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Full text of "La Repubblica di Venezia e la Persia"

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945-311 
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I-I- IV - 



LA 



REPUBBLICA DI VENEZIA 



E LA 



PERSIA 



945,3 

^45 ( ; 



AVVERTIMENTO 



Nell'anno 1861 il Governo di S. M. il He d'I- 
talia deliberò d'inviare una missione diploma- 
tica a S. M. il Re di Persia, e scelse per essa il 
commendatore Marcello Cerruti, in allora Mini- 
stro Residente, ora Inviato Straordinario e Mi- 
nistro Plenipotenziario Volendosi dal viaggio in 
paese, sul quale in diversi rami di scienza tut- 
tora si desiderano notizie meglio esatte e com- 
plete, ottenere altresì vantaggio di studi ad in- 
cremento delle cognizioni universali, il Governo 
del Re destinò pure alcuni distinti naturalisti, 
matematici ed ufficiali di armi diverse ad accom- 
pagnare il commendatore Cerruti. La spedizione 
italiana partì nell'aprile dell'anno 1862 per la 
via di Costantinopoli, e fu di ritorno nel dicembre 
successivo per quella di Pietroburgo. 

Durante i preparativi della spedizione, e nel 



545-794 



VI 

corso della medesima, il Governo del Re più volte 
mi aveva fatto l'onore di chiedere il mio avviso 
sulle istruzioni ad impartirsi per le utilità del 
commercio, e sugli studi a preferirsi. Sottopo- 
nendo in tali argomenti le mie opinioni , mi 
si presentò altresì il pensiero, che sarebbe stato 
utile di cogliere questa circostanza anche per 
attivare ricerche negli archivi italiani, onde illu- 
strare la storia nazionale , mediante la pubbli- 
cazione delle antiche relazioni diplomatiche 
delle repubbliche italiane colla Persia, circa le 
quali non erano state finora date alle stampe se 
non incomplete notizie. A questo effetto si ordi- 
narono a diversi archivi del regno indagini, le 
cui risultanze, almeno finora, non hanno ben cor- 
risposto alle brame. Ma era specialmente negli 
archivi di Venezia che doveva ritrovarsi la massa 
dei documenti di maggiore importanza, perchè 
già era noto che nessuno degli Stati italiani aveva 
avuto così antichi e frequenti rapporti colla Per- 
sia , quanto la repubblica di Venezia, stante 
l'interesse massimo della stessa repubblica di 
coltivare l'amicizia di Stato potente, situato alle 
spalle di Turchia, ad entrambi nemica, e per l'ec- 
cellente ordinamento di Venezia nelle diploma- 
tiche cose, delle quali essa fu a tutti gli Stati 
maestra. E poiché vincoli d'amicizia e di stima mi 
legavano al cav. dott. Guglielmo Berchet , che 



VL1 

già aveva avuto a studente di legge in Padova, 
quand'io era colà, ed egli aveva dato prove ripe- 
tute di somma diligenza ed abilità nel raccogliere 
e pubblicare documenti diplomatici esistenti nel- 
l'archivio dei Frari, così mi rivolsi privatamente 
a lui, e lo pregai di voler sospendere per qualche 
tempo gli altri lavori suoi sulle Relazioni degli 
Ambasciatori veneziani, il Commercio delia re- 
pubblica , e le Leggi venete monetarie, e di favo- 
rirmi d'indagini su tale argomento pur esso di 
molto interesse italiano e di onore alla sapienza 
della sua nobile città. Il cav. Berchet aderì vo- 
lentieri all'invito dell'amicizia, ed al proprio desi- 
derio di contribuire ad illustrare la storia veneta, 
che è tanta parte dell'italiana, ed a nessuna delle 
europee è seconda nella gloria dei fatti; ed abile 
ed indefesso si pose alle ricerche, che riescirono 
sommamente felici. Mi ha quindi trasmesso con 
lettera espressiva della sua benevolenza per me 
le risultanze delle solerti sue indagini, accom- 
pagnando le copie degli originali documenti con 
una elaborata memoria, la quale è molto oppor- 
tuna a seguirne la serie, ed a comprenderne la 
colleganza ed il valore. 

Venuto così, per merito altrui di esperienza e 
sapere, al possesso di scritti, che sono fondamento 
e luce di una parte di storia italiana rimasta 
(ino al presente alquanto vaga ed oscura, pai ini 



Vili 

conveniente di consegnare al pubblico il frutto 
non mio. E siccome conosco che i lavori del Ber- 
chet sono sempre commendevoli per diligenza e 
perizia, così mi astengo da qualsivoglia inser- 
zione di frase non sua, od esclusione di alcuna 
scritta da lui. Di me in questo caso veramente 
può dirsi ciò che leggiamo nel sacro codice : — 
Quid habes quod non accepisti? 

Spero poi che il cav. Guglielmo Berchet mi 
vorrà essere cortese d'indulgenza quanto mi fu 
d'amicizia, se io non volli che l'utile suo lavoro 
avesse ad essere fecondo solamente di privata 
istruzione per me, ma col dario alle stampe ac- 
crebbi con esso il patrimonio delle cognizioni 
comuni. 

Torino, 20 novembre 1801 



Cornili. Nkcìri Cristoforo. 



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cHuiòttc cStoleòòotc cb obuiico V^atiódiiuo, 



Poiché ella, ottimo amico, rammentando i nostri antichi col- 
loquii sull'attuale ufficio delia storia, i quali assai mi giovarono 
d' istruzione e d' incoraggiamento , ed usando cortese bene- 
volenza ai miei sludi, volle chiedermi se ne mici lavori sulle 
relazioni diplomatiche della Repubblica di Venezia, avessi 
raccolte alcune memorie intorno alle cose veneto-persiane, e 
mi espresse il desiderio di averne notizia; mi adoperai con 
ogni cura possibile per ordinare alcuni appunti che tenevo, e 
per completarli con una serie di ricerche, negli archivi di questa 
città, le quali riuscirono fortunate così, che io oso sperare sia 
il presente lavoro degno di esserle presentato, con animo grato 
alla di lei gentile fiducia. 

Io mi lusingo, che mentre gli sguardi di tutta l'Europa 
sono rivolti all'Oriente, per escogitare o la sorte riservata al- 
l'impero ottomano, dalle combinazioni della diplomazia e dal 
progresso della civiltà, o la importanza vera che acquisteranno 
Bollettino Consolare, Voi. HI. 



X 

i porti del Mediterraneo, per le nuove vie che si aprono alla 
navigazione e si tentano nel continente dell'Asia; giovare po- 
tranno, come giustamente Ella, egregio Commendatore, mi av- 
vertiva, questi studi documentati intorno alle relazioni diplo- 
matiche di Venezia colla Persia, i quali gettano nuova luce 
sugli intendimenti politici e sugli interessi commerciali di 
quella Repubblica, che fu scudo alla civiltà contro le invasioni 
turchesche, ed ebbe per gran tempo il primato nel commercio 
dell'Asia. 

Fin da quando la Persia cominciò a risorgere nel secolo 
XV, la Repubblica di Venezia, che dopo la conquista di Co- 
stantinopoli intraprendeva per istituto e per necessità le lotte 
secolari contro la Turchia, mirò costantemente a quella re- 
gione, e sopra di essa posò le proprie speranze per la di- 
visione dell 'impero ottomano , che i suoi uomini di Stato ri- 
petevano in Senato: non potersi ottenere, se non mediante 
l'accordo dei principi cristiani colla Persia, situata alle spalle 
di Turchia, e ad essa nemica per sentimento religioso e 
per gelosia di dominio nell'Asia. 

/ Veneziani in fatti, prestarono aiuto ai Persiani nella 
guerra del 1470-74 fra Mohammed e Uzunhasan, e stabili- 
rono con quest'ultimo le basi di una divisione dei possessi 
turchi; spinsero gli shàh della Persia a conquistare il La- 
ristan, che diede loro la chiave del golfo Persico ; li anima- 
rono ad impossessarsi deWAsia turca, . durante le guerre di 
Cipro, di Candia e della Morea. 

E non soltanto a questo intendimento precipuo della politica 
tradizionale della Repubblica mirò raccordo continuamente da 
essa mantenuto colla Persia, mediante una serie di missioni 
diplomatiche pubbliche e secrete; ma eziandio per la tutela 



xt 
e svolgimento del reciproco commercio , e per conservare o 
ristorare verso il Mediterraneo il ricchissimo traffico dell Asia 
interiore, che dopo la scoperta del capo di Buona Speranza 
rivolgevasi a mezzogiorno. 

La preziosa raccolta dei documenti relativi alle guerre dei 
Veneti nell'Asia del 1470-74, pubblicata dal chiarissimo mio 
amico Enrico Cornet in Vienna nel 1856, e la celebre colle- 
zione di viaggi fatta dal IUmusio in Venezia nel 1 559, mi of- 
ferirono le prime basi di questo studio, che ho procurato di 
rendere possibilmente compiuto, attingendo a fonti inedite ac- 
creditate ed a documenti ufficiali. 

E poiché ebbi la ventura di raccogliere un copioso numero 
di questi documenti, per la maggior parte tuttora ignoti, ho 
potuto dare al lavoro che Le presento quell'ampiezza, che 
senza sorpassare i limiti imposti dall'argomento è dovuta alla 
sua importante specialità; e con quel rigore che ora chiedesi 
alla storia, chiamata si può dire a rendere ragione, con prove 
irrefragabili di ogni singolo fatto od asserzione, giovare alla 
precisa intelligenza di quei gelosi negoziati di Persia, che 
il Foscarini lamentava non essere ben conosciuti; nonché 
della condizione del traffico veneto-persiano , e della origine 
e sviluppo del sistema consolare della Repubblica che fu 
maestra, a chi venne di poi , nei metodi di protezione dei 
propri nazionali e dei propri interessi nell'estero, e segna- 
tamente nell'Asia. 

Ho diviso pertanto la Memoria in due parti, cioè: 

Parte prima: Delle Relazioni diplomatiche Ira la Repubblica di Ve 

nezia e la Persia. 
Parte seconda: Delle Relazioni commerciali: e questa in due sezioni. 

1. Del commercio dei Veneziani colla Persia, 



XII 

II. Dei consolati veneti, negli scali del commercio persiane 
Appendice: Dei viaggiatori veneziani nella Persia, e delle venete de- 
scrizioni edite ed inedite di quella regione. 

Questa Memoria precede la bella serie di 85 fra i più im- 
portanti documenti veneto -persiani, ai quali essa si richiama; 
ed alcuni disegni che eziandio voleranno ad illustrarla. 

Eccole, pregiatissimo amico, quello che ho potuto fare per 
corrispondere al 'di lei desiderio-. Questi materiali, ho la per- 
suasione che potranno nelle di lei abili mani, riescire di 
qualche importanza agli studi storici; io quindi la prego di 
accoglierli collantica benevolenza , e di tenerli siccome cosa 
sua e qual pegno del mio affetto e della mia devozione. 

Venezia, il 30 febbraio 1864. 



Wc iZa (Srireaio- U?ro/e t 



yrey. 






GUGLIELMO BERCHET. 



Ili 

INDICE 

PARTE PRIMA 

Delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica di Venezia e la Persia. 

1. 

Risorgimento della Persia pel valore di Hasanbei , detto poi Uzun- 

hasan 1460 Pag. \ 

Rapporti di famiglia tra quel re e la repubblica di Venezia » ivi 

Relazioni politiche-internazionali dei due Stati . ». 2 

Missione di Lazaro Quirini nella Persia »'■ 3 

Arrivo a Venezia di Mamenatazab oratore persiano » ivi 

Alleanza Veneto-Persiana contro la Turchia .... » Ivi 

Trattative dei Veneziani col messo persiano Kasam Hasan . » 4 

Pratiche di pace colla Turchia 4470 » 5 

Ritorno a Venezia di Lazaro Quirini, insieme all'oratore persiano Mi» 

rath, 1471 » ivi 

Esposizione fatta dal Quirini e dal Persiano nel veneto senato, risposte 

e deliberazioni » 6 

Arrivo di un messo persiano diretto a Roma ...» ivi 

Nomina di Caterino Zeno ambasciatore veneto al re di Persia » ivi 

Commissioni date dal senato allo Zeno » ivi 

Suo arrivo in Persia ed accoglienze ivi ricevute . , . » 7 
Legazione persiana a Venezia. Agì Mohammed reca un prezioso dono 

alla signorìa »> s 

Arrivo a Venezia del medico Isaach, altro messo persiano, e delibe- 
razioni del senato » ivi 

Nomina di Giosafat Barbaro ambasciatore in Persia . . » 9 

Commissioni palesi e segrete, date al Barbaro . . ■ »> ivi 

Suo viaggio per la Persia » H 

Soccorsi ed aiuti dati al principe di Caramania ...» ivi 

Uffici dello Zeno per spingere Uzunhasan alla guerra . . » 12 

Nunzio persiano a Costantinopoli per intimare la guerra . » ivi 

Prime mosse dei Persiani. > 13 

Esposizione al veneto senato di un nuovo messo persiano . » ivi 

Battaglia sull'Eufrate vinta dai Persiani » 44 

Deliberazione del veneto senato di far assalire Costantinopoli . » ivi 

Vano ricorso all'imperatore ed al re d'Ungheria ...» ivi 



XIV 

Sconfitta dell'esercito persiano a Terdshan, 4473 
Commissione data da Uzunhasan a Caterino Zeno . 

Viaggio di ritorno dello Zeno 

Elezione di due oratori in Persia : Paolo Ognibene e Ambrogio 

tarini 

Commissioni palesi e secrete date ai medesimi 

Esito della missione dello Zeno presso varii sovrani d'Europa 

Relazione dell'ambasciata del Barbaro .... 

Relazione dell'Ognibene 

Relazione del Contarini 

Morte di Uzunhasan e pace tra Venezia e la Turchia , 1479 



Con- 



Pag. 14 

» 15 

» ivi 

» 46 

» 17 

» 18 

» ivi 

» 20 

» ivi 

» ivi 



II, 



Spedizione nella Persia, di Giovanni Dario segretario della repub- 
blica nel 4485 » 22 

Pratiche di alleanza introdotte tra la repubblica ed Ismail sufi » 23 

Relazioni al senato dei successi di Ismail sufi . . . . » 23 

Lettera del sufi al doge e monete persiane a Venezia . » 24 

Arrivo in Venezia di oratori persiani, 4508 . ...» 25 

Scopo ed esito della loro missione ivi 

Spedizione al Cairo di Domenico Trevisan ...» 27 

Interesse della Repubblica nelle guerre turco-persiane . . » ivi 

Guerra di Cipro, 4574 » 29 

Missione in Persia di chogia Ali con lettere a quel re . . » ivi 
Commissione a Vincenzo Alessandri veneto legato allo shàh Thamasp» ivi 
Suo viaggio in Persia, accoglienze ivi ricevute ed esito della sua le- 
gazione » 30 

Relazione della ambasciata in Persia di Vincenzo Alessandri . » 37 

Pace della repubblica colla Turchia, 4572 . ...» 38 

Arrivo in Venezia di chogia Mohammed inviato persiano, 4580 » ivi 

Scopo ed esito della segreta missione di lui . . . » 39 
Nuove lotte fra Turchi e Persiani e relazioni presentate al veneto 

senato . . » 40 



III 



Abbas il Grande re della Persia rinnova l'antica amicizia colla re- 
pubblica di Venezia » 44 

Ritratto di lui, letto in senato dal console Malipiero, 4596 » ivi 

Egli è spinto dai Veneziani a conquistare il Laristan . . » 42 

Arrivo in Venezia di Efet beg oratore persiano, 4600 . . » 43 

Esposizione in senato di Efet beg e risposta avuta . . » ivi 



Solenne ambasciata persiana di Felhy bei, Mio;} . . . Pag. 

Esposizione in senato, doni recali, e accoglienza ricevuta 

Doni latti dalla repubblica al re persiano 

Quadro commesso a Gabriele Galiari per memoria dell 1 ? ambasciata d 

Fethy bei 

Arrivo in Venezia del messo persiano Chieos, 1608 

Simile del chogia Seder, 1610 

Nuova ambasciata persiana a Venezia, 1621, come accolla e licenziata 

Guerra di Candia 1645. La repubblica ricorre alla Persia 

Invio di due oratori veneti nella Persia per diverse vie . 

11 re di Polonia unisce un proprio legato al veneto 

Viaggio ed esito della missione veneto-polacca 

Relazione presentata al senato dai due oratori veneti al re della Persia 

Pace colla Turchia 

Nuovi messi persiani a Venezia, 16*3 

Franchigie accordate ai cristiani nella Persia per intercessione dell 

veneta signorìa 

Guerra della Morea — La Repubblica tenta associarsi la Persia 
Carattere dei rapporti internazionali veneto-persiani nel secolo de 

cimo-ottavo > 



xv 

44 
ivi 
46 

47 
ivi 
ivi 
49 
50 
ivi 
51 
ivi 
52 
53 



54 
55 



parte: seconda 

Delle relazioni commerciali tra la Repubblica di Venezia 
e la Persia. 



Del commercio dei Veneziani colla Persia. 



Commercio delle spezie delle Indie e dei prodotti dell'Asia . » 59 

Via che tenevano le merci dell'Asia, verso quali porti del Mediterraneo » ivi 

Importanza del mercato di Tauris » 60 

Trattati dei Veneziani per facilitare il commercio con quella piazza » 61 
Come sia stato favorito il commercio della Persia; e come i mercanti 

armeni e persiani. Leggi relative ». 62 

Mercanzie che da Venezia si importavano nella Persia . . » 64 

Mercanzie che dalla Persia si esportavano per Venezia . . » 66 

Leggi intorno al commercio delle sete persiane ...» 67 

Decadimento del commercio dei Veneziani colla Persia . . »> 68 

Carovane e scali del commercio persiano . ... » 70 

Relazioni ufficiali della condizione del commercio colla Persia » 71 

Provvedimenti pubblici veneti e persiani per sostenerlo . » 73 



XV] 



Dei consolati veneti negli scali del commercio colla Persia. 



Loro diritti e giurisdizioni 



Aulica istituzione dei Consolati 
Baili e Consoli. — 

Magistratura dei Consoli dei mercanti 
Magistratura dei Cinque Savi alla mercanzia 
Luoghi di residenza dei consoli veneti negli scali del 
siano ...... 

Memorie di quei consoli . 
Magistrato del Cottimo di Damasco 
Relazioni consolari presentate al senato 
Leggi relative ai consolati della Sorìa 
Diritto consolare dei Veneziani 
Vicende del consolato di Aleppo 



Pag. 76 

» ivi 

» 77 

» ivi 



commercio per 



ivi 
78 
ivi 
79 
81 
84 
85 



APPENDICE 



Notizia intorno ai viaggiatori veneziani nella Persia, ed alle descri- 
zioni edite ed inedite di quella regione . . . » 



89 



DOCUMENTI 



PARTE PRIMA 



I. Dell'origine di Assanbei sive Ussun Cassan, breve notatione » 97 

II. Deliberazione del veneto senato, 2 dicembre 1463 . . » 402 

III. Deliberazione del senato, 45 febbraio 4464 ...» 404 

IV. Deliberazione del senato, 26 settembre 4464, e lettera ducale ad 
Uzunhasan di Persia » 405 

V. Lettera ducale ad Uzunhasan, 27 febbraio 4466 . . » 406 

VI. Commissione data a Caterino Zeno ambasciatore veneto in Persia, 
4474 48 maggio »> 108 

VII. Altra commissione allo stesso, 4474 40 settembre . . » 444 
Vili. Credenziale del medico Isaach messo persiano a Venezia, 4472 » 4 44 



xvii 

IX. Commissione data a Giosafat Barbaro ambasciatore veneto in Per- 
sia, 28 gennaio 147* Pag. H6 

X. Commissione segreta allo stesso, 11 febbraio 1473 . . >• 125 

XI. Relazione al veneto senato di Caterino Zeno ambasciatore in Per- 
sia, 27 luglio 1473 ... 130 

XII. Relazione della battaglia di Terdshan, 18 agosto, 1473 . » 135 

XIII. Lettera d'Uzunhasan alla veneta signorìa, 16 ottobre 1473 » 137 

XIV. Commissione data ad Ambrogio Contarini ambasciatore veneto 

in Persia, 11 febbraio 1474 » 139 

XV. Commissione secreta allo stesso, 11 febbraio 1474 « 145 

XVI. Altri punti secreti allo stesso, 11 febbraio 1474 . . » 148 



11 



XVII. Dispaccio 10 luglio 1485 di Giovanni Dario spedito in Persia dal 
bailo veneto a Costantinopoli » 150 

XVIII. Altro dispaccio dello stesso, 11 luglio 1485 . . » 152 

XIX. Relazione al senato fatta da Costantino Lascari spedito in Cara- *— 
mania ed in Persia, 14 ottobre 1502 » 153 

XX. Altra deposizione dello stesso, 16 ottobre 1502 . » 156 

XXI. Lettera del sufi Ismail al doge Leonardo Loredano, gennaio 1505 » 158 
XXII Lettera ducale al re di Persia, 27 ottobre 1570 . . » ivi 

XXIII. Commissione data a Vincenzo di Alessandri veneto oratore 

in Persia, 30 ottobre 1570 » 160 

XXIV. Lettera ducale al re di Persia, 30 ottobre, 1570 . . » 162 

XXV. Dispaccio 25 luglio 1572 del segretario Alessandri . ». 163 

XXVI. Relazione letta in senato da Vincenzo Alessandri nel 1574 » 167 

XXVII. Lettera dello shàh di Persia Mohammed Kodabend alla re- 
pubblica di Venezia, 1° maggio 1580 » 182 

XXVIII. Relazione segreta fatta dal chogia Mohammed oratore per- 
siano a Venezia, 1» maggio 1580 » 183 

III. 

XXIX. Atto verbale della presentazione nell'Eco. Collegio dell'ora- 
tore persiano Efet beg, 8 giugno 1600 . . . . » 192 

XXX. Lettera dello shàh Abbas il Grande al doge di Venezia, ricevuta 

l'8 giugno 1600 . . i) 193 

XXXI. Lettera ducale al re della Persia, giugno 1600 . . » 195 

XXXII. Lettera di Abbas il Grande alla repubhlica, 5 marzo 1603 » 196 

XXXIII. Nota dei doni recati a Venezia dall'oratore persiano Fethy 
bei, marzo 1603 » 197 

XXXIV. Deliberazione del senato, 6 marzo 1603 ...» 198 

XXXV. Lettera ducale al re di Persia, 2 settembre 1603 . » 199 



XVIII 

XXXVI. Lettera dello shàh, recata al doge dall'armeno Chiéos, 1607, 7%. 200 

XXXVII. Dispaccio 2 settembre 1609 del console veneto nella Soria, 

F. Sagredo » 201 

XXXVIII. Atto verbale della presentazione in collegio del messo per- 
siano Seffer, 30 gennaio 1610 » 203 

XXXIX. Lettera alla veneta signorìa dello shàh Abbas il Grande rice- 
vuta nel gennaio 1610 . . » 207 

XL. Ricevuta delle robe di Fethy bei fatta dal chogia Seffer » 208 

XL1. Lettera ducale al re di Persia, 30 gennaio 1610 . . ■ » 209 
XLII. Lettera del re di Persia, recata al doge dagli oratori Alredin 

e Sassuar, 1 marzo 1613 » 210 

XLIII. Atto verbale della presentazione in collegio del messo persiano 

Sassuar, 1° febbraio 1621 » 212 

XLIV. Lettera del re di Persia alla signorìa, 1° febbraio 1621 » 214 
XLV. Deliberazione del senato, p 4 febbraio 1621 . . . » 215 
XLVL Rapporto di Domenico Santi, inviato dai Principi cristiani nella 

Persia, 26 giugno 1645 -.- » ivi 

XLVII. Lettera ducale al re della Persia, 2 decembre 1645 . » 216 

XLVIII. Simile, 17 luglio 1646 » 217 

XLIX. Lettera del re di Persia, ricevuta il 28 marzo 1649 . » 218 
L. Relazione della Persia presentata nell'Eco. Collegio dal padre An- 
tonio di Fiandra, veneto legato, allo shàh Abbas II, 28 marzo 1649 » ivi 
LI. Relazione spedita al senato da Domenico Santi messo in Persia, 

29 marzo 1649 » 225 

LU. Lettera ducale al re di Persia, 22 gennaio 1661 . . » 229 
LUI. Offerta dell'arcivescovo armeno Aranchies di trattare la lega fra 

la repubblica e ia Persia, 10 giugno 1662 .... » 230 
L1V. Lettera ducale al re di Persia, 10 giugno 1662 . . » 231 
LV. Rapporto al senato, intorno alcuni padri domenicani venuti a 

Venezia con incarichi dello shàh di Persia, 19 luglio 1673 . » ivi 
LV1. Lettera dell'Arcivescovo di Nashirvan alla signoria, 19 luglio 1673 » 232 
LV1I. Lettera del re di Persia alla repubblica, 19 luglio 1673 » 234 
LVIII. Relazione al senato intorno ad un colloquio secreto, tenuto 

coi messi persiani, 19 luglio 1673 » 236 

L1X. Ducale al re della Persia, 22 luglio 1673 . . . » 239 

LX. Idem, 4 giugno 1695 « 241 

LX1. Lettera dello shàh Abbas al doge di Venezia, ricevuta il 5 set- 
tembre 1669 > 242 

LX1I. Ducale al re di Persia, 29 dicembre 1663 ...» 243 
LXIII. Istanza dell'arcivescovo Aranchieli, 18 luglio 1669 » 244 

LXIV. Litera ducalis ad Persarum regem, 20 julii 1669 . » 245 
LXV. Lettera dello shàh Husein al doge Silvestro Valier, 1696 » 246 
LXVI. Lettera ducale al re di Persia, 15 marzo 1697 . . » 247 
LXVII. Simile, 23 dicembre 1718 » ivi 



XIX 
PARTE SECONDA 



l. 



LXVIII. Relazione ai Savjalla Mercanzia, intorno le spese che occor- 
rono sopra le merci , che si distaccano da Veietia , per giungere 

in Astrakan, attraversando la Persia Pag. 248 

LXIX. Lettera del re di Persia al nobiluomo G. F. Sagredo, 1609 » 252 

LXX. Simile, 1610 » 253 

LXXI. Simile, 1611 » 254 

LXXII. Manifesto del re di Persia alla onorata turba dei mercanti 

venetiani, 1611 » 255 

LXXIII. Lettera del re di Persia alla repubblica di Venezia, 1611 » 256 
LXXIV. Lettera dello shàh al nobiluomo Alvise Sagredo, 1627 set- 
tembre . »> 257 

LXXV. Ducale al re della Persia, 13 marzo 1629 . . . » 259 



li. 

LXXVI. Deliberazione del senato, 7 dicembre 1548 . . » 260 

LXXVII. Istanza di Andrea Benedetti ai Cinque Savi alla mercanzia » 261 

LXXV1I1. Scrittura dei Cinque Savi al senato, 23 dicembre 1762 <> 264^ 

LXXIX. Decreto del senato, 29 dicembre 1762 . 268 

APPENDICE 

LXXX. Lettera di ser Donato da Leze a Zuan Caroldo, con una de= 

scrizione della Persia, 14 settembre 1514 . . . » 269 

LXXXL Simile, 7 ottobre 1514 «273 

LXXX1I. Simile, 2 novembre 1514 ..275 

LXXX1II. Relazione della Persia, di Teodoro Balbi, 1570 . •> 276 

LXXXIV. Relazione della Persia, 1586 » 290 

LXXXV. Relazione per li viaggi di Persia, 1673 . •> 293 

TAVOLE 

Sigillo reale (homajon) dello shàh Husein, 1694 . . . pag. 1 
Coppa donata da Uzunhasan alla veneta signorìa, 1470 . » 8 
Quadro dipinto da Gabriele Caliari, per ricordare l'ambasciata per- 
siana a Venezia del 1603 » 47 

Lettera dello shàh Abbas il Grande, 22 gennaio 1610 . . » 48 

Lettera dello shàh Husein al doge Silvestro Valier, 1696 . » 55 



PARTE I. 



Delle relazioni diplomatiche 

tra 

la Repubblica di Venezia e la Persia. 



I. 



Scomparso quasi il nome della Persia, durante il periodo 
dei califfati (anno 652-1258), soggiogata e divisa quella re- 
gione dagli Arabi, dai Mongoli, dai Tartari e daiTurcomanni, 
cominciò soltanto nel secolo XV a risorgere pel valore di 
Uzunhasan, il quale potè far rivivere col nome persiano le 
gloriose tradizioni degli Acmenidi e dei Sassanidi. 

Nelle lotte delle due fazioni turcomanne, dell'ariete nero 
(Karakojunlu) e dell'ariete bianco (Akkojunlu), Hasanbei, detto 
poi Uzunhasan (il lungo), capo di quest'ultima, rimanendo 
vincitore, occupò gli stati e le castella di alcuni potenti signori 
suoi vicini. E mossosi, di poco varcata la metà del secolo XV, 
contro Gihan shàh, sovrano dell'ariete nero, lo vinse nelle cam- 
pagne di Erzengian; quindi , sconfìtto Ebusaid signore del- 
l'Azerbeigian , si impadronì di tutta la Persia , fra questi 
confini : a levante l'Indo e la Tartaria, a ponente la Georgia, 
Trebisonda , la Garamania , la Siria e l'Armenia minore , a 
mezzogiorno l'Arabia ed il mare dell'India , a tramontana 
il monte di Bakù (1). 

Uzunhasan sposò la despina Teodora, figlia di Giovanni im- 
peratore di Trebisonda, il quale gliela accordò per consorte 



(1) Dei Commentari del viaggio in Persia di Caterino Zeno il Cavaliere, 
nella Raccolta del Ramusio. Venezia 1583, voi. II. 
1 Bollettino Consolare , Voi. III. 



2 

colla condizione che ella continuasse a vivere nella religione 
greca (I). 

Quest'imperatore , seguendo l'esempio di altri deboli so- 
vrani trapezuntini, che, disposando le proprie figlie a principi 
barbari, si assicuravano la loro protezione, credette con tale 
unione , e coll'alleanza conchiusa col nuovo signore della 
Persia, di difendere il proprio trono dalla potenza minacciosa 
di Mohammed, il quale, dopo la conquista di Costantinopoli, 
voleva impadronirsi di quegli ibridi imperi greci, che erano 
sorti dalle rovine di Bisanzio. 

L'imperatore Giovanni diede in isposa l'altra sua figlia , 
sorella della despina di Persia, al duca dell'Arcipelago Nicolò 
Crespo , da cui nacquero quattro figliuole maritate con al- 
trettanti gentiluomini veneziani, cioè : 

Fiorenza con Marco Cornaro (2). 

Lucrezia con un Priuli. 

Valenza con Giovanni Loredano, e 

Violante con Caterino Zeno (3). 

Ecco relazioni di famiglia, che, oltre agli interessi politici 
internazionali, avvicinarono la signorìa di Venezia alla Persia. 
E questi ultimi erano della massima importanza. 

Il grande signore di due mari e di due parti di mondo, 
titolo che Mohammed si diede dopo la presa di Costanti- 
nopoli, non sazio di nuove conquiste, mirava ad estendere 
i confini del suo impero a danno dei principi suoi vicini. 
Tra questi , i più potenti erano dalla parte dell' Europa: 
Venezia, che offeriva alla civiltà l'antemurale dei suoi pos- 
sedimenti in levante ; dalla parte dell'Asia , il nuovo mo- 
narca persiano. Venezia quindi e la Persia dovevano porsi 
d'accordo contro il comune naturale nemico , dacché la 
Provvidenza destinava principalmente questi due stati a 
frenare l'ambizione di lui in occidente ed in oriente. 

La conquista dell'impero di Trebisonda, fatta da Moham- 
med nell'anno 1461; la guerra mossa ai Veneziani nella pri- 
mavera del 1463, che cominciò colf improvviso assalto di 



(1) Documento I. 

(2) Fu poi madre della regina di Cipro. 

(3) Commentari Zeno, cit. 



3 

Argo; e le spedizioni contro 1 principi di Garamania, protetti 
da Uzunhasan , porsero occasione al sire persiano ed alla 
repubblica di Venezia di apprestare d'accordo le armi contro 
il comune nemico. 

A' 2 di dicembre 1463 il veneto senato ordinava ad Andrea 
Cornaro di offerire al principe di Garamania Pir Ahmed, e 
ad Uzunhasan proposta di lega, commettendogli di spedire 
a questo line Lazaro Quirini nella Persia, qualora egli in 
persona non avesse potuto recarsi colà (l). 

Contemporaneamente vince vasi in senato la parte di man- 
dare ambasciatori, Nicolò Canal in Francia, Marco Dona al 
duca di Borgogna, altri ai re di Sicilia e di Portogallo; e di 
scrivere ai re d'Ungheria e di Boemia, per invitarli a con- 
correre nella lega contro il Turco (2), della quale il ponte- 
fice erasi dichiarato capo e banditore. 

Andrea Cornaro conchiuse V alleanza col principe Cara- 
mano (3); e mentre Lazaro Quirini s'incamminava per la 
Persia, arrivò in Venezia a' 13 di marzo 1461, per la via di 
Aleppo e di Rodi , Mamenatazab ambasciatore di Uzun- 
hasan (4). 

Espose quegli in senato : « che era spedito dal suo si- 
» gnore per bene intendersi contro i Turchi ; che egli 
» prometteva di mettere in campo nella prossima prima- 
x vera un esercito di 60,000 cavalli; che l'albero grosso sta 
» pur forte contro i venti, tamen se un piccolo verme entra 
» a rodere il tronco da basso, lo riduce così, che il vento 
» facilmente lo atterra; e Uzunhasan sarà quel verme che 
» roderà questo grand'albero, e mai conchiuderà pace colla 
» Turchia senza partecipazione della veneta repubblica, pur- 
» che anch'essa dal proprio canto ciò prometta; avendo essa 
» intenzione di muovere sulle rive dello stretto verso Galli- 
» poli, affinchè la veneta armata potesse inoltrarsi fino a 
» Costantinopoli ». 

Questo oratore persiano fu assai bene accolto dal senato, 



(1) Documento li. Col Caramano la repubblica avea conchiuso uu trat- 
tato di commercio fino dal 1453. 

(2) Paolo Morosini, Hist. Veneta, lib. XXIV. 

(3) Documento III. 

(4) Marin Sanudo, Cronaca ms. nell'Archivio Cicogna. 



4 

che ordinava; ai 26 di settembre 1464, gli fosse data pel suo 
re una lettera ducale , colla quale accettando la proposta 
lega , lo si rendesse avvertito della cooperazione certa del 
pontefice, del duca di Borgogna e del re di Sicilia, e della 
guerra sussistente fra i Turchi ed il re d'Ungheria ; e ani- 
mandolo a muovere gagliardamente contro l'Ottomano lo 
si assicurasse che ogni acquisto nella terra ferma la repub- 
blica lo riterrebbe interamente di lui (1). 

Gonvenivasi poi a voce con Mamenatazab, che ove col con- 
corso della veneta armata si acquistassero coste o porti di 
mare, questi resterebbero della repubblica (2): la quale più 
che lontani possessi mirava ad ottenere punti strategici od 
interessanti al commercio ; e secondo la frase del Dandolo 
volle i popoli piuttosto amici che sudditi, e scali al suo traffico, 
anziché ampli domimi, ma sempre libero il mare. 

L'oratore persiano partì da Venezia colle galere di Beiruth, 
assai soddisfatto e regalato, portando seco oltre alla predetta 
lettera ducale, braccia venti di panno d'oro da offerirsi in 
nome della veneta signorìa a Uzunhasan. Ed arrivato a Rodi, 
il capitano generale da mar, Mocenigo, gli fece vedere in or- 
dinanza la veneta armata, assicurandolo che l'avrebbe impie- 
gata in servizio, e per secondare i disegni e le imprese ma- 
gnanime del suo re (3). 

Nell'anno seguente arrivò a Venezia un altro messo per- 
siano chiamato Kasam-Hasan, con lettere di Uzunhasan, le 
quali attestavano la sua pronta disposizione a far la guerra 
ed eccitavano la repubblica, e per di lei mezzo i principi cri- 
stiani, a muovere di comune accordo le armi. 

Il senato rispose ai 27 febbraio 1466 (4) confermando la 
deliberata volontà sua di continuare gagliardamente la lotta, 
e partecipando le conchiuse leghe e le speranze che te- 
nevansi: quantunque per la morte di Pio II, e per le ge- 
losìe dei principi cristiani verso la repubblica veneta, che 
trovavasi all'apogèo della sua potenza pei nuovi acquisti , 



(1) Documento IV. 

(2) Malipiero, Annali veneti, Archivio storico italiano, voi. VII e Vili. 

(3) Paolo Morosini. Hist. ven. cit, pag. 579. 

(4) Documento V. 



5 

fosse di assai minorata la energìa colla quale davasi dap- 
prima opera a tal lega contro la prepotenza ottomana. 

Scriveva in fatti il senato ai proprii oratori a Roma 

» Et propterea omni studio et efiìcatia querite, ut ad conclu- 
» sionem deveniatur , et Sanctitas Sua si quid in effectum 
» collatura est, non amplius promittat sed conferat, hoc idem 
» faciant caeteri et omnes recidile conventus, omnes colla- 
» tiones non soliim dedecorosas, sed etiam detrimentosas, 
» quum duna hujusmodi collationibus et consultationibus , 
» tempus territur, Hannibal Saguntum oppugnat (1) ». 

Dopo la presa di Negroponte (2), dubitando Mohammed, che 
per questa nuova ed importante sua conquista , i principi 
europei si decidessero, nel pericolo comune, ad accorrere effi- 
cacemente in soccorso della repubblica, mandò a Venezia pro- 
posizioni di pace, per mezzo della propria m atrigna sorella 
del despota Zorzi di Servia; laonde il senato, che da qual- 
che tempo mancava di ogni notizia delle mosse e dei pro- 
gressi di Uzunhasan, commise a Nicolò Cocco ed a Francesco 
Cappello di proporre destramente all'imperatore la restituzione 
di Negroponte, verso il pagamento di una somma che ave- 
vano facoltà di portare fino a ducati d'oro 250,000 da sod- 
disfarsi per rate in 5 anni, rimanendo però alla repubblica 
tutte le isole che allora teneva (3); ma tali furono le pre- 
tensioni di Mohammed, che ogni trattativa fu dai Veneziani 
disdegnosamente respinta. 

Mentre duravano queste pratiche di accomodamento, ar- 
rivò dalla Persia in Venezia nel febbraio 1471 Lazaro Qui- 
rini, insieme ad un oratore persiano chiamato Mirath (4), il 
quale era latore di una lettera del suo re (5), che annun- 
ciava le vittorie da esso riportate sopra varii principi suoi 



(1) Cornet, Le guerre dei Veneti nell'Asia, 1 470-1474. Vienna, 4856. 

(2) L'isola di Negroponte era toccata ai Veneziani nella divisione del- 
l'impero di Romania. Mohammed la occupò nel 1469; e la repubblica che 
la possedeva da 264 anni, consideravala come uno dei più preziosi sta- 
bilimenti che avesse nel levante. 

(3) Commissioni 27 novembre 1470 e 2 gennaio 1471. Cornet, op. cit. 

(4) Ducale a Vettor Soranzo in Sicilia, 2 marzo 1471. Ib. 

(5) Pubblicata negli Annali di Malipiero. Archivio storico italiano, voi. VII, 
pag. 68. 



6 

confinanti, e la sua intenzione di muovere contro la Turchia 
col concorso della veneta armata. 

Il serenissimo principe rispose nel giorno 7 di marzo al- 
l'oratore persiano: che si sentivano con gioia le notizie del 
suo re, e si teneva assai cara la sua amicizia dalla repub- 
blica, sempre disposta ad assisterlo. E « per confermare in 
perpetuo quell'amicizia e stringerla maggiormente » il senato 
deliberava nello stesso giorno: di mandare un solenne amba- 
sciatore in Persia, eletto fra i nobili, con stipendio di ducati 
mille, incaricandolo di portarsi colà, insieme all'oratore per- 
siano Mirath, un notaio ducale e cinque famigliari. La parte 
fu presa in Pregadi con 148 voti affermativi contro 2 ne- 
gativi; e furono eletti dapprima ser Francesco Michele, poi 
ser Giacomo Medin che rifiutarono , finalmente Caterino 
Zeno il quale accettò (1). 

Frattanto arrivava pure in Venezia un altro legato di U- 
zunhasan, il quale, passato il mar Nero da Trebisonda a 
Moncastro (2) e venuto per la via di Polonia insieme ad 
un ambasciatore di quel re, dirigevasi al sommo pontefice 
per sollecitare col suo mezzo il concorso dei principi cri- 
stiani. Il senato gli rispose opportunamente « conforti per 
conforti et offerte per offerte » e lo accompagnò con lettera 
di raccomandazione all'oratore veneto in Roma, dove fu 
vestito ed accarezzato dal pontefice, e rimandato in Persia 
con un legato papale, frate di S. Francesco (3). 

Caterino, figliuolo diDracone Zeno (4), essendo stato molti 
anni col padre in Damasco , e qual nipote della despina 
moglie di Uzunhasan, si giudicò potesse servir bene e con 
profìtto la patria in questa ambasceria al sovrano della Persia. 

Ai 18 di maggio 1471 fu allo Zeno rilasciata dal senato la 
commissione (5) ; ma dietro proposta del savio agli ordini 



(1) Deliberazioni segrete, volume XXV. Cornet, op.cit. pag. 23. 

(2) L'antica Hermonassa sulla sponda del Niester, scalo della Valacchia 
e Moldavia. 

(3) Ducali a Vettore Soranzo, 22 aprile e 25 ottobre 1471. 

(4) Dracone Zeno, figliuolo di Antonio, viaggiò nel 1425 per gran parte 
dell'Asia, dimorò molti anni alla Balsera, alla Mecca ed in Persia, e morì 
a Damasco. 

(5) Documento VI. 



7 
Pietro Donato, fu differita la di lui spedizione, fino all'arrivo 
da Costantinopoli di precise notizie sulle incamminate trat- 
tative di pace. 

Le quali, poiché furono di manifesta e decisa rottura, il 
senato dava allo Zeno una seconda commissione a' 10 set- 
tembre 1471 (l). 

Con queste due commissioni veniva incaricato lo Zeno di 
andare in Persia, per la via di Cipro e di Caramania, insieme 
al legato Mirath, e di mostrare a quel re il contento della 
repubblica per la sua potenza, e la perfetta sua disposizione 
di concorrere coll'armata navale in pieno accordo e lega 
con lui. Doveva pure lo Zeno giustificare le incamminate 
trattative di pace , accolte dietro domanda del Turco e in 
mancanza di ogni notizia dalla Persia, ma con lieto animo 
opportunamente a tempo reiette. Gli fu ordinato di portar 
seco un dono di panni d'oro da presentarsi ad Uzunhasan, 
e di visitare la regina, nonché il signore di Caramania ed 
il re di Georgia. Finalmente egli ebbe incarico di rilevare 
e descrivere tutte quelle minute informazioni che potesse 
avere : della potenza del re di Persia, della sua età, valore, 
stato , confini , vicinanze , redditi , esercito ; nonché della 
sua disposizione e volontà nella guerra contro la Porta, e 
di tutte le altre cose che egli riputasse degne di essere cono- 
sciute. 

Con questi ordini pertanto Caterino Zeno partitosi da Ve- 
nezia, passò a Rodi pochi mesi, e di là, entrato nel paese 
del Caramano, pervenne dopo molto travaglio in Persia. Ed 
annunciato il suo arrivo, fu egli da quel re ricevuto con grandi 
dimostrazioni di onore, quale ambasciatore di una repubblica 
potente e confederata ; e avendo poi chiesto di presentarsi 
alla regina, ne ebbe per grazia speciale il permesso, cosa 
insolita a concedersi a qualsiasi persona, dacché non era 
costume in Persia che le donne, e particolarmente le regine, 
si lasciassero vedere. 

Laonde condotto lo Zeno innanzi alla despina Teodora, e 
datale notizia di sé, fu accolto e ricevuto come caro nipote, 
fu alloggiato nel reale palazzo, e presentato ogni giorno (cosa 
riputata di molto onore) delle stesse vivande della real mensa. 

(1) Documento VII. 



8 

Ed udita più particolarmente la cagione della sua venuta, la 
regina gli promise ogni aiuto e favore, riputandosi parente 
della signorìa di Venezia; e di fatto ella contribuì efficace- 
mente ad indurre Uzunhasan a muovere le armi contro 
Mohammed (1). 

Scriveva quindi lo Zeno il 30 di maggio 1472 (2) al ca- 
pitano generale Pietro Mocenigo, essere egli arrivato in Tauris 
al 30 aprile, aver trovata la più liberale accoglienza dal re 
e dalla regina, e la migliore disposizione di muovere nella 
Caramania e verso le coste contro gli Ottomani. E pregava 
il capitano generale di accordare passaggio ad un nuovo 
legato persiano, che Uzunhasan spediva a Venezia. 

Giunse in fatti, alla fine di agosto, in Venezia 1' oratore 
agì Mohammed, per chiedere alla repubblica soccorso di arti- 
glierie, delle quali mancava il campo persiano. 

Questo oratore recava alla signorìa un preziosissimo dono, 
che tuttora si conserva fra gli stupendi cimeli del tesoro di 
S. Marco. Esso consiste in un catino ricavato in una sola 
turchese di smisurata grandezza , avente il diametro delle 
celebri colonnette della cattedrale di Siviglia (m. 0,228). Sulla 
superficie esteriore stanno intagliate cinque lepri, e nel fondo 
le parole bar allah, interpretate dal Montfaucon opifex Deus, 
avvegnaché opera sì straordinaria e preziosa debba riputarsi 
divina. Il catino è contornato da una doppia legatura, entro 
e fuori, d'oro finamente cesellato e guernito di cinquanta 
gemme. Il Montfaucon dichiara che nessun altro cimelio gli 
ha destato maggior meraviglia, così pure il Gicognara; ma lo 
Zanotto ed il Durand dubitano, e forse a ragione, che il catino 
sia invece di pasta vitrea , la cui arte era perfettissima in 
Persia, d'onde si diffuse per la civile Europa (3). 

Pochi giorni prima di agì Mohammed arrivava per la via di 
Caffa un altro messo persiano (4), « spagnuolo di nascita e di 
fede ebreo » il quale confermava che il suo signore era in 
viaggio con un potentissimo esercito, e risoluto di non riti- 
rarsi dall'Asia minore senza aver prima debellato il Turco. 



(1) Commentari del viaggio di Caterino Zeno, cit. 

(2) Annali del Malipiero, cit. 

(3) Secreta XXV, V. Cornet, op. cit., e la tavola qui di fronte. 

(4) Documento Vili. 



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OF THE 

UHIVEBSITY OF ILLINOIS 



Questo messo fu consigliato di presentarsi al re Ferdinando 
di Napoli ed al pontefice. Dai quali ottenne buone parole 
e scarse promesse. A Roma fu con due famigliari battezzato 
da papa Sisto, che gli pose il suo nome, e lo regalò di molti 
doni. 

In seguito alla domanda di agì Mohammed, deliberavasi 
in senato la lettera ducale 25 settembre 1472 al re della 
Persia (1) per assicurarlo, che gli sarebbero spedite le chieste 
artiglierie, e che ordinavasi al capitano generale da mar di 
porsi intieramente colla veneta armata a di lui disposizione. 

In questo senso scriveasi pure il 27 settembre allo Zeno, 
che ai 5 del successivo 'gennaio 1473 (2) si rendeva avvertito 
del licenziamento di un nuovo oratore turco, venuto per ri- 
cercare la pace, mentre il senato non voleva conchiuderla 
se non d'accordo col re persiano, incaricandolo di annunziare 
ad Uzunhasan il prossimo arrivo delle chieste artiglierie , 
condotte da uno speciale ambasciatore. 

Nel medesimo giorno in fatti il senato eleggeva oratore in 
Persia, collo stipendio di 1800 ducati all'anno, e coll'accompa- 
gnamento di dieci persone, Giosafat Barbaro, il quale per 
essere stato console veneto alla Tana e governatore in Scu- 
tari, conosceva perfettamente le lingue orientali (3). 

E deliberava nella successiva tornata delli 11 gennaio (4) 
che si mandassero al re di Persia sei bombarde grosse , 
dieci di mezza grandezza e trentasei minori. Erano le bom- 
barde una specie di mortaio in forma di tromba , nella 
cui bocca poneasi in luogo di palla una gran pietra. Inol- 
tre 500 spingarde , specie di grande balestre , schioppetti 
e polveri quanti più se ne potessero raccogliere, pali di ferro 
300, zappe 3000, badili 4000, e finalmente un regalo di panni 
pel valore di diecimila ducati. 

Nella relazione del suo viaggio in Persia, pubblicata dal 
Ramusio, il Barbaro narra che partì da Venezia insieme ad 
agì Mohammed con due galere sottili, seguite da due grosse, 
cariche di bombarde , spingarde, schioppetti , polveri, carri 



(4) Secreta XXV, Cornet, op. cit. p. 47. 

(2) Secreta XXV, Cornet, op. cit. p. 49 e 63. 

(3) Verdiziotti, Dei fatti veneti, p. 572. 

(4) Secreta XXV, Cornet, op. cit, p. 65. 



10 

e ferramenta pel valore di 4000 ducati , e con 200 schiop- 
pettieri e jDalestieri, comandati da quattro contestabili e da 
un governatore che era Tommaso da Imola; e che li doni 
per Uzunhasan consistettero in lavori e vasi d'argento del 
valore di ducati 3000, in panni d'oro e di seta del valore di 
ducati 2500, e in panni di lana di color scarlatto ed altri fini 
del valore di ducati 3000. 

E successivamente colle parti 5 novembre, 21 dicembre 1473 
e 22 gennaio 1474, il senato ordinava di assoldare Antonio 
di Brabante bombardiere, e di mandarlo ad Uzunhasan in- 
sieme ad altri 500 schioppetti e 100 spingarde. Marino Con- 
tarmi fu incaricato di fare questi nuovi acquisti ; ed il capi- 
tano generale da mar, di farli giungere nella Persia (1). 

Le commissioni a Gìosafat Barbaro furono due : una pa- 
lese, data il 28 gennaio 1473 (2), l'altra segreta 1*11 febbraio 
seguente (3). 

Colla prima ordinavasi al Barbaro di andare 'oratore so- 
lenne per la repubblica in Persia, insieme al legato persiano 
agi Mohammed ed agli ambasciatori del sommo pontefice e dei 
re di Sicilia , allo scopo di confermare ed animare vieppiù 
Uzunhasan nell'impresa contro i Turchi , e di recargli le 
chieste armi e le genti. 

Cammin facendo egli doveva eccitare il capitano generale 
Mocenigo a fatti importanti nella nuova stagione , visitare 
il re e la regina di Cipro , procurando di indurli ad unire 
la loro flotta, e finalmente maneggiarsi per lo stesso fine coi 
cavalieri di Rodi. 

Il veneto oratore dovea presentarsi al re di Persia insieme 
a Caterino Zeno, « per rendere più cospicua e solenne la 
» ambasceria; ed esporgli, che la repubblica da dieci anni 
» era in guerra col Turco deliberata di sostenerla e prose- 
» guirla d'accordo colla Persia sino all'ultimo eccidio del 
» comune nemico; che aveva rifiutata ogni proposizione 
» di pace; che l'armata veneta e la collegata aveano già in- 
» festate le marine dell'Anatolia, ed erano pronte a nuove 



(1) Registri Senato Terra, tom. VI, pag. 186, 188, 191 , 194. Ardi, 
ven. gen. 

(2) Documento IX. 

(3) Documento X. 



11 

» e più importanti imprese nella prossima primavera; e fì- 
» nalmente che egli portava seco le chieste artiglierie e gli 
» uomini capaci d'instruire in quell'arma il suo esercito ». 

Le cose espresse nella detta commissione, ebbe il Barbaro 
autorizzazione di comunicare agli ambasciatori del papa e 
del re Ferdinando che lo accompagnavano, ma non quelle 
contenute nella commissione segreta che gli fu data ITI 
febbraio 1473. 

Questa portava le istruzioni particolari , nel caso che ad 
onta degli sforzi del veneto oratore, per animarlo alla guerra, 
il re persiano inclinato avesse alla pace : 

« Essere intenzione della repubblica di non venire mai a 
» pace col Turco, se non qualora quegli acconsenta di ri- 
» nunciare in favore della Persia tutta l'Anatolia che è vi- 
» scere della sua potenza, e le terre al di là dello stretto, 
» con tutta la ripa opposta alla Grecia, ed il castello dei 
» Dardanelli, ed inoltre si obblighi a mai più fabbricare al- 
» cun altro castello lungo quella spiaggia, onde possano i 
» Veneziani aver libero il mar Nero e ristorarvi gli antichi 
» traffici e commerci ». 

Se poi la conclusione della pace avvenisse da parte di 
Uzunhasan , doveva il Barbaro impegnarlo ad includervi 
la repubblica, procurando di farle restituire la Morea , Me- 
telino, Negroponte, od almeno Negroponte ed Argo. 

Con queste commissioni pertanto Giosafat Barbaro parti 
da Venezia a' 18 di febbraio 1473, e per Zara, Lesina, Corfù, 
Modone e Rodi giunse a Famagosta il 29 di marzo (1). Ma quan- 
tunque alla repubblica assai importasse il sollecito suo viag- 
gio in Persia, egli dovette fermarsi circa un anno nell'isola 
di Cipro, essendo tutte le coste occupate dagli Ottomani. 

Quivi egli diede prove di carattere saldo e di valentìa 
negli affari di stato, mantenendo in fede il Lusignano, che 
per ambizione di regno era più tenero degli infedeli che dei 
cristiani, e provvedendo col generale Mocenigo in aiuto del 
principe di Caramania. 

Il quale, alleatosi alla repubblica fin dal 1464, avendo chie- 
sto a Giosafat Barbaro, che trovavasi in Cipro, soccorso per 

(1) Lettere al Senato di Giosafat Barbaro, Vienna 1852, dai codici Fo- 
scarini. 



12 

ricuperare i castelli di Sigimi, Kurku e Selefke, intorno ai 
quali stava il suo campo, ebbe dal Barbaro e dal Mocenigo 
la chiesta assistenza; perocché, portatisi colla veneta armata 
alle marine, essi presero a viva forza Sighin ed ottennero a 
patti gli altri due castelli, che il Mocenigo (1) consegnò aKasim 
beg fratello del Garamano, il quale ringraziatolo del possente 
aiuto, lo regalò di un leopardo e di un superbo destriero 
tutto addobbato con fornimenti d'argento (2). 

Intanto Caterino Zeno non si stancava di eccitare la re- 
gina di Persia perchè persuadesse il marito a muovere la 
guerra a Mohammed , acerrimo nemico in particolare di lei, 
a cui avea fatta perire tutta la famiglia; per le quali per- 
suasioni Uzunhasan, che era di già infiammato ad abbas- 
sare la potenza ottomana e ad innalzare la propria, scrisse al 
signore dei Georgiani che rompesse da quel lato la guerra (3), 
e mandò un oratore a Costantinopoli per chiedere Trebisonda 
ed i luoghi usurpati. 

Questo oratore presentò al sultano, secondo il costume 
orientale, una mazza ed un sacco di miglio, per dimostrargli 
che il re della Persia avrebbe armato esercito potente e nume- 
rosissimo; ma il padishàh lo licenziava facendogli vedere a 
mangiare da poche galline quel miglio, e dicendogli: « Così 
« imiei giannizzeri faranno cogli uomini del tuo signore, che 
« sono soliti a guardar capre e non a guerreggiare (4) ». 

Allora Uzunhasan rivolse ogni sua cura a raccogliere 
genti ed armi, e mandò notizia a Venezia della sua mossa, 
animando la repubblica a fare altrettanto dalla sua parte ; 
con lettera recata da Sebastiano dei Crosecchieri cappellano 
di Caterino Zeno, nell'ottobre 1472 (5). 



(ì) PietroMocenigofupoi creato doge a' 16 dicembre 1474. Morì nel 1476 
e gli fu posto il seguente epitaffio: « Qui Asia a faucibus Hellesponti 
« usque in Cyprum ferro ignique vastata, Caramanis regibus venetorum 
« sociis, Othomano oppressis, regno restituto.... 

E Nicolò Tron, che fu Doge dal 1471 al 4473, ebbe per epitaffio : « Cum 
rege Parthorum contra Turcum socia arma coniunxit....» e per breve: 
Hic Thronus aeteris dux est demissus ab astris 
Ut Persam Veneto iungeret imperio. 

(2) Coriolano Cippico, De Bello Asiatico, Venetiis 1594. 

(3) Commentari Zeno, op. cit. 

(4) Marin Sanudo nel voi. XXII, Rerum italicarum scriptores. 
|5) Pubblicata negli Annali del Malipiero, cit. 



13 

Ai 15 di dicembre (1) lo Zeno partecipava le prime vit- 
torie di Uzunhasan , che uditi i fatti della veneta armata 
sulle coste della Garamania, ancorché non gli fossero ancora 
pervenuti i domandati sussidii, avea dato ordine di guerra, 
per nulla temendo i rigori della stagione e la mancanza di 
artiglierie. 

Il veneto oratore seguì l'esercito persiano, e lo passò in 
rassegna prima che entrasse in campagna. Narra lo Zeno 
nella sua lettera del 9 ottobre 1472 (2) che quello era com- 
posto di 100 mila cavalli, armati in parte alla maniera che 
usavasi in Italia, e in parte coperti da fortissimi cuoi atti 
a resistere ai grandi colpi. Gli uomini erano vestiti parte con 
corazzine dorate e maglie, e parte in seta. Aveano rotelle in 
luogo di scudi, e scimitarre. 

Mentre l'esercito persiano (ìopo le prime vittorie attese nel 
verno a ristorarsi , Uzunhasan spedì un nuovo oratore a 
Venezia, il quale vi giunse per la via di Cipro nel mese di 
febbraio 1473, e recò la notizia della presa di Malatiah al- 
l'ovest dell'Eufrate, e dell'assedio di Bir (3). 

Il serenissimo principe accolse il legato persiano con amo- 
revolezza; si congratulò seco delle vittorie ottenute, espri- 
mendo fiducia che il Barbaro si sarebbe recato quanto prima 
nella Persia colle bombarde, le spingarde, e coi maestri di 
artiglieria, spediti da quasi un anno. Ed egualmente scri- 
veva ad Uzunhasan il 15 di febbraio (4), annunziandogli la 
venuta del Barbaro con efficaci sussidii, e l'ordine dato alla 
veneta armata di attaccare le coste, tostochè il di lui eser- 
cito si fosse a quelle avvicinato. Il Barbaro poi lo avvertiva 
da Golchos l'8 di giugno (5) di essere con potentissima ar- 
mata e cogli ambasciatori del papa e del re Ferdinando ed 
agì Mohammed a di lui disposizione, e pronto ad attaccare 
la stessa Costantinopoli. 

Queste lettere empierono di allegrezza e di speranze U- 
zunhasan , il quale ne fece bandire la nuova per tutto l'e- 



li) Annali del Malipiero cit. VII, pag. 83. 

(2) Ib. pag. 82, 

(3) Secreta XXV, Cornet, op. cit., pag. 83. 

(4) Secreta XXV, Cornet, op. cit., pag. 84. 

(5) Lettere di Giosafat Barbaro, cit. 



u 

sercito, e salutare a suon di trombette e zambalare il nome 
veneziano (1). 

I Turchi, fatto anch'essi il maggior sforzo, si avvicinarono 
all'Eufrate poco lungi da Malatiah, dove sull'altra riva erano 
schierati i Persiani in ordinanza. Quivi si incontrarono i due 
eserciti, ed azzuffatisi vigorosamente, prevalse il persiano. Il 
sopraggiungere della notte però impedì , che la vittoria dì 
Uzunhasan riescisse decisiva e finale. 

Rotti pertanto gli Ottomani, scriveva a Venezia Luca da 
Molino, sopracomito del porto di S. Teodoro» (2): che era vicino 
il re di Persia, che il Mocenigo aveva incominciate le ope- 
razioni marittime, e che già tutta la costa erasi assoggettata 
e restituita al Garamano. 

Laonde, elevati gli animi alle più belle speranze, si vinceva 
in senato, dietro proposizione di Girolamo da Mula, il par- 
tito, di scrivere al Mocenigo che penetrasse con tutta l'ar- 
mata nello stretto, e si portasse a battere immediatamente 
la stessa Costantinopoli, qualora però fossero stati di tale 
avviso il legato papale e il capitano di Napoli (3). 

Ma poco stettero le cose a cangiare d'aspetto. Battuti i Tur- 
chi , fu Uzunhasan spinto dai suoi ad inseguirli al di là 
dell'Eufrate , e potè raggiungerli presso Terdshan nelle 
vicinanze di Erzengian, alla fine di luglio del 1473. Mentre 
il suo esercito era in marcia, mandò 1* 11 di luglio a chia- 
mare lo Zeno e gli comandò di scrivere all'imperatore ed 
al re d'Ungheria di « metter a foco et fiamma il paese de 
« l'Othoman in Europa, perchè essendo esso, con l'aiuto* di 
« Dio, per aver certissima vittoria contro l'Othoman, el voi 
« ch'el sia sfrachassado da ogni parte, che più noi se possa 
« refar, et che totalmente sia estinto el nome suo (4)». 



(1) Documento XI. 

(2) Aghaliman, il 4 giugno 1473; Malipiero, Ann. pag. 87. 

(3) Deliberazione del Senato, 25 giugno 1473. Secreta XXV, pag. 19, 
Archivio veneto generale. 

(4) Lettera dello Zeno, 13 luglio 1473. Così di fatto egli scrisse a Fe- 
derico III, il quale invece cercò di ridurre la Dieta, perchè non si desse 
aiuto alcuno ad Uzunhasan , onde il gransignore prosperasse contro la 
repubblica. E scrisse egualmente al re Mattia, che trattò invece la pace 
colla Turchia. 



15 

Confidando pertanto nella favorevole sua fortuna, e cre- 
dendo per la recente vittoria di poter ancora facilmente su- 
perare l'esercito ottomano, Uzunhasan apprestò a battaglia 
le sue truppe, appena che lo ebbe raggiunto (1). 

Ma, attaccato invece vigorosamente e disperatamente dai 
Turchi, egli rimase sconfìtto per modo che dovette fuggire 
nelle montagne dell'Armenia, abbandonando il campo e 1(3 
salmerìe , mentre invano suo figlio Seinel perdeva la vita, 
cercando di tener testa coi pochi rimasti (2). 

Per quella stessa opinione che Uzunhasan teneva di es- 
sere invincibile, si avvilì maggiormente di questa sconfìtta; 
laonde non vedendo altra speranza che nel soccorso dei 
principi cristiani, ai quali le sue disgrazie non toccavano 
meno che a lui, spedì Caterino Zeno come proprio amba- 
sciatore presso ai prìncipi d'Europa: con incarico di domandar 
loro quell'aiuto che richiedeva il pericolo comune, e parti- 
colarmente dacché, in contemplazione della repubblica di 
Venezia e degli interessi della cristianità , avea preso le 
armi. Prometteva poi di mettere in campo per la ventura 
stagione un formidabile esercito, onde continuare nella im- 
presa. 

Partitosi lo Zeno dalla corte persiana, si diresse alle rive 
del mar Nero, dove, noleggiata una nave genovese di Luigi 
Dal Pozzo, corse pericolo di essere tradito e consegnato agli 
Ottomani, se Andrea Scaramelli di notte tempo accostandosi 
secretamente con una barca alla nave, da quella non lo 
avesse levato, e condotto incognito a Catfa, insieme ad un 
di lui servo chiamato Martino. 

Quivi trovandosi lo Zeno spoglio di denari e di ogni cosa, 
e non potendo essere assistito dal povero suo liberatore , 
potè una seconda volta salvarsi da mal partito e così porsi 
in grado di adempire ai suoi incarichi, per la fedeltà del suo 
servo Martino , che tanto lo pregò fino a che egli accon- 
discese di venderlo siccome schiavo per provvedersi di denari 
pel viaggio. La generosità del Martino fu poi riconosciuta 



(1) L'esercito persiano contava 300,000 uomini. Lettera dello Zeno, 26 
luglio 1473. 

(2) Documento XII. 



16 

dal veneto senato , che lo riscattò e lo provvide di buona 
pensione (1). 

Da Gaffa lo Zeno scriveva alla signorìa, narrando il suc- 
cesso della guerra passata, le nuove speranze che ancora si 
avevano , e lo incarico a lui affidato da Uzunhasan , del 
quale spediva una lettera al doge Nicolò Tron relucentissimo 
sultan de la fede cristiana, cui prometteva di esser pronto a 
tentare di nuovo con tutte le forze della Persia la fortuna 
delle armi (2). 

Queste lettere furono assai gradite dal senato, che inten- 
dendo non essere ancora Giosafat Barbaro passato nella Per- 
sia, non gli parve convenisse alla dignità sua di lasciare un 
re affezionato e fedele senza un ambasciatore, dacché lo Zeno 
erasi da lui dipartito. 

Laonde il consiglio dei Dieci deliberava di spedirvi Paolo 
Ognibene (3) albanese, con commissione di confermare ad 
Uzunhasan che la repubblica intendeva di persistere nella 
lega, la quale non avrebbe mancato di fruttargli il possesso 
di tutta l'Asia turca ; e di ponderare allo stesso quanto impor- 
tava all'impresa che egli coll'esercito passasse l'Eufrate. 

Ali'Ognibene non venne fissato alcun stipendio ; ma gli fu 
promesso che la repubblica non mancherebbe d'usare verso 
la sua persona e famiglia la magnificenza solita verso chi 
ben la serviva. 

Oltre a questa spedizione dell'Ognibene, il senato delibe- 
rava nel giorno 30 di ottobre dello stesso anno 1473 (4) di 
eleggere un altro oratore solenne ad Uzunhasan ; ma nomi- 
nato Francesco Michele, egli rifiutò, e quanti altri venivano 
eletti declinavano tale onore per cagione del viaggio peri- 
colosissimo ; laonde furono prese le parti 22 e 30 no- 
vembre che stabilirono pene a chi si rifiutasse, e che au- 
torizzarono il Consiglio a scegliere l'ambasciatore da qua- 
lunque luogo od ufficio. 

Il 10 di dicembre 1473 fu eletto Ambrogio Contarmi, 
quondam Bernardo, che accettò, ed il 20 scrivevasi al Bar- 



(1) Commentari dei viaggi dello Zeno, cit. 

(2) Documento XIII. 

(3) Malipiero, Annali cit. 

(4) Secreta XXVI, Cornet, op. cit. 



17 

baro, che sollecitasse intanto la sua partenza da Cipro e 
per qualunque via procurasse giungere al più presto pos- 
sibile nella Persia. 

Le commissioni date dal senato ad Ambrogio Contarmi 
furono due, una palese, e l'altra segreta. 

La prima (I) ordinava al veneto legato di -abboccarsi col- 
l'ambasciatore di Napoli, di cercar notizie di Caterino Zeno 
che credevasi a Caffa, e di Giosafat Barbaro, e con questi e 
col segretario Paolo Ognibene concertarsi per la miglior riu- 
scita della sua missione. 

La commissione segreta (2) ricordava, come l'anno prece- 
dente, ritenendosi che il re persiano penetrasse nell'Anato- 
lia, la repubblica avea ordinato al capitano generale Moce- 
nigo di spingersi vigorosamente coll'armata nello stretto fino 
a Costantinopoli, mettendo a ferro e fuoco tutta la ripa, 
onde il nemico vedendo in pericolo la propria capitale fosse 
costretto a ritirare gran parte delle sue genti, così agevo- 
lando la vittoria al re di Persia; che inoltre la repubblica 
aveva mandate le chieste artiglierie e gli uomini esperti 
a maneggiarle ; per le quali cose doveva Uzunhasan con- 
vincersi della buona volontà dei Veneziani, e degli sforzi che 
sarebbero sempre pronti a fare in suo favore : sia eh' egli, 
seguendo il parere del senato, spingesse la guerra per terra, 
mentre la veneta armata penetrerebbe nello stretto; sia ch'e- 
gli preferisse la campagna della Sorìa: purché per l'una o 
per ì'altra di queste imprese egli muovesse sollecitamente, 
il tutto consistendo nella celerità delle operazioni. 

Se poi il veneto oratore avesse trovato il re disposto a 
tregua o pace, gli si ingiungeva di far di tutto per istornar- 
velo; e, non riuscendo, di ottenere che alla repubblica fos- 
sero restituiti Negroponte ed Argo, od almeno ch'ella fosse 
inclusa nella pace. 

Questa commissione segreta ebbe ordine il Contarmi di 
imparare a memoria prima di partire d'Italia, e di ritenerla 
col mezzo di contrassegni e cifre a lui solo note, con ob- 
bligo assoluto di abbruciare il foglio in modo che non pò- 
tesse mai essere letto da alcuno. 

(1) Documento XIV. 

(2) Documenti XV e XVI. 

2 Bollettino Consolare, Voi 111. 



18 

Intanto che l'Ognibene (1) ed il Contarmi si dirigevano verso 
la Persia, e che il Barbaro altresì trovava mezzo d'incammi- 
narvisi, Caterino Zeno proseguiva il suo viaggio di ritorno 
a Venezia, eseguendo le commissioni avute, quale ambascia- 
tore del re persiano. 

Trovò egli in Polonia il re Casimiro in guerra cogli Ungheri, 
ed esponendogli lo incarico avuto da Uzunhasan, lo esortò 
ed indusse a conchiudere la pace, per lasciare almeno agli 
Ungheri agio di unirsi nella lega contro i Turchi. 

Dalla Polonia lo Zeno passò in Ungheria, dove ebbe 
grandi promesse, e l'onore del cavalierato il 20 aprile 1474. 
Finalmente egli arrivò in Venezia , e riferita in senato la 
commissione avuta dal re di Persia, fu per ciò inviato con 
altri quattro ambasciatori al papa ed al re di Napoli (2)-. 

Queste legazioni non produssero il desiderato effetto e 
tornarono vane. I principi della cristianità si erano, secondo 
la robusta espressione di Giovanni Sagredo (3), raffreddati, 
anzi intirizziti. Ritornato in patria lo Zeno, fu egli nominato 
del Consiglio dei Dieci, a grande maggioranza di voti. 

Frattanto il Barbaro col solo agì Mohammed ed il cancel- 
liere, travestiti da pellegrini, senza roba e senz'altra famiglia, 
abbandonati anche dal legato papale e da quello di Napoli, 
poterono incamminarsi per la Persia FU febbraio 1474 (4). 

La relazione del viaggio di Giosafat Barbaro fu pure pub- 
blicata dal Ramusio , e, tradotta in latino dal Geudero , fu 
inserita ne\Y Historia rerum persicarum del Bizarro. 

Narra il Barbaro che partitosi finalmente da Cipro sbarcò 
al Kurku, e per Selefke, Tarsus, Merdin, Assankief e Sairt 
arrivò al monte Tauro, dove nel giorno 4 di aprile, assalito 
dai Kurdi e spogliato di ogni cosa, egli potè a stento salvarsi 
fuggendo, per aver sotto un buon cavallo. Ma egual sorte non 
toccava ad agì Mohammed ed al cancelliere, che rimasero da 
quegli assassini trucidati. Le disgraziate vicende del viaggio 
del Barbaro non si limitarono a questa, che, giunto a Vastan 



(1) L'Ognibene sbarcò a Kurku il 18 gennaio 4474, ivi condotto dalla 
galea Caterina, e per la via di Aleppo andò in Persia. 

(2) Commentari Zeno, cit. 

(3) Memorie storiche dei Monarchi Ottomani. 

(4) Lettere del Barbaro, cit. 



19 

presso Tauris, e richiesto del suo nome e della sua mis- 
sione da quei Turcomanni che si trovavano alla porta della 
città, avendo egli detto di tener lettere per il loro re, ma 
che non credeva cosa onesta il mostrarle, fu assai maltrat- 
tato, e colpito dal loro capo con un pugno così vigoroso 
nella mascella, che per quattro mesi gliene durò il dolore. 

Arrivato finalmente il veneto legato in Tauris ed accon- 
ciatosi in un caravanserai , fece sapere ad Uzunhasan che 
desiderava di presentarglisi. Il re mandò per lui immedia- 
tamente la mattina appresso ; laonde fu condotto alla sua 
presenza così male in arnese, che « quanto avea in dosso non 
potea valere due ducati ». Fu accolto assai cortesemente dal 
persiano, che gli promise soddisfazione, e compenso del danno 
patito (1). 

Il luogo del ricevimento fu un padiglione del magnifico 
palazzo detto Aptisti, che tenevasi per una delle meraviglie 
della Persia. Il padiglione giaceva nel mezzo di un giar- 
dino a trifoglio, con una rigogliosa fontana d'innanzi (2). 
La loggia era decorata a grossi mosaici di varii colori ; a 
mano sinistra sedeva il signore della Persia sopra un cu- 
scino di broccato d'oro, con un altro simile dietro %lle spalle, 
ed al suo lato stava un brocchiero alla moresca colla sua 
scimitarra. Uzunhasan ricevette il veneto ambasciatore, cir- 
condato dai grandi del suo regno , e mentre varii cantori 
facevano sentire dolci concenti, al suono di arpe, liuti, cem- 
bali e pive. Il giorno dopo mandò al Barbaro due vesti, 
uno sciallo di seta, una pezza di bambagio da mettere in 
capo, e ducati 20. 

La relazione del viaggio di Giosafat Barbaro continua nar- 
rando i costumi, le ricchezze, il commercio, i prodotti della 
Persia confrontati con quelli d'Italia, e descrive l'esercito e 
la potenza di quel re. Dati questi importantissimi, ma che 
è inutile di ripetere, dacché stanno pubblicati nelle sopraci- 
tate collezioni, insieme ad un'altra non meno interessante 
descrizione della Persia fatta da un mercante veneziano, che 
ivi dimorò intorno a quel tempo. 

Circa l'esito della sua missione, il Barbaro dice: che quando 

(ì) Viaggio di Giosafat Barbaro io Persia, Ramusio, op. cit. 

(2) Viaggio di un mercante che fu nella Persia, Ramusio, op. cit 



20 

arrivò in Tauris, correva voce che Uzunhasan fosse deciso 
a continuare nella lotta contro i Turchi, ma che le conse- 
guenze della infelice giornata di Terdshan , la ribellione di 
Oghurlu Mohammed, e la tiepidezza delle corti cristiane resero 
impossibile la riscossa. Egli portò invece le armi contro il 
re di Gorgora, e fatta con esso la pace, si ritirò nei propri 
stati, ove morì il giorno dell'Epifanìa dell'anno 1478. 

Dopo la morte di Uzunhasan avvennero nella Persia i più 
gravi sconvolgimenti, che portarono finalmente la esclusione 
dal trono della sua dinastìa. 

Laonde il Barbaro , presa licenza , si unì ad un armeno 
che recavasi in Erzengian, ove giunse ai 29 di aprile 1478. 
Quindi con una carovana andò in Aleppo ed in Beiruth, e 
con una nave di Gandia si portò in Venezia, per recare al se- 
nato le notizie della sfortunata sua legazione. 

Ed esito simile ebbero pur quelle di Paolo Ognibene e di 
Ambrogio Contarmi. 

Paolo Ognibene arrivava dalla Persia il 17 di febbraio 1475 
e riferiva nel Consiglio dei Dieci: che entrato nel paese del 
Caramano si era unito con alcuni Turchi che andavano alla 
Mecca, da» quali poche miglia fuori di Aleppo si dipartì 
fìngendo di avere perduta la borsa, e così avendo potuto ri- 
tornare in quella città, prese il cammino della Persia. Passato 
l'Eufrate, egli entrò nel paese di Uzunhasan, e presentatosi a 
quel re, fu accolto amorevolmente ed udito con attenzione. 

Pochi giorni dopo l'arrivo in Persia dell'Ognibene vi giun- 
geva Giosafat Barbaro , laonde Uzunhasan incaricava l'O- 
gnibene di ritornare tosto a Venezia, e di es-porre alla si- 
gnorìa, ch'egli era re della propria parola, e che nella pros- 
sima primavera avrebbe allestito un poderoso esercito. 

La relazione dell'Ognibene fu assai grata al Consiglio dei 
Dieci, che lo premiava colla nomina di massaro all'ufficio 
delle Rason vecchie, collo stipendio annuo di ducati 400 (1). 

Anche la relazione del viaggio e dell'ambasciata in Persia 
di Ambrogio Contarini fu pubblicata nelle citate collezioni. 
Partitosi quell'oratore da Venezia a' 23 di febbraio 1473, 
andò per la via di terra a Caffa, ove giunse ai 26 di aprile, 
passando per Norimberg , Postdam e la Russia bassa. Im- 

(£) Malipiero, annali op. cit 



21 
barcatosi sul mar Nero , si recò alle foci del Fasi al 1° di 
luglio, e per la Mingrelia, la Georgia e parte dell'Armenia, 
giunse al 4 di agosto nella città di Tauris. 

Ma siccome il re di Persia trovavasi in Ispahan, il Con- 
tarmi si diresse a quella volta, ove incontrò Giosafat Barbaro 
che lo seguiva in qualità di legato della repubblica. 

Nel giorno 4 di novembre 1474 il veneto oratore si pre- 
sentò ad Uzunhasan ed offerì le sue credenziali. Esposta la 
commissione avuta dal senato, ebbe affettuosissima acco- 
glienza , ma assai breve ed ambigua risposta. E ritornato 
poi colla corte in Tauris , gli fu commesso da quel re di 
partire per Venezia, e di recare la notizia che egli era pronto 
a far la guerra. Fu il Contarmi regalato di due vesti, di un 
cavallo e di poche altre cose, e fu incaricato di portare alla 
signoria alcune spade e turbanti. 

Nel 28 di giugno 1475, quantunque convinto che le pro- 
messe di Uzunhasan difficilmente sarebbero state mante- 
nute , il Contarini si licenziò da quel re , e per la via del 
Caspio e della Tartaria si diresse a Venezia. 

11 viaggio di ritorno riesci al veneto legato oltremodo fa- 
ticoso, avendo dovuto per terre barbare ed infestate, viag- 
giare senza o con pochi danari. Egli portava indosso una 
casacca tutta squarciata, foderata di pelli d'agnello, una triste 
pelliccia, e un berretto pure di agnello. Passato il gran de- 
serto dell'asiatica Sarmazia, arrivò in Moscovia, e presen- 
tatosi a quel duca, fu assai bene accolto e regalato; quindi 
per la Lituania, la Polonia e l'Aliemagna giunse a Venezia il 
9 di aprile 1477, e riferito in senato l'esito della sua missione, 
corse a ringraziare Iddio di averlo preservato da tanti pericoli 
e di avergli conceduta la grazia di rivedere la patria. 

Colla morte di Uzunhasan terminava per Venezia l'ul- 
tima speranza di appoggio ; laonde nel 1478 la repubblica 
fermò pace colla Turchia, e pose fine ad una lotta che durò 
sedici anni, e che avrebbe potuto vendicare il 1453, in cui 
compievasi la gran vergogna della cristianità, e liberare l'Eu- 
ropa da una causa incessante di perturbazioni e di guerre. 



;« y 'i ir If. 

La repubblica di Venezia però non cessava di eonside- 
rare con grande interesse le cose persiane, dacché a quella 
parte stavano ancora rivolte le sue speranze, nel quasi totale 
abbandono dei principi cristiani. 

Sembra che il segretario veneto Giovanni Dario, spedito 
nell'anno 1478 alla Porta per negoziare la pace, avesse poi 
incarico nel 1485 dal bailo Pietro Bembo, di recarsi nella 
Persia, per attingere notizie sulla condizione di quel regno 
sconvolto dopo la morte di Uzunhasan, e sulla possibilità di 
una comune riscossa. Due lettere in fatti si conservano del 
Dario (1), le quali perù narrano solamente l'accoglienza ch'e- 
gli ebbe nel campo persiano, e quella fatta agli ambascia- 
tori dell'Ungheria e dell'India, che eransi pure in quel tempo 
recati colà. 

Allorquando poi il valoroso Ismaìl, capo della setta cre- 

dente in Ali, detta dei Ssufì xS"*/^ (2), approfittando dell'en- 
tusiasmo religioso s'insignorì della Persia, il veneto senato 
non solo cercò, col mezzo dei suoi rappresentanti in levante, 
ogni particolare notizia sull'origine, le forze ed i progressi di 
lui, ma rottasi la pace colla Turchia nel 1494, introdusse pra- 
tiche di alleanza con esso e col principe di Garamania. 

Un gentiluomo di Costantinopoli, abitante in Cipro e sud- 
dito veneto, Costantino Lascari, spedito a questo fine nella 
Persia, lesse in senato al suo ritorno in Venezia nel 1502, 
una preziosa relazione del sufi (3), dalla quale la repubblica, 
se ricavò importanti notizie delle vittorie e progressi per- 
siani, dovette però convincersi non essere possibile di risto- 
rare allora l'antica lega con Ismaìl , laonde mancandole 
eziandio i soccorsi chiesti alla Francia ed al Portogallo, con- 
chiuse la pace colla Turchia, che fu giurata il 14 dicembre 
1502 dal sultano, e il 20 maggio 1503 dal doge. 



(1) Documenti XVII e XVIII, 

(2) Benché gli etimologi non siano d'accordo intorno alla derivazione 
del nome sufi , adottiamo questo modo di scriverlo , dopo le preziose, 
considerazioni dell'Hammer, del Marsden, e dei moderni orientalisti. 

(3) Documenti XIX e XX. 



$3 

Non ismettevasi tuttavolta in senato il pensiero, che fu 
poi la costante politica tradizionale della repubblica, di stu- 
diare le occasioni opportune, per frenare la prepotenza ot- 
tomana , e per rilevare in levante la supremazìa politica e 
commerciale dei Veneziani. 

I dispacci dei baili a Costantinopoli riportati dal Sanudo, 
e quattro relazioni che in quei preziosi diarii sono pure 
conservate inedite, fanno di ciò piena testimonianza. La prima 
è una deposizione del nunzio Dell'Asta fatta alla signoria 
nel dicembre 1501, intorno al nuovo profeta Ismaìl (1); la se- 
conda una relazione 7 settembre 1502 del luogotenente di 
Cipro Nicolò Priuli, sui progressi del sufi e della sua setta (2); 
la terza una deposizione fatta nell'ottobre 1503 intorno ai 
successi persiani, da un Moriati di Erzerum spedito apposi- 
tivamente in Tauris dai rettori di Cipro (3); la quarta final- 
mente è una lettera di Giovanni Morosini da Damasco del 5 
marzo 1507 (4), la quale narrando con ogni possibile esattezza 
le lotte del sufi contro Alidul e la Turchia , rappresentava \ 
al senato « quello essere il momento opportuno di cospirare 
» d'accordo fra i principi cristiani e la Persia, nella santis- 
» sima impresa di scacciare il Turco d'Europa». La lettera 
del Morosini termina col seguente ritratto dello shàh Ismaìl. 

« Il sophi è adorato et è nominato non re nò principe , 
» ma sancto et propheta: è bellissimo giovane senza barba, 
» studiosissimo et doctissimo in lettere, dicono aver con sé 
» tre preti armeni, i quali per otto anni continui sien stati 
» suoi precettori, et non lascivo al solito dei Persi, homo de 
» grande justitia et senza alcuna avidità, et molto più liberal 
» de Alexandro, anzi prodigo di tutto, perchè come gli vien 
» el danaro subito lo distribuisce in modo che el par un Dio 
» in terra; et come ai templi se fanno offerte si offeriscono 
» a lui le facultà, et hanno de gratia che tanto si degni de 
» acceptarle. La fede veramente che el tien no se intende; ma 
» se poi conjetturare che el sia più presto cristiano che altro, 



(1) Sanudo Codd. Marciani, voi. IV, pag. 66. Vedi Brown, Ragguagli 
sulla vita e le opere di M. Sanudo. 

(2) Sanudo IV, pag. 168. 

(3) Sanudo V, pag. 137. 
■(*) Sanudo VII, pag. 407. 



n 

» persuadendo li popoli che Dio vivo che è in cielo li governa. 
» Vive con amor religioso et si contenta di quanto ha minimo 
» et privato homo. L'ha tamen qualche schiava et anchor non 
» legittima mogliera ; noi beve vino palese né occulto, ma 
» qualche volta el mangia certa nerba che alquanto aliena, et 
» allora commette qualche severità; et tamquam sanctus par 
» de divination, perchè mai si consiglia con alcun; et per 
? questo tutti crede che el sia ad ogni sua operation di- 
» vinitas in ispirito. El tien una gatta sempre con lui , et 
» guai a chi fasse alcuna offension a quella...... 

Questo valoroso principe fondatore della dinastìa dei Sufìani, 
non mostrava minore desiderio del veneto senato, a strin- 
gere l'alleanza , e ad unire le proprie armi a quelle della 
repubblica. 

Scriveva in fatti il console a Damasco Bartolomeo Conta- 
rmi nel novembre dell'anno 1505 (1): essere a lui venuto un 
chasandar del Garamano con una lettera del sufi di Persia, 
scritta in lingua agemina (2), al soldan dei Veneziani, colla 
quale narrando le conseguite vittorie gli partecipava il suo 
grande amore e la sua speranza di presto incontrarsi con lui. 

Questa lettera fu ricevuta a Venezia nel gennaio 1605 (3) 
insieme ad alcune monete d'oro e d'argento del nuovo si- 
gnore della Persia, le quali portavano le seguenti iscrizioni 
così ricordate dal Sanudo nei suoi diarii (4). 

Da una parte : 

«. Soldam, Ladel, Elchemel, Elhadi, Sainsa, Elmoda, Ismail 
» Sain, Ghaledule Melche (El Signor giusto, compido , cor- 
» redor, re dei re, el victorioso Ismail mundo et puro, Iddio 
» fazi el so regno eterno) ». 

E dall'altra parte la formula religiosa dei Persiani : 

« Lailla, Lhalla, Mahumet Resulhalla, Uhalì, Ulihalla (Un 
» solo Dio, un solo messo Maometto, un sanctissimo Ali) ». 



(1) Sanudo VII, pag. 168-173. 

(2) Persiana, da agem, nome col quale gli arabi indicano le terre ad 
essi straniere, ed in particolare la Persia. 

(3.) Documento XXI. 
($) Voi, VII, pag. 194. 



25 

E due anni appresso Ismail reso ancor più potente per 
felici imprese, e nemico a Bajezid per la diversità della reli- 
gione e la gelosia del dominio nell'Asia, mandò formalmente 
oratori a Venezia per chiedere alleanza, conforme a quella 
che Caterino Zeno aveva conchiusa con Uzunhasan (1). 

Ma per quella fatalità, che ha poi sempre impedito la ef- 
fettuazione del grande concetto politico dei Veneziani , in 
quel tempo medesimo i principi cristiani congiurando a 
Cambray contro Venezia , la posero nella necessità di la- 
sciarsi sfuggire la vagheggiata occasione. 

Il senato ricevette il primo annunzio di questa intenzione 
del sufi dal console a Damasco Gontarini , con dispaccio 4 
marzo 1508 (2); quindi nel settembre dello stesso anno il 
provveditore di Napoli di Romania scrisse ai capi del Con- 
siglio dei Dieci, che di notte secretamente erasi a lui pre^ 
sentato un messo del sufi della Persia « per pregarlo di 
» informare il veneto senato che il suo re era amico dei 
» cristiani , veniva a rovina del Turco , voleva bene a san 
» Marco et alla signorìa, ed aveva fatto penetrare il suo eser- 
» cito nell'Anatolia (3) ». Finalmente colla nave di ser Fran- 
cesco Malipiero arrivarono a Venezia due oratori, uno per- 
siano ed uno caramano, con lettera di Ismail tradotta dal 
console Pietro Zeno, la quale, accreditando i suoi ambascia- 
tori, esprimeva la buona amicizia che il re persiano portava 
alla repubblica, ed il suo desiderio di stringerla maggior- 
mente e più efficacemente (4). Accolti essi cortesemente dal 
senato, furono a spese pubbliche alloggiati nel palazzo Bar- 
baro a s. Stefano dove abitava l'oratore di Francia. 

Pochi giorni dopo si presentava in collegio il solo am- 
basciatore persiano, colla formale domanda d' Ismail: che 
gli fossero mandati dall'Italia per la via di Soria maestri 
che gettassero artiglierie ; e che la veneta armata tenesse 
occupato Baiezid nella guerra di mare presso alle coste della 
Grecia, mentre egli lo avrebbe chiamato a battaglia nell'Asia 
minore. 



(1) Paolo Giovio, Hist. di Venezia, lib. XIII. 

(2) Sanudo VII, pag. 425. 

(3) Sanudo VII, pag. 508. 

(4) Sanudo VIII, pag. 182. 



26 

Il collegio ricevette onorevolmente V ambasciatore per- 
siano ; ma gli fece rispondere dai savi « che i Veneziani si 
ricordavano molto bene la buona amicizia e la lega che 
avevano stretta col re di Persia, che essi erano molto contenti 
che il sufi fosse nemico dei Turchi, avesse pensato di comu- 
nicare alla repubblica l'interesse della guerra, e promet- 
tesse quelle cose, le quali se Uzunhàsan avesse mantenute 
non vi sarebbe forse più stata occasione di muover guerra 
agli Ottomani; ma che tali erano i cambiamenti delle cose 
del mondo , che siccome in quel tempo il persiano non 
pensò o non potè ritentare la sorte delle armi , così ora 
la repubblica trovandosi in gravissima condizione, non po- 
teva far ciò che pure ardentemente desiderava, avvegnaché 
era occupata in una importantissima guerra, mossale dai 
più potenti sovrani d'Europa che avevano congiurato a 
Cambray, non provocati da ingiuria alcuna, ma solo eccitati 
da invidia della felicità dei Veneziani ». 

E però si commetteva al persiano di riferire al suo re: 
che la repubblica avrebbe all'occasione e potendo fatta ogni 
opera affinchè il sufi conoscesse ch'ella non aveva cosa al- 
cuna più cara dell'amicizia dei Persiani, ne maggior desi- 
derio di quello, di unire alle loro le proprie armi, per frenare 
od abbattere la prepotenza ottomana (1). 

L'ambasciatore persiano, cosi licenziato, partì colle galere 
di Cipro, arrivato in Gandia ammalò (2); quindi passato nella 
Siria, tenne ragionamento segreto con Pietro Zeno console 
veneto in Damasco sulla probabilità di un prossimo concorso 
della veneta armata colle forze persiane. 

La qual cosa essendo venuta a cognizione del sultano del 
Cairo, egli altamente se ne adirò , rispetto particolarmente 
alle minaccie fattegli da Bajezid, per aver tollerato che nei 
suoi stati, ministri persiani congiurassero contro di lui; 
laonde ordinava la immediata carcerazione dello Zeno, e del 
console veneto in Alessandria, Contarmi. 

Scriveva allora il senato al sultano (3): non aver avuto la 
veneta signorìa alcuna ingerenza in quei discorsi, che se 



(1) P. Giovio, Hist. cit., pag. 321. 

(2) Nel settembre 1509. Sanudo IX, pag. 135. 

(3) Il 21 giugno 1511. 




27 

pur fossero stati fatti erano di carattere meramente privato, 
né alcuna notizia di que'nimzi... «Se questa po' è causa de 
» romper una tanto longa amicizia lo lassemmo al savio 
» parer del sultan. No giustifìchemo cosa alcuna, solo di- 
» cerno la verità (1) ». 

Lo Zeno ed il Gontarini tosto furono posti in libertà; ma 
non essendo cessato del tutto il mal animo del sultano per 
la venuta in Venezia degli oratori persiani, il senato com- 
metteva a Domenico Trevisan, eletto nel 22 dicembre 1511 
ambasciatore straordinario al Cairo per affari di commercio, 
di cercare ogni mezzo e via di calmarlo « rappresentan- 
» dogli che la loro venuta non fu ad alcuno male efecto , 
» ma solum per comunicare le occorrenze et li successi del 
» loro signor, el qual mostrava di esser affetionato alla si- 
» gnorìa nostra, et ai. quali fu in corrispondenza con parole 
» generali risposto, com'è costume della signorìa nostra de 
» fare con tutti (2) ». 

Di questa ambasciata Domenico Trevisan lesse in Pregadi 
a'24 di ottobre 1512, la stupenda relazione riportata dal Sa- 
nudo (3), e Pietro Zeno narrò pure lungamente i suoi casi 
nel gennaio dell'anno seguente (4). 

E quella non fu la sola volta che i Veneziani nella Siria 
mostrassero troppo chiaramente lo interesse della repubblica 
per la Persia, mentre si ha notizia di un Andrea Morosini, 
rinomatissimo pel vasto negozio di mercatura in Aleppo, che 
fu fatto morire per avere nell'anno 1526 sovvenuto di da- 
nari e di cavalli Roberto ambasciatore di Carlo V, che pas- 
sava in Persia (5). 

Posto fine colla pace di Bologna, 1529, alla guerra che sleal- 
mente aveano mossa i principi cristiani alla repubblica, 
essa ricominciò a guardare all' oriente verso il naturale 
suo nemico, e a seguire colla più viva attenzione le vicende 
delle guerre che ferveano nell'Asia fra i Turchi edi Persiani, 



(1) Secreta XLIV, pag. 31. Archivio veneto generale. 

(2) Secreta XLIV, pag. 73. Arch. ven. gen. 

(3) Voi. XV. 

(4) Ib. 

(5) Morana, Relazione del commercio di Aleppo. Venezia 1799. \S 



28 

Riferiva in senato a' 3 di giugno Daniello Ludovisi segre- 
tario, ritornato da Costantinopoli (1), che quantunque le forze 
del re di Persia, limitate a cento e ventimila cavalli, non 
si potevano ritenere in caso* di contrastare felicemente col 
Turco, la gran difesa di quel regno consisteva nel ritirarsi, 
spogliando il paese di ogni sorta di vettovaglie; ed il bailo 
Bernardo Navagero nel 1553 (2) assicurava che il sufi era 
poco meno che adorato dai suoi sudditi e temuto assai dal 
Turco, il quale non potrà avere mai nemico maggiore del 
re di Persia, per la differenza della religione e per la con- 
dizione rispettiva dei loro Stati. 

Daniele Barbaro presentava nello stesso anno 1553 , una 
relazione della guerra di Persia mossa da Suleiman per 
vendicare la infelice spedizione del 1548; la quale relazione, 
pubblicata siccome anonima dall'Alberi (3) , è ricca di cu- 
riose ed importanti notizie; bella soprattutto per tre minute 
descrizioni: della fine miserabile di Mustafà figliuolo di Su- 
leiman fatto strangolare per ordine del padre; della città di 
Aleppo ; e della pomposa entrata che vi fece il padishàh. 

Ricordava il bailo Domenico Trevisan sul finire dell'anno 
1554 (4) essere il sufi l'unico impedimento al gran signore 
di impadronirsi di tutta l'Asia. 

Ed Antonio Erizzo ritornato da Costantinopoli nel 1557, 
narrando i particolari della guerra turco-persiana finita colla 
pace di Amasia nel 1555, considerava (5) il manifesto peri- 
colo che dalla parte della Persia sovrastava alla Turchia, 
ed il mal animo del gransignore contro quel re, del quale 
avrebbe voluto più presto la rovina che di qualsivoglia altro, 
ancorché cristiano. 



(1) Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato nel secolo XVI, edite 
in Firenze da Eugenio Alberi. Serie III, voi. I, pag. 21. 

(2) Alberi. Relazioni venete cit., serie III, voi. I, pag. 85. 

(3) Serie III, voi. I, pag. 193. Questa relazione porta, in una copia e- 
sistente nell'Archivio generale del regno a Torino, il nome di Daniele 
Barbaro; e nei codici Foscarini a Vienna il titolo: Relatione del Sophi 
re di Persia, di Armenia, di Assiria e di Media, cogli altri Stati suoi, et 
successi della guerra col Turco. 

(4) Alberi, Relazioni venete cit. Serie III, voi. 1, pag. 166. 

(5) Alberi, Relazioni cit. Serie III, voi. HI, pag. 138. 



29 

Marino Cavalli nel 1560 riferiva in senato (1) che il gran- 
signore assai temeva il re della Persia per la possibilità sua 
di sollevargli alle spaile tutto il paese, quando egli fosse in 
guerra coi cristiani; e faceva constare che soltanto tre cose po- 
tevano condurre a rovina l'impero ottomano, cioè: I. Le divi- 
sioni ed i dissidii interni. II. La corruzione del governo e la 
vita licenziosa, avara e sensuale di quei popoli. III. Un re di 
Persia valoroso che, fatta la pace coi Tartari suoi confinanti, 
volesse ricuperare il suo , coll'aiuto dei principi cristiani : 
aiuto che, secondo il Cavalli, avrebbe dovuto prestarsi per 
almeno cinque o sei anni, dacché « non bisogna pensar di 
» soggiogar mai i Turchi, nò vincerli, se non ammazzandoli, 
» come essi fecero dei Mamelucchi, e questo non si potrà 
» fare in poco tempo, né con due o tre battaglie ». 

Finalmente il bailo Marcantonio Barbaro sosteneva in se- 
nato: che freno alcuno non potea maggiormente domare ogni 
insolente pensiero dei Turchi, quanto il conoscere essi la 
buona intelligenza fra i principi cristiani ed il re della Persia (2). 

Per queste considerazioni e rispetti, allorquando Selino 
mosse la guerra ai Veneziani, per la conquista del regno di 
Cipro, la repubblica deliberava di rivolgersi a Thamasp re 
di Persia, eccitandolo ad unirsi seco nella lega per vendicare 
le antiche e le recenti ingiurie. 

II Consiglio dei Dieci consegnava a tal fine, nel 27 di ot- 
tobre 1570 a chogia Ali negoziante di Tauris, che trattenu- 
tosi a Venezia per affari di traffico, desiderava di ritornare 
nella Persia, una lettera ducale a quel re (3), colla quale 
annunciandogli la ingiusta guerra intrapresa contro la re- 
pubblica da Selino, lo eccitavasi a fare un'importante diver- 
sione nell'Asia, che avrebbe paralizzate le forze turchesche, 
accresciuta gloria al suo nome, potenza e sicurezza all'im- 
pero persiano. E tre giorni appresso il medesimo Consiglio 
dei Dieci commetteva al segretario del senato Vincenzo degli 
Alessandri (4), uomo peritissimo nel viaggiare e conoscitore 
delle lingue orientali per la lunga dimora fatta a Costanti- 



li) Alberi, Relazioni cit. Serie III, voi. 1, pag. 278. 

(2) Nell'anno 1573. Alberi, relazioni cit. Serie 111, voi F, pag. 33S 1 . 

(3) Documento XXII. 

(4) Documento XXIII. 



30 

nopoli, di recarsi secretamele nella Persia con altra let- 
tera ducale a quel re (1) , per informarlo a viva voce dei 
grandi apparecchi che si favevano da tutti i principi cristiani 
onde assalire con eserciti e flotte l'impero turchesco, e per 
esortarlo a cogliere la favorevole occasione di rompere 
dalla sua parte la guerra, mentre gli Stati ottomani nell'Asia 
erano spogli delle truppe mandate all'impresa di Cipro. 

Il viaggio del veneto oratore nella Persia e l'esito della 
sua missione, furono dallo stesso Alessandri narrati col 
dispaccio ufficiale 24 luglio 1572, che qui si riporta nella 
sua integrità (2). 

Serenissimo Principe, Illustrissimi Signori. 

«Essendo in questo ritorno di Persia cascato in pericolosa 
disposizione di febbre e petecchie in Leopoli, e parendomi 
essere alquanto risanato , mi posi in cammino per presen- 
tarmi a' piedi di Vostra Serenità, né avendo ancora avuto 
le forze per poter continuare, essendo molto battuto sì dal 
lungo viaggio che dalla presa malattia, mi sono fermato per 
qualche giorno in questa città, e comprendendo quanto può 
esser caro alla Serenità Vostra saper el successo del negozio 
commessomi, ancorché da Tauris due volte abbia inviato 
per l'Armenia lettere a Costantinopoli all'illustrissimo Bailo, 
le dico: che dappoi che fui spedito da questo medesimo Con- 
siglio a Tamasp re di Persia con lettere e con commissione 
che io gli dessi conto della guerra ingiustamente mossale 
da sultan Selin, delle gran preparazioni di armada che per 
difesa de'suoi stati ed offesa di sì gran inimigo la Serenità 
Vostra aveva fatto, e dell'unione dei principi cristiani mossi 
per questa causa, che dovessi etiam invitare desso re a 
prender l'armi in sì venturata occasion contro detto Selin, mi 
partii con quella maggior diligenza che fu possibile tenendo 
là via di Germania, Polonia e Bogdania, discendendo nel 
paese del Turco a Moncastro , città sopra le rive del mar 
maggiore, dal qual luogo scrissi alla Serenità Vostra ai 19 
di marzo del 1571 e le diedi avviso del cammin che avevo 
a tenere, ed essendomi alquanti giorni fermato per aspettar 

(1) Documento XXIV. 

(2) Inedito e tratto dal codice 4762 dell'ardi. Cicogna. 



* 34 

passaggio che mi conducesse in Asia ; venuta occasion di 
nave, mi partii, nò potendo per venti contrarii arrivare a 
Trebisonda, com'era intenzione mia, smontai a Sinope, sebben 
per quella via il cammin fu lungo e di molto pericolo, avendo 
dovuto passare per la città di Samsum, Tokat, Erzeugian, 
Derbent ed Erzerum e de li entrar nella Persia. 

» Giunsi nella città di Tauris , metropoli di quel regno, 
a' 17 di luglio, mi fermai alquanti giorni per prendere infor- 
mazione del modo del negozio di là, per non andar del tutto 
nuovo ed inesperto a Gasbin, città dove il re già da molti 
anni fa la sua residenza. Ed essendomi imbattuto in un 
gentiluomo inglese, el qual per via di Moscovia con molta 
facultà di carisce ed altri panni era venuto per il fiume 
Volga in Persia, con nome di ambasciatore della regina e 
con lettere di credenza, e si aveva trovato col re e fatti gran 
presenti ed ottenuti comandamenti di poter liberamente con- 
trattare, condur mercanzie e dal paese trarne quella quan- 
tità e sorte che le pareria si per conto suo, come di altri 
mercanti inglesi; avendo con detto gentiluomo contratto al- 
quanto di amicizia, intesi il modo del governo e come sul- 
tan Gaidar Mirza, terzo figliuolo del re e luogotenente del 
padre, indirizzava tutti li negozi; con queste ed altre istru- 
zioni della natura del re mi partii, ed ai 14 d'agosto giunsi 
a Gasbin, essendo venuti a trovarmi alcuni mercanti armeni 
i quali avevano mandati li loro fattori in cotesta inclita città 
desiderando sapere alcuna nuova, li dissi che la Serenità 
Vostra li aveva licenziati già molto tempo insieme colle loro 
robe e che erano partiti prima di me, alli quali domandai 
Fora che il figliuolo del re ammette all'udienza; mi dissero 
per ordinario di notte, dicendomi etiam esser signori della 
loro terra chiamata Diulfa e che uno risiedeva lì per agente. 
Mostrando essi di aver facile introduzione li dissi che io 
aveva lettere di Vostra Serenità alla maestà del re, e che 
mi sarebbe stato caro per mezzo loro che alla corte di Mirza 
si fosse saputa la mia venuta. Questi si partirono ed aspet- 
tato che detto signor uscisse dal padre, il quale secondo il 
costume di quella corte non uscì dal consiglio prima che 
a tre ore di notte, e subito giunto al suo palazzo li diedero 
avviso; ne mettendo tempo di mezzo comandò ad alcuni dei 
suoi gentiluomini che venissero per me. 



32 # 

» Giunto io a lui, si partì da uno delli fratelli ed altri signori 
con li quali guardavano alcuni giochi di fuoco e solo con 
un suo gentiluomo si ritirò sotto una loggetta. Introdotto 
che fui alla sua presenza dissi: che se la Serenità Vostra 
avesse saputo che S. A. tiene sì degnamente il grado di Luo- 
gotenente del re, con ispeciali lettere là lo avrìa honorato, 
siccome colle presenti lo fa alla maestà di suo padre. Mirza 
con grata ciera rispose che io fossi il benvenuto, e che li 
pareva strano il mio lungo cammino in questi tempi per 
paese degli Ottomani. Mi domandò se aveva presso di me 
la lettera: io gli mostrai il vasetto di stagno, e dissi che la 
era là dentro, per il che restò pieno di meraviglia, la prese 
e volse in un fazzoletto dicendo di presentarla così al re; 
mi domandò se v'era altro al presente, risposi che con gran 
fatica mi avevo potuto solo presentare a S. A. rispetto l'esser 
venuto per mezzo il paese de nemici, ma che con occasione 
la Serenità Vostra non avrìa mancato di onorare la maestà 
del re e sua signorìa con quei degni presenti che se le 
conveniva. Ringraziò e mi dimandò del contenuto della let- 
tera, lo gli dissi che credevo che la Serenità Vostra desse 
avviso a S. M. della poca fede osservatale da sultan Sehn, 
il quale con solenne giuramento aveva promesso e giurato 
in nome di Dio, delli profeti, e per le anime dei suoi pas- 
sati di osservar buona e sincera pace colla Serenità Vostra, 
ora mosso da avido desiderio , sprezzando ogni onor , né 
curandosi di esser tenuto presso i principi del mondo man- 
cator di parola , con tutte le forze sue da mare e da terra 
aveva fatto sbarcare eserciti a Cipro per impadronirsi di 
quell'isola; però che la S. V. colla sua potentissima armata 
di molte galere, galeazze, navi ed altri vascelli di battaglia 
si era preparata all'offesa di sì crudel tiranno, e che desi- 
derava che la maestà del re sapesse che siccome poco in- 
nanzi il Turco non osservò il giuramento fatto all' amba- 
ciatore di V. S. , così non osserverebbe le promesse fatte 
all'ambasciatore di S. M., ed avrebbe cercato quanto prima 
pace colla S. V. per cominciare guerra con lui , come per 
molti esempi delli passati imperatori ottomani, S. A. poteva 
di ciò esser certa; e che ora in sì grande e quasi certa 
occasione di vittoria, la S. V. mi avea mandato per invitar 
il re suo padre a prender l'armi , essendosi mossi già li 



33 

maggiori principi cristiani; e che solamente bastava che S. Al- 
col potentissimo suo esercito si muovesse sia per riavere 
le città e castelli ingiustamente toltigli dalli passati signori 
ottomani , sì per la molta inclinazione che tutto il popolo 
dal fiume Eufrate fino alli suoi confini gli portava, come a 
re giusto et loro antico naturale signore. Il che non gli saria 
stato diffìcile, rispetto che molti bascià, baglierhei di Natò- 
lia, di Caramania e sangiacchi, erano andati all'impresa di 
Cipro, avendo lasciato il paese privo d'ogni presidio di gente; 
oltrecchè la S. V. insieme colli principi averia in modo te- 
nuto oppresse in quelle parti le forze di esso Selino , che 
non saria mai stato ardito di abbandonar Costantinopoli per 
passare in Asia. 

» Mirza, dopo di avermi con attenzione ascoltato, disse che 
era proprio dei signori ottomani il primo e secondo anno 
del loro imperio romper ogni promessa , dicendo esser be- 
nissimo istrutto della loro poca fede , e che avria data la 
lettera al re e fattogli sapere le cose da me intese, procu- 
rando di farmi avere udienza quanto prima, e più segreta- 
mente; perchè in tal negozio conosceva esser così l'intenzione 
sua, rispetto che l'ambasciatore d'Inghilterra già poco tempo 
avendole baciato pubblicamente la mano, avea messo in gran 
sospetto li bascià delli confini, li quali fin allora dissero che 
S. M. era per unirsi colli Franchi ; il che se lo farà , non 
vorrà che di ciò abbiano avviso alcuno, nemmeno occasione di 
sospettare sicché coglierlo potrà alla sprovvista; dimandan- 
domi se di certo la lega era conclusa e quali principi erano 
più potenti in mare. Gli dissi, la Serenità Vostra, la maestà 
del re di Spagna ed il sommo pontefice; mi domandò se il 
re di Portogallo era compreso in detta lega , gli dissi che 
ancor lui era per entrare, perchè oltre l'essere congiunto di 
stato e di volontà col re di Spagna, era figliuolo di una 
sua sorella ; mi dimandò etiam del re di Francia : risposi 
che al presente non aveva galere; e qui si pose fine, par- 
tendomi accompagnato dal suo maggiordomo , il quale mi 
disse che Mirza di queste nuove sentiva grandissimo piacere, 
e che ogni particolare avria riferito al padre. 

« Stando io in aspettazione di essere chiamato al re , et 
passati alcuni giorni dissi alli Armeni, i quali del continuo 
erano alla porla di Mirza, che mi pareva strano non aver 
•'* Bollettino Consolare, Voi III. 



34 

avviso alcuno di essere introdotto, e mi sarebbe stato caro 
che dal maggiordomo avessero inteso se a S. M. era stata 
presentata la lettera e quello che l'aveva comandato: i quali 
intesero che la mattina seguente Mirza gliela avea presen- 
tata in quel vasetto , che era stato in lungo ragionamento 
col padre , ma non sapevasi quello avesse ordinato. Il se- 
condo giorno andai dal detto maggiordomo , il quale disse 
aver inteso da Mirza che il re aveva comandato che mi fer- 
massi , e fatta tradurre la lettera dal dragomanno che fu 
dell'ambasciatore d'Inghilterra, il quale si era fatto turco, 
e visto che per quella accusava una antecedente mandata 
da V. S. per un chogia Ali mercante di Tauris, però voleva 
vedere anche quella , poi mi avria spedito. Gli dissi che 
detto mercante non poteva molto tardare, essendosi partito 
da Venezia due mesi prima di me, e che sebbene la S. V. 
mi aveva imposto diligenza, mi acquetava col volere di S. M. 

» In questo intervallo di tempo cercai di istruirmi di ogni 
particolare, si della persona ed animo di questore e figliuolo, 
come dei signori da loro chiamati sultani, del modo di go- 
verno di quella corte e regno, delle loro entrate e spese et 
etiam della qualità e numero di milizie che possono fare, come 
dalla S. V. nell'ultimo del mio partir mi fu comandato che 
io avessi ad osservare , le quali cose non scriverò al pre- 
sente, si per non attediar colla lunghezza loro la S. V., come 
per non essere in atto di poterlo fare. 

» Giunse a'3 di novembre chogia Ali accompagnato da un 
gentiluomo del sultano di Tauris parente del gran cancelliere al 
quale fu indiricciato, e subito condotto al reprima ch'io sapessi 
la sua venuta, il quale aspettai che uscisse dal palazzo, e ini 
riferi che S. M. gli aveva dimandato dove si aveva tratte- 
nuto tanto tempo e che era molti giorni che lo aspettava 
e avvicinandosegli disse: questo è di quel bel panno di Ve- 
nezia, avendo chogia Ali fatto presente di tre veste. Gli diede 
il libro dicendo che la lettera della S. V. era là nella co- 
perta, il re ordinò al nipote figliuolo di Godabem Mirza, 
primo figliuolo di S. M. che dovesse portarle dentro alle 
donne; gli domandò se era vero della lega, e se a Venezia 
era carestia di grano, rispose esser la lega conclusa al fermo, 
e che al presente vi era abundanzia non avendo durato la* 
carestia se non che ì mesi, domandò seiu detto tempo si Lro- 



35 

vava pane, disse che ve ne era quantità grande e che per tulle 
le piazze si vendeva ma era caro; rispose il re di ciò poco 
importava dicendo questo esser contrario agli avvisi che da 
un ciaus di Erzerum li furono dati, il quale disse che non 
si trovava pane per danari e che perciò moriva molta gente; 
domandò se il signor di Transilvania era sollevato contro 
il Turco, disse di sì, e che essendo in Andrianopoli passò 
Acmat bascià, il quale con esercito andava contro detto si- 
gnore. 11 re si lontanò alquanto da chogia Ali, e disse ai sul- 
tani signori, la lega di certo è conclusa, ed il Transiivano 
che era l'ala destra dell'esercito degli Ottomani si è levato 
contro loro. Di nuovo S. M. domandò se aveva vedute le 
preparazioni dell'armata e se era in gran numero; disse che 
aveva contato 300 galere, 20 galere grosse e molte navi di- 
cendogli ogni particolare, come erano armate e quanta ar- 
tiglieria che v'era sopra, e che aveva inteso esser quelle di 
Spagna 100 e 50 quelle del Papa ; e volendo incominciare 
a parlare del negozio della lettera, il re disse che ei sapeva 
ogni cosa; così restò, e rivolto al cancelliere, replicando 
disse: bene bene, fermandosi per un poco; poi ordinò ad un 
Turco che con diligenza dovesse andare a Shirvan a far le- 
vare 28 pezzi d'artiglieria che si trovava a Sanbiachi città 
vicina al gran Caspio e condurli nel castello di Derbentalli 
confini del Turco, e che etiam fosse condotto dal detto luoco 
600 somme di camelli di armadura vicino a Tauris. 

» Dato che ebbe S. M. questi ordini, presente chogia Ali, li 
dimandò se era vero che il bascià fosse andato all'impresa 
di Gandia , il quale rispose non saper di certo , ma aver 
inteso che l'armata di V. S. dovrà invernar in quelle parti, 
e che se fosse andato il bascià sopra quell'isola , al fermo 
si avria incontrato e saria seguita battaglia, domandò che 
forma aveva il galione e se era vero che sopra vi fosse 300 
bocche da fuoco. Chogia Ali disse che tra grandi e piccole 
passavano questo numero, il capitano delia guardia, che da 
loro è chiamato dirsi bassi, disse che li pareva impossibile, 
il re rispose che in materia di legni armati e di artiglieria 
tutto quello che intendeva dei Veneziani dovesse crederlo, 
perchè per via di Aleppo, di Costantinopoli ed altri luochi 
aveva avvisi conformi, dicendo che chogia Ali dovesse parlare 
o dire tutto quello sapeva. Il qual rispose aver veduto tante 



36 

cose che m un subito non le poteva dir cosi presto; disse il re 
che non partisse, ed ordinò che si fermasse, ma avendo aspet- 
tato fin ora tarda entro alle donne, fu licenziato. Io, desi- 
derando espedizione, andai da sultan Caidar Mirza e dissi 
a sua signorìa che chogia Ali era giunto, e che io deside- 
rava qualche risposta essendo vicino a tre mesi ch'io mi 
trovava a quella corte ; mi disse che l'aveva veduto a par- 
lare col re, e che quanto alla espedizione mia con la venuta 
di questo facilmente potrà venir a memoria a suo padre ed 
espedirmi, perchè lui conosceva la sua natura che non vo- 
leva gli fosse ricordata cosa alcuna, e che però bisognava 
aspettare. 

» Di ciò consigliatomi con chogia Ali , disse avria par- 
lato al gran cancelliere, dal quale ebbe risposta che questo 
negozio era indiricciato con Mirza e che non sapeva come 
ricordarlo a S. M., ma che bisognava aspettar uno o due 
anni per veder prima qualche buon progresso di questa 
guerra, poi averla risposto, che questo era signor prudente 
ed in simil negozio si governava coll'occasione e con il tempo, 
che li presenti disturbi del Ghilan impedivan la risoluzione 
di altri affari. Chogia Ali disse al signor segretario che la S. V. 
mi aveva imposto diligenza, e che però instavo espedizione, 
il qual rispose che a gran negozio vi voleva gran tempo a 
risolvere. Stando io in molto travaglio di animo , sia per 
la irresoluzione loro, come perchè li denari mi erano venuti 
a manco, mi fu arricordato da quelli Armeni che mi indi- 
rizzarono a Mirza che dovessi trovarmi con un signore chia- 
mato Eminlicbes famigliarissimo del re , il quale trattava 
molti importanti negozi. Andai da detto signore con un pic- 
ciol presente e gli diedi conto del successo, e lo pregai ad ìn- 
terponersi alla mia espedizione, il qual mi promise con 
l'occasione di farlo. Due giorni dopo mi mandò a chiamare 
e mi disse che aveva parlato con S. M. la quale aveva visto 
il tenore delle due lettere, che Mirza oltre li aver parlatole 
a viva voce di tal negozio, lo aveva etiam posto in scrittura 
tutto quello che nella prima udienza aveva ragionato con 
me, e data essa scrittura al re, che al presente non poteva 
con animo riposato far rispondere a detta lettera, e che aveva 
comandato che essendo qui due per uh effetto, l'uno fosse 
licenziato e l'altro restasse per la risposta. Ringraziai detto 



37 
signore del cortese ufficio e mi trovai con chogia Ali e li ri- 
ferii l'ordine del re, il quale disse che lui saria restato vo- 
lentieri, sì perchè aveva già venduta la sua mercanzia a 
tempo, come perchè quella promessa che dalla S. V. li è 
stata fatta, è con condizione che abbia portar risposta della 
lettera a lui data. Io vedendo il desiderio suo di restare, e 
sapendo che questo caso era poco servizio di V. S. che più 
lui che io per tal causa restasse, risolsi di partirmi ed il 
giorno seguente presi licenza da sultan GaidarMirza, e gli 
dissi quanto la maestà del padre aveva comandato , e che 
con buona grazia di S. A. mi volevo partire. Mi disse che 
gli dispiaceva che io forse contro il volere mio avessi tar- 
dato tanto ; ma che l' ordinario dei negozi di questa corte 
portava seco lunghezza di tempo, volendo il re vedere mi- 
nutamente ogni cosa, e che lo raccomandassi alla S. V. 
Ringraziai S. A. e dissi che la V. S. nelle occasioni non saria 
mancata con degni affetti, dimostrarli grata corrispondenza; 
e nel partire il suo maggiordomo mi disse che l'aveva mo- 
strato a Mirza li tre zecchini che nella prima udienza io gli 
aveva donati, i quali erano coll'impronta di V. S., e che li 
erano molto piaciuti e desiderava di darmi moneta di quanti 
ne aveva io, veramente non me ne trovava più che 12 nuovi, 
glieli diedi, né volsi in cambio altro danaro. 

« Mirza mi mandò un tappeto di seta di quattro braccia, 

facendomi dire che per memoria sua lo godessi, perchè in 

memoria di V. S. avria tenuti presso di lui detti zecchini; 

et nella buona gratia di V. S. humilmente mi raccomando». 

Di Cracovia, alli 24 di luglio 1574. 

Di Vostra Serenità, 

Humilissimo Servitore 
Vincenzo di Alessandri. 



Cosi l'Alessandri, non ammesso all'udienza del re Thamasp, 
convenne ritirarsi, e tornato a Venezia dopo un altro fati- 
cosissimo viaggio (1) lesse nel consiglio dei X e zonta 



(1) Documento XXV. 



38 

gli II di ottobre 1572 la relazione di questa sua ambasceria, 
nella quale sono affermate alcune cose per verità tanto 
straordinarie che fanno credere, come pur dubitava il Fo- 
scarini, che l'esito poco felice della sua legazione in Persia 
lo abbia reso proclive ad esagerare le non buone qualità di 
quel re e di quel governo. La relazione dell'Alessandri (1) 
contiene notizie sui paesi che componevano la Persia, sul 
loro grado di civiltà e prosperità, sulla persona del re e 
qualità dello animo suo e dei suoi figliuoli, sulla corte, i 
ministri, il modo di trattare gli affari e di amministrare la 
giustizia , insomma su tutto ciò ch'egli riputò degno d'es- 
sere rappresentato. 

La repubblica di Venezia pertanto, abbandonata dai prin- 
cipi della lega dopo la gloriosa battaglia di Lepanto, e non 
assistita dalla Persia, stipulava nel 1572 la pace col Turco, 
perdendo un'altra occasione di abbattere la costui potenza, 
mediante il vagheggiato accordo colla Persia; il quale fa- 
talmente non potò mai verificarsi, perocché le vicende poli- 
tiche ed economiche dell'uno e dell'altro Stato, non per- 
misero che nello stesso tempo ambedue si trovassero pronti 
contro il comune nemico. 

Arrivava in fatti a Venezia nell'anno 1580 chogia Mohammed 
persiano, uomo di 80 anni, latore di una lettera di quel re 
Mohammed Khodabend, che dichiara vasi pronto a corrispon- 
dere all'invito fatto al suo predecessore dall'Alessandri (2). 
Il legato persiano giustificava il reThamasp di non avere intra- 
presa la guerra, perchè vecchio ed infermo; ed esponeva che 
il nuovo re era in campo con formidabile esercito nella via 
di Babilonia contro i Turchi, che i sultani avevano giurato 
di non deporre le armi per anni 15, e che chiedevasi alla 
repubblica soltanto di dimostrare in qualche maniera il suo 
morale concorso. 

La missione di Mohammed fu secretissima, per non destare 
gelosie ai Turchi. Accolto in casa dell'Alessandri, ebbe egli di 
notte conferenza con due secretarli della cancelleria ducale, 
che lo invitarono a dettare non solo quanto gli era stato com- 



(1) Documento XXVI. 

(2) Documento XXVII. 



39 
messo dal suo re, ma tutte le particolari notizie delle cose 
persiane che erano a sua cognizione. 

Questa relazione fu presentata al Consiglio dei X (1), ii 
quale ai 13 di giugno deliberava che il doge ricevesse se* 
cretamente l'oratore persiano, e gli facesse leggere la se- 
guente risposta: 

« Per l'affezione grandissima che noi portiamo al sereni s- 
» simo re di Persia, havendo la Signoria Nostra sempre avuto 
» buona amicitia con li serenissimi suoi predecessori , ha- 
» verno veduto gratamente voi, mandato qui per ordine di 
» S. IL, ed udite volentieri ,le lettere che ci avete portate, 
» et in risposta vi dicemo: che noi desideriamo intender 
» sempre felici successi di S. M. come di re giustissimo e 
» valorosissimo, et nostro amico, onde avemo pregato et 
» pregamo di cuore il signor Dio che li doni Victoria, et 
» speriamo che cosi sarà, poiché difende una causa giusta 
» et comanda ad una nazione valorosissima et solita ad es- 
» ser sempre victoriosa. 

» Noi non vi diamo lettere nostre per non mettere in peri- 
» colo la vostra persona che ne è carissima, per la prudentia 
» che conoscemo essere in voi; ma riferirete a bocca a quei 
» signori che vi hanno mandato, ed anche a Sua Maestà que- 
» sta nostra buona volontà, nella quale continueremo sempre, 
» sperando nel Signor Dio, che continuando la guerra darà 
» occasione non solamente a noi, ma anco a tutta la christia- 
» nità, di mostrare con effetti il commi desiderio ; et per segno 
» che vi abbiamo veduto volentieri vi sarà dato dal segretario 
)> nostro un presente che goderete per memoria nostra (2) ». 

Così fu licenziato l'oratore persiano col dono di 300 zec- 
chini, perocché non parve al Consiglio dei X di rompere 
la pace testé firmata colla Turchia, mentre le agitazioni della 
Persia e la instabilità di quel trono non potevano assicu- 
rare un vigoroso e durevole concorso da quella parte. 

Però la politica dei Veneziani non si ristette dal mirare 
ancora e perseverantemente alla Persia, come a naturale 
alleata nel momento opportuno di tentare di nuovo la sorte 
delle armi. 

(1) Documento XXVIII. 

(2) Esp. Princ. Registri anni l:>80-83. Ardi, secreto del Collegio. 



40 

Fra i codici del conte Manin in Venezia si conserva un'ano- 
nima relazione dell' imporo dei Turchi e dei Persiani del- 
l'anno 1575, nella quale sono ripetute le cause naturali e 
permanenti dell'avversione fra quei due imperi (1); e fra i 
codici del cavaliere Cicogna, il trattato della guerra di Per- 
sia del 1578 presentato al senato dal bailo in Costantino- 
poli ser Nicolò Barbarigo, e la relazione delle turbolenze 
che agitarono la Persia sotto Ismaìl, scritta a quanto pare 
dal console veneto in Soria, Teodoro Balbi, nel 1582 (2). 

La guerra turco-persiana è poi descritta anche nella re- 
lazione del console Giovanni Michele 1587 (3), che ne indica 
le cause, cioè: l'antica dissensione di fede, e il desiderio am- 
bizioso di Amurath d'estendere i confini del suo impero a 
danno della Persia, approfittando delle discordie insorte in 
quel regno dopo la morte di Thamasp fra i partigiani di 
Caidar e quelli d* Ismaìl. 

Continue e particolari informazioni sulla guerra di Persia 
e sulle condizioni di quel regno pervennero al senato colle 
relazioni ufficiali dei consoli in Soria, Andrea Navagero 1574, 
e Pietro Michele 1584 (4), e dei baili Giovanni Soranzo 1576, 
Paolo Contarmi 1583, e Francesco Morosini 1585 (5). Quest'ul- 
timo ricordava quanto importasse la concordia dei principi 
cristiani contro la Turchia, che dalle loro diffidenze soltanto 
traeva la propria forza ; e come a farle notabile offesa , 
modo più facile e più sicuro non v'era che d'irrompere dalla 
parte della Russia e della Persia, mentre un'armata navale 
penetrasse nel Bosforo ed attaccasse direttamente i castelli 
dell'arcipelago « con che poteasi sperar certo di scacciare 
lilialmente i Turchi dall'Europa », 

Ma il bailo Lorenzo Bernardo, che lesse la sua relazione in 
senato nel 1592 (6), opinava che la dissoluzione dell'impero ot- 
tomano non poteasi sperare se non che dalla corruzione interna 
di quel governo : perocché la Persia, unico stato che avrebbe 



(1) Raccolta Svajer, n. 878. 

(2) Cod. MDCCLXII. 

(3) Alberi, Relazioni venete, serie III, voi. II. 

(4) Relazioui consolari inedite, presso di me. 

(5) Alberi, Serie III, voi. H. 

(6) Albóri, ibid. 



41 

potuto largii concorrenza o raccoglierne L'eredità, restava 
abbattuta dall'ultima guerra che le tolse la Media, il Korassan, 
parte dell'Armenia e la città di Tauris. « Le cause di tanta 
» perdita e rovina dell'impero persiano, egli disse, sono due: 
» l'ima intrinseca, l' altra estrinseca. La prima è stata la 
» discordia insorta fra i fratelli del re, e fra il re ed i sul- 
» tani e principi di quel regno, per la quale esso restò di- 
y> viso; la seconda, la guerra promossa da Usbech re dei 
» Tartari e signore di Samarcanda, il quale, sia per secreta 
» intelligenza col Turco, sia per altre cause, attaccava la 
» Persia dalla parte settentrionale, e le toglieva il paese di 
» Korassan, nello stesso tempo che ferveva la lotta contro 
» la Turchia, la quale ebbe così agio di toglierle tanto paese 
» dalla parte di occidente e di mezzogiorno. A queste cause 
» particolari si aggiungano le generali della debolezza della 
» Persia, cioè la forma di quel governo, l'organizzazione di 
» quella milizia, e la mancanza d'artiglieria ». 

Senonchò lo shàh Abbas il grande, salito sul trono, re- 
staurava l'impero persiano con splendide vittorie e con saggi 
ordinamenti, e stringeva maggiormente l'antica amicizia e 
la buona corrispondenza colla repubblica di Venezia. 



III. 



Questo giovane principe salito al trono nell'età di anni ÌS, 
per la immatura e violenta morte del fratello, ebbe la ven- 
tura di rimetterlo in onore, e di ristorare le sorti della Persia. 
E conoscendo quanto importava a quella regione la ottima 
corrispondenza colia repubblica di Venezia, pei rispetti del 
comune nemico , e per quelli del traffico che minacciava 
dirigersi tutto per la nuova via aperta alla navigazione, egli 
mandò varii oratori a Venezia collo scopo di dare, come si 
espresse con formula singolare, una mossa o scoria alla ca- 
tena che teneva strettamente congiunto l'amor suo alla re- 
pubblica, e lo interesse reciproco dei due Stati. 

Di già i consoli veneti nella Siria ed i baili a Costanti- 
nopoli avevano riferite in senato le gesta e le virtù di Ab- 
bas, che fu meritamente onorato del nome di grande, ed in 
particolare Alessandro Malipiero nell'anno 1596 aveva mi- 



42 

nutamente informato intorno le riforme date da esso ai suoi 
stati , le conquiste fatte , e le sue differenze col kan dei 
Tartari rispetto .all'acquisto del Korassan, le quali difficol- 
tarono le sue marcie nei paesi ottomani (1). 
Ecco il ritratto di Abbas, letto in senato dai Malipiero : 
« Questo principe è di mediocre statura, di corpo ben 
» disposto e proporzionato, di carnagione bruna, di aspetto 
» nobile e di occhi vivi e molto spiritosi. E per natura . af- 
» fabile, molto umano e tratta con ogni sorta di persone 
» domesticamente, lontano in tutto da quella tanta gran- 
» dezza che sogliono ostentare i Turchi. E magnifico e molto 
» liberale, massime coi soldati, i quali da ogni parte con 
» larghissimi partiti va raccogliendo. Ma soprattutto è di 
» mente giustissima, di spirito molto capace ed intendente, 
» risoluto e presto in tutte le azioni sue. Ha gran concetti 
» nell'animo, ed aspira a rimettere il regno di Persia nel- 
» l'antica sua grandezza ed onore: né manca altro alle 
» eroiche sue condizioni, che forze corrispondenti alle qua- 
» lità del suo generosissimo animo ». 

Pietro Della Valle poi, nel suo raro e curioso libro Sulle 
condUionì di Abbas re della Persia, stampato in Venezia nel 1 628, 
narra che la conquista del Laristan , che è la chiave del 
golfo Persico, sia stata fatta da quel re per eccitamento dei 
Veneziani che dimoravano alla sua corte, e dei quali alta- 
mente i consigli apprezzava. « Un mercatante venetiano, 
» così egli dice, era andato in Ormus pei suoi traffici, e da 
» Bassorah avea ivi condotta una giovane Christiana della 
» quale erasi invaghito. Seppe egli che dai ministri eccle- 
» siastici portoghesi voleasi torgliergli la donna sua; laonde 
» pensò ricondurla a Bassorah , et allestite le cose sue, 
» si diresse a quella città attraversando il paese di Lar. 
» Quivi dominava Ibraim kan, il quale, avute nuove di quella 
» giovane, e saputo che era bella, la volse per se, e fecela 
» con violenza rapire, mandando a male tutte le robe del 
» venetiano. Questi punto atrocemente nell'amore e nell'inte- 
» resse , pensò di ricorrere al re Abbas , presso il quale 
» sapeva trovarsi un altro veneziano, allora molto favorito, 



M) Relazione inedita presentala in senato il 1G febbraio i59f>. 



43 

» siccome il primo europeo che era capitato a quella corte; 
» e col suo mezzo fece istanza al re di vendicare gli op- 
» pressi: considerandogli, come qualora i viaggiatori patis- 
» sero per quelle vie tali ingiurie, si sarebbero i mercatanti 
» stranieri disanimati a far quei viaggi con detrimento del 
» commercio persiano. Altamente Abbas si sdegnò, e chiesta 
» inutilmente ad Ibraim la restituzione della donna e della 
» roba del veneziano, ordinò all'esercito di Alla hurdi di 
» penetrare nel paese di Lar e di non cessare la guerra 
» fino a che non lo avesse soggiogato del tutto. Così in 
» fatti avvenne, e in poco tempo, fatto anco prigioniero 
» Ibraim , potè il re di Persia unire ai suoi stati il paese 
» di Lar ». 

Nel giorno 1° di giugno dell'anno 1600 si presentò nell'ec- 
cellentissimo collegio il dragomanno Giacomo Nores (1) per 
annunciare l'arrivo di un oratore del re di Persia. 

Il messo persiano chiamavasi Efet beg, persona di stima 
e di molta grazia appresso quel re. Fu egli introdotto l'8 di 
giugno in collegio, e fatto sedere vicino ai Savii di Terra- 
ferma, fece la sua esposizione con alquante parole in lin- 
gua persiana, interpretate dal dragomanno Nores, in signifi- 
cazione della buona volontà del sufi verso la repubblica, il 
cui nome era non solo amato, ma riverito grandemente nella 
Persia, ed in favore del reciproco commercio dei due Stati. 
Portatosi quindi a baciare la mano al doge gli presentò la 
lettera di Abbas (2) che ricercava favore particolare intorno alla 
provvisione di alcune merci, e si estendeva in ufficii di con- 
firmazione di quella buona amicizia che aveva sempre sus- 
sistito tra la repubblica di Venezia e la Persia. 

Ad attestare la quale portò inoltre il persiano, a nome del 
suo re, un panno tessuto d'oro e di velluto rappresentante 
l'Annunciazione di Maria Vergine, fatto fare apposta, in mi- 
sura di 7 a 8 braccia e che fu riposto nelle sale del Con- 
siglio dei Dieci (3). 

Il serenissimo principe assicurò 1' oratore persiano , che 
la repubblica teneva in gran conto la perfetta corrispon- 
di Documento XXIX. 

(2) Documento XXX. 

(3) Libro cerimoniali. Arch. gen. 



44 

denza col suo re, cui augurava ogni prosperità, e ringra- 
ziandolo del dono recato, gli promise favorevole risoluzio- 
ne intorno a ciò che ricercava la lettera dello shàh. Il se- 
nato in fatti aderì ad ogni inchiesta del persiano, ed ordinò 
che gli venissero dati pel suo re alcuni doni del valore di 
ducati d'oro duecento, ed una lettera ducale la quale at- 
testasse allo shàh Àbbas « che mai in alcun tempo egli 
» potrebbe desiderare migliore, nò più ben disposta volontà 
» di quella che in tutte le occorrenze le comproverebbe il 
» sincerissimo animo della veneta signorìa (1) ». 

Questo oratore precedette di poco tempo una splendida 
legazione pervenuta dalla Persia in Venezia nell'anno 1603, 
ed accolta colle più solenni formalità. 

Annunciata dal dragomanno Nores fu la legazione persiana 
introdotta a' dì 5 marzo 1603 nella sala del collegio (2). 
La componevano Fethy bei, persona di alta condizione, ed 
agente particolare del re (3), il dragomanno, sei persiani e 
tre armeni del seguito, ciascuno dei quali portava doni per la 
serenissima signorìa. 

Posti i Persiani a sedere a destra ed a sinistra del prin- 
cipe, rimase in piedi dinanzi al tribunale il solo Fethy bei, 
che nella sua lingua interpretata dal dragomanno disse; 
« Che si rallegrava di veder la faccia di Sua Serenità, come 
» quella di signore giusto, potente e glorioso ». 

Ed avendogli il doge risposto « che sentiva di ciò pia- 
» cere, e che lo vedeva di lieto animo, perchè inviato da un 
» principe, grande, potente e molto amato dalla repubblica». 
Il persiano così continuò (4): « Sogliono alle volte li prin- 
» cipi grandi visitarsi l'un l'altro col mezzo di lettere, per 
» continuare ed accreditare di questa maniera l'amicizia e 
» buona corrispondenza che hanno insieme ; laonde il mio 
j> signore che onora ed ama grandemente la repubblica, mi 



(1) Documento XXXI. 

(2) Cerimoniali cit. 

(3) Il traffico in Persia non pregiudicava alla nobiltà o alla condizione 
elevata delle persone. Lo stesso re aveva agenti che mercatavano nei 
paesi lontani per suo conto, ancorché investiti di distinto carattere pub- 
blico. Mss. Dona. 

(4) Esp. Collegio. 



4o 

» ha accompagnalo con una lettera a Vostra Serenità, per 
» continuare ed accrescere l'amicizia e la buona corrispon- 
» denza che hanno insieme » ; e poiché eragli stato ordi- 
nato di presentarla nelle proprie mani del doge , la trasse 
dal seno, ove la teneva riposta entro una borsa di seta rossa 
ricamata in argento, la baciò ed offerse al doge (1): aggiun- 
gendo, che in essa il re raccomandava inoltre la persona sua 
e la spedizione dei suoi affari, che consistevano nell'acquisto 
di archibugi e di zacchi. 

Il serenissimo principe Marino Grimani, presa la lettera 
rispose: « che la dimostrazione cosi continuata di amore e 
di ottima volontà del re di Persia verso la repubblica era 
largamente corrisposta da una vera e sincera affezione, e 
che a suo tempo si darebbe al suo ben accetto oratore la 
risposta, assicurandolo intanto che la persona sua, come rac- 
comandata da S. M. sarebbe stata benissimo trattata ed in- 
teramente soddisfatta ». 

Allora il persiano, offerendo una piccola nota scritta nella 
sua lingua (2), soggiunse che il suo re presentava alla re- 
pubblica i doni ivi indicati, e che erano portati dai nove 
uomini del suo seguito, e pregò il doge di farseli recare 
davanti. 

Così fa fatto. E per primo fu spiegato un manto tessuto 
d'oro. « Questo, disse il persiano, il mio re ha fatto fab- 
» bricare apposta per la Serenità Vostra, ed ò tutto di un 
» pezzo senza cucitura, e lo manda a Lei in particolare, 
» acciocché si contenti per amor suo ed in memoria di S. M. 
» portarlo Ella stessa in dosso. Ne ha fatto fare un altro 
» simile a questo, e lo ha mandato a presentare al re di Mogol 
» suo grande amico ». 

Fu poi spiegato un tappeto di seta, tessuto in oro, ed 
a colori, lungo quattro braccia, e largo tre; « Questo, disse 
» il persiano, è dei più belli tappeti che si facciano. Il mio 
» re avendo inteso che ogni anno si mette fuori il tesoro 
» di S. Marco, tanto famoso per tutto il mondo, lo manda 
» alla Serenità Vostra, perchè si contenti ordinare che ogni 



(1) Documento XXXII. 

(2) Documento XXX11I 



46 

» volta che si esporrà il tesoro sia esso esposto sopra que- 
» sto tappeto (1) per la sua gran bellezza. 

Quindi, mostrato un panno di velluto, colle figure di Cristo 
e di Maria tessute in oro, lungo 7 braccia: « E questo, disse 
» il persiano, il re manda perchè sia presentato alla chiesa 
» di S. Marco ». 

Furono inoltre spiegate sei vesti in pezza, cioè tre di seta 
tessute in oro, e tre altre di seta leggiera a varii colori. 

Il serenissimo principe rispose: che aggradivasi il nobi- 
lissimo presente ben degno di re così grande, e tanto amato 
ed onorato dalla repubblica, e che sarebbe riposto in luogo 
degno, a perpetua memoria della Maestà Sua (2). 

E nel giorno seguente ordinavasi che tutti i doni re- 
cati dal legato persiano t'ossero consegnati alla chiesa di 
S. Marco, commettendo a quei procuratori di far convertire 
le vesti in tante pianete, e di esporre il tappeto nei giorni 
solenni sullo sgabello del doge (3). Ordini che furono pun- 
tualmente eseguiti (4). Comandava inoltre il senato ai G di 
marzo (5) ed ai 14 di agosto , che si spendessero duecento 
ducati in rinfrescamenti di Fethy bei , e lo si regalasse di 
alcune vesti di seta pel valore di altri ducati duecento; che 
a ciascun uomo del suo seguito si donasse una veste di 
panno scarlatto (6), e finalmente che si spendessero ducati 
mille trecento sessanta nei doni pel re della Persia, i quali 
furono: un bacile con ramino d'argento dorato a figure, 
ed uno simile di argento puro, un catino d'argento con oro 
e brocca simile, due fiaschi d'argento intagliati col vetro, 
un'armatura completa, due zacchi forniti l'uno verde in oro, 
l'altro rosso, e quattro archibugi lavorati in radice con perle 
e oro (7). Inoltre il legato persiano fu favorito nei suoi 



(1) Conforme all'usanza persiana. 

(2) Iscrizioni venete del Cicogna, voi. V, pag. 645. 

(3) Commemorale XXVI. 

(4) Ricevuta 9 marzo 1603 dalla fabbriceria di S. Marco, in atli Guglielmo 
di Mapheis, notaio dei procuratori de supra. Il tappeto tuttora si con- 
serva nella sacristia di S. Marco, ma in cattivo stato. 

fo) Documento XXXIV. 

(6) Commemoriale XXVI, pag. 159. 

(7) Deliberazione del Senato, 22 settembre 1603. 



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OFTHE 

UNIVERSITY OF ILLINOIS 



47 

acquisti (l), e gli fu consegnata una lettera ducale pel suo 
re, colla quale ringraziandolo della missione dell'ambascia- 
tore, lo si assicurava, dell'ottima disposizione della repub- 
blica verso la Persia, e del desiderio vivissimo di manifestarla 
al mondo, mediante veri effetti, e di aumentarla a beneficio 
del comune commercio (2). 

E per tramandare la memoria di cosi splendida amba- 
sceria , il senato commetteva a Gabriele Caliari di dipin- 
gere la presentazione degli oratori persiani, in una tela die 
ancora si ammira nella sala delle quattro porte del palazzo 
ducale, ed è una delle migliori sue opere (3). 

L'arrivo di Fethy bei a Venezia, oltrecchè giovò a man- 
tenere quella corrispondenza tra la Persia e la repubblica 
che tanto conveniva agli interessi politici e commerciali dei 
Veneziani ; destando gelosie al gransignore, lo rese così dis- 
posto alla pace, che rinnovò ed ampliò gli antichi trattati 
colla repubblica (4). 

L'oratore persiano, nel suo ritorno alla patria, trovò accesa 
la guerra fra il suo re e gl'Ottomani, sicché arrivato nella Siria 
gli furono sequestrati tutti gli oggetti che portava seco , 
parte dei quali poterono essere posti in salvo dal console 
di Venezia, e parte in questa stessa città furono rimandati. 

Laonde poco tempo dopo lo shàh Abbas , cui era impe- 
dito dall'esercito ottomano di spedire una formale legazione 
a Venezia, incaricava l'armeno Ghieos di presentare una sua 
lettera al doge per annunciargli non solo la guerra che al- 
lora fervea, ed esprimergli il suo desiderio di unirsi ai prin- 
cipi cristiani ed in particolare alia repubblica; ma eziandio 
per chiedergli notizie deli' ambasciatore Fethy bei (5). E 
quando poi egli seppe che le merci ed i doni della veneta 
signorìa erano presso il console della Soria, od a Venezia, 
qui spedì un altro suo messo, il chogia Seffer, che arrivava 
nel gennaio 1610. 



(1) Deliberazione del Senato, 22 agosto 1603, particolarmente sull'uscita 
dei 114 zacchi che egli avea comperati. 

(2) Documento XXXV. 

(3) Vedi la Tavola qui riportata. 

(i) Trattalo 7 marzo 160o, presentato dall'ambasciatore Mocenigo. 
(5) Documento XXXVI. 



48 

Il console nella Soria Giovanni Francesco Sagredo, rac- 
comandava questo oratore persiano al veneto senato, in con- 
templazione della potenza acquistata dallo shàh Abbas , la 
cui alleanza potea altamente giovare alla repubblica, e per 
corrispondere all'ottima inclinazione che quel re sempre 
avea addimostrata al nome ed agli interessi veneziani, per 
modo che alla sua corte qualunque ancorché di bassa con- 
dizione fosse o si facesse credere veneziano, era accolto e 
trattato con tale famigliarità e cortesia da non potersi de- 
siderare di più (1). 

A' 30 di gennaio 1610 il chogia Seffer con quattro persone 
di seguito, vestite tutte alla persiana, si presentò nel colle- 
gio, introdotto dal dragomanno Giacomo Nores ; espose lo 
scopo della sua venuta, il quale era di attestare alla veneta 
signorìa il desiderio vivissimo del re di Persia di perseve- 
rare nell'ottima corrispondenza ed unione, che ab antiquo 
sussisteva fra i due Stati e di accrescerla maggiormente (2); 
e presentando una lettera involta in due borse, una di raso, 
e l'altra di velluto, chiuse entro una scatola coperta di ric- 
chissimo drappo, soggiunse : « che con quella il re pregava 
» eziandio il serenissimo principe ad ordinare, che, al suo 
» messo fossero consegnate le robe di Fethy bei, che erano 
» ritornate a Venezia (3) ». 

Letta dal dragomanno la lettera, il doge espresse i rin- 
graziamenti della repubblica all'onorevole ufficio dello shàh 
di Persia, e promise di corrispondere al desiderio di lui. 

Quindi il senato deliberava che fossero a chogia Seffer con- 
segnati i chiesti oggetti (4) con un dono in danaro di ducati 200, 
ed in rinfrescamenti di ducati 100, e con una lettera du- 
cale al re della Persia per risposta a quella recata dal suo 
oratore (5). 

Gonchiusa poi la pace fra la Persia e la Turchia, perven- 
nero a Venezia nell'anno 1613, accompagnati da una lettera 



(1) Documento XXXVII. 

(2) Documento XXXVIII. 

(3) Vedi il fac-simile qui posto , ed il documento XXXIX, che ne è la 
traduzione. 

(4) Documento XL. 
(')) Documento XLl. 









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49 

di raccomandazione dello stesso Nasuf bashàh(l), primo visir 
a Costantinopoli, cine inviati persiani , Àlredin e Sassuar, per 
annunciare il felice evento della pace, ed attestare che il re 
della Persia: « nel suo puro et real animo, che a guisa del 
» sole non riceve in se né macchia, né menda di cattivi 
» pensieri, desiderava di continuare nella solita amicizia ed 
» unione colla signorìa di Venezia, avendo inteso con grande 
» soddisfazione dell'animo suo la stima ed il conto che ne- 
» gli stati della repubblica si faceva del nome persiano, e 
» bramava che si ristorasse la pratica ed il commercio che 
» sussisteva prima della guerra, assicurando che i veneti 
» mercanti sarebbero accolti con ogni favore nella Persia, 
» né mai molestati da alcuno o danneggiati, per quanto 
» importa un minimo capello della testa (2) ». 

Questi oratori persiani furono onorevolmente accolti e fa- 
voriti. Recarono essi a Venezia 50 colli di seta e molti dia- 
manti, ed esportarono merci preziose di vario genere che lo 
shàh aveva loro commesso di comperare, con un memo- 
riale del quale sarà fatto cenno nella Parte seconda, siccome 
saggio della qualità delle merci che in quel tempo la Persia 
ricercava a Venezia. 

Sassuar ritornò poi di nuovo a Venezia, quale oratore 
persiano, nel 1621, per migliorare i rapporti internazionali 
dei due stati. E presentatosi in senato al 1° febbraio 1621 
insieme ad agì Aivas di Tauris (3), offrì una lettera dello shàh 
Abbas (4) con un dono di 4 tappeti, 25 pezze di giurini, e 
25 di lizari d'India. Benedetto Tagliapietra consigliere an- 
ziano ricevette, in assenza del doge, l'oratore persiano , e 
ringraziatolo della lettera e del dono, lo assicurò che la sua 
raccomandazione sarebbe stata tenuta in gran conto , molto 
importando alla repubblica l'amicizia del suo re, ed il facile 
commercio colla Persia. 

I preziosi drappi recati da Sassuar furono quindi conse- 



(1) Filza, Atti Turcheschi, Misceli. A. 

(2) Documento XLII. 

(3) Documento XLIII. 
(4; Documento XLIV. 

4 Bollettino Consolare, Voi. II 



50 

guati ai procuratori de supra per essere usati nelle pub- 
bliche cerimonie della chiesa di S. Marco (1). 

Allorquando poi la repubblica veneta fu minacciata del- 
l' impresa di Candia , per la cui difesa sacrificò e sangue 
e ricchezze, invano chiedendo agli Stati europei aiuto pos- 
sente per sostenere in quell'isola l'antemurale della civiltà, 
non mancò di dirigersi eziandio alla Persia, colla speranza 
di trovare almeno da quella parte una importante diver- 
sione , che le lasciasse agio a difendere i proprii possedi- 
menti. 

Nell'anno 1645, il senato mandò all'ambasciatore veneto 
in Polonia Giovanni Tiepolo (2) una lettera pel re di Persia, 
incaricandolo di spedirla in quel regno con apposito legato, 
e di pregare il re di Polonia di unire anch'egli un suo ora- 
tore per lo interesse comune della cristianità, minacciata dalla 
prepotenza ottomana. E commetteva inoltre a Domenico Santi, 
che era diretto in Persia dal papa , dall'imperatore , dal re 
di Polonia e dal gran duca di Toscana (3), di prendere la 
via della Siria e di recare una consimile lettera al re per- 
siano , per eccitarlo a muovere dalla sua parte contro la 
Turchia. 

Le due lettere ducali allo shàh della Persia portavano le 
date 2 dicembre 1645 (4) e 17 luglio 1646 (5). 

Ricordavano esse, come l'Ottomano avesse più volte portate 
le armi contro i di lui predecessori, per rendere più vasta e 
formidabile la sua potenza. Che politica tradizionale della 
Persia era di mirare all' indebolimento di lui, e che ora le 
si offeriva la opportunità, dacché stavano le armi ottomane 
impegnate in una impresa che non avrebbe mancato di spin- 
gere tutti i principi di Europa a frenare le usurpazioni della 
Turchia ; e che già la campagna era incominciata coi più 
lieti auspich, avendo la veneta armata assalita e danneg- 
giata la ottomana nello stretto. 



(1) Documento XLV. 1 quattro tappeti si conservano tuttora , ma in 
cattivo stato, nella chiesa di S. Marco. 

(2) Delti». Senato, 2 deoembre 1645. 

(3) Documento XLVI. 

(4) Documento XLVH. 
5) Documento XLVII1 



51 
ìl re di Polonia aderì alle istanze dell'ambasciatore vene- 
ziano, ed incaricò il nobile polacco Slich di recarsi in suo 
nome nella Persia, insieme al veneto legato padre Antonio 
di Fiandra domenicano, cui il Tiepolo avea consegnata la 
lettera ducale per lo shàh e le credenziali. 

L' ambasciata veneto-polacca partì il 2 ottobre 1646 da 
Varsavia, accompagnata da 25 gentiluomini polacchi, e per 
Mosca e Nishni-Novogorod giunse a Casari il 12 febbraio 
16 47, ove si riposò per tre mesi. Partita poi da Gasan a' 3 di 
maggio per il Volga , dopo un mese di procellosa naviga- 
zione sul Caspio , approdò alle spiaggie persiane e si di- 
resse ad Ispahan, ove giunse soltanto al 15 di settembre, 
pei disagi sofferti nel viaggio dall'ambasciatore polacco. Il 
quale appena arrivato in Ispahan ammalò gravemente per 
modo, che non potendo eseguire le commissioni del suo re, 
mandò a chiamare uno dei principali della corte persiana, e 
presentandogli il veneto legato, consegnò al padre Antonio 
le lettere e le credenziali sue proprie, dichiarando che quegli 
soddisferebbe alla ambasciata in nome del re di Polonia e 
della repubblica veneta. E pochi giorni dopo egli spirò, e fu 
sepolto con molto onore nella chiesa dei Carmelitani Scalzi. 
Introdotto il padre Antonio all'udienza del re il 27 di otto- 
bre, offerse le lettere del re di Polonia e della repubblica , 
ed ebbe per risposta che sarebbesi con lieto animo ricam- 
biata la loro amicizia. Invitato poi a stendere in lingua per- 
siana i punti principali della sua domanda, egli li presentò ; ma 
ottenne soltanto una vaga assicurazione che il re avrebbe assai 
volonlieri cercato occasione di corrispondere efficacemente ai 
desiderii dei principi cristiani, ed una lettera in questo senso 
al doge di Venezia, affettuosissima, ma senza impegni (1). 
La Persia in fatti non era in grado di corrispondere: pe- 
rocché aveva in quel tempo mandato un esercito nel regno 
di Conducar, cogliendo occasione e dalle discordie che dopo 
la morte del Gran Mogol erano insorte fra i di lui figli , e 
dalla guerra tra la Porta e Venezia, per ricuperare quel regno 
al kan dei Tartari Olbek , che dal Gran Mogol ne era stato 
spogliato. 
Ritornato a Venezia, il padre Antonio si presentò in se- 
di Documento XL1X 



52 

nato a' 28 di marzo 1049, e lesse una interessantissima e fi- 
nora inedita relazione della sua ambasciata, distinta in tre 
parti, cioè: 

1° Il suo viaggio in Persia, la miglior via per andarvi, 
e le accoglienze e gli onori ricevuti quale ambasciatore cri- 
stiano; 

2° Quello che ha trattato col re di Persia; 

3° Quello che si poteva sperare dallo shàh in aiuto della 
repubblica; conchiudendo che terminata la guerra nel Con- 
ducar, potevasi ritenere che il giovine e valoroso re persiano 
avrebbe rivolto le sue armi contro i Turchi (1). 

Il padre Antonio presentava inoltre una scrittura in data 
di Shangai 24 aprile 1648 dell'altro legato in Persia Do- 
menico Santi (2). 

La relazione del Santi che pure trovasi inedita è stillata 
in lingua italiana frammista di alcuni termini castigliani, 
locchè farebbe credere che , quantunque egli si annun- 
ciasse suddito della repubblica , fosse o nativo di Spagna 
o avesse ivi gran tempo dimorato. Narra il Santi l'esito 
della sua missione nella Persia , conforme a quello del 
padre Antonio di Fiandra, e si estende nei più minuti parti- 
colari intorno al disastroso suo viaggio, alle grandi spese 
che dovette sostenere, ed alla quantità dei doni che fu ob- 
bligato di presentare al re ed ai ministri per ottenere be- 
nevolo ascolto. 

Senonchè peggiorando le condizioni dei Veneti nell' isola 
di Gandia , la repubblica che aveva, si può dire , quasi in- 
vano chiesti sussidii ai principi della cristianità , tentò di 
nuovo dopo il 1660 di ricorrere alla Persia, dapprima con 
lettere dirette a quel re (3) , quindi accogliendo la offerta 
segreta dell' arcivescovo armeno Aranchies che proponeva 
di trattare la lega coi Persiani (4), e finalmente inviando alla 
corte dello shàh l'arcivescovo di Nashirvan. Ma pur troppo , 
mentre duravano queste pratiche , il regno di Gandia andò 
perduto. 



(1) Documento L. 

(2) Documento LI. 

(3) Documento LI!. 

(4) Documenti LUI e LIV 



53 

La repubblica di Venezia dovea anche in questa terza in- 
vasione ottomana resistere sola, e sacrificare generosamente 
il sangue dei suoi figli ed i propri tesori per difendere l'an- 
temurale della civiltà. Dopo una gloriosa lotta di 25 anni, 
che rese immortale la fama dei valore e della costanza dei 
Veneziani, il regno di Gandia fu occupato dalle truppe ot- 
tomane, la croce lasciò il posto alla mezza luna. 

Conchiusa appena la pace colla Turchia, arrivò in Venezia 
una importante missione dalla Persia. La componevano due 
padri domenicani: Maria di S. Giovanni ed Antonio di S. Na- 
zaro, incaricati dall'arcivescovo di Nashirvan di presentare 
al senato la relazione dei suoi negoziati colla Persia, e la 
risposta dello shàh agli inviti della repubblica (1). Gli atti 
di questa missione, l'ultima che dalla Persia venisse a Ve- 
nezia , chiaramente dimostrano le relazioni internazionali 
dei due stati, così rispetto alle comuni aspirazioni, come 
agli interessi del traffico ed alla tutela dei cristiani nell'Asia. 

Il 20 luglio 1673 i padri domenicani presentarono nel 
collegio la lettera dell'arcivescovo di Nashirvan (2) e quella 
del re di Persia , esprimendo in idioma turco lo incarico 
avuto dallo shàh di augurare al serenissimo principe le mag- 
giori prosperità, e di attestare la di lui stima ed osservanza 
alla repubblica (3). 

La lettera dell' arcivescovo esponeva : come dopo di aver 
corsi molti pericoli particolarmente in Erzerum dove fu ac- 
cusato per spia, egli giunse in Tspahan, presentò le lettere 
ducali allo shàh che le accolse affettuosamente, ed a cui narrò 
colla maggior efficaccia possibile le condizioni della guerra 
di Gandia. lire della Persia ascoltò attentamente ogni cosa, di 
tutto chiese le più minute notizie e promise di dare pronta 
soddisfazione alle proposte della repubblica. Ma la nuova 
sopraggiunta della resa di Candia , dal re con sorpresa e 
dolore sentita, mandò a vuoto le incamminate trattative; ed il 
desiderio dello shàh di soddisfare alle richieste del veneto 
senato, dovette limitarsi a franchigie e protezioni accordate 



(1) Documento LV. 

(2) Documento LVI 

(3) Esp Princ. 



Si 

ai cristiani nella Persia, le quali sono attestate nella stessa 
lettera del monarca persiano (I), né poteansi sperare mag- 
giori: perocché egli avea dato ordine, che per riguardo alla 
veneta signorìa venissero i cristiani rispettati ed onorati, e 
godessero privilegi ed immunità in tutte le città e terre della 
Persia ; ed anzi in qualsiasi luogo, dove si trovassero ahi- 
tazioni dei cristiani, le immunità loro accordate dovessero 
estendersi a tutti gli altri abitanti di qualsivoglia condizione 
o setta si fossero. Assicurava inoltre il re della Persia , di 
essere disposto ad accogliere con prontezza e di dare imme- 
diata esecuzione a ciò che alla veneta signoria sembrasse 
opportuno di proporgli , rispetto alle novità che potessero 
insorgere nei suoi rapporti coll'iinpero ottomano. 

Il dragomanno Fortis presentava quindi al senato una re- 
lazione di un colloquio secreto tenuto per ordine dei sa vii 
coi padri domenicani, i quali dissero che da lungo tempo il re 
persiano nutriva sentimento di vendetta contro gli Ottomani; 
e che se i capitoli della tregua di Babilonia e la guerra nel 
Gonducar l'avevano finora obbligato a simulare l'odio im- 
placabile contro i Turchi, il giovane e valoroso monarca de- 
siderava prossima occasione di battersi contro di loro, d'ac- 
cordo colla signoria di Venezia , il granduca di Moscovia 
ed il re di Polonia, persuaso che tali alleanze avrebbero ba- 
stato per finirla una volta coll'impero turchesco (2). Il Fortis 
aggiungeva nella sua relazione particolari notizie intorno 
alla condizione dell'esercito persiano, ed alcuni suggerimenti 
opportuni a mantenere per diversi scali il commercio colla 
Persia, durante la guerra, insieme ad una descrizione delle 
vie che da Venezia con ducevano in Ispahan. 

La repubblica fu assai lieta di questa legazione, ringraziò 
il re della Persia per la protezione ed i beneficii che accor- 
dava ai cristiani nei suoi regni, promise reciprocanza (3), 
regalò splendidamente i padri dominicani , il contegno, le 
pratiche e le proposizioni dell'arcivescovo di Nashirvan alta- 
mente commendò (4). 

(1) Documento LVI1. 

(2) Documento LVIII. 

(3) Documento LIX. 

(4) Delib. Senato, 22 e 28 luglio 1673. 



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58 

Onesta in l'ultima occasione, che per circostanze fatali la 
repubblica di Venezia ha perduta ; avvegnaché rinnovatasi 
la lotta colla Turchia nel 1695, essa invano tentò di asso- 
ciare ai suoi minacciati destini la Persia (1), ed allorquando 
nel 1714 il divano non potendosi adattare alla perdita della 
Marea, le intimava di nuovo la guerra siccome violatrice de- 
gli accordi di Carlovitz, essa non più ricorse alla Persia che 
stava impegnata in lotte civili, e soscrisse la pace di Passa- 
rovitz, che pose fine alle sue speranze in oriente. 

Però anche durante il secolo decimo ottavo le relazioni 
internazionali veneto-persiane si mantennero nello stesso co- 
stante carattere di ottima amicizia e corrispondenza. 

Quando la repubblica si avvide di non poter più recare 
ad effetto l'idea di dividere l'impero ottomano col concorso 
della Persia, non cessò di coltivare i buoni rapporti con quel 
governo, nella mira di proteggere gli interessi della cristia- 
nità in Asia. 

I pochi documenti che si hanno attestano come nei 1669 (2), 
in seguito a spedizione nella Persia di Antonio Doni, quello 
shàh dimostrasse alla repubblica la più favorevole dispo- 
sizione ad incontrare i suoi desiderii; e come efficacemente 
proteggesse ora il vicario generale padre Fassi raccomanda- 
togli dai Veneziani per istanza del granduca di Toscana (3), 
ora il padre Arachidi che pei cattolici volle edificare una 
chiesa in Erivan (4). 

Morto Suleiman nel 1692 e succedutogli Husein, la re- 
pubblica mandò al nuovo re, colle lettere di congratulazione, 
le più vive raccomandazioni in favore dei cristiani che abi- 
tavano nella Persia; le quali furono riscontrate con termini 
di adesione e di ringraziamento, e con espressioni di au- 
gurio pel mantenimento della stretta colleganza fra i due 
Stati. 

Questa lettera, di cui diamo nei documenti la traduzione (5), 
e qui il fac-simile, porta in luogo della sottoscrizione, non 
conosciuta dai maomettani, il grande sigillo reale detto 

(1) Documento LX. 

(2) Documento LXI. 

(3) Documento LXII. 

(4) Documenti LXII1 e LXIV, 

(5) Documento LXV. 



oG 

Ihmajoii, nulla forma elegante che usavasi pei trattati, let- 
tere patenti o missive all'estero, e il cui disegno, quale la 
fotografìa potò riprodurlo , ponemmo in fronte al presente 
volume (l). Esso contiene nel centro fra un bellissimo in- 
treccio di fiori e di foglie la cifra reale Sultan Husein ben 
Suleiman 1106, cioè il sultano Husein figlio di Solimano, 
anno 1694. All'intorno nelle dodici nicchie dovrehbonsi leg- 
gere i nomi dei dodici Imam, e al disopra la solita formula 
od invocazione religiosa dei Persiani. 

Nell'anno 1697 a' 13 di marzo si presentò in collegio il 
padre Pietro Paolo Palma arcivescovo d'Andra con breve di 
Innocenzo XII al re di Persia (2) pregando la repubblica di 
mediazione in favore del vescovo d'Ispahan e di quei missio- 
narii che erano stati esiliati dal suo regno. Ed il senato nella 
prossima tornata del 15 marzo deliberava di rivolgersi allo 
shàh, al patriarca armeno ed al gran Mogol (3). 

Finalmente essendo accaduta nel 1718 la spogliazione della 
chiesa dei Cappuccini a Tiflis , il veneto senato scriveva 



(i) Vedi la tavola al frontispizio. 

(2) Per curiosità ecco un saggio dei titoli usati dal re di Persia verso 
il Pontefice nel 1658 : 

« Luna del cielo, del .dominio della gloria, della equità, della potenza, 
« della magnificenza, della perfezione e della liberalità papa Clemente, 
« sostenimento convenevolissimo, trono della fortezza d'animo e della for- 
« tuna , di sublime maestà come Alessandro, magnanimo come Dario, 
« splendido come Gemsid, d'intelletto perspicace come Feriddum, di 
<« ingegno sublime come il re Chiaus, signore della giustizia come Nis- 
« servan, di prudenza singolare e di costumi rarissimi, intelligente 
« come Aristotile , di mente pura come Platone , firmamento degli 
« astri, via e corso dei medesimi, diadema del sole, luna corrente, lucido 
« orione, Giove felice, stabile Saturno, cjmpendio d'ogni ornamento , 
« di animo esemplare, di modestia segnalatissima, portatore dello sten- 
« dardo dei beneficii liberali, possessore di autorità reale e di tutte le 
<( perfezioni, onorato e riverito dai principi cristiani, rifugio di coloro 
« che credono in Gesù,magnificentissimo come Osdroe, corona della maestà 
« re augustissimo e potentissimo, di sublime grandezza d'animo, tesoro 
(i delle glorie immense, splendore del sole fiammeggiante ed aurora del 
« mondo, che i fini de' tuoi desiderii siano conformi al tuo volere e siano 
« sotto la protezione di chi li concede ». Archivio Cicogna, 

(3) Documento LXVI. 



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57 
il 23 di dicembre (I) al re della Persia pregandolo « di por- 
» gere sollievo agli oppressi, di far cessare gli insulti e le 
» animosità, di restituire la religione cattolica alla pristina 
» quiete ». 

Le relazioni internazionali della repubblica di Venezia 
colla Persia, furono pertanto in tutti i secoli improntate della 
più schietta amicizia, e mantenute costanti da eguali ten- 
denze politiche e da sentimenti di civiltà e di religione. 

Oltre a ciò un altro importante rispetto , pur degno di 
somma considerazione, stringeva Venezia alla Persia: quello 
del commercio , del quale trattasi nella seguente Parte se- 
conda. 



(i) Documento LXVII. 



59 
PARTE Ifl. 



Delle relazioni commerciali 

tra 

la Repubblica di Venezia e la Persia. 

I. 
Dei conimereio dei Veneziani colla Pesista* 

Oli aromi delle Indie orientali, le spezie, le merci, le sete, 
i prodotti e le manifatture dell'Asia furono fino dai più antichi 
tempi primario scopo del commercio europeo, e le nazioni 
che poterono averle di prima mano arricchirono assai e si 
resero tributarie le altre. Nei più remoti secoli, ora i Fenici 
ricevendole dal golfo Persico e dal mar Rosso, le portavano 
per Tiro , Sidone ed Alessandria nel Mediterraneo , ora gli 
Assiri ed i Caldei per la via dell'Indo, dell'Oxo (Amou-daria) 
e del Caspio, quindi del Ciro e del Fasi, o del Volga e del 
Tanai (Don) le spingevano nel mar Nero. 

In mezzo alle irruzioni dei barbari, perdutosi l'uso delle 
merci di levante, 1' Europa sofferendone la mancanza abbi- 
sognò di abili navigatori che ne la provvedessero. Si pre- 
sentarono gli Italiani, e dalle sponde del mar Nero o dalle 
coste orientali del Mediterraneo le navi di Amalfi , di Sici- 
lia, di Pisa, di Genova e particolarmente di Venezia reca- 
rono a tutta l'Europa i preziosi prodotti dell'Asia. 

Che il primato del commercio asiatico, benché contrastato 
dai Genovesi, fosse fino dagli esordii della repubblica nelle 
mani dei Veneziani , che Venezia fosse , come la disse il 
Giogalli, la dogana principale delle ricchezze dell'Asia, lo 
prova la famosa lettera di Cassiodoro dell'anno 528, dalla 
quale consta che essa provvedesse i re Goti di quanto ab- 
bisognavano. Assicurano le cronache che nei secoli vii e vili 
le. navi della repubblica recavano in Europa i prodotti e le 



V 



60 

manifatture dell'Asia; la cronaca Dandolo che nell'anno 814 
i Veneziani commerciassero in Siria; la Cavense che nel 987 
caricassero nel porto dì Salerno per le coste asiatiche, e fi- 
nalmente dall'anno 971 incomincia la importantissima serie 
dei decreti , patti e privilegi dei Veneziani relativi al com- 
mercio d'Oriente che ne comprovano la ricchezza e la pre- 
minenza (1). 

1 prodotti dell'Asia mettevano capo dapprima ai porti della 
Siria e dell'Egitto; quindi nel mar Nero alla Tana sullo 
shocco del Tanai, a Trebisonda, e ad Ajazzo, angolo il più 
orientale fra la Gilicia e la Siria, secondo le vicissitudini che 
sconvolsero le regioni d'oriente. 

Giosafat Barbaro e Ambrogio Contarmi narrano nei loro 
viaggi, che fino dai più remoti tempi le merci dell'Indie 
e quelle dell' interno dell'Asia navigavano pel fiume Indo 
fino all' antica Battriana, donde trasportate per terra con 
cammelli in sette giorni, nell'Icaro che shocca nell'Oxo, si 
versavano nel mar Caspio, attraversando i ricchissimi mercati 
di Samarcanda e Buccara. Quindi dall'emporio di Astrakan 
rimontando il Volga fino all'incurvatura del Don scendeano 
poi per la palude Meotide nei porti del mar Nero, impie- 
gando, siccome narra il Contarini, otto giornate da Astrakan 
alla Tana. 

Affermano quegli scrittori che la Tana fosse il più antico 
emporeo delle merci asiatiche, ma il Foscarini (2) dimostrava 
che i porti della Siria e dell'Egitto mantennero il traffico 
delle Indie qualche secolo prima di quelli del mar Nero, dove 
le strepitose vittorie di Gengiskan e la distruzione dell'im- 
pero crociato condussero il commercio dell'Asia; e Marco 
Polo assicura che ai suoi tempi pervenivano principalmente 
ad Ajazzo le merci dell'oriente, e vi si cambiavano con quelle 
dell'occidente recate delle navi veneziane e genovesi, e de- 
stinate al gran mercato di Tauris. 

Le merci dell'Asia orientale venivano portate a Campion 
{Cantcheu), quindi a Balxian (Badkhchan), e attraversando il 
deserto pervenivano nella Persia a Gasbin Sultania e Tauris. 

(1) la gran parte pubblicati di recente a Vienna nelle Fontes rerum 
austriacarum. 

(2) Letteratura veneziana. 



61 

Quelle dell'Asia meridionale erano portale pel golfo Persico 
a Bassorah, dove concorrevano anche le mercanzie dell'A- 
rabia e delle coste di Etiopia, ed operavasi il cambio con 
quelle della Gina e dell'Asia settentrionale , quindi segui- 
tando il corso dell' Eufrate pervenivano ai fiorenti mercati 
di Damasco e di Aleppo; oppure lungo il Tigri attraversa- 
vano la Persia e giungevano esse pure al grande emporeo 
di Tauri s (1). Da questa piazza due grandi vie commerciali 
si partivano l'ima per Erzerum diretta ad Ajazzo, scalo prin- 
cipale nel Mediterraneo , l'altra pure per Erzerum a Trebi- 
sonda nel mar Nero. 

Il commercio di Tauris che concentrava quello della Persia 
e dove concorrevano principalmente le produzioni asiatiche 
fu assai vagheggiato dai Veneziani (2). Tauris, l'antica reggia 
dei Medi, fu per lungo tempo residenza dei sovrani di Per- 
sia; collocata in sito salubre, comodo e facile al traffico, ed 
in relazione cogli emporei di Samarcanda, Bukara, Bolkar 
ed Otrar, e con quelli di Bassorah e di Ormus, non poteva } 
essere in posizione più favorevole al commercio. Le vie del- j 
l'Armenia, di Trebisonda e della Siria la ponevano in co-' 
municazione col mar Nero e col Mediterraneo , e da esse 
riceveva in cambio le merci d'Europa. Marino Sanudo af- 
fermava che le vie dell'Armenia e della Persia erano prefe- 
ribili a quelle dell'Egitto, e proponeva nel secolo xiv di far 
passare attraverso quelle regioni una gran strada commer- 
ciale per l'India. 

Trascurar non potevano i Veneziani emporeo così pre- 
zioso, e per favorire il commercio con quella piazza si hanno 
precise notizie fin dal secolo ix di trattati conchiusi dal doge 
Pietro Orseolo coi Saraceni, quindi co' re cristiani di Geru- 
salemme, i soldani d'Antiochia, di Tripoli, di Beruti, i re 
d'Armenia, gl'imperatori di Nicea e di Trebisonda, i sol- 
dani d'Aleppo, di Babilonia, di Rumili e gli imperatori dei 
Tartari (3). Flotte veneziane in isquadre chiamate mude, e 
comandate dapprima da un nobile eletto dal maggior con- 



(1) A partibus Tartarorum scilicet a Baldach et Thorisio conducta sunt 
uiorcimonia. Marino Sanuto, Secreta fidelium crucis. 

(2) Decreto del Senato 16 giugno 1332. 

(3) Volumi Pacta. Ardi. yen. e Fontes c\ì 



62 

figlio, quindi dal sonato, con ispecial commissione ve- 
leggiavano per assicurare la libertà del commercio intorno 
alla Tauride e lungo le coste di Trebisonda, di Bitinia, di 
Patagonia, di Gilicia e della Soria. Stabilimenti e Consolati 
Veneziani nel mar Nero si ricordano fin dal secolo xiu; viag- 
giatori veneziani nelle regioni interne dell'Asia, i Polo, fin 
dal 1250; ambasciatori in Tauris, Marco Gornaro, nel 1319 (1), 
in Armenia Giorgio Dolfm (2), a Trebisonda Nicolò Quirini 
nel 1349 (3). 

I mercanti persiani e gli armeni che facevano il com- 
mercio veneto-persiano, eziandio durante le guerre colla 
Turchia, erano particolarmente accetti e favoriti dai Vene- 
ziani. 

Senza tener conto delle tradizioni che si hanno, rispetto 
alla via di Venezia detta ruga Giuffa ed al campo dei Mori, 
siccome luoghi ove albergavano Armeni e Saraceni, tradi- 
zioni che non reggono ad una critica severa, si sa che fino 
dall'anno 1253 esisteva a san Giuliano in una casa conce- 
duta da Marco Ziani, ricchissimo negoziante nipote del doge 
Sebastiano, un ospizio la cui istituzione era di ricoverare 
qualunque pellegrino armeno per tre giorni, donando però 
una sola cena (4). Allorquando Uzunhasan si insignorì 
della Persia e dell'Armenia, e conchiuse alleanza colla re- 
pubblica negli anni 1470-73 (5) , crebbero i favori verso 
quelle nazioni. Nell'anno 1476 gli Armeni eressero presso 
il loro ospizio a S. Giuliano una chiesetta che fu nel 1G91 
riedificata a spese di Grirocco Mirmano ivi sepolto. E rifu- 
giatosi da Costantinopoli e da Modone in Venezia l'abate 
Pietro Mechitar ottenne nel 1718 di edificare nell'isola di 
S. Lazzaro un monastero ed un collegio, i quali, amplian- 
dosi e fiorendo sempre più, si resero benemeriti per uomini 
distintissimi ed operosi a diffondere la scienza nei loro cor- 
religionarii dell'Asia, e ad unire le due letterature orientale 



(1) Istrumenlo di quitauza, nell'archivio gerì. 

(2) Decreto del Senato, 4 febbraio $329. 

(3) Gradenigo, God. ambasciatori. 

(4) Minute dell'opera inedita di G. Rossi sul costume veneziano, presso 
il cav. Cicogna. 

(3) V. Parte I. 



63 

ed occidentale. Gli Armeni furono interessati a scortare e 
favorire gli oratori ai sovrani della Persia e i mercanti ve- 
neti in quella regione. La sopraintendenza e giudicatura 
della loro nazione era specialmente raccomandata al magi- 
strato dei cinque Savii della mercanzia (1) ; appositi sensali 
con particolari discipline vegliavano affinchè non venissero 
defraudati in modo alcuno nei loro contratti (2), e finalmente 
Armeni e Persiani erano esenti del pagamento delle tasse 
di cottimi e di bailaggi (3). 

Molte e ricche case commerciali armene erano stabilite 
a Venezia, ma di mano in mano che diminuiva la impor- 
tanza del traffico colle regioni dell'Asia si ritirarono, ed ab- 
biamo memoria che solo fra gli anni 1732 e 1758 lasciarono 
questa città ben dodici case armene (4). I minori nego- 
zianti però fino al cadere della repubblica continuarono a 
vendere le loro mercanzie, sotto certi ombrelloni dispiegati 
accanto ai tre stendardi della piazza di S. Marco, e l'ultimo 
di quegli Armeni fu Tommaso Posa che continuava a ve- 
stir l'abito orientale. 

Riguardo ai Persiani esistono vaghe tradizioni di un an- 
tichissimo fondaco, situato a S. Giovanni Grisostomo sul rivo 
che mette al canal grande, dirimpetto al fondaco dei Tede- 
schi, ma anche queste tradizioni non reggono ad una cri- 
tica severa. Egli è certo che nel secolo xvn i Persiani al- 
bergavano nel fondaco dei Turchi a San Giovanni decollato, 
ma separati dai sudditi del gran signore. Mediante decreto 10 
giugno 1662 dei cinque Savii alla mercanzia, furono con 
tale condizione obbligati i Persiani e le Persiane a passare 
nel fondaco dei Turchi; ed il successivo decreto 16 giugno 
dello stesso anno stabiliva pene di bando e di galera a quei 
Persiani che continuassero a soggiornare in case private e 
non andassero colle loro mercanzie nel fondaco. 

Gli Armeni ed i Persiani, come tutti gli orientali, avevano 
in Venezia un luogo particolarmente destinato alla loro tu- 



fi) Decreto maggio 1G76. 

(2) Decreto dei cinque Savii 26 decembre 1641 e 19 gennaio 1672. 

(3) Decreti del Senato, 7 settembre 1022 e 6 luglio 1640, riconfermati 
2 gennaio 1648. 

(4) Libro Tanse. 



Gì 

mutazione, e quando erano cristiani nell'isola di S. Giorgio 
Maggiore, in un recinto intorno al campanile. Fino a questi 
ultimi tempi poteasi vedere qualche lapide con caratteri di 
quelle nazioni, ma pur troppo molte ne andarono seppellite 
nel rifare le fondamenta di quel campanile. 

La famiglia Sceriman di Djulfa d'Ispahan era la più illustre 
e ricca delle persiane stabilite a Venezia; e nel secolo xvn 
la sua casa commerciale era una delle più considerevoli 
d'Europa. E la famiglia patrizia Boldù, illustre per fasti mi- 
litari e per senno civile, è pure di origine persiana (1). 

Merci che da Venezia si importavano nella Persia erano: 
panni tessuti d'oro, d'argento ed a varii colori, velluti, da- 
maschi, stoffe di lana e di seta, fili d'oro, d'argento e gal- 
loni , cera lavorata, zucchero raffinato, mercurio, vitriolo, 
cinabro, arsenico, canfora, cremor di tartaro, teriaca, casse 
di noce , cordami , carte da giuoco , moneta buona e falsa 
( scadente?), armi, acciai, ferrareccie, aghi, carta, stampati, 
chincaglie, vetri, specchi e conterie (2). 

I Veneziani pel continuo traffico e relazione coli' oriente 
avevano tolto il costume di vestire le donne con panni tes- 
suti d'oro e d'argento, e fin dal secolo xin si ha memoria 
di una magistratura detta dei panni d'oro , che soprainten- 
deva a quel lavoro rigorosamente invigilandone la manifat- 
tura ed il commercio. Quindi le genti dell'Asia mandavano 
ad acquistare in Venezia tali preziose drapperìe, per la si- 
curezza che aveano di non rimanere ingannati. 

Qui si fabbricavano eziandio per il commercio asiatico gli 
ormesini, specie di drappo di seta, così nominato da Ormus, 
d'onde venne, e ci dà testimonianza della celebrità di quelle 
fabbriche il nome della calle degli Ormesini in cannareggio. 
Il commercio della carta e quello degli stampati tuttora fio- 
riscono. Quello poi delle conterie e degli specchi si mantenne 
prospero fino al cadere della repubblica. L'arte vetraria, e par- 
ticolarmente quella del coloramento alla pasta vitrea , si ri- 
tiene da molti, che i Veneziani apprendessero nella Persia ; 

(1) Mirza Ipahan, rifugiatosi nel Belgio, prese il nome di Bois le due 
da cui derivò quello attuale della famiglia Boldù. 

(2) Relazione inedita del console in Siria, Alessandro Malipiero, 1596. 
e relazione d'Aleppo del console Morana 1793. 



65 

ma se anche ciò non fosse, è però vero ch'essi estesero in 
quella regione ed in tutta l'Asia questo commercio, per modo 
da ingenerarvi il costume di adoperare in luogo delle coroncine 
di cocco usate dagli orientali, coroncine di vetro colorato molto 
più vaghe ; e da far entrare le margherite negli abiti, negli 
addobbi, e perfino adoperarle come segno di dignità. Ed il 
costume persiano che le donne portar dovessero in dote uno 
specchio almeno, di Venezia, dava a questi un grandissimo 
smercio. 

Siccome saggio delle merci che ancora nel secolo xvn 
la Persia ritraeva da Venezia , ecco la traduzione fatta dal 
dragomanno Nores, il 18 marzo 1613, del: 

Memoriale consegnato dallo shàh di Persia Abbas ai suoi 
agenti Alredin et Sassuar, delle cose che sono obbligati a com- 
perare a Venetia d'ordine del re (1). 

Zacchi, che siano di somma bontà e di maglia minuta et 
stretta. 

Rasi boni et belli, parte negri et parte a colori. 

Tabini boni. 

Ormesini fatti in Venetia. 

Panni venetiani, che siano boni e fini di diversi colori. 

Argenterie di diversa sorte, così schiette come lavorate a 
figure. 

Vetri lavorati, belli, ben fatti et indorati la maggior parte. 

Lavori di cristallo di montagna senza alcune vene. 

Specchi di cristallo grande , che siano netti et senza casse. 

Specchi mezzani et piccoli, a punta di diamante. 

Pietre d'anelli d'ogni sorta, con figure intagliate sopra. 

Armi da guerra d'ogni sorta, che sieno a proposito nostro. 

Occhiali di cristallo fatti a diamante. 

Coltelli et forfè ( forbici ) di buona sorte et tempera. 

Cremisi. 

Instrumenti da lavorare e da far zacchi (giacchi). 

Azzali che sieno buoni et fini. 

Pugnali, colli sui ferri indorati, senza fodero. 

Non porterete né archibusi, né orologi, ne cassette di cri- 
stallo, perchè non fanno di bisogno. Orecchini di cristallo di 
diverse sorte con figure. 



L o' 



(i) Vedi Parte I, pag. 49. 
5 Bollettino Consolare , Voi. III. 



66 

Portar delle cipolle et sementi di lìori belli, con la nota 
del tempo e del modo come si piantano. 

Menar tessitori che sappiano far velluti et rasi, se si può. 

Instrumenti ovver ordigni da lustrare i panni di seta, con 
la nota del modo come si fa. 

Maschere di diverse sorta da trasvestirsi; et altre cose stra- 
ordinarie che non siano state qui portate o poste in uso , 
siano di che prezzo si voglia. 

Et così eseguirete. 
col sigillo reale. 

Le monete veneziane erano accettate dai Persiani, come dai 
Mongoli, Tartari, Arabi ed Indiani. In Armenia poi i Vene- 
ziani, per privilegi ottenuti fino dal secolo xm, lavoravano i 
dii-rhem ed altre saracinesche monete di un gran pregio nella 
Persia. Essi associaronsi inoltre agli Armeni ed ai Persiani 
nella fabbricazione dei cammellotti, e finalmente goderono 
franchigia per le mercanzie che tratte da Tauris e dalla Persia, 
attraversavano l'Armenia. 

Queste mercanzie consistevano principalmente: in panni di 
seta, di lana, di pelo di cammello e di capra, rasi con ri- 
cami tessuti d' oro, tappeti di Persia e di Caramania , ri- 
putati da M. Polo i migliori del mondo, cammellotti, mussu- 
line, particolarmente da Mussul presso Mardin, abbondante 
di cotoni, cordovani rossi e gialli ed altre pelli in genere, 
pesce secco e salato, beluga del Caspio, argento ed oro in 
polvere tratti dai fiumi di Bukaria, rame delle miniere di 
Tokat, datteri di Bassorah , pepe, tabacco, indaco, allume, 
zuccaro, galla, zenzero, zafferano, rabarbaro, gomma, miele, 
sale di Bukaria, sale ammoniaco, bitumi, tra cui il nafta ed 
il celebre mum, droghe diverse, erbe medicinali, cera, perle 
di Ormuz, lapislazzuli, turchesi ed altre pietre preziose, la- 
vori ed intarsiature alla agemina, così detti da agem , nome 
col quale gli Arabi indicano le terre ad essi straniere ed in 
particolare la Persia; e finalmente la seta greggia di cui in- 
comparabilmente abbondavano le provincie persiane situate 
sul Caspio, Àstrabad, Mazanderan, Schirvan e sopra tutte 
il Ghilan, la cui seta in natura ed in manifatture era ed è 
riputata la migliore di tutta la Persia. 



67 

Il commercio delle sete persiane fu specialmente regolato 
e favorito dal magistrato dei Cinque savii alla mercanzia, 
nei cui registri trovansi fra le altre le seguenti disposizioni: 
Le sete persiane doveano passare per gli scali della So- 
ria , assoggettarsi alla visita del console di Damasco e di 
Aleppo, e soddisfare una tassa di favore, fissata colla ta- 
riffa 5 marzo 1537; quindi venire accompagnate a Venezia da 
tratte particolari dei provveditori al cottimo (1). E diminuendo 
quel traffico, per la concorrenza dei mercanti forestieri, nella 
grave proporzione di 1000 a 100, nel principio del secolo xvn, 
deliberava il senato ai 2 di maggio 1614 che tutte le sete 
persiane, che per gli scali della Soria venissero condotte a 
Venezia, fossero esenti per anni sei ( tempo dappoi indeter- 
minatamente prorogato) dal dazio del 6 per °/ , semprecchè 
li mercanti che le portavano per la via di Aleppo certifi- 
cassero con prove irrefragabili al console di Soria la loro 
provenienza dalla Persia. 

11 console in Aleppo, Girolamo Morosini, aveva nell'anno 
precedente sotto la propria responsabilità ridotto quella tassa 
dal 6 al 2 per °/ , onde favorire la venuta in Venezia dei mercanti 
persiani tanto desiderati dalla repubblica; e nella relazione che 
lesse in senato il 9 febbraio 1615 perorò la abolizione in- 
tera della tassa, che fu stabilita. E per favorirne la espor- 
tazione da Venezia, e far fronte alla concorrenza straniera, 
il senato ordinava ai 10 di luglio dello stesso anno, che per 
due anni, i quali furono varie volte prorogati, potessero le 
sete persiane escire dallo stato veneto per la via di Pon- 
teba esenti da dazio. Finalmente nel 1626 al 14 di agosto 
deliberavasi in Pregadi che le sete persiane, che capitassero 
in Venezia con mercanti armeni e persiani, fossero esentate 
.dall'I per °/oChe pagavasi per il cottimo e del 2 per il bailaggio 
di Soria, acciocché con questo ragionevole vantaggio si incam- 
minino a questa piazza (2). 

Anche lo shàh della Persia, Abbas il Grande, fermò par- 
ticolarmente la sua attenzione sul commercio serico. Fra le 
grandi innovazioni da esso adottate per ristorare le sorti 
economiche del suo impero, volle che gli Armeni trasmigrati 

(i) Deliberazione del Senato, 29 dicembre 1539. 
(2) Confermata il 24 febbraio 1627. 



68 

in Djulfa d'Ispahan ricevessero dai proprietari le sete, e si 
esercitassero esclusivamente in quel traffico, nel quale di- 
vennero operosissimi. 

Ma le condizioni politiche ed economiche della repubblica, 
e le vicissitudini del commercio e della navigazione delle po- 
tenze europee, andarono togliendo poco a poco ai Veneziani 
il primato nel traffico della seta e di tutte le merci persiane. 

Dopo l'invasione dei Mongoli, che, sorpreso il floridissimo 
emporeo della Tana (1414), vi trucidarono i veneti mercanti e 
misero a ruba i loro fondachi, e dopo la conquista di Costan- 
tinopoli (1453) che chiuse il mar Nero alla navigazione degli 
Europei, i Veneziani, rinnovati gli antichi trattati coi soldani 
di Egitto, ai quali era soggetta la Palestina e la Siria, ave- 
vano ricondotto nel Mediterraneo il commercio della Persia 
e delle Indie, fino alla scoperta del giro del capo di Buona 
Speranza. 

Questa importante rivoluzione commerciale, avvenuta dopo 
l'acquisto della terraferma veneziana , e seguita dalla lega 
di Gambray, e dalle lotte contro la Turchia, che scossero 
profondamente la potenza della Repubblica in levante, diede 
il principal crollo al commercio dei Veneziani nell'Asia. Essi 
conobbero tosto, che la impresa di Vasco di Gama, devian- 
dolo a mezzogiorno, paralizzava l'antico e ricchissimo traffico, 
del quale erano in possesso. 

Le più serie informazioni intorno alla fortuna dei Porto- 
ghesi , il re dei quali tosto assumeva il titolo di Signore 
della navigazione e commercio dell'Etiopia, dell'Arabia, della 
Persia e delle Indie, pervennero al senato dai suoi oratori 
e messi secreti a Lisbona, e dagli ambasciatori presso la 
corte di Spagna; ma i deputati al commercio dissuadendo 
i Veneziani dall'abbandonare una navigazione antica, viva, 
certa , per seguirne una nuova , incerta , lontana e contra- 
stata da molti (1), essi guardarono invece all'Egitto, e, mentre 
spingevano i soldani a contrastare nei mari dell'India i pro- 
gressi ai Portoghesi (2), rinnovarono con loro gli antichi patti 
e ottennero le migliori franchigie. 

(1) Scritture relative al commercio dei Veneziani, presso il nob. Alberti. 

(2) Da una memoria inedita del cav. Giacomazzi nell'archivio Cicogna, 
parrebbe che i Veneziani avessero prestato ai soldani aiuto effettivo collo 



69 

Benedetto Sanudo , ed il console di Damasco Bartolomeo \ 
Contarmi ottennero nell'anno 1502 dal sultano del Cairo I , 
che per le merci aquistate dai Veneziani nell'egizia Sorìa \ ; 
pagar si dovessero solo 90 ducati per ogni valore di mille, in I 
luogo dei 100 che pagavano i mercanti delle altre nazioni, / 
in considerazione che il commercio veneziano era da anticliis-j ; 
simo tempo il fondamento di tutti gli altri (1). E venuto a 
Venezia nell'anno 1507 Tagri-Berdi, oratore del sultano di 
Egitto, si stabilirono nuovi capitoli per favorire quel com- 
mercio (2), i quali poi furono ampiamente confermati nel 1508 
da Domenico Trevisan ambasciatore della repubblica al Cairo, 
rispetto particolarmente al traffico delle spezie (3). Ed allor- 
quando Selino nell'anno 1517 sconfìsse il soldano perla as- 
sistenza data ad Ismaìl sufi di Persia, e si rese padrone 
di Aleppo, di Damasco e dell'egizia Sorìa, la repubblica gli 
mandò cospicua legazione di Luigi Mocenigo e Bartolomeo 
Contarmi, i quali ottennero dal conquistatore la rinnova- 
zione dei privilegi accordati dai sovrani d'Egitto ai mer- 
canti veneziani. 

Senonchè la nuova via delle Indie, e la formazione delle gran- 
di compagnie di navigazione, congiunte alle altre fatali e ben 
note circostanze politico-economiche della repubblica, fecero 
irresistibilmente decadere il commercio dei Veneziani colla 
Persia; la storia del quale può ricavarsi dalle preziose re- 
lazioni consolari, che si trovano tuttora per la maggior parte 
inedite negli archivi di Venezia. 



spedire alcune navi in pezzi ad Alessandria, le quali per terra traspor- 
tate sulle coste del mar Rosso ed ivi allestite, passassero poi nei mari 
dell'India. Nel volume II dei preziosi diarii del Sanudo leggesi soltanto, 
in data 24 novembre 1503, che el Soldan fa fare al Cairo fusto, le 
guai si mandano disfatte in Tlior, ove se ficheranno et manderanno 
in India , perchè dicono in India quando /laveranno viste quele 
fuste queli de li ne sapranno fare anche loro a quel modo, et haverà 
marinai assai da quelle bande. 

(1) Diarii Sanudo, voi. II, p. 744. 

(2) Diarii Sanudo, voi. Ili, pag. 149, 1507 31 marzo. Il Tagri-Berdi 
andò a Firenze ed ivi pure conchiuse trattato di commercio. Vedi la pre- 
ziosa opera del comm. M. Amari , / diplomi arabi dello Archivio fio- 
rentino. 

(3) Gomra. XIX. 



70 

Instituita per decreto del senato 15 febbraio 1507 la ma- 
gistratura dei Cinque savi alla mercanzia, ed assoggettati 
ad essai consolati e gli affari del traffico, « per dare migliore 
regola e svolgimento al commercio » fu da quella proposto 
al senato di trasferire in Aleppo il consolato generale ve- 
neto nell'Asia (I), dacché in quella ricca e commerciale 
città, dopo la deviazione dell'Amur, le vittorie di Tamer- 
lano, e la esclusione dei Veneziani dal mar Nero, conveni- 
vano le merci dell'Asia e particolarmente le persiane ; in 
quanto non si volgevano a mezzogiorno attirate dalla nuova 
via insegnata da Vasco di Gama. 

Molte carovane andavano e venivano regolarmente da 
Aleppo. Le tre principali erano quelle di Ormuz, della Per- 
sia e della Mecca (2). Le più ricche, assicurava il console 
Morana, portavano valori per circa 8 milioni di piastre. 

Quelle di Ormuz, partite da Aleppo e passato il deserto, 
si recavano a Bagdad e di là a Bassorah navigando sull'Eu- 
frate, e da quella città pel golfo Persico si portavano in 
Ormuz. Il giro del capo di Buona Speranza colpì principal- 
mente queste carovane. 

Quelle della Persia, partite da Aleppo, e passato l'Eufrate 
andavano in Orfa, quindi a Carahemit, Tiflis e Tauris. Da 
Tauris si recavano a Derdevil, poi a Kasbin, quindi in Ispahan. 
Ma essendo obbligate a passare per molte città cadute in 
potere della Turchia, venivano da quei ministri così aggra- 
vate di gabelle, e ritardate nel loro cammino con tali an- 
gherie, che chi avea fatto quel viaggio una volta, difficilmente 
era allettato tentarlo una seconda (3). 

Le carovane finalmente della Mecca, che avevano triplice 
scopo, religioso, politico ed economico, recavano i pellegrini 
alla città santa. Marino Sanudo (4) riporta una lettera da 
Damasco del 7 aprile 1514, la quale nota fino da quel tempo 
una sensibile diminuzione nella quantità delle spezierie por- 
tate dalla carovana della Mecca, che nel giorno 4 di quel 



(4) Legge 19 decembre 1548. 
v (2) Relazione inedita del console Dandolo, 1602. 

(3) Relaz. Dandolo, cit. 

(4) Diadi, Voi. XVIII, pag. 340. 



71 

mese eia passata da Damasco con sole 300 some di spezie, 
la maggior parte zenzero, ed il resto cannella e garofani 
molto cari. 

Le navi veneziane, che recavano nei porti della Siria le merci 
destinate all'emporeo di Aleppo e ne ritraevano quelle ivi com- 
perate o permutate dai mercanti nazionali, sbarcavano or in 
Tripoli di Soiia ora in Alessandretta. Da principio lo scalo pre- 
ferito era quello di Tripoli; ma le straordinarie concussioni 
commesse da que' ministri turcheschi , i quali al giungere 
delle navi veneziane si pigliavano quanto lor tornava di 
talento senza pagare, lasciavano per vario tempo le merci 
sballate esposte alle pioggie ed ai ladrocinii, le mescolavano 
con quelle di altre nazioni , e poi le partivano a loro ca- 
priccio, secondo le mancie che ricevevano, e senza riguardo 
alcuno al possessore, all'origine ed alla loro provenienza (1), 
persuasero il console Tommaso Contarmi, che al suo arrivo 
in Siria nel 1590 trovò quel cottimo aggravato di 80 mille 
ducati , a chiedere alla Porta la concessione di far scalo 
invece ad Alessandretta, nell'antico golfo di Ajazzo. Colla 
spesa di mille zecchini egli ottenne in un mese il firmano (2). 
Proibì alle navi venete di andare a Tripoli, e favorì assai la 
prima che sbarcò in Alessandretta, e fu la nave Grattarola 
che vi guadagnò di nolo 16 mille ducati. 

Nella relazione che il Coularini lesse in senato si vantò 
di avere con questo cambio migliorato il negozio della Sorìa 
di più di 40,000 ducati annui (3). Ma la posizione di Ales- 
sandretta , spiaggia paludosa, con esalazioni pestifere par- 
ticolarmente nell'estate, circondata da monti, senza o con 
pochissime case, e con incomodissimo sbarco, per cui i ma- 
rinai erano obbligati a star nell'acqua fino alla cintola per 
scaricare le mercanzie, la minaccia che il porto stesso an- 
dasse otturandosi col crescervi sensibilmente degli scanni, e 
finalmente le scorrerìe dei soldati turchi e dei ladri, persua- 
sero i consoli della Sorìa, successori del Contarmi, di tornare 
allo scalo di Tripoli, dove i ministri turchi erano stati posti 



(1) Relazione del console Sa#redo, 1612, inedita. 

(2) 13 febbraio 1592. Arch. Manin. 

(3) Relazione del console Tommaso Contarmi, 1593, inedita. 



72 

sotto la sorveglianza di un beglierbei mandato a governare 

quella città (1). 

Ma il ritorno dello scalo principale a Tripoli contribuì 
esso pure a danneggiare il commercio dei Veneziani, per la 
distanza da quella città ad Aleppo, la difficoltà di trovare i 
cammelli, e la molta spesa delle condotte. E più ancora pel- 
le assai gravi cagioni, che si trovano così enumerate nelle 
preziose relazioni consolari e nelle scritture dei Cinque savi 
alla mercanzia: 

I. Le guerre colla Turchia, che davano occasione ed ac- 
crescevano fidanza ai corsari, interrompevano ed infestavano 
il commercio marittimo della Repubblica. 

IL La perdita di Cipro, scalo principale per il commercio 
dell'Asia , quella di Gandia e della Morea , e la esclusione 
dei Veneziani dal mar Nero. 

III. Le ribellioni della Siria, e le guerre turco-persiane. 

IV. Gli enormi balzelli, le concussioni, le difficoltà dei 
trasporti per terra dagli scali in Aleppo e nella Persia, che 
portavano una spesa maggiore del valore delle merci (2). 

V. Lo scemato consumo delle pannine, per la moda in- 
trodotta nel principio del secolo XVII dai Persiani, e favorita 
dallo shàh Abbas il Grande, di vestire di imbottiti, per modo 
che il traffico dei panni era nel 1611 ridotto ad un terzo 
dell'ordinario. 

VI. L'aggravio sulle mercanzie di tutte le spese di cot- 
timo , bailaggi e consolati , le quali aumentavano in ra- 
gione inversa della quantità delle merci che si importavano 
in Asia. 

VII. La pessima amministrazione dei fattori ed agenti. 

VIII. La introduzione dell'arte della seta in Aleppo e 
in Damasco. 

IX. La concorrenza dei mercanti inglesi, francesi e fiam- 
minghi, ammessi nei porti della Turchia sul finire del se- 
colo XVI (3). Concorrenza formidabile, perocché essi erano 
favoriti dai Turchi con esenzioni di dazii ; portavano in 
Asia maggior quantità di denaro, così facilitandosi gli acquisti 



(1) Prima relazione di G. F. Sagredo, 1611, inedita. 

(2) Doc. LXVIII. 

(3) Memoria inedita dello storico Francesco Dona. 



73 

in confronto dei Veneziani , che per lo più facevano com- 
mercio a permuta ; e finalmente vi recavano pannine più 
vaghe non solo , ma più leggiere e quindi di minor costo. 
X. I trattati e le guerre russo-persiane, che deviarono a 
settentrione il commercio della Persia. 

A rianimare il commercio coll'Asia, il senato e la magi- 
stratura dei Cinque savi migliorarono il sistema doganale ; 
favorirono società di commercio ; accordarono esenzioni e 
soccorsi di danaro ai fabbricatori di navi ; tolsero il dazio 
sul pepe che ì navigli veneziani levavano da Beiruth ; sta- 
bilirono tasse moderatissime sugli oggetti da permutarsi 
con merci asiatiche ; ordinarono che le spezie fossero tras- 
portate soltanto colle navi da mercanzia, vietandone il tras- 
porto sopra legni stranieri (1), così offerendo quasi un 
modello al famoso Act of navigation inglese del secolo XVII; 
diminuirono le tasse di consolati e di cottimi ; regolarono 
l'amministrazione consolare nella Sorìa; e per l'ammaestra- 
mento di giovani da impiegarsi nelle ambascerie, consolati 
o missioni in levante , instituirono un collegio di lingue 
orientali. 

Ed eguale desiderio essi incontrarono particolarmente nel 
sovrano della Persia Abbas il Grande, che più volte mandava 
oratori a Venezia per dare una scossa alla catena che congiun- 
geva Vamor suo alla repubblica, e per migliorare il commercio 
reciproco. Affidava quel re al console veneto nella Siria 
G-. Francesco Sagredo, lo insigne statista e scienziato, amico 
del Galileo, la protezione dei sudditi persiani nella Siria, 
e quindi nell'anno 1611 lo nominava suo console e procu- 
ratore generale in tutti i paesi della repubblica (2), offerendo 
le maggiori agevolezze e favori ai mercanti veneti nei propri 
stati (3). 

Invitava egli poi alla sua corte nel 1627 Alvise Sagredo 
per ragioni del traffico particolarmente della seta (4) ; al 
quale invito corrispondeva il senato, per la costante sua 
mira di ristorare nel Mediterraneo il commercio persiano (5). 

(1) Decreto del senato, aprile 1537. 

(2) Documenti LXIX, LXX, LXXI. 

(3) Documenti L\XII, LXX1II. 

(4) Documento LXXIV. 

(5) Documento LXXV. 



74 

Se lo shàh Abbas avesse potuto trasmettere ai suoi succes- 
sori le grandi sue viste di prosperità nazionale, certamente 
la Persia sarebbe divenuta il centro delle comunicazioni che 
cominciavano a stabilirsi fra l'Europa e le Indie. 

Lodovico Gallo, nel suo viaggio da Venezia alle Indie (1), 
assicura che nella Persia bastava essere o spendere il nome 
di veneziano per aver adito aire, venire onorato e rispettato 
da ognuno. E Pietro della Valle, nella sua vita di Abbas il 
Grande, ci narra come la conquista del regno di Lar, dive- 
nuto per le sue possessioni di Gombrum l'emporio del golfo 
Persico, e la sede principale del commercio colle contrade 
lungo le coste del Malabar, sia stata fatta dal re di Persia 
per eccitamento dei Veneziani (2). 

Ma ogni provvedimento fu inutile : il traffico della repub- 
blica andò irresistibilmente diminuendo da quel sommo 
grado ond'era giunto nel secolo XV. 

Il Foscarini scriveva: non rimanere al suo tempo, chela 
sola tradizione degli antichissimi commerci dell'Asia; e tutte 
le relazioni che si hanno comprovano l'immenso interesse dei 
Veneziani in quelle regioni. 

Nell'anno 1405 andarono da Venezia alle coste della Siria 
sei cocche cariche di merci del valore di 320,000 zecchini (3). 
Nel 1515 invece notava il Sanudo (4) l'arrivo a Venezia delle 
galere di Beiruth a suon di campane, giusta il solito , con 
un carico molto povero, cioè di 1,200 colli in tutto, e pochi 
anni appresso solo con un carico di 800 colli. E mentre prima 
della scoperta del capo di Buona Speranza ascendevano a 
40 le case commerciali in Aleppo (5), nell'anno 1596, quan- 
tunque la nazione veneziana superasse le altre per numero 
ed importanza, solo 16 case principali si trovavano in Aleppo, 
trattando ciascuna dai 100 ai 200 mille ducati d'oro all'anno. 
Tutto il traffico dei Veneziani in quell'epoca ascendeva a 
due milioni. Nel tempo del consolato Malipiero (1593-96) 



(1) Pubblicato nello Spettatore, Firenze, 1857. 

(2) Numisraatic Chronicle, februarj 4854, London. 

(3) Zennari, Dell'antico commercio dei Veneziani. 

(4) Diarii, voi. XV e seg. 

(6) Morana, Relazione consolare cit., pag. 7. 



75 

furono importate nella Soria pezze 20,000 di panni di lana 
e braccia 200,000 di panni di seta delle fabbriche vene 
ziane (1). 

Nel primo anno del consolato Emo, 1597, la nazione vene- 
ziana portò nella Siria per un milione di merci ed uno di 
contanti; ma due anni dopo il negozio discese ad un mi- 
lione e mezzo soltanto. La qual somma però abbracciava la 
metà di tutto il traffico della Siria, da parte della cristianità, 
che ascendeva a tre milioni (2). 

Nell'anno 1614 i Veneziani portarono in Aleppo ottocento 
in novecento mille ducati, in pannine per 150,000 ed il resto 
in altre mercanzie da fondaco. I Francesi vi spesero tre 
milioni di reali ; i Fiamminghi un milione ; e gli Inglesi 
mezzo milione (3). 

Nel 1625 le case commerciali venete in Aleppo si ridussero 
solo a cinque (4). 

Lamentavano i Savi fino dal 5 luglio 1616 la diversione 
del traffico , e la navigazione del levante essere ridotta in 
mano di pochi rimasti, che potevano però ancora mantenere 
un discreto commercio, al quale, dicevano in senato dissua- 
dendo la guerra contro Solimano, la repubblica deve la sua 
conservazione. 

Sopraggiunta la lunga e fatale guerra di Gandia, questa 
diede agio alle altre nazioni di dilatare ed assorbire quasi 
interamente il commercio persiano, al quale aveano atteso 
Leone X, il cardinale Richelieu, il duca Federigo d'Holstein, 
le provincie unite, e gli zar di Moscovia. E succeduta la pace, 
ripigliarono i Veneziani con difficoltà il negozio di Aleppo, 
mentre colà, dove nei tempi passati poteansi dire cittadini, 
appena si riputarono forestieri (5). 

Nel principio del secolo scorso risorsero per poco tempo 
novelle speranze. Fu ripigliato il progetto di riaprire una 
comunicazione per la Persia coli'India, ma la morte di Kuli 
khan fece tramontare la impresa. Però avendo Pietro il Grande, 



(4) Relazione del console Alessandro Malipiero, 4596, inedita. 

(2) Relazione del console Giorgio Emo, 4599, inedita. 

(3) Relazione del console Girolamo Morosini, 1644, inedita. 

(4) Relazione del console Giuseppe Civran, 1625, inedita. 

(5) Scrittura dei cinque Savi, 48 aprile 4699. 



76 

che mirava ad attirare nel suo impero il commercio asiatico, 
conchiuso nel 1729 un prezioso trattato colla Persia , e ri- 
storatosi poi nel mar Nero, aperto finalmente ai Veneziani, 
il commercio del Caspio, la repubblica tentò, mediante l'E- 
rizzo suo ambasciatore in Vienna, di stabilire d'accordo col 
principe Gallitz in un trattato colla Russia, pei quale le merci 
del Caspio condotte alle rive del mar Nero fossero con fran- 
chigie ivi levate dalle navi veneziane (1). 

Ma fallito il tentativo colla Russia, e disertate le nuove 
speranze, rimasero insuperabili le gravi cagioni che da tre 
secoli avevano tolto ai Veneziani la superiorità nel com- 
mercio persiano, il quale o si volse per Tiflis , Oremburgo 
e Nishni-Novogorod nell'interno della Russia, o si introdusse 
alle Smirne ed a Trebisonda, dove la concorrenza straniera 
superò di gran lunga la residua attività commerciale dei 
Veneziani. 



II. 



Dei Consolati veneti 
negli scali «lei commercio persiano. 

Il commercio dei Veneziani colla Persia, era specialmente 
favorito e protetto dai consolati veneti, negli scali principali 
dell'Asia anteriore. 

La istituzione dei consolati veneti è antichissima e si 
perde nella caligine dei tempi. Negli emporii più impor- 
tanti del commercio, e nelle più remote età davasi ai con- 
soli il nome di bailo, che significa, secondo il Ducange, 
mercatorum prsetor. Il bailo o console era capo della nazione 
nel luogo di sua residenza e giurisdizione, ed oratore ordi- 
nario al principe ; protettore dei sudditi negozianti e viag- 
giatori ; giudice delle civili vertenze ; esattore dei pubblici 
diritti. Dovea provvedere al mantenimento degli scali , alla 
prosperità e regolare amministrazione delle fattorìe ; ed in 
qualche paese potea giudicare e punire i delitti capitali e 
di stato. Un bailo di 1° rango doveva tenere un cappellano 



(1) Commercio di Moscovia. Codici Dona. 



77 
e notaio, due camerlenghi, un medico, quattro servitori, un 
dragomanno, due trombettieri e quattro cavalli. Veniva no- 
minato dal Maggior Consiglio, con quattro mani di elezione, 
doveva esser nobile, e riceveva il titolo di Magnifico Messere. 

Ma affinchè l'autorità del bailo o del consoie non dive- 
nisse arbitraria , erano a lui destinati ordinariamente due 
nobili come consiglieri, senza il voto dei quali non poteva de- 
liberare , ed in alcuni casi di maggior importanza egli era 
obbligato a radunare un Consiglio di dodici fra i più di- 
stinti sudditi della repubblica nel luogo di sua residenza. 

I membri di questo Consiglio dei XII, il quale in seguito 
divenne permanente, erano sottoposti ad una disciplina as- 
sai rigorosa, avvegnacchè un decreto del 14 luglio 1492 di- 
chiarasse perfino: che se taluno di loro avesse palesato una 
deliberazione consolare o qualunque altra cosa a danno della 
repubblica, fosse bandito colla confisca di tutti i suoi beni, 
e nel caso di suo ritorno gli venisse eziandio tagliata la lin- 
gua. Il Consiglio dei dodici eleggeva i due camerlenghi, che 
dovevano tenere uno la cassa, l'altro i registri del conso- 
lato , e nominava il vice-console nei luoghi più importanti 
del commercio. 

Circa alla metà del secolo XIII venne istituita la magi- 
stratura dei Consoli dei Mercanti, composta di tre cittadini 
estratti dopo il 1633 dal corpo di uno dei Consigli dei XL. 
Gli oggetti di mercatura e di commercio erano suo princi- 
pale attributo, e da essa dipendevano i consolati. 

Ma dopo la creazione del magistrato dei Cinque savi alla 
mercanzia istituito col decreto 15 febbraio 1507 , i diritti e 
le attribuzioni dei Consoli dei mercanti vennero ristrette a 
più angusti confini. Questa nuova magistratura era di grande 
importanza, imperciocché per oggetti di commercio teneva 
relazione e corrispondenza colle potenze straniere d'Europa, 
dell'Asia e dell'Africa, e cogli ambasciatori e residenti ve- 
neti. I consolati furono a lei sottoposti. Da lei i capitani 
ricevevano le patenti di navigazione ; giudicava per singo- 
lare privilegio i sudditi della Porta ottomana. 

Per provvedere agli interessi del commercio persiano, che 
in gran parte abbracciava il ricchissimo dell'Asia , tennero 
ordinariamente i Veneziani consolati alla Tana , a Trebi- 
sonda, in Acri, Tripoli, Beiruth, Damasco ed Aleppo. 



78 

Prima che il mar Nero fosse negato alla navigazione dei 
Veneziani e che l'impero di Trebisonda cadesse nelle mani 
di Mohammed li, gli scali della Tana e di Trebisonda erano 
della massima importanza: dacché a quello concorrevano le 
merci dell'interno dell'Asia pel Caspio , il Volga ed il Ta- 
rlai, ed a questo quelle dell'Armenia, della Georgia e della 
Persia. Ma dopo che le vittorie di Tamerlano, nel principio 
del secolo XV, deviarono il corso stabilito alle merci delle 
Indie, le quali ripresero l'antica strada del Mediterraneo, il 
commercio dell'Asia si ridusse per gran parte nella Siria. 

Negli scali del mar Nero i Veneziani tenevano un console 
a Soldadìa prima che i Genovesi erigessero Caffa e vi po- 
nessero l'emporio del loro traffico (l),e si hanno notizie di 
consoli veneti alla Tana dell'anno 1349 al 1464, ed a Tre- 
bisonda dal 1383 al 1450. 

La più antica memoria che si abbia di consoli veneti è 
relativa a Teofilo Zeno, bailo in Siria nel 1217, ed a Mar- 
silio Zorzi, bailo pure in Siria nel 1243 (2); quindi si hanno 
notizie di baili in Acri dal 1256 al 1277, e finalmente di 
consoli in Siria dal 1384 al 1675 ed alla caduta della re- 
pubblica (3). 

Salita la Persia ad un grado d'importanza per le vittorie 
di Uzunhasan, e per quelle di Ismail, che fondava la di- 
nastia dei sufi, nella fine del secolo XV e principio del se- 
colo XVI, il commercio dei Veneziani con quella regione si 
concentrò nella Siria , dacché la conquista di Costantino- 
poli e la caduta dei greci imperi di Nicea e di Trebisonda 
avevano interdetto alla repubblica il commercio del mar 
Nero. 

Conoscendo allora il senato di quanta importanza dive- 
niva il negozio nella Siria , creava nell'anno 1497 il magi- 
strato denominato Cottimo di Damasco, affinchè con partico- 
lare attenzione invigilasse alla direzione del consolato di 



(1) Nel libro Zanetta del M. C si trova un decreto relativo al console 
di Soldadìa dell'anno 4237, mentre l'Olderico confessa che il primo con- 
sole genovese fu Paolino Doria nel 1289. 

(2) Fontes Rerum Austriacarum cit., voi. XIII. 
v (3) Libro Reggimenti. Codice Marciano. 



r79 
Siria allora residente in Damasco, e suggerisse tutti i prov- 
vedimenti opportuni a sostenere quel commercio nello stato 
di floridezza ed a ristorarlo (1). 
Molte furono le disposizioni di legge stabilite , le regole 
prescritte ai consoli, le cautele comandate per la esazione 
dei cottimi ossiano tasse pei diritti consolari, e per migliorare 
le coste, mantenere i fondachi e le fabbriche; le quali dis- 
posizioni andarono poi colle vicende politiche e commerciali 
del mondo cangiando secondo i tempi e le circostanze. 

Ma la legge più importante e più singolare relativa ai 
consoli veneti è quella che fino dall'anno 1268 (2) confer- 
mava la sapientissima pratica dei ministri veneziani all'e- 
stero e nei reggimenti, di leggere in senato, al ritorno, la 
relazione delle osservazioni fatte durante il loro ufficio e 
delle cose degne di essere riportate. 

Le relazioni degli ambasciatori veneti sono ora per la 
maggior parte di pubblica ragione (3), e rendono testimo- 
nianza dell'alta stima in cui furono sempre e meritamente 
tenuti questi splendidi monumenti della nostra politica na- 
zionale. 

Di non minore importanza, certamente, sono le relazioni 
dei consoli, perocché, se per avventura non raggiungono 
quella delle relazioni d'ambasciata, rispetto alla cognizione 
delle tendenze politiche e del grado di potenza degli stati, 
toccano colle più distinte e minute particolarità gli interessi 
del traffico non meno degni di considerazione. 

La più antica relazione consolare che si conosca, è ap- 
punto della Siria , e fu presentata nel collegio dal bailo 
Marsilio Zorzi nel mese di ottobre 1243. Essa è in lingua 
latina, e narra la condizione dei possessi e dei privilegi veneti 
in Tiro , con molte curiose ed importanti particolarità. Fu 



(1) Scrittura dei Cinque savi alla mercanzia 28 aprile 1699 — Archivio 
Manin. Cod. Svajer DCCXLIÌ. 

(2) V. Barozzi e Berchet , Relazioni degli ambasciatori veneti del se- 
colo XVII, Venezia, 185S; Baschet, La Diplomale venitienne, Paris, 4862. 

(3) Particolarmente nella collezione dell'Alberi, Firenze, 1844-63, ed io 
quella Barozzi e Berchet citate. 



80 

pubblicata di recente nel voi. XIII delle Fontes rerum austria- 

carum. 

Da quell'epoca fino alla riorganizzazione del consolato di 
Sorìa (1548) (1} non si ha alcuna notizia di relazioni con- 
solari; ed anche posteriormente pare che non siano stati 
chiamati a leggere in senato se non quei consoli, i quali, 
per l'importanza delle cose che avevano a riferire , erano 
per ciò specialmente invitati dal magistrato dei Cinque savi 
alla mercanzia. 

Tre sole relazioni consolari sembra che finora abbiano 
veduta la luce , cioè : quella di Lorenzo Tiepolo, ritornato 
dalia Sorìa nel 1560, pubblicata per nozze del cav. Cicogna 
nel 1857; quella di Giovanni Michele fu Giuseppe ritornato 
nel 1587, pubblicata nel Tesoro politico, e dall'Alberi sotto il ti- 
tolo di « Relazione delli successi della guerra tra il turco e il 
« persiano dal 1577 al 1587 (2) » ; e quella di Giovanni Antonio 
Morana, agente consolare in Aleppo al cadere della Repub- 
blica , pubblicata in Venezia dall'Andreola nel 1799. Que- 
st'ultima non fu presentata al senato, ma invece fu dedicata 
al nobil uomo Giustiniani, imp. reg. consigliere, deputato al 
veneto commercio. 

Oltre a queste, dieci altre importantissime relazioni si con- 
servano tuttavia inedite negli archivi di Venezia, cioè: 
w- Relazione di Siria del console Andrea Navagero, 1575 
» » Pietro Michele, 8 decembre 1584 

» » Tommaso Contarmi, 11 decembre 1594 

» » Alessandro Malipiero, 16 febbraio 1596 

» » Giorgio Emo, 12 decembre 1599 

» » Vincenzo Dandolo, 27 febbraio 1602 

» » Gio. Francesco Sagredo, 4 luglio 1611 

» » Stesso 15 maggio 1612 

» » Girolamo Morosini, 9 febbraio 1614 

» » Giuseppe Civran, 21 agosto 1625 

» » Alvise Pesaro 1628 

Dispacci del console Nicolò Foscolo dal 1636 al 1639. 

Le quali relazioni sono di tanta maggiore importanza, in 



(1) Doc. LXXVI. 

(2) Alberi, Relazioni venete, serie III, voi. II, pag. 256. 



81 

quanto si riferiscono all'epoca delle guerre persiane e delle 
ribellioni della Siria, ed avvisano alle cause della progres- 
siva diminuzione del commercio dei Veneziani nell'Asia. 

Ogni relazione ordinariamente è divisa in tre parti: nella 
prima tratta delle condizioni del commercio, offerendo pre- 
ziosi dati statistici e suggerendo i rimedi opportuni a ri- 
storarlo; nella seconda delle condizioni economiche, politiche 
e militari della Siria, delle rendite e forze che ne ricava la 
Porta, e delle costei relazioni colla Persia; e nella terza fi- 
nalmente dello stato del regno di Cipro. Venivano lette in 
senato, e depositate nell'archivio della cancelleria segreta. 

Diminuendo il commercio coll'Asia ed aumentando le spese 
del consolato di Damasco ad una somma annua conside- 
revole a peso ed aggravio della mercanzia , il senato deli- 
berò TU febbraio 1545 di abolire il consolato di Damasco, 
e di trasportare la residenza di quel console in Tripoli, la 
quale nell'anno 1548 fu poi ridotta in Aleppo, emporio prin- 
cipale del commercio, colla facoltà di sostituire vice-consolati 
nelle spiagge della Sorìa. 

Molte furono le deliberazioni del senato e dei Cinque savi 
alla mercanzia intorno al consolato della Sorìa. Nei preziosi 
diarii di Marin Sanudo , e nell'epilogo dei Cinque savi , si 
trovano fra le altre le seguenti : 

1424, 4 dicembre. Non possano i consoli, né i loro figli 
non emancipati esercitare commercio nel luogo della loro 
residenza, e sieno al caso, multati di ducati 1000. 

1503, 22 giugno. L'autorità del console di Damasco sia 
ampliata in personal e real, per la poca obbedienza, che gli 
vien prestata. 

1513, giugno. Il salario del console di Damasco sia por- 
tato da 500 ducati che aveva, a 500 ashrafì. 

1524, 19 aprile. I consoli di Siria formino processo con- 
tro i Veneti, che avessero corrispondenza con forestieri, per 
mandare le loro mercanzie sopra navi venete. 

1526, maggio. Il console di Damasco sia eletto per anni 
2 per scrutinio a quattro mani di elezione, e sia nobile. 

Item. Il console non possa scrivere nel suo libro alcuna 
partita in dare ai Mori, se prima non siano notati all'incontro 
i loro crediti, sotto pena di pagar del suo. 

1539, 23 maggio. Tutte le sete e spezie, eccettuato il pepe, 
6 Bollettino Consolare, Voi. IH. 



1/ 



À 



I. 



8 2 

che si traggono dalla Sorìa e dall'Egitto, venendo a Venezia 
da diversi luoghi, paghino il 4 per °/ da applicarsi al paga- 
mento dei debiti del cottimo di Damasco e di Alessandria. 

1543, 9 luglio. Non si possa ridurre in Sofia il Consiglio 
dei XII in assistenza del console, nelle più gravi delibera- 
zioni, senza il di lui intervento. 

1544, 4 luglio. Si procuri di ottenere dalla Porta che il 
console di Damasco possa stare in Tripoli pel governo dei 
mercanti. 

1545, 11 febbraio. Il console di Damasco trasporti la sua 
residenza in Tripoli di Sofia. 

1546, 17 luglio. Venendo a morte alcun suddito veneto, 
debbano i consoli far l'inventario delle robe sue. 

1548, 19 decembre, in Maggior Consiglio. La elezione del 
console in Siria sia fatta per anni 3. Porti il titolo di con- 
sole della Sofia. Sia scritto al bailo in Costantinopoli di 
ottenere che il console della Sorìa possa risiedere in Aleppo, 
dove sono le maggiori faccende. Abbia il console di salario 
600 ducati da venete lire 6,4 l'uno, oltre ai diritti consolari 
di Tripoli di Sorìa. Il vice-console di Tripoli sia eletto ogni 
anno dal Consiglio dei XII, sia nobil uomo, e debba avere 
dal cottimo il salario di ashrafì 270 all'anno. L'esattore del 
cottimo e delle altre tasse alle marine, sia eletto dal con- 
sole , che dovrà pagarlo del proprio , e garantire la di lui 
buona amministrazione. 

1549, 11 gennaio. Il console nominato debba immediata- 
mente recarsi al suo posto, sotto pena di 500 ducati. 

1574, 19 ottobre. La imposta del 2 per °/ di cottimo, che 
si riscuoteva in Siria per supplire alle spese del consolato, 
sia per minore aggravio presa a cambio in Venezia. 

1586, 5 marzo. Non si possa eleggere od approvare alcun 
console senza speciale informazione del magistrato dei Cinque 
savi alla mercanzia. 

1586 , 1.2 giugno. Sia imposto % per % alle merci che 
verranno di Siria per la espedizione di quel console. 

1588, 3 luglio. Sia levata la arbitraria gravezza posta dal 
console della Sofia sui mercanti e restituito il percetto : 
«essendo pubblica intenzione di accarezzare i mercanti per 
» non deviare il commercio ». 

1592, 11 settembre. Tutte le merci che vengono di Sorìa 



83 

siano tenute a pagare V2 P er cento al cottimo di Damasco, 
oltre l'I che si paga presentemente, e ciò per estinzione dei 
debiti arretrati. 

1608, 28 luglio. Sia concesso al console di Sorìa per una 
volta tanto 250 zecchini, in causa della carestia, principal- 
mente del vino, che bisogna presentare ai signori Turchi. 

1611, 13 gennaio. Al console di Aleppo si diano per viaggio 
da Tripoli alla sua residenza mille reali, e pel ritorno otto- 
cento, ed inoltre gli siano dati 200 zecchini per il presente 
da farsi giusta l'ordinario. 

1613, 1° giugno. È proibita al console della Sorìa la pra- 
tica invalsa di non permettere il passaggio a mercanti esteri 
sulle navi venete. 

1624, 20 agosto. Per sollevare i trafficanti colla Sorìa delle 
gravi spese sotto varii pretesti introdotte , è ordinato : 

1° I consoli non debbono vendere cosa alcuna a cottimo 
per nome loro. 

2° Non sieno dati ai giannizzeri più di 700 ducati di buona 
valuta all'anno. 

3° Pel viaggio di mare e di terra non si dia al console 
di Aleppo più di 1000 lire per l'andata, e 1000 pel ritorno. 

4° I consoli non ricevano presenti dai bashà , li 
ricambino del proprio. 

5° I consoli andando a nozze od a convito paghino ogni 
cosa del proprio, senza interesse del cottimo. 

6° I mercanti non siano costretti a provvisioni di da- 
nari , se non per spese ballottate nel Consiglio dei X , nel 
quale debba intervenire un capo di ogni casa che ha negozio 
in Aleppo. 

1670, 21 agosto. Siano rimessi i consoli di Aleppo, come 
si praticava prima della guerra. 

1671, 8 giugno. La tassa del 4 per °/ sia ridotta al 2, e desti- 
nata unicamente al pagamento dei debiti di cassa del cottimo. 

1675, 22 gennaio. 1677, 18 marzo. 1678, 17 giugno. So- 
spesi i consolati d'Aleppo, di Alessandria e loro vice-consoli. 

1680, 3 gennaio. Sia concesso ad Andrea Negri di recarsi 
in Aleppo in qualità di agente dei mercanti. 

1683, 9 ottobre. Sia stabilita un'imposta fìssa di 400 reali 
per ogni nave di vela quadra veniente dalla Siria, e di 200 
per ogni nave minore. 



81 

1639, 29 luglio. Quelli che trarranno robe dalla Sorìa sieno 
obbligati a far le tratte particolari, naviglio per naviglio, e 
mandarle a Venezia segnate dai provveditori al cottimo di 
Damasco. 

Il diritto consolare dei Veneziani fu soltanto nell'anno 1786 
ridotto a disposizione di legge generale, e compreso nel ti- 
tolo XII, parte I, del famoso codice per la veneta mercantile 
marina, che è uno dei più preziosi monumenti della sapienza 
civile della repubblica, negli ultimi anni della sua esistenza. 

Le determinazioni principali del codice relative ai conso- 
lati erano : 

Ogni console dovea essere suddito veneto, aver compiuta 
l'età di 25 anni, godere ottima fama di onestà e di intelli- 
genza nel commercio, essere munito delle patenti e di spe- 
ciali commissioni. Appena arrivato al luogo di residenza , 
egli dovea presentare le patenti a quelle autorità per essere 
riconosciuto, quindi rispettato ed obbedito dai sudditi. Il suo 
impiego durava 5 anni, né poteva sostituire alcuno, senza 
espressa permissione del magistrato dei Cinque savi. Con- 
seguiva gli appuntamenti e i diritti consolari nei modi e 
misure fissate da apposita tariffa stabilita dai Cinque savi, 
ed esposta nella cancelleria del consolato , con proibizione 
di esigere di più, e di prender danari a censo o mutuo a 
debito della nazione. Tenere dovea sopra apposito libro 
timbrato la nota, giorno per giorno, dei veneti bastimenti 
che arrivavano nel suo raggio giurisdizionale, colle più mi- 
nute indicazioni del carico, del capitano e dell'equipaggio, 
riscontrando, mediante apposito esame, le polizze di carico, 
le fedi di sanità e i ruoli degli equipaggi. Tutti i manifesti 
dei carichi e le notizie più importanti relative al commercio 
ed alla navigazione, egli doveva far giungere al più presto 
possibile al magistrato dei Cinque savi. 

Il console eleggeva il suo cancelliere, del quale era res- 
ponsabile in via civile. Se il cancelliere non era suddito , 
la nomina dovea essere approvata dai Cinque savi. Nelle 
parti del levante e dell'Asia dovea il console tenere un cap- 
pellano di rito cattolico. 

Le differenze fra i sudditi doveano essere composte ed 
appianate dal console , che avea pure autorità di arrestare 
e punire quelli che turbavano la regolarità del traffico , o 



85 

violavano le leggi penali ; nei casi gravi però dovea inviarli, 
colla prima opportunità, alla dominante. 

Il console erigeva gli atti verbali nei casi di getto ed in 
tutti gli altri nei quali veniva richiesto dai sudditi; eseguiva 
gli inventari, gli atti di morte; ricevea testamenti; e dava 
forza legale, come pubblico notaio, ai contratti stipulati alla 
sua presenza. Il cancelliere poi in un apposito libro dovea 
tenere la copia di tutte le deliberazioni e degli atti del con- 
solato, di tutte le polizze, i contratti, gli inventari, i testa- 
menti e delle altre carte che pervenivano alla cancelleria. 

Nei casi di naufragio il console doveva accorrere per sal- 
vare con ogni mezzo possibile i naufraghi, e riceveva poi il 
2 per °/ di premio sul netto ricavo delle cose ricuperate. 

Mancando il console di vita, il cancelliere lo doveva so- 
stituire fino alla nomina del successore. 

I consoli dovevano dar piena esecuzione e far rispettare 
ed obbedire il codice della mercantile marina, le leggi ge- 
nerali e le disposiziohi dei magistrati e degli ambasciatori 
e residenti alle corti, aver cura perchè fosse mantenuta la 
fede nei contratti . la esattezza nei pagamenti , la quiete e 
la libertà del commercio. 

Per le spese straordinarie che occorrevano nei consolati, 
il console dovea convocare il Consiglio dei Dodici, col quale 
si stabilivano le misure necessarie, gettando una tassa sui 
capitali dei negozianti. Che se però le spese erano molto 
rilevanti, o la amministrazione consolare restava in debito, 
vi provvedeva il collegio dei Cottimi (1) gettando un'altra 
tassa sopra tutte le mercanzie; la quale ascese al 4, al 6, 
e talvolta perfino al 12 per °/ nella Siria, oltre la tassa ordi- 
naria cui quelle erano sottoposte per i diritti consolari e pel 
mantenimento in Venezia della magistratura detta Cottimi 
di Damasco. 

Sopraggiunta la lunga e fatale guerra di Candia, il vice- 
console nella Siria Alvise Tartarello , ripatriato nel 1648 , 
dimostrò in senato ascendere il debito della nazione a du- 
cati 66,652 , per estinguere il quale fu imposta una tassa 



(4) Composto di quattro magistrature, cioè: Cinque savi alla mercanzia 
- Cottimo di Damasco — Cottimo di Alessandria - Cottimo di Londra. 



86 

del 4 per °/ . Con questa tassa si poterono pagare durante 
la guerra 40 mille ducati, per modo che, succeduta la pace, 
il nuovo console Marco Bembo propose di saldare la resi- 
dua passività del cottimo , riducendo la tassa dal 4 al 2 
per o/ . 

Ma le spese del consolato Bembo, per quanto si raccoglie 
dalle scritture dei capi di piazza, ascesero a reali 32 mille 
circa, per cui le merci furono aggravate del 10 per cento 
in conto di cottimo , oltre il 2 destinato all'estinzione del 
debito precedente, e si dovette anzi ricorrere ai negozianti 
per un prestito di reali 20,000. 

Fu eletto poi console nella Siria Francesco Foscari ; ma 
sempre più diminuendo il traffico dei Veneziani nell'Asia, e 
particolarmente colla Persia e le Indie, per le gravi cagioni 
enunciate più sopra, il senato deliberava a' 22 gennaio 1675 
di togliere quel consolato , accompagnando con sentimento 
grave la notizia circa alla mancanza in quello scalo del ne- 
gozio dei Veneziani , e quanto era gravosa la continuazione 
del consolato di Aleppo. 

Accordossi allora ai pochi sudditi, che ancora negoziavano 
nella Sorìa e coll'Armenia e la Persia , di rivolgersi per la 
protezione a quei consoli di altre nazioni amiche, che essi 
nella specialità dei casi ritenessero migliori; ma mal volen- 
tieri tollerando i mercanti questa necessità, oltre le ristret- 
tezze molto considerevoli dell'estenuato negozio, si astennero 
finalmente dallo spedire in Sorìa merce alcuna. 

Laonde Andrea Benedetti, che in qualità di agente aveva 
sostituito l'ultimo console Foscari, dovette, per supplire alle 
spese, accrescere il debito della nazione veneziana e portarlo 
alla somma di 40 mille reali. 

Offertosi poi Andrea Negri di andare in Aleppo col titolo 
di agente dei mercanti , e di soddisfare tutti i debiti la- 
sciati dal Benedetti , e tutelare gli interessi dei Veneziani 
negli scali dell'Asia , verso la corrisponsione di una tassa 
del 5 per °/ sulle merci di ragione dei mercanti veneti che 
passavano in Siria, il senato accolse la proposizione ed emanò 
conforme decreto il 3 gennaio 1680. 

Ma non bastando la preavvisata tassa , fu imposta una 
contribuzione fìssa da 200 a 400 reali per ogni nave, secondo 
la grandezza, che toccasse i porti della Sorìa, e furono 



87 
rimossi come inofficiosi e superflui i sette ministri del Col- 
limo di Damasco, destinando la tassa a loro favore, in pa- 
gamento invece dei debiti nella Siria. 

Tutte queste disposizioni però non furono sufficienti, ed 
il Negri non avendo potuto soddisfare tutti i debiti della 
nazione, fu arrestato dai Turchi, ed ebbe appena la ventura 
di fuggire dalle loro mani , lasciando sequestrata anche la 
casa consolare da un Corrado Kalchebrum, mercante fiam- 
mingo. 

Fu allora che Andrea Benedetti , suo predecessore nella 
sfortunata agenzìa di Aleppo, offerse di assumerla di nuovo, 
proponendo ai Cinque savi , in una sua particolareggiata 
scrittura (l), i mezzi per riordinare quell'amministrazione, 
ristorare il commercio dei Veneziani, e mantenere il decoro 
della repubblica, 

11 senato aderì a questa proposizione; e le saggie misure 
prese dal Benedetti , il progetto di riaprire una comunica- 
zione colla Persia e colle Indie, i trattati di Pietro il Grande 
colla Persia, e l'essere stato schiuso il mar Nero alla navi- 
gazione dei Veneziani , fecero sorgere più che mai vive le 
speranze di riattivare sulle coste dell'Asia e del mar Nero il 
commercio persiano. Laonde i savi proposero la ristorazione 
del consolato di Aleppo (2), che fu ordinata col decreto 29 di- 
cembre 1762 (3), e durò lino alla caduta della repubblica. 



[{) Documento LXXVII. 

(2) Documento LXXVI1I, 

(3) Documento LXXIX. 



89 



APPENDICE 



Dei Viaggiatori veneziani in Persia 

e delle venete Descrizioni edite ed inedite 

di quella regione. 



Quantunque intorno ai viaggiatori veneziani in generale 
«abbiano trattato lo Zurla, il Morelli, il Filiasi, il Foscarini, 
e da ultimo il Lazari, reputasi conveniente, in appendice al 
presente studio storico, di riportare quelle notizie particolari 
e quei nuovi documenti che si poterono raccogliere e si ri- 
feriscono a viaggiatori veneziani nella Persia, ed a venete 
relazioni di quella regione. 

La conquista di Costantinopoli (1201) avea dato un impulso 
gigantesco alla potenza commerciale dei Veneziani. Le loro 
navi cercavano nei porti del mar Nero, della Siria e dell'E- 
gitto i preziosi prodotti dell'oriente; ma non si ha memoria 
di alcuno che siasi allora addentrato nelle regioni interne 
dell'Asia, che abbia osato di tentare peregrinazioni per quelle 
remote contrade, che erano involte nella più fìtta caligine, 
durante l'impero degli Arabi. 

I primi che intrapresero viaggi per l'interno dell'Asia fu- 
rono i veneziani Matteo e Nicolò Polo, i quali mossero nel- 
l'anno 1250, al tempo di Baldovino imperatore, da Costanti- 
nopoli, e inoltratisi nel mar Nero sbarcarono nel porto di 
Soldadìa vicino a Gaffa, e proseguendo il loro cammino per 



90 

terra nella Gumania verso Derbent, via che facevano i po- 
poli circassi per andare in Persia, passarono il Tigri ed il 
Deserto fino a che giunsero nella residenza del gran khan dei 
Tartari. Ritornati quindi a Venezia dopo un così lungo e stra- 
ordinario viaggio, essi trovarono il nipote Marco, il quale 
invaghitosi dalle meravigliose descrizioni che gli zii face- 
vano dei luoghi visitati nell'Asia, li pregò di condurlo seco 
loro nella seconda spedizione in Tartarìa, dove avevano pro- 
messo al gran khan di recarsi di nuovo. 

Marco Polo nel suo famoso viaggio (1) per le regioni di 
oriente, dove dimorò ventisei anni, racconta che si recò in 
Armenia nel porto di Ajazzo, nel quale ordinariamente face- 
vano scalo i mercanti di Genova e di Venezia; e descrive, 
fra le altre regioni di quasi tutta l'Asia, gli otto regni che 
allora componevano la Persia , le condizioni di quegli abi- 
tanti, i prodotti e le industrie , avendo attraversata quella 
regione nel suo ritorno dalle Indie, ed essendosi presentato 
a Gazan , uno dei migliori principi persiani , che ebbe pur 
relazione col papa Bonifacio Vili (2). 

Da quell'epoca, per due secoli, mancano notizie di viag- 
giatori veneziani penetrati neh 1 ' interno dell'Asia , tranne i 
pochi dati che ci rimangono di un Marco Gornaro, amba- 
sciatore in Tauris nel 1319, i quali fanno ritenere . sussi- 
stessero fin da quel tempo relazioni internazionali veneto- 
persiane (3), ed un documento del 1328, scoperto di recente 
dal chiarissimo Thomas negli archivi di Vienna, e che ap- 
punto si riferisce a rapporti commerciali veneto-persiani. 

Nell'anno 1424 Nicolò Conti veneziano partì da Damasco, 
e attraversata l'Arabia Petrea, andò a Bagdad, quindi a Bas- 
sorah. Imbarcatosi nel golfo Persico , veleggiò per Ormuz 
a Gambaja, d'onde unitosi con alcuni mercanti turchi e per- 
siani attraversò la penisola spingendosi fino alle foci del 
Grange. Il Poggio, fiorentino, lasciò una succinta memoria 
dei viaggi del Conti, una parte della quale è dedicata alla 
descrizione della Persia (4). Intorno a quel tempo, si ha pure 

(1) Il Milione, Venezia, 1847, per cura di V. Lazarl, 

(2) Lazari, Marco Polo, p. 224, 414. 

(3) Foscarini, Della Letteratura veneziana, lib. IV. 

(4) Ramusio, Delle navigazioni e viaggi, voi. II. 



91 

memoria di Bracone Zeno iìglio di Giovanni che dimorò 
molti anni alla Balsera , alla Mecca ed in Persia per all'ari- 
di mercatura (1). 

Allorquando poi Mohammed II, vincitore di Costantinopoli, 
minacciò i possesi veneti nel levante, e la repubblica strinse 
alleanza colla Persia contro il comune nemico, andarono in 
quella regione i veneziani Lazaro Quirini, Caterino Zeno, 
Giosafat Barbaro, Paolo Ognibene ed Ambrogio Contarmi, 
i quali nelle loro relazioni, nei dispacci e nelle esposizioni 
fatte al senato lasciarono importantissime descrizioni dei 
luoghi da essi visitati (2). 

Oltre alle relazioni dei viaggi del Zeno, del Barbaro e del 
Contarmi, il Ramusio pubblicava nel 1559 quella di un ano- 
nimo mercante che fu in Persia, il quale si dimostra pale- 
semente essere stato un veneziano per la lingua che usa, e 
pei paragoni dei quali si serve ; ed un'altra di Giovanni Bat- 
tista Angiolello vicentino , intorno alla vita ed ai fatti di 
Uzunhasan, re di Persia. 

Queste descrizioni vengono a formare, come giustamente 
osservava il Foscarini, una storia seguente delle rivoluzioni 
persiane dal tempo di Uzunhasan al consolidamento sul trono 
della dinastia dei Sufi, la quale merita d'essere compiuta colla 
pubblicazione delle interessanti scritture di ser Donato da 
Leze, amico dell'Angiolello (3), i dispacci del Dario e le re 
lazioni di Giovanni Lassari (4). 

Luigi Kancinotto veneziano, fattore di un negozio in Ales- 
sandria del patrizio Domenico Priuli,fu in Persia nell'anno 
1532. Egli estese la relazione dei suoi viaggi, stampata da Aldo 
Manuzio nel 1557 (5), nella quale narra: che sentite le stu- 
pende cose che pubblicavansi delle nuove scoperte porto- 
ghesi gli venne volontà di viaggiare e di riscontrarle coi 
propri occhi. Quindi scorse l'Etiopia, visitò Calicut e andò 
in Persia, dove fu presente alle tre legazioni ivi pervenute 



(1) Morì a Damasco nel 1425. Capellari , Campidoglio veneto, ms. 
della Marciana. 

(2) Vedi la Parte I e i Documenti. 

(3) Documenti LXXX, LXXXI, LXXXII. 

(4) Vedi i Documenti XVII, XVIII, XIX, e XX. 

(5) Viaggi alla Tana in Persia, ecc. 



92 

(3 all'Arabia Felice, da Sumatra e dalle Molucche per implo- 
rare aiuto a Thamasp, onde porre un termine ai crudeli trat- 
tamenti dei Portoghesi. 

Allorquando Selino mosse guerra alla repubblica per lo 
acquisto del regno di Cipro, il segretario del senato Vincenzo 
Alessandri, andato in Persia per trattar lega con quel re, ci 
lasciò nei suoi dispacci, e nella relazione che lesse in Pre- 
gadi, assai preziose notizie di quella regione (1). 

Teodoro Balbi trovandosi console nella Siria dall'anno 1578 
al 1582 dettò una relazione della Persia, tuttora inedita e che 
merita di essere pubblicata (2). 

Le guerre turco-persiane di quel tempo sono poi descritte 
nelle due relazioni di Giovanni Michele e di Daniele Barbaro 
già pubblicate (3), nonché dal bailo Nicolò Barbarigo nel suo 
Trattato, che giace ancora inedito fra i codici del cav. Cicogna; 
relazioni che giovarono al Minadoi, mentre stava scrivendo 
in Aleppo la sua storia, pubblicata a Roma nell'anno 1586, 
e due anni dopo in Venezia. 

Una breve relazione del viaggio da Venezia alla Persia e 
di quella regione, fatta da un anonimo veneziano alla fine 
del secolo XVI, trovasi fra i documenti (4) di questo lavoro, 
tratta dai nostri codici. 

Secondo il Foscarini, che ne deduce la notizia dall'elogio 
funebre di Ottaviano Bon, scritto dal vescovo Giovanni Lol- 
iino, pare che anche il Bon, abbia nei primi anni del secolo 
XVII descritta la guerra, che i Persiani sostennero contro 
Amurath I, ma tale relazione ci è ignota. 

Tuttora sono poi inedite per la maggior parte le pre- 
ziose relazioni fatte dai consoli veneti nella Siria, le quali 
tutte discorrono con interessanti particolarità della Persia, 
e specialmente quella di Alessandro Malipiero, 16 febbraio 
1596, e la terza di Giovanni Francesco Sagredo, l'amico di 
Galileo, scritta nel 1612 e che è irreperibile (5). 



(\). Vedi i documenti XXV e XXVI. 

(2) Documento LXXXI1I. 

(3) Alberi, Relazioni venete, serie III, voi. II. 

(4) Documento LXXXIV. 

(5) Ciò si deduce dalle altre due relazioni del Sagredo che si conservano 
inedite. 



93 

Ambrogio Bembo trovandosi insieme ad un suo zio con- 
sole veneto in Aleppo, intraprese nel 1670 un viaggio alle 
Indie orientali, che durò quattro anni. — La relazione di 
questo viaggio, della quale una parte è dedicata alla Persia, 
trovasi nel Morelli : Dissertazione sopra alcuni viaggiatori 
veneziani poco noti. 

Intorno a quel tempo arrivarono pure in Venezia alcuni 
padri Domenicani spediti dal re della Persia, i quali in se- 
guito ad invito del senato dettarono una Relazione sulli 
viaggi dì Persia , che per decreto del 1 673 fu inserita nei 
Commemoriali (1). 

Finalmente nei dispacci dei veneti ministri in levante si 
incontrano copiose e particolareggiate le notizie delle cose 
persiane, Ghe essi apprendevano da appositi inviati in quella 
regione: avvegnaché il conoscere le intime condizioni della 
Persia, pei noti rispetti del comune nemico e del reciproco 
commercio, assai importasse alla repubblica di Venezia. 



(1) Documento LXXXV. 



DOCUMENTI 



97 
DOCUMENTO I. 



DELL'ORIGINE 

DI 

ASSANBEI SIVE USSUN CASSAN 

Breve Notatione. 

Nell'anno 1470, riferisce uno, che trovandosi in Persia l'anno 1468, 
e rasonando con li mercanti li quali nuovamente vennero di Trebi- 
sonda, tra li quali fu Domenico Del Carretto che usava quel viaggio, 
disse che veniva nominato questo Ussun Cassan, et che in quelli 
zorni aveva fatto scorrerìa in Amasia et in Angora con pochissime 
genti, et il signor soldan Baiezit fìol di Maumet turco , in quel 
tempo essendo zovene, temeva affrontarsi con Ussun prediclo, et si 
meravigliassimo del suo temer. Mi disse quel Domenico perchè vi 
meravigliate? io vo' narrar di questo Ussun Cassan cose incredibili. 
Costui fu fio di un signor abitante nelle montagne, su le quali ha 
alcuni castelli fortissimi , il suo paese si dice Tactai , è di poco 
tegnir. Essendo quello morto, il suo fìol Ussun divenne molto vale- 
vole, savio, audace et delli più belli di corpo, che da gran tempo 
si sono veduti, grande, spalluto, tutti i membri corrispondenti a 
quella bella persona come se fosse dipinto, et il suo capo siegue 
alla grandezza de la persona, con do occhi neri che è un terrore- 
ai vederli: et quanto è valoroso, tanto è liberale, cortese, benigno 
«ideo dicitur gratior et pulcherveniens in corporevirtus ».Io come 
mercadante sono stato nel suo paese, vidilo, parlai con esso, et cosi 
come è grande, similiter il suo mangiar è estremo; e per il suo ca- 
valcar , pochi boni cavalli se trova a portar tanto corpazzo. Del 
1455 si mostrò con 3000 uomini e corse nel paese di Hasan (1) 
e danneggiavalo molto, si che mai poteva a lui resistere, quamvis 
Hasan fosse signore di Zagatai, né poteva averlo in le man perchè 
lui era sempre sentiroso et apio alle insidie, et come presentiva 

(1) Hasan, zio di Uzunhasan, figlio di Karajuluk. — Hammer, storia del- 
l'impero Osmano. Voi. V, pag. 192. — Genabi, nella biblioteca imperiale 
di Vienna, pag. 228. 

7 Bollettino Consolare, Voi. IH. 



la venuta di Hasan fugiva in le montagne. E nota che Hasan 
vedendosi grande et potente signore, et Ussun Gassan un signo- 
retto che ardiva farli tanti insulti , molto si lamentò verso i 
suoi baroni dicendo : che vai la mia potenza se non trovo nessun 
barone a prendere questo ladroncello e condurmelo morto o vivo, 
che prometto a chi mi porta la sua testa di dargli una città di 
suo contento. E di tutti li baroni nessuno si mosse, salvo uno detto 
Acmat, e disse: gran Signore, tojo l'impresa mi, vu intende che homo 
è costui, lasse far a mio modo, et in pochi dì ve lo menerò o morto o 
vivo, et Hasan promise a suo modo. Questo Acmat si mise in punto 
con alcuni pochi electi perseguitando Ussun continuamente ; et 
improvvisamente trovatolo al pascolo in campagna e appresso al 
monte quello assaltò, et avendo messo in fuga e sparsa quella poca 
zente che era fugita per li monti, il dì seguente Ussun si trovò a- 
dunati 4700 uomini dicendo a quelli: A che semo più boni? da questo 
Acmat semo assediai, ne potano scampar la morte, meglio è morir vi- 
rilmente, che tristamente esser pigliati. Tandem consejati deliberarono 
assaltarli alla seconda guardia, et premandati esploratori et inteso che 
riposavano con sue mojer e fìoi, allora dito e fato assaltano quelli 
che sono drento al padiglione di Acmat; e la fortuna a quei de Ussun 
andò prospera et prese quel barone salvo con grande uccisiondi nemici, 
e quelli vedendosi rotti et el so capitano preso, a poco poco se inchina- 
rono ad Ussun et domandaronoperdonanza. Ussun Gassan cortesemente 
tutto accettava e con parole lusingava dicendo: Vardè fradei cari, ca- 
daun che conosce elsuo, voglia el suo, del vostro mi no vogio niente, et 
etiam le vostre donne e fameje, io pur son signor e fiol de signor, e 
benché sia povero Dio è grande. 

Vedendo li nemici suoi tanta lealtà ad una voce li fecero grandis- 
sima laude, e vi furono di quelli che li dissero che voleano restare se a 
lui piaceva, et esso allegramente tutti accettò e disseli: Saremo tutti 
fradei insieme; et quel pezzo de pan che havremo, partiremo tutti 
quanti. 

Dopo l'acceptar di questi fece venir davanti quel barone Acmat 
preso domandandoli : che cazon ti ha fatto far la impresa de perse- 
guitarmi? Rispose: Sapiè che lo bando che fece il mio Signore, fu a chi 
attrovasse di dargli la vostra testa li donava una città et facevalo beato. 
Io pensando aver la vittoria ho tolto tale impresa. Ussun Cassan rispose: 
Feste voi la sententia, e quella cercavi per mi, farò fare a voi, e comandò 
fosse decapitato e mandato il capo al sultan con queste parole: Tolè 
signor grande el presente che desideravi-, facendoli poi aggiungere : Per- 



99 

che mi vai perseguitando, ti è signor grande e mi pur son fiol de signor, 
benché non sia sì potente; tu dici che sono ladro in le montagne, ma las- 
sime venir al piano, lassime riposar, che ti prometto esser con te 
pacifico, con molte altre parole. Soprazonse poi la donna , fu di quel 
barone con alcuni altri che ritornavano alle loro case e non vollero 
rimaner con Ussun, et a quella donna ha facto restituir el suo, et 
quella con buone parole confortava et pregava volesse restar con lui, 
promettendo mandarla con suo contento, et etiam alcune altre che 
erano in sua compagnia, le quali non volendo rimaner, quelle fece 
accompagnare alle loro case con boni cavalli, sopra ponendo questo a 
quella ambascieria. 

Di presente Hasan vedendo le sue dolci parole et amore, restò 
stupefatto et era contento di non lo molestar. Ussun con quella 
gente che a lui moltiplicava non volle più scorzisar el paese di Ha- 
san, ma correva sui confini di Amasia fin in Angora; et Baiezid che 
abitava in Amasia essendo zovene non ardiva affrontarsi con Ussun 
perocché suo padre si disdegnava. 

Et nel 1459, essendo approssimato al confin diTrebisonda, Ussun 
se ridusse alle sue fortezze, ma sempre correva. Il Turco mandò allora 
sui ambasciatori con presenti di panni d'oro et di seta, lavori d'ar- 
gento e cavalli a donar ad Hasan, pregandolo che stringesse dalla sua 
banda Ussun Gassan e lui dall'altra a metterlo in mezzo et prenderlo. 
Ma egli in quel tempo non si mosse, anzi veniva detto che Ussun 
Gassan in la strada aveva fatto prendere quel legato dell'ottomano che 
portava li presenti ad Hasan, e non fu vero, né possibile lui si muo- ' 
vesse. 

Nel 1450 l'imperatore de Trebisonda guerreggiava col signor Ar- 
menich che era suddito di Ussun Gassan , onde l'imperatore pre- 
parato l'esercito con poca gente per andare a prendere questo Ar- 
menich credendo averlo a man salva, fu come intraviene a quello che 
poco stima l'inimico, preso l'imperatore da Armenich, il quale essendo 
suddito di Ussun Gassan a quello lo presentò. Essendo l'imperatore 
alla presenza di Ussun Cassan, li richiese fosse fatto tajar del so 
prezio, che provederia de redimersi, onde Ussun Gassan li disse: 
Quello che io desiderava mi vien alle mani, io danari non apprezzo, mi 
fu detto voi avere una fia savia e da ben, dita Teodora, demela per mu- 
gier. — L'imperatore rispose: Come potrà farsi questo, essendo noi 
christianie voi pagan? Rispose Ussun: Non curo questo, pure intrave- 
gniria cosa del nostro contento unanime da ella, perchè per cristiana la 
voglio e per questo l'apprezzo, perchè a mi donne no manca, adunque 



100 

per questa caxon me muovo et a voi è forza farlo. E così seguì le nozze 
et datoli la fiola per questa via, et have quella in devotion carissima. 
Avuta madama Teodora per moiera, pare che la fortuna ad Ussun 
Gassan andasse prospera, et ogni dì moltiplicava in seguito de 
zente. 

Vedendo Maomet turco moltiplicar Ussun, temendo non si facesse 
grande, fece esercito nel 1461 ed andò verso Trebisonda, acciò Us- 
sun no prosperasse in quello impero. 

Vedendo Ussun no poter resistere alla potenza del turco, li fu forza 
mostrarli le spalle, e ritornò alli monti e alli suoi castelli. Il turco non 
volendo Ussun per vicino, aumentato il suo esercito andò in persona 
e prese Trebisonda, nel cui esercito fu Nicolò Sagondino segretario 
della Signoria nostra. 

La despota Teodora mojer de Ussun Gassan avendo fatti itoli, et 
per tal matrimonio essendo arsa d'amore con Ussun Gassan li disse 
queste parole : Signor mio , ornai di voi non può mancar la vita 
se il vostro sangue è vita e sangue di vostra fia, et è el ben dei vostri fi- 
glioli, abbi è dunque fede dell'i consigli che vi darò. Tolè questa crosetta, 
e applichela con questa catenella al vostro collo e abbie devotion, et 
ogni dì per mio contento mettela sulla fronte e basela con reverèntia, e 
se caso v'intravegnisse essere in battaglia raccomandeve con zelo e fede 
a questo crocifisso; e se voi non avrò vittoria riputeme una cattiva et 
inimica dei vostri fioli: perchè trovata la verità di quel che dico avere 
occasion de volermi tanto più ben. Per tal suasion, Ussun Cassan, 
per amor della donna che lo costrinse, o fosse permission della Di- 
vina grazia, el tolse quella crosetta con devotion et pace, che da 
quell'ora venne in tanta prosperità che dove el se metteva in bat- 
taglia, etiam ch'el fosse de poca potentia, diventò gran signore: et 
è opinion de molti che segretamente è sta convertito alla Christiana 
fede. 

In questi tempi essendo Maomet turco vicino di confine ad Us- 
sun Gassan et a Hasan, ed essendo Ussun in mezzo Maomet iterum 
aveva ordito intelligentia con Hasan di prendere Ussun Gassan, et 
avvedutosi di tali insidie Ussun si pose a far forte in una valle a 
pie di un monte et fece tajar grandi alberi mettendo quelli per tra- 
verso le vie et fecesi forte. Aveva il turco comanda al fìol Bajezid 
di Amasia che andasse a congiungersi con Hasan, per poter pren- 
dere Ussun, il quale essendo avvisato di questo, attendeva a farsi 
forte. Accade che vedendo Hasan la precauzione facta per Ussun , 
che non era possibile ottenir la sua intenzione, deliberò tornar in- 



101 

drio, et lasciar l'impresa; e za la gente del suo esercito aveva in 
gran, parte licentià. Ussun Gassan avendo presentito che Hasan 
aveva licenziato gran parte del suo esercito, vedendo occasione, e 
modo venutogli di far egregio assalto a Hasan, una notte con zente 
eletta uscì dalla sua fortezza e con insidia assaltò Hasan, e quello prese 
con sua masnada e feceli tajar el capo a lui et al so fiol. Il capo di Ha- 
san mandò a presentare a Maomet. turco, il capo del fiol mandò al 
sultan. 

11 soldan have gran piacer per essere amico de Ussun. Il turco 
el contrario. Et il turco mandò a dire ad Ussun Gassan che non aveva 
fatto bene a far simili atti a così gran signore. Ussun li fece ris- 
pondere: Mi ho fatto con la spada in man, quello che dovea fare. 
Prosperando in stato Ussun Gassan per la morte di Hasan, e sot- 
tomettendo il suo imperio con tanta vittoria, l'imperatore dei Tartari 
Zagatai (1), si mosse potentissimo per invidia e venne contro Ussun 
Gassan, et quello assediò, chi dice in campagna e chi in città. 

Ussun vedendosi astretto mandò a quello ambasceria, et con bone 
parole lo amaliò mentre la notte aveva ordito e messo in punto le 
sue genti, et dopo riposato assaltò li tartari e mise quelli in rotta. 
Prese il signor dei Tartari Zagatai e feceli tagiar il capo, per lo che 
tutti quei popoli s'inchinarono a lui; et a questo modo si fece signor 
di tutta la Persia et Media, et fu nel 14-69. 

Dopo avuta la vittoria dei Tartari e Zagatai, mandò suoi amba- 
sciatori a Maomet turco per annunciarli tanta vittoria. Il suo am- 
basciatore venne a cavallo fino a Scutari, et annunziato al signor turco 
el suo zonzer, subito fece armar una fusta et lo mandò a levar e 
condur a Costantinopoli: il quale si appresentò alla Porta dicendo al 
Turco come il signor Ussun Gassan, con bella continenza per esser 
huomo di bella maniera, lo mandava; li bassa si levorno in piedi et 
andolli incontro per accompagnarlo; ed appresentato al signore le 
basò le man et li disse poche parole presentandoli lettere di Ussun 
Gassan di tre righe: quello che era scritto nessuno l'intese, et li portò 
presenti: un uovo di struzzo con un velo sottile et un altro uovo 
con una veste: e che questo sia vero io Zorzi di Fiandra credente, 
ho inteso a razonar essendo al Cairo. 

Tornando al nostro proposito detto ambasciator de Ussun Gassan 
portò etiam a donare al turco uno scacchier lavorato di legno aloe el 
fornito di scacchi molto superbi, et una spada guernita, et quattro 

(1) Ebusaid, figlio di Miran shàh, nipote di Tinnir. Genabi, pag. 228. 



102 

armature da huomo a cavallo. Fu dato sopra tali presenti molta si- 
gnification. 

11 sig. Maomet appresentò al detto ambasciatore aspri 30,000, 
panni d'oro et altre cose stimale valere aspri 50 in 60 mille, et non 
permise che alcuno gii parlasse. E questo fu appunto in quel giorno 
che domino Nicolo da Canal, capitano generale della Signorìa, prese 
Lemno. 

E dispacciato dalla Porta detto ambasciatore fu accompagnato fino 
in Russia. Dopo accade che in ispazio di tempo si ribellò un fìol di 
Hasan con tre grandi baroni di suo padre. Questi baroni lo avevano 
rilevato nei paesi di Zagatai, fortificandosi adunava di quelle zenli 
che fu di suo padre Hasan. Il ditto Ussun Gassan quelli perse- 
guitava et absediava, et tandem li prese et tagliò il capo a detti 
quattro, et a questo modo venne a restare assolutamente signore del 
paese ; et per la comune fama et opinione di tutti questo Ussun 
Gassan non ha più contrasto di alcun vicino, e resta in li suoi confini 
un altro signore di Zagatai, piccolo signore, tamen suo amico. 

Et questo con brevità ho notalo mi Zorzi de Fiandra scorrendo 
fino al di odierno 1470. 

Cronaca Sanudo, mss. nell'archivio Cicogna. 

Questo Zorzi di Fiandra si manifesta se non veneziano, certamente 
al servizio della repubblica, e la sua scrittura trovasi inserita fra i do- 
cumenti inediti della preziosa Cronaca di Marino Sanudo, che soltanto 
in parte fu pubblicata dal Muratori, Rerum italic . script., t. XXII. 
La detta relazione pare però che non fosse sconosciuta al Ramusio 
ed all'autore dei Commentarli del viaggio in Persia di Caterino Zeno. 



nociJiriEitfTO ii. 



1463, die 2 Decembris. 

Quantum conferre possit rebus gerendis contraTurcum, quod ma- 
gnus Garamanus ac Uxonus Gassanus bellum inferrant huic hosti: 
unusquisque satis intelligit quam propulsatus etiam ex partibus illis 
tenendum erit exterminium suum, multum facile secuturum esse. 



103 
Et vir nobilis Andreas Cornano valde praticus et aptus ad res istas, de 
ordine nostro praticam habuerit cum Garamano, et prò quanto 
habetur sperandum est negocium istud permanus suas votive perfìci 
posse: propterea vadit pars : 

Quod scribatur eidem Andreae: Nos esse contentos, quod persona- 
biliter quanto celerius esse possit se eonferrat ad magnum Carama- 
num cum nostris literis credentialibus quod sibi miltantur presen- 
tando dominationi suae. Apud quam commemorando insolentiarum 
et maxima dominandi libidinem turci communis hostis sui et nostri, 
quotque provincias et regna subegit destructis et caesis regibus et 
principibus suis. Et quod sicut videt totum orbem nititur deglutine 
omnem operam dare debeat per illos omnes utiliores et meliores 
modos: quos noverit expedire inducendi eum ad gerendum bellum , 
ex illa parte contra hostem ipsum, contra quem etiam in partibus 
Grecise et Europae, et nos et alii domini et potentatus facimus et 
facturi sumus, quodquod a nobis fieri possit ad deprimendam super- 
biam tanti hostis. 

Utque, Ex. a , ipsius Garamani intelligat bonam mentem nostram 
in honorem et commoda sua sumus bene contenti mittere sibi libere 
et nostris impensis galeas sex ex nostris armatas et bene in puncto, 
ad agendum bellum a parte maris, terris et locis , praefati hostis, 
per id spacium temporis quod exigentia et tempus patient et quod, 
quidquid acquiret, sit Ex. ae illius domini. 

Sumus quoque contenti velut affecti ili. dominationi suae, non 
devenire ad ullam concordiam seu pacem cum Turco nisi in ea in- 
terveniat et includatur una nobiscum ipse dom. Garamanus. Gum hoc 
etiam, quod sicut honestum est Ex. a sua, ergo nos servare et facere 
debeat istud idem. 

Et demum comittatur eidem Andreas quod prò obtinenda hac in- 
tentione nostra , omne studium et diiigentiam adhibere debeat. 
Nihilque praetermittere ut effectus iste sequatur, dareque conlinuam 
notitiam per literas suas nostro dominio ac capitaneo nostro ge- 
nerali de omnibus, quae sequentur. 

Miltantur quoque litene nostrae credentiales ad ipsum Andream 
directive Uxoni Gassano et Turcomano, sub quibus idem Andreas seu 
virnobilis Lazarus Quirino, casu quo non posset accedere, se conferre 
debeat ad Uxonum Gassanum, vel ad ipsum Turcumanum, ad ope- 
randum similiter modis omnibus et inducendum eos ad inferrendum 
bellum turco. 

Verum ex nunc captum sit. Quod idem Andreas aut alius vel alii 



404 

prò eo non possint facere nec fieri facere per se vel alios merca- 
tionum alluminimi aut aliarum, sub pcena ducatorum mille, exigenda 
per advocatores communis. 

Voti de parte 110. 
de non 16. 
non sinceri 3. 

Nota quod super materia suprascripta facta fuit commisio, viro 
nobili ser Marco Cornano militi. 

Confrontato nell'Archivio generale dei Frari, Secreta XXI, p, 209. 



DOCUMENTO III. 



Die 15 Februarii (1463 m. v.) 1464. 

Quia vehementer prò commoditate rerum nostrarum, Dominatio 
nostra superioribus mensibus confederationem et intelligentiam con- 
clusa cum illustr. mo Domino Garamano, medio nobilis viri Andreae 
Cornano, qui dominus vita functus est. Sitque optimum factu, eam 
cum filio suo, qui ei successit, juvene et animoso redintegrare. 

Vaditpars quod per collegium mitti debeat unus nuntius ad ipsum 
dominum Caramanum, cum una pecia panni aurei valoris ducatorum 
CC. ipsi ill mo domino prò mare partium ipsarum danda. Item cum 
aliis rebus valoris aliorum ducatorum CC. donandis primis portae s'uae 
siculi collegio videbitur. Qui nuntius nostro nomine de obitu prin- 
cipis suis doleat, deque successione Ex a sua congratuletur, curetque 
secum omnia capitula confederationis ipsius, ipso domino presente 
cum ili 1 " patre suo conclusa, sua cum Ex a redintegrare et confirmare, 
sicuti particularius ei per„collegium in mandatis dabitur. Et repli- 
centurlitteraead illustrissimumUssonumCassanumEx. suae superio- 
ribus mensibus scriptae. Deque his omnibus detur notitia suprascripto 
ser Andreae Cornario et ser Lazaro Quirino, qui rem ipsam praticare 
et iuvare poterunt, sicut autem fecerunt. 

Secreta XXII, p. 67. 



105 
DOCUMENTO IT. 



1464 , 26 Septembris. 

Quod orator domini Ussoni Cassani , qui ad presenliam nostrani 
fuil, q. primum expedire debeat, ut cum galeis Baruli ad partes Syriae 
se transferat et inde ad Dominum suum reverti, emique et donari 
debeant oratori predicto brachia veluti cremisini XII et brachia VI 
scadati prò duabus vestibus, et due. G. auri uni eius fìlio detur 
pannus scarlatus prò una veste, et famulo pannus viridus et due. 

IV, fìlio famulo autem duo. Fiuntque eis expense usque quo in 
terram Syriam descenderunt, quas solvat dominium. Et fieri eidem 
demonstratio. Emanturque et dentur dicto oratori bracbia XX , 
panni aurei pulcherrimi, quse nostro nomine in signum amoris nostri 
debeat presentare. 

Qui denari accipiantur de deposito et de omni alia ratione unde... 
citius poterunt. 

Domino vero Uxono Cassano scribatur in hac forma et oretenus 
etiam dicatur eidem oratori legantur q. ejusmodi litere de verbo ad 
verbum. 

« Nui havemo ricevuto le sapientissime et benevole lettere della 
IH. S. V., et inteso etiam quanto a bocca saviamente ha riferito Ma- 
metanazab vostro secretano et ambassadore, de la optima disposi- 
zione e mente della E. V. di far insieme con nui contra l'Othoman 
commun et accerimo inimico; et molto ne ha piaciuto intender questa 
opinion e mente della vostra Gels., la qual è de signor sapientissimo 
e magnanimo: perchè l'Othoman per la sua superbia et ambizione 
non studia né desidera altro con tutti i so pensieri che devorar e 
oprimer tutti li signori del mondo et specialmente li suoi vicini. Et 
quanto poi al dicto Othoman va disfacendo ora questo ora quest'altro, 
tanto più insaciabilmente desidera, e se sforza destruger ognuno et 
accrescer la potentia et tirannia sua. Pertanto se convien alla Exc. 

V. Signoria animosa e sapientissima, in questo tempo che nui ed 
altri principi christiani se retrovamo contro de lui in guerra, dal 
canto vostro con tutta vostra potentia prestissimamente movervi, 
e venir a sua disfazione e rovina per propria vostra salute e de tutti 
altri, perchè remanendo questo Othoman nelle sue forze e signorìa 
né la Vostra Exc. né alcun altro signor se poi reputar signor nel stalo 



106 

suo. El novo Pontefice capo e principe dei christiani fa ed è per far 
ogni dì più a rovina del detto Othoman. 

Questo medesimo falò ili. ducha de Borgogna et molti altri principi 
e signori christiani. Noi come senio certissimi già havete inteso, 
havemo potentissima armata in mar et esercito terrestre in la Morea 
et Albania. El ser. re de Ongaria da canto suo li fa acerbissima 
guerra. Né è possibile che il detto Othoman possi per modo alcun 
farvi alcun ostacolo e resistenza. E però quanto più presto la E. 
V. se moverà, tanto più presto e facilmente ottenirà tutto lo stato suo 
in quelle parti, come quella sapientissima semo certissimi che otti- 
mamente intenda. Et fin da mo (1) semo ben contenti che tutto quello 
che aquisterà la V. E. liberamente sia suo. Ne avemo più partico- 
larmente parlado con el sopradetto ambassador vostro, el qual etiam 
de tutte cose occorrenti e dei progressi dei cristiani contro dito 
nemico ordinatamente informato, tutto seriamente riferirà alla E. V., 
le qual cosse abbia la V. Gels. per fermissime e verissime, alla 
qual in ogni sia comodità ed exaltation se offerirne 

Et de adventu preefati oratoris ad presentiam nostram detur notitia 
viro Nobili Marco Cornano militi, et mittantur ei copiae literarum 
prsefati domini Uxoni Gassani ad nos, et literarum nostrarum ad 
praefatum dominum, ut opportune providere circa hanc materiam 
possit. 

Adviseturque de optimo tractamento per nos eidem oratori 
facto. 

de parte 84. 
de non 0. 

non sinceri 0. 

Secreta XXII, p. 89. 

DOC UJJIE*TO V. 

(1465, m. v.) 1466 27 Febbrajo. 

Illustri Domino Hasanbei vid. Ussun Cassano. 

Accipimus literas Ex. V. quas nobis redidit Cassanus Azanus 
lator praesentium, ex quibus intelleximus quaecumque Ex. V. ad nos 
scripsit de optima dispositione et promptitudine sua faciendi et ma- 
fi) E fin d'ora. 






107 
gnanime belligerandi contra insolentissimum Mahometem regem 
turcorum, inimicum communem, et universi fere orbis acerrimum 
hostem, necnon q. fervenler et effìcaciter nos exortatur ut non modo 
faciamus potenter et hostem nostrum aggrediamur validissimis viri- 
bus, sed etiam excitemus ceteros principes christianos ad hoc bel- 
lum necessarissimum, quo pestis hsec et pernicies omnium in pace 
vivere cupientium perdatur et debellatur ! 

Commemorando singularem benevolentiam et sinceram amicitiam, 
qua nobis efficitur Ex. V. quamobrem respondentes agimus IH. Do- 
minationi vestrae ingentes gratias prò hujusmodi suo perhumano et 
prudentissimo scribendi officio. Quo nihil nobis gratius fieri potuis- 
set, et certe nunquam explicareet verbis consequi possemus quanto- 
pere amemus et charam habeamus benevolentiam et amicitiam ve- 
stram: atque quam maxime nobis cordi sit audire et intelligere ista, 
quae ad nos scripsistis vehementer pertinenza ad utriusque nostram 
salulem. Verum ut Ex. V. cognoscat nos quoque promptissimos et pa- 
ratissimos esse faciendi omnia adversum communem hunc hostem, 
nihilque intentatomi omittere quo omnino debelletur. Qui non con- 
tento^ fìnibus suis universum fere orbem terrarum subjicere sibi 
conatur. 

Scitote jam nos habere potentissimam classem in mari, quam ad 
paucissimas dies potentiorem et validiorem reddemus supra XL tri- 
remium navium complurimum. Item in Amoream mittimus copias 
nostras armigeras, ut firmum exercilum opponamus hosti. In Alba- 
niam quo equites et pedites ultra illos quos habemus in magno nu- 
mero transmittimus. Habemus praeterea oratorem nostrum apud re- 
gem Hungariae qui continue horatur et instat Maj . Suam,ad magnanime 
persequendum bellum, qui jam est in armis potenter. Summusque 
Pontifex pater et caput omnium christianorum nobiscum sentit, qui 
nihil aliud molitur, nihil aliud parat, quam contundere rabiem hostis 
hujus nostri et excitare christianas vires in eum. 

Restat tantum ut 111. D. V. persequatur magnanime bellum ut 
ccepit, et potenter irruat adversus loca et provincias hostis atque un- 
dique eum exagitet. Nunc quoque est tempus optalum. Nunc offert se 
occasio ut omnes liberemur continua molestia et solecitudine con- 
fracto et penitus confecto immanissimo istodracone. Et ita nos hinc 
faciemus nec rei ulli parcemus quantum in nobis erit. Gratissimum 
autem nobis erit ut V. E. nobis soepius scribat, et certiores faciat de 
progressibus vestris, et mittat litteras ad consulem nostrum Aleppi qui 
celeriter eas mittet. Et ita nos per illam viam faciemus ut alter al- 



108 

terius res intelligat. Rogantes ad extremum ut V. E. cohortari pla- 
ceat 111. Dominum Garamanum ad faciendum magnanime et bellum 
constanter perseverandum, quam non deerunt sibi omnes nostri 
favores possibiles. 

Scribantur similes, mutatis mutandis, ili. Theodorae domini im- 
peratori Trapezundae filiae magni conjugi prsefati Hassanbei , in 
responsionem litterarum suarum, cum gratiarum actione munusculi 
dominio nostro missi. 

De parte 96. 

De non 0. 

Non sinceri 2. 

Secreta XXII, pag. 132. 



DOCUMENTO VI, 



1* Commissione a Caterino Zeno, delegato oratore veneto in Persia. 
(1471, 18 Maji) 

Quod orator illustrissimi domini Ussoni Gassani expediatur, et 
cum eo insimul vadat nobilis vir Catarinus Geno orator noster 
designatus ad ipsum dominum , et vadat cum infrascripta com- 
missione. 

Nos Christophorus Maurus Dei grazia dux Venetiarum, etc. Co- 
mittimus tibi dilecto civi nostro Gatarino Geno designato oratore 
nostro ad illustrissimum dominum Ussonum Cassanum, ut insimul 
cum oratore ipsius domini eos ad presentiam ejus, dirigendo et te- 
nendo iter tuum prò majore celeritate et securitate, siculi delibe- 
rabitur et imponetur tibi per collegium nostrum. 

Gonstitutus ad presentiam prefati domini et presentata literis 
nostris credentialibus, facies salutationes hortationes et oblationes 
convenientes et honorificas prout iudicaveris convenire honori et di- 
gnitati illius domini, et nostri dominj, utendo omnibus illis ama- 
bilibus et honorabilibus, et omni significatione benevolentiae plenis 
verbis que intelliges prefato domino, et moribus, ac nature gentis 
grata esse. In primis autem gratulaberis cum excellentia sua de 
omni prosperitate, felicitate et propagatone persone et imperij sui , 
que, quanto prosperiora et feliciora splendidioraque sunt , tanto 
majorem voluptatem capimus , ut decet veros et bonos amicos ac 



109 

studiosos illustrissimae domili suae, amplificando et ornando par- 
tem istam sicut noveris convenire — Subsequenter expones celsi- 
tudini suae quod cum venisset ad nos orator suus una cum nobile 
cive et oratore nostro Lazaro Quirino excepimus et vidimus eum 
libentissime , audivimusque summa cum jucunditate quaecumque 
nobis retulit, nomine illustrissimae dominationis suae, ultra literas 
suas nobis scriptas , quas legimus attentissimo animo. Et omnia 
fuerunt nobis gratissima, tum propter nostram in excellentiam suam 
affectionem et benevolentiam, tum etiam quia cognovimus disposi- 
tionem et propositum suum sapientissimum faciendi magnanime 
contra istum Ottomanum comunem hostem immanissimum, et fidei 
violatorem atque fractorem, ob rationes et causas precedentissime 
memoratas et per dictum oratorem suum, et per literas excelentiae 
suae, quum provocata et lacessita illustrissima dominatione sua par- 
tim perfidia, partim immoderata libidine dominandi universo orbi 
ottomani ipsius vendicare se disponat. Quibus quidem causis, nos 
etiam quamvis nostris fìnibus semper contenti viximus, precedentibus 
multis injuriis et occupatione cujusdam loci nostri in Amorea, in- 
ducti et coacti sumus capere arma et terra et mari resistere insa- 
lali appetitili suo perdendi omnes. Qui non est dubium ad alium 
non vigilat, quod, superatis nobis, posse expeditius et liberius sequi 
cogitationes et designa sua in provinciis asiaticis, in primis contra 
illustrissimam dominationem suam et alios dominios asiaticos, cum 
ipse fedifragus nemini fìdem servet, aut juramentum tentai. Quin 
imo, spreta omni fide, violatoque juramento, multos dominios per- 
didit, et poenibus delevit. Sed speramus, auctore Deo optimo maximo, 
cui displicent talia, ac procedente excellentìa vestra magnanimiter 
et potenter sicut decrevit, et prò amplitudine imperii et magnitudine 
virium suum merito potest, cogitationes et designia ipsius Otto- 
mani frustrabuntur, nec succedent sibi ut putat. Nam et nos, prò 
viribus nostris maritimis et terrestribus quas auximus, et quotidie 
magis augemus, provocati et lacessiti tot et tantis iniuriis, facie- 
mus simul et semel omnem conatum nostrum. Et hoc modo co- 
actus , continebit ac retrahet se induceturque potius timendisibi, 
et dubitandi de exterminio suo, quam inquietandi et infestandi alios et 
universum orbem sibi promittendi ; cohortando et inanimando excel- 
lentiam prelati domini ad hoc , ac omni effìcatia verborum deco- 
rando sibi optimam nostram dispositionem et promptitudinem ad 
liane rem, et impresiam aggrediendam et conficiendam insimul, et ani- 
mis conspirantibus invicem. Et prò majore reputatone rerum nos- 



410 

strarum, ac prò accendendo magis excellentiam suam, commemo- 
rabis et foedusetligam nostrani cum serenissimo domino rege Fer- 
dinando Sicilie, etc. , prò defensione statuum nostrorum contra 
dictum Ottomanum, tangendo etiam ad propositum tuum, quod non 
deficient etiam nobis favores summis patris nostri et aliorum po- 
tenlatum Italiae, et boc prò sicnritate sua, cum omnibus minitetur 
draco iste et insatiabilis serpens fidei fractor et dominorum eversor. 

Dictis et expositis rebus predictis, subiungere te volumus, quod 
fieri potest pervenisse ad noticiam excellentiae suae nos misisse ora- 
tores nostros prefatum ottomanum. Et ut omnia inotescant illustris- 
simae dominationi suae eidem notificamus, quod ante adventus ora- 
toris sui ad nos, jam expediveramus et miseramus ipsos oratores 
nostros ad predictum Ottomanum, suasi et exhortati ad pacem per 
personas medias. Quia nescimus quem fìnem habitura sit et quando 
tamen dieta pax sequeretur , non restabimus nihilominus esse ille 
boni amici et studiosi omnis exaltationis et felicitatis excellentiae 
suae, sicutsemper fuimuset sumus, nec fìdem unquam capiemus de 
eo sicuti eccellentia sua sapientissime nobis dici fecit, excusabi- 
tisque nos, quia si prius venisset orator suus et magnanima voluntas 
sua nobis innotuisset, suprasedendum curassemus in mitlendis dictis 
nostris oratoribus. 

Ad propositum tuum ubi melius tibi occurret dices prefato do- 
mino, quod si distulimus expedire oratorem suum factum est ex 
multis nostris occupationibus in preparando classem nostrani nu- 
nerosiorem et majorem solito, et in mittendo trans mare copias no- 
stras armigeras et alia multa necessaria sicut fieri solet. 

Volumus preterea , ut sub literis nostris credentialibus visitare 
debeas nomine nostro illustrissimam dominam consortem praefati 
domini , utendo verbis onorifìcis et convenientibus, ac commemo- 
randi antiquam et bonam amicitiam quam semper habuimus cum 
serenissimo imperatore olim genitore suo, offerendo nos etc, ac 
inanimando excellentiam suam, ex substantia hujus nostre com- 
missionis, ad exortandum illustrissimum dominum consortem suum 
ad istam impresiam contra turcum sicut semper fecit, et per literas 
suas alias de his nobis scripsit. 

Posteaquam autem exposueris hec nostra mandata, et steteris apud 
prefatum illustrissimum dominum per aliquod dies sicut tibi melius 
videbitur, ac desumpta tota Illa, informatione et minutiore quam ha- 
bere et intelligere poteris de potentia prefati domini, etate, valitu- 
dine, habilitate, statu, situ, redditibus . exercitibus, confinibus, vi- 



411 

cinis, ac demum de disposinone et voluntate ipsius domini ad istam 
impresiam, et quibuscumque aliis rebus, que merito nostra cogni- 
(ione digne et alicujus momenti et extimationis judicaveris, ita ut 
reditu tuo possimus capere certiludinem de rei ventale, et labor ac 
impensa istius tuae legationis non videatur omnino inutilis, sed po- 
tius per tempora futura fieri possit constructus aliquis de rebus 
istius domini, nostra intentio est ut accepta bona et grata licentia 
a prefato domino, revertaris ad prasentiam nostram bene et comu- 
latissime inslructus, aut per illam celeriorem et securiorem viam que 
libi videbitur, aut si haberes modum veniendi usquam ad marittima 
loca cum exercitibus prefati domini quos mittere contra loca Turci, 
que via judicio aliquorum et telior et tutior foret , in hoc casu 
te gubernabis cum omni diligentia et studio. 

Et ex nunc capturn sit, quod praefactis domino et consorti suae 
fieri debeant et miti per ipsum nostrum oratorem duo exenia de 
panno aurato prout videbitur collegio, et oratur ipsius domini hic 
existens vestiatur de veluto. 

De parte 74 

De non 2 

Non sincere 4. 

Ser Aloysius Donato sapiens ordinum, vult quod differatur expe- 
ditio dicti oratoris donechabeatur ab oratoribus qui suntadTurcum 
litere de successu rerum. 

De parte 61 

Secreta XXV. Edid. Gornet. Le guerre dei Veneti neir Asia. Vienna, 
1856. 



DOCUMENTO VII. 



T Commissione a Caterino Zeno. 
(1471, die IO Septembris) 

Quod viro nobili Catarino Geno oratori ad illustrissimum domi- 
num Ussonum Gassanum fìat commissio in hac forma. 
Christophorus Mauro dei gratia dux venetiarum, etc. 
Gommittimus tibi nobili viro Catarino Geno dilecto civi et fideli 



112 

nostro, ut cum passaggio quod tibi deputavimus in Cyprum te con- 
feras una cum oratore illustrissimi Domini Ussoni Gassani et inde per 
ditionem Garamani accedas ad presentiam supra scripti domini Us- 
soni , orator noster. Cui presentatis literis nostris credentialibus 
lactisque prò more salutationibus et oblationibus sub illa quam 
ampliori et accomodatiori verborum forma que tibi visa sit , con- 
gratulare ampie et copiose de omnibus victoriis et prosperitatibus 
suis etdeacquisitione ainplissimorumregnorum suorum; postea ex- 
pones, redijsse ad nos superioribus mensibus virum nobilem Laza- 
rum Quirinum quem ad excellentiam suam miseramus nostrum ora- 
torem, et secum venisse etiam oratorem suum, tecum presentialiter 
regredientem, quem intuitu celsitudine sue alacriter vidimus et su- 
scepimus. Et per utrumque eorum intelleximus optimam illius illu- 
strissimi domini erga nos benevolentiam et animum atque inten- 
tione valide faciendi contra comunem inimicum ottomanum, cuius 
insaciabilis dominandi appetitus notissimus est non solum dominan- 
tibus in Europa sed etiam in Asia, ubi omnes quos potuit dominus, 
oppressit et extinxit nemini servata fide, et nulla usus humanitate 
vel respectu, modo aliena rapere et occupare potuerit indifferenter 
et sine ullo penitus discrimine. Et prò benevola in nos affectione 
celsitudini sue gratias agas amplas et uberes, affìrmeque quod pari 
nos ipsam excellentiam suam benevolentiam et cantate prosequimur. 
Dispositionem autem et magnanimam illius voluntatem contra comu- 
nem hostem lauda et extolle cum verbis pertinentibus; subiunge lamen 
quod si distulimus expedire predictum oratorem suum, et te etiam mit- 
tere ad presentiam excellentiae suae, in causa fuere multe maximeque 
occupationes nostre, et multi motus qui inter christianos excitati sunt 
prò insurgendo unite et valide contra supra dictum ottomanum, et hoc 
loco explica et narra conventum Ratisbone habitum perimperatoriam 
Majestatem,et reliquos principes germanos, et deliberationem agendi 
et educandi potenter exercitum, et dispositionem serenissimorum 
dominorum regum Polonie et Hungarie , confedèrationem prete- 
rea totius Italie prò illius quiete et unite insurgere possit, et no- 
strani cum regia celsitudine ligam et intelligentiam per quam ha- 
bemus potentem in mari classem, et babituri proximo anno sumus 
galearum ultra centum et magni numerum navium , electionem 
novi pontificis ad expeditionem generalem christianorum, et ad 
totalem ex Europa expultionem predicti inimici. Que cum ita di- 
sposta sinthortaberis excellentiam suam nostro nomine, ut hac occa- 
sione uti velit, et cum suis viribus ex parte Asiae veniat potentissi- 



113 

mus sives mittat in oppressionem preclicti inimici qui utriusque 
oppressus et distractus, utriquam partium resistere non poterit, sed 
ab utroque facile superabitur et in hanc partem te diffunde. Hor- 
tare insta et sollicita ut se movat et descendat sive mittat in oppres- 
sionem predicti hoslis, quum hic est totiustue commissionis effectus 
et fructus qui ex tua profectione sperari potest. 

Et illic differ, et ad nos scribes et omnia declara que fueris ope- 
ratus et que futura illic sperari debeat, et expecta mandatum. 

Praticam pacis quam cum ipso turco habuimus justifìca et de- 
clara quod invitati ab eo et requisiti de pace, misimus oratores 
nostros, sed cognita illius insanabili et perfìdiora ambitione omnia 
rapiendi et dominandi ubique terrarum, aspirantis et citra et ultra 
mare ad imperium omnium gentium et omnium nationum, et cognita 
dispositione dominorom quos supra memoravimus ad conculcandam 
tantam rabiamet seviciem, et se liberandum ab ista peste, cum eis po- 
tius in comunem salutem concurrere voluimus, quam secum ad pacem 
devenire, et oratorem nostrum pace infecta, revocavimus. Sicque 
persuadere nitaris, ut excellentia sua in suo quod nobis per ejus ora- 
torem et literas propositum declaravit perseveret, et cum reliquis 
dominis hosti suo infensis a latere suo concurrat in illius extin- 
tionem, et opulentissimis regnis suis inferiorem Asiam adiungat, et 
universum dominatum hostis sibi gloriose vindicet. Que res, preter- 
quam quod excellentissima per se sit erit, etiam firmamento et sta- 
bilimento universi imperii sui, depulsa comuni lue et omni remoto 
offendiculo ad totius orientis imperium. 

Scripsit ad nos summus pontifex , deliberasse mittere nuntium 
quempiam suum , et nos beatitudini suae respondimus et suasi- 
mus talem missionem ; si ita fuerit, tu eris cum predicto pontifìcio 
nuntio et secum omnia procura et solicita. 

Et ex nunc captum sit, quod prò expeditione dicti oratores, accipi 
debeant ducatos 2000 auri de omni loco et officio, sive mutuo cum 
obbligatione necessaria quorum 500 auri sint prò illius provisione 
et reliqui prò impensis. 

Et supra donis faciendis atquevestiendis ethonorandis oratoribus 
prefati domini, collegium habeat liberlatem providendi sicut ei vi- 
sum fuerit et accipiantur pecuniae ad id necessariae ab officio ra- 
tionem veterum. 

Cum fueris in ditionem Garamani illum visita nostro nomine, sub 
literis nostris credentialibus, et suade atque orteris ad faciendum 

8 Bollettino Consolare, Voi III. 



Ili 

contra Turcum, et pete ut ad tuum securum transitimi prestare tibi 
placeat omnes favores et omnem possibilem commoditatem. 

Preterea sei tempo et camin le servirà, visiterai el serenissimo re de 
Zorzanìa, sotto nostre lettere de credentia, quale te havemo fato dar 
e dapoi le convenienti et debite salutationper parte nostra facte, lo 
exhorterai et Marnerai con quelle parole convenienti et idonee che 
a la prudentia tua aparerà a questa impreza. 

De parte ... 69 

Ser Jacob Lauredanus procurator, ser sapientes consilii, ser Fran- 
ciscus Michael sapiens ordinum, volunt commissionem per totum, 
sed loco verborum positorum inter duo in primo capitulo, volunt 
verba infrascripta: verum transacto yeme, si prefactus dominus se 
preparet prò veniendo aut mittendo exercitum contra Turcum, tu 
illic differ et sollicita expedictionem et scribe atque expecta man- 
datum ; si vero postquam ver adveneris videres prefactum dominum 
non se movere, aut aliter rem dispositam quam suaserit , tu accepta 
bona licentia redeas ad presentiam nostrani. 



De parte . . 


. 49 


De non . . 


. 11 


Non sincere . 


4 



Secreta XXV. Cornei., Op. cit. 



DOCUMENTO Vili. 



Magnarum Provinciarum caput, et Dominorum Provinciarum Prin- 
ceps, ac etiam omnium illustrium dominationum, Domino magno.... 
augeat felicitatem tue Serenitati certum et manifestum est nec po- 
test aliquis lantani magnitudinem tuam exaltare , seu extollere , 
quantum decet et tibi conveniens est. 

Sumus nos tibi amicitia et dilectione conjuncti nunc et propter 
ut prius etantea eramus, nec aliquid in corde nostro fictum aut si- 
mulatimi cogitamus. 

Et dignum est Oratores et nuntii tui apud nos continue esse 

debeant et de occurrentibus nos teneant certiores. Vos autem, si de 



115 

nobis cupistis, adepti sumusDei gratia, ea que numquam animo 

cogitavimus, nec aliquo modo speravimus, nisi Provinciam Babilo- 
niae, Amasiae, Adicabageis et omnia quae continentur in eis, et fe- 
cimus nobis ea subjecta, et possidemus usque ad parles Romaniae 
seu Greciae, et non violentia et viribus, sed benignitate et equi- 
late, et omnes perlìdos inimicos confundimus, laus et gloria altis- 
simo Deo. 

Eratunus solum qui nobis aliquantulum adversabatur, hi'c etiam 
sponte humiliatus ad nos venit, et largiti sumus ei dominium de 
Corassan , laudetur Deus, incessanter. Sultan Cassan Baicona est 
nornen istius domini Corassan. Restat nune alius secundus Sultan 
Greciae sive Romaniae, qui inimicum facundus et magnus, presen- 
tim super Caramanos, quibus veteri et antiqua amicitia conjuncti 
sumus. Ipsi Garamani venerunt ad nos supplices usque ad provin- 
ciam Azimie, quibus visis, subito venimus in Tauris, inspeximus super 
negotia eorum, et cognovimus quod ipsi proprii malorum suorum 
causa fuere. De principio nostre lune Rabemel sive Juli 1472 ad 
partes eis propinquiores iter faciemus. Multa et alia in presenti 
dicere sumiturus, que hic medicine Doctor noster ad le in sermone 
prudens mittimus , magnus medicus Isaac fidelis in quem magnam 
fidem habemus oretenus tibi omnia de mandato nostro sufficienter 
narrabit, et quecumque pacta intrinseca et secreta cum eo tracta- 
bitis et ipsa suum habebimus rata grata et firma, tamquam si ad 
componenda ea presentes essemus, 

Datum in principio lunae Rabemel sive Julii, anno Maumethi 877 
secundum cursum nostrum. 

A tergo. 

Magnarum Provinciarum domino, et principi civitatum venetorum 
testo Deo augeatur felicitas vestra, magnitudo vestra, excellentia 
vestra, q. nota est omnibus cum sit propter famam, et hoc dico bono 
corde propter amicitiam quam habemus et sumus nos firmati in 
aliquo fundamento vobiscurn veteri et antiquo, et dignissimum est 
quod litera tua oratores et nuntii apud nos continue esse debeant ut 
de occurentia continue avisemur. 

Copia de una lettera scripta da Uzunhasan al Doxe nostro nel- 
l'anno U72. 

Marino Sanudo, Cronaca ms, nell'Archivio Cicogna. 



H6 

DOC11IKYTO IX. 



Commissione a Giosafat Barbaro, ambasciatore veneto in Persia. 
1473 (147-2 m. v.) 28 Januarii. 

Quod ser Josaphat Barbaro oratori designato ad ili. munì domi- 
nimi Ussonum Cassanum fiat haee commissio. 

Nicolaus Tronus Dei gratia Dux Venetiarum, ect. Commitimus tibi 
nobili viro Josaphat Barbaro dilecto civi et fìdeli nostro, ut vadas 
orator noster ad ill.mum et potentissimum dominum Ussanum Cas- 
sanum, etcum duobus galeis que subito expeclite erunt, insieme cum 
lì ambassadori del summo pontefice e della maestà del Re e cum 
Azimaemeth ambassador di esso ill.mum Signor, tu te parti et recta 
el solicita navigatone te conferissi in Cipri, per lo principal luogo 
dove habiate a smontar, per intender cum verità i progressi del pre- 
dicto Signor, e dove la persona et esercito suo se trova, per pigliar 
più certo partito al seguro transito vostro per esser alla prexentia soa. 

In questa andata toa, ritrovandote cum el capitan nostro zeneral 
da mar et proveditori conferirai cum loro, e daragli notitia de la 
cauxa de questa ambassada et forma de questi nostri comandamenti, 
et de le munition et altre cosse deliberate mandar per nui a quel 
Signor come tu sai esser nostra volontà con effecto. Non te tro- 
vando con el predecto capitan, lassa al nostro rezimento de Modon 
la copia de questa commission sigillata, perchè al ritorno li del ca- 
pitan la ghe sia presentata per soa perfecta intelligentia. 

Zonto in Cipri, visiterai per nostro nome et soto nostre lettere 
de credenza quel serenissimo signor re, et farai le consuete e be- 
nevoli salutation et ampie offerte come si convien a lo amor et mu- 
tua nostra convention cussi antiqua cum suo ili. mi progenitori, come 
molto più strecta et valida per la nova parentela et affinità contracta 
con la Signoria nostra. Visiterai etiam et honorerai la serenissima 
regina, con lettere de credenza et con ogni significazione de nostra di- 
lection verso de quella per accresser tanto la soa reputation appresso 
tutti quando da tutti sia intexo l'amor et extimation nostra de quella 
et del suo felice zonzer in Cipro, et alégrate cum el re et cum lei. Da 
poi queste bone et zeneral parole darai al predetto re avixo de la 
causa de la andata toa e de li altri ambassadori pontificio et regio 



t17 

al signor Usson Cassan, per visitarlo honorarlo confermarlo in suo 
proposito et già tolta l'imprexa contra l'Ottoman et inflamarlo a se- 
guir sino in ultimo exitio del soprascripto comun nimicho ; et an- 
che li significherai che la deliberation nostra de potentissima ar- 
mata futura molto più per tempo dell'uxalo, et cussi nostra come 
de la maestà del re, et non se dubita che el summo pontefice farà 
anche lui prò viribus ampliando questa parte d'armata, modesta 
però et gravemente sicché l'appari più verità che ostentation. Di- 
chiarali anche el mandar che nui femo de bombarde grosse e me- 
zane, spingarde, schiopeti, polvere et altra munition et artiglieria, 
bombardieri, schiopeltieri et inzegnieri per satisfar a le requisitioni del 
prefato signor, et ajutar a favorir l'imprexa soa. Da poi queste notifica- 
lion, perchè optimamente te servirà el proposito, conforta e rechiedi 
efficaze etinstantementela predicta maestà, che lui armi etexpedischi 
le sue galie quante più lui pò, azochè unite con le altre de' cristiani 
e separatamente come meglio e più utile dell'imprexa fosse indicato, 
possino esser preste in favor de cussi utile comune e salutifera a 
tuti expeditione, facendoli intender questo esser el tempo et unicha 
occaxion de soa liberation et perpetua tranquillità, extinguendosi 
l'incendio che non solamente a tulo levante, ma tuti cristiani ma- 
nazava ultima consumptione, e da li amici vicini non si pò spe- 
rar se non raxonevolmente ogni comodità et bene, mancandoli spe- 
cialmente el modo e la occaxion dell'offender tale quale ha questo 
rabioxo et potentissimo serpente : et in questa per inanimar et in- 
dur la predecta maestà ad ogni provision et sussidio da esser 
prestato in opposito de loinimicho et in favor del sopra scripto 
ill.mo sig. Usson et soi adherenti, fané ogni efficace istantia. 

Capitato a Rhodi visiterai el gran maestro sotto nostre lettere de 
credenza; et post generalia, dali avixo de la caxon de l'andata toa, 
deli altri ambasadori ut supra, et de tutti li preparativi predicti, 
suadi et indù (muovi) soa reverendissima signoria a lo armar le 
galie quatro, che lui è obligato per vigor de la liga cum la maestà 
regia et cum nui, et mandarle al capitan nostro, et al prestar ogni 
subsidio et favor a F imprexa del sopra scritto excellentissimo si- 
gnor, per comun bene de tuti cristiani e de la soa reverendissima si- 
gnoria e soa religion che sono più che molli altri vicini al pericolo; 
e bixognando al predecto signor alguna sovention de bombarde e 
munition oltre quelle mandemo nui, li piaqui suvenirlo perchè si 
come nui li avemo per più lettere scritto, tutto semo contenti re- 
stituirli. 



418 

Nui non podemo indivinar dove se ritrova la persona et exercito 
del soprascritto illustrissimo signor, né in che termini serano le, 
cosse al zonzer tuo in Cipro, e però non podemo darte in coman- 
damento che tu faci più una via che un'altra, né pigli più uno par- 
tito che un altro per essere a la presentia soa, ma tolta quella infor- 
mation dei luoghi cammini e muodi de lo andar che necessario sia 
1' è de nostro desiderio et intention che quanto più presto sia pos- 
sibile tu te si trovi à la presentia de soa celsitudine, e se per la 
condition de le vie e segurtà de lo andar potrai condur o tuli o 
parte dei prexenti che nui avemo deliberato mandar et tuttavia se 
preparano et serano subitamente dietro de ti in Cipro, molto ne 
sarà grato per più honorificentia de Pambassata toa; quando ch'anno 
lassali quelli in la galia in Cipro non differir, né inspazar per que- 
sto l'andata toa anzi più presto che tu poi valene et zonto con l'a- 
juto di Dio dove sia la persona del soprascritto ill.mo signor con- 
ferissi subitamente con el nobil homo ser Chatarin Zen ambas- 
sador nostro, e da lui tuo ogni piena information e distinto avixo 
del numero de lo esercito e de la disposition del signor e de le 
cosse seguite fino quel hora che a te non fossero note et de ogni 
altra occorrentia et cossa pertinente la materia, azochè perfecta- 
mente informato più apertamente tu possi e proponer e risponder 
e parlar quanto sia expediente. 

Serai a la presentia del prefato illustrissimo signor quando pa- 
rerà à la soa sublimità de udire te, e porle le lettere nostre de 
credenza e i prexenti segondo l'uxansaloro, se quelli o parte come 
havemo dito di sopra tu haverai potuto condur cum ti, se non 
farai la scuxa necessaria e darai modesto avixo de la partita de 
quelli e del esser lassati per ti in Cipro o tuti o lo resto et con- 
durase a la presentia soa quando per la condition de le vie se pos- 
sino condur. Saluta da poi conforta et offerissi a la soa sublimità, 
cum ogni amplitudine e reverentia de parole, e si come a ti è ben 
noto esser de consuetudine de simel signori. 

Subzonzi da poi esser stato a la presentia nostra i mexi passati 
Isach hebreo medicho et ambassador del prefacto illustrissimo si- 
gnor, che vene per la via di Caffa e molto fo longo e tardo el venir 
suo per le difficoltà e impazi occorsoli in chammino si come lui 
expone, e per soa relation intendesemo la magnanima disposition 
volontà de la prefata celsitudine del moversi evenir contro POlhoman 
comun et universal inimicho de tuti, per vindicar tante inzurie e 
spoglie facte injuste et inhumanamente a tanti signori. 



119 

Questo stesso pochi dì dipoi ci confermò lo effecto de la cossa 
eia effectual mossa de esso excellentissimo signor, dechiarilane per 
lettere del nostro ambassador ser Ghatarino Zen et per relation de 
agì Mohamrned ambassador de sua sublimità, e pegli elfecti et successi 
istessi, la qual mossa et imprexa come degna de sempiterna e 
immortai laude e gloria cussi era al tuto necessaria, et sera, Deo 
bene juvante, fructuoxa et felicissima, laudabile et glorioxala fa la 
grandeza et excelenza de quella, necessaria le ambitiose crudel et in- 
saciabel condilion et appetiti de lo inimicho che in ogni occasion et 
comodità li fosse intravenuta non haria havuto più riguardo a la 
soa sublimità et a suoi figlioli de quello lui ha avuto a tanti signori 
quanti per forza parte e parte per ingano e perfìdia ha privi de stati 
suoi e facto mal capitar, fructuoxa per lo acquisto de nuovo regno 
et imperio ampio et grande per se, firmamento e stabilimento de li 
altri già acquistati e posseduti regni a suoi figliuoli e nepoti in per- 
petuum, felicissima sera senza dubio perla justicia, bontà etcomulata 
virtù del prefato illustrissimo signor, el qual Dio ha electo et depu- 
tato repressor de tanta tirrannide et vendicator de tante injurie, 
spolie e crudeltà, et libertà de tanti afflicti signori populi e zente. 
Et già ha dimostrato Dio in questo principio del suo mover signo 
de futuro felice exito, imperocché come per via intrinseca e fami- 
gliar de lo inimico semo facti certi tanto è lui e tutta soa zente 
impaurita et spaventata, che per ogni modo se reputano vinti e 
superati el prefato excellentissimo signor vincitor et dominator , 
che suol esser infallibel argumento e segno de quello de esser 
uno cussi universal presagio e quasi certo inditio de la mente 
de ognuno. Con queste e tutte altre parole e raxon persuaxorie 
et efficazi, laudata et exaitata la sua glorioxa imprexa et proposito, 
quanto più tu puoi, cerca de confermarlo et inflamarlo in essa, et 
così nel primo congresso et audentia come a la zornata in tuli li 
conferimenti e raxonari te occorrerà, dove accomodamente et in 
proposito tu possi farlo. 

Dapoi suzonzi che per l'uno e l'altro ambassador de soa celsitu- 
dine, zoè per lo primo Isach medicho e poi per agi Mohamrned nui 
semo stati richiesti per nome de soa celsitudine al far bona guerra 
dal canto nostro a lo inimicho. perchè così lui desponeva de far e 
faria dal suo, et a subvenir e favorir V impresa soa de potente ar- 
mata, de bombarde, bombardieri che quelli sappia far et exercitar, 
de spingarde e schiopetti et altre necessarie munition et artiglierie, 
le qual tute cosse con grandissima soleciludine havemo disposto et 



420 

preparato de far. Et comenzando da la guerra ricorda a soa subli- 
mità, nui esse stati in quella anni X, et esser continuamente deli- 
berati de proseguirla et sostenirla insieme con lui, fino in ultimo 
fine et exidio de lo inimicho, el qual come qui de soto diremo ha 
cum nui cerchato cum multa instantia et promesse la pace e nui 
per far come havemo dito et cercar insieme con la prefata celsitu- 
dine havemo refutata, e con tutte le forze nostre non solum ma- 
ritime ma etiandio terrestre per tutto dove con lui nui confinemo 
lo offendemo e guerrizemo, e più che mai lo faremo confortando et 
inducendo luti li suo vicini ad offenderlo e li subditi a subleva- 
tion et rebellion. 

Da mar veramente credemo esser venuto a noticia del prefato 
illustrissimo signor in quanti luoghi questa estate passata l'armata 
de'noslri collegati et nostra habia infestato tuta la marina de la 
Natòlia, saccomanato e brusato luoghi assai, aspeclando lo appro- 
ximar de la soa celsitudine per aiutarlo a lo acquisto dei luoghi 
de lo inimicho; l'inverno veramente essendo uxanza disarmar buona 
parte de l'armata per manco spexa e poi a tempo novo instaurarla; 
questo inverno sperando -soa sublimità potesse esser più vicina a 
le marine per poter far quanto ne ha richiesto, havemo tenuto 
fuori la mazor parte de quella, e de novo armato e multiplicato 
il numero de le galie nostre, e lutavia armemo e mandemo fuori 
sì che molto' più per tempo del uxato quella sarà suxo Timprexa 
presta ad ogni favor de soa celsitudine dove sia più necessario. 
L'armala veramente del serenissimo signor re Ferando già semo 
avixati essere per la più parte in ordine sicché in quello istesso 
tempo se conzonzerà con la nostra et similiter non dubitemo farà 
el sommo Pontefice, la optima mente e disposition de entrambi 
i qual intenderà la prefata celsitudine per ambassador de loro. 

De le bombarde, maestri e spingarde e tutte altre munilion de- 
chiara al prefato excellentissimo signor el numero de tutte cosse 
e de li maestri e schiopetieri apti et experti per poter mostrar 
a de li suoi che se adaptano a simil exercitio, che prestamente 
se comprende et impara, et in pochissimi zorni tanti se ne farà 
experti et apti quanti vorrà soa signoria, bona parte de le qual 
cosse havemo voluto che vedi l'ambassador suo agì Mohammed car- 
gar sopra la galia grossa, che per condur diete munition tutavia 
se arma e subito sera driedo de vui in Gypro e con quella anche 
li prexenti, sicché potrai affirmar al soprascripto signor tutto esser 
in levante a suo ordine et comando , e non esser da tardar la 



121 

venuta soa a le marine per occupar et redur in soa podestà i 
luogi de lo inimicho. 

Per tute queste cosse zoè de guerra da terra et armata con- 
tinua grossissima de munition preparate et mandate dechiara, nui 
non esser manchati da spexa et incredibil summa de danari, né 
esser per manchar per el continuar l'imprexa a far tuto quello 
pò le forze nostre in le cosse soprascripte per satisfaction compita 
de luto quello che per l'uno e per l'altro de suoi ambassadori 
senio stati richiesti 

Isach medicho, primo ambassador suo, ritornato da Roma e an- 
dato per sua deliberation et per nostro conforto item al serenis- 
simo re di Hungaria per iterum suaderlo et confortarlo a far 
animoxa et potentemente contra al commi inimicho, apresso el qual 
re imi etiam tenimo uno nostro secretano per tal effecto, et per 
instesso Isach li havemo scripto et commesso intorno a zò aperta- 
mente et cussi speremo dicto serenissimo signor re esser per 
fare, la gente del qual che sono in Belgrado in questi proximi 
zorni corseno in Servia e feceno grandissima preda et assaltate 
nel ritorno dal presidio del inimicho furono alle mani, et sono roti 
et tagliati a pezzi la major parte de li nemici, parte prexi e molto 
pochi fugiti, se reduseno i Ongari a Belgrado cum la preda e 
cum la Victoria; siche lo inimico è per haver da ogni canto e da 
ogni parte stimulo e molestia tale che impossibel al tutto li sarà 
poter resister a tanti. E descendendo el prefato excellentissimo 
signor cum tanta potentia, se po' reputar lo inimico doverli più 
presto occorrer et esserli certissima preda cha contrasto. De la 
qual suo ruina avedendosene lui come astuto et intelligente, ha 
cum nui ricercata la paxe, in do luoghi di nostri mandalo suo 
ambassadori, l'uno a Gorphu come ve è noto, l'altro a Settari 
persone mollo honorate e non ha havuto per inconveniente né 
a smachamento de sua reputatane et cum ampie et larghe offerte 
de optime et honorevol condition per nui. A l'uno e a l'altro di 
quei ambassadori havemo fatto dar licenlia et in tuto recusala ogni 
sua practica, et molto più ogni conclusion per essere cum quello 
excellentissimo signor, cum lo qual senio collidati uniti e streti 
per la sua justizia, bontà et virtù per le condition de lo inimicho 
comun, et indifferente a lui et a nui et ad ognun a chi el possi 
nuocer per l'insaciabel suo appetito, per la condition de la guerra 
et aptitudine de farla, lui da uno canto per terra, nui principal- 
mente da mar, che come l'uno da l'altro po'ricever a tal imprexa 



\n 

grandissimo favor et aiuto, cussi se existima impossibile che lo 
inimico a tutti do'insieme possi resister, e non li sia necessario 
sucumber per ogni modo, et esser come havemo dito certissima 
preda et triumpho del prefacto illustrissimo signor. 

Non ce ha parso adonque dar orrechie a sue proposte et offerte, 
perchè el non se perdi retardi o impazi la perfection de la vo- 
luntà de Dio, de la qual esso illustrissimo signor è veramente 
costituito executor et ademptitor. Questo volemo che tu dichiari 
a soa sublimità, perchè se forsi altramente fosse de dieta pratica 
divulgato, lui sapia el vero, e non presti fede a le arti ed astucie 
del inimicho, el qual non dubitemo ponto che cum el re d'Hun- 
garia et cum altri christiani bavera tentato e tenterà de apaxarsi 
e componerse. Ma da tutti tenimo sarà repudiato come è stato da 
nui, e per lo exempio nostro e per esser ognuno erecto contra lui et 
aspettar la opportunità del vindicar le ricevute injurie e liberarse 
da la soa continua formidine. E benché lui habia ricevuta da nui 
repulsa e così credemo riceverà da altri per le raxon predecte niente 
de mancho astuto e malitioxo ha forsi facto e farà divulgare l'oposito 
per favorir con bosìe el facto suo, come anco dal canto nostro lui 
fa divulgar essere in paclica de pace^cum quel signor et esser in sua 
libertà haverla. La qual cossa nui non havemo mai creduta ne cre- 
demo per niente per la prudenlia singulare et magnanimità de la 
celsitudine sua la qual non vorrà tuor a se stesso l'imperio, e desi- 
ster da cussi gloriosa et certa Victoria et triumpho, per lassar a di- 
scretion de lo inimicho tutta la sua posterità, e de tal inimicho cru- 
delissimo et immanissimo che mai non ebbe né servò fede, né Im- 
manità ad alcuno, testimonii tanti signori cazati, lacerati e dissipati, 
el qual quanto più cresce et più se firma in la potentia et dominio 
suo tanto è più a tuti formidolosa e più pericolose le condition de 
ogni suo vicino. Questa parte nui volemo che tu esponi, dechiari et 
manizi cum ogni dexterità et efficatia, sì che la serva et a la manife- 
stalion de la verità per quanto nui havemo facto in la materia de la 
pace come el Turco, et in dissuader et abalienare l'animo de esso 
signor in tutto e per tutto da simil mention et fantaxie de paxe. 

Tuta questa toa exposition et ambassata, ed ogni altra cossa oc- 
corrente fa e tracta insieme cum el nobel homo ser Gatharin Zen 
nostro ambassador essendo lui apresso quello illustrissimo signor, sì 
ch'el pari per la vostra union una ambassata e non più, per l'honor 
de la nostra signoria e de le persone vostre, et per più utilità de la 
materia, quando lui fosse lontano fa et eseguisci tu solo. 



123 

Cum li ambassadori pontifìcio et regio comunicherai et questi 
nostri comandamenti et per zornata ogni occorrente materia, sì che 
loro a ti, e tu a loro, e tuli insieme dagate a le facendo Christiane et 
comune, ogni favor caldo et reputalion. 

Zonti veramente in Cypro sei predecto illustrissimo signor fusse 
anchor tanto lonlan da le marine, e le vie si precluse et impedite, 
ch'el passar vostro fosse o impossibile opericuloso et però tardo, Tè- 
de nostra intention, che per quelli miglior modi et mezzi che a ti sia 
possibile de ritrovar, et per el mezzo de la maestà del re de Cypro, 
e per ogni altra vìa, tu mandi al nobel homo Catharin Zen le lettere 
che nui li scrivemo le qual te havemo fato dar multiplicate perchè 
per più diversi messi tu le mandi azò che malcapitando alguno, le 
altre pervenghino a le sue mani, e tu anche per quelli istessi messi 
scrivili del tuo zonzer in Cypro insieme cum li altri ambassadori, e 
dali particular avvixo de tuti i preparamenti fati per nui e mandati 
e zonti cum ti in Cypro, e cussi fa che agì Mohammed scriva e replica 
anche lui ingrossando et ampliando ogni cossa per ben de la ma- 
teria e perchè quel signor se inducili a presto descender et poter 
uxar le munition mandate et subsidii li sarà per dar l'armata Chri- 
stiana. E se quando serai cum e^capetanio nostro zeneral, lui havesse 
de mandar qualche uno per qualche altra via, et similiter in Rodi 
qualche uno altro, volemo ch'el si mandi, et che anche per ti se 
scrivi come è dito, e facci simel ad agì Mohammed, azò che per ogni 
modo el predicto illustrissimo signor habbia avixo del zonzer vostro 
e dei preparatorii facti et spedicti et zonti in Levante a suo ordine 
et disposition. Et parendoti mandarli qualche fidato messo o messi 
senza lettere oltra quelli mandasti cum lettere et cum qualche con- 
segno de parole sì che ser Catharin cognoscesse esser veri tui nun- 
tii e potesse darli fede per la notitia del consegno che satisfesse 
in luogo de lettere de credentia, volemo che tu li mandi. Et breviter 
fa ogni experientia e non lassar né da quanto te havemo ricordato, né 
che a ti paresse utile et possibile, cosa alguna o modoalgun inexperto 
per far intender a quel signor el vostro esser in Cypro cum tute le 
cosse predicte, e l'armata esser prestissima come havemo dito. E 
perchè solamente questa noticia da esser data per le messi zudichemo 
utile et necessaria, ma etiandio la pubblica fama et dimoslration de 
le cosse predicte perchè per quella venga anche a noticia de quel 
signor e de li amici soi Caraman et altri, volemo che non solamente 
ne avixate dicto signor Caraman et altri, ma cum le galie a vui de- 
putate che sono do, volemo che vui ve redugè verso i luoghi e marina 



424 

del dicto Garaman possandolo far seguramente dandoli avixo del 
vostro esser lì perchè possando cum sua scorta e favori passate al 
signor Uzunhasan. E non possando per esser dal Ottoman occupati 
i luoghi da marina, facta ogni experientia et demostration, retornate 
in Cypro, spaxate messi et aspectate la occaxion, el modo, et inten- 
dando che possiate haver de le galie del serenissimo signor re de 
Cypri per el passazo vostro, quando poreti passar licentiate quelle 
do che ritornino a ritrovar el capitanio nostro zeneral, ma non pos- 
sando haver de quelle del re, retenete le suedicte do, fino vi siano 
necessarie al detto passazo. Se veramente le vie fosseno expedite, 
smontati vui a terra et prexa la deliberation del cammino, licentia- 
tile, che cum prestezza ritornino al capetanio nostro zeneral. 

Passando vui per la dition del Garaman visiterai sua signoria, 
conforterai et offerirai sotto nostre lettere de credenza sul zeneral 
et consueto, et li dichiarerai quanto a ti appara esser expediente e 
ben de le cosse ; el che meglio potrai li presente intender che per 
nui dartelo in comandamento, et per servar l'uxanza et per più 
acharezarlo prexentali per nostro nome. 

Occorendo ritrovarti dove sia la donna del prefato signor, fiola che 
fu del imperator de Trapesonda, visiteraila cum licentia del signor 
sotto nostre lettere de credenza, et usa quella forma de parole che a 
toa prudentia aparerà convenirse a la soa dignità et anche al pro- 
posito della materia, e ne la visitation presentati per nostro nome, 
et se più de una de le done sue fosse cum sua celsitudine, visita 
anche le altre che da lui siano amate et existimate, et prexentale. 

Visiterai similiter cum nostre letere de credenza i figlioli de quello 
illustrissimo signor etazaschadun de loroprexenta. Dapoi et la prima 
volta et visitation de assiduamente che tu te ritrovi cum loro et cum 
a zaschadun de loro suadili et inflaniali a la prosecution de l'imprexa 
necessaria al suo proprio bene et exaltation cum le raxon dite de so- 
pra al padre et cum le altre che te occorrerano, similiter farai sei 
te occorrerà el modo cum l'imperatrice de Trapesunda per vendetta 
del ingiuria, spolie et morte del padre, et per lo acquisto de lo impe- 
rio suo de Trapesunda. 

Visiterai etiam Omarbei suo principal capitanio e quelli altri pare- 
rano a ti solo letere de credenza molte de le qual ti havemo fato dar 
senza soprascripto perchè de lì lo possi far et uxarle al bixogno et 
prexentalo. 

Perchè come tu intendi el desiderio nostro è grandissimo de in- 
tender i progressi del sopradicto illustrissimo signor et ogni occor- 



125 

rentia in quello esercito et in quelle parte sarai solecito et diligente 
in darne solicito et continuo avixo de ogni cossa che tu vedrai al 
dirai et intenderai cussi del numero de la zente come de i pensieri e 
desegni e de i cammini delo exercito del sopradicto signor et brevemente 
de ogni cossa che raxonevolmente tu possi intender la noticia sua es- 
serne grata; et non sparagnar nò spexa né fatica, né pericolo de 
messi, replicando per ogni via possibile sì che da ti habbiamo spesse 
lettere et avixi. Farai lo simile de Cypri fina serai lì. 

Ben chel appari che in principio de questa nostra commissione ve 
comandemo che vui andagà in Cypro recta navigatione, intendete 
però questo proceder perchè nui existimemo quella esser più idonea 
scala al passar vostro al predicto illustrissimo signor che presupo- 
nerno non sia ancor disceso a le marine. Ma se altramente fosse, e 
quando sereti cum el capitanio nostro intendesti cheldrizarvi altrove 
fosse più a proposito de la presenta esecution de questi nostri co- 
mandamenti lassemo in arbitrio e disposition vostra far segondo el 
conseio e parer del capitanio nostro et vostra prudentia, et prender 
quel partilo sia più idoneo et accomodato a la satisfaction del grande 
nostro desiderio che presto vi ritrovate a la presentia de quel illu- 
strissimo signor. 

Et ex nunc captum fuit quod dentur suprascripto oratori du- 
cati 500 et dandi se Gatarino prò illius impensis. 

De parte 157 

De non 

Non sincere 2 

Secreta XXV. Cornet, op, cit. 



DOCUMENTO JL. 

Commissione segreta a Giosafat Barbaro. 

(1473, Die 1! Februarij). 

Ser Josaphat Barbaro oratori nostro 
ituro ad illustrissimum dominum Uzunhasanum. 

Ben che assai sufficientemente per la forma della toa aperta còtti- 
mission tu habi intexa l'intention nostra et desiderio che lo illu- 
strissimo signor Uxon proseguisca la guerra, et recercando lo ini- 



426 

mico astuto et malitioxo la pace, quella refuti come cossa al stato 
suo per le raxon allegate pernilioxa, et anche qual via nel proseguir 
la guerra sia più in proposito de le cosse nostre, videlicet in la Natòlia 
dominio et viscere de lo inimico, ampuò (tuttavia) per questi nostri 
secreti comandamenti ne ha parso parlar intorno a l'una e l'altra 
de lepredecte do cosse più particolare e destinctamente; ne de questo 
qui te diremo, volemo che tu comunici cum li ambassadori che sono 
in to compagnia, né cum algun de loro. Per quanto aspecta a la 
pace nui non volemo che cum questo perfido et insaciabil inimico se 
possi aver pace alcuna che possi esser né segura, né durativa senza 
queste condition che lui cedesse in tutto e per tutto la Natòlia a que- 
sto illustrissimo signor, e tuto quello lui possiede de là del stretto 
cum tuta la ripa de esso strecto opposita a la Grecia, sì che in quella 
niente omnino li restasse. Questo dicemo cussi per lo castello del 
Dardanello che pervenisse in mano et podestà del prefacto excellen- 
tissimo signor, come perchè niuno altro più ne potesse edificar in 
locho alcuno de quela ripa, et conseguentemente fosse in libertà no- 
stra passar suxo per el strecto etintrar in mar Mazor et venir a Tra- 
pezonda et altri luoghi de esso excellentissimo signor per instauration 
de li antiqui trafìci et commercij, per beneficio della sua celsitudine 
et suoi subdili e nostri. A nui veramente consignasse la Morea e l'ixola 
de Metelino e restituisse el nostro Negroponte; et ancor cum tute que- 
ste condition, considerata la rabia et rapacità soa existememo saria 
pericoloxo lasarli tanti regni et potentie quante lui possiede in Europa, 
cum le qual a qualche caxo potria esser molesto al prefacto illustris- 
simo signor, a suoi figliuoli et a li amici soi. Ma pur quando tu ve- 
dessi la celsitudine soa inclinasse a mention de pace et non si potesse 
per te ritrar e suader in contrario ricorda et proponi questa condi- 
tione nel modo nui te lo dicemo. 

La mente adonque nostra et nostro desiderio saria la prosecution 
de la guerra fina che cum le arme el fusse expulso de la Natòlia e re- 
ducto in tal termini che ogni condiction de pace se potesse raxone- 
volmente sperare e poi segondo el tempo e le cosse non mancheria 
darli quella leze apparisse esser per tuli do nui piùavanlaxosaet fuzir 
ogni practica [in questo mezo, perché le non pò se non grandissima- 
mente nuocer a le comune cosse et bene del prefacto excellentissimo 
signor et nostro. 

Pur quando facta per te ogni possibel experientia et conato per lo 
suader el refuto de ogni paxe e la prosecution de la guerra et exter- 
minio de lo inimico, et cum le universal raxon non esser da darli pace 



4 27 

niuna, e poi cum lo ricordo de le soprascripte dure difficil condition, 
non te succedesse né Furia, nò l'ultra via; ma quel excellentissimo si- 
gnor inesorabilmente avanti la total eversion et ejeclion de lo inimico 
fuor de la Natòlia fosse inclinato a la pace cum la restitution de i 
stati de i signor cazati in essa provincia o altramente, che nui ben 
podemo considerar ma non intender perfectamente tutte cosse : 
in questo caxo sii solicito in recordar il facto nostro, sì che a nui 
anche sia resignala la Morea, Metelin e reslituto Negroponte, e non 
possando tutte queste cosse quella più parte tu puoi obtenir. Et in 
fine almancho ne sia restituto Negroponte et Argo o pur siamo in- 
sieme cum el predicto illustrissimo signor inclusi in tal pace 
come suo colligati et confederati con tutti li nostri confederati et 
adherenti. 

Possiamo intorno a tal materia dirte asai raxon, le qual tute e de 
le altre anche segondo el tempo e la qualità de la materia te pò 
soccorrer a ti stesso che sei prudente e practico uxa la tua solicitu- 
dine prudentia et diligentia al più bene et al maior avantazo et be- 
neficio del stado nostro. 

A l'altra parte che è della via de far la guerra tu intendi questi 
do Stati esser proposti suxo questo taoliero per dir cussi l'uno quello 
del Turcho, l'altro quello del Soldan. E ben che nui existimemo che 
al tuo zonzer in levante el prefato excellentissimo signor già sera 
drezato per quel cammino lui deve andar, ampuò in ogni caso nui te 
dichiariremo el concepto nostro. Se per ventura tu ritrovasti soa 
excellenlissima signoria ancipite et suxo l'uno et suxo l'altro partido, 
volemo che tu lo suadi et lo couforti a la via della Natòlia e ruina 
delOltoman come ad imprexa più necessaria et più glorioxa, la qual 
riuscita non li resta più alcuna difficultà al certo impero de tuta l'Asia. 
E se già lui si fosse drizato a questa banda del Turcho, mantienlo tu 
in tal proposito che credemo lo farai senza difficoltà. 

Se veramente lui fosse intrato in Sorìa, in questo caxo perchè 
varie pono esser le condition delle cosse non ce par de darte alcun 
singular comandamento se non quanto te diremo appresso, non in- 
tendando che possi esser utile né che nocino a le cosse nostre et a 
le persone et haver de li nostri merchatanti, la salute e ben di qual 
volemo che sia el tuo bersajo e la to brocha dove tu hai a drezar 
tuti i tuo pensieri studi et spiriti per la loro salute e liberazione. 
Volemo che per ogni modo tu passi a ritrovar quello excellentissimo 
signor perchè molto meglio appresso lui chedalalonga potrai aiutar 
et favorir la salute e liberation de nostri, che stando lontano, anzi 



128 

stando lontano offenderesti e l'una e l'altra parte et potria questo es- 
ser dopiamente et per do vie la extintion de li nostri. Tu intendi et 
cognosci per quanto ve stagi le persone, el mobile che se ritrova in 
levante uxa a questa volta ogni animo ogni distinction et ogni raxon 
per la conservation et liberation de quelli cum lettere et messi de 
quel excellentissimo signor, cum luxenghe, manaze, forze, parole et 
effecti de quello a quelli luoghi dove se ritrovano i nostri mercadanti 
et haver suo sì che tuto se salvi per quelle vie et modi che tu cre- 
derai meglio e più certamente poterlo fare. 

Perchè come ne ha referito questo nuovo ambassador del sopra- 
scripto illustrissimo signor, la despina è apresso de lui in grandis- 
simo amor et reputa tion et auctorità, oltre quello nui te havemo 
commesso in l'altra commission toa de la visiclation et prexenti,l'è 
anche de nostra intentione che quanto più tu poi tu la honori et 
exalti, e sì te forzi de renderla a tute le voglie nostre propitia et per 
tute quelle vie e mezzi che tu intenderai et cognoscerai poterlo fare. 

E dichiarali lo amor nostro et observantia in quella e la speranza 
che nui havemo in la sua sublimità, e mesedando i respecti Chri- 
stian]' cum i nostri e l'odio inextinguibile lei deve haver a lo inimico, 
la dolzeza de la vendetta de tante ricevute inzurie nel sangue suo, 
fa de obtener et uxar l'opera et favore suo al ben de tutte cosse a ti 
comesse. 

Visiterai similiter et honorerai et prexenterai la madre del sopra- 
scripto illustrissimo signor cum forma de parole a la soa dignità 
conveniente et a la persecution de l'imprexa quella inanimerai et in- 
fiammerai per lo evidentissimo beneficio et necessità del stado de 
suo figliolo, deli nepotie descendenti suoi cum quelle parole et raxon 
che alla materia et a la persona soa convenga. 

Benché nui te habiamo dito in l'altra commission che tu comuni- 
chi ogni cossa cum li ambassadori pontificio e regio, sapi ampuò 
esser de nostra intention che tu comunichi le cosse comune zeneral 
e manifeste, non questi nostri secreti, né altra cossa che meritasse 
taciturnità e silentio; tu è prudente uxa la consueta tòa intelligentia 
et practicha. 

Da poi la prima exposition de questo ultimo messo del soprascripto 
illustrissimo signor, lui è iterum venuto a la presentia nostra et 
hanc exposto chel predicto signor Uxon per suo sagramento ha pro- 
messo al nobel homo Gatarinzen nostro ambassador de perseverar 
perpetuamente cum nui in amicitia coniunction et union, et haver 
li amici nostri per amici et li inimici per inimici. E questo istesso 



129 

lui ne ha offerto et promesso de affermar da bel novo cum sagramento 
per nome de quello exeellenlissimo signor: però nui volemo che tu le 
informi di questa particularilà dal soprascripto ser Gatarin, el qual 
se meravigliamo che se cussi è non ce ne habi dato notizia. Et es- 
sendo necessario far in tal materia altra solemnità et obligarne la fede 
de quel signor, e la nostra a lui, a perpetua soprascripta union et intel- 
ligentia contra l'Olhoman, specificatamente semo contenti che tu ne 
ricevi ogni obligo, et al incontro oblighi et prometti per nui sì che 
dita obligation sia mutua et equalinente reciproca, contra però l'Otho- 
man come havemo dicto e non contra altri, peri pericoli che tu in- 
tendi de le persone ethaver nostro che sempre se retrova in podestà 
del soldan, a la salvezza de le qual nostre persone et bavere habi 
semper in ogni caxo singular et precipua cura et diligentia. 

Comunicherai tutti questi nostri comandamenti e sì li exeguirai 
insieme cum el nobel homo ser Gatarin Zen et avixalo che tutto te- 
gni secretissimo quanto qua se comanda per nui, sei sera lì, et es- 
sendo lontano exeguissi ti solo come in la patente commission te 
havemo dicto. 

E perchè per do letere del prefato ser Gatarin nui semo avixati 
Quello excellentissimo signor haverli domandato danari ; sei occo- 
resse chel te facesse simel domanda a ti, volemo che cum la dichia- 
ration de le incredibel spexe nostre distinctamente tochate in l'al- 
tra tua commission che sono honestissime et urgentissime, et cum 
tutte le altre honeste et iuste raxon et justifìcation tu honesti la 
Signorìa Nostra, e declina quanto tu puoi questa materia. 



De parte 
De non 


146 
5 


Non sincere 


6 



Secreta XXV. Gornet, op. cit. 



9 Bollettino Consolare, Voi. III. 



130 



DOCUMENTO XI. 



Copia di ima lettera scritta per D. Catarin Zen, Orator nostro 
al Signor Ussun Cassati, neWanno 1473, addì 27 Lujo. 



Serenissime Princeps et Excellentissime Domine etc. Addì 14 
Jugno scrissi a Vostra Sublimità dalle campagne di Erzingan a ri- 
sposta di una di V. S. in data addì 9 Zenerl473; et certo dirò 
così : Serenissimo Principe quella lettera non fu lettera ma Spirito 
Santo, se detta lettera non veniva ovvero la fosse stala più tarda non 
so come fossero passa le cose. Questo illustrissimo signor loleva la 
volta di sopra come el feva. 11 sommo Dio sia ringraziato il quale ha 
provisto a tutto. Questo illustrissimo signore come scrissi a V. S. 
ringrazia molto V. Serenità dell'esaltazione che feci per nome di 
V. Celsitudine a Lui, per essere andà magnanimamente contro l'Ot- 
toman. 

Lui ha prevenuto la V. Sublimità in aver fato dar commiazione al- 
l'ambassador dell'Ottomano, et questo perchè V. Serenità si riputava 
za essere unita et conzunta con essa ili. ma sua signorìa, et per il si- 
mile delle bombarde e munizion, maestri ingegneri et de schiopeteri 
e dell'armata mandata da V. S.; et perciò sua ili. ma signoria 
aveva mandato , come saveva, un suo schiavo che fu Armirbei 
contro l'Ottoman con cavalli 200,000. Allora sua signoria vo- 
leva mandar suo fio Ourgulu bei con cavalli 150,000 e sua cel- 
situdine voleva venir dietro potentissimo, et dissimi ancora cosi 
come Vostra Serenità aveva posta fede in non far pacecoll'Ottoman, 
ella stasse di buon animo che egli non farla mai pace coll'Ottoman 
per la fede che aveva porta. Qualunque cosa Vostra Serenità inten- 
desse dairOttomari non lo credesse et come sua ili. ma signoria vo- 
leva vegnir prima ad Erzengian, e lì adunar tutte le sue genti, et 



131 

per tutta la luna di luglio voleva andar e mandar contro POthoman 
per amor delle biade ; e come in quei dì essendo venuto un am- 
bassatore dell'Ottoman a questo stesso signore per fare la pace , 
lo avesse rimandato. 

Significai ancora a V. S. tutti li progressi che aveva fatti questo 
signore fino a quell'ora, per dita mia lettera. 

Scrissi ancora un'altra mia in data 12 luglio da Erzengian, per 
avvisarla come questo ili. mo signor avea fatto cazzar dito ambascia- 
tore dell'Ottoman senza dargli udienza ; e come a certi spioni turchi 
ha fato tajar la testa e taccarla al collo e così mandar atl'Ottoman 
dicendogli ch'el vegna presto ; et come pure abbia fatto venir me 
alla sua presenza e dissemi : Ambasciator, tu intendi, VOttoman vien 
con tuto el so poter contro de mi, et ha abandonà tutti li luoghi che 
tiene in ponente per venir più potente contro di noi. Scrivi alla tua 
illustrissima Signorìa ed alVimperator et al re d'Ongheria, che fac- 
ciano tutto el so poter di andar a distrugger l'Otioman in Europa, 
perchè in questa parte d'Anatolia vojo andarlo a trovar, et coli' 'aiuto 
di Dio distrugerlo, et così voglio che fac ci an quelli Signori di ponente 
acciò el dito Ottoman non si possa più refar, et che totalmente el sia 
distrutto et che il suo nome no se abia più a menzionar; et comandami 
scrivessi alla magnificenza del capitano spazzasse presto una ga- 
lia per dar ricapito a ditte lettere, et così quamprimum scrissi 
una lettera al capitano che mandasse uua galia in Dalmazia, et 
cosi mandai la lettera alla Maestà Cesarea dell'Imperatore, et al re 
d'Ongaria; le copie delle quali mandai a V a Serenità et altre cose 
come avrà inteso per quella mia. 

Addi 13 luio ricevetti lettere dalla magnificenza del capitano, e 
di mess. Josafat Barbaro ambassatore date a dì 3 jugno in Porlo 
di S. Teodoro, et con quelle lettere direttive a questo ill.mo signore, 
et al signor Garamano, per le quali fu informato della magnificenza 
del capitano, come Sua Magnificenza era zonta lì, con potentissima 
armata, e del Sommo Pontefice, e del re Ferdinando, et che avea 
zente, molle bombarde, munizion, maestri schiopettieri, et presenti 
per essere dati a questo ill.mo signore; et come Sua Magnificenza 
aveva mandato da Vostra Serenila di stare ad obbedienza di questo 
ill.mo signore, et che mollo Sua Magnificenza desiderava intendere 
li felicissimi progressi di questo ill.mo signore, ed aspettavalo con 
gran desiderio alle marine, per far qualche solenissimo fatto insieme 
con lui ; et che intanto avea preso et consegnato a Kasim bei i tre 
castelli alle marine. Quamprimum fui alla presenza di questo ill.mo 



signore, e li significai quanto Sua Magnificenza me commetteva, e 
li apprestai la lettera che scriveva la magnificenza del capitano, 
et il Barbaro, il ditto ill.mo signore, me le feze lezere, e lette che le 
have, subito sua signoria ili. ma feze sonar le zambalare per tutto el 
campo in onor, gloria e trionfo di Vostre Eccellenze, e della ma- 
gnificenza del capitano, dicendo: questi sono uomini da fatto, e 
che non stanno oziosi con tante sue galie. 11 ditto ill.mo signore 
molto ringraziò Vostra Serenità della obbedienza che aveva com- 
messo al magnanimo capitano, e delle bombarde, munizion, maestri 
scoppetieri, e presenti che si era per dare a sua ili. ma signorìa, e 
ringraziò molto la magnificenza del capitano di aver consegnato 
per suo nome a Kasim bei li tre soprascritti castelli. 

Sua ili. ma signorìa mi disse: Ambassator, intendo il tua magna- 
nimo capitano colle zenti di Kasim bei sono andati al Candeloro e sono 
huomini molto soleciti, se Dio li concede grazia di avere il Candelaro, 
scrivi al tuo magnanimo capitano noi consegni ad alcuno che sei tegni 
per lui, e scriverli che non si parta da lì, ovvero dalle terre del Cara- 
man, perchè col nome de Dio seguirò loro alle marine e faremo colla 
Dio grazia qualche rilevata cosa. Questo ill.mo signor come ho scritto 
di sopra, voleva mandar avanti so fio contro rOthoman con ca- 
valli 150,000; ora ha deliberato non vada avanti, ma sua ili. ma si- 
gnorìa vuol andar in persona con tutto l'esercito a trovar l'Otho- 
mano. Da questo campo sono 300,000 cavalli ben in ordine armati, 
et per lo simile li huomini di ora in ora si vanno grandemente im- 
passando. Questo ill.mo signor ha fatto comandamento a tutti li 
uomini di queste montagne che vengano in campo , li quali di ora 
in ora giungono. Questo ill.mo signore solecita il cammino per an- 
dar a trovar l'Othomano, spero in Dio non sarà troppi zorni si toc- 
cheremo li fianchi. Pregherò l'Altissimo Iddio per sua clemenza ne 
doni vittoria ; ogni zorno vien persone dell'Othoman , che scampa 
per questo campo. Questo ill.mo signore li vede volentieri, e li fa 
doni e veste; oggi son venuti signori quattro dall'Ottoman, li quali 
sono fuzìti. 

Sono stato dal signor Garaman al quale ho data la lettera che gli 
scrive la magnificenza del capitano, e di m. Josafat Barbaro amba- 
sciatore, il quale mi ha fatto lezere. Sua signorìa ringrazia molto la 
Vostra Signorìa di tanto benefìcio li ha fatto la magnificenza dei ca- 
pitano, lo qual sommamente lauda, e dice tutto il suo stato essere 
in Vostra Serenità, et di quello essa disponga come del suo proprio. 

Delle condizion di questo ill.mo sig., Tè poco tempo che sua signorìa 



133 

non aveva altre che cavalli 30,000 et presto si ridusse in cavalli 300,000, 
s'ingegnò di rubar da suo fratello una terra grande, e che avea 
mura belle e grosse come quelle de Costantinopoli. Dopo comenzò 
ad aquislar il paese, e star sempre in campagna come fa al presente. 
Là el mandò domandare molte cose in tributo, fra le quali el do- 
mandava 30,000 garzoni, a Gihan Shah; questo ill.mo signore fu 
contento darli ogni cosa, eccetto li garzoni, dicendo non poterlo 
far; li comenzò a romper guerra, e mediante la Dio grazia, lo vinse 
sora Tauris, et havuta Tauris il soldan Baiesit qual era di sora Tauris 
li mosse guerra. Questo ill.mo signore l'andò a trovare, e suo fiol 
Ugorlom bei, il quale al presente è qui in campo, el prese e conqui- 
stò tutto il paese che è sora Tauris a zornate 50 fino al mare di 
India ; dall'altra parte tien a confini de Tartari : et lien paese fino 
al monte di Bakù, da quella parte di sopra tutto è pacifico, et nulla 
dubita. E come scrissi a Vostra Serenità dì 42 ìujo l'è venuta a 
questo ill.mo signore una solenne ambassatadel Tartaro, et ha por- 
tato presenti nove ferri da taiar, nove scimitare, una sella, una brenna, 
do fanali, e 200 persone cariche di peletterie, zoè martori, zibel- 
lini, faine, armellini, dossi vari e volpi: et ha manda a dire a que- 
sto ill.mo signore come el pretende stare con sua signorìa in pace, 
come l'è sta finora, sicché di fora delle parti di levante, per la Dio 
grazia sta sicurissimo , verso tramontana confina col re di Zorzanìa 
e da queste parli nulla dubita, e sono in pace. Dalla parte destra 
confina con Bagdad, zoè Babilonia la grande, et confina con Arabi, 
colli quali è in pace, et molti sono in campo con questo ill.mo 
signore. Quando l'andò verso Aleppo tutti li Àrabi si movevan 
per venir in favore di questo signore, sicché da parte destra nulla 
dubita. Verso ponente confina col Soldan e con l'Othoman ; col 
Soldan, come dirò de sotto, credo sarà d'accordo, nel mezzo del 
suo paese l'aveva il signor di Bitilis, dove el mi mandò l'anno 
passato, il quale aveva castelli 20 et assaissime montagne li qual 
si chiama Kurdi , valorosissimi huomini et dividono il paese di 
questo ill.mo signore indo parti, cominzando da un luogo chiamato 
Kirmanehà che va fino a Tauris ch'è sotto alle montagne, et divide 
il paese in do parti, da confini dell'Othoman fino a Tauris. Allora 
quel signor di Bitelis si rese con tutti li castelli e genti , in 
modo che tutto il paese s'è ridotto di questo ill.mo signore, con 
assaissime città e tutte ben condizionate, castelli assaisshni, le quali 
città e castelli molti ho visti, per essere andà per mezzo del paese di 



134 

Tauris, e da Tauris ho circonda tutto il paese, come per altre mie 
ho scritto a Vostra Serenità. 

Questo illustrissimo signor, se voi, el farà un milion de huomini ; 
da suoi signori ha una grandissima obbedienza; li principali si- 
gnori ha di grazia andare al suo padiglion, avanti al quale stanno 
sentadi in terra, et essendo nel padiglion niuno osa parlare, et 
il Signor parla, e quel sua ili. ma signoria dice tutti conferma, 
et nullo li basta l'animo di dirli contro di quello el dice di che 
l'ha un'obbedienza grandissima. Questo campo pare un santuario, 
nullo si lamenta. Questo ill.mo signor non ha far altro se non atten- 
dere all'Olhoman, perchè da tutte le altre parti l'è benissimo condi- 
zionato. Per tutto questo paese sono Armeni cristiani assaissimi, 
fanno chiese a suo piacere, il signore li concede in un luogo chia- 
mato Galguch sia fatta una chiesa di Nostra Donna in volto: ha co- 
perto do chiese, una di Simeon Apostolo, l'altra di S. Zuan Battista 
con tre cappelle, et li dà il modo di farle al modo italian, e cosi 
hanno fatto. 

Delle sue entrate non posso bene intendere: tol la decima di tutte 
le entrade; gli Armeni pagano uno ducato per testa che sono grandis- 
simo numero. Li signori, a beneplacito di questo signore, li mette 
e dismette alle sue zenti e castelli, li quali secondo la signorìa che 
hanno, quando il signor li chiama sono obbligati di venir con certo 
numero di cavalli et huomini secondo le sue rendite, e così vengono; 
le zente d'armi sono pagate a ragion di anno, et hanno le paghe di 
mesi sei in mesi sei, et da per homo col cavallo da ducati 40 fin 
a 60 secondo lihomini, all'anno; et benché dica, Serenissimo Prin- 
cipe, che questo illustre signore potrà fare un milione di huomini et 
al presente abbia in campo homini 300,000, di questo la non la si me- 
ravigli : perchè come ho detto la lettera di V. Serenità de 9 Fevrer 
1473 non fu lettera, ma fu lo Spirilo Santo. Questo ill.mo signore 
non pretendeva per lui venir zoso, ma andar alla volta di levante; 
et ho saputo per buona via da principali signori, che questo il- 
lustrissimo signore, la venuta del veneto ambassador reputava 
un sogno , per essere il paese della Signorìa lontanissimo , et 
dopo che venne questa santissima lettera, il signore che avea al- 
lora persone 100,000, veduta la ditta lettera, la quale ricevè addi 12 
jugno, si deliberò di venire contro l'Olhoman. 

In questi zorni è venuto un ambassator del Soldan a Ongurlu 
bei fio di questo ill.mo signore, et al signor Garaman, ad esortar 
quelli s'interpona con questo ill.mo signore di far paze col Soldan, 



135 

e vuol^far tutto quello piace a questo ill.mo signore, l'ha manda al 
Soldan un suo ambassatore per questa facenda per quel che mi 
dice il Garaman, ma temo la pace non seguirà. Nec alia. Alla grazia 
di Vostra Serenità mi raccomando. Data nel felicissimo Campo di 
Ussun Gassan in le campagne di Erzignan addi 27 luio 1473. Ex- 
cellentissimae Dominationis vestre, Gaterinus Zeno. 

Cronaca Sanudo. Ms. Cicogna. 



UOCU9IENTO X.II. 



Relazione della battaglia di Terdshan. 

Magnifici et generosi domini postcommendationem, etc. Le ultime 
mie scritte a Vostre Mag. fo de XXVII lujo, per le quali significai a 
quelle come questo ill. mo signore andava in persona a trovar l'Ottoman, 
e che non sarìa tropi zorni che i sariano a le mano. A hora significo 
a Vostre Mag. come a dì primo avosto questo ill. mo signore se acostò 
alo exercito de l'Ottoman, et el detto Ottoman era con persone da 
cavalo e a piedi 450 m , ben in ordene de diari, bombarde e schiopetieri 
e fanterie. Questo ill. mo signore haveva da persone a chavalo 300, 
e lasò con el suo chariazo de le done, putì e suo haver, da persone 
100 m . El ditto Ottoman visto esserli venuto arente, dubitando, serò 
tuto el campo suo con chari e bombarde. Questo ill. mo signore com- 
menzò subito principiarla bataglia, e sempre era vincilor, e fo morto 
de l'oltoman Asmorat bassa de la Romania, e Amirbei capetanio de la 
Morea fo prexo: l'Ottoman mandò uno suo subaschi a questo signore 
per far pace. Questo ill. mo signore per niente volse pace, per la fede 
el me aveva dado per nome de la nostra Ill. ma Signoria. Questo signore 
mandò Ugurlonbei suo figlio con el signor Gharaman de sopra el 
campo de l'Ottoman con gran numero di chavali, mandò ancor l'altro 
figlio suo nominado Seinel beg da una banda del campo de l'Ottoman 
e Bajandur beg dall'altra banda con gran numero de chavali. 
Questo ill. mo signore romase a lo incontro de sotto da l'Ottoman 
con grande exercito, in modo che lo exercito de l'Ottoman era 
tuto circonda da la zente de questo ill. mo signore. Questo ill. mo 
signore voleva strenzer l'Ottoman; l'Ottoman vedendose circonda 
cercava de voler con lo exercito fuzir , e mosesi per do fiade. 



136 

A dì X volendo fuzir l'Ottoman, questo ill. ,u0 signore volonteroso de 
esser a le mano in questo dì X, a hora de nona montò a chavalo, e 
commenzò ad intrar contra l'Ottomano e sempre venzando, et essendo 
l'Ottoman in fuga, fono da una parte e dall'altra molti et assaissimi 
morti, e per questo ill. mo signore fo presi de quelli dell'OUoman e 
morto Duranamet fio de Amirbei capetanio de la Morea, Agybey, 
Guzuxenan, Penzin, Enzingalar, uno principal signore haveva l'Ot- 
toman in Costantinopoli è stato morto, el qual era christiano et el 
fradel de Mamut bassa, tutti i soprascripti grandissimi capetanj fram- 
bulari da 50; e accostandose questo ill. mo signore a H chari de l'Ot- 
toman, l'Ottoman comenzò a cargar a dosso a questo ill. mo signore 
con bombarde, spingarde e con molta fantaria, con schiopeti in modo 
che le zenti de questo ill. mo signore comenzò fuzir. Intanto che tuti 
fuzino, etlassono tuti i pavioni e gambeli, i quali fono tuti tolti per 
quelli de l'Ottoman, e tuto el bazaro, e questo campo fo rotto. Mi che 
sempre seguiva el signore, miracolosamente Dio per sua misericordia 
me ha salva, al qual rendo immortalissime gratie. Questo ill. mo signore 
fuzì e tute le sue zente per le montagne, e tuti son reduti dove i las- 
sorno i pavioni de le loro done, putì e suo haver. El signore è salvo, 
e do suo fioli e el signore Charaman e Baiandurbey. 

Non par da conto de questo ili mo signore sia manchà alcuno, tute 
le zente sono redute. Questo ili. m0 signore è in pè, e su la reputation 
e non par rotto. L'ha manda in Syras che è mexe uno de zornade 
sopra Tauris per el fìol grande, el qual è potentissimo, chel debi 
vignir zoso con tuto el suo poder, et ha fatto commandamento per 
tuti suoi luoghi che tuti se meta in ordene. Questo ill. mo signore va 
ordenando el paexe suo, e va verso Tauris, e dice che a tempo novo 
el voi andar contra l'Ottoman, el qual torna nel suo paexe. 

A dì VII de questo, vene in campo do ambassadori del serenissimo 
signor re de Hungaria , con i qual fui a la presentia de questo 
ill. mo signore, et udita la sua ambassada, dissi a la sua ili. ma signorìa 
voleva mandar uno mio homo a la mag. del capetanio zeneral, e 
quel piacesse commandar a sua ill. ma signoria che la commandasse. 
Sua serenità me disse non mandar el tuo homo, ma voglio tu vadi da 
la lo ill. ma signoria insieme con questi ambassadori del serenissimo 
re de Hungaria. Mi come tuti i miei sano, haveva deliberado remagnir 
infma uno altro anno ad intender e veder quello era per far questo 
ill. mo signore. Habiandome dà licentia questo signore non posso 
far manco de non me partir, et in nel nome di Dio , con questi 
mag. ambassadori del re de Hungaria toro el mio chamin. Priego 



4 37 

Dio me condugi a Venexia a salvamento per seguir mio debito ho 
scripto questa a Vostre Mag. aziò quelle de tuto sia informade de 
quanto è seguido. Priego Vostre Mag. a tutti me arecomandati. — 
Nec alia. — Data nel campo de Ussun Gassan zornade quatro lonzi 
d'Erzingan die XVIII, Augusti MCGCCLXX1II. 



Catharinus Geno Orator. 



A latevi 



Magnificis et generosis viris, dominis Petro Mozenico procuratori, 
capit. generali maris, ac provisoribus classis, nec non Josaphat Bar- 
baro oratori IH. mi DD. Venetiarum ad 111. munì D. Ussonum Cassanum 
dignissimis. 

Dai Godici Foscarini, 



DOCUMENTO XIII, 



f Jesus MCCCCLXXHI die XVI Octobris in civitate Caffé. 

In nomine Domini amen. Haec est quaedam tranlatio de lingua 
persica in lingua latina seu italica, cuiusdam literae magni et poten- 
tissimi Àssanbech, directe ili. dominationi venetiarum, translata de 
dictis linguis vid. arabica et persica in idiomate italico, de mandato 
spectabilis domini Christophori de Calle, honor. consulis mercatorum 
venetorum in civitate Gaffe. Instante ac requirente magnifico domino 
Catarino Zeno veneto oratore 111. D. Venet. ad prefactum dominum 
Àssanbech ac oratore prefacti domini Àssanbech ad Summum Pon- 
tificem, ad Ser.mum imperatorem Romanorum, ad Ser.mum Ferdi- 
nandum regem Siciliae, ad Ser.mum dominum Gassimirum regem 
Poloniae, ser. D. Haitiani regem Hungariae, nec non ad prefactum 
III. munì dominum Venetiarum per me Gonstantinum de Sarra artium 
liberalium magistrum, et specialiter ad hoc negotium cancellarium 
electum per prefactum dominum consulem, tamquam suum confì- 
dentem, de verbo ad verbum et verbura prò verbo, nihil addito vel 
mutato quod mutet sensum, aut variet intellectum, nisi forte forent 
alique dictione in illis linguis: quae per propriam italicamdictionem 
non possent transferre, quas dictiones exposui prò propinquiorem 



138 

diclionem, quae potuit confirmari tali arabicae, sive persicae dictioni. 
Quae translatio facta fuit interpretante Choza Goti armeno docto viro 
et perito in dictis linguis, ipso interpretante et me transferrente me- 
diante patre Giorgio de ordine unitorum perito in lingua armenica et 
tartarica, verba illa mihi exponenti in lingua italica. 

Et q. littera habet signa sex rotunda , videlicet unum in fine 
litterae a parte interiori etreliqua quinq. etiam in fine litterae a parte 
exteriori. 

Quae translatio talis est, scripta fcamen per alium mihi confidentem. 

In nomine omnipotentis Dei, litteris aureis. 

Unus Deus, litteris aureis. Haec sunt verba risplendentis atquefor- 
tissimis Assan, litteris nigris. 

Grandissimo honorandissimo Gran Signor, Signor de grandi Signori, 
relucentissimo signor Sultan su la fede Christiana Nicola Tron doxe 
di Venexia, cum la man a la gola me inchino e a le bone parole non 
torno in driedo: ma anchora me inchino. — Ahora ve fasso assaper 
come sultan Othomanpermalfarvegniva suxo el mio paese: e l'è ve- 
gnudo a le contrade de Erzingan: et nui a pocho a pocho semo venuti 
al intorno del detto Erzingan. Pochi delli nostri huomeni sono scon- 
tradi cum quelli a volto a volto : cum la nostra benediction adosso i 
nostri nemici li avemo superati de cinquanta sei milia homeni de quelle 
deH'Othoman avemo tagliati a pezzi, et cento e cinquanta subaschi et 
trentacinque capitanii grandi havemo prexi vivi. Dentro de questi xe 
Ahsmorat. L'Othoman de queste cose ha fatto gran pensamento, et 
tuto intorno avea facto fossi, et haveva grande pensieri el fundamento 
so è de gran signor. Ma alquanto sono tornado in driedo, et quelo 
l'altro zorno è tornado in driedo a la parte del so paese ha dato, el 
suo volto, et nui asì havemo seguido driedo. Tanto havemo seguido 
apresso che presto l'è uscito fuora del nostro paese. Da poi alquanti 
zorni andassimo alla volta della caza et andar a tanfaruzo per el tornar 
fece indriedo queli, havemo cavalcado, et una parte dei miei huomeni 
senza la mia parola cazete intorno de quelli et fece battaglia. Pocho 
de rota n'ha facto mancamento come cossa fortuita. I Othomani de 
simil cossa se han fatto per lor grande favore et nome. Et sono 
lornadi indriedo. Nui semo in riposo in nostro paexe in paze. Dentro 
el mio spirito zorno et nocte è che questo primo tempo, cum la vostra 
union et con la volontà de Dio , cavalcheremo addosso a l'Otho- 
man, et non sapiate altramente perchè questo è el mio voler. Io ho 
manda sul mio paexe Irach, Fars, sin a la porta de Gondustam, 
e mio paexe Taharsam, Masanderam, Ghilam, Sarahath, Aderbigian, 



139 

Bagdad. Questi tutti miei paexi et in tuti miei luoghi dove sono zente 
d'arme, e quando comandarò tuti serano a mi. Sapiè non sarà altra- 
mente. Bixogna queste cose non metter in dubio, perchè la mia parola 
xe una, e la vostra disposition senza l'alo avviseme, et che le vostre 
lettere no manchi, de quel vui deliberò et che me fassa assaver, che 
non manchi che li vostri homeni venga a mi de continuo et d'ogni 
cossa savarè de Gatharin Zen ambassador. Data a la nostra porta dei 
primo lune mensis augusti MCGGGLXXIII. 

Nos Ghristophorus Galle per la nostra S. S. de Venexia consolo in 
la presente Città de Gaffa de la prenominata inclita natione, affìrmamus 
omnia suprascrita; et ad robur omnium premissorum vissimus has 
sigillo gloriosi evangelistae Sancti Marci impressione muniri manu 
propria. 

Ego Constantius de Sarra, artiumliberalium magister et pubblicus 
imperiali autoritate notarius, tamquam confìdens praefacti domini con- 
sulis, suprascriptam literam transtulit ut supra, et ad ventate proe- 
missorum, signum meum notarj apposui consuetum. 

Commemoriale XVI y p. 27. Arch. ven. gen. 



DOCUMENTO XIV, 



1474, 11 Febbraio. Commissione ad Ambrogio Contarini f 
ambasciatore veneto in Persia. 

Nicolaus MarcellusDei gratia dux Ventiarum etc. - Gomittimo a ti, 
nobel homo Ambrosio Gontareno dilecto cittadin et fedel nostro , 
che tu vadi ambassador nostro al illustrissimo signor Uxon Gassan, 
et quanto più presto te sia possibile per via de terra vadi a Gaffa 
e di lì passi el mar Mazor e desmonli in quel luogo che tu intende- 
rai esser più apto e più vicino a le provincie et dominio del pre- 
facto illustrissimo signor. 

La via toa de qui a Caffa zudegemo più segura per Polonia, per 
esser le provincie più pachate, et anche perchè cum el favor de quei 
serenissimo signor re del paexe suo fino a Gaffa sarà più tuto l'an- 



no 

dar tuo, et in la terra propria più riguardado et reservado che altra- 
mente per la autorità et reverentia ha sua maestà et per lo paexe è 
in la terra. 

Zonto adunque in Polonia te conferirai a quella città o luogo dove 
intenderai esser la regia sublimità, a la qual te presenterai e porte 
le nostre lettere de credenza e fate le consuete et observante salu- 
tation et offerte, et prexentato el don et prexente li mandemo per 
ti, dirai a la maestà. predicta ti esser mandato da nui per esser al 
cospecto del soprascripto illustrissimo signor per animarlo, persua- 
derlo, et ridurlo a l'imprexa contra elTurcho, come coloro che cum 
tuti i nostri pensieri e forze ricerchemo la liberazion de la fede et 
religion Christiana dal pericolo de questo immanissimo inimico di 
Ghristo, et non cognoscemo niun più accomodato rimedio che la 
ritornata del soprascripto potentissimo signor a l'imprexa , el qual 
ritornando sera a christiani facilcosa spinzerlo de l'Europa, et molto 
più facile al soprascripto signor opprimerlo in l'Asia, et per questo 
modo liberar el mondo de questa peste et pernicie. Et sapendo nui 
la autorità e reverentia grande che necessariamente ha la prefacta 
regia sublimità, cussi per tuto el paexe fino a Gaffa come anche in 
la terra propria, et ricordevoli de la singoiar benevolentia et amor 
che dieta maestà ci porta et de la observantia et culto nostro in 
quella, havemo prexo questa confidentia de mandarte a la presentia 
soa e richieder e pregarla che in benefìcio de le cosse Christiane 
et in nòstra precipua compiacenza el te faci accompagnar et scor- 
zeremo a quella città, et per mezo de suo proprio nuntio o letere 
efficacissime, anche in quella, et al passar de lì te presti ogni pos- 
sibel favor et ajuto, declarando ti esser suo proprio ambassador man- 
dato 'per sua regia sublimità al predicto potentissimo signor , la 
qual cosa a ti sarà de grandissimo comodo et segurtà et a la maestà 
predicta non potrà esser se non grandemente honorevole. 

Impetrato adonque tutto quello favor e de quella qualità potrai ob- 
tener, spazandote prestissimamente de Polonia prosiegui el tuo cam- 
mino a Gaffa, e de li oltramar, nel qual passazo e camino non te 
demo più uno comandamento che un altro, perchè bixogna che per 
zornata tu prendi i partiti siano a più tuo seguro, et anche prestis- 
simo andar per ritrovarte a la presentia del soprascripto potente 
signor. Nui te dicemo de Gaffa e de passar al mar perchè existimemo 
che tal via et transito sia apto et idoneo per information havemo, 
ma se alguno miglior partito te occorresse o per ricordo et favor 
del soprascripto serenissimo signor re, o altramente, volemo che 



144 
sia però in tua libertà prender quel partito sia più accomodato 
presto e seguro, perché el nostro final desiderio è che tu gli vadi, e 
sia per qual via se vegli, pur che là te conducili. 

Et per tuo avixo nui havemo mandato per quella propria via el 
prudente cilladin nostro Polo Ognibene, et havemo indrizzato a la 
prefata maestà sua cum prexente de uno cavezo de panno d'oro in 

restagno molto bello, de braza Investiga cum diligentia et anche 

modestia sei dicto Polo è capitalo e fato el prexente nostro, e come 
in tute cosse lui ha facto et obtenuto da quel serenissimo signor re, 
ogni cosa potrai dimandar apertamente età la maestà predecta et ad 
altri; ma del presente fa de intenderlo quanto più cautamente et 
honestamente poi, et danne avixo de tuto e del dì del suo partir de lì 
per Caffa, e cusì del tuo zonzer come anche del partir tuo. 

L'unico nostro pensiero et desiderio è che lo illustrissimo signor 
Usson Cassan ritorni questo anno o quanto più prestamente sia pos- 
sibile a l'impresa centra el Turcho, e questa è la principal causa 
de l'andata toa et del mandar anche de tuti altri messi et letere no- 
stre; et prima chel seguisse la bataglia fra el prefacto excellentissimo 
signor et el Turcho, pur per tenerlo suxo l'impresa li mandasemo el 
nobel homo Josaphat Barbaro cum prexenli e munitimi, el qual non 
ha mai per la via de la Sorìa potuto passar, et anchora se ritrova in 
Cypro cum tute le soprascripte prexenti e munition. 

Zonto adonque in cospecto del soprascripto potentissimo signor, li 
presenterai le letere a lui directive che sono narrative de tuto questo 
proprio efìecto, et in fine la credentiale in toa persona come nostro 
ambassador come per la copia la qual te havemo facto dar vedrai, et 
volemo che quelle te siano instruction e doctrina alsuader el sopra- 
scripto ill.mo signoria ritornata et prosecution de la gloriosa impresa 
soa, dichiarandoli veramente per esse letere la singularfama et im- 
mortai gloria acquistata per lui per la mossa et magnanima imprexa 
soa predichila facilità de laoppression de lo inimicho, li singular et 
inenarabel beneficij lui ne ha a ricever, la necessità grande del pro- 
seguirla, et de accelerarla per non dar a lo inimicho de riposo et 
de reassumer le forze, perchè più duro e più difficile sarìa poi el 
vincerlo. Et cum tutte quelle raxon che in diete letere se contimi, 
da poi factele conveniente salutation cum le parole e modi se serve 
cum tal signor, procurerai cum ogni tuo ingegno, studio e diligen- 
tia, chel prefato signor per ogni modo questo anno se movi e torni 
a l'imprexa, che impossibel è che l'inimicho se li opponi per esser 
stato da lui grandemente frachassato et morto el fior de la zente sue, 



142 

et impoverito et desperato tuto el suo paexe. La qual cossa cogno- 
scendo tutti li principi christiani sono tati erecti et aspectanolafama 
de la ritornata del soprascripto ill.mo signor a l'imprexa per spin- 
gerlo et opprimerlo ognuno dal canto suo , et a questo nui conti- 
nuamente li tenimo inanemati et solicitati per nostri messi et am- 
bassadori. Nui veramente cum l'armata nostra piùinstructa che mai, 
cum tute nostre munition et instrumenti bellici mandati l'anno pas- 
sato et. che da novo nui manderemo saremo molto per tempo a quelle 
marine o dove intenderemo drezarse el soprascripto illustrissimo si- 
gnor, per poterli porzer non solamente in mare, ma anche in terra i 
favori nostri. Al qual etiam dichiarerai che cum i nostri presidii 
seranno anche quelli del serenissimo signor re Ferdinando nostro 
confederato, come dal suo ambassador quello intenderà, et similiter 
elsummo pontefice et cum le proprie forze et cum el concitar e mo- 
ver tutti cristiani in forma che non si pò né crederne stimar altra- 
mente, ma che tranne lo inimicho per ogni modo habia ad esser 
preda et triumpho de quel sublime signor, a chi Dio per suo iusticia 
et singular bontà et virtù ha per ogni modo promissa questa glorioxa 
Victoria in exaltation soa et in vendeta de tante tirannie, oppression et 
crudeltà commesse et che ogni dì commette el prediclo inimicho. 
Tute queste cosse e de le altre più difuxamente narremo in diete 
letere che in questa commission, tu le anderai amplificando a tuo 
proposito per persuadere et indur dicto potentissimo signor a l'im- 
prexa. Questo è in eflecto, quello nui desideremo et cerchemo come 
cossa sopra tutte altre salutar al soprascritto ill.mo signor et a nui, 
però tu niente lassa intentato et non cerchato dicto o facto, che 
per ti far sia possibile per obtener quanto di sopra te imponemo. 

El serenissimo signor re Ferando nostro confederato manda an- 
che lui el magnifico cavalier misser Lanciloto zentilomo napole- 
tano, costumata e virtuoxa persona, suo ambassador al soprascripto 
signor illustrissimo, cum lo qual tu hai qui conferito, cercha la via e 
modo de lo securo e presto andar vostro o divixi per diverse vie, o 
in diversi zorni, o uniti parte, e parte divixi, che de questo lassamo 
a vui prender el miglior partito. Ma zonti ambidui cum la gratia de 
Dio in corte del soprascripto ill.mo signor conferirete insieme, et 
insieme tuto procurarete et farete unita et conformamente per nome 
de ambeduo i signori vostri, azò in ogni andamento vostro et opera 
apparati et siati conformi et uniti. E se tu zonzesti prima che lui, 
avixane el soprascripto illustrissimo signor de la venuta del sopra- 
cripto ambassador, e cusì cum lui intendeti de qui, che zonzendo lui 



143 

prima, ne avixi elido signor de la toa venuta del compagno, el qual 
venuto moltiplichi poi l'instantia et efficacia de compagnia. 

Et ex nunc capium sit quod presens commissio ante discessum 
oratoris ostendatur oratori regio, sicut de commissione ser Josaphat 
Barbaro factum fuit cum altero oratore regio et oratore summi pon- 
ti fi cis. 

Del nobel homo Gatharin Zen el qual da poi partito da quello il- 
lustrissimo signor è zonto a Catta niente più avemo sentito de lui, 
per el che non semo senza qualche dubio de la persona soa, impos- 
sibel è che tu per strada o non lo scontri se è sano e libero, o vera- 
mente in Polonia non senti da lui qualche cosa, o almancho in Cafla 
dove pur è zonto. Se tu lo scontri per ventura, informate da lui de 
ogni cossa necessaria perchè meglio sappi quanto tu hai a far per bona 
e votiva execution de i nostri comandamenti, etanche del tuo cammino 
qual quelo habi ad esser da Caffa in là, informati molto bene. E 
zonto al signor Usson dali avixo che al tuo partir decto ser Catarin 
non era zonto a nui e cusì havendo de lui sentito o non sentito cossa 
alguna, avixane la sua sublimità, perchè se forse non li respondesamo 
a qualche particularità commessa da esserne riferita per decto ser 
Gatharin, essa celsitudine non prendi admirationo sdegno. Et anche 
avixa esso ill.mo signor, che algune lettere che da Gaffa, el pre- 
decto ser Gatharin ne scriveva mandate per lui per via de Costanti- 
nopoli a la mano del capitanio nostro zeneralda mar et per lui anni, 
in mar sono perite cum el grippo, sì che nui semo rimasti senza de- 
siderata information de quelle cosse. 

El potria occorrer, che insieme cum ti se ritrovasse el nobel homo 
Josaphat Barbaro, et qualchun altro nostro zentiluomo mandato per 
la via de Sorla, et anche Polo Ogniben che nui havemo intitolato 
nostro secretano. Ritrovandole cum questi o cum alguno de loro, 
conferite insieme et habiatevi ambassadori per ambassadori, et Polo 
in suo grado, et unitamente fate quello se convien, sì che tutti appa- 
riate corno sete mandali da uno inslesso signor et per una instessa 
cossa, per ben de la materia et per più honor nostro, et per quanto 
aveti chara la gratia nostra, non mostrate fra vui algun segno de di- 
scordanza. I messi anche che nui havemo mandati Martin Pin e uno 
Polo albanexe et altri mandati per el capitanio nostro zeneral cum 
letere desimel consonantia al soprascripto signor, habiatili e tracta- 
tili per nostri nuntii, et expediteli a nui cum vostre lettere, separati 
l'uno da l'altro et per diverse vie. 

Oìtra questi o se questi non fusseno capitati, spazatene deli altri 



144 

et siate solertissimi in scriverne e de ogni successo distincto avixo 
per ogni via , e de Sorìa e de Gharmania , et per ogni altra via , 
e non guardate a sparagno né de persone nò di dinari, che ben sa- 
pete el desiderio nostro de esser cum diligentia et frequentia avixati 
de ogni deliberation et progresso del soprascritto excellentissimo 
signor. 

Visiterai quando potrai anche quello excellentissimo signor la mo- 
glie la despina, la qual intendemo esser in gratia sopra ogni altra 
persona del soprascripto signor, ethacauxade esser implacabel ini- 
micha del turco per la morte del padre e spoliation del sangue suo 
del suo stato et imperio deTrapexonda. E come nui intendiamo, che 
è optirna Christiana e sempre a nui ha mostrato benivolentiaet amor, 
messedando tuti questi respecti et cauxe ad insieme, etpresertim le 
proprie soe e le Christiane, procura de inflamarla in questa opinion 
et voler chel soprascritto illustrissimo signor prosiegui la comen- 
zata imprexa, et possi dir Victoria soa, perchè reducto lo inimicho 
ne i termini presenti se li pò ben dir esser vincto e superato. 
m l figlioli del soprascripto illustrissimo signor similiter visiterai, 
e dextra et acconzamente a chiascun de loro ricorda conforta e 
suadi chel signor suo padre proseguì l' imprexa soa, et dimostra 
anche a loro la facilità e certezza de la Victoria , la necessità che 
li de'indur a cusì desiderar i fructi inenarabili non solamente cum 
amplication del stato e dominio che è guadagno, ma cum stabili- 
mento de quello già possedono et dominano, che è segurtà e con- 
vation del proprio imperio, che vivendo el Turco e rassumendo per 
riposo le forze, sempre sarà da lui insidiato e cercato de poner in 
peri culo. 

Cum el signor Garaman e cum quelli altri signori se ritroverano 
in corte de quel signor, cazati per lo Turcho fa anche assiduamente 
l'officio, inanimali e solicitali, che questa prexente occaxion non si 
perdi, mostrando anche a loro la facilità anzi certeza de la Victoria. 

Serenissimo autem domino regi Poloniae mittantur dono per eun- 
dem oratorem brachia XVI campi auri pulcherimi, ducat. circa X 
prò quolibet brachio, sicut melius fieri per deputandos ab collegio 
videbitur. 

Spazata questa commission toa, l'è zonta una nave da Gaffa per 
la qual havemo ricevuto le copie de le letere che quello illustris- 
simo signor ne scrive, e quelle lui scrive al papa e al re, et ha- 
vemo intexo la cauxa de la indugia de Gatarin in Gaffa, et al so- 
prascripto potentissimo signor havemo per più vie risposto a diete 






145 

suo letere et per ti anche replichemo quelle instesse, et havemoti 
fato dar una copia per che ti anche olirà la lelera exponi et operi 
quello medesimo. Et quello più oltra sentirai in camino de dietó 
Gaterin, ne avixerai come de sopra havemo dicto el soprascripto 
excellentissimo signor. 

De parte 147 
De non 

Non sincere 

Secreta XXVI. Cornet, op. cit. 



DOCUMENTO XV. 



1473. Die 11 Februarij. 
Comissione segreta ad Ambrogio Contarmi. 

Ser Ambrosio Contar eno 
oratori ad illustrissimum dominum Ussonum Cassanum. 

Per la patente tua commission te havemo imposto quello che general- 
mente rechiede la materia e che se convien a la comunication havrai 
a far cum l'ambassador regio. Qui nui te parleremo alquanto più par- 
ticularmente cussi de la guerra come de la pace, et è nostra intention 
che tutto questo appresso de ti sia secretissimo per quella forma 
te sarà comandato, zoè che prima che tu parti de Italia, tu impari 
molto ben e tengi a memoria cum quelli contrasegni e zifre parerà 
a ti, questo foglio in tutto brusi et consumi, siche mai possi esser 
veduto per alguno. 

Existimando nui questo anno passato, che quello serenissimo si- 
gnor fusse per intrar in la Natòlia et venir a la extintion del Othoman, 
havevamo dato comandamento al capitanio nostro zeneral da mar, 
che cum tuta l'armata vigoroxamente intrasse nel Streto e penetrasse 
fino a Costantinopoli mettendo a focho e consumando tuto da l'una 
e dal altra ripa, per el che seria stata forza a lo inimico remandar 
10 Bollettino Consolare, Voi III. 



Hi 

bona parte de le gente suo a difexa de la propria caxa et sedia soa, 
e tanto seria stato mancho potente contra el potentissimo exercito 
de la soa sublimità, cum grandissima confusion et perturbation de 
tuto el stato suo, per la intersecation e division de ogni comodità sì 
de victuarie, come de ogni altra cossa de la Grecia in la Natòlia, et cum 
certo sollevamento et rebellion de molte sue provincie e luoghi de la 
banda de la Grecia che poteria facilmente esser la ultima ruina de 
tuto el stato suo in l'una et in l'altra provincia. 

Intexo dapoi per letere del nobel homo Gatarin Zen nostro am- 
bassador, quello excellentissimo signor haver facto altra delibera- 
tion e drizarsi ad altro cammino, aviassemò cum celerità verso le ma- 
rine del Garaman le munition, artiglierie et homeni al manizarle ex- 
perti , richiesti per soa celsitudine, le qual ancora se ritrovano in 
Cypro et ritrovase anche l'ambassador nostro cum i presenti che nui 
mandèmo per honorar sua illustrissima signoria. 

El capitanio veramento nostro che come havemo dicto aspectava 
de intrar in Strecto, havendo da nui oltra el primo quello anche re- 
servato et exceptivo comandamento de far in tuto e per tuto quanto 
comanderia quel potentissimo signor, havendo ricevuto lettere dal 
signor Caraman et cussi da ser Gatarin Zen nostro ambassador, che 
dichiariva la intention et voler del soprascripto illustrissimo signor 
esser, che cum l'armada se conferisse a le marine del predecto si- 
gnor Caraman et quello aiutasse a lo acquisto del suo stato, cussi 
fece conferendosi lì cum l'armata e tute munition, et acquistò et re- 
stituì a quel signor quelle castelle et luoghi sape (che sa) la sublimità 
sopradicta, aspectando sempre la venuta de quella o de la scorta per 
assegurarli et assignarli le artigliane predicte, e lo ambassador no- 
stro per venir a la presentia soa per honorar quello come deside- 
riamo. 

Successe, stando in questa expectatione, la battaglia fra la celsitu- 
dine soa et l'Othoman, per la qual è lo inimicho reducto in grandis- 
simo extermio, licenziatele reliquie del suo esercito, le qual non ponno 
non confessarla loro extrema et incedibel strage e ruina, e ritrovase 
el paexe et dominio suo desperato et consumato et cum continua 
angossa e paura della ritornata a suo ultimo excidio del soprascripto 
illustrissimo signor. 

Queste cosse volemo che tu dichiari a do fini: l'uno perchè questo 
passato anno dicto illustrissimo signor intendi et cognossi el vero 
successo de le cosse dal canto nostro e de la speranza conceputa per 
lui de i presidij nostri , se reputi satisfacto da nui et siane anche 



147 

certo in lo avenire per ogni imprexa che la soa subblimità deliberi 
prender. 

L'è ben vero che per lo desiderio nostro vossamo (vorremmo) 
e judichemo sarìa più in proposito proseguir totis viribus contra 
l'Othoman, soa sublimità per terra, e nui nel Streto come de sopra 
havemo dicto, che come havemo già dicto è pessimamente conditio- 
nato, per non aspectar checum el tempo si resumi e fortifichi, per- 
chè vincto et estincto costui, ninna più diffìcultà resta ad esso ec- 
cellentissimo signor a la monarchia de tuta l'Asia. Ma quando pur 
sua celsitudine a la Sorìa più presto fosse disposta per parerli più 
facilitar et meglio disponerl'impresa nostra contra l'Othoman el qual 
per niente è da lassar in riposo, dichiarali anche che ad essa imprexa 
lui è per haver niente mancho l'armata, munition, favori et presidii 
nostri tuti, come de coloro che cum sua sublimità se reputemo 
conjuncli et uniti in partecipation de ogni fortuma. 

De parte 50 
De non 13 

Non sincere 6 



Aggiunta proposta dai savi agli ordini. 

Se per ventura tu ritrovassi el soprascripto illustrissimo signor 
suspexo e tardo al moversi et presertim contra l'Olhoman, e le raxon 
già diete de la facilità, utilità, gloria et necessità non lo persuadesse, 
et anche per se medesimo a l'imprexa de la Sorìa ti paresse star in 
dubio, perchè essendone per se incitarlo et volunteroxo basta che tu 
l'offeriscili quanto de sopra havemo dicto, in tal caxo per persua- 
derlo e moverlo per qualche modo, facla ogni experientia de la Na- 
tòlia, e non si movando, tu suadili la Sorìa reame di tante victualie, 
intrade e tute altre commodità inenarabile , al vincer veramente 
niuna diffìcultà, domata continuamente et desiderata per lo inimico, 
la qual unita ale forze del soprascripto illustrissimo signor insupe- 
rabile per se medesime, et havendo in sua disposizione el mare per 
tnezo de l'armata nostra, per lo qual po' ricever soa sublimità ogni 
necessario favore e lo inimico ogni danno et ogni disconzo, come 
questi do superior anni per nui soli li avemo facto, cossa indù- 



148 

beatissima è che l'Othoman in spacio brevissimo et senza difficultà 
convegni esser per se medesimo suppresso et extincto et quello 
excellentissimo signor libero dominator de tuto. 

Queste cosse proponile, et sforzate de farle molto ben gustar et 
intender, che o per l'una o per l'altra de queste imprexe la subli- 
mità predicta se movi, l'una vincla, l'altra è necessariamente obte- 
nuta, e non può fallir che cussi non sia. Tutto consiste nel celere 
moto de quel signor, essendo tutte cosse al suo favor disposte più 
che mai fusseno o potesseno esser per le allegate raxon: si che ve- 
nendo non gli è dubietà e difficultà alcuna, che soa celsitudine non 
abbia ad esser el secondo Alessandro, et^lassar in simel stato la soa 
posterità. 

De parte 74. 

Secreta XXVI. Cornet, op. cit. 



DOCWJtlElVTO ULTI. 



Altri punti segreti ad Ambrogio Contarmi. — 1473, 11 Febbraio. 

Capitulum distincte scribendum et imponendum oratori secretius 
una cum aliis secretioribus et non comunicandum cum regio 
oratore. 



Se tu sentisti o nel tuo zorzer o da poi alguna practica trava- 
mento o mention de pace o triegua fra el prefato illustrissimo signor 
et il signor Turcho, tu quella dessuadi et desturba quanto più tu 
poi, ricordando el pericolo che per tal pace e triegua pò adevenir 
al stato del soprascripto illustrissimo signor, perchè per quelle si 
dà tempo e commodità a lo inimico de reassumer le forze al pre- 
sente debilitate et exauste, e de offender et opprimer, dove hora pò 
senza molta difficultà esser lui offeso et oppresso. Ricorda tuti i 
regni e provincie lui ha occupato, esser occupati per questi mezi 
de ritrovar condition de pace o triegua quando lui è stato da la 
parte del desavantazo come hora è, et instaurate le forze, non ha 



149 

servato mai fede ad alguno, et però non è da esserli dato tempo 
ne riposo. Ma questo è el tracto e la occasion de estinguerlo et 
assecurarse in perpetuo de sue avare et pericolose condition et 
voglie. Se veramente facta per ti ogni possibel experientia e conato 
de disuader et romper ogni simel practica, e te accorzesti l'animo 
del soprascripto illustrissimo signor inrevocabiliter a lo acordo 
esser disposto, in questo caxo perche semo certissimi che quello 
excellentissimo signor vorà dicto accordo cuin ogni avantazo et 
segure condition et deturbation de la potentia de lo inimico e vorà 
che a lui sia restituito Trapesunda, et al Garaman et ad altri signori 
spogliati e cazati del stato loro, per nui tu anche ricorda e di- 
manda chel ne sia restituito Negroponte nostro et Argos, o almancho 
Negroponte non possendo obtenir tuti do , dechiarando a quello 
excellentissimo signor l'importantia de l'ixola predicta per le cosse 
da mar, la qual essendo in nostra podestà, sempre tute quelle forze 
maritime sono ad ogni proposito commodità et voglia de esso excel- 
lentissimo signor cum singular sua gloria et exaltation. Fa adunque 
quanto tu poi et sai, che venendosi a pace o accordo quello sia cum 
li soprascripti avantazi. Da poi facto ogni cossa, se pur pace o 
triegua hano necessariamente a seguir a chavo a chavo senza avan- 
tazi, procura anche che in quelle insieme cum el serenissimo signor 
re Ferando siamo nominati comprexi et inclusi per la parte del 
soprascripto exellentissimo signor, come suo confederati et partecipi 
cusì della guerra come de la pace e de ogni altra sorte d'acordo, 
insieme cum li adherenti e recomandati nostri e de chiaschun de 
nui. Ma questa sia l'ultima cossa che tu dimandi e cerchi, dapoi che 
tentato ogni cossa per ti non fosse possibel far altramente. Et se al 
tuo zonzer la pace per ventura fosse facta o triegua ne le qual de 
nuj doi non fosse sta facta mention, tu modestamente recorda la 
conjunction et union nostra e la nostra constantia et refuto facto 
de ogni pace offertane da lo inimicho e fede et speranza nostra in 
soa sublimità, a qual tu pregherai che in dieta pace o triegua ce 
vogli includer cum quanta miglior condition sia possibile, purché 
cum soa sublimità in ogni condition o fortuna siamo uniti, insieme 
cum i nostri. 

De parte . . . 147 
De non ... 
Non sincere . . 

Secreta XXVI. Gornet, op. cit. 



150 

DOCUMENTO XVII. 



Carteggio del veneto segretario Giovanni Dario, 
spedito in Persia dal bailo a Costantinopoli, nel 1485, 



Magnifìce et generose Domine. Partecipo a Vostra Magnificenza, 
come ho già fatto con altra lettera che mandai al console nostro in 
Adrianopoli, che questa mattina fu fata porta solenne per accettar 
l'ambasciatore del soldano, e anche io andai per vedere cose nuove, 
e subito presentandomi in quel cerchio che era intorno li signori, 
per sua grazia mi fecero chiamare e sentare sopra uno scagno in- 
contro di loro, arente i deflerdari, e venne da mi un ambasciatore di 
questi Ungheri, che venne ultimamente con una bella compagnia 
alla quale mandarono un tappeto fuora del pavion. E poi per buon 
spazio cominciarono a venire li presenti del sultano, e fu in prima : 
un animale grande come un lion con varie macchie, negro del capo 
fino alla coda, che era una terribilità a vederlo; di poi vennero sei 
corsieri bellissimi, el primo con una sella e briglia d'oro e con barda 
di lame all'azimesca, e i altri corsieri poi disfornidi. Drio vennero 
tre cammelli corridori con tre selle e cossinelli di panno di seta, e 
coverte a lor modo ; e drio di questi vennero presenti minudi : tre 
pappagalli bellissimi con gabbie, e quattro garzoni eunuchi neri, e 
due spade fornide e quattro disfornie. Doi mazze di ferro bellis- 
sime, doi accette con la cima un suo fornimento, elmi, brochieri di 
azzai, e drio questo furono molte selle, sanibaffì, centure, lizari, 
panni di seda che in verità a doi pezze per uomo erano più di ot- 
tanta per sorte che le portavano. Dietro li presenti venne l'amba- 
sciatore con una berretta in testa e una veste damaschina verde e le 
maniche di ricamo d'oro, e tutta la sua schiena fino in terra era 
coperta di zibellini. E subito ch'el se appresentò in quel cerchio li 
signori uscirono dal pavione con loro seguito e li andarono in- 
contro ; dopo la salutatone lo menarono sotto il pavione, ed es- 
sendo di sotto il Daut bassa , ed in mezzo agli altri sentati , e 
ragionando per buon pezzo furono chiamati dal signore e andarono 



154 

li tre bassa con l'ambasciatore e quel suo dottor grande che venne 
di Costantinopoli. Et entradi dal signore, stettero manco de un 
quarto d'ora ed escirono fuori, e tornarono a senlare sotto il pa- 
vione, e portarono fuori un gran rotolo di scritture, le quali fecero 
tagliare, e le lesse il dottor grande, e fu lunghissima lettura. 

Da poi letto, portarono il desinare e messe molte vivande davanti 
li bassa e altri che sentavano con loro. Da poi il desinare fu messo 
avanti li defterdari e da poi furono messi otto piatti di porcellana 
avanti di me con diverse cose. E chiamato lo ambasciatore unghero, 
sedette sotto di me e mangiassimo di quel che vi era cadauno. 
Levati i piatti vennero i deputati e dissero all'ambasciatore unghero 
ch'el tornasse fora al suo primo luogo, e così fece, ed ebbe del sole 
quanto ne ha voluto, ed io rimasi sopra il mio scagno, ed ogni 
uomo ha giudicato che la persona mia sia stata molto onorata in 
questa giornata alla corte. E Dio sia di tutto ringraziato. 

Domani si dice che anderà l'ambasciatore d'India, ed io faccio 
conto di riposare. Ma Luca Sofrano, portadore di questa è stato 
alla presente solennitade. Di nuovo el sarà anche a quella di do- 
mani, e narrerà tutto alla Magnificenza Vostra e tuorrà a mi la 
fadiga de scriver, che in verità stando scomodo come sto, con gran- 
dissimo caldo sotto di questo padiglione non mi vien voglia di far 
niente di ben, né mai in vita mia ho visto più strano solazzo di 
questo che non avevo pur aqua fresca da bere. Ricevo per altro 
grandissima cortesia, ma ritardi e struzi inesplicabili, avendo anche 
alle spalle gli ambasciatori di tre città e se ne aspettano degli altri, 
e ognuno vorria essere spacciato dal dire e fare le cose sue. E 
questa corte contrapesa, e con tanti ambasciatori è occupatissima. 
Io peno di mezzo, e in verità, come altre fiate ho scritto, non bi- 
sogneria metter tanta carne al fuoco, né creder ad un giovine che 
non sa niente e che ha riferido cosa non vera e poste le cose nostre 
in pericolo. Prego Dio me dia grazia che possa riescir con onore e 
alla Magnificenza Vostra mi raccomando. 

Dat. in Kasbin in Persia, li 10 luglio 1485. 

Archivio Cicogna, cod. MDCCXCVI. 



152 

DOCUMENTO XVIII. 



Magnifice et generose domine. Hieri scrissi a Vostra Magnificenza 
come l'ambasciator del soldano era andato alla corte, e le cosse 
seguite, e mandai la lettera al detto nostro console la quale credo 
l'averà ben recata. Questa mattina doveva andare l'ambasciatore 
d'India, e io desiderava di riposare e aveva anche tolto un poco de 
medicina , e temporeggiando così sul mio stramazzo sentii venire 
un chiaus el qual me domandò da parte da questi signori sultani 
che io andasse a questa solennità; e così mi vestii e andai alla 
Porta accompagnato da quel medesimo chiaus, e presentandomi 
davanti il loro pavione fui chiamato e introdotto sotto, e sentai in 
quel scagno preparatomi secondo usanza, e dietro de mi per tre o 
quattro passi fora del pavione erano sentati tre di quei signori 
ungheri, e dietro di loro due servitori, e avevano del sole quanto 
volevano. Dopo buon pezzo venne l'ambasciatore indiano, il quale 
fu accettato honoratamente e sento sotto Daut in mezzo delli altri 
signori ; e averte le casse delli presenti li sultani hanno voluto 
vedere el pugnai e la cima che venivano presentate al signore, e 
portate avanti di loro, mi chiamarono che anch'io andassi a vedere, 
e sentando avanti di loro, me fu messo in mano, et era la vagina 
tutta d'oro, e la guardia di fora di rubini, cioè in mezzo vi erano 22 
grossi rubini, e dalle bande rubinetti piccoli, ed in alcuni luoghi 
qualche turchese , e nella cima della vaina una perla grossa ; e 
mentre vedevo et esaminavo detto pugnale furono chiamati e an- 
dorno dal signore. E la corte e tutto quel campo erano pieni 
d'uomini, che portavano suoi presenti e sono 2600 lizari e por- 
cellane, code di cavalli, lanze di canna, uno bellissimo papagallo 
rosso ed altre gentilezze indiane, e parve miracolo a vedere in 
un tratto tanti presenti. E li signori sultani sentando così e ve- 
dendo me mandarono a dire, che tenissi bene a mente per fare e 
simile anca mi verso il signore. Et io risposi che valeva più al loro 
signore il buon amore dei miei signori, che non valeva tutte le cose 
del mondo. E così se voltarono da mi tutti insieme, e mi fecero atto 
che avevo risposto molto bene. Fu portato il desinare e avanti de 
mi solo fu portate diverse bandigioni. E alli ongheri fu dato di fuora, 
e mangiando quei signori , me invitarono che mangiassi , ed io 
lor facevo dire, che anco volevo bevere ; e mangiammo molto bene e 



153 

appetito e allegramente, e prometto alla Magnificenza Vostra che tra 
quelle bandigioni vi era una minestra con sugo de limone che mi ha 
saputo molto buona, e di questa sola ho desinato. E dicto pasto mi 
fu portato in piatti di porcellana, la vivanda era buona, ma mi averla 
piuttosto bevuto una tazza di vino. Partito poi l'ambasciatore in- 
diano anch'io tolsi licenza, e me ne venni al mio alloggiamento. Ed 
in tutto ciò è stato presente Luca Sofrano, e potrà ragionarle di- 
stintamente. Ne me accade altro che raccomandarmi alla Magnifi- 
cenza Vostra. 

Dat. in Gastris regis Persiarum 11 luglio 1485. 

Giovanni Dario. 

Archivio Cicogna, cod. MDCCXCVI. 

DOCUMENTO XIX. 



Copia di una relatione facta per doni. Costantin Laschari, stalo al 
Charaman per nome della Signorìa Nostra, narra delle cosse del 
Sophì, le quali furono lette in Collegio ed in Pregadi. 

Ser.moedill.mo principe, et excell. mi signori, post debitas comen- 
dationes io Costantin Laschari bon servidor di questa signorìa, per 
obedir a quella, che dovessi diponer in scriptura zercha ale cosse 
imposte per Vostra Serenità de le cose del sig. Caraman de inde del 
sig. Sophì el qual è principe de tuta la Persia, chel ser.mo impe- 
radorUxon Cassan dominava: et prima zonto a Tarsus che fo adì 16 
marzo, subito mandai uno messo a Tauris al sig. Garaman con le- 
tere di V. S. facendoli intender tanto quanto per questa signorìa 
me està imposto, de lo qual sig. ebbi aviso, siccome alla S. V. io 
ho scrito, et subito mi partii de Tarsus per andar a trovarme con 
el dito sig. el qual trovai in Astankief lontan da Tauris zornate 15 
con circa cavalli 300; fate le debite revisitation da parte de Vostra 
Serenità narandoli quanto questa signoria era disposta a darli 
ogni favor et ajuto contro il Turco, azò potesse esser ritornato in 
suo stato, de che sua sig. a ne ricevette grandissima consolation et 
insieme cavalchassemo in verso Aleppo, in la qual terra stessemo 
insieme zorni 5, et dapoi molti consulti e rasonamenli fatti insieme 
la sua sig. a deliberò mandar uno ambassador in Cypro a le exel- 



154 

lentie de quelli rectori de V. S., i qual invero i ha fato bona 
acoglientia al dito amb. et della promessa fatta al suo signor de 
artelaria et galie, che ne altra cossa desiderava questo signor ; et tanto 
più chel signor Sophì li comesse che dovesse vegnir verso la Cara- 
mania che etiam lui li veniva drieto per metterlo in signoria, lo qual 
sig. Garaman et da tuta la sua zente fu certificato aver cavalcato in- 
sieme col sig. Sophì tre zornade in verso alo paexe del Turco, con 
tuto lo suo exercito per esser el primo per discaziar quel si- 
gnor, el qual è debilissimo e no pò far 5000 combattenti gente 
inesperta et mal in ordine in arme, et poi quanto sera in Amasia 
farà deliberation per qual strada debba entrar in Garamania per 
esser tre et quattro passi ; la potentia del qual signor Sophì, è de 
combattenti 80m. tra a cavalo e a piedi, zente persiana di gran expe- 
rientia de guerra, ben armadi de armadure per loro e per li ca- 
vali, però chel fior de armadure che son al Gayro per li schiavi se 
trazeno de la Persia de una cita che se chiama Siras, de che Se- 
renissimo Principe me ho voluto ben far certo non tanto del si- 
gnor Caraman quanto de tute le sue gente come etiam d'altre per- 
sone venute da Persia, che tute si acordano de questa potentia et 
esser cussi ben in ordine, però che andava contro la casa otto- 
mana come heretichi dalla fede macometana , et usurpatori del 
stato di molti signori macometani, et che se intendeva con quella 
ili. ma signoria, et per lui chel dito sig. Garaman narandoli quanto 
per vostra Serenità li avea dechiarito; praeterea el dito signor Sophì 
havanti che partisse de la Persia per ogni rispeto et per tolerse 
davanti li occhi tutti li sospetti che poteva haver, preseno con le 
sue forze tuti quelli signori che erano in la Persia di n<> 80 in 90, 
et feceli tagliar la testa e a tuti i soi figlioli fin in terzo grado, la 
qual cosa piasete a tutti li popoli per le gran tirannie che fevano 
et mazimamente ali merchadanti insuper al signor Soldano del qual 
non hanno niun favor ; et trovandomi in Aleppo ie le vidi tornar dal 
Gayro con 25 cavali e andar in verso Amasia per trovarse con quello 
altro signor molto mal contento; et quanto questi doi signori in- 
sieme zoè d'Amasia et de Tauris con tutti li favori che possano mai 
aver non porano far cavali 7 in 8m; ben è vero ser.mo principe 
chel Gran turco avea mandato nuovo fìolo con potente hoste, chi di- 
ceva di 30 mille, chi di 40 miile, in soccorso de questi do signori 
che per el parlar dil signor di Garamania et de altre zente che 
venivano de Persia el signor Sophì con lo suo exercito gera più 
potente di quello che se stimava, et ben in ordine e tanto più quanto 



1 55 

l'andava per la fede contra questi eretici ottomani di poca fede, 
usurpadori de molto stato, et che senza alcun dubio li teniva aver 
vitoria. Ser.mo Principe sopra tutte le altre cosse ho voluto aver bona 
information de questo sig. Sophì: esso è in ordine di danari, de che de 
cadaun me fu certifichato aver grandissima ricchezza, prima pel il 
gran paese che possiede preterea aver tolto gran facilità di questi si- 
gnoriche ha fato morir, et esser signor di gran justizia et liberal 
con tutti, homo de anni 20 in 22 molto prospero, ha uno suo fra- 
delio de anni 11 in 12 lassato a Tauris, et una sorella chel prome- 
teva darla per mojer al sig. Garaman. Questo signor Sophì è molto 
afezionato a questa sua setta che è una certa religione catholica a 
lor modo, in discordantia de la opinion del suo propheta Maco- 
metto et Omar , che fo suo discipulo , et questo Sophi aderisse 
ala opinion de Ali che fu pure discipol del profeta. Tamen in ar- 
ticulo di loro fede erano dissidenti come se poi dir fosseno al tempo 
di san Piero et de altri pontifici gli Ariani, che benché cristiani, 
tamen erano eretici ; concludo Ser.mo Principe che a juditio mio se 
la persona del Gran turco con potentissima hoste et lui in persona 
non vien a scontrarse con questo Sophì vedo in pericolo esser 
discaziato de la Caramania et a tempo nuovo andar più oltra. Apresso 
ali altri favori di questo Sophì se atrova in lo paexe del Turcho 
gran copia di gente di la opinion di questo Sophì, che son certo 
che si acosteranno a lui. Ser.mo prencipe non voglio restar con 
ogni debita reverentia dir che atrovandomi in Tarsus a questo mio 
viazo, da molti et molti subditi del signor Garaman fui certificato 
veramente chel fiolo del Gran turco primogenito che si trova in 
Caramania in la terra de Gogno, havendo suo padre mandò per 
lui por averlo suspeto non volse andar, anzi quando el Garaman 
ala prima volta venne in quel paexe el fugì e abandonò el paexe et 
lassò chel Garaman fesse el suo corso ; et dapoi chel Garaman, per 
non se poder mantegnir contra la gente ottomana, e fu ritornato 
a la Caramania del dito locho de Gogno, et al continuo ha scrito 
al sig. Garaman che debba vegnir che lui è contento chel toglia el 
paexe et se fassa signor, et etiam el fradelo che è in Amasia ha 
fato la experentia per metter le man addosso. Ser.mo prencipe se la 
Vostra Ser.tà parlando sempre reverentemente non desprezia questo 
mio parlar, perche io ho gran famigliarità con questo fiolo del 
Turco, che avanti questa guerra el mio exercitio jera de andar 
marchadante in quelle parte , e più volte parlando de la Vostra 
Signoria me motteggiò: che se questa signorìa di Venetia vorà me ne 



4 56 

anderò a trovarla perche congosco che mio padre e miei fradeli 
zercha de metterme la man adosso per farme morir, aziò che dapoi 
come primo genito non abia reame et qualche volta ho parlato di 
questo in Cypro ala bona memoria di ms. Marin Malipiero. È vero 
Ser.mo Prencipe che questo signor è homo forte, e mandava spesse 
volte in Cypro per toler porchi, che lui mangiava che è contra la fede 
macomelana, et ultimamente suo padre feze impichar sei subaschi, 
et molti altri signori de la sua porta che consentiva questa cossa, 
suplicando di summa gratia che la vostra ser.tà me debia despazar 
presto a cazone che possa tornar in casa mia o veramente dove 
me comanda vostra ser.tà; et cussi me voglia aver per riccomandato 
et guardar me con l'occhio di la pietà a tanti pericoli che ho corso per 
quest'impresa per avanti, etmaximamente in questo viazo, de perder 
la vita et esser scortigato, et son cargo di fioli, et per queste guerre 
in Turchia ho avuto gran danno et romaxi povero et mendico, ala 
gratia di la qual come bon servitor me raccomando ( scrita adì 14 
octob. 1502 in Venetia) humilissimo servitor di la Sig. a Vostra, 
Costantino Lascari. 

Diarj Sanudo. Codd. Marciani. 



DOCUMENTO XX. 



Copia de una altra depositione del ditto. 

Ser.mo Prencipe et domino meo, post debitas comendationes etc. 
Avendo io Constantin Laschari data in scriptum ala Vostra Se- 
renità circha le cosse del signor Caraman etc. etiam del signor 
Sophì, me pare de voler ajonger a questa altra scriptura e voler 
dechiarir questo signor Sophi inimico capital de la casa otu- 
mana , la qual inamicizia è ab antico et non principia a hora, 
de che essendo questa religion di Sophì dal principio de la fede 
macometana fin a hora nel paexe di la Persia, Caramania, Turchia 
et per Soria sempre porta gran odio a questa caxa otumana, 
et per tenirla come eretica di la fede, ne mai ha manchà che in ogni 



157 

tempo questa religion de Sophì ha fato guerra a questa caxa otu- 
mana ala parte de Trapesonda et brasò quella terra di Trape- 
sonda dove hanno castelli et qualche cita non de gran conto , 
niente de manco per lo suo naturai sono signori et di sangue 
de signori. Questo signor Sophì è nato di una neza de Usun- 
caxan, dove con questo parentà se ha fato signor in la Persia etfatose 
imperador, et non senza gran fondamento è mosso adaquistar tanto 
paexe, deinde haver tanto seguito de li populi, sì per esser signor 
naturai come etiam per la gran justitia et liberalitate sua, et per 
esser signor de gran ricchezza. — Serenissimo Prencipe, havendo 
visto in sì breve tempo questo signor haver tanto prosperado me 
pareva cosa incredibile, e de qui è processo che ho voluto cauta- 
mente domandar a Persiani et a molte altre nation in el paexe dove 
son stato fin a Astankief , e di tutti universalmente son sta certi- 
ficato prima la sua progenie sempre è sta signori et fioli di signori, 
de inde son stati sempre persone de valor. Serenissimo Prencipe 
ho voluto far questa dechiaration perchè da molti e molti son interro- 
gato se questo Sophì sia propheta et persona relevata parendo le 
cosse miracolose, et da quelle persone che m'ha parso di qualche 
ingenio, io li ho risposto esser signor naturai et soi antecessori et 
parentato de imperio de Persia, el è vero che questo Sophì se tien 
intro la sua fede molto cattolico ; non dirò altro che ali piedi di 
V. S. mi raccomando suplicandola che mi voglia presto expedir et 
averme per racomandalo per esser povero gentiluomo da Costanti- 
nopoli de casa Delascari, habitante in Cypro circha anni XX in tra 
li boni parentadi di quel regno, et con mojer et cargo de fioli, adì 16 
octobre!502 in Venetia. 



Humil servitor de la Serenità Vostra 
Costantino Laschari. 



Diarii Sanudo. Coda. Marciarti. 



158 

DOCUMENTO XXI, 



Copia de una letera del signor Sophi, mandata al serenissimo principe 
nostro messer Leonardo Loredano doxe de Venezia, ricevuta in 
Zener 1505. 

Ismail Sophi soldam, che Dio fazi el suo regno eterno: al soldam 
de'Venitiani grande amicho nostro, che Dio fazi el so dominio per- 
petuo. Le lingue non potriano expriiner, né penna potria scriver, 
né intelletto potria comprender lo amor che vi portemo. Havemo gran 
sete e gran desiderio de veder la signoril persona vostra, speremo 
nella misericordia de Dio ; e in quello che apre e serra il tutto, che 
presto se vederemo e saremo boni amici. Ve avisemo che havemo 
conquista tuto el paese della Azimia con gran prosperità, e spe- 
remo nella omnipotenza de Dio che perseveremo ogni dì in mazor 
vittoria, perchè Dio è onnipotente et misericordioso, et nella for- 
tezza del suo brazo speremo che haveremo Victoria contro li inimici 
nostri. 

(Questa fu translatada cussi). 

Diarii Sanudo, voi. VL Codd. marciani. 



DOCCnttENTO *JL*l 



1570, 27 ottobre. 

Serenissimo et Excellentissimo Domino Sciali Thamasp filli Sciah 
Ismail Imperatori Persarum, Atribeigian, Sirvan, Hirach, Corasan, 
Ghilan, et aliorum regnorum, patri victoriarum , justitiae amatori, 
et Regi Regum Orientalium Invictissimo. 

Aloysius Mocenigo Dei Gratta Dux Venetiarum etc. salutem et honoris 
ac gloriae f elida incrementa: 

Per quella antiqua et candida amicitia, che ha sempre tenuta e 
tiene la signoria nostra con la imperiale Maestà Vostra, noi havemo 
deliberato di mandarle un nostro ambasciator per farle intender 
le cose che sono scritte qui a basso ; ma il conoscer che le strade 



159 

tutte, per le quali si può venire alla Maestà Vostra, sono guardate con 
gran diligenza dei Turchi, ne ha fatto ritardare, ma non mancheremo 
di farlo se sarà possibile. Fra tanto il sig. Dio ne ha mandato 
avanti un altro mezzo, che è l'onorato chogia Ali di Tauris, suddito 
della Maestà Vostra, il quale si attrovava in questa città con un gros- 
sissimo cavedal (capitale) et fu intrattenuto con tutta la soa roba per 
causa della presente guerra mossane tanto ingiustamente dal sig. 
Turco; ma avendo noi inteso questo esser suddito fedele di Vostra 
Maestà, l'abbiamo fatto metter in libertà e rilassarli tutte le robe sue, 
per quel singolare amor e respetto che portamo all'imperiale Maestà 
Vostra. Questo chogia Ali ne ha detto che desidera tornar a casa soa, 
et si è contentato di portar le presenti lettere nostre per Vostra 
Maestà: la quale saprà che essendo noi in pace col sig sultan 
Soliman passato imperatore di Costantinopoli, conservata per molti 
anni, morto lui il presente sig. sultan Selim suo figliuolo la con- 
firmò con solenissimo giuramento, ma da poi senza alcuna causa ne 
ha rotta la detta pace et mandato contro di noi la sua armata, quale 
è andata per far l'impresa del regno nostro de Cipro, et ha man- 
dato anco le genti sue de terra in Dalmatia contro le nostre città. 
Ma noi con la gratia de Dio havemo fatto preparazione di una grande 
et potente armata et de gente de pie et de cavallo; et oltre delle 
nostre forze li principi christiani hanno fatto preparativi per con- 
giungersi con noi contro questo comune inimico, tanto che l'anno 
presente et anco quelli che veniranno si farà animosamente la 
guerra , et non si vorrà più la pace con questo sig. poiché si 
vede che el non osserva la fede ; e se la Maestà Vostra imperiai la 
qual ha forze così grande et tremende alli Turchi, con questa occa- 
sione si moverà contro di questo suo inimico, il qual non le ha mai 
osservato cosa che li abbi promesso, si pò tener per sicuro che 
combattendolo noi con li altri christiani da questa parte et la Maestà 
Vostra dalla sua, ella potrà ricuperar quel paese che esso le ha ingiu- 
stamente occupato, e romperli quei disegni che l'ha d'andar mole- 
stando et infestando ora un principe et ora l'altro senza conservar 
amicitia con alcuno, se non in quanto le serve per farli star quieti 
sino che el combatte con un altro. Vostra Maestà è piena di pru- 
denza et valor, e siamo certissimi che non la lascerà passar questa 
occasione di batter questo suo inimico : il che oltra l'obbligo gran- 
dissimo che noi li averemo, apporterà immortai gloria al suo nome, 
ampliazonc al suo impero , et una sicurtà perpetua che questo 
signor non sia in qualche tempo per darli molestia, secondo che 



160 

per molti effetti ha mostrato di haver in animo, se ben al presente 
simula, di voler star in amicizia con lei, ma non aspetta altro che 
tempo comodo a poterlo offender, cosa che non può far ora per la 
guerra che ha con la cristianità. Noi dunque la pregamo a muoversi 
con generoso animo contro di lui, et promettemo a Vostra Maestà 
in fede di vero principe, che noi con li altri cristiani dal canto nostro 
faremo ogni sforzo per batter in mare et in terra questo universale 
inimico di tutti. Non saremo più lunghi, perchè cpnfidamo che 
Vostra Maestà coglierà la occasione che li manda il sig. Dio, il qual 
pregamo che li doni felice e longa vita. 

Parti Secrete; fra i nostri Codd. 



DOCUMENTO XXIII, 



1570, 30 ottobre, in Zonta. 

Che al fedelissimo nodar estraordinario della cancelleria nostra 
Vincenzo di Alessandri sia commesso in questa forma: 

Vincenzo ! Sperando noi ricever da te ottimo servitio , per l'espe- 
rienza che hai delle cose turchesche e delli dispareri che sono tra 
il sig. Turco et il signor Sophì, abbiamo deliberato col Consiglio 
nostro dei X e Zonta , di mandarti in Persia a quel serenissimo 
signor con lettere nostre per eccitar Sua Maestà a muoversi contro 
il sig. Turco ; però col nome de Dio ti metterai in cammino, sol- 
lecitandolo quanto ti sarà possibile, et giunto a quel signor, dopo 
presentate le nostre lettere, et facta certa Sua Maestà della sincera 
amicitia che tenemo con lei, le dirai che avemo voluto mandarti per 
darle conto della guerra che con tanta ingiustizia ne ha mossa il 
sig. Turco, contro la sua parola et giuramento, senza che da noi 
gli ne sia sta data alcuna causa, del che anco li avemo dato aviso 
con altre lettere nostre che li saranno portate da un suo suddito. 
Et così le narrerai il modo tenuto da quel signor in romperne la 
pace, et come con tutte le sue forze da mar e da terra è venuto 
contro di noi, talmente che ha abbandonato tutti quei paesi di là 
in arbitrio e poter di Sua Maestà se non vorrà perder l'occasione ; 



161 

poi seguirai che noi gagliardemente se difendcmo et per mar et per 
terra : e che li altri cristiani si congiungono con noi a'danni di 
questo comune inimico, et che siamo per continovar la guerra : di 
modo che tenendolo noi travagliato da questa parte, se Sua Maestà se 
muoverà dalla sua, farà quei maggiori progressi che possa desiderar, 
sì perchè ha potentissime forze come perchè li popoli sono devoti 
del suo nome ; et li potrai dir che essendo tu stato per molti anni in 
Costantinopoli, li puoi far fede del mal animo che ha quel signor contro 
Sufi Maestà, ma che al presente lo dissimula per causa della guerra 
che ha contro i cristiani, temendo che quando Sua Maestà si mo- 
vesse contro di lui fosse con suo grandissimo danno; et qui li pon- 
dererai come per la guerra che detto sig. Turco fece ultima- 
mente in Ungheria si sono molto debilitale le sue forze. Con queste 
et altre ragioni che el sig. Dio te metterà avanti, procurerai di 
eccittare Sua Maestà a rompere col sig. Turco , promettendoli j 
sempre che noi da questa parte faremo gagliardemente la guerra 
insieme colli altri cristiani: e le dirai che ella non può aver maggior 
occasione di aquistarsi oltre la ampliazione del suo imperio un nome 
immortale, e di obbligarsi in perpetuo la Signorìa Nostra con tutta 
la cristianità. Questo negolio se non potrai trattarlo con Sua Maestà, 
lo farai col suo primo ministro, facendogli intender che con prima 
occasione se mostreremo gratissimi del favor che ne haverà fatto 
Sua Maestà; e ne escuserai se non avemo mandato li onorati pre- 
senti che si convengono et a Sua Maestà Imp. et a Sua Magnificenlia: 
perchè hai convenuto andar incognito et senza impedimento per 
poter liberamente passar per li paesi del sig. Turco, et procu- 
rerai di avere la resoluzione et risposta alle nostre lettere, con la 
quale te ne ritornerai a noi. 

Ti abbiam fatto dar per le spese del viaggio de andata et ritorno 
ducali 1200 delti quali non sei obbligato mostrar conto alcuno. 

De parte 24 
De non 

Non sinceri 1 

Parti secrete; ibid. 



11 Bollettino Consolare, Voi. HI. 



162 

DOCUMENTO XXIV. 

1570, 30 ottobre. 

Al Serenissimo Imperator dei Persiani. 

Sapendo noi quanto dispiaccia alla Maestà Vostra le cose ingiuste, 
e che un principe manchi di fede all'altro senza alcuna causa, 
havemo voluto con queste lettere e con la viva voce del fedelis- 
simo secretano nostro Vincenzo de Alessandri apportatore di esse, 
far sapere a Vostra Maestà come il presente imperatore dei Turchi 
in Costantinopoli sultan Selim, havendo con solennissimo giuramento 
con firmata la pace che per molti anni ha avuta la signorìa nostra 
con il signor suo padre : non havendo alcun rispetto de romper la 
sua parola, ne ha mossa la guerra con mandar la sua armata e 
molta gente da terra a combatter il regno nostro de Cipro, et altre 
genti in Albania et Dalmatia, contro le nostre città; et questo senza 
averne avuto pur una minima causa. Noi all'incontro havemo fatto 
una grande armata, e messe insieme genti da piedi e da cavallo 
per difendersi gagliardamente con l'ajuto di Dio , e li altri prin- 
cipi christiani ancora se preparano, et già il pontefice et il re di 
Spagna hanno congiunte le loro forze con le nostre talmente che 
si farà la guerra a questo comune inimico, qual non osserva fede 
ad alcuno; et tanto conserva l'amicitia con uno, quanto li torna 
a proposito per batter un altro, siccome fa al presente, che si- 
mula di esser amico di Vostra Maestà per poter combatter con 
noi christiani senza aver timor delle vittoriosissime armi di Vo- 
stra Maestà, ma l'animo suo è cattivo contro di lei, et quando 
non fosse travagliato dalle forze dei christiani cercheria di trava- 
gliar li sudditi di Vostra Maestà, la qual essendo prudentissima, et 
conoscendo molto bene l'animo che ha questo signor, de inimico, 
non manco contra di lei che contro di noi, saprà ben prender l'oc- 
casione, hora che detto signor è occupato con le sue forze in queste 
nostre bande, di far dalla sua parte quei acquisti che li saranno 
facilissimi, si perchè il sig. Turco non potrà resistere alle poten- 
tissime forze di V. M., massimamente a questo tempo che è com- 
battuto dalle armi Christiane, sì perchè la maggior parte dei sud- 



163 

diti di esso Turco sono devotissimi al nome della imperiai Maestà 
Vostra. Noi con le forze degli altri principi Christian'], faremo dal 
canto nostro una gagliarda guerra, in modo che movendosi anco 
la Maestà Vostra si pò esser certi da ogni parte aver vittoria, et 
che sarà con perpetua gloria del potentissimo suo nome, con gran- 
dezza et ampliamone del suo impero, et la Signorìa nostra insieme 
con tutta la cristianità resterà obbligatissima alla imperiai Maestà 
Vostra, secondo che più ampiamente le narrerà il predetto fedelis- 
simo secretano nostro, alle parole del qual la si degnerà prestar 
fede come farebbe a noi medesimi. Et li anni soi sieno longhi et 
felicissimi. 

De parte 21 

De non 

Non sincere 1 

Parti secrete; ibid, 



IÌOCUJMEIVTO XXV. 



Serenissimo Principe, 111. mi Signori, 

A' 12 di novembre mi partii dalla corte del re di Persia , et sa- 
pendo non poter giunger in tempo di passar il mar Maggiore perchè 
l'inverno mi aveva sopragiunto; ed essendo informato che il Mosco- 
vita non concede il passo a niuno de lì per il suo paese che voglia 
passar in Polonia, né trovandomi ben l'andar in Ormuz rispetto la 
lunga navigazione, ed il non esser solito di partir nave per il Porto- 
gallo prima che a mezzo marzo, resolsi fermarmi a Tauris per lasciar 
passare alquanto dell'inverno fin che fosse venuto tempo d'inviarmi 
per l'Armenia maggiore, et il paese dei Giorgiana non potendo ritor- 
nare per la strada che io era andato, essendomi stato affermato che 
il bassa di Erzerum mandò dietro per me tre ciaus sino a Erivan 
nella Persia, li quali dimandarono a un mercante armeno se mi aveva 
veduto, dandogli segni dei vestimenti et persona; il qual disse non 
saper, ancoraché un giorno prima avesse parlato meco, né mi cono- 
scendo per cristiano, rispetto che nel passare d'Erzerum io era in 



161 

abito di armeno, et subito giunto ai confini di Persia mi vestii di al- 
tri panni alla turchesca, et ciò per correr manco pericolo di assas- 
sini da strada , i quali sono in quelle parti in grandissima quantità ; 
in fine detto mercante mi trovò in Casbin, e mi raccontò come 
li ciaus si trattennero due giorni per aver qualche nuova , li quali 
dissero come un uomo che era al mio servigio si era trovalo a Erze- 
rum con alcuni suoi paesani, ed avendo bevuto più dell'ordinario , 
dissero alcune parole che diedero sospetto che io fossi italiano ed 
uomo pubblico; ma non essendo stati bene informati, facevano giudi- 
zio da per loro, et ragionando con altri di tal cosa dopo il mio par- 
tire fu riferito al subaschi, il quale li prese e condusse al bascià 
interrogandoli sopra quello che avevano ragionato. Negarono ogni 
cosa, furono posti in prigione, et con diligenza mandarono dietro 
per me, onde per fuggire così evidenti pericoli fui forzato passar 
per strade non usate e deserte, allontanandomi quanto più poteva da 
delti confini. Partii da Tauris alla fine di febbraio e passala l'Arme- 
nia maggiore entrai nelli confini dei Georgiani, mi trovai con gran 
quantità di soldati a cavallo che andavano ad Erivan, nel qual luoco 
essendomi pochi giorni trovato vidi che el sultan faceva gran prepa- 
ration di genti da guerra per ordine del re , né si sapeva così pub- 
blicamente le cause sebben lutti dicevano esser contro Turchi. 

Giunsi a Pazagan, terra dei Georgiani, nel qual loco vi era un gran 
moto, e si erano mezzo sollevati. Due giorni dappoi il sangiacco di 
Sasset sottoposto a sultan Selim mi fece chiamare e mi dimandò si 
sapeva in che parte l'esercito del re di Persia era per andare; io li 
dissi non sapere perocché non veniva da Persia, ma dal proprio paese 
dei Georgiani. 

Partitomi di là per condurmi al mar Maggior, entrai in deserte ed 
asprissime montagne, nelle quali passai estremi disagi di fame, aven- 
domi convenuto per sei giorni nutrire di alcune radici di erbe, le 
quali sono come cardi selvatici, né essendovi acque perchè erano ag- 
ghiacciate, mi bisognava disfar la neve per bevere, ed aggiunto lo 
andar a piedi a tanti mali, et ciò perché sopra dette non vi può pas- 
sar cavalli, sì per l'altezza ed asprezza loro, come perchè non vi saria 
da nutrire li animali, oltre il pericolo di leoni, orsi ed altre fiere sel- 
vatiche che in esse vi sono. Giunsi coll'aiuto di Dio alla fine di marzo 
in Cogna città alle rive del mar Maggiore, nel qual luogo mi 
fermai per non essere alcun passaggio in pronto , et intesi che 
li christiani Circassi erano venuti con 24 vascelli, et avevano per 
300 miglia di paese a marina, abbrucciato e depredato le ville e ta- 



166 

gliatele vigne dei Turchi ed ammazzato gran quantità di loro, e che 
avevano portato via le donne e putti e le robbe, per il che si dubita- 
vano che bonacciato il mare non venissero sopra detta città. 

Giunsero daTrebisonda sei galere armate per la guardia di quel loco, 
con ordine di sultan Selim di non si partire dal porto, ma guardar so- 
lamente la terra, perchè dubitava che detti Circassi non avessero cre- 
sciuto il numero di detti vascelli. Partitomi con una barca, a marina a 
marina giunsi a Rissa, nel qual luoco mi abbattei in un ciaus venuto da 
Samsum per canevi, il quale non ne avea potuto trovare per 600 mi- 
glia di paese che avea scorso più di 130 cantari, e li aveva pagati 
con 200 aspri il cantaro, che prima li aveva per 80, e mi disse che 
non era filo da poterne far per una gomena, et avea comandamento di 
andare in Georgia e Circassia , ma per dubio di quelli corsari, si ri- 
tornò. 

Io imbarcatomi sopra il suo caramussali, mi condusse fino a Trebi- 
sonda, dal qual intesi le espedizioni e preparazioni fatte per nuova 
armata; disse che nella Grecia erano stati spediti ciaussi con coman- 
damento che si facessero galere e si lavorassero a quelle scale , 
conforme a quello mi aveva detto il ciaus ; dal qual luoco parti- 
tomi sopra una nave di Greci, giunto a Sinope, presi porto non 
avendo avuto vento da buttarmi al mare per passare in Europa, 
smontai e vidi 6 galere pronte alla vela le quali partirono due 
giorni dopo per Costantinopoli, essendone la settimana innanzi par- 
titone 24 per quanto mi fu affermato dai Greci , vi erano anche 
due corpi di galere grosse nelle quali si lavorava , perchè nel 
principio non le erano state date le debite misure; essendo ti- 
rate lunghissime e datali tanta larghezza che per gran navi sarebbe 
stata troppa, però aspettavano da Costantinopoli un proto si per 
tirar quelle a buona forma come per farne delle altre. Le maestranze 
sono state licenziate fino all'invernata acciò navicassero e conducessero 
oltracciò a Costantinopoli ed altri luochi quello bisognava, conti- 
nuandosi però con ogni diligenza a condur legnami per Tanno 
venturo e già ne era preparata grandissima quantità; ed essendo 
li conduttori stentati nelle paghe , disse uno di loro all' emir 
che bisognava andare a farsi pagare dalli Franchi , perchè pi- 
gliando le galere ad istanza loro si affaticavano. Io innanzi al 
partir, per esser loro di qualche importanza, presi un poco di di- 
segno del sito della città e del castello, e scandagliai Tacque, per- 
chè in tre luochi vi sono porti, sei miglia lontano l'uno dall'altro, 
e l'uno mezzo miglio vicino alla città, nel qual si lavora le galere, 



466 

e li due lontani miglia cinque e mezzo. Il medesimo feci a Tre- 
bisonda avendosi due volte la nave allargata in mare per passare 
alle altre rive, essendo da venti contrarli ributtata, si risolse il pa- 
drone essendo sua la nave ed il carico che era vino, senza far 
motto ad alcuno, di tenersi a costa di terra e con buonissimo 
vento in tre giorni arrivammo alla bocca di Costantinopoli; nel 
qual luoco per buona sorte trovai nave che stava per andar al 
Danubio per formento, la qual si trattenne dieci giorni innanzi il 
partire. Li marinari andavano ogni giorno a Costantinopoli; dai quali 
intesi che Ulularli capitano di mare era per partire alli primi di 
giugno con 12 galere per guardia delli castelli, e che non aveva 
voluto levar spahi né giannizzeri , ma uomini marittimi tutti con 
archibusi da sette spanne, perchè conosceva le forze far poco ef- 
fetto contro gente armata. Non si faceva altro, giorno e notte, a 
Costantinopoli, che buttar di detti archibusi; ne resterò di dire alla 
Serenità Vostra un effetto grandissimo ed incredibile che per causa 
di una voce sparsa per tutte le rive del mar Maggiore, è successo : 
dico che sopra la moschea di S. Sofìa e sopra quella di Sultanié 
alla parte di Andernopoli sono comparse due croci le quali giorno 
e notte si vedono, per il che li cristiani da questi luochi comin- 
ciando fin a Costantinopoli tutti universalmente tengono questo per 
fermo, né aspettano altro che piccola occasione per levarsi. Questa 
nuova è passata tanto innanzi che li Turchi medesimi la credono, 
esser il fine dell' impero ottomano, e che loro speran che passando 
ai Franchi il tributo li abbiano a lasciare nel paese. 

Partitomi da Costantinopoli giunsi al Danubio, ed entrato per la 
bocca , chiamata san Giorgio , arrivai per mezzo la Bogdania , e 
dallo scrivan dell' ernir intesi come Bogdan vaivoda si era ri- 
bellato , e che sultan Selim avea mandato Giano vaivoda per 
signor di quel paese , il quale ricercava che li sangiacchi di Si- 
listria, Bendir e di Achirman andassero in suo ajuto perchè Bog- 
dan era per entrar nel paese dei Polacchi. Gli fu risposto che 
detto soccorso non gli si poteva dare , perchè il sangiacco di 
Silistria avea ordine di cavalcar verso Adrianopoli e li altri di 
guardar li loro confini. Entrato che fu nella Bogdania vidde l'eser- 
cito di quel signore il qual poteva essere di 20m. uomini a cavallo, 
tutti contadini disarmati d'ogni sorta di arme da difesa con 
spade, mannerini, e pochi con lance, li cavalli non da guerra ma 
ronzini. 



167 

Il giorno che giunsi a Yassy terra ove il signor la residenza fu tagliata 
la testa in publico a sette gentiluomini della fazion di Bogdan vaivoda, i 
quali volevano la notte seguente ammazzar Giano vaivoda : però vive 
con gran timore, rispetto che né da gentiluomini né dal popolo è 
amato, e questo per la troppa tirannide che usa ai popoli; per il che 
il primo signor è al presente da ognuno desiderato, il quale se bene 
è qui in Polonia, si trova a sua instantia in Bogdonia la fortezza di 
Gottin, castello in detto paese nel confine della Polonia, né aspetta 
altro per entrar di nuovo contro il detto Giano che il tempo del 
raccolto, convenendo li villani in detto tempo levarsi dal campo per 
andare a tagliare i grani e far i loro altri affari. In Leopoli si 
faranno preparazioni grandi di guerra, e già sono ridotti infiniti 
signori e gentiluomini, ne si sa per che parti ; et in buona grazia 
della Serenità Vostra mi raccomando. 
Di Cracovia a XXV luglio MDLXXII. 

Di Vostra Serenità 

Humilissimo servitor 
Vincenzo di Alessandri. 

archivio Cicogna, cod. 1762. 



DOCUMENTO XXVI. 



Relazione presentata al Consiglio dei Dieci il 24 settembre 1572 e letta 
V11 ottobre da Vincenzo Alessandri, veneto legato a Thamasp re di 
Persia. 

Dovendo io, secondo il comandamento fattomi ultimamente da 
Vostre Signorìe Eccellentissime, mettere in scrittura tutto quello che 
(oltre quanto per mie lettere ho scritto nel corso di ventini mesi 
passati, dal dì ch'io mi partii dai piedi di Vostra Serenità per an- 
dare in Persia, fino al mio ritorno) ho diligentemente osservato; 
non bisogna che s'aspettino da me, poco atto in tal professione, né 
quella maniera di dire, né quell'ordine che per avventura ricer- 
cheriano le cose che narrerò; ma che si contentino che, come 
meglio io potrò , e secondo che mi verranno a memoria , io le 



168 

esplichi in carta: essendo per dar conto delli paesi e regni che si 
trovano nella Persia, dell'abbondanza e mancamento di essi, della 
natura dei popoli, della persona del re e qualità dell'animo suo, 
de'suoi figliuoli, del governo, della corte, del modo ed ordinamento 
di consigliare e risolvere le cose di stato e d'amministrar giustizia, 
delle entrate e spese del regno, del numero e qualità di quei sul- 
tani, che non vuol dir altro che signori principali della milizia, ed 
in somma di tutto quello che mi ricorderò, o che giudicherò degno 
della sua notizia, rendendo certe le Signorìe Vostre Illustrissime ch'io 
non dirò cosa che non abbia veduta, o che da relazione di diversi 
uomini degni di fede non mi sia stata detta con verità. 

E per cominciare dal re di Persia, Elle hanno da sapere, come 
come questo re, nominato Tamasp, viene per linea retta da Ali, ge- 
nero che fu di Maometto profeta. Fu figliolo d'Ismaele I, il padre del 
quale si addimandava Gaider, uomo di gran bontà e dottrina, e da 
loro tenuto per santo , dicendo aver predetto molti anni innanzi 
come il figlio doveva esser re, sebbene esso Ismaele s'impadronì del 
regno con poco timor di Dio facendo tagliar la testa al figlio del suo 
re ; in che sebben la fortuna gli fu favorevole e prospera, ebbe però 
nel corso degli anni del suo regnare molti travagli dagli imperatori 
Ottomani, quali al suo tempo cominciarono a metter piede nelle 
fortezze principali del suo regno, come fece sultano Selim padre che 
fu di sultano Solimano, il quale s'impadroni di Carahemit, città di 
grandissima importanza e abbondante di tutte le cose necessarie, 
popolatissima e piena di molti artefici, e posta in bellissimo silo, sì 
che dove prima per natura era forte, ora per industria degli Otto- 
mani è fatta fortissima: nella quale vi si tiene un bascià di grande 
importanza, dependendo da detto luogo molte terre e castelli, i quali 
erano tutti di detto Ismaele nel paese chiamato Diarbech. Ebbe 
Ismaele, oltre il presente re, che fu il primogenito, tre figli, cioè 
Elias Mirza, Janus Mirza e Bairan Mirza. Elias fu uomo di gran va- 
lore e di grande ardire, e nel tempo che si trovò in pace col re, 
prese Baracan, re di Servan, e le sue città e paesi, il qual regno è 
grande e d'importanza, ed è alle rive del mar Caspio. Restò questo 
regno tutto nelle mani del re suo fratello, il qual non avendo fatto 
niuna grata dimostrazione per l'acquisto di tanto paese verso di 
lui, fu causa che se gli inimicò, e si congiunse con gli Ottomani, e 
con grandissimo esercito levò sultan Solimano a danni del fratello, 
prendendogli molti paesi e principalmente la città di Irun, allora 
principal fortezza di Persia, lontana da Tauris sei giornate; perla 



169 

qual cosa il detto re lo lece ammazzare, come fece anco di Janus 
Mirza, secondo fratello, dubitando che ancor egli non si sollevasse, 
essendo il terzo per innanzi morto di morte naturale: del quale è 
solo restato un figlio, il quale ha il suo stato in India ; e desiderando 
il re dargli una delle sue figliuole, il fece chiamare; ma li popoli non 
vollero mai acconsentire che andasse a Gasbin, dubitando che ad 
esso ancora non si facesse qualche dispiacere. 

Li figliuoli di esso re Tamasp in tutti sono undici maschi e tre 
femmine, generati con diverse donne. Il primo si addimanda Co- 
dabend Mirza, di anni quarantatre, buono, di natura quieta, né si 
cura molto delle cose del mondo, contentandosi di un piccolo stato 
datogli dal re nel regno di Corassan; ed ha tre figli, il maggior dei 
quali è di età di quattordici anni, di bellissimo aspetto e di alto 
spirito e caramente amato dal re, sì per le sue virtù, sì per non 
aver dai figli altro nipote che questo. Ismael, secondo figlio, è di 
età di anni quaranta, di natura robusto, di altissimo animo, di gran 
cuore e desideroso di guerra, avendo in molte occasioni dimostrato 
il valor suo contro gli Ottomani, e particolarmente contra il bascià 
di Erzerum, poiché con poco numero di cavalli ruppe l'esercito di 
esso bascià, ch'era in gran numero, e se presto non si fosse ritirato, 
si sarebbe anco impadronito della città ; e questa ritirata fu poiché 
Mirza Bech, primo consigliere del re, ed mimicissimo d'Ismaele, 
disse al re che conosceva essere nella mente di questo giovine troppo 
alti pensieri, avendo senza la licenza del principe radunato esercito, 
ed essendo entrato nel paese degli Ottomani : in tempo di pace, pa- 
rendogli questi segni di poca obbedienza, mostrando anche al re 
alcune lettere mandate alli sultani per le provincie, invitandoli a 
sollevarsi alla guerra contro detti Ottomani , per il che si risolse 
il re, a persuasione di costui, di metterlo incastello con guardia di 
sultani e molti soldati, onde è già 13 anni e più che si trova pri- 
gione, e sebbene quest'anno se gli sono levate le guardie, non è 
però licenziato lui. 11 re più volte, per gratificarlo, gli ha mandato 
donne bellissime, acciò che si trattenga, né mai ha voluto assentire, 
dicendo che lui con pazienza sopporta l'esser prigione del principe, 
ma che gli saria stato di troppo gran peso vedere anco li figliuoli 
suoi prigioni, e che a schiavi non si convengono donne. 

È il detto Ismaele sopra modo amato dal principe; ma il timore 
è grande vedendo esser lui ardentissimamente desiderato per signore 
da tutto il popolo, ancorché li sultani mostrino essi ancora di te- 
merlo molto per la sua troppo fiera natura. Per il che si fa giudizio, 



170 

che succedendo al regno, egli potria riformare gran parte dei capi 
della milizia, e levarsi dinanzi tanto numero di fratelli, che gli 
hanno occupato gran parte del regno. 

Sultan Caidar Mirza, terzo figlio del principe, è di età d'anni 
sedici, di piccola persona, ma di bellissima faccia e franco sì nel 
parlare come nel conversare, e nel vestire e cavalcare attillatissimo, 
e soprammodo amato dal padre. Si diletta di sentir ragionare di 
guerra, ancorché mostri non esser molto atto a tale esercizio, per la 
troppo delicata e quasi femminile sua complessione. Fa prova d'am- 
mazzare animali colle sue proprie mani, e molle volte, ancorché le 
spade siano di eccellente lama, non gli può passar la pelle, avendolo 
io veduto a fare di simili prove e di poi restare pieno di vergogna, 
ed arrossire e prendere scusa, ora che le spade non tagliavano, ora 
che per compassione non gli ammazzava. È di buon intelletto, e 
per quell'età è assai grave : mostra intendere le cose di governo, e 
sapere come si reggono gli altri principi del mondo. Sultan Mustafà, 
Emirkhan, e Gemet Mirza, sono tutti tre tra li quattordici e quindici 
anni: sono di buona indole, e mostrano grande ingegno; gli altri 
sono fra li dieci e undici anni, e stanno a Gorassan ad imparar let- 
tere, da un piccolo in poi di età di quattro anni, il quale è appresso 
il re, per esser secondo quell'età, accorto e molto piacevole. Le 
figliuole sono tutte maritate in parenti con dote di gran stati. 

Il re è in età di sessantaquattro anni, e del suo imperio cin- 
quantuno, essendo stato eletto di tredici anni. È di statura me- 
diocre, ben formato di corpo, di faccia alquanto scura, di gran 
labbri e barba, ma non molto canuto, di complessione piuttosto 
malinconica che altrimenti, conoscendosi ciò per molti segni, ma 
principalmente per non essere uscito del palazzo in dieci anni pur 
una volta, né a caccia, né ad altra sorte di piaceri, il che è di molto 
mala soddisfazione al popolo, il quale secondo l'uso di quel paese 
non vedendo il suo re, non può se non con estrema difficoltà dire i 
suoi gravami, né possono esser suffragati nelle cose di giustizia: per 
il che, giorno e notte gridano ad alta voce dinanzi alle porte del 
palazzo, quando cento e quando mille alla volta, che gli sia fatto 
giustizia, ed il re sentendo le voci comanda per l'ordinario che siano 
licenziati, dicendo esser nel paese li giudici deputati che faranno 
giustizia, non considerando che quelle querele sono contro li giudici 
tirannie contro li sultani, i quali per l'ordinario stanno alla strada 
ad assassinare la gente, come per molti casi da me veduti e uditi mi 
sono accertato; e come la Serenità Vostra è per intendere. 



171 

Nella città di Massinuan furono presi alcuni assassini, i quali 
avevano ammazzati alcuni mercanti, e toltogli le robe; i presi furono 
menati alla giustizia. 11 giudice, venuto in luce del tradimento, si fece 
portare il furto, poi licenziò li delinquenti, tenendo una parte delle 
robe per lui, e l'altra mandando a Gasbin ad alcuni sultani in pre- 
senza dei padroni di esse robe. E andando io alla corte ogni giorno, 
li vedevo a stracciarsi i panni, montar gridando per le mura del 
palazzo e dire ad alta voce al re che cosa egli faceva, e da che causa- 
vasi che egli non volesse rimediare a tanta ingiustizia. Per il che 
furono molte volte ben bastonati, e con le pietre fatti saltar giù dalle 
mura, né mai fu loro possibile essere uditi. Oltre di questo, nella 
città di Tauris, sedici ladri armati con archibusi scalarono di notte 
il principal fondaco di quella città, il quale si chiama Kan del si T 
gnore, dove vi erano da quaranta mercatanti ; e sapendo i ladri che 
tra gli altri, Achmet celebre mercante d'Algeri si trovava buona 
quantità di danari contanti, ruppero le porte della camera del detto 
Achmet, e lo ammazzarono, pigliando trenta tomani, che fanno sei 
mila scudi, oltre alcune verghe d'argento e altre robe; ed essendosi 
mossi li mercanti per la difesa del fondaco, furono colle archibu- 
giate fatti ritirare nelle stanze. Pochi giorni dopo, vicino alla casa 
dove io ero, fu dalli medesimi ladri, la notte con lanterne, assaltata 
la casa di un Armeno, e toltigli quattro colli di seta, e per quello si 
disse fu veduta la detta seta in casa del sultano di Tauris; e seb- 
bene di tutte queste cose se ne siano fatte querele alla corte e tro- 
vati li ladri, non si è perciò proceduto per via di giustizia contra di 
loro, mostrando il re di non curarsene punto. Oltre di questo, un 
mercante Turco, chiamato Kara Seraferin, usato anco a venire in 
Venezia, essendo in Gasbin in un fondaco, ed avendo inteso i Kurdi, 
i quali sono quelli che guardano la persona del re, essere detto 
mercante ricchissimo, presero occasione di fargli un pasto, e trat- 
tenerlo tanto, che li compagni, li quali aveano tolta una bottega 
affitto contigua a detto fondaco, ruppero il muro , ed entrorno 
dentro, e gli rubarono dodici mila ducati conlanti. Il detto mer- 
cante tornato alla stanza subito si avvide del fatto, ed andò alla 
porta del palazzo, ed avendo amicizia di molti sultani, fu introdotto 
dal re; e querelando i detti Kurdi che lo avevano invitato, come 
consapevoli di questo fatto, il re fece chiamar li Kurdi, li quali ne- 
gorno ; ed instando il mercante che fossero messi in prigione, e 
preso il loro costituto separatamente, il re disse che l'averia fatto per 
contentarlo, ma caso che detti colpevoli non avessero confessalo, 



172 

avria poi fatto tagliar la testa a lui; il quale, di ciò dubitando, non 
volle altrimenti continuare l'espedizione della causa. Ma pochi giorni 
dopo, coll'occasione di un giovine avendo scoperto come delti Kiirdi 
avevano fatto il furto, fece il mercante esaminare li testimoni per il 
giudice della città di Casbin, e presentò il loro detto al re con 
quattrocento ducati di dono , acciò fosse spedito presto da sua 
maestà. Il re mandò per li detti Kurdi, ai quali furono trovati li 
danari avendone spesi pochi, e comandò che detto denaro fosse 
posto nel tesoro , ordinando che il detto Gara Seraferin non gli 
fosse più introdotto innanzi. Questo fatto diede grandissima occa- 
sione a tutte le genti di ragionare, e di dolersi della poca giustizia 
del re, benché ogni dì si veda seguire di simili effetti, curandosi 
egli poco di sentire i suoi sudditi per tal causa lamentarsi; ed un 
giorno il re disse ad un vecchio Kurdo suo buffone, quale dormiva 
nell'anticamera, d'aver quella notte dormito assai bene, avendolo 
sentito cantare; al che il buffone rispose che non sapeva che il 
suo canto avesse forza di addormentare sua maestà, perchè quando 
l'avesse saputo non averia mai aperto la bocca, acciocché anche 
ella stesse svegliata a sentire li pianti e lì lamenti che tutta la notte 
facevano li poveri suoi sudditi, per cagione degli assassinamenti 
fattigli per le strade e per le terre proprie, dicendo che nel libro 
delle querele da otto anni in qua vi eran scritte più di diecimila 
persone, ch'erano state ammazzate. Questo dispiacque molto al re, 
il quale con alterazione d'animo disse, che bisognava prima fare 
appiccar lui e li suoi compagni, dalli quali venivano tutti li mali, 
intendendo delli Kurdi; e ciò non è maraviglia perchè non gli 
dando le loro paghe, sono forzati andare alla strada, e fare di si- 
mili altri effetti, tanto più quanto che vedono che in materia delle 
cose di giustizia, come ho detto, il re non prende alcuna cura, 
o pensiero. Da ciò avviene che per tutto quel regno sono mal sicure 
le strade, e nelle case si corra anco di gran pericoli, e li giudici 
quasi tutti dalla forza del denaro si lasciano vincere. 

Con verità si può anche dire, che mai questo re abbia avuto in- 
clinazione alle cose della guerra, ancorché secondo il loro termine 
ne discorra con eccellenza, essendo uomo di pochissimo cuore; e 
se pure in qualche occasione si è mostrato di entrare in campagna, 
non lo ha fatto perchè la natura lo invitasse, ma sforzatamele, non 
essendo mai stato ardito di mostrar la faccia all'inimico, anzi con 
infinito suo biasmo ha perso in suo tempo tanti luoghi, che fariano 
assai ad un gran principe. Ma quello che sopra tutto gli è piaciuto, 



173 

e piace al presente, sono le donne e li danari, le quali donne hanno 
messo tanto possesso nell'animo di questo re, che molti, non sa- 
pendo altro dire, affermano che l'abbiano affatturato, stando la 
maggior parte del tempo con esse ragionando, e consigliandosi con 
esse anche delle cose di stato, buttando figure di chiromanzia sopra 
le cose del mondo, scrivendo eziandio li sogni, e quando taluni 
vengono ad effetto, le donne gli ricordano, ch'egli è profeta di Dio; 
delle quali adulazioni egli ne sente grandissima contentezza, e seb- 
bene è per natura avaro, con queste donne si può dire che sia pro- 
digo, donandole di gioie, danari, e altre cose in gran quantità. 
Sogliono però esse donne, con licenza del re, alle volte uscire del 
serraglio, quelle però che hanno figliuoli, sotto pretesto di andarli a 
vedere in caso di malattia : ed io vidi uscire la madre di sultan 
Mustafà Mirza, il quale era alquanto indisposto, poco dopo mezzo- 
giorno, col capo coperto con un caffetano di panno negro, caval- 
cando come fanno gli uomini, accompagnata da quattro schiavi e sei 
uomini a piedi. 

Usa esso re molti elettuarj per fomentar la lussuria, ed a questo 
tiene gente apposta, ed a quelli che li fanno migliori dà gran premj. 
Suole anche dare in serbo le schiave donzelle alle sultane per non 
ci spendere intorno, e quando comanda che siano menate a lui, 
esse le ornano con gioie, ed altri ricchi ornamenti. 

Ora sebbene dalle cose dette chiaramente si può conoscere l'ava- 
rizia di questo re, pure non resterò di dire alla Serenità Vostra al- 
cuni particolari, li quali daranno maggior certezza di questo. 

Manda esso re nel paese di Konducar per turbanti e borac- 
cini, in Corassan per velluti, rasi ed altri panni di seta , ed in 
Aleppo per panni di lana; e di tutte queste robe fa far drappi, che 
dà in pagamento alli soldati, ponendogli a conto quel che vale uno, 
dieci. Piglia ogni sorte di presenti per piccoli che siano, né all'in- 
contro si cura di corrispondere; ed io vidi un vassallo del Turco 
venuto di Aleppo, con intenzione di farsi Persiano, il qual baciò il 
piede al re, e gli presentò un mulo e dodici ducati d'oro. Tolse il 
re li dodici ducati , e gli disse che gli restituiva il mulo , pren- 
dendo il suo nome in nota, come si suol far di quelli che vengono 
dal paese degli Ottomani, e mostrano tener conto de' Persi. 

Di più si racconta quanto appresso : un soldato prese in tempo di 
guerra un figlio di un signore Usbech, uno dei maggiori nemici di 
questo re, il quale è di tanto seguito nei confini di Corassan, che il re è 
forzato di dargli quaranta tomani all'anno, che fanno ottomila du- 



174 

cati, acciocché non dia molestia alle carovane che vengono dalle 

Indie: e volendo un altro soldato donare al predetto soldato per 

causa di tal prigionia, un villaggio e mille ducati, che glielo desse, 

esso volle presentarlo al re pensando di aver maggior premio ; ma 

egli non gli donò altro che un cavallo in ricompensa di così gran 

prigione. 

Mostra egli è vero questo re grandissima liberalità nel dar prov- 
visione a molti, sebbene faccia l'assegnazione in luoghi che non 
vengono mai pagate, se non hanno gran favori, o non fanno do- 
nativi. Libera ogni giorno per l'anima sua molte terre dalli tributi 
ed angarìe, ma per il più passali due o tre anni li vuol poi tutti 
in una volta, come ha fatto nel tempo che io mi trovava alla corte 
nella terra di Tulfa, abitata tutta da uomini, i quali erano stati 
esenti per sei anni dal tributo, ed in una volta il volse tutto del 
tempo passato con danno e rovina di quei poveri cristiani , oltra 
lo aver mandato Cariambeg maestro di casa di sultan Caidar Mirza, 
luogotenente del re, a riscuoter detti danari con venticinque some 
di drappi e scarpe da vendere: usando esso re, ogni giorno mu- 
tarsi cinque volte di vestimenti i quali sono distribuiti a quei popoli, 
ponendogli a conto quel che vale uno, dieci, non bisognando però 
che alcuno si mostri renitente a pigliare dette robe, anzi aver per 
grazia grande il poterne avere. Il medesimo fu fatto nel paese di 
Alingria , abitato tutto da Latini , sebben non usino altra lingua 
che turca , persiana, ed armena; i quali oggi dalli Persiani sono 
chiamati Franchi. 

L'arcivescovo di quel luogo si chiama l'arcivescovo di Erivan, il 
quale due volte è venuto qui a Venezia, come dalle patenti fatteli, 
Tuna sotto il serenissimo Girolamo Priuli di febbraio 1561, l'altra 
sotto il serenissimo Loredan 1569, avendole io vedute e lette per 
essere stato in quel luogo quarantacinque giorni, per fuggir di es- 
sere perseguitato dalli ciaussi che dal bascià di Erzerum mi furono 
mandati dietro. 

Vende esso re spesso gioje ed altre mercanzie , comprando e 
vendendo con quella sottilità che farla un mediocre mercante. 
Egli è vero, che già sei anni egli ha fatto un effetto piuttosto ma- 
gnanimo che altrimenti, avendo levato ogni sorte di dazj che si trovano 
nel suo regno, i quali erano i maggiori che fossero in tutto il mondo : 
poiché di mercanzia, od altro, di sette parti ne pigliava una, oltre 
quello che lì ministri toglievano. Vien però affermato che di ciò 
furono causa alcune visioni che gli vennero in sogno, dicendo che gli 



175 
angioli l'avevano preso pel collo e dimandatogli se ad un re che ha 
nome di giusto , e che viene dalla casa di Ali , si conveniva con 
rovina di tante povere genti comportar dazj sì crudeli, e che però 
gli comandavano di liberare le genti. Si svegliò esso re pieno di 
paura, e comandò che per tutti li paesi del suo regno fossero le- 
vati li dazj. Ma di questo fatto si comprende chiaramente dagli ef- 
fetti, che di giorno in giorno egli pare esserne pentito, e deside- 
rare di accumular danari con mille e mille operazioni indegne di 
uomo, non che di re; le quali non racconterò così particolarmente 
alla Serenità Vostra per non l'attediare con la lunghezza loro, sa- 
pendo che le cose antecedentemente narrate , basteranno per far 
conoscere l'animo suo. 

Passerò perciò a parlare della sua corte, la quale è divisa ve- 
ramente sotto due capi ; cioè il servizio del re, e il consiglio di 
stato. 

Il servizio del re è diviso in tre sorte di gente; in donne, in 
figliuoli di sultani , e in schiavi comprati dal re o avuti in doni 
dal caramè, che così da loro è chiamato il serraglio dove stanno le 
donne. È da esse servito quando dorme di dentro, e sono tutte 
schiave circasse e georgiane; quando dorme di fuori è servito nelli 
servizi bassi, come nel vestirsi e dispogliarsi, dagli schiavi, de'quali 
ne ha da quaranta o cinquanta. Questi tengono anche all'ordine le 
cose di dispensa. La terza sorte di gente che lo servono, sono nobili 
figli di sultani, i quali non slanno nel palazzo regio, ma vengono 
mattina e sera dalle loro case al servizio, e sono ora più, ora meno, 
ma per l'ordinario sono al numero di cento. Vien servito a vicenda 
da loro nel dare l'acqua alle mani, nel presentargli le scarpe, e nello 
andargli dietro quando cammina perii giardini. 

La ricompensa che il detto re dà agli schiavi che lo servono, da 
quindici sino all'età di venticinque in trenta anni, sempre con le 
barbe rase, è l'imprestar loro, a chi trenta, a chi cinquantamila 
ducati, al venti per cento, a chi per dieci, ed a chi per venti anni, ri- 
cercandone egli però il frutto d'anno in anno. Essi poi prestano a 
sessanta e ottanta per cento ai signori della corte che stanno in 
aspettazione di aver dal re gradi e governi, con buone cauzioni di 
possessioni e stabili, e caso che quelli che hanno preso il denaro 
nel fine dell'anno non si compongano con quelli che l'hanno dato 
del capitale o del prò, senza altro protesto gli vendono le case o 
possessioni, né vi è altro rimedio a riaverle. 

La ricompensa del servizio de' nobili sono i gradi della corte, 



176 

come centurioni e capitani alla guardia del re, e sultanati che s'in- 
tendono essere governi delle provincie. Questo è quanto appartiene 
al servizio della persona del re. 

Il consiglio veramente è un solo nel quale non vi è altro presi- 
dente che esso re, con intervento di dodici sultani, uomini di espe- 
rienza e d'intelligenza nelle cose e governo di stato ; sebbene questo 
numero è alternato da quei sultani che di tanto in tanto vengono 
alla corte, ed entrano tutti in consiglio ogni giorno, eccetto quando 
il re va al bagno e quando si taglia le unghie. L'ora del ridursi, sì 
l'estate, come lo inverno, è dalle ventidue ore in poi, e stanno ri- 
dotti secondo le materie che si trattano, fin tre, quattro, cinque, 
sei, e sette ore di notte. Siede il re sopra un divano non molto alto 
da terra, e dietro alle sue spalle siedono li figliuoli quando si tro- 
vano alla corte, alla quale ordinariamente interviene sultan Gaidar 
Mirza, che è come luogotenente del re, né si parte da esso. All'in- 
contro della faccia di esso re, siedono li sultani consiglieri per età, 
e dalla parte destra e sinistra siedono li quattro grandi consiglieri 
da loro chiamati visiri. 11 re propone le materie e sopra esse di- 
scorre, dimandando il parere dei sultani ad uno ad uno, e secondo 
che dicono le loro opinioni si levano dal loro luogo, e vengono ap- 
presso il re, e siedono, parlando con voce alta, di modo che possino 
essere intesi dagli altri sultani , e nel corso del ragionamento, il 
re, se sente qualche ragione che gli piaccia, la fa notare alli 
gran consiglieri e molte volte la nota di mano propria; e così a 
mano a mano secondo che il re chiami i Sultani vengono a dire 
le loro opinioni. 11 re ora risolve le cose del primo consiglio , 
quando non ha dubbio delle materie che si trattano, ora si fa por- 
tare le ragioni di tutto il consiglio, e da lui le considera e poi si 
risolve. Nel numero di questi sultani del consiglio entra anco il ca- 
pitano della guardia del re, che sebbene non è sultano, è però no- 
bile, ed uscendo di quel grado entra sultano. Li gran consiglieri non 
hanno voce, né ricordano cosa alcuna, se dal re non sian dimandati ; 
li quali sebben sono onorarissimi e molto stimati , non possono 
però ascendere al grado di sultani, né di altri servizj pertinenti alla 
guerra ancorché fossero nobilmente nati. La carica veramente è 
piuttosto di genere virtuosa che nobile. Mentre che il consiglio sta 
ridotto ogni notte, vi stanno anco le guardie di trecento Kurdi ar- 
mati, li quali, licenziato il consiglio, non si partono, ma dormono lì 
per guardia del re. 

Parendomi aver sin qui detto a sufficienza della corte di questo 



177 
re, parlerò ora della grandezza del suo stato, e qual sia il modo del 
governo delle provincie e regni che in esso si trovano, considerando 
le metropoli, e come è amato esso re dai popoli abitanti nel suo 
paese. Confina il paese posseduto dal re di Persia da levante con 
l' India, ch'è tra il fiume Gange e Indo; da ponente col fiume Tigri, 
che divide la Persia della Mesopotania, ora detta Diarbech, il qual 
fiume correndo sino alli confini di Babilonia, entra nell'Eufrate, ed 
uno istesso alveo corrono tutti due per Bassora, e sboccano nel 
mar Persico verso il mezzodì; da tramontana col mar Caspio e 
colla Tartaria del gran Khan del Catai. 

Nel detto paese vi sono numero cinquantadue città, e le princi- 
pali di esse sono : Tauris, metropoli dì tutto il regno, Casbin, Erivan 
ed altre, le quali ad una ad una non nominerò, ma dirò solo che 
non ve n'e pur una in tutto il regno che sia murata, ma tutte sono 
aperte ; le fabbriche sono bruttissime, e le case tutte di loto, cioè 
fango e paglia tagliata mescolata insieme, né vi sono moschee né altro 
che possa render vaghe - dette città, ancorché per l'ordinario i siti 
siano bellissimi. Le strade sono brutte per la quantità della pol- 
vere, e malamente vi si può andare, e conseguentemente l'inverno 
vi sono fanghi estremi. 

Vi è grandissima abbondanza di grani per l'ordinario, ancorché 
non piova se non rare volte; ma usano di condur l'acqua a bagnare 
i campi una settimana in una parte, ed una settimana in un'altra; ed 
a questo modo vengono a dar tant'acqua alle biade e vigne quanto 
basta. E nelle ascese, ed altri luoghi, dove le acque non ponno 
esser tirate, se ne servono di prateria. Vi è anco quantità grande 
di carnaggi, e sopra tutto di castrati, e di tutta grassezza, ed io ho 
veduto in Tauris più volte pesar le loro cosce dieci buttuarie, che 
sariano quaranta delle nostre libbre. Contuttociò sono assai care 
rispetto alla~'quantità grande chefve n'è, incredibile,^ tacche non 
pare che debba mai spedirsi, eppure si vende; e ciò avviene perchè 
non credo che sia nel mondo nazione che mangi più delli Persiani: 
essendo ordinario che tutti i vecehi non che li giovani, mangino 
quattro volte al giorno, e ciò per causa dell'acque, che essendo 
perfettissime, ajutano la digestione. 

Sono li Persiani piuttosto genti povere che altrimenti. Nelle città 
e ville non usano molti adornamenti. Dorme ognuno in terra, e 
quelli che sono in qualche condizione^usano lo^stramazzo sopra tap- 
peti, gli altri un feltro semplice. Le donneano per l'ordinario tutte 
brutte, ma di bellissimi lineamenti e nobili cere, sebbene i loro 
12 Bollettino Consolare, Voi III. 



178 

abiti non sono così attillati come quelli delle Turche. Usano però 
di vestire di seta, portando in testa il caffetano, lasciandosi veder 
la faccia a chi esse vogliono, e a chi non vogliono l'ascondono, e 
portano sopra la testa perle ed altre gioje; e di qui avviene, che 
le perle sono in gran prezzo anco a quelle parti, non essendo mollo 
tempo che si sono cominciate ad usare. 

La riverenza e l'amore che da tutto il popolo di questo regno 
vien portato al re, non ostante le cose già dette per le quali pare 
dovrebbe essere odiato, è incredibil cosa: perchè essi, non come un 
re, ma come Dio lo adorano, e ciò procede perch'egli viene dalla 
linea di Ali, loro santo principale; e quelli che si trovano in ma- 
lattia o altra disgrazia, non chiamano tanto in ajuto il nome di 
Dio, quanto fanno il nome del re , facendo voti, o di portargli qual- 
che dono o di venire a baciar la porta del suo palazzo, e si tien 
felice quella casa che può aver qualche drappo o scarpe di esso re, 
o dell'acqua dove esso si è lavato le mani, usandola contro la feb- 
bre; per tacere altre infinite cose che si potriano dire in questo pro- 
posito. Dirò bene che non pure li popoli, mali figliuoli stessi e sul- 
tani ordinariamente quando parlano con lui, parendogli non poter 
tenere epiteti convenienti a tanta altezza, gli dicono : tu sei la no- 
stra fede, e in te crediamo. Così si osserva nelle città vicine sino a 
questo segno di riverenza ; ma nelle ville e luoghi più lontani molti 
tengono che egli, oltre avere lo spirito profetico, risusciti ì morti, e 
faccia di altri simili miracoli, dicendo che siccome Ali loro santo 
principale ebbe undici figli maschi, che così anco questo re ha avuto 
dalla maestà di Dio la medesima grazia di undici figli come Ali. 

Vero è che nella città di Tauris non vi è tanta venerazione come 
negli altri luoghi, e per questo si dice ch'egli si sia partito di là e 
andato a stare a Gasbin, vedendo di non essere secondo il genio suo 
stimato, per rispetto che la detta città è divisa in due parti, le quali 
si chiamano, una Kamitai, e l'altra Ermicai ; nelle quali fazioni sono 
nove capi di sestieri, cinque in una e quattro nell'altra, dai quali 
dipendono tutti li cittadini, Queste fazioni per il passato erano molto 
discordi, ed ogni giorno si ammazzavano, né bastava al re ed altri 
il rimediarvi, per esser fra esse parti discordia, ed odio antico di 
più di trecento anni, e certo si può dire che piuttosto essi capi di 
sestieri siano signori di detta città, che il re proprio. Ora sono in 
pace e uniti; ed a questo proposito non voglio lasciar di dire alla 
Serenità Vostra, che essendo nel principio della loro quaresima mon- 
tate le carni un poco più del prezzo ordinario, andorno questi capi 



179 
al palazzo del sultano, ed ammazzorno tutti li ministri, e se il sul- 
tano avesse fatto moto alcuno, sarebbe anch'egli stato ammazzato, 
e per quei ministri che non si trovorno presenti, andorno li sol- 
levati alle case loro, gettando le porte a terra, e gli ammazzarono e 
portorno le teste sopra il palazzo, non curando far questa opera- 
zione più di giorno che di notte, né a ciò si può rimediare rispetto 
all'umor loro. Vero è che da essi non si è mai sentito che sia nata 
alcuna cosa inonesta contro il particolare ; e solo per il passato 
hanno ammazzati delli sultani, per conservare una certa loro libertà 
ed alcuni loro privilegi antichi. E per esser detta città, come ho 
detto, metropoli di tutto il regno, parmi di dire alcuna altra cosa 
di essa. 

È posta essa città per dir il tutto della medesima, sopra una gran 
pianura, poco lontana da alcuni monticelli, essendogli vicino un 
colle dove anticamente vi era un castello, come si vede dalle mine 
che vi sono al circuito. Questa città ancorché non abbia muraglia, 
è di quindici miglia e più, ed è in forma lunga, onde che da un 
luogo che si addimanda Nassar fino all'uscir della città verso Gasbin, 
vi è quasi una piccola giornata di cammino e vi sono però infiniti 
giardini, e luoghi vacui. Le contrade sono quarantuna e per ogni 
contrada vi è un bazaro, di modo che si può dire che in ogni con- 
trada vi sia una piccola terra abbondantissima, ma sopra tutto di 
cose magnative. L'aeree felicissimo, sì d'inverno come di estate. Li 
frutti superano di bontà e di bellezza quelli di qualsivoglia altro 
paese. La città è mercantile, concorrendo in essa le merci e cara- 
vane d'ogni parte del regno ; ma ora il negozio della mercanzia pa- 
tisce molto, rispetto alle cose della guerra che la Serenità Vostra ha 
con il Turco, perchè dove due colli di seta, della quale il paese è 
abbondantissimo, valevano quattrocento e più zecchini, si vendono\ 
meno di duegento. Le spezie che vengono per via di Ormuz, non j 
vi è persona che le guardi, perchè il suo corso ordinario era in J 
Aleppo; ora non vi essendo in che contrattarre, restano abbando- 
nate da qualche parte in poi, che vengono condotte a Costantinopoli 
stessa, e di là in Bogdania, spargendosi per la Polonia, e di là in 
Danimarca, Svezia ed altri luoghi; ma sono tanto grandi le spese, 
che li guadagni riescono piccolissimi , se però non vi si perde ; 
avendone fatta la prova alcuni Armeni ch'io vidi in Tauris ; e tanto 
più si verranno a raffreddare tutti i negozi, quanto che un gen- 
tiluomo inglese addimandato il signore Tommaso da Londra, venuto 
in detta città con molte facoltà di pannina per via di Moscovia , 



180 

sotto nome di ambasciatore della regina, essendo venuto a morte, il 
sultano di Shirvan gl'intertenne tutte le robe, per il che li compagni 
ch'erano con lui convennero spendere gran quantità di danari per 
riaverle, sicché per questa causa non si deve sperare che da quelle 
parti le faccende abbiano a continuare. Nel regno di Gorassan si 
lavora di panni di seta, e specialmente di velluti, li quali possono 
stare al paragone delli genovesi e d'altri luoghi. Lavorano delli rasi 
e damaschi con quella bellezza e polizia che si sogliono fare in Italia 
e sono a buon mercato. 

Nel detto paese di Persia non vi sono merci d'oro, né d'argento, 
né di rame , ma solamente di ferro ; però quelli che conducono ar- 
genti di Turchia in Persia guadagnano venti per cento, e dell'oro da 
quaranta in cinquanta per cento , e delli rami , quando dieci e 
quando venti e più per cento. Vero è che vi sono gravi spese per 
esser proibito il portar dei metalli nel predetto paese. 

Ora venendo alle forze di questo re, parmi considerar prima e 
principalmente l'entrate. 

Ha questo re come cosa principale, contra l'ordinario di tutti li 
regni che sogliono cavar l'entrate loro dalli dazi , il costume di 
prendersi una parte delli frumenti, biade ed altre cose che produce 
la terra, e delle vigne e praterie si paga d'ogni mille, il valore di 
sessanta archi, che sono alcune loro misure, che dieci fariano la 
misura di un campo ; di tasse, dalle case de'cristiani cava cinque 
percento di tributo; in alcune parti cinque ducati per casa, e in 
alcune altre, sette e otto secondo la fertilità e bontà del paese. Degli 
animali, per ogni quaranta pecore quindici bisti all'anno, che sono 
tre ducati di nostra moneta, e per ogni vacca dieci bisti all'anno, 
che degli animali maschi non si paga. E questi sono li dazi del re e 
le sue entrate ; le quali dicono al presente che ascendono alla somma 
di tre milioni d'oro. 

Le spese poi ch'escono dal tesoro di sua maestà sono veramente 
pochissime per quanto si vede; perchè esso re non è in obbligo di 
pagare altro che cinquemila soldati, chiamati da loro Kurdi, che 
sono la guardia della sua persona, scelti fra la miglior gente e la più 
bella che sia in tutto quello stato ; né manco a questi dà paga in 
contante, ma in quel cambio dà loro vestimenta e anelli, ponendoli 
a quel prezzo che gli pare. Vero è che ha undici figliuoli come ho 
detto, e che ognuno di loro tien corte separata ed onorevole; ma 
non si sa quello dia loro. 

Di sultani, come si è detto, sonvene da cinquanta, de'quali si 



181 

forma tutta la milizia di questo re, lenendo diviso in cinquanta parti 
lo stato suo, oltra quello che tiene lui e li suoi figliuoli, il quale non 
è sottoposto a cura di nessun altro. Detti sultani hanno in condotta 
da cinquecento fino a trecento uomini a cavallo per ciascuno , i quali 
separatamente cavano dalle regioni a loro assegnate, tanta entrata 
che possono mantenere dette genti e cavalli, e far fare le mostre 
spesse volte; sicché in occasione di guerra non ha altro pensiero, 
che spedire alli sultani un corriere uno o due mesi innanzi, che, 
per esser sempre all'ordine, vengono senza difficoltà dove sono chia- 
mati, e possono ascendere in tutti al numero di sessantamila, benché 
la voce sia di molti più. Sono genti per l'ordinario di bello aspetto, 
robuste e ben formate, e di gran cuore, e desiderose di guerra. 

Usano costoro per armi da difesa la corazza e la targa, e vi sono 
anco molti elmi, e da offesa la freccia e gli archibusi, il quale non 
vi è soldato che non l'usi ; ed è ridotta quest'arte in tanta eccellenza, 
che quanto alla perfezione superano i loro archibusi quelli di ogni 
altro luogo, ed anco quanto alla tempra eccellente che gli danno : 
sono le canne di detti archibusi per l'ordinario sette spanne di lun- 
ghezza, e portano poco manco di tre onci e di palla, gli usano con 
tanta facilità, che non li impedisce punto la spada, la quale tengono 
attaccata all'arcione del cavallo per adoprarla quando bisogna. 
L'archibuso se lo accomodano dietro la schiena con tanta facilità, 
che l'una cosa non impedisce l'altra. 

Li cavalli sono ridotti in tanta eccellenza di bellezza e di bontà 
che non han più bisogno di farne condur da altre parti, e questo 
dalla morte di sultan Bajazet in qua, perchè detto signore venne in 
Persia con bellissimi cavalli caramani, e cavalle arabe eccellenti, i 
quali furono donati nel passare ; e di poi che dal presente re fu fatto 
ammazzare, gli restorno dieci mila tra cavalli e cavalle dalle quali è 
riuscita al presente una razza così bella, che gli Ottomani non ne 
hanno una tale. Restarono poi anche di detto Bajazet trenta pezzi di 
artiglieria, oltre li danari ed altre spoglie. 

Oltre le forze dette, ha il re di Persia quella di aver fatto disertare 
li paesi verso li confini del Turco da ogni parte per sei e sette gior- 
nate di cammino, e rovinar quei castelli che v'erano, per assicurarsi 
sempre più da detti Ottomani, che non gli venga volontà d'impadro- 
nirsene e tenerseli. 

Parendomi avere abbastanza detto a Vostra Serenità delle fortezze 
di questo re, parlerò ora delle pertinenze ed intelligenze che ha con 
gli altri principi vicini. 



182 

Ha esso re pretensioni sopra li paesi toltigli dall'imperatore Ot- 
tomano, cominciando dal fiume Eufrate da quella banda sino a 
Babilonia, e verso ponente sopra il paese di Diarbek e Armenia mi- 
nore. Ha esso re intelligenza, e da lui dipende un principe cristiano, 
signore de'Giorgiani, ed è suo tributario di venti mila ducati all'anno, 
ed ha il suo stato vicino al mar Caspio ; il qual principe in occasione 
di guerra contra Ottomani potrebbe servire con dieci mila uomini a 
cavallo, tutta gente florida e valorosa. 

Vi sono anco alcuni signorotti turchi, Kurdi, quali stanno sopra 
certe montagne tra l'Armenia minore (verso quella parte dei 
Giorgiani, che è posseduta dal Turco) e il mar Maggiore, sopra 
le quali montagne essendo io passato, ed avendo veduto io in Erivan 
preparazioni di genti, detti signori tenevano per fermo che fosse 
contra sultano Selim, onde mostravano di sentir grandissima con- 
tentezza, e facevano preparazioni per mettersi all'ordine alla guerra; 
ed essi tutti uniti potriano fare tre in quattro mila cavalli di rara 
bontà. 

Ora non mi pare di dovere più tediare Vostra Serenità, massima- 
mente avendole io con mie lettere dato conto di mano in mano del 
mio negoziato e del mio viaggio. Nel qual viaggio fui crudelmente 
battuto sotto la pianta dei piedi in Erzerum, e mille volte a pericolo 
di crudelissima morte, cercato da tre ciaussi di Ali pascià, di Er- 
zerum, che mi aveva per spia; e dopo essere scampato dalle loro 
mani, corso in infiniti altri pericoli e disagi. In premio di che non 
addimando alla Serenità Vostra altro che la sua buona grazia, ed 
occasioni di poterla sempre servire. 

L'originale fu di recente scoperto nelV archivio dei Frari dal signor 
Pasini. Colla scorta di quello si potè riscontrare la presente re- 
lazione, già pubblicata daZ/'Albèri, nel voi. II, serie IH, Relazioni 



venete. 



DOCUMENTO XXITII. 



Dopo molte onorate et degne salutationi, che a così gran signori 
se li conviene, li desideramo stato felice fino al finimento del mondo. 
Si fa sapere all'Altezze Vostre per bocca di khan Mehemet e di Emi- 
rissè sultan nostri buoni e cari amici, come siamo pronti a quanto 
ne invitaste per lo passato, e più che mai continuiamo nel medesimo 



183 
volere, però se ancor voi siete dello stesso parere lo farete intendere. 
Chogia Mehemet è nostro, el quale per aver avuto amicizia in Venezia 
con Vincenzo che fu in Tauris, è slato introdotto in questo negotio 
con il mezzo di chogia Cabibulà: al quale Mehemet abbiamo com- 
messo che con gran prestezza si debba trasferire a voi, e darvi conto 
che siamo in campagna con 200 mille persone, se incaminiamo verso 
le parti di Babilonia. Però di gratia espedirele il detto chogia Mehemet, 
et sano lo inviarete dandoli boni avvisi, facendo passare con se- 
gretezza. 

Espositioni Principi 1580. 



DOCUMENTO XXVIII. 



1580 al 1° di maggio. 

Essendo tornato il Serenissimo Principe dal Gran Consiglio et ri- 
dotto nella sua anticamera, con li clarissimi messer Zuane Donato 
consigliere e messer Alvise Foscari capo dell'Illustrissimo Consiglio 
dei X, secondo l'ordine posto nell'eccellentissimo collegio, comparve 
il fedelissimo Vincenzo de Alessandri, nodaro ordinario della cancel- 
leria ducal, et con lui un persiano huomo dieta d'intorno alli ottanta 
anni, il quale appresentatosi molto humilmente a S. Serenità espose 
la sua ambasciata, e diede due lettere una scritta in persiano e l'altra 
in turco, la prima fu letta da esso persiano, la seconda dal predetto 
Alessandri, et perchè nelle espositione e nelle lettere erano molti par- 
ticolari che difficilmente si sariano potuti raccordare per poterli met- 
tere in scrittura comodamente, fu posto ordine che questo si facesse 
in casa del predetto Alessandri, dove si poteva andare sicuramente, 
per essere la sua casa posta in tale luogo che non si saria veduto da 
alcuno; et così alli tre del medesimo ridotti noi Antonio Milledonne, 
e Domenico Vico segretari et humilissimi servitori di Vostra Serenità 
alla casa suddetta alle ore 10, ritrovassimo il suddetto persiano che 
aspettava, al quale facessimo dire per il detto Alessandri che S. Se- 
renità gli faceva intendere che se aveva bisogno di qualche favore, 
se lo faria prontamente; qual rispose « come haverei io ardimento di 
dimandare alcuna cosa, essendo suo schiavo? Si passò poi a dire che 



essendo stato grato a S. Serenità quanto esso le aveva esposto, et 
però desiderando di averlo in scrittura eravamo venuti qui per udirlo 
un'altra volta da lui medesimo, che però fosse contento di dirlo a 
parte perchè si scriveria il tutto; il qual rispose « volontieri sta ben » 
et disse: 

Che essendo il re di Persia in Kasbin, già sei mesi circa disse alli 
suoi sultani del sangue: che già qualche anno, fu a suo padre un huomo 
mandato da'Venetiani, et dimandò se vi fosse qualcuno che si ricor- 
dasse di quel fatto, perchè lui a quel tempo se trovava in Korassan: che 
però vorria, che se non lo si sapeva da loro, si mandasse in Tauris da 
Mehemet khan, che è principal sultan et del sangue per intendere da 
lui come passò la cosa. Et così fu mandato in Tauris, et Mehemet khan 
mandò a chiamare chogia Gabibulà che è un vecchio ed onorato mer- 
cante, che è stato altre volte a Venezia insieme a chogia Succurlà che 
è visir, il qual secondo il costume del regno, quando bolla le lettere 
le bolla con tre bolli, che è quanto il bollo del re, perchè gli altri 
sultani bollano con un bollo solo. 

Il predetto chogi Gabibulà, essendo chiamato, portò a presentare 
(secondo l'uso del paese, che ognuno che è chiamato da' sultani del 
sangue, porta presenti) una vesta di panno, una fessa da testa, ed 
un gottonin, et andò al detto Mehemet khan et disse quello che il co- 
mandava. Gli domandò il sultan : se conosceva quelli che furono 
mandati da Venetia al re vecchio; lui rispose: cognosco. Gli diman- 
darno del nome, disse che non sapeva il suo nome, ma bensì che 
erano venuti, et che si trovava in Tauris chogia Mehemet il quale in 
Venezia aveva avuta cortesia da quello che fu in Tauris, che forse sa- 
pria dir il nome; et così mandarno a chiamar me che sono il sopra- 
detto chogia Mehemet. 

Io andai insieme con chogia Gabibulà, et narrai come fui preso al 
tempo della guerra dalla galea Trevisana, che mi tolsero in fallo per 
turco, se ben aveva patente del Zaguri console in Ragusa e da quei 
signori di Ragusa, e toltami la roba ; ma che li signori venetiani mi 
liberarono, et fecero restituir la roba; et fu causa di questo favor, 
quell'huomo che fu in Tauris, et che il collegio di Venetia viste le 
patenti mi fece espedire. Chogia Gabibulà mi disse : che lui aveva 
visto queU'huomo, et che el glie aveva insegna la strada de ritornar 
a Venezia, ma che el no saveva el so nome; et che il sultan glie lo 
domandava; che però se '1 savesse ghe '1 dovessi dir. Io risposi ch'el 
saveva, et che l'aveva nome Vincenzo, et così tolsero il nome in nota. 
Io trovandomi alla presentia dei sultani sopradetti, mi dissero: dapoi 



185 

che tu conosci quel Vincenzo e che sei stato altre volte a Venezia, 
volemo che lu vi torni a portarvi alcune lettere. Io dissi che sono 
vecchio di 78 anni, come vuol sua signorìa che vada? Non ardii di dir 
altro alli sultani, ma ritirato con chogia Calibrila, mi escusai che non 
avria possuto per la mia età far questo viaggio ; ma lui mi disse: non 
dir così, perchè bisogna far quello che comanda l'imperatore, e questo 
è il suo comandamento. 

Intendendo li sultani la mia escusazione, per consolarmi et acciò 
potessi fare il viaggio mi concessero 20 case di una villa con li suoi 
terreni, et mi fecero e bollarono la patente della concession et della 
esenzione. Io non potei mancare di adempire il comandamento del re 
dettomi dalli sultani; mi messi in ordine per partire: et fu detto che 
dovessi fare il servizio secretissimamente. 

Da poi fui chiamato et mi diedero due lettere, et mi dissero che 
dovessi dire alli signori di Venetia, che loro stavano nel medesimo 
proposito, che li mandarno a dire ; ma che allora non si potè effettuar 
perchè viveva il re vecchio il quale haveva molte indispositioni; ma 
che tutti li sultani aveano giurato per Ali, che al presente non vole- 
vano deponer le armi per anni 15, fino a che non debellavano i Turchi 
ovvero non erano essi debellati; et che dovessi aggiungere che se li 
signori Veneziani, haveranno il medesimo proposito, che si conti- 
nuerà ancor più lungo tempo la guerra; ma che se li mandi un segno 
della sua volontà : perchè noi non volemo da loro suoi eserciti, ma 
solamente la volontà, et che nelle sue chiese secondo la forma della 
sua religione faccino dire delle oration per noi ; et che il re del Por- 
togallo che comanda in Ormuz dove sta un persiano, come saria a 
dir bailo, aveva dato ordine che siano mandati in Persia 20000 zec- 
chini et quel più che facesse bisogno perla guerra. Che i Turchi ave- 
vano mossa questa guerra ingiustamente, senza causa, come credono 
che si sappia; et però loro aveano posti in ordine li suoi eserciti, et 
che si erano ridotti insieme alcuni re del sangue, che sono verso la 
India, nominati Baìram Mirza fìol d'un fratello di Thamasp re vecchio, 
Sciam Mirza, Eleas Mirza, Siringuineat Mirza et sultan Gaidar ; che 
questi fanno un consiglio creato di nuovo, e che così il re li chiamò 
tutti e li disse : sono tre anni che questi infedeli ne molestano, biso- 
gna far una buona risoluzione che o noi li vinciamo loro o essi ne 
vinca noi ; et essi sultani risposero che era ben onesto, perchè li 
Turchi li avevano tolti molti paesi, che era vergogna cheli tenessero, 
però bisogna armarsi e ricuperarli, perchè i Turchi avevano mancato 
della fede e rotti li capitoli , et che non temevano Dio, ma che osser- 



186 

vavano li loro giuramenti quanto solamente lor metteva conto. Che li 
sopradetti re messero insieme per aiuto del re di Persia 70 mila per- 
sone, li quali vennero per la parte delle Indie che si chiama Konducar. 
Che il re di Persia oltre questi, ha 80 mila persone delle sue. Che el 
re di Lar, qual è tributario del re di Persia e gli paga 5000 tomani 
(che un toman è da circa 20 scudi), questi gli ha dato 15 mila uo- 
mini a cavallo armati. Che Sanabat re dalla parte di Ghilan, ancor 
esso tributario, ha dato 10 mila archibusieri. Che el re di Ghilan 
nominato Sciempsi khan, ha dato 10 mila uomini tutti a cavallo armati; 
che el re di Persia ha tolto per donna una figliuola di Abdulà khan re 
dei Tartari. Che dei signori Georgiani fratelli, nominati uno Simon 
e l'altro Davit, che cristiani loro sono, il re di Persia conoscendoli 
valorosi ha data a Simon una sua figliuola, et lui s'è fatto persiano, 
restando il suo fratello cristiano; questi li danno 20 mila gentiluomini, 
che sono tutti cristiani. 

Domandato come sapeva questi particolari, rispose: questa cosa 
è pubblica in Tauris, ma li sultani me l'hanno detto di bocca propria, 
perchè lo riferisca alli signori Venetiani, et mi hanno anco detto 
come è distribuito l'esercito; et poi disse da se: mi meraviglio che 
tu mi dimandi queste cose, perchè l'armata che è a Venezia no se 
sala a Padova e in tutte queste bande? Questo non è un pomo che se 
tegna ascoso. Gli fu detto che non si meravigliasse se ghe vien do- 
mandato qualche cosa, perchè si fa per poter chiarir meglio il tutto, e 
non perchè non si creda quello che lui dice; rispose che questo non 
importava niente, e gli fu detto che dicesse la divisione dell'esercito. 

Disse che 50 mila persone erano sotto la custodia di BairamMirza, 
verso la parte di Babilonia, il quale è andato per guardar et rovinai 
quel paese : che altri 50 mila erano sotto la custodia del fìol di Scìani 
Mirza, el quale è andato nel paese di Soresul et ha preso quel bascià 
et ammazzato con ruina di quelle genti de' quali ne furono menati da 
300 vivi a Kasbin. Ghe Beram Mirza, con 50 mila ancor esso è an- 
dato contro Ustret bascià verso Van ; et che el resto dell'esercito è 
rimasto col re; dicendo che el se haveva scordato dire che el fìol del 
re nominato Emir khan Mirza con Jocmat sultan, et gran parte delle 
genti erano all'incontro de Mustafà. Ghe quel fìol del re è generale 
dell'esercito, et quello che sostenta la guerra. Dimandato del nome 
del re di Persia rispose: Koda-Bendè. Dimandato se questo successe 
immediato al padre, ovvero altri prima. Bispose. Morto Schà Tha- 
masp una parte voleva per re sultan Caidar Mirza, che era terzo fi- 
gliuolo che governava al tempo del padre, mala maggior parte voleva 



187 
Ismaìl el secondo; onde si attacarno insieme; ma presto si sciolsero, 
poiché fu morto Gaidar et electo Ismaìl, qual fece tagliar la testa a 
molti sultani, che gli erano stati contrari, onde ancor lui fu assassi- 
nato. Successe poi questo che regna che è il primo figliuolo, e si 
trovava a Korassan, il quale è huomo di 47 anni in circa, che non si 
parte mai da Kasbin ; ha avuto mal de occhi, ma li medici lo hanno 
guarito; et soggiunse: io ho pur assai cose scritte nel cuore delli suc- 
cessi della guerra et specialmente di Shirvan, de onde Mustafà partì 
nudo; ma ho paura de attediar, se volete che dica, dirò. Gli fu detto 
che el dica, el disse: 

Che quando se intese la partita di Mustafà con l'esercito di Co- 
stantinopoli ognuno si meravigliò per esser lui uomo vecchio, e mas- 
simamente Tocmatsultan il quale lo conosceva mollo bene per essere 
stati ambidue a Costantinopoli. De che sorte fosse l'esercito turco 
non lo starò a dire perchè voi lo sapete bene; ma essendo lui partito 
da Esdrun verso la Persia fino ad un luogo che si chiama il Gars, il 
che inteso da sultan Tocmat, mandò a presentargli 160 some di risi, 
di meloni et altri rinfrescamenti, et li mandò un uomo suo a doman- 
dare a che effetto era venuto tanto avanti nel paese persiano, Mustafà 
mandò a rispondere per un suo uomo, con presente di 10 cavalli, 
vesti di seta, e rinfrescamenti : che l'era venuto per sottometter li 
Georgiani li quali erano soliti per avanti a dar tributo al sig. Turco, 
e par che Tocmat sultan le aveva fatto dire che el paese di Gars era 
il confìn, et che se l'era venuto per prender quel paese, sopra ogni 
sasso si lasceria una testa dicendo : Gars è un luogo rovinato che di- 
vide el paese del Turco dai Persiani. Mustafà rispose che Dio guarda, 
ma che l'era venuto per Georgiani come di sopra. Che sultan Tocmat 
li fece anco dire, che lui non credeva che fosse mente del suo signor 
di romper li capitoli che erano fatti ; perchè li giuramenti passano 
da un re all'altro, che questo saria con danno dell'anima dei morti, 
ed anco di quei che vivono ; et che se lui veniva per fabbricar Cars 
che lo rifabbricherieno con tante teste dei Turchi. 

Che lui Mustafà in Persia non poteva far cosa alcuna, ma ben 
che loro Persiani, passeriano nel paese dei Turchi fino a Tokat, ta- 
gliando ed abbruciando di tutto, che saria con danno non delli 
grandi, ma delli piccoli; che però non volevano questo cargo sull'a- 
nima; ma cha lui era servitore del suo re e Mustafà del suo, che 
però tra loro due combattessero e definissero le querele. Mustafà 
rispose con inganno et falsità, che non era venuto per il paese di 
Persia, onde sultan Tocmat li diede il passo, ma ben sempre te- 



188 

nendo gli occhi aperti, et essendosi spinto avanti Muslafà fino a 
certa acqua che si chiama Canacaburi, che è la strada certa di an- 
dar nel Shirvan, vedendo sultan Tocmat che era ingannato, disse 
costui ne inganna, et esortò le sue genti et diede alla coda dell' e- 
sercito, e ne tagliò fino a 30 mille, et li tolsero parte delli cariaggi 
e quasi tutti i danari che aveva con lui; ma li sopraggiunsero altre 
genti: onde Tocmat si ritirò colla preda e Mustafà passò allo Shir- 
van. Tocmat sultan mandò la preda al re, et li fece intendere che 
Turchi avevano rotta la fede e che li sariano addosso, et che però 
si mettesse all' ordine. Mustafà frattanto penetrò nel paese del 
Shirvan, fino ad una terra che si domanda Aras, e la prese e si 
fermò in quel luogo 28 giorni, et per il cattivissimo aere che vi è 
si ammalò l'esercito, ond'ebbe maggior danno dalle infermità che 
non aveva avuto dalla spada. Mustafà in questo tempo mandò spioni 
per il paese ad intender quello che favevano i Persiani, parte dei 
quali spioni furono presi, et da loro intesero Persiani, che Mustafà 
era in Aras con parte dell'esercito, con la mortalità che ho detto 
di sopra, e che Osman bassa con un' altra parte era ad un' acqua in 
un certo sito forte. Quei spioni che non furono presi tornarono a 
Mustafà e li dissero che Persiani erano all'ordine per darli adosso. 
Onde esso consigliò Iman ed altri bassa, e disse che avendo la in- 
fermità che veniva dal cielo non si potevano effettuare i suoi di- 
segni, che bisognava far meglio che si poteva per non perder quel 
paese che avevano acquistato con tanta fatica e spesa; che però 
Osman si valesse di 30m. persone per guardar Samachi, che è la 
metropoli di quel paese, e lo fece serraschiere che vuol dir capi- 
pitanio-generale, et fece anco sotto di lui altri bascià , perchè l'a- 
veva questa libertà dal gran signore di così fare; et lui se ne fuggì 
per la parte dei Georgiani, per un paese detto Seventberg, e per la 
fuga così presta davano cinque gambelli per due pani, et in questa 
fuga ebbero grandissimo danno dai Georgiani cristiani, non essendo 
ancor giunti li Persiani; e che con poche genti che non credo arri- 
vassero a 20,000 persone si ritirò in Erzerum; che partido Mustafà 
Sopraggiunsero Persiani, e la prima cosa che facessero ricupe- 
rarono Aras dove i Turchi avevano fatto un castello di frasche e 
fango, et postovi l'artilleria; ammazzarono il bassa detto Gaidar e le 
genti et tolsero l'artilleria in numero di 200 pezzi, e la mandorno al 
re, poi andarono a Samachi e lo circumdarono tutto, ma soprag- 
giunse in aiuto dei Turchi 8000 tartari per via di Gaffa, il che 
intendendo i Persiani, una parte si levò dall' assedio et andò ad in- 



189 
contrarli; ed in questo tempo Osman bassa, fuggì da Samachi; i 
Tartari furono tutti tagliati a pezzi, ed esso Osman si salvò in un 
castello dei Circassi detto Derbent, dopo la fuga del quale i sul- 
tani entrarono per tutte terre a man salva et ritornarono in tutti li 
suoi governi, avendo ritrovato anco in Samachi artiglieria, e preso 
tutto l'aver di Osman; et questo fu al fin dell'anno. L'anno seguente 
Mustafà rinforzò l'esercito al numero per quanto si diceva di 250 
mille persone, e conoscendo il danno che aveva avuto in Persia, 
cercò di ricuperare in qualche modo, e si avviò a Gars per fabbri- 
carlo, dove venne anco l'esercito dei Persiani, et combatterono con 
grande effusione di sangue da una parte e dall'altra, tanto che ap- 
pena è credibile; pur Mustafà restò superiore e fabbricò il Gars. 
Fra questo tempo li Tartari, che sapevano che Osman era in quel 
castello, lo andorno a levare et si ridussero in campagna da una 
parte del paese di Shirvan, i quali erano al numero di 30,000. I 
Persiani si risolsero di mandare una parte contro li sopradetti 
Tartari, e l'altra parte si ritirò da Gars, et così Mustafà lo fab- 
bricò; ma sopraggiunto l'inverno, che è molto aspro in quelle parti 
lo lasciò presidiato e si ritirò in Erzerum, licenziando parte dell'e- 
sercito, qual era mal satisfatto et Mustafà anco molto afflitto. Li 
Tartari, et li Persiani che si erano all'incontro, stavano caduno 
dalla sua parte sopra l'avvantaggio, fino a che venne l'inverno, il 
quale sopraggiunto, li Tartari che sono mezzi nudi convennero ri- 
tirarsi , con la quale occasione i Persiani ne tagliarono molti a 
pezzi, et Osman bassa convenne tornare a salvarsi nel castello so- 
pradetto di Derbent. I Persiani poi, che sono più atti alla fatica che 
Turchi, e che non hanno bisogno di tante comodità, perchè bene 
spesso stanno 40 giorni con una camisa, et menano sempre con 
loro un cavai vodo quando vanno in fazion , per averlo sempre 
fresco, tornarono a Gars, ma non avendo artigliere da batter, perchè 
quella che presero l'haveano disfatta, et fatto bagattini, non la avendo 
loro, né avendo il modo di adoperarla, non potendo però prender 
Gars, hanno rovinato il paese intorno , che non vi è restata ap- 
pena la herba , onde se vogliono soccorso bisogna lo aspettino da 
Erzerum, perchèadesso vi sono delle munizioni che vi lasciò Mustafà, 
stando tuttavia assediati dai Persiani. 

Dimandato in che modo vien mantenuto tanto tempo così grande 
esercito, rispose : l'imperatore è molto grande ed ha tesori ; ma l'eser- 
cito si vale dell'abbondanza del paese, et delli danni che fanno ai 
Turchi, et delli tesori che si hanno guadagnati ; e poi anco quando 



190 

tutlo manca se ne tuoi ad imprestito, et quei re che ho detto di sopra 
lutti aiutano ; et come ho detto questo è il terzo anno che li sultani 
hanno giurato di continuar la guerra et di non lasciar la spada per 
15 anni. Dimandato quello che si intende di Mustafà , rispose che 
si diceva che il sig, Turco li aveva mandato sei capigì, perchè el vo- 
leva che el rendesse conto che avendogli lui persuasa la guerra et 
partitosi con un esercito così florido e con tanti tesori et tanta ar- 
tilleria, quello che ha fatto et in che modo ha impiantato Osman 
bassa in quel paese di Gircassia. Che Mustafà avendo inteso oltre que- 
sto cheel suo signor voleva mandar un altro in luogo suo disse : che 
quanto alli tesori se sono andati , saranno andati del suo ; et per- 
chè l'era chiamato a Costantinopoli pregava ch'el si lasciasse ancora 
un anno perchè el non voleva morir d'altra spada che de' Persiani. 
Dimandato se in questi tempi è stata mai trattazione alcuna de pace, 
rispose: che essendo stato persuaso al re di Persia da Mustafà a 
mandar persone per trattare la pace, mandò un suo uomo in quel 
tempo che successe la morte di Mehemet bassa, il quale arrivò a 
Scutari, et fece intendere ad Achmet bassa, che el suo re a richiesta 
de Mustafà l'aveva mandato a dirgli , che li pareva cosa ingiusta 
continuare a spander tanto sangue di monsulmani: che però quando 
gli fosse restituito il suo passo esso leveria le offese ; et questo 
huomo fu scacciato via dai Turchi, et che lo volevano anco offen- 
dere, et che Achmet disse che ambasciator no porta pena, onde fu 
scacciato via. 

Fo data la lettera scritta in persiano ad esso chogia Mehemet et 
li fu detto che el dica chi scrive questa lettera. Rispose: Emir khan 
che un signore in Tauris come saria a dir viceré, signata dal suo 
segretario. Gli fu poi detto che la traducesse in turco, così presala 
e lettala cominciò a dire: 

« Molti saluti a voi , gran signori di Venetia. Quello che fu 
» mandato da vostre altezze , chogia Gabibulà lo ha conosciuto , 
» cosi noi abbiamo mandato alla vostra felicità chogia Mehemet per 
» significarvi, come noi continuiamo nelle promesse et nella fede che 
» dessimo, così desideramo che ancor da voi ne venga un segnale; 
» piacendo alla Maestà di Dio, solo signor del inondo, speramo di 
j> castigar quei scellerati, né li lasceremo per il corso di 20 anni fuori 
» delle nostre mani, et con lasciarvi con perpetue salutazioni ». 

Dimandato che el dia el giorno della lettera, rispose: che può es- 
sere da sei mesi, ma che nella lettera non si trova il tempo. La let- 
tera in turco fu lasciata all'Alessandri, che la traduca con corno- 






191 

dita (1) per esser ormai l'ora tardissima. Et fu domandato il detto 
Mehemet del modo con il quale aveva portate dette lettere rispose : 
Dopo che io baciai le mani a quei signori che mi diedero le lettere, 
mi messi in una carovana di 200 persone, et feci la via di Van, ha- 
vendo legato le lettere nei mazzi di seta. Venni a Tokat, e da Tokat in 
Brussa, dove giunto trovai che le sete valevano assai, et però io le 
vendetti là et salvai il solo collo che. aveva le lettere, et tornai a ca- 
vallo con diligenza a prenderne delle altre. Et dimandato perchè si 
messe a pericolo di discompiacer al re col perder tanto tempo 
rispose: l'ho fatto perchè li miei compagni tutti vendevano, et se 
non l'havessi fatto avriano detto: che vuol dir che costui non le 
vende, potendo avanzar tanto; e poteva entrar sospetto, lo incon- 
trai altri che venivano per il medesimo viaggio, et comperai da loro 
le sete, con le quali sono venuto a Gallipoli, et da Gallipoli passato 
per la via di Narenta a Venezia ; et disse che a Sarnizza furono 
aperte alquante balle di seta della carovana, per vedere se vi era 
alcuna cosa dentro, et non li trovarono alcuna cosa, et non ha- 
vendo trovalo niente gli mangiorno 20 talleri. Interrogato se ha 
compagni con lui, rispose che ha un figliuolo di suo fratello, et che 
sono 5 uomini computato il servitore ; ma che nessuno né anco 
suo nipote sa alcuna cosa perchè li va la sua testa. Dimandato dove 
sono alloggiati rispose in una corte a san Zuanne Novo nelle case 
di cna Zen. Dimandato se essendo la guerra in Persia lasciano an- 
dar le mercanzie su e giù rispose: a' mercanti da nessuna delle 
parti viene facta ingiuria ne nelle persone, né nelle robe; et ve- 
dendo che erimo per licenziarsi si levò in piedi et fece oration, se- 
condo il suo uso, et disse: Io son venuto qua per servitio del mio re, 
et prego Dio per la sua felicità et anco per la vostra; al che gli fu 
risposto, che se gli userìa in questa città ogni cortesia et favore; 
et esso ringratiò che el se avesse fatto venir in questo luoco secre- 
tissimo « perchè essendo condotto in palazzo alla presentia del 
» principe a dir quelle poche parole che dissi, me tremava le 
» gambe ». 

Espositioni Ambasciatori 1580-83. 
(1) Vedi il Doc. precedente. 



192 



1600, 8 giugno. 

Avendo il Nores dragomano della lingua turca, fatto sapere che 
era giunto in questa città un Persiano con sei ovvero otto in com- 
pagnia, soggetto di stima e di molta grazia appresso quel re, e che 
desiderava far riverenza a S. S.tà fu dato ordine che per oggi 
fosse introdotto nell'ecc. Collegio dove venuto fu fatto sedere sopra 
gli ili. mi sig. Savj di Terraferma; ed interpretando lo' stesso Nores 
disse il persiano : che il suo potentissimo re lo aveva mandato in 
questa nobilissima gran città, e commessogli di presentar le lettere 
sue e baciar la mano a S. S., la qual inteso questo tanto rispose: 
che la sua persona era ben veduta e che si sentiva piacere del suo 
salvo arrivo dopo così lungo viaggio, e che le lettere si riceverieno 
con gratissimo animo , desiderandosi ogni bene al suo signore. 
Replicò il Persiano che rendeva molte grazie della amorevole volontà 
che se gli mostrava, e che essendo il nome veneziano non solo 
amato, ma riverito grandemente nel suo paese, abbracciandosi e fa- 
vorendosi in tutte te cose li mercanti che vi capitano, desiderava il 
suo signore che continuassero ad andarvi, e che all' incontro fos- 
sero protetti e favoriti quelli che venissero di là. Disse S. S. che 
si era ben certi dell'ottima volontà del suo re verso le cose della 
Repubblica, che se ne teneva molto conto con una perfetta corris- 
pondenza e con vivo desiderio di ogni sua prosperità, onde poteva 
ognuno rendersi sicurissimo che li sudditi di sua maestà saranno 
sempre ben veduti. Allora il Persiano soggiunse: che essendo venuto 
con diverse robe del suo re, per contrattarne e comperarne altre 
in questa città, come quello che ha la cura principale di provvedere le 
molte cose per servigio della casa sua, desiderava due grazie: Puna 
che avendo bisogno per lo stesso servizio di far tingere certi panni 
di alcuni colori che si usano in Persia, e per quanto intende sono 
proibiti in Venezia, supplicava gli fosse concesso di farli tingere a 
modo suo, e l'altra che avendo fatta elezione di due senseri per 
smaltire le suddette sue robe e comprarne d'altre, desiderava che 



193 

questi fossero chiamati, ed ordinatoli che procedessero con diligenza 
e sincerità affinchè egli potesse spedirsi presto. 

Il ser.mo gli rispose che desiderava fargli cosa grata, e che questi 
signori secondo la forma del governo sarebbero insieme, per 
dargli risoluzione sopra di ciò con la risposta alle lettere del suo re. 

Mostrò il Persiano dì restar soddisfatto, e disse che non avendo 
altro il suo signore da mandar in segno dell'amore che porta a 
questa serenissima Repubblica , le mandava a donare un panno 
tessuto d' oro e di velluto con figure, fatto far apposta per questo 
effetto. 

Di che essendo stato ringraziato da Sua Serenità, egli prese licenza 
e partì. 

Espositioni Ambasciatori. 



DOClLÌIEVfO XXX. 



1600, 8 giugno. 

Al famoso e celeberrimo principe e signore d'alta e felice prosapia, 
dominatore di paesi e di provincie, amministratore della giustizia, 
fondatore del vero modo e forma di governo, singolare fra i principi 
della nazione cristiana, ornato di virtù, valor e potenza, pieno di 
pompe, maestà, grandezze, il famosissimo giudice e signore di Ve- 
nezia, il cui fine sia prospero e felice. 

Dopo li molti ed onorati saluti che si convengono alla sua dignità 
e grandezza, i quali se ne vengono accompagnati dalla sincera ami- 
cizia ed amore che derivano dall'intima parte dell'animo nostro de- 
sideroso di ogni suo bene, se gli fa colla presente regal lettera 
amichevolmente sapere: che essendo nostro desiderio e principale 
oggetto di conservare sempre sincera amicizia e confederata unione 
colli principi famosi e gran signori cristiani, ed essendo il solito dei 
gran re e principi per confermazione e stabilimento dell'amore ed 
amicizia, rinnovare bene spesso tra di essi la memoria dell'affezione 
e benevolenza, et visitarsi l'uno con l'altro per via di amorevoli ed 
amichevoli lettere, mentre che non si possi fare ciò presenzialmente 
13 Bollettino Consolare, Voi. III. 



494 

e colle proprie persone, valendosi anco uno dell'altro nelle sue oc- 
casioni ed occorrenze, come noi desideriamo che Ella se ne vagli di 
noi e conservi la nostra amicizia in quello stesso modo che conser- 
viamo noi la sua ; pertanto coll'occasione della venuta del valoroso e 
lìdelissimo nostro uomo Efet beg agente e negoziatore della riverita 
nostra corte, il quale è stato spedito e mandato in quella parte per 
alcuni servigi della propria nostra regal persona, non abbiamo vo- 
luto restare con la presente nostra gioconda lettera di dare una 
mossa e scorlo alla catena che tiene fra di noi congiunto e catenato 
l'amore e l'amicizia, e per dar anco occasione a lei di seguitare lo 
stesso uso, tenendo sempre aperta la porta agli uffici e complimenti 
et alla comune pratica e commercio. Onde giunto che sarà il sud- 
detto nostro onorato e stimato uomo, desideriamo che Ella sia 
contenta di commettere alli suoi ministri ed agenti pubblici, che 
dovendo egli fare alcuni servigi in quella parte di ordine e commis- 
sione nostra, vogliano detti suoi ministri ed agenti prestare ogni suo 
favore ed aiuto nelle sue occorrenze, acciocché possa egli con il 
mezzo della protezione ed aiuto loro, spedirsi tosto delli suoi negozi, 
ed adempiere quel tanto che gli è stato commesso per poter poi 
quanto prima fare ritorno a questo paese, nel quale se occorrerà 
alla sua felice persona cosa alcuna, ne la farà liberamente e senza 
alcun rispetto sapere, che dalla benignità e munificenza nostra sarà 
volontieri adempito ogni suo desiderio e richiesta. 

Del resto desideriamo che la felicità, grandezza e potenza sue sieno 
perpetue e senza fine. 

Senza data. — La sottoscrizione in stampa dentro del bollo regio, 
con il quale è solito di bollarsi solamente le lettere che si scrive alli 
re e principi posta abbasso nel fine della lettera, dice prima nel capo 
del bollo: Dio, Maometto et Ali, et poi più abbasso in mezzo del bollo 
dice: serenissimo Shàh Abbas re di Persia. 

E nel principo della lettera in alto è scritto con lettere d'oro : 
Iddio puro et altissimo. 

Tradotta per me Giacomo deNores interprete pubblico. 

Filza 11, Esposizioni Principi. 



195 
DOCUMENTO WXI. 



1600, giugno. 

Al serenissimo re di Persia. 

Le lettere di V. M. portateci dal valoroso Efet beg, ne sono state 
per ogni rispetto molto care, e gratissimo tutto ciò che ella si è 
compiaciuta di significarci, per espressioni del suo cortese animo 
verso la nostra Repubblica, la quale avendo conservata sempre antica 
e sincera amicizia colla sereniss. sua corona , riceve al presente 
singolare contento, che dalla M, V. le sia corrisposta con queste 
dimostrazioni amorevoli, da noi largamente meritate, per il desiderio 
che tenemo di darle maggiormente a conoscere che la stessa buona 
amicizia resterà in ogni tempo dal nostro canto fermamente stabilita 
sopra un sincerissimo affetto verso di lei, et accresciuta dall'amore- 
vole protezione dei sudditi suoi che capitano in questa città, dove 
sogliono essere così ben veduti e trattali, che possono loro medesimi 
renderle indubitato testimonio, quanto riesca a noi di consolazione, 
che li nostri siano all'incontro favoriti da lei, onde il commercio 
abbia ad ampliarsi a maggior benefìzio dei comuni sudditi; ed a per- 
fetto stabilimento della nostra buona amicizia ed intelligenza, la quale 
siccome già vedemo conservarsi dalla M. V. perchè con abbondanza 
del suo affetto chiaramente espresso in esse lettere, ha voluto com- 
plir ad un tratto a tutti gli uffici, che per la distanza del paese 
non possono esser tra noi molto frequenti: così la pregamo di esser 
certa di non dover in alcun tempo mai desiderare migliore, nò più 
ben disposta volontà di quella, che avremo di comprobarle in tutte 
le occorrenze la ottima corrispondenza del nostro sincerissimo animo; 
e gli anni di lei siano molti, accompagnati da continue prosperità 
e da ogni altro felice avvenimento. 

Nella Miscellanea atti turcheschi. Ardi. Gen. 



196 

DOCUMENTO XXXII. 



Traduzione fatta da me Giacomo de Nores interprete della ser. Rep. di 
ima lettera scritta in lingua persiana daShàh Abbas re di Persia, 
portata da Fethy bei suo agente e servo, Di sopra della lettera è 
scritto con oro : 

Dio immacolato e altissimo. 
Et poi comincia di sotto. 

Al famoso ed eccelso principe, e signore di alto stato, domina- 
tore di paesi e di provincie, amministratore della giustizia, osser- 
vatore del vero modo di governo, eletto tra i principi grandi della 
nazione cristiana, unico tra i potenti della generazione credente il 
Messia, ornato di gloria onor e potenza, pieno di pompe prospe- 
rità e grandezze, il famoso ed eccelso principe di Venezia le sue 
grandezze durino sempre. *• 

Dopo li onorati e sinceri saluti, che procedono dalla buona ami- 
cizia, amore ed unione d'animo, che è fra di noi, le si fa colla 
presente nostra real lettera amichevolmente sapere, che essendo co- 
stume del nostro reale animo di augurare sempre prosperità e gran- 
dezze alli nostri buoni amici, prima d'ogni altra cosa, preghiamo 
con questa nostra che le sue azioni sieno conformi alla volontà di 
Dio, e che abbino buon e felice fine. Da poi le dicemo che per 
l'inclinazione e desiderio che noi abbiamo di stabilire l'amicizia ed 
amore con tutti li principi grandi e signori della cristianità, ed in 
particolare colla sua eccelsa persona come principe famoso e po- 
tente, tenemo sempre le porte aperte a tutti quelli che vengono da 
quei loro paesi e massime da Venezia, i quali sono da noi ben ve- 
duti e favoriti, ed ognuno se ne ritorna contento e soddisfatto della 
reale cortesia e buoni trattamenti che gli si usa. 

Ora dunque confidando noi che all'incontro lei ancora per la 
stima che fa della nostra amicizia sincera ed amore, debba fare il 
medesimo con li nostri, acciò che si continui tanto maggiormente 
la pratica ed il commercio fra li mercanti dell'una e l'altra parte, 
abbiamo voluto mandare ora a quel paese l'onorato agente nostro 
e servo nominato Fethy bei per alcune cose necessarie al nostro 
real servigio e specialmente per provvedere di alcune armi archi- 
busi e zacchi fini che gli abbiamo commesso per servizio proprio 



197 

ed uso della nostra real corte. Pertanto desideriamo dalla sua ec- 
celsa persona, che per amor nostro egli sia visto con occhio be- 
nigno e protetto in ogni sua occorrenza e bisogno, commettendo 
inoltre olii suoi onorati ministri e servi, che dovendo il suddetto 
Fethy bei nostro onorato servo ed agente comperare le suddette 
armi archibusi e zacchi di nostra commissione, debbano essi mi- 
nistri prestargli ogni favore ed aiuto per trovare cose che sieno 
onorate e degne della nostra real persona, acciocché ben servito 
di ogni cosa se ne possa egli ritornare presto alla nostra felice 
corte. E se all'incontro occorrerà alla sua eccelsa persona cosa al- 
cuna, delle cose preziose che si trovano in questi paesi, ne la farà 
come buoni amici sapere confidentemente, che sarà adempito ogni 
suo desiderio e mandato tutto quello le farà di bisogno. Del resto 
desideriamo che osservando le condizioni dell'amicizia, voglia esser 
contenta di visitarci qualche volta con sue onorate lettere come 
faremo ancor noi colle nostre. E per fine preghiamo che le sue 
grandezze e prosperità e onori sieno perpetui, e con lo aiuto ce- 
leste si termini in bene ogni suo desiderio. 

Senza data. 

In luogo della sottoscrizione è posto affine della lettera il si- 
gillo grande del re qual dice: Shàh Abbas servo del miracoloso 
uomo Ali protettore del regno. 

Iscrizioni veneziane, del Cicogna. 
DOCUMENTO XXXIII. 



Tradutione della Nota del presente del re di Persia, 
bollata con il suo proprio bollo. 

Nota del presente che si manda da parte di S. M. potentissima, 
al famoso et eccelso principe di Venetia con Fethy bei suo ho- 
norato servo et agente. 

Un manto tessuto d'oro 

Un tappeto di velluto tessuto con oro, et argento 

Un panno di velluto tessuto in oro, con figure di Cristo et di 
sua madre Maria 

Tre cavezzi tessuti in oro 

Tre schietti tessuti con seta. 

Esp. Principi. 



198 



DOCUMENTO X1LXIY 



1603, 6 marzo in Pregadi. 



Essendo a proposito deliberare cosa alcuna intorno li strati che 
il serenissimo re di Persia ha mandato a donar a Sua Serenità 
l'anderà parte: 

Che il suddetto strato qual sarà qui sottosegnato sia juxta la 
legge mandato alla chiesa di S. Marco. E da mo, sia commesso alli 
procuratori di detta chiesa che debbano far convertire le vesti in 
tante pianete e paramenti come loro piacerà meglio; et il tappeto 
sia conservato in detta chiesa da essere nei giorni solenni quando 
il serenissimo principe va in cappella accomodato su -lo sgabello 
dove se inginocchia Sua Serenità: 
Un manto tessuto d'oro 

Un tappeto di seda tessuto d'oro, lungo braccia 4 alto 3 
Un panno di seta ed oro a figure, lungo 3 braccia circa con 
14 figure 

Tre veste di seta ed oro a figure, lunghe braccia 2 
Tre altre veste di panni di seta senza oro o figure, di lun- 
ghezza braccia 3,7 circa. 



Et da mo che dell'i danari della Ser. Rep. siano spesi fino alla 
somma di ducati 100 in tanti rinfrescamene, come parerà al col- 
legio nostro, per presentarli parte a parte al persiano che ha por- 
tato il suddetto presente. 



De si 173 

No 2 



Non sinceri 10 

Commemoriale XXVI. 



199 
DOCUMENTO JL*XV. 



4603, 2. settembre in Pregadi. 
Al Serenissimo re di Persia. 



Se ne ritorna al presente a Y. M. l'onorato e valoroso agente 
suo Fethy Bei, espedito intieramente di tutti li negozii, per i quali 
fu egli inviato da lei in questa città , essendo stato gratamente ve- 
duto ed accarezzato da noi, e favorito ancora in tutto quello che 
ricercava il bisogno , colTaver in particolare comandato ai nostri 
ministri di indirizzarlo in maniera che nella provvisione delle armi, 
zacchi ed archibugi a lui concessa, et a noi dalla Maestà vostra 
con sue lettere officiosissime raccomandata , egli ne riportasse , 
come fa, cose onorate et degne della sua real persona. Et ci è 
riescita gratissima sopramodo questa sua amorevole confidenza, la 
quale conosciamo derivar da una sincera affezione che vostra 
Maestà porta alla Repubblica nostra, perla occasione dieci ha pre- 
stata di dimostrare nella persona di questo agente l' ottima dispo- 
sizione dell' animo nostro verso di Lei ; il che non tralasciamo in 
alcun tempo di manifestare al mondo con veri effetti, usando ogni 
amorevole trattamento a tutti li sudditi di V. M. che capitano in 
questa città nostra, per corrisponder a quei cortesi termini che lei 
conforme alla grandezza del real animo suo usa verso li sudditi e 
mercanti nostri, che se ne vengono in quelle parti. Il qual mezzo è 
sopra ogni altro altissimo,, non solo per stabilire ma stringere et 
augumentare maggiormente a beneficio del comune commercio quella 
perfetta amicizia et ottima corrispondenza, che per lunghissimo e 
continuato corso d'anni si è mantenuta tra quella potentissima co- 
rona e la Repubblica nostra, e che dal canto nostro sarà conser- 
vata con ogni termine di ufficio verso la serenissima sua persona. 
Alla quale auguriamo accrescimento di grandezza con perpetuo 
corso di gloria e felicità. 

Et da mo: sia preso che per corrispondere all'onoratissimo pre- 
sente mandato dal re di Persia per il predetto agente suo alla si- 
gnorìa nostra, sieno spesi delli danari del deposito perle occorrente, 
dalli officiali nostri alle rason vecchie fra ducati 1300 in quelle robe 



200 

e gentilezze che parerà al collegio nostro per mandar a quella Mae- 
stà, insieme colle lettere pubbliche da esser consignate al predetto 
agente suo. Al qual sieno parimenti donate in nome della signorìa 
nostra tante vesti di seta di quella sorte che parerà ad esso collegio 
per il valor di ducali 200; ed alli 8 uomini che sono in sua com- 
pagnia sia dato una veste di panno scarlatto per cadaun, da esser 
dette vesti pagate colli medesimi danari del deposito per le occor- 
rentie. 

De si 133. 

De no 2. 

Non sinceri 9. 

Cicogna Iscrizioni, e Delib. Senato, Arch. gen. 



DOCUMENTO XXXVI. 



Al famoso ed eccelso fra i principi della nazione cristiana, eletto fra 
i potenti e grandi signori che vivono nella legge del Messia, domi- 
natore di paesi e di provincic, administratore della giustizia, or- 
nato di virtù valor e prudenza , il potentissimo Doge di Venezia , 
a cui il Signor Iddio alimenti lo stato e la potenza. 

Dopo molti onorati saluti che si convengono alla sua dignità e 
grandezza, ed alla buona amicizia et amor che è fra noi, le si fa colla 
presente nostra real lettera amichevolmente sapere: che essendo no- 
stro particolar desiderio di continuar sempre nella buona amicizia 
ed unione con tutti li principi famosi della cristianità, ed in parti- 
colare colla sua alta e felice persona, come principe giusto, savio 
e potente, abbiamo voluto con questa nostra regal lettera visitarla 
e salutarla ora di nuovo, certificandole detta buona volontà ed affe- 
zion che portiamo alle sue alte persone ed a tutta la sua eccelsa 
repubblica; e perchè lei sa la contesa e la guerra che vertisce ora tra 
noi ed il re dei Turchi, il quale facendo per ciò prender a Costan- 
tinopoli ed altrove tutti li mercanti nostri sudditi e dipendenti ha 
fatto confiscare le robe ed ogni altra cosa che essi portavano per 
uso e servizio della nostra real corte; onde essendoci levala l'occa- 
sione di poter mandare costì delli nostri proprii uomini di corte, 



201 

per esser impedito e vietato il passo , abbbiamo determinato di 
mandar ora costì l'onorato fra i pari e simili suoi cbogia Ghieos 
mercante cristiano zulfatino , così per fare questo complimento 
a lei, come anco per fornirsi di là di alcune robe e merci che 
fanno bisogno per uso della nostra real corte ; però deside- 
riamo che sia da lei commesso ed ordinato alli suoi onorati mi- 
nistri ed agenti chevoglino per amor nostro favorirlo ed ajutarlo 
in ogni sua occorrenza, affinchè egli possa spedirsi presto e bene 
delle sue faccende, e ritornarsene qui quanto prima può con le robe 
che gli sono state da noi commesse ed ordinate. Con questa occa- 
sione non resteremo anco di pregarla di darci qualche avviso di 
questi nostri agenti che vennero già costì per nostro servizio, ed 
anco delle loro robbe ed effetti quello ne è successo; desiderando 
noi che siano da lei per pietà ajutati e favoriti in ogni luoco per 
amor nostro; e se all'incontro avrà bisogno anche lei di cosa al- 
cuna in queste nostre parti ne le faccia con sue lettere confiden- 
temente sapere come si conviene tra buoni e veri amici, che sarà 
da noi eseguito prontamente il suo desiderio in tutto quello che 
le sarà qui di bisogno ; e per fine desideriamo che le sue forze e 
grandezze siano sempre in aumento. 

Senza data — In luogo di sottoscrizione è posto nel rovescio della 
lettera il bollo regale che dice : Shàh Abbas servo di Ali protettore 
del regno. 

Filza Atti turcheschi. 



DOCUMENTO XXXVII. 



Serenissimo Principe, 

Havendo il ser.mo re di Persia date in diversi tempi a diverse 
persone sete da vender qui, è avvenuto, parte pel mal governo di 
coloro chele avevano, e parte per altri accidenti, che si sia perduta 
quasi ogni cosa. Ha perciò la maestà sua espedito cìiogia Seffer ar- 
meno portator di queste per la ricuperazione di quanto si ritroverà 
di sua ragione in codeste parti. In raccomandazione di questo, ho 
avuto lettere efficacissime da due miei corrispondenti che si trovano 
in Persia, e principalmente da uno chiamato Giacomo Nava di Salò, 



205 

il quale viene trattenuto dal re come pieggio di un Angelo Grade- 
nigo figliuolo di un ebreo fatto cristiano, che ebbe da S. M. circa 50 
balle di seta; e qui ancora il padre di esso chogia Seffer , che è 
sensale nostro di casa mi ha con indicibile affetto raccomandato 
questo negozio, perchè dal buon esilo di questo dipende tutto l'esser 
e la fortuna del suo figliuolo e tutta la sua. Io nondimeno ad 
istanza di questo non intendo molestar la Serenità Vostra, ben mi 
persuado che per rispetto di chi lo manda, sia per accarezzarlo e 
favorirlo quanto più sarà possibile, in modo che il re conosca la 
stima che ella fa della M. S. la quale all'incontro è tanto inclinata 
al nome veneziano, che qualunque dei nostri il quale si trasferisca 
alla sua corte ancorché di bassissima condizione, tratta seco con 
tanta famigliarità e riceve tanti comodi e cortesie che più non è 
possibile a credere ; non pure essendo egli quel gran re che è, 
ma ancora se fosse solamente conte di un piccol castello: onde po- 
trebbe essere che egli si persuadesse che lo stesso dovesse fare 
con questo suo agente la Serenità Vostra, alla quale riverentemente 
ho voluto far saper questo, non perchè creda che si convenghi a 
lei far soverchio orlare a questo chogia Seffer (il quale manco è atto 
a discernere e conoscere certi termini ), ma solo perchè se gli mo- 
stri molto affettuosa e amorevole verso i suoi negozi ; ond'egli possi 
ancora far testimonianza alla M. S. di avere da lei ricevuto favori e 
cortesie molto apparenti. 

Questo re presume di se stesso molto, ben sì per la corona che 
egli ha della Persia , ma più ancora per gli acquisti fatti da lei , 
avendo sottomessi li re del Ghilan e di Lar ed impadronitosi del 
regno loro, e quasi del tutto disfatti li Tartari Usbecchi, ai quali ha 
preso la grandissima provincia del Korassan , oltre il paese ricupe- 
rato dalle mani dei Turchi fino sotto Van, e avendo ridotto alla sua 
devozione li principi Georgiani e buona parte dei Kurdi: crede per- 
ciò dover essere stimato dal mondo molto più dei suoi prede- 
cessori. 

Per questi rispetti adunque, io per la parte mia non ho mancalo 
ricevere con allegra fronte esso chogia Seffer ed usargli tutte le 
cortesie che ho saputo, ed in particolare gli ho prestati 200 e più 
zecchini con mio incomodo e danno, essendomi contentato di rice- 
verli da lui costì senza niun benefìcio di cambio, ancorché egli me 
lo abbia offerto maggiore del corso ordinario; e di più molto pron- 
tamente ho dato ordine che sieno condotti in questa città e conse- 
gnati a suo padre e ad un altro persiano di conto, alcuni cassoni di 



203 

vetri che in Alessandrelta si ritrovavano consegnati in cancelleria di 
ragione del suo re, in modo che essendo rimasti tutti questi soddi- 
sfattissimi di tanta mia prontezza, hanno fatta in Persia un'amplis- 
sima informazione della cortesia ricevuta dal console di Venezia, e 
della speranza che ho loro data che costì chogia Sefler sia per rice- 
vere da Vostra Serenità molta maggiore grazia, ecc. 
In Aleppo 2 settembre 1609. 

Gio. Francesco Sagredo. 

Presentata nel collegio il 22 gennaio 1610 da chogia Seffer colle 
lettere del re persiano. 

Esp. Principi, Filza 18. 



DOCUMENTO XXXVIII. 



1609 (1610) 30 gennaio. 

Venne li giorni passati il fedelissimo Giacomo Nores interprete 
pubblico, alle porte dell'eco. Collegio, a dar conto dell'arrivo in questa 
città di un armeno suddito del serenissimo re di Persia, e della 
istanza che questo li aveva mandato a fare per alcuni della sua nazione, 
acciò lo andasse a trovare al suo alloggiamento a' ss. Apostoli in ca- 
mera locante • ma non aver voluto il detto Nores muoversi senza sa- 
puta et comandamento di Sua Serenità, dalla quale disse che atten- 
derebbe quell'ordine che le fosse piaciuto darle, che tanto egli avria 
puntualmente eseguito. 

Li fu commesso di andare da detto armeno, e come da se, intendere 
ogni particolare del suo viaggio, e notar la causa della venuta sua in 
questa città, e di riferir poi il tutto all'ecc. Collegio. 

Ritornato il Nóres riferì in questa sostanza : 

Io sono stato all'alloggiamento dell'armeno in ordine a quanto mi 
fu commesso, e mi sono abboccato con lui. Questo è giovane di 32 
anni in circa, parla bene, e nelli suoi ragionamenti si mostra molto 
sensato e discreto ; disse essere stato alquanto da figliuolo in corte 
del re, ed esser al presente cameriere di S. M. Che sono 10 mesi 
che manca di Persia; che è capitato in cristianità per via di Sorìa, 
dove si imbarcò sopra un vascello francese che lo condusse a Mar- 
siglia; di là passò a Genova, a Livorno, a Fiorenza, di dove s'è poi 



204 

condotto in questa città. Ha lettere del re per la Serenità Vostra, e me 
le ha mostrate e sono senza borsa e senza sigillo, la contenenza delle 
quali peruna breve scorsa che io ne feci è la buona amicizia di quella 
corona con questa Serenissima Repubblica ed il desiderio e pronta 
disposizione di continuarla dal canto di S. M., e che si mandò de 
lì questo chogia Seffer nominato suo agente , per la recuperazion di 
quelle robe che si trovano in questa città riportate da Sorìa, che furono 
condotte in quelle parti dall'agente di quel re che fu qui nelli anni 
passati e che nel ritorno fu dilapidato da' Turchi. Io presa occasione 
dalla qualità del negozio suo, giudicai a proposito, come da me consi- 
derargli, che il proprio luoco era di indirizzare le sue trattazioni 
non con Vostra Serenità, ma cogli ili. mi signori V Savj alla mercan- 
zia, che è un magistrato di senatori principali al quale sono racco- 
mandati tutti gli affari di quelle parti orientali, pertinenti ai mercanti. 
A che egli rispose che farebbe quanto fosse consigliato; ed aggiunse, 
che fornito qui il suo negozio ritornerà a Firenze, poi a Roma, quindi 
in Spagna, per ritornarsene in Persia da quella parte; che tiene let- 
tere del suo re per quei principi, colle quali li esorta a muoversi con- 
tro il Turco. Ho veduto anco una lettera diretta al signor Bartolomeo 
del Galese scrittagli da un Giacomo Nava che si trova in Persia ed al 
presente è tenuto come prigione per pieggio di quell'Anzolo Gradenigo 
che gli anni passati ebbe una quantità di sete di ragione di quella 
Maestà, per contrattarle in Venezia, ed ha malmenato il capitale. 

Ho anco veduto un piego di lettere dirette a questo monsignor 
Nuncio del Pontefice, scritte per quanto mi ha narralo esso armeno 
da un certo frate scalzo, che dice risiedere in Persia presso il suo re, 
spendendo nome e titolo di ambassadore di S. Santità, e due altre 
lettere scritte dal medesimo frate una al padre generale dei Carme- 
litani, l'altra ad un segretario del pontefice. Questi diceche al partir 
suo dalla corte, lasciò il re con tutti tre i suoi figliuoli a Tauris, che 
aveva diviso il suo esercito in due parti, e mandatane una sotto Van, 
con quel numero di ribelli che s'erano accostati a S. M., e si in- 
tendeva aver preso un castello vicino a Van in sito molto forte, di 
dove stringevano talmente quella fortezza che speravano doverle ca- 
pitar presto nelle mani : che l'altra parte dell'esercito aveva il re 
mandato alla impresa di Babilonia, sotto il comando di un valorosis- 
simo capitano. E questo è quanto ho potuto sottrarre del suo viag- 
gio e del suo negozio; avendomi inoltre narrato i molti favori e cor- 
tesie che ha egli ricevuti in Aleppo dal console di Vostra Serenità ; 
delle quali mi disse aver dato conto con sue lettere particolari alla 



205 
maestà del suo re, lodandosi sopra modo dei buoni trattamenti che 
gli erano stati usati dal predetto console. 

Fu consigliato sopra la relazione del Nores nell'eco . Collegio, e 
commessogli, che andato di nuovo all'armeno lo ricercasse come da 
se della risoluzione che aveva preso intorno il presentar la lettera 
del suo re, o nell'eco. Collegio, o nel magistrato dei V Savj alla mer- 
canzia, perchè sarebbe stato nell'una o nell'altra via gratificato. 

Ed avendo il Nores fatto l'ufficio riportò questa risposta: che esso 
armeno avrebbe desiderato presentar la lettera a Sua Serenità, per- 
chè altrimenti facendo, crederia commettere grande errore e manca- 
mento, ed essere grandemente ripreso da ognuno, che essendo stato 
mandato in questa città con lettera del suo re, fosse egli partito senza 
vedere la faccia di Sua Serenità, alla quale vorria presentare esse let- 
tere per essere da lei raccomandato alli signori V Savj. 

Onde fu stabilito di deputargli l'audienza per venerdì 22 del pre- 
sente e farlo seder sopra gli ili. mi signori savj di Terraferma. 

Di più disse il Nores, che ragionando esso armeno, del suo viaggio 
gli ha narrato che l'intenzione sua era di passare da Sorìa addiritura 
in questa città, ma il mancamento dei passaggi lo aveva necessitato 
ad imbarcarsi in un vascello francese che lo condusse a Marsiglia 
dove prese una barca con animo di venire in questa città ; ma per 
che a Nizza ed a Monaco si ebbe sospetto che fosse spia, fu neces- 
sitato palesarsi essere agente del re, per non essere offeso; e conti- 
nuando li tempi cattivi, fece risoluzione di licenziare la barca ed 
andar per terra a Genova, essendo stato accarezzato e molto ben ve- 
duto da quei signori: che di là si transferì a Livorno per barca, e 
da quel governatore, per sospetto pure che fosse spia, fu mandato a 
Fiorenza: che il segretario Vinta fu a vederlo, al quale diede conto 
di se e del suo viaggio, e per farsi conoscere agente del re procurò 
di essere ammesso alla udienza del signor granduca, ma non volendo 
S. A. darle audienza e riceverlo nel pubblico palazzo, gli fu fatto sa- 
pere, che dovesse in una mattina ritrovarsi in una chiesa a messa 
dove saria stata anche la A. S., siccome egli fece, e le diede la lettera 
del suo re che portava per S. A., benché avesse disegnato di presen- 
tarla solo al suo ritorno da questa città. 

Averle detto inoltre esso armeno, che li signori ambasciatori di 
Francia e di Spagna ed anco monsignor Nunzio, gli hanno mandato 
a dire che desiderano vederlo, ma che egli si è scusato per ora colle 
sue molte occupazioni. 

Venerdì mattina venne esso chogia Seffer armeno, con quattro ser- 



206 

vitori vestiti alla persiana nell'eco. Collegio, e seduto sopra li signori 
savi di Terraferma , parlò in questa sostanza così interpretando il 
Nores: 

Ringrazio l'Altissimo Iddio, che mi ha fatto degno di vederla faccia 
di Vostra Serenità principe giusto, savio e potentissimo, il cui nome 
è onorato e celebrato per tutto l'universo, ed in particolare alla corte 
del mio re, il quale ama, stima ed onora per questi rispetti grande- 
mente Vostra Serenità; e desiderando continuar nella buona amicizia 
amore et union di animi con questa eccelsa Repubblica, è parso a 
S. M. mandar me suo umile servo con una sua regal lettera, per si- 
gnificar a Vostra Serenità, questa buona volontà, e l'affezione grande 
che ab antiquo porta a questo felicissimo e potentissimo dominio. 

Rispose sua Serenità : che era da rallegrarsi del giunger suo sano 
e salvo in questa città da così lungo viaggio : che si vedeva volontieri 
la persona sua per rispetto del suo potentissimo e valorosissimo re, 
da S. Ser. e da tutta la Repubblica grandemente amato ed osservato, 
col quale si conserva quella sincera amicizia e benevolenza, che per 
il passato si ha tenuto con quella corona ; che avendo lettere di S. M. 
le poteva presentare , perchè si farieno Jeggere, ed intesa la conti- 
nentia di quella, si potria forse darle a bocca qualche risposta. 

Ciò detto, si levò l'armeno da sedere e accostatosi alla sedia di 
Sua Serenità le baciò la veste, e presentò in mano propria una let- 
tera del carissimo console in Aleppo, ed immediate uno dei suoi uo- 
mini presentò una scatola lunga, coperta di panno di Bursa, involta in 
un fazzoletto vergado, nel qual era una lettera posta in due borse una 
di raso sguardo, e l'altro di velluto verde, involta in un altro fazzoletto. 

Ed il Nores spiegata essa lettera, la lesse ad alta voce, poi la in- 
terpretò con gran prontezza e con piena soddisfazione di tutto l'ec- 
cellentissimo Collegio. 

Dopo letta essa lettera, il Serenissimo Principe ringraziò S. M. del 
suo amorevole ufficio, e della ottima volontà sua verso la Repubblica, 
dalla quale è ricambiato di vera affezione ed osservanza. Quanto al 
negozio disse non aver a memoria se siano venute di Sorìa in questa 
città robe di quell'agente di S. M., che nondimeno si chiameranno 
i Magistrati, e da loro si prenderà informazione , ed essendovi cosa 
alcuna non si mancherà di dar ordine che gli sia consegnata. 

E l'armeno non replicando altro prese licenzia, accompagnato a 
casa dal medesimo Nores che lo aveva levato ed accompagnato al pa- 
lazzo. 

Registro Esp. Principi, pag. J35. 



207 
DOCUMENTO \X\!Ì. 



Alli famosi e celeberrimi fra i principi e signori grandi della nazione 
cristiana, eletti fra i più savi e nobili della generazione credente al 
Messia, dominatori di paesi e di province, amatori di giustizia, or- 
nali di virtù, valor e prudenza, e pieni di gravità e di grandezza: li 
signori di Venezia, ai quali il sig. Dio augmenti le forze e la po- 
tenza. 

Dopo molti amorevoli ed onorevoli saluti, che si convengono alla 
loro dignità e grandezza, ed alla buona amicizia, amor et unione d'a- 
nimo che è tra noi, le si fa amichevolmente sapere, che desiderando 
noi di continuare con tutti li principi e signori grandi della cristia- 
nità, ed in particolare colle vostre eccelse persone, nella buona intel- 
ligenza ed unione d'animo abbiamo voluto visitarle e salutarle ora, 
colla presente nostra regal lettera, significandole l'amore eia affezion 
grande che le portiamo ed il desiderio che abbiamo di vedere le 
cose loro in buono e felice stato, come di signori savi, giusti e pru- 
denti: ai quali non si resterà con questa occasione di dire anco, che 
avendo noi mandato già a Venezia uno delli nostri onorevoli agenti 
nominato chogia Fethy bei per comperare alcune cose necessarie 
alla nostra regal corte, il quale ritornando qui da noi con molte e 
diverse robe di valore, giunto che fu in Sorìa, avendo trovata la 
guerra principiata fra noi e il re dei Turchi, furono da quelle genti 
inumane dilapidate e malmenate tutte quelle robe che egli portava, 
eccettuando una parte di esse che fu di nuovo ritornata e rimandata 
a Venezia, e che si ritrova al presente siccome abbiamo inteso cu- 
stodita e conservata interamente, come si conviene alla buona ami- 
cizia et amore che è fra noi. Però venendo ora costì, con questa 
nostra regal lettera, l'onorato fra pari e simili suoi chogia Seffer fi- 
gliuolo di chogia Iadigar cristiano zulfatino, nostro fidato agente, de- 
sideramo dalle loro eccelse persone, che sieno contenti di fare con- 
segnare tutte quelle robe che ritrovano costi di nostra ragione al sud- 
detto chogia Seffer nostro agente, bollate ed inventariate per mano 
delli loro onorati ministri ed agenti, acciocché vengano da lui con- 
dotte qui sane e sicure, insieme con tutti quelli mercanti nostri sud- 
diti che saranno ricoverati nei loro paesi; et pertanto le pregamo a 
voler prestar per amor nostro ogni favore et aiuto al nostro inviato 



208 

nelle sue occorrenze; e se all'incontro avranno bisogno ancor essi di 
cosa alcuna qui nel nostro paese, ce lo faranno con loro lettere 
confidentemente sapere , che si adempierà volontieri il desiderio 
loro; e di più l'esortiamo a scriverci e visitarci spesso colle loro 
lettere, come si conviene a buoni e veri amici; acciocché rinnovan- 
dosi tra noi sempre più l'amore e l'affetione, si stabilisca tanto mag- 
giormente il fondamento della nostra amicizia. 

Senza data, et senza sottoscrizione; ma nel rovescio della lettera è 
posto il bollo del re, qual dice: Shàh Abbas servo del miracoloso 
uomo Ali protettore del regno. 

Tradotta per me Giacomo de Nores interprete della Serenissima 
Signoria. 

Esp. Principi, Filza 18. 



»OCUJflENTO IL SU 



1609 (1610) a'17 febbraio. 

Ricevo io chogia Seffer figliuolo di chogia Iadigar, armeno zulfa- 
tino. agente del serenissimo re di Persia, dall'ufficio degli eccellen- 
tissimi Cinque savi sopra la mercanzia, tutte le robe, vestimenta e 
merci, contenute nel seguente inventario, a cao per cao, sorte per 
sorte, insieme con la cassella d'argento legata con cristalli di mon- 
tagna, il bacìi d'argento col suo ramino, un'armatura intiera, arco- 
busi, zacchi et altro, come è particolarmente dichiarato nel presente 
inventario, et di più in contanti lire 521,12. 
Io Giacomo Nores fui presente alla consignation come sopra. 
Io Ismail zulfatino, testimonio della detta ricevuta. 
Io Codis armeno, testimonio come sopra. 
L'inventario descrive partitamente vari oggetti di vestiario, bacili, 
rasoi, spille, ventagli, pugnali, coltelli, forbici ed altri ferri, carta, 
luci di cristallo con e senza foglia, e nove quadri ad olio così in- 
dicati : 

Un presepio. 

Una Madonna. 

Un Salvador. 

Una donna nuda, che si mette la camisa. 



209 

La Maddalena in ordine. 

La Maddalena nuda. 

La regina di Cipro. 

Una donna veneziana. 

Una donna a lunghi capelli, o Cassandra. 

Esp. Amb. Filza 19. 



DOCUMENTO XJLI. 



, 1609 (1610), 30 gennaro, in Pregadì. 

Al Serenissimo re di Persia. 

Ci sono state per ogni rispetto molto care le lettere di V. M. por- 
tateci dall'honorato chogia Seffer armeno agente suo; et gratissimo 
tutto ciò che ella si è compiaciuta di significarne per espressione 
del suo cortese animo verso la Repubblica Nostra, la quale riceve 
ora singolare contento di vedere dal canto della M. V. così amorevol 
corrispondenza, all'antica et perfetta amicizia che tenemo con quella 
corona. 

Et siccome ci siamo grandemente compiaciuti della presente oc- 
casione, che ci ha data V. M. di rinnovare nella sua memoria l'ottima 
disposizione del suo sincerissimo animo verso di lei, così in maggior 
dichiarazione di essa, abbiamo commesso che sieno prontamente 
consignate al detto chogia Seffer, il quale è stato da noi gratamente 
veduto ed accarezzato, quelle poche robe che furono ritornate in 
questa città colle nostre navi gli anni passati, quando seguì all'a- 
gente di V. M. chogia Fethy bei il mal incontro nella Sorìa, et sono 
state conservate esse robe di ordine nostro dal magistrato che ne ha 
la cura, per consegnarle a chi le poteva legittimamente ricevere per 
nome di V. M. La quale desideriamo che resti persuasa della pron- 
tezza che sarà sempre in noi di conservare et aumentare maggior- 
mente con ogni termine di ufficio quella sincera amicizia et ottima 
corrispondenza, che per lunghissimo corso d'anni si è mantenuta 
tra quella potentissima corona e la Repubblica Nostra. Con che au- 
guriamo alla valorosissima persona di V. M. accrescimento di gran- 
dezza, con perpetuo corso di gloria e di felicità. 

Arch. Dona Misceli. 
14 Bollettino Consolare, Voi HI. 



210 

DOCUMENTO XXII. 



Il regno è di Dio. 

Al famoso ed eccelso fra i principi e signori grandi della nazione cri- 
stiana, eletto fra i più sublimi e potenti della generazione vivente 
nella legge del Messia, dominator di paesi e di provincie, ammini- 
stratore della giustizia, ornato di virtù valor e prudenza, pieno di 
gravità e di grandezza, il principe di Venezia, al quale V Altissimo 
Dio sia propizio e favorevole. 

Dopo molti onorati e sinceri saluti che si convengono alla sua 
dignità e grandezza, ed all'amore, amicizia ed unione d'animo che è 
tra noi, le si fa con questa nostra real lettera amichevolmente sa- 
pere che per grazia dell'altissimo Iddio le cose nostre passano fin qui 
prosperamente mediante le orazioni dei nostri buoni e sinceri amici, 
che con puro e sincero animo desiderano l'aumento della nostra 
felicità e grandezza, ed in questo onorato numero crediamo ferma- 
mente che siano tutti li principi cristiani, ed in particolare la vostra 
magnanima ed eccelsa persona: onde abbiamo determinato nel 
nostro puro e real animo chea guisa del sole non riceve, in sene 
macchia né menda di cattivi pensieri, di continuar con tutti i principi 
ed in particolare colla sua onorata e felice persona, come principe 
grande, potente e giusto, nella solita buona amicizia ed unione d'a- 
nimo, e tanto maggiormente quanto che per relazione di tutti li 
nostri agenti e dipendenti che sono slati in quelle parti e che sono 
ritornati qui a salvamento abbiamo con soddisfazion dell'animo nostro 
intesa la stima e conto che si fa in tutto il suo stato e paese della na- 
zione e del nome persiano per amor nostro, ed anco delli buoni trat- 
tamenti e cortesie che sono stati usati così da lei come dalli ministri 
della sua eccelsa ed onorata corte, all'i suddetti nostri agenti, i quali 
sono perciò ritornati alla nostra felice corte contenti e soddisfatti 
laudando molto la sua buona ed onorata giustizia e l'amor grande 
che ella ci porta : e però desiderando noi che per maggiore confer- 
mazione di essa amicizia, che siano sempre tra noi aperte le porle ai 
negozi e pratiche, e che tra li sudditi dell'una e dell'altra parte si 
continui amichevolmente nel commercio e traffico come si faceva 
prima che succedessero questi ultimi moti di guerra, abbiamo voluto 






211 
destinar ora costì alcuni nostri agenti, così per provvedersi di alcune 
cose necessarie alla nostra real corte, come anco per rinnovar la 
pratica ed il commercio e per dar animo ed esempio alli mercanti 
del suo paese di far il medesimo. Però giunti che saranno essi a 
salvamento, desideriamo che sieno da lei raccomandati alli suoi 
onorati ministri, acciò che siano da loro protetti e favoriti nelle loro 
occorrenze e massime nel contrattare e comperare quelle cose che 
le sono state da noi espressamente ordinate, ed in particolare delli 
zacchi di maglia che sieno di somma bontà ed eccellenza, perchè ne 
fanno grandemente di bisogno per essere noi quasi sempre in guerra 
ed in contesa, con li ostinati e temerari, che cercano di contrapporsi 
a noi e alle nostre forze e di perturbare il nostro reale animo. In- 
, somma desideriamo che per amor nostro gli sia dato ogni aiuto e 
indirizzo necessario acciocché eseguendo essi bene le nostre com- 
missioni possano ritornare qui con buona espedizione delli loro 
negozi. 

E se li mercanti cristiani delle sue città e paesi si disponeranno di 
venire qui per traffico, la assicuriamo che saranno da noi ben veduti 
e ben trattati, dandoli autorità di fornirsi di tutte quelle robe e mer- 
canzie che le faranno bisogno, e si partiranno tutti di qui contenti e 
consolati. Non permettendo noi che siano essi molestati d'alcuno, 
over danneggiati per quanto importa un minimo capello della testa; e 
oltre di ciò occorrendo particolarmente cosa alcuna qui per uso o 
servizio della sua felice persona, ne la facci sapere che sarà da noi 
adempito ogni suo desiderio ; e sopra il tutto la esortiamo a scri- 
verci e visitarci spesso con sue lettere come che faremo anche noi ; 
acciocché rinnovandosi tra noi sempre più l'amore e la benevolenza 
si stabilisca tanto più il fondamento della nostra amicizia; e per 
fine desideriamo che le sue grandezze sieno perpetue. 

Senza data; in luogo della sottoscrizione il sigillo. 

Filza atti turcheschi. 



212 

DOCUMENTO V 1,1 II. 



1621, lo febbraio. 

Venuti questa mattina nell'eccell. Collegio alcuni persiani ultima- 
mente capitati in questa città con le galere di mercanzia, uno di essi 
che è il principale chiamato Sassuar disse che aveva lettere del suo 
re da presentar a S. S., come agente suo per negozi mercantili era 
capitato in queste parti, il che avendo esposto il dragomanno Nores, 
fu il sopradetto fatto sedere sopra gli ili. mi sig. savj di terraferma 
e presentata la lettera che fu data al Nores da tradurre, disse in so- 
stanza : 

Che il felicissimo e potentissimo Abbas re di Persia suo signore 
mnndava molte affettuose ed onorevoli salutazioni a S. S. ed a tutti 
gli altri signori del governo, che aveva espressa commission di Sua 
Maestà di significare a viva voce la buona volontà ed affezione che 
portava a questa eccelsa Repubblica, e la stima grande che fa di essa 
per la fama che nel mondo era sparsa della sua buona e retta giu- 
stizia, della prudentissima et esemplar maniera del suo ottimo go- 
verno, commendato grandemente da S. M. ed ammirato da tutta la 
nation persiana. Che il suo re amava tutti li cristiani, ma particolar- 
mente portava grandissima affezione a quelli della nazion veneziana. 
Che quando capitano in Persia sudditi veneti erano dal suo re acca- 
rezzati, ed usato verso dì loro ogni buon e cortese termine, non 
inferiore a quello che ben sapeva usarsi verso la nazion persiana 
in questa città. 

Rispose rill.mo signor Renetto de ca Taiapiera, consigliere di 
maggior età in absenza di S. S., che si riceveva con particolare 
contento da cadauno di questi SS. EE. le lettere che egli aveva por- 
tate per nome del serenissimo re di Persia, amato dalla Repubblica e 
tenuto in quella stima che conveniva al suo gran merito e degnis- 
sime condizioni di principe così grande come era la M. S.; che si 
aveva ricevuta soddisfazione grande del loro venire in questa città, né 
si avrìa tralasciato cosa che avesse potuto comprobare cogli effetti 
quella buona volontà che si portava a tutta la nazion persiana, e che 
si avrìa dato ordine al magistrato dei V savj alla mercanzia, ac- 
ciocché dove li occorresse il bisogno, fossero giustamente favorite le 
cose loro. 



213 

Rese umilissime grazie il persiano suddetto delle cortesi esibi- 
zioni che li erano fatte, delle quali nelle occorrenze si sarebbe valso: 
disse poi che il suo signore aveva voluto accompagnare la sua onorata 
lettera con un nobil presente a S. S., et fece introdurre alcuni per- 
siani, quattro dei quali avevano un tappeto per cadauno, e due altri 
l'uno con 25 pezze di giurini, l'altro con 25 lizari d'India, e sog- 
giunse che uno dei sopradetti tappeti era stalo donato dal suore 
da quello di Magor, e che S. M. lo aveva stimato degno di Sua Se- 
renità. 

Fu dall'ili. mo sig. consigliere de ca Taiapiera suddetto ringraziata la 
M. S. di così cortese dono, e detto che si avrìa tenuto dalla serenissima 
Repubblica e conservato per degna ed onorata memoria del cortese 
affetto di S. M. verso di lei; e dopo alcune parole di reciproco com- 
plimento, si levò il persiano ed unito con dei suoi principali volse 
far reverenza a cadauno degli ecc. mi signori cons., capi dei XL, savi 
del Consiglio, savj di T. F. e savj agli ordini, e sceso i scalini del 
tribunale disse che si teneva obbligato riferire e ringraziare di Sua Se- 
renità del buon trattamento che aveva ricevuto a Spalato per lo spa- 
zio di 5 mesi tra il far la contumacia ed aspettar le galee, che era 
seguito per così lunga dimora con molto patimento, nel quale era 
stato sollevato da quell'ili. mo sig. console con infiniti comodi e cor- 
tesie, onde perciò li restava grandemente obbligato, ed il medesimo 
le era stato fatto nella città di Zara da quelli ili. mi sig. rettori, ed 
anco nel viaggio di mare dall' ill.mo sig. capitano delle galee che 
hanno accompagnato quelle di mercanzia; e che con questa occa- 
sione non voleva restar di dire per l'amore e riverenza che portava 
a questa ser.ma Repubblica che sarìa di molto comodo ai mer- 
canti e maggiormente frequentata quella scala, e condottevi da lon- 
tanissime parti mercanzie di gran rilievo, se le galere che vi sono de- 
stinate andassero più sollecitamente a quel viaggio e con maggior 
comodo dei mercanti, senza dubio sarìa se una sola vi andasse e 
l'altra ritornasse, per accomodar di questo modo così quei mercanti 
che vengono in questa città come quelli che partono di qua per le 
case loro; ed essendogli detto che si averla avuto considerazione a 
questo suo prudente ed amorevole raccordo, licenziati partirono li 
persiani sopradetti. 

Commemoriale XXVIII. 



214 

DOCUMENTO XMV. 



In nome di Dio vero re e imperator del mondo. 

Al famoso ed eccelso re di Venezia, dominator di paesi e di Pro- 
vincie, osservator della buona e retta regola di governo, ornato di 
bontà, gravità, e grandezza, pieno di equità, giustizia e clemenza, a 
cui lo Altissimo Dio sia sempre propizio e favorevole. 

Dopo molti onorevoli e sinceri saluti che si convengono all'amore 
ed amicizia ed alla buona intelligenza unione e corrispondenza d'a- 
nimo che è tra noi, le si fa colla presente nostra real lettera ami- 
chevolmente sapere, che essendo sempre stato nostro real costume 
di conservar buona sincera amicizia con li re e principi grandi della 
cristianità, ed in particolare colli re e signori di Venezia, antichi 
amici ed amatori di questo nostro felicissimo regno, avendo perciò noi 
sempre tenutele porte aperte alle ambascerie ed alli traffici e mezzi 
mercantili, concedendo libera pratica alli loro sudditi e vassalli in 
ogni luogo del nostro amplissimo regno, abbiamo voluto ora, che 
sono aperte le strade, mandar costà uno delli nostri onorati agenti 
chiamato Sassuar in compagnia di agì Aivas da Tauris , ed altri 
nostri sudditi, così per confirmare la buona amicizia con la sua ec- 
celsa persona, e rinnovare la pratica ed il commercio colli sudditi 
dell'una e l'altra parte, come per fornirsi anco di diverse cose ne- 
cessarie per uso e servizio della nostra real corte. 

Però giunti che saranno essi a salvamento, desideriamo che sieno 
da lei raccomandati con ogni efficacia alli suoi onorati ministri , 
acciocché mediante la loro protezione ed ajuto, eseguendo la nostra 
volontà e commissione, debitamente possine ritornare qui quanto 
prima; e medesimamente occorrendo cosa alcuna qui nel nostro 
stato per uso e servizio della sua felice persona la preghiamo ad 
accennarci confidentemente, che sarà prontamente adempito ed effet- 
tuato ogni suo desiderio. 

Del resto desideriamo che le sue grandezze sieno sempre in au- 
mento. 

Senza data. 

In luogo di sottoscrizione è posto a tergo della lettera il bollo 
regale che dice : 

Servo del re dei re Shàh Abbas. 
(Espositioni Principi). 



215 
DOCUMENTO XXV. 



4621, 4 febbraio, in Pregaci!. 



Che li quattro tappeti portati a donar alla S. N. per nome del 
serenissimo re di Persia dai persiani ultimamente stati nel Collegio 
nostro, e le 25 pezze di giurini e le altre 25 dei lizari d'India sieno 
fatti consegnare alli Proc. de supra perchè se ne abbino a valere 
ad onore del Signor Dio, nella chiesa nostra di S. Marco e nelle pub- 
blicne cerimonie. E ne sieno fatte le note, dove e come sarà di bi- 
sogno. 

Delib. Senato. 



DOCUMENTO ULTI. 



Serenissimo Principe, 

Mentre io Domenico de Santi q. m Luca suddito e servo umilis- 
simo della Serenità Vostra, era pronto per imbarcarmi sopra la nave 
Tomaso Bonaventura inglese per Sorìa, ed indi per andarmene in 
Persia, con lettere del sommo pontefice , della sacra M. Cesarea, 
della maestà di Polonia e dell'altezza ser.ma di Toscana, tutte di- 
rette al re di Persia, per occasione dei presenti moti della cristia- 
nità, e con certa istruzione del pontefice al padre maestro Paolo 
Pietromali dominicano assistente in Persia per detti principi, fui 
fatto chiamare nell'ecc.mo Collegio, e poi subito fatto uscire con or- 
dine che prima di partire dovessi farne motivo alle E. E. V.V. Ma più 
non avendo avuto chi mi introduca ed essendo frattanto la predetta 
nave partita, ora che si trova lesta la nave Margarita Costante per 
fare fra 4 giorni il medesimo viaggio, colla quale disegno imbar- 
carmi, vengo conforme all'ordine predetto e alla mia riveritissima 



216 

osservanza verso la Ser. Vostra a darle notizia di ciò, prontissimo 
di eseguire ogni cenno che mi sarà dato con l'ossequio ben dovuto 
alla mia fedelissima devozione. 

1646, 26 giugno. 
Che sia rimessa ai Savi dell'una e l'altra mano. 

6 Cons. 

Pisani Pier Corner 

Antonio Venier Ser. Dolfin 

Benedetto Polani Lorenzo Draghi. 

Fran. Verdizotti Segretàrio . 



Filza secr. 1646, pag. 97. 



DOCUMENTO XXVII. 



1645, 2 decembre. 
Al re di Persia. 

Grandemente sempre ha incontrate la Repubblica le occasioni di 
rendere veri segni a vostra Maestà ed a' potentissimi precessori suoi 
di affetto e di stima. Nella stessa valida sincera costituzione d'animo 
se le confermeranno in ogni tempo avvenire colle opere le nostre 
ottime intenzioni. Già saranno pervenute alla Maestà vostra le gra- 
vissime emergenze che passano, le quali meritano il riflesso di ogni 
principe, potendo gli incendj delle armi turchesche coll'ardire e coi 
progressi molto diffondersi e turbare ogni confine. In questo stato 
di cose li generosi concetti di vostra maestà saranno dricciali alle 
più degne risoluzioni a comune profitto. Ed intanto preghiamo il 
Signor Dio guardi vostra Maestà con continui incrementi di felicità 
e di salute. 

Voti Affermativi 109. 

Negativi 0. 

Non sinceri 2. 

Valerio Antelmi Segretario. 
Senato Corti. 



217 
DOCUMENTO XXVIII. 



1646, 17 luglio. 
Al Re di Persia. 

Sarà a quest'ora pervenuto all'orecchio diV. M. l'ostilità ingiusta- 
mente ed in sprezzo di parola e di fede promossa a' Stati della nostra 
Repubblica dall'impero Ottomano. Proviene il motivo del Turco da 
sete inestinguibile di rapire or all'una or all'altra parte l'altrui, e di- 
latando la sua grandezza rendersi infine oppugnatore e dominatore 
dell'universo. Così a danno dei potentissimi predecessori di V. M. 
ha mosse più volte l'armi, e col manto di amicizia e di pace agevola- 
tisi furtivamente i più notabili acquisti. Come vasta e formidabile 
sempre più si va formando quella potenza, deve comunemente sve- 
gliare i riflessi ed accrescere le gelosie. Se dalla riconoscenza del 
fatto e dalle prudentissime massime dei progenitori è eccitata V. M. 
alla depressione di quell'orgoglio, altrettanto l'invita ad imprese glo- 
riose l'opportunità della presente occupazione di quelle armi da que- 
sto canto, e la certezza di essere secondata e seguitata dagli altri 
principi. 

Costantissima è la Repubblica di conservarsi e difendersi col 
petto esposto dei cittadini e con la profusione dei tesori, eli già dai 
nostri vascelli datosi il buon principio della presente campagna, as- 
salita ed in gran parte dannificata vicino ai Dardanelli l'armata del- 
l'inimico. 

Valeranno però le presenti a testimonio non meno di confidenza, 
che dell'affetto^ e nostra osservanza sempre sincera versola M. V., 
e del pubblico desiderio ardentissimo di vederla con i dovuti riacqui- 
sti coronata di nuove glorie, ed a V. M. auguriamo in fine lunghis- 
simi e felicissimi gli anni. 

Affermativi 102 
Negativi 

Non sinceri 



Fran. Verdizotti seg.o 



Senato corti 1646. 



218 

DOCUMENTO XXI*. 



Iddio immacolato. Iddio eccelso. 



Al comandante dello Stato Veneto , che S. D. M. gli conservi ed 
esalti il dominio con prosperità e felicità, prestatele salutazioni e be- 
nedizioni che provengono da stima e vagliono per segni di onore e di 
pregio, offerte da una pura sincerità al possessore della magnificenza 
e signoria, vigilante nell'amministrazion di giustizia, scelto fra i si- 
gnori imperanti , stimato fra i potentati retti nella religione del 
Messia, e principe fra cristiani di alto stato e condizione sublime, il cui 
fine Iddio termini in bene, con le benedizioni del cielo, ed accresci in 
grandezza ed augumento il suo posto reale con disposizioni del cielo 
adattate ad una prosperità: quello però che se le porta a cognizione 
è che la lettera inviataci con amichevole contenuto, perla quale resta 
innovato il vincolo di amicizia e di amorevolezza, è stata come si con- 
viene aggradita e corrisposta con termini di osservanza amichevole 
dovuti a' Principi grandi e potentati di cristianità, che pure anco in 
avvenire saranno d'impulso alla continuazione per discendenza e 
apriranno l'adito alla comunicanza di lettere. 

Nel resto, continua esaltazione etc. 

Commemoriale XXIX. 



DOCUMENTO li. 



1649, 28 marzo. 

Questa mattina ritornato il padre domenicano alVecc. Collegio, e fatto 
introdurre, disse essersi partito di Persia già un anno in circa, aver 
avuto da quel re la lettera presentata , e parimenti da Domenico 
Santi che colà si ritrovava un'altra che consegnò; e dimandatogli da 
Sua Serenità alcune particolarità rispose nel tenore appunto che si 
contiene nella scrittura che poi ha dato, ed è la seguente: 

Serenissimo Principe, 

Desiderando io l'esaltazione della santa Fede Cristiana e di questa 
Serenissima Repubblica, che con tanto valore tanti anni sono si 



219 
impiega combattendo contro il comune nemico , non ho perdonato 
a fatica alcuna nell'andar da Polonia in Persia e venire di Persia a 
Venezia, a portare lettere di quel re di Persia a Vostra Serenità; e 
per obbedire ai suoi comandamenti di por in carta alcuna relazione di 
quello che ho potuto fare, dirò a Vostra Serenità tre cose : 

Primo: il viaggio in Persia e come si può ivi per la più breve e 
facile via andare, e li onori che nel viaggio come ambassadore dei 
Cristiani mi furono fatti. 

Secondo: quello che ho trattato col re di Persia. 

Terzo: quello che si può sperare da quel re in nostro aiuto. 

10 mi ritrovavo in Polonia nel tempo che ivi era il signor Tiepolo 
Giovanni ambasciatore a quella corona , il quale oltre a quello che 
aveva negoziato con quel re e fattolo armare , ha anche fatto che 
inviasse un ambasciatore al re di Persia, e subito egli spedì uno che si 
dimandò Slich nobile polacco, per invitarlo a muover la guerra con- 
tro i Turchi, e destinò ed elesse S. M. me per suo compagno nella 
ambasceria, e ci furono date dall'ili. mo Giovanni Tiepolo lettere di 
Vostra Serenità al suddetto re di Persia. 

Si inviassimo dunque con 25 nobili polacchi a quella volta. Li 2 
ottobre 1646 partii da Varsavia, per compagno del detto ambascia- 
tore e giunsimo a 20 decembre in Mosca città metropoli e resi- 
denza di quel granduca. Ricevuti con grandissimo onore ed affetto, 
li 23 fossimo introdotti alla udienza pubblica. 

Li 12 gennaro partissimo provvisti di cavalli, soldati ed ogni altra 
cosa necessaria dal suddetto granduca pel nostro viaggio in Persia. 
Li 18 giunsimo a Vladimiria città anticamente sedia delli granduchi 
di Moscovia. Li 21 a Murom, li 24 a Nisni Novogorod città bellissima 
e grande. 

11 primo di febbraio a Cosma e Damiano, li 12 giunsimo in Cazan 
città bella e mercantile, dove siamo svernati per li gran freddi che 
vi erano e li pericoli delli tartari calmuchi. 

Li 3 di maggio provvisti di barche e di uomini ed ogni altra cosa 
necessaria per la navigazione, ci imbarcassimo per la Volga fiume 
grandissimo, e li 22 giunsimo in Astracan città bella e grande, ben 
munita di presidio, ove stassimo fino alli 7 di giugno che si imbar- 
cassimo, provvisti di comitiva e di ogni cosa necessaria dal granduca 
per il mar Caspio , nel quale fossimo un mese con grandissimi 
pericoli. 

Li 4 di luglio sbarcassimo in Nizova , spiaggia di Persia, li 22 
partissimo di là per Sciamachia , città capitale della provincia di 



no 

Schirvan. Li 25 giunsimo colà ove fossimo ricevuti con grandissimo 
onore dal Khan di quella città. 

Li 3 agosto partimmo per Ardebilla città bella e grande onorata 
dal sepolcro del re Saladino quale tengono per gran santo. Vi è quivi 
un ospitale fondato dal detto re che sostenta ogni giorno 500 
persone. 

Li 18 partimmo da questa città e giunsimo in Zenghian città, e 
di là a Sultaniè, da Sullaniè a Com città molto bella , e quivi si 
ammalò il signor ambasciatore. Di Gom addì 5 settembre giun- 
simo in Gascian città bellissima e ricca dove si lavorano molto belli 
panni di seta. 

Li 10 partimmo e li 15 giunsimo in Ispahan sedia e residenza di 
S. M. di Persia. Fossimo incontrati da molti cortigiani e signori 
spediti da S. M. per introdurci dentro la città, ì quali ci condussero 
ad un bellissimo palazzo preparato per nostro alloggio, la seraS. M. 
ci mandò la cena preparata in piatti d'oro ed altri vasi. 

Poco si passò che s'ammalò il signor ambasciatore gravemente e 
non gli fu possibile di andare all'udienza; crescendo il male, fece 
chiamare uno dei principali cortigiani di S. M. al quale disse: 

Giacché così piace al signor Iddio di chiamarmi ad altra vita, e 
che non posso pienamente adempire la volontà del re e della sere- 
nissima Repubblica veneta in questa ambasceria; questo presente 
signor padre, datomi dal mio re per compagno dell'ambasciata, sod- 
disferà intieramente a quella. Perciò in presenza dello stesso signor 
persiano mi consegnò l'istruzione, le lettere ed ogni cosa, e li 7 di 
ottobre, munito dei nostri ss. Sacramenti, rese l'anima sua al crea- 
tore, e fu sepolto il giorno seguente con gran pompa nella chiesa dei 
padri M. R. Carmelitani scalzi. 

Li 17 io fui introdotto all'udienza pubblica del re, accompagnato 
da molti sì persiani come franchi, e salutato che ebbi S. M. da parte 
del serenissimo re di Polonia ed anco da parte della serenissima Re- 
pubblica di Venezia, gli resi le lettere. S. M. mi fece sedere e per molto 
tempo mi trattenne interrogandomi della salute e stato delli serenis- 
simi re e principi cristiani: io risposi conforme a quello stato che 
avevo saputo nella mia partenza. 

Li 31 io fui invitato da parte di S. M. alla loro pasqua che chia- 
mano Bairan : risposi che molto volontieri avrei servito S. M. 
mentre ciò non seguisse in mio pregiudizio col cedere il luogo ad al- 
tri ambasciatori che si ritrovassero ivi, mi risposero che per certo non 



221 

mi sarebbe fatto pregiudizio né torto veruno. Il dì seguente vennero 
a levarmi con cavalli di S. M. per me e per tutta la mia gente. 

Giunto a palazzo feci riverenza a S. M. e mi fu dato luogo conve- 
niente. 

Durarono i giuochi ben due ore dove si videro diversi combatti- 
menti ; quindi si fece un banchetto, nel quale S. M. e tutti mangia- 
rono in terra ed io ad una tavoletta alta un piede sedendo sopra una 
seggiola bassa. Finito il pranzo mi ritirai all'alloggiamento nostro. 
Il giorno dopo mandò S. M. un principal della sua corte da me a 
dirmi, che mettessi in carta in lingua persiana, come usasi colà, 
quanto desiderava il serenissimo re di Polonia e la serenissima Repub- 
blica di Venezia. Io subito mandai a chiamare li padri carmelitani 
scalzi che mi tradussero in lingua persiana e scrissero li punti se- 
guenti : 

1. Universo mundo bene est notum turcarum imperatores preci- 
pue presentem esse fìdei fracturam, nulliq. regi convicino, non solum 
non tenere iuramentum viro sub amicitiae pretexta ferro, igneq. 
occupare dictiones. 

2. Guius sacramenti fragium, non volentes christiani reges susti- 
nere : volenterque eius tantam superbiam reprimere, Ghristi invo- 
cato auxilio, omnes suas vires ac potentiam terra mariq. conver- 
terunt. 

3. Et quia serenissimi regis nostri , Reipublicaeq. venetorum 
dictiones , confinibus illius sunt viciniores ob idque gravius sen- 
tiunt eius insullus; quam alii monarchae christiani, quibus prò 
muro quodam modo sunt, per Dei voluntatem serenissimum regem 
nostrum prò supremo duce suo , omnes unanimi consensu dele- 
gerunt. 

4. Qui huic tam sanclo operi lubens humeros submisit, desiderans, 
etalios monarchas quibus cum ab antiquis saeculis amicitìa fuit ad 
tollendum tam comunem inimicum ad similia vota excitare, me ad 
regiam maieslatein tuam expedivit. 

5. Quoniam vero contra hunc inimicum uter non solum anteces- 
sores maiestatis tuae , verum etiam ipsa tua maiestas, magnam 
causam sustinet , non sibi persuadet serenissimus rex noster nec 
non omnes alii reges ac principes christiani maiestatem tuam hanc 
occasionem, otio praetermissuram. Guius gratia antecessores maie- 
statis tuae, tanta sanguinis effusione plura possedermi. 

6. Hoc itaque regia maiestas tua, iusta ponderando non parcat 
ancipiti gladio ne antecessorum suorum tantorum heroum , qui 



222 

etiarn in fiorente sua aetate nullis laboribus pepercerunt , alte im- 
pressa vestigia properantur ac tot tantiq. reges et principes spe sua 
in tuae maiestatis persona fraudentur , nec hoc cum gratia legato 
ad ipsos destinato comitari dignetur. 

I quali punti presentai a S. M., e lettili rispose che molto volen- 
tieri avrebbe soddisfatto alla amicizia dei principi cristiani. 

In quel tempo ivi era un ambasciatore del Gran Mogol, il quale era 
stato trattenuto due anni per alcune lettere quali avea scritto al 
suo re e furono intercetle. 

Scriveva che il serenissimo re di Persia era ancor giovinetto e 
non poteva trattar con esso, e quando chiedeva audienza dal re se 
gli rispondeva, che il re era ancor troppo giovane e che aspettasse il 
tempo. S. M. il re di Persia era d'anni 18 quando giunsimo noi in 
Persia, giovane grazioso affabile, e come era detto da tutti era per rie- 
scire un altro shàh Abbas suo avo, continuamente a cavallo e nelli 
esercìzii militari; la sua ava moglie del detto shàh Abbas reggeva e 
governava, ma ora lui essendo d'anni 19 governava lui stesso. Ha 
per moglie una senza figliuoli ma si diceva che era gravida. La mo- 
glie è figlia di un certo Surcolano qual abita in Daghestand, ben- 
ché di donne ne abbia molte, quella è la principale. 

II suo cancelliere gran Visir si chiama Dauleto , uomo molto os- 
servante della sua legge, e non troppo amico dei cristiani;ha per mo- 
glie una sorella del re di Persia, ha 5 figliuoli ed a tutti gli fece cavar 
gli occhi, acciò non si sollevassero arrivati che fossero in età. 

S. M. mandò un corriere a Costantinopoli per sapere se i principi 
cristiani facevano guerra, e per questa occasione ci trattenne 11 set- 
timane, sin tanto che il corriere ritornasse da Costantinopoli, e 
quando cercavo respedizione mi rispondevano che mi riposassi che 
quanto prima ci spedirebbe. 

Il 16 novembre il serenissimo re mi mandò le vesti, quali è solito 
dare agli ambasciatori, ed il giorno seguente fui chiamato di nuovo 
all'udienza ove mi diede l'espedizione, cioè lettere per il serenissimo 
re di Polonia e perla serenissima Repubblica di Venezia, di sua pro- 
pria mano, salutandoli e pregandoli felicissimi successi, promettendo 
di soddisfare alla amicizia. 

Di là ad alcuni giorni partii d'Ispahan e per il nostro ritorno ac- 
compagnato da 25 soldati persiani, e provvisti di cavalli e d'ogni cosa 
necessaria pel viaggio, ritornassimo per la istessa strada che eravamo 
venuti. 

Li 20 gennaio giunsimo in Sciamachia città principale della prò- 



223 

vincia di Schirvan, come ho detto di sopra, furono mandati dallo 
stesso Khan molti persiani per incontrarci e condurci al nostro al- 
loggio ove fossimo benissimo trattati da esso, ed ivi ci fermassimo 
sino alli 29 di aprile. 

Più volte ci invitò il Khan nel suo palazzo e particolarmente una 
volta, che fu il giorno di S. Tomaso d'Aquino, li 7 di marzo: molte 
cose allora ci riferì particolarmente dell'armata veneta che faceva 
grandissimi progressi contro l'armata turchesca, delle galere che 
erano slate fracassate dalla armata veneziana di Smirne e di Scio e 
minutissimamente di ogni cosa. Di più disseci che di Babilonia erano 
fuggiti 200 turchi spahi in Persia, e promettevano al serenissimo re 
di Persia, che se volesse inviare solo 12 mille uomini la città si sa- 
rebbe resa, perchè era sprovveduta di presidio, eia miglior soldatesca 
era stala levata dal Gran Signore, e li più peggiori gente inesperta 
era restata. Di più disse che il serenissimo re aveva ordinato che il 
Khan Solimano qual sta non molto lontano di Babilonia, stesse appa- 
recchiato, e lo stesso a quello di Erivan, di Tauris, di Sciamachia ed 
altri che stassero lesti. Disse di più che il gran Signore scrisse al se- 
renissimo re di Persia, per genti, ma la S. M. non si contentò. Ogni 
dì ci mandava a riferire minutissimamente quanto faceva la serenis- 
sima Repubblica. 

Di più il lyian ci disse che S. M. mandava un esercito verso il re- 
gno di Conducar per ricuperarlo unito insieme col gran Khan di 
Tartaria Olbeco qual fu scacciato dal suo paese dal re Gran Mogol, 
ma con l'aiuto del re di Persia lo ricuperò cacciando di nuovo gl'In- 
diani, ed in quel tempo morì il re di Mogol ed il regno si divise 
in quattro figliuoli; ed il minor nato è il più vivace, più belli- 
coso degli altri fratelli e più amato e riverito , non si contentò 
della parte lasciatagli dal re Mogol suo padre, levò l'armi contro il 
suo fratello maggiore, come ancor fece contro il suo padre vivendo; 
il che vedendo il redi Persia si risolse tentar di ricuperare quel re- 
gno insieme unito con il gran Khan Olbeco, vedendo gli figliuoli 
del Gran Mogol disuniti, molti anni sono che cercava questa oc- 
casione tanto più vedendo che il gran Signore aveva che fare colla 
serenissima Repubblica, perchè quando lui voleva andare sopra il detto 
regno il gran Turco gli dava addosso, e quando voleva ricuperar Ba- 
bilonia il gran Mogol gli dava ancor lui addosso, e cosi non potea 
né l'uno né l'altro ricuperare. Ma avendo l'occasione tanto per la 
morte del gran Mogor, quanto per la guerra che aveva il gran Turco 
contro la serenissima Repubblica, si deliberò di tentar la fortuna, ma 



credo come dicevano i Persiani che quella guerra finirebbe presto, e 
tutti e particolarmente li grandi dicevano che col ritorno dell'eser- 
cito da quella parte dell'India andrebbe per ricuperare i luoghi oc- 
cupati dal gran Turco. 

Li 29 aprile partissimo per la marina e vi giunsimo li 5 di maggio; 
ci trattenessimo dalli 5 di maggio alli 12 giugno, allora ci imbarcas- 
simo, li 25 facessimo vela verso Astracan, ma volendo così la Divina 
Maestà fossimo costretti a ritornar al luogo dove eravamo partiti pel- 
li venti contrarli e poco mancò che non s'affogasse la barca. Li 28 
per grazia di Dio facessimo di nuovo vela e giunsimo li 6 di luglio 
all'acqua dolce, ed in detta acqua navigassimo 5 dì. Io mandai il mio 
interprete con un nobile polacco in Astracan, al palatino di detta 
città, e lui ci mandò 2 barche piccole perchè la barca grande non 
poteva andare per esservi poca acqua. 

La domenica mattina 29 ci vennero incontro molti nobili moscoviti 
e soldatesca che quivi si ritrovava in Astracan ; li 29 partissimo di 
delta città provvisti di ogni cosa necessaria al viaggio come barca e 
soldati per la Volga, 60 leghe da Astracan. Li 15 agosto giunsimo in 
Saricina città sopra la Volga, 70 leghe da Astracan. L'istesso giorno par- 
tissimo per Saraton, 20 leghe da Saricina, ivi giunsimo li 29, e li 13 
di settembre giunsimo in Samaria dove siamo stati molto ben trat- 
tati dal Palatino di quella città. Di Samaria a Simbir, # a Tetiuschi, 
li 4 di ottobre a Gazan e li 6 partissimo e giunsimo li 14 di ottobre a 
Cosma e Damiano e Vailgoroda li 19. Li 25 giunsimo a Nisni No- 
vogorod che fu domenica, li 3 di novembre giunsimo in Murorn e li 
8 a Vladimiria e li 19 giunsimo a Mosca residenza e sedia del gran- 
duca di Moscovia, ove fui ricevuto con grandissimo onore ed affetto, 
visitandomi li due cancellieri da parte del granduca offerendomi 
quello m'era necessario. 

Li 5 di dicembre partissimo di detta città e giunsimo in Smolensco 
città del serenissimo re di Polonia, ove mi fermai tre settimane per 
li pericoli delli Cosacchi. Li 8 di gennaio partissimo per Cracovia ove 
giunsimo li 8 di febbraio, e li 13 ebbi udienza da S. M. il re di Polo- 
nia e resi le lettere del serenissimo re di Persia. 

La strada più breve per andar in Persia di qua è per la via di 
Aleppo, ovvero pel mar Nero imbarcandosi a Caffa per laMingrelia, 
non trovandosi comodità per imbarcarsi in Caffa per Mingrelia si tro- 
verà per Trebisonda. Di Mingrelia nel stato del re di Persia in tre 
settimane si può entrare per la Moscovia. Bisogna aspettare il tempo 
opportuno perchè il fiume nella primavera è troppo grande , d'in- 



verno è congelato, e gravi sono i pericoli dei tartari, mongoli, e dei 
cairn u eh i , inimici comuni delli moscoviti: all'andar sarebbe facile 
ma al ritornar diffìcile. Questo è quanto per la brevità del tempo 
posso narrare a Vostra Serenità circa il mio viaggio. 

Di Vostra Serenità 

Devotissimo Servitore 



Espositioni Secreto . 



Fra Antonio di Fiandra Domenicano. 
Sta a ss. Giovanni et Paolo. 



I» OC UJIIEUTT O 1*1. 



29 marzo 1649. 

Serenissimo Principe , 

Espedito che fui dalla Serenità Vostra con lettera ed ordini per la 
reale Maestà di Persia , per procurare da lui la guerra in Babilonia 
contro l'Ottomano, conforme alla mia promessa, con lui ho operato 
molto efficacemente sì per l'ordine avuto da S. S. come da Vostra Se- 
renità, ed anco per zelo della mia patria, che più caldamente mi ha spinto 
con ogni vigore e seguito durante il mio viaggio per Sorìa. Giunto in 
Aleppo mi sono infermato di grave malattia, che mi ha tenuto ag- 
gravato per lo spazio di mesi 5 con pericolo della vita; ma con l'aiuto 
del signore Iddio rilevatomi e convalescente ho seguito il mio viaggio 
e per nuova strada non frequentata mi sono condotto alle frontiere di 
Persia , con le mie robe per il presente , onde mi ha costato grande 
spesa, acciò non fossero aperte e vedute dette robe, e speso alla 
somma di 1430 reali da otto, a condurmi fino in Ispahan. 

Ora entrato nella terra del detto rey, alle frontiere mi fu subito 
domandato dal duque di quelli paesi chi io era e di dove venivo 
e dove volevo passare, non essendo costume per tal strada simili 
persone e tali robe venire. Li risposi esser mandato di cristia- 
nità, da quattro monarchi potentissimi cristiani, con lettere dirette 
alla maestà di Persia, onde il detto le volse vedere, lo mostratele, ini 
fece grande onore , trattenendomi 3 giorni , e intanto espedita una 
15 Bollettino Consolare, Voi III. 



226 

staffetta al rey, dandole conto come un tale veniva con tali negozi, e 
di poi mi lasciò passare con una persona sua che mi accompagneria 
al detto rey, essendo così il costume. Però bisognò che io li fassi il 
suo presente, il quale fu alla somma di reali n. 350 tra lui e suoi 
grandi, perchè così è costume per tutta la Persia e Turchia a cam- 
minar con li presenti, come credo che la S. V. sarà bene infor- 
mata di ogni cosa. 

Seguitò il mio viaggio onde mi condussi in Ispahan, e per la nuova 
che era andata, me viene ad incontrar tutti li franchi che la estano, 
e mi condussero in città con molto onor. Onde il visir mi mandò il 
capo di mehemendar a dimandare se era vero che io avessi tali lettere 
e se avevo presenti para el rey. Io le risposi non aver cosa niuna 
mandata da niuno, ma avendo alcune galanterie io comperate per 
queste parti che gliele presenterìa volentieri. Lui rispose che bene, 
e che sarebbe andato a dar nuova di tutto a detto granvisir. E cosi 
mi mandò subito il vitto della tavola del rey nelli vasi d'oro, per el 
spazio de 8 giorni; dapoi mandò reali 450 dicendomi che mi espe- 
sassi da me, e mi disse che mi mettessi in ordine che un di questi 
giorni sarebbe venuto a levar me all'udienza, e che preparassi il 
presente che avevo da fare al rey, e che facessi copiar le lettere che 
aveva da presentare in scritto persiano. Questo fu gran favore di Dio 
che el me ordinasse a me, perchè se le riceveva così e le avesse man- 
date ad altri franchi per interpretare, li erano tali che altro non de- 
sideravano perchè la coda di Francia arriva fin qui , e quelli che 
manco si eslimano e che paiono sancti sono quelli che estano 
qui, para avvisar il tutto , come volevano fare volendo corrom- 
pere il mio mullà, sive escrivano persio, che li dasse le copie del 
tutto. Maio accortomi, operai tanto sicuro e cauto che non hanno 
avuto il loro intento. 

Tutte le lettere che io avevo degli altri principi, il principe fece che 
io le presentassi essendo lui insieme con me, questo per non aver 
lui con chi poterle accompagnare essendo in grandissima calamità e 
miseria; e qui dando lettere bisogna anco le si porti in compagnia. Le 
presentai colla istruzione del pontefice insieme tutto in scripto, es- 
sendo la udienza in pubblico, e per non aver tanto a parlare, così si 
fece onde passò bene tutto il negozio. 

A cabo di altri 8 giorni il detto mehemendar mi venne a levare e 
condurre davanti al rey in udienza, e comparso le presentai in mano 
del proprio rey tutte le dette lettere ed istruzione, insieme con il 
presente, il quale era portato da 24 uomini essendo pel valore di 



227 

4500 reali. Fui ben visto dal rey e dal gran visir e da tutti li grandi 
della corte, e con cortesi parole disnando in sua tavola con lui e visir 
e grandi del regno, disse a me poi che altra volta mi avrebbe chia- 
mato all'udienza e convito in questo tempo. Seando la audienza del 
visir, con il presente suo, qual era della summa de trescientos eses- 
centa reali in circa, ed un'altra copia dell'istruzione, acciocché anche 
lui a parte potesse veder e saper el tutto, sebbene egli fa tutti li negozi 
del reino, essendo il re giovane di anni 18 in circa. Qui anco si ebbe 
cortese risposta, si diede il suo presente al suo partir acciò si potesse 
aver l'ingresso libero, avendo a trattare più volte con il detto visir. 

A cabo di altri 15 giorni in circa el rey mi mandò a casa il mio 
presente per il mehemendar il quale era in danaro 750 reali ed alcune 
pezze di seta con oro ed altre senza ed alcuni telami, le quali robe 
diceva il detto mehemendar valere settecentos et cincuenta reali, sic- 
• che il tutto tra roba e soldi sommava 1500 reali; ma volendo io ven- 
dere la roba per bisogno di denari per le spese fatte, non mi davano 
la metà di quello diceva il mehemendar. Di che le conservai e me 
ne servii per altri presenti che avevo a fare, e non ne tirai niun pro- 
fitto de le. Mi mandò anco insieme la ghalata regia, cioè veste, e 
disse che fra pochi giorni mi verrebbe a levare all'udienza; e da li 
a 5 giorni mi chiamò all'udienza del rey, gli portai un altro pre- 
sente del valore di reali 225; mi diede le risposte dicendo che rive- 
risci le EE. VV. da sua parte; mi dimandò poi per quale strada 
volevo partire, io gli risposi non aver altra strada che per Mosco- 
via, ovvero India, ora la più breve era per Moscovia, onde al detto 
principe chiesi per favore lettere pel granduca di Moscovia, e lui 
cortesemente mi rispose volentieri; ma in questo darmi la detta 
lettera e passaporto passarono altri due mesi, per cagione di al- 
cuni emuli che portarono ogni risposta e spedizione a mesi 4, 
avendo fatta molta spesa per il vitto di mia tavola per detti mesi, 
reali 480 presente per il detto mehemendar, reali 230 per altra spesa 
di servitori, e quello che portò il vitto del rey con el mio presente 
e la ghalata, il mio dragomano, mullà sive escrivano persico, ed altri 
che son molto lungo mettere in carta mi andò reali 620. Per ca- 
valli, tappeti, pavoni, ed altra spesa per il mio viaggio me andò 460; 
onde avendo fatta tanta spesa ed essendo con pochi denari e viaggio 
lungo da fare avendo 10 cavalli, chiesi al rey alcun viatico onde mi 
mandò altri 750 reali, ma questi non è bastanti al viaggio che finora 
ho fatto, oltre ad alcuni vestimenti fattomi per comparir all'audienza 
pel valor di 470 reali, per un presente fatto a colui che mi condusse 



228 

in Moscovia, e spesi altri 220 reali pel viaggio da Ispahan fin ora pre- 
sente, e pel mio vitto reali 450 che è stato questo el corso di mesi 7. 
Sicché mi trovo di sotto da 7000 reali in circa, ma al capo di 4 giorni 
dalla mia partenza da Ispahan mi incontrai in un tale Giorgellis am- 
basciatore della sacra maestà di Polonia, che Dio volesse non avessi 
mai veduto per essermi stato di notabilissimo danno, e da Sua 
Maestà medesima ne avrà V. S. informazione del tutto, perchè io 
glielo scritto, e poi con la mia venuta più oltre saprà ogni cosa; ora 
rivolto addietro accompagnatolo in Ispahan con ogni onore, si per la 
maestà di Polonia come per aver seco una lettera del serenissimo de- 
funto Enrico, dipoi rivolto il mio viaggio venni fino la porta sopradetta 
di Moscovia, ma per alcun negozio scoperto sono tornato addietro es- 
sendo stata data mala informazione alli Moscoviti, ed essendo zente so- 
spettosa perfida e mal fida , non mi hanno permesso il passaggio 
per la sua terra. Onde ritorno per via d'India la quale sarà per 
lo spazio di 15 mesi in circa con mio grandissimo dispendio oltre 
il speso. Questo io non dico per essere rimborsato di alcuna cosa, 
ma lo dico solo acciocché sappi la Serenità Vostra che li sdn 
buon suddito, e quello che li ho promesso per amor della patria e 
per mantenere l'onore ed il decoro di Vostra Serenità e della 
cristianità ho fatto, ed osservato la mia parola, e la manterrò se 
dovessi vender la camicia e me stesso ancora, e con il mio ar- 
rivo in patria vederà il tutto che io avrò operato, ma anco avanti 
sentiranno le nuove come sarà eseguito ogni cosa, e con altra mia 
per altra via significherò più volte a Vostra Serenità il tutto e 
per fine riverentemente genuflesso le bacio il manto d'onore. 

Di Sciangai il dì 24 aprile 1648. 

Supplicherò riverentemente V. S. far noto il tutto alla Santità 
di N. S. acciocché lui ancora sappia quanto si opera in questa 
corte conforme li suoi ordini, senza preterire niun punto anzi con 
il mio dispendio ho sostenuto e mantenuto la riputazione ed onore 
che a Sua Beatitudine si conveniva, traendone dal tutto frutto e 
profitto buonissimo, che fra poco tempo per quanto si parla qui 
lo vederà, e con altra mia per altra via sarà di ogni cosa informato, e 
poi al mio arrivo molto più oltre. E riverentemente me inchino. 
Di Vostra Serenità 

Umilissimo et devotissimo servitore et schiavo 
Domenico De Santi q.m Luca. 
Esfos. Principi secreta. 



229 
H01?l * MENTO SLI1. 



1661 (1860 m. v.) 22 gennaro. 

Al re di Persia. 

Agli ingiusti travagli che tuttavia ci fanno risentire i Turchi, re- 
siste la Repubblica nostra con costanza generosa, e prepara per la vi- 
cina ventura campagna ogni vigorosa provisione, particolarmente per 
la parte di mare, mirando ad occupare con la necessaria prevenzion 
il posto importantissimo dei Dardanelli con buon numero di navi. 
V. M. da tutti tanto stimata, non solo per la propria potenza, ma per 
il valore delle sue armi, aquisterebbe appo il mondo un merito sin- 
golare e gloria insigne al suo nome, se con le sue forze si disponesse 
ad abbattere l'Ottomano comune nemico. Molte buone congiunzioni e 
la pace universale già segnata in cristianità aprono la strada a for- 
tunati successi ed a grandi vittorie, mentre sono tutti i principi 
disposti a secondarle. Abbiamo voluto portare alla M. V. queste 
notizie, acciò comprenda la buona opportunità che se le offerisce di 
abbattere così fieri nemici; confìrmandole con tale incontro la nostra 
antica osservanza, e la confidenza che si tiene di riportare dalla sua 
gran mano ogni più valida assistenza: sicura la M. V. della memoria 
grata e perpetua che sarà per conservargli la Repubblica con desi- 
derio di corrispondergli con sinceri testimoni di stima, augurando 
intanto alla M. V. il colmo di ogni grandezza e prosperità. 

De si 79 

De no 

Non sinceri 3 

Senato Corti. R.37 . 



230 

DOCUMENTO LUI. 



1662, 10 giugno. 
Serenissimo Principe , 

Io Aranchies Vartapiet, arcivescovo d'Armenia maggiore, racco- 
mandato alla S. V. ed a tutti i principi cristiani nel passaporto del- 
l'em.mo Chigi, essendomi stato illuminato il cuore nel conoscimento 
della vera fede, e però andato a Roma a confessarla nelle mani del 
sommo Pontefice, desiderando colle opere di confessarla e cono- 
scendo la Serenissima Vostra Repubblica di Venezia religiosissima, e 
ehe più di tutti li principi cristiani con la confessione e con le armi 
la sustenta, humilmente espongo: 

Con l'occasione che supplico passaporto, dovendo passare per la 
Persia, ed avendo stretta intelligenza con quella Maestà, se fosse con- 
ferente agli interessi della S. V. di trattar lega con quel re a danni 
dell'Ottomano, mi offerisco di praticarla, assicurando la Maestà di 
certa lega ed unione colla Ser. Rep., supplicandola di secretezza in 
questo affare, perchè li Armeni che sono in Venezia inimici degli 
Armeni cattolici ed a me mimicissimi, a quale hanno l'occhio, per 
esser persona la prima dopo il patriarca d'Armenia, onde se sapes- 
sero alcuna cosa avviserebbero e mi leverebbero la vita per strada. 
Benché mi sarebbe caro di perderla per la fede e per la Ser. Rep., 
le sicurezze che io ho e l'inclinazione del re di Persia a questa lega 
mi certificano, e le espressioni a me fatte mi necessitano della sicu- 
rezza del fine. 

Nel passaporto supplico la S. V. raccomandarmi a tutti e special- 
mente al suddetto re. Ricevendo la S. V. la mia esibizione, si com- 
piaccia farmi dar braccia sei di soprarizzo d'oro per donar al re, 
perchè da questo conosca quella Maestà le commissioni delle S. V. 
e un poco di danaro per far il viaggio. Le difficoltà che si hanno 
per passar nel paese dell'Ottomano sono benissimo note. Io non ho 
difficoltà alcuna del passaggio, e se paresse alla suprema prudenza 
della S. V. far che alcuno si accompagni con me con commissioni 
più secrete, sarà sicurissimo. 

Protestando al sig. Dio e alla S. V. che in questo viaggio questo 
affare avrà buon fine o morirò martire per la santa fede e per questa 
Ser. Repubblica. 

Filza Corti, 66. 



231 
DOCUMENTO MV. 



4662, 10 giugno in Senato. 

Al re di Persia. 

È in cammino per queste parti Aranchies Vartapiet arcivescovo 
d'Armenia maggiore, e presentandosi occasione di rinnovare la me- 
moria a V. M. del pubblico cordiale affetto, mancheressimo, non fa- 
cendolo, all'ardore dello stesso desiderio che nutrisce verso di lei la 
nostra Rep. sempre con sentimenti particolari di stima grande e di 
amicizia vera. Udrà dalla viva voce di lui quello che dai nostri cuori 
ha potuto ritrar più al vivo nel discorso. Sieno però le presenti a 
ritratto di un'ottima disposizione; e se combattuti noi da gran ne- 
mico, più si cimentamo, giusti mantenitori del dominio nostro, vaglia 
ciò per pegno al mondo di una sincerissima volontà, ed a lei queste 
lettere di una immutabile osservanza che nei presenti tempi brame- 
ressimo poterle avvicinare con altrettante prove, quanto uniti se le 
trovamo sempre coll'anima e coll'affetto, pregando a V. M. per fine 
lunghezza d'anni e felicità di avvenimenti. 

Affermativi 113 

Negativi 1 

Non sinceri 2 

Verdizotti Segretario. 

Colla parte del Senato 10 giugno 1662 fu poi stabilito che si des- 
sero all'arcivescovo oltre alla presente lettera zecchini 50 per una 
volta tanto, per spese di viaggio, stante la molta sua povertà, e per 
contrassegno di conosciuto merito. 

Filza Corti, 66. 



DOCUMENTO I/%\ 



1673, 19 luglio. 

Per comando delle Eccellenze Vostre trasferitomi io Pietro Fortis, 
dragomanno pubblico, nel convento dei santi Giovanni e Paolo, dove 
si attrovano li padri domenicani venuti di Persia, nominati Maria di 



232 

san Giovanni, e Antonio di san Nazaro, parlando in turco, ai quali 
dissi di aver le Eccellenze Vostre inteso il loro arrivo in questa città 
con qualche commissione del re di Persia, che saranno ben veduti, 
desiderando Sue Eccellenze d'intendere quali sieno gli ordini che 
tengono. Risposero render umilmente ed ossequientissime grazie 
alla Maestà pubblica, che si è compiaciuta degnarsi di ricercar di 
loro, et dissero essere tre anni che sono partiti dalla presenza del re 
di Persia, con lettere dirette al ser.mo principe di Venezia, tre per 
la sede apostolica, una pel re cristianissimo, ed una pel granduca di 
Fiorenza. Essere partiti per via di Moscovia, ma per le guerre d'al- 
lora aver convenuto fermarsi nel viaggio 22 mesi, che poi liberatosi 
il paese continuarono il loro viaggio, e passando per la Germania ca- 
pitorno qui dopo un lungo e disastroso viaggio. 

Ricercati da me se hanno qualche cosa da dire oltre alle predette 
lettere, dissero che già 4 anni fu spedito dalla sede apostolica con 
i itolo di ambasciador di S. Santità. Matteo arcivescovo di Naschiwan 
dell'ordine di san Domenico con lettere al medesimo re, alle quali ri- 
sponde, come pure ebbe lettere di Sua Serenità al medesimo re, e 
quelle che s'attrovano avere, sono le risposte. Mi dissero non aver 
d'avvantaggio, rimettendosi alle lettere e supplicando bene Vostro Ec- 
cellenze delle risposte che così hanno commissione dal re, perchè 
continui la buona corrispondenza colla Ser. Rep. instando d'esser 
spediti con celerità. 

Aver nel viaggio così lungo patito molto e con un dispendio sopra- 
grande, su di che si raccomandano alla somma benignità delle Eccel- 
lenze Vostre: instando pure di essere provveduti perchè possino far 
il viaggio per Fiorenza, che di là poi si porteranno a Roma e Parigi. 

Tanto ho ricavato dai medesimi, in ordine ai comandi delle Eccel- 
lenze Vostre, 

Esp. Principi. 



DOC'UUIEXTtfl I/VI 



Serenissimi Signori , 

Richiedevano le mie obbligazioni che in propria persona fossi ve- 
nuto a render le dovute grazie a questo ecc.mo senato, ma la mia 
senile età, la lunghezza del viaggio, li gravissimi pericoli che si in- 



233 

contrailo, mi impediscono e la soddisfazione del mio debito e la 
esecuzione del mio desiderio. Glie però quel tanto non mi è per- 
messo far di persona vengo a farlo colla penna, significandogli, 
come dopo gravissimi pericoli e di mare e di terra, singolarmente 
in Erzerum dove fui accusato per spia, giunsi in questa mia pro- 
vincia e da qui poi mi trasferii in Ispahan, dove ritrovai appunto 
giunto l'ambasciatore di Polonia. Per molti affari del re fu ad am- 
bidue procrastinata l'udienza per tre mesi. Venuto poi il tempo pre- 
sentai le lettere delle Vostre Signorie Eccellentissime quali furono 
affettuosamente ricevute, et poi con la maggior efficacia possibile 
esposi la mossa della guerra contra del turco Ottomano conforme 
l'impostomi dalle Eccellenze Vostre e fui benignamente ascoltato. Mi 
domandò poi il re minutamente di tutti i principi cristiani, del loro 
numero, grandezza e potenza ; e di codesta Ser. Rep. dissi quel tanto 
che in verità si doveva che non era ad altri inferiore. Per ottenere 
poi l'espedizione sono stato trattenuto sette mesi. La causa di tanta 
dilazione fu la nuova che sopraggiunse della resa di Gandia dal re 
sentita al maggior segno, che mi disse queste parole: 

Come! principi cristiani m'invitano alla guerra col turco, mentre 
essi hanno resa una piazza tanto tempo difesa, quasi che temano della 
loro propria potenza ? 

Non mancai far ogni sforzo per giustificar questo fatto, procu- 
rando di renderlo capace nel miglior modo fosse possibile. 

Circa agli interessi della mia provincia ho ottenuto, mercè l'inter- 
cessione di Vostra Serenità, quanto per addosso desideravo. È ben 
vero che assai più avrei ottenuto se non fosse stato l'accennato di- 
sturbo di Candia. Intorno al negozio della guerra non mi ha dato 
risposta alcuna a bocca, dicendomi che nelle lettere risponsive si 
contenevano li suoi sentimenti; che però consegnatemi le lettere di- 
rette a questo ecc.mo senato, insieme colle altre dirette al sommo 
pontefice, mi comandò che per due dei miei frati a posta le inviassi, 
acciò avessero sicuro recapito, e che colle scritture non toccassero i 
passi dell'Ottoman, ma che si inviassero per la strada di Moscovia, 
e che si accompagnassero con il suo ambasciatore quale egli inviava 
al re di Polonia. Tanto appunto eseguisco inviando per i miei frati alle 
Signorìe Vostre Eccellentissime l'accennate lettere con affezionalissimo 
rendimento di grazie, promettendomi dalla loro benignità ogni pos- 
sibile aiuto, in ogni altra occorrenza e bisogno di questi poveri cat- 
tolici, posti nel mezzo di tanti voracissimi lupi di scismatici ed in- 
fedeli, che fanno del continuo ogni sforzo per divorarli. E però le 



234 

mie forze non sono sufficienti per difenderli se non vengo aiutato 
dalla pietà dei cristiani principi, e singolarmente da codesta Ser. Rep. 
che in pietà ogni altro eccede. Raccomando alla vostra benignità 
questi due padri, che invio; mentre per fine profondissimamente me 
le inchino augurandogli dalla Divina Maestà ogni bramata pro- 
sperità. 

Da Naschirvan provincia dell'Armenia maggiore 10 agosto 1670. 
Delle Vostre Signorìe Serenissime 

Umilissimo ed obbedientissimo servo 
Fra Matteo Avanisens 
Arcivescovo di Naschirvan. 
Esp. Princ. Filza Sì '. 



DOCUMENTO IìVII. 



Laudato sia il grande e onnipotente Iddio. 

Potentissimo , maestosissimo ed altissimo principe , padrone e 
possessore del vasto dominio veneziano, signore e monarca di gran- 
dezza, maestà, giustizia e magnanimità, serenissimo possessore del 
manto della gloria, potente dominatore fra li re cristiani, di carità 
e di equità che non ha pari, qual s'assomiglia all'oceano che non 
ha paragone nella immensità, essendo nota a tutto l'universo la sua 
grandezza e potenza. 

Dopo di che le portiamo colla presente che avendo la Serenità 
Vostra inviate sue da noi stimatissime lettere, per mano di Matteo 
vescovo di Naschirvan, dirette alla felice memoria del potentissimo 
nostro padre che ora gode stanze serene e gloriose nel paradiso ; 
quali lettere sono state invece di lui a noi presentate, ed intesone 
il contenuto, alle quali si è fatta quella stima che meritano le gran- 
dezze cospicue di chi le ha inviate. 

E sopra il motivo della raccomandazione perii popoli cattolici, della 
credenza di Gesù che si attrovanonel nostro dominio, acciò godino tutte 
le immunità e privilegi, abbiamo comandato che pertutte le città, ca- 
stelli, terre e villaggi dove vi sono abitazioni sieno rispettati ed ono- 
rati, comminando che non li sia inferita molestia alcuna: anzi per 
maggiormente far palese la stima che facciamo delle raccomanda- 



235 

zioni di Vostra Serenità, abbiamo comandato che attivandosi in qual 
si sia castello e villaggio alcuno dei sopradetti , molti o pochi dei 
sudditi cattolici in molto o poco numero, a causa di loro restino 
anco immuni tutti gli altri di qualsivoglia condizione o setta, e ciò 
per esservi colà abitanti cattolici; e questo perchè si veda la nostra 
intenzione che è sempre per incontrare nelle soddisfazioni di un 
principe così a noi amico, al quale professiamo osservanza non or- 
dinaria. Ma nonostante le immunità ed esenzioni da noi concesse ai 
popoli non solo cattolici, ma anco agli altri abitanti in quelle terre e 
castelli, hanno essi voluto colla direzione del suddetto vescovo Matteo 
contribuire un semplice segno di ricognizione al mio erario come 
dominante, e questo per goder perpetuamente le concessioni da noi 
fatteli , dove per consolarli abbiamo così confermato. Onde con 
questo decreto restano immuni da qualsivoglia altra contribuzione, 
cui per l'avanti soccombevano, non solo all'erario regio, ma anco alli 
rappresentanti che colà si attrovano e che per l'avvenire vi saranno; 
quali dovranno in tutta puntualità adempire ed eseguire i nostri co- 
mandi nel ben governarli, proteggerli e difenderli da qualsivoglia 
molestia, i quali popoli potranno a loro piacere e con sicurezza atten- 
dere ai loro negozi. Abbiamo avuto notizia come la guerra che ver- 
tiva sopra l'isola di Candia con l'Ottomano resti ora cessata, ed il tutto 
aggiustato con la pace stabilita e convertita in buona amicizia, ed 
attrovarsi al presente la predetta isola di Candia in potere del mede- 
simo Ottomano e restate sopite tutte le differenze. Nonostante però se 
nell'animo della Serenità Vostra insorgesse altro di nuovo sopra 
ciò, la preghiamo che senza alcun rispetto o riguardo si compiaccia 
darci avviso e manifestarci l'animo suo, assicurandola di una pron- 
tezza nell'abbracciare e poner in esecuzione quanto ci dirà e quanto 
desidera. 

Nel resto le preghiamo dal Signor Dio tutte le felicità, prospe- 
rità e grandezze maggiori. 

Sigillo del re di Persia Suleiman. 

Pietro Fortis 
Dragomanno pubblico. 
Esp. Princ. Filza 40. 



236 

DOCUMENTO LVIII. 



Relazione presentata al senato dal dragomanno Fortis intorno al col- 
loquio da esso tenuto coi padri domenicani venuti dalla Persia. 

Serenissimo principe , 

Avendo fatta istanza i padri domenicani, venuti dalla Persia, a voler 
conferire con me Pietro Fortis, alcuni particolari da portarsi alla 
notizia di Vostra Serenità, ne diedi parte agli ecc. Savj dai quali 
comandato di riferire tutto ciò che dai medesimi sarà rapportato, 
dissero: 

Che il viaggio loro benché sia stato lungo, ad ogni modo questi 
tre anni non sono stati spesi sempre nel cammino, ma bensì per 
esser stati fermati nelli confini della Persia e Moscovia 22 mesi con- 
tinui, per causa delle guerre con alcuni ribelli del moscovita, e che 
fu comandato alli medesimi padri dallo stesso re con ordine espresso 
di non progredire il viaggio se prima non ricevevano altre commis- 
sioni , dubitando che arrestati o svaligiati in qualche parte per le 
turbolenze insorte potessero perdersi le lettere che tenevan per la 
Serenità Vostra e per altri principi. 

Furono fermati medesimamente in Polonia più di tre mesi, non 
permettendoli di passar oltre quei comandanti, e ciò per non aver 
lettere del re di Persia dirette a quelli; ma capitato poi l'ambasciatore 
Polacco, si levarono di là e proseguirono il loro cammino. 

Nel discorso che tenne il medesimo re di Persia con l'arcivescovo 
di Naschirvan prima della loro partenza, fu sopra ogni altro principe 
della cristianità esaltato il nome della Serenissima Repubblica di 
Venezia, riguardevole a tutto il mondo, ma particolarmente per aver 
sola contro la potenza dell' ottomano imperio, non solo sostenuti 
gli incontri tanti anni, ma desertati tanti paesi, ed ottenute tante 
vittorie contro il medesimo, colla distruzione delle sue armate ma- 
rittime, il che ha reso stupore a tutto l'universo. Dagli avvisi che ca- 
pitarono in Persia si seppe la pace seguita, e sebbene l'isola di 
Gandia rimase in potere del Turco, fu però col cambio di altri Stati 
e particolarmente di alcune piazze invece dell'isola predetta, rimaste 
sotto il comando della Repubblica. Ma che però la pace non poteva sus- 
sistere stantechè i principi cristiani avrebbero mosse le armi al 



237 

Turco per la ricupera del detto regno. Esser molto tempo che il 
Persiano nutrisce stimoli di vendetta contro l'Ottomano; ma la tre- 
gua seguita fra loro nella presa di Babilonia, di 30 anni, con giura- 
mento solenne lo obbligava all'osservanza. E benché spirata setto 
anni or sono, furono tante le cause di ambe le parti che si prorogò da 
se stessa; perchè il Persiano occupato nella guerra con il Magor per 
la contesa di Gonducar, fortezza di considerazione nei loro confini, 
ed il Turco impegnalo in quella di Gandia, fu cagione che ambidue 
simularono l'odio implacabile che verte tra queste due nazioni; ma 
l'assunzione al trono del regnante re d'età d'anni 28, con desiderio 
di riavere il perduto e restituire al nome persiano l'antico splendore, 
che sempre nei tempi andati fu superiore al Turco, lo stimula ad 
una generosa risoluzione, annuendo pure alla sua inclinazione i go- 
vernatori delle provincie, nelle quali sono investiti dalli re in forma 
di feudo e vi continua la successione nei loro pos'teri, non come i 
bassa dell'Ottomano che di niente e senza meriti vengono innalzati 
al comando il quale appena principiato svanisce, e finisce senza me- 
moria e senza posterità. 

Vive dunque nella Persia la brama di cimentare le armi contro il 
Turco, e si andava disponendo l'armamento con gran coraggio, 
essendo capitati avvisi ai detti padri in Polonia della mossa di 
60,000 cavalli con altri ancora che si attendevano dalle provincie 
più lontane, oltre la provisione che si faceva di fanteria, benché lo 
sforzo di quella milizia consiste nella cavalleria. Essersi già pub- 
blicamente promulgata la intenzione del Persiano, disponer Y armi 
contro Y Ottomano ; essere seguite alcune fazioni nei confini di 
Erivan. La ribellione di un bassa turco , ricoveratosi sotto il 
Persiano, e mediante quella di un comandante persiano portatosi 
nello stato del Turco colle continue scorrerie che si fanno in quei 
confini, come pure la invasione dei cosacchi con saiche nelle paludi del 
mar Nero verso la Tana, che obbligava il Turco a spedir colà l'armala 
di galere. L'unionepoi del Moscovita e del Polacco contro del medesimo 
Ottomano, lo potrà metter in grande apprensione, poiché l'invasione 
che possono far nel marNero, con il mezzo dei cosacchi con le saiche in 
forma di barche armate con 70 o 80 soldati armati per ciascheduna 
può opprimerlo molto, mentre lo sforzo dell' alimento di Costanti- 
nopoli d'altra parte non gli è permesso, che da quel mare, poco 
d'altrove avendone rispetto al bisogno di una così grande e po- 
polosa città. Le qual saiche possono con facilità impedire alli 
vascelli che transitano per quel mare F ingresso nel canale di Co- 



238 

stantinopoli come altre volte è seguito, e che pose in gran costerna- 
zione il Turco; sicché invaso nel mar Nero, molestato per terra nelle 
Provincie di Valacchia, Moldavia e Transilvania, possono senza diffi- 
coltà gii aggressori inoltrarsi fino a Costantinopoli, non vi essendo 
fortezze né passi che lo impediscano, per aver anco uniti al loro par- 
tito buona parte di quei tartari che non obbediscono al gran Khan 
di Tartaria e che solo mirano al loro provecchio colla speranza di 
gran bottino. 

L'esibizione del re di Persia fatta alla Serenità Vostra non es- 
sere senza gran fondamento, mentre stimate da lui queste forze 
nella cristianità maggiori di qualsiasi altro principe, si prefigge che 
possono far molto per mare e reprimere qualsivoglia tentativo del 
medesimo, perchè oppresso per terra dall'esercito polacco e mo- 
scovita, invaso dai medesimi nel mar Nero, che sarebbe un trafig- 
gerlo nelle viscere più interne, assalito dal Persiano nell'Asia, e lon- 
tano dalli soccorsi, combattuto nel mar Bianco dalle armi di Vo- 
stra Serenità , portandosi le armate fino ai castelli dello stretto, 
caderà inevitabilmente quella potenza che con tirannide possedè 
tanti regni e che va occupando alla giornata li Stati altrui. 

Essere il Persiano propenso molto nell'incontrare le soddisfazioni 
della Serenissima Repubblica, e va meditando il modo di far cono- 
scere il suo desiderio e di impiegare le sue armi a prò di questa , 
facendo gran capitale della medesima, per il beneficio che ponno 
ricevere con tale unione gli interessi di quella corona, come pure la 
Serenità Vostra. 

Ma perchè quel principe non è come gli altri più vicini, e che si 
internano cogli avvisi nel comprendere lo stato degli altri, sarebbe 
molto giovevole agli interessi di Vostra Serenità e della cristia- 
nità tutta, che si compiacesse spedire qualche persona pratica a quel 
re colla istruzione di quello che ricerca lo stato presente delle vi- 
cende che corrono : perchè né il vescovo suaccennato, né altri di 
quel paese non avendo il filo e la notizia delle cose d'Europa, e di 
quello ricerca il bisogno non ponno e non sanno rappresentare a 
quel re, benché istrutti, una minima parte di quello che farebbe una 
persona versata in affari simili, perchè al sicuro indurrebbe quel 
rea deliberazioni molto giovevoli alla cristianità e sarebbe gradita 
al maggiore segno, essendo stato già in altri tempi fatta simile spe- 
dizione dalla Serenità Vostra, come pure capitarno qui ambasciatori 
di quel re. 

E perchè la mossa delle armi persiane contro il Turco può cau- 



239 

sare che resti preclusa la via al commercio per la Turchia delle 
merci che capitano a questa piazza dalla Persia, si potrebbe, come 
il re lo desidera, avere reciproco concorso colle flotte da Ormuz o 
d'altra scala in fìnoMoscovia, e di là poi con le carovane per terra per 
la Polonia e la Germania la condotta delle sete e d'altre merci pre- 
ziosissime, le quali si porteranno dai medesimi Persiani in questa 
città con più sicurezza, per mutarle in tante pannine d'oro e di seta 
e d'altre merci, come si praticava prima simile condotta con le navi 
d'Aleppo o d'altro scalo delle Sorìe; perchè se gli Olandesi e gli In- 
glesi ne vorranno, capiteranno in questa città a comprarne , e non 
avranno per l'avvenire quelle forme così vantaggiose da loro prati- 
cate nella compreda delle medesime sete a loro piacimento, per non 
saper quei popoli altrove esitarle, e lo facevano a vilissimo prezzo. 

Tanto mi dissero di portare alla notizia delle EE. VV. in ordine a 
quello è stato loro comandato. 

Reg. Esp. Princ. pag. 43. 



DOCUMENTO LI*. 



1673, 23 luglio, in Pregadi. 

Al re di Persia. 

Dai padri domenicani in Europa spediti da monsignor reverendo 
arcivescovo di Naschirvan, ci sono state rese in questi giorni lettere 
di V. M. ricevute da noi con quel contento che può esser ben con- 
cepito dalla conoscenza della stima rispetto ed affettuosa osservanza 
professata sempre dalla Repubblica nostra alla sua serenissima casa, 
e continuala alla sua imperiale persona, seeondo l'istituto dei mag- 
giori nostri, dell'assunzione della quale al trono colle più cordiali 
espressioni dei nostri cuori, ce ne rallegriamo; come alla perdita 
della Maestà del padre, contribuimo affettuoso sincero compatimento, 
consolandosi nel vederla compensata colla successione di sì degno 
erede, d'ogni più squisita prerogativa adornato. Li favori dalla M. V. 
impartiti nei suoi felicissimi Stati a monsignor vescovo di Naschirvan ed 
ai cattolici con il riguardo di esimerli da ogni aggravio, che da tenue 
volontario solo all'imperiai cassa, è degno effetto della sua generosità, 
che obbligando noi a'più sinceri ed efficaci rendimenti di grazie , 



2iO 

impetrerà dal grande Iddio alla degnissima persona e casa di V. M. 
la affluenza d'abbondanti concorsi di prosperi eventi, al singoiar 
merito che la adorna corrispondenti ed adequati. A' sudditi però 
di codesto serenissimo imperio saran nei stati nostri sempre e per 
propension propria nostra, e per corrispondere alle cortesissime de- 
liberazioni sue, prestato ogni miglior trattamento, assistiti li mer- 
canti nei loro negozi, e fattegli godere tutte le prove di affetto e 
dilezione, e quanto più abbondante sarà il loro concorso sarà tanto 
maggiore il nostro godimento, di poter con più copiosi efletti far 
conoscere la stima che per Vostra Maestà havemo, ed il desiderio di 
comprobargliela con effetti. Con grandissimo sentimento si ricevono 
pure li cortesi sensi della M. V. verso le cose pubbliche, che ad 
ogni occorrenza saran sempre corrisposti dalla Repubblica nostra 
con pari affetto e propensione alle grandezze e vantaggi del suo 
serenissimo dominio. 

Terminando le presenti col pregar a V. M. copiose prosperità e 
grandezze con incremento di gloriosi successi e lungo corso di 
anni felici. 

E da mo sia preso: che nel darsi nel collegio le lettere ai padri 
domenicani pel re di Persia, sian dal Serenissimo Principe spese 
parole che indicando la stima delle lettere e persona reale, dichia- 
rino soddisfazione e godimento per le loro espedizioni verso mon- 
signor vescovo di Naschirvan che li ha mandati. 

Sia pur deliberato che a' padri predetti che sono due con li 
compagni sia pagato il viaggio sino a Fiorenza che imporla ducati 
cinquanta. Edalli stessi, delti danari della Signorìa nostra sien dati 
in dono scudi d'argento cento per una volta tanto, che doveran es- 
serli fatti capitar dalli Savi del collegio con la notizia del deliberato 
per il viaggio, come meglio loro parerà. 

De parte 148 
De non 

Non sinceri 2 

Padavin Seg. 

Senato Corti. 



241 
DOCUMENTO ML. 



1695, 4 giugno. 

Al re di Persia. 

Quanto ha sempre la Repubblica nostra tenuto in considerazione 
di veri amici, e quanto ha professato di affetto e di particolarissima 
stima a tutti li degnissimi progenitori della M. V., altrettanto conosce 
opportuno e convenevole nella esaltazione di sua persona presente- 
mente al dominio di codesto celebre regno, portargliene un pieno te- 
stimonio con esprimergliene il contento del Senato di veder appog- 
giata la mole del governo alla grande sua direzione, che tale viene a 
ripeterlo il mondo tutto per le doti singolari che la adornano e che 
sono universalmente acclamate. 

A questo sentimento di nostra sincera inalterabile osservanza, non 
potemo non unire quelli delle speranze che giustamente concepimo, 
nella costanza e nel vigore coi quali da noi si versa, con profusioni 
d'oro e di sangue, per far argine alle vaste immagini della potenza 
ottomana di predominare l'universo intiero, veder anco dal canto 
della M. V. date le mosse ai proprii vittoriosi eserciti contro si po- 
tente inimico, per tener abbassato non solo il di lui fierissimo orgo- 
glio, ma per restituire a codesta corona quei stati che con violenta 
ed ingiusta usurpazione gli sono stati dal medesimo smembrati, onde 
vagliano le glorie di V. M. a divertire le vessazioni comuni, augu- 
rando noi al suo grande merito li avvenimenti più fortunati e le feli- 
cità più desiderabili, congiunte con lunghezza d'anni. 

De parte 125 
De non 

Non sinceri 1 

Senato Secreta. 



16 Bollettino Consolare, Vo! ìli, 



242 

DOCUMENTO MLI. 



Sia lodato il grande Iddio, 

Sia sempre benedetto il nome del potente Iddio, 

Sia lodato e salutato il profeta Macometto et suoi seguaci. 

Al sublime, eccelso, magnanimo signore, imperatore e monarca, 
supremo duce, glorioso, trionfante, cospicuo tra i più grandi impera- 
tori. A voi che siete il re più potente fra i nazareni credenti, ed ar- 
bitro degli affari tra i più maestosi principi della religion del Messia 
e di tutto l'imperio della cristianità, quello che porta sopra il capo 
la corona universale e possiede la fortuna di Alessandro Magno, pos- 
sessore del manto della gloria concessa ab eterno dalla maestà del 
sommo e potente Dio, signore che viverà in tutti i secoli glorioso e 
trionfante, che così le viene da noi augurato con tutta la credenza 
maggiore. 

Si porta li più sinceri, amichevoli, cordiali ed affettuosi saluti 
quali possono derivare dalla corrispondenza pronta di buon amico. 
Dopo di che si notifica alla S. V. e grandezza esserci perve- 
nuta una lettera scritta dalla sua magnanimità e presentataci in ora 
propizia da Antonio Doni, il quale ha in tutti i numeri adempiuto il 
comando che dalla sua sublimità gli è stato commesso, e dal quale ci è 
stata con tutte le forme più efficaci rappresentata la buona disposi- 
zione che la grandezza sua si compiace conservare verso di noi. 

In quanto a quello si pratica in questo stato intorno al succedere 
all'eredità delle facoltà dei fratelli, cioè quando un armeno abbracci 
la legge maomettana, è costume sempre mai continuato e però tale 
essendo non si può alterare la legge antica: così lo rappresentiamo 
alla sua notizia poiché costà non può esser cosa alcuna a lei nasco- 
sta; tuttavolta per levare qualsisia inganno o pregiudizio dei mede- 
simi si daranno ordini espressi ai giudici cui spetta, acciò questa 
nazione non abbi a soggiacere ad alcuna molestia, ma solo a quello 
comandano le leggi antiche, e ciò sarà fatto e intanto se ci sarà dato 
il modo di manifestare sempre più la nostra cordiale e sincera ami- 
cizia colla Ser. V. capitando qui alcuno dei suoi sarà in tutti i 
numeri ben visto, se li somministrerà ogni aiuto e si procurerà di 
fare il possibile acciò si^adempisca la volontà della sua grandezza. 
Tanto desideriamo di corrispondere alle sue cordiali espressioni che 



243 

si è compiaciuta darcene nelle sue lettere, le quali da noi al maggior 
segno sono desiderate, acciò sempre resti ferma e radicata questa 
buona corrispondenza, che come tale viene da noi sempre promessa, 
e per il resto il grande Iddio sii quello che prosperi e rendi fortunato 
il suo stato ed imperio. 

Sigillo: // servo di Dio, Abbas re di Persia. 

Liber dominorum, Arch. gen., la sola traduzione. 



docuhi eira-i» Ijxii. 



1663, 29 decembre. 

Al re di Persia. 

Fra le glorie più insigni della M. V. quella particolarmente ri- 
splende della bontà colla quale si degna di riguardare ed anidre li 
proprii sudditi; né essendo li cattolici commoranti sotto il felice 
suo impero nientemeno divoti ed affezionati alla di lei corona di 
quello sieno gli altri, a ragione si persuadono e promettono ogni 
favore. Di qui è però che dovendo la M. V. essere supplicata dal 
padre fra Antonio Fassi domenicano vicario generale in Oriente di 
una grazia a favore dei medesimi, come essi se la persuadono 
dalla generosità del di lei animo , così la Repubblica nostra, che 
professa grande osservanza verso il suo cospicuo nome e che tiene 
tanta parte nel vantaggio del cristianesimo , viene ad intercedere 
con tutta la sua svisceratezza dell'animo perla medesima, il che non 
anderà disgiunto dai riguardi del vantaggio della sua corona, e 
sommamente obbligherà la Repubblica stessa, la quale brama che 
dalla M. V. sia prestato cortese l'orecchio al padre suddetto in ciò 
che le rappresenterà in ordine alla suddetta istanza. E qua alla 
M. V. bramando gli incrementi delle maggiori felicità, gli auguriamo 
felice e prospero il corso degli anni. 

De parte 125 

De non 1 

Non sinceri 2 

Tommaso Tizzoni Seg. 



Questa raccomandazione è stata chiesta dal granduca di Toscana 
per mezzo del suo residente a Venezia Celesi; il quale fatto venire 
in collegio nel 29 decembre ebbe oltre questa lettera un'altra pel 
granduca , acciò il padre Fassi per incarico di quello sostenesse 
in Persia gli interessi della causa comune, rispetto agli impegni 
colle armi turchesche in Ungheria, invitando lo shàh a coglier l'oc- 
casione di riacquistare alla propria corona l'antico patrimonio. 

Senato Corti, Reg. 40 e Filza 59. 
DOCUMENTO libili. 



18 luglio 1669. 

Serenissimo Principe, 

Quelle insegne gloriose che tiene spiegate la Serenità Vostra a di- 
fesa della cattolica religione sono tante ali della fama, che pubbli- 
cano le glorie di questa Ser. Rep. anco nelle più remote parti del 
mondo. Di qui è che per interceder l'alto patrocinio di V. S. sin 
dalla Persia son qui venuto ; io Arachidi arcivescovo armeno servo 
umilissimo di Vostra Serenità. 

Fiorisce in quelle parti tra le spine del maomettanismo la cattolica 
religione, e quei poveri cristiani bramano .erigere nella città di 
Erivan una chiesa, e la pietà del sommo Pontefice è concorsa a scri- 
vere al re di Persia perchè permetta questa erezione. Il stesso breve 
pontificio, accompagnato da molti testimoniali di quello eminentis- 
simo porporato, humilio alla Serenità Vostra per comprobazione del 
tutto, e la supplico col solito di sua cristiana carità accompagnarmi 
anch'essa con sue lettere al re di Persia, acciò mediante le alte in- 
tercessioni della Serenità Vostra più facile riesca la 1 permissione della 
erezione. 

Humiliato pure imploro gli effetti della pubblica real munificenza, 
che valgano a sovvenirmi in un così lungo e disastroso viaggio, ac- 
certando la Serenità Vostra che così io nei miei sacrifici, come tutti 
quei poveri cristiani porgeremo fervide le preci alla Divina Maestà, 
perchè conceda vittorie e palme alle armi gloriose della Serenità 
Vostra. Grazie. 

Senato Corti, SS. 



245 
DOCUMENTO IiULIV. 



4669, 20 julii in Senatu. 

Ad Persarum Regem. 

Pietatis impulsu digne excitatus venerabilis archiepiscopus Ara- 
chielis armenus prolixo piane despecto itinere Romam adiit, ubi 
humanilate ac virtute emicans vir habuit consequi apud Maiestatem 
Vestram officiosas ac enixas summi Pontificis commendatitias, ut 
generose ac perlibenter ipsi eadem largiatur facultatem construendi 
ecclesiam in civitatem de Erivan in cultum erga Deum et in Christi 
fidelium solatium qui illic incolunt. Eundem ergo huc perventum 
comiter excipimus cum suavitatis et honesti grafia ingenii causa, tum 
honoris, quo ipsum idem summus Pontifex suarum lilterarum com- 
menta prosecutus est, et ipsi Archiepiscopo nostrarum ibidem com- 
mendationum cupiditate flagranti, grato animo condescendimus, eas 
perlibenter concedendo, presertim ob sic nobis oblatam opportunita- 
tem in Majestatis Vestrae memoriam redigendi veterem nostrani 
observantiam. His igitur enixe rogamus, ut benigne de erectione 
eiusdem templi sua regia voluntas assentiatur, quam ipse Archiepi- 
scopus suppliciter implorabit, non temere credentes Maiestatem 
Vestram consueta mira clementia imperturam hoc gratiae ; quod 
certo fiet non absque sui nominis praeclarissimi gloria quae ab avec- 
lione divini cultu sibi emanavit, et inde magnus ad sua pristina erga 
nos studia cumulus accedet. Hoc interitu a Deo summopere petimus 
ut satis longum vitae spatium M. V. peragat et omnia sibi feliciter 
eveniant. 

E da me sia preso che del danaro della Signorìa Nostra sia dato in 
dono per una volta tanto ducati cento buona valuta al sopradetto ar- 
civescovo armeno. 

+ 81 

— 

— 3 

Lodovico Franceschi Segretario. 
Senato Corti, 83. 



246 



Sia glorificato il nome di Dio. 



Silvester Valeria s y 

Adorno di felicità, principe confederato e grande di Venezia e 
delli stati Bergamasco, Gremasco, Bresciano, Veronese, di Padova, 
del Polesine, del Gadorin, dell'Istria, della Dalmazia, d'Epiro, Lesina, 
Corfù , Cefalonia , Zante, Gerigo, Candia, Micone, del Vicentino, 
del Trevisano, Feltrino, Bellunese, Cherso, Arbe, Ghersoneso, ecc. 
Siccome colle espressioni fregiate dell'amicizia e buona corrispon- 
denza mi portate le notizie ripiene di congratulazione e testimonianza 
di affetto per la assunzione mia disposta dalla divina Provvidenza al 
trono monarcale ed ornamento del mondo, così bramo di accudire 
in questo tempo con diligenza acciò possa riescir bello e fruttifero il 
fine; e che un albero piantato di primavera faccia confidare un buon 
autunno nella raccolta dei suoi desideri. 

Si dissiparono poi in un istante le nubi ai raggi luminosi della pace 
ed amicizia con la partecipazione favorevole del vostro ben stare ed 
abbondante del genio vostro sincero verso di me, assieme con le 
vaste idee che nutrite per l'avanzamento a gradi maggiori che io ve 
lo prego dal creatore, ed assicuro che dal mio canto si avrà sempre 
riguardo a quello concerne alla grandezza e dominio del mondo. 

Intanto vi desidero un fine propizio ed una vita coronata di vit- 
torie ed aiuto eterno, come pure la continuazione della vostra colle- 
ganza. Ed augurando al vostro dominio e governo potenza e fine for- 
tunato, prego Dio vi concedi il suo perdono. 

Con tali caratteri invia e rappresenta la dichiarazione della sua 
sincerità il servo dell'Altissimo. 

Sigillo — Sultan Huseim Monarca universale 
figlio di Suleiman. 

Questa traduzione è del dragomanno Fortis; l 'originale ed il sigillo, 
fotografati, stanno a pag. 1 e 55 della presente memoria. 



247 
noe l 'niKvro Ma1L\w. 



1697, d5 marzo, in Pregadi. 

Al re di Persia. 

Passa negli stati felici di V. M. mons. rev. fra Pietro Paolo Palma 
carmelitano scalzo arcivescovo d'Andra, per affari incaricatigli dal 
nostro sommo pontefice, e sebbene siamo certi che per le distinte 
condizioni di virtù e di merito che adornano questo degno soggetto, 
sarà benignamente accolto coi suoi compagni dalla bontà della Maestà 
Vostra, non lasciamo di raccomandarglielo, come pure li suoi ne- 
gozi che anderà maneggiando, e stessamente monsignor Elia pure 
carmelitano scalzo, e tutta questa esemplar religione. 

Confidiamo nell'animo invitto e grande di Vostra Maestà che queste 
nostre raccomandazioni saranno gradite dal suo molto stimato af- 
fetto, mentre noi siamo pronti a dare alla Maestà Vostra in tutti gli 
incontri vere prove dell'osservanza nostra sincera verso la reale 
persona di Vostra Maestà, a cui bramiamo incrementi sempre mag- 
giori di gloria in anni lunghi di felicissima vita. 
Affermativi 112 
Negativi 

Non sinceri 

L. S. 
Michel Marino Segretario. 
Filza Roma ordinaria, 1697 . 



DOClJIttEtfT© IiXVII. 



1718, 23 decembre, in Pregadi. 
Al re di Persia. 

Dal cuore magnanimo dei gloriosi predecessori di Vòstra Maestà 
e dall'imperiale benignità sua, protetta sempre egualmente la catto- 
lica religione nei suoi felicissimi stati, riesce alla stessa tanto più 
sensibile il vedersi perturbata, quanto più lontani dalla regia sua 
mente son li disordini arrivati a Tiflis in Georgia ad istigazione del 



248 

patriarca armeno e di un cerio Minas Vartutier, con danno per- 
sonale dei cappuccini missionari e d'altri armeni cattolici e collo 
spoglio della loro chiesa. 

Quanto degno è l'oggetto di presentarsi all'animo retto e pietoso 
di Vostra Maestà per esigere gli effetti della sua imperiale giustizia, 
altrettanto forte è il motivo che move gli animi del senato ad avan- 
zarle le proprie premure, onde con ogni maggiore efficacia pre- 
ghiamo la Maestà vostra a degnarsi di porger sollievo agli oppressi 
cogli ordini opportuni, affinchè cessino gli insulti e le animosità, e 
sia restituita la cattolica religione nella sua pristina quiete. Mentre 
però in favor della istanza parla con vigor sufficiente l'equità, ed 
essendo certo il senato che questa titolo sarà motivo bastante per 
meritarsi l'imperiai sua protezione : così non ci resta che ravvivare 
con tale incontro alla Maestà Vostra l'antica stima ben distinta e la 
osservanza affettuosa che la Repubblica nostra professa alla serenis- 
sima sua casa ed imperiale persona, e pregare il grande Iddio che 
sopra di essa diffonda le grandezze e prosperità più copiose, con 
incremento di gloriosi successi, e che il giro degli anni della Maestà 
Vostra sia lungo e ricolmo di ogni più desiderabile felicità. 

De si 96 

De no 1 

Non sinceri 

Giovanni Maria Vincenti Segretario. 
Senato Corti, Registro 95. 



DOCUMENTO MLVIII. 



Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori V Savi alla Mercanzia, 

Incaricata dal comando delle EE. VV. l'umilissima persona mia, 
di renderle informate di quali e quante spese occorrono sopra le 
mercanzie, le quali si distaccano da questa dominante per giungere 
in Astrakan, porto in ora dipendente dall'imperio di tutte le Russie 
e situato alle bocche del Volga, per mezzo delle quali esso gran fiume 
si scarica nel mar Caspio, non ho creduto di poterlo adempiere in 
modo migliore che con quello di rassegnare a VV. EE. l'inserto conto, 



249 

il quale con chiarezza e preciso dettaglio dimostra ogni e qualunque 
spesa non solo, ma quale è altresì la strada per cui le mercanzie da 
queste lagune presentemente giungono, traversando li mari Adriatico 
e Arcipelago, li stati Ottomani, il regno di Persia ed il mar Caspio 
fino alle foci del Volga. 

Dalla nota stessa rileveranno le EE. VV. che sopra colli 61 di libbre 
500 sottili cadauno, in conseguenza pesanti fra tutti libbre 30,500, 
composti per la maggior parte di specchi , conterie , robe , allume , 
panni ad uso di Francia e carta tutte manifatture venete, come pure 
di qualche porzione d'oro cantarin , aghi e (il di citra, lavori germa- 
nici ascendenti al costo di L. 45,193 piccole, comprese le loro spese 
sino a bordo, nonché le sicurtà sopra veneta nave sino in Alessan- 
dretta, rileveranno dico, che montarono le spese del loro distacco 
da questo porto sino al loro giungere per Aleppo in Babilonia a lire 
20,313 piccole. 

Nel caso poi che si avesse voluto far tradurre questi stessi colli 61 
di merci sino in Astrakan per mezzo del Tigri e Bassora, indi per il 
seno Persico e Buscir ad ispahan, poi nel Ghilan e finalmente per 
il Caspio in Astrakan, osserveranno che la aggiunta delle spese al 
proseguimento di un tal viaggio rileva oltre L. 41,310,15; sicché 
unite queste alle precedentemente accennate spese da Venezia in 
Babilonia di L. 20,313 sommano assieme L. 61,623,15, che seco 
portano L. 45,193 di costo di mercanzie in peso di libbre 30,500. 

Le spese adunque sopra le merci da Venezia sino a Babilonia 
montano a 15 °/ sopra il loro capitale ed a soldi 14 per ogni libbra 
di peso veneto sottile, e giungendo poi esse merci sino in Astrakan 
arriverebbero le spese al 30 °/ sopra il loro costo, ed a soldi 40 per 
ogni libbra del loro peso. 

Oltre alla accennata strada per la parte meridionale della Persia, 
avvi per l'altra parte settentrionale di quel regno l'altra via di Tauris 
con cui si può passare dalli stati Ottomani nelli Russi, traversando li 
stati Persiani; ma quantunque questa sii strada più breve ed anco 
meno costosa, ciò non ostante praticata non viene attesi li gravi pe- 
ricoli che incontrerebbero le merci e i loro condottieri attraversando 
il deserto, denominato deserto nero. 

Ho l'onore di esponere tutti questi fatti, ed asserirli per indubi- 
tati o per propria mia pratica o per asserzione non dubia degli Ar- 
meni miei compatriotti, li quali al presente a questa parte si trovano 
dopo averne incontrate leproveessimedesimi. Possiamo poi assicurare 
noi tutti con costanza a questo gravissimo Magistrato, che intanto 



250 

limitatissimo si è il commercio tra questa dominante e la Persia con 
il Volga, che fanno gli Armeni qui domiciliati, come pure quelli che 
di continuo viaggiano trasferendosi dagli uni agli altri stati, in quanto 
che le spese sopra le merci dell'esporto e dell'introduzione, come le 
EE. VV. rilevano, sono maggiori del capitale, ed inoltre perchè a co- 
modo delle differenti vetture del viaggio, ora con cammelli, che 
portano sino a libbre 1000, ora con muli capaci di libbre 600 solo, e 
qualche volta di altri animali da soma che non possono levare se non 
il peso di libbre 300, delle quali differenti vetture è necessità di ser- 
virsi, conviene più di una volta disfare e rifare li colli, ed assogget- 
tarsi bene spesso alle ruberie, e per la difficoltà poi e lunghezza del 
viaggio soggiacere a rotture, le quali, massime nelli specchi e robe 
di allume lavoro di questo metropoli, sono assai significanti. Per altro 
qualora tutti questi ostacoli non si incontrassero, ed il cammino per 
giungere dall'Adriatico nel Caspio potesse riuscire più facile e più 
breve, anziché limitato quale in oggi egli è per le difficoltà esposte, 
abbondantissimo e quasi immenso riescirebbe un tal traffico, tanto 
per ogni genere di prodotti e di manifatture che da questi stati si 
tradurrebbero nell'Asia, quanto delli effetti dell'Asia stessa che a que- 
sta parte giungerebbero. 

Umilmente esposto quant'era a mia cognizione e quanto di vero 
ho potuto rintracciare da pratiche persone nel proposito ho l'onore 
di inchinarmi e di baciare le loro vesti. Grazie. 

Li seguenti colli 61 merci diverse spedite per via di Alessandretta 
in Babilonia costano posti a bordo L. 45,193 » 

Avvertendo che ogni collo pesava libbre 500 sottili com- 
presa la cassa pel comodo del trasporto da Alessandretta 
in Babilonia sopra cammelli. 

Seguono le spese occorse ai colli suddetti da Alessan- 
dretta sino in Babilonia, secondo il rispettivo loro conte- 
nuto cioè : 

N. 2. Gasse Luci dall'Ebreo con 

foglia . . . Pezze 155 50 

» 1 . Cassa detti senza foglia » 74 20 

» 6. Casse rubini n. 1 e n. 2 » 410 34 

» 1. Cassa aghi gialli . » 68 32 

» 1 . Cassa fil di citra . » 79 08 

» 2. Casse oro cantarino . » 152 16 



Da riportarsi Pezze 939 60 L. 45,193 » 



251 
Riporto Pezzo 939 60 L. 45,193 » 

N. 4. Balle panni ad uso di Francia 327 63 
» 2. Gasse rubini n. 3 . » 143 02 
» 3. Gasse olivette nere n. 2 » 217 58 
» 3. Casse coralli falsi . » 289 90 
» 2. Gasse di aghi da cucire « 170 91 
» 3. Gasse conteria diversa » 145 04 
» 1 . Gassa carta dorata . » 57 21 
» 30. Ballotti carta bianca » 1,241 89 

Pezze 3,534 04 fanno L. 20,315 » 



L. 65,508 

Vi sono poi le altre spese da Babilonia fino in Astra- 
kan, le quali sebbene ai suddetti colli non sieno occorse 
per non essere in detto luogo passati, non ostante spe- 
dendoli però sono le seguenti, cioè : 

Da Babilonia a Bassora per acqua sul Tigri 
P. 5'/ 2 per °/ • • • Pezze 335 50 

A Bassora, dogana di sortita 2 */ 2 
per°/ . . . » 240 » 

Da Bassora a Buscir, pel seno Per- 
sico, a pezze per collo . » 306 » 

A Buscir, porto della Persia , do- 
gana di entrata a 2 °/ . . » 240 » 

Da Buscir a Shiraz sono giorni do- 
dici di cammino a 4 °/ . » 1,404 » 

Si avverte che a Buscir conviene 
disfare li colli e formarli di L. 250 
l'uno, sottili, perchè vanno a schiena 
di cavalli e muli, e non più a cam- 
melli, e qualche volta per mancanza di 
cavalli e muli convien farli condurre / 
a schiena di somari, e per questi si de- 
vono formare li colli di L. 120 circa 
sottili ; e qualche volta oltre lo smar- 
rimento e patimento delle mercanzie 
vi è la spesa del disfare e far di nuovo 
le casse suddette che non è indiffe- 
rente. 

Da riportarsi Pezze 2,045 50 L. 05,508 



252 

Riporlo Pezze 2,645 50 L. 65,508 » 

A Schiraz, dogana a 2^/ 2 per °/ 
sopra la stima ...» 300 » 

Da Schiraz ad Ispahan giorni 12 a 
P. 16 per collo di libbre 500 sottili» 976 » 

A Ispahan dogana a 2 -*/ 2 per °/ 
sopra la stima . . . » 300 » 

Da Ispahan a Ghilan giorni 25 a 
P. 20 per collo di 500 libbre sottili » 1 ,220 » 

A Ghilan dogana a 5 "*/ 6 sopra la 
stima » 600 » 

Da Ghilan in Astrakan per nave a 
P. 6 per collo di libbre 500 . » 366 » 

In Astrakan dogana 7 °/ sopra la 
stima di P. 12 . . » 840 » 

Pezze 7,247 50 fanno L. 41,310 15 
L. 106,818 15 

Ascendendo l'importo delle suddette mercanzie qui fino a bordo 
L. 45193, quindi le spese che, come sopra, di poi occorrono, le ag- 
gravano di più di 35 per °/ circa. 

Si avverte che da Babilonia può andarsi in Astrakan per la via di 
Tauris, passando per il deserto negro, e sono le spese all'incirca 
come sopra, e forse meno qualche cosa, ma per altro la strada è più 
pericolosa. 

Archivio Cicogna, codice MDCCXCVII, fra le carte che apparte- 
nevano al senatore storiografo Francesco Dona, 



DOCUMENTO I/XXX, 



Lettera scritta dal re di Persia air ili. mo signor Giovanni Francesco 
Sagredo, console veneto inAleppo, tradotta dal persiano in italiano. 

Signore illustrissimo. Il desiderio mio , Re di Persia , da voi 
ill.mo signor console veneto nella Sorìa, degnissimo, onoratissimo, 
mentissimo e giustissimo giudice, il quale io molto amo, è che 
V. S. 111. abbia per raccomandati li miei dipendenti, che vanno e 
vengono del continuo per coteste parti, e li favorisca, siccome io 



253 

per il passato ho fatto, e per l'avvenire farò a tutti i suoi, che capi- 
teranno in queste parti, alli quali resterò con obbligo di favorire per 
amore di V. S. 111. e del serenissimo senato, stantechè tutti li miei 
predicano molto bene del favore che del continuo ricevono. Però 
per l'avvenire V. S. per amor mio non manchi di fare il medesimo, 
che io come affezionato alli cristiani non mancherò per l'amor suo 
di fare lo stesso in questi miei paesi : e così come V. S. è stata 
dal suo principe sostituita costì, così anco nel mio regno ha la 
medesima autorità e potestà ; et inoltre in ogni altro che ella 
desideri da me in suo contento, me ne faccia consapevole che sarà 
soddisfatta. Et in fine etc. 

1608 — // Archivio Dona. Miscellanee. 



DOCUUIEtfTO IiXX, 



A Giovanni Francesco Sagredo console veneto nella Sorta. 

D'ordine della maestà regia fo sapere a voi, onorato giudice e 
console della nazione cristiana , che avendo noi inteso da tutti li 
nostri messi, ambasciatori ed uomini che vanno e vengono di lì, 
li buoni trattamenti e le cortesie che voi li usate, e li favori che ci 
prestate per amor nostro, siamo restati di voi e delle opere vostre 
grandemente soddisfatti , e però giudicandovi degno dell'amore e 
grazia nostra , abbiamo voluto con questa regal carta darvi segno 
della buona volontà, ed affetto verso di voi, che è concepito in noi 
verso la vostra persona, la quale affezione anderà di giorno in giorno 
crescendo nella real nostra persona, sì come anderete voi crescendo 
con questa volontà e amore nella divozione verso la nostra real 
corte, che sarà anche causa di accrescere maggiormente l'amore e 
la affezione che portiamo alla razza cristiana. E pertanto farete conto 
di risiedere lì non solo per il vostro altissimo e potentissimo prin- 
cipe di Venezia, ma anco per noi e per li nostri sudditi persiani, 
ai quali non resterete di prestar favore ed aiuto nelle occorrenze, 
e se da qui havete bisogno di cosa alcuna, lo farete senza alcun 
rispetto sapere alla nostra alta corte, che sarete da lei gratificato ed 
esaudito prontamente; così sappiate e prestate fede a questa nostra 
regal lettera. 

1810, Filza Atti turcheschi. 



254 

UOCUMENTO LX\I ( 



// regno è di Dio. 

All'onorevole e prudente fra li seguaci principali della nazione cri- 
stiana, eletto fra i più nobili della generazione credente al Messia 
Giovanni Francesco Sagredo, il cui valore sia in aumento. 

Dopo molti amorevoli ed amichevoli saluti che si convengono alle 
onorate sue qualità e condizioni, le si fa sapere con questa nostra re- 
gai lettera che sono state da noi ricevute per mano dell'onorato fra 
i sapienti della religione cristiana fra Vincenzo carmelitano le sue 
lettere piene di amore ed osservanza verso la nostra regal corte, in- 
sieme coll'onorato presente che le è parso di mandarci, il quale è 
stato da noi ricevuto ed accettato volontieri, perchè pervenuto dalle 
mani di persona che da noi è amata molto per la sua prudenza 
e buona disposizione che ha mostrato sempre in ogni occorrenza 
del nostro rea! servizio in Siria. Però ringraziandola molto le diremo 
di aver presentemente inteso da esse sue lettere il servizio presta- 
toci nel custodire ed inviare qui quelle robe che si ritrovavano 
costì di nostra ragione, e li favori e le cortesie usate alli nostri 
mercatanti ed agenti in quelle parti, la qual cosa avendo portato 
molto piacere e contento al nostro real animo è stata cagione di 
accrescere in noi la buona volontà ed affezione verso la sua per- 
sona ed il desiderio che abbiamo di gratificarla in ogni occorrenza : 
intanto augurando noi buono ed onorato fine alle sue azioni e pro- 
sperità maggiore alla sua casa, l'abbiamo ora per segno di questa 
nostra buona volontà ed affezione, come amico et curatore della 
nostra inclita eccelsa corte, eletto nostro procuratore generale nella 
città e stato di Venezia, volendo che tutti li nostri agenti e mercanti 
che capiteranno in quelle parti sieno ricevuti ed accettati da lei e 
fatti spedire delli loro negozi e faccende, ed in particolar di quelli 
così che si saranno da noi commessi ad uso della nostra regal corte; 
e offerendoci ancor noi pronti di far presfare dalli nostri qui ogni 
aiuto e favore alli suoi agenti e dipendenti che verranno nella Per- 
sia: desiderando noi che siano sempre aperte le porte fra l'una 
e l'altra parte alli negozii e commerci per servizio ed utilità comune 
di ambedue li stati; ed occorrendo particolarmente cosa alcuna qui 
in questa provincia per uso della sua persona ne la faccia sapere che 
sarà da noi adempito ogni suo desiderio, e la si assicuri del nostro 
amore in ogni tempo. 

Dato nella luna di ... . dell'anno del nostro Profeta 1020. (1611). 

Filza Atti turcheschi. 



255 
DOCUMENTO l,XXII. 



// regno è di Dio. 



Con questa real carta si fa sapere a Voi, onorata turba di mer- 
canti venetiani, a' quali il signor Dio sia sempre propitio e favore- 
vole, che avendo noi avuto sempre particolar mira di favorire et 
accarezzare nel nostro florido regno tutti li mercanti forestieri, sia 
di che grado et conditione esser si voglia, et in particolar quelli 
della natione cristiana amata et stimata da noi molto, non abbiamo 
mancato di procurare in ogni tempo di dar così a quelli , come a que- 
sti, et più a questi che a quelli ogni possibile satisfazione, acciò che 
ognuno di essi ritornasse alla sua patria et paese contento e satisfatto 
delti nostri buoni et onorati trattamenti, siccome potranno far di ciò 
fede tutti li mercanti della nazione franca et armena che sono stati 
finora in questa provincia ; nò avendo mai permesso, nò consentito 
che niuno delli nostri sudditi e vassalli li possi far alcuna minima 
offesa et oltraggio, né meno dargli danno che possi importar tanto 
quanto importa un semplice capello della testa sua. 

Ma nondimeno vedendo noi che per tema e rispetto di questi 
presenti moti di guerra , li mercanti cristiani non ardiscono di 
venire così liberamente qui in questi paesi, come fanno tutti gli altri, 
abbiamo voluto colla presente nostra esortarli ed invitarli a voler fre- 
quentare senza alcun rispetto questo nostro amplissimo regno, et 
continuar con animo libero et franco nelli soliti negotii et faccende, 
per servizio ed utilità comune delli sudditi di ambedue le parti, che 
saranno da noi ben veduti ed accarezzati in ogni città et loco del 
nostro stato , dandoli libertà di poter comperare e condur fuori del 
nostro regno seta et ogni altra mercanzia senza tema di essere mo- 
lestati od impediti da alcuno : siccome abbiamo anco di ciò scritto 
all'onorato fra i grandi e principali della nazione cristiana Giovanni 
Francesco Sagredo che è stato da noi eletto commesso generale 
nella città et stato di Venezia, il quale facendo consapevole di questa 
nostra buona volontà e desiderio tutti li onorati mercanti di Vene- 
tia, farà ad ognuno di loro palese questa nostra reale patente. 

Data nella luna di Rabilsan dell'anno del nostro propheta 1020, 
cioè nel 1611. 

Fra i nostri Codici. 



256 



Il regno è di Dio. 

,4/ famoso et eccelso fra i Principi et signori grandi della nazion 
cristiana, sublime fra i più nobili e potenti del popolo vivente nella 
legge del Messia, ornato di virtù, valore et prudenza, pieno di gra- 
vità, pompe e grandezze il Principe di Venezia et altri onorati si- 
gnori et giudici della Repubblica veneziana: che il Signor Dio 
conduca a fine ogni loro buono et onorato desiderio. 

Dopo molti honorati et affettuosi saluti che derivano dall'amore 
ed affezion grande che portiamo alla sua eccelsa persona, et a tutta 
la sua famosa Repubblica, le facciamo sapere, con questa nostra 
real lettera, come abbiamo ricevuto, per mano dell'honorato et scien- 
tifico padre fra Vincenzo carmelitano, le sue onorate lettere, con 
le quali avendoci fatto sapere la buona e sincera volontà et affe- 
zion grande che lei e tutti li signori della sua Repubblica portano 
a questa nostra sublime corte , hanno accresciuto nel nostro real 
animo la stima che facciamo della loro buona amicizia, tanto mag- 
giormente che abbiamo da esse sue lettere intesoli favori prestati, 
le cortesie usate costì alli nostri agenti, et anco la buona espedi- 
zione delli loro negozi, seguita mediante la loro honorata prote- 
zione et aiuto. Del che restando noi grandemente satisfatti, le augu- 
riamo all'incontro da Dio felice avvenimento in ogni loro azione, 
et aumento di maggiore prosperità et potenza conforme al loro de- 
siderio. E le facciamo di più saper con questa nostra real lettera, 
che essendo da noi e dalla nostra sublime corte osservate perfet- 
tamente le condizioni della buona e sincera amicizia e confedera- 
zione con tutti li principi e signori grandi della cristianità, sic- 
come per le continue legazioni ed ambascerie che sono state man- 
date e ricevute fìn'ora d'ambedue le parti s'ha potuto chiaramente 
vedere, così desideriamo che facendo ancor loro il medesimo con 
noi e con la nostra eccelsa corte, non voglino mancare di darci 
segno di questa loro sincera volontà et affezione in ogni occasione, 
che le si rappresenterà concernente il suo reale servizio et inte- 
resse; e sopra il tutto desideriamo di vedere spesso loro lettere 
per segno della continuazione et perseveranza loro netla suddetta 



, 257 

buona volontà et amicizia: pome ebe non mancheremo di far anco 
noi il medesimo dal canto nostro, esortandoli a comandar libera 
monte alli mercanti et sudditi (IH loro stato che debbano frequentar 
sicuramente con li loro traffichi el mercanzie il nostro custodito 
paese, perchè saranno benissimo veduti et accarezzati in ogni città 
et luoco del nostro stato, j) come possono far di ciò fede tutti 
quelli mercanti et altri della nazion franca, che l'hanno veduto et 
esperimentato; et noi li assicuriamo da ogni molestia, et travaglio, 
dandogli autorità di comprar, trager, et condur fuori dal nostro 
stato seta'et ogni altra mercanzia cheli parerà ; et saranno sempre 
honorati et stimati meglio di ogni altra nazione et anco delti me- 
desimi sudditi mussulmani ; e se tanto per suo uso, che della ec- 
celsa Repubblica , occorresse cosa alcuna qui nella Persia , ce 4o 
faccia sapere che sarà da noi adempito volontieri ogni loro onorato 
desiderio, come si conviene alla buona amicizia et unione d'animo 
che è tra noi, la quale desideriamo che sia sempre in augumento. 
Dato nella luna di Rabilsan dell'anno di Macometto 1020, cioè 
nel 1611. 

Archivio Dona, Misceli. 



DOCUMENTO LXXIV. 



Lettera del re di Persia al nob. Alvise Sagredo. 

Giunta che sarà al glorioso, nella religion del Messia, Alvise Sa- 
gredo gentiluomo del Consiglio dell'Eoe. Signorìa di Venezia, questa 
nostra regia lettera, sia noto come dal canto nostro regio gli deside- 
riamo ogni onore, e che le nobilissime sue azioni sieno sempre 
sublimate; e che sono capitate nell'Eccellentissima nostra Corte molte 
sue lettere scritte al padre Taddeo, dalle quali siamo stati raggua- 
gliati dell'allegrezza da lei sentita per le nostre gloriosissime vittorie, 
avvisategli da Alvise Parente uomo grande fra i suoi pari : il che 
ha fatto maggiore la nostra benevolenza verso di lui. 

Quello che scrive poi circa al mandar detto Parente in questo nostro 
17 Bollettino Consolare. Voi. ili. 



258 

regno, per comprar le nostre sede e per trattar con noi importan- 
tissimi interessi, gli dicemo che non può far se non bene, perchè fi- 
nora tutti quelli che sono venuti nelli nostri paesi, così li uomini 
come le mercanzie, espediti che hanno li suoi affari se ne ritornano 
contenti alle patrie loro, e potendo ognuno venire ed andare a suo 
piacimento, tanto maggiormente potranno farlo li agenti suoi, li 
quali così nelle compere come nelle vendite saranno sempre pro- 
tetti e favoriti, né mai riceveranno molestia alcuna. Scriveressimo 
volontieri nostre lettere all'Eccellentissimo ed Eminentissimo Prin- 
cipe di Venezia, signore dei popoli cristiani, ma non avendo noi 
sentita nuova alcuna di Sua Serenità stimiamo superfluo il farlo; 
speriamo però in Dio Altissimo di doverne ricevere, ed allora poi 
non mancheremo di corrispondere a quella Repubblica in confor- 
mità della buona amicizia che tenemoseco, ed è quanto si conviene 

Già molto tempo Riza agà, uomo delli grandi della nostra Corte, 
ha mandato a quella volta con i suoi agenti 30 in 40 some di sete 
delle nostre regie entrate, e quelle ivi giunte sono state vendute , 
come dalle lettere del console veneto in Aleppo siamo avvisati, e che 
anco per il buon governo di quella città sono stati custoditi li re- 
tratti nella zecca dove tuttavia s'attrovano. Pertanto è convenevole che 
giunto che sarà in quella città Mehemet Ali servitore del gran mini- 
stro sopradetto abbi lui cura in conformità della buona amicizia che 
tiene con la nostra regia persona di farli aver il tratto a esse nostre 
sete, procurando che il detto Mehemet con li agenti e servitori pre- 
detti, pervenghino sani e salvi con la sopradetta facoltà nella nostra 
eccelsa Corte. Del resto se lei potesse venirsene con licenza dei suoi 
superiori in questo nostro regno, proverà favori tali che maggiori non 
saprà desiderarne, e tratteressimo negozi di gran rilievo per servizio 
di ambe le parti. Venga dunque allegramente che sarà sempre ben 
veduto e trattato e farà esperienza dell'amore che le portiamo. 

Data nel mese di settembre 1627. 



Archivio Cicogna, codice MDCCXCV1. 



259 
OOClTflttEtfTO Ii*XV. 



1B29, 13 marzo in Pregadi. 

.4/ Serenissimo re di Persia. 

Quanto maggiore il desiderio della Repubblica nostra che fra li 
sudditi di Vostra Maestà eli nostri, passi reciproca buona intelligenza 
e traffico mercantile, utili ad ambi li stati, altrettanto ne riesce caro 
tutto ciò che viene dirizzato a questo fine. Per tanto carissimo ci è 
stato quello che abbiamo inteso dalle lettere della Maestà Vostra 
scritte al diletto nobile Alvise Sagredo, soggetto da noi per le sue 
ben degne condizioni grandemente amato, conducendosi nella Persia 
a negozio mercantile sarà ricevuto con quel candido e sincero animo 
che viene da lei espresso nelle medesime lettere, con la confirmazione 
in esse della buona disposizione della Maestà Vostra verso la Nostra 
Repubblica; e consolati rimanemo grandemente del buon zelo che vi 
(iene Vostra Maestà. < 

Noi ancora dóve conosceremo poter riescire profittevoli ai suoi, 
mercanti ed al comune interesse non mancheremo di porgere l'o- 
pera nostra, con quella prontezza vivezza ed affetto che avemo sempre 
fatto, e ne può essere stato riferto da suoi essendone grandemente a 
cuore la libertà del negoziare nel stato nostro a tutte le nazioni, special- 
mente alli Persiani; e siccome ricevemo a favore ogni testimonio che 
provenga da lei a maggior espressione della sua buona volontà verso il 
predetto diletto nobile nostro, così insieme col ringraziamela di vivo 
cuore, venimo a renderla certa che tutte le volte che ne sarà dato 
modo non mancheremo con veri affetti di corrispondere a così graziosa 
dimostrazione e di conservare la nostra sincera cordialissima osser- 
vanza e comprobazione della buona amicizia che abbiamo tenuto 
sempre colli Serenissimi suoi Precessori ; e che conserviamo e 
conserveremo sempre sincerissima colla Maestà Vostra affettuosa 
volontà verso le sue soddisfazioni, desiderandole sempre ogni mag- 
gior prosperità e contento ; e gli anni di Vostra Maestà sieno lunghi 
e felicissimi 

De parte 114 

De non 4 

Non sinceri 7 

Alberto Zuntani 
Nodaro Ducal. 
Archivio Manin, codice MGCGhVlh 



-260 



Copia di capitolo contenuto nella parte dell' eccellentissimo senato 
7 dicembre 1548. 

L'anderà parte : che salve e riservate tutte le parti prese a questa 
non repugnanti, sia per l'autorità di questo consiglio preso et etiam 
confirmato nel nostro M. G. che l'elezione del nuovo console et 
successori, se faccia per anni 3 in loco de anni 2 che stanno ora, e 
il titolo suo sia Console della Sona, il qual console star debba in quel 
luoco della Soria che per questo Consiglio sarà deliberato più co- 
modo alli mercadanti et mercanzia, e che sia di minor spesa al 
cottimo; il quale console aver debba de salario ducati 600 all'anno 
a v. 1. 6,4 per ducato, netti da ogni angaria per sue spese, et etiam 
habbi. tutti li consulagi di Tripoli e della Sorìa, il che sarà di buona 
utilità al predetto console per esser compita la concessione facta per 
'il Consiglio nostro dei X alli figliuoli del n. h. Angelo Michel come 
avevano loro giusta la parte presa in questo Consiglio sotto li 2 zu- 
gno 1544, e debba cessar alli detti consoli la utilità che aveano dal 
cottimo delli 5 p. 0/0, per iscoder li 3 p. 0/0 ed ora li 2 da marine 
permessi a detti consoli fino a che compiva detta concession dei 
Micheli , giusta el tenor della predetta parte. Intendendo che la 
elezion del console di Tripoli sia fatta per il Consiglio dei XII per 
anno uno, e così di anno in anno s'abbia a continuar; et esso vice- 
console sia nobile nostro né altrimenti possino far , ed il vice- 
console che sarà eletto ut supra debba dal cottimo aver il salario 
solito a darsi di asraffì 270 all'anno da grossi 5 per asraffo. Quanto 
veramente al scoder li 3 p. 0/0 ed ora due di cottimo et altre an- 
gherie alle marine, il console nostro sia obbligato lui far elscoditor, 
el qual console si' intendi piezzo e servador di buona administrazion 
del danaro che si scoderà a dette marine, il qual scoditor sia pa- 
gato delli danari di esso console, e perciò il cottimo non abbia spesa 
alcuna come porta il dover. 

Preterea, detto console sia eletto con li modi della regolazion fatta 
per li Savi nostri sopra la mercanzia e provvigioni di tutti li cottimi 
nelle revision delle spese, che hanno fatte juxta la imposition fatta 
alli predetti, per la parte presa in questo consiglio sotto dei 11 feb- 
braio 1545. In reliquis vero, sia con tutti li modi, autorità, giuris- 
dizioni et utilità che sono tra li altri consoli e che è al presente. 



264 

Et acciocché si ottenga il detto console stii dove stanno li merca- 
danti, e dove si trattano le faccende che è in Aleppo, però sia preso 
che sia data commission alli Baili nostri overo Oratori nostri, over 
altro che paresse comodo et atto a far tal officio, che debba tentar 
con ogni mezzo la permission che detti consoli abbino la sua ferma 
sede in Aleppo, con que'modi, forme e virtù per li Savi nostri sopra 
la mercanzia e provvigioni di cottimi sarà accordato, per benefìcio del 
cottimo e mercanti nostri. 

1548 die 19. Die. In majori Consilio posita fnit suprascripta pars, 
et capta fnit. 

Giacomo Augusto Pretti 
Nodaro dncal. 
Archivio Manin, Codice Svaier, n. LVIH. 



DOCUMENTO IìXXVII, 



Ill.mi ed Eccell.mi signori Savi alla Mercanzia, 

Avendo io Andrea Benedetti servo e fedel suddito del mio prin- 
cipe serenissimo, ed umilissimo delle Eccellenze Vostre arricordato 
alli signori capi di piazza alcuni affari appartenenti al negozio della 
Sorìa e Palestina, trovo anco dovuto presentare alle Eccellenze Vo- 
stre i seguenti capitoli ; ciò per la lunga pratica di quelle parti per 
avervi dimorato circa anni undici con privati e pubblici impieghi, 
dei quali circa 61/2 come vice-console in Tripoli di Sorìa e Palestina, 
istituito dall'eccelLmo signor Marco Bembo e confermato dall'eccell.mo 
signor Francesco Foscari , furono ambidue consoli in Aleppo. Nel 
qual loco chiamato dall'eccell.mo Foscari, fui obbligato a restare in 
sua vece per interveniente della nazione veneta, dove vi ho dimorato 
anni 3, mesi 6 e giorni 13, come dalle carte quali con la presente 
saranno sotto il riflesso dell'Eccellenze Vostre, sino a che il sig. Gio- 
vanni Andrea Negri entrò in mia vece che fu li 5 agosto 1681. 

Dove stimolato da zelo di vedere rindrizzato quell'importante ne- 
gozio di questa piazza, e incoraggire li signori mercanti, offerisco ai 
piedi delle Eccellenze Vostre la mia persona per intraprendere gli 
affari medesimi, e sacrificare quando occorresse la propria vita con 
più dimorarvi anni 6, o quanto parerà alle Eccellenze Vostre, sino 



che sieno quelli affari ben stabiliti, il che non può essere se non 
colla lunghezza di tempo e con la mutazione di quei bassa e grandi 
che sogliono essere dalla Porta mandati al governo di quei paesi, che 
confidando in S. D. M. in tale affare spero ogni buon successo. 

I. Per sollevare il negozio ed estinguere i debiti è necessario 
scansare le gran spese, che si sogliono fare in Aleppo ai grandi ed 
altri turchi del paese, e quelle che si va civanzando resti a diffalco 
dei debiti, il che sarà con il far trasportare la carica da Aleppo in 
Tripoli di Sorìa, e sarà facile nel primo ingresso, maggiormente che 
nelle capitolazioni stabilite l'anno 1670 non si fa menzione di Aleppo, 
ma solo di Tripoli e Beiruth. 

/ Nei tempi andati, il console abitava in Damasco, ma per le gran 
spese, d'ordine dell'eccelLmo senato l'anno 1545 11 febbraio portò 
la residenza in Tripoli per sollievo del negozio, e per l'essere alle 
marine per il cottimo di entrata ed uscita e perchè il negozio dei 
veneti in quei tempi era florido ed opulento, ora al tutto diverso, 
l'eccell.mo senato decretò l'anno 1548 7 decembre che il console 
dovesse andare ad abitare in Aleppo invece di Tripoli. 

Essendo dunque stato trasportato il console di Damasco in Tripoli 
e da Tripoli in Aleppo, non sarà diffìcile il trasportare di nuovo da 
Aleppo in Tripoli, conservando quella casa consolare per abitazione 
a suo tempo del console nobile, che sarà quando il cottimo sarà sol- 
levato dai debiti presenti, tanto più che molte volte hanno fatto li si- 
gnori mercanti tanto nazionali quanto forestieri passare le loro 
mercanzie da Aleppo in Tripoli, per caricare sopra navi venete per 
Venezia. 

II. Quando io venghi graziato e istituito in carica in Tripoli di 
Sorìa in luogo di Aleppo, con quel titolo che parerà alle Eccellenze 
Vostre, ricerco che mi sia fatto sicuro assegnamento, acciò non sieno 
molestati gli effetti dei signori mercanti e che con onore del. mio 
principe possa decorosamente sostenere quella carica, annualmente, 
di paga e panattica dalle Eccellenze Vostre con l'assenso dei signori 
mercanti se così li piace senza poder pretender qualsisia altra cosa, 
e sia tenuto con esso assegnamento fare tutte le spese al bassa, cadì, 
musalem, kachia, agà dei gianizzeri, agà di marina, doganieri, e ad 
altri turchi, sì pure ad altri del paese, tanto ordinarie quanto estraor- 
dinarie, con più salario di cancelliere, di dragomano, giannizzeri, ca- 
pellano, cera per la capella, affitto di casa, vino ed aceto che si 
dispensa ai turchi, fattori di marina dove approdano le navi con 
bandiera di San Marco per gli interessi del cottimo ed altra servitù, 



che il decoro della carica richiede, il Lullo io debba fare coll'assc- 
gnamento, senz'altro aggravare il collimo. L'ancoraggio delle navi 
dover esser pagato dalli capitani o interessati di quelle, il quale è 
stato moderato e non pagano come prima. E le avarìe che cadessero, 
che Dio non voglia, benché nel corso di anni 11 oltre ultimi anni 3 
che io per particolari affari dimorai in Tripoli di Barberia, da me mai 
provate, né alla nazione fatte sentire, quelle vadino a conto di cot- 
timo, o di chi ne fosse l'autore, come le Eccellenze Vostre ordi- 
neranno. 

III. Che appresso di me sieno eletti due mercanti della nazione 
per deputati, uno dei quali debba esser per mesi 6 cassiero e finito 
quel tempo debba far la consegna delle chiavi al successore, che 
sarà d'una cassa nella quale si ponerà il danaro di entrata ed uscita 
del cottimo che dalle mercanzie s'anderà scuotendo : così pure li 
libri e scritture appartenenti al medesimo, qual cassa doverà esser 
custodita appresso il rappresentante, serrata con due chiavi. 

IV. Tutte le polizze e tratte d'entrada e d'uscita doveranno essere 
viste da me e dai suddetti deputati, e tenuta nota distinta sopra li 
libri, che saranno segnati con il solito san Marco, che dalle Eccel- 
lenze Vostre colle tratte e tariffe mi verrà consegnato, ciò dal 
scontro del cottimo per cauzione delti stimatissimi mercanti, i quali 
libri doveranno di tempo in tempo essere sottoscritti per cauzione 
ut supra. 

V. Che non sieno permesse nella Sorìa e Palestina tratte di navi 
forestiere per Venezia, ancorché volessero pagare li soliti diritti del 
cottimo, ciò per non levare il traffico alle nostre navi. 

VI. Che tutte le mercanzie che saranno state caricate nelle scale 
della Sorìa e Palestina da Veneti o da loro fatte passare sotto nome 
supposto, del che venendo in cognizione siano per Livorno od altra 
parte, e poi quelle fatte passare in questa dominante a dazi del 
cottimo, sieno quelle mercanzie obbligate al pagamento di 20 p. 0/0 
di pena conforme alla tariffa, qual dalle Eccellenze Vostre irremissi- 
bilmente verrà fatta levare, la metà di qual pena dovrà essere tras- 
messa in Sorìa, dove risiederà la carica di Aleppo per i bisogni 
di quel cottimo, e l'altra metà come le Eccellenze Vostre deter- 
mineranno. E tanto si intendi di tutte quelle mercanzie che dalle 
scale medesime della Sorìa ut supra fossero fatte passare con nave 
o barche in Cipro senza aver pagato il cottimo. 

VII. Quando il debito di cottimo preso sopra di se il signor Gio- 
vanni Andrea Negri non sia stato da lui soddisfatto con il ricavare 



dalla tansa di 3 p. O/O, el qual nel principio della sua carica in 
anno uno e mezzo gli è capitato a quelle scale 17 navi, oltrecchè 
dovea riscuotere il cottimo e tansa della nave san Giovanni Bat- 
tista, che sotto di me partì per Venezia senza tratte, verranno li 
creditori in Tripoli, con li quali et con li deputati si potrà con van- 
taggio aggiustare come sarà dalle Eccellenze Vostre stabilito. 

Vili. Che con ogni convoglio o almeno ogni anno siano mandati 
al Magistrato delle Eccellenze Vostre note distinte di quello sarà 
entrato in cassa di cottimo e pagato per cauzione ahi signori mer- 
canti. 

IX. Quando le Eccellenze Vostre terminassero, che io dovessi ri- 
siedere in Aleppo e non in Tripoli di Soria pure mi esibisco nella 
conformità del II capitolo. Con che genuflesso alle Eccellenze Vo- 
stre mi inchino. 

Andrea Benedetti. 
Archivio Manin, Codice Svaier n. DCCXLII. 



»OCOIEJV.rO Il&XVJII. 



Serenissimo Principe, 

Nella sollecitudine in cui siamo di mantenere e coltivare per ogni 
modo il veneto commercio, e procurar da esso i possibili vantaggi, 
abbiamo fatto nostro singolare studio per ravvisare quali traffici e 
quali profitti derivino alla nostra nazione solita a commerciare colla 
piazza di Aleppo. 

Riconoscemmo in fatto che riaperto di presente il traffico con la 
Persia, molto contribuisce allo smaltimento delle merci e manifat- 
ture, che da questa a quella piazza si spediscono, il libero passaggio 
che da non molto tempo hanno le carovane di Bassora (prima scala 
delle Indie nel golfo Persico) e Bagdad per Aleppo e Damasco, nelle 
quali i sudditi negozianti stabiliti in Aleppo spediscono per arbitrio 
in dette due piazze merci di Germania, robe, allume, perle false, cor- 
niole e diverse conterie. 



265 

Gli stessi Arabi conduttori delle carovane fanno considerabili 
provviste di detti generi per contanti, ciò che rende un riguardevole 
profitto, ossia perche i ritorni che ricevono quei veneti negozianti 
consistono per lo più in droghe diverse, capo di essenzial commercio 
di questa piazza, ossia perchè gli Arabi suddetti comperando in 
Aleppo per contanti le sopradette merci e manifatture provvedono li 
mercanti delle spezie , onde possarìo adempiere alle commissioni o 
tratte che lor vengono ingiunte dalli loro corrispondenti proprietari. 

Utile pertanto e per noi vantaggioso ravvisando questo commercio, 
ci siamo perciò applicati nel cercare quale protezione venga nella 
detta scala di Aleppo donata al nostro traffico , e rilevassimo per il 
fatto essere presentemente appoggiati questi affari ad una ditta 
ebrea, e ciò fino a che si trasferisce a quelle parti la suddita per- 
sona di Domenico Serioli in qualità di deputato, dipendente questo 
dal veneto console in Cipro, nella di cui scala doveva per decreto di 
Vostra Serenità 10 aprile 1770 risiedervi in figura di console nostro 
Girolamo Brigadi che attualmente ne sostiene il carico. Sembrando 
a noi nelle già esposte circostanze di questo commercio non adattata 
la figura di un deputato, perciò chiamati i capi del Consorzio di E- 
gitto e pur quelli di Cipro e Sorìa, ed eccitati a porre in scritto che a 
pubblici rispetti rassegniamo se convenisse unire li 2 Consorzi e le 
di loro rispettive casse, se più utile fosse a quel commercio desti- 
narvi colà un console o pur bastasse lasciarvi un deputato, final- 
mente se la persona che avesse a sostenere il carico in Aleppo po- 
tesse soffrire l'annuo aggravio di piastre 600 da corrispondersi al 
veneto console in Cipro; mostrarono anzi la necessità di trascegliersi 
un console in Aleppo, indipendente da quello di Cipro, di sollevarlo 
dall'annua contribuzione delle accennate piastre 600, e perfino di 
unirei due Consorzii e le casse. 

Ed infatti essendo li Consorzi stessi di Cipro, di Egitto e di Sorìa 
composti di un numero di negozianti che per lo più negoziapo del 
pari nell'uno e nell'altro luoco, ne diviene che le viste dell'interesse 
sieno comuni e che questi due corpi abbiano ad essere diretti colle 
stesse massime e con gli stessi principii. 

Ben è vero però, che la pratica fin'oggi corsa nel metodo del pa- 
gamento dei consolati è stata eseguita in modo differente. Ma è vero 
altresì che questi rispettivi consoli si mantengono con li diritti con- 
solari che si ricavano dalle merci andanti e venienti da quelle scale , 
con questa diversità però che il Consorzio d'Egitto corrisponde al 
suo console generale un annuo ed idoneo assegnamento, ed egli in- 



266 

vece esige per cassa nazionale a questa parte tutti i diritti consolari ; 
ma il Consorzio di Cipro e di Sorìa, che non tiene cassa nazionale, as- 
segna alli suoi rispettivi consoli in moneta turca tutti i diritti conso- 
lari sopra il valore delle merci andanti e venienti, che risultano in 
ragione di 2 per 100 delle stime delle dogane turchesche, e mercè 
di tali esborsi viene la nazione protetta e resa immune da ogni altro 
aggravio. — Ora pertanto che la esperienza delle cose corse e l'in- 
dole delle presenti ci documenta, sembra perciò che convenga al 
rispettivo interesse dei commercianti ed alla buona disciplina del 
commercio l'unione di questi Consorzi nella parte che tende al pa- 
gamento dei consolati, da farsi sempre da ognuno indistintamente a 
Venezia, onde andrà a passare tutto il soldo in una cassa nazionale. 
Olire il ravvisarvi per le importanti viste di quel commercio neces- 
saria la residenza di un console in Aleppo dalli medesimi negozianti 
che là vi trafficano come abbiamo accennato, altro riflesso ancora 
persuase di aderirvi, mentre essendo stala eletta per lo innanzi la 
figura di deputato nella supposizione che risparmiar potesse molte 
spese, non sussiste per il fatto la stessa supposizione poiché i Turchi 
soliti a ricever regali dalla figura colà residente per la dovuta prote- 
zione delle rispettive loro nazioni, li professano inalterabilmente e 
senza alcuna diminuzione, né potrebbero minorarsi senza molta dis- 
piacenza di quei comandanti, i quali non distinguendo deputato da 
console, riguardando si l'uno come l'altro come rappresentante la 
nazione, allorché essi non rimanessero contenti, ne succederebbe ine- 
vitabilmente una rovinosa conseguenza pei mali trattamenti che ri- 
ceverebbe la nazione e chi la rappresenta, con pericolo e danno del 
nostro commercio. 

Se in Aleppo pertanto devesi per gli addotti motivi destinare un 
console, che per le informazioni prese e perle asserzioni scritte dagli 
stessi capi delli due rispettivi Consorzii , il più utile ed il più oppor- 
tuno non sappiamo riconoscere se non se il veneto suddito Domenico 
Serioli persona di tutta probità e cognizione, avendone già dati saggi 
nell'esercizio del vice-consolato di Cipro con molta sua laude e nostra 
approvazione sostenuto; indebita perciò comparisce l'annua corres- 
ponsione delle piastre 600 verso il Briganti console in Cipro: sì 
perchè tal sottrazione gli toglierebbe il modo di potersi mantenere; sì 
perchè lo stesso Briganti, lorchè risiedeva in Aleppo, considerando 
non bastevoli i proventi consolari che senza alcuna diminuzione esi- 
geva, supplicò in seguito che gli fossero aggiunti i dritti per le mer- 
canzie che' andassero e venissero da Alessandretta, Cipro, Acri ed 



Ì67 
altre scale; sì perchè finalmente il ricavalo di alquante merci che 
dalla dominante colà si spediscono passano con cambiali in danaro 
in Cipro e nelle coste della Sorìa per la provvista dei cotoni e di altri 
generi necessari al carico delle venete navi di ritorno a questa parte. 
— Quando pertanto dall' eccellentissimo senato venga adottata la 
massima di desti-nar questo console ad Aleppo indipendente da 
quello di Cipro, vorrà pertanto V. S. precisamente stabilire che il 
Serioli abbia da rimanere sollevato da tal contribuzione tanto per il 
passalo che per l'avvenire. E che sì l'uno che l'altro debbano conse- 
guire un annuo certo ed idoneo assegnamento, da esser loro corris- 
posto dalla cassa nazionale che dovrà tenersi in questa parte ed in 
cui avranno ad affluire tutti i diritti consolari spettanti alli sopradetti 
due consoli, come si accostuma per quello del Cairo. Ma siccome 
per deficenze dei lumi non si può ora fissare il preciso annuo quan- 
titativo, così si sono eccitati i capi delli sopradetti due Consorzi a 
denotarci qual provisionale assegnamento stabilir si potesse a do- 
vuto mantenimento di ambedue questi consoli, sopra il qual punto 
non avendo essi per ora esibiti i loro pensamenti, ci riserbiamo 
perciò di produrre il reverente nostro parere in altra scrittura. 
Avendo la particolarità di questo consolato somministrato a noi ar- 
gomento di riconoscere nella generalità dei consoli singolarmente del 
levante, la inosservanza eia indisciplina anco riguardo alla esazione 
dei cottimi e delle avarìe, faremo pertanto nostro impegno il rin- 
tracciarne i disordini, per quindi rilevati portarne distinte le rela- 
zioni all'eccellentissimo senato per gli opportuni rimedi e compensi. 
Ma poiché tale importante argomento esigerà qualche dilazione di 
tempo, così vorrà intanto la sovrana autorità rinnovare la tanto utile 
e salutar legge, che i consoli abbiano coi metodi soliti e praticati ad 
ogni quinquennio ad essere ammessi alla ballottazione o per la loro 
riconferma, o per la dimissione dal servizio, a norma delle loro 
direzioni. Grazie. 
Data dal Magistrato dei V. Savi* alla Mercanzia li 23 decembre 1762. 



arc antonio trevisan — l. andrea da rezze 
Gabriel Marcello — Alvise Contarini 
Savi alla Mercanzia. 



Senato Mar., Filza 1110. 



968 

DOCUMENTO I/XX1X. 



1762, 29 decembre in Pregadi. 



Sollecito il benemerito magistrato dei Cinque Savj alla mercanzia 
in riconoscere i traffici e le utilità derivanti alla veneta nazione dal 
commercio, che ella esercita con la piazza di Aleppo, rappresenta 
nella diligente scrittura ora letta, che riapertasi di presente la co- 
municazione con la Persia, molto contribuisce allo smaltimento dei 
generi nostri il libero passaggio delle carovane di Bassora e Bagdad 
per Aleppo e Damasco, e quindi descrive i vantaggi che ne colgono 
i sudditi negozianti dalle spedizioni che fanno in dette piazze di 
merci di Germania, di robe, allume, perle false , conterie ed altre 
nazionali manifatture. 

Dalla descrizione di un così utile e vantaggioso commercio, pas- 
sando a riflettere alla figura non addattata di un veneto deputato , 
stabilito col decreto 10 aprile 1760, riferisce il magistrato stesso le 
commissioni che dietro a tale prudente considerazione ha creduto 
di dare ai capi del consorzio di Egitto e a quelli di Cipro e Sorìa, 
per li riflessi dei quali si vede risultare ad evidenza la necessità di 
doversi stabilire in avvenire un consolato in Aleppo indipendente 
da quello di Cipro, di sollevar nel frattempo il deputato dalla con- 
tribuzione di piastre 600 all'anno imposte a favore del console 
Brigadi (di Cipro), e finalmente di unire li due consorzi e casse, 
fissando ai rispettivi due consoli quell'annuo assegnamento che sia 
conveniente ai rispetti e convenienze dell' uno e dell' altro con- 
solato. 

Utili riconoscendosi dalla maturità di questo Consiglio tali sug- 
gerimenti, si assente a buon conto in via di massima allo stabili- 
mento del console in Aleppo, indipendente da quello di Cipro in 
luogo della deputazione; e che debba assegnarsi all'uno e all'altro 
un congruo stipendio, con l'oggetto che il pagamento dei consolati 
abbia a farsi a questa parte come si pratica per quelli di Egitto; 
mentre per quello sia alla, proposta unione dei consorzi e casse e 
rispettivi assegnamenti dovrà il magistrato stesso ricercare ai capi 
predetti se nel proposto espediente vi sia pure concorsa la volontà 
dei rispettivi consorzi, con tutto il di più che tiene rapporto alla 
materia. 



269 

Al giungere di tali riferte, che colla maggiore sollecitudine porterà 
il magistrato alla cognizione del senato, si (isserà parimenti quel- 
l'annuo stipendio dovrà assignarsi ai consoli di Aleppo ed a quello del 
Cairo, sospendendosi la contribuzione delle piastre 600 che dal Serioli 
doveano corrispondersi al Brigadi. 

Nel rimarcarsi infine con sensibile rammarico quanto accenna il 
magistrato rispetto all'innosservanza e indiscipline dei consoli, sin- 
golarmente del levante nella esazione dei cottimi ed avarie, attenderà 
questo Consiglio le premesse relazioni , per quindi addattarvi gli 
opportuni rimedii, unitamente a quanto prescrivono le leggi e i de- 
creti sul generale dei consolati e ciò a lume delle più convenienti 
deliberazioni. 

De si 82 

De no 3 

Non sinceri 3 

Cesare Vignola Segretario, 
Fra i nostri Codici. 



DOcuariENi'o ml**. 



Copia de una letera copiosa, scrita per ser Donado da Leze q. ser 
Priamo da Padova, a dì 14 settembre 1514 , drizzata a Zuan 
Jacomo Caroldo secretano. 

Come per sue lettere è avisato esser avisi da Costantinopoli del 
progresso che aveva fatto il signor Turco contra le genti del Sophì 
quali erano ritirate e el signor era intrado nel paexe 4 zornate et che 
lo exercito del dito signor Turco essendo in certe montagne havea 
patido de vituarie e che da poi per via di Trabisonda sono sta soc- 
corsi, et era venuto 14 mille Giorgiani sul campo Turchesco li quali 
se oferivano de darli vituarie per il campo e che il signor Sophi 
non se sapea dove fosse et il signor havea deliberato andar in 
Tauris; a le qual nuove risponde a parte a parte licet non habi le 
scripture lì, et tutavolla essendo aiutado da domino Zuan Maria An- 
zolello citadin vicentino qual siete con l'avo de questo signor ani 20, 



270 

e se ritrovò quando el dito signor andò contra Ussum Gassam sempre 

nel campo si che scriveva cossa che li piaceva, ecc. 

Sempre che el Turco voi far exercito per andar in levante se 
aponta cum quello in mezzo della Natòlia paese atto a nutrir li 
exerciti nel cjual loco andò Baiezid signor Turco contra Tamerlan 
et li fo roto e preso e messo in una gabia di ferro dove morite 
e cusì fece Maumetho avo del presente signor quando l'andò contra 
dito Usson Gassam si che questo sarà el principio del camino che 
ha tegnudo el presente Selim. E qual camin tolse verso Amasia 
che è partendosi dal loco de Andra per greco a man manca et 
è zornattì sei da campo. Da questo loco de Ancira a banda destra 
per ostro se va al Gogno per sirocho alla Garamania e per sirocho a le- 
vante se va alla Gazaria. Ma torniamo in Amasia seguitando il viazo 
nostro. Amasia è una città grande murata quale era sedia del sol- 
dati Achmash posta fra colli ha uno castello alla parte di tramontana, 
sopra uno monte, passa per la dita citade una fiumana la qual nasse 
nelle montagne del Tochat et come la pasa dita cita per miglia 10, 
ìe volze per maistro andando per vallade tra montagne grandissime 
buia in mar mazor avente Sinope cita nominata. Data cita di Amasia 
per due zorni de campo se va al Tochat terra murada dove se fan 
pani da seda assai et chi se partisse da questo locho et chi andasse 
per grego per 100 mìa anderia in Trapesonda; lassamo questo ca- 
min che viene al proposito nostro. Dal Tochat per dieci zorni da 
campo se va a Sivas casal grande e l'ultimo del paese del signor 
Turco, lontan dal qual per miglia cinque passa una fiumana grande 
la qual nasse nelle montagne apresso. Trapesonda discore Cazaria 
et si mette in lo Eufrales. Sopra della strada partendosi da Sivas 
per passar el dito fiume v'ò un ponte de piera grande, questa è 
la strada principal e più comoda a tutti quelli che voleno andar 
in Tauris passato dito ponte intrase nel paexe de Erzingan qual è 
parte de la Armenia minore et è del signor Sophi paese montuoso 
circumdato da due parte da montagne grandissime, da tramontana 
in parte montagne de Trapesonda ed in parte da la terra de 
Giorgiani, da levante le montagne che divide la Armenia mazor e 
menor le qual principia da li monti dei Giorgiani e va per ostro 
fino a lo Euphrates sopra le qual le gente del paexe fuze quando 
li vien invasion alcuna come ha fato al presente. Ma perchè si dice 
chel Sophis è retrato e non se trova, scrive lui tien certo, el non se 
trovi a quelle bande perchè come el scrisse lui feva gran guerra nel 
paese de Zagathay et haveva da far non solum con li fioli del signor 



271 

de dito looo ma havevn etiam al inconlro uno barbaro di diti fioli 
quale uno do li 7 soldani della Tartaria, si elio tien lui non sia stato 
a questo bande si potria dir ohe gente sono queste che ha fato 
mover il signor Turco avvisa el signor Sophì per voler ajutar sol- 
tani Murath havea mandato comito a li paesi soi che confina con il 
Turco. Tutti obedisse al dito Murath e lui haveva fatto exercito do 
gente comandato a nostro modo, però sono retrati e questo sarà 
il vero. Passando el fiume Lys se intra nel paese de Erzingan el 
primo loco che si ritrova se chiama Niessier posto sopra un monte 
lontan dal fiume Lys mìa do a banda mancha del dito locho an- 
dando per monte se trova uno altro castello : e da questo per una 
/ornata dessendendo in capo del monte dove se fa lume de rodi a, 
loco murato e forte, e questo è quello che in le lettere si chiama 
Cussari è paexe sterilissimo, e quando al signor Mahumeth fo li, 
el suo exercito patì grandemente come ha fato al presente Selim, 
da questo loco per zorni doi per campagna e coline se va in 
Erzingan e le dite campagne è dette de Erzingan, questo locho 
non è murato , ma hanno castello quando vi andò el signor Ma- 
humetho avo de questo signor fo trovato pocha gente perchè 
tulli eran fugiti a la montagna, fo trovato in una chiexa de ditto 
caxal un vecchio qual aveva assai libri intorno et essendo andatti 
dentro molti Turchi dimandato chi l'era non- respondendo fo morto. 
Da poi se intese che l'era gran philosopho el signor Mahumeth se 
ne dolse assai di questa tal morte. 

Partendosc de' Erzingan per miglia 10 se ritrova una fiumana 
grande la qual nasce nelle montagne che divide la Armenia mazot 
da la menor ; passato detto fiume se entra in un paexe qual dura 
due zornate fino al fiume Euphrate dove è el passo solito a passai 
le gente che vano in Tauris, qui il fiume è larghissimo, fa de molti 
polexeni dentro giarosi. Quivi se apresentò el signor Mahumetho 
cum lo exercito suo per voler passar, dal altra banda del fiume 
se ritrovava le gente de Ussum Cassan. El signor Turco volse far 
experientia de dover passar se anegò Asmurath bassa della Ro- 
mania et assai altri, sì che tra annegati, presi et morti se perse de 
le persone 12 mille. El signor Turco, visto non poter far altro, lassò 
la impresa del passar et andò cum l'exercito seguitando el fiume 
verso levante per zorni due e mezo. Dapoi voltatosi per maistro ab- 
bandonato el fiume intrò in algune ville dove el retrovò esser pas- 
sato Ussum Cassan a traverso di quelle montagne fumo a le mani el 
fu rota a la gente de Ussum Cassan et morto Ezeniel suo fiol prese li 



272 

cariazì e pavioni e le gente furono fugate dopo de questo el dito si- 
gnor Mahumetho se redusse a le sue terre e messo lo exercito 
intorno in termine di 17 zorni l'ebbe a patti, questo è quanto 
operilo el dito signor Mahumetho contra Ussum Gassan el qual non 
havea la mila del poder che ha al presente el signor Sophi, si che 
questa è la conclusione et opinion nostra che più altro non pas- 
serà de quello fece suo avo. E si el passera el camin che aveva a far 
dito signor per andar in Tauris e questo passato che l'averà lo 
Euphrate troverà do strade, una verso levante, l'altra verso ostro e 
sirocho; quella verso levante è strada inusitata per esser mal habi- 
tala passando Palu che uno castello sopra un monte, sotto del qual 
passa lo Euphrate se ritrova campagne cho produce giunchi e non 
se habita, salvo a pe di monti, siche qua exercito non pò andar. La 
strada in ostro e sirocho è quella che è usitata dove vanno caravane, 
siche partendose dal fiume per pocho spatio se trova montagne nel 
principio dele qual è uno castello andando per valle et monti se 
ritrova Angora per due zornate et per due altre pur vallade e 
/monti se discende in una pianura dove è Amith, questa è città mu- 
rata et ha un castello sopra un monte, qua se fa grandissime mar-, 
chatantie sì per la Soria come per la Persia. Dal dito loco de Amith 
per garbin se va per 6 zorni in Alepo. Qui stanzia el capetanio zeneral 
del signor Sophì; da questo loco per andar in Tauris ghè do strade 
le qual vanno a una cita nominata Tiflis la quale è posta fra due 
montagne et è passo fortissimo sì per el sito del loco come per la 
fiumana che fa forte el dito passo. Quivi ne sarà da far assai. 

Da Amith per sirocho se va a Mardin che ò passo sopra un monte 
et è zorni cinque, da Mardin per zorni do per levante se va in Aska- 
ranchief, qui se ritrova da la banda da levante del dito locho 
una fiumana grandissima che quella che vien per Amith, questa fiu- 
mana è profonda et ha le rive altissime, siche minato el ponte che 
passa dito fiume è impossibile che exercito alcun passa da el dito 
locho de Askanchief, per 3 zorni pur per levante se va a Tiflis, 
hor partendose de Amith per levante se va per una vallada larghis- 
sima et abitatissima per zornade 10 se ariva a Tiflis e nel mezo del 
camin se ritrova una piccola terra de un signor el qual non volea 
dar obedienzia al Sophi e glie mosse el campo el bave per forza e 
tagliò tutti a pezi, al presente è tuto rovinato. Quando se parte da 
Tiflis per levante per 3 zorni declinando uno poco a la mancha se 
trova Van la quale è in principio de un lago chiamato dello stesso 
nome, el qual è longo miglia 100 largo 20, l'acqua sua è salsa 



m 
e non é poca maraveglia perdio essendo dello lago in mezzo de 
la Armenia sia salso. El se ritrova uno altro lago arente Tauris 
dozornade lo qual è salso et è grande più de 20 miglia, longo se 
chiama Salamas del quale se traze sai assai de la qual se fornise la 
Media, Persia, Armenia et Mesopotamia. 

El lago dito de Variar ha tre insule dentro, una è desabitata 
e le altre due habitale, la principal se chiama Santa Groxe, l'altra 
Santa Maria, quella di Santa Groxe è miglia do lontan da terra da 
la banda de ostro del lago, la qual insula ha uno monasterio dove 
sta un patriarcha con 100 monaci , in questo monasterio Jacub 
signor de Tauris lìol de Ussum Gassam fece custodir sua sorella 
major che fo de Shàh Aider padre del signor Sophi insieme cum 
el fìolo qual stete 7 anni ei quando fo messo ne haveva nove 
morto Jacub andò nel paexe del padre e fecesi signor, del qual al 
presente non se dirà altro, ma andando a Van dal dito loco suso per el 
lago per una zornata se trova altri casali, fino che dopo 10 giorni, 
se arriva a Tauris. Tauris è in pianura et è in sul confin de la 
Media et de la Armenia, volge mìa tre murato de terra dove è la 
stanzia di signori de la Persia, avanti che diti signori l'avvesseno 
dito Iodio de Tauris la stanzia sua era in Susa. Resta a dir de'Gior- 
giani ma per non esser al proposito a questo cammino non se dirà 
altro. 

Mariti Sanudo, God. Marciarli, voi. XIX. 



IMICWJIIENTO Ii*X*I. 



Sumario de una lettera de ser Donato da Leze scfitd a Zuan Giacomo 
Garoldo, secretano ducal, a dì 7 octubris J5J4. ^ 

Et quanto a la parte de venir le spetie in Trapesunda per el 

seno Persico, qui soto noterò il modo se solea tenirse neli temp 
passati, essendo l'impero de Costantinopoli ne le man dei Greci. L\ 
navili che venivano dall'India cum spetie non solevano andare nel 
mar Rosso, ma tutti venivano nel seno Persico, nel qual golfo è uno 
porto dove buta l'Eufrate, qjivi entrava li navili e si conduceva alla 
18 Bollettino Consolare, Voi. III. 



274 

cita de la Balsera , la qual è sopra la riva del dito fiume, mìa 50 
Ioutan dal mar. Parte de le qual specie si conduceva in Trabesonda 
el parte in Erzingan e de lì alla terra, da poi essendo el deto paese 
in guerra, rote le strade fu l'orza ai mercanti condurle nel seno Ara- 
bico come tanno al presente. 

La cita della Balsera è grande e mercantesca , dove se fa faccende 
assai, come de fide degni armeni ho inteso, et è situata ne la pro- 
vincia de Babilonia. Da questo loco in Trabesonda sono giornate XXX 
a mìa XXV per zornata. Sicché tanta strada (èva dita mercanzia e 
lungo saria narrar li lochi dove capitavano, e de Trabesonda con na- 
vigli se conducevano a Costantinopoli. L'altra strada che è Astrakan, 
punendosi dalla Balsera e fuori per tramontana al fiume Eufrate fina 
do.ve se congiunge Tigris che è zornate 8, e de lì a Cazan cita sopra 
e! Tigri giornate 4, poi se passa pur per tramontana molle zornate 
de ca ravana fino a la gran cita de Schamachi, e da detto luoco fina 
in Bachu che è posta sopra il mar Caspio zorni 4. Quivi è una cita 
dove se fa gran fazende, da la qual è ditto mare de Bachù. In questo 
loco se cargava le spetie sopra li navigli e se conduceva in Astrakan 
iena dei Tartari posta sopra il fiume Volga e de qua per 8 zorni chi 
volesse andar alla traversa se andarla alla Tana per la campagna che 
per esser disabitada se va suso per el fiume, poi se traversa al dicto 
loco de la Tana in zorni 16. Quivi venia le galere de Venezia e levavano 
diete spetie come è scritto nell'itinerario di Messer Josafat Barbaro. 

Marin Sanudo, Cod. Marciarli, voi. XIX. 
ÌÌOCWHIEOTO L.XX*II. 



Copia de ima letera de ser Donado da Leze, podestà e capitano a Ro- 
vigo, scrila a Zumi Jacomo Garoldo, secretano. Data a Rovigo adì 2 
novembre 1514. 

Per lettere vostre de ultimo del passato son avvisado, esser nove 
importantissima venuta al clarissimo Gritti da Raglisi, comeel signor 
turco Selim a di 23 agosto su la campagna de Choi ha fatto zeneral 
battaglia col signor Sophì con crudelissima strage dell'esercito suo. 
Tandem era restato victorioso et era fcigito detto signor Sophì e lo 



275 

signor Selim dovea andar rn Tauris, pregandomi che io vogli far 
risposta sopra di ciò. Io. desideroso di satisfar al voler vostro, an- 
dior che sii occupatissimo in diverse cose et alti dei gran fastidi 
in questo Iodio, non resterò che io notifichi li lochi et sili che po- 
lla andar detto Selim, et dove si potrà ritrager el detto Sophi, per 
ritornare iterum a la campagna ; ben ve dirò questo che Selim è 
entrato troppo dentro, che da Ghoi dove me scrivete esser sta la 
battaglia (in al principio del so paese sono giornate 25, et avendo 
avolo una tal rotta qual me scrivete non potendose refar per esser 
el paese tutto per el signor Sophì non so come el farà se iterum un 
altro esercito adosso li venirà, nonostante questa vittoria, facio mal 
jnditio del fato suo come qui soto intenderete. 

Ghoi è uno casale grande sopra la campagna, non è murato e da 
questo luoco fin in Tauris sono sei zornate. In tuta campagna, se 
ritrovano due loci grandi, due zornate lontani l'uno dall'altro chia- 
mati Moriam et Sophiam, come vedrete ne le mie lettere per avanti 
scritteve. Siche dicto signor Turco anderà in Tauris, et sono certo 
che li se affìrmerà, perchè el signor Sophì s'era lontano da lui, et 
volendo andar a trovarlo vorrà del tempo. S'el Sophì sera vivo potrà 
far gran numero di zente et presto in diverse provincie come è nella 
Persia, Kerman, Eri,Ghan, Fars, et Shirvan. Tutti questi paesi sono 
abbondantissimi de uomini. Accostato a qual voi di questi loci con 
q nelle poche zente se ritrova ritornerà iterum alla campagna e sera 
alla condizione di Antheo che reassumeva le forze tante volte quante 
la terra toccava. Et acciò intendiate li paesi scripti de sopra : 

Tauris è in li confini de la Media et Armenia, guardando dal dicto 
Iodio di Tauris verso levante a banda destra è la Persia, Cherman 
Irak. La principal cita de presente della Persia è Schraz, la quale è 
lontana da Tauris per levante e scirocco zornate 20, e da lì in Kar 
altre 20. Shiraz è di sotto da questo verso ostro per mezzo l'isola 
de Ormus. Da tutte queste tre provincie se poi trazer una gran quan- 
tità de zente et massime de Schiraz et Persia. La dieta cita de Schraz 
fa 200,000 -anime ed è murata. Altre volte ribellò a Ussun Cassai! 
de volontà de un suo figliuolo che voleva farse signor , sicché da 
questi loci potria esser tratto esercito potentissimo , ma tengo non 
andrà a questa banda, ma anderà ad altra parte verso tramontana 
per aver li Georgiani con lui, quali sono mìmicissimi col Turco an- 
cor che venissero nel suo campo. Questo farieno per non se lo re- 
tirar adosso per confinar loro con Trapesonda. 

Or torniamo a Tauris ; partendosi de li, andar per greco per 7 



276 

giornate se trova Ardevil, confina ila ponente con el paese de Shir- 
van dove è la gran cita de Schiamachi. Et.il paese de Schirvan con- 
fina con li Giorgiani verso maistro dove è Emircapi dieta e porte 
de ferro, et da questa banda potrà aver soccorso numeroso sì dai 
Giorgiani come da quelli altri paesi nominati. Puoi aver etiam soc- 
corso grande de Azerbigian che confina da levante col paese de 
Ardevil, et etiam de Sara che è sopra el mar Caspio. Se potria dir 
che el potesse trager zente assai dal paese de Gorassan, ma per 
esser novi sotto el suo dominio non credo che vorrà di quelle. 
Se potria anco servir di bona zente de Ispaan et altri paesi che 
sono in la Media. Sicché per concludere tengo farà grandi eserciti 
per esser ben voluto da tutti e libéralissimo. Sta che, come ho dicto 
di sopra, mi dubito assai del fatto de Selim. 

Marin Sanudo, Cod. Marciarli, voi. XIX. 



DOCUMENTO I/KXXIH. 



Relazione di Persia, del clarissimo messer Teodoro Balbi 
console veneto nella Siria dall'anno 1578 al 1582. 

Serenissimo Principe , 

Dalla guerra di Persia, nella quale con numerosissimo esercito e 
con gran spargimento di sangue contendono insieme due potentis- 
simi re del mondo, non mi ha parso poter avere informazione della 
quale la Serenità Vostra possa in parte rimanere soddisfatta, se non 
colPaver minutamente in leso se fé forze del presente esercito come 
di ogni altra particolarità con cui si possa far giudicio, come il re 
persiano sia per resistere alli assalti turcheschi, e con che ordine e 
fondamento possa muoverle armi contro un tanto forte inimico. Così 
mi sono andato, con più certezza che ho potuto, informando delle 
entrate e spese di detto re, della milizia che egli ha, dell'ordine del 
guerreggiare e stipendiar li soldati, dell'obbedienza che gli porta il 
suo popolo, di molti altri successi nelli tempi passati nella creazione 
di re, dalla quale si può comprender la durazione di quell'imperio, 
e di molte altre cose pertinenti alle forze e poter suo ; le quali tutte 
ho voluto far sapere alla Serenità Vostra con questa mia scrittura.. 



277 
non aspettando di farlo personalmente nel mio ritorno a Venezia, per 
sapere quanto più ora, che si la questa guerra famosa appresso tutti 
li principi del mondo, erano desideralissimi tali avvisi, di quello sarà 
di qui a tre anni, quando forse sarà compido il guerreggiare in 
quelle parli. Supplico intanto Vostra Serenità che in questa mia re- 
lazione attenda più alla volontà e desiderio con che io la faccio, che 
è di darle quanto più per me di sua soddisfazione; perchè del resto 
sono sicuro che per la mia poca esercitazione nel dire non sarà 
degna del suo cospetto, e per non essere stato io nella Persia, né 
aver ragionato con persone maggiormente istrutte di quel regno, po- 
trà parere in molte parti imperfetto. 

È postala Persia sotto il clima stesso di Venezia e dell'Europa, 
e nella parte di tramontana dove è il mar Caspio è montuosa e fred- 
dissima , da quella di mezzogiorno è pur anco montuosa ma ferti- 
lissima e calda. Ha molte fontane e fiumi, e dove è il golfo d'Ormuz 
è dal mare perfino bagnata. Confina coi Tartari e con altri re ido- 
latri. Dove è la città di Vaslan ed altre città dalla parte di po- 
nente confina con Turchi e Georgiani. 

Ebbe questo imperio molti re, dei quali siccome è stato scritto 
copiosamente da molti scrittori, così ora non tocca a me ragionare 
che di quelli che della legge maomettana in qua hanno regnato. 

Il primo dei quali fu Ismail Gioneid che seguendo la legge di Ali 
et per questa cagione perseguitato dai Turchi fuggì in queste regioni 
nella città di Ardevil, dove vivendo vita esemplare e da tutti i cir- 
convicini tenuto per santo, venne in tanta reverenza appresso cia- 
scuno che ridusse molti di quei popoli alla fede di Ali, essendo da 
loro tenuto per capo. Così visse mollo tempo e dopo la sua morie 
successe Haider, il quale non stette molto che in guerra fu morto 
restando suo erede Ismail che dopo gli idolatri di Nembrod fu il 
primo che ebbe titolo di re della Persia, e quasi di tutta se ne fece 
padrone sottomettendola al suo impero con molti regni e ducati di 
fede turca. Combattè con sultan Selino, e per causa delle artiglierie 
fu rotto. Fu uomo libéralissimo e sopratutto coi soldati spendeva 
quanto aveva, e la sua morte ne diede il segno che pochissimo oro 
se gli ritrovò. Fu bellicoso e sopramodo si dilettò della caccia. 
Fabbricò una gran moschea nella città di Ispahan, morì ad Ardevil, 
dove era. andato a visitare la tomba di suo padre l'anno 1523, 
avendo xv. anni con assai buona fortuna amministrato il regno. 

11 figliuolo per nome chiamato shàh Thamasp padre del presente 
re successe nel regno in età di 11 anni e ne regnò 50. Guerreggiò con 



278 

Selim quantunque non volesse mai seco venire a giornata, per la 
esperienza che ebbe dai padre dell'artiglieria ; prese Tauris città 
principale di quel regno e di nuovo la riacquistò, fece la pace con 
detto Turco e promise di mai rompergli guerra, siccome fu veduto 
nelli capitoli fatti tra loro, né fu dettò che la fortezza di Kars fosse 
gittata a terra, e che per 8 miglia da una parte e dall'altra fosse 
fatto deserto affinchè in niun tempo potesse nascer mai fra circon- 
vicini dissensioni. Così mai l'uno contro l'altro mosse le armi, anzi 
in occasion di bisogno si promisero soccorso. Il detto shàh Thamasp 
andando contro un re georgiano a questo e quello inimico cosìfece ) 
e lo vinse a tempo che d'ogni altra cosa pensava che alla guerra per 
esser l'invernata e d'ogni intorno la neve, ed oltre il sacco e bollino 
che fece menò un 30 mille anime fra uomini e donne da 15 fino 
ai 30 anni. 

E perchè si trovavano del re morto 24 figliuoli tutti in diverse 
città del regno divisi , che intendendo la perdita del padre e della 
città regia, nissuno se ne fece padrone chiamandosi re di quelle, 
e ne restò il regno in 14 parti diviso. Uno di questi fratelli è Sim- 
bes che è quello che l'anno passato era in poter del re di Persia 
e che prometteva andar ad infestar li passi e non lasciar andar 
niuna cosa all'esercito dei nemici, ed acciocché gli fosse data cre- 
denza si fece turco-persiano. Siccome scrissi a Vostra Serenità è 
uomo di grandissima stima, e tanto che in qualcuno è animo che se 
questi è da parte dei Persiani, basti lui a metter in gravissima ne- 
cessità i nemici. Son tutti i suoi georgiani soldati veterani dati a 
vita comoda, che non hanno alcun pensiero né cura della cavalleria. 
Dicono discender da una figliuola di Salomone. Tengono altari e 
chiese come le nostre con figure del Salvatore e della Beata Vergine. 
La sua sede è ora a Tiflis che rende tributi al regno di Persia. 

Fu quel Shàh Thamasp il primo che andò ad abitare Kasbin ed 
ivi poner la sedia; e quella città era per avanti antica villa suddita* 
del re di Ghilan, il territorio della quale per lunghezza è 18 leghe 
e per larghezza 14, situata in mezzo di alte montagne dalla parte di 
tramontana, dove la neve in ogni tempo dell'anno si trova ; e questo 
fece per sicurtà e per esser in mezzo del suo regno in sito fortis- 
simo , e di essa ne ha fatto una città principalissima. Si chiama 
questa villa Kasbin che in sua lingua non vuol dir altro che ca- 
stigo, perchè a quel tempo in essa erano rilegati tutti i malfattori 
che non erano giudicati a morte ; ed ora è città nobilissima adorna 
di grandissime fabbriche e giardini di molta spesa, fra li quali ve 



279 

n'ò uno del proprio re, ili spesa di più di 1°2,000 ducati, per la cui 
bellezza lo chiamano reesl che in lingua loro intendono paradiso. 
È città popolarissima che dicono che ad ogni richiesta del re gli 
sono sempre pronti 30,000 cavalli, il circuito della quale è intorno 
a leghe tre. Ebbe il suddetto shàh Thamasp dal re dei Tartari il re- 
gno di Candar in dono per l'aiuto e soccorso che egli diede per 
rimetterlo in stato al tempo che fu rotto nel regno di Gambaia. 

Fu questo shàh Thamasp crudel tiranno, che chi vedeva ricco e di 
qualche autorità nel suo regno lo privava della roba, e se non gli 
toglieva la vita gii faceva cavare gli occhi ; di niuno suo capitano o 
cavaliere si fidava, ne d'alcuno voleva consiglio; era avarissimo e 
per accumular danari mandava perfino al bazar le proprie vesti, 
tratteneva il soldo che prometteva ai soldati, per il che 15000 e più 
abbandonarono la Persia facendosi vassalli dei Tartari ed altri re 
delle Indie, per non esser sottoposti a un tanto tiranno. Usava d'anno 
in anno rinnovar la moneta facendola fare di metà valor, e non si 
stampava dell'altra, proibendo quella, e quasi tutta la colava nella 
zecca, e di questa ragione nelle altre città del regno cavava danaro 
grandissimo, che non si mette in computo delle sue rendite. Alla 
sua morte gli fu trovato fra oro argento e gioie, cosa che par impos- 
sibile, nondimeno mi è stata confermata da più bocche più di 80 mi- 
lioni di ducati, tra li quali v'erano 17 milioni battuti a maidini d'oro. 
Lasciò fra cavalli, cavalle e cammelli al n° di 100,000. Morì del 157G 
ai 11 maggio, avendo regnato 50 anni. Poche ore avanti conoscesse 
la sua morte, ordinò il suo testamento, e avanti che nel suo regno 
succedesse shàh Ismail suo figlio secondogenito, per trovarsi il pre- 
sente Mohammed Kodabende dedicato alle cose della sua legge e 
per aver corta vista : e si fidò pur di 4 suoi capitani che essi chia- 
mano sultani, il nome dei quali sono: sultan lbraim mirza, suo ni- 
pote che si trovava in alcuni suoi castelli discosti da Kasbin 6 in 7 
giornate dalla parte di levante, al qual fece intender venisse con 
quante più forze potesse, così fece venendo con 12 mille cavalli : 
mettendosi nella casa regale, e datogli dal detto re autorità del go- 
verno, e fattolo camerier principale con autorità di portar la spada 
che a niuno è concessa ; il secondo era mirza Ali sultan ; il terzo 
Absalon bey; e del quarto non si è potuto aver il nome, e solo per 
il tratto intendeva andar attorno dal Derogi che a loro usanza vuol 
dir governatore del regno, il quale, era quarto visir creato di più 
dell'ordinario, già per avanti trattava di far morir shàh Thamasp e 
sin» figliuolo shàh Ismail per metter in sedia sultan Aider altro figlio 



280 

di shàh Thamasp e di madre georgiana, sol perchè lui saria stato, 
sopraintendente di tutto il maneggio del regno. 

Sapendo adunque shàh Thamasp questo disegno del governatore 
consultò coi sultani, di tor di vita sultan Aider figliuolo suo, e lo 
mandò a chiamar con fargli dire che avanti chiudesse gli occhi desi- 
derava vederlo e farlo suo successore, alla qual richiesta fu il figliuolo 
obbediente, e giunto al cospetto del padre disse il re ad un suo capi- 
tano chiamato Absalombey che facesse il suo ufficio ; per il che fu il 
figliuolo legalo e posto in catena in una stanza con sicurissima 
guardia. Mancato il re fu tenuta detta morte secreta facendo serrar 
tutte le porte del palazzo. Il che vedendo il terzo giorno che fu li 8 
detto, il governatore ribelle non volse più tardare che Aider non 
fosse pronunziato re, corse armata mano alla casa regale con 15000 
fanti suoi seguaci, gettando a terra la prima, seconda e terza porta 
gridando a loro usanza Aider suo re. Questo vedendo li sultani che 
erano alla custodia del palazzo, mandarono nella stanza dove era 
Aider serrato, Samai bey di sangue circasso e fecero che gli troncasse 
la testa ; e troncata che l'ebbe la portò in mano gettandola dalle scale 
del palazzo a piedi del cavallo del governatore nemico, che pur atten- 
deva a gridar Aider re: dicendogli, piglia la testa del tuo re con 
molte parole vituperose. Ed essendo ancor essi provvisti di gran 
banda di gente e soccorsi, attaccarono la zuffa, tagliandone quanti 
ne trovavano che ascesero al numero di 4 mille e più, non lasciando 
in vita né grande, né piccolo, né dell'uno, né dell'altro sesso della 
sua prole, mettendo a sacco le case loro e dispianandole fino alle 
fondamenta ; e lui togliendo la fuga con non più di 2000 cavalli 
se ne uscì fuori della città, e per necessità di fame ed altri di- 
sagi fu abbandonato nel viaggio dalle sue genti, e dal proprio fi- 
gliuolo che si ricorse nella città di Kom a Sultania madre di Ismail 
e del presente re di nazione turcomanna zia di Emerkan, il quale 
al presente è capitano generale, ed è detto per sopranome Spada 
di Persia, sperando che per mezzo di lei gli fosse salvata la vita ; 
ma non gli riuscì perchè de li a poco fu morto insieme con sei 
altri fratelli. E vedutosi detto governator abbandonato da ognuno 
si vestì da medico in alcune montagne fuggendo per venirsene al 
Turco, fu da alcuni cacciatori inviati da Absalon bey suo nemico, 
conosciuto e preso e condotto ad esso e tenuto fino alla venuta di 
ismail che lo fece morire, siccome dirò più abbasso. E perchè 
per le rapine e morti che si facevano nella città, per non vi es- 
sere il re, pochi erano sicuri nelle case proprie, il giorno 17 Ab- 



281 

salon bey ed alcuni capitani del re morto, con gran banda di gente 
andarono per la città e per li bazari assicurando e dando animo 
a ciascuno che tornasse ai suoi negozi: dicendo che il re Ismail 
non poteva far che ogni ora non comparisse : mandando bandi at- 
torno che sotto pena della vita ninno avesse ardire di molestare 
né cosa, né persona della città ; e dove si trovava un malfattore 
gli erano troncale le mani e i piedi o tagliata la testa siccome 
pareva meritasse il delitto, ponendola sopra le lande e portandola 
attorno per la città e bazari, e con questi mezzi fecero cessare il 
spavento ed assicurare l'animo di ognuno. Facevano al mezzogiorno 
e alla sera che fossero sonate gnacchere, e fatta allegrezza con 
gridi altissimi che il re era vicino , e questo solo per tenere il 
freno a qualcuno che avesse animo di perseverar nelle stesse 
rapine. 

11 giorno dietro che fu alti 18 fu pubblicato shàh Ismail re, 
nella moschea grande, e di subito tutti li capitani e soldati che 
erano alla custodia della città e di tutte le circonvicine, andarono 
a levare il re che ancora si trovava in un castello sottoposto alla 
città di Ardevil discosta da Kasbin giornale dieci dalla parte di 
tramontana, dove fu dal padre relegato, per il mal animo che lui 
credeva avere contro i Turchi, et per esser di natura feroce du- 
bitava calasse alli confini e fosse cagione di romper la guerra col 
Turco, e per questo lo tenne in quella fortezza appresso anni se- 
dici. E giunti in vista di detto castello cominciarono a gridar shàh 
Ismail che vuol dire re Ismail. facendo molti segni d'allegrezza ; 
al che però da lui non fu dato ascolto ne manco dal capitano che 
era in sua custodia congiunto di sangue col governalor ribelle, e 
diceva voler combatter con loro ; ma fu da Ismail ordinato che non 
facesse motto alcuno perchè in breve la visita si sapria, sì come 
fu che non stettero molto che da ogni luoco vedeva comparir genie 
ed empiersi le campagne di soldati che gridavano colle stesse voci 
Ismail re. Del che fatto certo discese dalla fortezza, ed il capitano 
che primamente non volse credere fu il primo a baciargli il piede, 
e dimandargli perdono con la spada legala al collo se l'aveva of- 
feso, perchè tutto aveva fatto per non esser disobbediente al re 
morto padre suo, che già tanti anni glielo -ivea dato in custodia; 
e così gli perdonò, anzi concesse ad un suo figliuolo il governo 
di Tauris ; e di poi gli corse ognuno a baciare il piede : e veduto 
che già si erano adunati più di 85 mille cavalli con forse 5 mille 
padiglioni deliberò incamminarsi verso Kasbin ed a mezzo cani- 



482 

mino fu incontrato da sultan Mirza suo germano da parte di padre 
e cognato, e smontato da cavallo, volse il re fare il medesimo ab- 
bracciandolo e raccogliendolo caramente, e dopo molte parole di 
complimento lo creò suo capitan generale, confirmandolo nella stessa 
dignità la quale il padre gli aveva data, ordinando che il suo pa- 
diglione fosse posto all'incontro dell'i reali ancorché ciò non fosse 
solito a farsi in niun tempo. E giunto alli 14 luglio alla vista della 
città di Kasbin, ivi si accampò ed alli 15 gli fu menato in catena per 
il capitano Àbsalon bey il governatore ribelle, e da esso re gli furono 
dette molte parole come conveniva alla sua infedeltà, e se lo scacciò 
davanti serbando la sua morte a pochi giorni. Dopo, lui stette fino 
li 17 facendo molte giustizie crudeli. Venne fino alle porte delia 
città sopra 12 cavalli cavalcando or sopra l'uno or sull'altro, per 
segno delli 12 figliuoli di Ali suo profeta ; e per timore non gli 
fosse tirata qualche archibugiata e fosse morto, con 20 suoi più 
fidali si mise in una strada dove non era aspettato e per la porta 
del giardino ascosamente se ne andò nel palazzo reale, facendo che 
il suo capitano generale andasse sotto l'ombrello per la strada ove 
tutto il popolo stava aspettandolo. 

Non stette molto che divenne crudele sopra ogni altro non perdo- 
nando ad alcuno della stirpe del governatore ribelle, nemmeno al 
cognato creato da lui capitano generale che tutti fece morire insieme 
con dieci fratelli, chi di veleno e chi strangolandoli, fuori che il 
presente re il quale si' trovava in Schiraz discosto da Kasbin due 
giornate che non lo potè aver mai in così poco tempo che regnò ; ma 
bensì il suo figliuolo con due suoi germani e tutti li principali sultani 
che erano nella corte del padre ; et soleva dire che non si potevano 
sostentar i padiglioni reali con corde vecchie, e con le sue proprie 
mani ne ammazzò infiniti, dicendo voler vedere se la sua spada ta- 
gliava, e per il computo fatto delli morti di mano sua e di suo ordine 
ascesero al numero di dodici mille, senza quelli che in così breve 
tempo che regnò privò degli occhi e scacciò in esilio. Fu di pensiero 
per qualche suo fine di lasciar la fede di Aly e pigliar quella di Omar, 
e ne diede segno col cavar gli occhi ad un suo califfo persona prin- 
cipal della fede ; e con far molte altre offese ed insulti a molti altri 
suoi santoni ; il che pressentito da' principali che restarono nel regno 
fecero congiura insieme con una sua sorella alla quale lui aveva fatti 
molti oltraggi e toltigli 200,000 ducati e più che si trovava eli schiavi 
e schiave, facendola star in vita ristretta e piena di disagi ; donna di 
30 anni astuta e prudente e che dal padre suo era stimata e si fidava 



28;* 
di lei; e cosi insieme ordinarono il veleno ponendolo in alcune palle 
di teriaca che soleva mangiare, e postato in una bustela ohe soleva 
portare il figlinolo di un suo capitano confidente die sempre gli stava 
a lato; egli al solilo ne prese e la notte seguente restò morto, (>±~ 
sondo in età di 44 anni e fu all'i 24 novembre 1577, la vigilia di santa 
Gatterina avendo regnato solamente 1 anno 7 mesi e giorni, morto 
a tempo che disegnava far pubblicarla legge che voleva Ormare all'ul- 
timo del suo Ramadan, e diceva pubblicamente che avria fatto doni 
e tenuti in sua grazia tutti quelli i quali l'avessero seguitalo ed altri 
che avessero voluto star ostinati nelle sue opinioni gli avria fatti 
andar a li 1 di spada ; e per non lasciar andar più avanti questo suo 
disegno gli fu dato il veleno. Fu tenuta dalla detta sorella la morto 
del re secreta, mandando a chiamar li capitani principali complici 
della morte del detto re, e lor disse che nelle sue mani stava quell'ab- 
bondantissimo regno, e se volevano essi con gli odi particolari ve- 
derle il fine facevano gran peccato ; ma che allora era tempo di ri- 
mettere ogni malanimo che avessero, l'uno contro l'altro, e non dar 
questa allegrezza ai Turchi e Tartari che dall'una e dall'altra banda 
confinano che goderiano di bcverli il sangue, e di veder la desola- 
zione di quell'impero, e quello diceva, lo diceva per loro e suoi 
successori non per lei che ne aveva la minor parte, essendo donna e 
di sangue regio che da qualche banda avria pur avuto un pezzo di 
pane ; e non voler che tante fatiche del padre ed avolo suo rimanes- 
sero distrutte per le lor dissensioni in questo momento, e fusse an- 
nullata la casa del suo profeta, e con parole assai maggiori , cosa 
insolila in una donna e massime in quelle parti, e con tanta eloquenza 
che fece risolver ogni malanimo che era tra loro ed aquietar l'uno e 
l'altro alla sua presenza, facendo loro dopo giurare sopra il suo mufli 
di conservare il regno per il fratello. 

Fu per questi sparsa voce per la città che il re fosse morto e fu 
dal popolo levato tumulto, il quale andando alla casa reale e gri- 
dando voler vedere il suo re, la sorella con li capitani deliberarono 
di far comparire uno vestilo cogli abiti regali sopra una terrazza 
eminente, intonando la voce come Ismail era solito fare, mostrando 
colle mani segni di comandare ai suoi, e diede a creder al popolo 
che quello fosse il re e lo aquetò ed ordinò di subito che tutta la mi- 
lizia fosse posta sotto quei capitani che erano sette e che cadauno 
avesse cura delti sottoposti, ed a detta signora furono fatti venire 
tutti li capitani in loro lingua sultani, dicendoli sotto che banda di 
capitano volevano slare, perchè il re. .era morto e bisognava tenere 



284 

il regno senza confusione fino a che venisse il fratello. Tutti assen- 
tirono e nominarono il capitano, cui volevano essere sottoposti colle 
sue genti fra li 7 antedetti; ed ordinata la città in sette quartieri ed 
a cadaunoconsegnato il suo con li soldati sottoposti, spedirono quante 
più genti poterono sì di Kasbin come delle città circonvicine con 
padiglioni ed altre cose necessarie per levare il nuovo re che era 
pure in Schiraz. 

Così venne a far l'entrata ai 25 di gennaio 1577 essendo di età di 
anni 41, tutto canuto ancor che si tinga la barba; di bella faccia, e 
proporzionata persona, impedito della vista e non vede niente a 
basso, ma guardando all'aito vede così ben come ciascuno ; ma 
avanti venisse a Kasbin, mandò a dimandar al zio della sorella, come 
quello che l'amava, dubitando che al disegno avea fatto di farlo 
morir questo suo zio non se li opponesse con vederla difender; e 
perciò non gli nascesse tumulto, ed essendo questo buon capitano ed 
amato sopra ogni altro dai suoi soldati ed era chiamato Samahal 
sultan, il quale andò se ben con timore, ed avea fatto per avanti 
andar la nipote sorella del detto re a casa sua, avendo fortificato be- 
nissimo il suo palazzo, e messovi grandissimo numero di gente colla 
guardia e donatogli quanto aveva d'importanza, acciocché in ogni oc- 
casione fossero pronti a morir con lui; dove dal re fu accollo cara- 
mente e non mostrando segno di animo cattivo, anzi confermatolo 
gran cancelliere; siccome era stalo fatto dal fratello ; avendo ordinato 
prima che fosse strangolato, subito fosse partito da lui, come fu ese- 
guilo spedendo di subito a far morir la sorella a compiacenza della 
prima moglie di shàh Jsmail fratello del marito; ma più per l'in- 
vidia chele portava per esser donna accorta e prudentissima facendo 
anco far il medesimo ad Ali sultan uno dei 7 capitani che gli conser- 
varono il regno, sol perchè trovandosi lui governatore per avanti 
dove lui abitava gli usò molte stranezze e per esser stato molto amico 
del fratello morto, e che teneva ancora un suo figliuolo di mesi 4 in 
governo che lo fece anche morire. Entrò nella città, fece doni libé- 
ralissimi di centinaia e migliaia di ducati; i banditi fece venir nella 
città e restituir loro le dignità, fece di subito liberare gli ambascia- 
lori dei Tartari che si trovavono in un castello postivi dal fratello, e 
con doni e cortesi parole gli dimostrò il dispiacere che sentiva del mal 
procedere loro usalo, e che lui era prontissimo di conservar la stessa 
amicizia che li usò il padre suo; e si partirono soddisfattissimi da 
lui. Fece il medesimo a molti ambasciatori di re delle Indie e ciaus 
turchi che si trovavano in Bagdad e Caraemil che in tutto erano 



88J5 

ulto, e li fece consegnare a 4 di quei capitani principali acciò li 
custodissero fino ad altro suo ordine. E questo per li moti che già 
erano stati sentiti al tempo del fratello che i Turchi volevano man- 
dare a fortificar Kars e che intendevano voler il kasnadar e facoltà a 
loro modo lasciate in quel regno alla morte di sultan Rocafir , 
fuggito in Persia al tempo di sultan Selim suo padre, che lo perse- 
guitava per farlo morire per la discordia e disamore che le venne 
coi fratelli, e che alfine di ordine di sultan Soliman fu morto nella 
Persia in un banchetto che shàh Thamasp gli fece, e non per altro 
che per non voler romper la guerra col Turco secondo la fede pro- 
messa, facendo anche morire insieme col padre, due suoi figliuoli e 
tutta la corte che ascendevano al numero di 2000 persone; e resta- 
figli 17 pezzi di artiglieria minuta, uno di 50 e gli altri di 21, con 
numero grande di archibugi, che aveva seco, del che sultan Amu- 
rath al presente re dei Tartari, gli mandò a ricercar dette facoltà, 
ovvero come essi dicono tesoro, ed anco perchè fino l'anno avanti 
al tempo di shàh Ismail era concertato di aver Shirvan a tradi- 
mento colli propri terrieri, avendo veduta una lettera che promet- 
teva alli detti di Shirvan di mandargli 50,000 archibugi, se loro si 
contentassero d'accettarlo per loro re; la quale ebbe per mezzo di 
un proprio di Shirvan con industriale se ne fuggì al re suo, nar- 
randogli particolarmente quanto era allora seguito, e per questo si 
diede voce di guerra, e tanto più era tenuta per certa, quanto che 
Ismail era in pensiero di andar a cingersi la spada e far le solile 
cerimonie siccome fecero li suoi predecessori in Babilonia; del che 
essendo morto e successo il presente re nominato Mohammed Kho- 
dabende e trovati gli umori alterati , le opinioni di Amurath di 
voler fortificare Kars, anzi che tuttavia lo fortificava ( fortezza che 
per li capitoli del padre sultan Soliman con il suo shàh Thamasp non 
poteva ad alcun modo fare), commesse a quei sangiacchi vicini che 
non permettessero che tal fortificazione andasse avanti, d'onde per 
necessità ne seguirono scaramuccio e danni all'uno e all'altro nelle 
città e castella vicine; e furono mandati da una parte e dall'altra per 
propria difesa gente e soldati con sangiacchi ed altri venendo in 
questo modo a guerra odiosa ed a scoperta battaglia. Fu per questo 
spedito in diligenza da Costantinopoli Mustafà che se ne andò con 
potentissimo esercito verso quelle bande, nò per altro sono venuti 
questi due barbari e potentissimi re a definizione di armi, ancorché 
alcuno voglia che tutto sia nato più per causa della fede che per altro. 
Ma le cause sono state le sopradette che furono prima origine di 



286 

tante guèrre. Questo è quanto alle condizioni delli re che fino al 

tempo presente hanno avuta la Persia. 

Li regni sottoposti a questa corona sono Korassan, Gandar, Shir- 
\an, kuhistan,Gurdislan, Ghilan,Laristan, Avaz e il regno di Ormuz, 
ma questi tre ultimi gli rendono solo tributo, e la sede è posta in 
/ Kasbin. Ma dalla parte di ostro le città Kom, Kashan che è la princi- 
pal di mercanzia, Jepaham, Shiraz, che anticamente era la sedia del 
legno di Kars e che fu fabbricata da un pastore, dal qual portò il 
nome, divenne città grandissima, e per causa delli suoi cittadini che 
non volsero accettar il suo re che fuggiva per una rotta che ebbe 
dai suoi nemici, fu da lì a poco tempo da lui rovinata fino alli fon- 
damenti, le sono situale attorno più ville e moltissimi castelli; se- 
guono la città di Ardistan Abircà, la quale fu rovinata da Ismail primo 
per la poca obbedienza. Dalla parte di tramontana è posta Tauris 
che prima era la sedia reale discosta dieci giornateda Kasbin, Ardevi!, 
che era già loco dove si dava sepoltura alli re, la città di Erzengian, 
Naschivan, Shirvan ed altre. Da levante tiene il regno del Korasan con 
molte città e castelle. La città di Mohamedsal, così chiamata per il 
nome del suo profeta, in cui vi è una moschea, nella qual dicono es- 
sere un grandissimo tesoro ammassato d'oro e d'argento, che è di 
^ scosto da Kasbin giornale 24; inoltre Bistam, Sistan. Dalla parte di 
ponente ha un regno di Kurdi nell'i confini di Bagdad, il cui re si di- 
manda Bustan ed ha per moglie una figliuola che fu di shàh Thamasp 
re di Persia e mette in campagna 12000 cavalli. Questo rende tributo 
e non si sa di quanto, tiene anco alcune città di Georgiani sebben ora 
si sono ribellate al Turco; gli è anco reso tributo a Lar che è regno 
' discosto 5 giornate da Ormuz; ha più abbasso la città di Bursa che 
è sedia di un re d'Arabi nelli confini della Balsera appresso il fiume 
} Tigri che d'ogni intorno la bagna, il re della quale gli rende tributo 
di 20 fra cavalli e cavalle di pregio grandissimo. Ma ora si è ribel- 
lalo da lui e datosi ai Turchi, che è quello che per avanti scrissi, 
confina con Babilonia da una banda, e dall'altra con Mossili ancor 
città della Persia e molte altre città e castella. 

Le entrate del regno suddetto, ancorché non si abbiano potuto 
aver particolarmente di provincia in provincia, nondimeno si diranno 
succintamente in somma, la quale molti vogliono che ascenda a 4 mi- 
lioni e *fa d'oro. Ma la più parte dice che ha 4 milioni soli all'anno; 
se bene non doveriano arrivarci di gran lunga, ma per la tirranide 
dei re loro, che di uno ne traggono cinque finché viene a questa 
somma, 



287 

Oltre di questo ha una infinità grande di ville < i castella tutte ap- 
plicate a stipendi della cavalleria, che il minor salario che dà, è di 
di ducati 100. Ma perchè essi le fanno lavorare non cavano d'ognuno 
tre; a questo modo ha anco parie della fanteria pagala che tiene alla 
sua guardia; se tutto questo danaro le venisse nel suo Kasnada avria 
grandissima quantità d'oro, avendo oltre la cavalleria, come la S. V. 
intenderà alla sua guardia G000 gentiluomini, li quali sono pagali 
per li 4000, come ci ha detto, in ville ed assegnatoli da 300 fino a 
3000 ducati l'anno, e per il resto delli 2000 entra nella spesa, siccome 
dirò: questo è quanto ho potuto sottrarre delle rendite del regno di 
Persia. 

La spesa che fa e tiene dirò alla Serenità Vostra con la medesima 
brevità: ha 70 sultani che sono deputati al governo delle città pa- 
gati de proprio kasnà con partito di 10 fino a 30000 ducati al- 
l'anno per uno, con obbligo di tener chi 3 chi 4 chi 5 cento fra ca- 
valli e pedoni li quali tutti sieno pronti ad ogni servizio del re. 
Paga li due mille Turchi della sua guardia da 100 a 160 ducati al- 
l'anno per uno, fino a tanto che nasce occasione di premiarli in ville 
come dissi sopra e la maggior parte dell'arcobugieria è pagata dallo 
proprio kasnà, e queste sono le maggior spese che ha quella corona. 

Le dignità e gradi che sono appresso il re sono queste: la prima 
è Mirza che vuol dir principe, e si dà solo a'fìgliuoli e nipoti regii. 
Segue la dignità di Kan e questi sono adoperati solamente per capi- 
tani generali nelli negozi principali del. regno; tiene anco una specie 
di viceré che tiene cura di tutte le cose, così in pace come in guerra. 
Oltre questo sono tre visiri, uno delli quali attende a, riscuoter l'en- 
trada; il secondo ha carico delle scritture; il terzo ha il governo del 
Kasnadar, cioè del denaro della corona. Ha un Gurchi bassi che è 
capo della guardia dei 6000 curchi: come anco ha un capo dei porti- 
nari, che ascendono al n. di 700. Ha due gran Kan che uno dei quali 
porta sempre il bollo reale detto homajon appeso al collo. Seguono 
poi li sultani cioè capitani, e di questi se ne serve il re olire il tener 
la gente ad essi sottoposta all'ordine e [ironie in mandarli al governo 
di città e provincie. Vi sono anco molti altri gradi e dignità che 
per non tediar Vostra Serenità lascio da parte. 

La dignità pontificale è chiamata da loro Mugietéed , che vuol dire 
papa della legge; il qual titolo sebbene è nella persona delli propri 
re, nondimeno è conferito in altre persone per non occuparsi egli in 
tal negozio. Tiene il Califfo che è persona sacerdotale che ha il ca- 
rico di poner il corno al re ed a tutti quelli che sono fatti degni da 



28N 

esso re del corno. Vi è il cadì che attende alle cose civili e cri- 
minali della città, e che col tempo poi ascende alle dette due dignità. 

La milizia che tiene il suddetto re è di 100,000 cavalli pagati come 
avanti ho detto; tutta gente conosciuta ed esercitata nell'armi, e fe- 
delissima al loro re e potrà anco valersene, siccome intendeva, pa- 
gandola. Ha pedoni in grandissimo numero, che dicono che ad ogni 
bisogno ne caveria 200,000, ed anco 250 mille è questo, è affermato 
per cosa certa che non ha 100,000 archibugii, i quali in parte sono 
pagati in ville e castello, ma la più parte dal kasnà del proprio re. 

L'arme che usa la cavalleria sono la lancia non più lunga di 5 
braccia; l'arco e la scimitarra, della quale fanno professione sopra 
ogni altra nazione e la slimano principal arma sopra tutte che usano. 
Per difesa usano camicie di maglia, alcune corazze a similitudine 
delle nostre corazzine ; portano il braccio destro armato di braz- 
zaletto come fa il cavalleggiero, e questo per sicurtà nell'adoperare 
la spada. Li cavalli sono armati di piastre , groppa , testa, petto 
e collo, ma dicono che sono lame sottili e che la frecciata li of- 
fende, e di questi non ne ha che pochi armati. La fanteria porta 
la scimilarra e l'arco, gli archibugieri lo schioppo e la scimitarra, 
alcune calale a foggia di corona con 12 stringhe attorno per me- 
moria dei 12 profeti coi quali morendo dicono che vanno in pa- 
radiso, ed altri portano certe catenelle in vece di calate e di queste 
calate e catenelle ne porta anche la cavalleria. 

11 modo che tiene a ponejf in battaglia è questo: alla parte destra 
per uso antico pone 20,000 cavalli della stirpe che adesso la chia- 
mano del traditore per il già detto governatore; alla banda sinistra 
vanno 10,000 della stirpe di quelli che dicono esservenuti da Damasco; 
mettono poi anco altri i8,000 della gente tenuta in minor conto, com- 
partiti sotto due capi uno con 18 mille a banda sinistra e l'altro 
con 10,000 a banda destra. Nel corpo della battaglia sta il So- 
vrano che è sempre solilo andar cogli eserciti: se ben questo, per 
quanto dicono, non andava per causa della vista, ma mandava un 
suo figliuolo di anni 14 che questo anno ha fatto cose notabili 
per quella sua età, e che vivendo riescirà un gran cavaliere. In 
tutto si stima che potrà metter in campagna 200,000 cavalli. 

Nel regno vi sono cavalli da soma eccellenti di prezzo di 1000 
(ino 2000 ducati l'uno , assuefatti al maneggio a loro usanza che 
sono il galloppar, correre e volgersi all'una e l'altra mano, e sono 
sotto l'uomo ferocissimi e pare che niuno possa domarli. 

Il popolo persiano era a tempo di shàh Thamasp popolo obbe- 



289 
diente, il che nasceva per la disunione che era fra li sultani 
principali; ma dopo che la principessa prudentemente accompagnò 
e congiunse in matrimonio quelle famiglie , par che sia ridotto 
sotto miglior obbedienza e non seguano più quelle rivolte che erano 
solite a nascere: che quanto al re, quando mandava qualche sultan 
alle città, se le sottometteva in breve tempo come cosa propria, si 
opponeva al re, donde nascevano le morti e provvisioni di roba 
che esso shàh Thamasp quasi prudentemente per questo capo a 
quei tali usava. 

Sono li Persiani uomini dediti alla fatica, e nella milizia gente 
che combatte fino alla morte, persone ben disposte, di bella faccia, 
e con comparazione in questa superiore alla gente turca ; che se 
non avessero il timore che hanno della artiglieria, poco stimeriano 
quelle forze nemiche. Le donne sono bellissime, cavalcano molte 
di esse meglio degli uomini, credono agli augurii e nel giorno che 
se ne presenta qualcuno non vogliono far ninna cosa fino alla 
sera, essendo in questo assai superstiziose. 

Questo regno non ha mai fatto lega con altri, perchè di altri 
non si fida; ma se pur avesse da domandar aiuto e di fidarsi di 
qualcheduno lo faria col governo di Ormuz per aver comodo di 
vascelli e andar per mare alla Balsera e di lì poi a Babilonia; te- 
nendo con lui tal confidenza che mai in alcun tempo le saria negato. 

Questo mi parve di doverle riferire. Ed alla Serenità Vostra 
mi raccomando. 

Arch. Cicogna. Cod, MDCCLXH. 



DOCUMENTO li* XXIV. 



Di Persia l'anno 1586-87, nel qual tempo il signor Turco 
acquistò Tauri*. 

Da Venezia in Alessandria d'Egitto, quindi al Cairo, di dove attra- 
versando l'Egitto arrivai in Sorìa, passando per mezzo la città di Da- 
masco e di Aleppo, e di là passando oltre al fiume Eufrate giunsi in 
Caraemit città posta sopra la riviera del fiume Tigri e di quindi per 
19 Bollettino Consolare, Voi. III. 



290 

l'Armenia maggiore pervenni in Van, ultima fortezza dei Turchi, fron- 
tiera de' Persiani, di onde passai in Tauris. 

Sultania è città di Persia, lontana da Tauris 8 giornate e da Kas- 
bin sei.- 

Gengie città di Persia non molto lontana dal mar Caspio e da Tauris 
giornate sei incirca. 

Turcoman castello dei Turchi posto sulla strada tra Tauris et 
Kasbin. 

Da Tauris a Kasbin et poi attraversando la Persia, et passando per 
le principali città Kashan, Ispahan, Schiraz, etc. pervenni ad Ormuz. 
Sono città di deboli fortezze. 

Le armi dei Persiani sono solamente in certa qualità di gente chia- 
mata ehisilbaschi, che viene a dir testa rossa perchè sogliono portare 
in testa una cuffia rossa; ma non sono comunemente nelli popoli. Li 
quali teste rosse godono terreni pubblici assegnati loro per paga, et 
sono circa 30,000 non compresi quelli di Gorassan o di Sciraz. Nelli 
quali si armerieno altri 30,000. Il qual numero è considerabile per- 
chè 30 mille sanno far gagliarda resistenza a 100,000. È militia 
quasi tutta da cavallo di forte nerbo et valorosa con la spada con la 
lancia et con l'arco. Archibusi non usano perchè non li curano, non 
perchè non avessero modo da farne quanti volessero. Artiglierie non 
hanno, né uomini da fortification e da espugnation. 

Il re è anzi povero che no di danari. Non riscuote dazio di roba 
alcuna. Ma le arti contribuiscono un tanto per uno, e la rendita sua 
è di terreni propri di certa contribuzione fatta dalli possessori dei 
beni stabili, e dal ricavato dalle miniere di stagno, di ferro et di rame 
che vi sono ricche, e da miniere di turchesi e lapislazzuli da' quali 
si fa l'azzuro e l'oltremarino da noi tanto stimati. 

Il regno di Persia è diviso in sette regni principali, e ciascuno di 
essi in molto più piccoli regni : come veggiamo il regno di Gastiglia 
haver sotto di sé Granata, Toledo, Lione, Murcia et simili. 

L'uno è detto Irak di cui è capo la città di Ispahan dal quale di- 
cono che cava il re trentacinque mille tomani che è 700,000 ducati. 

L'altro è chiamato Agiem di cui è capo Sciraz ed è el proprio regno 
di Persia, da cui ha preso il nome tutto il paese, come la Francia da 
quella parte ove siede Parigi, et, questo dicono che è della medesima 
entrata. 

Il terzo è Gorassan di cui è capo Herat grande et famosissima città. 

Il quarto Aderbigian di cui è capo Tauris. Et questi due sono di 
maggior rendita che li due primi. 



291 

Gli altri tre chiamati Mazendaran, Shirvan e Ghilan, di cui è capo 
Taberistan, possono essere tanto più ricchi come quei due primi, in 
modo che a quella rendita possono l'uno per l'altro agguagliar. 

E dicendo che quel re abbia in tutto di rendita in tempo di pace 
5 milioni di poco si può errar. 

Le spese sono molto piccole, perchè la militia è pagata de' terreni 
come s'è detto, et la corte ancora è di poco costo. Perchè li signori 
che vi stanno sono alli governi dei regni ed alle città, quando uni 
quando altri, lasciando alli governi loro luogotenenti che vivono da 
certi terreni pubblici et utili, che dà l'ufficio. Tal che della sua corte 
non viene a pagare altro che i cortigiani, che servono la sua persona, 
né questi sono di molto numero. 

Resta la spesa del mangiar et del vestir, et questa anchora è pic- 
cola, essendo in quel paese poco deliziosi et molto parchi nell'uno et 
nell'altro. Talché quel re, quando non corre guerra, può parere di 
starsi assai ricco. 

Li confini di quel reame sono dalla parte di Persia, verso tramon- 
tana i Tartari che sono della stessa religione che li Turchi. Da po- 
nente stendendosi verso mezzogiorno il re di Spagna col regno di 
Ormuz. E da levante verso tramontana il re delle Indie da noi detto 
il Gran Mogol, che finora non si mostra al Persiano ne amico né 
inimico. Ma da questo lato si trammezza il piccolo regno di Gonducar 
posseduto parimenti da questo re. E da ponente e tramontana non 
molto lontan dal mar Caspio, stanno in un angolo i Georgiani, cri- 
stiani di religione, valorosissimi soldati et devotissimi alla corona di 
Persia se ben sono signori liberi. Questi han fatto in suo servitio et 
tuttavia fanno dai lor confini, mortai guerra col sig. Turco, con per- 
dita di qualche parte del loro stato et della loro più principale for- 
tezza detta Tiflis (1587). 

La città di Ormuz è capo non solo di quel piccolo regno che nel 
golfo di Persia si contiene, ma con la sua riputazione lo mantiene. 
Perchè qui è la fortezza, qui stanno li soldati, qui abitano li porto- 
ghesi e di qui si cavano le rendite che vengono al fisco. Il rimanente 
come di poca importanza e di meno considerazione si lascia quasi 
sotto la cura di quel re moro, re solo di nome vano et senza soggetto, 
perchè egli di quelle rendite viva et abbia qualche sembianza di go- 
vernare. 

Questa città per piccola che ella sia è popolosa e ricca di danari, 
sendo la più mercantile del mondo. 

È posta in una piccola isoletta tanto sterile ed infelice che solo 



292 

pare cosa maravigliosa a dire, perchè cosi essendo sia pur abitala. 
Poiché non produce non solo cosa alcuna al vivere necessario, fuori 
che saie, ma ne anche una gocciola d'acqua si ritrova. Ne fin óra 
hanno trovato modo de far cisterne o conserve per servirsi di quella 
che piove; come che una sola conserva sia nella fortezza, la quale per 
ogni occorrente necessità sogliono tener piena. 

Ma questo si tien per certo che in tempo di battaglia si aprirebbe 
per il trono delle artiglierie. Et per questo Mattia de Alburcherch 
capitano di quella città, ha in quel cambio alcune tine di legno rime- 
dio poco bastante, et di qualche incomodo come dicono alcuni. 

Questo elemento con tutti gli altri elementi, sono condotti dalla 
costa di Persia, che tutta gli è amica e da alcun altro luogo sotto la 
sua giurisditione. Et ancora che di quivi gli siano somministrate 
vettovaglie tuttavia molto spesso ne hanno grandissima carestia et 
dell'acqua massimamente nelli mesi di giugno, luglio et agosto che 
soffiano per lo più venti contro la costa, di onde gli viene la migliore 
e la più dolce. Onde bisogna che si vada a torre con le spade et a 
comperarla col sangue. 

E la gente bassa e la maggior parte dell! habitatori se ne passano 
in terraferma, né si trova in quella città artigiani o gente meccanica 
che facciano alcun servitio. 

Questo esempio mostra chiaramente che ciascuna volta che sarà 
ad Ormuz vietata la costa di Persia, esso non sarà più Ormuz. Et 
posto che per qualche mese si sofferisse questo disagio a lungo andar 
bisognerebbe disabitarlo o darlo senza spada in mano di chi lo vo- 
lesse. Alche aspira il sig. Turco per la comodità delle mercanzie et 
per esser questo il vero passo donde si traghetta alla India. Et perchè 
nella costa di Persia havrebbe comodità di fabbricar galere , che og- 
gidì li costano come se si facessero d'argento. 

Da Tauris in Ormuz ci sono cinquanta giornate di carovana. Ma la 
vittoria fa adito a tutti. 

11 regno di Persia è pieno di ribelli, et è tutto posto in iscompiglio; 
et i popoli stanchi della guerra e della spesa, e dal non poter attender 
a' negozi. 



Fra i nostri Codici. 



293 
DOCUMENTO IiXXXV. 



Relazione per li viaggi di Persia. 
1673, 20 luglio. 

Il viaggio da Venezia (ino in Ispahan, dove s'attrova il re di Persia 
facendolo per via di Germania si arriva a Vienna in 14 o 45 gior- 
nate e di là in Varsavia in 20 giornate o poco più, ed altrettante fino 
a Mosca ove risiede il Granduca. È necessario poi attrovarsi nel 
tempo della partenza da Mosca nelli mesi di maggio, giugno, luglio 
e agosto, perchè dovendosi imbarcare nel fiume Volga, nel qual si 
cammina per lo spazio di 40 giorni sopra barconi senza remi con 
le sole vele ed in tempo di bonazza, vengono remorchiati da marinari 
coll'alzana. In altra stagione non si naviga quel fiume perchè in ot- 
tobre si gela e dura così gelato fino alla metà di aprile. 

Nel terminar detto fiume si arriva alla città di Astrakan, for- 
tezza di considerazione custodita dalli Russi sotto il comando del 
moscovita. Si sbarca colà e con altri vascelli più grandi si entra nel 
mar Caspio, nel quale navigando intorno a 20 e 30 giornate al più 
si arriva nella città di Derbent del Persiano. In questo cammino na- 
vigando con vascelli grossi si sta lontano dalla terra, perchè in alcuni 
siti vi sono genti di mal affare che tendono alle rapine e che non 
conoscono alcuna superiorità. Arrivati nel Derbent termina la navi- 
gazione e viaggiando di là per terra, per paese montuoso e sassoso 
lo spazio di 8 giornate si capita a Shumachia, città dove vi sta un 
provveditore generale del Persiano, e di là poi nel progresso di un 
mese di cammino si arriva ad Ispahan dove risiede il re e metropoli 
della Persia, facendosi d'ordinario le giornate di 4 o 5 leghe da 5 
miglia l'una e talvolta fino 8 leghe per poter giungere alla posata. In 
questo viaggio vi si cammina sempre per pianura, eccetto che 3 o 4 
giornate di montuoso, ma non però tanto malagevole. Sicché tutto il 
viaggio da Venezia alla città dominicale di Persia Ispahan, con il 
continuo cammino vi potrà esser lo spazio di mesi 5 o 6. 

Vi è quello poi che si fa per la Turchia. Da Ispahan fino a Erivan 
si va in 40 giornate per terra, ma vi bisogna l'unione di molti per 
formare le carovane, e convengono aspettare lo spazio di 2 o 3 mesi 
e talvolta 4 per la mossa , stantechè vi sono truppe di centinaia di 
Sciti che vivono di rapine. 



294 

Da Erivan in Erzerum si può arrivare in 20 giornate, ma però 
colle medesime provvisioni unendosi almeno 2 o più mille persone, 
perchè arrivati in Erzerum ciascuno si incammina pel paese de- 
stinato. 

Da Erzerum a Tokat, che sono tutte due città grandi e popolate, 
si giunge in 20 giornate, e di là a Bursa città mercantile, metropoli 
della Bitinia, in 30 giorni, ed in 5 a Costantinopoli e continuando il 
viaggio per Adrianopoli con le carovane , al più in 2 mesi si ca- 
pita a Spalatro, con l'ordinario cammino di 4 o 5 leghe di 5 mi- 
glia al giorno. Onde calcolando il cammino per la Germania, Po- 
lonia e Moscovia si arriva in Persia tra 5 -*/ 2 in 6 mesi; e quello per 
Costantinopoli in altrettanto. Da tutte due le parli vi sono i peri- 
coli: per quella di Costantinopoli, l'invasione dei Sciti che svali- 
giano i viandanti, quando non' sono numerosi per resisterli; per 
quella di Moscovia vi sono le fortune del mar Caspio, ed il rischio 
che si corre di cader nelle mani di quei popoli nelle rive del mar 
medesimo, i quali tendono alle rapine, quando non sono provveduti di 
assistenza. 

Commerciali , 1673-74. 



FINE 



295 
NOMINE E DISPOSIZIONI CONSOLÀRI 

(dal 15 ottobre al 15 dicembre 1864). 



Personale di V Categoria. 

Assensio y Ximenes Rodrigo, vice-console di 2* classe in 
Alessandria, addetto temporariamente al ministero (Decreto 
ministeriale 5 novembre). 

(iresti Nobile Avv. Oddone, applicato volontario a dispo- 
sizione, destinato a f. f. di vice-console in Alessandria (De- 
creto ministeriale suddetto). 

Uffizi, 

Lilla. Eretto un consolato in Lilla con giurisdizione nei di- 
partimenti del Nord, Passo di Galais, Ardennes e Somma, 
che vengono perciò staccati dal distretto del consolato 
all'Hàvre de G-ràce (R° decreto 11 dicembre 1864). 

Con Decreti ministeriali 19 novembre furono create le 
seguenti Delegazioni consolari: 

SJ Nazaire, sotto la dipendenza del R° consolato inNantes. 

Louisville (Kentucky) id. New- York. 

San Giovanni di Terranuova id. Gaspé Basili. 

Personale di 2 a Categoria. 

Lamouroux Fortunato, nominato console a Calcutta (R° De- 
creto 23 ottobre). 

De la Revilla R. Giovanni, nominato console a Santander 
(R° Decreto 30 ottobre). 

Scala Giovanni Battista, console a Lagos, dispensato da 
ulteriore servizio (R° Decreto 6 novembre). 

Favarcq Farnese, nominato console a Lilla (R° Decreto 11 di- 
cembre). 



296 



Con Decreti ministeriali 22 ottobre, 


3, 7, 10, 26 novembre 


e 7 dicembre furono autorizzate 


le ; 


nomine dei signori: 


Nicholas Nicolò a delegato 


consolare 


5 hvLouisville. 


Mathieu Alberto 


id. 




Gartagena. 


Aubré Giovanni Pietro 


id. 




S. 1 Nazaire. 


Bayly Giacomo 


id. 




San Giovanni di 
Terranuova. 


Priaulx Nicola Michele 


id. 




Southampton. 


Garratt Enrico 


id. 




Portsmouth. 


Datody Nicola 


id. 




Acri e Caiffa. 


Valaoriti Senofonte 


id. 




Santa Maura.