullo uomini da 
falli e che tulle non poltvano prettarii 
alla difaa, ben dovendo quesla volla farsi 
la necessaria detrazione degli inabili ai ser- 
vigi guerreschi. Le persone pagaie alla di- 
fesa erano 20,000, dice il Sanulu M), e dob- 
biamo credergli : cerio che a questo numero 
vanno aggiunti i non pochi Padovani e vil- 
lani che al caso avrebbero preslalo soc- 



io < B Fadovn ) , dove ( cioè ■ Paduva) è da 
ione iù milla pacala a eMtloOia > (di Pa- 
DBluralmeale). it Q1diì& mveca caplaae a 
vada aaclia cjui dstetmiaalo il numero 



183 

corso ai soldati ; ma dell* ammettere ciò, al- 
l' asserire che i difensori erano 80,000, a 
mio avviso, ci corre parecchio! 

Ottava XXII-XXIV. — « A hore 18 
» [15 settembre] hanno fato meter focho 
» in rhospedal over caxa di Lazareto, eh' è 
» sta gran pechato brusar tanta roba era li 
» e fabricha nova. Item, farano brusar le 
» caxe verso Porzia forsi la note; vedrò se 
9 i nemici paserano, perché tutto è prepa- 
9 rato. Item, e la caxa di Nani e di sier 
» Nicolò Trivixan proveditor, eh* è palazi 
}» bellissimi, e di sier Piero Marzello e il 
)) monastero di San Marco » (Sanuto, IX, 
162). E il Da Porto: « Hanno altresì ro- 
» vinato tutte le case ch'erano fuori della 
» città e d'intorno, per torre a'nimici il 
» comodo dell' alloggiare: il che é stato 
» grandissimo danno, perciocché vi erano 
i> quasi a tutte le parti de' borghi lunghis- 
» simi di case, che con le mura della citta 
)) si congiungevano ; tra' quali si vedevano 
n alcune chiese di architettura e fabbrica 
» mirabili, che tutte sono andate a terra. 
» Rovinarono anco dentro della città molti 
» degni casamenti, che sono troppo aderenti 
» alle mura; e così tempii nobilissimi di 
9 tanta bellezza e valuta, che i posteri noi 
» potranno credere » {Lettera 27). 



184 

Ottava XXIX. — CosUnttno di Gior- 
gio Arianltl-CoinnenOf priocìpe di Ma- 
cedonia, (luca d'Acaja, despola della Morea, 
generalmente noto sollo il aome di Oo> 
mlnatOf che è forse una aitcrazioiie di 
Comneno. Lo Zojano lo cliiania Aranlelij 
e il Da Poltro Asnetti. Spodestalo nel 
li61 dai Turchi, visse poi io lliilia, ed 
ebbe molta parte nelle vicende politiche di 
Giulio II (lIoFF, Chronique» gréeoronumes 
inèdita OH pea connuu, Berlin, IS73, p. 
530). A lui l'elefantp di Leone X lasciò un 
legato < per la egregia opera che l'ha fallo 
ne l'assedio de Padoa, con questa solamente 
condizioa, che sìa luogolcnenle de la super- 
bia in luta la Europa ed in parte dell'Asia 
Un al mar Ircano over Caspio • (V. Rossi, 
Un elefaitle famosa, nella rjvislii Inlermzto, 
Anno I, nu. 38-30, pag. 17 dell'estratto). 
1 Spoglialo, dice il Gloria sulla fede del 

> BuìzaearJni e del Muratori, del suo domi- 
li Ilio dai Turchi, slura presso papa GiidJo 

• II, che lo inviò a Massimiliano in Trento 

> con 50,000 ducati per indurlo a scendere 

• una tolta in Italia temendo che avantassero 
K i Francesi oltre Peschiera. Massimiliano 

> creò Costantino suo capitan generale per 
r far cosa graia a papa Giulio, e quesli.aTendo 




185 
t 3vu(o le sue terre di Romagaa, e non 
» lenendosene sicuro col Iroppo ingrandi- 
» mento de'Fnincesi e dello stesso imporstora, 

> indino ormai a prò' de'Veneziani, e perciò 

> dette incarico a Costantino (ti favorirli se- 

> gretamente >. Costantino, sepita il Gloria, 
sguernì Padova e mosse conij'o il parere 
degli altri suoi capitani a riconquistare il 
Friuli, Goriiiia e Trieste per esser stato, se- 
condo il Muratori, dai i saggi Veneziani se- 
greUuneuLe guadagnato, se non imbeccalo 
dal PonleGce > (opusc. cit. pp. 26-28). L'A- 
rianiti con i suoi italiani era accampato in 
faccia al Portello. 11 Cardinale Ippolito 
i' Este Tenne al campo con 1000 fanti co- 
mandati da Vistidello ila Modena, ed ebbe 
alloggio :il Lazzaretto. Ilcla li vani ente alla 
partecipazione degli Flslensi all' assedio di 
Padova imporla conoscere quanto dice il Sa- 
NDTO (IS, 84 e 105). 

Ottava XXX. — Honslr da la Falba, 
cioè jMqueB de Chabannes, slsnore de 
la Falioe, gran mastro e maresciallo di Fran- 
cia. Alloggiò nel palazzo Trevisan , e i sol- 
dati francesi e spagnuoli, tulli sollo i suoi 
ordini, erano accampili! intorno a Codulungu. 
Il dnoa Federioo di Barlera» conte pa- 
latino, elettore dell' impero. 11 duca di Ur- 



bino dotrrckb' essere Francesco Maria I 
della Borere, cioè il Prefettlno della ot- 
tava XXXV; ma non pare che questi sia stalo 
in persona ali'asscilio di Padova, perché nes- 
sun altro dc\ ([uesta notizia, e invece è nolo 
eh' e' <i manrlò Fi'ancesco da Fano ( eh' io 
credo deblm essere identificalo col meeser 
Evangelista dell'ottava XXXV) con cento 
lancio e cinquanta cavalli leggieri. Faleo- 
logo QngUelmOf marohese dì Honfer- 
rato, anche ili ijucsto nessnn altro Ta pa- 
rola relalivnmeulG all' assedio di Padova. 
Non trovo alcun Gonzagra, signoi'e di Box- 
Rolo, dì nome Carlo, 

OttaTa XSXI. — Matteo Lan; ve- 
scovo di GOrck, pel quale rimando alle Né- 
goeiations diplomaliques entre la Frutice e 
l'Attlriche publUef par M. 1^ Glav (Paris, 
1815, T. 1, p. XXI e se^.)- Del resto ò 
personaggio notissimo, e molle sono le ronli 
cui si pilli ricorrere per aver notìzie di lui. 
Qloaehiita I di Hotienzollern^ marohese 
d[ Brandebnrgro. Il conte di HonTorte 
era nn diplomatico liorgognone, che nel 150(i 
fu ambasciatore dì Massimiliano 1; niente 
altro so di lui. Cristoforo margraTlo dt 



187 
Ottarn XXXII. — Bodolfo prìncipe 
di Anlult-Bernbnrg , governalore delle 
armi tedesche in Iialia e ca|iitano t'encrale 
«Ielle runterie imperìulì , morto dì peste ad 
iragUlo da Vienna a Verona l'agoslo del 
1510. Honslsnor della Grota, gover- 
natore delle genti d'arine del Monferrato al 
cam|)o imperlale. Antonio d'Aroes , detto 
il Caralier bianco, cupiUino di fanti Tran- 
cesi, t'alio prì^Dniero iilla Ghiaradadda, a- 
veva oltemilo libertà di tralloi'e col re di 
Francia pel cambio de' prigioni, colla pro- 
messa di Tar ritorno; ma invece egli tradì 
la fede data, e fu sotto Padova coli' esercito 
imperiale. Fu ripreso in Legiiago il pj'imo 
d'ottobre , e quando si trattò {W dicembre) 
di cambiare ì prigioni Tranccsi coi vene- 
ziani, il d' Arces venne escluso ( Saniìto, 
Vili e [\ passim). Halatesta Galeazzo 
da Pesaro, Tritiello di Paodolfo. 

Ottava XXXIll. — Gaspare Sauseve- 
rlno dello Fracasso, coasigliere ddl' im- 
peratori'. LodoTleu di Galeotto Pico 
della Mirandola, capitano delle genti Jet 
papa in aiuto dell' imperatore. Lodovico 
Gonzaga da Bostolo, balello di Fede- 
rico, che giù abbiamo incunlLuto e al quale 
si accenna anclie nell'ollava XXXVl. Pan» 



ft 



188 
dolfo MaUtestaj signore di nitnÌDi, poi 
di CitLailella (Samjto, Vili, 546), condottiere 
al soldo di Venezia, indi a quello dell' im- 
perato re- 

OtUfa XXSIV. Pietro Bonomo, Te- 
3COV0 di Trieste , segretario dei]' impera- 
lore , di cui ?edi uo mandato a Dome di 
MBssimiiianu, quando il cam)» slava per 
levare l'assedio, in Sanuto (IX, ^3 e Wi). 
Cinfuio, Torse quel CligiBieto del quale 
parìa il Sanuto (Vili, col. i8~) : t uno , 

> cbiamalo Cinganelo, di naturo qual 

• era crealo diJ signor Bortolo [Alviano] 
» con cerclia 60 balesirieri a cavalo dì 
) houeni dil signor predillo si sono par- 

> tliì e andati dal signor Pundolfo [Mala- 

• lesta], si vuol far homo di Fraoza '. Ber- 
nardino Fran^pane, conte dì Segna. 

Ottava XXXV. — HoKonet d'Imber. 
court, capitano di 300U cavalli borgognoni. 

Ottara SXXVI, - Tre Nicoli d'Este vi- 
vevano u questo lempo: il figlio naturale dì 
Nicolò, abaie commendatario di S. Maria di ■ 
Gavello; Jl tìglio legiUJtno di Heliaduse, e il 
lìglio naturale di Rinaldo. Non so quale di 
questi Ire fosse nell'esercito di Massimiliano. 

Il Conte Franoesoo di Sambonitaolo 
era slato prima capo di fanti Veneziani; di- 




189 

venuto partigiano dell' imperatore , cadde 
prigioniero dei Veneziani nel campo di San 
Martino (Ì5i0). 

OttaTa XXXVII. — Benieri della Sas- 
setta^ prima capitano di cavalli leggieri al 
soldo dei Veneziani, passato poi alla parte 
imperiale insieme a Pandolfo Malatesta. Il 
Sanuto (di cui sarà opportuno consultare il 
T. Vili dei Diari , alle coli, cui rimanda 
r indice sotto al nome Sassetta (dalla) 
Benieri) pubblica un sommario di lettera 
di Francesco Corner (col. 257), in cui si 
dice che il Dalla Sassetta si comportò assai 
male nella battaglia della Ghiaradadda ove 
combatté per la Repubblica. Di nuove pratiche 
per passare ai soldi dei Veneziani, parta 
pure il Sanuto (IX, 558). Riporto la lista 
dei capitani del campo nemico, quale si trova 
nella Cronaca dello Zojano, conservando la 
grafia del codice. 

Nomi dei capitani Alemanni, Borgognoni, 
Francesi, Svizzeri, Guasconi, Spagnuoli e 
Italiani nell'esercito cesareo. 

Condottieri tedeschi : El marchese di Bran- 
diburg e un figlio — El marchese da Bada 
e un so fiolo — El Principe de Naldo ca- 
pitano Rodulfo — Zorzi Lictstan capitano 
delle fanterie — Zuan Ànfer capitano de 



191 

Capitani italiani: Il Signor Costantino 
Aranich dux Macedoniae — Gasparo da S. 
Severino Fracasso capitano generale de le 
zente italiane. — Zuane da Gonzaga — 
Federico da Bozolo e Lodovico da Bo- 
zolo gonzaseschi — Pandolfo Malatesta — 
Filippo de Rossi — Alberto e Francesco 
da S. Bonifacio — Il contin de Melfi sfor- 
zesco — Il Marchese d'Anzixe de Piemonte — 
Francesco Borromeo paduano — Rigo Porro 
— Francesco Beraldo da Padoa — Beral- 
dino da Padoa — Manfredo Facin da Ve- 
rona — El gran diavolo de Spagna — Re- 
naldo Befia cavalli lezieri vestiti tuti de sa- 
cho, da Ferrara. 11 conte Ercole Rusco e D. 
Sacromoro Visconte capitani dei cavali le- 
zieri milanesi — Pietro Antonio dal Verme 
veronese — Zuanfrancesco dala Mirandola. 

Signori che seguivano V imperatore : El 
duca Alberto da Monego cognato di Massi- 
miliano — El duca Alberto de Sassonia — 
El duca Federico de Baviera conte palatino, 
eletor de F impero, da piser (?) — El duca de 
Mochcburg — El duca de Gelich — El duca 
de Gelere — El conte de Zolere grande 
marescalco dell'Impero e capitano — El 
conte de Manzfel magno barone — El duca 
de Pransvich. 



ottava XLIII — Zaccaria Doifln, nglio 
<lì Andrea, da San Lio, caraliere e senatore, 
cognato di Marino Snnuto. Nel 1509 fu ca- 
liitnno di Padova durante l'a^ssedìo, onde nel 
|ìelazzo prefettìzio gli fu posto il seguente 
elogio: Zachariu» DtXphma Praefaliu Pa- 
la», bello laboranU in ipso kottium m- 
FMTsa. animi magnibtàine adiìuclus, magi- 
slralitm alacriter ìngressta, rnox accedtnt 
collega Petrus Balbi Venetae CivUali, ve- 
lati duo lumina fulserunt, sub eommque 
ae.ttralissima adminislr/itìone discussi* ae 
foeliciler fuffatis lenrbrig, quibus urbs prae- 
mebatuT, confederati exercitus Ponti fieis , 
Imperatoris, Regia Gallorum et Hispanensiwn 
civitas acerrima ohsidione liberala est, Ri- 
nuniiò la capitanerìa a causa della malfenna 
salute il 23 gennaio 1510 (Vedi Sandto, 
XT, i83 e 551). 

Ottava XLIV. ~ Bernardino Forte- 
bracci conte di Montone, salilo in Pe- 
rugia a cajio ile' Bracceschi il 17 giugno 
U7d alla morte di Carlo Forlebracci- Delle 
sue imprese guerresche anteriori a questo 
tom|>o, vedi Fabbetti, Biogra^e ecc. (voi. 
Il, p. 323). Indi fu a' soldi de' Veneziani : 
air assedio di Padova comandò con suo Gglio 
Cario prima 148 uomini d'arme a guardia 



193 

del castello fino a Ponte Corvo, poi, quando 
r esercito imperiale minacciò la città dalla 
parte di Santa Croce, oltre la sua compa- 
gnia d' uomini d* arme, circa 300 balestrieri 
a cavallo nel Prato della Valle. (Sanuto, 
IX, 59 e 128). 

Antonio de' Pii^ condottiero al soldo 
de*Veneziani, provveditore al campo nel mag- 
gio 1509; durante l'assedio di Padova prima 
posto a guardia da Savonarola ai Carmini, poi 
passato con Citolo da Perugia a Codalunga. 

Janus Campofregoso di cui vedi a pp. 
165, 166. 

OttaTa XLV. — Giampaolo da San- 
t'Angrelo figlio di Angelo, cremasco, il 
quale nel maggio del 1509 segui con Marco 
della Mozzella le sorti del campo veneziano, 
dopo r abbandono di Crema al nemico (Da 
Porto, Lettera 17). All'assedio di Padova 
era con 18 uomini d'arme ai comandi del 
conte di Pitigliano. 

Guerriero da Castellazzo era con 26 
uomini d'arme ai comandi di Lucio Malvezzi. 

Giuliano da Codigrnola o Cottignola, 
era con 19 uomini d'arme ai comandi di 
Antonio de'Pii. 

Taddeo della Yolpe^ imolese. Di lui 
cosi dice GiANFRANCESCo Ferrari Moreni 

13 




194 
da Idodcna: t Naci|ite da Nicola nel i*7i. 

> Nel ìi'3S tu capuano sotto la condotta di 

* OUananoRiarìo.alla guerra pisana nel MW. 

> Kìlìtò solla il duca Valentino Borgia nel 

> I50i. Comballé con Tcddlà e valore alla 

* diresa del duca, e dopo la caduta di quc- 

> slo mililò per Giulio II, a nel 1509 fu fatto 
t condottiero di 100 cavalieri al servixia del 
» Senato di Venezia. Salvò l' esercito Veneto 

• dopo la sconritla amia all'Adda; ricuperando 
D Padova nel giorno di S, Marina; riportando 

> viiiorìa contro 11 Trissino, Gonzaga, Dionisio 

> Kaldi; difendendo Arcoli; riprendendo la SIpÌ- 

> lata; espugnando Mirandola, e salvando l'è- 
) sercilo Veneto presso te porte di Bologna; 
) combattendo alla dilesa di Crescia al lìacclii- 

> glione, e conservando Treviso. Ferito e pri- 
» gioniero a Gradisca fu liberato dal cambio 
t del C. Ruggiero Bavaro; e oessÙ di vivere 

• in Venezia li 1!) gennaio nel 1534, d'anni 

> 60, ed ebbe pubblici funerali per decreto 
B del doge Grilli sotto cui militò nell'assedio 

> di Padova, e lu lodato con solenne orazione 

> da Agostino Brenzoni veronese e onorato di 
B statua equestre » (Cicogna, Iserimni, V. 
(i30, 31). 

OttarA XLVI. — A^stino da Bri- 
gmano conikittiuro di 35 uomini d'aruie ai 
comandi di Lucio Malvezzi. 




195 
NÌQoIino Trlaslno cundoltierc di 23 
uomini d'arme iigli ordini del Pìtìgliano. 
LodoTleo conte di Sarobftniraolo te- 

rouGse, condoUiere di 37 uomini d'iirme ai 
comandi di Antonio de' Pii, suo suocero. 

Ottara XLVIIl. — Fra' Leonardo da 
Fmto, cavaliere di Rodi e governatore 
generale dei cavalleggieri veneziani. Non 
30 perché il Cordo lo dica spagnuolo, men- 
ire col Sanuto anche il Da Porto attesta 
cb' era pratese: ■ Costui, nativo di Prato, 
» essendo di parte Ghibellina e nemico de' 

> Francesi, venne pochi di la ad olTerirsi 
■ da se medesimo a' Veneziani, dicendo vo- 
t lerli servirò in ogni modo che fosse a 
» loro grado, purché loro snidato restasse; 
B di£ toro in salvo intorno cinque mille du- 

> cali, eh' egli seco aveva, i quali perciò 
t contenlavasi che fossero spesi in ogni loro 
» bisogno. 1 Viniziuni (che costui sopra il 
j) jnare, mentre ch'egli era corsaro, avevano 
s conosciiiio per valoroso, e sentitolo di poi 
B per le guerre del Fleame con Ferdinando 
t giovane e con Federico , regi napohtani, 
» molto commendare) lo accettarono lietis- 

> simamente in un cu' detti denari; e man- 
1 datolo a Padova senza condiziono o titolo 
« alcuno dì soldato, poco di poi per se 



196 
D stessi il vostiluirono sopi':i tulli i loro ca- 
li vulli Icggìerì italiani. > ( Lettera 38 ). 
Dette nuove prove del suo valore a Padova, 
e a Verona nel getinnio del 1510. Fu uc- 
ciso dai Francesi a Bell'Aei-e (gennaio 1511). 
Il suo cadavere fu porlalo a Venezia e se- 
polto per ordine del Sonalo nella chies-t 
de' Santi Giovanni o Paolo con onorevole 
monumento. Cosi il Dcmbo (Liber XI), cbv 
lo dice Leonardus Praliis, e Lupis Appu- 
liae oppido, ex societale Rliodionim miii- 
tum 1. (Libcr VII). 

Ettore tìloTcnale (o, secondo altri, 
Peracclo) Romano In uno de' ircdìcì della 
dislida di liurlotta. 

Conte Guido Banane i ei-a a Cer- 

> vignon a li soi castelli, [fo expedito] con 

> 100 balestrieri n cavallo, et mandalo a 

1 Padova • (Sanuto, IX, 65; 17 Agosto 
1509. Una lettera del 18 Agosto dico che 
i baleslrieri a cavallo erano iQO, idem, col 
SI). Di una sua scaramuccia si parla a di 

2 ottobre (coli. 227, 28). 

OttBTs XLIX. — Ereole Malreszi del 
co, Pirro, sposi'i Lavinia di Piriteo Malveai, 
poi CajniUa Strozzi. Fu amico di Marcanto- 
nio Colonna, e, corno valoi'oso cb' egli era, 
capo delle sue lancio spezzale e luogoteoenie 



197 

della sua compagnia dì 100 uomini d'arme. 
Si accostò poi a suo zio Lucio Malvezzi, e 
fu con esso alla difesa dì Padova. Morto 
Lucio, restò al servizio dei Veneziani. Era in 
Brescia con 100 cavalleggeri quando fu 
presa dai Francesi, e restò prigione malcon- 
cio e ferito. Fu liberato per opera dì A. 
fìritti; e, per riparare ai danni della sua fa- 
miglia, dopo 18 anni di esilio tornò a Bo- 
logna ove fu fatto Senatore. Fu governatore 
di Parma per Paolo III, quando questi ne in- 
vesti Pier Luigi suo figlio. Fu conte di Castel 
Guelfo, e mori nel 1563 d'anni 75. Era uo- 
mo di bellissimo aspetto, di statura assai 
grande, d'ottima disposizione di corpo, ama- 
bilissimo per la sua fedeltà e lealtà (Sanso- 
VINO, Famigli illustri d'Italia). 

n conte Cesare de' Bossi capo di 15 
balestrieri a cavallo. 

GioTanni Brisigrliella di Naldo; di 
lui non parla, a quanto ho veduto, che Gre- 
gorio Amaseo ( Diari Udinesi, pag. 222), 
dicendo che fu tra i prigionieri caduti in 
mano de' Francesi alla presa di Brescia (27 
febbraio 1512). 

Baldassare de'Seipioni senese, capo 
di 100 uorai d'arme al servigio della Re- 
pubblica, fatto prigioniero alla battaglia della 



198 

lìhiar.Klndila ove rimase arichc ferito; fu al- 
l'asscitio ili PaJova, inili govcmalore gene* 
ralc del Friuli, JiTensoro dì Brescia (15i3) 
e ili nuoYo prigioniero dei Francesi. Mori 
sotto Brescia lia febbre t di' è sta gran 
danno, perche homo molto valoi-oso > (Sa- 
.NUTO, XXI, a di 5 dicembre 1515). Uomo 
ralorosissìmo, prediletto dell'Aviano; cieco di 
un occbiu, che avcTa perduto comhatlcado 
giovinetto in duello : ìm[H)rLa conoscere quanto 
dicono di lui il Sanuto {IX, Sii, 294, 400) 
e il Da Pouto (Lettera Gii). 

Ottava L. — SIlTestro Aleardo, ua- 
pìtauo di S5 balosirìeri a cavallo. Nel mag- 
gio 1509 fu al soccorro di Crema. 

Pellegrino do Blva^ veronese, caiiìiano 
di ìi balestrieri a cavallo. Era stalo con 30 
bulesli'icri alla battaglia della Gbiaradadda. 
Nel Campione dell' Eistimo del 1502 è re- 
gistrato in contrada di S. Andrea: Peregri- 
NtM de la ripa q. hinoitymi cam fiiìù q. 
D. Joartnis et'us patrui. Dal fascicolo che 
descrive la contrada slessa, presentalo il 13 
aprile 1541 , risulla die aveva allora 70 
anni, il che ci porterebbe per la nasdla al 
147!. Nel I5i5 è ancora estimalo a S. Aik 
drea, ma come uno dei cilladìnì che avfr- 



vano precinto lid e lussi ano, non abitando più 
in cillà, ma a Tei'i'azzo. 

Ottava Li. — Pietro Testa, di nobile 
ramìgliu padovana, capitano di cnvalli leg- 
gieri de' Veneziani , fatto [)rigLanicro alln 
(iiiiaradaJda con ltal[las.sarc de' Seipioni (vedi 
anche Sanuto, IX, 'S3G). 

Alesaandro Bl^llno, nobile padovano, 
capitano di 100 cavalli o 200 Tanti al ricu- 
pera di Padova, e durante l' assedio con- 
doiLiera di 200 cavalli e 300 ranti alla cu- 
stodia di CilUidclla, G poi vi eccoli a tenie della 
Repubblica. 

Ottava LII. — GIoTannl Snatl. A di 
'2 ili Maggio i509 ■ gionse a Lio uno ar^ 
sii di stratioti, con cavali numero 150, 
> da Napoli di ilomaaìa, sotto Zuan Snati, 
• Prodano suo lìol, Domenico Dusicbio, Zuan 
» Paleologo capi ; è lutti boni cavalli, t (Sa- 
NI5T0, Vili, 155). Di una imboccata cbo 
costui e Domenico Buslohlo, padovano, 
lesera a' nemici con Telice esito nei iirimi 
giorni di settembre presso Vicenza, e della 
ferita riportala dallo Snalì, parla il Sanuto 
(IX, 139). Dì un ardito assalto che questi 
due capi degli stradìotti dettero il 13 lu- 
glio 1509 ad alcuni cavalli leggieri tedeschi 
andati a far bolUno sul trevisano, parla 



UwuiiDO AUSEO (Di'«ri GUfaMtl. f$> 
106^107). iMonio al Basktae net i BtmH 
CUben, p. SIC Di OUtsuI Ttwiati 

SM tnifo alcutq ooióia; taUKà en ccr- 
tanenle (laiIoTaDO. 

Ottora Ltll. ~ Pititr* C*a««, ^doIol 
C»aÌB^ di rjiTiiglì.-i padoTaiu, delia ^nle 
s lro?3DO le polizie d'estimo i 
<ld Comune di Padova. GIoTsaal ] 

Udoca, come lo dice Gregorio A 
fa capilano di 50 cavalli alla difesa £ ì 
Kta, ove nmax prigioniero de' FraDcesi 
{Diari UdinfAÌ, p. 321). Franceaeo e&te- 
eomo Btill» ignoti; L Avaseo ricorda 
invece (fUnri cit. \,. 1 16) un Giorgio RaUf, 
capo di stradiot^, e il Sanuto un Teodoro 
Salllf pure capo di slradiolli. Teodoro 
^Miiiui I di Napoli dì Iloinanìa, dottor 

1 greco e capitano di 100 stralhioli e cata- 
> Her ingeniosissimo) {fifart Udinesi, ^.^i); 
vedi anche i Diari del Sanuto {IX, 258 e 
336). Antoido Tardaj l,. Amaseo ricorda 
iuvcco un Franoeico e un GloT&Bnl Tarda, 
il ijimlo ullìnio nel giugno del 1509 era in 
Padova (Orari U'iinesi, pp. KH e 127), 

GIOTatiuI Tanlssn conte di Polizza; 
il Sanuto dice a di primo :4cltembi'c 1509: 



1 Vene uno Vanissn d 



ijnnl per il 



201 

» Conseio di X è sta tolto a gratin e per- 
)) donatoli , qual si olerìsse venir con 500 
» cavali ligicri, turchi etc. » (Diari IX, 124). 
Questo conte Vanissa era un fuoruscito che 
aveva fatto grandi danni a Polizza sotto Spa- 
lato (Sanuto, Vili. 19 e 30). A di 5 settem- 
bre il Vanissa era già in Padova con alcuni 
cavalli e alquanti turchi {id., IX, 130). 

Marco da Zara^ il Sanuto ricorda un 
Giorgio e un Matteo da Zara^ entrambi 
conestabìli di fanti. 

Ottara LIV. — Dei capitani nominali in 
questa ottava ho trovato solo i seguenti : 
Nicolò Snati^ capo di 50 stradiolli (G. 
ÀMASEO, Diari Udinesi, p. 204). GioTanni 
de Trico, fatto prigioniero nel 1511 dai Fran- 
cesi presso Treviso, a capo de corvatti 400, 
d qual serviva ale sue spese, et tutta la sua 
» compagnia» {Diari Udinesi, p. 215); An- 
drea Manrisi^ venuto di Dalmazia nel 
marzo 1509, « stradioto e cavalero » ; di 
lui si era detto che fosse rimasto morto 
nell'aprile del 1509 presso l'Adda con 15 
altri della sua compagnia, ma la notizia na- 
turalmente era falsa; nell'ottobre del 1510 
comandava 100 stradioti (Sanuto, Vili, 10, 
e Diari Udinesi, pp. 70 e 204 ). Pietro 
Bosichi^ fu tra i cittadini padovani sospetti 



l ili agosto (Sanoto, 



— Anche meno foriunalo 
ijiicsh oUavQ, €liaooiuo 



IX, 18). 
Ottara LV. - 

Samalacoo; un Mammalucco liulìnno é rì- 
corilnlo dngli Amaseu (Diari Udinesi pf. S, 
71f, 401). Pietro Fedriels era pailonno. 
Il Cordo è il solo che alfermi essere sialo 
Paolo Contarlnl, capitano di slradiiitti, al- 
l'assedio (li Padova. Paleologo Alessandroi 
credo clic il Cordo abliiu svambiiUo il ni 
percbé un FaleolOffO COBUatìiio^ capo di 
100 slraJiotti, ti-ovo nei Dìnri del Sanutu 
(IX, 277, 36i e 5i2) e nella Lelb-ra 46 
del Da Poìitu. Erano capi dì straJìutlJ an- 
che Paleologo Giovanni e Paleologo 
Teodoro, lii cni vedi Sanuto (Oian, Vili, 
155, 210). 

Ottava I.VI. - Dionisio di Naldo 
ilmto Bri^ghella dalla sua patria, celebre 
capitano delle fanterìe; prese parie alle lotte 
ilei suo tempo, combatletido per Lodovico 
il Moro; Tu a capo dei dìrensort della Tor- 
tezza di Imola assediata dal Valentino (di- 
cembre U9d); poi anche ai servigi del Va- 
lentino stesso durante la seconda spedizioni 
nella Romagna; capitano delle ranleric s 



203 
soldi ile' Vi:ne«aTii, lu all' assedio di l'adovu; 
coopcrb ni rJaci|uislo di Vicenza (novembre 
1509j , prese parte all' assnlLo di Verona 
(settembre 1510); mari di febbre vìolenlii 
in Treviso nel dicembre del 1510. 11 Da 
Porto liim Ji lui: « Dionisio, iioaio di as- 
j> sai coraggio, comecché di bassa naiione, 

> «Bltato da' Viniziuni per le molte ronlerio 

> elio loro racilinenle conduce di Romagna 
) con Carlino suo fratello n (LetUra 8). 
Lo ZojANO , dopo averlo detto » homo i- 
guoblle, ma valente e bon soldato » , con- 
tinua: tcrudcUe, avarìssimo, aultius Dei 
• mclus, nulla religio, nullum jusjurandum, 
t pcrlidia plusquam pimica > {Cronaca, Lì- 
liro 11). 

Ottara LVU. — Oìunnoue da Colomo, 
conestabile di fanti veneziani: durante l'as- 
sedio di Padova era allu difesa del « borgo 
B verso il Portello e Ognissanti con 2500 

> Tanti et una parte di la compagnia di lo 
1 illusirìssimo capitanio, et 250 cavali lì- 
iicri. » (Sanuto, IX, 128). Rimase a Pa- 
dova per le rorliliuazioni dopo la rìtirai;i 
dell' esercito imperiale. 

Pedretto Corso « conellabile di fanli 
veneziani; preso parto alla battaglia della 



^04 
Ghinrodaiida ; il 5 ili seitcnilii''^ Tu mnnilaio 
con i50 fantj alla ilifesa della rocca di 
ÌHonselice, e durante L'assedio era di pre- 
sidio alla piazza del CapiLino con 500 prov- 
Tìsionaii. 

Tigo da Lendloara, coneslabìle di hvù. 
Dcl maggio del 1509 era a Caravaggio con 
150 prarvisìonali ; l'u prigioniero dei Francesi, 
B » riscaud pagando 100 ducali dì lagTia. 
Nel luglio chiese una condotta alla Signoria. 
A Padova comandava SOO fanti nel colon- 
nello di Giannone Culorno. 

Sebastiano del Hanzlno da Bologna, 
comandava S50 uomini nel colonnello del 
Colorno. 

Ottava LVill. — Babon di Naido da 
Brisighella, nell'aprile del 1508 era capo di 
fanti in Friuli soKo gli ordini dell' Alviano ; 
fu alla battaglia delLi Gtiiaradadda ; dnranie 
l' assedio di Padova era con SOD Tanti alta 
difesa della {torta di S. Giovanni; nell' ottobre 
1510 era in Polesine con iOO provvisionsti, 
sempre al soldo dei Veneziani; net 1512 
rimase prigioniero sotto Brescia, e nell'otlolH'e 
1537 andò con 300 fanti alla guardia di 

Bernardino da Parma, conestabile d 
[unti, del quale gii\ conosciamo la pratica avuta 




205 

per dare Padova in mano a' Veneziani (p. 125). 
A di 15 agosto 1509 « fu posto perii Savir 
» dar provision a Bernardin di Parma cone- 
y> stabele, fo quello che menò la pratica di haver 
» Padoa, ducali 200 de intrada a l'annodi 
» beni de' rebelli da Padoa, et a uno suo fra- 
» dello, è cargo di fìoli, uno oficio in Pa- 
» doa » (Sanuto, IX, 64). A di 24 settem- 
bre, a fu divulgalo questa matina in chiesìa 
i> di San Marco una nova, incerto auctore^ 
» che Bernardin di Parma conestabele é in 
» Padoa, et è padoan, qual insieme con so' 
y> fradelli bave inlelligentia di dar una porta 
» a la Signoria quando nostri intrò in Pa- 
» doa, et è sta ben provisìonato lui e' soi, 

T> chome ho scripto di sopra, et ha fanti ; 

» or lo dito era sta da li proveditori fato 
» retcnir perché volea dar una porta a IMm- 
» perator; et che il provedilor Grill fo a- 
» visato per uno frate spagnol venuto di 
ì> campo nemico in Padoa. Etiam questa 
t> cossa r intesi da uno portò lettere qui di 
» proveditori, che udì dir questo in Padoa. 
» Tamen non fu vero » (IX, 183). Durante 
r assedio di Padova capitanava 400 fanti nel 
colonnello di Gitolo. Il fratello di lui, ricor- 
dato in questa ottava, era Sebastiano purè 
conestabile di fanti. 



206 

Serafino da Cagli, conesUibilc di funli 
|)rìma alla guardia <lelln piama, e pai da 
Cilolo t posio a la cuslAdia dil basiion di 
Conlonga, dove lui era ', con altra persona, 
di cui nei Diari sanuliani manca il nome 
(forse Antonia de' Pii), « i quali hanno gran 
Tolonlà di farsi honor > (T. IX, 225). Nel 
settembre 1510 fu all'assedio di Verona con 
fiOO lanti (Diari" Vdinnsi, p. 200). 

Bartolomeo Cavlns, conesiabìle di SOO 
fanti alla difesa della porla di san GioTanni. 

OttaTa LIX. — Pietro Maldonsto 
e spagnol, eliam proTÌsioualo, havia condula 
di fanti [in Padova], et | era] ben operalo 
> dal capilaniot (Sancito, IX, i81; eellom- 
lire 1509). 

Ijalletto da Forlì, conestaliile di fanti, 
prese parte anciie alla battaglia della Gbia- 
radadda. 

Michelotto Corso, comandava 100 fanti 
nel colonnello di Laltaniio da Qcreamo posto 
a difesa di Santa Croce. 

Girolamo da XapoU, cancslabilc dì 
^50 fanii alla guardia della piazza. Fu uc- 
ciso per Iraitimenio da lìenedctio Crivelli in 
Crema il 9 di settembre 1512 (vcggasi ia 
pro])osito la Lettera 69 del Da I'orto). 



207 

Pietro Oorso^ conestabile; fu alla bat- 
taglia della Ghiaradadda, e durante l'assedio 
di Padova comandava 250 fanti nel colonnello 
di Gitolo alla difesa di Godalunga (vedi anche 
Sanuto, IX, 404, 410, 411). 

Ottara LX. — Attila da Bologrna^ 
conestabile di 150 fanti nel colonnello del 
Golorno : fu alla sconfìtta sul Po nel dicembre 
1509. Baldissera da Romano^ comandava 
150 fanti nel colonnello del Golorno. — 
Alvise Maria Grisone da Bologna, cone- 
stabile di 300 fanti nel colonnello di Lat- 
tanzio. — Agamennone da Bologrna. 
L' anonimo autore dei Ragionamenti (v. Ap- 
pendice I ) lo dice da Tortona ; e un 
Agamennone conestabile trovo in Sanuto 
(Vili, 151, 221, 485), che tuttavia lo dice ge- 
novese. — Cesare di Carina. Non Gesare, 
ma Rizzo di Carina^ dice il Sanuto, era 
conestabile di 200 fanti alla difesa della porla 
di San Giovanni, insieme con Bartolomeo 
nominato di sopra (ottava LVllI). — Poletto 
Corso^ conestabile di 150 fanti nel colon- 
nello del Golorno. 9orletto^ o Gnrlotto da 
Ravenna conestabile di fanti (del quale vedi 
Sanuto, Vili passim, e Da Porto, Lettera 
14), fìglio di Gorlino pure conestabile di 
fanti, era venuto a Padova nell'agosto 1509 



&£ *^ j-ifr ^.i >*• ite:. e 

' jilfcf i: .ilTT Ci** -^ ivVrir^ù e> IH 
« VArtfiUi li ^nu 'fv-r^v Irti i 



^. Zi-i:!. T'i-ftì — l'i. t L Frùr^Tza : 



NOTE AL CANTO IV. 

Ottara III-XVIII. — Riassumiamo bre- 
vemente quanto il Portenari ( Della feli- 
cità di Padova, pp. 91-95) dice delle for- 
tificazioni di Padova, che fu dai Veneziani 
munita a con tanta eccellenza, che cosa si- 
mile non fu mai più in Italia intesa j>. Al- 
largarono e resero più profonda la fossa in- 
torno le mura della città, portandone l'acqua 
a grande altezza. Per dividere le cortine, sti- 
mate troppo lunghe, e percuotere quelli che 
entrassero nel fosso, elevarono presso alle 
porte e in altri luoghi parecchi bastioni 
sporgenti dal cerchio delle mura : il più ce- 
lebre fu quello della Gatta, che si proten- 
deva air infuori con una larghezza poco meno 
di quattrocento piedi. L'entrata di questi 
battifolli era daUa parte di dentro, con sotto 
una cava pei barighoni di polvere, che li 
avrebbe fatti saltare in aria quando non fosse 
stato più possibile difenderli. Restaurarono il 
muro antico, e lo fortificarono dal Iato di dentro 

14 



210 
con un terrapieno altretUnlo grosso q 
il maro; nibilo dopo scavarono un fosM 
allo e largo sedici braccia, che si restrin- 
geva nel (ondo e aveva ila per tutto caaemaOe 
e lorrioncelli pieni di arligtierie, con le toro j 
cave dì salto per Tarli all' occoirenta rori- 
nare. Dietro a questo, ritzarono un riparo, àtt 1 
girata tutta la città, eccettuati i Iw^ ove | 
era impossibile piantare l'artiglieria; e a ^ 
proteggere i difensori dalle artiglierie i 
miche, ci posero uà parapetto. Questo h~ ■ 
Slema ili forti tìcazione, dì cui Pisa nel 1500 g 
e nel 1505 avea fatto due prove assai li 
tale, eb1>e maggior fortuna in Padova, 
si potè esperìmcnlarlo su base ben pid la^. I 
E per ciò il Machiavelli con qualche i 
ficaiione lo fece suo. Egli voleva aboliti il tosso 
esterno e i bastioni o altre opere staccate; 
prese le quali, la fortezza è vinta (Arte delia 
Guerra, Libro VII. Cfr. il Machiavelli del VlL- 
LAm,Il,500; III, 112, 113). Alberto Durerò 
trovò forse nella difesa di Padova l'inspira- 
zione delle fonili citzìoni da lui suggerite alla 
Germania. 

' A di 20, fo la zuoba , vezilìa de San 
1 Malie, a bore 22, i ninnici in arme tutto il 
1 campo di l' imperator a la porta di Coa- 
> longa, ei dato la bataglia dil baalion a' 
j> Spagnuoli, ai quali promesse l'imperaior du- 



a cali 5000 si li dava dilo bastiua, et si apre- 
t sento cinque bandiere di Spagnoli per 
* olegnir ditto basliori coti gran vigorìa, 
« tiavendo prima Irato ossa' bombarde a 
1 quello. Et ZKolo di Perosa, cou la com- 
» pagaia che era a la custodia, ordinò li soi 
» stessano bassi, et jnontati ì nìmici suso, 
» haiendo preparati certì fungi artificiadi, 
a adeo i nlmici Tono malmenati, morti et 
1 brusati assai, chi dice 200, chi dice zer- 
1 cha S50, adeo nostri Tono vitorìosi et il 
» basiion si varenlù » (Sanuto, IX, 177- 
» 78; vedi anche col. i80). t ffie SX 
il sGptembris, hora vlgcsima secmida cum 
g dimìdia, Qyspani et Theulones venere ad 
B bastionum Gate in contrala Caudelonge et 

> se appropinquarunt ipsi bastiono, et vo- 
' lebant ascendere quia eis proniìssi fue- 

> rant ducati X.<° per domiiium Cardioalem 
) Perarie si capicbant ipsum bostioDum, et 
B eliam ascenderuot multi ìpsum baslionum 
» et ncceperunt galam ipsam , tamen fiiit 

> posilus ìgnis artillciaUis et posueniot ignem 
■ in fassinìs et hgnis eiistentibus in fonta- 
I cis (sic), et continue ariellarie Venetonun 
9 laborabant contra ìpsos Yspanos existentes 
9 super dicto bastiono, et ruerunl ioterfecti 
I ei arsi plusquam quingenti , et poslea 



-tifi 



n»nm rs^utniuin ;c -.'.niauHn Pniue 
•^.:rih«":'. ii."!H>v^iiu -i lutiisBeiit ma- 
inili ir"iir'.i> '-ì)ì:iii> nii vifcenderaot 
i:ì-ìuhiuiii ibJiiii. •'. in:jìs;sifut jJù»^ et 
•"!n n?uiii :■.muIllKl^^ii!ll; H«i ìrrmter <{ieb* 
i;im inuiiniiif^ ^i iiie'liirMnua» . <|ia5 
"^tìUM; u;i)i'!)i5in :'.im niuiiihus m estria- 
-v::m h ii:i:::in«' :Mm 'jiisiaiuiiio. 'fui enrt 
::inn;miìM« ini)»'niurs, «i '«'.ncussio de 
riiii:!ii >'"'fn]ii. im jivjmiiki iDiT'jpti non 
inmitH?!-»!!!! .'ijus nsim iterici* ^ed fece- 
'•iiu 'fi.-uit'rf "js.r? ":ììi!1iios: -et milites 
^■Mi»?L *i ij>. :i s rj ''?!-f ni !oi£aiXLeflCa 
^u;i > .'.;s ; fir;-^-:. — n Dl Porto, 
'tt:oo i: n-M' :•?!:: :■.:•? r"ì ■■.• i.-jiino rwa- 
7ini: 1. :.?!nn:: ;>'. ::!'f ' .. XO jrcàì noum- 
•lai; :all;i 7:fc«xi:-:'::i. i lo.'^fnauco lila citi 
ìini :j:ri Sì;ì1-:-!i:i:ì: i :i;r::..i. issii jniinosìLD 

5«:r.i:' >■ :•:? >'"•.:: ".ii.^. wXuW ;:ifr«:ol»3 quanto 
piìi 'ossi? x-ss^il'f il-: z::;"i,5*::;:^-.i2^f : < Pmv 

> io vAi -izr- :: ;:.:!>;: picii , esse aio io 
? 'amc-*}. niO'.'^ So»r:iij:: . j*ìc i'ocìj d* arme 
) «lir* da 5i:-cii i'. :'iJ!:j::oc-f, e si ^n nii- 
^ menj li 5*?^iiiu7i , ce e il nparo n' era 

> carico e Li ò.^feSisi pie:::!: i^er lo che io Io 

> slimai perduto. Seacoucbé si combatteTa 



213 

y> gagliardamente anche da quelli di dentro, 
y> tanto che (con somma maraviglia di chiun- 
)) (]iie) furono spimi giù gli Spagnuoli non 
j> pur dalle picche e dagli schioppi , come 
» da certi fuochi che i marcheschi lancia- 
» vangli centra, i quali di lai modo si ap- 
» piccavano all'arme, che, gittandosi gli 
» uomini nell'acqua per fuggire l'arsura, 
» sotto l'onde ardevano ancora (1): e già 
» a molti di que'che cavavano la terra, 
» toccò di questo fuoco » {Lettera 31). Fi- 
nalmente r ambasciatore G. B. Scalona dal 
campo cesareo dà relazione di questo com- 
baliimento in una sua lettera del 21 settem- 
bre alla marchesa Isabella Gonzaga: 

<i Ill.ma ed Ex.ma Madamma . . . 

)> II campo bora si trova sotto le mura 

» di Padoa: lo alloggiamento de lo Impera- 

» tore è in un grande Monastero delle donne 

» di S. Helena fori di porta Codalonga; seco 



(1) Queste parole meritano particolare atten- 
attenzione, perché si è sempre creduto erronea- 
mente ohe il Gitolo avesse fatto saltare in aria 
il bastione, mentre anche il Sanuto dice che « il 
bastìon si varentó ». Si trattava invece di fuochi 
artificiati che ardevano anche sott' acqua, dei quali 
parla il Da Porto pure in altro luogo ( Lettere^ 
p. HO). 



2U 
« all(^gi;i In (lersona dil coriJÌna)o : tln i:ii 

• poggiolo die ri è sì scopre tutta Padoa 

> et vcdc^ tiraro In nrligliuria <ln una patu 
t e l'altra: quelli de dentro alEcndeno ad 
t repararsi et se intende da' transfiigi che 
n stanno in grande Icrrorc: i]uelli di fora 
V inttatia tirano et procedeno in piantare 

> la artiglieria, ma con qualche lenteza per 
1 diITcUo di guastatori i di che ogniun sì 

• dispera, die tanto tempo et si opportuno 
I si perdi senza fa^e alcun frullo, pur il 

> S. CaiiJinale è di opinione clic presto se 

• darù la battaglia, i)ual dandosi spiem se 

• ne haverà honore per la numerosiiA dì 
B tanto GxGi'vito et alacrità di Tore fatti , 
D quando non per altro cbe per cnpidit.'i di 

> preda: beri da circa megio eiorno (o Tatto 

• una bella botta che fo minato un uara- 

> panile in la terra, dove ei-ano molte per- 

■ sone che miravano nel c^'npo , che fece 
1 uà grande fracasso : sul tardo Tu fatto una 

> gagliarda batteria alle mura et ad un ba- 

> stion Tatto Tori di porta Codalonga , 
I di sorte clie le diffese furono levate et 

■ ruinale le bomhanlere che non potevano 

> più trare di Tori. Il bnstion To abandooato, 
I gli Todescbi andorono ad pigliarlo con la 
I magìore furia del mondo, si che liavarìa 



215 

» creduto che dovessero pigliare la porta, 
» ma acortesi eh' el vi era inganno per es- 
» servi posto fochi lavorati per abrusare 
» chi gH entrasse, lo lassoreno brasato et 
y> ruìnato in grande parte, tirando di molta 
j> artiglieria grossa più botte in la terra di 
» grande terrore et dalmagio. Né anche 
r> quelli di dentro stanno di trare spesso 
D nel campo, et amazano il più delle volte, 
» et questo benedetto alloggiamento dil S/ 
» Zoanne ogni mattina et fra il di é tenuto 
» salutato di frutte acerbe, ma gratia de 
» Dio ninno l'ha gustate. Franzesi hano di- 
» mandato di gratia di essere gli primi che 
» apresentano la battaglia, et credo che la 
)) gratia gli serra fatta, dicesi le dimane, 
y> certo é che gli vanno di bon animo, ìm- 
7> patienti di tanta dimora. Il campo, a quel 
d che la strada è mal sicura da villani et 
» stradiotti, è assai abondato , pur, allo 
» usato, ordinato. Hoggi si aspetta viu."» 
» combattenti tra Alemani, Guasconi el Spa- 
» gnoli: parmi vedere lo exercito di Xerse! 
» grande libertà vi è di bottinare, ma stret- 
j> tezza de paghe ; dicesi che gli imbassa- 
» tori fiorentini si aspettano per offerire; 

» Luchesi sono composi 

» Postscripta. Lo sig. Cardinale di Ferrara 



21« 

> é di pnrert che in l^ilou consisla tallo il 

> fnuo oosiro, o habiasi per Tona o sei|ui 

■ lo accordio; et non primn cbe s^ilo una 

■ de queste due cose, sia da lenlare aliro 

> con Veneziani pei- in^o de quelli imbos- 
• salorì, luUavia se atlenderì la rìsololionc 

> ite lo imperatore 

. . . Ei CTSiris caesareis cootra Padoam 
XXI sep.i- MDVIIIJ. 

schiavo ScALOHi 

Sebastiano da Spoleto, da taluno iden- 
lilicato con Soeooeeio Cwillo da Spoleto, 
ma clic io ia?Dce credo una ppi'sooa diversa 
per le ragioni seguenti ; I, nessun cronista 
storico, tranne il Guicciardini, dice clm 
Saccoccia fosse in Padova al tempo dcl- 
l'assedio; il. Severo Mi^EHVi net De rebus 
geslis atque ontiquis monumealiì Spoklii 
alTenna , cbe Saccoccio mori alla battaglia 
della Gliiardadda (vedi: Fabretti, op. uL 
T. V, pp. 49Ì-95, ove sono alcune noltae 
dì Saccoccio); III, nel canto V, oliava 19, 
del nostro poemetto Sebastiano da Spo- 
leto vien ricordalo con nomi affatto diversi 
da f|nelti dì Saccoccio, cioè: Berardetto 
Sebastiano spoletlno. 

Ottara XXX, — La Signoria scrisse ai 
rettori e provveditori di Padova l'uttimo di 



217 

Agosto: a Sono li ochii de tutta Italia, imo 
» de tuto el mondo redrezadi et expeclanti 
» ad veder le magnanime operatione vostre. 
» Vui tuli combatete per la justitia, per la 
» patria, per la salute propria, per la li- 
j> berta de la povera Italia da' barbari la- 
» cerata ». (Sanuto, IX, col. 115). 

Ottave XXXV-XLV. — « I nimici a bore 
» 19 [26 settembre] si apresentò al bastion 
» di Coalonga tre squadre o ver bandiere, 
» et per fochi artificiadi posti a ditto ba- 
» siion fono nel montar vasti e feriti molti 
» di loro, et si ritirono, et ussite fuora do- 
y> mino Latanzio di Bergamo con la com- 
» pagnia soa e inchiodò, chi dice 5 chi 7 
» bombarde , et brusò cassoni di polvere , 
» et alcuni utri di polvere condusse in 
» Padoa con tre falconetti » (Sanuto, IX, 
186); e Jacopo Michiel nella sua impor- 
tantissima lettera ad Andrea Foscarini : 
a In questa bora, a di 26 a bore 22, i 
» nimici hano asaltado el bastion, e sono 
» sta con fuogo et arme rebatudi e morti 
» molli, et i nostri fanti, con grande vigoria, 
» sono saltadi fuora et chorsezà fino a Y ar- 
» tilaria, et li hano inchiodade alcune bom- 
T> barde, abruxada la polvere Thaviano li 
T> per bombardar, e morti alcuni che guar- 



> Imm'. Sfo» ni H»^ ^ inowa <M 
I «si^ > (Sun», id. I90V K g, K. 
'iitiM m ■! sn knera ab ■antea 



« Obi (t EuBi &* 



• Qui b Alto qn parodi a wiin,cfce 

• ipdi ddli icnx deuen fan, dorc si h 

• b bMUfia, eoon dcani Framesi «t To- 

> itodii, ifnK ifOToreto cor sfinmsiì, dK 

> 1^ iocliioilaniBu du peii de anij^n, IM 

• gG DoOrì rìbuc^, aodiM- die b atl^jle- 
) ria iiriiiikn bTorassi gagliardaamU, ra- 

> boUoroiw ilenUv gli uùinid , ei pOOOD 
t mandiù che non pìgfiasìeiw od bastìoce: 
I siudesDoroiio ìd Unlo che sono Talli cosi 

> sdUo a questo bastione che sema oOiessi 

> poniu cavarlo M farìo minare, i|uat preso, 

• l'i juilicaio una porla ei b&stia ad fare 

> balere Padoa. Pur dicessi che lo impe- 

> ratore ha multalo ^ntentìa di dare la 

> l>allaglia, ma per più sicureQ Tola% con 
t la hatterìa guadagaare di passo in passo 

• Padoa, spingendo la battaglia quando il 
t potrà vedere lo inimico a fronie, che al- 
t iramenie gli era predillo grande morla- 

• lilà in gli suoi, cosa che porrla i 



219 

» presto et lardo. Venetiani si aiultano con 
» ciò che ponno, haveano corrotto un bom- 
f> bardiere franzese che tirava la artiglieria 
» di ferro, per modo che costui dasseva più 
» polvere che non portavano gli pezi et ne 
» havea fatto creppare parecchi] : preso, ha 
i> confessato il tutto; sera punito. 

... Ex castris caes. «w contra Paduam 
XXVI sep.i8 1509. 

schiavo SCALONA 

Lo stesso Michiel ci sp<ega chiaramente 
perché i nemici si ostinavano a prender di 
mira il bastione della Gatta : « Costoro non 
» pensano altro eh' a poter intrar con ca- 
» valli, et fano forzo de aver sto bastion ; 
» perché, essendo nel fosso, ruinado quello, 
» pono far intrar cavali , et maxime tro- 
j> vando el teren basso dredo el bastion, 
» che è a la porta. E perché dandoghe 
» sochorso non lo poria tor né tegnir, i se 
» hanno pensado tor la via dil sochorso: 
» hoc est che le nostra zente non possino 
» andar né a cavalo né a pie' a socorer quelo. 
j> El modo è, che, essendo Codalonga in 
» pozo, et in zima de quel pozo é la porta 
y> e \o bastion, loro hano el modo de bater 
:» le mura per fìancho da una banda e da 
» r altra, ita che el campo dentro da sta 



> 5K iticKi!-":»^- :nf '^j*ii-*d. et cava li oon 

► :♦.&; ir j 'im :»fr rj»??t»:> cunpo andar 

5*r L !>;fr:."[ iifi- r.zur. iroeso k more da 
jLi ta^ii 7 il- V l'.zn , k-fo ira» un 
>>±o 2l:«> >:.-- -1 rf-.cro: sicbé quelle 
t«:<iiiiir»ie ii^ m^y «ii ina IkiikLi, duo- 
ii>j;» li mfij ir il cc-s^fsj tìoo al re- 
paro òr r iltrs h^iJiiù, ■?: ca>si quei da 
raiirs. A r-':<;o !>:«>Lt l^ugo l'arte e 
b di!i-ec*.li. Si- ^ rec'viinli in alzar i 
suo* ripari, a fir al mezo ba^tìooi per 
tnr a chi ii traze ; et fanno vìe coverte 
da poder socorer, zoè vie basse in una 
cava et el terren da la banda M); sicché 
nui se rendemo se^rì se non intravien 
Tira del Signor Dio contra de nui > 
(col. 188). 
OttftTe LYII-LX. — * Li danari è sta 
manda a Padoa, due. 15 milia , con sìe 
barche dil Consejo di X sino a Monte- 



(1) E vìe coperte fecero, come vedemmo, 
anche i nemici per avvicinarsi alla terra ; però 
non poterono approfondare gli scavi pel pericolo 
di trovar l'acqua, « il che era una delle fortezze 
di Padova > (Da Poeto, Leltej'e, p. 122). 



221 

» alban, dove vera di Padoa la scorta a 
» tuorli. E sono in oro, in centure ducati 
» d'oro, e per lettere di cambio nel capi- 
> tanio zeneral due. ... et in domino Ber- 
» nardin Spiron ducati 1000 e altri etc. a 
» la dita summa, eh' è quanto loro prove- 
» dilori di Padoa hanno richiesto » (Sanuto, 
IX, 177). Che i ducati fossero 15.000, il 
Sanuto ripete anche nella col. 228. 

Passi emendati nel testo 

Ottava I, V. 1 , desidera — XXX , v. 2, 
De — LV, V. 6, sancita — LVIII , v. 1, 

rilette. 



NOTE AL CANTO V. 

Ottaye III-XXIII. « Vene lettere di eri 

» [22 settembre], bore una dì note. Come 

» lì danari erano zontì con gran jubilo di 

» tutti quelli fanti, et domino Luzio Malvezo 

Ti con la compagnia ussite dì Padoa per 

» farli scorta a Tintrar a li 300 cavalli 

y> stratioti erano andati a levarli a Monte- 

» alban, mia 20 di Padoa, con sier Seba- 

» slian Moro et sier Nicolò Bragadin. Et par 

» che zercha 800 cavalli di Franzesi (1) 

» si movessono dil campo et andono verso 

» Moncelese, unde nostri sono a le man con 

y> loro in le coaze acciò in questo mezo li stra- 

j> tiotì intrasseno in Padoa con li danari, come 

» introno. Siche fono a le man nostri con i 

:f> nimici, et il cavallo dì domino Luzio fu ferito 

» in la testa. Et al meglio poteno nostri in- 

)) trono in Padoa, che erano più di cavalli 



(1) Il Friuli dice che furono 400. 



224 

» Um • (Sanlto, IX, 181-8i>. E il ni- 
chel : e L' altro zorno zonse i denari che 
» mandò la iU.ma Signorìa, i quali fono 
» mandati a tuor per caTali 600 de stratiod 
» et iOO homeni d'arme, zoc misier Lucio 

> Malvezo con la sua compagnia, e fono 
» fìno a Chioza, et de ritorno fono asaltadi 
» da mile cavali francesi, e fono a le man, 
» et restò fendi di Tuna parte e T altra. 
» Manchò pocho mìssier Lucio non fosse 

> preio. I danari veramente erano in gropi 
» in man de più capi de stradioti, i qual 
» correndo se ne vene » ( Idem , IX , 
188; vedi anche la col. 178). Né il Nostro, 
adunque, né il Sanuto, né il Michiel, né il 
Friuli (cod. ciL a e. Ili r.) parlano dello 
stratagemma dei muli narrato del Bembo 
(Uh. IX) e dal Da Porto nella Lettera 32, 
alla quale rimandiamo il lettore. Si legga in 
proposito la seguente lettera assai interes- 
sante deir ambasciatore Scalona alla mar- 
chesa Isabella Gonzaga. 

tf Ill.ma et Ex.ma Madamma .... 
9 Lo assedio di Padoa è strecto dove il 

> pò, et più oltra non si pò andare che non 
» vi si entri; grande batteria si é fatta, et 
» tuthora fassi al bastion che risponde allì 
» Carmcni: una bona squarcia di muraglia 



225 

» é ruinata, ({uelli di dentro tirano brava- 

9 mente. La domenica mattina fo molto 

» cruda universalmente per questo campo, 

y> specialmente a questo alloggiamento dil 

» S/ Zoanne che é bersagliato molto scon- 

» ciamcnle da canoni et colubrine, et pa- 

D rccchi homini et cavalli vi son sta morti 

» con spavento de chi é vicino, molti che 

» erano alloggiati a costo a noi si sono 

» disloggiati; pur il S/ Zoanne, fatto ripa- 

» rare il suo alloggiamento, é restato viril- 

» mente quasi il primo alle frontiere. Hor- 

» mai la artiglieria é piantata, al governo 

» di Todeschi et Franciosi, et lavora gagliar- 

» damcnte da questo fiancho: da quante 

» bande et come sii per darsi la battaglia, 

•a non si sa, ogniun tiene che lo assalto 

» habii ad essere crudo et sanguinoso, non 

» manchando quelli di dentro del debito : il 

:f> primo affrontamenio darà judicio; con 

)) grande animo si aspetta la giornata. Mons.' 

» dalla Grotta con IlJ.cto cavalli de gli suoi 

9 et italiani, sabbato dette una bona stru- 

9 Zola a forsi mille cavalli venetiani, degli 

:» quali era capo il Malvitio con gli strat- 

T> tiotti che venevano da fare la scorta alli 

» denari de una paga che Venetiani man- 

» davano in Padoa: il Malvitio era preso, ma 

15 



S26 

• la bonL^ (iil cavalla, un de quelli dil S 

• lo salvò, ma restò Tcrilo in b Taza. Il si 

• guidon con la bandera ù preso eoa pa-J 
ricchi straliialli el liomini d'arme , 
t modi pio de cinquanta; pur la paga, ch&l 

• era compartita da portare fra gli slrai-l 

> liolli, scapò: con liillo ciò gli nostri bnnno'l 

• assai Len guadagnato et sono acresciultl 

■ di ripiilalione et ardire con depressione ■ 
» degli inimici. Dal campo nostro sono stà.1 

• gettale lillere in Padou che mettono taglia f 

■ al conte dì Pitigliano et alli proiedilori, | 

• con proporre premio al primo che grida 1 

> imperio, chi ah una porla o bastione, e 

> in qualunche altro modo fa in beneticio 1 
D dello imperatore. Fori di Pudoa sono uscitil 
» bollettini che dicono in rima - in Padoa^ 

■ è buona malvasìa, ehi voi gatta vegna via^ 1 
" il pioveva et perderete l'artiglieria, - con 

• altre uphrc aprosso dishoneste venelia- 
t nissimc. Certi fanti mantuani usciti nova- 
li mente di Padoa refcriscono che uniTersal- 
t niente ogniun vi sta di malavoglia et fa- 

• cesi processione ogni di, et che attendono 

> a fare repari ma con dìtlicultù per carì- 
p stia di legnami el hon terreno; ma gli 

■ nostri teneno infestalo conlinuamcate, et 

• quelli di et .notte stanno in armi. La terra 



227 

T> è assai abondata di vittuaglia fori che di 

» vino et di stramme. Le paghe anchor apres- 

d so loro vanno longhe con lamenti di soldati; 

d gli proveditori et capitanei tendono a fare 

» animo alli altri, ma essi ponno fare mal 

d il volto alegro. Giunsero in campo mille 

i> cinquecento fanti spagnoli mollo alia le- 

» ziera, util gente alla battaglia di terre. 

)) Hoggi son fugiti trentotto strattiotti di Pa- 

» doa et un comestabile nomato Pier Corso 

» che voleva fugire con alcuni fanti: preso, 

)) subito fo impiccato per commissione del 

» conte et proveditori: gli strattiotti dicono 

9 che molti soldati fugiriano, ma le guardie 

» strette lo vietano; et mal se comettono a 

» gente che non intendono 

» Domane col nome de Dio et di S. Gcorgio 

» è pubblicato di fare la giornata in dare 

» lo assalto a Padoa con tutto lo sforzo di 

» questo potente exercito 

» Postcritla: hoggi XXV non è fatta la 

» giornata, come era dillo: la cagion dicesi 

» per fare magiorc batteria di muro, et per 

» lassare calare le accjuc delle fosse o ca- 

» uali di Padoa che erano ingrossate, per 

» bavere gh inimici rotto gli sostegni fatti 

» dagli nostri, che bora si son repigliati. 

» Quando questa benedetta giornata faciasi 



228 

» non si sa di certo, ma ragionasi per que- 
» sta scptìinana, ad ogni modo no credo 
» che più si possa tardare, perché Fé tempo 

» et ogni cosa in caza 

» Ex caslris caesa.^s centra Paduam XXllJ 
» sep.is 1509. 

» schiavo SCALONA. » 

« In ({uesto Gonsejo di X fu preso che 
» incrcorc, a di 26 di V instante, su la piaza 
» di San Marco, poi nona, su la forcha zù 
9 molti mexi preparala e mai non operata, 
^ sia apichato per la gola uno Zuan Fran- 
» Cesco da Ponte padoan, stava in questa 
» terra in libertà mandato qui da Padoa, 

» ha uno fradello nominato 

» in campo dil re, al qual li è sta trova 
» lettere aùte in risposta, adeo li avisava 
» molte cosse di quello si feva qui. Jtem, 
» questo havia usa certe parole a' vilani 
» scampati qui, dicendo: Se vui fosse con 
» rimperador, non vi intraveniva questo. 
» Or sarà apichato » (Sanuto, IX, 179). 
A di 26 « Da poi disnar, avanti vesporo, fo 
» apichato, per deliberation fata nel Con- 
» sejo di X con la zoiila, Zuan Francesco 
j> (la Ponte citadin padoan, di anni zcrcha... , 
» qual stava qui con do altri fradelli, et 
9 uno altro era in campo di l'imperator, 



229 

» videlket domino Alvise el dotor. E questi 
» fono trali di Padoa per sospelo. Or que- 
9 stui deva aviso al fratello di molte cosse, 
» et li fo trova una lettera addosso dil fra- 
» dello responsiva a la sua. Et colegiato . . . 
» confessò la verità e altri mali fati e ope- 
» rati contro la Signoria nostra. Or fo ogi 
» apichato su la forcha nova e alta. Questo, 
» venuto fuora da prexon , mai volse vardar 
» niun per la faza, et la piaza era piena, e 
j> domente fo apicato niun cridò Jesu, come 
» si suol far a quelli è justicìati. E questo 
y> per li meriti di questi tristi padoani contra 
» la repubblica nostra » (Idem, 185, 86). 

Castelcaro^ frazione sul canale di Ponte- 
lungo, un po' al disotto del paese di questo 
nome; quindi sulla strada che da Padova 
conduce a Chioggia. 

Ottaye XXIV-XLVI. A di 30, di Padova, 
« di retori e proveditori, eri bore i8. Co- 
lf) me baveano i nimici tutta la note e fin 
» quel bora bombardato, et con mortari 
j> trato in la terra, adeo vene una piera 
» grossa di lire 130 di peso in corte dil 
» Capitanio. //em, a bore ... si apresentò 
» al bastion di Coalonga 5 bandiere de'ini- 
7> mici, tra Alemam*, Spagnoli e Taliani, el 
T> nostri li lassò montar suso, poi con fuogi 



HI», a. isi. nx i«B ■! 



QhI» ipiw» a no» < I 

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* ilffia-iiB id b CMlaai a 



> BlUa e«a oportani de nSarc A \ 

> baio baRione. El noi, Melkel ìm etl 



• che de loro ne sono muti pieni i 

• de morti, el cosi ^pen) lar sempre e 

• iinanti ce De capilerano, tanJ ne n 
■ morti. Siche le prego coafortìate H tsm-M 

• lalequesiJEKKtriiltaslrissìmisigDoriasUrdt 

• bona voglia el non dubìiare, perché ti 
> i\aeHe cote sìono grandissimo f 



231 

D de una gloriosa et triunphale Victoria; et 
» spero in Dio, che già habbiamo fabricato 
» due rote dei nostro plaustro triunnphale. 
9 Bene valete — Vester Zitolus Peru- 
» siNUS T> {Idem, col. 498). E il Bruto: 
a Die XXVIllI septembris summo mane po- 
» pulus iuxta ordinem datum se posuit in 
» ordine cum suis gubernatoribus, et erant 
» plusquam X" persone in coniracta Caude- 
T, longe et sancti Joannis in Viridario et in 
» illis brodulis ad longum de repariis et ba- 
» stionis, ubi etiam aderat magna pars exer- 
r> citus venetorum in ordinantiam cxpectan- 
» tes exercitus inimicorura suorum, qui de- 
» hcbat venire ad muros ad dandam batal- 
» leam; bora XIIII pai*s exercitus extrinse- 
» corum bene in ordine venit ad bastionum 
9 Caudelonge et apodiaverunt schalas prope 
9 dicto bastiono et ceperunt venire sursum 
9 causa aponendi banderiam, et tunc illi qui 
9 crant ad custodìam dicti bastioni concia- 
9 mavere ad arma, et tunc pedites et equi- 
9 tes iverunt ad dictum locum et fuerunt ad 
9 manus cum inimicis suis, et cum rampe - 
:> gonìbus traxerunt duos banderarios intra 
9 bastionum de exercitu extrinseco et reli- 
9 quos male tractaverunt; et in tantum quod 
9 cum balistis, archis, sclopetis et aliis ar- 



232 

» telariis, que nunquam cessabant proicerc, 
9 vulneravcrunt et interfecerunt plusquam 
1 mille de inimicis suis extrinsecis, et co- 
» missi prelio per satis bonum spatium et 
j> videntes extrinseci non posse durare pro- 
1 pter multitudlnem artellariarum et damnum 
» maximum quod dieta de causa patieban- 
B tur, se retraxerunt, et bora i7 dominus 
» Andreas Gritti licientiavit omnes tam mi- 
1 lites quam populares, et tunc omnes re- 
» cessere clamantes Marco Marco ; et a die 
» venerìs circha horam 3 usque ad diem 
» sabbati circha horam XVI Theutones et 
» alii extrinseci proiecerunt plusquam i500 
» balotas diversarum sortium t>. Come si 
vede, la narrazione del Bruto non concorda 
con quella del poemetto: buon per noi tut- 
tavia, che un argomento incontestabile ci 
rassicura dell' esattezza del Nostro. Come 
mai il 29 di settembre il bastione potè es- 
sere stalo preso d'assalto all'ora quattordi- 
cesima, secondo vuole il Bruto, se già al- 
l' ora tredicesima il Citolo ebbe agio di scri- 
vere una lettera al Bibbiena, per narrargli 
della nuova prova fatta dai nemici, che al- 
lora allora sconfitti avean dovuto ritirarsi dal 
bastione? 11 fatto adunque avvenne precisa- 
mente cosi come è narrato nel poemetto: 



233 

la mattina del 29 i nemici tentarono un 
nuovo assalto al bastione della Gatta, ma il 
Gitolo con i suoi li respinse, facendone stra- 
ge. Quanto tempo abbia durato questo as« 
salto, non si può dire con sicurezza; certo 
è che air ora tredicesima i difensori erano 
già ritornati nelle loro abitazioni. Giunta la 
notte, un falso allarme ( forse lo stesso di 
cui parla il Da Porto nella sua Lettera 31 ; 
e dico forse, perché in questa lettera manca 
l'indicazione del giorno in cui fu scritta), 
richiamò sulle mura grande quantità di po- 
polo (il Nostro dice i 5,000 artigiani, il Bruto 
40,000) corso alla difesa. Ma i Provveditori, 
quetato il rumore, lodando il coraggio dei 
cittadini ed esortandoli a perseverare, li ri- 
mandarono alle case loro. Il Bruto adunque 
confuse insieme i due fatti, e non ricordò più 
la vera ora in cui ebbe luogo Y assalto. Del 
giorno antecedente a questo fatto é il se- 
guente brano assai importante di una lettera 
dello Scalona alla marchesa Isabella. 

« Ill.ma et Ex.ma Sig.*^ mia. Io non so 
» hormai più che dirmi de questa bene- 
» delta impresa: lo ardore di costoro di 
» dare la battaglia pare che sia molto in- 
» lepidito, per modo che spesso di provoca- 
» tori sono provocati alla scaramuza: negare 



234 

» non si puri l'.he niiesto eser(;i[o nou sjj 

» polente el (lìsposiu a fare TaUi, ma pare 

• eh' el se coDsutnmi in Utnla Icnlcza : alta 
» giornata si fanno scaramuze, et 1' una 

> parte el l'altra se ne resta in (in sulla 
sna, et tutto ìl di il campo sta su l'ale; 
in ugni modo la non pò andare molto 
» ]iii) in longo, elle Tonta i venirne ail un 

> li[ic. La artiglieria d licri salutalo straaa- 
s mente con dalmegio oi spavento nostro. 

> lo non allenilo ad altro che al sollicìtaro 

• de spedirmi de ijui: spìero che presto et 

• boa mi vei'rà lallo ; aubilo me ne vengo 
. . Ex caslris caesa.o" XXVIIJ sep.i" 1509 

schiavo GAPT." SCALONA 

Cantelml RoBtahio, conte di Popoli 
d' Alvlto. Fino dal luglio si parlava di 

iin;i ctmilotta che la Signorìa gli avrelihe 
concossa. Ai IO dello stosso mese Zaccaria 
Uollln perorò nel consiglio dei Dieci per 
condurre agli stipendi delta Repubblica que- 
sto conte di Popoli ■ homo bellicoso . . . 
sia in l'ApruzD, et lìidtur vera, qoal sarà 
° governator in campo. Et l'u posto la parto 
9 di tuorlo per i Savii, el bave 5 di no; 

> el si luanderà arsilii a levar li sol cavali, 
» si se potrà averlo, che non credo si ba- 
veri a tempo » (Sakuto, Vili, 501 e 



235 

504). II 22 dello stesso mese venne in 
Collegio un sacerdote, segretario del conte 
di Popoli, con ampia facoltà per gli accordi, 
dicendo tra T altre cose che il suo signore 
voleva essere capitano generale (Id. 539). 
E il Collegio rispose: < di darli 300 ho- 
» meni d'arme et titolo di governador ze- 
» neral prò nunc , et ducati 32 milia a 
» r anno, et ferma per doi anni et uno di 
t> rispeto, in libertà di la Signoria nostra 
» e/c, et il suo secretano é sta contento. 
» Et bisogna scriver al dito conte, ch'ò a 

» l'Aquila, et haver la retification 

» Noto. Nostri à tanto desiderio di haver 
» capo, che torfa ognuno, pur si potesse 
» haver. Questo à gran fama di valente ho- 
» mo, ma non molto è sta exercitato per 
» capo. Idio ne ajuti ! È sta pratica arizor- 
» data(?) e tramata per sicr Zacaria Dol- 
» fim, mio cugnado, con fra' Francesco Zorzi 
» di San Francesco di la Vigna, ch'é mio 
» zerman coxim, el qual à gran praticha 
» col dito, fata quando el predichoe a l'A- 
j> quila, et lo laudò molto forte. El nostro 
» capitanio, conte di Pitigliano, non vai zero, 
» ò vechio e non à cuor : tutti crida, tameìi 
» si convien haver pacientia ». (Id. 548). 
I Veneziani non avevano più fiducia neir Or- 



236 

sìni, che tuttavia cercava ogni mezzo per 
riguadagnare il favore della Repubblica (Id. 
5!29); come dimostrò specialmente durante 
l'assedio di Padova (Id. IX, 53). Il conte 
di Popoli ncir agosto accettò i patti, ed 
era in attesa de' navigli per trasportare i 
suoi cavalli, che si reputavano in gran nu- 
mero e con « sette baroni di Reame » (/</., 
24). 11 conte voleva venire ad ogni costo, 
ottenesse o no licenza dal re di Spa- 
gna; e già tutto l'Abruzzo era in moto 
(M, 3i, 3:2). Ma il papa, intesa la pratica 
di lui colla Signoria , scrisse al viceré di 
Napoli che non lo lasciasse andare agli sti- 
pendi della Repubblica (Id, 54). Quindi il 
conte aspettava risposta dal viceré, < e quan- 
» tunquc [egli] non venisse, l'animo suo é 
j> di venir ; ma non voria venir in disgratia 
» dil suo re etc. Si tien non vera » (7d., 
67). Sebbene egli protestasse di voler ve- 
nire, si prevedeva che non avrebbe avuto 
licenza, e perciò non sarebbe venuto (Id., 
91 ). Ai 2 di sellembre « vene in Colegio 
» uno nontio dil conte di Populi, qual portò 
» lettere dil suo signor, qual voi omnino 
T) vcgnir con la Signoria nostra et aspeta 
» risposta di Spagna non poi star non zonzi, 
» e venendo o no, voi partirsi e vegnir di 



237 

» qua con li cavali e zente, qual tutto in 
» ordine se ritrova etc, Zanze e longole! » 
(Id. 123). Ciance e longole veramente, che 
infatti il conte non venne; e alla pretesa 
venuta sua il Cordo accenna ironicamente 
neir ottava XXXV. Il 20 agosto era stato ri- 
confermato il Pitigliano neir ufficio di capi- 
tano generale (Id., 74). 

Pietro Balbi^ di Alvise, il 30 ottobre 
capo del consiglio dei Dieci; nel 1503 luo- 
gotenente in Cipro; nel 1506-7 capitano di 
Padova, e nel 1509 podestà: in questo uf- 
ficio si meritò gli elogi del suo governo; 
fors' anche perché fu, come dice il BntiTO, 
cattivo e crudele contro i nobili (15 agosto). 
Nello stesso anno fu promosso capitano ge- 
nerale deir armata in luogo di Antonio Tron; 
nel dicembre 4510 eletto bailo a Costanti- 
nopoli, rifiutò; come pure non accettò di 
andar oratore al Soldano nel 1511. Il 28 
giugno 1513 fu mandato oratore a Leone 
X; il 14 ottobre dello stesso anno fu scelto 
insieme a Domenico Trevisan per dare aiuto 
consiglio a Bartolomeo d'Alviano capitano 
generale in Padova, ma per ragioni di salute 
il Balbi chiese di rimpatriare, e dopo pochi 
mesi mori (23 aprile 1514). Cfr. Cicogna, 
Iscrizioni, III, pp. 388-89. (Questa notizia 



relaiiTo al Balli avrebbe dovuto precedere 
({nella che a p. 19S si legge inlorno a Zac- 
caria Dollin: chiedo veaìa della involontaria 
irasposizioDR). 

Ott&Tft XLVII. — A di primo di otto- 
bre, da Padova: > Come la note i nìmici 
* lianno tratto as»' bombarde a le mare, 

■ ci il Zitolo di Perosa, volendo conzar 
certo repara, una di dille bombarde U 
t dele in una piera la qual toccò la gamba 

■ sora la cliaichia. Tamen si tien dod ara 
B mal di pericolo > { Sanuto , IX , 225 }. 
Il giorno 6 era ancora a letto, « ma 
R non bavera mal da conto t, (Id., 236). 
Il IS di novembre era tuttavia ammabto, e 
il IO guarito perrcttumenle [lil. , 306 e 327). 

Ottare LI LXIV. — Intorno ai oiolìvi 
che indussero Hassimiliano a levare l' as- 
sedio, importa aopra ogni allra cosa cddo- 
sccrc (juaiiUi l'impa^atore stesso scrisse lu 
proposilo a sua figlia Margbnrìla ; od é strano 
che coloro i quali più rccenlo trattarono 
dell' assedio di Padova dod aljbiano conoseinlo 
ijuesto documento della massinìa importanza. 
Massimiliano,' dunque, scrive da Limona il 7 
ottobre: i Tràs chiére et Iris am£e UUe, 
> Gombien quc vous ajons dernièrement 
V esuript que le Icodemain do la rescriplton 



239 

» des nosdites lettres, nous eslions délibéré, 

» veu la grande balerye de nostre artillerie 

9 que auparavant avions fait taire devant 

» nostre ville de Padoiie, de donner l'as- 

» sault à ceulx qui estoient deans ìcelle no- 

» stre ville; toutes voyes nous avons de- 

» puis trouvé, par Tadvis de nos capitaines 

7t et de ceux de nostre conseil et autres 

» estans cez nous, que, considéré le grant 

yt nombre d' artillerie et de gens de dclTence 

» que les Vénitiens y avoient et mesme- 

9 ment les grandes réparations qu' ils y 

y> avoient faictes, que jamaìs au monde n'a 

» esté veu les semblambles, pour ce qu' ilz 

» ont eu dedans beaucoup de villains et de 

^ gens de guerre, entro lesquels ils estoient 

» plus de XV.m hommes bien armez, il nous 

» estoit plus prouffitable de délaisser icellui 

» assault que de le donner. Parquoy , con- 

» gnoissant aussi que aucuns de nos coni- 

» muns gens de guerre n estoient pas fori 

» enclins audit assault, nous avons leve 

» nostre siége dudit Padoue et emmenó 

» tonte nostre artillerie, et nous somme icy 

» rclirez, où nous cspcrons, attendu ledit 

» grant nombre de gens qui est au dit Pa- 

y> douc et le grant destrument de biens que 

)) r on a fait tout alentour, mettrc tei ordre 



2i() 

t contri' i.'iilx «jiie ]•.•> v yllimierou? : i/i , .1 
* l'aviic ilo IHoii, pari ce el auires voto 
cniilniiniimns «le eiilx remJrc à nostre 
•» olniissaiicc » (Con'psffondatice de /' om- 
/ffifiir Mnxiìiìiìk'u I et fk Marfjueriie ff'Au- 
irìvlu' jmhhtéf par M. Le Glay, Pari?, 
is:)t», T. I, \ì\K IJiaiM. Gir. anche Sanuto, 
IX, i:«ill. -iO:{ e !20i). Le causo, dun- 
tpn', furono duo : la poderosa resistenza op- 
po4.'i dagli assediati, e il malcontento d\uia 
parte d(;ir esercito cesareo. II Buzzacarini 
dic«?, clic Massimiliano, considerando T infe- 
lice esito dolali assalti dati alla citici e §0- 
s[iettando (]ualclic tradimento nel suo campo, 
prima di venire ad un assalto generale , 
p(;nsò dì far rinnovare allo sue schiere il 
i-iuramento di ledeltà. Ne avverti i capitani 
e i soldati, dia r]uali i più si riliutarono, di- 
cendo di non voler esporsi a quel supremo 
cimento, se prima non avessero ricevuto tutte 
le |Kij;lie; « non i se arecordava, soggiunge il 
» liiizzacarini, che i avea avuto a saco tutto 
» el |)adoano tre mesi di longo , e i avea 
» guadajiiiato un mondo de roba ». Per 
({uesto ammutinamento l'imperatore chiamò 
a consulta i ca|)itani, i (]uali facendo notare 
il difetto di pedoni, l'avvicinarsi del verno 
e delle piogge che avrebbero impedito il 



/^ 



2iì 

trasporlo delle artiglierie , lo indussero a 
levare l' assedio. Secando il Biuzacaiinì que- 
sta decisione fu presa in seguito ai fellone- 
schi consigli dell' Arìinili ; « Sua Maestà dod 
D so acorzeva che il sior Costantino non ghe 

■ andava con Tede, imo assassinava Sua 
Il Maestà; invero Sua Maestà fece gran male 

> a non el fare impiccaro in su la porla dì 
» Padoa. Questo to cerio, che el detto sior 
1 Goslantin fu do volte dentro de Padoa da 
9 quando la Maestà Cesarea era alorno a l'a- 
s doa con 1' esercito a parlare con la signoria 

> de messcr Andrea Grittl ■ (Gloria, op. cJt. 
pp. 16, il, ove è riassunto lutto ciò che il 
Buzzacarinì dice a questo proposito nella sua 
Historia). Il Da Porto aiferaia che l'assedio 
• ba per lo poco ordine, che vi é, poste in 

> gara Y tuia con l'altra le nazioni nel campo, 
t cosi che ciascuna alloggia dì per sé sepa- 
» ratamente. E i Francesi, in dispregio dei 
t Tedeschi, hanno a' di passali sbaraglialo 
1 un'adunanza di molti paesani, che verso 
» Campo San Pietro s'erano in alcune pa- 
t Indi fatti forti, e impedivano le vittuarie 

> al campo imperiale e 'I saccomanno da 
» quella parte : e perché ciò non ave- 

■ vano potuto far ì Tedeschi, n' ebbono gran 

> vergogna, e giii ne sono State tra i capi- 



242 

• N-iiiJ male parole; ond'ò mollo cresciuto 
■ l'odio Ira loro, e potrebbe igucsto per 

• nvrcDlura essere la salute dell'assediala 

I cittì • (Lfllera 31). 

MercurJno di Gattinara, ambasciatore di 
HaasimiliaDo e di Margherita d' Austria presso 
Luigi XII, scrive a Margherita di aver veduto 
una lettcm dell' Arianìti al papa , la ([iialc 
conteneva: I, che il re aveva richiamalo il 
La Palìssc con le sue lance, non volendo 
cIlq slessuro pii!i al servizio dell' impera toro; 
H, elle il Gran Mastro avrebbe voluto pren- 
dere Verona per conto della Francia, ma 
che il vescovo dì Trento, avvertito dall'im- 
pGi'atorc, non lo lasciò entrare; UT, che I*a- 
dova sarebbe stata presa, se non si Tosse 
prestalo Cede alle parole dei Francesi. Dile- 
gualo ogni dubbio sui due primi punti , 
ijuanto al terzo il Gatlioara, nomo inlemcT 
rato, soggiunge: ■ et touchant Padua, qnc 

• nitos spavions bieh ceriainement que la 
» perde estoit plus tosi pour ledici si'. Cao- 
B stantio que pour le Francois, Uel«nant 

> <|uc ledict chancellier (cioè il cancelliere 

II che gli aveva comunicato la lettera a oome 
B del re) se trova satisraict et noiis pria de 

> part le ro; voiiloìr advenir l' empereur 

1 d'icelle coouunìcacion >. Le stesse cose ' 



I 



243 

ripetè il giorno appresso a Luigi XII me- 
desimo (Négociations diplomatiques entre la 
France et V Autriche publiées par M. Le 
Glay, Paris, 1845, T. I pp. 271-73). La 
notizia, quindi, del tradimento dell' Àrianiti 
era assai diffusa ; e il vederla accolta an- 
che dall'ambasciatore di Massimiliano, che, 
senza dubitare della verità di essa e senza 
nemmeno esserne richiesto, la ripetè al re 
di Francia, in opposizione alle accuse sca- 
gliate dairArianiti contro i Francesi; e, d'al- 
tra parte, la premura che si dette l'Aria- 
niti di incolpare la Francia del cattivo esito 
dell'impresa di Padova, se non ci rendono 
assolutamente sicufi del tradimenti di costui, 
ci pongono in grado di affermare, che, con 
ogni probabilità, oltre le due cause ricordate 
da Massimiliano e i dissidi fra i soldati delle 
varie nazioni attestatici dal Da Porto, (1) 



(1) Andrea di Burgo, ambasciatore di Massi- 
miliano, disse al sao collega Mercurino di Gatti- 
nara, che l' imperatore era stato costretto di riti- 
rarsi, perchè il re di Aragona aveva lasciato ve- 
nire da Napoli a Venezia i viveri, dei qaali Pa- 
dova venne vettovagliata (Letlres du roy Louis 
XII, BrussellCy 1712, I.o, 184). Intorno le discor- 
die che determinarono la ritirata dell' esercito 
imperiale; veggasi anche : Abbl Dbsjardins. Né- 



244 

il tradimento dell' ArìaDiti , come vuole il 
Buzzacarini, conferì assai a determinare la 
ritirata deir esercito imperiale. Alcuni storici 
e cronisti all'Àrianiti accompagnano nel tra 
dimento il Fracasso ; su di che, in mancanza 
di prove, non possiamo aggiungere parola. 

Passi emendati nel testo 

Ottava LIV, v. 7. ne comenzò — LIX, v. 
4, exìsUmati — LX, v. C, Che tal — LXll, 
v. C, mali. 



gociations diplomatiques de la Franee avee la 
Toscane, II, 424-433. A tutte queste fonti avreb- 
be dovuto ricorrere il dott. P. Zanetti nel suo 
citato lavoro sull'assedio di Padova, anziché sbri- 
garsi con poche parole di tale questione, negando 
fede al Buzzacarini. Ma, in generale, il lavoro 
del sig. Zanetti, buono ne* primi capitoli, avrebbe 
bisogno di essere rimeditato e ampliato nella 
parte che più specialmente tratta dell' assedio di 
Padova. 



NOTE AL CANTO VI. 

Ottaya Vili. — « A di 2 [ottobre!. È 
)> da saper, la note, a bore 4, zonse lettere di 
» Padoa di bore i 7. Come il campo nemicbo, 
y> in quella raatina, a bore 9, prima Francesi 
9 et Alemani si havia comenzato a levar di 
i> r assedio di Padoa, et erano andati verso 
i> Vicenza e parte verso Bovolenta. Etiam 
» erano levate le artellarie; et che stratioti 
s> erano ussiti quel zorno di Padoa et non 
» erano tornati; et hanno esser restati 
» solum tre falconeti e le zente italiane, 
» eh' é il retroguarda , fìn il campo si 
)> salvi .... Et nota , eri per lettere si 
» ave r imperator aver promesso uno, do, fin 
» tre raines per uno a quelli voleano esser 
i> primi a dar la bataglia al bastion, e non 
» haviano trova chi volesse » (Sanuto IX, 
226). 

Ottaye XIII-XVIII. — « Da poi disnar 
T> [2 ottobre] fono Pregadi, et a nona zonse 
» lettere di Padoa, di bore una fin tre di notte 




24fl 

* di cn, Qua! lettere hors poi vegnir per ff 
» Portello a suo piacer, et eraDo di quelli portd 
i assa' lettere a soldi uno l'una. Àviss stra- 
1 iloti esser rìlomaU.e liaver referilo i niinici 

* esser aiidali a Vigodarzere di là dìl ponte, e 

* aver brusù il ponte Qdì li pali. Tamen, par 11 

■ re sia restalo in campo a la Btè Lena con 
1 zercha 15 railia persone, come più di/fuif 

> dir& di sotto. El vidi una lettini di Girolìma 
I Vianello di eri a sìer Luca Vendra min, come, 
» inteso II proveditori il campo esser levalo, 
a mandò Tuora Vido fìangon con 200 catali 

* liiLleri, il qua scaramuzii con inimid qualli 
» eratm lerca 8000 uniti e serali in uno. E 

■ mandò per socorso a essi Zuan Griepi 
I et Monte Acuto capilanlo di balestrieri dil 
I capitanlo zeneral, con zercha i50 cavali, 
1 el fono a la scaramuza et preseno dieie 

■ cavali boni e li meuono in Padoa per la 
1 (HirU dil Poiiello. > (SAMtTO, IX, 227, 

* 28). t A di Ire, la malina, to lettere di 
» Padoa di eri, bore 17. Chonre i niralai 

* erano di là dil Ponte di Vigodanere, e' 
t Francesi andavano verso Vìcenia; siche da 

> Vigodarzere a Limene in (|ucl spazia sono. ^ 

* alozati eie. 
> Item, in questa notte fo mandato per II 

> Sig:norìa nostra barche a Padoa carge di o 



247 

ì> zo e polvere, che pur in Padoa ne mancha- 
ì> va et erano quasi a la One. Vene alcuni 
» villani, vien di Bovolenla. Dice, eri nostri 
» cavali lizieri e stratioti aver preso il ca- 
» stello e con occision di zerca 100 fanti 

» et presi altrettanti Zuan Griego esser 

» sta ferito in la gola, ma non havea mal da 

» conto A di 4, la matina, fo lettere 

y> di Padoa di hore una et bore tre di note. 
» Come hanno i nimici esser passati tutti 
» il Ponte di Vigodarzere et di Limene , 
» e andar a la volta di Vicenza con que- 
» sto ordine. Prima li Italiani, poi le fan- 
» tarie et artillarie, li Francesi, poi il re di 
9 Romani con li Alemani, et è resta retro- 
j> guarda un grosso squadroni è do reporti e 
» contrarii, Tuno dice é de Alemani, l'altro 
i> dice è di Franzesi, e vanno tutto il campo 
» unito da 60 miglia persone verso Vicenza » . 
(Id., coli. 229, 30). Alla col. 232 vi è la polizza 
di tutto il bottino fatto a Bovolenta, ove i Ve- 
neziani trovarono pane, frumento, formaggi in 
abbondanza, e 25 bocche d'artiglieria, che 
furono esposte a Padova nel Prato della Valle. 
Il Bruto dice: « Die primo octobris. Dicto die 
» et in dieta nocte reliquum exercitus lige re- 
)) cessit de Gaudalonga et ab obsidione Padue 
» et ivit Limenam, ubi se accampavit et depre- 



248 

» dabantur quotidie per dictas Villas circum- 
» stantes, ac domos igne comburetmnt, tam de 
» muro quam de palleis, et currebant usque 
t ad portas Padue omnia depredantes. Item, 
» inciserunt rostam Limine, adeo quod in Pa- 
» dua aque non erant sed in modica quantitate, 
t et non poterat macinali ex eo quod etiam 
» acceperant aquam Bachillionis, et aque ipse 
» non poterant venire per civitatem Padue t . 
Seguita a narrare il fatto di BoYolenta, ma 
assai più sommariamente del Sanuto. 

Passi emendati nel testo. 

Ottava II, V. 8, spirito; X, v. 8, cotisidera, 
XXXVI, V. 8, donarli. 



APPENDICE I 



Dai « Ragionamenti domestici 

DELLE GUERRE D' ItALIA » 
[1508-1529] 



Il Muratori nei suoi -4wwa/e, agli anni 
1508-1529, cita sovente una Storia 
veneta manoscritta di autore ano- 
nimo padovano contemporaneo^ che 
egli conservava presso di sé. Il Gloria 
nel suo citato opuscolo sulF assedio di 
Padova ricorda talvolta sulla fede del 
Muratori questo anonimo padovano, ma 
né egli né altri mai si è dato cura di 
rintracciare questa fonte muratoriana; 
la quale, perché scritta da un contem- 
poraneo padovano, non doveva essere 
trascurata da chi si accingeva a nar- 
rare r assedio di Padova. Il mio caro 
e valente amico dott. Carlo Frati, vi- 



cebibliotecark) dell'Estense dì Modenn, 
cui mi sono rivolto per nìiito in tale 
ricerca, rìnvenoe nel codice Estense 
VII. D, 13, in fol., de! sec. XVI, 
r opera intitolata Rayionanienii do- 
mestici delle Guerre rf" Italia , e 
air Archivio di Stato la copia che 
di queslo codice , prob;ibilnieDte au- 
tografo , il Muratori fece fare dal 
proprio nipote Lorenzo Bianchi. Ri- 
scontrati i Ragionamenti col racconto 
del Muratori, si potè identificare con 
certezza l'opera ria lui chiamata Sto- 
ria velluta ms. di anonimo padovano 
col testo del cod. Estense. Che i Ra- 
gionamenti, ì quali sono in numero di 
ventitré, sieno opera di un padovano, 
non è alcun dubbio; perché l'anonimo 
nel brano del tcrw Ragionamento, che 
qui metto in luce, per ben due volte 
chiama Padova sua patria : e pari- 
menti è certo che questo padovano era 
contemporaneo, poiché in fine si legge: 
* Qui finiscono li Ragionamenti do- 
r. mestici delle guerre d' Italia comin- 



t ciando l'anno I5()8 lino al 1529. 
* esposti e narmLi lia chi si sono tro- 



• vati 



delle 



» faconde i 

Il racconto dell'assedio di Padova 
occupa tutto il Ragionamento IV, che 
ho creduto opportuno di pubblicare 
nella sua interezza per pili motivi : I, 
perché quesl' era la sola nai'cazione 
nota , scritta in volgare da padovano 
contemporaneo, ancora inedita; I!, per- 
ché, sebbene il Muratori negli Annali 
se ne sìa vabo assai, tuttavia il rac- 
conto ch'egli fece dell'assedio di Padova 
è mollo conciso e, come voleva la na- 
tura dell' opei'a, affatto privo di pailico- 
lari e dì episodi; III, perchd importa 
sempre conoscere il testo integro delle 
fonti adoperate dal Muratori; IV, perché, 
finalmente , la uarrazione, del nostro 
anonimo è tuli' altro che priva di inte-~ 
resse, quantunque in molte parti simile 
alle altre già a stampa. Ho fatto prece- 
dere questo Ragionamento quarto dal- 
l'ultimo brano dell'antecedente, ove sono 



254 

ricordali ì nobili |X)dovaiii pri^onieri o 
fuorusciti in sepito al riacquisto di 
Padova fatto dai Veneziani. I quali, 
secondo quanto asserisce l'anonimo nel 
Ragionamento HI , avrebbero ricupe- 
rato questa città mercé il ti-adìmento 
dell' Àrianiti. Egli vorrebbe che papa 
Giulio , riconosciuto essere opportuno 
alla Chiesa e all' Italia che venisse con- 
servata la repubblica di Venezia, avesse 
ordinalo segretamente all' Àrianiti di 
favorire sottomano i Veneziani , e 
quindi lo' avesse mandato a sollecitar 
Massimiliano dì calare in Italia, jìer 
paura che i Francesi occupassero il ri- 
manente dello stato veneto ; quindi 
r Àrianiti di proposito avrebbe spo- 
gliato Padova del presidio, e trascu- 
rato poi di cogliere 1' occasione oppor- 
tuna per ricuperarla, II Muratori, an- 
ziché ripetere, come taluno ha creduto, 
le [larole dell' anonimo , ba confutato 
questa curiosa ipotesi , conchiudendo , 
che quando mai l' Àrianiti « fosse stato 
» reo d' infedeltà , sembra pili vero- 



» simile , che dai saggi Veneziani fosse 
» egli segrelamente guadagnato, e non 
» già imbeccato dal [jontefice (1), il 
» quale non per anche aveva sposati 
* gli intei'essi della repubblica veneta ». 
Con aninno grato manifesto anche 
pubblicamente la mia riconoscenza 
all' ottimo amico C. Frati , il quale, 
perché i miei doveri di insegnante 
imi>edivano eh' io mi recassi a Modena, 
mentile , d' altra parte , è vietato il 
prestilo dei codici Estensi, si sobbarcò 
alla grave fatica di trascrivermi colla 
diligenza in luì abituale tutta la parte 
dei Ragionamenti che metto in luce: 
di che gli devono essere riconoscenti, 
con me , anche gli studiosi , sicuri in 
in tal modo della fedeltà del testo 
qui riprodotto. Hi mìo ho aggiunto 
soltanto la punteggiatura , gli accenti 
e le maiuscole ai nomi propri , che 
spesso non le avevano , ed ho distinto 
gli u dai V. 



(I) Crr. quate testuali parole calle linee 
10-12 ilella pag. 185 dì questo voi. 



Teezo Raqionamkkto 



(f. in U del 1)1 

ItiiBÌon."f 



. . Il zomo medemo [17 lu^ 



1509] similiter Andrea Oriti mandò 
per molti nobili Padoani, i quuUi per 
la etade lom et innozentia non haveao 
voluto fiigire , et fatoUÌ ben volto li 
asicnrò; et la sira de quel zorno con- 
vocatoli tuli in una sala a hora de 
cena, li dixe: la mente de quel Senato 
esser che subito ognun de loro a ne 
Andrea Griti de andase a Venetia per bon rispeto. Al 
fó &«ato''Ìa '=*"' risposseno esser tuti aparegiati ad 
un gran numero de obedire et che andarìanu a cena; et 
niAiU Padoani i\ 



Venetia presoni. 



' oidinate le loi' pnrticulare facende o- 
gniin de loro quella note andarla. Ma 
lui lì negò et li dixe che voleva cena- 
seno siecho, ci poi cena de longo an- 
daseno. Il che a luti parse cosa giara 
loro esser mandati presont, tai'di pen- 
lendossi non esser fugiti quando havean 
lenpo. Et disi soto bona custodia quella 
sira fui'oo in | barcati al Portello et 



257 

condnti a Venetia, dove in obscure et 
horende presone furono con molta cru- 
deltà ringiussi. Li qualli parte furono 
da poi molti anni in diversi lochi da 
mare confDnati ; parte , non potendo 
longamente sustenire li desastri de le 
presone, 11 moriteno, et fumo la maior 
parte. Altri da poi longo tenpo . per 
bona lor natura essendo restati vivi, 
uscirono. Li nomi de li supra diti 
fumo questi: Antonio Francesco dei Nomi de Padoa- 
Doctori, Frizarin Capo de Vacha, Ja- 
como de Lion, doctori et cavalieri; 
Conte Alvarotto, Bertuci Bagaroto, Zuan 
Francesco Musato, Zuan Antonio da 
Rclogio, iurisconsulti ; Marco Antonio 
et Alexandre de li Musati , Alovisse 
et Francesco da Rio, Alovixe Fabian, 
Zoan Dominico Spazarin, et Zuan An- 
tonio da Treviso notare, (1) et molti 
altri che quel zorno et li seguente da 
li ministri che a far questo erano pron- 



ni incarcerati. 



(i) Uo finale di notaro nel ms. potrebbe 
essere correzione di i, o viceversa. 

17 



^1 



tis.simi fumo inpresonati, che 7À i 
\\knci tuie Ii3 presone, sf de Padoa 
corno de Venetia. Dltra de questi, che 
fiir'on posti in presone, fu subito coof- 

La ncbìllà de (iniiD quasi Lula h nobilita de Padoa 
;flrfoHcon/i»a(ai» j^ VencUa, cun obligo de andarse ogni 
zoino a un cerio ofQcio a zio depu- 
talo apreseolare; et durò tinche finite 
la guera, che fu unni sete. Il che con- 
sumò et ridusse su la pagia molli pò- ' 
veli citludini, il che fu la unìvei-salle | 
roina de la mia infelice Patria; per-1 
chiS apresso le jÀ dite disgratie si ad-' 
gioQse la maior, che molti et de li" 
principalli si fugìrno, chi per paura, chi 
jier altee cause. Li qualli subito fumo 
prononciali rebelli et contumace, ei il 
(f. 20 11.) suo bavere da' Venitiatii | fu subilo 
contiscato. Li nomi de li absenladi 

Nomi (le'absen- furono quesli: Antonio Capo de Vacha 
et Borlolomeo suo fiolo,anbo cavalieri; 
Paulo Capo de Vacha ; Achille, Hero- 
nimo et Fi-ancesco Boromei, et un al- 
tro Fi'aneeseo et Alixandro Boromeo ; 
Palaro, Zuan Francesco, Aliduse, AJo- 



lualli flirt 



vise, Lodovico, Heronimo, Antonio, 
Livio et Julio de li Buzacharini ; Ja- 
como , Hisahe et Heronimo de li Re- 
logij ; Nicolò et Francesco dei Tra- 
polini ; Antonio, Marco, Antonio Maria, 
Francesco de li Bagaroti; Pollo, Ztiane, 
Lionello, Anton Francesco et Gieorgio 
et Piero da Lion ; Alovise da Ponte, 
Francesco da Santa Croce; Alovise, An- 
selmo, Zua» Pietro Ouera; Hanibale 
et Augnstin Testa; Heronimo de La- 
zara ; Cardin dei Lenguaci ; Ludovico 
et Andrea dei Doti; Bernardin, Bo- 
niffatio, Antonio, Artaso, Angiollo, Pau- 
lo et Boi't.o dei Conti ; Orlando , Ga- 
brielle, Francesco, Federico et Alidusse 
de li Capi de Lista ; Piero da Brazolo; 
Carlo et Boraldo dei Beraldi ; Hei-o- 
nimo et Andolfo do li Beroldi ; Carlo 
et Ruberto da Gronpo ; Galeazo da 
Bigolin; StefFano dei Rosi ; Batista 
et Francesco dal Legname; Zuan dei 
Codaci ; Paullo Ungarello; Carlo, Julio, 
Cornelio et Paulo dei Manzoni; Fran- 
cesco Busenello; Nicollò Sangonazo; 
Zuan Vitalian ; Aliandro Germisson ; 



seo 



oliasi 



Francesco el Alovissc de li Rizolil 
Alixanilro ei Lionello de lì Pasini ; 
Heronimo et Gimillo dei Favini ; el 
molti altri, che longa cosa seria d dirli 
tuli. I qualli tuli da lo avogadore nian- 
dnto supra zio a Padoa dal Senato 
fumo prima giamati el asignatoli 8 
zorni de lenpo; il qua! passalo, et non 
ne essendo conparso ninno, furono po- 
(f. 21 K = {. 1 sti tiiti lor possessi, case | et altri beni 
di:l IV Hagiaii.) (1) j^ |g 0sco: parie de' qualli da |joi 
molli anni furon vendiiii, parte con- 
cessi in dono a molti benemerili, parte 
asignali a conio de dote de le mol- 
giere de questi forausiti, parte furon 
reslituìti a diversi, i qualli cun mezo 
de il dinaro si conposseno et fiirno re- 
stituìLi a le facilità loro et a la patria, 
ma non disi presto. Et casi cum varij 
et diversi accidenti seguite longo lenpo 
el seguirà la disgi'alìa de questa mia 
misera Patria. 



(1) Non essendo numerate le carte dui 
cod., la paginazione ^ui segnata é quella dei 
Cogli dì ciascun Ragionamcnlo : cosi il t. SI 
rld 111 Hagion." i: uguidc al f. 1 del IV. '"" 




261 



Quarto Ragionamento (f- * A) 

Recuperata Padoa, tuti li castelli del 
Padoano tornorno soto la fede del stato 
veneto: il medemo fece il castello de 
Legnago, posto sopra il fiume de lo 
Atice, teritorio veronese, loco de non Venitiani acqui- 
picolla inportanzia, nel qualle era stato *'«'*^ ^'^'*'''^^- 
posto per castelano Federicho Conte 
da San Boniffatio, il qualle subito et 
sentia pur vedere li inimici lo dete a' 
Venitiani, i. qualli subito de optima 
fantaria il fornirno, et per gubernatore 
li posseno Carlo Marin nobille veneto; 
et de quanto dano sia stata, nel pro- 
gresso del mio ragionare intendenti. 
Il medemo harebe fato il Polessene de 
Rovigo, se dal presidio de Alfonso 
Duca de Ferrara non fusse stato dif- 
fesso. Per questa nova Verona, Vi- 
centia et tuti li altri lochi inperialli | (f. i B) 

steteno in gran pericollo de far novità, 
et per tanto Maximiano subito si parti 
da Trento, et aviò lo suo exercito cun 






b lip 

il«M-M Alalie 



■ ba- 
><1 4e 



/to» > lrfi.i > i» ajtt et a^ a« le aid^; 
2^ *** "^ inté > «ioli «ap» h <a * I 
in aorlHei waotta ari Mg 



pnmBnC le crai h t 

liflHU ttWBnO udMl tltf S 1 

dK ems fan it k parte et a 

a b dH 1 zA B br ì 

feacM alo^HTì, et ■ fKto I 




263 

essendoli!* concorso il fior de li Italliani 

soldati, hebeno insieme dodici m[ila] 

electi fanti, ottocento homini d'arme 

et due m[ila] cavalli lezieri. Maximiano 

adonque, essendo dapoi tanta expe- 

tation et (1) dapoi pasto et for de tenpo 

gionto in Italia, si affermò a Basano, 

castello sopra il fiume de la Brenta , 

per expetar il resto de suo exercito et 

per prevedere che Verona et Vicenza 

non facessino qualche | moto ; mandò (f. 2 A) 

anchora in Friulli il Principe de Analdo 

cun 4 mFila] fanti todeschi et 300 ca- Lo Re de Ro- 

valli, il qual unitosse cun il Duca de '^«P». '"'''*,f ? ? 

T, ^^ . 1.1. . . FriulU molti sol- 

Branzovihc dqteno molti dani a tuta dati, 
quella patria; per il che Venitiani fu- 
rono astreti mandare a diffexa di quelli 
lochi 300 cavali lezieri et mille fanti 
soto il governo de Zuan Paulo Grada- Presidio veneto 

in Friulli, 

(1) Veramente nel cod. si vede un / 
col segno deW et: la frase poi non troppo 
chiara dapoi pasto corrisponde a mense le- 
vate ? Non saprei trovare una spiegazione 
migliore. 



26i 
nicho legato, Leonardo da Prato, 
valiere herosolimitatio, et Pietro Coiso, 
capitanii de questa impi'esa. Et questo 
sentendo li principi tedeschi, si levorno 
da campo da Monfalcon el andorno a 
Todesckipilgian Gadoro, nel quale castello era Rizio 
Cadoro. ^^ Revere cun molti vilani et alcuni 

pochi fanti, et quello per forza pres- 
seno. Et de ivi partirno, et de loro 
una gran parte ritornando io Atemagna, 
fumo a Valsera da li soldati de' Ve- 
niliani assaltati, et cun lo agiuto de'vi- 
lani ne fu (agiato a pezi più de 500. 
Da poi subilo Io Legato veneto de ivi 
partendosi recuperò la cita de Bellun- 
Lo Duca de Branzovihc et il Pi'inci|»e 
de Analdo cun lo exercilo todesco an- 
dorno a caopo a Udine; ma cogno- 
scetido quella cita esser niunilissìma et 
difllcille da espugnare, si levorno et 
sì condusseno alla cita de Austria, ne 
la qual era dentro Fedei'icho Gontarini 
TodtKki si a- legato; anchora li era Vico Perussino, 
canpoiw a la Citò Antonio Santipietra, Luca de Ancona 
tìr Austria. , n i i. ■■■ m.n ■ - » ■ 

et Pau Basi 10 cun 3U0 opUmi fanti: 



Ito, CI' ^1 



265 

et 200 cavalli legieri, et subito a 

quella poste molte artiarie la comen- 

zorno balere et fato una grandissima 

rotura in una certa tore, che era su 

un canto de la cita, voleano dar lo 

assalto ; ma in quel tenpo sopra gionse 

Zuan Paulo Gradanico cun otocento 

cavali et cinquecento fanti veneti | ^*' ^' 

per disturbare la batakia. Ma sopra ,, , /. 

j /-i • X «. T^ • (,u\f\ Zuan Paulo Gra- 

venendo Cristofaro Frangipan cun 500 ^^^^-^^ ^^^^ ^^.r^^ 
cavali corvati, et lui ferendo de drieto, deschi si salva in 
et li Alemani , i qualli za erano a le ^^''*^* 
man cun lui, lo feriano de nanzi, si 
posse in fuga, et cun morte et perdita 
de molti de soi si salvò a Udene. 
Li Alemani elacti per tal Victoria ri- 
tornorno a la Batalgia , credendo cer- 
tamente cun pocha fatica haverla, ma 
trovorno la cosa altramente, perché li 
soldati virilmente diffendendossi , cun 
morte de più de seicento Alemani, 
fumo costreti a ciedere; et levato il 
canpo, andorno a Tulmezo, et quello 
expugnato, sfocorno in li miseri habi- 
tanti il barbarico furore non perdo- 



nando né a sexo né a etade; et de 
longo andorno in Istria, dove era Fran- 
cesco Pasqnaligo ciin 200 cavali a 
guardia et 1500 fanti, et apreso Ver- 
lue castello fu fato de loro gran oc- 
cissione, perché andavano robando sentia 
ordine alcuno. Et essendo li Alemani 
fati molto grosi et lo Pasqualino piti 
non li potendo contrastare, lo Senato 
Veneto mandò Grillo Contarino cun sei 
alle a Trieste et, per mare lui, et Zuan 
Paulo Gi'adanigo per tcra, comenzorno 
conbaterc h cita ; ma non la possando 
espugnare deleno il guasto a luto il 
icritorio; eC in Htstria da poi molti 
dani li Todeschi hebeno Gasteinovo et 
Amala de' Yf- \\ Castel de Raspruchio. Mandò an- 
il Senato Angelo Trivisan cun 
alie in Istria, et de prima per 
forza expugnò Fiume, lo sachezò et 
lirusò ; et I de longo tornò a Trieste 
ponendo quella cilA in obsidion per 
mare et per tera. La qual perché era 
ben munita de homeni, arme et mu- 
nilion, a levò, et tato prima grandis- 




967 
sima preda su Io eonlado, andò ciin 
in armnda a Rasprucho, castello de 
Istria pocho inanzi rebelato et datosi 
voluntanaiiiente a' Tedeschi, et a quello 
poste le artiarie et roto gran pezo de 
mura, datoili la hatalgia et per forza 
intrnndo, tuto fu posto a saco. Et ciisi 
passando le cose, il luto era in non Guera in Friulh 
picelo tumulto, et ogni zorno consu- ^ '" '''"* 
mavassi quel paesse de homctii et de 
bistiami, che è il nervo et richeza de 
tuta la Histria. Partito Anzolo Trivi- 
sano cun la armada, il Senato deslìnb 
per guardia de quella provincia Da- 
mian da Tarsia, homo in militare di- 
siplìna excellentissimo, cun mille fanti 
et cinquecento cavalli legieri, a zio che 
in Ogni bisogno potesse soccore a lì 
poveri populli. Mentre che in Friulli et 
in Hislria si facea quanto vi ho narato, 
lo Imperatore stando in Bassano, Fran- 
cesco Gonzaga marchese de Mantoa 
de suo ordine andava a la inprexa de 
Legnago cun 2011 lanze, 300 cavali CapiuraiìetMar- 
lezieri et 2000 fanti; et essendo zorito 'i'^ff f Mantoa a 
' Isolla da la Scalla. 



> Ixolla da b Solh, rah dd Vero- 
nesse, ivi Atffb ptr aspeor itii<! k 
zente ; e( stando em poc^ guarda, fu 
(l:i alchuoì vOani 3 Mo nunciato a 
Carlo Harin Proreditive jn L^mgo, 
I ijiml cun gran Ttkxità il lato dio 
asnjter a Padoa, promesse a li Prore- 
ditorì, che se li nuindavaDO grassi 
brinda de cavali et fanti, che li dava 
r animo de far una gloriosa ÌD|irexa. 
'1 che subilo quella [ note cun gran 
secrcleza destinoroo Lucido Malrezzo 
et Citello da Perosa ciin 5(Mi carali 
ci mille fnnti a Legnago. i inaili ad* 
gioritasi ciin Pietro Spolverino ~~ 
nimo Ponpeo et Vicenzo CasÌDìo, 
(le nitri 300 capi (1) lezieri, con gran 
prestila, silenlìo et ordine guidati da 
vìlani in la meza note gionsseno a 1- 
xolh da la Scalla, et trovato il 
<{iiieto ci senlia guardia alcuna val< 



caTaa 

!li ad. V 
Hen»M 



(I) Errore del Cronisla, che ripelò 
parola capi, in luogo dì cavalli. 



269 

samente asaltando li lozamenti de li 
soldati, i qualli tuti dormiano, a man 
salva et sentia molta faticha tuti svi- 
lisorno de arme, cavali et robe, et al- 
cuni che si posseno a far diflfesa oc- 
cisseno. Il Marchesse, havendo sentito 
il rumore et intendendo tuta la sua 
zente esser svalissata et presa, dolente 
supra modo, usito for de leto et agiu- 
tato dal scuro de la note fugi in ca- 
misa for. de casa, et sentendo per tuto 
esser poste le guardie si ascose in 
uno canpo de sorgo, ma la matina da 
quatro vilani fu trovato et prexo et 
refudati molti doni et promesse, fateli 
da lui se lo volean salvare, lo apre- 
sentorno a Lucido Malvezzo il qual 
subito, cargo de gloria et li soi sol- 
dati de botini, si aviorno verso Le- 
gnago conducendo prexone il Mar- 
chesse de Mantoa et molti altri homeni 
de conto, fra qualli fu Raimondo conte 
da NogaroUa veronesse, et de longo 
cavalcorno verso Padoa, dove za es- 
sendo stato sentita tal novella per tuto 




((. i A) 




si facea alegreza, el Andiui Grili cun 

mille cavalli et altri tanti fanti li andò 

incontra lin a | Montagnan», a zio che 

da Alfonso Duca rte Ferrara non fusse 

Il MnfMm de asaltati, et cnsf a salvatnento eionse ìd 

Mantaa cornalo a n j . -i j ■ . . .■_ 

Venelia sItU gran "■'«'^i e' " ^C'"» onelO solo 0|)tima 

lenpo prexoTie. guardia fu mandalo a Venelia, dove 

gionto fu posto in le presone de le To- 

reselle dove siete longo [enpo. Questa 

nova subito pervene a Maximiano, da 

lui fu sentita cun grandissimo dolore 

cognosendo de quanto disturbo havea 

ad esser a la inprexa, pur de zio mon- 

slraado pocho dispiacere, gionse quel 

zorno a Pionbin, villa del tiivìsano, et 

ivi agionsG Conslanlino cun Io resto de 

Lo Be de' Ho- lo Cesareo exercito et Monsignor de la 

wmi partito {\) da p^^ji^a (.„(, j^nze 500 francese, mille 

Basan fa la tnasa - - . ^ r-i i ■ - 

df luto suo exer- "i^ie" et 3 m[ila] guasconi, gionse 

Clio a Pionbmo. ancliora 4 infib] fanti tedeschi solo a 

Principe de Analdo et Mercurio V 



(I) La parola parlilo 
meato ripelula. 



271 
ctin 200 stradinti el 5(K) cavalli tode- 
schì solo ÀrnollTo de Bavicni , ì quali 
toi'naveno de Friuli! et haveano il zorno 
inanzi sachezato et brasalo Feltre jier- 
chi^ si havea datii voluntai'iameate a' 
Venitiani. Zonlo adonque a Pionbino 
tuta la za dita gente, conpiitale le 
francexe,- si trovò cavalli 12 ni[ila] ti- 
tilli, fanti 18 ni[ila] et arliarie carete 
li de varie sorte et grandissimo mi- 
merò de munition de ogni maniera, 
venturieri et altra zente, che seguita 
li eserciti sentia fine; de modo che in 
aparentia monstrava esser molto raazor 
esercito de quello che in efecto era. 
Il che iiavea postò non pocho timore 
a' Veoeli; et levatosi da Pionbino ca- 
valchò verso Castelfrancho [ , ma fle- 
ctendo il camin a man destra andò 
verso Canpo San Piero et quello prexo 
et sachezato ivi alogiò : et questo fu il 
primo lozamento fece sul teritorio pa- 
duano et fu a di 8 de agosto. Mentre 
io Inperador facea le suprascritte cose, ^^ 
Venitiani, a i qualli era noto ogni suo 



Numero de. he- 
xercilo de il Ite de' 
Romani. 



Primo logiamen- 

fece il He de' 

Rntmiai sul Pa- 



272 

pensiero et consilgio, non perdevano 
teripo a far tute quelle provision che 
erano neccessarie per diffenderssi, et 
zorno et note cun una infQnità de vil- 
lani et popullo, affortifQcavano la cita 
da ogni banda, mandavano de continuo 
Ib-ovission fece in Padoa da Venetia infinita quantità 

// Srnato Veneto j^ jj^jj^j^g ^gj^jg r^o\yQre, fochi artif- 
per (le fendere i^a- : . ' ^ . ' 

doa, ficiati, fanne, ogi et ogni altra sorte de 

munitione che suole esser neccessaria 
in una cita che aspeti uno grande a- 
sedie; mandorno anchora per mazor 
et pili (ideile guardia de quella cita 200 
nobilli veneti, i qualli haveano soto di 
loro altri x, altri xv et altri xx honneni 
armati, a li quali fu dat^i la guardia 
de le porte de la cita, et tuli erano a 
lor spexe proprie. Da poi lo egregio 
capitJìno fece alogiare tuto lo exercito 
in questo modo: posse a la guardia 
de la piaza mille electi fanti soto varij 
et fidati capitani et 200 homeni d' ar- 
me, de i qualli senpre et zorno et note 
una gran banda ivi stesseno armati, 
li alogiamenti dei qualli erano tuti 



273 

nel corpo de la cita riistribuiti. Lo re- 
sto de la zeote d' arme tuta alogiava 
nel secondo circuito de la cita. Li ca- 
valli lezieri tuli alogiavano per li bor- 
ghi. La fantaria bavea li soi logia- 
menti a torno le muralgie et in qtielle 
I case et alogiamenti cbe pili erano 
comodi a le guardie de le forteze. Da 
]>oi mandò in lo castello de Limena 
Agamenone da Tortona cun 200 fanti, 
a zio che deffendesse le rostre che 
manda le aque a Padoa, et che lì ini- 
mici lalgiando quella non privaseno 
la cita de la comodità del maxenare. 
Da poi lui, Andrea Gritli et Cristof- 
fano Moro legati, Dionisio Naldo eapi- 
tanio de la fanteria zorno et note ca- 
valcando con grosa cavallaria per la 
cita, speso vedendo et mutando le 
guardie, non manchava de far oEBcio 
de diligentissimo et tidaiissiino capi- 
tanio, mandando continuamente fora de 
la cita cavalli lezieri sf italiani comò 
stradioti, lì quallì ogni hora ronpendo 
le sti'ade a le victuarie de li inimici 



274 
speso asediava il lor exercilo, né mai 
tornavano che non venisseno carghi de 
preda et presoni; havea anchora dil- 
ligentissimi et ciMidiani avixi de tuto 
quello che delliberava far Io Inperatore 
per mezzo de Costantino, il qual cun 
ogni suo inzegno atendea ad exequire 
le promesse fate a Julio ponliRice. 
Stato un zorno lo Iraperadore a Canpo 

/( fte de'Roma- San Piero, levato il canpo se drizi 
ni fiariiiodii Con- y^^.^ Padua el affermò Io exercito .1) 

1 io exercito a ponte de Vigo de Arzere. Il che posse 
grandissimo lerore in luti lì soldad et 
[wpnllo de Padoa, pensando cerio che 
il zoi'no drieto dovesse restringere la 
cita cun le artiarie ; et perché fio a 
questo zorno lo exercito inperialle era 
stato a luti formidabille, era nasuta in 
tute lo exercito veneto paura incredi- 
bclle, maximamente per non esser ao- 
chora forniti li affortifficamenti de la 
cita. Il che vedendo j el cognoscendo 
Io egregio Gapitanio et legati, li qualli 
intendeano corno Iiavea a procedci'e il 
tuto, con longhi ei dìverssì parlamenti 



confforlorono li ÌD|iaunlo [wpullo et 
soMuti; et spinto fore de b cita 3UU 
stradioli, usaltando nel nlozare il cunpo 
inperialle presseno molti cavalli et ca- 
riaci. Et mentre stete ivi alogialo, che 
fu zoriii sei continui, ogni ài come- 
lendossi fra cavali lezieri et speso fra 
fanti lezìerì scaramuze, senpre li sol- 
dati veneti reportorno honore et gua- 
dagni. II che dele tanto animo a tuto 
Io popuUo et esercito veneto, che ri- 
messo tuto il timore più non temeano 
niente. Anchora, mentre lo In[)eratore 
stete a Vigo d'Arzere, Tedeschi, Fran- 
cesi, Spagnoli et Itallìani ogni zorno Snidali del Re 
hor in questa banda hora in quella ^'. A"™""' /'?//«.- 
altra robavano tuto il misero Paese, 
il qual per longa pace et per natura 
sua era oppullentissimo, faceano gros- 
sissìmi botioi de bestiami, mobele et 
presoni, et erano tanto inffesli a li vl- 
lani, che [jersequilandoli cun cani, 
quando in boschi o ver in biade si a- 
scondeano per fugire da le crudel man 
de' barbai'i, li irovaveno, li occìdeano 



villani. 



ver li faceano prexcoi, et cud varij 
tormenti li cav3[viiJno grosse latgie, et 
inffiniti , per non haver modo «te pa- 
gare, in mail de" soldati in mezo de' 
lormenli morivano. Per il che redulti 
in disperalioo extrema, accumulati in- 
sieme cun le arme in man, a li sol- 
dati si opponeano ci molte volte ne 
{f. lì A) oceideiio, et da poi per far ( le ven- 
dete de li morti ritornavano et crudel- 
mente brasavano le ville intrieghe sen- 
tia remission né pietà, lilt cusl altro 
non si vedca per il misero et ammeno 
Ùvdflitd uìaie paesse se non rapine, violeoze. fm-li, 
la loldati, sacrilegi], sforzi, oraicidij et ìncendij 

perpetrali da le mane de' crudelissimi 
soldati. Mentre le cose slavano in que- 
sti termini lo Inperadore, per arìcordo 
de Conslantino et altri che icniano se- 
cretaraente le parte marchesche, deli- 
berò andar a canpo a Limena, castello 
posta (sic) sopra la Brenta, per di- 
vertire l'aqiia che non andasse a Pa- 
doa. Il che per foransili padouni fu 
molto coiiU'adilo , mostrando cun vìve 



I 



ragione che dovea andar de longo a 
Padoa, perché quella opera non era da 
tanta inportancia che meritasse che in 
persona Sua Maieslà li andasse, et che 
molto pili serebe la perdita che Io a- 
quisto, che partendossi da quel logia- 
memo era acresere la aitdatia a li ini- 
mici, era un darli tenpo de fortiEQcarsi 
et a Sua Magieslà era un gran mi- 
niiirsse la riputation. Pur possèno dire in fl^ di-: ISo- 
quanto volseno, non volse mutar opi- ZZ^lhìZiZ 
nion, et levato il canpo da Vigo de subito jm fmza 
Arzere andò a Liraena, et subito cun prende. 
pocha fatica et cun morte de luti quelli 
fanti che erano dentro presso il Ca- 
stello et in parte ma non in tuto rui- 
norno le rostre che operano che l'aqua 
de la Brenta core a Padoa; de modo 
che la cita coracnzò haver desastro non 
picolo de raaxinai'e et li restò sola- 
mente l'aqua del Bachigion. Mentre 
queste cose si faceano, Alfonso duca 
de Ferara fece supra il fiume de lo 
Atice, non lontano molto da Cavartere 
un foi-tissiino bastìon | et ogni zorno {l. 6 B) 



li soidnti |K)Ktovi 3 guardia a tulo lo 
circonstanto pacsse infieriva molli ilanì; 
per il cbc Marco Antonio Contarni, 
capilanio de la armata de Po, andò 
cun molti navillij, artiaria et homenj 
a coDbalcre lo dito bastion, et da poi 
una mortai batalgia lo prexe cun morte 
de molti da una parte e l' altra, et 
quello roinb sin sopra tera ; il che fu 
molto utille a tute quelle ville Vicine. 
Mentre lo caupo sLiva a Limena li 
soldati predavano et arde[va]no tulo 
il povero teritorio corno se fusseno 
sigiti Turchi Mori, né niuna provis- 
sion si facea per Io Inperadore, per 
non bavere dinari da pagar li soldati 
li dava quanta libertà loro medemi sa- 
peano domandare; et per tal comodila 
de rotare ogni zorno sì ingrossava da 
vaiie bande lo exercito. Et stalo doÌ 
Lo Ile de' Ho- zorni a I^imena si levò et andò a Tenca- 
laant si parie da pQ]|a jogg disianle de Padoa milgia Ire 
Teiicarolla. suFa il fi" me de il Bachigìone, dove 

trovando più de 6(H) vilanì armati in- 
sieme pili de 200 cavalli lezieri che 



279 
obstavano ardìtamenCe a lì inperialli il 
passo del fiume; [lercbé li soldati cun 
varie sorle de istrnmenti tenendo in 
tenpo li villani et molti da una banda 
et da l' altra restando feriti da freze, 
balestre et ogni sorte de simille arme, 
una gran parie de' soldati inperi[alllc, 
trovado un gnado pa.'isorno il fiume et 
ciin grandissimo inpeto asaltorno li 
miseri vilani, i qualli animossamente 
voltatosi contpa li inperialli cun gi'an- 
dissimo stridore fu comenzata una mor- 
talissima batalgia ; ma ogaor li inpe- *" 
rialli pili ingrosandossi et li vilani 
vedeodossi abandonati da li cavalli le- 
zieri anchora loro si posero in fuga, | 
et da' Todeschi, Francexi et altri in- 
perialli soldati seguitati molti et inffi- 
niti ne occissono, parte scanporno et 
molli restorno prexoni. Alogiato il 
can})0 a Tencarolla siete fermo in que- 
sto lozamento zorni 14, de continuo 
brusando el robando luto il circun- 
slante paesse come fusseno stati in 
Tui'chia. Ogni zorno li sti'adioti et al- 



tri cavalli lerieri de" Veneitini corcano 
fin ne lo esercito cesareo et tìo ne li 
proprij lozamenti faceano molti botinì, 
pÌJgi[a]vano speso li pabulatori et sa- 
comani del canpo, de raodo che molte 
fiate ne lo exercito non si trovava 
pan, vino et altre cose neccessarie per 
esser senpre rote le sirade o da vilani 
da stradioii; perché li vivandieri et 
quelli che portano le vìtuarie molte 
fiate erano prexi, spolgiati et moni: 
Pn(o ordine che mai fu exei'cilo dove li fussc men or- 
1" 'l'fìe (/f^'iH ^*'^^' ™*"' """S""^' ™^" obedientia, men 
,„am. timore et reverentia. De molle note fu 

che lo exercilo slete sentia guardia et 
sentia scolli, et se Venetiani haves- 
seno habulo un capitanio arisegato ba- 
nano mille fiate habuto la comodità 
de i-onpere et l'oinare lo exercito, per- 
ché lo Inperatore non havea né da' soi 
capilanij né da' soldati ubidienza. Meo- 1 
/( cardimi de tre il canpo stete a Tenearolla zonse 
Ferrara pun groso jn c^npo Hipolito cardinale de Ferara 

vrcsjaw iitonse iii ' , -,„„ „. , . , 

lo exercilo del He C" "^^f^o lanze, '2UU cavalli lezieri et 
de' Homani. mille fanti Ci una bellissima banda dej 



arlifirie; Io qua! era mandato da Al- 
fonso duca de Ferrara suo fratello per 
certe conventione che havea ciiii Ma- 
ximiano. Zonse aachora Ludovico Pi- 
cho conte de la Mirandola cun 200 
lanze de la Gìexia et 200 cavali le- 
zicri, mandale da papa Julio : e li dete 
quella medema | coraission che a Con- 
stjinlino havea da principio dala. Le 
qual zenlfi fumo gratissimi a Masi- 
miano, et a il Caiilinalle de Fcrara et 
al Conte de la Mirandolla fece gra- 
lìssima acolgenza. Li gionse ancora 
molle zente d'arme francese et italiane 
et molti venturieri, i qualli tirali da la 
fama de la abbondantìa et fertillità de 
il paesse per cupidità del guadagno 
zorno et note vi eoncoreano, et horraai 
si potea cuo verità dire che a' tenpi 
nostri in Itallia fusse visto il piti nu- 
merosso et grande esercito né il pii 
confTusso et disordinato. Et la causa di 
questo i>ocho ordine era perche la ma- 
zoi' parte era venturieri clic per non 
esser soto bandiera non davano obe- 



Grande et conf- 
' Hf. de' Homaiii. 



dienza ad alcuno ; sì adgiongea che 
(juelli erano sotp bandiera erano de 
varie nation mandale da lor signori 
corno zenle inprcsbta a Masìmiano, 
che più presto alcndeano a robare che 
fare quello che da' lor capitani era lor 

Boaià ei pnverid comandiilo. Ma la mazor causa era la 
<M fie ilelhmam. ti^p^ bontà et povertà de lo Inperatore 
che da molti capitani! soi essendo tra- 
dito non si ne avedea, et per non haver 
modo de pagare Io suo exei'cilo non 
li polca comandare et farsi obedire : 
per il che ogni cosa era in stimino 
disordine. Zonse anchora a TencaroUa 
22 carete de ai'liarie de estrema gro- 
cessa, luto da bonbardare rauralgia, 
che novamente erano venule de Ale- 
magna. In questo tenpo in Padoa fu 
inpi&ilo per la golia al pozollo de la 
corte del Capitanio Mareho | Beraldo 
nobile padoano; la causa fu incognita, 

^fa^co Beraldti ma fu judicato li fusse opjXisto qual- 
Venitiani m che tratato havesse ciin Beraldino, il 
qualle era nel canpo de Maximiano. 
Ancora a questo tenpo essendo il Conte 



I 



(r. 8 A) 



Padoa inpicalo. 



pugna et vkio- 

1 rfe' Venetiani 

le sente de il 



Fillpo de Rossi (1) et il signor Fede- 
rico da Bozollo cun bona quantità de 

cavalli et fanti ilaNani a Longare per 

divertire le aque del Bachigionc che 

non andasse a Padoa, fumo nel far 

del giorno da Janes da Ganpo Frii- 

goso cun 500 cavalli et 300 fanti de' 'j^gJs- 'Romani 

Venetiani asallali et roti. Federico si 

salvò con molti de' sci, il conte Fillpo 

resta presone et conduto a Venetia stele 

molti zorni et mesi in carcere. Fu 

presso in questa pugna Manfredo de Manfredo Facin 

Facin veronesse, il qual podio teaiM) ^^ , ►'■npiioi» m 
, , 1 ,, . j l'adott inpivalo. 

manzi era levato dal soldo veneto, dove 

militava cun honesto stipendio senlia 

pur domandar licentia. Zonto a Padoa 

de comissìon de Andrea Gritti fu al 

palazo de la Ragion inpicalo per la 

golia. Roti et pressi U inperialli, il Fru- 

gosso fato ronpere li araei'i et inpe- 

dimentì de 1' acque comenzorno subito 

corer al suo solito corso. Mentre le u /te de' Ro- 
mani levalo da 

— ■ Tencarolla va aio- 

giare al Basanello, 
(I) [l cod. ha: Lerost. 



OMC tfstaa» ia tal stato. Bb3mDÌtoo 
levi I oapa éa TcMvvHa et passalo 
iÉMcddBKiipea et b Branidb 
aaA ad dD(bK al ftusnello. loM 



M» b Mb baKì Vedùui, ai qraffi 
MdHbcsa mm (Me k deliberatioo per 
■a» éè'ajiÈam Ctearei, ferao Ihh- 
sare abto tato i har^ de fuori da b 
porta fia al fom od Basaodb. a xift 
G bbaei bm G pMesseno alognre, D 
(èe OS i M uÌ B u eosa da cedere che 
fi! a TEacaralb ne la Gczareo exertito 
«a boto to aire gare che ne b meza 
■ole ogaoB sì eoaasoea | ran Tattra: 
il càe «a naa gnadèsima pieU a ve- 
denL Sbodo lo exertilD Cfoareo alo- 
gùio al Basandlo, che fu zorai doi de 
txmtinno, feceasà gnodissime scara- 
muce fra lì soldati veneti et li inpe- 
rìalli cun morie de asai valend «oldall 
de una parte H. l'alln. Finalmenle 
H.iximi.iDO deliberò :iD<iir a la expu- 
gnation del caslelo de Moncetexe per 
Doo si lasare drieto le spalle ima tal 




forteza : et il luto per sugestion et ari- 
cordo de Gonstanlino suo capitanio ci 
di: Ludovicho Conte de la Miracdolla 
et molli altri, i qualli ciin ogni suo 
inzcgno si afiatìcavano tirar la inprexa 
in longo per satisfare il desiderio de 
Julio pontilSce, il qual se afalicava in 
secreto quanto podea de conservare la 
Veneta Republica, ma in palese mon- 
strava esserli inimico mortale. Levalo 
il canno dal Basanelìo andò quella sira ^ ^'^^ ^; 

, , ' ini. 1, 7 fant SI lieva ani 

ad alozar a la mialgia; I altro zorno BmoHello ft ra a 
andò soto Moncelexe, il qual castello 'a Baialyia, 
è posto in piano et dentro ha un ^^g„^'i^j.f''^ 
monte in cima del qualle gè è una 
forteza quassi inexpiigoabille per ha- 
ver addito se non da la banda del 
castello; il qual da' Venetiani era sbto 
munito et de munitione et de soldati 
soto il governo de Paolino Corso, il 
qualle antmossamenttì aspelando lo e- 
xereito inperialle non pretermetea sorte 
alcuna de provission si in legnir li sol- 
dati in ordine de deffendersì, qual in 
inffortire il castello dove havea biso- 



expugnar 



gno. ^milmeote Pietro tindanigo. prò- 
Tedi(iv« veneto, conffortando li citadini 
et provedeodo a luto che era de bi- 
a^DO. axpetav;ino aoimossa mente li 
ìaìmici ; li qualli zonti a il castello t:t 
hireadi) Io Inpenlore mandato | uno 
araldo a domaodar che se si voleano 
render faria che ogni cosa seria salvo, 
86 non, che per Torza espugnati il luto 
farìa butar a sacho, h fu dal Grada- 
nigo superbamente risposto, che mai 
se non sforzato en per uscire de quello 
castello, il qua! voleva servare a chi 
gè lo Livea comesso. Subito cbe Ib- 
peratore bobe risposta che non si vo- 
leano rendere, ordinò che fosse comeo- 
lalo balere con le ajliarie il castello ; 
il che exequito et io pocha de bora 
expugnato fu tulo da' soldati sachezato 
et fato presoni luti li habilanti II Gi-a- 
denigo tanto tosto che vide non b es- 
ser speranza de più potersi difendere, 
lasato il tato in preda de* soldati, si 
fugi insieme cun luti li fanti in la for- 
teza posta sopra il moale munita da 



I 

I 



natura et ben fornita de tuto quello 
facca bisogno, aspetando quello volea io Re àe Bo- 
far li inpera|[ soldati, i qualli subilo J'^r/SJS 
da li lor capìtanii fui-ono posti a l'oi-- et lo sachfgia. 
dinanza per expu^are la preffala for- 
teza, a la qualle za havean poste le 
artiarie et levate tute le offese. Et li 
soldali za comenzando mon(arn[e] la 
montala per varie vie con morte de 
molti de loro si condusseno apresso la 
forteza, et a mano a mano cun li sol- 
dati de dentro asparameote comen- 
zorno conbatere cun morte de una 
parte et 1' altra. Et za li inperialti sol- 
dati su per le roioe de la za rota mu- 
mlgia comenzorno montare, ma da 
quelli de dentro pili fiate rebutati, la 
pugna havea durata più de una bora, 
et a quelli de fora senpi-e venendolli 
refrescamento et quelli dentro feriti et 
stracbi comenzorno ciedere. Et II lo- 
perialli intrati comenzorno Decidere tiiti 
li miseri fan | ti i qualli tuli in poelia (^- ^ B) 
de bora fumo morti et alcuni reslorno 
preconi , fi'a qualli fu il provedilore 



et Paolino Corso ior capitanìo. E\pu-| 
gniito il tute, de Dovo li soldati tor-fl 
nomo »] sacho et ;i far pi-essoni lil 
poveri habilanti et ìt ttito, si robe prof- 
fané qual sacre robando, oon fu pre- 
termessa nissuna generation de scele- 
ragioe che non fusse exequila. Questo 
tanto cnidel exempio fece che Mon- 
tagnana et Este, castelli oppullenti el I 
richi, subito si dcteno a lo Inperaiore; { 
il qnal, stato doì zorni a Moncelexe, ] 
, Lo Rr de Ho- si levò et cun tiito suo exercito a 
mZ.jT''L ^l ■'"^ "'"'S'^'^ ^ Bovolenla, dove siete J 
Uùvulenta. tri 7.orni ; nel qnal tenpo lì soldati co-' | 

rendo fin a Monte Alban a Pieve et j 
lìn a le aque salse feceoo molti g-rossi j 
boiini de bistiame, niobelle et presonì; f 
et posto in quel castello 200 fanti a 
7.i6 asìcurasseno le vjtuarie che vegoia- 
no al canpo, si parti cun ferma oppi- 
nion de andarse a metere a le mure 1 
de Padoa el far la inprexa. Et quella 1 
sirn andò alogiare cun lo exercito al | 
■ ponte de Sun Nicollò, loco lontan da 
' ' stetó un zorno i 



fente"'ifl 1" ^"'*oa milgia tre, et ivi 



robando et brusando ogni uosii a la po>\ff ;>' San m- ^| 


usanza solita. Il terzo zorno andò aio- 


cntu, aajm all'or- 


ziar solo la cilà al loco del Portello , 


■ 


dove da' Veneliani era za slato bra- 




sato tuto il borgo insieme cun luti li 




altri che erano fora de le porte, a zio 




li inimici non havessono comodità de 




elogiare. Quilla sira fu fata una gran- 




dissima pugna nel alozare de il canpo 




et morile molli da una parte et da 




r altra. Stato ivi doì zorni, passato il 


in fie de Un- 


canalle che si navega a Sti'a, tuto lo 


maiù parlilo dal 
Porlello va m l'or- 


exercito si posse comenzando a la porta 


cilgia. 


de Ognìsanti fin a quella de Pordlgia 




cun deliberation | de tentare la espu- 


(t. 10 A) 


gnatìon de la cita da quella banda. Ma 




consultato mel^o fra li capitani!, de- 




liberorno de batere la cita a la porta 




de Codalonga, il che tuto fu arte de 




Gonstaolino et altri fautori de' Vene- 




tiani, de fare passare finalmente lo e- 


Lo Re ,;«■ fìii- 


xercito nel più forte locho che li fusse; 


maui si ajferma 
per far la i/tpre- 
xa de Padoa et 


a zio che tanto più fusse difflcille la 


inpressji. Et fato levar tute le zente da 


pone te arliarie al 
Borgo de Cala- 
longa. 


la porta de Ogni Santi le fece andare 







290 

ad alogiare fra la Porcilgia et Goda^ 
longa. Et fato tute le conpartìte de lì 
lozamenti, lo Inperatore cuo tuti li 
Todeschi alogioroo a Io moDasterìo de 
la Beata Elena, dove alogiava la per- 
sona de Maxiroiano; il resto teaian fin 
al monasterio de la Gertossa. Monsi- 
gnor de la Paliza cun tuti li Franoexi 
alogiava ultima la stra' verso LimeDa 
et teì2;niano li lor lozamenti fina quasi 
supra la fossa de la cita. Gonstantino, 
lo Cardinalle de Ferara cun tuti Ital- 
liani e Spagnolli alogiavano in Por- 
cigia, et per tuto fate le spianate et 
j)onti, dove era neccessario, cun bon 
ordine tuto lo exercito si alogiò ; che 
certo perché era pieno de cariagi et 
zente inutille havea preso un gran 
circuito de paesse, de modo che di- 
mostrava esser asai mazore de quello 
che in fato era. Li Venetiani a li 
quali, corno ho dito più fiate, era noto 
tuto il pensiero de Maxiroiano, haveano 
a la porta de CJodalonga fato molte 



291 

provission et maxiraamente uno for- Venetiani for- 
tissimo et grande bastion de tara cun ff^^^ ?«2,£ 
molte bonbardiere et munìtollo de fan- mente la hcUalyia, 
tarla electa soto il governo de Gitolo 
da Perosa, homo in militare dis[ci]plina 
excellentissimo, et fornito de artiarie, 
munitione et fochi artifficiali, aspeta- 
vano arditamente quello volea fare li 
inperialli soldati. Teniano anchora a 
tute le altre porte et bastioni | valido (f- ^^ K) 
presidio soto la cura et governo de 
excellentissimi capitanei, et a la piaza 
et per tuta la cita haveano zorno et 
note diligentissime et fìdatissime guar- 
die. Teniano de continuo fora la cita 
gran numero de cavalli lezieri et ma- 
ximamente stradioti, i qualli con il fa- 
vore de' vilani che li monstraveno tuti 
li passi, ronpeano tute le strade dove 
fideva condute le victuarie al canpo, 
asaltavano speso li sacomani et pabu- 
latori del inperialle exercito, tolgiendoli 
cavalli, cariagi et altre robe. Speso co- 
reano fin a li logiaraenti et pavilgioni 
de' nemici facendo molti et gran bo- 



tini, né mai eia tono cbc oon Utu- 
seoo dar abnne a lo Cezareo eseitilo 
qiotro, xi a diecii Uate. letieBdoto io 
CDDtiDuo cDOto: et OKOi sira carìchidc 
boiini rìtomavano ia la cita. Alo^ìalo 
adonque lo inperialle caopo a torno 
pjtloa, subito od [»-ÌDCipio de il far b 
alf^bmcati saltò fora gran oumero de 
fa{o]taria, et scaramuzato longaraenle 
cuQ li soldati de fora fumo rebutitj in 
la cilii cuo morte de molti de quetl 
de deotro. Poi fu sfaratc motte ; 
liarie, le iiiialle a homeiii ut cavalli d 
Io exerciEo de fora fece molto gnicl 
d;ino et a molli fu neccessario oiutafF 
lozameutl Quello zorno medemo 3^ 
Come de Pililglano, capìtanio de il 
veneto exercito, convocò luti li capi- 
tanei de zenle d'arme, cavalli lezierì 
e( faalarìe, capi de squadra et luti 
ciucili che tenia superìossilA sopra li 
altri, et ti fece uno longo parlamento 
esortandoli volere tuli esser animossi 
et valorossi contra li inimici et {tii- 
cienti a lolerar le falicbe, le vigdlie et 



293 
dtìsastri che solgion esser ne li asedi 
de le citò; et cognosere che deffen- 
dendo quella cita defFendeano la pro- 
pria salute , lo honore , lo ulille , le 
moiere, li Boli ; deffendeano h libertà 
de Itallia la (]ual tuta collocaLi era ne 
la Republica VeneCiaoa et, quella ex- 
tinta, non re I slava più altii in Ital- 
lia che dose ricapito a' soldati italiani, 
ma estinta quella era totalmente es- 
tinto ogni bene. Li aiicordò anchora 
che poteano ringratiar Dio optirao ma- 
ximo che havea operato che haveano 
fortifScato la cita inanzj li sopragìon- 
gesse Io esercito, come senpre haveano 
desiderato ognun de loro, che havendo 
la ella forte, promesso senpre haveano 
de deifenderla valorossaraente conti-o 
ogni potentissimo esercito ; et cun mol- 
to longo parlamento exortò ognuno a 
volere iurare fedeltà in man de li legati 
veneti et lui fu il primo a fare questo 
effecto, et de man in man sequitò luti 
li altri. Et subito, licenciato ognuno, 
lui andò al suo logìamento, havendo 



luTamenin lìe' 
soldati de jìddlà. 



2fli 

|ier allora dato ordine 3 luto che fa- 
cea bisogna Quello medemo zorno Ma- 
ximinn deliberò mandar » dimandar 
la cilà, ma da' Legali veneti lì fu 
negati. Il che fece che la noie se- 
guente fu |)er li Francesi poste a se- 
gno n iwche de focho de varie sorte 
a la parte de ponente ultra la porta 
de Codalonga el a la parte de levante ' 
a loco de la Certossa; a preso dita 
porla per li Todeschi fu inpiantalo al- 
tri 22 pezi de artiarìe de estrema 
grandeza ; et al bastion che era de- 
nanzi a la porta fu posto per li Ital- j 
lìani altri 12 pezi de colubrine ; et nel 1 
fare de il zorno ognuno comenzò dar | 
principio a bonbardare la cita con | 
tanto strepito et romore che per spa- 
tio de mezo milgio la tera non altra- 
mente tremava solo i piedi che se prò- 1 
prio fusse da un veheraentissimo tera- 
raoto conquasata et mosa. Lo aire per 1 
il tuono era talmente conquasaio chel 
credo più de milgia 30 a l'intorno siJ 
sentiva il rinbonbo, che parea cosa 



295 

presto I infernalle che humana. Et cusf (f. H B) 

durò nove zorni continui, nel qual tenpo 

dentro et de fori acaschò vari et inf- 

finiti accidenti de morte et ferite molti 

et innumerabilli soldati, perché li ase- 

diati haveano grandissima quantità de 

artiaria, et posto là in varij lochi de 

la cita zorno et note amazaveno et 

stru piavano molti homeni et cavalli ne 

lo exercito; saltavano ogni hora fora 

valida et valorossa fantaria, et asiil- 

tando hora una banda hora 1' altra 

de lo exercito lo teniano in continue 

scaramuce occupato. Li stradioti et altri Asedìo de Pa- 

cavalli lezieri continuamente per il ^^' 

paesse cun le spalle de' villani scorendo 

faceano ogni zorno grandissimi botini 

de prexoni, cavalli et altre cosse : te- 

neano talmente rote le strade, che se 

non cun grandissima scorta le vituarie 

poieano vegnir a lo exercito, né li pa- 

bolaiori et sacardi poteano andare a 

far sacomano. In la cita il Capitanio 

et Legati senpre stando al locho de la 

bataria tuta la note cun grandissima 



206 
diligentia faceano fare novi el granrfi 
repari, dove il zoroo le mure erano 
cascate. Il Citollo Pei'ossa, al qual ciin 
2(X) fami era stata data h inprexa 
del basiione, non manchava zorno et 
note a far valorosse galgiarde prove 
contra lì inpcrialli ; il quali! za lia- 
vendo da ogni banda tolto le diflexc 
stivano sicuramente inlina soto il ba- 
stimi, et -spexo tentavano de montare, 
ma cun gran suo dano erano rebulati. 
Anchora in tineslo tenpo essendo ve- 
nuto aviso a lo Inperalore che per 
via de Monte Albano il Senato Ve- 
neto mandava a Fadoa Ì6 m[ila] du- 
cati por pagare li | soldati che erano 
in Padoa che comenzaveno tumultuare J 
per le lor paghe, deliberò tentare la'i 
forlnna de far ogni possibilte per in-i 
jiedtre che tal dinari non giongesseno { 
a Padoa; et mandò subito 300 cavalli 
bargognoni et allri fanti francexi soto 
il governo de il marchese de Bran- 
dinbiirh ad incontrarli. Li qualli neli 
niezo zorno veniano aconpagnati da Lu-i 



cido Malvezo , il qual h noie innnzi 
cun 800 cavalli usilo de Padoa er;i an- 
dato a far la scoria a quelli che por- 
tavano diti dinari, et scontrati insieme 
a l'Araereilo, villa apresso Pieve mil- 
gia doa, comenzorno cun grandissimi 
ci'idi esser a le mane, dove per spacio 
de pili de raeza hora conbalendo cun Pui/na fra in- 
morte de molli de una banda et l'altra, P^"""' ^' ^'"«''■ 
si levò lanìa polvere per la (sic) e- 
xtremo caldo, che pili non si cogno- 
sendo né li inperi[a]Ili né li marche- 
sebi, fu foraa a distacarsi. Et in questa 
occassione quelli che havean li dinari 
securaraente et cun gran velociià gions- 
seno a Padoa et da ivi un pezo gionse 
parmeale Lucido Malvezo cun perdita 
de circa 50 cavalli similmente il mar- 
chesse de Brandiburh cun perdita de 
pili de 25 de soi malcontento et mollo 
affanato ritornò in canpo. Et perché fu 
incolpalo Zoan Francesco da Ponte, 
qual cun altri Padoani era conUiDalo 
in Venetia , comò ho dito, che fusse 



298 

Zuan Francesco stato lui che havesse dato avixo in 
t^T Spil ««"l'o <^he tal dinari si havevano a 
per la golia. mandar a Padoa, et come si crede, 

iustillicato il tuto, fu prexo et il zorno 

drieto in mezo le doe colonne fu iopi- 

cato per la golia et tuto il suo posto nel 

fisco. Il che a presso la altra disgratia 

ne la qualle era la nation padoana a 

])rcsso luto il popullo et nobilita de 

Venctia, che era tanti che a pena un 

(f. 12 \\) padoano potea andar | siguro per Ve- 

netia che non fusse o cun parolle o 

vero cun fati svilanegiato et offexo: si 

Dosdita de' Par acresete per questo asai maiore et 

doani in Venetia. {.j^jj^^ ^jjg ^ ^on fusse stato il timore 

de' magistati serebeno a furore de po- 
pulo un zorno stati tuti i Padoani ta- 
giati a pezi. Mentre le cose stavano 
in questo stato et che tutavia la cita 
de Padoa si bonbardava da lo Inpe- 
radore, li soldati de fora, hogni bora 
corendo il misero paessc, robavano, et 
dove trovavano contrasto brusaveno il 
luto. Haveano anchora levata gran 



299 

parte de Taqua del fiume del Bachi- 
gion a Longare, de modo che più in 
Padoa non si potea masenare. Al che 
subito cun molti pestrini za innanzi 
fati si comenzò* provedere a li bisogni. 
A questo tenpo fu dato uno grande 
asalto a il bastion de Godalonga, al 
qual come ho dito za li era state le- 
vate le diffexe et de continuo li fanti 
inperialli li stavano soto. Et a di 27 
de septembre uno zorno de zobia a Batahjiadatada 
bore circa 22 , monsignor de Milis, ^' ^npenalh. 
francexe, iovene molto ardito, capo de 
500 guasconi, deliberato de far qualche 
egregio fato, vallorossamente asaliando 
il bastion atacò cun li marcheschi una 
grandissima batalgia; de modo che 
za in doi lochi comenzandosi montar 
sul bastion za li era sta poste do ban- 
diere et za era comenzato un gran- 
dissimo rumore, et tuto il canpo era 
armato corendo a la volta del bastion. 
Et za spianate le fosse era più de doa 
milia fanti inperialli aparegiati per pò- 



f^n^^^^i^È^^wm 







li»* — I 



hm» Il |ii*5 



mimi acM. iTè 18 « I 



1^ b,ilalgia a la dia. Ma falò secreta- 
mente la risegna de tiito suo exercito, 
non trovando haver zente suQicienle a 
tanta impi-exa, per aricordo de tuli soi 
capitanii, che vedendo non esser più 
elle 15 ni[ila] fanti et circa 10 rD[i]a] 
cavalli a che pottesse comandare et 
esser ubedito, i qualli li monstravano 
I)ei' evidente ragione lui ponerei a gran 
pencolio, haveitdo cun cusf poche xcnte 
ad expugnar una cita munitÌNsima , 
piena de optimi soldati et in quassì 
paro numero cun lui, |>otrÌa acascar 
qualche sinisti'o, che non li essendo 
provissioo la persona sua starebe in 
cerleza maniffesta de restar presone de 
soi inimici. Subgicngeano che hormai 
il lenpo era a presso lo inverno et in 
])aesse de natura fangosso, che la pri- 
ma ])ioza che veoisse produrla tanto 
fango ei aque che serebe foraa lasar 
de itelo qualche pezo de artiarìa; il 
che si pelea aspetar per cosa certa 
essendo za dot { mezi stala tanto conti- 
nua serenità; persuadendolo che poste 




302 

sue zente in Vicenza et ifiialciie s 
lucho opporiuDO, cercfaasi per ; 
prendiuv quella cJrà el sabgiucare j 
8oi inimici- Maximbno, anchora 
ci^nosesce tuio queslo esser li vcrilà," 
dolcDie sopra modo, vedendo cbe lo 
suo esercito, qiial si iudìcava esser de 
piti de tOO m[il3] persone, era ridalflfj 
Lù Be de Ho- a '25 in[jla]; et cbe era stato zorni f ^ 
tnjraitiT- senlìa far cosa honorevole ma 
'fi l'enlira ''^^*"" g^^'^'^t'» cun vilaui, robaW 
: Vicenza. brusalo tuta il povero paese, 

sendo non li esser rimedio , delibi 
levar lo asedio et relirarssi a Vicciii^ 
et li deliber;ire quanto fusse da fa 
Il che intendendosai, fu a luti li fui 
usti pessima et trisia novella, cogfl 
scodo mancarli la speranza de mai | 
rÌLornare in casa sua. Et cusE a i' 
(sic) de oiobre 1509 tulo lo exer 
iniwrialle si levò et andò quella 
alogiare a Limena; l'altro zorno a I 
mìssan, et il 3" lozamcnio andò in 1 
cenza. Li Venitiani, liabuto tal avtxQJ 
subito in Venetìa et Piidoa fu faU 



303 

processione et grandissimi segni de a- 
legreze, et il Conte de Pitilgiano, per 
sapere li progressi de lo inperialle e- 
xercito, subito li destinò a la coda 200 
stradiotti, i qualli senpre li seguitò fin 
in Vicenza. Et questo fu il fin de lo 
asedio de Padoa, vano et sentia alcun 
fruto. 

[Fine del Quarto Ragionamento]. 



I 



APPENDICE II 



20 



p^ 



ièèMTi^ 



In questa appendice ho raccolto 
tutte le poesie a me note composte 
durante l'assedio di Padova, ad ecce- 
zione di quelle in vernacolo pavano 
che il prof. E. Lovarini pubblicherà in 
un volume di Testi di letteratura 
pavana in questa Scelta di curiosità 
letterarie. I componimenti che seguono 
sono sette, dei quali do qui le notizie 
bibliografiche. 

I. La vittoriosa gatta di Padova. 
A quanto so, nel secolo XVI ne fu- 
rono fatte due edizioni (circa all'epoca 
della sua composizione vedi l'appen- 
dice III), una in Venezia per Fran- 



-. «-'yj-'S*- 



4^ :-i.-. :'::ieTir iT>cbe il dùk^o 
_.: :::^::.; : rr-^i:i e Grigodo, la 
:...-: rjri: < >. r .tt'^j «ji;: slaD^easaD », 
: 1 srTrS : _"i l:::*r34 ìiaImm che si 
■r^f: .: : JtSwi iiWD-iioe a] n. VII. 
1:. i >:Lr:;;i ':05iiì:ìs inscrisse tutti 
_-:r-: . ::ci:oi:2:-r::ri Tab. GeoDari 
... >_ : 3/ ■ '. : •'i : 5 :*: r^*h^ di Pa- 
... : roi 1!6, a P. della 
. r..:;. T :. r-i: i- : quali veonero 
•.X ' i.-^ 11 Vriezia nel 15S2 

. 3* :: .;.:.- .ir r: :>vso:'. Luigi Fot- 
l-tM. :->::ì=::ò li borzdeua della 
^..::.: irlr >-:e P.usrjQtate storiche 
_;. .j ..r:i Ài Pj.f:^7 (Padova 1880, 
;., :-> e Sc^^. , :>^ie3dola dalla copia 
lir! C-ri:..;:.. Ife!i:i edizione del 1582, 
d. Ci: r>i>ic^;: uà esemj^are, ora smar- 
rii:-. .olI.ì misoeilàDea AJessandrina 
XJII. e. 37. la trasse il Luzio nel 
!>S3 F.ilnzi:^ Miramaldo^ p. 100 
e >:r^^. . Fin.>.la]entc Vittorio Rossi 
pjb;ilicò n*rl G ionia le storico della 



309 

letteratura italiana (voi. V, p. 505) 
le principali varianti presentate dallo zi- 
baldone Marciano it. XI, 66, che la 
conserva a e. 195 b. Io riproduiTÒ fe- 
delmente la lezione di questo codice, 
che è la migliore; avvertendo che la bar- 
zeletta si legge pure nel codice Mar- 
ciano lat. XIV, 243 (A B, 3), fase. 
VI, n. 11. 

IL Seconda redazione della stessa 
barzeletta, pubblicata dal Rossi nel 
Giornale cit (voi e p. ciL) di sul 
citato zibaldone Marciano, ove sta a 
e. 198 a, del quale io mi servii per 
questa ristampa. II Rossi ha notato a 
proposito, che si fatta redazione poste- 
riore non è cosf schiettamente popolare 
come la prima, ma certo giova a di- 
mostrare r importanza e la diffusione 
che questa ebbe in sul principio del 
sec. XVI. 

III. Barzeletta di Bartolomeo Gavas- 
sico bellunese, già edita di suir auto- 
grafo da V. Gian nel Oiornale cit. 
(voi. XVII,. p. 112 e seg.). Io la trassi 



del Cianai 



dalla edùionc diplomai ita 
nuovamente per me collazionata sul- 
l'amogi'aro dal chiar. abaie F. Pelle- 
grini; e nellii mia rislampa ho natu- 
ralmente seguito il metodo tenuto per 
gli altri com[ionimenti di questo volu- 
me, n Cavassico visse nella prima 
metà dei secolo XVI. 

IV. Canzonetta ìd lode di Gitolo da 
Perugia conservai;) nel ciUito zibaldone 
Marciano a e. 382 b. 

V. Altra canzonetta simile, la quale 
trovandosi scrina a fianco dell'antece- 
dente, di cui presenta gli stessi carat- 
teri, parmi senza dubbio diretta al ca- 
pitano perugino. Queste due canzonette 
appartengono ritmicamente a quel tipo 
di poesie a strofe incatenate, nelle quali 
r incatenatura suol farsi per mezzo del 
verso tinaie piiì breve degli altri, che 
nel caso nostro è un quadernario. Sotto 
alle canzonette nel codice Marciano si 

i la seguente Descricion de per- 
sone se trova in Venetia del 1509 



311 

Homeni da anni 20 fino a 80 
160,000. 
Homeni da fatti 80,000. 
Putane 11,654. 

VI. Sonetto a dialogo che trassi dal 
citato codice Marciano a e. 141 a. 

VII. Il sonetto di cui ho parlato al 
n. I, che ristampo sulla copia del Gen- 
nari e sur una trascrizione dell' opu- 
scolo già dell'Alessandrina, favoritami 
dal chiar. A. Luzio. 



I. 



Su su su, chi vuol la gata 
Vengì innanti al bastione, 
Dove in cima d' un lanzonc 
La vedeti 'star legata. 

Su su su. 

Su, Spagnoli, che avantati 
'nanti. al sacro imperatore 
S'el vi dà de*soi ducati 
Del bastion la gata tdre! 
Citol v' è, e da tutt' ore 
Se li tien la guarda fata. 

Su su su. 



312 

Su, Todeschi ontì e bisonti, 
Su su su, for de la paglia; 
Voi mai più passate i monti 
Se verete a dar bataglia: 
Vostre arme poco taglia 
Se la faza v'è mostrata. 

Su su su. 

Su, Francesi, su, Vasconi, 
Che le mure sum per terra, 
E la gata cum so*ongioni 
Si vi chiama a questa guerra, 
Dove a tuli in questa serra 
Morte cruda vi fìa data. 

Su su su. 

Su su, ladri Ferraresi, 
Su, asasini traditori. 
Altro è qui che fanti presi 
Da spogliare Tarmi fori: 
Ma per questi et altri errori 
Fia Ferrara sachegiata. 

Su su su. 

Su, bastardi Taliani, 
Di canaglie oltramontane. 
De Francesi et Alemani 
Figlie e moglie sum putanc: 
Vostre voglie sono insane 
A voler con noi la gata. 

Su su su. 



313 

Su su, papa, o imperatore, 
Su, tu, Pranza, su, tu, Spagna, 
Portari (1) il bel' onore 
D'esser stati a la campagna 
Col Lion, che sol guadagna 
Tanti re, tanta brigata. 

Su su su. 

Su, se altri è che disponga 
De volerla, re o barone, 
Vengi for de Coalonga 
Della porta sul bastione. 
Ch'ivi sta: ma chi é poltrone 
Non vi vengi, ch'eia i grata. 

Su su su. 

Li Spagnuoli la voleano 
Pur pigliar con suoi avanti. 
Perché mai non credeano 
Nostri fosen si bon fanti; 
Si che morti tuti quanti 
Impiérno i fossi quella (lata. 

Su su su. 

Venner poi Francesi asai 
Con Tedeschi per brancarla, 
E di loro alcun fo mai 
Che se ardisse di tocarla; 



(l) n cod. ha: Riportarf; lo due vecchie 
stampe : Trionfanti delV onore. 



314 

Talché lor senza pigliarla 
Fórno morti con gran strata. 

Su su su. 
Che la voglia questa gata 
Non se trovan più persone, 
Poiché insieme mai pigliata 
Non l'han quattro gran corone; 
Di che il mondo sta in sermone 
Quanto Tè gagliarda stata. 

Su su su. 
Già doi mesi sum passati 
Che persone centomillia 
A la gata intorniati 
Volean fare mirabillia; 
Chi a piedi, chi a briilia. 
De noi tuti far tagliata. 

Su su su. 
Or partita in la malora 
È la cruda e vii canaglia. 
Che credea da tutt'ora 
A la gata dar travaglia; 
Ma sue onge, che arme smaglia, 
Morte acerba a molti ha data. 

Su su su. 



315 



II. 



Su su su, chi vói la gala 
Se apresenti ai bastiono, 
Che Te in cima d'un lancione 
Con sue graffie ben ligata. 

Su su su. 

Dove sei, Maximiano, 
Che te chiami imperatore, 
E pensavi a man a mano . 
Coronar come signore? 
Ma convienti prima tóre 
Questa gata ben ongiata. 

Su su su. 

Fati inanti, adonque, presto. 
Che per te si fa *sta festa. 
Già che a tutti è manifesto 
don che furia e che tempesta 
Sei venuto con tua gesta 
Per pigliar Padoa preciata. 

• Su su su. 

Che vói dir che stai si adrieto. 
Né te acosti al bastione? 
Di qual tema sei constreto 
Che non monti su i'arzone? 
Vienci almen come pedone 
A provarti una fiata! 

Su su su. 



31G 

Su su su, che *1 tempo core 
Né esser più si negligente, 
E se pur li manca il core 
Altri manda di tua gente; 
Ma se non saran valente 
La legna li iia gralata. 

Su su su. 

Su su, papa, a la campagna, 
Con tua fede fraudolente; 
Su, su, inanci, o re di Spagna; 
Su, di Francia omnipotentc, 
'nanci inanci vostre zente 
Che aràn ben sua manìzata. 

Su su su. 

Duca Alfonso, ove se* andato, 
Che mostravi esser si astuto? 
Credo temi esser pigliato 
Come a Mantoa è intravenuto: 
In Ferara te liai reduto 
Per schifar la zucolata. 

Su su su. 

Su su, signor Constanlino, 
Capitan de' Italiani, 
Su su, inanci, o Prophetino, 
Su, tu, Bozol, con Mantoani; 
Su su, inanci, o capitani. 
Che la gata é aparechiata. 

Su su su. 



317 

Su su, ormai qui s'apresenti 
Chi la vói trar del lanzone, 
Ma convicnti esser possenti 
Perché in guardia gli é il leone 
Qual non stima un vii botone 
Tanta gente che è qui armata. 

Su su su. 

Su, Todeschi onti e bisonti, 
Stomagosa e ria canaglia, 
Toca a voi far questi conti 
Poi che séti a la prataglia; 
Su su, inanci, a la bataglia, 
Che la paga vi fia data. 

Su su su. 

Su, superbi e van' Francesi, 
Che vi fé maestri di guerra. 
Veni avanti a le difesi 
Se pigliar voli la terra, 
Guardé nostra gente fera. 
Che ve invita a tòr la gata. 

Su su su. 

Li Spagnoli la volea 
E più volte se han provati, 
Ma el buon Citol di nomea 
A suo modo gh ha tratati; 
Tal che pieni li fossati 
Gli restórno qualche flata. 

Su su su. 



318 

Su, Guasconi, su su su ! 

Già che séti in 'sti paesi, 

Che a la gala or non sté più. 

Che per vui gli laci én tesi? 

Saré tutti o morti o presi 

Come gente renegala. 

Su su su. 
Su, assassini Feraresi, 

Vituperio de le genti, 

Già qui non èn gente presi 

Da spogliar con tradimenti; 

Su su, ladri fraudolenti, 

Che la forca é parecchiata. 

Su su su. 
A la maza or andareti 
Con bastardi Taliani; 
Purgeré i vostri difleti 
Che én comìssi già molti anni; 
Saré servi a* oltramontani, 
E non già per una fiata. 

Su su su. 
Su, Tedeschi, su Francesi; 
Su, Spagnoli e Mantovani; 
Su, Guasconi e Feraresi; 
Su, da poco, oltramontani! 
Per timor de* Venetiani 
Questa impresa é pur lassata. 

Su su su. 



319 

Venetia ora ti gloria, 

Poi che a tanti hai contrastato 
E seguito hai la vittoria, 
Che non é stato uman fato; 
De che Idio ne sia laudato 
E la madre sua beata. 
Su su, chi VÓI la gata. 
Se apresentì al bastione. 
Che rè in cima d'un lancione 
Con sue grafGe ben legata. 
Su su, chi vói la gata. 

III. 

Viva Marc e i partesan, 

Gh*à scazà lo imperador 
E tent duca e tcnt segnor 

Via da Fava e dal pavan. 

Viva Marc. 
Co i Todesch senti che Marca 

Cera rot dal camp franzos, 

1 cudava (1) senza barca 
Tuor Veniesia, si eri gros: 



(1) Riscontra con altri riflessi neolatini di co- 
gitare. 



320 

E bià lor non fossi mos 

Per onor dig Aleman. (l) 

Viva Marc. 
El vcn zo Lunai'd da Dros[s]en, 

A muo' un zus senza mandai, 
Pur digant dia se rendessen, 

Che bià noi dia gereon nat: 
Kl fu pres a muo* d* un gal 

E mena* dai Venetian. 

Viva Marc. 
1 Todesch che era in vie 

[*er vegnir invers a Pava, 
Co i senti dir la è pigio 

I^cnsa, fròl, eh* i se magnava : 
Quel eh* è stai i se pensava 

De n'averla pi in le man. 

Viva Marc. 
S' tu gi aldivi (2) qui Franzos 

E Spagiog e qui Vascon, 
lloma, Mantoa e Ferares 

E Todesch e Bregognon: 
Grami noi che nascesson 

E lin qua magnon pur pan. 

Viva Marc. 



(1) Dig. corrisponde a dei^ e va letto con g 
palatale. 

(2) Se tu li udivi. 



321 

I sifàva i boleti n 

Dentre in Fava manazand, 
Gh'el ziroe fina i piiiin 

Per el fil, no se arendand: 
E noi sempre respondand 
' Da farli magnar a i can. 

Viva Marc. 
I s* apresentò i Spagìog 

Al bastion per tuor el gat; 
Te se dir, menand el fuoc, 

E* fus mo chi fé* i bie' fat: 
Ch' el gen (1) Io mazà in tut trat 

Da dosent de qui maran. 

Viva Marc. 
A noh (?) Franzos fé* una buta 

Via gagiard coi so argument, 
Mo la no gè ze pur suta 

Ch*el ne mori via de cent: 
I no trovò tradiment 

Da quel Sech e qui Bressan. (2) 

Viva Marc. 



(1) Qui ed altrove nella stessa poesia leggi 
sempre gTien, come si pronunciava e si pronuncia 
tuttavia. 

(8) / fu> trovò tradtment ecc. Non trovarono 
Cadimenti da quel Sec e quei Bresciani. Pare che 
alluda a Jacopo Secco traditore dei Veneziani 
alla battaglia della Ghiaradadda. 

21 



322 

El Tcn zò qui magna sonza 

Tuo pur su coi so lanzon; 
Che mo la fìstola i ponza, 

Gha no se da que i sea ben : 
Co i senti qui naranzon 

E lor volta a T altra man. 

Viva Marc. 
I Talian n'à volest gal, 

E bla lor fossei sta via : 
Que pensavi, povri mal, 

De guagnar cun 'sta zenia ? 
No sai che la Siporia 

Gera per dar el malan? 

Viva Marc. 
Tuo su el guagn, o Ferares, 

Che Ve fat (1) de sto marca: 
Tu fèi coni che i te rendes 

El Polesen, sta getà; 
E de gratia les lassa 

Cun vergogna e to gran dan. 

Viva Marc. 
Manloan, de ti non crig; 

Tut el mont sa cum la va: 
Tu eri pur za nostre amig ; 

Que disgratia t*ha mena? 



(1) Cioè: che tu hai fatto. 



323 

T'era mei a star a cà 

Che vignerue in te le man. 

Viva Marc. 
ti, papa, che intendes 

Di Todesch ch'era parti? 
Dime un pouc, che destu al mes 

De novela, o gram me ti? (1) 
Ch' el t' era mieg in quel di 

No aver vist me Vinitian. 

Viva Marc. 
ti. Pranza, eh' e acquista 

Tent biei luog per traditor, 
Tu eri za da i mont passa 

Per triunfar d' un bel' onor : 
L' è parti lo impcrador 

E ti aspeti mo el malan. 

Viva Marc. 
ti Spagna, eh' e segnor 

Per San Marco d' un si bel sta , 
Gun t'à poest sufrir el cuor 

Rebellar per tre cita? 
No te hai dit chi le ha compra? 

Tu n'è fuora, va pur pian. 

Viva Marc. 
Per cert l' è pur sta un gran dit 

Che tent re, duca e signor 



(1) Forse: o gramo mai ti, oppure: o gramo 
ta solo. 



324 

N'eba bu me tant ardir 

De apizarse: o vii de cuor, 
Ch'i meriteroe el slridor, 

Vaghe pur chi è sac de pan (?). 

Viva Marc. 
si aves bu zente fìdà 

Quan foe sta rot da Franzos, 
Tu aroe vist ona taià 

Che me pi fo in'sti paes; 
Ma qui tradilor pales 

Sassino no Talian. 

Viva Marc. 

L' è chi pensa pel el miei 

Che se ha cors quel ch'é passa, 
Per cognoscer i rebiei 

E quig eh* a marz el figa : 
Da qua indrie saron pi a ca' 

E 'sto mal ne sera san. 

Viva Marc. 
L'è passa tut el spavent, 

Spiero in Dio, che de' vignir: 
Se le profecie di sent 

Una volta se de' impir, 
Tut canta, eu te a dir? (1) 

Che Marc slargerà le man. 

Viva Marc. 



(1) Ho io a dirtelo ? 



325 



imperio, tu ste trop 

A conzar questa mastela! 
Che col se ha ligò *sto grop, 

Di* che Talia è liberà; 
Pranza e Spagna zirà in là 

E'sti altri ara el malan. 

Viva Marc. 
ti, papa, eh* e cason 

De tant mal chun zira i fat. 
Cervia e rest te parca bon. 

Fa* pur coni d'averghi trai: 
Non te valerà i ducat 

Contra Marc e Maximian! 

Viva Marc. 
Viva Marc e i parlesan, 

Ch'à scazà lo imperador 
E ten duca e ten segnor 

Via da Fava e dal pavan. 

IV. 

De, perché non fu sempre 
Nel campo veneliano 
Molli come il taliano 

Perusino? 
Sarebbe ogni confino 
Del divo Marco alalo 
Assai più dilatalo 

Fusse mai; 



326 

Non sencia pene e guai 
Dei ladri oltramontani 
Più perfidi de' cani 

Arabiati. 
Vedi come tratati 
Son stati gli Spagnoli, 
Benché non fumo soli 

Per la gata ! 
Ma se non fusse stata 
Del Citol la prudentia, 
Saper e diligentia, 

Tristi noi! 
Orso, che fate voi 
Con vostre sacre Muse? 
Perché non sono fuse 

Tra le genti 
Con versi alati e fulgenti 
Le execellenti virtute 
Di quello in cui son tute 

Gentìleze? 
Di tal summe prodeze 
A questi tempi nostri, 
Non ci è alcun che mostri, 

Ma ne én privi 
Neun ci é che ci arivi; 
Dichi pur chi vói dire: 
Chi ciò vuol contradire 

Pria si stempre. 



327 

V. 

Leal, famoso e forte 
In fede, gloria e fatti, 
Benché dir li tdi atti 

Non sia degno, 
Che sei divino pegno 
Del fier e divo Marte, 
E ormai per mille carte 

Va il tuo nome 
Pur mi son dolce some 
Lodar tua sancta fede, 
La qual in te si vede 

Sola sola. 
Già la tua fama vola 
Ancor a l' alto celo, 
.Né sol già r uman velo 

Te fia manto; 
Che, come il sol Tavanto 
Hassi delle, altre stelle, 
Cussi tu in tal quadrelle 

Sol resplendi. 
Si forte gli almi accendi 
Che Toste o fugge o cade, 
E son per mille strade 

L'alme morte. 
Leal, famoso e forte. 



Diahgus. 

Iie t' è di novo 1 — Non sai tu ? — Non st 

— V imperator il campo levalo ha. — ] 

— E dove è per andari — Ciò non si a 
Ma penso che farà il costume su. — 

- Ben, che farà? — Fai'à quel che far pò. - 

— Tornerà a casa sua? — Tornerà H, | 
Dove con le carnose );ueri'a fa, 

E di esser vivo stassi fra '1 si e '1 no. — 

- QueslocoineesserpÙI — Può.chéfilloé. 

— Non l'aréi mal creduto! — Non sol tu; 
Ognun conforme si se trova a te. — 

- Or ben, di' quel che vuoi, che non mai pii) 
Cajnpo si vii, né si da poco re 

Da poi che '1 mondo é mondo visto lu. 

Ma perché ha posto giiì _ 
Ouel furor primo, e ogni sua impresa (ralla, 
Che i suoi non han voÌhIo mai la galla? 

VH. 



Se al glofiosu e irioiifanLe Marco 

Fin, qui le stelle han spennacchiato l'ali. 
Non crediale però che '1 sia mortale, 
{ Che alfin de' suoi nemici sera scarco. 



329 

Ma perché grande onor senza gran carco, 
Senza aspra e dura ascesa non sale, 
Quindi lo adverso ciel gli addoppia il male 
Per dar colmo trionfo a lui non parco ; 

Che a una quercia alfìn scodando ghiande 
Lo veneto Leon vedremo i gigli 
Calcando, e spennacchiar lo uccel di Giove. 

Si che state secur* da tutte bande : 
Scolpito è negli eterni almi consigli, 
Marco la terra e '1 mar col scettro move. 



APPENDICE III 



Notizie ed appunti intorno 
al costume guerresco della gatta. 



In un'altra mia pubblìcazioDe(l) ho 
dimostrato, come il bastione della Gatta 
presso la porla Godalunga in Padova 
debba veramente il suo nome alla gatta 
che Gitolo da Perugia fece legare sulla 
cima d' una lancia ad istigazione e a 
scherno dei nemici: le altre tradizioni 
in proposito sono false, ed ebbero ori- 
gine da confusioni di epoche e di fatti 
relativi alla storia di questa città. Dopo 
avere ricordato che tale costume guer- 
resco era assai antico e diffuso, pas- 



(1) Due qusstionì relative all'assedio di 
Padova del 1509, op. cit. a p. 174 di questo 
voi. 



F 



sai a cercarne la àerìvmoat, cbe mi 
parve di trovare nel Gatto, o Gatta, 
strumento bellico cbe in aatìco serviva 
a smanlellare le mura delle città, e di 
cui Vegezio ci dette la descrizione. 
Onde conchiusi : gii assediati ardita- 
m<;nte contrapponevano la loro gatta 
al gatto de' nemici, come a dire: Or- 
sù, venite colle coperte insidie del vo- 
stro (/atto a conquistare la gatta che 
dall'alto delle nostre mura miagolando 
vi sfida e vi motteggia ! Coraggiosa e 
insieme beffarda provocazione , che 
l)en si conveniva ai costumi guerreschi 
del Medioevo , e che incitava cosi gli 
assedianti ad aggredire, come i difensori 
a resistere. Sa le artiglierie sulla line del 
secolo XV hanno fatto dimettere l'uso 
oramai inutile del gatlo\ non per que- 
sto la gatta, già divenuta costume 
tradizionale degli assediati, cessa d' i- 
nasprire l' ira dei nemici co' suoi con- 
torcimenti e miagoli; del suo antico 
signiticato serbando pur sempre la 
pai'te essenziale, eh' era di jirovocare 
e schernire gii assedianti. 



L 



335' 



Questa mia ipotesi ebbe nuova e, 
vorrei dire, piena conferma da alcuni 
appunti pubblicati poco appresso in 
proposito dal mio amico prof. V. Gre- 
scini (1); il quale osservò, che se gli 
esempi della gatta viva molteggiante 
dall'alto delle mura risalgono al tre- 
cento, il costume di irridere comunque 
alla macchina militare omonima, è piiì 
vecchio ancora, come provano un con- 
trasto provenzale fra la gatta e il tra- 
bocchetto (strumento questo degli as- 
sediati, come quello era degli asse- 
dianti) del trovatore Raimon Escriva , 
e un luogo della Chanson de la 
Groisade cantre les Albigeois. Il 
primo riporto intiero dalla Crestomazia 
del Bartsch (2), pel secondo rimando 
all'edizione del Meyer (3). 



(1) Per gli studi romanzi, saggi ed ap- 
punti (Padova, 1892), pp. 151-153. 

(2) Chrest, Provengale <, coli 317-20. 

(3) (Paris, 1875), vv. 8115 e segg. 



336 

Seobors, raothcr tì ses 
la cala que ges Bom oUkb. 
geni eocoirad' e mtdhs {araidaL 
e parie! a lej d'bseniida, 
e dis al traboquel aitai 
— fortz sor e noin podeti fiu- Bai, 
eo las lissas (arai portai, 
que dins la TÌh Toelli osUL ^ 

Dis trabuqoet — diableos giida, 
na cata, doleota, marrìda; 
quan tos aurai tres colps fenda, 
ja ab mi non aoretz guerida; 
que si passati de sai lo pai, 
sabrem de Tostre cuer quo vai, 
qu'ieus en darai on oolp mortai, 
si Tos acossiec sus costai. — 

Ab tant la cata s*es mc^^oda, 
que DOT ac pus de reteogoda; 
Ut) la YÌla tost fu Yeoguda, 
e mostret sa cara pdnda; 
e vene suau celadameu,. 
pauc cadapauc preoden, e pren 
si qu'anc noy ac retenemeo 
Irò fon dios lo vielh basUmeo. 

E quaD i'ac visf e coDoguda 
irabuquet ditz — cata momida, 
ieu vos aurai tost abatuda. — 
e fier la denant sa barbuda 



337 

tal colp que tota i'escoysseo. 
pueys a li dig — ben as fol sen, 
cata, qu'ab mi prendas conten, 
e farai t*o ades parven. — 

Ab tant la cata s'en erissa, 
qu'es grass' e grossa e faitissa, 
e ditz qu'enquer a fort pelissa, 
e veDra, si pot, tro la lissa; 
e junh los pes e fes un saut, 
et a cridat e mot en aut 

— trabuquet, not pretz un grapaul, 
que prop vos suy al mieu assaut. — 

Ab tan lo trabuquet s'erissa, 
qu'es fers e fortz, e fer e fissa, 
et a dig — na cata mestissa, 
fort pel auretz s*ar nous esquissa. — 
e tramet l'un cairo raspaut, 
que noi leveran trey ribaut. 
et a loi mes el cors tot caut, 
don tug foron alegr'e baut. 

E la cata quel colp senti, 
a per pauc de dol no mori, 
e dis — trabuquet, malat vi, 
ieu te lais, e tu laissa mi. — 

Ei trabuquet respondet li 

— na cata, non er enaissi, 
qu'ab mi non auretz treu ni fi, 
enans vos aucirai aqui. — 

22 



338 

Dulia jwrsonjticnzione di si falli stni- 
menLì bellici che tenzonano tra loro, alla 
riippresenlazionc vivu e animata di que- 
ste prosopopee. Il piisso è assai corto: 
al tormento espiignativo degli asse- 
diaoti gli assediati contra|)ponevano una 
gatta viva, come |)er dire (cosi il Cre- 
scini): « La volete la gatta con che 
offenderei e minacciarci? Eccovela: é 
(]ues[a: su, a pigliarb! » 

Determinata cosi l'origine di quest'u- 
.so gnerresco, passiamo a ricordarne le 
testimonianze pòrte dai nostri scrit- 
tori (1). L'otto di giugno del 1335 
gli Àj-etini sconfissero presso Castiglio- 
ne la cavalleria perugina : * ciò fatto. 
• gli Aretini (dice il maggior dei Vil- 
> lanì) cavalcarono guastando e ar- 
» dendo in sul contado dì Perugia per 



1 



fi) Vedi in proposito: A. Luzio, Fabrisio 
Shramaldo (Ancona, 1883) Appundìce; P. 
NovATi ed E. CoMtTTi in Preludio, Anno 
Vili, no. 1 e 3; Giomak storico della Utt. 
il.. Yol. V. pp. 318 e 50Ì-507. 



339 

» cinque di, e furono infino presso 
» alla città per due miglia alle loro 
» forche, e per diligione de' Perugini 
» vi inapiccarono de' Perugini presi 
» colla gatta ovvero mùscia a lato, e 
» colle lasche del lago infilzate pen- 
» denti dal braghiere degl'impiccati. 
» Per la qual cosa i Perugini molto 
» adontati ecc. » (1). A quanto pare, 
il cronista si riferisce qui alla nota 
provocazione; tuttavia non ho la cer- 
tezza eh' e' non alluda invece a qualche 
altro fatto a me ignoto. Sicura invece 
è r allusione al nostro costume guer- 
resco nel congedo della ballata per la 
rotta di Mon tecatini (2), ov'è detto dai 
Gueltì sconfitti; 

che s' e Pisan' co' Taltri ci dier gatta, 
e' fu '1 peccato nostro e la mactia, 
non per lor vigoria. 



(1) Cronaca, XI, 28. 

(2) Edita Tultima volta da me nei La- 
menti dei sec. XIV e XV (Firenze 1883) 
pp. 9-12. 



Come è noto, il primo vei-so nel co- 
dice LaurenziaDO è scrìtto cosi: che 
se Pisan colierti ci dier gatta, non 
già solerti co'lievri, come stampa- 
rono r Emiliani Giudici e il Teai. Il 
Novati, attenendosi all.i esitta lezione 
del codice da me riprodotta nei La- 
mctili dei sec. XV e XVI (p. 12), 
emendò la parola colierti, manifesta- 
mente corrotta, in co^ farti, spiegando: 
■< i Pisani ci vinsero non per la loro 
vigoria, ma con 1' ai-li loro consuete; 
la frode e l' inganno ». Ma chi consi- 
deri anche il verso secondo dal Novati 
omesso nelLi sua parafrasi, vedrà che 
il senso non è troppo chiaro; che si 
verrebbe a dire: se i Pisani ci scon- 
lissem colla frode, e' fu a Giusa de' no- ■ 
stri |)eccatì e della nosti-a pazzia , non | 
del loro valore. Ora , in questo caso, i 
il valore e la frode sono due concetti i 
opposti che si eliminano a vicenda, 
non si capisce come i peccali e la 
pay:zia dei Guelti abbiano [Kituto e 
stali la causa della frode dei nemici. ' 



Invece, correggendo, come io propongo, 
il colierti in co' V altri, parmi che il 
senso corra benissimo: se ì Pisani in- 
sieme cogli alLri Ghibellini ci sconfissero 
{e altri Ghibellini parteciparono infatti 
alla battaglia di Montecatini), ciò fu 
effetto non del loro valore, ma de' no- 
stri peccati. 

Comunque sia, se già nel 1315 il 
costume di esporre la gatta sulle mura 
delle città a scherno degli assedianti 
aveva inspirato i modi proverbiali di 
dare o avere la gatta e volere 
la gatta equivalenti ai verbi scon- 
iìggere o essere sconfitti , e voler 
dare Vassallo o combattere fino agli 
estremi, vuol dire che questa costu- 
manza era ormai inveterata e diEfusa 
per tutta Italia; onde, anche ammesso 
che il passo del Villani ora citato non 
faccia al caso nostro, non avremmo di 
che rammaricarci. Lo stesso modo av- 
verbiale leggo nella frottola di Fazio 
degli liberti ad Alessio Rinucci (vv. 
77,78): 



342 

ma Ui pur hai la gatta 
a questa volta; 

e nel poemetto falsamente attribuito a 
Francesco il vecchio da Carrara (1): 

Troppo staresti a scriver la baratta, 
(|uando il signor lor volse dar l'anello 
e mandarli a Firenze a iòr la gatta. 

Coi quali versi si allude a certi ma- 
landrini cui Francesco Novello, per 
salvarsi, avrebbe dato un anello, man- 
dandoli poi, come pare, a Firenze 
a prendere il resto. Ma poiché di que- 
sto fatto non si trova altro ricordo, io 
credo che il poeta abbia confuso una 
qualunque aggressione toccata al No- 



(1) G. Lami, Deliciae Eruditorum, voi. 
XVI, cap. Vili; A. Medin, // probabile autore 
del poemetto falsamente attribuito a Frati' 
Cesco il vecchio da Carrara negli Atti del 
R. Isliluto Veneto di scienze ecc. , T. II, se- 
rie VII. 



343 

vello colla vicenda narrata da Andrea 
Gatari {RR. IL SS., XVII, 757), 
dei rubini che un famiglio, a nome di 
Francesco il vecchio, consegnò in Pisa 
al Novello, il quale lo mandò poi a 
Firenze affinchè li portasse alla moglie 
Taddea. 

La Crusca riferisce il verso seguente 
del Pataffio: « A questo tratto tu hai 
pur la gatta, » E dal Pataffio, per 
trovare una nuova testimonianza di tale 
costume, noi, coi frutti delle nostre ri- 
cerche, dobbiamo venire al 1509, e 
precisamente all' assedio di Cividale, 
ove i Tedeschi per due giorni con- 
secutivi tentarono invano di conqui- 
stare la gatta piantata sulle mura; on- 
de un poeta contemporaneo: 

Non fusti bòni al bastione, 
manco séti a una terra 
dove la gata con lanzone 
si ve sgraffa e si v' afferra (1). 



(1) Canzone popolare contemporanea sulle 
guerre dei Tedeschi in Friuli nel 1509, 
pubblicata da V. Joppi (Udine, 1884), slr. 7. 




9é!l 

.DA paa «Padon 
lapiiiiM», B Siaalo, il 
ui Ivto e ■ cfflHiti Jacopo Avio. 
de'^Bfi kt rip«HB dbvm le ]»- 
'ì li), e B BMImì» (9). Gònfran- 
00 Dmi c j r iM ffiee «elb su en>- 



(1) SuCTO, OmH. tX. (94; Da Pokto. 
LeOert, f. 121. Pd Bbcto. t. Glorii, 19. 
dL. p- 6L Cfr. le Bte Bae fvetfiMu' mc^ 

pp. 8 e 9. 

(3) Cfr. FimtETTi, !fcL e OofL aUe Bù- 
grafie dei cdjufdat NnlKiùn ^f rimlria 
(XoDlepulciami \UÌ). p. 191. 



I 



345 

naca: « Quilli del bastion de Coda- 
» longa messe una gatta in sul ditto 
» bastion, e fece una canzon che disia: 
» orsù^ chi vói la gatta vegnia al 
» bastion, e altre parole assai segui- 
» lava » (1). Dal luogo ove si legge 
questo ricordo , si dovrebbe credere 
che la gatta fosse stata inalberata 
e la relativa canzonetta composta il 
giorno innanzi la partenza dell'eser- 
cito. E il cronista Zoiano scrìve : 
« Partito lo exercito da Padoa e li- 
» berata da la obsedione, che fu a di 
» r di octobre 1509, ne lo exercito 
» veneto dentro de Padoa fo fato le 
» alligate frotole e barzelete che per 
» soldati erano cantate sine certo 
» auctore ». Ma purtroppo le « alli- 
» gate frotole e barzelete * mancano 



(1) Estratto dall' Historia di Gio. Fran- 
cesco Buzzacarini padovano, la quale in- 
comincia l'anno 1492 e termina l'anno 1520 
(Padova, Bianchi, 1858) pp. 21 e 22. 



346 
nel codice del Seminario di Padova; 
solo nel miu^ine inferiore della caria 
onde riporlai il passo precedente sia 
scritto : « Lege la vietoriosa gata de 
Padoa ». (1) Ora, che alla partenza del- 
l'esercito cesareo sieno state composte 
e cantale delle poesie, è certo; ce oe 
tanno fede le due canzonette in lode 
di Cilolo da Perugia, e i sonetti dialet* 
tali che pubblicherà il Lovarini; ma non 
è vero che solo a questo momento sia 
stata dettala la bai-zelelta della gatta, 
se, come pai'e, anche a questa alluse 
lo Zoiano colle parole ora riferite. 
Girolamo Friuli dice nei suoi Diari 
a e 114: < Lr deputati alla difesa ( 



(1) Questo cod. legge 18 di xlobra in luogo 
dì ).' di oclnbre, come ho correilo. Nella 
bìblJoi(!ca civica di Vicenza raisln una copia, 
TnUa dal P. Macc-'i, di parte della cronaca 
dello Zoiano; ma il Uaccfi I-i trasse dal ms. 
originale esistente nel Semiaario di Padova, 
onde invano ho ricercato in quella copia le 
alligale frolole e barxeiele. 




347 

» guardia del bastione in disprezzo de- 

» gli avviliti nemici posero sopra una 

» lancia una gatta e invitavano Y eser- 

» cito nemico a prenderla. Fu su que- 

» sto fatto composta una canzone, che 

» dice: 

Su su, chi vuol la gatta 
Venga fuori al bastione, 
Che in cima d'un lanzone 
Troverà quella legata. 

« Fu posta in stampa (1), e si cantava 
» per tutta Padova e Venezia ». Que- 
sta notizia era stata mandata il giorno 
25 settembre da Padova a Venezia; e 



(1) A questa edizione deve riferirsi la 
notizia che si legge nei Diari del Sanuto 
(IX, 335) in data 22 novembre 1509 : « Era 
stampado una canzon si chiama: La Gaia 
di Padoa, con una altra in vilanescho di 
Tonin : E r è parti quei lanziman, qual, 
per non olTender il re di Romani, cussi 
chome si vendevano un bezo T una, fo man- 
dato a tuorle per li capi di X, adeo più 
non si vendelcno ». 



r 



nella noUe del 30 si scrisse che * per 

- scherno degli espulsi le fanterie Bri- 
' segbelle avevano sopra un lancìone 

> posta un'altra gatta viva sopra le 
» mura, gridando che la venissero a 
» prendere, con parole ingiuriose e di 

> vilipendio, ripetendo b canzone già 
» di sopra motivala ». Inoltre vedemmo 
il ])asso importante della leuera del- 
l'umbascialore Scalona, in data del 24 
settembre, ove è detto: « Fòri di Pa- 

> doa sono usciti bollettini che dicono 
» in rima, tu Padoa è bòna malva- 
» sia: chi vói gatta vegna via: il 

- pioverà e perderete r artiglieria, 
» cun altre ziphre apresso disoneste 
» venetianissime. ■ Ora. confrontando 
qrieste testimonianze con quelle del Sa- 
nuto e del Bruto, il quale parla della 
gatta tinto al giorno 18 quanto al 20 
settembre , si deve conchindere, che 
questo animale fu inalberato sul ba- 
stione non una o due volte, ma in pa- 
l'ecchìe occasioni d^l 18 al 30 di set- 
tembre; e in una di queste, cioè 



349 

giorno 20, se è vero quanto dice il 
Bruto, gli Spagnoli e i Tedeschi prioia 
di essere respinti dal bastione avreb- 
bero pigliato la gatta. (1) 

Pochi mesi dopo l'assedio di Pado- 
va, quelli di Minerbio, assediati dal 
Ghauraont, ripeterono la stessa provo- 
cazione militare, conae si vedrà in un 
brano di lettera della marchesa Isabella 
Gonzaga, che riferirò più innanzi. Il 
22 maggio 1514 Girolamo Savorgnan 
avrebbe voluto dar battaglia ai Tede- 
schi rinchiusi in Marano, ma i fanti 
veneziani ricusarono di combattere per 
la grande difesa dei nemici; onde la 
città nostra, dice il Sanuto, è impen- 
sierita, vedendo che non si può aver 
Marano, perché il Savorgnan non è 
obbedito e perché i nostri soldati non 
vogliono la gatta {Diari, XVIII, 
col. 216). In proposito dell'assedio di 
Milano del 1523 l' ambasciatore man- 



(1) Cfr. p. 21 i di questo voi. 



(ovyno Grossino scrive in AnUt 7 no- 
vembre: « poi li irombeti ditti fecino 
» un'altra sonata su su su, chi vói la 
» ffata, venga inanti al bastion, et 
M li fu n'altra volta scharìcato tuta la 
» sciopetaria » (1). 

Nel poemetto del Celebrino sullu 
[iresa di Roma del 15?T a legge, àie 
alle inaccettabili proposte di pace ol- 
Terte dagli Spagnoli, 



l'ri 



ognun partito prese, 
er prigion, voler la gatta. 



cioè di voler resistere Qno agli estremi. 
Durante l'assedio di Volterra del 
1530 « i soldati del Ferruccio |>er mo- 
" strare la fortezza della cittì e per 
» dispregiare i nemici, un di ìntilx;!- 
» rODO per la pelle delta schiena un:) 
- galla nelle mura dalla parte di fuori »; 
onde il motto: Chi vuole il gattuccio 
venga avanti al Ferruccio, che in 



(1) Cfr. LUZIO, Maramaldo, f. ! 



351 

quei giorni appunto erasi levato in 
Volterra (1). 

Goaiunissimo adunque fu nel sec. 
XVI il costume di esporre una gatta 
sulle mura delle città assediate; del 
qual fatto ci dà prova anche Y arte 
figurativa, illustrando le parole dei ver- 
sificatori. Infatti, ai versi dell'Agostini 
relativi all'assedio di Padova, nel Canto 
VII de Successi Bellici: 

Altro non si sentian che martial detti 
E tf su su su, guerrier, la guerra é tratta, 
Innanzi innanzi, a la gatta a la gatta ! » 

corrisponde la silografia che si vede 
poche pagine addietro, ove è rappre- 
sentata la gatta infilzata sulla lancia e 
difesa degli assediati contro gli assalti 
degli assedianti. Questa vignetta è ri- 
petuta una seconda volta nello stesso 
poema in proposito dell' assedio di 
Brescia, nella quale occasione l'Ago- 



(1) Luzio, op. cit., p. 95. 



stilli tiilUivìa non jtarla della noLi m- 
stuiDanza guerresca (I). 

Dopo qtieslo secolo per trovare un 
nuovo accenno a tale uso devo giun- 
(rere nientemeoo che alla prima gior- 
nata milanese del 1848, in cui un fi- 
norme gatto soriano, colla scritta Gh'è 
su 'l gali, dalla barricata di S, Vin- 
cenzino slidava l' ini austriaca. Cosi il 
costume della gatta, che nella sua ori- 
gine aveva servito come di risposta 
agli assedianti, che colla macchina o- 
monima smantellavano le mura delle 
cilUi, in appresso, allorquando questa 
spari, divenne una provocazione comu- 
nissima a quanti desideravano azzuf- 
farsi, anche indipendenlemente da qual- 
siasi minaccia da parte dei nemici; e 
nello stesso tempo dette origine ai modi 



(I) t Ire «ersi qui riprodotti stanno q 
31 a, i; la viguella reiRliva a e. S5 a; 

vigaetu e rìpetuUi |ier l'assedio di 
Brescia a e. i7 b (Venezio, 1521), 



nwerbìali che abbiamo ricordati, i quali 
serbarono vìvo il loro signiUcato anche 
dopo che il costiinie di esporre la gatta 
era caduto in disuso. Tuttavia quanto 
pili ci avviciniamo a' tfitnpi nostri, tanto 
pili il ricordo di questa tradizione 
guerresca va afBevolendosi, tinche spa- 
risce affatto; ond'è naturale che anche 
il significato de' modi avverbiali da 
essa ispirati abbia dovuto alquanto 
modificarsi e generalizzarsi. L'atterrare 
la gatta miagolante dall'alto della lan- 
cia, era stata la massima prava di va- 
lore da parte degli assalitori ; onde il 
modo volere la gatta ebbe il signi- 
ficato generico di accingersi a cosa 
assai difficile: significato che non ab- 
bandonò mai pili, quantunque il popolo 
avesse perduto col tempo la coscienza 
del valore storico di siffatte frasi. B 
però se i Milanesi nel 1848 piantarono 
il gatto sulle barricale, noi non dob- 
biamo credei-e che essi abbiano fatto 
ciò perché fosse ancor viva la memoria 
del vecchio costume, ma bensì per ispì- 



rnzione avuti il.ii notissimi modi avver- 
biali; e aWa visti diil grosso soriano 
pensnrono non ^à agli antichi assedi 
di una d' altra città, ma al sjgnffl- 
cato che quel motto Gh' è su'l gatt 
e la sua viva raDBgiirazione avevano, 
come di cosa assai ardua a compiersi: 
Eccovi il gatto; su, venite a pi- 
gliarlo ! Cosi sì verificò il fatto curioso 
rhe questi modi avvei'biali ridonarono 
la vita al costume guerresco ond' essi 
avevano avuto origine. 

Fra tutte le gatte esposte a scherno 
de' nemici sulle mura delle città, la sola 
rimasLi famosa fu quella di Padova ; 
delle altre solo un cenno in proposilo 
dell'assedio relativo. La nostra invece 
ispirà la canzonetla omonima, che poi 
dette r inionazione ad altri canti po~ 
polari, e divenne il simbolo della re- 
sistenza più ostinata contro il nemico 
invasore. La marchesa Isabella Gon- 
zaga in una sua lellera del 31 maggio 
1510 a Jacopo d'Atri, narrando l'asse- 
dio di Minerbio da noi già ricordato. 



355 
scrive: « Quelli de la terra se defen- 
» dono gagliardamente et fanno dentro 
» DOTI repari et tinnno bulala fori la 
» gatta alla fogia de Fadua. Gua- 
» scoqì instano molto de haver la 
»■ gralia de andar loro a pigliarla » (1). 
Giulio Cesare Croce nella sua operetta 
Parentado del ponte di Reno nella 
torre degl'Asinelli, dove se invitano 
alla festa tutte le cose pili famose 
d' Italia, coti tutte le strade di Bo- 
logna, e si fanno banchetti, tratte- 
nimenti, giostre et altre cose pia- 
cevoli {Bologna, 1711) a p. 13 cita 
fra le cose piti famose del veneto; 

e con la sua presenza 
Il gobbo di Riallo in s'uaa zatUi 
E ci uemi da Padova la gatta. 

Nella Lezione di Cintio di Nico 
Gatta/ilota sopra la cannone del 



(1) R. Archivio di Mantoya, Copialeltere, 
libro 25. N'ebI)) cortese comiiDicazioae dal 



Coppetta in perdita della Gatta; 
aggiunte alcune annotaeioni di A- 
Sirio Franco dalla Torre (1) (/« 
Gattapoli (2), gli anni de' Berlin- 
ijacci dalla perdita della Qattn 
GLXVIII [anno 1711], in 8." picc) a 
p. 74 si legge: « Di tre soli GaUi ho 

> lelto a' miei di eh' avessero una UJ 
» vtrtit (di pigliare gli uccelli a occhi 
» chiusi): il moBBO di Monna Fio- 
* ra, che pur era dì questo casato 
» come s'è detto; la Gatta del Pe- 

> trarca, ed un' altra Gatta, eh' ebbe 
- certo nostro Perugino detto il Gitolo. 
» la quale, trovandosi egli a Padova, 
» la mise sulle mura con questo motto 
r Su SU, chi vuol la Gratta, e n'Ìm- 



(I) Sotto il Dome dì Ciatio dì Nico GaL- 
tuniota sta nascosto l'Ab. Giacinlo Vincìoli 
licrugino, che in alire opere si servi di altri 
li pseudonimi ; e sollo quello dì Asino 
Franco dalla Torre, il doti. Francesco Arisi, 
ci'Gmonese. 

(!2) Perugia. 



357 
» pauri a segno ì Tedeschi, che la- 
» sciarono l' assedio, che teneano di 
» quella citlà, cosa, che con raf;ione 
» ha fatto biasimare al nostro Tra- 
» sfaglia l'ingratitudine de' Padovani, 
» che non imbalsamassero quella gatta, 
» e non ne abbiano fatta memoria. » 
E nell' jMdice universale àeìla Li- 
braria o studio del celebratiss. Ar- 
cidotiore Gratian Furbson da Fran- 
culin. Opera curiosa per ì profes- 
sori delle Sie. Matematiche e stu- 
diosi dell' opere hizare e capriciose 
Bae. per M. Aquedoto dalle San- 
guetóle riformatore dell' Hosteria 
del Ghia di Giulio Cesare Croce 
(In Bologna, presso V Erede del 
Cocchi ) trovasi citata 1' opera se- 
guente: La Gatta di Padoa, volu- 
mi 3 sopra i gesti, in settima ri- 
ma , commentata da sier Agresto 
Cittadin del mondo con le postille 
fuora de' cartoni, legata in carta 
succida e stampata a Rubiera alli 
19 di Bergamo su la piazza d'A- 



£8 
ffosto. Carne è noto, qnesto indice del 
Croce Don è che ttna lista di lilm 
immagiDarì e buIB. e riscoDlra coltii 
celebre libreria di Sainl Victor dove 
studib Pantagruel (cf. 0. Guerrini, 
La cita e le op. di G, C. Croce.. 
Bologna 18T9. p. 403. n. 115). Gli 
eredi de) Cocchi nel 1623 fecero iin>J 
ristampa della Libreria del Ooce- I 
Quanto nli' influenza dulia baneletU^ 
Jm tittoriosa gatta di Padova, ve- 
demmo come dorante I' assedio di 
Milano del 1523 i trombeitieri ne ri- 
petessero per lo meno la ripresa; la 
quelle dette certo l' intODazione alla can- 
zonella del Croce intitolata Invito ge- 
nerale con l'ordine che hanno da^g 
tenere tutti i curiosi per veder $»•• 
gare ìa vecchia; quale si farà C 
vedi sul Mercato ecc. (i), che t 
per ritornello d versetto Su su i 
chi vuol venire. Dn opuscolo privo d 



(I) 0. GcEHitiNi, Op, cil., p. 401. 




frontispizio e di noie lìpografiche con- 
servato nella miscellanea Marciana 1945, 
n. 49, contiene fca altre poesie poitolari 
una specie di vanto lii un miles gìo- 
riosus in forma di barzelella, colla 
ripresa : 
Teste e brazi bullo via; 

CoQ (que)sta mia squarzo e spolpo: 
Gii é tal baia cbe a un colpo 
HaniJn(i) mille araazarìa. 

Teste e brazi butto via, 
E uDa delle strofe suona cosi: 
Se gli k alcun cbe vAI la gata 
Venga senza resistenlJa, 
Che daròli lai pelala 
Che el Tari [la] peniienlia, 
Biastemando [la] paiientia 
E sua stolta fantasia. 
Già il prof. V. Rossi, cui devo la 
notizia della barzeletta ora ricorda- 
ta , notò come il Folengo avesse in 
mente il nostro canto, quando nel 
Baldo pose in bocca a Gingar, che 
sta per affrontare l' ira dei Giscadesi, 
questi versi: 



360 

Sii su! qui mecuiu TiiU gntiam, vergai aTsnlunit | 
Tillamoncs, o porcinaia, veaite- 
mascnlzones, o, o desiruclio panis, 
slanzngnocchì, gens o poltrona, gazani. 
Su su! r|ui raecum vullgattam, veDga(avanlumI(t]l 

E fiDalmente lo stesso prof. Rossi 
hn osservato che ja nostra barzeletta 
è ricordata in quel centone di principi 
di poesie popolari, recenlemente ri- 
stampato da S. Ferrari (2). 

Invece , nessun rapporto diretto 
hanno assai probabilmente altri passi \ 
di altri scrittori, in cui si trova lo , 
stesso modo avverbiale già entrato nel 1 
dominio della tradizione; come quelli 
ricordali dalla Crusca, dal Passerini ] 
nei Modi avverbiali ecc. ( Roma , 



(1) Giornale storico della teli, il;, yol. V, j 
pag. 507, ove è anche detto che il Folengo j 
adopera iu altri liue luoghi, cioè nella Mae- I 
charonee 11 e XX, il modo avverttiale volere J 
la gatta. 

(2) Propugnatore, V. S. , T. XIll, p.' L 1 
Il nostro ciinto è raimneatato al t. 44 p. ii% 1 



361 

1875, p. 397), dal Novali, (Preludio 
A. Vili, n. 1) e i tre seguenti, l'uno 
in un capitolo di Giovanni Andrea del- 
l'Anguillara : 

Già producea guerrieri a mille a mille; 
N'ha prodotti a' di nostri una decina 
Gh'arebbon preso gatta con Achille (1): 

Taltro in una Egloga contenuta nel no- 
tissimo zibaldone Marciano, cod. il 
XI, 66, a'c. 182 a.: 

La gala a Tà volut piar con mi; 
Al se credia che fus qualche castron, 
Ma la no gè za andat per la pensa: 

il terzo nel Bertoldo Bertoldino ecc. 
(e. XI, 29), già riferito dal Passerini 
(2), là ove Bertoldino narra dello stuolo 
delle gru, che gli s' attaccarono ad- 
dosso e lo sollevarono in aria: 



(1) Propugnatore, N. S., voi. IV, fase. 
10-20, p. 41. 

(2) Giornale degli eruditi e curiosi 
(Padova, 1884), Anno li, voi. Ili, n. 44, p. 
114 e seg. 



Ala sé pensava clic volesscr gatta, 
Io per la slrozzu le doveva uccidere. 
Ed aprir loro il ventre, ecc. 

II Passerini ci-ede erroneamente che 
voler gatta in questo luogo equivalga 
a prendersi giuoco , mentre serba 
iinche qui l'antico significalo storico 
di dare f assalto. 

Quesli gii esempi a me noti; ma 
è cei'lo che pili altri ne ritroverà chi 
vorrà specialmente ricercarli nelle an- 
tiche cronache. 

Ora, a chi domandasse perché l'im- 
pressione destata dal costume guerre- 
sco della gatta fu piti viva a Padova 
che altrove, binloché ancora oggi, quan- 
do se ne parla, il nostro pensiero corre 
spontaneo all'assedio del 1509; rispon- 
derei, che ciò è dovuto, oltre che alia 
Aera barzeletta composta e cantata in 
quell'occasione, e die poi si ripetè in 
altre circostanze simili, da una parte 
alla grande importanza di questo as- 
sedio, dal quale, si può dire, dipende- 



363 

vano le sortì di tutto il Veneto, dal- 
l'altro al valore di Gitolo da Perugia 
e de' suoi fanti, che ressero ai ripetuti 
e vigorosi assalti dei nemici. Nelle al- 
tre città, r assedio ebbe minore im- 
portanza politica, la fortuna fu con- 
traria ai difensori; e perciò, com' è di 
tutte le tradizioni popolari, questa della 
gatta sopravvisse quasi esclusivamente 
congiunta al fatto che più la rese glo- 
riosa. 



INDICE 

delle persone ricordate nel Poemetto e neir ippendice I 
e illustrate nelle note 



Albania (cT) duca, 190. 

Aleardo Silvestro, 65, 198. 

Alvarotto Conte, 129, 257. 

Alviano Bartolomeo, 134, 165, 188, 198, 

204, 237. 
Amboise (d') Carlo, Gran Mastro di Luigi 

XII, 242. 
Ancona (rf') Luca, 171, 264. 
Anfer Giovanni, 189. 
— Sigismondo, 190. 



(*) Alcuni nomi, che non riuscii a identificare, 
riportai nella forma manifestamente alterata del 
testo. 



366 
Ankalt-BtrnbuTij (di) principe Rodolfo, i 

156, 157, 187, 189, 263, 261, 270. 
,4nsui-^ (d') aire, 59. 
AttMmi (di) Vincento, 163. 
Anxixe, v. Incisa. 
Aragona (d') Alfonso, 243. 

— Federico. 195. 

— Ferdinando, 195. 
Aranick, 1. Arianiti. 

Altea (d') Antonio. 60, 187. 

Arck (da) conle (il conte Archon, cioè 

d'Arco, di cui parìaQO i Diari Udinesi 

a p. 120 ì), 190. 
ArianiU Coatanlino. 59, 101, 161, 184, 185, 

191, 212, 241-2U, 251, 270, 273,276, 

281, 285, 289, 290. 
Asnelli, V. Arianiti. 
Asti ((f) Giovanni, 61. 
Augusta (de) Traìsìiiger, 190. 
Baden (di) margrario Cristoforo, 59, 186, 

189. 
Bagarallo Antonio, 259. 
-~ Antonia Maria, 259. 

— Bertucci, 129. 257. 1 

— Francesco. 259. ' 

— Marco, 259. 

Bagtioni di Perugia, 112, 113. 
Baitiech Giovanni, 90. 



367 

Balbi Pietro di Alvise, 63, 101, 192, 23^, 

238. 
Basilio Paolo, conestabile, 264. 
Bavaro Ruggero, 194. 
Baviera (di) Alberto (dall* Anonimo padovano 

chiamato Arnolfo, e che lo Zoìano scambia 

col duca di Sassonia dicendolo Federico), 

59, 185, 191, 271. 
Beffa Rinaldo, 191. 
Beraldi Andolfo, 259. 

— ^era/rfmo di Francesco, 191 259,282. 

— Carlo, 259. 

— Francesco, 191. 

— Girolamo, 259. 

— Marco, 282. 

Berardetto Sebastiano, v. Spoleto (da). 
Ber Ho (Berlioz?) monsignore, 190. 
Bernardo Maffio di Francesco, 176. 

— Sebastiano, 128, 132. 
Bersanel monsignore, 60. 

Bibbiena (di) Pietro, segretario del co. di 

Pitigliano, 230, 232. 
Bigo, V. Lendinara. 
Bigolino Alessandro, 65, 199. 

— Galeazzo, 259. 

Bologna (da) Attila, 68, 207. 

— Agammenone, 68, 207, 273. 




368 
Bonghi Lattanuo da Bergamo, 38, 67. 83, 
126, 129, 152, 154, 161, 20fi, 207, 417. 
Bonomo Pietro, tìeacovo di Trieik, tìO, i8B. 
Borgia Rodrigo (Alessandro Vi), 143. 

— Cuare (Duca Valenliao), 113, 19i, Wì. 
Borgognoni (der) capitano, v. Imbercoart. 
Borromeo Achille, 129, 258. 

— AUuandro, 258, 

— Francesco. 191, 258. 

— Girolamo, 258. 
BosieM Pietro. 66, SOI. 

— Pangrali. 66. 
Botiolo {da). V. Gonzaga. 

Bragaiin Mano di Già Alvise (noD Nicolò, l 
come erronea metile si legge nei Diari del I 
Saoulo), 2S3. 

Brandehurgo marchete, y. HohensoUern. 

Bransovihc, v. Brwnwick. 

Brasalo Pietro. 259. 

Brentoni Agostino, 194. 

Brignano {da) Agoitino, 64, 19i. 

Briiìghetta {da) Giovanni di Naldo, 65, 197. 

— flionifto di Naldo, 66, 19i, 202, il)3, 
273. 

— Babon di Naldo, 67, 20i. 
Brunawick ~ Lanebourg {di) duca Enrico. 

157, 191, 263, 264. 



309 

Bua Mercurio, 270. 

— Teodoro, 175. 
Busenello Francesco, 259. 
Busichio Domenico, 65, 199, 200. 
Bulph, V. Linzer. 

Bulphstam Alberto, 190. 
Buzzaccarini (famiglia padovana), 129. 

— Aleduse, 258. 

— Alvise, 258. 

— Antonio, 259. 

— Gio. Francesco, 258. 

— Girolamo, 259< 

— Gm/to, 259. 

— Livio, 259. 

— Lodovico, 259. 

— Patoro, 258. 
Cacichi Giovanni, 66. 

Cflflr/t (rfa) Scranno, 67, 206. 
Caig, V. Cfl^f/t. 

Campo fregoso Giano, 43, 44, 63, 164, 165, 
166, 193, 283. 

— Ottaviano, 166. 

— Paolo, 165. 

— Tommasino, 165. 

Cantelmo Rostaino conte di Popoli, 99, 

234 - 237. 
Capodilista Aleduse, 259. 

— Federico, 259. 

24 



370 

Capodilista Francesco, 259. 

— Gabrielle, 259. 

— Orlando, 259. 

Capodivacca Antonio, 129, 171, 258. 

— Bartolommeo, 258. 

— Frizerino, 129, 257. 
■— Paolo, 258. 
Cardeo Antonio, 66. 
Casinio, v. Cassin. 

Cassin Vincenzo, 23, 26, 65, 148, 268. 
Castellazzo (da) Guerriero, 63, 151, 193. 
Cavalier bianco, v. Arces (d*). 
Gavina Bartolomeo, 67, 206, 207. 

— Cesare, 68, 207. 

— Rizzo, 207. 
Germisoni Alessandro, 259. 
Ginganetto, v. Gingano. 
Gingano, 60, 188. 

Cito/o, V. Zaccagnini Giorgio. 

Gocolin Giovanni, 66. 

Cjodazzo Giovanni, 259. 

Colonna Marcantonio, 196. 

Co/omo (rfa) Giannone, 67, 203, 204, 207. 

Comm, 66, 200. 

Co^irfo Pietro, 66, 200. 

Cjontarini Federico, 264. 

— Girolamo, detto Gr«7/o, di Francesco, 46, 
62, 101, 167, 266. 



371 

Contatini Marco Antonio, 278. 

— Paolo, 66, 126, 202. 
Conte, V. Conti (dei) 
Conti (dei) Angelo, 259. 

— Antonio, 259. 

— Artuso, 259. 

— Bartolommeo, 259. 

— Bernardino, 129, 259. 

— Bonifazio, 259. 

— Lodovico, 129. 

— Paolo, 259. 

Cornaro o Corner Francesco, 189. 

— Giorgio, 156. 

Corso Michelotto, 67, 206. 

— Paolino (cosi T Anonimo Padovano, naa 
leggi invece Peremo), 285, 288. 

— PergWo, 67, 202, 285, 288. 

— Pietro, 67, 207, 227, 264. 

— Poletto, 68, 102, 207. 
Cottignola (da) Giuliano, 63, 151, 193. 
Crivelli Benedetto, 206. 

Croia (da) Pietro, 68. 
Diedo Giovanni 126. 
Discalzo Galeazzo, 126. 
/)o//?n Andrea, 192. 

— Zflccana, 63, 101, 152, 192, 234, 235, 
238. 

Donala (della) Cristoforo, 138. 



372 

Dolli (dei) Andrea. 259. 

— Lodovico, 959. 

thllori Anionio Fraiteeico, 129, 257. 
Oroffo conte, 61. 
Drestttji, T. Trisiino Leonardo. 
Elle (d-), rnmig^ia, 135, 18S. 

— Alfoiuo l, 135, 261, 270, 277, 281. 

— Ippolito. 59. 177, 185, 214, 215. 280, 
2S1. 

— Meliaduge. 188, 2U, 290. 

— Nicolò. 61, 188. 

— Rinaldo, 188. 

Svangelista eapilano. 60, 186, 190. 
Facino Maafrtdo (PB/rM).20, i5. 132, 134, 
135, 164, 191, 283. 

— Marco, uomo d'arme del conle SercEO, 
126, 127, 131. 

Faao [da) Franeiseo, 18S. 
Farnese Paolo III papa, 197. 

— Ker Lu-igi. 197. 
Fedricià Pietro. 66, 302. 
Felchiert (dt) Giacomo. 190. 
Fermo {da) Lodovico, v. Guerrieri. 
Ferragulo, 136, 137, 138. 
Fincheset Hans, 190. 

Firmian Barlotommeo, ilj famiglia lirofe.<ie, 
governatore imperiale a Padova, indi pri- 
(^oDÌero a Venezia, 190. 



373 

Porli (da) Galletto, 67, 206. 
Fortebracci Bernardino, conte di Montone, 
63, 192. 

— Carlo di Bernardino, 63, 192. 

— Carlo di Braccio, 192. 
Fracasso, v. Sanseverino Gaspare. 
Francesco 1 re di Francia, 47. 
Francesco di Guglielmin, 138. 
Frangipane Bernardino, 60, 188. 

— Cristoforo. 265. 
Frassina Teodoro, 66, 200. 
Gallo Nicolò, 128. 

Gambara (da) Giovanfrancesco, 190. 

— Lodovico, 190. 
Gambiera Giorgio, 66. 
Gattinara (di) Mercurino, 242, 243. 
Celere (duca de) (il duca di Gheldria?), 191. 
Ghelich (duca de), 191. 

Giona Bonifacio, 127, 131. 
Giorgio, vescovo di Trento, v. Neideck. 
Giovenale Ettore, romano, 64, 196. 
Giulio II, V. Rovere (della) Giuliano, 
Giulio mantovano, 152. 
Gonzaga Federico da Bozzolo, 43, 61, 164, 
166, 191, 283. 

— Carlo da Bozzolo, 59, 186. 

— Lodovico da Bozzolo, 60, 187, 191. 



375 

Hohenzollern (di) Gioachino /, marchese di 
Brnndeburgo, 59, 186, 189, 296, 297. 

Imbercourt [d') Hugonet, 60, 188. 

Incisa (d') marchese^ 191. 

Ladron (Lodron?) (da) Paris (il Buzzac- 
carini lo dice Giorgio da Ladron)^ 190. 

Laluca Giovanni, 66, 200. 

Lang Matteo, vescovo di Gurck, 59, 186. 

Lattanzio, v. Bonghi. 

Lazara (de) Girolamo, 259. 

Legname (dal) Battista, 259. 

— Francesco, 259. 
Lendinara Vigo, 67, 204. 
Lenguaci v. Linguazza, 
Leonardo (fra'), v. Prato. 

Leone X, v. Medici (de*) Giovanni. 
Lepeti Giorgio, 66. 
Lichtenstein Giorgio, 189. 
Linguazza Cardin, 259. 
Linzer Bulph, 190. 
Lton (da) Antonfrancesco, 259. 

— Giacomo, 129, 257. 

— Giorgio, 259. 

— Giovanni, 259. 

— Lionello, 259. 

— Pietro, 259. 

— Po//o (Paolo), ^59. 
Lipignoti Simone, 66. 



376 
Loredaiw Alvìtr. i6, 168. 

— Bernardo iO, 168. 

— Giorgio. 176. 

— Leanariìo. 31, i6, 101, 168. 
Luigi XII. v, di Francia. 2*2. 
Lupaio Bartolomeo, 163. 
MalacasM Domunieo, 66. 

Matalfsta Gakazio da Pe»aro. fiO, 187. 
-- Pandolfo. 60. 187, 188, 189, 191. 
Maldonalo Pietro, 67, 206, 
Mah'fiti iueio, ti, 26, 63, 91, 92, 93, 136, 

137, liO, 111, 152, 165, 166, 193, 194. 

197, 223, 224, 225, 268, 269, 297. 

— Ercole ài Pirro. 64, 196, 197. 

— Lavinia di Pirjteo, 196, 
Mamalucco Giacomo, 66, 202. 
Mantfel (eonU dfi, 191. 
Marnino (dfl) Seboitiane. 67, 204. 
!f anioni Carlo, 259. 

— Cornelio. 259. 

— Giulio, 259. 



Marcello Pietro di Giacomo Antonio, 183. 

Margherita ^ Austria, Qgiìa di Massimilia- 
no I, 238, 242. 

Marin Carlo di Antonio, 261, 268. 

Massimiliano 1 imperatore, 14, 22, 39, 47, 55, 
59, 72, 76, 103, 106, 109, 110, 115. 12U, 



377 

133, 135, 136, 144, 145, 148, 154, 156, 
159, 161, 162, 166, 172, 173, 184, 185, 
186, 218, 238, 240, 241-243, 244, 246, 
247, 254, 261, 262, 263, 267, 270, 271, 
273, 274, 276, 277, 278, 280, 281, 282, 
284, 286, 288, 290, 294, 296, 298, 300, 
302. 

Maurisi Andrea^ 66, 201. 

Medici (de) Giovanni, 184, 237. 

Megaduca Dimitri, 24, 26, 65, 137, 148, 164. 

Melfi (de) conte (credo che si debba iden- 
tificare con Galeazzo Sforza, conte di Melzo, 
figlio naturale dei duca Galeazzo Maria; 
che non ha che fare col principe di Melfi), 
191. 

Mendoza Giovanni, 190. 

Michiel Jacopo, 175. 

Milis (de) monsignor, 299. 

Mirandola (della) Gio. Francesco, 191. 

— Lodovico, 24, 25, 60, 136, 187, 190, 
281, 285. 

Mocheburg (de) duca, 191. 

Modena (da) Vistidello, 185. 

Monaco (da) Alberto, 191. 

Moneg (da) Enrico (è un Enrico da Monaco, 
oppure quel signor del Monigo di cui 
parlano anche i Diari Udinesi, p. 281?), 
190. 



ihneta Stefano. 132. 

Monferrato (di) marchese, y. PaUiAo^~l 

glielmo. 
Manforte (di) conte. 59, 186. 
MoHleacuto. ìi, 26, i3, 14, 64, U8, 3i6. 
Montoni (di) Bernardino, v. Forltbracà. 
Moro CrimfoTQ di Giusto, 32 5G, 62, 10 

151, 153, 154, 167, S73. 

— Sebastiano (li Dfiiniano, 223. 
Morosini Pietro, liO. 
Moszella (delia) Marco. 193, 
Mussato Alessandro, S57. 

— ilfarro ^ntónio. 129, 257. 

— Già. Francesca, 257. 
JVflidi, 1. Brisighella. 
Naldo. V. .^nAa//. 

Nani (casa patrizia dì Veneda), 183. 

JVtìpo/( (da) Girolamo. 67, 206. 

iVetrfecA (tfon) Giorsto /JI, vemoro di Trento. \ 

148, 242. 
Nogarola {da) Gakatlo, 136. 
-^ Raimondo, 269. 
Novaeoiìichi Pietro, 66, 
0&Ù1 (famiglia padovana), 130. 

— Girolamo 130. 
Ongaretlo Paolo, 259. 
Oro%io (da«') Giacomo, 259. 

— Gio. jlntónio, 257. 



379 

Orologio (daW) Girolamo, 259. 

— Isacco, 259. 
Orsato Gasparo, 429. 

Orsini Nicolò, conte di Pitigliano, 2i, 23, 
36, 39, 55, 56, 62, 101, 140, 152, 
153, 156, 160, 161, 162, 166, 193, 194, 
221, 226, 235, 236, 237, 272, 274, 292, 
300, 302. 

Ovio Lorenzo, 140. 

Paleologo Alessandro, 66, 202. 

— Costantino, 202. 

— Giovanni, 199, 202. 

— Guglielmo, marchese di Monferrato, 59, 
186. 

— Teodoro, 202. 

Patisse {de la) Jacques, 59, 185, 190, 242, 

270, 290. 
Papafava (famiglia padovana), 130. 
Parma (da) Bernardino, 67, 125, 204, 205. 

— Sebastiano, 205. 
Paruta Filippo, 128. 
Pasini Alessandro, 260. 

— Lionello, 260. 
Pasqualigo Francesco, 266. 

— Nicolò, Ì2S. 
Pavini Camillo, 260. 

— Girolamo, 260. 
Pechel Hans, 190. 



380 



Kr {ili AMlmù. 63, )5f, 193; 196^ 1 

nayfacw, T. Oniim f(ÌBtU. 

Polaù Plein, t76. 

Polito. 1. Fatino Mn/Wd* 

Peline. T. Yanitta. 

Pompei GÌM-giUt (?), UT. 

— Ginlamn, *3. S6. fó, ìiG. I3S, 137,1 



l^njf (Al) Alrite. 229, 259. 
— Giù. Franeetùo, 90. 228. ÌÌ9, S97, S98. | 
Popvio {dì), f. Caatelm» Roslaino. 
Porro Rigo, pi coadoUiero de* 
passalo nel campo imperiale, 191. 

Prextmit. t. BrwMeick. 

Pralo {da) fra Umardo . 6i, 195, 196^,1 



di Francesco, 154. 



Rengom Gnido. 61, IStì, Siti. 



381 

Relogi, V. Orologio. 
Revere (da) Rizzo, 264. 
Riario Ottaviano, 194. 
Rimini da Marco, conestabile di fanti vene- 
ziani, 137. 
Rio (da) Alvise, 257. 

— Francesco, 257. 
Riva (da) Giovanni, 198. 

— Girolamo, i98. 

— Pellegrino, 65, 198. 
Rizzoletti Alvise, 260. 

— Francesco, 260 

Rocco, capo di cavallari, 176, 178. 
Romano (da) Baldissera, 98, 207. 
Romano Ettore, v. Giovenale. 
Rosa (di) monsignore, guascone, 190. 
Rossi di Parma, conti di Sansecondo: 

— Bernardo, vescovo di Treviso, 164. 

— Cesare, 65, 197. 

— Filippo di Guido, 43, 44, 134, 164, 165, 
180, 191, 283. 

— Lodovico, 164. 
Rossi, famiglia padovana : 

— Stefano, 259. 

Rovere (della) Francesco Maria 1, duca 
d'Urbino, 59, 60, 186, 190. 

— Giuliano (Giulio II), 86, 120, 166, 184, 
185, 194, 251, 255, 273, 281, 285. 



Hmirtla Aniomo. 190. 

Bun (dt) monsignore, t. Itoie- 

Busto Ercofc, 191. 

Sacco (da) Pietro. 61. 

Sambonifaeio (da) Alberto. 191. 

— Corto. 61. ' 

— Federico. 261. 

— Franaico, 61, 188, 191. 

— Lodovico. 6i, 195. 
Sanftuiniutù Nicolò 259. 
Sanicverino Gitilìo, 60. 

— Ga$parÉ, 60, 105, 106, 187, 191, SU, I 
2U. 

— Giaevra. 141. 

— Roterto, 140. 
Santacroce {da) Francesco, 259. 

Sani' Angelo (da) Giampaolo dì Angelo, 63, 

193. 
Santipielra Antonio, 264. 
Sanalo Marino, 130, 151, 192. 
Sassetta (dalla) Renieri, 61, 189. 
Sassonia (di) Federico, (non Alberto), Ì91. 
Scahna Giovanni Battista (sue leltere alla j 

marchesa Isabella Gonzaga), 213-216, S18- 

819, S24-228, 233-234. 
Scipioni {de'ì Baldcaiare, 65, 197, 199. 
Sereno (da) Alberto, 133. 

— Antonio Maria, 133. 



383 

Serego (da) Bonifazio, 133. 

— Brunoro, 18, 126, 127, 131, 133, 165. 
Sforza Galeazzo, v. Melfi. 

— Lodovico, 140, 168, 202. 
Snati Giovanni, 65, 199. 

— Nicolò, 66, 201. 

— Frodano di Giovanni 199. 
Sonabiano (di) Gabriele, 138. 
Soncino (famiglia padovana), 130. 

— Giacomo, detto Saccardo, 42, 43, 64, 
165. 

Spazzarini Alvise, 257. 

— Fabiano, 257. 

— Gio, Domenico, 257. 
Speroni Bernardino, 221. 

Spoleto (da) Saccoccio Cecilio, 2i6. 

— Sebastiano, 74, 102, 216. 
Spolverini Alvise, 148. 

— Francesco, 147. 

— Giacomo, 136. 

— Pte/ro 23, 26, 65, 147, 148, 268. 
Strini Todaro, 66. 

Strozzi Camilla, 196. 

Tarsia (di) Damiano, 267. 

Termeno (dal) Domenico dì Venlurino, 138. 

Testa Agostino, 259. 

— Annibale, 259. 

— Pietro, 65, 199. 



r/^-te Alo*, ai. iB. 



Kaii « Simmm,. ISS. 
T W i Ù i (d^ Ci*. Ailwil. MIM^ S: 
TrÌE» fée) CiiiMM. 66. AH. 
IMA U4 M>»M. 1. flw— 
7>MMW jjmari». \% IT. (8, 19. 
196, Itt, 133; I6Ó, 191 

— moM. Si, 196. 
THrafcM rMA(*. 190. 
7Vm vfMtaM. S37. 

UmgetriU. f. OafcreOa. 
CufkfHa (re di). >. narftdM. 
IMiM (d'I dwo. t. Am» {rfeUa) J 

enea Mari». 
Vmùmi Gtocatmi, mUe di Poii^ta. I 

SOO, MI. 
Corda AhUmìo. 66, StW. 

— Franettea, 200. 

— Giovanni, 200. 
F^ndrpmtn Lwa, 216. 
Femu; (dal) A>(ro Aiitmiù, 191. 
FianWfa Girolamo. 2i6. 
r»ier «tìppo. 190. 



385 

Vincer Gasparo (forse quel Gasparo Vinci, 
ricchissimo mercante tedesco uccciso a Ma- 
roslica r ultimo giorno di Agosto 1511, di 
cui parlano i Diari Udinesi^p. 214), 190. 

Visconti Giovanni, 65, 200. 

— Sacromoro, 191. 

Vita, ebreo di Padova, 129 
Vitaliano Giovanni, 259. 
Vitelli, famiglia di Città di Castello ( Vitel- 
leschi), 142, 143. 

— Paolo, 143. 

— Vitellozzo, 143. 

Vladislao li re d' Ungheria, 262. 

Volpe (dalla) Taddeo di Nicola, 63, 94, 
132, 193, 194. 

Zaccagnini Giorgio (Gitolo), 24, 26, 27, 
67, 72, 74, 97, 102, 126, 127, 129, 132, 
136, 137, 141-146, 151, 152, 193, 205, 
206, 207, 211, 213, 230,231,232, 233, 
238, 268,291,296,300. 

Zara (da) Giorgio, 201. 

— Marco, 66, 201. 

— Matteo, 201. 

Zervo, ebreo di Padova, 129. 
Zolere (Zolem?) (conte de), 192. 
Zorzi Francesco, 235. 



INDICE DEL VOLUME 



Prefazione P- v 

Lettera di L. Lampridio » 3 

Tavola del poemetto » 7 

Canto I » H 

» li » 31 

» HI » 51 

» IV » 71 

j) V » 89 

» VI . . • » 109 

Nota al Canto I » 125 

» » » II » 151 

t> j> » III »171 

» » » IV » 209 

» » » V D223 

» » » VI » 243 

Appendice I (Dai a Ragionamenti dome- 
stici delle guerre dltalia » ) » 249 
» II (Poesie sull'assedio di Pa- 
dova j» 305 

D III (Notizie ed appunti intorno 
al costume guerresco della 
gatta) . . . . . . » 331 

Indice dei nomi d 365 



OORREZIO.VI ED AGGIUNTE 



Pag. IS.ott. 


VI, V 


» 13 




X, » 


>. 20 




xxxir, . 


* 21 




XXXVI, .. 


- 02 




XXXIX, » 


* 60 




IJV, > 


. 67 




LIX, * 


» 8t 




XI.VII, * 


» UO 




v;* 


- 104 




LVI, » 


. 112 




XI. . 


» 115 




XXllI, » 


* 121 




XLV, » 


- 129 




linea 


» 130 




» 


» » 




» 


> 133 




»• 



140 



V. 6 tpande 

* 2 comenxaf'e 

> 6 ttettamente 

* 7 TAf* ^ran ^raw 
» 2 genarale 
» 6 Frico 

* 6 talare 

* 7 6<fn, Italiani 
» 3 seguir che 
k 2 facilmento 

> 7 /f«/o 
» 8 Imperatore, 

* 2 di 
21 <;oii/« 

4 0&/>r 
6 missiei 



leggi «pand^: 

» com«?5ar 

* slret/aìnente 

* generale 

* Trico 
> valor 

- Mn Italiani 

* seguir, che 

* facilmente 

> Imperatore. 

* dèi 

* Conte 

> Obizi 

» missier 



19 Nel n. 5 del Nuovo Archivio Ve- 
neto (T. Ili, p. I), comparso quando 
le illustrazioni del poemetto erano 
^ià da un pezzo pubblicate, 1' ab. 
D. Bortolan -inseri una sua mo- 
nografia sul Trissino. 

31 Sum ratus : in » Sumratusin 
praedam Vene^ * praedarn Ve- 
tos dare bella netos dare : 

bella 



> 


143 


» 


25 al loro 


» 


a loro 


» 


157 


» 


17 servo, dopoi 


» 


servo. Dopoi 


» 


160 


> 


4 basti il dire 


> 


basii dire 


1» 


176 




14 2:^9 


>• 


230 


k 


183 


k 


12 provedi tor 


» 


procurator 


» 


185 


> 


27 Federico 


> 


Alberto 


t* 


202 


» 


5 fiutano 


> 


friulano 


m 


216 


• 


12 Soccoccio 


> 


Saccoccio 


» 


238 


« 


22 pili recente 


» 


più di rC' 
cente 


* 


246 


» 


6 fini 


k 


fino 


* 


> 


> 


13 qua 


» 


qual 


> 


259 


k 


19 Ber oidi 


» 


Ber aldi 


> 


283 


» 


6 Victoria 


1> 


Victoria 


>> 


327 


vene 


8 nome 


> 


nome; 


» 


343 


linea 


7 Un altro esemi 


5Ìo, indicatomi dal- 



V amico prof. Or. Mazzoni, si leppe 
in una canzonetta del sec. XIV 
pubblicata dal Carducci ( Canti^ 
lene e ballate^ ecc. p. 336): 
Figliuola, Doo esser matta 
Di seguire il tuo volere; 
Tu potresti aver la gatta 
Di colui che t'è in piacere. 



STANFORD UNIVERSn 




1 


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