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Full text of "LA PROSA DEL DUECENTO VOL-III"

Segre 

La prwa del duecento 



6G-0Q79? 



Sagre 

La pr0sa Ael duacento 




LA LETTERATURA ITALIANA 

STORIA E TESTI 

DIRETTORI 

RAFFAELE MATTIOLI PIETRO PANCRAZl 
ALFREDO SCHIAFFINI 

VOLUME 3 



LA PROSA 
DEL DUECENTO 



A CUKA 01 
CKSAKjfi SKGHIiJK MARIO MARTI 




RICCARDO RICCIARDI EDITORE 
MILANO NAPOLI 



TUTTI I DIRITTI RISERVATI ALL RIGHTS RESERVED 
PRINTED IN ITALY 



LA PROSA DEL DUECENTO 



INTRODUZIONE VII 

NOTA BIBLIOGRAFICA XLIV 

TAVOLA DELLE ABBREVIAZIONI XLV 

I 

ART I DEL DITTARE, EPISTOLE 
E PROSA D'ARTE 

GUIDO FABA 3 

FLORE DE PARLARE n) 

GUITTONK D'AREZZO - LETTERE 25 

LETTERE DI GUITTONIANI 95 

FRA GUIDOTTO DA BOLOGNA 103 

BRUNETTO LATINI 131 

II 

TRADUZ10NI E IMITAZIONI 
DAL LATINO E DAL FRANCESE 

i . Opcrc d'indole didattica e scientifica. 

VOLGARIZZAMKNTl DEI DISTICHA CATONIS )> 187 

VOLGARIZZAMENTO DEL PAMPHILUS 195 
VOLGARIZZAMENTI DEL LIBER CONSOLATIONIS ET 

CONSILID) DI ALBERTANO DA BRESCIA 203 

BONO GIAMBONI DELLA MISERIA DELL'UOMO 227 

VOLGARIZZAMENTO DELLA DISCIPLINA CLERICALIS 255 
VERSIONE DEL (( LIVRE DOU GOUVERNEMENT DES ROIS 

(DE REGJMINE PRINCIPtTM )) DI EGIDIO COLONNA) 265 

IL LIBRO DELLA NATURA DEGLI ANIMALI 297 

VERSIONE DEL TRESOR)) DI BRUNETTO LATIN! 311 

IL MILIONE DI MARCO POLO 345 



2. Storia, 

STORIE DE TROIA E DE ROMA 375 

LE MIRACOLE DE ROMA 427 
BONO GIAMBONI - VOLGARIZZAMENTO DELLE HISTORIAN 

ADVERSUM PAGANOS)) DI PAOLO OROSIO 441 

I ((FATTI DI CESARE)) 453 

I ((CONTI MORAL!)) DI ANONIMO SENESE 489 

IL ((LIBRO DEI SETTE SAVI)) 511 
I (CFIORI E VITA DI FILOSAFI ED ALTRI SAVI ED 

IMPERADORD) 521 

LA ((ISTORIETTA TROIANA 533 

I CONTI DI ANTICHI CAVALIERI 547 

TRISTANO RICCARDIANO 555 

LA ((TAVOLA RITONDA)) 663 

III 
PROSE ORIGINALI 

i. Trattati morali e allegorici; novelle. 

BONO GIAMBONI - IL LIBRO DE' VIZI E DELLE VIRTUDI 730 

IL (( NOVELLINO ^3 

FIORE DI VIRTt 883 

2. Ricordi e cronache. 

CRONICHETTA LUCCHESE yoi 

CRONICA FIORENTINA (;O y 

GESTA FLORENTINORUM ()2 y 

LA SCONFITTA DI MONTE APERTO o^ 7 

RICORDANO MALISPINI (;47 

3. Trattati scientifici. 

RISTORO D'AREZZO n o, 



NOTA CRITICA AI TESTI t 

INDICE 

1123 



X INTRODUZIONE 

prima letteratura francese, 1'alleanza, o 1'identificazione, del clerico 
e del giullare in un poemetto lirico-didattico. Ma Pintento era 
anacronistico, o la forza espansiva del monastero esaurita: in ef- 
fetti quest'area culturale, che giunge sino a Roma (dove assai pre 
sto, alia meta del Duecento, si eseguono due volgarizzamenti dal 
latino : le Storie de Troia e de Roma e le Miracole de Roma ma poi 
nulPaltro), appare in fase di estinzione. 

Infine, la corte fridericiana. L'imperatore stesso, coerentemente 
al vasto programma politico, promuove e domina la confluenza 
di varie correnti culturali che nel Sud si erano pittorescamente 
costeggiate o intersecate. da ricordare anzitutto la fusione - nel- 
la persona stessa degli scrittori - della letteratura trovadorica, 
imitata per la prima volta in un volgare italiano, e della cultura giu- 
ridica bolognese (i dotti della corte, da Pier delle Vigne a Rof- 
fredo di Benevento e Taddeo di Sessa, avevano studiato a Bologna) ; 
e poi, entro un orizzonte molto piu vasto, la rinascita del gusto la 
tino, ben espressa dagli scultori di Castel del Monte - dai quali, 
direttamente o no, apprese Parte Andrea Pisano -, e del diritto 
romano (si ricordino i frequenti consulti deH'imperatore con i mae 
stri della ghibellina Bologna); infine, col massimo sforzo di assi- 
milazione, il rinnovato studio della filosofia aristotelica, attraverso 
i volgarizzamenti latini dalParabo. 

una grande impresa che sembrer& morire insieme col sogno 
egemonico di Federico, ma i cui frutti appariranno altrove, quasi 
continuando gli scambi di uomini di governo e di gruppi etnici 
che Pimperatore aveva promosso : appariranno nella poesia e nella 
scultura toscane, nel magistero dettatorio di Pier delle Vigne, nelle 
argomentazioni della disputa sulla nobilta, nella vitalita del mito di 
Federico. 



In questa tabella della vita culturale sono rimaste vuote le ca- 
selle relative ai maggiori scrittori in latino: Innocenzo III, san 
Bonaventura, san Tommaso, Egidio Colonna. Non gioverebbe a 
noi colmare la lacuna: questi luminari del pensiero medievale 
devono riconoscere quasi sempre e quasi in tutto il loro debito 
alia filosofia francese appresa o esercitata a Parigi (o, come Inno 
cenzo III, appartengono ad una civilta, per cosi dire, extraterri- 
toriale, quella della corte pontificia): non rappresentano perci6, 



INTRODUZIONE XI 

c non inmano (a breve scadenza) tradizioni ben individuabili e 
localissssabili in Italia - quali quelle che abbiamo prima menzionato. 
K che possiamo eosl schematizzare ; un'area lombarda e veneta, 
con prolungarnenti in Piemonte e Liguria, immersa nella civiltk 
romanxa del tempo, e attiva anche con opere didattico-religiose 
in volgare; un'area bolognese, con propaggini in Toscana, caratte- 
rizzata dal rinnovamcnto del pensiero giuridico e retorico, e dal- 
raspirazione a dar maggiore dignit& allo stile. All'altro estremo 
d* Italia - a parte Tantica Salerno solo operosa nel campo della 
scienza medica, ed essendo ormai povera di prestigio 1'abbazia 
cassinese - la varia e vivace, ma meno profondamente radicata 
attiviti letteraria clella corte fridericiana. 

II gioco imperialc di Federico, che a nord del territorio della 
Chiesa era consistito in mosse audaci ma naturalmente episodiche 
di diplomazia c alleanze, di guerre combattute e fomentate; che 
percid aveva utilizzato le energie preesistenti, e destinate ad altre 
Fortune, dt signori feudali e di Comuni ormai maggiorenni; a sud, 
ove si poteva esercitare un'azione prd costante e unitaria, si scon- 
trava invece con la forxa d'inerzia di privilegi nuovi e antichi, 
di varictSi etniehe e Hnguistiche, non turbata e vinta da quella 
riscossa dcirinixiativa e dello spirito d'indipendenza che era legata, 
nel Nord, al fervore dei commerci e degli scambi, alia prima orga- 
ni^axione industriale. Non per nulla decadevano Amalrl e Bari, 
e ampliavano i loro mercati Genova e Venezia e Pisa. 



In realti, mentre la scena sembrava dominata dalla lotta tra 
Chiesa e Irnpero, le comparse, e ciofe i Comuni, si preparavano a 
ruoli di primo piano. Gii i primi fenomeni di cultura organizzata, 
cui abbiamo accennato, sono resi possibili dall'esistenza di cittk e 
di ordinamenti democratic!: mentre la vita errante del trovatore 
era condizionata dalla varia fortuna e dai vari umori dei signori, 
mentre il giullare doveva inserirsi nella corrente delle devozioni 
e delle fierc, mentre il dotto si rivolgeva a una ideale societk di 
confratelli, solo nella stability delle istituzioni, nella formazione 
di una classe sia pur modestamente colta, nel riconoscimento e nel 
la collaboration del pubblico la vita letteraria poteva costituirsi 
basi solide. 

Per questo la nostra storia letteraria delle origini coincide in 



XII INTRODUZIONE 



gran parte con la storia del Co muni. II Comune significa la forma- 
zione di una nuova classe di imprenditori e commercianti e arti- 
giani che nella cultura vedono prima uno strumcnto di lavoro, 
poi la speranza di una nobilta acquisibile, e che alia cultura portano 
un abito di osservazione e di esperienza umana tale da rinnovare 
in modo profondo il gusto medievale; significa pure la fine delle 
concezioni feudali, la creazione di nuovi rapporti associativi che 
necessariamente, entro le dimensioni dottrinali del tempo, dove- 
vano rifarsi al vecchio diritto romano, a un ideale sia pure appros- 
simativo della classicita (per questo rinasce il termine res publica, 
e ogni Comune si cerca o si inventa un fondatore romano), In que- 
sta opera di rinnovamento ebbero forse una parte i movimenti 
ereticali, specie in Lombardia e in Toscana; certo e comunque 
che la civilta comunale era spiccatamente laica, anche quando i 
rapporti coi vescovi erano buoni, anche quando le citt erano guel- 
fe. I/insegnamento era sempre piu spesso affidato a maestri e 
scuole secolari, ed era ordinato soprattutto a fini pratici ; la media 
cultura era ormai nelle mani di giudici e notai e maestri, cioe di 
laici, dalle cui schiere uscirono nella grande maggioranza gli scrit- 
tori delle Origini; persino le iniziative di arte religiosa, come la 
costruzione di chiese, erano prese da associazioni laiche. 

E gia si rinnovano le fondamenta ideologiche della nuova so- 
cieta. in questo periodo - per citare un caso sintomatico - che 
si dibatte in Italia, sulla base delle invenzioni cavalleresche e tro- 
vadoriche (1'eccellenza delle imprese, 1'elevatezza del sentire, co- 
me patenti di nobilta), e con argomenti dei trattatisti mondani 
(Andrea Cappellano) o filosofico-religiosi (Guglielmo Peraldo) la 
disputa sulla nobilta: dalle eleganti quaestiones formulate alia corte 
Indenciana, smo alia nobile e solitaria meditazione di Guittone 
e alia calda perorazione del Convivio. 

I Comuni si trovano presto in grado di svolgere un'azkme po~ 
htica capillarmente estesa e rivoluzionaria. Si rinnovano, per esenv 
pic, i rapporti di collaborazione tra le varie cellule cittadine- in 
base a necessita commerciali e finanziarie vediamo collegarsi Mi- 
lano con Genova; Firenze con le cittk romagnole e Genova e Ve 
nezxa; e fuori dltajia si delinea ormai una carta geografica di 
rappresentanze e mercati lombardi, toscani, genovesi dal Porto, 
gallo al Levante, dalla Provenza alle Fiandre. Una rete che la Chie- 
sa utzlzzzera per le sue riscossioni nei paesi cristiani, e con a 



INTRODUZIONE XIII 

quale cerchera di spazzar via dalla penisola gli eredi del program- 
ma imperiale, i nuovi aspiranti egemoni: Manfredi, Ezzelino, 
Uberto Pallavicino - agevolando intanto Taffermazione di Firenze 
bianca su tutta la Toscana - e che poi continued a reggere con 
Taiuto di principi stranieri. 



Nel medioevo romanzo la prosa si sviluppa quasi sempre piu 
tardi della poesia: rivelandosi la coscienza di autonomia del vol- 
gare sul piano linguistico della comunicazione, & naturale che 
essa si esplichi dapprima in fenomeni collettivi: di carattere sa- 
crale (narrazioni ed inni agiografici o comunque edificanti) o guer- 
resco-feudalc (canzoni di gesta, serventesi) o mondano (lirica amo- 
rosa); e col costante sostegno della musica e del ritmo. La prosa, 
impegnata a un'espressione piu riflessa e tecnica, costretta a cer- 
care nel silenzio una difficile agevolezza e armonia di suoni, fatica 
molto maggiormente ad abbandonare la vecchia veste latina; n, 
considerati i suoi contenuti, e di conseguenza il suo pubblico, ne 
sente 1'urgenza, 

In Italia, dove si prescro dapprincipio a modello i risultati delle 
altre letterature piti precoci, non ci si allontand molto da questo 
indirizzo generale. Piu che la partecipazione diretta airinvenzione 
agiografico-poetica e cavalleresca nella pianura padana, e piu che 
la creazione di poemetti religiosi nelP Italia centrale, ci interessa qui, 
per i risultati ben altrimenti decisivi, la continuity della sperimen- 
tazione e della collaborazione nella tecnica lirica dalla Sicilia alia 
Toscana a Bologna (e da Guittone agli stilnovisti al Petrarca), 
a cui corrisponde una certa resistenza verso altri filoni di cultura 
(per esempio quello classico: rari, nella lirica, i riferimenti ad 
autori latini). Piti difficile era invece, per un letterato, strappare 
contenuti descrittivi e raziocinativi, insomma prosastici, alia tra- 
dizione e alia comoda consuetudine latina. Occorreva che Tatten- 
zione del pubblico, la ricerca di un pubblico, imponessero questo 
sforzo; i primi esempi di prosa volgare, che rispondono soltanto 
a necessity pratiche, costituiscono appunto un primo avvio sulla 
corrente presto impetuosa della letteratura divulgativa. 

La storia della prosa volgare nel Duecento trova dunque le sue 
ragioni, se non la sua necessita, neirampliamento dell'area di per- 
tinenza della cultura (o, in altre parole, nella diminuzione dei 



XIV INTRODUZIONE 

dislivelli cultural!) ; e consiste nello sforzo di dare anche al volgare 
prosastico una dignitk formale, una tradizione (lo avvcrtiva esat- 
tamente Dante, sia pure prendendo a paradigma la poesia: Cia- 
scuna cosa studia naturalmente a la sua conservazione : onde, sc lo 
volgare per s6 studiare potesse, studierebbe a quella; e quella sa- 
rebbe, acconciare s< a piu stabilitade, e piu stabilitadc non potrebbe 
avere che in legar s6 con numero e con rime, Conv., I, xrn, 6), 
fe pertanto ben legittima la meditazione esercitata con ammirevole 
costanza da Dante sui rapporti tra poesia e prosa, tra latino e 
volgare: quanto a questi, dibattendosi Dante tra rammiraaione 
per il saldo assetto del latino, la grammatica per eccellenza 
((do volgare seguita uso, e lo latino arte; onde concedesi csser piu 
bello, piu virtuoso e piu nobile, Conv., I, v, 14), e il senso del 
linguaggio vivente e caratterizzante ( nobilior est vulgaris [locu- 
tio]: turn quia prima fuit humano generi usitata; turn quia totus 
orbis ipsa perfruitur, licet in diversas prolationes et vocabula sit 
divisa; turn quia naturalis est nobis, De vulg. el., I, I, 4; lo vol 
gare e piu prossimo quanto & piu unito, che uno e solo 6 prima no 
la mente che alcuno altro, e che non solamente per $6 unito, 
ma per accidente, in quanto & congiunto con le piti prossime pcr- 
sone, si come con li parenti e con li propri cittadini e con la pro- 
pria gente, Conv., i, xn, 5); quanto a quelli, dichiarando cgli 
che la prosa apprende i procedimenti retorici dalla poesia ( ipsum 
[vulgare] prosaycantes ab avientibus magis accipiunt, et . . . quod 
avietum est prosaycantibus permanere videtur exemplar)), De 
vulg. el, ii, i, i - ed era proprio stata Tesperienza sua, dalle Rime 
alia Vita nuova al Convivio), ma mostrandosi conscio delPimpegno 
piu grave che fe richiesto dalla prosa, come quella in cui si mani- 
festa TefEcienza di una lingua meglio che ne le cose rimate, 
per le accidental! adornezze che quivi sono connesse, cio& la rima e 
lo ri[ti]mo e lo numero regolato; si come non si pub bene manifesta- 
re la bellezza d*una donna, quando li adornamenti de I'azzimare 
e de le vestimenta la fanno piu ammirare che essa medesima 
(Conv., i, x, 12) - con le quali constatazioni si potrebbe anche 
spiegare il fallimento del magistero guittoniano : che al problema 
forni, di fatto, una soluzione equivoca, e cio& la sostanziale sud- 
ditanza linguistica e stilistica della prosa alia poesia. 



INTRODUZIONE XV 



6 ncll'ambito dellc convenzioni giuridiche che il volgare riesce 
ad aprire, in Italia, una breccia nclla barricata latina: premerxdo 
come un oscuro istinto nella mente dci menanti meno colti, o in- 
vece soddisfacendo 1'ovvia esigenza di renderc intelligibile ai te- 
stimoni il contenuto dei document! (motivi analoghi agirono nella 
compilazione dei formulari di preghiere). Incontriamo cosl da un 
lato la carta rossanese, la carta fabrianese ecc., dalFaltro i placiti 
cassinesi, la carta picena, la dichiarazione pistoiese, il breve di 
Montieri, la carta sangimignanese. La successione cronologica ci fa 
passare da un'area che si potrebbe definire cassinese ad un'area 
toscana; ma la zona in cui questo processo di simbiosi tra Tuso giu- 
ridico e il volgare giunge ad esiti piu rilevanti e quella bolognese, 

Caratteristico della fioritura giuridica di Bologna era lo stretto le- 
game, anche istituzionalmente consacrato, del diritto e della retori- 
ca: alia dignit& esterna - diplomatica e calligrafica-dei documenti si 
voile far corrispondere una dignitk interna, stilistica. Furono cosl 
accolte e svolte esperienze che avevano gia avuto notevole elabo- 
razione a Montecassino e alia corte papale. Di queste esperienze 
venne presto a beneficiare anche il volgare, quando non solo fu 
stabilito che gli aspiranti notai mostrassero, negli esami, qualiter 
sciant scribere et qualiter legere scripturas, quas fecorint, vulga- 
riter (1246) - e g& prima Piero de' Boattieri dava istruzioni per 
la versione in volgare, a voce, degli strumenti notarili -, ma si in- 
cominci6 a stenderc traduzioni, o persino a comporre formulari 
in volgare: alludo, oltre che agli scritti di Guido Faba, al fram- 
mento di Rainerio da Perugia. 

La promozione del volgare in Guido Faba e davvero brillante : 
esso assume di pieno diritto funzioni che sembravano riservate al 
latino, e del latino accoglie soprattutto il prestigio formale: gli 
artifizi retorici, il cursus. Le composizioni di Guido debbono ser- 
vire di modello, o di falsariga: sicch6 la loro attuale astrattezza 
contiene in potenza una validitk reale: ch6 nello scrivere a un prin- 
cipe o nel parlare a un vescovo, nelFinsediare un podesti o nel 
presentare un'ambasciata, si ricorreva appunto a quelle, o ad ana- 
loghe formule. 

11 magistero giuridico dunque abbracciava anche il campo dei 
rapporti politici: ed e proprio tra questi due poli - giuridico e 



XVI INTRODUZIONE 

politico - che scocca la maggior scintilla nella storia della prosa 
dugentesca. 

n 

Occorre anzitutto che spostiamo lo sguardo a sud delPAppen- 
nino. Gik s'e detto che la Toscana aveva dato un note vole con- 
tributo di uomini allo Studio di Bologna, ricevendone, quasi in 
contraccambio, numerosi docenti. Ma sino alia meta del Dueccnto 
non si possono cogliere in alcuna sua citta tracce notevoli di un am- 
biente letterario. In altri campi eccellono allora i Toscani: quelli 
del commercio e delle finanze. Non per nulla i primi testi che ci 
rimangono, assai antichi, sono libri di conti. Sulla base di questi 
interessi pratici stava per6 per sorgere una potenza economica di 
importanza europea; ispirati da questi interessi s'infittivano i con- 
tatti con i principali centri cultural! del tempo. II notaio assisteva 
il commerciante e il banchiere nelle loro operazioni, li seguiva nei 
loro viaggi; quando il Comune incominci6 a giocare su un vasto 
scacchiere politico, era ancora al notaio che si afEdavano i contatti 
diplomatici e la compilazione dei trattati. 

Da Bologna a Firenze; da Guido Faba a Brunetto Latini. Se ie 
formule di Guido potevano avere, o anche non avere, attuaxionc 
pratica, Brunetto & in grado di inserire nel Tre$or> a modello, atti 
ufficiali del Comune di Siena: la pratica salda il suo debito con 
la teoria. Certo, Brunetto acquista nei suoi viaggi in Spagna e in 
Francia un'apertura di pensiero europea: il suo Tesoretto trapian- 
ta in Italia il seme dei poemetti allegorici donde in Francia era 
recentemente germogliato il Roman de la rose; il suo Tresor e la 
piu ricca e ben costrutta enciclopedia volgare, anche rispetto alia 
Francia. Ma occorre qui sottolineare Pattivita piu specificamente 
retorica di Brunetto : il volgarizzamento del De inventione, la tra- 
duzione delle orazioni ciceroniane. Nel tradurre il De mventione 
Brunetto mette ben in chiaro che la retorica non riguarda soltanto 
le piatora che sono in corte [= tribunale] , ma insegna a dire 
appostatamente sopra la causa proposta, la qual causa no & pur di 
piatora n pur tra accusato e accusatore, ma e sopra Paltre vi- 
cende, si come di sapere dire in ambasciarie e in consigli de' 
signori e delle comunanze e in sapere componere una lettera bene 
dittata (76, 3-4, qui a p. 162). 

Immenso fu perci6 Pincentivo dato dalle necessity del governo 



INTRODUZIONE XVII 

democratico allo studio della retorica e dei classici delPelocu- 
zione (mai in Italia si lessero e tradussero con tanta passione 
Cicerone e Sallustio) e alia formazione di una letteratura cancel- 
leresca (Diccrie, Parlamenti). 6 una sfera di rilevanza pratica che 
gia tocca aree esteticamente vive : 1'arte del dire viene ormai ricer- 
cata e ammirata al di Ik della sua utilita. Si sviluppa il gusto (certo 
favorito da una vocazione naturale) del discorso costruito a regola 
d'arte, solennemente intonate, o abilmente insinuante, o spiri- 
tosamente conciso; si apprezza soprattutto Tespressione pregnante 
ed epigrammatica, il motto , con una tradizione che dal Ritmo 
di Travale, attraverso il Novellino > trovera la sua perfezione nel 
Decameron (Paolo da Certaldo esortava gli oratori a esprimersi 
con nuovi vocaboli e intendenti, per6 che molto se ne diletta la 
gente ). Ma la partecipazione di ampi strati della cittadinanza alia 
vita del Comune diede, e ci6 conta ancor piu, una spinta vigorosa 
alia naturale tendenza ad elevarsi culturalmente. Sete di sapere e at- 
tivita di divulgazione culturale si venivano incontro lungo una stra- 
da ormai ben tracciata. Ce ne dknno un'immagine ancora sug- 
gestiva le Dediche, laddove si oppongono grammaticalmente le 
doti innate deiranimo e della parola alle norme delParte, ma 
per promuovere Tapprendimento di queste a vantaggio di quelle 
( [Brunetto] si n'and6 in Francia per procurare le sue vicende, e 
la trov6 uno suo amico della sua cittade e della sua parte, molto 
ricco d'avere, ben costumato e pieno de grande senno . , ., ed 
era parlatore molto buono naturalmente, e molto disiderava di 
sapere cio che' savi aveano detto intorno alia rettorica; e per lo 
suo amore questo Brunetto Latino, lo quale era buono intenditore 
di lettera ed era molto intento allo studio di rettorica, si mise a fare 
questa opera > Rettorica^ I, 10 (qui a p. 136); [Non] aparano gli 
uomini laici a parlare bene . . . per sapere o per vedere o per sentire 
gli amaestramenti e la dotrina che in sul favellare & data da* savii, 
perch6 no'lla sanno, n< possono sapere, per6 ch'e data per lettera 
da loro , . . ; ma usando di dire e sapendo gli amaestramenti dati, 
o seguitando [nel] dire alcuno bello dicitore, s'apara a favellare 
tosto e piacevolemente , Guidotto, Fiore di rettorica^ Trattato pri- 
mo (qui a p. 107). 

La fioritura letteraria, e specialmente prosastica (la lirica &, per 
sua stessa natura, piu riservata e aristocratica), finl dunque per 
costituire una presa di coscienza del mondo da parte di persone 



XVIII INTRODUZIONE 

che, senza consacrarsi agli studi, guardavano tuttavia la realtik con 
occhio acuto. proprio in questo periodo che si moltiplica il nu- 
mero delle scuole, spesso comunali o private, con programmi d'in- 
segnamento scarni e funzionali: leggere, scrivere, far di conto, sono 
obiettivi limitati e pratici, che i buoni commercianti e artigiani 
supereranno poi nel fondaco e nella bottega, o specialmentc in 
ore di libera lettura. Ogni ramo del sapere ne riesce fortemente 
influenzato: il metodo divulgativo, da tramite inevitabile alia co- 
noscenza, accenna a divenire forma mentale, concetto pragmatico 
della cultura. Trascurata la speculazione teologica o metafisica (si 
ricordi la novella xxix del Novellino y qui a p. 824), alia religione si 
chiedono soprattutto norme di condotta morale o civile: sapicnza 
classica e sapienza cristiana, contaminate con disinvoltura sempre 
maggiore, si distribuiranno nei paragrafi dei manuali di vita pratica, 
e si troveranno allato le considerazioni disincantate, i consigli op- 
portunistici e gretti scaturiti dall'esperienza. Questa innovaxio- 
ne fu resa possibile dalPevoluzione dei trattati morali, che prima 
si svincolarono dalla gerarchia delle attivita e delle virtii umane 
istituita dal pensiero piu decisamente religioso (sicch6 a poco a po- 
co si cess6 di registrare ci6 che appartenesse esclusivamente alia 
sfera deH'interiorita e delPastrazione, e si dedicarono invece nuovi 
capitoli al concreto e al quotidiano : si confrontino la Somme le rot 
con i trattati di Albertano ; lo Speculum morale con i Documenta an~ 
tiquorum), e poi, nel Tre e Quattrocento, spezzarono ogni schema a 
priori, seguendo invece il progresso-o la memoria-di un'esperienza 
personale (penso a Paolo da Certaldo, al Morelli, a tanti altri). 6 
ci6 che si awerte anche nella storia degli exempla, che si liberano 
da strutture didascaliche e, assorbita in s6 la propria moralita, 
divengono specchi della vita feconda di nuove combination! (No- 
vellino). 

* 

L'apprendimento delFarte del dire, la fondazione di un codice 
di comportamento, Tosservazione del mondo umano, sono in- 
teressi che gia indirizzavano a letture d'una certa ampicim. Ma 
questa societa giovane e priva di recenti tradizioni si getti sulla sto 
ria (sempre coltivata anche nei secoli piu grigi) con 1'ansia di crearc 
una prospettiva piu vasta al proprio operare. Scarsa maturitk sto- 
ricistica e abitudine moralistica traspongono spesso Taneddoto in 
esempio, la storia in mito: che 6 anche un modo di attualizzare. 



INTRODUZIONE XIX 

Cosl, dai material! di varia origine che i nuovi interessi cultural! 
avevano saputo raccogliere, vien fuori un piccolo tesoro di per- 
sonaggi storici o leggendari degni di dominare, per la loro virtu o 
per la loro sapienza o per la loro attitudine al simbolo, i territori 
del mito, sui quali infatti essi si schierano non in base a precedence 
cronologiche o geografiche, bensi, seguendo le grandi partizioni dei 
significati pragmatici, secondo le loro misure simboliche. Per farsi 
un'idea di questo fenomeno fondamentale dello spirito dugentesco, 
basta accostare i Fieri di filosafi alia Commedia: nonostante il mi- 
rabile acquisto di spazio e limpidezza storica attestato da questa ri- 
spetto a quelli, le scene esemplari si staccano nell'una e negli altri 
con la medesima nettezza di contorni (si confronti Fepisodio di 
Traiano e della vedovella, nei Fiori, xxvi [qui a p. 527] - e poi nel 
Novellino, LXIX [qui a p. 857] - e in Purg., x, 73-93), istituzionaliz- 
zate, infine, negli intagli e nelle visioni ammonitrici del Purgatorio. 

Gli eroi del mito s'identificano cosi con gli ideali della nuova so- 
cietk (magnanimo e generoso Alessandro: Novellino, iv, qui a p. 
801 ; Fiore di virtit, ix; Conv,, iv, xi, 14: E cui non e ancora nel 
cuore Alessandro per li suoi reali benefici?, come il Re giovane: 
Conti di antichi cavalieri, vi-ix; Novellino, xix, XX, qui alle pp. 
814-7; saggio di superiore saggezza il Saladino: Conti di antichi 
cavalieri, i-v, qui alle pp. 548-50; Novellino, xxv, Lxxm, qui alle 
pp. 821 e 860; Decameron, i, 3; x, 9; Amorosa visione, xn, 28; 
Comento, n, 59; Trionfo della Fama, II, 148) o recuperano nei 
valori ancora attuali le idealitk cavalleresche (eroi dei romanzi 
arturiani); o incarnano le forze avverse e conservatrici (Ezzelino: 
Cronica di Salimbene, passim; Novellino, LXXXIV, qui alle pp. 
870-1; Inf., xn, 109-10), o rappresentano, piu complessamcnte, e 
sotto un alternarsi di luci d'ammirazione e d'odio, solo la propria 
personality giganteggiante nella storia (Federico : Cronica di Sa 
limbene, passim; Novellino, xxi-xxiv, LIX, xc, qui alle pp. 817-20; 
843-4; 873-4; Inf., x, 119; xni, 74; De vulg. el, I, xn, 4). Solo 
come connotazione accessoria portano, questi eroi, i segni della 
loro origine: e avranno gesti eot espressioni cavalleresche i prota 
gonist! dei romanzi, e riflessi di ricchezze favolose incorniceranno 
i personaggi orientali. 

Ma bisogna escludere la storia di Roma: sentita, piu intensa- 
mente che in addietro, come appartenente a quella stessa civiltk ro- 
manza ( dicendo nostro Comune intendo Roma . . . per6 che Roma 



XX INTRODUZIONE 

ee capo del mondo e Comune d'ogne uomo , Brunette, Rettorica, 
i, 16 (qui a p. 137); E per6 che ne la sua [di Cristo] venuta ncl 
mondo, non solamente lo cielo, ma la terra convenia csscre in otti- 
ma disposizione . . ., ordinato fu per lo divino provedimento 
quello popolo e quella cittade che ci6 dovea compicre, cioe la 
gloriosa Roma, Conv., iv, v, 4). Ci6 significa che gli eroi esemplari 
di Roma antica rappresentano, oltre che la propria funzione mitica 
(la giovanile prudenza di Papirio: Fiori di filosafi, xm [qui alle pp. 
524-5]; Novellino, LXVII [qui alle pp. 856-7]; rincorruttibilit& di 
Fabrizio e di M. Curio: Novellino, LXI [qui alle pp. 846-7]; Man., 
n, v, 21 ; Conv., iv, v, 13; Purg., xx, 25-7) i simboli di una societi 
civile che ritorna ad essere, dopo i secoli feudali, un modello da 
imitare: E chi dira che fosse sanza divina inspirazione, Fabrissio 
infinita quasi moltitudine d'oro rifiutare, per non volere abbando- 
nare sua patria? Curio, da li Sanniti tentato di corromperc, gran- 
dissima quantita d'oro per caritk de la patria rifiutare . . . ? e 
Muzio la sua mano propria incendere . . . ? Chi dirik di Torquato, 
giudicatore del suo figliuolo a morte per amore del publico bcne, 
sanza divino aiutorio ci6 avere sofferto?)) ecc. (Conv,, iv, v)* 

II ricordo di Roma, che specialmente in Italia era perdurato 
consolante e ammonitore, si trasforma in sentimento attuale, vivo, 
quasi che solo una pausa condannata alFoblio dividesse 1'oggi da 
un ieri glorioso. Sani opera degli umanisti approfondire questa co- 
scienza e trasformarla in azione coerente; ma nel Duecento colpisce 
ancor piu il constatare come i quadri storiografici medievali si 
aprano in direzione di una idealizzata memoria della latinita: e 
Cesare e Cicerone rappresentino una vicenda che ancora com- 
muove e pare riflettersi nel presente; e i pericoli della Repubblica, 
le mene di Catilina, siano narrati e letti con partecipazionc rin- 
novata. 



Era facile rinnovare questa partecipazione : le istorie, alle quali i 
Toscani non avevano bisogno di essere esortati, sublimavano in 
una prospettiva universale la passione politica che era allora il 
sentimento piu vivace, arrabbiato: fors'anche al di sopra deirin- 
teresse personale. Questa passione - che costituiva un altro segno 
della rinata coscienza collettiva, entro i limiti delle prime cellule 
comunali - era riuscita a prorompere quando ancora la lingua 



INTRODUZIONE XXI 

balbettava le sue prime frasi in volgare (Ritmo bellunese, Ritmo 
lucchese); aveva suggerito la balenante concisione di una lettera 
senese del 1260; e mentre saliva subito sulle alture di un'eloquenza 
robusta e senza residui per opera dei poeti (gli anonimi autori di 
serventesi ; Guittone - altrettanto efficace nella prosa della Lettera 
XIV [qui alle pp. 60-7] -, Chiaro Davanzati), riusciva a dare effi- 
cacia allo stile generalmente monotone dei cronisti: poteva in- 
somma balzare dairimproperio popolaresco, magari esternato in 
forma di proverbio, atle invettive della Commedia. 

Nelle sue forme piu immediate, questa passione ispira la parti- 
gianeria di Comune e di partito ; nelle piu mature, si esprime con la 
polemica, quasi tutta in lingua latina, sui diritti della Chiesa e 
delFImpero. Come grado intermedio si pu6 indicare la ricerca, 
svolta con metodo storico o pseudostorico, di ascendenze secolari 
al moderno sistema di forze: quando gli storici, com'e loro abi- 
tudine nel Due e Trecento, iniziano il loro racconto dalla lotta tra 
Cesare e Catilina o dalla fondazione di Fiesole, essi cercano di 
portare su un piano piu grandioso e venerando le lotte alle quali 
partecipano. Ed e questa trasposizione che innalza anche il poten- 
ziale emotivo delle vicende passate: citiamo - per tornare alFat- 
tualitk di Catilina nella Firenze preumanistica - il confronto 
istituito da Dino Compagni tra Corso Donati e Catilina, non senza 
reminiscenze sallustiane : Uno cavaliere della somiglianza di Ca- 
tellina romano, ma piu crudele di lui, gentile di sangue, bello di 
corpo . . . con Tanimo sempre intento a mal fare, col quale molti 
masnadieri si raunavano e gran s6guito avea, molte arsioni e molte 
ruberie fece fare ... (Cronica, II, xx). 

Di qui la particolare propensione, italiana e toscana, alia sto- 
ria: che si sviluppa taiora, caratteristicamente, come un allar- 
gamento del registro contabile o della memoria familiare, costi- 
tuendo una tradizione che va da Ricordano Malispini a Giovanni 
di Pagolo Morelli. Storia contemporanea, s'intende (a parte certi 
fantasiosi blasoni familiari), che rievoca la cronaca, anche la cro- 
naca nera, di un ambiente ancora provinciale: dove la rottura di 
un fidanzamento pu6 dividere in due fazioni una citta, dove le 
operazioni militari, per lo piu modeste, sfogano la furia di risenti- 
menti campanilistici. 

Nella seconda met& del Duecento, infatti, occorre registrare un 
fitto movimento nello scacchiere politico: quello, appunto, che 



XXII INTRODUZIONE 

occupava maggiore spazio nelle cronache. 6 il momento di accen- 
narvi, ora che la nostra attenzione s'e fermata, e defmitivamente, 
in territorio toscano. In poche parole, si tratta del predominio pro- 
gressivamente affermato da Firenze sulle altre citta toscane : prima 
su Volterra, Pistoia e Arezzo; poi su Lucca e Siena; infine su 
Pisa. Posizione geografica, organizzazione industriale, abilita nel 
commercio, alleanze, ultimi privilegi feudali, presenza di seggi ve- 
scovili : queste sono le principali sorgenti di energia a cui attinsero 
le citta toscane in una lotta capillare e continua. Firenze ebbe il 
soprawento : ma le tracce della resistenza durata dalle citta vicine 
sono abbastanza numerose. La piii nota & la presenza nei tcsti fio- 
rentini di elementi linguistici provenienti dalle altre citt& toscane ; 
la piu curiosa, in sede letteraria, e il predominio conservato dagli 
scriptoria di Pisa, Arezzo e Siena: sicch< leggiamo quasi sempre 
in trascrizioni non fiorentine le opere composte a Firenze. 



L'interesse per il passato rientrava dunque nella coscienza, e 
persino nella passione presente. Ed e caratteristico della situazione 
dugentesca il campeggiare - nel sentimento - di rancori provincial! 
se non familiari, quando ormai Porizzonte - nel freddo calcolo de- 
gli interessi finanziari - ha un diametro che congiunge il Levante, 
sino alia Cina, con le Fiandre, e - nel sistema degli equilibri po- 
litici - inscrive un'Europa gi progrediente verso grandi raggrup- 
pamenti e grandi schieramenti. 

Di fronte a questo orizzonte lo sguardo e tutt'altro che disattento ; 
ma sereno, pacato. I viaggi sono subito accompagnati da una let- 
teratura descrittiva, che s'innesta immediatamente nel filone dei 
notiziari sui cambi, sulle merci, sui porti (come la cronaca in quello 
dei libri di conti) ; e che segna un primo avviamento alia curiosita 
scientifica ed etnografica. Questa letteratura pu6 essere conside- 
rata come il punto di convergenza di numerose tradizioni e aspi- 
razioni. Perche", come Tautocoscienza del cittadino si sviluppa in 
seno alia sua attivita pratica, cosl Posservazione di uomini e paesi 
precedeva e stimolava la curiosita verso la natura e le sue leggi ; 
e perche alle esigenze della fantasia, soddisfatte in genere dagli 
awenimenti del passato o da finzioni romanzesche non indigene, si 
offrivano gli amplissimi pascoli delle regioni acquisite insieme al 
commercio e alia conoscenza diretta. Da questa convergenza di 



INTRODUZIONE XXIII 

aspirazioni nasce la fisionomia del Milione - tanto diffuse anche 
in Toscana: in cui 1'inchiesta di prima mano rafforza e contiene il 
lungo nastro di fantasie e travisamenti pseudoscientifici di cui 
pure essa costituisce un punto di arrive ; in cui le cose viste e il 
tono da memoriale campeggiano su uno sfondo novellistico e talora 
epico per il quale Marco Polo piu dovette sentire necessaria la 
collaborazione di Rustichello. 

In verita, il Milione e la Composizione del mondo, qualunque sia 
il loro valore nella storia delle scienze, sono i primi segni di una 
conoscenza non mediata del mondo. II carattere compilatorio della 
scienza medievale (oscillante tra superstizione e simbolismo), dopo 
aver subito i primi colpi nel settore della matematica - sensibile 
alle esigenze della prassi commerciale e creditizia -, in queste due 
opere appare gia minacciato dalla osservazione e dalla sperimenta- 
zione. E cosi le monotone nomenclature di Ristoro sono animate 
dalPentusiasmo e dalla risolutezza dello scienziato che controlla, 
interpretandole, le leggi della natura (E potremo iurare salva- 
mente che e'lli nostri die avemo trovato manifestamente movare 
et essare cessato lo capo del Cancro da settentrione enverso lo 
mezo die. E segno de ci6 si e che noi avemo considerate spesse 
volte collo instrumento che se convene a ci6, e*lla nostra regione, 
et avemo trovato manifestamente, senza dubeto, lo sole essare 
abassato e*llo primo ponto de Cancro, e cercando non lo trovamo 
tanto alto quanto noi solavamo; e se '1 capo del Cancro e mosso 
e cessato, e mosso e cesato Capricorno, et Ariete, e Libra, e tuta 
la spera colle sue stelle, I, i, xvn, qui a p. 993); lo schedario 
dei fenomeni avvia alia contemplazione deirarmonia tra le forze 
del cosmo e la natura familiare che ci circonda ( Stando lo sole de 
logne da noi e'lle parti del Capricorno, trovamo la terra freda e 
chiaciata e soda e stretta, e quasi denudata o povara : come lo campo 
che ne fosse cessato el lavoratore, e fosse sodo senza frutto, e 
non fosse anco lavorato. E rapressandose lo sole uno passo, tro 
vamo la terra, ch'era fredda e chiazata, e stretta e soda, essare 
rescaldata e sghiaciata, e ensollita e deradata da lui; e halla quasi 
lievetata, e pare che s'aparecchi a recevare la 'mpressione che li 
vole essare data dal cielo; secondo la cera rescaldata e ensolita 
per recevare la 'mpressione del sugello; e anco secondo lo seme- 
natore, che lavora lo campo ch'era sodo, che '1 derada e ensolle- 
scelo collo lavorio, perche" la radice de la semente li possa mellio 



XXIV INTRODUZIONE 

entrare, e anco perch 1'aqua e Paere li possa mellio entrare, 
per cresciare e per inumedire la radice de la planta. [E vencndo] 
lo sole piu su uno passo, trovamo la terra e Paqua cngravedata da 
la virtude e da la intelligenzia del cielo, e la terra germolliare tutta, 
e essare mossa a la generazione ecc., vi, I, in, qui a p. 1008). 
Certo, per questa esplorazione del mondo gli Italian! mm pos- 
sedevano ancora un grande assortimento di strumcnti nautici: 
ai quali, nelle prime fasi, utilitaristiche, di attivita, non si era an 
cora potuto prowedere. Bussole e goniometri culturali furono av- 
vedutamente cercati nel mercato piu ricco e sicuro, quello fran- 
cese: si trattasse di compilazioni scientifiche o morali, storiche 
o filosofiche. Non solo : ma si accolsero con pochi adattamenti per- 
sino le convenzioni sociali e le invenzioni letterarie, annettendo 
cosi, di fianco al proprio passato, il passato e il presente dclla 
nazione vicina e piu evoluta. 



Scorcio estremamente audace dei volumi storici, mitici e tco- 
retici: tale il risultato di una vorace acquisizione dei precedenti 
culturali. L'antichita viene recuperata prima d'essere ben com- 
presa (sara questo il compito dei tre secoli successivi); dai prossimi 
mercati letterari s'importano sistematicamente non solo le com 
pilazioni didascaliche - le quali potevano svolgere con facilita la 
loro funzione in un ambiente diverse - ma anche le invenzioni ca- 
valleresche e cortesi cosi profondamente radicate nel nativo terrcno 
ideologico (nella battaglia di Campaldino, afferma la Cronicafioren- 
tina y gli Aretini fecero xij paladini tra loro, e piu gagliardamente 
combattero che giamai facesse paladini in Francia, qui a p. 924). 
La riuscita del trapianto - tanto fortunata da poter condurre a un 
Morgante, a un Orlando innamorato, a un Orlando furioso - scopre 
la necessita profonda di questa operazione : c'era da arredare un am- 
pio spazio mentale, e il nuovo mobilio trov6 a poco a poco Pubica- 
zione e rilluminazione piu opportune. E occorre aggiungere che 
leggende e convenzioni cavalleresche giungevano in Italia nelle re- 
dazioni piu recenti, col marchio di un ambiente non piti tanto di- 
verso (pure nella Francia del Duecento si registra un imborghesi- 
mento e una maggior diffusione del costume signorile, divenuto idea- 
le comune, anche se arduo). E d'aitra parte in Italia il rinnovamen- 
to comunale si faceva strada in un paesaggio ancor caratterizzato da 



INTRODUZIONE XXV 

element! feudal! : sicch6 la civilta poteva far suoi, trasformandoli, 
certi modelli di generosit^ e magnanimita e gentilezza che non si 
riferivano soltanto a fantasie romanzesche, ma a realta prossime 
nel tempo e nello spazio (dalle corti padane alia curia di Federico), 
che vivevano ancora nella tradizione familiare della media nobilt& 
toscana pur immersa nella vita del Comune e prossima alFassimi- 
lazione con i compagni di lotte politiche. II costume nobiliare, 
ideale sia pur remoto, trovera un'alta celebrazione nelle novelle 
eloquenti del Decameron, che per altro e irrorato dalla vitalita irre- 
frenabile delle nuove classi. 

L'usucapione dei temi avviene (e la via piu spedita) attraverso 
un'usucapione di testi: e questo il secolo del volgarizzamento ; 
e non si pu6 attuarc con calma la discriminazione delle opere 
(Bono Giamboni traduce VArte della guerra di Vegezio, le Istorie 
di Orosio, la Miseria deWuomo di Lotario Diacono); ed & ancora 
scarso il rispetto dei diritti d'autore, e persino dell'integrita dei testi, 
mescolati e sovrapposti (possiamo riferirci di nuovo a Bono). Del 
resto la distinzione tra volgarizzamento e opera originate e assai 
elastica: se Bono tratta come cosa sua la materia del De miseria, 
rifacendone la cornice, eliminando e aggiungendo capitoli, rias- 
sumendo e ampliando, e guardandosi dal riconoscere il suo debito 
verso Lotario e le altre sue fonti, d'altra parte i racconti del No- 
vellino (spesso, per quanto ci consta, abilmente rielaborati), son 
talora dedotti quasi alia lettera da raccolte affini. 

Piu frcquentemente che testi latini, si tradussero testi francesi: 
Timpegno richiesto era molto minore, per affinita di lingue e per 
affinit^ di spiriti. E ci6 non vale solo per scritti recenti: opere della 
letteratura latina o in latino si diffusero in Italia per tramite fran- 
cese : il Roman de Troie, i Fets des Romains, i Dits des philosophes, 
il Livre dou gouvernement des rots, in concorrenza con VEneide, il 
Catilinario, il Liber de dictis philosophorum, il De regimine princi- 
pum f La rassomiglianza dei due volgari permetteva a traduttori 
indolenti di ripetere, con pochi ritocchi fonetici, le parole in cui 
si imbattevano; ma costituiva gi& la base per un cosciente e vivo 
pastiche in scrittori come quello del Fiore. Dapprima, anzi, il 
riconoscimento della tradizione didattica d'oltralpe aveva sug- 
gerito di comporre senz'altro in francese : onde il Tresor, il Divisa- 
ment dou monde (o Milione) - a parte altri motivi contingent! e 
personal!. 



XXVI INTRODUZIONE 

II toscano, insomnia, era in principle estremamente riccttivo 
verso le forme galliche, la cui progressiva eliminazione, riscontra- 
bile nella tradizione manoscritta dei testi, indica non Hnnalza- 
mento di una barriera, ma almeno un tentativo di controllare il 
transito linguistico. Intanto, le compilazioni francesi motto vano 
a disposizione del pubblico un sistema di nozioni, di fantasie, di 
suggerimenti gia armonizzati al servizio di una societ& moderna: 
gia in Francia s'era attuato, contemporaneamente alia celebrasdone 
letteraria dei nuovi ideali, lo spoglio dei materiali ancora fruibili 
della cultura classica e medievale. Ci6 servl, in Italia, come un 
suggerimento. 



La cultura toscana non sorge dunque su un terreno precedente- 
mente dissodato, ma si svolge come un aspetto della formazione c 
dell'affermazione di una civilta economico-politica. Da ci6 deri- 
vano, in gran parte, le sue caratteristiche originali: perch6 tra le 
oiferte delle precedent! imprese culturali la Toscana pot6 libera- 
mente accogliere e respingere, e accogliendo trasformare e assi- 
milare. Gli scrittori toscani, dopo un breve periodo di apprendi- 
stato, ripercorrono la strada per conto loro, ben attenti per6 a ci6 
che gli altri hanno fatto ; e in pochi decenni possono salire su posi- 
zioni dominanti. Sintomatico segno di questa maggior liberta ri- 
spetto a regioni culturalmente gik illustri e, per esempio, il pro 
gressive incremento dei volgarizzamenti dal latino rispetto alle 
versioni dal francese, che pure offrivano il vantaggio di una facilita 
non solo linguistica, ma contenutistica. E il metodo del volgamza- 
mento viene presto preferito a quello del rimaneggiamento (che 
pure sarebbe dovuto riuscire accattivante come tramite di attua- 
lizzazione) e si caratterizza per la costante fedelta alle forme pro- 
sastiche. Queste preferenze (per fonti latine, per versioni aderenti, 
per la prosa) sono da collegare col fatto che non preesistevano 
convenzioni narrative a cui dover adeguare questi prodotti, se non 
d'altra forma mentale, certo d'altra lingua (si pensi invcce alia 
letteratura didattica lombarda in ottonari). Ne risult6 un contatto 
piu proficuo, un awicinamento magnifico al mondo classico, da 
cui presto il Petrarca e il Boccaccio avrebbero saputo trarre le 
conseguenze. 6 un poco ci6 che avviene nella lingua: il fiorentino, 
che fu poi italiano, giungendo a solidificare le sue strutture pifc 



INTRODUZIONE XXVII 

tardi d'altre lingue romanze, ed essendo meno di esse influenzato 
da fatti di sostrato e di superstrato, si orient6 con sicurezza verso 
il modello latino, raggiungendo in breve un assetto definitivo. 

6 cosi possibile spiegarsi gli atteggiamenti gia classic!, preri- 
nascimentali della letteratura toscana; e I'architettura offre un 
parallelo impressionante. Perch6 non 6 solo questione di moduli 
greco-latini trascritti da sarcofagi e costruzioni paleocristiane, e 
riprodotti in organismi diversi - fenomeno verificatosi ripetuta- 
mente in tutta Farchitettura occidental -, ma di una particolare 
fedelta al ritmo, ai rapporti, allo spirito: di cui sono esempi owii 
il battistero di San Giovanni e San Miniato al Monte. Anche qui, 
ci pare, oltre a un'imponderabile sintonia del gusto, che non ci 
azzardiamo a tirare in causa, giovava la relativa lontananza dal 
grande movimento architettonico lombardo e, piti generalmente, 
romanico (la Toscana, per esempio, non partecipa agli esperimenti 
nelFuso della copertura a volte : rimane ferma alia piu semplice so- 
luzione delle capriate): nessuno schema tecnico o estetico si so- 
vrapponeva alle linee del monumento classico. 



II campo determinato dai due poli delFinflusso francese e 
di quello latino si configura con un disegno analogo a quello ora 
tracciato anche sc si esamina la tecnica dei volgarizzamenti. I 
volgarizzamenti costituirono, s'e visto, il tramite principale per 
la fondazione della cultura; nel loro vario grado d'accuratezza 
(per lo piu modesto) essi servirono a misurare il coefficiente di 
elasticity del volgare che contemporaneamente imboccava, ma con 
maggior prudenza, la strada delFautonomia. Vi fu, certo, un sen- 
sibile influsso dei volgarizzamenti sulla prosa originale; ma il 
linguaggio dei volgarizzamenti & piu significative come indice delle 
facoltk di assimilazione del volgare, in connessione con le atti- 
tudini ricettive del costume e del gusto. I vocaboli gallici, cosi 
frequenti, e talora stridenti, nelle versioni, entravano nel toscano 
attraverso la moda e le istituzioni feudali e il commercio e le guerre ; 
i vocaboli latini si scaglionavano sulle principal! alture conquistate 
nelFascesa del pensiero teoretico e scientifico. 

Se pero si cercano le piu profonde influenze delFambito sintat- 
tico, vicine alle sedi della formulazione del pensiero, proporzioni e 
rapporti risultano molto diversi. La sintassi francese, geneticamente 



XXVIII INTRODUZIONE 

affine a quella italiana, presenta la stessa semplicita c naturalezza 
di esposizione, la stessa tendenza polisindetica o paratattica; co- 
munque, e dato raramente di poter indicare qualche costrutto di 
certa origine gallica nei prosatori toscani, nei quali per contro si 
rileva facilmente la liberta dalle norme sulPordinamento delle pa 
role e sulla dipendenza delle proposizioni osservate con certa co- 
stanza nella prosa francese. Vogliamo rinunciare a definizioni trop- 
po generiche e imprecise (riportando per esempio la prosa narrati- 
va a precedenti francesi, quella teoretica a precedent! latini)? 
Scorriamo il volgarizzamento della Disciplina clericalis e il Flare di 
filosafi (compendio dello Speculum historiale): avvertiremo subito 
Paffinita di questi testi con i Conti di antichi cavalieri e col No- 
vellino. Queste quattro opere individuano un piano stilistico-sin- 
tattico sul quale Porigine in gran parte gallica dei Conti e del No- 
vellino, quella latina della Disciplina e del Fiore di filosafi^ quella 
indigena di altre parti del Novellino lasciano ben scarse tracce. 
Diverso il caso del latino. Noi riteniamo che si sia ecceduto 
nell'attribuire alPoperosita dei volgarizzatori un influsso decisivo; 
e che si debba anzitutto tener conto del volgarizzamento impli- 
cito nelPatto di trascrivere in forma volgare un contenuto cul- 
turale le cui sorgenti erano quasi sempre iatine, sia pur medievali. 
Ma in questo senso piu ampio, Papporto del latino alia costitu- 
zione della prosa volgare e decisivo. Vediamo la sintassi elementare 
e rozza dei libri di conti e delle lettere; vediamo quella compcn- 
diaria delle prime cronache: la poverta di nessi e di sfumaturc si 
riferisce a un pensiero ancora aderente alle cose nella loro bruta 
interdipendenza : siamo in un momento economico. II passaggio 
al momento etico e teoretico, col quale coincide la nascita della 
prosa toscana, awiene appunto attraverso una ricognizione di rap- 
porti piu sottili e complessi: con la guida dei testi latini, e con 
strumenti sintattici elaborati sul loro modello. Si badi: costruzioni 
dedotte direttamente dal latino sono piu numerose di quellc tratte 
dal francese, ma non moltissime; e nei giro del periodo, nei cal- 
colo esatto delPespressivita raggiungibile con la posizione delle 
parole, con Pequilibrio delle opposizioni e dei parallelismi, con la 
perspicuita dei richiami verbali, con la sicurezza nei rapporti di 
subordinazione, con Parmonia del discorso, con Pampiezza del- 
Pintonazione, che il modello latino agisce e continued ad agire. 
E i volgarizzamenti ci permettono, senz'altro, di seguire questo 



INTRODUZIONE XXIX 

progresso : perch6 dalla metk del Duecento alia meta del Trecento 
non solo si impara a scegliere con maggior coscienza critica gli 
autori, ma la traduzione, dapprima disinvolta e approssimativa, 
si fa sempre piu sensibile alia bellezza, aderente al tono. 



in 

La distinzione degli stili (che si rifaceva soprattutto al formu- 
lario della Rhetorica ad Herennium) agiva abbastanza esplicita- 
mente sul lavoro degli scrittori dugenteschi. Certo non si pu6 ten- 
tare, in base ad essa, una rigida classificazione delle opere lette- 
rarie; ma tuttavia queste si raccolgono chiaramente in gruppi che 
proprio il tono stilistico caratterizza. Va anzi ricordata, a riven- 
dicare la coscienza della distinzione, la plurality di stili entro una 
medesima opera (il Fiore di rettorica passa da una piana intonazione 
espositiva airartificiosit& degli esempi di ornato; la Rettorica di 
Brunetto traduce con una certa solennitk il De inventione, mentre 
conserva nel commento una dimessa intonazione didattica), o il 
programmatico pluristilismo di alcuni autori (e ancora Brunetto 
che sale un secondo gradino per avvicinarsi airalto latino e 
forte delle orazioni ciceroniane). Si tratta insomma di tendenze 
piu che di norme precise, come sembra indicare 1'elenco in pro- 
gressione di Dante: gradus insipidus, sapidus, sapidus et ve- 
nustus, sapidus et venustus etiam et excelsus (De vitlg. el., n, 

vi> 4-5)- 

A non utilizzare tutta la tasticra degli stili i prosatori erano 
condizionati dalla urgenza delle loro fmalita pratiche, didascaliche. 
E cosl la carriera dello stile piu elaborato resta agli inizi confmata 
in territori laterali ; da Guido Faba a Guittone, con qualche appa- 
rizione in volgarizzamenti particolarmente impegnativi, per esem- 
pio quello giamboniano di Orosio. L'esperimento guittoniano ebbe 
scarsa vitalita, almeno nella sua formulazione originaria: mentre 
il rigorismo morale di Guittone suonava troppo severo tra il fervore 
dei traffici, gli interessi terreni della societa toscana, il suo stile, 
che caricava il forte contenuto oratorio con gli ornamenti delle 
scuole medievali e, per un caratteristico equivoco, della poesia 
volgare (prestilnovistica), era in contrasto col gusto quasi uma- 
nistico che Dante (condannando i guittoniani nunquam in voca- 
bulis atque constructione plebescere desuetosw) si apprestava ad 



XXX INTRODUZIONE 

esprimere e celebrare, esortando a leggere i regulates poetas - 
Virgilio Ovidio Stazio Lucano - e gli autori di altissimas pro- 
sas-Livio Plinio Frontino Orosio (De vulg. el., n, VI, 7-8). E non 
si legge senza curiosita, nel manoscritto Panciatichiano del Novelli- 
no (xxxvi), un frammento della Letter a I di Guittone cstremamcntc 
semplificato nello stile, e utilizzato come breve, episodica csortazio- 
ne. Maggiore fu la risonanza delle composizioni politiche di Guit 
tone, nelle quali 1'oltranza stilistica corrispondeva immediatamente 
alia violenza della passione : tanto che anche il modesto compilatore 
della Cronica fiorentina (qui a p. 924) si fa premura di aggiungere, 
dopo la descrizione della battaglia di Campaldino, che sconfitti, 
morti e presi gli Aretini, frate Guittone, cavaliere delTQrdine di 
Bengodenti, al Comune di Firenze scrisse una lettera, la quale 
disse in questo modo ... (menzione, ahimfe, interrotta, e lettera, 
ahim&, perduta). 

Lo stilus sapidus et venustus etiam et excelsus ha uno dcgli 
esempi piu mirabili nell'eloquente difesa del volgare che apre 
il Convivio\ e riaffiora nei punti piu esposti del trattato. II Corwivio^ 
si sa, illustra i capisaldi del pensiero dantesco in una forma inten- 
zionalmente razionale, che tuttavia culmina, cedendo aU'urgenza 
del sentimento, in espressioni piu immaginose e direttamcntc effi- 
caci. Ad ogni modo 1'intendimento di Dante k didascalico (in for 
ma personalissima), oltre e piu che artistico; e alia drammatica 
alternanza di dimostrazione e perorazione non poteva certo corn- 
spondere un costante impiego dello stilus excelsus )>. Questa os- 
servazione non vale soltanto a definire e spiegare Tepisodicita 
dello stilus excelsus nel capolavoro di Dante prosatore, ma a 
rilevare come un sintomo della nuova stagione letteraria il modo 
piu libero e fresco di osservare le gradazioni stilistiche, la coscien- 
za che lo stilus excelsus non poteva piu essere sovrapposto come 
una vernice ad un contenuto astrattamente definite nobile , ma, 
in un contesto caratterizzato da una nuova coscienza della realta, 
avrebbe opportunamente arricchito dei suoi stilemi le zone mosse 
dall'ispirazione e dall'entusiasmo, o sollevate in alto dalla con- 
templazione. 

Ampia e invece la gamma dei toni intermedi. Intanto istituzio- 
nalizza i propri stilemi, pur senza proporsi risultati d'arte, la 
prosa espositiva dei chiosatori (ben rappresentata dalle chiose di 
Brunetto alia Rettariea), che nella sintassi riproduce, con la tra- 



INTRODUZIONE XXXI 

sparenza dei nessi e con la prevalente paratassi, la gradualita del- 
rinsegnamento. semmai in funzione di ordine e di chiarezza 
che in questa prosa hanno accoglienza certi espedienti di disposi- 
zione e di distribuzione di nobile origine: alPesteriorita dell'ornato 
subentra I'immanente armonia di un pensiero piuttosto elementare 
(e, in parte, di proposito), certo chiaro e funzionale. Maggiore 
sforzo viene applicato al settore del lessico, cosi da conferire al 
volgare possibilita semantiche prossime a quelle del latino medie- 
vale; e Fimpegno nomenclatorio gia incomincia a preparare e ad 
utiKzzare un deposito di prefissi e suffissi e radici che rende il gio- 
vane linguaggio pronto a scattare sulla dirittura dell'espressione 
concettuale. A questo genere espositivo si pu6 anche aggregare la 
Compostzione del mondo di Ristoro, notando per6 che la liberta di 
movimenti (libero maneggio delle fonti e dei risultati sperimentali) 
e Tingenuo entusiasmo della scoperta danno a molti brani un nuo- 
vo calore, un respiro piu ampio. 

Queste scritture di scuola - s'intenda in senso molto ampio - con- 
tenevano in s6 elementi che piu tardi avrebbero raggiunto un no- 
tevole potenziale energetico. Quando, cioe, il rapporto tra espo- 
sizione, ora prevalente, e dimostrazione, ora appena tentata, e di 
rado, si capovolgera, sar proprio lo sforzo di dare armi al pensiero, 
a dare, anche, efficaci e numerose armi alia prosa. Questa rivolu- 
zione, che orientera lo stile mediocre in direzione di quello sapido 
o persino eccelso, avra il suo centro nel Convivio, che costituira 
dunque, nella storia della prosa, un ponte verso il futuro. 

Piena dignit& formale competeva, secondo Poraziano Sumite 
materiam . . . , tanto caro ai teorici medievali, agli argomenti 
filosofico-religiosi. Questi argomenti erano quasi sempre attinti 
alia letteratura latina (o francese) piu o meno prossima, e soltanto 
muniti di un nuovo involucro toscano. Di qui il minor travaglio 
richiesto per la messa a punto complessiva, rispetto alle scritture 
piti scolastiche; e pare di trovarsi su un terreno che, sebbene piu 
solido, non off re ormai grandi attrattive al travaglio spirituale del 
secolo. Ma quando uno dei primi traduttori fiorentini riesce a creare 
un ? opera come il Libra de' Vizi e delle Virtudi y egli arricchisce di 
un esemplare pregevolissimo la fitta serie di composizioni alle- 
gorico-morali che per6, sospesa in uno spazio librato molto al di 
la degli interessi quotidiani (e diciamo anche interessi di moralita 
quotidiana, e interessi letterari - il gusto narrative e romanzesco - e 



XXXII INTRODUZIONE 



religiosi - il gusto agiografico), non era destinata ad avere in Italia 
una grande fortuna. Nel tempo stesso per6 Bono s'inseriva in un 
altro ordine di esperienze: quello relativo allo stile e alia sintassi. 
Al trattato allegorico la tradizione romanza riserbava la forma me- 
trica : e si va dal Roman de la Rose, cosl apprezzato anche in Italia, 
sino ai poemetti lombardi e veneti, e al Tesoretto, e al Fiore, e 
all 3 ' Intelligenza. La preferenza accordata alia prosa da Bono, che 
gia si era cimentato in volgarizzamenti ardui come quelli di Orosio 
e di Vegezio, dipese da un giusto calcolo stilistico e da una buona 
sintonia con le propensioni toscane. Gli ottonari del genere dottri- 
nale avrebbero imposto costrizioni al discorso che nelPorecchio di 
Bono risonava col ritmo della prosa latina (echi vicini e lontani : 
di Boezio, Prudenzio, san Gregorio; e piu di tutti della Bibbia), La 
scelta della prosa rappresenta dunque in Bono una presa di coscien- 
za del gusto preumanistico contro le rielaborazioni romanze. 
La gara ingaggiata dai volgarizzatori con i loro testi latini, cosl 
da ottenere, con altri mezzi, un adeguato rendimento linguistico : 
esattezza semantica, ricchezza aggettivale, equilibrio dei coefficienti 
espressivi, aweniva per lo piu neH'ambito delle sentenze, sia 
per il valore molto alto che ad esse si attribuiva, sia per la loro neces- 
saria concentrazione gnomica. Come si pu6 ben constatare nel 
Fiore di filosafi, che dal vivace e corsivo andamento delle parti 
narrative, del tutto indipendenti dal modello, passa al ponderato 
e fedele impegno dei florilegi di sapienza. Nel Fiore di filosafi si 
ha dunque una duplicita di toni: I'equilibrio dinamico dei racconti 
e Tequilibrio statico delle sentenze. Ma la soluzione pui matura 
consisteva nello strappare la sentenza alia sua fissite atemporale 
per tenderla verso un determinate bersaglio dimostrativo (nello 
stesso modo che la frammentariete delle chiose poteva trovare una 
salda successione nei progressi del ragionamento). La battaglia 
principale si chiamera Convivio\ e nel Convivio si assesteranno 
le due correnti anche stilistiche: 1'esplicativa e la sentenziosa. 
Ma un primo scontro, gia ricco di belle mosse e di gloria, & nel 
Libro de y Vizi e delle Virtudi: il contenuto dimostrativo non nuovo, 
anzi ripreso dalla letteratura edificante medievale, e strutturato 
in un assieme elegante e proporzionato e non privo di efficacia. 
II modulo base e stato trovato da Bono, anche da Bono, nella re~ 
tonca; ma non e piu la retorica goticamente irta di pinnacoli di 
Guittone, bensi una retorica dal respiro ampio e pausato. Bono ha 



INTRODUZIONE XXXIII 

scelto secondo un criterio che pare di poter riassumere cosl: 
scartare i procedimenti gratuitamente esornativi, accogliere quelli 
che possono rilevare i nessi delPargomentazione o, tanto meglio, 
ravvivarli: ci6 significa rivalutare, contro V ornatus facilis prediletto 
nel Medioevo, il classico ornatus difficilis, e specialmente Vamplifi- 
catio (e sono appunto le direttive poi ben altrimenti attuate da 
Dante). II risultato e una intonazione di alta eloquenza, la sapiente 
concatenazione di argomenti non peregrini. 

Subiva cosi una prima sollecitazione Pinerzia del materiale gno- 
mico, strappato alia fissita del vero eterno e gia smosso dal pathos 
dell'esortazione; ma questo materiale, con un'ultima spinta, Bono 
lo imbarca sulla corrente sicura del racconto, afSdando la succes- 
sione degli insegnamenti alle tappe di un viaggio allegorico, di un 
pellegrinaggio di perfezione. Cosi la sintassi di tipo sentenzioso- 
eloquente acquista mobility e durata: la frattura che notavamo nel 
Fiore di filosafi incomincia a saldarsi, e gia si possono alternare 
armoniosamente le coordinate e le relative della narrazione con 
le simmetriche membrature e le eloquenti progressioni delPelo- 
quenza. 



La prosa narrativa presenta - e non c'& da stupirsene - una 
minor varieta non solo di atteggiamenti, ma di implicazioni. A 
quali tradizioni, infatti, potevano collegarsi i primi narratori vol- 
gari ? Da un lato a quella del romanzo e della novella francesi (gesti 
e parole ritmicamente frazionati e sospesi al filo di una fantasia 
ormai meccanicizzata), dall'altro a quella dell'exemplum latino (col- 
tivata nel Medioevo con una semplicita, se non rozzezza, di forme, 
dovuta talora alia funzione puramente mnemonica di scritti desti- 
nati airamplificazione del predicatore; quasi sempre alia finalitk 
di edificazione, alia quotidianitk dei contenuti, alle inserzioni dia- 
logiche). Ci6 non toglie che anche nei testi narrativi si possa in- 
travvedere una gamma di awiamenti stilistici. 

Un tono medio pare di percepire nella letteratura romanzesca 
(e infatti Bono ha potuto riprenderne gli atteggiamenti, nelle zone 
connettive della sua allegoria, senza provocare contrasti con le 
parti di maggiore impegno retorico). Sara, probabilmente, per 
Fimpiego di stilemi messi a punto nella lunga carriera francese 
del genere; sara, anche, per la destinazione edonistica di questa 



XXXIV INTRODUZIONE 

letteratura: fatto si e che i romanzi, pur sfociando, almeno per 
il lettore cToggi, in un oceano di monotonia, dimostrano nello svol- 
gimento della narrazione e del dialogo una certa finitura, che cer- 
tamente attua una serie tradizionale e non codificata di norme 
nella scelta degli aggettivi, nella posizione delle parole, neirarmo- 
nia continua del dettato. Splendida 1'accoglienza riservata dai let- 
tori toscani a questa prosa di romanzi, che fu presto introdotta 
nella catena di una produzione in serie : Artu e Tristano, Ginevra 
e Isotta acquistarono una rinomanza persino popolare, e singolar- 
mente durevole. Ma si trattava insomma di una letteratura d'eva- 
sione; ed evasiva risultava, rispetto alia realta, la melodia astratta 
del suo stile. 

Alle vicende quotidiane, alle passioni a misura normale, agli 
ideali per tutte le borse, alle beffe di gente arguta e non molto raf- 
finata si adattavano assai meglio i moduli veloci degli exempla. 
Altra maniera di scorciare i ritratti e i discorsi : con un segno ner- 
voso e libero, con le reazioni immediate del parlato. Ma in que- 
sto caso la tradizione pu6 aver suggerito al massimo la misura 
media del racconto, il gusto dell* abbreviation i procedimenti della 
narrazione fecero le loro prove in scritture assai eterogenee, tro- 
vando la loro unita, prima che in opere letterarie, nella comunanza 
del gusto. Comunanza di gusto ch'<b anche comunanza di idealitk 
e di interessi: tanto che basta scorrere le prime scritture a carattere 
utilitario o comunque non letterario per avvertirne g& i segni e i 
conati espressivi. II diligente, piatto resoconto delle transazioni 
commercial!, nelle Letters senesi, si colora di risentimento, vibra 
nella tensione dell'odio municipale la dove, per esempio, si da 
notizia della vittoria di Montaperti ; e 1'andamento paratattico aguz- 
za le punte di ogni frase, di ogni espressione popolarescamente 
rilevata. I registri pettegoli e crudeli della Cronica fiorentina ospi- 
tano pagine di grande effetto: quelle dedicate ad awenimenti 
vicini, che il compilatore riferisce con partigiana vivacita. 

Le parti guelfa e ghibellina avranno avuto origini pifc serie di 
quelle che attribuisce loro la tradizione contemporanea, e perci6 
anche la nostra Cronica] ma a noi importa il senso che davano 
agli awenimenti coloro che ne erano in qualche modo partecipi. 
Ebbene, che le parti si siano costituite in seguito all'uccisione di 
Buondelmonte, e che Buondelmonte sia stato ucciso per la rot- 
tura di un contratto matrimoniale, e che la rottura del contratto 



INTRODUZIONE XXXV 

sia awenuta per istigazione di Gualdrada Donati, che cosi rovinc- 
il tentative di pacificazione tra gli amici di Buondelmonte e quelli 
degli Amidei, e che pacificazione occorresse dopo una banale 
rissa, provocata da un tagliere carpito e da un altro rovesciato 
in faccia a un avversario, e una spiegazione che rappresenta bene 
la radice familiare, personale, viscerale delle passioni politiche nei 
Comuni toscani; e spiega perch6 il racconto della Cronica tragga dai 
particolari descrittivi ( Iev6 uno tagliere fornito dinanzi a messer 
Uberto delli 'Nfangati . . . villanamente riprese messer Uberto 
predetto . . . onde messer Uberto lo smentio per la gola, e mes 
ser Oddo Arrighi li gett6 nel viso uno tagliere fornito di carne . . . 
e messer Bondelmonte diede d'uno coltello a messer Oddo Arrighi 
per lo braccio, e villanamente il fedio ecc.), dalla trascrizione 
diretta dei dialoghi ( Cavaliere vitiperato, c'hai tolto moglie 
per paura delPUberti c di Fifanti; lascia quella c'hai presa e prendi 
questa, e sarai sempre inorato cavaliere ; Se tu il batti 
o fiedi, pensa prima di fare la fossa dove tue ricoveri; ma dalli 
tale che si paia, ch6 cosa fatta ca[po] ha , qui alle pp. 916-7) 
la sua forza drammatica. 

II risentimento politico si concentrava nelPespressione sprez- 
zante ( Fiorenza conciaremo noi si, che giamai no ce ne miraremo 
drieto ; elino hano si grande paura di noi e de' nostri cavaieri, 
ch'elino si scompisciano tutti, Lettera senese del 1260), nella epi- 
grafica brevitk del motto : da cosa fatta capo ha sino a quando 
un asino raglia un guelfo nasce. Sono procedimenti propri del 
linguaggio popolare; che per6 risultarono cosi congeniali al gu 
sto toscano, da assurgere a paradigmi estetici e a misura della vi- 
vezza di spirito. Lo attesta il Novellino, citando in primo piano, 
tra i propri argomenti, i fiori di parlare, e suggerendo che uno 
solo di essi pu6 ben costituire la sintesi di un'esperienza umana: 
sono stati molti, che sono vivuti grande lunghezza di tempo, e in 
vita loro hanno appena tratto uno bel parlare, od alcuna cosa da 
mettere in conto fra i buoni (qui a p, 797). E nel Novellino il lam- 
peggiare di un bel motto domina quasi sempre il breve spazio dei 
racconti contemporanei. 

Attenzione ai fatti e ai sentimenti quotidiani, trascrizione veloce 
degli awenimenti, concentrazione verbale e proverbiale: questi 
elementi, che si riscontrano spesso nelle lettere e nelle cronache, 
e si ritrovano poi nelle opere con vera dignity artistica, furono co- 



XXXVI INTRODUZIONE 

munque correlati da una potente vocazione narrativa. Questa voca- 
zione riesce gia a farsi strada nel territorio del volgarizzamenti. 
Ecco il Fiore difilosafi, abbastanza esatto e rispcttoso nella tradu- 
zione delle massime latine, apparire piu libero, o Hberissimo, nei 
brani narrativi, dove i suggerimenti dello Speculum historiale sono 
felicemente rinnovati, non importa se ricorrendo o no ad altre 
fonti (Plato cum dives esset, et thoros eius Dyogenes lutosis 
pedibus conculcaret, ut posset vacare philosophic elegit Achade- 
miam diventa Plato, essendo sommo filosafo, era molto ricco. 
Si che un altro filosafo, ch'avea nome Diogene, venne a lui e trov6 
grandi letta nella camera sua. E non li par!6, se non che con li 
piedi fangosi abatteo il letto, calpitando coltre di porpore; e quando 
avea forbiti i piedi, ed elli tornava f6ri ed infangavasi via pito, e 
tornava a ricalpitare il letto. E partissi, e disse a Platone: Cos! 
s'abatte la superbia tua con un'altra superbia. Ed allora Platone 
si partie e andonne con suoi discipoli in Accademia [qui a p. 523]). 
Ecco la traduzione pedestre, e forse compendiaria, della l)isciplina 
clericalis divenire oggetto di un totale rifacimento in uno dei mano- 
scritti; e appunto, e soltanto, nei brani narrativi. Si confronti qual- 
che brano della novella De integro amico (qui alle pp. 258-9), Quan 
do i medici dichiarano che il male delPospite e d'amore, la ricerca 
della sua causa e avviata cosl, seccamente, nella Disciplina: Hoc 
agnito dominus venit ad eum, et quesivit si qua esset mulier in do- 
mo sua quam diligeret. Ad hec eger: Ostende michi omncs do- 
mus tue mulieres, et si forte inter eas hanc videro, tibi ostendam ; 
sicch6, tra Paltro, Pindagine e provocata dal malato stesso, come 
se egli ignorasse quale volto muliebre lo abbia colpito, Nel rifaci 
mento & Pamorevole padrone di casa che invita, prega ripetutamente 
Pammalato, che si confidi: Amico mio e fratello mio, cosa in 
questo mondo neuna che ti piaccia? ... Amico, jio ti prego per 
Pamore di Dio e di neuna cosa ch'al mondo sia, che tu dichi se tra 
queste ha cosa neuna che ti piaccia, che tu nol mi celi, si come 
t'e caro il mio amore. Affettuosa generosita, che fa vibrare di 
tenerezza la risposta delPospite, quando egli infine confessa Pori- 
gine della sua pena: Fratel mio, questa e quella per cu' io 
muoio e quella che mi pu6 dar vita, quando piaccia ate e aid 
(in latino, soltanto: Ex hac est michi mors et in hac est michi 
vita! ). Ed e tutta un'invenzione del traduttore la gara di altruismo 
fra i due amici, la trattativa matrimoniale con i parent! della 



INTRODUZIONE XXXVII 

donna: Immantenente questi de la casa ispodest6 s6 e misela in 
mano a lo 'nfermo, e disse : lo la t'acomando ; si come io 1'avea 
per me, cosl Fabbi tu. E que' non volendola, e que' dandoglile, 
e' convenne che la togliesse; e conciossi co' parent! de la fanciulla, 
si che si ne chiamaro pagati; e questi gli fece bella camera e 
diegli bella sala ne la detta sua casa e fece grande nozze, e 'n 
grande alegrezza stettoro insieme (in latino: Quo audito dedit 
ei puellam nobilem in uxorem cum omnibus que erat cum ea 
accepturus. Et preterea dedit ei ea que erat daturus puelle, si earn 
acciperet in uxorem))). 

Una definizione stilistica di questa corrente narrativa pu6 essere 
opportunamente basata sull'analisi del Novellino> che ne &, nel 
Duecento, il risultato piii perfetto. Si possono esaminare due no- 
velle vicine, e diversamente intonate (xcvi, xcix, qui alle pp. 
876-8 e 879-80). La sintassi e semplice, anzi elementare: preval- 
gono il polisindeto ( Riscaldato d'ira, la mattina per tempo si 
Iev6, e misesi sotto le pelli una spada rugginosa, e venne in capo 
del ponte. E Ik trov6 Bito ecc., xcvi ; Ma salio questi a cavallo, ed 
ella si gitt6 in su un altro de' migliori che v'erano, e andaro via, 
xcix) e, con effetto d'immediatezza, Fasindeto ( disse alia fan- 
te molta villania, e domandolla dove quelli stava. Ella gliele 
disse a punto. Avidesi ch'era Bito, xcvi; Giunse quella sera alle 
mura. Le porte erano tutte serrate; ma tanto acerchi6 che s'abatt6 
a quella porta dov'erano coloro. Entr6 dentro. Andonne inverso 
la magione di colei, xcix); tra le subordinate sono piu frequenti 
le relative, le consecutive, i gerundi, e raramente si giunge a un 
grado di subordinazione superiore al secondo. La complessita 
sintattica riflette, in genere, il dominio sui rapporti causali e tem- 
porali dei fatti; orbene, la sintassi semplicissima del Novellino, 
oltre ad essere compensata da un'acuta facolt di osservazione, da 
un uso sicuro del lessico, cosl da poter suggerire tali rapporti pur 
senza esplicitarli, mostra anche un'ammirevole attitudine ad evo- 
care Tatmosfera psicologica entro la quale i fatti si svolgono. Al di- 
panarsi della novella xcvi sta a base un imbroglio pressoche* disin- 
teressato, compiuto per mero gusto della beffa (e il nome del Boc 
caccio pu6 essere citato senza esitazione). Ma Tabile narratore ha 
svolto il racconto come un incontro, piu che di due caratteri, di 
due ritmi : quello spezzato e stizzoso che corrisponde alia sospet- 
tosa avarizia di Frulli (era si iscarsissimo e sfidato, che faceva i 



XXXVIII INTRODUZIONE 

mazzi del camangiare e ano[v]eravali a [la] fante, e faceva ragione 
che pigliava), e quello subdolamente sicuro e pacato del sim- 
patico imbroglione Bito. Cosl alia messinscena di Bito (s'avea 
messa la pru ricca roba di vaio ch'avea), che appoggiata dal suo 
discorsetto tra confidenziale e signorilmente schizzinoso ( non 
ci sono se non io e la fante mia, che tutta la famiglia mia e in villa, 
si che troppo mi sarebbe una derrata ; e io li amo piu volentieri fre- 
schi ) conquista con facilita la fiducia della fantesca ( - SI, posai 
a un bel cavaliere ), risponde un accelerarsi del tempo narrativo 
col passare di Frulli dal sospetto all'ira al furore ( annoverando 
piu volte, pur trovava meno un danaio . . . Quelli riscaldandosi 
co lei, domandolla se s'era posata a San Giorgio . . . disse alia 
fante molta villania). Ma a sua volta il furore di Frulli, che gli 
suggerisce un tragicomico travestimento guerriero e minacce in- 
controllate ( Riscaldato d'ira, la mattina per tempo si Iev6, e mi- 
sesi sotto le pelli una spada rugginosa . . . Alza questa spada, e 
fedito 1'avrebbe, se non fosse uno che '1 tenne per Io bracck>), 
e poi, tra la confusione della gente accorsa, si sfoga miseramente 
in un balbettio affannoso ( Quelli il disse con tanta ambascia, 
ch'a pena poteva), si placa di fronte al ritmo risoluto della rispo- 
sta di Bito ( Ser Frulli, io mi voglio conciare con voi. Non ci 
abbia piu parole. Rendete il danaio mio, e tenete la medaglia vo- 
stra. Ed abbiatevi il mazzo di cavoli con la mali[di]zione di Dial ) 
cosl da provocare Pacquiescenza di Frulli alia nuova transazione- 
beffa, e la risata finale del pubblico. 

Tutt'altra intonazione quella della novella xcix. La passione 
silenziosa e scoraggiata del giovane ( consumavasi come smcmo- 
rato, e spezialmente il giorno ch'elli non la vedea), che Io porta 
a vagare solitario nei luoghi dove abita la sua bella ( quelli che 
consumato era, in villa non trovava luogo; era salito a cavallo, e '1 
compagno suo no[l] seppe tanto pregare che '1 potesse ritenere; 
e non voile la sua compagnia. Giunse quella sera alle mura. 
Le porte erano tutte serrate; ma tanto acerchi6 che s'abatte* a 
quella porta dov'erano coloro. Entr6 dentro. Andonne inverso la 
magione di colei, non per intendimento di trovarla n6 di vederla, 
ma solo per vedere la contrada), sinche, per una serie ben conge- 
gnata di coincidenze, il disamato si trova in groppa al suo cavallo 
Famata, e fugge felice con lei, condiziona il clima soavemente ir- 
reale in cui viene immersa la donna, infine consapevole delFequi- 



INTRODUZIONE XXXIX 

voco, dalla supplice dolcezza delFinnamorato ( Questi cavalca- 
rono ben diece miglia, tanto che furono in un bello prato intor- 
niato di grandissimi abeti. Smontaro, e legaro il cavallo all'albero. 
E prese a basiarla. Quella il conobbe: accorsesi della disaventura; 
cominci6 a piangere duramente. Ma questi la prese a confortare la- 
grimando, e a renderle tanto onore ch'ella Iasci6 il piangere e 
preseli a volere bene, veggendo che la ventura era pur di costui; e 
abbracciollo ), si riflette nella natura, trasognata come la passione 
delPuomo e, mediante il suo potere d'incanto ( e miravagli per lo 
lume della luna ch'era apparito), pare che anche sappia influire 
suiranimo degli altri: non solo della fanciulla, ma degli stessi in- 
seguitori (Cavalcaro tanto, che li trovaro dormire cosi abbrac- 
ciati . . . Allora ne 'ncrebbe loro disturbarli e dissero : Aspet- 
tiamo tanto, ch'elli si sveglieranno . . . )>). 



La rassegna delle correnti stilistiche ci ha ripresentato la situa- 
zione civile e culturale prima abbozzata. II filone narrative si svi- 
luppa su un'area che coincide in parte con quella dell'epistologra- 
fla commerciale e della cronaca; rappresenta cioe il passaggio piu 
diretto dalFarte del vivere all'arte del narrare. Le energie com- 
battive che reggevano e indirizzavano questo vivere erano, so- 
prattutto, politiche; ed ecco il significato stilistico della polemica 
campanilistica, dalle forme immediate dQirimproperium alle piu 
riflesse, e le sue vistose conseguenze sul gusto, gia propenso alia 
parola scolpita, al motto tagliente. Nello spazio fantastico che si 
allargava con Pestendersi dell'autocoscienza comunale, trovarono 
posto da un lato i ricordi storici piu o meno mitizzati, dall'altro le 
invenzioni romanzesche di origine francese: cosl incominciarono 
ad accostarsi lo stile melodico della prosa d'oltralpe e quello piu 
impegnato delle prime traduzioni dirette dal latino. 

Ma la civiltk comunale rassodb anche le proprie basi assimilando 
i risultati della meditazione scientifica e morale di tutto il Medioe- 
vo (donde la febbrile attivita di volgarizzazione e compilazione, 
Tentusiasmo delle prime indagini dirette) ; voile, in definitiva, im- 
parare. fe questa prospettiva che conferisce a un Brunetto le di- 
mensioni imponenti che Dante e il Villani gli attribuirono. E la 
sua Rettorica ce lo mostra proprio alle prese con un pubblico ideale 
di scolari: al quale commenta, si, il testo del De inventione, ma 



XL INTRODUZIONE 

spingendosi dalla spiegazione lessicale alFinterpretazione giuridica 
alia classificazione delle attivita filosofiche. Qui lo stile non 6 sugge- 
rito tanto da una tradizione glossografica, quanto dalle ragioni stes- 
se dell'esposizione, ai cui movimenti applica i nessi razionali e di- 
stributivi usati quasi sempre nel Medioevo con intend formalistici. 
Ricordiamo, ancora una volta, che la varia cultura si raccoglie, 
nella Rettorica, intorno al testo del De inventione; che nel Tresor 
essa converge verso i capitoli finali dedicati alia retorica e alia poli- 
tica. Ci troviamo alia confluenza dello studio retorico e delForganiz- 
zazione democratica, ricondotti alia preminenza dell'attivitk po- 
litica in Toscana, ma al livello ufficiale delle discussioni pubbliche 
e dei trattati. In questa attivita le esperienze dei dettatori bolo- 
gnesi riprendevano contatto con le forze complesse e contrastanti 
delFagire umano: tanto che di fianco alle medievali artes dictandi 
incominciava ad ergersi Timmagine di Cicerone. 6 a questo punto 
che r attivita scolastica di Brunetto s'incontra con quella di tra- 
duttore elegante delle orazioni : e a noi pare di vederne simboleg- 
giato Fimmedesimarsi della resuscitata tradizione latina con un 
gusto di chiarezza e di armonia sviluppatosi appunto nel giova- 
nile sforzo delPautocoscienza culturale. 



Le varie tradizioni stilistiche riaffioreranno nella successiva sto- 
ria della prosa, diversamente combinate o polemicamente contrap- 
poste. Ma esse cesseranno di essere reperibili nello stato pressoch6 
puro con cui si presentano spesso nel Duecento. Certo, il Noveltmo 
sembra iniziare un primo movimento centripeto, avvicinando, non 
solo da un punto di vista tematico e genetico, Tincanto della novella 
xcix e quello dell'arturiana novella LXXXII, i motti delle novelle 
contemporanee alia sapiente e arguta diplomazia delle novelle 
XLIX e LXXIII, Telegante sottigliezza giuridica delle novelle IX e 
x e la classica severita della novella xv, 1'introspezione della novella 
xxxiv e la tradizionale furbizia della novella XLII; e cosl via. E 
infatti il Novellino rappresenta bene Tallirxeamento sul piano della 
contemporaneity allato alia cronaca tragica e comica, di concezio- 
ni e invenzioni entrate nel vivo della mentalita toscana dugentesca. 
Allineamento: non rielaborazione e sintesi. Viceversa si pu6 par- 
lare di sintesi tra la tradizione edificante e quella narrativa a pro- 
posito del Libro de y Vizi e delle Virtudi\ ma sintesi stilistica, senza 



INTRODUZIONE XLI 

traccia di travaglio teoretico o di sensibilita all'urgenza del motivi 
esistenziali. 

Da un punto di vista astratto, basterebbe dire che la prosa aveva 
saputo corrispondere sempre meglio ai contenuti generici della ci- 
vilta toscana; ma non era ancora stata portata all'incandescenza 
da un pensiero personale e innovatore. Sarebbe subito spiegato 
perch.6 la chiave di volta della prosa dugentesca si chiami Dante. 
La spiegazione & esatta, ma non esaustiva. 

In realta, il processo di assestamento, nella prosa, dei vari strati 
ideologic! e delle varie tradizioni stilistiche, si svolgeva in pre~ 
senza di un anteriore e piu energico movimento di unificazione 
contenutistica e formale, quello della lingua poetica : quando vengo- 
no alia luce i primi notevoli monumenti della prosa, Fesperienza 
siciliana & gia stata assorbita dalla cultura bolognese e toscana, gia 
& in atto la grande conquista lirica dello stilnovo. Nella raggiun- 
ta maturita linguistica si celebra allora la definizione di una cor- 
rente spirituale autonoma: primo e splendido prodotto della 
civilta letteraria toscana. La poesia ha saputo elevare alPuniversalita, 
con la collaborazione e il fervido scambio interregional, passioni 
politiche e meditazioni morali e, soprattutto, una raffinata con- 
cezione spirituale dell'amore: si che Dante pu6 illudersi di rinve- 
nire, o di creare, un volgare illustre. E lo stesso Dante awerte 
con la consueta luciditk I'importanza della sperimentazione svol- 
ta sul terreno poetico quando, dopo aver segnalato Panteriorita cro- 
nologica della poesia (Vita nuova, xxv, 3-7), precisa che ccipsum 
[vulgare] prosaycantes ab avientibus [= poeti] magis accipiunt 
(De vulg. el, II, I, i). 

Alia prosa competeva di esplicitare e diffondere i contenuti che 
la lirica, aristocratica e schiva per definizione, aveva in s6 implicit!, e 
dibatteva in una cerchia di iniziati: questo appunto si propose 
Dante, inserendosi imperiosamente nella storia della nostra prosa. 
Ma le due grandi tappe di questa impresa, la Vita nuova e il Con 
vivio, indicano un altro e decisive awenimento : Festendersi delle 
nuove concezioni da alcune zone dello spirito ad una interpretazio- 
ne completa della moralita e delFazione umane. Cos! Vita nuova 
e Convivio non rappresentano soltanto due situazioni successive 
delFanimo di Dante (onde la Vita nuova appare cc fervida e passio- 
nata, il Convivio temperato e virile : Conv., I, I, 16); e non 
rappresentano soltanto una progressiva chiarificazione dei rap- 



XLII INTRODUZIONE 

porti tra il momento lirico e il momento razionale (situandosi la 
Vita nuova alFintersezione tra il cerchio della memoria, ancora ri- 
scaldato dai raggi di vision! beatifiche, e quello della esposizione 
didatticamente impassibile ; mentre il Convivio, lontano dalla gio- 
vanile poesia, muove semmai dal limite del rigore filosofico verso 
il traguardo delPentusiasmo morale, di una nuova ispirazione), 
ma questo ampliamento della comprensione e deH'interpreta- 
zione: che port6 Dante dalle rime amorose a quelle moral! al 
Convivio e, con volo altissimo, alia Commedia. 

Ci6 significa una vertiginosa convergenza, nella prosa dantesca, 
di tradizioni e stilemi: che se nella Vita nuova Papparente ele- 
mentarita dei moduli della tradizione narrativa veniva imprezio- 
sita dagli echi della lirica e da una interna musica, o resa estatica- 
mente solenne da atteggiamenti biblici; nel Convivio sono tese 
in una forte arcatura dimostrativa, secondo gli schemi della 
filosofia scolastica, le strutture ancora inertemente allineate nelle 
parti didascaliche della Vita nuova: tese da un entusiasmo di 
conoscenza e di persuasione che spesso erompe in digression! 
di eloquenza sublime , presagio di quella della Commedia 



L'impresa compiuta da Dante giustifica in pieno il suo vanto: 
per questo comento la gran bontade del volgare di si [si vedra]; 
per6 che si vedra la sua vertu r si com' 6 per esso altissimi e novis- 
simi concetti convenevolemente, sufficientemente e acconciamente, 
quasi come per esso latino, manifestare; [la quale non si potea bene 
manifestare] ne le cose rimate, per le accidental! adornezze che 
quivi sono connesse, cio& la rima e lo ri[ti]mo e lo numero rego- 
lato : si come non si pu6 bene manifestare la bellezza d'una donna, 
quando li adornamenti de Pazzimare e de le vestimenta la fanno piu 
ammirare che essa medesima. Onde chi vuole ben giudicare d'una 
donna, guard! quella quando solo sua naturale bellezza si sta con 
lei, da tutto accidentale adornamento discompagnata : si come 
sara questo comento, nel quale si vedrk Pagevolezza de le sue sil- 
labe, le proprietadi de le sue co[stru]zioni e le soavi orazioni che 
di lui si fanno; le quali chi bene agguardera, vedrk essere piene di 
dolcissima e d'amabilissima bellezza (Conv., I, x, 12-3). Dante po- 
teva vantarsi, oltre che di essere stato grande, di essere stato primo : 
per la prima volta la prosa italiana aveva espresso un contenuto ori- 



INTRODUZIONE XLIII 

ginale ed attuale, e quella volta s'era mostrata in grado di splen- 
didamente esprimerlo. 

La storia successiva non potra non partire da Dante; anche se 
si volgera in direzioni alquanto divergent! da quella verso la quale 
la letteratura del Duecento e Dante s'erano mossi. Continued il 
processo di approfondimento della latinitk, con la fondazione, per 
opera del Petrarca, di una vera filologia, con la conoscenza piu 
vasta e meglio inquadrata dei testi, con la comprensione piu ap- 
profondita dei loro valori formali. Ma questi progress! awerranno 
in un'atmosfera sempre piu schiettamente letteraria, che inglo- 
beni ed estenderk ancora i mutamenti apportati nel Duecento all'a- 
rea di pertinenza e alia funzionalitk della cultura, ma senza riu- 
scire a ripetere la lucida saldatura dugentesca tra un collettivo 
slancio vitale e la creazione di una coscienza letteraria. L'ora splen- 
dida dei Comuni e trascorsa: si preparano nuove organizzazioni 
politiche le quali non invocheranno pifr la collaborazione entu- 
siastica di tutti i cittadini. 

II Boccaccio sapra magnificamente conciliare nella sfera delFarte 
la vitalitk ancora robusta del gusto e degli indirizzi umani maturati 
nel Duecento e la soprawenuta aspirazione a un superamento del- 
Tattualitk in sede letteraria, a un dominio che cessa di essere parte- 
cipazione. E del suo stile che, sempre elaborate con finezza irri- 
petibile, sa trascorrere dal solennemente paludato al popolaresca- 
mente colorito, dai compiacimenti descrittivi alPirresistibile con- 
catenazione dei fatti narrati, i suoi successori avvertiranno di 
preferenza Tampiezza e la concinnita, gli atteggiamenti classicheg- 
gianti piu che quelli preumanistici, cioe proprio gli elementi che 
graveranno per secoli sulla nostra prosa. Ne la sopravvivenza della 
maniera piu immediata di raccontare, che avra nel Sacchetti il 
suo migliore esponente trecentesco, potra trovare altro sbocco che 
lo stile psuedo-spontaneo, travalicante verso il gergo, riesumato 
via via, per motivi spesso polemici, dai Fiorentini. Fatto si e che 
in Italia il predominio della letteratura toscana si afferm6 quando 
i fermenti che Tavevano nutrita erano prossimi alia liquidazione ; 
e il formalismo a cui la situazione sociale e culturale la stava spin- 
gendo s'accentu6 nelle regioni conquistate, dove mancava la 
linfa che alia letteratura pu6 venire dal linguaggio di tutti. 

CESARE SEGRE 



NOTA BIBLIOGRAFICA 



Sulla prosa italiana del Duecento. Informazione generale: A. BARTOU, 
La prosa italiana nel periodo delle origini, Firenze 1880 (Storia della let- 
teratura italiana, in) ; G. BERTONI, II Duecento, quarta ristampa dc k lla terza 
edizione riveduta e aumentata, con supplemento bibliografico (1940-1954) 
a cura del prof. Aldo VALLONE, Milano 1954 ( Storia letteraria d* Italian)* 
Stile e lingua : G. LISIO, Uarte del periodo nelle opere volgari di Dante Alighie- 
ri e del secolo XIII, Bologna 1902 (e la recensione di E. G. Parodi, era in K. 
G. PARODI, Lingua e letteratura, a cura di G. Folena, con un Saggio intro- 
duttivo di A. Schiaffini, Venezia 1957, pp. 301-28); E. G. PARODI, Giovanni 
Boccaccio, in Poeti antichi e moderni, Firenze 1923, pp. 155-64; A. SCHIAFFI 
NI, Tradizione e poesia nella prosa dearie italiana dalla latinita medievale a 
G. Boccaccio, Roma I943 2 ; Avviamenti della prosa del secolo XIII, in Mo- 
menti di storia della lingua italiana, Roma I953 2 , pp. 71-89; B. TERRACINI, 
Corsi di storia della lingua, Torino 1947-1953 (Dispense universitarie) ; 
Lingua liber a e liberta linguistica, in Arch. glott. it. , XXXV (1950), 
pp. 99-H7; xxxvi (1951), PP- 121-52; xxxvin (i953) PP- *-35> 3-89; 
V^aureo Trecento e lo spirito della lingua italiana, in Giorn. stor. d. lett. 
ital. , cxxxiv (1957), pp. 1-36; Pagine e appunti di linguistica storica, 
Firenze 1957; P. O. KRISTELLER, L'origine e lo sviluppo della prosa volgare 
italiana, in Cultura Neolatina , x (1950), pp. 137-56, poi in Studies in Re 
naissance Thought and Letters, Roma 1956, pp. 473-93; C. SEGRE, La 
sintassi del periodo net primi prosatori italiani (Guittone, Brunetto, Dante), 
in Mem. Ace. Naz. Lincei, Cl. Sc. mor., stor. e filol., ser. vni, vol. IV, 
fasc. 2, pp. 39-193; G. DEVOTO, Profilo di storia linguistica italiana, Fi 
renze 1953; L. MALAGOLI, Lo stile del Duecento, Pisa 1956. 

Sui volgarizzamenti: C. MARCHESI, II uolgarizzamento italico delle De~ 
clamationes pseudo-quintilianee, in Miscellanea G.Mazxoni, Firenze 1907, 
pp. 279-303 ; F. MAGGINI, / primi volgarizzamenti dai classici latini, Fi 
renze 1952; Volgarizzamenti del Due e Trecento, a cura di C. Segre, 
Torino 1953 ( Classici UTET); C. SEGRE, Jean de Meun e Bono Giam- 
boni traduttori di Vegezio (Saggio sui volgarizzamenti in Francia e in Italia), 
in Atti Ace. Scienze Torino , LXXXVII (1952-1953), II, pp. 1x9-53. 

Sulla prosa di Dante: G. BERTONI, La prosa della Vita Nuova* di 
Dante, in Poeti e poesie del Medio Evo e del Rinascimento, Modena 1922, 
pp. 155-202; C. SEGRE, La sintassi del periodo, cit., pp. 154-89; B. TER- 
RACINI, Pagine e appunti, cit., pp. 247-93. 



TAVOLA DELLE ABBREVIAZIONI 



A. BARTOLI, Prosa = A. BARTOLI, La prosa italiana nelperiodo delle origini, 

Firenze 1880 (Storia della letteratura italiana, m). 
G. BERTONI, Duecento G. BERTONI, II Duecento, quarta ristampa della 
terza edizione riveduta e aumentata, con supplemento bibliografico (1940- 
1954) a cura del prof. Aldo Vallone, Milano 1954 ( Storia letteraria d'l- 

talia). 
R. BOSSUAT, Manuel = R. BOSSUAT, Manuel bibliographique de la Litterature 

franfaise du Moyen Age, Melun 1951; e Supplement (1949-1953), avec 

le concours de J. Monfrin, Paris 1955. Si cita per paragrafi. 
L, DI FRANCIA, Novellistica L. DI FRANCIA, Novellistica, I (Dalle Origini 

al Bandelld), Milano 1924 ( Storia dei generi letterari italiani). 
Grundriss = Grundriss der romanischen Philologie, herausgegeben von G. 

Grober, Strassburg I9o4-i9o6 2 , voll. 2, tomi 4. 
H. L. F. = Histoire litte'raire de la France. Ouvrage commenc6 par des 

religieux ben^dictins de la Congregation de Saint-Maur, et continue 

par des membres de 1'Institut, voll. 38, Paris 1733-1949. 
G. LISIO, Periodo = G. LISIO, Varte del periodo nelle opere volgari di 

Dante Alighieri e del secolo XIII, Bologna 1902. 
F. MAGGINI, Volgarizzamenti = F. MAGGINI, I primi volgarizzamenti dai 

dassici latini, Firenze 1952, 
E. MONACI, Crestomazia i = E. MONACI, Crestomazia italiana dei primi 

secoli, Citta di Castello 1912. 

E. MONACI, Crestomazia 2 = E. MONACI, Crestomazia italiana dei primi 
secoli. Nuova edizione riveduta e aumentata per cura di F. Arese, 
presentazione di A. Schiaffini, Roma-Napoli-Citta di Castello 1955. 

Mostra di codici romanzi = Mostra di codici romanzi delle biblioteche fio- 
rentine, Firenze 1957 (viii Congresso internazionale di studi romanzi). 

V. NANNUCCI, Manuale i V. NANNUCCI, Manuale della letteratura ita 
liana del primo secolo della lingua italiana, Firenze 1837-1839, vol. ill. 

V. NANNUCCI, Manuale 2 == V. NANNUCCI, Manuale della letteratura ita 
liana del primo secolo della lingua italiana, Firenze 1 856-1 8s8 2 , vol. II. 

A. SCHIAFFINI, Momenti = A. SCHIAFFINI, Momenti di storia della lingua 
italiana, Roma I953 2 . 

A. SCHIAFFINI, Testi A. SCHIAFFINI, Testi fiorentini del Dugento e dei 
primi del Trecento, Firenze 1926 (ristampati, ivi, 1954). 

A. SCHIAFFINI, Tradizione = A. SCHIAFFINI, Tradizione e poesia nella prosa 
d'arte italiana dalla latinita medievale a G. Boccaccio, Roma I943 2 - 

C. SEGRE, Sintassi = C. SEGRE, La sintassi del periodo nei primi prosatori 
italiani (Guittone, Brunetto, Dante), in Mem. Ace, Naz. Lincei, Cl. 
Sc. mor., stor. e filot, ser. viii, vol. iv, fasc. 2, pp. 39-193. 

C. SEGRE, Volgarizzamenti ~ Volgarizxamenti del Due e Trecento, a cura 
di C. Segre, Torino 1953 (Classici UTET)- 

F. ZAMBRINI, Opere volgari = F. ZAMBRINI, Le opere volgari a stampa 
dei secoli XIII e XIV, Bologna 1878 e (Appendice) 1884. 



I 

ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE 
E PROSA D'ARTE 



GUIDO FABA 



Nel prologo della sua Rota nova, Guido Faba, in stile eccelso 
e con prosopopea quasi biblica fatte le lodi di Bologna, si compiace 
di dirsi bolognese di nascita e di precisare le ragioni del suo co- 
gnome: ccquia ex te natus est homo ille, qui veterum ignoran- 
tiam et confuskmem modernam clarificet suis epistolis atque mun- 
det. Hie nempe Guido ab ipsis cunabolis nominatus, qui ab ef- 
fectu rei hoc prenomen Faba annis puerilibus acquisivit. Son 
due punti fermi nella biografia del famoso dettatore, che quel 
pezzo autobiografico ha permesso di fissare ad E. H. Kantoro- 
wicz, il quale per primo 1'ha conosciuto e pubblicato (An Auto 
biography of Guido Faba, in ((Mediaeval and Renaissance Stu 
dies)), i, 1941-1943 [The Warburg Institute], pp. 253 sgg.). Magister 
gi& nel 121 o, il Faba avrebbe esplicato attivita notarile anche pri- 
ma del 1218, e sarebbe stato al servizio del vescovo di Bologna, 
come scriba, almeno nel 1221 e nel 1222. I suoi studi di legge 
andrebbero posti fra il 1211 ed il 1213; ma subito dopo egli si 
sarebbe dato airinsegnamento retorico. 6 probabile che una grave 
malattia, di cui egli esplicitamente parla piu di una volta nelle sue 
opere, lo avesse costretto ad abbandonare quella sua professione 
per Taltra di notaio; nella quale, per altro, si sarebbe segnalato 
tanto, da assumere posizione di evidenza in una vertenza tra Pi- 
stoia e Bologna, risolta con P arbitrate di Ugo da Ostia (al piu tardi, 
ottobre 1220). Proprio questa sua attivita dovrebbe aver incorag- 
giato il vescovo di Bologna ad assumerlo, come s'& detto, al suo 
servizio. L'insegnamento a San Michele bolognese, del quale si 
fa chiaro accenno nella Rota nova, risalirebbe al 1223; dopo di 
che, ordinato sacerdote, avrebbe riedificato la chiesa, senza tuttavia 
ottenere la simpatia del clero cittadino, anzi, come sembra, susci- 
tandone 1'avversione. 

Queste notizie, che il Kantorowicz ha fissate, risultano in parte 
piu vicine ai frutti delle ricerche fervide, ma anche un poco av- 
venturose, di A. Gaudenzi (/ suoni, le forme e le parole delVodierno 
dialetto della citta di Bologna, Torino 1889, pp. XXXVI sgg., e anche 
Sulla cronologia delle opere dei dettatori bolognesi, in Bull. dell'Istit. 
stor. ital. , n. 14, 1895, pp. 118 sgg.) che alle dubitose ipotesi 



4 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

avanzate da F. Torraca (Guido Faba, nel capitolo Per la storia 
letter aria del secolo XIII, in Studi di storia letter aria, Firenxe 1923, 
pp. 30 sgg.). Vero e che non tutte presentano ugualc misura d'at- 
tendibilita, o diciamo pure di certezza, n sono tutte con uguale 
validita fondate su prove di fatto o su document! inoppugnabili. 
E tuttavia esse egregiamente servono a tracciare un pur approssi- 
mativo profile degli anni che il Faba visse fra il 1210 ed 11 1225, 
e a disegnare un ritratto di lui come di uomo proteso verso nobili 
ambizioni cultural!, e non privo di un suo umano dinamismo. Ap- 
pare probabile che gli anni successivi al 1225 (f rse f mo a c * rca l a 
metk del secolo) non siano stati per lui soltanto pacifici anni di in- 
discusso e venerate magistero. 

Del resto, nel primo Duecento - e particolarmente nella riserva 
culturale destinata alia retorica e al diritto - era un ardimento 
pressoch6 inaudito porre il volgare sullo stesso piano del latino ed 
in emulazione artistica con esso (Gemma purpured), oppure addi- 
rittura elaborare vari esemplari in latino partendo da un solo mo- 
delta in volgare (Parlamenta et epistole) ; come per primo si prov6 a 
fare Guido Faba. Ma i nuovi tempi urgevano, ed il Faba scppe 
interpretarli con un certo anticipo, pur ammesso che il suo ardi 
mento possa essere attribuito con maggior verita alle insopprimi- 
bili necessita pratiche, che alia coscienza dclle possibilita espressive 
della lingua parlata ed alia fiducia nella futura nobilti dcH'ancor 
grezzo, disordinato ed irrequieto volgare. Nessuna parte di merito, 
per questo, va tolta alia fruttuosa intuizione del Faba, il qualc ri- 
versa sul volgare appunto il peso e Fesperienza della sua cultura la- 
tina medievale. Nella nostra prosa d'arte duecentesca si prolunga 
una linea che in lui ha Tinizio e che di Ik da lui si raccorda con 
quella ultima tradizione prosastica latina cosl scrupolosamente 
fissata in tutti i suoi coloriti cangiamenti dalle ieggi delle Artes 
dictandi (cfr. A. SCHIAFFINI, Tradizione, pp. 25 sgg.). Tra latino e 
volgare nessuna soluzione di continuitk, nell'umta di una cultura 
ancora decisamente aristocratica, e nella tensione verso una reci- 
proca adeguazione. II Faba ne e perspicuo documento. Dettatore 
tutt'altro che ignobile nelle sue opere latine (Summa dictaminis, 
Dictamina rethorica, Exordia et continuationes, ecc.), egli ha saputo 
gettare una testa di ponte nella storia della lingua e della letteratu- 
ra italiana con la sua Gemma pur pur ea e con i suoi Parlamenta et 
epistole. 



GUIDO FABA 5 

La Gemma purpurea e un breve trattato di retorica epistologra- 
fica, ed e scritta in latino. Ad un ampio panorama lessicale, consi- 
derato in vario riferimento a varie circostanze, seguono alcune 
raccomandazioni generiche sulla composizione delle lettere (e la 
rubrica intitolata Doctrina ad inveniendas, incipiendas et formandas 
materias) e molti esordi in latino ed in volgare, comincianti con 
una preposizione, con un avverbio o con una congiunzione. , 
dunque, in questa parte che sono inserite le formule volgari, alia 
pari delle latine, delle quali esse non sono la traduzione, ma quasi 
1'integrazione volgare (A. MONTEVERDI, Le formule epistolari vol 
gari di Guido Faba, in Saggi neolatini, Roma 1945, pp. 75 sgg.). 
Un'ultima serie di formule esclusivamente latine chiude Toperetta, 
che risulterebbe composta entro i limiti del 1239 da una P arte e del 
1248 dall'altra (cfr. per ultimo, sulle orme del Monteverdi, A. CA- 
STELLANI, Le formule volgari di Guido Faba, in St. di filol. ital. , 
xm, 1955, p. 5 e la nota). 

I Parlamenta et epistole raccolgono, invece, delle scarne trame 
esemplari d'oratoria e d'epistolografia, il cui punto di partenza, 
volta per volta, e un brano in volgare. Su questo, Guido Faba 
elabora tre diverse redazioni latine, una maior, una minor ed una 
minima, simili insomma nelPargomento, ma diverse nell'ampiezza, 
nelPintonazione, nello stile. Intorno aH'autenticita di quest'opera, 
la cui struttura pu6 far pensare che sia stata presumibilmente 
scritta dopo la Gemma (forse intorno al 1243, come giudicano 
A. Gaudenzi e con lui A. Monteverdi; nel qual caso la Gemma 
potrebbe ridurre a quel limite il proprio terminus ad quern), non e 
ormai giustificabile continuare a nutrire i dubbi seminati da F. Tor- 
raca (op. cit, pp. 33-4; e per contro, A. Castellani, op. cit., pp. 
70-1), che ne indic6 Tautore in Guido da Siena. Gli elementi in- 
terni, convalidati da altre opere del Faba, e la specifica attribuzione 
del Vaticano Latino 5107 non permettono altra conclusione, pur 
se restano da spiegare, piu fondatamente di quanto sia stato fatto, 
le ragioni del ripetuto ricordo e delle ripetute lodi di Siena, proprio 
da parte di un maestro bolognese (forse, in patria, rinnovati 
dissidi ?). 

Dell'una e dell'altra opera vengono qui stampate, per ovvie 
ragioni editoriali, pagine in volgare. solo per esse se Guido Faba, 
riuscendo a liberarsi, diciamo pure episodicamente e provvisoria- 
mente, dal prepotente prestigio del latino, puo esser considerato 



6 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

princeps di coloro nei quali pass6 ad incarnarsi la luminosa tradi- 
zione della prosa d'arte italiana, 

M.M. 



E. MONACI, Su la Gemma purpurea e altri scritti volgari di Guido Faba 
o Fava maestro di grammatica in Bologna nella prima metti del secolo 
XIII, in Rend. R. Ace. Lincei, Cl. Scienze nior., stor, e filoL, iv 
(1888), pp. 389 sgg,; A. GABRIELI, Le epistole di Cola di Riensso e Vepi- 
stolografia medievale, in Arch, della Soc. Rom. di storia patria, 1888, 
pp. 381-479; Cn.-V. LANGLOIS, Formulaires de lettres du XII, du XIII et 
du XIV sidcles, Paris 1890-1898; V. CIAN, Letters d'amore e segretari ga- 
land del tempo antico, Pisa 1905; E. G. PARODI, Osservasioni sul cursus 
nelle opere latine e volgari del Boccaccio, in Misc. stor. della Valdelsa , 
xxi, 1913 (ora nel vol. n di Lingua e Letteratura, a cura di G. Folena, 
Venezia 1957, pp. 480-92); F. TORRACA, Guido Faba, in Studi di storia 
letteraria, Firenze 1923, pp. 30 sgg.; G. BERTONI, Duecento, pp. 338-40; 
P. RAJNA, Per il cursus medievale e per Dante, in St. di filol. ital. , in (1932), 
pp. 7-86; G. PASQUALI, Guido Fava, lo pseudo-Ptatone Cicerone, in Terse 
pagine stravaganti, Firenze 1942, pp. 215-7; A. SCHIAFFINI, Traditions, 
pp. 25 sgg., e Momenti, pp. 82-3; A. MONTEVERDI, Le formule epistolari 
volgari di Guido Faba, in Saggi neolatini, Roma 1945, pp. 75 sgg. ; 
B. TERRACINI, Osservazioni sul testo delle formule epistolari volgari della 
Gemma purpurea^, in Atti Ace. Scienze Torino , LXXXiv (1940-1950), n, 
pp. 315 sgg.; G. VECCHI, // proverbio nella pratica letteraria dei dettatori 
della scuola di Bologna, in Studi mediolatini e volgari , n (1954), pp. 
283-302. 



INCIPIT GEMMA PURPUREA 

MAGISTRI GUIDONIS ORATORIS, SUO DECORE 

INDECORATA DECORANS, MODERNORUM DEFECTUM 

SUPPLENS EX ILLUMINANS TENEBRAS ANTIQUORUM 

I. Mandemo a vui, soto pena de scomunegasone, die no deipae 1 
fare cum Temperatore alcuna 9ura u compagnia 2 contra Lombar- 
di e la Glesia de Roma. 

ii. Pregare me convene vui tanto spessa fiada, ca me recrese, e 
no serave da suffrire; 3 se no che Tamistade e de tanta virtude, che 
tute le cose sustene pacientemente. Unde, qualora 4 e' 5 ve mandard 
le mee littere, s'ello ser meo caro amigo, e' ve far6 cutale signo, e 
per lue farie quello che 6 per la mia persona. E se '1 signo no i 7 sera, 
no ve caregk del fato ; 8 ma dare li podrie 9 bone parole e benigna re- 
sponsione. 

m. Supplica la mia parvitade 10 a la vostra segnoria devotamente, 
che vui, per Deo e per lo vostro onore, segundo la vostra forca 
ch'e sufficiente in questa parte, vugliae dare overa 11 che possa 
avere officio in Comuno. 

IV. A vui, si como ad altro meo deo in terra in lo quale e onne 
mia fidanfa, seguramente recurro in le mie necessitade, sperando 
ch'eo no podrave 12 essere offeso u gravado da alcuno omo u perso 
na, scl che la vostra potentia defensando. 13 

V. Da la vostra bontade seguramente adomando aitorio 14 e con- 
siglio per me e per li mei amise e signure, e per Tamore che ene 
tra nui, e per la liberalitade che ene in vui, e 15 per quello che 
farave 16 onne die, per la vostra persona, 90 che podesse e ve plases- 
se 17 recevere e adomandare. 

vi. Quando eo vego 18 la vostra splendiente persona, per grande 

i. deipae: dobbiate. 2. fura u compagnia: congiura o alleanza. 3. e 
no. . . suffrire: e sarebbe cosanon sopportabile (da voi). 4. qualora: ogni 
volta che. 5. e' : eo, io. 6. farie quello che: farete quello stesso che fareste. 
7. no i: non vi. 8. no . . .fato: non v'incaricate di quel fatto, non prende- 
telo a cuore. 9. podrie: potrete. io. parvitade: piccolezza, umile con- 
dizione. n. vugliae dare overa: vogliate dare opera, fare in modo. 
12. no podrave: non potrei. 13. scl che . . . defensando: tanta sar la difesa 
operata dalla vostra potenza (uso non infrequente del gerundio assoluto 
dopo sl che). 14. aitorio: aiuto, sostegno. 15. e . . . e ... e: sia . . . 
sia . . . sia; ene: e. 16. per . . .farave: sia per il fatto che io farei. 
17. co che . . .plasesse: ci6 che io potessi e che a voi piacesse. 18. vego: 
vedo. 



8 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 



me pare ch'eo scia in paradise; si me prende lo vostro 
amore, donna 9en9ore, 1 sovra onne bella. 

vii. Volesse Deo che fosse 3 tanto e tale in persona e in avere, 
ch'eo dignamente podesse servire a vui, si como a segnore, lo quale 
ene vero consiglio agl'amisi e seguro refugio ai soi fideli. 

vin. Fortemente ne dolemo de le vostre aversitadc, lo bene e 
altro, quando a vui appare, reputando nostro speciale, 3 si como dc 
bono amigo e de persona ch'ee da amare e onorare per la sua bon- 
tade. 

ix. Troppo ene grande cosa, in quello, che Porno d6 4 fare, essere 
avigudo, 5 a^6e che 6 le visende nostre u altrue 7 possano avere debito 
complemento. 

x. Dua fiada u tree 8 d Porno rechedere lo soe amigo; e s'ello no 
responde, u no vole satisfare a le adomandasone, possa p6 fare 9 la 
sua voluntade. 

XI. Si como eo son tenudo, onne tempo voglio essere al vostro 
servisio ; e pla9a a Deo dare a me gratia e for9a de fare quelle cose, 
che a vui sciano 10 a plasere. 

xn. No & miraveglia se Puno omo no vole succurrere a 1' altro in 
la necessitade, ca 11 per le peccade nostre la fede & perduta in terra, 
e no se trova veritade levemente 12 in questo mundo. 

xni. Em per quello che tu ei 13 omo digno de multo onore e sem- 
pre fuisti 14 nostro amigo speciale, 15 volemo a li toi pregi e doman- 
dasone 16 satisfare voluntera. 

xiv. Quamvisdeo che tu sci 17 bontadoso 18 omo in la persona, ta- 
men no die 19 troppo currere, saipando 20 che '1 savere vin9C 2r la 
prode9a. 

xv. Cum 90 sia cosa che '1 bono amigo scia 2 * meglio ca lo reo 
parente, la vostra amistade voglio tenere cara, cognoscando 23 inuti 
le essere lo stranio 24 parentado. 

i. cencore: gensore, gentile. 2. che fosse: che io fossi. 3. to bene . , . 
speciale: considerando come nostro particokre il bene e tutto il resto che 
accade a voi. 4. Vomo di\ si deve. 5. avicudo: avveduto. 6. a$oe che: 
acciocche". 7. u altrue: o altrui. 8. Dua . . . tree: due volte o tre. 9. pos 
sa po fare: soltanto dopo di ci6 (possa: poscia) pu6 mettere in opera. 
io. sciano: siano. n. ca: poiche, 12. levemente: facilmente. 13. Em 
per . . . ei: per il fatto che tu sei. 14. fuisti: fosti. 15. speciale: predilet- 
to. 16. pregi e domandasone: preghi, cioe preghiere, e richieste. 17. 
Quamvisdeo ... sci: sebbene tu sia. 18. bontadoso: valcnte, generoso. 
19. no die: non devi. 20. saipando: sapendo, conoscendo. 21. vince: 
vince. 22. scia: sia. 23. cognoscando: conoscendo. 24. stranio: che ri- 
mane estraneo, lontano. 



PARLAMENTA MAGISTRI GUIDONIS FADE 
ET EPISTOLE IPSIUS 

In prirnis ad maiorem devota peticio. 

In la vostra presentia posto, ademando umilimente cum prego au- 
dientia. Quanto abo maiore reverentia in la vestra bont; quanto eo 
so rnaiore savere essere in voi ; quanto de maiori meriti resplende la 
vostra persona, tanto dubito 1 plu de favelare denan9o de la vostra 
signoria. E quello [che] savravi dire 2 inan9e altri, per lo timore c'ho 
de voi, non posso proponere 3 in lo vostro conspecto. Ma la vostra 
gratia, la vosto benignita me conforta ch'eo $enca dubitatione diga 
quello che la necessita me constringe. Unde eo clamo mar96 alia 
vostra paternity, la quale e liberale a tuti quelli che recure 4 a lei, 
ch'a me vostro minimo parente, se 1'oso dire, vola 5 succurere in la 
presente necessitate, sci che la candela facta da la manu de la vostro 
pietk non vegna a consumptione, ma a laude del vostro nome rece- 
va lume de sientia gratioso. 

Parlamentum responsivwn prelati ausilium destinantis. 

La tua disc[re]tione debia 6 audire devotamente le nostre parole, 
che noi diremo caritativamente e cum paternale affectione. S'ello 
fosse pla9uto al segnore Deo, c j ha la for9a e la vertude de tute le 
cose, bene potea la gente fare ricca cumunalemente, e non sareve 
misterio 7 che Funo abesognasso del conseglio de Taltro. Ma lo 
ricco fo facto per subvenire a lo povero, e lo povero per servire a lo 
ricco. Quello per caritk atrova vita, questo per patientia corona. 8 
Et ai clerici tanto convene [plu] 9 intendere ad avere de piet&, quanto 
illi deno 10 ai laici essere lume e via de salute. Et anche 11 1'ordinata 
carit& se comen9e dai soe, no d6 dare lo prelato ai parente per ric- 
chire, ma per succurere alia necessita. Unde noi te mandamo 

i. dubito: esito. 2. E quello [che] savravi dire: nel ms. c'e una piccola 
macchia al posto di un probabilissimo che\ e quello che io saprei dire. 
3. proponere-. esporre. 4. recure: ricorrono. 5. vola: voglia. 6. disc[re]- 
tione: nel ms. discertione, in tutti gli altri casi discretione; debia: deve. 

7. non sareve misterio: non sarebbe mestieri; non ci sarebbe bisogno. 

8. corona: il premio dei beati. 9, [plu]: ms. pul. io. deno: debbono. 
ii. Et anche : ellittico del se ; e sebbene. 



10 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

x libre a removere la tua indigentia, consegliando te che tu altro 
modo supra lo to facto deipe 1 providere, sipando 2 che contra con- 
scientia no volemo espendere lo patrimonio di lesu Cristo. 

De amico ad amicum qiti repetit acomodari, parlamentum. 

Voi m'audirite et intenderite per lo vostro onore. No & tesoro 
ch'eo potesse avere guadagnato sci precioso e gracioso, como fo 
quando eo avi 3 la vostra amista, in la quale e' ho trova 4 per me e 
per li mei amise vero consiglio, grando aiturio, 5 firmo amore e certa 
speranca, et a le' 6 son tenuto de servire tuto lo tempo de la vita 
mia. Unde volandfo] 7 essere per spetiale debito plu obligato, cum 
prego, s'el abesognasse, u, per quello ch'el no k mistcro, 8 cen9a 
prego, adomando che voi de cutale vostra cosa in prestanca 9 a mi 
voglia' 10 fare gratia per vostra curtisia. 

Amid parlamentum responsivum ad predi\c\tum. 

No soprosto 11 a prego fare, ch'el parave 12 che 1'amore fosse stra- 
niato, s'ello volesse in cutale modo avere audientia. Unde, scicomo 13 
persona a voi coniuncta per particullare dilectione, dicer6 su' bre- 
vita 14 familiaremente in qu[al]e 15 guisa lo core meo e la mente s'ale- 
gra, quando vede le vostre littere et odi 16 per li vostri messa9e certe 
novelle de la vostra persona. E quando posso fare a voi servicii 
gratiosi, pare a me in verita che F amista nostra reflorisca e receva 
accresamento d'onne bona ventura. Per la quale cosa, mandando 
alia vostra bonta volentera quello che voi chiedesti, pregove che 
tuta fiada ve pla9a tolere de le nostre cose, ch'&no vostre e serano 
sempre in lo tempo de la vita mia. 



i. deipe: debba. ^. sipando: essendo. 3, avi: ebbi. 4. e j ho trova: io 
ho trovato (ms. eo trova). 5. aiturio: adiutorio, aiuto. 6. a le' : all'ami- 
sta. 7. voland\p\ : volendo (ms. volande ; pu6 trattarsi di vocale finale at- 
tenuata). 8. no e mistero: non & mestieri. 9. in prestanpa: in prestito. 
io. ami: a me; voglia' : vogliai, vogliate. 1 1. soprosto : indugio, mi dilun- 
go. 12. parave: sembrerebbe. 13. scicomo: siccome. 14. su f brevita: con 
brevita (ms. subrevita, cioe sub brevita). 15. qu[al]e: ms. quelle. 16. odi: 
ode, ascolta dai (per) vostri messaggeri (messace). 



GUIDO FABA II 



De fratre ad fratrem ad honorem vocatum, parlamentum. 

Multe cose enno 1 quelle che te denno avero 2 inducto a scientia 
imprendere : li nostro maiore che fonno 3 de grand! meriti, le nostre 
riche9e ch'eno venute meno, e' nostri vicini ch'erano povere e de 
pi9olo andare 4 e mo per littere enno grand! e possenti; la quale 
cosa noi credemo che tu aibie 5 facto desevelemente 6 scicomo di- 
screta persona. Et emper96 a grand! fidan9a 7 dato avemo opera in 
tale guisa cum parent! et amis!, che novamente ei 8 electo a cutale 
officio in lo nostro Comuno, 1 o' '1 to savere apara; 9 e s'altro 11 
fosse, ben serave acunusuto. 10 Unde te pregemo 11 che, se tu no e' Ia 
sufficiente al dicto onore, in questo tempo, che fina 13 al die che tu di j 
intrare, 14 in tale modo te studia, che neguno defecto se trove in te, 
ma onorato scl 15 cumunalemente per lo to savere e per la tua bon- 
tade. 

Responsivum parlamentum ellecti fratris. 

No serave desevele 16 u rasonevele cosa fare prego a voi, ca noi 
somo scl una cosa, ch'el parave che fosse a mie medesemo. 17 E so che 
no e mistero, che" voi set! aparecla d'audire quelle cose che pla$e- 
ra a mie dire. Eo, avegna che scia 18 indigno et immerito, voglio mie 
assimblare 19 al mercatante del quale dice la Scriptura ch'and6 in 
terra luntana, 20 e trovando una bona margarita, vendeo onne cosa e 
scl la comper6. Questa terra luntana scl e Sena incoronata, la o' eo 
son stato a 1! pie de la Filosofia et audito la soa doctrina e nutrito 
del lacte de la sua dolce9a ; e no 9en9a spese e fatica ho atrovato mar 
garita de scientie preciosa, la quale resplendera in la nostra tera 
in oficio plubico, 21 al quale voi diti co so alecto in present!. Unde 

I. enno: sono. 2. avero: rns. averon\ avere. 3. fonno: furono (segue un 
ablative di qualita). 4. ch'erano . . . andare: ch'erano poveri e di bassa 
condizione. 5. aibie: abbia. 6. desevelemente: dicevolmente, in modo da 
averne decoro. 7. a grandi fidanca: con gran fiducia. 8. ei: sei. 9. apara: 
appaia. 10. serave acunusuto: sarebbe venuto a conoscenza. n. pregemo : 
preghiamo. 12. e' : sei. 13. che fina: che termina. 14. di' intrare: devi 
iniziare il tuo ufficio. 15. sei: tu sia. 16. No serave desevele: non sarebbe 
dicevole, decoroso. 17. parave . . . medesemo: sembrerebbe che io pregassi 
me stesso. 18. avegna che scia: sebbene io sia. 19. assimblare: assembia- 
re, rassomigliare. 20. in terra luntana: in una lontana citt&; ms. luntanna. 
21 . plubico : pubblico. 



12 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

a$6 che la 9emma se debia provare, 1 e mostrare la sua clarita per 
esperientia de verita, ver6 cum mia mercatandia seguro et alegra- 
mente, quando la nova curte 2 intrare devra, a dire et a fare quelle 
cose che pertiranno 3 ad acresamento de gloria et onore. 

Parlamentum. 

Inan9e la vostra presentia adomando cum prego audientia. 
Tanto & lo preclare amore, la grande reverentia e la fidelle devo- 
zione, la quale e j abo 4 in la vostra persona savia, benigna, liberale e 
curtese, che no 6 cosa che posse avenire in presente, la quale me fosse 
si gratiosa cumo 5 del vostro onore; per lo quale la mia parvita se- 
rave onora et esalta, e receverave acresamento 6 de benivolentia e de 
gratia speziale; ca e' so bene che i meriti ch'&nno in voi in minore 
statu, per la vertute de la dignita accrescerave 7 in onne bonta e 
curtisia. Unde quando intese 8 novamente che voi, in cui & tuta 
mea speran9a, per la providentia de Deo Pare, erati 9 electo in ve- 
scovo de cutale cita, quasi vose angelica de cello vegendo 10 in terra 
in lo core meo, et allegra 11 la mente mia ; ma per quello ch'eir& usan- 
ca che quelle cose che Porno desidra essere, ha paura e dubita che 
nu scia, 12 n6 posso avere certa alegrega, se de questa cosa per voi 
no abo certe^a. Et empergb ve clamo mar9& che per vestre littere 
speciale, me vogna' 13 significare la verita. 

Parlamentum responsivum ad predictum. 

No e mistero 14 fare prego per audiencia avere, la o j 1'omo pre- 
gato de dire; et emper96 brevemento recitar6 la visenda, 15 cogno- 
sando essere grande incresemento Ionge9a de parole 16 a cul[u]i che 

i. apd . . .provare: poich la gemma deve esser messa alia prova. 2. la 
nova curte: la nuova corte, ciofe la nuova amministrazione. 3. pertiranno: 
apparterranno, interesseranno. 4. e' abo: io ho. 5. cumo: come, 6. la 
mia parvita , . . acresamento: la mia pochezza sarebbe esaltata cd onorata, 
e riceverebbe accrescimento. 7. accrescerave: s'accrescerebbero. 8. intese: 
intesi, seppi. 9. erati: eravate. io. vegendo: vedendo; ma sara forse da 
leggere vegnendo ? 1 1 . et allegra: e la proposizione principalc; e Vet & 
in ripresa dopo gerundio. iz. nu scia: non siano, non avvengano. 13.^0- 
gna* : yogliate. 14. No e mistero : come altre volte, mestieri ; non e ne- 
cessario. 15. recitaro la visenda: mi avvicender6 nel parlare, rispondendo. 
1 6. cognosando . . . longeca de parole: ben sapendo che la prolissitk e di 
grande increscimento. 



GUIDO FABA 13 

desidera intendere cum brevita. Quanftjo amore scia tra noi no & 
mistero che '1 diga, ca ello & manifesto appo quelle persone che noi 
conose, e le overe declara e le vostre littere la significant, per l[e] 
quae mostrastiti ['n] grande allegrea quando novamente audisti 1 
del nostro onore, lo quale voi poteti e deveti reputare vostro spe- 
tiale. Unde al vostro conosomento redugemo 2 ch'eH J & vero per la 
volunta de Deo quello che la nominansa ve raport6, ca scl ch'e 3 la 
Clesia de Florenza desolata 4 d'ofEcio pastorale, li calonisi de quel 
logo, clamando la gratia de Spiritu Sancto per li soe meriti e no per 
la nostra bonta, hanno noi allecto vescovo de concordia comunale. 
La quale alecta 5 avemo recevuta scicomo se conve[gnia] ; e suppli- 
chemo a Cului, da cui vene questo dono, ch'el ne dia lo so aitorio 6 
in questa parte, e gratia de fare sempre le cose ch'a voi sciano a 
placere, scl che la vostra alegre9a no scia invano, ma receva debito 
complemento. 

De comunitate ad militem ellectum in potestatem y parlamentum. 

In per quello che in voi &ne grande discretione e multo savere, no 
faco prego che sia audito, ca 7 voi e questi savii omini vostri parent! 
et amisi m'audiriti, et intenderiti quello che dir6 al vostro onore 
e de coloro 8 ch'amono la vostra persona. Da grande amore se parte 
et & da tignire 9 forte a plasere quando la cita de multe persone 
allege Tuna e tolse de sci 10 e mitte s6 in altroi potesta, scicomo ha 
facto Sena, la quale in presente ha clamk voi in soe rectore e sciore, 11 
sperando per li vostri meriti recevere accresemento de bona ven- 
tura. La quale electione ve represento da parte del dicto Comuno ; 
pregando la vostra dominatione che voi la nostra podesteria 
voglia' 1 * recevere scicomo se convene, guardando ca in regemento 
s'acatta 13 onne onore, Ik o' la gentilisia resplende, la bonta apare, 
e 'I savere s'acognose 14 manifestamente. 



i. audisti: ms. audistidi. 2. al vostro . . . redugemo: riduciamo, rechiamo a 
vostra conoscenza. 3. scl ch'&i siccome fe. 4. desolata: priva. 5. alecta: 
elezione. 6. aitorio: aiuto. 7. ca: poich6. 8. e de coloro: e ad onor di 
coloro, 9. tignire: tenere, considerare. 10. tolse de sci: toglie s6 a se stessa. 
ii. sciore: signore. 12. voglia* : vogliate. 13. s' acatta: si acquista. 
14. s'acognose: si riconosce. 



14 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

Parlamentum responsivum militis electi in potestatem. 

Al signore ambasatore et a voi altri che siti asemblati qui 
aloga, 1 fazo prego ch'el ve pla?a audire me per lo vostro onore. 
Quanto savere scia in voi, lo dicto declara 2 e le overe lo manifesta; 
et impend no soprastar6 alaudarve, ca voi siti laudati per la vostra 
bonta ; e la vostra ambasata aveti proposta tanto saviamente, cum 3 
ella se potesse dire plue, e representato 4 le littere da la parte del 
vostro Comuno, per le quae onne omo c'ha discretione, p6 videre 
et intendere Tamore c'ha la vostra terra in questa cita, de la quale 
gli plase tore podesta, clamando me so servitore novamente in 
rectore. Unde, anche 5 no scia digno, sperando che i loro meriti com- 
plerano 6 lo meo defecto, recevo cum reverentia Talecta 7 ch'& facta de 
me; e no puro 8 per sallario, ma solamente per gratia, s'el placesse 
alia vostra volunta, vero per fare quelle cose che pertiranno a 
stato e grande9a de la vostra glarissima cita. E per quello che no 
sono sufficiente a gratia rendere per Tonore, et a servisii fare per 
la dilectione, a Cului 9 men torno che debia respondere per me, e 
dare posa 10 de fare quello che se convert a complement, c'ha la 
forza e la vertute de tute le cose. 

Parlamentum nove potestatis. 

A Deo del celo e santa Maria Vergene matre sua, ch'& capo e 
guida de questa terra, a tuti li santi e le sante faco prego e clamo 
grande mar 96, che in questo parlamento et in 1'autro che noi far- 
remo, ne diga 11 gratia de dire e de fare quelle cose, le quae debiano 
placere a lui et al nostro signore imperatore, e che pertegnano 
a statu et a grande9a de questo Comuno, et ad acresamento de 
gloria e d'onore de tuti quilli ch'amano questa citade. 12 S'eo no 
sapi 13 alaudare la persona de sero Petro, lo quale & stato vostra 
potesta, el me perdo[ne]ra, ca eo me remagno per quello che no & 
mistero dire; 14 ca le soe bontk &no conoscute tra voi. Li signure 

i. qui aloga: qui, in questo luogo. 2. lo dicto declara: le parole lo rivelano. 
3. cum : come, quanto. 4. representato : dipende sempre da aveti. 5. anche : 
ellittico del se; sebbene. 6. complerano: compiranno, compenseranno, 
7. Valecta: Pelezione. 8. e no puro: e non anche. 9. a Cului: a Dio. 
10. posa: possa, possibilita. 1 1. ne diga: ci dia. 12. pertegnano . , . citade: 
la locuzione era fissa e di prammatica. 13. sapi: so. 14. me . . . dire: me ne 
trattengo perche" non e necessario (mistero) dire, parlarne. 



GUIDO FABA 15 

ambasatore, che hanno parlamento, saviamente poterave 1 multo 
laudare; ma eo lo [Iaser6], perch'eo no sap[r]avi 2 dire a comple- 
mente; et illi mel parcirano, 3 scicomo sara de lor plasere. Quanto 
voi aviti plu onorata la mia persona, anche no scia digna, elegando 
me 4 a regemento de la vostra terra, tanto, scicomo son tenuto 
maioremente, refferisco a voi gratie e laude quante e' posso, et 
onne tempo sono obligato a li vostro servisii. Ma impertanto neguno 
omo presuma de fare quelle cose, che no de*, 5 o per parenta 6 o per 
amistk o per altra casone; ca e' son veg[n]uto per essere comunale 
e fare e mantlg[n]ere 7 ad onne persona rasone, a clerici et a laici, a 
grandi e pi9oli; e ho volunta, cum lo vostro aitorio e conseglio, in 
tale guisa punire li malifacture in persone et in avere, ch'illi no 
se tirrano 8 per savii, et altro no prender esemplo de fare sem- 
blante. 9 Et imper96 diffido li latrone, falsatore e 1'autra mala 9ente, 
comandando che illi in questa citk et in lo conta da mo' inan90 no 
se l&sono trovare; et a Cului men torno c'ha la for9a e la vertti de 
tute le cose, pregandolo che a mie dea gratia de fare quello ch'a 
[v]oi scia utile e gratios[o], e de le quae se possa veramente allegrare 
tuti coloro ch'amano le vostre persone e le vostre allegre9e e i 



De Quadragesima ad Carnisprivlum. 

Noi Quaresema, matre d'onesta e de discretione, no salutemo te 
Carnelv[a]re, lopo rapa9e, che no se' digno; ma in logo de salute 
abie planto e dolore. Tu sai bene che noi conosemo le tue opere, e 
le tue iniquita sono a [n]oi maniffeste; ch< tu se' fello e latro, ruffia- 
no, putanero, glotto, 11 lopo ingordo, leccatore, I2 bisca9ero,tavernero, 
90gatore, baratero, adultero, fornicatore, omicida, periuro, 13 fallace, 
traditpre, inganatore, men9onero, amico de morte e pleno de multa 
9U9ura. H Unde lo mundo, lo quale tu hai bruto per peccati, 15 vo- 

i. poterave: potrebbero. 2. no sap[r]avi: non saprei. 3. mel parcirano: 
me lo perdoneranno. 4. elegando me: eleggendomi. 5. che no d&\ che 
non deve fare. 6. parenta'. parentado. 7. mantig[n]ere : mantenere. 
8. no se tirrano : non si terranno. 9. defare semblante : di fare il somigliante. 
10. a Cului . . . onori: anche questa e locuzione fissa. Cfr., fra Taltro, la 
nota 9 a p. 14 e il testo relative, n. putanero, glotto: amante delle male 
feminine, ghiottone. 12. leccatore: leccone, goloso. 13. periuro: sper- 
giuro. 14. fufura: sozzura. 15. hai bruto per peccati: hai bruttato, in- 
sozzato coi peccati. 



l6 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

lando 1 purgare dignamente per vita munda et immaculata, per 
de^onio 2 et oratione e beneficio de carita, comandamoti destrecta- 
mente ca, tra qui e martidie, debie inscire 3 de tuta cristianita, e la 
tua abitatione scia in logo diserto, overo in terra de Sarasina, 
saipando che, se tu ti lasaria trovare, noi cum nostra cavallaria 
confonderemo te e tuta la tua gente. 



Responsiva contraria. 

Noi Carnelvare, rege dei re, pre"ncepo de la tera, no diamo salute 4 
a tie Quaresima topina, ch'ei plena de planto e d'onne miserie; 
ma tego scia confusione, angustia e dolore; ca tu e' 5 inimica del 
mundo, matre de avaricia, sore de lagreme, figlia de nudita; 6 
le toe vare e grise, sci e cener e sacchi ; 7 e [tuti li] toi cibi sono le- 
gome bistiale; da te descende ira, divisione, mellenconia, 8 infir- 
mita, pallore; [o]nne anno ne fai asalto scicomo fulgore e tempesta 
et in la tua picola demoran9a se fa multi mali et iniquita, e tanto 
e' 9 tediosa e fastidiosa, che tuti te porta odio e desidrano che ten 
debia tornare. 10 Ma per noi e la nostra gente se fa belli canti e 
tresche; per noi le don9elle se rasen9a n e fasse grandi sola9i, 9010 
e deporti. Unde in per quello che noi avemo a fare via luntana, a 
90 che la tua malicia scia conoscoda, d6note parola che tu fin a 
sabbato santo e no plu deibe demorare, se tu voi fugere la morte e 
scampare la vita, saipando chVllo die 12 preclaro de la Pasca noi 
veremo incoronati cum gilli e rose e flore, e faremmo Pauselli supra 
le ramelle cantare versi de fino amore/ 3 



i. volando: volendo. 2. per deconio: col digiuno. 3. inscire: uscire, al- 
lontanarti. 4. diamo salute: salutiamo. 5. ca tu e': poich6 tu sei. 6. de 
nudita: di privazione. 7. le toe vare . , . sacchi: i tuoi vai, i tuoi vestiti 
di vaio son grigi, cioe cenere e sacco ; il seguente e [tuti li] e emendato se- 
condo il suggerimento che e in Monaci: il ms. reca e did la. 8. mellenco 
nia: malinconia, atrabilis. 9. e': sei, 10, tornare: andar via, allontanarti. 
ii. se rasenca: si raggentiliscono (provenzale agenzar). 12. saipando . . . 
die: sapendo che nel giorno. 13. e faremmo . . . amore: e faremo cantare 
agli uccelli sui rami in fiore versi d' amore. 



GUIDO FABA iy 

De filio ad patrem pro pecunia. 

Andato sono al prato de la Filosofia bello, delectevele e glorioso, 
e volsi 1 cogliere flore de diversi colori, a9& ch'eo fecesse una co 
rona de merevegliosa bellesa, la quale resplendesse in lo meo capo, 
et in la nostra terra a li amisi e parenti reddesse odore gratioso. Ma 

10 guardiano del cardino contradisse, s'eo no li facessi doni place- 
veli et onesti. Unde in per quello che no v'& che despendere, 2 si 
la vostra liberalitk vole che vegna a cotanto onore, vogliatime man- 
dare pecunia in presente, scl che in lo 9ardino in lo quale sono 
intrato, possa stare e cogliere fructo pretioso. 

De amico ad amicum comunis audientia. 

In presentia del maestro J e*lla 3 vostra posto, scicomo denan9o a 
quelle persone che sono ornamento de savere, dubitarave forto- 
mente 4 de favellare. Ma la vostra curtisia 6 tanta, che cen9a prego 
me dariti, 5 scicomo se convera, privata audientia. A voi, mesere 
Petro amico spetiale, lo signore Deo ve dia la sua gratia e bona 
ventura, Ionge9a de vita in onne allegra[n]za, alia vostra 6 volunta. 
Quando eo vego la vostra persona, la nostra amista se renovella, 
la nostra amistk floresse, 7 scicomo fae 1'arbore in lo mese d'aprile, 
che monstra lo bello maio 8 e la fresca verdura. Ad odure 9 de la cui 
liberalita seguramente recurro per adomandare pi9olacosa e grande ; 
pi9ola no dive 10 dire, ch6 tute le cose son grande fra Tamisi per la 
grande volu[n]tk ch'egl'hano da fare avisendevelemente 11 plaseveli 
servisii. Unde eo ve prego, ma pregare no v'olso, en per quello 
che farave iniuria 12 alia preclara amistk ; ma solamente ve fa90 conto 
che abesono 13 multo del vostro pallafreno, lo quale me vogliati 
prestare e mandare in presenti, saipando ch'el me convene 14 anda- 
re aU'emperiale corona in servisio de la nostra terra. 

i. volsi : volli. 2. in per quello . . . despendere: poiche" non ho da spendere. 
3. 'e-lla: e nella. 4. dubitarave fortomente: dubiterei fortemente. 5. da 
riti: ms. dariti audientia: ma ho soppresso audientia, ripetuto subito dopo. 
6. alia vostra: secondo la vostra. 7. floresse: fiorisce. 8. lo bello maio: 

11 bel ramo fiorito. 9. Ad odure: al profumo. 10. dive: debbo. n. avi 
sendevelemente: vicendevolmente. 12. v'olso . . . iniuria: oso, ardisco, poi- 
ch6 farei offesa. 13. ve fafo . . . abesono: vi rendo edotto, vi informo, 
che mi abbisogna. 14. ch'el me convene: che io debbo. 



l8 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 



Parlamentum a potestate factum in consilio congregate 
pro nova potestate eligenda. 

Avegna che usan9a rechera de fare prego per audientia avere, 
e custume scia de ambasature e de gentile favelare ornatamente e 
dire belle9a de parole, ag6 che possano atrovare grande presio e 
nomo precioso; 1 tamen a noi questa cosa no & mistero; ch spesse 
fiada somo inseme a tractare et a fare le visende de questo Co~ 
muno; per l[a] quale cosa e' ho coro 2 e voluntk de dire solamente 
lo facto brevemente. El Nostro Signore Deo ne dia la gratia de 
pigliare sempre quello che sia lo meglio. Grande dono de celo 
serave 3 a li 6mini supra la terra s'elli fosseno de tanta concordia 
e bona voluntade, ca visendevelemente fesseno quelle cose ch'elli 
enno tenuti, 4 genga questione e grevega. Ma scl & venuta meno la 
fede et e cresuta la malicia de la genta che, s'el no fosse chi tenesse 
rasone 5 e punisse li m[a]leficii, no podrave Porno 6 vivere in questo 
mundo. Unde li povoli de le terre 7 saviamente provedeno a sle 
de rectore e signore, li quae mantegliano iusticia e veritade. E perg6 
avemo facto sonare 8 nostro Consiglio e sciamo raunati in present! 
per alegere 9 podesta et andare a' brevi, 10 segundo nostra usanca; e 
pregemo per lo loro onore quilli che averanno la ventura d'aleger[e], 
anche no scia opo 11 chilli denno essere bene pregati, che remosso 
odio amore timore prego e spetiale proe u danno loro o altrui, 
allegeno 12 quella persona la quale illi crederano migliore, plu utile 
a questo Comuno ; e Colui ni dia la gratia c'ha la forga e la vertu 
de tute le cose. Sia, sia, sia. 



i. nomo precioso: preziosa rinomanza. 2. e' ho coro: io ho cuore, deside- 
rio. 3. serave: sarebbe. 4. fesseno . . . tenuti: facessero ci6 cui sono tenuti, 
il loro dovere. 5. tenesse rasone: amministrasse la giustizia. 6. no po 
drave Vomo: non si potrebbe. 7. li povoli de le terre: i popoli delle citta, 
8. sonare: con la campanella del Comune. 9. alefere: eleggere. io, an 
dare d brevi: passare a stendere il relativo decreto di nomina. n. anche 
no scia opo: sebbene non ci sia bisogno. 12,. allegeno: eleggano. 



FLORE DE PARLARE 



Chi sar& quel Zoanne florentino davignano no tar o , cui & attri- 
buito il Flore de parlare, anche intitolato Somma d'arengare, nel 
codice Marciano Italiano vm, 17, unico studiato di quelFopera? 
E il davignano del copista deve sciogliersi in da Vignano 
(paesello in Val d'Arbia, presso Siena), secondo Tipotesi di C. Frati, 
che ha dedicate al Flore un ampio e fervido studio (Flore de parlor e 
o Somma d'arengare attribuita a ser Giovanni Fiorentino da Vignano 
in un codice marciano, in Giorn. stor. d. lett. ital., LXI, 1913, 
pp. 1-31 e 238-65), oppure in da Ugnano (avillaggio prossimo 
a Firenze), secondo la correzione del Benci (Intorno al libro delle 
Dicerie. Letter a di A. Benci al cav. L. Biondi> in Antologia, to- 
mo xx, n. LX, p. 87) ? Allo stato dei fatti nessuna risposta pu6 essere 
data a questi interrogativi ; tanto piu che a complicare le cose si 
aggiunge il colorito linguistico del manoscritto, che & indubbia- 
mente settentrionale, bolognese mescidato con veneto; e P opera, 
stando alle conclusioni del Frati, potrebbe essere stata concepita 
appunto nell'ambiente dello Studio di Bologna da persona la quale 
avrebbe avuto ragione di ricordare spesso, non senza spicco elo- 
giativo, la cittk di Modena. Certo & che il manoscritto, dalle cor- 
rezioni che in esso appaiono, risulta essere una semplice copia; e 
perci6 non pu6 escludersi un precedente rimaneggiamento lin 
guistico di opera scritta, lo si dica come pura ipotesi per via del 
ricordato Zoanne , espressamente indicato come florentino , in 
volgare toscano. E d'altra parte, pu6 far presa il sospetto che, ac- 
cettando come valido il ragionamento del Frati, tutto rivolto a far 
delFambiente bolognese il luogo di nascita dell'opera ed a togliere 
autorita alia pur tanto esplicita attribuzione di paternita, il Mar 
ciano Italiano vm, 17 sia, almeno in qualche misura, linguisti- 
camente vicino alia redazione originaria. 

Questi problem!, che riguardano il Flore de parlare ed il suo 
autore, & probabile possano essere, se non risolti, almeno chiariti 
in parte, da uno studio organico e sistematico dell'abbondante 
letteratura costituita dai Parlamenti e dalle Dicerie scritte in volgare 
e composte nel Duecento o nel primo Trecento. II Flore de parlare 
sembra essere momento importante di siffatta produzione, se & 
vero, come afferma il Frati, che il suo autore pu6 essere anche 



20 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

1'autore delle Dicerie incluse in piu manoscritti alia fine del Fiore di 
virtii, e dal Frati stesso pubblicate, studiate ed assegnate senz'altro 
al secolo XIV (C. FRATI, Dicerie volgari del sec. XIV aggiunte in fine 
del Fior di mrtii^ in Studi letter ari e linguistici dedlcati a Pio Rajna, 
Firenze 1911, pp. 313-37); e se & vero che quell'opera e la fonte 
del frammento d'analogo argomento fatto conoscere da A. Medin 
(Frammento di un antico manuale di Dicerie, in Giorn. stor. d. 
lett. ital., xxin, 1894, pp. 163-81), e che presenta significative 
affinita con le Dicerie che vanno sotto il nome di ser Filippo Ceffi 
e con quelle altre Dicerie che si fanno risalire, non si sa quanto 
appropriatamente, a ser Matteo dei Libri. 

Da notare, infine, lo stile di questa prosa: alieno da ampollosita 
retoriche e da cospicui ed elaborati giri di frase, tende immedia- 
tamente, e talora seccamente, ad un espressivismo sostanziale ed 
utilitario, in una chiarezza didattica che apprezza soltanto la cosa 
in se. 

M. M. 



C. FRATI, Flore de parlare o Somma d'arengare attribuita a ser Giovanni 
Fiorentino da Vignano in un codice marciano, in Giorn. Stor. d. lett. ital. , 
LXI (i9is)> PP- 1-31 e 328-65; G. BERTONI, Duecento, p. 340. 



QUESTO LIBRO NOMINATO FLORE DE PARLARE, 

Ofc SOMMA D'ARENGARE, FACTA BREVEMENTE E 

NOVAMENTE COMPOSTA PER JOANNE FLORENTINO 

DA VIGNANO NOTARO, AD UTILITl DE COLORO 

CHE DESIDRANO SAPERE ARENGARE 



Qui se mostra che usance, che acti e che modi d6 avere in si quello 
chi vuole essere arengadore fdr de Varengare^ 

Avegna ch'el para cosa grosa, 2 no per$6 de meno se d dire e 
scrivere quelo chi reporta utilitae, o chi e necesario in sapere quelo 
che Fomo intende o desidra de savere, e reguardando 3 a questa 
rason, e considrando ch'el bon dicetore di' essere ben custumato, e 
d6 avere in sle acti boni et aprobati, e d6 essere costante, fermo e 
ben parl[a]nte, 4 e de servare quelo modo e forma chi se convene in 
lo so dire, a$6 che sia gradito la soa diceria. Diremo adonqua alcuna 
cosa qui de 90. Et imprimeramente diremo digi 5 custumi e de li acti 
e de la fermeca e del parlare e de le vestimenti e de le usance, chi 
di' avere in sie quelo chi vole arengatore divinire, f6r de Farengare; 
et apreso diremo che acti, che loquela e che modi devr Farenga- 
tore tenire in lo so arengare. D< donqua quelo chi vole essere bon 
arengatore e no vole essere schirnito, 6 ma gradito e loldato 7 de lo 
so dire, avere in sle constantia e ferrn^a de mostrare rasonevele- 
mente de complire quelo ch'el comen9a a fare. D6 usare cum bona 
9ente; dise guardare da la conversatione digi re', 8 e d usare viritae. 
D6 essere Hale, a96 ch'el no sia abiii 9 suspecto. D< andare ben ve- 
stito. D6 rasonare e dire tra li 9entili 6migni, 10 e tra li richi, e tra li 
posenti, e tra la bona 9ente, quando se convene, belle rasone e 
bele novele; re9evere e dare alegramente bele cene e be' disinari, 
quando li vene in caso. 11 D rendere clara rason de quel ch'el dise. 
D6 parlare puntato e ponderoso 12 de verase sententie quelo ch'el 
parla e dise. D6 essere atento et intendente a quello che altri dice. 

i. for de V arengare: quando egli non arenga; fuori, cioe, della sua atti- 
vita d'oratore. 2. para cosa grosa: sembri impresa difficoltosa. 3.5 re 
guardando: da unire con e considrando: sia rispetto al desiderio stesso di 
sapere, sia considerando. 4. benparl[a]nte: eloquente. 5. digi: dei. E cosl 
pih avanti in altri casi. 6. schirnito: schernito, deriso. 7. loldato: lodato. 
8. dise: devesi; re': rei. g. abiii : avuto, considerato. 10. centili dmigni: 
nobili uomini. n. li vene in caso: gli si offre Toccasione. 12. puntato e 
ponderoso: precise e grave. 



22 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

D6 respondere e tacere quando et a quelo chi se convene. 1 De* 
mostrare ch'el sapia ben e male. De loldare lo ben e blasemare 
lo male. D6 essere in9ignoso e sotractoso 2 et aguco de bono e de 
sutile intendimento. De usare plasevele parole cum la cente. D6 
mostrare d'essere amigo de coloro chi parlan a rason. D6se 3 pro- 
ferere in ben de quili cum li qua' elo rasona. Quando fose in caso de 
devere conseiare, over rasonare d'alcuna vesenda, 4 d6 dare san 
conseio, e rasonare et alegare 5 bene verase arengamenti, proando 
quili ch'el conseia o rasona. D6se guardare da dire cose descunce, 7 
se necesario caso nol costren9ese co dire ; no d6 portare vistimente 
tropo desguisate, 8 per^6 ch'ele mostrano Porno vano e de poca 
substantia; me dele 9 portare bele et acun?e. Ben ca^ato e ben pete- 
nato e ben fornito lo capo, segondo lo so tempo e segondo I'usan9a 
del so paese. No se apertene a Tarengatore fare ugne 10 arte, salvo 
ch'el p6 ben fare Parte de la mercadandia, o nodaro solamente: 
de le altre no se d curare, avegna che utele serave 11 e bono a 9asca- 
uno artifice de savere ben parlare. E no di' esere temoroso de ve- 
dere e de usare cum baroni e con la bona 9ente ; an9e 12 d6 sempre 
afadigarse d'usare cum gi 13 maiori e meiori. 14 No de" usare lo 90go, 
ne" lo bordelo; n6 d6 esere bevetore, 906 invriago; 15 ma d6 usare la 
glesia et in le pla9e principae, 16 e d andare per via onesta. 

Qm se mostra che acti Varengatore d6 avere in sle 
quando elo arenga. 

Per quelo che, 17 quanto a Pefecto, no basta a savere rectorica 
sen9a pratica, e' conve[n]e l8 considrare che modo se de" tignire prati- 
cando Tarte impresa; e nu j avemo vi9uto 19 de sopra che vita de* ese 
re for de Tarengare. Ve9amo donqua che modo, che loquela, che 
acti d6 avere in sie Tarengatore, quando elo arenga. 

i. quando . . . convene: al memento opportune e secondo quello che appare 
conveniente. 2. inpignoso e sotractoso: ingegnoso e modesto. 3. Dse: si 
deve. 4. vesenda: vicenda. 5. alegare: allegare, addurre. 6. proando: 
, dando le prove; persuadendo. 7. descunce: sconce, laide. 8. desguisate: 
fuori della comune guisa, originali. 9. me dele\ ma (cosl anche nei casi 
successivi) le deve. 10. ugne: ogni. n. serave: sarebbe. 12. ance: anzi. 
13. cum gi: coi. 14. maiori e meiori: cioeb i baroni e la bona cente. 15. in 
vriago: ubbriaco. 16. in le . . . principae: nelle piazze principal! ; ciofc deve 
farsi vedere nelle chiese e nelle piazze piii frequentate. 17. Per quelo che: 
poiche. 1 8. e' conve[n\e: occorre. 19. vicuto: veduto; cosi, piu sotto, 
Vecamo: veggiamo. 



FLORE DE PARLARE 23 

D< ponere cura Tarengatore de no fare n6 dire cosa in presentia 
de coloro, denan9e dai qua' el di' arengare, dond'elo posa rasone- 
velmente esere represo. E per96 quando elo avra ben incorpora 1 
quelo ch'el vora dire, si se levara et andara a la renguera, 2 no 
tropo planamente n6 tropo rato, 3 me al convignevele me?o paso, 
no guardandose detorno, me inango e baso, 4 no andando descun- 
9amente, ma onesto ; e quando el sera su la renguera, no comen^e 
in la gonta, 5 me stando pochisimo. E prima comenge quelo ch'el 
vole dire, no cum alta vose, me temperatamente 6 e dolge, andando 
sempre meiorando la vose si como se convene. No diga 7 cum acti 
de furore, ne* cum vose aspra, n6 dlse 8 chinare ora a parte destra 
ora a parte senestra. N6 d6 segnar, n menare cum la man, ne* 
con lo di, 9 n6 levare la testa, n6 corlarla, 10 si como fano molti mati, 
chi 11 per parlare cum furore o aspro, per chinarse tuto or in ga or 
in la, per agignare o asegnare 12 de le mane o cum lo di, o cum la 
testa, o per mostrare la fa$a sua turbata e feroce, o per fare acti 
crudeli cum i ocli, o per fare sumiante 13 descun9e cose e modi, se 
credeno piacere a la 9ente et essere meio intesi. Et illi no li piaceno 
a la 9ente, angi li dispiaceno, si como Porno no savio, che quanto 
plu se sforga de dire seno, 14 plu dise folia. D6 donqua dire quelo 
ch'elo vole dire cum temperamento 15 de boca e de spirto, e con 
temperamento e bel movimento de corpo; e no sia le so parole 
argoiose, 16 ne* tropo plene de vose; ma si d6 parlare apertamente e 
destinto e d6 adornare le so parole cum beli acenti. E faga ponti 17 
cum vose levata e piana quando se convene, per 96 che lo so dire 
sera plu ornato; e de quelo ch'el dira renda bella e clara rasone e 
casone, per96 ch'el so dito 18 sera da molti magistri comendato. Le 
labre soe no avra 19 tropo. E guardese che no li morda n6 li strengua 
cum li denti, n6 toche cum le man, me, 20 parlando, a bel modo le 
mene; e no tegna lo viso chino, ne" li ocli a terra; le sopracilie no 
mova de so stato; le palpebre digi so ocli 21 no apra como no se 

i. incorpora: impossessatosi, dentro di s6. 2. renguera: ringhiera; alia 
tribuna. 3. rato: ratto, velocemente. 4. inanfo e baso: davanti a s6, con 
gli occhi bassi. 5. no comenfe in la fonta: non cominci a parlare appena 
giunto. 6. temperatamente: il suffisso -mente e da riferire anche a dolfe. 
7. No diga: non parli. 8, dise: devesi. 9. con lo di: con il dito. 10. cor 
larla: scrollarla. n. chi: che. 12. per acignare o asegnare: per far cenni 
o segni. 13. sumiante: somiglianti, siffatte. 14. dire seno: dir senno, 
dire cose assennate. 15. temperamento: moderamcnto. 16. argoiose: aspre. 
17. ponti: punti; passaggi nel discorso. 18. el so dito: il suo detto, la sua 
diceria. 19. avra: apra. 20. me: ma. 21. digi so ocli: dei suoi occhi. 



24 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

convene; lo capo no se toche 1 spesso, n< faga alcuno altro scun9o, 
perc6 ch'el no se convene a Parengatore, e quelo chi e desconvi- 
gnevele no p6 piacere; cum la lengua parle, me no cum le man. 
Quando dise grande cose, parle apertamente e ben distinto e pun- 
tato, 2 cum vose polita et aperta. Quando el dise meane cose, pro- 
fera lo so dito 3 temperadamente, cum ponti 4 e clara distintion. 
Quando dise piole 5 cose, diga cum vose sitile, 6 me si ch'el sia in- 
teso claramente. E s'elo lolda o vitupera in lo so dire altrue, sia lo 
dito so temperato, perz6 che avegna che questa sia losenga, 7 quase 
de malignita e sospecta. Dise Seneca: Lolda temper atamente, e plu 
temperatamente vitupera . 8 



i. toche-. tocchi. z. puntato: con piccoli intervalli ben pausati. 3. profe- 
ra lo so dito: profferisca le sue parole. 4. cum ponti: con punti, con brevi 
pause. 5. picole: piccole, di poco conto. 6. sitile: sottile. 7. losenga: 
lusinga. 8. De mor., 76. 



GUITTONE D'AREZZO LETTERE 



Le Lettere di Guittone d'Arezzo nacquero dalle stesse radici psi- 
cologiche e culturali dalle quali fiorirono i versi d'amore prima ed 
i versi di dottrina e di fede dopo la conversione del loro severe 
autore; la quale rimane pur sempre memento estremamente cri- 
tico nella vita di lui, e forse maturate in un non breve giro di anni 
(i due termini possono esser posti nel 1260 e nel 1266). La vasta 
conoscenza di testi di lirica occitanica (provenzali, siciliani), in- 
sieme con la familiariti di scritti religiosi e di scrittori mistici della 
letteratura medievale (san Bernardo, si pensa, a preferenza di altri), 
e infine la sua educazione scolastica in Arezzo brillante di nuova 
cultura (vi era nato intorno al 1230), gli permisero un'espressione 
solenne e composita, sulla linea di adeguazione retorica latino- 
volgare g& inizialmente tracciata, per la nuova prosa d'arte, da 
Guido Faba. La tecnica di Guittone, o che appaia tesa verso un 
funambolico e freddo intellettualismo nel periodo giovanile, o che 
diventi anche impetuoso viatico d'eloquenza nelle famose canzoni 
della maturitk e nelle contemporanee Lettere^ & sempre giustifi- 
cabile come segno d'interiore energia, di dinamismo espressivo, 
che si placherk nella proclamazione di una fede sinceramente sen- 
tita, vissuta, sofferta, mentre la parola insomma si tramutera in 
prepotente mezzo d'apostolato. L'apostolato e I'insegnamento 
sono le costanti interior! di Guittone, maestro e modello anche 
prima che si sottraesse ad ogni partigiana partecipazione politica, 
e forse anche abbandonasse una sua attivitk commerciale, e certa- 
mente la sua casa, la sua famiglia, e insomma ogni cosa piu cara, 
per rivolgersi a Dio (nel 1266 abbracci6 le regole delPordine dei 
Cavalieri di Santa Maria); giungendo, nel fervore delle opere senza 
le quali la fede & morta, a sovvenzionare, poco prima di lasciare 
questa terra (nel 1294), la costruzione del monastero degli Angioli, 
presso Firenze, per i frati camaldolesi. Perci6 gli accenti morali e 
religiosi della piu matura poesia sono tanto vicini alia trama psico- 
logica delle Lettere, e lo stile di quella alle modulazioni espressive 
di queste; e Guittone, col suo nuovo realismo, diviene la prima 
ampia, solenne ed emblematica voce della letteratura italiana: Gui- 
nizelli ed i sottili stilnovisti dovranno fare i conti con lui. 

Sermoni ; veri e propri sermoni sono le Lettere di fra Guittone 



26 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

d'Arezzo, nelle quali Tinsegnamento o Pesortazione al singolo vuole 
sempre acquistare validita d'insegnamento o d'esortazione uni- 
versale. E del sermoni conservano il tradizionale linguaggio meta- 
forico e lo stile composite ed armonioso di parallelism! e di ca- 
denze, derivanti - e vero - dai grandi modelli latino-cristiani, ma 
anche naturalmente insiti nella stessa condizione del genere e 
nella accesa ed abbandonata predisposizione spirituale che a quel 
genere da vita. Sicche lo stile di Guittone nelle Letter e non e 
quasi mai pura esercitazione intellettualistica : nasce dalle cose 
ed obbedisce alia sua ansia di apostolato. Ogni lettera, intitolata ad 
una persona singola, e in verita indirizzata non soltanto a tutti i 
frati dell'ordine dei Cavalieri di Santa Maria, del quale Guittone 
era, dunque, autorevole esponente, ma a tutti coloro che dalla let- 
tura potessero e volessero trarre un qualsiasi profitto spirituale. 
Opera d'edificazione. Non si ricerchi il lirico perci6 in queste pa- 
gine cosl permeate di spiriti parenetici e didattici e di una cultura 
caratteristicamente medievale, fatta in buona parte di sentenze, di 
proverbi, di centoni. Che alcune lettere siano integralmente scritte 
in versi (simili in tutto a certe canzoni incluse nelle Rime), o che di 
versi altre lettere siano tutte infiorettate, non pu6 mutare la pro- 
spettiva del giudizio ; e neanche il fatto che nelle Lettere lo scrittore 
facesse largo uso di movenze stilistiche proprie della poesia. Per 
fra Guittone, cantore della directio voluntatis, non c'era argomento 
piu alto della virtii e della fede : e per tale argomento gli era d'obbligo 
esaurire tutte le possibility dello stile sublime. L'apostolo fra Guit 
tone e pur sempre un apostolo intriso, nel profondo, di letteratura. 
Tanto piu percic- si rimane favorevolmente colpiti, quando il suo 
viso severo ed un po' arcigno si apre ad un lieve sorriso di bonaria 
umanita e di benevola indulgenza: ma insomma sono momenti 
molto rari, questi ; e Guittone sembra allora non essere piu lui. 

M.M. 



Sopra un luogo provenzale rammendato nella lettera XVI di fra Guittone 
d'Arezzo ed in generate mile Lettere del medesimo, lezione di G. GALVANI, 
in ccGiorn. lett. sclent, modenesew, tomo vni, 43 (n semestre 1845), 
pp. 481-500; Di Guittone d'Arezzo e delle sue opere, dissertazione del 
prof. L. ROMANELLI, in I1 Liceo-Ginnasiale Mario Pagano di Campo- 
basso nel Molise, nell'anno scolastico 1874- 1875)), Campobasso 1875; 
A. BARTOLI, Prosa, pp. 251-64; W. KOKEN, Guittone's von Arezzo Dichtung 



GUITTONE D'AREZZO 27 

und sein Verhdltnis zu Guinicelli von Bologna, Hannover 1885 ; F. TORRACA, 
Fra Guittone, in Studi di storia letteraria, Firenze 1923, pp. 108-52; ed ivi 
stesso, Alcuni corrisponde?iti difra Guittone, nel capitolo Per la storia lette- 
raria del secolo XIII, pp. 25 sgg. ; A. PELLIZZARI, La vita e le opere di Guit 
tone d'Arezzo, Pisa 1906; S. SANTANGELO, Appuntisulle Lettere di Guittone 
d'Arezzo, Adern6 1907; J. KOLLROSS, Die Stellung des Subjektes zum Ver- 
bum in den Brief en des Guittone d'Arezzo, in Zeit. fur rom. Phil. , Liir 
(1933), pp. 113-45 e 225-57; A. SCHIAFFINI, Avviamenti delta prosa nel se 
colo XIII, in Momenti, pp. 71-89; e, dello stesso, Tradizione, pp. 37-70; 
M. APOLLONIO, Uomini e forme nella cultura italiana delle Origini, Firenze 
i943 2 , pp. 223-30; C. SEGRE, Sintassi, pp. 50-112; C. MARGUERON, Quel- 
ques exemples d'impersonnels a forme active dans les Lettere de Guittone 
d'Arezzo, in ((Melanges Roques, t. iv, Paris 1952, pp. 169-76; La poesia 
del Duecento, a cura di G. Contini, Milano-Napoli 1959, I, pp. 189-255. 



LETTERE 



Deletto e caro mio, da tacere ora quanto, Gianni Bentivegna, 1 
Guitton frate alia Cavallaria de la Donna nostra, area voita e animo 
pieno sempre. 2 

Delettissimo mio, viddi lettera vostra non pogo allegro; e averia 
tantosto a vostra dimanda resposto, non fusse impedito stato di 
plusor cose; 3 e poi 4 liber fui, aprestaime a seguire vostro piacere. 
Rechedestemi, amico, che dovesse voi amaiestrare segondo lo stato 
vostro de vostra vita; e certo vostra richiesta & da pregiare, pen- 
sando unde si move: ch6 sapienzia grande & adimandare savere, e 
gran parte di bonita desiderare esser bono. 5 Ma certo, bel dolce 
amico, adessa che 6 pensaste volere essere amaiestrato, dovereste 
pensare om sufficiente ; 7 che maiestro esser vole cm* amaiestra e in- 
segnato catuno che 'nsegnar vole. Ma tuttavia despregio &mmi 
menore ricevere voi a la poveretta mensetta mia, da poi convitato 
vi siete ad essa, che rifiutarvi non credendovi pascer bene. E forse 
fede, ch'avete, che mia vidanda vi piaccia e faccia prode, la fara 
utele voi; come contrara cosa 8 infermo sana tal fiata, fede grande 
e talento avendo d'essa. 

Intenzione e fine, amico, si come eo credo, di tutta vecchia e 
nova Scrittura Santa e d'onni scienzia naturale e morale, no b gia 
altro che dipartire da male e venire a bene; unde sopra di ci6 metto 
la mia paraula, ch6 a voi n6 a 'Icuno no intendo piu faccia mistieri. 9 
In partire da male vole om due piedi avere, canoscienza d'esso in 
piede destro e odio in sinistro. Apresso, come fuggire pu6 male 
chi nol conosce ? e conosciuto che val, chi nol disama ? E avenendo 10 

i. Gianni Bentivegna: personaggio sconosciuto. Aveva chiesto a Guittone 
d' essere moralmente ammaestrato; ed e percio probabile che si tratti di 
un novizio deH'prdine dei Cavalieri di Santa Maria. 2. area . . , sempre: 
scrigno vuoto di ricchezze terrene; animo ricco di beni spirituali. 3. non 
fusse . . . cose: se non fossi stato impedito da piii faccende, 4. e poi: e poi 
che. 5. sapienzia , . . bono: analoga sentenza si legge nel Fiore deifilosofi ed 
in altre raccolte del tempo (ediz. Cappelli, Bologna 1865, p. 52). 6. adessa 
che: nel momento in cui. 7. om sufficiente: ad esser vero maestro 8. con 
trara cosa: alia salute di lui. 9. sopra di do . . . mistieri: sopra questo 
fondamento poggio il mio ragionamento (paraula: parola), poiche" credo 
che non vi sia bisogno d'altro ne" a voi, n6 a chicchessia. 10. avenendo: 
rivolgendosi, camminando verso. 



GUITTONE D'AREZZO 29 

a bene, similmente vole pede de canoscenza e ped[e] d'amore. In 
conoscere ben dimque da male, convene essere luce di sapienzia 
vera, come a conoscere nero da bianco vole luce de foco o di pianeta. 

Sapienzia dissi vera, che* sapienzia e vera e falsa. Vera e\ cono- 
scendo e alleggendo 1 bene a bene e male a male ; e JFalsa e, al con- 
trario discernendo e prendendo. Sapienzia falsa, erraita, e la sa 
pienzia d'esto mondo, che Dio e li preziosi nobili ricchi tesauri soi 
ne 'nsegna mesconoscere e desamare, e '1 mondo e le vane miserie 
moventane z e povere suoie ricchezze a bone 3 conoscere e disiare. 
Che si ben consideriamo, amico mio, non con occhi di talpa, ma 
d'aquila o de cervieri, 4 gentilezza di sangue, bealta di persona, li- 
berta di corpo u di podere, ricchezza di terra o d'auro, e catuna 
grandezza seculare, che la sapienzia falsa d'esto mondo conoscere 
ed amare insegna noi, stimerem malvagia, vile e vana e da fuggire 
in tutto a cor vero valente; 5 ed alquanto dimosterr6 voi como, 
segondo el sommo saggio bono Maiestro mio mi degnerk dimo- 
strare. 

Dico ch'e da conoscere per malvagia, e conosciuta odiarla, onni 
grandezza terrena, come e affannosa e periculosa ad acquistare, e 
come e temorosa ed angostiosa 6 e grave a possedere, e come af- 
friggitiva 7 a perdere e tribulosa, e anche come disamata e disorrata 8 
dai buoni, e da' malvagi aquistata e posseduta, e come quella che 
crea, pasce e regge vizii, desnuda, scaccia e ucide vertu, cela, vieta 
e robba 9 paradise, orba, lega e prefonda ad inferno. 10 Perche" dun- 
que, perch6, bel dolce amico, esti terreni beni desiderare? Non, 
quanto desia, Porno desia solamente, ch6 pro, onore e gaudio aten- 
da d'esso ? E finalmente onore e prode non chiere Porno, che so 
lamente volendone gaudio avere. E como dicono sapienti, natural- 
mente onni animale desidera di gaudere ; e catuno om vivente bea- 
titudine chere, cioe compiuta perfezion di tutto bene, ove pagar 11 
possa. Ma erriamo al 12 cherere : che* beatitudine e in vertu, e noi la 
cheremo in vizii; ed e indele grandezze grande di paradiso, e noi 
la cheremo in este miserime vil terrene: unde prode e danno, e 

i. alleggendo: scegliendo. 2. moventane: momentanee. 3. a bone: come 
buone. 4. de cervieri: di lince. 5. a cor vero valente; da un cuore vera- 
mente virtuoso. 6. e temorosa ed angostiosa: recante ogni sorta di timori 
e d'angosce. 7. affriggitiva: afflittiva. 8. disorrata: disonorata, disprez- 
zata. 9. robba; ruba. 10. orba . . . inferno: ci priva dell'anima, ci impri- 
giona e ci sprofonda nell'inferno. n. pagar: appagarsi. E cosl, piti volte, 
in tutto il resto della lettera. 12. al: quanto al. 



30 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

onore onta, e gaudio tribulazione. E si ben li occhi aprimo, non 
quelli de la testa, ma de la mente, e non di fuore ma dentro, e 
guardamo Tomo non a 1 comune oppinione, ma a giudicio vero di 
sapienti, che hanno 2 nostri beni consideriamo. Ov'& pro, non gosti 
piu che non vale, in perdita 3 d'amore, d'onore e di vertu, oe in 
aquisto di vizii? E dov'& onore non conculcato ed avilito e lordo 
d'onta? E ov'& gaudio non morto o piagato o abattuto ? Ed esguar- 
damo pur quale magiormente credemo avanti d'esti baroni: 4 tro- 
veremo rllui via piu di poverta che di ricchezza; e per uno che '1 
pregi, biasmanlo cento, e per una allegrezza, pensieri e noie molte. 
E credete a me, bel dolce amico, che dov'e piu di grandezza, piii 
d'angostia; e se non pare di fore, stimala dentro, pensandoF a 
presenzione. 5 O quanto, e de quante parte, periglioso travaglio e 
dura pena recever vedemo ad esti grandi in difendere amici e 
conculcare nemici, in regger li soi e '1 suo, in iscampare ed agiare 6 
le povere suoie ricchezze! Che montano dunque queste grandezze, 
se non pro, non onore, non allegrezza fanno, senza el contrario 
doppio ? E se pro e onore vi fusse, e netto 7 di dannaggio e d'onta, 
pagamento 8 dov'e? E non, come piu cresce ricchezza, pagamento 
discresce ? Ricchezze crescere ad area, ad animo no & pi6 che legne 
crescere a foco. Unde, come piu area s'empie, animo pill se voita 
e pio incende. No hano savore, no, credete a me, bono amico, le 
soie ricchezze al ricco, tant'ha in esse F animo infastidiato e vago 
fatto de piu. 9 Che veramente credo che pi6 se paga uno picciulo 
omo in picciul suo e agiatel 10 podere, non fa 11 re de gran regno; 
e pi6 via meglio se pasce d'ona legera vidanda e pi6 facieli pro, non 
fa barone con molt'e deverse soe; e pi6 soave dorme in vile e 
picciul letto, non face segnore en grande e caro suo. Che montan, 
donque, che, ricchezze de fore, se poverta & dentro en voitezza 12 
de mendichissimo animo ed affannato ? Ma se tutto el ben loro non 



i. a: secondo la. 2. che hanno: che cosa abbiano. 3. Ov*e pro . . . per 
dita; dov'e guadagno che non costi assai piu di ci6 che vale, quando si per- 
da, ecc. 4. quale . . . baroni: chiunque dei potenti della terra noi crediamo 
sia il maggiore. s.pensandol' a presenzione: immaginandola con la tua 
forza intuitiva, intuendola, insomnia. 6. agiare: accrescere. 7. e netto: 
anche privo. 8. pagamento: appagamento. Cfr. la nota n a p. 29, 9. 
vago fatto de piu: desideroso di averne maggiori. 10. agiatel: agiatello; 
che gli permette di vivere agevolmente. n. non fa: che non fa (secondo 
termine). Cosl, poco pih giti, due altre volte. 12. en voitezza: nella vuo- 
tezza. 



GUITTONE D'AREZZO 31 

sa lor quasi bono, 1 sa loro lo mal si grave che catena cosa de 
noia par Faucida. Unde ben senton poco, e male assai: che" a 
picciuletto om, bene picciul sa grande ; e male grande, quasi ne- 
iente. 

Addonque, siccome dissi, la fine d'onne disio & pagamento. 
Como e sapienzia recchezze chedere en terra, poi 2 onni terrena 
ricchezza e poverta, e como cresce pio, pi6 menima pagamento? 3 
E se prode e onore e pagamento ve fusse en omo mentre ci 4 vive, 
che sapienzia e, anche, per esti beni picciuli e temporali, mali so- 
stenere grandi ed eterni, e perdere beni compiuti ed eternali ? Ch6 
gaudere non p6 om d'esti e d'essi 5 beni. Vago son non pogo alcuna 
fiata de grossi pesci mangiare, e, al gosto considerando grande, 6 
sostegno la volonta; e certo leggeramente, che" la carestizia dessa 7 
tolleme voglia; e affamato ucello sostene 8 de prendere esca o' 9 
crede laccio. Chi e, chi, vago tanto d'alcuna cosa, se tutto 10 hae 
moneta assai, che cosa che valesse una medaglia 11 comprasse una 
livra? 12 Come donque damo eternal tutto bene per picciulo e 
temporale? Ch'e meno che vilissima medaglia onni bene d'esta 
vita mortale, ver' che pondi tutti migliaia d'auro '1 ben d'essa 
vitale. 13 Che male mercato & donque si caro tesoro dare in tanto 
vile! 14 Tutto esto mondo cercano mercaanti, tribulati, afritti, fango 
acatando de preziose pietre. O miseri, o nescienti, che non merca- 
tare sano 15 con esso gran mercaante Nostro Segnore, che pure invita 
loro al regno suo comperare e fanne mercato grande senz'alcuno 
conto; tanto Tha forte innebriato amore, che per medaglia dallo a 
chi no ha pi6! 16 cupidi d'agrandire, che faite, non aquistate 17 
per si vil cosa regno ? Certo marriti 18 siemo e nescienti sien fatti 
piu de brutti animali: ch6 catuno animale, segondo natura amae- 
strato ha lui, fugge male e cher bene; e usa che 19 lui pertene, meglio 



i. non sa . . . bono: non offre loro un qualsiasi dolce sapore. 2. poi: poi- 
che\ 3. menima pagamento: diminuisce 1'appagamento, la dolcezza che se 
ne trae. 4. ci: qui, in terra. 5. d*esti e d'essi: di questi e di quelli, dei 
terreni e dei celesti. 6. al gosto . . . grande: considerando il loro alto costo. 
7. la carestizia dessa: la poverta per se\ 8. sostene: si astiene. 9. o': dove. 
10. se tutto: per quanto, sebbene. 1 1. medaglia: monetina, che valeva po- 
chi centesimi di livra. 12. una livra: al prezzo di una lira. 13. ver' che . . . 
vitale: mentre il bene della vita eterna e superiore al possesso di tutte le 
ricchezze terrene. 14. in tanto vile: in cosl spregevole tesoro; nei beni 
terreni. 15. sano: sanno. 16. no ha pi6: non possiede di piii. 17. non 
aquistate: sottinteso che. 18. marriti: smarriti. 19. che: ci6 che. 



32 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

deH'omo, a cui ragione data in connoscere e amare bono. E na- 
tura e Dio e catuna cosa noi amaiestra. fe dato da imprendere 
engegno en noi e memoria da ritenere e merito e pena posto in 
catuna cosa; e ci6 conoscemo tutto e no '1 pregiamo, ma male e 
bene recevemo e usiamo a confusione. E tutto ci6 ne fa ardente 
disiderio in terra posto, da luce cieca condutto, cio& da falsa terrena 
sapienzia amaiestrato. Unde Nostro Segnore, in cui 6 vera sapienzia 
de tutte cose conoscere rllor valuta, 1 en s6 e'lli 2 soi viet6 terrena 
grandezza, e la biasma a tutti, la nostra disconoscenzia a cono- 
scenza tornando. E' filosofi tutti, e' sapienti f6r de devina fede 3 
ed e fedeli, el cui viso 4 fu sottile e chiaro, ben da mal cernendo, la 
desdegnar per loro e vietarla noi con molte naturale e sofficiente 
ragione. E ci6 che vieta Dio e ciascun sapiente, no & che mattezza 
grande desiderare. 

Divisato 5 e parlato ho voi solo de quelli che non sono pubrichi 
mali, ma sembranti hano de bono. Averia forse a dire de mali 
altri, li quali palesi sono, ma troppo serebbe longa la tela nostra 
e pena 6 quasi perduta; ch< de male conosciuto departire, 7 non d< 
esser mistero 8 ammonigione. Ma tuttavia, insomma dico voi che 
male e solo quello lo qual despiace a Dio, e bono solo che li piace. 
Se prode, onore e gaudio e frutto de catun bene, come esser p6 
pro, ove e peccato, e come onore, ov'e despregi' a Dio, e come gau 
dio, ove morde coscienzia ? E d'altra parte, come esser p6 danno, 
ove divino e merto; e come disnore, ove Dio lauda; e come tribula- 
zione, ov'& coscienzia pura? Ch6 gaudio esser non p6 vero che in 
purita di coscienzia, n6 purita di coscienzia che in omo giusto. Adon- 
que ver dissi che no & male alcuno u' non peccato ha dispiaciente 
Dio, n6 bene o' non merto piacendo 9 lui. E per6, dolce amico, 
somma sapienzia & non dir, n6 fare alcuna cosa, ove non sia prime- 
ramente considerato se piace o despiace loi; e che sent'uomo 
l[i] piaccia, 10 dire e fare a tutto el suo podere, e che li disagrada, 
per condizione alcona non dir, ne* far giamai: sostener prima morte. 



i.i'llor valuta: nel loro vero valore. 2. e'lli\ e 'n li; e nei. ^.fdr de de 
vina fede : senza fede in Dio ; i pagani. 4. viso : vista. 5. Divisato : narrato, 
discusso. 6. e pena: e la fatica. 7. de male . . . departire: ad allontanarsi 
dal male. 8. esser mistero: esser mestieri, abbisognare. 9. piacendo: da 
piacere, che piaccia. 10. e che sent'uomo l[i] piaccia: e ci6 che si crede 
che piaccia a lui. 



GUITTONE D'AREZZO 33 

O beato e sapiente perfetto, chi tale fosse, che no ha piu misteri a 1 
somma perfezione! Adunque, carissimo mio, ci6 consiglio, ci6 
laudo, ci6 ensegno e ci6 prego e impono e voi e me quanto posso 
meglio, d'entendere lo suo piacere, e conosciuto amarlo e operarlo, 
e dal contrario partite in tutto sempre. 

Ci6 che per voi sapete, deletto mio, e per quel tanto che mo- 
strat'ho voi, dovereste aver gia fatto il primo piede 2 a la conoscenza 
del male venendo; e desso de" creare adessa el piede d'odio par- 
tendo d'esso ; 3 ch6 mattezza matta desnaturata e troppo, a cono- 
scere lo male e non odiarlo. E fatti i ditti piedi, adessa sovra essi lo 
piede de venire a conoscienza de bene creare deano; 4 e dessi 
scire tantosto quello ch'ad amore aduca. Unde, deletto mio, ren- 
dete voi a voi, che" voi tolto have a voi vostra desconoscenza; e 
fatevi ben de voi signore stessi e vi fermate forte nei primi piedi, e 
vostro viso carcato 5 nettate bene de terra, unde fu pieno, in ess [a] 
involute stando. Adirizzatevi al Cielo, esguardate el rinvercio 6 de 
casa vostra, e nel renvercio el dritto considerate, non piu stando 7 
animate senza ragione. Ch6 Dio fece la bestia chinata inver* la 
terra, e gH occbi e la bocca tenendo in essa 8 sempre, e solo d'essa 
conoscere Famaiestrc-, mostrando che sopra 9 d'essa no ha che fare; 
ma Fomo fece ritto, la testa, la boca, li occhi tenendo al Cielo, 
dandoli intendimento che la sua eredita era lassu, acci6 ch'en essa 
dovesse tenere lo core e procaciar li avenire. E om disco noscente e 
miserissimo tanto, che pur far vole s6 bestia e con essa la terra par- 
ticipare, 10 non calendoi del Cielo: che" se lo corpo gli e fatto ritto, 
ingombisce" lo spirito e Fentelletto e tutto el suo pensieri in terra 
affoga. O che direbbe Fomo di quel che fusse aletto imperadore de 
Roma e rifiutasse Femperio e domandasse abitare in uno porcile, 
pascendo coi porci ghiande piu volentieri che con baroni vidande 
d'onni savore? E' non credo altri tenesse 12 om alcuno misero 

i. no ha piii misteri a: di nulla ha piti bisogno per. 2. piede: si ricordi 
Fimmagme dei piedi all'inizio della lettera (p. 28). 3- venendo : che venga; 
partendo: che parta; d'esso: dal male. 4. deano: debbono. I due 
piedi della conoscenza e dell'odio del male debbono creare il piede della 
conoscenza del bene. 5. vostro viso carcato: i vostri occhi gravati dalla 
visione dei beni terreni. 6. el rinvercio: il rovescio (del mondo). 7. non 
piu stando: senza prd essere. 8. in essa: verso terra. 9. sopra: al di 
sopra, all'mfuori. 10. con essa la terra participare: domandare alcuna 
parte proprio alia terra, ai beni terreni. n. ingombisce: ingobbisce, rende 
gobbo, deforme. 12. tenesse: considerasse. 



34 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

e matto, inver' di lui. 1 E non e misero e matto magiormente, essere 
eletto re di quello eternale e sommo regno, ver' cui remperio di 
Roma non vale uno orto, refiutarlo, e demandare in questo alcuna 
parte? Ch6 miserissimo e stretissimo e questo mondo tutto, piu 
che no e uno porcile, ver' ch'e nobilissimo, larghissimo e prezioso 
esso celestiale regno; e via peggio che ghiande ci pasceno regi, 
ver j che condutti dolci vi 2 pasce ciascuno che v'e. bono amico, 
per Dio, non siate tale; ma partitevi de falsa sapienzia, ch'e falsa e 
mortale, e a la vera notrite el vostro core, conoscendo e cherendo 
el regno vostro, lo qual e ad aquistare legero, e certo pi6 no e qui 
terra. 3 Ahi, che mattezza desconosciuta e matta, terrene chiedere 
grandezze, che tanto povere sono ed afannose, si forte a chierere, 4 
e, chieste molto tutte, le piu non s'hanno, e quelle che s'hano, hano 
piu de noia che di piacere; ed esse, che somme sono ed eternali e 
che se hano quasi in allegrezza, e, cheste rettamente, non puono 
fallire, ed, avute, compiuto hano pagamento, 5 fuggimo e desde- 
gnamo come noiose! Certo, amico mio, orbati 6 siemo e nescienti 
e nemici mortali fatti de noi stessi, ch6 le nostre mane auciden noi 
e nel fosso d' inferno ne gittan morti, vivendo eternalmente ad onni 
pena, se non mutiamo consiglio, bene cernendo 7 da male, e cre- 
dendo non 8 qui e casa nostra, n6 esti beni terreni ne sono dati a 
pagamento. 9 Ch< non a diletto, no, ma a necessita son dati noi, e a 
servigio, aitandone a caminare esto nostro periglioso camino, a la 
padria nostra retornando, unde el peccato del primo nostro parente 
no* discacci6. Che" certo, deletto mio, no amati, ma odiati averebbe 
noi Nostro Signore, se ad esti vani, vili e picciuli beni e tribulosi 
e mesti 10 di tanti mali avesse criati noi. Ch6 quantunqua di beni hae 
in esto mondo, el minore animo d'omo non pagherea, se tutto 11 1 
possedesse senza quistione. E se non vasta in parte del minore, 
come donque al magiore, e come 1 * a tanti faccendone tante parte, 

1 . E* non credo . . . di lui : il senso di tutta la frase e : lo non credo che 
si possa considerare qualsiasi uomo stolto e infelice, al suo confronto. 

2. condutti: vivande; vi: ivi, nel regno celeste (contrapposto a cz, qui, 
sulla terra). 3. certo . . . terra: certo molto ptti facile di quanto sia sulla 
terra acquistar potenza terrena. 4. a chierere: a ricercare, a conquistare. 
5. compiuto hano pagamento: hanno la capacity di appagare completamen- 
te. 6. orbati: ciechi. 7. cernendo: discernendo. 8. non: sottinteso che. 
9. a pagamento: nel solito significato di ap pagamento ; per poter esser 
paghi. 10. mesti: misti n. se tutto: anche se. 12, se . . . come: se i 
beni terreni non bastano ad appagare el minore animo d'omo, come, ecc. ?: 
vasta: basta. 



GUITTONE D'AREZZO 35 

vastar poria? No e colore alcuno n6 forma a viso, 1 parola n6 suono 
ad oreglie, odore a nare e a gusto savore o toccamento a mano, ove 
non senta 1'omo alcuna defacolta, 2 la quale d'esso li tolle pagamento. 
Le noie e i dispiaceri che vede, odora e toca Tomo, o voglia o no, 
chi misurar porea ? Come donque tra beni si difettivi, e mali tanti, 
esser p6 pagamento? 

E se qui non pagamo, e Dio 3 no odia noi, ma piu che se medesmo 
amane forte, crederemo che n'aggia creati a questa vita? Certo no, 
si ben consideriamo. Ch6 non ragione, n cagion' e per che ve- 
demo, ma d'onni parte mostra onni ragione che loc'altro pur sia 
ad opo d'omo. 4 Altra guisa 5 non sarea maggio, 6 ma minore d'onni 
animale; ch< catuno animale pagase qui. E se 1'omo non qui, no 
altro', donque cusi serebbe el fatto pur a miseria. 7 Donque dico 
pur loco sia altro & necessario, ove pagare possa omo. E como ne- 
cessario simiglia 8 esser loco altro, & necessario sia in esso loco male 
nullo e ben tutto, ch6 ci6 che tolle in esso pagamento & male, el quale 
fuggire non pote alcuno. E duve male sent'omo, como paga el ben 
che ci e, finito di grandezza, di tempo ? 9 Unde animo non finito 
non in cose finite e breve pagar p6. Dunque ben non finito, finito 
da 10 ogni male, de necessitk vol esser loco, ove pagar possa omo. E 
se bono e tutto lo ditto loco, lontano da onni reo, dovemo intender 
sia dei rei ? Certo non gia; n6 de' malvagi e dei boni, siccome questo, 
ch'& de' malvagi e de' boni, ch6 disragion serebbe, 11 e tolto serebbe 
via che pagamento 11 fusse, s'e' rei abitassen loco, 12 che boni non 
pon pagare intra malvagi, n6 malvagi intra boni. Addonque pur dei 
boni mostra che sia. E si li boni hanno lor loco in bonita, no e da 
credere che i rei siano senza loco. E se non senza loco, loco qual e? 
Malvagio e da credere in tutto sia, come tutto bono e quell [o] 
dei boni. 

E per6, dolce amico, non credete gaudere ove tribula onni omo, 



i. viso: vista. 2. defacolta: mancanza, insoddisfazione. 3. E se...Dio; 
e se e vero che sulla terra non siamo felici, e che Dio, ecc. 4. che loc'al- 
tro . . . d'omo : che un altro luogo e necessario (sia ad opo) all'uomo. 5. Altra 
guisa: altrimenti. 6. maggio: maggiore. 7. E se Vomo . . . miseria: se 
1'uomo n qui n6 altrove trovasse la sua felicita, egli sarebbe stato create 
solo al dolore. 8. simiglia: sembra. 9. como . . . tempo?', come potrebbe 
appagarci il bene che v'e, limitato nella grandezza e nel tempo? 10. fini 
to da: libero da; da cui sia escluso, u. disragion serebbe: sarebbe illogico. 
12. loco: cola. 



36 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

ne" ricchezza cherete 1 in poverta ; ma ben da mal cernete, 2 e da bon 
meglio, e da meglio ottimo sempre, ove si trova. E non giammai 
se posi Fanimo vostro a bene, se meglio sent[e]. E tutti vostri disii, 
che in diverse parte avete partiti per esto mondo, catuno chedendo 
alcun vostro diletto, tornando, li piu, voi 3 co' le man voite, - e 
tribula piu uno che voito torni, non allegrano molti che torni 
pieni 4 - tornate ad uno donque e in uno lo mettete solo, el sommo 
bono Nostro Signore, ove onni bene dimora a compimento, a cui 
recevere e retenere strettissima e picciulissima e 1'arca del ma- 
gior animo d'esta vita: el quale se possede senza calonia 5 alcuna da 
dispiacere, e perder non si pu6, n6 scemar mai; ma sommo senza 
onni fine sempre permane: al quale ne conduca esso bon Signore 
nostro, che per troppo tradolce amore che port6 noi e porta, di 
morte noi libberando, sostenne morte. 



II 

Ricco molto e avaro, onesto abate don Zeno, 6 Guitton non degno 
frate, core quanto podere o podere quanto core. 7 

Certo, messere abate, non gukire conven bene povero e picciul 
core a podere ricco e grande, e grande e ricco core a picciulo e po 
vero podere. Piu fiate aggio perduto, credendo acquistare in voi; 
e si temo non faccia 8 como Farcied ch'una saietta tragge, 9 credendo 
procacciare un grande ucello ; ma, poi Faucello li falla, tragge a la 
saietta, ch6 non perder vorrea u' non procaccia. 10 E io a la saietta 
ho tratto e trago, ch6 de Faucello despero ; ma perdo Funa a Fautra. 11 
E quanto piu vi perdo, phi ricoverare 12 bramo e traggo ad essa; 
ma forse anche seria a me menore male lassare per perduto ci6 
che tratto ho, che pur traire* 3 perdendo. Ma tanto perdere ho odio, 

i. cherete: cercate. 2. cernete: discernete. 3. voi: a voi. 4. non allegrano 
. . . pieni: di quanto non rallegrino molti che tornino (Riccardiano : tornin) 
forniti. 5. calonia: calunnia, male. 6. abate don Zeno: probabilmente un 
don Zeno che fu abate di San Sepolcro nel 1285. 7. core . . . core: 
Pequivalenza psicologica e stilistica fe spiegata con le parole che seguono, 
nelle quali s'accusa all'abate il disquilibrio del contrario. 8. non faccia: e 
prima persona singolare, 9. tragge: scaglia; il successivo tragge a: si ri- 
solve a scagliare un'altra saietta; poi: poiche. 10. non perder . . . procac- 
cia: se non guadagna, vorrebbe almeno non perdere. u. Vuna a Vautra: 
Tuna e Faltra (la saietta che ho tratto e quella che trago). 12,. ricoverare: 
recuperare. 13. pur traire: trarre, scagliare ancora. 



GUITTONE D'AREZZO 37 

che pur disio traire: non gia saiette vane e despennate, ma ferme 
e pungente molto, che lo scudo vostro, ch'e quasi di diamante, 
potesseno desfermare, 1 e v'intrasseno al core, faccendo umiliare, 
me umel resguardando. 



in 

Bono e diletto amico Monte Andrea, 3 Guitton frate, ad onni man- 
canza pieno restoramento. 

Dolor mi porse e gioia, diletto mio, ci6 che di voi adussemi ser 
Monaldo. 3 Dolor m'adusse prima, vostro dolore, amico, partici- 
pando ; che* grave e non dolere u' dole amico, e disamoroso e villan 
certo. Se tutto 4 non degnamente Pamico dole, degno e co'llui 
dolere, non gia di ci6 che dole, ma perche" dole. E io si con voi 
doglio, bel dolce amico, non gia de la ragion di vostra doglia, ma di 
voi che dolete, tutto 5 non degno. Gioia adusseme apresso, en la 
razionale anima mia, razionale amore che potto voi, non gik carne 
ma spirito, non volere ma ragione considerando, ch6 no ama chi 
ama d'altra mainera. E se doglio con voi, e 6 allegro in matera de 
vostra doglia, la quale gioiosa aviso ; e forse savrea come mostrare. 
Ma acci6 che voi non me fugiate, schifando el mio giudicio siccome 
di vile una persona, 7 verace pogo e sapiente meno, per grandi e 
cari molti sommi sapienti e sommi veri far6 voi dimostrare pro- 
caccio vero 8 ci6 che perta 9 contate, e matera gioiosa in che dolete. 
E potendo retraire piu brevemente e' longo dire, ch'e, deletto, 
mistieri seguendo, 10 dir6 simpricimente Tautorita, e non tutta or- 
dinata secondo debito modo ; ma vostra sapienzia Pordini voi. 

I. desfermare: privare della sua resistenza, trapassandolo. 2. Monte An 
drea: certo il. rimatore fiorentino, vissuto nella seconda meta del secolo 
XIII, cui Guittone stesso indirizzd il sonetto A te Montuccio. L'aretino 
gli aviii inviato questa lettera in seguito ad un disastro finanziario da 
lui subito, che costituisce anche I'argomento di una sua lirica. Non e 
per6 da escludere che si tratti di puri pretesti letterari. 3. Monaldo di 
ser Volentieri da Sofena, notaio e rimatore della seconda meta del secolo 
XIII, nominato piu di una volta nelle rime di Monte Andrea. 4. Se 
tutto: gia incontrata questa forma di concessivo, frequente in Guittone; 
sebbene, per quanto. 5. tutto: tuttoch6, per quanto. 6. e: in ripresa 
dopo subordinata; anche, tuttavia. 7. di vile una persona: con la pro- 
.lessi delFaggettivo; di una persona vile. 8. procaccio vero: vero, sicuro 
guadagno. 9. perta: perdita. io. ch'e . . . seguendo: che e necessario ora, 
o amico diletto, seguire. 



38 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

Risponde Senaca a quello che dice (cmoneta perdeo, r siccome 
voi: Forse essa averea perduto te. Beato, s'avarizia ccrllei per- 
desti; e se [te]co rimane avarizia, anco via piu beato se' quanto da 
mala materia se' dipartito . Salamone : Saturita non lassa dormire 
el ricco. 2 E apresso: No e piu iniqua cosa che amar moneta; e 
chi ama divizie, frutto non prende d'esse. 3 E Agustino: O mat- 
tezza grande, vita fuggire e morte adomandare, e cherere omo auro 
e perder Cielo! E apresso : Che prode e 4 molto avere, e non avere 
chi da tutto, siccome Dio ? E anco : Avaro, de fora pieno, e voito 
dentro ; crepa in carne e mendica in core . E apresso : Desperar 
e da Dio, ponere speranza in creature . E anche: Chi fede in Dio 
ha vera, in este miserie non ricco esser disia. 5 E beato Gregorio: 
Ricchezza in terra chesta chi trova, quello che lui donata 1'hae 
non rechede. 6 E anco: Tribuloso piu che 7 terrene chere ric- 
chezze; e pacifico meglio chi nulla in esto seculo desiare. 8 Unde 
Gerolimo: Se tu hai, va vendi, 9 a' poveri da; se non hai, di gran 
carico se' liberato . 10 Per che Gregorio : Chi '1 carico de le divizie 
tol[s]eme, piu vaccio me spedic6 . ir E Saggio aH'omo dicfe] : Come 
paine, 12 augelli spogliano penne, spogliano temporali 13 de vertu 
omo e de santi pensieri, non lassandolo al Cielo volare. 14 E Tulio: 
ccAvari, che 'n vano e dubbio posto hanno [le] lor possessione, 
sempre disian piu e non si trovan contend; unde non ricchi gia, 
ma poveri e mendichi da stimar sono. IS E apresso: Non gia se 
sazia el seno de cupidita: 16 e non solo desio di quello ch'e cre- 



1. moneta perdeov: pecuniam perdidi: cfr. De rem. fortuity XI, x. 

2. Eccle., 5, ii ; Saturita: sazieta. 3. Per la prima parte di questa ci- 
tazione cfr. Eccli., 10, 10: per la seconda Eccle., 5, 9. 4. prode e: giova. 
5. La terza di queste cinque citazioni da sant'Agostino k tratta liberamente 
dal Sermo XXXVI de Prov., cap. n (Migne, P. ,., 38, 315) : le Concordance 
augustinianae non aiutano a trovare le altre. 6, Ricchezza , . . rechede: 
chi trova ricchezze su questa terra, non si chiede mai chi gliele abbia 
donate. Cfr. Vincenzo di Beauvais, Spec, mor., in, dist. 2, parte VII. 7. che: 
chi. 8. desiare: di quest'uso delFinfinito (tipo piuttosto cristallizzato, 
Segre) occorrono altri esempi in Guittone; cfr., fra Taltro, la nota 5 a p. 71. 
9. va vendi: vai a vendere (imperative coordinate a va). 10. Cfr. Vincenzo 
di Beauvais, Spec, mor., i, dist, 104, parte in. n. Cfr. Spec. mor. y ibid.: 
onus divitiarum abstulit, onde il nostro emendamento ; vaccio: presto; 
me spedicd: mi liberfc. 12. paine: panic. 13. temporali: i beni terreni. 
14. II Meriano rinvia a Vincenzo di Beauvais, Spec, mor., I, dist. 103, 
parte in ; ma il testo latino risponde solo largamente alia citazione guitto- 
niana. 15. Cicerone, Parad., vi, 3. 16. JVo gia. . . cupidita*: nec' 
satiatur cupiditatis sitis; cfr. Cicerone, Parad., i, i. 



GUITTONE D'AREZZO 39 

scendo, 1 ad omo tormenta, ma de perdere timore. E Senaca: 
Avarizia non se sazia, ma cresce cupidita. 2 E apresso: Nostri 
seremmo, se non fusse el nostro . 3 E anche: aPacifichi li omim 
viveriano, se via fusse tolto mio e tuo. 4 E lacomo apostolo dice: 
Und'e a voi bataglia e lite, che da vostra cupidita? 5 E Paulo: 
Radice di tutto male e avarizia. 6 E anco: Chi vole ricco venire, 
cade in tentazione e in laccio del diaule e in desiderii molti nocivi, 
che mergono 7 li omini a morte. Giovanne evangelista: aFrate, 
non delettate 8 el mondo, n6 quello che nel mondo e; per6 che chi 
ama el mondo, la carita del Padre no & in lui, e onni cosa, che nel 
mondo e, e concupiscenzia di carne e d'occhi, e superbia di vita. 9 
E Nostro Signore dice: La solicitudine seculare e le fallacie de le 
divizie affbgano la paraula 10 di Dio ; e la paraula di Dio vita d'anima 
e)). 11 E apresso: Nessuno pu6 servire Dio e moneta. 12 E anco: 
Piu legiero e camello intrare per cruna d'ago, che 1 ricco nel re- 
gno del Cielo intrare . 13 Profeta Osea: Io diei formento 14 e vino e 
oleo, argento e auro a quelli che seguon Balaan, IS cioe el de- 
monio. E per Geromia: Satollai loro, e avoltri sono fatti. 16 E 
Moise del popolo dice: Ingrassato e dilatato, el fattore suo Dio 
abandon6. 17 

E d'altra parte, amico, nessuno pu6 galdere qui e la. Unde 
Agustino a Dio: Tu che se' consolazione sempre etternale, che 
solo te dai a quelli che consulazione fuggeno temporale; et io, 
pensando ci6, nego di consulare I'anima mia, avendo la tua eternale 
consolazione . 18 E Gerolimo : Impossibile e ventre e mente impiere, 
e di deletto seculare gire ad eterno . 19 Unde Nostro Signore: Guai 
a voi, ricchi, che qui avete vostre consulazione, ch6 voi piangerete 
e lugerete. 20 E Angelo: La dove dic[i] che ricco e abondoso se', e 
nulla brami ; e non sai che misero e miserissimo e povero se' . ai 

i. desio . . - crescendo: desiderio d'accrescere ci6 che si possiede (libidine 
augendi). 2. Cfr. De mar., 101; cresce: aumenta. 3.Nostri... no- 
stro : apparterremmo veramente a noi se non ci fosse el nostro. 4. Cfr. De 
mor., 98. 5. lac., 4, i; che: se non. 6. I Tim., 6, io: per la sentenza 
successiva, ivi, 6, 9. 7. mergono: sommergono, sprofondano. 8. delettate: 
amate. 9, / loan., 2, 15 e 16. io. paraula: parola. n. Matth., 13, 22. 
12. Matth., 6, 24. 13. Matth., 19, 24. 14. formento: frumento. 15. Cfr. 
O$., 2, 8. 16. ler., 5, 7; avoltri: avdltori, adulteri. 17. Deu., 32, 15. 
18. II concetto ^ in Ep., cxxx, n (cfr. Migne, P. L., 33, 495)- ^9- Cfr. Ep. 
CXVIH ad lulian., 6 (Migne, P. L., 22, 965)- 20. piangerete e lugerete: 
i due sinonimi sono anche nel testo evangelico: lugebitis et flebitis 
(Luc., 6, 24-5), 21. Cfr. Apoc., 3, 17. 



40 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

Eper6 bene dice lacomo apostolo: Piangete eurlate, ricchi, e'[l]le 
miserie grande verrano voi. x 

Adonque, amico, vedemo che qui male fanno, affannando e 
tribulando in molte guise; e quello che n'hae piu, ha piu d'angostia, 
E di ci6 testimonio e Salamone in molti libri; e dice che nullo 
re in tesauro ebbe quanto lui, avante da lui, inde'regno 2 suo, e tutte 
cose delettose acolse e fece, e nulla cosa al core n6 agli occhi suoi 
viet6 piacente, e tutte disse ch'erano vanita e afrizione 3 di spirito. 
Ma se qui fusseno 4 dolce e salutevule d'ogni guisa segondo corpo 
e piacere, se morte fanno eternale, come sono bone ? Unde Nostro 
Signore : Che pro e aH'omo, se tutto el mondo fruasse, 5 alPanimo 
suo poi porta tormento, e eterno ? 6 Perdere donque aver, 7 e perdere 
angostia e morte al corpo e a Talma, e acquistare vertu e Dio ; e sj 
come filosofi e santi e Dio riccore biasmono, laudando poverta. 
Unde Senaca dice : Composta poverta segondo naturale legge ric 
core e grander. 8 E apresso: Ricchezza magna e ricchezza non 
desiderare . 9 E anche: <cNon chi ha poco, ma chi molto desia, 
povero e. 10 E anco: Grandissima povert& e avarizia)). 11 Unde dice 
Seneca: Se ricco vuoi te fare, non acrescer moneta, ma volonta 
sottrae; 12 che* la piu corta via a riccore conquistare, e dispregiare 
riccore . E Socrate: Meno e bisognoso d'onni cosa mortale, chi 
vi diletta 13 meno . E '1 filosofo Segondo 14 dice : Che e povertk ? 
odibile bono, 15 matre de sanitate, [remozjione di cure senza solici- 
tudine alcuna, via e reparatrice* 6 de sapienzia, e [mercatantia] senza 
danno, sustanzia che non contare si pu6, possessione senza calogna 
e fortuna non certa, 17 e senza solicitudine f elicit k)). E Tulio: Non 
esser cupido in moneta, contento essere di te medesmo, cosa e de 



i. Cfr. lac., 5, i. 2. inde'regno i nel regno (innel con assimilazione). 
3. afrizione; afflizione (cfr. Eccle., 2, 9-11). 4- se qui fusseno: ammesso 
pure che qui siano. 5. fruasse: fruisse, godesse. 6. Matth., 16, 26. 
7. aver: 1'avere, le ricchezze. 8. Cfr. De paup. y 4, 10. 9. Cfr. De mor., 
45- io. Cfr. De paup., 2, 5. u. Cfr. De mor., 57. 12. volonta sottrae: 
attutiscine, distruggine il desiderio. II Meriano mette questa citazione a 
riscontro con Tesoro, yii, 19, ma cfr. Epist. mor., LXII, 3 (Segre). 13. vi 
diletta: vi si diletta, vi trova diletto (la citazione proviene forse da Diog. 
Laert.*, Meriano). 14. Segondo: Secondo d'Atene; il testo latino della 
sentenza, grazie al quale il Meriano ha operato il persuasivo restauro del 
passo volgare, e in Vincenzo di Beauvais, Spec, hist., x, 71. 15. odibile 
bono: un bene che e oggetto di scherno. 16. reparatrice: repertrix; 
quindi, forse meglio, reperitrice , atta a far ritrovare. 17. senza... 
certa: senza danno e senza instability. 



GUITTONE D'AREZZO 41 

certissima gran divizia)). 1 E beato Bernardo: Non pensen gia, li 
ricchi di questa vita, li amici di Cristo solo cielo possedere, per6 
che dice "Beati poveri, che" regno del Cielo e loro", chV posse- 
gon terrene; 3 ch6 tutte mondane divizie son d'omo fedele; e 
prospera e aversa 3 servon lui ad operarle in bono. E apresso: 
Pensano 4 forse alcuno che gran palagio Cristo chedere dovea, 
ch6 Ree di gloria con gloria si ricevesse; ma non per6 5 da la [s]ed[e] 
reale descese, ove in destra avea divizie e glolia, in sinistra longita 
de vita. Ci6 tutto 6 eterno in cielo in abondanza rispondeano in lui, 
ma poverta non se trovava in essi, e in terra abondava e superabon- 
dava e 'n specia 7 tale non conosceva Porno lo pregio d'essa. Unde 
lo Figliuolo di Dio, disiando essa, di cielo discese e alessela 8 a se", 
ne la stimazione sua faccendola preziosa. per6 grande soperchio, 
grande oltraggio volere vermicello omo mo' 9 esser rico, per cui 
Dio, Maiestate e Segnor Magno, povero volse s6 fare. E beata 
Maria nell'inno suo: Impi& gli afamati di bene, e' ricchi a neente 
mise. xo E '1 profeta Davit: Refuggio dei poveri Dio e fatto . 
E apresso: Lo disio dei poveri Dio aldio. I]C Et Isaia profeta: 
Refuggio dei poveri & fatto Dio. 12 E '1 Nostro Signore dice: 
Beati poveri, ch6 '1 regno del Cielo & loro. 13 E Senaca: Nullo e 
de Dio degno, f6r chi ricchezza dispregia. 14 E apresso: Non ricco 
e beato pu6 essere omo. 15 

E si de fatto guardiamo, filosofi am^ro 16 a tenere poverta, e 
Cristo anche in s< e in li suoi, potendo ricco venire nel regno suo ; 
ch6 chi va a riccore venire vole da poverta, come chi va a poso 17 
venire vole da fatica; e mostrando poverta bona e riccore reo, acci6 

i. Cfr. Cicerone, Parad., VI, 3. 2. Non pensen . . . terrene: i ricchi della 
terra non credano che solo gli amici di Cristo, i poveri, son destinati al 
paradiso, dacch6 Egli ha detto Beati i poveri ecc., mentre essi posseggon 
terrene divizie (si ricava dalla frase successiva). 3. prosper -a e aversa: 
le cose favorevoli e le contrarie. II passo di san Bernardo e nei Serm. in 
Cant. Cant., xxi, 7 (Migne, P. L. 9 183, 875)- 4- Pensano: forse pensava; 
cfr. Sermo in vig. Nat. Dom., I, 5 : Erat . . . qui . . . arbitraretur (Migne, 
P. L., 183, 89). 5. nonperd: non per questo. 6. Cid tutto: & un singolare 
collettivo, cui va riferito rispondeano e in essi (nei beni eterni). 7. specia: 
specie, apparenza. 8. alessela: la scelse. 9. mo': se non e una distratta 
ripetizione della sillaba precedente (manca infatti la parola corrispondente 
nel testo latino), & da intender ora, qui, sulla terra . Questa seconda 
parte della citazione e nei Serm. in temp. Resurr., m, i (Migne, P.L., 183, 
285). 10. Luc., i, 53. ii. aldio: udl. Cfr. Psalm., 9, 10 e 13. 12. Cfr. 
Itta., 25, 4. 13. Cfr. Matth., 5, 3- *4- Cfr. De paup., 18, 12. 15. Cfr. 
De mor. y 103. 16. amaro: amarono, vollero. 17. poso: riposo. 



42 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

che noi el dovessemo a tale avere, siccome disse di sopra beato 
Bernardo. E Agustino 1 anche: Onne male sostene esso omo Cri- 
sto, el quale sostenere deita[t]e onni bene despregi6, che dispre- 
giare pregiava, 2 acci6 che non temesse omo nei mali miseria e non 
chedesse innei beni beatitudine . De' soi, che poveri voile, lacomo 
apostolo dice: Poveri nel mondo alesse 3 Dio, ricchi in fede e 'n 
redita de regno . 4 E dico io che non gia povert& e cosa altra che pogo 
aver del bono; bono no e che Dio: adunque povero e quello che 
d'esso 5 hae poco, e piu chi piu n'hae meno, e ricco piu chi piu 
n'ha in abondanza. Unde dice Agustino: Non e bono 6 senza el 
sommo e vero bono. E apresso: Tale bono e Dio, a nullo da lui 
partito esser pu6 bene)). 7 E '1 Profeta: <cEl Segno re fegge me e 
nulla cosa mi manca)). 8 E Paulo: De nulla hae difetto chi teme 
Dio. 9 

E riccore adunque, amico, poi 10 tolle Dio, chi bono osalo dire? 
e chi poverta non bona, piccolo procacci[o] ? IX E anco, amico, di- 
cono sapienti che pur en esto mondo no nostro bono e riccore: 
prima, ch6, come Senaca dice, ci6 che ora e nostro, altrui fu gia e 
anche sera di molti. I2 E alcuno saggio dice: Credi forse perma- 
gna te ricchezza, che per tante mane d } 6mini corsa e? E Boezio: 
Non fortuna tu[o] fece ci6, che natura di cose fa altrui . 13 Unde 
leronimo dice: No e da contristare, Pautrui 14 rendendo, ma no 
stro bono dice no' 15 esser con noi. Per che Tulio dice de sapienzia: 
Ch6 tutto tuo bono in te dico esser posto. 16 E Senaca: Omo 
saggio intra se" onni. ben conta. E apresso : Non beato quelli che J l 
populo dice, ma chi [en] Panimo suo ha onni bono. 17 Dice alcuno 



1. Cfr. Vincenzo di Beauvais, Spec, mor., m, dist. 9, parte vr, che per6 
non risponde alia lettera. 2. el quale . . . pregiava: e per sostenere ogni 
male, Dio stesso (deita\f\e) disprezzd ogni bene che egli apprezzava, cioe 
voleva, che fosse disprezzato. 3. alesse: scelse, voile per se". 4. Cfr. lac., 

2, 5. 5. d'esso: di quel bene, di Dio. 6. Non e bono: non v'& bene. 
7. a nullo . . . bene: consecutiva ellittica del che. I concetti espressi dalle 
due massime possono ricercarsi in Contra adv. leg. et proph., I, 4 ed in 
En. in Psalm. CXXXIV, 6 (Migne, P. L. t rispettivamente 42, 606 e 37, 
1742). 8. Cfr. Psalm., 22, i. 9. Non e san Paolo, ma Psalm. t 33, io. 
10. poi: poiche" ; siccome le ricchezze ci tolgono Dio. n. e chi . . . procac- 
ci[p] ? : e chi oserebbe dire che la poverta non e un bene, o solo un piccolo 
guadagno? 12. II Meriano rinvia al De rem. fortuit., ove per6 non 
si riscontra la citazione. 13. Cfr. De cons. Phil, it, 5 (Migne, P. ., 63, 
691-2). i^.Vautrui: V altrui. 15. no': noi; esser con noi stessi, posse- 
dere noi stessi. 16. Cfr. Cicerone, In LaeL, 7. 17. Cfr. Ep., 45, 9. 



GUITTONE D'AREZZO 43 

savio omo : Per 1 nemico li fu arsa la casa e quanto avea perdette ; 
e p[er]sa moglie e figliuoli, e esso scampato in brache solo; detto a 
lui che molto perduto avea, respuose che niente: "che onni mio 
bono e meco" . 2 E Tulio, derobato e scacciato per li nimici suoi, 
dice: No altrui e, ne mio, ci6 che t6rre, che robbare, e che perder 
si p6. Se me tollessi la costanza del degno animo mio, e la mia vi- 
gilia e cura, 3 confesseria me avere ricevuto ingiuria; ma se ci6 
non facesti, ne far potesti, tormento glolioso rendeo me 1'engiuria 
tua, non nocimento periculoso . 4 E beato Ambrogio: No e bono 
dell'omo, che 5 seco portare non pu6. 6 

E quale e donque esto bono, che sempre omo seco porta 7 e che 
non perdere pu6 alcuno gia, se non vole? Dicemo ch'e scienzia e 
vertu. E dice nel libro di Sapienzia: Come rena auro e vile, in- 
verso d'essa; e come loto da stimare argento, in suo cospetto . 8 
E apresso: Ove non e scienzia d'anima, no e bono. 9 Non dice 
de sapienzia' d'esto mondo, la quale beato Paulo stoltezza dice 
appo Dio, n6 di prudenzia di carne, ch'el dice morte; 10 ma dice 
d[e] sapienzia d'anima, e de divina. Agustino dice : Neuno e securo 
in esti beni, che perder si puono f6r grado 11 in molti modi. Vertu e 
sapienzia non perdere pu6, chi non vole. E beato Bernardo: 
Vere divizie non sono ricchezze, ma vertu, che [seco] coscienzia 
porta, accib che [*n] perpetu[o ricca sia]. 12 E Agustino: Ottimo 
e quello a Tomo, che Tanima ottima fa cioe vertu. 13 E Senaca: 
Neente fa alFomo per molti essere salutato, e che 'n letto prezioso 
s'addorma, e bea con coppa bella, ma solo che bon sia. E apresso: 
Non viver bono e, 14 ma viver bene . IS E Agustino : No a utilitate 



i. Per: da un; anche poco piu innanzi con lo stesso valore. 2. L'episo- 
dietto e in Cicerone, Parad., I, 2 (Meriano); ma e anche in Seneca, Ep. ad 
Luc., 9, 18-9, e corrisponde assai piu fedelmente al testo guittoniano. 
Che poi si trattasse di fonte medievale rielaborata, lo dimostra Tanalogo 
passo in Tesoro, VII, 3. 3. la mia . . . cura: le mie preoccupate veglie 
(curas, vigilias). 4. Cfr. Cicerone, Parad., iv, I. 5. che: quello che. 

6. II testo latino della sentenza e registrato in Vincenzo di Beauvais, 
Spec. mor. t n, dist. 4, parte I. 7. omo . . . porta: ciascuno con se. 8. Sap., 

7, 9. 9. Cfr. Prov., 19, 2. lo.Non dice . . .morte: cfr. I Cor., 3, 19 e Rom., 
8,6. ii. fdr grado: a mal grado, contro la propria volonta. 12. Cfr. In 
adv. Dom. t iv, 2 (Migne, P. L. y 183, 47-8). 13. Cfr. De mor. Eccl. Cath., 
I, 5, 8. 14. Non . . . e: non e un bene la vita in s6. 15. Le due sentenze 
anche nel Tesoro, 7, 74 (Meriano), certamente tratte dai florilegi me- 
dievali. Cfr., infatti, Guglielmo Peraldo, Summa Virtutum, I, v (Segre). 



44 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

in tempo omo vive, che comperando 1 merito, unde vive eternale . a 
E Tulio: A viver bene e beato nente manca, loco o' 3 e vertu . 
E apresso: Quello ch'e retto e onesto con vertu, stimo io solo 
bono . 4 E anco : Tutte cose altre cadevile 5 e vane sono, for che 
sola la vertu da la radice dell'Altissimo radicata. 6 E anco : Quanto 
e da stimare vertu, che non rapire, non t6rre, non perder 7 p6, che 
non naufraggio, non tempesta tolle, n6 tempo, n6 turbazione! 
Unde quelli che tali sono, soli son ricchi e solo possegon cosa 
fruttuosa e sempre eternale; e'lloro 8 e propia divizia; che* sono 
content! e nente dimandano, nulla bramano, e nulla senteno s'e 
manco. 9 E Macorbio dice: Solamente vertu fa omo beato, e non 
cosa alcuna altra . 10 E Boezio : Non vertu da dignit&, ma dignitk da 
vertu; e vertu e propia dignitk)). 11 E dicon: Perch6 vertu e bona? 
ci6 e porgendo galdio 12 grande molto, vero e permansivo; 13 e gaudio 
e solo intenzione e fine di quanto noi temporale e eterno amiamo . 
Unde essi dicon vertu : Vertu e solo quello bono che beatitudine 
fae. E beatitudine, dice Boezio, e congregazione 14 di tutto bene 
perfetto . E '1 Filosofo dice : In noi beatitudine ultima volemo 
per se, acci6 che 15 fine e nostrfo] e intenzione : onore e vertu, acci6 
che vegnamo per6 l6 ad essa. E dice beatitudine cosa esscr com- 
piuta, e bramare nulla. E essa dice esser cosa delettabilissima e 
giocundissima sopra tutte ottime cose. 17 E Agustino del galdio 
d'essa dice: cc Galdio di vertu e come fonte surgente in propia 
c[a]sa, cioe in propia mente, ove dimora. 18 E Senaca: Pregio di 
vertu in Esso & che vertu diede, si come Dio; e esto pregio e letizia 
di mente . E apresso: Gaudio vero, galdio di bona coscienzia. 
Coscienzia bona no e che per vertu . Unde esso dice: Omo bono, 

i. che comperando: salvo che procacciandosi. 2. II concetto risponde a 
quanto e contenuto in Migne, P. L., 33, 880-1. 3. loco o } : la dove. Cfr. 
Cicerone, Parad., n. 4. Cfr. Cicerone, Parad., I, i. 5. cadevile: cade- 
voli, passeggere. 6. Cfr. Cicerone, IV Philip., 5. 7. perder: insieme con 
rapire e tdrre, infinito attivo con valore passivo. 8. e'lloro: en loro, in 
essi. 9. Cfr. Cicerone, Parad., vi, 3. io. Cfr. Macrobio, In Somn. 
Scip., i, 8, 3. ii. Cfr. De cons. Phil, n, 6 (Migne, P. L., 63, 703). 13. gal 
dio: gaudio 13. permansivo: duraturo. 14. congregations : sintesi. E cfr. 
De cons. Phil., m, 2 (Migne, P. L., 63, 724). 15. accid che: poiche". 
ib.pero: per mezzo di onore e virtu (per hoc). 17. Cfr. Aristotele, Eth. 
Nicom., i, 7, che naturalmente non pu6 essere stata la fonte diretta di 
Guittone. 18. II piccolo emendamento e suggerito da Tesoro, vn, 3 (ri 
portato dal Meriano), risalente alia stessa fonte medievale da cui discende 
il passo di Guittone, probabilmente Guglielmo Peraldo, Summa Virtutum 
i, vii (Segre). 



GUITTONE D'AREZZO 45 

de bona coscienzia galde .* E Tulio: Giocundo vivere non pu6 
che 2 con vertu non vive . E Agustino : Pregio de le vertu e Esso 
che vertu diede, siccome Dio . 3 E '1 Filosofo dice : Operazione 
per vertu fatte son dilettose e piacente e belle in se stesse. 4 E 
Senaca: Vertu perpetuo gaudio e sigur presta. s E Bernardo: 
O vita sigura, ov'e pura coscienzia, ove senza timore morte 
s'aspetta, e certo con dolcitudine se desia e chere, e si riceve 6 con 
devozione! 

E tale e tanto gaudio, bono amico, in grandezze mondane e tem- 
porale ricchezze savete bene non gia. 7 Ma, come dice Boezio: 
((La dolcezza de la grandezza umana de molta amaritudine piena 
e. 8 E Agustino: Ove che carne chere refezione, defetto trova. 
E Salamone : Riso . . . ; 9 ma se v'e dolore, ov'e donque allegrezza? 
Fore semo de casa nostra in istraino paiese, e grave, tra nemici 
mortali, potenti e dotti, e onni cosa e noi quasi contraria. Istoltezza 
e donque allegrare de tante vane cose, e in tali parte. Unde Sala 
mone dice: D'esti mondani gioiosi e noia grande: gaudi' de 
stolto e obbrobbio di tristezza. 10 E Agustino: En le cose del se- 
culo 11 avere letizia, dico nequizia. 12 Adonque Senaca dice bene: 
((Fondamento de bona mente e non gaudere de vano. 13 E vano e, 
secondo la sentenzia di Salomone, quanto e sotto il sole. 14 E sic- 
come esso Senaca dice: Neuno gaudio mondano ha fondamento, 
e onni cosa e vana in vano fondata: per che 15 saggio omo in mondo 
non fonda mai. 16 

E per6, dolce amico, ragione e discrezione aver dea omo, 17 ben 
da mal cernendo: che* non per neente e ditto animale razionale. 
Che", come el Filosofo dice: Segondo anima visitabile 18 participa 

i. galde: gaude, gioisce. Cfr. De mor., 134. 2. che: chi. Cfr. Cicerone, 
De not. deor.j i, 18. 3. Si noti che la massima, qui attribuita ad Agostino, 
qualche rigo indietro, quasi tale e quale, e attribuita a Seneca. 4. Cfr. 
Averroe, In Moral. Nicom. y I, 8, integrate da Tesoro, vi, 5. 5. presta: 
dona. 6. si riceve; il soggetto e sempre morte. 6. non gia: s'intenda: 
esservi, esistervi. 8. Cfr. De cons. Phil, n, 4 (Migne, P. L., 63, 684). 9. E 
Salamone: Riso . . . : nel codice c'e, a questo punto, un'evidente lacuna. II 
Meriano giustamente pensa che debba essere integrata dalla traduzione 
di Prov., 14, 16: Risus dolore miscebitur: et extrema gaudii luctus oc- 
cupat, o di qualche altra analoga sentenza. 10. Cfr. i due passi di 
Eccle., 7, 5 e Proy, 15, 21, sebbene non coincidano alia lettera. u. del 
seculo: di questo mondo. 12. Cfr. Sermo CLXXI Verb. Ap. } 4 (Migne, 
P. L. t 38, 935). 13. La sentenza e anche in Tesoro, vn, 74, attribuita ad 
altri. 14. Cfr. Eccle., i, 14. 15. per che: per la qual cosa. 16. Cfr. Ep., 
23, 5. 17. dea omo: si deve. 18. visitatile: vegetable, vegetativa. 



46 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

Porno a piante, e secondo sensibile, ad animale; atto, nel quale 
non participa nulla 1 lui, e atto segondo ragione e discrezione . 
Unde dice che per questo atto solo & Tomo ditto omo, e quanto piu 
parte 2 d'esso, <b piu animale. E Filosofo anche: Anima rationale 
opera, aferma e nega, asente e desente 3 con discrezione e con con- 
siglio. 4 E Tulio dice che prudenzia & ascienzia [delle cose] e 
da prendere e da lassare, s come convene. E Agustino: Prudenzia 
6 amare bono, che Dio agiuda, e da che fiede prudentemente re- 
trarse)). 6 E Senaca: Ciascuno omo che prudenzia siguir disia, 
vivera per ragione retto, se tutte cose pensa prima, e stima la di- 
gnita d'esse non secondo oppenione de molti, ma segondo natura 
loro stabilisca. 7 

Unde, carissimo amico, voi, si come creatura razionale, volete 
ragione seguire in iscienzia d'amare ch'& 8 bono a ragione, e ch'& non 
bono fuggire, stando al giudicio de tali e tanti saggi ? Vostra moneta 
perduta correte 9 pogo, e penserete de fango acquistare auro, cio& 
d'auro vertu, e gaulderete in essa di vero e coronato e magno gaudio, 
siccome provato v'aggio per prove verace tante e diritte. Come 
beato Bernardo: Non perdemo, ma mutamo galdio di corpo ad 
alma, e di senso a coscienzia, e giudicando e amando a verita. 10 
Sera vostro quello motto che '1 Filosofo dice : Segondo verita 
quello bono che bono sembra ad omo bono. Omo bono vede 
indela cosa ci6 ch'6 in essa: 11 unde giudica d'essa siccome sano 
giudica dolce dolce e amaro amaro, e infermo giudica per contra- 
rio ; e omo [di perversa] anima similmente non amaro amaro, ma 
dolce dice; e dilettoso onne 12 giudica e prende a bono, e onne non 
delettoso fugge e giudic'a male . E dice apresso : Molti 6mini sono 
servi di volonta, bestiale vita allegendo, 13 seguendo deletto corpo 
rate)). 14 Unde savete voi, per suo amaiestramento in esta parte, se- 



i. nulla: n di natura vegetativa, n6" di sensitive 2. parte: si allontana. 
3. asente e desente: acconsente e dissente; afFerma e nega. 4. Per Pin- 
tero passo, cfr. Averrofc, In Moral. Nicom., I, 7; ma pifc Tesoro, VI, 4, 
5. scienzia . . . lassare: rerum [caduto nella traduzione] expetcndarum 
fugiendarumque scientia; cfr. De off., i, 43. 6. amare . . . retrarse: amar 
quei beni che Dio asseconda e ritrarsi da quelli che egli colpisce. Cfr. 
Demor. Eccl Cath., r, 15, 23 (Migne, P. L., 32, 1322). 7. Cfr. Martino 
di Braga, Deform, hon. vit., n, De prud., i. 8. ch'e: ci6 che e. 9. correte: 
coglierete, vi curerete di raccogliere, 10. La massima ritorna in Tesoro, 
vn, 3. ii. cid . . . essa: la sua quidditas 12. dilettoso onne: ogni cosa che 
porga diletto. 13. allegendo: eleggendo, scegliendo. 14. Per queste due 



GUITTONE D'AREZZO 47 

gondo molti iudicii gik sopra scritti, chi e bono o non bono de' vi- 
cini vostri: ch6 chi ama quello bono che per bono sentenziano 
tanti e tali, entendete ch'e bono, e chi contrario, contrario. Sic- 
come dice Agustino : Occhi che sono in tenebre costumati non 
puono el raggio de somma vertu guardare : tenebre veggiano, e te 
nebre approvan 1 bone. E beato Gregorio: Non puono gik car- 
nali, che carnalmente pensare .* E J l Filosafo dice: Felicita, com- 
piuta en se stessa, soficiente & tanto, che nulla cosa brama di f[o]re. 
Ma chi non sufficienzia ha intra s6 ? chi non gustc- propia deletta- 
zione naturale, la quale e delettazione d'operazione intellettuale, 
ch'e la piu nobele parte, d'u' Porno pertene; 3 unde cunfugge 4 
a corporate delettazione, della quale aprossimava sperienzia. 5 Ma 
non & gia da delettare e bel dire ci6 che delettoso appellan tali, e 
non gia da elegere & a 6mini 6 ci6 che garzoni da elegger dicon sia e 
approvan de fatto ; ma quello che aprova natura de nobele omo, n'e 
bello e necessario, e vile che 7 appro va omo de natura vile . 8 E per6, 
come esso dice anche, amico: 9 Degno e bene che I'omo ami se 
stesso, ma non a onore e a delizia corporate e disio animale, ch'a la 
sua parte pertene, ma a ci6, ch' de verta sua, fare. Ch6 chi ama se 
stesso veracemente opera opere pertinente a vertute, propie a lo 
stato suo, segondo migliori e magiori beni, bene concordat! a se, a 
veritade e opera bona, ch'al prosimo utel sia; e largisce moneta e 
tutto quanto possede, grazia d'amici; 10 e s'e necessita, more per 
loro ; e ragione ubedisse, e intelletto . 

E se volemo dire: Bona & vertu e bono a 11 beatitudine perve- 
nire ; ma come potemo u 12 savemo venire a ci6 ? Desusato e noi el 
suo camino, ma no fu gia; ch6 1 Filosofo noi Pensegna e dice: 
cc Felicita e sanita volemo; alleggian dunque quello, che 13 perve- 



citazioni da Aristotele, cfr. Averred, In Moral, Nicom. y x, 5 e in, 4: ma 
anche qui sovviene Tesoro, vi, 16. i. veggiano . . . approvan: vedono . . . 
ritengono. 2. Non puono. . . pensare : coloro che vivono secondo le 
leggi della carne (carnali) non possono (puono) pensare che carnalmente. 
3. d*u* Vomo pertene: della quale si sia in possesso. 4. cunfugge: si ri- 
volge. 5. aprossimava sperienzia: era a portata di mano la fruizione. 
6. a dmini: da parte di veri uomini. 7. che: quello che. 8. Cfr. Aver- 
roe, In Moral. Nicom., i, 7 e x, 6, e si integri e paragoni con Tesoro > 
vi, 54. 9. amico: e vocativo, rivolto al destinatario. 10. grazia d*amici: 
traduce la frase gratia amicorum del testo: cfr. Averroe, In Moral. 
Nicom., ix, 8. n.e bono a: ed e un bene tale da. 12. u: o, owero. 
13. alleggian . . . che: eleggiamo, dunque, scegliamo di fare tali cose, per 
le quali. 



48 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

gnamo ad essa)). 1 Dice che giusto omo vene 2 operando giustizia; 
ma poi opera, sae per che giusto esser p6 e podestk aggia essa ope 
rando, e non vole e*non iusto. 3 E dice: In arbitrio suo fece 
Dio omo e misse avante lui bene e male; al quale li piace, la mano 
stender pu6. Ma chi mal sente, male ama; e chi male ama, a mal 
porge la mano . 4 Unde el Filosafo dice : Catuno deletta in 5 quello 
che e da lui amato. Deletta giusto in giustizia, e vertuoso in vertute, 
e saggio in sapienzia; 6 e per contrario, intendo avaro dilettare in 
avarizia, in avolterio avoltro, 7 e catuno reo inne'reo 8 che piu li 
agrada. E voi, bel dolce amico, faite vo' saggio, giusto e vertuoso, 
sapienzia, giustizia, vertu amando. E se mi dite che grave e ci6 
seguire, grave e bene contra uso e contra voglia, f6r cui 9 dissavoroso 
onni savore ; ma con voglia e usanza & grave soave e amaro dolce : 
donque, soave e dolce, tradolce e trasoave. 10 Unde Gierolimo dice: 
Aspra fece noi via de vertu longa usanza peccando. u E sopra 
quella parola del Signor nostro : Stretta e aspra e la via che mena a 
vita, 12 dice el Saggio che senza grave cuminciamento non se co- 
mincia; ma, passato alcuno tempo, con magna dolcezza di deletta- 
zione deletta 13 omo. E Senaca simel dice. Unde Tulio dice : Ot- 
tima forma & da elleggere vivendo, 14 acci6 che 15 giocunda usanza 
rende. 16 E come Filosofo dice: La via de le vertu 6 una sola, 
quelle dei vizii sono f6r conto alcuno. Unde via di vertu viaggi ha 
poghi, e quelle dei vizii molti. 17 E fare ciascuna cosa segondo 
ciascun modo, 18 leggera dice, e grave secondo el debito modo suo. 



i. Cfr. Averroe, In Moral. Nicom., in, 2. 2. omo vene: si diviene, ognuno 
diviene. 3. ma poi . . . iusto: ma solo dopo che (poi) la attua, egli conosce 
in che modo si pu6 essere giusti e si ha la facolta di attuare la giustizia, 
e rigetta il non (e'non) giusto, Tingiustizia. 4. Cfr. EcclL, 15, 14 e 17, 
18. 5. deletta in: ama, predilige. 6. Cfr. Averroe, In Moral Nicom., 
I, 8. 7. in . . . avoltro: nell'adulterio, 1'adultero. 8. inne'reo: nelle rei- 
t, nelle colpe. g.fdr cut: senza dei quali. 10. tradolce e trasoave: dol- 
cissimo e soavissimo. n. ((Aspra. . . peccando: la lunga abitudine al 
peccato ci rese aspra la via della virtu: cfr., Ep. CXLVIII ad Celant, 
10 (Migne, P. L., 22, 1209). 12. Cfr. Matth., 7, 14, 13. deletta: sog- 
getto logico Ua virtu , o la via della virtu . 14. vivendo: gerundio col 
yalore di gerundio genitivo latino (Segre): forma vivendi: cfr. il testo 
latino di questa massima in Vincenzo di Beauvais, Spec. mor. f in, dist. 
7, parte n. 15. accid che: poich6. 16. In verita, il testo latino: quam 
incundam reddet consuetude . 17. Cfr. Averroe, In Moral. Nicom., n, 6 ; 
for conto alcuno: innumerevoli. 18. segondo ciascun modo: in qualsiasi ma- 
niera piu aggrada. 



GUITTONE D'AREZZO 49 

Ma, si com'el dice anche: Intorno le gran cose resta vertu. Pic- 
ciula cosa fare, fa picciul pregio e picciul galdio ; ma pregio e gaudio 
& grande de grande e grave cose, le quale schifa vile e debele omo. 
Cominciare e finire gran cose onore e prode 1 pro* omo acquista. 
Unde, quanto e piu forte e grave e dura opera de vertu, val meglio, 
da poi che meglio adduce)). 2 E come Gerolimo dice: Meglio e 
con poghi andare a vita che con molti a tormento ; che, come che 
grave sia el camino caminando 3 a vertu, tenere el p6 chi vole, e a 
beatitudine pervenire. E J l Filosofo dice che beato esser p6 ciascuno 
che de beatitudine opera fare vole compiutamente, tutto 4 non sia 
de terra e di mare signore: ma minore 5 magiormente operazione 
nobile forse fanno, che podesta e signori. 

Adunque, amico, pugnate forte e pro', nel gran monte de vertu 
montando, 6 ben cominciando e seguendo meglio; ch6, come '1 
Saggio dice : Non cominciare e vertu, ma permanere . E '1 Filo- 
safo dice che la vita del boni continua sempre a bono per bono odore 
ne Toperazione vertuosa e perfetta, senza soperbia alcuna, e spec- 
chiase in vertuose cose, e sostene operazione de male, e porta 
condecevile 7 portamento, e non turba lo core suo, n< teme perigli 
de maliosi 8 tempi avenienti; et omo d'animo grande non sale 9 in 
prosperevele cose, n in aversevile scende. 10 E Tulio dice che forte 
animo grande in due cose conoscese magiormente: una, despre- 
giare terrene cose; altra, in cose magne portare, 11 e utile magior 
mente, e grave, e piene de periculi e de fatica. E '1 Filosofo dice : 
Fortitudine & animo sopra periculi 12 operare, nulla cosa temere 
altra che laida, e prospera e aversa 13 sostenere forte . Unde Senaca 
dice : No e si acerba cosa, ove solaccio* 4 non trovi animo retto . 
E apresso : Omini magni galdeno 15 de cose averse . E dice che piu 
non pu6 essere misero alcuno, che quello a cui nulla vene d'aversita. 



i. onore e prode: dignita e vantaggio. 2. Cfr. Averroe, In Moral. Nicom., 
IV > 3- 3- caminando : che conduce. 4. tutto: tuttoche, sebbene. 5. mino 
re: i minori (soggetto di fanno). 6. monte . . . montando: gioca sul nome 
del destinatario, Monte. 7. condecevile: conveniente, decoroso. 8. malio 
si: maligni, malvagi. 9. non sale: non si estolle, non insuperbisce. 10. 
Cfr. Averroe, In Moral. Nicom., IV, 3. n. portare: erronea traduzione di 
gerere, compiere; cfr. Cicerone, Deoff., i, 20. 12. sopra periculi: traduce 
supra periculi metum ; ii Meriano ha restituito la sentenza a Macrobio, 
In Somn. Scip., I, 18. 13. prospera e aversa: col valore di plurale neutro: 
le cose favorevoli e le awerse. 14. solaccio: gioia; e complement oggetto 
di trovi. 15. galdeno: godono. Da Seneca, Dial., ix, 10, 4 e De prov., 4, 4. 



50 ARTI DEL DITTARE, EPISTOXE E PROSA D'ARTE 

E Salamone: Non gia giusto conturba in che che divegna lui)). 1 
Adonque, amico, tutto che perdita dite e periglio e male grande 
fussevi avenuto, e se 2 bono sete, tempo e da parerc, 3 megliorando, 
emendando, e, dove grava piu doglia, piu confortare. Che", come Se- 
naca dice: No e gia pregio stare 4 ove stanno tutti, ma stare ove 
onni 5 cade. E anche ragione ci e magna da confortare: ch6 'ntendo 
che Dio v'ha fragellato, partendo 6 da voi avere, faccendovi reco- 
noscere el mondo e se. El mondo dico, siccome Agustino dice: 
Lo mondo, che d'amaritudine tante tormenta noi in angustia di 
tante tribulazione, che no altro che no essere amato grida, e s6 
connoscere ne 'nsegna, noi tribulando . Siccome Gregorio dice: 
Li mali che ne stringeno qui, a Dio ne spingen gire. 7 E Gero- 
nimo: Tribulazione, de vertu e attrattice . 8 E Gregorio: For- 
nace di tribulazione legna de vizii in cenere torna e auro de vertu 
purga. 9 Ecresiastes dice: E1 mette dis[ci]pri[n]a, siccome luce. 10 
E Geromia: Misse de sopra 11 foco eTossa 12 mieie, e amaestr6 
me. 13 E apresso: Per onne doglia e fragelli aprese 14 Jerusalem . 
Donque li dui sommi beni, sapienzia e vertu, metton fragelli in 
noi. Adonque cui castica, segno 6 d'amore corale, 15 e cui non castica, 
segno e d'ira crudele. Unde Bernardo dice: A quelli Dio s'ira 
forte, che peccando non li fragella, e [non] fragellati non prendeno 
mendamento, e non mendati poi dannati sono. 16 E Gregorio: cc Ai 
desperati infermi tutto quello ch'adomandano e dato loro. 17 E 
Profeta innel Salmo : In fatica d'6mini non sono, e non sono come 
6mini fragellati, e per6 tene loro superbia coverti di niquita e di 
malizia. 18 E per lo profeta Ezachiel: L'amore mio parteraggio 19 

i. in che che: in qualsiasi cosa che. Cfr. Prov., 12, ax. 2. e se: e se & 
vero che. 3. tempo . . . par ere: ora fc tempo che lo si dimostri. 4. stare: 
mantenersi in piedi, 5. onni: ognuno. 6. partendo: allontanando, facen- 
dovi perdere. 7. La sentenza di san Gregorio si legge in Vincenzo di 
Beauvais, Spec, mor., i, dist. 89, parte in. 8. e attrattice: attira, reca con se. 
9. II passo, come awerte il Meriano, e assai piu vicino a sant'Agostino 
In Psalm. XXX En. u, S. in, 12 (Migne, P. L., 36, 255), al qualc e at- 
tnbuito nella lettera XXL 10. El mette . . . luce : qui mittit disciplinam 
sicut lucem: cfr. Eccli., 24, 37- 1 1- de sopra: de excelso . 12. e'Vossa- 
en 1 ossa, nelle ossa (in ossibus). 13. Cfr. Lam., i, 13, 14. aprese' am- 
maestr6. Cornsponde, ma non alia lettera, a Lam., i, 13 e 2, 5. 15 corale' 
cordiale, profondo. 16. Cfr. Medit. ptiss., vi, 19 (Migne, P. L, 184' 
497)- 17- Cfr. Exposit. moral., xxi, 4 (Migne, P. L., 76, 193). 18. In 
jateca*-- rnahzia*: In labore hominum non sunt, et cum hominibus non 
rlagellabuntur. Ideo tenuit eos superbia: operti sunt iniquitate et impietate 
sua (Psalm., 72, 5-6). 19. parteraggio: staccher6, allontaner6 



GUITTONE D'AREZZO 51 

da te, e poser6 me e non m'airerb 1 piu teco. E d'altra parte: 
Cui ama dice castica . 2 E Paulo dice : Cui Dio ama, castica, e 
tutti fragella quelli che riceve a figliuoli. 3 Unde dice: Senza 
disciprina siete, di cui participi fatti sono figliuoli tutti; adoltri, 4 
non figliuoli siete . Unde dice Gregorio: Aletti, temendo non 5 
la vendetta dei loro mesfatti, s'endugi loro in fine, 6 piu grave sia 
riservata, de paterna correzione disia[n]o esser corretti. 7 E '1 pro- 
feta Osea: 8 L'ira di Dio porteraggio, perche" peccai lui, che 
giudichi la causa mia e tolla el mio giudicio e aduca in luce. E 
Isaia: Laudo te, Signor mio, che se'me irato. 9 E non abandona 
no' 10 quando fragella; ma, come lob dice: Esso ferendo sana. 13C 
E nel Salmo anche : Con esso sono in tribulazione, e defendr6 lui, e 
glorificr6, 12 e impierolo de longa vita, e salutare mio mosterb lui. 13 
Fragella donque noi, come fellon cavallo pro' cavalero, e come sag- 
gio padre matto figliuolo, partendone da vizio e a retta vertu noi 
ordinando, degni faccendone erede del regno suo e vendendolo 
noi per certo pregio. 14 Unde dice Agustino in sua persona, e lui 
responde apresso: Da vendere aggio. E che, messere? El regno 
del Cielo. E come si compra? Di poverta, regno; di dolore, gaudio; 
di fatica, riposo; de vilta, grolia; 15 de morte, vita. 

Disio grande e bono, amico mio, che porto voi mettendo in 
voi aiuto, 16 tanto m'ha fatto dire che forse e troppo. Merc6, per 
cortesia, siame demesso, 17 e piaccia vo' per amore prender salute 
sopra medicine tante e tali, de tali e tanti medici sommi boni, 
che tante n'ho porte voi: se non vi porta Tuna, portivi Fautra, 
come quello che sementa 18 molto seme, non fallando lui frutto. 
Buona terra Dio faccia sementato aggia; 19 che", come Filosofo dice: 
Anima, ch'e ordinata a bono in amor retto e in odio di male, 



i. m'airerd: m'adirer6 ( irascar ; cfr. Ezec., 16, 42). 2. Cfr. Apoc., 3, 19. 
3. Hebr., 12, 6. 4. adoltri: adulteri, peccatori. E cfr. Hebr., 12, 8. 5. te 
mendo non: temendo che. 6. s'endugi. . .fine: se indugi a colpirli fino 
a quando muoiono. 7. Cfr. Exposit. moral, vn 19 (Migne, P. L., 75, 777). 

8. Ma e Michea, 7, 9 (Meriano); donde si ricava che il che giudichi 
risponde a un donee iudicet , e V aduca in luce a un educet me in lucem . 

9. Cfr. Isai., 12, I. 10. no': noi. n. Cfr. lob, 5, 18. 12. glorificrd: 
glorificherd. 13.6 salutare... lui: et ostendam illi salutare meum. 
Cfr. Psalm., 90, 15-6. 14. per certo pregio : per prezzo sicuro, con sicura 
mercede. 15. grolia: gloria. 16. Disio ... aiuto: il grande desiderio che 
ho di darvi aiuto. 17. demesso: perdonato. 1 8. sementa: semina. 
19. Buona terra . . . aggia: faccia Iddio che il seme cada su buona terra. 



52 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

affice 1 dottrina, d'essa molto generando vertu, siccome in terra 
bona multiplica seme sparto. 2 Amen. Fiat. 



ooprapiacente donna, di tutto compiuto savere, di pregio coro- 
nata, degna mia Donna Compiuta, 3 Guitton, vero devotissimo 
fedel vostro, de quanto el vale e p6, umilemente se medesmo raco- 
manda voi. 

Gentil mia donna, Fonipotente Dio mise in voi si meravigliosa- 
mente compimento di tutto bene, che maggiormente sembrate 
angelica criatura che terrena, in ditto e in fatto e in la sembianza 
vostra tutta, ch6, quanto omo vede 4 de voi, sembra mirabil cosa a 
ciascuno bono conoscidore. Per che non degni fummo che tanta 
preziosa e mirabele figura, come voi siete, abitasse intra Tumana 
gennerazione d'esto seculo mortale; 5 ma credo che piacesse a lui 
di poner vo' tra noi per fare meravigliare, e perch6 fuste ispecchio e 
miradore, 6 ove se provedesse e agenzasse 7 ciascuna valente e pia- 
cente donna e prode omo, schifando 8 vizio e seguendo vertu, e 
perche voi siete deletto e desiderio e pascimento de tutta gente, che 
vo* vede e ode. Or donque, gentile mia donna, quanto el Signor 
nostro v'ha magiormente allumata e smirata 9 a compimento de 
tutta preziosa vertute piu ch'altra donna terrena, e cusi 10 piu ch'al- 
tra donna terrena dovete intendere 11 a lui servire e amare de tutto 
corale amore e de pura e de compiuta fede. E per6 umiliatevi a lui, 
reconoscendo ci6 ch'avete da lui, in tal guisa che Fautezza 12 del- 
ranimo vostro, n< la grandezza del cuore, n6 la belta, n6 '1 piacere 
de Ponorata persona vostra non vo' faccia obbriare, n6 mettere a 
non calere lui che tutto ci6 v'ha dato ; ma ve ne caglia tanto che '1 
core e '1 corpo e '1 penseri vostro tutto sia consolato in lui servire, 

i. affice: e disposta a. 2. Cfr. Averroe, In Moral. Nicom., x, 9. 3. Donna 
Compiuta: secondo 1'ipotesi del Santangelo, ormai comunemente accet- 
tata, si tratta della Compiuta Donzella. 4. omo vede: si vede. 5. d'esto 
seculo mortale: di questo mondo. 6. miradore: e la parola provenzale (mi- 
rador) che significa specchio . Unas. Laurenziano C. S. invece di miradore 
reca esemplo. 7. se provedesse e agenzasse: si specchiasse e si compia- 
cesse. 8. schifando: allontanando da se. 9. allumata e smirata: illumina- 
ta e purificata nella luce. 10. e cusi: cosl (in ripresa, dopo comparativa). 
ii. tntendere: tendere, aspirare. 12. autezza: altezza. 



GUITTONE D'AREZZO 53 

acci6 che voi siate indela corte di paradise altressi meravigliosa- 
mente grande come siete qui tra noi, e perch.6 Tonorato vostro 
cominciamento e mezzo 1 per preziosa fine vegna a perfezione de 
compiuta laude. Che troppo f6ra periglioso dannaggio e perta 2 
da pianger sempremai senza alcun conforto, se per defetto vostro 
voi falliste a perfetta e onorata fine. 



IX 

Diletto in Cristo lesu, bon Bonaiunta, 3 Guittone, di bono eternale 
amore. 4 

Gaude, carissimo mio, Fanima mia nel prezioso utilissimo som- 
mo seme, che '1 maggio sementatore 5 benigno Dio ha sementato 
nel campo del vostro core, la carissima sua magna mercede; e voi 
pensate, carissimo mio, merc6, e guardate del tutto in tutte guar- 
die, 6 che non gia intra spini, e non in sasso e non lungo de via aggia- 
lo sementato, ma in ottima terra purgata e coltata 7 bene e presta a 
esso. E sono due cose il meno che considerare dovete e provedere: 
indela nobilitate e degnita magna de esso sommo bono sementatore, 
e de la bonitate e preziositate del seme suo. La nobilita d'esso e 
degnita contare, omo o angelo, qual p6? Ch6 non gia solo, semen- 
tando grano, grano prezioso e sommo rende; ma sementando 
gioglio, 8 tribuli, spini, preziosissimo e utile rende frutto; ch6 do- 
glia sparge e mettere fae letizia; colpando 9 sana; aucide vivificando; 
e quale sementi 10 sembra grave maggio 11 e periglioso, e utile e gra- 
zioso sovr'onni semente e opera 12 d'6mini tuttL La bonitade J l 
seme e preziosita nel frutto mostra, 13 se in terra bona e messo e 
bene coltato. Esso e che rende ai ciechi viso, 14 ai sordi audito, e fa 
parlare li muti; crudeli fa pietosi, avari larghi, disordinati retti e 
matti saggi, gustato e savorato in mente bene. Ch6 non gia maestri 

i, cominciamento e mezzo\ inizio e continuazione, svolgimento. 2. dan- 
naggio e perta: danno e perdita. 3. Bonaiunta: & dubbio se I'Urbicciani, 
poeta lucchese, o urx ser Bonagiunta monaco a Firenze. 4, di bono eter 
nale amore: amore di eterno bene. 5. '/ maggio sementatore: il maggiore 
seminatore. 6. guardate . . . guardie: la frase, ripetuta qui e altrove, cor- 
risponde alia biblica Omni custodia serva cor tuum (Prov. r 4, 23). 
7. coltata: coltivata; cosl, in seguito, pih volte in ogni forma del verbo 
coltare. 8. gioglio: loglio. 9. colpando: colpendo (con il dolore). 10. se 
menti: seme. u. maggio: maggiormente. 12. e opera: e sovr'ogni opera. 
13. mostra: rivela. i^.viso: la vista. 



54 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

tutti de vita esta, tutto tempo insegnando a podere loro, al piu or- 
dinato e presto omo apprendendo, 1 non 1'aprenderono si vizio 
diradicare e piantare vertti, nescienzia fuggke, scienzia prendendo, 
come esso preziosissimo caro frutto, non solo in un giorno e una 
era, ma in uno momento gli aprenderea. E se tale e tanto e '1 
sementatore e '1 seme, caro mio frate, quanta benevolissima re- 
verenzia e devotissima tutta devozione e graziosissima onni grazia 
rendere dovete lui onni tempo ? e con quanto amorosa mente e con 
solicitudine e cura tutta coltare e guardare se dea 2 Tonore del se 
mentatore e '1 seme e '1 frutto, in cui e per cui solo onni bono, e f6r 
cui nullo, ma reo 3 da tutte parte ? 

Adonque, carissimo frate mio, conosce 4 e pensa guardare de 
tutte guardie, de quanto puoi, per te traire 5 per grazia la grazia 
graziosa ch'e fatta a te, el suo grazioso seme, pieno de tutte grazie, 
in te spargendo, e grazia a te dando, prendendo e coltando esso. 
O carissima pianta, o preziosa, chi mai che *n te coltare, intender 
dea? 6 che" lavorando in tuo colto 7 e riposo, e onne affanno v'e agio 
e onni noia gioia a chi ben ama e spera; e'l frutto de tutti frutti 
e bono de tutti boni, frutto tuo, dolce, carissimo, prezioso, ver' cui 
e fastidioso e annoioso onni frutto terreno, e non bono ; ch6 piu 
dolce dolcezza e piu utilissima e sperare esso, no e 8 gustare bono 
tutto mondano. 

Adonque, onne coltura altra, dolze frate, lasciamo e obbriamo, 9 
e solo esso coltando sia onni diletto e onni cura nostra e onni amore, 
si che no affanniamo e no 'ngustiamo. O quanti sono che co[l]tanla in- 
nel principio e poi trascuran coltando, e esso pere! 10 E quanti che la 
coltano e la fan grande e aduconla quasi infine a frutto, e, per ne- 
grigenzia a colt' o altro, 11 villano lasciano el colto e perdeno fatica 
e frutto ! E quanti sono che coltano fin a fine, ma non coltanla retta 
n6 sapiente, unde essa misera, debile e vil permane, perch6 non 
pu6 a fruttifficare venire! O quanta e dilicata, morbida ed eschifa 12 

i. apprendendo: insegnando. Con lo stesso significato i seguenti aprenderono 
e aprenderea (insegnerebbe). 2. coltare e guardare se dea: si deve col- 
tivare e difendere 3. reo: e sostantivo; colpa. 4. conosce: conosci (impe 
rative). 5. per te traire: per attirarti. 6. chi ...dea: chi deve tener 1'ani- 
ma ad altro, se non a coltivare te (mai che e il provenzale mas que). 7. in 
tuo colto: alia tua coltivazione, in tuo onore e lode. 8. no e: che non e 
(secondo termine di paragone dopo piu dolce). 9. obbriamo: obliamo, 
trascuriamo. 10. e esso pere: e il frutto intristisce. n. per negrigen- 
zia. . . altro: per negligenza della Loro coltivazione o per altra causa 
12. eschifa: schiva. 



GUITTONE D'AREZZO 55 

e pianta essal Non vole apresso s6 erba, ne spina, n6 coltura altra 
in guisa alcuna, ma sola esser vole in uno colto, 1 ove no altro se 
colti che solo per lei, onni coltura del tutto volendo in s6. 

E per6 dissi e dico che, se vo!6n pervenire al frutto d'essa, tutta 
solicitudine aver dovemo, cessando da esso onni nociva cosa. 
prode e saggio onni per tempo 2 esso coltare, e non de noi confidare 
retto 3 coltando, m'a Esso che la gradio andare devotissimo, e retto 
chederli grazia de gradiva coltarla 4 in grazia sua. 



Abadesse e donne religiose, omo che servo e voi, en reverenzia del 
vostro e suo Segnore, conoscere retto e castissimamente amare el 
re dei regi, amantissimo sponso vostro. 

Sponse del mio Signore e donne mie, fortissimo, lealissimo e 
dolce amore esser quale dea 5 piu che sponsale ? 6 Se altri dui si fortfe] 
amore lega, che de dui cori fa uno, sponsa con isponso, che dui 
sono in uno corpo uno, 7 quanto esser piu in amore deano ? E se 
tra seculari, sponso a sponsa, sor tutti terreni amori esser dea 
amore, 9 quanto, intra spirituali, madonne, voi e Cristo buono lesu? 
Onni temporale sponsa amare dea sponso suo, bono u non bono, 
bello u non, che sia; quanto piii se bello e bono; e molto e piu, 
quanto pKi bono ? Quanto donque, quanto, che trapassa onni quan 
to o' no ha conto, IQ di vostro sponso in voi esser dea amore, bellore 11 
de lui pensando e bonitate? Ch6 non esso & solo bello, ma bealta 
tutta, unde & onni bello, ver' cui laidissimi sono tutti ei piu belli. 
E non gia solo d'altro alcuno bono, bono; ma bono sommo e in- 
tero, da cui solo e per cui bono chi bono, ver' cui onni bono mal- 
vagio, angelo e omo. 12 Che nole, 13 inver, isponso, e che vi vole, acci6 

i. in uno colto: in un campo coltivato. 2. onni per tempo: in ogni tempo, 
sempre. 3. retto: come il seguente, con valore avverbiale. 4. de gradiva 
coltarla: di coltivarla a buon frutto. 5. dea: deve. Cosl piu giu. 6. spon 
sale: cioe, amore sponsale, di sposo. 7. in uno corpo uno: in. un corpo 
solo. 8. deano: debbono. 9. E se . . . amore: e se tra gli uomini di que- 
sto mondo, 1' amore di sposo a sposa deve essere superiore a tutti. 10. on 
ni ... conto: ogni quantita della quale non v'e misura. n. bellore: bel- 
lezza. 12. da cui. . . omo : dal quale solo e per il quale e buono chi e buono ; 
e al confronto del quale ogni buono, angelo o uomo che sia, e malvagio. 
13. nole: non vuole. 



56 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

che vero amore merti ? Non vi vole laidezza, non villania, non mal- 
vagita in corpo o in costume d'alcuna guisa; e' vi vole bellore, 
valore e scienzia, larghezza, gentilezza e cortesia; onni costume, 
onni atto, onni momento rettissimo, amantissimo e grazioso. E 
non ci6 tutto ha compiuto 1 in vostro sponso, carissime donne mie ? 
e non sapient* 6, potente e disioso pienissimamente, onne vostro 
desio impiendo e sovraempiendo, oltra onni vostro pensero ? Quan 
ta riverenzia donque, quanta, e quanto desideratissimo tutto amore 
in tutti tempi rendere lui dovete de tutta la vostra vita, in ci6 ch'el 
vi degn6 eleggere 3 sponse suoie ? Che se no esso avessevi despon- 
sate, sereste forse de 6mini sponse ora, de villani, de vili, de desva- 
lenti, come le piu de sponse secular* sono. O carissime, quanto 
ha da vostro a loro sponso mirabile grado! 3 Non solo nescienti 
6mini e vili, ma tutti li piu valenti d'esta vita, tutti regi del mondo 
son meno a 4 vostro sponso d'onni valore, che non sono ribaldi 
brutti a terreni regi, o che nullo animale, n6 verme vile; e dico 
anche quasi nulla, ver' ch'6 da sponso vostro al magior rege* 

Adonque, non regine voi d'Engletterra, de Castello, 5 de Francia 
o d'Alamagna, ma ordinate, care, siete a essere regine de tutti re- 
gni, poi 6 lo re d'onni rege e d'onne regno fatto s'6 sponso voi, la 
grazia sua; per che, se leale sete e degne sponse, tutte regine del 
mondo son voi ancille 7 e sono state, de sante 8 sponse di Cristo, get- 
tandose a li piedi loro e reverenzia faccendo come a donne. 9 O 
quanto, donne mie, quanto in tanta grazia grasire 10 dovete lui! 
quanto orrare e amare tale sponso e tanto, razionale core ragio- 
nevilemente amare deal Unde, come in valor e in bellore trapassa 
lo sponso vostro onni sponso del mondo, oltra d'onni misura e 
onni conto passare dea vostro amoroso amore de sponsa onni altra; 
ch6 tutto 1' amore ch'hano tutte, serebbe poco in la minore 11 de voi, 
retta e assai amando lui vostro sponso. O quanto crescere e sor- 
montare vorriano d'onni parte ei cori vostri, tale potendo e tanto 
tenere amore! Ch6 quale piu ama de voi, o quale piti. am6 unque, 



1. E non . . . compiuto : e tutto ci6 non esiste nella maniera pih compiuta. 

2. vi degnd eleggere: degn6 di scegliervi. 3. mirabile grado -. straordinaria 
differenza. 4. son meno a\ sono inferior! in confronto del. 5. de Ca- 
stello: di Castiglia. 6. poi: poiche\ 7. son voi ancille: vi sono serve. 
8. de sante: specifica il precedente voi. 9. a donne: a loro padrone. 
10. grasire: ringraziare. u.in la minore: in quella che ama meno. 



GUITTONE D'AREZZO 57 

fue come nulla, al degno suo respondendo. 1 Forzatevi, 2 merce, 
donque, forzate, in quanto potete, trare de voi amore, amando e 
onorando lui, onni solicitude stando a ci6. E si come convene 
onni pensero avere e onni amore stando in ci6, 3 vole magiormente 
molto guardando 4 in nulla guisa ingiuriarlo ; che quanto altri e meno 
ingiurioso, forte piu 5 teme ingiuria, e quanto delecatissimo e puro 
meglio, meglio e pi6 odia onni laido e onni villano. Unde esso, 
che non mai vole ingiuria fare, non villano, n6 laido e; ch'e dilicato 
e puro, ver' cui ogni caro e delicato brutto; e quanto e sor tutti, 
sor tutti disdegnoso &, e de suoie sponse geloso sovra onni sponso. 

Adonque, madonne mieie, se la reina de Francia o d'Engletterra 
guardare dea non laidire 6 el suo signore, quanto voi maggior- 
mente non mai el vostro ? E se d'esse alcuna badasse ne lo schiavo 
suo, e nel piu brutto e vile de la magione, non serea fallo grande 
sovr'onni grande, e degnamente villana mertaria 7 morte ? E si fallo 
si grande fosse de lei, quanto via magiormente sovr'onni conto, 8 
s'alcuna de voi el suo ingiuriasse, badando in terreno omo ? Mag- 
giore ingiuria serea a qualunque de voi la minore, se intendesse 9 
indelo 'mperadore de Roma, che se 1'emperadrice nel piu vile 
schiavo ghezzo 10 brutto del mondo; e tutto ci6 e nulla anco a 
paraggio. 11 Como pu6 donque de voi ardire alcuna cangiarlo in un 
vile omo, se ne Temperadore si vile e cambio ? E chi ci6 fare ar- 
disse in fatto o in volonta, giudichi essa medesma che pena merta. 

Adonque, carissime mie, considerate la orrata 1 * de voi nobilitate 
grande; n6 lo core vostro pata in vilta vil tanto invilire voi, de 
sponse de Cristo venire d'omo meretrice; e de reine si magne, de 
vizii ancille. Non dareste, no, auro in 13 piombo; non donque mag- 
giormente Dio in omo. Avete in voi el tesauro de castita, ver' cui 
onne tesauro val men che fango. Una sola sponsa de Cristo val 
regni tutti del mondo, e tutte regine e regi anche, non casti; che 
tutto ci6 pogo o nulla Dio ama e pregia, ma donna casta quasi co 
me s6 ama. Quanto donque, quanto guardare dovete bono tanto 

1. al degno suo respondendo: in confronto a ci6 che era degno facesse. 

2. Forzatevi: adoperatevi, sforzatevi 3. stando in do: cioe, amando e ono 
rando lui. 4. vole . . . guardando: e necessario ancor pita, guardarsi. 
5. forte piu: piu fortemente. 6. non laidire: non recare offesa, non di- 
sonorare. 7. mertaria: meriterebbe. 8. sovr'onni conto: fuor di ogni mi- 
sura. 9. se intendesse: se rivolgesse il suo amore. 10. ghezzo: moro di 
Barberia (barbaro). n. a paraggio: al paragone, al confronto. 12. or- 
rata: onorata. 13. in: in cambio di. 



58 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

e tale, per cui graziose tanto e preziose, e f6r cui 1 donna & vile come 
in via e stereo? Guardatelo 3 donque, merce", per Dio, guardate, 
ch6 'n vaso fievilissimo avete esso, e d'onni parte avete ladroni 
furtando, 3 e dentro da voi, che grave e guardare non poco. 4 

Adonque siate gelose de voi medesmo, 5 e dal nemico d'entro, 
ch'e vostro corpo, e da quelli de f6ri, che demoni e 6mini sono, 
solicito 6 guardate in tutte guardie; dal corpo, tenendolo bene sotto 
ragione, afrenando retto 7 esso, e speronando; da ? demoni, non pen- 
sero mai recevendo, n6 retenendo, contra de castitate; da 6mmi, 
onni loro demestichezza e contezza, 8 come da serpenti : ch6 nulla 
son basalischi, 9 n6 serpenti altri, ver' d'essi, voi 10 venenosi ; ch ve- 
neno di serpente pu6 tollere 11 corpo, ma quello de loro, anima e 
Dio, e amore e onore, e corpo infine. Sia donque del tutto longi da 
voi onni dimestichezza in onni tempo ; e chierici e religiosi non retti, 
non gia meno, ma piu che seculari ; e quanto piu confidate, pi6 rui 
nate; onde vostra fortezza temore e. Non onn'e religioso, vestito 
religioso ; che" spirituale amore torna 12 de vile animale. Non se p6 
paglia a foco demesticare. Ucelli selvaggi intere han penne, di- 
licate e nette; dimestichi Thano rotte e disviate. Guardate quanto 
potete, e essi e voi, non, molto usando insembre, contezza de spi- 
rito torni 13 de brutto animale e vile, vizio e volere de diaule ope- 
rando ; e se tutto 14 Dio scampane alcuna, scampali coscienzia, non 
forse fama. S'altri poco hano con voi 6mini a fare, e se li veggiono 
usare a casa vostra, poi 15 sono in mal pensare e creder presti, che 
che pensin pensate, 16 e non leggero .stimate perder fama, che* 
menore male serea perdere vita. Per che fuoro, donne mie, mone- 
steri fatti, che per fuggire d'essi orecchie e occhi, ch6, con elli 
stando, grave 17 era difesa? Unde el mondo fuggendo 18 e essi, propii 
fatti fuoro monisteri, potendo sponsa con sponso giu[n]gersi in 
uno loco, e onne altro lungiando 19 in onni guisa, vedendo bene Dio 

i.fdr cui: senza del quale. 2. Guardatelo: custoditelo. 3. furtando: che 
rubano, pronti a rubare. 4. che grave . . . poco: sicche k non poco difficile 
il difendervi. $*mede$mo: con valore awerbiale. 6. solicito: con ogni 
sollecitudine. 7. afrenando retto: imbrigliando virtuosamente. 8. con 
tezza: confidenza. 9. basalischi: basilischi; serpenti che si diceva ucci- 
dessero solo guardando. 10. voi: per voi. n. tollere: togliere, distrug- 
gere. 12. torna: si muta; diventa amore di vile animale. 13. contezxa 
de spirito torni: la familiarity spirituale non si muti. 14. se tutto: anche 
se, ammesso che. 15. poi: poiche\ 16. che che . . .pensate: pensate che 
cosa (che che) mai essi possano pensare. 17. grave: pesante, difficile. 
18. el mondo fuggendo: per fuggire il mondo (Segre). 19. lungiando: al- 



GUITTONE D'AREZZO 59 

e bene da lui esser veduta, e piacere a esso e d'esso portare piacere. 
Che chere 1 donque poi donna veder del mondo e ornarse, volendo 
piacere a esso? Certo perduto hae el mondo; vuole perdere Dio 
e no el mondo per6 racquistar p6. Merce, carissime mie, o volonta 
o altro che v'inchiudesse e vi donasse a Cristo, el mondo perduto 
avete; non perder vi piaccia el Cielo, n6 esso celestiale sponso. 
Non donque contezza d'alcuno prendete, f6r 2 solo quanto vole 
necessitate in tempo di confessione, e quella sia con tale, non voi 3 
ne" altri aggiane sospeccione. E tutto necessario esto, e con per 
sona degna sia, sempre salvatichetto e vergognoso. Non aggia 
unque Nemico, ove s'aprenda. 4 Dottate, voi e essi, ch molte secu- 
rando 5 son gia perite si come desperate. 

Donne, speranza sperate solo de lui, dolcissimo e amantissimo 
sponso vostro ; e non che de lui vogliate gi& consolare, ch6 quella 
che deletta e mendica Faltrui consolazione, non p6 da lui, n6 
dea consolazione trare. Unde manifesto e intra voi che quella che 
parlare e vedere omo deletta, non deletta ella Dio, n< Dio essa; 
unde affamata pasce e mendica sempre. Che' quale delettosamente 
deletta lui, pascela de tanta gioia, fango reputa 6 el cibo de tutta ter- 
rena e umana consolazione. Non beata Lucia, non Margarita, 
non Agata, non Agnese, non Caterina, la cui vita mostrate vo j de 
seguire, aveano cura d'umana delettazione, ne" altre anche che bene 
deletta[r]o Dio, ma quasi fuggero come basalischio 7 omo. E quelle 
che tra voi senton de Dio, seguen la forma loro; e quale no ha 
lui, chere vizio e pere. O misera, miserissima sovra de tutte misere 
d'esto mondo! La piu vile e ver' lei cara, la pio laida bella, e la pi6 
matta saggia, e la pi6 desvalente val gran cosa; e ver' di lei castis- 
sima e meretrice, se tutto 8 non in fatto, ma in talento solo opera 
male, operazione de corpo desiderando. Che" meretrice non Dio, 
non omo hae sponso, ma libbera e, faccendo de s6 che 9 vole; reli- 
giosa hae sposo re d'onni rege, e promessa e legata e lui stretto. 10 
Meretrice in sembiante e in abito segue el meretricio, ma tale in 
religgiosa e divino, anche esso seguisce e porta. 11 Unde se tut- 

lontanando. i. Che chere: che cosa chiede, 2. fdr: se non. 3. non 
voi: sottinteso che , unito a tale. 4. ove s*aprenda: qualcosa cui s'appigli. 
5. securando: avendo troppa fiducia di se. 6. fango reputa: sottinteso 
un che consecutive. 7. basalischio: basalisco. Cfr. la nota 9 a p. 58. 
8. se tutto: anche se. 9. che: quello che. 10. stretto: strettamente. 
ii. Meretrice... porta: La meretrice nell'aspetto e nell' abito dimo- 
stra di seguire il meretricio; ma questo (1'aspetto e Tabito) nella religiosa 



60 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

ta 1 laida e lorda e meretrice, no e gia traditrice, non fellonesca ; ma 
tale trade, e fellona e laida, e finge esser bella. Non dunque dal- 
Tuna aU'altra in mal e paraggio. 2 



XIV 

Infatuati miseri Fiorentini, omo che de vostra p[e]rt[a] 3 perde e 
dole de vostra doglia, odio tutto a odio e amore ad amore, etter- 
nalmente. 

La pietosa e lamentevile voce del periglioso vostro e grave in- 
fermo 4 per tutta terra corre lamentando la malizia sua grande, unde 
onni core benigno fiede 5 e fa languire di pieta, e nel mio duro cuore, 
di pietra quasi, pietate alcuna adduce, che m'aduce talento ad 
operare alcuno soave unguento, sanando e mitigando alcuna cosa 6 
suoie perigliose piaghe, se 1 sommo, ricco e saggio bono maiestro 
mio Dio, che fare lo deggia e di fare lo savere donarme degna; 7 
che per me onni cosa in saper e, finendo o cominciando alcuno bone. 

Carissimi e amarissimi molti miei, ben, credo, savete che da fera a 
omo no e gia 8 che ragione in connoscere e amare bene; per che 
Porno e ditto animale razionale, e senno piu che bestia ha, ch'& ra 
gione. Ragione donque perduta, piu che bestia che vale ? Parola di 
gran saggio : Che vera perfezione di ragionevole criatura si ha 
per tale 9 com' avere catuna cosa, cioe in coscienzia e in amore . 10 
No e sapienzia gia che a conoscere bene e amare bono; donque 
ove si crede e se riceve perdita grande in procaccio," ontosa onta 
a onore, mortale piaga in salute, no ragione n< sapienzia, no, ma 
disragione e mattezza disnaturata dimora loco." Unde vedete voi 

e divino, e tuttavia ella segue e porta esso (il meretricio) (Meriano). 
i. se tutta: anche se. 2,. paraggio: paragone; pecca, cioe, infmitamente 
di piu la religiosa. $. p[e]rt[a]: perdita. 4. infermo: infermita; truslato 
per sconfitta, cattive condizioni politiche. La lettera fu scritta dope la 
sconfitta dei guelfi fiorentini a Montaperti (1260) e ricorda, nel tone e 
nell'argomento, la famosa canzone Ahi lasso, or $ stagion de doler tanto. 
II penodo e quasi una stanza di canzone. 5. fiede: colpisce. 6. alcuna co 
sa : usato assolutamente ; in qualche parte o modo. 7. se '/ sommo , degna 
si ordmie s'mtenda: se Dio degna che io lo debba fare e degna donarmi il 
saperlo fare. 8. no e gia: non c'e invero altra differenza. 9. per tale- per 
tal mezzo, per tale maniera. io. Che vera. . . amore: il passo citato rias- 
sume i concetti della Sap., vi, 1 6-8 (Meriano). j i . in procaccio : in gua- 
dagno, la dove si crede vi sia guadagno. 12. loco: cola. 



GUITTONE D'AREZZO 6l 

se vostra terra e cita, 1 e se voi citadini 6mini siete. E dovete savere 
che non cita fa gia palagi, n6 rughe 2 belle; n6 omo persona 3 bella, 
ne drappi ricchi; ma legge naturale, ordinata giustizia, e pace e 
gaudio intendo che fa cita, e omo ragione e sapienzia e costumi 
onesti e retti bene. O che non piu sembrasse vostra terra deserto, 
che cita sembra, e voi dragoni e orsi che citadini! 4 Certo, siccome 
voi no rimaso e che membra J n fazone 5 d'omo, ch6 tutto Paltro & 
bestiale, ragion fallita, no 6 a vostra terra che figura di cita e casa, 
giustizia vietata e pace. 6 Che", come da omo a bestia no e gia che 7 
ragione e sapienzia, non da cita a bosco che giustizia e pace. Come 
cita puo' dire, 8 ove ladroni fanno legge e piu pubrichi 9 istanno che 
mercatanti? e ove signoreggiano micidiali, 10 e non pena, ma merto 
riceveno dei micidi ? e ove son 6mini devorati e denudati e morti 
come in diserto? 

O reina de le cita, corte de dirittura, scola di sapienzia, specchio 
de vita e forma di costumi, li cui figliuoli erano regi regnando nin 11 
ogni terra o erano sovra degli altri, che devenuta se' ? Non gia reina, 
ma ancilla conculcata e sottoposta a tribute ; non corte de dirittura, 12 
ma di latrocinio spilonca, e di mattezza tutta e rabbia scola, spec 
chio de morte e forma de fellonia, la cui fortezza grande e deno- 
data 13 e rotta, la cui bella fazione 14 e coverta di laidezza e d'onta, li 
cui figliuoli non regi ora, ma servi vili e miseri tenuti ove che 
vanno, in brobbio e in deriso 15 d'altra gente! O che temenza ha 
ora il Perogino no'lli tolliate il lago? 16 e Bologna, che non Talpe 17 
passiate ? e Pisa del porto e de le mura? Sia convitato, sia, del mon- 
d'ogne barone, e corte tenete grande e meravigliosa, rei l8 de' To- 
scani, coronando vostro leone, poi conquiso lo avete a fine forza. 19 

I. se vostra terra e cita: se la vostra citt e veramente una citta. 2. rughe'. 
strade. 3. persona: aspetto. 4. O che . . . citadini!: volesse il cielo (O che) 
che la vostra citt non rassomigliasse ad un deserto, mentre sembra citta, 
e voi ai dragoni e agli orsi, mentre sembrate cittadini! L'espressione e 
poi chiarita. 5. *n fazone: in figura, in immagine. 6. giustizia. . . pace: 
con valore assoluto, come poco prima ragion fallita. 7. no e gia che: 
non v'e altra differenza che. K.puo 1 dire: puoi chiamare. 9. pubrichi: 
pubblici, all'aperto. 10. micidiali: omicidi, assassini. n. nin: in. Epen- 
tesi eufonica di , o piuttosto trascorso delPamanuense ? 12. de dirittura: 
di giustizia. 13. denodata: piu che a un denudata si penserebbe a un 
snodata, disvoltaw. 14. fazione: immagine. Cfr., sopra, la nota 5. 15. in 
brobbio e in deriso: in obbrobrio e in derisione. 16. il lago: Trasimeno. 
17. Valpe: i monti; gli Appennini. E cosl piu gift. 18. rei: re. 19. vostro 
leone . . . forza: il Marzocco; ora che lo avete distrutto (conquiso) con 
le vostre eccellenti forze. 



62 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA JVARTE 

O miseri miserissimi disfiorati, ov'e Porgoglio e la grandezza vo- 
stra, che quasi sembravate una novella Roma, volendo tutto sug- 
giugare el mondo ? E certo non ebbero cominciamento li Romani 
piu di voi bello, n6 in tanto di tempo piu non fecero, n6 tanto quanto 
avavate fatto e eravate inviati a fare, stando a comune. O miseri, 
mirate ove siete ora, e ben considerate ove sareste, fustevi retti a 
una comunitate. 1 Li Romani suggiug6no tutto il mondo: divisione 
tornati hali a neiente, quasi. E voi, ver' che gi& fuste, tegno che 
pogo siate piu che nente, e quel poco che siete, credo ben, merce" 
vostra, ch'avaccio torretel via/ Non ardite ora di tenere leone, che 
voi gia non pertene: e se J l tenete, scorciate over cavate lui coda e 
oreglie e denti e unghi' e J l depelate tutto, e in tal guisa pora 
figurare voi. 3 

O non Fiorentini, ma desfiorati e desfogliati e franti, sia voi 
quasi sepulcro la terra vostra, non mai partendo d'essa, mostrando 
a le gent'e vostro obbrobbio spargendo! Ch6 no e meretrice aldace 4 
piu che de catuno che n'esce e mostrase, poi 5 la sua faccia di tanta 
onta e lorda. O desfiorati, a che siete venuti, e chi v'ha fatto ci6 che 
voi estessi? E sembravi forse scusa che no altri havel fatto? Ma 
mal ragion pensate, che dobbra 6 certo Tonta e '1 fallo, credo. Che" 
primamente a Dio 7 ucidere se stesso Porno e peccato che passa 
onni altro quasi; e desnore qual e maggio a esto mondo che ar- 
rabire 8 omo in se stesso, mordendo e devorando s6 e i soi di propia 
volonta? O desfiorati e forsennati e rabbiosi venuti come cani, 
mordendo Tuno e devorando Tautro, acci6 ch'el poi lui morda e 
devori! Ch6 non se stesso strugge e aucide omo, ma strugge e aucide 
altro, acci6 ch'el poi strugga e aucida esso. E se volete dire che 
vostra intenzione no & gia tale, dico che se non tal e, e fallacie e 
tenebre 9 vostro lume; che", come che nessuno serve che per inten 
zione d'aver merito, non d6 omo si bene provedere alcuno omo, 
che 10 deservito credendo essere apresso ; e molto maggio rmente, e 



i. fustevi . . . comunitate: se vi foste governati a concordia; cfr. piti avanti: 
non catuno vale per se> ma congregati a uno. 2. avaccio : presto ; torretel via : 
lo toglierete via, lo lascerete. ^.figurare voi: rappresentarvi, simboleg- 
giarvi. 4. aldace: audace, sfrontata. 5-^oz: poiche\ 6. dobbra: rad- 
doppia. 7. a Dio: di fronte a Dio. 8. arrabire: incrudelir rabbiosamente. 
9. fallacie e tenebre: inganno e ignoranza. 10. che: & congiunzione ; si uni- 
sca con credendo : se non credendo di esser poi servito da lui. 



GUITTONE D'AREZZO 63 

pio avaccio e grande, 1 mal attender di male, che di bene bene avere : 
perch'e troppo piu prunto e solicito omo male che ben rendendo. 2 
Ben meritando, e quasi ogni omo avaro, rendendo 3 tanto o meno 
de quel che prende, e le piu fiate e tardo; a male de mal rendendo, 
el pi6 avaro par largo: ch6 non d'uno, uno, ma molti; e de' piu 
picciuli, grandi; non d6 rendere mai male. O che peccato grande, 
e desnaturata e laida cosa offender omo a omo, 4 e spezialemente al 
dimestico suo! Ch6 non Dio fece omo in dannaggio d'omo, ma in 
aiuto; e per6 non catuno vale per s6, ma congregati a uno. No e gia 
fera crudele tanto ch'al suo simile offenda, f6r s solamente fere 
che dimorano coU'omo, come cavallo e cane; e ci6 non, credo, ap- 
preseno a la lor 6 natura; ma da la malizia deU'omo, coiromo addi- 
morando, hanoll'apreso. 7 Non unghie [n]6 denti grandi diede 
natura ad omo, ma membra soave e levi, e figura benigna e man- 
sueta, mostrando che non felloce 8 e non nocente esser dea, ma 
pacifico e dolce, uttulitk prestando. E Dio rinchiuse e chiuse solo 
in caritade e profezia e legge; e chi carita empie, empie onni iu- 
stizia e onni bene. E Nostro Signore indela sua salute non pors'altro 
gia che pace, e finalmente in ultima voglia sua a li suoi pace lasso 
eredita, 9 mostrando che nulla cosa utile e f6r 10 pace, n6 con essa 
disutile n6 nociva. O miseri, come donque Podiate tanto ? Non co- 
noscete voi che cosa alcuna, 11 no amata, sa bona? ne" d'alcun bono 
gaudere si pu6, f6r pace? unde onni abitaculo d'omo pacifico esser 
vorria. Ma pur cita dico che specialissimo e loco o' gaudio e pace 
trovare sempre si dea, e ove dea refuggire chi gaudio e pace chiere ; 
e s'e loco a guerra reputato alcuno, no e cita, ma alpi, 12 ove alpestri 
e selvaggi se sogliano trovare 6mini come f&re. Ma a la 13 gran mat- 
tezza dei citadini alpe son citk fatte, e cita alpe, e citadini alpestri 
in guerra tribulando, e alpestri citadini gaudendo in pace. 

Isbendate oramai, isbendate vostro bendato viso, 14 voi a voi ren- 
dete, e specchiate bene in voi estessi, e mirate che e da guerra a 



i. epi6 avaccio e grande: e pito rapido e maggiore (si unisca al mal). 2. ma 
le ... rendendo: a render male piti che bene. 3. rendendo: a rendere, a 
restituire. Cosi il seguente rendendo, che e preceduto da a. 4. a omo: 
da parte di altro uomo. 5. for: tranne. 6. a la lor: dalla loro. 7. hanol- 
Vapreso: lo hanno appreso. 8. felloce: feroce. Subito dope, dea: deve. 
9. eredita: predicative; in, per eredita. lo.for: senza; cos! pih avanti. 
n. cosa alcuna: nessuna cosa, niente. 12. alpi: monti. Cfr. la nota 17 
a p. 61. 13. a la: per la. 14. viso: occhi. 



64 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

pace; e ci6 conoscerete ai frutti loro. O che dolci e delettosi e savo- 
revili frutti gustati avete gia indel giardino di pace, e che crudeli 
e amarissimi e venenosi innel deserto di guerra! Che gustare li 
potete & meraviglia, e sembravi fagiani [*n] savore, e ve pascete in 
essi. Per che pare esser malato forte 1 palato de vostro core: ch'a 
lo sano sa meglio buccella 2 secca in pace ch'ogni condutto 3 in 
guerra, e voi ha piii savore in guerra buccella secca che 'n pace 
onni vidanda. O chi vi move a cosa tanto diversa? 4 Ditelmi, se vi 
piace, in vostra iscusa; che natura, n legge, n6 alcuno uso bono, 
n6 ragione, n6 cagione, pro n6 onore vostro, n6 gaudio, vedere 
ci so. E se dire me volete che pregio e piacere sia grande voi dan- 
neggiare e desfare vostri nemici, dico che ci6 e vero, ma vi di- 
mando chi vostri nemici sono. E se mi dite vostri vicini, nego in 
tutto, e dico che non son gia. Nemico aH'onio no e che nociva 
cosa, e cosa nociva no e che peccato ; peccato alcuno non prende, 5 
ove non vole ; donque a ragione dell'omo nemico & solo peccato. E 
se solo 6 nemico, solamente & da odiare; unde se lui odiate e de- 
struggete, odiate e destruggete vostro nemico ; e io molto ve lodo. 
Ma se odiate e destruggete omo, odiate e destruggete voi, e ci6 si 
mostra per plusor ragione, 6 de le quale alcuna assegno. 

Prima dico che non onore, non prode, 7 non onta, n6 danno al 
cuno hanno vostri vicini, non voi 8 in comune abbiaten parte. 
Segondo, dico : chi sono vostri vicini ? Non sono nati di voi, e voi 
di loro? Per che d'un sangue e d'una carne siete; no alcuno in 
parte, non in Pautra parte aggia plusori 9 de sangue e d'amore seco 
congiunti, cui danno, cui onta e cui dolore parti cipa, voglia o no. 
E se tutto ci6 pregiate pogo, n6 di loro non sentite, pregiate e sen- 
tite almeno di voi: ch6 se bene li occhi aprite, e vostro viso 10 & 
chiaro, non vederete antica o novamente 11 esser devenuto che 
terra a terra offendesse, omo a omo, unde non fusse alcun tem 
po vendetta. E se ci6 non vedete in altrui bene, almeno mirate 
voi; e non credo che gik troviate guaire 12 che parte a parte, omo ad 

i. forte: fortemente, gravemente. 2. buccella: e voce latina tratta da 
Prov.y 17, i; bocconcino. 3. condutto: vivanda, 4. diversa: singolare, 
strana. 5. peccato . . .prende: nessuno sceglie il peccato. 6. per plusor ra 
gione: per molte cause. 7, prode: vantaggio. 8. non voi: sottinteso chew; 
che voi non, senza che voi. Cosl, poco piii avanti, non in Vautra parte: che 
nell'altra fazione. 9. plusori: molti. io. viso: vista, n, novamente: il 
suffisso -mente e sentito ancora come autonomo e perci6 da unirsi con 
entrambi gli aggettivi precedenti. 12. guaire: guari, afFatto. 



GUITTONE D'AREZZO 65 

omo desse una, che non presa aggiane un'altra, u forse due: che 
se vostri vicini donar gia voi, non doglion gia de non buon paga- 
mento, ch6 capitale e merto 1 rendete loro, e assai ben suficiente, 
via, credo, piu 2 non fu loro intenzione, e forse non credete ei ren- 
dan voi. Ma ingannati siete, se mantenete lo gioco lungamente; ch.6 
finalmente voi essi consumerete e essi voi, come dui baratteri Puno 
consumma Taltro al gioco, giocando lungamente. Unde dico, tutto 3 
contra Dio fusse e contro giustizia, e disavere prender vendetta 4 
Tomo, serebbe alcuno rimedio e mattezza e fallo assai menore 
offender Porno e fare vendetta, se sigurta avesse de non prenderne 
merto; 5 ma creder si pu6, siccom'e al certo, riavere d'una una u 
forse piu, come ferire ardisce, e s6 non guarda. 6 

E per6 dico voi, se ragione e cagione aveste molta di confondere 
Puno Paltro, se non timore e amore del Signor nostro, n sangue 
umano e dimestico ten voi, 7 tegnavi almeno timore e amore de voi 
estessi e de vostra famiglia. Ch gli antichi padri e madre vostre, 
che di travaglio loro in sigurta, in pace e gaudio posare vorriano, 
in guerra e in dolore e in paura languire e penare fatti li avete e 
correre ci& e la 8 di terra in terra. E mogliere vostre, che morbide 
sono e grave, 9 che posando e pascendo bene doveano demorare 
inele sale e in le zambre 10 vostre tra i dimestichi loro, pasciute e 
vestite male, e sole come ancille, e male acompagnate alcuna fiata, 
di loco in loco andate tribulando, in magioni laide e strette, tra 
masnade tal fiata e con istraina gente a dimorare, si che T ancille 
altrui erano loro quasi donne. 11 E a' figliuli, a cui padre dea ma- 
gione adificare, 1 * conquistare podere e procacciare amore con pace 
loro, Pautrui magione strugge, acci6 ch'omo la loro strugga. Podere 
spendete e consummate in guerra, e ucidete altrui, che 13 quasi pe- 
gno e loro d'essere ucisi. Ahi che pessima eredita lassate loro! 
Certo non padri gia, ma a nemici tener 14 posson voi, che struggi- 

i. capitale e merto: il capitale con gli interessi. 2. via, credo, piu: tmesi di 
vieppiu . 6 poi da sottintendere il che per due volte (la seconda dopo 
credete). 3. tutto: tuttoche", sebbene. 4. e disavere . . . vendetta: e fosse 
stoltezza che Puomo si vendicasse. 5. de non prenderne merto: di non 
dover prender a sua volta capitale e interessi : sangue e vendetta, insomnia, 
richiamano sangue e vendetta. 6. non guarda: non difende, non custo- 
disce. 7. ten voi: vi trattiene. 8. cia e la: qua e la. 9. morbide . . . e grave: 
malate e gravide. 10. zambre: camere. n. donne: padrone. 12. E aj 
figliuli . . . adificare: e quanto ai figliuoli, ai quali il padre deve costruir 
la casa. 13. che: la qual cosa. 14. a nemici tener: considerare come 
nemici. 



66 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

mento e morte lor procacciate. Ben deno rifiutare a padre voi, e 
nel sepulcro ispogliarsi a vostra fine, rifiutando voi e onni vostro. 1 
Consanguine! e amici vostri a forza mettete in briga, e procacciate 
loro danno, travaglio e odio. Se a padri e a moglieri e a figliuoli 
e ad amici danno tenete in guerra, e anco a voi stessi, a cui donque 
valete ? 2 Certo a' demoni molto e a catuno che vole lo danno e Tonta 
vostra, ch spessamente gauder di voi li faite. Amici donque a ne 
mici, e a nemici piu, chi piu v'ama. E ci6 poi 3 conoscete aperta- 
mente, ch pur donque seguite? 

E se alcuno e intra voi, che pure guerra li piaccia, piacciali ad 
opo suo, non tutti il seguite 4 a morte vostra, che ben credo de voi 
la maggio parte che 5 pur perdeno sempre ed han perduto. Quale 
che perda [o] vinca, onni perde vincente, ed esconfigge perdend'on- 
ni guerra, e riceveno vittoria d'onni pace; 6 e credo tali e tanti, a cui 
avene, 7 che s'elli vollesser bene, malgrado a cui pesasse, sconfig- 
gereano in buona pace chi loro sconfigge in guerra; ma sembra 
che siano infatuati, lor morte permettendo ante lor viso. 8 E s'elli 
dicono: ma vorremmo e non potemo, dico dicon non vero. 
Catuno salvarse vole, ma non procacciare come si salvi. Se vollesse- 
no la lor comune pace, come vole ciascuno lo ben suo propio e 
come ad esso acquistando 9 veglia e pensa e fa quant'el pu6 far 
com'ello sia, serebbe in pace avere, 10 e faccendolo si bene, non gia 
d6tto" che fallir potesse. Qual e cosa si dura, che grande e ferma 
voglia e sollicita e saggia operazione non ben finisca? Ma vostra 
voglia e vile e debile molto; e pare che catuno dica: non tocc'a 
me; e se mi tocca, non tanto che vogliame travagliare . miseri 
voi, e ciechi, che cosa vi pertene piu ? non pende in ci6 IZ anima e 
corpo e onor tutto vostro, e '1 pro ? in ci6 che vale quanto avete? 13 
anima e corpo e figliuoi vostri e danno. No e ci6 tutto in vano, che 



i . onni vostro : ogni cosa vostra. 2. a cui donque valete ? : a chi mai giovate ? 
3. poi: poiche. 4. ad opo suo: a suo bisogno, a suo piacere; seguite e 
imperative. 5. che: & posposto; va riportato dopo credo, 6. perda . . . 
pace: il senso e: chiunque perda o vinca, ognuno perde nell'atto che 
vince, e sconfigge il nemico pur quando perde la guerra; ma tutti hanno 
vittoria solo dalla pace. 7. a cui avene: ai quali ci6 accade. 8, ante lor 
viso: sotto i loro stessi occhi (viso). 9. ad esso acquistando: per doverlo 
acquistare. 10. serebbe in pace avere: ci6 che ciascuno fa per il suo pro- 
prio bene (com'ello sia), lo farebbe nell'ottener pace. n. d6tto: dubito, 
temo. 12. non pende in do: non dipende da ci6. 13. quanto avete: tutto 
ci6 che e vostro; ogni cosa si tramuta in danno per voi. 



GUITTONE D'AREZZO 67 

son posti presso ci6 a perire in guerra? O quanti ne sapete istrutti 
e morti, che non sel pensar gia a ci6 venire; e quanti anche hane 1 
intra voi di tali, che d6ttan poco, che in vostra guerra perirano, 
se dura! E per6 non s'infinga alcun omo di scampare li suoi e s6. 
Non dica, no, no e mio fatto, ch6 suo fatto e ben tale. Onni suo 
fatto e fatto, se non fa esso ; e se fa esso, rifatto. 2 

Piacciavi donque, piaccia ormai sanare, e no schifare medicina 
amara, che tanto amara malatia vi tolle. Bono spendere e denaio, 
che soldo 3 salva, e bono sostener male, che tolle peggio; e moneta 
con angostia non pogo gosta 4 voi a conquistare la vostra infermita- 
te, 5 e non meno vi gosta a mantenerla. E che mattezza maggio, 6 che 
solicito e largo esser omo in accatar male, e negrigente e scarso 
bene acquistando ? 7 Vinca, vinca ormai saver mattezza; e se non 
pietate ha Tun de voi del mal grave deirautro, aggialo almen del 
suo, e per amor di se" partasi da male. 

Ci6 che ditt'aggio, e che dir pore' anco in questa parte, vi con- 
chiudo in uno sol motto; cioe: catuno ami ben se stesso e viv'a 
'sta salute. 8 



XVI 

Manente frate intra i Predicatori, Guittone intra i Cavalieri di 
beata Maria, pensero, 9 malanconia e noia. 

Amico amaro mio, non vi dolete gia n6 blasmateme, s'io di quello 
che per me aggio, presento 10 voi; e spezialmente poi 11 in vostro 
amore Paggio preso. O perche* non de la mente come del corpo 
vi veggio, u di corpo come di mente? O ch6 non talent'ho quanto 
poder di voi, o podere quanto talento? 13 Certo, dolcessimo amaro, 
amarissimo dolce mio, non si pu6 povero omo tribular meglio che 

i. hane'. v'ha, ci sono. 2. Onni suo . . . rifatto: ogni suo fatto e fatto, se 
egli stesso non fa; cioe: quel che deve accadergli accade, anche se non 
partecipa; ed & fatto due volte, se egli fa, se cioe vi partecipa (Meriano). 
3. II soldo valeva dodici denari. 4. gosta: costa. 5. vostra infermitate: ri- 
torna I'immagme iniziale della lettera. 6. maggio : maggiore. 7. bene acqui 
stando : nel procacciarsi il bene. 8. e viv'a 'sta salute : e viva secondo questa 
regola di salvezza (ma sard, da leggere a sua?). 9. pensero: angustia, 
travaglio. 10. presento: offro. n.poi: poiche. 12. O che . . . talento?: 
perch.6 non ho desiderio di voi tanto quanta possibilita ho di vedervi, o 
tanta possibility di vedervi quant'ho desiderio? 



68 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

metterlo a riccore, e poi, apresso ci6, privarlo d'esso ; ch.6 male avanti 
bene grava non guaire, 1 e apresso confonde. Ahi come laido e di- 
spiacevel forte* en sermon d'omo disamoroso amore! O come 
non vergogna 3 predicare innocenzia om micidaro ? Ahi che fallace 
e inganevel nome Manente, ad omo f6r 4 loco e f6r dimora! O che 
folle & fidare e appoggiare in fuggitiva cosa! Noiame ci6 che dico, 
e via maggio 5 che '1 penso e che '1 conosco. Onta n'aggia la mia 
bendata mente, che pria sente che veggia, e non fina 6 mostrarmi 
il colpo poi ch'& giunto; unde m'adobra 7 danno, ch< di quanto io 
piu veggiol sottilmente, piu mi grava la piaga. O quanto aggio che 
dire! ma quanto dico piu, piu tacer perdo, se bene isguardo a cui; 8 
ma di tanto procaccio, 9 che midicina alcuna & pianto e doglia, e che, 
perdendo, 1'omo savere acquista. In acquistare voi posso dire 
ch'io perdei, si come '1 fatto approva; dunque in perdervi acquisto, 
ch6 folle acquisto far mi guarderaggio. 10 Ai can mi noi mais "A 
Dieu sias", che "Dieu sal!" non m'agiuda)). 11 

Tempo ho di tacere; tacciomi a tanto, dimandandovi, in prezzo 12 
di quello scampul d'amore che mi dovete ancora, che sovente me 
significhiate onni cosa di pesanza vossa, 13 e mi celiate gioia, acci6 
chT mi conforti e gioia prenda. 



XVIII 

Nobele molto e magno seculare, d'amore e d'onore fabricatore, 
messer Marzucco Iscornigiano, 14 Guittone, vilissimo e picciulo re- 
ligioso, ai piedi de vostra altezza mette se stesso. 



1. grava non guaire: non e affatto gravoso; e apresso: quando vien dopo. 

2. forte: fortemente, molto. 3. O come non vergogna: o come non e cosa 
vergognosa che, ecc. 4./dr: senza. Guittone gioca sul nome Manente 
interpretato come manens t stabile . 5. via maggio: vieppiu, tanto piu. 
6. e non fina: e non finisce, continua sempre. 7. m'adobra: mi addoppia. 
8. ma quanto . . . cui: ma quanto piu parlo, tanto piu perdo Topportunita 
di tacere, se ben guardo a chi parlo. 9. ma di tanto procaccio: ma questo 
solo io guadagno. 10. che . . . guarderaggio: poich6 mi guarder6 bene 
dal far, ecc. n. Son due versi del poeta provenzale Cadenet, che nel- 
1'edizione dell'Appel (Halle 1930) suonano: Mais me notz: /A Dieu 
siatz, / que Dieu vos sal / no m'ajudaw (Piu mi nuoce: / Siate con Dio, / 
che non mi giova: / Dio vi salvi). In ogni caso, si tratta di danno. 
12. inprezzo: in cambio.. 13. di pesanza vossa: dei vostri dolori. 14. Mar 
zucco Iscornigiano: quello stesso ricordato da Dante in Purg., vi, 16. 



GUITTONE D'AREZZO 69 

Dogliomi che sono solo de voi dolendo; 1 ch.6 catuno omo vi 
pregia. Se dispregiar vi voglio, no ha gia loco; z e forse che volenteri 
vi pregeria, non 3 la lingua avesteme impedita. E come vi deggio 
dire, dico che, come credo a voi sovegna, nel tempo che fuste as- 
sessore d'Arezzo, 4 Viva de Michele, lo quale fo detto mio padre, 
camar lingo 5 fue del Comune, e me vedeste picciul garzone molte 
fiate servi[r] lui in Palazzo. Unde esso, per la gran lealta vostra e 
bonitate e devozione ch'avea in voi, in alcuno vostro bisogno 
improntb 6 voi libre cento, si come io ricordo e trovai iscritto per la 
man sua. E partito d'esta vita esso, io feci procuratore e mandai 
recherendo voi essa moneta; e come che voi foste impedito d'altro, 
non vi gradio di darla, e io poi nigrigente non piu la chiesi. Ma 
voce di vostro pregio che mi fiere a Toreglie, 7 e ricordanza de ci6, 
ch'asegnato fuste e menato ad Arezzo per lo piu leale omo de 
vostra terra, e ne Poficio crewe la fama vostra, me conforta e me 
punge a dimandarla voi anco. E si, 8 come io dissi, catuno vi loda 
per leiale e discrete e valente omo, e a mio opo 9 p^rdeno opera- 
zione le ditte vertu in voi, reputer6 lo defetto, vostro non gia certo, 
m'a mia mesaventura 10 e mio peccato, che fatto endegno m'ha, 
non solamente di ricevere grazia, ma meritata cosa. E se ci6 se- 
guerete, sadisfareteme tardi. Ma io richieggio la vostra gran bonita, 
che v'aduca, operando in me, sovra de me; 11 non me, ma voi guar- 
dando ; ch6, perch'io non sia degno recevitore, voi pur siete degno 
debitore e datore. 

E se mi dimandate che contratto e che prova di ci6 vi mostro, 
che dico doveteme, 12 dico che contratto non fu gia fatto che per 
mancanza di fede o de memoria. Per che, segondo ci6, non intendo 
che facciame misteri 13 avere in carta scritto ci6 che pinto voi credo 
in memoria, ch6 prod'omo non obria 14 mai beneficio; n infedele 
vi deggio pensare, n6 oso, IS contra la comune oppinione e opera 



i. sono . . . dolendo : sono il solo a dovermi dolere di voi. 2. non ha gia loco : 
non v'e ragione. 3. non: se non. 4. assessore d } Arezzo: lo fu effettiva- 
mente nel 1249. 5. camarlingo: camerlengo, tesoriere. 6. impronto: pre- 
std. 7. mi fiere a Voreglie: mi colpisce le orecchie, giunge fino a me. 
8. E si: e se. 9. e a mio opo : mentre rispetto ai miei bisogni. io. mesaven 
tura: misavventura, disgrazia. 1 1 . v'aduca . . . sovra de me: vi guidi, 
operando verso me, sopra di me, cioe oltre la mia umile personal) (Me- 
riano). 12. di cid . . . che dico doveteme: di quanto io affermo che mi 
siete debitore. 13. facciame misteri: mi abbisogni. 14. obria: oblia, di- 
mentica. 15. nJ oso: pensarvi tale. 



70 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

manifesta. E per6, caro messer, contratto del mio dimando vostra 
memoria assegno, 1 avocato mio vostra coscienzia, iudice tra noi 
vostra discrezione e vostra lealta grande ditenitrice di voi, strin- 
gendovi a me pagare. A pena che vedeste anco, messer, 2 meglio 
apparecchiato omo in alcun piato; unde vincere pur credo per la 
mano vostra. Ma se pur piace voi che perder deggia, vinto di ci6 
me chiamo; e non solamente essa moneta piu vi dimando, ma 
Tautra, che m'e remasa e m'e apresso, prometto al piacere vostro, 
servendo voi : che" '1 pregio del valor vostro m'ha si congiunto a s6, 
non pu6 3 me despiacere cosa che piaccia a voi voler de me. 



xx 

bapienti e boni, quanto col bon congiunti, 4 Finfo e li compagni 
tutti, Guittone, peccator frate, conoscenza e amore al Sommo 
Bono. 

Al piacere del mio Dio e del vostro anche, gradio me d'ubidire 
Pemposta vostra; 5 che gia col mio martello e a lui e a molti offes'ho 
tanto, molt'aggio a sodisfare, ma ch'io non posso gia, che del 
suo solo. E per6, se vedete operata per me alcuna cosa gradiva 
assai o poco, non me, ma solo lui grazia ne faite, da cui solo onni 
bono e f6r 7 cui nullo; e voi e altri, a cui veder ci6 piace, non con 
parvo savere e folle amore lo convertite a male. Costum'e di saggi' 
omo non trare d'arna veneno, ma di tiro triaca. 8 El corpo del Nostro 
Signore, chi lo riceve a vita e chi a morte. E per6, voi, merce" de 
voi stessi, non vizio giunga 9 in voi opera di vertute, non male ope- 



i. contratto . . . assegno: indico la vostra memoria come documento pro- 
bante della mia richiesta. 2. A pena . , . messer : a mala pena, difficilmente, 
avete mai visto, o messere, ecc. 3 . non pud : si sottintenda un che conse- 
cutivo. 4. col bon congiunti; non sfugga il voluto bisticcio; ch6 Finfo 9 
1'oscuro rimatore guittoniano cui e diretta la lettera, si chiama Finfo 
del Buono. Guittone gli dedic6 pure il sonetto Finfo amico, dire io t voi 
presente. 5. Vemposta vostra: alia vostra imposizione. 6. ma ch'io . . . solo : 
salvo che io non posso soddisfare che di ci6 che egli mi dona. La propo- 
sizione precedente e una consecutiva elittica del che. 7. fdr: senza. 
8. non trare . . . triaca: non trarre veleno dalle arnie, dal miele, ma po- 
zione medicamentosa (triaca) dal serpente velenoso (tiro), 9. mercd... 
giunga: usate riguardo all'anima vostra, sicch6 il vizio non intacchi, ecc. 



GUITTONE D'AREZZO JI 

randola, ma usandola bene. Fugga vostro core vizio, e aprenda 
vertute com'aigua spungia. 1 

Ch6 certo non si p6 alcuno scusare ch'elli no stimi meglio vertu 
de vizio, e che seguire non dea diavolo, ma Dio, e amare e chiedere 
piu cielo che terra e bene sommo eterno, piu che picciulo e breve. 
Matto f6ra 2 tenuto omo che sedesse a banco 3 e cangiasse molto 
auro a pauco rame ; e non matto piu sovr'onni conto chi nel banco 
di ragione, ove seder dea 4 omo razionale, vertu cangiare 5 a vizi, e 
cielo a terra? E certo a banchi molti cielo, vertu e Dio, che li e 
sovente adutto 6 e per neente quasi voluto dare, piu che falsa me- 
daglia 7 elli schifato; ma diaulo, vizio e terra, ad asto 8 elli e accat- 
tato, ad auro e travaglio molto. E voi, per Deo, amici, non d'essi 
siate, che tegnono s6 saggi quanto lor piace, tali che forsennati e 
matti li tien giustizia: non solamente altrui gettano pietre, ma 
sopra la testa loro. Ahi, come male pote tener s6 conoscente chi non 
conosce il bono, e, se '1 conosce, non Pama! e come mal cortese chi 
non del padre i cale! 9 o leale o vero omo 10 chi *1 natural signore, da 
cui solo possede onni suo bene, non onora ne" serve, ma fassi lui 
rebello al soldo suo! e largo chi e avaro a quelli che lui da tutto! 
o pro', cui vincon vizii! libero chi demon serve e dal re de vertu 
e digiunto! e chi vertuoso o ricco om, chi no ha del solo e sommo 
bono! chi grande, sottoposto a peccato! chi gentile, a cui diaule e 
padre! e chi saggio, omo che studia notte e giorno faccendo suo 
camino gendo 11 a inferno! Certo, dilettissimi cari miei, siccome dissi 
avante, tener p6tese om che" piace lui, ma verita el nega aperta- 
mente. E voi, merce", merce" per Dio, merc6, isbendate li occhi de 
la mente vostra e guardate ben, verita da falso dicernendo. Che 
ben, credo, savete vera moneta divisare 13 da falsa, e, divisata, in- 
tendo che no '1 falso prendete ed iscusiate 14 il vero ; adunque non 
vertu refiutate prendendo vizio, ch6 mal meno vi serea 15 schifar 



i. com'aigua spungia: come la spugna 1'acqua. z.fdra: sarebbe. 3. a 
banco : quello degli antichi banchieri e cambiavalute. 4. dea : deve. 5 . can 
giare: infinite da unire col chi, secondo un modulo stilistico non singolare 
in Guittone. Cfr. la nota Sap. 38. 6. adutto: addotto, offerto. 7. me- 
daglia: monetina di pochi centesimi di lira. 8. ad asto: in fretta. 
9. chi . . . i cale: colui al quale non importa del padre. 10. o leale o vero 
omo: si sottintenda sempre: come male pote tener sd\ e cosi piu avanti. 
1 1 . gendo : che va, che conduce. 12. che : ci6 che. 1 3 . divisare : distinguere. 
14. iscusiate: allontanate, rifiutate. 15. mal meno vi serea: sarebbe per 
voi minor male. 



72 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

vera moneta e prender falsa, che vertu schifare e prender vizio. 
E per6 dissi e dico, merc< de voi stessi, non vi piaccia la vostra 
infermitate ; che malatia che place e disperata. Cherete a Dio che 
sard vostri occhi interior!, che" viso 1 infermo non p6 veder luce: 
tenebr[a] piace lui e in essa dimanda adimorare, perch6 non p6 
vedere verita loco, 2 e, poi 3 no la vede, non 1'ama gia; ma quello 
antico grande nemico nostro, che di tenebre e prince, 4 poi 1'ha 
bendato el viso, 5 fallo macinare a sua guisa onni formento 6 e 
traggelo cia e la 7 di fossa in fossa, mentre in abisso halo prefondato. 
Ma se gli occhi vossi venisseno sani, 8 potendo luce vedere e adi 
morare in essa, molto vedereste apertamente quale e quanto e da 
vertu a vizio. 

Certo, tradolci amici, se Dio ne demoni non fusse, inferno n6 
paradiso, si doveria volere valoroso e pro' omo, se tutto el mondo 9 
usasse e amasse vizi, tutto solo amare e usare vertu ; adunque pi6, 
quanto v'ha giunto 1'amore del Nostro Signore, cui noi amar do- 
vemo e seguir sempre in tutto, non solo in vertu e in iustizia, e in 
nostra perfezione, com'el n'empone, ma a vizio e a torto e a nostro 
distrugimento, s'el n'emponesse. Ch< a dritto e a torto fin a la 
morte veggio all'omo 10 ubedire terreno natoral signore: quanto 
lui donque, quanto, a salute e a vita nostra seguir dovemo, che 
neuna cosa n'empone, che non sia noi utile e necessara? quanto 
e quanto e de quante parte e da amare in tutto si bon signore! In 
tutto, sommamente, in ci6 ch'elli e criatore e padre dei padri nostri 
e di noi tutti, passati e presenti, amici nostri ; e in ci6 ch'& redentore 
de tutti, e nostro, non de tesauro 11 no, ma del prezioso suo sangue, 
e de la morte sua la vita nostra cre6. Jfe da amar piu che tutto, quanto 
Esso e meglio de noi, per cui se di[&]e; 12 e quanto anche, quanto, in 
ci6 che no' governa e regge anima e corpo, e ne da quanto avemo 
de tutto bene dentro e di f6r da noi! Certo donque per catuna 
d'este ragion' dette & da amare in tutto ; e quanto piu per tutto e 
quanto f6r 13 tutto questo e da amare, in quanto tutto e bono! Omo 

i. viso: vista. 2. loco: ivi. 3. poi: poiche\ Cosl poco piu innanzi. 
4. prince: prence, signore. 5. bendato el viso: bendati gli occhi, oscurata 
la vista interiore. 6. formento: frumento; lo induce, insomma, a perdere 
ogni bene spirituale. L'immagine e tratta dall'asino bendato e costretto 
alia macina. 7. cia e Id: qua e la. 8. gli occhi vossi venisseno sani: gli 
occhi vostri diventassero sani. 9. se tutto el mondo: anche se tutti quanti. 
10. all 3 omo: e anche soggetto di ubedire. n. non de tesauro: non col da- 
naro. 12. se di[e\e: si diede, don6 se stesso. i^.fdr: senza. 



GUITTONE D'AREZZO 73 

razionale dea 1 amare con ragion catuna cosa tanto quant' ella vale ; 
adonque Dio, che val tutto e per cui vale chi vale assai o poco, 
non dea del tutto amare? E se non fusse alcuna d'esta ragione, 
amar deasi anco in tutto, perche* tutto bene dare ne voile etternal- 
mente; e se non dare ne vollesse alcuna cosa, anco e da amare in 
tutto, perci6 che de tutto etternal male partir ne voile. Non porea 
cor pensare, n6 lingua dire quanto e da quante parte servir lui e 
amar sien 2 tenuti. Veggia donque che fa 3 quello che non 1'ama, ne '1 
pregia. Certo non so villania, ne* malvagita alcuna, che non sia 
picciula inver' di tale. A signore temporale, che benigno molto e 
largo fosse, e senza alcuno defetto ai suoi fedeli, quel fedele ch'a 
lui si ribellasse, non disleale, non traditor serea 4 tenuto da tutti ? 
SI, serea, credo, tanto, nol porea sostenere omo 5 di vedere. Come 
donque e soferto 6 chi tale signore, com'e Dio, ingiuria? No e 
quasi alcun desconoscente tanto, se de picciuletto omo riceve 
onore alcuno u cortesia, che nol gradisca e non pugni meritarlo, 7 
e se non lo merita, almeno si guarda d'offender lui; ma Dio, ch'e 
tale e tanto, e tanto e tale ne faie, non merita, ne" guarda di diser- 
virlo. O miseri ciechi noi! Se lo rei Felippo de Francia 8 solo ponesse 
noi lo braccio in collo, reverenzia e onore ne porteremmo lui sem- 
pre; ma quello re d'onni re, che discese di cielo in terra e di Dio 
fecese omo, di grande sovr'onni grande picciul quasi neiente, 9 
volendo montar noi fin a la deita, pregian meno ch'un ribaldo. 10 
Non e mai dispregiata, ne* vil tenuta creatura, n6 omo inver' di lui. 
Amici cari miei, sempre porea 1'omo 11 dire d'este ragione tanto 
di che si trova; ma facciamo fine a tanto: ch6 solo quelli ama s6, 
che Dio ben ama; e solo quello e dibonaire 12 e saggio, che serve 
lui; e quello e micidaro 13 de se stesso, ch6 il corpo e Fanima sua a 
morte mette etternale, chi non lui ama, n6 pregia. E se voi amate, 
amate lui, ch6 f6r d'esso no e vita, n6 bene. E non credete sia 



i. dea: deve. 2. sien: siamo. 3. che fa: & interrogativa indiretta; qual 
male commetta. 4. serea: sarebbe. 5. nol . . . omo: che (consecu- 
tivo sottinteso) non si potrebbe sopportare. 6. e soferto: e sopportato, 
gli si permette. 7. non pugni meritarlo: non faccia ogni cosa per ricom- 
pensarlo; cosl i seguenti merita: ricompensa. 8. Felippo de Francia: po 
trebbe trattarsi di Filippo III (1270-1285) o del piii famoso Filippo IV 
il Bello (1285-1314). 9. di grande.., neiente: da grandissimo sovra tutti, 
piccolo quasi a niente. 10. ribaldo: poveraccio, pezzente. u. porea Vo- 
mo: si potrebbe. 12. dibonaire: benigno, sereno. 13. micidaro: uccisore. 



74 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

grave amar lui e seguire, se '1 talento e Tuso li convert! te, 1 che" 
quelli che savoraro dei suoi savori, aveano tutto esto mondo per 
men che fango. Tutto esto mondo che e? No e tanto, pagasse 3 
uno picciulo core; ma quello & grande tanto, che solo la speranza 
ha pagamento. 3 Come 6 ditto d'aver animo grande chi disia este 
cose temporale e minute ? Nullo e grande f6r quello 4 che, quanto ci 
e, s schifa e a cielo bada; non mercatante grande, n6 cavaleri esser 
vole in esta vita misera mortale, ma re grande ed eterno in essa 
eterna patria celestriale. E voi, amici, pensate esserne regi, e esto 
onore e grandezza temporale pregiate come neente, E se dilettate 6 
onore, faitevi Lui laudare; e se volete arrichire, pensate esser suoi 
rede; 7 e se gradite gentili esser e grandi, procacciate di Lui esser 
figliuoli ; e se sapienzia e vertu e bene alcuno vi piace, servite Lui, 
la cui cammera e piena, potendo 8 empiere catuno senza scemare, 
e la cui mano e larga e '1 cui core dibonaire, volendo dare pi6 
che cor d'omo non p6 desiderare, n6 cheder lingua, ne" tener 9 
vaso suo. 



XXI 

Creditor di pregio e d'amor molto, ser Orlando da Chiusi, 10 Guit- 
ton, tutto 11 non degno ditto frate intra i frati ch'&[n] 12 di beata 
Maria, pazienzia in aversita e gaudio in tribulazione, in aquisto di 
vita eterna. 

Carissimo padre mio, non p6 leggeramente corpo grave turbare, 
non turbi lo 'ntelletto, n6 lo 'ntelletto, non vigore di pazienzia 
manchi: 13 ove si mostra al quanto la miseria grande de Pumana 
natura nostra, che, quanto maggiormente bisogno ha di valere, 
val meno. Unde avene che quale e vigoroso e saggio piu, se me- 

i . li convertite : rivolgete a lui. 2. pagasse : da appagare (sottinteso un che 
consecutive). 3.50/0 . . . pagamento: gi& solo la speranza di possederlo 
ha in s6 Pappagamento del desiderio. 4. for quello: tranne colui. 5. ci e: 
e qui, sulla terra. 6. dilettate: amate. 7. rede: eredi. 8. potendo: tanto 
che pu6. 9. tener: contenere. 10. ser Orlando da Chiusi: lo stesso cui 
sono dirette le canzoni Or a che la freddore e Chi pote departire, figlio di 
colui che don6 il monte della Verna a san Francesco d'Assisi. Con la can 
zone Ora che la freddore questa lettera ha degli elementi in comune. 
ii. tutto: tuttoch6, sebbene. 12. ch'e[ri]: che sono, che si sono votati a. 
13. non pd . . . manchi: non pu6 facilmente accadere che un corpo gra- 
vemente s'infermi senza fiaccare Tamma; n6 che 1'anima si fiacchi senza 
che sia priva di vigorosa pazienza. 



GUITTONE D'AREZZO 75 

desmo non consigliare sa bene, a tempo d' aversita. Unde io, dot- 
tando, 1 padre, che per lo gran turbamento del corpo vostro no lo 
'ntelletto e '1 vigore deiranimo sia turbato, no insegnando, movo 
rapresentando 2 ai sotili occhi turbati de vostra mente alcuno pre- 
zioso unguento, sanando e mitigando le piaghe vostre, del quale 
sovente avete e voi e altri sanato. 

No e gia, caro padre, da dubitare che cara sovr'onni cara cosa 
non sia vertu. Unde Tulio 3 dice: Tutte cose altre cadevele e vane 
sono, che solo una: vertu de la radice de rAltissimo radicata. 
E quanto piu, piu e da desiderare e da cherere. Intra gli altri modi, 
aversita e quella ne la quale si chere, s'affina e se conosce. Dice 
Aristotile in Etichi* che vertu no e gia che 'ntorno grave cose. E io 
non veggio g& om, che 'n piacer seggia e in agio, chedere e inve- 
nire 5 vertu. Quanto ha d'agio piu om, meno li tocca bisogno; e 
quanto meno li toca, men se move a valere. Unde: Poso 6 
dice Bernardo di tuti vizii & sentina; che" come bisogno crea e 
fa vertu, crea poso peccato. Dice alcun saggio : 7 Nullo semigliame 
piu misero che quello a cui nulla vene 8 d'aversita . Che sa gia quale 
e ? esso, ne" altri. 9 Unde dice che molti, cessando briga d'essi, briga 
orrata chedeno, mostrandose altri ci6 che vagliano e venendo a 
vertu, vertu usando. 10 Che", come dice Arestotile: Vertu se fa per 
uso bene operando. XI Dice beato Gregorio: Chi non tentato, 
che sa? 12 E dice che continua temporale consolazione e segno 
d'eternale reprobazione. E dice nel Troiano 13 Agamenone, impera- 
dore de* Creci: Chi non ha guerra, ne aversita, ne dannaggio, n6 
poverta, come conoscera el suo valore? Come pu6, come, padre, 
valore e senno de nochieri parere, che 14 'n tempestoso mare e torto 

i. dottando: temendo. 2. no insegnando, movo rapresentando: senza pre- 
tendere a maestro, m' induce a rappresentare. 3. Tulio: Cicerone. E cfr. 
la nota 6 a p. 44. 4. in Etichi: nQll'Etica Nicomachea] il Meriano rimanda 
a iv, 3, ma naturalmente non si tratta di fonte diretta. 5. invenire: 
trovare. 6. Poso: 1'inerzia; cfr. Octo puncta perf., 6 (Migne, P. L. y 184, 
1 1 86). 7. alcun saggio: nella lettera in, questa sentenza, ricordata indi- 
rettamente, e attribuita a Seneca (cfr. p. 49). 8. vene: accade. 9. Che 
sa . . . altri: chi sa gi quale esso e, cioe quanto egli vale? ne lui n6 gli 
altri, perch6 manca la pietra di paragone dell'awersita (Meriano). 10. ces 
sando . . . usando : il passo e illuminate dai seguenti versi della canzone 
Or a che la freddore: Perfetto om valoroso / de' fuggir agio e poso;/ 
e giorno e notte affanno / seguir, cessando danno, / e prender pregio e 
prode (w. 51-5). n. Cfr. Eth. Nicom., n, 4 e 5, cui rinvia il Meriano. 
12. aChi . . . sa?: che cosa conosce di se chi non ha mai messo a prova 
la sua volonta? 13. nel Troiano: nel Roman de Troie (Torraca). Cfr. 
nell'edizione Constant, Paris 1904, i w. 4961-3. 14- che: se non. 



76 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

vento ? e come fermezza de castello, che 'n destro e poderoso 
assedio e forzo? 1 e come valor de prod'omo, che en grande aver- 
sita e in periglio ? Non ben provase scudo a la caviglia pendendo, z 
ma in braccio di forte cavalieri a* colpi grandi di ferine aste e di 
trincianti ferri. Tutta fortezza stae in non pregiare averse. 3 Dice 
Marcobio: Fortezza & in prosperevele cose animo sopra periculi 
operare, e non cosa temere altra che laida, e prosperevele e averse 
cose sostenere forte . 4 Dice in Etichi Aristotile : Fortezza & fug- 
gire ch'e da fuggire; e da seguire, seguire. E dice ch'esta vertu 
s'accatta non pregiando 5 terribile cose. E dice che feminil e fuggire 
e molestevele cosa. 6 

E per6, padre mio, pugnate forte, ch6 chi non combatte non 
vince; e chi non vince, come vittoria prende? E non meno conta 
saggio vittbrevile vinta 7 in tribulazione vincere, che 'n bataglia. In 
bataglia trova altri assai de pro', 8 in tribulazione poghi o niente; 
perche 'n tribulazione vince om s6, che sopra onni vittoria e pre- 
ziosa. Non in mare, non in periculo solamente dice beato Gero- 
nimo apar vertu; ma appare nel letto e in periglio d'enfermitate, 
ove onni vertuoso desvertuda 9 e perde quasi corona de pazienzia 
e de vertu . 10 E quella e vertu grande, vincere o' perdeno altri; 
ch6 quale vince tutti 6 piu forte de tutti. E per6 dico, padre, che 
quello e magiormente da pregiare, ch'en aversitk provasi mcglio. 
Come '1 foco mostra di che valuta e Tauro, mostra tribulazione di 
che vertu e Porno; e quasi come foco e propio 11 auro affinando, & 
propia tribulazione affinando omo. Unde Agustino : Fornace de 
tribulazione legna de vizii incennera e auro di vertu purga. 12 
E per6 dico che no e cosa mai piu da fuggire che quieta consola- 
zione, ove valor si perde, n6 piu da cherere che bisognevele ango- 
stia, ove s'aquista: 13 ch< se non vale, a valere lo permove, 14 e s'el 



i. forzo: sforzo, assalto. 2. pendendo: pendente. 3. in . . . averse: nel non 
supervalutare le forze awerse. 4. Nella lettera in la sentenza & attribuita 
al Filosofo (cfr. p. 49 e la nota 12). 5. non pregiando: quando si giunga a 
non supervalutare. 6. Cfr. Eth. Nicom., in, 6 e il commento d'Averroe. 
y.vittorevile vinta: vittoria pienamente vittoriosa. 8. de pro': di prodi, 
che ppssano dargli aiuto, giovamento. 9. desvertuda: vien meno alia sua 
capacita di agir bene. 10. Non al beato Geronimo, ma a Seneca (De rem. 
fortuit., vi, i) risale la citazione. n. e propio: esercita la sua propria 
virtu. 12. Questa stessa sentenza, che e di sant'Agostino, nella lettera in 
e attribuita a san Gregorio (cfr. la nota 9 a p. 50). 13. ove s'aquista: cioe 
valor. 14. lo permove: lo spinge fortemente. 



GUITTONE D'AREZZO 77 

vale, el permove e '1 megliora. Come vole sperone malvagio e 
buono 1 cavallo, e punto e affannato esser rechere, similmente vole 
omo. Come in poso 2 troppo aquista vizii, valore e bonta perde, simel 
om. Unde [ J n] Cristiano Allessandro novello 3 dice: Reposo e loda 
non concordano bene insieme. Dice alcun provenzale: 4 A bel 
mangiare e a giacere molto soavemente p6 1'omo stare malvagio, 
ma chi bon pregio vol mantener, e carcato 5 e affannato grand' e 
misteri gli & procacciare cia e la, 6 e tollere e dare, come convene 
e vole tempo e ragione. 7 E per6 viso m'e, 8 padre, che chi non vale 
aferma di non valere, e chi vale perde valore in agio. 9 E ci6 che ten 
Tomo e al pugnato avere per suo valore : 10 valore non piii se pare, ne 
mai apparerea, non bisogno aparisse a che tornasse. 11 Ma come se 
perde in agio, in mesagio s'acquista; dh6 vile pro', e negrigente 
vaccio, 12 e scarso largo fa pungente sperone de gran bisogno. 
Adonque dretto omo, che non soave gia ama, n6 dolce, ma va- 
loroso e orrato, seguendo disagio, fugera agio, stando a la sentenzia 
del buono Trogil di Troia, 13 che spessamente leggete innel libro 
vostro, el quale dice che per pregio avere, dovemo piu amare tra- 
vaglio che nullo avere. 14 

E voi che, donque, padre caro, farete? che? Tutta la vita vostra 
avete fuggito agio e dimandato travaglio, onta perdendo e acqui- 
stando pregio; perderete ora nel tempo di coronare, 15 per debilezza 
di corpo u per vilta de core ? No e vertu cominciare, ma permanere. 
Certo, padre mio caro, tanto lungamente avete usato travaglio e 

i . e buono : anche un valerxte ; cio& : come un cavallo anche valente vuole lo 
sprone che lo spinga alia corsa. 2. inposo: nell'ozio, nell'inerzia. 3. Cri 
stiano Allessandro novello: & uno dei personaggi principali del poema 
Clig6s di Chr6tien de Troyes. Ancor giovane (novello) chiede al padre di 
poter raggiungere re Artu, dicendo fra Taltro le parole ricordate da Guit- 
tone (cfr. nelPedizione Foester, Halle 1884, i w. 157-8). 4. alcun pro 
venzale: & Peire Rotger, del quale il Torraca (op. cit., p. 52) ha trovato 
i versi tradotti da Guittone. 5. e carcato: il testo provenzale reca: de 
gran afan es carguatz. 6. cia e Id: qua e la. 7. e ragione: il testo ha 
sazos, stagione; ma Guittone forse leggeva razos. 8. viso m y e: m'& 
viso; io credo. 9. in agio: quando tutto gli va a favore. 10. E do che 
ten . . . valore: e ci6 che ognuno possiede veramente, e dovuto all'aver 
egli combattuto per affermare il proprio valore, per acquistare pregio di 
virtu, ii. valore . . . tornasse: il valore non appare, n6 apparirebbe mai, 
se non ci fosse il bisogno, la condizione, a stimolarlo, a generarlo, 12. ne 
grigente vaccio: fa, rende, sollecito e operoso il pigro. 13. Trogil di Troia: 
Troilo nel Roman de Troie (ed. cit., w. 4011-2), secondo il Torraca. 
14. nullo avere: alcuna ricchezza. 15. nel tempo di coronare: nel tempo in 
cui state per conquistarvi la corona, il premio delle vostre virtu. 



78 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

disusato poso: 1 acci6 che lunga usanza torna a natura, 2 deveria il 
corpo vostro e I'animo anco tenere disagio ad agio, si come intendo 
che gia alcuna fece, segondo che Galieno pone, 3 che dal principio 
suo fue costumato a pascerse de veneno con altra vidanda mesto, 4 
e tanto venne da picciula cosa a grande, che s'aconci6 ad esso, e 
d'esso el corpo suo notria infine, e forse poi triaca 5 sereali stata 
veneno. E voi, se dal principio infine ad ora pasciuto in amarezza 
e in periglio di guerra grande con poco de dolce mesto, dovereste 
ora pascere e sostenere in propia tribulazione ; e se non pascere, 
almeno non sentire, n6 dovereste guaire 6 dolere: ch6, come Tulio 
dice: Angustia cotidiana quasi come uno callo a dolore face. 7 
Merc6, caro padre, merc6 de voi stesso; non foco giungete a foco, 
a guisa de misero om, ma acqua; n tribulazione a tribulazione, ma 
bon conforto. Ch sempre 6 uso di vile e miser omo far d'un danno 
dui, e del pro* e pregiato tornare Puno a neuno, 8 e prendere di 
danno pro, per forza di cor saggio e bonitk valorosa. In sommo 
gaudio eterno Talma di Pier Vital 9 tegna Nostro Segnore, se piace 
lui: ch valoroso valore e pro* proezza sembra che dimorasse in 
lui dicendo: Con soprasforzato 10 affanno traggo foco chiaro de 
fredda neve, e dolce aigua de mare, d'ira benvoglienza, e di piangere 
gaudio entero, e d'amaro dolce savore; e sono ardito per paura, 
e so guadagnare perdendo, e quando son vinto, vincere altrui. 
Non perde, no, n6 disconforta gia valoroso om, naturale e prode, 
avegna che p6 avenire, ma segue quella parola, la quale Senaca 
dice: Non cosa & tanto acerba, oye solaccio non prenda animo 
bono)). 11 No & prod'omo, n6 vigoroso, quello che muta come for- 
tuna, or nel monte, or nel valle, 12 e non gik mai permane in uno 



i . poso : ozio, inerzia. 2. accid che . . . natura : e poich la lunga abitudine 
si tramuta in natura. 3. segondo che Galieno pone: Galeno e il famoso 
medico di Pergamo (129-201); s'ignora la fonte. 4. mesto: misto, me- 
scolato. 5. triaca: cfr. la nota Sap. 70. 6. guaire: guari, affatto. 
7. Cfr. Cicerone, Tusc., n, 15. 8. tornare Vuno a neuno: ridurre Tun 
danno a nessuno; Hberarsene. 9. Pier Vital: e il poeta provenzale Peire 
Vidal, del quale vengono qui tradotti prima i w. 25-7 e poi subito i 
w. 13-9 dalla canzone Pos tornatz sui (cfr. il Provenzalisches Liederbuch 
del Lommatzsch, Berlin 1917, p. 126). 10. soprasforzato: fortissimo. 
Era credenza che il cristallo, usato come lente ustoria, derivasse dal 
ghiaccio. n. Non cosa . . . bono: cfr. p. 49, ov'& ripetuta questa sen- 
tenza, e la nota 14. 12. come . , . voile: come la fortuna, ora stando in 
alto nella ruota (nel monte) e ora in basso (nel valle). 



GUITTONE D'AREZZO 79 

stato; che fermezza e valore d'animo grande se mostra a quello 
medesmo esser sempre, 1 avegna che avenir puo: come Socrate foe, 
come si dice. No & vertu, non, quella la quale & sottoposta a podere 
e a corpo, che, quando podere cade e corpo turba, se turbi; che 
vertu d'animo grande congiunta a Quello, che no inferma n 
muta, n6 infermare n6 mutare non p6, non mutera. E per6 parera 
ad esta fiata, se naturale o inferma e vostra vertu. E se radicata e 
da Quello, l[o] quale e non mutabile sommo bono, non mutera; 
e onni cosa la qual non muta, conven che vittoria prenda de tutte 
mutabile e vane cose. E non solo chi non muta, ma chi piu dura in 
battaglia o in c[o]sa altra, finale e vincitore. Unde dice el pro- 
verbio: Chi piu dura la vince. Che e, che, duro e forte tanto, che 
fortezza d'animo grande in continua e saggia operazione non metta 
a fine bona e vittoria aggia? 

Levise, z donque, leve, la vertu deiranimo vostro grande, se tutto 3 
'1 corpo giace infermo e franto e '1 poder e voi diserto 4 e tolto ; 
ch6 voi assai e rimaso, e ricco siete, e sano anche ve dico, se vostro 
animo e sano in sua vertu; e s'el fusse infermo e povero fatto, in 
fermo e povero direa voi, 5 se tutto sano e ricco fuste, come fuste 
unque. Levisi donque, levi, se sano e, e mostri, ad esto punto, che 
valore di valoroso omo vale a tempo di grande bisogno; e gauda, 
gauda, padre, 1'animo vostro. Ch6 se merciadro 6 piu gaude, quanto 
piu sente accattatori di sua robba venire; quanto piu valoroso e 
prode omo, amatore de verth, desideratore di pregio e di vittoria, 
gaudere e confortare dea, vedendosi da onni parte intorno assiso 
d'assedio potente, e istretto e asaglito d'assalto grande sovente, 
fine a quello ch'el crede potere portare, mettendo tutto podere ? 7 
Provato ha gia sovente vostro valore, 8 ed & laudato molto ; ma non 
fu mai in punto da prender laude: 9 ch'e picciulo misteri fornire 
picciulo onore, e grande, grande e bono. Lo signore Dio, bel padre, 
da cui onni fortezza, con quale e leggero molto vincer leoni, e 



i. a quello . . . sempre: nel restar sempre se stesso, nell'imperturbabile 
equilibrio del saggio. 2. Levise: sorga, si drizzi. 3. se tutto: per quanto, 
sebbene (cosl poco piu oltre). 4. diserto: fiaccato. 5. direa voi: chia- 
merei, considererei voi. 6. merciadro: mercante. 7. ch'el crede . . . po 
dere: ch'egli crede poter sostenere, impiegando ogni sua forza. 8. Pro 
vato . . . valore : il vostro valore ha gia avuto molte prove. 9. da pren 
der laude: cioe, tutt'intera la lode che s'acquista a tempo di grande bi 
sogno. 



8o ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

senza cul perder con agnelli, v'aforzi 1 e amaestri, sostenendo e vin- 
cendo, come sia magiormente lui glorioso, e salutevile voi in tutte 
cose. 



XXIII 

Sapiente e onesto, d'onor de stato degno, B., 2 Guittonc, indegno 
frate, vostro bon talento. 

Adolcia Tanima mia, padre e signor mio caro, intender che ma- 
gno siete, e umil sentirve tanto che proferete me amore, che servo 
forse serlavi non sofficiente. Unde grazia vo* rendo e offero me 
stesso d'amor fedele, tutto 3 me vieti timore esser acompagnato per 
vostra parte 4 in continue e vero amore; acci6 che 5 voi, che non 
conto 6 m'avete gia, m'a voce d'alcun cortese che senza merto 
altrui lauda, mosso vi siete amore offerendome. 7 E se io a tale 
inducimento 8 e a vaghezza del valor vostro metto disio in voi, po- 
trebbe, apresso ci6, tutto leggeramente 9 avenire che voi, de me gu- 
stando, senza savore m'enverreste, si come io sono, e partereste 10 
de me talento: ch6 non p6 g& desiderio d'amore loco 11 abitare, ove 
piacer non trova. E io, che 'n voi troverebbi, si come credo, piacere 
e dolcezza grande, el mio disio pascendo, monterebbi 12 in amore; 
e quanto montasse piu, piu descenderebbi in corrotto/ 3 poi 14 vostra 
benvoglienza mancasseme. Unde non so ch'io dica, n6 qual prii 
me convegna, mettere, o no, Io core in vostro amore: ch6 *n mettere 
temo pena, in vietar villania. Ma credo, molto da fuggir & mag- 
giormente villaneggiare, che penare. Per ch'io donomi voi per 
qual io sono, non poi 15 diceste gia: Io te presi per bono, refiutote 
per malvagio: ch6 per malvagio adesso mi prenderete. E fatto vo' 



i.v'aforzi: vi dia forza, v'aiuti. 2. B.: chi sara il B., destinatario di 
questa lettera? II Lami pens6 a Bonagiunta, ma senza fondamento. Ba- 
sti awertire che anche ad un amico B. e indirizzata la lettera xxxvn. 
3 . totto : tuttoch.6, sebbene. 4. per vostra parte : dalla vostra considerazione. 
5. accid che: poich6. 6. conto: conosciuto personalmente. 7. offerendome: 
ad offrirmi. ^. inducimento \ invito. 9. tutto leggeramente: molto facil- 
mente, io. m'enverreste: mi ritrovereste ; partereste: allontanercste. 
ii. loco: cola. 12. monterebbi: salirei. 13. piu descenderebbi in corrotto: 
piti discenderei nel pianto. 14. poi: poiche"; ma con significato affine 
alFipotetico se poi. 15. non poi: affinch6 poi non. 



GUITTONE D'AREZZO 8l 

conto 1 ci6, perdo timore, confidando a vostra descrezione che o 
me vietate ad amico, o me prendiate a patto de tenere sempre. E 
mi conforto appresso ne Pumilta, che 'n voi intendo, che tutto 
tempo me defenda loco, ove 2 vostra grandezza vollesseme so- 
perchiare. 



XXIV 

Carissimo frate e padre mio, 3 Panima gaude mia, in nova e magna 
grazia, che Esso pieno di grazia, unde grazie onne, 4 audo ha voi 
fatte, e per voi a catun che prendere grazie vole. Grazia hae fatto 
voi, el corpo vostro, maggior vostro nemico, piagando e afFriggendo 
e conculcando sotto de lo spirito vostro. Esso hae fatto, e voi rece- 
vuto avete gradivamente ; s e quanto di corpo v'ha tolto, renduto ha 
spirito podere, prosperitate e sanitate; ch6 fatt'e forte in corpo debi- 
litade, e ne la vilta sua grand'e caro, e nella malatia sua grande e 
sano. 6 O che gioioso e glorioso asempro, ch'e in dolore grave allegra 
gioi' portare, in grande infermitate rendervi sano, e vincere, 
vinciuto, onni nemico; giacendo affritto, retto e vaccio 7 andare; 
disfatto, fare magne cose; vigoroso e bene viver, gia morto; men- 
dichissimo, voi pascer molti! O rimproccio di noi miseri sani! O 
vitopero di ricchi villani a bisognosi! 8 O d'onni forte e giovene, 
pungiglione! O conforto d'infermi e poveri tutti! O aiuto d'onni 
misagiato 9 om! Chi e che non per voi beneficio aggia, e grazia in 
voi non sia lui per Dio 10 fatta? Nullo e stato d'omo che non pro - 
cacciare 11 possa ne lo stato vostro. O nuovo omo nel mondo! O 
albore che fiorisce e frutta secco! 12 el cui frutto, gustato pensata- 

i. fatto vo' conto: palesatovi. z. loco, ove: laddove, qualora. 3. frate . . . 
mio : non si sa chi sia questo frate tanto infermo, cui Guittone invia parole 
di profonda edificazione. 4. unde grazie onne: dal quale provengpno tut- 
te le grazie. 5. gradivamente: con gratitudine. 6. che . . .sano: si precisa 
1'opposizione tra I'irrobustirsi deiranimo e 1'innacchirsi del corpo: poiche 
(lo spirito) & divenuto forte nella debolezza del corpo, grande e di gran 
pregio (caro) nella sua fiacchezza, nobile e sano nella sua malattia; at- 
tribuiremmo, dunque, a corpo il valore di un genitivo dissimulate, senza 
proposizione. 7. retto e vaccio: diritto e sollecito. 8. vitopero: rimpro- 
vero vivente; a bisognosi: nei confront! di chi ha bisogno. 9, misagiato: 
infelice, sventurato. 10. per Dio: da Dio. 1 1 . procacciare : guadagnare 
(la grazia di Dio attraverso i meriti del frate). 12. secco: essendo secco. 



8z ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

mente e savorato bene, adolcisce onni senno e pasce core, e 
rende audito ai sordi, a* ciechi lume, face parlare muti e viver 
morti! 

Carissimo; siccome Profeta dice: Non noi, Messere, non noi, 
se '1 nome tuo 1 glolia dona)), manifesto &, so, voi, che tutta glolia 
vostra da Dio &; e s*& solo sua, solo sua la tenete, e glolia e onore 
tutto ne faite lui. E in sua caritate e amor bono stringavi bene de' 
prossimi vostri amore, per loro orando, curando e solicitando che 
divina pietate abracci loro e li ritegna sotto de lo scudo suo, mun- 
dando da onni laido. a Ch6 solo & mondo e mondare solo pu6, 
piacciali pure, 3 e tragendoli a bono 4 conoscere, amare e seguitare: 
unde non solo 5 a Lui, ma con molti v'andiate acompagnato. E 
spezialissimo, 6 frate, di me vo 7 prego che ringraziate Lui, padre bon 
nostro, de grazie molte e grande che fatte name : le quale, in mag- 
gio parte, seguitandole male, aggio perdute. Parca e restori me 7 per 
grazia vostra, e me se faccia conoscere in savore: unde tutto el 
meo core, tutta anima in vertu, tutta, desii Lui, e piacere Lui solo 
siame piacente, e moia in me, del tutto in Lui vivendo. 



xxv 

Caro e suo sempre amico, messer Caccia Guerra, 8 Guittone frate, 
salute d'onni salute abondosa. 

Alcuno saggio, amico, d'onore amaiestrato, dono utele assai e 
piacentero 9 poco, dice & 10 da donare a bisognosa persona; piacentero 
molto ed utel poco ad agiato. Unde ello forse ben dice; ma se lo 
dono ricco 6 piacentero e lo piacentero ricco, non credo discon- 
vegna, ma magiormente agradi e meglio vaglia. Perch'io voi pia 
centero e ricco ho molto, non solamente piacente ed utel cosa, ma 
piacentera e ricca, e ricca e piacentera donar vorrea ; ma che 11 nel mio 

i. se 'I nome tuo: latino sed nomini tuo (cfr. Psalm., 115, i); quindi se: 
ma. 2. mundando da onni laido: purificandoli da ogni peccato. 3. piac 
ciali pure: solo che lo voglia, con la sua grazia. 4. bono: il bene; e og- 
getto dei tre innniti seguenti. 5. solo: da solo. 6. E spezialissimo: e in 
modo particolare. 7. Parca e restori me: mi perdoni e mi dia forza. 
8. Caccia Guerra: certamente nobile, e probabilmente rettore di citta, 
come si ricava dal testo della lettera. 9. piacentero : amabile, piacevole. 
10. e: sottinteso che; che e. n.ma che: tranne che, salvo che. 



GUITTONE D'AREZZO 83 

podere no e gia tale, segondo terren riccore; ch6 fugita e me quasi 
catuna mondana cosa piacente e ricca, se ricca u piacentera alcuna 
n'e. Ma certo, bel dolce amico, se dire verta volemo, d'onni pia- 
gentero e d'onni ricco 1 diremo voita la ciambra 2 d'onni barone: 
ch6 ricco, n6 piacente, in mondana ricchezza alcun no e. Adunque, 
u' la man metto, dono ricco e piacente faccendo voi? 3 In nulla 
parte posso, n6 debbo certo, che ne la ciambra ricca de divina e 
umana sapienzia, ove solo dimora onni. piacentero e onni ricco : 
e d'essa doner6 voi alcuna gioia piacente e utel tanto, quanto esso 
mio Signore bono mi degnera. 

Segondo la sentenzia di plusor 4 sapienti antichi e grandi, neuna 
cosa, amico, e grande tanto quanto verace a cose imporre pregio, 
cioe catuna cosa in vero pregio stimare; unde io d'esta gran cosa 
cherrere e possedere, si come posso, presento voi desiderio. 5 Che" 
non gia disconvene poco a prod'omo in opera stimare, od in ser- 
mone, amara cosa dolce e dolce amara, e male bene e bene male, 
diritto torto o torto dirittura; ne" poco li convene retto stimare, 
tutto 6 retto stimare in iscienzia od in sermone non pregio guire 7 
senza amare retto e retto operare a stima. Non vale scienzia senza 
avere che per scienzia operare. Saver [non] vale per s6 tanto, come 
per se vale scudo o spada; ma vale in ben condurlo, mal fuccendo 8 
e seguitando bene, da poi che chiaramente halo avisato. 9 

E voi, bel dolce amico, partite bene d'ogn'altra intenzione 10 lo 
viso 11 de Talma vostra, ingegno vostro, quanto potete, schiaratelo 
nel divin lume, verit& conoscendo sovra catuna necessara cosa; 
e, conosciuta bene, bene stimarla in parole, e meglio in fatto. E 
conoscente fatto ed amadore ad orden de verta, onni terrena ric 
chezza, che gia stimavate auro, vile quasi fango stimarete, e tutta 
gioia mondana e corporale noia vi sembrerae : onore pregerete onta, 
e danno pro, e sapienzia errore, e, brevemente, quasi onni bon 
male, 12 di corpo e di podere, f6r solo 13 in poder tanto che vi for- 



i. d'onni . . . ricco: d'ogni cosa veramente anaabile e ricca. z. la ciambra: 
la dimora. 3. faccendo voi: per farvi. 4. plusor: molti, parecchi. 5. pre 
sento voi desiderio: vi prospetto 1'esigenza. 6. tutto: tuttoche\ sebbene. 
7. non pregio guaire: non apprezzo affatto. 8. fuccendo: fuggendo. 9. halo 
avisato: lo ha visto coi suoi occhi, conosciuto. io. partite . . . intenzione: 
staccate da ogni altra mira. n. lo viso: la vista, gli occhi. 12. quasi 
onni bon male: s'intenda sempre ripetuto stimarete. 13. for solo: salvo 
che soltanto. 



84 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

nisca, 1 no a stima di carne, ma di ragione, e tanta sanita e tale in 
corpo, che s6 mantegna e no alma offenda, ma serva rctto. Corpo 
forte tenere e debele alma, unde anima serva corpo e vertu ratio 
nale a diletto animale sia sottoposto, cosa b perigliosa e laida troppo 
e ontosa a chi regge. 2 Prod'omo cavallo cavalca, e cavallo vile; 
avere serve om saggio, e matto avere. 3 O caro amico mio, reggcte 
voi e quanto e sotto voi, retto e conoscendo e giudicando; no a 
piu vil de voi voi somettete: 4 ch6 no e gik piu vil cosa che vizio, 
ned & piu cara d'omo. Savere dovete, amico, che, come ? 1 Saggio 
dice: Omo & mezzo intra angeli e bestie. s In quanto segue 
carnal matto diletto, semiglia bestia; e in quanto ragione, angelo 
sembra e Dio. E non molto val meglio a Dio o ad angeli semi- 
gliare, ch'a brutti animali e vili? Chi bestia simiglia, bestia &; e chi 
simiglia Dio, & quasi Dio. E tutti quelli che bestie simiglicrano, 
co' le bestie rimarrano in terra; piu giu ch'essi, sotterra prefunder- 
rano a laido 6 ed a tormento; e chi Dio segue e simiglia, monterk 
dove 6 Dio, si come noi testimonia apertamente ragione espressa e 
chiara, e divina Scrittura Santa. 

O dolze amico, mirate come omo de bestial vita piu d'onne 
bestia 6 vile. Bestia segue natura, e omo natura fugge, e di razio- 
nale fa se bestiale. O dilettissimo caro mio, ch6 non consideriamo 
che vizio & cui seguimo ? Gia savemo che dannaggio e onta grande 
vene noi, lui seguendo, pur segondo esto mondo, e sovente dolore 
e periglioso affanno a noi adduce. E se gioia, onore, prode o agio 
tene 7 alcuna fiata, non dove tene piu gioia & piu noioso, onta u' 8 
piu pregio, e piu dannaggio grande ove piu pro, e non piu tem- 
pestoso ov'& piu agiato? Chiaro vedemo, se bene vedemo, amico, 
che maggiormente & reo, u* bon piu sembra, onni bono che vizio 
aduce u tene. Avene si di vertu ? Non certo gia, ch< bona & somma- 
mente in tutte parte, ove co' Dio dimora, ch< vertu senza Dio 
apello vizio; e se tal fiata punge d'alcuna noia, la sua noi* 6 gioiosa 



i. vi fornisca: regge e tanta . . . e tale. 2. ontosa a chi regge: vergognosa a 
coloro che guidano gli altri. 3. Prod' omo . . . matto avere: un cavaliere 
valoroso domina il suo cavallo, ma il cavallo prende la mano a un gui- 
datore timoroso; le ricchezze sono soggette al saggio, ma il matto e sog- 
getto ad esse (Segre). 4. somettete : sottomettete, sottoponete, 5 . Omo . . . 
bestie: e il concetto di Psalm., 8, 6-8. 6. a laido: sostantivo; a soznura. 

7. tene: soggetto e il vizio. Se esso pur, qualche volta, comporta, ecc. 

8. u': dove, quando. 



GUITTONE D'AREZZO 85 

e '1 dannaggio suo 1 prode, e '1 suo dispregio onore. Ma chi no ha 
san viso, 3 luce e lui tenebrosa; e a non san gusto, dolcissimo sembra 
amaro. O se gustare poteste, amico tradolze mio, con sano vero 
palato, che gioia dolze, chiara e cara rende vertu [a chi] e la co- 
nosce ed ama, verrebbe schifo e altero 1'animo vostro, schifando 
e disdegnando onni altra cosa, potendo essa gustare. Ma ci6 che 
non conosce, alcun no ama; e che no ama Fomo, no gli ha savore. 
Solamente conoscere fa 3 piacere, e solo piacere amore, e amore 
solo gaudio. Adunque gioia alcuna non puote avere Porno, che di 
ci6 ch'ama. Amiamo dunque e seguiamo vertu, e de vertu gaudio 
orrato: d'esso galdiamo. 4 

E se vertu seguire dicemo grave, 5 grav'e senza fallo a chi non 
Tama; che 1 , se gravezza v'e ed evi amore, non dire pu6si 6 gravezza. 
Amore, di sua propia natura, onni grave alleva e onni amaro 
adolza. 7 Talento e uso avemo a vizio messo ; 8 come, dunque, pu6 
noi vertu piacere, talento e uso sempre di lei silvaggio ? 9 Ma voglia, 
usanza ad essa data, u non vi sera pena, u 10 pena sera gioiosa. O ch'& 
phi di vizio grave o piu noioso ? e sano e gioioso sembrane disiando." 
Ma se tutto 12 penosa e grave e vertu cherrere e mantenere, tanto> 
dico, val meglio, da poi che meglio aduce. Quale valente omo, va- 
lente amico, vole mangiando, dormendo e stando in agio, onore 
acquistare u pro, non si fuggisse 13 travaglio che rendere dovesse 
amore u pregio ? Dea pungere apresso lui valoroso omo, e pren- 
derlo, 14 onore e pro prendendo. E molti han gia ci6 fatto antica- 
mente nel benedetto tempo, ove valore ed amore fue conosciuto 
da moneta e da poso. 15 Che prode e molto avere, se no'lPacompagna 
onore in aquisto 16 e in dispendio bono ? Vergognoso stae prode, 
ove non 17 pregio; per che non prode dico u* no onore e, e dico no 
onore u non opera bonita. Adunque villano e laido e volere bene, 
senza bene operare. 

i. J l dannaggio suo: il danno ch'essa sembra possa arrecare. 2. san viso: 
vista sana. 3 . fa : origina, crea. 4. galdiamo : gaudiamo, gioiamo. 5 . gra 
ve: cosa difficile. 6.puosi: puossi, si pu6. 7. alleva: alleggerisce ; adolza: 
addolcisce. 8. a vizio messo: rivolto al vizio. 9. silvaggio: schivo, lon- 
tano. 10. Ma voglia . . . data: ma rivolta alia virtd, ogni voglia e ogni 
abitudine, ecc. ; u. . . u: o. . . o. n. disiando: quando lo desideriamo. 
12. se tutto: anche se, per quanto. 13. non si fuggisse: se non fosse evitato. 
14. Dea. . .prenderlo: deve spronare (pungere) dietro travaglio, per rag- 
giungerlo e conquistarlo. 15. ove valore . . . poso: quando valore ed amore 
furono ben distinti da ricchezza ed inerzia. 16. in aquisto: in ci6 che si 
acquista. 17. now: sottinteso e. 



86 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

E certo, bello amico, io diroe gia gran cosa: che migliore stimo la 
condizione umana poi lo trapassamento 1 del primo nostro parente, 
no era 2 avante, che, senza alcuno affanno in mal fuggire e prendere 
bene, montare dovea a corona. Come bon da maivagio, pro' da vile, 
saccente da non saccente f6ra paruto? 3 Come mangiando, dor- 
mendo, e affannando niente, mertato seria compiuto eternal bene? 
E come per ragione savore averebbe avuto alcun bono a schifo e 
diritto omo, che meritare vole che 4 prende ? Segondo naturale ed 
orrata giustizia non gia posare puo chi non affanna, n< vera vittoria 
avere chi non combatte. Solamente apresso travaglio & poso 5 e so- 
lamente vittoria appresso bataglia. No era tempo, no, da prod'omo 
esso, 6 amico; ma questo &. Ben & certo ora parere viril core da 
feminile, scienzia razionale da animale: ch6 in campo di bataglia 
e forte e grave ha messi tutti noi Nostro Signore, ove d'onni parte 
siemo asagliti de forti nemici e dotti, e dove fuggire, ni ascondere, 
no ha mistieri, n6 cos'ha mai che 7 difendere e pugnar bene, a 
valore ed a senno, e retto e fermo; ed aprestata 6 corona e mannaia, 
perch6 chi no onor ama n6 pro, almeno tema onta e danno. Corona 
ci & coronando onni vincente, e mannaia colpando onni perdcnte 
testa. 8 O chi ha mai diletto 9 savere o ardimento in fornir cosa al- 
cuna, se no lo sommo acquistando etternal bono, e mal tutto fu- 
gendo? Non cielo cangiamo in terra, bel dolze amico, e bene 
sommo ed eterno in breve e vile: ch6 male inverremo, a retto 
stimo. 10 

Non dico gia che riccore 11 o terreno bene dispregi, ch< tutti Dio 
boni li fece, ed a pro d'omo. E come dice sapiente alcuno : 12 Licite 
sono divizie, acci6 che 13 tre cose vi siano : prima, che giustamente 
siano accattate; I4 segondo, che non siano tenute avaramente; terza, 



i. poi lo trapassamento: dopo la disobbedienza (Segre). 2. no era: secondo 
termine di paragone ; sottinteso che . 3-fdra paruto : sarebbe stato distin- 
to, riconosciuto. 4. eke: ci6 che. 5. apresso: qui nello specifico significato 
temporale di dopo; poso: quiete di coscienza. 6. esso: quel tempo, il 
trascorso. 7, ni . . . che: n'e v'& altro da fare salvo che. 8. coronando: 
per coronare; colpando: colpendo, per colpire; testa & da riferire a vin 
cente e a perdente. 9, diletto: amato. io. inverremo: troveremo; a retto 
stimo: secondo giusto giudizio. n. riccore: ricchezza. 12. sapiente al 
cuno: e sant'Agostino, secondo A. Pellizzari (op. cit., p. 264) il quale ricorda 
vari passi delle sue opere. II Meriano accanto a questa citazione pone 
un passo della Miseria deWuomo di B. Giamboni, pressoch6 identico. 
13. divizie: i beni terreni, le ricchezze; accid che: col significato conces- 
sivo; purch^. 14. accattate: acquistate, procacciate. 



GUITTONE D'AREZZO 87 

che non siano male dispese. Re di tutta la terra essere pu6 omo 
con ragione e con Dio, e mendico come ribaldo 1 f6r 2 Dio e f6r 
giustizia . Adonqua, non peccato in ricchezze e, ma in male aqui- 
starle e male usarle. No 3 aquistarle d'inganno e di rapina alcuna, nl 
d'alcun modo laido, e noi vietato, ne" d'usarle creando o mante- 
nendo vizio, ma a bisogni e a vertute: n6 dilettare 4 loro, ma el da- 
tore di loro, usandole a servigio, no a consolazione, ne a piagi- 
mento; ch'a ci6 solo fuoro noi date, servendone ed aitandone a 
caminare esto grave camino e periglioso, a la patria nostra ritor- 
nando; e date ne sono in fio, 5 amare ed onorare 6 e grazia sempre a 
Dio d'esse rendendo, e non d'isse gaudendo, ove gaudio e vizioso 
e vano, ma d'esso solo, in cui solo e da cui e per cui onni vertuoso 
e vero gaudio. Com'esser pu6 gaudio grande di picciul bene, longo 
di breve, vero de non verace, siccome dir si pu6 di bene tutto 
terreno, che picciulo e, che tutto non basta al minore core pagare ? 7 
Brev'e, ch6 sentimilo ora, e non gia; 8 e vano e falso, che" buono e 
dolze sembra, ed e reo ed amaro. Ma gaudio vero e buono e 
grande e dolze no e che J n acompiere razionale diletto ad omo 
razionale; ned e mai libertate che ben seguir ragione, ne* vittoria 
che vizio bene conculcare, n6 ricco 9 che posseder vertu, n6 pre- 
gio gia che 'n valore operare, n6 bene alcuno che per parte di 
bene. 

Non dite donque, no, bel dolze amico: (cGiovane sono, gioven- 
ta 10 vogli' usar e non mi sconvene, che" vizio operare e sempre 
in oni etate vietato ed onni tempo, ove conusciuto e; ma aconciate 
per tempo vostro disio a opera di vertu, e sembreravi 11 dolze, e 
vizio amaro, che confusi hane iz e morti piu d'altra cosa. E periglioso 
e vizioso libro, lo quale n'e messo enanzi per 13 padri nostri in nostra 
prima eitade, che" ci6 ch'essi hano letto, e nostri vicini anche e no 
stri amici, leg[iamo] 14 adessa noi. Unde leggendo in loro vita apren- 

i. ribaldo: povero, nullatenente. 2. for: senza. 3. No: anticipa la nega- 
zione implicita nel vietato (e cfr. il costrutto latino dei verba impediendi). 
4. dilettare: amare; non amar le ricchezze, ma il loro dolor e^ Dio. 5. in 
fio: in feudo, in transitorio possesso. 6. amare ed onorare: con lo stesso 
valore dei gerundi seguenti e sottintendendo, logicamente, Dio . 7. pa 
gare: appagare, render felice. 8. Brev'e . . . gia: e gaudio breve, perche 
lo sentiamo solo ora, e subito non pitu 9. ricco : sostantivo ; ricchezza 
(riccor?) 10. gioventa: giovinezza. u. sembreravi: naturalmente, la 
virtii. 12. hane: ci ha. 13. lo quale n'e messo enanzi per: quello che ci e 
messo sotto gli occhi da. 14. leg[iamo] : Meriano legge legdno. Da padre 
a nglio si tramanda il peccaminoso libro della vita. 



88 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTK 

demo, e Taprensione face talento, e talento fa uso, e uso lungo na- 
tura; e cosa ch'& fermata in natura e in voglia no & guaire 1 leggero 
disradicare per sermone o per altro, si come non leggera e cresia. 
Omo di vertu errato e approvato longamente en vizio, 2 & come 
errato in fede, ch< vizio vertu li sembra, e pasce in ci6, come quella 
che gia pascea veneno per cibo soave e bono; 3 e bono cibo sem- 
brava venenoso lei forse ed amaro ; e si vertu sembra a omo costu- 
mato in vizio, e tene matto chi contra cid lui parla. Siccome Scrit- 
tura dice, amico mio: Anima vene in corpo come taula lavata; 
ch nulla cosa elli su, ma aprestata & a ci6 che Porno scrivere in 
essa vole; e se vi scrive omo bene, bene riceve, e simel male. 4 
Bono, donque, serea escrivervi bono, e scritto en voglia verrebbe 
in uso, e usanza in natura; e seria concordata voglia, uso e na 
tura; e natura d'usansa & naturale; e serea poi leggera 5 a seguir 
vertu, e dilettosa molto, e vizio grave e noioso. Ch6 filosofi tutti 
e sapienti, fedeli e non fedeli, quanti n'eb'anco il mondo, hano 
concordato, nullo contradicendo, in vizio dispregiare e desamare, 
e in pregiare e amare e cara tener vertu; e tutte cose altre hano 
refiutate, ed essa sola tenuta & sofficiente e ricca loro possessione. 
E voi, amico, leggete innel libro loro, non in quello de li amici 
e vicini vostri, e giovano e vano corpo antichi costumi e veri ad- 
dificare, e antichi essi boni, non giovani, seguitare; 6 ch giovani e 
bestie son quasi in uno viaggio, bestial deletto seguendo corporate. 
Ahi, come pu6 lor seguire omo che non conosce, e vertii rationale, 
und'ello 6 omo, obria, e bestia segue? 7 E' credesi piacere e portare 
pregio; ma ingannato & troppo, ch<5 piacere a malvagi & despiagere: 
ch6 loro non piace che cosa non piacentera, 8 n6 seguen gia, n6 
pregiano che dispregiata. Ai boni non piace alcuna che perpiacen- 
te, 9 ni & da loro orrata che per bointa. 

No intendere che dica ei grandi boni, e vi dica picciuli malvagi, 



i . guaire : guari, affatto. 2. di vertii . . . en vixio: che si e allontanato da 
virtu ed e lungamente vissuto nel vizio. 3. quella . . . bono: cfr. a p. 78. 
4. Per questa citazione, il Meriano rinvia alia Summa theologica di 
sanTommaso (i, quaest. 84, art. 3), a Gen., 4, 7 e a Eccli., 15, 14. 5. leg 
gera: lieve, da unir con vertii e con dilettosa. 6. addificare: ediiicare, 
educare. Insieme con seguitare ha valore di gerundio ed entrambi sono 
introdotti da e . . . e: sia . . . sia, 7. come pud . . . segue'/: come pu6 se- 
guirli un uomo che non conosce virtto razionale, per cui e uomo, e, co- 
npscendola, la disprezza, seguendo gli istinti bestiali? 8. piacentera: 
piacevole, amabile. 9. perpiacente: & una forma di superlative. 



GUITTONE D'AREZZO 89 

acci6 che plusor sono che 1 solamente a' grandi amaran piacere e 
de' minore non pregian piacere, non pregio; ma io non dico boni 
minori n6 grandi, ma bono dico chi ama e opera bonita, sia di qual 
gente vole, ch6 nulla cosa mai che 2 bonita e da pregiare ed amare 
in omo, ne" da odiare e desorrare che vizio. Oi quanti dei pic- 
ciuli boni e quanti dei grandi malvagi e quanti d'alti bassi, e quanti 
de' bassi alteri, e quanti servi che converean 3 signori, e quanti 
segnori che degni sereno servi! Non gia grandezza alcuna di san- 
gue, d'amici o di podere omo parte 4 da bestia, ma diletto e opera di 
ragion ne '1 parte; da* malvagi cosa alcuna, mai che 5 bonita. Non 
baron gia, ne" re, ne" villano alcuno dispregio o pregio porta che per 
1'opera sua; ch< chi non vale, non vale, e chi vale, vale, come ch'ello 
grande o picciul sia, di sangue o di podere. Ricchezza crescer a 
misero malvagio omo e misera malvesta; 6 unde, como piu grand'e, 
piu misero e piu malvagio. Si come potenzia disco vre e mostra 
malvagio e misero omo, mostra e scovre valente. Unde, chi che '1 
dispregi, eo riccor 7 laudo in ci6 che non po Porno dispregiare tesoro 
piu che formento o vino o vidanda altra; ma biasmare puo 1'omo 
bene desio disragionato 8 ed uso d'esso. Ma riccore veramente e 
paragone 9 in mostrare disvalor d'omo e valore, in prosperevil parte 
siccome in aversevile e in periglio. Unde, come ladrone teme la 
luce, temer dea 10 misero malvagio omo non ricco vegna, che si come 
fogliare, fiorire e fruttare fa bonita, disfogliare e sfiorire e denudare 
e laidire 11 malvagita fae. Unde vedemo, non vale, ma disvale gran 
dezza a vil e nescient'omo, I2 e disnor li porge ; ch6 potenza Fencusa 13 
ove ello ofTende, e, dove vale, onore porgeli meno, poi riccore 14 a 
valer punge ed aita; e picciulezza iscusa omo se non vale, e s'el 
vale, pregial forte. Adunque maggio 15 ont'ha e maggio male, e 
meno onore ed amore, quanto persona e podesta ha maggio ; per che 



i . No intendere . . . sono che : non credere ch'io voglia affermare che i grandi, 
i potent! siano buoni e i piccoli, i deboli siano cattivi, per quanto (accid 
che) vi son molti che, ecc. 2. mai che: tranne che. 3. converean: con- 
verrebbero, si troverebbero ; ed insieme al seguente sereno (sarebbero) e da 
porre in mezzo a ciascuna coppia di elementi : O quanti piccoli si trovereb 
bero buoni, ecc. 4. parte : allontana, distingue. 5 . cosa alcuna, mai che : nul- 
1'altro, salvo che. 6. malvesta: malvagita. 7. riccor: la ricchezza. 8. de 
sio disragionato: talento contro ragione. 9. paragone: mezzo, prova. 
io. dea: deve. n. laidire: insozzarsi. 12. a vil e nescient' omo: a uomo 
di bassa condizione e ignorante. i^.Vencusa: 1'accusa. 14.^0^ riccore: 
poich.6 la ricchezza. 15. maggio: maggiore. 



90 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

come '1 non saggio de dispiaceri e d'onta s6 difendere puote gik 
meglio, che per poco operare e poco dire? E' fassi tenere savio 
tacendo. Non pu6 scampare meglio vil debele omo e fello, che 
tener 1 basso s6 : ch.6, poi 2 non pu6 operare, non pare lo suo defetto, 
e pensa alcuno ch'el varria, se 'n poder fusse; onde in ci6 fugge 
onta e pregio porta. Non dico gia che picciulezza iscusi picciulo 
omo, s'& malvagio o se non bono; ch.6 bono fuggendo male, e 
amando e seguendo, u* pu6, valore, vole ragion ciascuno. 3 Non do- 
vemo, n6 potemo, esser tutti baroni, ma dovemo e potemo tutti es- 
ser boni. Grazia de Dio, tutto 4 almeno in amore, e' vale pi{i bo- 
nita che baronia; ch6 molto & baron grande omo, ch'6 grandemente 
bono : ch6 ver barone non riccor fae, ma valore. 

E voi, che grande siete, amico mio, grandemente molto tenuto 
siete male fuggendo 5 e seguendo bene; e si bon siete, pensate 
esser migliore e guardate da male ; ch6 laido non laido gia, ma bello 
laidisce, 6 nl reo si pare in reo, ma in bono troppo, come non pare 
in salavo drappo nota, 7 ma in candido pare, e dispare forte e grande 
e* piu laido. 8 Onni omo vol bella e bona onni sua cosa; voglia 
bello e bono s6 sovra de tutte; ch6 tutte belle cose sono laide ad 
omo non bello, e tutte orrate 9 a ontoso omo ontose. E voi, bel dolce 
amico, faite voi bello avante, acci6 ch'onni cosa bella sia belPa 
voi, e guardate da laido, 10 ch6 picciulissimo laido tolle gran bello, e 
picciula onta gran massa d'onor consumma. El Signor nostro, ami 
co, bello f6r tutto laido, 11 e tutto bono f6r reo, e tutto onore senza 
onta, metta e tegna in voi, e mo' e sempre. 



i. tener: col tenere; considerando (altro infinite invece del gerundio; cfr. 
p. 88 e la nota 6). 2. poi: poiche". 3. Mbono . . , ciascuno: poiche" ragion 
vuole che ciascun buono fugga ii male e ami e segua valore, sempre 
che lo possa. 4. tutto: tuttoch6, per quanto. 5. tenuto . . . fuggendo: 
siete tenuto a fuggire il male (Segre). 6. laido: sozzura (sostantivo) ; 
laidisce: insozza, sporca. 7. come non . . . nota: come non e visibile 
una macchia (nota) in un drappo tutto sudicio (salavo), 8. e dispa 
re ... laido: ed in uno piti sporco non e evidente, anche se grande e in- 
tensa. 9. orrate: onorate, lecite. 10. guardate da laido: difendetevi da 
ogni sozzura. n. bello: bellezza, e dipende da metta e tegna, insieme con 
bono e con onore; fdr tutto laido: senza alcuna cosa laida, senza peccato. 



GUITTONE D'AREZZO 91 



XXIX 



Ami co d'onni tempo, amico vero, don Petro, 1 etc. 

Carissimo, con ci6 sia che in fare amico, omo, come nemico 
quasi guardar dea, 2 grazia grande tu j ha retto viso ; 3 e a lo viso de 
Talma allegendo e facendo in te amico, chedendo bello e presto 
lei respondendo in tutti li soi piaceri, 4 orrata hai amistate, merze 
de tee. E non menzion far voglio di quanto operasti in essa, 5 pre- 
sente io stando : ch6 quando amico ad amico e pressimato, 6 servire 
e grazia fare non tutto & vera prova di vero amore. In sembrante 7 
pu6 esser amor di fore, e intenzione tacit'in cambio ; 8 ma, ove si 
prova amore, veracemente meraviglia al tu j fatto amico vero, come 
e in aversitate e longitade d* amico. 9 Tutti amori non radicati in 
bono, nei tempi detti, simile sono a biado barbato 10 in sasso : a 
tempo di gran calore disecca e torn'a nulla; e si amore; ma radi- 
cato in preziosi cori, pigno in" devozione e in dolcezza. Da fonte 
di pietate e liberalitate alquanti beni permagnon verdi e fruttificano 
onni tempo. No 6 amore, no, quando con amore, come albore I2 che 
fruttifica certo tempo in istate e non in verno, uno anno e aultro 
noe ; ma sempre fiore e frutto fae prezioso, e cresce in tempestate 
e megliora in longita 13 d'amico. O quante lettere, quante, quante 
salute, quante visitazione in istraina terra hai presentato me, 
quasi in tuo luogo parlando e stando meco! 14 E con quale gioia e 

i. don Petro: probabilmente messer Pietro Saraceno da Massa cappellano 
del Papa, rettore della Massa Trabaria e vescovo di Vicenza (Torraca) 
tra il 1278 e il 1290 circa. In sua lode Guittone scrisse la canzone Messer 
Petro da Massa legato. 2. con cid . . . dea: sebbene nel procacciarsi un ami 
co un uomo deve guardarsi come se si trattasse di un nemico. 3. viso: 
occhi, vista. 4. e a lo viso . . .piaceri: e secondo gli occhi deU'anima sce- 
gliendo e procurandoti gli amici, bene all'amista chiedendo e sollecito a lei 
rispondendo in ci6 ch'essa gradiva. 5 . in essa : nell' amist ate ; verso Guitto 
ne. 6. pressimato: vicino. 7. In sembrante: all'apparenza. 8. e intenzio 
ne. . .in cambio: ed in cambio, una tacita intenzione, cioe invece d' amore, 
interesse. 9. ma. . . amico: ma la dove s'intende a prova 1'amicizia, ogni 
amico vero sente vera ammirazione per ci6 che hai fatto, ch6 lo hai fatto 
mentre 1' amico e lontano e colpito da awersita. io. barbato: che ha get- 
tato le barbe, le radici. n. pigno in: pegno di 12. No e... albore: 
non e no, Pamore, quand'e vero, aggiungendosi amore ad amore, come 
1'albero, ecc. 13. longita: lontananza. 14. hai presentato . . . meco : m'hai 
presentate, inviate, come se parlassi di persona e stessi con me. 



92 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

grande sono lettere mieie per te 1 acolte! Quasi vedessi me, vedi 
esse, orrando ; 2 e se senti alcuna fadiga mia, come io nel corpo, tu 
port! nel core el pondo; e come parte prendi del mio mcsagio! 3 
Agio e piacere tuo meco departi, continue confortando e solaz- 
zando, adolzandomi tutto amaro mio. Grazia a te, grazia, amico, 
e merzede tutta di tanto graziosa tua benvoglienza, de si orrata 
discreta discrezione. No ha* smentato, 4 s'io punto operai in tei. 
Dio, per sua grazia magna, bel dolze amico, donime grazia e tempo 
in tante grazie responderte grazioso; o vero Esso, che p6, per me 
grasisca. 5 



XXXVIII 

Ser lacopo 6 suo, Guittone frate vostro, tutta salute, e sempre. 

Paraule molte, amico, parlasteme. Verando quella parola: De 
abundantia cordis os loquitur)), 7 credo in vostro core amore abonda: 
perch6 parole molte e grande forte, e promesse magiore porgesteme. 
Ma io, considerando a quello sinicile 8 motto: Ove parole corte, 
longa amistate lauda, poco audire e men dire agio in amore, con 
operando assai e piu amando: ch6 no e degna cosa che parole 
mostrino amore, ma fatti molti e boni, che* fatti e non parole in 
amista son prova. E certo, bel dolce amico, parole a fatti 9 assai 
vostro amore appo me han[o] approvato, 10 unde non giik ci6 dico 
perch.6 molto partaste: perch6, se parlaste bono, e' macin6 a bot- 
tacio [vjostro mulino. 11 Longo tacere fa longo parlare, ch6 voi molto, 
par,tac[e]ste, che dite che dottavate parlare, s'aveste me soficiente. 1 * 
Non mi gabate, amico, ch6 parlare savreste davante a Deo. Ma 
ditemi verita, se Dio vi salvi, se fu 13 tanto tacere, per6 che voi non 



i. per te: da te. 2. orrando: onorandole del tuo interesse. ^.mesagio: 
dolore, infermita. 4. smentato: dimenticato, 5. grasisca: ricambi in gra 
zia. 6. Ser lacopo: forse, lacopo da Leona, il rimatore in morte del quale 
Guittone scrisse il compianto Comune perta fa comun dolore. 7. Ve 
rando: inverando, verificando. La frase latina e tolta da Matth., 12, 34. 
8. sinicile: di Seneca. 9. parole a fatti: parole e (latino ac) azioni. 
io. han[o] approvato: hanno provato. 11. se parlaste ... mulino: se e 
vero che parlaste bene, il vostro mulino macino a bottaccio, cioe con 
acqua poca e rara, raccolta a volta a volta. 12. s'aveste me soficiente: 
per dubbio di considerarmi sollecito a rispondermi. 13. sefu: se avvenne; 
se di tanto silenzio fu causa il fatto che, ecc. 



GUITTONE D'AREZZO 93 

caro tanto m'aveste, che tanto oncastro 1 o carta voleste perdere 
in me. Ma se vostra bonitate voi move, movavi a che vo' piace, 
e piciula cosa e grande, e tardi e vacio: 2 che vostro piacere mi 
piace, e d'esso pago. 3 



i. oncastro: inchiostro. 2. vacio: avaccio, presto. 3. pago: mi appago. 



LETTERE DI GUITTONIANI 



Guittone, si sa, fece scuola. Nessuno degli scrittori dotti e lette- 
rati di Toscana rimase immune dalla prepotenza del suo influsso, 
poich6 egli aveva saputo operare in se la sintesi del recente passato 
e dare inizio con la sua opera alia nuova letteratura militante. In 
questa piii ampia significazione neanche gli stilnovisti, in taluni 
loro motivi spirituali e stilistici, si sottraggono alle piu valide indi- 
cazioni guittoniane. Ma Guittone godette anche di una discepo- 
lanza devota ed angusta, che faceva cerchio intorno a lui, parti- 
colarmente nelPambito degli affiliati all'ordine dei Cavalieri di 
beata Maria, al quale egli stesso apparteneva; essa ne riecheggiava 
i temi, perch6 ne condivideva gl'impegni spirituali, ne ripeteva la 
tecnica ed il lessico. Ammiratori ed imitatori, che G. Zaccagnini 
ed A. Parducci hanno raccolto in buona parte e studiato in un noto 
volume laterziano (Rimatori siculo-toscam del Dugento, serie I, Pi- 
stoiesi-Lucchesi-Pisani, Bari 1915; vedi pure Lapoesia delDuecen- 
to, a cura di G. Contini, Ricciardi, Milano-Napoli 1959, I, pp. 299 
sgg.). Si scambiarono anch'essi le loro lettere morali nel nome 
del maestro, conchiuse dalla immancabile serie dei quattordici 
versi. Ecco qui una lettera di Meo Abbracciavacca, prediletto fra i 
discepoli (era pistoiese, ancor vivo nel 1300, ma gia morto nel 13 13), 
al poco noto suo amico Bindo; ed ecco un suo breve, ma ben rap- 
presentativo, scambio epistolare (e poetico) con il collega e con- 
fratello - forse un po* piu vecchio di lui - Dotto Reali da Lucca, 
che fu anche defmitore dell'ordine. Saranno sufficient!, queste 
pagine, per sentire come la retorica, che in Guittone aveva quasi 
sempre una sua interiore giustificazione e percii una sua necessita, 
qui scada troppo spesso a gioco freddo e ricercato, pur se talora 
raffinato; e come la sottiglianza, che nei momenti piu felici 
del maestro si risolveva in una sorta di demiurgismo linguistico, 
qui s'identifichi troppo spesso, ancora, con una gratuita oscurita. 

M. M. 



A. SCHIAFFINI, Tradizione, pp. 71-81. 



MEO ABRACCIAVACCA 

Amico Bindo, 1 Meo Abracciavacca, ci6 che piu ti sia bono. 

L/amista fredda celata d'amici lungiamente veduta: 2 per6 con 
vene ad essa socorso di parole almen o visitazione. Unde p6samcvi 
non poco non di tuo stato inteso per te alcuna cosa; 3 e, ponderosa 
via piu, mi grava odita 4 quasi di pubrica voce, non bene aconcia 
in tuo pregio. Di[co] che bono comincio torna per sentenzia di 
troppo avacciata natura, 5 laddove pregio montato avalla, poi 7 suo 
podere nol sostene. Di che f6ra minore assai male no aver co- 
minciato, che partir di bono comincio : ch6, rasa scrittura di carta, 
peggio poi loco 8 si scrive, e cosi pregio, istinto 9 nel core, peggio 
ralluma. 10 Ahi, come pare laido detto, dicendo : Quei fu gi& bono ! 
Ahi, carnal desiderio quanti nobili e grandi ha inabissati! Forsi 
sembrati scusa, s'have te vinto ? No, ma defensione piu laude porta. 
Onne operazione vole misura, e 6r I3C d'essa vizio si trova; e quanto 
meno e 'nde f6ri, meno have vizio podere. Donque, se misurare 
omo non puote volonta carnale, apressi 12 quanto puote a misora. 
E se mi dici: Gioventute forte m'asaglie, dico: Difendi con 
ragion vecchia c'hai; ch6 gioventude s'intende in due modi: quanto 
al tempo, e quanto in costumi. E se ragione loco resistere non pote, 
fuggi, ch6 fuggire s'intende prodezza, Ik dove convene . Se pronto 13 
ti pare mio detto, reputane d'ira furore: e se ti piace, mi scrive 14 
quello che la tua coscienzia giudica di te dirittamente, e al sonetto 
di sotto rispondi con paraule e con operazione. 

Non volonta, ma om[o] fa ragione, 15 
per che soperchia vantagiando fera; 
e qual sommette a voglia operazione 
torna di sotto, Ik dove sopr'era. 

i. Bindo: probabilmente, Bindo d'Alessi Donati, oscuro rimatore guitto- 
niano. 2. Uamista.. . vediita: si ordini: veduta d'amici lungiamente celata 
fredda (raffredda) Vamista. 3. non . . . cosa : non aver saputo da parte tua al 
cuna cosa intorno al tuo stato. 4. via piu : vieppiu ; odita : la fama che io 
ascolto. 5. torna . . . natura: si muta a causa di un giudizio dovuto a 
carattere impetuoso. 6. avalla: s'abbassa. 7. poi: da poi che. 8. loco: 
cola. 9. istinto: estinto. io. peggio ralluma: non si riaccende pih come 
prima. n.fdr: lontano da, senza. 12. apressi: s'awicini. 13. pronto: 
animoso. 14. mi scrive: scrivimi. 15. ragione: e il soggetto, insieme con 
volonta. 



LETTERE DI GUITTONIANI 97 

Perci6 chi have saggia oppinione 
porta dinanzi di ragion mainera, 1 
e di se dritta d'om fa elez'ione, 
unde li surge poi di gioi' lumera. 

E dunque, amico, c'hai d'omo figura 
razional, potente, bono e saggio, 
come ti sottopon vizio carnale ? 

Pensa perchje] e a Fumana natura, 
che di tutti animai sovr'ha barnaggio: 3 
non vorrai, credo, poi, vita bestiale. 



i. porta . . . mainera: adduce atti ragionevoli. 2. perch\\ e: a qual fine 
e creata. 3. barnaggio: superiorita, nobilta. 



MESSER DOTTO REALI DA LUCCA 

A te, Meo Abracciavacca, Dotto Reali, menimo fratc dell' ordine 
dei Cavalieri di beata Maria, manda salute. 

Pensando che lo core dell'omo non si chiami contento indelo 
stato la u j si trova; e si come sono divisi li stati e le condissioni 
deiromo, cosi sono divise le volontadi; e per le volontade che sono 
diverse 1 indel corpo de 1'omo, perfessione non si trova in intelletto, 
ma parte de le cose si puon sentire per esperiensa e per ingegno, 
e ci6 giudica ragione umana ;* e io, 3 conoscendo in me simele 4 core 
e volontade per 5 defettiva parte del mio sentire, mi movo per fare 
me chiaro del mio difetto. E acci6 che scuritate riceva lume da 
quella parte che darlo p6, mando a te questo sonetto per tutte 
quelle cose che di sopra son ditte ; e risponsione mi manda di ci6 
che senti, e mostralo a frate Gaddo e a Finfo. 6 

Similimente canoscensa move 
lo cor deH'om, che spesso si disforma, 7 
si come Taire face quando plove, 
che per contrario vento si riforma, 8 

e venta 9 puro, e mostra cose nove 
in occhio d'om per parer, non per forma. 10 
A simil 11 parlo, per intender prove 
del meo defetto da ci6 che piu forma. Ia 

E ci6 & mezzo, di principio fine 
e di fine principio naturale, 13 



i. sono diverse: sono mutevoli, non permettendo la perfezione intellettuale. 
z. per esperiensa . . . umana: cioe per atto sensibile o per atto volitivo, 
secondo il giudizio dell'umana ragione. 3. e io: Ve in ripresa introduce la 
proposizione principale (mi movo). 4. simele: cioe non contento indelo 
stato Id u* si trova. 5. per: come. 6. a frate Gaddo e a Pinfo: frati gau- 
denti anch'essi e rimatori guittoniani. A Finfo del Buono e indirizzata la 
lettera xx di Guittone (qui a pp. 70-4). 7. che spesso si disforma: per la sua 
gia affermata insoddisfazione. 8. si riforma: si rifa, piglia il suo nuovo 
aspetto. 9. venta: soffia. io. per parer, non per forma: nella loro appa- 
renza, non nella sostanza. 1 1 . A simil: per via di paragone. 12. per inten 
der . . .forma: per significare le prove di quanto la mia volontd. sia lontana 
dalPintelletto, principio formale. 13. E cid . . . naturate: e questo difetto 
e in mezzo tra la vita sensitiva di cui e quasi fine, e 1'intellettiva, di cui e 
principio. 



LETTERE DI GUITTONIANI 99 

ch'assai palese mostra, in cui figura. 

Qual d'esti dui piii sente, 1 e chi di fine 
intenda, non che porti naturale 
per s6, manda per cornpier la figura. 2 



1 . Qual . . . piu sente : quale di essi (cioe del senso e dell'intelletto) eserciti 
maggior forza sugli appetiti della volonta quando il cuore e insoddisfatto. 

2. e chi . . .figura: e quale di essi stia a significare il fine della nostra esi- 
stenza, a parte ci6 che comporta per se Tappetito naturale, fammelo sa- 
pere (manda), completando le immagini del mio sonetto (rispondendo 
alia proposta). 



MEO RISPOSTA AL SOPRASCRITTO 

Messer Dotto frate, Meo Abracciavacca, salute di bono amore. 
Da lume chiaro di natura prende scuro, e non da scuro chiaro 
lume; 1 per che non da bisogna vostro mandate credo: 2 ch'assai 
prova intelletto vera operazione: perci6 temendo parlo. Dico che 
ogni opera umana solo da volontk di posa 3 move, e mai per omo 4 
in esto mondo non trovare si p6; e ci6 e la cagione che '1 core non 
si contenta. Poi dico che ogn'altra criatura naturalmente in esto 
mondo tanto trova sua posa; e se omo maggiormente nobile crea- 
tura fo formato, come non sovra Pautre criature have pcrfezionc di 
posa avere ? s Nente ragion lo vole, che lo 'ntelletto posi ned aggia 
affetto u' 6 non e sua natura: ch'elli non e creato come corpo si crea 
in esso loco, ma have dal Sommo e Perfetto compimento. 7 Cusi pur 
di ragione 8 altra vita intendo, ove intelletto posi e sia perfetto ; e 
voi, intendo, siete omo razionale, ch'avete presa via di ritornar 
al perfetto principio per fina canoscenza. Se volontate varia 9 per 
istati diversi, non varii operazione d'avere verace spera 10 venendo a 
fine fine. 11 In ci6 che mandasteme lettera e sonetto, perche' risposta 
avete di mio sentire, rispondo ; e se vostra intenzione non si pa- 
gasse, 12 riputatene il poco saver mio, che* volontk pur aggio di sodi- 
sfare ad onne piacer bono: per compimento volontk prendete. A 
frate Gaddo e a Finfo, 13 come imponesteme, il mostrai e diei 
scritto. 

Parlare scuro dimandando, dove 
risposta chiere veder chiaro Porma, 
non par mistero che sentenzia trove, 
ma del sentir altrui volerfe] norma. 14 

i. Da lume . . . lume: 1'oscurita acquista luce da lume chiaro c non vice- 
versa. 2. non da . . . credo : non credo che da bisogno derivi ci6 che 
chiedete. 3. volontd di posa: desiderio di pace. 4. per omo: da alcuno. 
5 . have . . . avere ? : ha da avere pace perfetta ? 6. Nente . . . natura : la ragione 
non pu6 ammettere che P intelletto trovi pace e ponga il suo amorc 1& dove, 
ecc. 7. have . . . compimento: trova tutt'intera la sua perfezione. 8. di 
ragione: secondo ragione. 9. varia: muta. 10. verace spera: la vera luce, 
n. a fine fine: 1'uno e sostantivo, 1'altro & aggettivo; a perfetta fine. 
12. pagasse: appagasse. 13. frate Gaddo . . . Finfo: cfr. la nota 6 a p. 98. 
14. dove . , . norma: mentre per una risposta e necessario veder ben chiara 
la linea del ragionamento, non sembra uopo (mistero) a formulare giudizio, 
ma solo a conoscere (voler[e] norma) 1'altrui parere (del sentir altrui). 



LETTERE DI GUITTONIANI IOI 

A ci6 che 'ntendo, dico mezo sove 
di primo fine; e di fine storma 
qual nel mezo, difetto, fine s' trove: 
dunqua per fine ten piu vizii a torma. 1 

Cosl bono tornare pregio chine 
di monte 'n valle del prefondo male, 2 
acci6 bisogna di ragione cura. 3 

Voi conoscete 4 da la rosa spine: 
seguir convene voi a fine tale 
che '1 primo e '1 mezo di lod' agi' altura. 5 



i. dico . . . torma: dico che so un mezzo che e fine di principio, e chi in 
questo mezzo, che e difetto, trova per s6 la fine, si allontana (storma) dal 
veto fine; e perci6 come fine ritiene una torma di vizi. 2. Cosi . . . male: 
cosl io pregio qui sulla terra (chine) il portare il bene dall'alto dei monti giu 
nella valle del male. 3. accio . . . cura: poiche", per far questo, occorre 
la sollecitudine razionale. 4. conoscete: sapete distinguere. 5. di lod j 
agi' altura: abbia altezza di lode. 



FRA GUIDOTTO DA BOLOGNA 



In un suo studio, che riteniamo tuttora fondamentale per la cono- 
scenza e per la varia importanza da attribuire ai rami della tradi- 
zione manoscritta del Fiore di rettorica di fra Guidotto da Bologna, 
Felice Tocco (// Fior di rettorica e le sue principali redazioni secon- 
do i codici fiorentini, in Giorn. stor. d. lett. ital. , xiv, 1889, 
pp. 337 sgg.) sceverava quattro redazioni di quell'opera. Una pri- 
ma, indubbiamente la piu antica, ma anche la piii turbata, reca 
esplicita la paternita guidottiana e si apre con una dedicatoria al re 
Manfredi; un'altra, invece, piu ordinata, e priva della dedicatoria 
ed e attribuita a Bono Giamboni; una terza si potrebbe considerare 
intermedia tra le due precedenti ; ed infine una quarta redazione 
segue da vicino la retorica erenniana ed e, dal punto di vista 
strutturale, la piu completa. Queste quattro redazioni)) concludeva 
il Tocco sono ben diverse Tuna daU'altra; ma tutte possono con- 
siderarsi come correzioni o emendazioni o complemento della re 
dazione guidottiana. Non e probabile che lo stesso scrittore abbia 
rifatto quattro volte il suo rimaneggiamento, e Fipotesi piu naturale 
e questa, che saltando agli occhi le imperfezioni del testo guidot- 
tiano, molti o contemporaneamente o successivamente si siano 
adoperati a correggerlo (p. 364). Inedite le redazioni dal Tocco 
indicate come terza e quarta; pubblicata dal Manni la seconda, 
giamboniana (Firenze 1735); la prima, attribuita a fra Guidotto, 
ebbe il suo editore in B. Gamba (Venezia 1821). 

Nessuna notizia su codesto fra Guidotto. 6 dubbio, pur se non 
vogliamo respingere ogni percentuale di probabilita, che egli 
possa identificarsi con il fra Guidotto da Bologna, compreso in 
un lungo elenco di grammatici bolognesi, sul quale G. Zacca- 
gnini ferm6 la sua attenzione (Fra Guidotto da Bologna, in Ri- 
matori e prosatori del secolo XIII, in Arch. Rom. , xvm, 1934, 
pp. 344-5). E se la dedicatoria al re Manfredi, con la quale si 
apre la redazione guidottiana, e veramente di lui, come una 
aperta citazione in prima persona fa credere, se ne potrebbe ipo- 
teticamente trarre qualche considerazione sui suoi orientamenti 
politici e su di una sua eventuale condizione di evidenza. NulPaltro 
crediamo si possa per ora aggiungere. Certo e, invece, che grazie a 
quella stessa dedicatoria si possono segnare con precisione i termini 



104 A ^ TI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

entro i quali il Fiore fu coraposto: Manfredi oper6 dal 1254 a * 
1266 (ma fu coronato re a Palermo nel 1258). 

L'opera fu considerata ora un libero rifacimento dei libri del 
De inventione ciceroniano, ora di quelli della Rethorica ad Heren- 
nium (G. Di GIULIO, // Fiore di rettorica difra Guidotto, la Retto- 
rica ad Erennio e i libri De inventione di Cicerone, Assisi 1914; 
estratto dalla Ri vista d j Italia , a. iv, nn. 4-5 e 6); ma nonostante 
le conclusion! del Di Giulio, che cioe fra Guidotto seguisse bensi 
nella sostanza la Rhetorica ad Herennium . . ., ma che egli avesse 
present! anche i libri ciceroniani De inventione (ivi, p. 25 del- 
T estratto), si e tutti concordi nel credere che il Fiore guidottiano 
si riallacci direttamente alia retorica erenniana, come g& ebbe a 
suggerire il Nannucci (Manuale 2, p. 115) e a dimostrare A. Gaz- 
zani (Frate Guidotto da Bologna, studio storico-critico con testo di 
lingua inedito del secolo XIII, Bologna 1885, PP- 53 s gg-)- Anzi, sul 
confronto di quel testo latino con il volgarizzamento guidottiano 
Francesco Maggini ha imbastito un'assai fine analisi (// Fiore di 
rettorica, in Volgarizzamenti, pp. 1-15), rilevando e spiegando 
omissioni ed errori, stranezza delPordinamento, travestimenti e 
pesantezze stilistiche, ma anche indicando la chiarezza dell'espres- 
sione di quella prosa che non di rado riesce ad essere snella ed 
elegante . Risulta, dunque, riconfermato, in questo, il giudizio di 
A. Schiaffini ( agile e compendiosa versione, in un periodare che 
cerca di darsi un contegno inchinandosi alia costruzione latina; 
Tradizione, p. 143), anche se appare tuttavia necessario attribuire 
un peso maggiore, per le lunghe e monotone parti espositive, ad un 
giudizio limitativo, pur presente, con grande discrezione, nelle 
pagine del Maggini (cfr. particolarmente pp. 7-9 e 12). Ed occorrcrk 
sempre ricordare che la redazione originale pare sia andata perduta 
(scritta certamente in un bolognese illustre affine a quello del 
Faba), e che perci6 non si e in grado di dire come e in che misura 
da essa si allontani la cosiddetta redazione guidottiana in volgare 
toscano, che ci e pervenuta. 

M. M. 



A. BARTOLI, Prosa, pp. 122-34; G. BERTONI, Duecento, pp. 346-7; A. 
SCHIAFFINI, Tradizione, pp. 142-4; Momenti, p. 80; F. MAGGINI, Vol- 
garizzamenti, pp. 1-15. 



FIORE DI RETTORICA 

Qui comincia la Rettorica nuova di Tulio traslatata di gramatica 1 
in volgare per frate Guidotto da Bologna. 

Nel tempo che signoreggiava il grande e gentile uomo Giulio Ce- 
sare, il quale fu il primo imperadore di Roma, di cui Lucano e 
Salustio 2 e altri autori dissono alti e maravigliosi versi nel quator- 
decimo e quindecimo anno dinanzi alia nativitade del Nostro Si- 
gnore Gieso Cristo ; in quel tempo fue il nobile e virtuoso uomo, 
cittadino di Capova, del regno di Puglia, il quale era fatto abitante 
nella nobile citta di Roma, 3 ch'aveva nome Marco Tulio Cicerone. 
II quale fu maestro e trovatore della grande scienza di rettorica, 
cio& di bene parlare; si trov6 e ordin6 per lo suo grande senno 
naturale questa scienzia di rettorica, la quale avanza 4 tutte Taltre 
scienzie per la bisogna di tutto giorno parlare 5 nelle valenti cose, 
si come in fare leggi e piati civili e cherminali, 6 e nelle cose citta- 
dine, 7 si come in far battaglie e ordinare schiere e confortare cava- 
lieri nelle vicende de 1'imperii, regni e prencipati, con governare 
popoli e regni e cittadi e ville e strane e diverse genti, si come in 
conversa[re] 8 nel gran cerchio del mapamondo della terra. Et a 
contare brievemente la vita del detto Marco Tulio, voglio che 
sapiate ch'egli fu uomo intento della sua vita, 9 amabile e costante 
di grazia e di vertu, grande della sua persona e ben fatto di tutte 
membra; e fu d'arme maraviglioso cavaliere, franco di coraggio, 
armato di gran senno, fornito di scienza e di discrezione, ritrovatore 
di tutte le cose. Et io frate Guidotto da Bologna, cercando le sue 
magne 10 vertudi, &mmi mosso 11 talento di volere alquanti membri 
del Fiore di rettorica volgarizzare di latino in nostra lingua, si come 
apartiene al mestiere 12 de' laici, volgarmente. E come contaremo 

i. gramatica: latino. 2. Salustio: Sallustio, considerate poeta insieme con 
Lucano, il quale, d'altra parte, e fatto vivere ai tempi di Cesare. 3. fatto 
abitante . . . Roma: avendo ottenuto la cittadinanza romana. Cicerone nac- 
que ad Arpino, nel 106 a. C. Nel Medioevo gli si attribuiva concordemente 
la Rhetorica ad Herennium. 4. avanza: supera, sovrasta. 5. per la biso 
gna . . .parlare: per la necessita che noi abbiamo di parlare continuamente. 
6. cherminali: criminali, penali. 7- cittadine: che riguardano la vita politi- 
co-militare dello Stato ; si oppone a valenti, piu nobili ed alte. 8. in conver- 
sa[re]: ilms. recafn conversatori; ma la frase e da ricondurre ai due prece- 
denti e analoghi $i come. 9. intento . . . vita: attivo, deciso durante la sua 
vita. io. magne: grandi, eccelse. n. emmi mosso: mi & nato (con rapido 
anacoluto). 12 si come . . . mestiere: tanto quanto e necessario al bisogno. 



106 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

per lo 'nanzi nel versificato 1 che fece il grande poeta Vergilio, 
nel tempo che fu Otaviano imperadore Agusto, figliuolo adottivo 
di Giulio Cesare, ne lo 'mperio della sua dignita naque Cristo, glo- 
rioso salvatore del mondo. II quale Vergilio si trasse tutto il co- 
strutto dello 'ntendimento de la rettorica, e piu ne fece chiara di- 
mostranza, sicch6 per lui possiamo dire che Pabbiamo [ritrovata], 
e conoscere 2 la via della ragione e la etimologia 3 dell'arte di retto 
rica, imperci6 che trasse il gran fascio in piccolo vilume e recollo 
in abreviamento. 4 Et io, considerando te e la tua grande bonta, 
alto Manfredi Lancia, 5 re di Cicilia, si come a diletto e caro si- 
gnore nell'aspetto 6 de' valenti prencipi del mondo, essere 7 sopra gli 
altri re grazioso, ho compilato questo Fiore di rettorica nell'or- 
natura 8 di Marco Tulio, nel quale, secondo il mio parere, vo j po- 
tete avere soficiente et adorno amaestramento a dire, in questo 
libro, in piuvico et in privato. 



TRATTATO PRIMO 

Qui tratta sopra sapere bene et ordinatamente favellare, e per 

quanti modi s'apara bene et ordinatamente a parlare, e Vusanza 

che fa bisogno. 

Coloro che vogliono ornatamente e piacevolemente sapere favel- 
lare, bene e profittabilmente possono venire a capo di loro intendi- 
mento per tre vie. L'una, per molta usanza di dire, 9 perch6 usando 
di dire, Tuomo [per] natura da se medesimo imprende. 10 La se- 
conda, per seguitare 11 nel suo dire alcuno bello dicitore ch'abia gia 
udito, perch6 diletandosi Puomo nel dire d j alcuna savia persona, 
[del] bel dicitore seguitando le parole, el modo suo si adorna. 
La terza, per vedere e per sentire la dotrina e gli amaestramenti, 

i. nel versificato: nell'opera in versi (iv ecloga?). 2. e conoscere: dipende 
da possiamo. 3. la etimologia: in senso lato e secondo 1'antico concetto 
d&ll'ornatus. 4. // quale . . . abreviamento: riecheggiano forse qui le lodi 
date al magistero retorico di Virgilio airinizio delle Inter pretationes di 
Donato; ma Guidotto (forse per confusione con Virgilio il grammatico) 
par credere che Virgilio abbia proprio scritto una Retorica. 5. Manfredi 
Lancia: figlio di Federico II e di Bianca Lancia, caduto nella battaglia 
di Benevento (1266). 6.nell'aspetto: al confronto; cioe, quando guardo, 
considero tutti gli altri, ecc. 7. essere: da unire col precedente te (ed in 
anacoluto, con la tua grande bonta). 8. nelV ornatura : secondo i dettami 
deH'ornatus. 9. usanza di dire: esercizio nel parlare, oratoria. io. impren 
de: appreiide. n. per seguitare: imitando. 



FRA GUIDOTTO DA BOLOGNA loy 

che in sul favellare e data 1 da savii. Ma questo interviene per li due 
modi che t'ho posti di sopra, cio& per usanza di molto dire, o per 
seguitare nel suo dire alcuno bello dicitore. [Non] aparano gli 
uomini laici 2 a parlare berte [per] lo terzo, [cio]e per sapere o per 
vedere o per sentire gli amaestramenti e la dotrina che in sul 
favellare e data da* savii, perchd no'lla sanno, ne possono sapere, 
per6 ch'e data per lettera da loro; 3 che per neuno de' detti tre 
modi di sopra apara bene 1'uomo a parlare, se prima none usa di 
dire; ma usando di dire e sapendo gli amaestramenti dati, o segui- 
tando [nel] dire alcuno bello dicitore, s'apara a favellare tosto e 
piacevolemente. Per la qual cosa possiamo vedere che '1 bel dire e 
tutto dato a Fusanza, 4 e sanza usanza non pu6 essere bel dicitore. E 
per usanza di molto dire, o per seguitare nel suo dire alcuno bello 
dicitore, aparano gli uomini valenti laici a parlare ; e non per sapere 
gli amaestramenti dati da savii in sul parlare, per6 che no gli sanno. 
Ma perci6 che di questa via 5 possano i laici che non sono aletterati 6 
alcuna cosa vedere, mi pener6 di darne alcuno amaestramento, 
bench6 malagevolmente si possa ben fare, perch6 la matera e molto 
sottile a me non ben saputo ; 7 e le sottili cose non si possono bene 
aprire, sicche" se n'abia bene fermo intendimento, a' non litterati, 
se '1 disponitoire non e savio. E per6 quegli che legge in questo li 
bretto, se d'alcuna cosa dubitasse, legga in prima e rilegga molte 
volte, si che da se medesimo lo 'ntenda, ch'io le pur diro si che 
intendere le potril; e se alcuna volta dubitasse di cosa che non in- 
tendesse, si ricorra a' savii, per6 che ne J l faranno inteso ; per6 che 
'1 domandare spesse volte delle cose dubitose 6 una delle cinque 
chiavi di sapienzia, 8 per la quale Fuomo puote divenire savio. 

Qui si comincia di che matera de trattare il libro 
e mostra V or dine che de tenere. 

Delia dotrina e degli amonimenti, che 'n sul favellare sono dati 
da' savii, volendo alcuna cosa ritrarre in volgare, ti voglio in prima 
mostrare come il dicitore dee sapere bene e ordinatamente par- 

i. e data: concordat con dotrina] e cosl piti avanti. 2. laici: piti giii sara 
precisato: che non sono aletterati. 3. e data . . . loro: la loro dottrina e 
scritta in latino (per lettera). 4. a Vusanza: dall'esperienza. 5. di questa 
via: degli amrnaestramenti degli antichi scritti per lettera. 6. aletterati: 
letterati, conoscitori della lingua latina. 7. saputo : savio. 8. e una . . . sa 
pienzia: nella Scala che mandd santo Francesco a f rate Bernardo, nota an- 
che come Trattato delle cinque chiavi di sapienza (cfr. Miscellanea di opu- 



I08 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

lare; apresso, come il detto suo d6 sapere ordinare; apresso, come 
con bel regimento 1 e piacevole dee sapere lo detto suo proferere; 
apresso, per quante vie e modi si dee e pu6 consigliare in su le cose; 
apresso, per quanti modi si pu6 dire bene e male d'alcuna persona, 
E chi delle dette cose vole imparare, arenda 3 tutto Tanimo suo al 
detto mio, et asottigli lo 'ngegno e fermi la memoria e lo 'ntendi- 
mento, perch.6 la materia & molto sottile e contiene in s6 molte 
utile cose. 

Qui dice delV operamento del comindare. 

Gli amunimenti e la dotrina che in sul favellare 6 data da* savii, 
vogliendo, in quanto & possibile, recare in volgare, e [quanto i] ba- 
stevole, a coloro che sono laici, di saper, e' fa bisogno di sapere 
in prima quale & la matera della quale si favella. E dicono i savii 
che tutta la matera del favellare e in tre generazioni di favellare: 3 
cio& giudiciale, demo strati v [a] e deliberativ[a]. Giudiciale h quella 
favella quando si domanda alcuna cosa, o accusa alcuna persona, 

rispondesi a la domandagione o alFacusa fatta da alcuno; e e 
detta iudiciale, perch6 s'usa dinanzi a signoria et a giudici che ren- 
dono la ragione, 4 et & favella di contenzione. 5 Deliberativa & detta 
quella favella, quando sopra alcuna cosa si consiglia; e k, detta 
deliberativa, perch6 colui che consiglia, dilibera in prima quello 
ch'6 da prendere nel consiglio. 6 Demostrativa 6 quella favella, 
quando si dice o bene o male d'alcuna persona; et k, dimostrativa, 
perch6 dimostra chente 7 & la persona della quale si favella: le quali 
favelle come si possono usare e fare 8 perfettamente, ti voglio per 
ordine mostrare e aprire. Hacci savii che dicono 9 che i modi che 
d6 avere il dicitore, acci6 che possa dirittamente parlare, sono tre : 
cio& grave, mezano e minore. Grave 6 detta quella favella, la cui ma- 

scoli inediti o rari del secoli XIV e XV, a cura di vari, Torino 1861) que- 
sta chiave manca, probabilmente perche" vi si tratta della sapienza ri- 
volta alle cose di Dio, e non alle cose del mondo ( quanto sia breve la 
vita; quanto e isdrucciolente la via; quanto sia el punto della morte in- 
certo; che premi agli giusti; che tormenti agli peccatori). i. regimento: 
atteggiamento esteriore, gesto. 2. arenda: arrenda, abbandoni. 3. del 
favellare . . . di favellare : il primo e argomento, il secondo specificazione. 
4. rendono la ragione: amministrano la giustizia. 5. contenzione: lite giu- 
diziaria. 6. dilibera . . , consiglio: prende una decisione sugli argomenti atti 
a persuadere o dissuadere. 7. dimostra: rivela; chente: quale, di che tipo. 
8. usare e fare: adoperarsi ed eseguirsi. 9. Hacci . . . dicono: affermano 

1 savi (Hacci: vi sono). 



FRA GUIDOTTO DA BOLOGNA 109 

tera e di gran fatto e ha in s6 ornate parole e belle sentenzie, sia 
propie o per similitudine. Mezana favella e quella, la cui matera non 
e cosi alta e non ha in s6 tanti ornamenti. Minor e e delta quella fa 
vella, la cui matera e di vil cosa, e dicesi [del] comune ragionamento 
che si fa tra la gente. Ora vi dir6 della favella iudiciale, ch'e posta 
in prima di sopra, 1 nella quale s'usa [piu] spesso di parlare. 

Qui dice di che cose de essere amaestrato il dicitore. 

Qualunque persona nella favella iudiciale vole favellare perfet- 
tamente, dee essere amaestrato di sei cose; cioe: la prima, che la 
sua favella faccia buona; la seconda, che la faccia composta; la ter- 
za, che la faccia ordinata; la quarta, che la faccia ornata; la quinta, 
che si sapi recare le sue parole a memoria anzi che parli ; la sesta, 
che la sapi bene e piacevolemente proferere, quando la dice. E 
come il dicitore sappia tutte le cose ben fare, si ti voglio per ordine 
mostrare ed aprire. 

Qui dice della buona favella. 

La prima cosa, onde a il dicitore dee essere amaestrato, acci6 che 
nella favella iudiciale sappi favellare perfettamente, si e che la 
sua favella faccia buona. E quella e detta buona favella, che ha 
in s6 iiij cose. La prima, che tutte le parole della diceria 3 s'acor- 
dino insieme; la seconda, che si proferisca 4 come si conviene a 
ragione; la terza, che si dica la diceria per propie parole; la quarta, 
che si dica e contenga in s6 parole usate. Acordansi le parole 
della diceria insieme, quando si dicono in tal modo che non si 
pecca in latino. 5 Proferansi le parole si come si conviene a ragio 
ne, quando si dicono come si conviene secondo il volgare d'on- 
de 6 si favella: e per discacciare della favella i detti due vizii 7 fue 
fatta tutta Tarte della gramatica, la quale si divide nelle dette 

i. in prima di sopra: la prima fra le tre anzidette. 2. onde: nella quale. 
3. della diceria: dell'orazione. 4. si proferisca: soggetto e la diceria (come si 
ricava dalla frase successiva). 5. in latino: neH'uso della lingua. 6. d'onde: 
col quale. 7. i detti due vizii: veramente non sono indicati questi due vizi 
se non nel testo latino : Vitia in sermone, quo minus is latinus sit, duo pos- 
sunt esse: soloecismus et barbarismus. Soloecismus est, cum in verbis 
plurimis consequens verbum superiori non accommodatur. Barbarismus 
est, cum verbum aliquod vitiose effertur . Risulta chiara Terronea trasposi- 
zione operata dal traduttore, probabilmente su un testo latino gia guasto. 



110 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

due parti che s'apellano barbarismo e silogismo. La parte della 
gramatica, che s'apella silogismo, irxsegna le parti della diceria si 
aconciare, che non si pecca in latino ; e quella, che s'apella barba 
rismo, insegna le parti della diceria ben proferere, come sanno bene 
i gramatici. E dicesi la diceria per parole propie, quando si dice 
con parole che ben si fanno 1 col fatto ; e dicesi la diceria per parole 
usate, quando non si dice per parole straniere, cio[e] che non sieno 
in usanza del dicitore. 

Qui dice della favella composta. 

La seconda cosa, onde 2 il dicitore dee essere amaestrato e amo- 
nito, acci6 che nella favella giudiciale favelli perfettamente, si [e] 
che la sua parola faccia composta. E quella e detta composta fa 
vella quando la parola e la favella ch'ensieme son poste, suonan 
bene e piacevolemente, e pos[so]nsi aconciamente proferere. E 
questo si pu6 fare cosl che '1 dicitore si guardi da sei cose : la prima, 
che non facci nella diceria o nel detto suo alcuno [i]ato; la seconda, 
che non ponga molte nomora 3 insieme nel detto suo, nelle quali una 
medesima lettera molte volte si ridica; la terza, che nella sua diceria 
non ridica una medesima parola molte volte; la quarta, che non 
ponga molte nomora insieme che sieno consonanti 4 o che s'acor- 
dino in rime ; la quinta, che nella sua diceria non trasponga parole 
sozamente; 5 la sesta, che non continui parole troppo da la lunga. 6 
La prima cosa, onde ti dissi si d6 guardare il dicitore, a fare la sua 
favella composta, si h che non faccia alcuno [i]ato nella sua diceria. 
[Ijato s'intende che non dica la parola che finisca in #, e ricominci 
in e\ e cosi si guardi di ciascuna lettera vocale. II quale [i]ato si fa 
quando il dicitore pone due o piu nomi insieme, che Tuno finisca 
in alcuna di queste cinque lettere [che sono appellate vocali, cioe] 
A E I O U; e Taltra, che seguitasse, incominci dalla lettera simi- 
gliante o d'alcuna di quelle ; e questo & Tasemplo : Quando andava 
a la Quarantina 7 a Roma, [di marzo], m'intoppai in Martino in 

i. ben si fanno: bene convengono, sono del tutto adeguate. 2. onde: nella 
quale. ^.nomora: parole, nomi. 4. sieno consonanti: similiter caden- 
tibus, ma pur dissimili nella tonica (flentes, plorantes), onde Tintegra- 
zione del traduttore riguardante la rima. 5. non trasponga: 'non sposti; 
sozamente: in modo incomprensibile. 6. non continui . . . lunga: longam 
verborum continuationem . 7. Quarantina: quarantena; qui, di marzo, 
Quaresima. 



FRA GUIDOTTO DA BOLOGNA III 

Viterbo in andando. La seconda; [cioe] che '1 dicitore non ponga 
molte nomora insieme, a le quali una medesima lettera molte volte 
si ridica; e questo & 1'esemplo: Di fino talento t'amava tanto 
teneramente, che posare mi pareva in paradise, tanto era piacente . 
Delia terza; cio& che non si ridica una [medesima] parola molte 
volte; e 6 questo Tesemplo: ((Delia ragione, onde ragione non si 
pu6 dare, [non e da dare] fede a quella ragione . Anche: Elli e 
ben buono di buona bonta, ma sconcia 1 la bonta sua, perch6 
vuole essere di bonta lodato, e che abi bonta fa gran vista . E 
questo de osservare il dicitore, se non ridicesse la parola per ca- 
gione di fare alcuno bello ornamento, 2 come piu inanzi ti mostrer6 
[che] si pu6 fare. Delia quarta; cio& che non ponga il dicitore molte 
nomora insieme che sieno consonanti, 3 o che s'acordino insieme 
inrima; e questo & lo esemplo: (cLacrimandb, piangendo, lutando 4 
mi disse in andando. La quinta; cio& che nella sua diceria non 
trasponga parole sozamente; e questo e Tesemplo: A te, '1 dico, 
figliuolo di Giovanni, Martirio. Delia sesta; cioe che '1 dicitore 
non continui parole molt[o] da lunge; si e, quando il dicitore abien- 
do detto sopra a una cosa, e poscia molte altre cose dette inan- 
zi 5 quella cosa vorra ripigliare ; 6 e di questo non fa bisogno dare 
esemplo, perch6 apertamente si vede che le orecchie dell'udi- 
tore e lo spirito 7 del dicitore di ci6 riceve grande ofensione per 
questa cagione. Tutte le cose, che 'nsino a qua sono dette di sopra, 
dee osservare il dicitore a ben componere insieme le parti nella 
favella perfetta. L'altro, che si dira per inanzi, e tutto come si dee 
or[di]nare la favella. 

Qui dice delV or din\af\a favella. 

La terza cosa onde il dicitore deb'essere amaestrato, acci6 che 
nella favella iudiciale favelli perfettamente, & che la sua favella fac- 
cia ordinata; e questo ordinare della favella e di tanta vertu nel dire, 
che dicono i savii che cosi da vittoria nel suo intendimento, come 
le schiere de* cavalieri ben composte et ordinate fanno vincere 
al signore le battaglie. Per6 a la dottrina di questo trattato dea il 

i. sconcia-. macchia, deturpa. 2. se non . . . ornamento: si allude alia figu- 
ra retorica della replicatio. 3, sieno consonanti: cfr. la nota 4 a p. no. 
4. lutando: lamentandosi nel pianto (propriamente luttando). 5. inanzi: 
nel prosieguo, proseguendo la sua diceria. 6. quella . . . ripigliare: vorra 
riprendere quell' argomento tralasciato. 7. lo spirito: la lena. 



112 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

dicitore tutto Fanimo suo, e fermi la memoria, et asottigli lo 'nge- 
gno, perch^ grande e utilissimo trattato a sapere. Dicono i savii che 
la favella si pu6 in due modi ordinare; Funo modo secondo la 
dottrina de 1'arte; Faltro secondo che si conviene al tempo che '1 
fatto si dice. 



Qui dice come s'ordina la diceria secondo V or dine data da Porte. 

Ordinasi la favella secondo Fordine dato da Farte, quando il 
dicitore divide la sua diceria in sei parti, cioe : proemio, narrazione, 
divisione, confermagione, risponsione e conclusione. II proemio & 
la prima parte della diceria, per la quale Fanimo delPuditore si 
rende benivolo o atento o amaestrato in sul fatto. Narrazione & 
quella parte per la quale il fatto si dice com'e stato o quasi. Divi 
sione e la terza parte della diceria, per la quale sopra queste cose 
si d< dire e mostrasi Fordine che d6 tenere. Confermagione e la 
quarta parte della diceria, per la quale si pruova la 'ntenzione* di 
colui che favella per belle ragioni o per forti argumenti. Rispon 
sione e la quinta parte della diceria, per la quale si risponde a la 
diceria colle ragioni che Faltra parte ha poste, o potesse porre, 
ch'al detto suo fosse contrario. Conclusione e la sesta parte della 
diceria, per la quale il dicitore reca a memoria de Fuditore in poche 
parole ci6 che spartamente* ha detto di sopra. 

Qui comincia il tratato della elocuzione. 

La quarta cosa laonde 3 il dicitore dee essere amaestrato, acci6 
che nella favella iudiciale sappi perfettamente favellare, si e che la 
sua favella sappi ornare. E pongono i savii che gli ornamenti della 
favella sono di due modi, overo generazioni: Funo, in ornare le 
parole della diceria; Faltro e in ponere e dire belissime e grave sen- 
tenzie, onde 4 la favella riceve ornamento. [E come le parole della 
diceria si possono ornare e quali sieno belle e gravi sentenzie, 
onde la favella riceve ornamento,] ti voglio per or dine mostrare 
et aprire. E prima, come le parole della diceria si possono ornare 
in molti modi. Ciascuno ornamento hae il suo [nome] per meglio 
tenerli a memoria; i quali ti voglio per ordine mostrare e aprire 

i. la 'ntenzione: 1'intendimento, le ragioni. 2. spartamente: difTusamente, 
parte per parte. 3. laonde: nella quale. 4. onde: dalle quali. 



FRA GUIDOTTO DA BOLOGNA 113 

e di ciaschedimo dare Tesemplo, acci6 che conoschi e veghi [lo] 
meglio come si fanno. 

De rornamento che ha nome ridicimento. 

Ed un ornamento di parole, che s'apella ridicimento, il quale 
si fa quando una medesima parola molte volte si ridice ; e puotesi 
fare in tre modi. II prime modo, ponendo la parola, che si ridice, 
dinanzi; il secondo, ponendola di dietro; il terzo, ponendola 
dinanzi e di dietro. Ponendo la parola, che si ridice, dinanzi, 
[si fae] in questo modo: Vo' sete quegli, a cui e da rendere onore; 
vo' sete quegli, a cui si conviene questa cosa; vo* sete quegli, a cui 
e da fare questa grazia. Item: Scipione Numanzia tolse via; 
Scipione Cartagine disfece; Scipione difese gli Romani, che non 
furono disfatti ; Scipione rende pace 1 agli Romani . Item : Tu se' 
quelli che di favellare hai ardimento ? Tu se' quelli che puoi adi- 
mandare sicuramente ? tu se* quelli che puo' dire che ne sia fatta 
vendetta? Ponendo la parola, che si ridice, di dietro, si fa in 
questo modo: ccPoscia che tra* cittadini nostri s'incominci6 la 
discordia, la ragione ne fu tolta, la liberta ne fu tolta, la citta ne fu 
tolta. Item: Cornelio 2 uomo nuovo era, ingegnoso era, e gentile 
e buon uomo era, [e] p[e]r6 nella citta nostra il migliore era. Po 
nendo l[a] parol[a], [che si ridice,] dinanzi e di dietro, [si fa] in 
questo modo : [Chi sono quelli che' patti spesse volte hanno rotti ? 
I Cartaginesi.] Chi sono quelli che crudeli battaglie hanno fatte 
co' Romani ? I Cartaginesi. Chi sono quelli che tutta Italia hanno 
trasformata ? 3 I Cartaginesi. Chi sono quelli ch'adimandano che 
sia lor perdonato? I Cartaginesi. Vedete come e convenevole che 
sia loro conceduto! 4 Item: Cui la potesta hae dannato, anche cui 
il capitano hae dannato, anche cui li rettori dell' arte hanno danato, 
asolveremo noi per nostra sentenzia ? 

Anch'e un altro ornamento, ridicendo 5 la parola in un detto 
molte volte; che si pu6 fare in due modi. L'uno, che significhino, 
le parole che si ridicono, una medesima cosa; in questo modo : Chi 

i . rendt pace : restitul, ridette la pace. 2. Cornelia: ma nel testo latino 
Caius Laelius. 3. hanno trasformata'. nel testo latino c'e deforma- 
verunt , ma col significato di rovinarono, devastarono . 4. come . . . 
conceduto: quanto sia giusto che si facciano loro delle concession!. 5. ri 
dicendo: rornamento corrisponde alia traductio\ prima s'era trattato della 
complexio. 



114 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

nella sua vita non ha miglior cosa che la vita, con virtu la sua vita 
non puote usare . [Item] : Tu apelli colui uomo, il qual se fosse 
uomo, cosi crudelmente di nessuno uomo arebbe pensato Dun- 
que, era nimico! Tal vendetta voile del nimico pigliare, che paresse 
che fosse [a s6] nimico . Anche : Le richeze lascia essere de' ricchi, 
e tu preponi le virtu a le richeze, perch6 se le virtu vorai colle ri 
cheze aguagliare, 1 apena p[ar]ranno le richeze alcuna cosa, 2 perch6 
sono serve di quelle. Che significhi la parola, che si ridice, cose 
diverse, si pu6 fare in questo modo: Perch6 questa cosa cotanto 
curi, che per inanzi ti dara tante cure ? 3 Anche : Dilettevole cosa 
sarebe amare, se non avesse in s6 cose amare. Ne* modi, che ti 
ho posto di sopra, si ridice una medesima parola, non per difalta 4 
di parole, ma perch6 nella parola che si ridice, hae uno ornamento 
dilettevole, il quale tu puoi meglio comprendere co 1'animo, chT 5 
non ti posso specificare colla lingua. 

Ornamento di contenzione. 

Ed & uno ornamento di parole, che si chiama contenzione, che si 
fa quando si compie uno detto di due cose contrarie in questo modo : 
Cotale 6 ha in s 6 bel cominciamento, e poscia ha amarissimo fine . 
Anche: <cPacifico ti mostri 7 a' nimici e aspro agli amici. Anche: 
Quando e tempo da tacere, e tu gridi; e quando e tempo da gri- 
dare, e tu taci. 

Ornamento di gridare? 

Ed e un altro ornamento, che s'apella gridare, il quale si fa 
con boce di dolore, ramaricandosi d'alcuno uomo, overo cittade, 
overo luogo, overo altra cosa, nominandolo nel detto suo in questo 
modo : Di te favello, 9 Africano, che solamente el nome tuo, esendo 
te morto, e grandissimo onore de 1 Romani. E tuoi gentili 10 e savii 

i. aguagliare'. paragonare ( comparare ) 2. apena ... cosa: vix satis 
idoneae tibi videbuntur . 3. .Perch6 . . . cure?: nella traduzione le pa 
role omofone, ma eterosemantiche, cadono: Cur earn rem tarn studiose 
euros, quae multas tibi dabit curasl* 4. difalta: mancanza. 5. ch'i': se- 
condo termine di paragone; di quanto io, ecc. 6. Cotale: sarebbe forse 
da integrate: cotale [cosa]; ma nel testo latino si parla espressamente di 
adsentatio , adulazione. 7. ti mostri: praebes. 8. E Vexclamatio. 
9. Di te favello : veramente Te nunc adloquor , i o. gentili : clarissimi f 



FRA GUIDOTTO DA BOLOGNA 115 

nepoti del sangue loro hanno saziato la crudelta de' loro nemici. 
Item: O bellissimo Coliseo, la cui veduta ornava, in poco tempo, 
tutta Roma, e ora se' a quello venuto, che apena si paiono i tuo 
fondamenti)). 1 Item: O malvagio Nerone, nemico de' buoni, quanti 
n'hai gia morti* sanza colpa, tanta e stata la baldanza della tua si- 
gnoria! Questo gridare, se '1 dicitore 1'usera rade volte e ne' gran- 
dissimi fatti, e quando si convera, rendera Panimo de Puditore 
indignato sopra qualunque cosa egli vora. 

De adomandare? 

Ed e un altro ornamento, che si chiama adomandare, che si fa 
quando il dicitore ha detto di sopra molte cose che nocciono a 
Paltra parte, e poscia adomanda di cose, ond'egli aferma 4 il detto 
suo, in questo modo : Con ci6 sia cosa che [quello, che avete in- 
teso di sopra, facesse] o dicesse o desse opera, quanto potesse, di 
fare; attizava Tanimo della gente contr'al Comune, o no? E do- 
biamolo noi avere per nimico o no? 



Di ragion[are]. s 

Ed e un altro ornamento, che si chiama ragionare, il quale ha 
luogo quando il dicitore da se medesimo adomanda la ragione di 
quello che dice, e di ciascuno suo detto rende ragione, in questo 
modo: I nostri maggiori quando vedevano la femina [rea di al- 
cuno peccato, si 1'aveano poscia rea de molti altri peccati. In che 
modo ? Quando vedeano la femina] lusuriosa, si Tavevano per ve- 
lenosa incontanente. Per che ragione ? Perche" chi corrompe il corpo 
suo di lusuria, bisogno fa che tema molte persone, cui ella cono- 
sce che *1 fallo suo viene a vergogna. 6 E quali sono queste ? II 
marito, il padre, i fratelli, la madre. Che ne interviene adunque ? 
Per quella cotale paura ch'ella ha, avelena colui incontanente di 

i . O bellissimo . . . fondamenti : questo esempio, nel testo latino, e riferi- 
to a Fregelle, gia splendida, ma della quale nunc vix fundamentorum re 
liquiae remaneant; onde si capirebbe in poco tempo, nuper. II Colosseo, 
come si sa, e ancora in piedi; a quello: a tal punto. 2. tnorti: uccisi. 
3. E V inter rogatio. 4. ond'egli aferma: con le quali egli convalida. 5. 
la ratiocinatio. 6. cui . , viene a vergogna: a vergogna delle quali ella e 
consapevole che cade la sua condotta. 



Il6 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

cui ella hae paura, s'ella puote. E non si tempera 1 mai di nessuna 
malizia, si si sente paurosa; e e si grave il peccato, che '1 calore de la 
lusuria la fae ardita. E la femina e d'una 2 natura, che non considera 
mai che del fatto si pu6 seguitare. 3 Dunque, qual 4 femina e colpe- 
vole, ch'abia avelenato alcuna persona, bisogno fa che sia lusu- 
riosa ? asegnane la ragione. 5 Perch6 neuna cosa muove la femina 
in quel fatto cosi agevolemente, come il vizio della lusuria; e 
quando il suo animo e corrotto, non credano i savii che il suo 
corpo sia casto. Interviene degli uomini il simigliante? Certo no. 
Per che cagione? Perche ciascheduno desiderio muove 1'uomo al 
suo maleficio, ma la femina per uno disiderio solamente si muove 
a fare molti peccati. Item: aMolti giudicaro dei nostri mag- 
giori che '1 re che fosse preso in battaglia non dovesse poscia 
essere morto. 6 Per che cagione ? Perche" colui ch'e iguale in prima 
con noi, e la ventura lo mette poscia in nostra podestade, nol 
dobiamo uccidere. Poscia potrebe altri dire: "Come? e' non ci 
venne adosso co 1'oste?" Certo ci6 dobiamo noi dimenticare to- 
stamente. Per che cagione? Perch6 colui e di grand'animo, che 
non [ha] per nimici coloro che sono vinti, ma per 7 uomini, acci6 
che la nobilta possa menomare battaglia 8 e la sua umiltk generare 
pace. E se avesse vinto, avreb'egli fatto il simigliante a noi ? Forse 
che no, perche no avrebbe auto tanto [senno]. Perch6 adunque 
si perdona a costui ? Perch6 tanta mattia si dee dispregiare e non 
seguitare per li 9 savii . Questo ornamento tiene molto ateso 10 
ranimo de 1'uditore, si per belle parole, si perch6 [delle cose] ode 
rendere ragione. 11 

Di contrario. 

Ed e un altro ornamento, che s'apella contrario, il quale si ha 
luogo, quando si fa un detto di due cose contrarie, e Tuna Taltra 
conferma, in questo mo do : Chi e nighittoso ne' suoi fatti come sara 



i. non si tempera-, non si frena. z. d'una: di tale. 3. che del fatto si pud 
seguitare: che cosa possa derivare dalle sue azioni. 4. qual: qualunque. 
5. asegnane la ragione: dammene le prove. 6. morto: ucciso. 7. non [ha] 
per . . . ma per: non considera come . . . bensi come. 8. menomare batta 
glia: attenuare le ragioni dell'odio che ha portato alia guerra. 9. per li: 
dai. 10. ateso: attento. n. si per . . . ragione: cum venustate sermonis, 
turn rationum expectatione . 



FRA GUIDOTTO DA BOLOGNA Iiy 

rangoloso 1 negli altrui? Anche: Chi t'& reo quando t'e amico, 
come ti sark buono, quando ti sia nemico? Anche: (cChi ne' ra- 
gionamenti tra gli amici & bugiardo, dunque neH'aringheria 2 come 
sera veritiere? Questo ornamento dee essere brieve, e dee con- 
tinuare 1'uno detto 1' altro, ed e molto utile al dicitore perche con- 
chiude il detto suo brievemente. 

Di membro. 

Ed & un altro ornamento, che s'apella membro, il quale si fa 
quando [Puna] parola cade 3 de 1'altra; e pu6 essere di due membri 
e di tre. Di due, in questo modo: Facesti pro a' nemici e danno 
agli amici . Di tre in questo modo : Facesti pro al nemico e danno 
a Tamico e te medesimo non rilevasti. 4 Anche: Ne agli amici fa- 
cesti pro, n6 danno a' nemici, n6 '1 Comune ne fu consigliato . 

D'articolo. 

Ed e un altro ornamento, che si chiama articolo, il quale ha luogo 
quando il dicitore a ciascheduna parola si riposa, 5 in questo modo : 
Con ira, con volontade, con molte gran grida hai spaventati i 
nimici. Anche: Con senno, con ingegno e con forza se' montato 
in grande stato . Tra questo ornamento e quello di sopra, si cotale 
diflerenza, che si dice quello di sopra piu rado, e quello di sotto 
piu tosto. 6 

Di compimento. 7 

Ed e uno altro ornamento, che s'apella compimento, il quale ha 
luogo quando noi adomandiamo noi medesimi [a] Taversario nostro 
che cosa per lui o che contra noi si possa dire, che 1'altra parte dire 
non puote; 8 per la qual cosa o noi confermiamo il detto nostro, 
o quello de Paltra parte disfaciamo 9 in questo modo: aAdomando: 

i. rangoloso: sollecito. 2. nelV aringheria : nella concione, nell'orazione 
(considerata nel suo svolgersi). 3. cade: deriva (qui, per opposizione). 
4. t e . . .non rilevasti: non giovasti neanche a te stesso. 5. sijiposa: 
s'interrompe con brevissime pause. 6. piu rado . . .piu tosto: piu lenta- 
mente . . . piu in fretta. 7. la subiectio. 8. che cosa . . . non puote: che 
cosa in suo favore o che cosa contro di noi si possa affermare, che tuttavia 
Taltra parte in causa non pu6 dire. Ma si confront! il testo latino: id quod 
oportet dici aut non oportet , per Tintelligenza delFultima proposizione. 
9. disfaciamo: confutiamo. 



Il8 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

onde quest! e stato cosl ricco? fegli 1 venuto della eredita del suo 
padre? Certo no, perche" i suoi creditor! tutto per li suoi debiti 
pigliaro. fegli venuto d' alcuna altra eredita di suo parente? Certo 
no, perch Fhanno tutti disredato. 2 Hallo auto d'alcun'altra per 
sona, cioe [per] mercatantia o per progaccio 3 ch'abia fatto ? Non si 
pu6 dire, perch6 sempre e stato ozioso e sanza neuno progaccio. 
Dunque, se per le vie che sono poste di sopra, 4 noirha auto, o na- 
scegli Poro in casa a costui, o di non licito son venute. 5 Item: 
<c Molti sono c'hanno alcuna coperta, 6 onde non pare che sia veri- 
simile a dire male di loro; ma questi non n'ha veruna. [A] che 
ricorera egli ? A la bonta del suo padre ? Certo egli fu uno bisca- 
ziere obriaco, che sempre voile stare colle puttane e in taverna. 
Potra egli ricorere a la sua vita onesta? Chente 7 e ella stata no 
mi fa bisogno di dire, perche* a voi medesimi e manifesto. Potrk 
egli dire ch'abi molti parenti, per li quali siamo tenuti di farli 
molto a piacere? Certo del suo parentado non si truova veruno. 
Degli amici potra alcuna cosa dire ? Certo non e veruno ch'apellare 
si voglia suo amico, e che no sel tenesse a vergogna . Item : Credo 
veramente, che per nimista 8 ti movesti quando, in dare sentenzia 
contra lui, ti movesti a punire. Temesti tu sapiendo che facevi 
contro a ragione? 9 Certo n legge, n6 statuto, ne" buona usanza 
curasti. Movestifti] tu per Tantica amista ch'era stata tra voi? Non 
solamente il facesti, ma che fosse punito vie piu solecito fosti. 
Avesti misericordia di lui, quando la moglie e' figliuoli ti s'in- 
ginocchiavano a* piedi ? Per certo posso dire che alora desti opera 
che 10 il loro padre dopo la giustizia fatta 11 non fosse sotterato . 
Molto e grave questo ornamento, [perch6] domandando il dicitore 
di quello ch'era convenevole a fare, mostra che non fosse fatto; 
per la quale cosa, agevolmente s'acende la malizia del fatto. 12 
D'una medesima natura e quello medesimo ornamento, quando 
adomandiamo a noi medesimi in questo modo : Che era a me da 



I . Egli : gli e ; ciofe, la sua ricchezza. 2. disredato : diseredato. 3 . progaccio : 
guadagno. 4. che . . . sopra: dianzi considerate. 5. son venute: il genere & 
dovuto ad un latino pecunias: unde licitum non est pecunias accepit (il 
Riccardiano 1639 : oude non fe lecito, sono venute ). 6. coperta ; schermo, 
difesa; quindi, buoni pretesti delle loro azioni. 7. Chente: quale. 8. per 
nimista: per odio. 9. contro a ragione: contro giustizia. 10. desti... 
che: t'adoprasti in modo che. n. dopo . . .fatta: dopo che fu eseguita la 
sentenza (evidentemente, di morte). nota la maledizione che si diceva 
colpisse i rnorti insepolti. 12. la malizia del fatto : la malvagitk dell'azione. 



FRA GUIDOTTO DA BOLOGNA 119 

fare, quando 1 era circundato da tanti nimici? Doveva io combat- 
tere co'lloro ? Vedi come era convene vole, 2 ch6 venia de' nimici 
bene cento per uno! Doveva io stare fermo co 1'oste? 3 Certo n6 
abiavamo 4 vivanda, n6 atendavamo socorso d'alcuna persona. Do- 
vevami mettere alia ventura una notte e fugirmi co Toste ? Certo 
piu sicuro fue a fare salv[e] le persone per patto e lasciare i padi- 
glioni e le tende, che mettere cotanta gente a cosi piricoloso ri- 
schio. Questo seguita di cotale adomandamento : che cercando 
tutte le vie, apertamente si mostra che quello 5 che se ne prese fue 
il migliore. 

De mostramento? 

Ed 6 un altro ornamento che si apella mostramento, il quale ha 
luogo, quando quello ch'e gia detto di sopra, brievemente si ridice, 
e quello che seguita, piu brievemente si mostra; in questo modo: 
Chent'egli e stato al 7 suo Comune v'ho mostrato brevemente; e 
chente dee essere al suo padre, diligentemente considerate)). 8 
Item: aQuanto bene ha fatto costui avete inteso; che guiderdone 
n'abia ricevuto, ogn'uomo il sa. Questo ornamento fae prode 9 a 
due cose, perch6 quellfo] che ha dett[o] amemora, 10 e assomiglia, 11 
a colui che ode, quello che se ne seguita poscia. 

De gastigamento. 1 * 

Ed & un altro ornamento, che s'apella gastigamento, e ha luogo 
quando il dicitore quello che ha detto rimuove, e un'altra cosa 
che meglio vi s'aconcia pone in luogo di quella; in questo modo: 
Poscia che questi ebero vinto, anzi furono vinti - perche come 
si puote vittoria apellare, onde, 13 a colui che vince, si seguita piu 
danno che prode ? Item: O invidia, nimica de' buoni, anzi sti- 
molo crudele de' rei. Item: Che sarebe stato s'avesse trovato 
gli amici, anzi pur fattolo loro a sapere ? Questo ornamento com- 
muove Fanimo de Fuditore, perch6, datoli a 'ntendere la cosa per 

i. quando: considerate che. 2. convenevole: opportune, ben fatto. 3. co 
Vostei con 1'esercito. 4. abiavamo: avevamo. 5. quello: il partito (con va- 
lore neutro, ma si riferisce a vie). 6. E la transitio. 7. Chent'egli . . . al: 
quale si sia dimostrato rispetto al. 8. chente . . . considerate : il parallelismo 
e dovuto al traduttore. Testo latino: nuncparens qualis extiterit, conside 
rate)), g, fae prode: reca vantaggio. io. amemora: nconduce alia mernoria 
(quid dixerit, commonet). n. assomiglia: risponde a un comparat 
malamente inteso. 12. 6 la correctio. 13. onde: quella dalla quale. 



120 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

parole comune, coregendo il detto suo per piu aconce parole, 
commuove magiormente Panimo de Puditore. 

Del soprapigliare* 

Ed e un altro ornamento, die si chiama soprapigliare; il quale 
ha luogo quando diciamo di volere passare, 2 e non volere dire 
quello ch'e magiormente da dire a 3 la nostra intenzione, in questo 
modo : Delia vituperevole vita, che menasti quando fosti giovane, 
direi, se fosse tempo o stagione. 4 Anco mi taccio la codardia che 
facesti quando fosti gonfaloniere, e la 'ngiuria che ti fu fatta quando 
fosti ben bastonato e fedito 5 nel volto, perche non fa a questo 
fatto neente; 6 ma ritorno a la materia che ho cominciato . Anco: 
ccNon mi metto a dire il furto de' danari che facesti al Comuno, 
perche non sono ora sopra quella matera; e come ti fugisti co' da 
nari altrui, e le baratterie che facesti a' mercatanti da Roma, perch6 
non fa a questo fatto neente; ma ritorno al detto mio. Questo 
ornamento e molto utole a usare quando a volere infamare il ni- 
mico converebe usare troppe parole; ma se volessimo dire ogni 
cosa sarebe soza 7 cosa a udire, e potremo noi essere ripresi; 
sicche viene meglio a mettere in sospizione 8 Puditore e dargli 
le cose a intendere tacitamente, che specificare le cose a la distesa. 

Di sceveramento. 9 

Ed e un altro ornamento, che s'apella sceveramento, overo 
sicuramento, 10 il quale ha luogo quando avendo certe cose detto, 
quelle, o ciascuna per s6, overo tutte insieme, conchiudiamo 
in certe parole; in questo modo: E1 popolo di Roma Numanzia 
distrusse; Cartagine disfece; Corinto abbatt6; Fragella tolse via. 11 
La forza delle persone a quelli di Numanzia niuna cosa giov6; 
il sapere de Parme 12 coloro di Cartagine defendere non pot6; lo 

i. la occultatioy cioe la preterizione. 2. passare: tralasciare. 3- a: se- 
condo. 4. se . . . stagione: se ora fosse il momento opportune. 5. fedito: 
ferito. 6. non fa . . . neente: non ha alcuna importanza rispetto a ci6 di 
cui trattiamo. 7. soza: assai sconveniente ed inopportuna. 8. in 
sospizione \ in sospetto; facendogli presumere piti del giusto. 9. 6 il di- 
siunctum, ossia la disgiunzione. 10. overo sicuramento: nasce il sospetto 
che possa trattarsi di glossa di copista dubbioso. n. tolse via: Fregel- 
lae, rasa al suolo nel 126. 12. il sapere de Varme: la scienza militare. 



FRA GUIDOTTO DA BOLOGNA 121 

scaltrimento e '1 senno a coloro di Corinto non valse neente; i 
belli costumi e la lingua a coloro di Fragella niuna cosa aprod6. 1 
NelFesemplo di sopra, ciascuna cosa [si comprende per sue propie 
parole; e puossi fare ch'un detto si comprenda] in molti modi, in 
questo modo : La beleza del corpo o disfassi per morte z o to[l]si via 
per vechieza . 

Di radopiamento? 

Ed e un altro ornamento, che s'apella radopiamento, e ha luogo 
quando, vogliendo agrandire o vogliendo adasprare 4 alcuna cosa, ri- 
diciamo una parola, overo molte parole, due volte; in questo modo: 
<c Tu non ti movesti, quando umilemente ti chiamava merze, cru- 
dele, non ti movesti . Ancora: Ardisci di venire dinanzi a costoro, 
traditore del paese? dinanzi a costoro di venire hai ardimento? 
Maravigliosamente comuove Panimo de Fuditore questo ridici- 
mento, e fiedelo al 5 cuore molto magiormente, si come 1'uomo 
quando e fedito in due luogora, [cioe] in uno luogo due volte. 6 



\Richiamamento overo inter pretamento.f 

Ed e un altro ornamento, che si chiama richiamamento, overo 
che si chiama interpetramento ; et ha luogo quando una medesima 
cosa ridiciamo piu volte, non per 8 quelle medesime parole come 
quelle di sopra, ma per parole diverse, in questo modo : La citta 
nostra parte e disfatta, il Comune nostro parte e distrutto . Anche : 
Tuo padre malamente battesti ; [sozzamente a tuo padre] [mettesti] 
le mani adosso. Bisogno fa che Tanimo de 1'uditore si comuova 
quando la graveza del primo detto per altre parole si rinuova o 
rimuove. 9 



i. aprodd: giov6. 2. disfassi per morte: rnorbo deflorescit ; gia il tradut- 
tore forse leggeva morte. 3. 6 la conduplicatio. 4. adasprare: inasprire, 
rafTorzare. 5. fiedelo al: lo colpisce nel. 6. si come . . . volte: a quasi ali- 
quod telum saepius perveniat in eandem corporis partem. B probabile 
che sia da espungere in due luogora, [cioe] e da legger piue invece di due. 
7. Vinterpretatio. 8. per: con. 9. si rinuova o rimuove: si ripete rinno- 
vandosi o torna a muoversi nell'animo. 



122 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 



[Rimutamento.] * 

Ed e un altro ornamento, che s'apella rimutamento, et ha luogo 
quando sono due cose in uno detto, e 1'uno [a] Taltro e contrario, e 
proferasi si, che si salva Tuno detto per P altro in questo modo: 
Mangiare conviene a Tuomo acci6 che viva; e non vivere acci6 
che mangi. Anche: Di questo fatto piu non mi travaglio, 2 perch6 
quello che voglio non posso e quello che posso non voglio. 
Anche : Quello che si dice di custui non si pu6 dire, e quello che si 
pu6 dire non si dice , 

[Concedimento.] 3 

Ed e uno altro ornamento, che s'apella concedimento, il quale 
ha luogo quando [n]el nostro detto mostriamo di dare noi 4 alcuna 
cosa tutta a la volonta altrui, in questo modo : Abiendo io perdute 
tutte le mie cose, esendomi rimasa solamente Panima e '1 corpo, 
quello cotanto, che m'e rimaso di molte altre cose che aveva, tutto 
ho messo in vostro podere; voi me, [in qualunque modo volete, 
usate a fare tutta la vostra volonta; voi mi] comandate, e dite 
tutto quello che vi piace, per6 che io aempier6 tutto vostro vo~ 
lere. Questo ornamento ha luogo a certe stagioni, 5 quando il 
dicitore vole acattare 6 benivolenza d' altrui. 



TRATTATO TERZO 

Qui cominda il terzo tratato del libra. 

In che modo il dicitore dee il detto suo bene e piacevolmente 

proferere e rendere atento e benevolo Vuditore. 

Tutta la dotrina del ben favellare t'ho g& mostrato apertamente, 
di sopra, in ci6 che t'ho mostrato li ornamenti delle parole e delle 
belle e gravi sentenzie, che sono in usanza de' dicitori, laonde 7 la 
diceria si rende piacevole; et hotti mostrato come il dicitore d6 il 
detto suo sapere ordinare, e quali sono le parti della diceria, e la 

i. E la commutatio. 2. Di ... travaglio: ea re poemata non facio. 
3. E la permissio .4. di dare noi: che noi concediamo. 5. a certe stagioni: 
in certi moment! ben precisi. 6. acattare: conquistarsi, procacciarsi. 
7. laonde: per le quali. 



FRA GUIDOTTO DA BOLOGNA 123 

dotrina che e data in ciascuna delle dette parti, acci6 che in niuna 
si possa errare. E perche le dette cose, che fanno bisogno a sapere 
bene favellare, non varebono neente senza '1 bel proferere, 1 si 
[ti] voglio ora mostrare come il dicitore d6 sapere il detto suo bene 
e aconciamente proferere nella sua diceria; e questa materia e 
tanta sottile che li antichi savi che diedoro al cominciamento 2 
dotrina di parlare, dissono ne' loro libri che di questa materia 
non si potea ben dire co la lingua, ma solo Panimo ne poteva giu- 
dicare chi proferesse bene a ragione; perche era potenzia 3 deH'ani- 
mo solamente e si incarnata co'llui, che non si poteva specificare 
a parole : per6 colui che di queste cose vora sapere, si gli convera 
porre ben mente. E perche il bene proferere delle parole e in due 
cose, Tuna nella boce piacente, 1'altra ne j begli e piacevoli regi- 
menti 4 del corpo e della ciera del volto, si ti voglio le dette cose per 
ordine mostrare e aprire. E prima de la boce piacente. 

Qui divisa 5 delle divisioni delle bod e sopra quante 
bod [si] de dire. 

Tre sono le generazioni delle voci, cioe grande, ferma e molle. 
La gran boce da solamente la natura, ma per medicina si con- 
serva. La ferma da somigliantemente la natura, ma conservasi in 
due modi, cioe per medicina e per usanza. 6 La molle, cioe Paren- 
devole a poterla levare 7 e chinare e volgere e riposare a senno di 
colui che favella, si fa solamente per usanza. Delia boce grande, 
che s'ha per natura e per medicina si conserva, non dir6 alcuna 
cosa, perch6 non voglio insegnare medicina, n6 la natura posso 
sforzare. N6 voglio dire de la boce ferma, in quanto fa per natura 
e conservasi per medicina; ma dir6 di lei in quanto si conserva 
per usanza; e pienamente 8 della boce molle, la quale s'acatta da 
natura e per usanza si conserva, ed e quella boce che piu si convie- 
ne 9 al dicitore che niuna altra, perche" si conviene in molti modi di 
voce favellare. E prima ti voglio dire de la boce ferma in quanto si 
conserva per usanza. 

i. senza . . .proferere: senza saper porgere adeguatamente. 2. al comin 
ciamento: all'imzio, in principle. 3. potenzia: facolta, possibilita. 4. re- 
gimenti: movimenti, atteggiamenti. 5. divisa: si tratta. 6. per usanza: 
con 1'esercizio. 7. cioe . . . levare: cioe quella che facilmente e adattabile 
ad essere levata, ecc. 8. e pienamente: si sottintenda dir6. 9. si con 
viene: airoratore occorre saper parlare con varia modulazione. 



124 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

Qui dice della boce ferma e in che modo si mantiene 
e conserva. 

II dicitore che vuole la sua boce conservare ferma quando fa- 
vella, dee nel suo favellare quattro cose osservare. La prima, che 
cominci il detto suo pianamente e soave, 1 perch6 si percuote 1'or- 
gano* e guastasi la boce, se anziche" ausi 3 la boce consolata e piana, 
colui che favella comincia di forza 4 o a favellare o a gridare. La se- 
conda, che nelle sue cominciate faccia le sue restate 5 piu spesso ; 
e quando resta, un cotale poco si riposi, perch si raconcia Porgano 
in queste restate e lo spirito del dicitore si ricrea. 6 La terza, che 
soavemente, quando ha detto un poco, cominci la voce a levare e 
vengala variando in molti modi, perch6 quello cotale variare aconcia 
la boce ad ogni generazione 7 di favellare; e delPaguto favellare si 
guardi, perche* molte volte in una aguta favella si guasta tutta la 
boce. La quarta, che nelle restate d'alcuno detto, sotto uno 
riavere d'alito, 8 dica molte parole, perch.6 cosl facendo si raconcia 
1'organo e riscaldasi le gote. Tutte e quatro le dette cose, che 
sono poste di sopra, sono utili non solamente a colui che favella, a 
conservarli la voce, ma fanno grandissima uttilitate a coloro che 
stanno a udire, per6 che secondo che il piano favellare dal comin- 
ciamento 9 conserva la boce, cosi agli uditori e grandisima uti- 
l[it]a; perch6 e molto rincrescevole cosa, a coloro che stanno a udire, 
quando odono un dicitore che con alta boce cominci a parlare o 
gridando; e secondo che le riposate 10 conservano la boce, cosi a 
Tuditore fanno grande prode, 11 perch6 gli dividono il fatto 12 e dan- 
nogli spazio di recarsi le cose a memoria; e come megliora Torgano 
il variare della boce, cosi diletta a Tuditore quando .si varia la boce, 
rendendo ora ateso il favellare di certo modo, e facendolo sentire, 
quando si favella, in uno altro. 13 E come Taguto favellare sconcia 

i . pianamente e soave: il suffisso -mente & da attribuire anche a soave. 
z. I'organo della voce: la laringe. 3. ausi: adusi, usi. 4. di forza: con 
violenza. 5. le sue restate: le sue pause. 6. lo spirito , . . si ricrea: la respi- 
razione piglia forza. 7. generazione: maniera. 8. sotto uno riavere d'alito: 
nel Hmite di una sola respirazione ; ma nel testo latino ci6 e consigliato 
in extrema oratione. 9. dal cominciamento: a partite dall'inizio. 10. le 
riposate: le pause, u. prode: utilita, vantaggio. 12. gli dividono il fatto: 
in piu parti, ordinatamente, da pausa a pausa. 13. rendendo . . . altro: 
creando il desiderio di una certa modulazione ed eludendolo con modula- 
zione diversa. 



FRA GUIDOTTO DA BOLOGNA 125 

la boce, cosi 6 a Puditore sconcio e noioso, perch6 ha in s< una 
sconcia cosa e conviensi piu a femina die a uomo; e come nella 
fine d'alcuno detto il ritenere della boce 1 e rimedio della boce, cosi 
e molto utile a Puditore, perch.6 s'acende e riscalda quando ode 
[le] belle ragioni onde si conferma il detto di colui che favella, le 
quali si dicono e[n] quelle restate. 



Qui dice della boce molle, come si dee usare in ogni 
generazion\e\ di favella. 

La boce molle, cioe arendevole a poterla levare e chinare e vol- 
gere e riposare a senno di colui che favella, e molto utile al dicitore 
per potere trarre e aconciare la boce sua a ogni generazione di fa 
vella, [e per6 fa bisogno considerarla. 2 E' si] conviene 3 prima sapere 
quanti sono i modi di favellare. E pongono i savii sette [modi]: 
cioe dignitoso parlare, narare, mostrare, giocare, contendere, 
abominare, lamentare; e di ciascuna di queste favelle si de" sa 
pere la sua boce 4 in questo modo. Che se '1 parlare sara in favellare 
dignitoso, il quale s'apella grave in volgare, si profe[r]ra il dicitore 
la sua favella con piene guance, cioe la parola co la voce consolata 5 
e piana, ma non di soperchio, sicch6 esca de Pusanza del parlare, 6 
come fanno i poeti ch'hanno a recitare tragedia. E se la favella 
sara in mostrare, si de fare il dicitore la boce sua piu basetta, 
e fare molte restate; 7 sicch.6 nel suo proferere paia che 'ncorpori 
la parola nelPanimo de Puditore. E se la favella sara in narare, 
si variera il dicitore secondoche '1 fatto si varia; e molte volte dira 
un poco piu tosto, quando vora proferere dirittamente, et altre 
volte piu rado, quando non si cur era di cosi bene proferere, e talotta 8 
parlera con voce agra, e talotta parlera con voce benigna, e molte 
volte con boce allegra, e poco stante 9 con voce trista; e cosi variera 
la boce sua come si variano le parole del fatto. E se in narare il fatto 
acadra di dire priego o risposta d'alcuna persona o alcuna cosa da 

1 . il ritenere della boce : una voce moderata ; testo latino : continens vox . 

2. e perd . . . considerarla: breve, necessaria integrazione, effettuata sul testo 
latino: diligentius nobis consideranda est. 3. si conviene: e necessario. 
4. la sua boce: la voce ad essa conveniente. 5. consolata: dolce, soave. 
6. esca de Vusanza del parlare: si allontani dai toni comuni. 7. fare . . . 
restate: usare membretti staccati da pause. 8. talotta: talora. 9. poco 
stante: dopo un po\ 



126 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

dovere maravigliare, 1 diligentemente conside[r]ra il dicitore questo 
fatto, sicch6 proferisca colla boce 2 il senno e la volonta di ciasche- 
duno. E se la favella sark in favellare di solazo o di giuoco, [si 
parlera] 3 co boce lena e tremante, e con uno poco di riso, che non 
significhi molto; 4 e guardisi di dire di soperchio. E se la favella 
sark in contendere, si puo fare la favella il dicitore, in questo, in 
due modi; 1'uno, che cominciando di dire con boce mezana, e 
continuando le parole sue, crescera la boce, e torcendo il suono 5 
dira parole molto tosto, gridando; il secondo modo, che gridera 
il dicitore con chiara boce, e quan[t]o spazio avrk preso in cia- 
scheduno grido, cotanto si riposera inanzi che 1'altro incominci. 
E se la favella sara in abominare, cio& che '1 dicitore voglia dire 
parole, onde innizi 6 e acenda Panimo degli uditori contra alcuna 
persona, si favell[e]r[a] con boce sottile e in poco grido e in boce 
uguale, e mutera in molti modi la boce, secondo che si muter& 
la natura del fatto, e parlera tosto. E se la favella sara in parlare 
tristo, si favellera il dicitore in boce bassa e suono inchinato, 7 e 
mutera in molti modi la boce, secondo che la natura del fatto si 
muta, e fara molte riposate 8 con grandi spazii. 

Qui dice de* movimenti del corpo e della ciera del volto. 

I piacevoli movimenti [del corpo], cio& delle mani e de' piedi 
e della ciera del volto e di tutta Taltra 9 persona, che fa il dicitore 
in sul favellare, ch'e la seconda parte del ben proferere, se tempera- 
tamente si fanno, rendono la diceria piu aprovata e piacente. 
Vogliendo in quanto 6 possibile [ci6] mostrar[e], fa bisogno al 
dicitore tre cose di sapere: la prima, che nel volto di colui che fa 
vella si richiede d'avere ardimento e vergogna: la seconda, che non 
facci tropo aconci 10 regimenti del corpo, acci6 che non paia buffo - 
ne, n6troppo rustichi [n6 sconci], acci6 che non paia villano; [e che 
a que' medesimi modi di favellare a che s'arende la voce a mutarla], 
[si acconcino i regimenti del corpo]. 11 E se la parola sara dignitosa, 

i . da dovere maravigliare : tale da provocare meraviglia. 2. proferisca colla bo 
ce : interpret* col suo tono di voce. 3 . [si parlera] : integrate dal testo latino. 
4. che . . . molto: non molto accentuate od allusive. 5. torcendo il suono: 
mutando il tono e awiandolo all'enfasi. 6. innizi: aizzi. 7. suono inchi 
nato: tono dimesso e grave. 8. riposate: pause. 9. Valtra: il resto della. 
10. tropo aconci: vistosamente ricercati. 1 1. [e che . . . corpo] : la prima in- 
tegrazione e tratta dai manoscritti, la seconda dalla fonte : Ad easdem igitur 



FRA GUIDOTTO DA BOLOGNA 127 

dira il detto suo con menando o levando 1 un poco la mano diritta; 
e se la parola sarae in mostrare, stara piu col capo divelto 2 da lo 
'mbusto verso coloro che stanno a udire; perche questo e dato 
da la natura, che colui che mostra, sempre sta col volto piu apresso 
e piu [ateso] 3 verso colforo] cui elli mostra, 4 quando vole ben dare 
a intendere la cosa che dice. E se la parola sara in narare, quello 
movimento del corpo sara aconcio, come di sopra ti dissi che si 
conviene fare, quando la parola e nella favella dignitosa. E se la 
parola sara in giocare, si mostri il dicitore alcuna alegreza nel volto 
sanza muovere il corpo. E se la parola sara in contendere, si si 
pu6 fare in dui modi: il primo con dimenare tosto le braccia e 
muovere il volto e fare aspra guatatura; 5 il secondo quando il di 
citore meni tosto e distenda le braccia e muovasi un poco col pie 
diritto e faccia uno agro e inceso guardare. 6 E se la parola sara in 
abominare, si servera il dicitore il primo modo che di sopra ti 
puosi nel contendere. E se la parola sara in lamentare, parlera 
come femmina, e percoterassi il capo con regimento pacifico e 
fermo, 7 e stara col volto tristo e turbato. Non son si matto, che ben 
non conosca che cose io impresi di volere fare, quando le boci che 
diversamente si vogliono dire in sul proferere e anche i movimen- 
ti del corpo che diversamente si vogliono fare, mi penai di dire a 
parole e ritrarre in volgare. E awegna ch'io non mi confidi ch'io 
Fabia pienamente fatto, almeno quello che e detto e utole a sape- 
re ; per6 quello che rimane lascio a Tusanza. Ma una cosa voglio 
che sapi : che la boce e' moviment[i] del corpo e la ciera del volto, 
che viene da 1'animo di colui che parla, nel tempo del suo favellare, 
fanno il dicitore bene proferere. 8 



partes, in quos vox est distributa, motus quoque corporis ratio videtur esse 
adcommodanda . I . con . . . levando : gerundi preposizionali con valore 
modale. 2. divelto: proteso; forse, rivolto. 3. piu apresso e piu [ateso]: 
costantemente ed espressivamente rivolto. 4. elli mostra: e rivolta da lui 
la dimostrazione. 5. aspra guatatura: arcigno sguardo. 6. agro . . .guar 
dare: acri et defixu aspectu (inceso risalira ad un intense ?). 7. con 
regimento . . . fermo : con atto spontaneo e sicuro ; sedato et constant! ge- 
stu. 8. che la boce . . .proferere: la cosa piii importante, dunque, e che 
tutto venga dall'animo (ma nella fonte e 1'opposto). 



128 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 



TRATTATO QUARTO 

Qui comincia il quarto trattato del libra, nel quale si da dotrina 

per quanti modi si pud consigliare in sulle cose. In prima, che 

cose fanno bisogno al consigliatore di sapere. 

[Per quanti modi si consiglia per via di prudenzia.} 

A mostrare per quanti modi per via di prudenzia si pu6 consigliare, 
acci6 che la cosa dirittamente si faccia, ti fa bisogno di vedere 
in prima che 6 detta prudenzia. [Dicono i savi che prudenzia] e 
detta in tre modi, e per ciascuno modo la sua fine di consigliare. 1 
6 detta in uno modo prudenzia un sottile scaltrimento, per lo 
quale si muove Tuomo per diritta ragione a conoscere il bene dal 
male. E secondo questo modo di prudenzia si pu6 dare consiglio 
in questo modo : che colui che consiglia apra e mostra nel suo dire 
e quale & il bene e quale il male di quella cosa, di sopra la qual 
si consiglia; e poscia dia per consiglio cosa, per la quale si venga* 
al bene che ha mostrato. Anche & detta in un altro modo prudenzia, 
per avere 3 memoria di molte cose passate e di molti fatti che li sieno 
incontrati e avenuti. E secondo questo modo di prudenzia si pu6 
dare consiglio in questo modo : che '1 consigliato.re asomigli il fatto, 
di sopra lo quale si piglia consiglio, ad un'altra cosa passata [o] 
ad un altro fatto simigliante che gli sia gia avenuto o incontrato; 
e dia per consiglio cosa per la quale, in questo fatto, somigliante 
via si tegna. Anche & detto in un altro modo prudenzia essere sot- 
tile ingegno d'alcuno artificio o maestria d'utolita, 4 per la qual 
cosa & apellato Puomo savio o maestro di quella cosa. E secondo 
questo modo di prudenzia si pu6 dare consiglio in questo modo: 
che colui che consiglia truovi una bella maestria d'utolita in sul 
fatto sopra il quale si consiglia, e dea nel suo consiglio la via e '1 
modo come si possa fare. 



i . e per ciascuno . . . consigliare : ed a ciascuna di queste definisdoni corri- 
sponde lo stesso fine del consigliare. 2. si venga: si pervenga. 3. per 
avere: quando si abbia. 4. maestria d'utolita: abilit& in cose pratiche, 
da cui si ricava una pratica utilita. 



FRA GUIDOTTO DA BOLOGNA 129 



Qui dice per quanti modi si consigliaper via di forteza. 

II terzo modo per lo quale si pu6 dare consiglio, accio che la 
cosa bene e dirittamente si faccia, ti dissi ch'e per via di forteza. 
Ed e detta forteza una ferma volonta d'animo, per la quale si muo- 
ve Puomo a disiderare le cose grandi e dispregiare le cose vili ed 
essere soferente 1 delle fatiche e de' pericoli, acci6 che la cosa bene 
e utilemente si facci. Consigliasi per via di fortezza, accio che la 
cosa dirittamente si faccia, per quatro vie, secondo che sono 
le quatro virtu che nascono di lei: magnificenzia, speranza, pa- 
zienzia, perseveranza. Et e detto Panimo forte per via di ma- 
gnificenza, quando disidera le cose grandi e dispregia le vili e 
giudicale non degne a la grandezza 2 sua. E consigliasi per via di 
magnificenza, quando il consigliatore, nel consiglio che pone, dk 
per consiglio cosa che le cose grandi si debono seguitare 3 e le cose 
piccole schifare e fugire, giudicandole non degne a la grandezza 
o dignita di coloro cui egli consiglia. Et e detto Panimo forte per via 
di speranza, quando spera [fermamente] di bene capitare, 4 quando 
le cose, che sono a fare, si fanno bene e dirittamente. [E consigliasi 
per via di speranza, quando il consigliatore, nel consiglio che pone, 
da per consiglio cosa, che le cose che sono da fare si facciano bene 
e dirittamente e] come si convengono di fare a ragione, 5 non con- 
siderando che 6 del fatto si pu6 seguitare, perche spera fermamente, 
cosi facendo, di capitare pur bene. Et e detto Puomo forte per via 
di pazienzia, quando e paziente de* pericoli e delle fatiche, acci6 che 
la cosa si faccia utilemente. Consigliasi per questa via, quando il 
consigliatore, nel consiglio che pone, da per consiglio cosa onde 
[di] quello [onde] consiglio si piglia, piu utilita si pu6 seguitare, 
non considerando fatica o pericolo neuno che faccia bisogno di 
sostenere, o dolore o odio che ne possa incontrare. Et e detto 
Panimo forte per via di perseveranza, quando, veduta e conosciuta 
Putolitk della cosa, sempre persevera e tiene quella via. E consigliasi 
per via di perseveranza, quando il consigliatore, nel consiglio che 
pone, dk per consiglio cosa, onde egli ha veduto o provato che sopra 
quello, onde '1 consiglio si piglia, sempre e stato il meglio di cosi fare. 

i. essere soferente: sopportare. 2. a la grandezza'. rispetto alia grandezza. 
3. seguitare: perseguire e imitare. 4. di bene capitare: di giunger a buon 
esito. 5. a ragione: secondo il giusto. 6. che: che cosa, quali conseguenze. 



130 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 



Per quanti modi si pub consigliare per via di misura. 1 

II quarto modo per lo quale si pu6 dare consiglio acci6 che la 
cosa bene e dirittamente si faccia, ti dissi ch'e per via di misu 
ra; e e detto misura un temperamento d'animo de' desideri 2 del 
mondo. E consigliasi per via di misura, [acci6 che dirittamente 
si faccia la cosa, in tre modi], secondo che tre sono le virtu che 
nascono di lei ; cioe astinenza, pieta e vergogna. Ed & detto Tanimo 
misurato per via di astinenza, quando dispregia le cose che sono 
di soperchio. E consigliasi per questa via, quando il consigliatore, 
nel consiglio che pone, da per consiglio cosa per la quale abomina il 
disiderio e dispregia la volontk d'avere trope richeze o di abrac- 
ciare tropo 3 onori, o dice il termine 4 a la natura della cosa sopra la 
quale si consiglia, e pone quanto e bastevole a ciascheduna. Et & 
detto Tanimo misurato per via di pieta, quando per pietk Panimo 
si muove a perdonare a' nemici et a coloro che Thanno ofeso. 
Consigliasi per via di pieta, quando il consigliatore, nel consiglio 
che pone, da per consiglio cosa per la quale si mostra che neuno 
dee essere tanto provocato ad ira e non dee ricevere tanta soper- 
chianza, che non si muova a pieta per perdonare a colui che umile- 
mente gli chiama mercede. 5 Ed e detto Puomo misurato per via 
di vergogna, [quando si vergogna] delle soperchianze e de' mali 
che vede ad altrui fare. Consigliasi per via di vergogna, quando 
il consigliatore, nel consiglio che pone, d& per consiglio cosa, per 
la quale si mostra che ciascuno si dee vergognare d'onesta ver 
gogna, quando vede o ode dire le soperchianze overo le cose mal- 
fatte. 



i.per via di misura: secondo temperanza. 2. un temperamento . . . desi- 
deri: una moderazione deiranimo relativa ai desideri. 3. tropo: con 
1'apparenza d'awerbio. 4. il termine: il limite. 5. che neuno . . . mercede: 
che non v'e si grande provocazione airira n si grande soperchieria, che 
debba distruggere il sentimento di pieta o il desiderio del perdono. 



BRUNETTO LATINI 

Brunette Latini (o Latino), figlio del giudice Bonaccorso, nacque a 
Firenze verso il 1220. Numerosi document! tra il 1253 e il 1260 
riguardano la sua attivita di notaio. Nel 1260 fu inviato ambascia- 
tore presso Alfonso el Sabio ; durante il viaggio di ritorno gli giunse 
notizia della battaglia di Montaperti e del bando inflittogli come 
guelfo (13 settembre 1260); in seguito a questi awenimenti si 
ferm6 in Francia, dove continu6 la sua attivita di notaio presso la 
colonia fiorentina, e dove compi!6 il Tesoretto, la Rettorica e il 
Tresor (sul quale vedi pp. 311-2), tutti e tre dedicati a un pro- 
tettore non specificato (il Carmody propone, in base a un brano 
della Rettorica, Davizzo della Tosa). Pure da ricordare il Favo- 
lello, destinato a Rustico di Filippo, e una canzone. Dal 1266 Bru- 
netto e di nuovo a Firenze, tornata guelfa, protonotaro angioino e 
<c dettatore del Comune ; e gli vengono conferiti incarichi importanti 
nel governo della citta. Muore nel 1294, e lo ricordano Dante come 
suo maestro, Giovanni Villani (Cron., vm, 10) come comincia- 
tore e maestro in digrossare i Fiorentini e fargli scorti in ben par- 
lare e in sapere guidare e reggere la nostra repubblica secondo lapo- 
litica (vedi TH. SUNDBY, Delia vita e delle opere di Brunetto La 
tini, per cura di R. Renier, con appendici di I. Del Lungo e A. Mus- 
safia, Firenze 1884; U. MARCHESINI, Due studi biografid su Bru 
netto Latini, in ccAtti R. 1st. Ven., ser. vi, vol. v, 1886, pp. 1595- 
659; E. TESTA, Brunetto Latini, in Riv. di sint. lett. , in, 1937, 
pp. 79-93 ; F. J. CARMODY, Introduction a Li limes dou Tresor de 
Brunetto Latini, Berkeley-Los Angeles 1948). 

La Rettorica di Brunetto e la traduzione, incompleta, del De 
inventione, con un ampio commento basato in gran parte sulle al- 
tre opere retoriche di Cicerone, su Vittorino e su Boezio (vedi 
F. MAGGINI, La Retorica italiana di Brunetto Latini, Firenze 1912 
[Pubbl. R. 1st. St. Sup. di Firenze]). Fu interrotta forse quando Bru 
netto decise di inserire la traduzione francese del De inventione nel 
Tresor (in, I-LXIX). Brunetto, primo traduttore volgare di Cice 
rone (la Rhdtorique di Jean d'Antioche e del 1282 : vedi L. DELISLE, 
in H.L.F., xxxin, 1906, pp. 1-40), porta Pinsegnamento auten- 
tico delPoratore romano nella fitta letteratura medievale delle artes 
dictaminis, precorrendo la fortuna trecentesca delP opera letteraria 
e filosofica di Cicerone. 



132 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

6 in connessionc assai stretta con la Rettorica la traduzione delle 
orazioni ciceroniane (Pro Ligario, Pro rege Deiotaro, Pro Mar- 
cello). Che se il De inventione, integrando e coronando la letter atu~ 
ra dettatoria, era destinato a fornire le basi retoriche per 1'attivitk 
pubblica dei Comuni, le orazioni costituivano un esempio illu- 
stre di eloquenza giuridico-politica, qualitativamente superiore, ma 
non diverso dai modelli epistolari e dagli schemi di arringhe che 
i dettatori raccoglievano alia fine dei loro trattati. 

Brunetto volgarizz6 P alto latino e forte del Pro Ligario a in- 
stanza di Dedi Buonincontri, come dice nel Proemio ( Piacque al 
tuo valoroso cuore, il quale non desidera altro che le valenti cose, 
che la diceria che fece Marco Tullio dinanzi a Giulio Cesare . . . 

10 la dovessi volgarizzare e recare alia nostra comune parlatura, 
sicch6 ella fusse intesa per te, che non se' letterato n6 usato in 
istrani paesi ) ; lo volgarizz6, fedele ai suoi intenti, con piu strin- 
gato e mobile linguaggio, con piu duttile sintassi, con piu calore 
che non il De inventione, dove importavano maggiormente I'esattez- 
za e la perspicuita dei passaggi. Interessante & anzi, nella Rettorica^ 

11 contrasto, o la convergenza, dei brani tradotti con le chiose, ana- 
litiche, discorsive, aperte sia alle delucidazioni scolastiche, sia a 
prove narrative (gli esempi sono spesso modernizzati e svolti con 
attenta vivacita). 

C. S. 



F. MAGGINI, La Retorica italiana di Brunetto Latini, Firenze 1912; Volga- 
rizzamenti, pp. 16-40; C. SEGRE, Sintassi, pp. 113-53; C. SEGRE, Volga- 
rizzamenti, pp. 15-6; 353-7. 



LA RETTORICA 

Qui comincia lo 'nsegnamento di rettorica, lo quale i ritratto in 

vulgar de* libri di Tullio e di molti filosofi per ser Brunetto 

Latino da Firenze. La dove k la lettera grossa si I il testo di 

Tullio, e la lettera sottile 2 sono le parole de lo sponitore. 

Incominda il prologo. 



1. Sovente e molto ho io pensato in me medesimo se la copia del 
dicere 3 e lo sommo studio della eloquenzia hae fatto piu bene o piu 
male agli uomini e alle cittadi; per6 che quando io considero li 
dannaggii del nostro Comune, 4 e raccolgo nelPanimo 5 Tantiche aver- 
sitadi delle grandissime cittadi, veggio che non picciola parte di danni 
v'e messa per uomini molto parlanti sanza sapienza. 

Qui parla lo sponitore. 

i. Rettorica ee scienzia di due maniere: una la quale insegna dire, 
e di questa tratta Tulio nel suo libro; Paltra insegna dittare, 6 e di 
questa, perci6 che esso non ne tratt6 cosi del tutto apertamente, 
si ne trattera lo sponitore nel processo del libro in suo luogo e 
tempo, come si converra. 2. Rettorica s'insegna in due modi, al- 
tressi come Paltre scienzie, cioe di fuori e dentro. 7 Verbigrazia: 
di fuori s' insegna dimostrando che e rettorica e di che genera- 
zione, 8 e quale sua materia e lo suo officio e le sue parti e lo suo 
propio strumento e la fine e lo suo artefice; e in questo modo trattb 
Boezio nel quarto della Topical Dentro s' insegna questa arte 
quando si dimostra che sia da fare sopra la materia del dire e del 
dittare, cio viene a dire come si debbia fare lo esordio e la nar- 
razione e Faltre parti della diceria o della pistola, 10 cioe d'una lettera 
dittata; e in ciascuno di questi due modi ne tratta Tulio in questo 

i. ritratto in vulgare: volgarizzato. 2. lettera grossa . . . sottile: in questa 
scelta il carattere maggiore e riservato invece alle chiose di Brunetto. 
3. la copia del dicere: copia dicendi, la facondia. 4. Comune: per res 
publica , Stato. 5 . raccolgo nelVanimo : animo . . . colligo , medito. 6 . dit 
tare : scrivere epistole secondo le norme retoriche. 7. di fuori e dentro : 
la distinzione e di Vittorino (Explanationum in Rhetoricam M. T. Ciceronis 
libri duo, in Rhetores latini minores, ed. C. Halm, Lipsiae 1863), i, 4 (p. 
170). S.generazione: origine. 9. nel quarto della Topica: dr. De diffe- 
rentiis topicis, iv (Migne, P. L., 64, 1205-16). io. pistola: epistola. 



134 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

suo libro. 3. Ma imperci6 che Tulio non dimostr6 che sia rettorica 
n6 qualc e '1 suo artefice, si vuole lo sponitore per piu chiarire 
Fopera diccre Tuno e Paltro. 

4. Ed ee rettorica una scienzia di bene dire, ci6 e rettorica quella 
scienzia per la quale noi sapemo ornatamente dire e dittare. In 
altra guisa & cosl diffinita: rettorica e scienzia di ben dire sopra la 
causa proposta, cioe per la quale noi sapemo ornatamente dire so 
pra la quistione aposta. Anco hae una piu piena diffinizione in 
questo modo : rettorica e scienza d'usare piena e perfetta eloquen- 
zia nelle publiche cause e nelle private; ci6 viene a dire scienzia 
per la quale noi sapemo parlare pienamente e perfettamente nelle 
publiche e nelle private questioni - e certo quelli park pienamente 
e perfettamente che nella sua diceria mette parole adorne, piene 
di buone sentenzie. Publiche questioni son quelle nelle quali si 
tratta il convenentre 1 d'alcuna cittade o comunanza di genti. Pri 
vate sono quelle nelle quali si tratta il convenentre d'alcuna 
spiciale persona. E tutta volta e lo 'ntendimento dello sponitore 
che queste parole sopra '1 dittare altressi come sopra '1 dire siano, 
avegna che tal puote sapere bene dittare che non hae ardimento 
o scienzia di profferere le sue parole davanti alle genti; ma chi bene 
sa dire puote bene sapere dittare. 

5. Avemo detto che e rettorica, or diremo chi e lo suo artefice: 
dico che e doppio, uno e rector e Taltro e orator? Verbigrazia: 
rector e quelli che 'nsegna questa scienzia secondo le regole e' 
cornandamenti dell'arte. Orator e colui che poi che elli hae bene 
appresa Farte, si 1'usa in dire e in dittare sopra le quistioni appo- 
ste, 3 si come sono li buoni parlatori e dittatori, si come fue maestro 
Piero dalle Vigne, il quale perci6 fue agozetto 4 di Federigo secondo 
imperadore di Roma e tutto sire di lui e dello 'mperio. Onde dice 
Vittorino che orator, cioe lo parlatore, e uomo buono e bene in- 
segnato di dire, lo quale usa piena e perfetta eloquenzia nelle 
cause publiche e private. 5 

I. il convenentre: la condizione. 2. uno e rector e I'altro e orator: la distin- 
zione & in Vittorino, i, i (p. 156). 3. apposte: proposte. 4. agozetto: mi- 
nistro. qui ricordata l j attivit politica ed epistolografica (ammirata dai 
contemporanei) di Pier delle Vigne, pure poeta; e con parole che forse 
Dante ricordd (Inf., xm, 58-78). 5. dice . . .private: la classica definizione 
ciceroniana (homo bonus dicendi peritus ) e integrata con quella di Vitto 
rino : orator est, qui in causis privatis ac publicis plena et perfccta utitur 
eloquentia, i, i (p. 156). 



BRUNETTO LATINI 135 

6. Ora hae detto lo sponitore che e rettorica, e del suo artifice, 
cioe di colui che la mette in opera, Tuno insegnando Taltro dicen- 
do. Omai vuole dicere chi e 1'autore, cioe il trovatore 1 di questo 
libro, e che fue la sua intenzione in questo libro, e di che tratta, e la 
cagione per che lo libro e fatto, e che utilitade e che tittolo ha que 
sto libro. 

7. L'autore di questa opera e doppio: uno che di tutti i detti de' 
filosofi che fuoro davanti lui e dalla viva fonte del suo ingegno 
fece suo libro di rettorica, ci6 fue Marco Tulio Cicero, il piu sa- 
pientissimo de' Romani. II secondo e Brunetto Latino cittadino di 
Firenze, il quale mise tutto suo studio e suo intendimento ad ispo- 
nere e chiarire ci6 che Tulio avea detto; ed esso e quella persona 
cui questo libro appella sponitore, cioe ched ispone e fae intendere, 
per lo suo propio detto e de' filosofi e maestri che sono passati, 
il libro di Tulio, e tanto piu quanto all'arte bisogna di quel che fue 
intralasciato nel libro di Tulio, si come il buono intenditore po- 
trae intendere avanti. 

8. La sua intenzione fue in questa opera dare insegnamento a 
colui per cui amore e' si mette a fare questo trattato de parlare 
ornatamente sopra ciascuna quistione proposta. 

9. Ed e' tratta secondo la forma del libro di Tulio di tutte e cin 
que le parti generali di rettorica. Verbigrazia: inventio, cioe tro- 
vamento di ci6 che bisogna sopradire alia materia proposta; e del- 
1'altre quattro secondo che sono nel secondo libro che Tulio fece 
ad Erennio suo amico, 2 sopra le quali il conto dira ci6 che si 
converra. 

10. La cagione per che questo libro e fatto si e cotale, che questo 
Brunetto Latino, per cagione della guerra la quale fue tra le parti 
di Firenze, fue isbandito della terra quando la sua parte guelfa, 
la quale si tenea col papa e colla Chiesa di Roma, fue cacciata e 
sbandita della terra. 3 E poi si n'andb in Francia per procurare le sue 
vicende, 4 e la trov6 uno suo amico 5 della sua cittade e della sua 

i. trovatore: sinonimo, qui, del precedence autore. 2. nel secondo... 
amico : e la pseudo-ciceroniana Rhetorica ad Herennium. 3 . guerra . . . 
terra: la lotta tra i due partiti dei guelfi (cui apparteneva Brunetto) e dei 
ghibellini; dopo la battaglia di Montaperti Brunetto, che si trovava in 
Ispagna, fu bandito con i principal! esponenti guelfi ( 1 260) . 4. procurare. . . 
vicende: attendere ai suoi affari. 5. uno suo amico: e il biaus dous amis 
a cui poi dedic6 il Tresor (cfr. I, i, 4); non identificato (sarebbe Davizzo 
della Tosa, secondo il Carmody). 



136 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

parte, molto ricco d'avere, ben costumato e pieno de grande sen- 
no, che li fece molto onore e grande utilitade, e perci6 1'appellava 
suo porto, si come in molte parti di questo libro pare aperta- 
mente; ed era parlatore molto buono naturalmente, 1 e molto 
disiderava di sapere ci6 che' savi aveano detto intorno alia rettori- 
ca; e per lo suo amore questo Brunetto Latino, lo quale era buono 
intenditore di lettera ed era molto intento allo studio di rettorica, 
si mise a fare questa opera, nella quale mette innanzi il testo di 
Tulio per maggiore fermezza, 2 e poi mette e giugne di sua scienzia 
e deH'altrui quello che fa mistieri. 

n. L'utilitade di questo libro e grandissima, per6 che ciascuno 
che sapra bene ci6 che comanda lo libro e 1'arte, si saprk dire intera- 
mente sopra la quistione apposta. 

12. II titolo di questo libro, si come davanti appare nel comincia- 
mento, si & cotale : Qui comincia lo 'nsegnamento di rettorica^ il quale 
I ritratto in volgare de' libri di Tulio e di molti filosofi. E che lo ti- 
tulo sia buono e perfetto assai chiaramente si dimostra per ef- 
fetto d'opera, ch6 sanza fallo recato 6 in volgare il libro di Tulio 
e messo avanti in grossa lettera, si come di maggiore dignitade, 
e poi sono recati in lettera sottile e* ditti di molti filosofi. e lo 'nten- 
dimento dello sponitore. E in questo punto si parte elli da questa 
mater ia e ritorna al propio intendimento del testo. 

13. In questa parte dice lo sponitore che Tulio, vogliendo che 
rettorica fosse amata e tenuta cara, la quale al suo tempo era avuta 
per neente, mise davanti suo prolago in guisa di bene savi, 3 nel 
quale purg6 quelle cose che pareano a lui gravose. Che si come dice 
Boezio nel comento sopra la Topica, chiunque scrive d'alcuna 
materia dee prima purgare ci6 che pare a lui che sia grave ; e cosi 
fece Tulio, che purg6 tre cose gravose. Primieramente i mali che 
veniano per copia di dire; apresso la sentenzia di Plato ne, e poi 
la sentenzia d'Aristotile. La sentenzia di Platone era che retto 
rica non & arte, ma 6 natura, per ci6 che vedea molti buoni dici- 
tori per natura e non per insegnamento d'arte. La sentenzia d'Ari- 
stotile 4 fue cotale, che rettorica & arte, ma rea, per ci6 che per elo- 

i. naturalmente: per dono di natura, non per arte. 2. fermezza: autorita. 
3. in gidsa di bene savi: come usano fare i savi. 4. di Platone . . . d'Aristo- 
tile: 1'imprecisa sintesi del pensiero dei due filosofi sull'eloquenza (ripe- 
tuta nelTresor, m, i, 4) e identica (rapporti diretti ?) a quella degli Excerpta 
ex Grillii Commento (in Rhetores latini minores } cit., p. 597), ove trovo pure 



BRUNETTO LATINI 137 

quenzia parea che fosse avenuto piu male che bene a* comuni e a' 
divisi. 14. Onde Tulio, purgando quest! tre gravi articoli, 1 pro- 
cede in questo modo: che in prima dice che sovente e molto hae 
pensato che effetto proviene d'eloquenzia. Nella seconda parte 
pruova lo bene e J l male che J nde venia e qual piu. 2 Nella terza parte 
dice tre cose: in prima dice che pare a lui di sapienzia; apresso 
dice che pare a lui d'eloquenzia; e poi dice che pare a lui di sapien 
zia ed eloquenzia congiunte insieme. Nella quarta parte si mette le 
pruove sopra questi tre articoli che sono detti, e conclude che noi 
dovemo studiare in rettorica, recando a ci6 molti argomenti, li 
quali muovono d'onesto e d'utile e possibile e necessario. Nella 
quinta parte mostra Tulio di che e come elli trattera in questo 
libro. 

15. E poi che Tulio nel suo cuminciamento ebbe detto come molte 
fiate e lungo tempo avea pensato del bene e del male che fosse ave 
nuto, immantenente dice del male per accordarsi a' pensamenti 
delli uomini che si ricordano piu d'uno nuovo male che di molti 
beni antichi; e cosi Tulio, mostrando di non ricordarsi delli anti- 
chi beni, s'infigne di biasmare questa scienzia per potere piu di 
sicuro lodare e difendere. 

1 6. E per le sue propie parole che sono scritte nel testo di sopra 
potemo intendere apertamente che in queste medesime parole ove 
dice che i mali che per eloquenzia sono avenuti e che non si pos- 
sono celare, in quelle medesime la difende abassando e meni- 
mando 3 la malizia. Ch6 la dove dice dannaggi si suona che siano 
lievi danni de* quali poco cura la gente, E la dove dice del nostro 
Comune altressl abassa del male, accio che piu cura Tuomo del 
propio danno che del comune; e dicendo nostro Comune in- 
tendo Roma, per6 che Tulio era cittadino di Roma nuovo e di non 
grande altezza; 4 ma per lo suo senno fue in si alto stato che tutta 
Roma si tenea alia sua parola, e fue al tempo di Catellina, 5 di 
Pompeio e di lulio Cesare, e per lo bene della terra fue al tutto 
contrario a Catellina. E poi nella guerra di Pompeio e di lulio Ce 
sare si tenne con Pompeio, si come tutt'i savi ch'amavano lo stato 
di Roma; e forse 1'appella nostro Comune per6 che Roma ee 

1'espressione sopra attribuita a Boezio: Orator quippe quae sibi gravia 
sunt in principio solvere aut curare debet (p. 596). i. articoli: punti. 
2. qual piu: quale fosse maggiore. 3. menimando: minimizzando. 4. nuo 
vo ... altezza\ non nobile, homo novus. 5. Catellina: Catilina. 



138 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

capo del mondo e Comune d'ogne uomo. 17. E la dove dice l'an- 
tiche aversitadi altressl abassa il male, acci6 che delli antichi danni 
poco curiamo. E la dove dice <c grandissime cittadi altressl abassa 
'1 male, per6 che, si come dice il buono poeta Lucano, non e con- 
ceduto alle grandissime cose durare lungamente; 1 e Paltro dice 
che le grandissime cose rovinano per lo peso di se medesime. 2 E 
cosl non pare che eloquenzia sia la cagione del male che viene alle 
grandissime cittadi. E Ik dove dice che danni sono avenuti per 
uomini molto parlanti sanza sapienzia, manifestamente abassa '1 
male e difende rettorica, dicendo che '1 male e per cagione di molti 
parlanti ne' quali non regna senno ; e non dice che '1 male sia per 
eloquenzia, che* dice Vittorino: ccQuesta parola eloquentia suona 
bene, e del bene non puote male nascere. 3 18. Questo e bello 
colore rettorico, difendere quando mostra di biasmare, e accusare 
quando pare che dica lode. E questo mo do di parlare hae nome 
insinuatio, del quale dicera il libro in suo luogo. E qui si parte il 
conto da quella prima parte del prologo nella quale Tulio hae 
detto il suo pensamento e hae detto li mali avenuti; e ritorna alia 
seconda parte nella quale dimostra de' beni che sono pervenuti 
per eloquenzia. 

Tullio. 

2. Si come, quando 4 ordino di ritrarre 5 dell'antiche scritte le cose 
che sono fatte lontane dalla nostra ricordanza per loro antichezza, 
intendo che eloquenzia congiunta con ragione d'animo, ciocb con 
sapienzia, piue agevolemente hae potuto conquistare e mettere in 
opera ad edifficare cittadi, a stutare 6 molte battaglie, fare fermissime 
compagnie e anovare 7 santissime amicizie. 



i, non & . . . lungamente: summisque negatum / stare diu, Phars., i, 70-1 
(massima forse conosciuta attraverso il Moralium dogma philosophorum, 
in TH. SUNDBY, Delia vita e delle opere di Brunetto Latini, cit., p. 463, dove 
si trova pure la citazione seguente). z. le grandissime . . . medesime: In se 
magna ruunt, Phars., I, 81, contaminato con Vis consilii expers mole ruit 
sua, Orazio, Carm., in, IV, 65. 3. Questa . . . nascere: nomen eloquen- 
tiae id sibi optinet ac vindicat, ut cum ad aures venerit, non nisi optima 
accipiatur , i, i (p. 157). 4. Si come, quando: cum autem. 5. ordino 
di ritrarre: mi propongo di richiamare alia memoria. 6. stutare: spegnere, 
far cessare. 7. anovare: annodare. 



BRUNETTO LATINI 139 



Lo sponitore. 

i. Poi che Tulio hae divisati li mail che sono per eloquenzia, si 
divisa in questa parte li beni, e conta piu beni che mali perci6 
che piu intende alle lode. E nota che dice eloquenzia congiunta 
con sapienzia, pero che sapienzia da volontade di bene fare ed 
eloquenzia il mette a compimento. 2. L'altre parole che sono 
nel testo, cioe <ca edifficare cittadi, a stutare molte battaglie ecc. 
son messe ordinatamente, acci6 che prima si raunaro gli uomini 
insieme a vivere ad una ragione e a buoni costumi e a multiplicare 
d'avere; e poi che furo divenuti ricchi monto tra loro invidia, e per 
la 'nvidia le guerre e le battaglie. Poi li savi parladori astutaro le 
battaglie, e apresso gli uomini fecero compagnie usando e merca- 
tando insieme ; e di queste compagnie cuminciaro a fare ferme ami- 
cizie per eloquenzia e per sapienzia. 3. Ma si come dice e signif- 
ficano queste parole, per piu chiarire Topera e bene convenevole 
di dimostrare qui che e cittade e che e compagno e che e amico e 
che e sapienzia e che & eloquenzia, perci6 che lo sponitore non 
vuole lasciare un solo motto donde non dica tutto lo 'ntendi- 
mento. 

4. Che & cittade. 1 Cittade ee uno raunamento di gente fatto per 
vivere a ragione; 2 onde non sono detti cittadini d'uno medesimo 
Comuneperche siano insieme accolti dentro ad uno muro, ma quelli 
che insieme sono acolti a vivere ad una ragione. 

5. Che e compagno. Compagno e quelli che per alcuno patto si 
congiugne con un altro ad alcuna cosa fare; 3 e di questi dice Vitto- 
rino che se sono fermi, per eloquenzia poi divegnono fermissimi. 

6. Che e amico. Amico e quelli che per uso di simile vita si 
congiugne con un altro per amore iusto e fedele. Verbigrazia: 
acci6 che alcuni siano amici conviene che siano d'una 4 vita e d'una 
costumanza, e per6 dice <cper uso di simile vita; e dice giusto 
amore perch6 non sia a cagione di lussuria o d'altre laide opere; 
e dice fedele amore perche non sia per guadagneria o solo per 
utilitade, ma sia per constante vertude. E cosi pare manifestamente 

i. Che & cittade: le definizioni di citta, compagno e amico, da Vittorino, I, i 
(p. 158), dove pure, ma con minori rassomiglianze, quelle di sapienza ed 
eloquenza. 2. a ragione: secondo ragione, ordinatamente. 3. ad alcuna 
cosa fare: per fare qualche cosa. 4. una: una stessa. 



140 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

chc quella amistade ch'6 per utilitade e per dilettamento non 6 
verace, ma partesi da che '1 diletto e Tuttilitade menoma. 1 

7. Che sapienzia. Sapienzia 6 comprendere la verita delle cose 
si come elle sono. 

8- Che & eloquenzia. Eloquenzia & sapere dire addorne parole 
guernite di buone sentenzie. 



Tullio. 

3. E cosi me lungamente pensante la ragione stessa mi mena in 
questa fermissima sentenza, che 2 sapienzia sanza eloquenzia sia 
poco utile a le cittadi, ed eloquenzia sanza sapienza & spessamente 
molto dampnosa e nulla fiata utile. Per la qual cosa, se alcuno intra- 
lascia li dirittissimi e onestissimi studii di ragione e d'officio e 
consuma tutta sua opera in usare sola parladura, cert'elli e cittadino 
inutile a s6 e periglioso alia sua cittade e al paese. Ma quelli il quale 
s'arma sie d'eloquenzia che non possa guerriare contra il bene del 
paese, ma possa per esso pugnare, questo mi pare uomo e cittadino 
utilissimo e amicissimo alle sue e alle publiche ragioni. 

Lo sponitore. 

1. Poi che Tulio avea dette le prime due parti del suo prologo, 
si comincia la terza parte, nella quale dice tre cose. Imprima dice 
che pare a lui di sapienzia, infino Ik dove dice : Per la qual cosa . 
E quivi comincia la seconda, nella quale dice che pare a lui d'elo 
quenzia, infino la ove dice : Ma quello il quale s'arma . E quivi 
comincia la terza, ne la quale dice che pare a lui delPuna e dell'al- 
tra giunte insieme. 

2. Onde dice Vittorino : Se noi volemo mettere avacciamentc in 
opera alcuna cosa nelle cittadi, si ne conviene avere sapienzia giunta 
con eloquenzia, per6 che sapienzia sempre 6 tarda . 3 E questo appare 
manifestamente in alcuno savio che non sia parlatore, dal quale se 
noi domandassimo uno consiglio, certe no*llo darebbe tosto cosie 
come se fosse bene parlante. Ma se fosse savio e parlante, immante- 

i. menoma: diminuisce. 2. E cosi , . . sentenza, che: ac me quidcm diu 
cogitantem ratio ipsa in hanc potissimum sententiam ducit, ut . . . 3. sa 
pienzia ... tarda: sapientia perficit, sed non subito, i, 2 (p. 163); 
per il resto il concetto fc espresso diversamente da Brunetto; avaccia- 
mente: presto. 



BRUNETTO LATINI 141 

nente ne farebbe credibile di quel che volesse. 3. E in cio che dice 
Tulio di coloro che 'ntralasciano li studii di ragione e d'officio, 
intendo la dove dice ragione la sapienzia, e la dove dice offi- 
cio )) intendo le vertudi, ci6 sono prodezza, giustizia e 1'altre vertudi 
le quali hanno officio di mettere in opera che noi siamo discreti 
e giusti e bene costumati. 4. E per6 chi si parte da sapienzia e da 
le vertudi e studia pure 1 in dire le parole, di lui aviene cotale frutto 
che, per6 che non sente 2 quel medesimo che dice, conviene che 
di lui avegna male e danno a se e al paese, per6 che non sa trattare 
le propie utilitadi n6 le comuni in questo tempo e luogo e ordine 
che conviene. 5. Adunque colui che si mette Tarme d'eloquenzia 
e utile a se e al suo paese. Per questa arme intendo la eloquenzia, 
e per sapienzia intendo la forza; 3 che si come coll' arme ci difen- 
diamo da' nemici e colla forza sostenemo 4 Tarme, tutto altressi 
per eloquenzia difendemo noi la nostra causa dalPaversario e per 
sapienzia ne sostenemo di dire quello che a noi potesse tenere 
danno. E in questa parte e detta la terzia parte del prologo di Tu 
lio. 6. Dunque vae il conto alia quarta parte del prologo, per pro- 
vare ci6 ch'e detto davanti e a conducere che noi dovemo stu- 
diare in rettorica per avere eloquenzia e sapienzia; e sopra ci6 reca 
Tulio molti argomenti, li quali debbono e possono cosi essere, e tali 
che conviene che sia pur cosi, e di tali ch'e onesta cosa pur di cosi 
essere; e sopra cio ecco il testo di Tulio in lettera grossa, e poi 
seguisce la disposta 5 in lettera sottile secondo la forma del libro. 

TuIKo. 

4. Dunque se noi volemo considerare il principio d'eloquenzia la 
quale sia pervenuta in uomo per arte o per studio o per usanza o per 
forza di natura, noi troveremo che sia nato d'onestissime cagioni e 
che sia mosso d'ottima ragione. Accio che fue un tempo che in tutte 
parti isvagavano gli uornini per li carnpi in guisa di bestie e condu- 
ceano lor vita in modo di fiere, e facea ciascuno quasi tutte cose per 
forza di corpo e non per ragione d'animo; e ancora in quello tempo 
la divina religione n6 umano officio non erano avuti in reverenzia. 
Neuno uomo avea veduto legittimo managio, 6 nessuno avea conno- 

i.pure: solamente. 2. sente: pensa. 3. Per questa arme. . .forza: quasi 
sapientia pro robore sit, pro armis eloquentia , Vittorino, I, i (p. 159). 
4. sostenemo: tratteniamo. 5. disposta: esposizione, illustrazione. 6. ma 
nagio: matrimonio. 



142 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

sciuti certi figliuoli, 1 n< aveano pensato che utilitade fosse mantenere 
ragione e agguaglianza. E cosi per errore e per nescitade 2 la cieca 
e folle ardita 3 signoria 4 deiranimo, cioe la cupiditade, per mettere 
in opera se medesima misusava 5 le forze del corpo con aiuto di pes- 
simi seguitatori. 6 

Lo sponitore. 

i. In questa quarta parte del prologo vogliendo Tulio dimo- 
strare che eloquenzia nasce e muove per cagione e per ragione otti- 
ma e onestissima, si dice come in alcuno tempo erano gli uomini 
rozzi e nesci come bestie; e dell'uomo dicono li filosofi, e la Santa 
Scrittura il conferma, che egli e fermamento 7 di corpo e d'anima 
razionale, la quale anima per la ragione ch'e in lei hae intero co- 
noscimento delle cose. 2. Onde dice Vittorino : Si come menoma 
la forza del vino per la propietade del vasello nel quale e messo, 
cosie P anima muta la sua forza per la propietade di quello corpo a 
cui ella si congiunge . 8 E perd, se quel corpo e mal disposto e 
compressionato 9 di mali omori, la anima per gravezza del corpo 
perde la conoscenza delle cose, si che appena puote discernere bene 
da male, si come in tempo passato neiranime di molti le quali 
erano agravate de' pesi de' corpi, e per6 quelli uomini erano si 
falsi e indiscreti che non conosceano Dio n< loro medesimi. Onde 
misusavano le forze del corpo uccidendo 1'uno 1'altro, togliendo le 
cose per forza e per furto, lussuriando malamente, non connoscen- 
do i loro proprii figliuoli n6 avendo legittime mogli. 3. Ma tutta- 
volta la natura, cioe la divina disposizione, non avea sparta quella 
bestialitade in tutti gli uomini igualmente ; ma fue alcuno savio e 
molto bello dicitore il quale, vedendo che gli uomini erano acconci 
a ragionare, us6 di parlare a loro per recarli a divina connoscenza, 
cioe ad amare Idio e '1 prossimo, si come lo sponitore dicerk per 
innanzi in suo luogo ; e perci6 dice Tulio nel testo di sopra che 
eloquenzia ebbe cominciamento per onestissime cagioni e dirittis- 

i. avea . . . figliuoli: poteva riconoscere con certezza i propri figli. 2. nesci 
tade : ignoranza. 3. folle ardita : temeraria. 4. signoria : signora ( domina- 
trix). 5. misusava: usava male. 6. con aiuto . . . seguitatori: perniciosis- 
simis satellitibus . 7. fermamento : unione ; tutta questa divagazione da Vit 
torino, i, i (pp. 160-1). 8. Si come . . . congiunge : quemadmodum vinum 
pro vase, in quo est habitum, aut retinet aut amittit violentiam, proinde ani 
ma, si optimum et castum corpus offenderit, servat naturam, sin alias, velut 
amittit , i, i (p. 161). 9. compressionato: complessionato, fornito da natura. 



BRUNETTO LATINI 143 

sime ragioni, cioe per amare Idio e J l prossimo, die sanza ci6 
1'umana gente non arebbe durato. 4. E la dove dice il testo che gli 
uomini isvagavano per li campi intendo che non aveano case ne 
luogo, ma andavano qua e la come bestie. 5. E la dove dice che vi- 
veano come fiere intendo che mangiavano carne cruda, erbe crude 
e altri cibi come le fiere. 6. E la dove dice tutte cose quasi fa- 
ceano per forza e non per ragione intendo che dice quasi)), 
che non faceano per6 tutte cose per forza, ma alquante ne faceano 
per ragione e per senno, cio& favellare, disiderare e altre cose che 
si muovono dairanimo. 7. E la dove dice che divina religione non 
era reverita intendo che non sapeano che Dio fosse. 8. E la dove 
dice deU'umano officio intendo che non sapeano vivere a buoni 
costumi e non conosceano prudenzia ne giustizia ne" Taltre virtudi. 
9. E la dove dice che non manteneano ragione intendo ragione , 
cioe giustizia, della quale dicono i libri della legge che giustizia e 
perpetua e ferma volontade d'animo che dae a ciascuno sua ra 
gione. 10. E la dove dice aguaglianza intendo quella ragione 
che dae igual pena al grande e al piccolo sopra li eguali fatti. 

11. E la dove dice cupiditade intendo quel vizio ch'e contrario 
di temperanza; e questo vizio ne conduce a disiderare alcuna 
cosa la quale noi non dovemo volere, e inforza nel nostro animo un 
mal signoraggio, il quale nol permette rifrenare da' rei movimenti. 

12. E la dove dice nescitade intendo ch'e none connoscere utile e 
inutile ; e per6 dice ch'e cupidita cieca per lo non sapere, e che non 
conosce il prode e '1 danno. 13. E la dove dice afolle ardita in 
tendo che folli arditi sono uomini matti e ratti 1 a fare cose che non 
sono da fare. 14. E la dove dice ccmisusava le forze del corpo 
intendo misusare cioe usare in mala parte; ch6 dice Vittorino che 
forza di corpo ci e data da Dio per usarla in fare cose utili e oneste, 
ma coloro faceano tutto il contrario. 15. Ora ha detto lo sponitore 
sopra '1 testo di Tulio le cagioni per le quali eloquenzia comincib 
a parere. Omai dicerae in che modo appario e come si trasse in- 
nanzi. 



i. ratti: awentati. 



144 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 



Tullio. 

5. Nel quale tempo fue uno uomo grande e savio, il quale co- 
gnobbe che materia e quanto aconciamento avea nelli animi delli 
uornini a grandissime cose, chi li potesse dirizzare e megliorare per 
comandamenti. Donde costrinse e rauno in uno luogo quelli uo- 
mini che allora erano sparti per le campora 1 e partiti per le nascosa- 
glie 2 silvestre; e inducendo loro a sapere le cose utili e oneste, tutto 
che alia prima paresse loro gravi 3 per loro disusanza, poi 1'udiro 
studiosamente per la ragione e per bel dire; e si li arecd umili e 
mansueti dalla fierezza e dalla crudelt che aveano. 

Lo sponitore. 

i. In questa parte vuole Tulio dimostrare da cui e come co- 
minci6 eloquenzia e in che cose; ed e la tema cotale. In quel tempo 
che la gente vivea cosi malamente, fue un uomo grande per elo 
quenzia e savio per sapienzia, il quale cognobbe che materia, cio& 
la ragione che 1'uomo hae in s< naturalmente per la quale puote 
Tuomo intendere e ragionare, e Facconciamento a fare grandissime 
cose, cio& a tenere pace e amare Idio e '1 prossimo, a fare cittadi, 
castella e magioni e bel costume, e a tenere iustizia e a vivere ordi- 
natamente, se fosse chi li potesse dirizzare, cioe ritrarre da bestiale 
vita, e megliorare per comandamenti, cio& per insegnamenti e per 
leggi e statuti che li afrenasse. 2. E qui cade una quistione, ch6 
potrebbe alcuno dicere : Come si potieno megliorare, da che non 
erano buoni? A ci6 rispondo che naturalmente era la ragione 
deiranima buona; adunque si potea migliorare nel modo ch'& 
detto. 3. Donde questo savio costrinse- e dice che i costrinse 
per6 che non si voleano raunare - e raun6 - e dice raun6 poi 
che elli volloro. Che 1 savio uomo fece tanto per senno e per elo 
quenzia, mostrando belle ragioni, assegnando utilitade 4 e metendo 
del suo in dare mangiare e belle cene e belli desinari e altri piaceri, 
che si raunaro e patiero d'udire le sue parole. Ed elli insegnava loro 
le cose utili dicendo: State bene insieme, aiuti 1'uno Taltro, e sa- 
rete sicuri e forti; fate cittadi e ville. E insegnava loro le cose one 
ste dicendo : II piccolo onori il grande, il figliuolo tema il suo pa- 

i. campora: campi; cosl, piii avanti, nomora, gradora, 2. nascosaglie: 
nascondigli. 3. gravi'. grave, duro. 4. assegnando utilitade: mostrando 
il vantaggio. 



BRUNETTO LATINI 145 

dre ecc. 4. E tutto che, dalla prima, a quest! che viveano bestial- 
mente, paresser gravi amonimenti di vivere a ragione e ad or- 
dine, acci6 ch'elli erano liberi e franchi naturalmente e non si 
volcano mettere a signoraggio, poi, udendo il bel dire del savio 
uomo e considerando per ragione che larga e libera licenzia di mal 
fare ritornava in lor grave destruzione e in periglio de Pumana 
generazione, udiro e miser cura a intendere lui. E in questa maniera 
il savio uomo li ritrasse di loro fierezza e di loro crudeltade- 
e dice fierezza perci6 che viveano come fiere ; e dice crudeltade 
perci6 che '1 padre e '1 figliuolo non si conosceano, anzi uccidea 
Puno Taltro - e feceli umili e mansueti, cioe volontarosi di ragioni 
e di virtudi e partitori 1 dal male. 5. Or ha detto Tulio chi comin- 
cio eloquenzia e intra cui e come; or dicera per che ragione, sanza 
la quale non potea ci6 fare. 



Tullio. 

6. Per la qual cosa pare a me che la sapienzia tacita e povera di pa 
role non arebbe potato fare tanto, che cosi subitamente fossero quelli 
uomini dipartiti dall'antica e lunga usanza e informati in diverse 
ragioni di vita. 

Lo spomtore. 

I. In questa parte dice Tulio la ragione sanza la quale non si 
potea fare ci6 che fece '1 savio uomo; e dice sapienzia tacita 
quella di coloro che non danno insegnamento per parole ma per 
opera, come fanno romiti. 2 E dice povera di parole per coloro 
che '1 lor senno non sanno addornar di parole belle e piene di sen- 
tenze a far credere ad altri il suo parere. E per questo potemo in 
tendere che picciola forza e quella di sapienzia s'ella non e con- 
giunta con eloquenzia, e potemo connoscere che sopra tutte cose 
e grande sapienzia congiunta con eloquenzia. 2. E la dove dice 
cosl subitamente intendo che quello savio uomo arebbe bene 
potuto fare queste cose per sapienzia, ma non cosi avaccio ne" cosi 
subitamente come fece abiendo eloquenzia e sapienzia. E la dove 
dice in diverse ragioni di vita intendo che uno fece cavalieri, 
un altro fece cherico, e cosi fece d' altri mistieri. 

i. partitori: alieni. 2. romiti: gli eremiti. 

10 



146 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 



Tullio. 

7. E cosl, poi che le cittadi e le ville fuoron fatte, impreser gli uo- 
mini aver fede, tener giustizia e usarsi ad obedire 1'uno 1'altro per 
propia volontade e a sofTerire pena e aflanno non solamente per la 
comune utilitade, ma voler morire per essa mantenere. La qual cosa 
non s'arebbe potuta fare se gli uomini non avessor potuto dimostrare 
e fare credere per parole, cioe per eloquenzia, ci6 che trovavano e 
pensavano per sapienzia. 8. E certo chi avea forza e podere sopra 
altri molti non averia patito divenire pare di coloro ch'elli potea 
segnoreggiare, se non Tavesse mosso sennata e soave parladura; 
tanto era loro allegra la primiera usanza, la quale era tanto durata 
lungamente che parea ed era in loro convertita in natura. 1 Donde 
pare a me che cosl anticamente e da prima nasceo e mosse eloquen 
zia, e poi s'innalzd in altissime utilitadi delli uomini nelle vicende 
di pace e di guerra. 

Lo sponitore. 

i. In questa parte dice Tulio che ci6 che sapienzia non avrebbe 
messo in compimento per s6 sola, ella fece avendo in compagnia 
eloquenzia; e per6 la tema ee cotale: si come detto & davanti, fuo- 
ro gli uomini raunati e insegnati di ben fare e d'amarsi insieme, e 
per6 fecero cittadi e ville; poi che le cittadi fuor fatte impresero 
ad avere fede. 2. Di questa parola intendo che coloro hanno fede 
che non ingannano altrui e che non vogliono che lite ne" discor- 
dia sia nelle cittadi, e se vi fosse si la mettono in pace* E fede, si 
come dice un savio, e la speranza della cosa promessa; 2 e dice la 
legge che fede e quella che promette Puno e Taltro attende. 3 
Ma Tulio medesimo dice in un altro libro Delli offici che fede e 
fondamento di giustizia, veritade in parlare e fermezza delle 
promesse; 4 e questa ee quella virtude ch'e appellata lealtade. 
3. E cosl sommatamente loda Tulio eloquenzia con sapienzia con- 
giunta, che sanza ci6 le grandissime cose non s'arebbono potute 
mettere in compimento, e dice che poi hae molto de ben fatto in 
guerra e in pace. E per questa parola intendo che tutti i convenenti 5 

i. convertita in natura: divenuta una seconda natura. 2. fede. . . promessa: 
Est fides sperandarum substantia rerum, san Paolo, Hebr., n, i; cfr. 
Dante, Par., xxiv, 64. 3. attende: mantiene. 4. Tulio . . .promesse: cfr. 
De off., i, 23. 5. convenenti: faccende. 



BRUNETTO LATINI 147 

de' Comuni e delle special! 1 persone corrono per due stati o di pace 
o di guerra, e nell'uno e nelPaltro bisogna la nostra rettorica si 
al postutto, 2 che sanza lei non si potrebbono mantenere 

Tullio dice le parti di rettorica. 

27. Le parti sono queste, si come i piu dicono: inventio, dispositio, 
elocutio, memoria e pronuntiatio. 

Lo sponitore. 

i. Cinque parti dice Tulio che sono e assegna ragione per che, 
e quella ragione mettera lo sponitore in suo luogo. Ma prima di 
cera le ragioni che ne mostra Boezio nel quarto della Topica y 
che dice che se alcuna di queste cinque parti falla nella diceria, 
non e mai compiuta; 3 e se queste parti sono in una diceria o in una 
lettera, certo Parte di rettorica vi fie altressi. 2. Un'altra ragione 
n'asegna Boezio : che per6 sono sue parti perche* esse la 'nformano 
e ordinano e la fanno tutta essere, altressi come '1 fondamento, la 
parete e 1 tetto sono parti d'una casa si che la fanno essere, e s'al- 
cuna ne fallisse non sarebbe la casa compiuta. 4 3. E dice Tulio 
che queste sono le parti di rettorica si come i piu dicono, per6 che 
furo alcuni che diceano che memoria non e parte di rettorica per- 
cio che non e scienzia, e altri diceano che dispositio non e parte 
d'essa arte. 4. E cosi va oltre Tulio e dicera di ciascuna parte per 
s6, e primieramente dicera della 'nvenzione, si come di piu degna; 
e veramente e piu degna, per6 ch'ella puote essere e stare sanza 
1'altre, ma Taltre non possono essere sanza lei. 

Tullio dice della invenzione. 

28. Inventio e apensamento a trovare cose vere o verisimili le quali 
facciano la causa acconcia a provare. 

i. speciali: private. 2. al postutto: in ogni modo, affatto. 3. se alcuna . . . 
compiuta: vedi la nota successiva. 4. pero . . . compiuta: Item membra 
sunt quae cum totum efficiant, coniuncta totius capiunt nomen, singula 
vero nullo modo, ut cum fundamentum, parietes et tecta domus membra 
sint, simul omnia, domus dicuntur, fundamenta vero solo domus vocabulo 
minime noncupatur, neque parietes, neque tecta , In Topica Ciceronis, 
I, (Migne, P. L., 64, 1060). 



148 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

Sponitore. 

i. Dice Tulio che inventio e quella scienzia per la quale noi sa- 
pemo trovare cose vere, cioe argomenti necessarii - e nota ne- 
cessarii)), cioe a dire che conviene che pure cosi sia - e sapemo tro 
vare cose verisimili, cioe argomenti acconci a provare che cosi sia, 
per li quali argomenti veri e verisimili si possa provare e fare cre 
dere il detto o '1 fatto d'alcuna persona, la quale si difenda o che 
dica incontro ad un'altra. 2. E questo puote cosi intendere il por- 
to 1 dello sponitore. Verbigrazia: aviene* una materia sopra la 
quale conviene dire parole, o difendendo Tuna parte o dicendo 
contra Taltra; o per aventura sia materia sopra la quale si conviene 
dittare in lettera. Non sia donque la lingua pronta a parlare n< 
la mano presta alia penna, ma consider i che '1 savio mette alia bilan- 
cia le sue parole tutto avanti che le metta in dire n6 in iscritta. 
3. Consideri ancora che J l buono difficiatore e maestro, poi che 
propone di fare una casa, primieramente e anzi che metta le mani 
a farla si pensa nella sua mente il modo della casa e truova nel suo 
estimare come la casa sia migliore; e poi ch'elli hae tutto questo 
trovato per lo suo pensamento, si comincia lo suo lavorio. Tutto 
altressi dee fare il buono rettorico : pensare diligentemente la na- 
tura della sua materia, e sopra essa trovare argomenti veri o verisi 
mili si che possa provare e fare credere ci6 che dice. 4. E gia e 
detto quello che e inventio. Ora procedera il conto a dire quello che 
e dispositio. 

Dice Tullio de dispositio. 
29. Dispositio ee assettamento delle cose trovate per ordine. 

Sponitore. 

i . Perci6 che trovare argomenti per provare e far credere il suo 
dire non vale neente, chi nolli sae asettare per ordine, cioe mettere 
ciascuno argomento in quella parte e luogo che si conviene per piu 
affermamento 3 della sua parte, si dice Tulio che e dispositio. 
2. E dice ch' quella scienzia per la quale noi sapemo ordinare li 

i.il porto: il dedicatario della Rettorica; vedi p. 131. 2. aviene: si pre- 
senta. 3. afferma?nento: rafforzamento. 



BRUNETTO LATINI 149 

argomenti trovati in luogo convenevole, cioe i fermi argomenti nel 
principle, i deboli nel mezzo, i fermissimi, co j quali non si possa 
contrastare lievemente, nella fine. 3. Cosi fae il difficatore della 
casa, che poi ch'elli hae trovato il modo nella sua mente, elli or- 
dina il fondamento in quel luogo che si conviene, e la parete e 1 
tetto, e poi I'uscia e camere e caminate, 1 e a ciascuna da il suo luo 
go. 4. Gia e detto che e disposition or dicera il conto che e elocutio. 

Tullio dice della locuzione. 

30. Elocutio e aconciamento di parole e di sentenzie avenanti 2 alia 
invenzione. 

Sponitore. 

i. Perci6 che neente vale trovare od ordinare, chi non sae or- 
nare lo suo dire e mettere parole piacevoli e piene di buone sen- 
tenze secondo che si conviene alia materia trovata, si dice Tulio che 
e elocutio. E dice che e quella scienzia per la quale noi sapemo giun- 
gere 3 ornamento di parole e di sentenze a quello che noi avemo 
trovato e ordinato. z. E nota che ornamento di parole ee-una 
dignitade la quale proviene per alcuna delle parole della diceria, 
per la quale tutta la diceria risplende. Verbigrazia: I1 grande va- 
lore che in voi regna mi da grande speranza del vostro aiuto. 
Certo questa parola, cioe regna , fa tutte risplendere Taltre pa 
role che ivi sono. 3. Altressi nota che ornamento di sentenze e 
una dignitade la quale proviene di ci6 che in una diceria si giugne 
una sentenza con un'altra con piacevole dilettamento. Verbigrazia: 
in queste parole di Salamone : Megliori sono le ferite delPamico 
che' frodosi baci del nemico. 4 4. E gia e detto che e elocutio, 
cioe apparecchiamento di parole e di sentenzie che facciano la 
diceria piacevole e ordinata di parole e di sentenzie. Omai proce- 
dera il conto alia quarta parte di rettorica, cioe memoria. 

Dice Tulio della memoria. 

31. Memoria e fermo ricevimento neiranimo delle cose e delle 
parole e dell'ordinamento d'esse. 

i. caminate: stanze. 2. avenanti: convenient!. 3. giungere: aggiungere. 
4. Prov., 27, 6. 



150 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

Sponitore. 

i. E perci6 che neente vale trovare, ordinare o aconciare le pa 
role, se noi no'lle ritenemo nella memoria sicch6 ci 'nde ricordi 1 
quando volemo dire o dittare, si dice Tulio che 6 memoria. Onde 
nota che memoria ee di due maniere: una naturale e un'altra arti- 
ficiale. 2 2. La naturale e quella forza dell'anima per la quale noi 
sapemo ritenere a memoria quello che noi aprendemo per alcuno 
senno 3 del corpo. 3. Artificiale e quella scienzia la quale s'acquista 
per insegnamenti delli filosofi, per li quali bene impresi 4 noi 
possiamo ritenere a memoria le cose che avemo udite o trovate o 
aprese per alcuno de' senni del corpo; e di questa memoria arti- 
fieiale dice Tulio 5 ch'e parte di rettorica. 4. E dice che memoria e 
quella scienzia per la quale noi fermiamo nelPanimo le cose e le 
parole ch' avemo trovate e ordinate, sicch6 noi ci 'nde ricordiamo 
quando siemo a dire. 6 E gia e detto che & memoria; si dicerk il 
conto la quinta e ultima parte di rettorica, cioe pronuntiatio. 

Dice Tullio delta pronunziagione. 

32. Pronuntiatio e avenimento 7 della persona e della voce secondo 
la dignitade delle cose e delle parole. 

Sponitore. 

i. E al ver dire poco vale trovare, ordinare, ornare parole e avere 
memoria, chi non sae profferere e dicere le sue parole con aveni 
mento. E perci6 alia fine dice Tulio che e pronuntiatio ; e dice ch'e 
quella scienzia per la quale noi sapemo profferere le nostre parole 
e amisurare e accordare la voce e '1 portamento della persona e delle 
membra secondo la qualitade del fatto e secondo la condizione della 
diceria. 2. Che" chi vuole considerare il vero, altro modo vuole 
nelle voci e nel corpo parlando di dolore che di letizia, e altro di 
pace che di guerra. Ch< J l parliere che vuole somuovere il populo 
a guerra dee parlare ad alta voce per franche parole e vittoriose, 

i. ci 'nde ricordi: ce ne ricordiamo. 2. una . . . artificials: la distinzione 
delle due memorie deriva dalla Rhet. ad Her. , in, xvi. 3. senno: senso. 
4. per li quali. . . impresi: avendo ben appreso i quali. 5. dice Tulio : la Rhe- 
torica ad Herennium, che gli era attribuita. 6. siemo a dire: veniamo al 
momento di parlare. 7. avenimento: portamento. 



BRUNETTO LATINI 151 

e avere argoglioso avenimento di persona e niquitosa 1 ciera con 
tra' nemici. 3. E se la condizione richiede che debbia parlamentare 
a cavallo, si dee elli avere cavallo di grande rigoglio, a si che quando 
il segnore parla il suo cavallo gridi e anatrisca 3 e razzi 4 la terra col 
piede e levi la polvere e soffi per le nari e faccia tutta romire 5 
la piazza., sicche paia che coninci lo stormo 6 e sia nella battaglia. 
E in questo punto non pare che si disvegna 7 a la fiata levare la mano 
o per mostrare abondante 8 animo o quasi per minaccia de* ne 
mici. 4. Tutto altrimenti dee in fatto di pace avere umile aveni 
mento del corpo, la ciera amorevole, la voce soave, la parola pa- 
ceffica, le mani chete ; e '1 suo cavallo dee essere chetissimo e pieno 
di tanta posa 9 e si guernito di soavitade che sopr'a lui non si muova 
un sol pelo, ma elli medesimo paia fattore 10 della pace. 5. E cosi 
in letizia de" '1 parlatore tenere la testa levata, il viso allegro e tutte 
sue parole e viste 11 significhino allegrezza. Ma parlando in dolor e 
sia la testa inchinata, il viso triste e li occhi pieni di lagrime e tutte 
sue parole e viste dolorose, sicche ciascuno sembiante per s6 e 
ciascuno motto per s6 muova T animo dell'uditore a piangere e a 
dolore. 6. E gia e detto delle cinque parti sustanziali di rettorica 
interamente secondo Toppinione di Tulio, e si come lo sponitore 
le puote fare meglio intendere al suo porto . . . 



Le parti della constituzione generate. 

48. Questa constituzione del genere pare a noi ch'abbia due parti: 
iudiciale e negoziale. 

Lo sponitore. 

i. Poi che Tullio hae ripresa Toppinione d'Ermagoras 12 delle 
quattro parti, si dice la sua sentenza e dice che sono pur due parti, 
cioe quelle altre due che dicea Ermagoras: iudiciale e negoziale; 
e immantenente detta la sua sentenza, la quale vince quella 

i. niquitosa: minacciosa. 2. rigoglio: baldanza. Questo brano e ispirato 
da Buoncompagno, Rhet. novissima, in Bibl. iurid. Medii Aevi, n (1891), 
p. 297. 3. anatrisca: nitrisca. 4. razzi: raspi. 5. romire: risonare. 
6. lo stormo: Tassalto. 7. non pare . . . disvegna: e opportune. 8. abon- 
dante: ardito. 9. posa: tranquillita. 10. fattore: fautore. n. viste: atti. 
12. Ermagoras: nei 43-7 Cicerone, seguito da Brunetto, confuta la 
quadripartizione della costituzione del genere sostenuta da Ermagora 
(sul quale vedi la nota 3 a p. 160). 



152 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

d'Ermagoras e d'ogn'altro, si dice e dimostra che e iudiciale e che 
e negoziale, in questo modo: 

Generale 

I 



. I. I 

iudiciale negoziale 



Di iudiciale. 

49. Iudiciale e quella nella quale si questiona la natura di dritto e 
d'iguaglianza e la ragione di guiderdone o di pena. 

Sponitore. 

i. La iudiciale constituzione e quella nella quale per diritto, 
cioe per ragione provenuta per usanza e per iguaglianza, cioe per 
ragione naturale o per ragione scritta, si questiona sopra la quanti- 
tade o sopra la comparazione o sopra la qualitade d'un fatto, per 
sapere se quel fatto e giusto o ingiusto o buono o reo. 2. Altressi e 
iudiciale quella nella quale e questione d'alcuno per sapere s'egli 
e degno di pena o di merito. Verbigrazia: (cAlobroges 1 e degno 
d'avere merito di ci6 che manifest6 la congiurazione di Catellina ? ; 
e questionasi del si o del no. E anche questo esemplo: fe Giraldo 
degno di pena di ci6 che commise furto?; e questionasi del si o 
del no. 3. E poi che ha detto Tulio del iudiciale, si dicer& dell'al- 
tra parte, cioe della negoziale. 



Di negoziale. 

50. Negoziale e quella nella quale si considera chente ragione sia 
per usanza civile o per equitade, sopra alia quale diligenzia sono 
messi i savi di ragione. 2 

Lo sponitore. 

i. Dice Tulio che quella constituzione e appellata negoziale 
nella quale si considera per usanza civile, cioe per quella ragione 

i.Alobroges: Brunette ha creduto nome proprio 1'aggettivo indicante la 
nazionahta ( allobrox ) di Volturcio, uno degli inviati galli in contatto 
con Catilina, che, arrestato, sve!6 particolari della congiura (cfr. Sallustio 
Cofc/., XLVII, i). 2. sopra alia quale . . . ragione: cui diligentiae praeesse 
apud nos mre consulti existimantur . 



BRUNETTO LATINI 153 

la quale i cittadini o paesani sono usati di tenere Hloro uso o in 
loro costuduti, 1 o per equitade, cioe per legi scritte, chente ra- 
gioni debbiano essere sopra quella constituzione. 2. E intra la 
iudiciale e la negoziale hae cotale differenzia : che la iudiciale tratta 
sopra le cose passate e intorno le leggi scritte e trovate ; ma la ne 
goziale intende 2 intorno le present! e future e intorno le legi e 
usanze che saranno scritte e trovate. 3. E questa e di molta fati- 
ca, perci6 che' parlieri s'affaticano di grande guisa a provarla e a 
formare nuove ragioni e usanze allegando in ci6 ragioni da simile 
o da contrario. E questa questione si tratta davante a' savi di legge 
e di ragione, ma in provare la iudiciale basta dicere pur quello che 
la ragione ne dice. 4. E poi che Tulio ha detto che e la iudiciale 
e che e la negoziale, si dicera delle parti della iudiciale per meglio 
dimostrare lo 'ntendimento di ciascuno capitolo dell'Arte. 

Di due parti di iudiciale. 
51. La iudiciale dividesi in due parti, cio sono assoluta e assuntiva. 

Sponitore. 

i . In questa parte dice Tulio che quella questione la quale e iu 
diciale, si come davanti e mostrato, si ha due parti: una ch'e appel- 
lata assoluta e 1'altra la quale e appellata assuntiva; e dicera di ca- 
tuna per s6. 

Iudiciale 



I I 

assoluta assuntiva 



Dell'asoluta. 

52. Assoluta e quella che in se stessa contiene questione o di ragione 
o d'ingiuria. 

Lo sponttore. 

i. Dice Tulio che quella questione iudiciale del genere ee ap 
pellata assoluta la quale in se medesima e disciolta e dilibera, si 
che sanza niuna giunta di fuori contiene in se questione sopra la 

i. costuduti: costituzioni. 2. intende: si applica. 



154 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

qualitade o sopra la quantitade o sopra la comparazione del fatto, 
il qual fatto si cognosce s'egli e di ragione o d'ingiuria, cioe se quel 
fatto e giusto o ingiusto o buono o reo, si come in questo esemplo 
donde fue cotale questione. 2. Verbigrazia: Fecero quelli da Teba 
giusto o ingiusto quando per segnale della loro vittoria fecero un 
trofeo di metallo? J E certo questo fatto, cioe fare un trofeo di me- 
tallo per segnale di vittoria, piace per se sanza neuna giunta e in s6 
contiene forza della pruova, perci6 ch'era cotale usanza. 

Asuntiva. 

53. Assuntiva e quella che per s non d& alcuna ferma cosa a di- 
fendere, ma di fuori prende alcuna difensione; e le sue parti sono 
quattro: concedere, rimuovere lo peccato, riferire lo peccato e 
comparazione. 

Asuntiva 

! 

III! 

concedere rimuovere riferire comparazione 

Sponitore. 

i. Tullio dice che quella constituzione e appellata assuntiva della 
quale nasce questione, la quale in se non ha fermezza per difendersi 
da quello peccato ch'e a lui apposto, ma d'un altro fatto di fuori 
da quello prende argomento da difendersi: si come nella questione 
d' Orestes, 2 che fue accusato ch'avea morta 3 la sua madre, ed elli 
dicea che 1'avea morta giustamente. E certo il suo dire parea crudel 
fatto, si che queste parole per s6 non hanno difensione com'elli 
1'abbia fatto giustamente, ma prende sua difensione d'un altro 
fatto di fuori e dice: Io 1'uccisi giustamente, perci6 ch'ella uccise 
il mio padre . E cosi pare che con questa giunta piaccia la sua ra 
gione. 2. E questa cotale questione assuntiva ha quattro parti, delle 
quali il testo dicera di catuna perfettamente per s6. 



i. & Fecero... metallo?*: 1'esempio e tratto da De invent., II, 69, dove 1'ere- 
zione del trofeo viene discussa perch avrebbe eternato 1'inimicizia degli 
Spartani con i Tebani. 2. questione d' Orestes: esempio classico in tutti 
i testi retorici; a partire da De invent., I, 18. 3. morta: uccisa. 



BRUNETTO LATINI 155 

Di concedere. 

54. Concedere e concessione e quando Faccusato non difende 
quello ch'e fatto ma addomanda che sia perdonato; e questa si 
divide in due parti, cio sono purgazione e preghiera. 

Sponitore. 

i. Poi che Tulio avea detto che e e quale la questione assuntiva 
e com'ella si divide in quattro parti, si vuole dicer e di ciascuna 
per se divisatamente perche* '1 convenentre 1 sia piu aperto. 3. E 
primieramente dice che e concedere, e dice che quella constitu- 
zione e appellata concessione quando Faccusato concede il peccato 
e confessa d'averlo fatto, ma domanda che sia perdonato; e questo 
puote essere in due maniere: o per purgazione o per preghiera, e 
di ciascuna di queste dira Tulio partitamente, e prima della pur 
gazione. 

Di purgazione. 

55. Purgazione e quando il fatto si concede ma la colpa si rimuove, 
e questa si ha tre parti: imprudenzia, caso e necessitade. 

Purgazione 



I i I 

imprudenzia caso necessitade 

Sponitore. 

i. Dice Tulio che quella maniera di concedere la quale e per 
purgazione si e e aviene quando Faccusato confessa, ma lievasi 
la colpa e dice che quel fatto non fue sua colpa; e questo puote 
fare in tre maniere, delle quali e prima imprudenzia, cioe non sa- 
pere. 2. Verbigrazia: mercatanti fiorentini 2 passavano in nave per 
andare oltramare. Sorvenne loro crudel fortuna di tempo 3 che li 
mise in pericolosa paura, per la quale si botaro che s'elli scampas- 
sero e pervenissero a porto, che elli offerrebboro delle loro cose a 
quello deo che la fosse, ed e* medesimi Fadorrebbero. Alia fine 

i. '/ convenentre: la situazione giuridica. 2. mercatanti fiorentini: e, mo- 
demizzato, un esempio del De invent., n, 95, come pure i due successivi 
(n, 97 e n, 98). 3. fortuna di tempo: fortunale, burrasca. 



156 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

arrivaro ad uno porto nel quale era adorato Malcometto 1 ed era 
tenuto deo. Questi mercatanti Tadoraro come idio e feciorli grande 
offerta. Or furono accusati ch'aveano fatto contra la legge; la qual 
cosa bene confessavano, ma allegavano imprudenzia, cioe che non 
sapeano, e perci6 diceano che fosse perdonato. E di ci6 era que- 
stione, se doveano essere puniti o no. 3. La seconda maniera e 
caso, cioe impedimento ch'adiviene, si che non si puote fare quello 
che si dee fare. Verbigrazia: un mercatante caursino 2 avea impron- 
tato 3 da uno francesco 4 una quantita di pecunia a pagare in Parigi 
a certo termine e a certa pena. 5 Avenne che '1 debitore, portando 
la moneta, trov6 il fiume di Rodano 6 si malamente cresciuto che 
non poteo passare ne essere al termine che era ordinato. Colui che 
dovea avere domandava la pena, Paltro confessava bene ch'avea 
fallito del termine, 7 ma non per sua colpa, se non che ? 1 caso era 
avenuto ch'avea impediment! to 8 la sua venuta, e per6 dicea che 
la pena non dovea pagare; e di ci6 e questione, se la dovea pagare 
o no. 4. La terza maniera e necessitade, cio& che conviene che sia 
cosi e altro non potea fare. Verbigrazia: statuto era in Costanti- 
nopoli che qualunque nave viniziana arrivasse nel porto loro, la 
nave e ci6 che entro vi fosse si publicasse 9 al segnore. Avenne che 
mercatanti genovesi allogaro 10 una nave di Vinegia e passaro con 
grande carico d'avere. Convenne che per impeto di tempo, per 
forza di venti contra' quali non si poteano parare, pervennero 
nel porto e fue presa la nave e le cose per lo segnore. Ben confessa 
vano li mercatanti che la nave era veniziana, ma per necessitade 
erano venuti in esso porto, e per6 diceano che non doveano perdere 
le cose; e di ci6 era questione, se le doveano perdere o no. Tutto 
altressi i Veniziani, cui fue 11 la nave, raddomandavano la nave o la 
valenza; 12 i mercatanti diceano che 1'amenda non dovea essere do- 
mandata, perci6 che per necessitade e non per volontade erano iti 
in quel porto. 5. E poi che Tullio hae detto della purgazione e 
delle sue parti, si dicera della preghiera. 

i. Malcometto: Maometto. 2. caursino: di Cahors; per Dante i caorsini 
(Inf., xi, 50) sono usurai per antonomasia! 3. improntato: ricevuto in 
prestito. 4. francesco: della Francia del nord. 5. pena: risarcimento in 
caso di tardata restituzione. 6. trovd . . . Rodano: percorrendo le strade 
del meridione e poi la valle del Rodano, strada classica ma non la pifc 
breve. 7. fallito del termine: superato il termine di tempo prestabilito 
8. tmpedimenttto: impedito. 9. si publicasse: si confiscasse, a pro del 
governatore. 10. allogaro: affittarono. n.fue: apparteneva. 12. la va- 
Lenza: il cornspettivo in denaro. 



BRUNETTO LATINI 157 



Delia preghiera, 

56. Preghiera e quando 1'accusato confessa ch'elli hae commesso 
quel peccato e confessa che 1'hae fatto pensatamente, ma si domanda 
che li sia perdonato, la qual cosa molte rade fiate puote avenire. 

Lo sponitore. 

i. Tullio dimostra in questa picciola parte del testo che cosa e 
appellata preghiera in questa arte. E dice che allotta & questione 
di preghiera quando Faccusato confessa e dice che fece quel pec 
cato che gli e aposto e ricognosce che Tha fatto pensatamente, ma 
tutavolta domanda perdono. 2. Onde nota che questa preghiera 
puote essere in due maniere, o aperta o ascosa. Verbigrazia: in 
questo modo e la preghiera aperta: dice Taccusato: (do confesso 
bene ch'io feci questo fatto, ma pregovi per amore e per re- 
verenza di Dio che voi mi perdoniate. La preghiera ascosa e 
in questo modo : lo confesso ch'io feci questo fatto, e non do- 
mando che voi mi perdoniate; ma se voi ripensaste quanto bene 
e come grande onore i' hoe fatto al Comune, ben sarebbe degna cosa 
che mi fosse perdonato . 3. Ma si dice Tullio che queste preghiere 
possono avenire rade volte, spezialmente 1 davante a giudici che 
sono giurati 1 a lege sie che non hanno poclere di perdonare. Ben 
puote alcuna fiata lo 'mperadore e '1 Sanato avere provedenza in 
perdonare gravi misfatti, si come poteano li Anziani del popolo di 
Firenze ch'aveano podere di gravare e di disgravare secondo lo loro 
parimento. 2 4. E poi che Tullio hae detto della prima parte della 
constituzione assuntiva, cioe della concessione e che cosa e conce- 
dere, e ha delle due maniere di concedere detto, cioe di purga- 
zione e di preghiera, si dicera della seconda parte, cioe .rimuovere 
lo peccato. 

Di rimuovere. 

57. Rimuovere lo peccato e quando 1'accusato si sforza di rimuo 
vere quel peccato da s6 e da sua colpa e metterlo sopra un altro 3 
per forza e per podest di lui; la qual cosa si puote fare in due guise : 

i. giurati: obbligati per giuramento. 2. parimento: parere. 3. metterlo 
sopra un altro: attribuirlo a un altro. 



158 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

o mettere la colpa o mettere lo fatto sopr'altrui. E certo la colpa e la 
cagione si mette sopra altrui dicendo che quel sia fatto per sua forza 
e per sua podestade. II fatto si mette sopr'altrui dicendo che dovea 
un altro e potea fare quel fatto. 

Rimuovere 



colpa fatto 



Sponttore. 

i. In questo luogo dice Tullio ch'e rimuovere lo peccato e come 
si puote fare, ed e cotale il caso : uno e accusato d'uno malificio, 1 
ed elli vegnendo a sua defensione si leva da s quel maleficio e met- 
telo sopra un altro, o dice bene che Pha fatto, ma un altro ch'avea 
in kd forza e signoria il costrinse a fare quel male ; e questo rimo- 
vimento del peccato dice Tullio che si puote fare in due guise: 
Tuna si mette la colpa e la cagione sopra un altro, Paltra si mette il 
fatto sopra altrui. 2. E certo la colpa e la cagione si mette sopr'al 
trui quando Paccusato dice che elli ha fatto quel male per colpa 
d'alcuno il quale ha sopra lui forza e signoria. Verbigrazia: il 
Comune di Firenze* elesse ambasciadori, e fue loro comandato 
che prendessero la paga del camarlingo 3 per loro dispensa 4 e 
immantenente andassero alia presenzia di messer lo papa per con- 
tradiare 5 il passamento de' cavalieri che veniano di Cicilia in 
Toscana contra Firenze. Questi ambasciadori domandaro il paga- 
mento, e '1 signore nol fece dare, e '1 camarlingo medesimo neg6 
la pecunia, sicche li ambasciadori non andaro e j cavalieri vcnnero. 
Delia qual cosa questi ambasciadori fuorono accusati, ma elli si 
levaro la colpa e la cagione e miserla sopra J l signore e sopra '1 ca 
marlingo, i quali aveano la forza e la segnoria e non fecero lo paga- 
mento. 3. Mettere il fatto sopr'altrui e quando Paccusato dice 
ch'egli quel fatto non fece e non ebbe colpa n6 cagione del fare, 
ma dice che alcuno altro Pha fatto ed ebbevi colpa e cagione, mo- 
strando che quelP altro sopra cui elli il mette dovea e potea fare 

i. malificio: colpa. 2. il Comune di Firenze: anche questo esempio ne 
modernizza uno di Cicerone, De invent., n, 87. 3. del camarlingo: dai te- 
sonere. 4. per loro dispensa: per le loro spese. 5. contradiare* evi- 
tare. 



BRUNETTO LATINI 159 

quel male. Verbigrazia: Catone e Catellina 1 andavano da Roma a 
Rieti, e incontrarono uno parente di Catone, a cui Catellina por- 
tava grande malavoglienza per cagione della coniurazione di Roma, 
e perci6 in mezzo della via Tuccise; ne Catone non avea podere 
di difenderlo, perci6 ch'era malato di suo corpo, ma rimase intorno 
al morto per ordinare sua sopultura. E Catellina si n'and6 in altra 
parte molto avaccio 2 e celatamente. In questo mezzo genti che 
passavano per lo camino trovaro il morto di novello, e Catone in 
torno a lui, si pensaro certamente che Catone avesse fatto il mali- 
ficio, e percid fue esso accusato di quella morte; ond'elli in sua de- 
fensione levava da s6 quel fatto dicendo che fatto no'lPavea e che 
nol dovea fare, perci6 ch'era suo parente, e dicea che mrll'arebbe 
potuto fare, perci6 ch'elli era malato di sua persona. E cosi recava 
il fatto e la colpa sopra Catellina, perci6 che '1 dovea fare come di 
suo nemico e poteal fare, ch'era sano e forte e di reo animo. 
4. E poi che Tulio hae insegnato rimuovere lo peccato, si insegnera 
in questa altra partita riferire il peccato. 



Tullio dice che & riferire il peccato. 

58. Riferire il peccato e quando si dice che sia fatto per ragione, 
impercio che alcuno avea tutto avanti fatto a lui ingiuria. 

Lo sponitore. 

i. Dice Tullio che riferire il peccato e allora quando 1'accusato 
dice ch'elli hae fatto a ragione quello di che elli e accusato, percib 
ch'a lui fue prima fatta tale ingiuria che dovea a ragione prendere 
tale vengianza, si come apare nell'esemplo d' Orestes, che fue accu 
sato della morte di sua madre, ed esso dicea che 1'avea morta a ra 
gione, perci6 che primieramente avea ella fatta a lui ingiuria, cioe 
ch'avea morto il padre d' Orestes; e di questo nasce cotale questione 
se Orestes fece quel fatto a ragione o no. 2. E poi che Tulio hae 
insegnato riferire lo peccato, si insegnera omai che e compara- 
zione. 



i. Catone e Catellina'. 1'esempio e probabilmente fittizio; e noto comunque 
che Catone fu 1'antagonista spirituale di Catilina. 2. avaccio: in fretta. 



160 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 



Tullio dice che I comparazione. 

59. Comparazione e quando alcuno altro fatto si contende che fue 
diritto e utile, e dicesi che quello del quale e fatta la riprensione 
fue commesso perche quell' altro si potesse fare. 

Lo sponitore. 

i. In questo luogo dice Tullio che quella questione e appellata 
comparazione nella quale Taccusato dice c'ha fatto quello ch'e 
a lui apposto, per cagione di poter fare un altro fatto utile e diritto. 
Verbigrazia: Marco Tullio, stando nel piu alto officio di Roma, 
sentio che coniurazione si facea per lo male del Comune, ma non 
potea sapere chi n6 come. Alia fine diede delPavere del Comune 
in grande quantitade ad una donna la quale avea nome Fulvia, 
ed era arnica per amore 1 di Quinto Curio, il quale era sapitore 2 del 
tradimento; e per lei trovo e seppe dinanzi tutte le cose in tale 
maniera ch'elli difese la cittade e J l Comune della molt'alta tradi- 
gione. 2. Ma alia fine fue ripreso ch'elli avea troppo malamente 
dispeso Pavere di Roma. Ed elli in defensione di s6 dicea che quelle 
spese avea fatte per fare un altro fatto utile e diritto, cio& per scam- 
pare la terra di tanta distruzione, e quello scampamento non potea 
fare sanza quella dispesa; e cosl mostra che '1 fatto del quale elli 
e ripreso fue fatto per bene. 3. E poi che Tullio hae detto delle 
quattro parti della constituzione assuntiva, la quale e parte della 
iudiciale si come pare davanti nel trattato della constituzione del 
genere, si ridicera elli brevemente sopra la questione traslativa, 
della quale fue assai detto in adietro, per dire alcuna cosa che la 
fue intralasciata. 



Come Ermagoras 3 fue trovatore della questione translativa. 

60. Nella quarta questione, la quale noi appelliamo translativa, 
certo la controversia d'essa questione e quando si tenciona a cui 

i. arnica per amore: amante. L'episodio e narrate da Sallustio, Catil., 
xxvi, 4 sgg. 2. sapitore: complice. 3. Ermagoras: Ermagora di Temno, 
il retore greco a cui spesso si rifa, talora polemicamente, Cicerone. I suoi 
insegnamenti sono noti, appunto, dal De inventione, oltre che da Quinti- 
liano. ^ 



BRUNETTO LATINI l6l 

convegna fare la questione, o con cui od in che modo, o davante 
a cui, o per quale ragione, o in che tempo; e sanza fallo tuttora e 
controversia o per mutare o per indebolire Tazione. E credesi che 
Ermagoras fue trovatore di questa constituzione ; non che molti 
antichi parlieri 1 non Tusassero spessamente, ma percio che li scrit- 
tori dell'arte non pensaro che fosse delle capitane 2 e non la misero 
in conto delle constituzioni. Ma poi che da lui fue trovata, molti 
Thanno biasimata, i quali noi pensamo c'hanno fallito non pur in 
prudenzia: che certo manifesta cosa e che sono impediti per invidia 
e per maltrattamento. 3 

Sponitore. 

1. Questo testo di Tullio e assai aperto in se medesimo, e spe- 
zialmente perci6 che della questione o constituzione translativa 
e assai sufficientemente trattato indietro in altra parte di questo 
libro, e la sono divisati molti esempli per dimostrare come si tra- 
muta Tazione quando non muove la questione quelli che dee, o 
contra cui dee, o innanzi cui dee, o per la ragione che dee, o nel 
tempo che dee. 2. Sicche* al postutto in questa translativa conviene 
che sempre sia: o per tramutare Tazione in tutto, come appare in 
dietro nell'esemplo di colui che risponde all'aversario suo: Io 
non ti risponder6 di questo fatto n6 ora ne giamai ; e cosi in tutto 
tramuta Fazione dell'aversario ecc. O e per indebolire Fazione in 
parte ma non del tutto, si come appare nell'esemplo di colui che 
risponde all'aversario suo: Io ti rispondero di questo fatto, 
ma non in questo tempo, o non davante a queste persone. 3. E 
dice Tullio che Ermagoras fue trovatore della translativa constitu 
zione, cioe che la mise nel conto delle quattro constituzioni si 
come detto fue in adietro. E di ci6 fue ripreso da alquanti che non 
erano bene savi e che aveano invidia e maltrattamento contra lui. 
Nota che invidia e dolore dell'altrui bene, e maltrattamento e 
dicere male d'altrui . . . 

Lo sponitore chiarisce tutto do ch'e detto in adietro. 

2. E sopra questo punto, anzi che '1 conto 4 vada piu innanzi, 
piace allo sponitore di pregare il suo porto, per cui amore e compo- 

i . parlieri : oratori. 2. capitane: principal!. 3. maltrattamento'. maldi- 
cenza. 4. '/ conto: I'esposizione. 



162 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

sto il presente libro non sanza grande afanno di spirito, che '1 suo 
intendimento sia chiaro e lo 'ngegno aprenditore, e la memoria 
ritenente a intendere le parole che son dette in adietro e quelle che 
seguitano per innanzi, si che sia, come desidera, dittatore perfetto 
e nobile parladore, della quale scienzia questo libro e lumiera* 
e fontana. 3. E avegna che J l libro tratti pur sopra controversie e 
insegni parlare sopra le cose che sono in tencione, e insegna co- 
gnoscere le cause e le questioni, e per mettere esempli dice sovente 
dell'accusato e deiraccusatore, penserebbe per aventura un grosso 2 
intenditore che Tullio parlasse delle piatora che sono in corte, 3 
e non d'altro. 4. Ma ben conosce lo sponitore che '1 suo amico 
e guernito di tanto conoscimento ch'elli intende e vede la propria 
intenzione del libro, e che le piatora s'apartengono a trattare ai 
segnori legisti; e che rettorica insegna dire appostatamente sopra la 
causa proposta, la qual causa no e pur di piatora n6 pur tra accu- 
sato e accusatore, ma e sopra 1'altre vicende, si come di sapere dire 
in ambasciarie e in consigli de' signori e delle comunanze e in sapere 
componere una lettera bene dittata. 5. E se Tullio dice che nelle 
dicerie intra le parti sono le constituzioni e questioni e ragioni e 
giudicamento e fermamento, ben si dee pensare un buono intendi 
tore che tuttodie ragionano le genti insieme di diverse materie, nelle 
quali adiviene sovente che Puno ne dice il suo parere e dicelo in un 
suo modo, e 1'altro dice il contrario, si che sono in tencione; e Puno 
appone e 1'altro difende, e perci6 quelli che appone contra Taltro 
e appellato accusatore, e quelli che difende ee appellato accusato, 
e quello sopra che contendono e appellata causa. 6. Onde se 
Puno appone e Paltro niega, al postutto di questo non puote nascere 
questione se non di sapere se quella cosa che niega elli Pha fatta 
o detta o no. Ma quando Puno appone e Paltro difende, si e la 
causa incominciata e ordinata tra loro. E questo e la constituzione, 
della quale nasce la questione, cioe se la sua difesa e a ragione o 
no; e poi ciascuno contende come pare a lui per confermare le sue 
parole e per indebolire quelle delPaltro, si come appare per adie 
tro nel trattato della questione e della ragione e del giudicamento 
e del fermamento. 7. Onde non sia credenza 4 d'alcuno che, si 
come dicono li esempli messi in adietro, che Orestes fosse accu 
sato in corte della morte di sua madre; ma le genti ne contendeano 

i. lumiera: lume. 2. grosso: superficiale. 3. delle piatora . . . corte: dei 
processi che si svolgono in tribunale. 4. credenza: opinione. 



BRUNETTO LATINI 163 

intra loro, die 1'uno dicea che non avea fatto ne bene ne ragione - 
e questo e appellate accusatore -; un altro dicea in defensione 
d' Orestes ch'elli avea fatto bene e ragione - e questo e appellato 
nel libro accusato. 



De* consiglieri. 

8. Cosi aviene intra' consiglieri de' signori e delle comunanze, che 
poi che sono asemblati 1 per consigliare sopra alcuna vicenda, cioe 
sopra alcuna causa la quale e messa e proposta davanti loro, al- 
Tuno pare una cosa e alP altro pare un'altra; e cosi e gia fatta la 
constituzione della causa, cioe ch'e cominciata la tencione tra loro, 
e di ci6 nasce questione s'elli ha ben consigliato o no. E questo 
e quello che Tullio appella questione. 9. E percib 1'uno, poi 
ch'elli hae detto e consigliato quello che lui ne pare, immantenente 
assegna la ragione per la quale il suo consiglio ee buono e diritto. 
E questo e quello che Tullio appella ragione. 10. E poi ch'elli 
hae assegnata la cagione e la ragione per che, si sforza di mostrare 
perche s'alcuno consigliasse o facesse il contrario, come sarebbe 
male e non diritto ; e cosi infievolisce la partita 2 che e contra il suo 
consiglio; e questo e quello che Tullio appella giudicamento. 
ii. E poi ch'elli hae indebolita la contraria parte, si raccoglie 
tutti i fermissimi argomenti e le forti ragioni che puote trovare per 
piu indebolire Taltra parte e per confermare la sua ragione ; e que 
sto e quello che Tullio appella fermamento. 12. E certo queste 
quattro parti, cioe questione, ragione, giudicamento e fermamento, 
possono essere tutte nella diceria delFuno de' parlatori, si come 
appare in ci6 ch'e detto di sopra. E puote bene essere la sua diceria 
pur delPuna, cioe pur infine alia questione, dicendo il suo parere 
e non assegnando sopra ci6 altra ragione. E puote bene essere pur 
di due, cio& dicendo il suo parere e assegnando ragione per che. E 
puote bene essere pur di tre, cioe dicendo il suo parere e assegnando 
ragione per che e mdebolendo la contraria parte. E puote essere di 
tutte e quattro si come fue dimostrato di sopra. 13. Quest' e la diceria 
del primo parliere. E poi ch'elli ha consigliato e posto fine al suo 
dire, immantenente si leva un altro consigliere e dice tutto il contra 
rio che hae detto colui davanti ; e cosi e fatta la constituzione, cioe 

i. asemblati: riuniti. 2. infievolisce la partita-, indebolisce la parte. 



164 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

la causa ordinata, e cominciata la tencione; e sopra i loro detti, 
che sono varii e diversi, nasce questione, se colui avea bene consi- 
gliato o no. Poi dimostra la ragione perch6 il suo consiglio & mi- 
gliore. Apresso indebolisce il detto e '1 consiglio di colui ch'avea 
detto dinanzi da lui; e poi riconferma il consiglio suo per tutti i piu 
fermi argomenti che pu6 trovare. Adunque le predette quattro 
cose o parti possono essere nel detto del primo parliere e nel detto 
del secondo e di ciascuno parlamentare. 14. Cosie usatamente 
aviene che due persone si tramettono 1 lettere Puno all' altro o in 
latino o in prosa o in rima o in volgare o in altro, 2 nelle quali con- 
tendono d'alcuna cosa, e cosi fanno tencione. Altressi uno amante 
chiamando merz alia sua donna dice parole e ragioni molte, ed 
ella si difende in suo dire e inforza le sue ragioni e indebolisce quelle 
del pregatore. In questi e in molti altri esempli si puote assai bene 
intendere che la rettorica di Tullio non e pure ad insegnare piate- 
giare 3 alle corti di ragione, avegna che neuno possa buono avo- 
cato essere ne perfetto se non favella secondo Tarte di rettorica. 
15. E ben e vero che lo 'nsegnamento ch'e scritto in adietro pare 
che sia molto intorno quelle vicende che sono in tencione e in con- 
traversia tra alcune persone, le quali contendano insieme Funo 
incontra Taltro; e potrebbe alcuno dicere che molte fiate uno 
rnanda lettera ad altro ne la quale non pare che tencioni contra lui 
(altressi come uno ama per amore 4 e fa canzoni e versi della sua 
donna, nelli quali non ha tencione alcuna intra lui e la donna), 
e di ci6 riprenderebbe il libro e biasmerebbe Tullio e lo sponitore 
medesimo di ci6 che non dessero insegnamento sopra ci6, massi- 
mamente a dittare lettere, le quali si costumano e bisognano piu 
sovente e a piu genti, che non fanno Paringhiere e parlare intra 
genti. 1 6. Ma chi volesse bene considerare la propieta d'una let 
tera o d'una canzone, ben potrebbe apertamente vedere che colui 
che la fa o che la manda intende ad alcuna cosa che vuole che sia 
f atta per colui a cui e' la manda. E questo puote essere o pregando o 
domandando o comandando o minacciando o confortando o consi- 
gliando ; e in ciascuno di questi modi puote quelli a cui vae la let 
tera o la canzone o negare o difendersi per alcuna scusa. Ma quelli 
che manda la sua lettera guernisce di parole ornate e piene di sen- 

i . si tramettono : si inviano. 2. in volgare o in altro : in volgare toscano o in 
altro volgare. 3 . piategiare : contendere. 4. ama per amore ; e innamorato. 



BRUNETTO LATINI 165 

tenzia e di fermi argomenti, si come crede 1 poter muovere Tanimo 
di colui a non negare, e, s'elli avesse alcuna scusa, come la possa 
indebolire o instornare in tutto. Dunque e una tencione tacita in- 
tra loro, e cosi sono quasi tutte le lettere e canzoni d'amore in modo 
di tencione o tacita o espressa; e se cosi no e, Tullio dice manifesta- 
mente, intorno '1 principio di questo libro, che non sarebbe di 
rettorica. 17. Ma tuttavolta, o tencione o no tencione che sia, Tul 
lio medesimo, luogo innanzi, isforza 2 i suoi insegnamenti in parlare 
e in dittare secondo la rettorica; e la dove Tullio sine pasasse 3 o 
paresse che dica pur insegnamenti sopra dire tencionando, lo spo- 
nitore isforzera lo suo poco ingegno in dire tanto e si intendevole- 
mente 4 che '1 suo amico potra bene intendere Tuna materia e Tal- 
tra. 1 8. Ed ecco Tullio che incomincia a dire di quelle partite 
della diceria o d'una lettera dittata, delle quali non avea detto neen- 
te in adietro: e queste parti sono sei, si come apare in questo 
arbore : 

Diceria 

! 

111. I II 

esordio narrazione partigione confirmazione riprensione conclusione 

Queste sono le sei parti che Tullio mostra certamente che sono 
nella diceria o nella pistola, specialmente in quelle che sono tencio 
nando, si come appare nel detto dello sponitore qui adietro; e, si 
come detto fue in altra parte di questo libro, Tullio reca tutta la 
rettorica alle cause le quali sono in contraversia e in tencione. 
E ben dice tutto a certo che le parole che non si dicono per ten 
cione d'una parte incontra un'altra non sono per forma ne per arte 
di rettorica. 19. Ma perci6 che la pistola, cioe la lettera dettata, 
spessamente non e per modo di tencionare n di contendere, anzi 
e uno presente che uno manda ad un altro, nel quale la mente fa- 
vella ed e udito colui che tace e di lontana terra dimanda e acquista 
la grazia, la grazia ne 'nforza e 1'amore ne fiorisce, e molte cose mette 
in iscritta le quali si temerebbe e non saprebbe dire a lingua in 
presenzia; si dirae lo sponitore un poco dell'oppinione de' savi e 
della sua medesima in quella parte di rettorica ch'apartene a 
dittare, si come promise al cominciamento di questo libro. 20. E 

i. si come crede: nel modo in cui ritiene. 2. isforza: impegna, intensifica. 
3. sine pasasse: se ne sbrigasse troppo brevemente. 4. intendevolemente: 
chiaramente. 



l66 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

dice che dittare e un dritto e ornato trattamento di ciascuna cosa, 
convenevolemente aconcio a quella cosa. 1 Questa & la diffinizione 
del dittare, e perci6 conviene intendere ciascuna parola d'essa 
diffinizione. Unde nota che dice cc dritto trattamento perci6 che le 
parole che si mettono in una lettera dittata debbono essere messe a 
dritto, sicche s'accordi il nome col verbo, e '1 mascunino e '1 femi- 
nino, e lo singulare e '1 plurale, e la prima persona e la seconda e la 
terza, e Taltre cose che si 'nsegnano in gramatica, delle quali lo 
sponitore dira un poco in quella parte del libro che fie piu ave- 
nente; 3 e questo dritto trattamento si richiede in tutte le parti di 
rettorica dicendo e dittando. 21. E dice ornato trattamento 
perci6 che tutta la pistola dee essere guernita di parole avenanti e 
piacevoli e piene di buone sentenze; e anche questo ornato si ri 
chiede in tutte le parti di rettorica, si come fue detto in adietro 
sopra '1 testo di Tullio. 22. E dice ((trattamento di ciascuna co 
sa perci6 che, si come dice Boezio, ogne cosa proposta a dire puote 
essere materia del dittatore; 3 e in questo si divisa dalla sentenzia di 
Tullio, che dice che la materia del parliere non e se non in tre cose, 
ci6 sono dimostrativo, deliberativo e iudiciale. E dice convenevo 
lemente aconcio a quella cosa perci6 che conviene al dittatore 
asettare le parole sue alia sua materia. E ben potrebbe il dittatore 
dicere parole diritte e ornate, ma non varrebbero neente s'elle non 
fossero aconce alia materia. 23. Cosi e divisato il dittatore da ci6 
che dice Tullio ; e perci6 di queste due materie, cioe del dire e del 
dittare, e dello 'nsegnamento dell'uno e delPaltro potrk Famico 
dello sponitore prendere la dritta via. E per questo divisamento 
conviene che le parti della pistola si divisino da queste della dice- 
ria che Tullio ha detto che sono sei, ci6 sono : esordio, narrazione, 
partigione, confermamento, riprensione e conclusione. 24. I. op- 
pinione di Tullio che esordio sia la prima parte della diceria, il qua- 
le apparecchia Panimo dell'uditore a 1'altre parole che rimagnono 
a dire, e questo & appellate prologo della gente. n. E dice che narra 
zione e quella parte della diceria nella quale si dicono le cose 
che sono essute o che non sono essute, come se essute fossoro; e 

i. dittare . . . cosa: Dictamen est ad unarnquamque rem, id est ad unam- 
quamque materiana competens et decora locutio , Guide Faba, Summa 
dictaminis, i, ed. A. Gaudenzi, in Prop. , N. S., m (1890), I, pp. 287-338; 
il, pp. 345-93- 2- avenente: opportuna. 3. ogne cosa . . . dittatore: Ma- 
tena vero hums facultatis est, omnis quidem res proposita ad dictionem 
De differentiis topicis, IV (Migne, P. L. t 64, 1207). ' 



BRUNETTO LATINI 167 

questo e quando uomo dice il fatto sopra '1 quale esso ferma la 
forma della sua diceria. m. E dice che e partigione quando il par- 
Here ha narrato e contato il fatto ed e ? si viene partiendo la sua ra- 
gione e quella delPaversario e dice : Questo fue cosi, e quest' altro 
cosi; e in questo modo acoglie quelle partite che sono a lui piu 
utili e piu contrarie alPaversario, e afficcale 1 airanimo dell'uditore ; 
e allora pare ch'al tutto abbia detto tutto '1 fatto. iv. E dice che 
confermamento e quella parte della diceria nella quale il parlieri 
reca argomenti e assegna ragioni per le quali agiugne fede e altori- 
tade 2 alia sua causa, v. E dice che riprensione e quella parte della 
diceria nella quale il parliere reca cagioni e ragioni e argomenti 
per li quali attuta 3 e menoma e indebolisce il confermamento 
dell'aversario. vi. E dice che coriclusione e la fine e 1 termine di 
tutta la diceria. 25. Queste sono le sei parti che dice Tullio che 
sono e debbono essere nella diceria; e di ciascuna trattera qua 
innanzi il libro sofficientemente. Ma in questo ch'e detto puote 
uomo bene intendere che queste sei medesime possono converrire 
in una pistola, di tal materia puote ella essere. 4 Ma tuttavolta, di 
qualunque materia sia, nelle tre di queste sei parti s'accorda bene la 
pistola colla diceria, cioe nello esordio, narrazione e nella conclu- 
sione; ma Taltre tre, cioe partigione, confermamento e repren- 
sione, possono piu lievemente rimanere 5 e non avere luogo nella 
pistola. Tutto altressi la pistola hae cinque parti, delle quali Tuna 
pu6 bene rimanere e non avere luogo nella diceria, cioe salutation 
1'autra, cio&petitio, avegna che Tulio no'lla nominasse intra le parti 
della diceria, si vi puote e dee avere luogo in tal maniera ch'ap- 
pena pare che diceria possa essere sanza petizione. Dunque le 
parti della pistola sono cinque, ci6 sono salutazione, esordio, narra 
zione, petizione e conclusione, si come appare in questo arbore: 

Epistola 

I 



I I I J. I 

salutazione esordio narrazione petizione conclusione 



26. E se alcuno domandasse per qual cagione Tullio intralasci6 
la salutazione e non ne trattb nel suo libro, certo lo sponitore ne 

i. afficcale: le inculca. 2. altoritade: autorita. 3. attuta: attenua. 4. di 
tal . . . essere : di qualunque materia sia. 5 . rimanere : essere tralasciate. 



l68 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

rendera bene ragione in questo modo. Certa cosa e che Tullio 
nel suo libro tratta delle dicerie che si fanno in presenzia, nelle 
quali non bisogna di contare 1 il nome del parlieri n6 delPuditore. 
Ma nella pistola bisogna di mettere le nomora del mandante e del 
ricevente, ch'altrimente non si puote sapere a certo n6 Puno n6 
Paltro. Apresso ci6, la salutazione pare che sia dell'esordio; ch6 
sanza fallo chi saluta altrui per lettera gia pare che cominci suo 
esordio. E Tullio trattoe dello esordio compiutamente, non cur6 
di divisare della salutazione n6 distendere il suo conto 2 intorno le 
saluti, massimamente perci6 che pare che rechi tutta la retto- 
rica a parlare e in controversia tencionando. 27. E imperci6 furo 
alcuni 3 che diceano che la salutazione non era parte della pistola, 
ma era un titolo fuor del fatto. E io dico che la salutazione e porta 
della pistola, la quale ordinatamente chiarisce le nomora e* meriti 
delle persone e Paffezione 4 del mandante. E nota che dice porta , 
cioe entrata della pistola, e che chiarisce le nomora, cio& del man 
dante e del ricevente; e dice i meriti delle persone , cio& il grado 
e Pordine suo, si come a dire: Innocenzio papa)), Federigo im- 
peradore, Acchilles cavaliere, Oddofredi iudice, e cosi del- 
Paltre gradora. E dice ordinatamente , cio& che mette ii nome e '1 
grado di ciascuno come s'aviene ; s e dice Paffezione del mandante , 
cioe com'elli manda al ricevente salute o altra parola di bene, o per 
aventura di male, secondo la sua affezione, cio& secondo la sua vo- 
lontade. 28. Adunque pare manifestamente che la salutazione e 
cosi parte della pistola come Pocchio delPuomo. E se Pocchio e 
nobile membro del corpo delPuomo, dunque la salutazione & no- 
bile parte della pistola, ch'altressi allumina tutta la lettera come 
Pocchio allumina Puomo. E al ver dire, la pistola nella quale non 
ha salutazione e altrettale come la casa che non ha porta n6 en 
trata e come '1 corpo vivo che non ha occhi. E perci6 falla chi dice 
che salutazione e un titolo fuor del fatto ; anzi si scrive e s'inchiude 
e sugella dentro; ma '1 titolo della pistola 6 la soprascritta di fuori, 
la quale dice a cui sia data 6 la lettera. 29. Ben dico ch'alcuna volta 

i. non bisogna di contare: non occorre dire. 2. distendere il suo conto: di- 
lungare la sua esposizione. 3. furo alcuni: soprattutto Guido Faba, Sum- 
ma, cit., LXXVI (opinione che Brunette accetta nel Tresor, in, LXXI, 2); 
da questo punto Brunetto segue per qualche frase il Condelabrum dictandi 
di Bene da Firenze: cfr. F. MAGGINI, La Retorica italiana di Brunetto 
Latini, cit., pp. 58-9. 4. I'affezione: il sentimento. 5. s'aviene: conviene. 
6. sia data: deve esser data. 



BRUNETTO LATINI 169 

il mandante non scrive la salutazione, 1 o per celare le persone se la 
lettera pervenisse ad altrui o per alcun'altra cosa o cagione. Ne 
non dico che tutta fiata 2 convenga salutare, ma o per desiderio 
d'amore, o per solazzo, talora si mandano altre parole che portano 
piu incarnamento 3 e giuoco che non fa a dire pur salute. E a' mag- 
giori non dee uomo mandare salute, ma altre parole che signifi- 
chino reverenzia e devozione; e talvolta no scrivemo a' nemici 
altro che le nomora e tacemo la salute, o per aventura mettemo 
alcuna altra parola che significa indegnamento 4 o conforto di ben 
fare o altra cosa; si come fa il papa che scrivendo a' Giudei o ad 
altri uomini che non sono della nostra catolica fede o a' nemici 
della santa Chiesa tace la salute, e talvolta mette in quel luogo : 
spirito di piii sano consiglio, o connoscere la via della veritade, o 
abundare in opera di pietade e altre simili cose. 5 

30. Adunque provedere dee il buono dittatore che, similemente 
come saluta Puno uomo 1'autro trovandolo in persona, cosl il dee 
salutare in lettera mettendo e adornando parole secondo che la 
condizione del ricevente richiede. Che quando uomo va davante 
a messer lo papa o davante ad imperadore o a altro segnore eccle- 
siastico o seculare, certo elli va con molta reverenzia e inchina la 
testa, e alia fiata si mette in terra ginocchioni per baciare il piede al 
papa o allo 'mperadore. Tutto altressi dee lo dettatore nominare lo 
ricevente e la sua dignitade con parole di sua onoranza e metterlo 
dinanzi; apresso dee nominare se medesimo e la sua dignitade, 
e poi dee scrivere la sua affezione, cio& quello che desidera che ven- 
ga a colui che riceve la lettera, si come salute o altro che sia avenan- 
te, tuttavolta guardando che questa affezione sia di quella guisa e 
di quelle parole che si convegnono al mandante e al ricevente. 
31. Che quando noi scrivemo a' maggiori di noi o di nostro parag- 
gio 6 o di minore grado, noi dovemo mandare tali parole che siano 
accordant! alle persone e allo stato loro. E non per tanto ch'io 7 
abbia detto che '1 nome del maggiore si de mettere dinanzi e 
del pare altressi, io hoe ben veduto alcuna fiata che grandi principi 

i. il mandante . . . la salutazione: eventualita contemplata anche da Guido 
Faba, Summa, cit., LXIII. 2. tutta fiata : in ogni caso. 3. incarnamento: 
intimita, confidenza. 4. indegnamento : sdegno. 5. si come fa . . .simili cose: 
eventualita contemplata da Guido Faba, Summa, cit., LXII, che coincide pure 
per le espressioni consigliate: ad viam veritatis redire, spiritum consilii 
sanioris , declinare a malo et facere bonum . 6. paraggio : grado sociale. 
7. non per tanto ch'io: sebbene io. 



170 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

e signori scrivendo a mercatanti o ad altri minori mettono dinanzi 
il nome di colui a cui mandano, e questo e contra Tarte; ma fan- 
nolo per conseguire alcuna utilitade. Perci6 sia il dittatore accorto 
e aveduto in fare la salutazione avenante e convenevole d'ogne 
canto, 1 sicch6inessamedesima conquisti la grazia e labenivoglienza 
del ricevente, si come noi dimostramo avanti secondo la Rettorica 
di Tullio. 32. E bene e questa materia sopr'alla quale lo sponitore 
potrebbe lungamente dire e non sanza grande utilitade. Ma consi- 
derando die la subtilitade per che 2 J l verbo non si mette nella salu 
tazione, e che J l nome del mandante si mette in terza persona per 
significamento di maggiore umilitade, e che tal fiata si scrive pur la 
primiera lettera del nome, par che tocchi piu a* dittatori in latino 
che 'n volgare, se ne passera lo sponitore brevemente e seguira la 
materia di Tullio per dicere delPaltre parti della diceria e di quelle 
della pistola, si come porta Pordine. 



i. d'ogne canto : in ogni particolare. 2. la subtilitade per che: la sottigliezza 
per la quale. 



VOLGARIZZAMENTO DELL' ORAZIONE 
PRO LIGARIO 



Ben nuovo malificio e unque mai non udito ha proposto quel mio 
parente Teverone 1 dinanzi da te, lulio Cesare, dicendo che Quinto 
Ligario fue in Africa contro a te e contro al tuo onore ; e, non ch'al- 
tri, ma G. Pansa, 2 uomo di gran savere, fidandosi forse della di- 
mestichezza ch'elli ha con teco, Pha ardito a confessare. Cosl non 
so io a che mi torni. 3 Ch6, pensando io che questo convenente 4 
tu per te nol sapessi, n6 altronde non 1'avessi potuto udire, credeva 
io usare il tuo non sapere in favore di questo misero uomo. Ma 
poich6 per istudio di quel suo nimico & palesato ci6 ch'era nascoso, 
credo che '1 migliore sia di confessare, medesimamente 5 perci6 
che '1 parente mio 6 G. Pansa hae gia fermato 7 il fatto. E perci6, 
lasciando la via della contraversia, torner6 8 la mia diceria tutta 
sola alia tua misericordia, la quale tu hai conservata a piusori, 9 
i quali hanno da te ricevuto non solamente liberazione di colpa, 
ma perdonanza d'errore. Or hai tu, Teverone, quello che Taccu- 
satore piu disidera, cio& che 1'accusato confessa. Ma che confessa? 
Certo conosce bene che fue in quella parte 10 dove tu fosti e dove fue 
tuo padre, dignissimo di molta lode. E cosl conviene che voi con- 
fessiate prima il vostro misfatto, che voi riprendiate la colpa di 
Ligario. 

Egli & bene certa cosa, che non essendo ancora niuna sospi- 
zione di guerra n6 di battaglia, Ligario fu tramesso 11 con esso Con 
sidio 12 legato e ambasciadore in Africa per 13 Io Comun di Roma. 
Nella quale legazione si prov6 si 14 e piacque tanto a' cittadini e a' 
compagni, 15 che, volendosi Considiq partir del paese, e non potesse 
satisfare alia gente se mettesse alcun altro che Ligario signore ne la 

i. quel mio parente Teverone: L. Elio Tuberone, accusatore di Ligario, 
era parente di Cicerone. 2. non ch'altri ... Pansa: persino G. Pansa, 
primo difensore di Ligario. 3. a che mi torni: che partito prendere. 
4. convenente: fatto. 5. medesimamente: specialmente. 6. y l parente mio: 
in latino: necessarius. 7. fermato: confermato. S.tornerd: rivolgerd. 
9. la quale . , .piusori: in latino: qua plurimi sunt conservati; piusori: 
molti. io. parte: partito; quello di Pompeo. n. tramesso: inviato. 
12. con esso Considio: insieme con Considio, propretore in Africa. 13. per: 
da. 14. si provd si: diede tale prova di s6. 15. compagni: alleati. 



172 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

provincia, e ci6 rinunziasse lungamente Ligario, convenne final- 
mente ch'elli prendesse la signoria; 1 e cosi ricevette la provincia 
contro a suo grado; ed elli la tenne in tanta pace, che la sua in- 
tera 2 fede e la fine opera fue piacevolissima a' cittadini e a* compa- 
gni. In questo mezzo appario subitamente la guerra e la battaglia, 
la quale que' ch'erano in Africa prima sentir fare che apparec- 
chiare, e piu tosto ebber novelle del fatto che dell'aparecchia- 
mento. Onde, saputa di ci6 la novella, parte della gente per trasco- 
tata 3 cupiditade, parte per una cieca paura, ma piu per cagione di 
salute, e appresso per loro studio, cercavano d'avere alcuno guida- 
tore e governatore, percib che Ligario avea dirizzato Tanimo a casa, 
e disiderava di tornare a* suoi; n6 non sofferia di lasciarsi impi- 
gliare d'alcuna bisogna. 4 Intratanto P. Azzio Varo, il quale era 
fatto pretore d' Africa, venne alia cittade d'Utica; immantenente 
corse la gente a lui. Ed elli, non di mezzana cupiditade, prese la 
signoria; se signoria pu6 essere quella che si dava a privato ro- 
more di non savia moltitudine, 5 senza niuno piuvico 6 consiglio. E 
cosi Ligario, che schiferebbe ogni cotal convenente, ebbe alquanto 
di riposo nel paese per la venuta di P. Varo. 

Infino a qui vedi, lulio Cesare, che Ligario & senza colpa. Ch6 
da casa moss'egli a tal tempo, che non solamente era senza guerra, 
ma senza alcuna sospizione di guerra e di battaglia. Ambasciadore 
fue e and6 con pace e in provincia piena di pace, e in quella si seppe 
si reggere, 7 come a stato di pace si convenia. Dunque la sua andata 
non dee offendere Tammo tuo? Certo no; e la rimasa? 8 Molto 
meno. Perci6 che Tandata fue senza rea volontade, e la rimasa fue 
con onesta necessitade. Dunque sono questi tre tempi senza pec- 
cato: uno, quand'elli and6 nelFambasceria; il secondo, quand'elli 
fu fatto signore del paese ; il terzo, quando elli rimase in Africa dopo 
la venuta di P. Varo. Se 'n questo ha peccato, certo egli e pure di 



i . che, volendosi . . . signoria : ut decedens Considius provincia satis fa- 
cere hominibus non posset, si quemquam alium provinciae praefecisset. 
Itaque Ligarius, cum dm recusans nihil profecisset, provinciam accepit 
invitus. Si noti la coordinazione del gerundio volendosi col congiuntivo 
potesse. 2. inter a\ Integra, ^.trascotata: sconsiderata. 4. ma piu... 
bisogna: ccprimo salutis, post etiam studi sui quaerebant aliquem ducem, 
cum Ligarius domum spectans, ad suos redire cupiens, nullo se implicari 
negotio passus est. 5. che si dava . . . moltitudine: quod ad privatum 
clamore multitudinis imperitae , . . deferebatur . 6. piuvico: pubblico. 
7. reggere: comportare. 8. la rimasa: 1'esserci rimasto. 



BRUNETTO LATINI 173 

necessitade; ch6 di voluntade non e niente. 1 Ora dimando cosi: 
sed e' fosse potuto partire del paese per alcuno modo, sarebbe 
elli piu volentieri dimorato in Utica che in Roma? O piu volentieri 
con P. Varo che con li suoi cari fratelli? O piu volentieri con li 
strani 2 che con li suoi ? Certo no : che bene sarebbe quella ambascia- 
ta stata piena di disiderio 3 e sollicitudine per lo smisurato amore 
de' fratelli; e qui sarebbe potuto stare con piano animo distretto 
con essi in sul grande scompiglio della guerra? 4 

Ne infino a questo punto non hai ancora, lulio Cesare, niuno 
segno di mala volontade che Ligario abbia avuta contra te. E per- 
ci6 ti prego che tu consider! con quanta fede io difendo la sua qui- 
stione, quando io, difendendo quella, manifesto 5 la mia. O maravi- 
gliosa dolcezza piena di tutta pietade, degna d'essere lodata, pre- 
dicata, e d'esser messa in iscritta di perpetuale memorial Che io 
Marco Tulio difendo dinanzi da te un altro uomo, e dico che non 
fu in quella voluntade, nella qual confesso che fu' io medesimo. 
Ne non temo i tuoi nascosi pensieri, ne non dotto quello che ti po- 
trebbe essere detto da altrui. Vedi quanto io m'assicuro; 6 vedi 
quanta luce mi nasce della tua bonarietade e del senno tuo in po- 
tere dire davanti al tuo cospetto. Ma, tanto quant'io potr6, con- 
tender6 con la voce, 7 che questo intenda il popol di Roma. Ch'io 
dico bene che, impresa la guerra e menata gia in gran parte, io, 
non gia per forza ma per lo mio senno e per lo mio buono grado, 
presi arme incontro a te. 8 Ma dove dico queste parole ? Certo davanti 
a colui che sappiendo tutto ci6, anzi ch'elli mi vedesse mi rendeo 
al Comun di Roma, 9 e, stando lui ne 1'Egitto, mi tramise 10 lettere, 
ch'io fossi quello ch'io era dinanzi; 11 essendo lui un sol signore 12 
in tutto lo 'mperio di Roma, si sofferse che vi fosse io. E presen- 
tandomi G. Pansa questa ambasciata, io ricevetti li onori e le digni- 
tadi, per quant' io 13 pensai che si convenisse; e alia fine, per darmi 
inter a salute, si la vestio di tutti ornamenti. 

i. niente: affatto. 2. strani: estranei. 3. disiderio: rimpiantp (desideri ). 
4. e qui. . .guerra?: hic aequo animo esse potuit belli discidio distractus 
a fratribus? 5. manifesto: tradisco. 6. m'assicuro: mi sento tranquillo. 

7. contendero con la voce: grider6 con tutto il mio fiato (voce contendam). 

8. presi arme ...ate: unendosi alPesercito di Pompeo in Grecia (49 a. C.)- 

9. mi ren deo . . . Roma : mi permise di tomare in patria. io. tramise: invio. 
ii. ch'io era dinanzi: che io conservassi tutte le mie cariche. 12. si 
gnore: imperator, generale vittorioso; Cicerone aveva quel titolo per la 
campagna di Cilicia. 13. per quant'io: fintantoche. Cicerone cedette nel 
47 le insegne dell'imperium. 



174 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

Or vedi dunque, Teverone, quand'io non dubbio 1 palesare lo 
mio fatto, perche non ardir6 io confessare quello di Ligario? E 
ancora ho io detto di me, perch6 Teverone mi perdoni, s'io dico 
di lui quel medesimo. Che a me piace forte il suo buon senno e la 
buona rinomea di lui, ove[ro] per la parentezza ch'& tra me e lui, 
ove[ro] perch'io molto mi diletto nello 'ngegno e nello studio suo, 
ove[ro] ch'io ancora spero che la lode di lui giovane 2 potra ancora 
tornare in alcuno mio profitto. Ma d'una cosa domando: chi e 
quelli che dica che sia malificio o misfatto essere stato Ligario in 
Africa ? Certo quelli il dice che voile essere in Africa, 3 e duolsi che 
ne fue vietato da Ligario, e che manifestamente fue ad arme 4 
contro a Cesare. Or di, Teverone: che facea quella tua stretta 5 
lancia nella schiera de* Farsi? 6 il cui fianco domandava 7 la spada 
tua? che sentiano 8 le tue armi? che la tua mente? che gli occhi, le 
mani, Fardore del cuore ? Che disideravi ? che volevi ? ... So bene 
ch'io dico troppo, e forse si cruccia il giovane. Ma ritorno a me, 
che fu' in quelle medesime arme. 

Che altro facemmo noi, Teverone, se non che noi potessimo 
ci6 che lulio Cesare puote? Vedi, Cesare, che que' medesimi a' 
quali tu hai perdonato per grande lode della dolcezza tua, que' 
medesimi per loro parole t'aguzzeranno a far crudeltade. Ma in que- 
sto fatto molto mi maraviglio non pur di te, Teverone, ma del savio 
tuo padre : come uomo di tanto ingegno e di tanto insegnamento 9 
non ha cognosciuto la natura di questo piato. Che s'elli Tavesse 
bene conosciuta, certo non e questi quella persona cui tu dovessi 
accusare. 10 Vedi che tu accusi colui che confessa, e accusi colui c'ha 
altressi buona cagione e ragione come tu, o migliore, si com'io 
dico, o pari della tua, si come dici tu. 11 

Queste sono ben dure cose e piene di maraviglia. Ch6 non con- 
tiene questa accusa cose per le quali 'Ligario debbia essere sbandito, 

i. non dubbio: non esito. 2. di lui giovane: adulescentis propinqui, cioe 
di Q. Elio Tuberone. 3. voile. . . Africa: infatti il Senate aveva afEdato 
a Tuberone il governo della provincia d' Africa, perche la difendesse da 
Cesare; ma Ligario, per ordine di Varo, gliene viet6 1'ingresso. 4. fue 
a< arme: nella battaglia di Tapso. 5. stretta: impugnata. 6. nella schiera 
de* Farsi: in latino: in acie Pharsalica. 7.27 cui fianco domandava: 
contro il fianco di chi era diretta. 8. che sentiano: che intenzione avevano. 
9. insegnamento: dottrina. 10. certo . . . accusare: quovis profecto quam 
isto modo a te agi maluisset . 1 1 . tu accusi colui . . . dici tu : accusas eum, 
qui causam habet aut, ut ego dico, meliorem quam tu, aut, ut tu vis 
parem . 



BRUNETTO LATINI 175 

ma morto. Fece mai questo niuno cittadino di Roma, se non tu ? 
Certo no. Questi sono bene costumi di forestieri, che si sforzano 
di trarre 1'odio inanzi infino al sangue e a morte, si come fanno i 
non costanti Greci e li spietati barber i. 1 E io so bene, Teverone, 
che la tua intenzione non e di procacciare altro, se non che Ligario 
non sia in Roma, e ch'elli stia fuori di suo albergo, 2 e ch'elli non si 
possa raunare con li suoi cari fratelli, n6 meco, ne con Gracco 3 suo 
zio, ne col figliuolo di Gracco suo consobrino, 4 e ch'elli non viva 
con noi n6 dimori nella contrada. Ma tutte queste cose sono : che 
gia non puote egli meglio essere senza ci6 ch'e detto, ch'essere fuori 
di Italia, della quale elli e messo di fuori. Dunque non procacci 
tu ch'elli sia cacciato fuor della terra, con ci6 sia cosa che se n'e 
fuori, ma tu procacci ch'elli perda la vita. E ci6 fai alia maniera 
di quello antico signore il quale a tutti quelli a cui egli volea male, 
si condennava a morte; 5 e se non appariva accusatore, si lo trovava 
per prezzo. Ma quella crudelta dur6 alquanti anni; e tu dopo colui 
disideri d'essere chiamato crudele, e questo per vendetta. 6 

Dicerai tu che tutto questo non e di tuo intendimento. Io lo 
so bene, Teverone; e io bene conosco te, e lo tuo padre, e lo 
no me vostro e lignaggio, e 1'arte e lo studio vostro e della vostra 
famiglia, la vostra vertude, 1'umanitade e la dottrina di tutti. E so 
ben che voi non desiderate il sangue ne la morte di questo uomo ; 
ma non v'atendete voi bene. 7 Che questa cosa mostra che voi non 
siete contenti della pena nella quale e Ligario. Ma fuor di quella 
non e niuna, se non la morte. Che s'elli e fuori di casa e della pro- 
vincia - che si e - che altro volete voi? Non certo che li sia perdo- 
nato. cci ancora piu acerba cosa e piu dura: che la dove noi sa- 
remmo a' piedi del signore con lagrime e con preghiere a domandare 
grazia ch'elli possa ritornare a casa, fidandoci piue deH'umanitade 
di Cesare che del nostro diritto, tu ti mettessi allo incontro ad 
impedire le nostre preghiere e a contrastare al nostro pianto ? E 
quando noi piu soprastessimo a queste cose, e tu venissi e gridassi : 



i. barberi: barbari. 2. suo albergo: casa sua. 3. con Gracco: con T. Broc- 
co; il nome e storpiato. 4. consobrino: cugino. 5. E do . . . morte: At 
istud ne apud eum quidem dictatorem [cioe Silla] qui omnis, quos oderat, 
morte multabat, quisquam. egit isto modo. 6. Ma quella . . . vendetta: 
aquae tamen crudelitas ab hoc eodem aliquot annis post, quern tu mine 
crudelem esse vis, vindicata est. 7. wow v'atendete voi bene: non avete 
ben riflettuto (parum attenditis ). 



176 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

Guarda, signer nostro, che tu non perdoni! Non avere misericor- 
dia di quelPuno fratello per priego di quelli altri suoi frati!; e 
quando tu avessi ci6 detto, non f avresti tu bene spoglia 1 tutta uma- 
nitade ? Certo si. Ma non e questa piu dura cosa, che la grazia che 
noi adimandiamo in casa tu la contrari in piena corte? e cosi ti 
sforzi di t6rre a molti miseri il refuggio della misericordia. 

Ma io diroe a te, Cesare, pienamente ci6 ch'io sento. Se in 
cotanta tua vittoria e in cotanta tua fortuna non avessi cotanta pie- 
tade, quanta tu hai per te medesimo e per la tua buona natura, in 
acerbissimo pianto e lutto sarebbe tornata la tua vittoria. E quanti 
sarebbero de' vincitori, che sono stati da la tua parte, i quali vor- 
rebbono che tu fossi crudele, quando dalla parte vinta si truovano 
assai che vogliono impedire la tua clemenza, non vogliendo che tu 
perdoni ad alcuno, e quando quei medesimi, a' quali tu hai perdo- 
nato, non vogliono che tu abbi misericordia degli altri P E certo, 
se noi potessimo bene provare che Ligario non fosse stato in Africa 
al postutto, o se noi con onesta e con pietosa menzogna volessimo 
aiutare uno misero e uno disaventurato cittadino, non si conver- 
rebbe ad omo mortale, in tanto pericolo e in tanto affanno d'uno 
cittadino, contrastare ne argomentare contra la nostra bugia. E se 
si pur convenisse ad alcuno, certo non a colui che fosse suto in 
quella medesima causa e fortuna. Ma altra cosa e non volere che 
Cesare erri, e altro e non volere ch'elli abbi misericordia. E tu pure 
avresti gridato e detto : Sappi, Cesare, che Ligario fu in Africa e 
port6 arme contra te. E [ora che] di' tu a Cesare medesimo? 
Guarda non perdonare! 3 Certo questa non e voce d'uomo, ne 
che davanti ad uomo si convegna esser detta; e chiunque Tusa 
davanti da te, lulio Cesare, piu tosto gittera via la sua umanitade, 
ch'elli non potrae abattere la tua. 

Ben conosco che nella prima entrata 4 fu la 'ntenzione di Teve- 
rone in 5 volere dire del malificio di Ligario; e so ben che tu, 
Cesare, te ne maravigli, o perci6 che nessuno altro non accusa altra 



1. non t' avresti... bene spoglia: non ti saresti completamente spogliato di. 

2. E quanti. . . altri!: Quam multi enim essent de victoribus, qui te cru- 
delem esse vellent, cum etiam de victis reperiantur! quam multi qui cum 
a te ignosci nemini vellent, impedirent clementiam tuam, cum hi, quibus 
ipsis ignovisti, nolint te esse in alios misericordem! 3. Guarda nonper- 
donare!: guardati dal perdonare! 4. nella prima entrata: dapprincipio. 
5. in: di; comune dopo intendere, intenzione. 



BRUNETTO LATINI 177 

persona, o percio ch'elli fu in quel medesimo fallo, o perci6 ch'elli 
ha trovata nuova maniera di maleficio. 1 Or dico a te, Teverone: 
tu solo il chiami maleficio ; ma questo nome non ha elli tra le genti. 
Che alcuni dicono che fue errore, alcuni dicono che fu paura; e 
quelli che voglion dire peggio, dicono che fu speranza o cupidigia 
o odio o superbia 3 fermezza; e quegli che peggio voglion dire, di 
cono che fue folle mattezza; ma maleficio non fu anche 3 chiamato, 
se non per te solo. Ma chi mi domandasse del propio e del verace 
nome del nostro fallo, io direi che fue uno disaventuroso caso, il 
quale sopravenne nelle sprovedute menti; per la qual cosa non si 
maravigli la gente se i consigli degli uomini sono vinti dalla divina 
necessitade. Assai possono esser miseri; ma noi, essendo Cesare 
vincitore, non potemo essere fallenti. Ma non favello di noi: di 
coloro faveller6, che scadero. Che siano cupidi, che siano irati, 
che siano in matta fermezza; ma Pompeo ch'e morto, e molti altri 
possono bene essere netti di scellerata colpa, di furore, d'omicidio 
e di morte. 4 Ma di te, Cesare, che e detto ? Che e udito tra la gente ? 
Ne che desideravano altro le tue arme, se non e rimuovere il mal 
nome che t'era posto ? 5 E la tua vitturiosa oste non fecero 6 altro, se 
non difendere il loro diritto e la tua dignitade, nella quale tu disi- 
deravi d'essere cotale, che non era tuo pare, non per usare con la 
mala gente, ma con le buone persone. 7 Non io terrei cosi gran- 
dissima la tua grazia in me medesimo, s'io credesse che tu m'avesse 
salvato come malvagio. Che gia non e da credere che tu fossi stato 
degno della generale signoria, ne che tu Favessi ben meritato, se tu 
avessi voluto ritenere cotanta mala gente, salvando la dignitade. 
Ma tu, Cesare, credesti dal cominciamento che quello fosse fug- 



i . e so ben . . . maleficio : Non dubito, quin admiratus sis, vel quod nullo 
de alio quisquam, vel quod is, qui in eadem causa fuisset, vel quidnam novi 
sceleris adferret. 2. superbia: superba. 3. anche: mai. 4. Assai pos 
sono . . . morte: Liceat esse miseros (quamquam hoc victore esse non pos- 
sumus ; sed non loquor de nobis, de illis loquor, qui occiderunt) ; fuerint 
cupidi, fuerint irati, fuerint pertinaces; sceleris vero crimine, furoris, 
parricidi liceat, Cn. Pompeio mortuo, liceat multis aliis carere. 5. Ma 
di te . . . posto ? : Quando hoc ex te quisquam, Caesar, audivit, aut tua 
quid aliud arma voluerunt nisi a te contumeliam propulsare? 6. fecero: 
plurale con soggetto collettivo. 7. nella quale ... persone: Quid? tu 
cum pacem [parem?] esse cupiebas, idne agebas, ut tibi cum sceleratis, 
an ut cum bonis civibus conveniret? 8. Che gia . . . dignitade: Quo- 
modo autem tu de re publica bene meritus esses, cum tot sceleratos inco- 
lumi dignitate esse voluisses? 



178 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

gire per cansare scandalo, non battaglia n6 mortale odio, ma discor- 
dia tra cittadini, credendo Tuna parte e Paltra fare lo migliore del 
Comune, errando alcuni della comune utilitade, 1 chi per senno, 
chi per istudio. 2 Le dignitadi de' principi eran quasi di parag- 
gio, 3 ma non era iguale quella de* seguitatori; tuttavia la quistione 
era dubbiosa, perci6 che in ciascuna parte avea cose guernite di 
ragione. 4 Ma ora si puote giudicare per migliore quella, cui li dei 
hanno sostenuta e atata; e ora ch'e conosciuta la tua clemenza, chi 
dira che quella non sia vittoria, nella quale non perio alcuno se non 
armato ? 

Ma lasciamo il generale fatto, e torniamo al nostro. Di, Teverone, 
qual credi tu che fosse piu agevole, o a Ligario partirsi d' Africa, o a 
voi di non andarvi ? Dicerai tu che : Noi non potavamo rimanere, 5 
per6 che i[l] Senato avea cosi ordinato . E io dico che '1 Senato 
vi mand6 Ligario ; ed elli ubidio a tal tempo che si convenia pure 
ubidire ; ma voi ubidiste quando non ubidia se non chi volea. 

Questo non dico io in biasimo di voi ; anzi dico io che altro non si 
convenia n6 al legnaggio n6 al nome n6 alia famiglia n6 al senno 
vostro. Ma io non concedo che si convegna riprendere in altrui 
quello che voi ponete in lode di voi. La sorte di Teverone & saputa 
per se medesima: che, perci6 che non era presente, ed era alquanto 
malato, aveva elli proposto di scusarsi. 6 Di questo so bene io la veri- 
tade, per cagione delle necessitadi 7 che sono tra me e lui: in una 8 
casa allevati e in un tempo di cavalleria; 9 poi parenti e in tutta 
la vita familiari; e un altro grande legame, che sempre avemo 
usato uno studio insieme. 10 Onde io so bene che Teverone sarebbe 
voluto rimanere a casa, se non fosse che quelli che governavano 
il Comune aveano posto al fatto si santissimo nome che, s'elli pure 
avesse altramenti sentito, al pondo delle parole non si sarebbe elli 



i. errando . . . utilitade: a communi utilitate aberrantibus . 2. per istu 
dio; per partigianeria. 3. Le dignitadi . . . paraggio : 1'autorita dei capi, 
Cesare e Pompeo, era quasi pari. 4. in ciascuna . . . ragione: tutte e due 
le parti potevano accampare valide ragioni. 5. Noi . . . rimanere: non po- 
tevamo fare a meno di andare in Africa; si noti il passaggio da che al 
discorso diretto. 6. La sorte . . . scusarsi: Tuberonis sors coniecta [co- 
gnita?] est ex senatus consulto [s. c. letto set], cum ipse non adesset, 
morbo etiam impediretur; statuerat excusari. 7. necessitadi: rapporti 
d amicizia (necessitudines). 8. in una: nella stessa. 9. in un tempo di 
cavallena : militiae contubernales . i o. sempre avemo . . . insieme - isdem 
studns semper usi sumus. 



BRUNETTO LATINI 179 

potuto sostenere delPandata. 1 E cosi consentio, anzi ubbidl al 
valoroso uomo Pompeo, e and6 insieme co li altri cui era il fatto. 2 
Ma piu tardi mosse, 3 e cosi pervenne in Africa ch'era gia occupata. 
E di ci6 nasce la colpa, anzi Pira e Todio contra Ligario. E se colpa 
fu volerlila vietare, 4 assai maggiore colpa fue volere tenere Africa, 
la quale naturalmente e rocca di tutte le provincie a far guerra 
contra questa cittade. Questo 5 non fece Ligario; ch< P. Varro 
dicea ch'avea la signoria, avegna che non avesse le dignitadi. 6 
Ma, come che il fatto sia, questo rechiamo 7 che ti vale, Teverone ? 
Ecco che non foste ricevuti nella provincia. Ma se ricevuti vi 
fosti stati, avrestila voi data a Cesare, o tenutala contra a lui? 

Or vedi, Cesare, quanta licenzia e quanto ardire ne concede 
la tua grande benignitade! Se Teverone mi risponde e dice che '1 
suo padre avrebbe data a te Africa, alia quale Tavea mandate il Se- 
nato e la sua sorte, son certo che tu, a cui molto si converrebbe, 8 
con gravi parole riprenderesti suo consiglio. Che se questa cosa ti 
fosse pure piaciuta, gia perci6 non sarebbe per te lodata. Ma da tutto 
questo mi parto, 9 non tanto per non offendere a' tuoi sofferenti 10 
orecchi, quanto che non paia che Teverone avesse quello messo in 
opera, che non venne unque in suo pensamento. Ed ecco che voi 
vegnavate in Africa, la quale & la piu contraria provincia del mondo 
a questa vittoria, e nella quale avea re potentissimo, nimico di 
questo stato e di male volere, e avea fatte grandi convenenze e 
forti. 11 Or domando io: che avreste voi fatto? awegna che per le 
vostre opere che sono vedute io mi so bene io che voi fatto avreste. 
Non fosti ricevuti ne lasciati mettere piede nella terra; con molta 
ingiuria, come voi dite, ne foste cacciati. Ma di quella iniuria a cui 
\?e ne richiamaste voi? Certo a colui la cui signoria voi seguiste 
in compagnia di battaglia. Ma se fosti venuti in Africa in servigio 
di Cesare o per sua cagione, a lui ne sareste venuti. Ma voi andaste a 

i. se non fosse . . . andata: sed ita quidam agebant, ita rei publicae sanctis- 
simum nomen opponebant, ut, etiamsi aliter sentiret, verborum tamen 
ipsorum pondus sustinere non posset . 2. cui era il fatto : ma in latino: 
quorum erat una causa . 3. mosse: parti. 4. volerlila vietare: avergliene 
impedito 1'entrata. 5. Questo: aver governato 1' Africa. 6. ch P. Varro 
. . . dignitadi: Varus imperium se habere dicebat, fascis certe habebat. 
7. rechiamo: ricorso. 8. si converrebbe: che Teverone ti avesse consegnato 
1* Africa. 9. da tutto ... parto: lascio stare questa questione. io. sof 
ferenti: pazienti. n. nella quale . . .forti: in qua rex potentissimus [ciofe 
Giuba] inimicus huic causae, aliena voluntas, conventus firm! atque 
magni . 



180 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

Pompeo. Dunque che accusa, che richiamo & questo, che voi fate a 
Cesare ? Ch6 accusate colui, di cui voi dite che vi viet6 la terra, per 
che voi non poteste fare guerra a Cesare. Ma se tu questa loda ti 
volessi porre, che tu avresti renduta la provincia a Cesare, bench6 
P. Varo o altri t'avesse contradiato, io confesser6 che Ligario abbia 
la colpa, poi ch'elli v'ha tolta cagione di tanta lode. 

Vedi dunque, Cesare, la fermezza di questo valente uomo, cio& 
Teverone, la quale se io bene 1 lodasse, come io lodo, tuttavolta io 
non la ricorderei, s'io non sapessi che tu se' usato di quella vertu 
lodare. Qual fue dunque in questo buono uomo cotanta fermezza, 2 
anzi posso dire sofferenza ? Certo non so chi fatto '1 s'avesse che in 
quella parte che nol voile ricevere nel tempo della discordia di Ro 
ma, ma che '1 cacciaro crudelmente, a quella medesima parte vo- 
lesse essere tornato. Certo bene si conviene a grande animo e a 
cosi valente uomo, che neuna iniuria, neuna forza, nessuno peri- 
colo nol possa mutare di sentenzia ne" di cosa ch'elli abbia impresa 
di buono cuore. Or, pognamo che tutte cose fossero iguali tra 
Teverone e P. Varo: onore, gentilezza, potenza, signoria e sen- 
no - che non fu unque -, questo principalmente avvenne a Teve 
rone, ch'egli per giusta signoria, per ordenamento del Senato era 
andato nella provincia. Non fue ricevuto, ma non se n'andoe a 
Cesare per tema di suo cruccio, n6 non torn6 a casa per cagione di 
non gittarsi in cattivezza, n6 non se n'andoe in altro paese per non 
parere che biasimasse la parte che avea seguitata. 3 Ma vennesene 
in Macedonia, nell'oste di Pompeo, per mostrare com'elli era con 
ingiuria cacciato. 4 Ma perci6 che il convenente non andava in 
quella al cuore di Pompeo, a cui voi eravate venuti, credo che lento 
studio aveste sovra la quistione. Intendavate forse piii alia guerra, 
e li cuori schifavano le piatora, si come suole usare in tempo di 
guerra, e non in voi piu che negli altri ? 5 Ogni uomo si studiava di 
vincere. Io fui sempre consigliatore e volitore di pace, m'alotta 

i.se io bene: sebbene io. 2. Qual fue . . .fermezza: Quae fuit igitur 
umquam in ullo [illo?] homine tanta constantia? 3. non se rfandoe 
seguitata: non ad Caesarem, ne iratus, non domum, ne iners, non aliquatn 
in regionem, ne condemnare causam illam, quam secutus esset, videretur . 
4. per mostrare . . . cacciato: in earn ipsam causam, a qua erat reiectus 
iniuria)). 5. Mapercid . . . altri?: Quid? cum ista res nihil commovisset 
ems ammum, ad quern veneratis, languidiore, credo, studio in causa fu- 
istis; tantummodo in praesidiis eratis, animi vero a causa abhorrebant* 
an, ut fit in civilibus bellis, ***, nee in vobis magis quam in reliquis. 



BRUNETTO LATINI l8l 

tardi, 1 che bene sarebbe essuto di matta testa a pensare di pace, 
vedendo le schiere ordinate a battaglia. Tutti volevamo vincere; 
ma tu piu, ch'eri in quel luogo venuto, dove ti convenia morire o 
vincere. Awegna che, considerando il fatto come egli e or a, so 
bene che piu ti piace questa salute che la colui vittoria. E questo 
non direi io, Teverone, se io credesse che tu fosse pentuto della tua 
fermezza, o che Cesare si pentesse de' suoi benefizi. Or vi domando 
se voi perseguitate le vostre iniurie o quelle del Comune. Se dite 
di quelle del Comune, pensate che voi direte delle vostre persone 3 
in quella causa medesima. Se dite delle vostre, guardate che non 
erriate se voi pensate che Cesare sia irato contro i vostri nimici, 
con ci6 sia cosa ch'elli abbia perdonato a' suoi awersarL 

Or penso io, Cesare, che io ti paio molto occupato nella bisogna 
di Quinto Ligario! Ma ora voglio io recare ci6 che io ho detto in 
una somma della umanitade e della benignitade e della misericor- 
dia tua. 3 E io ho gia trattate molte cause con teco medesimo, 
quando la ragione delli onori 4 ti tenea in corte. 5 Ma non unque 
in questo modo, ch'io dicesse: Perdonate a costui, signori giudici, 
perci6 ch'elli ha errato; non se ne awide; non fue cosa pensata; 
se '1 fa mai, 6 punitelo . Che in questo modo usa Tuorno di dire al pa 
dre. Ma al iudice suole Tuomo dire: Nol fece; nol pens6; an- 
che: Falsi testimoni hanno detto; non fu vero. Poni, Cesare, 
che tu sia iudice nel fatto di Ligario; cerca in cui aiuto favelli; 
e io me ne taccio. Ma io dicer6 come io farei forse davante al iu 
dice; che direi: Ligario fu mandate ambasciadore 7 anzi la guerra; 
lasciato vi fue in pace; e quando fue scommosso di guerra, 8 non 
fue acerbo, awegna che d'animo e di studio fu tutto forte . 9 
Queste cotali parole direi io al iudice; ma al padre direi io: Que- 
sti ha errato; poco senno il condusse; p6ntesene; e io cosi dico: 
Signore nostro, refuggo 10 alia clemenza e alia benignitade tua; 



1. alotta tardi: allora, alia vigilia della battaglia, sarebbe stato tardi. 

2. delle vostre persone: ma in latino: de vestra . . . perseverantia . 

3 . in una somma . . . tua : ad unam summam ref erri volo vel humanitatis 
vel clementiae vel misericordiae tuae . 4. la ragione delli onori: le faccende 
della tua camera ( ratio honorum). 5. in corte: in foro . 6. mai: in av- 
venire. 7. Poni . . . ambasciadore: Die te, Caesar, de facto Ligari iudicem 
esse ; quibus in praesidiis fuerit, quaere ; taceo, ne haec quidem conligo, quae 
fortasse valerent etiarn apud iudicem: "Legatus . . . 8. scommosso di 
guerra: turbato dalla guerra. 9. non fue . . .forte: non acerbus; totus 
ammo ac studio tuus. io. refuggo: ricorro. 



l82 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

domando del fallo perdono; chiamoti mercede 1 che perdoni. Se 
non 1'hai fatto ad altrui, so che domando oltraggio; 3 ma se Thai 
fatto a molti, tu medesimo provedi, c'hai data la speranza. Non 
puote Ligario avere di te buona speme, quando io ho luogo appo 
te 3 di pregare per altrui? Awegna che in questa mia diceria non 
dimora la speranza di Ligario, ne in tutto il procaccio de' tuoi ser- 
vidori, 4 che priegano per lui. Ch'io ho veduto, quando molti prie- 
gano per la salute d'alcuno, che tu sguardi 5 piu le lodevoli e le 
piacevoli cagioni 6 de* pregatori, che tu non fai lor viso; e non 
guardi quanto sia grande 1'amico tuo o il parente che ti priega, 
ma quanto sia buona la cagione di colui per cui priega. 7 E cosi hai 
tanto bene fatto ai tuoi, ch'a me paiono in migliore essere 8 quelli 
che usano la tua grande cortesia, che non mi pari tu medesimo 
alcuna fiata, che '1 dai; e veggio che le cagioni de' pregatori va- 
gliono phi apo te, che gli prieghi; e grandissimamente ti muovi, 9 
quando tu vedi iustissimo dolore in pregare. 

Onde in conservare Quinto Ligario tu farai piacere quasi a tutti 
i tuoi benivoglienti ; ma priegoti che tu consideri ci6 che tu se* 
usato. Ch'io ti posso mettere avanti i fortissimi uomini di Sa- 
vina, 10 i quali tu hai molto provati, 11 e tutta la terra di Savina, ch'e 
il fiore d'ltalia e fortezza 12 del Comune: per6 tu ben conosci chi elli 
sono. Pensa il dolore, pensa la miseria loro e quella di Broco: 
ch'io so bene quanto tu il prezze ; vedi le lagrime e il dolore suo e 
quello del figliuolo. Che dir6 de' fratelli di Ligario ? Non pensare, 
Cesare, che qui si tratti pur 13 d'una persona. tu riterrai tre 
Ligari in Roma, o tre ne distuggerai, se ti piace colui cacciare in 
bando ; a costoro & piu in grado stare a lungi, 14 che nel paese o che in 
casa o che nella propia cittade stando quelPuno di fuori. Sed e' 
fanno come frati, 15 se li muove pieta e dolore grande, si muovano 
te le lor lagrime, muovate pietade, muovati la fratellanza; vaglia 
loro quella tua parola che vinse. Che tu dicei che noi abbiavamo 

i. chiamoti mercede: ti chiedo per pieta. 2. oltraggio: cosa ingiusta. 
3. to ho luogo appo te: mihi apud te locus sit. 4. servidori: familiari. 
5. sguardi: consideri. 6. cagioni: causas (giuridico). 7. non guardi 
priega: neque te spectare, quam tuus [quantus] esset necessarius is, qui 
te oraret, sed quam illius, pro quo laboraret. 8. essere: condizione. 
9. ti muovi: a pieta. io. Savina: Sabina, patria dei Ligari. n. provati: 
messi alia prova. 12. fortezza: forza. 13. pur: soltanto. 14. a lungi: 
lontano, in esilio. 15. fanno come frati: si comportano come s'addice a 
fratelli. 



BRUNETTO LATINI 183 

per nimici tutti quegli che non erano con noi; ma tu avevi per amici 
tutti quegli che non t'erano contro. Isguarda dunque e vedi 
tanta grandezza: tutto il legnaggio de' Brochi; vedi Lucio Varo, 1 
vedi Gaio Cesorio, 3 Lucio Cornificio ; 3 vedi tutti i cavalieri di 
Roma, che sono qui con vestimenti mutati ; 4 non pure quelli che tu 
conosci, ma ancora quelli cui tu hai provati e avuti con teco: 5 
contra li quali noi eravamo molto adirati, e che erano forte minac- 
ciati da molti. Conserva adunque ai tuoi colui ch'e loro; si che 
questo si truovi cosi vero come tutte le tue altre parole. 

E se tu potessi apertamente vedere la concordia di questi frati, 
tu giudicheresti bene che tutti i Ligari fossero stati teco. Come 
dunque puote alcuno dubitare, se Quinto Ligario avesse potuto 
essere in Italia, ch'elli non fosse essuto in quella sentenzia 6 che gli 
altri suoi frati? Chi non sa che gli animi di questi frati sono si 
conspirati e gittati in una forma d'uno solo volere e d'una fratel- 
lesca agguaglianza? 7 N6 & chi puote credere ch'elli avessero seguite 
diverse sentenze ne divisate 8 fortune. Appare dunque che di vo- 
lontade tutti furono teco; ma 1'uno ne fu tratto in persona quasi 
per forte tempesta. E se elli avesse fatto ci6 consigliatamente, 9 gia 
sarebbe somigliante a coloro, cui tu hai voluti essere salvi. E or 
pognamo che pure andasse alia battaglia: partissi dunque non pur 
da te, ma da* suoi frati, i quali per lui ti gridano merce, come quegli 
che sono tutti tuoi e sono stati a tutte le tue bisogne. E io mi ricordo 
bene, quando Quinto Ligario 10 fu questore urbano, com' elli si port6 
verso te e verso la tua dignitade. Bene so che poco fa la mia ricor- 
danza; ma spero in te, che non sai dimenticare alcuna cosa se non 
le ingiurie, che tu pensi bene, e ti ricordi deH'oficio di questo 
questore e d'alquanti altri. Ma pur Quinto Ligario non fece in 
quel tempo alcuna cosa contraria, e si non si indovinava elli ci6 
ch'6 awenuto, ma desiderava che tu il tenessi buono uomo e stu- 



i . Lucio Varo : L. Marcium . 2. Gaio Cesorio : C. Caesetium . 3 . Lucio 
Cornificio: L. Corfidium. 4. con vestimenti mutati: con gli abiti umili 
che indossavano i parent! delPimputato a Roma. 5. non pure . . . teco: 
non solum notos tibi, verum etiam probatos viros, [tecum fuisse]. 
6. in quella sentenzia: in quel partito. 7. Chi non sa . . . agguaglianza?: 
Quis est, qui horum consensum conspirantem et paene conflatum in hac 
prope aequalitate fraterna [non] noverit, qui hoc non sentiat, quidvis prius 
futurum fuisse, quam ut hi fratres diversas sententias fortunasque se- 
querentur? 8. divisate: diverse. 9. consigliatamente: di sua volonta. 
io. Quinto Ligario: Cicerone parla invece di T. Ligario. 



184 ARTI DEL DITTARE, EPISTOLE E PROSA D'ARTE 

dioso officiale. 1 Or ti sono i fratelli a ginocchia, e prieganti della 
salute di loro frate. Certo, quando tu Tavrai data, tu avrai donati 
tre fratelli non pure a loro medesimi ne a questa buona gente ne 
a noi parent!, ma a tutto il Comun di Roma. Fa dunque di costui 
quello che tu hai fatto nuovamente 2 del nobilissimo e nominatis- 
simo uomo Marco Mar cello in palazzo, 3 il quale tu hai restituito e 
perdonato del tutto ; or fa quello medesimo in corte a questi bene 
awenturosi fratelli. E si come tu rendesti colui al Senato, cosi rendi 
costui al popolo di Roma, la cui voluntate tu hai sempre avuta 
carissima. E se quel giorno fu a te molto glorioso e al Comune 
molto piacevole, non t'incresca, lulio Cesare, per Dio, d'acquistare 
sovente lode di cosi dilettosa gloria. Che non e neuna cosa cosi 
comune in piacere 4 come bonitade; e intra le tue molte e grandi 
virtudi non e neuna cosi graziosa, 5 ne che faccia cosi da maravigliare, 
come la tua misericordia. Che le genti non vanno per niuna cosa 
tanto divotamente a Dio, come per essere salvati. 6 

Ne gia la tua fortuna non ha neuna maggior cosa che '1 potere, 
ne" la tua natura non ha neuna migliore che perdonare a molti. 
Credo bene che questa materia richiede piu lunga diceria; ma so 
bene che la tua maniera 7 la richiede piu breve. E perci6 ch'io so 
bene ch'assai val meglio che tu parli con teco, che ne io n altri, si 
fo io fine alia mia diceria. Cotanto ti ricordo io: se tu salute dai 
a quello assente, tu 1'avrai data a tutti questi presenti. 



i. Ma pur . . . officiale: Hic igitur T. Ligarius, qui turn nihil egit aliud 
(neque enim haec divinabat), nisi ut tui se studiosum et bonum virum 
mdicares, nunc a te supplex fratris salutem petit . 2. nuovamente: recen- 
temente. 3. in palazzo: in curia . 4. comune in piacere: cara a tutti 
5. graziosai gradita. 6. Che le genti . . . salvati: Homines enim ad decs 
nulla re propius accedunt quam salutem hominibus dando . 7, maniera' 
natura. 



II 

TRADUZIONI E IMITAZIONI 
DAL LATINO E DAL FRANCESE 



i. Opere d'indole didattica e scientifica. 



VOLGARIZZAMENTI DEI DISTICHA CATONIS 

I cosiddetti Disticha Catonis, risalenti forse al II secolo d. C., 
ebbero nel Medioevo una fortuna immensa (vedi PAULY-WIS- 
SOWA, Real-EncycL, v, coll. 368-70), ben comprensibile se si tien 
conto da un lato della loro efficace concisione, del loro vario e 
attuale contenuto etico, dell' age volazione mnemonica del verso 
(coppie di esametri), dall'altro della passione, vivissima nell'epoca, 
per la sententia (laddove si estraevano flores dagli auctores, si pre- 
sentava quest'opera gia nata come una corona floreale). E mentre 
si moltiplicavano le trascrizioni del testo latino, sin dalla loro in- 
fanzia i vari volgari romanzi s'impossessarono dei Disticha, che 
infatti erano usati regolarmente nelPinsegnamento scolastico (vedi 
G. MANACORDA, Storia della scuola in Italia, i, Milano-Palermo- 
Napoli 1913, parte n, pp. 281-2), ampliando ancora la loro possi- 
bilita di diffusione. 

Non si contano - o non sono state contate - le traduzioni fran- 
cesi, di cui almeno tre solo nel secolo XII (vedi R. BOSSUAT, Ma 
nuel, nn. 2646-50); al secolo XIII risalgono la traduzione proven- 
zale (vedi R. TOBLER, Die altprovenzalische Version der Disticha 
Catonis, Berlin 1897; P. MEYER, in Rom. , xxv, 1896, pp.98-i 10) e 
i Proverbis di Guilhem de Cervera, che derivano in parte dai Disti 
cha] al XIV e XV il volgarizzamento catalano (G. LLABRES, Lo libre 
de Cato, Palma 1889; cfr. Grundriss, II, 2, p. 108) e quello spagno- 
lo (vedi Grundriss, n, 2, p. 421). 

Vastissimo anche il panorama italiano: si possono elencare la tra 
duzione veneziana, quelle lombarde di Bonvesin da la Riva e ano- 
nima (vedi Le opere volgari di Bonvesin da la Riva, a cura di 
G. Contini, i, Roma 1941, p. LXXII), le tre toscane pubblicate da 
M. Vannucci (Libro di Cato, o Tre volgarizzamenti del Libro di Ca- 
tone de' costumi, Milano 1829), quella campana, a strofe esastiche, 
di Catenaccio da Anagni (A. MIOLA, Le scritture in volgare deiprimi 
tre secoli della lingua ricercate nei codici della Biblioteca Nazionale 
di Napoli, Bologna 1878, pp. 31-57, pure in A. ALTAMURA, Testi 



1 88 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

napoletani del secoli XIII e XIV ', Napoli 1949), una toscana in ter- 
zine (vedi A. BARTOLI, Prosa, p. 92, nota i). 

Trascrivo qui il secondo libro nei due volgarizzamenti probabil- 
mente piu antichi, quello veneziano ed uno di quelli toscani. II 
traduttore veneziano, piu concise, resta vicino al testo latino sia nel 
lessico che nell'ordine delle parole (si noti che il volgarizzamento, 
nel manoscritto, accompagna verso per verso Toriginale), ma spesso 
si vede costretto a rifare a fondo la frase, e ad aggiungere chia- 
rimenti disarmonici ; il toscano, piu libero, riesce talora a ricosti- 
tuire Tintonazione deir originate, e comunque raggiunge un impa- 
sto piu unitario. 

C. S. 



A. TOBLER, Die altvenezianische TJbersetzung der Spriiche des Dionysius Ca- 
to, in Abhandl. d. Konigl. Preuss. Akad. d, Wissenschaften zu Berlin , 
xvn (1883), pp. 427-511; G. BERTONI, NotaalCato 9 in Zeit. f. roman. 
Phil. , xxxin (1909), pp. 586-7. 



VOLGARIZZAMENTO VENEZIANO 

[LIBRO SECONDO] 

Se per la ventura 1 tu voras cognoser lo lavorer 2 de la terra, leeras 3 
Vergilio ; ao 4 se maiormentre tu te fadige a cognoscere le vertu 
de le erbe, quel libro 5 le dira a ti per versi. E se tu desidre 6 a co 
gnoser le romane e le affricane vere,] 7 damandaras 8 Luc[ano], 

10 qual disse le batagle de [Marte]. S'el plas a ti amar alguna causa, 9 
o enprendre 10 amar Ie9ando, demandaras Ovidio; se quest penser 
6 a ti ke tu vive savio, aod 11 qelle cause le qual ke 12 tu posse en- 
prender, per le qual cause lo segolo 13 fi menado 14 desevrado 15 da 

11 vicii. Adonca sta en scola et enprend quele cause 16 le qual sea se- 
no, Ie9ando. 

Seate recordamento tornar a pro eciamdeu, 17 se tu p6i, a quili ke 
tu no cognosce : a trovar amisi per meriti e plu utel causa d'un regno. 

Lasa star le secrete cause de Deu, et a cercar que sea lo celo: 
cum 90 sea causa qe tu see mortal, cerca quele cause le qual & 
mortal. 

Abandona la paura de la mort, enper9o qe mata causa & a perdre 
le legrece de la vita en tuto tempo, domentre qe l8 tu teme la mort. 

Tu irado, de la no certana causa no voler ten9onar, enper96 
ke la ira enbriga 19 Tanemo k'el no possa 9erner 20 la verita. 

Fai lo despendio 21 afre9adamentre, quando quela enstesa cosa lo 
desidra, pro quid? 2 " alguna causa e da fir daa, domentre k'el tempo 
ao la causa lo damanda. 

Fu9eras quella causa la qual h de soperclo ; 23 e seate recordamen 
to a gauder de la pi9ola causa: la nave la qual fi reportada 24 per lo 
pi9olo flume & maiormentre segura. 

i . per la ventura : per caso. 2. lavorer : lavoro. 3 . leceras : leggerai (con valo- 
re d'imperativo); cosl anche piu avanti. 4. ao: o. 5- Wei libro: Aemilius 
Macer, il cui poema De virtutibus herbarum, citato da Ovidio, Trist., iv, 
10, 43 e perduto ; sotto il suo nome circolava nel Medioevo un' opera analoga 
di Odo. 6. desidre: desideri. 7. vere: guerre. 8. damandaras: cerca. 
9. alguna causa: qualche cosa (talora anche caosa), un poco. 10. enpren 
dre: apprendere. n. aod: odi. 12. le qual ke: la ripetizione del relatiyo 
e un incidente dovuto alia traduzione interlineare. 13. lo segolo: la vita 
terrena. 14. fi menado: e condotta (fir e I'ausiliario per il passivo). 
15. desevrado: diviso, e perci6 lontano. 16. cause: cose; altrove caose. 
17. eciamdeu: anche. 18. domentre qe: mentre. 19. enbriga: impedisce. 
20.cerner: discernere. 21. lo despendio: le spese. 22. pro quia: poiche"; 
la congiunzione latina e stata aggiunta, come pure piu avanti. 23. de 
soperclo: superflua. 24. reportada: trasportata. 



100 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

Tu, savio, seate recordamento a celar quela c[au]sa la qual sea 
vergor^a a li toi compagnoni, a96 qe plusor no encolpe quela 
causa la qual desplase a ti un. 

Eu no voglio ke tu empense li perversi 6mini guadagnar pecca- 
di: 1 li pecadi sta rescosi 2 en lo tenpo, li pecadi si pare 3 per li tenpi. 

Tu no voler despresiar le forse del pigol om: quelui resplend 4 
per conseglio, al qual la natura veda 5 forga. 

Da logo a quelui lo qual tu savras no esser engual a ti en lo 
tenpo : noi vedemo sovenge fiade lo ven9edor fir sopercla dal vento. 6 

Tu no voler ten?onar encontra lo to amigo cun parole, enper96 
ke grand ten?on alguantre fiade si crese per pi9ole parole. 

Tu no voler 9ercar cun sort 7 que causa Domenedeu fa9a, quel 
Domenedeu 8 delivra cen9a ti qual causa el ordena de ti. 

Seate recordamento a scivar la e[n]vidia con grand coltivamento, 9 
la qual env[i]dia, quamvis deu k'ela no te dane, 10 enpermorde96 n 
el e rea causa a sofrir quela. 

Seras de fort anemo, cum 90 sea ke tu see danado falsamentre: 
nesun gaude longamentre, lo qual vence soto malvasio 9uese. 12 

Tu no voler reportar le mal dite cause de la trapasaa ten9on: 13 
de li rei 6mini e a recordar la ira dapoi la enimista. 

No laudaras ti, ne tu medesemo encolparas ti: li mati si fai questa 
causa, li qual vana gloria contorba. 

Usa de le cause guadagnade temperaamentre : quando lo de- 
spendio abonda, el descore 14 in pi9ol tempo quela causa la qua[l] 
e acataa 15 en longo tenpo. 

Seras men de savio 16 quando lo tenpo au la causa lo demanda: 
enfen9er la mate9a in lo logo 17 & sovran savere. 

Fu9eras la luxuria; seate recordamento inse[m]brementre a sci 
var lo pecad de la avarisia : el 6 contrario a la nomenan9a. 

Tu no voler sempre crere a quili ke reporta alguante novele: 
inper96 l8 pi9ola 6 e da fir daa, ke molti 6mini parla molte cause. 



i. li perversi ... peccadi: prauos homines lucrari peccata. 2. rescosi: 
nascosti. 3. pare: appaiono. 4. resplend: pollet. 5. veda: vieta, nega. 
6. vento: vinto. 7. cun sort: attraverso augurii. 8. quel Domenedeu: 
ipse Deus. 9. con grand coltivamento: nimio cultu. 10. quamvis 
deu . . . dane : sebbene non ti danneggi. 1 1 . enpermordecd : tuttavia. 
12. cuese: giudice. 13. le mal dite . . . tencon: maledicta preterite litis. 
14. descore: labitur. 15. acataa: acquistata. 16. Seras men de savio: 
sii, cioe fingiti, stolido. 17. in lo logo: a suo luogo. 18. inpercd: per 
questo. 



VOLGARIZZAMENTI DEI DISTICHA CATONIS 191 

Tu no voler perdonar a ti quele cause le qual tu pekes 1 per tropo 
bevre: pro quia ke nesun peca e del vin, ma elFe colpa de quelui 
ke'l beve. 

Tu comete 2 lo secrete conseglio a lo tasevel compagnon; tu 
comete lo autorio 3 del corpo a lo bon medego. 

Tu no voler sustignir grandementre 4 le no degne aventure, 5 
inper6 ke la ventura perdona 6 a li rei 6mini a96 q'ela li possa 
danar. 

Varda queste aventure le qual vien esser da fir reportade, 7 pro 
quia plui levementre dana qualunka causa noi no 8 prevedesemo 
dananti. 

Tu no voler sotometere 9 Panemo in le cause d'aversita; rete 10 la 
speran9a: una speran9a" no abandona Porno da qui a la 12 morte. 

Tu no voler abandonar la causa la qual tu cognose covignevol 
a ti: lo fronte pleno de cavili, 13 de darere questa ocasion sera 
calva. 

Varda quelo ke segue; vederas denanti 90 ke te besogna: 14 segui 
quel Domenideu pare, lo [qual] guarda Tun e Fautro, 900 lo Filio 
e lo Spirito Sancto. 15 

Alguante fiade seras tenperado, a96 ke tu pose eser plu forte: 
el de esser da pauke cause a la volontad, 16 el de esser da plusor cause 
a la sanitad. 

Tu un 17 unka no despresiaras lo 9udisio del povolo, ne tu a negun 
no plase domentre ke tu vos desprisiar molti 6mini. 

No colparas li tempi quando causon 18 de dolor sera a ti; la cura 
de la sanita sia a ti grandementre, 19 la qual e grande causa. 

No curaras li sonij, 20 enper96 ke la umana mente cerne quela 
medesema causa per lo sonio, la qual ella desira varda 21 domentre 
k'ela vegla. 

i. quele cause . . .pekes: ea, que peccas. 2. comete: affida. 3. autorio: 
aiuto. 4. grandementre : moleste . $.leno degne aventure : gli awenimen- 
ti sfavorevoli. 6. perdona : indulget . 7. Varda . . . reportade : Prospice 
hos casus qui ueniunt esse ferendos. 8. no: la negazione, che non da 
senso, e anche nel testo latino del traduttore. 9. sotometere: umiliare. 
10. rete: conserva. n. una speranca: una spes. 12. da qui a la: fino 
alia. 13. lo fronte ... cavili: fronte capilata. 14. f ke te besogna: 
quod iminet. 15. coe . . . sancto: la chiosa e insensata (ma si trova in 
alcuni esemplari latini); Vun e Vautro: utrumque; si riferisce a quod 
sequitur e quod iminet . II testo allude, naturahnente, a Giano. 16. vo 
lontad: volutta. 17. un: anche qui rende <cunus. 18. causon: cagione. 
19. la cura . . . grandementre: cura salutis sit tibi precipue. 20. sonij: 
sogni. 21. varda: et sperat. 



VOLGARIZZAMENTO TOSCANO 

[LlBRO SECONDO] 

Se per aventura tu vorrai sapere lo coltare 1 de la terra, legge 3 
Vergilio. E se le vertude de Perbe tu vuoi maggiormente sapere, 
legge Macer, 3 lo quale per versi te lo dirae. E se le battaglie di Roma 
e di Grecia 4 vuole 5 sapere, legge Lucano, lo quale disse le battaglie 
di Dio. 6 E se alcuna cosa ti piace amare uvero leggendo imparare ad 
amare, dimanda Ovidio se tu questa cura hai. E acci6 che tu savia- 
mente viva, ode quelle cose che imparare possi, per le quale lo 
seculo partito dai peccati si mena. 7 Dunque ode; quelle cose che 
sono sapientia 8 impara leggendo. 

Se tu puoi, etiandio a quelli che tu non connosci siati a mente di 
farli prode : che pi6 utile cosa e [che] lo regno per meriti acqui- 
[s]tare li amici. 

Lassa stare le segrete cose del cielo e ad inchierere 9 che cosa sia 
lo cielo ; e con ci6 sia cosa che tu sii mortale, cura quelle cose che 
sono mortale. 

Non temere la paura de la morte, che stolta cosa & in ogna tempo 
a perdere Tallegressa 10 de la vita quando temi la morte. 

Quando se' curruciato non contendere de la cosa de la quale tu 
non se' certo, perch6 Fira impaccia Panimo, che 11 non puote con- 
noscere la veritade. 

Quando bizogno 12 e, spende sensa dimoro, perci6 che da dare & 
quando lo tempo u la cosa lo dimanda. 

Le cose che sono soperchie fugge, e siati a mente d'allegrarti de le 
picciole cose: che pio sigura e la nave che in picciolo fiume e 
portata. 

Quell[o] che dispiace, 13 ai tuoi compagni tu savio siati a mente di 
celare, acci6 che non incolpino molti quello che a tei 14 solo di 
spiace. 

i. lo coltare: la coltivazione. z. legge: leggi; cosi ode: odi, ecc. 3. Ma 
cer i vedi la nota 5 a p. 189. 4. e di Grecia: nel testo latino: Punica. 
5. vuole: vuoi. 6. di Dio: Martis. 7. lo seculo , . . mena: si trascorre 
la vita lungi dai peccati. 8. quelle cose . . . sapientia: quae sit sapientia . 
9. inchierere : investigate (inquirere). 10. allegressa: allegrezza; cosl 
forsa, sensa, ecc.: il codice e lucchese-pisano. n. che: cosi che. 12. bi 
zogno: bisogno; cosl prezente. 13. Quell[p] che dispiace: Quod pudeat . 
14. tei: te. 



VOLGARIZZAMENTI DEI DISTICHA CATONIS )) 193 

Non pensare che li riei 6mini guadagnino [le peccata] : le peccata 
che per temporale 1 stanno ascose, e per temporale aparno. 2 

Non dispregiare le forge 3 d'uno picciulo corpo, perche risprende 
molte fiate di sapientia quelli a cui la natura ha tolto forsa. 

Da luogo in alcuno tempo a colui lo quale sai che non e tuo 
pare : spesse volte vederno lo vincitore essere soperchiato dal vinto. 

Contra lo tuo conoscente non contendere di paraule, 4 che spesse 
fiate di piculle paraule grande brighe cresceno. 

Non inchierere per divinamento che intenda Dio fare, che 
sensa te delibera quello che di te dispone. 

Siati a mente di schifare la 'nvidia con grande senno, la quale 
se 5 non ti fa danno, a soferirla e rnolto molesta cosa. 

Quando se' dannato iniustamente sii di forte anirno, che nimo 6 
lungo tempo si puote allegrare che sotto lo malvagio iudice vince. 

Le rie -cose de le brighe passate non ricordare, ch6 de li malvagi 
6mini e dipo la nimistade ricordare lite. 

Non ti lodare e non ti incolpare, che questo fanno li stolti li quali 
la vanagloria conturba. 

Uca 7 le cose acquistate temperatamente, che* quando la spessa 8 
abunda discorre in picculo tempo quello che in lungo e acquistato. 

Mostrati d' essere stolto quando lo tempo e la cosa lo dimanda, 
che grande savere e in luogo anfmgere 1'omo matto. 9 

Fugge la pigritia e siati a mente etiandio di schifare lo peccato de 
Favaritia, perch6 sono contrari a la buona nominansa. 

Non credere sempre le cose che ti sono rinonsate, 10 perche poga 
fede si de dare a quelli che molto parlano. 

Quando pecchi per bere non ti volere perdonare, perch6 nullo 
peccato e del vino, ma eie 11 di colui che '1 be*. 

Lo segreto consiglio commettelo 12 al fedele compagnone, e Taiuto 
del corpo a fedele medico. 

La buona ventura che viene non degnamente non sofferire mole- 
stamente, ch6 la fortuna per dona a le malvage cose acci6 che possa 
tenere danno. 13 



i. per temporale: per un certo tempo. 2. aparno : appaiono, sono scoperte. 
3- forge: forze. 4. paraule: parole. 5. se: se anche. 6. nimo: nessuno. 
J.Ufa: usa. 8. spessa: spesa. 9. grande savere ... matto: Stultitiam 
simulare loco, prudentia summa est. 10. rinonsate: riferite. n. eie: 6. 
12. commettelo: affidalo. 13. La buona. . . danno: Noli successus indi- 
gnos f erre moleste ; / indulget fortuna malis ut laedere possit . 

13 



194 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

Antiv6deti 1 de le cose che ti puono avenire, perch6 pi6 lievemente 
danna quello che dinanti e proveduto. 2 

Indele cose averse non sottomettere lo tuo animo: 3 ritiene la 
speransa, ch6 una speransa (cioe Dio) 4 non abbandona Tomo etian- 
dio indela morte. 

Non lassare la cosa la quale connosci che ti sia 'concia, 5 ch6 
tempo viene che Fabundansia de le cose riceveno mutamento. 6 

Quelle cose che puono avenire considera, e quelle cose che sono 
prezente antevede, seguitando quello Domenedio che considera 
quello che vae dinansi e quello che viene dirieto. 7 

A le fiate d6i essere pio temperato, acci6 che tu sii pi6 potente, 8 
imperci6 che poghe cose convegnano 9 a la volontade 10 e pi6 a la 
sanitade. 

Non dispregiare l[o] iudicio del populo tu solo, acci6 che volendo 
dispregiare molti non piacci a nessuno. 

Siati a cura maggiormente la tua sanitade, e no 'nd'encolpare lo 
temporale, che ti sarebbe cagione di dolore. 11 

Non ponere cura ai sogni, perche 1'umana mente quando veghia 
hae speransa, e per lo sogno considera quello medesmo. 



i. Antivedeti: prenditi guardia. 2. proveduto : preveduto. 3. Indele , * , 
animo: nelle awersita non perderti d'animo. 4. una speransa (dob Dio): 
spes una. 5. 'concia: acconcia, utile. 6. tempo . . . mutamento: fronte 
capillata, post est Occasio calva. 7. quello Domenedio ... dirieto: il 
ium deum ... pattern qui spectat utramque, cioe Giano. 8. potente: 
forte. 9. convegnano: debentur. 10. volontade: volutta. n. no 'nd'en- 
colpare . . . dolore: tempora nee culpes, quum sis tibi causa doloris. 



VOLGARIZZAMENTO DEL PAMPHILUS 



La fortuna della commedia - nel senso medievale - Pamphilus, 
composta in distici elegiaci in Francia nel secolo XII, fa parte del 
capitolo dell'influsso ovidiano, particolarmente doU'Ars amandL 
Numerosi sono infatti in quel secolo i poemetti che ripetono e am- 
plificano Pinsegnamento erotico di Ovidio; tra questi ebbe parti- 
colare favore, per Tandamento drammatico-narrativo e per effet- 
tive qualita artistiche, il Pamphilus - entrato anche nel lessico col 
derivato pamphlet (vedi E. EVESQUE, in La Commie latine en 
France au XII siecle, par G. Cohen, Paris 1931, n, pp. 169-92). 

Per non parlare della diffusione del Pamphilus fuori del mondo ro- 
manzo (gia ne mostra la conoscenza in Germania Alberto di Stade 
col suo Troilus), ricordo la vitalita del tema in Francia, a partire dal 
favolello Richeut, e in Ispagna, dal Libra de buen amor alia Cele- 
stina\ la traduzione francese del poemetto per opera di Jehan 
Bras-de-Fer, Pimitazione fattane da Richart de Fornival nella 
Vetula, Pampia utilizzazione nel Roman de la Rose da parte di Guil- 
laume de Lorris. Confondendo il titolo con Fautore, citano Pan- 
filo come grande sapiente Guiraut de Calanson (in K. BARTSCH, 
Denkmdler der provenzalischen Liter atur, Stuttgart 1856, p. 98) e 
Pautore di Renart le contrefait (w. 32158-9 e 32335). 

In Italia la conoscenza di questa commedia pare phi diffusa a 
settentrione : essa e citata nei Proverbia que dicuntur super natura 
feminarum, nei trattati di Albertano da Brescia, nel Fiore di mrtu\ 
ma anche il Boccaccio mostra di conoscere Popera, citando Pan- 
filo nell'Amorosa visione, V, 32 e dando il suo nome al protagonista 
maschile della Fiammetta. 

La traduzione veneziana, datata alia meta del Duecento, e unita, 
nell'unico manoscritto, al volgarizzamento dei Disticha Catonis 
(vedi pp. 187-91), alle composizioni di Uguccione da Lodi e di 
Gerardo Patecchio, ai ProverUa sopra ricordati. Come per i Di 
sticha Catonis, la versione e di tipo scolastico : il latino e tradotto 
parola per parola, con uno spezzamento sintattico che contribuisce, 
insieme alle numerose aggiunte esplicative mal legate al contesto, 
a rendere pletorico il respiro del discorso. Ci6 non mi pare tuttavia 
argomento sufficiente per sostenere, col Tobler, che la versione 
fosse destinata forse a servire alFinsegnamento della lingua degli 



196 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

eruditi (se, piuttosto che 1'opera di un povero maestro, essa addi- 
rittura non sia il primo saggio di uno scolare), e per suggerire: 
<( Sarebbe egli mai un saggio dei primi studj latini di qualche ado- 
lescente di famiglia illustre, saggio copiato da mano abile, per 
mostrarsi ai genitori e agli amid, senza che fosse ritoccato dal 
pedagogo ? 

C. S. 



A. TOBLER, // Panfilo in antico veneziano col latino a fronte, in Arch, 
.glott. it., x (1886-1888), pp. 177-255. 



VOLGARIZZAMENTO DEL PAMPHILUS 



Qui aloga 1 parla Panfilo a madona Venus, 
fo la dea de Vamore. 

O madona Venus santa, una 2 speranga de la nostra vita, Dieu 
ve salve, la qual voi fad tute le cause 3 soto9aser 4 al vostro comanda- 
mento; la qual a ti, madona Venus, teme e serve Palta potencia 
de li dusi e de li re. 5 

E vol, madona Venus plena de piata, perdonad 6 a li mei desideri, 
n6 no vogliai eser dura a mi, ne" contrastar a li mei pregi, 7 e fai 
quelo k'eo ve damando, con 90 sea k j eu no ve damando grande 
cause. Eu disi no grande cause, et a mi misero par-ele 8 tropo gran 
de, mai 9 enpermorde96 10 a dar tu a mi queste cause non e a ti 
grande causa. Et enpermorde96 et eu firai 9a abiu via9amentre 
via9amentre alegro, 11 et en cotal mesura vignira a mi tute le cause 
cun prosperita. 

E la fantesella 12 si e vesina a mi, cun 90 sea causa k'eu no vorave 
q'ela fosse mea vesina, se la vostra gracia no me devesse sovegnir : 
enper9& qe lo fogo lo qual & da provo 13 suol plui danar e plu scotar 14 
ke quelo ke s'e da luitano, 15 ondeperque 16 se quela me fosse da luita- 
no, 906 Galatea, ela me danarave meno, e faresse a mi menor male. 17 
Q'el fi dito, 18 et e veritade, ke quela, 906 Galatea, e plui bella de 
tute le soi visine, e s'elo non e verita k'ela sea plu bela, donca me 
engana Pamore. Questa si e quela la qual ha trapassadi li mei 
entiriori, 90^ lo meu core e le mei budele, 19 con li soi Ian9oni ; 20 

i. Qui aloga: qui. Siamo all'inizio della commedia. Panfilo, innamorato 
di Galatea, invoca Venere, che gli appare e gli porge insegnamenti amatorii. 
Panfilo incontrerd. poi Galatea, dalla quale avra cortesi, ma caste risposte. 
Sara una vecchia a procurare un nuovo incontro con la fanciulla; e allora 
Panfilo riuscira a soddisfare le sue voglie. 2. una : unica (latino : unica ). 
3. cause: cose; altrove caose. 4. sotocaser: sottostare. 5. la qual . . . de 
li re: Quam timet alta ducum servitque potencia regum. 6. perdonad: 
parce. 7. pregi: preghiere. 8. par-ele: esse sembrano. 9. mai: ma. 
10. enpermordecd: tuttavia. n. Et enpermordefd . ^ . alegro : Annuo die 
tamen, iam iamque beatus habebor; firai . . . abiu: sar6 ritenuto, dpvr6 
essere ritenuto: comune in questo testo il passivo veneto con fir; viafa- 
mentre: presto. 1 2. fantesella: fanciulla. 13. da provo: vicino. 14. plui 
danar e plu scotar: ledere. 15. da luitano: lontano. 16. ondeperque: 
sicchd. 17. me danarave . . . male: lederet . . . minus . 18. el fi dito: 
si dice. 19. li mei entiriori . . . budele: precordia. 20. lanconi: dardi. 



198 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 



et eu no posso en neguna mainera comovre li mei lansoni encontra 
de lei. 1 Undeperqu6 la plaga e lo dolore, 906 1'amore, si cresse a 
quelu che ama, 906 a mi, cotidianamentre, e lo mieu colore si 
descresse, e la mea fot9a e la mea bele9a si se destn^e. 

Questa causa no dissi n6 no hai dita ad algun, n< cui faesse 2 
n abia fate queste plage a mi no hai manefestado. lusta ocasione 
fo a dir quele cause le qua! eu vedade : 3 el fi dito, et eu lo confesso 
ben, k'ela e nada de plui 9entil generacione 4 de mi, e per queste 
cause eu temo de dir a lei la mea volontade. E fi dito, et e ben veri- 
tade, k'ella e plui rica de mi, e 1'aunore e le rikece k'ela ha, si'lla 
fa tegnir molto grande. 5 Ne a mi non e, 906 eu non hai grande 
rikece ne grand aonor ne grand abundan9a de cause, mai quela 
causa k'eu posso avere eu la damando con la mea fadiga. E cum 
90 sea causa qe la femena sea nada d'un bevolco, 6 pur k'ela sea 
rica ella Ie9e 7 de mile omini uno, lo qual ella vole en marido, 

Et en la bele9a de quelei 8 la paura si sovraprende le nostre 
menbre ; e questa causone, 906 k'ela e cosi bela e cosi 9entil e cosi 
rica, me veda maiormentre a dir a lei la mea volontade. E la fi- 
dan9a k'ela ha en la soa bele9a si la fai aver grandi anemi, e la be- 
Ie9a no la lassa essere ... en lo so modo. 9 Et eu asa9ai 10 et hai 
asa9a sove^e fiade de tuor via quisti penseri de lo mieu core, mai 
vogliando eu contrastar a 1'amore, ello, 906 1'amore, soven9e fiade 
maiormentre me abrasa. 11 

Ora mo, o madona Venus, voi ved6 Ia li nostri mali e si cognos6 li 
nostri periguli: per la qual causa eu ve prego ke voi debiai esser 
umele 13 a li mei pregi. 

Ancor parla Panfilo a madona Venus. 

O madona Venus, no responde tu a mi, e no por9i le toi regie 
a li mei diti, 14 ne li toi clari ogli no ha n6 no guarda a lo meu elu- 

i. et eu . . . de lei: Telia nee inde queo vi removere mea. 2. hai: ho; 
faesse : facesse. 3 . lusta . . . vedade : lustaque causa fuit dicere que vetuit . 
4. de plui fentil generacione: di piti nobile famiglia. 5. e Vaunore . . . gran 
de: Et decus et dotes copia sepe rogat. 6. bevolco: bifolco. 7. lece: 
sceglie. 8. quelei: colei, quella. 9. e la beleca . . . modo: Inque modum 
dominam non sinit esse suam; i puntini rappresentano uno spazio lasciato 
libero, nell^incertezza, dal traduttore. 10. asacai: tentai. n. abrasa: 
arde, 12. vede: vedete. 13. umele; mitis. 14. no porci . . . diti: non 
porgi le tue orecchie ai miei detti. 



VOLGARIZZAMENTO DEL PAMPHILUS 199 

menamento. 1 Ao tu toi le toi seite 2 de lo nostro core, ao tu passe le 
toi crudel plage con li toi Ogi. 3 E ki e quelo ke podesse sostegnire 
lo pensero de cotanta fadiga, lo qual pensero e la qual fadiga no 
daese nisun guederdon a lo so segnore, si ke elo plan9endo? 4 
Eu sovraston pregando 5 e clamando merce a ti; e certo en viritade 

10 crudel dolore sovrasta a mi, e quelo dolore si parturise e sostene 
cotidiani pregi. 

Mo responde madona Venus a Panfilo. 

En quela fiada madona Venus si disse : La sovrastagante fadiga 
vence e sopercla 6 tute le cause. 7 E no te vergonaras 8 n< no aver 
dobio de dir li toi anemi, 906 le toi volontade a 9ascuna femena, ke" 
apena sera dentre mile femene una, la qual devede 9 a ti quelo ke tu 

11 damandaras. Mai per la ventura 10 quelo ke tu li damandaras 
pregandola e clamandoie merce, ela lo vedark a ti aspramentre da lo 
comen9amento; mai lo encargo 11 de quela aspre9a k'ela te mostrara 
si e molto leve, si qe 9a 9urando dal comen9amento quele caose le 
qual quel medhesemo vendeor negava, ve9ando elo lo bon compra- 
ore si ie desmostra le cause le qual davanti le avea devedhadhe. 12 

E saipe fermamentre 13 ke se lo primer naiicler 14 ke entra 15 en mar 
fosse stado spavuroso, 16 elo no la 17 avrave mai passada, quando elo 
senti enprimeramentre la ravinosa 18 onda contrastar a la nave. 
Adonca se la femena no consente a lo enprimeramentre a li toi 
parlamenti, per arte ao per servisio tu fai q'ela te consenta: en- 
per96 qe la arte si spe9a le volontade, e la arte deruinea 19 le ferme 20 
citade, e le tore si ca9e 21 per la arte, e per la arte si ven levado lo 
grande encargo, e lo corente pesse si fi preso per arte soto le onde 

i. n6 li toi. . . elumenamento: Nec tua clara meum lumina lumen ha- 
bent. 2. Ao tu . . , seite: o tu togli le tue saette. 3. 00 tu . . . cogi: 
Aut tu seua tuis uulnera pasce modis. 4. si ke elo plancendo: cosi che 
quello pianga. 5. sovraston pregando: Insto precando; si notino sovra 
ston e sovrasta = insto, instat, e sovrastagante = inprobus. 6. soper 
cla: soperchia, supera. 7. Dopo cause non e stato tradotto il verso suc 
cessive : Qualibet et poteris ipse labore frui . 8. vergoncaras : vergogne- 
rai, con valore di imperative. 9. devede: neghi. 10. per la ventura: forse. 
ii. to encargo: il peso. 12. si qe ca curando.. . devedhadhe: lam iurando 
prius quos uenditor ipse negabat / venales census inprobus emptor habet. 
13. saipe fermamentre: sappi per certo. 14. naucler: navigante. 15. entrd: 
entr6. 16. spavuroso: pauroso. 17. la: il mare, qui femminile. 18. ra 
vinosa: rapinosa (<cturgida). 19. deruinea: distrugge. 20. ferme: fir- 
mas . 21. cafe: cadono. 



200 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

de Taigua, e lo omo core per arte su per lo mare en tal mainera q'elo 
no se bagna li pel. E lo oficio e Tarte aida Tomo en molte cause, en 
tal mesura qe lo pover omo fi pasudo soven9e fiade per la soa arte 
e per lo so servisio. E quamvis domenedeo qe lo omo sea desca9ado 
fora de la soa citade per la ira de lo principo, 1 e quelo k'e desca9ado 
si salva per la arte lo so corpo no danado e le soi riqece no gua- 
stade. 2 E quelui ke era povro e soleva plan9ere, si se alegra per la 
arte plen de riqe9e; e quelo qe soleva andar a pe, si va mo a cavalo 
per autorio 3 de Tarte, e quele cause le qual so pare e soa mare a 
postuto 4 no pot6 s donar a lui, la arte gelo 6 ha 9a donado, si ke ado- 
vrandola elo. 7 E se per la ventura ela refuda a lo comen9amento 
lo to servisio, enpermorde96 tu seras aprestado 8 de servir a lei. 
E per queste cause, 906 per la arte e per lo servisio, poras tu su- 
perclar le manace de la toa amiga ke te contrasta, e quela la qual 
era da lo comen9amento toa enemiga, sera toa amiga per queste 
caose. 

Et ancora va, e frequentea 9 soven9e fiade lo logo en lo quale ela 
sole esere e stare, ao se tu p6i paser ela, 906 solaria, pasila e so- 
Ia9ala con beli 90gi, 10 enper9& qe la 9oventude senpre ama alegrece 
e solacevel parole, e queste cause, 906 solaci et alegrece, si comove 
le mente, 906 le volontade, de li 9oveni en amore. 

E quando tu te mostre a lei, tu te gi di ni mostrar senpre mai cum 
alegro volto, per quelo qe 9ascun omo e plui belo con Iegre9a 
qe con greme9a. 12 E no seras tropo tasevole, 13 n6 no diras parole de 
soperclo : la pulcela si despresia Tomo soven9e fiade per lo parlar 
de soperclo e per le altre soperclitade. E saipi qe lo belo parlare e li 
beli portamenti si comove e norigea 14 lo dolce amore. 

E s'elo iene logo, sovrasta ad ella com alegri 90gi, IS et ela dara 
9a a ti quela causa la qual tu sperave apena q'ela te devese dare. 
E la vergon9a alguante fiade no lassa dire a quelei le soi volonta 
de, mai quela causa la qual la femena desira avere, ella maiormentre 
si la nega. E la femena si enpensa q'elo sea plui bela causa perdere 

i. quamvis domenedeo qe . . .principal Et quamuis iusta sedatur principis 
ira>>; quamvis domenedeo qe: sebbene. 2. salva . . . guastade: Seruat 
et illesum corpus opesque reus. 3. autorio: aiuto. 4. apostuto: affatto. 
S.pote': poterono. 6. gelo: gliele. 7. si ke adovrandola elo: sicche" egli 
ne fa uso. 8. aprestado: pronto. 9. frequentea: frequenta. 10. ao se tu 
poi. . .fogi: Siue potes pulcris pascere pasce iocis. n. tu te gi d?\ 
le ti devi. 12. con legrepa . . . gremefa: con allegria che con tristezza. 
13. tasevole: taciturno. 14. norigea: nutre. 15. E s'elo . . . fogi: Si locus 
est illi iocundis uiribus insta. 



VOLGARIZZAMENTO DEL PAMPHILUS 2OI 

la verginitade per for9a, ka ela, 900 la femena, diga a lo omo: 
Fai mo de mi la toa volontade . 

Da questo te guarda tu molto, 1 qe la femena no sapia con viri- 
tate li toi fati, ke la femena no sapia quelo ke tu hai 2 e no saipa la toa 
povertade, enper$6 ke lo omo ke ha seno e savere de pauca roba si 
demena molto bela vita, e lo savi omo si covre le soi lagreme cun 
la soa boca, la qual sa parlare alegre parole ; e quela causa la qual 
no e, Porno la p6 desmostrar con parole ao con portamenti, qe 
grande aventura si avene a lo picol omo per la soa arte e per lo so 
en9egno. E lo omo si ha molte cause le quale no sa la sua visina, de 
le qual cause plusor ie p6 reportar covignivol a lei. E crede a mi 
qe alguante fiade torna a pro a molti omini le bausie e le lusenge, et 
a la fiada si nuose a dir de tute le cause veritade. E spesamentre 
parlando a li servidori et a le servirese de la casa en la qual sta la 
toa miga, fa9ando eli, 906 li servidori e le servirese, toi amisi 3 
cun dolce parole, e dando a lor de bele done 4 e de bele 9016, a96 
q'eli dibia 5 a la fiada e sempre mai 6 reportar bone parole de ti a la 
toa amiga, e pasca senpre la dona, 906 la toa miga, cun li soi laudi, 
domentre q'elo se stravol9e 7 dobiosamentre le mente, 906 le volon 
tade, en lo dobioso peito. Tal se la femena fai quelo qe tu v6i, 
quale se 8 ela no lo fai, vardate k'ela no sapia la toa volontade. 
En quela fiada fadiga quela, 906 la femena, per molto tempo, a96 
ke tu, vencedor, plui tosto posse usar lo so amore. Qe lo anemo de 
1'omo si vene molto ca9ado en qua et en la, domentre q'elo permane 
en pi9olo perigolo. 9 

E pla9a a voi entranbi ad aver un fedel esplanade re, 10 906 un 
fedel amigo, lo quale senpre reporte rescosamentre 11 quela caosa 
la qual Puno e Fautro desira, enper96 qe la envidiosa vetrane9a iz 
si 9uegea 13 li 9oveni, enper96 k'eli no po far si con ili, e quela vetra- 
ne9a plena de ten9one e de eniquitade si deveda a li 9oveni de 
parlar Tun con 1'autro. 

1. molto: non e stata tradotta Tincidentale si sit tibi parua supelex, 
che, avendo il nostro testo certa invece di parua , non dava senso. 

2. quelo ke tu hai: esse tuum. 3. fafando eli. . . toi amisi: Alice . 
4. done: doni. 5. dibia: debbano. 6. a la fiada e sempre mai: uicissim. 
7. se stravolfe: rivolge; il soggetto e la donna (erroneo dunque eld}. 8. Tal 
se . . . quale se: sia se . . . che se. 9. Qe lo anemo . . . perigolo: Pellitur 
hue animus hominum depelitur illuc / sepe labore breui dum manet in 
dubio. 10. esplanadore: interpres. n. rescosamentre: nascostamente 
(caute). 12. vetranefa: vecchiezza. 13. fuegea: giudica. 



2O2 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

Comenga a la speranga de Deu, k6 lo tempo dara a ti tute le cause 
con meioramento, k6 nesuna paura sera a ti en quele cause le qual 
tu teme ke debia essere. 1 Eu no dirai plui alguna causa: tu ven- 
ceras la toa amiga per lo studio, se tu lo avras, e si qe comengado 
questo lavorero, goe Tamore, andando per mego le vie tu ge veras 
mile miglioramenti. 2 



1. ke nesuna paura . . . essere: Nec timor ullus erit in quibus esse times . 

2. e si qe comenfado . . . miglioramenti: Inceptum uiis mile patebit opus 



VOLGARIZZAMENTI DEL 

LIBER CONSOLATIONIS ET CONSILII 

DI ALBERTANO DA BRESCIA 

II Liber consolationis et consilii del giudice e causidico Albertano da 
Brescia (attivo tra il 1226 e il 1250) fu compilato nel 1246 ed ebbe 
subito, come gli altri due trattati dello stesso autore, un'immensa 
fortuna europea: traduzioni francesi in versi e in prosa (vedi 
M. ROQUES, Traductions francaises des traitds moraux d y Albertano 
de Brescia. Le Livre de Melibee et de Prudence par Renaud de 
Louhens, in H.L.F. , xxxvn, 1938, pp. 488-506), tramite per la rie- 
laborazione fatta da Chaucer nel Tale ofMelibeus\ traduzioni cata- 
lana, tedesca, olandese e ceca (vedi ALBERTANI BRIXIENSIS Liber 
consolationis et consilii, ed. Th. Sundby, Havniae 1873 ; R. BOSSUAT, 
Manuel, n. 2676) ; utilizzazione in opere didattiche francesi, come il 
Menagier de Paris e il Livre du chevalier de la Tour Landry, e 
nelle Leys d' Amors (ed. J. Anglade, Toulouse 1919-1920, iv, pp. 55- 
61). Solo in Italia si possono citare: la versione di Andrea da Gros- 
seto, fatta a Parigi nel 1268 (vedi G. FATINI, Letteratura maremmana 
delle origini, in Bull. sen. di st. patria, N. S., m, 1932, pp. 113- 
69; IV, 1933, pp. 43-91, alle pp. 56-72); la versione anonima del 
1272 o 1274 pubblicata da Bastiano de' Rossi, detto lo 'Nferigno 
(SulVamor di Dio e del prossimo, sulla Consolazione e sui Consigli 
e mile Sei maniere del parlor e. Trattati di Albertano giudice da Bre 
scia, Firenze 1610); la versione del pistoiese Soffredi del Grazia, 
nato verso il 1240 e morto dopo il 1297, fatta a Provins nel 1275 
(vedi E. GABOTTO, Un prosatore delle origini in documenti liguri- 
subalpini, in Boll. stor. bibl. subalp., xv, 1910, pp. 14-6; G. ZAC- 
CAGNINI, in II libro e la stampa, vi, 1912, pp. i3 8 ~9> in (( Bul1 - stor - 
pist. , xvin, 1916, pp. 114-22, in Giorn. stor. d. lett. ital. , LXXXIII, 
1924, pp. 210-6; F. TORRACA, Studi di storia letteraria, Firenze 
1923, p. 58); la versione anonima del codice Bargiacchi, del 1288 
(Biblioteca Nazionale di Firenze, n, in, 272); quella segnalata dal 
Barbi (vedi M. BARBI, D'un antico codice pisano-lucchese di trattati 
morali, in Race, di st. crit. A. D'Ancona, Firenze 1901, pp. 241-59, 
a p. 249) ; una versione fiorentina della meta del Trecento ed una 
veneta del Quattrocento (vedi N. ZINGARELLI, / trattati di Alber 
tano da Brescia in dialetto veneziano, in Studi di letteratura ita- 



204 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

liana, Napoli 1901, in, pp. 151-92); infine va ricordato il rimaneg- 
giamento dell'Ars loquendi et tacendi contenuto in molti mano- 
scritti del Fiore di virtii. 

Riporto la parte iniziale del trattato nei due volgarizzamenti 
piu antichi, che rappresentano due modi diversi di accostare il 
testo latino. Soffredi si tiene piu vicino al suo modello, nel lessico 
e anche nella sintassi, con risultati di una certa durezza; Andrea 
e piu disinvolto ed elegante, ma certo meno fedele. 

C. S. 



C. SEGRE, Volgarizzamenti, p. 2,6. 



VOLGARIZZAMENTO DI ANDREA 
DA GROSSETO 

Incipit secondo libro. 

Imperci6 che molti son che si conturbano e affligonsi tanto ' [n]de 1'a- 
versita 1 e ne la tribulazione, che per lo duolo non hanno da se consi- 
glio ne consolamento neuno, ne non n'aspettan d'avere d'altrui; e 
tanto si contristano e si disconsigliano che vengono tal fiata di male 
in peggio ; voglio a te, figliolo naio lovanni, lo quale adoperi Tarte 
di cyrorgia, e spesse fiate ne truovi di questi contrari, z mostrarti 
alcuna dottrina e ammaiestramento, per lo quale co la grazia di 
Dio tu possi a que' cotali uomini dare medicina: non solamente 
quanto che per guarire 3 lo corpo loro, ma eziandio tu li possi dare 
consiglio e acconsolamento per lo quale ricevano conforto-e ralle- 
gramento, acci6 che non possano di male in peggio divernre. 4 
Leggi addunque, figliuol mio, la similitudine e Fesemplo che ti 
dico di sotto, e studiosissimamente aguarda a 1'autorita e a le pa 
role di savi uomini che tu troverai scritte; e cosi, a la merze di 
Dio, potrai fare grande utilita e servigio a te e a tutti tui amici. 
E la similitudine che ti vo' dir e questa. * 

Di coloro che battero la moglie di Melibeo. Secondo capitolo. 

Un giovane ch'avea nome Mellibbeo, 5 uomo potente e ricco, 
ad una stagione che 6 s'ando solazzando per la citta sua, e Iasci6 
la moglie e una sua figliuola inchiusa ne la casa, tre sui nemici, 
vedendo questo, venero con escale e poserle a la finestra de la casa 
ed entraro dentro e preser la moglie di Mellibeo, ch'avea nome 
Prudenzia, e la figliuola, e battero fortemente; e la figliuola per- 
cossero in cinque luoghi, cio& ne gli occhi, nell'orecchie, ne la 
bocca, nel naso, ne le mani, e quasi mezza morta la lassiaro. 
Tornirsi a casa loro. E dipo questo, quando Mellibeo fu tornato 

i. '\n\de Vaversita: nelle awersita. 2. contrari: awersita; ma Soffredi ha 
cotali . 3. quanto . . . guarire : per quanto riguarda la sanita. 4. divenire : 
venire. 5. Mellibbeo: significa, secondo Albertano, Mel bibeus, abevitore 
di miele cioe uomo dedito alle gioie terrene; evidente il significato del 
nome della moglie, Prudenzia. 6. ad una stagione che: una volta che. 



206 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

vide questa cosa: incominci6 fortemente a piangere e a trarisi 1 
li capelli e a squarciarsi li drappi di dosso, e quasi secondo che 2 
uomo ch'e fuor di senno tutto si squarciava e si distruggea. E 
quando la moglie vide questo, acci6 che si dovesse raconsolare, 
incontanente lo comlnci6 a gastigare 3 e pregare che si dovesse 
remanere; 4 elli sempre piii piangeva e sempre piu gridava. E 
quella stette alquanto, e ricordossi d'una parola che disse Ovidio, 
De remedio delVamore, che dice: Chi e quegli si matto che vieta 
che la madre non debbia piangere quand'ella vede morto lo fi- 
gliuolo ? Perci6 che in cotale caso non e da dire che non debbia pian 
gere; ma quando eU'averk quasi sazio Fanimo suo di piangere, 
allor si puote temperar lo dolore suo con parole)). E quando 
Mellibeo ebbe assai 5 pianto, e quasi pareva ch'avesse sazio Panimo 
suo di piangere infermo, 6 e madonna Prudenzia lo comincio a 
gastigare e disse: 

Del pianto de lo stolto. [Terzo] capitolo. 

O stolto, perch6 ti fai tener matto ? perche* ti distruggi tutto 

per cosi piccola cosa? Abbi addunque nel pianto tuo modo e sa- 

vere, e nettati la faccia de le lagrime, e vedi quel che tu fai. Ch6 

non si conviene a savio uomo di dolersi fortemente, con ci6 sia 

cosa che pianto non faccia alcun pro a cului che piange. E la 

figliuola tua, s'a Dio piace, guarra bene e finamente; 7 e pognamo 

ch'ella foss[e] morta, non ti doveresti perci6 distruggere e lacerar 

per lei. Unde disse Seneca: Lo savio uomo non si contrista n6 

perche perde figliuolo, ne perche* perda amico. Cosi si sofTera la 

morte loro come s'aspetta la sua. lo voglio piu volanteri [che tu 

lasci lo dolore] che lo dolore lasci te ; e percib rimanti. E vedi che tu 

fai tal cosa che, pognamo che tu la volessi far lungo tempo, non 

potresti. 

Allor risposse Melibeo e disse : Chi si potrebbe tener di pian 
gere e di lagrimare in cotanto dolore ? Or i' veggio che '1 Nostro 
Segnore Dio si dolse e lagrimo per P amico suo Lazzare. 

E Prudenzia rispose e disse : Temperato dolore e pianto a que' 
ch'e dolente infra dolenti non e vietato, anzi conceduto, secondo 

i. trarisi'. strapparsi. 2. secondo che: come. 3. gastigare: ammonire. 
4. si dovesse remanere: si calmasse. 5, assai: abbastanza. 6. infermo: e 
attribute di Vanimo suo. 7. finamente: perfettamente. 



VOLGARIZZAMENTI DI ALBERTANO 207 

che disse san Paulo ne la Plstola a' Romani: Allegrati con quelli 
che gi[ois]cano, contrlstati con quegH che son tristi. E anche 
Tullio disse: Propri[a] e naturale cos'e del savio animo che s'alle- 
gri de le buone cose e dolersi de le rie. Ma piangere cotanto, certo 
non e convenevole. II modo da piangere 1 disse Seneca: Che 
non siano secchi gli occhi tui quando tu perdi Tamico, ne non lagri- 
mar tanto che paiano come fiume. Unde d6i lagrimare ma non 
d6i piangere gridando. E se tu vuo' ben fare, anzi che tu perdi 
1'amico difendilo si che tu no l[o] perdi, si tu puoi agevolemente. 
Unde disse Seneca: Piu santa cosa e a guardar 1'amico che pian 
gere poi che Fha* perduto . Addunque, acci6 che tu vivi saviamente, 
lascia e caccia da te ogne tristizia di questo seculo. Unde disse 
G[esu] Sirac : 3 La tristizia n'ucide molti, e non ha in s6 alcuna uti- 
lita. In un altro luogo disse: L'animo allegro rende la vita fio- 
rita, ma lo spirito tristo disecca Fossa . E Salamon : Secondo che la 
tignuola nuoce al vestimento e '1 verme al legno, cosi la tristizia 
nuoce e rode 1 cuore degli uomini. E anche disse: ccNon contri- 
stera Tuomo giusto neuna cosa che gli possa venire . E Seneca 
disse ne le Pistole: Neuna cos'& piu stolta che aver nome 3 d'esser 
troppo tristo e lodare quel che piange molto, percid che al savio 
non adoviene neuna cosa che ['!] possa far star dolente, perci6 
ch'egli sta diritto e forte sotto ogne peso. Secondo che avenne a 
santo lob, lo quale, perche 4 perdesse tutti gli sui figliuoli e tutti 
gli ben sui, [e] sostenne in s6 molte tribulazione e pene nel corpo 
suo, sempre stette dritto e sempre ne rende grazie a Dio. E di- 
ceva: Domenedio le mi diede e Domeneddio me Tha tolte. Cusl 
e fatto come a lui piace : sia benedetto lo nome suo perci6 ora [e] 
sempremai)). Addunque non ci dovemo dolere de j figliuoli n6 
dell'altre cose se noi le perdemo, con ci6 sia cosa che quel che t'avie- 
ne non si possa mutare per lo dolore; ma piu tosto ci dovemo 
allegrare de le cose che no' avemo che dolere di quelle che noi 
perdemmo. Unde un che volse raconsolare un suo^vicino de la 
morte del figliuolo disse cosi: No piangere percio c'hai perduto 
un buon figliuolo, ma ralegrati perci6 che avesti un buon figliuolo . 
E Seneca disse che neuna cosa e che piu tosto venga in odio che '1 
dolore. E '1 dolore ch'& novello vuole esser raconsolato e d6gli 



i. II modo da piangere: la misura che si deve tenere nel pianto. 2. G[esu] 
Sirac: e 1'autore dett'Ecclesiastico. 3. nome: fama. 4. perchd: sebbene. 



208 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

esser dato conforto; ma '1 dolor ch'e d'antica cosa d6 esser scher- 
nito e aviliato, 1 perci6 ch'egli e fatto per epocresia e apparenzia; 
anco per enfi[n]gimento; o egli e fatto per pazzia e matezza. 
E discaccia da te la tristizia e '1 dolor di questo secolo, perci6 che 
dice san Paulo ne la Plstola a 9 Corinzii che la tristizia di questo 
mondo adopera morte, ma la tristizia che Tuomo ha di Dio adopera 
penitenzia e salute ferma. 2 E imperci6 per neuno modo non te la 
dei cacciar da te, ma il die e la notte ti dei studiare d'averla, perci6 
ch'ella [s]i retornara in allegrezza: secondo che dice Domeneddio 
nel Vangelio: La tristizia e la poca allegrezza non sia ria. Sa- 
lamon disse che '1 cuor del savio 6 con tristizia, e '1 cuor de lo stolto 
& con letizia. E anche disse che meglio e andare a la casa del pianto 
ch'a la casa del convito. 

E poi rispose Melibeo e disse : Tutto quel che tu m'hai detto 
e vero e utile, ma '1 dolor deH'animo mi torb6 tanto che io non so 
che io mi debbia fare. 

E quella disse : Rauna gli amici tui provati che tu hai e' pa- 
renti tui, e addomanda lo' 3 consiglio delegentemente sopra questa 
cosa. E fa secondo '1 consiglio loro, perci6 che disse Salamone: 
Fa tutte le cose con consiglio, e non te ne penterai. 

Allora Melibeo addun6 una granda moltitudine d'uomini i[n]fra 
i quali fuoro medici di cyrurgia e di fisica, e fuorvi uomini vecchi, 
giovani e molti sui vicini li quali 1'amavano per paura piu che per 
amore. E anche vi fuoro aliquanti sui nemici co' quali avea fatto 
pace; e anche v'avea molti assentitori lusinghieri ; 4 e aveavi molti 
giudici di legge e altri savi uomini. Fatto questo ragunamento, e 
Melibeo comincib a narrare tutto quello che gli era addovenuto ; 
e addomandando da loro consiglio sopra ci6, mostr6 ch'avea gran 
volonta di far vendetta di quel che gli era fatto. Allor si Iev6 un di 5 
medici di cyrurgia per consentimento di quegli dell'arte sua, e in 
fra le sue parole disse che offizio di medici e e a lor si conviene di 
far pro ad ogne uomo, e non far danno a neuno; anzi diviene 6 
alcuna fiata che medicano le fedite de Tuna parte e delPaltra e 
consigliano Tuna parte e Taltra. E impercib non si conviene a loro 
di consigliare alcun di far guerra ne di vendetta, n di prender 

i . aviliato : umiliato. 2. ma la tristizia . . . ferma : Quae enim secundum 
Deum est, poenitentiam in salutem stabilem. operatur. 3. /o ? : loro. 
4. assentitori lusinghieri: adulatori. 5. di: dei; frequente. 6. diviene: av- 
viene. 



VOLGARIZZAMENTI DI ALBERTANO 209 

parte infra la gente : E imperci6 non ti consigliamo di far vendet 
ta. E la figliuola tua sollicitamente e diligentemente procuraremo 1 
si che co la grazia di Dio ella sera sana e guarita, avegna ch'ella 
sia gravissimamente ferita. 

E dipo custui si Iev6 un di medici di fisica, per consentimento e 
volonta degli altri, e consigli6 quasi quel medesimo ch'avea consi- 
gliato quel di prima. E dappo' el suo parlare egli impromise aiuto 
e consiglio de la scienzia sua, cioe di medicina, quant' e' seppe per 
guarir la figliuola sua: Del fatto de la guerra e de la vendetta 
ti dicem cosi, che secondo che noi avemo scritto ne la medicina 
nostra che le contrarie cose si debbono medicar co le contrarie 
cose, nell'altre cose le contrarie si debbono curar co le contrarie. 

E poi si levaro li vicini e quelli ch'erano stati sui nemici, ma ave- 
vano fatto pace con lui, e altri assentitori e lusinghieri, e tutti insie- 
me quasi piangendo e mostrando grande dolore e ira de quel che 
fatto era, incontanente consigliaro che si dovesse far vendetta de 
la 'ngiura ch'iera fatta, e che sforzatamente 2 si dovesse incommin- 
ciar guerra con quelli ch'aviano fatto si grande isfacciamento 3 a ser 
Mellibeo, contando e laudando molto ser Mellibeo e la potenzia 
sua e di parenti e digli amici, e contando molte sue ricchezze, 
avilando e vituperando gli nimici e gli aversari di ser Mellibeo, 
dicendo ch'egli eran poveri, mendichi d'avere e d'amici e di parenti, 
e che non eran gente da potere far guerra. E a questa si Iev6 un 
di piu savi giudici di legge per consentimento digli altri, e infra 
molte sue parole disse cosi: Questa faccenda e questa cosa, 
segnori, che noi avemo fra le mani, sanza dubbio e grande par- 
tito, 4 d'avere grande consideramento e grande providemento, si per 
la 'ngiuria e per lo grande malefizio c'ha recivuto ser Mellibeo, e 
che per questa cagione per innanzi si potrebbe anche esser fatto 
peggio. E anche e grande questa faccenda percio che son cosi 
prossiman vicini di ser Mellibeo, e per la potenzia e per la moltitu- 
dine degli amici e di parenti che son da Tuna parte e dall'altra, e 
anche per molte altre cagione le quale non posso tutte contare, 
ne non e convenevole di contare. E imperci6, con ci6 sia cosa che 
noi debbiamo procedere saviamente, consiglianti che tu la persona 
tua debbi ben guardare sopra tutte 1'altre cosa, si che ne sollicitu- 

i. procuraremo: cureremo (procurabimus)- 2. sforzatamente : con ogni 
sforzo. 3. isfacciamento : offesa. 4- * grande partito : e molto importante. 



210 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

din* e riguardamenti ne di die ne di notte non ti vegna meno. 
E anche che tu debbi fornire e guernire la casa tua diligentemente 
d'ogne fornimento 1 che bisogna. E del fatto della vendetta e di 
cominciar guerra certo gran dubbio mi pare, impercib 3 qual sia 
lo meglio non potem or sapere n6 cognoscere. Unde addimandia- 
mo spazio per poter delibberare e pensare quello che meglio e da 
fare, perci6 che non e subitamente da giudicare; perci6 che le cose 
che subitamente si giudicano son tenute a vile, e sanza saver fatte, 
e quelli che tosto giudica s'afretta di pentere. E perci6 e usato di 
dir che ottimo giudice e quelli che tosto intende e tardi giudica. 
Unde, avegna che la tardezza sia da biasmare, alcuna fiata che non 
e da biasmare. Onde si truova scritto che ogne tardezza e da avere 
in odio, ma rende 1'uomo savio. E percio se noi volemo aver deli- 
berazion sopra le dette cose, non e da maravigliare. Unde si disse 
'n volgare 3 che meglio e lento giudica[to]re che tosto vendicatore. 
Unde e 4 Domenedio, quando volse 5 giudicare una femina che avea 
fatto adulterio, scrivendo in terra due volte deliberb. E cosl noi, 
da che averemo deliberato, co la grazia de Dio ti consiglieremo 
utilemente sopra queste cose. 

E gli giovani ch'ierano in quel consiglio, confidandosi de la ror 6 
fortezza, de la ror prodezza e de la multitudine di coloro che si mo- 
stra[va]no amici di Mellibeo, da ch'ebbero lodato molto le richezze 
e '1 parentado e le potenzie de Mellibeo e d[e]gli amici sui, consi- 
gliaro che incontanente sanza null[o] dimoro 7 si dovesse incommin- 
ciare guerra vivamente, reputando e tenendo gli aversari di Melli 
beo per neente. E adirato animo riprendendo gli giudici perci6 
ch'avean detto che si dovesse indugiare di far guerra, e alleg[a]ndo 
e dicendo che secondo che '1 ferro quando egli e di f [uojco ben caldo 
sempre si lavora meglio che quando egli [e] freddo, cosi la guerra 
ch'e ricente meglio si divendica che co neuno intervallo n6 con 
e[n]dugio. E allora tutti quanti con gran grida, con grande ro- 
more dissero: Sia, sia! 

E allora un di vecchi, distendendo la mano, dicea che ogne uomo 
stesse cheto, e per consentimento [degli altri vecchi] coninci6 
ad aringare e dire: Molti gridano ccsia, sia! , che non cognoscono 
che sia dir <csia, sia! , e non sanno perch6 sel dicano. Onde giudico 

i. fornimento: mezzo di difesa. z.impercio: perche". 3. si disse y n vol 
gare: si suol dire. 4.6: anche (et ipse). 5. volse: voile. 6. ror: lor. 
7. sanza null[p] dimoro: senza alcim indugio. 



VOLGARIZZAMENTI DI ALBERTANO 211 

che voler far vendetta e voler fare guerra altrui, ha si ampio com- 
minciamento che ciascun pu6 agivolmente di far vendetta incomin- 
ciare, e di far guerra altrui neuno non sa a che fine ne" a che porto ne 
de venire ne che cosa ne debbia seguitare. 1 Onde molti che non son 
nati ne lo J ncornmi[n]ciamento de la guerra, con gran fatiga e con 
grande poverta o invecchieranno o morranno vilmente e cattiva- 
mente per la guerra, e con gran miseria. E imperci6, be' segnori, 2 
non e da procedere ne da far questa cosa con fretta, anzi e da fare 
con diligente provisione, cioe pensamento, e con grande apparec- 
chiamento e diliberazione e con grande guardia. 

E quando e 5 volea fermare lo detto suo per ragione, 3 quasi tutti 
quanti cominciaro a gridar contra e spessamente ro[m]per[e] lo 
detto suo. E diciano: Di tosto, di tosto, non ci tenere in truffe, 4 
sbrigati di dire. 

Ed ebbe uno che disse: Perche piu parli, da che non se* udi- 
to? Tu '1 fai per farte tener buono e mostrarti savio; gia sai che 
rincfrjesce il tuo parlare, da ch'altre non ti vuole udire. E se' 
secondo che tu cantassi tra color che piangono. Unde dice G[esu] 
Sirac che '1 parlar che rincresce e come J l canto infra color che 
piangono. 

E quando lo buon vecchio vide che non volcano in neuno modo 
udire, e seppe che a cului che non vuole udire non pu6 altri mai 
ben parlare, disse una cotal parola : GPuomini presuntuosi, cioe 
isfacciati, che non hanno alcun consiglio ne savere, non vogliono 
aver consiglio d' altrui; e li malvagi uornini non si possono attener 
a consiglio. E or veggio e cognosce veramente ch6 si [s]uol dire a la 
gente che '1 consiglio vien meno allora che egli e gran bisogno. 

E cosi, secondo che stanco, 5 si puose a sedere e stette queto. 
E molti vi n'erano che diciano secretamente all'oricchie di Mel- 
libeo e consigliavallo di tale cose che manifestamente lo voliano 
non volentier dire; anzi si mostravano palesemente tutto altro. 
A questa si [Ijevo Mellibeo diritto, e udita e veduta la volonta 
di ciascheuno, mettendo le cose a partito 6 secondo ch'e usato in 

i. voler far vendetta . . . seguitare: Vindicta certe et guerra, quae oritur 
ex ea, tarn largum habent introitum, ut initium eius cuilibet pateat, finis 
vero illius cum magna difficultate et vix aut nunquam reperitur . 2. be' 
segnori: cari signori; modo di cortesia francese. 3. fermare . . . ragione: 
confermare con argomenti le sue parole. 4. tenere in truffe: raccontar 
bubbole. 5. secondo che stanco: nel latino: confusus. 6. a partito: ai 
voti. 



212 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

consiglio, vedendo che le venti parti di loro avevan consigliato e 
fermato 1 che si dovesse far vendetta e incomminciar guerra viva- 
mente, ferm6 e Iod6 el consiglio loro. 

E quando madona Prudenzia seppe che Melibeo avea fermato di 
far vendetta e apparecchiavasi di far guerra, conoscendo quel 
ch'era ordinato disse cosi: Pregoti per Dio che tu non abi fretta, 
e addomand[o] spazio in luogo di guiderdone. 2 Unde disse Pe- 
tro Allifonso: Non aver fretta di rendere guiderdone ne* di bene 
n6 di male, perd.6 che Pamico tuo t'aspetta lungo tempo e '1 nemico 
tuo ti temera piu longo tempo . E impercic- remanti dell'ira e lascia 
lo furore, cioe la perfidezza, e non ti sforzar tanto che tu n'abbi 
danno, e non disprigiare lo consiglio mio. 

De la reprensione e del vituperio de le femine. Quarto capitolo. 

Allora rispose Mellibeo e disse: Non abbo posto '1 cuor mio 3 
d'atenermi a tuo consiglio n6 di crederti, per molte ragione. La 
prima si e perci6 che sarei tenuto stolto e matto da ogne uomo se io 
per tuo detto o per tuo consiglio indugiasse quel ch'e ordinato e 
fermato da tutti uomini. La seconda ragione si e perci6 che le fe 
mine son tutte rie, e non si ne truova neuna buona. E ci6 e che disse 
Salamone, che di mille uomini si truova un buono, ma di tutte le 
femine non si ne truova neuna. La terza ragione perche* io non ti 
credo e imperci6 che se io ti credesse e facesse per tuo consiglio, 
parebbe ch'io ti desse segnoria e podesta sopra me, la qual cosa 
non de essere. Unde disse G[esu] Sirac: Se la femina ha segnoria 
e contraria al marito suo. E Salamon disse: Oda questo tutto '1 
popolo e tutta gente e tutti rettori de le chiese, che Tuomo non de 
dare ne" al figliuolo n a la moglie n6 al fratello ne" a Tamico suo 
supra se segnoria in tutta la vita sua, perci6 che meglio e che' fi- 
gliuoli tui guardino a te che tu guardi a le mani loro . La quarta 
ragione [e] perci6 che s'io usasse d'aver tuo consiglio, spesse fiate 
interverrebbe che serebbe mistier ch'ella tenesse credenza. 4 E 
questo non si poterebbe far da te in niun modo, perci6 che si 
truova scritto che la garicita 5 de la femina non pu6 tener celato 

i. fermato: approvato. 2,. addomand[p\ . . . guiderdone: ti chiedo per favore 
di darmi agio di parlarti. 3. Non abbo... mio: non ho intenzione. 
4. ch'ella . . . credenza: che essa mantenesse il segreto. II traduttore ha 
sostituito una terza persona generica alia seconda persona del latino e del- 
1'inizio di frase. 5. la garicita: la loquacita. Neologismo tra francese e ita- 



VOLGARIZZAMENTI DI ALBERTANO 213 

se non quel ch'ella non sa. La quinta ragione e per la parola die 
disse '1 Filosofo, che le femine sempre [vinjcono gruomini nel mal 
consiglio. 

De la scusa de le femine. Quinto capitolo. 

Allora donna Prudenza, da ch'ebbe odito queste cose bene e 
quitamente, addomandando inanzi licenzia di rispondere disse: 
A la prima ragione che per te allegasti si pu6 rispondere in que- 
sto modo, che non e stoltezza di mutar lo consiglio con ragioni. 
E poniamo che tu avessi promesso d'oservare le predette cose, 
non saresti detto bugiardo ne mentidore se tu le mutassi con ra 
gione. Unde si truova scritto che '1 savio uomo non mente s'egli 
muta '1 consiglio suo e proponimento suo in meglio. Ne* non ti val 
neente chel che tu di', che J l consiglio e ordinato e affermato da 
molta gente, percio che la verita e 1'uttilita de le cose sempre si 
truova meglio dai pochi savi uomini che quando ell'e proposta 
infra grande m[u]ltitudine di gente. Unde la multitudine e ria e 
non ha neente d'onesta. 

E la seconda ragione che tu dicesti, che le femine son si ree che 
non si ne truova neuna bona, rispondo e dico cosi, che, salva la 
reverenzia tua, non doveresti cossi al tutto dispregiare le femine 
generalmente, e dir che tutte fosser matte, percio che quelli che 
dispregia ogn'uomo dispiace ad ogn'uomo. E Seneca, De la forma 
de Vonesta vita, disse: Non dispregiare lo poco savere d'un al- 
tro, e parla radamente, e non t'incresca di sofferire e d'odir parlare 
1'altre gente. Non sia crudel. 1 Nel parlare de' essere allegro e non 
aspro; e desideroso, 2 savio e saccente. 3 E quello di bene che tu sai, 
insegnalo sanza superbia neuna altrui, e quello che tu non sai prega 
benignamente che ti sia insegnato. Unde senza dubio molte 
femine [sono buone] ; e questo ti provo per ragione divina, e dico 
se non si potesse trovare neuna femina buona, come tu di', Gesu 
Cristo serebbe disdegnato di venire 4 in femina. E ciascheuna per 
sona sa che molte femine sono gia state buone e sante. E anche per 
la bonta de le femine lo nostro Segnore lesu Cristo, dopo la resur- 
rezione, volse apparere imprima a femina che ad uomo : unde im- 

Hano, ma ignoto alle due lingue; piii avanti, anzi, le garricite. i. crudel: 
aspro. 2. desideroso: di apprendere. 3. saccente: saggio. 4. venire: in- 
carnarsi. 



214 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

prima si mostr6 a santa Maria Magdalena che agli Apostoli. E non 
e forza in quel che Salamon disse, che de le mille femine non 
n'avea trovata una buona, perci6 che s'egli non ne trov6, fuoron 
molti altri che ne trovaro; e anche pu6 essere che Salamone in- 
tese de le femine buone in somma bonta e perfette; e di queste ben 
e vero che non si ne truova neuna: e io ti dico che [ne] 1 negl'uo- 
mini potrai trovare alcun che sia compiutamente buono se non 
solo Dio, secondo ched e' medesimo disse nel Vangelio. 

E la terza ragione che tu dicesti, che se tu ti reggessi per mio 
consiglio parebbe che tu me dessi segnoria sopra te, credo che sia 
neente a dire, 2 perci6 che se altri desse sempre segnoria sopra s6 a 
color da cui altri addomanda consiglio, neuna persona del mondo 
vorebbe domandare consiglio giamai ad un altro, e averemmo li- 
bero arbitrio di prendere e di lasciare lo consiglio che ce fosse 
dato. 3 

Alia quarta ragione, quando di' che le garricit de le femine non 
pu6 celare se non quello ch'ella non sa, rispondo e dico simigliante, 
e che non ha luogo qui neuno, perci6 che quello si dea intendere 
de le rie e malvagie femine gridatrici che parlan troppo ; de le quali 
e usato di dire che tre cose son quelle che cacciano 1'uomo fuor di 
casa, cioe il fummo e stellicidio, cioe che [vi] piuova dentro, e la 
mala moglie. E de le [rie femine] disse Salamone che meglio e 
abitare in una terra diserta che co la femina nequissima. E me tu 
non hai unque trovato tale, anzi molte volte hai provato lo mio 
secreto consiglio, la mia quetezza e la mia bonta. 

E la quinta cosa che tu dicesti, che le femine vincono gFuomini 
nel mal consiglio, non pu6 aver luogo neuno quiritta, 4 perci6 che 
tu non vuo' fare mal consiglio, anzi buono. Unde si tu vuoli fare 
mal consiglio, e le femine ti consigliano di farlo buono, e per6 
non son le femine da biasmare, anzi da lodare. Unde disse san 
Paulo ne la Plstola a' Romani: Non ti lassare vincere al male, 
ma vince lo male in bene. E si tu vuoli [dire] che le femine ne 
consigliano [male] gFuomini che vogliono far bene e in cio vin 
cono gruomini, dicoti che questo e da riputare sopra 5 gFuomini, 

i. [nel: neanche. 2. sia neente a dire: non abbia alcun valore. 3. e ave 
remmo . . . data: traduzione imprecisa (occorrerebbe avemo invece di ave 
remmo) di liberum enim arbitrium habemus consilium nobis datum omit- 
tere vel servare. 4. quiritta: qui. 5. questo e . . . sopra: di questo vanno 
incolpati. 



VOLGARIZZAMENTI DI ALBERTANO 215 

perci6 die gFuoniini son segnori del consiglio e di potere prendere 
lo buono e lasciare lo rio. Unde disse san Paulo ne la prima Pi- 
stola a' Tesalonicenses: Provate tutte le cose e prendete quel ch'e 
meglio. E posso dire che quello ha luogo quando le rie femine 
consigliano li matti uomini e li stolti; ma qui non & cosi, cioe che 
n6 tu se' stolto, n6 io son ria. 



De lodo delle femine. Sesto capttolo. 

Audite e intese queste cose a scusa e diffendimento de le femine, 
odi e intendi cinque altre ragione per le quali si pu6 provare che le 
femine son buone, ed e da udire lo consiglio loro e da osservare 
s'egli e buono. Imprima, perci6 che volgarmente si dice che '1 
consiglio feminile & [molto vile o molto caro. De*] intendere mol- 
to caro, cioe carissimo, si che non ne importi vizio. Secondo che 
si dice degli amici di Dio: <cTroppo sono onorati gli amici tuoi, 
Dio . Unde, avegna che molte femine siano rie e lo lor consiglio 
rio, adoviene alcuna volta [che lo loro] consiglio e ottimo. Unde 
lacob per lo buon consiglio ch'eli ebbe de la sua madre Rebecca, 
ebbe la benedizione del suo padre Isaac ed ebbe segnoria sopra li 
fratelli suoi. E similemente un'altra donna, ch'abe nome Giudit, 
per lo suo buono conseglio guari la citta dov'ella stava de le mani 
d'Olofernio, lo quale Taveva assediata e volevala distruggere. E 
anche Abbigail per lo suo buono consiglio difese '1 marito suo 
Nabal dalPira di David che [lo] volea ucidere. E simigliantemente 
Ester e Madocchio 1 per lo lor buon consiglio fecero grande utilita 
a' Giudei de'regno d'Assuero. E cosi di molte buone femine e di 
molti lor buon consigli potresti trovare infiniti esempli. 

La seconda ragione perch6 J l consiglio de l[e] buone femine e 
da udire, e da osservare se egli [e] buono, [si pu6 provare per lo 
primo] nome che imposto lo' fo da Dio. Unde quando Domenedio 
volse fare Tuomo, quando ebbe fatto Adam disse: Facciamoli 
aiuto. Cosi, traendoli una costola del corpo, fece Eva. E Dio 
chiam.6 la femina aiuto. E perci6 che 1'uomo d6 essere aiutato e 
consigliato da la femina, e ben si pu6 chiamare la femina aiuto e 
consiglio, perci6 che sanza la femina lo mondo non potrebbe du- 
rare. E certo male aiuto averrebbe Dio dato alFuomo si non si po- 

i. Madocchio: Mardocheo. 



2l6 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

tesse domandar consiglio da loro, con ci6 sia cosa che I'uomo ap- 
pena possa vivere sanza la femina. 

E la terza ragione, perch6 la femina & meglio che auro o che pietra 
preziosa, e meglio e '1 senno suo e piu aguto e suttile che quel degli 
altri. Unde si suol dire per verso : Che e meglio che auro [e] 
pietra preziosa? senno; e che e meglio che senno ? la femina; e che 
e meglio che femina? neente. 

La quarta ragione sopra ci6 disse Seneca, lodando le femine beni- 
gne supra tutte le cose, quando egli disse: Secondo che neuna 
cosa e meglio che la femina benigna, cosi neuna cosa e peggio che la 
femina [ria] . Unde quan[t]o una buona femina porta la vita sua 
per salute del suo marito, cotanto una malvagia femina porta la vita 
sua per la morte del suo marito. 

La quinta ragione e 1'urtima perch6 la femina e da lodare disse 
Cato cosi : <c Siati a mente la lingua de la tua moglie se ella e utile, e 
sappi che ne la buona si truova buona compagnia)). Unde e usato 
di dire che la buona femina e fedel guardia e buona cosa. Unde la 
femina ben facendo e [a] Puomo bene acconsentendo, rende Puomo 
volontaroso che la femina non solamente gli d6a consiglio, ma 
eziandio che gli possa commandare. Unde si disse da* savi uo- 
mini che la casta matrona obbediendo comand6 airuomo ; e cului 
che saccentemente serve ha parte de la segnoria. Addunque se tu 
ti vorrai portare saviamente con consiglio, io ti render6 a perfetta 
san[tj& la figliuola tua co la grazia di Dio, e te fare- riuscire di que- 
sto fatto con onore. 

Allora Mellibeo, vedendo questo, forbendosi alquanto la faccia 1 
disse: Le composte parole e savie son fiadon* di mele e dolcezza 
deiranimo e santa delPossa. Abbo in verita cognosciuto per le tue 
buone parole e savie e per esperienzia che tu se 1 savia e discreta e 
fedele a me e in tutte le mie utilita. E imperci6 mutando tutto lo 
mio proponimento ho volonta e desiderio di reggere e di portarmi 
per tuo consiglio. 

E quella disse: [Se] tu vuoli vivere prudentemente, ei te con- 
viene aver prudenza. 

E Mellibeo rispuose: Ben abo prudenzia, quando io abbo 
te che hai cosi nome. 



i . forbendosi . . . la faccia : in latino : exhilarata aliquantulum facie . 2. fia- 
don\ favo. 



VOLGARIZZAMENTO DI SOFFREDI 
DEL GRAZIA 

Del vero consiglio e del consolamento. 

Perci6 che sono molti che ne 1' [a] versitade e ne li tribulamenti 
sie s'afigeno, che i'loro per turbamento d'animo non hanno consi 
glio n6 confortamento, n d'altrui n'aspettano, si si contristano 
che di male in peggio caggiono ; perci6 a te, figliuolo mio Giovanni, 
lo quale vuoli essere medico di fedite, 1 ispesse volte truove di que' 
cotali, alquante cose per mia [scienza] ti mostro, per le quali a la 
speranza di Dio potrai a te e altrui fare prode 2 e dare consolamento. 
E questa e la simiglianza. 3 

[i. Di coloro che battiero la moglie di Melibeo.] 

Uno giovane lo quale ha nome Melibeo, uomo potente e ricco, 
lasciando la moglie e la figliuola in casa, le quali molto amava, 
chiuso 1'uscio de la casa andossi a trastulare. E tre suoi nemici 
antichi e suoi vicini, vedendo questa cosa, ap[o]s[t]e le scale, e 
intrando per le finestre de la casa, la moglie di Melibeo, la quale 
avea nome Prodenza, fortemente battiero, e a la figliuola sua fe- 
dijro] 4 di cinque piaghe, cioe ne li occhi, ne 1'orecchie, ne la bocca, 
nel naso e ne le mani, e lei quasi morta lasciando, s[i] partiero. 
E ritornato Melibeo, vedendo ci[6] incumincio a gran pianto li 
suo j capelli tirare e i suoi vestimenti isquarciare si come pazzo. 
E la sua moglie, a[c]ci6 che tacesse, incuminci6 lui a castigare, 5 
e quelli sempre piuo gridava. E quella rimase di castigarlo, ricor- 
dandosi de la parola d'Uvedio 6 D'amore, che disse: ccLascia che 
Tuomo irato s'adimestichi co 1'ira, e s'empia Tanimo e sazilo d'ira 
e di pianto; e alora si potrae quel dolore temperare con paraule. 

E quando lo suo marito di piangere cess[o]sse, incumincia la 
Prudenza lui a amonire, dicendo : Matto, perche impazze, e 
perche lo vano dolore ti costringe? 7 Lo tuo pianto non accatta n6 

i. fedite: ferite. 2,. fare prode: giovare. 3. simiglianza: similitudine; la 
forma drammatica del trattato e una similitudine con 1'insegnamento 
che impartisce. .fedi[ro\: ferirono, col dativo. 5. castigare: ammonire. 
6. Uvedio: Ovidio. 7. ti costringe: ti vince; ma in latino: Quid te dolor 
urget inanis ? 



5 



2l8 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

leva alcuno frutto. Tempera lo modo e '1 pianto tuo, forbi le tue 
lagrime e guarda che fai. No pertiene a savio uomo che grave- 
mente si doglia; e la tua figliuola a la speranza di Dio bene guarra. 
Ancora se morta fosse, non per lei ti d6i tuo 1 distruggere, perci6 
dice Senaca: Non si distrugge Fuomo savio per perdita di fi- 
gliuoli e delli amici ; con quelli medesmo animo ti soffera de la loro 
morte, con che aspette la tua. Ed io voglio che tuo lasci anzi lo 
dolore che '1 dolore lasci te, e rimanti di fare queste cose, che possa 
che 2 tuo lo volessi lungamente fare, non potresti. 

Melibeo rfispose] : Chi potrebe in si grande dolore costrin- 
gere 3 le lagrime e '1 pianto ? Ma '1 Nostro Signore Dio di Lazzaro 
amico suo ne lo spirito si dolse e lagrimoe. 

E Prodenza disse : Lo temperato pianto da 4 color che sono tri- 
sti e intra loro non & vietato, anzi e conceduto, secondo che disse 
san Paulo ne la Plstola a' Romani: Ralegratevi con coloro che 
sono allegri e piangete con coloro che piangeno . E ancor Tulio 
disse: aPropia c[o]sa e de Panimo bene cost[i]tuto di ralegrarsi de le 
buone cose e dolersi de le contradie . Ma piangere e molte lagrime 
ispargere si e vietato; i[l] modo d[a] servare e trovato da Senaca, 3 
che disse: Non siano secchi li occhi quando perdi I'amico, che 
non discorrano ; 6 da lagrimare e, no da piangere. E anzi che perde 
1'amico riparalo secondamente che '1 puoi fare. E piuo santa cosa & 
astare 7 Pamico che piangerlo. E acci6 che saviamente vive, la tristi- 
zia di questo secolo da Fanimo tuo al tutto discaccia. E Gesu 
Seraca 8 disse: ccMolti u[ci]de la tristizia, e non 6 utilitade in lei. 
E altroe 9 disse: L' animo allegro mena gioiosa vita, e lo spirito 
t[ris]te disecca Fossa)). E Salamone disse: S1 come la tignuola al 
vestimento e J l verme al legno, cosl la tristizia nuoce al cuore de 
1'uomo)). E ancora: Non contrist[e]r[a] 1'uomo giusto di ci6 che 
gli avegna: e' malvagi sempre sono pieni di male)). E Seneca ne le 
Pistole disse: Neuna cosa e piuo matta che acattare fama di tristi 
zia e le lagrime aprova[r]e; [e] neuna cosa al savio puote avenire 
che lo contristi: st[a]e dritto sotto ciascuno ca[r]co. SI come aven- 
ne al beato Giobo, lo quale, quando tutti li figliuoli e tutte le sue 

i. tuo: tu; una delle molte forme pistoiesi del testo. 2. possa che: quan- 
d'anche. 3. costringere: trattenere. 4. da: da parte di. 5. i[l] modo . . . 
Senaca: invece in latino: Modus veto a Seneca inventus est servandus. 
6. che non discorrano: ma senza piangere dirottamente. 7. astare: aiu- 
tare. 8. Gesu Seraca: Gesu figlio di Sirac & Tautore dell'Ecdesiastico. 
9. altroe: al trove. 



VOLGARIZZAMENTI DI ALBERTANO 2IQ 

sost[a]nzi' ebe perdute, e ancora molte aversitadi nel suo corpo 
avesse sostenute, sempre [st]e[tt]e dritto e reixdeo lode a Dio di- 
cendo : Dio mi diede e Dio mi tolle, e quello che a Dio e piaciuto 
ha fatto. Sia lo nome di Dio benedetto e ora e sempre . E percio 
non ci debiamo troppo dolere de' figliuoli ne de Paltre cose che 
perdiamo, da che quello ch'aviene altrui non si puote mutare per 
dolore, ma magioremente ci devemo ralegrare di quello ch'avemo 
che dol[e]re di quello che perdiamo. Unde uno, volendo lo padre 
consolare de la morte del figliuolo, disse: Non piangere perch6 
tuo abie perduto buono figliuolo, ma ralegrati che 1'avesti cotale. 
E Senaca disse: Neuna cosa viene piuo tosto in odio che '1 do- 
lore: lo fresco dolore volentieri voile 1 consolamento ; lo vecchio 
ne fae [fare] beffe: [o] ch'elli e matto o elli s'infinge. E certo la 
tristizia di questo secolo dei discacciare da te, perci6 che san Pau 
lo disse ne la Plstola $econd[a] a\d~\ Cori\n\zios: La tristizia del se 
colo per neuno mo do de' di[s]cacciare, ma studiare d' aver la per- 
che possa ritornare in allegrezza; si come disse Dio nel Vagnelo. 
Unde Salamone disse : Lo cuore de' savi e la Ve la tristizia, e '1 
cuore de' matti e la Ve 1'alegrezza. Meglio ire a la c[a]sa del pianto 
che a quella de' convi[t]i. 

Melibeo r[ispose] : Tutto ci6 c'hai ditto e vero e utile; ma 
1'animo mio torbato m'incalza tanto che non so che fare mi de- 
bia. 

E quella disse: Apella li pr[o]va[t]i e fideli amici e cognati 2 
e dimanda diligentemente consiglio da loro di queste cose; se- 
condo lo loro consiglio ti regi. E Salamone disse: ccTutte le cose fae 
con consiglio e no ti ne penterai . 

Melibeo apeloe moltitudine d'uomini intra' quali ebe medici 
di fedite e di fisica vecchi e giovani, vicini molti li quali magiore 
mente 1'onoravano per paura che I'amasero per amore, e ancora 
alquanti che de nemici erano fatti amici in sua grazia tornati; e 
ancor v'ebe molti lusingatori 3 e savi giudici. Li quali chiamati, 
nar[6] per ordine quello che avenuto li era; e adimandando loro 
consiglio, gra[n]de volonta mostraro 4 di fare incontenente la ven- 
deta. Alora si Iev6 1'uno de' medici di fedite per conse[n]timento 
di tutti quelli de la sua arte, e intra 1'altre cose disse: L'oficio 
de' medici si e e a loro si conviene di fare prode a tutti, e no nuo- 

i. voile: vuole. 2. cognati: parenti. 3. lusingatori: adulatori. 4. mostra 
ro : in latino : demonstrauit . 



220 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

cere a neuno. E spesse volte aviene die* medici curino le fedite 
da Tuna parte e da Paltra, e a ciascuna diano medicina e consiglio. 
E percio no pertiene a loro consigliare di guera ne di vendetta ne 
intr'alcuno prendere parte. Per la qual cosa noi no consigliamo che 
vendetta si faccia, e la tua figliuola, presa dilige[n]te guardia di 
quelle fedite, solicitamente per die e per notte procureremo; 1 
a la speranza di Dio, avegna che gravemente sia fedita, a buona e 
[p]i[e]na santade la conduremo. 

Ed ito e a loro. Si si levoe uno medico di fisica per volontade de 
li altri, e co[n]siglioe quasi simile a 1'altro, e dipo molte parole per 
s6 e per li altri medici ripromise a lui consiglio e a[i]uto per sua 
figliuola: E sopra la guerra e sopra la vendetta dichiamo che 
secondo che per fisica le contrarie cose si curano per le contrarie, 
cosie ne la [g]uerra mandando 2 e ne 1'altre cose li contrari sono 
usati di cura[r]e per li contrari. 

E li suoie vicini e quei che in dirietro 3 erano istati nemici e alora 
erano tornati in sua grazia, e' lusingatori tutti, piangendo e lagri- 
mando e mostrando grande dolore ne la faccia di cioe che avenuto 
era, consigliaro fortemente che la vendetta si facesse immante- 
nente, comend[a]ndo 4 molto meser Melibeo e la sua potenza, e 
contando le sue ricchezze e la grandezza e la moltitudine de' 
parenti e de li amici suoi, s[prezz]ando quella de j nemici. 

E apresso uno de' savi legistri 5 si levoe, e 'ntra Taltre cose si 
disse: Questo fatto e molto gravissimo per ragione de la 'ngiu- 
ra e del maleficio nuovamente 6 comesso; e molto piuo gravi 
[cose] potrebero avenire per inanzi. E per questa cagione 6 anco- 
ra gran fatto, percio che sono vicini, e per ragione de la ricchezza 
e de la potenzia de Tuna parte e de Paltra e per molte altre ragioni 
le quali non si possono pensare cosi lievemente, ne no serebe 
convenevile di contarle quie. E perci6, conciosiacosache in su que- 
sto fatto si debia procedere saviamente, consigliamo che la tua 
persona sopra tutte le cose guardi si che neuna cosa ti menimi. 7 
Aguardati ancora la tua casa sia diligentemente guarnita. Del fatto 
de la vendetta e de la guerra fare grande dubio vedemo, per la qual 
cosa non possiamo ancora giudicare quelo che sia lo meglio; 

i. procureremo: cureremo ( procurabirnus ). 2. ne la \_g\uerra mandando: 
in latino : Circa vero guerram atque vindictam . 3 . in dirietro : preceden- 
temente. 4. comend[a\ndo: magnificando. 5. legistri: legisti, giudici. 6. 
nuovamente: recentemente. 7. menimi: manchi. 



VOLGARIZZAMENTI DI ALBERTANO 221 

unde noi adimandiamo giorno di consiglio per meglio diliberare, e 
percl6 che non e da giudicare di subito; und'e usato di dire: 
Quello e buono giudice che tostamente intende e tardi giudica . 
E quanvisdio che 1 ogna indugio e da odiare, non perci6 in giudi- 
ca[n]do lo convenevile indugio si de biasimare. E scritto e: Ogna 
indugio e rio, ma fae Puomo savio. E se sopra le ditte cose vo- 
gliamo deliberate, 2 non e da meravigliare, perci6 che a deliberate 
Tutili cose lo 'ndugio e buono. E volgaremente si dice: Meglio 
e lo giudice lento che '1 frettoso a giudicare . Ed isse Dio, 3 quando 
voile giudicare la femina presa in avolterio, iscrivendo in t[er]ra 
due volte diliberoe. E noi, dapoi ch'aremo diliberato, co la forza di 
Cristo utilemente ti consiglieremo. 

E i giova[n]i, confidandosi de la ro 4 fortezza e de la moltitudine 
di coloro che si mostravano amici, udiendo le molti laudi [di] 
messer Melibeo e de le sue ricchezze e del suo parentado e la sua 
potenza, consigliaro che la vendetta si facesse immantenente e la 
guerra vivamente, e dispregiando e avendo per neiente la potenza 
e la ricchezza de' nemici, e riprendendo ancora li savi de lo 'ndugio 
e del dileberamento [ch]e adimandaro; e allegando ancora per 
assempro siccome '1 ferro ch'e caldo al fuoco sine ch'e 5 caldo si 
distende 6 meglio che '1 fredo, e la 'ngiura novella sempre immante 
nente si vendica meglio che amucchiarla. E alora quasi tutti a 
grande romore gridano : Sia, sia, sia! 

E alora uno de' vecchi, adimandando che udissero, per consenti- 
mento de li altri vecchi si disse: Molti gridano sia, sia!, li 
quali no sano lo pondo 7 de le loro paraule, e non sanno quello che 
diceno. E certo la vendetta e la guerra che nasce di lei hae si larga 
la 'ntrata che *1 suo incominciamento a ciascuno e manifesto e 
aperto, e la sua fine con grandissima dif[i]coltade e briga, e a pena 
e di neuno tempo si truova, impercib che [molti] al principio de la 
guerra non sono ancor nati, li quali innanzi la sua fine con molta 
fatica e con molto pericolo overo che invecchiano o miseramente 
per la guerra finisce la sua vita. Per la qual cosa non e da proceder 
suo 8 di subito ne con fretta, ma con diligente provedigione e gran 
dissima diliberagione e con solicita [c]u[r]a cotai cose sono da fare. 

i. quanvisdio che: quantunque. 2. deliberare: consultarci; e cosi anche 
dopo. 3. Ed isse Dio: e Dio stesso (et ipse deus). 4- ro: l ro - 5- sine 
ch'e: finch'e. 6. distende: plasma. 7. lo pondo: il peso (latinismo). 8. suo: 
sopra (la questione). 



222 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

E quando voglie aprovare lo suo [d]itto per ragione, 1 quasi tutti 
incuminciaro a gridare contra lui e frequentemente lo suo ditto 
intrarompere, dicendo che le sue paraule finisse tosto. E ancor 
l[i] [f]uo ditto: La u' non se' udito non perdere parola; e '1 tuo 
ditto e increscevile, per che z non se' udito. 

E quando lo vecchio vide che non era udito, e conoscendo che 
neuno puote ben dire a colui che 1'ode malvolentieri, disse loro: 
La no consigliata mattia 3 non sae aspettare consiglio; e ancora: 
1'uomo matto schifa lo consiglio. E certo or cognosce la veritade, 
ch'e usato di dire: Se[m]pre lo consiglio menima quando maggio- 
remente abisogna. 

E cosi adirato e quasi confuso lo vecchio sedette. Ma molti al- 
1'orecchie di messer Melib[e]o prima segretamente consigliavano 
che volesero dire palesemente ; e in audienza mostravano di dire e 
di volere altro. [E] alora levandosi messer Melibeo, fatto lo partito 4 
intra loro si com'e usato, cognobe che le venti parti di loro volea 
che la vendetta si facesse incontenente e la guerra vivamente. 
Unde loro consiglio messer Melibeo aprov6 e Iod6, e afferm6. s 

E quando messer Melibeo andava a fare la vendetta, madonna 
Prudenza sua moglie, correndo denanzi da lui, sappiendo quello 
che ordinato era e stabilito per lo consiglio, disse a lui: Non 
andare: io ti chiego uno gran dono, che tuo mi die ispazzo 6 di dire. 
Or no disse Petro Afunso : No andare a colui reddere la prestanza 
del bene e del male, percioe che lungamente t'aspetterae Tamico 
e lungamente ti temerae lo nemico? Unde lascia Fira, lascia lo 
furore: non fare queste cose, signore mio. Non voglie tuo ancor lo 
mio consiglio? 

[ll.] De rimprovero de le femine. 

E messer Melibeo disse : Io non ho pensato di volermi regere 
per lo tuo consiglio per molte ragioni. La prima si e perci6 che io 
serei tenuto bestia se per lo tuo consiglio e per lo tuo seno 7 mu- 
tasse quello ch'e stabilito da si grande moltitudine d'uomini. La 
seconda ragione si e perci6 che le femine sono tutte rie, e neuna si 
ne truova buona, si come dice Salamone : Uno uomo ho trovato 

i. voglie . . . ragione: voile addurre argomenti a conferma di quanto aveva 
detto. 2. per che: e per questo. 3. mattia: follia. 4. fatto lo partito: 
messa ai voti la decisione. 5. affermd: conferm6. 6. ispazzo: spazio, 
agio. 7. seno: senno. 



VOLGARIZZAMENTI DI ALBERTANO 22% 

buono intra mille; de le famine no neuna intra tutte. La terza 
ragione si e perci6 che se io mi regesse per lo tuo consiglio, gia 
parrebe ch'io ti desse signoria sopra me, si che tu mi seresti con- 
traria: 1 la qual cosa non de essere. E Gesu Seraca disse: Se la 
femina hae podesta e contraria al suo marito . E Salamone disse : 
Udite, popoli e tutte genti e rettori delle chiese: al figliuolo, a la 
moglie, al fratello ne a Tamico no dare podesta sopra te fine che 
vivi, perci6 che megPe che i tuoi figliuoli guardino in te che tu 
guardi a le loro mani. La quarta ragione si e che se io tenesse 2 
lo tuo consiglio alcuna volta, si vorrebe tenere credenza 3 fine che 
fosse bisogno di manifestarlo, la qual cosa tuo non potresti fare. 
E scritto e: La femina solamente cella e tiene credenza quello che 
non sae. La quinta ragione si e secondo lo Fisolafo che disse: 
Le femine per lo mal consiglio vinceno li mariti. 

[ill.] De la sous a de le femine. 

E allora madonna Prudenza, umilemente e benignamente udito 
e conosciuto cioe che '1 suo marito avea ditto, adimandoe primiera- 
mente parola e licenza di rispondere ; disse a lui : A la prima 
ragione la quale p[er te] allegasti si puote rispondere che non e 
matta cosa di mutar consiglio in meglio; e ancor se le ditte cose 
avessi promeso di fare, non percio mentiresti se no le facessi, 
imperci6 ch'e scritto che Puomo savio non mente quando suo pro- 
ponimento rimuta in meglio. Ne" non ti nuoce per che tuo diche 
che '1 tuo consiglio sia stabilito e fermo da grande moltitudine 
d'uomini, perci6 che la veritade e Putilitade de le cose sempre 
da poghi savi si cognosce meglio che dal popolo gridatore, perci6 
che nello romore del popolo non ha neuna cosa d'onestade. 4 

E alia seconda ragione ne la quale dicesti che tutte le femine sono 
rie, che neuna si ne truova buona, rispondo che, salva sia la pace 
tua, non di cosl generalmente dispregiare le femine ne riprovare 
loro pogo senno. Chi tutte le dispregia a tutte displace. E Senaca 
disse: Non dispregiare lo pogo seno di neuno, e soffera d'udire 
chi park; e sie chiaro e alegro e no aspro; abie volonta d'apararee 
d'i[n]segnare quelle cose che tuo sai senza romore, 5 e di quelle 

i. contraria: awersaria. 2. tenesse: seguisse. 3. tenere credenza: tener 
segreto. 4. neuna cosa d'onestade: nihil honesti. 5. romore: ira (in la 
tino: arrogantia). 



224 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

cose che tuo non sai umilmente Padimanda. Adonqua molte fe- 
mine sono buone, e ci6 si puote provare per divina ragione, per- 
ci6 che se neuna femina buona non fosse trovata, lo Nostro Signore 
Dio non arebe degnato di venire in femina, e carne umana non 
arebe presa da la vergine Maria. E ancora ogn'uomo sae che molte 
sante e buone femine sono. E ancora per la bonta de le femine, 
dipo la sua risurrezione degn[oe] di manifestarsi a le femine piuo 
tosto che a ruomini: che prima si mostroe a la beata Madalena 
che a li Apostoli. Ne no fae al fatto 1 perche Salamone dicesse: 
De le femine tutte neuna buona non ho trovato , perci6 che quan- 
visdio elli no'nde trovasse, altri uomini assai hanno trovate de le 
buone. O per aventura Salamone intese de le femine in somma 
bontade poste, de le quali non si ne truova neuna, ne neuno uomo 
non e si perfettamente buono se non solo Dio, secondo che Di[o] 
medesmo disse nel Vagnelo. 

La terza ragione ne la quale dicesti che se tuo ti regessi per lo 
mio consiglio, parrebe che tuo mi dessi signoria sopra te, no di* 
neiente, percio che se a tutti quelli coi quali noi avemo consiglio 
desimo signoria sopra [noi], neuno uomo potrebe avere consiglio 
d'altrui. Adonqua noi abiamo libero albitro di poter prendere e 
lasciare lo consiglio che ci e dato. 

La quarta ragione, la u' dicesti : La vanitade de le femine quel- 
lo che non sae tiene credenza, simigliantemente e neiente n6 hae 
luogo quie. E quello s'intende de le riissime e malparlanti, 2 de le 
quali e usato di dire: Tre cose sono quelle che cacciano Puomo 
di casa, cioe lo fummo e la piova 3 e la mala moglie. De le quali 
ancora dice Salamone: Megli'e abitare ne la terra diserta che colle 
male femine . Ma tuo non hai trovato me cotale, anzi ispesse 
volte m'hai provata. 

E la u' ne la quinta parte dicesti che le femine vinceno li uomini 
ne li mai consigli, non ha quie luogo, perci6 che '1 mal consiglio 
tuo non vuoli fare. Ma se J l mal consiglio volesi fare, e le femine 
in questo mal consiglio ti vincessero, consigliandoti nel buono 
non serebero da biasmare, anzi da lodare. Per la quale cosa disse 
san Paulo ne la Pistola a' Romani: Non volere esser vi[n]to dal 
male, ma vinci l[o] m[a]l[e] in bene. E se tu dicessi che le femine 
consigliassero male li uomini che vuoleno prendere lo buono consi- 

i. no fae al fatto: non serve come argomento. z. malparlanti: maligne. 
3. la piova: in latino: stillicidium . 



VOLGARIZZAMENTI DI ALBERTANO 225 

glio, e in ci6 li vincessero, questo serebe colpa de li uomini, che 
sono signori e possono prendere lo buono consiglio e lasciare lo 
rio. E san Paulo disse ne la Plstola prima a quel popolo 1 apreso a la 
fine, che disse: Provate tutte le cose, e quello ch'e '1 meglio rite- 
nete. E di' 2 che ha luogo quando le rie femine consigliano a 
[s]tolt[i] uomini, ma quie non e cosi. 

[iv.] De la lalde 3 de le femine. 

Poi c'hai udito cio che ditto e a scusa de le femine, intendi 
cinque altre ragioni per le quali si puote provare le femine eser 
buone, e specialmente le benigne mogli, e lor consiglio e da ud[i]re, 
e se buono da tenere. 

La prima si e perci6 che volgaremente si dice: Lo consiglio 
de la femina o egli e troppo caro, o troppo vile. Troppo caro 
intendi carissimo , aci6 che non sia soperchio, 4 secondo che si 
dice de li amici di Dio : Molto sono onorati li amici tuoi, Dio . 
E avegna che molte femine siano riissime, lo consiglio de le quali 
e vile, ma in molte si truova buono consiglio. E lacob per lo buono 
consiglio de la madre sua Rebecca ebe la benedizione di Isaacha 
suo padre, e signoria supra i suoi fratelli. E Giudifta] per lo buono 
suo consiglio difese la cittade ne la quale dimorava [Olo]ferno, 
lo quale la volea distr[ug]gere. E Abigail per lo suo buono consiglio 
Nabal suo marito difese da Fira de're 5 e da tutti quelli che volea 
uccidere. E cosi di molte buone femine asai buoni assempri si 
possono dire. 

La seconda ragione perche '1 consiglio de le buone femine d6 
essere udito, e s'egli e buono d6 essere tenuto, e 6 puotesi provare 
per lo primo nome che Dio puose a le femine, e imperci6 che 
quando Dio ebe fatto Puomo disse: (cFacciamoli aiuto. E cosi, 
e[s]tratta del corpo de Tuomo una costa, e' fece Adeba. 7 E cosi 
chiam.6 la femina aiuto de Puomo, imperci6 che '1 deno aitare e 
consigliare. E manifestamente si puote dire che la femina e aiuto 
de Tuomo e consiglio, perci6 che senza lo loro consiglio e aiuto lo 

i. a quel popolo: ad Thessalonicenses . 2. E di': e se tu dicessi (Vel 
dicas). 3. lalde: lode. 4. acid . . . soperchio: cioe, intendilo come puro 
superlative, come molto e non come troppo . 5. de're: del re. La 
frase non e stata compresa dal traduttore o dal copista : ab ira David regis 
liberavit qui eum interficere volebat, 6. e: la congiunzione manca nel 
testo latino. 7. Adeba: Eva, con storpiatura comune nei testi antichi. 

is 



226 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

mondo no potrebe durare. E certo mal a[iu]t[o] arebe Dio dato 
loro, se da le.femine non devessero adimandare cotxsiglio, concio- 
slacosach6 Puno senza Paltro no puote essere. 

La terza ragione si e perci6 che la femina e meglio che 1'oro e che 
pietra preziosa, e '1 suo seno e molto sottile e soprastae a tutti li 
senni. E perci6 si dice: Che megli'e che Poro? la pietra preziosa; 
che e meglio che la pietra preziosa ? lo senno ; e che e meglio che 
'1 senno? la femina; e che e mei de la femina? no neiente w. 1 

La quarta ragione si e si come dice Senaca, che disse : Lodate 
sopra tutte le cose le benigne femine e mogli, e si come neuna 
cosa non passa la benigna moglie di bontade, cosie neuna cosa 
passa la ria di retadi. E quan[t]o la savia femina la sua vita e a 
salute del marito, cotanto la ria e a morte. 2 

La quinta ragione si e si come dice Cato : Se la lingua de la fe 
mina e con fruto, 3 abiela in memoria. E perci6 sapie che ne la 
buona moglie e buona compagnia, unde usato e di dire : La buona 
moglie si e fidele guardia e buona a casa . 4 E 'mpercib la buona 
moglie, facendo bene e ubidiendo bene al marito, no solamente 
puote consigliare lo marito, ma comandare. Unde lo savio disse: 
La savia femina [ujbidente al marito comandali, e che saviamente 
serve 5 tiene parte de la signoria. Adonqua se saviamente e consi- 
gliatamente ti vuoli regere, la tua figliuola a la speranza di Dio a 
piena santa condurr6, e te di questo fato 6 traier6 co onore. 

E allora messer Melibeo, udiendo questa paraula, alquanto con 
piuo dolce viso disse: Lo fao del mele, le parole composte: la 
dolcezza de Tanima e la santa de Fossa; 7 per li tuoi beni e per le tue 
parole e ancor per la [s]p[eri]enza t'[hoe] cognosciuta savia e fi 
dele a me e discreta. Unde, rimutato lo mio proponimento, savia 
mente col tuo consiglio ho volontade di regermi. 



i. no neiente : niente affatto. 2. E quan[t]o . . . morte: traduzione imprecisa: 
Quanto enim sapiens vitam suam pro viri salute opponit, tanto maligna 
ad mariti mortem etiam vitam suam reputat. 3. con fruto: frugi. 
4. buona a casa: in latino: bona domus . 5. che saviamente serve: il fatto 
che serva saviamente. 6. fato: fatto, vicenda. 7. Lo fao . . . ossa: tradu 
zione oscura: Favus mellis, verba composita: dulcedo animae et sanitas 
ossium . 



BONO GIAMBONI 
DELLA MISERIA DELL'UOMO 

Del giudice fiorentino Bono Giamboni del Vecchio, figlio di Giam- 
bono, parlano numerosi documenti d'archivio dal 1261 al 1292 
(vedi S. DEBENEDETTI, Bono Giamboni, in St. med., iv, 1913, 
pp. 271-7). Dello scrittore, certo il piu notevole in Firenze dopo 
Brunetto Latini, rimane un numero cospicuo di opere: quasi 
sempre volgarizzamenti, o meglio rimaneggiamenti, a parte il Li- 
bro de' Vizi e delle Virtudi. 

II trattato Delia miseria delVuomo e certamente anteriore al 
Libro de' Vizi e delle Virtudi, nel quale sono riportati molti suoi 
brani. 6 un rifacimento del trattato De miseria humane conditions 
di Lotario Diacono (poi papa Innocenzo III), che ebbe nel Me- 
dioevo una immensa diffusione (vedi A. VISCARDI, Saggio sutta 
letteratura religiosa del Medio Evo romanzo, Padova 1932, pp. 63- 
76; C. SEGRE, Volgarizzamenti, p. 193) e che dopo avere ispirato 
due poemetti dello pseudo-Uguccione, VIstoria e la Contemplazione 
della morte (editi da R. Broggini, in St. di filol. rom. , xxxn, 1956, 
PP- 53- 8 5; 8 7~9 2 ; 93- I0 3)> e uno di anonimo Veronese, Della ca- 
dudtd della vita umana (in La poesia del Duecento, a cura di G. 
Contini, Milano-Napoli 1959, i, pp. 653-66), ed essere stato rima- 
neggiato da Bono, fu ancora tradotto nel Trecento da un anonimo 
(A. LEVASTI, Mistici delDuecento e del Trecento, Milano-Roma 1935, 
pp. 79-105; C. SEGRE, Volgarizzamenti, pp. 195-214; S. PRETE, 77 
secondo libro del ((De contemptu mundiv di Lotario de' Conti Segni 
(Innocenzo III) nella versione italiana del manoscritto Riccardiano 
1742, in Convivium, xxiv, 1958, pp. 62-75), e f rni 1 schema e 
parte del materiale per hBrieve collezzione della miseria della umana 
condizione di Agnolo Torini (I. HIJMANS TROMP, Vita e opere di 
Agnolo Torini, Leiden 1957). II rifacimento di Bono e assai libero: 
oltre ad avervi aggiunto una cornice di imitazione boeziana, che 
prelude al Libro de' Vizi e delle Virtudi, Bono vi ha inserito interi 
capitoli di carattere dottrinale, mentre ha spesso ridotto il testo di 
Lotario, che del resto nemmeno cita come autore. 

Capovolta la proporzione tra il contenuto meditativo e quello di- 
dascalico, questa scoraggiante analisi della vita terrena diviene, sotto 
la penna di Bono, un trattato di morale. E ci6 corrisponde a un 



228 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

chiaro intento di correggere il tiro delPopera, secondo una men- 
talita piu realistica e serena, se di fianco alia compiaciuta descrizione 
lotariana dell'inferno viene qui sviluppata, a rivalsa, quella del 
paradiso. 

Oltre alia traduzione di Orosio (vedi p. 441), va ricordato il vol- 
garizzamento di Vegezio (Di VEGEZIO FLAVIO DelVarte dellaguerra 
libri iv , volgarizzati da Bono Giamboni, ed. F. Fontani, Firenze 
1815) e il possibile rimaneggiamento del Fiore di rettorica di frate 
Guidotto (vedi p. 103). Non sono invece da attribuire a Bono il 
volgarizzamento del Viridarium consolationis di lacopo da Bene- 
vento (non perche il testo latino sia del Trecento, come sostenne 
G. BERTONI, in Giorn. stor. d. lett. ital., LVIII, 1911, pp. 271 
sgg. - vedi infatti T. KAEPPELI, in Arch. ital. per la st. d. pieta, 
I, 1951, pp. 463-79 -, ma perche, come gia notava il Bartoli, 
Prosa, p. 114, nessuno dei codici porta il nome di Bono) e quello 
del Tresor di Brunetto (vedi p. 311); i volgarizzamenti A.t\VEtica 
di Aristotele e della Formula honestae vitae di Martino di Braga 
sono semplici estratti del Tesoro toscano, in cui le due opere sono 
inserite, e la loro traduzione fu attribuita a Bono insieme a quella 
complessiva del Tresor: illegittimamente, dunque. 

C. S. 



DELLA MISERIA DELL'UOMO 

Qui si cominda il sesto trattato, nel quale si dice delle miserie 
e delle pene che sostiene Vanima dopo la morte. 

Mostrato e gia di sopra tutte le miserie delFuomo e della femina 
da Fora ch'e creata per uscire in questo mondo, infino a quella 
ora ch'e passata di questa vita per la morte naturale. Le quali 
miserie a sapere e consideralle, danno molta cagione all'uomo 
e alia femina d'umiliarsi, secondo che t'ho mostrato di sopra; 
e per6 disse santo Inocenzio papa: 0nde viene superbia a te, 
uomo, che '1 tuo generamento e peccato, il tuo nascere e pena, la tua 
vita e fatica, e fa pur bisogno che tu muoia ? J Or ti vo j mostrare le 
miserie e le gran pene che sostiene Tanima dopo la morte, per le 
quali chi e savio de" avere gran paura di Dio, e d6si* guardare de' 
peccati, perche dice la Scrittura: La paura di Dio discaccia il 
peccato . 3 E di questa materia faremo il sesto trattato. E perche 
Tanima che va in inferno e quella che si fa misera e riempiesi di 
tutte le pene, si ti vo' dire in prima qua' sono quelle anirne, che 
in inferno vanno. 

CAPITOLO I 

Qui si dice come Vuomo e lafemmina che muore sanza lafede 

va in inferno. E quale e lafede nostra; e che va in inferno 

colui che le comandamenta di Dio non oserva. 

La Santa Scrittura dice che tutti quegli che muoiono sanza la fe- 
de, la quale fu data da Cristo e poscia predicata e anunziata dagli 
Apostoli per lo mondo, sono perduti e dannati. Ed e la fede nostra 
solamente in due cose, si come in conoscere Idio, e conoscere 
certi benifici a noi dati da lui. 

In conoscere Idio e la fede nostra, in ci6 ch'ella dice e comanda 
che noi crediamo uno solo principio, il quale e fattore e signore 
di tutte le cose. E dice che nel detto principio si ha tre persone, si 
come Padre e Figlio e Spirito Santo, in una sustanzia e una maesta- 
de e una deitade ; le quali persone sono iguali in potenzia e sapien- 

1. Onde . . . muoia ?: riassume il cap. i del lib. m del De miseria. 

2. desi: si deve. 3. Eccli., i, 27. 



230 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

zia e bontade. E non fustu 1 si matto die tu credessi che in Dio 
avesse 2 tre persone, cioe tre corpora, 1'uno de' quali fosse il Padre 
e 1' altro fosse il Figliuolo e 1'altro fosse lo Spirito Santo, perche non 
ha tre corpora in Dio, ma uno solamente, cioe Cristo, che nacque 
della Vergine Maria. Ma intendi che sono tre persone in Dio, 
cioe tre propietadi, perche tanto e a dire persona per lettera, 
quanto in volgare 3 :propietade. Delle quali persone, cioe propietadi, 
ti vo 1 dare ad intendere alcuna cosa, se vuogli porre bene mente. 
Dio ha in se tre cose, si come potenzia, sapienzia e bontade. Per la 
potenzia ch'e i'llui, fa e disfa ci6 che gli piace alia sua volonta. 
Per la sapienzia, tutte le cose che fa, saviamente dispone e or- 
dina. Per la bonta, ch'e detta virtude, fa tutte le sue operazioni. 4 
In tutte e tre le dette cose, che sono Idio, ha la sua speziale propie- 
tade, perch6 nella potenza ha questa propietade, che genera il 
Figliuolo di Dio; e per6 e detta la potenzia il Padre. Nella sa 
pienzia e questa altra, che '1 Figliuolo di Dio ne fue generate 
perche la parola di Dio, cio& la sua sapienzia, incarn6, cioe fu gene- 
rata e incarnata dal Padre nel corpo della Vergine: e per6 la sa 
pienzia e detta il Figliuolo. Nella bonta, ch'e detta virtude e spirito 
di Dio, e questa altra che proccede, cio& viene dalla potenza e 
dalla sapienza, perche tutte 1'operazioni sue, le quali sono appellate 
la bonta e lo spirito di Dio e la virtu sua, vengono e proccedono 
dalla sua sapienzia e potenzia ; e per6 si dice che lo Spirito Santo 
proccede. Dunque queste tre persone, cioe propietadi, sono in Dio, 
che genera, ed e generate, e proccede; le quali sono nel Padre e 
Figlio e Spirito Santo, cio& catuna nel suo propio di costoro, come 
di sopra t'ho mostrato. E avegna che le dette tre persone, cio& 
propieta, siano diverse, perch'altro e quello che genera, cioe la 
potenza, e altro quello ch'e generate, cioe la sapienzia, e altro 
quello che proccede, cioe lo Spirito Santo, ch'& detto la bonta 
e la virtude di Dio, si si rachiudono in uno, e fanno uno Idio, in 
una sustanzia, e una maestade, e una deitade, con tutta potenzia e 
sapienzia e vertude. 

In conoscere certi benifici a noi dati da Dio, & la fede nostra, 
in ci6 che pone sette sagramenti, cioe Battesimo, Incarnazione, 
Confermazione, Corpus Domini, Penitenzia, Olio Santo, Matri- 



i. non fustu: non fossi tu, non essere. z. avesse: ci fossero; e cosl dopo. 
3. per lettera . . . in volgare: in latino ... in volgare. 4. operazioni: op ere. 



BONO GIAMBONI DELLA MISERIA DELL'UOMO 231 

monio. E dice la nostra fede che de' detti sagramenti nascono 
quest! benifici, che per lo Battesimo si rimette, a colui che si bat- 
tezza, il peccato orriginale, del quale si macol6 x Tumana genera- 
zione per lo primaio 2 peccato che commisse Adamo ed Eva. E 
dassi nel Battesimo lo Spirito Santo; e pero dice 3 nel Vangelio: 
Chi non sara rinato di battesimo d'acqua, per lo quale si da lo 
Spirito Santo, non interra nel regno d'Iddio. 4 Per la 'Ncarna- 
zione e morte di Cristo si ne salvano le genti, e vannone in para- 
diso: sanza la cui incarnazione e morte niuno si poteva salvare; 
e per6 dice il Vangelio : a Tutti siamo rincoperati del prezioso san- 
gue di Cristo . 5 Per la Confermagione, la quale si chiama, secondo 
volgare, Cresima, e stare 'nanzi vescovo, si conferma lo Spirito 
Santo, il quale fue dato nel battesimo a colui che si cresima. Per lo 
Corpus Domini si congiungono le genti d'amore con Cristo, per- 
che '1 Corpus Domini e nostra memoria della sua passione ; laonde 
Tamano le genti pensando come fue morto per noi. Per la Peni- 
tenzia si rimettono le peccata airuomo, delle quali si confessa e si 
pente. Per TOlio Santo, il quale si da agrinfermi, si rimettono le 
peccata veniali, e giova alle 'nfermitadi del corpo. Per lo Matrimo- 
nio, il quale concede la Chiesa, s'intende la congiunzione della 
Chiesa con Cristo. 

Tutte le dette cose, si quelle che s'apartengono a conoscere 
Idio, come quelle che s'apartengono a' sacramenti e a' loro beni 
fici, ci conviene credere per fede, che altra ragione naturale non se 
ne pu6 mostrare che '1 detto de' Santi e della divina Scrittura. E 
chi le dette cose non crede, si & perduto e dannato ; e per6 dice il 
Vangelio : Chi si battezzera e crederra, sara salvo ; e chi non cre- 
dera, sara dannato . 6 Anche dice la Santa Scrittura che sono per- 
duti e dannati tutti quegli che non osservano le comandamenta di 
Dio. 7 E queste sono Topere che noi doviamo dare a Cristo, cio& 
osservare le sue comandamenta; e pero dice il Vangelio che la fede 
e morta sanza Topera, 8 cioe a colui non vale la fede niente, che le 
comandamenta di Dio non osserva; avegna che la fede, si come fon- 
damento, sempre sia da mettere innanzi. E quando Fopere ven- 
gono meno a Tuomo, non d6 venire meno il fondamento della 

i. si macold: si macchi6. 2. primaio: primo. 3. dice: si dice. 4. loan., 
3, 5; interra: entrera. 5. San Paolo, Ephes., i, 7; Coloss., i, 14; rin 
coperati: riscattati. 6. Marc., 16, 16. 7. sono perduti . . . Dio: cfr. Lev., 
1 8, 5, ma in forma positiva. 8. la fede . . . opera: cfr. Iac. t 2, 20. 



232 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

fede, la quale chi perde, non e mai speranza di lui; e per6 disse uno 
savio : lo voglio inanzi che mi vengano meno Fopere, che la fede . r 
E perch6 delle comandamenta di Dio nascono tutti i beni e tutt'i 
mali, e tutte le virtude e tutti i vizii; e bene e male non sarebbe 
niuno, se le comandamenta di Dio non fossero; e per osservare 
quelle, o no servalle, merita 1'uomo d'avere pena o gloria, si ti 
voglio mostrare qua' sono le comandamenta di Dio, acci6 che 
le sappi osservare; e osservandole, ne meriti d'avere gloria. 



CAPITOLO II 

Qui si dice delle due comandamenta maggiori, le quali sono 
principali e capo delValtre. 

Le comandamenta di Dio sono dieci, tra le quali dice il Vangelio 2 
che n'ha due, che sono principali e maggiori che Paltre, e colui che 
Fosserva si adempie la legge di Dio e tutti i detti de' Profeti. Ed e 
questo il primaio : Ama Idio Signore tuo di tutto '1 cuore tuo, e di 
tutta Tanima tua, e di tutte le forze tue . E questo e il secondo : 
Ama il prossimo tuo si come te medesimo. E per6 le dette due 
comandamenta sono dette nel Vangelo principali e maggiori, per- 
che tutte 1'altre nascono di quelle, e sono date da Dio per recare 
1'uomo a Tamore de* detti due comandamenti, gli quali conten- 
go no in loro caritade, per che tanto e a dire caritade, quanto 
amare Idio e [il prossimo]. E colui e in perfetta caritade, che le 
dette due comandamenta osserva. E sanza la caritade, cioe sanza 
osservare le dette due comandamenta, niuno si pu6 salvare; e per6 
disse santo Paolo : S'io dar6 tutto il mio a' poveri, e J l corpo mio 
dar6 ad ardere, e far6 tutto quello bene che fare in questo mondo 
si puote, e in me non ar6 carita, cioe non amar6 Idio e J l prossimo, 
non mi vale niente ad avere vita etterna . 3 E con ci6 sia cosa che 
I'uomo e la femina, per lo comandamento primaio, sia tenuto 
d'amare Idio in certo modo, e per quello amore sia tenuto di ren- 
degli 4 certe cose; e per lo comandamento secondo sia tenuto d'ama- 
re in certo altro modo il prosimo suo, e certe altre cose sia tenuto 
di fargli, si ti vo' mostrare in che modo Puomo e tenuto d'amare 

i. Io voglio... fede : massima non reperita. 2. dice il Vangelio: cfr. 
Matth., 22, 40, ecc. 3. / Cor., 13, 3. 4. rendegli: rendergli. 



BONO GIAMBONI DELLA MISERIA DELL'UOMO 233 

Idio, e in che modo il prosimo suo; e che & loro per quello amore 
tenuto di fare. 

CAPITOLO III 

Come Vuomo de amare Idio y e che cose egli e tenuto di fare 
per quello amore. 

L'uomo e la femina e tenuto d'amare Idio di puro cuore e di 
buona coscienzia e di fede non dubitata. Ed e a dire di puro cuore, 
cioe lui solo, sanza amare niuna altra cosa, perch.6 quella cosa e pura 
che non ha in s6 niuno altro mescuglio. E quegli ama solo Idio, 
che solamente ama lui, e tutte 1'altre cose ama per lui e abiendo 
rispetto a lui; e che ne se ne niuna altra cosa amerebe, se per Dio 
non Famasse. E tanto piu ama la cosa, quanto piu e amata da Dio, 
e quanto piu a lui ne cred[e] piacere: e tutto dichinamento del- 
F amore fa da lui et abiendo rispetto a lui; 1 e perci6 ama piu 
Idio che niuna altra cosa, perch' egli e sopra tutte Taltre cose mi- 
gliore. E dopo lui ama piu santa Maria, perche da Dio e piu amata. 
E dopo santa Maria ama piu gli agnoli, perche secondo lei 2 sono 
piu amati da Dio. E ama piu quegli del primaio grado, che quegli 
del secondo. E cosi vieni dichinando per gradi infino a quella cosa 
che per Dio si puote amare: amando le cose tanto piu e meno, 
quanto piu e meno da lui sono amate, e a lui piu si ne crede pia 
cere. E accattasi 3 F amore di Dio per caritade, cioe limosine; e per 
speranza e per fede e per perseveranza si mantiene; e pero dice la 
Scrittura: Non chi comincia, ma chi persevera, sara salvo . 4 E 
per lo puro amore che Puomo e la femina de avere in Dio, si e 
tenuto di rendergli tre cose, si come sono obidienza, reverenzia e 
gloria. Obidienza e tenuto Tuomo di rendere a Dio in oservare 
le sue comandamenta; onde nel Vangelio dice Idio agli Apostoli: 
Se voi amate me, si oservate voi le mia comandamenta, perche 
colui non m' ama, che le mia comandamenta non oserva. s E al- 
trove dice: Chi dira ch' ami Idio, e nonne osservera le sue coman 
damenta, si e bugiardo; perche niuno pu6 dire ch'ami Dio, se le 
sue comandamenta none osserva)). 6 Reverenzia e tenuto Tuomo di 
rendere a Dio in osservare quello che gli ha 'mpromesso, si come 

i. tutto dichinamento . . . lui: va diminuendo il suo amore via via che da Dio 
passa alle creature. 2. secondo lei: dopo lei. 3. accattasi: si procura. 
4. Matth., 10, 22. 5. loan., 14, 15. 6.1 loan., 2, 4. 



234 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

sono le promessioni che Tuomo gli fa nel battesimo, o quando si 
bota di fare alcuna cosa per lo suo amore o de' suoi santi, o 
quando gl'impromette religione o castitade; onde dice Salamone: 
Le cose c'hai impromesse a Dio, non ti indugiare di farle, per- 
ch6 promettere fue volonta, ma rendere e necessitaw. 1 Gloria & 
tenuto Tuomo di rendere a Dio nelle tribulazioni di questo mondo, 
le quali conviene che Puomo e la femina sofferi in pace, e rendane 
lode e grazie a Dio; onde dice santo Paolo in una pistola che 
mandb a coloro ch'erano gia convertiti alia fede: ccLode e grazie 
rendiamo a Dio della pazienzia ch'avete in sulle tribolazione che 
date vi sono, laonde maggiormente cresce la fede vostra. 2 E per6 
d6 1'uomo de le tribolazioni e de Paversitadi rendere lode e grazie a 
Dio, perch'allotta e gastigato da lui ; e sono quelle i suoi gastiga- 
menti; e per6 santo Paolo disse: Figliuolo mio, non avere a di- 
spetto i gastigamenti di Dio, perche" cu' egli riceve per figliuolo 
si '1 gastiga, e gastigandolo si '1 fragella e tormenta. 3 E poscia dice: 
Se tu se' fuori de' suoi gastigamenti, de' quali sono partefici 
tutt'i figliuoli, dunque non se' tu figliuolo ligittimo ma bastardo. 4 

CAPITOLO IV 

Come Vuomo dee amare il prossimo suo, e che cose egli k tenuto 
di fare per quello amore. 

Da che abiamo veduto come 1'uomo e la femina de* amare Idio, 
e che cose gli e tenuto di fare per quello amore, si ti vo' dire in 
che modo e tenuto d'amare il prossimo suo, e che cose per quello 
amore gli e tenuto di fare. 

E de 1'uomo amare il prossimo suo come se medesimo. E in- 
tendi come se medesimo, a certe cose, si come ad avere paradiso, 
perch6 ciascheduno d6 volere che sia salvo il prossimo suo, come 
vuole di se medesimo. E ha a guardarsi di non fargli male o 
danno o rincrescimento veruno; e per6 dice il Vangelio: Quello 
che tu non vuogli che sia fatto a te, guarda che tu nol faccia ad 
altrui . s Ma in fargli bene e sovenillo, non e 1'uomo tenuto d'amallo 
cotanto, perch6 de Tuomo in prima sovenire se medesimo; onde 

i. Eccle., 5, 3 2. 1 Thess 1,2-3; // Thess., 1,3. 3. Hebr., 12, 6. 4. Hebr., 
12, . 5. Tot>., 4, 16; il Vangelo (Matth., 7, 12) ha il comandamento in 
forma positiva. 



BONO GIAMBONI DELLA MISERIA DELL'UOMO 235 

dice il Savio : Ogni perfetta caritade da se medesimo si comincia)). 1 
E nelPaltre persone de osservare certo ordine, che prima de 
P uomo sovenire la moglie, perche e una 2 carne e una cosa ccrllui; 
e poscia i figliuoli e la famiglia; e poscia il padre e la madre; e 
poscia i parenti ; e poscia il prossimo che seco in una medesima 
fede si truova; e poscia, se fare lo puote, generalmente ogni altra 
persona; onde dice santo Paolo: Fa bene ad ogni persona, 
ma spezialemente a colui che teco in una medesima fede si truo 
va)). 3 E Tobia disse: Fae limosina del patrimonio tuo, non ischi- 
fando povero niuno, acci6 che non sia schifato da Dio . 4 Da lar- 
gamente, se asai ti senti; 5 e se non, fa come puoi lietamente. 

E per 1'amore che Puomo d6 avere nel prossimo suo, tre cose 
gli e tenuto di fare, cio& sopportallo, sovenillo, gastigallo. 6 Sop- 
portare d6 Puomo il prossimo suo nelle sue infermitadi e nelle 
sue mattezze, perch6 non 6 niuno che per le stagioni 7 non in- 
fermi, e che per poco senno spesse volte non erri. Onde, secondo 
che vuole essere soportato, cosl de il prossimo suo soportare; onde 
dice santo Paolo: Doviamo noi piii forti la debolezza degli in- 
fermi sopportare . 8 E intende PApostolo piu forti, o di corpo, 
perche siamo sani; o d'animo, cioe di senno, perche" siamo piu 
savi. E chi non osserva questo, si favella Dio rlluogo dello 'nfermo, 
e dice: ccCom'egli ha fatto a me, cosi far 6 io a lui, e renderd a 
ciascheduno secondo Popera sua. 9 Sovenire de Puomo il prossimo 
suo nella necessitade, quando vede che sia bisognoso. E puotel 
sovenire servando 10 ne le persone quello ordine che t'ho posto di 
sopra; onde dice Salamone: (dnchina al povero sanza tristizia 
Porecchio tuo, e rendigli il debito suow. 11 E altrove dice: Chi ha 
misericordia del povero, rende al prossimo il debito suo, e a Dio 
presta ad usura a rendere cento per uno. 13 E la Scrittura dice: 
Spezza il pane tuo, e danne a* poveri ; alberga gli viandanti e gPin- 
fermi, e rivesti gPignudi, e la carne tua non avere a dispetto)). 13 
Gastigare de Puomo il prossimo quando vede ch'egli erra; onde 
dice santo Paolo: <cDel savio e del matto sono debitore, cioe il 

i. -Ogni . . . comincia : massima non reperita. 2. una: una sola. 3. Ga- 
lat. t 6, io. 4. Tob. t 4, 7. 5. asai ti senti: te ne senti in grado. 6. gasti 
gallo : ammonirlo. 7. per le stagioni : qualche volta. 8. Rom., 15,1. 9- Co 
rn* egli. . . sua: manca una corrispondenza esatta nei Vangeli; ma afferma-, 
zioni analoghe si riscontrano nelle version! del Sermone della montagna. 
io. servando : osservando, mantenendo. 1 1. Eccli., 4, 8. 12, Marc.> io, 21, 
30-1 (con fusione di vari brani). 13. Isai., 58, 7. 



236 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

savio e '1 matto sono temito di gastigare, quando conosco ch'egli 
erra)). 1 E de Puomo gastigare il prossimo guardandoyi tempo 
e luogo, e osservandovi certo or dine, del quale n'amonisce il Van- 
gelio, e dice : Se pecchera il prossimo tuo, gastigalo prima da te a 
lui. E se non s'amenda, gastigalo abiendovi certe persone ; e se non 
giova, digliele palesemente : da ind' inanzi, se non t'ode, ti sia come 
eretico e pubblicano . z 

CAPITOLO v 

Delle ire comandamenta minori, che s* apartengono 
ad amare Iddio. 

Veduto diligentemente delle due maggiori comandamenta di 
Dio, si ti vo' dire di otto minori, delle quali si legge nella Bibia, 3 
che furono date da Dio a Moises, acci6 ch'egli Fanunziasse e fa- 
cessele osservare al popolo d'IsdraeL E nel tempo ch'egli le diede, 
si gli fece scrivere in due tavole, perch' allotta forse non s'usavano 
le carte. NelPuna de le quali ne fece scrivere tre, le quali s'aper- 
tengono 4 all'amore di Dio; e nelPaltre ne fece scrivere cinque, le 
quali s'apertengono all'amore del prossimo. 

II primaio comandamento il quale era scritto nella primaia ta- 
vola, e che s'apertiene all'amore di Dio, si e questo: Odi, Isdrael, 
il detto mio. II tuo Signore Dio non sara se non uno, e lui solo 
adorerai, e terrai per Signore; per6 non coltiverai 5 niuno idolo, e 
non adorerai niuna imagine ne niuna altra similitudine, come fanno 
1'altre genti. Per lo quale comandamento si mostra che solamente 
uno Dio si d6 credere, e adorare, e servire. E avegna che la fede 
nostra ponga in Dio tre persone, cioe tre propietadi che sono 
Hlui, non doviamo perci6 credere che sia se non uno Dio e una 
sustanzia e una maestade e una deitade. II secondo comandamento 
e questo : II nome del tuo Signore Dio non averai per cosa vana; 
ed e a dire, tu non fermerai 6 il detto tuo nel nome di Dio, cioe 
per saramento, sanza gran cagione, perch6 colui ha '1 nome di Dio 
per cosa vana, che giura per ogni vile cosa. II quale comandamento 
conferma Idio nel Vangelio, e dice: Non giurerai al postutto; 
ma sia la parola tua si si, e no no; e quello che vi s'aroge di sopra 

i.Rom., i, 14. z.Matth., 18, 15-7. 3. nella Bibia: cfr. Deut., 5, i. 
4. s'apertengono: si riferiscono. 5. coltiverai: venererai. 6. fermerai: raf- 
forzerai, giurando (per saramento) in suo nome. 



BONO GIAMBONI DELLA MISERIA DELL'UOMO 237 

e mala cosa)). 1 Per lo quale detto dicono i Paterini ch'ogni sara- 
mento e peccato. E intendon quella parola al postutto, cioe in 
niuno modo ne per niuna cagione . Ma la fede nostra, secondo la 
Chiesa romana, se ne fa beffe, e intende quella parola al postutto, 
cioe per ogni cosa, come fanno molti matti che ogni lor parola 
fermano con boto, 3 o per altro modo di saramento, laonde pare che 
n'abiano il nome di Dio a dispetto e quasi per cosa vana. E concede 
la nostra fede che la verita si possa giurare sanza commettere pec 
cato, per giusta e per grande cagione; e acorda il detto del Vange- 
lio col comandamento che t'ho posto di sopra. II terzo e sezzaio 3 
comandamento che nella detta primaia tavola era scritto si e que- 
sto : Ricorditi, Isdrael, che '1 sabato ti riposi, e che non facci alcun 
lavorio, n6 tu ne" '1 servo tuo ne '1 giomento tuo ne niuno altro tuo 
animale al servigio tuo diputato. E per6 diede Dio al popolo 
d y Isdrael il sabato per riposo, perche Dio abiendo fatto in sei di il 
cielo e la terra e tutte 1'altre cose, il settimo die, cioe il sabato, da 
ogni sua opera s'astenne. Ma la Chiesa romana ha mutato il sa 
bato in domenica a celebrare in onore di Dio, perche risucit6 
Cristo da morte in cotal die, e per molte altre cagioni le quali 
non ti voglio ora seguitare. 4 

Se bene dunque porrai mente alle dette tre comandamenta 
che nella detta primaia tavola erano scritte, si troverrai che tutte 
s'apartengono solamente a 'dattare 1'uomo alPamore di Dio: per 
che colui che Dio ama, si crede e riverisce lui solo per Signore, 
e non ha per cosa vana il suo santissimo nome, fermando per sara 
mento il detto suo per ogni vile cosa; e le domeniche e Taltre 
feste comandate de guardare in onore di Dio e de 5 suoi santi, 
e da ogni sua fatica si riposa. 

CAPITOLO VI 

Delle cinque comandamenta minori, che s'apartengono a 'dot- 
tare Vuomo aWamore del prossimo suo. 

Mostrato t'ho di sopra le tre comandamenta che scrisse Moises 
nella primaia tavola, le quali s'apertengono a 'datare I'uomo all'amo- 
re di Dio. Or ti vo* dire delle cinque comandamenta che scrisse 

i . Matth., 5, 34-7. 2. boto : voto. 3 . sezzaio : ultimo. 4. seguitare: esporre 
particolareggiatamente. 



238 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

Moises nella tavola seconda, che s'apartengono a 'dattare Puomo 
airamore del prossimo suo. 

E questo 6 il primaio : Onora il padre e la madre tua, se vuoi 
vivere in sulla terra; e le cose necessarie a la vita da loro se sono 
bisognosi. E questo & il secondo: Tu non ucciderai e non fedirai 1 
il prossimo tuo, e non gli farai niuna ingiuria o noia o rincresci- 
mento in persona ; e non avrai volonta di fare, perche la mala 
volonta e punita rlluogo del fatto. Solo e conceduto che si possa 
uccidere e ingiuriare il prossimo per cagione di fare giustizia e per 
difendere la fede, secondo che dice la Scrittura. E questo e il terzo: 
Colla moglie del prossimo tuo non commettere avolterio, 2 e non 
ti sozzera' d'alcuna altra generazione di lussuria, e non averai disi- 
dero di fare. E intendi che quegli per lo disiderio commette 
peccato, poscia che 3 non vegna a compimento del fatto, che vi da 
opera, 4 o soprasta follemente a* pensieri. 5 Ma per volere Puomo 
avere la femina che vede, e del suo volere non va piii innanzi, 
non commette perci6 peccato, perch6 '1 primaio movimento della 
natura, ch'e in volere, non 6 in podesta de Puomo, e pero a peccato 
non gli e imputato. Solo e conceduto di poter fare lussuria con 
quella femmina colla quale Puomo e congiunto di legame di matri- 
monio, per discacciare le tentazioni del Nimico, sadisfaccendo alia 
natura, e per conservare Pumana generazione, secondo che nella 
Scrittura si contiene. E questo e il quarto: Tu non farai furto, 
e non rapirai la cosa del prossimo tuo, e no gliele torrai in niuno 
altro mal modo, e non averai disiderio di fare, 6 ne in mala parte 
d' avere. 7 E per6 8 dice e non avrai disiderio di fare , perchS '1 disi 
derio & una cosa di tanta volonta, 9 che ne pecca Puomo. Ma per- 
ch6 10 Puomo volesse che Paltrui cosa fosse sua, e del suo volere non 
andasse piu inanzi per avella in mal modo, per quella volonta non 
commetterebbe peccato, perch '1 primaio movimento ch'aopera 
la natura in volere non & in nostra podesta, ma di Dio, che ne 
diede quello volere. E questo e il quinto : Tu non porter ai contra 
il prossimo tuo testimonianza falsa; per lo quale comandamento 
e divietato lo spergiuro e la bugia in pregiudicio altrui: perche 
colui che falsa testimonanza porta, si spregiura e dice bugia. 

i. fedirai: ferirai. 2. avolterio: adulterio. 3. poscia che: anche se. 4. 
da opera: attende. 5. soprasta ... a' pensieri: vi indugia col pensiero. 
6. fare: fare furto. 7. in mala . . . avere: di venire violentemente in pos- 
sesso (della cosa altrui). S.perd: per questo. 9. di tanta volonta: con 
tale potere di costrizione. 10. per one: qualora. 



BONO GIAMBONI DELLA MISERIA DELL'UOMO 239 

Chi bene dunque vuole pensare le cinque comandamenta che 
sono poste di sopra, e che scrisse Moises nella tavola seconda, si 
troverra che tutte sono date da Dio per adattare 1'uomo alPamore 
del prossimo suo, e che 1'uno uomo ami F altro. Perche colui che il 
prossimo suo ama, non Tuccide e nol fiede e no gli fa niuna 
ingiuria o noia o rincrescimento in persona, e non ha volonta di 
fare; e il suo non gl'imbola e no gli rapisce e in mala parte non 
gliele toglie, e non ha disiderio di fare n6 in mala parte d'avere. 
E di lussuria colui non si sozza, e non ha disiderio di fare. E in 
pregiudicio del prossimo non si spergiura e non dice alcuna bugia 
e falsa testimonanza contra lui non porta. E se '1 prossimo suo ha 
padre o madre, si riverisce e onora, e da loro le cose necessarie 
alia vita, se sono bisognosi. 

Quale persona ama Tanima sua, si si peni d'oservare tutte le 
comandamenta che sono dette di sopra, le quali avegna che siano 
dieci, quanto a diverse cose che fa bisogno ch'aoperi Puomo, a 
considerare il fine loro non e se non uno, cioe che Tuomo ami, 
perche tutte sono date da Dio perch* ami Puomo, overo Dio, overo 
il prossimo suo. E altro non richiede Dio all' uomo che quello 
amore, a fallo partefice 1 cogli angioli della gloria sua; e per6 dice 
Cristo nel Vangelio, ch'in e' detti due comandamenti maggiori 
pende tutto '1 detto de' Profeti e della divina Scrittura. 2 Bene 
sono altre cose, che' detti dieci comandamenti, 3 le quali sono 
buone a oservare e rendono perfetto Puomo, si come quella che 
dice Idio nel Vangelio ad uno : Se vuogli essere perfetto, vendi ci6 
che tu hai e dallo a* poveri, e seguita me . 4 E quello altro che disse 
santo Paolo: AfHigo il corpo mio digiunando e vegghiando e oran- 
do e altre molte abstinenze faccendo . 5 Le quali cose a cui paresser 
dure, 6 e nolle volesse osservare, sanza pericolo d'anima le puo 
lasciare, perch6 in forma di consiglio sono date, si come molte altre 
cose; onde dice la Scrittura: Niuno uomo per ricevere consiglio 
& obbligato . 7 Ma le cose che sono date in forma di comandamento, 
come sono quelle che sono dette di sopra, per colui che vuole 
salvare Panima sua si convengono al postutto osservare. 



i. partefice: partecipe. 2. in e' detti ... Scrittura: cfr. Matth., 22, 40. 
3. Bene . . . comandamenti: vero e che vi sono altre cose, oltre ai dieci 
comandamenti. 4. Matth., 19, 21. 5- II Cor., n, 27. 6. a cui paresser 
dure: se a qualcuno sembrassero troppo onerose. 7. Niuno . . . obbliga 
to : massima non reperita. 



240 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 



CAPITOLO VII 

Pongonsi capitoli sopra la materia che seguita, che e 
delVuomo dopo la morte. 

Per non osservare le comandamenta di Dio, le quali sono nomi 
nate di sopra, diventa Tuomo e la femina peccatore, perche tutti 
i beni e tutti i mali nascono delle dette comandamenta, e bene e male 
non sarebbe niuno, se le comandamenta non fossero. E furono date 
da Dio acci6 che 1'uomo per lo suo proprio fatto 1 meritasse d'avere 
gloria o pene : gloria per osservare le comandamenta laonde nascono 
i beni e vanne Fanima in paradise; pene per none osservalle, 
laonde nascono i mali e' peccati per li quali va Tanima in ninferno 
e riempiesi di tutte le pene. E perche '1 mio intendimento e di 
dire delle miserie e delle pene e della beatitudine e della gloria che 
sostiene Tanima dopo la morte, si ti voglio in prima dire della na- 
tura e della condizione dello inferno; apresso ti dir6 delle miserie 
e delle pene che sostiene 1'anima in quello luogo ; apresso ti rispon- 
dero a certe cose, le quali sono utili a sapere; apresso ti dir6 della 
gloria e della beatitudine deiranima che va in paradiso; apresso 
ti diroe del die del Giudicio e della sentenzia che in quello si 
dee dare. 

CAPITOLO VIII 

Qui si mostra in qual luogo e il ninferno, 
e in che modo e disposto. 

Dicono i savi che '1 ninferno e nel ventre della terra; e la terra 
e di sotto a tutti i cieli e a tutti li quattro alimenti; 2 ed e quello 
luogo, ch'e piu di lungi dal paradiso che niuno altro, el ventre 
della terra, la dov'e il ninferno spezialmente ; e per6 il Prof eta 
appella il ninferno il luogo di sotto . 3 E la Scrittura Tappella, per 
similitudine, valle , 4 perch la valle e apo noi il luogo di sotto; 
e secondo che nella valle discorrono 5 tutte Tacque e fecce e soz- 
zure, cosi nel ninferno, e sopra Famine che vi sono entro, discorre 
tutte le maladizioni e 1'angoscie e le pene, perche nel detto luogo 
si ha caldo grandissimo e fuoco arzente, di natura che mai non si 

i. fatto: opera, z. alimenti: element!. 3. il Prof 'eta ... sotto: cfr. Isai., 
14, 9. 4. valle: cfr. Psalm., 83, 7. 5. discorrono: scorrono. 



BONO GIAMBONI DELLA MISERIA DELL'TJOMO 241 

spegne e mai non riluce e non consuma niuna cosa che entro vi sia; 
ed havi freddo grandissimo, e neve, e ghiaccio fortissimo: e queste 
due pene, cioe fredo e caldo, sopra Taltre pene sono gravose. II 
detto luogo e capo di tutte le 'nfermitadi e di tutti i malori e di 
tutte le doglie; e per6 v'e la lebra e le febri ed ogni altra genera- 
zione d'infermita ; e sonvi venti e tuoni e baleni ; e sonvi le nebie e le 
gragnuole e le tempeste e le folgori ; e sonvi vermini e serpenti, di 
natura che sempre rodono e mordono altrui; e vi sono i demoni 
paurosi ed isformati e neri, che sempre afligono Tanime d'ogni 
generazione di tormento; e sonvi le tenebre e le carcere, e havi 
lutto e pianto e guai e strida e terribili suoni. Nel detto luogo non 
ha niuno bene, e non e niuno male ne niuna generazione di pene 
che nel detto luogo non sia, perch'egli e capo e fondamento di 
tutti i mali. Nel detto luogo non ha modo ne ordine veruno ; onde 
dice Giob che del caldo grandissimo saranno messe Tanime nel 
freddo fortissimo, acci6 che subito mutamento maggiormente 
1'afliga. 1 

Solo in tre cose pone la Scrittura che vi vanno le cose ordinate ; 
ed e questa la primaia, che vi sono Famine tormentate, e sono loro 
date pene secondo c'hanno commesso il peccato; onde dice Dio 
nel Vangelio, favellando contra '1 peccatore: Colla misura con che 
tu hai misurato il male, con quella ti saranno misurate le pene . 3 
La seconda si e, che v'e 1'anima peccatrice punita in quel membro 
col quale ha peccato contra Dio; onde dice la Scrittura che chi 
colla lingua pecchera, nella lingua sara punito, 3 e cosi negli altri 
membri, come intervenne 4 a quello ricco ch'era nel ninferno, 
che chiese a Lazzero una gocciola d'acqua, colla quale si rifrigerasse 
la lingua, la quale era sopra gli altri suo' membri tormentata per 
lo male ch'avea aoperato con essa. La terza si e, che sono nel 
ninferno dispensate le pene e' tormenti per quel modo che J l pec 
catore contra Dio ha peccato. Onde per la lussuria sara Tanima 
incesa, secondo che nel mondo e stata incesa di lussuria. Per la 
'nvidia sara rosa, secondo che nel mondo rode la 'nvidia il cuore. 
Per la superbia stara nelle carcere, secondo che per soperbia ha nel 
mondo il prossimo signoreggiato. Per lo vizio della gola patira 
fame e sete; e cosi di tutti gli altri peccati, perche tante sono le 
pene dello 'nferno, quante sono le generazioni de' peccati. 

i. del caldo . . . afliga: cfr. lob., 24, 19. 2. Luc., 6, 38. 3. chi . . .pu 
nito: cfr. Sap., n, 17. 4. intervenne'. awenne, secondo Luc., 16, 24. 

16 



242 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 



CAPITOLO IX 

Mostrasi in quanti modi Vanima che va in ninferno 
e tormentatd) e di che pene e tormenti. 

L'anima peccatrice ch'andra in inferno, sara in due modi tor- 
mentata. L'uno modo sara di grave pene, e 1'altro sara di dolorosi 
pensieri. 

Per grave pene sara tormentata 1'anima si duramente e per tanti 
modi, che non si potrebbe contare, perche tanti sono i modi delle 
pene, quante sono le generazioni de' peccati; pero la Scrittura 
no'lle si mette a dire. Ma, favellando di certi peccati, pone talotta 
che Panime che sono in inferno sostegnono pene di fuoco; onde 
dice il Vangelio: Mandera Cristo gli angioli suoi, e coglieranno 
de'rregno suo tutti gli scandeli, cioe tutti quegli ch'averanno ado- 
perato le niquita nel mondo, e metteragli nel cammino del fuo 
co arzente)). 1 E altrove dice: Ogne legno che non fara buono 
frutto sara tagliato e messo nel fuoco e arso. 2 E altrove dice 
Cristo: F so* la vite, e voi siete i tramiti; qual tramito sara sanza 
frutto, sara sceverato dalla vite e sara messo nel fuoco e arso. 3 
E altrove dice la Scrittura: La vendetta dell'uomo malvagio si e 
vermine e fuoco: vermine che non resta mai di rodere; e fuoco 
che non resta mai d'ardere. 4 E talotta pone la Scrittura che 1'ani- 
me del ninferno sostengono pene di freddo; onde dice Idio nel 
Vangelio : <c Mettetelo nelle tenebre di fuori la ove ha pianto e stri- 
dori di denti. s E altrove pone che son messe nelle carcere, la ove 
dice: ct Acordati col prossimo tuo avaccio, infin che se 5 nella via 
co-llui, cioe nel mondo, acci6 che non ti metta in man del mi- 
nistro, e '1 ministro ti metta in carcere; che non uscirai quindi 
infino che tu non averai renduto infino al quadrante da sezzo. 6 
E '1 Profeta disse: A similitudine di pecore saranno poste Tanime 
nel ninferno, e la morte le pascera ; 7 ed e a dire che secondo che 8 le 
pecore pascono Perbe in tal modo che sempre rinascono, per essere 
anche 9 pasciute, cosi la morte uccide 1'anime del ninferno in tal 
modo, che sempre rinascono, acci6 che anche siano morte; onde 

i. Matth., 13, 41-2. 2. Matth., 3, 10. 3. loan., 15, 5-6. 4. EccK., 7, 10. 
S.Matth., 22, 13. 6. Matth., 5, 25-6; quindi: di qui; infino al qua 
drante da sezzoi sino all'ultimo centesimo. 7. Psalm., 48, 15., 8. se 
condo che i come. 9. anche : ancora. 



BONO GIAMBONI - DELLA MISERIA DELL'UOMO 243 

dice santo Giovanni ntWApocalis, di coloro die sono dannati: 
Di que' di andrano uomini caendo la morte, e no la trove- 
ranno, e vorranno morire, e fuggira la morte da loro. J E per6 
dice la Scrittura: O morte, come saresti dolce a coloro a cui fosti 
cosi amara nel mondo; te solamente vorranno e disiderranno co 
loro che sopra 1'altre cose t'inodiaronob 2 Tante sono le pene del 
ninferno, che 1'anime che vi sono entro non si ricordano poscia 
di Dio, perche pongono tutt'i pensieri loro cola, ove sentono 
1'abondanza delle pene; onde dice Davit nel Saltero: I morti 
no loderanno te, Idio, n6 coloro che discenderanno nel nabisso . 3 

CAPITOLO x 

In che modo Vanima che va in ninferno 
per li pensieri e tormentata. 

Non solamente di grave pene, come t'ho mostrato di sopra, ma 
di dolorosi pensieri sono aflitte e tormentate I'anime del ninferno, 
perche con molta pena si ricorderanno quello che con molto diletto 
hanno gia commesso, acci6 che lo stimolo della memoria acresca 
la pena, quanto il diletto ha piu acceso il peccato; onde favellando 
Salamone de' peccatori che sono in inferno, disse : Con grande 
paura verranno i peccatori a ricordarsi de 1 loro peccati, perche 
1'angosciera la memoria delle loro niquitadi, e diranno infra loro 
medesimo: Ove e la superbia nostra? Ov'e '1 vantamento e 1'argo- 
glio nostro delle ricchezze ? Ove e la vanagloria delle nostre degni- 
tadi? Che prode, o che utilitadi ce n'e seguitato? Non veruno, 
perche sono passate com'un'ombra, e come fa la nave ne Pacqua 
tempestosa, che quando e passata non si discerne la via la quale ha 
fatta; cosi noi miseri niuno segno possiamo mostrare della gloria 
ch'avemo nel mondo, ma siamo caduti nelle nostre malizie . 4 E di 
dolorosi pensieri saranno aflitte Tanime del ninferno in tre modi : 
Funo, quando si ricorderanno come hanno perduto tutto bene, 
e non ne possono mai avere niente ; onde dicono i savi che le genti 
naturalmente disiderano d'avere bene, il quale disiderio non si to- 

i. Apoc. y 9, 6 ; caendo: cercando. a. La frase e nel De miseria di Lotario, 
in, xn ; qui dunque Scrittura significa, come spesso nel Medioevo, la fonte 
di un' opera (anche se Bono non dichiara esplicitamente di aver rimaneg- 
giato il trattato di Lotario). 3. Psalm., 113, 17; nabisso: abisso. 4. Ove e: 
((Quid nobis profuit nel testo biblico (Sap. t 4, 20 e 5, 1-13), che Bono 
amplifica alquanto j avemo : avemmo. 



244 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

glie per la morte, perche la morte non toglie alPanima niuna cosa 
naturale. 1 

Molto dunque debbono essere Fanime dolenti, che disiderano 
d'avere bene, quando si pensano che Fhanno mai sempre z tutto 
perduto a lor colpa, perche fiie loro dato tempo e luogo di pentersi 
de* mail, e fare bene, e nol fecero; il quale tempo non si puo 
mai ricoverare; 3 onde dice il Vangelio: ccLavorate infin ch'e die, 
perch6 verra la notte, e non potrete poscia lavorare . 4 E a simili- 
tudine delle doglie c'hanno queste cotali anime, che si pensano 
c'hanno perduto il bene a loro colpa, si reca la doglia di Esau, fi- 
gliuolo di Isaac, che si legge nel Vecchio Testamento 5 che pia- 
gnea con grandi urli, quando si pensava ch'avea perduto le benedi- 
zioni del padre a sua colpa, e no-lie potea poscia ricoverare, perch6 
Pavea gia date a lacob suo fratello. 

II secondo modo, onde Panime saranno aflitte per lo pensiero, 
si e quando si ricorderanno che mai sempre averanno male, e sa 
ranno tormentate di pene. Che piggiore pensamento puote essere, 
che pensare d'avere perduti tutti i beni, e patir pene mai sempre 
d'ogni generazione di tormento ? E pero dice santo Luca nel Van 
gelio : Guai a voi che ridete ora, per6 che verra forse tempo che 
piagnerete. 6 Onde ciascheduno che si sentira nelle pene del nin- 
ferno, potra dire quello che dice santo lob in questo mondo: 
Convertita e in pianto la cetera mia, e gli organi miei in boce di 
guai, perche quello onde avea paura m'e incontrato, e quello che 
temea m'e avenuto. 7 

II terzo modo, onde 1'anime saranno aflitte nel ninferno per lo 
pensiero, si & della 'nvidia ch'averanno del bene che vedranno 
avere in paradiso coloro, cui eglino hanno gia avuto a dispetto e 
quasi come matti; onde di coloro che sono dannati dice Salamone: 
Vedendo si turberanno di maravigliosa paura, faccendosi maravi- 
glia di cotanto e cosi subito mutamento ; e per Pangoscia piagnendo, 
diranno: Non sono questi quegli, cui noi avemo a dispetto, e 
quasi per uno obrobio del mondo, e avavamo la vita loro come se 
fossero matti? Vedi come son fatti figliuoli di Dio, e tra' santi e gli 

r. le genti . . . naturcde: anche queste considerazioni sono tratte dal De 
miseria, in, v-vi di Lotario. 2. mai sempre i per sempre. 3. ricoverare: 
ricuperare, riacquistare. 4. loan., 9, 4 ( Me oportet operari opera eius 
qui misit me, donee dies est; venit nox, quando nemo potest operari ). 
5. nel Vecchio Testamento: cfr. Gen., 27, 34 sgg. 6. Luc. y 6, 25. 7. lob, 
30, 31- 



BONO GIAMBONI BELLA MISERIA DELL'UOMO 245 

eletti suoi e la vita loro)). 1 Grande pene patiranno quegli del nin- 
ferno della 'nvidia ch'averanno della gloria e del bene, che ve- 
deranno avere a' giusti in paradise. Ma questa veduta non bastera 3 
loro se non infino al di del Giudicio, perch6 da indi inanzi dice la 
Scrittura che de dire Idio: Sia tolto il malvagio, che non possa 
vedere la gloria di Dio . 3 Ma' giusti veggono oggi e vedranno tut- 
tavia i peccatori nelle pene; onde dice la Scrittura: Rallegrerassi 
il giusto quando vedra la vendetta de' peccatori)). 4 

CAPITOLO XI 

Risponsione a certi detti, per li quali pare che si pruovi 
che Dio non si cruccia col peccatore eternalmente. 

Potrebe altri dire: i' ti vo' mostrare per rnolte ragioni che, 
avegna che Dio si crucci colle genti, non si cruccia co'lloro eter 
nalmente, si che mai sempre contra loro rimanga indegnato, e 
dannigli alle pene etternali. Ed e questa la primaia ragione: gli uo- 
mini e le fernine sono tutti fatti da Dio; e la Scrittura dice che Dio 
non ha in odio niuna sua creatura. E' filosofi dicono che, secondo 
il corso della natura, ciascheduna cosa ama la sua fattura. Dunque 
se Dio ama le genti si come sua creatura e cosa fatta da lui, non si 
crucera egli contra loro etternalmente. La seconda ragione e questa: 
dice la Scrittura che la misericordia di Dio e sopra tutte 1'opere sue. 5 
Dunque se la misericordia di Dio e tanta, ch'e sopra 6 tutti gli altri 
suoi benifici, chi dunque se ne dee disperare, e pensare che contra 
lui si crucci etternalmente? La terza e questa: dice il Prof eta: 
L'anime de' peccatori saranno messe nel ninferno e rmchiuse nelle 
carcere, e dopo molto tempo saranno da Dio visitate. 7 Dunque 
se ranime gia rinchiuse nel ninferno saranno visitate da Dio, nol- 
1'abandonera egli al postutto, arm avera misericordia di loro. Alle 
quali cose ti voglio rispondere, acci6 che non ti truovi ingannato 
di malvagia credenza. 

Dio si cruccia col giusto, e crucciasi col peccatore. Col giusto si 
cruccia temporalmente, cioe in questo mondo, perch6 dice santo 
Paolo che Dio fragella e tormenta in questa misera vita tutti que 
gli, cu' egli riceve per figliuoli, 8 perche le tribolazioni in questo 

i. Sap., 5, 2-5. 2. bastera: durera. 3. Isai. 9 26, 10 (?). 4. Psalm., 57, u. 
5. la misericordia . . . sue: cfr. Psalm., 144, 9. 6. e sopra: sup era. 7. Isai., 
24, 22. 8. Dio fragella . . . figliuoli: cfr. Hebr., 12, 6; fragella: flagella. 



246 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

mondo sono i suoi gastigamenti ; ma poi il vicita ristorando in vita 
etterna di molta gloria e beatitudine etternale; onde dice santo 
Petro: I1 Signore della grazia n'ha chiamati nella sua gloria et 
ternale, per sofferendo nel mondo poca cosa)). 1 Ma col peccatore 
die in questo mondo non si pente e muore ne' peccati mortali, si 
si cmccia Idio eternalmente, e mandalo in inferno, la ove mai 
sempre sarae tormentato. E avegna che da Cristo sia poscia visi- 
tato, essendo lui nel ninferno, secondo che si contiene nel detto del 
Profeta che t'ho posto di sopra, non sara visitato se non per suo 
danno : perche dice la Scrittura 2 che J l peccatore sara tormentato 
nel ninferno sanza '1 corpo infino al di del giudicio, ma nel di del 
giudicio sara visitato da Dio, e saragli renduto il corpo; e data la 
sentenzia che si dara quello die contra i peccatori, si sara rimesso 
nello 'nferno, nel quale luogo sara sempre poscia tormentato, e mai 
non fia piu visitato da lui. E a quello 3 ch'e detto di sopra, che Dio 
e molto misericordioso : vero e in questo mondo, perche non e 
niuno si peccatore, che per lui non sia ricevuto, se vuole ritornare; 
onde dice il Vangelio: ccMaggiore allegrezza ha in cielo d'uno 
peccatore quando si converte a penitenzia, che non ha di novanta- 
nove giusti . 4 Ma poscia da che Tanima e passata di questa vita, ed 
e morta ne' peccati mortali, non ha poscia piu misericordia, per 
che sempre riman poscia peccatrice. E avegna che dopo la morte 
non possa piu peccare, non perde mai la volonta di malfare; 
onde dice il Profeta: La soperbia di coloro che t'hanno avuto in 
odio sempre cresce. 5 Non s'umiliano mai coloro che sono gia 
disperati della misericordia di Dio, ma tanto cresce poscia la mali- 
zia loro, che vorrebono che Dio non fusse, per cui 6 si credono 
essere in cosi malvagio stato, onde maladiceranno Idio e bestemie- 
ranno rAltissimo, dicendo ch'egli e malvagio signore, che gli ha 
creati a cotanta pena, e non si dichina 7 ad avere di loro misericor 
dia; onde dice santo Giovanni nelT 'Apocalissa: Viddi gragnuola 
grandissima discendere di cielo, e bestemiavano le genti il Signore 
per la piaga della gragnuola che fue grande. 8 



i.IPetr., 5, 10 ; per sofferendo: col soffrire, purche" si soflEra. 2. dice la 
Scrittura: anche qui e il De miseria, in, xm di Lotario. 3. a quello: si 
sottintende rispondendo . 4. Luc., 15, 7. 5. Psalm., 73, 23. 6. per 
ui: per opera del quale. 7. si dichina: si piega. 8. Apoc., 16, 21. 



BONO GIAMBONI BELLA MISERIA DELL'UOMO 247 

CAPITOLO XII 

Pruovasi per molte autoritadi che Dio si cruccia 
col peccatore etternalmente. 

Se mi domandasse alcuno: onde hai 1 tu quello che m'hai detto 
di sopra, che Dio si cruccia col peccatore eternalmente, si che non 
avera poscia piu misericordia di lui ? Si te ne vo' dare molti testi- 
moni ; e in prima Daniel prof eta, che dice : Le genti che dormiran- 
no nella terra, certi n'andranno in vita etterna, e certi n'andranno 
in obrobrio sempiternale , 2 nel quale staranno mai sempre. E 
Isaia dice, amonendo i peccatori : Chi di voi potra durare negli ar- 
dori sernpiternali ? 3 E Salamone dice: Morto 1'uomo malvagio, 
niuna speranza s'ha mai di lui, 4 perche subitamente viene il suo 
perdimento. E santo Giovanni nelVApocalissa, favellando di co- 
lui che per innanzi adora 5 Anticristo, si dice: Chi adorra la bestia 
o la 'magine sua, questi bera della viva ira di Dio, e '1 fummo de' 
tormenti suoi ascendera nel secolo de j secoli . 6 E anche dice il Van- 
gelio, che de dire Idio nella sentenzia del die del Giudicio : cc Andate, 
maladetti, nel fuoco etternale, il quale e aparecchiato al diavolo 
e agli agnoli suoi. 7 

E se a' detti santi non volessi credere, e a molti altri detti della 
divina Scrittura che dicono il simigliante, si ti pensa pur fra te 
medesimo di quante tribolazioni e pene Dio tormento in questo 
mondo i profeti e gli apostoli e* marteri e gli altri santi che sono 
passati di questo mondo, e di quanti tormenta oggi i iusti, e coloro 
che 'ntendono 8 al suo servigio: dunque che de fare de' peccatori, 
che tutto die si dilettano ne' peccati? E per6 uno profeta, recando 
tutte queste cose a memoria al peccatore, si disse: E[cco], coloro 
che non erano degni di bere il calice, cioe di sostenere pene, or 
1'hanno beuto : dunque che d6 essere di coloro che ne sono degni ? 9 
Anche ti pensa come Dio e piu crudele Signore che niuno altro, 
quando si mette a fare vendetta, che si legge nella Bibia che per uno 
peccato d'Adamo ed Eva dann6 loro e tutti i loro discendenti; e 
solamente per lo peccato della superbia dann6 1'angelo Satanas e 
tutti i suoi seguaci nelle pene perpetuali del ninferno ; onde favel- 

i.hai: hai appreso. 2. Dan., 12, 2. 3. I^w., 33, 14- 4- Prov., n, 7- 
5. adord: adorera. 6. Apoc., 14, 9-10. 7. Matth., 25, 41. S.'ntendonoi 
si dedicano. 9. ler., 49, 12. 



248 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

lando di lui uno profeta, disse : Tu, uno segnale della similitudine 
di Dio, pieno di sapienzia e compiuto di bellezza, insoperbi6 il 
cuore tuo per la bellezza tua, e di cielo in terra fosti cacciato)). 1 E 
solamente perche Faraone non lasciava andare il popolo d'Isdrael, 
si afogo lui in mare e tutta 1'oste sua. E Soddoma e Gommurra 
disfece per fuoco, solamente per una generazione di peccato. Se di 
costoro prese Idio cosi gran vendetta per cosi poca cagione, che fara 
di coloro che beono tutto die le niquitadi come si fa 1'acqua? 
E per6 uno profeta, favellando rlluogo di Dio di questi cotali pec- 
catori, disse: Coloro c'ho edificato disf6, e coloro c'ho piantato 
divello . 2 



Qui si cominda il settimo trattato del tibro, nel quote si dice 

della beatitudine e della gloria delVanima che va in paradiso. 

Mostrasi prima P or dine che dee tenere, e come e 

disposto il paradiso. 

CAPITOLO I 

Veduto delle miserie e delle pene dell' anime che vanno in in 
ferno, si ti voglio mostrare della gloria e della beatitudine di coloro 
che vanno in paradiso, perch6 dice il Savio che le cose contrarie 
poste insieme s'intende meglio Tuna per Faltra. E a conoscere 
cotanto bene dara inviamento 3 a I'uomo di convertirsi, perche di- 
cono i savi che gli uomini si fanno buoni non solamente per paura 
delle pene, ma per isperanza d'essere bene guiderdonati. E a trat- 
tare di questa materia, si ti diro prima alcuna cosa della natura del 
paradiso ; apresso ti diroe della beatitudine e della gloria di coloro 
che in quel benedetto luogo si riposano. 

Dice la Scrittura che '1 paradiso e nel cielo che si chiama im- 
pirio, il quale e di sopra al cielo istellato, che noi veggiamo, e phi 
su non possiamo vedere. E di quello cielo impirio non possian 
vedere niente, la cui altezza e grandezza e tanta, che non si po- 
trebe contare. Ma del cielo istellato che noi veggiamo favellano 
i savi, e dicono ch'e si alto che se '1 tratto ch'e dalla terra infino 
a quello cielo fosse una via piana, per la quale Tuomo potesse an- 

i. Ezech., 28, 12-6 (molto abbreviate). 2. ler,, 45, 4. 3. inviamento: 
spinta. 



BONO GIAMBONI - DELLA MISERIA DELL'UOMO 249 

dare, che andando uno uomo quaranta miglia ogni die, non vi 
sarebe giunto in sette milia 1 anni, e non sarebbe andato intorno 
in quaranta e due migliaia d'anni, perche pruovano i ragionieri del- 
1'abaco che sei volte e maggiore il tratto* di tutto '1 cerchio, che 
non e del punto del mezzo infino al cerchio. E se '1 cielo istellato 
e cosi grande, chente de essere il cielo impirio, la ove t'ho detto ch'e 
'1 paradiso, ch'egli v'ha via di sopra ? E perche '1 luogo del paradiso 
e cosl grande, dice il Profeta: Come e ampia, Signor mio, la casa 
tua, e come e grande e maravigliosa la tua possessione! 3 E uno 
altro profeta disse : Hluogo spazioso m'ha' messo, Signor mio . 4 
E chi si maravigliasse come il detto cielo stellato puote essere cosi 
alto, si si pensi come un piccolo lume si vede molto dalla lunga; 5 
e '1 sole, ch'e cosi chiara luce, essendo tre cieli di sotto a quello 
cielo stellato, ed essendo otto volte maggiore che tutta la terra, per 
la sua altezza se ne vede dalle genti cosi poco. Ma '1 ninferno e 
luogo strettissimo, che non tien piu che '1 ventre della terra, e tutta 
la terra e si piccola che la pongono i savi per uno punto a rispetto 
de' cieli che le vanno dintorno. 

Nel detto cielo impirio, la ove t'ho detto ch'e s l paradiso, furono 
formati tre gerarzie 6 d'angeli, e in ciascheduna gerarzia si ha tre 
ordini, e cosi sono nove ordini d'angeli in tre gerarzie. Nella 
maggiore gerarzia sono questi ordini: Serafini e Cherubin e Tro- 
ni. Nella mezza 7 sono Principati, Dominazioni, Podestadi. Nella 
minore sono Virtude, Arcangeli e Angeli. E secondo che gli an- 
gioli della primaia gerarzia sono maggiori che quegli della seconda, 
e quegli della seconda maggiori che quegli della terza, per6 che 
sono fatti di piu pura cosa, e piu ricevon della grazia di Dio ; cosi 
gli ordini degli angioli di ciascheduna gerarzia e maggiore 1'uno 
che Taltro, secondo che di sopra prima e nominato. E anche gli 
angeli d'uno ordine non sono tutti iguali, perche 1'uno e grande, 
e 1' altro maggiore. E di tutti e nove i detti ordini peccarono certi 
di loro, per To qual peccato furono cacciati di quel luogo, e furono 
posti in questa aria la quale e di sopra da noi, e sono appellati di- 
moni, in cu' podesta sono messe l'anime che vanno in ninferno. 
Ma l'anime che vanno in paradiso sono messe nelle luogora di 



i. sette milia: settemila. 2. il tratto: la circonferenza. 3. Bar.) 3, 24. 
4. Psalm., 30, 9. 5. dalla lunga: da lontano. 6. gerarzie: gerarchie. 
7. Nella mezza: in quella di mezzo. 8. luogora: luoghi. 



250 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

quegli angeli che caderon di paradise, a riempiere le sediora 1 loro. 
E tanto durera il mondo, che quelle sediora saranno tutte ripiene. 
E secondo che ciascheduno avera meglio adoperato 2 in questo 
mondo, cotanto sara messo in maggior gerarzia e in maggiore or- 
dine di quella gerarzia, e assegnatogli piu nobile luogo ch'agli al- 
tri di quello ordine, e piu ricevera della grazia di Dio. 

CAPITOLO II 

Della beatitudine e della gloria delVanime 
che vanno in paradiso. 

A dire della gloria e della beatitudine delPanime che vanno in 
paradiso, non e lingua che'l potesse contare; ma dirotti alcuna cosa 
di quello che dicono i savi. Dice la Scrittura che 1'anima del giusto, 
quando si parte di questa vita, incontanente e ripresentata per gli 
angeli 3 nel cospetto di Dio, e allogata in una delle sedie vote degli 
angioli che caddero di cielo. E perche di quelle sediora ha in tutte e 
tre le gerarzie e in tutti e j nove ordini d'angioli, ed e Fun grande 
e 1'altro maggiore, si Fe assegnato ordine e datole sedia come si 
conviene a lei, secondo il bene c'ha fatto in questo mondo, e 
fassi simigliante agli angioli di quello ordine. E per6 essendo 
Cristo domandato da' Saducei, che non credeano la ressuressione, 
cu* moglie de rimanere 4 in paradiso colei che in questo mondo 
avera avuto molti mariti, disse : Nel detto luogo non si fa matrimo- 
nio, ma sonvi Fanime come gli angioli di Dio in cielo . s E nelle 
dette sediora allogata, si si fa Fanima gloriosa e beata, e fassi parte- 
fice 6 cogli angioli della gloria di Dio, ed elle dato a godimento il 
sovrano bene per lo quale fue fatta, il quale e compimento di tutti 
i suoi disideri: e le potenzie deU'anima, le quali erano state vote in 
questo mondo, le sono tutte adempiute. E perche le potenzie del- 
Fanima sono molte, si ti voglio mostrare qua* sono esse, e come 
stanno vote in questo mondo, e come s'adempiono in paradiso. 



i. le sediora: i seggi. 2. adoperato: operate. 3. ripresentata . . . angeli: 
presentata dagli angeli. 4. cu' . . . rimanere: a chi deve rimanere come 
moglie. 5. Matth., ^ 30; Marc., iz, 25. 6.partefice: partecipe. 



BONO GIAMBONI BELLA MISERIA DELL'UOMO 25! 



CAPITOLO III 

Ora ti voglio mostrare come stanno le sediora vote in questo mondo 
e come s'adempiono in paradiso, e di loro potenzia. 

Le potenzie dell'anima sono tre, si come immaginare 1 e lavorare 
e disiderare. 

Per la potenzia ch'e nelPanima d'immaginare, non resta 2 mai 
in questo mondo di volere imparare, e per6 si diletta in udire e ve- 
dere cose nuove, acci6 che immaginando Tappari, 3 credendosi di 
potere empiere di sapienzia. Ma no'lle vale niente, perch6 non 
fue anche 4 niuno che potesse sapere tutta la sapienzia del mondo ; 
ma Tuno e savio d'una cosa, e 1'altro e savio d'un'altra. E uno solo 
uomo non pu6 sapere cio che si sa nel mondo per tutte le genti. 
Ma pogniamo che per uno uomo tutte le cose che nel mondo si 
sanno si potessero sapere, non sarebbe ancora piena Fanima di 
colui, perch6 dice la Scrittura che la sapienza di questo mondo e 
quasi una mattia apo Dio ; s ma nel paradiso s'adempie la potenzia 
ch'e nelFanima dello 'mmaginare, perche Pe tanta sapienzia data, 
quanta ella ne pu6 ricevere, e perd si riposa, e non va piu inanzi 
per sapere. E avegna che la sapienzia di Dio e via piu che non ne 
riceve ranima, perch'e tanta che non si potrebbe contare, pur 
questo interviene da che Tanima e piena, e piu no ne riceve, si si 
riposa, e non si pena piu d'aparare. E Panima e gli angioli che 
sono in paradiso, catuno riceve della sapienzia di Dio, chi piu e chi 
meno, secondo che piu beato si truova, e in maggiore or dine, e in 
piu perfetto luogo. 



CAPITOLO IV 

Della potenzia ctie nelVanima del lavorare; e perche nel mondo 
s'afatica sanza niuno riposo; e come si riposa in paradiso. 

Per la potenzia ch'e nelPanima del lavorare, sempre mai la- 
vora in questo mondo, e non resta mai d'afaticarsi, perch6 va 
caendo 6 luogo ove si possa riposare, e nol truova; e interviene per- 

i. immaginare: qui pare valga apprendere . z. non resta: non cessa. 3. 
Vappari: le impari. 4. anche: mai. 5. la sapienza . . . Dio : cfr. I Cor., 3,19. 
6. caendo: cercando. 



252 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

che non e nel suo luogo naturale e stanziale. 1 E dicono i savi che 
cosi naturalmente e in tutte le cose, perche niuna cosa si riposa mai, 
se nel suo naturale e stanziale luogo non si ritruova; e pongone 
essempro della terra 2 e dell'acqua e delParia e del fuoco. 

Delia terra dicono che s'ella si scevera 3 dal centro, cioe dal sodo 
della terra, il qual e suo naturale luogo, non resta mai di cadere, 
se per forza non e tenuta, infin ch'ivi non e tornata; e quanto piu 
si ne scevera, tanto con maggior virtu 4 vi torna. E questa e la 
cagione ch'assegnano i savi perche la pietra da maggiore percossa 
quanto piu d'ad alti cade, non pensando piu, 5 nelle 6 cento braccia 
che nelTuno, perche dal suo luogo naturale e piu dilungata. E 
dell'acqua dicono che non resta mai di correre, se per forza non 
e tenuta, infin che non si truova nel mare, il quale e il suo naturale 
luogo. E delTaria dicono che non posa mai infin che nel suo natu 
rale luogo non si truova, il quale e di sopra dalPacqua; e questa 
e la cagione ch'asegnano i savi, perche si fanno i tremuoti, che 
dicono che sono certi venti che si creano nel ventre della terra, 
e da che non truovan luogo onde possano uscire, si si levano in capo 7 
la terra per venire nel loro naturale luogo a riposarsi, cioe nell'aria. 
E del fuoco dicono che sempre mai si pena d'andare ad alti, per 
che '1 suo luogo naturale e di sopra dalParia, infino al primaio 
cielo; ma per la molta aria ch'e nel mezzo e questo fuoco, ch'e 
apo noi, ritenuto. 

E dicono che '1 paradiso e il luogo naturale e stanziale delPanima, 
e quello che fue fatto per lo suo riposo, acci6 che nel detto luogo 
si facesse partefice cogli angioli della gloria di Dio. E infino a 
tanto che fuori del detto luogo si truova, giamai non si riposa; 
ma da che nel detto luogo e venuta, si si riposa poscia mai sempre 
da tutte le sue fatiche e da tutte le sue tribolazioni e da tutte le sue 
miserie e da tutte le cure del mondo, e fassi gloriosa e beata e parte 
fice cogli angioli della gloria di Dio ; e per6 dice Cristo nel Vange- 
lio: ccVenite a me voi che lavorate e affaticati siete, perch'io vi 
dar6 luogo di riposo . 8 E santo Giovanni disse nella Plstola sua: 
<cBeati que' morti che muoiono a Dio, perch' oggi mai dice lo spirito 
che si riposino dalle fatiche loro, e dalle loro opere sono seguitati. 9 

i. stanziale: definitive. 2. pongone . . . terra: ne citano come esempio la 
terra. 3. si scevera: si allontana. 4. virtu: velocita. 5. non pensando piu: 
ancne se non pesa di piu. 6. nelle: alia altezza di. 7. si levano in capo: 
sollevano. 8. Matth., n, 28. 9. Apoc., 14, 13 (il rinvio di Bono e dun- 
que errato). 



BONO GIAMBONI DELLA MISERIA DELL'UOMO 253 



CAPITOLO V 

Delia potenzia ch'e nelVanima del disiderare; e come in questo 
mondo sta vota e non si sazia^ e nel paradiso s'adempie. 

L'anima in questo mondo, per la potenzia ch'e rllei del diside 
rare, si va pigliando questo bene e quello altro, credendo adempiere 
i suoi disideri; ma no'lle vale niente, perche non ne puo pigliare 
tanti, che non siano via piu quegli che non puote avere> la ove si 
pu6 dilettare. E pogniamo che tutti i beni di questo mondo 1'aruma 
potesse avere, non sarebbe perci6 piena, perch' e si nobile e si 
grande che non s'empie 1 se non per lo sovrano bene, il quale non 
si puote avere in questo mondo; e pero disse uno savio: Non 
si sazia mai in questo mondo 1'occhio di vedere, ne Torecchie d'udi- 
re, ne la lingua di saporare, ne" '1 naso d'odorare, ne" le mani di toe- 
care)), 2 perche Panima e aconcia a pigliare tutto cio che truova di 
diletto in questo mondo, in que' disideri, e ancora piu innanzi 
che non truova, per6 sempre sta vota e agogna. 

Ma nel paradiso s'adempie la potenzia del disidero delPanima, 
perche in quello luogo Fe dato il sovrano bene, cioe Idio, il quale 
le compie e adempie tutti i suoi disideri; che s'ella si vuole dilet 
tare ne' dolci e ne' piacevoli sapori, quivi le sono tutti dati; onde 
dice il Profeta: ccSignore mio, apparecchiato hai alPanima pane 
saporito d'ogm sapore. 3 E se dilettare si vuole di vedere belle cose, 
quivi sono tutti i belli colori e tutte le belle forme e tutte le chiare 
luci, perche ve n'ha sanza novero di quelle che sono piu belle 
che '1 sole. Nel detto luogo si vede Cristo, il quale risprende nella 
maesta sua, ch'^ piu piacevole a vedere che niun'altra cosa. Se si 
vuole dilettare in udire, quivi sono tutte le belle boci, e tutti i dilet- 
tevoli suoni degli angioli e de j santi, che non cessano di lodare il 
Signore. Se vuole dilettare in odorare, quivi sono tutti i soavi 
e dilettevoli odori. Se vuole dilettare in toccare, quivi non si tocca 
altro che morbida cosa. E simigliantemente s'adempiono in para 
diso tutti gli altri disideri, perche vi sono le cose si perfette, che di 
tutti i suo' disideri si pu6 1'anima empiere e saziare. Nel detto 
luogo di paradiso ciascheduna anima che v'e riluce piu che J l 
sole, ed e di tanta leggerezza, che incontanente trapassa tutto '1 

i.s'empie: viene soddisfatta. 2. Eccle., i, 8 (molto ampliato). 3. Sap., 
16, 20. 



254 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

mondo, e truovasi la ove vuole; ed e di tanta virtude e sottigliezza, 
che per ogni cosa dura trapassa; ed e di tanta santa, che non teme 
mai niuno male, ne che si possa corrompere. Nel detto luogo cia- 
scheduna anima si vede nella gloria sua, la quale e di tanta fer- 
mezza, che non ha mai paura di perderla, ne che ventura la possa 
mutare. Nel detto luogo Cristo, figliuolo di Dio, e servigiale 1 
di tutte Panime, e aministra loro il sovrano bene; onde la Scrittura, 
favellando di Cristo, dice: Apparecchierassi e fara assettare Fam 
ine, e andando intorno servira tutte . 2 Qual bene dunque vi potra 
venire meno cola, ov'e cotal ministro ? E perche nel detto luogo di 
paradiso 1'anima e ripiena di sapienzia, e riposasi mai sempre da 
tutte le sue fatiche, e solle compiuti tutti i suoi disideri, e fassi 
partefice cogli angioli della gloria di Dio, disse santo Paolo: 
Ne* occhio non vede, n6 cuore d'uomo pu6 pensare quello ch'e 
apparecchiato da Dio a coloro che Tamano . 3 



i. servigiale-. servitore. 2. ^Apparecchierassi.. . tutte*: massima non re- 
penta. 3. / Cor., 2, 9. 



VOLGARIZZAMENTO DELLA DISCIPLINA 
CLERICALIS 

La Disciplina clericalis dello spagnolo Petrus Alfonsi, ebreo conver- 
tito, fu composta nei primi anni del secolo XII, in gran parte su 
fonti arabe, e costitul il prime e principale tramite fra la novellistica 
orientale e quella occidentale : dai Castigos e documentor di Sancho 
IV al Conde Lucanor di Juan Manuel, dai Gesta Romanorum alle 
prediche di lacopo da Vitry, dai trattati di Albertano al De ludo 
scaccorum di lacopo da Cessole, le massime, e soprattutto i racconti 
della Disciplina dilagarono nelle letterature romanze. Numerose 
le traduzioni : due francesi in versi (inizio secolo XIII) ed una in 
prosa (secolo XIV), anche in versione guascone; una spagnola (Li 
bra de los enxemplos, inizio del secolo XV) ed una catalana (1483) 
sempre in prosa; altre in tedesco, in inglese, in irlandese, in ebrai- 
co (vedi V. CHAUVIN, Bibliographic des ouvrages arabes ou relatifs 
aux arabes, publics dans VEurope chretienne de 1810 a 1889, ix, 
Liege-Leipzig 1905, pp. 1-44; Die Disciplina clericalis des Petrus 
Alfonsi, hgg. von A. Hilka u. W. Soderhjelm, Heidelberg 1911, 
pp. xi-xv; PETRI ALFONSI Disciplina clericalis, von A. Hilka u. W. 
Soderhjelm, Helsingfors, 1911-1922, voll. 3). 

Mentre il Novellino si collega con le version! francesi, i tre ma- 
noscritti toscani, che rappresentano una sola traduzione di un 
frammento della Disciplina, derivano dai testo latino, certo in una 
redazione molto rimaneggiata. E il volgarizzamento e abbastanza 
cattivo; ma si raccomanda all'attenzione, oltre che per la sua an- 
tichita, perche uno dei manoscritti attesta una spiccata voca- 
zione narrativa neirampliamento dei brani novellistici, in carat- 
teristico contrasto con I'indifferenza per il contenuto concettuale. 
Non e senza significato che una delle novelle di questo frammento 
sia entrata nel Decameron (x, 8), anche se il Boccaccio mostra di 
essersi servito del testo latino, al quale si ispir6 pure per vn, 4 

c. s. 



P. PAPA, Frammento di urfantica versione toscana della Disciplina cleri 
calism di P. Alfonso, Firenze 1895 (Nozze Oddi-Bartoli) ; A. SCHIAPFINI, 
Nuova redazione d'un frammento in volgare toscano della Disciplina cleri 
calism di Pietro Alfonso, Firenze 1924 (Nozze Res-Frosali). 



VOLGARIZZAMENTO BELLA DISCIPLINA 
CLERICALIS)) 

Enoc, ch'e apellato filosafo, disse al suo figliuolo : Lo timore di Dio 
sia la tua mercatantia, e ne averai guadagnato 1 sanza fatica. E un al- 
tro filosafo disse : Chi teme Idio, tutte le cose temono lui, e chi [non] 
teme Idio, teme tutto . E un altro filosofo disse : Chi teme Idio, ama 
Idio; e chi ama, ed ubedisce lui. 2 Arabs filosafo disse in u[n] suo 
verso : Inobediente e a Dio chi non ama Idio ; imper6 chi Tama, si 

10 ubidisce. E Socrate filosafo disse: Guardate non siate 3 a Dio 
disubidenti, ma siategli ubidenti . Dissero li suoi discepoli : Mae 
stro, dimostra 4 quello che tu di'. E '1 maestro disse: Lasciate la 
ipocressia, che se Thai in te, crediti mostrare d'essere ubidente a 
Dio, ma tu li se' inobediente : che quando fai alcun bene, si '1 fai per 
ch* alt[r]e ne dica bene, e che sai che per6 ne sarai onorato da le genti. 

Ed un altro filosafo disse ad un suo figliuolo: La formica e 5 
piu sav[i]a di te e [ch j ]ogn* altro animale, imper6 ch'ella raguna la 
state dond'ella vive di verno. Ancora: Non sia il gallo piu savio 
di te, che vegghia al matino, e tu dormi. E ancora: '1 gallo 6 piu 
forte di te, che doma e gastiga 7 dieci mogli, e tu non puoi gasti- 
garne pur una. Ancora: '1 cane piu gentile di te di cuore, che si 
racorda 8 del benificio che Puomo li fa, e te si esce di mente . 

No ti paia poco avere uno amico, 9 che* disse Arabs al suo figliuolo 
quando venne 10 a morte : Quanti amici ha' tu trovati ? Disse il 
figliolo : Honne trovati cento e piu. Ancora disse il padre al 
figliuolo: No'llodare P amico, se prima no[l] pruovi. lo nacqui 
e venni nel mondo prima di te, e ancora non ho trovato in tutti li 
miei tempi se non un mezzo amico ; onde va, figliolo mio, e pruova 

11 tuoi cento amici, e sapie qual f e il piu perfetto. Disse il fi 
gliolo: Come vuo' tu ch'io gli pruovi? Disse il padre: Va 
togli" un porco, o vuoli I2 uno vitello, [e] uccidilo e mettilo in u[n] 
sacco tutto sanguinoso, e levalti 13 adosso, e va alPuno di questi tuoi 

i. averai guadagnato: guadagnerai. 2. chi ama . . . lui: chi ama (Dio), gli 
obbedisce. 3. Guardate non siate: badate di non essere. 4. dimostra: mo- 
stra compiutamente; nel latino enuclea, cioe illustra. 5. La formica 
*' IP7 ece "* latino: (C Ne sit fonnica ecc.; cfr. dopo: Non sia il gallo. 
6. E *l gallo: anche qui il latino ha: Ne sit gallus ecc. 7. gastiga: cor- 
regge. 8. racorda: ricorda. 9. No ti paia . . . amico: invece il latino: 
Ne videatur tibi parum unum habere inimicum, vel nimium mille ha- 
bere amicos . 10. venne: fu vicino. n. Va togli: vai a prendere. 12. o 
vuoli: oppure. 13. e levalti: e prenditelo, caricatelo. 



VOLGARIZZAMENTO DELLA DISCIPLINA CLERICALISM 257 

cento amici, e chiamerai 1'uno - ed era di notte - e dera'li: 1 F 
ho morto questo uomo. Pregoti che 1 mi debbie sotterare, si che 
nol si sappia, ed io per la tua amista campi la persona)). 2 E cosi 
si mosse e and6 all'un di questi suoi cento amici. II primo che prov6 
disse : Va portaltene : 3 si come tu hai fatto il male, cosi te ne porta 
la pena, che qua entro nol lasciera' tu. E cosi ne provo de* piu 
cari ch'elli avea, e catuno gli diede qualche cagione. 4 Torn6 al su* 
padre con gra[n] vergogna e disse si come gli era incontrato. 5 Allo- 
ra disse il padre: Avenuto t'e si come disse un savio filosafo: 
(cMolti sono amici in novero, 6 ma in verita 7 ne son pochi. Vat- 
tene al mezzo mio amico e pruovalo in cotesto modo, e sappie come 
ti serve. Andovi e provollo si come avea provati i suoi, e chia- 
mollo a casa - ed era molto di notte -; e que', maravigliandosi 8 
chi fosse, feceli motto, e quando il conobbe fecegli onore grandis- 
simo per amore del suo padre, e domandollo che novelle avea. 
E que' disse : Holle molto ree, che m'e intervenuto una gran disa- 
ventura, c'ho morto un uomo ed hollo messo in questo sacco, e 
non so com'io mi faccia, se Dio inanzi e voi apresso non mi consi- 
gliate. Allora quelli il si mise in casa con esso in collo e co- 
minciollo a confortare e disse : Non avere paura, che di maggior 
fatto t'aterei, 9 non. che di cotesto ; e sta francammente, ch6 questo 
e nulla appo che 10 io ti farei per amore del tuo padre, il qual e si 
come mio fratello carnale. Ando e sotterrollo in casa sua, e a 
questo giovane diede molte buone parole, ch'elli istesse franca- 
mente sanza tema neuna; e quelli il ringrazio assai. Torno al suo 
padre e disse come avea fatto questo mezzo amico del suo padre. 
Allora disse il padre: Or vedi, figliuole, 11 che t'ha me' servito il 
mio mezzo amico che' tuoi cento? 

Ancora disse il padre al figliuolo: 12 Vedestu anche 13 neuno 
ch'avesse uno amico intero? E *1 figliuolo rispuose e disse: 
Non mai. E '1 padre rispuose e disse: Figliuolo mio, io 1'ho 
udito e trovato scritto. E' disse: Padre mio, dilmi, per Famore 

1. dera'li: gli dirai, ma con valore esortativo, come il precedente chiamerai. 

2. campi la persona: mi salvi. 3. Va portaltene: portatelo via. 4. diede . . . 
cagione: trovo qualche scusa. 5. incontrato: accaduto. 6. in novero: in 
numero, quando si contano. 7. in verita : il latino ha in necessitate . 
8. maravigliandosi: domandandosi con meraviglia. 9. di maggior. . . t'aterei: 
ti aiuterei anche in una faccenda piu grave, io. appo che: in confronto 
a ci6 che. 1 1 . figliuole : figliolo (conservata la -e del vocativo latino; co- 
mune). 12. Ancora . . .figliuolo : nel testo latino e il figlio che fa la doman- 
da. 13. Vedestu anche: hai tu visto mai; piu avanti vorestu: vorresti tu. 



258 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

di Dio. E' disse : E' fuoro due- mercatanti, 1'uno fu d'Egitto 
e 1'altro di Baldacca, 1 e non si conosceano se non per udita e per 
messaggi, e molto faceano apiacere 2 1'uno a 1'altro. Si che questi di 
Baldacca si mosse e and6 in Egitto per mercatantia; e quando que- 
sto su' amico 1'udio, si gli venne incontro e menollo in casa sua, e 
fecegli il maggiore onore che mai fosse fatto a su' pare, e servilo 
otto giorni, secondo 1'usanza ch'era degli 3 amici nel detto paese, 
e mostrolli tutte sue gioe, 4 e ciascuno era molto ricco in su' paese. 
Anzi che fossero compiuti li otto giorni, e questo amico forestiere 
fu infermato fortemente ; e quelli li meno tutt'i migliori medici del 
paese, e piu ne facea 5 di lui, che non averebbe fatto di su' padre o 
di su' fratello. I medici, vedendolo, conobero che non avea male se 
non d'amore. Allora li disse questi in casa cu' egli era: Amico 
mio e fratello mio, e cosa in questo mondo 6 neuna che ti piaccia?)) 
E vennegli rimostrando e dicendo a memoria ogne cosa. E que' 
di tutte dicea ch'assai li piaceno e molto 1'avea care per amor di lui, 
ma no ne volea neuna. E questi cui era la casa si ricord6 e feceli 
venire ina[n]zi tutte le donne e donzelle ch'avea nel suo albergo, 7 
e disse : Amico, io ti prego per 1'amore di Dio e di neuna 8 cosa ch'al 
mondo sia, che tu dichi se tra queste ha cosa neuna che ti piaccia, 
che tu nol mi celi, si come t'e caro il mio amore. Ancora disse lo 
'nfermo che neuna line 9 piacea. Ancora questi si pens6, e si mand6 
per 10 una bellissima pulcella e feceglile venire inanzi, e domandol- 
lo se gli piacea, e assai il ne sco[n]giur6; ed e', vedendo che non 
potea piu 11 e che quelli 1'avea tanto scongiurato, si disse: Fratel 
mio, questa e quella per cu' io muoio e quella che mi pu6 dar vita, 
quando piaccia a te e a lei. E sapie che questa era una cu' elli 
avea fatto nodrire e amaestrare per t6rrela per moglie, e aveane un 
granretaggio. 12 Immantenente questi de la casa ispodesto se e misela 
in mano a lo 'nfermo, e disse: Io la t'acomando; si come io Tavea 
per me, cosi 1'abbi tu. E que' non volendola, e que' dandoglile, e' 
convenne che la togliesse; e conciossi 13 co' parenti de la fanciulla, 
si che si ne chiamaro pagati; 14 e questi gli fece bella camera e diegli 



i. Baldacca: Bagdad. 2. faceano apiacere: si giovavano. 3. degli: nei 
riguardi degli. 4. gioe: gioie, gioielli. 5. ne facea: si curava. 6. in questo 
mondo : il latino ha soltanto in domo sua . 7. albergo : dimora. 8. neuna : 
ogni. 9. line: gliene. io. mando per: fece chiamare. n. non potea piu: 
s'intende, celare il suo pensiero. 12. retaggio: eredita. 13. conciossi: si 
accordo. 14. si ne . . . pagati: se ne dichiararono soddisfatti. 



VOLGARIZZAMENTO DELLA DISCIPLINA CLERICALIS 259 

bella sala ne la detta sua casa e fece grandi nozze, e 'n grande 
alegrezza stettoro insieme. Allora questi fu guarito. E quando fu 
stato quanto li parve, si mostro lettere che li veniano da 5 suoi, 
si come per fermo il convenia partire e non potea piu dimorare. 
Quando que* de la casa il seppe che costui il convenia partire, 
per amore di lui e de la compagnia ch'avea co'llui, che li parea 
come suo fratello, fune molto cruccioso; ma, per che facesse de' 
fatti suoi, fune molto allegro. E questi si parti da questo merca- 
tante d'Egitto, e menonne questa sua donna, e giunse ne la terra 
sua orrevolemente, 1 imper6 ch'egli era ricco e di grande legnaggio. 
Ora venne che questo mercatante d'Egitto, che gli avea data la mo- 
glie sua, si come le cose vanno, per sua mercatantia s'impoverio, 
si che no gli rimase niente. Or dur6 quanto poteo, e ricordavasi di 
questo suo amico, e per vergogna non ardia d'andare a lui. Or 
pur mossesi un giorno e giunse molto male ad arnese nella terra di 
costui, cioe in Baldacca, e giunse di notte e non voile intrare ne la 
citta, anzi alberg6 di fuori ne le soborgora in una casa disfatta, 
cioe in un casolare, e stava molto pensoso e tristo, e non sapea che 
si fare; anzi disiderava di morire che di vivere, vedendo a quello 
ch'era 2 condotto. E dimorando qui costui, e due uomini passavano 
per la via, vennero insieme a parole, si che 1'uno uccise Faltro e 
andonne a la via sua. Al romore che que* che fue morto fece 
imprima, la vicina[n]za vi trasse, e non vi trovaro se non il morto e 
costui. E que' domandaro costui: Chi 1'ha morto ? E que', ri- 
spondendo loro, disse : lo Pho morto . E quelli il presero e legarlo 
e menarlo al sanatore 3 di Baldacca. Ed ivi fu la matina condanato 
a morte, e fu menato a la giustizia, si che J l trassero molte genti de la 
terra a vedere, infra le quali era questo suo amico. E quando il 
vide, raffigurollo : 4 esso gli parea e esso non li parea; e molto si ne 
maravigliava. Or li and6 dietro per meglio raffigurarlo ; e doman- 
dando altre persone com'avea nome e dond'era e perche" Pavea 
morto, fugli detto il nome suo. Allora si tenne morto e non sapea 
che si fare, e adietro non potea tornare. Ricordossi del gran servi- 
gio ch'avea avuto da lui: non s'atenne ad altro se non ch'andfc 
a lui e disse : Fratel mio carissimo, tu non ha' morto costui, anzi 
Tho morto io . E quando il cavaliere del Sanato vide questo, disse : 



i. orrevolemente: onorevolmente, cioe con gran pompa. a. a quello ctiera: 
a che punto era. 3. sanatore: governatore. 4. raffigurollo : lo riconobbe. 



260 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

Che fatto e questo ? E que 5 rispuose a lui e disse : Messer, questi 
non ha colpa in queste cose, ch'anzi son io quelli che Tuccisi, 
laonde questi e 'ncolpato ; onde merce, per Dio, uccidete me e la- 
sciate lui. Allora il cavaliere il fece anche prendere. E stando in 
queste novelle, 1 e' Vavea gran gente. E veggendo questo colui che 
veramente Favea morto, disse in su' cuore: Deh, or morranno per 
me questi due omini, che non ci hanno neuna colpa, ed io, che so- 
no colpabile, campo. Onque 3 Dio nol vogHa che si rea cosa si fac- 
cia per me; ondT ho per fermo che se ora non ne son pulito, 3 
Idio me ne pulira egli, e forse mi fara peggio ; dunque, da che i' ho 
fatto il male, egli e bene ch'io la comperi, 4 e non altre per me; 
onde meglio m'e morire ora e scampare 5 coloro che non n'hano 
neuna colpa, che vivere sempre in paura. E pensando a ci6, euden- 
do il contastamento 6 che faceano i due, che ciascuno volea morire, 
e questi cominci6 a gridare ad alta boce molto da la lunga, e disse: 
In verita di Dio i' son quelli c'ho morto quello omo, laonde co- 
storo son repitati, 7 ed io ho la colpa e non eglino; onde, per Dio, 
provedete a cio e fate giustizia sopra me, chT ne sono ben degno . 
Allora il cavaliere del Sanato il fe j prendere, e rimen6gli tutti e tre al 
signore, e disse tutto ci6 che aveano detto costoro. A ci6 egli ebbe 
co' savi suoi gran consiglio, e udio la mena di tutti e tre costoro. 
Parvegli grande maraviglia; e co' savi suoi insieme diterminaro 
che a tutti e tre fosse perdonato. Allora l'amico di costui che fu 
prima preso, il si men6 al suo alb ergo e rivestilo e feceli onore si 
come a la sua medessima persona. E' disse che non volea dimorare 
co'llui da che gli era intervenuta si gran dissaventura che no gli 
era rimaso neente; e questo avea per6 fatto. 8 E que' disse: Gia- 
mai da me non ti partirai . E diegli la meta di ci6 ch'avea e tennelo 
seco si come su' fratello. E questi, stato con costui quanto li parve, 
disse ch'esso pur volea partire e tornare a la sua citta, e per amore il 
pr[e]gava che gli desse pur quello ch'egli avea dato di dote de la 
moglie. E que' li diede e quello e anche tanto, che ciascuno rimase 
grande e ricco nel suo caso. E que' con quello avere si ritorn6 in 
Baldacca sano e salvo, e catuno capit6 bene. 

Allora disse il figliuolo al suo padre: Io credo ch'a gran fatica 

i. in quests novelle: in questi discorsi. 2. Onque: mai (latinismo). 3. pu 
lito : punito. 4. la comperi: subisca la pena. 5. scampare: salvare. 6. il 
contastamento : ^ la schermaglia. 7. repitati: accusati. 8. e questo . . . fatto : 
e per questo si era addossato il delitto. 



VOLGARIZZAMENTO BELLA DISCIPLINA CLERICALIS 261 

si ne troverebbero due cotali amici chente 1 fuoro costoro, come be[n] 
fu 1'uno a 1'altro amico intero. E uno filosafo disse sopra questo 
detto, per li amici che non son provati: Prova una volta il tuo 
nemico e mille volte 1'amico: forse il nemico piu lievemente ti 
potra fare danno . 2 E un altro filosafo disse : <c Guardati dal consiglio 
di colui cui tu non hai provato . E 1'altro disse : Consiglia 1'amico 
tuo in bene, etia[n]dio se no'llo vuol fare. Non lo revelare a tutta 
gente il tuo consiglio, ma tienloti in cuore, e guarda quello ch'e il 
meglio ; e 1' altro : Mantiello ne la tua carcere. 3 Non andare co' tuo' 
nemici, se tu puoi andare con altra compagnia. Disse uno versifi- 
catore ch'era un gran savio, ch'e una de le grandi aversita andare 
al tu' nemico, quando tu hai necessitade. E un altro versificatore 
disse: Non t'acompagnare in via col legatore, 4 imper6 che tu 
n'avr[a]i vergogna. E non ti rallegrare ne la loda de 1'alegatore, 
imper6 ch'egl'e vitiperio. Uno fisolafo passava per una via e vidde 
un altro fisolafo che solazava con uno legatore, ed egli disse: 

Tu se' simile a lui. E quelli rispose e disse : Non sono si- 
migliante. E que' disse : E perch< stai co'llui ? E que' disse : 

Grande necessita il mi fa fare. 5 Disse un altro filosafo: Se- 
condo ch'e gran cosa discendere alte magioni, cosi e gran cosa sce- 
verarsi da' rei. 6 E un altro filosafo disse: ((Meglio e 1'amista 7 
del savio che 1'amore dell'uonio matto, imper6 che quello amore 
non dura. Disse un altro: Meglio e 1'amista del sempice 8 ch'e 
nodrito tra' savi, che quella del savio ch'e nodrito tra' matti. Ed 
un altro disse: Piu dolce vita e 1'aspra tra' savi, che non e la dolce 
tra' matti. Due spezie son di savere, 1'una naturale e 1' altra artifi- 
ciale, e 1'una non pu6 essere sanza 1* altra. Non com[u]n[ic]are al 
matto il savere . . ., imper6 che tu li togli quello e '1 suo . 9 E un altro 
filosafo disse: Divisi son li doni di questo mondo: chi ha avere, 

i. chente: come. 2. Prova . . . danno : nel testo latino suona cosi: Pro- 
uide tibi semel de inimicis et milies de amicis, quia forsitan quandoque 
amicus fiet inimicus et sic leuius poterit perquirere dampnum tuum. 
3. Mantiello . . . carcere: aConsilium absconditum quasi in carcere tuo est 
reclusum, reuelatum uero te in carcere suo tenet ligatum. 4. legatore; 
adulatore; cosi, dopo, alegatore, leccatore, licciatore. 5. Grande . . .fare: 
molto piu espressivo il latino : magna necessitate cogitur etiam honestus 
homo latrinam adere. 6. Secondo . . . rei: invece in latino: Graue est 
arduas ascendere mansiones, et ab eisdem descendere facile est . 7. Vcnni- 
sta: invece nel latino: inimicitia . 8. sempice: semplice, ignorante. 
9. Non com[u]n[ic]are . . . suo: in latino: Ne committas stultis sapientiam, 
quia eis esset iniuriosum ; neque sapientibus eam deneges, quia quod suum 
est eis auferres. 



262 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

chi ha savere. Ed uno, parlando al padre, dissie: 1 Qual vo- 
restu, od avere o savere? Rispose il figliuolo: Padre, 1'uno 
non puo essere 2 sanza P altro. Disse un discepolo ad un suo mae 
stro: Come poss'io esser tenuto savio? Suo maestro disse: 

Osserva 3 silenzio infino a tanto die t'e bisogno di parlare: il 
silenzio e, se tu odi parlare il savio; e se tu odi parlare il matto, 
non rispondere infino alia fine del domandamento. 4 Disse un 
altro filosafo: ccQuelli che vuole lode sanza cagione, dimostrisi 
d' esser bugiardo. 5 Ed un altro disse: Consent! 6 a la verita, o da 
te medesimo o d'altrui che ti sia detta; non ti glorificare ne le pa 
role tue savie, impero che tu mostri d'esser matto. Se tu farai 
questo, disse il maestro al suo discepolo, si sarai tenuto savio intra 
li altri. E Faltro disse: ccQuelli che domanda sottilmente, 7 [sottil- 
mente] gli si dee rispondere; ma quelli che si vergogna d'imparare 
d'altrui, molto si d6 vergognare quand'egli [e] dimandato; ma 
quelli e savio ch'apara e ritiene; quelli che non ha savere poco li 
giova nobilita. La nobilita vuol savere con potenzia. 8 

Un buffone 9 venne ad uno re, e questo buffone era uomo di 
bassa mano, 10 e diede suoi versi a questo re. Quando il re vide il sa 
vere di costui, si fece onore [come] agli altri versification soperbi de 
la loro nobilta. E que' dissero : Messere, che e ci6, che voi avete 
ricevuto costui cosi altamente ? Allora si rispuose il re e disse : 
Colui cui tu non vuoli, 11 vitiperare credete, maggiormente lo lodate. 

Disse quelli ch'eravitiperato : La rosa si coglie da laspina e non 
e vitiperata. Allora il re li fece dare assai tesoro e lasciollo andare. 

Venne un altro gentiluono matto, ed anche rec6 versi al detto re. 
Quando il re li vide, disse: Buon uomo, vatti con Dio. Ed e' 
disse: Datemi del vostro tesoro, non per questi versi, ma perch' io 
son gentile. 12 Disse il re: Chi e tuo padre? Ed e' rispuose 
e disse chi era. E 1 re disse: Figliuole, il seme e tralignato in 
te. Disse [il] versificatore : Molte volte del grano nasce la fel- 

1. parlando ... dissie'. in verita. chi parla e il padre: vedi la risposta. 

2. essere: sussistere, durare. 3. Osserva: mantieni. 4. il silenzio e . . . 
domandamento : non da sense ; il latino : Ait enim philosophus : Silencium 
est sigmim sapiencie et loquacitas est signum stulticie. Alius : Ne festines 
respondere donee ftierit finis interrogacionis . 5. Quelli . . . bugiardo : an 
che qui si veda il latino: a Qui de re sibi ignota laudem appetit, ilium men- 
dacem probacio reddit. 6. Consenti: obbedisci. 7. sottilmente: intelli- 
gentemente. 8. La nobilita ... potenzia: in latino: Dogmate indiget 
nobilitas, sapiencia uero experiencia. 9. buffone: in latino: versifica- 
tor. 10. mano: levatura. n, tu non vuoli: parole da eliminare perch6 
la frase riacquisti senso. 12. gentile: nobile. 



VOLGARIZZAMENTO BELLA DISCIPLINA CLERICALIS 263 

ce. Allora il re rispuose al buono uomo e disse : Tu hai pro- 
vato chi & tuo padre: egl'e migliore di te; va con Dio. 

Un altro venne a questo re, ch'avea il pradre vile 1 e la madre gen 
tile, e secondo ch'egli era disordinato, cosi fuoro disordinati i 
versi ch'ave[a] recati. II .re il domando chi era suo padre, e que' 
rispuose e disse che il padre de la sua madre era gentile; onde il re 
comincio fortemente a ridere. E '1 re fu domandato perche ridea. 
E' rispuose e disse : Una volta trov6 una volpe un muletto in 
un bosco. Domandollo chi e' fosse. Disse il muletto: F son cria- 
tura di Dio. Disse la volpe: a Or chi e tuo padre e tua madre?)) 
Rispuose il muletto: all cavallo e padre di mia madre . Onde, se 
condo che '1 mulo non riconobbe il suo padre Fasino, imper6 
ch'iera brutta bestia, e cosi que' simigliante disse di suo padre. 
Disse il re : I* voglio che tu mi dichi chi e tuo padre. E que' 
si glile disse, e '1 re gli fece dare del suo tesoro e mandollo via. 

Disse Arabs al suo padre : lo mi maraviglio che' leccatori sono 
innorati, 2 ma non i savi. Rispuose il padre e disse: Non ti 
maravigliare, impero che' cherici fanno onore a' cherici, e' cortesi 
a' cortesi, e' costumati a' costumati, e li licciatori a' licciatori, e 
questo e per malizia del tempo. Lo figliolo disse al suo padre: 
Dimmi, che e nobilita? II padre rispuose e disse: La no 
bilita, si mand6 scritto Aristotole ne la pistola la qual egli mando ad 
Allessandro il Magno, quando egli il domand6 cu' egli tenesse 3 
per su' consigliere, e disse cosi: Togli per consigliere colui che 
sappia senno di scienzia liberale, e 'n quello cotale si e perfetta 
nobilita. Allora rispuose il figliolo e disse: Questa nobilita 
non e in questo tempo, ma e in quello dell'oro e dell'arie[n]to. 4 
Onde disse uno versificatore: La ricchezza fa 1'uomo gentile, e la 
poverta lo sopianta. 

E '1 di[s]cepolo domanda il suo maestro quali sono le sette arti 
liberal!, e le sette probi[t]a 5 e le sette adustre. 6 La prima si e gra- 
matica, dialetica, rettorica, a[ri]smetrica, giometria, musica, astor- 
lomia. Gramaticha est scentia recte loquendi recteque scribendi, origo 
et fundamentum omnium liberalium artium. 

i il pradre vile: il padre plebeo. 2. innorati: onorati. 3. tenesse'. do- 
vesse tenere. 4. quello . . . ane[n\to: 1'eta delToro e 1'eta dell'argento. 
5. probi[t]d: abilita (Equitare, natare, sagittare, cestibus certare, aucu- 
pare, schachis ludere, versificari). 6. adustre: industnae , prove di vo- 
lonta ( Ne sit uorax, potator, luxuriosus, violentus, mendax, auarus et de 
mala conversacione). 



VERSIONE DEL LIVRE DOU GOUVERNEMENT 

DBS ROIS (DE REGIMINE PRINCIPUM 

DI EGIDIO COLONNA) 

Tra le espressioni del consolidamento monarchico e della piu or- 
dinata strutturazione sociale del Duecento francese bisogna certo 
porre la fioritura di trattati sul governo, quasi sempre commissio- 
nati agli scrittori dai principi stessi (vedi W. BERGES, Die Fiirsten- 
Spiegel des hohen und spdten Mittelalters, Leipzig 1938). Queste 
opere sono spesso in forma allegorica, oppure si presentano come 
raccolte di aneddoti esemplari ; ma presto - siamo nel secolo d'oro 
della Scolastica - assumono la salda organizzazione di un trattato 
di morale. Si passa cosi dal Somnium Pharaonis di Giovanni da 
Limoges al De eruditione filiorum regalium di Vincenzo di Beauvais 
e al De eruditione principum di Guglielmo Peraldo. Su tutte queste 
opere primeggic-, sin dal suo apparire (1277-1279 circa), il De re 
gimine principum di Egidio Colonna, degnissimo allievo di san 
Tommaso d'Aquino. Composto per istanza di Filippo d'Ardito, e 
destinato alPistruzione di Filippo il Bello, questo trattato, che si rifa 
soprattutto all'autorita di Aristotele, inserisce la politica e Tarte 
del governo in guerra e in pace in un vasto panorama etico. 

Ma il latino era ormai sottoposto alia concorrenza del volgare: 
e come in volgare componeva Robert de Blois i suoi Enseignements 
des princes (e in volgare avrebbe dettato Luigi IX gli Enseignements 
dedicati a suo figlio), cosi il De regimine principum fu immediata- 
mente (e altre due volte piu tardi) rifatto in francese (vedi F. MAIL- 
LART, in ccEcole des Chartes. Position des theses , 1948, pp. 93-6). 
II primo volgarizzamento, anzi, fu ordinato dallo stesso destinata- 
rio deiropera, Filippo il Bello, ad Henri de Gauchi (Li livres dou 
gouvernement des rois. A Xllth Century french Version of Egi 
dio Colonna's Treatise De regime principum, by S. P. Molenaer, 
New York 1899). 

Ne la diffusione dell'opera si Hmit6 alia Francia: ricordando 
appena le versioni tedesca, inglese, spagnola, catalana, ebraica 
(vedi F. LAJARD, in <c H. L. F. , xxx, 1888, pp. 421-566 ; G. BOFFITO, 
Saggio di bibliografia egidiana, Firenze 1911; G. BRUNI, II De 
regimine principum^ di Egidio Romano, in Aevum, vi, 1932, 
pp. 339-72, alle pp. 360-70), notiamo che la prima di quelle italiane 



266 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

- che sono, sembra, cinque - ha a base il volgarizzamento fran- 
cese, e fu compilata nel 1288, dunque appena una diecina d'anni 
dopo Toriginale, e a brevissima distanza dairintermediario. In 
Italia condizioni politicize diverse da quelle della Francia predispo- 
nevano per6 a un eguale favore verso opere di questo genere. Da noi 
Faccoppiamento del diritto e della politica, la partecipazione della 
borghesia al governo, Pistituzione dei podesta, avevano provocato 
una propagginazione dalle artes dictandi ai parlamenta, e da questi 
ai trattati di governo : con interessi piu pratici e metodo piu empi- 
rico che in Francia. Ecco VOculus pastor alls e il De regimine dm- 
tatum di Giovanni da Viterbo, ecco i capitoli LXXIII-CV del libro in 
del Tresor (vedi F. HERTTER, Die Podestdliteratur Italiens im 12 und 
13 Jdhrhundert, Leipzig 1910). Ma il De regimine prindpum veniva 
tra questa letteratura a rappresentare non solo un piu alto e ma- 
turo livello dottrmale, bensi anche il sempre vegeto dibattito sui 
diritti della monarchia (ricorder6 la Monarchia di Dante; e la ci- 
tazione di Egidio Colonna in Conv., iv, xxiv, 9) ; e gli accadeva pure 
di essere adibito ad una contaminazione con i preesistenti interessi 
e la preesistente letteratura nel De regimine rectoris veneziano di 
Paolino minorita. 

La nostra versione, che si presenta nel manoscritto principale 
con un colorito senese, segue con discreta fedelta il volgarizza 
mento francese, del quale accoglie numerosi element! lessicali. 

C. S. 



VERSIONE DEL LIVRE DOU GOUVERNEMENT 

DES ROIS (DE REGIMINE PRINCIPUM 

DI EGIDIO COLONNA) 

LIBRO TERZO PARTE PRIMA 

Cap. I. Nel quale dice che le ville e le citta 1 sono or denote 
e stabilite per alcuno bene. 

El Filosafo, 2 nel primo livro de la Politica, prova che tutte le ville 
e tutte le citta sono ordenate e stabilite per alcuno bene. E la 
ragione del Filosafo si e, che la natura ha dato a li uomi 3 naturale en- 
chinanza 4 a fare ed ordenare comunita di villa o di citta per meglio 
vivare, 5 e per avere le cose che sono neccessarie a la vita umana. 
E dovemo sapere che, percio ch'e[n] una casa ne in una ruga 6 
Puomo non potea trovare tutte le cose che sono necessarie a soste- 
nere la vita delPuomo, e' convenne ordenare le citta, le quali hanno 
molte rughe, si che '1 fabro fa la sua arte ne Tuna, el tessitore la sua 
en un'altra ruga, e cosi di ciascuno artefice; si che per li molti arte- 
fici ciascuno ha quello che li basta a vivare. E perci6 le citta fuoro 
primamente ordenate, per avere le cose necessarie a la vita umana. 
Apresso, quando li 6mini ebbero ordenate le citta, accib che Puno 
attasse 7 Paltro, si che ciascuno avesse le cose necessarie, ellino pro- 
videro 8 ch'elli era grande utilita e gran bene ch' ellino vivessero 
bene e vertuosamente, secondo legge e drittura: 9 percib che intanto 
ched ellino non fussero cosi vissuti, essi erano quasi bestie. Dond'el- 
lino ordenaro le citta non solamente a vivare ned avere sufficiente 
vita, ma a vivare vertuosamente secondo legge e drittura: che 
senza drittura e senza giustizia le citta non possono durare; e per 
cio appare che quelli che prima estabili ed orden6 le citta, fu 
fattore 10 di grandissimi beni, e che per cio fuoro estabilite. 
Ed apresso dovemo sapere che, tutto 11 sia Tuomo naturalmente 

i. le ville e le citta: le due parole sono da intendere come sinonimi nella 
traduzione francese e nella ritraduzione italiana; il latino ha infatti solo 
civitates . 2. El Filosafo: Aristotele. 3, uomi: uomini. 4, enchirumza: 
istinto. 5. vivare: nel nostro testo, di origine senese, e frequente il pas- 
saggio di -er- atono ad -ar-, specialmente negli infiniti. 6. ruga: strada. 
7. attasse: aiutasse. 8. providero: riconobbero. 9. drittura: giustizia. 
10. fattore: artefice. n, tutto: quantunque. 



268 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

enchinato a vivare en comunita, che tale enchinamento non fa ne- 
cessita, che molte genti sono che non vi vivono. Donde el Filosafo 
tocca tre ragioni, nel primo livro de la Politico,, per che alcuna gente 
non vivono en comunita di villa o di citta. La prima si e per grande 
poverta, si come sono molti che non si possono sostenere ne vi 
vare per quello ch'elli abbiano, anzi conviene ch 5 ellino escano enfra 1 
gli uomini e stieno o nel campo o nel bosco a guadagnare ed a lavo- 
rare. La seconda si e per grande malvagita, si come sono molti 
c'hanno la loro volonta e loro desiderio e loro apetito si corrotto, 
ched ellino non possono vivare en compagnia d*6mini secondo 
legge e drittura, e perci6 escono de le citta e Puomo 2 gli sbandisce 
per tanta malvagita quant' ellino hanno e'lloro. La terza si e tras- 
grande bontia, 3 si come sono alcuna gente che sono di si gran bon 
tia, che non lo' 4 basta ne no lo j piace di vivare en comunita n6 in 
matrimonio, anzi prendono ass[a]i migliore vita: che, tutto sie 
buono di vivere en matrimonio ed in comunita, si e elli assai mi 
gliore di vivare en contemplazione ed in orazione, ed intendare a 
conosciare verita. E per le tre ragioni dette lassano gli uomini di 
non vivare en comunita di villa o di citta; donde el Filosafo dice che 
quellino che non vivono en comunita, sed ellino nol fanno o non 
riflutano per grandissima poverta, o ellino sono bestie e malvagi che 
non possono portare 5 la legge ne la compagnia altrui, o ellino sono 
molti 6 semblanti a Dio, percio ch'ellino prendono migliore vita e 
piu alta che non e di vivare en comunita. 

Cap. II. Nel quote dice che fu grande utilita a la vita umana 

che co la comunita de le ville e de le citta li uomini ordenassero 

la comunita de'reame? 

Noi potemo provare per tre ragioni ched elli e gran bene e grande 
utilita a molte ville ed a molte citta ched elle sieno di sotto un re 
od un prenze. La prima ragione si e che, come molte rughe con- 
venne che si racogliessero e che facessero una citta, a ci6 che 1'uo- 
mo potesse vivare sufficientemente, e che Puno aitasse a Paltro, 
cosi molte citta o molte ville, essendo di sotto ad uno re od uno 

i. enfra'. di mezzo a. 2. Vuomo'. con valore impersonate; influsso del testo 
francese. 3. trasgrande bontia: grandissima virth (bonta). 4. lo' : loro; 
altro tratto dialettale. 5. portare: sopportare. 6. molti: awerbio accor- 
dato colTaggettivo. 7. de'reame: del reame; assimilazione frequente in 
questo testo. 



LIVRE DOU GOUVERNEMENT DBS ROIS 269 

prenze, possono aitare Puno Faltro, 1 si come noi vedemo che molte 
citta hanno abondanza di quello ch'un'altra citta ha grande cari- 
zia, 2 e perci6 e grande utilita e gran bene che molte citta e molte 
ville sieno sotto u[n] re o sotto un prenze, acci6 che la vita umana si 
possa meglio mantenere ed avere le cose che sono necessarie, si 
come piu membra sono en uno corpo, ed hanno diversi offici, 
accio che 5 1 corpo viva meglio e piu sufncientemente. La seconda 
ragione si e che, si come dett'e, le citta non possono vivare n6 
dura' 3 senza ragione e senza drittura, e tanto, quanto la legge e la 
dritura sono bene dell'anima, el quale e piu degno e migliore 
che quello del corpo, di tanto debbono essere quelli de la citta 
piu volontarosi e piu solleciti che la legge sia osservata, e maggior- 
mente entendare ad esso bene ch'ad altro. Donde, percio che a la 
giustizia si conviene la forza e la potenza di potere punire ei mali- 
fattori, 4 e percio che i malvagi e' riei 5 non osano contastare 6 ne 
possono ai potenti, elli e gran bene e grande utilita che le citta e le 
ville sieno sotto ad uno signore od uno re od un prenze, acci6 che i 
malfattori sieno maggiormente puniti per la potenza del re. E questo 
entendo, quando la principale entenzione del re o del prenze sia di 
mantenere e di volere el bene comune del suo paese e d'amare ra 
gione e drittura; e quando che fussi tiranno, cioe che non amasse 
el bene comune, non si converrebbe ne sarebbe buono che molte 
citta fussero sotto lui, a ci6 ch'elli avesse piu potenza; ma come 
meno potenza e meno signoria avesse, tanto sarebbe elli maggiore 
utilita e maggior bene al suo reame. La terza ragione si e, che se 
molte citta e molte ville sono sotto ad un re od uno prenze, elle 
vivaranno piu in pace e potrannosi meglio difendare dai loro ne- 
mici : che noi vedemo che quando una citta ha briga, 7 ella si giura e 
si lega 8 con un'altra, acci6 ch'ella si possa meglio difendare dai suoi 
nemici. E percic- che'reame e quasi u[n] raunamento di citta e di 
ville, percio ch'elle sono di sotto ad un prenze, el quale die 9 
ciascuna parte del suo reame difendare e guardare, s'elli aviene 
ch'elli abbiano briga, elli e grande utilita e gran bene che molte 
citta e molte ville sieno sotto un prenze o sotto un re, accio che 
per Tuna elli possa aitare Taltra e guarentarla. 

i.Tuno I* altro: Tuna 1'altra, indeclinato. 2. carizia: carestia. 3. dura' : 
durare; cosl, piii avanti, pare'. 4. malifattori: malfattori. 5. riei: rei. 
6. contastare: contrastare. 7. ha briga: e in urto con un'altra. 8. si giura 
e si lega: stringe patti e alleanze. 9. die: deve. 



270 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 



PARTE SECONDA 

Cap. i. El quale ensegna come Vuomo die covernare le cittd 

en tempo di pace, e quante cose Vuomo die guardare en cotale 

covernamento. 

Quellino che debbono covernare le citta en tempo di pace deb- 
bono guardare a quattro cose, cioe al signore ed ai consiglieri ed ai 
giudicatori ed al popolo. E la prima ragione si e che, 'nanzi che 
Puomo possa bene covernare le citta per le leggi, e 5 conviene che 
s'abbiano quattro cose: che primamente che 1 le leggi sieno savia- 
mente trovate - e questo debbono fare ei conseglieri dei re e dei 
prenzi : ched e' conviene che i re e i prenzi abbiano tali consiglieri 
ched ellino sappiano e possano trovare leggi convenevoli, e che '1 
popolo le debbia guardare 2 -; apresso conviene che le leggi sieno 
bene guardate - e questo die fare el prenze, cioe di farle guardare 
per la forza ch'elli ha e per lo podere. La terza cos& si e che per le 
leggi che i consiglieri hanno trovate e che '1 prenze fa guardare, ei 
giudici giudichino 1'opere e i fatti de le genti che sono sotto al 
prenze. La quarta cosa si e ched e' conviene che le leggi sieno bene 
ubbidite e bene osservate; e questo die fare el popolo. Donde, 
quardando a queste quattro cose che conviene guardare acci6 che 
per le leggi le citta sieno bene covernate en tempo di pace, quelli 
che vuole parlare del covernamento de le citta die parlare di queste 
quattro cose che sono dette. 

La seconda ragione si e che cosi come el medico entende princi- 
palmente a fare la sanita del corpo, cosi el prenze die entendare 
principalmente che '1 popolo abbia el suo dritto e la sua utilita; 
donde, percio che le leggi comandano tutta 3 drittura e cessano 4 
el contrario, cio[e] villania e ingiuria e torto, quelli che vuole par 
lare del governamento die dire de le quattro cose che si convengono 
a la citta, le quali sono dette. E perci6 noi diremo di queste quat 
tro cose partitamente; 5 primamente del prenze. 



i. che: riprende sempEcemente il primo che. 2. guardare : osservare. 
3. tutta: ogni. 4. cessano: evitano. 5. partitamente: ima ad una. 



LIVRE DOU GOUVERNEMENT DES ROIS 271 

Cap. II. Nel quale ensegna quant e maniere sono di signorie, 
e quali sono buone e quali sono rie. 

El Filosafo nel terzo livro de la Politica divisa sei maniere di 
signorie, de le quali le tre sono buone e Faltre sono malvagie. Che se 
in una citta o in piu o in uno reame e Tuno signore solamente > e 
quello signore entende solamente el bene 1 comune, cotal signoria e 
buona e dritta, e chiamala el Filosafo signoria di re : che'rre dritto die 
'ntendare el bene comune principalmente; e se '1 signore che se- 
gnoreggia solo in una citta o in uno reame nonne entende principal 
mente el bene comune, ma el suo propio, cotal signoria non e buona, 
e chiamala el Filosafo signoria di tiranno. La terza signoria si e 
quando non solamente un uomo signoreggia la citta, ma piu 
ch'uno: se questi signori entendono principalmente el bene del 
popolo, cotal signoria e buona, e chiamala el Filosafo signoria di 
buoni e di dritturieri 2 - si come noi avemo yeduto ne la citta di 
Roma, quand'elli non ha signore, 3 che i Romani esceglievano do- 
dici buoni uomini e j quali erano signori e covernavano la citta-; e 
se questi piu signori nonne entendono el bene comune, cotal signo 
ria dice el Filosafo che non e buona ne dritta. La quinta signoria si e 
quando la citta ha molti signori, si come tutto '1 popolo ; e sed essa 
entende el bene dei povari e dei mezzani e dei ricchi, e di ciascuno 
secondo el suo estato, cotale signoria e buona, e la potemo chia- 
mare covernamento di popolo ; e sed elli aviene che *1 popolo nonne 
entenda el bene di ciascuno secondo el suo estato, anzi voglia esser 
tiranno e tollare el loro ai ricchi, cotale signoria non e buona, e chia 
mala el Filosafo perversita e malvagita di popolo ; donde noi vedemo 
comunemente ne l[e] citta d'ltalia, che tutto '1 popolo e a chia- 
mare 4 ed elleggere el signore e a punirlo quand'elli fa male, e che 
tutto chiamin ellino alcuno signore che li govern!, neente meno 5 
el popolo e piu signore di lui, perci6 ch'esso Pelegge ed esso el pu- 
nisce quand'elli fa male. Donde en questo capito[lo] appare quan- 
te maniere di signorie sono, e quali sono buone e rie. 



1. entende . . . el bene: questo verbo e usato spesso, qui, transitivamente. 

2. dritturieri: droiturier , giusti. 3. non ha signore: traduzione errata: 
n j i avoit s.. 4. e a chiamare: collabora a designare. 5. neente meno: 
tuttavia. 



272 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

Cap. in. Nel quale dice ched e' val meglio che le dttd e reami 

sieno covernati e retti per 1 un solo uomo che per molti, e che 

quest' e la migliore signoria che sia, quando un solo uomo 

signoreggia ed elli entende el bene comune. 

Apresso provaremo per quattro ragioni che la miglior[e] signo 
ria che sia si e quella d'un omo solo, quancTelli entende principal- 
mente el bene comune; e ch'elli e maggiore utilita a la citta ed ai 
reami ed a le provincie ched ellino sieno retti per un cotal signore 
che per piu. E la prima ragione si e che '1 principale bene de la citta 
si e che pace e concordia vi sia, e che i cittadini sieno tutto uno ; a 
donde, perci6 che questo puo meglio fare uno che molti, se molti 
non sono tutto una cosa - e questo non puo bene essere, che 1'uno 
empedisce 1'altro -, la signoria d'uno solo e migliore che quella di 
piu. La seconda ragione si e che quanto la vertu e piu ensieme, 3 
tanto e ella piu forte, si come noi vedemo che dodici uomini trag- 
gono meglio una nave che ciascuno per se; donde se la citta o reame 
e sotto un uomo ella puo meglio essere covernata e meglio difesa 
che s'ella fosse sotto a dodici uomini e ciascuno n'avesse alcuna 
parte, percio che quello uomo solo avrebbe la forza ch'avrebbero 
tutti gli altri che la segnoreggiassero ; e percio che la forza d'uno 
e meglio che quella di dodici, quand'elli n'ha tanta o piu che i do 
dici, la citta e reame e meglio che sia retta da uno che da molti : 
perci6 che quanto la potenza e piu partita, 4 tant'e meno forte. 
La terza ragione si e che noi vedemo che tutti ei covernamenti 
naturali hanno alcuno propio signore el quale ei coverna, el quale 
ellino ubbidiscono, si come noi vedemo che diversi membri, e j 
quali hanno diversi uffici e sono ordenati a diversi movimenti, sono 
ramenati 5 e signoreggiati dal cuore, ched e principale e signore 
di loro, e dal quale tutti gli altri membri hanno movimento e vir 
tu; e vedemo che ranima signoreggia gli elimenti che sono nel 
corpo deU J uomo, ed anco vedemo che '1 primo cielo signoreggia 
tutti gli altri e governali, e per lo suo movimento sono fatti gli altri 
movimenti e 1'altre cose di questo secolo; 6 e somegliantemente 
vedemo che tutto el mondo e tutte le cose sono governate ed orde- 

i.per: da. 2. tutto uno: unanimi. 3. ensieme: raccolta. 4. partita: di- 
visa. 5. ramenati: guidati. 6. secolo: mondo. 



LIVRE DOU GOUVERNEMENT DES ROIS 273 

nate per un solo Iddio ; e somegliantemente vedemo delK api, che 
perci6 ch'elle debbono naturalmente vivare en compagnia, tutti gli 
api che sono d'un vagello 1 o d'una compagnia hanno alcuno di loro 
el quale e signore e l[o] ubidiscono per natura. Donde se noi rimi- 
riamo Popere de la natura, cioe che in ciascuno covernarnento 
naturale ha una cosa la quale ha signoria sopra 1'altre, ver e che la 
signoria d'uno uomo solo e migliore e piu perfetta che quella di 
molti, perci6 che maggiormente e cosa naturale ched uno signo- 
reggi che pi[u], ma ch'elli 2 entenda principalmente el bene e 1'uti- 
lita comune. La quarta ragione che provera cio si e quello che Tuomo 
ha provato e veduto, cioe le terre e le citta e i reami che sono estati 
sotto un buono signore el quale abbia avuta la signoria ragionevole, 
sono estati piu en pace e piu en concordia che quelle che sono estate 
a comune ed hanno avute signorie di loro o d'altri en piu quantita 
d'uomini ch'[u]no ; ed hanno avuta maggiore abondanza e maggiore 
divizia, 3 percio che 5 1 signore propio, cioe solo, gli ha bene guardati 
e difesi; e ci6 potemo diciare de'reame di Francia, che la gente mi- 
nuta e '1 popolo a pena vi conosce Panne partitamente. 



Cap. iv. Nel quale dice per quali ragioni alcuna gente volsero 

provare ched e* valeva meglio che le terre e le citta fussero 

covernate per molti uomini che per un solo; e dice en questo 

capitolo [rid che si\ die rispondare a cotali ragioni. 

Tre cose tocca el Filosafo nel terzo livro de la Politico,, le quali 
el prenze o '1 signore die avere, acci6 ch'elli coverni bene el suo 
popolo. La prima ragione 4 si e ch'elli sia savio e di buono enten- 
dimento ; la seconda ragione si e ched elli abbia [buona] ragione e 
dritta volonta; la terza cosa si e ch'elli abbia en s6 fermezza e sta- 
bilita. Donde di queste tre cose sono prese [tre] ragioni per le quali 
molti vogliono o pare che provino che la signoria di molti sia mi 
gliore che quella d'uno solo ; ma elle non sono vere n6 buone n6 
dritte. La prima ragione si e che, si come molti occhi veggono piu 
chiaro che non fa un solo, e molte mani possono piu fare che non fa 



I. d'un vagello: di una sola arnia. 2. ma ch'elli: purche egli. 3. divizia: 
ricchezza. 4. ragione: il testo esigerebbe cosa (pure nella riga successi- 
va) ; ma Terrore - meccanico - si trova anche nel testo francese. 



274 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

una, e molti entendimenti conoscono piu che non fa uno; cosi, 
se molti signoreggiano, e vedranno piu chiaro, e piu conosciaranno, 
e migliore ragione avranno che non avra un solo. El Filosafo dice 
che quando molti signoreggiano, ellino sono come s'uno avesse 
molti occhi e molte mani e molti pie, dond'elli pare che sarebbe 
meglio che molti signoreggiassero che uno. La seconda ragione si 
e che '1 prenze die avere dritta entenzione, non die entendare a la 
sua propia utilita, anzi die entendare al bene comune; e quand'elli 
entende maggiormente a la sua propia utilita, tanto cur'elli meno 
del bene comune, donde la signoria sua e peggiore; ma se molte 
genti signoreggiano, con tutto che ciascuno entenda a la sua propia 
utilita, tuttavia ellino non sono ne mica 1 si da longa 2 dal bene co 
mune come un solo, quand'elli entende al suo propio bene, per- 
ci6 che J l bene di molti e piu presso al bene di tutti ed al bene co 
mune che quello d'un solo, e percio pare che sia peggio che uno 
signoreggi che molti. La terza ragione si e che '1 signore die essere 
fermo e stabile ne la ragione e nel dritto, si ch'elli non sia per- 
mosso 3 per ira ne per paura ne per convotigia 4 ne per altra cosa; 
donde, perci6 che piu leggermente 5 un solo uomo e permosso e 
corotto che non sono molti, e* pare che sie meglio che molti si- 
gnoreggino, che pochi. 

E dovemo sapere che, con tutto che '1 Filosafo tocchi queste ragio- 
ni che sono dette, tuttavia la sua entenzione 6 e principalmente che 
la migliore signoria che sia si e quella d'uno uomo solo, quand'elli 
entende el bene comune; e che uno fa piu gran pace e piu gran 
concordia ne la citta che molti, percio che i molti non possono bene 
signoreggiare n non signoreggiano, se no en quanto ellino sono 
uno, ed hanno pace e concordia enfra loro; e perci6 la signoria 
d'uno e migliore. En quello che fu detto, cioe ch'uno uomo solo 
conosce meno che i molti, e che un uomo solo pu6 piu tosto essere 
permosso che molti, e che i molti non possono si tosto forviare 
come un solo; dovemo rispondare che Puomo solo che signoreggia 
si come e-rre e '1 prenze, elli die avere en sua compagnia molti 
savi uomini, acci6 ch'elli abbia molti occhi dond'elli possa chiaro 
vedere e chiaro conosciare, e die avere con seco molti buoni uo- 



i.ne mica: equivale a un semplice mica. 2. da longa: lontano. 3. per 
mosso: mosso, turbato. 4. convotigia: covoitise , cupidigia. 5. legger 
mente: facilmente. 6. entenzione: intendimento. 



LIVRE DOU GOUVERNEMENT DES ROIS 275 

mini, si ch'elli abbiano molte mani e molti pie. Donde 1'uomo 
non pu6 dire ne non potra che J l re e '1 prenze non conosca molte 
cose, perci6 che quello ch'apertiene 1 a covernamento di terra, 
quello che i savi conoscono e veggono, 1'uomo dice che'rre 1'ha 
conosciuto e fatto ; n.6 non puo 1'uomo dire che'rre sia di leggiero 
permosso ad alcuno malvagio movimento, perci6 che, se*re a e 
dritto e savio come elli die essere a volere signoreggiare, elli non si 
permuove ne non si muta senza tutto el suo consiglio ; e s'elli ave- 
nisse che'rre avesse el suo consiglio en dispetto, e lassasse la com- 
pagnia dei buoni e dei savi uomini, e volesse seguire la sua testa e 
'1 suo desiderio, elli non sarebbe re, anzi sarebbe tiranno, e '1 ti- 
ranno non die signoreggiare, perci6 che la sua signoria e troppo 
malvagia e peggiore che neun'altra, si come noi diremo apresso. 



Cap. v. Nel quale dice ched e 9 val meglio che le terre e le 

signorie e' reami vadano per redita, per successione di figliuoli, 

che per elezione. 

Alcuna gente domanda quale e meglio, o che le signorie de le 
terre e de' reami vadano per lezione 3 o per redita; e quellino che in 
questa domanda non mirano bene la verita, e' lo* pare che questa 
domanda non chegga se no qual sie meglio, o che 1'uomo prenda 
re o signore per arte o per aventura. Ch6 se per elezione alcuno 
e signore o re, e' pare ched elli sia per arte, percio che Tuomo die 
eleggere el migliore e J l piii savio; ma se el reame e 1'altre signorie 
vanno per redita, e* pare ch'elle vadano per aventura e per fortuna, 
percio che 1'uomo non k, certo qual die essere el figliuolo d'un re 
o d'un prenze, al quale apertiene puoi la signoria e la redita, don- 
de, semplecemente favellando o generalmente, 4 ei pare che sia 
meglio che le signorie vadano per elezione che per redita; ma per- 
ci6 che '1 piu de la gente hanno la loro volonta e '1 loro desiderio 
malvagio e corrotto, se 1'uomo bene guarda ai fatti ed a le condi- 
zioni delli uomini, elli k meglio che la signoria vada per redita 
che per elezione; e questo potemo provare per tre ragionL La pri- 
ma ragione si e che Tuomo ama maggiormente quello che maggior- 

i. apertiene: si riferisce. 2. se're: se il re; cfr. la nota 7 a p. 268. 3. le 
zione: elezione. 4. semplecemente . . . generalmente: con leggerezza . . . ge- 
nericamente. 



276 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

mente e piu perfettamente e suo ; donde, con ci6 sia cosa che quello 
che 1'uomo pu6 lassare ed & del suoi figliuoli apresso la sua morte e 
maggiormente suo e piu perfettamente, esso maggiormente Fama; 
e quella cosa che Tuomo piu ama, maggiormente procura 1 e guar- 
da, donque eTre amera e guardera el suo reame, sed elli Pha per 
redita, piu che s'elli Pavesse per lezione, percio che '1 bene de'reame 
e suo e dei suoi figliuoli, e Puomo ama naturalmente el suo bene. 
La seconda ragione si e che si come ei costumi e le maniere dei 
povari uomini, quand'ellino sono ricchiti, sono peggiori che i co 
stumi e le maniere di quellino che sono ricchi d'antichita, 2 cosi ei 
costumi e le maniere di quellino che sono venuti novellamente en 
signoria o in alcuna potenza sono peggiori dei costumi e de le 
maniere di quellino che sono en segnoria ed in potenza d'antichita, 
percio che quellino che sono nuovamente venuti en grandezza non 
sanno portare ei lor beni ragionevolemente, anzi s'ennorgogliscono 
e dovengono espessamente tiranni ed intendono propiamente al 
lor bene ed a la loro utilita, e signoreggiano follemente. Ma se le 
signorie vanno per redita, ei loro figliuoli non saranno troppo orgo- 
gliosi: ch'ai figliuoli non pare avere gran cosa quand'elli hanno 
quello c'ha 'vuto el lor padre, e perci6 non sono tiranni, anzi 
entendono al bene comune e governano el popolo secondo legge 
e ragione. La terza ragione si e che se i reami e le signorie vanno 
per redita, el popolo avra usato 3 d'ubbidire al padre per longo tempo, 
e a' figliuoli dei loro figliuoli, und'esso ubidira maggiormente e 
s'inchinera di buona volonta ad obbedire ei comandamenti del 
prenze; donde, percio che piu volontieri ei re e i prenzi sieno ubbi- 
diti dal popolo, elli e ragione ed utile e buono che le signorie va- 
dano per redita; e se le signorie sono per redita, molte discordie 
e molte brighe si pacificaranno e saranno en pace, che potrebbero 
avenire enfra quellino ch'avessero a chiamare od alleggere el 
prenze, e ciassarannosi le signorie tiranniche: che quelli che signo 
reggiano per lezione non amano tanto el bene comune, come quelli 
che signoreggiano per redita; e somegliantemente el popolo s'inchi- 
nara ad ubidire el prenze quasi per natura, che la molta usanza si 
converte e'natura, 4 e cotale signoria sara come naturale. E dovemo 
certificare 5 la reda de'rre, ci6 sono ei figliuoli, e dei figliuoli el mag- 

i. procura: cura. 2. ricchi d'antichitai ricchi da lungo tempo. 3. avra 
usato: sara awezzo. 4. si converte e'natura: diventa una seconda natura. 
5. certificare'. assicurare la legittimita. 



LIVRE DOU GOUVERNEMENT DBS ROIS 277 

giore e '1 maschio, e non la femena, perci6 c'ha piu senno e piu 
ragione, e y l maggiore figliuolo, perci6 che'rre 1'ama piu, ed amando 
piu el figliuolo, sapendo che'reame li die rimanere, si ama e'reame 
piu, und'elli piu el guarda e '1 salva. E s'alcuno volesse dire ched 
elli aviene che '1 padre ama piu el piu giovano figliuolo, noi dovemo 
rispondere che '1 padre ama piu el maggiore, perci6 che Fha 'mato 
piu longamente, e 1'amore, come piu e longo, piu e grande; ma tut- 
tavia, percio che Topere umane non hanno certenita, 1 e' basta che 
ruomo ne favelli probabilemente, 2 e che le leggi ordenate abbiano 
ne la maggior parte de le cose verita. E a la ragione che fu detta, 
che se i reami e le signorie vanno per redita, o elle vanno per aven- 
tura o per fortuna, percio che Tuomo non puo sapere chentp] 3 ei 
figliuoli sono, dovemo rispondere che a pena si truova nessuno 
fatto umano che in alcuna parte non sia en alcuno dubbio; ma 
ruomo die eschifare 4 ei maggiori rischi e i maggiori pericoli, 
e fare secondo ch'elli crede che sia el megliore: che noi avemo 
veduto che ne le citta o nelle signorie, la Ve sono estati e' signori per 
lezione, avenire 5 molti mali e molte brighe, e stare gran tempo 
senza signore, ed alcuna volta ch'ellino 6 Phanno tiranno e malvagio ; 
e perci6 dovemo dire ch'elli e meglio che' reami vadano per redita, 
e vegnano ai figliuoli dei re. E perci6 ei re e i prenzi debbono 
molto estudiare che i loro figliuoli sieno di buona maniera e di 
buon' costumi e di buone scienze, perci6 che '1 bene de-reame di- 
pende molto del senno e de la bontia del signore, e non die avere 
e'rre ne" '1 prenze solamente guardia del maggiore, ma di ciascuno, 
perci6 che Tuomo non sa qual s'e la provedenza d'Iddio. 



Cap. VI. Nel quote dice quali sono le cose ne le quali e'rre die 
sormontare 7 gli altri uomini, e che diversitd elli ha entrcrre e 'I 

tiranno. 

El Filosafo dice, nel quinto livro de la Politica, che anticamente 
ei re e i prenzi erano ordenati ne la loro dignita, percib ched el- 
lino sormontavano gli altri en tre beni. Prima, percio che '1 popolo 

i. certenitd: un andamento fisso. 2. probabilemente : secondo le maggiori 
probabilita. 3. chent\i\: quali. 4. eschifarei evitare. 5. avenire: si noti il 
passaggio dal che dichiarativo all'infinito. 6. ch'ellino: qui il ch(e) e pleo- 
nastico. 7. sormontare: superare. 



278 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

non conosceva se non ei beni temporal!, quellino che dispendevano 
largamente e donava lo* ei suoi beni, erano molti amati, e per 
Tamore che l[i] portavano si '1 facevano lor signore. La seconda 
cosa perch'alcuno er[a] fatto signore, si era per vertu e per bonta, 
perci6 che Tuomo vertuoso pare ch'ami maggiormente el bene del 
popolo e *1 bene comune che *1 suo propio; donde, quando al- 
cuno faceva molte buone opere e 'ntendeva al bene comune, era 
fatto signore. La terza cosa si era quando alcuno sormontava gli 
altri uomini en potenza e dignita, che perci6 ch'elli e probabile 1 
cosa che quellino che sono nobili e potenti debbono piu temere ontia 
e vergogna che li altri en far male e villania, el popolo credeva 
che tutti e' potenti e i nobili fussero piu degni a signoreggiare che li 
altri, e per questa maniera molti ne fuoro re e prenzi anticamente. 
Donde ei re debbono entendare a queste tre cose: di sormontare 
gli altri uomini, ch'ellino sieno molto amati da la lor gente; e 
questo possono avere dispendendo largamente de la grande abon- 
danza ch'elli hanno dei beni temporali. La seconda, ched ellino 
procurino a lor podere el bene del popolo e '1 bene comune: en 
questo facendo sormonteranno gli altri en bontia ed in vertu, fa- 
cendo le buone opere, e s'ellino sormontano gli altri en bontia ed in 
vertu, maggiormente procurano el bene comune. E debbono ei re e i 
prenzi avere potenzia di gente e forza acci6 ch* ellino possano ga- 
stigare e punire ei malfattori che torbano e vogliono torbare la pace 
de la lor terra e del loro reame. 

E puoi che noi avemo cio detto, noi diremo quante diversita ha 
intra '1 prenze ed e'rre al tiranno. El Filosafo, nel quinto livro de la 
Politico,, dice che sono quattro. La prima ragione si e che '1 re e '1 
prenze die entendare e intende principalmente al bene comune, ma 
*1 tiranno entende propiamente 2 al suo propio ; donde lo tiranno e 
malvagia signoria, e quella de're e buona. La seconda si e che i ti- 
ranni entendono ei beni dilettabili, e*re entende ei beni onorevoli ; 
e si come el tiranno si diletta e vuole el diletto, ed in ci6 non 
guarda di far maT opere, cosi e'rre entende Tonore, facendo le 
buone opere. La terza diversita, che '1 tiranno, per avere diletto, 
entende ad avere denari, e '1 re per avere onore entende di gover- 
nare ragionevolemente el suo popolo, accio ch'elli sia buono e 
vertuoso. La quarta [diversita] si e che '1 tiranno non vuole essere 

i. probabile: provable , dimostrabtte. z. propiamente: in francese prin- 
cipaument ; anche all'inizio del cap. vii, a p. 279. 



LIVRE DOU GOUVERNEMENT DES ROIS 379 

guardato 1 da quelli de la sua terra ne del suo reame, perci6 che 
non si fida di loro, credendo ch'essi 1'odino di ci6 ch'elH 2 entende 
solamente al suo propio bene ; anzi si fa guardare a li strani e di loro 
si fida, e non dei suoi de la sua terra. Ma i re e i prenzi, perci6 ch' el- 
lino amano e[l] bene comune e procuralo 3 a lor podere, si si fidano 
e vuogliono essere guardati da quelli del lor reame e de la lor terra, 
credendo essere amati da loro, e non si fidano n6 non vuogliono 
essere guardati dalli strani. 



Cap. vn. Nel quale dice che la signoria del tiranno e lapeggiore 

signoria che sia, e che i re e i prenzi si debbono molto guardare 

ch* ellino non sieno tiranni. 

Quelli che signoreggiando entende propiamente la sua utilita e 
tiranno ; e potemo provare per tre ragioni che cotale signoria e mal- 
vagia, ed e la peggiore che sia. La prirna ragione si e che ciascuno 
signore die entendere e volere el bene comune. E se're o '1 prenze 
signoreggia, elli lo 'ntende e '1 vuole, altremente non e re. E se molti 
signer eggiano, si come' grandi '1 popolo ne la citta, tutto enten- 
dano ellino el bene loro propio, tuttavia ellino non cessano 4 en 
tutto el bene comune, percio che *1 bene di molti e quasi come [un] 
bene comune; ma quando un uomo solo signoreggia, s'elli entende 
la sua propia utilita, cotal signoria e la piggiore che sia, en tanto 
quant' elli e piu da longa del bene comune che nesun'altra signoria. 
La seconda ragione si e, che tanto quanto la cosa e piu odiata e piu 
contra al volere de piu uomini, e tanto e piu contra natura: per- 
ci6 che la cosa amata e voluta da molti pare che sia per natura, ed e. 
Donde, perci6 che la signoria del tirano e piu odiata e meno vo 
luta, e da piu 6mini, essa enfra 1'altre e piu contra natura; e come 
piu e contra natura la cosa, piu e ria; donque la signoria del tiranno 
e la piggiore che sia, perci6 ch'e piu contra natura. La terza ra 
gione si e che '1 tiranno non procura solamente el male ched e' 
pu6 a quelli del suo reame o de la sua terra, ma elli empedisce el 
bene ched ellino dovrebbero avere. Ch6 '1 tiranno non vuole che i 
suoi suggetti abbiano ne pace ne concordia enfra loro, ne non vuole 

i. guardato: difeso. 2. di do ch'elli: perch6 egli. 3. procuralo: lo procu- 
rano (con assimilazione della ), lo curano. 4. cessano : despisent , di- 
sprezzano, trascurano. 



280 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

che quelli del suo popolo sieno vertuosi ne di gran cuore ne ch'el- 
lino sieno savi ne bene dottrinati, si come noi diremo qui presso ; 
donde la sua signoria e troppa malvagia e la peggior che sia; 
donde e' re e i prenzi debbono molto eschifare cotal signoria per le 
ragioni che dette sono. 



Cap. viil. Nel quale dice quote die essere Vufficio dei re e del 

prenzi, e com'essi si debbono contenere en governare le loro 

cittd e i loro reami. 

Se i re e i prenzi vogliono drittamente el lor popolo e la lor gente 
covernare ed adrizzare, ellino debbono entendare diligentemente a 
sapere ed a guardare tre cose. La prima si e che '1 suo popolo o la 
sua gente abbia le cose che bisognano a venire a la beatitudine; 
ed a cio gli conviene avere tre cose, ci6 sono : scienza, vertu, bem 
temporali. Donde e'rre die fare che nel suo reame abbia molti 
savi uomini, e ched e' v'abbia grande studio e che vi si legga en 
diverse escienze, 1 acci6 che J l popolo ne sia meglio ensegnato, ch6 
la Ve ha molti savi uomini, tutto e'reame n'e piu savio. Se'rre 
non volesse, cioe che i suoi suggetti fussero savi, elli non sarebbe 
re, ma tiranno. Ed anco [die fare] che i suoi suggetti abbiano 
buone volonta e buone vertu e buoni disideri, e somegliantemente 
che '1 popolo abbia dei beni temporali, secondo ch'ellino sono ne- 
cessari al bene vivare ed avere el sovrano bene di questa mortal vita. 
La seconda cosa che i re debbono guardare e fare, si e ch'ellino 
debbono cessare tre cose, le quali empediscono la pace e la concor- 
dia del popolo. El primo empedimento de la pace si e quando le 
redita 2 dei padri e de le madri o de' zii o delli altri parenti non ri- 
vengono, si come ell[e]no debbono rivenire, a le rede piu presse, 3 che 
l[e] debbono avere. El secondo empedimento si e di molti che sono 
si malvagi e si pessimi, che sempre fanno male e non lassano a fare 
neuna maPopera, e fanno noia e villa[n]ia alii altri uomini quant* el- 
lino possono. Donde e j re debbono cotali uomini, che sono malifat- 
tori, punire ed uccidere, secondo che la legge e la drittura vuole e 
comanda. El terzo empedimento si sono ei nemici generali di tutta 

i. v* abbia . . . escienze: vi sia un grande Studio ove si faccia lezione di 
varie discipline. 2. le ra&fcz:- 1'eredita (col plurale in quanto collettivo). 
3. le rede piu presse: gli eredi pKi prossimi. 



LIVRE DOU GOUVERNEMENT DBS ROIS 281 

la citta o di tutto e'reame, ei quali li vogllo[no] suggiugare o distrug- 
giare per alcuna cagione, si come nascono le nimista. Donde e*re 
o '1 signore die essere savio de Farme e de le battaglie, acci6 che per 
la sua forza e per la sua possanza elli la possa contastare, cioe a 
quelli che vogliono turbare la pace del lor popolo. La terza cosa a 
che're die guardare e sapere fare, si e che la sua gente abbia el buono 
fine e ched essa sia bene ordenata e bene adrizzata. E questo pu6 
fare en guardando 1 ei buoni costumi e i buoni ordenamenti e le 
buone leggi del paese; e sed elli da se nol sa fare o non e suffi- 
ciente, elli si die fare aitare ai savi uomini del suo paese, e' quali 
debbono essere suoi consiglieri. E debbono e' re e i prenzi guidar- 
donare ei buoni e savi e che fanno le buone opere e ched amano el 
bene comune, si come le costume del paese e si come la legge el 
comanda. 



Cap. IX. Nel quale dice quali sono le cose che *l buono re die fare , 
le quali el tiranno mostra difare ma non le fa ne mica. 

Apresso dicemo che'rre die fare dieci cose, le quali el tiranno 
mostra di farle ma no le fa. La prima cosa si e che're die procurare 
el bene comune di tutto suo podere, e die dispendare le rendite del 
reame nell'utilita del suo popolo o de la sua gente; e questo mostra 
el tiranno di fare, ma nol fa, anzi dona ai losenghieri 2 ed a le fe- 
mene ed altre persone, ed in altre cose che non monta nulla utilita 
al popolo. La seconda cosa si e che i re e i prenzi debbono guardare 
ei beni de'reame e '1 bene comune, e i tiranni fanno el contrario, 
cioe che tollono ei beni d'altrui e non guardano la drittura del rea 
me. La terza cosa si e che i re ne i prenzi non si debbono mostrare ai 
loro suggetti troppo famigliari ne troppo crudeli, anzi debbono 
pare' persone degne e d'onore e di riverenza; e questo non pu6 
essere se'rre non e molto savio e vertuoso; dond'elli die essere sa 
vio e vertuoso, che senza cio elli non die essere re. La quarta cosa 
si e ched ellino non debbono dispregiare nessuno del suo reame ne 
dei suoi suggetti, se non fusse gia per malizia di quel cotale, ne 
far lo' torto di 3 lor figliuole n di lor femmene n6 di neuna altra 
cosa; e i tiranni fanno el contrario. La qui[n]ta cosa si e che non so- 

i. en guardando \ gerundio con en. 2. losenghieri'. adulatori. 3. di: ri- 
guardo a. 



282 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

lamente ei re e i prenzi debbono amare ei baroni e' gentili uomini 
de'reame, ma debbono comandare a le lor mogli ch'elle sieno 
amorevoli e dibuonarie 1 a le mogli dei baroni e dei gentili uomini 
e dei cavalier i de la lor terra, e ched ell [e] no amino le femene delli 
altri uomini: che per cio e'reame e guardato en buono estato, che 
le femene enchinano di leggiero 2 ei loro mariti a fare le loro volonta; 
unde s'elle vedessero che la moglie de're 1'avesse en dispetto, elle 
enchinarebbero di leggiero ei loro mariti a muovare discordia e 
tenzione ne'reame; e questo non [fa] el tiranno, anzi fa el contrario. 
La s[esta] cosa si & che-rre die essere astenente en bere ed i'man- 
giare, acci6 ch'elli nonne perda 1'uso de la ragione, e che '1 suo po- 
polo non 1'abbia en dispetto; 3 e questo non fanno ei tiranni, ma '1 
contrario. La settima cosa si e che i re e i prenzi debbono onorare 
ei buoni e savi dello reame, e i tiranni fanno el contrario. L'ottava 
cosa si e che i re debbono fornire ei loro castelli e le loro citta, 
acci6 ch'ellino guardino el bene comune, e '1 tiranno el fa a ci6 
ch'elli guardi el suo propio. La nona cosa si & che i re ne i prenzi 
non debbono acresciare la lor terra ne '1 lor reame per fare engiu- 
ria e torto ad altrui. Donde el Filosafo dice ch'elli fu un re 4 che 
lasso una gran parte del suo reame, perci6 ch'elli la teneva non drit- 
tamente. Donde la moglie e'riprese molto, dicendoli che ci6 gli 
era grand'ontia 5 ched elli lassasse men tera ai figliuoli, che '1 pa 
dre avea lassato a lui; e quello re rispose che s'elli lasava meno 
terra en qua[n]tita, elli lo' lassava terra piu longamente durabile. 
E questo non fanno ei tiranni, anzi fanno el contrario. La decima 
cosa si e che i re e i prenzi si debbono avenevolemente mantenere 6 
contra 7 Dio e contra santa Chiesa; e la ragione si 6 che se i re e i 
prenzi hanno Eddio per amico, la provedenza di Dio, che sa ogne 
cosa ed ogne cosa conosce, fara ch'elli avra grandissimi beni en 
questo mondo, ed ogne cosa gli andra dritto; e molte volte aviene 
che per la bonta de*rre e del signore, Domenedio da molto bene e 
guarda di molto male quelli de'reame ; e questo non fa el tiranno, 
ma fa el contrario. 



1. dibuonarie: cortesi. 2. enchinano di leggiero: inducono facilmente. 
3.1'abbia en dispetto: lo disprezzi, 4. un re: Teopompo, re di Sparta. 
5. ontia: onta, vergogna. 6. avenevolemente mantenere: comportare bene. 
7. contra: verso. 



LIVRE DOU GOUVERNEMENT DES ROIS 283 

Cap. X. Nel quote dice per quante cautele el tiranno si sforza 
di guardare ne la sua signoria. 

El Filosafo, nel quinto livro de la Politico., dice che i tiranni 
hanno diece condizioni e di[e]ce cautele, per le quali ellino si sfor- 
zano di guardarsi ne la lor signoria. La prima si e, che i tiranni 
uccidono e distruggono volontieri ei grandi e i gentili uomini 
del lo j reame; e questo fanno, percio ch'a le loro maPopere non sia 
chi contasti ; e non solamente loro, ma ellino uccidono ed avelenano 
ei loro fratelli e quellino che lo' sono presso di parentado, acci6 
ch'elli abbiano la loro redita. La seconda condizione si e, ch y el 
lino uccidono volontieri ei savi del lor paese, percio che quand'elli 
fa el male, elli vorebbe che tutti ei suoi suggetti fusse si folli, 
ch' ellino nol conoscessero ; e perci6 gli uccide, accio che i savi 
nonne esmuova[no] el popolo contra di loro, facendo lo' conosciare 
le sue maPopere; e perci6 si dice che quelli che mal fa odia el lu- 
me, ed odia ei savi, per li quali elli & conosciuto. La terza condizione 
si e ched elli non lassa tenere escuole e non lassa estudiare nel suo 
reame ne i suoi suggetti, acci6 ch'elli non diventino savi, dottan- 
dosi 1 sempre d'essere ripreso de le sue maPopere. La qua[r]ta 
condizione si e che J l tiranno non lassa fare compagnie n[e] giu- 
r[e] z n6 sette nel suo paese, ne non vuole che li uomi 3 sieno amici 
ensieme, dottandosi, per le maPopere ch'elli [fae], che li amici ne 
i compagni non si smuovessero 4 contra lui. La quinta condizione 
si e che '1 tiranno vuole avere molte espie e molte aguate, 5 per sape- 
re quello che i suggetti dicono e fanno, accio ch'elli lo' possa conta- 
stare sed ellino volessero fare alcuna cosa contra lui; dond'elli 
aviene che '1 popolo non s'osa raunare ne esmuovarsi contra lui. 
La sesta condizione si e che '1 tiranno entende a turbare la pace e 
Pamista entra ['!] popolo quant'elli pu6, a cio che 1 popolo non si 
smuova contra lui per la paura che Puno ha de Paltro avendo parte 
e briga 6 infra loro. La settima condizione si e che '1 tiranno vuole 
che' suoi soggetti siano poveri, e ch' ellino abbiano tanto a fare di 
guadagnare per vivere, ched ellino non pensino di smuoversi con- 

i. dottandosi: temendo. 2. compagnie n\\ giur[e] : associazioni ne alleanze. 
3 uomi : uomini. 4. smuovessero : sollevassero. 5- lte espu e molte agua- 
te: molte spie e molte guardie ( agueteors *). 6. avendo parte e bnga: es- 
sendo discordi e rivali. 



284 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

tra lui. L'ottava condizione si e che '1 tiranno procura a suo podere 
che quelli del suo paese vadano en estrania terra a combattere, 
acci6 ch' ellino non abbiano tempo di smuoversi contra lui. La 
nona condizione si e che '1 tiranno non si fa guardare a quelli de la 
sua gente ne del suo reame, anzi alii strani, 1 percio che, per lo poco 
amore ch'elli ha e'lloro, non si fida di loro, o per gli oltraggi e per le 
villanie ch'elli lo j fa. La decima condizione si e che puoi che '1 
tiranno ha procurato la briga e la discordia enfra '1 suo popolo, 
elli procura quanto puo ch' ellino combattano, cioe Tuna parte col- 
1'altra. 

E dovemo sapere che le contrarie condizioni a quelle che noi 
avemo dette del tiranno, si ha'rre, cioe ch'elli ami e guardi ei savi 
de la sua terra, e fa tenere le scuole e lo studio nel suo paese, e 
vuole che i suo' suggetti s'amino, ne non vuole avere espie per sapere 
ei fatti del suo popolo, perci6 ch'elli si dotti di loro, n6 non procura 
la discordia e la nimista dei suo' suggetti, ma la pace, ne non vuole 
che i suo' suggetti sieno povari, ma ricchi, ne non vuole che quelli 
del suo reame vadano en estrane terre per combattere, n6 non si fa 
guardare a li strani, ma a quelli del suo paese, ne non vuole n6 non 
procaccia che i suoi suggetti si combattono ensieme. 



Cap. xi. Nel quale dice ched elli e molto esconvenevole cosa ai 

re ed ai prenzi ched ellino sieno tiranni, perctd che tutte le 

malizie che sono nelValtre malvagie signorie sono ne la 

signoria del tiranno. 

Quellino che signoreggiano e 'ntendono al bene comune, od 
uno o phi ch'elHno sieno, fanno buona signoria, si come dett'e 
dinanzi, e quellino che 'ntendono la loro utilita e non al bene co 
mune, sono tiranni; dond'elli n'aviene tre mali. El primo si e che 
tutto el loro entendimento si e d'acqu[i]stare possessioni e ricchezze, 
e non lo' cale come e' 1'abbiano, ne per buon guadagno ne per rio. 
El secondo male si e ch'ellino entendono d' avere ei diletti del corpo, 
donde fanno molte engiurie e molte noie ed e'le figliuole ed e'le 
mogli ed eil'altre lor femene a' loro suggetti. El terzo male si e 
che per le male operazioni ch'ei fanno ellino sono paurosi, dond'el- 
lino sono solleciti di guardarsi la persona, che '1 popolo non si 
i. strani: forestieri. 



LIVRE DOU GOUVERNEMENT DES ROIS 285 

smuova contra loro. Donde e' si legge cTun tiranno, el quale era 
molto biassimato da un suo fratello di ci6 ch'elli estava tutto tempo 
tristo e dolente, e mai non faceva bella ciera. E questo tiranno, 
volendo rendere ragione di quello che '1 fratello gli domandava 
e di quello und'elli el biasmava, fece espogliare el fratello, 1 e puo* 
fece che molti co le spade e coi coltelli Passaliro, donde quelli ebbe 
grande paura; e '1 tiranno el domando perch'elli non faceva bella 
ciera, ed elli rispose ched elli non poteva per lo pericolo dov'elli 
era. E cosi, disse el tiranno al fratello non posso io essere 
lieto n fare bella ciera, che tuttavia 2 mi dotto di morte per li gran 
torti e per le gran villanie ch'io ho fatte al mio popolo ed a la mia 
gente. E perci6 ei re e i prenzi si debbono molto guardare 
d'essere tiranni, ched ellino perdono la vita perdurabile, 3 ed a pena 
en questa vita possono avere un buon di per lo pericolo dov' ellino 
sono ciascun di: donde ellino hanno paura e rimordimento ne 
1'animo. 

E dovemo sapere che '1 tiranno non puo fare tanta ricchezza di 
moneta quanto ei re, perci6 che lo' conviene espendere d'oltrag- 
gio, 4 ed e piu dato ai re per amore ch'a loro per forza. E someglian- 
temente non hanno tanto diletto ei tiranni come ei buoni signori, 
perci6 che '1 maggiore diletto, o un de j maggiori che sia, si e 
d'avere molti amici e d'essere amato da loro, unde e'rre, per la sua 
bontia avendoli, die essere molto lieto, e '1 tiranno, per le mal'opere 
ch'elli ha fatte, sa ch'elli e odiato, und'elli die essere molto tristo 
e molto dolente. E percio 1'uomo die eschifare la signoria del ti 
ranno, perci6 ch'ess'ha tutte le malvagita che sono nell'altre mal- 
vagie signorie, si come noi avemo detto. 



1. el fratello \ e poi omessa la traduzione di et fist pendre a .i. petit filet 
une espeie mult trenchant ; si tratta infatti del noto aneddoto di Damocle. 

2. tuttavia: sempre. 3. la vita perdurabile: la vita eterna. 4. espendere 
d'oltraggio: spendere in opere d'offesa. 



286 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

Cap. xii. Nel quale dice che i re e i prenzi debbono motto 

eschifare la compagnia del tiranno, percib che per molte cose 

ei suggetti aguaitano 1 ed asaliscono el loro signore 

auand^elli e tiranno. 



quand^elli e tiranno. 



Per sei cagioni asaliscono ei suggetti de'reame el lor signore 
quand'elli e tiranno. La prima si e quando essi hanno paura di 
ricevare da ltd grande engiura o gran torto: si come la serpe che 
morde per paura, e si come el vile, quando non puo fuggire de- 
venta pro*, cosi quelli, non potendo cessare la 'ngiuria del tiranno, 
se '1 mette ad asalire ed a uccidare. La seconda ragione si e che 
ciascuno uomo per natura desidera d'avere vendetta delle 'ngiurie 
che l[i] sono fatte; donde avendone el tiranno molte fatte ai suo 5 
suggetti, essi si smuo[vo]no contra a lui ed asalgolo ed uccidolo, 
s'ellino possono. La terza [cagione] si e che per la stemperanza 2 
dei diletti corporali che i tiranni hanno, el popolo gli ha en de- 
spetto, e per quella ragione gli uccide alcuna volta. Ed havene 
assemplo 3 d'un re ch'ebbe nome Sardinopolus, 4 che un suo duca 
Fuccise per lo dispetto ch'elli ebbe di lui, di ci6 ch'elli disprezzava 
en tutto el bene comune e Tutilita del popolo, e seguiva en tutto ei 
diletti del corpo. E somegliantemente un uomo ch'ebbe nome 
Denis 5 fu morto da uno ch'ebbe nome Dion, per lo dispetto ch'elli 
ebbe di ci6 ch'elli estava tutto tempo ebbro, e non curava el bene 
del popolo ne '1 bene comune. La quarta cagione si e che molti 
Fuccidono per non essere 6 onorati com'ellino dovrebbero essere. 
La quinta cagione si e che alcuna gente desidera sempre di fare 
cose che passino Fopere delli altri uornini e che le sormontino; 
donde, perci6 ch'al popolo pare gran cosa che '1 signore sie morto, 
quelli cotali che ci6 desiderano Fassalgono e Fuccidono. La sesta 
causa per che Fuomo assalisce el tiranno, si e che sono molti 
ch'amano molto el bene comune, donde, vedendo el tiranno che 
fa tanto male, si sel mette ad asalire ed a uccidare, acci6 che J l 
popolo e *1 paese sie dilivro 7 di lui. Donde, perci6 che Fuomo non 
asalisca e-rre e nol distrugga, e' conviene ched elli sia savio e ched 



i . aguaitano : insidiano. 2. stemperanza : intemperanza. 3 . assemplo : esem- 
pio. 4. Sardinopolus: Sardanapalo. 5. Denis: Dionigi, in forma francese. 
6. per non essere: perchd non sono. 7. dilivro: libero. 



LIVRE DOU GOUVERNEMENT DES ROIS 287 

elli non sia tiranno, e ch'elli non faccia ne voglia far torto ai suoi 
suggetti, e ched elli sia contenente e temperate, e ched elli onori 
ciascuno del suo reame, secondo el suo estato, e si contenga en 
ciascuna cosa si come buon re die fare, acci6 ched elli acquisti 
Tamore di quelli che sono ne la sua terra e nel suo reame, e cessi 
ogne matera d'assalirlo o d'uccidarlo. 



Cap. Xlii. Nel quale dice quali coseguardano e salvano la signoria 

de'rre, e ched e* conviene fare a're, sed e* si vuole guardare ne 

la sua signoria e nel suo reame. 

El Filosafo, nel quinto livro de la Politica, dice che diece cose 
sono quelle che salvano e-reame, le quali conviene fare ai re ed ai 
prenzi, s' ellino el vogliono salvare e guardare. La prima cosa si e 
che'rre non die sofferire che ne la sua terra si facciano molti pic- 
coli malifici : che si come molte piccole espese vagliono molte volte 
una grande, cosi molti piccoli malifici vagliono bene un grande. 
E perci6 ei re non debbono sofferire che ne la lor terra si facciano 
ne grandi ne piccoli malifici: che quelli che s'acostuma a fare ei 
piccoli, e' viene leggermente ai grandi. La seconda cosa si e, che 
guarda el reame, quando e'rre usa bene drittamente di ciascuno, 
si come di mettarli en alcuna signoria e donarli secondo el loro 
estato e guardagli dalle 'ngiurie e da le villanie. La terza cosa si e, 
che'rre die fare, che quelli del reame o de la citta abbiano paura 
d'aver guerra con gente estrana, accio ch'elli sia meglio ubidito 
e ched ellino s'amino piii enfra loro. E di questo avemo asemplo 
dai Romani, che si tosto com' ellino non ebbero guerra con gente 
estrana, si cominciaro a combattere enfra loro. E questo amaestra- 
mento die Vere el prenzeper li uomini che sono usati di combattere : 
che '1 Filosafo dice che quelli che sono adusati e costumati en batta- 
glia, che non hanno avuta cura d'altra vertu che di forza d'animo, 
sono assomegHati al ferro; che si come el ferro, quand'elli [s]i 
mena 1 continuamente, rischiara ciascun di piu e piu, e quando 
1'uomo el tiene e*riposo si diviene nero e pieno di ruggine, cosi 
quelli che sono usati di combattere, quand' ellino si combattono 
ellino sono ubiden[t]i al prenze; ma quando ellino non si com 
battono, ellino non si sanno contenere avenevolemente ne stare en 

i. [s]i mena: si maneggia. 



288 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

pace ; e perci6 el prenze gli die tuttavia tenere en temenza di batta- 
glia, accio ch'ellino non si muovano briga ne contra lui ne fra 
loro. E dovemo sapere che questo amaestramento non fa utilita 
ne non si vuole ai signori naturali ne a qu[e]llino c 5 hanno sempre 
tenuto e'reame o la signoria, ma a quelli che sono venuti di novello 
en segnoria, e per battaglia. La quarta cosa che salva el reame si e 
quando e-rre ordenara leggi e comandamenti, per le quali le discor- 
die e le brighe dei gentili uomini sono o possono essere apacifi- 
cate; perci6 che quando essi hanno discordia o briga enseme, el 
paese n'e leggiermente distrutto. La quinta cosa si e che'rre e 1 
prenze die guardare come quelli, a cui elli ha date le signorie e le 
dignita, si portano; che neuna cosa pu6 si salvare e'reame, come 
mettare ei buoni e i savi ne le signorie e ne le dignita. E a quelli 
che si sono bene contenuti per longo tempo, e're die donare 
anco maggior signoria ed acresciarli en onore ed in grandezza; e 
quelli che non si sono bene portati, mettarli en minori signorie, o 
cacciarli, secondo ch'elli hano fallito. La sesta cosa si e che'rre 
ne '1 prenze non dieno a neuno uomo troppo gran signoria, sed 
elli non Pavesse per longo tempo provato: che gran signoria asisa 
en uomo di poca bonzia 1 o di poco valore, corompe el pensiero e la 
volonta buona e fa fare cose che sono contra legge e contra ragione. 
E questo ensegnamento e molto necessario, especialmente ai re ed 
alii [prenzi] che non hanno bene esprovati ei loro uomini che condi 
zioni 2 elli hanno ; e perci6 si debbono guardare ch'ellino non met- 
tano alcuno en segnoria troppo subbitamente, ch'elli nol conosca 
enanzi. La settima cosa che salva e'rreame si e che'rre ami el bene 
del suo popolo, percio che ciascuno ched ama, si teme, e paura fa 
Puomo consigliare; donde e're amando temera, dond'elli si consi- 
gliara co j savi uomini del suo paese per fare e per procurare el bene 
del suo reame, e per contastare ai mali ed ai pericoli che posso[no] 
avenire. L'ottava cosa che salva e'reame si e che'rre abbia forza e 
potenza per punire ei malfattori e quellino che vanno contra drit- 
tura, che '1 filosafo dice che giustizia e drittura guarda e salva le 
citta e i reami en buono estato, e percio e*re die avere molte espie 
per sapere ei fatti e i convenenti 3 delli uomini del suo paese, e per 
sapere quello donde gli uomini vivo no, perci6 che quellino che non 
sanno rendare ragione dond'ellino vivono, mostrano segno ch'ellino 

i. bonzia: bonta (come sinonimo di valore). 2. condizioni: caratteri. 
3. i convenenti: le condizioni. 



LIVRE DOU GOUVERNEMENT DES ROIS 289 

vivano di furto, e perci6 e'rre si die molto penare d'invenire ei 
malfattori del suo paese. La nona cosa che salva ei reami e l[e] 
citta, si e che '1 signore sia buono e vertuoso, a ci6 ch'elli ami la 
giustizia e '1 bene comune : che si come e'rre passa e sormonta gli 
altri uomini en potenza, cosi e j die passare en senno ed in bontia. 
La decima cosa si e che'rre o '1 signore abbia molto esprovato le 
bisogne de'reame, e sappia quali possono e'reame salvare e quali 
1[] possano peggiorare, acci6 ch'ellino sappiano guardare el bene 
comune. E die e're avere memoria de le cose passate che sono 
estate giudicate nel suo reame, che per esse potra meglio conoscere 
le presenti. 



Cap. xxix. Nel quale dice che cosa e citta e che cosa I reame 
e chente die ess ere el popolo ch'e ne le citta e ne' reami. 

Rimane a dire quale die essere el popolo che di* essere soggetto 
a* re ed ai prenzi, puoi che noi avemo detto quali debbono essere ei 
re e i prenzi, e quali debbono essere ei loro conseglieri, e quali deb 
bono essere ei loro giudici. 

Donde dovemo primamente sapere che '1 Filosafo dice, nel terzo 
livro de la Politica, che le ville e le citta sono ordenate ad avere 
sei beni. El primo si & d'avere gioia e solazzo : che neuno uomo 
potrebbe avere si grande abondanza d'oro o d'ariento, ne si grande 
abondanza di viande, 1 ched elli avesse allegrezza ne solazzo di vi- 
vare solo ; anzi viene el gran diletto e la grande allegrezza di vivare 
en comunita ed i[n] compagnia. El secondo bene si e, accib che 
1'uno uomo potesse aitare a raltro; e questo non si farebbe se 
1'uomo non vivesse en compagnia ed in comunita. El terzo bene si e 
che stando li uomini en comunita ed in compagnia, essi si possono 
defendare dai lor nemici, la qua! cosa non potrebbero fare soli; 
donde perci6 fu ordenate le ville e le citta, a cib che li uomini si 
potessero meglio defendere. El quarto bene per lo vendere e per lo 
comprare e per fare mercati o someglianti cose, le quali bisognano 
alii uomini, ei quali non potrebbero fare se fussero o dimorassero 
soli. El qu[i]nto bene al quale le citta e le ville sono ordenate si e 
per li matrimoni: ch6 stando gli uomini ensieme, per li matrimoni 
doventano amici e parenti e benevoglienti. El sesto bene si e, 

i. viande: viandes, ma col valore di cibi. 

19 



290 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

accio che li uomini vivessero bene e vertuosamente e secondo ra- 
gione; ch6 quando li uomini dimorano e stanno ensieme, ei mal- 
fattori possono e sono meglio puniti e meglio costretti, 1 dond'ellino 
s'a[s]tengono piu di mal fare e s'acostumano a ben fare, per paura 
ch'elli hanno d'essere puniti s'ellino facessero el contrario. Donde, 
se Tuomo domanda che cosa e villa o citta, Puomo die dire che le 
ville e le citta non sono se no una raunanza e una comunita di 
gente ordenata e racolta per vivare bene e vertuosamente secondo 
legge e ragione, e per avere vita umana perfetta e sufficiente. E 
somegliantemente dice el Filosofo che reame non & altro che una 
gran moltitudine e uno gran raunamento di molti gentili uomini e 
nobili, che vivo no secondo legge e ragione, e sono ordenati a 
trasbuono* re, al quale ellino ubbidiscono. Donde e'rre si die pe- 
nare che 1 suo popolo viva secondo legge e ragione, e ched essi 
sieno buoni e vertuosi, e che tutta la sua gente sia ordenata e co- 
vernata secondo legge e ragione; e che si come alcuno sormonta 
gli altri en potenza od in forza, cosi die sormontare en vertu ed in 
ragione. Ed apresso potemo sapere che, percio che le citta e i reami 
sono ordenati a ben vivare, el popolo die essere buono e vertuoso, 
e tale ch'elli possa avere vita perfetta e sufficiente. 

Cap. xxx. Net quale dice che allora e la citta e' reame trasbuono 

e '/ popolo trasbuono, quand'elli v'ha molte di mezzane 3 

persone. 

El Filosafo, nel quarto livro de la Politica, prova per quattro 
ragioni che allora sono ei reami e le citta bene ordenate, quando fra 
esse ha abondanza di gente di mezzo. E la prima ragione si e che se 
ne l[e] citta o nei reami ha molti traricchi uomini e molti dei tras- 
povari, la citta non potra bene vivare ragionevelemente, percio 
che i traricchi non si sanno contenere avenevolemente co' traspo- 
vari, anzi lo' nocciono e lo* fanno male per piccola cagione; e 
quellino che sono traspovari non si sanno contenere bene coi ricchi, 
perci6 ch'ellino non finano di pensare com* ellino li possano priva- 
tamente robbare e tollare loro di quello ch'egli hanno. Ma se ne la 
citta avra molte de le persone di mezzo, le quali non sieno ne 

i. costretti: trattenuti. 2. trasbuono: tresbon, ottimo; pi& avanti tra 
ricchi, ecc. 3. mezzane: del medio ceto; cosl pure di mezzo. 



LIVRE DOU GOUVERNEMENT DES ROIS 29! 

troppo povari ne troppo ricchi, la ge[n]te potra vivare secondo ra- 
gione e secondo legge pacibilenxente. 1 Donde ellnlosafo dice ch'elli 
e molto utile ne la citta che ciascuno abbia mezzane ricchezze se 
condo el suo estato, dond'elli possa vivare od essere sostenuto. 
La seconda ragione si e che i povari non amano ei ricchi; e questo 
e molto gran male, quando ei cittadini non s'amano; e percio con 
viene, accio che 1'uno abbia grande amore all'altro, che ne la citta 
abbia molte di mezzane persone. La terza ragione si e che se ne la 
citta ha molti ricchi o molti povari, Tuno vorra signoreggiare 1'al- 
tro, cioe ei ricchi voranno segnoreggiare ei povari, e i povari 
vorranno signoreggiare ei ricchi, perci6 che saranno piu en quan- 
tita: donde quella parte che signoreggera non si sapra bene con- 
tenere enverso 1'altra, si come dett'e, dond'elli vi nascera discor- 
dia e briga; e ci6 non avera se ne la citta ha molte mezzane per 
sone. La quarta ragione si e che quando nel popolo o ne la gente 
de la citta ha molte mezzane persone, elli non v'ha ne tanta envidia 
ne tanto dispetto : che i povari hanno grande envidia dei ricchi, e i 
ricchi dispettano molto ei povari. Donde se la citta die ben vivare, 
e' conviene che v'abbia molte mezzane persone, accio che vi si ces- 
sino le 'nvidie e dispetto, che neuna compagnia pu6 durare essen- 
dovi la 'nvidia e J l dispetto. Donde e' conviene che i re e i prenzi 
mettano gran cura e grande entendimento acci6 che ne la citta 
abbia molte mezzane ricchezze; e ci6 potranno fare s'egli ordenano 
che alcuno non possa vendere la redita o la possessione ch'elli 
ha se no per alcuna cagione buona e leale, e che alcuno non la 
possa comprare ; e in questo modo potra avere alcuna aguaglianza 2 
enfra la gente o infra el popolo, e di mezzane persone. 



Cap. xxxi. Nel quote dice ched elli e grande utilitd al popolo 

di portare grande river enza al prenze ed al signore y e eked 

ellino guardino diligentemente le leggi che i re e i prenzi 

hanno ordenate. 

Dice el Filosafo che se '1. popolo ubbidisce a*rre od al prenze ed 
osserva e guarda le buone leggi e i buoni estatuti, e' ne Faverra 
tre beni grandissimi. El primo, ch'elli avranno la vertu de le buone 

i. pacibilemente: pesiblement , pacificamente. 2. aguaglianza: egua- 
glianza. 



292 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

operazioni. La seconda, che la citta o '1 reame ne sara salvo, cio[e] 
che staranno en pace ed in concordia. La terza, ch'elli avranno 
abondanza e divizia dei beni temporal!. E questo potemo provare 
per tre ragioni. La prima ragione, che'rre e '1 prenze die entendare 
principalmente acci6 che 1 suo popolo sia buono e vertuoso : donde, 
se '1 popolo Tubidisce, elli avra la vertu de le buone operazioni, 
si come dett'e di sopra. E perci6 ciascuno die guardare le leggi, ed 
ubbidire a'rre od al signore, accio ch'elli sia buono e vertuoso ; e di 
tanto el debbono fare piu e' gentili uomini che li altri, quanto 
s'aviene 1 ch' ellino sieno maggiormente buoni. La seconda ragione 
si e che se '1 popolo ubbidisce al prenze od al signore, e guarda le 
leggi e gli ordenamenti del paese, elli avra pace e concordia nel paese 
e ne la citta, perci6 che ne le leggi bene ordenate gia[cc]iono Tutti- 
lita e 1 bene de'reame. Ne non e come molta gente crede, ei quali 
dicono ched ubbidire a* re od a le leggi si e una maniera di servag- 
.gio ; e questi cotali non sanno ched e franchezza. 2 Che 3 1 Filosafo 
dice che quelli che turbano la pace e la concordia del paese o de la 
citta, che non vogliano ubbidire a'rre ned al loro signore ned a le 
leggi, sono bestie e non uomini: donde ellino sono servi per natura; 
e quelli che le leggi e gli ordenamenti guardano, ed ubbidiscono el 
lor signore, sono savi e buoni, e i cotali sono franchi per natura. 
Donde el Filosafo dice che si come Tanima coverna el corpo e guar- 
dalo, cosi e'rre coverna e guarda el suo reame; e si come Panima & la 
vita e la salvezza del corpo, cosi e'rre e la vita e la salvezza de'reame, 
quand'elli signoreggia drittamente. E si come elli e laida cosa che 
Tanima non signoreggi el corpo e che '1 corpo signoreggi Tanima, 
cosi e ladia 3 cosa quando quelli del reame non sono signoreggiati 
de le leggi e dai segnori, e guardati per esse. La terza ragione si & 
che se '1 popolo ubbidisce ai re ed ai prenzi ed a le legge, el signore 
avra potenza di punire ei malfattori; e se i malfattori sono bene 
puniti, le citta avranno pace e concordia; e noi vedemo che la Ve 
pace, non v'ha poverta, donde se quelli del paese ubbidiscono a le 
leggi ed al signore, ellino avranno pace; e se pace hanno, si avranno 
abondanza dei beni temporali, si come noi vedemo che quellino 
che stanno en pace hanno. E perci6, si come dett'e, & manifesto 
che quelli del paese o de la citta hanno grande utilita d'ubbidire 



i. s'aviene: s'addice. 2. franchezza : franchise)), liberta; cosi franco: li- 
bero. 3. ladia: come laida. 



LIVRE DOU GOUVERNEMENT DES ROIS 293 

al signore loro ed a le leggi ed ai costumi del paese ei quali sono 
buoni e dritti. 

Cap. xxxn. Nel quale dice come 9 l popolo, e generalmente tutti 

quelli che dimorano nereame, si debbono mantenere saviamente, 

actib che 9 l re o 'I prenze non dbbia coruccio ne 

odio contra loro. 

Apresso diremo come el popolo si die portare enverso el lor 
signore accio ch'elli non abbia ne ira ne coruccio encontra loro. 
Donde dovemo sapere che'rre e '1 signore si coruccia enverso el 
popolo, quand'elli non li portano onore e reverenza: che", con cio 
sia cosa che* re sia sovrano capitano e maggiore enfra la sua gente, 
esso die portare 1 onore e reverenza da loro per la sua dignita. 
Ed apresso el popolo si die guardare di non fare engiuria al re o ad 
altro signore che sia loro, ne i'loro n6 ne le loro femene ne in sua 
famiglia, perci6 che ciascuna engiuria fatta a sua famiglia od a suo 
amico o parente, esso la riputa a se. Ed apresso si die guardare el 
popolo ched elli nonne scemi le ragioni 2 de*rre ne le guasti, a cio 
ch'elli 3 non possa essere mantenuto secondo el suo stato, ed acci6 
ch'elli non si corucci contra di loro. Donde generalmente quelli 
de'reame debbono ensegnare ai lor figliuoli, quand' ellino sono 
giovani, ch'ellino ammo e'rre o '1 loro signore. E somegliantemente 
lo' die 1'uomo ensegnare come ellino debbono onorare e'rre ed 
ubbidirlo nei suoi comandamenti, e com' ellino guardino e salvino 
el dritto del signore e le sue cose, e ched ellino si guardino di fare 
engiuria a lor fameglie ed a loro. 

Cap. xxxni. Nel quale dice come ei re e i prenzi si debbono 

mantenere, accio ch'ellino sieno amati e temuti da lor popolo. 

Ed insegna questo capitolo che tutto* debbiano ei re e i prenzi 

esser amat[t\ e temut\i\ dal lor popolo, ellino debbono 

maggiormente volere essere amati che temuti. 

Puoi che noi avemo [detto] come el popolo si die mantenere 
contra e'rre, noi diremo come ei re e i prenzi si debbono mante 
nere enverso el popolo, acci6 ch'ellino sieno amati e temuti da 

i. portare: ricevere. 2. nonne scemi le ragioni: non limiti i proventi. 3. a 
do ch'elli: di modo che egli. 4. tutto: sebbene. 



294 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

loro. Donde dovemo sapere che i re e i prenzi debbono avere 
e'lloro tre cose, accio ch'ellino sieno amici del lor popolo. La prima 
cosa si e che '1 signore sia largo e liberale, perci6 che '1 popolo 
maggiormente conosce ei beni temporali che 1'altri, [ed] amano 
molto el lor signore, quand'elli e largo e liberale. La seconda cosa, 
che're sia forte e di grande animo, perci6 che '1 popolo ama molto 
quellino che sono di gran cuore e di grand' animo e che si mettono 
en pericolo di morte per difendere el bene com[un]e e 1'utilita 
del popolo e la salvezza de'reame. La terza cosa si e che'rre sia 
giusto e dritto: perci6 che ['!] popolo odia molto el suo signore 
quand'elli non guarda giustizia e drittura ne la sua terra. Donde 
se-rre sara largo e forte e giusto, elli sara amato dal suo popolo. 

Ed apresso dovemo sapere che '1 popolo teme e*rre per tre cose. 
La prima si e per le gran pene e per le gran crudelita ched elli fa 
sofferire a quelli che comette el male e che fanno contra a ra- 
gione o contra drittura. La seconda si e quando e*rre e si dritto 
ched elli non risparmia nessuna persona, ched elli non punisca 
secondo el suo malfatto e secondo ragione e drittura. Donde el 
[Filosafo] dice, nel settimo de la Politica, che dritto e giust[o] non 
lassa a fare giustizia ne drittura, ne per padre ne per figliuoli ne 
per amico ch'elli abbia ne per alcuna altra cosa. Donde ciascuno 
del popolo teme, quand'elli sa che se fa cosa che non si convegna, 
elli non li varra amista ne benevoglienza del signore, ch'elli non sie 
punito. E dice el Filosafo che alcuna volta ei re e i prenzi, accio 
ch'ellino sieno temuti, e per meglio guardare la giustizia, debbono 
maggiormente punire ei loro amici, secondo ragione, che li altri, 
cioe che die 'vere piu tosto pieta o misericordia de li strani 1 che dei 
suoi. La terza cosa che fa temere el popolo, si e quando e'rre o 5 1 
signore si porta si saviamente, che i malifattori non possono eschi- 
fare ch'ellino non sieno puniti, ne per fuggiresi* ne per reita di 
fare deffendere ei suoi beni ad alcuno, ne per alcun'altra ca- 
gione. 

E con tutto che si convegna che i re e i prenzi sieno amati e te 
muti dal popolo, noi dicemo che i re debbono maggiormente vo- 
lere essere amati che temuti; e la ragione si e questa, che'rre die piu 
volere quello che maggiormente muove el suo popolo a ben fare 
ed a fare Fopere de la vertu; donde, perci6 che Tamore che 1'uomo 

i. strani: estranei. 2. per fuggiresi: per mezzo della fuga. 



LIVRE DOU GOUVERNEMENT DBS ROIS 

ha al suo signore esmuove piu a ben fare che la paura che Fuomo 
n'ha ei re e i prenzi debbono maggiormente volere essere amati 
che temuti, a ci6 che '1 suo popolo faccia bene per amore di lui e 
per amore d'onesta: ched elli si dice en proverbio che chi ama, si 
teme; ma chi teme, non ama. 



IL LIBRO DELLA NATURA DEGLI ANIMALI 



A parte le comparazioni col mondo animale frequentissime, per 
influsso provenzale, nei primi rimatori siciliani e toscani (vedi 
A. GASPARY, La scuola poetica sidliana del secolo XIII, trad. 
S. Friedmann, Livorno 1882, pp. 104-14; C. DE LOLLIS, Sul Can- 
zoniere di Chiaro Davanzati, in Giorn. stor. d. lett. ital. , suppl. 
i, 1898, pp. 82-117; M. S. GARVER, Sources of the Beast Similes 
in the Italian Lyric of the Thirteenth Century, in Rom. Forsch.)), 
xxi, 1908, pp. 276-320; R. PALMIERI, Studi di lirica toscana ante- 
riore a Dante, Firenze 1915, pp. 66-78), gli animali conquistarono 
un ampio territorio letterario seguendo due direttrici: quella dei 
bestiari e quella della favola esopica. Non ebbero infatti difFusione 
in Italia le awenture di Renart, svolte soltanto in un poemetto 
franco-veneto della fine del Duecento (or a nel volume La poesia 
del Duecento, a cura di G. Contini, Milano-Napoli 1959, I, 
pp. 811-41). 

Possiamo tras curare, in questa sede, la favola esopica, pur pre- 
sente nel Novellino, negli Exempli veneziani e nel Fiore di virtu, 
perche i volgarizzamenti delle sillogi complete, sia delle Fables 
di Maria di Francia sia del Romulus di Gualfredo Anglico, sem- 
brano risalire soltanto al secolo XIV (vedi The Isopo Laurenzia- 
no, by M. P. Brush, Columbus 1899; K. McKENZiE, Nota sulle 
antiche favole italiane, in Miscellanea V. Crescini, Cividale 1927, 
pp. 59-72; M. PELAEZ, Un compendio in prosa latina con com- 
mento morale verseggiato in volgare veneto delle Favole attribuite a 
Walterius, in aAtti Ace. Naz. Lincei, ser. vui, Mem. Cl. Sc. 
mor., stor. e filol., iv, 1952, pp. 1-38; V. BRANCA, Un Esopo 
volgare veneto, in Miscellanea L. Ferrari, Firenze 1952, pp. 105- 
15; C. FILOSA, La favola e la letter atur a esopiana in Italia dal 
Medio evo ai nostri giorni, Milano 1952). Piu antiche sono probabil- 
mente le poche favole, sette delle quali derivate da Aviano (che 
forni pure la materia per un rimaneggiamento franco-italico in 
ottonari : vedi P. RAJNA, Estratti di una raccolta di favole, in Giorn. 
di fil. rom., I, 1878, pp. 13-42), aggiunte alia fine del Libro della 
natura degli animali. 

Prevale dunque, nella letteratura dugentesca sugli animali, la 
tradizionale forma del bestiario . Bestiario d'amore, seguendo le 



298 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

orme di Richart de Fornival, nelPampliamento che della stessa sua 
opera fu compilato in Italia settentrionale (vedi Li bestiaires 
d* Amours di maistre Richart de Fornival e Li response du bestiaire, 
a cura di C. Segre, Milano-Napoli 1957, pp. xxn-xxm; LVIII-LIX; 
LX-LXIII; volgarizzamento toscano edito da B. Grion, in (cProp., 
II, 1869, i, pp. 147-79 e 2 73-36), nella corona di sonetti di Chiaro 
Davanzati (nn. 354; 558-9; 561-5; 577 del Vaticano 3793: vedi La 
poesia del Duecento, cit., i, pp. 423 sgg.) e nel Mare amoroso (vedi E. 
VUOLO, // Mare amoroso*. Commento. Edizione critica, Modena 
1956-7). Bestiario soltanto descrittivo, nel Tresor (vedi p. 311). 
Bestiario edificante, in senso religioso o morale, nei numerosi esem- 
pi del Fiore di virtu e nel Bestiario eugubino (vedi G. MAZZATIN- 
TI, Un bestiario moralizzato, tratto da un manoscritto eugubino del 
secolo XIV, in Rend. R. Ace. Lincei, Cl. Sc. mor., stor. e filol., 
ser. iv, vol. v, 1889, pp. 718-29 e 827-41). 

Tra questi ultimi bestiari uno dei piu antichi e interessanti e 
quello che, col titolo di Libro della natura degli animali (ma anche 
Trattato delle virtu, o Fiore di virtu maggiore) e quasi sempre ano- 
nimo (ma in un codice k attribuito, nientemeno, a Isidore, e in un 
altro, dove il testo e rimaneggiato, a Guidotto da Bologna), ci e 
trasmesso in veste sia veneta che toscana; Toriginale, a mio awiso, 
fu compilato in Italia settentrionale alia fine del Duecento. L' op era 
non e unitaria (o almeno non lo e sino al punto a cui possiamo risa- 
lire per ricostruzione) : al blocco costituito dal prologo e da una 
cinquantina di descrizioni, moralizzate, di animali, secondo lo 
schema del bestiario, e congiunta un'appendice di favole, sia pure, 
quasi sempre, con animali per protagonist! ; e invece innovazione di 
pochi manoscritti Taggiunta di un terzo blocco, di nuovo in forma 
descrittiva. Queste varie parti risalgono naturalmente a fonti di 
verse: Aviano per le favole, Bartolomeo Anglico per Tappendice. 

Quanto alia prima parte, della quale pubblico qui una scelta 
secondo il testo toscano (piu esattamente lucchese-pisano : vedi A. 
SCHIAFFINI, Testi, p. xxii, nota 3), gli esempi che vi si contengono 
sono stati ampiamente rafrrontati con testi latini e volgari da- M. 
Goldstaub e R. Wendriner (Ein tosco-venezianischer Bestiarius, 
Halle 1892): si tratta di uno studio imponente, ma i cui risultati 
sono pressoch6 neutralizzati dall'eccesso stesso di erudizione. A me 
pare che i contribuenti principali della prima e principale parte 
del Libro siano soltanto due: il Bestiaire d* Amours di Richart de 



IL LIBRO DELLA NATURA DEGLI ANIMAL!)) 299 

Fornival e un bestiario del quale possediamo sia una redazione 
provenzale (A. MAYER, Der waldensische Physiologus^ in ccRom. 
Forsch. , v, 1890, pp. 392-418), sia una latina, non ancora studiata 
(Libellus de natura animalium perpulchre moralizatus^ ed. G. Berrue- 
rio, Savona 1524). L'apporto di queste due fonti e abbastanza ben 
distinto spazialmente (prima il Bestiaire d* Amours, reso piu siste- 
matico riunendo tutti gli esempi relativi a uno stesso animale, e 
talora integrate col secondo bestiario; poi il secondo bestiario) e 
rilevabile nel contenuto delle moralizzazioni : che da Richart il 
compilatore trasse, naturalmente, solo le descrizioni degli animali, 
deducendo lui stesso le interpretazioni simboliche, per le quali in- 
vece 1'altro testo gli forni talora degli spunti. 

La cultura del compilatore e prevalentemente biblica; ma non 
mancano compendiose narrazioni edificanti, e accenni alia lirica 
volgare. 

C. S. 



IL LIBRO BELLA NATURA DEGLI ANIMALI 

5. De la natura del lupo. 

Lo lupo si e uno animale che have in se d[ue] proprie nature: die 
elli si e nominato rappace, cio& rapitore, che elli vive de preda; 
e quando elli viene a intrare in alcuno luogo per involare, si va 
molto guardingamente, e se elli facesse alcuno sentore, 1 si si prende 
li piedi colli denti e si se li morde fortemente. L'altra natura si e 
che elli tolle lo vigore all' omo, se ello vede Fomo 'nansi che 1'omo 
vegga lui; e si l'omo vede 'nansi lui che '1 lupo lu 2 vegga, si tolle 
1'omo lo vigore al lupo. 

E anco dice omo 3 che ello have cotale natura che lo maschio non 
ingenera fine che '1 padre e vivo, ne la femina non porta 4 fine che la 
matre e viva : e questa e la cagione per che delli lupi sono meno che 
delle pecore; che la peccora non fa se non uno solo figliolo Tanno, 
e l[a] lupa ne porta si como fa 5 la cagna. L'altra natura si e che elli 
hae si reddo 6 lo collo, che non lo puo vogliere 7 se non collo petto 
insieme. 

Questo lupo si c'insegna e mostra esemplo di molte maniere 
d[i] omini: ch6, si como lo lupo vive de rapina,-cussi sono 6mini 
di tanta malvagita che tuto tempo viveno di rapina; e si como lo 
lupo intra per involare guardingamente, cussi sono certi 6mini 
meschini che intrano in certi offisii ecclesiastichi e mondani pro- 
priamente per involare e per rapire quelle cose che lo' conduceno 
in periculo d[i] m[ort]e, e vanno con grande guardia monstrandosi 
essere quello che non sono per intrare in quello logo; e quando 
avenisse che elli si fae sentire per alcuna sua malvagia opera, si 
tribula poi se medesmo per paura di non essere cognosciuto. 

E si come lo lupo che tolle [la voce] e lo vigore a I'omo quando 
lo vede 'nansi che 1'omo lui vegga, cosi divene al malvagio omo 
che non si guarda del diabole: che se '1 diavole li entra sopra colle 
sue rie presure, 9 si li tolle la paraula e lo vigore, che non prende 

i. sentore: rumore. 2. lu: lo (frequente). Tratto lucchese-pisano. 3. dice 
omo: si dice. 4. porta: s'ingravida. 5. si como fa: tanti, quanti. Ma forse 
manca nn due, o molti. II senso della frase e questo: sebbene la 
lupa partorisca molti figli, e la pecora uno solo per volta, vi sono meno 
lupi perch.6 la lupa genera solo dopo la morte della madre. 6. reddo : rigido. 
7. vogliere: piegare. 8. lo': loro, li. 9. li entra . . .presure: gli viene ad- 
dosso catturandolo colla sua malizia. 



IL (C LIBRO BELLA NATURA DEGLI ANIMAL!)) 301 

confessione ne penitencia del 1 soi peccati. Che si trova per scritto 
che uno cavallieri che era molto amato da uno grande signore [si 
inferm6 molto] fortemente; e quando lo signore che tanto Famava 
intese la sua gravessa, si [FJandoe a visitare, e cognove che non era 
campatoio, 2 si ne li pes6 molto, e confortavalo 3 che si [confess]asse; 
e quello respose : Non posso, che lo dimonio mi tiene si incatenata 
la gola ch'io non ho balia . Grain cotale mainera era questo [isvig]o- 
rito da[l] dimonio 1 E cussl parlando ne porto lo dimonio la sua 
[anima] in inferno. Si come lo omo che tolle lo vigore al lupo 
quando lo vidde 'nansi che lo lupo vegga lui, c[u]si devene del 
buono omo che si sa guardare e vede che cosa e lo dimonio e co 
gnosce le sue opere, si [li] tolle forsa e vigore, che non p6 fare danno 
alia sua anima, ansi daneggia lo buono omo lui, che con soi buone 
paraule e con soi boni fatti si li tolle Famine le quale elli me- 
narebbe ad inferno ; e in cotal maniera Fomo i[svigor]isce lo di 
monio. 

E cossi come lo lupo non engenera ne nonne engravida fine a tanto 
che e vivo lo patre del maschio e la madre della femena, cossi de 
vene delFomo peccatore, [che infin a tanto che J l peccatore] dimora 
indel peccato, tutte le sue opere sono sensa frutto dinansi Dio; 
e infine a tanto che [dimora] indel peccato, lo padre e la matre del 
peccatfo] non p6 fare frutto che piaccia tanto a Dio che lui possa 
salvare. E chi e padre e madre del peccato? Superbia, che e il 
principio del peccato, e ingratitudine, che tutti li nutrica quanti 
omo ne fae. E sopra queste due malisie si potrebb[e] molto dire, 
ma d[arov]ene verace esemplo che e come io vo' dico. La Scrittura 
Santa dice che '1 primo peccato che si pensoe si fue superbia, 4 
launde Lucifero cadde in profondo de F inferno, ch'era indeFalt[a] 
gloria. Apresso si e ingratitudine notricatrice di tutti li peccati: 
che similemente Lucifero, che era [lo] piu bello e lo piu savio an- 
gelo che Dio creasse, si regna 5 in lui la [dis]cognoscensia di tutto 
questo benefisio, e volse essere pa[r]e del suo creatore; lo simiglian- 
te divenne d'Adamo e di tutti quelli che peccano. Or questi prin- 
cipi delli peccati convene che omo abandoni e possa fare frutto 
che [ J l con]ducera indel regno del cielo. Dunqua da che lupo, 

i. del: del. Uexemplum che segue e tratto dalle Vitae Patrum (nel volgariz- 
zamento del Cavalca, ed. Sorio-Racheli, Trieste 1858, e nella parte m, 
cap. 34). 2. non era campatoio: non aveva scampo. 3. confortavalo: lo 
esortava. 4. che 'I primo . . . superbia: cfr. Eccli., io, 15. 5. regna: puo 
essere un perfetto veneto risalente alParchetipo. 



302 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

che e rapitore, [n]e monstra co[t]anti esempli, dunqua bene do- 
vemo [ajprendere della pecora che e si mansueta ed e di tanto 
frutto. 

8. Della natura del cecino* 

Lo cecino si e uno uccello che e de grande corpo ed e quasi 
tutto bianco, ed have cotal natura ch'elli canta volontieri, e quando 
omo li sona uno stormento 2 che si chiama arpa, si s'accorda con 
esso in cantare, si como lo f[laut]o co lo tamboro. E anco e di tale 
natura che quando si appressima lo tempo che de morire, si canta 
fortimente e bene, si che cantando finisse 3 sua vita. Anco dice Fomo 
quando ode [uno] bene cantare: [Quello] c6cino & al tempo de 
finire . 

Questo cecino puote 1'omo assimigliare a* buoni omini del 
mondo, che li buoni 6mini di questo seculo si sono grandi appresso 
del Nostro Segnore in virtude, in grasia, e sono bianchi in puritate 
e in bona operasione. E si como lo cecino che canta voluntieri e 
che s'accorda di suo cantare con quello stormento che ditto e, 
lo simigliante diviene 4 del buono omo: che '1 buono omo si dice 
molto voluntieri lo bene che sa e istudiasene, e si adora lo Nostro 
Signore e laudalo; e quando ello ode alcunfo] buono predicatore 
si s'acorda con lui, e piaceli molto lo suo predicare, e ridicelo per 
quello medesemo sono a Taltre persone per poterli salvare per le 
soe buone paraule. E si come lo cecino che quando viene presso 
alia sua fine, che se studia molto di cantare e more cantando, cossi 
divene delli buoni 6mini del mondo, ch'elli se vedeno che intanto 
che omo nasce in questa temporal vita si entra indel camino de la 
morte, si como disse lo Nostro Segnore indel Vangelio : Vigilate, 
quia nescitis diem neque horam quando Dominus noster ventu- 
rus sit. s E viveno tutta ora benedicendo, [e] quando viene a la 
fine si si confessono de li loro peccati e pregano lo Nostro Salvatore 
che li conduca al suo repuoso, e cussi finisseno la lor vita. 



I. cecino: cigno. 2. stormento : strumento. 3. finisse: finisce. 4. diviene: 
awiene. 5. Matth., 24, 42. 



IL LIBRO BELLA NATURA DEGLI ANIMALI 303 



ii. Delia natura de la scimia. 

La simia e uno animale di cotale natura che ella vole contrafare 
ci6 che vede fare; anco e d'un'altra natura, che ella se fae dui fi- 
glioli a una volta, e nutricali ambo voluntieri, ma pone piu arnore 
indelFuno che indelFaltro, e di questo diviene cosi che quando lo 
cacciadore la trova, si li va sopra per prendere lei [e li] suoi figlioli. 
E questa, quando vede venire lo cacciatore, si prende questi suoi 
figlioli, e briga scampare 1 con essi in cotal mainera, che elli si si 
reca fra le braccia quello che piu ama e Faltro getta po' le spalle, 2 
[e] tanto fugge cussi, che lo cacciatore la sopragionge, ed ella vede 
che non p6 campare correndo con due pede: 3 si lassa quello fi- 
gliolo che hae entra le braccia per potere campare con quattro pie- 
di, si che perde quello figliolo che piu ama e quello che meno 
ama si campa. 

Ancora li cacciatori che conosceno ch'ella contrafa voluntieri 
cio che ella vede fare, si vanno in quella locora 4 uv'eli vedeno 
usare 5 le simie, e portano calsaretti picciuli como piedi di scimie, 
e ora [si si calsano e] se scalsano molte volte, e le scimie stano a 
vedere; e Fomo si si parte e lassa videre li piccioli calsari, e la sci 
mia guarda, e non vede Fomo, si descende de Farbore a quelli 
calsari, metteseli in piede e legaseli molto bene stretti, e Fomo 
stae al tratto 6 e esce fuore per prenderla, e la scimia vole fuggire 
e non puo, si Fomo la prende. 

Questa simia, quando contrafae ogni cosa, si li simigliano tutti 
quelli che peccano voluntieri: ch'elli contrafanno lo dimonio, che 
fue quello che prima pecco. E si sono altre gente che, si [elli ve 
deno] fare usura, e elli la vogliano 7 fare, si elli ve[de]no lusurii 
e.lli la vogliano fare, se elli vedeno biastimare o involare si vuo- 
lono fare, e cussi fanno di tutti li peccati, si che '1 diaule li cognosce 
di quale peccato li puo prendere, si lo impa[ni]a si che Fomo non 
se ne sae partire, e ora lo sopragiunge a la fine [e] portane Fanima 
in inferno. 

E si como la scimia che abandona lo figliolo che piu ama, e 

i. briga scampare'. cerca di scampare. z.po* le spalle: dietro le spalle. 
3. pede: piedi. 4. quella locora: quei luoghi. 5. usare: stare per abitu- 
dine. 6. stae al tratto: sta in agguato (?). Ma V ha: sta in nascoso et di 
trato esefuora. 7. vogliano: vogliono. 



304 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

quello che meno ama non si parte da lei, lo simigliante diviene del- 
Tanima del mondano omo: che Panima di collui che non e con- 
giunto con Dio si ha due cotale figlioli ; e ciascuno nutrica volun- 
tieri 1'uno figliolo, si e 1 lo corpo e le suoe dilettasione ; Paltro fi- 
gliolo si e 1'opere malvagie ch'eli fae. Lo cacciatore che lo vae 
cacciando si e la morte: ch6 omo, fin che nasce indel mondo, 
si lo va cacciando la morte, e questi va fuggendo dilettandosi indel 
corpo e in quelfle] cose che '1 corpo li dimande, e 1'opere suoe si 
getta dipo le spalle e no ne mette cura. E quando viene a la fine, 
Tanirna non p6 dimorare indel corpo, che la morte la sopragionge, 
e si e in besogno che 1'anima abandon[i] lo corpo e le sue deletta- 
sione ; e le opere suoie mai 1'abandona. Si como diceno li sacerdoti 
a la fine 2 de Fomo: Opera enim illorum secuntur illos. 3 

12. De l[a] natura del corbo. 

Lo corbo si e uno uccello tutto nero, ed ha cotal natura che quan 
do li suoi figlioli nasceno, si nasceno tutti bianchi, e quando elli 
vede che non sono del suo colore, si li abandona e non da loro 
beccare fine a tanto che non sono diventati neri; e Dio li pasce 
in quello messo 4 di rosata. 5 E la sua voce si e cotale ch'elli dice: 
Crai, crai! 6 Ed anco hae cotale natura che quando elli trova uno 
omo morto, la prima cosa che elli ne becca si ne tragge 1'occhi e 
vanne fine alia cervella. 

Questo corbo, quando [che elli aband]ona li soi figlioli e Dio li 
pasce in questo messo, si ce monstra a lodare lo Nostro Segnore 
che notrica quelli ucelli che sono abandonati. Che sono una mai- 
nera de gente che hanno tal paura che non vegna loro meno le loro 
richesse, che tutto cio che elli hanno pare loro poco, e stano piue 
in rangulo 7 d'acquistare per lassare a li lor figlioli, e non se ricor- 
dano de la p[o]tensia di quello Signore che nutrica quelli corbi. 
E cussi sono una mainera di gente che sono in peccati, e tanto li 
tiene acecati la loro fellonia, che non cognosceno lo loro malo 
stato, e si n[on] ne sanno 'scire, ansi pur dicendo: 8 Dimane, 
[d]imane! Si se ne vanno sensa confessione e sono perduti. 

i. si e: cioe. 2. a la fine: alia morte. 3. Apoc., 14, 13. 4. in quello messo: 
in quel frattempo. 5. rosata: rugiada. 6. Crai, crai!)): imitazione del 
gracidio del corvo ; ma interpretata piti. avanti domani , arcaismo di vari 
dialetti (latino CRAS). 7. in rangulo: con Paffanno. 8. pur dicendo: conti- 
nuano a dire. Comune il gerundio in questa posizione. 



IL LIBRO BELLA NATURA DEGLI ANIMAL!)) 305 

E si como lo corbo, quando trova lo omo morto, si li becca 
Tocchi e la cervella, simigliante diviene dello dimonio: [che 
quando lo dimonio] trova 1'omo che e in peccati, si li trae li occhi 
de la mente, e si ne cava lo cervello, cioe che li tolle la bona mate- 
ria. 1 Che intanto che 1'omo e in peccato, si e in morte, e lo dimonio 
have adesso balia di lui; e percio dovemo noi guardare di peccare 
e di s[t]are in morte di peccati, a cio che '1 dimonio non ci possa 
tollere lu 2 lume della mente che demonstra a vedere lo criatore 
nostro e le [suoe] virtude, ne J l se[n]no materiale che c'insegna la 
via ch'e eternalmente durabile di gloria. 

1 6. Delia natura della serena? 

La serena si e una criatura molto nova, 4 che elle sono di tre na 
ture. L'una si e messo pesce e messa fatta a similitudine de feme- 
na; 1'altra si e messo uccello e messo femena; 1'altra si e messo como 
cavallo e messo como femena. Quella che e [messo] pesce si ha si 
dolce canto, [che] qualunque omo 1'ode si e misteri che se li apres- 
sime; 5 odendo 1'omo questa voce, si si adormenta, e quando ella 
lo vede adormentato si li viene sopra e uccidelo. Quella che e 
messo cavallo, si sona una tromba che simigliantemente e si dolce 
che occide 1'omo in quella medesma maniera. Quella ch'e messo 
uccello si fa uno sono d'arpa di tale mainera che simigliantemente 
e omo tradito e morto. 

Questa serena potemo noi appellare le femene che sono di bona 
conversasione, che ingannano li 6mini li quali s'inamorano di 
loro carnalmente, che per qualunqua cagione li bmoni s'inamo 
rano di loro, o per belessa di corpo o per vista che ella li faccia u 
per pa[raule] inganevile ch'ella dice, si pu6 tenere morto si como 
collui cui la serena ne inganna: che chi di folle amore e preso, 
bene p6 dire che sia morto in tutti 1'altri suoi fatti. Si como dice 
in uno luogo: Quando 1'omo e d' amore preso, arivato e a mal 
porto ; allora non e in sua balia ; 7 e chi per sua mala ventura moris- 
se in quello stato, puote dire che sia morto in anima e in corpo. 

i. material in V: memoria. a. lu\ cfr., a p. 300, la nota z. 3. serena'. 
sirena. 4. nova: strana. 5. e misteri. . .apresstme: e giocoforza che le 
si awicini. 6. dmoni: uomini. 7. Quando . . . balia : sono i versi 61-3 della 
canzone Si come y l pescio al lasso di Leonardo del Guallacca (ne La poesia 
del DuecentOy I, cit., p. 292). 



306 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 



19. De la natura del tiro. 1 

Lo tiro si e una bestia che e piu currente 3 che nulla bestia che 
onio [conosca, ed] e de tal natura ch'elli si deletta de mirare indel 
specchio, si che quando lo savio cacciatore vae per prendere li suoi 
figlioli a la tana, se porta con seco molti specchi, e vasene a la tana 
del tigro, e quinde li soi figlioli trae e partese con essi. E quella via 3 
ond'elli fugge si va ponendo li specchi; e quando lo tiro torna a la 
tana e non trova li figlioli, si se mette a correre di grande forsa, 
si che bene giungerebbe 4 lo cacciatore; ma trova questi specchi 
per la via, si se re[gg]e s a miralli, e [non] seguisce piu lo cacciatore : 
che s'elli vedesse li suoi figlioli e vedesse li specchi, si laser ebbe 
portare via li figlioli per mirare li specchi. 

Questo tigro significa una partita 6 d'6mini correnti che non hano 
stabilita neiente: che quando lo dimomo cacciatore e [furatore] 
delPanime li ha tolta I'anima per alcun peccato mortale, si como 
per superbia e per vanagloria e per avarisia e per invidia e per molte 
altre presure 7 con che elli piglia Famine, si connosceno che sono 
in malo stato e briganosi d[i r]acquistare Panima con grande furia, 
digiunando, afHiggendo lo corpo in pelegrinaio. E in cotale mai- 
nera lu dimonio, che fae 8 piu che tra tutti li omini del mondo in 
male operare, e di bene fare non ha podere neiente, si si traversa 
loro innansi con quelle cose di ch'elli li crede fare bistentare 9 
d[i rjacquistare le lor anime, e mostra loro ricchessa di pecunia e di 
possessione che tolleno 1' anime delli 6mini piu ch' altre cose che li 
6mini danna; dalFaltra parte Tinganna per vanita e per diletto 
di femene e per amore di figlioli : che ne sono molti ciechi, che per 
tenerli in agio e per lasarli in agio, che ne lassono perdere le loro 
anime; e si como traversa loro innansi questo, cosi fa de molte 
altre cose, e li omini biegi 10 si ponno tanto lo loro entendimento in 
queste cose che '1 diavole traversa loro innansi, che n'abandonano 
la loro anima sie in tal goisa che lo diavole ne va con essa in infer- 



i. tiro: per tigro , veniva confuso nei bestiari con tyrus, nome di un ser- 
pente; di qui Talternanza delle due forme anche nel nostro testo. 2. cur- 
rente: veloce nella corsa. 3. quella via: per quella via. 4. giungerebbe: 
raggiungerebbe. 5. se re[gg]e: si fenna. 6. una partita: una categoria. 
7. presure: lacci, S.fae: in V: sa, cioe, e abile. 9. bistentare: trava- 
gliare. 10. biegi: malvagi. 



IL LIBRO DELLA NATURA DEGLI ANIMAL!)) 307 

no. E questo divene tutto giorno, che vedeno certanamente per- 
dere la loro anima, e si lassano perdere per questa vanitade. 

21. Delia natura de la pantera. 

La pantera si e una bestia molta bella, ed e negra e bianca 
macchiata, e vive in cotal guisa che della sua [bocca] esce si grande 
olimento 1 che quando ella grida tutte le bestie che sono in quello 
contorno 2 trae a s6, salvo che li serpenti fuggeno; e quando le 
bestie sono tutte a lei, ed ella prende di queUe 3 piu li piaceno e 
mangiale. E possa se pone in alcuno logo a dormire, e dorm[e] 
tre giorni, e poi se [l]eva e grida; simigliantemente e in cutal mai- 
nera se notrica tutto tempo. 

Questa pantera significa alquanti boni omini di questo mondo, 
li quali gridando ferventemente e predicando le paraule dolcissime 
che conduceno Famine a vita eterna, si traggeno a loro per auli- 
mento tutte le creature che credeno in Dio veramente. Secondo 
che lo serpente fugge della pantera, cosi fuggeno tutti li mescre- 
denti iniquitosi da udire l[e] paraule delli boni predicatori auli- 
mentosi. E si como la pantera se notrica di chelli 4 fere che lui piu 
piaceno, simile fae lo bono predicatore: che quando elli vede li 
boni 6mini e le bone femine che piaceno [loro, si e loro grande vita 
e grande notricamento. E ancora ce acquistano la vita durabile di 
paradiso: che quando elli per la loro predicasione fanno salvare 
Paltre gente, si n j acquistano elli le loro anime: che la Scrittura dice 
che chi] per sua predicasione o per sua bona conversasione fae 
salvare T anime, si have quadagnato la sua anima e la altrui. 5 

E si como la pantera dormfe] tr[e] giorni e possa grida simigliante 
como di prima e pascesi, cosi fanno li boni predicatori, che piu 
dimorano in leggere le sante scritture e in esponerle e in masti- 
carle e in pensare in la profonditate de la divinitade de Cristo, 
che non fanno in predicare a la gente. E puosi bene dire ch'elli 
dormeno quanto che del 6 corpo, quando elli sono occupati de queste 
ed in queste cotale cose, si come se trova [di molti santi] ; e dir6vi 
di santo Bernardo, 7 che fu de questi aulimentosi predicatori, che 

i . olimento : profumo ; cosi pure aulimento. 2. in quello contorno : nei pressi. 
3 . quelle : e omesso il relative che . 4. chelli : quelle. 5 . che chi . . . altrui : 
cfr. Iac. y 5, 20. 6. quanto che del: quanto al. 7. santo Bernardo: si tratta 
probabilmente di Bernardo da Quintavalle, primo seguace di san Fran 
cesco. Gia i Fioretti (in e xxvm) ricordano le sue frequenti estasi e la sua 
astrazione dalla realta. 



308 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

cavalcando elli con soi monaci in uno viaggio, passoe per una cit- 
tade e non se ne avide, tanto era occupato indelle celestiale cose, 
ansi appena lu credea alii soi monaci quando lo disseno. 

E si como e bella ed e de nero e di bianco macchiata, lo simi- 
gliante diviene delli amici de Dio, ch'elli sono bellissimi apo '1 
nostro criatore, e sono macchiati quanto ch'elli 1 si hano molte 
volte delle tentasione e delli mutamenti, si como hae ciascuno 
omo in questo mondo fine ch'elli ci stae. Ma sono di migliori e de' 
piu belli, per che provano bene ch'elli sono simigliati alPoro che 
rafina indel fuoco. 

27. De l[a\ natura de la vipra dragone. 

Uno dragone e lo quale ha nome vipra, che non ce sono di nes- 
suno tempo piu che dui, ed hanno una meravigliosa natura: che 
quando lo maschio vole ingenerare, si vae e mette lo capo in bocca 
a la femena, e quella li taglia la testa colli denti e lassalo quine 
morto. E dello sangue che ingiotte 2 si ingenera dui figlioli, uno 
maschio e una femena. E quando elli vieno a nascere, si fanno cre- 
pare la loro matre e escino fuore, e cussi more lo maschio e la fe 
mena malamente tutto tempo, e in cotale mainera nasce[no. 

Questi dragoni significano e mostrano a lodare lo nostro cria 
tore e la potensia, che indele meravigliose cose si manifesta la 
grande potensia del nostro criatore. lesu Cristo disse a li disci- 
puli] suoi, quando elli dimandono d'uno ch'era nato cieco, e disse- 
noli: Magistro, per che cagione [nacque] questo cussi? che pec- 
cato avea elli fatto unde elli debbia avere questa pena? Elli 
disse: In costui si manifesta la gloria e la potensia de Dio. 3 

E [i]n altra mainera si podemo assimigliare lo dragone maschio 
al corpo del buono omo, e la femina draga si potemo assimigliare 
airanima del bono omo: [che Panima] e lo corpo tramburo 4 
fanno uno omo, e partendo Puno delPaltro non e mai 5 omo, e 
tuto tempo che stanno insieme si hanno [co]ntensione, che J l 
corpo vole compiere tutte le sue voluntade e [Panima fare quello 
ch'ella 6 vada indello regno di Cielo: che quando lo corpo non fa la 
voluntade delPanima, si '1 mette Panima e conduce in aflissione ed in 

i. quanta ch'elli: in quanto essi. z.ingiotte: inghiotte. 3. loan., 9, 1-4. 
4. tramburo: tutti e due insieme. 5. non e mai: non e piu. 6. quello 
ch'ella: quelle cose per cui ella. 



IL LIBRO DELLA NATURA DEGLI ANIMAL!)) 309 

morte e in ispargimento di sangue, si come divenne dei santi mar- 
tiri e di quelli che hanno afflitto lo corpo per 1'amore di Cristo e per 
la salute della loro anima. E quando lo corpo pate pena, si pate 
pena Fanima, che 1'uno non pu6 patire pena senza Taltro: si che 
quando T anima ha patito pena, si ne nasceno altre due, cio& 
anima e corpo; che quando vene lo die del Giodicio, a ciascuna 
anima buona si e renduto uno corpo glorificato che fie lucente 
per sette fiate lo sole. Or in questa maniera rinasce delTanima e del 
corpo del buono omo] gentile anima e gentile corpo. 

35 . De la natura della aquila. 

L'aquila si e uno gentile ucello, ed e ditto signore de li altri 
ucelli, ed have in se due cutale nature : Tuna si e ch'ella si prova li 
suoi figlioli se elli puono mirare fermamente inderocchio del sole 
si como puo fare ella, e dirissali inverso lo sole, e batte Tale si che 
ela li vede chiaramente simile di se, e possa si fida ch'elli sono suoi 
figlioli ; Paltra natura si e che quando ella e invecchiata, si si briga 
di ringiovanire in cotale maniera, ch'ella vola tanto alto in aire 
quant 'ella puo, si che lo calore che e in aire si Tarde e strina tutte le 
penne; e quando ella se trova dirissata sopra una fontana, e 
[quella] vi si lassa cadere dentro, e voltasi sottosopra tre volte, ed in 
cutale mainera si muta e rinovella. 

Questa aquila, in ci6 ch'ella fa prova de li suoi figliuoli s'elli 
hanno la sua gentile natura, si significa tutti quelli che mirano co 
Tocchio del cuore inverso di quello splendore che tutto lo mondo 
alumina, cioe Cristo, e conosce 1 che quelli e quello che fece lo cielo 
e la terra e tutte le criature che vi sono, che elli non ebbe unqua 
comminciamento n6 non de avere fine, che tutto lo mondo si go- 
verna per lui, e che elli da p[eni]tensia del male u quie u altroe, 
e che elli da guiardone de bene o qui o altroe, e ch'elli e giusto e 
misericordioso e grasioso, e ch'elli discese di cielo in terra per sal- 
vare la umana generasione; e che credeno che elli e uno solo Dio 
in tre persone; e che conosceno Talta divinitade del figliolo de 
Dio vivo e vero - tutti questi cotali si puono asimigliare ad aquila, 
si como divenne de santo Giovanni evangelista, che si dipinge 
como aquila per cagione ch'elli fue quelli lo quale parloe e vide 
di queste altitudine che dite sono, che elli fue quelli che disse quello 
I. conosce: per conoscono; forse traccia delFarchetipo veneto. 



3IO TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

Evangelic altissimo lo quale dice: In principle erat verbum)). 1 
Dunque di tutti questi cotali puote ben dire lo nostro padre cele- 
stiale: Questi sono [veracemente li miei figliuoli. 2 

E si come 1'aquila che si rinovella batteggiandosi 3 tre fiate in 
acqua, lo simigliante diviene di tutti quelli che si batteggiano del 
santo battesmo : che vi sono tuffati tre fiate, che vi sono rinovellati 
indela fede di Cristo e indela sua ubidiensa, ed hanno lassati li 
peccati d'Adamo e la sua disubidiensia; per li quali vecchi peccati 
conviene che omo prenda battismo : che se battismo non fusse, per 
quelli vecchi peccati saremmo] tutti dannati. E anco si intende che 
quando omo e invecchiato indeli peccati, si conviene che si rino- 
velli per confessione e per contrisione e per penitensia, che si 
chiama uno altro battismo, sensa lu quale nullo omo si poe salvare. 
Or in questa mainera conviene che omo si rinovelle si como fae 
1'aquila. 

46. [De la natura del cervio.] 

[Lo cervio si ha due nature e due figure : Tuna si e ch'elli tira a se 
di sotterra o de li pertusi della pietra grandi serpenti e mangiali, e 

10 loro veneno tolle molto indel suo corpo, e allora viene con grande 
volonta a la fonte de 1' acqua ed empiene molto di quella acqua lo 
suo ventre], e cussi vence lo veneno e fasi giovano e getta le cornua. 

Cosi dovemo noi fare: quando e in noi lussuria o odio o ira o 
avarisia o altri visii, si dovemo currere a la fonte viva, cioe a Cristo, 
con buone opere che per la sua grande misericordia infunde lo 
Spiritu Santo in noi ; si noi serviremo a lui, fara fuggire da noi tutti 

11 nostri peccati, li quali in noi seranno. 

E un'altra hatura ha lo cervio : che quando elli vole passare al- 
cuno fiume ed e fatigato di natare, apoggiase di sopra da 1' altro 
dosso; 4 e cussi fanno tutti, [e per questo giamai non si fatiga 
quando va lungi a pascere. E cusi de fare ciascheduno cristiano 
s'elli vuole andare ai paschi di Cristo, cioe a vita eterna; e cusi de 
ciascheduno peso de 1'altro portare, secondo che dice Paulo 
apostulo: ccUnus alterius honera portate, e cusi adempiete la legge 
di Cristo e vita eterna possidrete ] s . 

i. Tinizio del Vangelo secondo Giovanni. 2. Matth. y 14, 33 ; 27, 54, ecc. 
3. batteggiandosi'. battezzandosi. 4. apoggiase . . . dosso: cioe appoggia la 
testa sul dorso del cervo che ha davanti. 5. Galat., 6, 2. 



VERSIONE DEL TRESOR DI BRUNETTO LATINI 



Numerose enciclopedie, sia di scienze natural! (Vincenzo di Beau- 
vais), sia di scienze morali (Guglielmo Peraldo), coronano lo sforzo 
di diffusione della cultura nella Francia dugentesca. Brunetto 
(vedi p. 131) ebbe il merito di tentare per la prirna volta un'opera 
analoga in volgare (Vintage du monde di Gossuin de Metz e rifaci- 
mento di un trattato latino). II volgare usato e quello francese: 
pour .iL raisons, dice Brunetto Tune ke nous somes en France, 
1'autre por ou que la parleure est plus delitable e plus commune 
a tous langages [variante: gens] . E in effetti Brunetto si e posto co- 
scientemente sull'onda delPespansione linguistica francese; espan- 
sione che trae energia dal potere culturale (e infatti sono numerose 
le fonti francesi del Tresor}. D'altra parte Brunetto ha tutt'altro 
che dimenticato le sue origini e i suoi ideali: si noti come Fenci- 
clopedia converga verso la trattazione della politica (che e quella 
dei Comuni italiani) e ne consider! gran parte (secondo la tradi- 
zione italiana) Teloquenza e Vars dictandL 

Do qui lo schema del Tresor - la cui partizione deriva in parte da 
un commento di Eustrazio zll'Etica Nicomachea - indicando tra 
parentesi le fonti principal!. 

Libro I. Filosofia teorica: teologia (Isidoro da Siviglia); storia 
universale (Bibbia, Orosio, Isidoro, Pietro Comestore, Goffredo 
da Viterbo); fisica (Image du monde\ Lime de Sydrac)\ geografia 
(Solino); agricoltura (Palladio); storia naturale (Solino; Physiolo- 
gus' y sant' Ambrogio ; Isidoro; De bestiis), 

Libro n. Filosofia pratica: etica e economica (compendium la 
tino delTjEfooz Nicomachea] Isidoro; volgarizzamento francese del 
Moralium Dogma Philosophorum di Guglielmo di Conches; De 
quattuor virtutibus di Martino di Braga; Ars loquendi et tacendi 
di Albertano; Summa del Peraldo). 

Libro in. Filosofia pratica: retorica (De inventione di Cicerone; 
De Rhetoricae cognitione di Boezio; Li fet des Romains)\ politica 
(Oculus pastor alis\ De regimine civitatum di Giovanni da Viterbo; 
documenti ufficiali del Comune di Siena). 

La versione italiana e attribuita, gia nelle edizioni quattrocen- 
tesche, a Bono Giamboni; ma uno solo dei numerosissimi mano- 
scritti, e tutt'altro che autorevole, porta il suo nome; si tratterebbe, 



312 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

e cio stupisce, delFunica traduzione dal francese di Bono ; la lingua, 
infine, e assai diversa da quella di Bono. L'attribuzione e, a mio 
awiso, da respingere. 

La fama dell' opera e dimostrata dalle lusinghiere citazioni del 
cronista Aimery du Peyrat e del poeta Alain Chartier, come pure 
dalPampia utilizzazione fattane dai compilatori delle Leys d 9 amors 
(ed. J. Anglade, Toulouse 1919-1920, IV, pp. 52-5). Ma la maggior 
difFusione essa ottenne attraverso il testo italiano, dal quale sem- 
brano derivare le versioni castigliana, latina, catalana e persino 
francese ; mentre e probabilmente tradotto da una riduzione me- 
trica francese il Tesoro versificato (vedi A. D'ANCONA, 77 Tesoro 
di Brunetto Latini versificato, in Mem. R. Ace. Lincei , Cl. Sc. 
mor., stor. e filol., ser. iv, vol. IV, 1888, pp. m-66). 

I manoscritti della versione toscana, che spesso presentano 
rimaneggiamenti e aggiunte, specie nelle parti storiche, lasciano 
intrawedere un archetipo colmo di francesismi o persino di calchi 
fonetici di forme francesi non comprese, ai quali rimediarono va- 
riamente, anche consultando Toriginale, i copisti. 

C. S. 



Th. SUNDBY, Delia vita e delle opere di Brunetto Latini, per cura di R. Re- 
nier, con appendici di I. Del Lungo e A. Mussafia, Firenze 1884; C. MAR- 
CHESI, II compendia volgare delTEtica aristotelica e le fonti del VI libro del 
Tresor , in Giorn. stor. d. lett. ital. , XLII (1903), pp. 1-74; UEtica Nico- 
machea nella tradizione latina medioevale y Messina 1904; A. MARIGO, 
Cultura letteraria e preumanistica nelle maggiori enciclopedie del Dugento. 
Lo Speculum^ ed il Tresor , in < Giorn. stor. d. lett. ital. , LXVIII (1916), 
pp. 1-42; 289-326 \ L. FRATI, Per due antichi volgarizzamenti, ivi, pp. 186- 
95; Ch. -V. L/ANGLOIS, La vie en France au Moyen Age, in, Paris 1927, 
pp. 335-90; F. J. CARMODY, Introduction a Li livres dou Tresor de Bru 
netto Latini, Berkeley-Los Angeles 1948 (con ricca bibliografia). 



VERSIONE 
DELTRESOR DI BRUNETTO LATINI 

[i, xcix.] Come Natura opera negli alimenti e ne Valtre cose. 

Or dice lo conto die sua principale partita 1 comincia a trattare in 
questo libro della natura di tutte le cose del mondo, le quali sono 
stabilite per quattro compression!, 2 cioe di caldo, di secco, di freddo 
e d'umido, donde tutte cose sono complessionate. Ne' quattro ali 
menti, 3 che sono altressi come sostenimento del mondo, sono infor- 
mati di queste quattro complessioni. Ch6 il fuoco e caldo e secco ; 
1'acqua e fredda e umida; Paire e calda e umida; la terra e fredda e 
secca. Altressi sono complessionate le corpora degli uomini e delle 
bestie e di tutti altri animali: che i'lloro ha quattro omori, 4 cioe 
collera, ch'e calda e secca; fremma, 5 ch'e fredda e umida; sangue, 
ch'e caldo e umido ; maninconia, ch'e fredda e secca. L'anno mede- 
simo si e diviso in quattro tempi, che sono altressi complessionati : 
che il primo tempo 6 si e caldo e umido; la state e calda e secca; 
autonno e freddo e secco; verno k freddo e umido. E cosi potete 
voi vedere che '1 fuoco e la collera e la state sono d'una medesima 
complessione; 1'acqua e la fremma e *1 verno sono d'un'altra, ch'e 
del tutto contraria alia prima; ma il sangue e Faire e il primo tempo 
della primavera sono temperati dell'una natura e dell'altra, e per- 
cio sono egli di migliore complessione che non sono tutti li altri; 
e J l loro contrario sono la terra, malinconia e autonno, e percio 
hanno elli malvagia natura. 

Ora e elli leggier cosa a intendere come 1'uficio della Natura e in 
acordare queste cose discordanti, in tal maniera che tutte diversita 
ritornino in unita e le rechi insieme inu[n] corpo o in una sustanza 
o in altra cosa ch'ella fa nascere al mondo tutto giorno, 7 o di pianta 
o di semenza o per congiugnimento di maschio e di femina, donde 
Tuno ingenera ova che sono ripieni di creature, Paltro ingenera 
figure incarnate, 8 secondamente che J l conto divisera 9 qua inanzi, 

i. partita: faccenda, argomento. 2. compressioni: complessioni. 3. Ne s 
. . . alimenti: in francese: Neis li ecc., cioe, anche i quattro element!. 4. 
omori: umori. 5. fremma: flemma. 6. il primo tempo: francesismo; piii 
avanti dira: il primo tempo della primavera. 7. tutto giorno: tousjors. 

8. ingenera figure incarnate: partorisce corpi viventi (allude ai mammiferi). 

9. divisera: esporra. 



314 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

la ove sara luogo e tempo. Per queste cose appare che Natura e a 
Dio siccome il martello al fabro, che ora fabrica una spada o un el- 
mo, ora fa un chiovo, 1 or una cosa ora un'altra, secondamente che 
'1 fabro vuole. E tutto altressi com'egli & una maniera di fabricare 
elmi e un'altra di fabricare agora, 3 tutto altressi opera Natura nelle 
stelle altrimenti che nelle pianete, 3 e altrimenti in uomini e in 
bestie e negli altri animali. 

[l, C.] Come tutte cose furono fatte, e del mischiamento 
delle compression^ 

Vera cosa fu che '1 Nostro Signore al cominciamento fece una 
grossa matera sanza forma e sanza figura; ma ella era di tale maniera 
ch'elli ne poteva fare e formare ci6 ch'elli volea. E sanza fallo di 
cioe fee' elli 1' altre cose; e perci6 ch'ella fue fatta di neente, di- 
vanza 4 1' altre cose, no neente 5 di tempo ne de etternita, ma di nasci- 
mento, altressi come lo suono divanza il canto, che '1 Nostro Si 
gnore fece tutte cose insieme. Ragione come: 6 quand'elli cri6 quella 
grossa matera donde queste altre cose furono tratte, dunque fece 
elli tutte cose insieme; ma secondo la distinzione e '1 dividimento 
di ciascuna cosa per se, le fee' elli in sei giorni, secondamente che 
il conto divisa qua indietro; e la medesimo disse elli che quella 
grossa matera e appelata ylem. 

E perci6 che li quattro alimenti sono tratti di quella matera, 
sono elli appellati alimenti per lo nome di lui, cioe di ylem. E cosi 
si tramischiarono questi alimenti nelle criature : che i due sono leg- 
geri e isnelli, cioe lo fuoco e 1'aire, e gli altri due sono gravi e pe- 
santi, cioe terra e acqua. E ciascuno di loro due si ha due stremitadi 
e un mezzo. Ragione come: lo fuoco ha una stremitade di sopra che 
tutto giorno va di sopra, e questa e la piu sottile e la piu leggieri; 
Faltra stremitade e di sotto, ch'e molto meno leggiere e meno sottile 
che 1'altra. II mezzo e intra due, il qual 6 temperato dell'uno e 
dell'altro. Similemente e degli altri tre alimenti e nelle quattro 
complessioni : queste cose si mischiano nei corpi e nelP altre cria 
ture; che in cioe che lo pesante si congiugne a leggieri, e '1 caldo 

i. chiovo: chiodo. 2. agora: aghi. 3. pianete: il francese ha plantes; 
1'errore e nato dall'accostamento a stelle. 4. divanza: e superiore a. 
5. neente: affatto; e frequente qui. 6. Ragione come: Raison coment; 
e la formula con cui Brunette introduce le prove o i particolari di un'affer- 
mazione. 



VERSIONE DEL TRESOR DI BRUNETTO LATINI 315 

col freddo, e '1 secco co 1'umido in alcuna criatura, e' conviene che 
la forza dell'uno sormonti Taltro. lo non dico niente delle stelle, 
ch'elle sono in tutto di natura del fuoco ; ma ne 1'altre creatura, ove 
li alimenti e 1' altre complessioni sono mischiate, aviene che le 
stremitadi di sopra sormontano F altre in alcune criature; e allora 
conviene che quelle criature sieno piu leggieri e piu isnelle: 
percio vanno per Paire, cio sono 1 uccelli. Ma e' ci ha diferenzia, e 
impercib che si come li ucelli generalmente sormontano tutte cria 
ture di leggerezza e di snellezza, per le stremita delli alimenti di 
sopra che abondano rlloro, altressl Puno uccello sormonta 1'altro 
percib che la stremitade leggieri e snella abonda piu i'llui, e perci6 
vola quello uccello piu alto che gli altri, cioe Faguglia; 2 e quello 
in cui abonda il mezzo non vola niente si alto, siccome la grue; 
e quello in cui abonda la stremitade di sotto sono piu gravi e piu 
pesanti, cioe 1'oca e Panitra. Altressi 3 dovete voi intendere in tutti 
li altri animali e pesci e alberi e piante, secondo il divisamento degli 
ucelli. 

[i, ci.] Delle quattro complessioni de Vuomo e d* altre cose, 
quando si mischia in alcune criature. 

Tutto altressi aviene delle quattro complessioni, quando elle 
si mischiano in alcune criature, che ciascuna segue la natura del 
suo alimento. E perci6 conviene che al mischiare delli omori 1'uno 
sormonti 1'altro, e che sua natura sia piu forte e di maggiore po- 
dere : e percib aviene che una erba e piu calda e piu fredda Tuna 
delPaltra, e che Tuna criatura e di complessione sanguinea, 1'altra 
e di complessione malinconica o di fremma o di collera, seconda- 
mente che 1'omore v'abonda piu. Percio sono i frutti e le biade 
e 1'erbe e le semenze Tuna piu malinconosa che 1'altra, o piu colle- 
rica o d'altra complessione; altressi dico io degli uomini e delle 
bestie e degli ucelli e de' pesci e di tutti animali. Dond'elli 
aviene che Tuna cosa e buona e Taltra rea, alcuna dolce a mangiare 
e 1'altra no, alcune sono dolci, alcune amare, altre sono verdi, 
altre sono rosse, altre bianche e altre nere, secondo il colore del- 
1'alimento e dell'omore che sormonta; alcune sono velenose, Pal- 
tre vagliono in medicina. E avegna Iddio che 4 in ciascuna cosa sieno 

i. do sono: vale come alludo agli. z.Taguglia: 1'aquila. 3- Altressi: 
analogamente. 4. avegna Iddio che: nonostante che. 



316 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

mischiati i quattro aliment! e le quattro complessioni e le quattro 
qualita insieme, conviene che la forza delPuno vi sia piu forte, 
secondamente che piu v'abonda. 

E per quella natura che piu v'abonda, e tutto apellato di quella 
natura. E la ragione e questa: se fremma abonda piu in uno uomo, 
egli e appellate frematico, per la forza ch'ell'hae in sua natura. 
Che in cio che flemma e fredda e umida, ed e di natura d'acqua e di 
verno, conviene elli che quello uomo sia lento e molle e pesante 
e dormiglioso e non bene ricordante delle cose passate, e ci6 e la 
compressione che piu appartiene a' vecchi. E ha la sua sedia 1 nel 
polmone, ed e purgata per 2 la bocca. Ella cresce di verno, percio 
ch'ella e a sua natura: perci6 sono in quel tempo malati li frematichi 
vecchi; ma i collerichi sono piu sani, e li giovini altressi. E le mali- 
zie 3 che sono per cagione di fremma sono malvagie di verno, 
siccome cotidiane; 4 ma quelle che sono per collera sono meno 
mal[e], siccome terzana; e percio e bene che '1 frematico usi di 
verno cose calde e secche. 

Sangue e caldo e umido, e ha suo seggio entro lo fegato. E 
cresce nella primavera: perci6 sono allora malvagie le malizie del 
sangue; in quel tempo sono meglio sani i vecchi che i giovani: 
perci6 debbono elli usare cose fredde e secche. E Fuomo in cui 
questa complessione abonda, e apellato sanguigno, e ci6 e la miglio- 
re complessione che sia: dond'elli aviene uomo grassetto, cantan- 
te, lieto e ardito e benigno. 

Collera e calda e secca, e ha il suo seggio entro il fiele, ed e pur 
gata per li orecchi. Questa complessione e di natura di fuoco e di 
state e di calda giovanezza: perci6 fa ell [a] uomo adiroso e inge- 
gnoso, 5 aguto, fiero e leggiero e movente. 6 E si cresce di state: 
percio sono allora li collerichi meno sani che li frematichi, e meno 
li giovani che li vecchi; e percio debono usare cose fredde e umide, 
impercib che le malizie che vengono per collera sono pericolose 
di state piu che quelle che sono per fremma. 

Maninconia e uno omore che Tuomo apella collera nera, ed e 
fredda e secca, ed ha suo seggio nella spiena, 7 ed e di natura di 
terra e d'autonno : percioe fae li uomini maninconosi e pieni d'ira 

i. sedia: sede. 2. per: attraverso. -$. malizie: malattie. 4. cotidiane: le 
febbri quotidiane. $.ingegnoso: astuto. b. leggier o e movente: legier 
movant. 7. nella spiena: en le splen. 



VERSIONE DEL TRESOR)) DI BRUNETTO LATINI 317 

e di men 1 malvagi pensieri, e pauroso, e che non puote bene dor- 
mire alcuna volta. Ed e purgata per li occhi, e cresce in autonno: 
percio sono in questo tempo piu sani i sanguigni che i rnaninco- 
nosi, e piu e meglio i garzoni 2 che i vecchi. E allora sono piu gravi 
malattie quelle che sono per maninconia che quelle che sono per 
sangue : perci6 e buono a usare cose calde e umide. 

[i, en.] Delle quattro virtii che sostengono li animali in vita. 

E sappiate che in ciascuno corpo che ha i sofficienti membri 3 
sono quattro virtu stabilite e formate per 4 li quattro alimenti e per 
loro nature, cioe apetitiva, ritenitiva, digestiva e ispulsiva. Im- 
perci6 che quando li quattro alimenti sono aggiunti 5 insieme in al- 
cuno corpo compiuto di diritti membri, lo fuoco, perch'egli e 
caldo e secco, fa la virtu apetitiva, cioe che li dona talento di man- 
giare e di bere. E la terra, ch'e fredda e secca, fae la virtu ritenitiva, 
cioe che ritiene la vivanda. L'aire, ch'e calda e umida, fa la virtu 
digestiva, cioe che fa cuocere e amassare 6 la vivanda. L'acqua, 
ch'e fredda e umida, fa la virtu spulsiva, cioe che caccia fuori la vi 
vanda quando ella e cotta. 

Queste quattro virtu servono a quella virtu che nodrisce il cor 
po. E la virtu del nodrimento serve alia virtu che ingenera, per la 
quale 1'uno ingenera Paltro secondo loro natura. Siccome rattem- 
peramento 7 che acorda la diversita delli alimenti fa i corpi ingenerare 
e nascere e vivere, tutto altressi il disattemperamento di loro li 
corrompe e li fa finire. Che se '1 corpo fosse pure d'uno alimento, 8 
elli non potrebbe disattemperare giamai, perci6 che no avrebe 
contrario 9 giamai, e cosi no morebbe. Ma qui si tace il conto a par- 
lare della natura delli alimenti, e ritorna a sua diritta via: che 
elli de dire primieramente delle cose che prima furono fatte; e 
perci6 tornera elli a dire del mondo e del fermamento, del cielo 
e della terra. 



1. men: riproduce nel suono, e non nel senso, il francese maintes. 

2. i garzoni'. i giovani. 3. che ha . . . membri: perfetto nelle sue parti; 
piu avanti: compiuto di diritti membri. 4. per: da. 5. aggiunti: accostati. 
6. amassare: moistir. 7. attemperamento: cc atemprement , mescola- 
mento; cosi disattemperamento: desatemprement , scissione. 8. fosse. . . 
alimento: fosse costituito di un solo elemento. 9. contrario: ostacolo. 



318 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 



[i, cm.] Del quinto alimento. 

Lo conto ha divisato qua indietro la natura delli quattro alimenti, 
cioe del fuoco e dell'aire e de 1'acqua e della terra. Ma Aristotile, 

10 grande filosofo, dice ch'egli e un altro alimento fuori di questi 
quattro, che non ha punto di natura ne di complessione degli altri, 
anzi e si nobile che non puote niente essere ismosso ne corotto, si 
come gli altri alimenti. E perci6 dice elli medesimo che se Natura 
avesse creato suo corpo di quello alimento, ch'elli si terrebe a si- 
euro della morte, percio ch'elli non potrebe morire rniuna maniera. 
Questo alimento e apellato orbis, cioe un cielo ritondo che inve- 
rona 1 e inchiude dentro da se gli altri alimenti e queste altre cose 
che sono fuori della divinita. Ed e altressi al mondo come il guscio 
delFuovo, che inchiude e serra cio ch'e dentro. E percio ch'elli 
e tutto ritondo, si convenne elli a fine forza 2 che la terra e la forma 
del mondo sia ritonda. 

[i, civ.] Come lo mondo e ritondo e come li quattro alimenti 
sono stabiliti e ordinati. 

In cioe fue Natura bene provedente, 3 quando ella fece il secolo 4 
tutto ritondo, ch6 neuna cosa puote essere si fermamente serrata 
in se medesimo come quella ch'e ritonda. Ragione come : riguardate 

11 maestro 5 che fa le botti e li tinelli o caldaie, che non si farebono 
ne potrebono in altra maniera formare se non per ritondezza. 
Ne 6 una volta, quando Tuomo la fae in una magione o un ponte, 
conviene che sia serrato per sua ritondezza, non neente per lungo 
n6 per lato n6 rniuna altra forma. 

D' altra parte e* non e niuna altra forma che possa tanto durare 
ne tenere cose ne porprendere, 7 come le cose ritonde. Ragione come : 
e* non sara giamai niuno si sottile 8 maestro di legname od orafo che 
di rame o d'argento o di legname sapesse fare uno vasello 9 lungo 
o quadrato o d' altra forma ove Fuomo potesse mettere tanto vino 
od assai come in uno tinello ritondo. D'altra parte e 5 non e nulla 
cosa ne niuna figura che sia si aconcia a volgersi come le ritonde. 

i . inverona : environne . 2. a fine forza : inevitabilmente. 3 . provedente : 
previdente. 4. il secolo: il mondo. 5. il maestro: il falegname. 6. Ne: 
Neis, persino: cfr., a p. 313, la nota 3. 7. porprendere: porprendre . 
8. sottile: abile. 9. vasello: recipiente. 



VERSIONE DEL (CTRESOR)) DI BRUNETTO LATINI 319 

E elli conviene che il cielo e '1 fermamento si giri e volga tutto 
giorno ; e s'elli non fusse ritondo, quando elli si volge e' converebbe 
a fine forza che elli rivenisse a altro punto che al primaio dond'elli 
era mosso. D'altra parte conviene elli a fine forza che Yorbis sia 
tutto pieno dentro a s6, sicche Tuna cosa sostegna 1'altra : che sanza 
sostenimento non potrebbe ella essere. E se ci6 fosse che '1 mondo 
avesse forma lunga o quadrata, elli non potrebbe essere tutto pieno, 
anzi il converebbe essere voto in alcuna parte; e ci6 non pu6 essere. 
Per queste e molte altre ragioni conviene, altressi come per ne- 
cessita, che Vorbis avesse figura e forma ritonda, e che tutte le cose 
che sono inchiuse dentro lui fossero messe e stabilite ritondamente, 
in tal maniera che Tuna inveronasse 1'altra e la chiudesse dentro da 
se si igualmente e si a diritto che non tocchi piu d'una parte che 
d'altra. Percio potete voi intendere che la terra e tutta ritonda, e al 
tressi sono li altri alimenti che s'i[n]trattengono in questa maniera: 
che quando una cosa 6 inchiusa e averonata da un'altra, elli con 
viene che quella che inchiude tenga quella ch'e inchiusa, e con 
viene che quella ch'e inchiusa sostegna quella che la 'nchiude. Ra- 
gione come: se '1 bianco d'un uovo che averona lo tuorlo nol te- 
nesse inchiuso dentro da se, elli cadrebbe sopra il cuscio; 1 e se '1 
tuorlo non sostenesse il suo bianco, certo elli cadrebe nel fondo 
de 1'uovo. 

E perci6 conviene elli in tutte cose che quello ch'e piu duro e 
piu grave sia tutto giorno nel miluogo 2 de li altri, perci6 che di 
tanto com'egli e piu duro e di piu salda sustanza, di tanto potrae 
meglio sostenere 1' altre che sono intorno lui. E di tanto com' ella 
e piu pesante, conviene ch'ella si tiri nel miluogo o nel fondo de 
1' altre che intorno vi sono, cioe in tale luogo ch'ella non possa piu 
avallare 3 ne montare ne andare qua e la. E questa e la ragione per- 
ch6 la terra, che e il piu grave alimento e di piu soda sustanza, e 
assisa nel miluogo di tutti li cerchi e di tutti avironamenti, cioe nel 
fondo de' cieli e delli alimenti. E percio che 1'acqua e, apresso la 
terra, il piu grave alimento, ella e assisa in sulla terra ov'ella si so- 
stiene. Ma 1'aire inverona e inchiude 1'acqua e la terra tutto in 
torno, a tal maniera che la terra ne 1'acqua non hanno podere 
ch'elle si rimutino de[l] luogo ove Natura li ha istabiliti. 

Intorno a questo aire che inchiude la terra e 1'acqua e assiso lo 

i. cuscio: guscio. a nel miluogo : nel mezzo. 3. avallare: avaler, di- 
scendere. 



320 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

quarto alimento, cioe il fuoco, ch'e sopra tutti li altri. Or potete voi 
intendere che la terra e al piu basso luogo di tutti li alimenti, 
cioe nel miluogo del firmamento e del quinto alimento, ch'e ap- 
pellato orbis, che inchiude tutte cose. E alia verita dire, 1 la terra e 
siccome il punto del compasso, che tutto giorno e nel miluogo 
di suo cerchio, si che non si islunghi 2 piu d'una parte che d'un'al- 
tra. E per6 e elli necessaria cosa che la terra sia ritonda: che s'ella 
fosse d' altra forma, gia sareb'ella piu presso del cielo e del ferma- 
mento in uno luogo che in uno altro. E ci6 non puote essere; 
che se ci6 fosse cosa possibile che Tuomo potesse cavare la terra e 
fare un pozzo che andasse d'oltre in oltre, e per questo pozzo git- 
tasse 1'uomo una grandissima pietra o altra cosa pesante, io dico 
che quella pietra non se ne andrebbe neente, anzi si terrebbe tutto 
giorno nel miluogo della terra, cioe sopra il punto del compasso 
della terra. Si ch'ella no andrebbe ne inanzi ne adietro, percio 
che 1'aire che averona la terra enterebbe per li pertugi d'una parte 
e d' altra e non sofferebbe niente ch'ella andasse oltre il miluogo 
ne che ella rivenisse a dietro, se ci6 non fosse per la forza del ca- 
dere; e immantanente ritornerebbe a suo miluogo altressi com'una 
pietra, quando ella e gittata nell'aire. E d'altra parte tutte cose si 
tragono al piu basso. E la piu bassa cosa e la piu prefonda che sia 
al mondo e il punto della terra, cioe il miluogo dentro, ch'e appel- 
lato abisso, la ove il ninferno e assiso. E tanto quanto la cosa e piu 
pesante, tanto si tira piu verso 1'abisso. E percio aviene elli che 
quanto piu 1'uomo cava la terra adentro, si la truova piu grave e piu 
pesante. Ancora ci ha altre ragioni perch' elli appare che la terra e 
ritonda: che se non fosse sopra la faccia della terra niuno impac- 
ciamento, 3 sicche uno uomo potesse andare per tutto, certo elli an 
drebbe dirittamente tutto intorno alia terra, tanto ch'elli tornerebbe 
a[l] luogo medesimo dond'elli si fosse mosso ; e se due uomini d'uno 
luogo e a una or a si movessono, e Puno andasse verso il sole le- 
vante e 1* altro verso il sole coricante, certo ellino s'incontrerebono 
in quello luogo medesimo da P altra parte della terra diritto incontro 
a[l] luogo dond j ellino si mossono. 



i. alia verita dire: a dire la verita. 2. si islunghi: si allontani. 3. impaccia- 
mento: empechement , ostacolo. 



VERSIONE DEL TRESOR DI BRUNETTO LATINI 321 



[i, cv.] Qui dice delVacqua. 

Sopra la terra, di cui il conto ha tenuto lungo parlamento, e 
assisa 1'acqua, cioe il mare maggiore ch'e appellate il mare Occeano, 
di cui tutti li altri mari e braccia di mare e fiumi e fontane che sono 
per me* la terra 1 e escono e nascono primieramente del detto mare, 
e la ritornano alia fine. Ragione come: la terra e tutta pertugiata 
dentro e e piena di vene e di caverne onde 1'acque del mare vengono 
e escono e vanno per la terra, e dentro e di fuori surgono e corrono, 
secondamente che le vene le menano qua e la; altressi come il 
sangue nel corpo de Puomo, che si spande per le vene, sicche 
cerca 2 tutto il corpo di sotto e di sopra. Egli e vero che '1 mare si e 
sopra la terra, secondamente che '1 conto divisa qua in adrieto nel 
capitolo delli alimenti. E se cio e vero ch'ella 3 segga sopra la terra, 
dunque e ella piu alta che la terra: dunque non e maraviglia delle 
fontane che surgono in alte montagne, ch6 la propia natura del- 
Pacqua e ch'ella sale tanto quant'ella scende. 

E sappiate che Tacqua muta sapore e colore e qualita secondo la 
qualita e secondo la natura della terra ove ella corre. Che la terra 
non e niente tutta d'una maniera, anz'e di diverse maniere e di 
diverse complessioni : che in uno luogo e dolce, e in un altro amara 
o salata, e in uno luogo nera e in altro bianca o rossa o d'altro co 
lore; e in alcuno luogo sono vene di zolfo o d'oro o d' altro metallo; 
una terra e molle e un'altra dura: e cosi sono le vene e le terre va- 
riate e diverse dove 1'acque corrono. E secondo la natura delle vie 
di lor corso, conviene che Tacque rimutino qualitade e ch'elle di- 
vengano del sapore e della natura della terra in ch'ella conversa. 
D'altra parte ha in terra alcune caverne puzzolenti e malvagie, 
o per sua natura o per alcuna malvagia bestia che vi dimori; e 
percioe alcuna volta e che 1'acqua e malvagia e velenosa che corre 
in tali vene. E queste caverne, la ove Pacque vanno e vengono, 
conviene per lo dibattimento delTacque che venti 4 si si muovano. 
E quando elli si fiede 5 in vene zolfate, il zolfo si scalda e isp[r]ende 6 
di si grande calore che Pacque che corono per quelle vene diven- 

i.per me' la terra: in mezzo alia terra (parmi la terre ). z. cerca: per- 
corre. 3. ella: e il mare, femminile in francese. 4. venti: vens, al 
singolare; e infatti, nella frase seguente: quando elli si fiede. 5. si fiede: 
s'incontra. 6. isp\r\ende: esprent, s'accende. 



323 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

gono cosi calde come fuoco, e di ci6 sono li caldi bagni che Puomo 
truova i'molte terre. E quando quelli venti dibatte Paire ch'e in- 
inchiusa per le predette caverne, e '1 dibatte alia terra, e' conviene a 
fine forza che quella terra, s'ella e fiebole, per la forza di quello 
dibattimento si rompa, sicche Paria se n'esce fuori. E allora con 
viene che la terra caggia e fonda 1 con tutte le mura e difici che sono 
nella predetta terra. Ma s'ella e si forte e si grossa ch'ella non s'apra, 
allora conviene che la forza di quello dibattimento delPaire e delle 
vene che sono a distretta la entro faccia crollare e tremare tutta la 
terra intorno; e questi s'apellano in alcuna parte tremuoti. 

[i, cvi.] DelVaria e delta piova e de 9 venti 
e delle cose che sono inella aria. 

Lo conto dice qua in adrieto che Paire inverona Pacqua e la terra 
e le inchiude e serra dentro da se. E Puomo e li altri animali vivono 
nelPaire, ov'elli rispirano dentro e fanno altressi come li pesci nel- 
Pacqua. E ci6 non potrebbe fare s'elli 2 non fosse umido e ispesso. 
E se alcuno dicesse che Paire no fusse o sia spessa, io direi che s'elli 
movesse fortemente una verga nelPaira, ella sonera e pieghera im- 
mantanente per la spessezza delPaire ch'ella incontra. Gli ucelli 
medesimi volano nelPaire per suo spesso. 3 E in questo aire nascono 
i nuvoli e le piove e i baleni e i tuoni e altre cose sembiabili, e 
udirete ragione come. Lo conto dice qua indietro che Paire averona 
e inchiude la terra e Pacqua, e Pinchiude e sostiene dentro da se, 
e gli uomini e gli altri animali, e che la terra e coperta di diverse 
acque. 

E quando il caldo del sole, ch'e capo e fondamento di tutti i 
calori, elli fiede nelPumidore della terra o delle cose bagnate, elli 
Pasciuga e ne trae Pomore altressi come se ci6 fosse un drappo 
molle. 4 Allora si n'esce uno vapore come fummo, e se ne vano 
nelPaire, ov'elle s'acolgono 5 a poco a poco e ingrossano tanto 
ch'elle divengono oscure e ispesse e a noi tolgono la veduta del 
sole; e queste sono le nuvole. Ma elle non hanno niente si grande 
iscurita ch'elle ci tolgano la veduta del giorno; che il sole riluce 
di sopra altressi come fa una candela dentro a una lanterna, che 

i. fonda: fonde, crolli; piii avanti, sempre in corrispondenza con fon- 
dre, s'apra. 2. elli: 1'aire, qui usato promiscuamente al maschile e al 
femminile. 3. spesso: densita. 4. molle: moilliet, bagnato. 5. s*acol- 
gono: si condensano. 



VERSIONE DEL TRESOR DI BRUNETTO LATINI 323 

alumina di fuori, e si 1 'no la puote 1'uomo vedere. E quando la 
nuvola e nera e umida, ch'ella non puote sofferire 1'abondazione 
dell'acque che vi sono vaporate, si la conviene cadere sopra la terra; 
e questa e la piova. Allora ritaglia 2 1'umidore della nuvola, che 
immantanente diviene bianca e leggera, e '1 sole spande li suoi razzi 3 
per le nuvole e fa di suo spendore 4 arco di quattro colori diversi, 
che ciascuno alimento vi mette suo colore. E ci6 suole avenire 
quando la luna e piena. E quando la nuvola e alquanto asciutta e 
leggera, ella monta in alto tanto che '1 calore del sole la confonde 
e diguasta 5 in tal maniera, che 1'uomo vede Paira chiara e pura e 
di bello colore. 

E sappiate che 1'aire ch'e sopra a noi e piu fredda che quella ch'& 
in basso. Ragione come: tanto come la cosa e piu grossa e di piu 
spessa natura, tanto s'aprende il fuoco piu forte; e percio che 1'aire 
ch'e in basso e piu grosso e piu spesso che quello ch'e in alto, il 
calore del sole s'apprende meno in alto che in basso. D'altra parte 
li venti muovono e feggono sovente in basso aire piu che in alto, 
e tutte le cose che dimorano chete sono piu fredde che quelle che 
sono in movimento. D'altra parte di verno si slunga 6 il sole di so 
pra a noi, e percio e 1'aire ad alti 7 assai piu fredda che dinanzi. E 
perci6 aviene sovente che Tumidore, inanzi ch'elli sia ingrossato 
in gocciole, viene in quello aire freddo, e gela e cade a terra tutta 
gelata; e questa e neve, che unque non cade in alto mare. Ma di 
state, quando il sole riviene appressimando all' aire freddo, s'elli 
vi truova alcuno vapore congelato, elli lo inserra e indura, e ne fa 
gragnuola molto forte e grossa e la caccia per 8 suo calore fino a 
. terra. Ma al cadere ch'ella fa, per la spessezza dell' aire amimizza 9 
molto e diviene piccola, e sovente alentisce 10 anzi ch'ella venga 
sopra la terra. 

Ora aviene molte volte che i venti s'incontrano di sopra le nu 
vole, e si fegono e percuotono si duramente e si forte rlloro ve 
nire, che fuoco ne nasce nell'aire. E allora, se questo fuoco truova 
la ad alti questi vapori montati e ingrossati, si li infiama e li fae 
ardere; e questa e la folgore. Ma '1 forte dibattimento de' venti li 



i. e si: eppure. 2. ritaglia: retrence, diminuisce. 3. razzi: raggi. 
4. spendore: splendore. 5. la confonde e diguasta: la confont et la gaste 
[variante: degaste] . 6. si slunga: si allontana. 7. ad alti: in alto. 8. per: 
con la forza del. 9. aminuzza: diminuisce. 10. alentisce: per anentisce 
( aneantissent ), evapora. 



324 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

distrigne e caccia si duramente, ch'ella fende e passa le nuvole e fa 
tonare e balenare, e cade giu da tal forza 1 per li grandi venti che la 
cacciano, che niuna cosa non pu6 durare contro a lei. E ben sap- 
piate veramente che quando ella si muove a venire, ell'e maravi- 
gliosamente grande ; ma ella appiccola molto in suo venire per lo 
dibattimento delTaire e delle nuvole. E molte volte aviene, quand'el- 
la nasce e prima no molto grande 2 ne troppo dura, e che le nuvole 
sono bene grosse e umide e caricate d'acqua, che la folgore non ha 
podere che la passi, anzi si spegne nella nuvola e perde suo fuoco. 
E quando li venti che si combattono si maravigliosamente entrano 
dentro alle nuvole e sono inchiusi dentro in lor corpi, elli ismuo- 
vono e fanno fedire le nuvole contro alPaltre; e perci6 che loro na- 
tura non soffera neente che sieno inchiuse, le rompe a fine forza, 
e allora fanno elli tonare. E egli e natura di tutte cose che si possono 
fedire e percuotere insieme, che fuoco ne pu6 nascere ; e quando quel 
forte incontramento e delle nuvole e de' venti e '1 dispezzamento 
del tuono, Natura ne fa nascere fuoco che getta grandissima chiari- 
tade, secondamente che voi vedete ispesse volte quando il baleno 
getta sua lumiera; e questa e la propia ragione perche sono i baleni 
e i tuoni. E se alcuno mi domandasse perche vede Tuomo prima il 
baleno che il tuono senta, io diro : perci6 che J l vedere e piu presto 3 
che no e Tudire. Tutto altressi aviene ispessamente che alcuno 
vapore secca quand'elli 6 montato tanto ch'elli s'apprenda 4 per lo 
caldo ch'e ad alti: egli avalla immantanente ch'elli e apreso verso la 
terra, tanto ch'elli si spegne e amortisce; onde alcune genti dicono 
che cio e il dragone o che cio e una Stella che cade, ma ci6 non 
puote essere. 

E sappiate che nelTaria sono intorno alia terra quattro venti prin- 
cipali, e ciascuno ha sua natura e suo ufEzio, di che elli opera, se 
condamente che li marinai lo sanno che H pruovano di giorno e di 
notte. Ma de' nomi e dalla diversita de' venti non dira ora piu il 
conto, percio che la diversita delle genti del mondo cambiano e 
divisano i nomi secondo 1'usaggio e secondo la diversita de[l] lin- 
guaggio. E d'altra parte 1'uomo trova che uno medesimo vento fa in 
uno luogo piova e in un altro no, secondamente che il luogo e 

i . da tal forza : con tale forza (ma in francese : de eel air ). 2. quand'ella . . . 
grande: traduzione erronea (cc quant ele n'est [letto: nest!] a prime molt 

grant). 3. piu presto: piu pronto. 4. s'apprenda: s'infiammi; piu avanti 
preso : infiammato. 



VERSIONE DEL TRESOR DI BRUNETTO LATINI 325 

piu presso o piu di lungi del mare. E nonpertanto Puomo dice 
comunemente che quello che viene di diritto levante e quello che 
viene da diritto coricante 1 a rincontro, non sono di neente di 
grande pericolo, perci6 che loro veimta fiede piu a terra che nel 
mare. Ma quello che viene di diritta tramontana, e suo contrario 
che viene di diritto mezzodi, sono di grandissimo pericolo, che 
il corso dell'uno e delPaltro fiede nel mare molto duramente. 

E cio sono i quattro venti principali del mondo, e ciascuno di 
loro ha due altri venti intorno di lui che sono altressi come ba- 
stardi: che '1 vento di levante, ch'e temperato, secondamente che 
'1 conto dice qui dinanzi, ha di verso tramontana uno vento che 
secca tutte cose, ed e appellate Volterno, 2 ma li marinari lo chia- 
mano Greco percio che elli viene di ver' Grecia. D'altra parte, di 
verso mezzodi n'ha un altro che 'ngenera nuvoli e ha nome Eore, 
ma li marinari lo chiamano Scilocco ; 3 si non so io ragione perche 
elli lo chiamano cosi. L' altro principal vento di mezzodi e caldo 
e umido ; e questo vento fa folgori e tempesta, ed ha da ciascuna 
parte intorno a s6 venti caldi che fanno spessamente tempesta 
e tremuoti nella terra. L'altro principale che viene di coricante, 
leva e caccia freddo e verno, e amena fiori e foglie e primavera. 
E di verso mezzodi ha il vento de la natura de 1' altri di mezzodi, 
e ha nome Afrique, ma li marinari 1'apellano Africino; ed anco 
1'apellano per due altri nomi: che quando elli e dolce e soave Tapel- 
lano Garbino, perci6 che quello paese che la Scrittura dice Africa 
Puomo dice in volgare parlatura Garbo; ma quando elli viene di 
grande rapina e con fortuna, 4 li navicanti lo chiamano Libeccio. 
Ma di verso tramontana n'ha un altro piu di buon aire, 5 c'ha 
nome Corus ; questo apellano li marinari Maestro per sette stelle 
che sono in quello medesimo luogo, che sono chiamate da molti 
lo Caroccio. 6 L' altro principale che viene di tramontana dona nu- 
vole e freddura, e quello che li e in costa 7 verso coricante dona neve 
e gragnuola, e ha nome Circe; 8 ma P altro ch'e di verso levante 
ristrigne piove e nuvole. Percio puo 1'uomo conoscere che tutti i 
venti che vengono di verso oriente insino in occidente donano tem- 
peste e piove e altre cose sembiabili secondo tempo e secondo luo- 

i. coricante: occidente. z. Volterno: eil latino Vulturnus. 3. Scilocco : 
scirocco. 4. fortuna: tempesta. 5. di buon aire: benevolo. 6. che sono . . . 
Caroccio : manca nel testo francese. 7. in costa : encoste , accanto. 
8. Circe: Circe ; il latino Circius. 



326 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

go. E gli altri che sono di oriente di verso tramontana infino verso 
occidente, fanno il contrario degli altri, con tutto che la natura di 
ciascuno puote cambiare secondo la diversita de' paesi. Ma come 
ch'elli si sia, io dico che vento non e altra cosa che dibattimento 
d'aria. Ma fuori di questi che sono nominati qui di sopra, ne sono 
altri due di fiebole movimento, onde Puno e appellato in terra 
Oria, e Paltro Altains. 

[i, evil.] Del quarto alimento, doe il fuoco. 

Apresso lo invironamento e chiudimento dell'aire e assiso lo 
quarto elimento, cioe il fuoco : cioe un aire di fuoco senza niuno 
umidore, che si stende insino alia luna e avirona questo aire ne la* 
quale noi siamo. E sappiate che di sopra il fuoco e la luna primera- 
mente e Taltre stelle, che tutte sono di natura di fuoco. E '1 fuoco 
che s[i]ede di sopra li altri tre alimenti non tocca niente il quinto 
alimento, cioe orbis. Che di sopra al fuoco ha uno aire puro e chiaro 
e netto, che vi sono li sette pianeti; e ancora di sopra a quello aire 
e lo firmamento che tuttavia tornea 1 e avirona il mondo con tutte 
le stelle, d'oriente in occidente, siccome il conto divisera qua inanzi 
quando sara tempo e luogo. 

E sappiate che di sopra al firmamento e uno cielo molto bello e 
lucente, di colore di cristallo, e perci6 e appellato cielo cristallino: 
cioe i[l] luogo dove i malvagi angeli caddero. Ancora ha di sopra a 
quello un altro cielo di colore di porpore ch'e chiamato cielo impi- 
rio, dove dimora la santa e gloriosa divinitade, con tutti i suoi an 
geli e suo segreto, di cui il maestro non si inframette in questo li- 
bro, anzi la lascia a' maestri divini 2 e a* signori di santa Chiesa o a 
cui elli appartiene; e si torna a suo conto, cioe al divisamento 
del mondo. 

[i, cvm.] Delle sette pianete del cielo e come sono assise. 

Lo conto divisa qua in adrieto che sopra li quattro alimenti e 
uno aire puro e chiaro sanza niuna iscurita, che invirona il fuoco 
e li altri tre alimenti dentro a se, e si stende dentro al firmamento. 
In questo puro aire sono assise le sette pianete Funo sopra Taltro, 

i. tuttavia tornea: sempre gira attorno (tornoie). z. maestri divini: 
teologi. 



VERSIONE DEL TRESOR DI BRUNETTO LATINI 327 

donde 11 priraaio, ch'e piue pressimano alia terra soprail fuoco, e la 
luna; di sopra alia lima e Mercuric, poi Venus, poi il sole, poi 
Marte, poi luppiter, poi Saturno, che dimora sopra tuttl li altri 
pianeti appresso del firmamento. E sapiate che ciascuna pianeta ha 
suo cerchio dentro il puro aire, per lo quale va e fa suo corso intor- 
no la terra, 1'uno piu alto e Paltro piu basso, secondamente che sono 
assisi Puno cerchio dentro de 1'altro. E '1 conto dice qua indietro 
apertamente che il mondo e tutto ritondo e compassato diligente- 
mente. E siccome la terra e tutta ritonda a suo compasso, donde 
il punto e nel profondo della terra, cioe in suo miluogo, che le 
genti appellano abisso, altressi sono compassati i cerchi delli 
alimenti e delli pianeti e del firmamento, sicch'elli sono tutti ri- 
tondi, Tuno dentro dell'altro e Funo intorno Paltro; e J l cerchio 
ch'e dentro e minor e che quello ch'e sopra lui. Perci6 non e mara- 
viglia se Puno pianeto corre piu tosto o piu tardi che Paltro, per- 
cio che tanto come suo cerchio e piu piccolo, di tanto puote cor- 
rere piu tosto che quello che va d[e]nt[ro u]no piu grande, se 
condamente che il conto dira qua inanzi, la ov'elli divisera di cia- 
scuno pianeto per se\ 

[i, cix.] Della grandezza del cielo e del mondo. 

E se ci6 e la verita, che la terra e li altri cerchi sieno formati al 
compasso, dunque conviene elli per necessita che sieno tutti fatti a 
novero e a misura. 1 E se ci6 e, noi dovemo ben credere che li antichi 
filosafi, che sapevano arismetrica e geometria, cioe le scienze di 
tutti i noveri e di tutte misure, ben poterono trovare la grandezza 
del cerchio e delle stelle. Che sanza fallo il cerchio gira 3 intorno sei 
volte tanto, quanto il compasso ha di largo, 3 cioe a dire che gira 
tre volte tanto com'egli e di spesso. E per questa ragione, immanta- 
nente che trovarono quanto la terra gira, poterono bene trovare 
e sapere quanto ell'ha di spesso. E per la misura della terra trova 
rono elli per la ragione del compasso e per lo andare delle pianete 
e delle stelle, quanto Puno cerchio e piu alto che Paltro, e la gran 
dezza di ciascuno. E la ragione come e questa: la terra gira tutta 
intorno intorno ventimila quattrocentoventisette leghe lombarde, 

1. a novero e a misura'. a numero e misura, secondo leggi geometriche. 

2. gira: misura alia circonferenza. 3. quanto . . . largo', quanto e il suo 
raggio; lo spesso e invece il diametro. 



328 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

avegna die li Italian! 1 non dicono leghe, anzi dicono miglia di terra, 
migliaio di terra e mille passi; e ciascuno passo contiene cinque 
pie, e ciascuno pie contiene dodici ponse. 2 Ma la lega francesca e 
bene due o tre cotanti 3 piu grande che '1 miglio. Poi che 1'uomo 
sa la grandezza del cerchio della terra, allora fu elli cosa provata 
che sua spessezza e la terza parte di sua grandezza, e suo compasso 
e la metade di suo spesso, cioe la sesta parte di suo cerchio. Elli 
e vero che le pianete che sono nel puro aire, e tutte le stelle che 
sono nel firmamento, corrono tutto giorno per li loro cerchi intorno 
alia terra senza riposare. Ma cio non e niente d'una maniera: 4 
ch il firmamento corre da oriente in occidente intra giorno e notte 
una volta, si fortemente che sua grandezza il farebbe tutto intrassa- 
lire se non fosse le sette pianete, che vanno tutto altressi come ad 
incontro del firmamento e attemperano suo corso secondo suo or- 
dine. E perci6 non e maraviglia se le pianete vanno lentamente, ch6 
la loro andatura e assembiabile a una formica quando ella va allo 
'ncontro d'una grande ruota torneando. 5 

[i, c.] Qui dice del firmamento e del corso de li dodici segni. 

Per 6 Saturno, ch'e la settima pianeta ad alti, n'e '1 firmamento, 
ove Taltre stelle sono assise. E sappiate che di terra insino al firma 
mento ha diecimilasessantasei volte altrettanto come la terra ha di 
spesso. E per 1'altezza ch'e si grande non e niente maraviglia 
se queste istelle noi sembiano 7 si piccole ; ma alia verita dire e j non 
ha nel firmamento niuna Stella insino al sole che non sia maggiore 
che tutta la terra. E sappiate che le stelle che Tuomo puo conoscere 
o chiamare 8 chiaramente nel firmamento sono milleventidue, se- 
condamente che 1'uomo truova nel libro della Malgestra. 9 Intra 
le quali n'ha dodici che sono appellate dodici segnali 10 del cielo, 
cioe Aries, Taurus, Gemini, Cancer, Leo, Virgo, Libra, Scorpio, 
Sagittario, Capricorno, Acquaro, Pisces. Questi dodici segnali 
hanno nel firmamento uno loro cerchio, nel quale si girano intorno 

i. li Italiani: si rammenti che Brunette scrisse il Tresor in Francia, notando 
spesso le differenze degli usi, delle misure, ecc. 2. ponse: pous, pollici. 
3. due o tre cotanti: due o tre volte. 4. non e . . . maniera: non awiene af- 
fatto nello stesso modo. 5. d y una . . . torneando : d'une grant roe torniant , 
d'una gran ruota che gira. 6. Per : Sor [variante : For] . 7. noi sembiano : 
ci sembrano. 8. chiamare: dando loro un nome. Ma infrancese chosir. 
9. Malgestra: storpiatura di Almagesto. 10. segnali: costellazioni. 



VERSIONE DEL TRESOR DI BRUNETTO LATINI 329 

al mondo, ch'e appellate Zodiaco. E ciascuno ha trenta gradi, e cosi 
e il Zodiaco tutto pieno di gradi: ch'elli ve n'ha dodici volte trenta, 
che montano 1 trecentosessanta gradi. Questo cerchio e il camino 
delle pianete, donde a loro conviene andare per lo firmamento, 
Tuna alta e Taltra bassa, ciascuna secondo sua via e suo corso. 
Che Saturno, ch'e il sovrano di tutti, ed e crudele e fellone e di 
freda natura, va per li dodici segnali in uno anno e tredici giorni. 
E sappiate che alia fine di questo tempo no ritorna elli neente nel 
luogo ne nel punto medesimo dond'elli s'era mosso, anzi ritorna ne 
Taltro segnale appresso, ov'elli ricomincia sua via e suo corso, e cosi 
fa tutto giorno infino nelli trenta anni o poco meno. E allora ri- 
viene elli al punto medesimo donde elli si mosse al primo giorno, 
e rifae suo corso come dinanzi. E percio puote ciascuno intendere 
che Saturno compie e fa suo corso in trenta anni o poco se ne falla, 2 
in tal maniera ch'elli riviene al primo punto dond'elli si mosse. 
lupiter, ch'e di sotto lui, e dolce e piatoso e pieno di tutti i beni, 
e va per tutti i dodici segnali in uno anno e uno mese e quattro 
giorni e poco se ne falla, e fa suo corso in dodici anni. Marte e 
caldo e di battaglie, ed e malvagio ed e appellate idio di battaglie, 
e va per tutti li segnali in due anni e uno mese e venti giorni e poco 
se ne falla, e compie suo cerchio in due anni e mezzo. II sole va per 
li dodici segnali e fa suo corso in uno anno e sei ore; ma suo corso 
compie in ventotto anni e poco se ne falla; ed e buono pianeta 
imperiale. Venus va per li dodici segnali in uno anno e mezzo, 
e segue tutto giorno il sole, ed e bello e dolce pianeto, ed e appel 
late iddio d'amore. Mercurio va per li dodici segnali in tre mesi e 
nove giorni, poco se ne falla, e compie lo suo corso e mutasi di 
leggiere secondo la bonta e le malizie delle pianete a cui elli s'agiu- 
gne; e compie il suo corso in uno anno e mezzo. La luna va per li 
dodici segnali in ventisette giorni e diciotto ore e terza parte 
d'un'ora, ma sua rivoluzione fa elk tanto ch'ella appare in ventotto 
giorni e sette ore e mezzo e quinta parte d'un'ora, e si compie tutto 
suo corso in diciotto anni e otto mesi e sedici giorni e mezzo, in 
tale maniera ch'ella ritorna al punto e al luogo dond'ella s'era 
mossa al cominciamento di suo corso. 



i. montano: fanno (ammontano a). 2. o poco se ne falla: o poco meno. 



330 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

[i, CXI.] Del cor so del sole per li segnali. 

A cio potete voi intendere che '1 sole, ch'e piu bello e piu degno 
degli altri, e' sie JI nel miluogo delle pianete, che n'ha tre di sopra e 
tre di sotto. Elli va ciascuno giorno poco meno che uno grado: 
che i gradi del cerchio zodiaco sono trecentosessanta, seconda- 
mente che il conto disse qua indietro ; e elli vuole andare per tutti 
i gradi in trecentosessantacinque giorni e sei ore, cioe uno anno. 
E per le sei ore che sono ciascuno anno in suo corso oltre alPinteri 
giorni, aviene che ne' quattro anni crescono ventiquattro ore, 
cioe uno giorno; e allora e quello anno trecentosessantasei giorni, 
che noi appeliamo bisesto; 3 e questo giorno e messo nel mese di 
febraio cinque giorni a Tuscita, e allora ha febbraio ventinove 
giorni. Percio noi conviene 3 elli al calendario dimorare due giorni 4 
in su una lettera, cioe/, ch'e la quinta lettera alia fine di febraio. 
E quando il sole ha fatto sette bisesti in suo corso, in tal maniera 
che ciascuno de' sette giorni della settimana e messo in bisesto, 
allora ha il sole tutto suo corso compiuto interamente, e torna a suo 
primaio punto e per queste prime vie. E perci6 fu detto qua a die- 
tro che fa suo corso in ventotto anni, ch' allora ha elli fatti sette 
bisesti. E sappiate che al primo giorno del secolo 5 entr6 il sole nel 
primo segnale, cio& in Aries, e ci6 fu a quattordici giorni a 1'uscita 
di marzo; e altressl fa elli ancora. E quando elli ha passato quello 
segnale, si entra ne 1'altro, tanto che elli li compie in uno anno; 
ch6 li conviene dimorare in ciascuno segnale uno mese, cioe 
trenta di e un poco piu. Ma percio ch'elli e grave 6 a sapere a co- 
mune genti questo poco ch'e oltre li trenta giorni, fu elli stabilito 
per li antichi savi che 1'uno de' mesi avesse trenta di, e Taltro avesse 
trentuno, con tutto che febraio non n'ha se no ventotto quando non 
e bisesto. E ci6 fu fatto per lo dispezzamento 7 de' giorni salvare. 



i. e' sie*: siet. 2. bisesto : bisestile. 3. noi conviene: ci conviene. 4. al 
calendario . . . giorni: rimanere fermi per due giorni sul segno che nel calen 
dario ne indica uno solo. Allude ai calendari fissi, dove i giorni d'ogni mese 
erano numerati con lettere delPalfabeto, epercid la/indicava il 28 giorno 
(# * * 22 ; at-f 6 ; 22 + 6 = 28). 5. al primo giorno del secolo : il pri 
mo giorno del mondo, quello della creazione. 6. grave: difficile. 7. di 
spezzamento : depiecement . 



VERSIONE DEL TRESOR DI BRUNETTO LATINI 331 

[i, cxn.] Del die e delta notte e del caldo e del freddo. 

La via del sole e suo corso e andare ciascuno giorno da oriente in 
occidente per suo cerchio intorno la terra, in tal maniera che fa 
tra notte e giorno un torno. 1 E sappiate che ciascuno luogo del 
mondo ha suo diritto oriente di verso quella parte ove il sole lieva, 
e suo occidente e di verso coricante. Che dovunque tu ti sia in sulla 
terra, o qua o la, tu dei sapere che da te insino a tuo diritto oriente 
ha novanta gradi, e altrettanti n'ha da te a tuo diritto occidente. 
E dal tuo occidente insino a quelli che sono di sotto da te incontro 
a' tuoi piedi dirittamente, a ha altressi novanta gradi, e altrettanto 
insino al loro occidente ched e il tuo oriente. E cosi sono quattro 
volte novanta gradi, che montano trecentosessanta gradi, e cosi 
sono 3 nel cerchio, secondamente che il conto ha divisato qua di 
dietro. 

E percio dei tu bene credere ch'egli e tuttavolta 4 notte e giorno : 
che quando il sole e di sopra a noi, elli alumina qui ove noi siamo, 
e non puote aluminare neente da 1'altra parte della terra, perche 
la terra e tra loro e noi, e no lascia passare suo sprendore. D'altra 
parte, se mio occidente e oriente a quelli ch'abitano sotto li rniei 
piedi, e mio oriente e a loro occidente, dunque conviene elli che 
tuttavia sia elli giorno e notte. Ch6 quando noi avemo il giorno, 
elli hanno la notte, e quando elli hanno il giorno, e noi avemo la 
notte; che giorno non e altro che '1 sole sopra la terra, che sormonta 
tutte lumiere. 5 

E per suo grandissimo sprendore non possiamo noi vedere le stel- 
le di giorno, che loro lumiera non ha nullo potere dinanzi alia chia- 
rita del sole : che sanza fallo lo sole e f ondamento di tutti i lumi e di 
tutti i calori. E perci6 che sua via si trae piu verso quella partita 
che noi appelliamo mezzodi, aviene elH che quello paese e piu 
caldo che niuno altro, ov'elli ha grandissime terre diserte ove le 
genti non abitano per la fierita del calore. D'altra parte, tanto quanto 
elli si tira piu in basso 7 mezzodi e si dilunga da noi, tanto avemo 
noi piu gran freddo e maggiori notti, e in quella parte e il calore 
maggiore e le notti minori e piccole. Ragione come: 

i. un torno : un tour. 2. quelli . . . dirittamente: gli antipodi. 3. e cost 
sono-. tanti ve ne sono. 4. tuttavolta: contemporaneamente. 5. lumiere: 
lumieres , luci. 6. partita: parte. 7. in basso : sotto. 



332 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

[i, cxni.] Del cerchio de* dodici segnali del cielo. 

Lo cerchio de' dodici segnali che invirona tutto il mondo e divi- 
sato 1 in quattro partite; ond'elli ha tre segnali in ciascuna. II primo 
segnale e Aries, ove il sole entra quattordici di all'uscita di marzo ; 
e questo di fu il primo di del seculo. E percio che Iddio fece allora 
tutte cose, 2 e in quello giorno e si grande la notte come il di, 
sicche non v'ha intra loro nulla differenza; e altressi e ancora tutto 
giorno. Ne '1 manere 3 d* Aries e degli altri due segnali che sono 
apresso, non sono neente in basso lo mezzodi, ne no sono troppo 
di sopra a nostro capo verso mezzanotte, cioe verso la tramontana 
che siede in settantrione ; anzi e in mezzo intra due. E perci6 il 
tempo piu temperato e piu naturale allo ingenerare di tutte cose. 
In questa maniera il sole prende suo corso, e si ne va suo camino 
tutto giorno piu in alto sopra a noi verso il piu alto del firmamento. 
E percio cominciano li giorni a crescere e apiccolare le notti, tanto 
che passa questi tre primi segnali insino a quindici giorni a Tuscita 
del mese di giugno ; allora ha elli corso la quarta partita del cer 
chio, cioe per Ariete e per Tauro e per Gemini. 

L'altro giorno comincia elli ad andare per Taltra quarta parte e 
entra nel quarto segnale, cio& in Cancro, e allora e elli si alto 
com' elli puote piu essere. Per che 4 conviene che quello giorno sia 
il piu grande di tutto 1'anno, e la notte e piu piccola, e noi avemo 
allora calore grande. Ma nel profondo di mezzodi, donde il sole si 
slunga come puote piu, e grandissima la notte. E a settantrione, 
ove il sole si trae piu presso, sono i giorni grandissimi. E cosi se ne 
va il sole facendo suo corso, in avallando 5 tutto giorno d'ad alto in 
basso a poco a poco, in tal maniera che altressi come i giorni cre- 
scono in Aries insino al Cancro per la montata del sole, tutto al 
tressi ricomincia 6 elli allora a rapiccolare per suo dibassamento, 
tanto com' elli va per Cancro e per Leon e per Virgo, insino a 
quindici di a Puscita di settembre. 

L'altro giorno appresso entra elli ne 1'altro quartiere, 7 cioe r Li 
bra; allora e elli nel diritto miluogo del cerchio, cioe nel settimo 

i . divisato : diviso. 2. fece allora tutte cose : in francese : fist lors toutes choses 
ygues et droites et en bon poins. 3. '/ manere: li manoir, la dimora. 
4. Per che; di conseguenza. 5. in avallando: scendendo. 6. ricomincia: 
il soggetto e i giorni, non il sole, come ha inteso il traduttore. 7. quartiere: 
quarto di cerchio. 



VERSIONE DEL ((TRESOR)) DI BRUNETTO LATINI 333 

segnale, tutto diritto a rincontra ad Ariete. E perci6 conviene elli 
che quello giorno sia eguali colla notte e pari, altressi come fu 
da Faltra parte del cerchio contra lui. Ma ci6 e diversamente : 
che questa inguagliezza viene in settembre per Fabreviamento de' 
giorni e per lo acrescimento delle notti, ma Faltro aviene in marzo 
per lo menovamento delle notti e per lo acrescimento de* giorni. 
E cosi corre il sole per Libra e per Iscorpione e per Sagittaro 
tuttavia 1 abassandosi e islungandosi da noi. E perci6 dichina il 
tempo verso la fredura, tutto altressi come i'marzo verso lo calore. 
E questo tempo dura per li tre segnali dinanzi nominati insino 
a quindici di a Fuscita di dicembre. 

L'altro giorno apresso rientra elli nel sezzaio 2 quartieri, doe in 
Capricorno, ch'e tutto contrario a Cancro. E percio conviene elli 
che altressi come fu allora il piu grande giorno, tutto altressi sia la 
piu grande notte e piu piccolo giorno, percioe che J l sole e islungato 
da noi, per che noi conviene avere difalta 3 di giorno e di calore. 
Ma i gran giorni e il gran calore sono allora nel profondo di mezzo 
di, e le grandissime notti sono allora in settantrione con tutto il 
grande freddo. E cosi si passa il sole per Capricorno e per Acquaro 
e per Pisces, e menomano le notti a poco a poco, tanto che alia 
fine delFanno viene alia fine del cerchio. E poi ricomincia suo torno 
per Ariete, secondamente che '1 conto ha detto qui dinanzi. 

[i, cxiv.] Delle difference che sono tra mezzodi 
e settantrione. 

A ci6 possiamo noi conoscere che tutto altressi come elli ha intra 
mezzodi grande terra diserta per la procianitade 4 del sole che va in 
quella parte, tutto altressi andra elli 5 altrettanto verso mezzanotte 
sotto tramontana, ove nulle genti abitano per le grandi freddure 
che vi sono per la disceveranza 6 del sole ch'e lungi di quella terra. 
E questa e la cagione perch' elli aviene alcuna volta che in tramon 
tana non dura il giorno tanto, che appena vi potrebbe un uomo 
messa cantare. Allora dura altressi poco la notte nel profondo di 
mezzodi. E tali volte dura lo giorno nel profondo di mezzodi 

i. tuttavia: continuamente. 2. sezzaio: ultimo. 3. difalta: scarsita. 4. 
procianitade: prochainete , vicinanza. 5. andra elli: en i ra il, ce n'e 
pure (di terra diserta). II traduttore lesse ira, andra. 6. disceveranza: 
lontananza. 



334 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

pressoche uno anno, e in tramontana dura la notte altrettanto, 
e cosi e un giorno sei mesi e la notte altrettanto; e nella contra- 
ria partita aviene lo contrario. E tutte queste difTerenze puote 1'uo- 
mo apertamente vedere perche e come elle avegnono e intendere, 
quello che diligentemente consider a 1 le andature del sole per suo 
cerchio, secondo che il conto divisa apertamente. 

E gia sia cosa che 2 '1 conto abbia detto che noi abbiamo una volta 
la notte piu grande che '1 giorno e un'altra piu grande il giorno 
che la notte, tuttavia dico io che, com'elli sia, 3 egli hae altrettante 
ore ciascuna notte come ciascuno giorno, grande o piccolo che il di 
sia: ch6 il giorno si e dodici ore e dodici ore la notte, percio che '1 
novero delPore no menoma n6 non cresce. Ma quando il giorno e 
maggiore, Tore sono piu, e quelle della notte sono meno ; simile- 
mente quando la notte e maggiore ha piu ore che no ha il giorno. 

[i, CXV.] Delia grandezza del sole e del cor so della luna. 

E sappiate che il sole e tutte le pianete e le stelle che sopra lui 
sono assise sono maggiori che non e tutta la terra : che il sole e piu 
grande che la terra centosessantasei volte e tre ventine piu che 
tutta la terra, secondamente che' filosafi provano per molte ra- 
gioni diritte e necessarie. E dalla terra insino al sole hae cinque- 
cento quarantacinque volte tanto come lo spesso della terra e 
grande. Ma ellino dissono bene che 1'altre pianete dal sole in giu, 
cio& Venus e Mercurio e luna, sono piu piccoli che la terra, imper- 
cib che la terra e piu grande ventinove cotanti e un poco piu che la 
luna, e si e ella in alti ventiquattro cotanti e mezzo e quindici doz- 
zine come tutta la terra e di spesso per mezzo. E dicono che la luna 
e tutta ritonda, donde molti dicono che la luna e la metade di suo 
corpo lucente e Taltra metade oscura. Secondamente ch'ella corre 
intorno, dimostra sua chiaritade e sua oscuritade una volta piu 
e un'altra meno secondamente ch'ella tornea 4 Ma alia verita dire 
ella non ha punto di propia lumiera, ma ella e chiara in tal maniera 
ch'ella puote ricevere illuminamento d'altrui, altressi come spada 
brunita e cristallo e altre cose sembiabili. Tutto altressi fa la luna, 
che per s6 no luce neente, tanto che noi possiamo vedere sua chiari- 

i. quello . . . consider a*, si riferisce a Vuomo', cioe: si pu6 apertamente ve 
dere . . . se si considerano, purche si considerino. 2. gi a sia cosa che: 
nonostante che. Altrove: gia sia rid che. 3. com'elli sia: comunque sia. 
4. tornea: tornoie, gira. 



VERSIONS DEL ((TRESOR)) DI BRUNETTO LATINI 335 

tade; ma quando il sole la vede, elli la illumina di tanto com'elli la 
pu6 vedere, e la fa si risprendente com'ella appare a noi. Ragione 
come : la luna si rinovella tutto giorno in quello medesimo segnale 
dov'e il sole, e corre ciascuno giorno tredici gradi. E voi avete 
udito qua in adrieto che uno segnale ha trenta gradi, e cosi passa 
la luna tutto un segnale in due di e uno terzo, poco se ne falla. 
E quando ella viene in uno segnale con tutto il sole, 1 ella e alumi- 
nata dalla parte di sopra donde il sole la guarda, acci6 ch'ella* 
corre di sotto lui, e perci6 no*lla possiamo noi punto vedere. Ma 
al terzo giorno, quando ella esce di quello segnale ond'e alquanto 
islungata da lui, e elli la guarda in costa, 3 allora appare crescente 
a nostra veduta, a due corna. E di tanto com'ella si slunga phi dal 
sole, tanto cresce ella assai piu e piu, che ne vede elli piu; tanto 
ch'ella viene al settimo segnale da 1'altra parte del cerchio tutta 
diritta contra il sole, cioe appresso i quattordici giorni; e allora la 
vede il sole tutta chiaramente, e percio diviene ella tutta rispren- 
diente quando ella e ritonda. E quando ell'hae cio fatto, immanta- 
nente comincia ad avallare dall'altra parte del cerchio, e si torna 
verso il sole, e allora prima comincia a dicrescere da 1'altra parte 
donde il sole no'lla puo rimirare. E tanto fa ch'ella viene al suo 
mastro, 4 e truovalo ne 1'altro segnale appresso, ov'ella 1'avea la- 
sciato : che tanto 5 come il sole mette ad andare tutto uno segnale, 
corre la luna per tutti e dodici intorno. 

[l, cxvi.] Come la luna accatta 6 chiarita dal sole 
e conCella scura. 7 

E che elli sia cosi vero, cio& che la luna acatta la chiarita del sole, 
e ch'ell'e minore di lui e della terra, e provato certamente per 
1'oscurita dell'uno e dell'altro. Ragione come: vedete qui 8 la luna 
entrare in quello medesimo segnale ov'& lo sole; allora e ella intra 
'1 sole e la terra, ma no luce di verso noi. Ed e' puote alcuna volta 
essere ch'ella sia in quello punto medesimo ov'e il sole, si diritta- 
mente ch'ella cuopre nostri occhi, in tal maniera che noi non veg- 
giamo niente il sole, e sua chiarita non ha niuno podere sovra noi. 

1. con tutto il sole: insieme col sole (ma in francese: u tout le soleil est). 

2. accid ch'ella: perch6 essa. 3. in costa: de cost, da lato. 4. mastro: 
mestre, col valore di signore. 5. tanto: tanto tempo. 6. accatta: 
acquista. 7. scura: si oscura. 8. vedete qui: allude evidentemente a un'il- 
lustrazione. 



336 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

Ma percib che 5 1 sole e piu grande che la luna e che la terra, e per- 
cio che la terra medesima e maggiore che la luna, no aviene quella 
scurita per tutta la terra, se none tanto come 1'ombra della luna 
puote coprire e contrattenere li raggi del sole. E quando la luna se 
n'e andata al settimo segnale delPaltra parte del cerchio, puote 
essere alcuna volta ch'ella e si dirittamente contro al sole, che la 
terra entra in mezzo e contrattiene lo sprendore del sole, in tal 
maniera che la luna oscura e perde sua lumiera a quel punto ch'ella 
ne dee piu avere. E la cagione perche ci6 aviene si e che 1'ombra 
della terra fiede tutto giorno contra il luogo ove il sole dimo- 
ra, siccome Puomo puote vedere di lui e del fuoco apertamente 
a 1'ombre che sono alia 'ncontra. E voi dovete credere che Pombra 
della terra si apiccola tutto giorno tanto com'ella si slunga, perci6 
ch'ell'e minore che '1 sole e chV manda suo' raggi tutto intorno. 
A ci6 possiamo noi intendere che lo iscuramento del sole non puote 
essere se no alia nuova luna, e quello della luna no ha podere 
che avenga se non in sua ritondezza. Per questa e per altre ragioni 
provarono i savi che la luna acatta dal sole suo risprendore che 
viene insino a noi ; che in ci6 che la luna e una Stella, e' conviene 
ch'ella abia sua propia lumiera, che tutte stelle sono rilucenti. 
Ma Palbore 1 della luna non avrebbe podere ch'ello illuminasse 
sopra la terra, se cio non fosse per lo sole. 

[l, cxvn.] Qui parla del corso della luna per lo suo cerchio. 

Ma percio che la luna e piu in basso che Paltre stelle e piu 
presso alia terra, e' pare a noi ch'ella sia maggiore che I'altre; 
che nostra veduta 2 non puo sofferire di vedere ci6 ch'e si lungi di 
noi. E tutte cose> quand'elle ci sono lontane, ci rasembrano essere 
minori ch'elle non sono. D'altra parte noi veggiamo apertamente 
che per sua procianitade aopera tutto giorno nelle cose che sono 
qua giuso piu apertamente che Faltre : che quand'ella cresce convie 
ne che creschino tutte midolle dentro Tossa, e granchi e gamberi 
e tutti animali e pesci crescono rlloro interiori; il mare cresce 
similmente, che allora gitta grandissimi frangenti. E quando ella 
si scema, tutte le predette cose si scemano e sono minori che di- 
nanzi. D'altra parte noi veggiamo apertamente ch'ella corre piu 
tosto che Paltre pianete; e ci6 non potrebbe essere se lo cerchio 
i. Valborei il chiarore. a. veduta: vista. 



VERSIONE DEL TRESOR DI BRUNETTO LATINI 337 

de la sua via non fosse minore che li altri ; e minore non potrebbe 
elH essere s'elli non fosse piu in basso. Ragione come: la luna 
vae per tutti i dodici segnali e compie suo corso di trecentosessanta 
gradi, che sono Hloro cerchio, in ventisette giorni e diciotto ore e 
terza, in quanto 1 il sole pena ad andare uno anno, secondamente 
che '1 conto ha divisato qua indietro. Ma noi dovemo sapere che 
Tanno e in due maniere: Puno e secondo il corso del sole in tre- 
centosessantacinque giorni e sei ore, e Faltro e secondo quello della 
luna, cioe quando ella ha corso per li dodici segnali dodici volte, 
e cioe fa ella in trecentocinquantaquattro giorni ; e udirete ragione 
come. 

[l, cxvm.] Del composto 2 della luna e del sole e del bisesto 
e della patta 3 e d'altre ragioni della luna. 

Noi leggiamo nella Bibbia che al cominciamento del secolo, 
quando il Nostro Signore Iddio creo e fece tutte le cose, che tutte 
stelle furono fatte al quarto giorno, cioe undici di a Fuscita del 
mese di marzo. Impercio dicono i piu che allora e la diritta agua- 
gliezza 4 del di e della notte, e secondo ci6 e apellata la luna prima 
e novella per alcune genti. Ma secondo Posservanza di santa Chiesa 
ella e apellata prima nove di a Puscita di marzo, cioe a dire quando 
Fuomo la puote vedere, e che ella apare fuori del primo segnale 
ov'ella era con esso il sole, secondo ci6 che '1 conto divisa aperta- 
mente qua indietro. E sappiate che li Arabiani dicono che '1 giorno 
comincia allora che la luna appare, cioe al coricare del sole. 

E voi avete bene udito che dalPuna accessione 5 alFaltra sono 
ventinove di e una ora e mezzo e quinto d'una ora, e ci6 e lo di- 
ritto mese de la luna, gia sia ci6 che li contadori 6 di santa Eclesia 
dicono che ella ha ventinove giorni e mezzo. E per ischiarire lo 
novero dicono ellino che Funo mese e giorni trenta, e Faltro venti- 

Ti.in quanto: nello spazio che. 2. composto: composte, calendario, 
3. patta: epatta. Epatta di un anno e Peta della luna all' ultimo giorno 
delTanno precedente (o, se si vuole, al o gennaio), quando si chiami^eta 
della luna a un dato giorno il numero di giorni trascorsi a partire dall'ul- 
timo novilunio, assegnandosi a questo il valore o (Enciclopedia italiana, 
s. v.). Brunette adotta naturalmente il ciclo diciannovennale di Metone, 
cui la riforma gregoriana sostitui il metodo del Lilio. 4- aguagliezza: 
parita. 5 . accessione : acention ; cfr., a p. 329, ca P- c > ^ ^ e - 6 - li con " 
tadori: i calcolatori. 



338 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

nove, E in ci6 aviene che in dodici mesi della luna sono trecento- 
cinquantaquattro giorni; e cosie 1'anno del sole e maggiore che 
quello della luna undici di e quarto; e per questi undid di e 
quarto di rimanente aviene lo imbolismo, cioe a dire che 1'anno e 
tredici lunari. Ragione come : in tre anni ci ha di rimanente tren- 
tatr giorni e tre quarti, che sono una luna e tre giorni o poco 
piu, e cosi fanno inanzi d'uno anno in altro, tanto che compiono 
sette imbolisme per li sette di della settimana. E ci6 e tutto fatto 
in diciotto anni e nove mesi e sedici giorni e mezzo, secondo che li 
Arabiani dicono; ma secondo li contadori di santa Chiesa, che 
vogliono amendare tutti dispezzamenti, sono diciannove anni e 
uno giorno ch'e oltre del rimanente. E allora ritorna la luna a suo 
primo punto donde ella era mossa prima e ricomincia suo corso 
come dinanzi. 

Or vedete che tutto il conto della luna e le sue ragioni finiscono 
e compiono il loro corso nelli diciannove anni. Che ciascuno anno 
della luna e minore che quello del sole undici di, donde elli aviene 
che la ove la luna e uguanno prima, ella sara 1'altro anno che d 
venire undici di piu adietro a ritroso del calendaio e delPanno. 
E di questi undici di medesimi nasce uno conto ch'e appellate la 
patta, per trovare il giorno della luna. Ragione come: al primo 
anno del secolo che le pianete cominciarono loro corso in uno 
medesimo giorno, non ebbe niuno rimanente d'anni di luna o di 
sole. Perci6 dicono che '1 primaio anno sono 1 nulla. In quello 
anno e la luna prima al novesimo giorno a 1'usclta di marzo, si 
com' ella fu al cominciamento ; e tutto e quello anno come allotta. 
Al secondo anno che il rimanente comincia a prima, 2 sono le patte 
undici, ch6 cotanto cresce la luna: la ov'ella fu al primaio anno 
prima, al secondo avra undici giorni, e al terzo fia la patta ventidue, 
e al quarto montano trentatre*. Ma percio ch'egli ha 1'uno imbo- 
lismo, cioe una luna, tu dei levare li trenta giorni, percio che 
tutte lune d'imbolismo hanno trenta giorni, e d6i ritenere lo 
rimanente, cioe tre, che fia la patta del quarto anno. E cosi d& 
tu mantenere la regola e agiugnere a ciascuno anno undici; e 
quando il numero monta di sopra a trenta tu ne d6i abattere 
quello trenta e tenere il rimanente; cioe farai insino a diciannove 
anni, che le patte sono diciotto. E quando elle sono finite, si v'ha 

i. sono: soggetto le epatte. 2. che il rimanente . . . prima: in cui il conto 
delle epatte incomincia a dare un resto. 



VERSIONE DEL TRESOR DI BRUNETTO LATINI 339 

di rimanente un giorno, secondamente che il conto ha detto qui 
dinanzi, ch'e apellato il salto della luna. Allora dei tu prendere 
quel giorno e undici del rimanente, e agiugnere sopra diciotto, e 
sono trenta, cioe una luna d'imbolismo, che de essere messa ne' 
diciannove anni. E tu non hai alcuno rimanente, per che le patte 
sono nulle siccome dinanzi. 

E sappiate che la patta si muta ogni anno in settembre, ma sua 
catreda 1 e a dieci giorni, a Puscita di marzo; che in quel giorno 
che la luna no era ancora veduta, e santa Chiesa no'lla mette in 
conto, siccome voi avete inteso qui dinanzi, 2 e queste giornate 
erano nulla, significa che in quello anno e la patta nulla. Ma il 
secondo anno, che la luna ebbe quel giorno undici giorni, significa 
che la patta e undici. Altressl e, cosi sara tuttavia; e tanto quanto 
la luna ha d'etade quello giorno, tanto sara la patta queH'anno. 

E sappiate che il primo anno del secolo la luna ebbe lo primo 
giorno d'aprile dieci di, e i'maggio undici, e in giugno dodici, e 
rluglio tredici, e in agosto quattordici, e in settembre cinque, e in 
ottobre cinque, e rnovembre sette, e in dicembre sette e in genaio 
nove e in febraio dieci e r marzo dieci di. Questo conto e appellate 
concorente, 3 a che noi dovemo tenere tutto giorno lo primaio anno 
quando le patte sono nulla; ma dal primaio inanzi di tu coniun- 
gere la patta di quello al concorrente di quello mese che tu vor- 
rai, e tanto avra la luna lo primo giorno di quello mese, salvo cio 
che se '1 numero monta piii di trenta tu lo leverai e terrai il rima 
nente. 

Ma guardati nelli diciannove anni del salto della luna, cioe 
a dire del giorno crescente in tutti li diciannove anni, secondamente 
che il conto dice qui dinanzi. Che di ci6 aviene uno errore del mese 
di luglio : che la ove la luna de essere iudicata di trenta di, secondo 
la patta ella e prima, cioe nuova. Tutto altressi ti conviene guar- 
dare nell'ottavo anno e nello undecimo, percio che ragione di 
patte vi fa 4 in due lune per cagione dello imbolismo. 

E sappiate che la Pasqua della risuressione del Nostro Signore 
lesu Cristo muta secondo il corso della luna. Ragione come: elli 

i. catreda: e piti avanti catedra, per chaiere; ed e traduzione giusta eti- 
mologicamente ; ma qui il termine vale sede, luogo. 2. qui dinanzi; 
alFinizio del capitolo. 3. concorente: termine astronomico, indica il 
giorno base per ogni conteggio ciclico. 4. ragione di patte vifa: le raison 
des epactes i faut , cioe vi si interrompe il conteggio delle epatte (si noti 
fa: faut). 



340 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

fu vero che anticamente, quando il popolo d'lsdrael fue menato 
in prigione in Bambilonia, ch'elli ne furono diliberati il giorno di 
piena luna, cio& a dire quando ella aveva quattordici di, ci6 fue 
poi che '1 sole fue entrato in Ariete. E voi avete udito bene qua 
adietro perch6 la catedra della patta e ciascuno anno nel diecimo 
giorno a Tuscita di marzo; e cosi osservano li Giudei ancora, che 
in quello giorno o da quello inanzi, dovunque elli truovano la luna 
quartadecima, elli celebrano loro Pasqua in rimembranza di loro 
diliberazione. Ma santa Chiesa fa qui Pasqua la prima domenica 
che viene appresso a quella luna piena, percio che lesu Cristo 
risucit6 di morte in quel giorno, cioe in domenica. E sappiate 
che la vecchia legge guardava 1 il settimo giorno che Iddio si riposo 
quando elli ebbe fatto il mondo e quest'altre cose, cio era il sabato ; 
ma nella novella legge guardiamo noi Fottavo giorno, cioe la do 
menica, per la reverenza della resuressione del Nostro Signore 
lesu Cristo. 

E sappiate che quaranta giorni apresso la surressione, il nostro 
Signore mont6 in cielo : impercioe celebriamo noi la festa delP As- 
sensione. E da ivi a dieci giorni si venne il Santo Spirito sopra gli 
Apostoli: per che noi guardiamo in questo giorno la festa della 
Pentecosta. Queste e molte altre cose puote Tuomo sapere per ra- 
gione della luna e del sole; e percio e elli utile a sapere. Ma chi 
vorra sapere che anno corre nel conto di ventinove anni del sole, 
prenda li anni del Nostro Signore, e si vi aggiunga nove anni, 
che tanti 2 se n'era gia andati quand'elli nacque; e di tutta quella 
somma levera i ventotto ch'elli po[tr]a, e J l rimanente sera suo conto. 
Tutto altressi chi vuole sapere che anno corre nel numero de' 
diciannove anni della luna, prenda li anni del Nostro Signore e un 
anno piu, e poi ne traga tutti li diciannove ch'elli puote, e '1 rima 
nente si e cio ch'elli chiede. 

[i, cxix.] De y segnali e delle pianete del cielo 
e delle due tramontane. 

Ora e elli bene leggieri 3 di sapere tuttavia in qual segnale rimane 
il sole; e poi che 1'uomo sa ci6, e elli puote bene sapere ove la luna 
e : ch'ella si slunga dal sole ciascuno giorno tredici gradi, poco se ne 

1. la vecchia legge guardava: la vecchia religione (1'ebraica) osservava. 

2. tanti: nel conto dei ventinove anni solari. 3. leggieri: facile. 



VERSIONE DEL TRESOR DI BRUNETTO LATINI 341 

falla. D'altra parte se tu radoppi i di della luna e vi giugnerai cin 
que, e la somma partirai in cinque, sappi che tante volte come tu vi 
troverai cinque, tanti segnali ha corsi la luna da quello ove si rino- 
velloe; e tanto come v'ha di rimanente, tant'e gia dentro quel se- 
gnale. 

E sappiate che quello segnale in che J l sole e, Heva tutto giorno al 
mattino, cioe la prima ora del giorno, e corica con tutto il sole la 
prima ora della notte. Ragione come : il sole si torna tutto giorno da 
oriente a occidente, secondamente che '1 firmamento volge con 
tutti i segnali e 1'altre stelle, ciascuno secondo suo corso; ma il sole 
e 1'altre pianete seguiscono tuttavolta il cerchio de' dodici segnali. 
E perci6 conviene che quando il sole e in Ariete, il sole Heva o 
corica secondo cio che Aries fa; e cosi Heva Aries la prima ora del 
giorno, e Taurus Heva la seconda, e Gemini Heva la terza ora, e poi 
tutti, 1'uno appresso alPaltro, tanto che sono tutti levati. E quando 
il sezzaio e levato, allora si corica il primaio, e va tanto tutta notte 
d'ora in ora, che riviene al suo levante. 

Ma percio che '1 cerchio del sole e piii brieve che quello de' se 
gnali, H aviene a fare piu tosto suo corso, tanto ch'elH passa tutti i 
giorni piu inanzi che '1 suo segnale poco meno che uno grado, 
donde e' n'ha trenta in ciascuno segnale. E perci6 guarta che 
tanto come il sole avanza suo corso dentro suo segnale, altrettanto 
Heva quel segnale dinanzi al sole, cioe a dire dinanzi alia prima ora 
del giorno. Ragione come: se '1 sole e ora entrato nel capo d' Aries, 
certo e 5 comincia a levare se al cominciamento della prima ora; 
ma quando egli e corso dentro al miluogo d' Aries, allora e la meta 
d' Aries gia levata quando il sole Heva; altressi dich'io di verso la 
fine e di tutti altri segnali. 

Ora avete udito a quale ora del giorno e della notte Heva catuno 
segnale; ora e elli buono sapere chi e signore di ciascuna ora. E 
insomma sappiate che la prima ora di ciascuno giorno e sotto quella 
pianeta donde quello giorno e nominato. Ragione come: la prima 
ora del sabato e sotto Saturno, e la prima ora [della domenica e 
sotto il] sole, e la prima ora del lunedi e sotto la luna; e altressi 
sono H altri. 1 Dond'elli conviene che se la prima ora e di Saturno, 
che la seconda sia di lupiter e la terza di Marte e la quarta del sole 
e la quinta di Venus e la sesta di Mer curio e la settima della luna; e 
1'ottava e di quello medesimo che la prima, e la nona e [di] quello che 
i. H altri: gli altri giorni (ma il francese vorrebbe: le altre ore). 



342 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

la seconda. E cosi va per ordine giorno e notte, secondo ci6 che 1 
firmamento tornea, tutto tempo sanza difinire da oriente in occi- 
dente sopra li due sostenimenti, 1 che Tuno e in oriente e Paltro in 
settantrione ; e quelli due non si rimutano, cioe che questi due 
fuscelli 2 di ruote e di sostenimenti non si rimutano se no come quelli 
della carretta. 

Perci6 navicano i marinari alia 'nsegna di quelle stelle che v'e, 
ch'ellino appellano tramontana; 3 e le genti che sono in Eruopia 
e in queste partite di qua navicano alia tramontana di settentrione, 
e li altri navicano a quella di mezzodi. E che cio sia verita, 4 pren- 
dete uno diamante: 5 voi troverrete ch'elli hae due facce, che giace 
Tuna verso Tuna tramontana e 1'altra che giace verso Taltra. E 
ciascuna di queste due facce va la punta d'un ago 6 verso quella 
tramontana a cui quella faccia giace. E perci6 sarebono li marinari 
ingannati se elli non se ne prendessono guardia. E perci6 che queste 
due stelle non muovono, aviene che 1'altre stelle che sono ivi in- 
torno hanno piu piccolo cerchio, e 1'altre maggiori, secondamente 
ch'elle sono piu presso overo piu lungi. 

[i, cxx.] Qui parla che cosa e Natura e conCella 
aopera 7 nelle cose del mondo. 

Per queste cagioni che il conto ha divisato qua inanzi e piu in- 
dietro, potete voi bene intendere come il firmamento si gira tutta- 
via intorno al mondo, e come le sette pianete corrono per li dodici 
segnali, donde egli hanno si grande podesta in terra sopra tutte cose 
terrene, ch'elle convengono andare e venire secondo lor corso; 
che altrimenti no avrebono elleno niuna forza di nascere n6 di 
crescere n6 di finire n6 d'altra cosa. E alia verita dire, se lo firma 
mento non girasse tuttavia intorno al mondo si com' elli fa, e* 
non e niuna criatura nel mondo che si potesse muovere per niuna 
cosa del mondo; e piu ancora, che se J l firmamento dimorasse sola- 
mente un poco che non volgesse, e' converebbe fondere 8 e anicchi- 
lare tutte cose. E perci6 dovemo noi amare e temere il Nostro Si- 

i. sostenimenti: eissiaus, assi. 2. fuscelli: traduce sempre eissiaus; 
ma qui il copista ha aggiunto vari glossemi. 3. tramontana: Stella polare. 
4. che do sia verita: se se ne vogliono le prove. 5. uno diamante: une 
piere d'aimant , una calamita. 6. ciascuna . . . ago : chascune des .ii. 
faces alielapuinte de I 5 aguille. 7. aopera: agisce. 8. fondere: fondre, 
crollare; cfr., a p. 322, la nota i. 



VERSIONS DEL TRESOR)> DI BRUNETTO LATINI 343 

gnore Iddio, ch'e signore di tutto ci6, e sanza cui niuno bene 
ne niuna podesta pu6 essere. Elli stabilio Natura di sotto se, 
che ordina tutte le cose dal cielo in giu secondo la volonta del so- 
vrano Padre. 

Donde Aristotile disse che Natura e quella cosa per cui tutte cose 
si muovono o riposano per loro medesirne. Ragione come: il 
fuoco va tuttavolta ad alti per se medesimo, e la pietra si riposa tutto 
giorno per se medesima; ma chi inchiude il fuoco, che non possa 
montare, o che getti la pietra, cio e a forza e per altnii, non e 
niente per se medesima: dunque non e ci6 secondo natura. Sopra 
cio disse il Filosafo : Popera di natura sono in sei maniere, cioe 
generazione, corruzione, acrescimento, diminuzione, alterazione 
e movimento d'uno luogo in altro. 

Ragione come : generazione e quella opera di natura per cui tut 
te cose sono ingenerate, secondo ch'ella faingenera[r]e d'unuo[v]o 
uno uccello; cioe non farebbe tutto il mondo insieme, 1 se forza di 
natura no'llo facesse; altressi dico io dell'altre cose. Curruzione 
e quella opera di natura per che tutte cose sono corrotte e menato 
a lor fine : che la morte de 1'uomo e de 1'altre cose non aviene se no 
perci6 che li omori che J l tengono in vita sono corrotti in tal ma- 
niera che non hanno punto di podere: allora conviene quella cosa 
venire a suo fine; ma quando Puomo uccide a forza, cioe non e 
niente movimento di natura. Acrescimento e quella opera di na 
tura che fa crescere un piccolo fanciullo o un'altra cosa di sua gene 
razione insino a tanto com'elli dee crescere ; che tutte cose sono or- 
dinate 2 dentro a loro termine oltre al quale elle non possono cor- 
rere. Diminuzione e quella opera di natura che fa apiccolare uno 
uomo od altra cosa: che quando uno uomo e tanto cresciuto 
com' elli dee, allora comincia elli a dicrescere e a menomare sua 
forza infino a sua fine. Alterazione e quella opera di natura che 
muta una cosa in un'altra, siccome noi veggiamo del fico o un 
altro frutto che nasce di colore verde; e Natura muta quello colore 
in altro, e 1 fa quando nero o rosso o d' altro colore. Movimento e 
quella opera di natura per che Natura fa mutare e muovere il fir- 
mamento e le stelle e i venti e acque e molte altre cose d'uno luogo 
in altro per loro medesime. E cioe sono 1'opere di Natura, gia sia 
cio che '1 conto divisa qui pochl essempli; ma bastano bene a 

i. cioe ... insieme: nessuna forza al mondo potrebbe produrre questo 
effetto. 2. ordinate : abonnees , limitate. 



344 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

buono intenditore per tutte cose che per natura sono : che per cio 
e cosa provata a sapere che Natura e e che no. Ma qui si tace il 
conto del firmamento e delle cose di sopra, per divisare la natura 
delle cose che sono in terra; ma elli divisera prima le parti e le abi- 
tazioni della terra. 



IL MILIONE DI MARCO POLO 



II Divisament dou monde (piu noto come Milione, da un soprannome 
familiare dei Polo) s'inseriva direttamente nella popolare letteratura 
di viaggi e di fantasia oriental!, grazie anche all'apporto del mestiere 
letterario del pisano Rustichello, collaboratore di Marco Polo. Ma 
vi si inseriva con la freschezza delle notizie autentiche (almeno 
in parte), della memoria autobiografica, dando cosi una spinta 
fondamentale alPinteresse per le terre lontane, ispiratore di esplo- 
razioni sempre piu frequent! e audaci. 

Mentre la menzione onorevole di Giovanni Villani (Cron., v, 29) 
e il ritratto, tra i sostenitori laici della fede, nel Cappellone degli 
Spagnoli, indicano la stima di cui Marco godette, oltre centocin- 
quanta codici parlano chiaro sull'interesse suscitato dalla sua opera: 
della quale si procuravano copia Carlo di Valois e Tinfante di 
Portogallo don Pedro, sulla quale meditavano Enrico il navigatore, 
e Paolo dal Pozzo Toscanelli, e Cristoforo Colombo; di cui si ese- 
guivano traduzioni in catalano (secolo XIV), in francese, tedesco, 
irlandese, boemo (secolo XV), in portoghese (1502) e spagnolo 
(1503), per indicare solo le piu antiche. 

II Divisament veniva rimaneggiato in latino ad uso dei missionari 
(Francesco Pipino, 1320); era letto, spesso in esemplari miniati, 
come libro d'awenture (il Pucci ne trascrive brani nello Zibaldone-, 
il romanzo di Baudouin de Sebourg ne riproduce molti tratti); 
ma soprattutto ispirava Tinteresse di geografi, cartografi e descrit- 
tori di viaggi e di mappamondi piu o meno veritieri: Jean de 
Mandeville, Voyage d' outre mer\ Hayton di Armenia, Flos historia- 
rum terrae Orientis', lacopo d'Acqui, Chronica imaginis mundi\ 
Domenico Bandino di Arezzo, Fons memorabilium universi; sino 
al meritamente famoso Ramusio, che condensava buona parte 
delTopera, ritraducendola in italiano dal latino, nel II volume delle 
sue Navigationi et viaggi^ 1559 (per la fortuna del Divisament, 
vedi H. YULE, The Book ofser Marco Polo, London 1903, pp. 104 
sgg.; Ch.-V. LANGLOIS, Marco Polo, in H. L. F., xxxv, 1921, 
pp. 232-59; R. ALMAGiA, Lafigura e V opera di Marco Polo secondo 
recenti studi, Roma 1938; R. GALLO, La fortuna del libro di Marco 
Polo, in Nel VII centenario della nascita di Marco Polo, Venezia 
1955, pp. 126-61 ; L. OLSCHKI, UAsia di Marco Polo, Firenze 1957)- 



346 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

II Divisament fu scritto in franco-italiano ; rinviando, per la 
complessa storia della sua tradizione, alle fondamentali ricerche del 
Benedetto (MARCO POLO, // Milione. Prima edizione integrale 
a cura di L. F. Benedetto, Firenze 1928, Intro duzione), ci basta 
awertire che il testo toscano, anteriore al 1309, deriva, indi- 
pendentemente dalle altre famiglie di codici, dal perduto arche- 
tipo. Si tratta per6, piu che di una traduzione, di un compendio, 
sul cui valore e senz'altro da accettare il gmdizio del Benedetto 
(op. cit., p. xcvn): ((Ricondotto alia sua fisionomia originaria e 
giudicato come versione, il volgarizzamento di cui parliamo e nel 
complesso inferiore alia fortuna di cui ha goduto e di cui gode 
tuttora. Non si puo negare che il traduttore sia stato di una certa 
abilita nel ridurre il testo franco-italiano di cui si valse, e che era 
sicuramente complete . . . Soprattutto encomiabili la tranquilla 
concretezza, la franchezza spigliata con cui assolve il suo compito 
di semplice volgarizzatore : senza amplificazioni, senza toni vio- 
lenti, senza sviluppi arbitrari. Di suo appena qualche glossa bo- 
naria, d'intenzione esegetica. Ma la sua cura non e dappertutto la 
stessa: i capp. CXLIV e CXLV di F, ad es., sono riassunti in maniera 
pietosa; il cap. CLXXXVIII e addirittura saltato. La compendiosita e 
spesso eccessiva e produce oscurita e confusione. Nuoce all'opera 
rinsufficiente conoscenza della lingua d*oz7. 

C. S. 



B. TERRACINI, Ricerche ed appunti sulla piu antica redazione del Milioney> t 
in Rend. R. Ace. Lincei, Cl. Sc. mor., stor. e filol., ser. vi, vol. ix 
(i933), PP- 369-428. 



IL MILIONE DI MARCO POLO 

XXXI (XLI-XLIIl) 

Del Veglio della montagna* e come fece il paradise, 
e gli assessini. 

Milice 2 e una contrada dove il Veglio della montagna soleva di- 
morare anticamente. Or vi conteremo 1'affare, secondo come mes- 
ser Marco intese da piu uomini. Lo Veglio e chiamato in lor lingua 
Aloodyn. 3 Egli avea fatto fare tra due montagne in una valle lo piu 
bello giardino e } 1 piu grande del mondo ; quivi avea tutti frutti e li 
piu belli palagi del mondo, tutti dipinti ad oro e a bestie e a uccelli. 
Quivi era condotti: 4 per tale veniva acqua e per tale mele e per tale 
vino. Quivi era donzelli e donzelle, gli piu belli del mondo e che 
meglio sapevano cantare e sonare e ballare; e faceva lo Veglio cre 
dere a costoro che quello era lo paradiso. E perci6 il fece, perche 
Malcometto disse 5 che chi andasse in paradiso avrebbe di belle 
femmine tante quante volesse, e quivi troverebbe fiumi di latte e di 
mele e di vino ; e percio lo fece simile a quello che avea detto Mal 
cometto. E gli saracini di quella contrada credevano veramente 
che quello fosse lo paradiso; e in questo giardino non entrava 
se no colui cui egli voleva fare assassino. AlTentrata del giardino 
avea un castello si forte che non temeva niuno uomo del mondo. 
Lo Veglio teneva in sua corte tutti giovani di dodici anni, li 
quali li paressono da diventare prodi uomeni. Quando lo Veglio 

i. Veglio della montagna: vecchio della montagna, e il titolo col quale 
s'indicava in Occidente (particolarmente per tramite francese, come in- 
dica la parola veglio), il capo di una setta ismailita che sin dal secolo XI 
si era resa famosa per la fedelta assoluta dei suoi adepti al loro signore. 
Questa fedelta si esplicava spesso nell'assassinio; e ne furono vittime, 
oltre a dignitari mussulmani, principi cristiani come Raimondo di Tripoli, 
Corrado di Monferrato, re di Gerusalemme, ecc. II Veglio, la fedelta e la 
crudelta dei suoi fedeli, divennero luoghi comuni della letteratura romanza, 
dai trovatori a Dante (e cfr. qui la novella c del Novellino). Seguendo una 
spiegazione razionalista comune ad altri cronisti, Marco Polo descnve uno 
strano metodo di convinzione usato dal Veglio (e si ricordi che assassino 
derivaprobabilmentedall'foAwfc col quale si riteneva che fosse piegata la 
volonta degli adepti alia setta); e chiaro che egH non parla per conoscenza 
diretta. 2. Milice : Mulehet, cioe eretici . Cosi Marco chiama il terntono, 
nel massiccio dell'Elbruz, tradizionalmente attnbuito al Veglio. 3- Atoo- 
dyn: in verita Alaodin e il nome del penultimo Veglio; Pultimo, vintp e uc- 
ciso daHulagu Khan nel 1256 (come accennato in seguito) si chiamava 
Rockn-ud-din. 4 . condotti: canali. 5. Malcometto disse: nella sura 56 del 
Corona, ma con significato allegorico. Comune Malcometto perMaometto. 



348 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

ne faceva mettere nel giardino, a quattro, a dieci, a venti, egli fa- 
ceva loro dare here oppio, e quegli dormivano bene tre di; e face- 
vagli portare nel giardino, e al tempo gli faceva isvegliare. Quando 
gli giovani si svegliavano, [e] egli si trovavano la entro e vedevano 
tutte queste cose, veramente si credevano essere in paradiso. E 
queste donzelle sempre istavano con loro in canti e in grandi sol- 
lazzi: donde egli aveano si quello die volevano, che mai per lo' 
volere 1 non si sarebbono partiti di quello giardino. 

II Veglio tiene bella corte e ricca, e fa credere a quegli di quella 
montagna che cosi sia com'io v'ho detto. E quando egli ne vuole 
mandare niuno di quelli giovani in niuno luogo, li fa loro dare 
beveraggio 2 che dormono, e fagli recare fuori del giardino in sul suo 
palagio. Quando coloro si svegliono, trovansi quivi: molto si mara- 
vigliano, e sono molto tristi che si truovano fuori del paradiso. 
Egli se ne vanno incontanente dinanzi al Veglio, credendo che sia 
un gran profeta, e inginocchiansi. Egli gli domanda: Onde ve- 
nite ? Rispondono : Del paradiso ; e contagli 3 quello che v'hanno 
veduto entro, e hanno gran voglia di tornarvi. E quando il Veglio 
vuole fare uccidere alcuna persona, egli fa t6rre quello lo quale sia 
piu vigoroso, e fagli uccidere cui egli vuole; e coloro lo fanno volen- 
tieri, per ritornare nel paradiso. Se scampano, ritornono al loro 
signore; se e preso, vuole morire, credendo ritornare al paradiso. 
E quando lo Veglio vuole fare uccidere niuno uomo, egli lo prende 4 
e dice : Va fa 5 tal cosa; e questo ti fo perche ti voglio fare ritornare al 
paradiso. E gli assessini vanno e fannolo molto volentieri. E in 
questa maniera non campa neuno uomo dinanzi al Veglio della 
montagna, a cui egli lo vuole fare ; e si vi dico che piu re li fanno 
tribute per quella paura. 

Egli e vero che negli anni izjj 6 Alau, signore dei Tarteri del 
Lrevante, che sapeva tutte queste malvagita, egli pens6 tra se mede- 
simo di volerlo distruggere, e mando de 5 suoi baroni a questo giar 
dino. E istettovi tre anni, attorno al castello, prima che Pavessono ; 
ne mai non lo avrebbono avuto se no per fame. Allotta per fame fu 
preso, e fu morto lo Veglio e sua gente tutta; e d'allora in qua non 
vi fu piu Veglio niuno : in lui fu finita tutta la signoria. Or lasciamo 
qui e andiamo piu innanzi . . . 

I . per lo' volere : di loro volonta. 2. beveraggio : bevanda soporifera. 3 . con 
tagli: per contangli, comune 4.. lo prende: prende uno degli assassini. 
5. Vafa: va a fare. 6. 1277: nel francese 1262; la data esatta e 1256. 



IL ((MILIONE)) DI MARCO POLO 349 

LVII (LXIX) 

Del numero degli Gran Cant, 1 quanti e* furono. 

Sappiate veramente che apresso Cinghys Cane fu Cin Cane, lo 
terzo Bacchia, lo quarto Alcon, lo quinto Mogul, lo sesto Cablau. 2 
E quest! ha piu podere: che se tutti gli altri fossoro insieme, non 
potrebbono avere tanto podere quanto ha questo da sezzo, 3 che 
oggi hae nome Gran Cane, cioe Cablau ; e dicovi piu, che se tutti 
gli signori del mondo, cristiani e saracini, fossero insieme, non 
potrebbono fare quanto farebbe Cablau Cane. E dovete sapere che 
tutti gli Gran Cani discesi di Cinghys Cane sono sotterrati ad una 
montagna grande, la quale e chiamata Alcay. 4 E ove li grandi si 
gnori di Tarter i muoiono, se morissono cento giornate dalla lungi 
a 5 quella montagna, si conviene ch'egli vi sieno portati. E si vi dico 
un'altra cosa: che quando i corpi di Gran Cani sono portati a 
sotterrare a questa montagna, se fossero a lungi quaranta giornate, 
o piu o meno, tutte le gente che sono incontrate per quello cam- 
mino onde si porta il morto, tutti sono messi alle ispade e morti. 
E dicono loro, quando gli uccidono: Andate a servire lo vostro 
signore nelPaltro mondo : che credono che tutti coloro che sono 
morti lo debbiano servire nelPaltro mondo, e cosi gli uccidono; 
e cosi uccidono gli cavagli, e pure gli migliori, perch6 il signore 
gli abbia nelPaltro mondo. E sappiate che quando Mogui Cane 
morio, furono morti piu di ventimila uomeni gli quali incontra- 
vano il corpo che s'andava a sotterrare. 

Da che hoe cominciato di Tarteri, si ve ne diro molte cose. Gli 
Tarteri dimorano lo verno in piani luoghi, ove abbia molta erba e 
buona pastura per loro bestie ; di state, in luoghi freddi e in montagne 
e in valli ove hae acqua assai e buone pasture. Le case loro sono di 
legname, e sono coperte di feltro, e sono tonde, e portalesi dietro 
in ogni luogo ov'egli vanno, per6 che egli hanno ordinato si bene 
le loro pertiche, ond'egli le fanno, che troppo bene le possono por- 
tare leggermente 6 in tutte le parti ov'egli vogliono. Queste loro 

i. Gran Cani'. Qaghan gran capo: Marco Polo usa pure la traduzione 
Gran Signore, Gran Sire. 2. Cinghys . . . Cablau: Gengis Khan (re dal 
1196 al 1227); Kiiyiik (dal 1246 al 1248); Ogudai (dal 1229 al 1240); 
Mangu (dal 1251 al 1259); Qubilai (dal 1260 al 1293), al cui servizio fu lo 
stesso Marco Polo. una genealogia molto difettosa, soprattutto perch 
Batu non fu mai Khan. 3. da sezzo: ultimo. 4. Alcay: Altai. 5. dalla 
lungi a: lontano da. 6. leggermente: facilmente. 



350 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

case sempre fanno Fuscio verso il mezzodie. Egli hanno carrette 
coperte di feltro nero, che, perche 1 vi piova suso, non si bagna 
nulla cosa che dentro vi sia. Egli l[e] fanno nxenare a buoi e a caval- 
li, 2 e in sulle carrette pongono loro feminine e lor fanciulli. E si vi 
dico che le loro femmine comperano e vendono e fanno tutto quello 
ch'e bisogno a' loro mariti, per6 che gli uomeni non sanno fare al- 
tro che cacciare e uccellare e fatti d'ost[e]. 3 Egli vivono di carne e di 
latte e di cacciagioni ; egli mangiano di pomi di Faraone, 4 che ve n'ha 
grande abbondanza da tutte parti ; e mangiano carne di cavallo e di 
cane e di giumente e di buoi e di tutte carni, e beono latte di gio- 
mente. E per niuna cosa 1'uno non toccherebbe la moglie delPaltro, 
perocche 1'hanno per malvagia cosa e per grande villania. Le donne 
sono buone, e guardono bene Ponore di loro signori, e governano 
bene tutta la famiglia; e ciascuno pu6 pigliare tante moglie quant'e- 
gli vuole, infino in cento, s'egli hae da poterle mantenere. E Puomo 
da 5 alia madre della femmina, e la femmina non da nulla alPuomo ; 
e hanno per migliore e per piue veritiera 6 le prima moglie che Tal- 
tre. E egli hanno piu figliuoli che Paltre genti, per le molte femmi 
ne; e prendono per moglie le cugine e ogni altra femmina, salvo 
la madre; e prendono la moglie del fratello s'egli muore. Quando 
pigliano moglie si fanno gran nozze. 



LVIII (LXX) 
Dello iddio de j Tarteri. 

Sappiate che la loro legge 7 e cotale, ch'egli hanno un loro iddio 
c'ha nome Natigai, e dicono che quello ee iddio terreno, che guar- 
da 8 i loro figliuoli e loro bestiame e loro biade. E fannogli grande 
onore e grande riverenza, che ciascuno lo tiene in sua casa; e fan 
nogli di feltro e di panno, e tengogli in loro case. E ancora fanno la 
moglie di questo loro iddio, e fannogli figliuoli ancora di panno: 
la moglie pongono dal lato manco, e' figliuoli dinanzi. Molto gli 
fanno onore. Quando vengono a mangiare egli tolgono della carne 
grassa e ungogli 9 la bocca a quello iddio e alia moglie e a quegli 

i . perche: per quanto. 2. cavalli: nel francese camiaus . 3 . fatti d'ost[e] : 
imprese di guerra. 4. pomi di Faraone: rat de faraon, o icne\imoni. 
5. da: paga una somma (donent le doaiere). 6. veritiera: autorevole. 
7. legge: religione. 8. guarda: protegge. 9. ungogli: ungongli, gli ungono. 



IL ((MILIONE)) DI MARCO POLO 351 

figliuoli, poi pigliano del brodo e gittanlo giuso dall'usciuolo ove 
ista quello iddio. 1 Quando hanno fatto cosi, dicono che '1 loro id- 
dio e la sua famiglia hae la sua parte. Appresso questo, mangiano 
e beono. E sappiate ch'egliono beono latte di giumente, e concianlo 
in tale modo che pare vino bianco e buono a bere, e chiamalo 
chemist. E loro vestimenta sono cotali : li ricchi uomeni vestono di 
drappi d'oro e di seta e di ricche pelli cebeline e ermine e di vai 2 
e di volpe, molto riccamente; e li loro arnesi sono molto di gran 
valuta; loro armi sono archi e spade e mazze, ma d'archi s'aiutano 
piu che d'altro, imperocche egli sono troppo buoni arceri. Hloro 
dosso portano armatura di cuoio di bufelo e d'altre cuoia forti. 
Egli sono uomeni in battaglia valentri duramente; 3 e dirowi 
com'egliono si possono travagliare piu che gli altri uomeni: che 
quando bisognera egli andra e s[t]ara un mese sanza niuna vivanda, 
salvo che vivera di latte di giumente e di carne di loro cacciagioni 
che prendono; e il suo cavallo vivera d'erba che pascera, e no 
gli bisognera portare ne orzo ne paglia. Egli sono molto ubidienti 
al loro signore ; e sappiate che quando e' bisogna egli andra e stara 
tutta notte a cavallo, e '1 cavallo sempre andra pascendo. E sono 
quella gente che piu sostengono travaglio e meno vogliono di spesa 
e che piu vivono, e sono 4 per conquistare terre e reami. 

Egli sono cosi ordinati, che quando un signore mena in oste 
centomilia cavalieri, ad ogni mille fae un capo e a ogni diecimilia 
un altro capo, si che non ha a parlare se no con dieci uomeni lo 
signore delli diecimilia, e quegli di centomilia non ha a parlare se 
non con dieci; e cosi ogni uomo risponde al suo capo. Quando 
1'oste va per monti e per valle, sempre vanno innanzi dugento 
uomeni [per] sguardare, e altrettanto di dietro e dal lato, perche 
Foste non possa essere assalita che nol sentissoro. 5 E quando egli 
vanno in oste dalla lunga, portano bottacci di cuoio ov'egliono 
portano loro latte, e una pentola ov'egliono cuocono loro carne, e 
portano una piccola tenda ov'egli fuggono dalPacqua. E si vi dico 
che quando d'elli e bisogno, egliono cavalcano bene dieci giornate 
senza vivanda che tocchi fuoco, ma vivono del sangue delli loro 
cavagli, ch6 ciascuno pone la bocca alia vena 6 del suo cavallo e bee. 

1 . giuso . . . iddio : dehors la port de sa maison , per gli altri spiriti. 

2. cebeline . . . vai: di zibellino, di ermellino, di scoiattolo. 3. duramente'. 
duremant. 4. sono: sono adatti. 5. che nol sentissoro: senza che se ne 
awedano, di sorpresa. 6. pone la bocca alia vena: poinge la voine. 



352 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

Egli hanno ancora loro latte secco come pasta, e mettono di quel 
latte nell'acqua e disfannolovi dentro, e poscia il beono. 

E vincono le battaglie altresi fuggendo come cacciando : che fug- 
gendo saettano tuttavia, 1 e gli loro cavagli si volgono come cani; 
e quando gli loro nemici gli credono avere isconfitti cacciandogli, 
e egliono sono isconfitti egliono, perciocche tutti gli loro cavagli 
sono morti per le loro saette. E quando gli Tarteri veggono che gli 
cavagli di coloro che gli cacciavano morti, 3 egliono si rivolgono a lo 
ro e sconfiggongli per la loro prodezza. E in questo modo hanno 
gia vinte molte battaglie. Tutto questo che io v'ho contato, e gli 
costumi, e vero degli diritti 3 Tarteri ; e ora vi dico che sono molti i 
bastardi, che quegli che usano a Ucaresse mantengono gli costumi 
degli idoli 4 e hanno lasciata loro legge, e quegli che usano in Le- 
vante tengono la maniera di saracini. 

La giustizia vi si fa com'io vi dir6. Egli e vero che se alcuno hae 
imbolato 5 una piccola cosa, ch'egli non ne debbia perdere persona, 6 
egli gli e dato sette bastonate o dodici o ventiquattro, e vanno in- 
fino alle centosette, secondo che hae fatta TofFesa; e tuttavia 7 
ingrossano, giugne[ndo]ne dieci. E se alcuno hae tolto tanto che 
debbia perdere la persona, o cavallo o altra gran cosa, si e tagliato 
per mezzo con una ispada; e se vuole pagare nove cotanti 8 che non 
vale la cosa ch'egli ha tolta, campa la persona. 

Lo bestiame grosso non si guarda, ma e tutto segnato, si che 
colui che '1 trovasse conosce la 'nsegna del signore e rimandal[o] ; 
pecore e bestiame minuto ben si guardano. Loro bestiame e molto 
bello e grosso. Ancora vi dico un* altra loro usanza, cioe che fanno 
matrimoni tra loro di fanciulli morti, ci6 e a dire : uno uomo hae 
un suo fanciullo morto ; quando viene nel tempo che gli darebbe 
moglie se fosse vivo, allotta fa trovare un ch'abbia una fanciulla 
morta che si faccia 9 a lui, e fanno parentado insieme, e danno la 
femmina morta alPuomo morto. E di questo fanno fare carte; 
poscia Pardono, e quando veggono lo fummo in aria, allotta dicono 
che la carta ne va nell'altro mondo ove sono li loro figliuoli, e ch'egli 

i. saettano tuttavia'. continuano a lanciare frecce. z. che gli cavagli . . . 
morti: incrocio della costruzione veggono che . . . sono morti con veggono . . . 
morti. 3. diritti: veri e propri, in contrapposizione a quelli di Ucaresse, 
nel Catai, che hanno conservato meno puri i loro costumi (bastardi). 
4. idoli: idolatri, spesso in questo testo. 5. imbolato: rubato. 6. ctiegli . . . 
persona: cosi da non meritare la pena di morte. 7. tuttavia: ogni volta. 
8. nove cotanti: nove volte di piu. 9. si faccia: sia adatta. 



IL ((MILIONE)) DI MARCO POLO 353 

si tengono per moglie e per marito nelPaltro mondo, Egli ne fanno 
grande nozze, e si ne versano 1 assai, e dicono che ne vae a j figliuoli 
nell'altro mondo. Ancora fanno dipingere in carte uccelli, cavagli, 
arnesi e bisanti 2 e altre cose assai; e poi le fanno ardere, e dicono 
che questo sara loro presentato da dovero nelFaltro mondo, cioe 
a* loro figliuoli. E quando questo & fatto, egliono si tengono per 
parenti e per amici come se i loro figliuoli fossero vivi. 

Ora v'abbiamo contate 1'usanze e gli costumi di Tarteri; ma io 
non v'ho contati degli gran fatti degli Gran Cani e di sua corte; 
ma io ve ne contero in questo libro, ove si converra 

LXIX (LXXXII) 
Delle fattezze del Gran Cane. 

Lo Gran Signore di signori, che Coblay Cane e chiamato, e di 
bella grandezza, ne piccolo ne grande, ma e di mezzana fatta. 3 
Egli e canuto di bella maniera; egli e troppo bene tagliato di tutte 
membra. Egli hae Io suo viso bianco e vermiglio come rosa, gli 
occhi neri e belli, Io naso ben fatto, e be'lli siede. 4 

Egli ha tuttavia quattro femmine, le quali tiene per sue diritte 5 
moglie. E '1 maggiore figliuolo ch'egli ha di queste quattro mogli 
dee essere signore, per ragione, dello 'mperio dopo la morte del 
suo padre. Elle sono chiamate imperadrice, e ciascuna e chiamata 
per suo nome. E ciascuna di queste donne tiene corte per se, e 
non ve n'ha niuna che non abbia trecento donzelle, e hanno molti 
valletti e scudieri 6 e molti altri uomeni e femmine, si che ciascuna 
di queste donne ha bene in sua corte mille persone. E quando vuole 
giacere con alcuna di queste donne, egli la fa venire in sua camera 
e talvolta vae alia sua. 

Egli tiene ancora molte amiche; e dirovi com* egli e vero ch'egli 
e una generazion[e] di tarteri che sono chiamati ungrat? che sono 
molta bella gente e avenenti; e di queste sono iscelte cento le piu 
belle donzelle che vi sieno, e sono menate al Gran Cane. Ed egli 
le fa guardare a donne del palagio, e falle giacere appresso lui 8 



i. ne versano: spandono i cibi. 2. bisanti: denari. 3. fatta: statura. 4. 
siede: sta. 5. diritte: legittime. 6. valletti e scudieri: in francese: vallez 
esculi6s, eunuchi. 7. ungrat: in verita la regione di Kongurat aveva il 
privilegio di dare le mogli legittime del Khan. 8. appresso lui: in francese : 
con elles , cioe con le donne del palazzo, le mogli precedenti. 



354 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

in u[n] letto per sapere s'ella hae buono fiato, e per sapere s'ella e 
pulcella e bene sa[na] d'ogni cosa. E quelle che sono buone e belle 
di tutte cose sono messe a servire lo signore in tal maniera com'io 
vi diro. Egli e vero che ogni tre di e tre notti sei di queste donzelle 
servono lo signore in camera e al letto e a cio che bisogna, e *1 
signore fae di loro quello ch'egli vuole. E di capo di tre di e di tre 
notti vegnono 1'altre sei donzelle, e cosie vae tutto Tanno di sei in 
sei donzelle. 

LXX (LXXXIII) 
De' figliuoli del Gran Cane. 

Ancora sappiate che '1 Gran Cane hae delle sue quattro moglie 
ventidue figliuoli maschi: lo maggiore avea nome Cinghy 1 Cane, 
e questi dovea essere Gran Cane e signore di tutto lo 'mperio. 
Ora awenne ch'egli morio e rimase un figliuolo c'ha nome Temur, 
e questo Temur dee essere Gran Cane e signore, perche fu fi 
gliuolo del maggiore figliuolo. E si vi dico che costui e savio uomo 
e prode, e bene ha provato in piu battaglie. 

E sappiate che '1 Gran Cane ha venticinque figliuoli di sue ami- 
che, e ciascuno e gran barone; e ancora dico che degli ventidue 
figliuoli ch'egli ha delle quattro moglie, gli sette ne sono re di 
grandissimi reami, e tutti mantengono bene loro regni come savi 
e prodi uomeni che sono, e ben tengono ragione, 2 e risomigliano 
dal padre, di prodezz[a] 3 e di senno e '1 migliore rettore di gente 
e d'osti che mai fosse tra' Tarteri. Ora v'ho divisato del Gran 
Cane e di sue femmine e di suoi figliuoli; ora vi diviser6 com'egli 
tiene sua corte, e sua maniera. 



i. Cinghy. Ch'inchin, che, come e detto oltre, premori a Qubilai (1285), 
sicche fu suo figlio Timur a succedere a Qubilai nel 1295. 2. tengono ra 
gione: amministrano la giustizia. 3. di prodezz\a\ : e omesso il pronome 
relative, per ellissi o per dimenticanza. 



IL MILIONE DI MARCO POLO 355 

LXXI (LXXXIV) 

Del palagio del Gran Cane. 

Sappiate veramente che '1 Gran Cane dimora nella mastra 1 
citta, ch'e chiamata Camblau, 2 tre mesi dell* anno, cioe dicembre, 
gennaio e febbraio. E in questa citta ha suo grande palagio; ed 
io vi divisero 3 com' egli 6 fatto. 

Lo palagio e di muro quadro, 4 per ogni verso un miglio. E in su 
ciascuno canto di questo palagio 5 e uno molto bel palagio, e quivi 
si tiene tutti gli arnesi del Gran Cane, cio& archi, turcassi e selle e 
freni, corde 6 e tende, e tutto cio che bisogna ad oste e a guerra. 
E ancora tra questi palagi hae quattro palagi in questo cercovito, 7 
si che in questo muro attorno attorno sono otto palagi, e tutti sono 
pieni d' arnesi, e in ciascuno ha pur d'una cosa. 8 

E in questo muro, verso la faccia del mezzodi, hae cinque porte, 
e nel mezzo e una grandissima porta che non s'apre mai ne chiude 
se no quando il Gran Cane vi passa, cioe entra e esce. E dallato a 
questa porta ne sono due piccole, da ogni lato una, onde entra 
tutta 1'altra gente. DaU'altro [canto] n'hae un'altra grande, per la 
quale entra comunemente tutta 1'altra gente, cioe ogni uomo. 

E dentro a questo muro hae un altro muro ; e attorno attorno hae 
otto palagi, come nel primaio, e cosi son fatti; ancora vi stae gli 
arnesi del Gran Cane. Nella faccia verso mezzodie hae cinque porti, 9 
nell'altra pure una. E in mezzo di questo muro ee il palagio del 
Gran Cane, ch'e fatto com'io vi conter6. 

Egli e il maggiore che mai fu veduto ; egli non v'ha palco, 10 ma lo 
ispazzo 11 ee alto piu che 1'altra terra bene dieci pahni; la copritura e 
molto altissima. Le mure delle sale e delle camere sono tutte co- 
perte d'oro e d'ariento ; hawi iscolpite belle istorie di donne e di 
cavalieri e d'uccelli e di bestie e di molte altre belle cose; e la co 
pritura ee altresi fatta che non vi si puo vedere altro che oro e 

i. mastra: principale. 2. Camblau: Canbaluc (Khanbaliq), nome turco di 
Tai-Tu, situata nei pressi delTodierna Pechino, e capitale invernale del 
Khan, che d' estate dimorava a Shangtu. 3* divisero: descriver6. 4. Lo 
palagio . . . quadro: El est tout avant un grant mur quares; traduzione 
errata. 5. palagio: mur. 6. corde: per gH archi. 7. cercovito: circuito. 
8. ha . . . cosa: v'e solo un genere di arnesi (archi, turcassi, ecc.). 9- porti: 
porte. io. egli. . .palco: I1 ne a pas soler, cioe ha un solo piano. 
1 1 . ispazzo : pavimento. 



356 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

ariento. La sala e si lunga e si larga, che bene vi mangiano seimilia 
persone; e hawi tante camere ch'e una maraviglia a credere. 
La copritura di sopra, cioe di fuori, 1 e vermiglia e bioda 2 e verde e 
di tutti altri colori, ed e si bene inverniciata che luce come cristallo, 
si che molto dalla lunge si vede lucere lo palagio. La copritura e 
molto ferma. Tra 1'uno muro e 1'altro dentro a quello ch'io v'ho 
contato di sopra hawi [b]egli prati e albori, 3 e hawi molte maniere 4 
di bestie selvatiche, cioe cirvi bianchi, cavriuoli e dani, 5 le bestie 
che fanno il moscado, 6 vai e ermellini e altre belle bestie. La terra 
dentro di questo giardino e tutta piena dentro di queste bestie, 
salvo la via donde gli uomeni entrano ; e dalla parte verso il maestro 
hae un lago molto grande, ove hae molte generazioni di pesci. 
E si vi dico che un gran flume v'entra e esce, ed ee si ordinato 7 
che niuno pesce ne puote uscire ; e hawi fatto mettere molte inge- 
nerazioni di pesci in questo luogo; e questo e con rete di ferro. 

Anche vi dico che verso tramontana, da lungi dal palagio una 
arcata, 8 ha fatto fare un monte ch'e alto bene cento passi e gira 9 
bene un miglio ; lo quale monte e pieno d'albori tutto quanto, che di 
niuno tempo perdono le foglie, ma sempre son verdi. E sappiate 
che quando e detto al Gran Cane d'uno bello albore, egli lo fa pi- 
gliare con tutte le barbe e co molta terra, e fallo piantare in quel 
monte; e sia grande quanto vuole, ch'egli lo fa portare a' leonfanti. 10 
E si vi dico ch'egli ha fatto coprire tutto il monte della terra dello 
azzurro, 11 ch'e tutta verde, si che nel monte non ha cosa se no tutta 
Terde : perci6 si chiamacc lo monte verde . E in sul conmo 12 del mon 
te e un palagio [tutto verde] e molto grande, si che a guatarlo e una 
grande maraviglia; e non e uomo che '1 guardi, che non ne prenda 
allegrezza; e per avere quella bella vista 1'ha fatto fare il Gran Si- 
gnore per suo conforto e sollazzo. 

Ancora vi dico che appresso di questo palagio n'hae un altro n6 
piu ne meno 13 fatto, ove ista lo nipote del Gran Cane, che dee re- 
gnare dopo lui: e questi e Temur, figliuolo di Cinghis, ch'era lo 

i. cioe di fuori: quella esterna, il tetto; prima s'e parlato di quella in- 
terna, il soffitto. 2. bioda: azzurra. 3. albori: alberi. 4. maniere: razze. 
5. dani: daini. 6. le bestie . . . moscado: i moschi, specie di cervi, dai quali 
si ricavava il muschio , usato come profumo. 7. ordinato : sistemato. 8. 
una arcata: un tiro di freccia. 9. gira: ha di circonferenza. 10. leonfanti: 
elefanti. n. terra dello azzurro-. lapislazzuli, che qui doveva avere una 
sfumatura verde, come risulta dal contesto. 12. conmo: colmo, cima. 
j$. ne piu ne meno: similmente. 



IL MILIONE DI MARCO POLO 357 

maggiore figliuolo del Gran Cane. E questo Temur che dee re- 
gnare tiene tutta la maniera del suo avolo, e ha gia holla d'oro e 
sugello d'imperio, ma non fa I'uficio infino che 1'avolo e vivo. 



LXXII (LXXXV-LXXXVI) 
Delia cittd grande di Camblay. 

Dacche v'ho contati de' palagi, si vi conterb della grande citta 
di Camblau ove sono questi palagi, e perch6 fu fatta, e com'egli 
e vero che appresso a questa citta n'avea un'altra grande e bella, e 
avea nome Garibalu, 1 che vale a dire in nostra lingua <cla citta del 
signore . E J l Gran Cane, trovando per astrolomia che questa citta 
si dovea rubellare e dare gran briga allo imperio, e per6 il Gran 
Cane fece fare questa citta presso a quella, che non v'e in mezzo se 
none un fiume; e fece cavare la gente di quella citta e mettere in 
quell'altra, la quale e chiamata Camblau. 

Questa citta e grande in giro da 2 ventiquattro miglia, cioe sei 
miglia per ogni canto ; ed e tutta quadra, che non e piu dalTuno 
lato che dall'altro. Questa citta e murata di terra, 3 e sono grosse le 
mura dieci passi e alte venti ; ma non sono cosi grosse di sopra come 
di sotto, anzi vegnono di sopra assottigliando tanto, che vengono 
grosse di sopra tre passi. E sono tutte merlate e bianche; e quivi 
ha dieci 4 porti, e in su ciascuna porta hae un gran palagio, si 
che in ciascuno quadro hae tre porti e cinque palagi. Ancora in 
ciascuno quadro di questo muro hae un grande palagio ove istanno 
gli uomeni che guardano la terra. E sappiate che le rughe 5 della 
citta sono si ritte che Tuna porta vede 1'altra; e di tutte quante 
incontra 6 cosi. 

Nella terra ha molti palagi; e nel mezzo n'hae uno, ov'e suso 
una campana molto grande, che suona la sera tre volte, che niuno 
non puote poi andare per la terra sanza grande bisogno, o di fem- 
mina che partorisse o per alcuno infermo. Sappiate che ciascuna 
porta guarda mille uomeni; e non crediate che vi si guardi per 
paura d'altra gente, ma fassi per riverenza del signore che la entro 



i. Garibalu: Canbaluc; nel testo francese i nomi delle due citta sono Can- 
baluc (la vecchia) e Taidu (la nuova). 2. da: circa. 3. murata di terra: 
circondata da mura di terra. 4. died: nel francese: xu. 5. le rughe: 
le strade. 6. incontra: succede. 



358 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

dimora e perche gli ladroni non facciano male per la terra. Ora 
v'ho contato di sopra della citta; or vi voglio contare com'egli 
tiene corte e ragione, e di suoi gran fatti, cioe del signore. 

Or sappiate che '1 Gran Cane si fa guardare, [per sua grandezza], 
a dodicimilia uomeni a cavallo, e chiamansi questi tan* cioe a dire 
<c cavalieri fedeli del signore ; e questo non fae per paura. E tra 
questi dodicimilia cavalieri hae quattro capitani, si che ciascuno 
n'ha tremila sotto di se, de* quali ne stanno sempre nel palagio 
Tuna capitaneria, che sono tremilia; e guardano tre di e tre notti, e 
mangiavi e dormonvi. Di capo degli tre di questi se ne vanno, 
e gli altri vi vengono; e cosi fanno tutto Panno. E quando il Gran 
Cane vuole fare una grande corte, le tavole istanno in questo modo. 
La tavola del Gran Cane e alta piu che Paltre; e' siede verso tra- 
montana, e volge il volto verso mezzodie. La sua prima moglie siede 
lungo lui dal lato manco ; e dal lato ritto, piu basso un poco, seg- 
gono gli figliuoli e gli nipoti e suoi parenti che sieno dello impe- 
riale lignaggio, si che il loro capo viene agli piedi del signore. 
E poscia seggono gli altri baroni piu a basso, e cosi va delle fern- 
mine: che le figliuole del Gran Cane e le nipote e le parenti 
seggono piu basso dalla sinistra parte, e ancora piu basso di loro 
le moglie di tutti gli altri baroni; e ciascuno sae il suo luogo ov'egli 
dee sedere per Pordinamento del Grande Cane. Le tavole sono 
poste per cotal modo che J l Gran Cane puote vedere ogni uomo ; e 
questi sono grandissima quantitade. E di fuori di questa sala ne 
mangia piu di quarantamilia: perche vi vengono molti uomeni con 
molti present!, gli quali vi vengono di strane contrade con istrani 
presenti; e di tali ve n'hae c'hanno signoria. E questa cotal gente 
viene in questo cotal die, che 1 signore fae nozze e tiene corte. 
[E in mezzo di questa sala ove 1 Gran Signore tiene corte] e tavola, 
& uno grandissimo vaso d'oro fine, che tiene come una gran botte, 
pieno di buon vino, e da ogni lato di questo vaso ne sono due pic- 
coli: di quel grande si cava di quel vino, e degli due piccoli, beve- 
ra ggi- 2 Hawi vasella e vernicati 3 d'oro, che tiene Puno tanto 
vino che n'avrebbono assai piu d'otto uomeni, e hanne per le tavole 
tra due uno. E anche ha ciascuno una coppa d'oro con manico, con 
che beono ; e tutto questo fornimento e di gran valuta. E sappiate 

i. tan: Quesican, o Chesitan. 2. di quel . . . lever aggi: traduzione impre- 
cisa: Et de cele grant vient le vin, o [autres] bevrajes que hi sunt, en celle 
mandre. 3, vernicati: verniques, coppe a due manici. 



IL MILIONE DI MARCO POLO 359 

che '1 Gran Signore hae tanti vasellamenti d'oro e d'ariento, die 
nol potresti credere se nol vedessi. E sappiate che quegli che fanno 
la credenza 1 al Gran Cane sono grandi baroni. E tengono fascia- 
ta la bocca e '1 naso con begli drappi di seta [e d'oro], acciocche 

10 loro fiato non andasse nelle vivande del signore. E quando il 
Gran Cane dee bere, tutti gli stormenti 2 suonano, che ve n'ha 
grande quantita; e questo fanno quando ha in mano la coppa: e 
allotta ogni uomo s'inginocchia, e baroni e tutta gente, e fanno se 
gno di grande umilitade - e cosi si fa tuttavia 3 ched e' bee. Di vi 
vande non vi dico, perci6 che ogni uomo dee credere ch'egli n'hae 
grande abondanza; ne non v'ha niuno barone n6 cavaliere che non 
vi meni sua moglie perche mangi colFaltre donne. Quando il Gran 
Signore ha mangiato e le tavole sono levate, molti giucolari 4 vi 
fanno gran sollazzo di tragittare 5 e d'altre cose ; poscia se ne va ogni 
uomo al suo albergo . . . 

LXXXI (xcvi-xcvn) 
Delia moneta del Gran Cane. 

Egli e vero che in questa citta di Camblau ee la tavola 6 del Gran 
Sire ; e e ordinato in tal maniera che Puomo puote ben dire che '1 
Gran Sire hae rarchimmia perfettamente ; 7 e mostrerollovi in- 
contanente. 

Or sappiate ch'egli fa fare una cotale moneta com'io vi diro. 
E J fa prendere iscorza d'uno albore c'ha nome gelso ; e e Falbore le 
cui foglie mangiano gli vermini 8 che fanno la seta. E colgono la buc- 
cia sottile, 9 ch'e tra la buccia grossa e Falbore, o vogli tu legno 
dentro, e di quella buccia fa fare carte come di bambagia, 10 e sono 
tutte nere. Quando queste carte sono fatte cosi, egli ne fa delle pic- 
cole, che vagliono una medaglia di tornesello piccolo, e Faltra vale 
un tornesello, e 1'altra vale un grosso d'argento da Vinegia, e Fal- 
tra un mezzo, e Faltra due grossi, e 1'altra cinque, e 1'altra dieci, e 
Faltra un bisante d'oro, e Taltra due, e Faltra tre; e cosi va infino 

i . fanno la credenza : assaggiano i cibi. 2. stormenti : strumenti. 3 . tuttavia : 
ogni volta. 4. giucolari: giullari. 5. tragittare: fare giocbi di prestigio. 
6. la tavola: la banca. 7. hae . . . perfettamente: ha trovato il modo di fab- 
bricare 1'oro; e una delle rare espressioni ironiche di Marco, che, non 
avendo compreso il sistema monetario introdotto da Qubilai, lo ritiene 
un imbroglio. 8. gli vermini: i bachi. 9, la buccia sottile: il libro, tra 

11 tronco e la corteccia (buccia grossa). 10. bambagia: cotone. 



360 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

in dieci bisanti. 1 E tutte queste carte sono sugellate col sugello del 
Gran Sire, e hanne fatte fare tante, che tutto il suo tesoro ne paghe- 
rebbe. z E quando queste carte son fatte, egli ne fa fare tutti gli pa- 
gamenti, e fagli ispendere per tutte le provincie e regni e terre 
do v' egli hae signoria; e nessuno gli osa rifiutare a pena della vita. 

E si vi dico che tutte le genti e reg[io]ni che sono sotto sua si 
gnoria si pagano di questa moneta d'ogni mercatanzia di perle, 
d'oro e d j ariento e di pietre preziose, e generalmente d'ogni altra 
cosa. E si vi dico che la carta che si mette 3 per dieci bisanti non ne 
pesa uno ; e si vi dico che gli mercatanti le piu volte cambiano questa 
moneta a perle o a oro e altre cose care. E molte volte e recato al Gran 
Sire per gli 4 mercatanti tanta mercatanzia in oro e in ariento, che 
vale quattrocentomilia di bisanti; e '1 Gran Sire fa tutto pagare di 
quelle carte, e j mercatanti le pigliano volentieri, perch6 le spen- 
dono per tutto il paese. E molte volte fa bandire il Gran Cane che 
ogni uomo che hae oro e ariento o perle o pietre preziose o alcuna 
altra cara cosa, che incontanente la debbiano avere apresentata alia 
tavola del Gran Sire, ed egli lo fa pagare di queste carte; e tanto 
gliene viene di questa mercatanzia, ch'ee un miracolo. 

E quando ad alcuno si rompe o guastasi niuna di queste carte, 
egli va alia tavola del Gran Sire, e incontanente gliele cambia, e 
egli data bella e nuova; ma si gliene lascia tre per cento. Ancora 
sappiate che se alcuno vuol fare vasellamenta d'ariento o cinture, 
egli va alia tavola del Gran Sire, ed egli dato per queste carte ariento 
quant' e' ne vuole, contandosi le carte secondo che si ispendono. 
E questa e la ragione perche il Gran Sire dee avere piu oro e piue 
ariento che signore del mondo. E si vi dico che tra tutti gli signori 
del mondo non hanno tanta ricchezza quanto hae il Gran Cane 
solo . . . 



1. tornesello . . . bisanti: Marco specifica il valore dei vari tagli con quello 
di monete occidental!, e diffuse a Venezia: i tornesi, i grossi, i bisanti. 

2. che tutto . . . pagherebbe : que tuit le tresor dou monde en paieroit. 

3. si mette: si paga. 4. per gli: dai. 



IL MILIONE DI MARCO POLO 361 

LXXXIII (XCIX) 

Come di Camblau si partono molti messaggi 1 
per andare in molte parti. 

Or sappiate per veritade che di questa cittade si partono molti 
messaggi, 2 gli quali vanno per molte provincie: Funo va alPuna e 
Taltro va all'altra, e cosi di tutti, che a tutti e divisato ove debbiano 
andare. E sappiate che quando si partono di Camblau questi mes- 
saggi, per tutte le vie ov'egli vanno, di capo delle venticinque mi- 
glia, egli truovano una posta, ove in ciascuna hae un grandissimo 
palagio e bello, ove albergono i messaggi del Gran Sire, ov'e 
uno letto coperto di drappo di seta, e ha tutto quello che a messag- 
gio si conviene. E se uno re vi capitasse, si vi sarebbe bene alber- 
gato. E sappiate che a queste poste truovano gli messaggi del Gran 
Sire bene quattrocento cavalli, che '1 Gran Sire hae ordinato che 
tuttavia dimorino quivi e sieno apparecchiati per li messaggi, 
quando egli vanno in alcuno luogo. E sappiate che a ogni capo di 
venticinque miglia sono apparecchiate queste cose ch'io v'ho con- 
tato ; e questo e nelle vie mastre che vanno alle provincie ch'io v'hoe 
contate di sopra. E a ciascuna di queste poste ee apparecchiato da 3 
trecento o quattrocento cavalli per gli messaggi al loro comanda- 
mento. Ancora v'ha cosi belli palagi com'io v'ho contato di sopra, 
ove albergano i messaggi cosi riccamente com'io v'ho contato di 
sopra; e per questa maniera si va per tutte le provincie del Gran 
Sire. E quando gli messaggi vanno per alcuno luogo disabitato, lo 
Gran Cane hae fatto fare queste poste piue alia lungi [a] trentacin- 
que miglia o a quaranta. 

E in questa maniera vanno gli messaggi del Gran Sire per tutte 
le provincie, e hanno albergherie e cavagli apparecchiati, come voi 
avete udito, a ogni giornata. E questo e la maggiore grandezza che 
avesse mai niuno imperadore, ne che aver potesse niuno altro uomo 
terreno: che sappiate veramente che piue di duecentomilia di ca 
valli istanno a queste poste pur per questi messaggi. Ancora gli 
palagi sono piu di diecimilia, che sono cosi forniti di ricchi arnesi 

i. messaggi'. messaggeri. 2. molti messaggi'. nel francese: moutes voies, 
e il primo periodo si riferisce alia rete stradale. 3. da: circa. 



362 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

com'io v'ho contato ; e questa e cosa di si gran valuta 1 e si maravi- 
gliosa, che non si potrebbe iscrivere ne contare. 

Ancora vi dir6 un'altra bella cosa. Egli e vero che tra Tuna posta 
e Taltra e ordinato tra ogni tre miglia una villa, dov'ha bene qua- 
ranta case d'uomeni a piede, che fanno ancora queste messaggerie 
del Gran Sire. E dirowi, com'egliono portano una gran cintura 
[tutta] piena di sonagli attorno attorno, che s'odono bene dalla 
lunga. E questi messaggi vanno a gran galoppo, e non vanno se no 
tre miglia. E gli altri che dimorano in capo delle tre miglia, quando 
odono questi sonagli, che s'odono bene dalla lunga - ed egli 
istanno tuttavia apparecchiati - e corre contra colui, e pigliano 
questa cosa che colui porta, ed una piccola carta che gli dona quel 
messaggio ; e mettesi correndo, e va infino alle tre miglia, e fa cosi 
come ha fatto quell' altro. E si vi dico che '1 Gran Sire ha novelle 
per uomeni a piedi, 3 in un di e in una notte, bene [di] dieci gior- 
nate 3 dalla lunga; e in due di e in due notte, bene di venti giornate; 
e cosi in dieci di e in dieci notte avra novelle bene di cento giornate ; 
e si vi dico che questi cotali uomeni recano in un di al signore fatti 4 
di dieci giornate. E '1 Gran Sire non piglia da questi cotali uomeni 
niuno tribute, ma fa loro donare de' cavagli e delle cose che sono 
ne' palagi di queste poste ch'io v'ho contato. E questo non costa 
nulla al Gran Sire, per6 che le citta che sono attorno a quelle poste 
vi pongono i cavagli, e fannogli questi arnesi, si che le poste sono 
fornite per gli vicini, e 'I Gran Sire non vi mette nulla, salvo che le 
prime poste. 

E si vi dico che quajido gli bisogna che '1 mesaggio da cavallo 
vada tostamente per contare al Gran Sire novelle d'alcuna terra ru- 
bellata o d'alcuno barone o d'alcuna cosa che sia bisognevole al 
Gran Signore, egli cavalca bene duecento miglia in un die owero 
dugentocinquanta; e mostrerowi ragione com'e questo. Quando 
gli messaggi vogliono andare cosi tosto e tante miglia, egli ha la 
tavola del girfalco, 5 in significanza ch'egli vuole andare tosto; 
s'egli sono due, egli si muovono del luogo ov'egli sono su due cava 
gli buoni e freschi e correnti. Egli si bendano la testa 6 e '1 capo, e si 

i. valuta: valore. 2. ha novelle . . . piedi: riceve notizie da questi corrieri 
a piedi. ^.giornate: tragitto che si percorre normalmente in un giorno. 
4. fatti: in francese: fruit. 5. la tavola del girfalco: piastra d'argento o 
d'oro, con inciso un falcone, che rendeva inviolabili i corrieri. 6. la testa: 
in francese: lor ventre. 



IL ((MILIONE)) DI MARCO POLO 363 

si mettono alia gran corsa, tanto ch'egli sono venuti alTaltra posta di 
venticinque miglia: quivi prende due cavagli buoni e freschi, e 
montanvi su e non ristanno fino all'altra posta; e cosi vanno 
tutto die. E cosi vanno inun die bene dugentocinquanta miglia per 
recare novelle al Gran Sire, e, quando bisognavano, bene tre 
cento . . . 

civ (cxxi) 
Delia provinda d' Ardanda. 1 

Quando Puomo si parte di Caragia e va per ponente cinque gior- 
nate, truova una provincia che si chiama Ardanda. E sono idoli, 
e sono 2 al Gran Cane. La mastra citta si chiama Vacian. 3 

Questa gente hanno una forma d'oro a tutti i denti, ed a quelli di 
sopra e a quelli di sotto, si che tutti i denti paiono d'oro; e questo 
fanno gli uomeni, ma no le donne. Gli uomeni sono tutti cavalieri, e 
secondo loro usanza e' non fanno nulla, salvo ch'andare in oste. 
Le donne fanno tutte loro bisogne cogli schiavi insieme, ch'egli 
hanno. E quando alcuna donna ha fatto il fanciullo, lo marito istae 
nel letto quaranta di, e lava il fanciullo e governalo; e cio fanno, 
perche dicono che la donna ha durato molto affanno del fanciullo 
a portarlo, e cosi vogliono che si riposi. E tutti gli amici vegnono 
a costui al letto e fanno gran festa insieme; e la moglie si leva del 
letto e fa le bisogne di casa e serve il marito nel letto. 

E mangiano tutte carne e crude e cotte, e riso cotto con carne. 
Lo vino fanno di riso con ispezie, ed e molto buono. La moneta 
hanno d'oro e di porcellane, e danno un saggio 4 d'oro per cinque 
d'ariento, per6 che non hanno argentiera 5 presso a cinque mesi di 
giornate; e di questo fanno i mercatanti grande guadagno quando 
ve ne recano. 

Queste genti non hanno idoli ne chiese, ma adorono lo maggiore 
della casa, e dicono : Di costui siamo . 7 Egli non hanno lettere ne 
scritture, e cioe non e maraviglia, pero che stanno in luogo molto 
divisato, 8 che non vi si puote andare di state per cosa del mondo, per 

i. Ardanda: Zardandau, regione confinante col Tibet, vicina a quella 
subito citata di Carajan. 2. sono: sono soggetti. 3. Vacian: Wakhan. 
4. saggio: sesto di oncia. 5. argentiera: miniera d'argento. 6. lo mag 
giore : il piti anziano. 7. siamo : in francese : somes . . . oissi . 8. divisato : 
distante. 



364 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

1'aria che v'e cosi corrotta che niuno forestiere vi pub vivere per 
niuna cosa. Quand'hanno affare 1 Tuno coll'altro, fanno tacche di 
legno, 2 e Funo tiene Tuna meta e 1'altro 1'altra meta: quando colui 
dee pagare la moneta, egli la paga e fassi dare 1'altra meta della 
tacca. 

In tutte queste provincie non ha medici. E quando egli hanno 
alcuno malato, egli mandono per loro magi e incantatori di diavoli; 
e quando sono venuti al malato, ed egli gli ha contato lo male ch'egli 
ha, egli suonano loro stormenti e cantano e ballano; quando 
hanno ballato un poco, e 1'uno di questi magi cade in terra colla 
ischiuma alia bocca e tramortisce ; e J l diavolo gli e ricoverato 3 
in corpo. E cosi ista grande pezza chV pare morto, e gli altri magi 
domandano questo tramortito della infermita del malato e perch' egli 
hae cioe. Quegli risponde ch'egli ha questo per6 che fece dispia- 
cere ad alcuno ; 4 e li magi dicono : Noi ti preghiamo che tu gli per- 
doni e prendi del suo sangue, si che tue ti ristori di quello che ti 
piace)). 5 Se '1 malato dee morire, lo tramortito dice: Egli ha fatto 
tanto dispiacere a cotale ispirito, ch'egli no gli vuole perdonare per 
cosa del mondo . Se '1 malato dee guarire, dice lo spirito ch'e nel 
corpo del mago : Togliete cotanti montoni dal capo nero, e cotali 
beveraggi che sono molto cari, e fate sagrificio a cotale ispirito . 
Quando gli parenti del malato hanno udito questo, fanno tutto cio 
che dice lo spirito, e uccidono gli montoni, e versono lo sangue 
ov'egli ha detto, per sagrificio; poscia fanno cuocere un montone o 
piue nella casa del malato; e quivi sono molti di questi maghi [e] 
donne, tante quanto egli ha detto questo ispirito. Quando lo mon 
tone e cotto e '1 beveraggio apparecchiato, e la gente v'e ragunata 
al mangiare, egli cominciano a cantare e a ballare e a sonare, e git- 
tano del brodo per la casa in qua e in la, e hanno incenso e mirra, 
e afTummicano e alluminano tutta la casa. Quando hanno cosi fatto 
un pezzo, allotta inchina 1'uno e Taltro, e domandano 6 lo spirito 
se ancora ha perdonato al malato. Quegli risponde : No gli e an- 



i . hanno off are : hanno negozio, sono in trattative. 2. fanno tacche di legno : 
in francese: prenent un pou de leigne . . . et le fendent por mi ... Mes 
bien est il voir que il hi font avant deus tacque ou trois . 3 . ricoverato : 
entrato. 4. ad alcuno : ad alcuno spirito. 5. prendi . . . piace: in francese: 
que tu en prenne, por restorament de son sane, celes couses que tu vuois . 
6. inchina . . . domandano: in francese: en chiet le un, et les autres le 
demandent . 



IL ((MILIONE)) DI MARCO POLO 365 

cora perdonato; fate anche cotale cosa, e saragli perdonato . E 
fatto quello c'ha comandato, egli dice: Egli sara guarito inconta- 
nente. E allotta dicono eglino: Lo spirito e bene dalla nostra 
parte . E fanno grande allegrezza, e mangiano quel montone e 
beono ; e ogni uomo torna alia sua casa; e '1 malato guarisce inconta- 
nente. Or lasciamo questa contrada; e dirowi d'altre contrade, 
come voi udirete . . . 

CLI (CLXXV) 
Delia provincia di Maabar* 

Quando Tuomo si parte 2 delTisola di Seilla 3 e va verso ponente 
sessanta miglia, truova la gran provincia di Maabar, ch'fe chiamata 
1' India maggiore. E questa e la m[igl]iore India che sia, ed e della 
terra ferma. E sappiate che questa provincia ha cinque re che sono 
fratelli carnali, ed io vi dir6 di ciascuno per se. E sappiate che 
questa e la piu nobile provincia del mondo e la piu ricca. Sappiate 
che da questo capo della provincia regnaun di questi re, c'ha nome 
Senderba re di Var. 4 

In questo regno si truova le perle buone e grosse, ed io vi dird 
come elle si pigliano. Sappiate ch'egli ha in questo mare un golfo 
ch'e tra 1'isole e la terra ferma, e non ha d'acqua piu di dieci passi 
o dodici, e in tal luogo non piu di due; e in questo golfo si pigliano 
le perle in questo modo. Gli uomeni pigliano le grandi navi e 
piccole e vanno in questo golfo, dal mese d'aprile insino a mezzo 
maggio, in un luogo che si chiama Bathalar. E vanno nel mare 
sessanta miglia, e quivi gettano loro ancora, ed entrano in barche 
piccole, e pescano com'io vi dir6. E sono 5 molti mercatanti, e fanno 
compagnia insieme, e alluogano 6 molti uomeni per questi due mesi 
che dura la pescagione. E i mercatanti donano a'rre delle dieci 
parte Tuna di ci6 che pigliano ; e ancora ne donano a coloro che 
incantano i pesci, che non faccino male agli uomeni che vanno sotto 
acqua per trovare le perle: a costoro donano delle venti parti 
Tuna; e questi sono abrinamani, incantatori. E questo incante- 
simo non vale se none il die, si che di notte nessuno non pesca; 

i. provincia di Maabar: corrisponde approssimativamente alia costa del 
Coromandel, in India. 2. Vuomo si parte: ci si diparte (Ten se part). 
3. Seilla: Ceylon. 4. Senderba re di Var: Sender Bandi Devar. 5. sono: 
insieme con loro. 6. alluogano: prendono al loro servizio. 



366 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

e costoro ancora incantano ogni bestia e uccello. Quando quest! 
uomeni allogati vanno sott'acqua due passi o quattro o sei infino 
in dodici, egli vi stanno tanto quantunque 1 egliono possono; e 
pigliano cotali pesci, che noi chiamiamo aringhe, 2 e in queste arin- 
ghe si pigliano le perle grosse e minute d'ogni fatta. E sappiate che 
le perle che si truovano in questo mare si spandono per tutto il 
mondo, e questo re n'ha grande tesoro. Or v'ho detto come si truo 
vano le perle ; e da mezzo maggio innanzi non ve se ne truova piue. 
Ben e vero che di lungi di qui trecento miglie, se ne truova di 
settembre infino a ottobre. E si vi dico che tutta la provincia di 
Mabar non fa loro bisogno sarto, pero che vanno tutti ignudi 
d'ogni tempo : pero ch'egli hanno d'ogni tempo il tempo temperato, 
cioe ne freddo ne caldo. Per6 vanno ignudi, salvo che cuoprono la 
loro natura con un poco di panno. E cosi vae i'rre come gli altri, 
salvo che porta altre cose com'io vi dir6: e' porta alia natura piii 
bello panno che gli altri, e a collo un collaretto tutto pieno di pie- 
tre preziose, si che quella gorgiera vale bene due gran tesori. An 
cora li pende da collo una corda di seta sottile, che gli va giu di- 
nanzi un passo, e in questa corda ha da centoquattro tra perle grosse 
e rubini ; il qual cordone e di grande valuta. E dirowi perche egli 
porta questo cordone : perche conviene ch'egli dica ogni di cento 
quattro orazioni a j suoi idoli. E cosi vuole la sua legge, e cosi fa- 
cevano gli altri re antichi, e cosi fanno questi d'ora. Ancora portano 
alle braccia bracciali tutti pieni di queste pietre carissime e di perle ; 
e ancora tra le gambe in tre luoghi portano di questi bracciali cosi 
forniti. Ancora vi dico che questo re porta tante pietre adosso che 
vagliono una buona citta; e questo non e maraviglia, avendone 
cotanta quantita com'io v'ho contato. 

E si vi dico che niuna persona puote cavare n6 pietra ne perla 
fuori 3 di suo reame, che pesi da un mezzo saggio in su. E i'rre fae 
ancora bandire per tutto il suo reame che chi hae grosse pietre e 
buone o grosse perle, ch'egli le porti a lui, ed egli gliene fara 
dare due cotanti 4 che no gli costarono. E quest' e usanza del regno 
di dare due cotanti che no gli costano : di che gli mercatanti e ogni 
uomo, quando n'hanno, le portano volentieri al signore, perche 
sono bene pagati. 

i. tanto quantunque: tanto quanto. 2. aringhe: errore del traduttore, per 
ostrige, ostriche. 3. cavare ... fuori: esportare. 4. due cotanti: il 
doppio. 



IL MILIONE DI MARCO POLO 367 

Or sappiate che questo re hae bene cinquecento femmine, cioe 
mogli: che, come vede una bella femmina o donzella, si la vuole 
per s6, e si ne fae quello ch'io vi dir6. Incontanente che egli vede 
una bella moglie al fratello, si le glie toglie e tiella per sua; e '1 
fratello, perch6 ee savio in questo, si gliele sofFerisce e non vuole 
briga co lui. 1 Ancora sappiate che questo re ha molti figliuoli 2 che 
sono grandi baroni, che gli vanno dintorno sempre quando ca- 
valca; e quando lo re e morto e lo corpo suo s'arde, e tutti questi 
suoi figliuoli s'ardono, salvo il maggiore che dee regnare. E questo 
fanno per servillo nell'altro mondo. Ancora v'hae una cotale usan- 
za: che del tesoro che lascia rrre al figliuolo maggiore, mai non ne 
tocca, che dice che nol vuole mancare 3 quello che gli Iasci6 il suo 
padre, anzi il vuole accrescere. E ciascuno Paccresce, e 1'uno il 
lascia all'altro, e perci6 e questo re cosi ricco. 

Ancora vi dico che in questo reame non vi nascono cavagli, e 
percio tutta la rendita loro consumano pure in cavagli. E dirowi 
come: i mercatanti di Quisai e di Ofar e di Curmos e di Ser e di 
Dan - queste provincie hanno molti cavagli - e questi mercatanti 
empiono le navi di questi cavagli, e portagli a questi cinque re che 
sono frategli, e vendono Tuno bene cinquecento saggi d'oro, che 
vagliono piue di cento marchi d'ariento. E questo re ne compera 
ogni anno duemilia o phi, e i fratelli altrettanti. Di capo delTaimo 
tutti son morti, perche non v'ha maniscalco veruno, si che no gli 
sanno governare ; e questi mercatanti non ve ne menano veruno, 
perci6 che vogliono prima 4 che tutti questi cavagli muoiano, per 
guadagnare. 

Ancora v'ha cotale usanza: quando alcuno uomo hae fatto mali- 
ficio veruno, ch'egli debbia perdere la persona, e quel cotale uomo 
dice che si vuole uccidere egli stesso per amore e per onore di 
cotale idolo, e il re gli dice che bene gli piace. Allotta gli parenti e 
gli amici di questo cotale malfattore lo pigliano e pongolo in sun 
una carretta; 5 e dannogli bene dodici coltella, e portal[o] per tutta 
la terra, e vanno dicendo: Questo cotale prode uomo (dicendo ad 
alta boce) egli si va ad uccidere egli medesimo per amore del cotale 
idolo . E quando sono al luogo ove si de fare la giustizia, colui 

i. come., . co lui: in francese si tratta di un episodic isolate, non di un'a- 
bitudine. 2. figliuoli: nel francese feoilz , fedeli ; e manca, naturaknente, 
1'inciso: salvo il maggiore che dee regnare. 3. mancare: diminuire. 4. vo 
gliono prima: preferiscono. 5. carretta: nel francese: caiere, seggiola. 



368 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

che dee morire piglia un coltello e grida ad alta boce : lo muoio 
per amore di cotale idolo . Quando hae detto questo, egli si fiede 
del coltello per mezzo il braccio, e poi piglia Paltro e dassi nelPal- 
tro braccio, e poscia dell'altro per lo corpo, e tanto si da che s'uc- 
cide. Quando e morto, gli parenti 1'ardono con grande allegrezza. 
Ancora v'hae un' altra costume: che quando alcuno uomo morto 
s'arde, la moglie si getta nel fuoco e arde con esso lui; e queste 
feminine che fanno questo sono molte lodate dalle genti, e molte 
donne il fanno. 

Questa gente adorano gFidoli, e la maggior parte il bue, perch6 
dicono ch'e buona cosa; e veruno v'e che mangiasse carne di bue, 
ne niuno Pucciderebbe per nulla. Ma e' v'ha una generazione d'uo- 
meni c'hanno nome^aw', 1 che mangiano i buoi, ma no gli osereb- 
bono d'uccidere; ma se alcuno vi muore di sua morte, si '1 man 
giano bene. E si vi dico ch'egliono ungono tutta la casa di grasso 2 
di bue. Ancora ci ha un' altra costume : che gli re e baroni e tutta 
altra gente non siede mai se none in terra; e dicono che questo fanno 
perche sono di terra e alia terra debbono tornare, si che percio 
no la possono troppo onorare. E questi gavi, che mangiano la carne 
de' buoi, sono quegli i cui antichi uccisono san Tommaso 3 Papo- 
stolo; e veruno di questa ingenerazione potrebbe entrare 4 ancora 
cola ov'e il corpo di san Tommaso. Ancora vi dico che venti uo- 
mini non ve ne potrebbono mettere uno, di questa cotale genera 
zione de' gaviy per la vertu del santo corpo. Qui non ha da mangiare 
altro che riso. Ancora vi dico che se un gran destriere si desse a 
una gran cavalla, non ne nascerebbe se none un piccolo ronzino 
colle gambe torte, che non val nulla e non si pu6 cavalcare. E 
questi uomeni vanno in battaglia con iscudi e con lance, e vanno 
ignudi, e non sono prodi uomeni, anzi sono vili e cattivi. 5 Egliono 
non ucciderebbono niuna bestia, ma quando vogliono mangiare 
alcuna carne si la fanno uccidere a saracini o ad altra gente che 
non sia di loro legge. 

i . gavi'. qualcosa di simile ai paria . 2. di grasso : in francese : de Posci , 
degli escrementi. 3. uccisono san Tommaso: i nestoriani d' India venera- 
vano presso Madras la tomba delTapostolo Tommaso, del quale Marco 
narra poi (capp. CLIII-CLXXVI) il martirio e i miracoli, accettando dunque la 
leggenda, affatto inverosimile. Eusebio (Hist. eccL, in, i, i) dichiara che 
san Tommaso morl evangelizzando i Parti, e la tradizione pone la sua tomba 
a Edessa. 4. veruno . . . entrare: perche, come e detto nel testo francese, 
le leu ne les recoie, por la vertu du saint cors ; ingenerazione : stirpe (i 
gavi). 5. cattivi'. infingardi. 



IL MILIONE DI MARCO POLO 369 

Ancora hanno questa usanza: chV maschi e le femmine ogni di 
si lavano due volte tutto il corpo, la mattina e la sera; e mai non 
mangerebbono se questo prima non avessoro fatto, ne non bereb- 
bono. E chi questo non facesse, e tenuto come sono tra noi i pate- 
rini. 1 E in questa provincia si fa grande giustizia di quegli che 
fanno micidio o che imbolino, e d'ogni malificio. E chi e bevitore 
di vino non e ricevuto a testimonianza per 1'ebrezza, e ancora chi va 
per mare dicono ch*e disperato. E sappiate ch'egliono non tengono 
a peccato niuna lussuria. E v'ha si gran caldo ch'e maraviglia; e 
vanno ignudi; e non vi piove se no tre mesi delTanno, giugno e 
luglio e agosto ; e se non fosse questa acqua che rinfresca Paiere, 
e' vi sarebbe tanto caldo che niuno vi camperebbe. 

Quivi hae molti savi uomeni di filosafia, 2 cioe di quella che fa 
conoscere gli uomini alia vista. 3 Egli guatano ad agure 4 piu che 
uomeni del mondo, e piu ne sanno, che molte volte tornano a dietro 
di loro viaggio per uno istarnuto o per una vista d'uccello. E di 
tutti i loro fanciulli, quando nascono, iscrivono il punto e la pianeta 
che regnava quando nacque, perci6 che v'ha molti astrolagi e indo- 
vini. E sappiate che per tutta T India li loro uccelli sono divisati da* 
nostri, salvo la quaglia; li vilpristelli 5 vi sono grandi come astori, 
tutti neri come carboni. E danno agli cavagli carne cotta con riso e 
molte altre cose cotte. 

Qui ha molti monisteri d'idoli, e hawi molte donzelle e fanciulli 
ofFerti da loro padri e da loro madri per alcuna cagione. E '1 signore 
del monistero, quando vuole fare alcuno sollazzo agl'idoli, si ri- 
cheggiono questi offerti; ed egli sono tenuti d'andarvi, e quivi bal- 
lano e trescano 6 e fanno gran festa. Queste sono molte donzelle; 
e piu volte queste donzelle portano da mangiare a questi idoli, 
ove sono offerte; e pongono latavola dinanzi agli idoli, e pongonvi 
suso vivande, e lascialevi istare suso una gran pezza; e tuttavia le 
donzelle cantando e ballando per la casa. Quando hanno fatto 
questo, dicono che lo spirito delFidolo hae mangiato tutto il sot- 
tile della vivand[a], e ripongolo e vannosene. E questo fanno le 
pulcelle tanto che si maritano . . . 



i. * paterini: qui, genericamente, per gli eretici. z.filosafia: in fran- 
cese, correttamente, fi9onomie. 3. alia vista: dall'aspetto, dalla fisio- 
nomia. 4. ad agure: ai presagi. 5. vilpristelli: pipistrelli. 6. trescano: 
ballano la tresca. 



370 TRADTJZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

CLIV (CLXXVIIl) 
Delia provincia di [L^ar. 1 

[L]ar e una provincia verso ponente, quando Puomo si parte del 
luogo ov'e il corpo di san Tommaso. E di questa provincia son 
nati i bregomanni, 2 e di la vennono primamente. E si vi dico che 
questi bregomanni sono i migliori mercatanti e gli piu leali del 
mondo, ch6 giammai non direbbono bugia per veruna cosa del 
mondo. E non mangiano carne ne beono vino, e istanno in molta 
grande astinenza e onestade, e non toccherebbono altra femmina 
che la loro moglie, ne non ucciderebbono veruno animale, ne non 
farebbono cosa onde credessono aver peccato. 

Tutti gli bregomanni sono conosciuti per un filo di bambagia 
ch'egli portano sotto la spalla manca, e si '1 se '1 legano sopra la 
spalla dritta, si che gli viene il filo a traverso il petto e le ispalle. E 
si vi dico ch'egli hanno re ricco e potente, e compera volentieri 
perle e pietre preziose, e conviene ch'abbia tutte le perle che re- 
cano i mercatanti delli bregomanni da Mabar, ch'e la migliore 
provincia ch'abbia 1* India. 

Questi sono idolatri e vivono ad agura di bestie e d'uccelli piu 
ch'altra gente. Ed hawi un cotale costume: quando alcuno mer- 
catante fa alcuna mercatanzia, egli si pone mente 3 all'ombra sua; 
e se la ombra e grande come ella dee essere, si compie la mercatan 
zia, e se non fosse tale come dee essere, no la compie quel die per 
cosa del mondo; e questo fanno sempre. Ancora fanno un'altra 
cosa: che quando egli sono in alcuna bottega per comperare alcuna 
mercatanzia, se vi viene alcuna tarantola (che ve n'ha molte) si 
guarda da quale parte ella viene ; e puote venire da tal lato ch'egli 
compie il mercato, e da tale che nol compierebbe per cosa del 
mondo. Ancora> quand'egliono escono di casa, ed egli od alcuno 
istarnuta che no gli piaccia, immantenente ritorna in casa, e non 
andrebbono piue innanzi. 

i. [L]ar: forse corrisponde all'odierna Saimour. 2. bregomanni: brah- 
mani, la cui vita virtuosa era ben nota in Occidente sin dai tempi di 
sant'Ambrogio, e fu poi resa particolarmente popolare dai testi collegati 
con la leggenda di Alessandro (vedi G. GARY, The medieval Alexander, 
Cambridge 1956, pp. 91-5), fino a costituire il nucleo del moraleggiante 
Ritmo cassinese (vedi C. SEGRE, in Giorn. stor. d. lett. ital. , cxxxiv, 1957, 
PP* 473-8i). 3. si pone mente: bada. 



JL MILIONE DI MARCO POLO 371 

Questi bregomanni vivono piue che gente che sia al mondo, per- 
che mangiano poco e fanno grande astinenza; gli denti hanno 
bonissimi per una erba 1 ch'egliono usano a mangiare. E v'ha uo- 
meni regolati 2 che vivono piu ch'altra gente, e vivono bene da 
centocinquant'anni infino in dugento, e tutti sono prosperosi a 
servire loro idoli; e tutto questo e pella grande astinenza ched e' 
fanno. E questi regolati si chiamano conguigati? E mangiano sem- 
pre buone vivande, cioe, lo piu, riso e latte; e questi conguigati 
pigliano ogni rnese un cotale beveraggio : che tolgono siero vivo 4 e 
solfo e mischiallo insieme coll'acqua, e beolo ; e dicono che questo 
tiene sano e allunga giovinitudine, e tutti quelli che Fusano vi 
vono piu degli altri. Elli sono idoli, ed hanno tanta isperanza nel 
bue che Fadorano; e gli piu di loro portano un bue di cuoio o 
d'ottone innorato 5 nella fronte. E vanno tutti ignudi sanza coprire 
loro natura alcuno di questi regolati; e questo dicono che fanno 
per gran penitenzia. Ancora vi dico ch'egliono ardono Fossa 6 del 
bue e fannone polvere, e di quella polvere s'ungono in molte 
parti del corpo loro con grande reverenza, altresi come fanno i cri- 
stiani delFacqua benedetta. E non mangiano ne in taglieri ne in 
iscodelle, ma in su foglie di certi albori [larghe], secche e non verdi, 
che dicono che le verdi hanno anima, si che sarebbe peccato. Ed 
egliono si guardano di non far cosa ond' egliono credessono avere 
peccato : innanzi 7 si lascerebbono morire. E quando sono doman- 
dati: Perch6 andate voi ignudi ?, e quegli dicono: Perche in 
questo mondo noi non recamo nulla, e nulla vogliamo di questo 
mondo ; noi non abbiamo nulla vergogna di mostrare nostre nature, 
per6 che noi non facciamo con esse niuno peccato, e perci6 noi 
non abbiamo vergogna piu d'un membro che d'un altro. Ma voi 
gli portate coperti, pero che gli adoperate in peccato, e pero 
n'avete voi vergogna . E ancora vi dico che costoro non uccidereb- 
bono veruno animale di mondo, ne pulce ne pidocchi ne mosca ne 
veruno altro, perch6 dicono ch'egli hanno anima: pero sarebbe 
peccato. Ancora non mangiano veruna cosa verde, ne erba ne 
frutti, infino tanto ch'eglino sono secchi, pero che dicono anche che 
hanno anima. Egliono dormono ignudi in sulla terra, ne non ter- 

i. una erba: Izfoglizditembul. 2. regolati: sottoposti a una regola rdigiosa. 
3 . conguigati : Yoghi . 4. siero vivo : in f rancese : arj ent vif . 5 * innorato : 
dorato. 6. l y ossa: in f rancese: le oisi, gli escrementi. 7. innanzi: piut- 
tosto. 



372 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

rebbono nulla ne sotto ne addosso; e tutto Panno digiunano e 
non mangiano se no pane e acqua. Ancora vi dico ch'egli hanno 
loro aregolati, gli quali guardano gPidoli. Ora gli vogliono provare 
s'egli sono bene onesti; e mandano pelle pulcelle che sono offerte 
agPidoli, e fannogli toccare a loro in piu parte del corpo, ed istare 
co loro in sollazzo ; e se '1 loro vembro 1 si muta, si J l mandano via e 
dicono che non e onesto, e non vogliono tenere uomo lussurioso ; 
e se '1 vembro non si muta, si '1 tengono a servire gPidoli nel mu- 
nistero. 

Questi ardono gli corpi morti, perche" dicono che se non si 
ardessono, e' se ne farebbe vermini, e quelli vermini morrebbono 
quando non avessoro piu da mangiare, si che egliono sarebbono 
cagione della morte di quegli vermini: perci6 che dicono che gli 
vermini hanno anima, onde Fanima di quel cotale corpo n'avrebbe 
pena nelFaltro mondo. E percio ardono i corpi, perche egli non 
meni i vermini. 

Ora avemo contato i costumi di questi idolatri; dirowi d j una 
novella che avea dimenticata delPisola di Seilla. 

CLV (CLXXIX) 
DelVisola di Seilla. 

Seilla e una grande isola, ed e grande com'io v'ho contato qua 
adrietro. Ora e vero che in questa isola hae una grande montagna, 
ed e si dirivinata che niuna persona vi puote suso andare se no per 
un modo : che a questa montagna pendono catene di ferro si ordi- 
nate che gli uomeni vi possono montare suso. E dicovi che in quella 
montagna si e il monimento d'Adamo nostro padre. E questo di 
cono i saracini, ma gP idolatri dicono che v'e il monimento di Ser- 
gamo BorganL 2 E questo Sergamo fue il primo uomo a cui nome fu 
fatto idolo, che, secondo loro usanza e secondo loro dire, egli fue 
il migliore uomo che mai fosse tra loro e '1 primo ch' egliono aves- 

i. vembro: membro (virile). 2. Sergamo Borgani: e il nome mongolo di 
Sakyamuni, cioe del Buddha, del quale Marco narra qui la vita in parte 
secondo il canone buddhistico, in parte in base a versioni orali. Erronea, 
ma giustificata dalla situazione nota a Marco, la trasformazione del Buddha 
in dio e in idolo archetipo. La vita di Sakyamuni, per il suo ricco con- 
tenuto epico, si diffuse pure, cristianizzata, in Occidente, come Leggenda 
dei santi Barlaam e Giosafat. 



IL MILIONE DI MARCO POLO 373 

sono per santo. Questo Sergamon fu figliuolo d'un grande re ricco 
e possente, e fu si buono che mai non voile attendere a veruna 
cosa mondana. Quando i'rre vidde che '1 figliuolo teneva questa via, 
e che non voleva succedere a'rreame, ebbene grande ira, e mand6 
per lui, e promisegli molte cose, e dissegli che 1 voleva fare re, e e 5 
se voleva disporre; 1 e '1 figliuolo non ne voile udire nulla. Quando 
*1 re vidde questo, si n'ebbe si grande ira che a pena che 2 non mo- 
rio, perche non aveva piu figliuoli che costui, n6 a cui egli la- 
sciasse i'rreame. 

Ancora il padre si puose in cuore pure di fare tornare questo suo 
figliuolo a cose mondane. Egli lo fece mettere in un bello palagio, 
e missevi co lui bene trecento donzelle molto belle che lo servisso- 
no. E queste donzelle lo servivano a tavola e in camera, sempre bal- 
lando e cantando in grandi sollazzi, si come i'rre avea loro coman- 
dato. Costui istava fermo, e per questo non si mutava a veruna cosa 
di peccato, e molto faceva buona vita secondo loro usanza. Ora era 
tanto tempo istato in casa che non avea veduto mai niuno morto 
ne alcuno malato ; e '1 padre voile un die cavalcare per la terra con 
questo suo figliuolo. E cavalcando lo re e J l figliuolo, ebbono ve 
duto uno uomo morto che si portava a sotterrare ed avea molte 
gente dietro. E '1 giovane disse al padre : Che fatto 6 questo ? 
E '1 padre disse: Figliuolo, ee uno uomo morto. E quegli 
isbigottie tutto, e disse al padre: - Or moiono gli uomeni tutti ? 
E ? 1 padre gli disse: Figliuolo, si. E '1 giovane non disse piu 
nulla e rimase molto pensoso. Andando un poco piu innanzi, e que* 
trovarono un vecchio che non poteva andare, ed era si vecchio 
ch'avea perduti i denti. 

E questo giovine si ritorn6 al palagio, e disse che non voleva 
piue istare in questo misero mondo, da che gli conveniva morire, 
o di v[eni]re si vecchio che gli facesse bisogno 1'aiuto altrui; ma 
disse che voleva cercare Quello che mai non moriva ne none invec- 
chiava, e Colui che lo avea creato e fatto, ed a lui servire. E incon- 
tanente si parti di questo palagio, e andonne in su questa alta mon- 
tagna ch'e molto divisata dall'altre, e quivi dimoro poscia tutta la 
vita sua molto onestamente: che per certo, s'egli fosse istato cri- 
stiano battezzato, egli sarebbe istato un gran santo appo Dio. 
A poco tempo costui si morio, e fu recato dinanzi dal padre. 

Lo re, quando il vidde, fue il piu tristo uomo che mai fosse al 
i. se . . . disporre: se voleva abdicare. 2. a pena che: per poco. 



374 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

mondo; e immantanente fece fare una istatua tutta d'oro a sua 
similitudine, ornata di pietre preziose, e mando per tutte le genti 
del suo paese e del suo reame, e fec[e]lo adorare come fosse iddio. 
E disse 1 che questo suo figliuolo era morto ottantaquattro volte, 2 
e disse : Quando morio la prima volta divenne hue, e poscia morio 
e divent6 cane. 3 E cosi dicono che morio ottantaquattro volte, 
e tuttavia 4 diventava qualche animale, o cavallo 5 o uccello od al- 
tra bestia. Ma in capo delle ottantaquattro volte dicono che morie e 
diventb iddio; e costui hanno gPidolatri per lo migliore iddio ch'egli 
abbiano. E sappiate che questi fu il primaio idolo che fosse fatto, 
e di costui sono discesi tutti gPidoli. E questo fu nelPisola di Seilla 
in India. 

E si vi dico che gPidolatri vi vengono di lontano paese in peli- 
grinaggio, siccome vanno i cristiani a santo lacopo in Galizia. Ma i 
saracini che vi vengono in pelligrinaggio, dicono pure ch'ee il mo- 
nimento d'Adamo; ma, secondo che dice la Santa Iscrittura, il 
monimento d'Adamo ee in altra parte. Or fu detto al Gran Cane 
che *1 corpo d'Adamo era in su questa montagna, e gli denti suoi 
e la iscodella dov'egli mangiava; penso d'aver gli denti e la iscodel- 
la : fece ambasciadori e mandogli a'rre delPisola di Seilla a dimanda- 
re queste cose. E i'rre di Seilla le dono loro : 6 la scodella era di pro- 
ferito 7 bianco e vermiglio. 8 Gli ambasciadori tornarono e recarono 
al Gran Cane la scodella e due denti mascellari, i quali erano molto 
grandi. Quando il Gran Cane seppe che gli ambasciadori erano 
presso alia terra ov'egli dimorava, che venivano con queste cose, 
fece mettere bando che ogni uomo e tutti i regolati andassono 
incontro a quelle reliquie, che credeva che veramente fossero 
d.'Adamo; e questo fu nel 1284 anni. E fu ricevute queste cose in 
Camblau con grande riverenza; e trovossi iscritto che quella isco 
della avea cotale vertu, che mettendovi entro vivanda per un 
uomo solo, n'aveano assai cinque uomeni; e 5 1 Gran Cane il provb, 
e trov6 ch'era vero. 



i. disse: in francese: disoient, si diceva. 2. ottantaquattro volte: esposi- 
zione della metempsicosi. 3. cane: in francese: cavaus. 4. tuttavia: 
continuamente. 5. cavallo: in francese: chien. 6. Or fu detto . . . dono 
loro: e nel 1288 (non nel 1284, come dice Marco) che le reliquie furono 
donate a Qubilai: come reliquie, per6, del Buddha, il cui dente si venera 
ancora a Pechino ; anche se i saraceni e i nestoriani le attribuirono subito 
ad Adamo. 7. proferito: porfido. 8. bianco e vermiglio: in francese: vers 
mout biaus. 



2. Storia. 



STORIE DE TROIA E DE ROMA 

A Roma, nella prima meta del secolo XII, quando vi tornava a 
profilarsi un nuovo amore alia liberta e si cominciava ad interro 
gate con animo curioso le reliquie dell'antica civilta, il cui ricordo, 
pur a tal punto affievolitosi, non si era per altro mai spento del 
tutto, un anonimo scrittore, forse un grammatico, compile una 
rozza opera d'argomento storico in un suo rozzo latino, sulle 
origini lontane di Roma (leggenda troiana) e sulla sua successiva 
fulgida storia. Nel manoscritto che di essa ci e pervenuto, introdu 
ce all j opera questa didascalia: Incipiunt multe ystorie et troiane et 
romane (Laurenziano Strozziano LXXXV). Utile compilazione (Ut 
prosit legentibus ad usum et commoditatem legendorum autorum ), 
risultante da una meccanica aggregazione di Isidoro, per la parte 
iniziale (le varie eta del mondo), a Darete, per la storia di Troia; 
e successivamente di Paolo Orosio, per la narrazione sulle Amaz- 
zoni, a Solino, per le origini della citta, ed a Paolo Diacono, per la 
narrazione delle imprese dei Romani. Di altre fonti secondarie qui 
si tace, poiche non bisogna credere alia lettera alTautore, quand'egli 
cita, molto spesso a sproposito, Cicerone, Sallustio, Lucano, ecc. 
Da quella compilazione nacquero le Storie de Troia e de Roma, 
che ne sono il volgarizzamento in antico romanesco, effettuato circa 
un secolo dopo, probabilmente in Roma stessa, fra il 1252 ed il 
1258 (E. MONACI, Sul Liber Ystoriarum Romanorum. Prime ri- 
cerche, in Arch. della Soc. Rom. di storia patria, xii, 1889; 
ristampato poi come introduzione alFedizione delle Storie de Troia 
et de Roma, in Roma, presso la Societa alia Biblioteca Vallicelliana, 
1920, nei Miscellanea della Soc. Rom. di storia patria; qui, a 
pp. xxiv sgg.). 

Questo volgarizzamento grezzo e scomposto, che al nostro esame 
puo rivendicare esclusivamente il blasone della sua antichita ( la 
piu vecchia compilazione di storia antica che possieda la nostra 
letteratura; E. MONACI, Crestomazia 2, p. 156) ed il suo impasto 
linguistico di colorito romanesco, ebbe pure una sua fortuna, al 
suo apparire e subito dopo, anche fuori di Roma e del Lazio, in 



376 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

Toscana, come attestano almeno due codici toscanizzati radical- 
mente. Servi di fonte ai Conti di antichi cavalieri di argomento 
romano (cfr. p. 547), e fu anche utilizzato in una traduzione del 
Tesoro di Brunette Latini, che si legge nel codice Laurenziano 
XLII, 23 (E. MONACI, Storie de Troia et de Roma, cit., pp. LXVIII 
sgg.). Ma la sua vita attiva fu assai breve, poiche le Storie furono 
presto soppiantate dalle altre opere analoghe scritte da Guido delle 
Colonne e da Martino Polo no, e dai Fatti del Romani. Gia Dante 
sembra del tutto ignorarle. Ma forse son proprio loro a riaffiorare 
in un momento assai critico della storia di Roma nel secolo XIV: 
Cola di Rienzo, prigioniero ad Avignone, haveva livri assai: sio 
Tito Livio, sie Storie de Roma, la Bibia et aitri livri assai (La vita 
di Cola di Rienzo, a cura di A. M. Ghisalberti, Firenze 1928, p. 
127). Non e improbabile che quelle Storie de Roma si identifi- 
chino con Pormai vetusta opera in volgare romanesco. Ma poi, 
certamente 1'oblio. 

M. M. 

* 

G. BERTONI, Duecento, p. 327; A. SCHIAFFINI, Momenti, p. 78. 



QUESTE SONNO LE STORIE DE TROIA 
E DE ROMA 1 



Ad onore de lo onnipotente Dio et ad utilitate de li omini che que- 
sto libro legeraco, 2 et us[er]annolo de legere, che lo faza sapio. 3 Noi 
commenzamo da lo primo omo fi 4 alia citate de Roma como fo 
fatta. Inprimamente vengamo 5 a le nomina de li regi et a le nomina 
de li consoli de essa la citate; e le vattalie e le vittorie de diversi 
genti e de diverse provincie che abero, e li fatti de li imperatori, 
si como in diversi libri trovamo. 

De lason e de lo pecorone 6 e de Laumedot rege de Troia. 

In quello tempo in Grecia foro doi fratri, Eson e Pelias. Pelias 
non avea filio masculo, ma presore 7 filie. Eson avea filio lasone, lo 
quale era ditto filio de dea Cereris, et avea bona agura 8 ne li se- 
menti de la terra. Pelias, avenno pagura de lasone suo nepote, che 
era molto sapio et ardito, sotrasselo e gioli a tradimento como 
devesse morire. 9 E disse: Filio mio, ne Tisola de Colco ene una 
ventura de uno pecorone, che hao la lana de Pauro 10 et ene fatto 
ad onore de dio lovis. Se tu me la duci, io te donno la midate de 
lo regno mio ; estimanno ca potea morire de la ventura de lo peco 
rone. lason incontenente recipea 11 la ventura de lo pecorone e fece 
fare una granne nave per esso e per li compangi soi. E menao seco 
molti nobili omini de Grecia, li quali foro questi: Ercules, Peleus, 
Telamon, Pilium Nestore et altri assai compangi. Cum lason 
allitasse 12 allo porto de Troia per granne tempestate che abe ne lo 
mare, fo nunziato a Laumedonte, rege de Troia, ca era una nave 
venuta ne lo porto de Troia da Grecia. E Laumedot commannao 

i. Queste parole aprono la narrazione nel manoscritto Laurenziano Gad- 
diano 148 (L), che noi seguiamo. Avremo anche necessita di ricordare il 
manoscritto Riccardiano 2034 (R) e il codice d' Atnburgo (A). 2. legeraco : 
leggeranno. 3. faza: faccia (e augurativo); sapio: sapiente, saggio. 4.fi: 
sino. 5. vengamo: veniamo. 6. De lason e de lo pecorone'. il breve para- 
grafo seguente narra del vello d'oro (lo pecorone). 7. presore: molte; cor- 
risponde sempre nel testo latino ad un ccplurimas . S.bona agura: buona 
ventura, auspici propizi. 9. sotrasselo . . . morire: lo ingann6 e gli si ri- 
volse con tradimento, pensando come farlo morire. io.de l y auro: d'pro. 
ii. recipea: accettava, accetto. 12. allitasse: approdasse; testo latino: 
Cumque . . . essent ad litus . 



378 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

alii soi e disse che ne la cazassero e de tutto loro tenimento. 1 
A lason sa[p]pe troppo rio et alii compangi soi, et annaosenne a 
Colcum insula. Et avenno lo pecorono, retornaosenne in Grecia. 
Staienno* in Grecia, lason et Ercules e li compangi loro racordaro 
la iniuria che li fece fare Laumedot, rege de Troia. E per tutti li 
granni de Grecia mannaro lettere e significaoli 3 la iniuria che li fece 
fare Laumedot, rege de Troia. E cosi tutti li Greci fecero una gran- 
ne oste e gero 4 sopre Troia. Et in Grecia lassaro questi capitani: 
Nestore e Pilo, Castore e Polluce. E como nunziato forse 5 a Lau 
medot, rege de Troia, gessio 6 fore de Troia con granne multitudine 
de cavalieri e gioli incontr'ad esso alia vattaglia. Ercules e Tela- 
mon se pusero dereto ad uno monte che avea nome Figeus. E la 
dimane pusero in terra 7 ne lo potto. 

Quanno tulze* Part Elena. 

Ma pertanto Priamo fece parare li navi per Pari e Deifebus, 
Eneas, Polidasias et altri compangi, e miserosse 9 ne li navi, et 
arrivao 10 a Citer insola in Grecia. Et in quella die se celebrava la 
festa de dea lunone ne lo templo de Diana et Apoline. Elena odio 
dicere ca ne lo porto era venuta una molto bella nave de Troia e 
ne la nave era Pari, filio de Priamo rege de Troia, ca avea odito di 
cere ca era molto bello omo. E vedenno che non b'era Menelao suo 
marito, e stava con Pilio Nestore suo cognato, 11 prese compan[g]i e 
disse ca volea gire alia festa. Et annao nanti allo porto, che gisse 12 
alia festa per vedere la nave e Pari. E Pari, vedenno essa, inconte- 
nerxte fo preso a morte de lo amore de Elena. E la notte esso 
con li compangi soi descese de la nave e gio allo castiello dove 
stava Elena, e preselo per vattalia, e prese Elena e molti altri 
compangi con essa, e tornao alia nave e prese 'n alto de lo mare. 
Et Elena stava molto trista ne la nave. E Pari, guardannoli che 

i. nela cazassero . . . tenimento: scacciassero i Greci dal porto e da ogni loro 
possedimento. 2. Staienno: stando* 3. e significaoli: e loro signified, 
significando loro. 4. gero: andarono. 5. forse: fosse. II congiuntivo e 
dovuto a riflesso del testo latino. Cfr. la nota 12 a p. 377. 6. gessio: usci. 
7. pusero in terra: toccarono terra, sbarcarono. 8. tulze: tolse, rapl. Nel 
ms. il titolo e spostato in avanti. 9. miserosse: si misero, con repentino 
cambio di soggetto. 10. arrivao: A ed R recano: arrivaro. n. e sta 
va ... cognato: questa proposizione & come tra parentesi. 12. che gisse: 
per andare. 



STORIE DE TROIA E DE ROMA 379 

stava cosi trista, disse: Non avere pagura, ca io te sposaraio per 
mea molie. Poi revenne Menelao, dove stava Pilio Nestore. 1 
Et annarosenne dove era Agamenon, che regnava in Argia pro- 
vincia e petioli 2 adiuto ad esso et a tutti 1' altri greci. E Pari infra 
quello tempo ionze a Troia; e Priamo vedenno Elena cosi bella, 
fecela sposare a Pari per soa mollie. 

Li adiutatori de Priamo. 

Priamus incontenente fece addtmare 1'oste. E questi foro li 
principi che bennero 'n aiuto alii TroianL In prima Darius venne 
con tutti li soi de Colosonia; 3 Cams venne de Imaco; Nesteus 
venne de Litia e Sarpedon, che era ditto filio de dio lovis; Ipodacus 
et Eopersus venne de Tracia; Pirrus e Defricalamus venne de 
Gia. Et altri presori, de li quali non so chi le nomina, 4 vennero J n 
aiuto alii Troiani. Priamus Ettor fece capitanio, lo secunno Dei- 
febus, lo terzo Pari, lo quarto Troilus, lo quinto Eneas, lo sesto 
Antenor, lo settimo Anchisam. Da 1'altra parte, Agamenon adu- 
nao li Greci: Palamedes, Protesilaus et altri presori. Et Agamenon 
disse : Oi de notte oi de die demo in terra ne lo porto ? s E Pala 
medes disse: La notte annemo allo porto e la dimane demo in 
terra . __ La dimane primo Protesilaus deo in terra e mise molti 
Troiani in fuga. Et Ettor occise in quella vattalia Protesilaus. E 
dove era Ettor li Troiani venceano; e dove era, li Greci perdiano. 6 
E durao la vattalia fi a notte. E li Troiani retornaro alia citate. 
Et Agamenon con tutti li soi deo in terra ne lo porto. 

La quarta vattalia e la quinta. 

L'altra die 7 Acilles e Diomedes fecero la vattalia co li Troiani. 
Ettor et Eneas li vennero incontra. Ettor occise tutti questi duca: 
Ereonem, Galamenen, Epistophum, Siticum, Penorem, Seucetum 
et Poliximium. Acilles occise questi: Eufrenum, Poceum, Filareum 

i Pilio Nestore: R, meglio, con Pilio Nestore', il testo latino: ubi erat 
cum Pilio Nestore . 2. petioli: gli chiese. 3. Colosoma: cosi tutti i ma- 
noscritti. 4. de li quali . . . nomina: del quali non sono qui (ms. kt) i 
nomi. 5. disse . . . porto?: domand6 loro se dovesserp approdare di gior- 
no o di notte. 6. E dove era.. . perdiano: il testo latino reca: ^>^erat 
Ector Troiani fugiunt, set ubi pergit Greci fugam accelerant, 7. L .altra 
die: il giorno seguente. Lx>cuzione e significato assai frequenti neU antica 
lingua. 



380 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

et Astreum. Diomedes occise questi: Satipum e Nestorem. Aga- 
menon vide che li Troiani venceano, revocao la vattalia. Li Troiani 
retornaro leti a Troia. Agamenon adunao lo consilio e disse che ncrs- 
se disfidassero 1 de la die che devea venire : Ca Troia deo essere 
destmtta. E commannao che debessero fare granne vattalie : e 
durao la vattalia contimia per xl dii. Agamenon vide che li soi 
non poteano resistere, mannao Ulixes e Diomedes la notte a 
Priamo, e fecero triegua per tres annos, avenno consilio co li soi 
de avere 6mini e fodero* pro Toste. Complito lo termine, Ettor, 
Eneas, Troy his, fecero la vattalia co li Greci. Agamenon, Menelaus, 
Diomedes et Acilles occursero. 3 E durao la vattalia continua per xxx 
dies. E Priamus fece triegua per vj mesi co li Greci. Complito lo 
termine, fecero un'altra vattalia grannissima continua per xxj dii. 
Agamenon petio triega, la quale fo conceduta da Priamo. Infra 
quello tempo Andromaca, molie de Ettor, vide per sonno Ettor 
morire ne la vattalia. E disse ad Ettor che non gisse alia vattalia. 
E quello prese la paravola si como da femina. 4 Andromaca con 
granne dolore mannao 5 a Priamo che Ettor non annasse alia 
vattalia. Li Troiani anriaro alia vattalia senza Ettor, e li Greci li 
misero in fuga et assagi 6 ne occisero. Ma pertanto fecero capitanei 
questi: Pari, Troylus et Elenus et altri presori. E fecero granne 
vattalie, e li Troiani perdiero. Et Ettor lo odio; per nulla razzone 
nullo omo lo potte tenere de annare alia vattalia. 7 Andromaca 
prese lo filio Antianasta per li capelli e puserollo alii pedi de Et- 
tore e levao granne planto de femine, e disse : Occidilo et occidi 
noi , et annaosenne allo patre de Ettore. Priamus odio che Ettor 
era gito alia vattalia, commannao a tutti li Troiani devessero an 
nare alia vattalia. Agamenon, Diomedes, Acilles, Aiax Locrius 
vennero alia vattali[a]. La dove era Ettor, essi nulla cosa valeano, e 
dove era esso li Troiani venceano. Ettor in quella vattalia ocise 
Idomeum, ferio Ipitum, occise Leuconem, traforao Stelenum. 
Acilles vide questi duca occisi e feruti, commensao forte a commat- 
tere ne la vattalia. Et Ettor occise Policronem, uno duca forte, e 

i . no'sse disfidassero : non provocassero ne accettassero duelli isolati. 2. fo- 
dero: vettovaglie. 3. occursero: corsero contro di loro. 4. prese ... fe 
mina: consider6 quella parola (paravola) come dettata dalla debolezza 
femminile. 5. mannao: mandd a dire. 6. assagi: assai. 7. Et Ettor . . . 
vattalia: la prima proposizione (originariamente temporale) e qui coordi- 
nata alia principale, come awiene tante altre volte in questo testo; raz 
zone: ragione; potte: pote\ 



STORIE DE TROIA E DE ROMA 381 

voleali trare le arme. 1 Acilles li soprebenne e fece terribile vattalia 
con esso. Et Ettor forte ferio Acilles ne la cossa. E feruto, 2 Acilles 
fece plus forte vattalia con esso fi die lo occise. Ettor morto, tutti 
H Troiani fugero, e li Greci li incalsaro fi alle porte de Troia. Menon 
de Troia se trovao con Acilles et a core et a core 3 durao la vattalia 
fi a notte. E la dimane li Troiani plangero Ettor. E li Greci plan- 
gero li soi duca che erano uccisi. 

De li Greci e de li Troiani. 

L'altra die Menon fo fatto capitanio de li Troiani. Agamenon 
adunao lo suo consilio e fece triegua per doi mesi. E Priamo se- 
pelio Ettor poco da longa da la porta de la citate et alia sepultura 
fece fare iocora de morte. 4 In quello tempo fo conceduto la corona 
a Palamedes, la quale cosa sappe molto rio 5 ad Acilles. E complito 
lo termine, Palamedes commensao lo stormo 6 co li Troiani. In- 
contra li venne Deifebus, bene armato, e li Troiani. Et in quella 
vattalia Sarpedon de Troia ferio Acilles e molti duca de' Greci 
foro feruti. E per molti dii commattero, e de la e de ca ne foro molti 
feruti e morti. Priamus fece triegua co li Greci. Palamedes mannao 
Agamenon e molti altri a Tesalam e Demofontam. Agamenon 
disse: Volentieri. Parao li navi et addusse le spese alFoste. 7 Pa 
lamedes acconzao li navi, 8 de mura e de torri fece intorno alToste. 9 
Li Troiani se acconzaro similiantemente. E poi ne lo anniversario 
de Ettore, Priamus, Eccuba, Polissena, filia de Priamo con tutti li 
altri Troiani gero allo monumento: ne la quale die Acilles li vene 
a bedere. Et Acilles, veduta Polissena, fo preso incontenente de 
amore de Polissena. E la notte Acilles mannao uno suo fedele ad 
Eccuba, se adesso volea dare Polissena a molge, esso et altri Gre 
ci se ne giano 10 in Grecia. Eccuba disse: Si, se place a Priamo. 
Et avuto consilio insemmori, 11 dissero : Volentiero, se esso e tutti li 

i.e... arme: tutta la frase in L e ripetuta. 2. Eferuto: concessive; per 
quanto fosse ferito nella coscia. 3. et a core et a core: e falsa traduzione 
del francese cors a cors : corpo a corpo, locuzione propria dei romanzi 
cavallereschi. 4. iocora de morte: giochi funebri. 5. sappe ... no: di- 
spiacque. 6. lo stormo: la battaglia. Anche questo e vocabolo tecnico 
delTantica letteratura cavalleresca. 7. addusse . . . oste: prepar6 navi e 
denaro per la spedizione. 8. li navi: quelle sconcie dalla guerra. 9. de 
mura . . . oste: intorno airaccampamento costrui mura e torri. 10. giano: 
andavano; se ne sarebbero andati (dipende direttamente da mannao, con 
1'ellissi del che). Piii sopra gero: andarono. u. insemmori: insierne. 



382 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

Greci se'nne retornano. E cosl fo ditto ad Acilles quello che disse- 
ro Priamo et Ecuba. E poi Acilles dava opera e studio como li Greci 
se'nne retornassero. Incusa 1 e dicea male de Palamedes e de tutti li 
duca de Grecia che tanto tempo pro una femina aco 2 commat- 
tuto. Ma pertanto Palamedes fece la vattalia co li Troiani. Incontra 
li venne Deifebus e Lutius Sarpedon, 3 li quali Palamedes li occise 
in quella vattalia. Acilles non gio alia vattalia; e Pari trovao Pala 
medes, occiselo co la saggetta. 4 Morto Palamedes, li Greci fugero 
e li Troiani ne occisero assai. Et aberanno 5 arsi li navi, se non forse 6 
Telamonius Aiax, che defese li navi. E la notte li partio da la vatta 
lia. 7 Et in quella vattalia non annao Acilles. E li Greci pla[n]sero 
Palamedes: e li Troiani plansero Deifebum e Litius Sarpedon. 
E la notte Nestor sollicitao li Greci e fecero imperatore da capo 
Agamenon. Venuta la die, li Greci ne foro molto lieti. Agamenon 
la die 8 forte vattalia commensao. In midate de la die venne Troilus 
et occise molti de li Greci e miseli tutti in fuga. L/altra die Troilus 
fece granne vattalia e molti duca de Grecia occise. E durao per vij 
dii continui. Agamenon fece triegua per doi mesi, e sotterrao 
grannemente 9 Palamedes e mannao tre messai 10 ad Acilles, e prega- 
tolo 11 che devesse gire alia vattalia. Et esso dice ca non ze gia a 
postutto : 12 Ca per una femina non volio e non devemo tanto com- 
mattere, ca io volio pace. E Menelaus disse allo fratre : Fa la 
vattalia arditamente ; e se Acilles non vole commattere, non aiamo 
nulla pagura, ca li Troiani non abero si forte omo como fo Ettor. 
E Diomedes et Ulixes dissero ca plus forte omo ene Troilus che 
Ettor. Ma pertanto Agamenon, Menelaus, Diomedes, Aiax Lo- 
crius commensaro la vattalia co li Troiani. Incontra li venne Troi 
lus e li Troiani, e Troilus ferio Menelaus e molti altri occise e tutti 
li Greci mise in fuga. La secunna die Troilus fece la vattalia e ferio 
Diomedes et Agamenonem; e molti m. de 6mini per aliquanti dii 
de la e de ca foro morti. Agamenon vide che li soi non poteano 
resistere, fece triegua per vij mesi. Priamus lo dice alii soi; 

i. Incusa-. accusa. Testo latino: incusat Palamedem . 2. aco: hanno. 
3. Lutius Sarpedon: Sarpedonte licio. 4. saggetta: saetta, strale. 5. abe 
ranno: avranno; ma col valore del condizionale avrebbero. 6. se non 
forse: se non fosse stato. 7. li partio da la vattalia: li allontano dal com- 
battimento. Testo latino: Nox prelium diremit. 8. la die: in quel gior- 
no. 9. grannemente: con grandi onori funebri. io. messai: messaggi ; 
messaggeri. n. pregatolo: gli altri manoscritti leggono pregarolo. 12. a 
postutto: penitus; che egli non ci andava affatto. 



STORIE DE TROIA E DE ROMA 383 

Troilus la non vole. 1 E disse: Se li nostri inimici sonno appries- 
so vicqui, 2 non deo omo 3 fare triegua, ma cazzareli de lo [p]orto et 
ardere li navi loro, se porremo. 4 E Priamus disse a tutti: Che 
place che fazzamo ? E f o fatta triegua contra voluntate de Troilo. 
Agamenon fece sepelire li morti e fece medicare Diomedes e 
Menelaus. E Menelaus e Nestor gero ad Acilles e pregarolo molto 
che li adiutasse. Acilles li disse ca volea pace. Ma disse ca: Tanto 
pote durare questo fatto, che te adiutaraio. 5 E poi Troilus fece 
molte forte vattalie et occise molti de li Greci e miseli in fuga. 
Et Acilles venne a quella vattalia e Troilus ferio forte Acilles et 
Acilles retornao forte feruto allo pavilione. 6 E durao la vattalia 
continua per vij dii; e poi fecero triegua. Ma pertanto Acilles disse 
alii Greci che tutti forsero sopre a Troilus : Et io verraio alia vatta 
lia, _ E Troilus forte commatteo e ferio 7 et occise assai de li Greci, 
e tramazaoli 8 lo cavallo ne lo stormo et acolzelo sotto. Et Acilles 
li soprebenne et in quella vattalia lo occise : e facealo portare allo 
pavillione. E li Troiani forte commattenno, fortemente feriero 
Acilles e tulzero Troilus alii Greci. Et in quella vattalia Menon 
commatteo con Acilles a cor a cor, 9 et Acilles occise Menon, et 
Acilles retornao forte feruto allo pavilione. E li Troiani fugero et 
acclusero le porte, e la notte li partio: e fecero triegua. E Priamus 
sotterrao Troilus e Menon. Ma pertanto Eccuba disse a Pari 
como devessere et occidere e tradire Pari Acilles. 10 E mannao ad 
Acilles che devesse fare pace, e promiseli dare Polissena a molie. 
Acilles, molto preso de lo amore de Polissena, disse privato 11 alii soi 
ca infra iij dii devea retornare allo pavillione. E prese Antilocus per 
suo companio, filio de Nestore, e gio allo templo de deo Apolinis 
che era nanti la porta de Troia, dove era Eccuba e Polissena, e 
Pari privatamente ne lo templo co li soi armati. Acilles et Antilocus 



i . la non vole : non vuole la tregua per le ragioni che subito esporra. z.ap- 
priesso vicqui: presso che vinti. 3- non deo omo: non si deve, secondo 1'uso 
impersonate di omo. 4. porremo: potremo. 5. Tanto . . . adiutaraio: a 
chiarimento, e per spiegare Tintervento di Achille nella battaglia, dlamo il 
testo latino: Menelao tantum perseverante, se auxilium promittit immis- 
surum. 6. pavilione: tenda. 7. ferio: il ms. L reca: ferito. 8. tra 
mazaoli'. il cavallo nel fitto della battaglia (stormo) gH stramazzo sotto, sep- 
pellendolo. 9. a cor a cor: cfr. la nota sap. 381. io. como . . . Acilles: 
al generico soggetto logico di devessere (dovessero), cioe li Troiani, si so- 
stituisce il nuovo soggetto Pari. n. privato: segretamente. Cfr., piu gifc, 
privatamente. 



384 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

gero sarmati 1 et entraro dentro. Et Acilles, vedenno Pari, lo man- 
tiello se invoke [*n] brazo 2 incontenente e co la spada ne occise pre- 
sori. E Pari occise Antilocus e fece molte ferute ad Acilles, fi che li 
gessio Tanima. E comannao che le corpora forsero iettate alle be- 
stie. Et Elenus, che stava ne lo templo, renneo le corpora de Acil- 
le e de Antiloco a li soi. Agamenon fece triegua e feceli sotter- 
rare onoratamente, et allo sepulcro fece fare i6cora de morte. 
E le arme de Acille deo ad Aiace, so fratre consobrino. Aiax non 
volze Tanne e disse che forsero date a Pirro, filio de Acille, che 
stava in Giro insTila, 3 e fobe 4 mannato Menelaus. E complita la 
triegua, fecero la vattalia. Aiax ve gio sarmato, e Pari ferio Aiax 
et assai ne occise. Aiax se sentio feruto, gio tanto dereto a Pari 
fi che lo occise. Et esso forte feruto retornao allo pavillione, e 
Pari fo reportato occiso in Troia. Agamenon e Diomedes assidiao 
la citate e fece fortemente le porte guardare de Troia. L'altra die 
Priamus sepelio Pari, et Elena con gran planto secutao 5 Pari alia 
fossa. Non ene gran miracula se Elena amao Pari, ca Priamus et 
Eccuba Tamaro si como loro filia. Et Agamenon con molte edi- 
ficia azaccava 6 et occidea assai de li Troiani. E Priamus comman- 
nao che guardassero forte la citate : E reposeteve, 7 fi tanto che Pen- 
tesilea, regina Amazonum, verrao con gran oste 'n aiuto a noi. 
Ma pertanto Priamus per aliquanti dii fece granne vattalie con 
Agamenone e mise in fuga li Greci, et abera 8 arsi li navi, se non 
forse Diomedes. E la notte lo partio da la vattalia. Agamenon 
retornao allo primo loco dove erano stati 9 fi tanto che vennisse 
Pirrus, filio de Acille, con Menelao. Lo quale Pirrus, vedenno 
Tarme de lo patre, gio e fece granne planto sopre lo monumento 
de Acille. Ma pertanto la regina Pentesilea venne e commensao la 
vattalia e mise tutti li Greci in fuga. Ma Pirrus, filio de Acilles, 
occise molte femine e Pentesilea lo trovao e feriolo forte. E Pirrus, 
sentennose feruto, non remase de commattere 10 fi che non occise 
Pentesilea. 



i. gero sarmati: andarono disarmati. 2. lo mantiello . . . brazo: R reca: 
si invoke nel braccio lo suo mantello, per difendersi, mancando dello 
scudo. 3. in Ciro insula: nelFisola di Sciro. 4. fobe: vi fu. 5. secutao: 
segui, accompagn6. 6. azaccava: acciaccava, colpiva. 7. reposeteve: ri- 
posatevi; e cfr., a p, 436, lo armeteve delle Miracole de Roma. 8. abera: 
avrebbe. 9. retornao . . . stati: il testo latino ha: Agamennon interim 
castrum mutavit. 10. non remase de commattere: non si fermo, non ces- 
s6 di combattere. 



STORIE DE TROIA E DE ROMA 385 



Lo tradimento de Troia. 

Alia storia de Troia retornemo. 1 Morta Pentesilea, li Troiani 
fugero. E li Greci assidiaro Troia, che 2 intrare ne gessire nullo onio 
potea. Anterior, Polidamas et Eneas vennero a Priamo e dissero : 3 
Che ene da fare ? E Priamus respuse: Che vedete voi che de- 
iamo fare ? Antenor dice : Tutti li toi filii sonno quasi morti e 
quasi tutti li duca de Troia. E li duca de Grecia molti ne sonno vi- 
vi, li quali sonno questi : Agamenon, Menelaus, Diomedes, Aiax Lo- 
crius, Nestor e Pirrus, lo quale ene altro si forte como fo lo patre 
Acilles. E li Troiani aco 4 granne pagura che sonno cosi reclusi in 
Troia. A ti darno per consilio che renni Elena e la preda che tulze 
Pari alii Greci, e fa pace soda 5 con essi. Queste cose ditte, Anti- 
macus fortissimo, lo menore filio de Priamo, disse molte paravole 
iniuriose ad Antenorem. E disse : Gessamo 6 tutti fore co Poste ; 
voi cazzemo li Greci, e voi 7 moramo tutti. Eneas se levao e disse 
con umile paravole ad Antimacum: Da opera e studio che 
fazzamo pace co li Greci. Priamus disse molta vergonia 8 ad 
Antenorem et ad Eneam. Et Antenor racordao como gio in Grecia 
e recipeo molta vergonia da li Greci : Ma pertanto me delibero 
de la vattalia. 9 Et Eneas racordao como gio con Pari in Grecia 
pro Elena ; ma pertanto se deliberao de la vattalia. E fo deliberate 10 
tutto lo consilio de la vattalia. Antimacus clamao molti soi fideli 
de lo populo su ne lo palazo ad esso, e feceli iurare de occidere 
Antenor et Eneas. E dicea Antilocus, se quelli forsero morti, non 
poteranno per dire. 11 E disseli che tutti vennissero armati allo pa 
lazo. E 1'altra die li fece clamare a cena, e quelli non ze vennero. 
Et a quella cena li 12 devea occidere. 

i. Alia storia . . . retornemo: dopo aver brevemente narrate delle Amazzoni 
nei paragrafi precedent!, che qui non vengono riportati. 2,. che: e conse 
cutive; in tal maniera che. 3. dissero: domandarono. 4. aco: hanno. 
5. soda: stabile, duratura. 6. Gessamo: usciamo. 7. voi . . . e voi: o . . . 
o; o cacceremo i Greci, o moriremo tutti. 8. disse molta vergonia: 
riprese aspramente. 9. me delibero . . . vattalia: ritengo di dover rifhi- 
tarmi alia battaglia. lo./o deliberato: accett6 di evitare. II testo latino, 
in questo brano, e piu chiaro e diverse dalla traduzione. Priamo ricorda 
ad Enea e ad Antenore le antiche ragioni per le quali essi, piii degli altri, 
dovrebbero odiare i Greci. n.non poteranno per dire: soggetto di pote 
ranno e li Troiani'. se Enea ed Antenore venissero uccisi, i Troiani non 
avrebbero potuto perdere. 12. li: Antenore ed Enea, che egli voleva 
uccidere. 

35 



386 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 



Lo tradimento de Troia. 

Et in quella die Polidamas mannao Entalegon et Epidamus et 
lolans ad Antenorem. E dissero ad Antenorem: Che pb essere 
che Priamus con tutti li Troiani staco cosi reclusi in Troia, et 
esso e noi nanti vole lassare perire che fazza pace 1 co li Greci ? 
Alii quali Antenor respuse e disse: lo aio trovata via como a mi 
et a voi po fare prode. z E feceli iura 3 pro essere securo d'essi. 
E disse tutto lo fatto a loro, e lo fatto a tutti placche. 4 E mannaro 
Polidamas ad Agamenonem e disseli le paravole de Antenore e de 
li compangi de tradireli Troia. Et Agamenon lo disse infra lo consi- 
lio suo tutte le paravole d'Antenore de lo tradimento che li devea 
fare. E disse allo consilio : Place a voi che alii traditori se li os- 
servi fede? Ulises e Nestor disse de si; Pirrus, filio de Acille, 
disse de no. Polidamas disse a Priamo: 5 Manna Simonem 6 ad 
Eneas et ad Anchises et ad Antenor a sapere tutto lo fatto. E non 
vengate 7 a Troia, ca Antimacus non hao date li clavi alii guardiani 
de le porte. Et Anchisas et Eneas et Antenor confirmaro lo patto 
con Simon. Et Agamenon lo pone nanti a tutti li soi, se li place 
de confirmare lo patto co li traditori. E tutto lo consilio lo iuraro. 
E ne la midate de la notte Antenor, Anchisas et Eneas e tutti Pal- 
tri iuraro insemmori de dare Troia alii Greci ; et a tutti li Troiani 
lo suo sia franco. E dissero a Simon che dicesse ad Agamenon 
che benga alia porta con tutto lo suo essercitu : la quale porta avea 
nome Scea et eravescolpitauna testa de cavallo, et era data in guar- 
dia a Polidamas: Et apererao quella porta, donne entraraco. 8 
E poi fo confermato lo patto con Pirrus, filio de Acille. Et fecerolli 
lo farao de lo foco. 9 Et Antenor menao Pirrus allo palazo de Priamo, 
e Priamus fugio ne lo templo de dio lovis : e Pirrus lo occise nanti 
lo templo de dio lovis. Eccuba e Polissena fugero : et accommannao 10 



i . e noi . . . pace : in particolare riKevo, e il soggetto di perire : e vuole 
che noi moriamo piuttosto che far pace. 2. como . . .prode: come ci6 pos- 
sa esser di yantaggio (prode). 3. iura: il ms. R ha: feceli tutti iurare. 
4. placche: piacque. 5. Priamo : e da leggere Agamennone , come risulta 
anche dal testo latino. 6. Simonem: e Sinone. 7. non vengate: non venite. 
8. apererao . . . entraraco: egli aprira quella porta, donde i Greci entreran- 
no. 9. lo farao de lo foco: il ms. A reca faro, R falo. Testo latino: 
lumen ostendunt. 10. accommannao: raccomand6. Prima di questa 
parola gli altri manoscritti hanno Ecuba. 



STORIE DE TROIA E DE ROMA 387 

Polissena ad Eneas. Et Eneas la fece nasconere allo patre Anchi- 
sas. Casandra et Andromaca se nascusero ne lo templo de dea Mi 
nerva. E li Greci tutta notte arsero e vastaro Troia. Venuta la die, 
Agamenon fece tutta la robba partire 1 infra li Greci. E disse alii 
soi se li place de asservare lo patto co li traditori. E tutti respusero 
e dissero: Place. Antenor pregao Agamenon che li lasasse poco 
dicer e 2 infra li Greci. In prima rengraziao tutti li Greci e disse ca 
Elenus e Casandra sempre diceano allo patre Priamus che facesse 
pace co li Greci e rennesse Elena. E renneo 3 lo corpo de Acille: 
E tutte queste cose sao Elena. Et Elena pregao li Greci pro Ec- 
cuba e Casandra, che molto ramaro. Et Agamenon fece lo consilio 
e deo libertate ad Elenum e Casandra e feceli rennere 4 onne cosa. 
Et in quelli dii venne gran tempestate in Troia. Calcas fo uno sapio 
omo : disse alii Greci che facessero sacrificio alii dii de lo inferno. 
Pirrus li racordao Polissena, pro la quale fo occiso lo patre, che 
no'sse travava. 5 Agamenon comrnannao ad Antenor che trovasse 
Polissena. Antenor la trovao appo Eneas e menaola nanti alii Greci. 
Pirrus sopre la sepoltura de Acille decollao Polissena. Agamenon 
comrnannao incontenente ad Eneas che gessisse de tutta la tenuta 
de Troia. Eneas se'nne partio e lassao la terra ad Antenor. 

De Enea e Latino e Turno. 

Regnao lo rege Priamo, quanno Dola iudex regnao in Israel 
infra la terza etate. 6 E poi che fo destrutta Troia, Eneas con Ascanio 
suo filio, lo quale avea de Creusa soa molia, poi che fo occisa Po 
lissena, co la gran multitudine de li omini e de li navi vennesenne 
in Italia. E fo receputo onoratamente da Latino, lo quale regnava in 
Ardia civitate. E Latino la filia Lavinia avea data a molge a Turno, 
rege de Campania. E Latino fo preso de 1'auro e de 1'argento de li 
Troiani, da capo deo Lavinia soa filia a molie ad Enea; 7 donne 
Turnus rege de Campania, e Mexentius, rege de Toscana, e 

i. partire: dividere. 2. poco dicer e: testo latino: dicere pauca. 3. ren 
neo: il soggetto e Eleno: egli, cioe, aveva reso. Cfr., p. 384, nel cap. De U 
Greci e de li Troiani. 4. feceli rennere: comando che fosse loro restituito. 
5. travava: A ed R; trovava. 6. infra la terza etate: alTinizio dell' opera 
si parla di queste eta. La terza comincerebbe da Abramo. >j.fo preso . . . 
Enea: nel testo latino, come gia rilevato per casi analoghi, la prima pro- 
posizione e subordinata: cccaptus auro. 



388 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

molti altri nobili 6mini de Italia vennero incontra de Latino e de 
Enea con granne oste. E poi che tre anni erano passati che Enea 
era venuto, fo quella oste. E fece fare 1 uno castello da lo nome de 
Lavinia soa molie: civitas Lavinia. Et Eneas se commatteo con 
Turno a corpo a corpo, e fecerosse molte ferute: et Eneas in quella 
vattalia occise Turnus. 



De Ascanio e Mexentio. 

Po 2 la morte de Enea, Ascanius e Mexentius fecero granne vat- 
talie, et Ascanius occise Mexentius. Et Anchises fo morto in Troia, 
non in Sicilia. Po la morte de Enea, Lavinia, soa molie de Enea, 
fece uno filio, e fecelo nutrire ne la selva de Ardia privato. 3 E 
puseli nome Silvius Postumus Eneas. 4 Po la morte de Enea, Asca 
nius non volze abitare con Lavinia soa matrea, 5 fece Albam civita- 
tem a similitudine de una scrofa blanca che trovao in quello loco. 

De Silvio filio de Enea. 

In quello tempo Sanson regnava in Israel. E lo ditto Ascanio 
fo molto rio e pessimo ; non abbe nullo filio, ma abbe una filia, la 
quale abbe nome Roma. Po la morte de Ascanio, Silvius, filio de 
Enea, tuLze la terra 7 alia filia de Ascanio, lo quale Ascanius abbe 8 
molto in odio. E poi Silvius fece Latinus e puselilli nome per lo 
amore de Favo. Latinus fece Epitum; Epitus fece Capim, lo quale 
fece Campanula, da lo suo nome ditta. Capim fece Arotam; 
Arotam fece Tiberinum, lo quale fo affocato in Alvula fluvio. 9 
E lo flume avea nome Alvilla, 10 e da esso recipeo nome Tiber, vel 
Tibris, vel Tiberinus. E Tiberinus fece Aventinum, e fo sotterrato 
ne lo monte de Aventino, dove stette Caccus, e da esso abbe nome 



i. fece fare-, soggetto e Enea. 2. Po: dopo (post). 3. privato: segreta- 
mente. 4. E puseli . . . Eneas: testo latino: AppeUavit eum Silvium Po- 
stumum Enee. $.matrea: matrigna; Ascanio era nato da Creusa. 
6. blanca: per spiegare, secondo una etimologia medievale, il nome 
Alba. 7. la terra: la citt& di Alba, fondata da Ascanio. 8. abbe: sog 
getto e Silvius, mentre oggetto e lo quale Ascanius. 9. in Alvula fluvio : 
si suppone qui, secondo la tradizione, che il Tevere dapprima si chiamasse 
Alvula (cfr. Aquae Albulae ). 10. Alvilla : cattiva lettura del precedente 
Alvula, come, invece, recano sia A che R. 



STORIE DE TROIA E DE ROMA 389 

Aventino. Aventinus fece Palatinus, da lo quale fo ditto monte de la 
Pallara. 1 Palatinus fece Amulium e Munitorem, 2 doi regi, li quali 
generale nome abbero Amulium Silvius, Munitorem Silvius. 3 Et 
infra loro cresceo tanto odio che Amulius cazzao Munitorem et oc- 
cise Lavinium suo filio. Et Ilia, filia de Munitore, la fece monaca 
de lo templo de dea Veste. E lo templo era allato alia selva de 
Ardia. E lo sacerdote de lo templo de dio Martis se iacque con 
essa, et Ilia fece doi zitelli. 4 Amulio li venne assaputo, fece Ilia 
sotterrare viva in terra, e commannao che li zitelli forsero iettati 
in flume. E Faustulus li pres[e] e portaoli a nutrire ad Ilia, 5 soa 
molie. Et Acca era publica puttana e devastava molto bene; e tutte 
le soe vicine la vocavano Lopa. E tutte le locora dove stavano 
puttane, se diceano lupanaria publicamente. 

De Romulo e Remo. 

E cresciuti li zitelli, puserolli nome Romulus e Remus. Romulus 
avea xviij anni quanno facea molte prove 6 infra li pastori. E poi 
che sappe che era nato de regale sangue, abbe in gran odio Amulio, 
suo zio, che avea cazzato lo avo et occiso lo zio e morta la matre. 
Et esso primamente trovao lo lardo 7 e fecelo fare. Et una die gio 
in Albam civitate e co lo lardo occise Amulio suo zio. E fece ren- 
nere lo regno a Munitorem suo avo. E poi venne con Faustulo et 
Acca ad abitare in Ave[n]tino; et adunao latroni, pastori de ale- 
quante ville e commensao a fare Roma. De la quale avemo varia 
opinione: ca vole omo dicere 8 ca in Arcadia fo una femina, Car- 
mentis profetissa, molie de Palante. E morto Palante, con Evandro 
suo filio per visione 9 venne in Italia ad abitare allato allo flume. 
E Carmentis primamente trovao e fece lettere latine. E le greche 
fece Cadmus, e le ebree Moises, e Fenices le caldee et egizie. 10 



i. monte de la Pallara: il colle fa chiamato, cioe, Palatine; ma Pallara 
e Pantico Palladium , pignus salutis atque imperil , che su quel 
colle si custodiva. 2. Munitorem: costante, per Numitore. 3. li qua 
li. . . Silvius : testo latino : predicti vero reges generali nomine omnes 
Silvii appellati sunt. 4. zitelli: fanciulli. 5. Ilia: si legga Acca. 6. pro- 
ve : ma il testo latino reca probra , delitti. 7. lo lardo: il dardo (per dissi- 
milazione consonantica). 8. vole omo dicere: si racconta. 9. per visione: 
per comando avuto in sogno. 10. e Fenices . . . egizie: e corrorto il testo 
latino: Apud Chaldeos, Egiptios, Fenices alii primum dicuntur extitisse 
repertores . 



390 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

E lo ditto Evandro fece Valentia, la quale dicemo Roma. 1 E dice 
ca Evandro fece uno castello che li puse nome Palanteum da lo 
nome de lo patre. Et Ercules, poi che occise Gerione rege de Spa- 
nia, venne con gran preda de bestie ad Evander, et esso lo recipeo 
onoratamente. 

De Ercule, Evandro e Cacco. 

. . . Et Ercules mannao le bestie a pascere allato allo flume. E Cac- 
cu, duca de Aventino, rompitore de la pace e male fattore alii vi- 
cini, rapio una parte de le bestie de Ercule. Et Ercules et Evander 
li gero sopre con granne oste con tutti loro adiutatori. E Caccus 
fuggio ne la rocca: et Ercules li fece fare foco con pice e de solfo 
e de altre cose, e fo morto 2 ne la rocca da Ercule e da Evandro. 
Et Ercules fece sacrificare una vacca viva ad onore de dio lovis 
e fece[b]e fare una altare ad onore de dio lovis. E per gran tempo 
fo clamata gran altare 3 e sacrificata da lo bove. E quella contrata 
fo ditta Bovilla per granne tempo, poi che Roma fo fatta. E poi 
Ercules gio in Calabria, e si como volze dormire in uno monte, 
non potea dormire per lo cantare de le cicade. E quello li comman- 
nao che non cantassero, e non cantaro. Da quello tempo inante in 
onne parte cantano se non chello : 4 como gio e como fo non sape- 
mo. E retornao in-Grecia e vicque et occise li cavalieri de Isione, 
che era ditto Noncetarus, 5 e cazzaolo de Tesalia. Et altre molte 
miracule 6 fece, le quale non so ditte da mi. Et onne omo lo saza 7 
che quanno Gete regnava in lerusalem, Ercules morio. E disse 
Gade filosofo ca gio in oriente, in occidente, in settentrione et in 
meridie, e tanto nanti che non sapea dove se gire. 8 E fo fatto uno 
ioco ad montem Olimpum, in uno movimento 9 curse cxxv passi 
su ne lo monte. Et imperzo che forse clamato vivo dio, iettaose 
ne lo foco e morio : e chello 10 la vita finio. E quello ioco fo fatto in 
quello monte fine allo venimento de Cristo. 

i. Valentia . . . Roma: e, forse, adombrata Fetimologia di Roma dal greco 
pcofrx). 2. morto: ucciso; soggetto e Caco. 3./o clamata . . . altare: fa 
chiamato gran altare (Ara maxima ) e sempre vi si sacrificarono buoi, 
donde Tattributo di Bovilla. 4. se non chello : tranne che ivi, cola. 5. Non 
cetarus: il ms. A Nocentaurius ed R Nocentauro; ma anche il testo la 
tino: unde legitur quod Centauros vicit, idest centum armatos. 6. mi 
racule: straordinarie imprese; allude alle fatiche. 7. saza: saccia, sap- 
pia. 8. E disse . . . gire: anche il testo latino qui e lacunoso. Certo si allude 
alle colonne d' Ercole, ma Gade (Cadice) e mutata in filosofo. 9. in 
uno movimento: d'un balzo. 10. chello: ivi, cola. 



STORIE DE TROIA E DE ROMA 391 



De lo nome de Roma e como fo fatta. 

Da capo de lo ordinamento de Roma. Vole omo dicere ca Romafo 
una femina nobilissima troiana, che fugio de Troia e venne a questo 
loco lo quale se dice Roma. Et alii Romani, sappenno rio de 1 Roma, 
che era capo de lo munno, avesse nome da femina, dissero, so'ppena 
de lo capo, 2 che Roma magi 3 se non clamasse da nome de femina: 
e da tutti li Romani fo taciuto. E molte oppinione lassate, dicenno 
la veritate, narra Varro filosofo et Ovidio in Faustis et altri sapii 
ca Roma clamata fo da Romulo, ca Romulus abitao con Tigurio, 
Faustulo et Arcacio 4 su ne lo monte de Aventino, e con essi visse 
e mono. E come avesse e forse de xxiij anni, prese a'ffare Roma x 
Kal. madii, xj s infra aprile. Ora post sexta, ne la terza, a luna plena, 
fece le fonnamenta, 6 si co dice Lucius Tare[n]tinus, matematicorum 
peritissimus, love in Piscibus, Saturno, Venere, Marte, Mercurio 
in Scorpione, Sole in Tauro, Luna in Libra constitutis. In quella 
die li Romani non fecero nullo sacrificio, che forse puro 7 da onne 
sangue. Quello significava lo parto de Ilia, matre de Romulo e de 
Remo. Quanno pusero nome a Roma, Romulos 8 fece implere la fos 
sa de lo sangue 9 in Aventino e Romulus la fece fare ne lo monte de 
la Pallara 10 similiantemente. Et a Romulus venne da la parte ritta 
viiij avoltori, e molti dico de xij; et a Remus ne li aparse vj. E per 
maiure numero fo dato arbitrio a Romulus; e da lo nome suo li 
puse nome Roma. E commenzata la citate, una die li Romani da 
fore la citate faceano sacrificio, e fo ditto ad essi ca genti aveano 
guasto lo sacrificio e tolta la preda alii Romani. Romulus cavalcao 
cum Quintiis e Remus cum Fabiis: quelle foro doi nobile sclatte 
de Roma. Remo primo, vencenno Foste e retolta la preda, retornao 
a mannicare co li soi e non spettao lo fratre e mannicao tutta la 



i. del concordi A ed R hanno che. 2. so'ppena de lo capo; sotto pena 
di morte. 3. magi: mai. Non si doveva dire che Roma derivava dal nome 
di una fernmina. 4. Tigurio ed Arcacio derivano da cattiva lettura del testo 
latino: ubi fuit tugurium Faustuli et arscacti (cioe wars Cacci). 5. xj: 
si legga xxj . 6. Ora . . .fonnamenta: anche qui soccorre il testo latino: 
oram post seram, ante tertiam plenam, iecit fundamental 7- c ^ : affin- 
che; puro e da riferirsi logicamente a die. 8. Romulos: ma si legga Re- 
muss. 9. de lo sangue: delle vittime sacrincate. 10. monte de la Pallara: 
il Palatino; cfr. la nota I a p. 389. 



392 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

vidanna. 1 E Romulus retornao, abene granne dolore. Incontenente 
pensao tradimento de lo fratre. 2 Ma pertanto fece fare uno carbo- 
naro 3 intorno alia citate e puseve Celerem, uno suo cavalieri; et ad 
esso commannao, se nullo omo passasse lo carbonaro, incontenente 

10 occidesse. E quello fece pro male che volea allo fratre. Et una 
die Remus se gia cazzanno, 4 e puse la lanza sopre lo carbonaro e 
passao da 1'altra parte; e Celerem incontenente occise Remus. 
E fo ditto poi allo fratre, fensese de plangere. E Fastulus et Acca 
ne planzero plu forte. E po la morte de Remo, Romulus fece fare 
uno templo ne la Pallara e puseli nome Xilum 5 et era ditto casa 
de misericordia e de refugio. E qualunqua servo, voi latro, ne lo 
templo intrava, era salvo e libero. E perz6 fece occidere lo fratre, 
che'nno be avesse nulla razone. 6 E li omini de le contrade non vo- 
leano dare nulla femina a molie a quelli che stavano con Romolo, 
imperz6 che tutti erano latroni et 6mini awentici. E Romolo fece 
ordinare uno generate ioco e molto bello, e commannao a quelli 
de le contrade che onne omo securamente venisse allo ioco. Lo 
quale ioco odenno quelli de' Savini, quelli de Santo Pietro in 
Forma e quelli de Ceciliano e tutti li altri maritimi, essi non ce 
vennero, ma lassaro venire le femine. Romulus avea ordinato co 

11 soi : Quanno Linio 7 ioculatore averao date tre volte a terra, se 
pelierao la soa. 8 E quello fatto, onne omo se peliao la soa. Le vi- 
cinanze intorno, odenno quello male fatto, tutti foro ad arme in- 
contra de Romulo, ma Romolo tutta la maritima 9 subiugao, se non 
li Savini. E lo secunno anno Tito Tazio, rege de' Sabini, adunao 
granne oste incontra de Romulo, e Romulus altrosi. E Tuna e Paltra 
oste adunata, Irsilia, molie de Romolo, con tutte Taltre femine fe- 
cero uno consilio, che onne femina tolla lo filio e co li capelli sparsi 
in midate de 1'oste debessero gire e dicere ca : Non volemo altri 
mariti. E quello fatto, tutti da Tuna parte e da 1'altra pusero 



i. non spettao . . . vidanna: non aspett6 il fratello e mangi6 tutte le vivande 
del banchetto del sacrificio. 2. pensao . . .fratre: pens6 di tradire il fra 
tello. 3. carbonaro: fossato; cfr. la nota 4 a p. 409. 4. se gia cazzanno: 
se ne andava a caccia. 5. Xilum: testo latino: Axilum; di un templum 
Asilis si parla nelle Miracole, ov'e ubicato ne lo Perso; cfr. p. 431, 
npta 12. 6. nulla razone: nessun diritto, se si fosse rifugiato in quel tem- 
pio. 7. Linio: cosi anche R; ma A legge Livio. 8. Quanno . . . la soa: 
quando Linio ioculatore (giullare, e segno dell'epoca) battera tre colpi 
a terra, ognuno pigliera una donna per se. 9. la maritima: la regione 
verso il mare; poco innanzi s'e parlato di tutti li altri maritimi. 



STORIE DE TROIA E DE ROMA 393 

ioso le arme et aveanonne granne pietate, e tutti 1'uno coiraltro se 
basaro. E fecero si che li Roman! e li Sabini forsero una compangia, 
e l[o] Sabino forse Romano e lo Romano Sabino, e nullo Romano 
non forse senza soprenome de Sabino e lo Sabino de lo Romano, 
et uno populo et uno regno. E Romulus, che avea occiso lo fratre, 
molto meno Pera 1 de occidere Tito Tazio. E poi Tito Stazio venne 
a Roma, e quello lo fece occidere. E Romolus fo omo sapio e 
molto forte, e sapea le cose che deveano venire. Et esso ordinao 
questi dignitati a Roma: in prima fece decani, senatori, centurioni, 
primipilarii e manipuli. Decani erano chi x cavalieri avea so*ssL a 
Senatori erano quelli che regeano la citate, e le nomina loro se 
scriveano de lettere de auro ne li libri de lo communo. Manipuli 
erano ditti xxx cavalieri insemmori, e lo primo portava legato uno 
manipulo de palia ne la lancia. Centurioni era [chi] quasi c. cava 
lieri avea so'ssL Pilarius quello che era capitanio. Avenno 3 Romulus 
xxxvij anni, lo quale anno avea x mesi e commenzava da marzo, 
imperz6 che esso era filio de dio Martis; lo secondo aprile, che era 
ditto da lussuria, ca de essa lussuria era nato; 4 lo terzo maio; 
lo quarto iunio ; et iulius se dicea quinto da marzo, e poi fo ditto 
iulius da lulio Cesari, ca in quello mese abbe la vittoria de Tesa- 
lica; agosto se dicea sesto da marzo, imperzo che abbe 5 vittoria 
de Antonio e Cleopatra; li altri se diceano settimo da marzo, ot- 
tavo da marzo, nono da marzo, decimo da marzo. Questi mesi fo 
fatti da R[o]molo. E poi sixce aionze Numa Pompilius doi mesi: 
iennaro e febraro. Clamato ene iennaro, imperzo che se com- 
menza Tanno; et hao doi porte: 6 1'uno anno vao, 1'altro vene. 
Febraro era ditto da la purgazione de Panime, ca metteano ale- 
quante vaca 7 de sale pro suffomigazione de li morti, si como noi 
facemo ne la festa de onne santo. E Ramundialis, molie de Fla- 
mine summo sacerdote, tollea la ramo de lo arbore e portavalo in 
mano, si como noi facemo de le olive la domenica de palme. 

i. molto meno I 3 era: molto meno scrupolo avrebbe avuto. 2. so'ssi: sotto 
di se ; al suo comando. 3. Avenno : al periodo manca la proposizione prtn- 
cipale 4. ca de essa . . . nato : testo latino : quasi afrilis, hoc est Afrodite, 
id est a Venere. 5. abbe: il soggetto e da trarsi logicamente: Augusto, 
che dette nome a quel mese. 6. doi porte: in iennaro ( lanuarius ) e 
sentita la parola ianua (porta). 7- vaca: granelli. 8. E Ramunduilis . . . 
palme: ecco la defigurazione della leggenda gia nel testo latino: Appella- 
bant enim februam ramum arboris, quern quidem ramum diahs, hoc est 
coniux flaminis summi sacerdotis, tali die in manus deferebat. 



394 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

E Romolo vole omo dicere che gio alia tana de lo caprolo, 1 iam- 
mai se non revide. Ma la veritate fo questa, ca li senator! e Paltri 
granni de Roma, nascosimente da lo populo, lo occisero. E lo 
populo 1'amava molto teneramente. E teneanollo pro rege e pro 
siniore. E li senator! e li granni de Roma aveano pagura de lo po 
pulo, dissero ca se'nn'era portato in celo. E lo populo se stetiero 
in pace. 

De Tullio Servilio. 

E quello zitello 2 cresceo molto bono e sapio, fo fatto rege da 
li senator!; e nacquene doe filie e deole a molie alii filii de Frisco 
Tarquinio. Ma Tarquinius Superbus se iacque con Tullia soa 
cognata, e Tullia occise lo marito, e Tarquinius la molie, e prese 
a molie Tullia. E per lo fatto de Tullia abbe granne odio co lo 
socero, che era siniore, e fece la iura 3 con tutti li fanti 4 de Roma. 
E con Tullio se tenea 5 tutti li senatori e tutti li granni, ca Tullio 
avea fatto molto bene alia republica. E Tullio e Tarquinio se 
commattero insemmori. La malvascia Tullia salio suso ne la car- 
roza e pusese in midate de la vattalia. E vide 6 iacere lo patre in terra 
quasi morto, fece menare la rota de lo carro sopre lo capo de lo 
patre e tutto lo cerviello li azzacao. 7 E fatto quello male, Tarqui 
nio recipeo la sinioria, e po longo tempo assidiao Gambiiano. E si 
como piliare no'llo potesse, 8 Airons, lo menore filio che avea, 
abbe consilio con uno sapio omo. E la notte, nudo, se fece forte 
vattere alii send soi, e cosi vattuto e tremanno fugio in Gambiiano. 
E li guardian! dissero: Che voi tu? E quello disse: Patre- 
mo e fratimi m'aco 9 fatto forte vattuto, imperzo che dicea che non 
facesse guerra con voi. Et incontenente fo receputo in loro familia 
e fo messo con quelli che plus forte guerra faceano alii Romani. 
Et ordinao con tutti li iuveni de la terra de tradirela a Roma, e 
significaolo per uno messaio allo patre. E lo messaio trovao Tarqui 
nio sedere so 10 arbori floriti, e tenea uno bastone in mano. E mica 

1. alia tana de lo caprolo: ad paludem capre, presso il Campo Marzio. 

2. E quello zitetto: Servio Tullio. Degli altri re si racconta in poche pagine 
che non riportiamo. 3. iura: congiura. 4. li fanti: i giovani. 5. se tenea: 
ilms. A reca: se teneano. 6. E vide: nel testo latino questa proposizione 
e subordinate narrativa. 7. azzacao : acciacc6, schiaccid. 8. potesse: con- 
giuntivo per riflesso del costrutto latino. 9. Patremo e fratimi: mio padre 
ed i miei fratelli; m'aco: m'hanno. 10. so: sotto. 



STORIE DE TROIA E DE ROMA 395 

no'lli respuse, 1 ma ferio lo bastone ne li arbori e tutti li flori ne 
iettao. E lo messaio lo disse ad Airons, e quello sappe quello che 
volea lo patre. Et in quella notte co li traditori de la terra tutti li 
maiuri de la cittate occisero. E per tale tradimento fo presa la citate. 
E poi lo ditto Tarquinio trovao alii Romani assagi 2 generazione de 
tormenta. In prima trovao cazzamenta, presonie e ferie in pedi. 3 E 
Tarquinio staienno in Gambiiano, Airons suo filio et un altro no- 
bile romano, Colatinus, de mesa notte cavalcaro e vennero a Roma 
a sapere che forsero 4 de le molieri loro. E vennero in prima alia 
casa de Aironte e videro la molie stare a bevere et a mannicare co le 
puttane e stare como nequissima puttana. E cosi non ze favellaro. 
E gero alia casa de Collatino, che abitava allato alia porta Latina. 5 
E trovaro Lucrezia, soa molie, in midate de le ancille soe, e dicea 
infra esse ca stava co la camisa refreda 6 de lo marito, ca non sapea 
se alcuna cosa abbe ne la vattalia, voi de feruta, voi de morte. 
E preseli si granne dolore de pagura de lo marito, che cadde in 
terra colle blazza 7 refrede, quasi angossata. 8 Et in quella Collatinus 
et Airons intraro ne lo palazzo. E quella, vedenno lo marito, 
quasi resuscitao 9 da la morte. E Taltra die retornaro alToste. Et 
Airons fo molto preso de lo amore de Lucrezia, molie de Colla 
tino. E Paltra notte, solo con uno scodieri, retornao a Roma e 
giosenne alia casa de Lucrezia. E quella pro avere grazia da lo 
marito, onoratamente lo recipette, e fece fare granne cena, e cenato 
gero a letto. Et in quella notte Airons annao allo letto de Lucrezia e 
tenea in mano la spada nuda. E dicea ca: lo te occido se non me'tte 
consenti, e diceraio ca te trovai co lo scodieri mio. E per forsa 
abbe a fare con essa. E la die retornao aU'oste. E Lucrezia molto 
trista se levao la dimane et incontenente mannao pro lo patre e 
pro lo marito. Et essi vennero tosto e trovarola cosi tristissima. 
Et essi la pregaro che li dicesse che avesse. Et essa soliezanno 10 et 
appena li occli de terra levanno, disse tutto lo fatto in midate de la 

i. mica no'lli respuse: non gli rispose una parola. -z. assagi: assai, con va- 
lore attributive; molte. 3, cazzamenta . . . pedi: esilii, prigionie e ferri ai 
piedi (testo latino: compedibus ponere ). 4. che forsero: che cosa fosse, 
che cosa succedesse. II plurale e per attrazione del sostantivo. 5. che abi 
tava . . . Latina: tentative di etimologia, piti chiaro nel testo latino: a 
Latina porta dictus est Collatinus . 6. cola camisa refreda: con la camicia 
bagnata di freddo sudore per la angoscia del marito. 7. blazza: braccia, 
mani. 8. angossata: fuori di se, senza respiro. 9. resuscitao: L ha rasu- 
scitato, ma A fo suscitata (testo latino: revixit). 10. soliezanno: sin- 
ghiozzando. 



396 TRADUZIONI DAL LATINO E DAL FRANCESE 

piazza, como avea fatto Airons. E tenea uno cultello sotto e mise- 
sello lie lo corpo et occisese. E perzo lo fece, che forse melio cresa 1 
la veritate. E Brutus suo patre, proprio suo nome era Valentius, 
filio de Levino, e Levino era fratre consobrino a Tarquinio Su- 
perbo; e fecese pazzo e disse ad alta voce: lammai non serraio 
sapio, se non me dementico 3 de Tarquinio. E Tarquinio co la 
molie e co li filioli fo cazzato de Roma e non fo ardito de revenire. 
Et avea tenuto lo imperio per anni xxxv fi allo tempo che fo caz 
zato. E da la citate fatta fi allo cazamento erano de 1'anni cclx. 



De Benevento e Roma. 

Et in quello tempo li Romani commensaro guerra con Benevento, 
et era la citate da longa da Roma ccxxx milia. Et erano molto plus 
ricchi che li Romani e quasi tutte Parme aveano de auro e de ar- 
gento. E nanti che li Romani facessero guerra con essi, li Romani 
commattiero nanti con Pirro, rege Epirotaro, fratre de Olimpiade, 
matre de Alessandro de Macedonia; che Pirro 3 era venuto in Italia 
a commattere co li Romani. Co li Romani commattiero, e vencero. 4 

De Roma e Benevento. 

Et in quello tempo li Romani commattiero con Venevetto, in 
prima per Terracina e per Campania. Et in prima li Romani ve 
mannaro Lutius Papirus Cursor. E commanao che Fabio, magestro 
de li cavalieri, forse nanti de tutti : Et quanno serrao lo tempo de 
la vattalia, no'sse fazza sensa Fabio. E venuto lo tempo, li Romani 
forte commattero e vencero quelli de Benevento. E morti foro de 
Samnitibus xxx m. E lo secunno anno da capo quelli de Venevento 
radunaro granne multitudine de gente e vennero alia vattalia co li 
Romani; e puserosse sopre le forche de Arpaia. 5 E chello 6 li Ro 
mani foro vicqui da quelli de Venevento. E quelli che remasero 
foro reclusi infra le forche de Arpaia, che non poteano fugire senza 
voluntate de quelli de Venevento. E Pensius, duca de Samni[ti]- 

T forse: come tante altre volte, fosse; cresa: creduta. 2. dementico: ven- 
dico. 3. che Pirro : il qual Pirro ( qui Pirrus ). 4. vencero : soggetto e li 
Romani. 5. le forche de Arpaia: sono le ben note forche caudine che 
taluni credono situate appunto presso Arpaia; altri presso Montesarchio 
o Airola, 6. E chello: ed ivi. 



STORIE DE TROIA E DE ROMA 397 

bus, mannao a dicere allo patre se lassasse cosi morire li Romani 
reclusi, e voi 1 li lassasse gire a Roma. E Crennius mannao dicenno 
allo filio : ma 2 pro plu vergonia de li Romani no li occidesse, ma li 
tollesse tutte Tarme, le vestimenta e le calciamenta 3 loro, se non 
solo tanto che se coperisero la natura loro. E so iogo de servitute, 
so 4 Fasta li metesse e retenesse Ixxx stagi 5 de li maiuri Romani pro 
fare pace con essi: e Taltri lassasse gire. E fatto quello, fecero pace 
co li Romani e remannaro li stagi a Roma. Complito Tanno poi che 
la pace fo fatta, li Romani ve mannaro Lucius Papinus consul, 
che tanto era fortissimo, che devea gi