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Full text of "La prima e la seconda cena: novelle"

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STANFORD univeusitylibraries 




STANFORD UNIVERSITY LIBRARIES 




ÉPÌ 



i 



LA PRIMA 



LA SECONDA CENA 

NOVELLE 

DI 

AinONFRAJ^CESCO GRAZZINI 

^ ■ 

DETTO IL LASCA 

Alle quali si aggiunge una Novella 
che ci resta della terza Cena. 



MIL 4 HO 

IMDa Soeiilà Tipografieif Dif CtASiici Itaua]|% 
•BQlnda di i« Blar^heriuii M.* iii8« 

ANNO l8lO. 



\S\C 



OtI EDITORI 



ÉM Ma« 



COLTI ASSOCIATI» 



E. 



ccovif o cortesi Associati^ tultìmù 
Volume della nostra Raccolta di Novelle^ 
Esso contiene le Cene di Antonfranoesco 
Grattini 9 detto il Laioa j da noi annun^* 
dato nel nostro Manifesto fra i Norelliert 
dei secolo xri. Intorno al premo di questa 
Novelle basterà il dire ^ oh esse citata 
fiuvfao dagli AccademUA della Crusca f 



come uno 'de^ fonti più limpidi della pura 
e gentile favella italiana , siccome leggere 
potete nella Dedica^ die qui tosto siegue, 
al Sig. Conte j4ntonio Maria Borromeom 
La nostra edizione è fatta suW accuratis^ 
sima di Livorno , colla data di Londra^ 
Bancker^ i^%^- in 8.% da cui prese abbia^ 
wno le annotazioni ancora , che {tengono 
comunemente attribuite ad 
Saivini. Fivete feUci. 



t 



ì 



i 



TU 
▲ SV ÉL ICGILLINSA 

i 

n SÌGtfOA CONTM 

ANTONIO MARIA BORROMEO* 

G. P. 

Salute» 



> J\ nitmo meglio che a voi^ nobili»^ 

I Simo Sìg. G)nte , e dovuta V offerta di 



uuo di quei Novellatori che ho preso a 
ripubblicare con tutta quella cura che 
'^ per me si può maggiore; o si ragguardi 

I la vasta erudiiioae di cui siete adorno • d 

il genio particolare e lo studio che avete 
appunto fatto in questo genere di Compo^ 
ni mento , nel quale la nostra lingua ò 
■ abboadevolmtnte ricca sopra di ogni altra 

l 

m 



oogl antica cbé moderna. Chiara prova di 
ciò Rara il Gitalogo^ ra§Ì0BaC0K che de' No* 
▼elbtori componeoti ia vostra doTisiosa 
Raccolta siete prooto a pubblicare, il qua- 
le è desiderato con tanta impazienza ; on- 
de è eh* lo pmtt nniteò la mhr nHe.altfliu 
premure » predandovi vivamente a solleci<- 
tarne la puDDlicazione. E nel vero non 
può negarsi che molto Vantaggio esso non 
aia per arrecare alla letteratura Italiana ^ 
offerendoci un quadro della più compita 
raccolta, che in questo genere possa ovun* 
que trovarsi » aaorno di molte non men 
belle che peregrine notizie, che illustro* 
ranno non poco V istoria letteraria Italia- 
na t la quale in questa parte non è chia- 
ra gran fatto (i). 

Egli è dunque cosa convenevole cb^o 
aottoponga al purgato giudizio vostro que- 
ala mia ristampa coirìndustrìe dai me usa- 
te per renderla corretta ed ilJusIrata, onde, 
meritarmi in qualche modo non meno il 
vostro 9 che il pubblico compatimeMo ; ed 
ecoomi a darvene' contd. ^ ' 



' {t) Qa^M<^aliMb^ é$l ckiarissim9 
S^ Come Bérmmeù Ju pei pìibb^cmto in 
tassano oD*Hp) di RtftiMadini i8ò5. 8.*, 
« nal i?94« era già itaflk pnre in Bassano 
licafa la ttOtitli'^'AB* Notetlierì 0osse- 



SubMicafa la ttotitli'''»* liotetlieri ^sse* 
uti dallo steisd' "Sil^ ^nta c#à alunne 
mevelle madita. GU Métti: 



Il 

PrlmierameDte io Y ho tratta dlalla 
prinui sincera edbione di Parigi « che coi* 
la finta data di Londra fa pubblicata nel 
1756., la quale è tenta dubbio migliore e 
pi A fedele d^ogni altra ebe finora si abbia; 
ed è attche aMii corretta » per quanto puÀ 
essere un nostro libro stampato in paese 
forestiero. Piceolissmi - sotio slati i cambia- 
menti da me fatti nell* ortografia « e poeh( 
e di lieve momento soao quelli relativi al 
testo. Il maggiore di essi è quello che iir^ 
edintrasi alla pag. 289. Ter. 5. del tomo 
primo (i) 9 ove leggesi Impassi in?eee di 
cavassi^ perchè mi è sembrato un mani-* 
festo errore di slampa che poteva recar 
confusione. L* interpunzione poi è quasi 
del tutto uuoya , avendola ridotta ali uso 
moderno per maggiore intelligenza. Né qui 
debbo tralasciar cr accennare di avere an- 
cora consultata T edizione originale, e pa- 
riménte sincera , della sola seconda Cena 
di questo Novelliere , dalla quale , come 
molto corretta e sicura , ho potuto trarre 
qualche vantaggio. Ho altresì dato luogo 
nella presente ristampa a tutte le illustra- 
zioni contenuta; in quella di Parigi , non 
escluse la dedicatoria dell* anonimo lulito- 
re ^. e la Diehiarazione de* Vocaboli e luo- 
ghi più difficili, posta in fine, che ho in 



mm^m» 



(i) Della nosùra Edizione pag. 240, 
9. 34. 



X 

alruni pochi luoghi emeodala ed accresciu^ 
ta : e quanto alla Yita del nostro Autore^ 
scritta dal canonico Biscioni, che neiredì* 
«ione Parigina fu in parte tropea » io ire 
y ho posta intera , quale fu da esso pre- 
messa alte Rime del medesimo^ pubblicata 
Jn Firenze nel 1741* t avendovi riformalo 
il Catalogo delle Opere del Jjasca, da me a€> 
cresciuto e corredato di alcune osservaziò- 
ni , le quali mi lusingo che saranno grate 
agli Amatori di simili studj« 

Perchè poi nulla mancasse alla npveU 
la edizione di ciò che potesse accrescerle 
lustro e Bnimento , ho voluto corredarla 
di alcune Annotazioni credute del nostro 
Anlonmaria Salvini , nome caro special- 
mente alla nostra letteratura e favella ^ 
sulla seconda Cena; coo^ pure delle varie 
Lezioni riguardanti la ?(ovella X. della 
terza Cena , tratte da un Codice scritto di 
mano del celebre Apostolo Zeno; le quali 
illustrazioni mi furono somministrate dal 
.non men dotto che gentile P. Fr« Dome- 
.nico Maria Pellesriui , cogie più partico» 
.larmeote andrò divisando, 'a suo luogo. 

£ poiché dalla sopraccennata Vita» 
che del npstro Autore scrisse T accurata 
Biscioni, si viene in chiaro df tutte quel- 
le notizie che appartengono al medesimo • 
ed agli scritti suoi , io sono pertanto di* 
-spepsato dai farne parola. Ma a tal propo» 
sito non posso nyincar d* accennare ^una^ 
notizia recente t che può non esser discara 



agli Amatori c^egli Scritti del Lfi<?cr». il 
comune amico Sig. Cav. Giovanui de La- 
Eam mi aTyerti di aver saputo dal Sig. 
0>nte Giulio Bet nardiuo Tomitaoo , amau* 
.tisiimo egli pure della letteratura . nostra , 
come erasi di fresco scoperto in Firenze 
dair erudito Sig. Abate Domenico Moreni 
un G>dice autografo contenente' alcune No» 
▼elle del Graszini non mai pubblicate, ed 
ÉTTÌsandomi io cbe fosser auelle della teiS 
.la Cena , cbe con danno delia nostra lin- 
gua si sono smarrite , mi rallegrai non 
poco con me stesso , lusingandomi di- po- 
terne arricobire la nuova edizione ; ma 
non guari andò cbe restai deluso , aven- 
domi scritto il prelodato Sig. Moreni, cbe 
n MS. ritrovato , invece delle supposte 
Novelle , conteneva Y Eglogbe ed altre ine- 
dite Poesie del Lasca, cbe il Biscioni avea 
rammentate come perdute. Tuttavoltaè sem-i 
pre da pregiarsi questo ritrovamento come 
di Opere di un leggiadro Scrittore , nelle 
quali , siccome in ogni altra del medesimo, 

Ì;rande avere essendo ripot^to di nostra 
iavella , sarebbe perciò desidVrabile cbe 
anche queste veuis<iero decorosamente pub- 
blicate a maggior lustro delia medesima (i)« 



{èJ Non cfCffo afhiUo superfluo di 
registrare in questo luoso gli .^r^omenU 
delle Preste in detto Codice contenute , 
soltanto per conservarne memoria. 



» 



«II 

Imorno al inerito ài questo NoveHftf^ 
ro, specialmente rispetto alle beHe e gio» 
ooode invenzioDi , non* fa mestìeiHi' eh id 
mi trattenga a rilerarlo , essendo nolo ab* 
bastanza ; e per quello che riguarda lo 
etite , ognuno 'potrà per se stesso ossenr»* 
ré quanto sia spiritoso e ricco di naturali 
kellense, benché per rerità non sia sempre 
cello, atendo' Spesso usato della lingua ebe 
txnnun emente si parlala in Firenze ; e pe^ 
TÒ tratte tratto n a* incontra qualche idio» 
tismo. Che poi ki lingua sia ptm , ' lo di- 
iDQStra a sufBcienca ileontd che ne hanno 
fatto i Maestri della medesima, Tale a dire 
i Compilatori del gran Yocabolario della 
Crusca, in cui citarono e questa, é molte 



L* arzigogolo f Commedia. 

Nella morte di una gentil Donna. Fio^ 
rentina , intesa per Amaranta , Egloga. 

Nelle Notze di Cosimo Medici Sen ù. 
D. di Toscana^ allora Duca della Repub. 
Fiorentina^ Egloga. 

Amor di Beliheto , Egloga. 

Canto di Galatea e di Filli , Egloga. 

Bellezze di Lidia , Egloga. 

Sacrifizio di Siringa a Venere^ Egloga. 

Disputa ìT Amore ^ Egloga. 

Disperazione di Tirsi ^ Egloga. Tutte 
queste Opere sono originali, e heo lunghe* 

Sonetti 59. , inediti. 

Letura sopra un Sonetto del Petrarca. 



XIII 

altre Opere 'del nostro Autore, eome pare 
porgenti dh hei parlar» Toseanfor. • . 

Oltre alle aiKgetize letterarie, mi iu- 
ttogo che questa ristampa dovrà e^liere* 
accolta faTorerolmeote, anche rispettò Alla 
csecn^ne* ttpograBca , essendo stala «arrto- 
chita del ritratto dell* Autore maestrevole 
mente inciso in rame da valente Professo* 
re, talché è senza dubbio il più bello ohe 
fino ad ora sia' stata pubblicato. 

Eccovi dunoue. Sia. Conte stknatisst- 
mo , quello che no creduto opportuno di 
Car noto, riguardo a questa nuova edizió- 
ne ddle Novelle del Lasca; onde non mi 
resta se non se a desiderare , che le cure* 
da me usate per renderla su periore ad 
ogni altra , incontrar possano il vostro 
cortese accoglimento , e la vostra autore- 
Tole approvazione. E pregandovi a gradire 
questa tenue offerta , come un pegno del* 
la rispettosa atima e sincera amicizia che 
vi professo , resto col desiderio che mi 
teoghiate sempremai nella pr^ìatissìma vo* 
atra grazia. 



XIT 

ALL'lLLVSTKISItMO SIGNOUB 
xt tiemoMi 

GIACOMO DAWKINS 

GAVAUEAE INCUSSE EO. 



ILtUSTBIS3IM0 SianOMM, 



Est 



jssenào a me riuscito di ottenen- 
do un Letterato Fiorentino la prima parte 
delie Novelle. di Antonfrancesco Graszini 
detto il LasCjì , insieme con V ultima No- 
vella della terza parte^ che per due secoli 
erano state invano ricercate dagli amatori 
della Toscana eloquenza , fin éC allora , 
cAd la seconda parte nel i743. fu pubbli- 
cala in Firenze colla data di Stambul; ho 
creduto fare cosa grata alia Hepubbiioa 



corso di cmifue anni è uata fiuta dai 
miei amici Giacomo SiuaH^ e Niocola 
RweU. U Europa tuita ^ che a voi deve la 
descrÌMÌone deile Ruine di Paimira^ e che 
avrà éfuanio prima le Ruine di Eliopoli , 
aspeUa con impazienza quelle della Gre^ 
da t e spera dipresso oitenerle mediante il 
favore che voi gli accordate. Ferme sarò 
contentissimo^ s^ in mezzo alle vostre piU 
serie occupazioni^ e grandissime imprese ^ 
impiegando qualche momento alla lettura 
di questo picciolo libro , vorrete prender 
motivo iU pensare a me per accordarmi la 
grazia vostra , e valevolissima protezione ^ 
di ad istantemente pregandovi^ resto ftt^ 
cendovi umilissima riverenza. 



Londra primo Genna/o lySSi 



Di Voi Illustrissimo Signore^ 



Umiliti, ed Obbligadit. Sesn 
I« M* & F» il« 



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IL LASCA 



8CE1TTÀ DAL DOTTO A 



jtNTONMARIA BISCIONI 



AocADSMico nDaEMmia 



« «. 



v^ '" 



VITJL 



DEL 



LAS G A^ 



JLtfa famiglia Grazzini^ akrìinenti dei- 
la da Sloggia^ dal Gattello di oaeito no* 
me trasse Torigiae. Questo castello è situai 
to Della Valdelsa , Teaticìnque miglia loa« 
lano dalla città di Fireoze, salta strada 
Romana, che Tattraversa pel meno. È sta- 
lo di qualche reputazione negli antichi tem- 
pi , avendo di quello fatto menzione Crio« 
Tanni Villani nel lib» 5. cap. 6. air anno 
1170. e nominindolo poi altre ▼olte agli 
anni i3d2. e 1341. ne libri 8. cap* 6) e 
IZé cap. 8. Quivi adunque verso la metà 



'4 



del secolo XIII.' da uà ^ta1e« per tionip. 
\Grazzino , ebbe il tno comiocìameDto fa 
prosapia del nostro Poeta ; iiccome eaXi 
espresse oel principio del Sonetto LXXIjE* 
(Rime 1741. par. I. {yig. 43.) il qaal di- 
ce : 

Jo sono a Staggia^ ch^ è la patria mia^ 
^ E dermici primi V antica magione^ 
O'pie Favol mio nacque^ e sei Simona 
Sandro Grazzin , cognominato Urna. 

' Che in questo lungo i snoi ascendenti fos- 
sero stati de* principali , e de* possesspri in 
firan parte del medesimo, egli stesso raf- 
ferma nel citato Sonetto , soggiugnendo : 

Ovunque per me rocchio el piò si muove^ 
Varme mia veggio dipinta o scalpitai 
Cosaj ch'io non ho mai veduto alerone^ 

E questo è in quanto airantichltà é susta n* 
%e dèlta sua Casa. Per quello poi riguarda. 
la citiltà della medesima, egli è da saper- 
6Ì r che essendo già stata ascrìtta fin dal 
Secolo XV. alla Cittadinanza Fiorenttoa , 
Brudo di ser Betiedetto nel 1524. fu squi6 
tinato al Priorato della nostra Repubbiicà« 
essendo avanti stato il padre suo Notajo di 
quella Sìgaoria, cioè nel 1461. Uqual di- 
gnità era in quei tempi riputata delle prin- 
cipali delia nostra città: e neiristesso'aonOt 
e di nuovo nel 1476. fu conferita a ser' 



5 

Kmone di Granioo: nel 1483. aser Jaco« 
pò sao fratello; ed' ia uldmo nel i485«. 
al aao -nifi^te éer Gràzziao d'Aotonto» che. 
{ìM, padre del nostro Antonfraocesco* N& 
devo tralasciare di dire» che U carattere. 
del Notajo (carattere in ogni tempo giudi? 
cato seme o rampollo di nobiltà, come 
chiaramente si prova da D. Piacido^ Puc^r 
anelli nel suo Trattato della Nobiltà del 
Notaio) è stato come proprio, e talvolta 
come ereditario in qaesto ramo de'Graszi- 
ni da Staggia, coniandone io, nello spa« 
xio di 167. anni, cioè dal 1422. al iSSg. 
sino in undici •* di nove de*quali si trova?. 
BO i Protocolli in questo nostro pubblico 
Archivio , di cui mi piace riportarne il 
catalogo, ed insieme i precisi tempi dei 
loro Rogiti; acciocché questo serva di mag^ 
giore illustrazione alla Storia di questa Fa- 
miglia , e di certa notizia degli anni, nei 
quali essi Notaj e fiorirono e mancarono. 
Sono adunque i seguenti; 

Ser Giovanni di Cristofano di Mich^ 
le da Staggia, roga dal 1422. al 14^5. 

Ser Bindo d'Agnolo di BindodaStag« 
già dal 1426. al 1465. , 

Ser Simone di Grazzino di Jacopo 

Grazzini dal i453. al i497* 

Ser Grazzino d* Antonio Grazzini dal 
1470. al ì5i6. 

Ber Tommaso di Matteo Grazzini dal 
1484. al iSz'ò. 



t 

' Sèi» Sàét^ éi ÙréxAm ài Jtoo^ èm 
Staggii d&l 1488. al i5>7. 

Sé^ AuIodìo ài BeHiardo da Staggia 

dal 1495. al 1498* 

Ser Aotonio di Beraardino d^Antonia 
Gknziiiii dal i5òd al i54f • 

Ser Francesoo d^AnUmio di Bemardir 
ìid Oràfkilii dal iS49« al '^^ '^ 

"- EH ier Benedeitò d'Agnolo di Biod^^ 
IVotÉJo db* Priori, come «pra a* è dattov^^i' 
di'ier liaueo di aar Homvnm M WUtktm 
don si UroTano Protocolli in dirtto Ardn-c 
▼io. 'CHtraod^ò doe de* sopraimofldiàati No* 
Uj furono dal nostro Gottuna impiMali 
in poU^licfae Ambasoeriei; poidM «aer 'wa« 
do d^Agnok) fu mandato m1 t43S. a^To» 
«tezilaii , i; nel 1448. al Re d^fcghiltWTn , 
« #er Simone di frassino nel 1477. '^ 
A^^bblièa dr GenoTa. Uè WÈtmùò qiiaabi 
Pianta d'ayere un Segretario di^Grandoeiu 
^i Toscana Cosimo L e Francesco I. 9- • 
Questi ih m. Bernardino di aer Matleov 
ttomo insigne e letterato, siccome :^iii?i 
appresso si dirà; il qnale ancora andò Aii^ 
Meiadora nal i556. ni compagnia del Te- 
acovo Tomabooni , al Re /da^Romam» eA 
a**4neIlo*d*lttgbaierra. Ebbe etiandio ina 
Canonico della nwtra 'Metropoltoamu : m 
^psesti f è FUippedi Già Francesco, il qua- 
le per la sua prudenza e destresuT £a elal^ 
to Priore dell'insigne Spedale d^'hmocen^ 
li di questa città^ 



• i 



f 

' ^ ìbt pertiocòhè - il più ckiaro «plendora 
Ae renda ruomo Teramenle D(4>ilet «i hi 
•A dKre di Oìo?exMile« (Sai. S. n so.) U to- 
ta ^irlù: 

mmmm NoMUos soìa csù^ atque amica virtmss 

* 

non fa priro Talbero it^QntAnì di qu^ 
ito> diftìiitìaitiiiio . fregio in ben tre $vèoì «in-> 
.ttleìriiiivi frnlti. Uno fu il fuddetlo m, 
> Bcm ardÌDO » ehe il noetro AolonfranoeiOo 
chiagia mo. cugino carnale nella Oedieato- 
rin dU Borcfaiello a Curzio Fregipani ; nu 
Miesto' n dee intendere « hn^mente' pir- 
latailaf e ibrse àtl*iiso d*alcttoe naiteni, ohe 
chiamano' cngtni ancora coloro , cbé non 
lo sono né anco per parentela ; poiché il 
.d^to m* Bernardino era figlinolo d*un bis" 
cugino del-prefato Antorirancesco^Qnesiit 
come ho già detto, fu nomo insigne , ol 
oltre il carattere di Segretario de' suddetta 
nortrr due Sovrani, ebbe quello d* Accada 
mico Fiorentino : e com^ di qualche d~ 
Hinsione fra gli altri, ne fu parlato in ir- 
ticolo particolare a 171. delle Piotisie ^di 
«nella Accademia* Un altro fu Cosimo di 
Lorenzo , vero cugino del nostro Fceta , 
nomo molto intelligente della Poesia Lati- 
na e Toscana, avendo egli non solamente 
emendato il Poemetto del Vida del Giuo* 
co degli Scacchi, ma tradottolo ancol*? i» 
•ttara rima^ separato Tuqo dall altro t che 
*^ queste iotitolasiooi si vedono; il pri- 
»o : Marci Hieronymi Vidas Crwnon. 



SecètfyK ludur tf Ctumo '^h-mMimo milÈHda» 
tus. Fiprvatiaé apud Coimum JurUam 1604^ 
il éeuDodo : il Giuoco ài Atacchi Mi Mar- 
co Giaronimo f^da Cremonese in ottava 
rima Jtella Fiorencina faveiia da Cotono 
frruuini trwtoUo. In Fiorenxa netìa Stam* 
paria di Coiimo GiarUL 1604. in 4. ed 4 
dedicato CSD sua lettera tn diciaDDon nvf 
ù tciolti AlVltUatrissinM ed Ecceiientùù' 
mo Signor Doa Giovanni JCmIìciV In qn#< 
Ma dedicatoria dice il Gnuoùoi: 

• £ dedicato a voi neW età, quanddf 
Fuor vi spuntava il bel giovenU fytra p 
Del magno Cosmot o generoeo figfio, 
E n^te di quello invitto Eroe, 
Il ^ual per lo stupendo suo vatoM 
Il fulmine di Marte era chiamatOt 
t Vi cui voi degnamente avete il noma, 

\nlenda di GioTinni de* Medici » Capilantt 
jelle Bande nere , e padre di Cofimo I. 
Cnoduca di Toscana, dì cui qaeito O. 
"' Gipvanai fu figliuolo naturale. Ejjli nacque 
ùe^ 1567. e morì poi in Yeneiia nel 1620. 
>n Varice di Generale dell' Imperatore q 
de* Teneiiaai; oude dicendo questo Poeta 
•vergli dedicala questa saa traduzione nel 
«Ore della di lui gioventù » si deduce, ciò 
estere stato intorno all' anno 1S84. Il mag* 
'9^ frutto però dell' albero di questa nk« 
^>g^, edil suo più chiaro splendore,. f« 
Moza iJcun duU>io Antonfrances*» , del 



^9 
Male io^Èùtnào- di qui praeMmtnlf par* 

mre. 

Qaesti ebbe» i suoi natali in» Fìrenàa 
m^ 2Z. di Marzo i5o3. Suo padre fu aer 
Graizioo d*Aolonio di-Graseino di Jacopo 
di lllalteo di Guidacelo di Kodo.di Graa« 
sino ,• il qual e il primo sUpile- della fa- 
miglia de* Grazziui da Staggia ; la quale im« 
aediatameote* , per meno di Francesco 
altro Bgliuolo di detto Grazzino, si diramò, 
e se ne fece il ramo de*^GrazzÌQÌ^ parimca* 
le nobili Fiorentini, che pur anco si man* 
tiene nelle distinte persone deU*Ahate Gio« 
Battista ( alla cui gentilezza son debitore 
d* alquante notizie a questo fatto attenenti) e 
di Gio. Francesco suo nipote. Da un fratdlo 
poi del suddetto ser Grazzino d^Antooio, 
per nome Bernardino* ne brenne il ramo 
de* Grazzini , nobili della città di Colle t 
il quale ancor vice nelle persone dell* A« 
baie Bindo Maria, don Isidoro Monaco 
Caarinense, e del Capitan Domenico « fratel- 
li tutti e tre, nati di Simone di Pier ^a* 
ria, e della Rosa Teresa il*Orazio Lanfre* 
dini , Famiglia nobilissima Fiorentina , la 
qaale del tutto s* è spenta per la morte 
del Cardinale Jacopo {^anfredini , ultimo 
rampollo della medesima, seguita il di i6. 
di Maggio di quest*aono presente. La ma« 
dre del nostro Anton Francesco fu mona 
Lucrezia di ser Lorenzo de* Santi, faldiglia 
parimente nobile , e che ha goduto la di* 



va 

Soità del I^Mto ^€|la FiorentiQa lUpaln 
lìta : k quale -moni^ LaoMfia fa spoiatu. 
i^ 5. di Mano 1497* come appiriiM albi 
gabelle de* Goutratti Kb* D. 148. a ^o. 
ed ebbe per doCe Fiorioi 710. ••omnia m 
quei tempr molto coMÌderabiler 6 da oaae 
HobiK di ' questa ojttà. IK • oueslo- matrimo« 
iiiar nacque tre altri figliaoli maschi» Simo* 
ne « Lorenzo e 'Girolamo » il quale atutft 

Kr mogKe mona Diaoora d'Angiola .di 
ancesco de* Bardi» «on ebbe poi iaa« 
itèssioiie: e quésto matrimonio apparisca 
olle dette gabelle de* Contratti » al libro 
de* Testamenti 6. a aoS. Parrà forse ad 
alcuno» eh* io mi sia un po' troppo difiTuso 
nel discorso genealogico di questa Famiglia 
Granini; ma ciò non è stato senza giusto 
motivo. Neiraver io letto» per favor parti* 
oolare del gentilissimo Vicesegretario del« 
fAccademia della Crusca Marchese Aodrea 
Alamanni ( gentiluomo per le sue rare 
qualità d^po certamente d*ogni più distin- 
ta memoria ) una copia, fatta dal medesimo^ 
d* alcuni f rammentr di cose apparienenli 
olla sua Accademia» che di poi fo ritrovata 
«sser^ opera del Trito, cioè del G>nle Piera 
fle* /Bardi» col titolo di Diario di quella 
Accademia ( 1* originale del quale » stala 

Sia de* Salvini» come il chiarissimo ed era« 
itissimo Canonico Salvino a i8g. de* Fasti 
Consolari deirAccademia Fioreoetna asserì* 
see»«ltt<dopo dalui alb detta Accademia 



•t 

deOEf KlrttBttt doliatò > avendo* io- trova- 
tp;* dòTé pària délk laorM Jd noslrtf 
Scrittore, forse noo bene infortnalo del* 
la bisogna 9 cU* effli Io chiaoia Uomo ^ ss 
iu riguardi i suoi natali i di bassa oóm 
iHiiofiei" ho ' giudicata cosa bea doterò^ 
la 3 liietterer in ditarO ^esta Terftèt^óoa 
mièsto óoQTincere insieme d^videale meo* 
^ogiui il P* Ne((ri , o chianqne fu qnegit^ 
Ime'di élraTagaatfBsimi anaeronisimr e d*i» 
'finile ùiAìk gli fece rieiilpire quella anft 
fikftKdssima moria de^li Sorittori Fiorenft- 
^iy dove a 6a. fa similmente nolo il Gsam 
Smi dair ultima condizione dC onesti g^ 
^iSùri. 

Ma ripigliando il filo della sua /vka, 
io £00, non ?^ esser memoria che ei di^ 
mostri a chi fosse commessa réducazione 
di questo gioTàne. Si sa bensì v eh* egK 
il*hnpiegò neir esercizio ddlo Speziale v atif- 
terchè non si trovi matricohito a qneH'Af^ 
te ; ma può beù essere , eh* egli si stesse 
imito y^n Zanobi di Zanobr Grazzini suo 
feòns6rto 9 e che nel i5i2. stava alPinse^ 
gna del Saracino^ oggi detta del Morè% 
il canto alla Paglia. Ciò si deduce da hU 
^Snnv luoghi ideile sue Rime ; poiché • 
134. della Par. I. si legge : 



I » » ' • m 



• E i)edrii, s^io so fare 

*' lAUto poi 9 che lucignoli o pennecthj. 



* ■ 

6 a 94« àéUà Parr I|. sei Capitolo in Iod« 
àt^ Cafoni: . -^ 

Pa che san causati tanti mali » 
^Se non da pesche^ fichi^ e simil frutte^ 
X Che mi fanno spacciare i servizialit 

Anco Girolamo AmeloDghi nel Capitolo 
aopra la Pa'zzia» intitolato Lamento deirS^ 
thtsco ( cioè d*Alfonào de* Pazzi ) ms. prea« 
M il nostro stampatore 9 folle intender di 
Ini» allorché disse: 

Troppo son pazze queste mie faccende , 
Dèi Pesceduovo Speziai che ne dite? 
Fu tratto quel da fame le leggende! * 

etsendoTÌ il suo Capitolo in lode de' Pe- 
aciduoTÌ, stampato nella par. IL delle sue 
Rime a 6g. ; e finalmente Giovanni Cinel** 
li a 29. nella sua i^refazione alle Bellezze 
di Firenze, credendo di maggiormente esal- 
tarlo, cosi asserisce: Ma veggo immortalo 
un GeUi povero calzajuolo , ed un hasca 
semplice speziale. Andò però il Cinelli ia 
Au« maniere ingannato in t^uesU sua asaer- 
ziom; nella prima, perchè Tarte del cal« 
lajuoW è di gran lunga inferiore a qnella 
dfìlo speziale, essendoché questa è di quel- 
Tarti, che qui si dicono andare per la 
Vi^LOgLor^^ e che perciò erano più facile 
acam per salire alle 'primarie dig'nità della 



i8 

Catta uoitm ; escila, Asconda, perchi nò 
r UDO uè Taltro erano semplici artici, mii 
ca* loro esercizj della persona accompagna* 
Tano quegli dell* intelletto. Cosi fece Alatteo^ 
Palmieri, parimente speziale, ed inoltre 
oratore j poeta e storico non ordinario f il 

Juale andato ambasciadore per la nostra 
epubblica alla Ck)rte di Nàpoli ^ fece ma- 
> ravigliare quel Re , che da prima , stante 
la sua arie , avendo fatto poco concetta 
di lui I quando T udì poi esporre la su% 
ambasciata in tre lingue, Spagnuola ^ La« 
tina e Toscanaf, riconobbe essere stato fal« 
lace il suo sospetto, e che altro che sem- 
plici artisti erano i Fiorentini di quei tem« 
pi* Cosi fecero altri molti , de' quali nou 
e qui luogo formar parola, essendone sta* 
lo finora parlato da altri bastevolmente. 
Certa cosa è , che il nostro Graszini , noa 
ostante il detto esercizio , attese di propo* 
silo alio studio delle belle lettere; il quale 
studio, a mio parere^ abbraccia universal- 
mente la cognizione di tutte le scienze , ei^ 
di tutte r arti liberali e meccaniche, e di 
ciò che può r intelletto umano compreu* 
dere. 1 suoi componimenti, non tantj) ia 
versi, quanto in prosa, comprovano a suf- 
ficienza questo mio sentimento ; e viemag* 
giormente la testimonianza del suddetto 
Trito lo conferma , siccome potrà vedersi 
dalle parole sue , che fedelmente si ri por- 
teraaoo dopo la naiTaziòne della morte d^l 
utMro autore. Pertanto nou si dee prestar 



•4 

fede «I !^«e^iili , ^n éiceuiÌ09 
étato Poeta . e Comioo oaolto msjgfie » oi^ 
peaMBdo òbe il bea cond|irre/ e cM^ 
piaste regole an oompoQimedto poekTeq .^ 
fii&e commediat^ non è impresa da per^oMj 
^iotet fraocaitteDte aof^iaóse: elsi.nultdn 
fer^ Utterarum cognizione unbutus ; p^r* 
ciocche i suoi compoaiikiepti oiedesifm^ 
oome ho. detto , ne (sano piena leslàmQ* 
iiians«> Tedeadorisi per entro sparsi i paci 
è. tegiuimi semi delle iporali é d^fe int^; 
letinalì virtù. Cb^egli applioasse .insìna al* 
TAstrologia^ apparisce nella Mjflriy less^^ 
XXIX. do▼^ parimente éi fa chiaro il' imo 
ordinario affetto verso 1q filosofiche difl)pi|« 
teziooi. Si .legga il Sonetto CXXlSi. dove^ 
pigliandosela con m. Vincenzio Baonapm^' 
nono molto intendente delle Ietterà Gre-- 
fhe e Latine, per avere egli fatta rinveq^ 
«ione e *1 canto per la mascherata» rpppreseni- 
lente il Trionfo dell^ Natura, si v^,/se 
it . Graaiioi sapeva <jii Filosofijsi al pari dì^li 
sJtfi del .s^o tem|¥>. P qel Sonetto 'poi 
CXXX dice egli risolutaiaente dijSe.ftijssé 
•1 medesimo E^aonanoi : 

^ Non r^Jjia^ ger male^ 

Voi filfrì doUi , se cosi ragiono ^ . 
« PercK anqlh io dotto, e letterato sono. 

Onde . per tatto qaesto . si rendano osali \ 
.leggitori 4dlq nostre memorie ^ acciocché 
aoa credano facilmente tatto dot eh» 



Haé o tórilto > ttaouptlo; yéileodo io^ 
1 odUiolla aularilà del Poociaoti si lir^ 
diètrot come ti dice^ alla cieca, colai chq 
foce le Chiarente sopra gU Autori pos^ 
tnùUa iersa parte delie Rime piacevmH^ 
aggiaiiU alla rtstanppa di quella! del Bemi 
• d'altri t Citta non Unto io Viceìisa per 
Bii^iso Bànufei nel i6o3. che io Venetif^ 
Mr Francesco. Baki nel 1617. ^'^^^ne ai|rf 
wte ia detii luoghi, e sempre iu. ia,= ào(f^ 
et^i óimé assolat&mwic : AmtoiÉfiwmfeso^ 
£ascm non ebbe Jetéjere ; il che fece poi 
dimjil mealofalo P» ^^grif che il mrae» 
Urne Grasaim fu JertMà cultiaa^ Ma tanlo 
fibeti fin qui , ad a^er difesa dagli sbagli 
degl* imperili la nobiltà e la scienza .del 
nostro Scrittore. t 

Io dico adunque , seguitando f che il 
Lasca 9 acciocché col sao Tirtaoso operai^ 
ali* universale giovasse , fa ano de* loodar 
tori delle due rinomatissime Accademie di 
jqaesta città , della Grande cioè, o Fioren^ 
fina, la quale a principio si chiamò degli 
Umidi, ed ebbe i suoi nataUil primo •gieó^ 
lio di Novembre del i54a e di quella 
delU Crusca, che più di quaranfanni dopo 
ebbe II suo reale uomiociamento. Allorché 
si fondò TAocademia degli Umidi , nella 
quale ciaseuno de* fondatori si pose U9 
soprannome ^ alf umidità appartenente , il 
nostro AùtonfràDcesco determinò denomi-* 
Mini il Lasca: il aual soprannome y non 



i6 

Tolle poi inalarsi nella fondanone deUftoR^ 
cademia della Crusca ( dorè di maleria di 
Crusca , o di cosa* a quella attenente , diA 
vevano essere i soprannomi ) dicendo, sia* 
* cóme narra il mentoTato TrilOt che il ano 
antico soprannome gU pareva molto a pr0« 
po^i ") aucora io questa accademia ^ coni- 
si Jeraodo , che le Lasche s'infarinavano. 
Fu pertanto la sua insegna o impresa 
' ( cooforme h notato nel Libro d^ Capi^ 
toU'ec. deir Accaderma degli Umidi ^xi.^ 
lato nella Prefazione delle Rime a pag» 
xiT. ) uua Lfisca, alaata jper lo lungo nella 
Scudo, con sopra una farfalla Telante; 04^ 
IO ho potuto ritvoTare* se egli v*aggiugaes«> 
se alruu motto , conforme è consueto di 
fare in simili imprese. Ben è vero, eh* io 
riconos'^ molfo allusiva al carattere del 
L isca questa < sua insegna ; perciocché il 
su > naturale portandolo nelle sue compo* 
S.7J0QÌ allo stile faceto e ghiribictoso, finge 
ch^ quel pesce 9 siccome è solito , si lanci 
fuori deir acque a pigliare le farfalle, che 
p^l loro incerto svolazzamento sono figura 
oe* gbiribizzi«deir umana fantasia. Fondata 
rAccademia degli Umidi» il Lasca fu fraito 
Cancelliere della medesima ; e 9ÌÒ fa il dfl 
primo- di Gennajo, due mesi appunto dopa 
il suo cominciamento;'mtf perchè nork fm 
chiamalo wf distendere i Capito li\ la qiial 
opera fu commessa a m. Cosimo Bartoli, e a 
m. GiovaottiNorchiati; e pareva molto ra- 
ffionevole. che v* intervenisse il CanceUiere ) 



»7 
pubblicamente rifiutò F uffizio. Cosìappou- 

to sta regìslrato nello «tesso libro de* Cft- 
pilolit^rso il principio* Fu ancora in e^« 
sa Accademia tre volte Provveditore», cioè 
il firìmo che fosse eletto subito ch*ella pre- 
se il nome d\ Fiorentina ^ e che comincia 
ad avere i Ma&istrati (il che fu il di i.i« 
di Febbrajo del detto anno i54o. ) ecc^t* 
tuatone il Consolo; perciocc;ho a tenore 
de* nuovi capitoli doveva quella dignità 
coiainciare il -di 25* del susseguente mese 
di fifanso i54i* reggendosi per quel breve 
spasio sotto il governo d*un Luogotenente 
deputato dall* accademia medesima, il quale 
fu Filippo del Migiiore. Fu dipoi il Lasca 
Provveditore- nel . 1 542. e iSyi^ ed altre 
volte alla medesima carica cleziooato» e 
vogliam dire eletto per andarne a partito^ 
cioè nel i544. 1567. 1570. e 1572. e parimeif* 
te fu elezionato a Censore negli anni iSG'^* 
i^Gg. e 1570. Avrebbero veramente doga- 
to avere quei primi figliuoli di così illu** 
stre Accademia a* loro primi padri una» 
religiosa venerazione » pensando alla gratit 
tudioe, che ciascuno è tenuto di rimostrare 
a chi n' ha ingenerati a nuova vita, siccc- 
me è quella del sapere, o vogliamo d.TO 
deir intelletto, la quale in gran parte per 
meuo degli eruditi congressi s* acquista* 
Ma il fatto andò molto diversamente ; av« 
vegnache in breve tempo cresciuti in gran 
numero gli Accademici, e non voglio ere* 
dere per emulazione o brama di dvioioar^» 
Lasca* z 



k8 

cooCurine le 'pià .yoke-iii $im-iU 'adunante 
saqèede , ma ad ometto dr .migliore regcn» 
lamenta comiociaodosi a &re duoifì oapi^ 
toK e riforme, e^ cotne in parte- si è detto^ 
non si facendo capitale del - Lasca « ansi a« 
lui parendo, com* io ragion e?oI mente aup* 
pcmgo, d*6^ere in alcuna cosa bontrariaU^- 
ed in un certo modo posposto a chi ^egli 
stimava da meno di se, ne prese «uà tal 
nausea e sdegno^ che ad alcune noyelle ordi«.. 
nazioni egli non volle prestare * la dovala 
osservanza. Pertanto essendo sialo ordinalo 
doversi fare,' almeno dne volte la settima^, 
sa , o pubbliche ^ private lesioni , e a 
queste estrarsi a sorte i Lettori t il Lasca 
Il àk g. di Novembre del 1542. essendo 
Italo tratto, non volle^ leggere , ed il simi* 
^ fece^ cbn esso Irti Fiero Covoni. FralFal^ . 
ite oi*di0azioni , che furono fatte nella ri* ' 
fiàrma del di 6. di Settembre del deittf mrh 
tÈO^ una si fu, che chi, toccandogli in 
sorte avesse ricusato di leggère^ incorneséo 
immediatainente nel pregiudizio della voce 
Mtrva e passiva ; il cne laceva, che quegli 
testasse privo ' di tutti gli onori e carichtf * 
^ir Accadèmia , ed in una cerOa maniera 
com^e casso dalla' medesima. Ciò non avven* 
ne «1 Lasca in quest'anno, essendosi dato 
il caso, che alcuna yoììa ndl* «lezione dei 
nuovi magistrati era sospesa questa pena^ 
e non avvenne ancora per tutto il mese 
A^Agosto 1546. il di i&. del quale egli fu 
alezìonario per creare i nuovi Censori ; ma 



T9 

iapoi4faeào Umpo^ • {>ér la medfemnrca^ 
gfooe, a- per non voller sottoporre le 8u#^ 
cMÉipomionr, che pubblicare si do^^ano*^ 
ali' ^salite de* Censori ^ il che fa poi fep-' 
fluito nella riforma de* 6. di Gioguo i54g. ) 
orfors'aoco per caosa degli Aramei-^ restò 
deirAecadetnia primato ^ e ÌD6aa a' i& di 
Ifaggio i566. -n#fi ¥i po4è ritornare. •Erano 

Sii ATamei noa setta , insorta ndl* Acoa^ 
ernia Fiereiitina miorao ai detto anno iS46.« 
di cai fa capo i». Pierfrancesco Giamlràl'-- 
lariy la quale teolò dì prorare ^ la iitigiui 
Ilaliania o Toscana o Fiorentina, che dir -si 
debba ^ esser derivata dall* Ebrea o Caldea 
o altra , che si parlasse nella regione d'A* 
ràm; di che vanad il £«IIa d#*i oàedesuno 
Giambullari , stampato in detto anno la 
priosa volta dal Doni in 4. Questa opi* 
niooe, che parea vana ed inutile anco al- 
r istesso StradiDO ^ principal fondatore di* 

Ornella letteraria aduuaoza , al Lasca recò 
astidio incredibìk; e perciocché era uomo 
alquanto rìsentitivo e satirico, cominciò a 
biasimarla palesemente e colle parole e, 00^ 
gli scritti ; ond* egli s* acquistò come una 
congiura de* suoi compagoi medesiBLi , la 
quale- durò lungo tempo a perseguitarlo* 
Molti componimenti , per conto di questii 
cassazione fece il nostro Poeta, ed in ispe- 
zie i cinque Sonetti ( delle sue Rime nella 
parte I. a 8^. e segg. ) dove *alouni> dei 
sani avversar} 9 o apertamente o sotto fi^ 



«a 

Jpra; 8oa nmninali » ed in. modo particoK 
are i detti Ara mei ; e 1* ultimo della me- 
desima pArjte» dal qoale infallibilmeote si 
deduce , Km* egli con ceasaTa di lacerargli 
co* suoi versi; e la rabbia, che i medesimi 
coDcepiyaDO contra di lui, cbe fino al So«. 
ìrrano ne facevano ricorso; ed i qoattrp^ 
Sonetti alla Burchiellesca antecedenti iil* 
detto ultimo, lo , per mettere in vista al- 
cuno esempio , riporterò certi «versi della 
Canzone in morte del prefato Stradino,, 
la quale segui nel 1549. ove egli diee 
in persona di lui medesimo ( Rime par* Ì« 
a i36. ) . 

Ha dato al fine \ e gli Umidi nùei UitU 
Per sempre resteranno secchi e ,asciuui; * 
E senza alcun contrasto 
Faranno gli Aramei sicuro guasto 
Deir Accademia , ov io fui già beato , 
Pappandosi a 'vicenda Jl Consolaio. 

e qu^U altri del Capitolo per la medesima 
occasione» co* quali poeticamente fingendo 
essergli apparita la di lui anima, le fa dire 
( Ivi par« II. a i6. ) 



n . . . a guisa di canoro cigno 
Seffsita , Lasca 9 pur negli onor miei , 
E non timer delT altrui dir maligno. 



Ti» del saper cJu sono gli Attnnei : 
La tua Canzone ha fatto in paradiso 
Rider con maraviglia uomini e Dei. 

Io Cucilmente crederei » che per onta dei 
ftooi ernuli egli componesse il Poemetto 
della rfaoea, il quale dall' immortai Ma*- 
filiabecchi, in una sua lettera ms. al cele- 
berrimo Canònico Lorenzo Panciatichi YÌe« 
ne a Ini assolutamente attribuito, ancor- 
ché neir edizione del .i566. in 4. si 'di- 
ca esaere di M. S. A. F. la qual cifra 
nessuno per anco, eh* io sappia^ ha saputo 
interpretare. E questo dico , per essere 
questo componimento a* fatti suoi allusivo; 
dimostrandosi in quello , che in avere t 
giovani e moderni Accademici cacciato lui 
iairAccademia, che era stato uno de* fon- 
datori , i Plani avevano superato* i Giganti, 
per cui era già stata composta la Gigantea; 
se pure ambedue questi poemetti non si 
debbono ironicamente intendere, per quel- 
lo , che dalle loro dedicatorie apparisce ; 
il che alle altrui riilessioni per aJesso si 
rimette. Ed a tal proposito è da avvertirsi 
la data delle medesime dedicatorie ; poiché 
del primo è di Fircfsze alti i5. d Aprile 
del 1647. del secondo , pur di Firenze 
alli 24. di Marzo del i548. i quali anni 
sono corrispondenti a quelli , che si sup^ 
pongono deir allontanamento del Lasca 
dair Accademia. Ma soprattutto allusivo a 
questo fatto giudico cAsere senza dubbio 



\ 



elk Guerra de* Mostri ^ che 4« lui àeàU 
eato al Padre Stradino, glielo mandò con 
sua lettera, data a mezzo Maggio nel detto 
anno 1548. 

Nel mezzo tempo di ^questa sua aasen* 
sa non tsiette egli punto* atioio col no 
talento ; poiché, oltre a> diTorai > la vori, egli 
ootnÌDciò a mandar fìiori delle sue Con*, 
medie ,i che sono molto dagl'intendenti . sli^ 
male. La v prima di queste .fn la Gelosia ^ 
recitata in Firenze nel i55o. e neiraon^ 
seguente stampata da* Giunti ; e nel.iSfio^ 
la Spiritata^ parimente un anno 4opo im* 
pressa da* medesimi stampatori Egli appliT 
€Ò eziandio a farcire raggnardevolifUcr 
coite di Rime; che una fu quella deU^Ope?; 
re Burlesche del Berni , e d* altri insidi 
£oeti del suo secolo >, le quali Tcramente 
sono state e saranno sempre la norma • H 
modello del lien comporre nella giocosa 
Poesia: la seconda de'Sonetti del BurchifL 
lo e d*altri, insieme colla Compagnia del 
Blantellaccio, e co*Beoni del magnifico Lo? 
renzo de* Medici , stampata pure da*Giuia* 
ti Tanno i552. la prima volta; o la terza 
de* Canti Carnascialeschi, stampai da, Lo- 
renzo Torreotioo nel iSS^. Per quest* uW 
tima Raccolta incontrò il Lasca un*acerbiaf 
suna persecnzione , suscitatagli contro per 
opera de' suoi aT?ersarj, cioè de* prefati 
Aramei , i quali andavano sempre nuove 
materie cercando di fargli affronto o di- 



^^cere. Quando ^fu- lennmala H «stampa 
di qoeali Canti»' tra* quali a^ecano aJqoaa- 
lì di m. Battista deirOtioDajo, Araldo deU 
)a Signoria di Fireiiie « m* Paolo suo fra« 
tello, che nel tempo che si stampavano «; 
gif aveva più ^olte veduti, ed a sno ca« 
griccio anadra in alcuni laoghi corretti, si 
levò su, eoa dire ch^erano io qualche par* 
te scorretti 9 onde mesae.ja romore* tutta la 
città*; dimanierachè , ooosigliato. da' delti 
Arameì, fece una supplica al Duca Cosimo 
che allora era in Pisa, per la quale don 
mandava, che i Ginti deirAraldo non fos- 
sero, conforme stavano in quella edizione, 
pobblìoali. Perlaqualcosa rimessa 4a . detta 
supplica per informazione al Consolo deU 
r Accademia , che era Francesco da Diac^ 
celo; egli co* suoi Censori Giovan Batt;ista 
Gelli , Pier Covoni , e uno de* Segni , in- 
formò a fevore di m. Paolo, onde il di 
8. di Marco i558 ne tornò il rescritto i 
doversi frattanto da LfOrenzo Torrentino 
stampatore dare in deposito a Ruberto di 
Filippo Pandolfini num. 495. volumi di 

Suesti Canti , con espresso comandamento 
i non gli dare a nessuno senza nuovo otr 
dine del Consolo , che per tempo avesse 
retta TAccademia. Tutto questo apparile 
e dagli Atti delPAccademia medesima f li^ 
bro secondo, e più chiaramente d« una 
lettera del Lasca a Luca Martin^t la qua^^ 
le si legge a e. 76. del Voi. L della ParU 



tv. ddfe Prese ^iorèntìoa. la questa leC^ 
fera' egjì inostra llrragionevolessa di Que- 
ito ricorso , per essersi creduto in- lai Tal>- 
tò più alla memoria di m. Paolo , il qaa« 
le uon mostrò mai gli originali » che a te- 
sti de* libri » da*qaali il LE^sca gli ateva 
Copiati, e che rigidamente s*era procedu-^ 
to contro dì lai, come se questi Canti fos- 
sero stati Scrittura Sacra, o Testi di Leg« 
gè , o Filosofia, o simili cose di conseguen* 
^a. E questo scrÌTe egli al Martini , che 
era appresso alla G>rte9 per impetrare dal 
Principe la grazia d'essere sentilo. Ma que- 
sta causa , per le forti aderenae, fu, come 
irolgarmente si dice, in pochi giorni stroa* 
tata , non v'essendo eorse ^ che sole Ire 
lettimene dal primo atto , fino al gioruo 
delFenunciato deposito; e ciò io suppongo, 
perchè il detto Magistrato fra pochi- gior* 
bi dovea terminare. Fu ventilala poi que« 
sta lite uu anno intero , e fu sententiato fi- 
tialmenie, doversi t9gliare ì Canti deirAral« 
do, fatti stampare dal Lasca ; ed in loro^ 
luoep apporsi una nuova edizione, che fé** 
ce tare detto m. Paolo suo fratello^ da lui 
creduta la legittima e corretta ; ed allora, 
^ sino al tempo presente questa sentenza 
fu creduta eiustissidoia, come si vede nelle 
Notìzie degli Uomini illustri dell' Accade- 
tnia fiorentina a 170. dove parlandosi di 
questo m. Paolo , e del fatto adesso nar- 
rato, francacaente si dice: » Chi riscontre- 
» rà r edizione del Lasca eoa quella di 



t Paolo JeirÒttonajo^ vedrà che véi-amea* 
n le quella del dello Lasca è scorrella e 
>» maacheTolé. a Ora chi crederebbe » clie 
adesso t dopo lo spazio di 182, anai, che 
qaesla opinione è slata creduta per vera 9 
io dovessi far palese al mondo l'ingiastizia 
di quella sentenza? Egli è dunque da sa* 
persi , che io neiraccomodare , o piuttosto 
ritornare da morte a vita , i molti ed iu 
gran parte preziosi Godici mss. delia nostra 
Ric(!ardianai già son presso a veni* anni ( con- 
fortandomi a questa fatica il grand*amatore 
delle belle lettere Y Abate Gabbriello Rie* 
cardi , al presenta Suddecano della nostra 
Metropolitana ) io ritrovai in un fascio d'o- 
pere varie un esemplare de* Cauli Carna* 
scialeschi , scritto a colouue , in foglio di 
caria ordinaria , ma d*un carattere vera- 
mente stranissimo. Io lo separai ; e fatto- 
ne un Codice da per se , nella maniera 
degli altri già accomodati , v'aggiunsi riu*^ 
dice in fioe^ e con ciò ritrovai esservene 
trentuno di diversi autori , per anco noa 
istampati; ma delPAraldo un solo fra que- 
sti 9 il quale è il secondo Coro del Canto 
delle tre Parche. Era stato scritto questo 
esemplare da Giovanni di Francesco del 
Fede , che in ultimo ve ne pose Tattestato^ 
il quale, poiché contiene una non dispre* 
gevole notizia , io riporterò qui colla me* 
uesima ortografia. » Romiti , Cavalieri er- 
y^ rami , Notari , giuchatori di sassi. Que- 
» ste quattro chanzone le lasciai, che ren- 



éS 

fi de* *) libro dove*erano;, noi^ tìéhi teow 
n p0 4 cke erano ài- Cipriano chantsret^ 
n fatto buona parie da M. Batista' araldo 
» di palaxo, e da giovanni detto il gugio- 
^ la liTeditore. chopialo da me gioTa»ai 
>t di Franoesco del Fede Tanoo 1548. nel 
-» chaslello di cintoja s^ndo in villa» laus 
n Deo amoien.vi Da questa aoscrizione ii 
viene in chiaro , che. la copia del Fede è 
tratta 'da un esemplare scritto io buona 
parte dalF Araldo; e che perciò i Canti suoi 
particolarmente saranno correttissimi. Con 
e per appunto; perciocché questa copia^ col* 
Jazionata da me con tutta- V edizione del 
Ijasca 9 toltane V ortografia ( difetto si vede 
propvio dejr istesso copista)^ diversa ia 
tanti luoghi, ed in alquanti sustanzialmen- 
te; che se altra ediaione se ne facesse j et 
racquistercbbe un notàbile miglioramento* 
Ma qui non termina la causa- della saccen- 
teria di m. Paolo, o di chi lui aizzò airant* 
mosa impresa di ristampare come corretti 
e migliorati i Canti del suo fratello » 
e senza* averne roriginale , e senza punto 
esaminare quelli già stampati dal* Lasca^ 
Io dico che è cosa curiosissima il fare U 
confronto d'ambedue queste edizioni , sic^ 
come ho fattoio, con avanti il Codice Ric^ 
cardiauo; da oìun di loro veduto. La su* 
stanza èv che la maggior parte delle cose^ 
mutate dam. Paolo, deono stare confort 
me 11 Lasca aveva fatto stampare ; e dove 
«ono manifesti errori , o false mutazioni , 



»7 

«*a€XOTdaBo-.pfrlopiù. IiHU e ^ue a dire il 

medesimo; ed ia quanto agU errori, Tiste^ 
€o Lasca gli conobbe* cssendoseDe prcie- 
statot cella citata lettera al Martini* In quao« 
lo poif cbe m. Paolo . accrescesse di Canti 
la sua edizione t non. è .cosa di. rimarco » 
non Ire n*a?eado. af giunto cbe uno, cioèi 
quello degriado^ini , con duoi c^nsoDetie 
a ballo « cne in tal Raccolta non v^banno 
nieale cbe fare ; ed airincontro egli trala* 
•ciò il Canto de^Diavoli, già Catto stampa- 
re dal Lasca. Oltracciò t^iiiserì a e. 90. co- 
me deirAraldo , il Canto de'Puttanieri ^ e 
a 96. quello della Pazzia; il primo de^quà- 
K è assolutamente del Giuggiola, ed il s^ 
condo di Sandhro Preti , come apparisce 
dal Codice Riccardiauo , e come per di 
tali autori gli ave^a fatti siampare il La* 
sca a 144. e 277. Or yedasi , cbe bella e- 
dizione è mai quella deirOttonajo; mentre 
piuttosto ella fu . una pretta scorrezióne , 
ed. un cattivo uffizio prestato al suo caro 
fraiello dopo morte. Cbi possiede adunque 
per avventura alcuna copia di questi Cana- 
ti seuza la predetta alterazione , ne tenga 
strettissimo conto; percbè essendo pocbis- 
simi i volumi scampati da questo infortur 
QÌo, sarà quasi impossibile il poterne ritro<- 
Ilare alcun altra. La copia, collazionata da 
me, si ritrova presentemente nella Pan- 
ciatic^iana , la quale da^libri d'Alessandro 
Pollini passò nelle mani del Canonico Pan« 



eiaiicht i quivi sopra Iodato ; e tanto' ba« 
iti di quesCa materia aver detto* la talt 
virtuosi esercizj, ed in continuamente com^ 
porre o in prosa o in versii il nostro La-* 
ica impiegò il tempo della sua assentazio- 
ne dairAccademia^ in conversazione ancora 
de* suoi amici, tutti quanti letterati di re- 
putaziotie, ed in città ed in campagna una 
gran patte allegramente passandone. Dat 
suoi poetici componimenti tutto ciò £aciU 
mente s*argomenta^ essendovene molti, che 
con 'evidenza lo dimostrano. 

Io credo altresì, che pochi anni dopo 
]-accennato tempo egli pensasse a fondare 
Vkna nuova Accademia^ quella cioè, che 
dipoi si domandò della Crusca , ad ogget<* 
to di gettare più stabili fondamenti per 
rampliazione e gloria della lingua Toscana, 
acciocché ella venisse un giorno a gareg* 
giare colle più nobili lingue del mondo , 
ed in alcune parti a superarle, conforme 
è seguito ; e cosi deludere gli Aramei , i 
quali camminando ali* indietro ^ e sulFap* 
poggio di supposti e d' impostori Scrittori; 
tentavano di renderla famosa, col solo far^ 
la originare da un*antichissima sorgente. la 
fatti st trova, che la voce Cruscaia {che 
adunanza di Crusconi^ e Gopiponimento 
e Discorso fatto in detta adunanza signifi» 
ca , come nelf Annotazioni alle sne Rime 
à 325. è stato detto) era cominciata ad 
usare avanti al i555. poiché il Lasca dis^- 



se nel Sonetto i59« fatto da. lui conir' Al- 
fbaso deTazziy il quale iu delt^anno mori: 

Tu credi forse avermi sbigottito 

Con queste goffe tue magre Cruscate? 

e di poi 9 siccome voce di particolare m*^ 
unificato ,^ dal Cavalier Liooardo Salviati , 
«abitocbè egli fu ammesso io questa nuova 
Accademia , fu posta per titolo al suo Pa« 
radosso, ivi in aette annotazioni citato* Che 
poi coloro di tale Adunanza o Brigata si 
domandassero Cruscotti^ ci yien fatto ma- 
nifesto dalla testimonianza del medesimo 
SalviaU / il quale appena entrato in es8% 
( come nel sopraccitato Diario del Trito si 
legge ) pensando di dare a quella il nome 
d' Aciuiaemia , nel primo discorso che egli 
fece 9 fralfaUre cose da lui proposte , per 
darle forma e buon metodo, disse a^com• 
pa^ni 9 che nói ( son parole riportate dal 
Trito ) non più Crusconi ci facciamo chia^ 
mare^ ma Accademia della Crusca. Ed 
ecco , che la vera origine di questa famo<» 
sissima Accademia fu certamente intorno 
all'anno i55o. come dalle ^addotte notizie 
si deduce. 

Dopo tutte queste cese, correndo Tan- 
no i566. ed essendo Consolo dell* Accade- 
mia Fiorentina il suo amicissimo Cavalier 
SaWiati 9 a cui pareva forse non esser ri- 
putazione di quel virtuoso congresso , che 
per capricciose gare stesse esentato da quel- 



ìé' tuìo ^déT sucyi foDddtori, ^eoosigliato il-'' 
LasoÉ ft ratiometlerd al giudizio d^ CeiiM»3r 
ri qualche suo compoDimetitQ ( che era 
una delle óondizìoai per rientrar neir-Ac« 
càdemia^ neisoodo la riforma ^el dì 6«^ di 
Giugno 1549. )egU accettò il suo pruden- * 
te cdntigtìo ; e date al Censore m.. Gio^* . 
Battista Adriani alcune sue.Egloghd; e qnt^ 
ate da lai approyate^-fn a' di 6. dì Maggia 
del delio anno i566. alla sua Accademia 
resliluito. * 

• Avanzandosi egli frattanto coiretà » noft : 
rimeitfeva però puoto del consueto vigore * 
dei suo • vivacissimo spirito f ma co* snot ' 
atudj continuamente esercitandolo t procu** 
rava di comlurre alla perfeauone il suo 
idealo proponin^euto , di stabilire' cioè un 
ottimo piano e fondamento per riramorta"* 
Illa della pateriia favella; onde in av-veui* * 
re ella oon avesse, non solo a vacillare o 
imbarbarire^ ma si dovesse con maraviglio* 
so -splendore ampiamente dilatare^ siccome 
in fètti è succeduto. Fatte adunque -^arie ' 
conferenze co* suoi amici , o vogliamo di« - 
re Crusconi , fu risoluto d^introdurre nel* 
la loro brigata il gran maestro della lie^ 
gua Toscana 9 il eia più volte mentovate 
Cavaliere Lionardo Salviati ; il che segui * 
verso la fine d*Otiobre del 1682. siccome 
io rttgiouefol mente coogetturo ; anoorehè 
non si trovi cipresso quMto tal anno, leg- 
gendosi solamente sul principio del Fram* 
menlo L- del Diaria del Trito : yy Alia fint- 



3t: 

sf> d'C^tobraeon gnn contento Ai tulli fu 
>f ricevuto il Salviati nella lor piacevol bri-»- 
»t gftiÀ : istimando , mediante sì fatto tip* 
>t poggio^ dover la lor compagnia più re-« 
y> sìstere a* forlaoevoli colpi : « e di poi 
facendosi passaggio al di z5. di Gennajo , ' 
nel quale afferma , essere stato stabilito i 
dover la loro brigata prender forma d'Ac- - 
cademiay e denominarsi della Crasca; ii : 
che certamente segai nel dett^anno. Accada 
de , a dir vero, primachè si venisse alla 
poriliva risolnsione» qualche contrasto fra 
Be^*ntfrdo Zanchini - ed il Lasca ; perchè 
avendo il Salviate proposta questa mutazio* 
ne o ^^ndasione, da /arsi con tutte le re-» - 
gole e leggi» che a simili istituti si con-» 
vengono', né parendo al Zanchini d'essere 
egli e i compagni persone capaci » stante 
la loro grare età , aa cimentarsi ad aan 
toA ardua impresa, disse liberamente il 
mo sentimento centr* a quanto aveva il 
meiiesimo Salviati proposto. Ma appena eb- 
be finito di parlare » che il Lasca ( sou 
» -parole del Trito ) non potendo più star 
f^ éfaeto, a guisa di nobil cavallo , che stato 
n por troppo alle mosse, in fine ode il 
n Dramàto segno , togliendo quasi di bocca 
f» le parole agli altri , e in particolare al 
n Salviati » die di parlare aveva gran de- 
)» ^iderid, brevemente , ma arditamente così 
y^ proruppe al parlare: Adunque chiamò' 
» rèmoi noi cosi deboli^ freddi e canuti^ 
y^^chc 7 cm^re non ci dea j nome a molli 



.32 

» aUri ^'ài 'reggere . un\ j1cca4emia 7 Ter^ 
n remci noi cosi privi ^autorità, c/te molti 
>> compagni non siamo per trovare j c/te 
>y secondino le nostre voglie in si giusto 
» deside.riol E ora che abbiamo il Cava^ 

. >> iier Salviati dalla nostra , crederai tu , 
» o Zanchino , che tanta timidità si deb» 
n ba avere. ^ e sotto il peso gentile di si 
n gloriosa opera abbiamo a restare infran^ 
» tiì Ah tu t'inganni , nò cosi credono 
>y quest' altri miei compagni» Però rima^ 
» nendo nel tuo gielo tu ,. noi dalla, fiam* 
» ina scorti di si gran luce , caldissima'- 
» mente fonderemo , e manterremo que^ 
u sf Accademia. E cosi detto , esseadoii 
» rizzato donde era a sedere ^ crollando la 
H lesta, e inarcando le cigliai , ytfUe par« 
>> tirsi dagli altri compagni ; ma ritenato 
» da essi , e pre{*ato a tornare al suo luor 
» gOy fu con più quiete comincialo a trat* 
» t4ire> questo negozio; e il Deli» e tutti 
» gli altri per ordine» mostrando d'essere 
» della volontà del Salviati , e cedendosi 
^ esser solo il Zanchino^ alla fine anch'egli 
H disse : » Io w confortava a non far mu» 
>f tamento alcuno nelle nostre azioni » a 
» w aveva palesate le mie ragioni; voi 
» non Favete volute considerare , ma d'aum 
>f tonta volete 'che si faccia questa Ahca^ 
» demia , ancK io "vengo con voi , e lia^ 
>} tamente quanto si faccia il Lasca ma 

.» ne compiaccio. Or se le dia prino^io. 

\>t God restati lutti. d*aoaordo., la pdnu 



33 

5V cosa clie si fece » fa che di 'coman coq* 
y> seotimento si chiamasse la loro» Accademia 
>» della Crusca «• Ed ecco appunto (issato 
il giorno del suo glorioso nascimento. Lo« 
ée adunque immortale al nostro Latìca » 
che coir efficacia del suo dire « 8Ccom|>a- 
gnata dalla ragione, diede Tultimo impul» 
00, per venire ali* effetto di sì graod*opera« 
AtuU) ch*ebbe TAceademia questo princi- 
pio, fatte Ijc leggi e gli statuti, creato in 
primo Arciconsolo Giovanbattista Deti 9 ed 
Miao e gli altri Accademici presi a loro so- 
prannomi, il Salviati, che si chiamò Tin- 
Iftfìnato n considerando (s^uita il Trito) 
n che quest'Accademia , essendo sul pigliar 
n piede , aveva bisogno di gagliardi fooda- 
» menti, pensò esser bene di mandare aual- 
9» che cosa alla stampa. E perchè di già il 
f> mondo aveva vedute solo cose burlesche 
n deir Accademia , credè che fosse bene , 
f» che cose fatte in sul saldo si mettessero 
^ in lucè, che non però fossero prive di 
y> festevoli materie e allegre , acciocché la 
yf doppia natura deir Accademia , cioè della 
» dottrina e della piacevolezza , apparisse 
H manifesto. E elesse per ciò fare di com- 
n porre un Paradosso , mostrando che non 
Sf occorre che la storia sia vera, dovendo 
n bastare, eh* eli* abbia del verisimile; e 
» fecelo a uso di dialogo , del quale erano 
n gì' interlocutori il Deti e il J-iasca, ec. « 
E dopo non molto, soggiugne dicendo : 
n Quest' operetta air universale fu molto 
Jmsco^ 3 



>> gentil t jP9^-^\ «otti, fa di ^gran-. noja 4Ut*^ 
yi gjoD€ ; percioecb^ bramàoao easi di nnav 
S(» teoersi quasi arbitri delle lettere in Fin 
>> reoze » dubitayano che non gli fo$se to]l%. 
» di ipano ^mentrechè meao lo peosayaap^ ^ 
»r imperiò dél)e Toscane lettere. i< E. poi*. 
cVegli ba riportata le censure degli avfer- . 
8^^ soggiugoe: >> Ma questo non turbay%, 
» punto.gli Acc^d^Hiici da* loro nobili eser-, 
» ci£); percbè sapendo quali fosseto i lora.. 
y> .fioi, cioè di dilettar gioTandotdi «imil^v 
>>^ graccbiamenti si i^evaao beffe. Ma Imb^; 
» pt gli turbò e spaTeotò altri accidenlC. 
». fieri e inaspettati, cVaT^ennero da pot^^ 
>i»lF^ercioccbè la fortuna insidiosa, ch*a%, 
>»^ be* principj voleqtieri contrasta , rif oU . 
» gendo i. lividi occhi contra rApcademìa «^ 
» cercò di spiantarla » e torle ogni speran** 
>» za di più copseguire cosa alcuna » to^r 
>>.g)iendole in pocnissimp tempo due dei 
y^ suoi principali som^oii , e togliendogli 
f>, allora 9 quando più le ergno di mestieroy 
»>.o. di più gloria. El primiero fu Tinfor^ 
n iiato (era. <}uesti il Zancbini ) che ia : 
» pochi giorni privò TÀccademia e Firan* 
» w d'un upipo nobrle,^ d'onori^ti costumiti 
^ 6.^ più cbe mezsanameote . scienziato ia. 
>f lì^tte le sorte di Belle lettere f di grani, 
» memoria t e di fino giudizio. Ma noiv». 
M, contenta la fortuna d*avere airAccade-^ 
>f.mia apportato tanto danno, come quek 
» la che non. comincia per poco , cosi nel 
>» be^ icome nel iAale.a;.pqn jnaggior .das^ 



m 

n'iio^ e prt ikahremle pHt5 rAocademiat 
n Firense, e tutti i letterati del grazio»-^ 
n Simo Lasca « uomo, se tu riguerrdi i suoi 
0' natali « di bassa cohdìtiooe, sia se la 
9t Bue aaioai , n<d>ile e scieuciato , percioo» 
IS thè di tutte le cose imrlaTa fondata meu» 
n te^ mTa nella poeM burlesca era il piti- 
>^ no di quei tempi; e la principal sUa 
t^ lode vmiTa dalla dolcezza, nurkà e pia« 
9t cetolena ddlo siile, il quale era si na« 
99 tarale e si puro ^ cfae ài nessuno altro» 
W'-Wt bene lo aggoa^liassi a quello del gran 
f^'p0dre della borlesòa Poesia, era sopra- 
n Tansalo. E te così ne* concetti e nella 
9f ' tritasse fosse stato ÌCelice , non è dubbio, 
f> che TaTrebbe interamente arrirato. La» 
ì$ sciò buona quatitità di Oipitoli, molti 
99 Sonetti e Madrigali , e certi , i quali , 
f» per esser più lunghi degli altri, cbia« 
yf marni Madrigalesse, e qualche Canzona;, 
» pur tutte in istile piacevole. Àncora ih 
f> prosa , nella quale aveva non picciola 
n attitudine , bisciò qualche cosa , come 
n alcune Ncrrella non finitissime, e altre 
n oùse. NeHe Commedie fu di qualche no- 
n ae, e alla stampa se ne veggono alcu- 
» ne. Fu adunque di gran peroita all^Ac* 
U ^idemia, non solo per questo, ma per» 
$f cbè essendo stato Fondatore , ad^i il prin* 
If dpsle Fondatore , era di grandissimo so* 
n ategno, e per la sttasotiecitudine,e per 
is la sua piacevolissima conversazione, lo« 
ir de ili lui piin^ipalismna. <t E qui finisce 



afe 

di parlare "del Lasca* il nobiliséimo Trìta> 
le coi jparole » nel fallo della fondaziooa 
deir Accademia della Crusca^ e della mor« 
te ed elogio di queslo graod* uomo , io 
ho voluto dUtesameute riportare, si ;per 
essere esattissime e memorabili , e si per 
creder io di non poter rappi^esentare tutto 
questo ia forma migliore e più elegaate^ 
Mori il Lasca a* i8. di Febbrajo del i563i 
essendo d* età d* anni 79. mesi io. e gior- 
ni ^7. e il di 20. fu sepolto nella Chiesa 
di S. Pier maggiore nella sepoltura de' suoi 
antenati. Egli uou ebbe moglie ; ed essen« 
do ancor morto V anno aotec^edente, e pom- 
ato nella medesima sepoltura il di zò. di 
Febbrajo , senza masculina successione , 
Girolamo suo fratello , il quale a liii lasciò 
5oo. fiorini per suo testamento , rogato da 
aer Benedetto Maccami sotto li 9. di detto 
mese , ed anno mancati gli altri due fra- 
teJli antecedentemente, in lui terminò 
funesto ramo deVGra»zini. 

Fu il Lasca uomo di buona e gagliar* 
da complessione 9 ben formato delia perso- 
na , di volto air apparenza alquanto severo^ 
di testa calva ^ e di barba crespa » come 
dal suo ritratto apparisce. Ma di spirito 
poi egli fu di sua natura tanto vivace # 
pronto^ bizzarro e faceto 9 che poebi si 
possono a lui paragonare; ed .avendola 
e^li coltivato con un continuo studio , e 
Ci Ila conversazione de* primi letterati dei 
suo' tempo» lo repdè di quella perfezione 



^7 

e pa1ìtez3a^ che manifestano T òpere tné* 
Egli possedeva T eloquenza in alto' grado ; 
onde scrisse copipsamente in prosa ed ia 
v^ersi; ma alia Poesia fa più incliuato, ed la 
ispezie alla giocosa « che il caralteriszò, se^ 
eondo V asserzione idei Cavalier Salviati , 
pel princìpalUsimo erede della Berniesca 
piacevolezza , e pel primo de^ suoi tèmpi ^ 
per testimonianza del Trìto, quivi poco sopra 
Tìfcrila, Nò è per questo, eh* e* non sapes* 
se ben comporre in qualsivoglia altro stile» 
'o sacro o morale, o grave e soslenuto. 
Nella Raccolta delle siie Rime, ve ne so« 
no di tutte le sorti , sicché ciascuno pu<^ 
-rìlrovarvene il saggio ; ed è cosa certa » 
che molte di questa spezie o si sono affat- 
to perdute, o non è riuscito per anco il 
ritrovarle ; essendoché ( per toccare alcuna 
cosa in particolare ) quell* Egloghe , per 
1* approvazione delle quali egli rientrò nel* 
r Accademia Fiorentina , e che essere dove- 
vano un componimento singolare , comec- 
ché fattogli esporre alf esame daif inieu- 
dentissimo di Poesia, e già più volte lotla- 
lo Cavalier Salviati , non si sa (Inora do-< 
Te possano ritrovarsi ; e Giovanni Cinelli 
attesta nella sua Storia ms. degli Scrittori 
Fiorentini , che a suo tempo v'era un in- 
tero volume deir Egloghe del Lasca. Oice- 
Ta egli aocora alP improvviso ; e ciò si te« 
stifìca da lui medesimo nella Madrigalessa 
XXIX! Ebbe in ambedue i suddetti gene- 
ri di dire naturalezza singolare , espr^*s>ìo« 
Qe efficace , e novità di pensieri ^ e seri-, 



99 

veqd» iieIk'4io4tn lingim » <4tr!«Tl*, averla 
^déto pulimento e wB^httxA , ¥ accrebbe a*- 
MÌ di nao^e frasi e maniere. FerUinta Tor 
fiere ine » siccome d*eccettente maestra^ 
eoo collocale dagli Accademici della Crasqà 
nel Cataloga degK Aalori , onde essi haQ«> 
no tratto non pochi esempi t per corredar 
re. il loro gran Vocabolario; je più n'a^ereb* 
boro potati estrarre » se prima di compi- 
larne r ultima edizione t fosse Tenuta funtu 
la . sua Raccolta di Rime , impercio0cb# 
ngn poche nuoTe tocì arrebbero potuta 
apponri, che non wi sono» siccome ueU*Aii« 
notazioni alle medesime succintamente ò 
alato ac<^ennate. Un bellissimo e Tcridico 
elogio fece il Varchi allo stile dei Lasca ^ 
io quel suo Madrigale , /accennato nelle 
suddette Annotazioni a 346» della Par* I« 
«Uprchè egli disse.* 

Vostro leggiadro stil chiaro ne mostra 

Quanto dal ciel ^ infonde^ 

Lo Dio 9 cKin terra amò mia casta fronde^ 
. Per voi nostro volgqr s'indora e inostra^. 

Talché di par col Greco e Latin giostra^ 

In genere di Poesia Toscana egli fu ia« 
mentore di due nuove spezie di metro ; e 
ciò furono le Madrigalesse ed i Madriga- 
Ioni. Delle Madrigalesse» di già il Crescim» 
beni nel Voi. I. de* suoi Commentar]: io- 
torno alla Storia della Volgar Poesia a iiu 
ne attribuisce al Lasca riaveazionc. Ma 



\ 



è^é poi pérnneott! à lai* ai deliba' flttribat* 
te qaella de* Madrigaloiii , nessuno per 
àooo non * a* ha parlato ; forse per mm 
easere siati tedoci da nessuno , oòmeeefaiè 
fon pochissimi , non essendosene trofali 
efae quattro koli , che portino in fronte 

2 desto titolo. Qafesti sono una composizi^ 
e , che , rispetto alla sua lunghecza, paM 
che sia di meteo fra i MadrigaK e Madri- 

Elesse; Si deono in filli mo atTertire ouet 
zgiiori , i quali non sono pralicfaissi« 
im della Fiorentina leiTeHis, a non iroler mie 
nTigliars! , quaudo pei^ af Tenlura sTabhàt* 
teraniio' a* troTare fra le sue Rnne qualche 
idiotismo 9 o alito irregolar modo di paìv 
lare; perchè questi , sibcome grafie <> 
Tezzi di nostra lingua , nari deono in ve* 
run patto riputarsi dispregiabilì. 

Èssendosi parlato nn qui delle qnalrtl 
del corpo e dello spirito del Lasca , reste* 
rebbe Ja dirsi alcaaa cosa del suo costa- 
me , per quello rrsgdarda la' religione ^ 
nella quale egfi ua^cque e mori. Ala io 
"Volendo ormai por termine a quésta Ste- 
ria , e non avendo ritrovalo mohe notnie 
in queste particolare , dirò solo , che il 
Lasca, per quauta si deduce da^suoi com* 
pouimeati e sacrr e moralr, fu uomo d'o- 
nesti e'cattolici costumi» e dedito molto alia 
cristiana pietà. Egtf era arr:K4ato ai alcu- 
ne Cmnpagnie o ConfriHcrnite secolaresche 
( <;he sono adunante d* uomini , i quali 
spesso convengono insieme a pralicaro^ sp!« 



liaiMi. V ' sUìtfpttff ra Ronm dal Bernabò 
Ii7d6. ìtt 4; oh*t toltane la Gelosia e Im 
^irifatà 9 r altre quattro Com medie del 
liasea eraho* ra Tarai ; easeodo Ìpq Terilà 
Mfte goanle in proaa , eceettoatioe gì* Io* 
tèrmed;. Del pregio di queste Commedie 
Filippo Vatori, a f6. de- Termini di mes^ 
èo^ rilievo e é^ intera dottrina^ asserbc^ 
ohe )t del Lasca se ne leggono akticie *l 
M pari di Terfnsio 44; e Udeno JNisieli m 
ISO. del Yof. 3. de* Frogiocasaii PoctitR 
tioii dubfta d^affermare, che qoeslo nostv» 
Comico' merita lode» perchè >> nella Geto^ 
^ sia, Gommedfa , introdusse per Inter» 
y^ medj o per Cori , Satiri , Streghe , Po^ 
» letti e Sogni ; le quali imitazioni , be»- 
n che estrinseche 9 non cedono ai Cori 
5t d* Aristofane , anzi gli soprafanzano di 
n novità e di Tarretà* 4< 

/^.Lettere IX. non comprese quelle^ 
ebe son poste aTantt la Raccolta delle sue 
unirne. Due a m. Benedetto Varchi, e una 
tt Luca Martini , già data fuori da Anto- 
Ilio Bulffone nel Voi. i. della sua Raixol* 
ttf di Lettere memorabili a 112. e tutte e 
%re ultimamente statnpate net «Voi. I. della 
Far. IV. delle Prose Fiorentine a 78. e 
«eg. 9 e sei sono V infrascrifte Dedicatorie; 
^CToè delFOpere bnrlescbe à^\ Beroi e d*a)- 
tri t a m. Lorenzo Scalo ; de* Sonetti del 
Burchiello e d*aKri', a m. Curzio Fregtpa- 
Hiv de* Canti Camoscia teschi » a Don Frai»i 
Cesco de* Mediai , Frtoci|>e di Firenze / 



ddla Gdosa, m tàé BernovéetloMinerbel» 
ii ^ Yeicovo di Arezzo; della .Spiritala ^ a 
wà» Raffaello de* Medici ; e d^l Intermed), 
&IIÌ da Gio. Ballista Cioi alla Cofanaria « 
Commedia .di Francesco d* Ambra , recita- 
la Ddle Nozze dì D. Francesco de^Medici» 
PriiicU»e di Firenze e di Siena « e di poi 
.^GfMKiaca di Toscana^e della Regina Gie^ 
vamM d^Aoslria 9 figlinola già di Ferdinan- 
do L Imjperadore » seguile nel i566. » ^ 
medesimi Serenissimi Sposi. In qoesla Dio- 
dicnlorìa dice il Lasca , che essendo siali 
stampali . in fretta i delti Inlermedj ( i 
^QsJi possono stare separati dalla medesi- 
ma Commedia « avendo parlicolar fronte^ 
apìno) cavali da una semplice descrixione^ 
fatta dal loro Autore innanzi alla loro 
rappresentazione , mosso da compassione 
si messe ad allargargli alquanto , ed a ri- 
durli in quella forma. Havvi inoltra uno 
squarcio a altra Lettera rispoosiva a Gi-^ 
rolamo Amelonghi » detto il Gobbo da 
Pisa 9 sopra il Poemetto della Gigantea^ 
da Ini rubato a Bello Arrighi , e dato 
fuori per suo; il quale squarcio si legge a 
3i3« del sopraccitato Voi. I. de^Commenlarj 
del Crescimbeui. 

5. Rime diverse Voi. II. impresse in 
Firenze nel 1741. 9 la maggior parie non 
pia stampate; T altre ^ che sono stale dal0 
fuori in Tarie Raccolte, quivi sono correi* 
ie ed iUostraie di Prefazione e d' Annoila 



noni da.Fraooeaoa Moiicke • .nostiv ditU 
pentissimo Stampatore. 

L! Opere perdute sono : 

• . * ■ 

t. Novelle XIX. 

2. Egloghe Volumi L^ ed aitile Rime 
e Prose. 

la-qnesto luogo io. giudico dovere 
aggiuguere le tre acuenti notizie t sicco*. 
me di cose spettanti a q^uesto Autore. 

Il suo Capitolo in lade della Sabie- 
eia ebbe la sorte d* essere leggiadrissima- 
mente commentato da un Accademico del- 
la Crusca, che postosi un .finto nome, io* 
titolò quel suo Commento : Lezione di 
Maestro Niccoàemo dalla Pietra al Mi^ 
glia/o sopra il Capitolo della Salsiccia 
del Lasca» Alt JÌrciconsolo della Crusca^ 
In Firenze per Domenico e Francesco 
Manzoni iSSg. in 8. 1* Arciconsolo era 
Sierfrancesco Cambi ^ e gliele dedica lo 
Stampatore. 

il Cavaliere Lionardo Salviali , ce* 
latosi sotto il nome d* Orjnannozzo Ri<> 

Sogoli, intitola il seguente suo. Ibx^OBfl ^ 
i cui quivi sopra è stato parlato, // jLo^ 
tea , Dialogo. Cruscata ovver Paradosso 
et Ormannozzo Rigogoli, rivìsutte amfjlia^ 
io da* Panico Granacela Citami ini di Fi- 
renze e Accademici della wÈrusca. Nel 
^uale si mostra , che iionjmporta , che 
la Storia sia vera , e quistimmsi per inci^ 







4&^ 
denza àléuna cosa conira la -Pifesia. In 

Firenze per Domenico Manzani i Sdir- 
la 8. 

Il Crescimbeni nella Storia della Voi'* 
gar Poesìa disse » che la Lezione ossero 
Cicalamento di maeftro Barùolino dal Can^» 
io de'* Bischeri sopra il Sonetto del Berni. 

Passere e Beccafichi magri arrosior. 
era del Lasca ; ma poi 6i ridisse uel Voi. 
S. a 39. dicendo che -aveva certa notizia^ 
essere o di Gio. Maria Cecchin o di Ba^ 
stiano de* Rossi « e che ìacliaava più a 
crederlo di Questo sèooudo. 



Parlano onorevolmèrUe del Lasca 



** 



lì Givaliere Lionardo Salviaii negli 
AvTertimenti della Lingua Voi. I. Lib. IL 
Gap. XIL a'ioS. (di questa edizione :ì;o3.) 
e a 1^9. del secondo infarinato. 

Il Conte Piero de* Bardi nell* Accade^ 
mia della Crusca » detto il Trito , nei sua 
Diario ms. 

Michele Poccianti nel Catalogo degli 
Scrittori Fiorentini, a 20. 

Filippo Valòrii ae* Termini di mezzo 
rilievo, e d* intera doitrina, a i6« 

Paolo Mini nel Discorso della Nobiltà 
di t^irenze » a io5. 

Antonfrancesco Doni nella Parte ^ 
de* Marmi , a i66. 

Orazio Lombardelli ne* Fonti Toscani 
a Q9. 





Udettor R^eli^ oioè BeaèdMU'Fiarètti» 
ne* Proginiiasini Poetici ^ VoL lL^l^Bog. 2g& ^ 
a 75* te YoK ilK Proj^. 45. a 120. - w^. 
> Eraaeeéco -'fiidoUi nel Comeoto del 
Pataffio di ser Bruilelfo Laiioi mtu 

Le Iioygi& Letlerarie ed Isteriche ia* 
torno agli Uomini illustri deir Accademia 
Fiorentina t a xviii. a 8. e a 170. 

Gicwanni Cioelli nella Storia d^U 
Scrittori Fiorentini ms. , e .nella Scansila 
^parta a 70. 

. . Gio. Mario Cresci mbeni ne* Commeo-. 
tarj intomo alla ina Storia delia Volgars 
Poesia t Voi. I., a iii. l'jSà e 3i4f e nd, 
VoL il. Par. IL a aSa* . 

GioTam battista Casotti nelle Memorie 
déir ImprunMa ^ Par* I.^ a« i62« 168. e* Par. 
11^ a aa. 

Antommaria SaWini nelle Noie alla 
Fiera e alla Tancia iiéi Buonarruoti» . 

Il Canonico Saltino Salvini neV Fasti 
Consolari in più luof^i. . 

11 Dottor Gioseppe , Bianchini nel 
Trattalo della Salirà luliana a 9* e a 89.. . 

Paolo Mioncei t ed io nelte JNote al 
Hahnaniile Ràoq4iieiato , cnelU ediaione del 
1731. in pia luoghi. 

... Jlonsigno» Gittslo Fontaaini » Arci- 
WBOOvo d* Ancira , ndl* jEloquensa Itabaoa < 
iMl^ adniooe di Aoma 4el 1780^, a 4o5» 
4^. 587. 588. 589. 



IMh 



ir 

Il DMIor 6Jo. Andrea BaroHi lielie 
• a Bertoldo ^.BertoUioo e Qà^ 
ODO io pia lao^liù 
' Dementeo ManafiCanni nel Trattato 
De Fk^endnis inventila a 8o« e q2. 

VL Liora Pieri FiorenCioa nella «etti- 
aia. Stanza del primo de* suoi quattro Can- 
ti delia Gaerra di Siena* 



PoeU che hanno mandata da* Iona 
Componimenti al LascOm . 



' - ^. 



« « 



- Moiisijgnor Gtou Girolamo Bmìi f 
Taicevo di Pavia; 

M. Benedetto Tarehi. :> 

Lorenzo Sciala» 

Piiccolò Martelli. 

Bernardo Cani giani* 

Alfonso de Pazzi* * 

Cirolauio Ameloogki , detto il Gobbo 
da Pisa. 

Tullia d* Aragona* , v 

^-^ .M. Laura Battiferra negli Amman*^ 
nati. 

E qufito è quanto. m*ocoorre dire del 
fiifloosissimo Lasca. 

Giacché r erudito Sorittare > di questa 
ìQia ^on ebbe notisia Mie "varie edizio^ 
m^delT Opere che del nostro Jja$ca su 
hanno t e perchè ancora alcune di esse^ 
Opere erano tuttavia inedite^ allorché la 
medesima fu compilata i stimo perciò con^ 



'4» 

^inmevaìe di iesseme^^^uirbrevimenle il ca* 
uUoffo^f ^di quella almeno che 4oi^ a mia 

. TUitiùa pervefuUe , lusùigandomi di fare don 
ciò cosàgMla àgli jit motori di questi ttudj. 

Opere in prosa. 
' ' . . . . 

I. La Seconda Cena, ove si raGCOota* 
, BO dieci bellissime e piacevolissime Novel- 
le » non mai più stampate, la Stambul. 
, Deir Egira izz. Appresso Ibrahim Achmel 
stampatore del Divano eoi» in 8. 

QiiesSa edizione si cred^ fatta in Fi* 
renze circa al lySo. ed è assai corretta , 
e la prima che di queste Novelle fosse fata- 
ta ; onde non è da trascurarsi , benché 
esse sieno comprese anclic nelle seguenti 
edizioni. 

Il La medesima. Ivi come sopra in 8. 
È una ristampa delT edizione suddet-' 
. ta 9 ma meno pregevole per ogni riguardo^ 
e specialmente per esser motùo scorretta. 
£ssa è facile a. distinguersi dalla vera con-' 
tenendo pag. 228. laddove la prima è di 
sole p^* 220. . 

III. La Prima » e la Seconda Cena ; 
fTo velie » alle quali si aggiauge una Novella 
. della Tenta Cena , che unitamente colla 
..PrimaM>ra per la prima volta si dà alla 
luce, colla Vita dell* Autore, e con la Di- 
cliiarazione delle voci più dìflicili. Lon- 
dra » jxx^ Parigi » appresso G. Nourse 
1756. ÌVL 8* : ... 



. 4d 
' ^ BJfziàìte'^rigìh^/atiai bàita ed ac^ 
aurata, la ^juale è in òggi divenuta ràra^ 
'Può -collocarsi fra queUé^.de^ Libri cho 
fanno^ 'Cesto di lingua , poiìohè Ju fatta po^ 
steriormenCe alt ultima edizione del ko* 
eabolario , in cui i Compilatori non potOm 
Tono citare che i testi a penna. U Editore^ 
'''nella dedicatoria al Sig, Giacomo Dawkine 
^ca^aUere Inglese^ si soUoscrive colle let* 
tare iniziali P. N. B. P. IL, delle quali 
'^Hon saprei U significato. U Lasca scrisse 
XXX. Novelle , divise in Uè parti, da 
'esso denominate Cene ^ delle quali XXL 
IMHO comprese in questa edizione e nelle 
eegàentt , e F altre 7X , che soììo il se^ 
"guito della terza Cena^ si credono smar^^ 
Yite ^ con danno della nostra lingua ^ per 
essere delle migliori che si abbiano , si 
riguardo alla bizzarria e giocondità del- 
f invenzione , come in rapporto allo sti^ 
ìe ^ purità di favella » con cui sono di* 
^tese. > 

IV. Le medesime ec« Ivi come sopra 
ia 8. 

Questa è una ristampa deW edizione 
euddeita^ che sembra fatta in Italia, e /&- 
9ondo alcuni precisamente in Lucca , po^ 
chi anni dopo quella del 1756. , la quale 
é ad essa molto somigliante 9 contenendo 
ancora il medésimo numero di pagine*^ 
dioiche potrebbe facilmente ingannar coia- 
io che in queste cose si contentano di fer» 
morsi alla prima apparenza senza pescai 
Lasca. 4 



\ in bMià ^ f correzióne dalia prtfnéBf 
€tgevole Jt rilevarlo da chi yog^ 
fame: in Mtto o in parte un esaUo oon»^ 
frento f come ho fatto io per assicurarma^ 
uè esattimtenie. Perchè poi quelli che H/on 
hanno ambedue le deUe edizioni f postane 
distmguere facUmersàe qual sia m buonm 
dfdla dififUosa ^ ho &reduto opportuno di 
ìffcoenname ie differenze più rmtarchevoli^ 
Oitrechè la prima e per la ùaria^ e per t 
èàralteri si manifesta subito per edizióne 
fiUramontanUf ogni pagina della medesima 
è. composta di 28. righe ^ e quelle della 
aopia di righe Zj. La materia però che in 
ciascuna di esse pagine si contiene^ òd£^ 
etribuita in modo^ cfys quella che occupa ìè 
irji righe della prima, si còntiéns appunto 
nelle 28. della seconda ; lo che avviene pef 
^ueté il carattere di quest^iUtima unpoo9 
piU picciolo di quello deW originale. Pari^ 
ìnenle lai Dichiarazione d^ Vocaboli del^ 
t edizione originale abbraccia soltanto einm 
que carte ^ e quella della contraffazione 
y«i. Irèolpré si scorgono in quest* ultima 
inaiti tnassiùci ertone di stampa , che nom 
sona nella prima^ i quali mi; sembra 'inm 
ale; di qui tiportare > basHando gli acofnÀ 
nati éhàè riìnarohevoU contrasségni per Pq^ 
#«» àuuale. NI 

V. La médeiinie. Lctd^ » qia Fìi^enseii 



^^SttU^e- def 175^* 9 ia quote rùi^nM,!^ 
W9m(xhia ortografia fid intetpunùqnfs i cp^ 
«Aa 9Wia990 molto fastidio ,4K IsggUorh^ 
Mpoltre, ciascuno potrà octdarvnetUe -osser^ 
9are quanta,^ sia^-ess^i veriimeute igriabite 
^.^riguardo alla carta % chetai c^aUtru l 
Quattm 4ÌeÌ{e pt^edeUe Novelle ffdfVt; 
§fO iruerjite .da 'Qirolamo Jjane^lti f^el t^ 
9Q. vplàp^ d4 NoiJoUief^ Sa^ììoo^ 
IfHQ cfHffpilato^ ed impressa^ ^.r^lgr 
9». pel Pasquali nei 1754- ¥» /^- ?aflij 

n . . .^1* ha Qeloqia^ Gomniedia^ reckataai 
in Fìreoie ,p9t4>ficamepte il Carnovale àef^ 
f nono i55o^ Firenze ia casa de* Giai|tt 

fS5l. io. a. •..:.[ 

k 'Edifulonf origirude rara^e ckaUi dalla 
!(injisea», fi scrilta in prosa ^ cóme lo sofùi 
4u(te ie ^l(n /H fl^^^Q Autore:^ a^^ 
^ ìntennedj in foersi. r u\ 

VII. 1m medesima miOTameole ristat^i 
MÙt (adi ^aagiontovi gi* ÌQterined|. Ivi p^| 
fjrmoti i56o/ in 6« 

•^ ./? uifa ristfànpa 4eSa sudd^a^^ cqm 
4fualche piccola variazione in, fine i 4^,# 
ggran^nte^ scorreva. Tuùùayolta è da te» 
parsi car^. per aver gC Intertnedj in v^rsi, 
0fJl^attQ. sBa^ersi dai sufriferiU^ essendo i 
jpHmi di argomento piacevole^ e questi fi 
(te fra per .pooqrnodarlÀ.^alC uso notturno. ' 

YlÙ. t^ àj^triuta^ Coinavedia , reci^ 
taUu in Sològoa » è la Fireujce al* JpaìM 




9» 

del uagBtfieo Signore Bemardelto de* 
dici « il CarooTale dell* anno i56o. Ifi atf- 
|nrcMo 1 Giunti loSi. m o. 

Edizione rara^ e parimente citata dal^ 
Ì0 Crusca. ^ 

Sarei molto inclinato a considerare là ^ 
presente^ come Fedizione originale di qtté- ^ 
àta Commedia^ giacché non mi è mai av» 
venuto di aver sot£ occhio^ né citata in 
Ofensm Ìm^^ ^uelia pur di Firenze del 
%66qì 9 che si accenna nella Biblioteca 
Jtaliana dclt Haym accresciuta dal Gian^ 
donati. 

IX. La inedeaitiiav Yenezia per Fran* 
desco Rampiztelto i56i. in ii. 

Semplice ristampa delT edizione sud" 
detta. 

Al N." 2gig. della Pinelliana se ne ' 
cita urC edizione di Firenze del i^8. ma 
ìdò é un evidente sbaglio , dovendosi di^ 
re i£f6i. 

X. Commedie^ cioè la Gelosia, la Spi- 
Xitata, la Streoa^ la Sibilla, la Pinzooheraé 
i Parentadi» rarte non più stampate « né 
recitate. Venezia per Bernardo Giunti , e 
Fratelli i582. in 8. 

Edizione similmente citata dalla Cru^» 
sca, ne/la €fuale le due suddette Commedie 
della Gelosia^ e della Spiritata furono 
in varj luoglU mutilate. Ciascuna di que^ 
ste sei Commedie ha il suo particolar fixjn* ' 
itspizio, e comincia con rnowa segnatura 
mimenMZione di carte. 



' JCt» I^*ArfeigogDÌo« CotumeJai tractt ove 
per la prima Tolla dal ms. originale. Fi^ 
reoze » ma Venezia » lySo^ in 8. gr. 
. ' È inserita nel Toma ly. del Teatro 
Comico Fiorentino, che si puBbiiùò in Ve^ 
nezia per opera del . dottor Ciò. JCarla 

FrighetU. 

> 

Oper^ in tersi* ^ 

XII. La Guerra de* Moalrì; al Padh» 
Slradìno. Firenze per Domenico Mansani 
1584. in 4. 

i Edizione assai rarOf e forse Vorigirutr- 
le di questo Poemetto^ la quale è citatm 
dalla Crusca. 

XIII. La medesima insieme alla Nanea» 
ed alla Gigantea ec. I?i appresso Antonio 
Gaiducci i6i2. in i2. 

Edizione parimente citata dalla Cos'i- 
sca. Il Poemetto della Gigantea è opera 
del Ferabosco , cioè di Girolamo Amc'^ 
lon^ii^ o secondo altri, di Benedetta Ar^^ 
rig^i. . 

XIV. La Nanea di M. S. A. F. Firen- 
ze 1548. in 

Questa è per av\;entura la prima edi* 
zione j ed in caso che esista ^ deve essera 
di gran rarità. 

XV. La medesima insieme ]alla Gigan- 
tea saddetta. Ivi i566. in 4. 

EdUione /issai rara ^ e sconosciuta 
molti Bibliografi. 



.-i 



Atire Hime M questo Tèutoni vario 
-genere t^^aonai sparse in varie raoaoUe^p 
pome in quella à^ Canti Carnascialeschi^ 
ìielle Poesie burlesche - del ^ Bensì e dmt* 
-tri ec. £a Canzone in lode deUa Salsk> 
-eia col Comenlo del Grappa^ siampaèa in 
^anloffa nel f 54$. f e piccia, in Bìrenase 

ru Manzoni ne/ iSSg» sem/ne in 8.. non 
ho qui riportata^ perchè io pure sana 
persuaso^ come alcuni altri Bibliogtafi^ cha 
ossa appartenga più probabilmente ai ÌBh 
swszyoia che al Lasca. 



< .- 



« • 



Jrgw>,aUiì antico impt^iad^Tirtfi^popo^ 

hf JiìMtui»^ M i Ornili jennoL emiiodici e 

. retti ailora daPraaoesoo prèma, serenisi 

^ jtmo Re di Francia^ ^U0ndo\itfUa ffene^ . 

erosale bellissima citràjdiPirmnae, là nel^ 

lui timo di Gennajo ^> un giorno di fesèa 

dopo * desinare si uovarono in casa una 

*nim meno ¥alorosa e nobile^ che ricca^e 

^ hello' donna ' vedova , quattro giovani dei 

y^'primi e più gentili della terra , per passar 

"" $empo^ e trattenersi con un suo canud 

' /rateilo^ che per lettere e per cortesia a^e^ 

va pochi pari^ non solo in Eùmnie^ ma 

in tutta Toscana;' perciocché'^ oltretàltso 

^ sue virtù ^ era musico perfetto^ e una oa-^ 

^ mera teneva /omita di canzonieri scelti, 

^e' d'ogni sorte di strumenti lodevoli f sap^ 

, prendo tuttie ^^ gioT^ani ,' chi più e ctii 

■' nten&^ cantare e sonare. Ora mentre^ che 

' essi e colle voci , e co* tuoni attendevano 

^ a darse piacere ^ si chiuse il tempo, e co^ 

^ -minció per swte a mettere una neve H 

• sfolta , che in poco di ora ideò per tutto 
* ìln braccio sommesso; di maniera che i 

' ^g^àvani' dò veggendo , ìasciatm ' U sonoro 
* ^o il cantmm^ di camera si uscirono., o in 
' ^mn heUissinmr cortile %B9mti., si diero a tra^ 
' ffMila^so ootta^neve.' ha mal cosa senien^ 
' ^eh la padromt di casof la quale èra awo^ 
' ^Hevmle è maniemm/ le eadtle net f animo di 
'^fan altfrauìh^ea gli altri giovani un as* 

* HMto yksceroiei o prestamene chidntò t/pat- 
ipmfàmi i i omm » ^Am sue-^^àstre^ «na 



tra rtmfkaie' f tlw per- vame^ cmgèani^ e per^ 
ìik^ni ri$peui si trovttPano aliora in casm 
§eco ; rtoHli ^ heSe tuue^ Ugffadre e groé 
-ssiose a mmrmvigUa. Le Jigtiastre avei^an^ 
i mariti loto^ per negotj aeila mercatura^ 
uno m- Roma e Valeri n f^inegia^ quel deU 
ta nipote era in vfiziot e qiml della vicina 
in 9iUa% e disse t Io ho^pensaào^ fanduUs 
mie eare^ che noi spaceiatamente ce nm 
andiamo in sut ' tetto ^e^/aeeiamo in un 
tratta 9 con tutte Je /aaiesce insieme , um 
numero grandissimo di' palle di neve, e iU* 
poi alle finestre della corte ce ne andia^ 
mOf e facciamo con esse a ^e'' giovani, che 
tra loro comméttono, una guerra terribile^ 
Essi si vorranno rivolgere e risponderci i 
ma sendo di sotto, ne toccheranno taniOp 
'che per una velia si - troveranno malconcL 
^P tacque il parlar suo a ^utte quanta ^ si 
che disfatto si misero in assetto^, -e colle 
Janti andatesene in sul terrazzo, e indi so* 

* 'pra il . tetto , con prestezza grand issi^na ire 
x^assòi'f e due gran paniere empierono di 

"■ ien falle e sode palle \^ e chetamenie-^^ne 
^^ "eennero alle finestre; c/ie^ rispendevano so^ 

* V pni < // tortile^ dote 4 giovani mal governi 
' 'ira- loro còmbatee^ano ancora^ e posaèe a 

^piè dt e ffù finèstra il suo vas»jo o la sua 

panierini si "a/foociarano- >un ératào sm> 

^xinie e 'sbraèciate\ e - comimciarono di qua 

^'edt'ìà'à trarre confitsumente- ^^ giey^ù ^ 
'-^quaii ^umnùa meno se -le ^gy^/ptigiio» 



6fr 

tanfo pia -jHirvè loro ^H ca$o*>^4Mp e^.ma^ 
ravffilioso. • £• colti alF ùnpromUo «ni/» ^ queir 
subito^ alzando il capo in^u^ nonsàppifin^ 
do risolverse^ stavano fermi e^guardavano^ 
sicohè di buone pallate toccarono nelle tem*, 
pie 9 e nel.i^iso^ per lo petto , e per tutta- 
la- persona. Pur poi veggendo , che le don* 
ne face\^ano\daddcv,ero^ gridando e.riden»^ 
do si rivolsero^ è cominciarono insieme una 
scaramuccia la pia soUazzevole. del mondai 
ma i gieuani ne andavano col peggio, per-; ' 
ehè nel china rse erano colti scofifiiamen* . 
tB^e> nello schifate una. palla , T altra gli ve* 
niva a investire^ e spesse volte avvenne ^ 
che alcuni di lord, sdrucciolando, caddero,^ 
onde otto o diece pallate toccavano a un 
tratto; di che le donne facevano muravi* 
gliosa festa, e per un terto, d'ora, quanto 
bastò loro la neve^ ebbero un piacere in* , 
comparabile. E di fatto, quella mancata^ 
serrate, le finestre,, se ne andarono a scalr 
darse e .a mutarse , lasciando i giovani nel-* 
la x:orte.a sgrido , tutti quanti imbrodolai. 
e molli. I Rovani veggendo sparite le don^ 
ne^ e\'le finestre, serrate, subito , lasciata 
la^ impresa n se ne. tornarono in camera^ 
dóve trovato acceso un, buon fuoco , elèi 
attese a rasoiugarse^ chi. a farse, scalzare^ 
chi ,se ne entra ìwI. letto ; e furonvi . di 
quèlH^^iAB si. ebbero a mutare per infino 
alla camicia. Ma poi^cbe essi furono ra>* 
sciattile riscaldati^ non si potendo- dat^ 
pace, jMlh .essere ^stad dalle donn^ coskf . 



6t 

ffwióonci^'pfens'àtono -di ^oendieairsene ', -a^ 
dt ^oneordim-* ùornacise/te cheiamence nel\ 
cortdì^^ s^emfHerono tutti le mani e il Ssno^ 
di nevé'j e i>r&deadosi troi^ar le donne sprov^ 
pedate inùorno al fuooo^ s* avviarono piar^ 
piano per assaltarle^ e fare le loro vendete 
te / ma nel saHr la scala , non poterono' 
tanto celarse^ che da guei/e non Jasstro o 
sentiti^ e "veduti; n che consocia Uno stan- 
te; serrarono Coscio della sala , onde i gio^ 
fani rimasti scìietniti ^ se ne ritornarono^ 
in cùmem ; o perchè egli era già restato 
di nevicare^ ragionavano di andare in quaU^ 
che lato a spasso; e mentre chotralor^ 
si disputava del luogo ^ cominciò per sor^ 
te , come' spesse "volte veggiamo che la 
ne%e si converte in acqua , a piovere ro^ 
mnosamente , di modo che si risolvetono 
di starse quivi per la sera^ e jatto portar 
de lumif perchè di già s^era rabbujato^ e 
raccendere il fuoco , si dierono a cantare 
certi madrigali a cinque voci di Verdelot^ 
to e éC Arcadelte. Le donne , poiché ella 
ebbero scampato la mala ventura , atten* 
dendosi a scaldare, si ridevano di coloro^ 
e nel ragionare insieme di cose piacévoli 
e allegre f udirono per ventura i giovani 
cantare , ma non discernevano altro , che, 
iM poco di armonia; onde desiderose ttin^ 
tender le parole^ e massimamente alcuna 
di loro t èhe se ne intendevano e se ne^ 
diiettavanOf deliberarono per consentimene 
10 di ùutte^ e d^ accordo^ che i gjU>t>ani sk 



pàBf^nfiUtth: a tpst, winan^a o pfir.4àmicuia^ 
starno , dmmesticanufntè. saiUi praiìGare ùp^^ 
sieme. JS così la, padmna fa.fatt<^ messag^^ 
ffera\ la ^u(U cQsai. giovani 49co§ti:aron»j, 
pia' che, wlentien^ ^ eoUa,dafm^ presta-- 
fnetUe ne v^Hfiera co/UenUsshnL^ in . sala ^^ 
dove dalla. àUte,dcmr\ajwono ononsua^n%. 
l§^ <i eam ^ffWidissima (dhgrttzza 49 qnfit^ 
sicevuiiK.JBLpoi che €^si..ebbno.x^ntati. .^ 
aìAroUa ììfadrigali^ oon jadiìisfé^imcnit^ 
« piaaera non. picfiqlo f di tt$U^ la brifftUf^ 
:tL misera, a ,4ederfi. al fuoco ^ .^ dov/e un 
iffie^ giovani oi^endo arry^caco di camera 
Cffnlo Novelle^, e^ tenendqlQ così sotto, 
hmccio^ fu. jdomandafo da . una di q^ell^ 
dQunc^ ohe li^rp e^i fosse : alla i^ugle ^a« 
im risposi M«r^ il piU k^llQ ed M.pià uti^ 
kichajiisse mtii siato cpmpqstq^ Questa ^ 
4iisf0^ éona le, f^i^ole di jness^r Giovami 
Sofioofìcia ^ aiazi,4i ^n QiovQnm Bocca^ 
^ro. MibeiHi$ wposa urCaUra di loro^ «$^s%i 
tOt mLpiacquq, ^ sogghigna f E perchè .il 
gk^aisoi a^wa,kell^, ypQe a buona, grav^ 

mliieg^re^/M 4'in^^opregatPtJC^qtéMr 
tHimt 4sa^voksse.^.,ii:e . a, s^a scelta i-mq 
^^ ricuiando^ s^levos che akri^ icggesfi^ 
^fS^mQ 4 ifuaadQ . wì altra d^fìe. dorme ^^ ly^ 
,pèglianÌQ^ Ia partBtiej^ disse. ei^, tqrre.fid^ 
im$sa Una giornata^ e ofascw^q leggé^db^ 
w.^cia; ali0SQ -che esfi erano.., diec^^ yet^ 
M^» /awfì^r #>e . Q-ogiìuno, tofidier^ks 



e»' 

. jcir Ji <ì09ieiy e casi mentre cSfe srhomism^, 
eletta delie giarnat»i ohe clU vtd^a Im éfuii9^. 
ia^ctii lateru»^ ^Utri^Uè, jesta, okri. Uk 
qtéoHa^ echi Itr seuima^ venne vogìia^^ 
aita douns principale di meCùere md effet^ 
40 Un pensiero^* cÀa alloru alionè -Je era 
venale nella • fafUaeia ; e- eenuè^^e» alirm 
leveiési àalfuacoi '4e he onda' im4)amara%' 
^fiUioei cluatnare il servidore di easa e il 
femiglio s iir^>òse loro ordinatemence éfuel 
ienioi che ella -voleva che essi facessero \^ 
e^^iornatasene al suo luogo , là ^dove an^ - 
mra tra^ la eompagnia della giornata #|.^ 
Ospuian^a^ con iella maniera » o luffa fen 
stevole cosi prese a direv Poiché la ncces% 
sita*, più che il if ostro senno ^ o *il Mostre^ 
ewedimento^' valorosi giovani, e voi leggiaih - 
sU-e /ameiuUe 9 ci ha ijui insieme -per 'Ut 
non pensala a fugiorusre stasera incorna a- 
questo fiioeo - condotti , ' io sono Jòr^uita 
^iiiadervi e pregarvi, che mi'facdùtit una 
graeia, voi uomini , dico, perdoqchè la 
mie donne^ tanta fidanaa^ ho neUa*benigrUf 
là a\neUa cortesia loro, so che nomma»- 
aéenumo di fare ^psel tanta che m^piace^' 
ma. Per la tfual cosa^ i giovani prótrtettenu 
sk> tutti, e gitttando 'di fare ogni cosa \chm 
lora si potesse , e che le tomtuse cq^ 
ìa^ ella scffdèando ,' disse : ^Voi udite^ 
meme non ptsr piover mnù diluvia ^Uciebsi 
ss però la grazia, che far- mi dovete^ ^^Mk 
^he scasa partirvi di qui altrimentif vLda^ 



a'- «1 



«4 

griàattr hissUi sera di óùkmr mecò dome' 
siicamenie^ e col mio fraùeUo\ e amicissi^' 
mo Mostro intieme. Intanto la piùg^ do*- 
vera fermane; e quando bene eUa segugi 
iàssef giit a terreno sona tante camere for> 
nite t che molti più che voi non sete f vi 
alloggerebbero agiatamente ; ma intani» 
^e Cora ne venga del cenare^ ho iopen^' 
-eato, quando vi piaccia, come passate al* 
legramente il tempo; e questo sarà^ non 
leggendo le favole seriòle del Boccaccio » 
ancora che né pia belle nò più giocon^ 
de né pia sentenziose se ne possano ritro^ 
Pare; ma trovandone e dicendone da noi 
seguiti ognuno la sua; le quali ^ se non 
saranno né tanto belle ,■ né tanto buone , 
non saranno né anche^ né tanto viste né 
tanto udite, e per la novità e varietà^ ne 
deveranno porgere , per una volta ^ con 
qualche utilità non poco piacere e conten^ 
' io; sendo tra noi dslle persone ingegnose, 
sofistiche 9 astratte e capricciose. E voi , 
giovani^ avete tutti buone lettere d^ umani* 
tà^ siete pratici coi poeti , non solamente 
JLatini o Toscani^ ma Greci altresì^ da non 
dover mancarvi invenzione « o materia di 
dire. E le mie donne aricora s" ingegneran* 
no di farse onore; e per dime la verità f 
noi sento era per carnevale^ nel qua/ tem- 
po é lecito ai reUgiasi di rallegrarsi , e i 
frati tra loro fanno ^l pallone , recitano 
Tcomntedief e travestiti suonano, ballano e 



65 
MMfiffPBa».^ o/iS» monache aneora non si 

disdice nel rappresentare le fesie ^ qUesU 
giorni vestirsi da uomini, colle hetreue di 
velluto in testaf coUe calze chiuse in gang* 
iOf a colla spada al fianco. Perchè dun^ 
que a noi sarà sconvenevole o disonesto 
U darci piacere novellando! chi ce ne di* 
Tà male con verità ? chi ce ne potrà con 
TQffone riprenderei Stasera è giovedì' ^ e 
toma voi sapete^ non quesC altro che verrà^ 
ma queir altro dipoi^ ò Berlingaccio^ epe^ 
jò voglio^ e chieg^Soìfi di grazia, che quo* 
sti altri due giovSd^ sera vegnenti f vi de- 
gniate di venire a cenare similmente cortr 
' mio fratello e meco; perciocché stasera ^ 
non avendo tempo a pensare , le nostre 
favole saranno piccole, ma quest^ altre due 
sere ^ avendo una settimana di tempo^ mi 
parrebbe che neltuna si dovessero dir mez^ 
ume^ e nelCahra^ che sarà la sera di Ber* 
lingaccio^ grandi; e cosi ciascuno di noi 
dicendone una piccola^ Una mezzana e una 
grande^ farà di se prova nelle tre ^ise ; 
oltre che H numero ternario è tra gli al* 
tri perfettissimo^ richiedendo in se princi* 
pio, mezzo e fine. Quartfo il parlare della 
. donna piacesse agli uomini parimente e 
alle giovani donne , non che scriverlo, a 
pieno^ non si potrebbe pure imrrtaginare in 
parie; e ne fecero manifesto segno le pa^ 
-rolcy gli atti e i gesti di tutti quanti ^ che 
fton pareva^ che per la letizia e per la 
Lasca. 5 



-* I 



domna seguitò cosi dicendo ; E^ >^' .pqy ^ 
n di 9ec&isUàf che, tutte le CQ$e , fih^fi. . 
paiano a Jaref ti facciano eq,m qufdclui^wyj 
Àne^ a fine che lo effetto ne seg^iifi^^p^iri^ 
quello che elle so/i fatte; e, per qnw0t^ 
parrebbe^ quando a voi paresse., ck9. wH\ 
ci reggessimo non con -Re 9 f<^JMif^% 
ma. eie ci goiyermusimo ^ guis^ 4ftjl< yi4> ^ 
blica; e mi parrebbe aacor(^ piacendo ^liy 
dimeno a voi tutti quanti^ che, neflo éBS§^^ 
re o prima, o ppi al noveUore^c^ Af f<yr\ 
Se e la fortuna la disponesse^ e che 4f ^ 
gliessero tre borse ^. e che neW^nafuss€{rQ 
scritti in poUze i nom^ vostri^ nell^elfr^^ 
fucili di noi donnef e che n^Ua terz>^ 4^^ 
polize fussero solamente ^ una dicesse j^Q^ 
mn\ e una donne • e che jdi questa ulti*' 
ma il primo tratto se ne traesse una; a 
che di quel g/tnere^ che ^lla fusst , si cor 
vsssse poi o della borsa degli uonsini^ o di 
sjuelèa delle donne ^ e cosi si seguitasse^ 
pr dell una or delT altra traendo^ per infi- 
tto alC ultimo \ e ài mano in morso a chi 
toocasse » .ri acconciasse al fuooo per or^ 
dine a sedere^ e al primo che esce o don-- 
ma 9 od uomo^ cosi per questa sera (i ) ».. 
• •••••• re , e guardare come 



(f) Manca il restaoie^ cioè una carta 
intiera neirorigtoale, iudì ripiglia la pagiaa 
Msseguenle coxue siegue* 



' 



Ir Madm •0Ua^ o pia. Ma toidÉmdù og^ ; 
wàd Oiièiib' ragionameuto ^ prima òhe al 
mtnmare^di ifuesia sera si dia prìnéipio , ' 
iw rbHflgo a £«, Dio òttimo e grandissimo^ 
tke solo tutto sai^ è tutto pùoi^ priegan* 
doti diuòtanumte e di cuore, che per tua ' 
iafitnSa^ bontà e (demensa mi conceda , e 
m tutti jfUMtt aliri^ che dopo me diranno^^ 
taàtt> '£d tuo ajuto 'e della tua grazia^ ehit^, 
ts mia lingua e la loro non sKca oiisà 
mkmstt se non a tua lode^ e a nostra éon^ 
ésiOsiona. B coA venendio alla mia fàvola^ 
II' quale » per dare animo a tutti ffoi^ è" 
wmtts^ssyi come festevoli e gioconde si deb'^]^ 
iofto raccontare t sarà più tosto che rio 
alquanto lasdvetta e alteriti e seguitò di* 
tendo. 



f 



«s 



PRIMA CENA. 



NOVELLA PRIMA. 




\ 






N 



on sono però molti anni passati, che 
in Firenze fa nn Talentissimo nomo medir 
co, che si chiamò maestro Mingo t il qur- 
le già sendo Tecchio» e dalle gotte torme^** 
tato , si stara in casa , e per sno pa^a- 
tempo scriveta , a utilità delle persone t 
qualche volta alcune ricette. Ora accadde, 
che a* uo suo compare, chiamato Sal?e« 
atro Bi^domini , si ammalò Ja onoglie ; on« 



d^ colui ayendo^ iQokti^inLedici iiqronto, • 
niellò aT«adoae joà Mfalà. fii fiduito, óoit 
chfi gaarire ,. cooscere pure la iafentiicà 
,di colei t 8fi ne . andò fioaimeote al so0 
maeMro Mingo, b gli contò della moglie 
t^tta la.malalUa; e di più ^i disip^ co- 
me lutti { Biedìai , che F aTerétio Teduta^ 
W av&ranù falla naia giualìficaaia ; per^ 
|c»Dhè'il Maestro doleste dÌ8M al oompi^ 
fio, cha mollo gliene increseeTat e che a^ei» 
|e pacieosa ; perchè il dolore della, mbrté 
JèUe nogH ere eoqte le nercowe.dd g<i» 
jnito, che benché elle dolgano fortOi jpaa- 
sano tia spacciatamente , e che non si 
^igoltiseet che non gliene era per manca- 
re. Ma SaWestro» come colui che fuor di 
modo amava, e cara teneta la donna, Ip 
pregava pure , che le desse e ordinasse 
qualche rimedio. Il medico rispondendo 
diceva : Se io potessi pure venire a veder- 
la, qualche riparo le faremmo noi; nondi* 
neno arrecami domattina il segno; e se 
iò^ vedrò di poterle giovare, non mancherò 
deir obbligo .mio:, e fatfosi raccontare ap» 
punto, e informatosi meglio deHa malattia 
ti colei,, gli. disse ebe quella orina serbaa- 
«e , e af recasse&li , che daHe diece ore im 
Is fosse fìitli dalla donna , seoda allorii 
Jà tir ultimo di Genotjo; della qoal cofli 
jknoJto ringraziato il Maestro, si parti con- 
tento SAlvesrrof e torncssene a casa , e la 
sera mede&imaj poicb'q^li ebbe cenato, dis* 
^•SjHa mog)^, 9oaM B acgao di lai volete 



là^flAAttmà v'itetfente {Portare Al conipi^ire^ 

1^ le^fécé {tìtebdèrè/ conte bfébgo&Ta quel^ 
Q 'dalle diéìéé ore in ìk. La donna, yoIòq- 
lerpsa di suìiHt^e» ne fu contenta; si che 
SalVésInS nllt>osè a uria fiimiceUà giocane ^ 
che €sa avcFànò ,' di veotidùe anni o ia 
'airciay che btesée ibtomn a ciò aTfértila^ 
e in orecchi; è àctbonciolle -un oriuoIb\ 
di quelli col déstatojo ^ e' le comandò ohe 
fo^ sentito il ròmbt-é hadassef. e la pri- 
jpa orina cné là donna fàccsslf, méttesse 
e. '^uardà'Mé déntro Un otrdaiè ; e aada« 
tote. in un* aitlrb bàmèrd ài ietto; la lascìd^ 
ho\\iA moglie in guàrdia, acciocché se nuU 
)a ancora le bisognà^^e , le potesse accon^ 
ciaìnènté servire « come era solila di fare. 
Venne intanto l^ói^a dipratata, e Toriaolo 
avendo fatto il bisogho", là fante cfaa 
Sandra aveva iiome , tegliando tanto slet* 
le^'che a colei venne voglia di orinare, é 

^raccoltala diligèntemente la mise neir o- 
j-ìnale, il qiiale'posb rasente una cassa, e 

jgittossi sop^ il lèttilbcio a dormire. Ma 
Tenutone il giorno , ed ella risentitasi per 
4arè Tortna al padrone, se l^gli la dimane 

^^asse^ né andò ratta dove posto lo aveva, 

jB trovato, nòli sapendo come Torinale^ 

^rse dà* tòpi o dalla ^atta sospinto, che 
iaveva dato la volta , e tutta s era rove* 

^sciata Ferina , dolente e paurosa rimase } 
e. poti sapendo che scusa si pigliare^ te- 
mendo di Salvestrò, che era , anziché nò, 

"'nOblio nikn "|idt&ttò , V bizsarh)^^ dilifoerÀ 



fj2 eniÈ. Mtifà* 

per Bon awr^del romore, o foTM aliale^ 

5 jccbiala, metlwti dentro la eoa; <Qa atea** 
oDe voglia t pisciandoTi , empiè mezao 
queir orinale : ne stette guarì, che Salve* 
6tro Tenne t e domandolle T orina; ed ella 
come avete inteso, in cambio di quella 
della moglie inferma, la sua gli porse den- 
tro r ormale. Colui non pensando altro » 
aotto il mantello messoselo , ne andò vo- 
lando al medico suo compare, il quale 
veggendo il segno, maraviglioso e ammi« 
rato .ne rimase , a $alv€stro dicendo : G>- 
6tei non mi pare che abbia male alcuno» 
Colui diceva pure : G>si noli* avess* ella ; 
la meschina non si muove di letto. Il me- 
dico nou veggendo in quella orina segno 
alcuno di malattia , al compare rivoltosi » 
disse ^ allegando certe. sue ragioni e auto- 
rità di Avicenna, che T altra mattina vo« 
leva rivedere il segno ; e cosi restati , se 
ne andò Salvestro alle sue faccende, lascia^ 
to il maestro di non poca maraviglia pie* 
no. La sera intanto ne venne, e Salvestro 
tornato a casa, e cenato,, alla serva mede* 
sima ordinato il tutto , diede la cura , e 
andussene a dormire. Ma poi , scoccato 
r orinolo, e venuto il tempo, e colei chie- 
sto da orinare, e la Sandra, riposto aven- 
dola,, si ritornò a dormire ; e a buon* ora 
risentitasi , fra se stessa pensando , Tentrò 
paura addosso, dubitando che il padro* 
ne nel portare Torina della moglie amma- 
lata, ella non fossa dal loedico conosciu- 



te; é si |M|iiliva forte di arerli^ il primo 
Iratlo -icavibiata ; temendo poi che 3aNe- 
itro adiratosi t non le facesse confessare i( 
cacio t onde poi la cacciasse via, o le deai 
ae qualche baona tentennata: sicché riso* 
latai^ prese per miglior partito di gittar 
TÌa quella^ e di ripisciarfi un'altra volta; 
e levatasi prestamente, come disegnato ave- 
va , coA fece. Ella era - di Casentino , « 
come voi sapete, ne* ventidne anni; bas^ 
aa 9 ma grossa della . persona , e compresa 
•a e; alquanto brunetta ; le csrni aveva 
fresche e lode, ma nei viso colorita e ac- 
cesa ; gli occhi erano grossi , e piuttosto 
che no lagrimosi e in fuora, di maniera 
che pareva, che schizsar le volessero dalla 
testa, e che gittassero fuoco ; uno scorzone 
da macinare a raccolta, e un cavallotto, 
vi so dire, da cavare altrui d^ogni fango. 
Cosi venutane V ora , e Ss^lvestro avendo 
chiesto , e da lei avuto Torinale , se ne 
andò al medico; il quale via più che pri- 
ma maraviglioso , assai quella onna guar- 
data e rigui^rdata, uè veggeodo altro den- 
trovi , che segno di caldezza, a Salvestro, 
^sorridendo, disse: Compare, dimmi per 
toa fé , quant* è che tu non usasti con 
mogliata il matrimonio ? Colui , pensando 
che il maestro lo burlasse , rispose : Voi 
avete buon tempo. Ma il medico pure ri- 
domandandonelo , rispose , essere più di 
due mesi. Sta bene , disse il maestro ; e 
sopra iAò pensato alquanto si dispose di 



1^4 . /. HkniA .^èt1fI^ 

f càeM la fcm - Tolta rivedere r^orini ^ a 
gK dÌ6se^ Cdntpare^ rallegrati» che io wsa^ 
so di arer ' oonosoiotò * la infermità delkir 
CòmaM ; ond* io ho speranza agerolmeiiti^ 
é eoa prestezza rèndertela sana ; A che do« 
mattìiia ritoma 'medesimamente cot swno^ 
e io ti 'ordinerò alleilo che tu debba fare; 
F«rtissi allegro &il?estro« e alla mn|^e 
fk>riò la' buona ùòvella, lietamente aspetof 
fendei? con disio il giórno tegnente* per 
intendere il modo di ritornar sana la sna 
eara consorte. Cesi la sera» cenata che e^ 
ebbe \ ' stette alquanto intorno alla' donna « 
Confortandola , e dipoi « commeseo il me* 
desimo alla- serva, air usanza se ni» andò 
tfl Ietto* a riposare. La Sandra « avendo il 
^rvello a partito , perchè non avesse à 
Uscire scandalo ; poiché due volle aveva 
^toio errore, seguitò di farlo la terza ^ 
e à'Salvestro la mattina diede la sua ori*^ 
Ha, In' véce a quella della moglie: il qua^ 
le, quanto pm* tosto potette; al maestro la 
]fk>rio. Ma^ il medico, pura e chiara v^gèn 
dola Ul solito, se gli rivolse ridendo, e dii 
^: yiea ^ud, Saltestro; a te' conviene» 
^^''^braitii,' collie par che tu tnostrì, la sa^ 
Iute di inogliata , usare secò il coito; per& 
dbcchè altro non vegffio in lei di male, sa 
non soverchio di caldeua ; né altra via a 
modo ci lè per sanarla, che il coogiunger<« 
8Ì^ a ehé fare ti Conforto, quanto più to^ 
sto*" meglio , sforzandoti di servirla gagliar^ 
daDMnfta^* e sr^auesto nov giova . fisi co» 



lo« die * dZi MI -spacciata. SalfMtro \ ioUra 
lèda pretlando al medico, promesse di fa* 
siir il DÌfogoOy^e lasciollo col nome dì Dici 
iapettaodo con - grandissimo desiderio la 
notte ; nella qaale la salute della donn# 
procacciar doveva , - e ricoverarle la smari* 
rita ^sanità. Tenne finalmente Ib sera ^ ed 
^K Cstlo 'ordinar benissimo da céna , vol^ 
to in presenza della moglie mangiare^ avea« 
do fatto intorno - al letto 'accomodare nit 
quadro, e con un suo compagno f nomo 
piacevole e faceto, motteggiando sempre ^ 
^enò allegramente» Alla fine dato lic<!iiza 
al compagno , e alla fante detto che s^ 
ne andasse a dormire in camera stia, a 
èolo rimase, SI cominciò in presenza della 
donna a spogliare , burlando e ridendo 
loltavia. La moglie, maraviglidsa non me- 
no che timida, attendeva pure* la fine di 
qaello« che far volesse; il quale restato 
come Dio Io fece , se le corico al lato , e 
aòminciò di fatto, toccandola e *striogen«^ 
dola, ad abbracciarla e a baciarla: a cui 
la donna , quasi Aìgottha, ciò veggendo è 
aentendo disse: Ohimè! Salvestro , e che 
▼ool dir questo? Sareste voi * mai uscito 
del cervello? Che è ciò, che voi Tolete fa- 
rel Colui rispondendo , dicera pure : Sta 
Cerma, don dubitare; pazzerèlla; io pro^ 
Mccio tuttavia di guarirti y e volle^ questo 
detto, acconciarsi, per salirle 'addosso; ma 
aolei, alzando la voce, prese a dire: Ohi^ 
■sei traditore, a quesfa modo Tolala aoai^ 



7& pmniA CKK^ 

mazzarmi'? e non potete aT«rc pàcieu^ 
Unto che dt se stessa mi occida la inalai*, 
lia, che sarà tosto, senza volere affretta^, 
mi con si strano mezzo la morte? Come!^ 
risposa Salvestro ; io cerco mantener?! in^ 
¥Ìta, anima mia dolce; questa à la iftedj* 
cioa^al tuo male; cosi mi ha commesso it 
compar nostro maestro Mingo, che sai 

Juanto e($li sia intendente fm gli altri me« 
ici; e però non dubitare, sta cheta, e sak 
da, a fine che, prestamente guarita^ esei^ 
di questo letto. Colei gridando pure, è 
scotcndosi, non rifina va di riprenderlo e dt 
garrirlo; ma sendo debolissima, dalla forza^ 
e daV preghi del marito si lasciò finalmente 
Tincere, di modochè il santo matrimoni^ 
adempierono : e la donna , avendo propo* 
stosi di stare immobile, come se di marmo 
fusse stata, non potette far poi, che non si 
dimenasse ; e ben le parve, come il marito 
la strinse, che le mettesse, come egli ave- 
Ta detto, la salute in corpo; perche in un 
tratto senti dileguarsi il rincrescimento e 
r affanno della febbre, la gravezza e la de* 
Bolezza del capo, e la lassezza e la staiH 
chezza delle membra, e tornar tutta scar 
rica e leggiera, e col seme generativo^ gii- 
*tare insieme la zinghinaja, e tutto il malo- 
re: e così amenduni, fornitoli primo scon- 
tro, alquanto presaoo riposo e lena. Ma 
Salvestro , avendo a mente le parole del 
medico^ si messe in ordine per fare il se- 
condo, assalto, dopo il quale, non molto 



IfÓTELLA I. ^ 

fletto che il terzo menarono a fine: A che 

"itanchi a dormire si recarono, e la donn% 

che Tenti notti innanzi non aveva oiai po« 

' tato chindere gli occhi, s* addormentò in* 

' còntaneute, e per otto ore non si svegliò 

mai» ne si sarebbe svegliata ancora, se non 

che frugandola il manto , al* quarto assai* 

lo dierono la stretta , che già era di alto ; 

e la donna si addormentò, e dormi poscia 

perinfino a terza. Salvestro * levatosi , le 

fortò al letto di sua mano confezione e 
rebbiano, come se ella fusse stata di par- 
to : la quale più mangiò , e più di voglia 
la mattina, che per Io addietro non aveva 
fatto in otto giorni ; di che lietissimo il 
marito ne andò al medico, e ogni cosa gli 
raccontò per filo e per segno ; onde il me« 
dico ne rimase consolato, e confortoUo che 
seguitasse. Salvestro da lui partitosi , poi* 
che egli ebbe recato a fine certe sue fac- 
cende, in su Fora se ne tornò a desinare, 
ed avendo fatto cuocere un buono e gras- 
lo cappone, colla sua cara moglie desinò 
aUe|;ramente ; la quale, riavuto il gusto, 
qu^la volta mangiò da sana, e bevve da 
inalata. La sera poi, molto bea cenato, se 
ne andò col suo marito al letto, nou più 
dolente e paurosa , ma lieta e sicura del- 
ia medicina. Cosi Salvestro airu&ato medi- 
candola, e facendole fare buona vita, per 
non tenervi più a tedio, in quattro o in 
tei giorni sì usci del letto , e in meno Ai 
ditcì , ritornò Cresca e colorita , e quanto 



9t m«i.wmu 

mèi pler l<y addietro fosse filata^ «im e bA»; 
]«• DelU qoal còsa, col odaritoinsitme coik 
ieDlÌMOEUit ringraziaTa DtOt e la buona w^*^ 
verlebva» e il vero . coooaci mento dd. mtH 
4ico suo compare , cba di quasi morta 4 
renduto le aveta con si dolce mezzo I9 
prospera sanità. In questo mentre 9 vennldf 
se ri carnoTale, accadde che una sera dop^ 
cena, sendo Silvestro e la moglie al fuocq^ 
lieti e pieni di festa cianciando e ridendo^ 
)a Sandra, Tedoto che lo scambio deU*o» 
rinaie era slatQ. la salvezza della padronn 
ed il conforto del lAarito, ogni cosa, oom^ 
era seguito « particolarmente raccontò lo« 
ro; di che maravigliandosi, tanto risero l^r 
aera, iotorno a ciò pensando, che doleva « 
no loro gli occhi* E Silvestro non fu prii» 
ma giorno, che ne andò a casa il medico^ 
€ gli narrò ordinata mente il tutto; il qua- 
le stupito, e quasi fuor di se considerava 
il bel caso che era nato ; e come non vo« 
letido, anzi quasi per nuocere alla donnat 
colei fosse stata cagione di giovarle^ e ve- 
ramente della sanità sua ; e avendo riso uà 
pezzo anch' egli, a ognunOf che a casa gli 
capitava* come per un miracolo, racconta* 
va questa piacevolezza; e nelle sue ricet- 
te scrisse, che a tutte le malattie delje don« 
ne, che fussero da' sedici infine a' cin» 
quanta anni, quando non si troTasse altro 
rimedio, e che da' medici fussero state di* 
sfidate , il coito essere atto e potentissimo 
a renderle in breve tempo sane, addu* 



V. 



iiii 



7»V 



aoefla per esempio, ch/5 nelle -ìiae 
core cb era* ^otenreouto. £ a Sai? e^ tro fece 
intendere > che la saa fante ^ che di tanta 
Balie gli era stata cagióne , bisogno, gran- 
£ÌMÌttio aTCTa di marito , e che senza pò- 
trd^lMS agevolmeote . incorrere in qualche 
strana e pericolosa infermità : ónde Sjilve- 
stipo > -per ristorarla d^l beneficio rfcevato ^ 
l^dkaé per moalie a uno figliastro di uà 
tqo ktontore da San Martin la/^Palma, 
gìoTttDie di prima barba ^ uno -scuriscione » 

dire, che le scosse^ la polvere e le 

ò le congienture* . 



8x 
NOVELLA IL 

Un Giocane ricco e nobile^ per vendi^ 
corse con un suo Pedagogo , gli fa una 
beffa ^ di maniera cke colui ne perde 
il membro wrile^e lieto poi se ne ior^ 
na a 



N. 



oo potevano restare le donne e i gio* 
Tani di ridere della piacevole novella di 
Giacinto , molto lodando la ricetta del 
Medico intorno alle incurabili malattie delle 
£emmine; ma sapendo Amaranta a lei 
dover toccare la seconda volta , cosi scio^ 
gliendo le parole , vezzosamente prese a 
dire : Veramente che Giacinto , si può di- 
re 9 che per la prima una favola ci abbia 
raccontato ^ e io per me ne ho preso pia- 
cere, e avutone contento maraviglioso ; e 
così mi pare che a tutti voi sia interve- 
nuto 9 se i segai di fuòri possono o della 
letizia , o del dolore di dentro fare alcuna 
fede ; laonde io sono deliberata , imitando- 
lo « lasciarne una, che io n'aveva nella 
fantasia , e un* altra raccontarne , venutami 
or ora nella mente , che non credo che 
vi piaccia meno , e meno vi faccia riderCf 
e cominciò così dicendo. 

Amerigo Ubaldi, come voi bene po- 
tete sapere, fu ne* tempi suoi leggiadro, 
HGCorto e piacevole giovane , quanto aUra 

Iàugo. 6 



.^cpe fosse mml in Firenze.; jl quide.]>^ 
vìbÙ^ yeplura ^ . vivepte >uq. fMace^, f^ii^ 
nella sua fanciullezza per guardia un p^- 
^dagQgo 9 il p\u imfiortuno e KitroSQ v cU^ 
tese ^àmniai ^ oltre lo essere ìgoonmte« s 
^(fo( il. quAlevlc^M^^nao andare lo aocopif 
jiagnarjp ^Hai scuola ^ ìKrilorf tarlo a cas^ 
non gli si voleva mai levar .4'inlorno ( tal- 
ché il povero fanciullo non poteva fa vel)iaii0 
.parola, che il pedante non la volese inlcii^ 
. date. Che pia ? tniesser )o precettore t noa 
^miexA altro struggi menu) che m^narseki dit^ 
lr<H ^ stargli, appresso > e Io guc^dava CQ« 
me una fanciulla. in casa, facendo intea- 
dtre al padre , quanto fosse da tenerlo ia 
riguardo y e non gli lasciar pigliar, pcatir 
jqhe ; .perciocché , ì giovani , erano pia chi9 
Jtt^ì acorretti e volti ai vizj , 9 per coase* 
moieote inimici; delle virtù: tanto che. al 
JMuiciulletto ^ per paura 4el padire ^ conve- 
Wv^ coxiveràare e praticare con compagui 
^fempre* o eoa amici del pedi4g<>go., che 
j[ier io più erano tutti o castellani ccoar 
Jts^ini. Penaate dunque v<ii ^ che costumi «a 
Buone creanze apparar poteva 9 ed in qi^ 
èia maniera lo teoue dagli undici per. iiv- 
fino, ai diciasseUe anni. Ma dipoi morendo 
a^ Lione uno suo zio^.e il padce sendp 
Cfigiiouevole e attempato , f^ costvetto an<)ar 
Jà egli per una eredità grandissima ,. dove 
atette dieci anni , e praticando a sixo piar 
opre con alcuni .Fiorentini, che vi en^apo 
pari^suQÌ> gipvani .nch|li G.^Qtiji , si fec» 



4i' io* breve «ostumaio e Taloroso , e còm% 
^e* che atera spirito- diveone intendeiita 
td etperlo nella meroatliTa. Ma in qaesto 
mèahre' moreadogli ^uaniaso ìV padre ita, 
forzato 'topdafsèoe a nrenfe, a(We trò* 
rò il peJagogo più bello ehe mai , olle 
due suoi fratellini si menaTa dietro/ Ma 
poiché egli ebbe le sue cote acconce e di* 
tÌ9Bte in guisa che sfavano bene, voleadb 
a iiioue tornarsene 9 diliberò innaoit tratto 
di' volef cacciar via il pedante^ ìcbe ttattto 
'kt odio ave^B , considerando "quanto trlstfàp 
'iuante consnmnr gli ayease fatto la siur più 
fresca e più fiorita eiade senza uiii piacere 
o uno 'spasso al mondo ,< e liberare i fra^* 
telii da cosi fatta soggettitndine e gaglioffe* 
ria 9 ma prima qualche beffa rilevata far» 
eli « onde per sempre si avesse a ricordar 
di ini. E seco pensando , gli cadde nelFa* 
iiimo una fargliene ì collo ajato di certi 
suoi Compsrgui e amici , che gli scootereb*- 
be gran parte degli avuti piaceri. Briiha- 
iti quel che di fare intendevano , fticén- 
dosi per sorte allora- una cotnmedìa nel 
pdagto de' Pitti dalla compagnia del Lanini 
e Amerigo sendovi*stato invitato, vi tneni 
•eco il pedagogo , die l'ebbe molto caro* 
Ma poiché essi ebbero cenato, e che la 
commedia fu (ornila di recitarse , Amerigo 
col pre<cettore * e con un suo compagno si 
partirono , e in verso il ponte vecchio prò*' 
sero la via , per andarsene a Casa, dove 
tgU stavano nel quartieri di San Giovanni/ 



84 fRlMA CINA*. 

e cosi passando per Poi-Santamaria » ed in 
ani canto di Vaccbareccla giunti , una 
bottegnzza videro , che vi staTa ano di 
questi che mettono le punte alle stria- 
che, dirimpetto al quale Amerigo ferma- 
tosi , rìdendo , disse al compagno : Di que- 
sto botteghino è padrone un vecchietto t 
come tu puoi sapere, ritroso, arabico » il 
più fastidioso e il pia fantasticò uomo del 
mondo. Io Yoglio che noi ve gli pisciamio 
dentro, e tutfo colle masserizie insième 
gliene scompisciamo, acciocché dodiatli- 
pa poi egli abbia di che rammaricarse ^ 
e cosi detto , per un fesso che era al co« 
minciar dello sportello , come se siato fosse 
fatto a posta , messe lo scbizzHtojo , o forsa 
fece la vista di pisciare, e dopo lui U 
compagno fece il simigliante, sicché toI- 
lòsi Amerigo al pedagogo , disse: Deh mae- 
stro , per vostra fé , guardate se voi n*a- 
Téle voglia^ perchè tutta gli empiamo la 
bottega di piscia , acciocché domattina egli 
levi il romor grande, e arrovellandosi dia 
che ridere a tutta la vicinanza. Il pedante 
veggendo Tanimo 9uo , disse che si sforze- 
reobe , e ponzato alquanto , sdilacciandosi 
la brachetta , cacciò mano al pisciatojo , e 
come e* due prima avean fatto , lo messe 

er quel buco, e cominciò a strosciare. 

ra là dentro il Piloto « un uomo piace- 
vole e facetissimo , il quale aveva ordinato 
il tutto, e sentito benissimo tutte quante 
le loro parole » poiché egli conobbe quello 



£ 



«Mere il precettore , stando afta posta eoa 
no capo , che egli aveva , di un laccio 
aecco nelle maai ^ che i denti ispessi, lua- 

!;hi e agazzati aveva « di modo che parevaa 
esine 9 più che mezzo il cotale prese ia 
un tratto a colui, e strinse cosi piacevol* 
mente , che dalP uà cauto all' altro gliene 
trafisse , soffiaudo e miagolando , come ae 
propriamente aaa gatta stata fosse-, la quale 
^li sapeva meglio contraffare , che altro 
uomo del mondo. Per la quale cosa il pe- 
dagogo messe uu muglio grandissimo , dis- 
cendo: Oimè, Cristo, ajulamile! pensando 
cfertamente quella dovere essere una gatta,' 
che preso in bocca gli teneva il naturale >' 
disse quasi piangendo: O Amerigo, miseri- 
cordia ! ajuto! Ohimè che io sono diserto! 
noa gatta mi si è attaccata al membro , e 
faammelo morso e trafitto , e per disgrazia 
non lo lascia ; io non so che mi fare ; ohi- 
mè , consigliatemi in qualche modo! Ame* 
rigo e il compagno avevano tanta voglia 
di ridere , che non potevano parlare , per- 
ciocché il Piloto simigliava troppo bene un 
gattone in fregola; laonde il pedante co- 
minciò a dire micia , micia , micia , mi- 
cina mia ; e in tanto tentava , se elM 
gli lasciasse quella cosa, e tiravate a se 
pian piano. Come il Piloto sentiva tirare , 
cosi miagolando gli dava una stretta , e 
trafigge vagì iene ; e il pedagogo succiava e 
fospirava , e ritornava a dire , micia , mi* 
eia : in quella guisa prapio , e con quella 



af£i$3;ioM t ^ooieL se. io grembo Tacesse air.ok «^ 
t%.» ìe. piatole la coda; e ja pv.l^ tira fa ét^ 
se un pocbetto , e colui 1q riserr^Ti^ rimim^^ 
g?JaPjÌ0f eeoffiaya oella guisa ebe .|(attair 
lalyollii ien^r si. tede iu . bocca uccqiW. • 
carue 9 che altri se le accosta per Inglier-*. 
ne» Cosi ^iMidQ il precettore 9 come ()ei|tit(Qi. 
avete , Amerigo e il compaguo , ptostraoda t 
Sfargli . compassione « fecero noa so èhi^f^ 
ceuoo, Qnde ' dMu sul cantone di Borgo.« 
Saujtoj Apostolo^ juscirono quattro » pifin^f 
arancio le mani di frombole t comiDciavaQOk, 
a tirare alla tolta di .costoro. Amerigo <r* 
Tamico suo non stettero a dire ^ che cì\i 
d^to « ma secondo Y ordine , si dierooo 4|i 
fatto a fuggire. Ih pedante rimasto preso :e^ 
altapcato per lo uncino da cor di fichi ^i 
non capeva che farse » e coloro traeyanqr 
a distesa 9 e gli davano nelle schiene e 1191. 
fianchi le maggiori sassate del mondo » ou*^ 
da il pedagogo per non toccarne una neU^r 
testa 9>«cbe lo ponesse in terra » delibero Aì^ 
strigarse o d*isvilupparse da quello impacci; 
ciò. e da quella . noja , andassine ci& cb^t 
volesse ; e data una grandissima stratta all^* 
persona. 9 il pi volo ». con che Diogene piafir; 
t$7a gli upmini ^ strappò per forza # e cavi^ 
4i bocca a quel mala detto luccio » ma ^e«. 
ramenle scorticato e, guasto; ,e gridato 
quanto. d«Ua gfda .gli . usciva , ohimè io son^ 
morto! con esso in mano 9 piangendo do*, 
lorosissimameMe si cacciò correnoo a fuggi* 
^ • che . pareva che .ne lo portasi^ il trea* 



mmffa pA)ik di diavoli. Avute ^arenilo 'pa- 
reccb'r sats^tè 'del^e buonre , à cidsa gìtinsd 
qthasi alt* otta di Amerigo , a cai Joleilfé »' 
qtitDlo tini poteva , ttiosti ò tdlto diset*t6 
t ^uMto il metabrcy , diceddo cotte la^Hidc^ 
hi M gli occhi: Ohimè, egli è restate^ 
meno traudenti di quella miladetta gatta!' 
6 'tti biio^aò rrarlo per forza ,86 tlòn chtf 
eoibro mi àrebbono lapidalo e conòio peg-^ 
gitt-* che noQ fu Santo Stefano , e doléva^i' 
flÉòlfn'bené de* fianchi e delle" rene* QliJln?* 
t» |^<<jà Anlerìgo ed il compdgtìo aréssei^ó»' 
mentre <ihe il pedante auéste co^e raccon- 
lÉTa , lioti è da donianddre ; pure il mìe^ 
gKo che seppero si sforiBavano di raccon* 
solarlo, non potendo qualche volta tenerci 
di non ridere. Ma perchè egli era già thr-' 
di, se ne andarono al letto ; lasciando il 
precettore, che noa restava di guaite; e 
ooal fece infioo al giorno , il quale venuto^* 
perchè egli era Un' solenne gagKoFfo, se 
ne andò , per non spendere allo spedale»' 
dove mostrò a* medici il suo male , e nar-^ 
ratoiie il modo e la cagione , tulli gif fece^ 
insieme maravigliare e ridere; nondimeno gif 
ebbero gr^indissima compassione , giudicane' 
dolo'male di non piccola importaufa , ondi 
il pedagogo si rimase quivi per alcun gior« 
ne, non avendo ardire di tornare a casa^ 

acciocché la padroo» « mar) re d^glt scolala 

non avesse a vedere si brutta sciagura. Ma 
in capo di pochi giorni o fosse la inavver- 
tenza o la straccurataggine o il poco sapere 



e 



88 ^KVHk CBHA» 

de* mtdiei « o fosse pure la malignità delU 
ferita , quel poco che restato gli era di 
qaella faccenaa » iofradicianJo » fu biso- 
no, se campar Tolle la Titaf tagliar Tia*- 
qnal cosa fatta di corto guarì « ma ri-, 
mase sotto il pettiglione » come la paluA 
della maùo, e se orinar volle» fu necea* 
sario un cannellino di ottone , salvo ^cIm 
gli rimase una borsa si grande e atermim» 
ta 9 che di leggieri arelme fatto la cufibi 
a ogni gran capo di toro. Ma volendo ri^ 
tornarsene a casa i padroni , fu dalla ma« 
dre de* suoi discepoli , dicendogli una gran- 
dissima yilbnia, e facendogli suo conto e 
pagatolo, cacciato di subito via, come a* 
Teva ordinato Amerigo. Per la qual cosa » 
il pedante sbigottito , fuor di quella casa 
trovandosi , della quale prima gli pareva 
esser padrona , e senza naturale , deliberò 
di non stare più al secolo 9 e fecesi romito 
del sacco. Amerigo che il terzo dì » dopò 
cbe al pedagogo seguì Torribil caso., se 
n'era andato* a Lione ^ fu dal compagno 
del tutto pienamente ragguagliato; delln 
qual cosa seco stesso fece mafavigliosa fe« 
ata 9 parendogli che la beffa avesse avuto 
miglior fine, che saputo non arebbe do- 
mandare , mille volte raccontandola , in 
mille luoghi 9 che a più di mille dette» piià 

di mille volte » materia da ridere. 



89 

KOYELLA HI. 

■ 

ZjO Scheggia., colT ajutn del Monaco e 

' del Pilucca, fa una beffa a Neri Chia^ 

ntmontesij di manierachè disperato e 

' sconosciuto si parte di Firenze , dove 

*■ I non ritoma mai se non vecchio. 

Oe la fatola di Giacinto aveta fatto 
ridere la brigata, questa di Amaranta 
ìiolla fece rider meno ; pare a qualcuno 
incresceya del misero pedante » parendogli 
che Amerigo avesse messo un pò* troppa 
mazza ; perloechè Fileno , che dopo la 
donna sedeva > con allegra fronte e quasi 
rìdendo , disse : La novella raccontata me 
ii*ha fatto tornare una nella memoria, do- 
ve una heffa similmente si contiene , ma 
latta a uno , che era solito di farne agli 
altri, e però gli stette tanto meglio. 

Fu dunque in Firenze al tempo dello 
Scheggia, del Monaco e del Pilucca, che 
furono compagni e amici grandissimi , fa- 
ceti e astuti, e eran maestri di beffare al- 
trui , un certo Neri Chiaramontesi , nobi- 
le e assai benestante , ma sturato e sagace 
quanto alcuno altro uomo , che fusse al- 
lora nella nostra città, e non fu mai per- 
sona ninna, che più di lui si dilettasse Ai 
far beffe e giostrare altrui, e qualcbe ^ol- 
ta, anzi bene spesso ^ si trovava co' tre so* 



90^ vmuu€miMi 

prmdddli conipagoi » desinate e a* cena* m 
maa messer Afono Toroaqiihioi ; òavaliètt» 
Sproa 4J oro ^ assai ricco e onorevole > e tai* 
ivoi di aveva fatto iniilé {iarde e'naiti»^ 
senni • che mai-^ potesse • venir lor^flitta di 
vcndioarseiie; * della • qaat cosa era lo Scht^^. 
già soprattutto soonuntiaiìaio ; ^ ' sempre 
seco stesso^ amJiiravii oontrogU.^ E cosi fra- 
Takre ritrovandosi una sera in camera del- 
Cavaliere sopraddetto a cicaleccio iùtorao* 
mun boonioocOf perciocché ali-eca nel- 
caor del -verno I ed avendo intra loro dv 
moke e varie cose rafgiooato,disseNerialky: 
Sofaeggia: Eccoti ubo <scddo di^oro; e vnj 
ora in casa la PeMegrina Bolognese ^ cfae^ 
era in qae' tempi noa famosa cortigiana y* 
cosi' vestito , come tm sei ; ma tigniti o> 
collo ' inchiostro o con altro solamente lo 
mani e i^ viso « e dalle* questo pajo dir 
gnanti, senza dirle cosa alcuna. Rispose lo 
Schegj^ia allora ^ e disse : * Eccone uup pa jo^ 
a voi, ie andate tutto armato di* arme* 
Inanca 'Con una roncola in spalla ialino in 
bottega di- Ceccherino mereiaio , iì gonler- 
stava allora in sul canto di Vacchereccia / 
dovasi raguoavano quasi tutti i primi or 
pia ricchi giovani di Pirenve. Di grasiay 
ridendo rispose Neri, dà pur qua gli seu-' 
di; Son contento, rispose lo Sobria; ma' 
ndite: Io voglio che a quelle persone, oho 
vi saranno, mostrandovi adirato, fncdiate 
una gran bravata, minacciando di volerie 
tn4t# ugKare a peazit Lascia pur Cara m 



ifOTULA. m; gii 

BSiet Mgiifld Neri, Tengano pure i duarii- 
Allom lo Sclic((fipa si caro diie soudì duotì> 
dalla borsa 9 e disse: EccogK in pegno qui* 
al .Cawliere*; fornita ; che toi arete Topa^ 
m f- aiansi woslrù Neri allegro'^ peasaador 
di cavargli della mani due fior ioi^ cheviot 
aveva più caro,icbe da un altvor diece/p«r 
poiflr ^i schernirlo e ttccellarlo « suo pia*> 
cere , cominciò subito a lareajiHarM 've*' 
slire l!armadara.9 sendone tallora tante ìm 
casa il Cavaliere^ che arebbero armati oea- 
lo compagni ^ perciocché* ^li lera . àonco^ 
graadissHBO dì Lorenzo vecchio Jt' Medici^ 
cli€ governava Firenze, io questo ra^entret^ 
cha* Neri si armava,' lo Scheggia, chiama-^ 
to il Monaco e il Pilucca da parte >, disse" 
loro iquel che far dovessero , e avvioglfr: 
fnori ^ e cianciando col Cavaliere, slava a 
vedere armar colui , il quale fu fornito. 
d*assettarse appunto che sonavano le due- 
ore- Nel fine, allacciatosi Telmo, si mìs^ 
la roncola in spalla , e tirò via alla volta 
della bottega di Ceccherino: ma camminar 
gli conveniva adagio , sì per lo peso delle* 
arme, e si rispello alli slinieri , percioc- 
ché sendogli alquanto lunghetti , gf impe»^ 
divano io aliare e il muovere il piede;* 
Inlauto il Monaco e il Pilucca erano au-* 
dati a far T uffizio^ Tuno in bottega dd- 
merciajo , e T altro in sulla scuola del 
Grechetto , .che insegnava allora schermire 
nella torre vicitia a Mercato vec< hio , i* 
quali in presenza alle peiisoae, a£{ermav^ 



91 ntmk efini* 

nò con giuramento 9 Neri Chiaremmitesi 
essere ascilo del certelfo (cori slati indet- 
tati dallo Scheggia) e cbe in oasa egli aVe-' 
Ta voluto ammaszav la madre, ed in un 
pozzo gettato tutte le masserizie di carne-* 
ra, e come in casa il GiTalier dei Tornai- 
quinci sVra armato tutto di arme bianca» 
e preso una roncola , ateTa Catto fuggire 
ognuno : ed il Pilucca , eh' era andato al^ 
la scnola dello scherma , disse che egli 
aveva nella fine deito, che voleva andare 
a bottega a bastonare Ceccherino di santa' 
ragione ; t&lchè la maggior parte di quei 
giovani 6Ì partirono per veder questa fe« 
sta . non avendo molto a grado quel mer- 
ciajo , per lo essere egli arrogante , Pro** 
suntuos>Y 9 ignorante e dappoco, e una lin- 
guaccia aveva la più tran itera di Firenze» 
pappatore e leccatore non vi dico; nondi^- 
meno con tutto ciò aveva sempre Ja boi-* 
tega piena di giovani nobili e onorati 9 ai> 
quali il Monaco raccontava anche egli le' 
maraviglie e le pazzie di Pieri. U quale da 
casa il Cavalier partitosi » che stava da 
Santa Maria Novella, non senza maraviglia 
e riso di chiunque lo vedeva , s* era con- 
dotto già alla bottega di Ceccherino, nella 
quale a prima giunta t dato una spinta 

J;randissima^ e spalancato lo sportello, entrò 
ariosamente dentro cosi armato, nella gui^ 
sa che voi avete inteso : e gridando , ahi 
^ traditori, voi siete morti! inalberò la ron- 
cola* Coloro» per la subita venuta, per ia 



rrOTKLLA in. 9^^ 

Tisla delle armi , per lo grido* delle paro- 
le minacciose^ e per veder la roncola per 
IWia, ebbero tutti' noia grandissiaia pau- 
ra ; e di fatto 9 chi sì Ibggi nel fondaco t 
ebì si nascose nella mostra , chi ricoverò 
eolio le panche e sotto il desco , chi gri- 
dava f chi minacciava , chi garrita , chi si 
raccomandava ; un trambusto era il mag- 
giore del mondo, ho Scheggia, che. gli era 
Tenuto dietro sempre alla seconda , subi« 
lo che lo vide vicino alla bottega di Geo* 
cherinOt si mosse a com, e ne andò vo- 
lando in Portarossa , dove faceva arte di 
lana Ag|nolo Chiara montesi suo sio^ uomo 
Tecduoy e cittadiii riputato e di buon cre- 
dito; e gli disse che corresse tosto io bot- 
tega di Ceccherin merciajo ^ dove Neri ^ 
che era uscito di se ed impazzato , si tro«' 
Tava tutto armato 9 e con una roncola iu 
mano 9 acciocché egli non facesse qualche 
gran male. Agnolo , che non avendo figli- 
noli , voleva grandissimo bene al nipote , 
rispose: Oimè! che mi di* tu? Il vero, dis- 
se Io Scheggia » e soggiunse : Tosto , ohi- 
mè! tosto 9 venite via ; ma chiamate quat- 
tro o sei di que'^ vostri lavoranti di pal- 
eo, a fine che sì pigli e leghisi , e cosi 
legato si conduca a casa; dove stando al 
bttjo tre o quattro giorni che ninno gli' 
favelli , ritornerà agevolmente in cervello. 
Colui , non gli parendo , e non essendo 
uomo da esser burlato , credette troppo 
l>ene alle parole dello Scheggia; e subito ^ 



•*' 



«onmali lei » tra* iMiiHani e- tliVèltnii-/ 
de* *pià ^f Atti « pia ^tgluirdi , - eoa dutf 
fàfk di foni 9 ne andò m battendo allir 
koitega di Geoòherino , * ouiodi poco lo<4 
tana ^ dovn Itotò^ Neri , cbe aveva eondob 
to ' coloro per liMila via, e tUTano coUe feb* 
bri « di non 4oocar q oahche laolennata - »^ * • 
Keri 'gongohmdo fra se 4 faceva loto nnn 

aliala ,' e «nao squartamento » che st aa« 
ibe disdetto al fievilacqua 4 ^iraudt^" ia« 
torM oon qaella roncola » - ma guardandor 
eempre a corre dove «potesse fiarr- iora ae« 
sai paura e poco daonOr- Quando* il^siov 
•ntrato^ deatro « - avendolo di** fuori cono*^ 
aeittloi.alia ^oce^^de gli scagliò di "fatto ad« 
dosso, e «messagli la mano in eu -la rondai 
ì^4 gridò: Sta forte;, che vuoi tu far^'Uipo-^ 
ler mio? .6 a coloro , cbe menati aveva e^^ 
60, • voi tosi , disse: Su', ^oi togliefe^lii IVir* 
me , tosto frittatelo in; teri*a e legatelo pi»' 
atamente* Coloro se gli scagliarcmo ^ubites 
addosso , e presolo chi per le gambe , obi' 
pevile braccia^ e chi per lo 'collo ,- lo di^ 
atesero* in un^ tempo in* su TammaUduatov* 
ehe egli non ebbe agio a fatica di poteff«^ 
Mooor 4' alita ; e gridando ad alta vece";* 
dbe fate voi-, traditori, io non son pazsoj* 
potette rangolare, ehe essi gli legarono' te' 
braccia e le* g^mbe* di maniera ,* cb^ non* 
poteva pur dar erollo { e trovato uoa soa*- 
la^ve lo accomodarono sopra, legato -a veu*' 
dillo Sttvi di* buona sorte!, 4icciocchè''egli' 
non sSQ'vm gittaaie a ierfaib JU> Soheggia «a* 



palato reetkw , e uc^ndolo ip quella; g«H 
m^ I gil^ire » . mittaGeiare e best^moiiare 4 
«W^a ^o% alleginazza si fatta , che ^li odi» 
capiva ..neUa pelle. Le genti ^ che ^raoQ 
falcile e naMostesi , sentendo e leggenda 
che gU« iera .' l<fg%io il -pnio ^sì faoavano 
# vanti* ^ riguardimelo da presto f a rialti 
90 iBoresceva 9 e la idìmo$traTafia chiara^ 
mente congesti e colle parole» Peosate^TOt^ 
ae I^ari duoqq^auperbissiinodi, natura'* 
hiaaapro^ «i rodeva dfotro; e nQareslaiftt 
4a ditgridare 9 nè.di minacciare ^^ noQjgii 
na aocorcendo ^ faceva il su», peggio^ 
Aagaoìo^ 'faUo pigliar la scala tda «que'uioa 
ganDHÌ e lavoraoti , -e giltatoglì una oapni 
pa sopra, ne lo fece portare a casa, deva 
il; Monaco correnda era andato, ei rags- 
goa^tato d'ogni «cosa la madre, dalla qaa4 
le piangendo hi ricevuto, ed ellae il zio la 
fecero, aoettere in camera principale sopr% 
tt ietto , Cf^i legato come egli era, dispo«» 
Uim p«r iuGun alla asatiioa non gli dira, 
e non gli. dare niente ; e di poi ^ chiama*» 
ti k • medici , governarle secondo che ve* 
doanno il bis<»gno; cosi per consìglio dello» 
Scheggia» fu conchiuso, e ognuno dopo sì 

Cxiu Eragi intanto sparso di questo faUo 
voce per tutto Firenze , • e io Scheggia 
a i compagai lieti se ne ^ andarono a tron 
lar ìL Cavaliere, al quale ordioatamenle 
tatto il successo racoonlarono , che iì*' eb^- 
he allegrezza e gioja grandissima. £ pei^'t 
ahè «già erano quattro ore sonate , » 



^6 PRIVA. CEKA. 

itettero §eco a ceoa t etnaì à^ere colli? 
d*iniorD0 9 che rompesse loro la tèsta;*' Ré- 
alato dunque solo, e al bujo in su quel let- 
to legato 9 come foase ' pbKso » il male accor- 
to ^eri , cavalo 1* élmo e gli stinieri * sola^ 
mente , e coperto benissimo noo'diiiieno , 
atette buona pezza cheto; e seco stesso di*- 
•corso e ripensato la cosa molto bene , fot 
certo , come per opera dello Scb^gia« erk 
condotto in quel termine^ e dal zio edal^ 
la madre, anzi da tutto Firenze ten\ito per 
pazzo ; onde da tanto dolore , e còsi iatlo 
dispiacere fu soprappreso, che se egli fot-' 
ae stato libero , arebbe o a se o aa altri 
latto qualche gran male. Cosi senza dor* 
mire, e pien di rabbia, sendo dimorato io- 
fino a mezza notte, fu assaltato dulia fa-* 
me e dalla sete; per lo che gridando quaa* 
to eali ne aveva nella gola , non restava 
di chiamare or la madre, or la serva, che 
gli portassero da mangiare e da bere; ma 
' potette arrovellarse , che elle fecero sem- 
biante sempremai di non lo sentire. La 
mattina poi. a due ore di giorno, o in cir- 
ea, venne il zio in compagnia di un suo 
fratel cugino, frate di San Marco, e di due 
medici , allora i primi della città. E aper- 
to la camera , avendo la madre un lume 
in mano, trovarono Neri, dove la sera lo 
avevano lasciato , il quale dal disagio del 
tanto gridare , dal non avere né mangiato 
ne bevuto né dormito ,' era indebolito di 
sorte 9 che egli era tornato mansueto , co- 



nOYELhA IIU ' 97 

WB OBO agoeHiao: alla venata de' quali ^ 
alsando la testa , amanamente gli salutò ,' 
• appresso gli pregò che fossero couteti* 
ti 9 Sfusa replicai^li altro , di isiscoltarlo 
esento parole » e di udire le sue ragioui ; 
cade AgQolo e gli altri cortesemeote ri- 
sposto 9 che dicesse ciò che egli volesse , 
c^ incouiinciò. £ fattosi da capo, ordi< 
natamente narrò loro tutta la cosa di pua<' 
lo in punto 9 affermando , come lo Scheg- 
gia lo aveva tradito » e fattolo tenere e 
legare per matto » e poi soggiunse : Se vo» 
volete chiarìrri affatto , andate costì in ca- 
sa il Cavaliere de* Tornaquinci , nostro vi« 
Gino, e vedrete ohe egli ha ancora i due 
acadi in deposito. Il zio e i meiici uden« 
dolo favellare si saviamente , e dir cosi 
bene le sue ragioni , giudicarono che egli 
dicesse la verità, coooscendosi assai bene 
chi fusse lo Scheggia. Pur, per certificar- 
se meglio, Agaolo, il frate e uoo di quo 
medici , andatiseae al Civaliere , trovaro- 
no esser vero tutto quello che Neri aveva 
detto ; e di più dis^e loro messer Mario » 
come lo Scheggia e i compagni , cenato la 
sera seco, ne avevano fatto le maggiori 
risa dei mondo. Sicché, ritornati io uno 
stante , il zio si vergognava , e di sua ma- 
no scioltolo e disarmatolo, e chiestogli per- 
dono , tutta la broda versava addosso allo 
Scheggia , contro al quale si accese di sde* 

foo e di collera grandissima* Neri dolente 
uor di modo f lece tosto accendere un 
Lasca» 7 



gran fiioto , « ^ingranati e lioeoaati toSJÙ^ 
coloro « si fece portare da mangiare , o 
latto ck* egli elibc noa baona coìIasioM » 
ae ne andò oel Ietto a riposare che n*afifr< 
i»a btiDgbd; Là cosa già, per boe^a de*'trè 
tòttpagot e de* mèdid « si sapera pef' tet^ 
\ó ^iréùté^ si come ella era ateuiu ap« 
punto , e ne andò per infioo aglT òvéccbi 
del Magnifico , il quale , mandato^ per m 
Scheggia , yolie intendere ogni particolari* 
t& i il che poi risapendo Néri , venne ift 
tanta dispeiUsionte ^ che egli fa tatto tm^ 
àto di ' dar loro , e massitnamente wiìé 
Scheggia « un monte di Bastonate j e Tea* 
€ìcàr5ene per qfUella viflT. Ma poi cotisidé^ 
tàndo , che egli ne iivéya fatte tante t ìo^ 
fo e ad al fri , che troppa vergogna , è fotaè 
lUnno gliene tisoltereDbe , deliberò di gm« 
Aarla per altro xerso , e senza fare intèa^ 
dere a persona vira « fuor che alla oSadre^ 
ae fife andò a Roma , e quindi a Napolr i 
dote si po^ per scrivano d^una nave; delle 
l|nale poi in processo di tempo direntà 
padrorte« e'non 'tornò niai a rirenae » s6 
non vecchio, che la cosa s*era sdimenCis 
<hta. Lo Scheggia , riavuti i due fiorini 
dal Cavaliere, attese co* compagni à far 
tmon tempo , lietissimo sopra tutto di àverii 
Ibvito colai dinansi agli 



HÒYÈLLA IV. ' " 



j . -^ 



'0iannèit(k della Torre con accorte parol^ 
, ^'^fig^ndo la insolenza d'un prosuntuogo^ 
^ ^ fi^ conoscere la sua arroganiM^ e ùs 
.0erà se^aUri. 

X orto ohe .Florido, fornfiido le pirolfi 
diede £[ae alla iiia novella, risa.ecpoiapiif 
^ta da ciascaoOy Galatea, aon mea beU% 
e Taga , che cpitese e piacevole « con leg^ 
nadra favella, seguitando disse: V$aos« 
flónoe e vertaosi giovani, posciachè a aie 
cpaviene ora colla mia novella trattener? 
yi , preodeodo ocgasioae dalie due s^ipradi 
dette » uaa ve ne racconterà aach* io d*iv 
na beffa , ma noa tanto rigida , quan^ 
to la prima, e meaq villana che la seco^r 
^, dove altro noa accadde, che parole t 
xisa» per fare accorto e avvertito un.pro^ 
f untuoso dello errore suo; e soggiunse dir. 
cendo. 

, . I beoni , i pappatori , i tavernieri , e 
^«egli finalmente,, che non attendono fid. 
altro , che ad empiere il ventre , e che 
£inno professione d* intendersi e de* fit^ 
e di conoscere i buoni bdcconi , come voi 
dovete sapere, la maggior parte sono di 
non troppo buona vita e poveri ; percioc- 
ché stando tutto il giorno in su le ta vero- 
ne, coasamerebbouo, come si dice, la Tar- 



XQO PRn^À CINà. 

peajdi Roma; e cosi son gaasi]taUi rovf* 
Bali e failiti, trovaòdosi io capo ddraiifaò 
aver pegno il fiorino per diece lire. Ritro- 
Tandosi dunque questi tali speMO inaienlè 
a desco molle, beeodo e mangiando» a far 
)»uonaceray a? viene che quando 'per lo 
troppo tosto, o per lo sovercljiio bére é 
mangiare, per le parti di sopra e per quel- 
le di sotto, senta rispetto alcuno srentola* 
re si sentono, hanno un cotàl profér**^ 
o ribobolo, dicendo sempre, alla faiarba 
chi non ha debito, sendo certissimi di noti 
offendere nessuno di loro, né altri ancora^ 
che ivi intorno fossero. Onde a questo 
proposito vi dico, che nella nostra città 
^ià furono alcuni giovani in una compa- 
gnia nobili e ricchi e costumati , i quali 
usavano spesso ora in casa uno, ora in casa 
tin altro cenare allegramente , più per ri- 
trorarse insieme e ragionare, che per cura 
e sollecitudine d'empiere il corpo d'otti- 
mi vini e di preziose vivatide , non però , 
^che non stessero onoratamente e da par 
loro. Ed erano appunto tanti, che (acca- 
do ognuno la sua cena , tutta ingombra- 
vano la settimana, che a ciascuno toccava 
la sua volta , e di poi ripigliando , conti- 
novavano di mano lu mano; e a colui che 
faceva la cena , era lecito solamente poter 
menare chi gli veoiva bene , agli altri 
conveniva andar soli. Ora accadde che sca- 
do la prima volta stato invitato un giova- 
ne^ amico di tutti, Dionigi nominato, sen^a 



NOVBLLIk lY. lOX 

Mere poi <ia nessaao altro slato riavìtato^ 
non loaciafa mai di oca rappreseotaise ^ 
e per sorte era il più igaoraate e pro^ 
aiintuofio gioirane di Firenze « e colui che 
j più deboli e sciocchi ragiooameoti ave- 
▼a, che uomo del moodo, e per dispetto 
sempre tener voleva il compagnuzzp iù 
mano, nò diceva altro mai, se non che' il 
non aver deUto iaceva solo gli uomiflSi 
felici, e come non si può trovare ne il mag- 
gior contentò , né la maggior dolcézza, è 
dbe egli ringraziava Dio, che si trovava 
senza avere un debito al mondo, oè mai 
averne fatto, ne animo mai di volerne fa* 
re: e ogni volta, che eglino si ritrovava- 
no insieme , faceva una filastroccola lunga 
lunga di questo suo nou aver debito, che 
troppo gran fastidio arrecava agli orecchi 
di coloro; dimodoché egli era venuto a 
tutti in odio , e lo aveano più a noja, che 
il mal del capo. Nondimeno per lo esser 
egli figliuolo dì gran cittadino, e in quc- 

S^i tempi assai reputato , niunc/ ardi>ta di 
irgli cosa alcuna alla scoperta, benché mil- 
le bottoni avessero sputato , e mille volte 
datogli a traverso ; ma egli , OLja/on inteo* 
denuo o facendo la vista di non intende- 
re , badava a tirare innanzi ; onde tutti 
restavano dolorosi e malcontenti, aspettane 
do pure, che da lui vepisse la discrezio- 
ne^ che nella fine, vergognandosi, si levas- 
se loro d'intorno. Ora avvenne che toc- 
cando la volta a yn giovane 9 che si face* 



"fa cbianare.GiànoeCto della Ttfre^ aTV#ii 
dttiò molto e . faceto , fece aeco pepsiero 
di' tàv prof a dì levarsi colui dinansi a ogni 
nodo. E fra se pensato quel tanto che fiiH 
re intorno a ciò yclesse, troTi|to uno dei 
compégni suoi « e il tutto conferitfliiU, )(0 
pregò che ajutar lo volesse, e moiln^g^ 
dò che a fare e a dire aveva. Cosi veaniT 
tene Fora della cena, e i giovani ragiMW». 
tiri al luogo diputato, quasi in sul porA 
a tavola, eccoti giungere ali* usanza, sea? 
za essere stato invitato» il buon Dionigi^ 
con una prosopopea , come se egli fnase 
atato il padrone di tutti, e arrogantemen* 
te 9 rompendo loro i ragionamenti , entrò 
in su le sue cicalerie. Ma Giannetto, sco- 
do le vivande a ordiue , f<'ce dar Tacqua 
ftUe mani, e Dionigi il primo si pcèe u 
mensa , e arrecosse di dentro , dirimpetto 
appunto a una porta d*un giardino^ donde 
spirava sempre un soave venticello, accioc- 
cnè la frescoezza dì quello, gli temperas- 
se alquanto il soverchio caldo , sendo ap* 
punto allora nel colmo della state. Egfi 
era molto hel ,cero « ed aveva una delle 
belle, ben composte e coltivate barbe, che 
fussero non pure in Firenze , ma in tuttu^ 
Toscana, nera e assai lunga. Ed essendo 
poi gli altri di mano in mano a tavola 
postisi , e mangiando già i poponi , Dioi» 
nigì , avendone tolto una fetta , e bevtito 
un tratto, come co^ui, che non troppo gli 
landa vano a grado , cominciò favellando a 



èntiinr^ in sa la beatitudine del non mii^ 
te 9 né mal aVere a^ato debito; e s'era' 
appanto dirizzato io su la pésta , quando 
Giannetto, dato l'occhio al compagno , 
coìninctò a turarsi il naso, e cosà fece OO" 
Itti.f i quali a bella posta si avevano mes-' 
sp in meoo Dionigi; onde Tuoo prese af 
^ve: Che' puzzò sentito? rispose Taltro^ 
i) più corrotto» che sì sentisse giammaiV 
Egli non sa di tainto tristo odore un carila» 
jo^ e né disgrazio, là dietro Mercato véc* 
chio. 1 compagni , meravigliandosi , nott 
sentendo altro odore ' che étfliit fussefo i 
stavano guardandosi T un t* altro, come* 
smemorati , attendendo cbe fine dovesse 
avere la cosa , quando Dionigi , quasi itt 
collera, veggendo coloro turarse il naso, 
e cosi sott occhi guardar pure inverso 
lai, disse: Sarei mai io, che putesM? che 
voi mi guardate cosi fiso? Se io non cre- 
dessi, che voi ve ne adiraste, rispòse Gian^ 
netto, con licenza nondimeoo di questi 
alkri buoni compagni , direi veramente la 
cacone di questo tanto puzzo. Allora Dio« 
nigi, come colui, che era tutto il giorno 
in sul corpo alle dame , lasclvetto e snel* 
lo , tutto profumato e pulito, rispose : Di, 
di, di pure, non aver rispetto atcuuo. Sog- 
giunse dunque Giannetto: Poiché vi pia- 
ce , io la dirò, e segmtò. Cotésta barba è 
quella che tanto pute, e si corroUameute. 
Perchè? rispose Dionigi, e che vuol dire? 
Ascokàtmùi, e inteudìerctèlo, to^iùnse co- 



t94 -raiMA onci* 

lui , t disse t Tutti coloro t che £rtc{aeiiw 
lano le taTenie, e che ti si troTaoo eoo- 
ttnoTamente a here e a maD^re ^ i pii^ 
SODO uomini di pessimi costumi, disonesti 
e sporchi, e con reverensa della tatola, 
non hanno riguardo alcuno di lasciare an- 
dare o da basso o da alto , ana Titupero- 
samente danno ajuto e forza a* ratti e al- 
le corregge , - alla fine delle quali , quasi 
sempre dicono : Alla barba di chi non ha 
debito. Ora dunque, secondo le parole 
▼ostre , non avendo voi debito , ne ttiai 
avutone, credo veramente^ che voi fiate 
solo in Firenze , e cosi avendo tanto folta 
e bella barba , tutte le coloro vituperose 
bestemmie vi vergono, e nella vostra bar- 
ba giungono , e vi si appiccano di manie- 
ra , che non vi è pelo , che non abbia il 
suo rutto e la sua correggia; onde ella 
potè tanto di reciticcio e di merda, che 
non vi si può stare appresso. Sicché non vi 
meravigliate più del nostro turarci il naso^ 
e fareste bene per onor di voi prima , e 
poi per beneficio nostro a non vi ritrovar 
più alle nostre cene; se già voi non veni- 
ste o raso , o veramente con debito. Alla 
fine delle cui parole , tanto abbondarono 
le risa alla brigata, che vi fu più d'uno, 
che si ebbe a levar ^a tavola, e sfibbiarse; 
e a più d'uno vennero giù le Ifxiime da- 
gli occhi « veggenda massimaniente star 
Dionigi, che pareva un orso, e non po- 
teva per la filiera e per Ja labbia risponder 



V 



IfOTCULÀ IT. ^I05 

S itola ; e Tegcendo parìmeate ognuno ri* 
ere« cheto cheto si levò da tavola, aven- 
do fatto un capo come un cestone, e pre- 
io là cappa , senza dir nulla a persona » 
sdegnoso s' andò con Dio , non sendo an** 
cor Tenute in tavola le insalate; e tanto 
fu lo sdegno e V odio , che egli ne prese j 
che per lo innanzi non si volle mai più 
trovare con esso loro e non favellò mai a 
Bessono, e massimamente a Giannetto. I 
giovani lietamente finirono Ai cenare ^ ^ 
eolle risa fornito »/ dopo i loro piacevoli 
ragionamenti, se ne tornarono alle loro 
case allegri e contenti , ohe con si bella 
Imrla e piacevole invenzione, mordendo e 
riprendendo Giannetto, leggiadramente la 
ignoranza e la presunzione di Dionigi, tol- 
to avesse loro dagli orecchi cosi fatta sec- 
caggine. 






• I • 



«■tM 



♦• 



ì«7 
NOVELLA V. 

Guglielmo Grimaldi una notte ferito^ cor- 
re in casa Fazio orafo^ e quivi si muo* 
re ; al quale^ Fazio maliziosamente ru* 
ha una grossa somma di ducati^ e soù- 
ierratolo secretàmente^ fi^g^^ perchè egli 
era anche alchimista^ é^aver fatto arien^ 
to ^ e Dossene con esso in Francia , e 
Jatto sembiante di averlo venduto , in 
Pisa ricchissimo toma ; e jjoi , per gè* 
losia della moglie^ accusato » perde la 
^ita^ ed ella dopo ammazza i figliuoli e 
se stessa. 



N. 



on 81 tosto si tacque Galatea ^ alla 
fine veoiifa della sua corta favola, ma pia- 
ciuta per altro , e lodata da tutti , che 
Leandro, girato ;;li occhi intoruo^ e dol- 
cemente la lieta brigata rimirato, cortesi 
fanciulle , disse, e vói innamorati giovani, 
poiché il cielo ha voluto forse dal nome 
finto, col quale voi mi chiamate , atteso 
che chi r ebbe daddovero capitò male , 
mentre che notando andava alla casa del- 
la sua amata donna , o altra qualsivoglia 
cagione , che io , contro a mia voglia, de- 
gli sfortunati aivvenimenti altrui , ed ìufe- 
lici faccia primieramente fede ; sono con- 
tento con una delle mie novelle, un dolo- 
roso e compassioaevol caso , e verameate 



r 

|o8 rauEÀ WNÀ. 

degno delle Tostre lagrime , farti adire » 
fiero e spaveotetole quanto altro forse o 
più, che intervenisse giammai. E quantnn- 
(pje egli non accadesse ne in Grecia n^ 
in Boma ne a persone di alta pcog^ni^ o 
di regale stirpe « pure cosi ^fa appunlo t 
come io ve lo raeconterò, e Tedrete che 
belle umili e basse case*, cosi CQfue ne*#tt- 
perbi palagi, e sotto i dorati tetti « U. fu- 
rore tragico ancora alberga , e. per cagio« 
ne d*una femmina, ancora che ella non 
fusse né . imperadrice ne reina uq priacl- 
pessa 9 disperata e sanguinosa morte ddi 
marito, de* 'figliuoli e di se stessa nacq'ue. 
Ascoltatemi dunque ; e cominciò dicendo. 
Leggesi nelle .storie Pisane , come an« 
ticamente venne ad abitare iq Pisa Gu- 

{(lielmo Grimaldi confinato da Genova per 
e parti , il quale giovine ancora di ven- 
lidue anni con non mplti danari , tolto 
una casetta appigione, e sottilmeute viven- 
do , cominciò a prestare a usura ; osella 
3uale arte guadagnando assai, e speodefi- 
o poco, in breve tempo diventò ricco; 
e perseverando in ispazio di tempo , rio- 
chissimo si fece . sempre coi denari cre« 
scendogli insieme la voglia di guadagnare. 
Intanto che vecchio trovandosi con pareo- 
•chi migliaja di fiorini^ non aveva mai ma- 
tato casa 9 e per masserizia tuttavia stito 
solo; e questi suoi denari. non fidando a 
persona , guardava in casa con mirabile 
otligenza, e cotanto amore aveva, posto io^ 



i^OrtLtÀ t; 109 

Tò , éfce non arebbe con utìò seiido cam« 
^ta'an nomo da morte a Tila, di manie* 
Ht efaeesli era mal voluto e odiato da tat<' 
la Pitti. Ora menando questa vita Gugliel*' 
mo, aecadde che una sera avendo egli con 
certi suoi amici cenato fuor di casa sua , 
xtid tornarsene poi, sendo di notte un buon 
petzo e btijo , f u , o per malevoglienza o 
colto in cambio, affrontato e ferito^di un 
pugnale sopra la poppa manca^ onde il pò* 
Terelh)' sentitosi ferito « si mise a fuggire. In 
tguellò stante si ruppe appunto il tempo, e co^ 
inintìò a piovere ro▼inosameDte^ In tanto che 
àfeddo egK corso più d*una balestra ta, e già tut- 
to nM^ie, veduto uno uscio aperto, e làdeotro 
risplendere un gran fuoco, entrò in quella 
casa , nella quale stava un Fazio orafo ^ 
ma di poco tempo s' era dato airalcbimia, 
dietro alia quale consumato aveva gran 
parte delle sue sostanze, cercando di fare 
del piombo e del peltro , ariento fino. £ 
questa sera^ acceso un grandissimo fuoco, 
attendeva a fondere, e per io caldo, sen- 
do allora di stare, teneva 1* uscio aperto» 
si che sentito il calpestio di colui, si volse 
di fatto , e conosciutolo , subito gli disse : 
Guglielmo , che fate voi qui a ques trotta, 
e a questo tempaccio strano? Ohimè! ri- 
spose Guglielmo , male ; io sono stato as- 
saltato e ferito, ne so da chi né perchè; 
e il dire queste parole, il posarsi a sedere, 
e il passar di questa vita , fu tutto una 
cosa medesima. Fazio veggendolo cadere , 



!!• Mnii «tua. 

n€r»Ttgltow «^ paurogo-fuiN: di ' modOf 4l 
mise II' ffibbiapgU lo slomaco»' et sgllefMil 
e- a ebiamar Guglielmo, peasando eiiìerg|S( 
▼enato qualche sfiaimeuto. Ma doIIa iUii} 
tendo tmuof ere ne battergli pulso » e trò^ 
Tatogii poi la ferita nel peno» e diqqelli^ 
per m malignità; non oscito-^asi aainguoi 
ebbe per certo cbe egli fifise • còme ttli 
era veramente, -morto; talché sbigottito 
eorse inoomianente ali* uscio per chiamar 
la Ticinania^ ritroTaudosi per sorte -in ca^ 
aa solo; perciocché la moglie , con dot 
•noi figlìaolini maschi di cinque anni^ q' 
in circa nati a un corpo , era a casa dt 
•uo padre andata , che stava per ìDorirei 
Ma poi sentendo fortemente pio? ere e tuo?» 
nare, e non veggendosi per le strade nn 
testimonio per medicina , dubitando di 
non essere udito, si restò ; e mutato in ao' 
tratto proposito , serrò Tuscio, e tornosse-^' 
ae in casa, e la prima cosa aperse la scar«' 
aella di colui, per vedere, come Y*eradea* 
tro danari; e trovovvi quattro lire di mo* 
Beta, e tra molto ciarpame di pochissimo 
Talore^, un gran mazzo di chia?i, le qua* 
]f si avvisò dovere aprire Tuscio da via^ 
e dipoi tntte le stanze, le casse e i fonie^'^ 
ri ili'ca^ Guglielmo; il quale, secondo la 
pubblicai. 'fama, pensava essere ricchissimct^ 
e soprattutto di danari secchi, è quégli V 
vere appresso di se. Laonde sopra ciò air 
scorrendo e pensanio, gli venne nella men- 
te j Come ' col ai i che astuto e sagacissimo 



1I0TVLL4 ▼• rtt 

I di finre nn bellissimo oolpo tTIa *irii% 
t e seco stesso disse: Ooh perchè non* 
foìorooQ qaesle chiavi or ora a casa di costai^- 
éiorn SOQ certo che non è persona naia 11 
CÌii mi vieterà dunque, che io non preud»^ 
tutti i suoi danari, e chetamente gli arrechi 
^pi m casa tuia? Egli per oona buona sorte^ 
piove , ansi rovina il cielo ^ la qual co» 
ta &9 che tiinnot oltreché gU è già vaM^ 
ca.ta mexza notie • vadia attorno ^ ausi 
ognuno si sta rinchiuso al coperto, e dor^ 
Jlie nelle più riposte stanze della casa. Io 
aODO in questa casa solo , e colui ,* che hm 
tfsrìto Gtiglielmo , dovette , datò che gli 
ebbe 9 fuggir via, e nascondesse, e di ra^. 
gione nollo ara Teduto entrare qua entrò; 
e se io so tacere , e di questo fatto non 
r^ionar mai con uomo niente , chi potrJi 
mai pensare che Guglielmo Grimaldi sia 
colpitalo qua ferito, e in questa guisa mor* 
to? Domeneddio ce Tha mandalo per mio 
bene ; e chi sa ancbe , se dicendo io di 

Juesta cosa la stessa verità, mi fusse ere* 
uto ? forse si penserà che io Tabbta mor^ 
to per rubarlo, e poscia mi sia mancato 
rauioio. Chi mi sicura che io non sia pre» 
S99 e posto al martoro? e come potrò giu« 
sti6carmi? e questi ministri della giustÌ2Ìa 
sono rigidissimi, intantocbè io potrei toc- 
carne qualche strappatelia di fune, e for- 
se peggio ancora. Che farò dunque ? in6« 
^^ ^li é meglio risolversi a tentar la for« 
tmm, la c^iiale si dice che. ajuta gli auda<» 



ci» e veclere 4e io potessi uoa: ▼o^ta.nioifN 
di afTanni. E questo detto,, tolto uq boQi 
feItiH> addosso , e un graa cappello ia ,G^ 
pò 9. le chiavi io seno ; e una lanteriia, in 
mano , piovendo ^ tonando 6 . balenane 
•empre^ hi mise in via^-e in poco d*ora ar 
rivo alla casa di Guglielmo « , non . troppe 
indi lontana; e coi due di quelle chiafi 
le maggiori , aperse V uscio , ed il pcimc 
▼olo lece in camera , la quale aperta « , H 
zie andò alla volta di un cassone grandU; 
fimo, e tante chiavi provò, che. egli M 
aperse , e dentro vi vide due forzieri « i 
quali con gran fatica aperti , V nno Irofi 
]^ieno di dorerie , come auella , catene ^ 
maniglie e gioje e perle di grandissima va- 
Iuta ; aeir altro erano quattro sacchetti 
^ieni di ducati d^oro traboccanti, «opri 
ognuno dei quali era scritto una poUzu,. 
e cucila* che diceva : tre mila scudi d*on 
ben conti ; onde Fazio allegro e volente 
roso , prese solo quel forzieretto , iemea 
do forse che le dorerie e le ^ojfC .noi 
gli fossero state a qualche tempo ricono 
scinte. Lasciando stare ogni altra cosa raji 
settata al luogo suo, e risarrato e raccoo 
ciò il tutto, come trovato aveva, se ne use 
di casa colle chiavi a cintola , e con quc 
forziere in capo, e tornossene alla sua abi 
tazione, senza essere stato veduto da pei 
sona; la qual cosa gli succedette agevol 
mente rispetto al tempo , che di quelfan 
no non era ancora stato il peggiore, pio 



itodo bitliTia quanto dal cielo ne poterà 
ireaire» con baleni e con grandissimi tuo-* 
ai. Faaio la prima cosa , poiché fa al si-. 
coro in casa snà» mise il foniero in carne* 
n« e mulossi tatto » e perchè egli era ai-. 
tante e gagliardo delia persona » prese su** 
Uto di peso colai morto^ e andossene con 
esso nella irolta, e con strameiiti a ciò» in 
im canto di quella cavò, e fece nnfi fossa, 
qnaltro braccia a dentro, e tre langa et 
due larga ; e* Guglielmo , còsi come egli 
era prestito , e colle chiavi insieme vi pò* 
ae dentro, e ricoperse colla terra rnedm* 
9 la quale rappianò e rassodò molto 
itf e vi mise sopra certi calcinacci, che 
eran là in un canto, in guisa tale, che quel 
laogo non pareva mai stato tocco; e poscia, 
tornato in camera , e aperto il foraero, 4 
iopra un desco rovesciato un di quelli S8C« 
enetti si accertò quegU essere tutti quanti 
fiorini d*oro, e gli abbagltaroao mezza U 
vista, e cosi gli altri sacchetti guardati e 

ratit trovò che gli erano, come diceva 
scritta, tre mila per sacchetto; ond^ 
pieno d^allegrezza e di gioja rilegatigli moV 
lo bene, gli pose n'uoo armadio d*un soo 
scrittojo, e serrogli; ed il fprziero mise in 
•uol fuoco, e prima che se ne partisse, 
vide ridotto in cenere; e lasciato i forno- 
^i j il piombo e le bocce a bandiera , se 
ne andò a dormire^ che appunto era re« 
stato di piovere, e cominciatosi a far gior* 
Lasca. 8 



fff4 tmauna^ 

BQf A'^p» riitord della piIMMÉ jMHr^flo 
ini 'per' iafioo « TMprD ; «di poi leifitofl 
it-- ne- andò- m piiixza ». e - io .(Mochi a^^ 
«dire M nona si dieasse dt GuglieliBam 
laogbi per le fiMoende ordioàti^ del qn 
Bon aenli ragionare né quel giorno «fr* 
aecoodo.^ Il icno poi , non eompaMof 
GfiglielBio -nei loogki per. Je faccenda '« 
dittali V n eooiitteio a- mormorare .fra « 

Sale, e » dubitare « "fe^ndoii •••een 
dlla 'eoa ,ca§a gli utci e. le finestre.^ te 
eraalche male non gli fusse intervenne 
i^oegli amici anoi ^ eòi queli cenata al 
mameole aveva » ne davano » per in^ii 
che «da loro si parti » vera- reiasione 4^^ • 
indi in ìky non si sapeva ne qnel ehel 
«0 avesse i nò dove stato si fosse. P<gr 

Sial ; cosa la corte, non si ri v^;endo G 
^ idmo ^ dnbilando che non fusse m a 
morta, fece dai suoi mioistri aprire ( 
Ibraa Knscios ed entrar dentro ,• dove, < 
cotto che 'Gnglielmo , «ogni cosa trovaroi 
.«irdinatameute. al luoga suo, di che mai 
^rij^Katiai , in .presenza di testimoni ^ lo 
gb usci , le easse e forzieri ^ non si ti 
^ndo alcuna chiave, collo ajuto dei n 
ipiaai^ aperti furono, e tutte le ^ro 
ecritte» dalla cassetta delle dorerie in fc 
rif ed i ìihr!, che furono portati alla e 
te,i e posti a buona guardia , e cosi rio 
*ee la casa; £ prestamente andarono bai 
severissimi per averne notizia , prometti 
do premio geandissimo a chi lo notifica 



mntMk Ti trtf 

#«Mria'« flro» Bfa ogni coM tot innato^ 
«Im ficr no tettpo non te ne teppe «et 
friMlei di tnanieni che in capo a tra wtm 
ii^ MA aendo quifi xki lo Yedesse^ e aye» 
de nllora i Geooresi iaimicisia e guerra 
jpaodfMmai col Pisani , per lo die non ft 
earebbero venali i parenti $ la eòrie si- in» 
gombe»6 tntce le snfUnae etale di GogUel» 
tÈOf^ ùnotaifm gran niaraTÌt|ia par ognnml^ 
ehe'aon ti fotte tromtc» «binari. B aloóoi 
ai peniavatta, che cg^i ai fimo andito eeii 
JMo eoa eM* e altrit che di anMe lette»- 
eati o nascosi inr qtnlche Inogo strano ; io 
oM^i die la ocme non gH avesse volali 
^ppoleiire. Fasio in questo mentre era sto- 
ei efaetisfioR) sempre, e vedendo andare 
•le cose di bene in meglio, lietissimo vive^ 
^va , sendo di buona poeta tornato a wm 
Is moglie coi figlinoli , alla qnale nondi- 
*meoo non aveva detto cosa del mondo » 
sa coli aveva in animo di feire • il ohe ea* 
rebbe stato la venture sua ; dove il oon^ 
-trario fu la sua rovina, della moglie a. dei 
-figliuoli. Ora sendosi la cosa di Guglielom 
«addormentata , e già non se ne ragionan- 
do pift« Fasio dette voce fuori di aTere 
:fiiUo parecchi pani d* ariento , e di Toleee 
andare a veoderglt in Francia ; della quel 
cosa si ridevano la maggior parte d^lì uo- 
mini , come di colui, che -già due volto 
a*era affaticato in vano , ed aveva gittoto 
•via la fatica, il tempo e la spesa, per- 
ciocché a fame il saggio non aveva mai 



>l6 MIMA €EK(A« 

retto al martello , .e gÙ amiM e: i fuenìk 

suoi soprattutto ne lo soonsigltarano , tU^ 

ceado che ne (acesse c^um il paragouCr "9 

se bupno riusciise a tutta prova 9. coti in 

Pisa , come a Panai vender lo potrebbe >{ 

do're i non riuscendo ^ come si pensavano^ 

noQ arebbe quel disagiò» ne quella spesaci 

Ma niieole ruevava; che Fazio jera'ditposto 

di andare, a ogni modo , e non voleva. aU 

trimèntì fisiroe il sag|po quivi» sapendo qoe» 

sta volta » che lo ariento suo era ottimo ; 

e fingendo che gli mancassero danari da 

condursi, impegnato un suo poderettoper 

cento fiorini^ che cinquanta ne bisognava» 

no a lui , e cinquanta disegnava lasciarne 

alla moglie, per vivere infino a tanto, che 

egli loruasse, e. già, lasciando dire ognuno^ 

si era pattuito con una nave Jlaugea, ohe 

{lartiva allora per alla volta di Marttglia* 
1 che sentendo la donna, cominciò a fiur 
ro/nore è a pianger seco , dicendogli : 
Dunque, o marito mio, mi lascerete voi 
soia con due bambini a questo modo? e 
andrete consumando quel poco , che ci è 
restato, acciocché i vostri figliuoli ed io 
ci muojamo di fame ? Che maladetto sia 
r alchimia, e chi ve la mise per lo capo! 
Quanto stavamo noi meglio, quando voi 
attendevate a far Tarte lieir orafo, e a la- 
vorare! Fazio attendeva pure a consolaci 
la e à confortarla ^ e le prometteva tanto 
bene alla tornata, che era una maraviglia» 



• ■ t . 



nòtellj: t; 117 

& ellk nspoùdbncloglì, diceni pare: Se 
ootesto àriènto è fino e buono; cosi sarà 
^li bnono e fino qai « come in Francia ^ 
é^io ^ad medesimo modo lo renderete ; 
Hu Tói Ve he andate per non ci tornar 
min più; e lepori ' questi cinquanla ducali 
che mi lasciata ^ ne cònyerrà « misera me! 
óom questi - figliuolini andare accattando* 
E' non Csiìcéva né giorno né notte mai al« 
Irò; Aé piangere e rammaricarse ; onda 
a FJMDò , die 1 amava' e teneva cara quan- 
to gli bechi steésì er la propria vita, venne 
&ntà petà di lei, e conipissione, che uà 
l^ofaio dietro mangiare, chiamatola in ca*- 
Ibera sola, per rallegrarla e consolarla , 
bgni cosa, fattosi da capo, intorno accasi 
"di Guglielmo particolarmente le narrò; e 
presola per la mano, la menò nello scrit* 
tojò, e le' fece vedere tutti quei sacchetti, 
tutti pieni di ducati d'oro. La quale, co- 
faie si maravigliasse ^ e quanta allegrezza 
avesse, non che raccontar con parole, non 
n potrebbe pure immaginare col pensiero ; 
mille volte per la soverchia letizia abbrac* 
dando e baciando il dilettò sposo, il qua- 
le con lungo giro di parole , mostratole 
eònie tacere sopra ogni cosa le bisognata» 
le disse quello che intendeva di fare , e la 
'vita poi telicissima e beata , che alla tor- 
"nata sua ordinar voleva; il che piacendo 
sommamente alla donna, gli diede licenza 
allegramente, eoa questo, che egli tornas- 
se fUk- tosto ehm potesse Fazio ordinato 



^Ik aim Pippa il tolto, V alln . mamìam 
fiato fare mia Imona calia noof/t e iprtcb 
epa oo ienrame di^pio e gagliardo » ti mlr 
ae od findo tre di ^e* lao ci iett i t lasdar 
to Tallno, per i cali che potcncro iotcr- 
TenirCt in guardia alla ina mof^e» ^.^* 
pra dodici o quaitordica à\ qan papi 4i 
jneitora di piombo » di. peltro e aaiìooto 
tìvo edUtra aialeria» la fece coodjarro 
alla naYC , cooiro la vogUa del iuocero » 
degli akri parenti e di tulli .g|t anuct • 
d«Ja donna ancora , che fingeva di pian* 
gerj^li dietro; e tolta Pila ti linrlaYa ti 
dìrìdeYa di Ini ^ e certi » che lo conoaoe- 
Tano ingegnoio e accorto per lo addietrOt 
•i pensavano che ^li avene dato la folta 
e impanalo , come molli ^ in quella mala- 
dizione deiralchimia. La nave , dato le ve« 
le al vento 9 eh* era prospero » si parti al 
•no viaggio. La Pippa » fiicendo la villa 
di eisere reitala mal contenta 9 attendcw 
a provveder la caia^ e governar^ i figBao- 
li. La nave al tempo debito arrivò a Mar» 
aiglia , dove una notte Fazio giltò ia ma- 
re tutti que* pani dell'alchimia , e uscitoli 
di nave, colla ma cassa , iene andò eoi 
vetturali insieme a Lione, dove itato at 
guanti giorni, mias mano ai suoi sacohet» 
ti, e a una delle prime banche che vi fìia* 
aero, annoverali 1 suoi danari , se ne fe- 
ce fare due lettere di cambio per .Pisa.; 
una alla ragione de* lAnfranphi , l'altra si 
hanco de* Gualandi , è una lettera scris* 



ife-«llà ikiogKi$9 come seco^^^m .-vimatto^ 
àt¥ÌMDdola Éf^e* Tcodato il .suo wieoia^ 
é di corto loroare m Pisa ricco. La qual 
lelléira la Vìto^ fece lesero pritta a auo 
padifey e 1^ e |;1i alivi parcalt t amici 
tti* nuiio 9 1 qaali lutti si mara^iglìivaiio ^^ 
'^ molti nollo eredevaoo^ aipettaiNUR Top» 

eiitìK Fasié , dopo non molta , cole > aae 
iMè di j^Mtteoio, si para dì Lioieé « 
tadoDne a MarwgHa ; e:iiidM(l)nrt ma na* 
Ve Bbicaina» <iirica di grano » Belilo, ai 
tetadoaie é Lin>mid, e di'^ain a Hsaà E 
la |trfmà coke se ne andò a Tiaitar h.mc^ 
j^e e i figliufdli, e pieno di gioja è d*al* 
legréOM abbracciala e basciafa ognuno, 
che 'égli scontraTa per la «trada, dicendo 
che coirajnto di Dio era toraato ricco-, 
Mndo r ariento suo riuscito finissimo , è 
% Mroi paragone; e andatoseoe celle lette» 
Tedi crcdényji in banchi di' Gualandi 6 
'dai Lanfranchi, gli furono riessi e anno- 
'yerati tiote mila ducali d* #ro , e tutti se 
'^i fece DOrtare a casa coi maraviglia e 
^piacere dei parenti e deglr amici , i quali 
non n satiavano di accarezzarlo e di far^ 
gli fttta, lodatado estremamente la sua vir^ 
tè. Fazio, ricchissimo ds par suo ritroTan- 
'3oit, Tcggeodo che tutta Fisa og^imai ere*- 
'^èva che dairalchimM fusse uscito la soà 
Mecfaezza, fece pensiero di Talersene e ce- 
:i^iacitrlà a spendere ; e prima riscosse ii 
'itacr podoKtto , e poi comperò Una bellij»- 



*T • 



tao namà-iitmA» 

•i»a cu* f dirimpetl» tlU nu » • qwih* 
poMMUonì delle migliori, che fnnero.ael 
oonudo a PiM. Qiinperò ancora per dm 
alila Modi di nfi>j ■ Botna , e due lula 
ve poH in sa n no fondaco a dìcceper 
xento,di maoiera che egli itava ooann 
•prÌDoipe , e abitando la oua nuora , wn- 
ym pfMo dne serre e duo ferridori » eie* 
Beva Ine cavalcaiare , una per a^ e rat- 
tra pir la donna; e onoratÌMÌmamanle«t- 
etiti f figltnoli, «i Tivera colla ma Hhi 

K:ci£camente in lieta e riposata vita. La 
ppt f che non era solita , io tanta mha 
e in tante dettcateue ritrovandoti , inm< 
perbita, deliberÀ condursi io casa ona vco* 
'chierella sua conoscente-, e seco nna ma 
figliuoletta di sedici in dicianette anni , 
beUisnma t maraviglia ; e fece tanto chi 
' Fazio ne fL «stento , dicendc^li che la 
fanciulla , ptr cucire , fagliare e lavorare 
camicie e scifGe era il proposito appunto 
ed il biscgDO della casa; e cosi col suo 
■marito e coi ìgtiuoli viveva contenta in 
lieta e dolce pce. Ma la fortuna invidio- 
-aa , che sempre fu nemict de* contenti e 
-de* mondani piateri. ordinò in guisa, che 
-)a letizia loro in dolore, la dolcena in 
axDaritndine , ed il riso in pianto premi- 
nente u riverse ; perciocché Fazio sì , in- 
namorò ardentissimamente della Maddale- 
na , che cosi si chiamava la figlinola di 
quella vecdùerella , e cercando con ogni 
opportuno rimedio di venire allo ioteolo 



àìto'f teée tedio ^ che còm ^preghi e eoa 
dtaéri cerroppe la fiectelik poverissima | 
dimodoché' ]a figlinola coaobbe carDaImeQ<- 
té. E conliBOvando la cosa par seaza sa^ 
pula delia donna, di giorno in. giorno a 
Fask> cresceva lo' amore , avendo dato la 
fede snA a lei , e alla madre di toMo . ma* 
rilarla con bnoni^ìma dote , attendava • a 
darsi piacere e buon tempo ; « « ancorché 
tatlavia spendesse qualche £orìneÌÌo , se- 
nelamente si • godeva la sua Maddalena* 
Ma non potettono tanto cautamente gover- 
oarse , che la Pippa non se ne avvenesse ; 
di che col marito prima ebbe di. sconce e 
di strane parole, ma poi più villanamente 
colla veccnia e colla Maddalena procedette» 
e dopo desinare, un giorno che Fazio era 
andato fuori, colle loro * robe ne le mandò 
con Dio 9 avendo detto loro una villania 
da cani. Di cJie Fazio le fece grandissimo 
•remore, e a casa loro le cominciò aprov- 
'vedere, crescendogli sempre *pii!i dimano 
in mano il disordinato desiderio, e colla 
moglie stava sempre in- litigi e in guerra » 
perchè nelle dando egli più noja la notte, 
come prima far soleva i andando il giorno 
^ acancar le some colla sua Maddalena, era 
^eolei in troppa rabbia per la gelosia, e per 
:1o sdegno salita ; talché in quella casa non 
-sì poleva più stare per le grida e i.rim- 
'brotli della donna. Onde Fazio garritola, 
«onfartatola , e più volte minacciatola f e 
JHettie (tovaódo, p«r dar luogo • al « f iirore 



di lei "««1 sao Qoc«atà*iiiio wamt • le Ut 
aodò in villa, e vi lece- la tiwlCaddalMn^ 
e Ift madre Tcnire, dorè Mntd Merglj ni 
to U testa dalla importana. e iMÌ**oL m» 
glie, allegrìttimo badava a oatami-k tw 
Toalie. DelU qual cobb la- Ptppa' rMl& à 
dolorwi e mal conleota, che< altro no* & 
«era -mai nò giorno oè nott^ che-pÌAagi* 
re e sospirare dal disW<il marito, oellfrA \ 
•Miesu recchia, e della odiata &doìd1U 
dolendosi e rammarioandoai. Bd eaioado 
siè passato uo mese, e Patio hod tortuoi^ 
do , né faceado segao di voler tornare^ 
colla sua innamorata tpastollandosi, co* 
eletto incomparabile e eoa immensa gioja 
consumava il tempo, llchesapendo Ja Pìp 
-pa, faor dì modo, e sopra ogni saisa m- 
«nana dolente , in tanta collera , furore a 
«abbia contro le donne e lo spoto sno ■ 
••ccesd , che disperata , non pensando al 
danno che riuscir ne le poteva , ù diipop 
-se e <Ulib*rÀ di acensare il marito , che 
non guadagnati dall'alchimia, ma nibaW 
ATcra i danari a Guglielmo Grimaldi , i 
■anali -di 'FrancÌ8< aveva finto di portare del' 
i 'srienio venduto ; in questo modo , d^ 
•cendo , gasligherA lo ingrato spom e k 
'■temicfae femmine. E senza- altro pensare^ 
iofitriata allora allora si mise a ordjoc^-a 
■MDca terre compagnia di serve, sola, pò» 
tata dal furore se ne andò , che era quali 
•era , dentro a un Magistrato , che già» 
jaiBÙ tMWfa, 'GOme-nelk ciuà notUm.ffi 



) 



«Ho.^ guardili e di balia ^ al quale fec« 
jntendire tulli i casi del tiMqnlo ^ così C9t 
«M da. lui r erano siati raccontati ; dioen^ 
do ehe andassero a Tcdere , che Guglieli 
mo era aotlerrato nella valla della cas% 
TMchìay e disegnò laro il luogo appaotCb 
U Magistrato fece il primo tratto ri tenera 
la donna , pensando oii*esser potesse ^ e aoa 
aMer la Terità; e mandarono tegretameofr 
le e con prestezza, e trovarono , m quanta 
al morto Guglielmo ^ <)osl essere come la 
Pippo aveva detto, e la notte stessa feca^ 
ro. andar la famiglia del bargello, che nel 
letto , colla sna amorosa aiaceodo , Fazia% 
che non se lo aspettava, turiosamente prò* 
aero, ed innanzi •al giorno in Pisa e in.pri* 

g'one condussero. Il quale maMbconoso in- 
io al di stette , e dipoi venuto alla esa- 
mina , nulla voleva confessare. Ma coloro 
gfi fecero venire innanzi la moglie , alla 
cui vfsta , egli gridò ad alta voce , dicen- 
do , ben mi sta ; e a lei rìrolto disse : IX 
troppo amore, che io ti portai, m'ha qu 
condotto ; e al Bfagistrato poscia rivoltosi ^ 
tutto il caso , cosi come veramente em 
seguito, raccontò. Ma coloro spavenian* 
diHO e minacciandolo sempre , gli dissero 
ehe fiermamente tenevano , che Guglielmo 
vnaliziosamente da lui fosse stato ferito e 
snnmazzato per rubargli i suoi danari e go» 
derscgli , come per infino allora gli era 
simcilo; e iacmoeliti, messolo alla tortur 
«a, tantt- martiri e tantr^i diarano^cha 




r 24 Funu. ccKà: 

KODtim cbe da iui ai ptrlisserOt ogni .4io« 
9a\ come a lor piacque, gli fecero conJEetv 
sare. Per lo che diede il fifagialràto aen* 
tenza ,' che T altra maltioa « fisK^ado le 
cerchie maggiori per Pisa, fosse allanaglia- 
lo finalmente e squartato yivo^ e. somter 
niente tutti i beni di Fazio incorporarono* 
E Guglielmo cavato di quella volta , fece- 
ro soturrare io sagrato , con meraviglia è 
stupore grandissimo di chiunque lo vide; 
e senza indugio mandarono in villa a pU 
gliare la possessione dei poderi » dove £a 
cacciato ognuno fuori, e la Maddalena e 
Ja madide se ne tornarono in Pisa alla lo*- 
ro casetta povere e sconsolate. La Pippa ^ 
atndo stata licenziata ^ se ne tornò verso 
casa t credendosi , come prima , essere la 
bella madonna ; ma di gran lunga ne ri* 
mase ingannata , perchè le fantesche , i 
servidori e i figliuolini trovò fuori dalla 
famiglia della corte essere stati caóciati ; 
onde con essi dolorosa a morte, nella, sua 
Tota casa se ne entrò , tardi piangendo e 
ridendosi , accorta del suo errore. La no* 
velia si sparse intanto per tutta Pisa , taU 
che ognuno restava attonito e pieno di 
^meravìglia , biasimando non meno b scel* 
*lerata astuzia deiralchimista , che la iniq[ua 
ingratitudine della perfida moglie. E il pa- 
4re e alcuni parenti , cbe a visitarla era* 
no andati 9 tutti la riprendevano e prò ver* 
biavano rigidamente • protestandole cke 
60 i suoi figUuoU inaieme si morrebbe di 



fikmet cosi cradele a^eado Catto ed ìaò^ 
BnmO' tradimento ài posero suo marito } 
per b qual cosa malcoatenta e piangeadò 
IttMnaftola aTeranb. Venne i* altra mattinaci 
e air ora depatata sopra un carfo lo ià^ 
f^tdiasimo Fazio, fatto per tutta Pisa le 
cerchie maggiori \ in piazza condotto , so- 
piti un palchetto a posta fatto , bestemr* 
miando sempre se e la iniqaa moglie, dA 
msioigoldo in presenza di tutto il popolo 
fa squartato , e dipoi insieme ridotto, e 
sopra il medesimo palchetto acconcio , fd 
disteso t' che quivi tutto Taranzo del gior- 
no stette / a esempio dei rei « malvagi 
uomini. La Pippa, avuto le tristissime no- 
velle, quamto più essere si possa dolorosa, 
priva trovandosi per la sua rabbia e gelo- 
sia del marito e aeila roba, si dispose da 
se stessa del commesso peccato pigliarse 
la peniteaza;eJ arrabbiata, peosato aven- 
do quel che far voleva , quando la mag- 
gior parte delle persone era a desinare , 
coi suoi figliuoletti , presone uno da ogni 
mano , piangendo in verso piaizza preso il 
cammino , quelle poche genti , che la ri* 
aoontravano , conoscendola , la biasimava' 
no e . riprenderano e lasciavano andare. '£• 
cosi in piazza appiè del palchetto arriva- 
ta ^ pochissime persone vi trovò iotorno , 
e se tra quelle poche era chi la conosce»* 
ic, non sapendo quello che far si voleva^ 
lodavano la via, ed ella piangendo Sem- 
coi figliuoli t la crudelissima scaila sali. 



<. 



tt6 fikWJk <nrA. 

• fiogeitiio Éopm ti palcbecto . d* aUbm^ 
eiare e piangere il morto sao. §poeo r 
d^inioroo asprameate ripresa dicendo:. B 
$ima femmiaa! ella pieli^ ora quello €km 
«Ua.ha.TolatOf e da te ttena prooaooiator 
et. La Pìppa areodott jfitto rogna ttd "Ht 
9o , e stracciatosi i eapefli « tattam piatta 
gelido e baciando il viao del morto mM> 
to^ fece i teoeri figUuoliiii chiaare» dÌMO* 
do» abbraeoiate e baciate lo sTenturabo 
babbo t i quarii ptaDgendot tolto il popcte 
lacrimar faccTano» Ma la cruda oiadrè im 
questa^ cavato fuori del seno un bene ai> 
rotato e pungente coltello » 1* uno dei fi- 
gliuoli in un tratto percosse nella gola t • 
lo teaonò di (atto, e più rabbiosa che per- 
cossa Yipera., in un attimo all'altro Tolta- 
si, il medesimo fece cosi tosto, che la brì^ 
gata a fatica se ne accorse ; e furiosameo?- 
le in se ri rei Usi > nella canna della gola 
il tinto coltello tutto si mise , e scannata* 
•i, morendo, addosso ai figliuoli e al mocy 
CO marito cadde morta. Le persone , che 
erano quivi intomo , ciò veggeodo , lassa 
gridando corsero, e i due miseri fratellini, 
e la disperata madre tro? arene , che da- 
vano i tratti, sgozsati a guisa di semplici 
agnelli. 11 remore e le grida subilo si la- 
varono altissime, e per Intta Pisa si spar- 
se in un tratto la crudele novella ; talché 
le genti, piangendo, correvano là per Te- 
derò uno COSI spaventoso e orribilissimo 
spettacolo , dove il padre e la madre con 



far loro MdL belli e biondi figlÌMdiiii em* 
yyMMnCe fenti, e cradelissimannente iosan-i 
guiiali , morii Y uno sopra V altro attrà<» 
vwaati giacevano. Ceda Tebe e ^racusai ^ 
Argo# Mioeoa € Alene, ceda Troja e Ronuc*. 
alla infelice e sfor tonala Pisa. I pianti^ i ìàit 
menci e le strida intento eraoa teli, e coti- 
ime per inUa la città, cbe pareva chedo>^ 
jtme finire -il mondo. E •oprattntto doleva 
ai popoli la morte dei due innocenti fra-*' 
Idlini , che- teoaa colpa o peccato troppo 
ìniimanamente del paterno sangue , e di 
oadlo^deir.emfMa madre tinti e macchia^» 
b t in terra morti stevano , in guisa, che 
pareva che dormissero , avendo la tenera 
gola aperte , e di quella caldo e rossissK 
mo sangue gemendo , tante nei petti dei 
vigaardanti e doglia e compassione metter 
vano, che ehi ritenere avesse potutole 
lagrime e il piantolo sasso o ferro, più to- 
sto che corpo umano, si sarebbe poto lo 
direi perciocché il crudo e scellerato -spet- 
teoolo arebbe potuto desterà alcuno spiri^ 
io di pietà nella crudeltede stessa. Quivi 
alcuni amioi e parenti di Fazio e della 
Pippa , con licenza, della giustizia , il mar 
viio e la moglie fecero mettere in una bara, 
€. perchè essi erano morti disperati , non 
in luogo sagro , ma lungo le mura gli 
mandarono a seppellire. * Ma i due fratelli^ 
ni , con dolore inestimabile di tutti i Pi- 
sani» in Sante Caterina sotterrati furono. 



Ifl. 



« 



f 



(; 



l 



1*9 
NOVELLA VI. 
Biccoadarla o rifarla* 



JB Prete da San Felice a Etna eoi voh^ 
darle un papero , conosce óarnalmenie 
e^ inganna la Mea; di poi riiamando è 
.dn^Ud ingannOM^'e perdendo il papero 
e i capponi , doloroso , non poiendo iAs 
ai suoi. piedi, i? portato a casa» v 



XN OQ Moorti afTedimeoti » non pronte 
rìiposlé t non - audaci parole , non arguii 
anoili, non tempia golfaggine, non goffa 
ecempiezza ^ non faceta invenzione , nom 
piacevole o «iravaganie fine, non la letizia 
ée il coivleiito , ma focosi sdegni^ feroci acr 
^pBLìA d*ira, iogiarìose parole» angosciosi la- 
meo tit rabbiosa gelosia, gelosa rabbia, cvii- 
jdelc inT^tnzione^ disperato e inumano finCp 
il dispiacere ed il dolore avevano auesta 
svolta dai begli ocdli delle vaghe giovani 
tirato in abbondanza giù le lagtin>e, e ba<* 
^nato Loro le colorite guancie e il diiica* 
to seno ; nè| di piangere ancora si potevar 
nò tenere , molto biasimando la malvagia 
femmina , quando Siringa , cbe seguitar 
^veva • rasaugatisi gli occhi , prese cosi 
a favellare : Pietose donne , e voi altri , 
certamente 9 che non è stato fuor di pro^ 
Lasca^ 9 



\ 



posilo • io mezzo a tanto znccliero e Hn«» 
le , alauanto d* alpe a d* a«eozio meacolap- 
re;a noe che per la amariiodioe « sia me^ 
glio cooosciuia la /dolcezza « perciocché i 
contrari posti insieme , le cosa buone e 
belle* di bontà e ài bellezza io infinito ac- 
erescoDO. Per questa cagione dunqae m 
snt rendo eerta , ohe ae le passate noTcIla 
^ella preseate ser» Vi tornarete nella me* 
fnoria* ^ qnanto pii qnesta t* ha dato do* 
«gHa e manìnconia f tai^p'Ti accresceranno 
gioja e cenlenio. E ancora- io ho i^raii^ 
aa^ che la mia favola « la quale sarà tutta 
ridente e lieta » maggiore allegrezza e con* 
ferto TÌ*porga ; e cosi detto, con un doU 
ce riso soavemente la lingua sciolse. 

Ck>me Toi dovete sapere, usanza è sia» 
la sempre mai nel nostro contado « che i 
%)reti della villa ^ quando per avventura è 
la festa alla lor Chiesa , invitano tutti i 
preti loro vicini: per Io che avendo il pra» 
le del Portico tra r akre , una volta la fé» 
ata , tutti- i. preti da lui chiamati vi con«» 
porsero; Ira i quali vi fu un ser Agos(in6^ 
ehe ofiziava a San Felice a Ematpoco ìkh 
di lontano. Il quale; , mentre che la Mea* 
aa .grande solennemente si cantava, vide 
jfev sorte nella Chiesa una bella giovine e 
naanìerosa; -e demandato li vi intorno, chi 
ella fosse, gli- fu risposto esser quindi pò» 

Eolana; e perchè ella gli andava mollo per 
i fantasia, poco ad altro, fuor che a laù 
«aria e vagheggìajrlaf attese la' mattina. Av*^ 



e poi* cke detto 1* ufizio ^ e femke kr 
» lotle -le p«rMDe di- Chie6a parli- 
teti« se ne aodarooo a desioarCf e coti fe« 
céro i preti. la sai vespro poi ^ ter Ago^ 
tlioo usceodo così fuori in sulla strada» per 
vìa di .diporto, vide per buona Tmtura ìm 
sul 'SUO uscio sedersi la gtovaiìe*^ che vei» 
dàlo la mailtoa ìu Chiesa afeva t la ^ua« 
le 81 -faceva efaiamar Mea ^ JttocVie Ai mi 
aiitralore« «he in compagnia deM altre don* 
mÉt vicine si slam %ì fresd» e' m^ mkouegfja^ 
te. Per la qual eosa »* <driaaalo il prete 
biella Chiesa 9 lo prese a doosaodar di. lei 
« della sua condinone; il quale gli rispos- 
te ^ essere tutlar piacevole e buona compa^ 
gaia, eccetto che «<H>i prèti, i quali, che che 
^e ne fosse in cagióne, aveva più in odio, 
idbtf il mal dei capo , e oion voleva , nod 
èhe *&r lor piacere , ma pnf sentirgli 
Incordare. Htmn meraviglia se ne fece seè 
Agostino , e fra se dispose di caricargliei 
Uè a ogni modo, dicendo ^eco ìnedetimor 
ia so ehe tu ci hai a lasciar la pell^, vo^ 
{Ha tu , o no'; e perchè ella flou avesistf 
cagione di conoscerlo per prete , se gU 
levò, benché mal volentieri d* intorno V 
iaadi lontano la riguardava pare sott*oc^ 
tìaiì , che non parava suo fatto; e quanta 
più la mirava, tanto più gli cresceva 11 de-' 
merlò di possederla, in questo mentre tul 
fenile il* vespro; e di pct là ootnpieta, dhd 
la Mea non entrò mai in Chiiesa, tanto che^ 
fcnìtd gli «ifirj è-lérlsfC»^ ter Ag^iààdf 



mSz PftlMA CBN A. 

ùlìW colazione grossameote con gli 
preti , prete liceoza » e lornogsene a San 
Felice a Ema « dove non faceva altro, mai» 
che ' pensare alla sua iDnamòrata, ed il mor 
do che tener dovesse » per poterle fiEivellar 
re ^ che non fosse da lei per prete conor 
scinto t e poscia cercare di venire a gli atr 
lenti suoi« E perchè egli era scaltro e mp«-. 
)i£Ìosetto • gli cadde nell* animò di tenta^ 
fé una via da dovergli agevolmente riaf 
scire « per contetitare i desiderj suoi , ed 
un lunedì in su le. vcntiun'ora , travestito-^^ 
0Ì a guisa di un villano, sparpagliatosi la 
Jbarbat con una cuf6a bianca « e un cap* 
pelleito di paglia in testa 9 preso un bjello 
e grasso papero in collo » nascosamente si 
parti di casa 9 e per tragetti se ne vennt 
alla strada, poco di sopra al Pòrtico^ e pr^ 
80 la via verso Firenze 9 se ne veniva ada- 
gio adagio fermandosi a ogni passo, tantp 
che di lontano vide la Mea in su T uscio 
ledersi e nettare la insalata; onde affret- 
tando il cammino « se le fermò al dirim* 
petto 9 . guardandola cosi alla semplice ; 
Ber cjie la Mea» veduto questo gonzo cosi 
pio rimirarla, lo domandò, se quel pape* 
To, che egli aveva in braccio 9 si vendeva; 
Non sì vende 9 rispose il prete. Donamelo 
dunque9 disse la donna, che er^ favellante^ 
Questo si potrebbe fare, rispóse ser Ago* 
Itino; entriamo in casa, e saremo d*accor» 
do. La Mea, ch'era di buona cucina , aoc- 
ebiato quel papeiooe, ch*era grosso e biaa* 



IfOTELLA. TI» l33^ 

M> alla bella prima si rittò' colf i lutala 
in igreiiii>o , e mise colui deDiro , e serrò 
r uscio. Come il prete si 7Ìde tu terreno t 
e r uscio serrato t disse alla Mea t Udite « 
madonna. Questo papero , che Toi cedete 
ti bianoò e bello » io lo portava ali* otte ;. 
^re a toì non si può negare , se toi mi 
darete delle cose vostre} e nella fine rima* 
aerv insteìne, che ella gliene desse una.ab^ 
braeciatclra 9 e che il [Àpero fosse suo ; e 
€o6l la Mea « patendole ìiw co tal soliuccbe?» 
fone cresciuto innanzi at tefòpo, se lo cao* 
ciò sotto ; e fornito che gii ebbero ambe« 
duo! la danza, si lerò su.la donna, e dis«. 
se a colui: Tu te ne puoi andare a tua po- 
sta, che il papero è mio. Il malprete ri^ 
apose : No no : vói noli* avete guadagnato 
ancora ; pei^iocchò quello che io doveva 
a^er da voi , avete voi avuto da me , poi* 
che stando di sopra , sete stato .voi T uo- 
mo, e io la donna , trovandomi di sotto,, 
6d essere stato cavalcato. La Mea fece boc- 
ca da ridere , e disse io ti ho inteso ; e 
perchè il sere Tera riuscito meglio che di 
parata, sendo giovane ancora , grande del< 
la persona e morbido, se lo tirò voleotie* 
ri addosso ; sì che fornito la seconda bal- 
lata , pose le mani ser Agostino di fatto 
in sul papero, e disse alla donna: Mooair 
vai ancor vi bisogna , se voi 16 volete* star 
aotto un* altra volta , perche questa d*ora/ 
sconta quella di prima , e semo appunta 
pagati e del pari ; a quest* altra volta, sa 



i^4 ncmi^emA* 

lenej èbe TCtf arete, e giastanreoter ^iiif« 
dTagDttto il pàpero. La Méa, che per ia& 
BO aH' ora se ne era riso » e recatoselo . ii| 
burla, se questa cosa le parve strana, naqi 
è da domandarne, e Toitatasegli con uà 
■lal ttao, disse r Non ti vergo^i tu, villaii 
ffircfaio? Che pensi tu aver trovata qual« 
ehe femmina di partito? ribaldune, «gli 
li debbe piacer V unto ; dallo qua, e vaili 
•on Dio , e volevàgoiene sirappakre di oue* 
no; ma il prete lo teneva forte , e acoo- 
alatosi air uscio Io aperse , e voleva fag* 
girsene, se non che colei se gli parò iiH 
nanzi , e cominciò a dirgli vill'aoia , e co- 
hii a risponderle; Tn questo accadde ap- 
punto, cbe fuori d'ogni sua usanza^ giun« 
se qui il marito della Mea, e sentendogli 
quistionare , dato una spinta air uscia, 
entrò in casa, e veggendo In moglie co^ 
quel contadino alle n\ani , disse : Glie duf 
^K>l gridi tu, BleaT Cbé domine hai tìh 
ehe fòre con cotesto villano 7 A cui , 8en« 
xa aspettare altro, rispose subito ser Ago* 
nino, e disse r Sappiale, uomo da bene, ehm 
io mercalai con questa donna trenta soldà 
questo papero,, e di tanto restammo u!àc« 
cordo nella via ; ora ella qui in casa me 
ne vorrebbe dar diciotto. Tu menti per 
la golii, soggiunse la Mea', e parendole ob 
limo modo a ricoprire il suo fallo ool 
marito , seguitò dicendo :: Io to ne voleva^ 
pur dare venti^ e cosi facemmo i patti;, e 
» dico trenta, xtspose il prete ; per la qual 



{]oi#rftodi lei ditte: peb^jfieajaacja- 
la andare ia maPora! tu dices^ .plri^ ed 
egU.'Caffoy e noa Terrjeste mai a coQ9lu« 
liooe. Hat tu paura ohe t^abbjaao a man* 
oare i fMiperi ? Vadiaseoe col lapuU^ an che 
Domenedio gli dia, aoggiunse la Mea; che 
e^i non troverà mai / più obi gli ;|eÌc<9A 

Juel che gli ho fatt*\o. Il pr^te^t {Uirt^- 
Mi di oatd disse : E tu noo .trof^rai . mai 
più altri, ehe abbia si grasso e si grc^* 
so papero; e allegro fuor di ii|x>do se pe 
toroò a casa 9 che da persona non «fa co- 
nosciuto. Il marito, non avendo bene, io-* 
teso le parole della Bl^t Ics disse: E p|)e 
gli hai, tu fatto però? Egli era più méa^ 
al dovere di te, e se egli lo porta in Pireo* 
ze^ ne caverà de* soldi più ai quaranta}, • 
cosi, tolto di casa quel che gli bisognava t 
se ne tornò a lavorare, e la M|sa a nettar 
Vinsalata, piena tutta di stizza e di dolore» 
che da un villano a quel modo fusse sta-^ 
ta beffata. Passarono intanto otto o dieci 
di , che ser Agostino , pensando alla sua 
Mea, che gli era riuscita meglio, che pen-* 
sato non s*aveva, ai dispose dì tornare 
a visitarla, e veder, se egli potesse colpir 
seco di nuovo, ma non come prima a 
macca; anai pentito al tutto di quel che 
fatto aveva, in quel modo medesimo vestito 
da contadino , tolse il papero stesso e uà 
pajo di buoni e grassi capponi, con animo 
dì darle Tuno per lo benehzio ricevuto, e 
gli altri per quello che egli sperava di ricer 



i3ff , ratvi. c«ui 

rere, 4 far seco la pace* E co^^tm gionro 
ih mlPora medesima sfuggiascameate %^ 
ne Tenne alla strada per ra Tia del Gitl- 
ìùzsOf e cose in verso Firenze ^iaQam«nt# 
camminando, appoco appoco si eondosse" 
al Poritca ; e quindi dalla casa della smi 
Blea pissando, la vide per boooa 8ort#i 
appirato alla finestra, ed elk )ur, e oo« 
ilòbbelo subito, e al papeì^ e ai capponi 
8f liTTisò troppo bene della animo Mio..' Per 
là Oliai cosar dispostasi alla vendetta, ^reg*^. 
genao che da lui era guardata, risa e ao>« 
Cènnollo cosi colla mano, e levcsse Q*aa 
tratto dalla finestra, e a un suo amante ^-^ 
dhe per ventura aveva in casa « e cbe pu- 
re allora s*era stato nn pezzo seco , di&sa 
quello cbe far dovesse , e con esso lai 
sceso la scala t e nascosolo nella volta , se 
ne venne , e aperse V uscio. Il prete era 
già aomparito, e postosi al dirimpelto^ .8Ìc«% 
che a prima ginnta salutò la Mea, e dia^ 
se : Io soQ venuto a portarvi il vostro p»- 
|iei*o , e questi capponi ancora , se voi gli 
Vorrete. La donna ghignando gli ris|>ose : 
Tu sii il molto ben venuto, passa drento 
col buon anno , cbe io mi sono maravi- 
gliata^ che tu abbi penalo tanto a tornar* 
mi a vedere. Ser Agostino entrò in casa 
afllegrisstmó , e la Mea di fatto serrò la 
.pòrta, e presolo per la mano, non come 
Taltra volta a basso , ma su in camera lo 
menò, dove postisi a sedere, il prete per 
sua scusa , così prese a dire : Egli è vero^ 



Ir&òBà 3oBiia , elle lultra Tolta ìclicr io ci 
{«li, con esso toìT mi portai un poco alla 
taWaticat e qaasi Tilkoameate^ina 8^ co? 
Ini non ^opra^venìfa , io ?i hiKciaTa il pa^ 
pero senza fallo alcnuo; na pensando* cLeat 
aer. dovesse voslio narilo, com* esser doTO» 
ira , feci così per io megKo, che mi pam^ 
■M»i buono spedienle per Tónor vostro é. 
ner la salute mia. Ma óra son tornato a 
lare il débito mio , eccóTi iiinàfìisi (ratto, 
il papero ^ ed i cappotari ^ saranno ancbc. 
. Mostri 9 perch* io ho disegóato ^fae ooi sia* 
mot. amici 9 e tutiatia vi arrecheiò quan- 
do . nna cosa , e quando un* altra. Io ho 
dei pìppioni , delle pollastre , de) cacio , 
de* capretti , e sempremai , secondo le sta* 
||ioDÌ , vi verrò a visitare colle man pie* 
ne. Rise la Mea , e rispose dicendo: Io 
non credo che mai più alla sua vita ci 
tornasse quello sciatto di mio marito a 
quella otta ; ma vedi , tu- mi faelesti mon* 
tare la luna , dimanierachè io t*arei ma* 
nicato seuza sale. E auestò detto » preso 
il papero e i capponi che ^iV prete le lasciò 
volentieri, pensando che ella si foisse rép« 
pacificata, e messegli n*uiiò arÉiadio, di* 
cendo , or ora fo ciò che tu vuoi.^lMa in 
quella che ella tornava a Itii , fatto oca 
so che cenno , sentirono balière Tuacio rò* 
vinpsameute ; perciocché colui, uscendo 
d'agguato, aveva aperto Tuscm) pian piano^ 
e di fuori .trovandosi , picchiava a pia po- 
tere; per lo cha la donna 9 fattasi aJJa ft> 



i38 ntmx «iivju 

oestra , e trralo la tetfn prettamtale .tity 
disse quasi piangeodo : io ion inoru. Obi* 
me , che questo è un mio fraleUo , ti pia 
•disiieralo e crudele uomo che aia nel flioa- 
dei è volta a ser Agostino^ disse: Eatea 
•tosto iu questa camera , che guai a le e 
-me , se li vedesse meco ; e in un IrsUo 
fece la vista di tirar la corda ^ e spinse il 
prete nella camera, e mt9io nelf uscio di 

3uella un chiavistellino ^ si ficee in ospo 
i scala , dicendo forte • acciocché colui 
iniendesv : Ben sia venuto per mille vol(# 
il mio carissimo fratello. G>iai ammaestra- 
to , così rispose cou voce alta e minacciaiH 
te : E tu per cento mila sii ia maltro?aU« 
•Vedi che iot*fao pur giunta questo tratto, 
che tu pensavi che io fossi mille miglii 
lontano. Dove è, malvagia femmina , quel 
traditore del tuo amante , che ardisco di 
fare alla casa nostra tauto disonore 7 dova 
è egli, ribalda 9 che io voglio ammazzar le 
e lui ? la Mea piangendo e gridando di- 
ceva : Fratol mio, misericordia! io non 
ho persona in casa. Si, hai bene, seguitò 
colui , io lo troverò ben io ; e sendo fa* 
miglio del Podestà del Galluzzo , aveva 
cavato fuori la spada , e arrotavala sa per 
io ammattonato , toifiando e ebuf&ndo* 
tuttavia. Per la qiial cosa venne a ser A- 
Kostino in un subito tanta paura , che e^ 
fu per venirsi meno ; perciocché la Biea 
piangendo e raccomandandosi, ^ colai he* 
stemaaiando e minacciandola » fiin^van^ 






troppo- brao ; ma nella (ine colai dato f&Q 
calcio ncir uscio della camera , disse ^rìr 
' (àmudo: Aprì qua 9 che io tq' yedc^r <^lii jC.i 
è f e passarla fuori foori .con qaesU spi(da# 
II prete* sentito diaenar TasGio » e udite. le 
colui parole t non stette . a dir che ,01 è 
dato , ma parendogli tuttavia sentir paip 
sarsi da banda a banda * si gittò da. nwi 
finestra , alla forse Tenti, braccia ^ et^e.djCf 
tro alla casa riusciva sopra ^uoa Tigna ^.^ 
poco mancò , eh* ei non rimanesse lafiìàitlo 
•opra un palo; pure dette in., teiera • ma 
di sorte * che si ru)>pe un ginocchio » e 
aconciosce un pie malamente, .pure, tanta 
fu la paura » che egli ai strette cheto come 
Tolio , e non si reggendo in sa le gstmh^, 
farpopi se ne: andò tra vite e yite .tanta » 
che più d*uoa balestrata si discosto, dalla 
casa. Come coloro sentirono il ronderò d^l 
aalto 9 subito apersono la camera t ed e9« 
Ifati dentro e ceduto la fine ^ npn perpa- 
rono più oltre » ma cascarono . ambedue 
nelle maggiori risa del mondo., e anda* 
ronsene a cedere il papero e i capponi ^ 
ch'erano buoni e grassi ; e la Mea. noi]| 
capiva nelle quoja per 1 allegrezza , paren* 
dole essersi vendicata a. misura di carboni. 
E sia certo ognuno j che non è cosa nel 
aaondo , che tanto piaccia e contenti qoan* 
lo la vendetta 9 e massimamente alle doifr- 
ne* II misero ser Agostino carpon carponi» 
doloroso e tremante tanto adoperò » che jm 
condusse alla strada 9 e nascoso atei^ per 



4i0 Phvmk €E9à. 

infino alla' sera t tanto che per avventtmi 
vide passare il mugnajo ,* che macinata 
alla pescaja d^Ema» suo amico e jricino» 
SI quale chiamato con bassa voce t e dato^ 
•é^ a conoscere, pregò che sopra ira mu<« 
lo Io mettesse ^ e a casa ne 'lo portasse. 
Jì mugnaio, mentTigliaudosi « senza voler 
altrimenti intender la cagione , come quivi 
a queir otta , e in qual modo si fosse con» 
dotto t sopra un mulo io pose # e idcfe- 
scendogliene fuor di modo , a casa siia )ò 
Còhdusse"; e , come il prete lo pregò , noa 
disse mai niente a persona. $er Agostino 
alla fante e alla madre poi , trovo certa 
sua scusa dello essere uscito a quella fog« 
già travestito, e cosi della rottura del m'^ 
nocchio e della ìsvoltura del piede , eoe 
n*ebbe assai parecchie e parecchie setti-^ 
mane, e al mugnajo ancora fece credere 
certa sua invenzione , talché di mollo tem- 
po stette la cosa, che non si seppe, e non 
il sarebbe saputa mai , se non cbe ser A* 
gostioo già vecchio, morto la Mea e ri 
marito , la disse più volte ^ é la raccoiw 
fava per via di tavola. 



/ 
I 






«4» 
. JWVELLA VII. 

Prete Piero da Siena , mentre vuole bcf* 
, fare un cherico Fiorentino , ò da lui 

beffato in guisa ^ die egli vi mette la 

vila. 



A. 



.Te¥8 Strioga colla tua novella 
più Tolte arrossire e ridere le dooue« e pa* 
ri mente e a loro, e a i giovani addolcilo 
il cuore 4 e racconsolato ranimo* e più lo 
arebbe fatto ^ se messer lo prete » non il 
Àyise 9 saltando , fatto 4nale alcuno, soia- 
mente messovi , che ben gli stava « ti pa« 
pero e i capponi. Ma Fileno, sentendola 
già tacere , e sappiendò a lui toccare il 
dover dire, cosi con dolce favella a ra* 
gionare incominciò. Leggiadre donne , e 
Toi generosi giovani , io voglio colia mia 
favola , farvi sentire una beffa fatta da 
un Fiorentino a un SanebC , il quale cer- 
cava di beEfare lui, e perciò non è da 
increscerne troppo , ancora che male ne 
capitasse, perche chi si diletta di far frode, 
non si dee lamentar s* altri lo *oganna ; e 
disse. 

In Prato, non so già se di Toscana 
ragionevol Città, o pure bellbsimo Castel- 
lo fq, non ha gran tempo, un Messer Mi- 
co da Siena , priore nella Pieve principe* 
k^ il quale aveva seco un suo nipote, an« 



t4> phima. xftKà« 

elìsegli prete» ma ^io?aoe tanto, ohe noor 
diceva aocor Messa; solo era ordioato a 
Ptslda e a Vangelo^ e uà altro ehericoito 
teneva nnèora a fare t Servigi della sagre* 
stia e deità Chiesa, che per essere da Fi* 
rèhze» lo chiamavano il Fiorentrno« 11 qoa« 
le, ancora che fusse giovanetto, era non* 
dimeno sagace e malizioso, e bizzarretto hI-» 
cuanto, tal che con prete Piero, che cosi 
M fòceva diiamàre il nipote del dello Priore, 
etarva sempre in litigi e in cpiisttone , di 
che Meiset Mico ateva grandissimo dispia« 
4ciei'e;*e'se non fosse stato che dal Fioren* 
lin^' éi trovava ben servito, per liberarsi 
da còsi flittà seccàggfrie, veùti volte Tareb^ 
Ife liiidctaCQ ila , e* col * nipote più volte 
n^ébbè di ^once e di cattive parole, ttieii 
Ceodò ogni dili^enta per tenergli d^accbrdo 
e in pace^ itfk nulla rilevava^ nella fine # 
perciocché il Sanese , ^reggendosi padrone^ 
di trbppo r altro superchiar volea, e to\td 
nÒQ gliene risparmiava una maladetta. Ora 
prete Piero avendo in animo di voler far 
una beffa daddovero - al Fiorentino , sen<i> 
dogli venuta un giorno una bellissima oc- 
casione , deliberò di fargliene là notte ; é 
coA la sei^t poiché egli ebbe cenato ^ # 
o|;nnno se ne fu andato a dormire, st^tt€ 
tanto alla posta aspettando ( perciocché 
solo m una camera dormiva allato a quel* 
la derZio ) che tempo gli parve di dar 
cominclameùto a quello , che di fare in^ 
teiidtfta. fi partitosi tutto solo di camera ^ 



«e ne ^enne cbetameote iu Chiesa, e apec- 
ée UDa sepoltura, dove era stata sotterrala 
il giorno una fanciuHetia , che era moria 
io sei oire^ per lo avere mangialo funghi 
velenosi ; e cavatola fuori , e ricoperto lo 
avello, la prese in ispalla, e portatola die» 
Irò air aitar grande, dove veuiTano alFora 
le funi delle campane, la legò con suoi arr 
tificj alla fune di quella campana. ^cha 
livi a poco doveva il Fìoreolkio sooart 

Cr dare segno di mattutino, e congegnoli^ 
appunto , che nel dare egU la prima 
sonata , gli venivano appunto i . piedi di 
quella morta a percuotere nella iesla ; a 
co^i fatto, sì parti di quivi, e rasente Tn^ 
scio del chiostro^ oude passar doveva il 
Fiorentino , si .nascose , aspettando quello 
che riuscir ne dovesse» Vennene intauto 
l'ora diputata^ ed il Fiorentino levat05Ì al 
solito, senta accendere altrimenti lume, per- 
cio6ch*egli Vera pratico, e mille wolìs 
trovato aveva le campane al hujo^ là se 
ne andò sicuramente. £ come egli giunse^ 
dette di piglio al canapo di qitella più 
grossa , ehé sanava matt^tino » e nel dar 
la stratta allo ingiuso , i piedi di colei gli 
veunera a darà per istiancio in sul capo » 
e slrisciaroiigU giù per la tempia sinistra, 
in su la manca spalla; per la qualcosa ii 
Fiorentino laiae un muglio grandissimo^ 
dieendo» Crìstoajutami! e lascialo con fur^ 
ria la fune della campana , tremando ,9 
gridando si di^e a fuggire» Frate Fieuk^ 



\ 



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144 FftMA QVKA. 

udite le sirida «.B éentitolo eornorCf t^iii- 
doviiiÀ. la cosa, avfra afuto effeiloilà 
oode cdot€Qio a meraviglia «• serrò ki 
porta' 9 ònd)^ colui era entrato » accioochò 
non polendo -per essa ritoroarseoet trovaaf* 
dola ciiiosa, più sospettasse - ed aveis^ mag- 
gior paura; e questo fatto» lutto ridente» 
e d*allegrezaa pìeqo^ se ne tornò alla sua 
camera a idormire» 11 Fiorentino ^ . mezzo 
fuor di se^ giunse spaventato air us«io» e 
trovatolo .^uso, fu per cader morto; e si 
teacciò téniQiii a correr per la Chiesa alla 
iròka' della porta principale • che pusciva 
ih sn là piazza, e di Catto cavatone il chia* 
listello r aperse,, e tó ne usci f uori ^ che 
^r sorte era la notte il più bel lume di 
luna ji che fosse staio aueir ^nno* Si che 
armatosi., non Teggendosi persona dietro, 
si rassicurò alquanto , e fra se stesso co* 
-«nificiò a pensare , che cosa potesise essere 
stata quella, che se gli era avvolta fra le 
tempie e *i collo , e poi ricordatosi , che 
l'uscio, da lui lanciato aperto, era stato 
aerrato , prese a dubitare fortemente , che 
prete Piero non gli avesse fatto delle sue; 
•cella fine coochiuse questo dover essergli 
^veramente intervenuto per opera di lui» 
oSicchè volendosene accertare, tolse un moc- 
^>io di candela , che sempre ne portava 
aèco ,. e accesolo alla lampana del Sagra- 
mento ^ se ne andò dietro ali* altare , e 
guardando cosi in cagnesco, vide ciondo- 
lare colei morta, e legata per le chiome 



NOTELLA TU. I4S 

«Ila fuse della campana grossa» e ^cooob- 
bela. sabilo alle treccie lunghe é bionde » 
^ a uoà ghirlanda , che ella aveva in testa 
di diversi fiori; per la qual cosa, spicca- 
tola ^diligentemente , ancora che eoo gran 
laiica j se la mise in collo , e condussela ai 
suo avello , per rìsottarrarvela , e starsi poi 
•empre cheto , per non dar qael piacere 
a. prete Piero. Ma poiché egli Tebbe aper- 
to , gli cadde nella mente di poter fare un 
bellissimo tratto , benché assai malagevo- 
le e molto pericoloso; e quivi lasciato la 
morta , uscendo fuori, pei^h* egli era as- 
sai destro e gagliardo, tanto fece, eh* egli 
sali per un muro sopra un tetto; e indi 
scese nel chiostro , e aperse Y uscio della 
Chiesa « che colui serrato aveva; e andato- 
sene alla porta grande, la riserrò a cliiar 
vistello, e dopo postosi quella morta ad- 
dosso, se ne venne pian piano, tanto che 
alla camera di prete Piero giunse; e posto 
la morta leggiermente in terra, si mise in 
orecchi a canto airuscio, per udire quello 
che colui facesse, e lo senti russare forte- 
mente: di che oltre a misura contento, ma 
più per lo aver trovato Tuscio socchiuso , 
stato lasciato da prete Piero a bella posta 
ler lo caldo grande, e così la finestra del- 
a camera , sendo allora nel cuore della 
•tate , onde gli nacque nuovo disiderio di 
Toler tentare più innanzi , si che ripresa 
colei in su le braccia , pMin piano e che« 
Lasca. io 



jr 



tamente entrò nella camera » e a^MiUtoM 
al letto , qqkdla morta gli poie a giacere 
a canto ^ e partiasi; e quindi poep lontana 
in poae in agguato per vedere, e odire 

rinto di ciò aegnisse. Prete Piero, per 
disagio, era «otrato in nn griave profon* 
dissimo sonno ; pure in dui far del di si 
risenti ,, e rifoltalosi per lo letto, non igni 
jdesto ancora j pose appnnto la mano , in 
éul viso di colei 4 e troiiitolo morbido • 
freddo più che marmo , la tirò snbilo a 
ile, e pieno di maraviglia e di paura aper* 
3e in un tratto gli occhi, e quella morta 
Tide ; e tornatogli nella memoria quel che 
fatto aveva, dubitando non colei tasse ve- 
nuta quivi per istrangolarlo, in uqo stan* 
te gli venne tanta paura, che esli si gittò 
aubitamente a terra del letto, ed in cami- 
cia fuggendo si usci di camera, e non re* 
stando di correre pur sempre gridando » 

{;iunse per lo verone in capo di una sca^ 
9 , che scendeva in terreno , e tanta fa 
la fretta , che egli aveva di dileguarsi, che 
tutta la tombolò da imo al sommo, e nel 
eadece si ruppe nn braccio , e infransesi 
uà fianco, e in di^e od in tre lati si spet- 
tò la testa; sicché senza poterse muovere, 
aggiù disteso in terrai , gridava in modo ^ 
che egli intronava tutta quella canonica ; 
tanto che il priore, il famiglio e la serva 
corsero chi mezzo vestito , e chi in cami- 
cia, e prete Piero. troTarono a piedi quel- 
la scala, che non restava di guaire « 



MÀiMineàrae. lu q[uesu> ' mentre, «fetida 
HhPioreaiiao ogoi cosa TèifUo, e come tac« 
il- di case eracno corsi ai remore j 8*era liscia 
»to d* a^utfto f e aqdatoseae ia camera di 
colai , prese prestameaie la morta f m- pet 
le via di là , seosa essere stato cedalo i|i 
da loro, QÒ d*altrai, se^xie corse ia Gkie« 
u*i e colei risotterrò ael sao avello, e ra<^ 
eoDciolle per infiao la gfiirlaada ia testa » 
'di sorte ohe noa pareva mai, che di qiiiiit* 
di fosse stata moss^, e se ne andò a sona^ 
«e rA?emaria, che aìk era di alto, fifesser 
Mioo, giaoto dove il nipote giacerà tciUo 
percosso, aon meno doleate, che msLvai^ 
glioso, poi che dalla Cinte è dal servidore 
aiatato, lo fece rizzare, le yennc' d9maa'- 
daado, perchà cosi fusse caduto, e che ae 
fasse stato cagione. Sfa prete Piero poUa 
rispondendo, attendeva a dolerse e a.ram- 
jaaricarse ; per lo che il priore veggendolo 
si mal coQcio, e tutto il viso ed il cap^ 
-saogue, fece dal famiglio chiamare il Fio- 
creottno, che di già aveva cominciato a sa- 
nare a Messa, e mandollo per un medicOt 
il migliore che fusse in Prato. Intanto con* 
fortandolo sempre, in camera ne lo voleva 
fare portare a braccia ; per la aual coitt 
.prete Piero gridando, prese a dire, che 
.altrove, in ogai altro luogo lo portassero; 
e riposatosi alquanto in camera de*foraSU^ 
ri, narrò loro la cagione tutta del suo ma* 
H 6 qaeilo che si em trovato al capeaaar 



^Y48 Mitf A CÉITA. 

le. Liondc il famiglio, ch'era' animoso, 14 
c^rse prestamente, e non trovandoti né fan* 
cioUa morta, ne segno alcnoo' ch'ella • ti 
fusse stata, giù se ne tornò, con dire ch'e^ 
doveva aver sognato; t)erchè nel letto sno 
non era pefsona ne morta né viva. Inlaii* 
tó alle grida erano compiariti alcuni prèti 
vicini, e sentito il Caso, e veduto il tulli>, 
affermavano veramente, che gli era parti- 
to fra il sonno' vederla e sentirla, e che 
senza fallo aveva sognato. G>lui disperan* 
dosi e per la meraviglia , e per lo dndlé 
delle percosse , si fece nella sua camera 
portare, e colei non trovandovi, che ve 

Sii pareva indubitatamente aver lasciata, fu 
a via maggior duolo e maraviglia soprap- 
preso, cotale che sbigottito non sapeva più 
che si dire , ne che si fare. Comparse in 
tanto il medico col Fiorentino , il quale 
di fuori manincoóoso, e dentro allegrissi- 
mo, mostrava che molto gliene increscesse. 
Ma dipoi che priete Piero fu medicato, che 
per dirne il vero non aveva troppo gran 
• male, egli diliberò di chiarirse affatto del- 
la cosa, e in presenza di tutti, tutto quel- 
lo che per far paura al Fiorentino operato 
aveva , e quello che gliene era intervenu- 
to, pregando il zio e '1 cherico , che fus- 
aero contenti di volergli perdonare , appa- 
lesò. Quivi maravigliandosi ciascuno , li- 
spose il Fiorentino dicendo: Perdoniti Dio, 
che a me questa notte non hai fatto ne 
paura, né cosa ni una che io sappia; crac* 



•ootalOt -come sojQÒ primis mattatino^e di, 
^' tornatosene al letto , itt sul far ilei di 
r ATemaria, e meoire. qhe.dopo sonava. a 
Messa » sentì le grida ed jl famìglio » che 
lo venne a .chiamare* Come? disse , prete. 
Piero; e da capo fattosi ogni cosa perfilq^ 
e per segno raccontò. Il Fiorentino ristria*, 

rdosi nelle spalle, fiaceva le maraviglie'; 
modo che colui , fattosi condurre in 
Chiesa , e indi alla sepoltura , e fattola 
scoprire* la morta fanciulla vi trovò den- 
tro 9 che non pareva pure slata tocca di 
nulla. Per la qual cosa gli crebbero in mil- 
le doppi la maraviglia e il dolore, e quasi 
stupido e trasecolato, si fece ricondurre 
al letto , dove pensando sempre a questo 
fatto , tanto gli sopraggiunse e la doglia • 
e la maniuconia , che poco mangiava , e 
poco o niente dormiva ; di maniera che 
o fusse la novità del caso , o gii umori 
maninconici , la rabbia e la frenesia, o 
pure il diavolo che lo acceccasse, un gior- 
no fra gli altri , ch*egli era rimasto in ca- 
mera solo, si gittò a capo innanzi a terra 
d* una finestra, che riusciva in una cor- 
te , dove battendo in su le lastre , si sfa^ 
celiò, e mori che non battè polso; di che 
rimase scontento fuor di modo, e doloro- 
sissimo messér Mico. E non avendo più a 
chi lasciare, rinunziò la prioria, e tornos- 
sene a Siena , tenendo per fermo , come 
anche la maggior parte delle persone, che 
il nipote fos^e stato ammaliato. Il Fioren- 



SSC YÌMA CBMir 

tino ili flOilAlto «neh* ^li pirlifle , la "w^^ 
ItntoteM a FiiwiBe » -ii Mooncìòpcr che- 
liso di ià^fttttkL in Sin Piero Mi^;ioio, 
dove poi itt" p r òco M o di tonpo raoeonl^ 

E ih di mine Tolte qoeite Mom per nord- 
fV peeeioodiià altrimenti non m aereU^ 
Mi potato rinverei' ^ ^ 



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NOTEXiLA TlII. 
QaeiU è da coosidenure. 

• • • ^ 

Uno Abaùe dM ardine dijadia, pa^mm^ 
do per Firenze , visita Snn Lonmo 
per Q}edere le figure e la libreria di 
Mi4A^ Agnolo; doi^e per etsa ^naram^ 
za e prosunzione, il Tasso lo fa legarm 
per pazzo. 

X aoieva già Fileno , strigatosi della sua 
favola , della quale molto sì ragtonava tra 
la brfgata, lodando fuor di modo il subi- 
to accorgimento del Fiorentino; quando 
Lidia 9 cne dietro gli veniva t senza fare 
altre parot|« disse: Anch*io, belle donne* 
vi voglio Jiella mia novella una beffa rac- 
contare 9 la quale non credo cbe vi abbia 
a piacere , né far ridere meno delle narra- 
te ; e seguitò. 

Non sono ancora molti aniyi « che per 
Firenze passò uno abate Lombardo « che 
andava a Roma , frate dell* ordine di Ba- 
dia » menlre che Ippolito de* Medici era 
ancora giovanetto, e alla custodia del Car- 
dinale di Cortona , il quale in nome di 
Papa Clemente governava la città. Ora a 
questo abate « stando alloggiato in Santa 
Trinità , un giorno , tra gli altri , venne 
voglia di andane a vedere nella sagrestia 



snoTa di San Loreoto le figure di Hicbdl 
Agnolo; e pettitosi con due dei suoi fra- 
ti f e con due altri della regola accompa* 
Snato , là se ne andò ^ doTe il priore di 
eita Chiesa t perchè la sagrestia era ser- 
rata » feee chiamare il Tasso» che. cosi pev 
soprannome era detto un gjorane che ne 
teneva le chiaTi « ministro di Michel Agno- 
lo t che laYorava allora il p&Uv^ , della 
libreria » che venne spacciatamente ; a cui 
il. priore disse : Sarai contento di mostra-^ 
re a questo Talenc^uomo la sagrestia e la 
libreria t. e dagli ad intendere dove« a 
come hanno a star le figure ^ chi. elle 
•ano , e a che fine fatte. Il Tasso , risposto 
che volentieri , s* avviò innanzi , e lo aba^ 
te e gli altri frati dietrogli » tanto che in 
sagrestia nuova gli condusse, dove il vena* 
rando padre dimandò di moltea<K>se, delle 
quali tutte il Tasso gli dette notizia. Cosi 
Io abate avendo veduto « e ben considerato 
ogni cosa a suo agio , disse a un suo com- 
pagno: Per certo , che queste non sono'» 
se non bufone figure, per quel che si può 
giudicare; ma io mi pensava che elle fos- 
sero altrimenti , e idessero in altra guisa , 
e non mi son riuscite a gran pezza a 
quello che io m' immaginava. Vedi che 
questo Michel Agaolo non è però un Dio 
in terra come dice la plebe* Di vero che le 
figure 9 che sono in casa i conti Peppoli » 
non perderebbero niente appresso queste » 
phe dovettero essere di. maao di JModdo » 



o di qtia1cb%-9carpellÌD0. Il Ttfuo^-nden* 
do le colui parole » quantnnqae * ogntiQo 
gli recasse onore, egli desse del mèissere^ 
del reverendo, lo giudicò subito un solen« 
ne brodajolo , e fu tulio tentato ' di rispon-^ 
dergli io gramoiatica • di quella sua fina i 
cbe non è intesa né da lui;-nò da aUri| 
por poi si ritenne per lo meglio; Alla 
fine, di quiri partitisi per andare a ^ede* 
re la libreria, passando' per la Chiesa, do- 
mandò r abate il Tassò , quanto tempo 
era casella fosse fatta, e cbi n*era stato lo 
architettore', ed il Tasso gli disse •gni co- 
sa; per che lo abate rispose e disse: Qué- 
sta Chiesa alla fé non mi dispiace, ma non 
è da agguagliarla in parte alcuna al nostro 

San di Bologna. II Tasso fu per 

ridere allora, e si la collera lo vinse, che 
non si potette tenere cbe non dicesse: Pa- 
dre , se voi sete cosi intendente e dotto 
nelle lettere sagre , come Toi sete nella 
scultura e nelf architettura , per certo che 
Toi dovete essere un gran baccelliere in 
Teologia. Il frate montone non intese , e 
disse: lo son pur maestro la Dio grazia; e* 
così ragionando , poiché essi furono usciti 
di Chiesa , saliti in su i Chiostri di sopra, 
arrivarono dove era una scaletta di legna- 
me , cbe saliva alla libreria , su per la 
quale si misero innanzi i frati , dopo Io 
abate , e T ultimo era il Tasso ; e così sa- 
lendo adagio adagio vennero volli gli oc* 
chi air abate inverso la cupola ; per lo 



i54 #PEiiiA. JWi^A* 

die fcrvMitMf a mezKO la «cala ai poae ìa^ 
tenlamenle a rimirarla , e restato col Tas^ 
ao aolo 9 perciocché i frati 'erano di già 
ialiti nella libreria , disse : Qoesta cupola 
ha tanta fama per runiyerso^ e V è .una 
i&eraTÌglia. Ah ! rispose >1 Tasso , padre « 
pon è ^li con ragioQe ? dove troTate voi 
in tatto il mondo uno edificio simile ? joaia 
ia lanterna sopra tutto è miriicolosn e seor 
aa pari ; onde lo abate « quasi sdegnato « 
rispose dicendogli; Si a detto tuo^ e di toÌ 
altri Fiorentini ; ma io ho inteso dire d% 
persole degne di fede , che la cupola di 
I^orcia è più bella ass^i « e fatta con magj* 
giore artifizio. Il Tasso non ne Tolle più ^ 
e venoegli in un tratto tanta rabbia e taop 
la stizza* che rotto ogni freno di pazien« 
xa e di riverenza , messer lo abate prese 
ne i fianchi gridando ad alta Toce , e ti- 
rollo allo indietro , di maniera che tutta 
tombolar gli fece quella scala , ed ^li acw 
tatamente lasciatosegli cadere addosso > fa 
quasi per isbonzolarlo* e così addosso^^ 
cominciò a gridare ajuto ajuto , correte ^ 
correte qua, che questo frate è impazza- 
to, e vuoisi gittare a terra di questi chio- 
stri. Per la qual cosa , alcuni suoi garzo- 
ni, che IsToraYano in una stanza quivi al 
lato ^ subito usciron fqori , e videro il 
Tasso addosso ailo abate , cihe non restava 
di chiedere ajuto e delie funi , e io parte 
serrava e stringeva colui , e di sorte gri- 
ndando I9 intronava f che egli non poteva 



jwrwhhA Tot. i55 

Jlr parblà che fosée ini eso. Cosi avendogli 
i lavòraott suoi portato preetamente uà 
jpajo di foni » e da quegli ajiitato, le brao- 
€ÌB Je i piedi, aozi tutta la pèrsoDa in mo- 
do ]e|^roitt> al frate , che a gran fatica 
diMCiiar si poterà ; e a furia presolo di 
peso f lo portarono in una camera di là 
entro 9 e quivi in terra disteso e serrato al 
Imjo lo lasciarono. I compagni dello ahato 
erano corsi a) romore;'e perchè egli erano 
già dentro, e occupati in «guardar la libre» 
im 9 non potettero giungere io sul fatto ^ 
ma arrivarono appunto, che coloro^ legato 

10 menavano via , onde dolorosi gridando 
fortemente , addomandavano la cagionex» 
perchè, e dove portato avessero cosi legato 
il loro abate. A cui il Tasso rispondendo 
affermava con giuramento, che se egli non 
fosse stato presto a tenerlo, che si sareb* 
he gittato a terra di quel chiostro, e che 
per suo bene lo aveva legato, e fatto met* 
tere al bojo, acciocché non ai svaganda, 
più tosto e -più agevolmente ritornasse in 
se , perch* egli era uscito fuori dei gan- 
gheri, I frati pur gridando,.con certe per- 
sone , che erano quivi corse al romore , si 
ramnuiricavano e chiedevano il .loro abate* 

11 Tasso intanto , dato un canto in paga- 
mento , fuggi via colla chiave della carne* 
Ta^ dove era serrato il frate, e andatosene 
nel chiassolìno , dove trovato il Piloto e 1 
Tribolo, e altri suoi amici e compagni a 
bcre^ eoato loro per ordine tutto qtieUo 



t56 mnùL cKVfL: 

che con messer lo frate gli era ÌQlenreird 
io, éhe tutti gli fece smascellar dalle rìse 
Lo abate doloroso colà trovandosi , ne 
modo dì sopra mostrovi, e non sapendi 
perchè cagione era si fuor di se stesso, chi 
egli non poteva ancora discernere bene < 
se egli era lui p pure un altro , o se egli 
dormiva o era desto; perche in cosi pocG 
spazio era successo il caso ^ che. gli pare 
Ta ancor sognarle quasi smemorato. pea< 
Bava pure, 'Come il fatto fosse andiiio.; Ma 
sentendosi nella fine tuUo fiacco é maoè 
ro, e dolersi fieramente le reni, e trovan* 
dosi legato , che dar non poteva crollo > < 
rinchiuso si può dire in prigione , comin^ 
ciò a gridare e a strider si forte» che pa< 
reva che egli avesse il fuoco ai piedi , co< 
talché egli introuava tutto quel convento j 
per la qual cosa i suoi frati, gridando an* 
eh* essi , domandavano della chiave e del 
Tasso , il quale non trovandosi , e già il 
priore di San Lorenzo , corso al remore , 
fece tosto mandare per un magnano, < 
apri la camera , dove lo abate si trova 
mezzo morto. 11 quale tosto dislegato e 
levato da terra , gridando sempre io son 
morto, fu da' suoi frati portato a braccia 
in camera del priore , e quivi non senza 
grande sd^uo e dolore , avendo a tutti 
narrato come slava appunto la cosa, gri- 
dando ragione e giustizia, nr^n si poteva 
dar pace che gli uomini dabbene e religió- 
si pi^r sui , fossero da un artefice a queU« 



IfOTELLA Tlìt. tSy 

gìÈrisa MitratUtì , e mioacciaTà , non ch'al-^ 
tfty« di farlo iotendere al Papa. Il priore^ 
né ebbe dispiacere graDdisaimo, e acconcio* 
lo ih nn cataletto , ne lo fece portare a 
Santa Trinità, il quale per la via non fece 
mai altro >:he guaire e rammaricarse, come 
cokii che aveva di che. Ma nel convento 
fa por il rammarico grande » e per sorte 
vi M'abbattè a essere il Generale, il quale » 
mieto come il fatto stata , infuriato corse 
al Cardinale , a cui parve molto strana e 
brutta la cosa , e di fatto fé' inteadere al 
Vicario, che facesse d* avere il Tasso nel* 
le mani. Per la qual cosa, e per commea» 
tione degli Otto , fu messo tulta la fami- 
glia del bargello in opera , cercandolo , 
còme fosse stato il maggior ladro del mon^ 
do : il che risapendo il Tasso , prese pei? 
ispèdiente , scudo già V Avemaria sonata , 
d* andarsene in palazzo , dove da messer 
Amerigo da San Miniato suo amico, e fa- 
vorito del Cardinale , fu nascoso. La se* 
ra poi, che Monsignore ebbe cenato insie- 
me col Magnifico , sendo ancora a tavola, 
e di questa cosa ragionando , molto biasi* 
/mava e minacciava il Tasso, con dire che 
ai forestieri e refigiosi s* aveva ad aver 
rispetto. ^ Ma il Magnìfico lo difendeva , 
dicendo : La cosa non sarà poi cosi come 
ella si dice , e bisogna intendere V altra 
parte ; il che udendo messer Amerigo , 
mandò a dire al Tasso , che uscisse d* ag* 
gnalOy e che venisse via; che allora era 



tS8 ranu^^iBMi^ 

ttmpp di ^ftltara. IL qi^rit toilo «{iiin 
•omparMi « . e Inttott di lesta « £ifce' riM^ 
Mina a BSoaiiffoora e al tthgaifico.t, e por 
icià prase a Ìa?el{arti y. Isàsi diipeadtf : la 
aoi^ taoiiAa» BIooisifpMr» iobimi alla «i§ao« 
Ha sottra par gtiutffioaraii di ^^f^ella ohf 
aoa uà certo frale mt. è o^i ìaierteantOf 
per lo che voi avete dato comaMiiioft^ 
che io aia preso t coinè uno assassiiia; 4> 
atrada ; e &ltoai da capo » tatto ordSjpalai^ 
meote » ma aoa come era s^uito appim? 
to; raccontò il x»ao, con tanta gtmna e 
0QU tante accoocie. parole , che il Gaidìnur- 
le stesso fa forzato a ridere ; pur con uj^ 
fiero sguardo se gli voltò « e disse : I suoi 
ti la narrano in un altro modo^eaCfer- 
ao che lo abate dice » che tn lo tirasti 
a terra di quella scala » e che tu lo face- 
fti legare , . e per pia scorno serrarlo al 
bujo, e andastiteue colla chiave* Alonsi- 
gnore, gli rispose- il Tasso, io vi dico che 
egli è passo , e allora gliene prese un ca- 
priccio de* buoni, e se io non era presto » 
Sii si gittava ginso, e rompeva , come le- 
vi dissif il collo} non ne dubilate pun- 
to che egli è matto spacciato , e che sia 
la verità» gittdioate voi, se nomo giammai, 
che avesse puro e sano intelletto , di reb« 
4>e che la Cupola- di Norcia fosse più bel« 
la , e £i|ta con mi^ggior disegno, che la 
nostra di Santa Mi ria del Fiore. Certa- 
mente> rispose allgra il Sdagnifico, che per 
questa parola sola,. egli meritava i canapi» 



1011 che le funi ; il TasM ha miOe ragio- 
lip e credo per me che quel frate, noa che 
p«Ko affatto 9 sia anche spiritato ; e per 
tMto vo* pigliar à difender la sua causa » • 
s domani essere innanzi al Vicario peif* 
mo procuratore , e al Tasso vellosi » quasi 
ndeodo , disse : Vattene a cena » e domata 
lioa per tepapo tornati air usanza a lavo» 
imrCf e lasciane la briga a me; e da duot 
staffieri lo fece accompagnare infino a ca* 
ta« Il Cardinale » ohe era valente uomo t 
oonosceodo il voler del Magnifico « mandÀ^ 
prestamente a far intendere al Vicario e- 
ii- Capitano^ che lasciassero stare il Tassò* 
I fìrati , non avendo potuto avere V altro 
giorno udienza, per lo meglio si tacquero, 
e allo abate dierono ad intendere « come 
il Tasso, oltre lo avere avuti quattro trat- 
ti di fune , era stato confinato in galea 
per due anni ; la qual cosa sommamente 
gii piacque , e i?i a pochi giorni guarito , 
se- ne andò al suo viaggio. 



^ 



i6i 

NOVELLA IX. 

Brancazio Malespini passando innanzi giòr^ 
no di fiàori aeUa porla alia Giustizia , 
ha per cosa di nullo valore li gran 
paura , che egli ne fu per morire. 



S: 



'ilraoo Teggeodo* Lìdia essere Tenata 
a fine della sua novella » mentre che tolti 
deir ignoranza , o dell* arroganza di mcs* 
ser )o abate , e della piacevole resoluzione 
dd Tasso « ridevano , ridendo anch* egli ^ 
cosi prese a dire : Ornate donne , e amo-» ' 
rosi giovani ^ 'io voglio scambio di rìdere ; . 
farvi colla mia favola, meravigliare , rai> 
contandovi una paura , che ebbe un già* > 
Tane innamorato de* nostVt Fiorentini^ ineo^ 
. tre che una notte tornava dalla sua dèmo 
per la quale egli fu vicino* al perderne h 
persona , e soggiunse. 

Giovan Francesco del Bianco , il qua- 
le fu nei tempi suoi uno uomo veramente 
qiialificato , di saldo giudizio » ma soprat- 
tutto bellissimo ragionatore , e quegli ^ra 
clie sapeva meglio che alcuno altro raccon* 
tare un caso intervenuto , magnifica pre^' 
senza avendo » gran memoria , buona voce 
ottima pronunzia , soleva spesso tra gli 
i suoi bellissimi ragionamenti narrare^ 
come in Firenze fu già un giovane chia* 
auto Brancazio Malespini , il quale , si oo« 
Idisca. XI . . 




lés PHIBIA .CEIU . 

me della maggior parie dei giovani vW- 
ivieoe 9 Q.ra inaamorato di uoa belliatima 
.donna , che slava a Ricorboli ^ poco fioori 
della porta a San NiecoIÀ.« moglie ;di «|^ 
J>aoDo nomo della contrada • . U quale Ca- 
carsi una fomaco, onde spesso .aecadcrn 
che il detto Braijca^io . si giaceva. oon esso 
lei ,. mentre, che il marito stava la tiotie a 
^llecitare le cotte de* mattoni . e della cai- 
Cina ; -cosi bene aveva saputo govwiiane e 
guidare il sno Muore. E perchè ai eiÀ^.oè 
lo sposo, nò alcuno vicino a. soepetlaro 
avesse 9 la sera per lo sportello della * poeta 
a -San Niccolò se ne usciva, e )a mattioti 
due oreionaniì aiorno passava la nave, a 
Bovexeano , avendosi fatto amico , col :pit^ 
gar benissimo, il passeggiere ; .e di poi-rai^ 
tenie la riva d'Arno se ne veniva allij^ porta 
%lla Giustizia, e quindi luogo le mnot 
tirando , alla porta alla Croce se ne aa^ 
dava , e per lo sportello che in quelli tempi 
si apriva a ogni otta , se ne entrava- ia 
Firente , e se ne andava a riposare a casa 
•uà , che persona del mondo noU* arebha 
mai potuta appoatare. « Ora accadde tna^li 
altre, che una volta tornando . -egli daHii 
sua iunamorala > e passato avendo la nave^ 
e lungo Amo camminaiidOy>gli parve éi* 
rimpetto 4 sendo appunto alle forche, <uda« 
re una vooeeha aicesse^ come dire, ora 
j^ro eo; per lo che^ fermatosi girò gU oo* 
cU verso le forche , .e veder ^li parve ao^ 
pra. quelle tra o. quattra, coma diresta» 



MOTSLLA IX. '>S3 

Mibìbì ciondolare a guÌM d'im^ocati. SI 
^he stando io fra due , non upeva cbe 
jiarie, pcrcioccbè «eDdo ana ora il meno 
^Danii giorno, e l'aria fnaèa « ««dea Iimw 
4i Juoa , uoD- b«ae aeorger p<fteTa w nella 
Awaero ombre o «oié vere; qu io qoèMo 
aienti'e udì con somoBeaM tixw na'alti^ 
volta dire ora prò eo, e gli parte vadeve 
Ab oerlo che dimeoarw in cima della aevl** 
Por Ja quat cosa , egli , che- étm • eDiouMOf • 
■ sempre, l'era fatto bede '4i snriti , $ 
neUe, d'incanti e di diavoli, fra te dìé- 
M : Dunque sarò io cosi puailtanimo e vi- 
!•', che io non mi ebiariaca -d> qneata C4H 
«^ onde poi sempre abbia a So<pettM'« e 
'temere una ombra Tana 7 e questo detto , 

r« la vìa verso le forche «e camminaa- 
arditamenle, là giunse in oo tratto i e 
p^-in sul- prateUo. Era in quel tempo in 
«reote una femmina paiu , ohe sì cWk- 
«uva la Biliersa , la quale per diigrasia 
Irceandofi la notte , come spesso era usale, 
ia»v della città , e capitela quivi ipiorao 
'Aimo alle Ginslìua , aveva colto per qnei 
4MBpÌ ,■ sendo «Uora «lei mesa d'agokto , 
■ fcr e e éieoe d dodici sncohe , e come ae 
Galero «lati uomini » 1« «tvts oendolte a 
fièreUk scala delle foeefaé , « e una a nna 
m linodole le iwpiccBva , facendo a un 
toeUo il hoja , e quei che ceaCortsoo. E 
eteodole colte coi gambi , quanto più lim- 
^i aveva potato > due 'O tre volte le face- 
ta ^dace al legno -, e le lasciava a quel Miodo 



* l64 puma. CKNA. 

*ilp(>iccale dooclolareyr parendole fare^^tim 
giuoco bellissimp E appunto , quandaBnio^ 
'cazio era salito. Voleva dare la pinta a iiAa^ 
-ma' si fermò, gridando a colai: Aspetta ^ 
^o aspetta , che io impiccherò anche té , e 
'per la fretta si lasciò cadere la sacca di 
•mano , e cominciò a scender la scala Jeg- 
*gtera e destra come una gatta. Brancazio , 
•udito la Tocc, e sentito il colpo della sac- 
ca in terra 9 e veggendo colei scendei^sl 
furiosamente, fu a un tratto da tanta e 
'cosiffatta paura preso > stimandola forse <iil 
diavolo daddoTero , o la vlersiera , che gli 
mancarono subito le forze, ferraandosegli 
e agghiacciandosegli per le vene il saague^ 
cotal che in. terra cadde , come se propria** 
mente fusse stato morto. La Biliorsa poi 
che fu scesa la scala , volendo Brancaeio 
cosi tramortito, condur su pet* la scala » 
come aveva fatto le zucche , le venne fal- 
lito il pensiero ; perciocché a gran pena 
nluover lo poteva , onde scintasi il grem* 
'biule, gli ne avvolse alla gola, e tanto lo 
-tirò , che al primo scaglione lo condusse , 
t€ quivi lo lasciò legato, non se ne dando 
altra cura E poiché fornito ehbe d*impic- 
care le altre zucche , se ne andò , come 
la guidava la fortuna ; o la sua pazzia in 
altra parte. Fecesi intanto giorno , e i la* 
.voranti dei campi levatisi , e altre perso* 
ne ^per la strada passando « che givano alla 
città , questa cosa veggendo , ognuno fuor 
modo si maravigliava , perciocché le 



KOTELLÀ IX.- l65t 

iorche pare? ana una festa ; laonde alcooi 
facendosi più presso ebbero veduto Braa* 
cazìo.cosi al primo scaglióne legato che 
sembrava morto. Per la qual cosa apargeo-r 
dosi per tutto la novella ^ ed infiniti po*^ 
poli convenendovi ^ fu fiàalmente rioono-^ 
aciuto , e da ciascuno tenuto per morto;- 
ma non sapeyanò e- non potevano già im-« 
maginarse .da chl^ né come quivi foste 
"^^ stato condotto , grandissima meraviglia fa«^ 
cendosi di quelle zucche. Era intanto cor«« 
rendo là venuto suo padre da molte per-' 
sone accompagnato » il quale, piangendo^ 
&tto pigliare it corpo del .figliuolo » e alla 
chiesa del Tempio portare, messolo in sul' 
letto del. prete 9 spogliar tutto lo fece « e- 
polto ben guardare in ogni parte del cor- >" 
pò ^ onde uno medico, che vi era venuto* 
m fretta, trovatolo alquanto caldo sotto" 
la poppa manca j disse: Costui è ancor vì«*^ 
XOj e fattolo assettare in un f cataletto , lo' 
fece^ portare in Firenze a una stufa » e qui-^ 
vi messolo in una stanza caldissima , con 
acqua fredda , con aceto e con malvagia « 
e altri suoi argomenti , tanto lo spruzzò e 
stropicciollo , che finalmente lo fece rin^ 
venire. Il quale rinvenuto, stette più di 
ancora innanzi eh* egli parlasse, e più di 
tre, che non rispondeva a proposito , e 
non sapeva in qual mondo si fusse. Sicché, 
fattolo il padre portare a casa , fu bisogno 
cavargli sangue , e medicarlo parecchi e pa- 
recchi settimane prima che guarito fusse , 



rantA oiHJU 

e nd gaaim retti Mtio •bsooiato « mom* 
do 9 e non gli itmftse miéomo ni aa capei* 
le-9 uè ao pelo, ciurlo «vene Tolalo per 
nadieioa. Bfa pcjggjlo aBOoni, che mentre 

3 li Titte non gli rimesBero giavoMM » tal* 
lè egli parerà la pi& strana e eoDtrafW 
t% eosa, che «fuaae ami t^er lo a4dieti« 
atata vedoiat « wm «areblie atato vai no* 
Bio» che b atetse riconetciulo » nosM , m« 
tenriene ora* a coloro , che hanno «MÌlii 
epeaie pasa^di malfranaesèyohe ii enianM 
fielatilia^ e qnejito solamente gK aomdUn 

r* la paMa. E se non che la sera tora^ 
BiKorsa in sol tramontar del sole a s|ne- 
care quelle sncche t onde fu vednta , • 
quindi agerolmente tro?ato la cosa ; a Bnin* 
caaio non arebbe tutto H mondo catalo 
dalla lesta,. che non fasse stato il dia?ólo 
iperamente quel che egli Tide 9 e ohe qnal* 
che n^promaote 9 incantatore » stregone o 
SMliaruo non avesse poi quegli uomini > 
che ^li parevano impiccati , latti conrer- 
tire w suocbe. 



t; 



1 • X • 



'•» 



• * 



NOVeLLA X: 



£ VLTIHA. 



• « f 



»- \ 



• • • 4 

* 

ifer AnaHagh* Vccàkio , éenìki aìgióné 
'■■ miòunaf dèvenia geloso della m^gUe gio^ 
^vane\ la éjuale di ciò accottafif sdò^ 
^ gfmùa\ cari Un suo amanie ùpem di 
'wnudo « che ella* viehe agli attenti suat*^ 
' a per ^grazia accaduta al marito^ pìh. 
glia poi io amante per suo sposo. 



jLXTendo già SiWano fornito la sua no* 
TeHa, molto piaciuta e lodata aséai dai 
gìoTant e dalie donne » Cibila , ehe sola / 
atendd littti gli altri, restava a Ifof dlatéi 
con TOce dolce e sonora iticominctò cosi 
favellando a dire: Cbe fate ola danqae, 
gentilissime donne, e graziosi giovani? po- 
trò io raccontare giammai, che abbia, noD 
pure in tutto, ma in se parte alcuna di 
belio o di buono, sendo state le racco nla* 
te da voi tanto belle e tanto buone? Nondi* 
meno sciogliendomi dati* obbligo mio, m'in* 
generò di soddisfarvi il più che io potròi 
ed il meglio che io sapere, dimostrandoli 
in che modo una buona donna fece mori* 
re il marito di quel male, che egli si andò 
pazca mente caroaodo. 



Nella nostra città medesimaittrate la^ 
noQ ha gran tempot un notajo che ti ehin- 
mò ser Anastagio dalla Pieve. Goatai TeQ^ . 
ne in Firenze piccolo» e stette per pedà* 
gcigo in casa gh Strozzi^ e dipoi creseando 
ai màirioolò , e cominciato al palagio del 
Podestà a guadagnare t Tenne col teapof, 
ricco, e quasi Teccbio affatto^ non afeooo 
• chi lasciare» diiijberò di ter moglie ; •' 
non si curando di dote» «bbe per Teotpm ; 
BM fanciulla , ^ovane,. nobile e. beliat 4ft 
quale era da lui , in fuora che ael leltQ » 
cóntenlAla di tutte quante le cose, che ella 
sapeva chiedere e domandare; perciocché 
il sere n* era invaghito , e innamoratone 
di maniera, che egli n* era diventato il pidi 
geloso uomo del mondo, e più soUecitudi<- 
ne e cura teneva in ben guardarla , che . 
stello acquistare crientoli» e in cercare di 
regare contratti. La fanciulla, che Fiam- 
metta si chiamava, si accorse ìfì poco tempo 
della perversa mente e della paura del^ 
marito; laonde e perchè ella era di gen- 
til sangue» e di animo generoso, si sdegnò . 
in guisa tale, che ella si pose in cuore di 
£Eirgli quello per tal cagione, che altri mena- 
ti non arebbe mai pensato di fare. E ac- 
cortasi che no medico suo vicino, di poco 
tornato da I^arigi, dove era stato a studio^ 
nomo di trenucinque anni o in circa, 
assai leggiadro e grazioso » la vagheggia- 
va stranamente, cominciò a fargli lieto vi- 
so ; della qual cosa il medico , allegro 



NoriLtÀ -x. 169 

§àor*dl nodo, le passaya da casa tnu spea- 
soky ed ella facénaogli sempre miglior cera, 
ilTTìemie ohe di lai s* innamorò. Cosi aman- 
dò P uà rallroy ninna cosa desideravano 
con più ardente voglia, che di rilrovar*. 
se insieme; ma . non ne potevano venire, 
a* capo j per cagione di una fante vec- 
diia^ che il «ere teneva in casa, non ad 
ahro fine 9 se non acciocché il giorno le 
lacSease la guardia^ la notte egli poi la guar- 
dava dà se stesso ; di che la Fiammetta 
ed il sno maestro Giulio, che cosi aveva' 
nome il medico, vivevano pienissimamente' 
scontenti. Pure la giovane , come colei 
che le strignievaoo i cintolìni, si diliberò 
di trovar, via e modo ai suoi piaceri ; e ve- 
nutole nella fantasia uno nuovo accorgi- 
mento per esser col suo medico, e trastul- 
larse con esso lui , ne lo fece per via di 
lettere accorto , e restati insieme di quan- . 
lo far volevano, una notte in sul primo 
sonno , la buona femmina cominciò forte- 
mente a gridare e a dire: Oh ser Anasta- 
gio! o marito mio, io muojo, io muojo! 
ohimè, ajutatemi per lo amor di Dio! Sec 
Anastagio desiosi , di subito saltò fuor del 
letto in camiscia, e chiamato le serve, cor- 
aero prestamente là con lucerna accesa, a 
confortar colei, che non restava di guaire e 
dì rammaricarse , dicendo che si sentiva 
dolere il corpo e gonfiar le budella. Co- 
loro, scaldandole panni e foglie di cavolo, 
non sapevano più che fat*se, veggendo ahe 



170 rana eiM. 

DalliT potati t • lei rinforccrc: ori àwÈÈi 
e nelle strìdft , con dire*: Miteni t poi^^' 
ne ne*! oh merito mio cero! io eooppieii' 
io soopfNO 9 -merito mio dolce r ejnlecemìi! 
eyutetemi » vi prego ! e fecem i più peni* 
orchi' che si Vedetmr mei. Ser Aneilegio;'> 
hiprtmendo per le lenerene , e dnfaiClnda^ 
che elle non ^li morisse f re* menc^ dilibi^ 
rè di eodere pel medico, e -per darlo tfai^ 
che confollo , lo disse elle donnea e xm: 
elle rispose: Ohimè fitte tosto, merito mie 
buono , per lo amor di Dio , tosto dioev 
cheTOtnon sarete a tempo! Non dubitarti 
soggiunse il sere, cbe per far più spaeois»' 
temente io caglio andar qai Tolto H eanls 
per maestro Ginlio nostro ricino. • Ben -it«-' 
pete, seguitò la Fiammetta, oou indugiitt}* 
ohimè 1 che io muojo, se egli non vieee 
prestamente a darmi in qnalcne modo am» 
to% Il notajo non stette a dire, ohe oi è' 
dato; ma si parti subitamente, e seait' 
troppo picchiare, gli fu risposto dal modi-' 
co , che stava alla posla ; cotal cho in wi 
tratto comparsero in camera, do?e ceM 
si disperava. II maestro salutolht e confor-' 
tòlla a prima giunta, e dipoi toccola mitàr^ 
to bene , e brancicatola per tutto , ▼cita- 
tosi al marito, disse: Costei, o elle ha man*' 
giato qualche cosa velenosa , o Teramente 
la donna del corpo la travaglia. A Toibi-* 
sogna, se scampar la volete , andare allo 
speriate delle Stelle per uno lattovaro, che- 
io vi ordinerò, e al veleno e al mal della 



IKmLiA' Xc ' ^ ITT' 

madbre perfeltiMimo e «ppropriatiMmo ri- 
fli^dio. «QoesU è poca Cora, rispose il sere^^ 
e iogsianie: Guardate che io eia a oita^ 
Hmi aobilate , disse il maetiro , che^ io ha 
ordinerò intanto una pittima casalinga ^ f 
fartn||iiene qneste serfe ed io. Ora ntcian» 
u€i disse ser Aaastagto ; A che portata da 
sariTece « il maestra gli fece ona cowtesi^ 
xione stravagante 9 * e ntandollo volando a* 
qudb speziale, che stava a caaa e Jbotte-^ 
gaf od egli rimase intorno alla Fiammet^' 
ta>9. che tuttavia gridava; ma/ com^ «Uar 
acati serrare r uscio al marito ^ - cominciò 
atridendo più forte, a rinfonare la voce t 
e ^fingendo éht il dolore le crescesse tal* 
Invia , intronava tutta quella casa. Per la 
qual cosa, il medico disse alle fantescbe^ 
rae recavano olio e farina per la pttlima, 
dae far le voleva uno incanto, non teg« 
gendo altro modo a tenerla viva , e volta-^ 
tosi loro, comandò che tosto gli portasse** 
ro un bicchier di vino, e uno aacqua^ 
il che prestameate fu fatto; onde il medico 
presogli da ogni mana uno i e feeendo le 
vista di dire sopra T uno e V akro non so ' 
che parole , gli porse alla Fiammetta , il 
TÌnn dalla man ritti, -€• Tacqua dalla miui"' 
riua, e dissalo che beesse quattro sorsi del-»' 
r uno e quattro dell* altro, e%a quel/e ser*^ 
ve feee intendere , che se tenere in vit«' 
volevano k padrona loro^, bisognava che' 
elle andassero subitamente una in sul ptà 
•Ita» e r altra nel più basso luogo delia* 



MM a dire quatlrb ÌKJrone, ognuna a rire^^ 
rensa dei quattro Yaiigeltati « e repUoo 
loro che avvertissero a dirle adagio e ia«' 
téré f e che non si partissero per niente « 
ae prima noli' avessero fornite* Le. aeriaa - 
se lo credettero fermamente, eancora che 
spiacevole paresse loro, seQza pensare al- 
tro stimandosi gostrire la padrona ^ che*. 
gridando tuttavia ad alta voce, pareva 'che 
ella fusse a ogni ora per dare i tratti ; • e 
la vecchia se qe andò nella volta , - e «hr 
gióvane in .sul tetto , ognuna colia* sua ' 
corona. Ma tosto che elle ebbero il pie 
fuor della camera, maestro Giulio, lascia* 
to il vino e Tacqua e gl^ioeanti da par- • 
te^ e la buona femmina le grida e i ram- < 
marichi , quel piacere insieme T un T als- : 
Irò presero, che leggiermente stimar vi « 
potete , ed ebbonue V agio , perciocché -» 
stando ser Anastagio in. via Fiesolana , in- . 
nanzi che la fusse , e dallo speziale sbri* * 
gato^ stette una buona pezza, e mise tanto - 
tempo in mezzo, che egli non pensò giam* 
mai di trovar la moglie viva; di maniera- 
che messer lo medico colla sua bellissima - 
Kammetta aveva corso tre volte in cbin- * 
tana, con piacere immenso e meraviglioso * 
delPuna e dell' altra parte. Ma parendo • 
loro oua o che le serve, o che il notnjo 
tornar dovessero, si acconciò la donna ^ 
come se ella dormisse, ed il medico si 
pose ginoccbiqQÌ, fingendo di leggere in su» 
certi suoi scartafacci, -quando le fantesche » 



KOTXLL4 %• lyS 

fornito avendo di' dire'^le corona, Tuna 

d«lla Tolta è Taltra "d'in sul tetto, quasi 

« un'otta tornando « enttò la vecchia pri« 

ma in camera per vedere a che' termine 

fosse la padrona , ma veduto il medico 

ginocchioni in terra barbottare , e lei nd 

letto giacere fern;ia e cheta , che semfai^ 

▼a dormire, dubitando che ella non fusae 

morta, volle gridando far romore« ma fu 

tosto, dal maestro ritenuta, e dettole cha 

tacesse, che la madonna era guarita , e 

dor menalo si riposava , e . dipoi dimandata 

' lei' e . queir altra , che di già era entrata 

in camera, se elle avevano fornito di dire 

le coróne , ed esse risposto di si , si levò 

dritto in piedi , appunto che ser Anastà- 

'^gio picchiava l'uscio, al quale da una 

aelle fanti fu prestamente aperto ; onde 

•egli compari n^un tratto in camera tutto 

furioso e affannato col laltovaro, temendo 

di non trovare la donna passata di questa 

*TÌta, a cui. tosto maestro Giulio disse; La 

Tostra moglie sfa come uua perla ^ e per 

la grazia di Dici è guarita ; si che non ci 

è più bisogno di medicine, e raccontogli 

«il tutto , e come non avendo altro rime* 

dio , fu forzato ricorrere agi* incanti. Co« 

lei intanto , fingendo di svegliarse , tutta 

allegra e ridente , volta al marito , disse : 

O murito mio dolcissimo , fate conto di 

avere riavuto la vostra Fiammetta dalla 

fossa , e rendetene grazie a messer Do-^ 

meneddio prima ,. e dopo costi a maestro 



if4 wnmk OTHA* 

GiiftliV : P«r ^ i« ^cml cesa ter AnuUfjià 
«oo restetìA' di rìagnziare Dometieddid e 
il «edito t e aolto f>ien#^ di Jeiìsia ^ «ole» 
oft par darò al maestro uà fiorino d'oiM. 
BM ii medico r riepondeodo die di* loR- 
«edicameDli non era mai totito piglia)»* 
denari' 9 dopo molte efTerle e ringrasm^ 
meati 9 tobe da loro ultimameote Itoensa^ 
• andoMeoe a ? cam sua. 11 sere colla mo# 
gltOt fattone aiidare le serre» al letto»- lio* 
tissimi ^ mriatro - a dormire ) la maMtno- 
oModo faccenda ser Anastagio al Pro^ 
consolo per- certe caose^ che egUavefìÉ 
«Ile mani d^importànsa^ si levò per tempo» 
lasciando riposarti la donna , fa quale per 
1# tramaglio della passala notte , pensava 
ebe bisogno grandissimo- ne doipcsse ave* 
ve; e vestitosi spacciata mente per andav 
ipfa, nello scender la scala» come volle la 
eoa disavventara» inciampando» dal priato 
scagliooe in fuori, la tombolò tutta qnan<* 
la» dove tra le altre percosse» balte una 
tempia di sorte» cbe egli si venne mena; 
per lo che le serve corsero amendue al ro*^ 
aaore » e cosi la Fiammetta » e andatene 
giluo » lo trovarono in terra stramacaato^ 
e tutto sanguinoso allato allo oreccbio si* 
nistro » in guisa tale » che esse si pensa* 
ròno ferma awn te» che egli fosse morto» e 
piangendo levarono il remore grande» do^ 
ve tutta corse la vioinanaa » e prcstamen'» 
le il sere» cosi percosso» e sanguinoso» por* 
tarottosopra il lello» e mandarono per due 



Qerasìet^i i primi .di Fireqs^Ti « taatacoq 
«equa ;£re4da^ e con accttQ gli' •t90picciait> 
BOI* polsi» elle gli riiornarpoo gli amarli? 
Il- spitli I «ppvolo che i veiìoi giunsero rr 
i:^aii molto Jbtne viedutolo 4 e ieoUitogUt 
Ui rottura « io feoero. spacciate » ilipenigla 
ehe > lo facesser coiifeisara cbe vn oe era 
per poco* Nou: do;aiaiidale quaulp cordo» 
f^Qi fiiceva > e quanlo dolore iiioitc%r% di 
Meme la Fiamaseita ; la. cfual cosa dafva 
fiù Mo]^ €1 peoa al marito j ^jbe no» Cso^ 
iMi il male stesso^; si cKé priaoia aceooeiosi 
dell*- anima , £ece por testaviento , e noa 
atendo parenti ^ che legitilmamenie k> re? 
daasero ^ Jasciò liberamente ogoi cose gUe 
moglie t e di iutti i suoi beni mobili tA 
immobili la fece arede principale , e senta 
obbligo e carico niuno« per mostrarle aper^ 
naaiite lo amore ardentìss^ime ed incomt 
palpabile» che egli le portara^ della qual 
lietissima dentro la Fiammetta^ paret 



m iche piangendo» per- gli occhi coUe la» 
gviasa insieme mandar fuori^ rolesse Tani^ 
; colai .che ser Anastagio sdimenticato» 



ai di. se 9 era forzato a confortar e rao* 
censir lei, E dicendole che eUa . ri mane-» 
lia ricca f« la pregava e domanda vale solo 
una grazia^ e questo era^ a che ella mai 
non si rimaritasae , e dopo la morte la^* 
sciasse ogni cosa agi* Innocenti ; o che-, ri» 
aatarìlandosi , al primo figliuol maschio ^ 
ohe- le nascesse* ponesse nome Anastagio ^ 
aKxaoochè ella avesse, cagione di dofcrsa 



l 



176 PÌlUJL esifA. ^ 

loogo teÀpo ricordare di lai. La mo^f 
piangendo sempre , o^m oofa larpi 
li prometteva 9 onde ri sere « peggioi 
erte » perde la sera ^ al iramoDtar àà 
le « la taTella ^ e la nolle uedetima li 
ri. La Fiammetta , fatto graodiiiimo 
dc^lio eoa sao padre 9 eh* era Veaato- 
▼ederla » e coi fratelli , T altro giorno 
fece oooratissiaiamente seppellire , é dljp' 
faate Teccbia , eh* era stata grao temp' 
io casa , dette » oltre al salario , uaa boo-' 
na mancia , e mandoaóela ; quella giofade 
mariiò • Ed ella essendo restata i4oca e 
gioTÌne tro?ando8Ì ^ dispose , contro la f0« 
glia del padre e di tutti i suoi , di rima- 
ritarsi ; e ricordandosi , anzi sempre da- 
vanti gli occhi a?eado il suo maestro Gftt< 
lio f e trovatolo nello prove d* amore va- 
loroso e franco cavaliero, con esso lui se- 
gi*etimeute teneva strettissima pratica # il' 

auale 9 non meno di lei per ogni rispetto 
esiderava le nozze , tanto che nella fine 
ai concbiusero in anello più onesto modo 
cbe si potette, onoe poi lungo tempo go- 
dendo vissero insieme ricchissimi e con- 
tenti 9 crescendo sempre in avere ed ia 
figliuoli , e la Fiammetta poi a laogo a 
tempo osservò in questo la fede al mari- 
to « perchè al suo primo figliuolo maschio 
fece por nome Anastagio. 

Fornito che ebbe Cintia la sua novel-' 
la , che tutta la brigata aTeva fatto ride- 
rei se nou cbe lo sfortunato accidente del 



Ultarfl 



BOtajo, troppo più che Voluto non «reo** 
bero« gli fece coDtri&Utre, grandÌMìma com- 
pasdone afeodogU; nondimeno moke lode 
attrìbairono alla sagace fémmina e ali buon 
medico, fifa non li restando pii^ altri a^ 
dover dire , Amaranta ^ ripigliando le jia^ 
role, soavemente prese a favellare cosi 
dicendo ; Poi . che collo ajuto di Colui , 
che può e sa tptte le cose« noi areme 
dato finimento alle favole di questa prima 
sera, a me pare che per alquanto di tem- 
po » chi fuole possa andare a fare quel 
che ben gli viene ^ e che più gli aggrada» 
e torni prestamente, a fine che cenare pos« 
siamo, seodone oggimai ?enuto Totta. ria- 
cque assai^ e fu lodata da ciascuno la sua 
pensata ; per lo che , chiamati i servidori 
e le fantesche, e fatto accendere il lume^ 
i giovani se ne andarono nelle stanze di 
terreno, e le donne con Amaranta nella 
sua camera , e nelle altre in su la sala ; 
dove, dopo non molto, quando uno e 
quando un altro comparsero tutti quanti» 
e la tavola trovarono apparecchiata» SI 
che dato Tacqua alle mani, ma prima pre- 
so un buon caldo, si posero le donne di 
dentro, e i giovani di fuori a mensa, al- 
ia quale splendidamente d'ottime vivande 
e di preziosi vini serviti furono; dove» 
poiché essi ebbero cenato allegramente „ ' 
ragionatosi alquanto sopra le raccontate 
novelle, se ne tornurono al fuoco; e qui- 
vi riscaldatisi , e delle due cene vegnenti 



*7» 

fifdbto «bbnteaWf ti rìtoWerono S, ei 

niincMri T altro gioredi sera a noTelIai 

più a kurti*otla« e rimasti drenare insiapi 

looavti r A^emaria , le^ donne preso oHi 

itamente licensa dai «orani , se ne andi 

roao con Amaranta alle loro camere't e 

i (^o^ani » acese le scale » altri rimasero 

dormire con . Fileno t altri, dai sorridoi 

£oh torce accompagnati p se ne tornarono 

alle lor case. 



Il fine della prima Cena. 



I.A 



SECONDA CENA 



or 



ANTONFRANGESCO GRAZZINI 
DETTO IL LASCA, 



dVE SI RACCONTANO DIECI BELLISSIME 



E PIACEVOLISSIME NOVELLE. 



gr»^ 



zia nella bocca , gmfkà nelle parole , a 

leggiadria e soavità negli atU e n^ movi^ 

fnenti, {iofotfoia e orfHda wwliMnHinfe^ ed 

in quella maniera che per tn casa usano 

d' acconciarsi , ed ornarsi le nostre veda^ 

ve^ con un fazzoletto sottile in capo e uno 

ni collo f sopra alla gamurra una zimar» 

retta nera medesimamente , ma faUa con 

maestria nondimeno » e di panno Jmissi» 

tnQi tanto che a mirarla intentani^te ^ 

piuttosto ai risguordanti rassembravéz Dea 

celeste e divina . che donn^ terrena ^ e 

mortale. La quale 9 posciochè giréUo eVbo 

gli occhi leggiadramente intorno^, e guar* 

dato alquanto la lieta brigata in id^o , 

cosi^ tacendo ognuno^ prese a dire: Per^ 

che le Tiovelie di questa sera devono esser 

maggiori , * che quelle delC altra passata p 

io giudico che quanto più tosto si da 

loro cominciamento^ virtuosissimi giovani^ 

m graziose fanciulle , tanto sia mèglio ^ 

iiffinchè poi non mancasse U tempo ^ e 

che la cena oltre il guastarsi ^ non se ne 

avesse a ire in là un pezzo di notte con^ 

tra la 'vohntà di tutti ^ e perciò * senza 

usarvi altri rettorìci colori , o fars^i altri 

proemj\ ^rrò prestamente alP effetto. Ma 

prima a imitazione di Ghia • • • sia • • • 

invoeando Fajuto di sopra^ prego Ijuì fa'- 

citare e mantenitore di tutte le cose « che 

ne dia grazia a ciascheduno j die tutto 

quello^ che da noi si ragiona questa sera^ 

torni in gloria di Lui» Ora ^cfiendo alt^ 

mifi novella dico. 



' w^. 



SECONDA GENA. 



NOVELLA PRIMA. 



Lazzaro di Maestro Sasitio da MQanò 90 
a veder pescare OabbrieUo suo vicino ^ 
ed affogai onde Gabtri^lloper /a fqmi^ 
gHanza^ che seco aveva,, si fa Im, i^ le^ 
vaie il remore^ dice esser ùj[ fegato Gabr 
hriello, e come se Lazzaro fuste^ dive^ 
fuUo padrone di tutta la sua roba^ do^ 
pò, per jmodo di compassiorm ^ sposane 
do uri altra volta la moglie, seco e coìf 
i figliuoli f commendato da ognuno, lie^^ 
tornente lungo tempo vive* 



Pi 



isa HBticamente, conici leggendo ave* 
te potuto intendere » e mille Tolte «ncoi^ 
ragionando udito dire« fu d^ile popoUt-c 

citik 9 nen soto di Toscana ^^ 
tutta ritalia » ed era da molti suoi f^^' 
ladini nobili e valorosi e ricchissimi abitA- 
M* G ran tempo dunque innanzi ^ che (oi-^ 



Ì84 iBCOlVDA CClfA. 

lo il d^Buaio KoreoUno e forse yrenÌÉsB ^ 
yi capilo per Mrle un dottore MiJaèeiet 
che reniva di Parigi * dove sladiato ed ioh 
parato aveva 1 arte della medicina , e co- 
me volle la fortuna t alquanto ivi ferma- 
tosi f prese a cura alcuni gentiluomini p 
ai quali in brieve tempo, come piacque a 
Dio 9 rendè la smarrita saniti; a tale che 
salendo egli di mano in mano in credito» 
in riputazione ed in guadagno, e piacen- 
dogli la città, i costumi e modi- degli al»* 
tatori , deliberò di non tornarsene altri- 
menti in Milano, ma quivi fermarsi. E per- 
chè a casa non aveva lasciato se non la 
madre già vecchia, e di lèi, pochi giorni 
innanzi che a Pisa capitasse , avute novel- 
le come passata era di questa vita , di là 
levato ogni speranza , in Pisa la messe , 
ed elessela per sua abitazione, dove me- 
dicando , in poco tempo e con molta uti- 
lità ricco divenne , e si faceva chiamare 
Blaestro Basilio da Milano. Per la qual co- 
sa avvenne , che alcuni Pisani cercarono 
di dargli moglie, e glie ne arrecarono mol- 
le per le mani prima che egli si conten- 
tasse. Alla fine una gliene piacque che né 
^dre ne madre aveva , di nobil sangue » 
n^L povera , e solo una casa gli diede per 
^Oe, nella quale il maestro allegrissimo « 
fate» le nozze, e menatala , si Uirnò ad 
Abitare , dove in roba e in figliuoli cre- 
^eecdo, molti anni insieme lietamente me- 
>>Vono la vita. Ebbero tre figliuoli maschi 



dei 



ed tiòa fetmniQa, la quale in PUa al lem- 
debito la marilaronOf ed al maggiore 
ei ìcnro figliooli diedero donna; il aicore 
Attendeva alle* lettere, perrìocchè il mezza- 
no , che Lazzaro aveva nome , più tempo 
per imparare aveva spesò , e si era io va- 
no affaticato, poco dilettandosene, e pi- 
^ro ancora e 'duro V ingegno avendo, era 
multo maninconico di uatara , astratto 'e 
aolita rio , di pochissime parole, tanto ca- 

Sarbio , che quando egli diceva nna volta 
i uo, tutto \\ mondo non Taverebbe po- 
tato rimuovere. Onde il padre cosi goffo 
e zòtico e provano conoscendolo , dispose 
di levarselo dinanzi, e Io mandò in villa^ 
dove , poco lontano dalla città , quattro 
beile possessioni' comprato aveva « alle qua- 
li egli lietamente dimorando , si viveva , 
più assai piacendogli i contadineschi , che 

I costumi civili. Ma passati dieci anni, che 
maestro Basilio ne aveva mandato Lazzaro 
io contado , venne in Pisa una strana e 
pericolosa malattia , che le persone infer- 
mavano di una ardentissima febbre, e s^ad- 
dormentavano di fatto, e cosi dormendo., 
senza mai potersi destare, si morivano, e 
per vantaggio «^appiccava come la peste* 

II maestro desideroso , come gli altri me- 
dici, del guadagno, fu de* primi che ne 
haèdicassero, tanto che in poche volte se 

S^i attaccò r Iniqua e velenosa infermità 
il fto«ie. che non gli valsero sciroppi o me- 
dicioe» che- m poche ore'rucoise» e tanlp 



t86 SECOHDA CBUÌl. 

fa ornale e coaugiosa» che- a gU altif djL 
casa 8*appìacò ; di modo che per ìtoa .eoa-' 
larvi mmatameote ogni particolarità, tal», 
ti qaanti uno dopo Taltro maudò flottecMì^. 
e solo uii:« fantesca \ecchia vi rifnasé^viyay 
€ cosi per tutta Pisa fece grandissimo dap? 
no^ e Taverebbe fatto maggiornQiente,^ §9 
non che molte genti se ne |)artirono. Mb 
venutone tempo nuovo* cessò la mala io- 
floenia del mortifero morbo^ c^e in quel* 
li tempi, e da quelli tali fu dettò i) nil 
del vermo^ e le persone rassicurate alln 
città ritornando» ripresero le medesiinif 
faccende e i salili esercizi. Fu cbiumatf^ 
Lazziiro in Pisa alla grandissima e riccbis;* 
sima eredità^ il quale entrato io ppss^ssio^ 
ne , solo uu famiglio con la vecchia fsn» 
lesca pres^ di più« e raffermò il fattore 
che attendeva ai poderi ed alle raccolte» 
Tutta la terra cercò, iu un tratto di dar- 
gli moglie « non guardando alla rossezza t 
né alla caparbietà sua ^ ma egli risoluta- 
mente rispondendo che voleva stare quat- 
tro anni sènza, e che poi ci penserebbe 9 
non glie ne fu detta mai più parola, sa- 
pendosi per ognuno la sua natura. £gU 
attendendo a far buona vita, non si voler 
va con uomo nato addimesticare, anzi fug- 
giva più la conversazione degli uomini, ch^ 
i diavoli la croce. Stavagli a dirimpetto 4 
casa un pover uomo, che si chiamava Gabr 
briello, con la .moglie , che Santa avevit 
nome ^ e con due lìgliuoli. Tua maschio 



If OSELLA !.. 187 

di' Cinque, • V«ltra femmina di Ire aoùi, 
non a?endo che una piccola casetia. Ma 
Gabbrìélki il pi|dre era ottimo pescatore e 
uceoJlatore , e maestro di far reti e gab« 
bìe perfetto, r cosi de* sudori del pescare 
ed uccellare il meglio clie poteva sostenta- 
va te e la sua famiglia 9 coirajulo nondU 
meoò della moglie, che tesseva panni lipr. 
Era, come volle' Dio, quesip Gabbriello 
tanto somigliante a Lazzaro nel viso., i;be 
pBiseva una uiaraviglia ; ambi erano di pel 
rosso, la barba avevano d*una grandezza 
• - una foggia^ e d^un colore medesimo^ tal 
obe sembravano nati ad un parto , e poo 
solo di persona e di statura conformi, ma 
erano di un tempo , e come bo detto, di 
maniera si somigliavano > che essendo sla- 
ti vestili a una guisa istessa, non si sareb- 
be trovato di leggici! chi ^\i avesse Tuno 
dall'altro saputo conoscere, e la moglie 
istessa ne saria rimasta ingannata , e solar- 
mente le vestimcnta vi ponevano differen* 
Ma , perciocché, questi di rozzo panno , e 
quelli dì finissimo vestiva. Lazzaro adunque 
reggendo uel suo vicino tanta somiglianza 
di se slesso ^ pensò che da gran cosa ve- 
nisse , ne dover poter essere senza ragione, 
« cominciossi a dimesticare seco, ed a. lui 
ed alla moglie mandare spesso da mangia- 
re e da bere. Sovente invitava Gabbriello 
a desinare ed a cena, ed insieme avevano 
mille ragionamenti , e gli faceva credert 



lÈÒ nàofUDk enfi. 

a colur le più belle cosò del mondo^ pei^ 
ciocché « qua jtnoqoe d* umH ' naùone • 
povero fusse , era nondimeoo aslàlo é aa^ 
gacÌ8SÌcùo« e sapeTagii andare ai vera, trat« 
tenerlo e piaggiarlo , dimodoché Lassarli 
non sapeva vivere seosa lui. Costui « ciàìa 
Tolta fra ralire^ avendolo seco a desinare^ 
già forgile le vivande più gròsse » entra*' 
reno ragionando sul pesdire , ed avendo* 
gli mostro Gabbriello diversi modi di pe^ 
scagioni , Tennero sopra il tuffarsi con I0 
vangaiuole al collo, e di questo m«dó dia* 
se tanto bene , e come gli era tanto ut!"' 
le e dilettoso , che a Lazzaro venne vo- 
glia grandissima di vedere in che manie» 
ra si jpotesse pescare tuffandosi , e si pi- 
gliasse cosi grossi pesci , non pure con le 
reti e con le mani , ma con la bocca an- 
cora, e ne pregò caldamente il pescatore^ 
al quale rispose Gabbriello^ cbe a ogni stia 

{)psta era apparfccbìato , se bene egli yo«- 
esse allora ; perciocché essendo nel cuore 
dell' estate , agevolmente lo poteva servire» 
Sicché rimasero d* accordo d* andarvi su- 
bito , e levatisi da tavola , s* uscirono di 
casa , e Gabbriello tolse le vangai j noie , e 
con Lazzaro insieme se n'andò fuori dèl- 
ia Porta a mare sopra Arno rasente una 
palafitta , che re;;geva un argine , dove 
erano infiniti alberi ed ontani , che alta* 
niènte stendendosi all' aria , sotto , dolce e 
fresca ombra facevano ^ e quivi arrivati p 
Gabbriello disse a Lazzaro che si ponesse 



NOTELLà l. 189 

•edere. al reizo, e lo stesse a vedere, e 
pogliaioti nudo si acconciò le reti alle 
raccia, e Lazzaro in su là riva messosi % 
edendo aspettava quello che far dovesse 
f A. to^to G&bbriello entrato nel fiume » e 
OMO r acqua tuffatosi , perchè di quella 
eli era maestro eccellente » c^on stette gua^ 
ì, che a galla tornando , nelle vangajuole 
vèva. otto o dieci pesciotti , tutti di buo^ 
19 fatta. Parve a colui un miracolo , vegr 
|endo come sotto Tacqua cosi bene 6Ì pij- 
;liavano; onde gli nacque subito nel peu; 
iero ardentissima voglia di veder meglio » 
i per lo cocente sole , il qu^le , sendo a 
aezzo il cielo • direttamente feriva la ter; 
"a , dimodoché i raggi suoi parevano di 
lacco, pensò ancora di ri n fresca rse , ed 
ijatandolo Gabbriello si spogliò^ e da co- 
ai fu menato dove era l' acqua a fatica 
ino al ginocchio , iu luogo che piacevo!;' 
[ìaente correva al cominciare del tondo, e 
jaivi lasciatolo , gli disse che più avanti 
Qon venisse che un palo , che alquanto 
K>pravanzava gli altri; e mostratogliene, sji 
Siede a seguitare la pescagione. Lazzaro 
guazzando sentiva una dolcezza incompa- 
rabile, rinfrescandosi tutto quanto, stando 
I veder colui , che sempre toroava in su 
con le reti, e con le mani pieue di pesci, 
e più d' una volta per piacevolezza se ne 
metteva in bocca , laoto rhe La/zùro nis^- 
rayiglìandosi fuor di modo pensò certo p 
che ^Up r acqua si potesse veder lume,, 



t9o sEomok eai^A. 

BOQ tendéti egli giftaimai tafbtof iafefiià*^ 
giaaadofi •! bujo non esser ikiai yoiiihìto' 
pigIkrM Unti pesci. Volendo jciuàriisi ^ <S9^ 
me Gftbbriello faceva a pigliarli, un tnt* 
lo che colai si taCfò , aoene. egli m a m fl 
4oapo , sensft pensare altro $ e lascioisi ma* 
dare sotto TaCqua» e per meglio aecerlafi- 
ai , vicino al palo venne ; il qnale ,' epme 
ie di piombo slato fosse, se irandò sd Ieri- 
dOf e non avendo arte né di rilenere VéH' 
tOi:im di notare, gli parve strana cnsBf.t 
ceftatà dimenandosi di tornare in soao^ 
«d etatrandc^Ii V acqua non sólo per boG^ 
ea , ma per V orecchie e per il naso an^ 
Cora, ed egli scotendosi pure in vano len« 
taiva d* nsctrne ; perciocché quanto più si 
idimeoava , tanto pi» la corsia lo guidavi 
nel sopracapo, dimodoché iti brevelo aba- 
lordi. G:«bbrieilo ^n una gran buca di 
3 nella palaiitta entrato , dove V acqua gli 
ava Ap])auto al bellico, perché molti pe* 
sci vi seniiva , per empierne ben le van- 
ga] uole , fìon si cubava uscirue cosi loato*^ 
onde il misero Lazzaro venuto messo inM- 
lo due e tre volte a galla, alla quarta noa 
ritornò più iu suso, ed affogando, talto- 
ramef,te forni la vita. Gabbrielìo , aveiido 
preso quei pesci che gli parevano abbastan- 
za , colla rete pieùa ne venne fuori , ed 
allegro si volse per veder Lazzaro , ma in 
qua e io là girando gli occhi , e non lo 
vergendo iu alcun luogo , maraviglioso e 
pauruso divenne } e cosi attonito staado^ia 



KOTELtÀ T. f gt 

li Tenfle riva vide i panni suoi ; dU 
b ibrte tarbato , e più che prima dolo- 
io e malconlento coasiociò a guardarne 
r r acqua , ed appanto ¥Ìda alla fine 
I fendo il morto corpo essere dalla cdr- 
stato gittate alla proda. Sicché di fatto 
lente e tremante là corse 9 e trovato 
ìtuirò affogato , fu da tanto dolore , e 
cosi fotta panra sopraggiunte^ che qua- 
mavcatogli ogni sentimento, a guisa d'un 
ISO venne; e cosi stato alquaoio, o;aopra 
a pensando » non sspeva risolversi a nul- 
^ temendo^ nel dire la verità, ohe h gM- 
ndù dicesse, che da lui fosse stato alfo- 
ìa per rubarlo ; pure fatto della necei^- 
k virtù, e per la disperazione diventala 
dito si deliberò di mandare ad effetto Bn 
onero , che allora gli era tenuto ndlV 
BUI , e non vi essendo testimonj inter- 
ra perchè al fresco o al dormire era la 
igfpor parte della gente ». la prima cosa 
esse i pesci e le reti che aveva in una 
Ketta perciò fatta , e poi prese il morto 
rpo' di Lazzaro io ispalia , e ancora che 
iire fosse, in su Tumida riva lo eondus- 
« e fra le verdi e rigogliose erbette lo 
ée , e cavatosi le mutande , il primo 
Étto gliele messe , e dipoi avendosi sciol- 
le reti , alle braccia dello affogato Liaz- 
iro le legò^ fortemente , e di nuovo pre-- 
lo, e con lui nelP acqua tuffandosi, e al 
Udo condottolo , gli attaccò ed af volse 
vanga juòle a un palo, ed in guisa altra- 



ìg» ssooudìl. xxnx. 

Vènólle, che con gran falica éipote^M 
•Vitappare , ed in su ritornato , e nella 
riva Millo , la oa«iicia prima , •€ di poi 
aucce«8Ì?amènie lutti i panni infioo alfe 
acarpette di colui si messe , e si pose a 
sedere, avendo disegnalo^ di fiar pcova e di 
tentare la fortuna , prima per salvarsi ^ e 
poscia per vedere se una volta poteva (^foi- 
re di stento » e provare se il coiauto somj- 
gliar Lazearo gli potesse esser (c^agion^ di 
somma felicità e di perpetuo bene. E pec- 
che egli era saputo ed animoso^ parendo- 
gli otta di dar prinofifiio alla non meno 
pericolosa , cbe ardita impresa , a gridare 
incominciò , come se Lazzaro , ed a dire : 
O buona gente , ajuto , ajuto , ohimè cor- 
rete qua , e soccorrete il povero pescato- 
rè , cbe non ritorna a galla ! e gridaudo 
quanto della gola gli usciva , tanto disse. ^ 
che II rnngnajo lì vicino con non so quan- 
ti i' M ìaiiùi là corsero al remore , e gros- 
samente parlando Gabbriello , per bei^e 
contraffare Lazzaro^ quasi piangendo fece 
loro intendere , che il pescatore, sendofi 
tuffato molte voile , e molti pesci avendo 
preso , r ultima era stato (juasi un' orA 
sotto acqua; perlochè egli dubitava forte • 
che non fosse affocato, e domandatoceli 
coloro per ilove tuiCiio s'era , mostrò loro 
il palo , al quale aveva avvolto f^zzaro 
nel mo{lo che sapete. Il mugnajo amicissi- 
mo di Gabbriello si spogliò subito , e per- 
chè e*;li era bvjuissimo UMtatore , si tuffò 



imftLLk li tg8 

■ pie di qnél palo , ed in un tratto trovÀ 
colai morto iolornogli av?ilappato« e cer* 
iSftto avendo di tirarlo seco » non 1' aveva 
potuto tciorre » pien di dolore in sa tor- 
nò 9 gridando : Ohimè che il meschino è 
rippiè di naesto paio con le reti avvoltosi » 
senza duboio ninno affogato e morto ! I 
compagni sbigottiti mostrarono con parate 
o con gesti ^ che fuor di modo ne dolesse 
loro 9 e due spogliatisene col magna jo in- 
sieme tanto fecero » che V affogato corpo 
tìpesearono » e fuor dell* acqaa in su la 
viva condussero 9 avendo alle braccia mez- 
10 stracciate, e ratte le vangajuole; qaelle 
incolpando^ che per essersi attaccate 9 gli 
fossero state cagione di disperata morte. C 
coA spargendosi la novella intorno 9 venne 
nn prete vicino 9 e finalmente in una 
liara messo, fu portato a una Chiesicciuola 
poco quindi lontana , e nel mezzo posto » 
acciocché vedere e segnare lo potesse la 
brigata , tenuto da ognuno per Gabbriel* 
lo. Era già la trista nuova entrata in Pi- 
sa 9 e già agli orecchi della sfortunata sua 
donna venuta , la quale piangendo con 
i saoi figliuolini là corse 9 da alquanti 
sani più stretti parenti e vicini accompa- 
gnata 9 ed il non suo marito cosi morto 
nella Chiesicciuola veduto 9 credendolo des- 
so veramente , se gli avventò di fatto al 
rtio 9 e piangendo e stridendo non si 
HHMva a baciarlo ed abbracciarlo 9 e ad- 
lossogli gridando, scinta e scapigliata 9 floa 
téosca. z3 



S|fg4 aiooffsÉ' «iif A. 

xtMtfvt 'di 'ddierai • di > qnnltttfioarri" 

i 8ilb^'flgliiiolÌQÌ 9 che talli leneniaienlB 

piangefàofo « che ogni pcrionè d^-inloreD 

*per la pietà « oonifMMioiie . hicriaiava. Oa» 

*de Gaboriellotcosie coioi cIm molto bene 

tifile? a alla sua donna ed ai figlinoli ^ non 

'poteTìi leoere il pianto t troppo -di Jena 

^ocreiMsendògli , e cosi per cooCartara Jn 

*tv^ppo afflttla e manineonica mogfie^ !•>- 

*-nendo nn caj^peUo di Lasserò qoaai moL^ 

niNccbi , ed al tiso no fassoletto per rascia- 

'^rti 4e lacrime t da lei e da ciaschedmiD 

'per Lassare kennto , con Toce roca dime 

*Ìii presenta di tatto il popolo ; O don- 

\i'9L j non li disperare « non piangere 9 dke 

-io non sono per abbandonarti ; conciossit- 

*cosacbè per mio amore ^ tuo marito, ep#r 

•dfirini piacere « oggi a pescare contro soa 

doglia si mettesse , a me pare della siia 

'morte e del lianoo tuo e^scre stalo in par* 

"te cagione; però ti voglio ajutare sempra» 

ied à te ed ai tuoi iigliuoli dare le spese ; 

"'éitcbe resta ornai di piangere , e datti ph- 

'^cé^ lorndndotene a casa , che meotre che 

\id> f iferò 9 non ti mandusrà mai cosa al- 

'^òunat e se io muojoy ti lascerò in modo» 

''che da tuoi pari, ti potrai chiamar cosk 

'tenta ; e quesf ultima parola disse piaci- 

g'^ndo é stngoixando , come della morte di 
tbbriellD e dei danno di Jei grincrescea- 
;Se fuor di misura ; e. cosi come se La^aa- 
rd fesse I se ubando molto laudato e com- 
* metidalo alalia gente* La Santa ^ af ondosi 



'mm/Là, ik- Jf95 

gU cechi per lo trop{K> lacrimare , 
# la. liDgiia per lo so? erckio rammancav* 
fli « e Tenuta già Torà di seppellire il mor- 
io corpo, da pareoli accompagoata ae ijte 
terno in Pisa «Ila sua abitazione « confoc- 
iata. alquanto dalle * parole dà colui » che 
&rmameote. pensa ?a esser Lassare suo ti- 
moBi Gabbriello » che Laizaro somigUaTa m 
jSera fallo lui 9 già per tiaszaro in casa 
Canaro entralo » pere ho tatti i cosluoi 
cooi » sendo* ben £iaiilia,rtssinio di casa^ 
«elio ben sapeva, senza salutare, se n^era 
«ndato in una ricca camera , che sopra aa 
èdUissimo giardino risponde? a^ e caTatp 
«k chiafi della scarsella del morto padrc^ 
ne , cominciò ad aprire tutti i cassoni e le 
-•asse , e trovato nuove eh ia vicine , fbrsi^ 
■fif cassette^ scanoelli e cassettini aperse^ 
dove trovò senza l'arazzerle, panni lani 
't. lini , del velluto ed altro drappo , mol- 
te ricche robe, che del padrone medico m 
dei fratelli dell* affogato Lazzatti erano ata- 
•te; ma sopra tutto quel che gli fu pia 
iOaro , furono , lasciando da parte le dorc- 
.rie e le gioje , forse due mila fiorini d^oro^ 
ifi. da quattrocènto di moneta, di che lic- 
«4i$simo non capiva in se per Pallegreaza ^ 
l^nsando sempre come far dovesse per mc- 
'glio potersi celare a quelli di casa , e far- 
^ ■ leqere per Lazzaro. Cosi sapendo otti- 
•mamente la natura di luì , in su Torà deU 
'la cena sgusci di camera quasi piangendo. 
>U^ Simiglio e la serva j> che J» sciagura delr 






U Stnta intese avevano « e conie ti àìttim 
I^isfaro efserne ttalo io bnoiift parte x«r 
gùioe 9 « crederono che di Gabl^ridlo 1% 
orimeMè { ma egli 9 cliianuito il aenrilere^ 
fece torgli sei coppie di .panet e empier di 
doe .fia0obi di tino » e con la metà ddie 
cena lo mandò alla Santa ; di che la m» 
achina jpoco A rallegrò 9 non ^ fiueodo mm 
alt^o che pian^^occ. li famiglio rìtoniato^ 
dette ordine di cenare » e Gabbridlo jpoco 
mangiando 9 per pi& Latzaro somigliare 9 
da taTÒla finalmente fi partì aensa altri- 
meliti ' bvellare 9 ' e serrossene in camera 
air usanza di colui 9 donde non uscirà mai 
ae non la mattina a terza. Al serro ed al- 
la fantesca parre eh* egli avesse alquanto 
cambiata cera e favella ; ma pensavano che 
fosse per lo dolore dello strano accidente 
del povero pescatore 9 ed air usanza cena- 
to 9 quando parve lor tempo 9 se n* anda- 
rono a letto. La Santa 9 dolorosa 9 man- 
ipato alquanto con i suoi figliuoli, da non 
ao che suoi parenti consolata* che buona 
aperanza le diedero 9 veduto la prebenda 
da lui mandatole 9 se ubando a aormire» 
e i nareoti presero, licenza. La notte Gab^ 
brtefìo più cose volgendosi per la fantasia9 
non chiuse <|uàsi mai occhio, ed allegrif- 
aimo la mattina si levò air otta di Lazz«* 
ro 9 che^ sapendo Pusanza 9 il meglio c^e 
aajpeva imitandolo 9 si passava il tempo 9 
non lascia ndo-4Bancar niente alla sua San- 
ta • Ma aendpgli ridetto dal servitore 9 .che 



iroTiLLA 1/ tyf 

tfla non rcsUfa di laméntarst e di piaa- 
^etre, come oolui che quanto altro marito 
óbe amasse mai moglie, teoeramente Va- 
ttiava \ troppo doleodosi del suo dofore » 

CASO di racconsolarla , ' ed essendosi riso- 
io di quanto fare intendeva » un giorno 
dietro mangiare se ubando a lei dentro la 
sua casa \y e perchè di poco Tera aegnilo 
il caso 9 la trovò da un suo f ratei €ogino 
àooompàgnata. Onde egli fattole ioiend^re^ 
die parlar le voleva per cosa d^ifluporlaii- 
alt oolui sapendo la carità che le taceva « 
Mr non turnarlo, subitamente prese dai 
M commiato , dicendole che ascoltasse il 
Meloso suo vicino. Gabbriello» tosto che 
id partito colui, serrò l'uscio , ed in sua 
piocola cameretta entrato » accennò alla San- 
ta » che là andasse, la quale dubitaudo 
forse deironore, a quel modo solii rima- 
sta 9 non si sapeva risolvere , se colà den- 
tro andare o restar quivi dovesse ; pur poi 
pensando air utile ed al benefizio , che da 
colui traeva, ed aspettava di trarre, preso 
)er la mano il niaggiore de' suoi figlino* 
mi 9 in camera se n^ andò « dove colui 
sopra un lettuccio , nel quale quando era 
•tracco posar si soleva il marito » trovò a 
|;ìacere , e maravigliosa si fermò. Gabbriel- 
lo , Tcdulo' seco il figliuolino , con un ghi- 
o dèlia purità della sua donna rallegran- 
Gii • ed a lei rivolto , una parola , che 
era molto usato di dire i ie disse ; di che 
k Santa più ehe mai maravigliosa stava 



Ito 






J^V SECOlfDjL' €flf à« 

lulta flonpesa ^quando GabbriéHo^ PtcA 
in collo il figliuoliiiOy baciandt^lo ^ disie : 
Tua madre y noti conoscendo, ]^iaoge')a 
ana ventura e la felicità di lei e dd sub 
marito. Pure di lui , come che piccoltilo 
fosse f non fidandosi ,' con ^etso in collo* in 
sala se ne venne » e da quelP altro mea*^ 
solo, datogli non so quanti quattrimi » l6 
lasciò che si trastullasse, ed alla moglie^» 
che pensando flHe dette parole quasi rìc<H 
ìiosciuto FaTCTa , tornato , rusciò della ca- 
melea serre a stanghetta , ed iscopertòlé d& 
che fatto aveva , ogni cosa per ordine le 
narrò ; di che la obnna fuor d*ogni guisa 
umana si rendè lieta, certificata per mol^ 
cose , che tra loro due erano segretissi- 
me , e giojosa non si saziava di stringerlo 
e d^abbraccìarlo , tanti baci per rallegretta 
rendendogli^ vivo trovatolo , quanti per lo 
dolore dati gli aveva, morto credutolo. E 
piaogeodo insieme teneramente , per so- 
cerchia letizia, Tun dell* altro le lacrime 
bevevano , tanto che la Santa , per megKò 
accertarse , volle , e per ristoro della paa- 
aafa amaritudine, il colmo della doleezn 
gustare con il caro suo marito, il quale 
non se ne mostrò punto schifo , forse mag^ 
gior voglia di lei avendone ; e così la don- 
na più a quello • che a uiun* altra cosa 
lo conobbe veramente per Gabbrìeilo pe- 
scatore , suo legittimo sposo. Ma poiché 
essi ebbero presosi piacere , e ragionato 
assai 9 avvei^tendola Gabbriello , le d ìsse 



fbft' fingere le bisognava ooo m.ene che u- 
«cere 9, e le mostrò quanto felice essfr pq^ 
fera la vita loro, racconlaudole di iiu'^vo 
ìm rtochezze cbe trovale afera « e uarralole 
tatto quello che iotendeva di fare, che 
molto le giacque ^ sgusci seco di camera^ 
La Saota, fingendo di piangere, e ajireqi- 
^9 quando Gabbdello fu fuori deirnsció, 
ed a- mezzo la strada , disse $ da molti seur^ 
tica: Io ti raccomando questi hambolipi* 
JGoluf dicendo che non dubitasse, si torno 
ìtL casa , pensando come pm accenci^ment^ 
menar potesse ad effetto i suoi pensieri^» 
# colorire i suoi disegni. Venne la sera^n 
>Jtà egli , osservati i modi cominciati , fop* 
.aito dì cenare , senza altro dire andatos^r 
ae in camera , si messe nel letto per dor- 
mire , e quasi tutta la notte sopra quella 
che di fare intendeva pensando , popò p 
aieate potette chiudere occhio , e non $1 
tosto apparve Talba in Oriente , che levato 
ac n*andò alla Chiesa di Santa :Catterina, 
nella quale abitava allora un venerabii re- 
ligioso , divoto e buono , e da tifiti i Pi- 
•ani tenuto per un santerello , il qu«ile 
latto chiamare , che . frate Angelico aveva 
acme, gli disse che bisogno aveva gran- 
dissimp di favellargli , per consigliarsi seco 
d*un importante caso e strano « che gli era 
iaterveiiuto. Il buon padre misericordio- 
eo , ancorché non avesse sua conoscenza t 
lo menò in camera, facendosi JUaz/Aro dt 
\tMia Basilio da^ Milai^o , xoa^ ^colui cba 



I • 



£ 



a«« , muMùà: 

hniiàmo ìtt npcM » taUs ^ ami 

EDatlògifty é come per la |iiwilj|' 
h Mio rÌMiiie8ie 9 e 1* altre etm.mtM''^ 
nano in mano.» tanto che a Gahniialtoc^ 
Tenne t e gli' raccontò* tolto qoetlè.die ìb«^* ! 
tomo a do' accaduto gli era , e -ffi dell»* 
a eridbrcf come per veder feteave io-aM-.: 
aaMe eontra a soa-fodia in Arnot- e op". 
mé^ poi pescando per iarg^ piaeeiet affa-* 
gaitet e del danno, che ne ritallafa aUa^ 
moglie ^ ai figlìnolii percioechà poft a«r. 
Tendo bene alcononè addo né mobile , dd^ 
guadagno del nadre viférano; e parendo- 
li emsere del danno lóro» e della morto; 
ì lui in ^ran parte cagione , gli disse co» 
me si sentnra al caore gravoso peso , % 
molto carica la coscienza ; però come da 
Dio ispirato » disposto af e?a , non ostento 
che ella fosse povera e di bassa condixio* 
net di torve la Santa per moglict qoando 
ella se ne contentasse , ed anco i parenti 
aooiy e del morto pescatore pigliare i £•• 
l^iooli 9 come se da lui «tati generati fua* 
aero » per allevarli e cosiodirli per soci ^ 
ed al paragone degli altri figliuoli » che di 
lui nascer potessero » lasciarli eredi , ia - 
qoesto modo pensandosi agevolmente Po- 
tere poter trovare perdono appresso Iddio, 
e commendazione appresso gli uomini. Al 
psdre spiritoale parendo questa un" opera 
|iietosiìt8ima » e veggendo il santo suo pro- 
ponimento, lo couìforiò assai t e consigboUo 
alquanto più tosto f che poteva a mandarler 



MHto 



«di effetto t' dicendogli che se oiò faceta ^.^i 
eerlisiiiDO fiase della misericordia del Si-^ 
gMMre. Gabbriello > per aver più presto e: 
pronto Ta joto suo » aperta una borsa ^ gli 
rovesciò innaoxi trenta lire di moneta d'ar- 
gento, dicendo che iroleva, che tre lo« 
cedi alla fila facesse cantare le Messe di 
San Gregorio per Tanima del morto pe« 
scatore , alla cui dolce ? ista , benché san» 
tissimo , si rallegrò tatto quanto il irene- 
rando frate , e preso i danari « dijìse : Fi-- 
glinolo , le Messe si comincieranno il pri* 
mo lunedi ; ci resta solo il matrimonio^ al 
quale quanto so il meglio ^ e quanto pos-. 
so il più 9 ti conforto 9 e non guardare ne 
a ricchezze , né a nobiltà ^ perchè di quel- 
le non hai da curarti 9 sendo ricchissimo 
ET la grazia di Dio ^ e di questo non dei 
r conto ; poiché tutti quanti nati siamo 
d*an padre e d* una madre medesima 9 e 
che la vera nobiltà son le virtù ed il te- 
mere Iddio 9 di che non ha bisogno la gio* 
Tane 9 che ben la conosco , ed i suoi pa-^ 
renti bonissima parte. Io non aon qui per 
•llro y rispose Gabbriello ; sicché io iri pre* 

So, che yo\ mi mettiate per la via. Quan« 
o vorrete voi darle Tanello? disse il fra- 
te. Oggi , se ella se ne contentasse, rispose 
colui. Al nome di Dio, rispose il frate, 
lascia «n pò* fare a me. Vattene in casa , e 
di là non ti partire, che si faranno questa 
benedette nozze. Sì che io ve ne prego » 
disse Gabbriello > e mi vi raccomando ; ed 



904 éE€OnwA CBH A. 

▼ita 9 dae altri 6|{Uuoli nuachi Mreùdo » ai 

3Qali iroTato uo casato nuofo gli fece 
tùamar de* Fortunati^ della cai stirpe poi 
nacquero molti oomiot a nell* armi^ eiMk 
,4e lettera illustri e chiari. 



sei 

ROVELLA II. ■■ i 

MmrioUo TessUore Canuddoìese^ dettò Fa* 
lànanna^ avendo grandissima voglia di 
morire »- è servito dalla moglie e dai 
Berna f amante di lei^ e credendosi ve^ 
ramente esser morttt^ ne va alla fossa ^ 
intanto sentendosi dire mllania sirizza^ 
e quelli che lo portano , impauriti , la^ 
sciano andare la bara in terra; onde 
^gli fuggendosi^ per nuovo e strano ac* 
indente casca in Arno ^ e arde^ e la 
mog^e piglia il Berna per marito. 



N. 



on meno avera fatto ridere la fisivo* 
la d'Amaranta, che maravigliare la briga- 
ta, parendo a tutti avere udito un caso pift 
atravagante che nuovo , che 6*udis<e giam» 
mai , né si potevano saziare le donne e i 

E'ovanì di commendare V accorgimento e 
sagacità del pescatore, qnando FJorido» 
che seguitar doveva, disse: Vei*a mente che 
il novdiare di questa sera ha avuto comin- 
ciamento con una favola cotale , che Dio 
Teglia, che Tal tre bruite non pajano; pu« 
re IO , piacevoli donne, una ne voglio rac- 
contare , che se ella non sari tanto bella 
e maravigliosa quanto la passata , sarà al- 
meno più faceta e ridioolosa, e pertanto 
più gioconda ed allegra; sicché acconcia- 
tevi lutti quanti gli orecchi e la bocca » 



^eHi pw udire ^ e qoesii par iid«tt /• 
ioggiantt* 

La peste del quartntotto ^ k .mécii 
é^ Bencfai cioè»- orado tserUineote dw jrib 
itattiio di ^i abbia «ertilo- ricordarà» qkHr 
la che con tanta doqaensa icrive nel j^w^ 
ctpio del ioa Decamerone il digaiilim» 
Àeiter GtoYanni Boccaccio ^ pUi^ waran* 
§lioia e pia celebrata » e pia di tpateitt* 
piena per lo essere da cosi grand* oomr 
imi d aokintbile arte stata raccoatat» » «lu» 
'iMr la Dortàlità e per lo danno, anòrnchè 
igrandissnnoyche ^li abitatori de* nosbl 
paesi. in quei tempi ne ricevessero , fa de 
non vcompararse in alcun modo a quelle 
nostra del ventisette; nostra dico^ per éa> 
^eere stata a nostro tempo. £ perchè eia- 
eebeduno di noi se ne può age? olmenle 
rioordare> perciocché questa durò più ao- 
aif che quella mesi* e se in quella more- 
Tano gli uomini a diecine^ in questa a oeift* 
iioaja; se nella loro i morti andavano p 
jòtterrarsi nelle bare» nella nostra eranp 
."^rtati nella cassa. Ma perchè io so, che 
voi sapete ciò bene come io , scudo ^tm^^ 
senti quasi tutti voi ritrovati, e se nOf 
•mille volte uditolo dire, non mi distende* 
rò- altrimenti in raccontare il dolore del|is 
«passate miserie nostre; e cosi per ritorna* 
te a quello che io vo*narrarvi , dico che 
^Mssata questa influenza, non prima del 
.^quarantotto f e le persone rassicurate, e 

U. " * •' ' • -■ ■ « ■ 



^k tornate nella cu là, e riprese Tusat^ 
Sioceode e t soliti eserctiiit era ia Camalr 
lloli un tessitore di- paoni lini ^ come voi 
flapete che là abitano* restata di quattoct 
4ici • cbe erano ih famiglia , solo ed ai- 
•Ji bene stante. Per- la qoal * cosa gli fu 
dato moglie, oon la quale stette dieci ao.«« 
ni ^ che mai non ebbe figliuolo; pur poi 
higraTÌdando, partorì al tempo on bamb^ 
no mascbioi del quale il. padre ed ella fe*^ 
cero maravigliosa festa. E perebe egli n^* 
cqtte in domeaica mattitia a buon* ora, ^ 
la -sera Riandatosi a battezzare ^ non seur 
40 le gabelle del sale aperte » tenne . p^ 
jeinpre, e molto bene del dolce, e poseiir 
j^i nome Mariotto, e per non avere altro 
'che lui , ed essendo anche maschio, ed e^ 
Ulino per essere nel grado loro, si può dl« 
, ricchi, rallevarono e nutrirono iq taar 
delicatezze, e con tanti vezsi, che v 
aaria disdetto, se stato fusse .figliuolo del 
«conte dX)rmaguacca. Il padre, quando l|s 
€gU in età, lo mandò a scuola, accioccbè 
;cg(i imparasse a leggere ed a scrivere , e 
jperchò disegnato aveva di ringentilirsi, far 
•io Toleva studiare a fine che notajo o pro- 
eut'atore o giudice venisse , e poscia dav« 
;gli una moglie nobile, e fargli far Tarme^ 
««r trovargli un casato, acciocché egli fusse 
'•«uà persona da bene; Ma il detto Alariot* 
«io era di così grossa p^ta, e tanto (onda, 
^i pelo , >che iu otto anni o poco meno^ 
cbe egli stette a scuola noa potette » aoA 



ao8 ^ sieoKDÀ %» a« 

che a compitare, imparare mai T A B CL 
Onde molte rolte areodo detto il maaMi% 
che quivi si perdereano il tempo i dam^' 
ri t perchè A grotso cerfdlaccio avifav 
che egli era come a dibatter Tacqaa wm 
morta jo a Toler che egli imparaaac, il pÉk i 
dre disperato lo levò da leggere « a maip 
aelo al tdajo; il che quaDtuoqac poco bea 
gli riascisse « pure lo faoera maooo mali 
assai. Cosi qaesto mostro t quanto più ad- 
dava io là t diventaTa grosso e roiio , e 
con gli anni insieme » gli crescerà la dap* 

S ocaggine e la goffena ; e certi detti, ei$ 
a bambino imparato aveva , non gli eri» 
no mai potati uscir della mente, come al 
padre ea alla madre dire « babbo e maai* 
ma , il pane chiamare pappo « e bombo fl 
vino t e quattrini diceva dindi » e ciccia 
la carne, e quando egli voleva dir dormi- 
re, e andare a Ietto, sempre diceva M &r 
)a nanna ; e non vi fu mai ordine , che 
il padre o la madre, né con preghi né con 
doni, nò con mìnaccie ne con busse lo po- 
tessero far rimanere. E già diciotto anni 
aveva quando gli morì la madre, che mai 
noì favellava in altro modo; talché sao 
padre n* era forte malrootento , ed i fan- 
ciulli della contrada, i compagni ed i vi- 
cini gli avevano posto nome FalanannafC 
non lo chiamavano altrimenti, ed erasi co- 
si per Camaldoli diirulgato questo sopran- 
nome , che pochissimi lo conoscevano per 



Marioito , ed era il soHaueo e il passatem-: 

?o di quei paese. Tolti » Falf oaoDa . qui, e 
alananna qua , si pigliavano di .lai. pit«. 
^eere, e delle sue castronerìe t perciodobà 
^aemplicissimo 9 dicera. e cred^Yn oose fan* 
to sciocche e gofiFot e fuori drogai conve* 
•'iieTolecza umana t che piuttosto ajaimal 
domestico ^ che uomo stimar si sarebbe 
potuto. Cercò molte Tohe il padre 4^ 4ar- 
di donoa » ni mai .gli era tenuto fatto ; 
pure adendone una appostata che gli pia-^ 
' eeta 9 e gli parerà a proposito ,. pensò di 
-* farla chieuère per questo suo fantoccio » 
f .ma in questo tempo accadde » come toUc 
'<:0ÌQ^'cbe egli s* infermò e morissi. Rima*. 
stD : adunque Falananna solo , con molti 
' roba , ^n casa e telaja , non ^atendo oè 
da lau^<kdi padre né di madre parenti» gK 
- amici ed i vicini gli furono addosso » e fili 
diedero moglie , e per dirada fa delle 
sue iparì Camaldolese, una bella e valoro^ 
aa giovane, ed era chiamata là Mante d*ftt« 
sai molto , e pratica nel tessere. Ma pelu- 
che ella era povera, a questo .scimunito la 
fecero torre senza dote, e ne, menò di pia 
seco la^ madre, che monna Antonia si.cnia- 
mava^ una vecchierella tutta pietosa ed 
amorevole, e cosi tutti insieme lavorando 
menavano assai tranquilla e rip^isata. vit^ 
Ma perchè la Maote, come io ho detto, 
era bella ed avvenente, aveva di molti va- 
gheggini , e tutta jiotte intorno all' uscio 
Tera cantato e sonato, e fattole le piùga« 
JLasca. 14 



Mit 



fio* SECONDA CENA. 

Janii «erentte del mondo ; ma eli a poflTo 
rocchio a un giof aoe» che si faceva chia- 
mare il Berna, tulli quanti gli altri ach|i> 
ni va. £ perchè il suo Falananna io iaite 
]e cose era debole » cosi nei servigi dello 
donne debolissimo ritrovandosi t pensò ; 
come savia, di procacciarsi che il^fieriia 
sopperiise dovè mancava il marito V>|i^ 
ciocché sendo prosperosa e gagliarda- -iioè? 
poteva slare a oeccatelle. Sicché ingloba» 
Ione Con la madre, fece tanto, cHe di ki 
pietosa venue, e disse: Figliuola mia^tVla- 
scia pur fare a me, non ti dar peitiierD-9 
che 10 ti farò tosto contenta ; ed hasràe 
a trovare il suo amante, che più di lei Io 
desiderava , dettono ordioe fra loro , che 
il Berna da mezza notte in là., facendo 
certo cenno, venisse a cavare la figliuola 
d^affanno, il quale non mancò dì niente 9 
ed ali* ora deputata fatto il cenno , fu dm 
monna Antonia messo in casa , e di pi4 
niel letto accanto alla sua Mante j ed es^ 
avevano senza più un letto di quelli alfan-» 
lica tanto agiato e cosi grande , che tutti 
ire stavano da un capezzale, senza • toccar* 
si un braccio , la Mante nel mezzo , da 
una proda. la madre, e dalfaìtra il mari* 
to. Il Berna tra monna Antonia e la fi« 
glitiola entrato, appuoto che Falananna dor* 
mi va , non stette a far troppi convenevoli 
che alla disperata le salì addosso. Alla "buo- 
na femmina pareva un altro scherzo quel* 
le del Berna , e sentire altra gioja e con** 



KOTKLLA if. «rr 

io^ ehe eoi suo marito non era usata 
lire ; per la qual OBnà a dìmenarse e 
cuolere, ar sospirare e a mugolare co«- 
leiò fortemente; dimanierachò Falanan* 
• cbe leggiermente dormiva, si destò » 
enteodo il cullamento e il dolce rata- 
ilcjbio , sendogli coloro presso a meno 
O^élar d'embrici, distese" ìa' mano^ fA 
loroa trofò in sulla sua .cavalla, che tam« 
nar la faceva per le poste; onde egli ere* 
mìo lui esser la madre, disle: Monna* .A^n- 
ii^ che fate voi? Ohimè, guardate a non 
flapregnar ^ogliama! Monna Antonia, che 
riava vegliando in su la proda sdà, quad* 
più poteva ' contenta del contento della 
iuola, udito Falananna, per riparare^ che 

Berna non s'accorgesse, accostò il capo 
ente a quel della Mante^ e così (avellad* 
^ali rispose: Noo aver pensiero, cbe io 
Lingrossi, no. Ohiuiè trista, cbe io le 
le fregagioni rasente il bellico, perchè 
poverina -è stata per morire, cosi grati* 
Stretta le ha data da un poco in qua 
donna del corpo ! Udite come ella si 
imarica? Erano coloro , appunto allora 
I monna Antonia cotali parole dicea , 

colmo della beatitudine amorosa, e la 
nte due volte per la soverchia dolcea- 
disse: Ohimè, ohimè, io muojo, |o'muo- 

Falananna cominciò a gridare: Aspet* 
, 'aspetta , che io vada per lo prete ^ 
etta , moglie diia , non morire ancora, 
ime, voglio che tu ti confessi prima! e 



$i. era già ^ttato dal Jetto, e cercÉTit tm- 
di^yi bujot per accendere il lunief quando 
la MantCì ciò adendo^ disse :« M(arit6 mìo» 
sia ringraziato * santa NaBssa devota della 
donna del corpo, io sono guarita, io sqqo 
risuscitata, ritornatefi ndi letto; non du«i 
bitate che io ilon ho più mal nessuno. 11' 
Berna, arendo anche ^li sgocciolaito il 
barlette, se Tera levato da dosso, e ,tc& 
la madre e lei entrato; ma monna. Anto- 
nia passando loro di sopra , si pose di 
mezzo alla figliuola ^ e chiamalo di nuovo 
Falananna , al letto .nel suo lato lo rimes- 
se , dicendo che tra lui e la Mante era 
entrata , acciocché quella notte , avendo 
così grave stretta avuto, non avesse cagio- 
ne di darle ncrja. Bene avete fatto, rispose 
oolui, e badò a dormire; ma la Mante con 
il suo Berua non attese mai ad altro I4 
notte , ohe a giocare alle braccia , e qualr 
ohe volta avvenne , che ella messe. lui di 
sotto. Ma la mala vecchia, che stava in 
orecchi , sentito una campana al Carmine, 
ohe snona un* otm innanzi giorno-, fece le- 
vare il Berna dell* amoroso giuoco, il qua- 
le malvolentieri dalla sua Mante si parti , 
stanco forse 1 ma non già sazio, ed andos- 
seoe a casa sua, non troppo quindi lonta- 
na , a riposarsi e a dormire, senza essere 
stato veduto da persona. La Mante , per 
ristoro delia passata notte , dormi per in- 
fino a nona sonata. Falananna ali* ora con- 
sueta per tempo si levò, e andonne alfa- 



NOVETLà IT. ZXS 

fiato lavoro ;, e così mouDa Antonia, ragie-* 
naado iasieme della mala notte, che la 
Mante avera avuta; di cbe si dolie Fala« 
nanna molto, e lodò assai che monna Àon 
tóoia non V avesse chiamala , acciocché vi« 
posandosi , dormire a suo piacere potessi. 
La buona recchia lo confortò « che egli 
andasse a cercare dell* uova fresche» dicen* 
dogli che molto erano appropriate al do» 
lore della donna del corpo; perlochè co« 
lui 9 lascialo il laTorare , si partì , e tanto 
cercò, che ne arrecò a casa lAia serqua* 
Blonna Antonia» datone a bere quattro ia 
sa la terza alla figliuola» la lasciò posciìi 
dormire uu sonnellino, e dopo senno re* 
nata già V ora , la chiamò a desinare , • 
eUa levossi tutta lieta , che si sentiva co« 
me una spada ; di che troppo contento ri* 
mase Falanannat e desinato» allegrissimi 
m tornarono al telajo. La notte il Berna 
▼enn^ medesimamente» e cosi molti giorni 
• mesi continuarono la danza» dandosi in* 
iieme un tempo di paradiso. Ora accacf de 
che sendo venuta la quaresima, Fala- 
nanna» che era buon cristianello e divoto» 
jindava ogni domenica mattina alla predica , 
e fra T altre una volta Tudi in Santo 
Spirito da un frate» il quale tanto e tan« 
lo disse » e con tante ragioni e autorità 
provò che questa vita» non era vita» anzi 
una vera morte ^ e che noi , mentre vive* 
vamo in questo mondo» eravamo verataen* 
te marti» e chi moriva di qua» cominr 



ti4 Bzeoìmk csfti. 

Giam a vivere naa fila senza al&nni ^*.a 
aaa?e e dolce, e senca aspettare mai pia. 
la morte t pare che in grana, si monsia 
di inésser Domeneddio, e che qaesto solo 
avveniva ai fedeli cristiani; e cosi tani* al- 
tre cose disse di questa vita, che fu qui 
maraviglia. Per la qual cosa a Falananna 
▼enne cosi gran voglia di morire, che egU 
Bon trovava luo^o , e già della vitaera 
tepital nemico diventato, ed 'a casa ritor- 
aatosene, non faceva mai altro ohe dire'^ 
ae mon che vorrebbe morire, a ogni pa- 
rola dicendo: Oh morte dolce! o morte 
benedetta! o morte santa, quando verrai 
tu per me , che io possa cominciare a vi^ 
vare in quella vita, che mai non si muo« 
se? Ed era questo alla madre ed alla Man- 
te cosi gran fastidio e rincrescimento a 
sostenere , che elle erano mezze fuor di 
loro , e non sapevano più come si fare a 
sopportare tanta seccaggine. Egli aveva di- 
amesso il lavorare, e tutte le faccende di 
car« , solo allendeva a voler morire , e 
rammaricarsi sovente. della morte, pregan* 
dola di cuore, che lo dovesse uccidere. 
La moglie, e monna Antonia gli avevano 
insegnato mille modi, ma niuno gli era 
piaciuto. Alla fine, di questa faccenda con^ 
sigliatesi col Berna, deliberarono di farlo 
morire a ogni modo; e sendò restati in- 
sieme di quel che far dovevano, una mat-^ 
lina la Mante, scudo già vicina la setti- 
mana santa, gli disse come ella s* era eoa*»' 



IVOTELi'A lU tlS 

fessati in Ognissanti da nn fra' Bartolo «^ 
baona e divota persona « a cui tutta rao 
contata aveyk la sua sciagara e la foglia 
che aveTa il marito dì morire ; e gli sog« 
giunse come il TanerabiI padre per sola 
pietà, e per Tamor di Dio se le offerse # 
se bisognasse, d*ajutargU venire la .morte ^ 
«che in brcTo^ purché ei. TOglia^Jo farà 
morire , come a Milano ed a ISapoli ne 
aveva fatti molt* altri; a cui tutto lieto ri* 
apose Falananna, e disse: Come si €arà?'B 

rndo 6a questo? Agevohnente, equan* 
noi vorremo, rispose la Mante. Doma* 
ni .si vuole, soggiunse colei, mandare per 
jquesto frate* Al nome di Dio , dÌ8se Fa« 
-iananna , si mandi pure. Seguitò la mo« 
glie e disse : La prima cosa vi convien man« 
dare pel nolajo, e fare testamento. Cosi 
•i faccia , rispose Falananna , tutto d* al** 
Jegrezza pieno; e cosi fatto venire un no^ 
tajo, come se da' medici fusse stalo bri»- 
^ato, tutte le sue sostanze lasciò per te* 
stamento alla donna dopo la morte sua» 
La qual cosa intesa il Berna « gli piacque 
fuor di modo , e lo giudicò buonissime 
principio d*ua ottimo hue, aspetCando con 
aommo piacere , che la Mante facesse il' 
rinaanente* la quale^ siecooda Tordiae, 6a- 
gendo d aver favellato a fina Bartolo , un 
giorno, subito dopo mangiare, fece entrai 
re il suo Falananna nei letto, avendolo 
avvertito , per commissione del frate , chi 
(Mitlasae poco, e in voce sommessa, M quA- 




I 



Sl6 MOfttfBk' HBtks 

m puiBfMid# ft ogni uno iliu^e ehc'gnÉt 
idimBo «làle 8t ioitiiMff nékB'f^hm 
>riei|M)r dift ««Ite» • fé niam gK ^giotiii 
§t di iDMicftrt'f rupoHOtfiès f ch# soii^toK 
-fam uè medico uè mcdioinerB •i^'eoriifr 
idifblo iè n* andò alle fibcrire « fMifge» 
do 9 obfliiiieiò gridando a dire «I* «WiiÉb: 
Ohioiè, trista £i mia iato!, die ha4H^4tr^ 
re? il mio marito è nd letto «kruét e 
d ^vemente , che io non ereoo die q^ 
aia TITO douHiJttina ; onde k TJrineAia cdi^ 
ae là tutta » e nel letto trovalo Falananna 
langaire , e rammaricarse , come M C|^ 
avcMe raffaDDO ddla morte t ognuno il 
m^io che sapcTa lo coofortaTa » ed e^ 
e tutti rispondendo» io sono spacrìato, m 
90n' morto 9 naUa intender toleta di medi» 
earse , ed i vicini confortavano la Mante f 
che mandasse per il confessore. Onde la 
Mante chiamata la madre « che sapeva^ il 
tutto , le fece prestamente mettere la dop* 
|Mi,e la mando ratta dove in un ki<^ s» 
greto aspettava il Berna • il quale avendo 
tin abito da un frate d* Ognissanti ano pa- 
rente accattato, se lo era vestito ; e |»ercnè 
egli aveva a Catica segnate le guance dd 
primi fiori » una barba nera procaodalo 
aveva 9 ed al mento acccnciossela di td 
tfaniera* che chi non Tavesse saputo, no* 
r avrebbe conosciuto mai , ed allegro die- 
tro a madonna Antonia avviatosi 9 tanto 
camminait)Ao 9 che alla casa di Falananna 
ginasfro ; aUs cui venuta » facendogli tulp 



ti rWerenza» come a sommo religioso, la 
casa sgombrarono • pensando che Tamma*. 
lalo dolesse eonfèssare. Il Berna , a uso ài 
frateria camera entrando , salatalo » pri« 
ma gittnla . Falaoanna , • dicendo , il Si« 

gnore lìa- con .esso teco « Io Benedisse. .Pa« 
manna si Tolle rizzare per fiirgli onore 9 
ma ^frate Berna , coulra£iacendo uà pa* -la 
Toce» gli disse )che stesse giù caldo il iMà 
che poteraVa cui rispose Falananna e dis« 
•e: E non sete^ W colui » che qiì loleie 
insegnar iHorire 9 acciocché tosto risnadli 
poi in quella Tita di là , dove mai mai noa 
ai muore? Si sono » che tu sia benedetto , 
rispose il - frate. Disse allora Falananna : 
Orsù caTÌanue le mani, cominciate oramai 
col nomine Domìpt. Il padre spirituale t 
iattagli far€ la confessione generale « gli 
diede V assoluzione » e la penitenza disse 
che Tolera che facesse per lui la moglie^ 
ìed in sua presenza chiamata , le impose 
che per soddisfazione dei peccati del ma- 
rito \ ella doTcsse digiunare ogni anno la 
vigilia di Berlingaccio , mentre che ella ii« 
te^', e di' più 9 che ella accendesse alFim* 
ittia|^0 di santa Befania ogni anno ancora 
'quattro candele 9 a ritereoza delle quattro 
tempora; di che si mostrò colui fortemen- 
te contento 9 è fece giuiare alla moeliey cha 
cUa non mancherebbe di fare la detta pe- 
nitenza. Ma il padre soggiunse 9 e disse : 
Guai a lei 9 se ella con la facesse appun- 
to» che ella SQ a^audercbbc come .traditora 



SI 8 SECONDA CBITa. 

giù oeirabisio! Falananna, al frate moltc^ 
lo pregò che $olIecitas$e il morire , che gli 
|Mreva «liir anoi ogoi momento d* uscire 
ai queir impaccio. A cui il frate, disse: Ora 
ascoltami # che sia santo. Tu hai la prima 
cosa a chiudere eli occhi per sempre » ^ 
aòn mai più aprirgli « e ledati at£stto it 
pensiero ai questo mondo ^ ne per cosa ^ 
che tu odi o che li sia fatta » hai a faTel<». 
lare a far senumento alcuno ; e cosi tosto 
che tu abbia chiusi gli occhi , moglialar 
leverà nn gran pianto ^ io non mi partirai 
flfendo scusa lecita di rimanere» e menira 
che le donne la conforteranno , stando ia 
sala monna Antonia e io, Javandoti prima 
ti metteremo una veste lunga, che ti ver^ 
rà a coprire il viso e i piedi, e mettereu* 
ti in mezzo della camera , con un candela 
liere a capo deotrovi una candela accesa 
benedetta » a fine che la gente ti possa 
segnare , e dipoi daremo ordine doman*^ 
dassera , che, i frati del Carmine , ed i 
preti di San Frediano ti portino , detta la 
compieta, a sotterrare. Si, rispose Falanan- 
na , si vuole anco farlo intendece alla 
compagnia , e che mi mandino la ycste » 
e'venghino per me, e poi alla sepoltura ^ 
come al compare, mi cantino : O fratel 
nostro. Ben fai , rispose il Berna , questo 
si farà a ogni modo; e soggiunge: 1 bec« 
chini^ ipessa che ti averanuò nella bara i 
ed alla Chiesa condotto^ e cantato e fatto 
tutte la cerìmonier ti porteranno e mette* 






lfO?£LLà 11. aig 

ranooti neiraTelio ^ e quivi ti laiceranno « 
dove stato Teotiquattro ore ^ Y anima toa 
f olerà 9 e Don orìma , in paradiso ; ina 
abbi avvertenza eoe ta seolirai , infino at 
tanto che qnel tempo non sia finito » tutta, 
quante le cose , come se tu fossi vivo ^ 
sicché non favellare» e non far mai sensor 
alcnnoy perocché neUo star cheto e fermo^ 
a* acquista tutto il merito. Ma se tu faces« 
n cosa alcuna da vivo » subito tu casche^ 
irsti nel profondo del balatro infernale ; ^ 
perché quelli sciagurati becchini non han- 
no una descrizione al mooclo; potrebbpo; 
forse» nel metterti giuso peli'avello; dar^ 
ti qualche strétta o percuoterti qualchei 
membro , come gli stinchi , le gomita o il 
capo 9 talché ne potresti sentire dolore « e 
non piccola , e tu zitto e cheto ; percloc*^ 
che» quanto maggior pena sentirai di qua»: 
tanto di là più gusterai maggiore il cou« 
tento. Falaaanna , avendo bene ogni cosa 
compreso » rispose che stesse sicurissimo » 
che non mancherebbe di niente , e non. 
uscirebbe del suo comandamento; ma su- 
vendo ooa grandissima £Eime fé* intenderà 
alla moglie , che gli portasse da mangiare, 
ed al frate rivolto disse , che era disposto 
di voler morir satollo ; pcrlocbé la Mante 
gli arrecò un gran tegame di Icqti ricon-.* 
ce, ed una coppia .ài pane grandissimo^ 
poco minor di quello che fanno in conta-' 
do i nostri lavoratori , con un gran boc^ 
9ale di vino; il quale Faiananna tutto bevr. 



aso wAolfDA CSlf A. 

▼6 > e tutta le lenti imngiÀ con uno/e 
metwo di qnei pani cosi grandi , come te 
mai non aTcase né a mangiare, nò a lifr^ 
e poi ditte : Acconciatemi come tì pairè> 
che io nkaojo più contento mille volM 
ora» che io mnojò a corpo pieno. UBernn 
acconoioUo sopra il letto , e terratògli gK 
occhi , avendo certi moccoli accesi .in smh 
no t borbottando fece le Tisle di dire al^ 
cune oracioni , e ali disse : Falannana ,^tU' 
sei morto. Sfubito k Idhnte messe un gran^ 
de strido f cominciò a piangere anuramen- 
te • e dire : O maritò^ mio ! o marito mio 
dolce! tu m*hai lasciata sola. Frate Berna 
ìdGdo su r uscio Tenuto , finse , udite le- 
grida t di tornare a confortare colei. I 
vicini sentito ii pianto, gran parte d*uomi« 
ni e di' femmine andarono per confortar* 
la , la quale in sala faceta un lamento in-, 
credibile. Il frate, e monna Antonia, en*' 
irati soli in camera , piangendo Falananna' 
viro, per morto in sul letto levarono » e- 
come 1 morti lavatolo, d*un leozuolaccio gli 
fecero una lunghissima veste , che gli co-- 
priva i piedi , le mani e il viso , acciocché 
il colore non gli avesse scoperti , e posto* 
lo sopra un tappeto in mezzo la camera» 
con un Crocifisso al capo, e un caodellie^- 
ré ai piedi dèntrovi una candela bene* 
detta accesa, apersero Tuscio a fine che la • 
brigata lo potefte segnare. Era sempre mal 
Falananna , senza far moto o sentimente • 
alcuno , stato fermissimo , di che frate 
Berna lietissimo slava. Ma venute le per* 



' KOTELLÌl .11».. 221 

Mpe in camera^ lacrimaiido lo segoavano» 
domandando n maravigliose » perchè coni gli 
avessero tarato il ?Ì8o ; perchè egli era A 
tras^garato » rispose il irate Berna , e sì 
lióattOy che egli alerebbe fatto paara a chi 
Tavev^ gaardato. Messefo queste parole 
panra ai circostanti, che ei non fosse mor« 
lo di qualche cattivo malaociot e che s*ap« 
piccassOt sicché tatti quanti stavanp in ca* 
gCieico> If^iermente. a àuMer lo frate ogni 
Qosa credendo. Ma sendone giè sopra?ve* 
nula la notte , f a la casa sgombra ^ solo 
«leuni pochi parenti delia Mante vi resta- 
r^Mii 9 ed il padre spirituale, che lo guar- 
dava con un libro m mano t fingendo di 
Jeggei^i salmi ed orazioni^ e quando, fu 
iei^po , cenarono d* un gran vantaggio • 
Ma venuta la mattina, fecero intendere ai , 
Iralelli^ che mandassero la veste, che Fa- 
laryanna era morto e gV iovitarono per la 
sera dopo compieta air esequie. Venqe su- 
liilamente la veste , la quale da madon* 
na Antonia e dal Berna gli fu messa so- 
pra quella che egli aveva , e la capperuc"* 
eia in su la faccia gli venne doppiamene 
te a coprire il viso , e cosi tutto il gior- 
np vennero uomini e donne a consolar la 
Manta , ^d a segnare il marito , incre- 
sceodooe a tutti. Ciascuno diceva : Dia 
gli perdoni. Il che Faiaoanna udendo, 
maravigUoso piacere e contento sentiva » 
pensandosi certamente di esser morto. Ma 
ppiphè vespro non solo fu detto , ma la 



compieta 9 -Tennero secondo TorfitaS i'JiMl^ 
ti di San FredfMo » ed i frati del Cmp^ 
mine con i fratelli ^ella compagnia di Sin 
Crittofano 9 cii'e - cosi era intitolata ^ la 

Scale era - appiccata con fl conTcnta'-^ 
armine (dove i^ frati fecero poi » ed'énri 
ancora ud refettorio ) delia quale ' gK ntf^ 
mini erano tutti tessitori , e nel mcuft ap 
^anto avevano fatto fare un grandissi*^ 
mò avello f nel qual chiunque moriva di 
loro si sotterrata ; il c}ie Ycnne nfoitlr a 
|)ropostto al Berna , perciocché quel §e^ 
poterò aveva una lapida graTissimate 6or« 
gegnàta in modo , che né alzare nò apri- 
re si polevH , se non da chi fo^ stalo 
di fuori ; e per questo il Berna fra se di- 
ceva : Se egli vi entra , converrà che per 
amore o per forza» che egli vi muoja den- 
tro , non vi si raguhando coloro ^ se .non 
ùaa volta il mese. Ma poiché i frati e i 

J)reti , passando dalT liscio^ ebbero avnta 
a cera, andarono i becchini per il corpo. 
Che direste voi , che Falananoa avendo 
avuto grandissima voglia di far le sue co« 
se, e forse due ore sconcacatosi « e gran 
pezzo avendola ritenuta , nella fine, non 
potendo altro fare , V aveva lasciata anda* 
re 9 ed avendo le lenti riconce fatto ope- 
razione, come se egli avesse preso scarno^ 
oca, aveva gittate un catino ai ribalderia, 
la quale per essere stata alquanto rattenu* 
ta « tanto putiva , e si corrottamentCì ch6 
non si poteva stare per lo puz£0 in quel* 



IfDTEI,LA 11.^ 223 

tm CBToien, e cosi tosto che fjarono dentro 
i becchioit e che lo presero , tarandosi il 
naso 9 dissero a coloro^ che erano i? i in- 
torno: O diaToloy non dovete averlo tfiS*, 
lato Toi ? In malora ^ non sentite toì co* 
me pnte ? Vedete ohq ei 'cola. Ohimè ! voi. 
doTcte esser poco pratiche, e così male in 
4Borpo portandolo, quasi, ammorbati lo po«* 
jiàroiio su la bara, oode i fratelli, seudo 
-già i preti ed 4 frati forniti di passare , 
comportando^ il meglio che potevano il tri» 
sto odore, lemito se T avevano in ispalb^ 
£ dietro la Croce seguitavano di cammina* 
se. Ora avvenne camminando, che ei gian« 
^raro sul canto al Leone, e in su la svolta 
appunto capitata tutta la gente, come k 
usanza, dimandavano chi lusse il morto; 
alle quali era j^isposto, Falananna ; tanto 
che a ciascuno ne incre^ceva dicendo : Dio 
abbia avuto Tanima sua. Ma un certo suo 
conoscente ed amico , intesolo anch' egli ,. 
e veggendolo portare a seppellire , poco 
discreto , anzi adirato disse : Ah ribaldo 
igiuntatore , egli se ne va con tre lire di 
mio, e sai che non gliene prestai di con-^ 
tanti? Tristo! ladro! abbisele sopra T ani- 
ma; e disse queste parole tanto forte, che 
Palananna intese; il quale, o per non an« 
dare con quel carico ali* anima , o paren- 
dosi' essere a torto, o troppo ingiitriato , 
dato una stratta alle mani, e :di quelle 
•vihippatosi si stracciò prestamente, ed aU 
xu8^ quel pannaccio » che gli nascondeva 



2^ pttmsnk enti. 

il.TJsOf e rittMi m sràere ÌMipra la.luan^^ n 
colui, e be talUvia oltraggiando andaim.« 
r\yolto disse : Ahi sciagarato ! queste pe* 
role si dicono a* morti? (risto! pereiiè ikdQ 
ine r aver chieste quando io -ero yiifO^ o 
andare à\ mogliaaa t che ti alerebbe pa« 
gito? Qaelli, che 16 portavano » ndite le 

Earole « snaveotati lasciarono àiidare le 
«ira» e colai fu per spiritare. .Fàlanannat 
- essendo caduto con la bara in tetra* gri* 
^aya pure a colóro che erano spaventati: 
Non dubitate 9 fratelli, non tenseiet' m> *<Mi 
morto f io . son morto , fate pttr .V affino 
vostro conducendoddi ali* avello^ ed asset- 
tatosi come prima nella- bara a giacere f 
gridava pure: Portatemi via a sotterrare , 
portatemi via, che io son morto. Le grida 

Jruivi intorno si levarono grandissime; obi 
uggiva, chi si nascondeva, chi si sanava* 
La Croce gm arrivata alla j^rta della Chie- 
sa si fermo , e colui pur gridava : Seppel* 
litemi 9 seppellitemi , che io son morto» 
Ma alcuni della compagnia conoscendo 
assai bene la sua natura, se gli accostaroìia 
e con alcuoi torchi lo cominciarono' 'à 
frugare dicendo: Scellerato: ribaldo! che 
cosa è qaesia? FJananna diceva pur gri« 
dando: Sotterratemi, che io son morto j 
che siate impiccati per la gola « sotterra- 
temi per Tamor di Dio. Oadè coloro, presi 
quei torchi ^ da capo a piedi Io comin-^ 
ciarono a bistonire, e dargli di bn6ne 
picchiate. Falaaanna, sentendo le percésscy 



KOTEI.T.A. n. S25 

cominciò a stridere e fidare > e. svilup- 
paodosi il capo ed i piedi , perch4 coloro 
beo gli rompessero il dorso , s* usci delU 
iMira , e oorreodo gridava : Oh traditori , 
traditori^ voi mi avete risuscitato! Percioe* 
chè^ avendo avuto una bastonata in su la 
lesta, gli grondava il sangue per io viso, e 
per lo petto , onde p<)osaodosi di esser 
tìvo, diceva pure: Traditori! a questo 
mod<r si fa' risuscitare i morti ? io me na 
TOglio andare alla ragione. Per la qual 
cosa, la gente dintorno uditolo, la mag- 
gior parte lo stimarono impazzato affatto o 
spiritato ed i fanciulli presa della mota e 
dei sassi cominciarooo , gridando al pazzo 
ài pazzo, a dargli la caccia ; oode egli spa« 
ventato si messe a correre e fuggire verso 
il Carmine : ed essi dietrogli , gridando 
aempre al pazzo al pazzo , per la piazza 
del Carmine lo seguitarono. Falananua sbi- 
gottito e spaventato si messe a correre non 
sapendo dove, ed a fuggire attendeva, pur 
sempre gridando e lasciando per donde egli 
passava le persone maravigliose e smarrite 
'^t^enHoìo in quella guisa vestito, il quale 
cosi fuggendo era capitato in sul canti» 
del ponte alla Carraja , e seguitando il 
cammino, impaurito per lo rouiore e per 
Io strepito de* popoli, inverso il ponte s*in« 
dirizzò, e [tuttavia dai sassi e dalle strida 
accompagnato su per lo ponte prese la 
strada , dove quasi alla fine giunto, trovò 
va carro nel mezzo della via, e non so oht 
Lasca» i5 



» ^« w^ * 



MMIM di. pifljti»* e moli ft asioi ctfictd.À 
yii^ io. modo « che («Ito. iDgpaiENwiM^^ 

fawtr ft potesse t ie. pfime U carneo J^ej^ 

ri b ei ifle paMaodp , boo . aireittró ap«|Àto, 
iliiadà t oQ^e Falaoepna > aeDdo' jipròjui* 
ap.4>atro dalle fromlK>te«4aUa fiaara^d^ 
fé grida 9 taTi io su le spoode per lar.pt^ 
ipsto; ma come Tolleja sua sciagont 6t 
ftt la firétta o perchè quei paonecct se fjSk 
tfnnlnpp^ a* piedi, o come ella 8Ì*a«« 
oasse, /idrucciòlando se orando io Ar^Oi^' 
tra in quél tempo Tenuto in Fireoié ira^ 
Fiammingo, grandissimo maestrp di lar. 
iEi^ochi laTorati , e4 essendo stato alta $i« 
enoria ed al GonfiBlonìere 9 s*era captata 
ai &re e mostrare segni dell* arte sua mi^ 
ipcolosi. Ed appunto il giorpo per laro 

n missione, due de' Dieci di ^ue|Tai ci^ 
de* Collegi, ed altri uomini nolnli e^ 
Imputati della Qtti erano andati per Tede^ 
re^dun certo. oliQ artifisiato la pcova^ chm> 
nedeva subito che egli toccava Tacque, ^ 
al ponte a Santa Trinità Tenuti ,. aTeva^. 
^«ei oiaestro d* una sua ampoUa ncll* «r 
CfUa d*Arno T olio gittato, il quale to^^ 
atp che r ebbe tocca, così a*aTTamp'^ ed, 
accese , come- da fuocp , sannitrio o ^olfoi 
^ atato tocco fusse, ed ardendo in buono^ 
spajbio s*allar{^ò; di che i Fiorentini noi^iri 
tatti restarono stirj'ri e mriraTiglicsi j a 
cosi per r acqua . Jìparso sp n! auda-va J^ 
tdudo iLcono gi^:pisr ^ vielia ar^^ado ) ed|| 




;tb tn 'la metà fMMato il ponte -Mt 
Mtto r ukiaa pila ^, <|uando -Fa^ 
ea d endo ndraocpm ginntp pel? 
eerle nel meno di queir olio ardeMe « tt; 
qttàle, oooia te cndni fus$e stato iaApecìato^ 
ae gli .catfaAc4 oddotaD. Falanaaiia afenÌ0 
eoar T ajolo dell'acqua » e poi ddk rèni 
vioanitD pooó danno dalla pereoMs, anoorf' 
dj^ fniie andato per fino al fondo ^ enr 
tornato a galla e vitloei in piedi» percioò*' 
ohe raoqna f^ daTa appunto al bellioo; B&| 
^r^endo e j^ù tenieodo la fiamma » efa^ 
raraera* oonunciò a ttridére ed a gridavf 
^{iianlo gli xiaoiva daUa gola , e con If 
mani a^ajataTa quanto ppleta gittandoii 
déir acqua addosso, e cosi facevano le geuf 
ti che per Ja porticciuola erano corse ìÀ 
grari qnantilà per sjutarla; ma quanto pi4 
oeroaTano ammorzargli e spegnergli quelt^ 
fiamme, tanto più glien' accènderà no. Sic» 
elio il poTcro uomo attenderà a urlerò* 
con si alfa Toce, che risonando già per 1# 
corso dell' acqua , si saria potuto seotirfr 
ngeroIoDiente per fino a Peretola , e dime» 
Mindosi e scontorcendosi in quelle fiammica 
aembrara nna di quelF anime • che mett|s 
Sanie neir tnferDO ; ma ardebdolo il fuo-* 
co^ e * eonsomaudolo a poco a'poc^gli 
tolse la Tica. Le persone, die erano an> 
4late per dargli ajuto, lo avevano intanto 
e con funi , e con legni tiralo alla rivani' 
jEiìeBtedimeno non reslava d'ardere anooHK 
perchè qoanto^ pi^ -acqua- {pUandoglt eiJU 



^Oitp ^ per ispegnere %iùj^mvmno » Uatè 

£*ù gli aoceodcfano é.outrrraDgli il fnmaf 
modochè Agli en di già quasi tallo eoB« 
aamaia ed arso ^ e sardibe arso e coimif 
malesi af&ttOy se non che il Fiammiqgs 
terso al rumore, si fece dare ddr.olio o^ 
dinariot ^ spargendognene per tatto, teot 
in aa sabito cessar Y ardore t è tpc^Mr 
totalmente la fiamma, con grandissiaBO sta- 
m>re di tutti coloro , ^che lo TiderlK Hi 
Falananna rimase di sorte, che parerà ui 
ceppo di pero verde abbronzato ed arsio* 
do. La Mante, il Berna e monna Antonia 
avendo inteso come Falananna era risuici* 
tato e corso via, dolenti d'ora in ora Ts- 
apettarano a casa, e appunto f^te Berna 
ae ne voleva andare , quando venne lor 
la nuova, come egli era cascato in Amo 
ed arso. La qual cosa e per la voglia, e 
per la maraviglia a prima gioota poca 
credevano; ma tuttavia sentendo rinforar 
la cosa , il Berna cosi come egli era da 
frate, per certificarsi^ si mosse, ed arrivato 
al ponte alla Carra ja , e giù sceso , vide 
il misero Falananna cosi abbronzato ea 
arso, che d*ogni altra cosa aveva sembian- 
za da uomo m fuori, e piangendo con gli 
occhi , ridenrlo col cuore , se ne tornò a 
confortare la Mante e monna Antonia , 
che già dai loro parenti erano state visitate, 
d* un tanto orrendo e spaventoso caso , il 
quale a ognuno, che lo intendeva, pareva, 
siccome agii era, stupendo e maravigUoisift- 



IM 



VOTBLLA IT. %t^ 

tfflBOy non si potendo aocónciare nell* à«^ 
niiiid^ cbe un uomo potesse cascare tu 
Arno ed ardere; pare poi, intendendo il 
modo» ne restarono soddisfiitli, ìnorescen- 
do a ciascuno della nuota e non mai pia; 
udita sciagura di Falananna. Molti 



do ohe età gii fusse accaduto per opiera 
di streghe • cui per fot'za d* incanti e d^ 
mille» altri per parte dì negromansiay ed 
mitri per illusione diabolica ; pure la mag^"^ 

£'or parte degli uomini s' accordava , cho 
dia sua scempiatezza e pazzia incompa- 
rabile fusse derivato il tutto. La ManOs 
dopo pochi giorni , sendo per virtù del 
testamento diventata padrona della roba JA 
-^coluiy con volontà della madre e dei pa^ 
renti tolse per isposo il Berna, e pubblica« 
aaeote fece le nozze» col quale vbse poi^ 
gran tempo allegramente » crescendo sem- 
pre in roba ed in figliuoli alla barba di' 
Falananna» il quale, come avete udito» 
^ascò in Arno ed arse. Il che sendosi dipoi 
messo in proverbio , ò durato per innno 
•i tempi nostri; onde ancora a certo pro- 
posito si dice spesso , cascò in Arno ed 
arse. 



^'•9*mm*mméi*i0'^ammtÈaÈtm 



«ti 



NOVELLA IH. 



Ida Lisabetta degli Uberti innamorata^ 
toglie per marito un giovane povero ^ 
ma virtuoso, ed alla madre^ che la 90* 
leva maritar riccamente^ lo fa irttendo^ 
re; onde colei adirata cerca di disfa* 
re il parentado. Intanto la fanciulla j 
fingendo un certo tuo sogno^ coWajuè^ 
et un frate^ 'viene con buona graeia 4fl> 
la madre agli attenti suoi. 

^a tnai in questa sera e ndla pafiala 
le donne n^Halmeoie e i gioTaoi arefan 
riso di yo^ìSL, questa noTella di llloridd 
gli arera tatto ridere di cuore e da dore- 
rò» nò di ridere si potevano ancor tenere; 
benché n qualcuno per le rìsa gli dolesse^ 
ro gli o^hi e il petto , e più averebbeM 
riso 9 se il fine Teranieate troppo cruddft 
di Falananna ìion ali avesse rattemperali 
un poco 9 stimandolo nondiflWD^p cosi ya- 
lente lavaceci » come si filsse, o più, mae* 
atro Simone da Villa e Gdandrìno» Blfii 
Gala tea 9 a cui toccava la volta, cosi gra^ 
aosamente a favellare incominciò. 

Nella mia novella, costumati giovani., 
e voi oneste donne, non saranno già ca- 
si ne tanto faceti, ne tanto piacevoli/ 
quanto nella passata ; ma uno aQCoraimen* 
t# ed uno spediente preso da uu% ùuatmà' 



)À iaiuniorata ìnteado dì nccootare, o^ 
•e io non mlagaano, nfrafjgiia Aon jiio- 
cola ▼! arrecherà , Tegsendo lare mattlar 
ooato del)a bontà e della Tirtà t ohe, ì]^|ii 
licchezse » deile graodea^ee » degli paori e 
dei* favori del mondo; e soggfansè. . 

Monna Laldomioe defdi iJberli ., doh« 
uà nobile e ricchissinia dma nosipa cattai 
rimaie vedova .con una ligliuola chiamata 
ZflsabeCla » tirtaosa non pure f ma be|k» 
aima j^ maraTi^a*. Eca cotljei da mólti gio- 
rni nobili e ncchi chiamata eTttthMrva- 
ta; od etserido oggimai nel tempo di àp* 
yrpnì maritare, per conseguente richiesta 
alla madre mille yolte ogni . giorno p non 
.tanto per le qualità sue lodefoli e per le 
jbdleafze, quanto per la dote grandifiima.j 
che ella aveva « e per la speranza dell* ck 
redità. Ma la madre , per la gran .rc^Uà 
che la figliuola fusse ben maritata , nqn 
ai sapeva risolvere a cui dar Ja volesse* cer- 
caodone. un maritò giovane , bello* ricco^ 
nobile^ discreto e c<4stumato; dimanier^^» 
c^ò a ciascuno mancava sempre alcuna 
delle parti sopraddetle» e non si poteva ab* 
battere a suo modov In questo mentre la 
Lisabftt^s*era innamorata fortemente d*un 
giovane 9 che le stava a casa allatto , chia.- 
mato Alessandro, per ogni rispetto riguar- 
devole , salvo che egli era povero , e se- 
condo la volgare opinione, non troppo 
nobile, ma onorato e benvoluto da ognu- 
no, che lo conosceva. È perchè egli non 



■l 



^▼•▼a né padre ne madre » ne fratelli n4 
•orelle» solo con una fantesca TiYendo^ 
attendeva agli stodj delle baoi|e lettere ^ 
e perciò si stara la maggior parte del tem« 
pò in casa» dove la Losabetta per vederlo 
Teniva spesso sul terratzo o a una fine- 
atra, che quasi tutta la casetta di lui sco- 
privano. Laonde Alessandro, che era sag- 
Sio ed accorto ^ in poco tempo s* avvide 
ella cosa , e per tal modo ricevette lei 
nel cuore » che ad altro » ne di ' uè notte 
pensar non poteai^ e maggiormente poiché 
2Ulla fanciulla gli furono giltate non so 
che lettere» tanto ben composte e con tan- 
ta facondia » che gli arrecarono grandissi- 
ma maraviglia» e gii raddoppiarono in mii- 
le doppi r amore» massimamente udendo 
il bene incomparabile, che ella diceva di 
volergli. Per la qual cosa» seco slesso pen- 
sando » gli parve di tentjre e vedere so 
ella volesse esser sua sposa, e segretameu- 
te fare il parentado» il quale fatto cne 
aia» coQverrà pure che sia fatto, dicendo: 
Se ciò m'avviene, chi di me viverà poi in 
questo mondo o più felice , o più beato ? 
£ subilo le scrisse una lettera» dove le a- 
priva Inanimo suo. La Lisabetta» senza tro- 
po pensarvi si risolvè a volerlo» avendo 
inteso» oltre alT ojiiaion sua , per bocca 
d* uomini inteodeuli » quanto egli avesse 
in se dottriiili e giudi/io» e quante ottime 
qualità si trovassero in lui » giudicandolo 



Ad9 pur btttfMb' ditpmMto^ « 

fe^ ma otdii6 Mcranitori diiW foé «te* 

«hfWei dnMdaeliè tTcndogli it l^iir iiwiit 

•iÉiidro Mlettdo di mini al mo lite» «Mb 
TkJQto di' aÌM 'iK^ab m sol te^M«fU di Id, 
k iròTÒ tecoodd rMdtne tirffei ' fitHi^ tAi* 
•spettava; è qiiiodi di molte' « tarie^dìi|ll 
'«MgiòQato , altro pcst * alloft ìipn le* tmif^^ 
«ka badai^la e' dafle TaneDo , haoiaftdàp; 
Mute elb irolle , ia cura a lei di acò^ rit ii 
it parentado , e così '^nteiitissiai I tulli 
dalV altro si pirtifono. Moooa LaldoeuM 
mtauto si risolvette a voler dare la Lba- 
lielta a Biodo figiìctòlo di messer Céri 6pt^ 
&a / uno d«* primi cittadini alloré di Tf- 
rena^ / aocorchè in tai pochissime deCè 
òondfsioni 9 che ella' toleva , si rtirotassé^ 
jo ; ma là Lisabetta « che il tutto aveva 
ifiteso 9 antidpato il tempo, ooa sera dò* 
pò céna alta nladre raccontò dì punta ià 

Iiunto ordioatamente quel tutto ' che tra 
ei ed Alessandro fosse occorso ; di cèM 
mònna Ijaldomine adirata fece un romita' 
grande » e * che non pensasse mai t che ti 
Parentado andasse innanzi 9 e dbe non vo* 
leva à tiatto nessuno; e la mattina per 
' tempo li menò seóo 9 e lasciòUa nei mo* 
xmsterOt é tornala a casa mandò per mes* 
i^r Greri » e narrogli ogni cosa, e tra loro 
disegnarono di dirgliene Venuoaiaré a jo^ni 
modo, se non per amore, per iForM, rdi 
scrivere a Roaaia, e cavar dal Papa per 



» 

vìe id& dftttarì lettere al YiciHrio »- ohe sptto 
Mila di ioomotiicasbae facciano Atornars 
il parentado. La Toce si sparse per - Firet»* 
se > Bè d' altro per allora ' si ragioDava» ed 
Alessandro decoroso a morte termameate 
eredeta- non aver a fare- altrimenti le iio^t 
se eoa la soa dolcissima Lisabetta, e gii 
^ avéra fatto faTellare messer Gerì , . e 
.abigottiiolo di maniera, che egli slesso «ioq 
aa^vaclie farsi t né poteva « innanti .che 
idtio seguisse , intendere Y opinione della 
iancialla^ la qaale non potendo uscire, dei 
«lODaslero , nò aTendo comodità dr poi^ 
ter mandare né imbasoate , uè letteve al 
ano Alessandro y dubitava che egli non 
istesse fermo, e per paura non si condu- 
cesse a renunziarla , sapendo benissimo 
rautorità e la potenza di messer Gerì; di 
^che ella vivcfa pessimamente contenta , e 

Jtìomo e notte pensava di mettere ad, eff- 
etto * il desiderio suo r e mille partili m 
-mille modi ogni ora si .rivolgerà per la 
fantasia ; pure uno fra gli altri si uelibe- 
rt di provare, e per .questo alla badessa 
disse, che la coscienza la stimolava ogni 
lira a lasciar andare queir Alessandro po« 
vero , e fsre la volontà della madre , tó« 
fiondo Biodo ricchissimo » e che era con* 
• tenta > considerato avendo meglio i . fatti 
auoi , di dr quello che piaceva a madon- 
na Laldomiae. La badessa ne fu allegria* 
•ima, e subito alla madre di lei lo .fece 
ia«9udere^ la quale iutta JUcla^se ne^fiuM 




•1 mooairtera»' e oon gnnd'affi»^^ 
Mitti e bàuÉfa la figlia , la aen n^àtmm/t,. 
ae la riflaaaò a «aaa t.. arando ia jniiaia la. 
aattioa TegiieQta mandar par*: ma lia ; . O^r, 
fi/ a taoo disporre ed ordinare^ alialoiAOB- 
sa tt fàoaMero quanto pia tosto ai tpolaifpro^. 
Ib la Liiabetta,' per colorir tutta qudlo 
flhaltlla aTera disegnato, dormendo iv un'ai^^- 
tioimera^ come tosto iride - per gli spingli . 
dtf la- fiii^tra essere apparita V alba •• si le* 
vò^'ìie Teline* subito in camera d^àttL-m^ 
dréy e tntta spareatata e con Tcice treau*r 
ie ;~ disse : Madre mia cara, io .ho fatto or 
ora nn sogno , che io tremo a verga » . a 
verga per la paura. Onde che vuoi tu eko 
jio ne faccia? rispose madonna Laldomine; 
non vi pensar più, non sai tu che il pro- 
verbio dice, chei sogni non son veri, oche 
]- pensieri non riescono? Ohimè., disse la 
Eisabetta , voi non sapete, che cose io ho 
veduto! e dicovi che s* appartengono, aa* 
che a voi, però vorrei cbe noi ci peosaa- 
stnlo. E che pensamento vuoi tu famoi 7 
soggiunse la madre, e venne a cadere 
dove la Li^abotta volea , dicendole : Se 
tu pnr vuoi , io manderò per fra Zacea* 
ria nostro co.ifessore, cbe e mezzo santo » 
ed è un gran mastro per interpetrar filasti 
aògoi. Deh si , per quanto ben vi voglio « 
sonito. la Lisabetta , mandate per lui, che 
mi par mill' anni d* esser fuori di queste 
travaglio. Laonde madonna Laldomine » 
Chìaniata una delle fantesche» le impo« 



renali'* irtV» i37 

s« clib ft Santa Crdce lodasse ^ e ' da saa 
parte dicMte a' fra Zaccaria, che venis- 
'se allora allora 6iTo a casa per cosa- di 
grandissima imporUnza. fira questo frate 
religioso d'ottima fama , e 'più' ripieoo as- 
sai di boDtò', che di dottrina, persona sem- 
p)ic6 e divota , il qnale udìu ta imhascia* 
ta , se ne tenne prestamente a easa mon- 
na LaldomiDe, e la trovò in camera eoa 
la figlinola , che to'altendevano/ le quali 
fattrsegli incontro, con- rivereau ooora- 
tamente la riceTetlero, e fattolo porre a 
sedere, elleno arrecatesegli a dirim|ietlo , 
aspettando il cnmpagQo in sala » ' comÌBciò 
così madonna Laldomìne a dire : Padre » 
non vi m&raTÌgliate che io abbia - così per 
tempo . ed in eretta mandato per voi, per- 
ciocché qui la Ltsabetia mìa na fatto na 
sogno , che l'ha' tuita quanta impaurita , e 
cesi vorrebbe averne il vostro giudicio , e 
che voi glielo interpretaste. Sorella mia * 
rispose il frale , io farò per piacervi » con 
l'aiuto di 'Dìo, ciòehv io saprò, o qnan- 
to da lui mi sarà inspirato , dieendoTÌ 
primamente che gli è pazzia a por molto 
cara , o dar troppo credenita ai st^i, per- 
ciocché* quasi sempre son falsi; dò m vor- 
r<^be farsene anche 'beffe affatto, e dia* 
pregiarli del lotto , perchè qualche vo)u 
ann veri , e ce ne fanno fede in pìii luo- 
ghi il vecchio ed il noovo TesUmenlt>, 
come si legge di Faraone delle sette vac- 
che magre e delle sette grasse , e cqsLdel- 



le lipide t ed - ancora San» linei cUea^ttel-r 
TEf angelo , che a Gvaseppé'apmfve 'rAn* 
giolo in iogno 9 e gli oomanao chei con; 
la Vergine e coù Crìsio 9e ne foggile- ia^ 
Egitto , allora che Erode cereairà aViaiaiaa>* 
nrlo ; t voltoli alla fanciulla , disse • eh»- 
cominciasse ia saa idsìone. Pei' )a giiat 
Ì00B9L la Lisabetta « abbassati gli oceni a* 
ternt ^ praato* prima fra Zaccaria , ^ le • 
madre ^ cbe per sino cbe ella noa atcws 
finito di dire t ebe fossero conlenli di aMa * 
le rompere le parole , con voce tremante 
cosi a dire incominciò : Jerséra andate*' 
mene a letto più tardi che il solito, noti 
^hccadde obe entrata in i^arj pensieri e di* 
•TCrsi 9 non potetti per buono spazio aTer 
forsa di chiuder mai occhio , e dottnecdo 
mi pareva di essere in su le rive d'Amo 
fuori della porla a San Friano , le quali 
"vedeva tutte fiorite , e sopra la verde e 
minutissima erbetta sedermi sotto il primo 
atberetto alla dolce ombra , e rimirando 
rac4)ue quanto mai purissime e chiare ccm 
dolce mormorio andarsene tranquillameote 
alla china , sentiva meravigliose piacere ^ 
conlento 9 quando mi vidi innanzi agli oo« 
chi un carro grandissimo comparire mez- 
zo bianco come Tavorio , e mezzo nero a 
guisa deir ebano. Dal lato destro era una 
grandissima colomba bianca come la neve, 
e*dal sinistro uno smisurato corbe nero a 
similitudine di brace spenta^ che nel mo«- 
dtr che «ar nostri carri fianno i cavalli ed 



i-.|iarÌT«.iiafUo iirpvftBO. Nel mfevso «iqpai^ 
ta a4 e#0O^«a po^Ui una, aedia^ la neljt. 
biaiica e Talirn oara ^ come . tqtto il ^Mt . 
alame dkl carco «lirai^iaafteiite («f^ala»^! 
DCìHW ^nala fO;. ipentre tniMMiillt .limiiyw» . 
iu>D fo da chi t Dc cmoe * lai posta j^ Mf 
^ere;ffia oca vi fui cosi ioato deotro^ dbft^ 
Ja caDdi<*a colomba ed il tetro corba.* apior 
g»ndo Itali. piò feloci 09«ai cbov^ìl fontor^i^ 
af 00 girono per Taiia Talando^ e pogr 
giapda air insù » tutti i oeii mi parto '^brt: 
poisafisero. Ora laaeianlo indietro . te mar*- ^ 
iri^iOvcbe io vidi^^ mi gaidarooo a mod^ 
fiflUro iQ QUO apaxioaiasimo salotto tutKi 
tondo , ;.e : postomi nel mezzo a piò d -ano • 
gcaodissima palla ^ mi lasciarono » ìntorn<> - 
aUa quale tre gradi .staffano di beUisaimi. 
giovani 9 i primi di xorde erano Testiti^ 
di bianco i. secondi , ,ed . i tarai ds .rossok 
Quivi oondolta ritrot an(|omi , maxavigliosa 
• timorosa aspettava quel che seguir no 
dAwase , quando quella grandissima palla 
acoppiando ai apei:se , e rostovvi una sedia 
attiasuDa, che pareva che.ardease^ e su vi 
era un giovane a sedere pur di fooco ve»* 
atito , e di fiamme accese incoronato. Ma 
quando egli volse in verso di me ilvjso^ 
gli occhi miei debolissimi non poteronot 
aoffrire tanta luce ^ per ciocché miUe yfoUy 
teiera più risplendente di. quella del aole^. 
onde abbagliata mi fu forca chinargli a 
terra « e per buono spazio tenendoli chiu# 
ai 9 bC accorsi poi girandoli intorno i cbt 



y 



dal soTerrfaìo spleudore ehi cieca ditenti^. 
ta. Quando con la Yoce , che pareva d*uii 
lerriluli 881010 laono , o<Ui dire ana parola 
Bon mai più udita , né mai credo nel moii^ 
do farellaia , onde subito , non Temendo 
da chi , mi sentii portare ; e dopo ionijft 
pezza aggiratomi, fui in terra posta , sc^ 
condo che brancolando mi pareva seolire» 
iopra^un erboso prato , e di fatto una T0C6 
umana udii , che disse: Figlinola, non do** 
bitare, aspetta che ria ver ai il tedere; ài 
suono delie ctii dolcissime parole Toltami» 
e risponder Tolendo , non potetti quel che 
aveva nell* animo far noto con la lingua » 
e di cieca mi conobbi ancora esser muto- 
la divenuta, e non meno dolente, che pau- 
rosa attendeva ciò che nel fine esser di 
me doveva , quando da persona viva mi 
fu presa la destra, e dettomi : Distenditi 

S[uanto sei lunga; ed io obbediente, cosi 
atto , appunto arrivai con la fronte alle 
fresche onde d'una fontana , e distenden* 
domivi dentro la mano , mi c<»mandò co- 
lui , che gli occhi mi lavassi , e con le san- 
tissime acque mi lavassi tutta la faccia ,0 
subito ( oh cosa miracolosn ! ) riebbi la vi' 
sta , e girato gii occhi intorno , fui da co- 
si màraviglioso stupore sopraggiunta , che 
per Tallegrezza e per la gioja pareva che 
il cuore mi volesse saltar dal petto ^ veg- 
gendomi dinanzi a un cosi divoto Eremi- 
ta , d^aspetto venusto e severo. Il volto 
aveva squallido e macilente , gli occhi ddl- 



ri • fra?i , la. barba folta e lunga per ili- 
fino al petto » le cbiome distese « e aopra 
le tpi^Ue cadenti i peli dèU'ana e dell «U 
taf i Capelli sembraTanò fila di puris&. 
mo e sottile ariento tirato., le Testimenta 
erano lup^hissime e finissime di color dd- 
In lana, cinto nel mezzo con due fila di 
flessibili giunchi » in testa aveva di pacifica 
Dliya leggiera e vaga ghirlandetta ; d^c^ni 
oner, certo, e riverenza degno. Il prato, 
dove io* sedeva , era di molle e cosi verde 
erbetta , che alquanto pendeva in bruno* , 
distinto per tutto, e variato da mille di- 
verse maniere di soavissimi fiori , e quanto 
Pocchio mio scarico poteva vedere intorno, 
tanto durava , e forse più assai la lietis- 
lima pianura , senza esservi albori di sor* 
te alcuna. Il cielo di sopra si scorgea lu- 
cente e chiarissimo senza stelle , luna e 
iole. Sedevasì la persona divina sopra un. 
nievato seggio , che era un sasso vivo cir- 
condato duellerà da ogni parte ; veder vi 
i poteva uoa già non troppo grande, ma 
raga e dilettosa fontana , non da dotte o 
naesirevolì mani artificiosamente di mar- 
no o di alabastro fabbricata^ ma dalFin- 
{^nosa natura puramente prodotta ; le 

Cnde deir una erano di freschi e rugia« 
i gigli, l'altra le aveva di pallide e saii^ 
[uigne viole ; Facque della prima sembra^ 
ano molle e tenero latte , quelle della 
egpnda parevano di finissimo e nero iiA 
chiostro. Ora mentre io rimirava indenta le 
Imscq. i6 



I «It »' »■'* ■ » « IP I 



-de i« Ì9gioocc4Mf^^ix)^U «* piedi » i 
4q il qpt^ljio. cbie io i«pe?t, gli, n 



^ink MMft' il: «into Tecpbio ini .'(wpiediWf 
.^fd Ja. Roo- iftante.mi tornò la.. fiv? q^A J <»* 

«udlefa 
MSK» qa^odo eg|& rorògodawi le pwiH 

Ii^, diwf,; Ahbi. ann, ediligeatenept* At- 
jte«di a qn^l che io fo.t cli^ ogni oo#a.ai|ii 
. tilCo a lao ampaff eatramento. ; 6: . |«p4p • w 
..meno Io doe fo^tanct, eoa la .tua d^i^ 
.m aaa^o yiocolevo pr^8^,\e aalla fi^pif.i 
.jehe;guanJaT4 air oneotet lo gìttò t^ m^ opp 
.idi.ti9$tp le UaneUÌMiiDe aeqaa cU^ ùpl per* 
coste Ikrono^ ohe di .quelle si jn\% .ai|Oh 
,re Pn bambiMO biancogo. e riooiotiiiqt di 
.iraggi di. stelle e divino splendore circon*»' 
dato ,. c^ntaudo e ridendo irersa il cido 
Inlto aih'gro salire, e come scegli airesao 
J'eli' avuto, in su volando andò tant^altn, 
fche io Io perrlei di. vista; e dopo con la 
«aìnistra mano un alU'o sasseUo prese « e 
.lieir.alUa fonte, air ocnidenie volta gitU|- 
tolo y subito da quello la caliginosa acqua 
.toccarsi ^ide visibilmente uscire un altro 
ibambino livido ed enfialo tutto quaptp » e 
.intorniato di rote di fiamma ancesa,.e €0« 
^e se. egli ardesse si scontorceva e dime- 
9ava« la an tratto anertasi la terra dinansi 
agli oocbi o^iei si lece una caverna pro- 
indissima « nella qaale gridando ^ e airi-* 
dendo quel bambino si messe alP ingiàp^ 
vcipitando, ma prestamente inghiottitolo, yt 
teriò la fessura, e tornò la terra al paride 
•come prima erbosa e. colorita. Allora Tuo- 



di Dio c h m m aiaini , eh% qamu semiviM 
ilAT» » toprn ié Tedaie cote mantiglioM 
ymmnd» » dine : Figliuola , m la fiinu quii 



tua i# 9*aii4rà caiae qnd . bai^biad^ , 
cba usci di qudla foBiana ^ e motlroauiu 
^eUa di ,htt« « € jpoi acfgiooae: Se la 
tomperai il odiose ai DiocoioaiìdanMiloit 
IWtrOy che di qae$l' altra oiqk, nel -pr^« 
. fMdo dell* inferoo li liirererà; a perpetoo 
eopfdiiie eoadannaia, inneiae Qua. qoeiU 
•di loa madre S'Onde io iafra paam e spe» 
fama 9 4«toro6a ed allegra eoérispo»!: 
Setto di Die , coHiaadaie pure , che- io tqa 
fw br fallo qoel che> piace a TOi ed al 
flue SigQOi*e ; ed e^li disfe : A Dio ^iace 
obe la prenda per tuo sposo , Alessandro 
•Torelli 9 siccome è lesnuimainenle » lascian- 
<dO' ogni altro p^r^otado , e di più che. la 
dia al primo Sacerdote che li Terrà ia- 
naosi trecento lire « le quali egli doni per 
ramor di Dio ad una fancialla povera 9 
.ebe si abbia da maritare ; e questo detlOt 
.il pral9 • le fonti , il santo Eremita t col 
-eoano Msieme sparvero in aq tratto Tta 
da^ occhi miei ^ e con mi risvegliai ; .e 
:qw si laoque. Fra Zaccaria « che quasi una 
nev^ora intentissimo /^e colei parole era 
alalo, e piena fede prestandoley non pen- 
tendo che un^ cori leaera fanciulla avesse 
poloto da se Messa m^ trovare e ordina- 
re aea cosi fatta trama j stupido e mara* 
▼iglioso ogni cosa minatamente consi4er|h 



lo , u Tcte m madonna 'Liidoaiina'^ 

E*à ti era oniccitftai^ e Tofoira ||ndara 
6glÌDo)a « e dille che di gnutia tao 
a particobormcnte dalla Liialìèlla «jsilea 
narrare qnaoto tra lei ed Afcnandgo ^'(ì^ 
caitò fone; e lapendo ^!oaie di liiufMIzyU 
Ui li doveva maritare a Bindo « • |ier via 
del Papa stornare il primo e • vero pare|l^ 
tado , si -pensò che I)omeneddio 'pct ì^ua- 
•la cagione- Tavesse fiaila sognare. Per k 

Kal cosa', Toltossi a racconsolare •aamoa 
Idoniine, le fece una bella pivdìdhella 
•opra il matrimonio , e ncHa £ne oaiMfaici- 
se a lei ed alla Lisiubetta , che il pareli- 
tado con Alessandro iìod sì poteva per 
modo alcuno disfare , perciocché veramente 
egli era sposo della fanciulla , dicendo» che 
quello che ha congiunto Dio, l'uomo non 

Jmò né deve separare, e che le f«>rae e le 
^gi del matrimonio sono più forti e mag- 
giori che [>er avventura molti non si danno 
ad intendere. E tornando al sogno tatto 
Fespose parte per parte , confermando nel* 
1* ultimo quelle due f<intane , Tuna bianca 
essere lo stato dell' innocenza e della gra» 
aia , Taltra nera quello della malitia e dei 

Seccato , signiBcando loro , ohe se elle non 
icevano la volontà di Dio , alla 6ne della 
vita se n*andrebbono nel profondo del- 
r inferno ; dimodoché a madonna Laido- 
mine pareva già essere nelle mani di Ma- 
lebranche , e stava messa sbigottituccia. 
Il buon padre sapendo che se la Lisabet» 



MrTELLA fili S4S 

là iioQ TiinMieTt a J AIe8saiidro> la limo* 
ma deHe treceoto lire aoderebbe alla gra* 
8^9 ajutaVa.qnaDto egli* potete la cosa ^ 
anoorcbè la fusse ragioncTolisiiiiui $ ed a- 
^Hnào^ Alessandro per giovane studioso • . 
letterato , non solo per costuinalo e buo» 
iMtf persuaderà madonna Laldomioe a dar- 
l^ela ad ogni modo ; dicendole che le vÌF« 
la in questo mondo erano le yere ricchez* 
M 9 e dipoi che la sua figliuola , essendo 
da per se ricchissima , non aveva di biso- 
gno d* uomo ricco t ma di uomo da bene^ 
ohe sapesse mantenere e accrescere le rio- 
o&ene t usandole liberamente quando Toc* 
éasione venisse « e secondo il bisogno ^ a 
che a questo affare non si poteva trovar 
giovane in tutto Firense più a proposito di. 
Alessandro, tanto che nella fine fece ca- 
pace alla vecchia essere cosa non pure o- , 
nesta , ma giustissima dargli la Lisabetta » 
o per dir meglio, confermargliene, poi- 
obe per volontà di messer Domeneddio se. 
l^veva già tòlta ; anziché facendo altri* 
menti , come detto aveva , procurava la 
sua dannazione, e della figliuola insieme* 
E neir ultimo disse e fece tanto , che a 
madonna Laldominenon rimase altro scru* 
polo nella mente , che licenziare messer 
Gerì, il quale sapeva averne sc^rilto a Rc« 
ma, favellatone al Vicario, a tutti i ma* 

g 'strati , e messo sottosopra tutto Firenze* 
ode cosi modestamente favellando a fra 
Zaccaria , rispose : Uomo , avete tanto bene 



Mpote fàfiaàà&n • era l^mfmSfikmm^M^ 
MMiO# • eon le va^oni^ • «• AmI 4|ll»«¥ 
MI teeeer em k mano # tkm tmìm^ * 
dsQa quale pie «omo tango 



reterò oòiorcon analla dillÉ màmÈAÙtt' 

•* Io aen^ 



ao n^anderebbe a 

oonfenta di fiirc ei4 che ^ irnlclo# 

ap eone farmi a Itoéonere'nMaiv^Qeelft^' 



troppo mando ae«Moiik 
ilio qoah eew mtmm.m 
ìore no te Amè» m Sfia^ 



almi iirniuTiarlo; 

finte : BCadoofia ; 

Ala mlote deironinHit non InmÉmÉ «vo^ 

m uè toipetti ^ né ritpetii ^ o w ^n pieee^ 

io ter carità andrò a trofarlo « o to ^a io 
lo^ tarò contento- o mostro amico. Ohimè 9^ 
grada t rispose la donna « che io te ne pio* 
go 9 e Toglio che tatto <|[aeslò parenlaéo « 
goidi per le Tostra mani , e ohe iM abM 

5 nello 9 che prima lo facciate intendere nd 
Jessandro ! La Lisabetta , queste panilo 
cosi fatte udendo, avera tanta allegream» 
che ella non capiva in se stesm; oi ékk 
madre cosi disse : Egli si Tiiole^ che Hk^ 
nana! ogni altra oom le trecento lire no» 
no date al padre spirituale per fiir la li» 
mosina a quella povera fanaulla 9 che ai 
mariti. Bra dicesti, soggiunse il frate ^ 
perchè nel mondo non si può far còm più 
accetta a Dio , che V opere della miseri- 
cordìa ; e sapete che appunto io ho una 
nipote cugina hene allevata e di huooi co- 
stumi , che SODO due anni , che ella ave- 
Mhbe voluto marito , o sokmente. è reata-^ 



ÌÀ ^ non A^et dote ; )>erieioòcÌiè Mio pkr' 
dfte tenào tessitore ; e aireado la ttièglié tà ' 
dkri figli tIoK ^ àppent egli può gaaaa|iiar 
Mtilo > che dia lòto le' s(MSsé ; oertefiletite 
ofiért pietoiisNiiie satà ^ttestài Pel* li qiìU- ^ 
cò<* « madòiiQà Laldomitte fMta nnh ps^ 
Km k1 Ifate t che le trecento lift gK mn 
•èro' pigaté al haneb de* Peraxii ; k> pra^ 
g6 òtte dcpé fosse ctmtetitò di fai* Vopert 
i^ii messef Oéiri. Frate ^kcearia tutto al* 
U|rò hi psLtA dà litro «che fli&àseto ^tìle^' 
tìÈtàmh f knàrtittftineille la Lisabette ) e te 
prtàiA còAà t tfhè foce il buon ùadré ^ fìt 
il' risqubterft i détiari e portatseli a essa « 
de* qtlali poi a luogo t tempo uè ioiArité 
U sua nipote « e quando fempo gli pa^te| 
aè n^ttdò à ttdvar messer Oeri « ài quale 
fitto Un proeiuio gr&udiiKsimo » lo tiro at- 
te toglie éue , come colui che ti lasciàTa 
thtbtré tóììe ragioui , avendo nel frate^ di- 
ir6tioiite e fiducia gtandissiifia. Onde fifa 
2hecatik , riugràiiattflò «cnoatnaitkettté , te Ae 
aretine a ti^otar le donnea che L^aspèttavà^ 
2ib, e narrato lóro il tutto «.fece cbtadiaré 
AlliMandro , il quale pUre allóra era torna* 
tu a desinare } e poionè egli òon allegret* 
sa infinita fu comparito , il buon padre fat- 
toselo sedere a airimpetto in compagnia 
delle donne 9 gli fece un bellissimo aisoor- 
so di tutto quello che era intervenuto , è 
poi gli' disse come la sera , ordinato uno 
aplendìdissimo convito $ coleva Che in pre^ 
Muta degli amici e dei partati sposasse li 



Lui^bi0||» tve ijpA reììMfi à^mooaréop àmif 
Mxitjl^ ^n *per la mattiiuu La iòa po« 
Km woero le bone belle. • ^^MtogDÌfioM^ 
àawAn pittoensa del pereglpda V Alwiendfp' 
pulA^icMBeate 4fBtte r«iiello éUa fiuKmllet 
e ioimà la nolte. seco. L« quel opta apar- 
fg^ùÓMì per Firense,« piacque nnoralineii^ 
le. a ognono « e ne forono lowle aMai là 
madre e là fij^iaola. Aleyendro ddla eoa 
iKifera e picoola caletta ludto » ed in qad« 
fa . ncohiasima e grande entrato , ..ai «gué 
al governo $ non abbandonando . per& idi 
atndj ; dimanierach^ in poco tempo ài n« 
ce ncchissinio e ▼irtuosissimo ^ e in guiM 
tale apparì magnifico » saggio ed onora- 
to cittadino , che la Repubblica t per' casi 
d'importanza se ne servi più Tolte dentro 
e fuori ; e cosi crescendo m onore , in ro- 
1^ e in figliuoli t non senza piacere e con- 
tento grandissimo di madonna Laldomino 
San tempo visse. E cosi Tavvedimento d'una 
. nciulla innamorata vinse la malvagità della 
fortuna 9 e procacciò a se contento mara- 
Tiglioso 9 diletto e gioja « ed ai marito pia« 
cere incomparabile, comodo ed onore , uti- 
lità infinita « fama e gloria alla sua patria^ 



H9 



NOVELLA IV. 



Lo Scheggia , il Pilucca ed il Monaco 
danno a credere a Gian Simone Berre^ 
iajo di fargli per forza étincand andar 
dietro la sua innamorata. Gian Simone 
per certificarse^ chiedendo di veder qual- 
che segno , gliene nu>strano uno che lo 
sbigottisce ;- e non gli piacendo di ^if- 
giutare j operano di sorte , che da lui 
, cavano venticinque ducati, dei quali un 
pezzo fanno buona cera. a^^ÌJÉ 



T 



osto che Galatea Tenne a fine della 
•aa favola , non troppo rìsa ^ ma lodata 
assai da ciascuno , Leandro , che dopo lei 
sefiaitaya , piacevolmente a favellare inco^ 
miociò 9 dicendo : Poiché la sera passata 
mi convenne ^ come volle la fortuna , belt 
lissìme donne , e voi cortesi giovani , far- 
tì 9 narrando gì* infelici e sfortunati avve- 
nimenti altrui , attristare e piangere « io 
ajreva pensato con una mia novella questa 
aera , rallegrandovi , farvi altrettanto rì- 
dere ; ma Florido mi ha furato le mosse , 
e non so come questo mi si verrà fatto , 
poiché tanto della sua vi rallegraste e ri* 
deste; nondimeno ho speranza di ralle- 
grarvi , e di farvi ridere anch' io. 

Lo Sche&gia ed il Pilucca , come voi 
potata avere inteso t furono già campagoi 



Mlvtì e fiioelit td uomtoi di liinm tmiM»~ 
é deir arte loro ragtoncnroli maestri ) cbl 
Vvmo tu orafo « e 1 diro tenitore» e be». 
che feMero an«r che no poveri; enteo nM^- 
mici cordi^K delh fatica t boetido la mi- 
glior cera del mondo; e non n dando 
pentierh di cosa niàna» aHegrameùUl Vrva- 
Taoo. Tenerano costoro per aorte amieiala 
eoo un certo Gian SimOM' Berretta^ 9»iA>' 
mo di grosso in^gno* ttìì benestante, il 
^ale altorà facèta la bottes» in 'siti ' can^ 
to de* Pecori , ed in nn rondadiMto di 
impila teneva risgitnAta , e ihastf mamenté ii 
Tenm^^'dpve spesso lo Scheggia ed il Pi- 
lucca yetiWano a passar tempo, gìocaodò«> 
Tisi alcune Tolte a tavole solamente ed a 
germini » e oltre ancora il chiacchierarvi , 
Sftj!)eveva spesso qoalche fiasco. E perchè 
lo Schessia era leggiadro parlatore e taro- 
Tatore oi beUisràme invenzioni , spesse Tot- 
te raccontaTa qualche cosa degli spiriti t 
degr incanti 9 che piacere ^ maraviglia iHm 
piccola daTa agli ascoltatori. Era innanm- 
rato in quel tefnpo il detto Gian Simone 
d' una vedova sua vicina , bellissima fìlof 
di modo ; ma scodo ella nobile e Onestis* 
atma , e convenevolmente abbondante ddi 
beni della fortuna ^ ne viveva mal conten- 
tOt e non sapendoceli come venire a fine 
di questo suo amore , pensò » non atendo 
altro rimedio^ per forza d'incanti, e non 
altrimenti dover poterne corre il desiato 
fruito-; « cUamaCo un giorno lo Scheggia,- 



itt eiu atevft graodisiima fede ^ ^i nuwò - 
ed aperte fallo il desidwio suo ^ e dopo 

£i «Diete e co^ti^lo 4 e ajuto 1 jmvia aT*Q- 
^lo Amo giurare di tatere« La Saheggtt 
^i dine ehe a^eY^laente ai fiirebbe ogai 
cola t «aa che bigognata eonfiirirla ai Klue- 
n » il quale areta un *au<> amico ttliiaaia^ 
te Zoroasifu» che faceta fiire ai ìAiatiali 
ciò che gli parafa e piacoTa. GiaD Sìdiote 
riapoalo atebd^ ehe ai lutto era oonteaM^ 
rioBatero l*ìihra aera di eeoaM iùafeme ftt* 
re in caia Giatt Simone . e di eòmtllta^e 
e deKberare d6 che fosse da fare tutorùta/ 
a questo auo amore. Lo Schenia aHe||Ml*' 
almo* tofeto ehe da lui fu parlHfti^tròTÒ iV 
Pilucca , ed ogni cosa per ardine gli dia- 
ser^ <^^ f^r^ insieme mara tigliosa fé* 
sia t pensando» oUre il piacere* cavate uti« 
le aon ptecolo, e restati quel che far do^ 
Tetatio t n* andarono alle fiiccende* L* altra 
sera poi (sendo per Ognissanti) a buen^o^. 
ra il rappresentarono a botl^ di* Oiarf 
Simone * dal qaale furono * dòpo noù 
Bfeoito * menali a casa , dote fatte aveta 
olrdinare una splendida cena, e poiché em 
4»)>eit> lAaiigìato le fruite, tallóne andare^ 
le donne in camera ^ caddero sopra il 
mgionamento di Gian Simone e del imay 
amore. Perlochè lo Sch^gia pregò il PilUc-' 
ca* che fusse conienlo di Voler pregare 
Zoroastro, che con aP incanti suoi gK pia^^ 
cesse d* operare si che Gian Simone gooeè^ 
se la s'jla innamorala^ e fargliene potafda*^ 



re, OMM a lofiDiii altri aomini. da hBOB^i 

Sari raoi, afera già filila U Pilucca p detto . 
i fare òfoìì sforzo , e che domaoi torne- 
rebbe a rispondere, pensando fermariMole 
d*aiTecargH buone novelle « da lui uldiia^* 
mente presero buona licensat il quale ri- 
mase tutto consolaio e. lieto t psirendo(|U 
mille anni di ritrovarsi oon ì% sua vedoijrar 
I due compagni , latti . varj propositi » se 
n*andarono a letto, e la mattina andati a 
trovare quel Zoroastro amico loro ^ gli con- 
tarono* tutta la trauiatla quale molto/p^ 
cendogli, perchè di simili ^tresche erm den^- 
derosissimo , disse loro molle cose , e niolti 
modi trovarono insieme da larlo trarva ^ 
rimaner goffo ; e consultato che .,il. Piluc- 
ca r andasse a Irovare , e gli dicasse che- 
li Negromante era contento di fargli ogni 
suo piacere , con questo che egli voleva 
venticinque ducati innanzi , A partipono 
da Zoroastro , e il Pilucca , andatosene « 
bottega , dei tutto ragguagliò Gian Simoi» 
ne y al quale parve molto strano i venti- 
cinque fiorini « e r averli a dare innansi } 
e non si risolven-io cosi allora , rispose %1 
Pilucca « che fosse con lo Scheggia , e che 
insieme venissero , che gli aspettava a dte- 
siqare , dove si risolverebbe , perchè- non 
voleva far nulla senza il consiglio dello 
Scheggia. Piacque assai questa cosa al Pi- 
lucca , e trovato lo Scheggia, che Taspetta- 
va. in Santa Reparata , ogni cosa gli nar- 
rò » di «he egli fu contentissimo ^ e ai^da* 



tMi a spàMO un buon pezzo » in ' %xùY ora 
del mangiare se n* andarono da Gian Si- 
mone » U quale come gli TÌde ti feoe io* 
ro incontro «e presigli per la meno, a de- 
sinare ( che stata allora in tia Fiesolana ) 
ne gli menò; e poiché essi ebbero fornito 
dì\ mangiare , ragicvnato della cosa . delizia- 
canto- e deir incantatore baono spazio', 
Gian Simone non si fòleva recare a quei 
Tenticinque dncati , e maggiormente do- 
TCndogli dar prima: pore lo Scheggia , di- 
cendoli che il Negromante farebbe di mo- 
do , che la sua donna non potrebbe vite- 
re senza lui , fece tanto , che egli acòon- 
WltÙ con questo intento , che innanzi che 
i denari si pacassero , voleva veder segno 
deirarte sua, onde potesse sperare di ri- 
trotarse con la sui innamorata. Ben sa- 
pete t rispose lo S< beggia , cb* egli è uo- 
mo onesto ; e vi farà vedere cosa , che tì 
maraviglierete , e vi renderete sicuro del 
tallo , ma avete voi pensato il modo , co- 
me tì volete trovare la prima volta seco ? 
ditemi. Non io , rispose aiirom Gian Si- 
mone.' Disse il Pilucca : Surà bene che il 
primo tratto ve la faccia in su la mezza 
notle venire a letto , e che ignuda ve la 
metta 'allato, e che di poi la faccia in mo- 
do innamorar di voi , che ella non vegga 
altro Dio, e si consumi e strugga de* fatti 
vostri , come il saie nell'acqua ; e lo sarà 
in guisa , che ella vi verrà dietro , più che 
ì pecorini al' pane insalato. Tu Thai da-» 



sSjl ìmsdiml* ama* 



pilaytoggiaiiie Gìas Sittone^ «mi- ti jm 
tèf a psoMr megtto; a oodailo màdo ti ua^ 
aia ; laa priiaa c2i^ io eantt la 
«■alche te^Dio imendo dì Vadara» a 
elle io non mi 4UU di ?oi e,di lai, 
BOB parere una persona -laUa a §mfjk 
aoti fliotltare d^easere sa oooie è boi^ ub* 
Bmbra* e par andarne in litlte le eoat §^ 
alificÉlo; d«l ohajrineaalaton mi MMfà 
mollo da più. Egli non Vi ai poi ^PlP^t^ 
aè, aaguità^ lo ScJMggia» eoi» Ma fiiteO^ 
tf^-t |Mrò domandameni Takra^ ohe è div 
BMnica, noi inaieme oe n* anderemo a tre* 
nn>lo a oasEt là doTO egli ala io Gualfoiv- 
da , e fedrete miracoli; e eoaà molt' ekre 
oeae ragionato, reatali unitamente di rif 
troTarai la domenica aera in Santa Sfuria 
HoTella, ae n*nacirono inori , e Gian Si^ 
viene lieto ae n'andò a boitaga « e i dBoi 
oompagDi a trovare Zoroaslro, il ^(«ale era 
Bomo di Irentaaei in guarani* a^ni 9 d| 
grande e dt ben fatta ptraona , di cirferf. 
nlitigno , nel yiao burbero e di 6era goer- 
datura, con barba nera arruffata e kipge 
qnaai insino al pelio , gbiribiuoao mol^' 
to e fantastica , aveva dato opera ali* nJr 
ehtmia , era ito dreto e andava tuttavia 
ella buja degV incauti , avev^ sigilli 9 M^ 
ratteriy filattieret pentacoli 9 eam|)ene9 
bocce e fornelli di varie aorte da atiUare^ 
erba ^ terra » metalli , pietre e le^ni ; ave- 
va ancora carta non n£ita $ occhi d| lupocer* 
Yiero^ bavB di oane arrabbiato 9 spina - di 



tfanufti^ vr^ 955 

fmee, oolambo» ossa di . morii « capMtai 
d* impiccati t ptigoali e.spa4e o|^e fwVa^ 
np ammazcato aomioi, ,la. Qlu«TÌf^l# ed i4 
Catello dì Salomooe^ jcd evh^ 9. femi «coi- 
ti a Tarj tempi della loM,, e sptto yar^ 
costtHaaioni t e milìe altre gitole « jcIi^m- 
chiere M far paura agli aoim^bj. ,Attei|f 
d^a . air astrologia , .«[Ua;> fisoi|omia.t .Ml> 
tBKbiromaluia e ce qto altre bàjaoce 1^ CfC; 
de^a mollo - belle ttreglie ^ ma sópra . I,iift9 
«gli spirili ^nda^a dietro,, jO cod tutto qii^ 1109 
aieva mai potalo xed^e^.nò .fare .cosila 
cbe trapassasse 1* ordine della uatora^i |^^ 
che mille scerpelloni e. uot^l^coi^ intcìrfif 
a iciò racooatasse , e 4i farle credere , sliw ^ 
gegDi^sse alle perjsooe ; e , oca 9^eii4o - 9^ 
aure dò maarct ed assai liepe staute seup 
o ^ gU . coi^v^DÌva stare il . pì^ del tempii 
solo .in 4;asaf.Doa trovandp.per la ptimi 
sé 4ierYa , nò famiglio » che Tolesse .s^ap 
seco» e di questo iufra se mara^igliosant^lf 
god^a, e. praticando poQ0 9tands<>4^.9 e«S9 
epa la barba aTtiìuppa.ta. seoaa .m^ii pek* 
tinarsi, sudicio sempre e sporca» ^ra ^tc|r 
UBtp dalla plebe per uu gran dlospfq , « e 
aagromanle* Lo Scheggi^ e il .Pilucca -lera* 
no suoi amicissimi, , e sapevano a dvie pv^ 
oe quanto egli pesava ^ e a quanti di pf^ 
San Biagio ; sicrbè trofatojo , ^i uarrArOf 
no la couTegua fatta con Gian SjmoiiQy.v 
de i venticinque diviati, cbe dar doveva 
ìnuanzi , con questo , che. vefier^ vql^fa 

fnalcbe s^no da j^teriK easioqoraKej. ^ 



s: 



1i»B giéù*himik. 

la csòM toAt piefr ritiflciret e^i diiÉàro idèB 
14 "fine tàlto qaello.t di cai erano tcMA 
aecoV Zoroa8lro''èra astùtìiisinio » è 'miHS 
modi prima per fa^li Vedere il «e^no , \k 
dopo, circa ali* amor di coli:d t.]trÌQfttd« .tà 
eglino ancora infiniti dettine; rióaaaéro d'ao^ 
eordo , è determinarono quello] ette tét 
doTevano» e la domenica sera* disse ^ìétù 
Zoroastrò , che ' gli aspetterebbe qilm' lìk 
casa dèi tntto provvediito, e colora pa Aiu- 
tisi allegrisnmi, perchè parecchi giohii-ta 
aèfttmané avrebbero da spendere alla btf- 
ba' di Gian Simone , attesero fino al ter- 
inioe dato loro a spassi e altri badaluc- 
chi. Gian Simone , veggendo o^ni mkltiua 
la sua vedo?accia grassa e fresca « si eoa- 
Humava e si struggeva; come là inefé* ài 
IkiIc, mille anni parendogli di tiràrsdà àd« 
dosso 9 dicendo spesso fra se : ' Ahi tradito* 
raccia, cagna pateriba, tu non m^bal guar- 
dato diritto ancora una volta sóla , poscia 
che iodi te m'innamorai, ma egli TèrM 
il tempo , che io te la Caro piangere a i5al« 
d' occhi! Lascia pur fare a me, se io ti* met- 
to il brànchino addosso, per lo corpo di 
Anticristo, che tu mei saprai dire; e t^- 
gendo spesso ora lo Scheggia ed ora il Pi- 
lucca, non restava diraccomandarsé e di 
ricordare loro i fatti suoi. Venne final men- 
te la domenica^ e Gian Simone non ebbe 
cosi tosto desinato, che egli se n* andò in 
Santa Maria Notella , e udivvi il vespero , 
la 'Compieta e le laudi ; sicché uscendo in 



folla porta appanta riscontrò i due cctmpa* 
gui t sendo già Ticino a sonar Y ÀTema- 
rìa » a i quali data la buona aera , disse s 
Io cominciava a dubitare ; toì siete Tenu- 
ti si tardi ! ^on è tardi, no ^ rispose il Pi^r 
Inccat noi restammo d'andare m su la mec-* 
sa ora ; cosi dato uu pò* di Tolta si cour 
dnssero appunto a casa colui» che Taria 
comiociaTa a imbrunire » e picchiato due 
▼olte, fu tirato loro la corda , e fattasi Zqp 
I^oastro iu capo di. scala , con uu candallie- 
ré in mano » fece loro lume » ed essi mon- 
tata la scala,' ed in sala compariti, |un>r 
no da lui con lieto tìso ricevuta e posU % 
aedere faTcliando entrarono in diTersi ja<* 

fionamenti tutti di diavoli e di spiritu 
'inalmente il Pilucca, rÌTolte ^e parole a 
Zoroastro , disse : Costui è quell* uomo da 
bene innamorato, di cui tì no parlato» ed 
è Tenuto per Teder segno ddla Tostra ar* 
te , e di poi fare quei che noi Torremp^ 
BiTolse allora Zoroastro gli occhi spaTeo- 
lati in Verso Gian Simone, e con una £uar« 
datura si fiera, che tutto lo fece riscuote" 
re, e gli disse: Sia col buon anno; io so- 
nò apparecchiato a far ciò che Tuole per 
amor Tostro , e non so se altri fuori che 
Toi, mi conducesse a far questo, ma t(H 
siate tanto miei amici , che io noù posso 
né debbo in cosa oiuna, che pur far si pos- 
sa , mancarvi ; e lasciatigli in sala , dicen- 
do che tornerebbe allora allora , se n* an- 
dò in una camera, e Tcstissi un camipe 
Lasca. 17 




tH"^ iMOiPMt 

e fi etcìsir del -meno dob iitt oovÌoim 
/09 in i^ta «i mise aeelmocinoHÉdato^;? 
VI* ghirUnd^ di lerpL oaolMiielta ^' mk- . 
eoo tatuo ÉrtifiitOy^ehe paMfaq» mw^V ii ^^ 
neHt man iiaisln* prese uti ? ase-^ ^ itìmì ; 
md i e cefi la llestiu uoa tpof^aa kgalìa-:ir« 
un tiinoo di morto « e coii difilato «»>JNMr 
cenile YO Mia, alla oui giaala » quastein»' 
ìoéo ebbero idlegreua e giove*: laatOk^odr- 
be paura o doghe Gian SimMe •* ed ani ^ 
obo Ao li penliTa d:* essere Tenuto; . 2m>^. 
roattro, posto in terra la* spagna e il «•-* 
ao » dìs:^ loro die non dubitassero di eo^* 
ss» che ìidissero e vedessero » o cbo non 
ricordassero mai oè Dio né Santi ^ e p»» 
scia cavatosi un llbriccino di seno fiosev 
borfaettando pian piano, : di leggere cose 
alte e profonde, e inginocchiato talora bir 
€Ìatido la terra , e guardando alcona volta 
ii-oielo, per un quarto d'ora fece i psA 
strani giuochi del mondo , e di poi foredU 
to, apierse il vaso, che era pieno di; vei|%' 
sino', e tuffo V vi dentro la spugna ,. diecuftt 
do un pò* for tetto: Con questo sangue, dr 
dtagone si fj*ccfci il cerchio di Plutone « ^' 
fece un gran giro , dimodoché teneva don 
teHei del£ sala-, ed inginocchiatosi denttfo* 
Bel mezzo , e baciato tre volte la temr, 
disse a loro che dicessero , ehe segno •vok '■ 
Jevano. Allora il Pilucca rivoltosi a GiaB. 
Simone , che tremava come Coglia, gli do»' 
aandA obe segno ^ijli - piaoe va pie ^ d* nllr# 



«ÌToltosL , che goardalK «h poco o^i e i} 
Klbeca , perlocfai travati afeaJooe parse- 
chi. Diano piaceodc^Ucne , per lo etser» 
^nale.di pooo nomente, ^aale di troppq, . 
quel pencsloso, «{uesto ooatra U fede, WHà , 
si'Sapeva risfrivere; -quando Zorpartro qoa- ■. 
si > ridendo disse: Co so pensato di farri .ve- 
dere ami cosa' piacevole e da rìderei no*- 
dimeno di non poco valore, e questo è*- 1^ 
io- veggo il IConaco , amico di lutti aoi , 
<^e appunto è in sai casto di Mercato -vep* 
chio , ed è anoera in pianelle ed io maa^ 
telili e io cappucoie ; io vdfjlio per foria • 
virtù deir arte mia farlo incoBtaaeate to- 
uir qui dentro in questa cerofaio.) il cka 
dallo Scheg^ e dai Pilucca lodato , pift-- 
cqne molto a Gian Simone, e disse ohe la . 
eveva troppo caro-, percbè appnato e^ 
era suo compare. Era questo Monaco «ea* . 
•ale , scritto ali' arte deUa Seta, ma .attao^ 
tUva a più cose; egli faceva pueatmMg 
«flU apingionava case, dava e maaehie .e 
foMmina , e avrebbe anco ti- Ku Ummio 
Atte qualche' scroccfatetto -, 'pensa* dT^I^* 
legra vita, ballatore , cantitofe <e toav» 
fltmo sonatore d*' arpe t un osmacdo vi eo 
dire da boseo edanvìer», amigo^caadMi 
•imo-, come ho detto , di Zoroastro , d«t* 
lo- Scheggia e del Pilucca i dai quali aveo» 
do 'inteso il tutto inlorao ai cast di Gjaa 
Sinoae, e d*aceordo con esso loro se n'ece 
I«^ teia Ttnate quivi- in -cav^ Zorwstra (fk 



atto iMoifDA 

irìMtOv oooc avete intuo » « piA 
ctiiti di iMio^ infilati ^ • on mano iài' 
dice» e peotre che loro fiicohiando 
cotraU -dentri» « s* en tietio ritto ia f>A 
sponda di fuori della finestra da viat ei 
cbè TI stesse con gran disagio, pare 
TS in modo , che cader non poteta^ e Za- 
roastro acconcia arerà la finestra « a "mm f 
so Itf nottola in maniera, che parévaf-ehe 
ella fosse , ma non era serratat è par oni 
poco di sospinta si sarebbe aperta. U me* 
naoo adunque in eotal gnite stando , par 
un bucolino (stto apposta Tederà e odiTa 
ciò che in sala si faceva e diceya 9 aspel» 
tando il fermine dato con allegressa gran- 
di ?si ma. Laonde Zoroastro riprese le pa- 
roie , e disse: Ora è tempo che io ti chia- 
risca ; e soggiunse : Nostro Monaco m i 
accostato a un insalatajo ; to ! gli doman- 
da per comprare ; eh state uti poco , diciS 
egli I ba tolto due cesti di lattuga » e -nn 
mazzo di radici; oh, oh, ecco che colai 
glie ne u)Gla, ora gli cambia un grosso per 
dirgli r aTanzo , perciocché 1* insalata é 
le radici montano sei danari. Cosi detto li 
stese in terra- bocconi , e disse non so che 

farole , e fittosi io piedi e fatto due tom- 
oli , s* arrecò da un canto del cerchio in* 
ginocchioni, e guardando fisso nel vaso co- 
me f^tto aveva disse: 11 Monaco nostro 
ha già riavuto il resto, e vassene con V in- 
salala verso Feliicceria per andarsene a 
^^**^ > ma in questo instante io V ho fatto 



> .* 



iviiibilmente alzare a i didToli da terra, 
h.eooolo che e^liè già sopra i) Vesco* 
ido ! «h che egli vieo bene» egli è già 
kprsa la piazza di Madonna! oh ora dUi 

•opra Ja Teecbia di Santa Biada Novel-* 
i{ teitò' entra in Goalfooda,; oh eccolo 

aaesaa la strad»! oh e^ è già pretiq a 
icno di cinquanta braccia! oa eccolo già 
Mente alla fiaesira! or ora sarà nel cer« 
\m in pianelle» in manteUo, in cappuc- 
io e con r insalata t e con le radici in ma* 
o; e snbito messo un grandissimo strido » 
Munciò ad urlare quanto gli ne uscirà 
aHa gola. A Gian Simone, ciò reggen- 

09 renne in un tratto tanta mai^rigiia 
paura , che egli fu ricino a cader mor- 

»9 e rolera pur favellare, ma non potè- 
ft riarere le parole ^ e per la grandissima 
snra , ed inusitata , se gli mosse il corpo, 
imfxlo che tutte scempie le calzct- Lo Scheg- 
il gli dicerà pure. Che ne dite, Gian. Sp- 
ione ? Man è questo segno chiarissimo » 
^9.^'i P^ò con le demonia ciò che ^ll 
iole? Il Monaco gridando ad. alta roce,, 
li traditori 9 che cosà è questa? fassi co« 
con gli uomini da bene? E il Pilucca at« 
ndera a confortarlo; ma lo Scheggia e 
tM-oastro intorno a Gian Simone stando e 
Mgendolo non parlare, e nel riso r^uto 
MOT di cenere , dubitarono forte di lui • 

10 presero souo le braccia , che egli eira 
federe , e cominciarono a . passeggiar pcur 
saia } ma egli riavuto alquanto io spi« 



tmmmmmm 



rito e le ptrole cominciò treaaiid^ ¥^ di» 
re : Andi«ane , andianne » che au- par aaS- 
le anni d* essere a casa » e batiefa di aor- 
te tremando i denti « che tìà aeltimott 
poi se ne senti « onde lo ScBcgjna^ presola 
per la mano, senca dire, altro a MiriA al- 
la Tolta della scala , ma non fb andato dna 
passi, che s* avvide « colando Giaife .Sona- 
ne totta^iai che ^li doveri a?er piente le 
calie; petlochè riroliosi disse: Gian SittUMiew 
io dirò che voi ri siete cacalo sotto; i^gli 
io redrebbe Cimabue^ rispose ^ il' Pjfncea , 
che naoj^ae cieco; non senti tu come ei'pa« 
te? a COI disse Gian Simone: Io mi mara- 
viglio di non aver cacato ranioM , noa 
va dire il cuore. . Ohimè sono stato per spi- 
ritare! però fia buono che voi vi andiate a 
mutare » riprese Zoroastro « acdoccbe co- 
lando t voi non mi ammorbaste questa ca- 
sa ^ e poi a beir agio ci rivedremo. Co- 
si Io Scheggia se n' andò secò , lasciando 
il Monaco , che tuttavia si rammaricava » 
e il Pilucca iotornogli, fingendo di rappa- 
cificarlo » e lo lasciò a casa» che noioi avOi 
Ta valuto rispondergli a proposito , ansi 
per tutta la via non aveva fatto altro che 
guaire e sospirare, e fioalmeote lo Scheg- 

Jpa picchiatogli T uscio, e dentro serrato* 
o , se ne tornò in casa Zoroastro ai com« 
pagnì, i quali tutta sera risono, e cenato 
quivi ridendo, se ne tornarono ognuno a 
casa sua. Gian Simone, poiché fu in ca- 
sa comindò di terreno a chiamare la mo* 



glie • la.fante, dicendo che prestameole 
mettessero a fuoco delP ncqua « che gran* 
dissimo bisogno aveva di )avarse. La doa« 
9a seo teodolo putire , e reggendolo cod 
scoloralo nel viso, maiiinconosa ditte: Ma- 
rito mio, che cosa strana è egli interTena« 
to7 Oh Toi parete disotterrato! Che vuol 
4ir^ ? A cui rispose Gian Simone : Certe 
doglie di corpo , che mi son tenute s\ su- 
bite eoo un* uscita rovinosa di sorte , che 
io sono statp per morire; perloché venen- 
domene ratto a cafa, rinforzandomi per 
la via il dolore, non avendo altro rime- 
dio , foi costretto a lasciarla andare • nelle 
mise. La qiogKe, che era d'assai femmi-* 
na t cavategliene , e dalla ser? a ajutata ^ 
lavatolo molto bene , lo messero cóme egli 
volle nel letto senza cenare altrimenti , do* 
ve rammaricandosi tutta notte , non chiu- 
ae mai occhi , ma in sul far del giorno co- 
minciandogli a (ar freddo gli prese runa 
buona febbre. Lo Scheggia la mattina per 
tempo levatosi, e trovato il Pilucca^ n^an- 
darono in su la terza da bottega di Gian 
Simone, dove intesero lui sentirsi di ma- 
la voglia; della qual cosa dolorosi, lo bcheg-* 
^ia che aveta più domestichezza seco , lo 
andò a visitare, e lo trovò nel letto, che 
pareva morto; onde gli disse, acciocché la 
cosa non s* avesse a saper per Firenze , 
che voleva che si medicasse, e che gli vo- 
leva procacciare il medico. E chi troverai» 
4iise Gian Simone? Maestro SM^oello 1^ 



.1 



S64 

AKo 9 ntpowlD SohcÉpft f die ni oiidlÌ( v- 
tempi «m fl anglior ttcdioo di tati» rih»^ 
lift* E pcrebè k eon non ■wclnw in hn^. 
go^ ti parli flilon 9 • notato il aedioo, 
die cn volto tao amieo t ^ oatrò « &«• 
tOM dal principiD^fioo alfe ine» lolla la 
nalailia di Gias^ Simone ; 3 ehe d» liA 
aiodlalo non tenia grandÌMaM mb, oa» 
n'anJA pronamente con Io SdMaia m «#• • 
dare T ammalalo • al qnale fece tornio Uop* 
jro otto o dieci oncie dd pia trarai^Kalo» e 
rnnateolato mngne» che ti lasse mai vedu- 
to» o gli disse: Gian Simone, non dnbilBM^ 
In sei goarito ; e per dirla in poche paro* 
le j facendogli fare vila scelta e bnona, in 
otto o dieci giorni Io cavò del letto gua- 
rito a un tratto della febbre e dell' amo« 
re. Per la qoal cosa, andatolo a cedere nn . 
giorno lo Scheggia, che per ancora non - 
era uscito di casa , parendogli strano di 
perdere i renticinque ducati , ragionando» 
cadde sopra il suo amore, e gli disse co« 
A : Oh Gian Smone ^ ora che siete guart 
te, per arazia di Dio , ed il segoo -^edoto 
ayete , di maniera che agevolmente- potè* - 
te credere a Zoroastro, per doverfi ser- 
▼ire altro non manca ora , che i denari « 
e darassi finimento aU* opera , e quando 
▼i piace potrete tener nuda nelle braccia 
la vostra vedcvotta. Che alle Sante- Gua- 
gnelle è un fonfone da darvi dentio per 
non di viso, ed alla spensierata; a cui Gian 
Simone^ dimenando la tesUi, rispose: So* 



KOTBLLA IT. ^ 265. 

fio 9' io 11 riagriMÌo , e il Negromante an«f 
cora« e per dirti brevemente » io ' non mi 
Toglio impacciare ne coi% diavoli ne eoa 
spiriti. Ohimè , io tremo ancora quando 
io mi ricordo del Monaco , che compari 
qaivi poruto per V aria mexzo morto , e 
non 8Ì vide da chi ! Io ti giuro sopra ìm 
fede mia 9 cbe mi è uscito infra fine &tt4 
tutto r amor di corpo , e della vedova noa 
mi curo più niente , anzi come io vi. pen« 
so mi viene a stomaco , coosiderando che 
ella è stata cagione quasi della mia -mor* 
te. Oh che vecchia paura ebbi io per un 
tratto! e* mi si arricciano i capelli, quan* 
do vi ci penso , sicché pertaotp licenzia e 
ringrazia Zoroastro. Lo Scheggia , udite 
le di colui parole, diventò piccino^ piccino, 
e gli ptrve aver pisciato nel vaglio, fra se 
dicendo: Vedi cbe ella non anderà cosi a 
vanga , come noi ci pensavamo ; e pareo* 
degli rimanere scornato, cosi gli rispose, 
dicendo: Ohimè! Gian Simone, che è quel- 
lo che voi mi dite? guardate che il Ne« 
gromante non si crucci; che diavol di pen« 
siero è il vostro ? voi andate cercando Ma- 
ria per Ravemia ; io dubito fortemente , 
che come Zoroastro intenda questo di voi, 
che egli non s* adiri, tenendosi uccellato , 
e che p^à non vi faccia qualche strano gio- 
co. Bella cosa , e da uomini da bene man* 
car di parola! Che bisognava fargli farei! 
segno, ae voi avevate in animo di noa 
seguitare avanti ? Tanto è^ Gian Simone ^ 



^i non i- 4a coi^jerlà coti • .fori»; M.||p 
ITI fa diffcnuira qualche apii^/iU<mo9'*n& 
«▼eie fatto poi ana bella faccenda* . fSiH 
lai era già per la paura diTentato n^ ?» 
jip come UD panno lavato, e rÌ8ppa<fettdo 
aJIq Scbe^fgia dis^^e : Pec lo sangue di,, tal* 
|i i.Marliri, che fo giuro d* asiaMiiq^jphe 
•domfittioa la prima cosa » io me ne irej^Kn 
-andei^e affli Otto , e contare il caao.« fjioi 
£urml belio . e lodare» e non 00 c;|ù mi tijtac^ 
eW io non vada ora. Tostocfaiè ^ ^b^- 
gin aen^ ricordare gli Otto » difenld pel 
ipiao di sei colori, e fra se disse:.Qoi non 
è tempo da battere in camicia; facciamo 
l^be il diavolo non andasse a processione ; 
e a colui rivolto, dolcemente prese a fafel- 
lare» e disse: Tei ora, Gian Simone, entra- 
te bene neiP infinito^ e non vorrei per mil« 
)e fiorini d* oro in benefizio vostro , d^ 
Zoroastro sapesse quel che voi avete det- 
to* Oh non sapete, che T uffizio degli Ot- 
to ha potere soprn gli uomini, e non so- 
pra i délaonj ? egli ha mille modi di far- 
iu, quando voglia glie ne venisse» capitar 
male, che non si saprebbe mai. lo ho pen« 
peto, perchè egli è gentile, cortese e li- 
J)erale, che vpi gli fatiate un presente 
di non troppa spesa, quattro paja di cap- 

Soni , otto ai piccion grossi , dieci fiaschi 
i qualche buon YÌno, che vendano i Giu- 
gni o i Bfacingbi , sei ravvidi, e ses- 
eanta pere 8pÌKie,e per due Zaqajuoli glie^ 
pe..msndiate e donare. Egli aver^ più ca« 



'"ro , eS amerà più qaesfa vcsh-d' afatofato* 
iena e liberalità , che centa ducati, e ^e- 
'.drete, che egli manderà a ringrasiarvi ^ 
e così verrete n manteuerTelcy amico , t se 
roì fate alrnmenti\.voi pescale* per il Pro- 
oonsnk) , e 'Paretevi delia scure sul « pie. 

;P(acque la cosa molto a Gian Simoue> 
disse: Io vof;)io che lo sia queUo che glie* 
né presenti per mia parte e mi acuii 9 che 
aai il Inno , e rins^i^aiandolo senza «fina 
ne gli r^cromaodi. Io sono couleolo 9 rì^ 
ap(»se lo Srhef^gia , e so certo che io Io 
farò rimanere ««oddisfattOt e vostro amico» 
Soiidtsfaito io hct ben caro che rimanga 9 
aogginnfie Gian Simone, ma della sua ami« 
cizia Don mi curo io punto; e fatto il «ou- 
to quanti danari montava la roba ^ che 
lo Scheggia aveva divisato , gli dette 'co« 
lui la moneta. Per la qual cosa, lo Scheg- 

Sia andatosene in Mercato vecchio prese 
uè Zanajuoli pt*atici , uno ne mando e 
comprare il vino , e K altro caricò al poi* 
la j noto che ebbe » capponi grassi e -bet« 
K , e così i piccioni , e tostocbè il Zanai uo-» 
Io fu lordato col vino, comperate lexrut<- 
te , fece la via da casa Gian Simone ^ e 
chiamatolo gliene fece dare un'occhiata co- 
ai alla finestra t e disse: Io me ne to co« 
là. Va , disse Gian Simone ^ che Dia vo* 
glia che tu 'facci buona opera. Partissi duu« 
que Io Scheggia , e coi ZanajiK>li dietro , 
ae n* audo a cana Zoroastro, a cui * narrò 
mUado lutti: i ragioiiamenAi di ^Giatt 



a6V wMiifek'YStIbi-' 

•trùavevA ftitto- pofette m éottneUté i 





tMiBO « i ZftoaJQoK, aodocchè il pMIò' 4^' 
4ÌMe di riicoheni; Ma lo SchmiÉ li fìir^ 
A pcnr trovare il Monacò e il^iluooa , t 
qjBmi 'fifialiiieole toro Vali 9 raééoàtò lori il* 
ivtlot: di che ornilo cooteiiti' retuttinà '^ 
yirendo knrò noàdiméno triliisiihò bìiinitlid 
t^eftticinqtt^ dùcati con ana JteàHkM ti- 
gnola; e ibassimaraente il Piincca nóò M- 
rtUie stato* forte a patto veruno, se nodi 
atetse intۈo degli Otto. Nella fine rioia^ 
ali dì trovarsi in casa Zoroastro la sera |^er 
cenare insieme alle spese dèi Crociiisaf>; 
lo Scheggiali lasciò , e andatosene a tro*^ 
vare Gian Simone, per parte di Z^tròarniro 
gli fece mille ringrastamenti , miUe offelr- 
te e mille proferte, e di poi se ne iorii& 
a casa Zoroastro per stare intorno ad ac- 
conciare gli arrosti, e farli cuocere a Sila 
vaenno^ essendo più della gola, che S. Fraa^ 
efesco del cordigHo, devoto, dove all'ora depa* 
tata vennero il Pilucca ed il Monaco, e 
fiottisi festa insieme e molto riso de* casi 
di Gian Simone, ìbì posero finalmente a ta-^' 
vMa^ alla- quale da un famiglio di Zoroa- 
ftto e dai - Zana juoli serviti còHe vivande» 
cbé'tòi sapete, oene acconcie e stagionate 
stettero' con* i pie pari, e fecero uno scotto 

4a prelfeli eoa ^el vbio che sinagliaira; 



M 



XOTBLLA IT. 9l6§ 

Ma poi TeoiJti t dove più ascai del ragior 
aàre, che dei cibi si piglia diletto e eoa- 
forte, il Pilucca., come colui che gli , star 
Tano quei venticinque ducati iu sul cuor<i 
non potendola ingoz^re ,, coA a un traUQ 
cominciò a dire: Per Dio, che questi cap*. 
poni e questi piccioni sono stati saporiti 
e delibiti, e non mi pare mai aver maogiat^ 
i migliori r^vegi^ìolit ne bevuto il più prezio* 
ao vino ;.a cui Zoroastro rispose: Per aomau» 
dassera ho fatto serbare la metà 4'^8^ 
<x>sa 9 sicché noi potreoip cenare si bene 
come istasera, e se voi avevi tanta pazìei^ 
sa, io vi averci invitati a ogni modo^ Io 
n'era certissimo, seguitò il Pilucca, e 9oa 
diceva per codesto, ma perchè il mangiare 
a macca mi piace sempre più il doppio; fi 
perciò vorrei che noi ordiuassimo qualche 
lovoltura, qualche traneilp, dove noi git- 
tassimo qualche rete addosso a Gian Simq« 
ne da potergli cavare delle mani quei ven« 
ticinque ducati. Considerate per vostra fé 
quante cosi fatte cene elle sarebbero, io vi 
so dire che io tliventerei di sei cenunaj^. 
Orsù ^ disse il Monaco. E che vi parrebbe 
egli di fare? soggiunse lo Scheggia. Sicchò 
da Zoroastro e dagli altri in poco d*or|i 
molti modi da f irlo trarre narrata fiorone, 
fra i quali ad uno inventato dal Pilucca 
s* attennero^ come riuscìbile e meno peri- 
coloso, il quale successe loro poi felice- 
mente, come tosto intenderete; e restati uil« 
tipiiajmeate di quel che far dofeva;iQ^ da 



•Té •• sMMmu »«Mtt» ^ } 

ZorMUfé pgj wr d KceiiU'j *e^« a*à||lniii|j| 
no a/dormire. la* aattiiia -ùr 4Mipc»v^|| 
PRtteiea ^ par é»r principio a éot or cokirìM 
K il tnifMo ^19^009 Mriiio m oootaiflEkSr^, 
to ona riohmCÉ »' toke atio^ dii qitcr kfM»> J; 
ratori daU^Opera di Sattta hUtwéikFim^; 
re 9' là dote «ni mteittOy il qiMl».' Mi;:, 
eearpéilrao^di pdeo tenuità da ^(Hnià^Matk?v^ 
noe biArbètta affamicaU, che- tallo pfMrii^ 
un biri^« e^aiesiogli una «^doecCik ai ftoìirv.: 
chi; lomaBdè a «asà Già* SiauiQftf é^ 
▼eitilolo ed iosegoalogli ^afil di» àvcM k ; 
fare' e a dire. Il qaale picchiato liff tmao^ 
e etilrato deatro» se n'andò in .ceiaerm • 
guidato dentro dalla aerra, # la poUsM 
poae in mano a Gian Simone, il- quale ^ 
domuniandogli da chi veatra » gli 'Ui da 
coltri riSfK>aio : Leggi e redrailo ; e Coiai 
detto aeosa altro, dimenato un CraMo^ la . 
cnltella , acciocché Gian Simone la redaa * 
ae , dette la volta indietro. Gian Simone f^'« 
adendo cosi pessima risposta > e YOggenJà^ • 
a colui rarme> a'^dovinò subito cSb £«§*-> 
ae un mesao, e doloroso deliberò appunto. ^) 
di lerarai» e eoèi nel letto essendo, apet^'- 
to la fineatra» quella richiesta lesse j |^ 
quale co^i dice? a : Per parte e comanda- 
mento del Rer. Vicario dell' Araivescoro 
di Fi^enee si comanda a te, Gian Simoite. 
Berrettaro ^ cfad la presente^ it debba in : 
fra tre ore rappreseutare nella cancelleria- 
di detto Veacorado sotto pena di sconmr - 
niealbtte,' e di cauto fiorini d*oro{ e mUé 






tOlMicrilte » sa|Mnaolc», mesM aweni il li* 
Ittoca il noiAe del cancelliere > ed aeoon- 
cioiltf Con un suggello sònncellatieoio « che 
Bou 6Ì scorgeva Quello che wi fuise impres* 
$o , quaisi fallo iti fretia « come s* usa tal- 
Tolia. Rimase pieùo - di maraviglia e di do» 
glia «Gian Simone, fra se - pensando che - 
eosa ebser potesse cotesta ; ed intanto, fàt^ 
ìùti daHa donna portare i panni « si vesti % 
essendo risoluto d^'uscir la mattina faora 
a ogni modo, e disse : Vedi ,. che io uscirò 
di casa per qual cosa. Che diarolo ho io 
m tate col Vicario? io so pure che io noa 
ho da^ dividere nulla, ne con preti ni eo|i, 
frati né con monache ; io non posso inleiH 
dere. Intanto lo Scheggia, che stava alla 
posta' , temendo che non uscisse fuora^ 
picchiò r uscio, e fagli aperto,' ma noa 
fu prtflu ili camera , che cominciò quasi 
pungendo a dire : Or siamo noi* ben rovi- 
nati da dovere, non ci è pidi riparo* -Oh 
infelici! oh miseri noi! chi l-arerehbe mot 
BtimoCof Infine ne io scampo di questa > 
mai' più m' impaccio, né con maliardi nò 
eoil stregoni ; che maledetti sieno i negro* 
matiti e la necromanzia! Lo avera pie 
vola^ pregato Gian Simone i cbe dir gli 
voltòse la cagione del suo- rammarico , ma 
lo Scheggia, seguitando ii suo ragionameli* 
lo; non gli aveva mai risposto* Onde colai, 
sentendosi ricordare i negromanti , gridò : 
Scb^^a , di grazia dimmi ciò che tu hai • 
di ^ébIci e che ti ìsl guatre. 9na cosa» rW 



«pose tolto lo Scheggia « àké ■on puA 
peggio GQii per toì, come per me. Ofaiiiòy 
ohe mrà di nuovo! disse Gian Sìimnio; 
Toleva mostrargli la richiesta « quando 
Io Scheggia disse: Vedete voi questa? è 
una citazione del Vicario. Ohimè » riqpo* 
•e Gian Simone, eccone nn*altra ! da que- 
sto viene ora » seguitò lo Sch^aia, In mia 
e la vostra rovina. E in che modo, sqgginn^ 
ae Gian Simone? narrami tasto^.cJMBc aia 
la cosa; onde Io Scheggia cosi mestaoseu- 
te favellando prese a dire: 11 Monaco vor 
atro compare portato ^ come voi sapete « 
per r aria dai diavoli , non ha mai resta* 
to, còme colui, che fuor di modo gli pre- 
me la cosa , tanto che dal Pilucca ha in- 
teso il caso appunto appunto , e come voi 
ed io ne siamo principal cagione, e che 
tutto fu fatto perchè vedeste il segno; del- 
la qual cosa il Monaco adirato e coUero* 
80 , se n'andò jersera a trovare il Vicario, 
e gli contò il caso, ed il Pilucca rafiCermò 
e testitìcò per la verità in suo favore^ La- 
onde il Vicario, parendogli la cosa brottSi 
subito volle far fare le richieste* ma per- 
chè egli era tardi, e non vi essendo il can- 
celliere, indugiò a stamattina; cosi ho in^ 
teso or ora da un prete, che sta col Vica- 
rio, molto mìo amico; sicché vedete dove 
noi ci 'troviamo. E par questa si gran co- 
sa , rispose Gian Simone , che tu debba pi- 
gliare tanto dispiacere ed avere tanta pau« 



( 



^iftoTEixi tir. %9S 

9à:7 che al>biailio noi però fatto? 'Che' ab- 
iMàmo fatto? soggiunse Io Scbèg^iav' Toi 
lo 'sentirete; noi abbiano fatto cdtairó la 
fede, la prima cosa a credere agi* incauti, 
e cercare per ria di diavoli di • vituperare 
Bna nobile e costumata donna, *etdopofal« 
lO'tiortar pericolo al Monaco deUa vita, 
aéndo^venoto per i-aria t&nta via,* uosa an- 

*€ora che per la paura egli spiritasse, o 
che ' il diavolo gli entrasse addosso ; tutte 
«pse che importano la vita. Rendeteiri cer- 
to <, che* se noi ci rappresentiamo' al Vica* 
rio, tosto saremo messi in' prigione, e coB'- 
-ftssando la cosa 5 portiamo pericolo del 
fuoco; ma avendo la riprova^ noo- po;ssia« 
«ano negare , e il meno che ce ne interven- 

- ^ sarà stare *in gogna, o andare sur na 
ìasino , e con una onona condanaaeione> e 
Ibrse' toltoci tutta la roba, confioati in un 
€oBdo di torre per ^sempre e forse peggio. 
Ohimè! tì par poco questo? E neUa tane 
<éi:<|néste ultime parole artificiosamente si 
lasciò cadere tante lacrime dagli occhi, che 
A» una' maraviglia , e piangendo diceva: 
Ahimè, misero Scheggia! va ora a com- 
prare la casa; se tu avessi testò i danari 
Mftaeschi, potresti tu fuggirtene, come fa- 
a4 il Negromante tosto cne intenderà il 

^«flcaso ^ eoe son -certo che non vorrà aspet- 
terò questa pollezEuola al forame* Gian 

. 45imone , considerale le parole ,- veduto gli 
(tttU^ i festi e le lacrime- di colai, si ere* 
'• Lasca. ifL 



t7< t«f)MfDft:-«B«l. 

4«i« ftmvmcote CO*) cncr l« TCfittix 
g;lt fino* più p»arm , cbWli Bvease gi» 
Mai , nireiHiD^U IntUvui d casce* io ■» 
^ d« hirriì Mecbè niaii^«a«lo ootaindiè 
hertrauDiRra e malaarre il suo Biaorc, h. 
vedova, i o^romaoti» la negromanaia, t 
«Ilo S(ii«ggift rivolto disse: Il Vìlaca -t 
Zoroattro arne CaraoDoTIl Bitufx», ntpo* 
•e lo Scheggia, è d'acoordo col Mom co , 
• oiciraaaeae per iapiat Zoroaatro ti pigU» 
tè per nn gherone, e anderassLiietliroi^ 
« poi egli ha mille modi ila scanparla i 
•é» farla aoco •cmnMro a noi. Clìe dob 
vai tu a pregarlo eoe eia coateoto .d' i)ii' 
tarci , di«se Ciao Simoae, e scamperà dt 
«joesla furia ? Ubinié che mi pare di stia 
peggio di prima! E bene, rispose Io. SoIh^ 
già , ao che ai può dire di voi , siete «» 
•calo dalla padella nella brace.^ ma eoa 
che faccia gli aaderò io avautt, av«udcigli 
naocsto dei venticisque ììotÌdì, che fi<pe» 
ava fermamente* avendo fatto vedeniti 
•egoo, d'avergli guadagnati, e benckB«||l 
abbia avolo il precente , pensale- che cgK 
«e ne ricorda, e che gli debbano. Mira • 
cuore. Disse allora Gian Simone: Oh Uwf 
•e wli ci libera in qualche modo da^n* 
Ma luvollura , dareguene iuGoo da ani 
che domin aaià ntai ? Io non sono alto « 
disperarmi; piacciati, signor mio,.etie:^eglÌ 
sia conleir i. Rispose lo fiicbeggia ^ alaind» 
le mani al cielo : TesIÀ , te«le. voglia ,$» 
éut a ttùwxkt , ma con questo , che ma 



itB 



«lì ndfciifte^ -poiché noi saremiM pOTicf l|i|i» 
Vo;^ arnn -pensare» sof;giuD8e €o)vii. ^.Oiumè 
parere ji tiare ^a dìscrkiooe . di pjre|i l: Di 
tfaUo mi dicbiarerebbero eretico, e cottr 
idannerebboami al fuoco , e ae io 4;i meV 
Aet^ai tutto r aveK ^ e lo atillo*iBÌo parrd». 
iie^orolarmi piacere; va pitr yh ^ cfaif 
Dio lì acoonpagoi; Partìasi adtiQ^uis. l^r^Sf* 
Jteoieiile lo Scbeggw più ciie« SoUe ^laoh- 
4Bai allearo; e- poco diiuAgaiott dalla oasi^ 
«IO» liado guari , che eoU ritoniàf fiogw* 
dio d*aver favellalo 4ii Mflgtoaiaiil^ • ed .# 
iGjmn Simone disse^ coma egli era coi^teaU^ 
idK lare ogni cosa, ma ckc colera priaitii 
dhinari ^^ e che. egli aveva mille *m^di da lip 
oberarsi; Gian Simone, come che moiio gU 
•4bletse lo spendere « pare per non avere 
•«.comparire» e cimentarti innanjii al YtotB- 
#io 9 ad oltre al danno ^ ohe egli pensava 
«che gliene potesse venire^ trop^ gli dir 
^4piaceva ehe- questo fatto. ati allesse a spar« 
%ev0 per la città, onde alloT Scheggia voi? 
to^ ditic: I^ danari sono in. queUa caya 
che 4a vedi al suo piacere, per. por tergi ler 
m» mtum posta; ma innanzi ehie g^i aln 
iim nelle mani, io voglio intendere ia che 
Modo , e come egli ci vuole acampare , # 
peri^nai via, perchè io atu vorrei entrai 
•e M 0» pelago maggiore* Bene e aa via^ 
nenie parlale, rispose Io Scheggia ; io mo 
BiSttadero correndo a trovarlo ; e lattoms^ 
WUEsrare i^ modo, che tener vuole a salvar^- 



<3 



ìM6 BtXSOVDA''^ CSlf A* 

ci 9 tosto ve ne rttorDerò e Toi-cbn laii* 
iipoi^i ; 'intanto aonoverale i danari 9 . dfè 
io non abbia a badare. Tanto fiirò» dmm 
Gian Simone , appunto ora » cbe mogliaoia 
2 ita a Mesaa ; e tu ingegnati di rilonsA 
ratto«'cbe mi par millaaai ognimomoQto 
d* esser Cuora dì questo intrigo. PerkqmB 
cosa, lo Seb^|gia si parli subila meitte>' è 
camminando di letixia pieno , te n'andò 
'iFolando a casa Zoroastro^ e lo troVò voi 
Pilocca insieme cbe T aspettavano » e.n 
atroggetano intendere come passesiero . le 
cose 9 temendo che la lepre non desse a 
dietro; ma da lui inteso il tuttOf tanta 
allegrezza avevano» che non capivano neU 
le cooja. Ultimamente, avendo lo Schegge 
•bevuto un buon tratto del buon vino del- 
la sera » e fatto un asso, se ne venne qua- 
si correndo in casa Giau Simone, il qua^ 
le trovò in camera che T aspettava» forni* 
to avendo d^anooverare i danari, e gli dis« 
se dopo il saluto: Il modo che vuol tene- 
re Zoroastro per liberarci , tra molti che 
potuti ne averebbe mettere in opera» Gian 
Simooe, è questo* Egli favellando col suo 
spirito» che egli ha costretto neiram.polla , 
lut da lui inteso , come solo il Pilucca > il 
Monaco, il Vicario e il cancelliere sanno, 
e non altri» la .cosa appunto; e ancora 
che il cancelliere abbia fatto la citazione , 
nondimeno non Tha scritta al Libro, per- 
chè non le usano scrivere , se non quan« 
do altri comparisce , o passato il tempo 



ch^ coAlpa rir si dovria. Per la qiial cosa 
egli ha (alto quattro immagini di cera yecy 
de, per ognuno di loro una, e ha maoda*. 
lo or ora un demonio costretto oeiriofer* 
no al fiume di Lete per una. guastada. di 
qdeir acqua incantata 9 con la quale ba** 
goaie tre volte, e dipoi. strutte ed arse Timr 
magiui y coloro si dimenticheranuo subita 
ogni cosa intorno ai casi nostri^ né mai 
^Ila vita loro se ne ricorderanno f se bea 
vivessero milje anni , e se voi, o io ne di* 
«ssimo nulla , il Pilucca, e^i il Monaco .ci 
terrebbero pazzi. Il Vicario e il cancel* 
liere, non scudo chi ricordi loro, nò chi 
aolleciti la causa , ed eglino avendosi di- 
menticato il tutto ^ e non T avendo, scritta 
al .libro delle querele , non seguiteranno 
più oltre, e cohì verrà ; ad essere,* come 
6e non fusse mai stato; e questo / si chia- 
ma r incanto dell' oblio. Grandi cose ma- 
ravigliose parevano queste a Gian Simone^ 
mn molto maggiore stimava, credendolo 
fermamente, lo essere il Monaco volando 
per Taria venuto a casa Zoroaslro; sicchà 
ciato fede alle simulate paroU dello Scheg- 
gia, disse: I danari son cos^i in sul casso- 
ne in quella federa, toglili a. tua. posta. 
Ma come farem noi , che non sono altro 
che ventidue fiorini , perchè di venticiu- 
qae che gli erano, ne bo tra il medicar^-' 
mi ed il presente spesi? Al nome di Dio, 
rispose lo Scheggia ^ acciocché X indugio 
non- pigliasse vÌ2ÌP. 9 egli me ^e pare aa^ 



dar tafedbcÀer ehè io gli accatterà 4m 
itù' mio amico Bànohiere «•. ^ ttelteràgli d» 
"Vio ; cbè 'dìàrol sarà nrii V per ^eilo no» 
'it restii!! Ta /krai beoe » diiie Gian Simo* 
ne 9 e come ta goeD*avrat dati» e che VMt^ 
eaoto sia finito » lomtemi a rauttagliatOi 
E cosi Ib Scheggia, preso qaelléfedertbideN 
ye erano i danari tnlt'oro ed argento, lie* 
tissimo si partì da colui , e andbnno^ htlb^ 
tendo 9 ai due compagni » che rallendeva^ 
tto, 1 qnàli veduto i denari , e inleso dei 
Ire ducati, che tì maacavaDO, quello cbr 
Io fileggia detto aveva , ridendo* e di gio- 
ja pieni^ censullarono dì farne quanto du-^ 
ravano buon tempo e lieta cera» ed ordi- 
nato che il Pilucca andasse per il Mona- 
eo , e che bene mandasse là da desinare ^ 
dóve tutti 8*avevano da rivedere , se ne 
tornò Io Scheggia a Gion Simone « diren» 
dogli : Ogni cosa è acconcia , e seguitò : 
Io accattai i tre fiorini , che mancavano ^ 
e me n^àndai volando al Negromante, e 
trovai appunto il diavolo, che aveva arre» 
cata Tacqui , sicché toste veduto egli i de- 
nari, bagnò le immagini , e di* poi le meo* 
se tutte e qutttro sopra un fuoco , chea- 
veva acceso d\ carboni d* anoipresso , le 
quali in un istante si strussero e consuma- 
ronsi. Zoroastro fattosi arrecare allora uii' 
^ran catino d* acqua incantata , dicendo 
non so che parole « spense ogni cosa, e a 
me disse : Ta via a v^a posta , e non te- 1 
mer più di nulla. Io, Hograaaatolo» subì» 



io p^hR^ e nel Tcpire a caia TOitnr rincoiv- 
trai appunto dal cauto de* Pani il Mona- 
*GO, li quale faceadomi il miglior iriso del 
'inotido i mi disse addio » dote prima non 
-mi soleva favellare, anù ai faceva tem- 
pra viso di matrigna. Quanto Fimanetse 
«contento Gian Simone^ non è domandate^ 
'«d alto Scheggia disse: Credi tu ohe se Zo^ 
riroaslre avesse fallo un* immagine per me^ 
che io me lo fussi anch' io dimenticato 7 
Si 9 ve lo sareste, rispose lo Scheggia; sta* 

\ tene voi in dubbio? Io voglio dunque, 
seguitò Gian Simone, che tu ritorni a lui, 
e fiicciagliene fare , e costi ciò che vuole; 
iftircbè IO mi dimentichi di questa cosa , 
IO sarò il più contento uomo che viva ; a 
cui rispose lo Scheg(;ia dicendo : Maladet' 
la sia ia straccurataggine! Voi potevate pur 
dirmelo dianzi ; egli sarebbe ora . troppo 
grande impanio a far ritornare il diavolo^ 
e ristringerlo ; non vi bast' egli esser libe* 
ro? e poi io non vorrei anche tanto in« 
fastidirlo, e che egli m'avesse poi a diro 
che io fussi carne grassa , e anche non 
▼o' più tentare la fortuna , ne con ispiriti 
De cou incanti né con incantatori icnpac- 
cjarnii mai più;^ sicché pertanto a])biate 

. pazienza. Tu di* anche il vero, rispose 
Gian Simone; la cosa è andata bene trop« 

[IO ; e cosi avuti altri simili ragionamenti , 
o lasciò lo Scheggia in pace , e andatose- 
ne a casa Zoroasrro, dove Taspettavano i 
compagni, e ragguagliaLili, desinò con 



i 



«MI loro aUcgrattonle 1/ iltro fg^otj» yéi 
QMoiido'Gìan Sinone fuori, e trov»t^ H' 
Monaco ed il Pilaccav fu oerlìaiiiiio dtk 
JViblÌTÌoiiet ma -poi in itpasio di tempo ieal* 
- Bindoli alcana^ Yolta e fottraendoli » odi 
•CM noviflàmi e maraTiglioti. moatrandoi» > 
Àcevano lo più grasse risa del mondo; dm 
-i quattro compagni lasdaiolo con Ja beflESn' 
e col danno, lungo tempo sgoanarono ai* 
li ano spese. 



r»- 



ROVELLA Y. 



Currado signore delV n^Uca città di Pie^ 
sole t accoriosi che §1 Jìgliuoìo si giace* 
va con la moglie^ sdegnalo^ gli fa. am^ 
bedue asprissimamenie inerire ^ e lui 
dopo , per la soverchia orudeiià , é dot 
popolo ammazzalo. 



V «oulo era Leandro fioalmente « ca* 
pò della tua assai bea lunga novella « ma 
non già per )a soa lunghezza rincresciata; 
anzipiaciata molto e commendala som* 
mamente« nella quale fuor di modo aveta 
fatto rider più volte la brigata. Laonde 
Siringa , che seguitar doveva , quasi rideiH 
do prese a dire : Certamente che Leandro 
€K>o la sua favola mi ha attenuto la pro- 
messa , cotanto è stata giocosa e allegra i 
la qual cosa , sallo Dio , che ancor io mi 
Torrei poter ìngegnar di fare ; pure ^ poi- 
ché non piace al cielo ^ m* ingegnerò per 
avventura di farvi tanto piangere » quan- 
to egli vi ha fatto ridere , e forse più ^ 
raccontandovi un caso infelicissimo di due 
amanti , degno verameate delle vostre la- 
crime. 

Fiesole , come sia oggi rovinata e dis*» 
latta , fu già nobile e bellissima città , e 
piena cosi di case e di palagi e di templi^ 



É8z Mcmiu HaBMàm 

come di. abitatori. Nel tempo 4^qiiy9iMr^ 
rcbe per If. snoi Priocrpi m reggeTa e go« 
rreroava , e che. ia letisia ed m pace irìwe* 
'Vm, imo n^ebbe tragK jaltn ebiaoiàlO'GM^ 
.^(h> ^ •signora giusto e liberale t"" e lenufo 
earo e amato mollo:- dai .suoi- citlaéiAi ^ il 
fanale , *già aftenéo cinquanta atmi- paaia#, 
^ 'dispose di pigliar donna , ancorebè i^ 
ira ne avcMe avata , ma 4ì parecebi, wpt 
morta ; ed an figiiimo mascbio di acdict 
'anni laseialogta., . chiamato Sergio « belMni»* 
mo a maravigtja. Questo Currado, dt m0- 
f Ife'deaideroso t molte IroTaadone ,* e avo* 
tene per le-mani^ una ne preso- finalmen- 
te figiiuoljai , di Lucio Attilio cìitadioio Ro- 
mano , che per coonnissione della Repub* 
Mica ' e del ' SeoHlo di Roma reggeta alleg- 
ra in Pisa^ in quel tempo chiamata Al* 
'fea y e amminristraTa la giustizia; . £ per 
buona sorta fu una delie belle giotaor , 
the si trovassero allora in Italia, detta per 
nome Tiberia, molto pia conveoevole mo- 
glie del figliuolo i per la sua tenera età , 
nel pia Terde tempo trovandosi della sua 
giovinezza. Peronsi le nozze onorevoli e 
grandi, -come alla qualità ed al grado loro 
•i conveniva. Cosi Currado , iriveado lille- 
bramente I si passava il tempo, ed alla*siw 
donna altro non mancava, se non che trop- 
po di rado e male, di quello che tutte le 
femmine maritate desiderano ; nondimeno^ 
t>nestissima essendo non mostrava di cvh 
«imene. E eosì fojrniii di -passera duo aqr 



ni t e Sergio cresciuto, e ogvi gTomofro^ 
dandosi continuamenle a muDgiaree bere 
e a ragionare senza sospetto alcuno eon ìm 
^ffiairigcfa V se ne' iti rag hi ed accese dì ma^ 
niera , cbe non are^a mai altro bene -uè 
conforto , se QOn quando egli, 1» vedete p 
e con lei parlata. E cosi d' ora in ora » e 
di giorno m giorno crescendogli' entro il 
-petto il fnoco e F amorosa fiamma, ai con* 
«osse a tale, non tolendo scoprirlo a per» 
sona viva , cbe egli s* ammalò ,. e dj sorte 
indebolì , che fu sformato «starsene nel ie^ 
io. Quanto di ciò Currado avesse dispia* 
cerere maninconia, non è da domandtirc 
Egli fece prestamente venire i migliori me^ 
dici, cbe si trovassero^ ma da* quelli, «Km: 
conoscendo la sua malattia , molli rimed| 
^ni ordinati furono ; ma nulla giovando^ 
lìè di cosa alcuna pigliando conforto , àatoi 
pes;i;iorando sempre ^ fu da loro sftd|Ho e 
abbandonato ^ dicendo al padre , lui* noe» 
eter rimedio alcuno alla salute sua. Cur- 
rado dolorosissimo , pilla voHe dimandata 
ftl figliuolo la ragione del ave male*» altra» 
rìsposia non aveva mai potuto avere/ se 
non che si sentiva mancare a poco a pooe» 
Madonna Tiberio ancora ella ne aveva do« 
Ibre grandissimo, non sapendo essere deHof 
tua malattia vera e sola cagione. Sergio 
yropn^o avendosi , tacendo , di morire , a 
tale era già cond^Uo , cbe non voleva«pi& 
pigliar niente^ }>er la qual cosa una^ i^ac- 
^cliia f obe era alate sua . j^alìa ^ aonrawAe 



aB4 tBCOKOA. xsmki. 

up* mattiiui indietro col numgiare » . ■[ 
riiiopnirb DeHa Principessa f e cai elle dis% 
ee :, Poco cV . è della nta di Sergio^ ; egfi^ 
non ha stamani volato solamente torre àn 
boccone ; vedete che io gli . levp la vivaà* 
da dinanzi, come io la gli porMii. Tifae- 
ria « increscendogliene oltre a modot dia^ 
ae alla halia: Dalla an po*qaa a me, vei^ 
giamo se io sapessi far meglio di te ; e 
presa la scodella in mano, se n*andò tmU 
tà nella camera , dove il quasi morto .5er« 

rsi giaceva t e pietosamente salutatolo ^ 
pregò dolcemente , che per suo amore 
fusse contento di voler mangiare., e nel 
cucchiajo avendo messo un poco di mine- 
stra gliene accostò alle labbra. Sergio, che 
la sera dinanzi poco ^ e la mattina niente 
aveva volato pigliare, sentite avendo le 
dolci parole , aperse senza altro pensare 
la bocca, e cominciò a mangiare di si fat- 
ta, maniera, che tutto si trangugiò il desi* 
nare ; di che tutti i circostanti si maravi* 

5|1iavano , e Tiberia ringraziatolo e ran- 
ertatelo molto , aliegrìssima si perii da 
lui. Venne la sera , ed ella fece il somi* 
gliante , e Sergio non facendo, e non' po^ 
tendo disdire , ancorché di mortre ibsse 
deliberato , pur mangiava , e vedevasi ral- 
legrare alquanto, e ma^imamente quando 
la Principessa gli stava d* intorno ; e cosi 
in quattro o sei volte fu conosciuto chia- 
ramente lui aver preso grandissimo miglio- 
ramento. l4k quale cosa . veggendo il par 



IfOVELLA T. 285 

dre 9 maravigliosaoiente gli piacerà f ed 
ogni giorno faceva fare orazione e sagrìfi- 
no ai suoi Diì » pregando la moglie ^ ch^ 
non gli rincrescesse far opra cosi pietosa » 
dando il cibo e la vita ai suo figliuolo. Ma 
la balia più saggia di tutié , come colei 
che era molto pratica, ravviso troppo be- 
ne onde fosse venuto « che dalla matrigna 
avesse cosi preso il cibo , e così perseve* 
rato nel mangiare e nel riaversi ; sicché 
andatasene dalla Principessa, le disse: Ma- 
donna , egli mi pare che voi siate cosi ac« 
corta e saggia , e così vi succedon bene e 
prosperamente le cose , quanto ad altra 
donna. , che io conoscessi giammai ; però 
io voglio che voi diciate a Sergio , come 
al giorno della festa di Mercurio ^ che eì 
è vicino a otto di , che^ voi volete fai>e al 
giardino un bellissimo convito » che rói 
svereste desiderio che egli vi fosse, e pre- 
gatelo poscia per vostro amore » che egK 
si sforzi di guarire , a fine che ritrovarvi* 
si possa per farvi questa grazia » e vedre- 
te , soggiunse colei , che egli ritornerà sa- 
no come mai fu« La Principessa mossa da 
buono zelo , la mattina vegnente « poiché 
ebbe datogli mangiare, lo richiese di tutto 
quello , che dalla balia le era stato detto » 
a cui Sergio timidamente rispose : Madon- 
na , io ve ne ringrazio , e tanto è glande 
il desiderio che io ho di servirvi , che io 
credo che gt* Iddii mi ajuteranno , a fine 
alle io possa di questo cookpiacervi » e vi* 



ÌÌÌ9 iMAmA datti. ' \ 

éMo fe tiOi a chi li 11 morirei Qmtm 
tm.41 meglio , alii lami t per te «oa «mi|f^ 
Mita 9 ohe vivere a qoastò moda idfidifaW: 
E di chi ianamomla ti mi? <^!(^"* «^"lÉ 
ÌpraTisihao peccato» ia che mùdù f émtafih 
mfwadiHÌmtL ?«ifògna puoi ùì Iwaitt-» 
Sue i derider] tuoi e i peiiaierf« i^'^KM^ 
$\ grandcmeate li affli{||goiio Z Lata ; w 
aflalU). Y animo a quctto ilieeito< 
Tolgi la mente a più lodata imprem 



piterao danno dell* anima Inai» ÌttK^|M|l 
tornandole nella memoria la dÌTÌitf'^lieK-* 
lecza , i legsiadri costami , e le foari ed 
onesle parole Hell* amato giorane , tutta 
cangiala dairesier di prima, diceva seco: 
G>me potrò mai io non gradire t non 
ooorare e non adorare la maestà t la co» 
•tumaiezza, la soavità e belleua del tìm» 
degli alti e della favella > ed insieme di 
tutta la persona di colui , che per wfo 
bene , per mio ristoro , per mio conforto 
e per mia pace , il cielo , i fati , la for« 
luna 9 ed amore produssero? Io non pos- 
so ,. uè debbo oppormi alle celesti dispo^ 
siziooi. Che fo? lo però amo giovane aa 

fiovane t cosa ordinaria e naturalissiBEUu 
>i <|uante altre ho io udito e letto ^K 
amori disonesti e scelleratissimi ? Lascivi 

E recti con i parenti? Ma che dirò io d^ 
itelJi eoa le sorelle , e dei padri con le 
figliuole? Costui 9 sebbene sì guarda divisa- 
meuie » non ha che far meco cosa alouna 



iBU 



ad mando. Di che dubito? lassa che le* 
ao ? Ohimè ! perchè don apro ^ .perchè 
non iscuopro , perchè non gli fo io chiaro 
la Teglia 9 il colore e gli affanni miei ? 
E^ è gentile e cortese « e oltre a quealo 
mi è ooblìgatissimo « e mille volte mi si' 
è^ offerto e dettemi che il maggior deside- 
rio t eh* e^Ii abbia in questo mondo, è 
di £armi piacere e servìzio. Perchè resto 
io dunque ? chi mi tiene ? a che tardo io 
di trovarlo ? Deh come credo io che del- 
In min freddezza , - della mia diffidenza e 
del mio poco animo si dorrà , e mi ri- 
prenderà ! Come penso io , che udendo 
I miei lamenti « e veggendo le mie lacri*^ 
me s* attristi e addolorì / ed io di me 
inimica^ ministra del mio danno ancor 
peno 9 ancor bado a fargliene intendere ? 
Già veder parmi aperte quelle braccia» 
già da loro mi sento stringere , già dalla 
tua bocca la mia mi sento amorosamente 
baciare. Ed in questo cosi fatto pensiero 
dimorando , poco meno di dolcezza senti* 
Ta 9 che se stata fosse in fatto ; e riitasi , 
eom^ se trovar lo volesse « i passi mosse # 
ma si ritenne poi col dire: Se per disgra- 
zia t ogni altra cosa di me pensando « si 
e degnass e , e per onor del padre , dove ot% 
per onestissima dònna beòignament^ mi 
riverisce ed ama » per disonesta poi mi 
eohernisse e odiasse , trista la vita mia, do^ 
¥0 mi troverei ? Sforzata sarei fuor di spe- 
ranza al tutto da me stesso uccidermi ; é 
Lasca. 19 




Mèi pir 'Bpil arn^ F!W^ •l^:ìB||lt»iÌK 
iiù!ra pMceado di oacbi « {|K 9Mt^ JK 
l^ere e udire u ino caro. SmùOi CMC^ 
Jln. parte il morene » non ma» «ol lei. jlel<l^. 
*|9oio, ancorché per mo. emore^^ . « piaf^' 
jw ^iyere » oientediinisiio , aveiema. y^i _ 
corre i desiati fratti iun^roo ^ ^v^^^^^VV^Kf 
)a rivcrea» del iiedre « la gmndfflip Jv^ 
peccato f e ; |1 d^ito dell* oneaii, m;.mà* 
parie mi; riinMmeros pare ie fai a pWi Ì i iÌ . 
forae di amore a. tale Uavcntne -oondo^ 
te » che se potato, aiesae e piaebila .eUlk 
donna, come. ho detto,. laBiato. aveacbhii. 
le ioe bramosa voglie , ed ali\ana ed air 
V altro era d^assai aJleggiameolo alle le* 
vo gravi pene iU vedersi, il raflonare, il 
conversare , il mangiare ed il bere ooiijti- 

Saameote insieme. E cosi d'an volerete. 
*an animo essendo , desiderando e ' brar 
aumdp il medesimo « agghiacciano nel foo* 
op r ^ ardono nel ghiaocio , e ra measo^id 
aure, per ooa disteadere la mano a^preor* 
der dell* acqaa , muojona di sete* Pare , aan« 
^carandosi a poco a poco, avvenne d^ am. 
Ulorao^ ohe Cnrrado era andato a caociar* 
Ser non tornare, se non la sera , soU ritrorì 
^ndoìii in camera» della donna ^ e d^unih 
In altra cosa, ragionando, caddero sopra 
le maktlie $ laonde Sergio disse : MadoAn 
aa , la inia passala fa ben leraibilce.dL 
cerio mi averri>be guidalo a morte ,.aa. 
Kajuto vostro badava troppo a sccccrreram^ 
sfeoome io più volte ti h» detto ,. possm 



tire *d*aTer per toì ia vita. ÌHM gAidei^ 
me me ne rendi , soniiiase Tiberia ; pol<- 
ébè me non ajaii , che sto poco meo 'mu- 
le i obe eteMi lu \ quandb da me ajatato 
fiMlL^'Obimè, rispow Sergio t Dio ve ne 
goardip ! i^be male avete vói , è in che ma» 
curavi poséo io dare aita? Gmodiasime t 
dtee la PrìnetpesM , e in te solo ita k ea» 
htì» mia 9 f solo tu , e non idtri » liberar 
Ài pwi. Volesse Iddio cbe io potessi farti 
•erviiio a benifizio ! die voi tedereste ebe 
io non sono ingrato « segoitA Sergio , né mi 
itria fiAtoa mettermi mille folte il giorno 
per Toi alla morte. Dite , comabdale ^purie^ 
cbe io SODO appareccbiato e prontissimo 
ai comandi yostri. Tiberia t queste parole 
cosi affettaose udendo ^ ToTendo risponde- 
re , o fosse TaU^grezza o il dolore H la 
panra o la speraùza o la diolcezza o Ta- 
maritudine, gli mancò la Voce, e diteniè 
emne dr marmo immobile ; pure gli occbi 
feoero T uffizio in buona parte della lin- 
gua 9 i quali in tante lacrime abbonderò- 
flk> t cbe di poco più fatto atriano se ella 
•▼esse afuto una fonie yrva nella lesta* 
Sergio nuraTigliandosi j e per compassione^ 
•^ per tenerezza ancb* egli lacrimando e 
mangendo v il miglio cbe sapeva e obe po*> 
{•fa »' la conCmrtaTa « la consolavn » e con 
il^ grembiale di lei le rasciugaTa le colo* 
vile guancia ^ tuttatia pregandola che ntrtk 
dubitasse di nulla » e' che gii scoprisse It 
M0ion€ de/ snoi amarissimi dolori*. Tibenaj 



T^uaaido ìe'kcrìme^ e- i pieloii:'ricovll 
dw^amito gioTftne udendo , iiw||^cr iii'te 
ritornatk » ruppe . il freno alla ^tiuiiiaiÉiv 
eriairute le parole i nel mdkKo modo che 
•eppe , gli aperte é gli narrò tatto ^ 'ino 
àin*re« e indi lo pregò caldamente! cbe 
di* lei' gli Tenute comfNitrioBe » e jT^UMare-' 
feéste della irita e giovinetta tiia. Ilèà^fiBòa 
Sergio come già Ippolito alla soa nuriàrigna^ 
poiché il cielo e la fortnna henigna jjK 
aTerano potio innann tanto e coA fililo beiuk 
non meno di lei desiderandolo; dimaÉli- 
calbti deir onore del padre , aperte le brao- 
oia f poiché soli erano , e la camera ser- 
rata , e teneraineole stringendole il collo ^ 
baciò dolcemente la rosata bocca , ed ella 
Ini ancora , affettuosamente stringendcrfo § 
abbracciò , ed innanzi cb« si spiccassero » 
cento caldi baci Tun T altro si diedaro. 
Sfa pure poi lasciatisi t cominciò Sergio , 
e da capo fattosi « le raccontò ordinata- 
mente Torigin della sna malattia, e la ca- 
gione dopo della saa salvezza , e come più 
che mai acceso ed innamorato TiTova. E 
te colei fu contenta » udir non potendo 
cosa che più V aggradasse « non vi dico 
niente; ma di nuovo riabbracciatisi » se 
n'andarono scmra il letto , e prima cha di 
quindi si partissero , Tun delF altro prete- 
ro maraviglioso piacere e diletto d*amorc, 
gustando 1 ultima e la più soave dolcesaa* 
Ma poiché per buono spazio trastnllati ti 
furono 9 dato ordine come più sicuramén- 



fie.f e con più agio troTare insieme si d^ 
Tessero, prese Sergio da 4ei licenza , e pia. 
che mai allegro e contento si diede ad at 
tri saot piaceri. Tibcria tanta letisia aveva» 
e ' tanta contentezza nell' animo sentita f 
che temeva forte non venir meno per. la 
aovercfaia dolcezza , ritrovandosi con . Fa- 
mate ino figliastro , provato avendo qnan- 
tu fpsse differenza negli assalti d*amore da 
on ^ovane a un vecchio , da un amante 
ni marito t che le pareva maggiore che il' 
liiaoco dal nero » il giorno dalla notte « .e 
che le cose vere da quelle che si sognano; 
e cosi rassettato intanto il Ietto » acoiocctiò 
nulla si paresse ^ s*nsci dalla camera f .e . 
andatasene alle sue damigelle f.sopravvenae 
intanto la sera , e poiché ebbe cenato , 
ognuno se ubando. Currado tornato da cac- 
cia andò prima a dormire al solito in una 
camera separata dalla donna, perciocché 
IO altra si dormiva ella in su la sala , e 
qpuando il Principe usar voleva seco il 
jDaatrimonio , benchc di rado f usse , aveva 
per usanza a veoir sempre la mattina in 
•ni far del giorno , avendo dai medici in- 
teso, che in queir ora dava meno disagio 
e. noja alla persona, che di niun altro 
tempo; e se gli era di verpo, si metteva 
una veste luuga foderata, se di state, una 
di zendado leggierissima , ed avendo la 
chiave solo egli , senza picchiare altrimen* 
ti, aprendo se n* andava a lei, e il biso- 
gno tatto , per la medesima via se ne tar- 



mm al 0M Itteo. Bladom» 1Sibmb> Mn 
QBBtncn tcilsata e Moonciliy Mlft. «.«Iv 
noivi s^ jdleno te o^aodaTttM » i«nMM#Ìi 
1» maUiiia j te 1^ jkib ' a^ciie éhiMMMi ^ 
9011 sarumo itale radila di antmr.làrft^M» 
^. Vw la «pud coaa^Sanio «Mna» «éi 
aeoo, ahe la Botte' ^naiiM ogiMia0iJMl 
plafiK> sentiate dornirev iolo e chela ..w 
aè ▼eoiaie aopm un Teronef àQnwp0m 
te rioieiva la fioettca dell* antioanev^^ ip[ 
quale aperta troverebbe « « afta .di foiDda 
aoQM ueU* aaiicMMni « per TiUdw^-eiié 
medcaiiiiaaiesle aperto lascereUie ^ aa ;«i 
TmiMe a trovarla a lette ^ mi penata aest 
aa notte se ne ritornaste alla cameni 
Or poiché ogni cosa fa cheta per la 
Sergio 9 parendogli tempo, s'asci di ca m ei ri 
tatto solo f ed andatosene sai verone f per- 
chè la finestra era an poco alta , prete ao^ 
lancia o picca che ella si fosse* fra wam 
massa » che ivi erano in terra rasente a usi 
maro, ed appoggiato alla sponda , ctsepr 
do destro e forle della persona t sa vi saft 
a cavalcioni ; sicché tirata la lancia daU 
r altra parte, per essa leggiermente tcet« 
neir anticamera , e per Toscio alla donQH 
te n*andò, che nel letto con desideriQ 
grandissimo lo aspettava, dalla qnale oo« 
aie fotte lietamente ricevuto , non vi é da 
domandère. Sccbé buona parte della noU 
te abbracciati stettero con tanto piacere 
d'ambedue le parti , con quanto maggio^ 
M iasmagioar si possa. Ma qoai^do parvj 



Ici^ tempo t là 'pirti Sergio » e (SoA coite era' 
iMtfttfo 8é n*andò 9 Mrraia la fivièstrc ; e 
rimèMà la lancia fraf f ahré» t ooA conti* 
niiattdo n diedero forse due meai il miglio^ 
tÈÉMàf elle' mai àTetoerò élla lOr Vita, tfi 
Ifc wrtiiteii nemiea de* beni tiuiani^ diatok^- 
fiafrìee d^ beai terreni » e contraria ttlW 
iha^Hm dei tortali, in guisa si eoiitran- 
|i6iè alla lor giojh ; cbe dote i più felid l 
ètte sì iravassero ài mondo « in brere fti« 
Itotto'i più miseri ; perciocché essendosi uda 
t<illa infra r altre ritrovati insieme « né 
thntò spasio anc#ra riaTntp atèndo 9 , che 
ibrtltCO avessero là prima danza d* amore j 
àtrtnne che fuor d^ogni suo costume Gur- 
Mdo t per qnal si fosée cagione levatosi , 
^enbé per pigliare il solito piacete -con là 
moglie 9 fuor d*ogni usanza cinque o bei 
ore mieno ^ ed air uscio arrivato , e la chia^ 
te pttUL per aprire , non gli venne fatto, 
perehè volger non la potette mai, usando 
ogdi tolta còlei , che ramante suo aveva ^ 
niettervt la bietta. Per la qual cosà di- 
menando e scuòtendo la porta Currado 
Snaiito jriù poteva , fu daHa donna e dal 
glio udito, i quali come che gran paur4. 
avessero t pure séndo su T ultimo del for^ 
nire della dolcitudine amorosa , tanto dà 
loro desiderata, e di fatto non restando 
colui di trimpellare ali* uscio , saltarono 
diàì letto , e Sergio ratto se n'andò per là 
Via' usata , rassettalo ed acconcio al >no 
hie^^ ogni òtfsa eomb stava prima. ' Tibe* 



X^ «ICONOA «UNA. 

ria I come fuor di camera lo vide • tw- 
rato l'uicid t fece yhi» Jì destorsi allora , 
e disse con alla voce : Chi è là ? a cui rì- 
BDoee Corrado, ati'i che no sospellando: 
Apri , che 6011 io. La domta , udita In vo- 
ce, lesto cor^e ad aprirgli, diceudo : hen- 
TCDga il mio signore ; alla quale Currado 
disse : Perchè così mettesti tu la bietta 
jersera ? udito avendo cavargliene ; egli 
Don sDole però esser tuo costume. Tibe- 
ria cerla scusa debole trovò , cbe lo fecw 
più insospettire ; ma prestamente nel let- 
to riloroatase , aspettava che il marito an- 
dasse da lei , il quale per la camera gpar- 
dindOf come volle la disoraùa, ìOr^K^W 
CBua a pii del letto (ooooiosmcoiMlii .m|> 
la camera seaipre per nsaaza arden -lu» 
torcia accesa biacca ) vide na cappcJfaUff 
«lift greca di drappo rosso con uà ooc>. 
dono ÌDtoroo d'oro, il quale conobbe tea- 
U dubbio deano «saer del figlinolo~«;d» 
Ini quivi la notte per la paura e per -In 
fretta lasciato ,: onde tutto cambialo il 
peuBÒ io cbe modo essere andata doretit 
intorno a ciò la bisogna ; ma come aano^ 
deliberando di chiarirsi affatto , e poacù 
fame aspra vendetta * non folle allotta lar 
remore, e come se cosa utuna veduto a^ 
Tesse ai messe accanto alla sua donna , fii 
quale astutamente toccando per tutto > I9 
•«ntl sotto la poppa manca battere fortOr 
neote il cuore, onde fu come certo. Si» 
•liè^pcr la paisioiM • per Jk caUm no» 



ipotefft iler nclie caoja ; pare per Bon darlo 
cagione , che siispettare potesse « di siiotii-* 
lare ing^andosi^ A sforsara di Cirle oa*, 
rene • ùqme era solito ; aia eoo tatto ciò 
avendo ^U il tarlo dbe lo rodeva , statla. 
per ia6no « giorno t che mai non potette 
pigliar 4i lei piacere , ma deliberato aven» 
do- di partifsi, disse: Donna, non ti ma^ 
savigliare se io non ho potato né a te, 
nò. a me soddisfare , perciò che io mi sento 
di mala voglia , e son venuto cosi faor 
dell* ordine per vedere se si potesse passai^ 
"Via certo dolore di stomaco che mi noja » 
ma nnlla giova ; però rimanti in pace, che 
io voglio alla mia camera tornarmene, e 
detto questo da lei si parli ^ non pensando 
già colei, che di niente accorto si fosse, 
anzi per esser egli vecchio e cagionevole, 
alle sue parole credette, e s* acconciò per 
dormire. La mattina molto ben tardi le* 
Tatasi, e veduto il cappello restò doloro- 
aìsnma , non pensando però che il marito 
Fa vesso veduto, e nascosolo, chiamò le 
8ue damigelle in camera. II Principe di 
gelosia , di rabbia e d^odio pieno , nel let* 
lo ritornato , non potette mai dormire , 
sempre pensando al disonore e air oltrag* 
ipo , che gli facevano la moglie ed il n« 
gliaolo , e riandando le passate cose , fra 
se disse : Ora io conosco bene , che sìgnU 
ficar volevano tanto amore , tanta benevo* 
lenza ^ tanta pace e tante carezze. Io giam- 
mai non me lo sarei saputo immaginare. 






S()8 SKODNDA CttlK. 

E chi penK«rebb« che il profirio figliti 
d)«4e di fare cosi fatto dispiacere al padre, 
cime a me fa Ìl mio? e U infedel consor* 
te snrprrti c*>9Ì la mia beaigaità , l'affe* 
zioae e l'aninre che io le ho portato oiag- 
eior giammai, che padre a figlio, e CM 
Btarito a moglie portasse ? Non meritaro 
questo da loro ; ma poiché essi se Tbanno 
cercato , io gti gastignerò per si fatta nta- 
BÌera , che saranno esempio eterno e 8pa- 
'ventevole dì quanti adulteri furono gtain- 
niai. E sempre pensava il modo che |h& 
agevolmeme cnrgli potesse iasieme * mo- 
strando tottavia lieta cera , e sforzandosi 
d* essere allegro sì levò , e veuutone l'ot- 
ta , si messe a desinare insieme , ciancìao^ 
do e motteggiando alt' usanza ; di che Is 
moglie e il figliuolo avevano maravigltbso 
piacei'e , pensando che ninn sospetlo ave^ 
Ta preso. Per !a yual cosa, dopo desinare 
Sergio se n'andò come era solilo in came- 
ra a passar tempo, e a trattener la mstrì- 
gna, e soli essendo, ragionando della pas- 
sata notte, ^li fu dalln donna renduto i) 
cappello , che egli aveva per la fretta di- 
menticato , né se n'era avveduto ancora; 
della qual cosa il giovane miiravigHoso ì» 
ringraziò ohe veduto non Tavesse ìl padreì 
T'énatane hi notte, Ctirtedo, cbfe ]iéiiMV'' 
rrtva di giungierlt , solo stette in a^;aMtfi' 
per infiDo ai gtoroo alla camera ^l'C^ 
gKw^ e nella vedde é sentì i concfosf^ ' 
ofafè^lMlla! noct* non fiuae pento bèii«-t 



SomoTt fiDTM per h paMil»i.pMnmi di ri-^ 
trdrani .eoa fa domia. M» T aìim nollè 
«tTon «olila utcendosiv egli di oaaei:a to» 
i ffiadarimi teiqoMot, alla raa doaoa se a*aii« 
dò j non pensando ener tednto da petMi* 
uà ; ma Corrado % cke ti tra meMa alUiE^ 
poeta » ogni oota vednto aTondo, ooUoroiO' 
o dimoralo , per dar principio al ina crn^ 
deliasimo proponHHMntó 9 se n^andò- ratto 
a t|)o?era il ponina^o, e faUon aprire noiK 
oaairainò cento pasn « che >^1i arrÌTÒ alla 
OMa del bargello, e £itUrfo cUamare^ 
annandòtohe pretlamenle s^amiasie» e fà^, 
l^iaiie 'la maMior parte de' tnoi nomini 
con B manii^oldot e che lo legniCasseA Ik 
quale ubbidientissimo con minor roniot*a 
eoe fosse possibile feee il suo comandaci' 
mento, e dopo che furono arrivati sul ^^/ 
rone, e appoggiato una scala alla fioestn» 
d^^ anticamera della Pnocipessa, la (palo 
aveva fatto tor loro Currado, egli prima ^ 
e dipoi il capitano, e 1* altra canaglia di 
mano in mano, entrarono dentro , e eoo 
torchi accesi e lanterne in camera della 
donna se n'andarono, che gli amanti dor« 
mirano abbracciati insieme ^ e prima il 
disperato Tecchio giunse al letto con la 
toroa , che da loro fosse sentih> , il ^uala 
tirato la coperta « minacciosamente griddO** 
do 9 con oi^oglìose tocì disse : Questo 
adunque è T onore che tn, mio 6glinolo, 
e ta, mia donna, mi fate? ma rendetevi 
•orti oke^ tosto ne patirete la p«niteosar' 




8oo «cMflriu «PPM. 

(Some qua!' mcsckioi rimaoeiiemt .^vS^vb. 
^.potete peniarel; em furoflu» da il fiilift 
paora» maniviglia 9 doglia, iii^ aa tnìàti 
•opmppresi, cD,a meati e ibi|;o||iti mMìid- 
n09 e come se di legno fusserot lum <^ 
altro, non respiraTano. Il Prindpe^ a 
landò le fiarole^* disse. alla famiglia del 
gallo: Tosto legate a questi traditoci -ta 
mani e i piedi ; ddk qval cosa fa . BWWft^ 
mente ubbidito * e dipoi chiamato u |pa- 
itiiiere, prima a Sergio, che stretta! 
te chiederà mercede, é divotambntn 'si 
comandava > veggente la donna, fine oà« 
Tare gli occhi* e poi per viva forsà di ta« 
naglie la lingaa, e dopo gridando sempre , 
gli fece moaare le mani e i piedi* Tanta 
▼enne in un punto, e cosi fatta doglia .a 
Tiberia, ciò veggendo del suo caro amen- 
te, che r anima costretta a forza abbaa« 
donare i sensi , si diparli dal torm^entosb 
corpo , e con gli spiriti aodò vagando at* 
torno. Currado, per la rabbia diventato in* 
sano e furioso , facendo ii simile far^ a 
lei, e vedendola stramortita, acciocché più 
pena sentisse^ la fece tanto con aceto ror 
sato e con acoua fredda e malvagia stro- 
picciare, che ella rinvenne. Egli, come re* 
spirare la vide, perchè piacere non ave»* 
se di rammaricarsi , comandò che trattata 
fusse come il figliuolo, e dipoi ambedue 
gli fece porre nello sfortunato letto , iti* 
sieme dicendo : Dove con tanto vostro pia* 
«era e contento, in mia vergogna e olr 



KOYCLLk t; 3oi' 

tniKto TiVeste felicemente, voglio che con 
dispiacere e dolore, per mia vendetta mi* 
serameote moriate; e detto questo, fece 
uscire tutti gli sbirri e, il bargello di ca- 
mera , e serrato V uscio e ^licenziatili , al«^ 
tendeva per la sala a passeggiare, iudurato* 
cosi nella crudeltà, che egli non si senti- 
va appena d* essere uomo. Il bargello e* 
la famiglia sua , benché ìuumani fossero t 
incresceva loro della crudelissima morte 
dei due giovani , biasimando la troppa se- 
vera giustizia di Currado. I poveri sfortu- 
nati amanti, senza lingua, senza occhi » 
senza mani e piedi trovandosi , egualmen- 
te per sette parti del corpo a ciascheduno 
uscendo il sangue, erano quasi venuti alla 
fine della vita loro. Nondimeno udite Fui- 
time parole di Currado , e sentito sgom- 
brare la camera e serrar Tuscio, al ta- 
ilo sperano trovati, e con i mozziconi ab- 
bracciatisi , Tuna bocca ali* altra accostan- 
do , e restringendosi il più che potevano 
insieìne, dolorosamente la morte aspetta- 
vano. Deh considerate , pietose donne , se 
mai udiste , o leggeste il più crudele , il 
più disperato e il più inumano caso di 
questo! Dove giammai, dove i più scelle- 
TbA d^l mondo con tanta acerba pena, con 
tanto amaro duolo , e con tanto disperato 
supplizio si piinirono, quanto costoro? In 

3iiial parte dell* universo giammai due tra- 
tiorì o due assassini di strada , con più 
tormento, con maggiore agonia, e con più 



i 



nefo ■MUWQ Muootii v Biori^ nvtMiprwr 

*n«b. noa etidero fé tldtoy c ot iè fyi ' 
ro«ÌD& il eielo al ttrribilo^ Àapi^ * 
Mio spettacolo? QqoÌ Bfaliro> ^pal Tmmì 
miai Letingooa^ miai iaria lofieradt^'^fMl^ 
aetnonia ai «aria immagioato fluu^ itaìir *^^ 
mandato ad effetto Qda li erttdaie a 
"veatota ' morte ? Ahi rfortuflati è* 
amanti! A toì «m pmre'BeiraltiaM» ^ 
fine non Ita eoneano polem raanuiriiÉipM^ 
e rfbgrado dolerrir, ne confertare-aè oonK 
flgliairsi r no V altro » ma tì fa tolto il 
Tederai ^ stando inneme, ultimo oonficirto 
di chi muore. Ahi infelicissimi ! In tot al- 
tro che trovar saogoe con sangaa» intensa 
o infinita passione non ebbe luogo. Aihho^ 
no Venere pietosa T anime yostre aocol|p^ 
o nel terzo cielo guidandole, vi dia grasis 
di sempre stare insieme » come merila - il 
vostro ferventissiàno amore. Yenutone gik 
Talba e nel palagio tutta la famiglia leva-* 
tasi t ed avendo inteso 1* orribil caso^ tulli 

Siangendo amaramente si ranunarioavw 
el lor signore • e fra gli altri la balia di 
Sergif>, che fa di quelli che videro^ • da 
Carraio cacciati fuori di camerat n* em» 
ita nella piazza gridando e stridendn sk 
dolorosamenta » che molti udendola dndbi- 
taroho che al Principe non fosse qnalcba- 
male intervenuto. Ma di mano in manor 
nella città spargendosi, tanto a ogni uomA 



iocrecQefti. che ik>q v'era clii ìe^ft potie»-^ 
•c.Je«iacdaii3, mplto ripreadeado . • aggrifr. 
ifUodo Ci^rrado^ e una gran parie dei nug-^^ 
§uiri #. e dei più nobUi ckt^duii a' aud«i^, 
rmoQ al p^gio, pejr vedere con.g|li pcct^i 
1! teerbiM^ma > crudeltà; e. salite le scaìa^ 
per .entrare in c^merat £uroQp, dal Vtinù/k^^ 
p^^iRtenati, ma tanto crebbero ip oumerp^ 
qhefifecero forse all' usciu» e ebM*at] de^lro^ 
iMTanKio i due aaianti tatti sao'gaey.e ù^ 
4mia gjÀ pattata t e foehiasimV «tita ro-^ 
fta^ra al giu^fane; o«de spaventai # f abi* 
gpttiti per rinaudita e ìecopipprtibile ìnur^ 
maojti , tulli a un tratta gridando , ditté^ 
ra Corrado estere degnissimo di morte ; 
e. fuori uscendo 9 in meno d*uu*ora eoa 
etto loro concorse tutta la terra » e tanto 
ne increbbe a ciascuno » che il popolo si 
levò a remore, e gridando ammazza , am- 
massa il tiranno crudelissimo » n* andaro- 
no al palazzo forse duemila t e Currado ^ 
che te lo. indovinava» tardi del suo furore 
pentito , presono » che s* era nascoso in 
aaa buca da grano » dicendo cbe più non 
meritava , e più non era degno di stato » 
né di reggere, e quasi mossi dalla divina 
g;iiiiliziat grafiianaogli il viso» e pelando- 
gli la barba, lo conaussero in piazza» e a 
nn palo l^tolo» a furia di popolo prese- 
ro daeUe pietre, lo lapidarono, e tante saz- 
iate ^ ^li diedero , che in breve non solo 
Taccisero, ma lo conciarono e consuma* 
rooo di sorte 9 che non saria mai stato ri* 



3of oiÈéKPK eniA. 

cooMeiiilo per nomo» non 
abini e doime» ciofwii e fwehi di-tii||w|.^ 
tÉnto» che tatto lo riooperaoro obli i tHÉ^ 
dimodoch é pare?» manilOt tum^wmmMÈÈ' 
in un monte di pietre , e nel f^itffm 
datitene^ i doe amenti ifenlmntìy i ^^ 
r osence loro^ seppellirono^ e Teltro _ 
i primi e i più Teochi eUtedini nel pitate 
ngonetisit non aendo ohi aaoeedew'^Sb 
aporia , per non aver Curn^P lealiÉM * 
érade^ saTÌamente ordinarono» nmé&mìStfd^ 
Mpubblioa; e ooei stette , tanto nho-^liiM 
mente dai Romani fu distrutta. '••^' 's 




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NOVELLA VL 

Scheggia ed il Pilucca • con due lora 
compagni fanno una beffa a Giéospar* 
ri. del Calandra , onde tgli fu per spi^ 
, Titarcy^ poi con bellissimo modo gli ca^ 
umao un rubino di mano , il quale da 
lui ricompenuo^ si sguazzano i denari. 



s 



le le donne e i giovani avevano per 
cagione ddle raccontate novelle riso mai t 
quesl* ullimìi di Siringa ffli aveva fatti tan- 
to piangere e lacrimare , che di piangere 
e lacrimare non si potevano tenere , tan- 
to dei due sfortunati amanti inoresceva 
loro fuor di modo ; della inusitata e cru- 
delissima morte dolendosi e maravijglian- 
dosi'^ trovata da quello scellerato vecchio» 
"Pare gli racconsolava in parte il fine che 
da* soot gli fu meritamente fatto, fare ; 
ifuando Fileno , rasciutti gli occhi , cosi 
pietosamente disse: Se io considero bene 
alla passata novella e al bisogno nostro » 
a me conviene « discrete donne, lasciare 
indietro una favola, che io aveva per le 
vini, e un'altra dirne, che via maggior* 
jnenle rallegri e porga diietto, e gioja alla 
Irrigata piena tutta di doglia e di compas- 
ftone, nella quale il Pilucca e lo Scheggia, 
e gli altri compagni intervengono; e se* 
Cnitò. 

Lasca. aa 



hùB «econdìl xxnà. 

la Firenze fa già uà booa uomo cbk- 
malo Guasparri del Calandra, che Xioefa 
il battiloro, assai boon maestro di oueirir 
te, ma persona per altro bonaria e ai gras- 
so ingegno. Colui per via della mogjKa et* 
aendo diventato ricco , perciocché ella era 
rimasta erede del suo fratello, che le ave* 
Ta lasciato due buoni poderi in ajui di 
Prato , e due case' in Firenze -, abiiaodo- 
nata la bottega, attendeva a darsi piacere 
e buon tempo , non avendo se non ùa. fi- 

J;liuolo maschio di cinque in sei aniil-, e 
a donna in termine di non doverne far 
piò. Per la qual cosa, preso aveva slrettia- 
fiima amicizia dello Scheggia, e conseguen^ 
temente del Pilucca, del Monaco e di Zo- 
roasiro , e piacendogli la lor conversazione, 
perciocché, com%^ voi sapete, erano uomi- 
ni spensierati e di lieta vita , si trovai 
apesso con esso loro a cena nella ^ansa 
del Pilucca , che stava a casa in via della 
Scala , dove era un bellissimo orto , da 
mangiarvi la sera d* eslate sotto una ver- 
dissima e folta pergola al (refico. E perchè 
questo Guasparri faceva professione d* in- 
tendersi de' vini, e di provvederli buoni» 
eoloro in questo dandogli la sc\aj e lodaé* 
dolo molto , r avevano eletto sopra ciò di 
comune consentimento. Lp qual cosa Gua« 
•parri recandosi a grand* onore , per non 
mostrarsi ingrato di tanto benelizio, e di 
Sì gran maggioranza , tutto il vino^ che si 
beveva fra loro, e da lui |>rov\eduto, vo* 



SET 



kftt die fune di sovvallo ed a tue spese, 
fr ad <)gfiora visitava tutte le taverne di 
Kreosè per trovarlo buono , e per soddì 
vfiipe ai' compagni sempl« ne eonduoeva di 
-^ve o tre sortì. L* altre vivande poi totte 
andavano per rata; e lo Scheggia era ti 
pfnvveditorc , e teneva diligente conto , a 
«tei eompagooni attendevano a succiare t 
parevano moscioni, mettendo Gmaspar» 
ri io cielo, e Zoroastro diceva purè, che 
non' conobbe mai uomo avere il miglior 
«osto, ed il f^ilucca afifermava esser lui di- 
eoeio dalla schiatta di Bacco^, tantoché il 
'^étftìo Onasparri si stimava d* esser gran 
^cósaf. E cosi dopo cena sempre cicalando , 
"Sivevano i più nuovi <s strani ragionameuii 
•di questo mondo, dove consumavano mes- 
sa' u notte , favellando spesso delle sti^- 
^^Ébe» degF incanti, degli spiriti e dei mor« 
ti, delle quali cose Gtiasparri avendo pan« 
* n grandissima , mostrava non curarle^ s 
ai leceva ardilo e gagliardo , dicendo fca 
l'altre, che in mielr altro mondo i morti 
'■vevaM fatica di vivere, non che di venire 
V far paura, o male alcuno a questi di 

3aa ; della qual cosa sendosi coloro afve- 
qjrii ne avevano trastnlio e piacere gran- 
disrime. Ora andando cosi la cosa, e tro- 
irandosi ogni sera insieme ali* orto del Pi* 
lacca, sendo allora dì slate, e Ouaspàrri 
procacciando il vino ali* usanza, accadde che 
tin suo parente , trovatolo un giorno , c^ 
invidioso del comodo e del ben di co* 



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So8 neon DA ^OEIVÀ. 

loro, 'OomiDciò a rìpreoderlot che eglf èpea^ 
deva, anzi gettava via' il sao , ed era HOr 
eellato^.e che lo Scheggia, il Pilacoft e ^ 
altri lo trofobettaviBDo 9 e ridevaosepe per, 
Jatto FrreDxe , ^ che egli era da ognàa» ' 
' mostro a dito per goffo e per corriva , dir 
manierachè Guasparri, peoMiido cosi .ewcr 
Ja verità, deliberò di levarsi per- qilaldhtf 
(porno dalla lor compagnia , v aodo a ae njB 
iu villa senza dir nulla a persona ^ dow 
egli aveva la brigata , cioè ' la moglie » il fi* ' 
glio e una serva. I compagni, i^ion- lo- rilro- 
'vando , parevano smarriti ^ e ne oercata- 
no con grand' ìnstanza , massimamente lo 
Scheggia e Zoroastro , i quali dopo sei o 
otto giorni , intendendo , come egli era an- 
dato ia villa, si maravigliavano, che egli 
non avesse loro detto nulla , e dabitavano 
tutti di non ritrovarsi iosieme ogni sera 
alKusanza, facendo buona cera e giulleria. 
lolantu a Guasparri venne a fastidio lo 
stare in villa ^ e se ne ritornò in Firenze, 
il quale come del Pilucca fu veduto, fat- 
' logli una gran festa« subito fu invitato per 
U sera« dicendogli : Oh come hai fatto be- 
ne a tornare, pei ciocché da poi in qoa, 
che ti partisti^ io non ho mai bevuto vino, 
- che mi sia piaciuto! Ma Guasparri, rispostogli 
che non poteva venire , fu dimandato dal 
Pilucca della cagione, ed egÌi,nQn sapen- 
do dirgliene , né trovare scusa che buooa 
fosse» fu tanto nella fine contamioato, che 
gli disse, morendosi di voglia di tornar eoa 



TIOTSLLA TI. 3o9^ 

• 'loro^ che terrebbe volentieri , mn che 

Tolefa più provveder vino , e metter- 
I- macca, e uarrogli lutto quello che 
parente 8uo gli era stato detto. Il Pi- 
:»« ciò udito, ridendo di fuori, e dea*, 
mlitsirao contento, gli disse y. per non 
ere, che la sera venisse a ogni modo, e 

al far del conto non spenderebbe , ae 
; quel tanto che gli altri^ pensando sen- 
iloun £eiIIo ricoudurlpa poco a poi^o alla 
fesima usanza ; e còsi venutane la se« 
eli Pilucca trovati i compagfii«e rag- 
(liatili , restarono maninconosi ; pur 
Irando allegrezza , Guasparri ricevete 
I cou lieto viso , e fecergli mille carec- 
ì caccabaldole , e cosi seguitarono non 
;he sere. Ma nella fine veggeodo che 
isparri non usciva a fiato , avendolo 
i due insieme , e privatamente teuta- 
lià volte e per più vie , parve a Zo- 
Uro che fusse da levarselo dinanzi , 
sudo che non era cosa conveniente , 

egli usasse con esso loro del pari , 
ssi ' affermavano tutti , e deliberarono 
argli qualche beffa di sorte , che da se 
io si pigliasse licenza , trovando qual* 

modo (la farlo stare, e cavargli 4enart 
naiche altra cosa delle mani* E sapeu- 
la. paura , che egli aveva ioestimabile 
li spirili , e particolarmente dei morti , 
i fondarono sopra , e restali d* accordo 
utto quello che far volevano , messero 
'blamente in opra certi amici dello 




Setieg^ e ar Zowiélfè y cht' rf ■ i itmé 

retò coni ddk beflSi. Aw^ f h<Mfii 
Mh CUI in Borgo Stollt i JbeU o|Éi 
•èr» cbe eoi' compogni ti ritrofto ^ ff <é» 
tomarseM 'gli coayoaff f MiiiÉ tt ' 

ttl, se non €|^ ,; |n; notte o d o i n ti » » '"^ 
Éipando la matiini senipiv jU^Mloiin^ • ìì 
etia d"^ amìcf o parenti. Abilifn par' MrtK 
accanto a Ini un cario Aleino. IcmMM di 
<lrap]^9 tmictf granda delio ScbògU^ìMV 
la cui casa potertf entrare ageroteadte in 
quella di Gnaaparri ; sicdie lo Sohegm 
tanto avere fatto » e tanto pregatolo 9 cqa 
Metro era restato di fare quanto egli - "vo* 
leva; In questo mentre Tenutone il ^or^ 
Ino 9 la cui notte si domerà lare a Goaapar* 
li la beffa » avendo os^i cosa ordinala 
messa in assetto , lo Scheggia e Zoroaitra 
la sera si trovarono con i compagni al so» 
lito 9 dove cenarono di santa ragione 9 '• 
dopo a sommo studio entrato il Pilucca in 
su gli spiriti ^ e cosi Zoroastro , tanto dia« 
lero e delle streghe e dei morti e delln 
tregenda e de* diavoli ; che a Gruaaparri 
entro sospetto grandissimo dell* averaena 
« ire a cksa solo; e se non fusse stato per 
non si iDOftlrar timido e pauroso , avereb- 
be richiesto qualchedunó di loro , che le 
avesse accompagnato « e restatosi a alber* 
go secò 9 e fu tutto tentato, di non** si par« 
tire*t di dormir quivi. Ma Veoutane già 
r ora deputala 9 fece Zoroastro 9 acciocdiè 



QiiaipKrn s^ Q^aqdasse, trovare \ geroan 
m«,il qtiàl gioco colai ^ve^n più in qdioy 
<Af U pe^te ; sicché Guasparri fa sforzalQ 
partire» che era qiesza notte. Ma coioe 
gli f bbe ilvpir fuori dejla soglia « $abito 
gli f^ dietro lo Scheggia piao piaoo « e 
V«dfiiaQlo andarseae diri|to a Santa, Manii 
Ifo? e|la , donde poi volgeva per la vii^ dei 
Womì t e indi poi passava il poqte a)!^ 
Oirrp)a« te ii^aodò per via nuova « e qua* 
•i correndo per borgo Ognissanti giunse ili 
iol |Kmte alta Carraja 9 che oqtai ancora 
iipo era a mezza via p trovati i conipagnil 
cito lo attendevano « fece loro oooiinciar^ 
^ dare ordine, ed egli si nascose dietro al- 
la Chiesina di S. Antonio in su la sponda 
A* Arno , la quale arrivava a Santa Trini* 
la. Era allora di settembre , e cosi bujo 
per buona sorte , come in gola. Di là de| 
piezEO il ponte alla Carrajja io su le pri« 
aie pile erano veouti i due compagni per 
ordine già stabilito e fermato di Zoroastro 
e dello Scheggia ^ come avete ioteso • i 
quali avevan uoa mezza picca per uno, in 
cima della qual picca vi era un poco di 
legno attraversato , che veniva a iar cro- 
ce • alla quale due lenzuoli lunghissipii e 
biancbissinii con certa increspatura stava* 
QO accomodali, e in m la vetta della ero* 
ce vi era una mascheraccia contraffatta^ la 
.piò spaventosa cx)sa del mondo , la quale 
jn scambio d* occhi aveva due lucerne di 
looGO lavorato » e una per la Jbpcqa » che 



it» nCONDA ÌSBfk. 

Ardevano tattè e gettavano nna. fiamma 
verdiccia . molla ornbile ^ vedersi» e.mo* 
tirava ceni denlac^ radi e lunghi ^ con nit 
naso schiacciato 9 mento agasto» e con una 
capei lieraccia n^ ed arruffajla , -cliè avn- 
rebbe qiesso paura, non che a Caio e ài 
Bevilacqua , ma a^ Rodomonte e ài conta 




qua 

in agguato ed alla posta ; . e questi anima- 
lacci m tal guisa tatti èrano aUo^ eliia« 
mali da loro cuccobeoni. Guasparri avendo 
il pensiero a quelli iuJiavolamenti e sire-* 
ghcrie, ne veniva adagio e sospettoso , tao» 
teche alla fine arrivò alla coscia del pon- 
te , il quale tosto che lo Scheggia vide 
comparito , fece cenno con un fischio sor- 
do , dimanìeracbè coloro a poco a poco 
rizzato quel bastooe , gli entrarono sotto , 
alzandolo soaveikiente. Quando su per Io 
ponte camminando, a Guasparri, volgendo 
gli occhi, venne veduto quella cosa con- 
traffatu e spaventosa alzare pian piano, fa 
da tanta e così fitta paura sopraggiunto , 
che tutte le forze gli mancarono a un trat- 
to , salvo che egli gridò fortemente : Cri- 
sto ajntatemi, e rimase quasi immobile; e 
nell*uÌtimo erano cresciuti quanto mai po« 
tevano,e di qu» Tuno e di là Taltro met- 
tevano il ponte in merzo di sorte , che a 
Guasparri pareva che uscissero d'Arno , e 
giudica vagli nuiggiori dei campanili» e co- 



•V stbf^ìto e pauroso ibor d* ogni goiM 
umana, 81 credeva senza fallo avere inoan* 
si agli fìccbi treulamila para di diavoli , 
Is parendogli che a poco a poco se gli av- 
Vicinassero , temendo non essere da loro 
inghiottito^ gridando. nn*altra volta, Crislo 
fiatatemi , si messe a fi^ggire per la via , 
«ine egli fatta aveva , ne mai si volse in* 
dietro fino a tanto , che egli non fu ani- 
irato a casa del Pilucca , dove picchiando 
a più potere , fece tanto , che coloro sti- 
matosi quello che era, gli apersero, aspet- 
tandolo a gloria. Ai quali giunto , per la 
^aura e per la furia dfl correre noh pole- 
na raccor Talilo, uè esprimer parola, e si 
lascio ire ansando su una panca ^ che noa 
poteva più. Lo Scheggia ogni cosa avco- 
óo veduto , fug§i(o Guasparri , pien d* al- 
legrezza corse ai compagni v e di fatto gli 
mandò a rasa Meino per fornire il rima- 
nente deir opera , e dare compimento alia 
beffa 9 ed egli di buon passo se ne venne a 
casa il Pilucca , dove Guasparri riavuto il 
fiato , e rassicurato un poco , era nella 
loggia andatosene a raciK>ntare a coloro le 
maraviglie , e diceva le più strane e paz- 
«e cose che si udissero mai. E coloro fa- 
cendone brffe ed uocellandolo , lo faceva- 
Tio disperare , quando lo Scheggia fingen- 
do d'uscite d'una di quelle camere da far 
suo agio, aor-be egli, ascoltando Gusispar* 
ri, se ne rideva; dimodoché volesse il cie- 
lo ^ O uo, lutti affermavano che Guaspar- 



t 



9i4 «B(»>P9A 9r$^' 

fi. gU tinm #D , e eli yolfm &r 'o(wrfp% 
Pqre eoi vi, iremvoda u^tàTÌa, ^a»Tfc f(| 
•flieniuiTa che cosi ei^a , .e che Tcpiinfo » 
Ttderio t in guisa tale che coloro si ma» 
.9fro »eco in vìa « tempre 4iecndo p lòjbf 
"^figU^ ayesae le traveggole , o che gli fulef . 
ya. Cur CalandrìnLo Grassi Jc|^Qajtto1i», ia|^ 
, loehè al ponte alla Carraja giùnsero 9 iwir 
T0 guardato e nguardato non seppero ittd' 
feder niente. A 6aa#parri non ffSctn^ 
Mptfliae t ^ purè, voatrando il liwgp p 
piioefa come gli j^rano usciti d* ArM> %- 9 
che eglino soj^ravanaàTano le -sponde. ^ 
cento braccia • tutti a due bianchi come 
)a neve » e che gli avevano solamente gli 
occhi e tutto il viso di fuoco t mille volte 
più brutti e terribili che rorco^y la tre- 
genda e la versiera. Ma Zoroastro, dettogli 
mezza villania , che ancora non voleva re- 
Star di burlarli , e con gli amici non 9* u- 
savane quei termini, e cosi gli altri mostra- 
tisi adiraticci , se n* andarono d' accorào 
a fornir^ la partita dei germini , dicendosi 
Jieffe di colui con dire, che egli aveva he* 
vuto troppo. Guasparri sendo di là da mes« 
^o il ponte , e veduto la guardia, che 8*era 
levata la luna, che di borgo San Friano 
venendo, se n'andava per lo Fondaccio 1^ 
lasciò coloro volentieri, e quasi correndo 
se ne venne verso il bargello , parendogli 
essere accompagnato e sicuro ; tantocqè 
sospettar Io fece, ed aspettoUo e cercollo, 
e non gli trovando, arme, lo lasciò ire per 




irOHiLLà Tf. JfS 

i tolti sàói. Goasparrì ^ già presto H casa f 
éndmrm f^ensando se gK era bene il dormir 
Mio, e ftt tutto teotàto d*andar di ih d*Ar« 
no « starsi con un suo parente ; pur poi 
paratogli tardi , se n^* andò a oa^a, e toila 
ìm chiave, aperse Tascio ed, entrò dentro. 
L'osanca di Guasparri per quella stagiòot 
^ra di dormire m uua camera iérreoii^ 
ebe rispondeva in su }a loggia , ia celiale 
Meioo con un compagno., per commisaio* 
ne di Zoroastro' e dello Scheggia , avera 
tutta quanta intorno intorno parala a ne« 
ro con certe tele accattate dalla Còaapa'» 
f^ia deirOsto , che servono per la setti- 
mana santa , e per lo giorno de* niorU • 
dipinte di croci, d*ogsa e di capi di nàor- 
li, e a una cornice, che là girava d^in tor- 
no intorno, appiccato avevano piò ^di mil« 
le candeline ai cera bianco tutte quante 
accese , talché rendevano uno splenderai 
ttiaraviglioso , e nel mezzo dello spazio so* 
pra un tappeto yì era uno veitito di bian- - 
co a uso di battuto , acconcio le mani e t 
f>ìedi in guisa, che pareva un morto , pie<- 
;no ogni cosa intorno di fiori e di foglie di 
làelarancio, da capo aveva un Croci (isso « 
€ due candele benedette accese da poterlo 
segnare , chi avesse yoluto. Cosi divisata 
la càmera nella foggia , che inteso avete , 
l'avevano riserrata, che niente si pareva, 
Guasparri poiché fu dentro , secondo la 
tua consuetudine se n^ andò al bujo alla 
camera per andarsene a letto , il quate 



ww 




Si& nieoiaii cutà» 

\p>i^ il igiorno {li riCittira .ttiuì' inrata*. Vi 
come /Volgendo Ja, campanelk ^|^ ^F'W 
r^udot subito Tuido «plendDi^.9 il pt-^ 
rato deirossa e il loorto diatelo in tern-i 
"onde da taota paura,', dà tanta meimvidiai 
d« tanto dolore fa preso , perootto .edTji^- 
¥Ìnlo , ctie subita sbalordito cadde in sa là 
soglia. dell* uscio ioginoccliionft obeinonpò* 
tette 
roia. 

o dispersa 

di camera, e forse temendo che q«el morr 
to noò gif corresse dietro « sgusci fuori di 
casa prestamenlè, e la delie a gambe, e 
per la fretta non si ricordò di serrare la 
porta" da via, e correndo a più potere* non 
aveva altro nella mente, cbe morf i, spirita- 
ti, diavoli,* faotasime e streghe, mille anpi 
•parendogli di trovare i compagni ; laiche 
passando il ponte alia Carraja non s^aTTi* 
de dei cuccubeoni, che prima gli avevano 
dato tanto terrore e spavento; cosi la riiafi- 
gior paura caccia sempre la minore. Mei- 
no ed i compagni, cbe stavano alla posta, 
tosto cbe Guasparri fu fuori clelTuscicco^ 
me era stato ordinato, spacciatamente spe- 
gnendo tutti i lumicini, e sparecchiando 
e' sviluppando le tele dipinte , il tappeto , 
il Crocifisso, le candele ed ogni altra cosa 
rabballina reno , portaron via e ras^ettaro- 
no al luogo loro ; e racconcia la ramerà , 
•come^elPera prima, oè più ne meno , e 
aerratala, se n*andaroap a casa Meiuo. Ma 



IfotCLLA TI. * 3l7 

tiercilè Goasparri ateva latciato apèrto 
1* uscio 9 acciocché noa gli fusse stato ra-> 
Jmo 9 UDO di loro , che npa pareva suo 
fatto, stava a far la guardia , beachè gli 
era tu su un* otta; che noo si trovava fuo- 
ri nessuQO. latanto Gnasparri era arrira- 
io a casa il Pilucca « e i>attendo la porta , 
noD restava di gridare» quando coloro che 
Taspettavano corsero con gran fretta e al* 
legrez7ii per aprirgli, e sentito la roce , il 
Pilucca prima disse : Che saranno , Gua- 
sparri , delie |ue girandole 7 a cui rispose 
Guasparri, gridando: Ohimè! Pilucca, e 
Toi fratelli, misericordia, ajuto; io ho pie* 
no la casa tutta di spiriti e di niorti, e 
credo che ei vi sia dentro tutto il limbo 
e tutto r inferno; e raccontò loro cièche 
aveva veduto. Zoroastro ed i compagni fin- 
gendo di non lo credere , e dicendo che 
gli voleva uccellare di nuovo , gli faceva* 
no rinnegare Ja fede; perciocché egli pur 
narrando la maraviglie, àfformando e giu« 
rando, gli pregava che volessero andar se- 
eo di grazia e per 1 amor di Dio, per chia- 
rirsi prima, e poi consigliarlo ed djutarlò 
in cosi fatto bisogno e in tanta necessità, 
e questo dicendo, tuttavia tremava di sor- 
te, che Zoroastro dis$e: Gnasparri mio, 
.egli Dòn è dubbio alcuno, cosi bene ti 
a* avviene 11 fingere, che se noi non fossimo 
pur dianzi stati dileggiati e burlati da te, 
cbe ora noi ti credessimo;. ma tu puoi fare 
e dire a tua posta, che noi non siamo più 
per crederti, a noti ci befferai altrimenti. 






<ìmifirn ^ianiùdo ti cmM » ^- W[^|tt»if 
«h« Mft gh béffiira., nut ehe dioMi*d2 «6» 
jK«r sennò Gke'.cgft jiTetse , «. dMpenift^ ' 
pronwiteodo ohe te non ^eni.cail. fa MrHk 
cftie Tolet a ohe gK duvamna gli * «mAì ; 4| 
«ma;, a cui lupoodeodb Zoroa8tro»-4ifatf 
Se là hai, conié ta mMlri, vo|^)a ofctfrMa 
^engihiamo a crediamo, H cavarli i^.éMfef/ 
«ibtf «erte a ouMa ^ ina dammi in *fi|gpMl 
taodeatc n&bino , che tu hai iir ^te ^ ia lif» 
fi( QOsa ita oome Uk di* « e che là -canmiA 
•oa $iaao i mèrli, i lamidiii ^ le màM^ 
^glie, te lo voglio rcùdere graziotamentet 
ma se grìnterviene » eome del ponte alla 
Carraja , che non ti sia niente t come io 
credo , voglio che s* intenda per noi gna^ 
dagoato', e a te si rimanghino gli occhi* ^ 
frfie son troppo cara meruet e da non ar^ 
rischiargli co;i per poco, dubito , d^ alle- 
grezza pieno i rispose Gnasparrì : Son co^» 
tento; e dettegli 1 anello, il qnale Tèratai* 
lutato nelle mani per conio dell* ereditata 
-che se ne sarebbono avuti dalla aiàltiii« 
a^ sera venticinque o trenla ducati d^oré. 
£ cosi restati d' accordo 4 il Piiuoca 9 lo 
Schei^a , il Monaco e Zoroasiro^ si mea- 
aero in via 9 e tanto camminarono, che 
in Borgo Stella giunterò, ed a prima ginn* 
ta lo Scheggia cedendo V ascio aperto » 
^isse; Io ho paora che non ti sia «tato v^nai» 
to la c^. Ohimòf rispose Guasparri, non 
me n^iivvidi, petf* la frelta e per la fMin« 
«a t* dU aerrare. Cosi temendo d andare in- 



ii4tei'« àì^sit al Pilucca : Va là tu ; ma per^ 
cbè Vefa bajo» il Moaaoo, - che a>év^ qua 
kialema aòcesa ,. fallosi iaDanàst, disse: Te^^ 
Alte Tia. &aas|>arri tremaado^ e qoasi sbi<* 
lUDUito s'era meùo dietro a tatti comecò- 
fili 9 bhe aveva di che temere ;' ina poiché 
pianti furono ali* uscio della camera , il 
jìl0tiaco,* per parere^ stava su le conti neu- 
M ; onde Zoroastro fiatiòsT innanzi ; giran* 
fto la campanella , aperse ih ttn tratto , e 
fai camera trovò e vide starsi nel modo 
«satOy sicché di fatto ridendo disse: L*aneK 
lo è- guadagnato per noi. Gnasparti, guai*- 
da qua ; dove sono i lumicini, i morti, gli 
ÉpirìiS e i diavoli che tu dicevi? io credet* 
ti avere a vedere la bocca delP infermo» 
Se inai uomo alcuno per alcuna nuova e 
linaravigliosa cosa resto per tempo alcuno 
attornio e stupefatto, Guasparri fu desso. 
£gli non sapeva bene in qual mondo si 
fass6, e se quelle cose che egli aveva ve- 
^ dMe , le aveva Teramehte vedute , o se 
l^i era troppo paruto vedere, b se c^i pu- 
rè r aveva sognate; e sbalordito, e quasi 
'affatto fuori di se riguardò la Camera , 6 
^reggendo ogni cosa al suo luogo » non ar 
^veva ardire di favellare e di rispondere 
a coloro, che tuttavia lo proverbiavano 
con dire: Ben dicevamo noi, che tu ci 
burlavi, e che tu facevi per farcene uu*al- 
ira , e poi domani vantartene , e uccellar- 
la per tutto Firenze; ma in fede di {)Ì0t 
ìiht FoooeUato rimami tu , se ^ già non è 



WTff 



fato -'qjietto #nello ; a epa queitt A jbOiSsi 
p ^Q ait^rimbjrattU nou resiaYano rtàr^i^ 
4«do ^ ài ^rrirlp^ UotòchÀ egK.BiiuU«^ 
te pr^iuloli^ cì^ fossei'o *coQ<ead^ 4^ .^^ 
cere» nmase. 31' i^ioomprare U .rùÌMiio irtw^ 
ticinque jducàti, affinchè questo &tb) qoì| 
w spaiigessq per la ciuà; la ^ual cosa (watc 
4i^niodp piacque ai compagm» e. percw^jf 
€011 afefa paura a fornir solo^ .Io Sphqp 
già rianaae a albergò seco , il Monaco sè- 
ja^audò a casa sua, e Zoroaslro col Pilno* 
ea* La aotte il misero .Guasparri dou pò? 
tétte mai chiudere occhi, che sempre gli 
pareva di veder^ le passate cose » e ira 
se ripensandovi , non se ne poteva dar 
pace f inlauto che facendosi di chiaro ^ si 
levò senza aver mai dormito punto, e co- 
n lo Scheggia , il quale n* andò a casa il 
Pilucca , e Guasparri a procacciare i dal 
.nari per riscuotere V anello , acciocché la 
cosa andasse segreta. 11 che fatto, e ri- 
scosso da Zoroastro il suo rubino , se n*an« 
dò in villa a stare con la moglie, per ve- 
dere se gli poteva uscire quella iantasia 
di testa « dove il terzo giorno ammalò di 
sorte, che egli se ne fu per morire; pur 
poi guarito, tutto si scorticò, come se egli 
avesse bevuto veleno , tanto fu fiera e 
possente la paura. Zoroastro , lo /ScheggTa 
e i compagni , avuti quei venticinque ho- 
rini , attesero quanto durarono a sguazza- 
re , e far la miglior vita del. mondo» ri- 
dendosi e burlandosi di quel buon uooii* 



IfOTlLlii. TI. 3H 

ciatto di Guasparrì , il quale tornato 
Y Ugausaoti ia Firenze , per star eoo T a- 
nìtno riposato e senza sospetto « vendè la 
casa di Borfto Stella j e compronne un*al«- 
tra da S. Pier Alatore » dorè coloro in 
capo di pochi mesi gii fecero an^altra bor- 
ia 9 della quale avvedutosi per opera di 
qael suo parente « e da lui aikimaestrafo ^ 
per li SQOi consigli finalmente lasciò im 
tatto e per tutto la pratica loro* 



Lasca» 



21 






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NOVELLA VIL 

^Taddeo Pedagogo » innamonUo duna fan^ 
ciulla nobile f le manda una lettera 
damare ^ la tfuale ^venuta in mano al 
fratello, lo ja^ rìspor^dendogU in nome 
della Crocchia « venire in casa di noue^ 
da^a con tajuU} di certi suoi eomipagni 
gli fa una beffa di maniera % che il /m- 
darUe^ quasi morto e vituperato affatto^ 
Sfugga da Firenze. 



L 



a favola di Sileno , tutta giocosa t 
lieta 9 in buona parte aveva raddolcito IV 
marìtudine e Taspresza della passata « % 
eonfortato il cuore e Tanimo , e rasserenai» 
gli occhi e il viso cosi delle donne cene 
dei giovani. Per la qual cosa. Lidia ^cb 
Uopo Sileno sedeva » cosi, d'onesto rossoift 
avendo alquanto tinto te guancie » con bei- 
la e l^giadra maniera a £eivellare incomiA- 
€iò: Dilettose donne, ed onoratissimi gb- 
¥ani t la beffa , che fu fatta a Guasparri 
del Calandra , mi ha fatto tornare alla oe* 
moria una novella» anzi forse una stora» 
che io già sentii raccontare al mio a/oio 
innanzi che di questa vita si partisse , che 
lien sapete quanto meglio che altro uomo 
egli la raccontasse, nella quale udA beffa 
aimilmente fatta a un pedagogo 9I coutil* 
ae t che t se io non m*ioganno , credo ehe 



3%4 SSCOIIDÀ CftlfA. 

T^abbia da dar materia di ratlegrarti a ék 
ridere quanto la panata e più , e acuito 
dicendo. 

In casa Tommaso Alberighi » uoriM 
tra gli altri cittadini Fiorentini ne* tampi 
aoo^ d*ottima fama e caloroso » stette già 
no pedagogo ^ che si menara dreto » jsd 
insegnaTa (i due sne figlinolelte, il coi ikh 
me fa Taddeo » d*an castelluESO dei Valdar- 
BQ nostro di sopra , il quale non ' ostante 
l'esser Tillano ; dappoco » poTcro , mna 
7Ìrtù e brutto, sìnnàmorò d*ana nobile e' 
bellissima fanciulla vicina alla casa del suo 
padrone y per nome chiamata Fiammetta. 
S passando egli per questa cagione assai 
lOTente dall* uscio di lei , cominciò a Tn- 
^heegiarla fieramente, come se fosse stato 
gualche bel cero , o fig;liuolo d*alcun ricco 
i gran cittadino, di cne la faQCÌulla ooe- 
itissima non s*accorgendo , non tenera co* 
ra. Onde il pedagogo si disperava, non gK 
|arendo io questo suo amore avere altra, 
nalagevolezza , che di farlo sapere alia soa 
iinamorata , stimandosi tanto grazioso e 
l^giadre , che tostocbè la fauciulla sapessi, 
se essere amata ^ da lui , fosse sforzata seo- 
aa fallo ninno a compiacergli. Onde deli- 
beri fare una lettera amatoria , e man-* 
dar^iela ; e cosi avendola scritta , appostò 
ooa domenica mattina per tempo , cne la 
serva tornasse dalla Messa , e chiamatala 
da partt ^ con lusinghe e con promesse la 
prc^ò I che per sua parte alla lanciulla pr«« 



sentasse la lettera. La fante , che si f uase 
la cagione , forse odiando il pedante , non. 
alla Fiammetta , ma a un suo fratello la 
pose in mano. Il fratello^ che era ardito 
e superbo , come colui che era giovane • 
nobile e ricco, poiché ebbe la lettera, ed 
ogni cosa ben compreso , cominciò a be-' 
fltemmiare, che pareva .arrabbiato, e yo* 
leva andare allotta a romper le braccia al 
pedagogo; ma in quello giunse un suo a^ 
micp carissimo , che Lamberto . aveva no- 
me, il qua)e veggpndolo con in collera, Asor 
laute, che così si chiamava il giovane, dis- 
se, che è questo? che vuol dire tanta: ira? 
A cui Agofante rispose, non restando di 
maledire, e disse: Se tu sapessi quel ;che 
mi ha fatto un pedante poltrone. E ch|i 
ti ha fatto^ rispose Lamberto? È slato tai^^ 
to sfacciato e presuntuoso, soggiunse Agch* 
laute, che gli è bastato Tauimo di scrivere 
una lettera d'amore e mandarla alla mia 
sorella, e quivi^ come se egli fuase sigoo^ 
re, prima le comanda, indi la prega cho 
nbbia di lui pietà e compassione, trovali* 
do modo tosto di consolarlo* Ecco la ì^l' 
ter<> ; leggi se tu udisti la più disonesta 
pedanteria. Io fo voto a Pio, che prima 
che vada sotto il sole, daigU to* tante mas^ 
£ate, che io me lo laser ai piedi. Deh no« 
disse Lamberto, se io fussi in te, me ne 
governerei per altra via ; perciocché cor* 
rendo tu a furia a dargli del bastone ; t 
4K)lpi non si dani\p a patti ». sicohi agcvoW 



3t6. SBCOIfDi. ODUU 

neofe poiretli rompergli ]ft leiiacaam» 
tMTÌOf e che avresti tu fatto poi^? perduto. 
la roha , la patria » e per chi ? per ao ». 
^ioffo, UDO sciauralo pedante fraddo^ m 
non ?al la TÌta sua due maoi di.nooaoK^ 
Agolante« aocorclìè wlt fufse; piea di !stiii> 
sa e superbissimo di natura v oonoioeaii^ 
le di Ini carole serissime » rispose : Io 
oontento di (are a tuo modo ; odmi 
ebe . modo tu terresti « che sena ^ilcon pv 
ricolo questo asino indiscreto a cast^^ 
sé? Allora disfe Lamberto: La prima i^ 
sa, senza che la fanciulla ne intendesse ti*. 
tre, ma bene in nome di lei, darei risposa 
a questa lettera^ e per la fante medeàmt 
la manderei al pedagogo, dandogli qoiV- 
che poco di speransa; che io son certo ri^ 
sponderà. Cosi di lettera in lettera opererei , 
facendo tu le viste d'essere andato ai fusri^ 
che la Fiammetta gli darebbe la posta , e 
lo farebbe venire qui in casa , doTe in suo 
scambio troverebbe cosa, di che tutto il 
tempo della vita sua sa ne starebbe dolen? 
te, e c|ue6ta sarebbe una ìnttùi , che se na 
direbbe per tutta Y Italia. Piacque tanto 
il parlar di Lamberto ad Agolante, cbe 
di fatto rimesse in lui ogni cosa ^ elopre* 
gò Capamente cLe pensasse di fargli qual- 
che giarda rilevata , di che se n* avesse a 
dir miiraniiì; e chisurtata la serva, le dis« 
se che facesse tutte ciucile cose, che d^ 
Lamberto imposte le lusserò , senza manp 
car di nulla. Lamberto , letto e riletto la 



letten* ìb * niDlto con^ideraiola » P slf fa lual*'^ 
tinà 1è fece la rìsffosta « e datala alh fara^ 
te; le commesse che per patte della Fiam*'' 
inetta al* pedagogo la portasse; il quale ne 
fece grandissima festa ^ ma molta maggio*^ 
re 'assai poiché V ebhe letta » .ùdeado' Uf 
dolch parole della sua innamorita't e nòti 
tteno essere da lei amàtd^ che egli umasse 
lei ; e icbe quatido tWk potesse , gliene mo^ 
atrerefa^ tal segno, che egli ne restereb*' 
be' certissimo ; ma lo pregava bène » che 
pér'Ktinor di ìei fosse contento di non pas^ 
aarte troppo da casa^ àò àtico fermarsi trOp^ 
pD a mirarla, e se eHa non gli fàcdM buo^ 
ffia cera/ e qualche volta sembiante di non 
lo Vedere , non si maravigliasse • pércioc-^ 
che tiltto faceva a buon fine. Le qudico^ 
se Lamberto tutte artatamente scrisse,' àc^' 
ciòcche il pedante non sospettasse, se eh' 
là neV passare non lo guaroasse, come ' in^ 
tèrvènir gli solea. Taddéb non stette mbb 
lo, che un'altra leltera'le riscrisse , alla 
quale* in nome della fÌBinciu1ta gli furispo* 
sto, sempre disndogli sperante grandissì^ 
itla; e cdsl tanto scrivendo e' rispondendo 
and5 la bisogna, che Taddeo non poten^' 
do più stare alle mosse , quasi in modo di' 
comandarle, la richiese che trovar doVes» 
se modo oggimai dì farlo lieto, Laondfc a* 
Lamberto oarendo d* ultimar la cosa ,' fili 
rispose, e disse che prima noo- poteva, che 
délr ah rà setti maua , do^^^do Agolante 
sQb Aratalo cavaloar fii^r df f iirénse' ptt^ 



9%9 Ètcònti jtikKk. 

jimorftr parecchi giòroi e BeUfinàfifei'e tihi 
éllòira gliene farà intendere; «eclik" più lei- 
fere non accaderanno. QaaDUi all«greiiìi 
il pedagogo avene 9 noà è da doaMuidiirji^ 
Eni non credeva mai tanto vituev <s^ 
Kner potesse stretta netle bracoia lìm^ san 
bdlissilna Fiammetu^e non poteidosi taM 
nere, passava spesso dair uscio ano \ aA ||Jt 
enna volta veggendolé alla fineslrat e .coA* 
sideràndo che ella non lo guardava' t co- 
inè coI«, che non lo conosceva, diceva litm 
tuo: Oh come è saggia e' astuta coalai ! 
còme sa ella fingere ! per Dio , che ella è 
una femmina, che ne vanno poche per doa- 
irina ! oh che aria angelica ! oh che viso di 
Cherubino ! che carni d* alabastro! le La» 
mie, le Driadi e le Napee non hanad 
a far niente seco ! e tanta fu la smania t 
che egli ne menava , che compose in sua 
lode ballare e sonetti, la più ribalda co- 
aa non si ville giammai , ed un capito^ 
lo, che non averenbero mangiato i canì« 
e ogni Cosa mandato aveva alla Fiammeft^ 
\à , di che i gìovaui facei^ano le maggio- 
ri risa del mondo. Ma Lamberto per fi- 
nire la tramn , e per dare frutte di frala 
Alberico, ragionato ogni ct>sa , che dì la- 
re intendeva, con Agolante , una mattina 
|ìer tempo gK fece (^r veduta d* andarte- 
ne in villa , dovtt egli avea le sue poases- 
aioni a^ Santa Croce , e fu veduto da lut- 
to il vicinato tsavalcare, e per buona aor- 
te lo vide anchavTaddao. Pausata a4mi« 



i(lie qiuiiifai letizia egli avesse i e coA . pò» 
co appresso venne la serva» e per ordUiMk 
ili Lamberto « io nome della Fiammetta 
gli pvesentò una letterina. 11 pedagogo iul« 
to ridente e allego ia prese , • gUgnan* 
do si, parti da ler» e inteso ch^egli eblM 
il tutto, fu il più contento uoinoclie fu»» 
se giammai. Il tener della lettera era qoe* 
sto; che la sera in su le. quattro Ofe,^ei« 
Modo là vicino al carnevale t^i venìsaa 
intomo air uscio t e guardato eoe persoQUi 
non lo vedesse , facesse cenno con batter 
Ire volte le mani insieme» ed ella stando 
alla posta gli aprirebbe , dove infipo quà<- 
ai al giorno si trastullerebbero 9 e poscia 
andar se ne potrebbe. Venne intanto la 
aera » e Taddeo fece intendere a casa oo» 
me cenare e dormire gli conveniva la not*^ 
te con un suo zio, che era prete in Saa 
Pier Gattoltnì , ed il gaglioffo se n* andò 
a spasso infino a tre ore , e dipoi solo alla 
taverna , e cenato eh* egli ebbe , a eran- 
d*agio s* avviò verso la casa della Fiam-t* 
metta, e come egli senti le quattro, acoo- 
statosi al r uscio pian piano , fece il cenno» 
che ninno passava per la strada. La fan- 
te che stava in orecchi, come aveva ordi* 
nato Lamberto, gli aperse di fatto, e lo 
messe dentro pianamente, e. gli disse: Mae* 
atro, la Fiammetta è ancora con la dm^* 
dre al fuoco, e mentre però che ella ba« 
da a irsene a letto , che può stare oggi- 
aotfii poco» voi entrerete qua in ques^ 9^^ 



abie« «Ut poMit. Terrà i wlMl«vfl'> e jmv 
ilknM poi pareechie tireé tohercin^nÉ» 

ri» cosa* nlolto al pedagogo^ « ^•Hnlla 
dietro.' La •serra arrirata alte- 
aperse^t aicohè soliilo esiratt AeiilM'#^ 
i^ dhia: Tbddèei toì «redeley qMibÉ^W' 
una «bdla e^ben Cbroita óambra, e jm^ iii^« 
netumno in m* qaetto lette làn naftew- 
leteveb bianche^ toì pelele spoguaAfWr 
aspettane là dentro^ Aeoet(& wittiauiuÉfca " 
IWMìo il isdMiKlid della fimte, fr»>pe>^ ' 
eendof Per Santa Mariat obe coétei 'j^-àatf 
pratica femmioa! dote posso io akegKo a« 
ipetf arla^ obe qui entto ? e dette della mano ^ 
iti sol leito, ed É colei Toltosi * dissec Im 
afriso tao mi piace, e fattosi tirare le calae^ > 
e lasciarsi la lacerna , le dette Kceota , la ' 
qnttle ali disse ndr ukìmo : Vedete , mae^ 
atro» oi mieRta camera non ha la chiare 
se ìion Ja taacialla:, e perciò oiuno» 'coaiie' 
io arrò serrato, ci potrà più entrare; siecfaè 
H'- primo che aprirà sarà la Tostra Ftavà'^' 
metta ; in baca* óra io ve la raccomando é * 
guardate a non la disertare , ella è pàe ' 
gioTanina e tenerina ; e in questo aire 
serra V uscio » e tirò via , tra se dicendo t " 
al cui Paverai. Il pedagogo ridendo aTera 
già pensato alla risposta , quando si - vide ' 
serralo sol'S e fornitosi di spogliare, più 
allegro, che mai fosse alla sua vita «'se ne 
rtcorcrj^ net letto, aspettando con gra«i^ ' 
dìssiaso diesiderìo k aoa Fiammetta , 'StM * 



vamdoA^ *d* uver la migliore t( k pia gio-. 
cooda rnotle « che «vess^ giammai « e4 egli> 
mwrk ,la pia. trista e la più dolorosa. Lar 
fimle» tottochè Toscb della camera a^iief-r 
sa Ji mena acala ebbe aerrato j e 4!rotroH| 
il pedagogo^ che non ae n^èra aqcortOy^aA 
ii*)era andata in nnValtra eanera^ dova > 
era Sgolante ^ che la sera al lardi ^ kftciap v 
to*il camallo poco /lontano dalla erUà i%- 
casa an ano amico^ se n* era. per u9*aUv%> 
p^rta^ ternato nascosamente .in Ftretue^L 
Lamberto^ e qnattra altri loro compagni^ 
che qui cenalo a^vevanoi per far la befla'? 
al pedagogo^ d^ogni cosa ben provveduti < 
che (aeera lor di mestieri, poiché. dalia, fan« ^ 
te^ intesero il < pedante essere entrato nel v 
letto-, (acero maravigliosa festa, ed alla - 
serra dissero che se n' andasse a dormire^ « 
non ¥Ì essendo più di lei bisogno. I gion - 
vani' postisi a novellare e a ridere, rbada*r^ 
rono lanto, che sonarono le: sette .ore^ le ; 
anali* udite, Lamberto cominoiò a.metter'^ 
st ip assetto con i compagnia 11 pedante 
▼eggende> penar tanto a venir la stia Fiam«> 
metta,- cominciò an^i che no a dubitare» 
non già di beffa ninna, ma che alla fan^ ^ 
eiuJIa non fosse ^iateryenpto. qualche iStra^ 
ae accidente ; poi fra- se diceva : Ella • è . 
tamto-saf^ia ed accurata, cbe prima che a 
me ne venga , vorrà sentire addormentata * 
la« madre; questo certo la fa soprastara j 
aocìò con più agio e con lanìmo soarìce 
^U ai possa poi un^ buon peno dinsonf 



meco; m rtiTa in orecchio di tal mai|ieracf 
che ogni coadlina, che egli maaiìiwti,^\fj& 
pareva che la Fiammetta foste, chele^ 
Teniwe a oonsolare. Lamberto, che g^ 
8* era messo in ordine , avendo la. chiave -, 
con i compagni alla camera, .dove aspel^ 
lava il pedani^ se ne tenne, ed erano t^» 
cestiti tntti con Testi biaiùsbe da battatiiji 
e qnattro di loro aTcvano nna •ooregipa 
di sovalto in mano per uno , .e gli a|trt 
due torce accese. Come Taddeo senti tO0« 
care F uscio, e conóbbe il volgere ddb 
chiave , tutto si rallegrò , e rizzossi in sul 
letto a sedere con le braccia aperte, pen« 
aando che come ella fusse dentro , che 
, ella se gli gittasse al collo, ed aveva fistto 
disegno di darle a un tratto la stretta, 
prima che ella si fussc spogliata , tanto si 
sentiva tirare dalla volonià e dal diesìde- 
rio. Ma c^me coloro vide travestiti , fa 
da tanto dolore e da cosi fatto spavento 
sopraggi uDto, che egli non seppe in au 
quel subito pigliare schermo ninno, e qua« 
ai stupido ed immobile era venuto. Cdioro 
entrati dentro, e riserrato T uscio, presero 
in un tratto la sargia ed il coltrone, e 
acagliaronlo a mezza la camera, e tutti e 
qnattro quei delle scoreggie cominciarono, 
tacendo sevrpre, a battere e frustare il mi* 
sero pedagogo con tanta forza, quanta usar 
poteva loro dalle braccia. Taddeo, ciò vtg» 
geodo, e molto più sentendo, gridava pian- 
gendo , e chiedendo perdono e mi^ericoi^ 



s 



kotzllà Tir/ 33j 

dia 81 raocotnaDdava a più potere» e coloro 
attendevano a chioccarlo chi di qna» chi di 
Vk , chi di sopra e chi di sotto in modo» 
che il meschinello già tutto livido » veg- 
gendo che il pregare e il raceomaodarsi 
non giovava, si scagliò dal letto, ed eglino 
•ampre dietro battendolo, tantoché gli die- 
dero forse quattromila scoreggiate ; di sor« 
té che egli era tutto rotto e tutto sangue, 
e per Taffanno del gridare e per il duolo 
delle battiture era per modo bacco e ma« 
cero, che egli stava in terra come morto , 
talché io non credo che altro uomo fusse 
giammai si malconcio. Onde coloro non 
là sazj , ma stanchi in parte , restarono 
i flagellarlo; e senza aver giammai fiatto 
parola, legatogli le msini e i piedi con due 
acoreggie, a fine che da se stesso uon s*am« 
mazzasse, o si facesse qualche brutto scher- 
zo, lo lasciarono legato io mezzo la ca« 
mera, e tolti tutti i panni suoi per infino 
lai camicia e le pianelle , se ne tornarono 
nella prima camera , dove gongolando fa- 
cevano le maggiori e le più grosse risa, 
the f ussero giammai state sentite, dicendo 
Ognuno : Io so che gli dovrà uscire il ruz- 
lo e r amor della testa. Y* erano tra co« 
stòro il Piloto e il Tribolo, ì più faceti, 
1 maggior maestri di far burle e natte , 
che si trovassero allora in Firenze, i qua- 
li di stucco , di stoppa , di cenci avevan 
composto un uomo, che alla ^statura e al 
viso massimamente somigliava tutto il pe^ 




sai «B«6ii)bi éMà. 

déotit «vèndoi di h unto lattò HAm 
|« «p(to^, il quale Tallito poi 
fftéDté di* iafU i pandi éum,' toltft iitiliuil|( 
ttiFera toi. l povaoi^ m^ateé-eba aipallil 
Vaùò il tempo pèt 'dar finimeoto idi» hÀ 
&\ 8t taesaero' à bfre ed a eìanelafP^ H 
|ìadi%ogo« poithe solo fa tertato oM-^tlr 
cero e percòsao , matedNa diVOUifttW^il 
^o ' amore , - la Fìanémetla ad il ^MMT 
ttMi liatfciaé, sensa aperansa d**fer «Mi'é 
«lioifa diale' "teani a coloro» ae mm tMfiitl 
cKeben per fermo tenenk cbe il JrilaBi 
di lei , aapoio avendolo » ordinato a? eiaé 
ogni cosa; e dororoso noìi potendo jqjuindi 
motersi» fad^a il pia dirotto - cordMUo # 
ehe s* udisse giammai, aspettando Qrinn 
in ora la morte. Ma poiché le dodioi ora 
aonate f urooot e che un servitore di Lana* 
herto portÀ loro le novelle, come b gnalr^ 
dia B* era riposta « cosi come essi bratto 
Testiti da battuti « con quel pedante eon^ 
traffatto » se n* andarono in camera t doftf 
avevano lasciato Taddeo, il quale fatte 
lizzare , scioltogli prima avendo le mani e 
i piedi t cosi concio e Sanguinoso, legatogli 
tina benda agli occhi; menaronlo ftiori di 
casi. Il poverèllo per la paura notf ardivi 
di favellare 9 avendo venuto loro accanta 
i pugnali t temendo iicndimeno» cbe colo* 
ro la guidassero ad Arno. I quali giunti 
che furo.io in mei^eato vecchio, quel pet 
dagogo contraffatto messero in gogna alia 



vojtihtiyn. ^ 

eo|qQiia « tà accoociaronlo in guiia , cfi§ 
di Idntaoo un ppcbeltp sembraYa. proprio^ 
^jro« «d ^na scritta gii ^ttaccarboo al col« 
t^ xhe diceva a lettere d^appigioni^ : Pcsr 
aiùer Deilflato la sodomia; e allatto scioUerci' 
gli ocelli a Taddeo* acceonandolo. ch{^ 
gOAtàusse se si . riconoscesse i il che rìnu- 
fando 'il pedagogo « ebbe taato dispMicerf 
a- dolore t che egli fu per ^darei por si 
fittone » temendo di peggio » e gli parv<Q 
^laraTigliosa cosa di cedere uno m viao ^ 
«he,, tanto somigliasse il suot ma il pappel-^ 
Id, il sajone« il mbbanot le calze e Tèi 
oianeUe conobbe egli essere le sue proprie^ 
Pensate dunqqe toì« cbe cuore lussa ^ 
suo, stimando, tosto che si faceva giorno^ 
d'esser riconosciuto dalia gente, e cbe Iq 
abbia a intendere e vedere il padrone. Ì^K 
coloro tosto rilegatogli la benda al viso a 
pei^ioccbè r alba cominciava a biancheg-* 
^are t lo .menarono vìa , e Io condussero 
Bel. chiasso, di messer Bivigliano » in easil 
VB . di loro, e legatogli di nuovo le mani 9 
i piedi , Io messero in una stalla , ed essi 
ae n' andarono a riposar^. Venne intanto 
if giorno chiaro, onde dalle persone, cba 
jpnma andavano alle botteghe, fii veduto 
U pedagogo, sicché si faceva ognuno ri- 
aefido maraviglia grande; ma non sapeudQ 
come ^ uè perchè , nò da chi , quivi fussci 
stato messo , non s* ardiva persona a^ tocr 
cado, restando motti d'appresso ingaq« 
nati , che di disooata T avevano stmitfiQ 



I 



33$ seedrtDA eeni. 

•rito. Mrf' non vi stelle guari, che vi ca{^- 
taroDO alcuni , che lo raffigurarono , e ri- 
oooohbero i pnoni, onde si sparse la voce 
per Fireoze, lan4o che io menò di dajs 
ore si raganarouo più Ji due mila perso- 
ne « e DOLt rimase uè scolare, né maestro, 
uè sludeate , uè dottore, cbe veder uoq 
lo volesse, parctida a ciascuDo il più nuo- 
■*o e il più straao caso, cbe mai slata sèa- 
lìto si fusse, e tutti coloro cbe avevano la 
$aa conoscenza , vedute le spoglie dì Tad- 
dieo addosso a quel coatraffatlo . faccvanb 
del pedante cattiva giusliG^aoza. Veancvi 
tra gli sllrt TommaBO suo padrone, e gn«- 
>e ÌQcrebbe fuor di modo, né per tanto 
^li , o altri suoi amici, o parenti ardiro- 
Bo farlo levare, nou si polendo ìCamagi- 
Bare da chi quivi, uè a cbe fine fui$e 
stalo posto, ma dVotorno gli diceva Of^nuuo 
la sua, e tra gli altri il Piloto e il Tribo> 
Jo, Lamberto ed Agolante, che rivestiti 
•* erano, e 1^ yeaùti dicevano, mescolati 
tra la sente, le più belle cose , e' li pHL 
nuove tavole del mondo ; talohè' 1oìt)"M- 
presso facevano ridere ognaoo, bailandn» 
.je.DioUeg^aa,do sopra gli altri peiiagòt(tiì> 
Sfa cosi stando^ f(i la cosa .rapportata *^i 
Òjto ; onde tòsto ragUnato il ma^trato , 
ieoero andare uq bando severisiimo eòa-. 
Irò a chi avesse [tòsto il pedagoso in go- 

£ua , e subito dai famìgli toro Io fecero 
:vare e porlArlo via; il che Lambei^to'èd 
i WBp«))ai udito • vatliito , se ni t<^A|tt« 



rono 4I ehiasso di messer Birigliano, e 
nella stalla trovarono il i^edante , che tol- 
landosì intorno, a* era tatto qnanto per 
lo freddo ricoperto nel letame, ed esaen- 
doii rimesse le vesti da battuti , lo feceite 
qoiadi uscire, avendogli prima tutti di 
concordia pisciato in sul ?iso , e per tut- 
to il dosso, ed il Piloto avendo una tor* 
da accesa in mano gli ficcò fuoco nella 
liarba e nei capelli, che quasi tutto -gif 
arse il mostaccio e il capo di maniera, cha 
le vesciche gli alzarono nelle gote, per la 
testa e nel collo si fattamente, che lo tra- 
sfigurarono in guisa, che non lo averebbe 
cpnosciutp sua madre , che lo fece, e pst-* 
reva la più strana bestia, che fusse mài 
alala veduta; e buon per luì, che ebbe 
§li occhi fasciati , eh* egli acciecava senia 
dubbio alcuno. Ultimamente ali* uscio con- 
dottolo , e dal viso levatogli la benda , gli 
. diede il Tasso una spinta, e mandollo fuo- 
ri a mezza la strada tutto livido, sangui- 
noso e arsiccio , e in un tempo serro la 
porta. Che direste voi, che allora era ap- 
punto cominciato a piovere A rovinosa- 
mente, che pareva cne nel cielo fosse il 
.mare. Per la qual cosa trovandosi Taddeo, 
e veggendosi fuori , non conobbe in quel- 
lo stante in quale via si fusse; pure de- 
liberò di non fermarsi , avvegnaché l'a- 
.cqua ne venisse giufto a barili, e f» intan^ 
io Uà fortuna si piacevole «ila beffa, che 
rispetto al mal tempo, ninno lo vide uieire 
Lasca. aa 



188 «oMfjM»»^. 

^ lii fi««»..pré«B J»L»tnMlar ed Mwiido mi» 
.é»,\D9aM Dio, lo fece, {Mir*** per «L.|git 
iMllitar» dipioto è ««mto % M>NO.#.pa» 




■* 
'.•" 



jMMAUOt f iMMne egli gioiiae io 
cksDOoUe, M>slo dote eglLer%.a 
idOB M^endo in qttol purte rìfu^ _ _ 
«aMD^e né aGC|oa nò iiltro» > j Mtj ly 
^ •prrere jmt.ìù uetM deUa pianai Le,§É«» 



Piaani arano fu^iu .d|iHa pioggia . yi^/jg 
**JLo cortui t lo'ftiinarpno ^ùo pabbljag, 
miaggìjprniaQia che Tolendo con preMtni 
loggire^ prima che Ja piazza ailniTersato 
airetae • cascò in terra ^dmc^iolando per 
la fretta più di dieci yolte^ e passando dal 
canto air Aoteliesi fu Teduto e considerito 
da presso « ma non fu già conosdato da 
nessuno t e così correndo tuttavia arrifp 
in San Martino , dote i fattori se gli a?- 
^rono dietro gridando al pazzo « para, 

Cra 9 piglia, piglia , e gittando fuori delle 
iteghe carnati e cofaui, tentavano d*arre- 
atargli il corso e di ritenerlo^ e vi so dire 
che gli giovò il piovere , perchè i fattori 
ed i fanciulli laverebbero morto. Ma poi- 
ché egli fu giunto alla strada maestra si 
mise a correre verso S. Pier Maggiore, 
aempre dair acqua e dalle grida accompa- 
gnato, che eg)i usci fuora della porta alla 
Croco, «d innanzi oli«i egli si restasse o si 
fermasse giaenouii , fu veduto pjissare il 
ponte a Steve f lasciando di risa e di ma* 



NOTftLci ini. 339 

^tliTiglw piiBno ovunque e^i pfttsaTa^ ma 

4i iodi in là non si seppe giamoiai qncho 

ehe M n* avvenisse. Agolante e Lanibertb , 

'|)09cia che fu spiovuto « se n'andarono 

'in Palagio, é a nn rio dell' uno « ed a qu 
parante deir altro, che per buona ventnì*a 

'• Merano degli Otto, fattbi da capo, ogni dosa 

' particolarmente del pedagogcr raocontaròho 
yt per fede della verità mostrarono lo>o 

' Quattro lettere di sua mano ; onde coloro» 
partatene eoo i cuoàpagni dentro V uffiudo, 
dtopo avergli sgridati e ripresi , gli licén* 
nifrono dal Magistrato , ed essi lietissitiii , 
per Firenze la befia raccontando intiei*a« 
piente, facevano ridere ognuno che gli 

' 'asceta va. 



\ 



■'v*mf 



34r 
UfOYELLA Tin. 



Un PmU di Contado / innamora et una 
fanciulla nobile sua popolana^ la quA^ 
te da lui solUdùaùa^ non incendo far la 
voglia sua^ lo dice ai /hateUi^ i fuali gU 

* fiumo una heffa^ nella quale fra gU al* 
tri darmi gli rubano i danari e aliro^ di 

' poi lo lasciano legato per gli granelli m 

* un cipresso. Egli astutamenie drogai 
' cosa si libera^ e dalla genie è tenuta 

* nsiglioro che prima. 



Si 



lihano , che atteotamente la noTcIIa 
di Lklia ascoltato af èva , della quale som* 
mo piacere e diletto avea preso la briga* 
fta 9 e risone molte volte e molte , sealeC'^ 
dola esser fornita , cominciò quasi ridec- 
do 9 e disse: Cbe direte voi » delicate do> 
ne, e voi altri , che la favola che io io 

rnsato di raccontarvi , somiglia tanto al« 
passata, che io sono stato per lasciarla 
indietro, e narrarvene un* altra? e U fa- 
rei certamente, se non che il fine òdiife- 
reotissimo, e perciò di raccontarla ^otea-" 
do a ogni mono, e udirete, come aq buon 
prete seppe con astuzia e sagaoitil una ma- 
nifesta Tergogna e gravoso danna noa pii> 
re schifare , ma rivolgerlosi ia onore a 
«ntililà; e seguitò. 



iVW 




Ì0i lÉoaimA »nrù .. . 

Doreto adiinqae iapere» lAféio Firtittir 
fbroDo dae fraisi da céìiì( ìi&bile ed mn^- 
tàxM 9 il nome dei qneii i e coA il CMiltf 
MMOra per Id mìglKme u'taet. GofUiro Mii«* 
do , pei" colpi delU bmIti^Ui IbrtiiM» fè« 
^li diTtnlatit eoa* una imdle t < 
nTfvanOiiai rìdùisém a sUira. in 
a wi loro jMMolo poderetlOy aia d 
i9a città i che tenia troppa iatiea tigni ea^' 
M Vanda vano » ed ogni mattina àa »ay : 
tano ar làforara, stando amendne alF.9rlÉ' 
ddla lana a uno eserciaio che si cUJa^MK 
Ta riTedere » e quindi traendo molto bnoii'* 
gnadagnot reggevano la casa e la vita I9- 
ro assai comodamente. Era la casa loro in ' 
villa presso a una chiesa « nella quale nfi*' 
Biava allora un certo prete che era ataftf 
^rima pedagogo » poi birro » e dopo frati^ 
il più tristo e maggiore ipocrilOt che foa^ 
8^ aiammaif il quale reggendo spesso qudi 
la fanciulla « che era bella e fresca 9 afiiH 
nìmorò di lei , e come dell* altre avjpeii 
hfXo sempre , si pensò godere fermaas^i 
te ii questo suo amore. E cosi sapendo Isi^ 
stàt^ suo e dei fratelli , con dare nonf iti 
che danari, corruppe una fante occhia s 
che avevano in casa , la quale per um 
parte kveva fatte di molte imbascialt *alfa| 
ninciull^ la anale benché fusse bisognoaag 
non volU pero mai por cura a sue novale 
1^9 ed alle serva rispondeva che gli facea^ 
%e intendere «. che badasse ad altro , por? 
bocche mai da lei noni ara |ief ^ min 



NOYET.LA ^ ITI. 3^3 

c^sa che egli desiJi^rasse. iMesser la prete 
ch^ sapeva» cbe perjo primo colpo .noa.. 
cpde raibero, e eoe bÌ90goa perse ?era,rc. 
a flht^ vuole aver viitoria , noo rc^va 4i^ 
aollecilarla e moleiUrià > proffer^Hido Rp-, 
ma. e Toma, come se e^i futs^ stato il 
primo prelato di Cristiauilà. Per la* qoaL 
oosa la giovane deliberò di dirlo ai fratel« 
li, i quali iuteso aveudolo, detto una graa» 
diiwna villania alla serva , la commenda** 
tono assai, e si disposero fra loro di dar* 
«e. al prete si fatta castigatoria, cbe g^li 
dovesse uscire per sempre 1* amore e i| 
ruuo della testa. Fecero alla fante ioteo-;' 
dere, cbe dicesse al prete per parte della 
fanciulla, come ella era disposta a fare 
ogni suo piacere, ma cbe non poteva pri-, 
ma cbe i fratelli andassero alla 6era a Fra-. 
U> la sera della vigilia della Madonna, che, 
veniva a essere circa qn^tbro giorni^ e al? 
lora Tattenderebbe dalle dae ore di notte 
ia là. Quanto il prete avesse caro V iipr 
baaciata , non si potrebbe raccontar giam- 
mai. Intanto i due fratelli andavano ordì- 
Bando tutto quello, cbe di fare intende- 
▼eno.per fare al prete T offerta^ e come 
Id venuto il giorno della vigilia della Ma* 
donna, fecero reduta la mattina per tem* 
jpo alla . vicinanza d*andare alla fiera, e poi 
la aera al lardi mandatane la sorella a ca- 
ia una vedova loro parente , che era ve-* 
naia per starsi tatto il settembre in villa^ 
ej^o segretamente , come V arie fu . &tta. 



344 rtcoKBi <nEWA. ^^ 

buj* , se n'entrarono in casa, meiuito aoB 
esso loro un compagno e graDdissimù »• 
tnioo. Il prete aveta alte&u il giorao m 
snaztare , a parare uo pochelto la Cbiesu* 
dipoi maadnto il rbierìco a Fireni» a cnta 
UD prete suo famigliare, acciocché la mal- 
tina poi all' aprire della porU ne venisse 
seco per avere in GOtal di, e ptf colai fe- 
stività una Messa pia , e io parte per n- 
manere la notte solo, e con maggior cun- 
solatione e agio seguire il suo piiicere , si- 
curo <-he il rherico non potesse sturbarlo 
o avvedersene di niente. Ora quando tem- 
po gli parve, «Tendo prima molto b^vo»- 
nato , traTCstìtoti» parti di casa per fnìi» 
delPorto, e per una vigna criatoai. fMr'M^ 
ne n* un fossarello, • per ^aindi •• mi B i 
dò alla casa della fiinaaUa, dove» «me» 
4o l'ordine, piccbiato jHanamente: I^MÌIIj; 
Tilde cosi al barlume iarse 1 mìo«r^:<i|||ikÌi 
tello alla Boestra» il quale ikmi aT< "'" 
cor barba , s* era measo un faxsc 
collo con una roba in capo di qw 
la Mrocchia , cotalchi proprio parMit .;1 
e ghignando un pochetto, sì lerÀ b 
me se egli andasse per aprirgli, e 
ne all' uscio così al bujo n' aperse la : 
tà. Il afre non trmendo cosa del moi 
peniiaDdpsi i fratelli essere a Prato, 
to entrò dentro , e colui prestamente ••»•' 
rò. 1* uscio ; e percbi in terreno non Mw 
lame, credendolo il prete Terameote la fan* 
iHnUa» di latto gli Tulae gicure le Ì»a«-> 




oa; aV collo per abbmeciarla t baciarla , 
ma il gioTBoe gli dette nna spinla '6^ pt»^ 
cedole , che il aomtue se n* àuàò per iet^ 
ra disteso quanto gli era lungo. Per la*- 

2iia) cosa gridando, ohimè ! vmi mia, che* 
li tu? che mol dir quesiMl fenlì aprir 
F-nscio della camera teresa, a Ttdeoe u« 
•oire Taltro fratello il compagno con' uà' 
eaodelliere in mano pei^ uIk)^ all'arrivo da 
^ali, se egli fu dolente e màraTigliofso t' 
non è da dimandare, e magcìormente reg- 
gendo che la fanciulla era diventato ma- 
stio, e conobbe subitamente . quegli essere 
i fratelli*, onde si tenne morto; al quale 
il maggiore alili prima giunta disse la più 
grande e la più rilevata villania, che si di* 
cesse mai a ninno reo uomo, svergognan- 
dolo e vituperandolo a più potere. Il mi- 
sero prete non faceva altro , che doman* 
dare perdono e mercede, raccomandando'^ 
•i a fare tutta quella penitenza, che piaceva 
l&ro; mn il fratello minore levatosi in col- 
lei», avendo una spada ignuda io mano , 
eoil altamente e con viso turbatissimo gli 
disse : Io non so chi mi tiene , che io non 
vi passi fuor fuori. Ecco bdla costumau- 
sa d'ottimo religioso! Questi sono gli am- 
ikiaastramenti ed i ricordi buoni, che da- 
te ali* anime , che sono alla vostra custo^ 
dia? A questo modo , in questa foggia si 
vengono a visitare le sue popolane? Vba 
vi.:V40rgc»gO8fev pretaccio vituperoso, veni- 
re in -casa' gli uomini da bene a svergogna* 



re. le lopa bmiglie» e iogaimare le MBiplì, 
ci fuDciulie? Btfa ?i credesle «¥er qnetl^ 
DOile &TOreYole e propisui alle Toslrc di^ 
•anemie voglie e libidioosi peiuieii t bm U 
cambio di fare iioue, ?i iroTerète a. aa 
mortorio; e detto ijaeslo grimpoae, fenqp 
Toleva che gli cacciasse quella spada a^ 
fianchi* che si apogliasse. Laonde il orda 
•riUo e doloroiio tiemando, comiociò % 
cavarti la gabbanella , e dipoi le cahe^ 
a di mano in mano fino la camicia ; A 
lora il maggior fratello presolo di peso la 
rovesciò sopra una tavola y e a guisa di 
quelli che s'banno a castrare o a cafir* 
si la pietra lo legarono con funi strettissi- 
mamf lite , e preso la sua scarsella e oiu 
lanterna, quivi lo lasciarono solo, e andt< 
ronsene verso la Chiesa, alla quale giaa« 
ti , tolto la chiave , apersero prestameote 
la parte de) chiostro , e indi se n* aad^ 
rono in casa il prete, e cou ia lanterni 
facendo lume, tutti gli usci e tutte le cas*' 
se e i cassoni gli apersero, e tra T altre 
cofte più care in uoa cassettina trovarooa 
una sacchettina dov^ erano dugento fiori- 
ni d* 01*0, che ardevano, e in un altro sac- 
chettino forse da otto o dieci di moneta , 
i quali tutti tolsero , e certi panni lini e 
lani , e altre cose di più valuta ; il resto 
delle masserizie avvilupparono e gittarpoa 
sottosopra , aprendo le coltrice ed i pia« 
macci , e tutte le stoviglie ruppero » e co- 
ti i bicchieri , versando aceto , olio ^ fak 



6'Ciriffli» ii0cero il maggior -giMMiihuglio 
ed mondo, latte le staase di mano in ma-, 
90 mettendo a taocomanno , e- dipoi tutti. 
Ite oaricbi dei denari e dei panni piò 6^ 
ni t e delle matserisie più care , riserrato* 
ogni cosa , se ne tornarono a casa » doTO. 
tMvarono il aere pieno di dolore e di pai^ 
TC^ pensandosi di non avere^a uscire ^l*-^ 
le mani eon la "vilal Ila ^veggendoli tor^ 
Bare carichi di danari e della roba aua4^ 
fa da tanta e da. oosi ^atla d€»g)ia . soprag** 
giiiolOy che e^i fu per morire 9. e piii.par 
gridare, e pòi si ritenne temendo di peg^ 
gio.' I tre compagni , poicbè carichi furo<% 
no 9 ed i danari riposti in sioaro luogo, e 
cosi tutte Pahre bazziche adattate , disle» 

Ssronò il prete , e cosi nudo lo le? arona 
i 'Casa, il quale mal volentieri si moTCTa, 
Aadi>ìtando di qualche cattivo scherzo; ma 
tolorb eon le spade in mano, e con i piH 
«Nili minacciando d'ucciderlo, lo fecera 
bentosto camminare, e condussenlo alla 
aua Chiesa, e per Kuscio del chiostro en<* 
Irati dentro, sul prato n*andarono^ e a uno 
arci presso, che nel mezzo appunto risede<« 
te, legarono il prete con la schiena volta« 
al pedale , e i;on le braccia ritte ali* insù < 
dimanierachè con gran fatica, non chedis 
te, ma da altrui non sarebbe slato potuH» 
io 'fciorre , e dal bellico - in gtosò libera ^ 
delle gambe e dei piedi poteva faro a suo 
aiiodo, i quali a due dita toccavano terrai 
aafi il f ratei minore, tbe era^kalp Gom« 



348* WGOt^DA €3mnLm 

iiD gatto, con aa gran pezao di 'bordane 
fivrzAta , porUla a qaeilo eCFetto ^ fj& Hgk. 
i granelli, e sopra quello arcipretsa uk^ 
do alla fine del pediale » arrivò ai rami, 
a nn de*quali accomodò e legò delta oor- 
''da« tenendola di sorte tirala , che cdlin 
▼eniva a stare rappreso e raggriccUato 
stranamente, se egli nuii Toleva sentirdp- 
lore e pena incomparabile, e cosi aTen^' 
lo lasciato in una attitudine passa e lUjh 
cagante, se ne scese a terra, e col fràld- 
lo e col compagno , riserrato V uscio, m 
ne tornò a ra&i a dormire. Il sere troun- 
dosi ignudo, come Domeneddio lo fect, n 
legalo in quel!.'» guisa, quanto avesse Doji, 
dispiacere e dolore non si petit bbe uni 
immaginare, non che ridire, pensanilocba 
come giorno si facesse d^csser ir<iV,tio e^t- 
dulo da tutti i suoi popolani; pure come 
tristo e scaltro pensò una nuova malizia, 
e raccoufortossi alquanto: nc>ndimeno sol 
friva doglia immensa , essendo quasi sfi* 
to legato con pena e con disagio inesti- 
mabile , non potendo più tenerse in su le 
ginocchia , e rannicchiato gli fu forza la* 
sciarse andare giuso, e posare afTatto 1 ple« 
di in terra, per la qua! cosa in borsa ss 
gli svelse, ed allungolli un buon sommes- 
so ; onde sì fatta stretta ebbero i granelli» 
che per la doglia grandissima si Tenne me-, 
no, e stette quasi uu* ora tramortito; par 
poi senza acqua fresca, aceto o maWagia » 
o essere stroppìcciato, rinvenne e riuvenu* 



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tt> MDO» ftaMO fece aa ^ranclittiiiio icordo^ 
elio • e già' TenendoDe il giorno , si gran 
fréddo fili sopraggiuose , che egli baUeya 
i denti cu tal sorte, che luogo tempo, di- 



poi te ne daolse. I popolfioit non adendo 
icnCito r ÀTemaria , e non udendo sona-^ 
re ft Messa, si maravigliarono ^ortemefh 
te f e di già s* era levato il sole , e molta 
gante, uomini e donne s* erano ragunati 
in Mi cimitero , e sotto V olmo , faceado- 
il meraviglia che la Chiesa non s' apriTi^ , 
e non si trof a? a il prete ; e già alcuni suoi 
amjci erano andati oietro la Chiesa a pio- 
chiare F uscio e chiamarlo, quando giunse 
il chiericp io compagnia de\ cappellano, e^ 
«Tendo inteso il tutto, maravigliosi e do- 
lorosi, veduto serrato V uscio e le finestre, 
dubitarono che il prete non fosse da se mor* 
to, o da altri fosse stato ammazzato inca* 

3, è accordatisi con alquanti popolani d^ 
rimi cittadini e contadini , che già era- 
no comparifi molti ^er iidir Messa , mes- 
•èro la porta del chiostro a leva , e cava* 
tela dei gangheri, entrarono dentro a fu- 
ria maschi e femmine, e videro incooti-« 
neate il povero .sere nella guisa che voi su-. 
pete« che si doleva e si rammaricava fuor 
di' modo. Quanta maraviglia avessero qui- 
vi i popoli à prima giunta, veggendo uno 
•peltacolo cosi fatto, si può meglio imm^i- 

Sinare con il pensiero, che esprimerlo con 
1 parole. E già fu conosciuto subitamen- 
te • perciocché come A tide il popolo , 



35o seoonoA eBt4A. 

eoa onmìoeìò a griiare quanto dalla §dA 
sii usciva, misericuFdia ci aj ito per l'aoiijf 
ai Dio. Laonde militi buoDÌ oomiiiì làcotk 
«ero eoa it suo chierici» prestatoente, e dtt' 
maadatd come quiti stalo fosse legato, la 
da chi, non rìsj>ODdeva altro, che' ausen* 
cordia ed ajulo per l'amor di Dio^ ftf 
la qual cosa da coloro laglialogM le fiièi 
lìitie, che e^^li aveva d' iotonio , fu fptc^ 
ì;alo da qutllo arcipresso , e gitlaloglì -va 
ifiantcllo addosso, fu portalo di peM m 
eata ; ma trcTatu ogni cosa soiiosopra t 
CgOmiiiuia, e fa coltrice aperta , lo po»efo 
io Su )a materas5a a riposare, e per sn 
commissione si partirono. Quel cappeDanti, 
che venULo era dì Firenze, inlaaio disse 
la Messa, e quivi ognuno si doleva e 5t ma- 
ravigliara e pareva mille anni a tutti di u- 
pere chi avesse fatto tanto scorno e àkth 
no al loro prete, e non si volevano a pot* 
to dìudo partire, avendo inleso dal clrifl^ 
ricn , come egli voleva dire 1' altra MeWi, 
e tsaoifestare al popolò ogni cosa. E cdd, 
poiché buona pezca il mìsero prete si fu 
riposato, .dolente t>i levò e vestissi, pii^ da 
presso consideralo il stio male, fece grafi- 
difislno lamento e racdmarichio; pure qari 
lauto, che gli era eaduto nelL* abimo di Ca- 
'ré per suo onore e utililà, cominciò a msa- 
'da're ad effetto, e chiamato il chierico ebe 
Tdjùtasse, perocché per la borsa, cfae gli 
èra diventala graude a maraviglia , a Cm- 
H: poteva 'muof ere i passi , «i coadtaM JB 



ikr^ e paraiosf il meglio fiV ei pò* 
MNa'v.Teane m Chiesa a dire PaUra Rfes- 
M'^ la quale poiché fu foroilat ▼oltatiasi 
lA - iMsnto -il popolo 9 ehe con dileùzio ed ai> 
^grandissioia 1' ascoltaya, coiti pie- 
a1ie.« e con voce 8on(iaie^a cotniacìò 
ft^diM: Tutte tfuante (Quelle cose, popolo 
diletto, olne quaggiù a noi mortali air* 
;oiio, o buone o ree che elle si •teno'» 
eooseottoieato 8Ì^ dee pensare che aT- 
debbano^ e con volontà dalt* Aititi 
fino Dio, e però noi sempre ringraziare 
Ifet'dofemo : e sebbene alcuna volta ci pajo* 
mo tnmissfrme, e che ci arrechino perdi- 
te « disonore ^ nondimeno doremo giudi- 
care e credere, che af Tenute ci siano per 
lo nostro migliore, da Lui ▼enendoci, che 
é* Bolo sapiente, solo potente e solo gia- 
Ora io di tutto quello, che mi è oc- 
questa notte, ancora che con mio gran- 
arissimo danno sia, ne lo ringraào e accet» 
#rip^vper lo meglio , ooooiossiacosachè pegr 
^^ ass^i .occorrer mi fosse potuto; e cosit 
popolo mio amatissimo , sappi , come litt- 
le le vigilie della Madonna io aono usato, 
fitto il primo sonno , levarmi , e per due 
«ire far certe orazioni, e questa notte métih 
We io orava, vennero per disgrazia, nèaò 
/donde ne come , tre nemici di Dio ^ cioè 
'4M diavoli bruttissimi e apaventosi con im 
Impunto di serpi per uno in maoo, ed a pri* 
Wl^ giunta, fattomi una paura grandisshnaf 
Hi>ij»U<»ro forse oento aergat^ ^ che tiit- 



3Ss 

tm oi. fiiWMroao T ossa di sortr , cha^H 
npK mreilo mai. nk che Saato Antonio, né 
|U« {fìoco|to d« ToleritiaJ , o altri SaqIÌ 
fiuterà m^i da quelli taqta malconci, quaD' 
to Mmo «Uto iq^ a dipoi spogliatomi igaa- 
ifo, bì ooodosiero oel cbìostro , e mi fé- 
opro qa^lo tchen» , legandomi come «oì 
ladcttCf « ritpraati in casa a ogoi cosa mi 
^aUero la volta, aprìroa mi le collrìce , « 
vjenaadomì . la larìóa . e V olio , ruppoami 
Ja.ftotìgUei iBU c^oello vbe è pe^io , a- 
{vertomi e rottomi tutte le casse, e cat- 
ini mi haDOU rubato un sacc)ietto , do- 
ve eraoo dentro beo dugeato ducati» cbe 
dopo tanti auoi stcntaodo aveva dì lìmosi- 
ae, di Meste, di O^nfessioni e dell'eolra- 
4e della Cbie&i avanzate; cosa non ioler- 
velluta mai , cbe io abbia inteso , e me 
ne maraviglio fortemente, cbe io non aTrei 

Sensato giammai, cbe ì diavoli fodero Ja^ 
ri , dei quali danaKi avevo discgnito •Jh 
punto di fare una tavola airAltar mauio- 
re , dove fusse dipiuto quando ]a Bwhhh 
na va in cielo, ed. ito bel perento di pio- 
tra. Ora essendo rimasto povero, come 
Voi potete vedere, e stroppialo si può di- 
ve , percbè io non sarò mai più booDO > 
ai VI racc'<man<Io iu cariti, e per ìa ^M' 
.none del Signore, e vi ricordo cbe ì diavoli 
non fanno mai mal« se non alle buone per* 
-SOne e 'la bene . come nel divinissitno li» 
bro de'ftauti Padri si può leggere di mil- 
le uomini giusti e santi: e coti tanto dìi- 



iroTELLA nir. 353 

Me e il MMomaadò , che gli oomini e le 
donne oùrNTaao a gara a fargli la limo*» 
itila t e ne iacrebbe a tatti, pen«iado re* 
TÌfÉiiifi; le sae parole, e masti mamen te Tea « 
geàdògli le caia cosi rabbafiEata , e lai si 
Biarl conoio; di maniera che m meno di 
qoetcìro giorni il popolo, di farìne 9 di vi- 
Ùto e di tntte 1^ altre grascte gli empiè in 
Moo tempo la casa , e cosi le donne di 
naelettiy camicie e lensaola, eognidome- 
Wta per usanza la .'brigata gli facoTa dopo 
li'lfesia una baonissima limosina/ tal cne 
MMf paMicono dae anni intieri» che-^li 
kKoriiài ia qi saa danari , peroioocbò egli 
fi tfvMa acoaistato per tatto nome di mes- 
so fkatOy ea afcra dato ad intendere al- 
la' gentiv che con certa saa orazione ea« 
▼ava V abiìne dal purgatorio ; e cosi prò- 
óaociatosi credito grandissimo» si viveva 
graManiente , salvo che la borsa ^li anna- 
li quasi fino alle ginocchia, e jjli conven- 
ne poi tempre portare il brachiere. 1 dai 
fratèlli «ed il compagno la mattina mede- 
aima se ne andarono a Prato alla fiera , 
dove tatto il giorno furono veduti; ma poi- 
ehò tornati a casa furono insieme con la 
fiinciulla, inteso come il prete s* era go- 
vernato deHi^ beffa, si maravigliarono fuor 
di modo e dell* astuzia sua , e della sem- 
plicità delle persone ; pure allegri se ne 
tacquero , e la sorella con quei dugento 
fiormi d* oro^ e con una mezza casetta» che 

IjOSCQ. 23 



854 IMOHBA CniAV 

wfjàno mnnfÈSao in Kreme^ B M rtU rtP O «1 
un buono e rìcoo m^rotole» o(itt mm^gmr 
ilettt poi bene t «1 ecttno eoa qotf lo» 
cvppiV^ «Uè spcM d^ aera&otfVfi^lB» 
fÙe € p^rtcchie volte. boQoa otn^ndlMi» 
éori a manmglìandop compre f9&ÌQl^«M» 
.no iaoMmo 9 fornendo il prolo aaAir di 
ÌMDe io meslio » u «pale nop foi niìn^lw^ 
io ardilo t che ne diofsM ó finmo4Ìyl<^ 
,ro parola; ami t^mndogli^ |^ 
e fft aecarcstf^va. ^p& die prinuis 

in iwaiio di molti aoni, morto ili 

frateiloj la fieiiile vecchia e il minore lo rt< 
disse, ma non gli fu credulOt^bencbè^gni* 
rando raffermasse ed allegasse il «ompa« 
goo per leslimonio^ raccontando il iatto 
come gli era andato per isgannare òoei 
popoii; ma senza essergli prestata fM^t 
.fu tenuto invidioso e mala lingua.. CkMà 
con la sagacità e con il suo ingegno ji 
buon prete seppe fuggire danno e ^ftgl^ 
g*ia nou piccola; ma per sempre sincéir- 
dò f^i ascigli del capo T amore de|le fsfli* 
mine. ' 




365 
HOTELLA n. 

Mèri.FiUpeiri amico compagno di Gioì^ 

fpQ di Messer Giorgio , gli - contamina 

una sua innamorata iOÉciaùagli ih cUf 

' 4iodia , onde da lei è nbuUaio e ripro* 

*' ' #0 / perlochò Giorgio di poi tomaia , 

* per vendicarsene , gU fa una beffa , 

dfMa quale esce a 'bene , saliio che per 

sekipre ne perde la donna da lui amaOh 



G, 



randemente a tatti ai^a dato piii- 
\ cere e diletto la favola detta , mentre t^he 
ém loro era sommamente todiita. la sagaci- 
tà e Tastaxia del prete , che nel mez<o a 
'tante atfersità. seppe risoUersi a pigliare 
* €oA "- buono spedienté» Cintia , che novellà- 
*fre doTera» cosi vezzosam^ente prese a dire: 
Hobili 'donne , io vi foglio con una mia 
faofdletCa fiire intendere un caso genero- 
io » ma stravagante » che di vero awetiAe 
in una terra ai Lombardia ; e disse. 

In Milano , grande e ricca città di 
Lombardia 9 furono già due compagni no- 
bili e benestanti, Fuuo dei quah tu chia- 
nato Neri Filipetri , e V altro Giorgio di 
messer Gtoi^io, e tra loro si volevano co« 
ai gran bene , come se fossero stati fratel- 
li carnali , e per ventura tutti due erano 
innamorati » a felicemenCo dell* anu/r loro 



^ 



356 aacoriDA CENA. 

godevano , e senr.a occultarsi niente, Ògai"' 

cosa sapevano I* uno dell' altro. Ma Gior- 

§io , che era ÌDDamorato più altamente, e 
' noa gentildonna vedova , con più faticot 
e perìcolo si conduceva a lei; Neri non ave 
va troppa dinìcoltà per essere la innamo- 
rata sua fialiuo'a d' un artefice. Ora ac- 
cadde cbe aovtu lt> andar Giorgio infìoo a 
Boma per faccende importanti , e starvi 
almeno qualiru o sei mesi, trcvandosi una 
notte fra l'altre con la sua doEina, il (at> 
to le disse della sua partita , e indi pre- 
golia' caldamente che fosse contenta dt to- 
ner fermo Jo amore in verso di luì 'come 
egli lo terrebbe in verso di lei, e cbe 
quiatche volta sì degnasse di scrìvei^Ir, e 
mostroUe a cui dar le Uttere dovesse, cioè 
• Neri, il quale ella sapeva esigere 'boo 
•mìcissimo, e cbe egli medesimameote ipet 
le sue mani soriverebbe , iasegnaod* a 
detto Neri il modo di segretamente venire 
da lei , e che ella tu suo scambio lo ric^ 
Tesse , e con esso lui conferisse tatti i 
casi suoi , e se di nulla avesse bisogne ', 
ordinerà seco cbe d* ogni cosa sia servila. 
Ila donna, cbe grandissimo bene voleva d 
giiovane, dolendoti fuor di modo dì rima- 
ner senza di lui , gli promise che tutt* 
farebbe, e che aoa avrà mai altro conte» 
to . se aon quanto con Neri fitTcllerà e 
leggerà sae lettere. Parole furono molte dal 
Tona parie, e dall'altra; finalmente Giorgio 
fnaa 4« lei lioeoM t aon senw vaolte li» 



Mtae ^ partì. L*iiltro giorno do^eiido an- 
dar fia» chiamato Meri da parie» ogni to« 
IMI che restato era con la sna donna gli nar^ 
r& ordinatamente , e poscia pregollo che 
qotllo io benefizio suo operasse » che egli 

C^r Ini f qnando Teoisse V occasione » po- 
ntieri opererebbe. Neri contèntissimo o- 
gni cosa promise di .fare con diligenza; 
per k qual cosa insegoalagli Giorgio la 
ina 9 che tener doveva per ritrovarsi eoa 
la soa vedova» abbracciatolo e baciatolo ^ 
ttiòntò a cavallo, e andosseoe alla volta di 
Roma. Ileri rimasto solo attendeva con la 
ina innamorata a darsi piacere e buon 
tempo; ma la prima volta che Giorgio gli 
scrisse 9 se ubando la notte a trovare mon-* 
aa Oretta , che cosi si chiamava la ved6« 
rB , e presentolle le lettere del compafioOf 
dicendole » dopo alquante cerimonie latte 
fra loro, che la terza notte tornerebbe 
per la risposta, ed avendo seco soggiorna- 
to per buono spazio, e domandatole se ella 
voleva niente, si parti da lei. Cosi andando 
tre o quattro volte, ed ogni volta due ore 
il meno con esso lei cianciando e motteg- 

S lande, ed allegra e piacevole fuor di mo« 
trovandola , gnene venne capriccio , e 
senza ricordarsi più di Giorgio o d^ altro ^ 
pensò di provare se per alcun mezzo, re« 
care lo potesse a fare il suo volere, fra se 
dicendo : Se ella è savia , come io credo ^ 
e come ella dovrebbe essere, ella non la^* 
icicrà il bene ^ che la lortuna le pone iw 



258 * gà^onoA. fBBOu 

ntntiv-ii^ piar questo^ foglio oeratM. 4i Mfe^ 
k 4il ^oo Giorgio t al qttiil«v:.iioft la.iPWi*»' 
pendo egU gianmai » non ir . & iopum; 
ninna; e eoA con questa . apefanu, oMdnovs 
doai avert la donna m an pngno > ikati 
nolte* «the lettore portava del ano ijAovgMi^; 
dopo alquanti ragionamenti ai oondnaM-44* 
Aprirle r animo auo, fattole tda Inngtiiaii ■ 
no proemio. La qnal oogn udendo la dcm ■ ■ 
na t che nobile era e d* animo genorofOvr 
n|i riapose altamente > e sdegnosa gli ^isst 
ui ma^or rillania e la più rilevata ^ oha^ 
a ogni reo uomo fosse stata mai detta ;* 
laonde Neri doloroso e pentito dell* errar- 
ano si mise a chiederle perdonania ^ ad: 
a pregarla per Dio t che a Giorgio non 
volesse scriTerne » o alla tornata dire cosa 
alcuna ^ per non esser cagione di partire 
V amicizia loro prima , e dopo di quaJcho 
grave scandolo , che agevolissimamente na^ 
acer ne potrebbe. La donna , che era aag-* 

r* i , conoscendo che altro ^he danno^ oq« 
per lei , come per altrui ^ ridicendolo ^ 
uscir non né poteva, gli rispose che lo £s^ 
rrbbe senza alcun fallo « non gii che 1^ 
aua malvagità lo meritasse » ma per la sua 
buona natura e per V onore di lei , e che 
ae egli pensava d* usar più seco di cosi 
fiitti morii , che non le capitasse innanBÌ« 
Veri^ fattole mille giuri e giuramenti , e 
ehiesole mille volte perdono, lodava molte 
3 soo proponimento, e parendogli ultima* 
aenie avella rappacifioata ^ le laioìò ee» 



* • 



l>fO 9 é U tenne poi sempre per ròggia t - 
eoèlanle mnamorata ; e contionando alPu*^. 
aihnsa di portarle e di ricevere da lei let- 
tere 9 noe iera »• noo a* aspettando ^ torn& 
In sn la notte Giorgio appunto in sul ser» 
nr della frorta ; u che sapendosi tra t 
perenti e gli amici » venne a visitarlo Neri^ 
e la sera cenò seco » e dipoi rimasti soli « 
còibtnciÀ Giorgio a ragionare e domanda* 
re della sua carissima donna, la qaale^ 
pefciocchè affaticate e stracca sentendosi , 
non volle andare a visitare per la notte»- 
Scchè Neri rispondendogli e raggnaglian- 
dòlo , molle cose intomo alle . lodi della 
eoa Oretta gli diceva , e come colui che 
èra malisiosetto 9 volendo» se nulla fusse^ 
pigliare i passi innansi , perciocché da lei 
alquanto temeva , che la sua mala inteo- 
itoae al P amico non ri?elasse« gli venne a 
dire che per vedere solamente ^ come ella 
Ibsse fedele , V avesse tentata , ed iogegna- 
tosi di recarla a fare i suoi piaceri , con 
animo nondimeno» che se ella acconsenti- 
vft f di garrirla e di riprenderla asprissi- 
ttamente; tna negando, siccome ella fece^ 
oomméndarla e lodarla sommamente, e pe^ 
donna savia e continente a?erla sempre^ 
Dispiacque molto, ancora che poco lo 
mostrasse , questo fatto a Giorgio , e paiV 
Vegli atto di non troppo buono amico } 
pm'e finse di non se ne curare , ma non 
•i potette tanto contenere , che rivoltosigli 
uno sghignntao adiraliceio f mm gli 



/ 

I 



96è^ Mwannk mmàm 

dictife: Amico, dimoii un fMmimjiM^ 
meMe tooonientiio » oome «irdibe. elk ••■h, 
daU k bÌMgiMiTA coi rii|iòM Harfa: Prioìll 
nd MMÌ iMciaio mm il mora éA pslto^ 
ohe (Sui! ooti fiato oltraggia Tu haibono 
a dira a cotesto modo ora , «^ noa |lr è 
liuicito, togginDM Giorgio. I>aiM[aa^^i*" 
ae Neri , io 8ono da te tonato in ti O im i M ttL 
ùle 9 penii oraetto di me ? ' e cooMamè ^ 
giorando, a tara le maggiori ecaNy cha 
mai CDftwro nditOi Per la qiial cum GSov» 
fio , che mal contento lo radera « ^Mm 
•embiante di credergli , e4 a^Tcrtillo cbe 
un* altra yolta con Tamico si guardasse di 
non iQcorrere in cose simili; Si poi JForni- 
ti per la sera i ragionamenti , se n* anda- 
rono a dormire. La mattina poi a beiragjio 
iride Giorgio la sna beliate cara donna t 
ed ella lui; sicché fattagli di lontano alle-- 
gra e lieta cera , quanto più finrsi pote?a^ 
gli pareya mille anni « che si facesse notte^ 
la quale poiché fu Tenuta , Giorgio qaatt« 
do tempo gli parye se n* andò a lei » che 
con grandissimo desiderio lo attendeva 9 e 
a prima giunta gittatogli le braccia al col- 
lo disse : Bene stia il sostegno della vita 
mia: e poiché baciati si furono » e alquan» 
lo di .Roma ragionato , se n* andarono a 
letto , e qui?i 1 uno deiraltro si goderono 
buona pesca ; poi quando Tenne il tenipa 
•e ne tornò Giorgio a casa sua un* ora al-* 
meno innaD7i i^iorno, e la sua Oretta A 
rimase a dormire^ AlaraTigUossi molto il 



tàTi 



forane « ^e la donna non g)ì avesse det*« 
lo nulla di Neri ; ma più n ebbe marayU 
glia « quando riirovatosi seco ouo o dieci 
Tolte, non gnen* aveva raaionato icai, co« 
ne colei cbe conosceva che il dirlo noa 
poteva altro cbe nuocere, ed ^i per aoa 
le dare maoinconia e dispiacere, non le 
n*iavefa detto nulla, e così era risoluto per 
r avvenire ; ma con Heri teneva bene un 
* di colleruzza , messosi nell* animo di 
gliene una a ogni modo. E colà di ver- 
no una sera , sapendo egli cbe Neri er% 
andato a starsi con la sua innamorata, se 
B* andò a trovare il padre di lei , che fa- 
ceva lo speziale , e tiratolo da parte, dopo 
vn certo suo trovato , gli venne a dire , 
come la figliuola aveva un giovane suo 
•mante in camera. Il vecchio , che Marti- 
noKzo aveva nome, non lo voleva credere 
a verun patto ; pure Giorgio tanto disse ^ 
e tanti segni gli dette » che , chiamato un 
tuo figliuolo « verso casa se n* andò furio- 
so, e pieno di rabbia appunto ali* uscio 
giunse, che un altro suo figliuolo arrivò, 
che tornava a cena , sendo già vicino alle 
tre ore. Era costui notajo , e si chiamava 
•er Michele , al quale subitamente Marti- 
nczzo narrò come la sua buona sorella 
aveva in camera un amico , il quale di 
•era v* entra ali* un* ora di notte, e stayvi 
per infido quasi a giorno, e dipoi la buo- 
na femmina ne Io manda fuori per la fi* 
Beslra dell* orto ; che cosi Gioi^io f che 1^ 



nptfi di' iteri , AcooDtaCo i^KmvMK IMI 
te iraeite tùtìU: eoèa a-Mr BficlMlef puif 
tn larft iMWsui^uiiiii di pigiarlo ^ «Hi 
iDtaifr'puioaineale^ • Mmto qatlli* 
itn'; Irriterò teloro armi^ • certctó ' taMi-' 
trr^tiéila canHenr della fmdaUat mU* qoa-^ 
J0 non erano prima toliti entrar giaaMMiV 
e gridando , apcrsoiio Pntoto, e toCto-il 
letto trotarono nascoso Neri , il qoahi l^sg* 

Sdo rarmit di fatta si soopenOt ^o' 
é H nome. Per la qual oosa lfan»«o^ 
■o; non potendosi contenere, gli disse uMt 
grftndiMfma irillania , e gli fece intendere 
nltimameote , che se quindi uscir voleta 
•on la* Tita » gli conveniva sposar la figli* 
nòia ; e a mala pena , disse , mi tengo ohe 
io non ti passi il petto con questa parli» 
glana. Neri » veggeodo la mala parala « 
rispose che farebbe ogoi cosa ; laonde il 
▼ecchio, fatto chiamare la Francesca « ehi 
piangendo s'era uscita di camera , la quale 
oontentissima d* avere il giovane per ma* 
rito ^ fu da Neri , dandole V anello « in 

!>resenza di tutti sposata, e ser Alicbe* 
e distese la scrìtta , fecela soscrivere da 
Neri , e dipoi d' accordo e lieti se ne 
andarono a cena , la quale con gran 

] Giacere di tutti fornita , se ne volle Neri 
a sera nudare a casa « rimasti per T altro 
giorno di far le nozze pubbliche e ma* 
gnifirbe , e da ser Michele e dal fra* 
teMn fu accompagnato infino alla sua abì« 
taaione* • I quali poscia a casa rìioraaa* 



iroTCLLA SXm 363 

fectro con il padre maraTi^ioii fesia«. 
(lale allegro diceva: Vedicke pure'ooa 
i. la fortuna mi ha yoliUo ajatare « e 

figliuoli , ancora ; o ci conyeoiTa per 
I la dote Tendere il podere o la casa^ 
lo ia poi come TaTeremmo acconcia » 
ora r^Temo marìlala a nn giovane 
1 e nobile senza dote ninna. Orsù InU 
1 male non sarà nostro; lodato sia. 
che egli avrà pnre » come si dioe» 
rato il suo campo , e forbitosi con i: 
i sud ; e cosi pieno di gioia con aue^ 
imili altri detti se n*anaò con i fi- 
lli finalmente a dormire. La matti* 
ler tempo levatosi « corse subitamene 

easa un fratello già della sua moglie- 
Bartolo aveva nome, e trovoUo anco* 
el letto , a cui con allegrezia disse : 
mt^ tosto levati, cbe io ho maritato la- 
»cesca , a fine cbe tu mi censiti, e^ 
; oìsfinare le nozze , che hanno a fare 
. Bartolo con fretta levatosi gli do- 
di a chi data Tavesse. A un nobile 
Kt> giovane, rispose Marti nozzo^ quan* 
Itro che ne sia in questa città; e per 
ìa a un tratto. Neri Filtpetri è suo 
ito. Che di* tu^ disse Bartolo , Neri di 
er Tommaso Filipetri è suo marito ? 
ì buon* ora , rispose Martinozzo ; guar« 
i non pigliare errore, disse Bartolo? 
e errore ? seguitò colui , e per iarglie- 
rapace gli narrò ordinatamente il tutto; 
le ridendo > Bartolo cohiìeicìà a frid»» 



€ aoB ai ette ijuamun cicn ha m- 
glie € fiffCaoK ? CoMe egliooK e «ogiel 
npote MartiiMao; oli quoto sucUcM 
k! Ora 9en Ila Mglie io mm^eémi 
gjHooKni « rispote Bartolo « ma nartb ai 
wia fcnaiiaa ; wom io idlmgvato 7 Ohìaèr 
aog^ose ]fartiiio0o« io aooo roviaÉtoi: 
svergognato a on tratto , ae ooai è ! ai a 
Imi paura che ta non &mcticlii. Biitoh, 
pk Testiloti^ gK rispose dicendo: Aadai» 
ne faorì , e Tedreiiio chi fiimetichcn i- 
BO< ; e partitisi <li casa n^andarooo a io- 
maodare ^ e da più persone degne di fede 
io tesero come em la verità , che Neri tfc- 
Ta donna e 6gliuoli. Bene era Tero , che 
aTendola tolta e»li a Roma giOTÌnetto , e 
là avotone due àgliuoli , non si sapera mol* 
lo per la terra, e maggiormente perchè , 
poiché da lui fu condorta in Milano, en 
stata malata d^una fistola nel letto Sem-, 
pre mai. Ora Martinozzo certificato se oc 
andò , consiì;liato dal parente « a casa « e 
aTTertiti i figliuoli che tacessero scopreo^ 
loro r ingaiiuo e V oltraggio , che eglino 
avevano ricevuto da Neri , con Bartolo a 
mise in via per trovarlo io casa , e per 
▼CDtura s* abhÀtterono che egli voleva ap- 

Jìuiìlo uscir fuori. Sicché da parte tirato- 
o , cominciò Martinozzo a dolersi molto 
della vergogna e della ingiuria « che esso 
Ntfri aveva fatte alla cas;i sua con dire^ 
che ella noa era cosa da uomini da heac 



ifOTCìxA nt. ^5 

Tué le baone fancialle f >' di poi 

moglie lóroe dell* altre , e mìnac- 
(cèodo che gli era caio dell*. ATci?e« 
. Neri acusandou prima , e dopo eoa 
5 parole proeedenao diiae che il va« 
;iare le belle giovani ». ed il cercare di 
lere il loro amore fu sempre asanza 
ililaomini , e soggianse dicendo : Io 
"oglio n^are che errore nou abbia 
leaìso a torre quello che rendere, to^ 
t non potrei giammai ; nondimeno 
e ho usato forca alcuna , e di pari 

e consentimento aveino V un dell*al* 
Mo piacere; cosa ordinaria e natura- 
la e non è così grHve il peccato, co* 
ir avventura lo fanno molti. Egli ò 

che avendo altra moglie, non dove- 
ù acconsentir di torla ; ma la paura 
» ebbi veggendovi con 1* armi , e mi* 
rmi t me lo fecen fare , ed i contrai- 

1 scritte j che son fatti per timore , 
Eatamente, non son validi e non ten- 

e però mi condussi a quel che voi 
e, e dissi di sì, lasciando la cura a 

sapere se io aveva moglie, o no; di 
oi anche non mi dimandaste. Pure 
che è fatto , non può esser noa 
|ui bisogna provvedere per lo innan- 
erchò Vili veggiate che io porto gran- 
amore , e voglio infinito bene alla 
Ila , vi conforto a tacere di tutto 

che jersera intervenne , e quanto 
ibto potete , maritatela , a trovata 




J 



36S iseeKni eewi. 

ebe Tol BTrele lo spos-», mi obWi^ i 
yi i-iiiqueceoto ducati \ter oìiiiarri • : 
buoaa (iole , a line che in buou hug»' 
(Kmiaie loeuen , e di tutte t|apll« 
cbe tono occorse , f che occorreraoDo tu 
Itrì e me, iicn ri^gioiiiiiò mai con penpoi 
TÌva , per ((Uftiitu Ì0 hn cMro la grin Jl 
Dio; e (jtit !.i racqiie. Parve a coloro, di 
egli «Tesse iaiellitto bene e saTÌadKBli: 
•ici-bè readuiegli iiifìnite grazie , tla kui 

Ivnrtirono. Marlinozzo, taucoufato >'£$!>>* 
i l'nDÌmo di T^cri , se 11 passarono Iwgier 
mcnle , e cercarono d' ac'coDciare la Fr* 
ces4.a,la quale ioteso il fatto, sdegoogn» 
dissituD e oiiio immortnle ne concepì en- 
tro il suo amnute, e da quÌ¥i ÌDiianiì ooi 
lo guardò mai diritto in Ttso. Ma prìoi 
che passasse un mese intiero, ti-ovato ateo- 
do un buon uomo , che volerà doona , il 
padre ed i fratelli gli diedero la Fraoce- 
«ca eoa patti d'ottocento ducali d'oro pa 
dote , peasando mettervaoe trecento di io 
Po solamente; lo avanzo sparavano cai» 
re da Neri, il quale andarono a trovarer 
e MariiuO'Zo dicendogli cbe aveva aMoguU 
la figliuola , gli domandò la promessa. ^^ 
ri, a?erdo poc-o il ca)>o a maoteuerglieHV 
gli disse che !<• rivedrebbe, e lo menau 
per la Innga. Nella fine gli disse cbe peo* 
lialo avi-va per cnore della faneìulla non 
volergli dait; alliimenti i cinquecento da< 
cali t aei-iuccbè le genti non avessero ■ 
•Mpetutn. Mutinoso non poteodo m» 



ìwrthhk nu 367 

•tisare niente^ né pure rammaric^neiia pec 
non. svergognar la fanciulla, malconleotòf 
eoi figiifioli» per non arrogere male a mù%^ 
ìfi^, prese per partito starsene cheto , e per 
I0 esser Neri geotiluomo j si tenne di bea- 
to » che egli se ne tacesse , e se egli tò11% 
che lo sposo menasse la Francesca » |^i 
CoiiTenne vender la casa » e dargli otto- 
cènto fiorini. Neri di questa oosa veduta 
la fine, con Giorgio suo segretamente ogni 
CO0a conferi , dolendosi molto d' aver per« 
dbuto la sua innamorata ; ma per altro 
parendogli un bel caso , scambiato il teoi^ 
pò 9 il luogo e i nomi , lo raccontò poi 
joille' volte per favola. 



t . 



»', 



^ 



i55 



NOTELLA X. 

'Mionna Mea igiene a Firenze pef la dotm 
della Pippa sua figliuola , maritata a 
Beoo del "Poggio ^ il quale non agenda 
ella seco, è consigliata che meni in^ 
quello scambio Nencìo detC Ulis^lo , il 
'éfuale è poi dalla padrona messo a dor^ 

' mire colla Pippa ; la qual cosa poi ri'- 
saputo Beco ^ si adirai con le donne ^ 
e falle richiedere in Vescovado , onde 
poi il prete della villa accomoda il 
lutto. 



T 



osto che Cintia pose fine alla som 
corta nofella , piaciuta e commeadata niol« 
- to 9 Giacinto , che solo restava a novella* 
re 9 con rideati o9chi com a favellare ia- 
conunciÀf dicendo: Io, dolcissime donne « 
m Toit splendidissimi giovani, pigliando da 
CSntia esempio , mi spedirò prestamente; 

Sciocche ella, che è saggia e avveduta, 
be conoscere il tempo già dover passa- 
re deir andare a cena ; la qaal cosa per 
me io non avrei saputo conoscere, percioc« 
ehò tanto mi piace e mi contenta il novel* 
"^ lare, che per infino a domattina starei 
•ansa mangiare e senza bere , che non me 
ne sentirei punto ; ma , per dirne il vero t 
k mia lavolii è corta da se smessa p e piÙL 
Lasca. 24 



370 «fCONDA CENI. 

ÌD qoeit* mi ba BJutato la fortnoa dt) 
Mano ì e *o£ciuTise. 

In via gìiibelliua «tette , |^iii è iiii|ta 
tctnpo, DOS vedova d<r*Ckiaraiiiooltn<4 
•bbè nnm« monoa Margberìu, h ffok 
prese dn piccola nn« con lodi nel la prr » 
TB . cnii patii che poi cresoiuta , e ina 
nel u-mpo convettiente . «Ila r»caii 
naritiire , e rimate d'accordo t-oo ind 
di dnrle ccnlo ciitquuDta lire di {MÌE 
per dote. Ora accadde cbe coftlrì mav 
do,« gin fallasi da marito, fu venoUp 
ki dulU anidre, e menatali*) in MufiÀ, 
dodde elle erano , cou licenra oondiaM 
di mouDa Margliertla , la quale aveTtJMr 
" lo loro , che la dote er» a ogoì lur 
rr , purt-hé elle trovassero sposo r«M 
MoDoa Mea, che così si taceva cbUaw 
la madre di ooleì , seco mcoHtaue Ufijl«| 
la, fece iolcnder per lo paese cbe man 
la voleva; e perchè rJla aveva ass'i bw 
dote, ed era, ancbe vegnenloccìa e aili 
della persooa , ebbe di molli manti ia 
tratto per le maat : pure a un gÌoTaH|[ 
cbe si cbiamava Deco del Poggio, UdM: 
COD la dote sopraddetta , e la &era miécir 
~Ba, cbe ella ebbe l'anello. Beco volle im 
■tir aero; fra pochi ^orai diseg:aaiMÌO fi 
«eaire per la dote delia vedova ia Tfim 
le. Ma in questo mruo gli Teooe ^o^ 
di andare alla fiera di Dicoinano per vnn 
«cilersi di panni per se e per Lt ipM; 
Onde alla auoceia ed alla moglie disw, chi 



flOTELLA X^ 9^t 

dft loro ftiidassero a moaaa Margherita^ e 
•i fiicessero dare la dote , e ne la recassero 
M casa, perciocchà.^lì 8tarebì>e tre o quat- 
tro giorni a tornare » e partirsi e andonae 
•Ila fiera. Monna Méa e la figliuola ràltra 
naltina a una grande otta si misero ia 
via, e in su Torà di nona arrivarono doTè 
«ffiziava un prete , che fu già loro parroc- 
chiano» molto da bene e amorévole p^r*^ 
jtòna ; sicché seco » come era costume quasi 
Ài latti t paesani , si posarono « e dal seird 
nello ben veduti furono, tanto che vi 
"Ételtero a desinare. Eravi per sorte appunto 
capitato la mattina un loro vicino , che di 
Firenze veniva per tornare in su , Cencio 
chiamato dell* Uh vello; e poiché essi ebbero 
r^esinatOt essendo ancora a tavola, prese 
a domandare il prete , che buone faccende 
jEacessero venire monna Mea a Firenze • ed 
. j^jUa gli rispose » come per la dote ànaaVisi 
•.deUa sua tagliuola , che maritata aveva, e 
4j»8^gli a chi. 11 sere gli disse ridendo: Oh 
^dove é Beco? è andato 'alla fiera, rispose 
Jb donna , a Dicomano ; che imporla egli 
jche CI sia o no? importa, soggiunse sèr 
JJLgpstiao,' che cosi era il nome del prète,' 
^^e voi vi perderesti i passi , perciocché se 
là padrona non vede il. marito non vorrà 
pagare i danari, come è ragionevole. I^oi 
«bbiamo dunque fatto una bella faccenda , 
disse Pippa, che cosi era chiamata la spo- 
^ , e converracci aspettare Beco che torni ^ 
•e andarvi insieme ; che maledetta sia Canta 



1 

I 



97< SECOriRi. CENA. 

traseuralBggme '. Deh , disse il prete , ìa 
voglio ioseguarvi , che toÌ oon sarete vm- 
nule in vaco; menate con esso 701 qai 
rieQcio , il quale so che per farvi piacer* 
Terrà volentieri, e dite che sia il marito; 
colei, non l'avendo mai veduto, crederà 
agevolmente , e vi conlarà la moneta • 
Piacque a monna Mca molto questa cosa, 
e Nencio , per far servizio al prete ed alU 
doDoe , accettò semplicemente, noo pen> 
aando che ne dovesse altro seguire ; cosi 
senza indugiare presero la via verso Fìrca- 
«e, e alla c»sa fìnalmente della vedova ar- 
rivati , furono da lei ricevuti lietamente. 
Ferlocbè , monna Mea con brevità le dis- 
se, come Neacio era il marito della PippSt 
e che venuti erano per U dote; a cui gra- 
ziosamente , avendo toccato la mano agli 
Sposi, rispose monna Margherita , che era 
molto beue contenta , e subito mandò la 
serva per uno che faceva te sue faccende, 
accioccbò da colui fussvro annoverati loro 
ì danari , e spediti prestamente , che se ne 
potessero andare, e intanto ordinò loro di* 
merenda ; multo rallegrandosi con 1« PìppiB 
^ con Mencio, il quale ella pensava h^ 
^urito , dicendogli cbe egli aveva niui 
buona e bene allevata 6gliuola , e che ì» ^ 
«esse vezzi ; della qual cosa Mencio si lior- 
^Va di mostrarsi lieto. Venne alla fine'. 
sran pezeo aspettato, colui che faceva i 
fatU aella vedova , a cui ella racooatata 
il .^Htlo, disse che cento cinquanta lire )^ 



tf&giuivaiio per soddUfare alla Pip^ , pa- 

Sindóla qai¥Ì al marito per conto deìÌA 
ble cÉe guadagnato ave ira. Colai di fatta 
^rtiioii, n*aado al banco per arrecar seca 
1 danari , ma tornato prestamente , disM 
toro che trovato non vi aveva il cassiere ; 
oode bisognava che elle avessero pazienta 
^r 6no alla mattina, che a grand* otta gli 
spedirebbe. Perlocbè monna Margherita ì 
npiffliando le parole , disse : Egli è a ogni 
modo si tardi, che voi non vi condurrete 
a casa, che sarebbe mezzanotte; però fia 
meglio che voi vi stiate qoestà sera meco ; 
beo' ci sarà tanta casa che vi doverà dar 
ricètto; non dubito che voi dovete essere 
•tracchi ; la cosa non può venire più a 
proposito t perchè ancora io mi goderò un 

rM> la mia Pippa , cbe Dio sa quando più 
rivedrò., perciocché avendomela alleva* 
ta , le porto amore e affezione come a' 
figliuola ; della qual cosa monna Mea e la 
fanciulla « non pensando più oltre , insie* 
me con Nancio furono contenti. Venne la 
iéra , e la vedova , fatto intanto avendo 
ordinare la cena , si misero a tavola , a 
con gran festa cenarono, ma in su T an- 
darsene a letto si sbigottirono bene mon* 
na Mea e la Pippa , atendo inteso cbé 
taonna Margherita fatto aveva acconciare 
fin letto in camera terrena , dove disegnava 
the stessero gli sposi , e monna Mea al- 
bergare doveva con la fante su di sopra i 
dal che Nencio tanto contento e ìiimé 



%4, SECONDA CU«Av 

■fVffa a iraanto coloro dolor« M^. 
MoauMea« aveodo falle mola^ 
miti»» cbe donoir voleva con la G 
int , lutte (lalU vedova alatole ri 
4Ì^Ó»dole cbe fioD ù richiedeva, < 
qocv Konveocvole, e cbe IVencio le 
intòum coDOpagnia cotd iu Firenze 
.Y^Ht fu sfuriala nonna Ale» , pe 
^bc colei non »' acctTgeue Pìenno 
•err varilo ^« figUnol* , p essei 
« tcnpMi bup>r(|«i, MpCH^iiUre, < 
cop Hcdoìo e ca^ i* P>|^ iq 
4ove giunta u gììtÀ id gìnocxihiófu 
dì fteiicio, pr^andolo per Taipoi 
che fufiw contento di non dir aÌi 
figliuola per quella notte. Il cht 
gli promesse sopra la fede «aia j 
colei allegra se ne tornò io wla, < 
serva se n'andò a doruire, e e 
monna Mareberita. Ncncìo , poiché 
tita monna Alea , serrò V uscio no 
di dentro , e comtnciosai a spogliar 
dando tuttavia la Pippa , che stsva 
tegno e sogghignava , mostrando i 
no, che dormir volesse vestila, noi 
do segno alcuno di sfibbiarsi ; na 
dettole, che non la maoicfaerebbi 
fine seppe tanto ciurmarla, che ap 
SD un tratto, se u* entrò nel Ietto 
a lui ; onde allegro , spento il h 
le coricò accanto , e così stati a 
ambedue senza favellare, cominciò 
• distendere un piede, « venoe a 



FOTEtr.À X. 878 

un fifiQCO^ e la Pippa, senza altro dire ^ 
gliene graffiò leggiermente , nerlnccliè rfen- 
cib la. prese a solleticare, ed ella lui, t^n* 
foche scherzando , il coxnpajjnone le salì 
nddosso 9 e senza far mai parola , di lei 
prese 9 e la fanciulla di lui quel piacere % 
quel contento, che funo delT altro pìfilia* 
110 insieme marito e moglie. Ma poiché 
rCencio scese , fu la Pippa prima a favel- 
lare , e quasi ridendo di^se : Ahi Nencio^ 
a questo modo èsser fi la fede e i giura- 
menti che promettesti a mia madre ? lo 
^OQ lo avrei mai creduto, e stetti ferma 
ODon per altro , che per vedere se tu eri 
'tanto tristo ; ma io ho caro di averti co- 
tiiofteiuto per un* altra volta* Alla quale 
Nencio rispose ridendo : Io non ho rotto 
if ede , ne fatto ingiurìa a persona; egli ò 
"vero che io promessi a tua madre di non 
ti dir nulla, e cosi le ho attenuto. Che ti 
ho io detto ? e accostatosi , che le piaceva 
J' untume , scoi alla mutola le caricò un* al- 
tra volta la balestra, e dopo attese a dor- 
mire. La mattina poscia per tempo risen- 
.titi , due altre volte presero insieme il me- 
desimo piacere. Intanto s*era levata mon- 
na Mea , e da monna Margherita a Vale 
aTcva due coppie d*uova fresche per por- 
tarle agli sposi , la quale le prese per non 
parere , e recolle loro , ancora che ella 
pensasse, che elle non bisognassero, e nella 
•camera entrata trovò la figlinola , che s'era 
appunto fornita di vestire; ma Nencio anr 



876 neoirpA esilk'. 

con ert^id lelto* ai quali ékftiàfittàoj 
GOfl disse : Vedete se menila Margherita è 
donna dà bene ed ainoreToIe« ellauTi man* 
da infino V aoTa fresche « credendosi eh* 
Voi abbiate bisogno di rìstorOf Ma dinafei 
un poco tu 9 disse alla fanciulla t che cfom- 
pagnia stanotte t*ha fintto Nencio? bnoni^ 
sima, rispose la Pìppa; egK non A useilo 
punto di quello che egli tì promesse , lan* 
teche io me ne lodo intn fine latta » • 
aongli obbligata sempre. Dio glie ne rime" 
riti 9 rispose monna Mea , e laociaglieiia 
malevole ali* anima : ma che fo io di qne* 
ste uova in mano? date qua, disse Nencio , 
io me le berò, acciocché la cosa paja pia 
▼era , e fattasene dare una coppia 9 se !• 
succiò in un tratto j e Toleya iiighiottiro 
anco r altra 9 quando la Pippa disse: Ehi 
gola ! questa altra io TOglio per me ; e 
toltala di roano alla madre , se la beTve t 
e cosi le donne » lasciato Nencio 9 che si 
fornisse di vestire, s* avviarono in saiat 
dove stettero poco che comparse colui eoa 
ì danari; e a Nencio, che era già venuto 
su , annoverò come a sposo centocinquanta 
lire di buona moneta per pagamento della 
dote della l*jppa , serva di monna Marghe- 
rita , e cof.i scrisse al libro , e partissi* 
Monna Mea messi quei danari in una fe-^ 
dera , che recala aveva seco, e bevuto al- 
quanto ella, la Pippa e Nencio « e fattele 
parole 9 da monna Margherita si partirono 
allegri e lieti , e di compagnia » senza aver 



firifo netto al prete ^ perchè trovato in fcasa 
kon TayeTano, io Mugello se ne tornaro- 
no 9 e ognuno se n* andò a casa sna 9 aten- , 
do nondimeno riograsiato prima monna 
Mea e la figliaola , Nencio del serTizio che 
fatto loro aveva. In due giorni tornò poi 
Beco dalla fiera , e trovata la suocera « che 
eveva riscosso la dote 9 contento non cerc^ 
iitro f attendendo alle faccende 9 e a goder 
la sua Pippa. Ma venutone pèS il S. Gio- 
vanni 9 venendo a Firense per arrecare al-* 
Toste un par di naperÌ9 accadde per soiv 
te 9 che il giorno dinanzi appunto 9 che egli 
•e n*era andato nella Val d'Elsa a starsi 
con un suo fratello 9 che era in uffizio a 
Gertaldo 9 e menatane tutta la brigata ^ 
trovò serrata la casa 9 e non sapendo che 
farsi di quei paperi 9 disino di portargli 
a monna Margherita 9 padrona già della 
tua Pippa , che bene sapeva il nome 9 e 
dove ella stava a casa 9 parendogli che ella 
ai fusse portata liberalmente a dar la dote 
alla moglie senza lui 9 seco dicendo 9 pure 
la conoscerò 9 e ùltò in parte Tobblìgo mio; 
« cosi si messe in via 9 e giunto picchiò 
V oscio. La fante vedutolo con quei paperi 
in braccio 9 disse a monna Margherita : Egli 
è un contadino , e tirò la corda. Beco .ar« 
lavato in sala , fece un bello inchino 9 e sa- 
lutata monna Margherita , disse : Io sono 
il marito della vostra colei 9 che vi porto 
a donare questi paperi , acciocché voi gli 
godiate per nostro amore. A cui la donna 9 



volto bene m vtto gu^riUtoIo, nput: 
Buon uomo, gtiKrds a noo avere ttnl'ì 
nome o «marritu la c^sm ; dii lì ousdì, 
o dove bai tu a ire? Dtsw al^n Bm; 
finn Htc v(^i nwnua M.)rgberìu Giiur 
KOQt^ , che «lleraaie già la Pippn , < noi 
tono aucora. divci mr^i fia^mnlì , ehe 
deste ceniocinifimnla nrt- |)er U dote? SI 
gODu , mixiM- la T(!<t<'va. liunque PwioQ 
jHurilu , &»g^iui>kt Bt-co Cnmtr? segnilo h 
clonna , Ìl mariiu m» se* tu già della nà 
Pìppa. Perchè noq sono? diase Beco; io H 
pure cbe sraoatle dcrtnii seco , e sUnatò- 
Da la laftciuì in casa , che fila si rclnt 
lavare ti cafo per farti bvlla qocsia Sn 
Giovaoni. Come domine ! replicò aaiaa 
Margherita quasi adirala , sei tu il ntiv 
to suo; io so pure che quando la Pipps 
venne per la dote, che egli era seco, e 
d'altra fatta , che tu oou sei ; io lo vidi 

Snre , e so ancora che la sera gli mesti i 
ormire insieme, e so pure che la matthia 
colui se ne portò la dote con monna Mca 
madre della fanciulla. Per la qnal om 
Beco gridnado ad alla voce, disse: Ohioti 
che io sono stato ingannato ! e più a bel- 
J'agio poi con moona Margherita favelbo' 
do, e d'ogni cosa minutamente informan- 
dosi , fa certo ed al tempo , ed alla perso 
uà ed al viso , ed al nome , che colui , cbe 
per marito della Pippa iu suo scambio li 
lece credere, era stalo !Nencio dell' Ulivel- 
le; ma questo gJ' importava poco, rispelU 



_ I 

^ r i^ytre àanùììfi con esso lei a solo a so- 
lo » èr gK iiàtpva 9 « cosi alla t^ovs ^ la 
pijt ;tinoTae la più strana cosa del mondo; 
Ìpul*e lasciato quivi i paperi ^ senza àyere 
jplqlo maoj^iare uè faer«, si parti pieno di 
Sallbia e 4ì gelosia 9 e ta&io camcpìnò che 
Tifi fera giunse a casa , ed alla prima che 
le gli fece innanzi , che fi| monna Mea -» 
aisse una grandissima villania , e cosi an«> 
'<Sora alfa moglie^ cbe tòsto quivi comparse* 
'lie baope f epamine ^ scusaodosi 9 dicevano 
^he dal prete consigliate furono, e che 

Sencio non fece altro che dprmire con lii 
ippa- Ma Beco non si poteva racconsoUt- 
>e, parendogli che elle lo avessero Titupè- 
ntQ t e venne in tanta collera, che egli 
prese un bastone per romper loro le farao- 
na; pure poi si ritenne per paura deNu 
giustiaua , ma le cacciò ben fuori , dicendo 
^e se n* andassero a casa loro , che non 
Vjoleva quella vergogna presso ; e serralo 
Wne r uscio , se n* andò a letto senza ce- 
nare. Le donne dolorose se n* andarono a 
fata W^ fratello di monna Mea. Beco la 
notte non potette mai chiudere occhio , alfai 
sua Pippa pensando , e fra se coochiuse di 
I|on la Toler più , e d^andarsene in Yesco- 
irado , e far richieder Nencio per adult^-t^ ; 
e cosi come la mattina fu giorno^ saltò 
iQor del Ietto, e portato più da disordina- 
to furore « che da cagione ragionevole t 
%* avviò gridando verso Firenze, e per tutta 
la via e con tutte le persone , che e^ ri* 



38o aseoiCDA cena» 

scontrava « si d«'leya de la mnglre» e gianto 
uliimameule in Vescovado pose T accusi. 
Per la qual cosa il ^orao medesimo h 
richiesto Nencìo deir Uli vello e la Pippt; 
' airchè r altra mattina iaoaQzi nona farooo 
in Firenze per difendersi « risoluti imiens 
di negar sempre , e di dire al Vicario « che 
Nencio fusse dormito nrlla saa proda. E 
già sendo compariti in YeacuTado per ea- 
trar dentro» videro appunto aer Agustino» 
che quivi era venuto per certe sue Ck- 
cende, delle quali spedito, si maravigliò 
dì vedere iu quel luogo Neiiri*^ e colei, e 
f;lì dimaudò [>erchè quivi fusseto ; perle- 
che IVeocio gli narrò di punto in punto 
tutta la cosa « di che non potette fare il 
sere , che non ridesse , e veduto Beco ia 
quel luogo per la medesima ca^jioiìe , lo 
tirò da parte « e ripresolo aspramente del- 
la sua stolta impreca , e che così si fusse 
lasciato vincere dalla stizza « con dirgli co- 
me Nencio o^ni cosa aveva fatto per ht* 
ne , e per far piacere a lui ed alle doune^ 
e che egli non sve^a a far niente in quel 
conio con la Pipps , e che di questo ne 
stesse sopra la fede sua , perciocché la qua- 
resima passata aveva c<*nfessato Cencio ; e 
mostratOijlì poi per mille ragioni che egli 
era pazzo , e come in tutti i moli , che la 
cosa riuscisse, non gliene poteva avvenire, 
se non male , e fece tanto nella (ine , che 
lo condusse a perdoaare alb Fip]>a , ed a 
€ar pace oon Nencio , e dipoi entrato dea* 



KOTELLl X, 88l 

Ito al Vicario j coti cui ten^Ta stretta tio« 
mestichezza 9 operò di maniera che coloro 
farono liceaziaii « e d'accordo se a* andarono 
poi al la, sua Chiesa a star tutta la sera. M^ 
Beco y non pi)teqdo affatto ingozzare quella 
dormita , che Neocio ateva fatto con là 
moglie stava anzi che no in grùgnetto un 
poco; onde ser Aaostino per quietare la 
cosa , e rappatumarìi da dover.-) , si fece 
promettere con giuramento da Nencio^ ch« 
oome egli avesse donila , che Beco avesse 
a dormire una notte fiReco ^ ma con questo 
che non le avesse a dir nulla , ma sola- , 
mente per poter rispondere alle persone » 
se Nencio dormi con "la mia , e io ho dor^ 
mito con la sua moglie ^ e cosi verrebbe a 
non esser vantaggio tra loro ; e fatto di 
nuovo una buona paciotza ^ lasciato il pre^ 
te con buon anno , se n* andarono la mat^ 
lina 9 ed ognuno se ne terno a casa sua, 
e per fino che Beco visse, Nencio non tolse 
mai moglie , tenendo per fermo che la sua 
non dovesse esser meglio della Pippa. 

Con grande attenzione, e molte risa 
.inascoltata la novella d* Giacinto, la quale 
fornita , Amaranta , sorridendo , prestameù- 
te si levò in piedi , e chiamò i famigli e 
le fantesche, e fatto in un tratto accendere 
i lumi, se ubando con le donne nelle ca- 
mere di sopra , ed i giovani col fratello in 
quelle da basso ; e poiché alquanto ebbe- 
ro badato a loro comoditi e quelle^ e 
^i^^tsti ne vennero allef^rissim! ìi| sala , dl<)- 




' le ^eoffg trofaroM^ 
_, m» le *t«aD(ie mcae io p«» 
to, «Bebé prao na caldo, e bnieik 
^u . a BÌKFO a tavola . dove Iìmumm 
cenarono, e poacta levale le lon^.i 
Imcuio •olaneoie il finocchio e il rioo, 
n^oaaroao per baoa pexxo della nu^im 
e minore beUcua e pàacevolcxza deUf no 
coaUlc novelle, e poi se o* antUnao ij 
fuoco taui quanti ripieot di gtoi* e dico» 
trnio. E poicbe le ouvelle della ngnent 
■ara dntcvioo esser grandi. orJhurour d! 
cominciare più presto uq poco , e dim 
ctaqtic la Dotte di Bertiogaccio , leglàn 
au ^^eaxt , e andarsene a letto pia tari 
del mIìI" ; e le donne preso coomuatA dò 
giovani , con Amaranla alle loro caaftt 
•e n'andarooo a letto , e co&ì fecero i gio- 
vani, perciocché alcuni rimasero a dormit 
<|ai*i, e alcuni beoe accompagaatì , tene 
torauraoo aUe Iftr case. 



Fina delia seconda Cena, 



DELX.A 



TERZA GENA 



DI 



AJNTONFRANGESCO GRAZZINt 
DETTO IL LASCA 



NOVELLA. DECIMA E ULTIMA.. 



à 



TERZA CENA. 

NOVELLA X. 

E ULTIMA. 

Lorenzo vecchio de Medici da due ùra^ 
vestiti fa condurre maestro Manente 
ubriaco una sera dopo cena segreùamen» 
te nel suo palagio j e quivi , ed altrove 
lo tiene , senza sapere egli dove sia, 
lungo tempo al bufo , JacendogU por^^ 
tar mancare da due immascherati i do^ 
pò per via del Monaco buffone dà a 
credere aÙe persone , lui esser morto 
di peste » perciocché , cavato di casa 
sua un mòrto , in suo scambio lo fa 
disòtterrare. Il Magnifico poi con modo 
stravagante manda via maestro Manetta 
te , il quale finalmente , creduto morto 
da ognuno, arriva in Firenze, dove la 
moglie, pensando che fusse C anima sua, 
lo caccia via come se fusse lo spirito , 
e dalla gente avuto la corsa , trotuB 
solo Burchiello , che lo riconosce , e 

. piatendo prima la moglie in yesoovado, 
e poi agu Otto , i rimesso la causa in 
Lorenzo, il quale , fatto verUre Nepo 

• da Galatrona , fa veder alle persone 
ogni cosa essere intervenuta al Medioo 

' Lasca. 2$ 



•s- 



386 . tniA cwrA» 

pV.fQna df* incanU ; sicché riavuta ìa 
donna,, maestra. Aianenie piglia per sua 
^w^caéo Sion Cipriano. 



% 



E 



.jra Giacmto cenato a fiQe< 4ella 
.noreHa , cbe non poco aveva rallegralo « 
e fatto ridere la brigata^ qiiaodo Amaran- 
ta , a cui solameute rtsiava il carico dd 
jrol<>re novellate , vezzosamente favellaodo, 
•prese a. dire, lo , leggiadrissime faDCÌuile> 
e voi grfaziosìssimi giovani, intendo eoa 
-una mia favola di raccontarvi una beffa ^ 
la qu'rile ancorché guidata non fosse né 
dallo Scheggia , né da Zoroastro « nò da 
niuno de' compagni^ credo che noe vi 
dovtrà parere meo bella « ne meno arttfi* 
ziosa, che nessun' altra ^ che da noi ia 
questa 9 o in altra sera rciccoutata sia, fat- 
ta dal magnifico Lorenzo veichìo de* Me« 
dici ad un medico de* più prosuhiucsi del 
mondo, come tosro iuieudeiete ; niiiu quale 
tanti nu'^vi acciJeuti ii leiveuncio , iMUti 
varj casi nacquero , tanti sfrani avvfoi- 
mtTtti occorselo, che se mai vi maravii^lia* 
ate e radeste, questa \oita vi maiavigliereta 
e riderete ; e sugj^iuuse. 



NOTELLA X. « ULTIVA. 307 

Xoreùzo vecchio de* Medici , sema che 
jiltro ve' ne dica, dovete cerio sapere , che 
di quaQli uomioi eccellenlì , rioo pure 
▼ìrtuosi , ma amatori e premiatori aelle 
▼irtù furono giammai nel mondo gloriosi, 

S;Ii fu uno veramente t e forse ii primo, 
e* tempi suoi dilnque si ritrovava io Fi- 
renze un medico chiamato maestro Ma- 
nente dalla Pieve a S. Stefano, fisico, e ce* 
rosico, ma più per pratica, che per scien- 
sa dotto, uomo nel vero piacevole molto , 
• faceto, ma tanto insolente e presuntuoso^ 
die non si poteva seco ; e tra V altre cose 
fili piaceva straordinariamente il vino , • 
uqeva professione d' intendersene e di be- 
•'vitore, e S|iesse volte, seuz* essere invitato^ 
•e n* andava a desinare e a cena col Ma* 
gnifico, a cui era venuto per la sua im- 
pronlitudine e insoleusa tanto in fastidio 
e noja , che non poteva patire di vederlo^ 
e seco stesso deliberato aveva di fargli una 
JbefFa rilevata in modo , che egli per un 
pezzo non avesse , e forse mai più a car 
pitargli innanzi. E tra Tallre una sera, aven- 
do inteso come il detto maestro Manente 
aveva tanto bevuto nelF osteria delie Ber- 
tucce , ohe egli si era imbriaca to di sorte^ 
the egli non si reggeva in piedi , sicché 
V. oste volendo serrare la bottega , V aveva 
fatto portare dai garzoni fuori di peso , 
avendolo i compagni abbandonato , e pò- 
aiolo su UQ pancone di quelle botteghe 
da S. Martino , dove egli si era addor« 



388 TtRJi CENA. 

ttunfàto; di maniera che oon l' arebbooo 
desto I« bombarde, riissoodu* che paren 
UD ghiro, gli parTe tempo accomodali»- 
Simo alla saa voglia. E latto le viste di 
non avere inteso colui , cbe ne ragionava, 
mostrò di avere altra faccendaj e èngeodo 
di volere andarsene a letto , perchè era 
pure assai ben tardi , ed egli dormeado 
poco per natura , era sempre mai mena 
notte , prima cV ei se n'andasse a ripo- 
sare , e fatto segretamente chiamare aae 
cuoi fìdaiiuimi staffieri, impose toro quel- 
lo avessero a fare, i quali uscendo di pa- 
laEso impappaficati e sconownuti,' «w-a»> 
éaroDO per commiasioDe di Loremo iU'Bi 
Martino^ dove nella guisa sopraddetta.: ta<0> 
Tarono maestro Manente addormentalo^ 
sicché presolo, perciocché osi erano ga^ 
{jliardi e baliosi , Io posarono ritto in ter» 
ra t e imbavagliaronlo , e qaasi 4i . pcia 
portandolo, canmìnarono con essa «sai 
Il medte^' cotto non meno dal-aonao lim 
dal Tino, sentendosi menar vìa, penta 4i 
eerto che fossero i ganani deiroate»- q 
•noi compagni o amici, che lo conduce» 
•ero a f»sa, e cosi dormiglioso ed èUwo 
quanto mai potesse essere un uomo, h la* 
sciava guidare dove a coloro Teniva' bea*} 
i. quali aggiratisi nn pezzo per Ficmae^ 
vltimamente arrivati al palazzo de' Mediai 

Soardato di non esser veduti,' per l'nacM 
ì dietro entraroqo nel cortile, dove li» 
TtroBO ti Magnifico tutto solo, che gli afe 



lendetft mq allegrezza inestimabile : ^ aaliu 
iBSieine le prime scale, io una aofBtta ii^ 
aiexsD la casa entrarono^ e indi io camera 
aegrelissimA » dove sopra un letta sprimao« 
oialo posto maestro Manente per commis* 
iioBe di Lorenza, così turati» lo spoglia- 
Booo in camicia, che a mala pena -sentito 
aveva, ed era stato quasi come avere spo» 
dSato un morto f e portati, via tutti quanti 
i^^auoi pannr , lo lasciarono là entro serra*' 
to molto bene. 11 Magnifico avendo di 
«novo comandato, cbe tacessero, e ripostor 
} panni del medico, eli mandò subitamen«t 
le la casa il Monaco buffone, il quale me*» 
1^ che altro uomo del - mondo sapev» 
oontraflare tutte le persone alla favella, il 
onalC' lesto comparso alla sua presenza, fu 
oa* Lorenzo menato in camera, e licenzia* 
to gli staffieri , che se n* andarono a doi^ 
mire^ mostrò al Monaco quanto deriderava 
che facesse , ed andossene tutto lieto a 
letto. Il Monaco, tolto tutti i panhi dek 
maestro, se ne tornò segretamente a casa, 
e spogliato i snoi, se ne vesti tutto quan-^ 
to* da capo a piedi, e uscitosi di casa, sen« 
la dire nulla a persona , se ne andò , che 
già suonava mattutino per tutto , a casa 
maestro Manente , che stava allora nella 
TÌa de* fossi ; e perchè gK era di Settem« 
bre, aveva la brigata in villa nel MugeUop 
eioè la moglie, un figliuoletto e la serva, ed 
egli si Slava in^^Firenze solo, né si tornai 



3gO TERZA. CEN4,. 

T» io casa SII non a dormire, tnangMafo 
sempre alla taverna con i com^ìagQi e iti 
CRsa ^li amici ; sì che i) Monaco Testilo 
de' suoi panili, avendo la scarsella, e deiw 
trovi U rhiave. aperse agevolmenle, e ser- 
ralo molto bene 1* u6cio , allfgnssimo dì 
far la veglia dv^l MagniGco, e insieme di 
burlare il rofiVir.ci, se ne andò a letto, VcD- 
oe intanto il giorno, ed il Monaco, poi* 
chò egli s' ebbe dormilo sino a lem y si 
levò a Teslirsì i panni del maestro, tt 
messe nna zimarraccia sopra il giubbooCf 
e uo cappellaccio iu capo, e conlrafTacea- 
do la voce del medico, chiamò dalla 6oe- 
stra della corte una sua vicina , dicendo 
rbe si seoitva un poco dì mala voglia, e 
cbe gli doleva un poco la gola, la quale 
a bella posta si aveva fasciata con stoppa 
e lana succida. Era all' ora in Fireaze 
sospetliccio di peste, e se ne erano scoper- 
te ili quei giorni alcune case, per la qual 
crsa ci'Iei dubituudone, lo domaruò quello 
che egli voleva. Il Monaco, chiestole uoa 
Coppia d' uova fresche, e un pò* di fuoco, 
se le raccomandò, e 6pigen>lo colle parole 
e con gli atti di non si poter reggere piiì 
ritto, si levò dilla finestra. Quella buona 
dtmna , trovato l'uova e il fuoco, gli fece 
inlenderé, cbiamattil<i più volte, che gliene 
poserebbe in su l' uscio da via , e che 
egli si auilasse per esse , e cosi fece. Gi- 
]ui lieto, come fut-se maestro Maiieute,'w 
ne veane air uscio eoo quella zimarraccia^ 



NOYEfXÀ X. F. ULTIMA.. 3vjt 

e con quel cappellone di ccilui 14 su gli 
cfcchi « e preso le uoTà e il fuoco se ne 
tornò in caMi, che pareva che non potesse 
piò reggere la persona, tatto avendo Cei- 
•dato la gola ; per il che invero quasi tat* 
ti' i Ticini, e tutti dolorosi^ pensarono che 
^;K dovesse avere il gavocciolo. La voce 
fubitameote si sparse per la città; onde' 
un fratello della moglie di maestro Ma- ' 
nente, che era orafo, chiamato Niccolao; 
ne venne volando per intendere come an« 
desse il fatto, e picchiato alF uscio e ripic- 
cluato, non gli era mai stato risposto, 
perciocché il Monaco faceva formica di 
iorbo; ma la vicinanza gli diceva come 
eenca dubbio il medico era appestato. Ma 
iti su queir ora, che non pareira suo fatto 
appunto vi passò Lorenzo a cavallo in com* 
pagnia di molti gentiluomini^ e veduto ivi^ 
Mgunata di gente, domandò ciò che vo- 
leste dire. Allora gli rispose V orafo, come 
si dubitava forte , che maestro Manente 
non fosse in pericolo di peste, e narrogli 
per ordine ciò che insino allora seguito 
fusse. 11 Magnifico disse che egli era bene 
mettervi chicchessia , che lo governasse, e 
a nicccolao fece intendere , che da sua 
parte andasse a S. Maria Nuova , e fa* 
cessesi dare a messere un servigiale pra- * 
lieo e sufficiente ; onde Y orafo si parti ' 
volando , e fatto olio Spedalingo V imba* 
sciata , ebbe un serrigiale , che Lorenza 
aveva indettato, e informato di quanto far 



àùièmeré afTpanto ^wam^ qIm ilÌf«gBH 
ieo Ixirraaot diita qm •gmiTolta» ^^ «qp*» 
'tafi «al *cant» di borgo OKaìHMilt , 9Ì>^ 
ttfftloato ella Tolta loro » fioM di « fiùo ' i 
patti con quel Mrrigialet raoooniaadwido- 
gli oaldameote maertra BlaiìQiilei e dilallo 
MI fece enlraro in oai« « a?éido htt oa pri 
M Yimeiù a ìio Bafpaanok Laonde oolw 
to iriqnanto , si fecò alla finestra,' «^ 
oama il medico ateva lidia xgola v& ^p- 
Toedelo come nna Peiciif e cke e^ 
si |iote¥fi maòipere' dì sul letto, dove _ 
ceva mezzo morto , ma che non mancareb- 
be d^aj alarlo; onde Lorenzo dato oanunit" 
sione airorafo, che conducesse damangipe 
re per lui, e per rammalato, e (allo meU 
tere alFusoio la banda, se n* andò al . sua 
viaggio 9 mostrando alle parole e ai gesti , 
che molto gliene increscesse. E il serngia- 
1e se ne tom& al Monaco « che ridendo 
impazTUTa delPallegrezza , e avendo dallVura- 
h avuta roba in chiocca , e in casa a^en- 
do trovata carne secca, spillarono una bot« 
ticina , che vi era di buon Tino, e per la 
aera fecero un fianco da papi. In questo 
mentre maestro Manente avendo dormito 
una notte e un dì, si era desto e trota- 
tosi nel letto e al bujo^ non sapeva ifauaa- 
S inarsi dove egli si fosse o in casa sua^o 
*altri, e seco medesimo pensando sì rìcor* 
dava, come nelle Bertucce aveva ultima- 
mente bevuto con Burchiello, col Succia 
e tioi Biondo sensale, e dipoi essendosi ad- 



V * 



doriMiitela» gli fMreTa essere stato., mena* 
te» A essa saa; pero gettatosi del; letto co- 
di tea tooì, se tfe andò dove egli pensava 
Akò fosse una. finestra; ma noo la trovali* 
doìD^^vA dava brancolando alla cerca^ ia.n* 
tùi ehe gli Tenue trovato uo uscio del oe- 
QBMiVio : s\ ohe quivi orino, perchè neaY^jra 
bisogno grandissimo , e fece può agto^ e rag* 
girandosi per la camera » se ne tornò fi-. 
wdmente a letto pauroso e pieno di strana- 
maraTiglia, non. sapendo egli stesso io qc^d 
■ondo si fosse ; e seco medesimo, rianda- 
ta- tvtle le cose , che gli erano iotervenu- 
!•; ma cominciandogli a venir Csme^ fa 
^à; Tolte tentato di chiamare; pur poi d^- 
la .paura ritenuto si taceva , aspettando quel 
abe seguir dovesse dei fatti suoi. Lorenzo 
in questo mentre aveva ordinato ciò. cher 
di fare iuteudeva, e segretamente i dua 
staffieri travestiti con due abiti da frati di 
quei bianchi infine in terra , e in testa mes« 
«0 un capone per uno , di quelli della via 
de* Servi, che par che ridioo, il quale da* 
Ta loro infino in su le spalle, cavati eoa 
le vesti da* frati di guardaroba, dove era- 
no infiniti altri di più varie sorti , e cosi 
delle maschere ancora, che avevano servito 
per. le feste del carnesciale , e Tuno ave- 
Ta una spada ignuda dalla mano destra, 
»■ e dalla sinistra una gran torcia bianca ac- 
cesa; e Valtro portato aveva seco duoi fia* 
aobi di buon vino, e in una lovagliuola 



3^4 TtMk cnnKt 

riiivoUe àne coppie dì pitae, e doe ffvà 
Capponi freddi, e oa pezzo di TÌldl<t«n» 
Un e frutte, secondo clic richiederà là a 
eione, e fececili HnjAr chetainente alla ca- 
mera, nella quale età rinchtaso il Me£> 
co. I quali, perciocché la della ramert i 
serrata di fuon, torc^rono fariountfolc 
ua chìaTÌtle)1o, ed Rpersero in ud IraHo, 
ed entrali denlro , ri«errarono l'aicìoil* 
bilamenle, e qutl della spaJa e della M^ 
eia 5* arrecò rnsenle la porta, acciò cbe I 
Dedico non fos^econo li per aprire. Com 
maestro Manenle .tenti toccar 1 uscio, e £■ 
menare il l'IiìnvisteDo, m riscnsstr tultoqiua- 
to , e rizxossi a sedere iu sul letto; ma (d- 
sto rlie e;^ti vide coloro deatro cesi ttra- 
Damente vestiti, e a l'ano rilucer la tp* 
da, fu da tanta nunraviglia e paura sopnp> 
prcMì, rbe ci volle gridare , e morirli It 
parola in bncca , e attonito e pieoo ditta* 

Sore, temendo fortemente della vita, ntteii' 
p»a quello ciie dovesse avvenire di lui; 
quando e;;Ii \ide 1' aUro, che aveva la ro- 
ba da mangiare, distender quella tova* 
gliuola sopra un desco, che era d rìnpet* 
to al Ietto, e dipoi porvi suso il pine, la 
carne, il vino, cosi i liasclu e lune l'al- 
tre cote da toccar col dente , e accennar-' 
'li che andasse a mangiare. Laoude il me* 
lieo, che vedeva la fame nell'aria, sì rìt^ 
zò ritto, e così come era io camicia e scal' 
zo, s'avviò iu verso le, vivande ; mm colai' 
mostratogli un palandrano , e . uà pajo di 



3' 



KOTlLtÀ X.. B ULTIMA. 3qS 

]mvéHe , che erano io su uno Id laccio y 
fece con cenni tanto^ che maestro Manen-" 
le si mise- 1* uno e T altro « e c^miociò a 
BMin^are con la maggior voglia del mon- 
do. Allora coloro» aperto Tasoio n*uh ba- 
leno « s* uscirono di camera» e serratolo 
dentro a chiavistello» lo lasciarono sansa': 
lume, e se ne andarono a spogliarsi e a 
■agguagliare • il MaguiBco. Maestro .Ma- 
Bente, trovata la bgcca al bujo, con quei» 
eapponi e con quella vitella , e beendo al 
fiasco» alzò il fianco miraaolosamente» fra*, 
se dicendo: Tatto il mal non si sarà mio; 
or sia che. vuole» io so che s*io ho a mo- 
rire» che io morrò oggimai a corpo pie-, 
no; e rassettato cosi il meglio che egli po- 
tette le reliquie avanzate » le rinvolse iu 
quella lovagliuola » e tornossené al letto ». 
parendogli strano lo essere qui solo a] hujo»^ 
e non sapere dove, uè come nò da cui. 
vi fosse stato condotto» né quando se ne 
avesse a uscire; pure ricordandosi di quei; 
caponi di caraesciale » che ridevano » ride* 
va ancb* egli fra se stesso» piacendogli 
molto la buona provvisione» e sopra totto^ 
il vino lodava assai, avendone bevuto pò* 
co men d* un fiasco ; e sperando ferma- 
mente queste cose dovergli esser fatte dai 
suoi amici, teneva per certo di tosto aver 

3 aindi a uscire , e ritornarsene al mon- 
o; e cosi con questi dolci pensieri si ad- 
dormentò La mattina per tempo il servi- 
fiale fattosi alia finestra ». disse pubblica- 



» '4 



Slmile H niistro Venr riposato f Domodan 
aao&te» ne Vbe il . ga^caoiola . iraoHa) ìmuiiMÌ|r 
#. Ae «gli t aftttandalo «mi le larioaliiB^ Vain 
Wfa -biiòiia ^aparaiiEa. Vaniita la tankii .)il> 
Mugnìfico per. teguilar la beffai» éémdmut:^ 
gli" porle fedlianiBa .oceasione ,. <e molla. di* 
propoaitOv fece toleodere al Monaep • ia f «li 
aemgiide quel latito* che far : i o i re ii ei o^» 
^eilo fof die il gioraoàai aa la.-lanib 
«n cottooot cbe «i ohtimava^ il Granaio»*! 
aioo, maneg^do^ e eorrendo os cml^ 

10 in tu la. piftzia dì S. Maria Notella ^ 
Tenne a aadere con esso insieme ^ e come» 
ai andasse il fallo, egli ruppe il 'CoUo » e 
il caTallo non si fece male alcuno. Onde 
le persone correndo là per ajutarlo a risf*. 
aare, trovai^ono che egli oon aveva 8enli:«« 
sento ; perciò presolo di peso , : lo portai 
rono li presso nello spedale di S. Paiolo f 
e spogliatolo per vedere di rinvenirlo it 1^ 
trovarono morto» e dinoccolato il collo, Pe» 
la qual cosa» fatto danari di quei ipocht» 
panni che egli aveva addosso, alcuni suoi 
amici, per lo essere forestiere» ai- frati dt 
S* Maria Novella dopo il vespro lo lecerai 
sotterrare » che ner sorte lo messere in uà 
di quelli avelli tuori io su le scale dirìm« 
petto alla porta principale della Chiesa*; 

11 Monaco e il compagno avendo inteso 
r animo di Lorenzo» la sera in su l*Ave« 
maria si fece il servigiale . gridando aHap 
finestra» con dire che al medico :era im^ 



BMl* nm aoddeste. di m%mtm gMm, mm 
^^ ne doi^tani^ e dm futi 4^vo€cHto gli 
•few d tirétto 1» gola ^ ohe ei non poie* 
TA' a male pena raccoire TaUtot i;eon che 
favellare» Per la qaal cosa cCMuteareodQ 
qaWi il cogitalo^ Yoiea pur dirgli lare lev 
etamento « ma il aerTigMe jgU «diite: ch^ 
per ailofta non tì era ordine; e cosi restai 
rotro' :d'accòrdo> che la mattina aeDiendosi 
egli 'da ciò « di fargli £ir testamenlo« con* 
fenarlo. e oomunicaMo^ Venne intanto Li 
noUe , e come furono passati i due t^rzi. # 
e i'dnò staffieri andatisene segretamente 
per commissione del Magnifico in sul ci* 
miterio di S. Maria Noyella, di quella^ 
asrello» nel qnale era stato sotterrato il 
giorno , caYarono il Franciosino » e hya^ 
teselo* in ispalia , lo portarono nella ?ie 
de? fossi a casa maestro Manente ; e il 
Monaco e il senrigiale ». che aspettavano 
tAY uscio, lo pi*esero chetamente e lo mi- 
aero dentro ; e gli staffieri se ne andaror? 
no , non sendo stati veduti da personat 
U) Monaco e il servigiale fsAto un grai:! 
fuoco 9 e bevuto molto bene, fecero a co^ 
kii. morto una veste d' un bel lenzuolo 
muovo 9 e fasciatogli la gola con stoppa 
«nta j e fattogli eoo le battiture il volto 
enfiato e livido ^ lo acconciarono disteso 
aopra una tavola nel mezzo del terreno ; 
messogli un berrettone io testa » che so- 
leva portare le pasque maestro Manente , 
e copertolo tutto di XogUe di mdaraooioj 



I 8(j8 TERHA CEtiA. 

te ne andarono a durmire. Ma non sito' 
Ao f<i venuro il giornu , che il servìgiale 
pi^ingendo fece ìotemlere al viciualo , e a 
Cbi passava per la via, come miiestro Ma- 
oeole ìd sul l'are del di era pnssato da 
questa vita presente ; si che in un trailo 
ti spars» per Fireuze la vnce ; onde l'ora- 
fo avei<dolo iutesn , corse la subito, e dal 
^rvtgiale seppe partìcolarroeule 11 tutto. 
E perche non vi era altro rimedio, con- 
sulttti'onp di fnrlo la sera sotterrare; e co- 
li l'orerò lo fece Inlcndere agli ufììziali 
delia Gfiniià , e restarono per ìe ventitré 
ot-e , avendolo aur-o fatto sapere ai frati 
di S. Maria N<>r«]la, e ai preti di S. Pa- 
gblo, tanto che al tempO' deputato fu o> 
gnuao a ordine. E i becchiui desìi mb- 
Korbati, polche i frati e i preti del popò- 
lo furono passati , loDlaoi un buca peico 
Mf(UÌtaodo dietro , di casa e dt terreao 

5 resono il FraociosÌDO cozzooe in camlMa 
i maestro Manente medico , stimaiMMo' 
lui iudubitatameote, e così da ciaicimo 
che lo Tide fu teouto» parendo bene a tut- 
ti quanti trak6suralo ; ma ciò pensavano 
che cagionato tosse dalla malattia, dieea- 
do l'un l'altro.* Guarda come egli è chiax- 
Eato; so dir, che egli è stato del fino; e 
co^l senza entrare in chiraa , dove i frati 
e i preti, cautando ancora, facevano la 
solile cerimonie, ne) primo avello che tro- 
varono sopra le scale, Io gittarone a capo 
iuaaozi, e riserratolo^ se ne andarono aU«: 



X 



•f 



' mmA&A.' X. B ULTIMA. 399 

lor# fSM)eedilci' 8t*ti TeJuti da mille perso- 
BT, ohe^larandosi il na^o^ e fiutanao chi 
•celo , è ohi fiori ^ erbe » eraoo - stati di 
loaUno a riguardarfl V esequie di maestro 
Blamente 9 or edato lui feramente dà eia- 
aeqno, E fu loro agevole a coatraf&rlo ^ 
perciocché allora tutti gli uomini andaTa--* 
no rasi ; e poi il vederlo uscir di casa sua^ 
e ,000 quel berretloue che gli eopriva mez**. 
M il vì^o» noQ oe fece duoiiare a perso* 
ne. L* orafo, poi che il morto fu uscito di 
casa e sotterrato , raccomandò la casa e la< 
roba al serfigiale, e partissi per mandarali. 
4e cena e dei buono, affine che con più* 
diligenza* e amore facesse il debito , e co- 
A mandò «uno a posta alla sorella ^ che le 
dicesse, che non venisse altrimenti a Fii) 
reuse, perchè il marito era di sia morto, 
e sotterrato « e che lasciasse a lui il pen^ 
siero e la cura della casa, e di quello che 
vi era dentro; e che dandosi pace atten- 
desse a vivere allegramente^ allevando eoa 
affezione quel suo pìccolo figliuolino. Yen- 
ne la notte, ed il Monaco, poiché egli eh* 
be cenato molto bene, avendo cura di non 
esser vtduto, lasciò solo il servi^iale, e 
andossene cbelamente a casa sua , ed ii 
giorno poi trovato Lorenzo , ridendo in* 
ai^me della beffa , rhe succedeva miracor 
lesamente^ ordinarono tutto quello che fdr* 
si dovesse per recarla a (iue. E c<.*si pas- 
sati quattro o sei giorni , non sendo però 
mancato di iar portare da mangiare gras- 



•m 



400 TERZA. CERi. 

samente fcl tne<1ìoo sera e mattina da quei 
due traveslitì con quei duH caponi , che 
rirlerano nel modo medesimo della pricn« 
volta ; uaa mattina quadro ore ìouann 
giorno per commessiooe del MagTii6co fa 
aperta la camera da que* due caponi , e 
fatto lerare il medico , cosi accenuaaJo- 
lo , gli fecero vestire uoa camiuiuola di 
suguantoDe rossole così uu paj'i dì calzoni 
luQgb) alla marinaresca del medesimo pan* 
no e messogli un cappelletto in lesta alla 
greca, gli cacciarono le manette, e gittatogli 
quel palaniiauo in capo , e ravviluppato- 
glielo in moiu, che veder non patera lU' 
me, lo cavarono di quella camerale gui- 
dàroak) nel cortile, tanto doloroio e^ [ri<^ 
liei di paura, che egli tremava di mAaìar*^ 
che pareva che gli pigltaiue la quértanit 4 
così alzatolo di peso , lo misera in uni Iw) 
lì{;&, la quale portavano due muli gagtlarétt* 
limi, e serratola molto bene, in gaisa ohv «U 
dentro aprir non si potesse , lo avvtaroao 
in verso la porla alla Croce, gnidmdok i 
due staffieri vestiti con i panni ordiaÉri « 
allo arrivò de* quali ella fu snbito tiperui». 
ik che camminarono via ati^rameole. Ma«^ 
, itro Maue'ite sentendosi portare, e nott 
sapendo né da chi , né dove , stara pa»- 
TOSO e pieno di meraviglia; ma udsode 

Soì , facendosi giorno , le voci dei coolft- 
ini e il calpestio delle bestie , dubitava 
di non sognare ; pure ìug^nàodosi dì txt 
foaoil cuore » confortava se stesso. Coloro 4 



ROTELLA. X. K ULTIMA. 40X 

MBza favellar mai, che seatir^ll potesse* 
•ttesero a cammiuaTe , e cosi aveoiione 
portalo , andando ei ritti , quando parve 
lor tempo , fecero edizione , tanto che ia 
su la meizik notte arrivarono appunto al- 
l' Ermo di Camnidoli, dove dal guardiano^ 
che slava alla .porla , lietamente ricevuti 
furono , e di fatto misero dentrà la let- 
tiga 9 e adagiarono i muli ; poi dal frate 
furono menali per la sua camera in: uùa 
aoticamerctta , e d' indi d* uno scrìttojo ia 
QQ saiottiiio , dove il guardiano aveva* fat- 
to rimurare la finestra , e mettere uà 
letticciuolo 9 e una tavoletta con uu des- 
chetto. Eravi per sorte ' il cammino e il 
necessario , e riusciva questa stanzetta so- 
pra una ripa profondissima, e diserta « 
dove non capitavano mai uè uomini , nò 
animali, posta nella più remota parte del 
convento; si che di quivi non si sentiva mai 
romore « se »ou di venti e di tuoni , e 
qualche campauelta suonare V Avemaria , 
o a Messa , e chiamare i frati a desinare 
o a cena ; giudicato dalli staffieri luogo 
accomodatissimo. Si che di fatto andati 
nella foresteria , dove lasciato avevano la 
lettiga 9 colui retrassero me/.zo morto di 
fame e di sete« senza il disagio e la pau- 
ra 4 di sorte che appena si reggeva in Si\ 
le gambe; e ravviluppatogli il capo, quasi 
di ptrso lo condussero in quel salotto , e 
postolo sopra il letto a sedere , non gli 
uvendo ancor cavato le manette» lo lascia- 
Lasca. 26 



4#;^ TBMA esiiA. 

nimé ftttre, ì^^aèiiiii di qdraHIiVM «e aii<r 
d^«i^o''ih àmen dèi gnai^iadò; dòte '^jl^ 
wàù c<teafldamkflta imiterò àaÙlé^dàe 6 ' ^ 
Vl^ « aècioecbA ▼ètteòdo ^ iéàpitnlr Htti 
•Aro qàel tenia t' ìcM '^li aTéBièro' a li 
afeli MTCrUare, e dar màogiara a ttia«iì^ 
Tlf^jOTtitr , non ortante ' ch^ dal Ifaj^fiSo^ 
iie ateiaero aTatò pàriicolanieirié ' ìivvii^ 
Gli ètafBari intanto si eranò>ÌÌtiti di aW 
ti; the portati * arèrano ooii '^^hiSmì ci^ 
poni da ridere^ con la s|Mda é'ooli W l|l^ 
e$i f é 'finalménte neir iileistf mòdo , ^^ 
iCibéTanb aRrenafe > al mèdico pórià 
da mangiare aoa grossa cena che fatto 
areta apparecchiare il frate. Sabito cba* 
niaestro Manente ride apparire quei dna 
caponi nella solita guisa , si rallegrS tut- 
to quanto ; e quelli delta rivande , ' lostd 
die egli r ebbe distese in sa là tarolellà • 
andò alla volta sua , e carogli le ma Aèt- 
t$j accennandolo che andasse a far Pusan- 
za. Maestro Manente affamato e assetalo 
ai calò 9 che i>arve un marangone « man- 

e'ando e bevendo a pi& potere. Allóra co* 
ro« aperto* V uscio, se ne uscirono in nn 
ttatto , e lasciaroolo al bujo. I conrersf 

Sr veder bene ogni cosa se n* erano an<* 
ti sul palco di sopra , e levatone un mat? 
tòne pian piano, e per quella fessura ave^ 
^àno veduto laggiuso ogni cosa minuta- 
mente , e venutine ove erano gli stafEeri V 
che sì spogliavano, da loro ebbojo gli ala- 
ti e tutte le altre bazziche ', e dipoi man- 



NOTI LLA. X. K 17LTtMJk. 4»$ 

§iato aìquaoto e rinfrescati r seiid» tulti 

aliatiti straocbi e soniiacchiosi » fi? n®, and- 
arono a riposare* La maltina , non per^ 
troppo a buoootta levatisi , gli staffieri fé* 
€Ìono colizione , e ricordalo al guardiano 
e ai conversi , che tenessero sempre i me^. 
desimi termini nel portargli sera e malti^ 
Ba la prò venda, preso liceo», se ne top* 
narooo con la lettiga a Firenze, e piena- 
mente d* ogni cosa raggnagìiarono il Ma^ 
guifico, che ne prese piacere e contento 
crcndissimo. Venne intanto il tempo, che 
il tervigidle ebbe fornito la guardia , si ohe 
fkagato dair orafo , e consegnatoglT la roba 
tè ne tornò a S. Maria Nuova, e la mf^lie 
di maestro Mioente se ne tornò a Fìren* 
se vestitasi da vedova ; e con il suo figH« 
Qolioo e con la serva , avendo fornito di 
piangere la morie del marito , si viveva 
•«lai comodamente. I frati conversi ^ co* 
aie veduto avevano, ogni sera e ogni mat- 
lioa portavano in sur un* otta da maneia- 
re al medico, il quale per non poter tare 
altro , attendeva solamente a empiere il 
▼enire e a dormire, non veggendo mai la* 
me, se non quando coloro gli portavano 
la vettovaglia. B non sapendo immaginar- 
se , ove egli fosse , ne chi fossero coloro 
che lo servivano, temeva di non essere in. 
qualche palazzo incantato; pure attendeva/ 
a mangiare e bere a macca, e a far ^t*an 
aonoi, e, quando egli era desto, castelli ia 
«ria. In questo mezzo accadde a Lorenaot 



4p4 teua <sbiia« 

per certe dcoaìnde di gnmdiasima import 
laost iotorao ili rej^mento f lil fprtrm 
della tì^ ì partìrii di :Firensé « doie' Mìt 
té parecchi aiesi ai ritornare» e di poi 'tfii^ 
capalo da negoaj imporla olmi dkt 9,' ^ÌUfH 
Qit petto 9 che nou si ricordava pia^ di 
maestro Manente 9 se non che an. giòinME 
fra gli altri gli venne veduto' per aprccf^tir 
«{avallo ano di quelli monachi di Càmaliié 
S, che ianno le faccende del ooarfentéVe 
di faito gli toriiò nella mente » e r i eortfi» 
ai del medico ; sicché fattolo ohiamafé^ e 
da lai inteso, come laltra mattina si palr* 
tiva per lornarsetie air Ermo , gli fece 11 
Slag'DÌHco una lettera , e imposegli che per 
aaa parte la presentasse al guardiano. Il 
monaco la prese riverentemente , e disse 
che lo farebbe mollo yoientierì/e cosi poi 
a luf'go e tempo fece. Erano in questo men- 
tre accadute varie cose : prima la moglie 
di Manente si era in capo di sei mesi ri- 
maritata a un Michelangelo orafo compa- 
gno di Niccolao fratello di lei » il quale 
ne Taveva molto consigliata e pregatola 
strettamente , avendo in su questo paren- 
tado raffermo ta compagnia per dieci an- 
ni ; per la qual cosa Niccolao si era tor* 
nato seco in casa , accordatosi con i pupil- 
li a tenere il putto ; e preso le masserixié 
Ì^er inventario, si viveva allegramente con 
a sua Brigida, che cosi aveva nome 1^ 
donna , e di già Taveva ingrnvidata. Il guar- 
diano udendo, che il Magnifico sì era par» 



i^cysLLA X. E vvrmà4 4o5 

senza avergli fatto iiiteodere ^altro ^ 
itava Tordiae ; e perchè molta ^r ia- 
yàya dì maestro Manente , come ne vea-^ 
I freddo « lo provvide di brace « fa^. 
jogliene portare parecchi sacca , e votar-. 
le iQ un canto della stanza da auei 
iiì> che lo servivano, e accendergliene 
cammino « e ancora gli fece portare pia* 
) e panni da vestire, e da coprirsi sul 
• E cosi avendo fatto bucare il palco 
ipra , gli fece acconciare una lampa- 
I ^ che di e notte .aeropre stava aoce" 
di maniera che rendeva la .stanza. al- 
ito luminosa. Laonde .il miedico scorile* 
[uello che egli mangiava , e quello che 
faceva « tanto che per rimeritare la 
e coloro, che gli facevano quel corno* 
ancora che non sapesse chi ^li si fbs- 
9 cantava sovente certe canzonette , 
egli era solito cantare a desco, molle 
cimpagnia de* suoi beoni , e diceva qual- 
volta improvviso. E perchè egli ave« 
^lla voce e buona pronunzia , recitava 
K> certe stanze di Lorenzo, che nuo- 
ente erano uscite fuora, chiamate Sei* 
.*Amore , di che pigliavano ì conver^» 
'1 guardiano , che solamente poteano 
lo , maraviglioso piacere e contenta. 
m in questa guisa s andava trattenendo 
eglio che egli poteva^ quasi affatto per- 
la speranza di aver mai a rived^r^ ii' 
Venne intanto colai , che porlo M 
na del Megoifioo al padre gnaraiano , 



,•4/^ TBUl «»4.^; , 

per la quale egli intese pieoanenlc trt* 

- te la voglia e J' or-dine dì Lorenzo , At 
- ■ H giorno medesimo ai conversi impose, cM 

- la notte medesima dae o Ire ore inuauii 

Slorao menassero via colui , e diste loro 
ove , e come , e jn che modo lo la^cias- 
ceroni qaali quando tempo fu, vestiti si- 
la maniera usata , ne andarnno al medico* 
. .4 Alludo levarà cl«|->iflMo , coi cenni lo coD- 
.dtUMro a TCMÌTM i^tteU'abilo alla marìna- 
• mdi , e : di poi ncMoiK -le maneue e uQ 
' nimtellaeùo eoa un capperuccione ioiìno 
al meato , lo menarono vìa. Alacatro Bfa- 
nente a questa volta pento che tum9 *•• 
Unto il termine alla vita sua , e dì noa aver 
mai più a mangiar pane; e doloroap ^aor di 
modo, per non ftir peggio, lasciava ^ffii* 
darsi da coloro , i qnati due ore o pA « nr- 
temente camminulo avevano per buadù 
tempre e per trageitì, tanto eoe ai oatt* 
dussero vicini alla Vernia , dove al pada* 
le d'un grandis»mo abete in noa ptt>|ÌMi- 
. dissima valle legarono con le vitalbe il m»> 
dico , e di poi cavatogli quel maiiteU«ocì« 
di dosso, gli tirarono il cappelletto in sa 

Sii occhi, e trattigli le manette nel moda 
jvisito, lo lasciarono le^io « qnell* ariKH 
ro , e fuggimo via cime veolo, e per. gli a» 

- desimi tragettì , bencbi spento avemero k 
torcia, se ne tornarono a Gamaldoli iena 
essere etati veduti da persona nìana. .Blafr 
ttvo Manente sol» rimalo , e l^tlo lenta- 
■itm», an«i»a «hg^fiaii w ii wìa aQ g- ama'aft* 



' jjiaatìló ib òrecctii « è non seótèbdo romore 
"'Sé strèpito hessuDVy'cbniiQciò a' tirare le 

' aàni'a se, è agevormeote tappe quella Vi- 
^ taibai ; fi che di fatto levatosi il c»p|)ella 

7 in su gli occbi, e alzandogli in sti^ ^ 

;^ide t^ alberò e albero una pai;te del èie* 
' jiò stellato ; onde allegro e mara tiglioso « 

';CÓnob(>e fermamente a essere al largo e 
"' (Ulo scoperto^, e rigirando gli occhi pia, 
'^ essamente 9 perchè già si comiticiavà a far 
'dì f vide gli abeli intòrbosi , e Terba sótto 
^' T piedi ; per lo che egli fu cèrto d'essere 
"^in^un^ bosco: pur temendo di qualche cosa 

' &oóva e strana , stava fermo é cheto , co- 

^^ talché à gran jpeoà respiì'ava per non es« 

""ser sentito, parendogli sèmpre vedersi àd- 
'^òssb quei caponi da far ridere, the gli 

^rimettessero le manette, e riménassimo 
Via. Pur pòi facendosi giorno alto t chia* 

'*^ro , e gii comi adando il sole coi lucenti . 
"'" raggi suoi a illuminar per' tutto , 'e non 
-'Téggendosi intorno né uòmini , né animali^ 
"^ jau per ano stretto sentiero si diede à catn- 

'^ minare in Terso Ferta, per uscir di quel- 

:^]a Talle , conoscendo yeramenté d* essere 
' ritornato al mondo. Ma egli non andò ol- 
' Ttre un quarto di miglio , che in su là ci- 
ma arrivato del monte, capitò in una strà* 
/^da ttioltò ^frequentata , per ÌA quale vide 
' "lenire Terso se un vetturale con tre muli 

'^carichi di biada; sicché fattosegli iticòn- 
"'irò, é domandategli del paese V ^' come si 

*"dklàtnata H luògp dare é^lf«ra% gli' fli'^da 



JfoB TERZA CENA. 

colui rispósto prestamente , esser, k Vefv 
sia, e poi gli disse: DiavoI che tu sia ci(^ 
co , uon Tedi tu là S. Francesco? e mo- 
slrogli la chiesa là sopra il monte , viciim* 
gli a poco più di due balestrate. Maestro 
Mauente ripgraziHlolo , riconobbe subito 3 
paese y perchè più volte con i suoi amidi 
T*era stato a sollazzo , e rendendo grane 
a Dio , levò le mani al cielo « che gfi |mi* 
reva esser rinato , e preso la via in sa la 
man destra, se ne andò alla volta del eoa* 
Tento t vestito con quei panni rossi , che pa* 
reva un marindjo: dove giunto a buon^ora^ 
trovò esservi venuto un geo til uomo Mila- 
nese di Firenze a spasso con un suo com- 
pagno pur di Milano, e co* cavalli e ser- 
vitori , per visitare quei luoghi santi , do- 
ve fece penitenzia il devoto S. Francesco. 
£ perche la sera dinanzi si era sdruccio« 
landò aperto un piede , onde poi rafFretl* 
dato , la notte gli era cominciato a en6a* 
re e dolere in guisa , che la mattina non 
si poteva muovere , né per la pena toccar- 
losi a fatica , sicché restar nel letto gli coa- 
venne. E appunto per i conforti de' frati 
voleva mandare a oìbbiena per un medi- 
co , quando maestro Manente salutatogli ^ 
prima udito la cagione del male di quel 
gentiluomo, disse loro che non bisognava 
mandare altrimenti per medici , e che da- 
va a lui il cuore, prima in termine di uà 
ottavo d'ora di levargli il dolore, e poi 
che Tahro giorno vegnente sarebbe gua- 



ICOTELLiL X. .X ULTIMA. ^pg 

rito -affatto. Maestro Maoenie , accora vhp 
fo9se vestito stranamente, a?eva bella prt»- 
•^Dza Dondìmeno^e buooa favella^ di sor- 
te cbe il Milanese gli credette; per la qual 
cosa facendosi egli arrecare dai frati del/ 
l'olio rosato e della polvere di mortine, 
fattogli prima la medicina deirapirio, e 
rimessogli Tosso al lu^^go suo, gli un^f 
. molto bene ed impolveroglì il niède« e fa- 
•cioglieue strettamente , gli fece reslnra 
aubito il duolo , tanto che la notte colui 
dormi riposatamente , cbe la notte passa- 
t% non avcTa mai potuto cbiudere occhi ; 
di modo che la mattit>a levatosi, si trovò 
libero in guisa , che egli posava non pure 
il piede io terra , ma camminava agevola 
mente; sì che fatto sellare i cavalli, e be« 
v«ito un tratto con ì frati , donò due da- 
cati di moneta al medico , e si partir per 
. la volta di Firenze. Maestro Manente. al"* 
leffro, fatto anche egli carila con i frati ^ 
tolse commiato da loro, e prese la via ver- 
so Mugello per andarsene alla sua villa , 
dove camihinando gagliardamente giunse 
la sera, appunto al tramontar del sole; si 
cbe chiamalo ad alta voce il lavoratore pejr 
nome, gli fu tosto da un contadinello ri* 
aposto , che egli era tornato in un altro 
podere discosto uu buon pezzo. Parve al 
medico questa risposta strjana , nou si po- 
tendo dar pace, cbe la moglie utenza suo 
consentimento gli avesse dato licenza « e 
allogato di nuovo; pure a colui disse che 
chiamasse suo padre ^ al quale foce inteA"* 



'derd p Mibe «gli èra ìainlco grand! toimo ^éL 
ToRe soo^e piereì A lo pregava 'che jp^ V 
^ sera fané cooiento (ìi Tòlergli dare allòé- 
^o« U oontadióa, Tegdtedolò Vestito m 
.ifaellà fog^^ ebbe ^ àsti cbé no, lèfepetlDt 
~V non si risolveva à rispoòdère/; mainàè- 
itro Manente seppe lanlo Ben div:e e pètr 
' ènaderlo , cb^ egli fu conlèdlò e lo iodttli&t 
ritehfòrlato ohe egli non M yfitrfk art&e 
addosso t i^tto f véndo ' pensiero 'noùdimèno 
di inaiarlo aUà caiwnna ; così menatóio 
{ncam, sèndo appafeccfaiato il desco, ce« 
- barono magramente. Maestro Manente de* 
liberato di non scoprirsi , non dimandava 
di nulla in quanto al podere e alla mo- 
glie ; ma ve^^endo colà sopra una taTO- 
lelta òalamajp e fogli , perciò che colui 
era rettore del popolo * chiese da scrive- 
re, e fugli portato; si che egli fece dna 
lettera alla moglie brevemente » e volta* 
tosi a quel contadinello giorane , disse: Io 
ti darò un carlino» e yo^ che doniattina 
per tempo tu vada a Firenze , e dia qùe* 
sta lettera in mano alla tua ostessa, e fa- 
rai poscia quanto ella ti dirà. Colui , con 
licenza del padre * fu contento , e menatone 
il medico alla paglia, lo serrò nèUa ca- 
panna. Maestro Alainente sopportando con 
pasiensa , diceva seco stesso : Domani mi 
ti caverai tu la berretta , ed arai di gra- 
zia di servirmi ; e acconciossi fra duella 
)paelia il meglio che potette, attanaendo 
a domaire. Là maltina lostcr clìe egli co- 



'^iQciò m btauchei^giiir Paria , quel conia* 
tinello, aTuto avendo la aera il, carlino ^e 
\fL lettera y prese la iria verso ÌFicenze« e 
giaoèe in sa Torà del desinare a casa Td- 
it^ t e a mona Brigida, presentò la lette*^ 
ra di colili t la quale da lei presiaoienttt 
aperta , le parve di conoscer la oiono dd 
•tto priiiio marito; ma poi leggendola fit 
da tanto dolore e da cosi fratta mdraTiglta 
soprappresa» che ella fa per venirsi me- 
no » e non sapeva in qual mondi ella - ai 
{osse. E domandato il coniadioello del tem» 
'. ^ i della atatnra e dell* effij[ie dell' aomo« 
ebe gKe l'aveva mandata ^ si fece più mà^ 
ratiglia^ e maggior dolore gli vende; sto* 
che spacciatameote mandò là fante a bol^ 
tega per Michelagnoh> , il quale venutala 
letto la lettera , fu anche egli della saa 
ù|>inÌQne^ bbe quello simigliasse, anzifos- 
. i9 tutto miniato lo scritto di maestro Ma- 
iieote ; ma sapendo di certo Ini esser 
morto , sà{>eva anche di certo lo scritto 
^ner d*altra persona , e diffatlo giodicò 
ì&Aai essere un mariuolo 9 il quale tenta;ra 
di giuntarla per cod sti*ana via« perciòc^è 
il contenuto della lettera era questo: Ohe 
iiUa sita carissima consorte faceva- inten- 
dere 9 come dopo varj e strani casi ^ siati» 
più d*Qn adno rinchiuso con paura lutt^ 
'Via della vita ^ era finalmente per.niini^ 
colo di Dio nscito del pericolo 9 « die a 
llocea poi le raccontarehbe particaiMhauCTi^ 
la 1} tutto, e ohe par allora lier bartatiiè 



sapere /come in TiÙa ' ti trofivà ^tivo ^ 
Mmo « e le nundava prquindo» cAe tubi* 
tainentè spàrgendo per Kreue la natiRap 

gli mandatire la mala , il sajone ed il .pa^ 
^ndrino da aoqna » gli stiVali grean* f il 
cappello 9 e cbe facesse sapere allaTeratora 
nnoTo 9 come egli era Poste , sendo mà^' 
Siro Bfanenle suo marito-^ aodocohè tiÉmm 
aperto la casa , per potére a suo amò aipi^ 
Bkte k notte , e che Taltra niàttm^k vur 
tempo ne Terrebbe a Firense • a -Gonacm^ 
la. Blicbelagnolo dunque colleroso' e pica 
di stizza rispose in nome della donna» a 
fecegli una lettera che cantaTa » minac* 
ciandolo , se tosto non si andasse con Dio^ 
e che andarebbe lassùso, e darebbegli un 
carico di mazzate, o vi mandarebbe 3 bar* 
gello. Oltre che a bocca disse a quel tiì- 
lancilo « che dicesse a suo padre y che lo 
cacciasse via con il malanno. 11 contadi* 
nello si parti subito , e Michelagnolò li 
tornò a bottega , lasciando la Brigida do* 
lorosa e piena di stupore. La mattina mae^ 
atro Manente se n*era andato a spasso in? 
fino air uccella tojo , che tì erano tre miglia ' 
dà casa sua, e senza darsi a conoscere al- 
r oste 9 che era suo amico , anzi dicendo 
di essere Albanese, desinò seco allegra- 
mente ridendo e gongolando fra se stesso^ 
e di poi la sera allegrissimo, tornatosene 
verso casa , pensando fermamente d'aTcra 
a esser riconosciuto per padrone , aTCYa 
in. anfano 4i. fare tirare il oolloa uo pa)o 




NOVELLA X. E ULTIMA. 4l3 

di capponcelli , che la matlioa airtva i^e- 
dato andar beccando su per Taja. Ma uoj^ 
ai tosto fu giunto che il Tillanello , che 
era già tornato , se gli fece incontro , e. 
senza riverènza , anzi con mala cera gli 
porse la Intera , la quale non aveva so-> 
prascritta né suggellatyra ; del che si me- 
ravigliò a prima giunta » e contristosse mol- 
to maestro Manente 9 e parvegli principio 
di dolorosp : fine ; ma poi leggendola tutta 
quanta 9 per lo stupore e per la doglia ri- 
mase attonito e sbalordito , cotalchè ei non 
pareva né morto , né vivo. Intanto giuu- 
ae il vecchio lavoratore , che dal figliuolo 
per parte deir oste aveva avuto la imba- 
sciata y e a colui disse rigidamente che fa« 
cesse pensiero di alloggiare altrove per la 
sera , perciocché il padrone gli aveva fat- 
to comandamento « che subito ne lo man- 
dasse con Dio. Maestro Manente doloro- 
so fuor di modo , sentendo da colui darse 
licenza , dal quale alf arrivo della lettera 
pensava di avere a essere riconosciuto per 
signore « umanamente rispose che se ne 
anderebbe ; e dubitando di non esser di- 
ventato un altro , o che non si trovasse 
più d' un maestro Manente » pregò quel 
contadino, che gli dicesse il nome del suo 
oste; dal quale gli fu risposto che si chia« 
mava Micnelagiiolo orafo, e la moglie mo« 
na Brigida , a cui seguitando il medico , 
domandò , se quella mona Brigida aveva 
avuti più mariti » e se ella aveva fidino- 



414" '*' " MMU'-Vuri; - ; - ' ' 

ii; Sl^ jrbpMt il TiiraMT, eh mt0fà ft&"r 
tt^ un ' mi^iéo t ' che ti CMtfé vkbmaM^'i 
^ quei cVio ìd^odo, mae^ra Bl^amMyJ 
die aicoDò ehfe «àorl di morW » « T>ltirt i ^^ 
le OD figlilidlètto 9 che ha noma ^ndifMi 
Obioiè, sog^uosé U medico, àié'mi'éft. 
tèi e còmineiòllo mibolameDie a ^Mùéf ' 
dare d^ogni pariioolarilà \; ma il tavé«Ml%/ 
Iv ali riapote che non gli sapeva dir à10^ 
éèado di Caientìtto, e tornato ranoNp i§ 
mA podere. Maettrp Haneole, deliiiemìljt - 
di bon sé gli far céncaòere per tale, pef^^ 
che egK era ancora più di due ore di gioii^ 
no t lasciatolo , si mise a camminare aita 
tolta di Firenze, seco pensando che la mcr 
glie e i parenti , credendosi per qualche 
atrano avviso lui dovere esser morto « « 
fossero condotti a quel termine ; percioc- 
ché molto bene conosceva Michelegaolo 
orafo compagno del cognato. E fra se eam« 
minando di forza , faceva mille pensieri ^ 
tanto che la sera assai ben tardi arrivò 
air osteria della Pietra al mugnajo , lonta- 
na un miglio dalla città; si che per la se- 
ra i^Iloggio quivi , dove solamente man- 
giando una coppia d* uova affof;ate, se ne 
andò al letto , nel quale di qua « e di là 
Toltaodosi , non potette mai chiudere oc- 
chi ; ma levatosi la mattina per tempo , 
pagato r oste , pian piano se ne "venne à. 
Firenze « e se ne entrò dentro nella guisa 
di èopra narratovi , talcbò non èra cono- 
sciuto da persona, ancora che molli ceno- 




KOVELL|^X. E ULTIMA. 4l5 

Meoii 9 e 9uoi amici rìscontrasse per stra- 
da. Si che aggiratosi per mezzo Firenze ^ 
venne a capitare nella iria de Fossi ^ e ¥i« 
de appunto la moglie eU figliuolino entra-- 
ré in casa ^ clie tornéVano dalli messa ; e 
e^ndo certo , che da lei era stato redato ^ 
laa non (atto segno alcuno di conoscerlo «[ 
^autò pensiero, e do?e egli era Tenuto per] 
Ikvellarle , se n* andò a S. Croce a trova- 
re Qn maestro Sebastiano suo confessoro • 
pensandolo dover essere buon mezzano |. 
cbe la moglie lo riconoscesse « avendo in 
animo di conferirgli ogni cosacche gli era 
Pfoorso 9 e eonsigliarseue seco ; ma aiman« 
^ftone in Convento , gli fu risj^sto , qbe 
ft^ì era audato a slar^ a Bologna ; per Ii^ 

2iial cosa quasi disperato non sapeva chfi, 
irsi . Così aggirandosi per piazza , per 
]Q,ercato nuovo e veccl^ioy e riscontrato 
adendo fra gli altri conoscenti « e amici il 
Biondo sensale, Feo tamburino, maestro^ 
Zanobi della Barba , Leonardo sellajo , e^ 
4a nessuno stato riconosciuto , se n* era 
mezzo sbigottito. Pure sendo già ora di 
desinare • se ne andò alle Bertucce , dove 
faceva il vino Amadore già suo amicissì*^ 
mo,a cui chiese di grazia di voler la mat* 
lina desinar seco, e cosi fece; ma neiruN' 
timo del desinare gli disse Amadore « cbo 
gli pareva averlo veduto altra volta , mi^ 
che non si ricordava già dove. Al qualq 
maestro Manente rispoKC , che era agevoi 
c<)#a 9 sendo egli stato i^ran tetppo in Fi^ 



4i6 tkuà cena. 

rente e con maestro Agostino alle ttafe 
^dì piazsa Padella , dove véneodo da li- 
Tórno « e non gli piacendo il navicare» to- 
lèva ritornarsi a stare. E cosi di una pa* 
rola in cin' altra ragionando di varie co^ 
ie f fornirono di desinare , e senca esser- 
li dato a conoscere , accordato 1* oste t 
se n* andò maestro Manente doloroso e 
quasi stupito 9 che colui non T avesse ri- 
conosciuto , deliberato di favellare la sera 
a ogni modo alla moglie. E cosi si IraU 
teone a spasso tanto che gli parve otta t 
e se ne venne a casa sua , che erano ven* 
titrè ore .e mezzo » e picchiato forte due 
volte J* uscio , si fece la donna a vedere 
chi era t a cui rispose il medico : Suo io ; 
Brigida mia cara , apri. E chi sete voi ? 
sogijiunse colei. Maestro Manente, per non 
avere a favellare forte , di modo che adis- 
se lulta la vicinanza , rispose : Yien giù- 
so ed iutenderailo. La Brigida sentendo la 
voce , e parendogli anche al viso maestro 
Manente « ricordatasi della lettera « non 
voile andare a basso altrimenti , dubitan- 
do di qualche cosa strana, e disse a colui: 
Ditemi di costi chi voi siete, e ciò che voi 
cercate. Non lo vedi tu ? rispose il medi- 
co. Sono maestro Manente , il tuo vero e 
legittimo sposo « e. te cerco « che sei mia 
moglie. Maestro Manente mio sposo noot 
sete voi già , perchè egli è morto e sotter- 
ralo, disse la donna. Come, Brigida, mor- 
to ? io non mot iì mai » rispose il 



KOYBLLÀ X. X ULTIMA^ ^I^ 

m «oggiUBse : Aprimi di grafia « aon mi 
eoiifsci tu , aoima misi doJce , son io pa- 
cò fri Irastìgurato? deh aprimi, se, ta'Taoi^ 
-e vedrai eh' io son vivo. Eh che » seguilo 
la Brigida » voi dovete esser quel tristo » 
"che mi scriveste la lettera jeri mattina ; 
amiatevi cou Dio io malora, che se il mio 
marito vi oi trova , guai a voi. Erasi ra* 
gunato nella via già* un monte di persooo 
per volere intendere questa novità ; fatti'- 
61 tutti i vicini intorno alle finestre 9 ognu» 
no diceva la sua. Onde mona Dorotea pia» 
locherà , che le stava dirim[)etlo a corda , 
disse alla Brigida, avendo inleso da pri- 
ma ogni cosa: Guarda, figliuola mia, che 
questa sarà V anima del tuo miaestro Ma« 
lieute, che andare quivi oltre facendo pe* 
^ìteusa, e però Io somiglia tutto al viso 
e alla favella ; chiamala un poco , doman*- 
dala e scongiurala , se ella vuole nulla da 
te. Per la qual cosa , la Brigida credends^ 
lo mezf o mezzo , cominciò con voce pie« 
tosa a dire: Oh anima devota, bai tu nul- 
la sopra la coscienza? vuoi tu l'uffizio dtt 
morii? hai tu a soddisfare voto ni uno? 4i* 
pur ciò che tu vuoi , anima benedetta 4 ^ 
ratti con Dio. A maestro Manente , ciò 
udendo venne quasi v^lia di ridere t di« 
cendo pure che era vivo, e cbe ella gli 
aprisse j che voleva certificare; ma colei 
seguitando ' di domandare , t^ ella voleva 
le messe di S.^ Ghirigoro, e segnarsi, e co- 
fi madonna Dorotea diceva anóh^clla: Ànif 
Lasca. zy 



na 4^|d4io»^ie tu sci #«) porgtlQTlai 4«lr. 
loé ob* la IM buona mogl^ fiM^crà imi. 
le .gpnobilaD ,. a.caTeratteae ; « noei|da«i i-.; 
maggior X crodoiii: dal inondo^ dioeYa a ogi4^ 
poco fAquieseal in pace;- ài mo^O c|iaqaif 
TÌ.Ì0toraa o^nono si o^minciÀ a f^gnarf- 
e i^iscoslarsi » a staro in. cagnesco» che gi% 
tì si ara ragnnato oa nugolo 4i POMN^/ 
Laonde T^^endo ii medico ^ cbe la ìku ; 
,KÌda> pia non l'asoollaira» anrii^coo la pPf - 
aoebera intieiiio. faceva no segnarsi is piioinr • 
gneltare iDaraviglioso , ^eliìierò d* andtrt0f 
ne , perciocché la gente - rioforiara tattarr 
Tia « e dubitava di non ricevere ancbo 
qualche male scherso; e sienx^altro prese It 
strada verso S* Maria Novella . di buon pas« 
so» talchi tutte quante le persone d^ queV . 
ìa parie segnandosi a più potere » sì die^-- 
rono a gridare e a fuggire, non altri opt^r 
ii che se da dovera^ avessero veduto un ' 
morto risuscitare. Per lo cbe maestro Afil- 
nente voltato dove stanno ora i Sommai» 
la dette per la via del Moro, e a mest# 
volgendo per quelle viuzze quasi correur 
dò ^ percioocchè gli era buiccio » fece taor 
io che egli arrivò . da S. Trinità ^ e indi 
pei' Portarossa se n'andò alle Bertucce^, 
tuttavia guardando se gli veniva dietro il 
popolo» e malcontento, non avendo altro ri- 
medio « pausava d* andarsene la mattina^ 
e di ricorrere al Ticario. Ma volendo far 
prova 9 se Bntchiello tanto suo amico t t 
a Biondo lo riconoscessero^ disse ad Ama* 




Axjre, postoli io mano parecchi trienti, 
cbe arebbe caro la sera « ^e fosse possibi- 
le, di dar ceaa a Burcbiello e al Bieodo 
sensale in sua comfiagtita. Si » sarà beo^ , 
rispose r oste , lascia par fare a me ; e 
daco ordine alla cucioa^ preso iì matttello^- 
«e n* andò a S. Giovanni « dove trovò il 
fiiondò , e mendllo seco , dicendo <:he to« 
leva la sera dargli cena in compagnia d'uii 
£Dresi|ero e di Burchiello , il qnale trova- 
rono a casa e bottega net Oarbo^'coa cui 
poche parole bisogoàrono a svolgerlo, per* 
ciocrhè come egl' intese d* arere a cenare 
a macca , n* ebbe più voglia di loro ; si 
che air ancora si trovarono tutti nelle Ber- 
tacce, sendo là d^Ottobte vicino airOguisi^ 
Mnti. Burchiello a prima giunta gli parve 
4di riconoscere maestro Manente, maggior* 
anente udendolo poi favellare, il quale à 
Burchiello fece gratissima aocogliensa , di- 
ceodogii^ coaie della sua fama innamoiraM 
|>er trovarsi seco, era stato forzato di ri* 
chieder Toste^ che Io invitasse a cena, e 
dargli in compagnia il Biondo, tanto buon 
compagno, e tanto suo amico. Burchiello 
Io ringraziò assai, e cosi ia una stanza 
Mparata , e ordinata per loro , si misero 
a tavola; dove per aspettar certi pippion 
grossi e tordi , cue si stagionassero , entra- 
rono in varii ragionamenti nei quali mae* 
9lro Manente compose loro una favoli 
ddla vita sua, e come fosse quivi capitato* 




4ao — 

' "ii fuor t""-" B"'cl,l°„'°''°S»™,* 

i^-^-.nrr »'"-,::■ ;■*!:, 

' ocilii'n t . ** teneva d , ' w"!»; ' 

■capi Y fP'«° « òlJ,r°''- «"«««l 
'° '"maio r * ' "'""li, r,,, •""*"» 

'■"•"'orbane "™°° PTcle^""*»' " 

;5«o .ffa.;;t'^/°v;gs«o;rS'°=i "'• 

P'° pere e ''^'""•^"bè il „,,.*»'"". ft 

&;ai "?::;'i£- ^:s 



NontLA X. E tttOf A« 42t 

;taYa , ayendogli tanto iil dispetto € il 
cbifo , che prima arebbe • mangiato^ delle 
oanj. Il cbe sapeva ottimametile Bar« 
ibiello; 6Ì cbe certissimo oramai , qnad 
idendo gli prese la mano sinistra « e 
Qandatogli alquanto in suso la manica del« 
a camiciuola , gli venne a vedere ranca* 
e il polso una voglia di porco sai valico} 
)nde disse ad alta voce :' Tu sei maestro 
litanente , e non puoi più nasconderli , e 
{iitatogli le braccia al collo, T abbracciò 
ì baciollo. II Biondo e V oste Spaventati 
ì ritiratisi alquanto indietro , istavano a 
[edere quel cbe diceva colui, il quale ri«. 
pose: Tu solo, Burchiello, tra tanti aoli- 
|t, e parenti mi bai riconosciuto; io souO 
lome tu bai detto, maestro Manente, e 
lon morii mai', come crede mogliama , 6 
,utto Firenze. Erano coloro diventati biao- 
ihi come cenere; AmaJore si segnava, 
; *i Biondo gridando si Toleva fuggire , e 
le temevano come si £a degli spiriti e dei 
Dorti, quando si vedessero risuscitati :. ma 
)arcbìe-llo disse loro: Non abbiate paura, 
lalpatelo e torcatelo, gli spiriti e morti 
lon hanno ne polpe , né ossa , come Te- 
lete aver a lui; oltre eh* egli ha mangiato 
I bevuto in vostra presenta. Maestro Ma* 
lente diceva pure : Io son vivo , non du- 
)ilate, non temete, fratelli, cbe io non 
IO già m^i provato la morte , e di graxìa 
iscòltatemi , che io vi voglio far sentire 
ina delle più maravigliose cose ,< che ^ 



■ 

^ mdiaferd. giftmaiai jioicbè fu cliiarò il ìtk 
' le { -e con Burchiello tanto fece e dtsse^ che 
' Toste e *1 Biondo si riassicurarono uà pò- 
CO* Onde.chiamaii i garconiyi e fatto lew- 
re ▼!& di taf ola ogni cosa , eccetto che il 
' vinof e finocchio^ e detto* loro che cenas* 
sero» e non iceoissero suso altvioijenti^ se 
iion fossero chiamati' per commisMOne di 
JBurchiello ». serrato r uscio molto bene , 
. attentamente . asapltando tutti desiderosissi« 
ini d*" udir cose nuove » cominciò a favet- 
jtare. maestre Manente 9 e fattosi da pria- 
eipio poich* egli fu lasciato addormentafo^ 
in sul pancone , ordinatamente raccontò 
tatto quello che per infino alloca gli era 
intervenuto, talché più volte gli avea fat- 
ti maravigliare e ridere insieme. Ma poi 
eh* egli ebhe fornito il suo ragionamento ^ 
Burchiello t che era cima d'uomo, subito 
disse : Questa è stata trama del magni- 
fico Lorenzo. Coloro tutti sì contrappone- 
.ìFano, dicendo ciò essersi avvenuto per 
via dì streghe e di malia, e per forza d*in« 
eanti. Ma Burchiello, stando nel suo pro- 
,posito diceva pure : Ognuno non conosce 
quel cervello; non sapete toì eh* egli noa 
eoreincia impresa , che egli non finisca, o 
non ha mai fatto disegno che egli non ab« 
bia coiOrito? e non gli venne mai Toglia^ 
ehe e* non se la cavasse? egli è il diavo- 
i^o i* aver a far con chi sa , può e vuole f 
e seguitò» rivolto a maestro Manente* lo 



wovmxa X. « itltimA. ^423 

in6 V indovinai sempre , perchè egli ti 
^avesse a fare *una burla simile, dairora 
'io qua« che dicendo seco improvviso a 
"Garegs;!, tu gli facesti quella villania. Mae* 
atro Manente, i principi sòn principi, e 
'fanno di cosi fatte cose spesso a* nostri 
"pari, quando vogliamo stare con esso lora 
a tu per tu. II medico si scusava con dire, 
*che le Muse hanno il campo libero, e che 
aveva mille ragioni ; ma considerando la 
cosa in se , e le parole di Burchiello ne 
Venne a dubitare, e crederle un tjerto che* 
IMa poiché essi ebbero per buono spazio 
ragionato sopra i casi di maestro Manen- 
*te, egli si fece narrar da loro tntto quello 
che era seguito intorno alla peste , e al« 
Tuomo che in vece di lui era di casa sua 
uscito morto col gavocciolo nella gola, del« 
la qitnl cosa non si poteva dar pace, e co- 
loro vi si aggiravano di cervello^ né Bur- 
chiello vi poteva trovare stiva. Ma nella 
fine facendosi tardi , chiese parere e con- 
sìjE^lio con esso loro maestro Manente, in 
che modo si aves^^e a governare di questa 
involtura , parendogli troppo strano ave*- 
rc a perdere le carni è la roba; ma poi- 
ché molte vie e modi da coloro trovati 
furono, restarono che il medico -se ne do» 
vesso andare in Vescovado. Meli* ultimo 
preso r uno dail* altro licenza , maestro 
jtfanente se n* andò a stare con Burchiel- 
lo , perciò che gli altri non erano ben bea 
chiarì, e avevanne anzi che no, un pò* di 



jfs^ tkhxa «viva. 

tMurircia. In questo rtaoio en tormiM 
CM« MìfheliigQnlo, e dulia Brigida «m 
rni^^na^lin di ttiltn il seguilo. afrcrntiQfc 
■Il Ui cerio ATvrle |>art\lo seolìtr la ttti 
r« , e veitfic il TÌio ài maestro ÌMauenlt, 
che si cooforiniiTa colla ripinicne di 
na Durolca , de «II» fa>sc 1* anìiu 
che avrssc bisogno di qunlcbe hfitt ptr 
uscire di pnrgalorio. Clie aiiimn* citt 
ntorio di' tu? rispose fUicbel-ignolii, bk- 
forda; costui è un Iritto e un mitriuoM, 
e facesti da savia a con gli aprire. Por 
maruviglioso fuor di modo , non si pd» 
Ta immugiiiure a vhe line colui ne io {<• 
cesse, e dove egli si volesse Dell'iillìsM 
riuscire; ngni altra cosa stimando, [uut 
che maestro Maaente potesse essere oui 
risuscitalo e vivo, e per fermo leaers, 
cbc colui , non sendogli riuscito il ptiiu 
disegno , dod si dovesse lasciar più ^ÌT^ 
dere. La mattina a buon' ora aveudo hor- 
cliidlo fatto levare maestro Manente, h 
prima cosa gli fece lavar la testa , e ri> 
dcrlo secondo l'usanza di quei lem pi , • 
dipoi vestilo dal capo ai piedi de'suoi pao- 
ni , che parevano proprio stati tagliali a 
suo dusso, se ne nDii seco funrt ptr farlo 
vedere • e conoscere alla gente ; andato ft 
Santa Marta ilei Fiore, alla NuDziatayin 
mercato vect-Eiio e nuovo, e in pia»*, fa, 
veduto da tulio il pop'ilo, e d« molti oo- 
nosf^ulo , K fdltngli molto, seodosì di ^ii 
«parsa la fama, per bucca dei Btondo « 



id'Aioadore, com* egli era tifa , e rivolevn 
la moglie e la roba, Avevaulo veduto Nic* 
colao e Michelagnolo , ed era veramente 
parufo lor desso, pur sapendo eh' egli era 
morto» si riconfortavano che egli non pò* 
leva essere ; ed avendo inteso, come se ne 
voleva andare in Vescovado » sperano ap« 
parecclìiati alla difesa, ed erano andati agli 
uffiziali della peste , allo libro della sagre* 
stia di Santa Maria Novella , allo spezia- 
le 9 donde si levò la cera, ai becchini e al- 
la vicinanza* e fattosi fare fede come mae- 
stro Manente in casa sua era morto di mor- 
l>o e sotterrato. Eia per Firenze questo 
fatto a tutte quante le persone maravi- 

SHoso , e molti, che V avevano veduto ao^ 
are alla fossa, restarono stupiti, temea«« 
do di qualche caso strano. Maestro Ma- 
nente , poi che egli fu tornato a casa , e 
eh' egli ebbe desinato, se n'andò con Bur- 
chiello in Vescovado , e al Vicario conl& 
tutta la querela, nella fine della quale chiè- 
deva di riavere la moglie. Il Vicario pa* 
rendcf^li cosa maravigllosa, per intenderne 
la verità, fece citare T altra parte; sicchò 
udendo le ragioni di ]Niccolao e di Mi- 
chelagnolo^ e veggendo tante fedi e di tan^ 
ti uòmini da bene, rimase sbalordito e coa- 
fuso ; e poiché io tal causa vi si era inter- 
venuto un morto, non potendo rinvenir 
né dalPuna parte, né dalP altra chi egU 
si fusse stato, né come entrato in casa del 
medico j ebbe per certo^ che tr|i loro fosr* 



'fte ììHtò òmrcidto , e lo fece s^retimentt 
'inlendereiaffli Otto, i quali presUnnente 
^nìatiilataglì là filmiglia , li troTÒ che qae- 
atlonàiTaaQ ancóra, si che tutti Ji prese, 
'dà Burchiello in fuori » e ne li 'menò al 
*fiargcllo/ La mattina , poiché 1* affilio fa 
>flgdDatò'« 'si fecero il primo tratto renira 
"innauti maestro Manente « e cominoiaroit- 
~)o a minacciare aspramente di volérgli <|a- 
Ye della fune, sé non dicesse' loro la ve- 
'rità; per la qual cosa maestro Manente 
fattosi da principio, distintamente per in- 
fino alia fine, disse loro tutto quello, che 
gli èra intervenuto, di maniera che da sei 
volte in su gii aveva fatti ridere ; dipoi 
fattolo rimettere in prigione , mandarono 
per Niccolao, il quale raccontò loro la 
verità di quanto egli sapeva* e da Miche- 
lagnolo inteso anco il simile, e per certi- 
ficazione delle loro parole mostravano le 
fedi, pensando certo che *l morto fusse sta- 
to maestro Manente. Ma sentendo gli Ot- 
to del servigiale che v*cra stalo a gover- 
'narlo, e a smorbar la casa, si pensarono 
poter trovare il bandolo agevolmente di 

3U€$ta matassa scompigliata , e mandarono 
i fatto un lor famiglio correndo a San- 
ta Maria Nuova per lui ; ma dallo stesso 
famiglio intendendo poi come il detto ser- 
vigiale avendo fatto quistione con un al- 
tro, e feritolo con un pajo di forbice nel 
viso , se n* era per paura di Messere an- 
dato con Dio, uè mai s*era saputo dove 




91 fosse arrivalo, rimasero pìb confusi che 
prima. Vedete se alle beffe successe ogni 
eosa felicemente. Laonde gli Otto» fatto ri** 
mettere coloro in prigione, commesseroat 
loro ministri» che diligentemente riscon- 
trassero quelle fedi» e per quanto si pote- 
va » ricercassero ancora, se maestro Ma- 
nente aveva detto la verità; i quali inca- 
po di due o tre giorni rapportarono » co« 
me tutti avevan detto il vero ; per }a quat 
cosa r uffizio ne stava malcontento» e più 
maraviglioso che mai. In questo tanto Bur« 
cbiello, per ajutar maestro Manente» atve- 
va trovato a casa uno de^rincipali di quel 
Magistrato e suo » e de) medico grand issi' 
mo amico» e narratogli come quella era 
trama del magnifico Lorenzo, e come tut- 
to fatto aveva per fare al maestro quelFa 
bella beffa» e aissegli a che fine» e per più 
ragione mostratogliene» fece tanto» che 
lo tirò nella sua opinione » conchiudendo 
fra se» che per ninno altro modo, che per 
Tia di Lorenzo non potesse in Firenze es- 
aere intervenuto un caso simile ; per la 
qual cosa parlando una mattina peli* nfft- 
zio sopra questa causa» disse che . gli pare- 
rà fusse bene scriverne al Magnifico » che 
si trovava al Poggio» e rimetterla in lui» 

Eer to essere querela tanto intricata e ma- 
igevole a darvi sentenzia sopra» che buo- 
na fusse. Piacque a tutti quanti $0]Sima* 
mente questo suo parere^ diceuiio che oU 



4s8 rmkMJL ctmk. . 

tre TaTerne egli piacere graodissimo, a*«u. 
rà appuQto giudice ottimo di ai fatte cau« 
se ; cosi d* a<?cordo commisero al cance^ 
Kere, che d'ogni cosa per iofino allora 
qcoorsa io cotal causa minutamente Io ra§- 
goagliasse, e come la lite era rimessa nel- 
1^ sua. Magnificenza , e tanto fu fatto ; e 
il giorno medesimo, mandarono la kttera^ 
e (attesi venire i prigioni innanzi, cornali- 
durono.loroy che niuno fusse ardito d*ap- 
pressarsi a cento braccia .nella via. de*foa« 
si t ne di favellare alla Brigida sotto pe« 
na delle forcbct infiao a tanto che la lite 
non fusse giudicala , la quale avevano ri- 
messa nel Magnifico 9 che tosto sarebbe 
nella città, e si licenziarono ; i quali , par 
gato le spese, se n* andarono alle lor fac- 
cende , sperando ciascuno cbe la sentenza 
dovesse venire in suo favore. Sendosi dun- 
que questa cosa divulgata per tutto Firen- 
ze, ognuno faceva le maraviglie, e la Bri- 
gida mesta e malcontenta quanto ella po- 
teva , le pareva miir anni di vederne la 
fine. Maestro Manente toraaudosi con Bur- 
cbiello , attendeva a medicare , e cosi gli 
orafi air arte loro. U Magnifico avendo a- 
vuto la lettera degK Otto, aveva tanto ri- 
so e tanto , cbe gli era slato una maravi- 
glia, parendogli cbe la burla avesse ava* 
to più bello e lieto fine mille volte , che 
saputo non si sarebbe immaginare* e n'eb- 
be un* allegrezza a cielo. Ma poi in capo 
a otto, o dieci giorni tornato in Firenze » 




NOTBLLl X. E ULTIMA. 429 

sodò il gioroo n^desicno maestro Manen- 
te per visitarlo, ma aon poteitc aver udieo* 
28, ed li simile era iolervenuto agli orafi; 
il secondo gioroo poi vi ritornò maesUO 
Manente, e lo trovò appunto a tavola^ 
che appunto aveva fornito di desinare; al« 
la CUI giunta il Magnifico , dentro tutto 
lieto, mostrò di fuori stupore e maraviglia 
grandissima, e disse con alta voce: Mae- 
stro Mancate, io non credetti vederti mai 
più , avendo inteso per cosa certa, che tu 
eri morto, ne ancora sono certificato af- 
fatto se tu sei desso o un aftro , o se bai 
addosso qualche corpo fantastico. II me* 
dico , con dir che non era mai morto , 6 
che era quel medesimo che sempre mai fu , 
Yojeva pure accostandosi inginocchiarsi per 
baciargli là mano ; quando il Magnifico 
disse : Sta discosto , bastiti per ora , che 
se tu sei maestro Manente yivo e vero, 
tu sia il molto ben venuto, se altrimenti, 
i) contrario. Il rae<lico volle allora cornine' 
^iare a narrargli il caso , ma Lorenzo gk 
disse che non era tempo allora , e poi 
soggiunse: Stasera dalle ventiquortro oro 
iu ià* t^a^petto in camera per udire le tue 
ragioni , e così ancora gli fece ipcendere 
che vi sarebbono gli avversari! suoi. Mae^ 
atro Manente ringraziatolo, riferentemen- 
te prese da lui licenza , e ritornatosene a 
pasa , d* ogni cosa ragguagliò Burchiello» 
il quale fra se ridendo diceva : Io so, che 
1* è come si dice, caduta in grembo ài zio } 



■ 



Vedete il JMegaiiico arÀ la. pMqiu ia Aw^^ . 
neoioa ; pure dubbioso adcora no» MÒe^. * 
ira immagi parsene la fioe* Voi^De Ja. aen^ 
•Qiaato« e gli orafi arenilo avolo .coou^*: 
^meDlo di rappreseolanit erano giacca-, 
yarili, e.p{i9teggianiao per le loggebéspeN «: 
iando d* esser cbiamau « qaando nm^^ 
■àaesiro Maneaie; la aual cosa tfendo iflkv 
Ijeso Lorenxot se n^'ando nella camera, pria* '• 
ijipale in compagnia d* alquanti ctUadinié' « 
e prinù di Firenze » tntU amici e cono- V' 
scenti del medico, e fatto intendere alle • 
parxi , fece prima metter dentro Niccolao, - 
e poi Mickela^nolo , e posti tutti a due 
insieme , e udite le loro ragioni e reduto 
le fedì 9 feciono sembianti grandissimi di 
maravigliarsi. Neir ultimo aodati fuori , 
entrò dentro maestro Manente » il quale 
fattosi da capo « ordinatamente racoont^ 
loro il Tero di quanto gli era occorso sen- 
aa levarne o porvi niente; della qual co- 
la tutti coloro, che udieno insieme col Ma* 
^ifico, avevano fatto le maggiori maravi- 
glie e le maggiori risa del mondo, né per 
lo molto maravigliarsi e ridere che aves* 
aero faito, non si potevano contenere di 
non si maravigliarct né di non ridere;. ma 
poiché Loreuxo ebbe fatto ridire a mae« . 
stro Manente la cosa due o tre volle, fé* 
ce chiamar dentro gli orafi, e per un pez- 
zo ebbe il più bello e *1 ma^or passatemi . 
pò, che egli avesse alla vita sua, percioo^ 
che intbcolati e '«dilati^ si erano dette vil« 



NOYELLl X. E ULTIB8U. 43 C 

lanÌ6 4a caui. Intauio coinparie, qurrì il. 
Vicario, aveodolo maodato a cbiao^are il 
Magoìfico ; si che da tatti fattogli rive*- 
reasa^ se lo mise Lorenzo a sedere a caa« 
lo, e seguitò di favellare cosi dicendo^ 
Messer lo Vicario, perchè io so che voi. 
sapete la differenza^ che hanno fra loro 
questi uomini da bene, come colai che 
1 avete udita , non istarò a replicarveua. 
fltrOf se non che sendo io stato eletto da* 
gli spettabili signori Otto giudice di quel- 
la , altro non mi resta a doverne dare la, 
sentenza , sé non chiarirmi , ohe maestra 
Manente non morisse mai, e che questo^ 
che noi aviamo, con sia qualche corpo fan- 
tastico incantato o qualche spirito diabo- 
lico, il che a voi s* appartiene di vedere 
e d* intendere. Oh in che modo? rispose 
il Vicario, Uirovvelo io, soggiunse Loren« 
aco ^ e disse: Col farlo scongiurare a certi 
frati , che cavano gli spiriti, con metter- 
gli addosso reliquie appartenenti alle ma^ 
He. Bene avete parlato , rispose messer lo 
Vicario ; datemi tempo sei o otto giorni 
a provvedere, e se di poi egli reggerà 
al martello , si potrà sicuramente met- 
ter per vivo , e per desso. Voleva mae- 
stro Manente ripigliare le parole , quando 
il Magnifico confermato la intenzione del 
Vicario^ e detto che come avesse fatto Te- 
sperienza , che sentenziarebbe , si levò in 
piedi, e Ucenauato ognuno, se n* andò coi^ 
ijuelli . gjentilaomÌBÌ , chie erano seco a ce- 



tia rideiìdà e motieggìando sempre di qvriS 
Aa còsa airaTagaote. L* àliro giornò^ il Vi- 
cario 9 che era buono e devoto cristiano*! 
e dolcissimo religioso» fece intcodere •' lui- 
tb r Arci vescovado t a preti e frati , fobe 
arUssero reliqaie buone 9 far fuggir dit- 
ìfoli e a caòciar spirili > ohe fra sei Ktodw. 
Ve coiiducessero in Firenze in S. BtiSHà 
Maggiore sotto peua de}fa sua indiguasiA- 
&e. Per la terra allora non si sparlava -dal" 
tro , se non di questa novità , doosi agli 
orafi , come a maestro Manente pareva 
iniir anni di èsserne faora. Lorenso in 
questo mentre aveva fatto venire in Firen- 
ze Nepo vecchio da Galatrona , stregone e 
maliardo in quei tempi eccellentissimo , e 
fattogli intendere quello che aveva da fa- 
re , io teneva in palazzo per servirsene ad 
ora e tempo% Erano già della città e dei 
contado comparite in Santa Maria Mag- 
giore tante reliquie, che erano meraviglia. 
Già venuto il giorno deputato , maestro 
Manente comparito , non s* aspettava se 
non il Vicario , il quale dopo vespro ven* 
ne accfimpagnato da forse trenta religiosi 
e* più reputati di Firenze , e postosi nel 
mezzqi della Chiesa a sedere sopra una 
Sedia preparatagli , si fece venire innanzi 
0iaes|[ro Manente » e porlo ginocchiorii ; 
ma i^oicfaè da due frati di S. Marco gli fu 
cantato sopra vangeli , salmi » inni 9 orauo« 
ni , e gittatugli addosso, acqua benedetta e 
incenso » di mano in mano e preti e fra* 




ti gli fecero toccare le loro . reliquie » ma 
: ogni cosa era in vano » perchè il medico 
(non 8Ì mutava di nulla, anzi facendo ri- 
Terenza a tutti quanti , ìriograiuaTa Iddio , 
e raccomanda vasi al Vicario» che oggimai 
]o liberasse. Era la chiesa piena e pinza 
per ogni Terso di persone» che tutte aspet« 
lavano le meraviglie» quando un fratao- 
chionè • che era venuto da Valombrosa , 
grovane e gagliardo • e cavatore di spiriti 
per eccellenza » feittosi innanzi , disse : La* 
sciate fare un poco a me» che -tosto vi di- 
ro scegli è spiritato d no; e legatogli moU 
to ben le mani » gli me^se addosso di nuo« 
vo il mantelHno di S. Filippo» e gli comio^ 
ciò a domandarlo e scongiurarlo» e il me« 
dico sempre rispondergli a proposito ; ma 
perchè in quella scongiurazione il frate 
diceva cose da far ridere le pietre» venne 
per disgrazia a maestro Manente ghignato 
un pochetto ; per lo che il frate subito 
disse: Io rho'; e dettegli due ceffatoni da 
maestro. Se* uno » disse » nimico di Dio » 
tu ti hai a uscire a ogni modo. Maestro 
Manente non gli pareva giuoco » e grida- 
Ta pure : Scongiura quanto tu vuoi ; ma 
quel fratacchione dandogli tutta via pugna 
nel petto » e nei fianchi diceva pure : Ahi 
^irito maligno» tu n* uscirai a tuo dispjet- 
to! Il medico non potendo a jutarsi. eoa 
altro che con la lingua » gridava : Ahi 
frataccio traditore » a questo modo si fa 
agli uomini da bene? non ti vergogni» poi* 
Lasca. a8 



r '%f 



4S4 V -miKireiM» 

tronet ubriaMt iNitcere io onettai g«ÌM w 
jniO"ptri7* per lo corpo 1 eh io me ne irep^ 
«licherò. H frate «: sentendolo -betleoiiDwre 4 
«e gii a^feati iddoeso 4 e gittMofo in Mi* 
MS gU pose i piedi sai corpo e le meni 
eUa golst^e lo arebbe affogalo» se -^ oc» ohe 
BÉaestro Blaneote •« comiaciÀ a tacoomatii 
dare oerT amore di Dio; onde mester I0 
frate levatogli le* ms» da dosso} peoiò cm 

alt volesse asoira , e eomincio^k a<fdÌMs 
le segno mi darai ta 7 ellon il MoaaooA 
che pereommissione d^ ìiMgniÈCb tfrapeoa 
Hqpe m Qhiesa Tenato> e aiesèolatDsi fca *Ui 
gefite,gli disse che gli era tempo. Subito Nepo 
gridando ad alta voce disse: Disoostatevi t di^ 
SGOstatevit uomini da bene, fatemi largov che 
io^engo per favellare al Vicariote per isco* 
prire la verità. Sentita quella voce» e udite le 

{>arole, e veduto Taspetto deiruomo* il cpm* 
e era grande della persona e beo Catto , 
di camagiotie tanto ulivigna « che pende* 
va in bruno » aveva il capo calvo » il viso 
affilato e macilente» la barba bruna e huip 
ga per infino al petto , e vestito di rom 
e -stravaganti paoni , ognuno ripieno di 
maraviglia e di paura gli diede volentieri 
la strada 9 tanto che condottesi innanzi al 
Vicaria « fece levare ouel frate d* intorno 
a maestro Manente, che gli parve risusci^ 
tare , e di poi parlò in questa guisa , di« 
cendo .* Acciocché la verità , dome piace a 
Dio» sia manifesta a tutti, sappiate, come 
maestro Manente, cosi non mori mai , e 

lutto quello che gli è intervenuto, è alato 



hotblul %. m tmnrnké 43S 

ftt atte magtca, per Turtù. cKtbiditeat^ pec^' 
opra mia , che sooo STepo di GaUorona*^ 
il quale ; fo fare alle demooia eiò^ cìm àu 
Bare e piace* E così io fui qaello che lo 
feci 9 mentre che i^li dormiva in S» Mar» 
tino > portar dai » diavoli in un-palaia^ 
iDcantato^ e nel modo appunlo che dm 
lui avete ndilo ^ lo tenni per infioo eho 
una mattina in sol far del giorno > lo- feci 
lasciare nei boschi di Yernia; avendo fat» 
io a uno spirito folletlo pigliare un corpo 
aereo simile al sao , e fingere ohe fossa 
maestro fifànente ammalato di peste t^ fi* 
BMdmente mortosi » fu in vece di lai sotterv 
rato; onde dipoi ne nacquero tutti quanti 
qtiegli acctdenU , che voi vi sapete. Tuttt 
^este cose ho fatto fare io per far qua» 
ata burla , e questo scorno a maestro Mat 
«lente , in Tendetta d* una ingiuria ricevu» 
fa già nella pieve a S. Stefano da suo pa^ 
43re » non avendo potuto mai valer mena 
aeoo per cagione d*un breve , il quale egli 

f»rtava sempre addosso » in cui era scritta 
orazione di S. Cipriano : e perche voi 
conosciate , che le mie parole sono veris4 
aime « andate ora a scoprire V avello « ckn 
ve fu sotterrato colui , che • fu creduto il 
medico y e se toì non vedete segni mani* 
fasti deUa verità di quel che io v* ho faip 
"««llato 9 tenetemi per un bugiardo ^ e per 
un giuntatOM » e fittemi mozzare il capo; 
Erano il l^ioarìo , e tutte F altre persone 
ftate attentissima al colui ragionamento^ a 



4,36 TERZI CENA. 

maestro Maaeote coHoroso e pieo dì pau- 
ra lo guardava a slracciasacco, e come tra- 
sognato ; e cos'i lutto il popolo gli leoeta 
gli occhi addosso. Per la qual cosa il Vi- 
cario volendosi chiarire affatto, e rader la 
fine di questa girandoli), impose a due fra* 
ti di S. Marco, e a due di S. Croce, che ao* 
dassero prestamente a scoprire quel bene- 
detto avello, i quali tosto mettendosi in vii, 
furono da molti altri frati e preti, e seco- 
lari iu gran numero seguitati. Nepo si era 
restato iu chiesa presso al Vicario e al 
maestro Manente, i quali mezio mezzo ira- 

fiauriiioe, non si arrischiavano a guardar- 
o fiso in vollo, dubitando colla maggior 
parte degli uomini , che vi erano presen- 
ti, che egli noo fusse un altro Simon Ma< 
go , o uQ nuovo Malagigi. Intanto cammi- 
nando erano giunti i frati, e l'altra gen- 
te in sul cimiterio di S. Marta Novella , e 
fatto chiamare il sagrestano , si fecero in- 
seguare T avello, nel quale si pensavano 
fosse stato seppellito Ìl corpo del medico. 
Aveva la mattina, iunanzi giorno un'ora, 
il Monaco per commessione del Magnifico 
arrecato da Careggi un colomba nero ■ oor- 
me la pece , il più fiero e il maggior 'vo- 
latore che si fosse veduto mai ; e al ben* 
sapeva ritrovar la colombaja , che gli «era 
tornato Gno d* Arezzo e da Pisa * il 'mó»^ 
le guardalo che- nessuno le. vedeue, I.mt^ 
va messo in quella sepoltura, la quale egli 
coDosceva benissjmp , e riaernitftlft poi di 



NOVELLA X. E ULTIMA. 48^ 

nodo , che pareva che ella fussc stata die** 
GJ anni senza essere mai stata aperta. Sic- 
ché il sopraddetto sagrestano attaccatoTi Tun- 
€Ìno , tirò sa ta lapida , e in presenza di 
più di mille persone scoperchiò V avello ; 
onde quel colombo, che aveva nome Car- 
bone , sendo stato parecchi ore ai bujo e 
senza beccare , veduto il lume ^ nun trat*. 
to volando prese il volo allo in su , e si 
usci dalla sepoltura , e visibilmente pog-. 
giando in verso il cielo , andò tanto alto 9 
che egli scoperse Careggia e. docciando poi 
81 difilò a quella volta , dove fu in meno 
d' un ottavo d* ora ; della qual cosà ebbe«. 
ro i circostanti tanta meraviglia e tanto 
Spavento , che ciascuno gridando Gesù « 
misericordia 9 correva e non sapeva dove. 
Il sagrestano per la paura cadde alT ia« 
dietro, e tirosse la lapida addosso, che 
tutta gì* infranse una coscia , della quale 
s^tte poi molti giorni e settimane impac- 
ciato. I frati, e una gran parte della gente 
correvano verso S. Maria Maggiore, gridan- 
do miracolo , miracolo . Chi diceva che 
libera uscito uno spirito, e in forma di sco-. 
|attolo y ma che egli aveva V alie , e chi 
un serpente , e che egli aveva gittate fuo- 
co ; altri volevano che fosse stato un de- 
monio convertito in pipistrello; ma la mag- 
gior parte affermava essere stato un dia* 
volino , ed eravi chi dicea d'avergli ve* 
doto le cornicina e i piò d'oca. I<i S. Ma-*, 
ria Maggiore dove aspettava il Vicario e 



438 «TfeRZi CEiri. 

maestro Manente^ e unii grandiasima nieV» 
ftiadioe» gianse una turba qoasi correD^ 
do di reKgiofti ^ e di secolari gridando lai- 
tt a nna voce^ miracolo , miracolo; si che 
In calca intórno loro si fece grandissima;* e 
ognuno si fiocaya innanzi per intendere la 
verità del caso. In questo mentre liepo ao« 
costatosi verso la porta del fianco , fatto* 
gli spalla dalli staffieri e dal Monaco , tm 
gente e gente si usci di chiesa « ^he per* 
aona non se n'accorse, e montato sopra 
nn baon ronzino, che apposta lo aspetta- 
"ta , tirò via , e se ne tornò a casa sua » 
come era ordinato. Il Yioario poiché dai 
frati ebbe inteso minutamente il tutto, at* 
tònito e smarrito guardava ititorno s*^li 
vedeva Nepo ^ e non lo veggendo , comio^ 
ciò a gridare che se ne cercasse , e che egli 
fusse preso , perchè lo voleva fare ardere 
come vero stregone, maliardo e incanta* 
tore ; ma non si trovando in nessun lato ^ 
fu creduto che per arte magica fusse spau- 
rito. Per la qual cosa il Vicario, licenzia- 
to tutti i preti e i frati ^ e detto loro che 
se ne riportassero le loro reliquie , se ne 
andò in compagnia di maestro Manente 
verso palazzo per trovare il Magnifico. 
Burchiello con certi suoi amici s*era sta- 
to in disparte , e veduto e considerato ogni 
cosa , aveva tanto riso , che gli dolevano le 
mascella , e massimamente quando messer 
lo frate forbottava maestro Manente. I due 
compagni orafi naravigUosi e scontenti»* 



timi , seodo stati presenti a tuUso il aeaai* 
lo, 9 vedulo il. Vicario andarne n. palai* 
aDO* , se gli erano avviati dietro per yed^r 
M potevano useire da questo laberinto. U 
Bdiagnifico aveva dVra in ora avuto il ra|^ 
guaglio miotttameate d*ogm particolarità » 
die con alquanti geotilaomiqi e amici suoi 
|iiù cari non si poteva tenere . ancor di 
iidere » quando senti che egli era il Yicar 
rio che veniva a vederlo ; il <|aale com# 
apparir Io vide , cominciò a gridare che 
voleva la famiglia del bargello per man* 
dare a pigliar Nepo da Galatrona* Ijoreo- 
f0 , facendosi nuovo , si fece ^nì cosn 
ridire » e poi soggiunse : Messer lo Vica- 
rio» andiamo adagio di grazia ai casi di 
Nepo: ma che dite voi .di maestro M[a« 
nente ? Dico , rispose il Vicario 9 che nooi 
ci è più dubbio veruno eh* egli è desso 
certo «e non mori mai. Ora dunque # 
disse il Magnifico , ed io vo* dar la sen* 
temsa 9 acciocché oggimai questi poveri «o^ 
mini esohino di cosi fatto gineprajo. E fat* 
to chiamare , che gli aveva veduti 9 ^^ 
colao e Micbelagncrfo alla presenza dd 
Vicario e di molti uomini virtuosi e of»^ 
rati y fece loro abbracciare e baciaro mao" 
atro Manente » e fecero insieme una belili 
pacioaza , scusandosi ciascuno , e versando 
lotta la. broda addosso a Nepo 9 e di DO^ 
sentenziò il IM^agnifico in questo mooo; 
Che per tutto il vegnente giorno Michela- 
§tto)o 4ove8se aver cavato tutte jie job^^ 



1-» 



'440 TERZA esni. 

cbe egli tì portò , ili casa maestro IVIaDed- 
te, e che ]a Brigida eoo qùallro camicie 
solamente , colla gammurra e colla cioppa 
se ne andasse a stare a casa il fj-atello per 
jnfino a tanto che ella partorisse , e cbe 
dipoi fatto il bambino, slesse io arbitrio 
di Michelagnolo a torlo o no , e ooq lo 
volendo, lo potesse pigliare il medico; se 
non', si maodi agi' Inooceoti , e die le 
spese del parto io tuitì quanti i modi va- 
dano addosso a Mìcheli^gnolo , e cbe il ' 
maestro si torni a casa su» a goder col 
figliuolo , e che di poi uscita di parto la 
Brigida, ed entrata in santo, si torni a 
maestro Manente, e che maestro Manen- 
te la debba ripigliare per buona e -p^ 
catu. Piacque generalmente a ognnno que> 
fita'sentenza, e ne -fu commendato molto 
il Magnìfico da tutte le persone che la in- 
tesero ; onde gli orafi tf^*l medico , ringra- 
tìatolo soinmainente « si partirono allegris- 
«imit e la sera d'accordo cenarono tutti 
quanti insieme con la Brigida in- casa pu- 
le di maeatro Manente , m compagnia di 
Burchiello , col quale se ne andò poi a 
dormire il medico. Messer lo Vicario ri- 
masto^ col Magnifico voleva pure che ai - 
mandarne a pigliar Nepo per abbruciarlo ( - 
ma Lorenzo avendogli detto eh* egli era 
meglio assai starsene cheto , perciocché fa- 
cendone impresa , oon riuscirebbe loro , 
avendo egli mille modi e mille vie per 
faggini t e non ' ci lasciar p%Uare , come 



NOVCLLÌl X. E ULTIHA. 441 

farsi invisibile, diventar uccello, conver- 
t irsi in serpente , e simili infiqite altre cose 
t la fargli rimanere scherniti ; conciossiaco- 
f Bckè a quella casata da Galatrona abbia 
SDomeneddio data questa potestà a qualche 
Ibuon fine , non conosciuto ancora dagli 
ì domini ; e come si portava ancor perìcolo 
,( grandissimo , che Nepo, veggendo e con- 
tsideraodo la lor mala intenzione , non gli 
.facesse ammutolire, stralunar gli occhi o 
1;orcer la bocca , o far venir loro il par* 
l'etieo o qualche altro malaccio ; onae il 
^JTicario , che era , come avete inteso , bo* 
Ilario e di dolce condizione , concorse su- 
bito nella sua opinione , scusandosi eoa 
dire , che non sapeva tanto in là , e che 
egli era ultimamente fatto di non ne fa- 
vellar mai più , e con questa resoluziono 
liisciato il Magnifico , non senza gran pau- 
ra! di qualche strana malattia , se ne tor- 
nò alle sue case, e mai più alla vita sua 
non fu sentito ragionare di Nepo ne in 
bene, né in male. 11 giorno vegnente «cavò 
tutte le fue robe Micheiagnolo di casa 
maestro Manente , e la Brigida se ne andò 
a casa il fratello, sì che al medico rima- 
sero liberamente tut(e le sue sostanze , e il 
giorno medesimo se ne tornò a abitare in 
casa sua col figli uolino, che gliene pare- 
va avr^r trovato. In quel tempo non . si * 
faceva altro in Firenze , che ragionare di 
questfi cosa ; e ne acquistò sopra tutto Ne- 
po orjiore e fama inestimabile » e dalla pie* 




in moM'oranicnte ia («uato grandÌKìa i 
jKgromaate. Mae^^tro MAOCnle* cre<i«Ddo!t 
verameule, cbc la cash fusso passata comi 
aveta racconUlo Nt'iK» , troTaudosi a ra. 
gioaamcDlo iliceva «])esM> , tal |>era iun< 
già il |MiJrv, cbe al fìgliuolo allrga i àn\ 
ti ; il qual detto riJuccadosì pui ìd pffi 
verbio t e duralo per itifiuo a' tempi noiln; 
e non vi Fu mai ordioe , cbe e^li credeuj 
«llrimenti , beoebè non pur fiurcbitUo , 
ma il Uagaiflco poi ia processo di lempc^ 
It Monaco e gli staffieri diressero per tal • 
lo come fiìsie nudala Ifi bcfTn ; «iizì impali' 
rito aveva comperato di molte ontxioDi à\ 
S. Cipriano, e te {«rtava contiDUancolt 
•ddouo , e com' faceva portare «Ila su t i 
Brividìi, pcrcìoccbè al tempo partorì pi 
la Brigida tin bambino inascbio , il quaii 
fu poicia do Michclagnolo preso e allevi* 
lo per infiuo io dieci anni , e dopo mo r< 
togli suo padre. Tu fatto dai suoi fraticbui 
in S. Maria Novella , e col tempo veane 
■tolto litterato , e diventò un solenne ptc- 
dicatore , e per li suoi arguti motti e dtjU 
ti piacevolez/.e, fu chiamato dalla genie 
fra Succhiello. Maestro Manente colla sna 
Brigida alltse a gwìere , crescendo io' roba 
e in figliuoli , e ogni anno, mectrie cbe 
TÌMC, celebrò la festività di S. Gi|H'iaB0« 
e fa sempre suo divoto. 

Con grandissima attenzione, e CiVn bob 
piccola Goatentesia aveva no ascollalo 'i gio* 
T«u • U doline la langa JioreUs dlMUt- 

\ 



HOTBLLA X*^ B VLTIMJU ^0 

nAÌMi ma non per questo atutone mai 
niùao riacrescimeoto» ansi straoameote era, 
piaciuta a tutti ouauti;. affemaodo coo> 
pace del Piluimiy aello Scheggia e deiyal*. 
tra compagnia » questa jportare il Tanto di 
ttatte quante T altre belle. Ma la bellissi* 
ma Amaranta , reggendo esser già Tenuta. 
Torà di dover dar finimento alla veglia t 
in ootal guisa parlando , disse : PoichS It 
cene son passate e le novelle fomite « # 
che il nostro proponimento coir ajuto del 
Re altissimo ddle stelle condntto avema 
d fine da noi desiderato , giudico essera 
ottimamente fiaitto ^ che ce ne andiamo 
tatti quanti a dqrmire ^ sendo già buona » 
anai grandissima parte della notte trapas^ 
tata ; la qual cosa lodata sommamente da 
tutti , si rizzò ella in piedi , e chiamato i 
famigli e le serve » accennò loro quello , 
che IÌGir dovessero , e poscia sorrìdendo , 
eod seguitò di dire : Carissimi Rovani 9 e 
Toi amatissime fanciulle» inoanxi che noi 
ce ne andiamo a letto, ancorché sia tar- 
di 9 mi parrebbe » per servar la costuma 
di tal notte , che si dovesse prima pusi- 
gnare un poco per chi voglia ne avesse ; 
perciocché , se bene si riguarda » tanto tent- 
po Ila che noi cenammo » che si cenereb*- 
ne quasi un* altra volta ; il che molto lo- 
darono i giovani , e piacque loro assai. 
Intanto comparsone , portati da* servitori , 
tre grandissimi piatti di stagno sopra tre 
scaldavivande 9 pieni di freschi e bène acr 



'4^ 

oBuà taiidfii UMèalyàKf^uiiém wt p«». , 

tmimafenaiie., eàse IhtUi nutìòbevAlì , e 
ohe l ol yn B ii sapore al vioo , si ralleg:ra- 
10' rasv di modo, e tosto levatisi dal 
iciaroDO a maogìare di quei 
bere di santa ragione. Ma 
I dells 4onne , o fusse perché Teglia 
MDBWMM» o perchè Doa facesse lor ma- 
^^'O pare per oDestà , non ve ne fu chi 
M'VOiMMWHggìare , ancora che i giovani 
' Bele pregaueru strettamente; solo, due dì 
loro bevvero dq mezxo iMcehìere tra' acqua, 
e vino t e poscia con Amaranta tolto d« 
lorQ onestamente congedo , gli lasciarono; 
a tavola , e andaronsene nelle loro camere : : 
' a riposare.' 1 giovani fatto un buono strì- 
scio a' tartoG « e bevuto di voglia , chi voi-; • 
le- restò a dormire con Fikno ; (K altri con • 
buona compagnia se ne tornarono alle lo>> 
ro case. 



Fine delie Novelle del Lasca. 



M5 



.f ♦ - 



■j . 



. ■t 



I.ND ICE 



DELm NOFELLE 



•■ » 



. BEL PRESENTE V O hV UE. 



•■»•. • 






QU Editori^ ai loro jiuociad. . Mg. t 
yi sua Eccellenza il Sig* Conte Aiu 
, ionÌQ l\flaria ^Borromeo. G.P.-. . vii 
^AlV Illustrìssimo Signore il Sig. da'* 

coma Dawkins Cavaliere' Inglese eo. %vr 
Vita del Lasca . • « • • • • « 3 
La Introduzione al nos^ellare^ • ^ • • &J 



PRIMA CENA. 



NOFELLA PRIMA. 

SalvesLro Bisdomini ^ credendosi por^ 
tare al Maestro T orina della moglie 
ammalata^ gli porta quella della 
fante sana^ e per commessione del 
medico f usando seco il matrimonio , 
guarisce ; e alla serva ^ eòe bisogno 
ne aveva 9 4à marito • • • • . 



69 



44B 



KorziLJ rr. 



1 



h 



Un giovane ricco e nobU«y pei* ven- 
dicarle con un suo pedagogo , gli 
fa una beffa , di maniera ofie colui 
ne perde il membro virile , e lieto 
poi se ne Corna a Lione .... 



sor BLU Iti. 



8t 



89 



Lo Scheggia y coìt a/uCo del Monaco 
e del Pilucca , fa una beffa a Neri 
Cliiaramoncesi , di manierachè dispe- 
ràio e 'Sconosciuto si parie di Fi- 
reute, dove hoH rii&ma mai sa nm$ 
vecchio ■ .'• , . ' ■, . . . . '; ■ , 



'Oìanneuo della Torra con aeoórta 
paròle trafggendà la insolema d'un 
proxun£uosOf gli fa oonoscere la suu 
arroganzoi « Ubar» j« a altri . . 99 

yiowMixA r. 

Gu^elmo Grinutldi una noue ferito^ 
carré in cata Patio orafo, quipi 
si muore^f al quaigt Faùo mmìùio* 
sementa; ruta unù^^òtia gomma di- 
. dadàtìi ■ e sùttettoMà teerettmtmtu^' 
fiAige, peretó égli Antf-oMtil* o/oM- 
' mista , <r«w- /S«M» tÉ ri initK, • va»- 



1 . 447 

sene con esso in Fr^ncm , e fatto 

sembiante di averlo venduto , in 

Pisa ricchissima i^ma ; poi , per 

gelosia della moglie^ accusato ^p^r* 

dt$ la vité^ 9 ed alla dopa awtìnlfitjba 

i figlinoli € se ste^a.^ k . « « • I07 



i \ Prete da San Felice a Ema ^ col 
Doler darle un papero j conosce car* 
nalmente fi inganna la Mea; di poi 
ritornando ^ è da lei ingommato , 
perdendo il papero e i capponi, dcf 
\ loroso , non potendo ire ai suoi pie* 
\ di, è portato a casa. • • • » • 129 

VOVEhhA VII. 



Pi ete Piero da Siena , mentre vuole 
I beffare un charico Fiorentino ^ è d^ 
i lui beffato in guisa , die egli vi 
] nette la vita ••.••••• i4c 



"\ 



NerELLA rnu 

ìo Abate delC ordine di Badia ^ 
passando per Firenze, visita San 
Lorenzo per ^vedere le figure e la 
libreria di Michel Agnolo; dove per 
sua ignoranza e presunzione y il 
Tassò lo fa legare per paiUQ • . • i5i 



Lazzaro £ Maestro Basilio da MUa- 
no va a veder pescare Gabbrieilo 
suo vicino , ed affoga ; onde Gab' 
brillo per la somigfianza , che seco 
aveva, si fa Im^eievaio il romorm, 
dice esser affogato Gabbrieilo , e 
come se L aua ro fusse^ diverusto 
padrona di tutta la sua roba, do- 



449 

pò , per modo di compassione f spo- 
sando untatura i^olta la moglie , seco 
e con i figliuoli 9 commendato da 
ognuno j lietamente lungo tempo vive. i83 



NOrSLLJ II. 



I 



^Uariotùo Tessitore Camaldolese^ de tuo 
Falananna^ avendo grandissima VO" 
glia di morire « è servito dalla mo* 
glie e dal Berna ^ amante di lei^ e 
credendosi veramente esser morto ^ 
ne va alla fossa. Intanto senten" 
dosi dire muania si rizza ^ e quelli 
che lo portano^ impauriti ^ lapidano 
andare Li bara in terrai onde egli 
fuggendosi^ per nuovo e strano ac' 
cidente casca in jirno , e arde ^ 
€ la moglie piglia il Berna per ma'- 
rito . • • - ^ 2o5 

ìforMLLA in. 

W^a Lìsabetta degli Uberd innamo* 
rata « toglie per marito un giovane 
povero , ma virtuoso , ed alla ma* 
dre , che la voleva maritar ricca' 
mente^ lo fa intendere ; onde colei 
adirata cerca di disfare il paren- 
tado. Intanto la fanciulla j fingen- 
do un certo suo sogno , oolt ajuto 
dun frate^ viene con buona grazia 
della madre agli attenti suoi. • • a3i 
Lasca. 19 




iror<£i^ tr". 



ho Sdtegffa , U Pilucca ed il sto- 
naco danna a credere a Gian &• 
mone Berrettajo di fargli per fona 
d'incanti andar dietro ia sua Ìtuìù' 
morata. Gian Simone per ccrtiftcar- 
se , chiedendo di veder qualche te- 
gno , gliene mostrano zjno che lo 
sbigottisce ; e non gli piacendo «fi 
seguitare , operano di sorta , c.ftc àù 
lui cavano yfnlicintjuf ducali . dei 
quali UH pezzo fanno ottona cera , u 

SOrSLLA V. 

Currado signore delt antica città di 
Fiesole , accortosi che il figliuolo sì 
giaceva con la moglie, sdegnàto\ 
gii fa ambedue asprissimamente mo- 
rire , e lui dopo t per la sovervhia 
crudeltà , i dai popolo ammanat'}. il 

KorxLi-A r-M, 

■Lo Scheggia ed il Pilucca . con du» 
loro compagni fanno una beffa a 
Guasparri del Calandra , onde égli 
fu per spiritare ; poi con bcllisnmo 
modo gli cavano un rubino di ma- 
no , // <juale da lui ricomperato, si 
sguazzano i denari. 3 



4^1 

Taddeo Pedagogo , innamorato et una 
fanciuìla nohite , le manda una 
lettera Ì amore , la quale ^venuta in 
mano al fratello , lo /a^ risponden^ 
dogli in nome della sirocchia^ ve* 
nire in casa di notte • dove con 
rajuto di certi suoi compagni gli fa 
una beffa di maniera ^ che il pe^ 
dahte^ quasi morto e vituperati} af 
ffMo , si fugge da Firenze , • • 3l3 

VOrELLA mi. 

{C//t Prete di Contado s^innamora et una 
fanciulla nobile sua popolana ^ la 
qwale da lui sollecitata^ non "voìenr 
do far la voglia sua , lo dice ai 
fratelli^ i quali gli fanno una beffa^ 
nella quale fra gli altri danni gli 
rubano i daruiri e altro ^ di poi lo 
lasciano legato per gli granelli m, 
un cipreiso. Egli astutamente étogru 
oosa si libera , e dàlia gente è /v- 
nuto migliore che prima. • - • . «341 

xrorEtLA IX. 

Neri Filipetri amico e compagno di 
Giorgio di Messer Giorgio , gli con- 
tamina una sua innamorata lascia-^ 
tagli in custodia , onde da lei i 



'*>'. 



J 



ributtato e ripreso ; parlochè Gio^~ 
gio di poi tornato , per vendicarse- 
ne , gli fa una beffa , della quale 
esce a bene, salvo che per tempre 
ne perde la donna da lui amata , 3£5 

MODELLA X. 

^onna Mea viene a Firenze per la 
dote della Pippo sua figliuola , ma- 
ritala a Beco del Poggio , il quale 
non avendo ella seco , è consigliata 
che meni in quello scambio Nencio 
dell* Vlivello , il quale è poi dalla 
padrona mesto a dorpiir* colla Pip- 
po i la qual cosa poi risaputo Be~ 
co ^ si adira con le donne , e /alle 
ritAieder« in Vescovado , onde poi. 
ti prete della villa accomoda il 
tutto . . . . • . . ... . . 369 



Yerza cena. 



45S 



• 4 



NOVELLA X. 



E ULTIMA. 



Lorenzo "wecchio de Medici da due 
travestiti fa condurre maestro Ma* 
nente ubriaco urta sera dopo cena 
segretamente nel suo palagio , e qui- 
vi , ed altrove lo tiene , senza sa-- 
pere egli dove sia , lungo tempo al 
bufo , facendogli portar mangiare 
da due immascherati; dopo per via 
del Monaco buffone dà a credere 
alle persone , lui esser morto di 
peste , perciocché , cavato di casa 
sua un morto , in suo scambio lo 
fa disotterrare. Il Magnifico poi 
con modo stravagante manda via 
maestro Manente , il ifualc final' 
mente, creduto morto da ognuno, 
arriva in Firenze, dove la moglie, 
pensando che fusse P anima sua, 
lo caccia via come se fusse lo spi' 
rito , e dalla gente avuto la cor» 
sa « trova solo Burchiello , che lo 
riconosce , e piatendo prima la nuh- 
glie in Vescovado^ e poi agli Otto , 
è rimesso la causa in Lorenzo , il 

Jìuale , fatto venire Nepo da Ga^ 
atrona j fa veder alle persone ogni 



I 



p 

^^H cosa efsere intervenuta al Medico 

^^H per forza d'incanti ; sicc/iè riavuta 

^^K^ /<2 donda , maestro Manente piglia 

^^^^^^^ per suo avvocato San Cipriano, , 385 

m 



455 



DICHIARAZIONE 

DE' VOCABOLI 

E luoghi pia difficili 
Che sono sparsi nella presente Opera. 



A. 



.diraliccio» vale alquanto adirato. 

aitante ^ i^ale robusto. 

andare ai versi, vale secondare» e seguitare 
r altrui parere, o Toìontà. 

andare a yanga, succedere le cose prospe- 
ramente. 

andare di niccherà « andar bene. 

andare alla china, per andare alF in^ù. 

ariento,7P«r argento. 



* 



• • 



arroTdhnit vate «tcUnéxiì, o tlinani 

tameote. ■» 
aspettare a glorie» f^a/S^ atteodera chìccliei 

•ia con graodUeimo. desiderio, 
attenti » p&r intenti, 
avere nn* allegresza a delo» vale aver aom* 

ma allegrezza, 
avere il cervella a ^partitOf per opcrve 

attentamente. 



babbo t padre. 

ba latro ^ per baratro. 

balioso, che ba balìa, e forza» robasto» 

a bandiera , significa < a caso , e senza oiy 

dine, 
battuti 9 diconsi coloro che vanno per )a 

citti vestiti di cappa e cappuccio, detti 

cosi dal battersi cne cotali uomini ta*. 

lora soglion fare colla disciplina* 
bazziche , per bazzecole , e vale picciole 
^ masserizie. 

■ « . ■ 

befania , per Epifania. 

bel cero, dicesi a uomo stupido, e balordo» 

a cui si dice anco, bel tusto. 
berlingaccio è T ultimo giovedì del carne* 

vale cosi cbiamato in xoscana. 
bertucce » osteria nota in Firenze^ 



457 

bonario, vaU semplice* 

brigata » per famiglia. " 

xla bosco e da ri fiera, f^aZ^atto a qaalau-i 

que cosa, 
buiccio, diminutivo di bojo. 



caccabaldole, carezze, rezzi, atti e parole 
lusingheyoli. 

cagionevole, di debol complessione, e mal 
temperato fi sanità^ e a cui ogni poco 
d'incomodo o disagio è cagione di male. 

icalze , per calzoni. 

camato, bacchetta lunga, e per ogni sorte 
di bastoncello sottile. 

cofano, (/^s/d canestro , corbello. 

•dare un canto in pagamento, fuggirsi na- 
scosamente. 

caparbietà, vale ostinazione. 

caponi di carnesciale , sono maschere in- 
tiere, che si usano in carnevale, e cha 
ricuoprooo tutta la testa. 

Careggi , vale campo regio , nome di una 
villa della Casa Medici, fatta fabbricare 
da Cosimo padre della patria. 

caricar la balestra , dicesi il mangiare e 
bere disonestamente a crepa pelle; me* 
taforicamente per usare il coito. 

esser carne «grassa , vale nauseare. 

cavallotto; cavallo forte. 




4 



cvflutoDe, vaia ceffata grande * o gran^ 
schiaffo. 

cercar maria per ravenna, si dice per mf> 

car \e cose dove elle uort sooo. 
.cerchia, lo M««90 uhe cerchio , e si prendi 
anco per giro; oude Girle cerchie mag- 
giori , vaict fare il giro o il drenilo 
maggiore. 

chinT-zato , vale macchiato. 

io chiocca, mcUforicameate in abboatUna, 
si dice nevicare a chiocca. 

chioccare , dar delle buue , ballere. 

ciarpame , araost vili. 

cicaleccio , per cìcalamenlo , ciarlata. 

cioppa . torte dì Teste da donna. 

ciurmare» vale dar a bere, ed ubriacare; 
vale tocora ingannare, dare ad intende- 
re una cosa per un* altra. 

coltrone , coperta da letto dì paìino lint 
piena dì bambace. 

coofessare il cacio, che vale dir la OOM 
com' ella sta. 

confegna , conrenzione. 

Corso tre volle in chintana, ^uì ti prende 
in sigrti/ìcalo disonesto ^ e significa il 
congiungimento deiruomo con la donna. 



daregneoe, per glie ne daremo, 
dar la vìa , lasciar pattar*. 



45» 

d*r In volili 9 impaz^re. 

desco molle, tavola servita di carni fredde. 

destatojo» per sveglia degli oriuoli, cha 
suona a tempo determinato per destare* 

diniccolato , per dinoccolato « vale rollo. 

dire improvviso, vale dire ali* improvviso « 
verseggiar^» all' improvviso. 

disgrasiarc, lo stesso che disgradare, e vale 
stimar meno. 

docciando poi si difilò, docciare, vale ver- 
sare, difilare, vale muoversi per andar 
con prestezza. 

donna del corpo , lyale matrice. 



lare un fianco da papi, i^a/e mangiare as«^ 
sai, e del buono. 

£sr suo agiOf vale fare a suo comodo. 

far convenevoli, vàie ùr cerimonie. 

far formA)a di sorbo, vale star ^sodo alla 
m^cchìsL; cioè lasciar dire uno quanto 
vuole , il qual cerchi cavargli alcun se- 
greto di bocca, e non gli rispondere; o 
rispondergli di maniera che non sortisca 
il desiderio suo. 

falsare la sodomia ; contraffare, adulte- 
rare. 

£itto un buono striscio ai Tartufi , vale 
averne mangiati di molti. 

farinata , vivanda fatta d acqua e &rina. 



fedfttra , 'MpnoGopertft di gmmààe fitflft^^ 
gaisa di sacchetto. - ^ ••yjii 

feltro 9 i^o/^ maalelio o ealilMiQ». •' '')^ 

nn filar d'embrici» file di tegole^ cfa«FMwiH| 
no TÌcine Qoa ali* altra. 

fiorioo« speùe dt.moDeta^ che; al tcaapo 
del Lasca cambiavaftì per AWd lire i- co- 
de aver pegno il fiorino per dieei, Hse » 
oMi/e a^er pegno lutto il iao avere. . * 

forbottare, val^ dar buase^ piccbiare. r 

fregola , ^ pale nuolo , appetito iotenao. 

fruite di frate Alberico ,. /i^r '. battitane « 
prOTCrbio preso da Dante, Inferno 33« 



gagUofFeria, astratto di gaglioffo, che è 

uome irigiurioBo , come galeone , mani* 

goldo, poltrone e simili, 
gammurra » Teste d« donna, 
garbo, strada nota in Firenze, 
garritola , vale sgridatala , ripresala ^ da 

garrire, sgridare, 
gavocciuolo , per gavocciolo enfiato, <:agio* 

natio per lo più dalla peste, 
gherone, pezzo che si mette alle vesti per 

giunta, e si {)rende per alcuna parte del 

vestimento, 
ghiciando^ per ghignando, aorrideado. 
S. Ghirigoro , per 5. Gregorio, 
giarde e naite, pei beffi^ e burle. .* 



giocare, a gémimi , gio&are a miìichiate. 

gialleria , yale buffanerìa» 

giuntatore» truffatore, ftirbo. 

ipustizia^ , £ar inala giustizia , far cattivo 

giudizio. . . < 

gogna, luogo doTe si legan'o in pubblico i 

malCattori colle mani di dietro, e col 

ferro al colio. • 
gongolare V i^ale i^Uegrarsi, giubbilare, 
cosa caduta in greniTO al zio, proferbio, 

che vale venire il negozio in mano di 

chi r uomo appunto vorrebbe, 
grembiule j?er grembiale.- 
alle sante guaguelle, giuramento, vale per 

il Santo Vangelo, 
guaire per dolersi o rammaricarsi, 
guardare a stracciasacco » vale guardar di 

mal occhio. 



imbavagliaronlo , imbavagliare, coprire at 

trui il capo o il viso con un panno, 
immascherati , per mascherati., 
ìmpappaficati , messosi il pappafico, che è 

un arnese di panno che si poiie in capo 

per difendersi dal ventò, 
improntitudine , per importunità, 
inoettato, restato d* accordo di quel che 

$' ha £are o dire, 
infaocolato» per infticatOi riicaldato. 



46a 

lanoceoti, così detto Io spedale dove ri 

portano i bastardi ia Firenze. 
ÌDtrafinefatta , per affatto , ìq tutto e per 

tutto. 
isboDzoIato, per rovinato; isboaxolare è il 

cader degl' io testini nella borsa. 
istiaocio , per istiaacio , di traTergo. 



taltovaro, è un cMnposto di nrie cote me- 
dicioali -ridotte a consisteDza simile a 
quella della mostarda, e che ha per 
soggetto Io zucchero o il mete. 

lavaceci, vale scimuDÌto* dappoco." 

laToraoti di palco, sono quegli operai, ch« 
lavorano in Firenze nelle botteghe ,déì 
laoajuoli sopra de' palchi o sofGtti. 

lettere d* appigionasi,^ lettere grandi scritte 
in quella polizia , nella quale si legge , 
appi&onasit e si pone nella Cacciata dei 
luoghi che si hsnad da appigionare. ' 

lìgiare , per lisciare. 

livì, per ivi. 



a macca, a nfo, senza spesa. 

la bella madioona, bella padrona. 



46^ 
il Magnifico , . cioè Lorenzo de* Medici » 

detto il Magnifico. 
lM[flagigi , nome di i^no stregone, 
manicare^ Dale mangiare, 
marangone, o maragone. Garzone di le* 

goajuolo. . 
S. Martin la palma , luogo cinque miglia 

in circa distante da Firenze fuori la 

Porta a S. Friano. 
matza, sottìl bastone, e baston grosso, 
metter la bietta , mettere un pezzetto di 

legno per impedire di aprire il saliscen- 

do della porta, 
mettere a saccomanno , per saccheggiare « 

dare il sacco. 
Michelagnolo, /7er Michelangelo Buonarroti, 

celebre pittore, scultore e architetto Fio* 

rentino. 
moglìata , per tua moglie, e mogliama^ e 

mogliema , per mia moglie, 
montar la luna ,. mettersi in cpUera. 
la moria de* Bianchi. Pare che T Autore 
. voglia indicare, e denominare cosi la 

peste descritta dal Boccaccio, 
mostra , luogo delle botteghe do?e si ten- 
gono le mercatanzie perchè sian vedute, 
mota y fango, 
muglio e mugghio^ suono propriamente 

della voce del bestiame bo?ino; ma si 

dice anch^ d'altre bestie; jqui vale gri« 

do lamentevole e grande. 



4«4 



nottola , ultMteocfi d! Jegna, 
n' UD tratto, pef io uo tratto. 



Oatani , albero, ìaùa. alnus. 
Orafo , pf-r orefice. 

Ukto , Magistrato ia Firenze oomposto Jì 
otto gìndici, à»tto degli Otto. 



pacìozzR. uoa baona pnce. 

palco della librerìa* solaro, soflìtto. 

pulafilta, lavoro di pali ficcati iti terra per 

riparate all' impeto del corso de' fiumi, 
pancone , panca grossa. 
pari e caffo , maniera di scommettere se 

il onmero sarà pari o caffo. 
di paruta , dì apparenza, 
palaodrauo, gabbano, o mantello, 
parligiaoa, spezie d'arme in asta. 
aT«r ia Pasqua in Domeatca , prorerbio 

che si dice quando alcun fatto auccede 

Gccondo che si desidera. 



|paiirieeit ^ pioèola fianra. 

fidlro» è lo 5tagQ0 ralBoato con argeoto 
▼ivo, 

peiitecoli f ptsxMti di pietra » di metallo 
o d* altro, in cni erano effigiati carat- 
teri o figure strà^aganU , e che portati 
al collo credeTaDsi'presertàttfi cdnlro le 
mali e. 

pescare per il Proconsolo » figuraùameru^ 
operare io vano. 

pesta* strada segnata dalla pedate de* vian- 
daati» onde drizzarsi sulla pesta vale 
cominciar la sua solita diceria. f 

piaggiarct secondar oon dolcessa di parola^ 
Taltriii opinione. 

piatendo, piatire» litigare in gindiaio. 

piena e pinza * piena piena, pienissioui. 

pisciar nel vaglio, proverbio, gittar via il 

- tempo e la fatica. 

pippione , vale colombo giovane , o pic- 
cione. 

I^itiima casalinga ò una decoiione di aro- 
mati in vino prezioso, la quale reitera- 
tamente scafdata , ' e applicata alla re^ 
g}one del cuore conforta la ' virtù vitale. 

Poggio « villa della Gisa Medici. t 

swere una pollezzola ai forame , figurata^ 
mente aver pregiudizio. 

ponzare, vale far forza per mandar fuora 
gli escrementi def corpo. 

Porsantamaria» strada di Firenze cosi detta/ 

giretto, vin pretto, vale vin puro o sen- 
z' acqua. 

Jjosca. 39 



L 



466 

prorerir Roma e TtnoM, pro{erÌr« firn» «H 

6C . proTQi'bio. 

propino, vaie opinato, caparbio. 
f QsigDBre I tnangùre dopo I& ceoa. 



quadro, per taToU di fi^im quadrata. ^ 
-quarantasa per qnaraBteoa , spazio di 4^ 
. giofiii* 



.»■ ■ . ~ ■ = .,.■.■, ■■ , - ■■ o 

naggriocialo •o.rtmùcohktOy.valv «Molto 

rangolare , vaie aprir ia igola- 
. afars$taBi«Bte. -^ ., 

retro, ombra desìi alberi, 
ijrimbatti, per awinWi ^ •• 

riiaprovcrL. < i ■ > ^ 

.w»ctÀa,t ,«(^teUot. adi|iMo.|Mr u* delT*- 
. gricoltufa. 

FuTzo, il raztara; earara ìl nuao dal- «^é 
. «olla fili; «lare a mg/ao, •in aervellci»<« 



S 



aargia , aperia di ttoAa da iar 
a siuuii cose.' 



507 

ty w; >re§tÌBWiilo liiUttirto co? qimrti lun- 
ghi, ma ierre ad uoutiò «sdittenievLat. 
4a§on. ' 

0u>to« eolnre iik snifo;^ ^sf dioe»tl«U6 don- 
ne la prioM volta che vaono alla Chiesa 
dopo aver partorito. 

•caricar le some , per usare il ecilo. 

scerpellone, error solenne nel parlare, o 
neir operare. 

•obiMalojo , «irumento col quale a* attrae t 
e schizca acqoa , o. ^icòrb pct dÌTerte 
operazioni ; ma qui vale il mMibi^ ti* 
rile. 

jcialto , iciamannaìo, negligerne, seom» 
posto. 

icoreggia di sovatto, striscia di caojo, col# 

• i» quale si percuote altrui. ' 
Morzone, specie di serpe, mm U dice Knoo 
*4i persona rcAEzar 

mcoito da Prelati, vale desióKré 'd cetia ab- 
bondante. 

iMlrticittoe', ftuoieatatìfe di sonriscio, # 
scudiscio; che vai dire solili baccbelta 

• figumtaanèTèM 'Aè: quella bacofaeCta con 
che si battono i panni; qui vtAe per. gio- 
vane robuìito.* . . ^■ 

•sgào , per Y orina degli- attiiÉalari , che ss 
mostra al medico. 

•ervigiale, uomo di ser?irìo o servente. 

serqua , numero di dodici ; e dicesi pro- 
priamente d* uova. Ài pane, e altre cosa 

•*^innli.' ' *..:-.' 

Jjghignazxo, piccola risata^ 



I* • — 




olare !l harlcUo . tri dice di IdUd Q( 

tJie uomo sa d*Hlcuiio affare i M dice 

che ■□ senfio disone^io. 

«comtniire, metler sollosopra. 

smaftliare, si dice del vmo gcmeroto che 

brilla e TJimpill». 
dar U vì\», spezie di adulazione neicobi 

roti alquanto di bcifa. j 

Bolluccherone , vaie lililIdDte , allelUatc.* 
tommruo, U lunghezza del pugtto col djq 

gi-nuo al(ato> 
•ppperisse, Kuppliue, da sopperir^ , M^ 

plire. 
SMltptliccin , per piccola sospetto. , 

Mnic^rhi, vaie di nascoso, nlla sfnggtaKti 
di suvvallo si dice di cosa cbe vieoc »tat\ 

6u«Ka, e prr lo più dn godersi io biigau. 
bpeualingn , Prffedo dillo s{»e<]Ble. , 

spillale lina liolliciiia, Irur per Io spillo il 

TÌn dt'lla biitie. ^ 

sprinincciulo per bpiutnaccialo. 
elitre a bertMtelIc, a picciule beccale, » CON 

di poco momento. 
dare in oignesco , con mal occbio » eoa 

vifco arcigno, 
slnre diiÌm|)<-tlo a rordn, lale a diriltun. 
atiniori , o schinieri , arnese per Io più di, 

ferro che ditcode le gambe ai t:avalien. 
■toviglie , tutti i vasi di terra per uso di; 

cucioa. 
ftroisciare, romoreggiare ; e dicesi propria* 

mente di qael rumore che fa l'acqua in 

cadendo. 



4^9 
fioguantone rosso » specie di drappo ordì* 

Dario. 



Tarnea di Roma , per la rape Tarpea. 

tircbio , aVaro 

tregenda, nome inventalo da persone Sem* 

plici per dinotare alcuna favolosa bri* 

gala cbe vada di notte attorno con lu« 

mi accesi, 
traggetto o tragetto ,' piccolo sentiero noii 

frc'quentato. 
trambusto^ travaglio» sollevazione» disturbo, 
trarsi di testa, levarsi il berretto o cappello, 
tratto, ionàn7j tratto, vale primieramente, 
trasognalo, stupido ^ insensato* 
trasecolato^ per maravigliato, 
trebbiano^ ttpezìe di vino . bianco per lo 

più dolce; ed anche V uva di cbe ei si 

fa , la quale è altresì detta Trebbiàna. 
tì*emare a vèrga a Terga, tremare ecces* 

sivameute, 
tromboli , per tomboli, capitomboli, 
trovare il bandolo , è trovare il modo , e 

superare le difficoltà nel far cbocchesia. 
trovar stiva , Dale trovar il modo di far 

cbecchesia. 



TscchereACÌA « strada di Firenze coi) dettki 
vagLcfigiao, damertoo, vagheggia ture. 
Taiigafuole, sper.ie di rete da pescare, 
vrgoonloccia » per apparisceote, elqskDM 

avreoeDle. 
fertirro , oomc finto di demODÌo. 
Uf67J io Roma , cariche che si compnno, 

e rendono un certo gaadagno. 
vitiJbe , pianta noia, la quale produce ì 

suoi rami BÌmili a' traici della vite. 
yìuzxc , f>er pirrole atrade. 
hdcìoo Ja cor di fichi, qui vale per mem- 
bro , ed allaccar I'udcÌdo, vale eoa- 
giungersi caraatmente. Uncioo propria* 
mente è qqo stromento di ferro adunco 
e aguizo. 
volta , per caoltna , stanza ftotlerranea. 
atrir di giTi^prajr), u«cir d'intriso. 
ti«cir de* gangheri, per mettersi id collera. 
uva lancolornhana , sorte d'uva così delta* 



ZiDghhiaja , tigni/tea Tabìtaale ìndispoa- 
zione di chi uoo è sempre malato * nut 
non è Biai Iwn sano. 



NOTE 



BML aia. X. tf. FtORMSTtnO 



alla seconda Cena 
delle NweUe 

DEL LASCA 

iralte da un Codice manoscriito 
della Libreria 



DEL SEJ9AT0R JACOPO SOftANSO* 



473 



LETTERA 



Del P. Maestro Fr. Domenico M. Pelle* 
grini , Domenicano^ Bibliotecario del 
Convento del Rosario sulle Zattere in 
Venezia i all' Editore. 



JOiccole pronlamenle le Note alla secon- 
da Cena del Lasca che io tenera giàpre« 
{arate, non dubitando punto che le sarch- 
erò state grate per la stampa che delle 
IVt'Telle di cotesto Autore ne farà. La co* 
pia è tratta da quella stessa che di sua ma-^ 
no il chiariss. Apostolo Zeno fece dal Co^ 
dice MS. della Libreria del Senator Jacopo 
Soranzo ; ed io tal e quale gliela trasmetto 
p^chè ne arricchisca la sua edizione, come 
credo , con note di Antonmaria Salvini ; 
perchè è da presumere che sieno le stesse^ 
le quali a penna aveva aggiunte alla su% 
copia a stampa il Pinelli. S* aggiunr^ono a 
penna ( così ne scrive nell' Indice de* suoi 
libri, T. V. num. 333z. ) Note d"Anton^ 
maria Saltini sopra la medesima , ( Cena 
seconda) e la Novella X. della terza Ce- 
TUi. E in fatti la copia che dissi fuLla di 




♦74 

mano dello Zeno JeHe Noie ha ancora Ij 
dett» NovelU X. la qnale vorrei oollazi». 
Dare colia sUnpa falUne del 1756. colk 
fiaU daU di Loadra. ma non l'ho aèpét* 
no troiarla da questi libraj , e mi mna 
I ozio di aodarU a coufrootare inaJlre& 
breric } oltre la dlfGcolUi dì poter porta- 
re fuori dì conTi>n(a a qae«t' erfetioilCa* 
dicetlo ZenrsDO. Forse ncMi sarebbe ioutile 
una tal collaziooc, ficrcbè trattasi di con 
copiala di mano dello slesso Zeno. Amerà 
ebe si degnasse di far uoto da cfaì fu itr- 
vita di lai Nfle , non per molt*o di tsoì- 
là, ma perclié sappiasi cbe deJle cose k- 
aeìateci dallo Zeno e si ba cognizioae, e 
si aa farne uso. 

Del NcvelPere di Centt) Sermini ho 
comincialo subito a fame trar copa in 
quella mioara appunto, che soctie da là 
ti ooofiene. Mi spnoe lolamente cbe il co- 
pista non ha si buon carattere , come il 
copista di queste Note) dm ta compeatoè 
più iotelligeoie; e apero obe nella cdla- 
siooe, eh' IO era già dispoato a £arae, ooa 
•ari duopo di sraa correiioni, avcndoglie- 
ae anche fatte far meco per addestrarlo sai- 
la lettura de) Codice. Quaoto all« noiiiia 
ebe intoroo all'Aatore e all'Opera stende- 
rò* io tooo dispovUsaimo a dai^lìele per 
illostraaione della stampa; qualunque nn- 
KÌr pns«a dalle acarse mie forxe il lavoro. 
Già non potranno «sser molte , perrhè « 
far quanto io. oa Abbia chiesta ancha o»- 



475 
iti in Txxeana, come al chtaritt. Sig* O- 
iipnico Paadiojj^ al *Sig. Proporlo Latifri^c.» 
àOQ Doiei trarre ^erun lome^oè déirAulo- 
re, ne deirOpera, come neppure dagli Scrit- 
tori Toscani^ che fcorgi. Il tutto è «tato da 
me rtèaTato dallft lettura dcirOpera mede» 
aima ', e dal combinare altre notizie lette^ 
mrie* 

A1tfx> per ora non restami » che rÌTe< 
i:irla » e confermarmi 

Vqneaia li 4* JPebbrajo 1792* 



47» 

Altra Lettera rf«/ sttdJften P. Uatuùo 
Pellegrini, *àl meUesitno. 



D»i 



^opo mollo ritnrdo , per Tsrj inW 
rjitxi, e per qoatch' incom'Hlf» •noor di ««- 
luk\ It; lOBiiJo te V-trtanli deila NovfUaX» 
della terza Cena del Lasca, clic le pronu- 
ti, trutte dal medesimo CodÌcetCo'( efaegiì^ 
le detcrissi ) dello Zeno , del quttle trasi 
le Annotacionr dtfl SaUtni, cL* ebbi IWtr 
dVuvìarlc. La collu/ionc , bcucUe uq po' 
hingii e ledioM, fu fatta da tue s'cs»o eoa 
tutta dilii'CQU. La stampa cella maggior 
parte può dirsi più perfetta del Codice Z»- 
DÌano, come dal confronto potei conosce- 
re ; con tutto ciò il Codice serve b«oi«si- 
mo a quache correzione della stampa, el 
a qualche osservazione di lìngua, scorgeo^ 
doviti osservale promiscuamente, per mei- 
zo di questo confrooto, dai Codici certe 
diverse desinpozc, defìlianzioni , conjuga- 
zioDÌ, e modi dì dire. A queste variaoli 
mi SOQ ristretto; forate però ovrò usato del* 
la BuperlluitÀ ; ed ella io questo caso ne 
userà a suo giudizio. Per cagrou d'es. do- 
ve la stampa, parlando d'un colombo, 
dice maggior volatore, non h'> creduto 
superfluo segnar 1^ variante Tnag<^':or lavo- 
rotore, cssendomisi affacciato alla meiiie il 
modo di dire de' Francesi ai cngauliDÌ. che 
staa su due piedi co' due aoteriori ^uasi 



477 

▼ogando» traPaUle^ tr avalli e^ travaglia^ la- 
vora. Forse la mia osserTatiooe non ba 
luogo ; ed ella potrà lasciare «|oesU Tarian- 
te, ed altre che tali le paressero. 

Quanto alla scella delle Novelle del 
Sermini^ la copia fu da me già collaciona- 
ta , e cercate le notizie che ho potuto tro* 
Tare^ le quali sono pur poche ; con tutto 
ciò dirò qualche cosa, e fórse mi riuscirà 
^i ritrovarne qualcun*altca. Sapendo che 
l'affare non pressa, non mi son occupato 
zieirestensione, avendq specialmente dovu- 
to attendere ad altro. Desidero per tanto 
saper da lei quando disegni di produrre 
coleste Novelle, che già da se formeranno 
un tometto È vero però, che non avendo 
io veduta la forma della sua edizione, non 
posso giudicarne con tutta sicuresza. 

Scrivo dalla villeggiatura, dove ho peri- 
tato le varianti per metterle al netto, onde 
non tardar più; perciò può ella differire 
a rispondermi per la metà del venturo. E 
facendole riverenza mi confermo. 

Dalla villeggiatura di Monsignor Ver 
scovo di Concordia li 26. Ottobre 1792. 



DELLA SEGONOA CENA 



MOrMLU t. 



479 



D 



i cotesta sonigliaoza di per« 
«oaCt dove consiste la pre« 
•ente rfoTellOf sì ritrova me- 
desimamente in Plauto una 
Commedia intitolata i Meme* 
cmip dalla quale hanno imi- 
tato il Trissinò nei SimUIi^ 
mi f il Firenzuola ne' auot 
Juucidi f V Ambra nei Ber- 
il Caro negli Straccio^ 
altri, »#••#•• PM* i9!à. h * Jm 




'uà Toi&e ìd potere de* Fio- 

rcntioi l'anno 7406. . • ■ lAf 

Provano è il medesimo che c*- 
|)One . o pure ostinato. . . lS5. 

Mal del vermot cobi aacora Ù 
chiama aua tt\\M malattia 
«le'ciiTalli 186. 

Caparbietà da caparbio . . . i86. 

andate ai veni , tuoI dire se- 
coaJare Tumor suo, dal Lat. 
morem gerert 188. 

Plagiario, cioè adularlo, dal- 
1 niilico Provenjak pìagen 
|K-r piiicere. PiagmHtiare di- 
ceaiio gli adulatori. . . . 188. 

Vangaiuole , LaL sacculum, Tel 
/•'linda 

Pala/tua , l^t. Valium . . . 

Jìeszo , cioè da meriggio . . 

yi galla, Lat. summii aquit . 

-Fatto della necessUà i-iro'i Lat. 
in desperaUonem virtuìant 
convertere, . . . . ' , ' . "V^Ii 

Dorerie , cioè dell* oro . . . -1^. 

11 Fiorino d' oro si codiò la 
jirima volta circa all' anno 
1253. 11 dello Fiorino pre- 
se il nome da quello delb 
città, e la «uà prima Talata 
fu io circa a due lire 'Veoe^ 
zinne . . . : . . .. '; ijS. 

S. Caterina è una Cbieaa de* 
FP. Domeuicani. ... . igg. 



1. 1(. 



188. 
iSd. 
i8g. 

■al. 



In 
I. u 



I. 5. 

L i«. 
11,. 
1.'. 1. 
L 8. 



I. ■« 

L 14. 



I. >S. 
Lat, 



4St 

^La lira fa Mniata in Firen- 
ze fanno i347 ^^'* '* ^* 

Xe Messe di S. Gregorio^ so* 
no 3o. Messe continue da 
morti , per la liberazione 
d* un' anima del Purgatorio , 
dette cosi da quelle 3o. cbe 
fece celebrare S. Gregorio 
per la liberazione deli ani- 
ma di Giusto suo monaco 
mopto , e fattosi seppellire 
m un letamaio con tre scu- 
di addosso, cne aveva tenuti 
in proprio. S*avTerte, che è 
per decreto della Sacra G>n* 
gregazione de' Riti del di i8« 
Ottgbre 1628. • • • • • 20i. L f. 

KOVELLA MI. ^ 

Sì dice de' Bianchi , perchè 
nata in Levante verso il Gì- 
tdjo , e r India superiore* 
L* Ammirato nelle sue Isto- 
rie dice, che in quella man- 
carono 6oo. uomini il gior- 
no , e in questa , al riferire 
del Varchi, ne perirono 200. 2o6. 1. 4. 

'Chi nasce in Domenica è seri- 
za sale ^ cioè sciocco, non 
avendolo potuto avere nel 
Battesimo a S* Giovanni per 
non esser aperto rUffiziodel 
sale. (Questo è detto per 
Lasca. di \ 



4*' . . 

facTxic , poiché xmpre in 

S. Gtoranoi vi sì oonticrva ) 
Cut lo spiega Francesco Ser- 

donati ne' suoi Proverbi MS5. 2Q^. I. }L 
CapilaDode'Fioreatiai net t3<)o. 

Armi^nao è una Provincia 

della Gunscogna 207I . Ul 

Beiicbc l'arme sia propria dei 

Pìobili , è opinione de* le- 

gttli, che ùaicuno a suo pia* 

cere (wssa pigliare l'arnie. . 207. l j6. 
E tanto tondo di peto » Miti- 

chions , rondo pìft de/f o 

di Giotto. Malmanjìle e. C>. 

Kt. 82. Gioito faniLi^o pittore 

Fiorentino. V. il detto Coni.* 

« il Vawri. . . acrj^XU. 

'il pane chia*nare pappo ec. 
Hilnnamii che tùsdatsi il poppo , 

0'/ din&, DaatQ Purg. e. XI; SoSL; I. 17. 
SciimmitOt cioè teosa. cervello. 

Ltt. excassut, ..... 3og, 1* 14. 
Va^heg^ni. Oggi giorno «i di- 
cono cicisiMit, dal GenovcM. , 

eeei bei. ...... . 34^ L 32. 

S*retuiUt cioè cantate .ulte di 

sera ai.o. \. z. 

Sopperisse, cioè suppliase, o fa- 

ce^ise le veci del marito. . 310. 1* 8- 
'ji Beccatene , cioi a fieno. . aio. L io. 
Monna Antotùa^ cioè' Madoó- 

D«* e Tale mia donpa,.e pa- 
drona. . . , , ..... «9«. L SI. 



483 
^ogliamOf cioè mia moglie. Y« . 

il Gelli nel suo Errore, €%!• 

tri » L*U8Ò prima il fioccac- 
elo nel Decaoderone, éà altri 

Autori del buon secolo di 

nostra lingua y> • • • • III. L i3. 
Xe Fregagiom^ dice Galeùo^ 

sono di due sórte ; le dure , 

e le morbide: le prime fan* 

no scemare là carde, le se- 
conde la fanno crescere* Quel- 

le Fr^asioni io credo, che 

lusserò ai quelle, c^ie fanno . . 

crescer la carne. • • .• aii« L li« 

Xa dorma del corpo non è al- 
tro ^ che r utero , causa di 

tanti mali alle femmine. • aii* h.24>K 
IiX)razione di & Nafissa e un 
. picciol discorso assai, alloco 

•opra una statua, di M* An* 

nilMil Giro, ed è assai raro. ara. \. 4« 
'Càndida jamdudum cingaruur 

colla lacerti» Ovtd« de Arte 

amandi ( mi par 1. a. ) è il 

fare alle braccia^ . « « . aia. L ao« 
^Stare in orecchi. Tirg. auribus 

arreclis aia. 1. aa« 

Più tosto stanco^ che sauo. 

Gioveoale , credo nella Sat. 

YL parlando di Messalina: 

Et satiata wris^ nondum las" 

sata receuit': il qual passo 

i^la il Bocoacoio nel Gorbac- 



1^ 



r 4Af 

I cto V. tDcbe n Petrarca nel 

I Trioofo d'Amore. .... 3i3. 1. 37. 

I Ognitsanii, eooo Francescani, 

■ delti Zoccolaoli dagli Zoc- 

■ culi , che deroDO portare , e 
I daìì* foDc che cingono , e 
H perchè noo norUoo danarL 
B Vedi il Bandeilo nel 3. Tomo 
W delle sae Novelle , che di 

■ tutto qnesto ae dice V ori- 

m giue . . ai5. I. i. 

p Do mtdici fiitse stato thrign- 
lo , cioè spedito y seoza ri- 
medio arS. J. li. 

'£0 fftance dai primi^ori.yiTg. 

prima /lorenùs /uventa. . . ax6, 1. aS, 

Berlingaccio, che vaul dire ia 
barle«co sbevazzare, maDgiar 
molto 217. L 14. 

Se/ania , vale a dire Belàiia , 
doana brutta : cod io direi, 
perchè Della vigilia dei Re- 
gi , che veogooo il dì 6. dì 
GeUDajo , i Tosoaai , credo , 
solumeote conducono dei faa- 
tocci di cencio , o paglia ri- 
pifni , vestiti all' usanza di 
quiilche maschere , che s* u- 
Burio Dcl carnovale* e l'ac- 
compagnano pn- tutta la cit- 
tà coM le torce accese , e - 
granate, e covuai di paglia, 
con Suono di coroi, campa- 






485 
nacci , trómbe^ e tamburi t 
e latta la notte si fa questa » 

festa, e qnei &ntoeci si chia- 
mano Befane. • • • • . 217. 1. 26« 

Che sia santo^ oioòt che tu sia 

santo. • » « • • • • • • • 2t8* ì. • 5« 

O /ratei nostro. Lauda, che si 
trova nei libri di Lande ' per • * 
i fanciulli , che imparano a 
leggere . • • ^ • * . • 218. 1. 228. 

JFW% per sincope, cioè fece. . 219. 1. 25. 

Jn cagnesco. Lat. torvo vultu^ 
come sarebbe a dire sdegna** 
ti , adirati , • 221. L 24^ 

Sconcacatosi. » Per ^voglia di 
giocar mi seoncacai. Bru- 
netto Latini nel Pataffio Gap. . . « 
IV 2Ì2. 1. 25. 

Canto al Leone^ è una centra* 

da nel Camaldòli. • • • • • 228» 1. i5. 

Giuntatore^ cioè ingannatore. 223* 1. 24» 

Bara^ dove si posano i mor- 
ti , detta cosi forse dal Lat. 
Vara , cioè stanza. 
Quanto fieri sieno stati i fan- 
ciulli de* Fiorentini , lo> dt« 
mostra V Ammirato, dove si 
legge r assalto ^ e la disfat- 
ta di i&o. Balestrieri Geno- 
vesi a furia <li sassate di fan- 
ciulli, e nel libro 1X«, e io 
altri luoghi ,••••• 224. L i. 



'. * •■•• Il •'.» »// 



■ 

^^B Ponte alla Carraja , cosi del- 

^^B to, perchè è il ponte pin 

^^H ftequenUto dal carri , cb« 

^^H ivi ]MiiBano , ed è auI lìome 

^^V d' Arno . clic scorre per la 

^H cilià di Firenu 325. 1. fy, 

^^A // Ponte a S. Trinità fo foD- 

^^b dato nel 1252. Y. U Ciaelli 

^^B Delie sue Bellette, e riftUu- 

^^H rato Uni facaoM Ammanna- 

^^m li, ed è UBO de* pi£i belli 

^^P poDii d'Italia 3x6. l. ^. 

^^^ Peretoh è un borgo distante 

da Firenze tre miglia. . . 327. L 24. 
Ciuco in Amo, ed arse, è ri- 
dotto in volgare faceicia « la 
quale si sparse per tutto. . 228. L I& 



nOTBUIU III. 



Non meno tujffìeieHte JevlaoecL, 

lì Boccaccio Gior. VII. Hot. 

9. vale a dire un Taleate 

omarcino 33l. L 20w 

Terrazzo , da torrazzo eoo tM« 

re : così piccioni terrajoU , 

cioè torrajoli , perchè abita- 
no le torri 333. 1. g. 

aspettando ii compagno ùi sa- 

la. Merlino Ccwcai , cioà 

Teofilo Folengo CatìnMe , 



4»7 
anfore ancora di Tarj libri 

Icaliaoit disse nella Macche- 
ronèa : Est locus in ijùadro^ 

salam dixere priores . . . idrj. 1. 14. 
Questa porta colle sue mura 

fu fabbricata nel f258. • • 238. 1. ig. 
Il color verde significa robuste^ 

za. Tirg. Aen. L. V. Euria- 

lus fórma insigniSf viridique 

juventax il bianco presagisce 

cose fEiTorcToli: il rosso, è 

segno d* allegrezza. Oyid. de 

Trist Non est conyeniens 

luctihus ìlle color • . • • 239. !• i9« 
Che avea lunga la barba à 

mezzo il petto, divoto, e ve-- 

nerabUe et aspetto. Ariose. 

e. tlm m 9 • ••• Z^lé 1« !• 

Zaccheria^ in dialetto Yene- 
aano Tale farneticare » va- 
gellare 248. 1. 27. 

jindare alla grascia « cioè an- 
dare in fumo : il bestiame è 
sottoposto alla grascia: cava- 
to da Plauto nel CiircuT. 
ove dice: Pecuaria res tnilU 
vertit male. 

Nota per i frati ch^ fanno il 
cozzone p e non si fa quasi 
mai parentato» che non v*en- 
tri il frate» •••••• 245. L 2. 



4» 



VOVMLLji ir. 



Arg* Nel i537. 8i cominciò a 
battere in Firenze Io scudo , 
ducato di buoDissiniii lega • 249- *[ q^ 
Uomini di buon tempo » cioè 

tùlaritati indulgentes • • • a5o I. i« 
Il gioco de' Germini è simile 
a quello, delle Minchiate. Y. 
il Malmantile nelle sue no- 
te« e il Firenzuola nella sua 
Novella Vili. ...... 260 I. 17. 

Zoroastro^ cioè maestro di ma- 
gia. II Petrarca nel 3. del- 
la Fama: Dove è Zoroastro^ 
Che fa delt arte magica in- 
ventore 25i. 1 8. 

Gio. Aldobrandini uscito la 4. 
Tolta Gonfalouiere nel priii* 
cipio delfanno 1412. delibe«* 
rò con ì Priori suoi com* 
pagai , che la Chiesa mag- 
gìore di Firenze , edificata 
Tanno 401. e chiamata fino 
allora S. Reparata ^ si chia-* 
masse in avvenire S. Maria 
dtl Fiore , come presco te- 
mente s'appella 25a* 1. 3^. 

A fiangheri , cu e sconsigliato. 

Lac. Inconsuluàs a54« I. 6. 



48& 

Gualfonaa ^ conlrada di Fi* 

reaze 254* 1* V4« 

VS. Maria Novella è Chiesa dei 

PP. Domenicani 254* 1. 17. 

Per la rotta atuta in Yaldila- 

mona ^ ed a guanti di venga 

S. Biagio. ) cioè il gior90 di ' 

S. Biagio : Tale a dire, ^^sere 

informalo • • 255. 1. 28, 

Elmo circondato di serpù 0?id« 

Metam. lib. IV. Anguìferum" 

que caput. 258. L 3» 

Borbottare. Lai. mussitare^ cioò 

parlare adagio. • • • • • 258. 1. i8. 
^Faceva parentadi. Liv. 1. i. 

jiffinitates jungebat. s . . 25g. I. 22. 
Scrocchietto. ffinc usura vòraòo^ 

avidumque in tempore foenus. 269. 1. 25« 
Da bosco e da riviera^ cioè, 

che sapeva il tulio. Lai. Ad 

omnia probus 269. 1. 28» 

A 11^ sante guagnellcj cioè Evan-- 

gelia^ cosi giuravano gli an- 
tichi . 264^ \. So. 

Aver pisciato nel vaglio^ vuol ' 

dire non aver fallo nulla. V. 

il Serdonali ne' suoi Pro-' 

verbj MSS. che fa la spi^a- 
^ziooe a tutti i proTerbj. • . 265. 1* i8. 
Agli Otto, è il Magistrato cri- 
minale • • 266. 1. 12» 

Pescare pei proconsolo ^ vale 9 





p:^?;,. am Ite» ttiéCM. t.tì éw». 

-.- «amlo taidoatfi. .^.«67. 

ne* saoi AdeIG : .sao se gla- 
dio jugulare 267. 

Niccherà , cioè niente « o an- 
dasse in fumo 266. 

jiUe spese del Crttcijtsso ; oggi 
li dice: alle spalle del Croci- 
fisso, vale a dire alle speit dì 

qualche signore 2G8. 

tmnello^ cioè ingaano, da trar- 
re, portar via 269.. 

Dì SM eè'ntinafa, cioè tin pofr* 
co, cbe patti il peso il boo. 
libbre. . '. . . • . . .269. 
Laonde il vicario. L*!QqaÌ9Ìzio- 
. ne principiò in Toscana nel 
1S40. e nel i345. fu proibì' 
to per giusti motivi a que- 
sto tribunale tener le carce- 
ri piÌTate, come adepto npn 
ii a. . . . . . ... J7», 

in gogna , doè alta berlina , 

io derisione al popoto. 
Direi ancora jHÙ de* frati^percbè: 



I. & 



I. 6. 



I. .7. 
1. ig. 



I.14. 



'Sm'en di vernò ^ e nueinlo di ' estate ^ 
Amor di Donna, e diserìtùm_ di Frate.* 

V. ancora ieChUìadi ài Era- 
smo , e Tnccólò Franco ne' 
suoi DiatoehL 278. 1. 17. 



49^ 



MùrMLLA r. 



Questa città di Fiesole fu di* 

sfatta da* Fiorentiui nel loio^ 

E delle più anUche cittÀ d*I- 

talia. • • a&u \. 25. 

jilféa tumidae sic transfuga iPi- 

sae Amnis in extremos lon- 

gè flammatus amores.Sì^tA.im 28 J« I* 17* 
Rimed/ vanL Hei mihi quod 

nullis amor est medicabUis 

herhis. Ovid Mei. 1. XIY. * 283. \. 17. 
At Begina gravi jamdudum 

saucia cura Fulnus alit ve^ 

nis^ et cocco carpitur igni* . 

Tirg. Aeu* 1. lY. doq se ne 

accorgendo 267. 1. Z%* 

Che dirò io de* fratelli « ec. e 

de* padrL Gambise Re dei 

Persi con due so|*elle, e Ca- 
ligola ly. Imp. con tre so- 
relle: Mirra con suo padre: 

Edippo con sua. madre: Hi- 
. fio con sua tuadre» V. i Ca^ 

ialoghi d' incerto , che sono 

del D. Ortensio Landò, stam-* 

pali dal Giolito a88. 1. 3«. 



49* 

2n che moda vi potso io daf 

aita. Ovid. Dulcibus est ver- 

bis THoilis alendus amor. Un 

poeta , clie non mì sovviene 

cbi sia, (lice così della for- 
tuna: 

Sed fortuna diu ^ressu non 

pergit eoàern, .Spessite homi- 

nuin vanas insidiosa Jacit . 
Cappelletto alla Greca. Lat. 

Ptleus A'cadtcus .... 
Mostrando tuttavia lieta eera, 

Plauto dice ; aegre se hila- 

rem dare . 398. L 14 

Lestrìgoni, popoli cradeliuimt • . ■ r 

dell'Italia prcMo Gaeta, che 

Tignano di carne umana. Si- 
mili popoli sono presso Ero- - - 

doto, che TÌTeTano di onrire 

umana, chiamati j4ndrqfagi 3(0* -L b 

sortLL^ ri. 

'Via della Scala^, contrada di 

Fìveaze. ....... 3o6. 1. at 

Borgo Stella , contrada di Fi- 

rente . , , 3io. I. 3 

S. Trinità , Chièsa : ^ofine in 

potere de* Monaci ValoniWo. 

sani il 1092. a tempo di b.' '_ 

Erizzo loro quarto generale . ^ 3til X 17 
traveggole, doe dal Lat. e «fiM* 

bus Cria videro. 



4^ 
Di Calandrino Y. ìi Bocc. 

nelle sue Novelle in più luo- 
ghi 3i4. 1. 6. 

Grasso l^gna/ùolo V. nel« 
la Novella 2. e Ó. delle ulti- 
me qualtro aggiunle nelle No- 
Telle amiche ...••• 3r4. 1. J. 

Spazio , cioè pavimento • • • 3i5. 1. zt. 

Fatto della necessità virtà ^ dal 
LaL in desperationem virtù- 
tam convertere • • • • . di6. 1* io« 

MorJSLLA riu 

'Onde deliberò^ imparò da Orid. 

L I. Efa vadum tentet • • 324. L 17. 
'Giarda , beila . • • • . « 3a6. 1. 29. 
S. Pietro in CattoJini^ si dice 

>^ ^^ffii d*UDa Parrocchia* . 3ig* 1, ao« 
Al cui r avverai , dal Lat ' De 

te fabula narrabitiir • • • 33o 1. 28» 
Sempre a battere ec. come di- 
ce Virg. neirEn. Nunc de- 

xtra ingeminans ictum^ nunc 

ilìa sinistrai Nec mora^ nec 

requies ec 332* L 29* 

[Gongolando^ dal Lat. Gaudio 

extolli 333. 1. 23. 

1^. Pier Maggiore , Parrocchia 

antichissima di Firenze. • 338. 1. aSt 



li 

'La pena dd gf^km. t ìkStii ^"^ 

assai quella del Fiventuida 
Bella NoTelta 4. ^ • • .Ì^U L 7: 

JlalberQ.non ca4a al prukè 
colpo 00. Ftectiimr otàefiiid 
cMvatui db arbofa ramus, • ^ V* 

Wràoùit , si virai aaiparian 
tuoi. Nel maeilro degli amo- 
ri Ovidio • • • • • • • 343* !• a« 

Mettendo a saccomanno. PUal. 
nel Mil. glor. SustoUere au- 
des totas . .' . . • • • 347* 1* & 

]1 suono deir Avemaria ebbe 
origine da Crbaoo IL , il 
quale dismesso fu da Grego- 
rio ULf poi riordinato • • 349* !• 6* 

Jdezù santi , cioè ipòcriti^ tor- 
cicolli • ••••••• 3S3« ]• i6« 

Xa borsa gli allungò ec. Qui 
si pnò dire eoJ Lippi nel Mal- 
inant«t non mi soTvien dove: 
Platon diede con tutti una 
risi7ta^ Che fecegli stiantar fi- 
no il brachiere • • • • • 3S3. 1. 10^ 

Andar di bene in meglio^ dal 
Lai. Proverb. Conditionem 
suam in dies meliorem/aoereé 3S4. h & 



« 



49^ 



MOrMLLd XX. 



Monna Oretta^ Tieoe da Leo^ 

nera •••••••• 3^7* ^* '7* 

^JMiìle volte perdono. Ovid. Me- 
tano. Sispplexfurialibus ausi^ 

ante pedes jacuit • • « • 358. L 3i« 
Sghignuzao , da sghignare ^ dal 

Lai. Inter ìabia rìdere. • • SSg. 1. 33. 
^UtiUoU le braccia al coUo. 

Ofid. mi pare aeTasti: De- 

que viri collo dolce pepen^^ 

diù onus . " . . • • • • 36q,. 1. zSi 
Partigiana , da pertugiare, io-* 

rai-e^ che è una spezie di 

mezze Picche, k • • • • 36x». !• 17* 
Nondimeno non le ec. Ovid. 

ae Don erro , ioUiCur index ^ 

eum semel in partem crimir 

nit illa venie 365. L XI» 

Quello che è/atto ec. dal Lat. 

immutabile est guod factum 

est ••• 365« L 37* 

VOrSLLJ X. 

Simile a questa è la Noyalla 
VII. del Firensuola. 

f^ia ghibellina , contrada di 
Firenze, così della dalla fa- 
miglia Ghibellini • • • • 3ff^ h ^ 

Piccioli^ moneta bastala la pri- 
ma tolte in Firenze Tanno 



1 325.9 ed il picciolo e la 4« 

parte d* an ^oattriao • • • Syo* L 10. 
Mugdfo^ è OD CBStelIo della To- 

•cana ••••»«'•• 379* !• iS. 
Vegnenioccuff cioè f reeci^ grai* 

ia , e piacevole • • • • • 370. K ss< 
Nen^io gli promesse. Oria. Si 

iamen hoc ulli dqsépramU- ^ 

tere fai esL ad Pisonem • 374» 1^ i^* 
Viunnare ^ incantare , dal Lai. 

carmina, quando è in tiani* 

%cato, come dice Tirg. Egl. 

yill. Carmina vel coelo pos- 

sunt deducere ìunam . • . 374* 1« 28* 
// compagnone ec. Plaar. avreb- 

i>e detto di,Rencio:/'lEi/ti/£/m 

alienum arauic incultum . . SyS. 1. 4* 
Così le ho attenuto. Dintum 

factum redditi come dice Ter. 

Heaut. dì quetlo, ch*egli pro- 

^ mise 375. 1. 20. 

Per adultero ec. Ovid. Ep. i6. 

Ausus es hospieii temeratis 

iidvena sacris Legittimam 

nuptae sollicitare Jidem . . 379. L 2& 
Berlingaccio , da berlingare » 

cioè da chiacchierare 9 man- 
giare assai. Brunetto Latini 

nel suo Pataffio MS. con di- 
. ce : Stronzola doman » che 

è ' Berlingaccio ec 38l. 1. 14. 



.• • • 



V. ■ 



V" ■ 



t 



VARIE LEZIONI 

CBB S' IKCOarTRJlNO 

» 

IfELLA NOVELLA X. 

I 

DILLA 

TERZA CENA, 



d 'h 



* m 



Lasca. 



Z% 



^^^^^Hi^^H 


43l 






1 




STAMPA DI LONDRA 


1758. 




Argomento della 


Novell 




*"S 


117. 1. 4 palagio 
tix 16. Jiust 




-■^^ 



rf n. flim i m 

iy:óJ«*W'!T-A r 



«»9. 


3. M mai pi maravigìiaMa 


tV( 


I4. insolenzà 


ivi 


26 /Àr^/i 


1X0. 


3. Bertucce 


n» 


9. Ja .S. Martino 


ivi 


IO. C arebbono 


ivi 


U.^U6Ua avetntv a /or» 


Z2I. 


4. juoi contagiti 


laa. 


16. JÌ «to^'A 


123. 


II. /ro* 


136. 


IO. sttppiendo 


ivi 


14. ;)ur ;wi 


ivi 


ai. «ilei/a via 


ivi 


«7. carnescialó 


?';• 


i. duoi fiaschi 


ivi 


16. mc(MM 


iW 


38. juro 


,28. 


16. trovata 


?'9- 


35. n^^e 


i3q. 


6. che per xorM 



ManoMcritào di Aposicto Zeno. 

Argomento della NoTella, 

palazzo 

fosse ^ e cosi molte altre Tolte; e ¥Ìoe?er- 

sa talvolta fiÀSS0 do?e la stampa 

ha /osse, 
rimessa 

La Novella. 

se non vi maravigUasùe 

insolenzia^ e così ia altre simili toei) • 

talvolta viceversa. 
farli 

Beritéccie 
di S. Martino 
T asnréhhono 
quello dovessero far0 
^ co* suoi compagni 
stava 
può 

sapendo 
ma poi 
di via 
carnevale 
due foschi 

scosse 
su 

trovato 

Toppe 

dove per sort9 






*; # r 



SkÉmpa^di'Loiidm: i756j 



m ^ Aft dmUmo 

t3i«> Q. prétùnù 

134. I. commeukmif . 

ìtì s8. poteue ' ^' 

• loSk 6* EaWQ 

vn SI. cofnipa^Mi 

iSy. i6. ^rMo licenzia 

i38. 39. rwerentemeiue 

139. 5. Michelangelo 

140. 2' quello che egli faceva 
ivi 18* dfi tfiv^r m^i a rìvederm 

142. 27. domandatoli 

143. 19. raffreddato , /a /to££e 
ivi 21. no/> Jf poteva 

144. 14. 1/ i^eio/o 
147. 2. ^migliasse 

ivi 24. acciocché fusse 

ivi 28. coUoroso 

i5o. 18. n/ mugnaio 

ivi 23. chiudere occhi 

i5i« 9. confesserò 

ITI 29. pareva averlo veduto 

l52. 20. i3/7rf. £ cAi ^e^ f'Of ? 

ivi 26. ricordatasi 
i53, 7. mora 

154. la» Ghirigoro ' 



y 



5o« 



Ittanoscritto di Apostolo Zeno. 

scclèe 

cimitero 

essendo 

presero 

fine 

comissione^ e cosi più sotto. 

poteva 

Eremo , e cosi più sotto« 

campanella 

presa licenzia 

revererUemente ^ e cosi in altro luogo 

più sotto. 
Michelagnolo 
ciò che egli faceva 
€taver mai più a rivedere 
dimandatolo 
raffreddando la notte 
non lo poteva 
il dolore 

somigliasse > 

acciocché gli fussc 
colleroso 
al miglìajo 
chiudere occhio 
confessore 

pareva d^averio veduto 
aprimi; siete voi! 
ricordatosi 
mori'' 

Gregorio 



Il^^^^^^^^l 


■pp 


M 


[ 5»4 


4 


■ 


Sumpa di Londra lySS. 


^^^H 


19. Maestro Manente cast 


^^^ft 


22. JVepo ^t Galaerona 


^^B >74- 


25. collo roso 


^^ 


22. maggior volatore 


W 177- 


g. ficcava innanzi 


H ivi 


IO. accostatosi verso la porta 


^^^^ ìri 


26. licenziato 


^B 57^' 


2. con cerfi TUOI a/ma 


^^^V 


ji. A' <fuesto laberinto 


ivi 


ig. /a famiglia 



iVi 
iSi. 

181. 



J7. ^Mioiossa 

19. (2a Ga/atrona 

I. openione 
IO. in /ii«cj «R/vf 
24. ma non ^r questo avU' 
Ione mai niuno 



5o5 



Manoscritto di Apostolo Zeno. 

^Miiesiro Manente cosd 

Nepo da Galatrona 

colleroso 

maggior lavoratore 

faceva innanzi 

accosUUasi alla port^ 

licenziati 

con li suoi amici 

di qud laberinto 

i famigli 

paciona 

fugmre 

di Galatrona 

opinione 

a dieci anni 

mai per questp avutone minano 



Jàuea^ 



33 



■I 



nKOEI 



GORRlZlOlfl 



Pag. lOQ 1. 24 stare state 

110 » 28 suol sul 

ao8 f> 3 perdereano perdevano 
208 » 3 tempo i tempo e i 
233 » 27 tro-po trop-po 

375 n 22 scoi cosi 

38i » 9 rappatu* rappattumarli 

marli 
418 » 25 perciuccchè perciocché 





^V-ì.-^. 



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