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ito 



l-D 




Presented to the 

LIBRARY o/r/ze 

UNIVERSITY OF TORONTO 

from 

the estate of 

GIORGIO BANDINI 



LA SATIRA 



STORIA 



DEI 



Generi Letterari Italiani 



LA SATIRA 



DI 

VITTORIO GIAN 



Volume I.° 



Casa Editrice 
DOTTOR FRANCESCO VALLARDI 

MILANO 

BOLOGNA - CAGLIARI - CATANIA - FIRENZE - GENOVA - NAPOLI 
l'ADOYA - PALERMO - PISA - ROMA - SASSARI - TORINO - TRENTO - TRIESTS 

BUENOS AIRES - MONTEVIDEO - RIO JANEIRO - SAN PAULO 
1923 



PROPRIETÀ LETTERARIA 




Stabilimenti della Casa Editrice Dottor Francesco Vallardi - Milano-Appiano. 



PRKFAZIOiNE 



Se questo volume fosse veramente il primo nellu serie 
della Storia letteraria per generi, sarebbe qui necessaria 
e doverosa una trattazione, quanto più possibile larga ed ana- 
litica, d'un argomento che direi scottante d'attualità, cioè d'una 
di quelle questioni « pregiudiziali » alle quali, se può sembrare 
comodo, non è ne prudente, ne onesto il tentare di sottrarsi. 
Alludo alla questione sollevata propriamente da Benedetto Croce, 
il quale, è noto, neWEstetica, opera insigne per originalità e 
vigor dì pensiero, per larghezza di dottrina e per virtù sugge- 
stiva, e in altre sue scritture minori, si ribellò risolutamente 
alla tradizionale classificazione per generi, sì da procurarsi 
non pochi consensi, ma anche parecchie e non lievi obbiezioni. 

Secondo lui, « il maggior trionfo dell'errore intellettuali - 
» stico è nella teoria dei generi artistici e letterari, che ancora 
» corre nei trattati letterari e perturba ì critici e gli storici 
» dell'arte ». L'illustre amico avrebbe ragione da vendere, se, 
adottando questa secolare divisione, si volesse serbarle quel 
carattere didattico, precettistico, quasi imperativo che ebbe sino 
ad un passato ormai lontano; se sì pretendesse, cioè, di indagare 
e imporre, come sì credette di fare dopo Aristotele, certe leggi 
regolatrici dei vari generi, oppure se nella valutazione dei fatti 
letterari così classificati, sì volesse verificare fino a qual punto 
e.ssì sieno ossequenti a quelle regole; infine, se si avesse ancora 
la malinconia di scoprire gli inventoi'l dei generi stessi. Ma tutta 
questa roba gli studiosi seri l'hanno da un pezzo riposta tra ì 
ferravecchi, si che nessuno più sogna d'occuparsene, come di 
« cose rimorte ». 

Ma l'insigne crìtico abruzzese soggiunge : « Incantati . . . 
» da questa idea dei generi, sì sono visti storici della lette- 
» ratura e dell'arte pretendere dì far la storia non già delle 
» sìngole effettive opere letterarie ed artistiche, ma di quel 



VI PREFAZIONE 

» vuoto fantasima che sono i loro generi, e pretendere di ri- 
» trarre non già l'evoluzione dello spirito artistico, ma Tevo- 
» luzione dei generi ». Anche qui il colpo sarebbe grave, se, 
per fortuna, il modesto proposito dei cooperatori nella nuova 
serie vallardiana non fosse, invece, di seguire le vicende dei 
vari generi letterari, considerati, non già come astrazioni aprio- 
ristiche, come vuoti « fantasimi », ma come realtà' tangibil', 
nelle loro manifestazioni letterarie più caratteristiche, le quali 
alla loro volta sono considerate quali prodotti necessari di certe 
condizioni storiche e di certe tendenze individuali e collettive 
dello spirito umano e quindi dell'arte, cioè dello spirito artistico. 
Che se i generi sono concetti e le opere d' arte intuizioni, 
(come, ribadendo la nota teorica del Croce, osserva il Gentile), 
queste intuizioni sono poi espressioni artistiche concrete, le 
quali, per virtù di lunga tradizione, si vennero orientando e 
conformando e raggruppando secondo quei concetti medesimi. 

Vero è che l'autore dié[V Estetica riconosce che, quando 
si parla di tragedie, commedie, romanzi, ecc., non « si dice 
nulla di scientificamente erroneo », dacché si dà a quello ripar- 
tizioni dei generi un significato « puramente empirico ». Nep- 
pure questo giudizio (che pure implica una concessione assai 
notevole) mi sembra in tutto accettabile. Infatti, o m'inganno, 
0, trattando delle vicende dei generi letterari, mentre non .si 
offende la scienza, si rende anche omaggio alla storia, attri- 
buendo a quelle ripartizioni un significato in gran parte storico 
e retrospettivo e non si commette neppure un reato di metodo. 

Quelle forme letterarie — una parola, cotesta, di forme 
che bene si potrebbe sostituire a quella scomunicata e ormai 
compromessa e compromettente di generi — corrispondono 
infatti a realtà storiche, espressioni artistiche, sorte sponta- 
neamente e perpetuatesi per lunga tradizione secolare, di certi 
atteggiamenti dello spirito. M'ingannerò, ma pare a me che 
sarebbe inopportuno ed arbitrario, nel tesserne la .storia, voler 
imporre a questa le nuove concezioni e.stetiche, snaturando così 
il significato originario di esse. 

Il Croce ammette ancora che tra i prodotti classificati in- 
sieme sotto un dato genere, si riconosca una « cert'aria di fa- 
miglia )). Orbene, quest'altra concessione fatta da un ragionatore 
ferreo ed acuto come lui, è di capitale importanza, dacché egli 
esce in tal modo dall'individuo per accogliere la famiglia, 
il gruppo; e dalla famiglia al genere è questione di grado o 



PREFAZIONE VII 

di parole, e dov'egli ravvisa una « cert'aria di famiglia », altri 
potrebbero o dovrebbero additare una certa aifìnità di sangue 
o di razza. 

In fondo, dunque, chi scrive la storia d'una letteratura 
per generi per forme, non fa che accettare e considerare 
« i fatti compiuti » e compiuti per molteplici ragioni storiche, 
psicologiche ed estetiche ; e indaga queste ragioni e illustra le 
vicende di quei fatti e i prodotti letterari esamina e valuta con 
tutti i mezzi che il buon metodo critico gli somministra. 

Ma io ho parlato ancora una volta di metodo. ( Jrbene, 
alla scomunica lanciata teste contro un simile metodo di espo- 
sizione storica della letteratura per generi o forme, e alla .su 
periorità vantata della trattazione cronologica, è facile rispon - 
dere rilevando un fatto curioso. A considerar bene, il primo 
metodo non è, in sostanza, se non una più larga e sistematica 
applicazione di quello comunemente usato dagli storici delle 
lettere, cioè della divisione per ^epoche. In questa maggior lar 
ghezza sistematica sta appunto la « novità » che altri attende 
da questa nuova Collezione; ma non in essa soltanto. E valga 
il vero: se prendiamo in mano un volume qualunque della 
precedente Collezione vallardiana di storie letterarie per se- 
coli, ci accorgiamo senza fatica che l'autor suo — fatte le 
debite consuete eccezioni per i massimi scrittori — ha dovuto, 
per ragioni molteplici, ma irresistibili, dividere e suddividere 
la materia del libro, entro i limiti, spesso tirannici e irra- 
zionali, della cronologia assegnatagli, in tanti capitoli (stavo per 
dire, in tante fette), quanti sono i generi o le forme ond'è co- 
munemente raggruppata la produzione letteraria. Perciò, quando 
sarà bella e compiuta questa nuova serie di storie letterarie, 
avremo un certo numero di volumi, nei quali si potrà vedere 
svolta con maggior cura e, speriamo, novità di più speciali 
indagini, la materia di quei capitoli che, disseminati nei vari 
volumi della serie anteriore, illustravano frammentariamente un 
dato genere o una data forma. Senza entrar qui a discutere 
dei vantaggi e degli inconvenienti d'un metodo di trattazione 
in confronto dell'altro, osserverò che le due serie vengono a 
integrarsi e lumeggiar.si a vicenda, non solo, ma anche a cor 
reggersi, temperando quei difetti che sono inevitabili in qual- 
siasi esposizione storica. Ma è da notare che questo metodo di 
trattazione s'accorda anche con quell'altro nuovamente procla- 
mato dal Croce, quello detto individualizzante, in quanto ai 



vili PREFAZIONE 

cultori delle varie l'orme letterai'ie è dato un rilievo adeguato 
all'importanza o, se si vuole, al rilievo della loro individualità o 
estetica o storica. Lasciando che la novità di questo metodo è 
assai relativa, l'essenziale sarà che i fatti letterari, vecchi e 
nuovi, grandi e minuti, sieno indagati ed esposti con esattezza 
e con garbo, collocati nella loro giusta luce e secondo la vera 
prospettiva storica e la loro importanza estetica, spiegati ed 
apprezzati con severità e con gusto, cioè con efficace misura. 

Certo, anche nel modo d'intendere e di applicare questo 
criterio della divisione i»er generi, a partire dai vecchi storici 
ed eruditi, anzi dai trattatisti del Medio Evo e del Rinascimento, 
sino al Vico, che nel libro III della Scienza nuova toccò della 
satira antica, sino a Giorgio Hegel ed al Foscolo, sino ai giorni 
nostri, si son fatti notevoli progressi. 

Circa mezzo secolo fa, Giosuè Carducci, toccando del Bo- 
nichi quale poeta satirico, osservava che dai sonetti del Senese 
sprizza una vena di « poesia satirica, annunziante il Berni, 
» non anche ridotta a genere, ma già vivissima ne' du- 
» gentisti ». La stessa preoccupazione tradizionale nella ricerca 
dei generi rivelava più recentemente l'illustre Maestro nell'in- 
signe volume consacrato al Giorno pariniano. 

Ed è bello e altamente istruttivo anche a tale riguardo 
il seguire lo svolgimento della critica del De Sanctis, il notare 
come dalle prime sue Lezioni in poi egli si sia venuto libe- 
rando della vecchia tradizionale concezione dei generi. 

Ora si vedrà che, nell' abbozzare questa storia, la quale è 
un primo tentativo e, ciononostante, non vuol essere un repertorio 
bibliografico e vuole abbondare di esemplificazioni, sovrattutto 
pei componimenti più caratteristici e men noti, io mi dimostro 
così poco ligio alle delimitazioni imposte per lunga tradizione 
agli storici dall'antiquato concetto dei generi, che agli occhi di 
molti avrò l'aria d'avere infranto, con un atto di ribellione, la 
catena di forzato alla quale era costretto fin qui lo studioso 
della satira. Ho incominciato la trattazione sin dalle primissime 
origini della nostra letteratura, giacché per me la storia della 
satira non è il -complesso delle vicende di questo genere in 
quanto e sin da ((uando ebbe a fissarsi o cristallizzarsi tardi- 
vamente in certe forme metriche e secondo certe consuetudini 
letterarie che ac((uistarono poi forza e aspetto quasi di leggi, ma 
è la storia dello spirito satirico italiano, svolgentesi 
attraverso i secoli, nella sua continuità ininterrotta, 



PREFAZIONE IX 

cioè nella .sua unità e insieme nelle .sue più libere e 
svariate manilestazioui di arte individuale. 

A ciò l'amico Croce potrebbe obbiettare, anzi mi ha già 
obbiettato a viva voce, ch'io riesco a fare, in tal modo, non 
una storia schiettamente letteraria, di puri prodotti artistici, 
ma un'opera di Cullargeschichle, nella quale avranno una 
parte forse preponderante i documenti destituiti di qualsiasi 
valore artistico. Che se io mi slorzer<» di tenere nel debito 
conto i documenti veramente letterari, dando loro il necessario 
risalto, facendone o procurando di farne una giusta valutazione 
estetica, rischio, egli soggiungeva, di cadere in un ibridismo 
dannoso. E sia. Ma tale ibridismo è, secondo me, inevitabile, 
allorquando non .si voglia rinunziare al fondamento e al ca- 
rattere storico della trattazione {Storia dei generi leder.). 
Preferibile forse, in ogni modo, ai pericoli d'una trattazione 
fatta esclusivamente per grandi individui — individui autori, 
individui prodotti d'arte — cioè pei rappre.sentanti più cospicui 
dei vari periodi della letteratura nostra, come quella che il 
Croce propugna. Egli, bene armato di coltura vasta e di sicura 
erudizione storica e di gusto vigile ed esercitato, la eseguirà, 
certo, mirabilmente. ^la sarà un'eccezione, che, nel più de' casi, 
essa condurrebbe ad una scelta di necessità soggettiva e spesso 
arbitraria : ci porgerebbe, più che una vera storia letteraria, 
un'antologia storica e critica fatta in omaggio all'estetica. Non 
nego che anche una tale trattazione, affidata a mani eccezional- 
mente esperte, non possa riuscire utilissima, ma essa non e.sclude 
l'opportunità e l'utilità d'altri metodi di storiografia letteraria. 
Anzi, ripeto, così gli uni come gli altri finiranno con l'inte- 
grarsi a vicenda ; onde, considerata da tutti questi punti di vista 
diversi, indagata e rappresentata e valutata con questi criteri 
molteplici, la storia delle nostre lettere e la produzione lette- 
raria che ne è l'oggetto, s'illuminei'anno scambievolmente di 
una luce sempre più viva e più sicura. 

L'autorità del Croce indusse altri a rincarare la dose, fa- 
cendo perfino a questa Collezione di storie letterarie un accenno, 
come il seguente, che ha l'aria d'una sinistra e acerba profezia: 
« I generi hanno il solo valor" d'un raggruppamento empirico, 
» di una disposizione più o meno comoda del materiale arti- 
» .stico tesorizzato. Io non so perciò a che cosa di e.ssenzial- 
» mente nuovo possa riuscire la prossima storia letteraria d'Italia, 
» che si prepara per generi, se non a una diver.sa di.spo.sizione 

ClAX. — La satira. * 



X. PREFAZIONE 

» della materia, fatta, del resto, per essere a ogni momento 
» violata, col probabile danno che la limitazione l'orzata può 
» condurre a disgregare cose intimamente connesse ». E il 
critico finiva con l'asserire che la storia delle lettere si do- 
vrebbe fare per epoche e non per (jeneri; mentre, poco più 
tardi, lo stesso Croce, ritornando all'assalto, dichiarava di « com- 
piangere sinceramente » gli autori di questa nuova Collezione 
storica per generi. 

Lasciamo le profezie ed i comj)iauti e insistiamo sul con- 
cetto testò esposto, essere la trattazione per generi un omaggio 
reso alla storia, dinanzi alla quale bisogna docilmente inchi- 
narsi e accettare, più ancora che nella politica, la teoria dei 
« fatti compiuti ». E in verità, — torno a ripetere conclu- 
dendo — questa classificazione, non contraria, in fondo, ad alcun 
criterio scientifico, — quando sia intesa largamente — non ha 
un valore puramente « empirico » o, ancor meno, d'opportunità 
didattica ed espositiva, ne ha anche, e soprattutto, uno « sto- 
rico », rispondente ad un'effettiva realtà del passato. Quei rag- 
gruppamenti delle opere letterarie, lungi dall'essere forzati od 
arbitrari o convenzionali, ebbero la loro origine e, quasi a dire, 
una legittima motivazione, o una legittimazione storica, parte 
per un'attrazione naturale spontanea, dovuta ad alfìnità di spi- 
rito e di materia e quindi di forme artistiche — prodoill si- 
milcun --, parte per chiara consapevolezza e per deliberato 
proposito e talora per un pregiudizio teorico dei vari scrittori 
e per l'efficacia crescente della tradizione letteraria. A questo 
riguardo non bisogna dimenticare che noi facciamo in gran 
parte la storia d'una letteratura eminentemente riflessa, di tempi 
nei quali gli scrittori distinguevano e coltivavano i diversi ge- 
neri, forme, con maggiore o minore, talora persino, con una 
esagerata coscienza, che diventava talora preoccupazione dannosa. 
Perciò non è dubbio, poniamo, che un Ariosto, allorquando, l'oc- 
chio fisso all'esempio del suo maggior precursore, il l^oiardo, 
veniva foggiando le mirabili stanze del Furioso, si metteva, 
senza sforzo, ma neppure a caso, in una condizione di spirito 
e pensava a mezzi e a forme d'arte differenti da quando, piena 
la mente del Venosino, attendeva a comporre una delle sue Sa- 
tire squisite, oppure, da quando, memore del teatro latino a 
lui ben noto, immaginava una scena dei Supposi li. E non parlo 
di quelle forme che, come la tragedia cinquecentesca, sono 
il })rodotto d'un'imitazione classica diretta ed esclusiva, spesso 



PREPWZIONE Xl 

pedantesca. In altre parole, quelle opere letterarie che, senza 
violenza e senza artifizi, si schierano sotto la denominazione 
d'un dato genere, sono prodotti affini di consimili atteggiamenti 
psichici, sì che la somiglianza nelle cause efficienti indusse 
anche una somiglianza negli effetti e alla ragione di affinità 
storica e psicologica venne ad aggiungersi o imporsi — sia 
pure raen legittima — una ragione di affinità estetica e, magari, 
di convenzione e consuetudine retorica. 

Così fosse riuscita questa mia storia piena ed efficace, come 
io ebbi a pensarla e come dovrebbe essere, e l'amico Croce 
non avesse altro motivo di compiangermi che di vedermi, se- 
condo la sua profezia, avvinto al letto di Procuste . . . dei ge- 
neri! Ma qualunque essa sia, ci tengo onestamente a dichia- 
rare che i difetti di questa mia trattazione dovranno imputarsi 
a me soltanto, non ai poveri generi, ne colpevoli, ne complici. 
Ai quali e al coraggioso Editore e ai suoi volenterosi colla- 
boratori potranno servire di scudo queste parole non invano 
profetiche, che da oltre un trentennio scrisse Giosuè Carducci : 
«... Per fare utile e vera la storia della nazionale letteratura 
» ci conviene prima rifare criticamente le storie dei secoli 
» e dei generi letterari, che tutti hanno un loro portato 
» e diversi gradi di svolgimento ... ». E potrà anche non es- 
sere inutile il ricordare che perfino il già citato De Sanctis, 
se, in un certo periodo della sua mirabile formazione, nelle sue 
lezioni di estetica, « rigettò le arbitrarie distinzioni dei generi 
di letteratura », ebbe anche in seguito, persino nella Storia, 
frequenti occasioni di parlare dei generi stessi come di forme 
letterarie esistite quali realtà storiche, suscettibili di vera e 
graduale progressione, oltre che di svolgimento. 

Comunque, mi è gradito conchiudere con le parole con le 
quali un critico valoroso, Vittorio Rossi, giudicava, in atti- 
nenza alla nostra questione pregiudiziale, del volume di Enrico 
Carrara su la Poesia pastorale, pubblicato in questa Collezione, 
dicendo che da esso esce « confermata la vanità filosofica della 
partizione dei generi letterari, ma anche la legittimità storica 
di essa ». 

E quella che noi qui tentiamo di ricostruire, senza arti- 
fici e senza preconcetti, ne retorici, ne estetici, ne filosofici, 
è storia, nient'altro che storia. 

V. ClAN 



SOMMARIO 



Prefazione 



Come intendere la denominazione di « generi » o « forme » lette- 
rarie. Si tratta di realtà storico-letterarie, le quali non si jjossono 
arbitrariamente sopprimere o deprimere o fraintendere per vo- 
lerle assoggettare con una specie di vetroattinitU critica, alle più 
moderne concezioni estetiche. 

INTRODU/lONE 

I. Questioni teoriche. — 1. Alcune questioni teoriche. Concetto e de 
finizione della satira. — 2. Lo spirito satirico e lo spirito co- 
mico. — 3. Gamma satirica. -- 4. L'ironia, l'umorismo e la satira. 
— 5. Varietà della satira desunte dalla materia e dalla forma. — 
6. Carattere e pretesa dignità gerarchica della satira in attinenza 
agli altri generi. — 7. Valore estetico e valore storico della pro- 
duzione satirica italiana pp. 1-6 

IL La satira medievale. Limiti cronologici e divisione della ma- 
teria. — L Limiti della trattazione in ordine alla produzione let- 
teraria e in ordine alla cronologia. — i. Necessità d'uno sguardo 
alla letteratura satirica medievale. — 3. La fortuna dei poeti sa- 
tirici latini nel M. Evo. — 4. Il concetto della satira nell'età di 
mezzo. — 5. Lo spirito satirico medievale. Sue fonti. — G. La 
produzione satirica del M. Evo in lingua latina. Alcune diffi- 
coltà nella trattazione della materia. [>a produzione popolare o 
popolaresca e quella letteraria. — 'i . Importanza dei giullari 
come divulgatori deU'una e dell'altra. — 8. Divisione cronologica 
della materia in due grandi periodi pp. Ò-13 

III. Primo periodo della satira medievale ulal sec. IV sino alla metà 

del sec. XI). — 1. Lento trapasso, anche nella satira, dalla let- 
teratura classica decadente alla nuova cristiana. •— 2. Prodotti 
satirici di transizione. — 3. La satira nelle controversie religiose 
e nella lirica cristiana, nonché negli scritti dei superstiti paga- 
neggianti. (_S. Agostino, Prudenzio, CI. Rutilio Namaziano). — 
4. Il primo lamento satirico contro Roma papale (sec. IX) e la 
prima canzone satirica in latino volgare (sec. VII). Nel circolo 
carolingio. Le satire di Teodolfo. Tracce satiriche delle lotte re- 
ligioso-politiche dei secoli I.X e X. Liutprando giovenalesco. I 
sermoni oraziani di Sesto Amarcio. La Cantilena super station 
Alberti (902). Il carme De Aquilegia nunqiiam restauranda 
(844-855) pp. 13-20 

IV. Secondo periodo della satira medievale, (dalla metà del sec. XI 

sino al mezzo del sec. XIll). — 1. Il sostrato storico della sa- 
tira nell'età della lotta delle Investiture. — 2. Letteratura sati- 
rica d'occasione. — 3. La satira e la riforma ecclesiastica. _ 
4. Contro gli aliusi della Chiesa romana. Goffredo Malaterra. 
Gregorio di Tours. h' Altercatin inter Urbannm et Clemen- 
tem. Il Tractatus Gavsiac Tholetani Canonici de Albino 



XIV SOMMAIUO 

et Rufino (1099 e.)- — •^- La satira nella lotta delle Inve- 
stiture. — 6. Tra i fautori della Chiesa. — 7. Tra i fau- 
tori deirimpero. — 8. Correnti satiriche perenni e temi sati- 
rici europei, dapprima ricercati nella materia dei Sermoni me- 
dievali. — 9. Le correnti e i temi principali della satira latina in 
questo periodo ; e, anzitutto, di certi caratteri generali di quella 
produzione satirica. — 10. La satira generale o sociale (corii- 
munis). — 11. La satira nelle dame macabre o tuacabrèe, e nei 
Trionfi della Morte. — 12. La corrente di satira antichiesastica 
e anticuriale. — 13. Satira antichiesastica personale. — 14. Ca- 
rattere più comunemente impersonale di questa satira. — 15. La 
Chiesa e la Curia romana dinanzi al tribunale della Satira. Prin- 
cipali accuse contro di esse (avarizia, simonia, nepotismo, licen- 
ziosità di costumi). — 10. Satira antimonastica. — 17. La satira 
nella poesia detta goliardica. — 18. La satira nella parodia sacra 
UApor.alt/psis GoUae e la Coyifessìo Goìiae. — 19. Il grottesco 
satirico. La satira nella personificazione e nell'allegoria. Il la- 
mento satirico. La satira in forma dialogica. — 20. La satira 
contro le Corti, anche al difuori della poesia goliardica. Contro i 
ricchi malvagi e i mercanti, contro i legulei ed i nuovi solisti, 
contro la degenere nobiltà gentilizia. La satira contro il villano. 
— 21. Corrente satirica antifemminile. — 22. Satira d'argomento 
letterario e su temi secondari. Conclusione pp. 20-58 

V. La satira politica latina dei sec. XII e XIII in Italia.— 1. Ra- 

gioni e condizioni generali. — 2. I tre elementi essenziali della sa- 
tira politica latina in Italia. — 3. Manifestazioni precoci di satira 
politica. — 4. Sfoghi satirici anti tedeschi contro il Barbarossa e 
contro Federico II. — 5. Condizioni e caratteri dello spirito sa- 
tirico italiano nel Dugento indagati nella Cronica del Salira- 
bene. - - 6. La satira politica latina in Italia durante la prima 
metà del sec. XIII. Voci guelfe. — 7. La satira municipale ita- 
liana. — 8. Voci satiriche ghibelline. Il « sermone » ritmico 
Vehementi nimium, vero serventese latino. — 9. Profezie sati- 
riche del Dugento italiano. Loro vicende, trasformazioni e carat- 
teri principali. Profezie guelfe e profezie ghibelline. . . pp. 58-78 

VI. La satira nella poesia provenzale. — 1. Poesia satirica di Pro- 

venza. Un pregiudizio volgare. Stimoli particolari alla satira. — 
2. Concetto e definizione della satira trovadorica. La satira nelle 
Lei/i d'amors. Il serventese, le cobìas derizorias e la tenso sati- 
rica. — 3. Classificazione della satira provenzale. 11 serventese mo- 
rale-satirico. La satira delle varie classi e professioni sociali e di 
certi vizi determinati. — 4. Contro gli abusi del clero. — 5. Ser- 
ventesi crociati. Satira sociale di carattere ciclico. Rassegne sati- 
riche. — 6. La satira politica, anche nei « lamenti » funebri. — 
7. Satira politico-personale. Satira personale nelle o.ohlas e nelle 
tenzoni. — 8. Satira antifemminile e letteraria. —9. Valore sto- 
rico e letterario della satira provenzale pp. 78-93 

VII. La satira nella poesia francese (sec. XII-XIII). — 1. Caratteri ge- 

nerali della satira francese, in confronto a quelli della satira occi- 
tanica. Cagioni di queste dilTerenze. — 2. Il Rutebeuf. La satira 
nella minore produzione didattico-morale. — 3. La satira nei fu- 
bleaux. Intenti dei trovèri, autori e divulgatori di essi. Loro va- 
lore letterario. — 4. Il Roman de Renar t. Sua origine e forma- 
zione in attinenza alla satira. Suoi elementi e caratteri satirici. 5. La 
satira nel Roman de la Rose di Jean de Meun. 1 più salienti tratti 
satirici. L'arte del poeta. Giudizio sulla loro vera portata satirica 



SOMMARIO XV 

e (ilosofica. — 6. Produzione satirica s[)icciola, di caralter-.* lirico, 

di materia storico-politica e politico-religiosa pp. 93-108 

Vili. La satira nella poesia ispano-portoghese delle Origini. — 1. I 
testi. Importanza di questa produzione e sua diversa distribu- 
zione nei tre antichi canzonieri superstiti. — 2. La satira in un 
trattatello antico di poetica portoghese. Le caiitigan d'escarnho 
e le canligas de ìnaldìzer. Le tenzoni (len ors) e il serventese 
(seguir). — 3. Una probabile ragione del grande favore toccato 
a queste cantigas satiriche. Relativa maturità di questo pro- 
dotto. L'esempio di Alfonso el Sabio. Classificazione dei rimatori 
ispano-portogliesi per rispetto a'ia produzione satirica. — 4. Ca- 
ratteri salienti di (juesta produzione. Varietà di forme metriche. 
Varietà di argomenti. Satira anli femminile. In grande quadro 
satirico della società contemiioranea. Fra trovatori e giullari. 
Scarsezza di satira antichiesastica e antifratesca. Satira politica. 
Parodia delle chansons de geste e della cavalleria. — .5. La 
poesia satirica di Spagna nel primo Trecento. L'Arciprete de 
Hita. Originalità, caratteri ed elementi della sua satira. Con- 
clusione pp. 108-118 

La satira volgare in Italia. 
Capitolo I. Prima di Dante. 

I. Nella poesia popolaresca. — 1. Prime tracce di satira popolaresca. 

— 2. Motti satirico-sentenziosi di carattere proverbiale. — 3. Di- 
stici satirici d'occasione. — 4. Giullari, maestri e frati burloni e 
dicitori mordaci. — 5. Graduale apparizione dell'individualità 
letteraria nei dicitori satireggianti, nei Proverbia qiie dicuntur 
super natura feminarum, nel Pateg, in Ugucon da Lodi, in Ma- 
tazone da Caligano, eoe pp. 119-123 

li. Nella poesia d'arte. — 1. Mancanza di satira politica nella scuola 
siciliana. — 2. Nel periodo fra il 1250 e il 1208. II serventese 
italiano di don Arrigo di Castiglia contro gli Angioini. — 3. La 
tenzone di sonetti sull'impresa di Corradino di Svevia e di Carlo 
d'Angiò (12(57-68), probabilmente iniziata da Monte Andrea. Ten- 
zone politica fra Provenzano e Rugieri senesi. — 4. La satira 
politica in Guittone d'Arezzo. — 5. L'egemonia letteraria della 
Toscana. Tratti satirici nelle rime dell'Anonimo genovese e nel 
Tesoretto di Brunetto Latini. — (>. La satira in .Jacopone da 
Todi. — 7. La satira strumento di reazioni letterarie. Ubertino 
Giudice contro Guittone. Il son. Di penne di paone e d'altre 
assai. Un sonetto del Guinizelli e uno del Cavalcanti. 11 Mare 
amoroso^ — 8. Rapido avanzamento della poesia satirico-bur- 
lesca in Toscana. Rustico Filippi. — 9. Folgore di S. Gemignano, 
Cenne della Chitarra e Pucciarello fiorentino. — 10. Cecco Angio- 
lieri. La satira personale soggettiva, l'invettiva familiare e 
l'ironia nelle sue rime. Cecco contro Dante. La risposta di Guelfo 
Taviani. Altre manifestazioni satiriche dell'Angiolieri. — 11. La 
satira politica in Toscana. Ancora Folgore. — 12. Nel dolce stil 
novo. Guido Cavalcanti e Guido Orlandi nella satira politica 
e nella personale. Sonetto-epitafìo il' anonimo contro Boni- 
fazio Vili pp. 123-147 

Capitolo li. Dante Alighieri satirico. 

I. Periodo giovanile, di preparazione. La satira nelle opere minori. 

— 1. La tenzone di D. con Forese Donati. Cronologia, ordina- 



XVI SOMMARIO 

mento, analisi dei sei sonetti. Loro valore psicolo^icù e letterario. 

— Vari elementi satirici del Fiore, sia esso o no dell'Ali- 
ghieri. PP- H^-154 

II. Documenti di satira nelle opere minori di D. Accenno caustico nella 

Vita Nuova. — i- Nel De vulgavi eloquentia : manilesiazioni 
orig^inali di satira politica e letteraria. — o. Nella Mo,ia>chia. 
gravi note satiriche. — 4. Nelle Epistolae, saggi frequenti di 
invettiva oratoria e di apostrofe, ora magniloquente, ora sarca- 
stica. — 5. Nel Conriiio. — G. Nel Canzoniere; varietà di forti 
accenti satirici, specialmente nella canz. Tre donnr . . . pp. 154-1G3 

III. La satira nella « Divina Commedia ». — 1. Una definizione della 

2). C. — 2. Consapevolezza di poeta satirico e del suo officio 
censorio proclamata dall'Ai. La sua missione e quasi solenne in 
vestitura e consacrazione divina di poeta satirico. — 3. D. sati- 
rico nelle attestazioni dei contemporanei e nella tradizione seco- 
lare fino ai giorni nostri. — 4. Genesi e fonti psicologiche della 
satira dantesca. — 5. Singolare disposizione di D. alla satira. 
Pessimismo e libero arbitrio. — tì. Impulsi esteriori alla satira. 
L'esilio. L'elemento personale vendicativo e il suo trasformarsi 
di cantica in cantica. — 7. Fonti letterarie. I classici antichi, i 
profeti, gli scrittori medievali e contemporanei, i provenzali egli 
italiani. — 7. Universalità d'ispirazione e di materia satirica. 
Quadro satirico della vita contemporanea. I vari temi della satira 
dantesca. Tendenza predominante religioso-politica. Le due note 
fondamentali nella satira di D., la politica e l'antichiesastica. Un 
giudizio di Cesare Balbo e la legittimità delle condanne dell'Ai. 

— 8. Caratteri diversi della satira dantesca nelle varie cantiche. 

— 9. i caratteri più salienti dell'arte di D. quali s'afl'ermano 
nella sua satira. — 10. Varietà di forme nella satira dantesca. 
La gamma satirica della D. C. — 11. Mezzi artistici [«-e feri ti da 

D. satirico. — 12. Conclusione pp. 1Ò3-191 

Capitolo III. Il Trecento satirico dopo Bautte. 

I. Nelle arti figurative. — 1. L'eredità satirica trasmessa al Trecento. 

— 2. L'espressione satirica nelle arti figurative. — 3. 11 blasone 
infamante degli usurai. Le pitture vituperose. Giottino e la satira 

politica nella pittura. Giotto, forte pittore satirico-morale. — 5. 
La satira nei Giudizi univeì-sali pittorici. La satira politica 
nella pittura. Cola di Rienzo. La satira nella miniatura. — 0. 
Nella scultura pp. 192-195 

II. Nella lirica toscana. Gino da Pistoia. — 1. L'« amoroso messer 

Gino » satirico. Un giudizio di U. Foscolo. Tenzone satirica di 
Gino con Onesto bolognese. Un sonetto-no/a di Gino. — 2. Altre 
tenzoni satiriche. — 3. La « satira » contro Napoli angioina 
(1331) ^ pp. 19.V200 

III. Il Petrarca satirico. — Spiegato con la sua psicologia e con lasua 

coltura letteraria. — 2. Tracce di satira nelle sue opere latine. 
Le sue postille satiriche nei codici dei classici. — 3. Nel .S;-- 
cretum, nel De vita solitaria, nelle Egloghe, nelle Epistole nre- 
triche e nelle Sine titulo. — 4. I tre sonetti contro Avignone. 
Violenza satirica del Petrarca. Echi danteschi. Giudizio ^.u di essi 
e apprezzamento che ne faceva il poeta, .\llri spunti e tratti sa- 
tirici nelle rime del Petrarca p[<. 20U-215 

IV. Il Boccaccio satirico. — 1. Disposizione del B. alla satira e sue 

letture di satirici antichi e moilerni. — 2. Nelle rime giovanili. 



SOMMARIO XVII 

sonetti baiarli. Neil'.4»iO)'osa visione e nel lìucoìicum carmen. 
— 3. Due tomi satiriche: (ìiovenale e Dante. Nel Covbaccio.neì 
De casibus vivoviim illìisti'ivm e nel De genealogia Deornm. — 
4. Ispirazione satirica dantesca nella ì'ila di Dante e nel Com- 
mento. 1 sonetti senili del li. contro i suoi denigratori. La pro- 
sopopea di Dante indebitamente attribuita al lì. — 5. La satira 
nel Decameron. Giudizi vari discussi. I veri intenti dell'inarri- 
vabile artista Suo dicliiarazioni eloquenti. Ini pressioni e com- 
menti di contemporanei pp. 216-225 

V. Fra i minori Trecentisti. 

I. In Toscana. — 1. La satira politica. — 2. Pietro de' Faytinelli. 

Contro i Fiorentini, gli Angioini e i Pisani. — ii. Matteo Fre- 
scoi<aldi. — 4. Fazio degli Liberti. — 5. L'n sonetto satirico di 
Giovanni Villani. Franco Sacchetti satirico. Copia e varietà della 
sua satira, non di raro efficace. Passera della Germinella. — 6. 
.Adriano de' Rossi. — 7. Antonio Pucci. — 8. Ser Ventura Mo- 
nachi, Braccio Bracci. — 8. Altri rimalori toscani cultori della 
satira politica. Pieraccio Tedaldi, il Sacchetti e Coluccio Sa- 
lutati pp. 225-243 

Ancora in Toscana. — 1-2. La satira gnoinico- morale e Franco 
Sacchetti. — 3. Bindo Bonichi. La nota predominante nella sua 
satira è Fanti fratesca e Fantichiesastica. -- 4. Ancora Pieraccio 
Tedaldi, il Sacchetti e il Pucci. — 5. Due canzoni contro la falsa 
povertà. Nei sonetti morali di fra Domenico Cavalca, pp. 243-50. 

II. Fuori della Toscana. — 1. Le cobbole di ser Grazinolo de' Barn 

baglioli. Fra i rimatori veneti. Giovanni e Nicolò Quirnii. — 
2. Antonio Bicciri da Ferrara. — 3. Francesco di Vannozzo pa- 
dovano contro Venezia. — 4. Reazioni satiriche in Venezia. Gio- 
vanni Dondi dall' Orologio. La frottola satirica. Giuliano da 
Cralliano '.' pp. 250-258 

III. Fra profezie e poemi. — 1. La letteratura profetica volgare. Il 

profetismo favorito dalle condizioni dei tempi. — 2. Profetismo 
e politica. Valore e caratteri della poesia profetica. — 3. La 
profezia-serventese attribuita a frate .Muzio da Perugia. Echi dan- 
teschi. — 4. I;a profezia-serventese Vuol la mia fantasia. — 5. 
La profezia satirica attribuita al p. Tommasuccio da Foligno; 
quella di frate Stoppa de' Bosticchi. — G. La frottola pi'ofetica 
pellegrina Italia. Italianità e spiriti danteschi. — 7. La 
satira nei poemi. 'StWAcerbu di Cecco d'Ascoli. — 8. Nel Dit- 
tamondo. Varietà di temi politici. -^ 9. Nella Pietosa fonte di 
Zenone da Pistoia, nella Filomena di Giovanni Gherardi da 
Prato e nel Quadriregio del Frezzi. — 10. La satira in alcuni 
poemetti politici. Il Trionfo de' traditori di Manette de' Ciac- 
cheri. — 11. La .satira politica nella poesia popolaresca. Nei 
cantari e nelle ballate, nelle rime inserite dai cronisti e nelle 
laudi pp. 258-279 

IV. La satira latina nell'alba dell'Uinanesimo. — 1. Scadimento 

della poesia volgare, inizi dell'umanistica. Periodo'di transizione. 
Documenti satirici medievali. — 2. Documenti ibridi classico- 
medievali. Albertino Mussato, Ferreto de' Ferreti e altri minori 
preumanisti veneti. — 3. Inferiorità della Toscana in questo 
campo prima del Petrarca. Il Petrarca satirico in lingua latina 
cosi in prosa come in versi. Ispirazione e forme oraziane. — 4. 
Il «Boccaccio satirico latino. Ispirazioni e tòni giovenaleschi. — 
r». Influsso del Petrarca umanista nel campo della .satira. Nel 
circolo fiorentino del Nelli. Coluccio Salutali. — 6. La satira 



XVIII SOMMARIO 

oratoria nelle invettive umanistiche. l'alleg-gio di satira oratoria 
d'ar^'omento politico tra veneti e toscani. 1 versi di Francesco 
Landini contro i grammatici pp. 27^-287 

Capitolo IV. Nel secolo dell'Umanesimo. 

I. Pittura satirica. — 1. Pitture infamatorie o satiriche. Andrea del Ca- 

stagno, Sandro Botticellie Leonardo eflìgiatori di condannati poli- 
tici. Gli epitafi satirici di Antonio di Matteo di Meglio e del Magni 
lieo. Altri esempì della Toscana e del Veneto pp. 288-290 

II. Nella poesia popolaresca. — 1. Superiorità della Toscana. Satire 

politiche d' occasione. La cantilena sulla morte d' Octobuono 
Terzi (1409Ì. Contro papa Martino V. In Napoli, -\ncora in Fi- 
renze. Contro i Pazzi, contro il Savonarola e contro Pisa. — 2. 
Nella regione veneta ed emiliana. Frottole satiriche. — 8. Motivi 
satirici tradizionali ripresi. La satira nelle nuove profezie poli- 
tiche. La satira nelle prose oratone e nelle rime del Savona- 
rola. — 4. Con la musa popolaresca toscana pp. 290-299 

III. Nella poesia volgare d' arte. — 1. Un primo periodo grigio. — 

2. Poesia, tramezzante la popolaresca e l'artistica, di due vero- 
nesi, Leonardo Montagna e Giorgio Sommariva. Nanni Pegolotti 
e Antonio Grifo. — 3. Il bolognese Cesare Nappi, il perugino 
Lorenzo Spirito e il napoletano Jacopo di Gennaro. — 4. .Satira 
anti femminile nel Corbacc.ino di ser Ludovico Bartoli. In ser- 
ventese misogino di spirito medievale. Due frottole comico-sati- 
riche di Luigi Pulci. Satira anti fratesca nella P^irenze medicea. 
Un sonetto di Giuliano di Lorenzo de' Medici e uno dello Straz- 
zòla contro i frati. Il bolognese Nicolò Malpigli, il senese Gen- 
tile Sermini e il fiorentino L. B. Alberti contro la Curia papale 
e contro i frati. — .^. Satira politica e sociale. — G. Canzoni sa- 
tirico-morali e sonetti d'ispirazione patriottica e anticuriale. — 
7. Satira personale. Note satiriche varie neW Orlando innamo- 
rato e nel Morgante pp. 2'jy-315 

IV. In Toscana nell'età di Cosimo. — 1. I poemetti del Finiguerri e 

quelli di Gambino d'Arezzo. — 2. Nella poesia borghese e citta- 
dinesca d'argomento politico. Gli « araldi » fiorentini. Cartelli 
satirici di Antonio di Meglio. — 3. Altri rimatori. Una frottola 
di Bernardo Camliini. Canzoni o cantilene morali. Rosello Ro- 
selli e Benedetto Accolti. Influssi gioTcnaleschi. — 4. Satira an- 
tifemrainile e antichiesastica. Una canzone di Frane. Accolti. 
Niccolò Cieco e Antonio Roseli! . — 5. Francesco d'Altobianco 
degli Alberti. — G. La satira negli ultimi preburchielleschi. 
L'Orcagna. — 7. 11 Burchiello satirico. Sua fama tradizionale di 
rimatore burlesco ed oscuro. Sua satira personale. Tenzoni in 
sonetti con Rosello Roselli, con Anselmo Calderoni e con L. B. 
Alberti, quest'ultima, di carattere politico. Satira municipale del 
Burchiello. Parodia nel vernacolo romanesco. Tenzone fra Gio- 
vanni di Gherardo da Prato e Filippo Brunelleschi . . . pp. 315-344 

V. Nell'età di Lorenzo il Magnifico, fra Toscani. — 1. Lorenzo de'. 

Medici. Sua caricatura satirica e venature di pessimismo. — 2. 
Le tenzoni personali. Luigi Pulci contro Matteo Franco. — 3. Il 
Pulci contro Bartolommeo della Scala e contro i ficiuiani. Altri 
accenti satirici nel Margarite. — 4. Alessandro Braccesi e Giov. 
Scambrilla pp, 345-357 

VI. Fra gli emigrati toscani nell'Italia superiore. — 1. Bernardo 

Bellincioni. Sua baruffa in rima col Franco. — 2. Alla Corte 



SOMMARIO XIX 

sforzesca. Satira mercenaria. Contro Innocenzo Vili. Sfoghi an- 
tichiesastici, personali e letterari. — 3. Antonio'Cammelli detto 
il Pistoia. Contro il F.ellincioni. — 4. Gran copia ili suoi sonetti 
satirici e satirico-burleschi. — 5. Esame di questa sua produ- 
zione. Caratteri e temi di essa. — tì. Ritratti satirici. Sentimenti 
is])iratori. Tracce dastesche. — 7. La satira nei sonetti politici. 

— 8. Accenti antichiesastici. — 9. Satira del costume e sociali. 

— 10. 1 sonetti contro il Cosmico e contro Niccolò Ariosto? — 
11. Conclusione. — 12. Andrea Michieli detto Strazzòla. — 13. 
Niccolò Lelio Cosmico satirici). — 14. Panlilo Sasso. — 15, An- 
tonio Vinciguerra, una fama usurpata pp. 357-407 

Capitolo V. 

VII. La satira latina nel roeriggio dell'Umanesimo. — 1. Premesse 
trenerali. — 2. I satirici amichi fra gli umanisti : Giovenale, Per- 
sio, Oiazio, Marziale e Luciano. — 3. Forme della satira classica 
risorte nella nuova letteratura umanistica. — 4. Invettive o dia- 
tribe e polemiche. — 5. Tendenza dominante alla satira personale. 

— 6. Sermoni, epistole, egloghe. — 7. L'epigramma e l'epitafio 
di scherno o di vituperio. — 8. 1 maggiori satirici latini del 
Quattrocento. Antonio Beccadel li, detto il Panormita. — 9. Fran- 
cesco Filelfo. — 10. Poggio Bracciolini. — 11. Leon Battista 
Alberti luciancsco. — 12. Il Poliziano. — 13. Il Pontano. Conclu- 
sione pp. 408-472 



INTRODUZIONE 



I. — Questioni teoriche. 

1. \\ probabile che l'entrare in <[uesti(»iii iriiulole leoi'ica Ai.iine 
[)relu(iendo ad un'opera come questa, es.sonzialMiente storica, 'ìeoric'i'e! 
sembri a primo tratto inopportuno o supertluo: ma sono con- 
vinto che anche l' enunciare in breve alcuni concetti fonda- 
mentali e direttivi in attinenza alla satira, gioverà a illuminar 
meglio la trattazione stessa, a dissipare malintesi e prevenire 
obbiezioni , dispensandomi da osservazioni e schiarimenti che, 
in caso contrario, sarebbero necessari, nel sèguito del presente 
lavoro. 

Anzitutto, quale concetto dobbiamo formarci della satira? <^o'"-o^V' 
Xon v"è persona, anche mediocremente cólta, che, dinanzi a ^'""'^ 
(juesta (tomanda, non sui in grado di lormulare nella propria satira. 
mente e di dare, occorrendo, una risposta; ma, viceversa, ben 
pochi, messi sul punto di proporro una detinizione precisa, sa- 
l'obbero capaci di rispondere senza (jualche imbarazzo o inccn-- 
tezza. Caso codesto frequente, allorquando si tratti, come qui, 
di esprimere in poche parole un'idea astratta, di sua natui-a 
complessa e parzialmente trasmutabile. Vediamo dunijue d'es- 
sere semplici e chiari. 

La satira è, in fondo, l'espressione multiforme d'uno stato, 
d'un atteggiamento e d' un'attività dello spirito, che può variare 
quasi indetìnitamente a seconda dei tempi, degli individui, delle 
condizioni storiche, sociali, cioè, pohtiche e morali; espressione 
multiforme , ma essenzialmente negativa , e che può andare 
dall' invettiva piii violenta siuo al motteggio pungente , dallo 
scherno amaro sino all'ironia in apparenza leggera, dal sar- 
casmo all'epigramma, dal lamento quasi elegiaco, dalla tirata 
sontenzio^^a. all'allegra, ma non innocua caricatura. Nonostante 
tanta varietà di manifestazioni, la fonte psicologica più copiosa 

CiAN. — La Satira. 1 



2 INTRODUZIONE. 

onde scaturiscono i rivoli innumerevoli della letteratura sati- 
rica, rimane pur sempre quella additata già da_ Giovenale nel 
verso memorabile della 1." satira: 

Si natura neL;a(,, l'auii in di un a t. io vursuni. 

L'indignatio. dunque, lo sdegno e personale e altruistisco, 
che e' infiamma dinanzi al un' offesa recata a noi stessi o a 
sentimenti e principi a noi cari, dinanzi allo spettacolo del male, 
del vizio, delle ingiustizie, delle ridicolaggini e delle miserie 
umme; fonte precipua, ma condiziono non unica, dacché, nono- 
stante la dichiarazione ironicamente modesta dell' Aquinate , 
un'altra condizione è, per lo meno, desiderabile, che, cioè, la 
natura non neghi i propri doni al poeta, o, in genere, allo 
scrittore indignato. 

Insieme col dèmone dello sdegno, un dittatore inesau- 
ribile di satira è quello spiritello maligno, quell'istinto, direi, 
censorio, fatto di suscettività ferita, di maldicenza e di egoismo, 
che ci spinge ad osservare, a ridire e commentare non bene- 
volmente, esagerandoli, a deridere con segreto compiacimento, 
i vizi, le pecche, le debolezze, le vergogne dei nostri simili. 
Naturalmente , chi si dilettasse di definizioni piii o meno 
geniali ed eloquenti, non ne avrebbe penuria. Cosi, ad es., men- 
tre per Carlo Cattaneo la satira è « l'esame di coscienza del- 
« l'intera società, una rea/ione del principio del bene contro 
« il principio del male, e talora la sola repressione che si possa 
« opporre al vizio vittorioso, un jale che impedisce la corru- 
« zione ecc. ». il Settembrini la definisce come la « pittura este- 
tica » del male ». Dal canto suo, un vecchio poeta satirico, il 
Boileau — ricordate? — prendendone le difese, proclamava, con 
accento oraziano e con invidiabile ottimismo, che essa: « Srait 
seule assaisonner le plaisant et l'utile, | Et d'un vers qu'elle 
épure aux rayons du bon sens , | Détromper les esprits des 
erreurs de leur tems. | Elle seule bravant l'orgueil et l'inju- 
stice, I Va jusfjues sous le dais faire pàlir le vice, | Et souvent 
sans rien craindre, à l'aide d'un bon mot, | Va venger la raison 
des attentats d'un sot ». 

2. Ma a fermar con (lualche esattezza il concetto della 
^p'!''^° satira, meaho di siffatte definizioni, conferisce lo studiare le 

satiricp ' o ' _ 

e 30 attinenze dello spirito satirico con lo spirito comico, col 

comico, (piale il primo ha quasi continui contatti e molta affinità, senza 

per questo confondersi con esso, anzi, di regola, rimanendone 



INTRODUZIONE. -^ 

abbastanza nettamente distinto. Pei- questo, sovrattutto, distinto, 
clie, mentre nel comico il riso è fine a .so medesimo, nel sati- 
l'ico, anello (jiiando osso si spiova della comicità come d"un mezzo 
d'arte e-spressivo (che, come iu Ai'istolane, può essere il mezzo 
normale e consueto), v'è sempre un tino più o men serio, più 
meno elevato. . . o l'illusione di averlo. E tanto è vero che 
i|uesta finalità, anche se dissimulata, osolo immaginata, viene ad 
essere quasi lo stigma satirico, che, ad es., grazie ad essa, la 
par od in e la caricatura, le quali si sogliono classificare tra 
le forme (iel comico, possono assumere carattere vero di satira. 

:>. l'I come v'è una lunga serio di gradazioni e di sfunia- 
tui-e del comico, bene anaUzzate dal nostro ÌNIasci, cosi l'orecchio ^^'J^.^'.:' 
addestrato riesce a percepire tutta una gamma di note sa- 
tiriche. Spesso gli elementi comici penetrano talmente nella 
satira, da formare un qualche cosa di misto, di comico-sati- 
rico, onde si accresce e diventa più frizzante e gradita (piella. 
direi, effervescenza dello spirito, che è propria della satira. 

\\ ovvio comprendere come il prevalere dell'uno o del- 
Talti-o di questi diversi elementi nelle manifestazioni dell'umore 
satirico, dipenda, oltre che dal temperamento individuale degli 
scrittori (e dai maggiori fra essi si desunsero altrettante desi- 
gnazioni delle diverse specie o varietà di satira, onde già il 
('a-;aub(m distingueva la satira enniana dalla luciliana, la ora- 
ziana dalla giovenalesca, ecc.), anche dalle loro peculiari ten- 
denze etniche. Perciò, mentre in Italia abbonda, anzi sovrab- 
bonda, queUa mistura di comico-burlesco nel satirico, di cui 
s'è toccato te.stè, noi vi cercheremmo indarno una creazione 
simile, p. es., a quell'alato e insieme terribile Messafigio dcì- 
ì' Anima — sia esso di Walter Raleigh o di John Sylvester — 
che tanto piaceva all' Emerson, e dal quale traspare tutto lo 
spirito fantastico, elevato e potente, della razza anglo-sassone. 

4. Xon è raro il caso in cui gli studiosi si mo.strino incerti i/ironia. 
o discordi circa il campo al quale assegnare talune forme , 
ad es , V ironia , che il Masci considera come « la forma più 
spirituale dell'associazione comica per contrasto », mentre io 
credo che essa possa con buon diritto essere rivendicata alla 
satira. Parimente V umorismo, che il Masci giudica la forma 
superiore e più schietta dello spirito comico, o « una forma 
stabile di transizione dal comico al serio », penso invece che. 
in gi'azia soprattutto dei suoi intenti intimamente seri e nobili, 
sia s[)esso una delle espressioni più alte e squisite, più irrc- 



h nino • 
ri -mìo. 



m;H 



4 INTROnUZIONF. 

sislibiliiiento efdcaci dolio spirito satirico. (Quindi iiiuuo tro- 
verà a ridiro, se studiosi autorevoli del liabelais, come lo Stapfer 
e lo Schneegans, ci parlano deW humour satirico e della sa- 
lirà luiioristica del parroco di Moudou. 

]Ma se vi sono contatti e scambi freqaenti fra lo spirito sa- 
li rico ed il comico^ v'è incompatibilità assoluta, nonché antino- 
mia, fra il vero spirito satirico ed il burlesco propriamente 
detto; onde a ragione Arturo Graf ebbe a distinguere tre specie 
di riso, il riso burlesco e parodico, l'orma inferiore, dotata di 
scarsa consapevolezza; il riso comico, in cui questa è maggiore, 
ed il ì'iso satirico, dove si trova il massimo di consapevolezza, 
^('ìeua'' •"^- ù'-ie'^ta consapevolezza appunto conferisce un valore e 

.wi'n'ie ^'-^ significato tutto speciale alla produzione satirica e permette 
ì'I'.'i. di tenere in tanto maggior conto le numerose suddivisioni di 
ossa, a seconda della estensione e della qualità della materia'. 
la satira yenerale e la particolare, ([nella morale, politica, 
sociale, Vanticìiiesastiea e Xaittifemminile, quella personale 
e quella del costume, la regionale e simili. Tante e tali son 
queste varietà, desunte dalla materia, che non si capisce dav- 
vero come mai ad un moderno tedesco, il Thiemann, potesse 
passar pel capo di desiderare e quasi prescrivere che tutta la sa- 
tira avesse ad essere .puramente personale e politica ! 
e dalla \ quosto Varietà di motivi psicologici e di materia, nella 

produzione satirica nostra, si aggiungono altre varietà non meno 
numerose, ma assai meno importanti, di forme letterarie, 
onde, se è vero che alcune di queste finirono col prevalere in 
confronto di altre (p. es. il ternario, il sonetto caudato, l'ende- 
casillabo sciolto), dobl»iamo pur riconoscere che mai queste forme 
metriche diventarono esclusive e caratteristiche della satira, 
e che, accanto a quelle che si sogliono dire liriche, ve n'ha 
di imrrative, di dialogiclie, e persino di drauimaticlw: accanto 
alle poetiche, le prosasticlie. E innegabile dunque che lo spi- 
rito satirico si manifesta in tutte le forme possibili, anzi con 
una singolare indifferenza verso le forme stesse: si 
insinua, penetrante e invadente, dovunque. Proteiforme per 
eccellenza e parassitaria, dotata d' una forza espansiva e 
, d'una mobilità speciali, molta e non la meno originale parte 
di es.sa vive, come altri disse, allo stato diffuso, al di fuori 
delle forme regolari consacrate dalla tradizione letteraria, 
retorica e scolastica; si che, a ben guardare, una classifi- 
cazione o suddivisione della produzione satirica desunta dal 



satira. 



INTROnUZhiN'K. iì 

criterio della forma letteraria non è juìssiliilo. o aliiieiio l'iu- 
scii-ehbe trojjpo fragile. 

6. Per queste ed altre ragioni non possiamo ormai inte- caratieio 
l'essarci più alle dispute agitate in passato tra i critici a fine ^gc^a"'-"' 
di determinare le attinenze della satira con gli altri generi e ""l'asad'I-a 
la sua « dignità gerarchica ». In generale la poesia satirica '"a'^aHu"- 
si soleva considerare come una specie della poesia didascalica, tri generi. 
e come tale la si coltivava, troppo spesso, a scapito della sua 
efficacia artistica; oggi invece si propende a vedere in essa 

una forma di lirismo o di lirica; e con buone ragioni, Ma 
nel reagire al vecchio concetto tradizionale della satira-didat- 
tica, che, in fondo, era il concetto medesimo ol quale .si voleva 
informare tutta la poesia e aveva la sua paroLi d'ordine nel ywo- 
(h^ssc oraziano, non bisogna andar tropp'. oltre, come fece ta- 
luno, e ai)pllcare arbiti-ariamente e foi"ia1amente criteri modei-ni 
nella indagine retrospettiva dei fatti letterari. 

7. Comunque, anche tenendo nel debito conto il concetto vaioie 
tradizionale che assegnava alla satira un fine educativo, ilidat- "Vioiia" 
tico, è chiaro che quanto piti appariscente sarà questo fijio, 
per via di declamazioni e dissertazioni generiche ed astratte, 
e tanto piti ne verrà sminuito il valore estetico e l'efficacia 
di essa, non meno delle altre manifestazioni artistiche biso- 
gnosa di elementi concreti, « individuanti », caratteristici, d'im- 
nrigini vive desunte dalla realtà storica ed umana. V] comune- 
mente ammesso, sino (ih antico, che nella gerarchia dei prodotti 
letterari la satira occupa un posto assai umile , tanto che gli 
antichi si compiacquero di discutere se la satira, come la com- 
meiìia , pur e.ssendo in versi, fosse poesia, oppure pro.sa , ed 
< >razio intervenne anch' egl' nella disputa , ma probabilmente 
con intenzione ironica {Semi., I, 4, 39 seg.); e Giuseppe Giusti 
ebbe a dirla « sorella minore della lirica ». Vero è peraltro 
che i grandi poeti si sono riservati il diritto di .sollevare anche 
la satira, e sia pure per eccezione, sino alle altezze più gloriose 
dell' arte ! 

Ma. come suole accadere, ancora una volta si fa sentire v.tiu.j 
la provvida legge di compensazione , onde quanto la poesia aei 
satirica fu costretta in passato a rinunziare di « dignità » este- 
tica, tanto riacquisto in molti casi di valore storico. Ben a 
ragione dunque Emilio Ruth, il tedesco che si rivelò egregio 
conoscitore e storico anche delle nostre lettere, ebbe a scri- 
vere che, fra tutti i rami della letteratui'a, la storia della .sa- 



storw 
aell.-i 
satii'.'i. 



6 INTRODUZIONE. 

tira è uno dei piii importanti alla storia politica generale e a 
quella della coltura. Ba.sterebbe questo autorevole giudizio, pio- 
naniento applicabile anche alla produzione satirica italiana, per 
giustitìcare il mio tentativo: dal quale si vedrà puro quanto 
fosse nel vero il Leopardi , allorché lamentava la « grande 
deficienza del genere satirico » in Italia, e, peggio ancora, 
allorché asseriva addirittura che agl'Italiani mancava, tra l'al- 
tro, la satira. 

11. — La satira medievale. Limiti cronologici e 
divisione della materia. 

dona' 1- Qwanto s'è esposto fin qui circa il concetto e la natura 

zione della satira, se da un lato ci conduce a varcare i confini tra- 
dizionali assegnati sino ad ora dagli storici alla nostra produzione 
satirica, dall'altro ci costringe, anche per riguardo all'indole e 
alla mole di questi volumi, a semplificare l'ingente materiale 
raccolto, dando la preferenza alla produzione poetica, e in que- 
sta alla lirica, della rimanente — cioè della prosastica e della 
drammatica, narrativa, ecc. — accennando o considerando ap- 
pena gli esemplari più cospicui, e, in generale, evitando le 
soverchie minuzie. 

Per le stesse ragioni dovremo ridurre a pochi cenni in- 
cidentali l'indagine, pur importante, dei rapporti che la nostra 
produzione satirica ebbe con quella straniera, specie con quella 
rlel territorio neo-latino d'oltr'Alpi, e degli intiussi che la nostra 
ne risenti od esercitò sull'altra. 

Riguardo poi alla cronologia, come s'ebbe già ad avver- 
tire, trascurando la limitazione tanto consuetudinaria quanto 
irragionevole, che fissava gl'inizi della nostra satira e quindi 
della sua storia alla fine del sec. XV, prenderemo le mosse 
dal .sec. XIII, cioè dnlle origini prime della nostra letteratura. Ma 
anzitutto è necessario dare — in forma introduttiva e sommai'ia 
— un'occhiata a quel Medio Evo latino, nella cui liumus fertilis- 
sima profonda le proprie radici la nuova satira volgare italiana. 
Necessit;. 2. La necessità, nonché l'opportunità, d'una tale introduzione 

spuaMò con particolare riguardo all'Italia, apparisce chiara a chiunque 
'fjvolTia i^pplichi per un momento il criterio storico e quindi « genetico » 
produ- all'indagine nostra. Infatti la satira itahana. che sorge col sor- 
satirica gei'O stosso della nuova letteratura, non si ricolle^'a in alcun 

del.M. Evo , , ... , . , . , . ^ '. . . . 

latino modo per le origini .sue con la satira classica dei Latini, si invece 



INTRODUZIONI-:. / 

con la vita o con la [)i'oiluzione (ielTetà di luo/zo, cosi latina, 
come romanza. 

3. Senza dubbio, i satii-ici di Roma antica non furono mai Fortuna 

. (lei 

dimenticati, neppure nei pei-iodi più oscuri del Medio Evo; anzi satirici 
può dirsi che la loro fortuna, specialmente quella di Giovenale, .m.'"Évo° 
non sia stata gran fatto inferiore a quella, straordinaria, di 
Virgilio , col quale rA(iuinate ebbe comune la sorte d'essere 
cristianizzato nella tradizione letteraria popolare. Questo resulta 
provato luminosamente dalle l)elle indagini di lilologi e me- 
dievalisti recenti. Manoscritti di Giovenale, di Persio, di Orazio, 
dovuti talvolta allo zelo paziente di insigni chierici, non man- 
carono nelle biblioteche di quei secoli, che di libri ebbero tanta 
peimria; entrarono anche nelle scuole, dove o nei testi com- 
pleti, oppure in particolari antologie — i lib/'i inemorlales — 
furono oggetto di lettui'O e di accurati commenti, mentre i 
lessicograti nei loro spogli non mancavano di tenere nel debito 
conto quei testi tanto dilTusi. Reminiscenze e citazioni dei tre 
maggiori satirici dell'antichità romana s'incontrano numerose 
nelle più svariate scritture dell'età media: e perfino del Sci- 
ti t'icon di Petronio Arbitro sappiamo che un caustico scrittore 
del sec. XII, Giovanni di Salisburv, conosceva almeno tutti i 
frammenti che a noi sono pervenuti. 

Ma non bisogna lasciarsi trarre in inganno da ({ueste at- 
testazioni e, nell'interpretare i documenti sicuri di questa for- 
tuna dei satirici latini, esagerarne il valore e gii effetti. Di 
([uei poeti, come, del resto, degli altri classici ^ lo studio che 
facevano gli uomini medievali, era, in genere, superficiale e 
ristretto, quindi, necessariamente sterile; la conoscenza che ne 
acquistavano, era una povera fìammolina vagante « pur su pol- 
la strema buccia ». Quel culto riusci .scarsamente efficace, so- 
vrattutto per questo, che nello studiare i tre maggiori satirici 
dell'età classica, gli uomini dell'età di mezzo non erano gui- 
dati da un concetto estetico o letterario , ma da un criterio 
essenzialmente morale e didattico. Essi vi ricercavano, vi am- 
miravano e assaporavano, ripetendole poi, imitandole e talvolta 
fraintenden<lole , la « moralità » , le sentenze , non lo spirito 
satirico, non il colorito storico, non le visioni profonde nel- 
l'anima umana e nella vita antica; in altre parole, sfuggivano 
loro le ragioni e gli elomenti sostanziali di quell'arte. Per questo 
appunto Giovenale venne designato comunemente con l'epiteto 
antonomastico di Ethicus, alla stessa guisa che vediamo talora 



S INTRODUZIONE 

accennato Orazio, proprio come Danto, che non a caso ci parla 
solo (li « Orazio satiro ». Per questo ancora "Vincenzo Bellova- 
cense consacrava non pochi capitoli del suo Spcculiun histo- 
riale a raccogliere i fiorea^ cioè le belle sentenze morali, da 
tutte le opere dei « poeto satiri » latini, Orazio, Persio e Gio- 
venale (P. I, lib. VII, capp. 67-70: P. II, lib. IX, cap. 37-39). 
Come le opere dei tre satirici si venivano trasligurando 
allo menti dell'Età di mezzo, cosi essi medesimi andavano sog- 
getti a trasformazioni che erano vere deformazioni, favorite 
dalla mania allegorica, deformazioni talora grottesche, quali, 
ad es., quella di Persio, diventato, in un distico del Neckam, 
sinonimo di puntura velenosa ! Un' eco di quest' ammirazione 
tutt'afftitto medievale, di questo culto, in massima parte infC' 
condo, che l'età di mezzo tributò ai satirici latini, ci par d'udirlo 
nei versi del giullare toscano, che nel suo repertorio si van- 
tava di conoscere, fra gli altri infiniti autori antichi: 

.Tulio Celso u'I nobil Marziale 

Gallo, Terensio, Persio e Clio vena le. 

Concotto 4_ ji modo come nel Medio Evo si consideravano e si stu- 

della 

satira nel (Uavauo Ì Satirici di Roma antica, dimostra già il concetto che 
queir età aveva della satira. Era dunque un concetto essen- 
zialmente morale, onde questo prodotto letterario appariva come 
strumento e interprete fedele dello spirito moralizzatore, etico 
insieme e didattico, che fu caratteristico di quel periodo sto- 
rico, per quanto, a ben guardare, fosse una derivazione e una 
deviazione, al solito, di un concetto classico, che metteva capo 
alle classificazioni e divisioni d'origine peripatetica. Com'è ben 
noto agli studiosi , i gi-ammatici , i trattatisti e commentatori 
medievali, da qualche variante in fuori, s'accordavano nel di- 
stinguere quattro specie di poesia, una delle quali, oltre la 
tragedia, la commedia e l'elegia, era appunto la satira. Di 
quest'ultima un trattatista di metrica, nel sec. XIV, scriveva: 
« Satira (agit) de variis viciis et peccatis, ut facit Oratius, Per- 
sius, Juvenalis »: mentre per un glossatore del sec. IX il poeta 
« satyricus » era un « moruni discriptor » . semplicemente , 
secondo un altro glossatore, « satirici poeto a saturitate dicti 
et copia, eo quod pieni sunt omni facundia ». 

Ma prima di giungere a (juesta concezione, rudimentale 
ed ingenua nella sua indeterminatezza, non peraltro inesatta, a 



INTRODUZIONE V) 

([uante aberi'azioni non si lasciarono aiidai-e, in (juante fanta- 
sticherie non si scapricciarono por quo sto come per gli altri 
fi^eneri, gli scrittori del Medio Hvo! H ciò grazio a quella loro 
abitudine ostinata, ma inevitabile, di lavorare di seconda e di 
terza mano, accunmlando erronee interpretazioni , scostandosi 
sempre più dalle fonti già intorbidate e confondendo le que- 
stioni storiche e letterarie con le questioni di stile, un'altra 
ossessione caratteristica per quelle menti e alla quale non seppe 
sottrarsi, in teoria, neppur l'Alighieri. In esse, quando pen- 
savano alla satira, l'idea d'un tine morale si associava, per 
ragioni etimologiche, all'idea già accennata e derivante dai 
classici, d'una miscela svariatissima e insieme d'una esuberanza 
connaturata di elementi, co^si nella materia, come nella forma, 
sovrattutto di prosa e di versi. Al quale proposito pesò molto 
rosempio di Isidoro di Siviglia {EiymoL, V. 16), finché non 
intervennero a dettar legge i due massimi lessicografi, Papia ed 
L- guccione — questi derivando e con molte aggiunte da quello — 
i ([uali nelle loro definizioni complesse accolsero parecchie delle 
interpretazioni a base di viete etimologie già messe innanzi 
dagli anticlii. Ma nel loro frondoso eclettismo traspare il con- 
cetto prevalente d'una grande varietà unita a una libertà e vio- 
lenza di linguaggio come proprie della satira, che pel lessico- 
grafo pisano è essenzialmente il « Carmen reprehensorium 
vel reprehonsio correctoria, que ad hoc reprehendit ut corrigat ». 

In pari tempo persisteva, esagerata, al solito, e fraintesa 
hi tendenza antica ad accostare la satira al genere drammatico. 

Una delle ])m curiose testimonianze circa il modo come 
in sui primi inizi dell'Età media si concepiva la satira e si colti- 
vava il cosi detto stde satirico, è quella che ci fornisce l'afri- 
cano Fulgenzio. 11 mitografo-grammatico del sec. VI, appro- 
priandosi e allargando una finzione di Marziano Capella, nei 
suoi Mi/thologiarum libri, e più propriamente nella lettera 
iledicatoria a prete Catone, ricorda a costui ch'egli soleva de- 
siderar vivamente le sue bazzecole poetiche troppo spesso ri- 
danciane, cosparse di grazia satirica {yneas cachinnantes sae- 
pius naenias lepoi^e sati/rico litas libenie?' affectaré): e 
poscia tìnge che Calliope, apparsagli in visione, saputo l'argo- 
mento che voleva trattare, gli abbia consigliato d'invocar l'aiuto 
di Filosofia e di Urania, mentre la gioconda compagnia della 
Satira, amica di questi suoi soUazzevoh scherzi, verrà a ral- 
legrarlo. 



10 XTRODUZIONE. 

11 buon gi'ainiuatico sembrava aver qualclie scrupolo, te- 
mendo che quella compagnia gli riuscisse compromettente ; ma 
(iiUiope riesce a rassicurarlo con un sorriso e col dirgli: « Non 
« sai, novizio ancora inesperto come sei nel regno delle Muse, 
« quanto le Matrone paventino la Satira ! ». Fatto sta che il 
poeta, addormentatosi, ha una nuova visione, durante la (juale 
gli par di vedere irrompere all'improvviso nella sua stanza una 
matrona splendente in volto, più che umana all'aspetto, Calliope, 
ma preceduta da una florida giovinetta folleggiante, provocante, 
piena di seducente petulanza, tutta incoi-onata di edera, dal 
volto protervo, dalla bocca ch(^ pareva ben armata d'ingiurie 
e pronta alle offese, dallo sguardo ironico, scrutatore, irrequieto, 
che sorprende ed illustra con arditi commonti anche i più re- 
conditi pensieri degli uomini. 

Questa vivace personificazione della Satira ha il merito 
di astrarre dalle pedantesche definizioni dei retori e d'offrirci 
con una efficace schiettezza l' idea che gli uomini dell' alto 
Medio Evo s'erano formati di essa; poesia giovanile per impeto 
aggressivo, ardita, loquace, più maldicente e maligna forse che 
correttrice e maestra di costume. 

Col tempo si trasformerà anch'essa e gli anni non passe- 
ranno impunemente neppure per lei. La giovinetta temeraria 
di Fulgenzio diventerà nei trattatisti posteriori un'autorevole^ 
grinzosa matrona, veneranda, investita d'un alto officio morale, 
posta a guardia d'uno dei quattro castelli ond'è formata la Città 
della Gi'ammatica , insieme con la Tragedia , la Commedia e 
l'Ode. Sarà considerata da altri come uno dei quattro generi 
della poesia, e propriamente come Vhistoricum, accanto al cle- 
lectabile o commedia, al lamentahile o elegia e al pldloso- 
phiciim o tragedia. 

E cosi si potrebbe continuare adducendo esempi di questa 
tormentosa e pedantesca applicazione che il Medio Evo fece 
alla satira delle sue fisime retoriche, ma sarebbe presso che 
vana fatica. Anche per ciò vana che , fortunatamente , nella 
sua produzione più originale e notevole , 1' Età di mezzo non 
si preoccup») troppo di tali definizioni e distinzioni puramente 
dottrinali e scolastiche, e diede libero sfogo al proprio umore 
satirico nelle forme più svariate , quasi applicando istinti- 
vamente la semplice ma calzante definizione d'un ignoto lessico- 
grafo del sec. XII: « Satyra, Carmen deris ionibus plenum». 
E queste forme appunto e anzitutto il loro spirito generatore, 



INTROnUZIONE. 1 1 

pili che il concetto letterario della satira medievale, c'importa 
.l'esaminare, sia puro rapidamente. 

5. Poche altre età elihero, come iiuesla di me/./.o, copioso. i.o 
vivo, ii'i-esislihile lo spirito satirico, la cui esistenza e il cui sa'iTn") 
vario operare conferiscono non poco a darci di ([uesto perioilo "'*''*"''"'® 
storico un'immagine tanto diversa da ({ueUa consuetudinaria, 
persistente ancora fra le persone men colte. 

Di ([uosto fatto le ragioni sono molteplici. Se il senso sa- 
tirico si manifesta con tanta sovrabbondanza e con tanta furia 
trabocca attraverso i secoli del Medio Evo , « quasi torrente 
ch'alta vena preme », dovremo anzitutto ricercare la « vena » 
che alimentò e spinse in questo tempo pei vari territori della 
letteratura europea le molte correnti satiriche. (Questa medie- 
vale fu un'età di passioni sfrenate, nella quale l'amore e 
l'odio cozzarono fra loro con impeti quasi selvaggi, età ricca 
d'un'esuberanza primitiva di energie morali e intellettuali, tanto 
più bisognose e capaci di espandersi , quanto piii ferrea gravava 
su essa l'oppressione del principio d'autorità, aifermantesi .so- 
vj-attutto nelle i.stituzioni ecclesiastiche e negli ordinamenti 
sociali e politici , quanto meno efficaci erano i ritegni della 
civiltà , nelle leggi , nelle costumanze , nelle idee. A.ssistiamo 
quindi ad un avvicendarsi di reazioni e di ribellioni, le quali, 
pili che nel campo dei latti materiali, si manifestarono in (jiiello 
del pensiero, della letteratura, nelle forme preferite della .satira. 

Questo senso satirico, ispirato direttamente dalla realtà, ^^^^ ,._|^^. 
e tanto forte da sfogarsi perfino nelle scritture grammaticali, 
riceveva un impulso grande, se non fortunato, da quella ten- 
denza didattica moraleggiante, che il Medio Evo ebbe in 
singoiar modo diffusa e vigorosa, anzi prepotente: ed era fa- 
vorito poi dal pessimismo, che, connaturato nel sentimento 
religioso cristiano, giaceva e, quasi a dire, fermentava in fondo 
alla coscienza d'ogni uomo medievale. S'aggiunga poi che la 
violenza del linguaggio trascendeva spesso la violenza del sen- 
timento, oltre che per quella ragione universalissima che opera 
in tutte quante le manifestazioni satiriche, anche per l'esempio 
oltremodo efficace del Unguaggio scritturale, specialmente delle 
invettive dei Profeti, i cui echi si lipercuotono naturalmente, 
con iirande frequenza, attraverso tutto il Medio Evo. , ,, 

~ 1 ' - .La proflu- 

(). Ne derivò una uroduzione satirica cosi ricca e- varia e zionc 

■^ , ,. ,. ..^ „ , satirica 

storicamente preziosa, che un noto meiuevalista, K. rranke, mofiiovai.> 
ebbe a dire che essa ò forse la più importante e la più viva latina. 



12 INTRODUZIONE 

(leirEtù di mezzo. Importante, si noti bene, non tanto nei i-i- 
guai'di propriamente letterari ed artistici, quant(ì in quelli della 
storia, dacché giova, come vedremo, a ritrarre e chiarire con 
sincerità e con eTtiracia grande, se non con im[iarzialità ed 
esattezza, le coiiilizi<jni e lo vicende sociali, politiche e morali 
dei vari po})oli. 
nìiHroità ;\[.^ ^ ti'acciare. anche raitidamenic. le sole linee princi- 

il una ' / . ' . ' . 

"i'tt:»- pali nella storia della produzione satirica del Medio Evo, si 
lompiuta oppongono alcune difficoltà non lievi, queste anzitutto, di de- 
' •'''"''■ terminare la paternità, la provenienza e la cronologia dei sin- 
goli componimenti. 

Ciò si spiega, non solo col fatto che buona parte di questi 
è anonima, non solo con le condizioni e qualità dei manoscritti 
che ce li hanno i-ecati, spesso tardivi e scorretti o difettosi, 
ma anche con un carattere generale ben noto della letteratura 
latin;) di (piesti secoli, la quale, pur gravitando in p.-ii-ticolai- 
modo ^'erso l'Occidente d'Europa, durante un tempo non breve, 
si dimostra internazionale, euro[)ea. 

Un'altra difficoltà s'incontra n(d distinguere come si vor- 
re'jbe e dovrebbe, nella detta produzione, quella d'indole po- 
polare e popolaresca. da quella dotta, anche non attribuendo 
a questa distinzione un valore assoluto che male coi'risponde- 
rebbe alla realtà storica. Il tentativo riesce tanto più malage- 
vole ed incerto, quanto maggiore è la scarsezza, da una parte, 
— cioè nel campo popolare — del materiale genuino, super- 
stite dal naufragio dei tempi. 

Infatti il più e il meglio della satira popolare e po- 
polaresca si capisce che è andato irreparabilmente perduto, 
e il rammarico e il daiuio di (pieste perdite sono accresciuti 
dalle scarsissime relique .sopravanzate e dalle poche ma non 
dubbie attestazioni che ci rimangono della sua rigogliosa 
e istenza. 

Lasciando per ora di accennare alle prime, ricordei'omo 
due testimonianze che da sole valgono per molte altre, il Con- 
cilio di Ch;ilon--ur-Saóne, tenuto l'anno 650, nelquale si lancia- 
rono fulmini contro le satire popolari, cui partecipavano prin- 
cipalmente le doinie, ed il capitolare di Carlomagno, del 7()4, 
nel quale vediamo proibiti i canti satirici. Come prova poi deUa 
penetrazione dello spirito satirico popolare pur in componimenti 
letterariamente elaborati, non sono da trascurare certe leg- 
gende, come quelle di Cerbei'to (papa Silve^ti-o li) e dell'-Vn- 



INTROI)UZIi)\K 



VA 



lici-isto e certe l'ucctjlto di pfovei'l.ii luotrici , come ([iiella di 
Wippoiie dovo l;i forma .gnomica e didattica mal iiascon le i'iii- 
tiiii > sentimento, che è di riprovazione severa. 

Deirmia e dell'altra — cioè didla produzione satii-ica popo- 
laresca come della dotta — l'uroiiK instancabili esportatori ed 
importatori e quasi a dire editori, nei vari paesi d' Euroi)a, i 
i^iullari, rappre>e:itanti . o, piuttosto, interpreti e fornitori 
dell'opinion piWilica, di rado pi'oduttori, più spesso intermediai'i 
compiacenti fra il popolo e la classe colta, i (ieri ci. fra la 
piazza e la scuola , fra la corte e il castello feudale. Perciò 
appunto la loro importanza merita d'essere apj)rezzata non solo 
daprii storici del costume, ma anche dai-li studiosi delle lettere. 

Intanto, per ovviare col minore sforzo e col ndnoi" danno 
possibile le difficoltà cui accennaY(ì . sarà utile segnare una 
l'iltartizione cronoloaica della materia in ilue grandi per iodi. 
la (piale consentirà oppr)rtuni l'ag-gi'nppamenti logici e stoi-ici 
di essa. 

li [irinio di ([uesti poriodi si può considerare, compreso Ira 
il più aho Medio Evo e la metà del sec. XI; il secondo, fra 
([ue-to ternane e la metà circa del sec. XIII. 



I Giullari 
divulga- 
tori di 
satira. 



Divisionfi 
oronolo- 
i.;-ica della 
niatoria 
in (lue 
grandi 
|/eriodi. 



111. — Primo periodo della satira medievale. 

(Hai sec. IV alla metà del sei". XI). 



1. È questo il periodo veramente ferreo del Medio Evo, seb- 
bene sarebbe un errore il comprenderlo tutto in un unico giu- 
dizio, .senza fare le debite distinzioni. 

Xella prima sua parte esso è sempre più debolmente illu- 
minato da un chiarore di tardo tramonto, mentre negli ultimi 
quattro secoli, con varie vicende, acutamente indagate te.stè 
da Francesco Novati (nei capp. II, \' delle Origini)^ la.scia 
intravedere come un faticoso lontano albeggiare. Nell'età in- 
termedia, colpa delle invasioni e delle dominazioni straniere, 
<ovrattutto della longobarba. il filo che unisce la coltura clas- 
^ica alla nuova, la quale si manifesterà solo dopo il iMille, è cosi 
sottile da riuscir talvolta impercettibile e inafferrabile. Ma anche 
nel suo lento svanire dal pensiero, dalla letteratura, dall'arte, 
la civiltà pagana in sul punto medesimo di dissolversi, si lascia 
assimilare dalla vittoriosa civiltà, dalla nemica ed erede let- 
teratura cristiana, non pochi elementi, cosi di materia coiiu' 
di foi-ma. 



Lento 
trapasso 

dalla 
lettera- 
tura 
classica 
decadente 
alla niiova 
cristiana. 



sl/lDIlt' 



1 1 INTRODUZIONE. 

Ciò che i'ii più volte osservato per la produzione lette- 
raria in generale, riceve conferma dall'esame dei proilotti satirici. 

Questi, naturalmente, appaiono, nei primi secoli, scarsi e 
sporadici, anche a cagione delle molte perdite avvenute, cosic- 
ché fanno l'impressione di tanti piccoli massi ei'ratici sopra- 
vanzati a un periodo di grandi cataclismi tellurici. 

Purtuttavia, chi volesse raccogliere pazientemente, trove- 
rebbe da mettere insieme una messe discreta di documenti. 
frodotti 2. Ad esempio, solo scorrendo YAntlioìoaia ìdtinn del liiese, 

satirici . , '■ , ' -^ _ . ' 

lì tran- ne riutracciamo in numero sufficiente da permetterci di scor- 
gei'e nei vari prodotti tutto un periodo di transizione dalla 
letteratura clas.sica alla nuova cristiana. Nei numerosi, e spesso 
scipiti eiìigramnii del codice Salmasiano, anteriori iiuindi, in 
gran parte , al sec. VII . di gusto naturalmente marziale -co, 
insieme coi vieti temi, altri nuovi ne compariscono, che, bene 
considerati, diventano documenti vivi della storia che si tra- 
sforma e si rinnova. Cosi, incontriamo certi distici più o meno 
piccanti e frizzanti, contro un lenone, una meretrice, un cat- 
tivo poeta, un grammatico furioso, un avvocato effeminato, un 
medico pericoloso, un ubbriacone, un filosofo, ispido ed austero 
all'aspetto, ma uso a celare nelle tenebre notturne le sue brutte 
imprese erotiche. Insieme con altri di carattere misogino, ci 
imbattiamo in qualche epigramma, per noi ben più notevole, 
in dispregio delle mostruose parlate barbariche risonanti nei 
romorosi banchetti [De convirìi^ barbar is), donde traspare il 
sentimento etnico nazionale latino, che vorrebbe vendicarsi dei 
barbari invasori ; o contro il ministro d'un re, un certo Eutichio. 
messo alla gogna per le violente estorsioni che commetteva a 
danno dei sudditi. 

o. Nulla di più naturale poi che il sorprendere, anche nelle 
tioveisie forme più svariate della satira, echi non languidi delle gravi 
e nella lotte roli^iose combattute in quella che fu l'età dei maggiori 

lirica "^ . . . - ,. • 1 11 e 1 -1 1 

cristiana, controvorsisti. vori gladiatori della nuova tede; il trovar docu- 
menti satirici di quell'urto tragico fra questa fede e la civiltà 
e la religione pagana, nonché le eresie pullulanti, urto che 
durò più secoli, con abbandoni e tregue frequenti, ma anche 
con riprese inaspettate. Ecco, uscito dalle mani d'un atleta ge- 
niale del Cristianesimo , S. Agostino , un vigoroso carme rit- 
mico e alfabetico contro i Donatisti, che è del oQ;}: notevolissimo, 
tiltre che per la sua struttura metrica, perchè, destinato ad 
e>ser cantato nel tem[iio. ci offre, misti agli accenti dell' inno 



La satira 
nelle con- 



IXTRoDUZIONK. 



15 



e (Iella lU'oiiiiicia, noi ritmo popolaresco, fra assonanze e qualclie 
rima, fiori tratti noi quali il sentimento satirico si riveste d'im- 
inaii'ini bibliche, «piasi lontano aninuizio dolio malodizioni o <lollo 
invettive dantesche : 

Ciistos noster, Deus mairae, tu uos polcs lilieraiv 
A pseudo proj)lictis istis qui !!<)•< qnacrunt dcvorai'i', 
-Maledictuin oor lupiaum conU-iruiit nvina pelle. 

1'] iiiontre altri, l'orse niomori di fommodiano, aveva lan- 
ciato un aspro carme contro i Marcioniti . in quei medesimi 
anni (.■>!)4 V.) un ij^iioto cristiano srherniva con amara esul- 
tanza e con violenza d'invettiva rude, in esametri, il rapido 
precipitare dei falsi splendori padani che con Eugenio usur- 
patore avevano tentato di risoi'gere. e lanciava le beffe pungenti 
contro il presuntuoso prefetto Flaviaiio, ormai sceso nella tomba 
e contro gli alti papaveri dell'aristocrazia pagana. Altri assa- 
liva, tra ironico o minaccioso, un senatore rinnegato, vano cul- 
tore di poesia e di ridicole pratiche fllosotiche {Ad senatorem 
ce cìtristiana reUglone ad idolorum set^vitium conversum). 

In quel fiammeggiare della passione religiosa non è da 
stupirsi elio negli inni stessi del maggior lirico cristiano. Pru- 
denzio , s' acuisca la punta del sarcasmo contro le baldanzose 
lesistenze del Paganesimo; cosicché, ad esempio, il magnifico 
inno . anzi poemetto . su S. Lorenzo . ben si accompagna per 
tale rispetto coi due libri in esametri Contra S'/mmachum , 
che sono del 402, mentre nella descrizione che dei vizi del 
mondo, quasi immensa bolgia infornalo, egli ci offre nella Opera 
Hamartigena . il sentimento ascetico -morale sembra compia- 
cersi di espressioni satiriche. 

Non manca qualche rappresaglia da parte dei pochi rimasti 
in cuor loro fedeli alla religione di Roma pagana, fra i quali 
spicca veramente, in sugli inizi del sec. V, la figura insigne 
di Claudio Rutilio Namaziano. il Gallo che ben fu detto « anima 
tutta romana ». Nel suo prezioso ItinerarUiììt , che scrisse, 
com'è noto, reduce per mare da Roma dov'era stato Prefetto 
(418). egh ci lasciò uno dei i)iii antichi esempi che si cono- 
scano di satira antimonastica . con l'accenno, rapido ma pun- 
gente , ai monaci rintanati come uccelli notturni nella solitu- 
iline dell'isola di Capraia; ma seppe anche, memore di (Uovenale. 
sferzare nel suo verso i ladri della cosa pubblica, vere Arpie, 
tanto esperti ed oculati, da superare e quasi far apparire ciechi 
in loro confronto gh stessi Argo e Linceo. 



16 INTRODUZIONE. 

Dai pochi sajigi lasciatici, Rutiiio si diiuustia ben destro 
iiell'adoperare quella « lima » da lui detta « censoria »; e non 
a caso ricorda con lode un poeta satirico contemporaneo. Lu- 
cilio, la cui Musa egli proclama superiore in acerbità a quella 
di Turno e di Giovenale (« Huius vulnificis satira Indente Ca- 
menis nec Turnus potior nec Juvenalis eris »). Peccato che di 
questo solenne maestro di satira tutto sia andato perduto, sino 
all'ultimo verso ! 

4. Dal seno stesso della Cristianità non tardano ad alzarsi, 
in tono di lamento , ma talora anche di aspro rimprovero e 
di scherno, voci gravi e severe di dotti zelanti e di religiosi, 
dolorosamente colpiti dalla rapida decadenza, dalla corruttela 
e dall'abbiezione di Koma, fatta serva dei Greci, e dall'avarizia 
del Papato, sfacciato trafficatore di reliquie, al quale era ri- 
sparmiata l'estrema mina solo per le virtù ed i meriti dei primi 
apostoli e pontefici, come cantava, a quanto pare, nella seconda 
metà del sec. IX, l'ignoto autore — forse un grammatico na- 
poletano — dei celebri Ve)'siis Roìnae {Nohilihus ecc.). 

Ma al sec. VII appartiene il documento più antico che 
abbiamo di natura, sino a un certo punto, satirica in latino 
ritmico volgare, di carattere personale, in forma di 
corrispondenza poetica o di tenzone, al quale accresce A'^alore 
■ l'esser legati ad esso i nomi di due alti ecclesiastici francesi, 
che ne furono gii autori: Frodeberto , vescovo di Tours , e 
Importuno, che lini vescovo di Parigi. 

Una delle prove più convincenti della diffusione che nel 
ÒNledio Evo aveva lo spirito satirico , anche nelle più elevate 
classi sociali, l'abbiamo nei saggi svariati e notevoli che ce ne 
]ii'Ovengono proprio da quel circolo letterario Carolingio, che fu 
il centro d'un rinascimento, effìmero in gran parte ed artitì- 
ciale, ma non del tutto inefficace, ed al quale parteciparono, 
com'è noto, insieme con gii Anglo-Sassoni, in esso preponde- 
ranti, con gii Irlandesi e coi Franchi, anche gii Italiani, rap- 
presentati da Paolo Diacono e da Pietro da Pisa. 
Teodoifo. Il vescovo Teodolfo non solo si provò con fortuna di poeta 

nella satira personale, aspra e rude, contro il suo collega Al- 
cuino, non solo si mostrò nei suoi versi ispirato da nobili sen- 
timenti religiosi e morali, ma da questo fondo di forte pessi- 
mismo seppe elevarsi sino alla espressione caustica, pungente, 
• del biasimo contro gli avari, contro i simulatori e gli stolti, 
riluttanti, per loro malvagità, ai buoni consigli, contro i sa- 



INTRODUZIONE. 1 / 

cordoti e i pontefici, un tempo, esemplari di vii-tù, ora, invece, 
(li vi/.i: amò dilToiidersi in una lun.nhi.ssima requisitoria contro i 
uiuilici indenni, usci in un'invettiva solenne, niisla di ciiiftio e 
ili lamento, coutn» l'ipocri^jia, contro la decadenza e la cniiiil- 
t(da della Chiesa e dei suoi i-appresentanti, cui ei,''li coniiaii- 
poneva, con arditi spiriti di riformatore, la purità dei tempi 
primitivi e degli apostoli, servendosi di quelle stesse immagini 
d'origine scritturale, che riecheggeranno attraverso i secoli, 
sino al poema dantesco. Ora i tempi son mutati in peggio, 
dovunque regna la simulazione, esclama egli: 

l'iux.i Camilla caput, nieiitcìii t.cgii atra vulnnias, 
Asjìt'i'a lani artiis, vestis ovina liijium. 

\'ero ò che il tono esortativo . essenzialmente didattico- 
luorale, finisce col prendere il sopravvento nei versi di questo 
vescovo animoso . che . memore delle antiche e delle recenti 
profezie, vede, per molti indizi, prossima la fine del mondo. 
Non ho l)isogno di raimuentare qui che, conforme ad una con- 
suetudine assai diffusa . questi versi di Teodolfo è prohabile 
venissero letti alla mensa dell'imperatore. 

Delle lotte accanite, religiose insieme e politiche, coni- Tracce 

' ^ i ' satiriche 

battute tra imperatori e papi, tra i fautori della parte franca 'leiie ione 

w I i ^i OSIl- 

e quelli della tedesca , delle passioni che divamparono senza poiiu.he. 
alcun freno di disciplina chiesastica o di dignità d'offici, tro- 
viamo tracce, non pure oltr'Alpi, ma anche fra noi e nelle forme 
più apertamente satiriche. « Tracce » diciamo di proposito , 
che. nel maggior numero de" casi, si tratta di accenni inci- 
dentali, comunque importanti allo storico. Tale, ad es. , è il 
passo con cui un italiano, il dotto diacono Giovanni Imonide oi<'vanni 
(forse un meridionale uscito dalla Scuola di Monte Cassino), 
che fu caro a papa Giovanni Vili come ornamento del suo 
circolo di dotti, chiudeva il rifacimento della famosa Cena Cij- 
pria/li, da luì composto, a quanto pare, fra l'STG e l'STT. 

Poemetto scherzoso cotesta Cena, appartenente al genere 
parodiaco. sebbene Giovanni nel prologo lo dicesse una satira, 
ma fatta per giuoco, intessuta di scherzi e di portenti « non 
satiricis commentis, non comedi fabulis », e destinata, co;ii'è 
probabile, a rallegrare la mensa imperiale di Carlo il Calvo, 
quando questi, durante il suo soggiorno a Roma ed a Pavia, 
fu ospite del papa. Ma appunto per far cosa gradita all'impe- 
ratore e al pontefice, nei versi finali il giocondo versificatore 

CiA\. — La S-it/ra. i 



1<S INTRODUZIONE. 

lasciò il consueto sorriso , per iinpiig-nare la frusta e colpire 
tre personaggi conteinporauei, nemici odiati, fra i quali il j)iù 
noto (■' Formoso, clic un giorno doveva salire sulla cattedra di 
S. Pietro, ma clic sin (Tallora era fatto oggetto di fiere per- 
secuzioni. 

Non mancarono tuttavia altri Italiani che in documenti di 
vera poesia satirica si facevano più risoluti interpreti di quel- 
l'età, tanto ricca di passioni politiche e religiose, quanto scarsa 
di coltura e di prodotti letterari. Il più insigne è ancora un 
meridionale, vissuto in sul cadere del sec. IX e al princii)io 
del X, huigenio Vulgario, il quale, se fu, come pensò ragio- 
nevolmente il Diimmler, un grammatico un maestro, fornirelibe 
un nuovo esempio del rapido e precoce laicizzarsi della coltura 
e della scuola in Italia. 

Veramente nella raccolta delle sue scritture messa insieme 
dal benemerito medievalista tedesco, non troviamo se non un 
componimento che faccia per noi, un metrum parhenitacum 
tragicum, che è una calda invettiva contro le armi e la guerra, 
apportatrici di danni e di lutti mortali agli uomini. 

Un bizzarro impasto di passione politica e di ardore l'eli - 
Liut- gioso, d'umor battagliero e di odi personali, di spirito vendi- 
cativo e di generosa indignazione , di arguzia tagliente e di 
impeti furiosi, d'audacia, d'orgoglio e di millanteria, d'ispira- 
zione letteraria dotta e di mosse e di forme popolari, di bar- 
baro e di latino, di istinti pagani e di sensi cristiani, è la sa- 
tira che Liutprando (-|- 972 e.) riversa a piene mani, nella 
prosa viva, lucida, guizzante come una lama e nei versi, ta- 
lora di sapore e di tratto popolareschi, àeW Antapodosis. 11 
focoso vescovo di Cremona, che maneggia la penna come una 
spada, che passa irrequieto dall'invettiva al dileggio, dall'anei^- 
doto licenzioso e caustico al sarcasmo crudele, liorito di cita- 
zioni giovenalesche, ora contro Alarozia, che dice « scortum 
impudens satis ». ora contro A\'illa, la moglie di Berengario, 
colorando di satira la storia, anzi quella sostituendo troppo 
spesso e volentieri a questa, ci ha lasciato una delle più ori- 
ginali e interessanti scritture del Medio Evo. e tale da meri- 
tarle il titolo di satira, ed anzi, per le frequenti inserzioni 
di versi nella prosa, il titolo di satira menippea medievale, 
(liustamente un insigne studioso, il Malfatti, vide in essa come 
un'anticipazione di spiriti goliardici e soggiunse che, « se un 
« vescovo mescolava nella storia di quei versi e di quei rac- 



jrando. 



INTRODl'/JONE. \^ 

« conti, noi possiamo credere che di coniponiiuenti ei-otici e 
« satirici non dovesse esservi penuria in Italia ». 

Liutprando è per molti rispetti un'apparizione notevole, 
non solo per la strana e originale individualità sua propria, 
ma anche in quanto ritrae le tendenze od i gusti dell'età sua 
I' le condizioni di quella coltura ancora informe. 

Mentre nella sua famigliarità cogli scrittori antichi egli i sonuom 

" /^ . " oraziani ili 

abbraccia, come s'è visto, il satirico di Aquino, piii apertamente sesto 
imitatore «lei \'enosino apparisce, in sulla metà del medesimo 
secolo. Sesto Aniarcio, un gallo romanizzato, forse monaco 
e medico, coi suoi quattro libri di Sm-moni . duri, sgraziati e 
grossolani, cioè la negazione piii assoluta dell'arte oraziana. Lo 
sforzo imitativo si l'iduce, in fondo, ad una riproduzione poco 
più che lessicale, e riesce dannoso, per questo sovrattutto, che 
nelle lunghe invettive e nelle descrizioni — nelle quali egli 
vuol ritrarre e riprendere il clero corrotto, l'avarizia, la libi- 
dine, la superbia, l'invidia imperanti nel mondo, e sferza gli 
Ebrei — la materia derivata dall'antichità classica si sovi-ap- 
pone come uno strato denso e con un anacronismo continuo 
alla nuova, si da scemare di molto l'effetto, sia pur volgare, 
della rai)preseiitazione e dell'apprezzamento dirotto e genuino 
dei fatti e degli uomini e dei costumi contemporanei. 

In (juesto periodo la satira schiettamente politica, 
almeno quella conosciuta, scarseggia: ed uno dei pochi esempi 
per noi veramente notevoli, anche perchè d'origine italiana, è 
il ritmo cantilena super stalum Alberti, che è del 962. e La 
trovasi inserita nella Cronaca del milanese Landolfo il vecchio, super ' 
E una breve ma acre invettiva contro Alberto re, vinto e fu- ^ivH'rn 
gaio, ed un'esaltazione di Ottone 1, l'imperatore tedesco, ai cui *^''"-'- 
servizi Liutprando aveva posto la sua penna. 

Invece abbondano i componimenti satirici di carattere po- 
litico-religioso, 0, piuttosto, politico-chiesastico, i quali 
anche in ciò bene ritraevano le condizioni dei tempi procellosi, 
allorquando tutte le grandi questi(jni religiose finivano col di- 
ventare, più o meno, anche politiche e nei conilitti aspri della 
Cliiesa e del clero si mescolavano gli interessi mondaiù. l'erció 

• Mano, il pili delle volte, scritture, sia in versi che in prosa, 

• l'occasione, che di tal genei'e avevano i difetti ed i pregi, fra 

• liiesti ultimi, una grande sincerità e immediatezza d'ispirazione. 

Per es., da una contesa di politica chiesastica, da una con- 
testazione di diritti sull'isola di Grado, scoppiata fra la Chiesa 



20 INTRonrzioNlv 

Il Ciiime di Veiu'zia e (|uella (rA([uileja, sorse, fra l'S 11 e r<S55, il ('((r- 
MiKiiegin ìiìcn alfabetico de Aquilegia ìiwiqumìi rcslaiiranda, che è una 
"ré'Xu-'^ violenta e grossolana invettiva contro la veneta Aiiuileja, dovuta 
(SiTsss). probabilmente ad un chierico veneziano, il quale diede prova 
di zelo non lodevole e insieme ci lasciò un saggio caratteristico 
del vocabolario medievale d'ingiurie. 
SMiiia II fermento di passioni, l'urto degli interessi, l'anelito a 

"" ''""''• radicali riforme nella Chiesa, il disgusto della sua decadenza, 
lo sdegno pei crescenti abusi, son tali che alla produzione sa- 
tirica — come, in genere, alla letteratura tutta quanta — ne 
deriva un carattere che direi militante ed attivo, senza preoc- 
cupazioni od intenzioni letterarie, ed un impulso ed un incre- 
mento senza confronto più vivi che in passato. Questo carat- 
tere e questi effetti , più importanti ad un indagatore della 
storia civile e chiesastica che allo storico delle lettere, ma non 
perciò trascurabili da noi, si manifestano in tutto il loro rihevo 
sin dagli inizi del periodo seguente. 

IV. — Secondo periodo della Satira medioevale latina 

(ilrill;i metà del soc. XI sino a circa il mezzo del scr. XllI). 



Il >"i^ii"ita 1 . Xon è qui il caso di rifare il quadro delle condizioni e delle 

Stol'K'il 

'Idi:. vicende politiche e religiose, sociali e letterarie dell'Italia allo 
iieircià schiudersi di questo periodo; quadro tante volte disegnato da mani 
' stiun-cT' esperte, come quelle di Ferdinando Gregorovius, le cui pagine 
acute e geniali, anche ove paiano non abbastanza obbiettive od 
esaurienti, è agevole integrare e correggere con la scorta degli 
studi posteriori, sovrattutto della monografia di Alberto Dresdner. 
Tuttavia non saranno inutili o inopportuni alcuni sobri richiami 
storici a preparare meno inefficacemente l' esposizione della 
nostra particolare materia. 

Quello spirito vivace di riforma nella disciplina e nei 
costumi del clero e degli ordini monastici, che. venutoci, d"ol- 
tr' alpe, principalmente per opera e per merito dei Clunia- 
censi, « ventava » già e sempre più vigoroso anche nella peni- 
sola nostra, riusciva a pervadere di sé perfino un pontefice 
come Gregorio VI (1045), la cui elezione era stata palesemente 
macchiata di simonia, ma al cui fianco compariva, in veste di 
cappellano, ma con officio quasi di apostolo pugnace, Iblebrando. 
(Jom'è naturale, queste tendenze riformatrici di tanto si raf- 
forzavano, di (|uanto piti grave e sfacciata si faceva la cor- 



LNTIJODrZlOM:. 21 

niltehi tlclhi Chiosa, ([luinto più vei'i^ugjiosi ^ii almsi, ([uajito 
pili prolbiida 1" abbiezione del papato, ondo in sulla metà di 
(piel secolo le anime pie assistevano scandalozzalc! al brullo 
spettacolo di tre pontelici che si contendevano contenipoi-a- 
neamente la cattedi'a di S. Pietro. 

Se ne ingenei-ava, da un lato, un vivo sentimento d'av- 
vei'sione e di ribellione alla suprema autorità della Chiesa e 
alla stessa Chiesa romana, dall'altro un molo di dis-^uslo o di 
sdegno, un pessimismo, non fiacco ma iroso, pei mali ond'ora 
aillitla la Cristianità e che a molti parevano irrimediabili, ad 
altri, invece, possibili a curarsi con i-imedi eroici. 

(Questi ultimi, i fautori ardenti della rifoi-ma, pur attra- 
verso a dilhcoltà inmunerevoli, massima di tutte, la i-esisten/,a 
dei mali stessi , degli abusi e degli interessati a perpetrarli , 
Unirono con l'avere il sopravvento, sicché quella lloma, che 
era stata sede vituperata di ogni corruzione, diventò il centro 
di un moto vasto e ardito di rinnovamento. Da essa parti il 
grido d'una vera crociata morale, in particolar modo diretta 
contro la simonia e contro il concubinato dei preti, della quale 
Ildebrando fu il duce indomito, ancor prima di salii'e sul soglio 
pontificio, e Pier Damiani, l'araldo magnanimo, anche se in 
parte dissenziente. 

Piu-troppo, questa guerra per le riforme, che divampò in 
tutto rtJccidente d'Europa, si complicò ed aggravò con un'altra 
grande tragica lotta fra le due potestà, la religiosa e la civile, 
la quale durò, con varie vicende, per circa mezzo secolo e che 
tutti conoscono col nome di lotta delle investiture. Agli elementi 
religiosi, morali e chiesastici già venuti a contrasto, si aggiun- 
sero cosi e s'intrecciarono quelli politici, per la forza stessa delle 
cose, cioè dell'assetto civile e sociale dei tempi. 

Contro la feudalità, invadente e opprimente, insorse da 
un canto la Chiesa nel suo più invitto rappresentante, Ilde- 
brando, dall'altro, il popolo, che si preparò con lenta ma sicura 
opera a rivendicare la propria esistenza e i proj)i'i diritti , a 
conquistarsi gloriosamente una vita nuova sotto l'egida delle 
libertà comunali. E mentre nell'un campo la vittoria rimase al 
principio riformatore e, insieme, al teocratico, ma, fatalmente, 
in modo che un elemento di. quest'ultimo, il potere tenqioi-ale, 
sussistette in contraddizione e ai danni di ([uello, nell'altro 
campo, col foi-inarsi e rinforzarsi progressivo dello spirito co- 
nuuiale, nella penisola, con le stesse contese fratrici<le dei Co- 



oo 



INTRODUZIONE. 



limili fra loro, con la loro parziale ma eroica opposizione al- 
l'impero tedesco, nonostante certe apparenze, si veniva maturando 
la ridesta coscienza latina e con essa il sentimento nazionale 
italiano. Nel riaffermarsi del laicato e insieme della democrazia, 
cosi nella vita politica come nello idee e nella coltura, nel rin- 
novarsi e progredire della disciplina ecclesiastica, nel risorgei-e 
delle energie nostrane, durante i secoli XII e XIII, udiamo, 
come in una luce d'alba promettente, l'annunzio di tempi nuovi 
e migliori: Secol si rimìora! E le Crociate conferirono mira- 
liilmente, com'è noto, a questi molteplici provvidenziali avan- 
zamenti della civiltà anche italiana. 

Sulle scene, nelle quali si svolsero i vari episodi del gran 
dramma europeo, compariscono, tra il cadere del sec. XI e il priu- 
cii)io del seguente, figure insigni, e talora gigantesche, di im- 
peratori e_ di papi , di principi e di cardinali , di monaci , di 
vescovi, di guerrieri: Enrico HI ed Enrico IV, Alessandro II 
(già Anselmo, vescovo di Lucca) e Cadalo antipapa, Gregorio VII 
e Pier Damiani, Guiberto, arcivescovo di Ravenna e Roberto 
Guiscardo e intorno e dietro ad essi, nelle aule, nelle cancel- 
lerie, nelle scuole, sulle vie, sulle piazze, nelle officine, sui 
campi di liattaglia , turbe di spettatori tutt' altro che inerti , 
anzi appassionati, di attori secondari, fra i quali si vieii for- 
mando e si manifesta in forme talvolta audaci quella opinione 
pubbli ca , che a torto si suol considerare ancora da, molti 
come un prodotto nuovo e caratteristico della civiltà moderna, 
sjmiitato solo e timidamente col Rinascimento. 

Come si vede da tutto questo, le fonti storiche della 
satira medievale si accrescono e i ruscelli che ne sgorgavano 
dapprima, diventano torrenti. Gii effetti possiamo ancor oggi ri- 
levarli nella produzione letteraria superstite, quantunque appaja 
manifesta, per ciò che riguarda l'Italia, principale teatro degli 
avvenimenti testé accennati, una sproporzione grande fra 
quelle cause e questi effetti, o prodotti satirici, dovuta proba- 
bilmente alle condizioni della coltura . oruiai inferiori nella 
peninola nostra a quelle della Erancia. 
'"''"''■ l. Tutta\ ia. Iiene osservando, non soltanto scorciamo una 

l'ntiira ~ 

satirica letteratui-a satirica d'occasione sorgere e raggrupparsi 

sioiio. attorno a ciascuno di (piegii avvenimenti: vediamo il territorit.» 

non pure italiano, ma europeo, come solcato da certe correnti 

curienti satiriclio, Ic ([uali meritano d'essere rapidamente enumerate 

satinci.c. ^^^ illustrate. 



iNTRonrziDNE. 23 

:]. La salirà e la rifurma ccclcsiasUca. — S" e j;i;i dotto '^' ;'-'|'''^ 
che riiupulso che spiiigeva i migliori verso (iiieiridoale di li- .,i..nn.. 
lornia. [>ei' la salvezza della Chiesa e (jiiiudi doiruiuaii ^onci'c, Ma-n.-... 
t'ia cosi l'oi-to, che perllno i monaci, dediti ai « ponsiei- con- 
templativi » , \mv desiderosi di rifugiarsi nel silenzio della 
cella e di cirnsaci-aiNi alla prei^hiera , si sentono spinti , lor 
malgrado, a scendere essi medesimi nella lotta, armati di fede, 
di passione, di eloquenza e talvolta anche di satii-a. 

L' esempio più luminoso ce ne offre un monaco illusti-e, p,,-, 
che fu meritamente santificato e del (juale s"è già fatta men- 
zione. Pier Damiano, nelle sue molteplici scritture, si in [irosa 
che in versi, nelle requisitorie fìerissime. nelle imprecazioni. 
negU scherni contro hi corruttela, la simonia, il concuhin;ito 
e la sodomia degli ecclesiastici, o contro l'antipapa Cadalo, 
rivela un" elevazione e insieme una violenza e una crudezza 
insuperate di linguaggio satirico. Degno contemporaneo e com- 
militone d'Ildebrando, nonostante i non lievi dissensi da lui, 
fu pur degno che ne sentisse la grandezza e se ne ispirasse 
l'Alighieri. Il quale ha un bell'assegnarlo fra i contemplanti del 
suo settimo cielo; perfino nei fulgori delle sfere, ([uelTaninia. 
fatta pura luce . sembra ancora esuberante di vita attiva e 
battagliera, tanto umanamente indignata fa udir la sua voce in 
(| nella del Poeta divino. 

4. I contemporanei, cosi italiani come sti-anieri, tenevano ^,',u!;|';ieii!i 
l'occhio fisso su Roma e delle iatture che l'affliggevano e dei "^'''^ 
danni che ne venivano alla Cristianità, davano colpa con asjire 
parole ai Romani e alla Chiesa. Un altro frate, e normanno, 
(ìoffi-edo ^lalaterra , negli anni più travagliati del pontificato ^, .,,.,. 
di Gregorio VII, allorquando questi, abbandonato dai Romani, si '«'""'• 
vedeva contrapposto l'antipapa Clemente III (1084), in un'invet- 
tiva poetica inserita nella sua Hisloria sicula , si .scagliava 
contro la Città, sede di ogni malizia, di lusso, d'avarizia, d'a- 
narchia, di simonia {pestis simoniaca), di brutta venalità, che, 
tutta intenta a riempire la borsa, speculava perfino sullo scisma 
del pontificato, divenuta ormai abisso d'ogni vergogna. 

Anche il vescovo Ildeberto di Tours, il quale dinanzi allo "'''ÌÌ.'IÌJ','!, 
spettacolo delle rovine arrecate a Roma dalla recente deva- 
stazione di Roberto Guiscardo (1084), preso da profonda pietà, 
sera sfogato in una eloquente elegia, dove vibra il ricordo 
peccaminoso della grandezza antica, e della magnificenza pa- 
gana, fini, in un altro carme (che è del IlU6 circa) col pas- 



romaiia 



GotlVe.lo 



21 INTRODUZIONE. 

saie dal tono oleiiiaco a iiuollo satii-ico , dal lamento al fiero 
rimbrotto, ispiratogli dallo rovino morali, dalla corruzione da;4Ìi 
allusi onde la cilt;! ci'a di\(Miiita inaesti-a nefasla nel inondo: 

iJiiiiiii iM(in>, iii.uiilesla docons rxenipla uocendi , 
S(slla lajiiv, |iiilriisqiir cirìax avidiisqiif tcnendi. 

Aiiercaiio Ei'aiio aiicor calde le ceneri del grande ( ìregorio. e mentre 

urhan„ni SI contendovano davvero , con le armi , per la cattedi-a , di 
n,!-Ji!'','>. ^- l^ietro, Urbano II e Clemente III, un ignoto poeta, forse 
J'rancese , immaginò una tenzone o disputa fra i due , a colpi 
di epigrammi , dei quali il primo dei due difende , il secondo 
vitupera il glorioso pontefice defunto e ambedue d'accordo si 
propongono un Concilio per risolvere il nuovo scisma. Ma è. 
in fondo, insipida cosa cotesta, tanto insipida, fiacca, incolora, 
quanto salata, vivace, colorita, è la pittura satirica in prosa 
Il che in quei medesimi anni — circa il 1099 — un ignoto — 
Garsiae forso il canouico toledano Gar.sia — fece della Corte romana. 
cclnonTci « gazopliikcium sanctae Cupiditatis », di papa Urbano « avi- 
'/i RufìTo dissimus pontifex » e dei suoi cardinali, tutti intesi, epuloni 
(io'.)9 e). ^< pinguissimi », ad accumulare quattrini, facendo un lucroso 
traffico delle reliquie di certi Santi martiri, Albino e Rufino, 
i santi creati dalla fantasia satirica del Medio Evo per colpire 
l'avarizia romana con la personificazione dell'argento e dell'oro. 
Il pregio di questa scrittura, tutta pervasa di spiriti goliardici, 
ricca di felici tratti di caricatura iconografica, è accresciuto 
dall'esser essa contesta di elementi storici, e insieme di deri- 
vazioni classiche, da Giovenale, da Orazio e da Persio, che si 
mescolano bizzarramente con le reminiscenze scritturali. 
11 Sarebbe ingenuo ed ingiusto prendere alla lettera questa 

\?v «o- descrizione, ma sarebbe anche irai)rudente rigettarla senz'altro 

r issimi s „ j. xx t • ^ •■ • t- 

tempo- come tutta menzognera. In ogni modo, più grave e 1 impres- 

'piéuo' sione che si riceve leggendo il ritmo veemente con cui un 

Diacono austoro monaco cassinate, Pietro Diacono, nei primi decenni 

(scc XII del sec. XII, ritrasse le condizioni tristissime della Chiesa e 

in.). 

della Cristianità: trionfante di nuovo, dovunque, lo spirito del 
male, i fedeli, vittime di sacerdoti usurpatori del tempio per 
forza di simonia, gozzovigiiatori, nemici dei poverelh, devoti 
ai potenti; l'oro, strumento di traffici iniqui, alleato alla frode, 
al sacrilegio, al delitto. 

Dunque gli sforzi eroici coi quali Gregorio VII aveva cor- 
cato di purificare e riformare la Chiesa erano riusciti del tutlo 



vani ^ \'A-.\ >tata (liin([iio una vittoria, opiiuro una scontitta 
la sua^ 

S(Mi/,a <ltilil»i<i. «[iiello spirito iiiaj^iiaiiiiiKì clic mori in esilio 
jK'i' aver amalo la yiu.slizia e oiliato l'ini^iuslizia. come [irote- 
stava noi suoi istanti sn|>fomi, molto lece e tentò e [ucpai'ò, 
ma molto più dovette lasciare incom[iiu<o neirim])iesa j^igaii- 
tesca, che superava le forze, nonché d'un uomo, per quanto 
grande, d'una intera generazione, e alla quale egli — giova 
ripetere — sottrasse energie ed autorità e consensi jier essersi 
impegnato in un'altra lotta non meno grave ed ardua, quella 
delle investiture, che uno scrittore di parte chiesastica, in sulla 
metà del sec. XII, ricordò come una « luctuosa tragedia cer- 
tamenque Ecclesiae contra pravorum pervicatiam ». 

5. La Sa(//-a nella lolla dcllr Tnvcslilin-c. — Un'altra 
e ancor più iàvorevole occasione di manifestazioni satiriche fu 
questa lotta memorabile, nella ([uale l'opinion pubblica, cosi 
nell'uno come nell'altro campo, trovò modo di affermarsi in 
una produzione s vai-i atissima, che aveva un po' la forma e lo 
spirito del nostro giornahsmo polemico, un po' degli opuscoli o 
paniphlels, ora dottrinale ed astratta, ora irruente, buffonesca, 
personale, tutta pregna di forte umore satirico. 

(Questo umore, come il linguaggio corrispondente erano nel- rmoi 
l'aria, erano nella vita, nei documenti stessi officiali prima che 
nella letteratura. Basta rammentare l'epistola con cui Enrico l\ 
partecipò a Gregorio la sua deposizione avvenuta nel Concilio 
di Worms (1076): tutta un'ondata d'ingiurie violente e un tu- 
multo di passione sfrenata. Si giungeva al punto che in una riu- 
nione solenne come in quella Sinodo, uno dei più autorevoli 
prelati, il cardinale Ugo Candido, divenuto ardente nemico di 
Gregorio papa, e principale suo accusatore, osò schernirlo pub- 
blicamente quasi in forma di una pasquinata drammatica. « de- 
ferens secum (scrive un contemporaneo) de vita et institutione 
papae scenicis figmentis consimilem tragediam » ! Cosi 
quella vera tragedia diventava un argomento di riso e di sa- 
tura in forma di grossolana parodia ! 

fi. Se esaminiamo rapidamente i documenti che ci vengono 
dai fautori della Chiesa, ci accorgiamo facilmente che è f--"";;" 
vano il cercare in essi la temperanza, anzi per essi ci con- «^i'"'^-' 
vinciamo sempre meglio che al Medio Evo mancava sovrattutto 
il senso della misura. Per lasciare le più note scritture di Pier 
Damiano, sempre ridondante ed enfatico, ricordiamo la fiera 



lilIfrU.-ILT 
io satiriri 

in <t<>- 
l'iinioiili 

ufficiali. 



TlM i 



mfiv 



(inibcrto 
ai'civc- 



20 INTIlODUZr)NR. 

requisitoria che contro Eiu-ico i\' lanciava, piena di accuse atroci, 
lipigiam- Guido vescovo di Ferrara [De Scismaié) . a cui faceva eco , 
'iv'.' rincarando la dose, con [liii aporta sconcezza di linj^nai^i^id. un 
alti'o ecclesiastico, il (juale. dopo irirrale cert<i tm-pitudini cio- 
ticlio e sacrileghe di ([lud re. l'il'crlva ini ('pi.^■l•alnlna, che dic(^va 
composto da un dotto di quel tempo, a schernire quel latto od 
uno consimile. I/epig'ramma sanguinoso, che prol)abil niente era 
anteriore, e fu tratto dalla vecchia tradizione satirica medievale 
e adattato alla nuova occasione , risveglia il ricordo di quei 
canti che i soldati romani facevano risonare agli orecchi dei 
loro Cesari trionfanti: con questa differenza, che, invece di 
soldati ebbri della vittoria e dell'impunità concessa, qui abbiamo 
dei chierici, i (juali, nell'atto di insultare il Cesare germanico, 
intimano a Roma cristiana, al pontefice di castigarne le infamie, 
inetto pena di diventare, da caput, cauda mundi e perire. 

Insieme con l'imperatore erano, naturalmente, presi, di 
mira i suoi fautori più zelanti; onde non ci meraviglieremo, ad 
favellila, es., clio Donizono , in quel suo goffo poema biografico che è la 
Vita Mathildis, ci parli della lebbra guibertina « horrida,nigra, » 
e inserisca nei suoi versi , come scritto da un ignoto poeta 
{iJictator quidam de quo meira prolnli/), un epitaffio satirico 
sulla morte di Guiberto. Il battagliero arcivescovo di Ravenna, 
ch'egli dice figlio della dannazione, omiciattolo dell'Anticristo 
(perditiOiìis filiiis , homidlus Antic/rristi) , nella poco cri- 
stiana epigrafe è detto memhrum Sathanae , non doiainum scd 
dcìiioiiium; mentre Rangerio, vescovo di Lucca, nel poema De 
a.nido et haculo, con più efficace brevità, accennava a Guiberto 
in un solo verso, ma sanguinoso. 

Similmente un benedettino francese, di parte « ildebraii- 
dina », in un poema importante per valore storico e per ori- 
ginalità poetica, da lui scritto in difesa di Urbano II, raffigurava 
lo scisma come un drago velenoso, l'imperatore Enrico IV come 
un Nerone, e l'ar.tipapa Clemente III come un nuovo Simone. 
11 litiiio Ben maggiore importanza ha per noi il ritmo fieramente 

[.r'ìgio'nia satirico, cho un itahano, a quanto sembra, forse un chierico 
l'asquaic vivente in Roma e testimonio oculare di uno dei più tragici 
"'""'■ fatti di quella storia, compose, nel llll, sulla prigionia di Pa- 
sfjuale II. Dal cuore del poeta, più ancora che la pietà pel pon- 
tefice, vittima d'una scellerata violenza, trabocca io sdegno sel- 
vaggio e l'odio profondo contro Enrico V, reo di tanto delitto. 
Egli ce lo rappresenta come uno scorpione (era questa la figura 



INTRODUZIONE. 



cuiKsueta di Satana e deirAiiticristo), nato di adulterio, senza 
confronto più iniquo e crudele di Ei'ode e di Nerone. Nel suo 
odio comprende tutti i Tedeschi, « Sacrilegi Teutonici, Honiines 
diabolici »; contro questo vessillifero e duce principale del- 
l'Anticristo, invoca l'aiuto di S. Pietro e, intanto, ad 01411 i Imoii 
conto, la spada vendicatrice dei valorosi Normanni. 

7. Ma i seguaci degli imperatori germanici non ei-aiiu da 
meno nella violenza del linguaggio, più che satirico, vituperoso. 
Non ho bisogno di ricordare che la palma, in ([uesta ignobih^ 
gara tocca a Benzene, il più furioso enei'gum<'no, che spesso 
ha l'nri.'i d'un lìuffoiu^ avvinazzato, e ncdle cui scritture; è tale 
un'assenza di spirito cristiano, di senso morale, di dignità, da 
bastare osso solo a (birci un"idea di che cosa fosse un vescovo 
italiano in quel procelloso e strano periodo della nostra storia, 
allorciuando anche un santo, come Pier Damiano, crosciava giù 
i suoi colpi terribili con un accanimento tutt" altro che santo 
e meii che cristiano. Egli, che si dimostra studioso zelante ma 
infehee di (!)razio, non s'accontentò di tessere in prosa ed in 
verso il panegirico di Enrico IV: in occasioni nelle quali il 
vomitare ingiurie contro i nemici dei propri patroni era la 
forma più gradita dell'adulazione, gettò a, piene mani fango e 
sozzure contro gli avversàri di Enrico, a cominciare da Ales- 
sandro pajìa [Asinande)' , Asinus hcrelicun ecc.) e poi contro 
Ildebrando {Prandelliis, Follepraml maniclieus, d/aholus cu- 
rullatus ecc.) e la contessa Matilde e (Goffredo, marchese di 
Toscana, suo marito (Cornefredus , pestilens Grugnefre- 
dus ecc.); infine, per eccitare i Tedeschi ad una nuova spe- 
dizione contro Roma, pose sulla bocca di essi, egli vescovo, 
una litania ironica assai pungente. 

L'oro e i favori imperiali come trasformavano un vescovo 
in un sicario della penna (i santi Albino e Rufino non si ve- 
neravano soltanto nella Curia romana !), cosi ai giuristi d'alloi;a 
suggerivano — non oso dire ispiravano ! — brutti miscugli 
poetici di adulazioni e di satira., a sostegno dei diritti imperiali 
e delle loro scritture polemiche. Questo è pro})aljilmente il caso 
di Pietro (.'rasso, il (piale alla Dcfcnsìo I Ir urici IV lit'fjis, che 
non è tanto una difesa del re gerinaiiico. (|uaii1o una vebuio.sa 
re(|uisitoiia contro Tlregorio VII, fece seguire < erti \'ersi, roni- 
[ìosti per la già ricordata espugnazione di Roma deiranno lOSI, 
nei quali si esalta (|uesto avvenimento ed Enrico vincitore , 
e s'inveisce contro Ildebrando, livido, nato dal seme d'un drago, 



l'autori 
•Icir Im- 
pero. 

lìenzoiii». 
vescovi I 
<r.\lba. 



( 'iriTiiti 
.•satiriche 



28 l^TKOM ZKiM-:. 

i^ià usurpaloi-o della caltedi-a poutiMcia mediaiile il denaro e 
il l'aAore di Matilde « nuilvagia ?>u:i alleata » {nialw sociac), 
orinai iinpoteiite a soccorrerlo , come gli altri suoi dialjolici 
am.ci {socletas diaboli). 

S. Insieme con questa })roduzione satirica transitoria che 

'.eVém'iT traeva argomento, anzi rampollava dai grandi avvenimenti con- 

lomi temporanei, e della quale solo una jìarte dovette sopravvivere, 

cui'óp.'i. appunto per la sua stessa natura , avvertiamo quelle vere e 

proprie correnti satiriche perenni, alle quali s'è accennato 

più addietro, e che solcavano tutlo il vasto territorio europeo, 

senza rispetto a confini geogi-afici, cori-ispondendo ad elTettive 

correnti spirituali e formando una serie di temi satirici. 

1-' ■^^M''''^ Che queste correnti scaturissero anch' esse direttamente 

nei ' ... 

s^irmoni dalla, realtà umana e storica, si può scorgere in modo evident is- 
simi in uno dei prodotti più originali e caratteristici dell'età 
media, i Se r moni degli oratori sacri, fonte tanto più pre- 
ziosa e copiosa per la storia del costume e delle idee contem- 
poranee, dacché tramezzavano la letteratura e la vita, ei-ano 
una forma di quella, ma servivano essenzialmente a (piesta e 
con ([uesta rimanevano in contatto continuo. E una produzione, 
cotesta. addirrittiu'a sterminata, senza confronto più abbondante 
al di là delle Alpi, in Francia, ma tutt' altro che estranea 
all'Italia nostra, durante i secoli XII e XIII, in gran parte 
rimasta inedita nei codici , sovrattutto francesi , ma ormai 
illustrata abbastanza e da studi monografici generali e speciali, 
come quelli del Lecoy de la Marche e del Bourgain , e da 
indagini sul materiale manoscritto, come quelle del Ilauréau 
[Notice ecc. de r^uelqites mss.) delle quali specialmente mi giovo. 

Nelle innumerevoli raccolte di Sermoni, che incontriamo 
ora col nome di autori — domenicani o francescani — più o 
meno famosi, ora anonime, sentiamo palpitare il cuore del Medio 
Evo come forse in niun altro genere di scritture , sentiamo 
scatenarsi ed urtarsi, con una libertà strana, con una sincerità 
e una irruenza talora incredibili , tal'altra goffe o puerili , o 
irriverenti e triviali, di parola, le p:issioni, i pregiudizi, gli inte- 
ressi, grandi e piccini, di quel tempo, le lotte aspre fra le varie 
classi sociali, fra i diversi ordini monastici e di questi col clero 
secolare e di tutti costoro col laicato, che spunta ormai e mi- 
naccia all'orizzonte. 

Non ci'cdo di esagerare allennaiido che S[)esso, per la pa- 
rola che il predicatore medievale lanciava dalla cattedra, alla 



iNTRonrzioNF. '20 

l'olla devota, il tempio sembra divoiitare ai^li occhi nostri non 
im asilo di fede, di preghiera, di raccoglimento pietoso, di alta 
e umana eloquenza, si invece una palestra tumultuosa di satira 
aceri la e di malignità, non sempre rivolle a combattere i vizi 
e gli abusi dei fedeli e della grande milizia chiesastica, a cooi)e- 
rare all'impresa della riforma dei costumi. 

Lo studio di (juesti Sermoni ci prepara cosi a intender 
bene e a giudicare equamente la produzione satirica del periodo 
che stiamo discorrendo, in ispecial modo quella parte di essa 
che a toi'to, vedremo, si suol considerare come sorta in oppo 
^izione alla Chiesa, dal di fuori di essa. K l'utilità sua è tanto 
maggiore dacché in quei prorlotti dell'oratoria sacra medievale 
troviamo trattati nelle forme più bizzarre appunto quegli stessi 
tèmi satirici che avremo a prendere in esame. 

Natui'almente, qui dobbiamo accontentarci di pochi cenni 
rapidissimi in forma di spigolature. 

Un fatto anzitutto ci colpisce, il veder cioè che ({uei i)re- 
dicatori, non solo non risparmiano i laici corrotti e malvagi 
inzi nessuna classe sociale (tanto che nei tipici Sn-mones ad 
status, p. es. di Alano de Lille, del sec. XII e di .Jacopo di 
Vitrv, morto cardinale vescovo di Frascati nel 1240, ab- 
biamo spesso « una satira di classe »), ma riserbano gli assalti più 
gravi contro la gente di chiesa indegna del proprio ministero. 

Dei laici sono in particolar modo presidi mira gli usurai, 
i ricchi borghesi, i mercanti avidi di guadagno, i quali 
anzi, con evidente esagerazione, sono fatti sinonimi di usurai 
(Haur., II, 71-2; IV, 97), egli avvocati, della cui lingua si 
dice che, come la lancetta della bilancia si volge sempre dalla 
parte che pesa di più, cosi essa si volge dalla parte del denaro 
(Haur, IV, 33, 174), mentre un altro predicatore li assegna al- 
rinferno, dannandoli ai più crudeli supplizi insieme con Nerone, 
sopra il quale i demoni versano di continuo oro fuso bollente 
(IV, 33), ed un altro li proclama più spregevoli delle mei^etrici 
stesse (IV, 174). 

Insieme con gli avvocati escono malconci anche i giù. 
dici, fra i quali Niccola de Biard trovava i buoni men numerosi 
che non fossero i Imoni chierici (Haiu. VI, 5). 

Ma i predicatori miravano ben più in alto ancora: tanto che, 
sicuri deiriiiq)unità accordata ai discorsi temiti in luogo sacro, 
muovevano le più violente censure contro il potere civile, contro 
i potenti vivi, contro i re medesimi (Hauk.. Ili, 105; IV 



30 INTRODUZIONE. 

76-7; VI, 5), e in odio ad essi e per infliggere ai malvagi fra 
essi una meritata lezione , si assaliva la nobiltà del sangue; 
« Nolite de generositate sanguine extoUi: decet niti virtute, 
« non sanguine. Nolite dicere: Patrom habemus Abraham. De 
« spina rosa , de pomo vermis oritur » rosi gridava Jacopo 
da Vitry, precorrendo 1" Alighieri. 

Non mancano, naturalmente, le solite sferzate contro le 
donne, fra le quali è curioso veder ricordate, in via di si- 
militudine , le donne di Lombardia (« de mulieribus Lom- 
bardiae »). cioè le italiane, le quali, do])0 aver pianto la morte 
del marito sino a lacerarsi, l'indomani passano ad altre nozze 
(Haur., lY 27). La genia dei villani va allettata con le pro- 
messe, ma anche spaventata con le minaccio . perchè è .solita 
ad operare più per paura che per amore (IIaur., Ili, 114). E 
neppure si .sottraggono alle acerbe censure gli scolari, cac- 
ciatori di laute prebende, mediante arti fraudolenti, consigliati 
dai loro stessi maestri a travestirsi da volpe , emulando le 
gesta di maestro Renard (Haur., IV, 51). 

Tutto questo peraltro è ben poca cosa in confronto dei colpi 
che tempestano dal pergamo contro la gente di Chiesa. 

Per Niccola de Biard, l'insigne francescano già ricordato, 
i prelati e gli stessi semplici chierici sono peggiori dei laici 
(Haur., II, 86 segg.), per le discordie e le invidie onde danno 
malo esempio agli uomini. 

I monaci fannulloni son messi alla gogna con un aned- 
doto salato (Haur., II. 109 seg.), ma più spesso sono bollati i 
vescovi venali, simoniaci (Haur., II, 220), i curati, i quali, 
secondo il domenicano Durand de S. Pourcain (Haur., IL 87), 
mentre dovrebbero aver cura d'anime, dimostrano d'aver sol- 
tanto cura della carne (« curam carnis faciunt ») , dandosi 
al gozzovigliare in osceni bagordi, mostri di crapula, pieni di 
tirannica cupidigia, oppressori dei povei'i, non pastori, ma lupi. 

E al lupo insaziabile un altro domenicano assomiglia i 
chierici secolari anche per ciò che, come quello, quando s'è 
sfamato della sua preda, ne nasconde gli avanzi sotterra, cosi 
essi accumulano il resto dei fieni sottratti ai poveri (Haur., III, 
127). Maestro Durand, trascinato dairargomento, non esita ad 
afferrare il toro per le coi'na e ad assalire il gran nemico, 
combattendo, come causa principale di tanti mali della ('hie.sa, 
la donazione Costantiniana. La Chiesa, nata povera (egli esclama 
con chiara e noltile parola), è divenuta ricca e le sue ricchezze 



INTRODUZIONE. 31 

appunto riianno perduta. Una voce dal cielo aveva annunziato 
la sua futura decadenza tino dal giorno in cui Costantino lo con- 
ferì rinii)ei'o di Occidente: « Audit.a fuit haec vox nianire.sta 
dicen.s: Hodie inlu-suni est venenum in Ecclesia*. Tanto s'ei-a 
lontani ormai dai tempi di (ìreooi-io VII. tanto vicini si era 
all'età dell'Alighieri ! 

Anche un italiano illustre, il futuro Innocenzo Ili, nella 
stessa città di Parigi deplorava gli abusi invalsi di accogliere 
nelle chiese spettacoli profani, alludendo prohahilmente alle 
faniigei-ate feste dei pazzi (Hauii., II, l()"i). 

Quei sermoni latini riboccano di aneddoti, sposso arditi e 
pepati, di provor!)i caustici, talora in volgare IVancese : e, non 
contenti di ciò, per esprimere con maggiore eflìcacia di riprova- 
zione satirica il ioro pensiero, quei predicatori amavano eccitare 
.la fantasia dell'uditorio, rinfrescando certe leggende, attinte 
alla ti-adizione popolare, e che sulla loro bocca acquistano sa- 
pore e valore di viva e nobile figurazione allegorica. Bastino 
due esempì fra i molti. Una buona parte d"un sermone d'ano- 
nimo, recitato nella seconda metà del sec. Xil, dinanzi al Ca- 
pitolo di S. Victor (Haur., II, 72 seg.), è consacrata a commen- 
tare, con vero umore satirico, la leggenda delle figlie del 
diavolo, che bene si presta per assalire in forma violenta e i 
chierici ed i laici e doveva fra non molto passare nella letteratura 
d'o/7. Delle sette figlie di Satana, la terza, la liapina fu unita 
in matrimonio coi principi che sfruttano ed opprimono i loro 
sudditi, e si procacciano vesti sontuose e splendidi banchetti 
con le lacrime delle vedove e degli orfani, mentre la quarta, 
l'Usura, fu congiunta coi borghesi {burgensibus) , che specu- 
lano perfino sui prodotti di prima necessità, come il grano ed 
il vino, per trarne più lauti guadagni. Fra i degni mariti di 
queste sorelle, anche .secondo altri predicatori, figurano chierici 
e perfino monaci (Haur., IV, 15). 

Ma Satana, oltre che possedere una numerosa e proficua 
prole femminile, era maestro weWars dictamlnis : di che ap- 
profittò un frate mendicante, dei tempi dell'Alighieri, per in- 
serire in un sermone la lettera che il principe dei demoni aveva 
spedito ad un predicatore, perchè la leggesse, destinata ai prin- 
cipi della Chiesa, cioè ai Vescovi, per ringraziarli della loro 
buona cooperazione. Il curioso ma anche sanguinoso documento 
epistolare , incominciava secondo le buone regole retoriche 
cosi: « Princeps inferni principes sahitat Ecclesiae. Omnibus 



32 introduziom:. 

« vobis gratias referimiis, quia projìter noi^iei^eiitiani v(»sti'ani 
« quasi totiis miindus ad nos devolvitur, et cum praclatis ii.,- 
« bis subiliti oircriiiihir » (IIaur., 111. 120). (^)iiesta « trovata » 
satirica ('hb(! <.;i';uido luriuiia; segno d'un consoiisu ilcir((|iiiii(iiic 
jiiibblica, il cui valore non dev(! sfuogiiri. 

Parimenti possiamo rilevare ancJie in questa letteratura 
del sermoni Tantagonismo profondo accanito, che esisteva fra 
le due classi dei chierici o dotti, e dei laici, la prima delle 
quali nutriva un sentimento di disprezzo per laltro e lo ma- 
nifestava in più modi. Perfino dal pergamo i predicatori, in- 
terpreti di essa, si sfogavano amaramente contro gli avversari 
che accusavano di crassa ignoranza, e contro i giullari che 
erano i loro portavoce, ma della cui concorrenza tradivano 
una certa gelosia ... di mestiere. « Plures habet auditores 
(esclamava in tono di lamento e di rimprovero un predica- 
tore) joculator, quam praedicator ! » (Haur. , IV, 21). « Isti 
laici » diceva un altro, un domenicano, sono miserabili igno- 
ranti e un chierico insigne, il cancelliere PhiUppe de Grève, 
a.sseriva che i laici distavano dai letterati, ([uanto i bruti dagli 
esseri ragionevoli (Haur., IV, 58). 

Anche un italiano e minorità, frate Luca da IJitonto, 
nella prima metà del sec. XIII. più ancora che i chierici se- 
colari, sferzava nei suoi sermoni i laici, in genere, e in 
particolare i signori, proprietari di terre, per le odiose esa- 
zioni e pel lusso sfrenato, i borghesi, i mercanti, che 
trattava anch'egli da usurai (Haur., \., 1-3). 

Talvolta al sentimento di riprovazione e di scherno, nel- 
l'animo del predicatore sembra sottentrare come un'ondata di 
pessimismo: la parola sua, non più concitata o rampognatrice, 
si fa rassegnata e cupa, e bene ritiene, anche nell'immagine, 
quel certo fatalismo cristiano cosi caratteristico di (juesto pe- 
riodo storico, fatalismo, al quale conferivano non poco le in- 
giustizie dell'assetto sociale. « La vita in questo mondo (mor- 
morava un predicatore) è come un giuoco di scacchi, dove uno 
è piccolo, un altro cavaliere, mi altro re, e due o tre soltanto 
tengono tutto il giuoco. Ma finito questo, tutti i pezzi vengono 
gettati senza distinzione nel sacchetto di tela, cosi i granii. 
come i piccini » (Haur., IV, 17). Il che. per un cristiano so- 
vrattutto, doveva apparire come un conforto troppo magro ! 

Dei loro ardimenti i predicatori avevano piena coscienza 
non solo, ma sapevano e dichiaravano anche i pericoli ai ([uali 



INTRODUZIONE. 33 

esponeva la loi'O abitudine di dii-e le verità [>iu ciude a lutti. 
( >miuno avrebbe voluto veder frustati gli altri, nessuno tollerava 
le riprensioni e i rinfacci per sé. Il gregge dei fedeli godeva 
a sentire liberamente biasimati i vizi dei prelati, e questi, alla 
l(tr volta, godevano di veder colpiti i peccati di quelli. Ma guai 
a chi, mosso unicamente da buono zelo religioso, sollevandosi 
aldisopra di ogni timore e di ogni ragion personale, osasse ab- 
bi'acciare gli uni e gli altri in una conmne. anche se giusta, 
censura ! Avrebbe suscitato una sollevazione generale, si sa- 
rebbe sentito gridare: « Dalli al pazzo, al ladro, legatelo, scac- 
ciatelo, condannatelo al silenzio perpetuo! » (Haur., II, 60). 

La parola dell'oratore sacro colpiva dunque nel segno e 
provocava recriminazioni violente pari alla violenza del biasimo 
inasprito dalla satira e dallo scherno; ma i predicatori tiravano 
innanzi nella loro opera coraggiosa, quantunque in massima 
parte sterile. 

Non esitavano neppure a pungere i loro confratelli del 
pergamo, che predicavano bene e operavano male, e uno di 
loro assomigliavali a quel cervo di bronzo che si ammirava 
nel cortile dell'arcivescovado di Keims, il quale, anche se fosse 
stato riempito sempre di nettare, avrebbe vomitato tutto per la 
bocca, senza ritenere nulla di quel sapore: « ita potest dici 
« de quibusdam praelatis qui , quamvis lac et mei sanctae 
« praedicationis proferant ab ore suo, iiihil tamen odoris vel 
« saporis » (Haur., II, 192-3). 

Si direbbe anzi che, a dispetto dei contrasti, dei pericoli 
e delle mormorazioni, quegli oratori provassero la voluttà di 
compiere ad ogni costo il dover loro, anzi gravando la mano 
fin troppo, e, trascinati dalla foga della passione e dello zelo, 
esagerando le tinte del quadro, ingrossando la voce ammoni- 
trice e beffarda. 

Uno dei principali, maestro Oddone di Chàteauroux, che fu 
cardinale e — si badi — predicò anche in Italia, in un sermone 
tenuto nell'ottava della Natività di Maria, faceva della vita del 
tempo suo una pittura terribile. Egli vedeva il mondo tutto 
sommerso nei flutti d'un nuovo diluvio, quello del peccato. I 
chierici, i cavalieri, i borghesi, le donne, il popolo minuto, tutti 
egualmente naufraghi, tutti- sviati e corrotti (Haur., VI, 201). 
Lo .stesso oratore, in altra occasione rincarò la dose: severo 
sino alla violenza, deplorò la Chiesa degenerata per colpa del 
clero: i sacerdoti gareggiano (esclamava) coi laici nel male, essi, 

Ci.\N. — La Satira. ?> 



34 INTRODUZIONE. 

che dovrebbero amar la giustizia e favorire i buoni, fanno 
tutto l'opposto. Oggi (egli tuonava) si fa mercato di Cristo e 
delle cose sue. Non v'è più chi scacci dal tempio i trafflcatori, 
anzi la Chiesa è di\''enuta un mercato, anzi una spelonca di 
ladri « spelunca latronum ». Quantunque il mercato principale, 
la città simoniaca per eccellenza, fosse Roma, maestro Oddone 
supplicava il papa perchè provvedesse a sopprimerlo ; lo invo- 
cava salvatore della Chiesa, armato di flagello, risoluto a li- 
berarla dagli indegni profanatori (Haur., VI, 203-5). 

Queste rampogne e queste suppliche tanto gravi quanto 
vane, innalzava l'eloquente oratore, dal pergamo, dinanzi a si- 
nodi solenni; un secolo dopo le ripeterà, in un'onda irresistibile 
di poesia divina, ma non meno invano, l'Ahghieri. 

Come si vede, i predicatori compievano con zelo e ardi- 
mento mirabili un vero apostolato, non solo morale e religioso, 
ma anche sociale, denunziando abusi e colpe di tutte le classi 
sociah, spesso deridendo e f;chernendo, con l'arme dell'invettiva 
e del sarcasmo, facendosi interpreti e insieme ispiratori della 
pubblica opinione del loro tempo. 

Le correnti satiriche o i teyni principali della satira 
latina. 

9. La rapida spigolatura fatta nella letteratura dei sermoni 
ci ha condotti ad esaminar davvicino queste correnti satiriche 
che essa ci ha fatto vedere abbastanza nettamente, nel tempo 
stesso che ce ne ha additate le origini storiche e le attinenze 
con la vita medievale. 

Insieme col persistere del carattere europeo, già notato, 
vi scorgiamo altri caratteri di quella produzione satirica: an- 
zitutto una tendenza spiccata ad uno schematismo, cosi di 
pensiero come di forma, che corrispondeva agli abiti e alle 
condizioni intellettuali e sociali di quel tempo ; in secondo 
luogo, un'altra tendenza caratteristica, ben rilevata dal Francke, 
alla concezione e rappresentazione satirica collettiva, cioè, 
per classi e gruppi sociah, invece che a quella indivi- 
duale per tipi personali, che era .stata preferita dalla 
satira antica e che ritornerà a prevalere col Rinascimento. 
Non occorre dire che anche questa tendenza aveva le sue ra- 
zioni nell'assetto della società medievale, e che appunto per 
ciò è facile persuadersi che la produzione satirica che le si 
conforma, pur avendo quel carattere internazionale che abbiamo 
accennato, proviene in gran parte d'oltr'Alpi, .^vrattulto dalla 



INTRODUZIONE. 



85 



Francia, dov'erano più profonde e visibili che da noi le divi- 
sioni fra le diverse classi. 

10. La sintesi e, quasi a dire, l'esagerazione delle due i^^a„^^uy 
tendenze la si riscontra in quella corrente di satira generale o sociale 
o sociale, che fu tanto diifusa nel Medio Evo, rassegna com- communis 
plessiva degli stati o condizioni del mondo, a cui corrispondeva 
l'epiteto di communis, dato a certi componimenti satirici. 

Badiamo peraltro che questo tema satirico, il quale assume 
un'importanza singolare per gli studiosi della Dicina Com- 
/iiedla, ha un'origine a sceti e a-morale, mette capo cioè ad 
un concetto che, scaturito direttamente dall'ascetismo e dal 
pessimismo dell'età di mezzo, si conserva e appai-isce chiara- 
mente in non pochi componimenti formanti un gruppo o ciclo 
caratteristico nella poesia medievale. Sono quelle scritture, in 
prosa ed in versi, che, spesso designate nei codici col titolo de 
rontcmptu mundi, furono oggetto di utili, se non esaurienti 
ricerche, in particolar modo del Hauréau. 

Uno di questi componimenti, in esametri leonini, inco- 
mincia con un verso che lo compendia mirabilmente: « In re 
terrena nihil est aliud nisi poena ». 

Orbene : sostituiamo o aggiungiamo in esso al concetto della 
pena, come dominante nella vita, il concetto di pena meri- 
tata e di colpa castigata e avremo subito una forma di satira. 
Esso non tardò ad affermarsi , ardito ma imparziale , ad es. 
in un ritmo satirico, già pubblicato dal Du Méril e dal Wriglit 
che com. : « Frequenter cogitans de factis hominum » . L'i- 
gnoto poeta medievale, alla cui sferza non si sottrae alcuna 
delle varie classi sociali, deplora che il mondo corra a rovina 
per colpa di tutti e costoro appunto egli addita, a seconda 
della loro colpevolezza, in una enumerazione continuata, che 
si direbbe un saggio, più che di graduatoria penale, di gerar- 
chia classificazione satirica. Esso si apre coi summi ponti- 
fìces, i quali, spettatori di tante infamie, si mostrano per lo 
meno complici col loro silenzio, e prosegue via via coi mer- 
canti, sprofondati nell'avarizia, coi monaci degeneri, un tempo 
servi del Signore {famuli JJomiìii), e ora divenuti alleati del 
diavolo {et modo daemonum facti sunt socii). Contro i falsi 
profeti v'è un accenno, notevole in un'età nella quale fioriva 
la profezia; ma la chiusa del componimento, con la preghiera 
finale a Dio , che essa contiene , ci riconduce a quella che 
doveva essere la nota primitiva di esso, cioè l'ascetica, sorgente 
da un fondo di pessimis.ao. 



36 INTRODUZIONE. 

Quanto fossero stretti i rapporti fra questo spirito asce- 
tico e il satirico, apparisce confermato da un insigne compo- 
nimento ritmico dello stesso periodo, nel quale troviamo un 
passo come il seguente: « Sordibus immundus - Non est mun- 
« dus mundus - Eius in sentina - gravis est mina » — men- 
tre in un altro, nel quale si martella sul concetto dell'umana 
miseria regnante in questa valle di patimenti comuni, l'ultimo 
dei quattro versi monoriini che costituiscono le singole strofe, 
è formato da una sentenza, quasi sempre satirica, di autori 
diversi, fra i quali figurano Giovenale ed Orazio. 

Questo tema, in origine ascetico, nella forma della enu- 
merazione progressivamente satirica, ebbe larga diffusione nello 
spazio e nel tempo, cosicché non ci stupiremo di ritrovarlo in 
sèguito nelle nuove vesti romanze, specie in quella d'oi'l. 

Ma esso, in quanto tendeva per la sua forma iniziale, a 
svelare e proclamare, sia pure più alquanto tardi, in tono di 
rampogna e di scherno, la vanità delle cose umane, aveva non 
poca attinenza con quei componimenti d'origine e d' indole 
essenzialmente medievali , che si designano col nome tanto 
controverso di 
La satira H. Bcinze maccibre o macabrée e Trionfi della Mo?'te. 

dTilie Quest'altro singolare prodotto dello spirito medievale ci 

^e'^ne-r ^^"^'6 ^"^ csempìo aucor più caratteristico del sorgere della 
^delfa^ satira direttamente dall'ascetismo e dal pessimismo di quel tempo 
Morte, per un impulso spontaneo, naturale, che dal dispregio religioso 
e morale delle cose mondane spingeva sino alla riprovazione 
e alla derisione satirica. Se, com'è ormai dimostrato, esso fu 
particolarmente diffuso in Francia, in Germania e in Inghil- 
terra, non mancò del tutto neppure alla penisola nostra, ma 
si direbbe quasi che quest'accoglienza, del resto assai mediocre, 
l'abbia avuta fra noi solo in grazia degli elementi satirici che 
v'erano penetrati. 

Lasciando le ardue questioni attinenti all'etimologia, alla 
origine storica, alle vicende, alle svariate manifestazioni di 
questo tema ascetico-satirico, basti tentarne qui una definizione 
approssimativa dal nostro punto di vista. La danza macabra 
e il trionfo della Morte (due prodotti distinti, ma stretta- 
mente affini) erano quelle rappresentazioni figurate o parlate, 
e talvolta figurate e parlate ad un tempo, nelle quali appa- 
riva uno scheletro in sembianza della Morte, in atto di gher- 
mire con lo sue scarne braccia persone delle più diverse con- 



INTRODUZIONE. 37 

dizioni sociali, re e reg"ine, principi e flanie, alti signori laici, 
papi e cardinali, artefici, poeti, mondici sorpresi nell'eserci- 
zio delle loro consuete operazioni più mondane, e in atto di 
trascinarle via, spesso relattanti e atterrite, via inesorabilmente 
al loro destino. Si tratta dunque di concezioni e di rappre- 
sentazioni funebri della commedia umana, o, piuttosto, della sua 
catastrofe, sempre e inevitabilmente tragica. Ben di rado si 
aveva una danza vera e propria, oude è a credere che 
([uesta denominazione si dovesse non solo ad una estensione 
logica di signilicato, ma fors'anclie ad un'antitesi ironica con 
la danza reale, che è la più mondana fra le comuni diletta- 
zioni terrene. Parimenti nel trionfo della Morte si aveva, 
più meno palese, l'antitesi, fra ascetica e satirica, con quella 
che era l'espressione e quasi la consacrazione più solenne della 
gloria umana. 

Come si vede, questo prodotto ha una stretta affinità 
col tema analogo delle varie condizioni del mondo; tanto 
che alcune di queste danze e di questi trionfi non sono, in fondo, 
se non rassegne satiriche delle varie classi sociali , dacché 
anch'esse obbedirono a quella medesima tendenza che le por- 
tava sempre più verso la satira. Si noti peraltro che nel suc- 
cessivo disvolgersi dell'elemento satirico, questo rimase sem- 
pre subordinato al primitivo concetto ascetico-morale. La 
Morte, signora, anzi tiranna invincibile, trionfatrice sicura e 
livellatrice spietata, getta un tristo ghigno sui vinti, i grandi, 
i potenti, i gaudenti della terra, e quel ghigno, che è nelle 
cose stesse del mondo, è non solo satira amara, ma anche una 
ribellione e insieme una rivincita dei miseri, dei deboli, degli 
oppressi, degli asceti , anelanti con lo spirito verso la patria 
celeste, a tutti coloro pei quali la fine di questa vita caduca 
è una liberazione e segna l'alba d'un altro giorno desiderato, 
d'un'altra vita immortale. 

Le molte e varie manifestazioni di questo tema si pos- 
sono ridurre, chi ben guardi, a due grandi categorie: le rap- 
presentazioni scritte, in versi latini, e quelle figurate, le 
quali ultime partecipavano in cei'to modo delle prime, per ciò 
che le figure murali, come il celebre aff"resco del Camposanto 
pisano, oppure le miniature dei codici talvolta recavano con 
sé versetti, per lo più distici, o latini o volgari, a dicliia- 
l'azione e commento delle varie scene o immagini ivi rappre- 
sentate. E in certi casi, anche più tardi, come negli afifreschi di 



38 INTRODUZIONE. 

Pinzolo in Val Rendena (Trentino) , forse della seconda metà 
del sec. XV . la satira dei versetti illustrativi colpiva con pii'i 
manifesta e ardita ostilità gli alti personaggi del clero. 

Come nei componimenti sugli stati del mondo, cosi nei 
consimili trionfi e nelle danze della Morte vediamo as- 
sommati e condensati i vari altri temi satirici prediletti al 
Medio Evo, quei medesimi che si vennero poi svolgendo in 
forme speciali ed autonome, e fra i quali non era ultimo quello 
inteso a combattere le magagne del clero. 
Satira 12. (Jovrente di satura antichiesastica e anticuriale. Di 

.anticnie- 

sastica o questa, che fu la corrente satirica più copiosa e impetuosa, che 
"riaie. Straripò e dilagò irresistibile per tutto l'Occidente europeo, si 
ebbe già a toccare parlando della satira durante la lotta delle 
Investiture. Solo chi ignorasse le condizioni e le vicende dello 
spirito e della storia medievali, potrebbe sorprendersi di tanta 
violenza e, tratto a giudicare quella satira come una retorica 
ripetizione di luoghi comuni, potrebbe non riconoscere che 
quelle condizioni e quelle vicende, insieme con quella produ- 
zione satirica, furono adeguate all'abbondanza e all'impeto del 
sentimento religioso, alla gravità degli abusi reali del corpo 
chiesastico e delle sue tristissime peripezie, e che, quasi ciò 
non bastasse, ricevette alimento da passioni e interessi politici, 
nonché da odi e contese di razza. Si può anzi dire, che la 
satira antichiesastica, come manifestazione di religiosità offesa, 
di reazione viva del sentimento, sia di fronte alla letteratura 
religiosa, d'indole parenetica e dottrinale, quello che è l'eresia 
in confronto della fede. Ed è noto che in nessun altro tempo 
come nell'età media, abbondarono le eresie e i moti esube- 
ranti e perfino temerari delle coscienze. 

D'altro canto è innegabile che gli stranieri, sovrattutto i 
Tedeschi, prendevano volentieri di mira la Chiesa anche pel 
fatto ch'essa era romana o latina, e che da questa loro male- 
volenza astiosa essi erano spinti e incoraggiati ad esagerare le 
accuse e le recriminazioni contro il clero. Vero è tuttavia che 
il popolo italiano, a cominciare dal romano, rivelò sempre una 
particolare inclinazione a spregiare e schernire le persone di 
chiesa, anche se non si voglia prendere troppo alla lettera il 
celebre passo di Raterio, vescovo di Verona (morto nel 974). 
■ Nell'atto di notare che gli Italiani erano più di tutti gli altri 
spregiatori della legge canonica e dei chierici (« contemtores 
canonicae legis et vilipensores clericorum »), il battagliero pre- 



sastica 
perso- 
nale. 



INTRODUZIONE. 39 

lato lorenese ne dava una spiegazione non su ijuanto lìorsuasiva, 
certo non troppo serena: esser gl'Italiani — diceva — dediti alla 
libidine, ai diletti di Venere, al vino, causa la troppo rilassata 
disciplina d(M maestri, che avvezzavano in tal modo i loro di- 
scepoli alla insofferenza d'ogni autorità. Tanto piìi strana que- 
sta spiegazione, dacché lo stesso scrittore si scaglia contro i 
mali costumi degli ecclesiastici! 

lo. Di raro questa satira assume un carattere personale, anUchTe- 
come nel famoso epigramma contro papa Lucio III, che ebbe 
tanta fortuna anche fra i nostri cronisti, i quali lo inserivano 
volentieri nelle loro pagine storiche. Ad esempio , il compi- 
latore degli Annales Piacentini Gihellini, accennando, sotto 
l'anno 1184, al colloquio avuto in Verona dall'impei-atore Fe- 
derico I con quel pontefice, succeduto di fresco a papa Ales- 
sandro, soggiunge: « de quo Lucio papa dictum est: 

Lucius est piscis et rex tyrannus aquarum, 
A quo discordat Lucius iste parum. 

nel qual distico il papa è accusato di violenza tirannica con uno 
di quei giuochi di parole che furono tanto cari all' età media 
e in una forma che si direbbe una pasquinata in anticipazione, 
tanto più che l'origine romana di esso non è improbabile, quando 
si pensi che quel papa fu in lotta coi Romani contro i quali da 
Verona appunto aveva lanciata la sua scomunica. Vero è che un 
altro cronista italiano, ma tardo, Francesco Pipino, attribuiva 
questo epigramma al noto Primate d'Orléans , riferendolo in 
una redazione più ampia di due distici, i quali bisogna ricono- 
scere che, lungi dal diluire, aggiungono sale e pepe. Né qui è 
tutto. Non contenta di colpirlo vivo, la satira perseguitò quel 
papa anche dopo che la morte ne aveva troncato la triste 
esistenza in Verona (nov. 1185), onde fu immaginato un epi- 
taffio, ne, quale peraltro lo scherno sembra attenuarsi in un 
accento tra ascetico e pietoso: 

Luca dedit lucein tibi, Luci; cardinalatuiu 

Ostia, papatuin Roma, Verona mori. 
Num Verona dedit veruni tibi vivere, Roma 

Exilium, curas Ostia, Luca mori. 

14. Ma o che una parte di questa produzione satirica carattere 
rivolta contro particolari rappresentanti della Chiesa sia an- comune- 
data perduta, o per altri motivi facilmente spiegabili, fatto sta impéVso- 
che di solito la satira antichiesastica aveva un carattere im- qiie*lt-i' 
personale, senza che perciò mirasse a combattere le istitu- '''''"'''*■ 



40 INTRODUZIONE. 

zioni religiose, verso le quali anzi apparisce chiaro il buono 
zelo dei poeti. 

Una efficace conferma di questa impersonalità tro- 
viamo in ciò che siffatta satira rampolla direttamente dal sen- 
timento religioso-morale, il quale dalle sue manifestazioni a 
noi già note, dai lamenti sulla decadenza e sulla corruzione 
del mondo , si volge, per un moto spontaneo, irresistibile, alle 
fiere rampogne, agli acerbi rinfacci contro il clero traviato. 
Se il mondo immondo precipita giù per la china dei delitti, 
la maggior colpa è delle guide spirituali, che gli danno l'esem- 
pio pernicioso e lacrimevole, sicché il male si pi'opaga dal 
capo — il capo reo dell'Alighieri — a tutto il corpo: 

Praesuluni flagitia 

Plangite : 
Quia fluunt vitia 
Ad membra de capite. 
Omnis immunditiae 
Clerus fons est hodie, 
Capita inalitiae 

Praesules. 

È impossibile negare a questo ritmo — uno dei tanti in 
tal genere — se non pregi d'arte, almeno chiarezza e vigoria di 
sentimento satirico, e neppure sincerità risoluta e coraggiosa. 
Della sincerità di tali manifestazioni satiriche abbiamo la prova 
più eloquente in certi componimenti dov'osse riescono inaspet- 
tate; come in una lunghissima confessione d'indole eminente- 
mente soggettiva, che un tale, forse francese, del sec. XI, fa 
dei propri peccati, deplorandoli, ma in modo che dalla rassegna 
di essi passa ad annoverare, in tono di severa requisitoria, le 
colpe dei vescovi, i quali, tutti dediti al lusso e alle ricchezze, 
veri lupi, cavalcano gravi sotto pelli variopinte, degh abati, 
mondani, vagabondi, avari, il cui Dio è il ventre immondo 
(« quorum deus est venter lutulentus »), infine dei preti, scan- 
dalosamente immersi nei diletti carnali. 

Anzi, a ben guardare, gran parte almeno di questa pro- 
duzione satirica è un'ardita confessione che la parte sana e 
vigilante del clero, cosi secolare come regolare, faceva delle 
colpe e degli abusi di esso, al quale attribuiva le jatture che 
travagliavano la Cristianità, invocando il soccorso, il pentimento 
e il castigo. Infatti non v'ha dubbio che gli autori, per lo più 
ignoti, dei ritmi satirici dei (|uali discorriamo, appartenevano 
alle file del chiericato, come gli autori dei Sermoni, il che ac- 



INTRODUZIONE. 41 

cresce il luio valore storico e psicologico. Nulla di più nobile, 
ad esempio, che l'udire l'umile iì'aticello dell'alihazia (ii Nouan- 
tola. in sul cadere del sec. XII, dall' accorato lamento per la 
presa di Gerusalemme compiuta dal Saladino, elevarsi ad un 
ti-atto sino al tono del serventese contro i cattivi signori seco- 
lari e contro i^li indegni sacerdoti e gli ipocriti per la cui 
opera veniva cosi grave danno ai Cristiani in Tei-rasanta. 

Nulla di più nobile, ma eziandio nulla di più naturale, che 
ad un'anima pura e pia, assetata di fede e di verità, educata 
al culto della virtù doveva riuscire intollerabile il contrasto 
fra l'ideale vagheggiato d'una Chiesa e d'una Roma circonfuse 
di luce apostolica e fonti inesauste di luce alle genti, e la realtà 
triste ed abbietta. Da questo contrasto appunto, aggiunto alle 
altre ragioni storiche e psicologiche già notate, ebbe princi- 
pale origine e perenne alimento la satira contro la Chiesa e 
contro la Curia romana. 

15. Quali fossero le principali accuse che si lanciavano La cjiicsa 
contro di esse, abbiamo già avuto occasiono di vedere sparsa- 



la Curia 
romana 

mente, ma ora sarà opportuno raccoglierle in ordine con brevi tr"ibun!.ie' 



(Iella 
Satira. 



commenti. Anzitutto si rinfacciava al clero ed a Roma papale 
l'avarizia, cioè l'avidità, la cupidigia insaziabile, di beni mon- 
dani, di ricchezze, che era in antitesi con « la ricca povertà 
dell'Evangelo » e contro la quale non tarderà ad affermarsi il 
principio della povertà francescana. Un ignoto poeta del se- contro 
colo XII. nell'in veire Contra Romanorum avariciam asso- l'^i^arizia. 
migliava Roma a Cariddi, dicendola anzi peggiore per ciò che 
non rigettava nulla di quanto aveva inghiottito: 

Vae tilji, Roma vorax ! absorbens cuncta Charybdis, 
Nullaque, cum niinquam sis saturanda, voinens. 

Non pure avara essa gli pareva, ma la stessa Avarizia in per- 
sona: « Non es avara quidem tu, .sed Avaritia ». 

Dall'avarizia alla venalità è breve il passo: onde lo stesso t"ntro la 

. , . ^ . '■ venalità. 

poeta asseriva che m Roma si otteneva ogni cosa mediante il 
denaro, si facevano annullare — « cancellare » dirà Dante — 
decreti già approvati e firmati, ed era voce universale che quella 
città fosse diventata un vergognoso mercato « Ut clament cuncti. 
Romae venalia cuncta ». Vi si riconosceva col fatto l'onnipo- 
tenza del Denaro, del Niauìnus, divenuto anch'esso persona, un 
vero tiranno; ed è forse del medesuno autore l'altro componi- 
mento, nel quale s'insiste su questo concetto con particolari , 



42 



INTRO])UZIONE. 



Contro la 
Simonia, 



Contro 
il nepo- 
tismo. 

Contro 
la licen- 
ziosità dei 
costumi, 
il lusso, 
la gola, le 
discordie, 
l'ipocrisia, 
l'igno- 
ranza. 



nella loro vivacità, sanguinosi. Per essere accolti ed esauditi 
alla Corte pontificia .la bontà della vita, la scienza, i virtuosi 
costumi non valgono; sola la voce del Denaro ha potere di 
far spalancare le porte e rendere propizi e sorridenti tutti, 
a cominciare dal Papa, che, per esso, sarebbe capace di dare 
perfino le ossa degli Apostoli, e mentre riceve a braccia aperte 
i ricchi, respinge e fa scacciare i poveri. 

Con maggiore violenza si accusava il clero, specialmente 
romano, di quella forma più brutta della venalità, che era la 
simonia, secondo la definizione che Bruiione, il vescovo di 
Segni, meritamente caro a Gregorio VII, aveva dato del si- 
moniaco: « qui per pretium ad sacros ordines venire conten- 
« dit . . . et qui eam potestatem emere nititur, per quam sa- 
« cri spiritus dona praestantur ». Naturale quindi il ritrovare 
molti componimenti, o sparsi, oppure raggruppati, su questo 
tema scottante, e tutti in tono elevato e minaccioso. Ora ven- 
gono denunciati i venditori della grazia divina, che fanno af- 
fari lucrosi, veri precursori dall'Anticristo, i pastori della Chiesa, 
ma ladri dell'Eucaristia, nuovi successori di Giuda, che atten- 
dono a vendere Cristo. Non meno severi suonano i sette carmi 
sulla simonia e sull'avarizia dei Romani, che assai opportuna- 
mente furono riprodotti per le stampe ai nostri giorni. 

Con la simonia va di pari passo il nepotismo, onde 
in un forte ritmo è introdotto Cristo in persona a lamentare 
fieramente che il suo patrimonio sia dato dai preti, invece che 
ai suoi poverelli, agli indegni parenti (« ignavis parentibus »); 
le fanno corteo la falsità e licenziosità più sfacciate dei 
costumi, il lusso mondano, sovrattutto nelle vesti e nella gola 
bestiale, le discordie crudeli e l'ignoranza e, sebbene in 
misura minore, l'ipocrisia. Contro tutti questi vizi sciagurati 
del clero la satira leva la sua voce, suscitando anzi come un 
coro di voci da tutta l'Europa cristiana, ma in particolar modo 
dalla Francia, dall'Inghilterra e dalla Germania, nelle quali 
due ultime nazioni essa si fa spesso dura e stizzosa, per le 
ragioni politiche ed etnografiche già ricordate. E la copia di 
questa produzione e la persistenza sua attraverso i secoH, almeno 
nella tradizione letteraria, furon tali che un riformista tedesco 
del Cinquecento, Mattia Francowitz, potè, sotto lo pseudonimo 
di Mathias Flacius lUyricus, pul)blicare la nota e preziosa rac- 
colta per dare una grande battaglia contro gli abusi della Chiesa 
romana. 



INTRODUZIONE. 43 

16. Da questa corrente di satira antichiesastica mal si distin- ^^^«^'^^ 
i^ue quella antimonastica, della quale s'è additato l'esem- nastica. 
pio più antico in Rutilio Namaziano, mentre in altre satire, 
volte a colpire i traviamenti del chiericato in genere, abbiamo 
veduto accomunato nelle stesse censure il clero regolare con 
quello secolare. 

Abbondano i componimenti di contenenza e d'indole esclu- 
sivamente antimonastiche, nei quali la satira dalla sua espres- 
sione pili mite — come nel noto ritmo Si vis esse cenobita, 
dove l'intenzione didattica prevale sulla satirica — giunge sino 
alla derisione e all'invettiva, come in alcuni dei prodotti detti 
goliardici, dei quali parleremo, e sino al parossismo della vio- 
lenza e della esasperazione. 

Senza dubbio, in tutta questa produzione satirica, sorta 
a combattere o schernire i vizi e gli abusi del chiericato e 
del monachismo, e nella quale le accuse da noi brevemente 
annoverate si ripetono con insistenza e monotonia, a lungo an- 
dare, stucchevoli, abbondano le immagini e le frasi « stereo- 
tipate », le vacuità retoriche, le insulsaggini, ma non man- 
cano le espressioni ora vigorose, colorite, originali, ora bizzarre 
e grottesche, ma efficaci di quei sentimenti comuni , le quali 
ci compensano del resto, e con la varietà loro ci fanno dimen- 
ticare quella monotonia. Gli epigrammi pieni di scherno amaro 
si alternano con le parodie e con le etimologie satiriche; la 
fantasia medievale eccitata dalla fede, immagina Cristo stesso 
armato di satira, quasi risorto a flagellare ancora una volta 
i profanatori del tempio o rievoca, in visione, la figura della 
Vergine che salva ed assiste la Chiesa, la quale, insidiata, per- 
seguitata, non risparmia i suoi severi rimproveri ai monaci, 
anch'essi crudeli verso la madre infelice. Anche qui, da una 
espressione minima, come l'epigramma beffardo o il motto 
velenoso, si giunge sino al diffuso poema satirico, in forma 
di grande apologo biografico, come lo SpeculiDU stultorimi 
dell'inglese Nigel AMrcker, nel quale l'eroe protagonista è un 
asino , Brunellus , che viceversa diventa un monaco. Ma a 
questo e ad altri corpulenti prodotti della poesia satirica medie- 
vale noi preferiamo l'agile e pungente racconto, il breve apologo 
che bene prelude al futuro fableau. 

17. Giunti a questo punto della nostra trattazione, dopo La satira 
aver toccato della satira antichiesastica e antimonastica del poesfa 
periodo che stiamo percorrendo, penso che molti lettori si sa- La"d,ca. 



44 INTRODUZIONE. 

ranno stupiti come mai fmo ad ora si sia fatta appena menzione, 
e per incidenza, della poesia goliardica, pur avendo avuto 
a quando a quando l'aria d'invaderne il territorio: quei lettori 
sovrattutto che avranno presente il giudizio d' un compianto 
maestro, Gaston Paris , al quale pareva che il carattere sa- 
liente di quella poesia fosse lo spirito di opposizione contro la 
Chiesa stabilita e in particolar modo contro la Corte romana. 

Eppure non s'è peccato di negligenza, ne s' è commessa 
alcuna invasione, che la poesia cosi detta goliardica, in quanto 
è satirica, non ebbe un suo speciale territorio, né differisce per 
suoi peculiari caratteri dalla rimanente poesia dell'Occidente 
europeo, a noi già nota, anzi si confonde con essa, come giu- 
stamente opina, fra gli altri, ma con maggiore efficacia dimostra- 
tiva degli altri, un autorevole medievalista italiano, il Novati. 

E appunto Favor mandato innanzi la trattazione della sa- 
tira medievale non goliardica a quella della satira comunemente 
detta goliardica, ci permetterà di vedere meglio la stretta 
affinità, le somiglianze cosi di sostanza come di forma, l'iden- 
tità quasi che sono fra l'una e l'altra. 

Non è qui il caso di entrare nelle questioni gravi e tut- 
tora controverse riguardanti il nome, l'origine, gli autori, la 
cronologia, i caratteri primitivi di questa produzione; di par- 
lare di Walter Map, di Primate e di Golia, di discutere sino 
a qual punto sia ammissibile la conclusione recente del San- 
tangelo, secondo il quale il nucleo originario di essa non po- 
teva avere un carattere antipapale e anticuriale, ma doveva 
essere giullaresco e solo più tardi, per naturale estensione ed 
attrazione, sarebbe venuto aggregandosi anche componimenti 
d'indole satirica, morale, religiosa ed ascetica. 

Diremo solo che, esclusa l'origine e o svolgimento auto- 
nomi di tale produzione, rischiano di riuscir vane siffatte que- 
stioni, del resto, in gran parte congetturali ; e che alla straor- 
dinaria fortuna toccata a questa poesia non dovette essere 
estraneo il nome di goliardica — da Goliardo, Golia, 
che probabilmente risale a gula — nome tale da suscitare dap- 
prima, nel sec. XIII, una vera leggenda e da eccitare poi la 
curiosità e la fantasia degli storici e dei critici. Inoltre alla 
sua grande diffusione conferi senza dubbio il carattere ardita- 
mente satirico d'una copiosa serie di quei componimenti, insieme 
con l'imperfetta cognizione che, sino a non molti anni sono, 
si aveva della letteratura medievale, onde appnrivano di tanto 



INTRODUZIONE. 45 

maggiori e quasi inesplicaliili T ardimento, T oi'ii;-inalità o la 
novità di quella poesia. 

Nelle presenti condizioni degli studi, tutto induce a credere 
che essa sia dovuta in massima parte, come la restante poesia 
satirica sinoi'a ricordata, non a veri scolari vaganti o associati, 
ma a quelle persone che erano le sole depositarie della coltura , 
cioè ai chierici (dapprima francesi, poscia anche inglesi e in 
più scarsa misura italiani) e soltanto per eccezione a scolari 
e giullari. È pure probabilissimo che i goliardi non fossero, 
in realtà, se non giullari, quasi esclusivamente destinati, secondo 
il loro costume, a divulgare i componimenti scritti da altri. 
Anche concedendo che la più parte di essi ci venissero d'ol- 
tr' Alpe, non può dubitarsi che di questa diffusione e propa- 
ganda giullaresca fosse campo aperto l'Italia. Basterebbe a 
provarlo la bolla dell'antipapa Vittore IV, pubbhcata l'anno 1159 
o UGO, dove è il seguente passo volto a deplorare i mali della 
Chiesa e la simonia degli ecclesiastici, nonché gli effetti funesti 
di essa: « Propter eorum rapacitates (si legge nel prezioso docu- 
« mento) et raanifestissimas simonias ordo ecclesiasticus factus 
« est in derisum et in proverbium omnium regionum. 
« Composuerunt de eis cantilenam et diversa carmina 
« plurimi stulti, que in choreis et locis forensibus, quod sine 
« dolore non di cimus, per Gallias et per I taliam decan- 
« ta ntu r, et sacerdotale offitium est materia histr ionum ». 
La testimonianza non potrebbe essere più esplicita, né più sicura. 

In tal modo l'indagine circa gli autori e l'origine e la 
diffusione della poesia cosi detta goliardica conferma le sue 
i]itime attinenze da noi accennate con la poesia satirica in 
genere. 

In verità, scorrendo la produzione detta goliardica, nelle 
maggiori raccolte dello Schmeller e del Wright, e nelle ag- 
giunte fatte sparsamente dagli studiosi recenti, c'imbattiamo, 
per la parte satirica, negli stessi tèmi che si sono incontrati 
sino ad ora al di fuori della poesia che va col nome di go- 
liardica, e Ì!i prevalenza i tèmi antichiesastici ed antimona- 
stici. Certe gradazioni, che non differiscono da quelle già rile- 
vate, indussero il Santangelo a distinguere quelle poesie in due 
« generi » — più propriamente diremo « varietà » o « gruppi » 
— uno di carattere « evidentemente morale », in cui il poeta 
sferza i vizi e la simonia dei prelati, ma rivelando l'orrore e 
il disgusto ond' é compreso; l'altro, formato di coiuponimcnti 



46 INTRODUZIONE. 

che, pur non essendo irreligiosi, m;i ispirati ad un'ostilità anche 
politica, dimostrano una certa compiacenza maliziosa e fanno 
sentire lo scherno e la derisione, spesso volgari, sul conto del 
papa, della Curia romana, degli alti prelati, dei monaci, delle 
classi tutto del clero. Nulla di nuovo, dunque, per noi; solo 
che, per effetto di quella selezione e attrazione cui s'è accen- 
nato, fra i componimenti che corrono sotto il nome di goliardici, 
la nota satirica sembra rinforzarsi, e lo spirito beffardo, audace, 
irriverente, l'invettiva violenta sembrano guizzare e ferire come 
lame taglienti. Ma anche in ciò è questione più di gradi e 
forse d'impressioni che d'altro. 

Infatti gli autori, quando non si lasciano andare allo scherzo 
leggero, sanno mostrarsi talvolta infiammati d'una indignazione 
severa che si direbbe attinta alle sacre carte, o anche si at- 
teggiano con una certa ostentazione paganeggiante, nel loro 
officio di pubbhci censori, quasi a nuovi Giovenali. Non a caso 
un contemporaneo, forse uno dei colpiti, rivolgeva ad essi un'ac- 
cusa che a noi riesce singolarmente preziosa: 

Magis credunt J u v e n a 1 i 
Quam doctrine prophetali, 
Vel Ch l'isti scientie, 
Deum dicunt esse Bacchum, 
Et prò Marco legunt F 1 a e e u m 
Pro Paulo Virgiliuni. 

Ma più che gli spiriti classici o pagani si direbbe che in 
quei poeti penetrasse e fermentasse quello spirito democratico 
battagliero che cominciava a manifestarsi cosi sotto il lucco 
dei mercanti e la tunica dei popolani, come sotto la rozza tonaca 
dei frati e la veste dei chierici più umili, i quali e nei sermoni 
tenuti dinanzi alle folle e nei versi che i giullari propagavano, 
come deplorava Vittore IV, per le vie e per le piazze, face- 
vano udire voci coraggiose di ribelhone, di biasimo e di mi- 
naccia; simili pure in ciò, più che non si creda, agli oratori, 
che lanciavano la loro parola non timida dal pergamo. 
L'invet- Anche qui il tono preferito dalla satira è quello della 

ih'k;a. invettiva lirica, che raggiunge spesso una violenza tale da 
stupire noi moderni e che gli studiosi di Dante non devono 
ad ogni modo trascurare; una violenza che, come s'è detto, 
• aveva la sua origine nella pienezza del sentimento di chi scri- 
veva, ma eziandio nelle condizioni, nei gusti e in quello che direi 
il temperamento morale, ancora un po' barbarico, del Medio 



INTRODUZIONE. 47 

Evo. In una stessa poesia un ritmo di strofe tetrastiche mo- 
norime, dalla nota guerriera solenne, quasi di sfida e di rea- 
zione contro Roma corrotta, che si annunzia sino dai due primi 
versetti — Utar cantra vitia Carmine rebelii — si passa, si 
scende tino ai giuochi di parole e alle freddure di sapore me- 
dievali, e fino al lazzo buffonesco. 

Talvolta la parola aspra ed amara assale i sacerdoti, pro- 
clamandoli impuri, laidi di costumi, mercanti degli altari, rapaci 
come ladri (« fure}< non pasiorcs » — Carni. Biir. I, n. LXiv); 
talaltra le accuse sono aggravate dagli accenni e dai ricordi 
tratti dalle sacre carte, onde gii uomini di Chiesa sono detti, 
ad es. , peggiori di Giuda, perchè, mentre questi fu dannato 
air inferno per aver tradito e venduto Cristo una volta, essi, 
i simoniaci, lo vendono sette volte al giorno (ibid. n. lxxii). 

Non minore è l'acrimonia con cui sono derisi o assaliti i 
mali costumi dei frati il « cucuUatus populus », il « cucuUatus 
grex », accusato d'avere soltanto le apparenze esteriori della 
religione, e l'interna scintilla della superstizione (Wright, The 
latin poems ecc. , nelle ultime strofe della Metamoì^phosis 
Goliae Episc, p. 30 e nel De falsis fratribus^ pp. 236-7 e 
nel De malis monachoruni, pp. 187 seg.). 

Della Scrittura l'invettiva assume in certi casi un'intona- 
zione larga solenne, piena di enfasi oratoria, come in un altro 
ritmo contro la simonia, nel quale all'elemento satirico si 
mesce qualche tratto ascetico-morale e quasi macabro (ibid. 
n. Lxxiii, che com. : « Ecce sonat in aperto | vox clamantis in 
deserto »): tutti siamo rei, grida il poeta, nessuno cerca di imi- 
tare Dio, nessuno vuol portare la croce, Simone è onnipotente ! 

E a Dio stesso egli altrove non teme di rivolgersi diret- 
tamente , invocando vendetta da Lui , che vede ogni cosa e 
quindi anche la Chiesa diventata una spelonca di becchini 
(ibid. n. "xiii, «... Vide deus ultionuoi, | vide videns omnia, | 
quod spelunca vespillonum | facta est ecclesia »). 

18. In questa produzione detta goliardica, come nella ri- La satira 
manente poesia satirica, il Medio Evo dimostrò volentieri la parodia 
caratteristica tendenza a mescolare insieme il sacro e il profano ^**^''*" 
in quella forma tanto diffusa e tanto curiosa, che fu la pa- 
rodia sacra, degna che uno studioso come il Novati le 
consacrasse le sue dotte indagini e l'acume della sua critica. 

A noi importa notarvi un'altra mescolanza, del faceto e dello 
scurrile col serio, del mezzo buffonesco e dell'intenzione sati- 



48 INTRODUZIONE. 

ricji: si che, poi- quanto sia (lilìicile segnare i contini di questa 
e di quello, e in generale sembri i)revalere il ridicolo innocuo, 
si capisce che tale parodia sia stata battezzata dal Movati stesso 
come una « forma satirica ». 
'^.^?'0P"- Mentre, per maggiori particolari sulle varie forme e 

Goiiae. sulle vicende di questo prodotto della letteratura medievale, 
rimando al volume dell'autorevole critico, richiamo l'attenzione 
del lettore sopra un componimento che mi sembra l'esemplare 
più caratteristico del genere, ed è insieme un documento sin- 
golarissimo della intemperanza, morale e letteraria, e del mal 
gusto dell'Età Media, anche nella satira. Alludo alla notissima 
Apocalijpsis Goliae, mostruosa e quasi direi grottesca parodia 
della solenne visione biblica, ma parodia seria nel fondo e nel- 
l'intonazione generale, piena di quella violenza esagerata e di 
concetto e di forma, che sappiamo ormai essere stata l' espres- 
sione più frequente del sentimento satirico medievale. 

Steso all'ombra d'una quercia (« frondosa recubans Jovis 
sub arbore ») per fuggire il caldo d'un meriggio estivo, il 
poeta s'addormenta ed ha una visione, nella quale gli apparisce 
Pitagora, con sulla persona ratfigurate, per emblemi, le Sette 
Arti liberah. Obbedendo ad un suo ordine scritto, lo segue, e, 
trasportato in un baleno all'altro mondo, scorge dapprima una 
schiera innumerevole di gente. Dai nomi che appaiono segnati 
sulla fronte di ognuno di quei personaggi, egli riconosce gli 
antichi sapienti, filosofi e poeti, che viene enumerando. Nella 
enumerazione notiamo una strana lacuna, mancandovi il nome 
di Giovenale; ma, in compenso, vediamo Persio « Nudantem sa- 
tyros dicaces Persium » (o, secondo una variante che mi sembra 
preferibile « Audentem satyras dicaces Persium »). All'invito 
d'un angelo splendente più d'una stella, il poeta alza gli occhi 
e si sente rapito in ispirito per gli spazi sino alla luce abba- 
gliante dei cieli, dove la guida celestiale gli annunzia la visione 
di quelle cose che aveva contemplate Giovanni (« Siste, videbis 
quae Johannes viderat »). A questo punto, ecco apparirgli sette 
candelabri e sette stelle, e l'Angelo mostrargli un libro {codex) 
con sette titoli, segnato con sette segni, e invitarlo a contem- 
plare le cose ivi descritte per figure e a farle note a tutti 
gli uomini. Quel libro conteneva le gesta obbrobriose sovrat- 
tutto degli ecclesiastici, che il poeta vede stupito spiegarglisi di- 
nanzi agii occhi, successivamente ad ognuno dei sette capitoli. 
Il primo dei quali comprende, come in una sintesi e per mezzo 



INTRODUZIONIv 40 

di figurazioni siiuholicho. la materia di tutti gli altri: un leone 
dalle ([uattro ali, raffigurante il sommo pontefice, divoratore, 
avido di denaro; un vitello, pure alato, che è il prelato, ben 
pasciuto, ma sempre cuj)ido dei beni altrui: un'aquila, l'arci- 
diacono predone, che vive di rapina; infine, un allro animale in 
figura umana, che è il diacono, astuto, fraudolento, ipocrita. 
Vj in verità i diversi capitoli di quel volume sono tutta una 
requisitoria, severa, acre, violenta, contro il clero nei vari 
ordini della gerarchia , dal pontefice e dai maggiori prelati , 
che danno il malo esempio al gregge e lo sviano e lo sfrut- 
tano, sino ai frati, agli abati, dediti alla lussuria e alla crapula 
più bestiale, avvezzi a intonare, in^'^ece che pregliiere, brindisi 
bacchici, come quelli che il poeta riferisce. Né alle note d'in- 
famia del terribile libro si sottraggono i pubblici officiali, le 
cui rapine e frodi e insidie e turpitudini sono tante, da oltre- 
passare, nel quarto « capitolo », i margini del volume. 

La violenza della riprovazione non impedisce al poeta di 
abusare di quei bisticci e giochi di parole onde si dilettava il 
malgusto del tempo (p. es. del leone Papa si dice che « Mar- 
cam (moneta) respiciens, Marcum dedecorat, in summis navi- 
gans, in nummis anchorat »; altrove: « Non Pastor ovium, 
sed pastus o vi bus », del diacono: « Non vir, sed virus est, 
virus a sanie (var. fané) »; degli officiaU: « Hinc nomen 
ducitur officialium. Qui, ut officiant, habent officium »), 
mentre gli accresce il coraggio di palesare senza attenuazioni, 
anzi nella forma più cruda, le cose da lui vedute. Basti sapere 
quello che scrive dei monaci: 

Est nuUuni monaclio majus daemoiiiuiii, 
Nihil avarius, nil magis variuin. 

Infine egli, rapito sino al terzo cielo, gode la visione dei 
supremi misteri divini, dei quali discende tosto l'oblio nella sua 
mente. 

Non ho bisogno di dimostrare come per l'intenzione e per 
certe forme allegoriche e simboliche , attinte direttamente e 
liberamente ai Ubri sacri {Ajwcalisse e libro di Ezechiele), 
nelle quali si viene esprimendo il pensiero religioso -morale, 
per la sprezzante virulenza del sentimento obiurgativo, questa 
rozza faticosa e prohssa visione d' oltretomba, stemperata in 
quasi mezzo migliaio di versi, precorra di almeno due secoli 
la CoinniecUa dantesca e bene ritragga quell'età tumultuosa, 

CiAX. — La Satira. 4 



50 INTRODUZIONE. 

sovratfuiio iioirau(lac<i e presso che secentistica esuberanza del 
l'indizio, della fantasia, della parola, che trovava hi propria giu- 
stificazione in un sincero disdegno, in un grande ardore di fede 
anzi di passione religiosa, mentre l'ignoto poetasi compiaceva 
d'ostentare con vanità puerile tutti i propi'i ricordi della storia 
e delle letterature antiche. 

Altre volte la parodia in queste poesie dette goliardiche 
scade di tono e di valore satirico, come nell'altro ritmo, non 
meno famoso del precedente, intitolato Confessio Goliae. Quivi 
nella glorificazione giovanilmente gioconda dei più grossolani 
piaceri, coi richiami frequenti a cose sacre, con lo scherno 
gettato sulle schiere dei poeti e dei dotti che digiunano e si 
macerano invano nelle severe vigilie della loro solitudine stu- 
diosa, per finir vittime del lavoro (« et ut carmen faciant quod 
non possit mori, | moriuntur studio, subditi labori »), in quel- 
l'apparente pentimento finale, la parodia tocca l'irriverenza e 
la buffoneria cinica, offrendoci il « programma » più esplicito 
nell'ostentazione sua di quella « scapigliatura » che si suol dire 
appunto goliardica. 

In questi versi dovuti , secondo ogni probabilità , al fa- 
moso Primate , è notevole per noi 1' accenno alla vita licen- 
ziosa degli scolari pavesi , fra i quali Ippolito stesso non 
avrebbe potuto serbarsi virtuoso neppure ventiquatt' ore (« Si 
ponas Hippolitum hodie Papiae | non erit Hippolitus in sequenti 
die ») — evidente reminiscenza ovidiana [Amor.. II. iv, 31). 
'1 19. Raramente da questi componimenti fa capolino il vero 

grottesco ^ ^ ^ 

.satirico, grottesco, occitatore di satira, più raramente che non ci 
attenderemmo in questo periodo ormai fecondo della letteratura 
medievale. Tuttavia esso invade talvolta la stessa parodia e in 
certe forme che confermano la comunanza d' origine con la 
poesia detta goliardica. Alludo ad alcuni di quei foca monacho- 
rum, che non sempre erano scherzi o passatempi innocenti. 
Ad es., un sermone De ni/ul, che svolge un tèma tradizionale 
destinato a sopravvivere anche molto tempo dopo, ci offre una 
felice caricatura dei sermoni pedantescamente lardellati di 
citazioni sovrattutto scritturali, dove si parlava a vanvera, senza 
calore di fede e dirittura di giudizio , di tutto e di nulla. Il 
monaco autore mostra la sua lingua tagliente, dicendo con di- 
" sinvoltura tutt' altro che fratesca : « Nam in Curia Romana 
« (quasi fosse un testo scritto da citare) legitur de Floreno, quod 
« sine ipso factum es. nihil. Et iterum: Sine quo niliil e^t nihil. 



satirico. 



INTRODUZIONK. 51 

« Et itoi'iiin: Sine quo nihil est valitluiii . niliil sauctuui . ii1 
« k'gitur in \'((is Palfunì. . . ». 

Questo tratto, evidentemente ed edìcaceuiente satirico, l)en La sam,. 
può accompagnarsi a quelle poesie, più o meno goliai-diclie , "sonui'a' 
nelle quali eli autoi-i, assecondando il ffusto elio il Medio Evo ^'"l)? ? 

^ . . ° noli al- 

obbe vivissimo per la personificazione e per l'allegoria, lep^'i;!- 
celebrarono satiricamente il Denaro, il Niimmus in persona, 
la onnipotenza irresistibile di questo re dei re ^ le sue gesta 
gloriose, sovrattutto a vituperio degli ecclesiastici che più degli 
altri gli erano soggetti, mentre più degli altri dovevano es- 
sergli superiori. 

In gran parte allegorica è una delle più gravi e violente 
satire contro Ivoraa, la quale è dal poeta assomigliata a Scilla 
e Cariddi, dove è una continua battaglia di navi, anzi di galere 
e dove si combattono nuovi pirati, cioè i cardinali, che sogliono ■ 
invocare la Santa Borsa, loro Dea veneratissima {('arm. Bw\, 
I, xxviii; ed. Wright, The kit. poems , pp. 217-22). 

Come nella rimanente produzione medievale, cosi in quella ii lamento 
che va sotto il nome dei Goliardi, lo spirito censorio si sfoga 
volentieri nelle forme del lamento, in un tono che non è 
puramente morale od ascetico, ma piuttosto amaramente sati- 
rico, sulle virtù estinte sotto l'infuriare maligno dei vizi {Cai-m. 
Bur., I, XXIII, Lxvii, Lxviii, lxix-lxxi e Wright, Op. eli. 
ecc., pp. 40, 43 e 57 sgg., per quest'ultima tenendo presente 
H.A.URKAU, Not. et extr.de quelques mss., VI, 299 sg.), e nel 
(juale è curioso riudire la voce del vecchio Orazio, mentre in 
un altro ritmo satirico il venosino e Giovenale suggeriscono 
interi versi al poeta. 

Meno comune, ma non affatto nuova, riesce la forma n aiaiojj 
dialogica, come inquelcomponimento(Carm.i?wr.,ibid. clxxi) •'''■'^"'"^'' 
che è un dialogo fra Aristippo e Diogene, al quale il primo, 
richiesto d'informazioni circa il modo di vivere in Roma, svolge 
una serie di consigli che sono un saggio di precettistica in alto 
grado satirica. 

Sarebbe un errore il credere che la satira contenuta nella 
poesia detta goliardica, prendesse di mira soltanto il clero o, 
piutto.sto, i chierici e i monaci viziosi ed indegni; ma giacché 
non si sono trovate differenze sostanziali fra quella poesia e 
la rimanente satira medievale, potremo chiudere questa lunga 
ma necessaria digressione e continuare il nostro cammino, ac- 
comunandole ambedue nella stessa indagine. 



52 INTROnUZ.ONR. 

Prima peió di proseguire, gioverà osservare che, se è vero 
che la prima non fu opera d'una classe speciale, nonché d'un 
gruppo riunito e disciplinato in associazione, non sarebbe esatto 
il soggiungere (come fece il Santangelo per reagire contro il 
vecchio concetto della poesia goliardica) che questa « non fu 
in opposizione allo spirito dei tempi in cui nacque e fiori »'. 
Infatti s' è visto che quella parte cospicua di essa che è la 
satirica, interpretava lo spirito d'una « minoranza » che si sol- 
levava e vendicava con la beffa, con l'invettiva, col sarcasmo 
contro gli abusi e le iniquità della « maggioranza » dominante. 

Questa reazione è rappresentata anche da altre correnti 
satiriche, che tutte insieme esprimono quell'ideale di giustizia 
e di rivendicazioni morali e sociali, onde si preparava il rina- 
scimento dell'età Comunale. 
La satira 20. Data Timportauza che, sovrattutto dopo il Mille, as- 

corti. sunsero le Corti e quindi la vita e la letteratura cortigiane o 
cortesi, nella maggior parte dell'Europa civile, e dati gli abusi 
e i danni inevitabih, che ne conseguirono, non dobbiamo stu- 
pirci che nel periodo di cui veniamo trattando, sorgesse e si 
facesse sempre più intensa quell'avversione della quale si rese 
loquace interprete la satira. In qualche caso si può ammettere 
che vi conferisce il ricordo letterario dei satirici dell'antichità 
classica — tanto vecchio era anche questo motivo — , ma in 
complesso questa corrente anticuriale è da considerarsi 
come essenzialmente scaturita essa pure dalla realtà storica con- 
temporanea. Della Curia romana, — la Corte, che più ancora 
dell'imperiale avrebbe dovuto dare il buon esempio alle altre 
e invece lo dava pessimo — non occorre soggiungere nulla 
a quanto s' è avuto già occasione di notare. Delle Corti laiche 
svelavano i vizi e le futilità i novellatori e i trattatisti con 
intento fra morale e censorio, maggiore di tutti, Giovanni di 
Salisbury, T inglese fiorito verso il mezzo del sec. XII, che 
visse in Francia e fu anche in Italia, iuibevuto di letture clas- 
siche e al quale Orazio e Giovenale e Petronio, nonché i 
gnomici e satirici medie vaU, fornirono materia ricchissima. Egh 
si rivela, nel Polio'aticus (composto nel 1150) osservatore acuto, 
e giudice e descrittore non timido delle « nugae » o stoltezze 
non pure della vita aulica, anche chiesastica, ma di tutta quella 
- eh' egli diceva umana commedia o, piuttosto, tragedia. Dipin- 
gevano le infinite magagne delle corti i poeti, che le rappre- 
sentavano come nemiclie degli spiriti liberi e sinceri, onde nel 



introduzioni:. 53 

noto dialogo fra Ai-i.stippo e Diogene si legge un consiglio in 
un solo verso curioso, che nella sua brevità racchiude tutta 
una satira (« Si vis esse cvnicus, dicas vale curiis »). Secondo 
altri, nelle corti fioriva l'arte per eccellenza, Viws artium^ 
l'Adulazione, che vi era tanto lietamente accolta e coltivata, 
spianto ne era scacciata e fuggita come una peste la Verità; 
a quella guisa che vi trionfavano, congiurati fra loro ai danni 
dei buoni, gli adulatori parassiti, la setta, cioè, àe\ gnatonici ' 
che Giovanni da Salisbury, desideroso di addentai-li con canina 
eloquenza (« et me in eos velie caninam facundiam exercere ») 
diceva « imperatores Curialium nugatorum ». 

Altri rincaravano la dose; nei distici proemiali e nella 
prosa causticamente precettistica di Nigellio, in un ritmo di 
anonimo, anch'esso probabilmente inglese, sulle vanità delle 
Corti, in uno dei Carmina burana tessuto dei soliti giuochi 
di parola, le Corti tutte sono dipinte a foschi colori, come ri- 
cettacolo di perfidia, di frode, di vizi, sovrattutto di adulazione 
{' di invidia, morte di ogni virtìi, fucina di ogni tristizia, sor- 
bente d'infelicità e di miseria per l'uomo, che deve fuggirle 
ad ogni costo. 

Senza dubbio, in tutti questi sfoghi molto bisogna concedere ?''"'''•,". 

. " ° 1 ricchi 

alle esagerazioni retoriche, ben presto divenute tradizionali e malvagi, 
convenzionali e tendenti, come negli altri temi satirici, ad ac- 
crescersi formando valanga; ma non poco era effetto d'una reale 
condizione storica e di sentimenti ispirati sincerarne nte da essa. 

Maggiore sincerità , perchè dovuta a piìi viva immedia- 
tezza ed energia d'impulsi, troviamo nella satira contro i 1 mal 
uso delle ricchezze, personificate, s'è visto, nel NiimmuSì 
corruttore onnipotente e universale, contro i cattivi ricchi, 
dissanguatori del povero e contro i mercanti usurai, ingan- 
natori e falsari. I quali sentimenti, che abbiamo udito echeg- 
giare con forza nei Sermoni, si esprimevano talvolta nella forma, 
tanto cara all'età media, del contr aste o dibatt ito, nel quale 
due personaggi preferiti, per ragioni ovvie, erano il ricco epu. 
Ione e Lazzaro. 

Al grido lamentoso : « pauper ubique jacet ! », che abbiamo .contro 
uià udito, rispondono molte voci accusatrici, anche contro ed inuovi 
un'altra classe che con l'opera sua accresceva le miserie e 
le ingiustizie , quella dei legali, leggisti ed avvocati, 
alleati dei prepotenti e dei malvagi, impostori e adulatori, 
aspiranti al lucro e alla gloria col loro commercio di false parole. 



sofisti. 



54 INTRODUZIONE. 

Similmente sono presi di mira i loici, pedanti e ingan- 

iiaioi'i, nuovi sofisti, come in un pungente contrasto fra un 

• cliierico o scolare povero ed un laico , nel quale peraltro 

anche al primo è detto il fatto suo, o nel nuovo Cornifìcio, 

])et;giore dell'antico, frustato a sangue da Giovanni di Salisburv. 

font IO la Come gli oratori sacri, cosi i poeti alzano la voce contro 

'nShiità' il degenerare della nobiltà di sangue, che, per sé sola è vana 

-eniuia, ^ sprogcvole, auzi dannosa, quando non sia accompagnata e 

nobilitata dalle opere e dalla virtù ; nel tempo stesso che si 

mettono a nudo in tono beffardo i vizi dei villani. 

<^°""':' ' Risorto per innegabili ragioni sociaU, fra i chierici, i no- 

villani, ^ .... 

bili, i cavalieri, i borghesi, espressione anche di quell'antago- 
nismo fra lo spirito deWurbcviilas e quello della rusticilas, 
che l'Alighieri, al solito, doveva incidere nel suo verso raffi- 
gurante il villano quando s' iìiurha, questo tèma che ha le 
sue origini remote nell' Oriente, non ebbe la fortuna degli 
altri e degenerò ben presto in luogo comune, più Ijurlesco che 
satirico. Uno stigma indelebile di satira è rimasto , tuttavia, 
alla parola rillano, ben più profondo e diffuso, che non, per 
analogia, alle parole vassallo e barone, le quali in accezione 
schiettamente satirica sono usate solo in alcune regioni. Non 
v'era vituperio, non maltrattamento morale che venisse rispar- 
miato ai poveri villani, i quali, dopo essersi sentiti tessere una 
sconcia genealogia, erano fatti oggetto delle beffe più amare, 
e di accuse divenute tradizionali, ma che non avevano neppure 
il merito della coerenza. Infatti, ora si rinfacciavano loro una 
scempiaggine e una ingenuità incredibili, ora invece si dipin- 
gevano come un sacco di astuzia, spesso malvagia, anzi diabolica, 
ora additati ad esempio di semplicità ridicola, ora di doppiezza 
maliziosa, forse per mostrare che gli estremi si toccavano anche 
in quella classe più spregiata delle altre. Rammenterò solo che 
uno dei ritmi più notevoli in questa materia incominciava a 
cantare Denatura rustieorum cosi: « Si quis scire vult na- 
turam | Maledictam et obscuram | rustieorum genituram. . . ». 
Alla voce dei poeti satirici e scherzosi non tarderanno ad unire 
la loro i novellieri d'oltr'alpi e, più tardi, i nostri, particolar- 
mente ostili a quei lavoratori della terra, dei quali Virgilio 
aveva pur celebrato le glorie e che solo dal Rinascimento 
avrebbero ottenuto una parziale riabilitazione. 
Corrente 21. Seuza coufronto più copiosa fu la corrente di satira 

minilo, antifem minile, ma storicamente essa è for.se la meno un- 



INTRODUZIONE. ^'^ 

portante di tutte. E infatti, indagando la letteratura medievale 
che tratta della donna e del matrimonio in attinenza con la vita 
e con gli studi, ne ahhiamo come rim[ii'essione di assistere a 
un grande « contrasto » di voci divise in due cori, uno dei 
(juali celebrante le lodi della donna, mentre l'altro la abbassa, 
iuiprecando, calunniando e schernendo. Ma è impresa ardua, 
per non dire disperata, lo sceverare in questo secondo coro 
([uali voci non sieno se non echi di altre antichissime, tradi- 
zionali, venute dairoriente, dall'antichità classica (gran maestro 
di . . . coro, Giovenale con la Sat. VI), nonché dalle Sacre 
Scritture; quali dal popolo, quali altre dalla tradizione letteraria, 
< inali ispirate dall'ascetismo cristiano, che vedeva nella femmina 
!o strumento pericoloso di tentazione e di peccato, quali, inoltre, 
dal concetto tilosotico , fortemente radicato , della inferiorità 
della donna in confronto all'uomo, quali, per contro, interpreti 
d'ujia reazione alla cavalleria che, anche in quanto era cristiana, 
aveva nobilitata la donna; quali, infine, frutto d'una conven- 
zione e consuetudine retorica o d'un vezzo di spirito paradossale. 

I materiali, anche poetici, raccolti dagli eruditi, sono ormai 
straordinariamente copiosi, ma i problemi testé accennati, ri- 
mangono tuttora insoluti, e forse la più probabile soluzione sarà 
anche la più complessa e la meno assoluta ed esclusiva. Noi, 
pur toccando di sfuggita questa materia, dobbiamo tener conto 
di questi svariati elementi , e insieme andar cauti nell' as- 
segnar loro un valore storico e nell' interpretarli come docu- 
menti di psicologia storica. Anche in tal caso la produzione 
misogina appartiene ad una zona che direi neutra o intermedia, 
in cui la satira sfuma e digrada nella beffa e nel riso, si da 
riuscire, più che altro, un arguto paradosso. In ogni modo, giova 
pensare anzitutto che, contro la poesia ispirata direttamente o 
indirettamente dalla donna e che si aggira intorno ad essa, 
quella ostile non è che una parte minima, e che nell'apprez- 
zare il valore di questa occorre ricordare la sentenza del Leo- 
pardi, un grande poeta , che pure fu poco fortunato con le 
donne e seppe mettere in pratica cosi male il proprio precetto : 
« Uno dei mezzi più frequenti e più sicuri di piacere alle donne 
« (scriveva il Recanatese) è quello di trattarle con dispregio e 
« motteggiarle, il che anche deriva da un certo contrasto che 
« forma il piccante ... ». 

Che anche questo tèma satirico-morale non tardasse a de- 
generare in soggetto di retorica consuetudinaria e in una prova 



56 



INTRODUZIONE. 



di iirgiizia, apparisco, da un canto, dallo esagerazioni grossolane e 
nauseanti alle quali si lasciavano andare gli scrittori del M. Evo 
e dalle stereotipate esemplificazioni di grandi uomini dell'anti- 
chità, vittime della malizia doiiiiesca (e che, al più, potevano 
dimostrare la debolezza dell'uomo), dall'altro canto ci è confer- 
mato da certi documenti poetici, uno dei quali ci viene dal- 
l'Italia e dal sec. XIII. Diviso in duo parti, una in lode, l'altra 
in biasimo della donna, esso è dunque una forma di con- 
trasto, che si svolge incalzandosi da un verso all'altro per 
coppie e che in minuscole proporzioni ritrae il grande con- 
trasto che si dibatteva , più forse che nella vita , nella pro- 
• duzion eletteraria. E si badi che questo componimento appar- 
tiene ad un tempo nel quale parve fiorire più che in alcun 
altro il culto per la donna. 

D'altronde, che in un ritmo compreso nel gruppo dei canti 
cosi detti goliardici — e che anzi va sotto il nome di Golia 
— si combatta il matrimonio con una serie di ragioni che 
formano un'invettiva oltraggiosa contro le donne, non è punto 
a meravigliare, né è in contraddizione con gli altri ritmi af- 
fini inneggianti alla femmina con una sensualità che fu detta 
pagana, mentre è grossolanamente o bestialmente umana. 

Non solo abbiamo in questo periodo un numero stragrande 
di componimenti speciali in prosa ed in versi, ostili alle donne, 
ma incontriamo tutta una produzione spicciola e, direi, paras- 
sitaria e sporadica di epigrammi, distici, sentenze, proverbi, 
enigmi che si trasmettono di generazione in generazione, da 
un manoscritto ad un altro, nei curiosi zibaldoni {Noiahilia, 
flores, ecc.), medievali, ora sparpagliati a casaccio, ora mala- 
mente accozzati in centoni da copisti inetti, e, in generale, in- 
sipidi e goffi. 
Satira 22. La.sciando altri tèmi secondari, rivoletti modesti che 

(rargo- ' 

mento let- mottono capo quale all'una, quale all'altra delle maggiori correnti 
satiriche , sorge naturale la curiosità di sapere almeno della 
esistenza d'una satira letteraria, cioè attinente alla lette- 
ratura e alla coltura. A ciò è facile rispondere che i docu- 
menti in tale proposito sono, naturalmente, scarsi e si riducono 
a qualche battibecco personale tra versificatori e letterati, che 
dimostra la capacità d'adoperare la « frusta letteraria » e in- 
sieme il sopravvivere del ricordo degli antichi , e a lamenti 
crucciosi contro la tristizia dei tempi e degli uomini, dispre- 
giatori delle lettere e dei buoni studi. 



INTRODIZIONE. i) / 

Da quanto al)biaino veduto sino ad ora in questo abbozzo 
somma l'io della produzione satirica del secondo periodo, quale 
si venne irraggiando secondo le svariate correnti dello spirito 
medievale, possiamo trarre una sicura conferma di quei carat- 
teri generali della poesia stessa che abbiamo accennati in prin- 
cipio, in particolar modo di quello internazionale o europeo 
e di quello collettivo. Vediamo inoltre farsi sempre più fre- 
quente e fortunato l'uso delle forme ritmiche spesso rimate, 
le quali vengono sostituendosi anche in questo genere alle 
forme metriche, senza tuttavia soppiantarle interamente. 

Se gran parte di quella produzione con la sua anonimia 
ritrae bene la propria indole collettiva, ciò non toglie che, so- 
vrattutto al di là delle Alpi, in Francia, dove tali componimenti 
sorsero senza confronto più numerosi che altrove, favoriti dalle 
scuole fiorenti, nonché in Inghilterra e in Germania, spicchino 
alcune figure dai tratti individuali ben rilevati e distinti. Basti 
rammentare Gualtiero di Chàtillon, Giovanni di Salisbury, Ber- 
nardo da Morlas, il Nigello , Gualtiero Map, l'arcidiacono di 
Oxford, che si ostina a rimanere nella penombra, e al quale 
troppe cose furono attribuite, ma troppe altre forse si vorreb- 
bero sottrarre ; infine quel Primate, non meno inafferrabile, 
che i più considerano come Orleanese, mentre altri, fra i quali 
l'Hauréau e, recentissimo, W. Meyer, facendosi forti dell'au- 
torità di Salimbene, lo identificano con l'Archipoeta « genuino 
fighe di Colonia » e lo proclamano il più geniale poeta latino 
del Medio Evo. Certo, questo Primate lo si trova citato nei trattati 
di queir età, come un modello pel genere o stile ritmico, e, 
certo, esso fu in Italia e visse e probabilmente studiò a Pavia. 
Ora, a mano a mano che si procede coi tempi e ci si 
inoltra nel sec. XII, da quel grigio quasi uniforme dell'età di 
mezzo, cristiana ed europea, si vengono disegnando, come a 
dire, i profili dei diversi popoli e i peculiari caratteri nazionali 
di ognuno di essi, oltre che nelle istituzioni e nelle vicende 
storiche, nella produzione letteraria, non esclusa la satirica. 
A questo disvelarsi progressivo di caratteri nazionali, in- 
sieme coi segni d' un' èra nuova , conferiva in sommo grado 
l'avviamento della vita politica, onde in Italia, com'è noto, si 
maturava, fervida di opere pacifiche, di commerci, d'industrie, 
di navigazioni e di arti, ma anche, purtroppo, rossa di sangue 
fraterno, spesso agitata e violenta più d'odio che d'amore, la 
primavera delle libertà comunali. 



58 iNTKonrzioNE. 

Pei'taiito il seguito stesso dei fatti ci trae a dare un'oc- 
chiata alle principali manifestazioni della satira politica 
in latino, sorte in Italia dal sec. XII sino amezzo il secolo 
seguente, cioè sino alla morte di Fé lerico II, allor([uando il 
nuovo volgare letterario d' Italia incomincia a far udire la 
propria voce nel coro delle genti romanzo. 

V. — La satira politica latina dei secc. XII-XIII in Italia. 

Hagioni e 1. Sappiamo già che, sotto l'impulso della passione politica, 

condizioni , V . . . . . ,. . ^ ,. . 

generali la produziouc Satirica acquista un impronta di venta e di vita 

' saUra ^ maggiore che di solito non le venisse dalle altre ispirazioni, più 

'luHa'né" (^i questa ossequenti, nel loro estrinsecarsi, alle forme tradizio- 

xnxni. ^^^^^' ^^^^ popolaresche come letterarie. Perciò essa ci offre le 

espressioni più vivaci e più varie, e, anche storicamente, più 

notevoli dello spirito satirico in quel periodo del Medio Evo 

italiano di cui stiamo trattando. Le ragioni di questo fatto sono 

di per sé cosi ovvie, che sarebbe superfluo l'esporle. 

Dopo l'urto memorabile del Papato e dell'Impero, dopo 
la gigantesca lotta delle Investiture, il lento ma irresistibile 
affermarsi delle libertà comunali e il vigoreggiare crescente 
dello spirito laico, efficacemente promosso dagli Studi nascenti, 
diventavano per la nostra produzione condizioni favorevolissime, 
ond' era agevolato quel processo, a dir cosi, di « differenzia- 
zione », grazie al quale di sul fondo comune della satira me- 
dievale europea ci sarà dato distinguere sempre più nettamente 
i prodotti satirici italiani. Presso di noi infatti il laicato, in 
maggior misura che nelle altre nazioni di quel tempo, parte- 
cipava al progredire della coltura nazionale, mentre il senti- 
mento politico scaldava la materia che, prima che letteraria, 
era storica, e la plasmava a sua propria immagine, 
elementi ^' ^^ formarsi di questa personalità o di questa speciale 

essenziali fisionomia della satira politica italiana concorsero tre elementi 
.satira essenziali : il s e n t i m e n to d e 11 a r m a n i tà, dal quale si svolse 
iatina'^hi cou uu moto fatale — anche se talvolta contradditorio nelle 
sue manifestazioni — il sentimento nazionale; in .secondo 
luogo, un sentimento antistraniero, specialmente antite- 
desco, che, di sua natura negativo, sorge e si alimenta dal 
contrasto fra quel sentimento di romanità nazionale e le vi- 
cende, spesso dolorose, della .storia nostra, minacele, guerre, 
invasioni e oppressioni degh stranieri, sovrattutto di razza ger- 



INTRODUZIONE. 



59 



manica; infine il sentimento municipale, purtroppo diffuso, 
vivace , permalo-so in sommo grado e battagliero , nel quale 
l'odio, le derisioni, le invettive e ([uindi la satira avevano una 
parte grandissima. Similmente, nella realtà storica, le discordie 
intestine, le lotte fratricide diventarono la tristi.ssiraa eredità 
secolare degli Italiani, dovuta alle varietà, alle commistioni e 
agli inevit:ibili contrasti dei loro elementi etnici costitutivi e 
dei loro interessi economici, nonché alle diA^erse condizioni 
storiche nelle quali ebbero a trovarsi le varie parti della 
nostra penisola. 

Gli spiriti meglio veggenti, i più nobili personaggi di quel 
tempo, deplorando queste fatali vicende nelle quali essa si di- 
batteva, erano tratti a scorgere in quelle e negli effetti loro, 
sovrattutto nel soverchiare periodico di violenze tiranniche, e 
nostrane e forestiere , come un castigo di Dio e insieme un 
monito e un freno agli odi fratricidi, per quel medesimo sen- 
timento onde un giorno uscirà il dantesco: « è preparazion 
... ». Al qual proposito, più eloquente di qualsiasi altra testi- 
monianza pare a me la pagina in cui Giovanni di Salisbury, 
il dotto inglese a noi già noto, e benevolo conoscitore e visi- 
tatore dell" Italia , riferisce un colloquio da lui avuto con un 
nobile piacentino, suo ospite, verso il mezzo del sec. XII. Questo 
pio e prudente signore, discorrendo del principato, della giu- 
stizia e dell' umiltà religiosa necessaria a quello e alla vita 
politica tutta, gli adduceva l'esempio delle città italiane. Una 
lunga esperienza dimostrava che, fintanto che esse si mostra- 
vano ossequenti alla pace e alla giustizia e alla fede data, 
i cittadini godevano tali dolcezze della libertà e della pace, 
che nulla avrebbe potuto scuoterle, neppure nelle minime cose. 
Un vero idillio di vita civile ! Ma quando esse si davano alla 
frode e all' ingiustizia, si dividevano fra loro ( « scinduntur 
in semet . ipsis » ) si che Dio le colpiva tosto o con la superba 
prepotenza dei Romani o col furore teutonico o con qualche 
altro flagello e la sua mano castigatrice rimaneva protesa sopra 
di loro finché non si fossero ritratti, pentiti, dal male, unico 
rimedio per far cessare quella tempesta devastatrice. 

:>. Non sarebbe difficile venire rintracciando alcune mani- Manife- 
festazioni precoci di satira politica con tendenze nazionali; ma pi^ecocTì 
qualche esempio più cospicuo sarà sufficiente. Itiocì. 

Prendiamo in mano i Gesta Berenparii, il famoso poema 
storico del sec. X, che fu diffuso per le scuole dell'Italia su- 



<)0 INTRODUZIONE. 

perioi-e come libro di testo e che fu composto da un ignoto 
italiano, l'orse un maestro lombardo o veronese, forse un no- 
taio, tutto invasato di mal digesta coltura classica latina. In 
quei rozzi esametri possiamo sorprendere una delle prime 
espressioni satiriche dei contrasti teste accennati, insieme con 
l'esaltazione di quanto riguarda l'Italia {Ausonia, esperia), 
degna erede di Roma antica e gloriosa, di quanto riguarda 
i suoi principi e capi, i jyroceres, e i suoi popoli. — Italiac 
pojnilos bello glebaque superhos — incliti e potenti nelle 
arti della guerra e in quelle della pace. L'Itaha viene cosi 
a contrapporsi, nello spirito del poeta, alla fera Gallia e alla 
trux Genjiaìiia, cioè la civiltà latina, rinnovantesi nella italica, 
alla barbarie straniera, specialmente alla germanica. 

Inoltre, in un episodio guerresco del libro II, nel contrasto 
tra Umfredo, partigiano di Berengario, e Uberto, partigiano 
di Guido II, duca di Spoleto, in uno di quei dialoghi o disfide 
che, anche nella tradizione classica, precedono, come colpi 
di hngua, i colpi di spada, abbiamo un saggio degli insulti e 
degli oltraggi satirici onde gli stranieri ricambiavano gli Ita- 
liani, proclamandoli guerrieri da poco, dediti più al vino e alla 
mollezza, alla ghiottornia, al denaro, di cui sono avidissimi, 
che non alle rudi fatiche delle armi, al contrario dei Galli, 
iieri conquistatori. Tanto più notevole per noi questo episodio 
satirico, dacché nel cattivo mosaico virgiliano che forma gran 
parte del poema, appare, per un richiamo spontaneo di remi- 
niscenze classiche, un intarsio giovenalesco. 

A seconda dei sentimenti e degli interessi politici che essi 
rappresentavano, possiamo ravvisare nei non molti documenti 
superstiti di quello spirito satirico due gruppi, l'uno di carat- 
tere latino-nazionale, antitedesco, l'altro tedesco-impe- 
rialista e anti-italiano. 
Sfoghi 4. Quelle passioni politiche che non invano s'erano eser- 

.irspirUo citate durante il periodo della lotta delle Investiture, si ina- 
naziinaie ccrbiscono; l'odio contro gli stranieri d'oltr'alpe, specialmente 
anti- contro i Tedeschi, si sfoga, raggiungendo il grado più alto 
tedeschi. (\[ veemenza, come un'irresistibile reazione del sentimento 
latino-municipale e nazionale ad un tempo, minacciato ed offeso, 
nel periodo eroico della Lega lombarda, nel quale in modo 
■ particolare vediamo quanto più valesse il popolo nostro nella 
vita pratica e nell'azione guerresca che non nell'arte dei 
carmi. 



INTRODUZIONI-: 



61 



La beffa, l'iusiilto amaro contro i Tedeschi odiati tVeiuono 
nelle pagiiio delle Cronache j-iielfe, ad es. , in quella del lom- 
I lardo Landolfo il vecchio, il quale, nel narrare un tiro cru- 
dele giocato da un'astuta badessa ai soldati stranieri, regala 
loro, con manifesta compiacenza, gli epiteti di cani (cagnotti?) 
imperiali e di Teutoni crudelissimi [canes palatini et saevis- 
simi) e ne schernisce come bestiale il linguaggio. aì tempi 

Nei giorni che precedettero e prepararono Legnano, agli "loiu-^*^ 
inni d'esultanza e di trepide speranze, alle voci di dolore e di ''"'''^''• 
lutto dei Lombardi non si scompagnarono mai le derisioni, gli 
oltraggi, le invettive, espressioni molteplici di quell'odio che 
pareva consacrato dal sangue sparso. Non erano tempi, quelli, 
di versi; eppure qualche eco poetica di quegli accenti di do- 
lore e d'ira, qualche risonanza satirica in alcuni componimenti 
superstiti — non popolari, ma interpreti della vita popolare — 
giunge ancora al nostro orecchio. 

Cosi, nel carme dialogico, in esametri, ricco di remini- 
scenze virgiliane, ch'io continuo a credere scritto da un lom- 
bardo mentre ancora fumavano le rovine di Milano, distrutta ^^^^^,^ 
dal Barbarossa (1162) e appariva ormai prossima la rivincita; ii Baiba- 
cosi, nel rozzo ritmo frammentario che un monaco, incorag- 
giato dall'assenso e dalla benedizione dati dal pontefice alla 
Lega, scrisse fra la pace di Mombello (6 apr. 1175) e la bat- 
taglia di Legnano; cosi perfino nei Gesta Federici. 

Questo grossolano poema, intrapreso dall'autor suo — forse 
un ignoto bergamasco — con ispiriti di fervido imperialista , 
scritto a più riprese e rimasto interrotto, finisce nella palinodia, 
si che i Lombardi, combattenti vittoriosamente per la loro li- 
bertà contro i « Teutoni superln », pronti a lanciare loro invet- 
tive sanguinose contro il Barbarossa (« rex raffe, furoris Teu- 
tonici ductor »), appaiono circonfusi da una viva luce di eroismo, 
mentre la figura dell'Imperatore precipita nel ridicolo, diven- 
tando egli protagonista d'un episodio eroicomico, espressione 
eloquente del sentimento satirico che animava il versificatore 
convertito per ovvie ragioni pohtiche. 

Senza le cronache — provvido asilo della Musa latina — 
alcuni di questi documenti dello spirito satirico italiano, che 
per essere direttamente scaturiti dalla vita politica, sono an- 
che documenti storici, sarebbero andati perduti. Tale è il caso 
della fiera invettiva, che in versi rozzi ed oscuri, dagli An- 
nales Ceccanenses , (juindi dal Mezzogiorno, impreca contro 



62 INTRODUZIONE. 

Contro Enrico VI, « spesimiis anguis » morto allora (1192) e contro 
KnncoM. j Tedcsclii — voro epicedio satirico — e del passo versificato 
inserito nella stessa cronaca, nel quale si ricorda con dolore 
la morte di Gualtieri, conte di Bienne (1205) , vinto, ma per 
tradimento, sul Sarno, da nuovi Maganzesi, simile a Orlando 
caduto in Roncisvalle « (lanulus cum prodidit ipsum ». 

Parimente contro il sesto Enrico rivolgeva un accenno 
sarcastico tolto dal giuoco degli scacchi, il to.scano Arrigo da 
Settimello, il quale nel suo noto poemetto elegiaco De direr- 
sitate fortunae, composto fra il 119-') e il 1194, rivela in pii^i 
occasioni il proprio sentimento antitedesco, sovrattutto quando 
in un distico, che è un'efficace sintesi di tutto un periodo sto- 
rico, ci fa vedere i castelli dei feudatari, indarno difesi dalla 
crudele rabbia tedesca, smantellati dal valore del popolo to- 
scano. E si noti che nell'elegia, rimasta come testo nelle scuole 
di Toscana sino al Trecento inoltrato, il Settimelese dimostrò 
un ardimento, che si direbbe dantesco, nell'inveire satiricamente 
contro la vanità e le colpe del mondo fraudolento e corrotto 
(« Immundus mundus ») e contro la meretricia venalità della 
Curia romana, per la quale « venditur ipse Deus ». E mentre, 
seguendo la tradizione satirica medievale , egh ci offre una 
itera requisitoria contro tutte le classi sociali, si mostra stu- 
dioso di Giovenale, i cui versi o inserisce di peso nei suoi 
(cfr. lib. IV, V. 153) o parafrasa, 
u^satiwci Naturalmente, questi documenti ci vengono in maggior 

«■elio copia dai poeti tedeschi, nei quali il sentimento nazionale, che 

spinto im- ^ . ^ ., , . , j. , . ' 

periaiisia. h Spingeva ad esaltare il loro imperatore, diventava impulso 
a pungere e schernire gl'Italiani, irriverenti e ribelli. Quindi 
non ci stupiremo di vedere animato da questo spirito anli- 
itaUano quel Niccolò detto l'Archipoeta, il « clericus vagus », 
che accompagnò in Italia Rinaldo di Colonia, il potente con- 
sigliere e cancelliere del Barbirossa e che, per accattarne i 
favori, denigrava nei suoi ritmi per la loro mostruosa ava- 
rizia i principi italiani, idolatri del denaro — contrapponendo 
ad essi i liberali principi tedeschi, e dipingeva il popolo nostro 
come una spregevole « gens proterva », senza immaginare i 
miracoli che quella protervia eroica avrebbe compiuti di li a 
poco sui campi di Legnano. 

Non cosi ostile agli Italiani si dimostra, in fondo, pur 
in un poema encomiastico sul Barbarossa, un italiano germa- 
nizzato e legato al carro iuiperiale, intendo (xofTredo da Viterbo. 



INTRODTV.IONE. 63 

il ([uale, nonostante il neces.sai-i(j o.ssequicj alla cau.sa tedesca, 
»' sebbene i gloriosi collegati lombardi egli dipinga come mae- 
sti'i di fi'odi, anzi di razza volpina, come narra la leggenda, 
pur tuttavia nral riesce a dissimulare la propria ammirazione 
per Milano potente, non volpe, ma leonessa d'Italia (« Urbs 
Melana potens, meritis dicenda leena »), senza timor di Dio (o 
dell'imperatore?) e per superbia una nuova Troia (« Troia se- 
cunda ») e perciò punita « dal buon Barbarossa ». 

Ben altrimenti appassionato ed acre e ricco d'umore sa- 
tirico e disposto a darne saggio anche per suoi tini cortigia- 
neschi ci appare Pietro Ansolini da Eboli. 

Il suo i)t? rebus siculis Caìnnen^ vero poemetto politico, w De 
che ha avuto di recente e in Italia l'onore di due nuove edi- Wcuus 
zioni critiche, è pregevole, fra altro, pei numerosi e caratte- afp'ieti'o 
ristici documenti che ci offre di satira , tutta pervasa d' uno .fa"]!'/"!'. 
spirito imperialista e personale e nelle forme più varie , ma 
particolarmente in quella men comune della caricatura. 
Questa, alternandosi con sottile umorismo, si appunta im- 
placabile, fra grossolana e grottesca, sovrattutto contro Tan- 
credi, conte e poscia re di Sicilia, e contro i suoi più cospicui 
fautori, il Cancelliere Matteo d'Ajello e Gualtieri, arcivescovo 
di Palermo, con una esuberanza di vena satirica, che fa sen- 
tire il meridionale. Tuttavia non mancano acri invettive e 
>terzate sanguinose, ad es. , contro Riccardo Cuor di Leone, 
meritamente catturato, secondo il poeta, dall'imperatore Enrico, 
e contro Roma, che Sibilla, l'infelice moglie di Tancredi, nel 
lamento che innalza sul punto d'essere detronizzata in Palermo, 
dal Cesare vincitore, accusa di venalità e di perfìdia, con ac- 
centi di satira goliardica (« Ei michi, quid prosunt, que tibi, 

Roma, dedi? Ei michi , nec tutum est romane credere 

puppi , Que, quas insequitur , has imitatur aquas »). Ma nei 
copiosi elementi satirici che lo compongono, il carme dell'Eboli- 
tano ha questo di singolare, che nell'unico codice superstite di 
esso — che è forse la copia originale presentata dall'autore ad 
Enrico VI — il testo poetico, sovrattutto nelle parti dove freme 
e sibila la satira, è illustrato da una serie di felici miniature, 
vere caricature o commentario satirico figurato, che è ragio- 
nevole attribuire alla mano stessa del poeta. 

È facile comprendere, per tutti questi fatti, come all'opera 
dell" Ansolini spetti, nella storia delle manifestazioni dello spi- 
rito satirico-italiano e propriamente della satira politica, un 



teri dello 
spirilo 
satirico 

italiano 



Cì4 INTRODUZIONE. 

posto speciale per l'orij^inalità e la varietà, tanto più (piando 
si accolga la probabile congettura di Kuno Francke, secondo 
il quale questo poema encomiastico-satirico sarebbe stato re- 
citato alla mensa dell'imperatore, che al poeta largì benefizi 
non pochi in premio dell'opera sua. 
e"carà*t"' 5. La stossa doppla corrente che abbiamo seguito sin (^ui 

nella satira politica, continua, com'è naturale, a svolgersi nella 
produzione latina del sec. XIII. Ma prima di proseguirne la 
Dn"ento "^l'^ttazione, per metterci meglio in grado di apprezzare gli al- 
tri documenti di quella poesia satirica, gioverà dare una rapida 
occhiata alle condizioni dello spirito satirico italiano 
nel Dugento. 
'"nefia" Questa indagine è resa più agevole e insieme più sicura 

dff^a'sl- *^^11^ maggiore copia di fonti storiche, tra le quali primeggia 
linibene. pgp fedeltà vivozza, per abbondanza di particolari coloriti, 
. la Chronica di fra Salimbene. 

Grazie ad essa — che ora finalmente ci è dato di leggere 
nella sua interezza per opera del Holder-Egger — e grazie 
ad altri documenti sincroni, potremo farci, come in un gran 
quadro fedele, un'idea esatta del lievito satirico copioso in 
quel secolo che vide nascere il genio più grande anche nella 
satira, e potremo studiar meglio quelle correnti che metteranno 
capo appunto all'Alighieri. 

E impossibile non riconoscere al minorità parmense una 
straordinaria sincerità, che a volte sembra ingenuità puerile, 
a volte ostentazione appassionata o temeraria mordacità, quasi 
inesplicabile. 

In quella sua Cronaca, eminentemente soggettiva e per- 
sonale, ma in perfetta armonia coi tempi, serpeggia e sprizza 
dovunque un irrequieto spirito satirico e maledico, il quale si 
e.sprime ora in giudizi salati, pungenti, irreverenti, inaspettati 
e triviali, ora in simihtudini vivaci, in quadretti e aneddoti, 
che sono veri bozzetti satirici, ora in certi ritratti che sono 
gustose caricature di stampo italiano, degne d'essere acco- 
state a quelle di maestro Ansolini, perfino in un solo epiteto, 
che sibila come un flagello. 

Questo spirito, che si mani festa con tanta varietà diforme, era 
quel medesimo che aleggiava, vivo e battagliero, fra il popolo ita- 
liano del Dugento, onde giova passarle rapidamente in rassegna. 

Chiari riflessi di umore diremo che goliardico sono nelle 
pagine nelle quali Salimbene ci parla di maestro Boncoinpagno, 



IXTROlil'ZIONE. 05 

urande grammatico {magnus /iiaf/ister in grammatica), ma 
mche giMnrlissimo burlone {ti'ufafor) all'usanza dei Fiorentini e 
ci narra la nota burla da lui fatta in Bologna a fra Giovanni 
da Vicenza , predicatore famoso. Questo aneddoto e il ritmo 
satirico-burlesco, composto da Boncompagno contro il Vicentino, 
e di cui il cronista non riferisce che un frammento, sono do- 
cumenti curiosi di quella disposizione satirica degli animi, ond'era 
possibile a un pubblico professore schernire pubblicamente un 
fi'ate predicatore, smascherandone la ciarlataneria e rappre- 
sentandolo come un giullare ballerino che trascinasse in una 
danza grottesca le e'enti tutte. Quei versetti che s' inse^uono 
rimati a coppia e che Salimbene rammenta con la maligna 
compiacenza del minorità avverso al domenicano, danno Vini- 
pressione d'una frottola satirico-burlesca, di sotto alla cui veste 
latina si sveli^ già pronto e impaziente, il volgare. 

Dopo i frati, le donne e i villani, soliti bersagli alle beffe 
satiriche del Medio Evo. Parlando d'una legge suntuaria severa, 
emanata nel 1240, intesa a moderare sovrattutto la soverchia 
lunghezza delle « code » nelle vesti femminili — onde Pateg 
aveva cantato, fra le cose pii^i noiose : « E drappi longhi, che 
la polver mena » — il cronista nota che ciò riusci alle donne 
più amaro di qualsiasi morte (« quod fuit mulieribus amarius 
omni morte », espressione che fa ricordare la dantesca deir/«/'., 
I, 7 ») , sebbene esse trovassero subito il modo di eluder la 
legge, adottando certi veli lascivi di bisso e di seta. E lascio 
le invettive antifemminih frequenti, irose, salate. 

Ascritto ad un ordine e.s.senzialmente democratico, Salimbene 
rivela un curioso spirito di conservatore aristocratico, ostile alla 
plebe turbolenta e ai villani, guastatori d'ogni gentil costumanza 
(« populares et rustici sunt per quos destruitur mundus, et per 
milites et per nobiles conservatur ») e ai villan rifatti, nel che 
Pateg gli suggerisce ancora il suo verso. 

Ma la storia gli porge più frequenti occasioni di colpire 
gli abusi del clero, di denunciare con parole assai gravi 
la simonia, il nepotismo di alcuni pontefici ( p. es. Niccolò III, 
rOr.sini dannato da Dante), la loro avarizia ingorda di beni 

temporah, anche a danno dell'Impero (« saepe romani Pon- 

titices de republica aliquid volunt emungere, cum Imperatores 
ad Imperium assumantur »), perfino le abitudini bacchiche d'un 
arcivescovo, il rapido degenerare dei due ordini dei Mendi- 
canti e il traffico delle false reliquie, la corruttela dei « clerici 

Ci.\x. — La Sa(ii\(. 5 



()() INTRODUZIOXK. 

prebendati » e non tomo <\\ i-iferiro la satirica DUpnldlid 
mrnibroruii' Hi [''ilippo >lì ('.cóvo, iionchò la famosa Epislohi 
f Alci ferì ad Pj-r/cfos. 

l^'iglio (i'unVìtà elio fu (iiiaiit'aHi-a mai .ai^itata da (lore pas- 
sioni e da lotte politico-religioso, nella (juale si rinnovavano, 
sott'altre forme e con nomi diversi, i secolari conflitti fra Tau- 
torità imperiale e la pontiticia, dei Comuni fra loro e contro 
l'impero, e nella quale gli stessi fraticelli « che già legava l'umile 
capestro », parteggiavano accanitamente, si capisce che anch'egii, 
il minorità di Parma, dia sfogo nella sua cronaca ai propri 
sentimenti e risentimenti politici, di guelfo arrabbiato. 

In realtà la satira politica, in questa sua cronaca freme 
con una innegabile preponderanza su tutte le altre. Quanto di- 
verso, anch'egii, dal poverello d' Assisi, Salimbene non perdona 
ai ghibelhni, che considera come suoi propri nemici, e contro 
i quaU adopera, senza ritegno, l'arma dello scherno, del sar- 
casmo, dell'ironia amara, dell'insulto plel^eo. 

Ecco, ad. es. , il ritratto satirico ch'egli ci porge di Giu- 
Hano da Sessa, nominato da Federico II potestà e governatore 
di Cremona, Modena e Reggio, e divenuto feroce persecutore 
dei guelfi. Costui, un vero « membrum diavoli », fu colpito 
degnamente dalla giustizia divina, con una malattia cosi ribut- 
tante che ninno osava accostarglisi. . . tranne una certa pul- 
zella tedesca (« excepta juvencula theutonica ») che era ai suoi 
servigi. Né delle sue malvagità è da meravigliarsi (soggiunge 
il cronista), che Giuhano era un bastardo, onde si avverava 
il detto dell'antico poeta, secondo il verso ch'egli riferisce, senza 
però dirne l'autore; ma è citazione per noi preziosa, dacché 
si tratta di Giovenale, al quale ben s'accompagnano nella stessa 
cronaca Marziale ed Orazio. 

L'acredine maligna deUo spirito satirico guelfo si manife- 
sta ancor più nelle pagine dove il frate parmigiano disegna 
il ritratto e riassume le gesta di Federico II e dei suoi ante- 
nati, gli odiatissimi Svevi. Fra questi il più gravemente col- 
pito é Enrico IV, contro il quale egli rievoca e trascrive un 
lungo passo in fieri versi leonini, che un ignoto aveva compo- 
sto contro il delittuoso imperatore e il suo antipapa Guiberto, 
rinnovatori dei tempi neroniani, esaltando invece, come vittima 
delle sue turpi violenze, papa Gregorio VII. 

Fedele interprete del tempo suo, infervorato nella sua pas- 
sione politica e insieme rehgiosa e superstiziosa, il cronista si 



iNriiiiDr/.ioNi:. (57 

comi>wice di l'iferii'o, con aria fi-a trionfale e minacciosa, cei-te 
profezie di spirito anti-iinperialista clie cor revano in Italia: 
nò manca di darci :?ai:yio di satira municipale, come nei ver- 
setti che cita, d'un Giovanni jMalvezzi, notaio reggiano, in ri- 
prensione dei Modenesi, e, appunto alla fine de ll'opera, ci lascia 
una traccia notevole d'un sentimento che proprio in quegli anni 
cominciava a spuntare, finché soverchierà quello antitedesco, 
voglio dire il misogallismo, tanto vigoroso nella Coininedla 
dantesca. 

Più hello, vedere il frate parmense scagliarsi contro le tri- 
sti divisioni e le lotte fratricide, che desolavano l'Italia, ])er 
le fazioni che in Toscana soltanto venivano, fino allora, de- 
signate coi nomi di ijuclfa e di (ihilx'llina, mentre nelle altre re- 
gioni (Iella penisola erano dette chiesastica e imperiale [ex 
parte L'cclesiae, ex parte Imperli). Vero è che Salimhene, 
anche in (piesto precorrendo un noto giudizio dell'Alighieii, 
ne dava la colpa tutta a Federico II. 

Altre spig'olature consimili si potreb!)ei'0 fai'e agevolmente 
nelle cronache dug'entistiche, ma senza aggiungere luilla di essen- 
ziale al quadro offertoci, sia pure con is[)ii-ito pai-tigiano, dal 
minorità di Parma, (^hianto si è veduto sino ad ora basta a di- 
mostrarci che il Dugento fu un'età singolarmente disposta al 
satii-eggiare, sebbene le condizioni stesse favorissero piii quelle 
forme di satira che direi militante e quasi « in potenza », dif- 
fusa nei cuori, sulle labbra, nei canti fugaci, che non la letteraria. 
Ciò non ostante non mancano taluni documenti superstiti 
che ci attestano l'esistenza di questa e ci permettono di darne 
un giudizio non troppo lontano dal vero. 

6. Nel percorrere rapidamente la produzione satirica no- ''^^.i-tfj.^''"^ 
stra in latino, nella prima metà del sec. XIII, porgiamo anzi- '-'''"^i^. '" 
tutto ascolto alle voci guelfe, che, per ragioni non difficili a 'inr.uue 
indagarsi, sono le più numerose e insistenti. im-t'-'iMc'i 

Che in questo periodo la satira politica in genere, quella ""' ' ' 
guelfa in particolare, acquisti un carattere sempre pili batta- truéito. 
gliero è provato dal fatto che gli accenti più vigorosi di essa, 
misti a veri canti di guerra, accompagnano i principali episodi 
di quelle lotte politico-guerresche, delie quali sono protagonisti 
da un lato il secondo Federico di Svevia, dall'altro il ponte- 
fice e, fautore di questo, il popolo d'una parte dei Comuni di 
Lombardia e di altre regioni, che si sforza e mal riesce a ri- 
trovare l'antica concordia e il valore che i suoi avevano di- 
mostrato sui campi di Legnano. 



ai Bor 

S. non 
nino 

(182G). 



ire 



OS IXTUODrzioXK. 

Naturaliuente, la salirà dei Guelfi si appunta iraconda, 
beffarda, irriverente, in atto ora di sfida e di minaccia, ora 
di esultanza e di scherno, contro il signore svevo e i suoi te- 
deschi e seguaci, e di far ciò coglie ogni occasione. 
Il La colse, aiies. , un ignoto poeta, allorquando, nell'estate 

cónvegifo del 1226, l'imperatore riuniva a convegno in Borgo S. Donnino 
i Cremonesi, i Parmigiani e i Pavesi; e lanciò un'acre invet- 
tiva specialmente contro il furore teutonico di Federico, 
che designa con le più ardite espressioni dispregiative, in una 
lunga serie di vigorose strofette ritmiche pentastiche di otto- 
nari, i quattro primi piani, riuniti a coppia, d quinto sdrucciolo, 
simili ai più popolari inni della Chiesa. 

Similmente avvenne per la presa e distruzione di Vittoria 
X' presa^" (la uuova città presso Parma, improvvisata per ragioni di difesa 
'^'diis')''^ e di offesa dall'Imperatore) e per la sconfitta toccata a Fede- 
rico II il 18 febbraio 1248, l'episodio memorabile, registrato 
con ischerno anche da fra Salimbene, come una delle disgrazie 
meritamente capitate allo Svevo, e ricordato per incidenza dal- 
l'Alighieri, neWEpist. VI, 5, ai Fiorentini. Per quella occasione 
un altro ignoto, ma parmense e, senza dubbio, persona di non 
comune dottrina e assai probabilmente di chiesa (forse Guglielmo 
da Gattatico), innalzò tre carmi trionfali, che formano un gruppo 
stretto d'intima unità nelle varie sue parti. 

Il giul)ilo pel lieto successo delle armi popolari, il divam- 
pante sentimento religioso che vedeva in esso i segni evidenti 
dell'aiuto divino, si uniscono all'odio tradizionale, riattizzato dai 
nuovi eventi, allo scherno, all'irrisione contro l'imperatore te- 
desco, ladrone, empio, provocatore di Dio con le sue scellera- 
tezze, figlio del male, che indarno era ricorso alla virtù dei 
suoi Ijugiardi astrologi e indovini, rimasti vittime epreda anch'essi 
insieme colle sue drude e coi suoi tesori. E come l'entusiasmo 
del fervente cristiano — nell'atto di parodiare, forse, il bell'inno 
imperiale al Barbarossa {Salve, mundi domine, Cesar noster, 
ave) — elevava e nobilitava questi canti, cosi il ricorrere, so- 
vrattutto nel principio di essi, di movenze, d'immagini, d'intere 
espressioni tratte dai Salmi, dalle Scritture e da inni sacri ben 
noti (il 1.° coni. Vexillum Victoriae, Parma, ferens, gaude! ; 
ìì2° Pange, lingua, gloriaìn proelii felicis; il 3." Compellit 
imìnanitas Friderice pestis), accresce solennità e forza ai 
ritmi, mentre il martellare insistente delle rime, nei vari pe- 
riodi strofici (tetrastici monorimi), fa sentire meglio il pulsare 



li Or 

nota 

Kenovc-i 



INTKi»l)UZl(.)NK. 09 

(lei cuore <lol popolo italiano, aiiolauto alla liiiortà, esaltanto 
della vittoiiii. 

Ma in queste strofe non abbiamo soltanto un documento 
vivo di satira anti-imperiale e, insieme, antitedesca, si anclie 
di satira municipale, come del resto nel ritmo precedente, 
del 12'J(1 Infatti, accanto alle imprecazioni amare contro il 
vinto straniero, vi risuonano le maledizioni contro quelle città 
che, pur essendo italiane, per amore alla parte ghibellina, 
avevano ti-adito la causa nazionale, e sovrattutto contro Pavia, 
novella Babilonia, e Pisa, la perfida, alla quale si rinfaccia 
l'empia cattura dei prelati, avvenuta nelle acque del Tirreno, 
Fanno P241. 

Le stesse note satiriche, spietatamente guelfe e municipali, \/e]<nw 
rivolte in particolare contro Pisa, aveva fatto udire pochi anni 'notaiì! 
prima in un più diffuso poemetto in esametri, Orso o Ursone, 
notaio genovese, anch'egli, come tanti suoi colleghi, studioso 
dei classici, specialmente di Virgiho, di Lucano, di Ovidio, 
nonché di Orazio e di Giovenale, ai quali tuttavia si sforzava 
indarno di strappare il segreto o pure un'ombra dell'arto antica. 

Il suo carme, ispirato alla vittoria navale conseguita nel 
maggio del 1241 dai Genovesi contro Federico II, alleato ai licj'n. 
Pisani, potrebbe dirsi un grande epinicio, più pel calore della 
passione che lo pervade, che pel carattere suo letterario, dac- 
ché l'eleme'ito epico-narrativo vi prepondera sul lirico pro- 
priamente detto. Alla sua volta quest'ultimo è quasi per intero 
formato da una serie di esaltazioni entusiastiche che l'autore imperiale. 
innalza alla patria genovese e alla parte guelfa, di sfoghi esu- 
beranti di patriottismo e d'orgoglio municipale, nonché di sen- 
timento religioso, ma, più ancora, da invettive violentissime 
contro i ghibellini in genere, e in particolar modo contro i 
Pisani. L'imperatore v'è dipinto come un tiranno scellerato, 
nuovo Nerone o Faraone; il suo vicario, Oberto Pelavicino, 
come degno in tutto del suo Signore, fraudolento, volpino, iniquo, 
« rite neronizans », privo, meritamente, d'un occhio, e in- 
sieme dell'onore, meritevole d'esser privato anche della vita. 
I Pisani, segno esecrato di quest'odio selvaggio, sono dal poeta 
rappresentati come il rovescio dei suoi prediletti Genovesi: 
questi, veri discendenti degli eroici Troiani, quelli, veri ram- 
polli della stirpe greca, vili in guerra; questi, valorosi difen- 
sori della Croce, quelh, negatori, anzi nemici empì della fedo. 
Nel suo vocabolario obiurgativo, pur 1ai;to ricco, i-endira (he 



("unti-c 
Ke.lo- 



Contro 

Pis 



70 iNTRonrzioNE. 

Ursone non trovi parole adeguate per maltrattare i Pisani, 
gente senza pietà e senza giustizia, nata e vissuta nel fango, 
incapace di sollevar l'occhio al disopra delle cose terrene, e 
solo dedita ad opere « fangose ». Il loro ammiraglio è, senz'al- 
tro, un archipirata! È facile comprendere che, scrivendo 
questo, il notaio genovese era sincero e sinceramente appas- 
sionato, che per lui e pei suoi concittadini la lotta contro Pisa 
e contro l'Impero appariva come una guei*ra santa, come una 
vera Crociata ch'egli bandiva o benediceva, con un fervore 
reUgioso che ai suoi occhi, annebbiati dalla passione, giustifi- 
cava e quasi santificava l'odio bestiale, anticristiano. 

Deplorevoli, senza dubbio, queste manifestazioni di senti- 
menti incivili, barbarici in un'età e in una gente che videro 
all'opera il mite apostolo di pace e di amore, il poverello di 
Assisi, che videro i grandi moti religiosi tentar di rinnovare 
— e rinnovarono solo a mezzo — le coscienze e i costumi. Ma 
la storia è cosi fatta e sarebbe vana impresa il tentare di mu- 
tarla, come sarebbe vano il pretendere che in breve volgere 
di tempi si trasformassero radicalmente le condizioni politiche 
e psicologiche del nostro popolo. 

Era una triste eredità di memorie, di esempi, d'incita- 
menti che, lungi dall'alleggerirsi, doveva gravare sempre più 
su di esso con lo scemare di quelle energie di pensiero e di 
azione che lo avevano fatto glorioso. 
Satira 7. E Valga il voro; sino dal sec. XII, cioè da quando fio- 

"jmìè'!' l'iva il periodo eroico dei Comuni, la satira rabbiosamente 
municipale, interprete di quella violenza di sentimenti che 
laceravano gl'Italiani discordi, erasi mescolata al furore di 
quelle lotte fratricide. Scoppia ora tra gl'inni di vittoria — 
come negli Annales piacentini guelfi, dove il cronista lascia 
la sua prosa per lodai-e Cristo e narrare, esultante di gioia e 
acceso di odio, la sconfìtta vergognosa toccata ai Parmigiani 
« quos numquam crede potentes », da parte dei suoi Piacen- 
tini, nel 1187, o come nel ritmo dei bresciani vincitori dei Cre- 
monesi a Rudiano (1191) — ora nei racconti versificati di quegli 
eventi sanguinosi — come nel rude poema sulla guerra e sulla 
strage di Como, avvenuta fra il 1118 e il 1127, dove l'ignoto 
autore, indubbiamente comasco, testimonio oculare dei fatti, 
insieme col tono elegiaco onde in questo « liber dolorum » 
parla della sua patria straziata, fa udire, in rotti accenti, in 
epiteti aspri, in episodi pieni di realismo plebeo, tutto il ran- 



INTRODUZIONE. 7 1 

coro mortiilo elio nutriva in cuore contro i Milanesi, i nemici 
capitali di ossa. 

iMa [)or ritornare alle iroso nianirosta/ioni della satira ,.ij|,','|'"|^.,. 
liuella del Duaento, convien i-iconoscere che 'Ai olllciali del- };■'■ *^^'"ik" 
riniperatore sembrava facessero in oi^ni modo per rinfocolare 'loi i2ir.. 
quegli odi e quelle rivolte brutali dell'anima italiana. Perciò 
appunto ci appariscono perfino inadeguati alla atrocità degli 
eventi i due ritmi che, tre anni più tardi, nel 1215, un altro 
notaio, cornetano, compose per la strage checii tientatrè suoi 
concittadini aveva perpetrato Vitale d'Aversa. comandante delle 
milizie imperiali (quel medesimo che Alberto di IJeham appaiò 
con Pier della Vigna, dicendoli « duo vasa ini(iuitatis buUentia ») 
a vendetta contro la città che era rimasta eroicamente fedele 
alla Chiesa. 

In quei due ritmi, rozzi per difetto d'arte e di coltura, 
ma per vigorosa e ingenua semplicità abbastanza eificaci, ri- 
boccanti anch'essi d'amor patrio, d'odio e di sentimento reli- 
gioso, Ptolando notaio volle tramandare ai posteri il ricordo 
dell'infame eccidio e delle vittime gloriose. 

Vari per la loro struttura metrica — ma in ambedue con 
evidente prevalenza delle serie monorimiche — e sebbene di 
carattere essenzialmente narrativo, questi due componimenti 
non mancano qua e là di scatti di passione, che trova la sua 
espressione satirica in fiere imprecazioni, in epiteti e incisi vio- 
lenti contro Federico di Svevia, proclamato distruttore del 
mondo, massimo dei traditori, compagnone del diavolo, e con- 
tro il suo capitano. Nella sua indignazione messer Rolando 
giunge sino ad imitare, con ardito esempio di realismo rap- 
presentativo, i suoni aspri e tronchi e le voci dei soldati te- 
deschi, manigoldi e carnefici dei suoi concittadini; e a manife- 
star la speranza che l'esempio, da lui celebrato e denunziato, 
di virtù eroica da un canto, di sanguinosa tirannide dall'altro, 
spinga gl'Italiani a scuotere il giogo straniero riconquistando 
la libertà perduta. Nel nome di Cristo, confortatore degli af- 
flitti, il pio orvietano licenzia i suoi ritmi, perchè rechino 
la dolorosa novella ai popoli. 

Invocazioni e speranze generose e nobih, quanto quell'ira, 
ma, purtroppo, in gran parte fallaci, che i bei tempi della li- 
bertà erano ormai passati, né questa poteva più rifiorire col 
sostituirsi di altre tirannidi e indigene e straniere a quella im- 
periale favorita dal rincrudirsi delle lotte fratricide e dal ra- 
pi'ìo e fatale degenerare dello democrazie. 



Ime. 



72 INTRODUZIONK. 

Voci (S. L"iiida"'are i documenti della satii-a i^ hi Ìjc lima miì^cirà 

.:aliriclio .... 1 1 '' • 

^'IiìikI- utile e istruttivo anche per questo, che la maggiore scarsezza 
e il carattere dei res.iltati confermano l'inferiorità cosi nume- 
rica come morale del (jhibellinismo italiano in confronto del 
suo antagonista, e ci permettono di rilevare che i prodotti sa- 
tirici, interpreti di questo, sorgevano veramente dal cuore del 
popolo — sia pure con l'intermediario di persone colte, più 
spesso chiesastici e notai — mentre i prodotti dell'altro ci ven- 
gono in minor copia e con minore spontaneità, dai letterati 
addetti alle cancellerie o al sèguito dell'imperatore, hanno cioè 
un'impronta quasi officiale, per non dire artifìcialo, i)ur ritraendo 
i sentimenti d'una parte cospicua della nazione italiana. 

Naturalmente, anche questa produzione satirica d'origine 
ghibellina segui — e ci permette alla nostra volta di se- 
guire — le alterne vicende della politica, sorgendo a seconda 
delle occasioni. 

Un motto satirico d'occasione, ma che potrebbe anche essere 
di carattere tradizionale e d'origine ghibellina, è quello che i 
cardinali inviati da papa Gregorio, nel 12:)7, a Fiorenzuola nel 
Piacentino, per abboccarsi coi rettori della nuova lega lombarda 
(« rectores Societatis Lombardorum »), a fine di concludere la 
pace, mormorarono sul punto di ritirarsi vedendo fallire i loro 
sforzi: « Lombardus pactum post dampnum suscipit actum ». 

La parte guelfa, dinanzi alle forze imperiali, tocca un ro- 
vescio? Ed ecco per le vie e per le piazze della Toscana, riso- 
nare verso il 1210 agli orecchi del legato pontificio irritato, 
un inno in onore di Federico e a scherno dei vinti, che, pur 
troppo, noi non conosciamo se non da due versetti, probabil- 
mente il ritornello: « Ruit pars papalis , Praevaluit impe- 
rialis ». 

Tuttavia, come quel moto ghibellino non fu mai propria- 
mente popolare in Italia (salvo qualche rara eccezione storica 
e topografica), co.si i suoi prodotti satirici ci fanno spesso l'im- 
pressione di essere volgarizzamenti; piii o meno felici, dei do- 
cumenti diplomatici, non di rado duramente polemici, mentre 
tendevano ad illuminare e a cattivarsi l'opinione pubblica. Vero 
è che i partigiani dell'Impero, per accrescere aderenti alla loro 
causa, nell'adoperare l'arine della satira solevano accarezzare 
le tendenze antichiesastiche cosi diffuse nella penisola , gio- 
vandosi di quel tèma satirico che, del resto, abbiamo visto 
tanto largamente trattato anche dalle persone di chiesa. 



INTRonrzlON'F. 



73 



Il ritmo 
satirico 



Di tale produzione satirica il documento i)iii cospicuo è, 
senza dubbio, il ritmo Vehentenli nimiiim cumniotiis dolore, 
che, per quanto notissimo agli studiosi, ancbe perchè attribuito .^J^^l'ì^^'^^^, 
■A l'ier della \'isna e pubblicato più volte, attende ancora iin'edi- mium 

CI i • 1 • • 1 • solita- 

zione veramente critica e un indagine storico-letteraria esau- mente as- 

seminato a 

riente. i''':>- <ieii:i 

Composto fra il l'ili e il 124o, se non proprio dal log'o- ^ '■""''" 
tota e protonotario dì Federico II, probabilmente da uno della 
curia imperiale, esso è ispirato a quello idee medesime che il 
(papuano usava lanciare in quegli anni, dalla cancelleria dello 
Svevo, nelle sue epistole spesso violentemente battagliere. 

Il lungo ritmo, in strofe tetrastiche monorimo di alessan- 
drini o doppi senarì, lungi dall'essere un'esercitazione retorica o 
letteraria, tutta individuale, sembra invece un proclnma poetico 
di guei'ra, fatto per assecondare i fini della politica sveva e 
quasi si direbbe con intendimenti elettorali, in attinenza alla 
successione di papa (ìregorio IX. 

La sua intonazione violenta si rivela sin da principio, dove 
il poeta annunzia che, in un impeto di troppo veemente do- 
lore, egli si accinge a tenere un suo sermone alle genti, a 
guisa d'uomo infuriato (« sermonem aggrediar furiliundi more ») 
— un sermone dunque, forse detto coii per ironia, col proposito 
ili parodiare i sermones sacri, allora, s'è visto, tanto frequenti e 
politicanti dai pergami e dalle piazze pubbliche. E infatti, sebbene 
l'autore, con una dichiarazione, sospetta, d'imparzialità, avverta 
di non voler risparmiare alcuno nella sua requisitoria, la nota 
dominante in queste sue strofe è Tanti e hi esastica e, più an- 
cora, l'antifratesca. Egli rivolge i suoi colpi contro il clero 
corrotto, ne flagella la vita, che dice abominevole, l'avarizia, la 
superbia, le tendenze e le abitudini mondane, onde scoppiano 
guerre e sedizioni fra i popoli ed avvengono stragi e distru- 
zioni e in una stessa famiglia il padre e i figli si rodono 
l'un l'altro {« Pater rodit filium et ipso parentem »). Dovun- 
((ue si è propagata sempre più la peste della discordia e alle 
fiere e giuste battiture non si sottraggono neppure le genti di 
Chiesa, come provarono i prelati catturati (nel 1241) dalle navi 
pisane. 

L'accenno a Gregorio IX è crudelmente ironico, dacché 
di quel pontefice, da poco defunto, si dice che sarebbe stato 
un vero uomo evangelico (« vir apostolicus »), se non fosse 
stato troppo battagliero, e troppo docile stromento in mano dei 



74 INTROnUZIONK. 

frati. Per colpa di costoro principalmente era sorta la discoi-rlia 
fra il ])apa e l'imperatore; e contro tutti i frati appunto, cosi 
domenicani, detti, non predicatori, ma prevaricatori 
(« non praedicatores, sed praevaricatores » ), come francescani, 
tutti colpevoli^ vanno a ferire i^'li strali del poeta nostro. Se- 
minatori di zizzania nel mondo e nello stesso loro ordine, sono 
carichi di vizi ; dopo i vizi, che confessa di non poter anno- 
verare })er intero, egli passa in rassegna sarcastica anche le 
virtìi, le pretese virtù, onde essi, ciarlatani e falsificatori del 
vero, si vantano forniti, come quella delle visioni profetiche, 
anzi del dono della profezia e quella di operare miracoli. 

Peggiori di tutti, (juei predicatori che osano, armati di ipo- 
crisia e di temerità, predicare pubblicamente e contro i divieti 
espressi della Chiesa, non esser peccato trattenersi le decime, 
che appartengono ai poveri (cfr. Paradiso dantesco, XII, 93). 
Ma dalla satira antichiesastica e antifratesca fa capolino, 
abilmente mascherata, l'intenzione politica. Infatti il poeta 
non sa celare del tutto il proprio cuore d'imperialista, là dove 
tesse le lodi dello Svevo, che dice incarnazione della giustizia, ed 
esprime l'augurio che venga eletto tale pontefice , che sappia te- 
nere a segno e fiaccare i frati superbi, riconducendo cosi la pace 
nel mondo, e che lo stesso imperatore dia l' esempio di schiac 
ciarli e richiamare la Concordia, per colpa di essi, esule raminga. 
L'autore, chiunque esso sia, sebbene caldo di passione po- 
litica, e mosso da questa a propugnare gl'interessi della parte 
imperiale, vagheggia in cuor suo e — forse per l'opportunità 
del momento — esprime abbastanza chiaramente un grande 
ideale di accordo pacifico fra le due massime autorità, di or- 
dine politico-sociale, (juella medesima utopia nolnlissima onde 
s' ispirerà l'Alighieri. 

Vera satira, dunque, questo componimento, sorto dalla vita 
politica contemporanea, vera satira, perchè in esso l'elemento 
e il fine satirici non sono incidentali e secondari, come in molte 
altre poesie da noi ricordate , ma sono fondamentali e domi- 
nanti. Questo sedicente sermone, dalle cui strofe rimate o 
assonanzate, dal cui lessico e dalla cui sintassi sembra scoppiar 
fuori, come trattenuto a fatica, il volgar nuovo d'Italia, ben 
potrebbe dirsi il vigoroso sirventese morale -politico, e ancor 
latino, dei Ghibellini italiani , quello che più tardi si dirà il 
sermontese. Appunto perchè interpretava i sentimenti di 
parte ghibellina, (|uesto ritmo ebbe una certa diffusione, come 



INTRODUZIONli. 



75 



attestano i codici che ne riniaiiL;oiio e andò soggetto a inter- 
polazioni e a riinanej^i,àamenti svariati. 

In (luel ^-l'ande fervore di vita politica che contrassegna il 
Dugento italiano, tutte le armi erano huone e nella lotta che alcune 
cittadinanze dovevano i^là sostenere contro i tiranni niinaccianti 
od opprimenti la libertà loro, portino i versi in ap[)arenza più 
innocui diventavano satire sospettate e ([uindi pericolose. 

Ad es. , in Padova, durante la tirannide ezzeliniana, anche 
le favole di Esopo — tanto care a oueuli uomini medievali, Lo tavolo 

. ,, . !•...• csopume 

che ne toirlievano materia d ornamentazione architettonica e contro 



^a' 



scultoria, spesso satirica, nei bassorilievi dello chiese e delle 
tombe — acquistavano un signiticato di temeraria allegoria 
])olitica. Non potrebbe essere più curioso, a tale riguardo, l'aned- 
doto narratoci da un contemporaneo, Rolandino padovano. 

Nella sala del podestà di Padova, dove si raccoglievano a 
conversare molti cavalieri e borghesi, stava, appollaiato sopra 
una pertica, uno sparviere. Uno dei presenti, uomo di lettere 
(« literatus »), vedendolo, si ricordò di certi versetti già letti 
da lui nel libro di Esopo e pensò di recitarli. Un altro li tra- 
scrisse, e il giudice del podestà, un bergamasco, senza malizia, 
li apprese e cosi, per mezzo d'un terzo, essi giunsero agli 
orecchi del podestà. Costui, un tale Ansedisio, per avere un 
[ìretesto d'opprimere i Padovani, fece imprigionare il giudice 
suo e altri cittadini, notai e popolani, che avevano ascoltato 
quei versi — e ciò, mentre Ezzelino si trovava a Verona. Ecco 
i versi incriminati, quali li riferisce il cronista. 

Acoipitrciii iiiilvi pulsurum Ijollca columhne 
Accipiunt Regom ; Rcx magis hoste nocet. 

Incipiunt de Rese queri, quia sanius esset 
Milvi bella [iati, quain sino Marte mori. 

Ezzelino, ritornato a Padova e saputo il fatto, montò sulle 
furie, tanto che alcuni fuggirono, altri rimasero ; convocati tutti 
nel palazzo, imprecò specialmente contro alcuni di quei citta- 
dini (i Dalesmanini), attribuendo loro la colpa di quei versi e 
dicendo ch'egli non era avvoltojo, divoratore di colombe, ma 
un buon padre di famiglia, che voleva liberare la casa sua 
dagli scorpioni e dai serpenti : parole tanto chiare, cotesto, che 
molti dei presenti videro in esse una grave minaccia. 

Il cronista non dice se i sospetti del tiranno e del suo po- 
destà fossero del tutto infondati, e il suo silenzio farebbe cre- 
dere di no. 



1 tiranni. 



Profezie 



7(ì INTRODUZIONE. 

In 014111 modo, l'aneddoto ricordato, oltre ad essere cu- 
rioso, giova a ritrarre la condizione deg^li spiriti in Italia a 
quel tempo le consuetudini mentali degli Italiani, in attinenza 
alla vita e alla satira politica. Non per nulla infatti maestro 
Boncompagno, porgendo nella sua Bhetorica novissima i pre- 
cetti sul comporre le « invettive » (De invectivis), aveva con- 
siderato anche la invectiva per fabulam. 
sàthlcho 9. La profezia, che aveva fatto sue prove memorabili 

Dngenta nell'antichità orientale, nella pagana e nella cristiana, lasciando 
initi.iia. yggfii indelebili nelle Sacre Carte e nelle tradizioni, che du- 
rante il Medio Evo, per le ragioni ben note, aveva cosi lar- 
gamente prosperato, rinfocolata dalle aspettazioni escatologiche, 
trovò un terreno singolarmente propizio in Italia forse più che 
altrove, durante i secoli XII e XIII. Ciò avvenne in grazia di 
quelle condizioni politiche, religiose e morali, che abbiamo già 
esposte; in grazia sovrattutto di quella rinascita di spiriti re- 
ligiosi, fortemente battaglieri, arditamente innovatori, con pe- 
culiari tendenze profetiche, onde usci e fruttifico la pianta del 
Gioachimismo. 

Inoltre col sempre più vivo ed aspro conflitto politico e 
religioso, essa acquistò un carattere sempre più risolutamente 
satirico, che del resto le era connaturato sin dalle origini, per 
cui sonò e tonò non soltanto come annunzio dell'avvenire, ma 
come grave rampogna del presente, come eccitamento solenne, 
come oscura paurosa minaccia. 

Cosi le antiche profezie rivissero, commentate, trasformate, 
adattate ai tempi moderni, e insieme, sul tipo e col gergo tra- 
dizionali, ne spuntavano di nuove, alle quali veniva attribuita 
talora un'importanza politica cosi grande, che i cancellieri d'una 
repuljblica come la veneziana , non si tenevano dall' inserirle 
negli stessi registri degli atti oftìciah. 

Basta scorrere anche per questa parte quella cronaca di 
Salimbene, il fervido gioachimita, la quale abbiamo già dimo- 
strato essere specchio fedele del Dugento itahano. In quelle 
pagine si vede agevolmente quanto attecchissero cosiffatti com- 
ponimenti nella nostra penisola. 

Ma non è il caso di riandare, classificandola ed esaminan- 
dola nei suoi esemplari più cospicui, ([uella produzione pseudo- 
profetica, ora in prosa, ora in versi, ispirata a fini politico- 
religiosi, e per ciò appunto divenuta arma poderosa nelle mani 
dei contendenti dai campi avversi, dei guelfi e dei ghibellini, 



iNTRonrzioM;. 77 

(lei partigiani dell'Impero e dei faufori della Chiesa e dei Co- 
muni italiani, e, verso la tine del secolo, anche dei seguaci o 
dei nemici degli Angioini francesi, hramosi di soppiantare, nei 
diritti e nell'autorità effettiva, i Cesari tedeschi. Non è il caso, 
dico, di far questo, perchè una tale materia esce troppo dal 
campo letterario, tanto è greggia e confusa meschianza di ele- 
menti, in un gergo stereotipato, tratto spesso dai sacri testi ; 
interamente nulla come documento letterario — vera negazione 
di qualsiasi forma e intenzione d'arte -- ma preziosa, tal- 
volta, per la storia del pensiero politico-religioso. Di questa 
importanza storica sono prova non duhbia i molti lavori di re- 
centi critici, particolarmente tedeschi, ai quali rimando, in nota 
i lettori desiderosi di più ampi ragguagh. 

Solo osserverò che non vi fu, io credo, alcun altro ge- 
nere di componimento che andasse come questo soggetto a gravi 
rimaneggiamenti, a trasformazioni addirittura radicali, che ne 
mutavano il cai'attere e il significato; e aggiungerò che la co- 
noscenza di questa produzione giova in modo speciale agii 
studiosi della Commedia dantesca. 

Gioacchino di Fiore, « di spirito profetico dotato », le Si- 
bille, Merlino, mago e profeta, erano i preferiti « prestanomi » 
di questa letteratura pseudo-profetica, nella quale le passioni, 
le fantasie, le aberrazioni ed esaltazioni mistiche che agitavano 
il campo politico e religioso, nell'Italia del Dugento, si scon- 
travano non di rado con le leggende germaniche, vere apo- 
teosi profetiche del Barbarossa, con adattamenti curiosi rina- 
scenti attorno alla figura e su dalla tomba del secondo Fede- 
rico, lo Svevo divenuto protagonista e segno cosi di raffigurazioni 
entusiastiche, come di vituperi infiniti. 

I più fervidi collaboratori in quell'officina di prodotti 
pseudo-profetici erano i seguaci del Gioachimismo appartenenti 
alle file dei due ordini maggiori, il francescano e il domeni- 
cano, che alimentavano quello spirito di riforma e di ribellione 
contro la mondanità e la corruttela e l'avarizia della Chiesa, 
e, spesso, contro le sopraffazioni del Cesare tedesco. Il quale, 
in certi casi, era rappresentato come un terribile flagello o mar- 
tello {malleus) della Chiesa^ destinato a fiaccarla, finché essa 
alla sua volta si sarebbe rilevata a vita nuova, sotto la guida 
dei due Ordini saddetti; era considerato quindi come uno stru- 
mento necessario, provvidenziale per conseguire le desiderate 
riforme. 



78 INTRoDrZloNK 

Uno dogli esempi più carattei'istici di (pie.sla produzione, 
e insieiue dei l'iinaneggiaiiieiiti ai quali essa era sottoposta, è 
il ritmo RoìUfi, din tituhans, lomjis Cì-rorilms aria , tante 
volte citato e ri[)rodotto, e che forse, nella sua forma pi'imi- 
tiva, era un dialogo o contrasto immaginato fra i rappresen- 
tanti delle due autorità avverse, l'imperatore — Federico II 
— e il pontefice (Gregorio IX?) o la Chiesa. 

In alcune redazioni di esso trionfa lo spirito guelfo, pro- 
l)al)ilmente l'originaiio, in altre, invece, lo spii'ito ghibellino, 
fortemente antichiesastico; in alcune esso rientra por certe 
sue parti , nella serie di quelle profezie « di città » , nelle 
quali erano passati in rassegna profetica i vari centi-i della 
penisola in attinenza con gli avvenimenti del giorno e con le 
vicende della lotta politica. 

Ai frati profetizzanti sciagure lo Svevo contrapponeva 
l'opera dei suoi astrologi e profeti, fi'a i quali era suo favorito 
e pili ^degli altri famoso , quel Michele Scotto (o Scoto) che 
l'Alighieri non risparmiò insieme con Asdente e del ({iiale, ai 
tempi del Divino Poeta, il cronista Pipino sapeva che compia- 
cevasi di profezie, soggiungendo:* Edidit enim versus quihus 
(luarundam urljium Italiae ruinani variosijue praedixit even- 
tus ». E a lui appunto fra Salimbene aveva attribuito i Futura 
praesar]la Lomhardiac, Tuscìni\ ecc., nella quale profezia 
fa capolino, verso la fine, rifatta alla ghibellina, l'altra Roma 
diu tituhans. 

Questa produzione andò complicandosi, via via, con gli av- 
venimenti storici, ma anche perdendo di novità e di forza, at- 
traverso tutto il Trecento, vestendo le nuove forme volgari; 
produzione in gran parte caotica, dalla quale l'Alighieri seppe 
trarre la luce della sua « profezia », terribilmente, insupera- 
bilmente satirica. 

VI. — La satira nella poesia provenzale. 

(sec. XII-XIII). 

l'ocsia 1. Allorquando in Italia la Musa latina continuava a far 

riuvonza. udir(i la propria voce, anche in tono di satira, e il volgare 
sorgeva appena, timido e incerto, a dignità letteraria, oltr'Alpe 
una copiosa fioritura di poesia d'arte romanza, in lingua à'oc, 
andava ormai declinando e avvizzendo rapidamente. In questa 
produzione la satira ebbe un'importanza tutt' altro che trascu- 



INTRODUZIONE. 



79 



l'aitile anche da^-li iudai^atoi'i della iio-ti-a poesia satirica. Un r.i pi 



iiiiii/,1' 



l»re^iudi/io, tuttoi-a tenace nelle persone colte — s' iiiti^ndc 
l'iioi-i della cerchia di ({uesti studi speciali — ha avvezzato i 
più a ceiisidei-ai'e la Provenza cavalleresca come la terra esclu- 
sivanieute sacra ai canti d'amore, e quella sua poesia, come 
un grande coro melodioso, quale di usignoli, a primavera, « nei 
verzieri di Tolosa»; si che il parlare di satira provenzale 
fa in più d'uno l'effetto quasi d'una contraddizione in termini, 
l^ppure, buona parte, e non la meno pregevole, del patrimonio 
poetico di Linguadoca è formato di rime didattiche, morali e 
[•olitiche — voci gravi, sdegnoso, iraconde e guerriere — dalle 
quali si eleva la nota dominante della satira. 

Non a caso, duiKjue, il Petrarca, forse per una felice re- 
miniscenza d'un verso dantesco, immaginava di vedere, tra i 
vinti da Amore trionfante, una schiera folta di poeti, quei tro- 
vatori « a cui la lingua Lancia e spada fu sempre e scudo 
ed elmo ». 

Bollo, il veder trapassare nelle nuove forme romanze 
la materia satirica già da noi studiata nella poesia latina del- 
Tultimo periodo, dalla quale anche l'occitanica ritrasse in parte 
quello schematismo tradizionale e convenzionale, cioè quella 
eredità di tèmi fissi di satira, che toglieva originalità e no- 
vità alla produzione trovadorica, ingenerando non di rado sa- 
zietà e monotonia. 

Agli stimoli generali, già additati, e anch'essi preesistenti 
e persistenti nella poesia satirica d'oc — cioè all'aspirazione 
al meglio, all'incontentabilità propria dell'umana natura, al di-- 
sdegno della realtà, troppo disforme da quegli ideali, al pessi- 
mismo alimentato dallo spirito religioso e dalle vicende poli- 
tiche — altri se ne aggiungevano, che giovavano a imprimere 
in quella produzione i segni d'una ben distinta individualità 
artistica. Fra questi stimoli nuovi meritano d'essere menzionate 
le attinenze di quella vita provenzale, e quindi di quella prò- ^Jj'iypj.'j^ 
dazione poetica con la feudalità, le lotte della Francia meri- venza. 
dionale con quella del Nord, e le guerre religiose, onde fu de- 
solata dapprima e poscia fiaccata l'esistenza sua. Ma intanto 
il patrimonio di quella poesia satirica ricevette notevoli e fortu- 
nati incrementi. 

Infatti essa sorgeva, non di rado, direttamente da tutta 
quella vita, da quella temperie morale, politica, .sociale, nonché 
letteraria; era frutto d'azione viva, azione essa medesima, 



Stimoli 
particolari 



80 INTRODTTZIOXr:. 

co-si allorquando era 1" espressione genuina dei convincimenti 
personali dei trovatori, come allorquando questi si facevano 
interpreti e difensori, animosi e punto disinteressati, anche 
delle violenze, delle soperchierie e delle iniquità di principi e 
baroni, di prepotenti signori feudali; onde in tali casi essi si 
proclamavano con esagerata jattanza e spesso si stimavano 
investiti d'un' alta missione di moralità pubblica e di giustizia 
politica da compiere col canto. 
al'tiniziono. ~- Simile a Cìiraut Riquier, secondo il quale la poesia tro- 

deiiasa- yadorica, arte di jof/laria, era sorta « per metr'els bos en via 
vadorica. ]) alegricr e d'onor », il nostro Sordello, nel Dociimentum hono- 
ris, il noto ensenhmnen, attribuiva ingenuamente la malvagit;i 
imperante, baldanzosa e impunita, nel mondo, alla mancanza di 
riprensori coraggiosi, si che ogni uomo si dava tranquillamente 
al mal fare, egli diceva, « quar no troba qui l'en reprenda ». 
Ciò non ostante, la satira era entrata nella poesia proven- 
iva satira zalo sìu dalle origini, sebbene vigoreggiasse sovrattutto fra la 
L,H^sfra- metà del XII e la metà del XIII secolo; onde in quel tardo 
,nurs. («odice dell'arte poetica occitanica che sono le Leijs d'amors. 
toccandosi delle varie specie di rers , insieme con quella di 
amore e di lode, vediamo annoverata quella di riprensione o 
di biasimo, cioè la satirica {de rcprehenslo). 

La forma preferita dall'uso, anzi originaria e quasi con- 
11 seiven- naturata, della satira d'oc, fu il serventese , (swventes , sìr- 

tese. ' ' j V 5 

vcntesc o sirventesca), metricamente non diverso dalla canzone. 
Di esso appunto le Leys testé ricordate dicevano che « deu 
tractar de reprehensio o de maldig general , per castiar los 
fols e los malvatz , o pot tractar quis voi del fag d" alquna 
guerra »; ed Uc Faidit ne aveva data una definizione, clie, comun- 
que esagerata, per noi riesce singolarmente preziosa, poiché da 
essa parrebbe che il serventese dovesse essere esclusivamente 
satirico: « Sìrventes, id est cajitio facta vituperio alicuius ». 
Le eobias A quosto modesimo officio servirono, anche le cobbole 

"ì7aT.' (coblas derizorias), o raggruppate a botta e risposta fra i 
due contendenti, o spicciolate (esparsas), il più delle volte con 
fini satirici meno elevati, anzi bassamente p 'rsonali. 

La ten- pi{j tardo 6, Vedremo, più raro, sembra sia stato l'uso della 

zone sati- ' ' '^ ' 

rica. tenzone {tenso) con carattere esclusivamente satirico; un 
componimento che, in fondo, quando è tale per la contenenza, 
non differisce dalle coblas , anzi non è se non una serie , di 
solito non brevissima, di cobb')le che si svolge a coppie. 



INTRODUZIONE. 81 

3. Della produzione satirica provenzale si potrebbero prò- ciassitic,-,- 
poire — e furono già proposte — varie classificazioni^ s'ui'rap'o' 
corrispondenti ad elettive varietà di essa, desunte dalla ma- ^^''^aio. 
teria; ma, senza entrare qui in discussioni e distinzioni troppo 
minute, ci accontenteremo d'una rapida enumerazione fatta se- 
condo i semplici criteri adottati per la poesia latina dell' età 
medievale, e prendendo a base quel componimento che, si è 
detto, domina quasi esclusivamente nella poesia satirica d'oc. 

Gli esempì più insigni di serventese morale-satirico ci n seivon- 
porge Peire Cardinal, fiorito nei primi decenni del sec. XIII, munuc-sa- 
mae^ro veramente in tal genere , onde il Uiez ebbe a dire ^'"'"'' 
con ragione ch'egli fu per questo genere quello che, pel sor- cardinal, 
ventose politico, era Bertrando Born. Anche il figlio del cavaliere 
alvergnate, zelante, appassionato, considera questo del poeta 
satirico come un ministero nobilissimo e perciò doveroso, tanto 
che « (^)ui ve gran maleza faire De mal dir no se deu 
traire ». 

Cosi appunto egli incomincia un serventese, che appartiene La satira 
ad una varietà assai comune della satira occitanica, quella nella 'd'i'sJi'^T 
quale è presa di mira una particolare classe sociale o 'si-mf 
professione, oppure un certo vizio determinato. In queste ';[i*'|:p,!if 
sue strofe, rapide, nervose, incalzanti, il Cardinal offre un pie- vizidetor- 
colo saggio di quella « gesta » ch'egli vorrebbe narrare ad 
infamia dei ricchi malvagi « rics hom mais», o « croi rie », 
contro i quali lancia i suoi dardi in altri due serventesi {Rics màìvà'-i. 
ìiom que (jreu dilz vertat e leu men, e Tos iemps azir fal- 
srlat et enjan), l'ultimo, ben più vivo ed originale, dov'è , fra 
l'altro, notevole il rinfaccio che il poeta fa ai doviziosi, di mo- 
strare tanta pietà verso i poveri, quanta Caino verso Abele: 
mentre altrove (serv. Lo saber cV est segles foudatz) egli si 
lagna fieramente di vedere i ricchi proclamati savi e i poveri 
folli e cattivi, e si dichiara nemico della ricchezza disone:;ta 
e pietoso alla povertà virtuosa, vittima degli usurai trionfanti. 
Fra questa gente, che faceva mal u.so delle proprie ric- 
chezze, e contro la quale, non senza motivi politici, Ber tran i'arar.'.u 
do Born scaghò la sua maledizione {Del malralz barons), e '""■'="'■ 
levarono la lor voce anche Guilhem Figueira ed altri mi- 
Jiori, si capisce fossero compresi, e nella realtà storica e nella 
intenzione dei poeti, anche molti baroni e grandi signori. A 
costoro , come , in genere , agli indegni rappresentanti della 
classe dominatrice, i trovatori non risparmiarono severe invet- 

CiAN — La Satira, 6 



iiiiiiati 



contro i 
ricchi 



Contro i 
lia rolli e 



C'olino 
villani. 



82 INTRODUZIONK. 

tive e sarcasmi amari ; e fra i primi vanno ricordati , oltre 
allo stesso Cardinal (che proclamava i baroni « mesquis , 
Paubres d'amor e de feunia rics, Sors en erguelh, en valor 
deschauzitz , Amics de tort et de Dieu enemics »), un altro 
maestro in questo genere, Guiraut de P> or nel li, con accenti 
accorati che conferiscono profondità ed efficacia alla sua sa- 
tira, e il nostro Bonifacio Calvo , al quale pareva giusta 
naturale punizione che i grandi signori rimanessero ormai 
privi di servitori fedeli {An (jì-an dreg san maint gran seinìioì- 
del mon Sempre de hos servidors sofraicltos, ecc). 

Ma nella loro opera di censori instancabili quei poeti non 
usavano parzialità o preconcetti ingiusti ; e come colpivano le 
classi più elevate, cosi facevano oggetto dei loro scherni e delle 
loro aspre riprensioni anche le classi più umili, sino alle quali, 
del resto, la loro parola non poteva giungere. Tali i villani, 
Contro i non esclusi i villani arricchiti, contro i quali si scaglia- 

aiiicchiti. rono Bertran de Boni e il Cardinal. 

4. Lasceremo il serveiitese più propriamente morale e 
generico, di cui, nella decadenza della poesia provenzale, fu 
cultore fecondo ed elegante, ma talora freddo e scolorito, Gui- 
raut Riquier, il trovatore « dottore » che trattò con arte sa- 
piente anche l'epistola puramente didattica. Un gruppo più nu- 
meroso e per noi più notevole è quello dei serventesi, nei quali 
la satira, sorta da un vivo sentimento morale e religioso, di- 
venta nelle mani dei trovatori un flagello furiosamente agitato 
contro il clero in genere e in particolare contro gli abusi 

'almlTciel' della Chiesa romana. Nella poesia trovadorica, non meno che, 
''deua*' ^' ^ visto, nella poesia latina del Medio Evo, questa satira 
Chiesa antichiesastica trabocca come una corrente, spesso torbida 

l'Alunna ' -*■ 

e violenta. 

Le sanguinose lotte di religione e sovrattutto ({uella degh 
Albigesi, scoppiate sul principio del sec. XIII, spiegano questa 
abbondanza e questa, direi, recrudescenza di satira, dalla quale 
insieme con non poca Ijanalità e monotonia di luoghi comuni , 
derivano ai serventesi una forza e un'originalità, onde il vec- 
chio motivo satirico , tanto abusato , apparisce come ringio- 
vanito. 

In mezzo alla schiera di trovatori, che si direbbero muo- 
vere concordi ad una tumultuosa crociata poetica, contro quella 
cruenta, guidata da Simone di INIonfort, spiccano le due figure 
del Cardinal e di Guilhem Figuoira, il nobile trovatore 



romana. 



INTRODUZIONE. 



83 



\ncora 
Pei re 



G il liglio d'un calzolaio tolosano, uniti in una causa comune. 
Venuto in Italia a rinfocolare lo sue ire alla corte di Fede- ca''ii"--» 
l'ico II, il primo rivela in questi servontesi tutta la pienezza 
e la potenza d(dle sue facoltà di poeta, onde non sembra in- 
teramente immeritata la lode che ebbe a dargliene un critico 
autorevole, il Jeanroy, mettendolo fra i piìi grandi poeti sati- 
rici che sieno mai esistiti, dopo che un altro ottimo giudice, 
il Fauriel, lo aveva dichiarato il trovatore più ricco di « esprit » 
nel senso moderno della parola. 

Il Cardinal si propone d'essere sovrattutto chiaro nel suo 
dire, dacché il silenzio , 1' oscurità , 1' equivoco gli parrebbero 
una prova di complicità nel male; vuol denudare, senza ri- 
guardi né timori, tutte le brutture dei chierici e i loro « crois 
faitz ». Ma egli ha un bel dichiarare che i suoi colpi vanno a 
ferire solo i chierici ingiusti, « selhs que fan de tort drechura » ; 
è innegabile che, a quella guisa che qualche cosa d'ereticale 
rimaneva sempre attaccato al pensiero, alle parole, agli atti 
di (juei santi popolari, non escluso S. Francesco, alcunché di 
molto ardito, di teologicamente incriminabile é talvolta nei suoi 
sfoghi violenti. 

Infatti, come nella poesia latina, cosi nei suoi versi, non 
pure gli ecclesiastici indegni, ma tutta la « Santa » Chiesa fini- 
sce con r essere accusata da lui per venale (« Vejas com es 
Sancta Gleiza vena! ») , si ch'egli proclama i pastori messag- 
geri dell'Anticristo e destinati dalla giustizia divina ad esser 
precipitati nel fondo dell' inferno. Rileva inoltre e deplora la 
cupidigia di guadagni illeciti e le tendenze teocratiche della 
Chiesa, formata di lupi rapaci in veste di pastori {Li clero si 
fan pastor) ; denunzia poi nel clero la contraddizione conti- 
nua fra le parole e le opere , che doveva produrre i pii^i tri- 
sti effetti. Sogliono dire (canta egli nel serv. Vafar del Conle 
Guion) che rubare la roba altrui è peccato criminale, ma essi 
medesimi ne danno il brutto esempio : nelle loro prediche so- 
gliono ripetere che l'uomo deve amare anche il proprio ne- 
mico, ma essi mostrano di fare tutto l'opposto. Una cosa di- 
cono, altra ne operano i predicatori dal pergamo, ond' egli 
si sente spinto a prendere le loro veci e a intonare il suo 
sermone, che è un servèntese, sentenzioso, ma caldo e forte 
e veramente morale [Predicator lene per meillor). 

Contro questa funestissima ipocrisia del clero altri trova- Bertran 
tori inveivano, fra i quali merita d'essere ricordato Hertran 
C a r b n e 1. 



Carlionel 



l''iffneii':i 



84 INTRODUZIONE. 

Vivo, vigoroso, netto nell' immagine, incisivo nell" espres- 
sione e nel tom[)() stesso vario, il Caivlinal sa passare dairin- 
vettiva allo schei-no , <lair apostrofe all' ironia, nella rpiale si 
rivela maestro. 

Ancor piii implacabile di lui contro gii ecclesiastici, conti-o 
Roma papale, veemente sino alla esasperazione, sino al furore, 
ma meno sobrio e meno vario, è il Figueira, che intonava il suo 
canto fuggendo gli orrori della Crociata Albigese, il cuore gonfio 
di odio e d'ira. In generale la prolissità e la violenza soverchia 
nocciono a questi suoi serventesi, come a quello , più famoso 
degli altri, contro Roma (Z)' un sirventcs far) , che bene fu 
detto un'immensa litania, nella quale quasi ognuna delle ven- 
titré strofe incomincia col nome della città esecrata , che il 
poeta proclama capo della decadenza e inizio d'ogni ruina del 
mondo (« Caps de la dechansenza <)n dechai totz bes », che 
è « il capo reo » dantesco , che « lo mondo torce »). Contro 
essa, getta in faccia, maledicendo, tutti i delitti perpetrati, 
tutte le infamie, ultima, le stragi di Tolosa, con un « crescendo » 
indiavolato, che sembra preludere, superandole d'audacia, le 
invettive dell' Alighieri. 

A ((uesto, die è un vero squillo di tromba guerriera, un 
canto satirico di vendetta e di sfida , doveva assicurare piii 
pronta e larga diffusione l'esser foggiato, come dimostrò il 
Rajna, sul modello, e probabilmente anche sulla musica d'una 
preghiera in versi alla Vergine {Fior de para/lls), senza dub- 
bio assai nota a quel tempo. 

Al qual proposito e per dare un'idea dell'impressione die 
il fiero serventese suscitò nei contemporanei, giova rammen- 
taro che in difesa di Roma, cosi duramente assalita, sorse una 
donna di Montpellier, (lermonda, zelante e pia, ma, per sover- 
chio zelo fanatico, non pietosa, la quale rispose per le rime 
con un altro serventese a quello del trovatore tolosano. 

< Questi canti di spirito fortemente antichiesastico formano 
un gruppo numeroso e prezioso, tanto che il Brinckmeier mezzo 
secolo fa potè comporue un volumetto che i Riformatori lute- 
rani del Cinquecento, se l'avessero conosciuto, avrebbero messo 
accanto ai Carmina raccolti dal Flacio. 
:^ satira 5. Ad OSSO ben s'accompagna, e per la materia e pel seu- 

vc'iufìsì', timento che lo anima , spesso di satira aspra rampognatrice, 
un altro gi'uppo, quello dei serventesi crociati, nel quale 
figiu-auo d(^gnameiite, iusieme con Peire Vidalecon F(tl([net 



nei S(M- 
vcntfìsì 
iTociati 



INTRODUZIONE. 85 

(lo lioinan';. i nomi di (iavaudau o d'un ignoto Tomplario, 
(iri,i;-iiiale , ([iiesf ultimo , per impeto d'invettiva sarcastica; 
ruppi) elio si collega strettamente anche con quoillo dei sei*- 
^ tintesi [ìolitici, nonché, si capisce, dei morali e sociali. Ikisti 
ricordare il celebre serv. Tomaiz es en pane de valor, di 
FoI(iuet ora citato , il quale incomincia con un rude assalto 
contro il clero, la piti corrotta di tutte le classi (« E '1 clergue 
Min ja li peior »), per istinto ed uso dedita al male e al pec- 
cato, e contro i ricchi malvagi, cupidi, ingannatori, viziosi, tali 
(;he il poeta invoca la venuta d'un signore potente, destinato 
a toglier loro le ricchezze, dandole ai virtuosi, come soglion 
lare i podestà lombardi! « E mudes totz los rics maluatz Si 
Clini fan Lombartz poestatz » — cioè « cambiando condizion 
ricchi e mondici », canterà, un secolo dopo, l'Alighieri. E 
come a costui sorriderà in un certo momento la immagine dello 
Scaligero redentore, cosi al trovatore, randagio anch'egli per 
le terre d'Italia, splendeva la figura di Federico II, nel quale, 
crociato per servire Dio, egli riponeva le sue speranze. 

Questo spirito di satira morale e sociale tendeva talvolta satira 
ad assumere una forma ciclica, tale cioè da comprendere in cTraueré 
sé tutti i vari tèmi che abbiamo annoverati sino ad ora e che ridico. 
ci sono apparsi trattati sparsamente e separatamente; il che 
non era altro se non l'addottare e trasformare una consuetu- Rassegne 
dine della poesia latina medievale. Di tah rassegne satiriche, ^^^"''°''''- 
più e men vaste, delle varie classi e professioni sociali, che 
talora si svolgevano parallelamente con le corrispondenti ras- 
segne di vizi, ci porgono esempì notevoli, meglio che Pons 
de la Garda e Raimon de Castelnau, il Cardinal, ori- 
ginale e vivace nelle sue fiere rampogne contro laici e chie- 
rici, cavalieri e villani, contro tutti gli ordini della società del 
suo tempo, inesorabili, ma — bisogna riconoscere — quanto 
più ampie, tanto piii innocue. Che queste riviste satiriche fos- 
sero tuttavia conformi ai gusti di quell'età è comprovato dal 
grande favore che esse ebbero, tale che si compiacque d'ac- 
coglierle Matfre Ermengau nel suo vasto poema enciclopedico- 
didattico, il Breviari d'amor. 

6. Senza confronto più varia, più colorita e storicamente La 
e artisticamente più pregevole è la satira politica , anche poutica. 
se, lungi dall'essere ispirata ad alte idealità, apparisce nella 
maggior parte dei casi docile stromento di passioni e d' inte- 
ressi personali. 



.lo n.-fii. 



86 INTRODUZIONE. 

Ili essa il frovatore, lasciato le industriose variazioni sul- 
l'amoi' galante, ci si presenta come figlio non meno legittimo 
del tempo suo in veste di araldo della guerra civile e della 
feudalità più oppressiva e violenta, impotente, ma generoso 
osteggiatore dei Francesi del Nord. 

Maestro di questo genere fu, in sul cadere del XII secolo, 
il dantesco Ber tran de Born. 

Nei suoi serventesi spira un soffio fragoroso di passione 
politica e guerriera; la satira è in essi un grido che pare con- 
fondersi con gli squilli della battaglia e il rullare dei tamburi. 
Invano cercheremmo nei suoi versi le declamazioni, i lamenti, 
i rimpianti; la sua lira satirica è monocorde, Tintonazione co- 
stante è l'invettiva lirica di carattere politico, ma di fondo 
personale. Infatti la sua satira politica non s' ispirava, né po- 
teva ispirarsi ad alte e pure idealità patriottiche; aveva sempre 
la propria origine nelle vicissitudini varie di quelle rabbiose 
lotte della feudalità, negli interessi personali del poeta. Perciò, 
a chi conosca quella storia e quella poesia, il battesimo datogli 
di Tirteo medievale suona, o stuona, come un anacronismo in- 
felice; meno improprio, forse, il dirlo un Vincenzo Monti della 
feudalità francese, cioè, nel suo mutar parte « dalla state 
al verno » , pii^i pronto , più sfacciato , men giustificabile del 
poeta italiano. 

Incostante nel biasimo, come nella lode, fu ostinato nelle 
sue acri censure solo contro Alfonso li, re d'Aragona (serv. XI, 
XII nell'ediz. Thomas), del quale rimescola la vita privata, as- 
sumendo talora il tono ironico del precettore che voglia im- 
partire buoni consigli {chastiar), ma in generale, A^arcando tal- 
mente la giusta misura, da cadere nel libello. Non risparmiò 
Filippo Augusto, re di Francia; i suoi fatti (egli cantava con 
un'immagine cara ai trovatori, serv. V, 50-2) diventavano di 
stagno, mentre varrebbero di più se fossero d'oro; e più tardi 
lo giudicò piuttosto frate imbelle che re valoroso (serv. XVII, 
50-1). Biasimò la povera corte di Enrico II, re d'Inghilterra 
(serv. V), rivolse i propri entusiasiui interessati verso il figlio 
suo Enrico, « il re giovine », lo aizzò contro il padre, ma 
quando lo vide tentennare, lo proclamò re dei malvagi, cioè, 
in tal caso, dei vili (« reis dels malvatz », serv. IV, 8). 

E allora e poi la sua satira fu e interprete ed eccitatrice 
di dissensioni civili, fu (checché altri abbia pensato in contrario) 
come una fiaccola di discordia ch'egli agitava con infernale 



INTRODUZIONK 87 

voluttà anche iioUa raniig'lia regale d'Inghilterra, onde T Ali- 
ghieri nella visione poetica che ebbe del Signor d'Altalbrte, 
nella condanna che grinflisse fu meno di quanto non si creda 
lontano dalla verità storica e dalla giustizia. Infatti non ò im- 
probabile che l'acerbo serventese spingesse Enrico a riprendere 
le armi, con gioia del trovatore, al quale (piel principe richie- 
deva e dal quale ottenne un nuovo canto (serv. V), quasi a 
cancellare l'impressione del primo. Tanta era la potenza di 
quella sua satira politica ! 

Ma, quando, per la morte precoce del suo signore valo- 
roso, ch'egh pianse in due nobili serventesi, si vide tolto Altaforte, 
si inchinò, anche coi suoi versi, al vincitore; e quando, per la 
generosità di questo, il re d'Inghilterra, riebbe il suo castello, 
diventò devoto a lui e al figlio Riccardo, e, fatto sicuro da 
quel lato, si mostrò invece spavaldo riprensore e sfidatore dei 
baroni limosini (serv. Vili). 

È curioso peraltro il notare , come segno dell' indole sua 
e dei tempi, ch'egli conservò sempre una certa libertà di giu- 
dizio, anche sul conto di Riccardo Cuor di Leone, il suo nuovo 
idolo, ch'egli usava designare col nomignolo di Messer Si e 
No {nOc-e -No), nomignolo scherzoso, ma non senza una 
punta di satira, agrodolce. 

Efficaci senza dubbio, potenti, i suoi serventesi satirici, e 
({uesta efficacia e questa potenza il poeta ben conosceva , e 
sapeva proclamarle e trarne partito, senza ipocriti infingimenti. 
Anzi, quando esaltava la guerra, come unica medicina contro 
l'avarizia e la viltà imperanti nel mondo , non dissimulava le 
speranze ch'egli aveva pei suoi interessi personali (serv. XIX, 
e segg. ; XXVI, 28 segg.): e mentre in servigio della sua sa- 
tira metteva un'arte insuperata, il linguaggio incisivo, caustico, 
l'apostrofe iri'uente, il sarcasmo amaro, una varietà sapiente 
di versi e di strofe, il futuro certosino provava e trasfondeva 
nei suoi lettori e più negli uditori aftuUantisi intorno a Pa- 
piols, il fido giullare, l'ebbrezza e la violenza della sua pas- 
sione, l'istinto guerriero anzi sanguinario, e faceva parere ter- 
ribili quei suoi atteggiamenti di Gi-adasso, che oggi ci tentano 
al sorriso . Questo è certo che , in mezzo ai gran tumulti di 
quelle lotte feudali e in cospetto delle Crociate, il barone li- 
mosino si dimostrò ben più forte nel maneggiare 1' arme del 
serventese satirico, che non la lancia del cavaliere; ma solo 
cosi egli si salvò dall'obblio e me rito la gloria e l'infamia dal 
divino Poeta e dalla storia. 



88 INTRODUZIONE. 

La salila Noii fU rado la satira politica di Provenza, pietosa ai de- 

m^nùV. riniti o ag-li sventurati illustri, spietata ai vivi o indeg'ni o in- 
lami, si giovava della forma del lamento (planh), il quale, 
mescolandosi al canto crociato (come nell'originale t-ers del 
Lnrador di Marcabrun) faceva sentire più efficace la voce del 
l)ul)l)Uco censoi'e. E per questa via si giunse al punto che in 
certi casi il lamento assumeva un carattere addirittura sati- 
rico; di che è esempio famoso quello che ci porge l'italiano 
Sordello, col serventese in morte di Blacas, il cavaliere e 
trovatore virtuoso. Per quanto fosse tradizionale il motivo alle- 
gorico del nobiUssimo cuore diviso e dato in pasto ai vili prin- 
cipi del tempo, par difficile poter negare o sminuire l'efficacia 
di ({uel serventese , la quale anzi doveva riuscire tanto più 
grande, quanto più diffusa e gradita era la finzione dalla quale 
scaturiva spontanea, irresistilnle la satira stessa. 

La parodia, che ne fu fatta da due trovatori, lo conferma. 
Né va taciuto il bel lamento che Peire Vidal compose (1193- 
94) per la prigionia di Riccardo Cuor di Leone, e nel quale 
non sono risparmiati il papa coi falsi d.ottori e i re di Spagna 
e in generale, i Cristiani colpevoli. 

Aitii ita- Quest'arte satirica mostrarono d'avere bene appresa an- 

che altri trovatori nostri, fra i quali meritano particolarmente 

B. Calvo, d'essere menzionati i due genovesi Bonifazio Calvo e Lan- 
franco Ci gal a; quegh, destro nel prendere di mira il re di 
Castiglia , questi nel saettare coi suoi serventesi Cuglielmo 
marchese di Monferrato e nell' a.ssahre con le sue invettive 

L. cigaia. miste ad ironia Moroello Malaspina, esempio quest'ultimo sin- 
golare di satira politica personale, perchè le rampogne sarca- 
stiche contro il marito si uniscono con le lodi alla moglie sua 
Berlenda, acquistandone quasi un rilievo maggiore. 
Satira Di quando in quando il serventese politico, che colpiva 

loteimi- specialmente determinati individui storici viventi, principi e 
l)aroni, si compiaceva di dileggiare un popolo intero, per ta- 
luni suoi difetti, divenuti tradizionali e in -certo modo acuiti 
da particolari contingenze della politica ; cosi i Tedeschi li 
vediamo da Peire Vidal e da Peire de la Cara vana scherniti 
per la loro parlata barbarica, bestialmente incomprensibile, e 
per la rozzezza dei costumi, e gli Italiani del Nord per la loi'O 
indole mercantilmente imbelle, si che lomhart divenne, pur- 
troppo, sinonimo di vile poltrone, anche nell'epopea francese, 
e SUggeri al Bremon un'ingiuria sanguinosa, un vero schiaffo, 



nat 

|icrMO- 

iiaij.t^i ]J0 

]'itÌL-i. 



Contro, 
]iopoli. 



INTRODUZIONE. 89 

che iiitìis.se di rimando a Sordello, l'insolente avversario. Alla 
sua volta Bertran de Born sferza i Brettoni , Peire ('ardinal 
lancia V accusa di avarizia contro i Francesi , e il veneziano 
Zorzi, in un serventese contro il re di Francia, maltratta i 
iienovesi come peggiori dei Giudei. 

7. Come s'è visto, nella satira politica di Provenza, rifug- Ì^^^Hl'^t^ 
gente, per fortuna, dalle astrazioni retoriche e morali, altlionda, personale. 
anzi è caratteristica, la tendenza personale, che, ispirata 
a sentimenti e a vicende transitorie , era più forte , in certi 
casi, della fede politica cui il trovatore s'era votato come ad 
una causa sacra. Tale è l'esempio del violento serventese che, 
probabilmente nel marzo del 128!), il Figueira ghibellino lan- 
ciava contro Federico II. In questo gruppo rientrano i due 
serventesi, tutti vibranti d'ironia mordente e tagliente, che si 
scambiarono il Marchese Lancia e Peire Vidal , l' imperatore 
greco da burla. 

Ma appunto in grazia di questa tendenza personale il ser- 
ventese diventava anche arma quasi cruenta di grandi duelli 
politici, i cui combattenti erano talora i protagonisti sulla scena 
storica di quel tempo, quali furono, sul cadere del sec. XII, 
Riccardo Cuor di Leone, che dovette peraltro usare la lingua 
d'oH e Roberto I, delfino d'Auvergne, il quale ebbe a rissarsi 
pure, per una cagione meno alta, e punto cavalleresca, con 
Peire Pelissier. 

Non sempre questa satira personale era bassa contesa d'in- 
dividui, per quanto altolocati; anzi essa s'innalzava, all'occa- 
sione, si da diventare, almeno nelle intenzioni del trovatore, 
strumento efficace della giustizia punitrice dei delitti là dove 
la consueta giustizia dei tempi feudali riusciva impotente. Valga 
a dimostrarlo il nobile serventese di Peire Cardinal contro un 
cavaliere omicida. 

Alle contenzioni e alle baruffe più propriamente e volgar- ^^ satira 
mente personali pareva adattarsi meglio la forma più breve ''''""n^ne'^ 
ed agile delle cohlas (coblas deì^izoì^ias), ora aspre, scan- cobias o 
dalose, triviali, come quelle di Duran e di Raimon de Miraval, 
ora soltanto epigrammaticamente acuminate, e che non di 
rado rimanevano (colpa dei manoscritti?) senza risposta. Fra i 
migliori saggi di questo gènere di componimenti sono quelli 
di Sordello nostro, il quale .nella sua appassionata contesa con 
Peire Bremon Ricas Novas, si rivela maestro anche nella forma 
dei serventesi satirici, d'indole fortemente personale, ad uno 



nei ser- 
ventesi. 



La ir 
satiri 



!)0 INTRODUZIONE. 

(lei (jiiali {(Juan q'ieii chmites, n. A^I, ed. De Lollis) non toi^iie 
originalità l'aver desunto lo schema metrico e qualche pai*ti- 
colare da un altro del Vidal, mentre gli altri, .sovrattutto il 
tei'zo (n. A'III, ed. cit.), rivelano taU doti di sentimento e di 
arte, che il più recente editore, confermando il giudizio del 
Fauriel, ebbe a dichiarare « fuor di dubbio » questo componi- 
mento il migliore tra quelli del Mantovano, anzi tra i migliori 
che la letteratura provenzale ablna prodotto in questo genere. 
In quest'ultimo periodo della poesia occitanica, cioè a par- 
tire dalla line del sec. XII, anche la tenzone (tenso) assunse 
talvolta un carattere risolutamente satirico, come si può ve- 
dere in quella che ne è l'esemplare più tipico, scoppiata fra 
Alberto Malaspina e Rambaut de Yaqueiras, vero « crescendo » 
di ingiurie e di accuse sempre più sanguinose; tipico, e dal 
lato letterario e da quello storico ed umano, cioè come do- 
cumento della psicologia di quel tempo, infine dal lato metrico, 
essendo costituita di tre coppie di strofe alternantisi per le rime 
similmente resultanti di nove endecasillabi (ABABABABA), più 
una coppia di strofe più brevi, tetrastiche, nei cui endecasil- 
labi si ripercotono le due rime della coppia precedente. In fondo, 
si tratta anche qui di coblas, le quali, non più esparsas , si 
raggruppano e incatenano in modo da acquistare consistenza 
e carattere di unità organica. 
Salila S, In una poesia come la provenzale, che è per buona 

minile, parte un omaggio cavalleresco, comunque sino a un certo 
punto fittizio e convenzionale, alla bellezza e alla virtù della 
donna, si capisce che abbia avuto scarsa fortuna la satira 
antifemminile; ma della scarsezza ci compensano con la 
qualità loro i pochi documenti che ne possediamo, sorti proprio 
nel maggior fiorire della letteratura di Provenza, quelli di 
INIarcabrun e del Monaco di Montaudon, il quale ultimo si rivela 
fornito di originalità aristofanesca, e il gustoso intermezzo sa- 
tirico del Roman de Flamenca (vv. 557-72), romanzo che 
pure è consacrato, a farlo apposta, alla celebrazione d'una donna. 
Satira Parimenti di satira letteraria non abbiamo gran che; 

sono tuttavia eccezioni notevoli due componimenti , uno dei 
quali foggiato sull'altro, quello di Peire d'Auvernhe e quello 
del xMonaco di ]Montaudon, ambedue nella forma di rassegne, 
tra maligne e burlesche, di trovatori contemporanei e defunti; 
onde esse, nonostante l'esagerazione con cui questi sono rappre- 
sentati e la superficialità dei giudizi , riescono preziose allo 
studioso della poesia occitanica. 



letteraria. 



INTRODUZIONE. 91 

0. Per concludei-e intorno a (luesta satira di Provenza, valore 

1 1 , • ì , ,' 1 ^ ■ j. Storico 

[ii'odotto aneli ossa essenzialmente ieudale, non possiamo tacere deiia 
che il suo valore storico, discusso più volte e variamente satiììca 
giudicato, fu ti'oppo innalzato dagli uni, troppo aljbassato dagli '"z"Je"" 
altri. Allorquando si tengano presenti le condizioni particolari 
nelle quali e per le quali essa sorse e tiori, senza dimenticare 
quelle generali che danno vita alla produzione satirica di tutti 
i tempi e di tutti i paesi, quel valore apparirà innegabile, senza 
che per apprezzarlo sia necessario varcare la giusta misura. 
Non va trascurato inoltre che il Medio Evo come era tanto 
più grossolano e violento dell'età nostra nelle manifestazioni 
dei propri sentimenti, tanto meno squisita e pronta aveva la 
percettibilità e la sensibilità psichica. La portata e 1' efficacia 
morale e politica dei serventesi non potrà, se non fino a un 
certo punto, assomigliarsi a quella del moderno giornalismo, 
come fu fatto da parecchi ; pur tuttavia si dovrà riconoscere 
che essa è stata non piccola, qualora si pensi alla straordina- 
ria libertà di parola e di giudizio onde quei trovatori davano 
prova, alla diffusione larga, se non rapidissima, delle loro strofe 
fiammeggianti di passione (il Brinckmeier disse d'un serventese 
del Figueira che era « ein fulminantes Rilgelied »), favorita 
assai dal canto con cui esse si divulgavano di paese in paese; 
ove si ricordi quanto quei battaglieri poeti , veri capitani di 
ventura delle Muse, fossero presi sul serio, desiderati, ricer- 
cati , favoriti , accarezzati e temuti , anche vilipesi e fatti 
segno a minaccio non soltanto verbali. La misera fine di Mar- 
cabrun, che della violenza del suo linguaggio satirico pagò il 
fio con la vita, parla abbastanza chiaro: e al suo caso fa ri- 
scontro quello del troverò normanno Lue de la Barre, vittima 
della vendetta di Enrico I, re d'Inghilterra. 

Ma a spiegarci bene il favore eccezionale di questa satira suoi pregi 
di Provenza, sovrattutto della politica e della antichiesastica, sicrò"^o'di 
occorre tenere il debito conto del suo valore artistico, che 
nella produzione dei maggiori trovatori era grande, per l'ori- 
ginalità e varietà sua, pel forte sapore di novità, per le au- 
dacie della passione, pei segni profondi d'una esuberante indi- 
vidualità, che facevano contrasto col carattere compassato e 
troppo spesso freddo, artificióso della rimanente produzione poe- 
tica in lingua d'oc, e, appunto per questo, dovevano esercitare 
un fascino tutto speciale. Anche per ciò, che il trovatore diede 
prove insolite di vera fantasia nella satira, una fantasia 



avtc. 



92 INTRODUZIONE. 

elio oi'ii favorita, aii/,i eccitata dalle tendenze allog'oriclio <l(d- 
r ingegno medievale. Basti rammentare quella del Monaco di 
Montaudon sulle donno pittrici, la parabola di Peire Cardinal 
sulla pioggia onde proviene ruinana follia, quella di Marcabruii, 
elle si suol designare col titolo di vers del Laoador, la fontana 
miracolosa della fede, nella quale soltanto è la salvezza, alla 
quale esorta ad attingere forza gli arditi e i valenti, mentre 
ne stanno lontani tanti altri, per l'avarizia e la miscredenza 
trionfanti nel mondo fra i vili discesi dalla schiatta di Caino ; 
la profezia che lancia Peire Cardinal, secondo la quale verrà 
giorno in cui ogni buona usanza e ogni legge saranno scom- 
parse, e si vedrà il chierico scendere in campo a torneare e 
la donna salire sul pulpito a tenere sermoni, tanto il mondo 
icl segle) si va mutando in peggio, anzi alla rovescia. 

Fantasia d'arte satirica, efficace anche quando, come suole 
accadere in ogni tempo , inevitabilmente, ricreava tòmi cor- 
renti; valga per tutti il cuore d'un gran morto, Blacas, offerto 
in cibo ai vivi, nel citato lamento di Sordollo. 

Inoltre giova notare che quella maggior libertà di pensiero 
e di parola, quell'ardore di sentimento, in molti di quei com- 
ponimenti dovevano conferire più spontanea scioltezza e sin- 
cerità ed energia e quindi virtù rappresentativa alla forma , 
onde i più insigni serventosi possono stare non indegnamente 
accanto agli esemplari più perfetti della lirica amorosa. 

Questa produzione morale, religiosa, politica, sovrattutto 
nelle sue manifestazioni più propriamente politiche ed anti- 
chiesastiche, fu dunque la grande novità e una grande fortuna, 
per non dire la salvezza , purtroppo temporanea , della poesia 
provenzale. Grazie ad essa, i trovatori, che ormai si ripetevano 
alla sazietà, raffinando, impreziosendo, tormentando 1' esausta 
lirica d' amore , furono messi a contatto con la vita , con la 
realtà storica ed umana , infusero nuovo sangue nelle vene 
della loro Musa, colta da precoce senilità; le diedero, insieme 
con la « passione », come una novella giovinezza, una dignità, 
e morale ed artistica, che prima d'allora non aveva avuto, 
raccolsero una ricca e preziosa messe poetica, onde anclui più 
tardi, oltre i confini di Provenza, oltre le Alpi ed il mare, 
furono gettati germi fecondi di pensiero e di arte. 

Allorché, verso la metà del sec. XIV , le Leys d' amorfi 
riassumevano dalla tradizione satirica le norme per comporre 
e il riuildìfj gcno'al e Vespcclal, la poesia occitanica aveva com- 



INTRODUZIONE. 93 

piato ormai il suo ciclo glorioso, non era anzi altro elio un ri- 
coi'do: ([uei precettisti, per un caso singolare, parlavano ai morti. 

\'H. La satira nella poesia francese (seco. XII-XIIT). 

1. Peire Cardinal, in uno dei suoi serventesi più vivi {Quals 
aveiitura, ecc.), mentre lamenta U brutto andazzo delle cose di 
questo mondo che vanno alla rovescia, deplora che l'uomo, anche 
verso i propri vicini, si comporti peggio che non facesse Isen- 
grino (« pcjor compain/ia lur fa que 'Nscngrls ») e che il ricco 
sia anche il più forte. In un altro serventese(Mahn, Gedichte,lll, 
n. !)81, dove tocca di corti chierici nemici di Dio, pastori 
solo in apparenza, ma ben diversi nell'intimo loro, dice che 
per questo essi gli fanno ricordare ser Isengrino, il lupo, che 
un giorno, per compiere una sua impresa ladresca, temendo 
dei cani, si vesti della pelle d'un montone. Con questi due ac- 
cenni preziosi ed espliciti il trovatore provenzale sembra invi- 
tarci, anzi introdurci nel territorio di quella letteratura fran- 
cese, nella quale le avventure di Isengrino, note a lui nella 
loro significazione d'allegorie satiriche, ebbero una parte cosi 
importante; beninteso, insieme con molte altre nuove invenzioni. 

Infatti, passando alla letteratura (rofl, il campo della satira caiattoii 
ci si dischiude dinanzi più vasto, l'orizzonte anche si allarga, la ^^"èiia ' 
produzione diventa più varia e più copiosa, tanto da meritare tvrnèose, 
che un moderno francese, il Lenient, la facesse oggetto di un 
volume geniale e brillante nella forma, forse più che severo «livcrsi 

(In, Quelli 

e sohdo nella sostanza, piacevole, più, forse, che misurato nella aeiia 
valutazione critica dei fatti. occità- 



nica. 



Una tale indagine sommaria, dopo lo sguardo da noi dato 
alla poesia di Provenza, gioverà non poco a mostrarci le dif- 
ferenze peculiari che corrono fra la produzione dell'uno e quella 
dell'altro popolo, pur compresi, in fondo, entro i confini d'una 
stessa nazione; gioverà a farci toccare con mano come la stessa 
materia, sotto l'influsso di spiriti diversi, si manifesti al Nord 
in forme psicologicamente e letterariamente molto diverse che 
nel Mezzogiorno. 

Le disparità etniche della Francia nordica in confronto cagioni di 
di quella meridionale, disparità più volte secolari, furono accre- iiiljerenze. 
scinte e quasi direi aggravate dalle vicende e dalle condizioni 
politiche ben note, e tutte appaiono ritratte fedelmente (la fe- 
deltà, s'intende, in questi casi non può essere se non relativa) 



94 INTRODUZIONE. 

sovrattutto nella produzione satirica del Dugento. Non a caso 
infatti il niaggioi- fiorire di quella vecchia poesia in lingua (Voi! 
cade nel secolo di S. Luigi, elio fu anche il più glorioso nella 
storia politica della nazione sorella, durante l'età di mezzo. 
In quel periodo appunto di tanto anilò decUnando e alteran- 
dosi lo spirito eroico della feudalità ond'erano usciti i primi, i 
veri Crociati e le Chansons de rjesie, di quanto sorse vigoroso, 
l'o^rji'o/s impaziente, fra la sfida e la minaccia, lo spirito bourgeois, che, 
contiap- mentre, per certe sue tendenze, era democratico, antifeudale 

posto a ' i ' . , ' 

quello e rivoluzionario, cooperò anche . con provvidenziale energia, 
all'impresa dell'unificazione politica con la regalità accentra- 
trice della grande patria francese, la quale doveva assorbire 
in sé anche la patria dei trovatori. 

Non è quindi a stupire che la satira francese, confrontata 
con la provenzale, riveli la propria forza ed originalità in que- 
sto spirito nuovo che la pervade, venendo su dalla classe mediana 
della società e reagendo in parte contro il passato cavalleresco; 
e insieme attinga alimento da un altro spirito caratteristico di 
quel popolo, che per lunga tradizione storica si suol designare 

L-exprii con l'espressione di esnrit qaulois. Misto di buon senso e di chia- 
roveggenza, di giocondità irresistibile, di gaieté e di mahzia, 
di netta percezione e di sincera rappresentazione realistica della 
vita, degenerante talora in prosaismo volgare, esso che, contro 
l'avviso d'un dotto francese, il Bédier, apparisce non di rado 
satirico, fa un singolare contrasto con ({uello squisito, aristocra- 
tico, alato che domina nelli poesia occitanica. Inoltre, mentre 
questa, prodotto eminentemente individuale, preferisce, nelle sue 
manifestazioni satiriche, la forma lirica, soggettiva, spesso ap- 
passionata, del serventese, l'altra, la francese, fa le sue mi- 
gUori prove nelle forme più propriamente oggettive, epiche , 
tendendo ad imprimere, piìi o meno, nei propri prodotti un ca- 
rattere collettivo. 

Il Rute- 2. Il rimatore che meglio di qualsiasi altro si fece inter- 

'"'"*■ prete fedele di questi vari caratteri ed elementi dell' animo 
e della vita francese, fu il Rutebeuf, parigino, se non proprio 
di nascita, di adozione e di educazione. Ma i suoi componimenti 
sono agli occhi nostri meritevoli di particolare indagine, non 
solamente per questo, cioè in quanto ci ritraggono le condi- 
zioni dei tempi e della città che era fin d'allora un vero cen- 
tro di coltura europea, oltre che un centro di politica francese, 
sede della più fervida e rigogliosa istituzione universitaria di 



INTRODUZlÓMv 05 

Europa, teatro di lotte memo l'abili fra l'Università e gli Ordini 
religiosi, specie il domenicano. In essi noi possiamo scorgere 
come raccolti in una sintesi variata e con valore di documenti 
obbiettivi e collettivi, i principali e più diversi atteggiamenti 
della satira francese durante quel periodo, cioè la seconda metà 
del sec. XIII; si che, considerata sotto questo aspetto, l'opera 
sua ci fa l'impressione d'un edificio modesto ma solido, armo- 
nico, se non elegante, dalla più bizzarra varietà di linee ar- 
chitettoniche, e da ogni lato ricco di addentellati che, almeno 
idealmente, servono a ricollegarlo con altri edifici consimili. 
Perchè s'ispira alla realtà immediata e non compone a 
freddo per reminiscenza o per mestiere o per esercizio let- 
terario, il Hutebeuf riesce a far rifiorire, nella forma predi- 
letta della chanson o del dit^ dai versi più spesso brevi, dalle 
strofe facili ed agili, i più vieti motivi della satira medievale. 
Ancor oggi lo si segue con vivo interesse, sia che passi in ras-' 
segna con ghigno beffardo i frati e le monache di tutti i co- 
lori (nel significato materiale della parola) , divenuti dominatori 
e sfruttatori della Francia [La vie du monde), sia che faccia 
udire, acuto come un sibilo, il ritornello sanguinoso: « Pape- 
lards et Beguins Ont le monde avili » [Chanson des Ordres), o 
frusti in particolare gli Ordini che spadroneggiavano in Pa- 
rigi ed in Roma, specie i Giacobini (Domenicani), « rois et papes » 
ad un tempo, o adoperi l'ironia più pungente contro i due Or- 
dini dei ÌNIendicanti, principalmente contro i Domenicani, in un 
componimento il cui titolo, mezzo svelato dal sotto titolo [Ba- 
tailles des Vices cantre les Vertus ou dit de la Mensonge), 
eccita la curiosità e procura poi una sorpresa.. . satirica al let- 
tore; sia, infine, ch'egli si faccia interprete dei dolori della 
Santa Chiesa, afflitta e ruinata dai mali diportamenti dei suoi 
ministri, primo e peggiore di tutti il pontefice [La Com- 
plainte de Sainte Eglise). Anche quando riprende gli stessi 
argomenti, rinnovando i colpi della sua satira, il nostro troverò 
non si ripete, onde leggiamo ancora volentieri quel dit des 
Jacohins, dalle cui strofe quaternarie larghe, lente, solenni, egli 
si innalza sino alla requisitoria più eloquente, e non meno vo- 
lentieri leggiamo l'altro componimento {Le Phaìnsien ou V Ipo- 
crisie), nel ({uale, senza far nomi, ne svela il farisaismo e la 
brutta ipocrisia. E come prende le difese dell'Università pari- 
gina minacciata, insidiata, combattuta dagli Ordini monastici, cosi 
non teme di dire la sua anche al re, S. Luigi, perchè, mosso 



DO INTRODUZIONE. 

da malintesa pietà, mostravasi troppo tenero verso frati e mona- 
che (ne La Complainlc de Constaniinoplc, nel Dii des Beguincs 
e più ancora nella Balaille cit.); ed o>a perfino prender le 
parti di Guillaume de Saint- Amour, perseguitato ed esiliato 
dal papa, con un decreto che aveva avuto l'approvazione regale. 

(Questi versi coraggio^ji furono probahiluiente di quei ritmi 
satirici che in gran copia corsero allora per le vie di Parigi 
e che parvero tanto temerari, da indurre il pontefice Alessandro 
a ordinarne la condanna al fuoco: nuova confermi, cotesta, del 
valore effettivo che si attribuiva a questi prodotti delli Musa 
satirica medievale. 

Similmente, nell'eccitire chierici e laici, il papa e gli alti 
prelati e principi alla crociata, cioè nel trattare un altro tema 
comunissimo nella poesia del tempo, il Rutebeuf, con rude li- 
bertà di movenze, se non sempre con originalità efficace di 
pensiero, ma con nobile sincerità di sentimento, adopara il pun- 
golo e la sferza senza riguardo alcuno. Nel lamento per la 
caduta di Costantinopoli, la sua voce di dolore si muta ben 
presto in voce iraconda e sdegnosa; come altrove {La Coni- 
plainte d^ Oittre-mcr e La Noucelle Complainte d'Outremer) 
l'esortazione diventa amara accorata rampogna. 

Rimatore fecondo, spesso diseguale e scabro, ma quasi sem- 
pre pieno di vita, egli dà talvolta alla sua satira l'andatura 
dimessa e sciatta del sermone, intendo del discorso comune, 
})rosastìco; perdendo tanto d'efficacia artistica, quanto guada- 
gna di naturalezza. Anche restringendosi alla parte satirica della 
sua produzione, bisogna l'iconoscei'e che non è immeritata la 
lode tributatagli del maggior trov èro-giullare di Francia, an- 
che per questo che, come s'è potuto vedere, egli, pur non sol- 
levandosi a grandi altezze, con l'orecchio teso a tutti i riiiuori, 
con l'animo aperto alle grandi contese che appassionavano i 
contemporanei, ritrasse con fi'anchezza di mano, con vivacità 
di colorito, più che i suoi propri, i giudizi e gli umori satirici 
correnti nell'età sua in Parigi, tra la folla di popolani e bor- 
ghesi, sulle vie, nelle piazze, nelle bettole e presso il « vico 
degli Strami » di dantesca memoria. Mon solo: ma i gusti, le 
tendenze del tempo suo il Rutebeuf interpretò bene anche nel 
coltivare quelle che furono le forme più fortunate e caratteri- 
stiche della satira collettiva francese, cioè il breve racconto 
e l'allegoria ampia, cosi animalesca, come morale ed umana, 
sempre di carattere epico. 



INTRODUZIONE. 97 

Infatti dei fableaux dall'umore liberamente antifratesco 
e antichiesastico egli ci ha lasciato qualche saggio gustoso 
(p. es. col Dit de Frère Dewjse e col Testament de Vane), a 
quella guisa che in parecchie delle sue poesie e in una particolar- 
mente [Le Dii du Renard le Bestourné), piena di troppo oscure 
aUusioni a personaggi e ad avvenimenti contemporanei, seppe 
giovarsi delle popolarissime finzioni sulla volpe ed il lupo. 

Inoltre egli col Voyage du Paradis si riattacca al poema 
di Guillaume de Lorris, ed ha probabilmente il merito d'aver sug- 
gerito il celebre personaggio di Faux-Semblant — vera crea- 
zione satirica — a Jean de Meun. 

Anche per questo, dunque, egli occupa un posto eminente 
nella nostra storia, nonché nella schiera dei trovèri e dei giullari 
del tempo suo, prodighi versificatori di dits des estats du monde, 
di poemi morali e didattici con intermezzi satirici, di profezie, 
di sermoni. In cotesta produzione, troppo spesso monotona e ^-^ ^■i'"-' 
incolora, meritano, al più, d'essere ricordate, per la novità loro, niinuVe 
certe Bibbie satiriche, come quella che nei primissimi anni del 'z'ionc 
sec. XIII Guiot de Provins scrisse con l'intento esplicito di 'morale'"' 
pungere e trafiggere (« par poindre et par aguilloner ») tutti 
i malvagi di tutte le classi, a cominciare dal papa e dai car- 
dinali, non a caso insediati in quella Roma, che, egli dice, suc- 
chia e inghiotte, distrugge ed uccide ogni uomo e ogni cosa 
(« Rome nos suce et nos englot, Rome destroit et ocist tot »). 

Ben altro valore, storico più che letterario, hanno quei 
prodotti del genio satirico francese che lo stesso Rutebeuf ci 
ha additati testé, i fableaux, il roman de Renard e la seconda 
parte del Roìnan de la Rose, non nati satirici, veramente, ma 
divenuti col tempo, e in varia misura, stromenti efficaci e vi- 
tali di satira. 

3. Non é questo il luogo di dire quanto abbiano discusso ^^°- ^^^'''"'' 
e dissentano tuttora i critici nel determinare la natura e la fableaux. 
portata satirica di quei fableaux che furono pascolo gradito 
al popolo e agli scrittori per tanto tempo e in tanta parte di 
Europa; ma è doveroso accennare almeno a quella che ci parrà 
l'opinione più accettabile. 

Anzitutto sembra ovvio che, accogliendo senz'altro la de- 
finizione che dei fableaux diede recentemente il più autorevole 
illustratore di essi, il Bédier, quando li disse « contes joveux » 
« contes à rire » (altri li avevano battezzati per « folles 
histoires »), cioè racconti ridanciani o burleschi, qualsiasi discus- 

CiAN. — La Satira. 7 



9S INTRODUZIONE. 

^iiont' sulJ'urgomento nostro non avrebbe più alcuna ragione d'es- 
sere. Vero è peraltro che dì riso si possono avere più specie 
diverse, e fra queste occupa un posto cospicuo il riso satirico. 
Tuttavia il dotto francese ben si appone asserendo che l'im- 
portanza satirica di quei racconti versificati fu esagerata dalla 
maggior parte degli studiosi, tanto più che egli, nel reagire 
conti'O il giudizio corrente, non giunge ad una negazione as- 
soluta e recisa, e sia pure con argomenti che non sono tutti 
tali da persuadere interamente. Ad es. , secondo lui, la satira 
presuppone l'odio e la collera, la visione d'uno stato di cose 
più perfetto e simili altre condizioni. Ma questo concetto della 
satira, per voler essere rigoroso, riesce alla sua volta troppo 
esclusivo, come quello che dimentica altre varietà di satira, do- 
vute non all'odio, né alla collera, ma talora ad un risentimento 
passeggero soltanto, ad un'avversione anche solo istintiva, ad 
un moto improvviso dell'animo esacerbato, senza che vi con- 
corra la visione d'un avvenire più giusto e più lieto, ma pu- 
ramente il desiderio, presso che incosciente, d'una condizione 
meno iniqua di vita. 

Di qui, per evitare discussioni vane e giudizi contraddi- 
tori, la necessità di fissar bene, anzitutto, il concetto preciso di sa- 
tira. Per aver trascurato ciò, il Bédier non si salvò dalla contrad- 
dizione, perchè, dopo avere asserito che i narratori dei fableaux 
non ebbero altra intenzione che di ridere e far ridere, ammise 
m essi come tratto caratteristico « la bonne humeur ironique », 
uno spirito acuto, maligno, « l'ironie, un peu grosse », ma pre- 
cisa e diritta, che, per noi, è elemento essenziale di satira. Certo, 
com'egli medesimo osserva, non è una satira conforme alla de- 
finizione « classica » di essa, ma ciò non monta, anzi è natu- 
rale; e sta il fatto che il critico francese, trascinato dall'evi- 
denza, finisce col riconoscere che, accanto a racconti che sono 
semplici scherzi, « gaberies », ve n'hanno altri che sono satire 
vere e vive « de vives satires ». 

È chiaro dunque che, ove si tengano presenti le oppor- 
tune definizioni e distinzioni, c'è modo, evitando i giudizi esa- 
gerati, di accordarsi in un giudizio, secondo il quale una parte 
dei 150 fableaux circa , oggi superstiti , può dirsi satirica , 
perfusa, cioè, d'una ironia grossolana, risonante talora d'un 
riso schernitore, che è sghignazzamento plebeo. Rientrano in 
questo gruppo quei racconti nei quali preti, frati, monache e 
donne delle più diverse condizioni, villani e, in minor copia. 



INTRODUZIONE. 99 

l'appresentanti di altri ordini sociali, compariscono come pro- 
tagonisti di storie, o malignamente ridicole o sconvenienti o im- 
morali, e perfino criminali. 

Un tale effetto, anche se non sarà stato che in piccola 
parte nelle intenzioni dei novellatori, perchè viene a noi oggi 
dal contrasto stridente fra la dignità, la condizione e l'officio 
di quelle persone e le azioni loro, è certamente più satirico 
che burlesco. Concedo tuttavia che in coloro i quali udivano 
siffatti fahleaux dalla bocca dei giullari o di altri, nel Dugento, 
la percezione di un simile contrasto dovesse esser minore e 
quindi meno vivace l'impressione satirica in confronto della bur- 
lesca. Non occorre ripetere qui che gh uomini del Medio Evo 
avevano il senso morale più ottu-:o di noi e, per cosi dire, il 
])alato avvezzo a droghe ben più forti, specialmente poi quando 
si pensi al pubblico al quale i fahleaux erano di preferenza 
destinati. 

Inoltre gii elementi osceni sovrabbondanti — vera cornu- 
copia di turpitudini — le sconcezze più crude, prodigate a piene 
mani in quei racconti versificati, dovevano concorrere a scemar 
l'effetto propriamente satirico, a profitto di quello comico-volgare. 

Che sedagli effetti cerchiamo di risalire agii intenti intenti 
che si proponevano gii autori ed i recitatori dei fahleaux, credo aiuow dei 
che non sia il caso di parlare di veri ed alti propositi satirici. 
Tuttavia quei poeti e quei giullari divulgatori, scegliendo più 
volentieri i preti, i monaci, le monache, le donne in genere 
come attori dei loro racconti, anzi additandoli alle risate e ai 
dileggi dell'uditorio o dei lettori, colorendo in particolar modo 
la materia narrativa fornita loro dalla tradizione o, più di raro, 
da casi reali, si facevano, spesso inconsciamente, ma sincera- 
mente, interpreti di quel sentimento di ribeUione, che covava 
da secoli, nella loro anima. 

Perciò allo stesso Brunetière parve di ammettere in quei 
racconti un certo carattere satirico, sovrattutto per lo spirito 
cui accennammo testé e ch'egli dice « esprit de sourde opposition 
et de révolte ». 

V'era dunque nei fahleaux del gruppo citato una satira 
latente o in potenza, uno speciale fermento .satirico, quasi 
sempre basso e triviale , i cui effetti trascendevano spesso le in- 
tenzioni degli autori, quantunque, si badi, fra costoro ritroviamo i 
compagni, i commilitoni di quei clers goliardeschi, ai quali devesi 
una buona parte almeno dei Carmina Burana da noi presi 
già in esame. 



100 INTRODUZIONE. 

leuel^awo AncliG circa il valore letterario dei fableaujc differiscono 

. ,^^^ i o-iudizi dei critici. Da un canto, il Montạ?lon, l'editore d'una 
nota raccolta di essi, asserì che alcuni di quei racconti erano 
capolavori d'osservazione e di malizia, dall'altro, il Brunetière, 
negò loro qualsiasi pregio di tal natura. Il che è troppo, an- 
che perchè è difiìcile non riconoscere col Bédier in parecchi 
di essi certe qualità pregevoli, quale la naturalezza, la viva- 
cità, una strana audacia di realismo grossolano, qualità che gli 
autori di essi derivavano forse dalla materia stessa quale l'ave- 
vano trovata già foggiata nella tradizione orale. 

Per dare un esempio di questi racconti, ricorderò Le dis 
de la vessie du cwé; (o Le dis de la vessie a jjreste), dove il 
troverò, Jacques de Baisieux, che non ha riguardo di svelarci, 
alla fine, il proprio nome, ci fa assistere all'affaccendarsi acca- 
nito, crudele dei frati Giacobini attorno al letto d'un curato 
moribondo d'idropisia, il quale nel suo testamento aveva prov- 
veduto, oltre ai parenti poveri, ai buoni parrocchiani del suo 
villaggio presso Anvers, agli orfanelli ed infermi, nonché alle 
Béguines e ai Francescani. Contro i due Domenicani venuti 
dal Convento d'Anvers e che insistono presso di lui, per la 
salvezza della sua anima, a fine d'avere la loro parte dell'ere- 
dità, il povero prete, sdegnato in cuor suo e dolente, pensa 
di vendicarsi burlandoli. Promette loro un gioiello prezioso, del 
quale non avrebbe potuto disfarsi prima di morire, e solo in 
tal modo riesce a congedarli tutti lieti e sicuri della preda 
promessa. Grandi feste, conviti, scampanìi al convento, quasi si 
trattasse di ricevere un corpo santo. All'indomani mattina ben 
cinque frati, accorrono dal curato che trovano ancor vivo. 
Costretto dalle loro insistenze a rivelare il dono che intendeva 
di far loro, egli annunzia di voler lasciare la propria vescica, 
che, ben ripulita, sarà migliore di qualsiasi borsa di cordovano, 
e servirà per metterci il pepe. Come i frati rimanessero, è fa- 
cile immaginare ; e tutto il paese rise alle loro spalle. Con ra- 
gione ; dacché il pepe ce l'aveva me.sso l'arguto moribondo o, 
per lui, il troverò. 

Una beffa, si dirà. Ma a noi sembra innegabile che un rac- 
conto simile, cosi concreto e preciso in ogni suo particolare, 
cosi vivo e pieno di evidenza rappresentativa, pur sotto le ap- 
parenze d'una burla, valesse più di qualsiasi invettiva o sermone 
a satireggiare quei frati indegni, dimentichi dei loro doveri, 
della pili elementare umanità, soltanto intesi a soddisfare la 



INTRODUZIONE. 101 

loro cupidigia. E ben si comprende come potesse sorgere una 
tradizione raccolta dal Fauchet, secondo la quale Jean de Meun, 
il maestro di satira antifratesca, che impareremo a conoscere 
fra breve, avendo legato per testamento ai Domenicani di Pci- 
rigi un cofano, a condizione che lo seppeUissero nella loro Chiesa, 
questi accettarono, ma vi trovarono entro delle pietre d'ardesia, 
quelle che gli avevano servito a disegnare le sue figure di geome- 
tria. Lo sdegno dei frati, al vedersi burlati da lui e vivo e morto, 
giunse al punto di indurli a dissotterrarne il corpo; sennonché 
contro questo atto inumano intervenne la Corte del Parlamento. 
Così la tradizione, che ci conserva almeno lo spirito della storia. 

Dall'esempio testé citato s'è visto che talvolta i fahleaux 
venivano designati col titolo di dits : ma non era raro il caso 
di componimenti cosi intitolati, i quali, mancando affatto di ele- 
menti narrativi, non avevano in comune coi veri fahleaux se 
non un carattere satirico ancor piii spiccato. Ad es. , è da 
cima a fondo una vasta satira di tutte le classi sociali, una spe- 
cie cVlmage du monde satirica, quel Dit des Mais, che comincia 
dal papa, dai cardinali, dai prelati, e prosegue via via frustando 
gli scolari — cosi chierici, come laici — i monaci e le monache, 
i signori e perfino i re e le regine e la cavalleria tutta. 

Orbene, delle monache « Filles-Dieu et Béguines », v'è 
detto, fra l'altro, che sono colombe all'apparenza, ma nell'in- 
terno loro volpi: « Par dehors com coulons, mais par dedens 
renardes ». 

Quest'ultimo battesimo satirico di renardes doveva avere 
per gii uditori e lettori del dit un'efficacia singolare, perchè 
risvegliava nella mente loro il ricordo di tutto un ciclo di fin- 
zioni, tanto diffuse nella Francia che nel « vanto » a dialogo 
contrasto dei due giullari [Des deux hordeors ribauz), uno 
di essi si vanta di saperlo recitare insieme col piii antico dei 
fahleaux superstiti, quello di Rìcheut: «Si sai Richeut, si 
sai Renart ». 

Non fortuito accoppiamento, cotesto; che, come nel reper- 
torio giullaresco, cosi nella realtà storica, ai fahleaux bene 
s'accompagnava, anche per la comunanza, nonché l'affinità, di 
sentimenti satirici, il Roman de Renart. 

4. Le Roman de Renari. — Se i fahleaux, considerati nel ji ^g. 
loro complesso, vengono, in un certo senso, a formare come '^g^„f.f 
una serie di gruppi o di cicli epici disposti (secondo la ge- 
niale, ma necessariamente arbitraria classificazione di Victor 



102 INTRODUZIONE. 

Le Clerc) attorno a tanti nuclei centrali, corrispondenti ad al- 
trettanti soggetti della satira e della beffa in essi racchiuse, 
questo carattere ciclico diventa dominante in quello che è il 
prodotto più insigne dell'epica popolaresca e satireggiante svol- 
tasi nella tradizione della Francia, in questo periodo: intendo 
appunto il Roman de Renart. 
s„a Ma anche qui sorgono alcune questioni alle quali noi non 

fmma-^ possiamo sottrarci. In questo ciclo di narrazioni che si venne 
ttinenza ^'^^^'g^'iiclo 3- mauo a mano col tempo, e moltiplicandosi in mag- 
aiia giori cicli Concentrici, in questo disparatissimo e in apparenza 
confuso (altri lo disse caotico) aggregato di elementi, alla vi- 
gorosa unità della materia onde fu dotato anche in grazia del 
titolo — nome insieme e blasone — corrisponde forse una 
unità di pensiero satirico? E questo è veramente originario? E 
come si venne esso e fino a qual punto svolgendo? 

Simile anche in ciò a quella dei faHeaux, la materia di 
questi animali parlanti del Medio Evo francese, alle cui vi- 
cende consacrò ricerche feconde il Sudre, sorse senza uno spe- 
ciale carattere satirico, quindi non diversa dalle favole dell'an- 
tichità e da quelle medievali. Per un sèguito di accrescimenti, 
dovuti ad un duplice moto di espansione e di attrazione attorno 
ad un centro formato dal concetto dell'ostilità di Renart (volpe) 
e d'Isengrino (lupo), essa andò soggetta, per opera della tradi- 
zione popolare e per opera dei trovèri, a successive e svariate 
trasformazioni. Via via che questa materia si svolgeva e tra- 
sformava in tal modo nei suoi vari rami [branrìies), sorsero 
anche e si svolsero da tenui germi primitivi , favoriti dalle con- 
dizioni del tempo, sovrattutto di-àWesprit gaulois a noi ben noto, 
i vari elementi e intendimenti satirici: anche in questo simi- 
glianti ai fableaux, simiglianti ad un corso d'acqua che si co- 
lori degh strati che attraversa nel proprio cammino. Come bene 
dimostrò il Sudre, avvenne in tal modo, per un processo di 
antropomorfismo, che la commedia « animalesca » fini col diven- 
tare una commedia « umana », e satirica, nella quale la ori- 
ginaria parodia, presso che innocua, lasciò il posto alla satira 
e il protagonista diventò e rimase la Volpe, anzi una volpe col 
nome proprio di Renart, persona individua. Commedia o favola, 
la cui morale, che suona lamento amaro e acerba rampogna, 
si può compendiare in una semplice esclamazione: Il mondo, 
purtroppo, è dei furbi malvagi! 

Fra questi furbi (volpi) si videro e si additarono di prete- 



INTRODUZIONE. 103 

reiiza i chierici, e secolari e regolari, onde la satira del Roman 
i\i nella maggior parte dei casi antichiesastica e antimonastica ; 
ma non prima del sec. XIII e inoltrato. 

Mentre Sordello sulla salma del valoroso Blacatz procla- 
mava la vergognosa viltà dei principi del suo tempo, immagi- 
nando di guarirla col distribuir loro in pasto i branrlelli del 
suo nobile cuore, un ignoto sferzava l'astuzia iniqua e la ra- 
pacità dei contemporanei, dipingendoli come intesi a strapparsi 
a pezzi la coda di Renart per fregiarsene (si pensi alle borse 
degli usurai danteschi) ; e un altro troverò ci fa assistere alla 
incoronazione dello stesso Renart {Le Couronnemeìit Re?ia7^d)^ 
che i frati giacobini e minoriti s'erano contesi. Il nuovo coro- 
nato esercita l'alto officio regale secondo la giustizia della sua 
propria natura volpina, mostrandosi, cioè, largo di favori ai po- 
tenti, oppressore implacabile dei deboli. Le sue vicende fortu- 
nate, il viaggio trionfale per mezza Europa, anzi fino a Ge- 
rusalemme, quali narrò festevolmente l'ignoto troverò fiammingo 
nella seconda metà del sec. XIII, sono come tanti colpi di staf. 
file, ai quali non si sottrae neppure il pontefice, che invita, am- 
mira, accarezza l'illustre viaggiatore e ne chiede e ottiene pre- 
cetti e consigli. 

Ma anche nei rami più antichi del romanzo, se non pro- 
prio fondamentale e dominante, almeno in forma episodica, è 
frequente la satira, e non sempre con carattere d'ironia dolce 
e leggera, come asserisce il Lenient e come si può vedere, 
ad es., nelle allusioni alla vita monastica contenute nella III bì^an- 
che, che è una delle più antiche e pregevoli. Talora essa è ri- 
volta non a ferire quelle istituzioni e costumanze che il Medio 
Evo aveva più care, bensì a colpire l'abuso e il rapido e grave 
degenerare di esse. Valga per tutti l'esempio di Renart pelle- 
grino, quale si desume dalla branche Vili (ed. Martin, I, 221 sgg.). 

Renart, pentito e confesso delle sue colpe, s'è avviato in 
pellegrinaggio a Roma, per ottenerne piena assoluzione; e a 
Belin, il montone, che ha persuaso ad accompagnarsi con lui 
fa le sue lamentazioni sulla corruttela e la malvagità degli 
uomini (« Cist siecles n'est que un trespas... Cist siecles ne 
vaut pas un oef. . . »). Egli riesce poi ad aggiungere alla sua 
brigata anche Archeprestre, l'Asino; ma la pericolosa avven- 
tura toccata loro coi lupi, li persuade a ritornarsene rinun- 
ziando al pellegrinaggio. Di che Renart si giustifica e consola 
facilmente, osservando che, dopo tutto, vi sono molti galantuo- 



104 INTRODUZIONE. 

mini che non sono mai stati a l-ioma e viceversa vi sono molti 
pellegrini, ritornati da Terrasanta peggiori di prima! 

Più tardi, in un altro racconto, il re medesimo, il Leone, 
a Renart che chiedeva di partire alla volta della Terrasanta, 
osserverà che, al ritorno, egli sarebbe stato più malvagio an- 
cora, e rincarando la dose, soggiungerà: 

Quar luit ceste costunnj ticiifiit, 
Qui bon i voiit, mal eii ruvienent. 

Similmente nella bilancile IX (v. 486 sgg.), quanto veleno 
di satira sprizza fuori dai vanti che Renart fa col villano, affer- 
mandogli di saper perorare le cause, come « bon mostre de 
plaider » nella Corte di Noble le lion, in modo da fare del giu- 
sto ingiusto e viceversa, commentando le sue parole con una 
sentenza piena d'amara ironia: « Ensi covient sovent que soit »! 
Il concetto, eminentemente satirico, della renardie^ l'indu- 
stria della frode, della falsità, della doppiezza di cui Renart è 
l'eroe e che colpiva in pieno la società in tutti i suoi ordini, 
ma pili degli altri quello chiesastico e quello cavalleresco- 
feudale, andò svolgendosi col tempo, nei vari rami, ma ri- 
mase intorbidato e sopraffatto dalle allegorie e dall'ibridismo di 
elementi disparati. A questa materia mancò la fortuna d'avere 
un vero poeta, che la plasmasse in tempo (troppo tardo e indivi- 
duale il rifacimento del Goethe) e la tramandasse ai posteri nelle 
forme immortali dell'arte, fortuna che toccò invece alla materia 
cavalleresca del ciclo carolingio e brettone, per merito sovrat- 
tutto degli Italiani, presso i quali invece il Roman de Renart 
attecchì scarsamente. Peccato davvero , perchè si può esser 
certi che, se ciò fosse avvenuto , 1' elemento satirico in esso 
copiosamente diffuso, nelle mani d'un Pulci, d'un Boiardo, d'un 
Ariosto avrebbe operato miracoh! 
La satira 5. La Satira nel « Roman de la Rose » di Jean de Memi 

Roman de — Più avvouturata, nei rispetti della poesia, e più inaspetta- 
(li^iean'de tamonto avventurata, fu la satira in un poema che non doveva 
Memi, piuscire altro che un'allegoria amorosa e, che è peggio, con 
intenti didattici, cioè la forma meno adatta per l'espressione di 
sentimenti satirici. Ma non ci stupiremo di questo fatto, allor- 
quando sapremo che la seconda parte del Roman de la Rose 
' fu composta nei suoi anni giovanili da Jean Clopinel — o Jean 
de Meun-stir Loire — in apparenza [)er continuare quella la- 
sciata iiiteri'otta da Guillaume de Lorris, in realtà per reagire 



INTRODUZIONE. 105 

contro le lussureggianti, morbidamente sensuali fantasie alle- 
goriche del suo predecessore; e ([uando ci accorgeremo che per 
hii l'officio di precettista d'amore diventa un pretesto per pas- 
sare in rassegna in un vasto quadro disordinato gii accidenti 
svariati e le passioni e condizioni della vita, anzi della com- 
media umana. 

Dato l'umore del poeta, che, lasciate, forse da poco, le 
tranquille rive della Loira, s'era lanciato nel turbine parigino, 
si capisce che quella rassegna diventasse facilmente satirica, 
resa più autorevole e grave sotto la guida, anzi sulla bocca della 
Ra^fione e della Natura. Con una crudezza di linguaggio che "^w"' eie- 

o <_j <-Jo menti e 

egli rivendica come un diritto, e di cui si compiace, Jean de caratteri 
Meun si sfoga in violente requisitorie contro tutti, ad es. , con- 
tro le donne, verso le quali si mostra acre sino all'ingiustizia e, 
per esagerazione e triviaUtà, inefficace (v. 4580 sgg., v. 8727- 
9192, 16551-10908), vera stonatura, proprio in un poema sul- 
l'amore ; e contro i re e contro i giudici, che dice nati dalla malizia 
« mere des seignouines » (v. 5588-5611), mentre altrove (v. 9645 
e seg.) assegna un'altra origine più precisa alla regalità, sórta, 
secondo lui, dalla forza brutale, riconosciuta necessaria dagli uo- 
mini allorquando, usciti dalla primitiva innocenza, divennero mal- 
vagi: quindi prodotto della malizia e della violenza ad un tempo! 
Il primo re fu elettivo, ma si vuol sapere quali titoli lo fecero 
l'eletto delle genti? « Un grant vilain entro eus eslurent, Le 
plus ossu de quant qu'il purent... »! Altro che i re per diritto 
divino! 

Ma l'episodio satirico culminante in questo poema, e insieme 
il pili fortemente originale, è il famoso discorso di Faux-Semblant, 
sovrattutto la seconda parte di esso (v. 10955-11262). FigHo 
di Barat e d'Hypocrisie, costui personifica gl'istinti e i proce- 
dimenti perversi e dannosi del falso ipocrita, che, sebbene, nuovo 
Proteo, dichiari di saper assumere tutti gli aspetti umani, si 
rivela nella forma genuina di frate predicatore (jacobin); ri- 
velazione che è di per sé sola un forte colpo satirico, e che 
doveva riuscire tanto più grave quando e dove il poeta scri- 
veva. Infatti con questo episodio specialmente e con altri con- 
simili il Ro7nan^ lungi dall'essere un vano tessuto di astrazioni 
allegoriche, si ricollega con la vita di quel tempo, con quelle 
fiere lotte delle quali sappiamo già essere stato teatro Parigi 
e fra le quali si era alzata la voce, a noi nota, del Rutebeuf. 

Questa nuova « arte di amare » medievale, prodotto su- 



10(5 INTRUDUZIOxNE. 

1 più premaiiieute iiiartistico (se arte è misura ed anuonia), e che 
^^^tti' sembra fatta apposta per rendere odioso l'amore, è insieme 



illtinri. 



un'arte di ragionare a forza di paradossi, di ardimenti, d'in- 
vettive e di scherni. Ad Ovidio, maestro riconosciuto in tale 
materia, s'accompagna spesso e volentieri Giovenale, anzi, fu 
osservato, più d'una volta questo riesce a soppiantare del tutto 
quello, ma aggiungo io, è un Giovenale che, se ha serbato, re- 
suscitando, certi antichi disdegni ispiratori di satira , sembra 
aver dimenticato i segreti della sua poesia. Trascegliendo da 
(quelle digressioni, da quegli episodi, non di rado terribilmente 
prolissi, che sgomentano i lettori moderni, e nei quali i mi- 
gliori saggi di satira rimangono come annegati, si potrebbe met- 
tere insieme un'antologia satirica veramente curiosa, talvolta 

L'aite del viyaco 6 importante. Comunque, sembra poco felice il batté- 
poeta. 17 1 

simo che il Lenient diede a Jean de Meun, dicendolo l'Omero 
della satira medievale, e troppo arrischiato 1' altro datogli da 
G. Paris, nonostante le prudenti riserve onde volle accompa- 
gnarlo. Infatti, quanto più si considerano le manifestazioni sa- 
tiriche del pensiero medievale, e anteriori e contemporanee al 
Roman de la Rose, e più si esita a riconoscere nel poeta il 
Voltaire dell'età di mezzo; anche perchè dei tratti più arditi 
del suo poema si possono trovare riscontri e forse fonti in 
altri scritti del Medio Evo, non esclusa la vigorosa invettiva 
contro il celibato ecclesiastico e monastico, che fu da altri no- 
tato essere una derivazione e quasi una variazione d'un passo 
del De Planctu Naturae di Alano di Lilla. 

Questo carattere dobbiamo riconoscere alla satira di Jean 
de Meun, una serietà costante, un tono aspro al quale non si 

Portata mosce mai il riso, col quale si afferma un pensiero elevato. 

^fiiò'sofica^ Sembra risonarvi il tumulto destato fra la società contempo- 

Romìn. ranea dalle gravi questioni che travagliavano quelle coscienze 
della generazione a tempo della quale sorse, in mezzo alla quale 
potè ancora trovarsi poi l'Alighieri. Questi — giova rilevare — 
era ancora fanciullo, allorquando (1277 e.) il Roman de la 
Rose fu compiuto almeno nelle parti principali. 

6. In tal modo abbiamo esaminate rapidamente le forme 

più caratteristiche nelle quaU si espresse sino al cadere del 

sec. XIII lo spirito satirico nella letteratura d'o?7. Ma accanto 

ad esse pullulò tutta una copiosa e svariata produzione spicciola, 

^zìone spesso anonima, nella quale la satira assunse le forme e il tono 

splSia propri della lirica, trattando il più delle volte soggetti storico- 



INTRODUZIONE 



107 



politici politico-religiosi, suggeriti dagli avvenimenti contem- iì^^cavat-^^ 
poranei. 

Il centro principale di quella produzione, come di quella dimatena 
vita politica accentratrice, fu pur sempre Parigi, ma non man- politica o 
careno altri centri minori regionali, come Arras, dei quali in r''eii|.'ioia. 
una storia compiuta bisognerebbe tener conto; avvenimenti ispi- 
ratori furono in particolar modo le lotte dei feudatari, la guerra 
contro gl'Inglesi, le contese delle città fra loro, le Crociate. 
La Provenza prestò talvolta il suo serventese, divenuto ser- 
ventois in bocca dei trovèri francesi. 

Qui basti ricordare il nome di Hues de la Ferté, nei cui 
versi, come pure nel canto d'un anonimo, composto durante la 
minorità di S. Luigi, la satira suona acremente personale con- 
tro Bianca, la regina reggente, e contro Tibaut de Champa- 
gne, a lei fedele e forse troppo ardente seguace. Ma essa attinse 
le maggiori altezze quando la ispirò il sentimento religioso, fe- 
rito e provocato o dinanzi agli orrori della Crociata Albigese, 
come nello stesso Tibaut, o dinanzi alla viltà dei tiepidi o re- 
luttanti crociati, non escluso il re Filippo Augusto, come nel 
canto vigoroso fiorissimo di Quènes de Béthune o nei versi vio- 
lenti di Hues de la Ferté. Anche nella poesia à'oU il lamento di- 
ventava talora invettiva eloquente ed aspra, sovrattutto contro la 
Corte di Roma e contro il clero: esempio tra gli altri più co- 
spicuo. La Coìnplaìnte de Jériisalein, del 1223 circa, il cui 
autore, un troverò ignoto, sferza senza pietà i chierici, come 
colpevoli della perdita di Damietta: 

Ha ! seignor clero, car aiés honte 
De cest mesfait, car à vos monte ; 
Forfait l'avés, bien le set on. 
Cest traison nos afif'ronte : 
Cor n' ont ce fait ne roi ne conte. 
Ne nule gent, se vos clero non - 

mentre in un'altra satira {Jérusale^n se plaint et li pms) un 
altro troverò, forse piccardo, inveisce contro i malvagi pastori, 
che trascurano o vendono il loro gregge e pel denaro, tolto ai 
Crociati, dimenticano perfino Dio, traditori infami contro il Si- 
gnore, come già Gano contro Orlando : 

Seigneur prélat, ce n'est ne bel ne ben 



Vos avés tait, ce poet on tesmoignier, 
De Dea Rolant et de vos Guenelon. 



108 INTRODUZIONE. 

Dove riesce tanto satiricamente efficace, quanto psicologicamente 
spontaneo questo ricordo dell'eroe carolingio e del suo tradi- 
tore, in un canto crociato. 

Passandoci di altri prodotti minori, in alcuni dei ([uali, come 
nella Rlote du monde, vediamo riapparire certi tèmi cari alla 
poesia latina, concluderemo che, in generale, questa satira li- 
rica in lingua d'oil (non esclusi certi saggi di satira dramma- 
tica, nella forma del monologo) è ben lungi dall'avere un valore 
poetico pari a quello storico e dal reggere il confronto con 
quella occitanica. La vera originalità della poesia satirica sorta 
nella Francia nordica va ricercata in quelle forme narrative 
che abbiamo esaminate e nelle quali si afferma in tutta la sua 
pienezza lo spirito oggettivamente penetrante, irrequieto, ar- 
ditamente beffardo del popolo francese. 

XIII. — La Satira nella poesia ispano-portoghese delle origini. 

(secc. XIII-XIV) 

I testi por- 1- Il patrimonio della poesia satirica nel territorio romanzo 

,,'i'^jJaiuio posto all'estremo occidente d'Europa, ha ricevuto in questi ul- 
vatoirpa- ^^"^i decenni un grande e insperato incremento dai tre can- 
'^'deUa^ ^onieri portoghesi conservatici nel codice Vaticano [C. V.), nel 
Satira codice Colocci-Baiicuti (C. GBr.) e in quello d' Aiuda (G. Aj.]: 

spagnuola » i • i> ^ ^ ■ ■ 

delle che sono state fra le più fortunate e feconde scoperte, onde ci si 
° ' è venuta disvelando tutta una lirica di cui si sospettava appena 
resistenza o si aveva qualche vaga notizia, la lirica in lingua 
gallega, fiorita anche alla Corte castigiiana durante ed oltre 
il secolo XIII. Grande e insperato incremento: che abbiamo 
ormai tanto, da asserire con sicurezza che a quella ipotetica 
raccolta generale di siffatta poesia portoghese-castigliana {Can- 
vìoneiì'O general) di cui i citati canzonieri non sono che fram- 
menti superstiti, ben si potrebbe apporre come epigrafe il verso 
d'uno di quei rimatori: « Ca ben trobamos d'escarnh' e 
d'amor » (C V. 1092), cioè cantiamo bene di beffe e di 
amore. 
impor- Che se per rispetto al numero complessivo dei componimenti 

questa (circa 2000) quella lirica non solo agguaglia , ma sorpassa 
zlone. la lirica provenzale, la parte sua satirica e burlesca, non in- 
differente per la copia — circa un quarto della cifra totale — 
supera quella amorosa per la novità e l'originalità varia e viva 



INTRODUZIONE. 109 

deirispirazione e della rappresentazione, non di rado soverchia- 
mente realistiche. 

Appunto g-razie a tali differenze caratteristiche fra l'ima sua 
produzione e l'altra, queste si sono venute raggruppando nei sud- 



distribu- 
zione 

detti canzonieri in sezioni, se non sempre materialmente e net- "1\-^ciìì 

canzonieri 
superstiti. 



tamente distinte per la forza attrativa di certi autori, tuttavia in 
modo abbastanza visibile; cosicché, menti e il Canzoniere d'Ajuda, 
pur contenendo, per eccezione, alcune rime sparse d'indole sa- 
tirica, potrebbe — secondo la giusta osservazione della Michao- 
li.s de Vasconcellos, benemerita editrice e illustratrice di esso 
— intitolarsi un Cangioneiro de amor, negli altri due, alle 
prime due parti quasi interamente consacrate alle cantigas de 
am07^ e d'amigo, fa seguito una terza, formata presso che 
esclusivamente di rime satiriche e burlesche. 

2. L'importanza di quest'ultima produzione forse più co- i^^ satira 
piosa e licenziosa fra i Castigliani, alla Corte di Alfonso X, trattateiio 
che non fra i Portoghesi, alla Corte di Dionigi — fu ricono- poetica 
scinta ben presto anche in teoria, come si può vedere nell'antico |hel°e. 
trattatello di poetica portoghese, che ci è stato conservato in 
condizioni deplorevoli nel codice CBr. Infatti due capitoli di 
esso, resi abbastanza leggibili e intelligibili dalle provvide cure 
di Ernesto Monaci, riguardano rispettivamente le cantigas Le 
d'escarnho e le cantigas de maldizer, cioè le due principali d' esóar- 
forme di quella poesia satirica. Secondo l'ignoto autore di que- caniuias 
ste Legs d'amors portoghesi, la differenza fra l'una e l'altra mauizer. 
di esse consisteva in ciò, che nelle cantigas d' escarnho (o 
d' e scarne ó) la satira si usava fare in quel modo coperto ed 
equivoco a doppio senso (« por palabras cubertas , que aiam 
dous entendymentos »), che i letterati, « os clerigos, » dicevano 
equiwcatio, e, quanto alla struttura metrica, poteva farsi o 
all'uso aulico provenzale [de maestìHa), oppure alla popolaresca, 
col ritornello {d.e refrarn), divisione quest'ultima alla quale cor- 
risponde, in fondo, quell'altra, accennata nello stesso trattatello, 
delle cantigas de joguete derteiro{o d'arteiro ^) e de rifaolha. 
Nei canti di maldizer invece la satira era fatta apertamente 
(« descubertamente »), diretta e risoluta a colpire, e, sebbene 
il trattatista non dica, era anch'essa suscettibile delle due forme 
metriche sopra accennate. 

Un terzo capitoletto del nostro trattatello riguarda le ten- Lo 
^oni [tengoès) prodotto eminentemente aulico, che poteva, come (lenf^Ts). 
il corrispondente provenzale, trattare o d'amore e d'amicizia. 



110 INTRODUZIONE. 

oppure di scherno e di maldicenza, ma, appunto per l'origine sua, 
doveva essere soltanto di forma provenzalesca {de maestria). In 
fine, un quarto capitolo discorre del seguir, il componimento 
che e pel nome suo, per la forma metrica e la contenenza, 
nonché per l'elemento musicale, era la figliazione legittima del 
User- serventese occitanico, tanto che la definizione, a base eti- 
(sVgiTr). mologica, che il nostro trattatista ne porge, parrebbe corrobo- 
rare la nota spiegazione tradizionale a base etimologica, del 
sirventes di Provenza (« . . . por que conven seguir cadahuna 
outra cantiga a-ssom, ou en palavras ou en todo »). 

Questo, secondo i precetti raccolti nei fogli del codice Co- 
locci-Brancuti; ma si capisce che nella pratica, per i canti 
di escarnho e quelli di maldizer non si facesse poi quella di- 
stinzione precisa che il trattatista volle fissare. Infatti a chi 
percorre i detti canzonieri non è raro il caso d'imbattersi in 
cantlgas le quali, anche nelle didascalie, o iniziali o finali, re- 
cano il doppio titolo, e non sempre perchè contenessero, in- 
sieme mescolati, i due caratteri propri dell'una e dell'altra ca- 
tegoria {C. V. 968-9; Col. Br. ^11, 385, 434 e la tenzone 
fra don Vasco Gii e re Alfonso X, criticamente ripubblicata 
dalla Michaélis in Zeitschr. f. rom. Phil., XXV, 131). Del re- 
sto, è conforme ad un procedimento comune del poeta satirico 
l'incominciare con accenni velati e con punte in apparenza 
innocue e finire con lo scoprir la mira dei propri colpi. 

Anche per un altro motivo la distinzione additata dal trat- 
tatista non era agevole a rispettarsi, che tutti questi canti, pur 
nelle loro molteplici gradazioni dalla satira più acre alla beff'a 
gioconda, avevano in comune un carattere generale e normale, 
d'esser rivolte contro determinate persone, contro le quali lo 
scherno o l'ingiuria anche sanguinosa erano aggravati dall'es- 
sere le vittime stesse indicate per nome o nel contesto poetico 
nelle didascahe. 
ujj3 3. Probabilmente, a far ricercare dapprima e poscia a ren- 

pi-obabiie (Jqpq sempre più graditi e coltivati anche in Spagna questi canti 
d^' satirici dei quali il popolo gallego dava esempì variati di forma e 
favore di di touo, Contribuirono per ragione di contrasto le stesse cantigas 
.wuìg^as di amor quasi tutte monotone, fredde, convenzionali e ricalcate 
satiriche. ^^^ modelli d'oltre Pirenei; e cosi ne consegui a quei canti una 
voga straortinaria pur nella Corte di Castiglia,nei circoli dei prin- 
cipi e dei cavalieri più eleganti, fra i trovatori e i giullari più 
acclamati. E come osservò giustamente il Menéndez y Pelavo, 



INTRODUZIONE. 



Ili 



anche i più antichi fra questi componimenti , conservatici nei 
canzonieri superstiti , e che si soghono assegnare al mezzo o 
alla prima metà del sec. XIII, rivelano già un tal grado di ela- 
borazione liniiuistica, metrica ed artistica, da far legittimamente 
supporre l'esistenza di consimili prodotti di molto anteriori, che 
ci riportano ben addietro nel sec. XII. 

La fortuna di questo genere di poesia popolaresca fu as- 
sicurata il giorno in cui volle provar visi con esito felice un 
principe glorioso come Alfonso X , che non soltanto meritò 
veramente il titolo di Sablo, e fu, oltre che il maggiore dei 
re, il più geniale ed efiicace rappresentante della coltura che 
abbia avuto la Spagna, non pure durante il sec. XIII. A lui fu 
rivendicato in modo non dubbio quel curioso e prezioso pa- 
trimonio di canti profani, nel quale i satirici sono la parte più 
originale e più viva; ma tutto induce a far credere che i più 
arditi e caratteristici di tali componimenti appartengano alla 
giovinenza di Alfonso, siano, cioè, anteriori al suo salire sul 
trono di Leon e di Castiglia (1252). Ammettendo questa crono- 
logia, si spiegherebbe agevolmente un fatto che a taluno parve 
contradditorio ed inesplicabile, che cioè il regale legislatore 
scienziato, in una delle sue famose Partidas (la VII. tit. XI) 
si mostrasse tanto severo contro gli autori di quelle cantigas 
cVescarnho e de inaldizer, delle quali egli stesso aveva dato 
r esempio, un esempio anzi non facilmente superabile. 

Non a caso il maggior fiorire di questi canti satirici e 
burleschi coincide con l'età di Alfonso e delle più intime re- 
lazioni letterarie fra la Castigha e il Portogallo, i cui effetti 
dovevano estendersi alla letteratura e alla coltura di tutta la 
penisola iberica. 

Nella schiera numerosa di rimatori — trovatori e giul- 
lari — che figuravano nei canzonieri testé citati, e dei quali 
propose, meglio degli altri, una ragionevole classificazione la 
Michaelis, si può distinguere un gruppo di 21 rimatori, che 
composero esclusivamente e dei quali conosciamo soltanto canti 
satirici e burleschi e tenzoni; un altro gruppo di 18 rima- 
tori, dei quali ci rimangono canti d'amore e canti ^escarnho; 
un gruppetto di 3 autori di canti de mnigo e d' escarnho; 
infine, un maggior gruppo di 28 poeti che cantarono indifferen- 
mente di amore, d'amicizia e di scherno. Nel secondo di questi 
gruppi comparisce la figura di re Alfonso X , e neU'ultimo, 
quella d'un altro re, Dionigi (Dinis) di Portogallo; per gli altri 



Relativa 
maturitJi 
di questo 
prodotti). 



L'esempio 

di 

.alfonso e! 

Sabio. 



Classifi- 
cazione 

dei 
limatori 
ispano- 
porto- 
ghesi per 
rispetto 
alia pro- 
duzione 
satirica. 



produ- 
zione. 



112 INTRODUZIONE. 

rimatori basterà rinviare alle pagine della Michaelis, anche 
perchè, non essendo alcuno di essi dotato d'una vera e pro- 
pria individualità artistica, più che i loro nomi, importa co- 
noscere e rilevare i caratteri e i vari elementi di quella loro 
produzione satirico-burlesca. Ricorderemo solo i nomi dei più 
antichi segrHs (trovatori) satirici: Ioam Soares de Paiva, 
Fernam Rodrigues de Calheiros, 1). FernamPaes de 
Tamalancos e Martim Soares. 
caiatteii 4. Percorreudo quelle raccolte, oltre il carattere notato piìi 

di questa addietro, di satira in sommo grado personale, nel signifi- 
cato ristretto della parola, due altri ci colpiscono sin dapprincipio, 
la tendenza burlesca che sopraffa spesso la satirica (onde la 
cantiga d'escarnho e de maldizer diventa spesso un joguele), e 
poi l'abuso di realismo pieno di crudezza cosi nel concetto come 
nell'espressione, brutalità che arriva spesso sino all'osceno più 
sfrontato e grossolano , al turpiloquio tanto pìii repugnante, 
quanto più appariva consuetudinario in mezzo alla classe più 
raffinata ed elevata della società. Anzi il contrasto di questa 
produzione con l'ambiente e con la lirica amorosa che di esso 
era l'espressione più genuina nella sua artificiosità, diventa cosi 
stridente, che si sarebbe tentati di crederlo voluto ed osten- 
tato, quasi che gli autori delle cantìgas d'esca?mho e de mal- 
dizer si fossero dilettati di esagerare certe tendenze proprie 
della poesia popolare in opposizione a quelle delle cantìgas de 
amo?', quasi tutte fredde, scolorite, convenzionali, « en maneira 
de proencal ». Dopo questo , non dobbiamo meravigliarci che 
una tale satira non abbia, salvo qualche eccezione, né ampiezza 
di concetti, né elevatezza morale, ma si restringa nelle angu- 
stie dell'ingiuria e della beffa personale, spesso volta a deri- 
dere i difetti fisici delle persone (una delle più bersagliate fu un 
poeta, Estevam da Guarda, segretario prediletto di re Dionigi), 
si compiaccia del frizzo, del doppio senso, cosparso volentieri 
di frivolezze e di scipitaggini, con un fare epigrammatico che 
ricorda lo spaglinolo Marziale e certi mutos satirico-burleschi 
ancora cantati nella nostra Sardegna. Ma anche quando ap- 
pajono superficiali, loquaci, malignamente pettegole, queste can- 
tìgas, a cominciare da quelle di re Alfonso, offrono elementi 
preziosi alla storia del costume e alla psicologia storica del 
popolo spagnuolo nel Dugento. 

Indarno vi cei'chiamo quei tèmi tradizionali che sappiamo 
essere stati propri della rimanente satii-a medievale, sovrattutto 



INTRODUZIONE. 113 

lo rassegne p^enorali di classi, di profe=;sioni o di vizi, oppure 
le invettive liriche. Questo carattere generale e negativo della 
satira portogliese-spagnuola è confermato dalle poche, ma fe- 
lici eccezioni che incontriamo sparse nei canzonieri superstiti. 
Ricorderemo un vigoroso eloquente lamento satirico sulla men- 
zogna trionfante nel mondo (C. A/., n. 435), onde il poeta, 
Pero MafaMo, visti fallire i suoi sforzi per seguire la verità, 
volendo tentare la fortuna, si propone di diventare anch'egli 
mentitore e spergiuro come gli altri; ma è una cantiga de 
maestria, in decasillabi, alla quale s'accompagnano degnamente 
una de refrain, composta da Martim Moxa {C. F. , n. 5()'^), 
sulla vana ricerca della lealtà e della veridicità, ed un'altra 
de maestria [C. V. n. 471), dovuta ad Alvaro Gomes, sul di- 
sordine e gli ahusi gi-avissimi e le violenze criminali imperanti 
talmente fra gli nomini, che pajono preannunziare la venuta 
dellWnticristo (cfr. C. F. , n, 1013). Meglio ancora un ignoto 
poeta del Canzoniere d'Ajuda (n. 335) riesce a dare un'espres- 
sione originale ed efficace al vecchio motivo della mina mo- 
rale che trascina il mondo tutto, in un lamento impi'ontato al 
pili crudele pessimismo, e il cui ritornello (refì'ayn)^ mai'tel- 
lante ad ogni strofa di decasillabi giauibici, fa l'efifetto d'un rin- 
tocco funebre. Perchè (si chiede il trovatore ispirato), perchè 
non me ne parto io da questo mondo , a cercarne un altro 
migliore ? . . . 

. . . por qué me non vou al,i,'ur esterrar, 
.se poderia melhor mund'achar ? 

Nella maggiore e più caratteristica parte di questi canti varietà 
satirici è grande la varietà di particolari forme metriche, en- metriche. 
tro la cerchia d'una forma prevalente, che è quella della can- 
tiga de refrain, con un'evidente predilezione per le strofe di 
settenari e ottonari. 

Ma senza confronto più notevole è la varietà degli ar- ^arieti. 

i . ° di ai'go- 

gomenti, desunti il più delle volte da casi e personaggi reali, menti, 
coloriti e commentati di quando in quando conforme ai con- 
cetti tradizionali. 

Molti — e forse in maggior copia che in qualsiasi altro ^^V''''^ 

~~_ i . i _ aiititetn- 

— sono in questi canzonieri i documenti dello spirito anti- minile. 
femminile, il quale si esprime nelle forme più varie ed ori- 
ginali. Un gruppo a parte, fra satirico e burlesco, formano 
quelle curiose cantigas de àmas che furono acutamente stu- 

CiAN. — La Satira, 8 



114 



INTRODUZIONE. 



Carattere 
personale. 



Un 
grande 
quadro 
satirico 

della 

società 

contem 

poranea. 



diate dalla signora Michaelis, nella forma d'una grande tenzone 
alla quale parteciparono trovatori aulici, incos-homes , come 
D. Joam Soares Coelho , D. Fernam Garcia Esgaravunlia , 
Airas Pares Vuitorom, Martim Alvelo, I). Joam Garcia e due 
giullari, Lourenco e Juiào Bolseiro. 

In generale questa poesia misogina è come il rovescio della 
medaglia delle cantlgas de amor e de amigo, e l'antitesi è 
resa più stridente dal carattere che tale poesia satirica rivela, 
diversa anche in questo dalla analoga produzione delle altre 
letterature romanze, una tendenza al biasimo e allo scherno 
risolutamente personale, senza scrupoli e senza ritegno anche 
dinanzi al nome delle persone prese di mira dagli strali della 
satira, e che apparisce o nel contesto del canto, oppure nelle 
relative didascalie, poste ora in testa, ora alla coda del canto 
stesso. 

Ecco sfilarci dinanzi, senza segreti, mogli infedeli, astute 
e sfacciate {C. F., 904-7; 911, 957-60, ecc.), mariti sventurati 
e rassegnati, il cui vituperio, accresciuto dall'essere essi men- 
zionati, risuona talvolta con mahgna insistenza, nel ritornello 
{C. F. , 1173); ecco donzelle leggere ed impudiche {C. F., 1134) 
e vecchie spregevoli (C F, 1070, 1119), donne venali {C. F, 977) 
di varia condizione, cortigiane, soldadeiras halteiras, della 
famiglia delle juglaresas e delle cantadeiras e fra esse special- 
mente Maria Perez, oggetto di scherni e di lodi da parte di 
Alfonso X e di altri {C. F, 64, 1506, 1509, 982, 1070, 1129, 
1203, 1197, ecc.), o come quella Maria da Grave, che uno dei 
nostri rimatori riconosce esperta di « tróbar e hen leer » 
{C. F,1016); perfino madri, mezzane delle lorofiglie(C. F.,1185). 

Se alla testa di questa lunga schiera di vittime sferzate e 
schernite nelle cantigas, compajono numerose le donne, vediamo 
passare e spesso conosciamo per nome i rappresentanti dei 
più diversi ordini o delle professioni sociali, satireggiati con le 
loro magagne o ridicolaggini e talora coi loro difetti corporali. 
Ecco un maestro di leggi che s'avanza zoppicando ( C. F , 98), 
uno scudiero presuntuoso e dappoco {C. F, 921) o che si pavo- 
neggia, ridicolo per le sue velleità cavalleresche (C. F, 968-9); 
più oltre un grande {ricome) avaro e superstizioso (in Zeit- 
schrift f. rom. Phil. XX, 209) o guerriero . . . pacifico, di pa- 
rata [C. CBr. 389-1516 in Zeitschr. XXV, 305), un cavaliere 
dedito alla sodomia passiva [C. V. 909), cattivi giudici, non cu- 
ranti della giustizia ( C. F, 910,1096), medici inetti (C. F, 1116), 



INTRODUZIONE. 115 

ricchi fannulloni, egoisti disutili che non valgono uno solo dei 
loro quattrini {C. V,. 1174, 1177); ecco affollarsi, in maggior 
numero degli altri, i cortigiani, spesso cavalieri, frustati per 
la loro meschinità (C V., 472, cfr. 1036, 1 164), per l'instabilità 
(iella loro fede, onde passano da un padrone all'altro, come un 
asino che si vende al mercato ((7. F. , 1058, cfr. 918, ecc.). 

Sempre ed acremente personale questa satira, al punto da 
non rispettare neppure le tombe: sicché Pero a Ponte, desti- 
nato alle sferzate di Alfonso X, alla morte di Pedr' Agudo, 
già da lui schernito per le sue disgrazie coniugali, nel canto 
citato più sopra (C. F., 1173), Anse che i concittadini di Burgos 
acclamassero Pedro Bodiatro come il più meritevole di sot- 
tentrare nel posto di marito disgraziato, lasciato vacante dal 
defunto {C. F, 1180). 

Un tèma satirico-burlesco singolare è quello dei falsi ro- 
mei e dei palmieri da burla, dei quali è smascherata l'arte 
di fingersi avviati a Roma o in Terrasanta o a Santiago o ad 
altri pellegrinaggi, mentre invece sostavano a Montpellier o 
anche meno lontano, come ci svela con fine ironia un trova- 
tore (C. A/., 395; C. F, 1066, 1118, 1195, 1198, ecc.). E pare 
che perfino le donne, militanti nella mihzia d'amore, le sol" 
dadeiras sopra menzionate, sapessero trasformarsi in pellegrine 
crociate (cruzadas). oggetto di motti e di commenti a trova- 
tori e giullari {C. F, 1176, 1197, 1199, ecc.). 

Appunto di ironia, talvolta sanguinosa e velenosa, non 
mancano altri esempi, come quello del sodomita lodato pel suo 
disdegno verso la donna {C. F , 1183) ; e in tanta varietà di 
toni satirici si trascorre dall'ingiuria atroce — ad es. , contro 
un tale proclamato, per nome, bastardo d'un villano {C. F, 1114 
— alla beffa, che, quasi innocua da principio, finisce nell'im 
properio (C F, 945-56). Men frequenti, gli esempi di vere e 
proprie invettive personali (C. F , 966). 

Alla storia delle costumanze letterarie e della coltura re-) 
cano gran copia di particolari curiosi quei canti, nei quali son^ 
fatti bersaglio dell' escarnho e del maldizer gh stessi trova- gimiari. 
tori e giullari, vantatori questi ultimi, o maldestri ((7. F, 928-9, 
1012) deformi {C. F, 971-4, 941-2) — canti che talvolta 
assumono la forma di tenzoni satiriche fra trovatore e giullare 
[C. F, 1104-6) anche fra un trovatore e l'altro (C F, ^07, 
914,965,1007,1009,1077,1011, 1110, 1179, 1104-6, ecc.), i 
quali insieme coi giullari, per amore all'epigramma ingiurioso. 



Fra 
trovatori 



116 INTRODUZIONE. 

godevano di l'are i severi censori di costumi dei loro confratelli 
in poesia, come Pero da Ponte « jograr » contro BernaLìo de 
Bonaval ed Ajras Peres Vaytorom {C. F., 1175 e 1080). 

Anche di tal genere di satira diede Tesempio lo stesso 
Alfonso X, il quale contro Pero a Ponte trovatoi-e lanciò per- 
fino la grave e pericolosa accusa di empietà e di miscredenza 
oltre quella di inettitudine a poetare « conio proencal » 
{C. 7., 70). 

Scarsezza Un Carattere rilevante di questa produzione è la scar- 

di satira i i • • ■ i • • j • /• , i 

antichie- sozza grande di vera satira anticliiesastica e antitratesca; ed 

sastica e , ■ 1 • • , • , • i 

aiiiifra- anclic nci pochi casi che ne incontriamo, essa non assume ia 



tesca. 



forma d'invettiva o di biasimo generici, ma ha, al solito, il tono 
strettamente personale, che è proprio di questa produzione dei 
canzonieri portoghesi. 

Tale, nei canti dove si prendono di mira o un'abbadessa 
poco ossequente ai precetti della castità {C. F., 943-4, 1137), 
un vescovo menzognero {C. F, 119>), o qualche cappellano 
e frate lussurioso (C. CBr., 421, C. F, 1130), o quando Al- 
fonso el Sabio scagliava una satira oscena contro il decano di 
Calez Cadiz {a V 70). 
Strana D"altra parte colpisce la strana libertà, per non dire l'ir- 

lingu'ag- riverenza audace di parola, con cui si tocca di Dio o delle cose 
ri^'uaì-do di fodc , coiue lu duc epicedi satirici e lamenti funebri a 
divililtà rovescio, vere parodie che hanno un'efficacia satirica iniiega- 
a Ha tede ^^^^ ( ^- AJ-'> '^^^■^ì 1189). Poco uumerosi sono i saggi rimastici 
Pochi ma ^^ satira politica, ma tali da farci deplorare questa scarsezza; 
pre-evoli como q liei Caratteristico serventese [Caniina politica de mal- 
di satira dize)\ nel e. F, 1088), vera « gesta de maldizer » che Ayras 
[)o 1 a. pgj,gg Vuituron (?) lanciò contro i castellani traditori di San- 
cho li in favore dell'usurpatore Alfonso III, e che, essendo stato 
composto fra il 1245 e il '48, appartiene al gruppo prealfon- 
sino; e le due forti cantigas [C. F, 77, 79) che Alfonso X vibrò 
dalle stro fette nervose o dagli irruenti decasillabi « de gaita gal- 
lega » col ritornello quinario squillante alla_ fine d'ogni strofa 
quella (C. F, 69) contro un fldalgo traditore. Che anche in 
questo gruppo della satira politica sieno avvenute perdite gi-avi, 
basterebbe a provai-lo la cantiga pnlilica che, secondo la no- 
tizia serbataci da D. Juan Manuel nel Conde Lucanor, i vas- 
salli di Alfonso X recitavano contro I). Jaime I, re d'Aragona: 
« Rev velho, que Deus confonda ... ». 

Peccato peraltro che, come osservò il Menendez y Pelavo, 



de (lexle 
e (Iella 
c;iv:illo - 



INTRODUZIONE. 117 

questi documenti di satuvi politica offrano diftìcoltà, spesso in- Difficoltà 
superabili, d' interpretazione, derivanti dai molti accenni, per 'preu"^" 
lo più oscuri, a persone e a fatti particolari. ^"^"^• 

Inline, uno dei piìi originali documenti della satira spaglinola parodia 
di questo periodo è il frannuento [C. F. , 1080) in cui Don Al- ,.hansouis 
fonso Lopes de Bayam parodiò la poesia delle cìiansons de 
geste e più ancora la vita cavalleresca, rappresentata da Vel- 
pelho — Volpe Renart — con la seguente didascalia che dà qual- 
che lume: « Aqui sse coìnenca a gesla, que fez don Alfonso 
Lopes a don Meendo e a seus vassallos de mal diser ». 
Curioso saggio , codesto, e per la traccia che serba del ciclo 
satirico d'oU de noi studiato e come indizio di quello spirito 
onde un giorno, per la gloria della Spagna e dell'arte, uscirà 
il maggior monumento della sua letteratura, il Don Quijole. 

."). Ricca messe a<iunque ci offrono i canzonieri portoghesi, i-i poesia 
documenti preziosi di satira relativamente primitiva, che, men- di'spafriia 
tre per la ispirazione e per la forma deriva tanto dal popolo, TrccentT 
ritrae con insuperabile varietà e non senza efficacia la vita 
specialmente delle corti di Castiglia e di Portogallo, le miserie, 
le debolezze, le magagne di quel mondo sul quale domina la 
figura luminosa di Alfonso el Sabio. 

Che se, subito dopo la sua morte la poesia nella Castiglia 
cominciò a decadere rapidamente, mentre nel Portogallo essa 
resistette prosperosa sinché durò il regno di Dionigi (7 1325), 
sarebbe un errore credere che quelle tradizioni di poesia sa- 
tirica andassero perdute nella letteratura spagnuola. 

Lo spirito di quella satira, fatto di maldicenza e di burla, i-'Aifi- 
ma anche di ironia e di picaresco^ trovo un interprete origi- inta. 
naie in Juan Ruiz , il famoso Arciprete de Hita, fiorito 
dalla fine del Dugento sino a mezzo il secolo seguente, che si 
considera come la prima vera individualità della letteratura 
castigliana propriamente detta. Nel suo Libro de hiien amor, °',',^.;"''' 
scritto nel carcere, abbiamo i più svariati e singolari docu- delia sua 

.... . -^ ° satira. 

menti di satira e, insieme con una sopravvivenza di spinti go- 
liardici, una vena d'ironia e di cinismo, che talvolta degenera caratteri 

• o ed 

nell'osceno, tal'altra assume la forma à.Q\\'humour, d'un riso, elementi 
cioè, amaro e profondo, reso più attraente dal soggettivismo essa, 
dominante e dalla ricchezza di pirticolari autobiografici. 

L'attitudine naturale, rinforzata dall'esperienza e dall'os- 
,servazione ridicola del mondo, fece del Ruiz un vero maestro 
di satira, varia e fresca, pur in vecchi temi tradizionali, come 



1 1 8 INTRODUZIONE. 

nel fare la rassegna delle diverse classi sociali, oppure nel 
celebrare le proprietà, anzi le qualità miracolose del Denaro 
[Copi. 404-r301) che suggerisce al poeta tratti saporiti e ar- 
ditamente satirici contro tutti i devoti seguaci di questo Dio . . . 
non escluso il Papa. 

La maggior parte delle idee contenute in quelle coplas 
ci riescono tutt' altro clie nuove : ma come si atteggiano e si 
colorano nuovamente nel pensiero e nella forma personale del 
poeta ! Per accrescere efficacia al suo encomio eminentemente 
ironico, egli finge d'essersi recato a Roma, e d'esservi stato 
testimonio oculare di (|uei prodigi: 

Yo vi eu corto de Roma, do e.s la santidat, 
Que todos al Diuero fasen grand homilidat. 
Grrand honra le faxiaii con grand solenidat, 
Todos a ci se honiiilan coino a la magcstad. 

Su tutti, monaci e frati, arcivescovi e dottori, patriarchi 
e podestà, chierici e cavalieri, monache e dame, giudici e av- 
vocati, si fa sentire, con effetti portentosi, l'onnipotenza del 
Denaro. 

Ancor più originale si rivelò la fantasia satirica dell' Ai'- 
ciprete de Hita nel creare la figura di Trotaconventos, la vec- 
chia mezzana faccendiera, consumata nelle arti dell'amore e del 
ruffianesimo, che sembra aver apprese alla scuola di Ovidio, 
il maestro dell' Ars aniancU, e perfezionate poi con la lunga 
esperienza, che viceversa era 1' esperienza del fecondo Arci- 
prete spagnuolo , fatto , appunto perciò, abile a cospargere di 
saporito realismo le sue coplas, specialmente quelle satiriche. 

Come si è visto, dunque, la Spagni, sino dal periodo delle 
Origini, mostra d' aver posseduto una sua propria poesia sati- 
rica, ricca e varia, dotata di caratteri che ben la distinguono 
nella rimanente produzione romanza e che, stimolando le ener- 
gie poi)olari per le quali era sorta, non solo giovò ad opporre 
una provvidenziale resistenza agii esagerati e pericolosi influssi 
provenzali, ma additò ed aperse al genio nazionale una delle 
sue vie più gloriose. 



LA SATIRA VOLGARE IN ITALIA 



CAPITOLO PRLMO 



Prima di Dante. 



I. — Nella poesia popolaresca. 

1. Non è meravislia che le m-ìme tracce della satira l'rimc 

LrixccG ili 

volgare in Italia ci vengano, più o meno direttamente, dal satira 
popolo, nella rozza veste delle parlate regionali, ingenue e ^i°e«:a. 
schiette manifestazioni di quei sentimenti di odio, di rivalità, 
di scherno, ma anche di moralità punitrice e nella vita pub- 
blica e nella privata, che conosciamo già per altre testimo- 
nianze di quel periodo procelloso che fu il regno di Fede- 
rico II. Esse, come non avevano un intento, cosi non hanno 
neppure un valore di documenti letterari ; posseggono soltanto 
un pregio quasi puramente storico, e allo studioso della let- 
teratura importano in quanto servono a spiegargli la poste- 
riore produzione d'arte. Prodotti sporadici e, per l'origine e per 
la natura loro, inevitabilmente condannati alla distruzione e al- 
l'oblio, noi ne conosciamo appena una minima parte, sopra- 
vanzata al naufragio mercè la curiosità o il capriccio di qual- 
che cronista o di qualche notaio, ma sufficiente a darci un'idea 
del resto che è andato perduto. 

2. Quella medesima Cronica di Salimbene che ci ha fornito Neiia 
preziosi ragguagli sulle condizioni dello spirito satirico nell'Ita- '""^y''" 
Ha dei Dugento, nonché saggi svariati di satira latina, ci soc- s^'^^""^®"®- 
corre anche questa volta, grazie alla loquacità irrefrenabile 

ilei minorità parmigiano. 

Ora è un motto satirico di carattere proverbiale e tra- Motti 

... , • T , , ... •• , • ■ n-^tm satirici- 

ilizionale, quindi certamente già vivo più tempo innanzi [1240] senten- 
che il cronista lo cogliesse sulla bocca di Jacopo Torello, e che carattere 
il popolo trovava sapientissimo, argutamente applicandolo alla "^ulil.' 



120 CAPITOLO r. - PRIMA DI DANTE. 

lotta del papa con l'imperatore contendenti fra loro con danno 
reciproco. Dinanzi a quello spettacolo, di cui erano spettatori 
interessati e non di raro anche attori , i Lombardi escla- 
mavano : 

L'asen dà per la pare : 
Botta dà, botta recé. 

cioè , allorquando , ricalcitrando , 1' asino tira calci contro la 
parete, dà botte, ma anche ne prende. Sennonché, neppure 
dalla chiosa salimbeniana si riesce a capir bene chi fosse, in 
quel caso, l'asino recalcitrante. 

Questo motto popolaresco fa pensare, se non altro, per 
l'identità del protagonista, ad uno consimile raccolto in quello 
stesso secolo dal padovano Geremia da Montagnone: « Aseno 
che non se ve' — cavalo eser ere' » (l'asino che non vede, non 
conosce sé medesimo, si crede un cavallo); altro esempio, code- 
sto, di quei motti sentenziosi, d'indole generale, nei quali l'ele- 
mento satirico é in germe e suscettibile d'infinite applicazioni. 

.<itorne]io Altre volto è un ritornello schernevole che il cronista 

Tontr'o° parmense ha udito risonarsi spesso all'orecchio (centies audivl), 

frate Elia, intouato dai monelli delle campagne toscane, quando vedevano 
passare un frate minore : 

Or attorna, frate Elia, 
Che pres' a' la mala via. 

— caratteristico rinfaccio d' apostasia lanciato , forse in tono 
di consiglio ironico, dal popolo canzonatore della guelfa To- 
scana, nella persona dei poveri mendicanti, contro il loro gene- 
rale, deposto e passato alla parte dell'Impero. 
L'ic antico Similmente, un secolo più tardi, un altro cronista, Gio- 

p^l^ej- vanni Villani (Xll, 16) riferirà <v l'antico proverbio » che si 
ritmico ripeteva dei Fiorentini: Firenze non si 7nove, se tutta non 
G. Villani, si dole. I vocchi commentatori di Dante lo riferiranno al v, 148 
sg. del e. VI del Purgatorio, facendolo seguire da una chiosa che 
ne accresce il valore storico-letterario: « Benché il proverbio 
sia di gro.ssa rima [rima rozza o imperfetta, cioè assonanza 
popolare], per isperienza si trova di vera sentenzia ». 

3. Ancor più pregevole per chi voglia indagare la psico- 
logia del popolo nostro, quale si rivela schiettamente nella 
poesia gnomica tradizionale, è una coppia di senarì onde il po- 
polo toscano, ben fornito di buon senso e di pungente e ar- 
guto scetticismo, derideva le illusioni di coloro che credevano 



NELLA POESL\ POPOLARESCA. 121 

(li potei- affermare il sopi-av vento delia ragione, sempre vitto- 
riosa, anche se disarmata: Ragion senza forza — Non vale 
una scorza, dolorosa verità, che, anche oggi, dopo più che 
cinque secoli, ha i)erdato ben poco della propi-ia efficacia, e 
che Franco Sacchetti illustrò in una novella (Nov. XL). 

Nella miggior parte dei casi il popolo italiano e i suoi 
interpreti alle sentenze generiche, nelle quali il pensiero sa- 
tirico, attenuandosi, svaniva in un amaro lamento, preferiva 
i motti aculeati, che tramandassero, in nota di biasuuo o di 
scherno, il ricordo di fatti concreti e di personaggi reali. 

Ecco un distico, sanguinoso nella sua brevità, che fa pen- 
sare al terribile verso dantesco « Edi Fiorenza in popul giusto 
e sano »: 

S'tu ai niuno a chi tu vogli male, 
Mandalo a Firenze per uficiale. 

E i Fiorentini medesimi, precorrendo il loro Poeta-giusti- 
ziere, commentavano nei loro versetti gli scandali della vita 
pubblica; tale « la canzonella » sorta a ricordare la frode del 
Chiaramontese, onde i suoi « arrossarono per lo staio », e il 
cui principio suonava cosi: 

Egli é tratta una doga del sale 

E li offici son tutti salviati [salati] ?. 

4. Ormai, in ogni regione, nella Toscana, come nelle Marche 
e nella vallata del Po, quei rimatori, uomini sollazzevoli (tru- 
fatores), giullari, che solevano farsi portavoce del popohj loro, 
imparavano ad usare e vibrare sempre più sciolta e ardita la 
lingua del volgo, come stromento di satira e di beffa. Simili 
a quel burlone d'un maestro Boncompigno fiorentino, a noi 
già noto, che in Bologna die le saggi dei suoi frizzi e dei suoi 
versi canzonatori, verosiuiilmente anche in volgare, altri ne 
conosciamo, come frate Ugo da Reggio-Emilia, soprannominato 
Pocapaglia, che Salimbene rammenta esser stato maestro di 
grammatica anch'esso e burlone e gran parlatore {prolocutor) 
uso a confondere i frati « mordaci » dell'ordine, nonché i 
grandi astrologi, come Guido Bonatti. 

Nulla di più naturale che, sin dalla fine del sec. XII, 
[uel Pacifico che, prima di convertirsi e di vestire il saio fran- 
cescano, riempi dei suoi versi, da nobile giullare, oltre che la 
terra nativa e le altre regioni dell'Italia centrale, anche la 
corte imperiale di Arrigo VI, si da meritare d'esser incoro- 



122 CAPITOLO I. - PRIMA DI DA]STE. 

nato come rex versuutn, avesse nel suo repertorio alcuni di 
questi canti schernevoli che tanto piacevano ai volghi. D'un 
suo compaesano, vissuto circa il mezzo del Dugento, sono le 
strofette composte a scherno d'un ser Pietro da Medicina, che 
diffìcilmente è il dantesco, e d'un certo sigillo, memorabile do- 
cumento di vanità ambiziosa. 

5. Per questi ed altri fatti ci accorgiamo che di tra la 
folla confusa cominciano a disegnarcisi sempre meno indistinte 
all'occhio alcune figure di rimatori, le quali ci permettono di 
seguire il lento assorgere della poesia popolare, anche sati- 
rica, a dignità letteraria, non di rado per l'eccitamento e sotto 
l'influsso della poesia giullaresca d'oltr'alpe e della latina, lar- 
gamente importate e diffuse nella penisola. 

Questa graduale apparizione della individualità letteraria 
dei nostri dicitori in questo campo corrisponde ad una gra- 
duale ascensione della stessa produzione poetica. 

Graduale e lenta, anche quando si sia incerti circa il nome 
del rimatore. Questo è il caso dei Provet-bia que dicuntur 
super natura feminarum : caso doppiamente curioso, che uno 
dei più antichi documenti superstiti della nostra poesia volgare, 
consegnato per intero e con una certa intenzione d'arte alla 
scrittura, è tutto una fiera requisitoria contro « le malvasie 
femene », pur venendoci da quella regione lombardo-veneta, 
nella quale l'antico scolaro vagante di Castiglia cantava d'aver 
soggiornato a lungo « per aprender cortesia ». L'autore di 
queste 189 strofe tetrastiche monorime di alessandrini, rozze 
e spesso trivialmente sboccate, neirintento di « speronare » le 
malvage donne « più piene de rei arte — que le alpe de neve », 
non escluse le monache che usavano « putaria », conferma i 
propri giudizi con una lunga serie di esempi tratti da donne 
famose dell'antichità e dei tempi per lui moderni, dalla storia 
e dalla leggenda, e con una sfilata di proverbi mordaci e di 
similitudini tratte dagli animali. Ma è notevole che egli, forse 
esagerando per accrescere credito ai suoi « sermoni » desti- 
nati, si badi, alla lettura (str. 66.1), afferma d'averne tratta 
tutta la materia da « libri anciani, que li poeti fese », o da 
lezioni udite « en scola »; segno dunque d'una certa coltura, 
per quanto ostentata ed esagerata, la quale aveva le sue fonti, 
più che negli antichi poeti, nella letteratura medievale latina 
e oitanica a noi ben nota, sovrattutto nella giullaresca d'ol- 
tr'alpe, come è ormai dimostrato da alcune indagini recenti. 



XKij.v POESIA d'artk. 123 

Non dobbiamo tuttavia dimenticare che in questi prodotti 
di spirito prettamente medievale le manifestazioni satiriche e 
comiche sono subordinate ad intento didattico-morale , meno 
visibile in altri componimenti di quel periodo e di (luella stessa 
i-egione lombarda, come le Noie di Girardo Patcii' (Pa- 
teccio), ricordate da Salimbene. e le risposte di Ugo di Perso, 
che derivarono non poco dalla poesia tVoc e d^oil e nelle quali 
serpeggia una vena di arguzia non di rado aspra e pungente. 

Altri dava al proprio sentimento la l'orma della profezia, 
prediletta all'età di mezzo, come faceva Uguccione da Lodi 
(Ugucon da Laodho, che una'identificazione, recentemente i»ro- 
jìosta dal Torraca, assegnerebbe alla fine del sec XII), il quale, 
neir alzare la propria voce contro l'avarizia dominante 
all'età sua, invocava l'Anticristo vendicatore e steruiinatore, 
alla cui venuta erano ormai maturi i tempi, tanta o tale era 
la « cobiticia d'enriquir ». 

Altri ancora, sempre nell'Italia superiore, rinnovava nel 
suo rude volgare uno dei temi piii diffusi della satira me- 
dievale , quello in odio e scherno dei villani, come 
nel suo « detto dei villani » Matazone da Caligano, nel 
territorio pavese; oppure quello antifratesco e antichie- 
sastico del fahleau giullaresco nella forma della ballata, come 
l'ignoto autore della storiella di frate Sbereta, nel frammento 
bergamasco. 

Sparsi documenti superstiti , che bastano ad attestarci 
come sin da questo tempo lo spirito satirico del piqjolo ita- 
liano , pure seguendo le correnti della letteratura medie- 
vale, si provasse in qualche sua forma nuova, nella quale 
si adombravano i sentimenti e le vicende di un'età memora- 
bile di lotta e di preparazione. 

II. — Nella poesia d'arte. ^IrS^ 

politica 

1 . È noto che in questo secolo la lirica d'arte, sovrattutto scuoL 
([uella delia cosi detta Scuola siciliana, fu dominata quasi esclu- 
sivamente dai tèmi d'amore iu massima parte convenzionali 
e importati dalla poesia occitanica, si che è ben raro il sor- 
prendere qualche accento di' satira generico e anch'esso con- 
suetudinario, frammisto ai canti amorosi. Tale, il lamento che, 
quasi invettiva repressa, occorre in uno dei sonetti che vanno 
sotto il nome della Compiuta donzella: 



siciliaiiM. 



124 CAPITOLO I. - PRIMA DI DANTK. 

Lasciar vorria lo monrlo e Dio servire 

e dipartirmi d'ogne vanitate, 

però che vetrgio crescere e salire 

maltezza e villania e falsitate 

ed ancora senno e cortesia morire 

e lo fin preijio e tutta la bontuti- 



nicml.iMndonii c'oan'oni di mal s'adorna. 



E anclie noto come, per una contraddizione, che, del resto 
è soltanto apparente, la poesia che pullulò attorno al più bat- 
tagliero dei principi di questo tempo, il secondo Federico, chiusa 
— per non dir soffocata — nello stretto ambito della scuola, sia 
rimasta presso che del tutto indifferente ai tanti impulsi che 
le venivano dalla varia e turbinosa vita politica, nonché dai 
trovatori, e provenzali e italiani, i quali le porgevano nume- 
rosi ed insigni esempi di componimenti che erano, s'è già visto, 
vere e proprie armi di guerra. Lo Svevo e i suoi fautori pre- 
ferivano per questa bisogna giovarsi del solenne ed eloquente 
latino della cancelleria e dei notai, oppure della lingua dei 
serventesi, da lunghi anni esperta di battaglie, lasciando il vol- 
gare italiano, come ancor tenero e maldestro, spiccare i brevi 
voli incerti, accarezzare coi timidi accenti gli orecchi delle 
donne innamorate, pago di quell'officio gentile che gli asse- 
gnerà l'Alighieri nel famoso passo della Vita nova. 

Appunto per ciò è tanto più curioso il rammentare che lo 
stesso re Svevo, nel partirsi corrucciato da Arezzo, dove non 
ave va trovata l'accoglienza che s'aspettava — l'anno 1239 e '40 — 
si sarebbe lasciato sfuggire, secondo un cronista, certe parole 
in volgare italiano [italìce loquutus futi) all'indirizzo della mal 
fida città, le quali, senza la minima racconciatura arbitraria , 
ci appariscono nella forma d'una strofetta poetica, grave di 
rampogna e di minaccia: 

Arca di miele 
Amara come fiele ; 
Verrà gente novella 
Goderà questa terra. 

E non è improbabile che Guittone, allora giovinetto e 
spettatore di quella visita imperiale ai servigi del padre ca- 
merlengo del Comune, più tardi si ricordasse di questo motto 
di Federico in un componimento d'indole politico morale. 

2. Mi le prime prove veramente notevoli di poesia sati- 
rica nella lirica nostra d'arte, e di cuntenenza politica, a gara 



NELLA POESIA d'aRTE. 125 

coi trovatori, non incominciano elio dopo la morte di Federico, 
durante quel periodo non meno fervido di tìerissimi contrasti, 
che segna l'estrema ruina deyli Svevi e il soverchiare degli 
Angioini. Nel memorabile ventennio circa, che corse fi-a quella 
morte e la battaglia di Tagliacozzo (1250-1208), si ebbe come 
un improvviso e generale risveglio di spiriti poetici, al quale 
conferi non lievemente appunto l'aretino Guittone, che nel 
campo della poesia pronunzia e prepara in piii mo;li la supre- 
mazia dei Toscani. 

Della cresciuta importanza che in quegli anni erano ve- 
nute assumendo le rime volgari quali strumenti validi di lotta 
politica, ci rimangono due documenti il cai valore è innega- 
bile. L'uno è il decreto, veramente draconiano, del Consiglio 
di Perugia, il quale, in data del 20 dicembre del 1269, com- 
minava la pena di cento libre, oppure, in caso dlnsolvenza, 
il taglio della lingua, a chiunque avesse osato comporre o 
anche soltanto recitare o cantare qualche canzone o pronun- 
ciare ingiurie contro re Carlo d'Angiò, o mostrarsi fautore di 
Corradino di Svevia. Si capisce che i Perugini , dimostrando 
in maniera cosi barbara il loro zelo per la causa angioina, 
sapevano d'interpretar bene la volontà del vincitore straniero e 
forse sapevano già che questi. Panno innanzi, aveva opposto 
un diniego a Pietro re di Aragona e ad Alfonso di Castiglia, 
che avevano interceduto- presso di lui per la liberazione di 
i Don Arrigo di Castiglia l'ardimentoso e avventuroso fra- 
tello di Alfonso, fatto prigione a Tagliacozzo, dopo aver ab- 
i bandonato la sua causa. Può darsi che in questa risposta, nella 
I quale sono ricordati gli atti ostili del principe spagnuolo, e il 
! suo sparlare e scrivere indegnamente e vergognosamente con- 
ì tro di lui ( « multa mihi verba et dixit et scripsit de nobis 
j ad nostram verecundiam et ruborem » ), il re Angioino allu- 
.; desse — come ha pensato taluno — al vigoroso ma oscuro ser- 
I ventose italiano che don Arrigo dovette comporre forse alla 
fine del giugno 1268, col quale, imbaldanzito da una recente 
ma effimera vittoria, lanciava un acre rinfaccio contro lui, 
■> debitore moroso e usurpatore dell'altrui. Anzi la quarta strofa 
è un'ardita imprecazione, che doveva attizzare i risentimenti 
del conquistatore angioino e spiega la prigionia di quasi cin- 
que lustri, nella quale ebbe a languire il poeta : 

Moi'ci, per eleo, chi m'a trattato morte, 
e chi tien lo mio acquisto iii sua balia, 
come giudeo I 



Percivalle 



Panz 



126 CAPITOI,0 I. - PRIMA DI DANTB. 

Dal SUO punto di vista, rAugioino, nel perseguitare i ri- 
matori insolenti e pericolosi, non aveva torto, perchè sentiva 
l'odio che divampava minaccioso contro di lui e contro i suoi, 
in molti italiani, anche Guelfi, un odio che piace rilevare e 
che passerà nel cuore del più grande fra essi, l'Alighieri, al- 
lora bambino. 

Piace inoltre il vedere che contro il re francese alcuni 
trovatori Italiani proseguano degnamente la tradizione della 
poesia occitanica, che, importata nella penisola, aveva fatto no- 
bili prove coi loro predecessori dell'età di Federico II. Fra 
questi trovatori dell'ultima generazione meritano un particolare 
ricordo i due genovesi Percivalle Do ria, caldo fautore di 
noria. pQ Manfredi e autore d'un serventese d'intonazione tra guer- 
resca e satirica , ispirato a quelli di Bertran de Born , e di 
càieffa Gàlega Panza o Panzano , che in un altro serventese di 
recente dato alla luce, drizzava i colpi vigorosi delle sue sti'ofe 
contro i falsi chierici e contro Carlo d'Angiò. 

Più tardi, verso il 1283, un ignoto italiano scagliava con- 
tro l'odiato francese una cabla, nella quale s'augurava di ve- 
dere impiccati, alti al vento, il conte Guido di Monfort e tutti 
i suoi guerrieri, nonché il re Carlo e il figlio e i nipoti. Si 
capisce benissimo che l'autore di questa strofa abbia prefe- 
rito rinunziare alla gloria di tramandare il proprio nome al 
posteri, conservando « l' incognito » . al pericolo di sfidare le 
ire del re straniero ! 

3. Di rado e tardi i serventesi occitanici, sorti in Italia, 
frementi di spiriti guerrieri e satirici, trovarono eco nelle 
nostre canzoni volgari, come, d'altro canto, i nuovi sonetti di 
contenenza politica male reggevano il confronto con le coblas 
trovadoriche , diffuse anche fra noi: male, dico, per manco e 
d'impeto e di passione e di audacia e scaltrezza, nell'uso del- 
l' invettiva e dello scherno. Non certo fa eccezione il copioso 
jg^ ciclo di sonetti formanti una vasta tenzone, che ad una 
tenzone schiera di rimatori toscani, i più, notai fiorentini, alcuni, 
rimatori guelfi (Mouto d' Andrea, Palamidesse, Orlanduccio 
sull'ini- orafo), altri, ghibellini (ser Clone, ser Beroardo, Schiatta 
Carlo V." di Albizzo Palla villani, Federico Gualtierotti, messer 
a267-IT Lambertuccio Frescobaldi) ispirò, o, piuttosto, suggerì 
l'impresa, annunziata ed attesa, di Corradino di Svevia (1267- 
68). In questa interminabile e grigia sfilata di sonetti invano 
cerchiamo 1' accento della pas.sione , dell' ira , della satira. La 



XELLA POESIA D ARTE. 



127 



contesa, anzi la discussione politica, stemperandosi, degenera 
111 un fiacco inconcludente cicaleccio d'oziosi politicanti, che 
stanno alla finestra a scrutar l'orizzonte e ad almanaccare sul- 
l'esito degli avvenimenti, commentandoli a lor modo nel gergo 
astrologico allora in voga e con qualche palleggio stentato di 
Hiahgnità e d'ingiurie, forse più pedestri che volgari. 

Con ben altra efficacia alcuni anni innanzi (1262), due 
M'uesi, uno dei quali, Provenzano, è forse il personaggio fa- 
moso del Pujyjatorio dantesco, che si dichiarava risolutamente 
ghibellino, l'altro, un Rugieri, di parte guelfa, avevano con- 
teso fra loro prò e contro Manfredi e intorno alle condizioni 
e alle .sorti di Siena mi certe strofette che bene riproduce- 
vano le cohlas doblas dei trovatori. 

In esse non mancano certi tocchi satirici all'indirizzo della 
Corte romana e dei Ghibellini, contro i quali si gettava quella 
grave accusa di miscredenza sotto il cui peso dovrà più tardi 
giacere, tra le fiamme dell'Inferno dantesco, il loro capo d'una 
volta, il « secondo Federico ». 

4. Per tutti questi fatti e per altri consimili che a ({uel 
tempo dovettero essere frequenti ed ora ci sfuggono, non è 
arduo spiegarci come il più prolifico ed autorevole fra i ri- 
matori toscani di quel periodo, l'aretino Guitto ne, lasciati i 
laboriosi canti d'amore, di rado illuminati e rinvigoriti di qual- 
che nuovo atteggiamento di pensiero e di arte,' abbia voluto 
provarsi anch'egli nella lirica politica e dare in essa esempì e 
modelli, spesso in tòno d'invettiva amara, di aspra rampogna, 
di monito minaccioso o di riprovazione satirica. Già quella che 
sembra essere la più antica delle sue canzoni politiche, che 
nel 1259 egli lanciò contro i propri concittadini per ispiegar 
loro la sua partenza e quasi fuga da Arezzo, si apre con una 
intonazione fortemente, duramente obiurgatoria : 



l'eiizone 

politica 

fra 

Proven- 
zano e 

Hugioi'i 
senesi 



La satira 
politica 



Guittone 
(l'Arezzo. 



Gente noiosa e villana 

e malvagia e vii signoria 

e giudici pien di falsia 

e guerra perigliosa e strana 

fanno me, lasso, la mia terra odiare. 

(Canz. XV, voi. I. ed. Pellegrini) 



Ma è peccato che alla sincerità di questo sentimento di 
odio mal corrisponda la forma, troppo stemperata, e, in ge- 
nerale, fiacca e pedestre. 

Dell'anno seguente è la più famosa canzone nella quale 



128 CAPITOLO I. - PRIMA DI DANTE. 

l'aretino, guelfo appassionato, esule dalla propria città, riversò 
tutto il dolore e Tamaro disdegno onde traboccava il suo cuore 
per la sventura toccata suU'Arbia alla sua parte e per la ro- 
vina che, secondo lui, travolgeva orinai Firenze ( « l'alta lior 
sempre granata » ) e le antiche leggiadre costumanze civili 
redate da Roma madre ( « l'onorato antico uso romano » ). In- 
cominciata in nota di lamento elegiaco {Ai lasso ! o?" è slagion 
de doler tanto) e di triste rimpianto, essa si innalza e si af- 
fina nell'ironia mordace e tagliente volta contro i Fiorentini 
traditori della patria e troppo facili ad acconciarsi alla tiran- 
nide dei vincitori tedeschi, uccisori dei loro cari. L'ironia di- 
venta sarcasmo beffardo ed acre nel commiato, nel quale il 
poeta invia un proclama ironico a tutti i signori d'Italia per- 
chè accorrano alla corte bandita da Firenze, trionfatrice e re- 
gina della To.scana. 

È questa la prima e forse l'unica volta che la passione 
politica e un sentimento quasi di patriottismo purificatore dei 
torbidi corrucci partigiani, rafforzato da un vivo sentimento 
antitedesco, abbiano ispirato all'Aretino un canto, il quale, per 
la vigor'a e per la concisione insolite, per la non comune 
perspicuità sua, pel calore sincero dell'eloquenza commossa, 
sembra spiccare un volo più alto fra i migliori serventesi che 
in quel medesimo anno corsero sibilando per la penisola. Esso 
è un documento non soltanto storicamente, ma pur letteraria- 
mente notevole dell'impressione provata dai buoni e vecchi 
guelfi toscani allorquando si diffuse la voce ad annunziare « lo 
strazio e il grande scempio , Che fece l' Arbia colorata in 
rosso ». 

Con questa canzone del 1260 bene si accompagna l'altra, 
posteriore di poco, contro Arezzo, triste e rea città, ma pur 
cara (0 dolce terra aretina), miseramente scaduta dalla gran- 
dezza e dalla gloria d'un tempo, causa i vizi e le colpe dei 
suoi cittadini. In queste strofe incalzanti, dalla mossa iniziale 
felice, l'incertezza angosciosa, il lamento, l'invettiva, il rinfaccio, 
l'apostrofe gagliarda si alternano, come nel cuore del poeta si 
mescevano e agitavano con impeti veri l'odio e l'amore; e do- 
mina l'antitesi, prediletta sempre ai poeti satirici, fra il passato 
bello, nobile e luminoso, e il presente brutto, vile e oscuro. 

Men vivo rimatore, ma vario e ostinato nel tentare tutti 
i diversi tasti della satira, si rivela l'Aretino, più che in 
quella generica, puramente morale, contro i vizi ed i vi- 



NF.M.A POESIA d'aRTK. 12!) 

ziosi, dove troppo spesso riesce pedantescamente gnomico e 
predicatorio, in quella personale, allorquando, ad es., frusta 
un podestà per le sue ladrerie (son. CLXIX ed. Valeriani) od 
inveisce contro i chierici, che accusa di lussuria e di si- 
monia (son. CXXIII-CXXIV ed. cit.), oppure punge la stoltezza 
e la vanità di Guidaloste, giullare pistoiese (son. CLVI ed. cit.) 
rinfaccia iìeramente il disonesto traffico della propria dignità 
ad un giudice , divenuto buffone « gioculare » (lett. X^'II e 
canz. IX ed. cit.). Ora rimbrotta, con frase causticamente se- 
vera, un abate ricco ed avaro, augurandogli « cuore quanto 
podere o podere quanto cuore » (lett. II, cfr. Pellizzari , 
GuUtone, p. 21); ma gli tocca la peggio, quanto tenta di ri- 
spondere per le rime ad un sonetto, insolente ed acre nel- 
l'oscurità sua, che gli aveva scagliato contro un giudice Uber 
tino (son. CLIII ed. Valer.; il son. di Ubertino in Pellizzari. 
op, cit. pp. 22-3). 

In complesso, convien riconoscere che nei componimenti 
satirici satireggianti, Guittone, costretto a tenersi a contatto 
con la realtà e più direttamente ispirato o spinto da essa e 
insieme da risentimenti e passioni sincere, lascia trasparire 
meno quei difetti che non di rado rendono grave ed uggioso 
il restante della sua produzione poetica. 

5. Ormai, nell'ultimo quarto del sec. XIII, anche per Tau- i/egemo- 
torità, solo in parte giustificata ma facilmente spiegabile, diGuit- lett'ei'aria 



Iella 



tene e dei guittoniani, l'egemonia della Toscana nella coltura Toscana 
e nelle lettere, si veniva affermando sempre più risolutamente, "f/m"'" 

Scomparso quasi del tutto l'uso del provenzale comie stro- '^,",^^g°tjf^ 
mento di poesia viva, ristretto di molto quello del latino nella 
produzione poetica fatta per la rapida divulgazione, il volgare 
letterario, uscito dalle inevitabili incertezze e dalla quasi gene- 
rale anarchia del primo periodo, cominciava a disciplinarsi e 
ad unificarsi in tutte le regioni, e per molte vie e con mezzi 
molteplici, per opera di autori e di amanuensi, per imitazioni 
dirette e per analogie e intuizioni istintive, si ripuliva e rag- 
gentiliva, accostandosi progressivamente al tipo toscano. 

Com'è naturale, ciò avveniva anche nel campo della poesia 
satirica, nel quale, pertanto, in sul cadere del Dugento, ci pa 
iono ben poca e povera cosa, per non dire quasi trascurabile 
certe appariz oni satiriche che si avvertono qua e là nella pro- 
eduzione gnomica-morale e didattica dell'Italia superiore , se si 
eccettui quella varia e pregevole miscellanea di componimenti 

Gian. — La Satira. 9 



130 CAPITOLO I. - PRIMA DI DANTE. 

.Nelle rune cliG vaniio sotto il titolo di Ri 111 6 dell ' A 11 Oli luio gGiiovese 
''nimo"' e che rappresentano una Ibnua d'arte inferiore, che si sforza 

genovese, ^y^ incalzarsi a dignità letteraria. 

Vissuto alla tlne del sec. XIII e al principio del seguente, 
l'ignoto rimatore, popolaresco, ma non isfoniito d'una certa 
coltura, conformandosi anche in ciò alle consuetudini della 
poesia giullaresca, dà talvolta un'intonazione satirica al pen- 
siero didattico dominante nei suoi rozzi versi, riscaldati da un 
vivo sentimento rehgioso e morale. Ora egli li appunta con- 
tro le donne vane e ambiziose, ora contro i villani ri- 
fatti, talvolta contro i preti corrotti e indegni, che 
schernisce e flagella quali « can raiosi » che, mentre predi- 
cavano l'astinenza, badavano ad empiersi la vasta pancia dei 
migliori bocconi. Più vivo e originale nelle poesie politiche, 
egli fa sentire l'accento vigoroso dell'odio nelle invettive contro 
1 prelati più alti che facevano i mestatori sulla scena politica e 
perlino contro il Sommo pastore — forse Bonifazio Vili — 
contro gli autori delle discordie intestine divampanti ad ogni 
pie sospinto, onde gli pareva « squarzao tuto lo mondo ». L'odio 
contro le parti malnate che straziavano la sua Genova diletta 
scaturisce da un sincero sentimento di patriottismo municipale 
che in qualche caso sembra abbracciare tutta l'Italia, ma che, 
per una contraddizione inevitabile, lo spinge talora a sfoghi 
trivialmente appassionati e stizzosi contro la rivale Venezia. 
Nel Similmente, alcuni anni innanzi, ser Brunetto Latini, nel 

Tesorello ' ' ' 

di Tesorello, aveva lamentate le discordie civili che minacciavano 

Brunetto ■ n t" ^■ p • -i 

Latini, rovina alla sua Firenze e gli ferivano il cuore: 

Che già non può scampare 
Terra rotta di parte, 
Certo lo cor mi parte 
Di cotanto rlolore, 
Pensando '1 grande onore 
E la ricca potenza, 
Che suole aver Forenza, 
Quasi nel mondo tutto. 

— versetti che suonano lamento e rimprovero e si direbbero 
contenere in germe la « città partita » e l'apostrofe sarca- 
stica « Godi, Fiorenza, ecc. » dell'Alighieri. 
La Satira 6. .\nclie altrovc, in una provincia per tante ragioni più 

jadòpone affine alla Toscana, nell'Umbria, gh animi invasati tuttavia 
da Todi, (ji quel fervore religioso onde aveva gettati i semi il poverello 
d' Assisi , trascinati talvolta nel turbine delle lotte politiche, 



NELLA POESIA d'aRTE. 131 

nel contrasto con le bricche mondane, reagivano, armandosi 
del flagello della satira. Nel far ciò, dimenticavano, è vero, 
gl'insegnamenti e l'esempio del loro umile e amoroso Maestro, 
ma forse ricordavano la santa ira di Cristo, spietato contro i 
jìTOfanatori del tempio. 

.Tacopone da Todi, per farsi degno « giullare di Dio », 
.liventò spesso uno dei più animosi fustigatori degli uomini per- 
vertiti del tempo suo, dei riprensori più fieri delle loro costu- 
manze degenera'e. Coloro che credono il riso essere elemento 
indispensabile di satira, dovrebbero escludere da questa storia 
i « cantici » del toiino, ma avrebbero torto. Quella del riso 
è virtù sconosciuta al nostro francescano. In molte delie sue 
poesie è un acre fermento di spiriti satirici, i quali si mani- 
festano col ghigno beffiirdo , con l' invettiva violenta, con la 
declamazione prolissa e bizzarra, col mònito e col vaticinio 
minaccioso ; ma non per questo esse cessano d'essere satire. 

Perciò appunto non ebbero torto quegli editori che, a partire, 
forse, dal Tresatti (1617), intitolarono col nome di iSa^/re tutto 
un gruppo — il primo libro — dei suoi canti. 

Vero è che insieme con queste 19 satire altri componi- 
menti potrebbero raggrupparsi per affinità di carattere. In 
queste rime, le quali, pur nel difetto d'un'edizione critica, e 
nonostante il silenzio facilmente spiegabile dei più anticln ma- 
noscritti, recano tutti i segni dell'autenticità, Jacopone prende 
a colpire principalmente la decadenza degli ordini mona- 
stici, a cominciare dal francescano, e le tristi condizioni 
della Chiesa durante i pontificati di Celestino V e di Boni- 
fazio Vili. Questi due temi satirici, che faranno meraviglie 
nelle terzine dell'Alighieri, non ne escludono altri secondari, 
come quello antifemminile, contro le donne che falsifica- 
vano e contraffacevano la loro bellezza mediante le note arti 
che il rimatore ritrae con tocchi di crudo realismo (cant. Vili, 
ediz. ]^lodio; sat. VI, ed. Tresatti). Ora egli sferza la pazzia di 
quegli uomini che parlano e predicano bene ed operano male 
(~at. VII, ed. Tresatti), altre volte i falsi religiosi, « lupicini » 
nel cuore, che hanno soltanto « li panni pecorini » (sat. XIII, 
ed. Tresatti). Nel più dei casi.il poeta di Todi dà alle sue invet- 
tive e ai suoi lamenti obiurgativi un'espres.sione generica, tanto 
da attribuirle o a Cristo , dolente della Chiesa sua « ingrata 
e villana » e del « falso elencato » (cant. LII. ediz. Modio), 
oppure alla Chiesa medesima, afflitta per la mala condotta dei 



132 CAPITOLO I. - PRIMA DI DANTE. 

cristiani, prelati, dottori, religiosi, discordi fra loro e nemici 
(li povertà (cant. LUI, ed. Modio). Talvolta però egli offre, in 
uno stesso soggetto, esempi di riprensione astratta e di biasimo 
concreto, anzi esplicitamente individuale. Tale è il caso della 
satira (X ed. Tresatti , cant. XXXI , ed. Modio) nella quale 
sono colpiti quei religiosi mondani che alle opere e ai meriti 
della fede preferiscono quelli della « lor lectoria », cioè della 
loro scienza ed eloquenza ambiziosa, onde può dirsi che Parigi 
abbia distrutto Assisi e di quell'altra (sat. XVIII, ed. Tresatti, 
e cant. XVII, ed. Modio) composta sulla morte di frate Kanaldo, 
d'indole fortemente satirica, nella quale il poeta chiede al de- 
funto , in tono di acerbo rinfaccio , dove sia andato a finire 
egli, che in vita aveva tanto disputato « de quoiibet » e per 
ambizione aveva scacciato dal proprio cuore la buona umiltà 
francescana. 

Se questi canti , pieni di stranezze e di scomposta origi- 
nalità, hanno spesso un tono e un impeto di poesia popolare- 
sca, che compensano dell'uggiosa insistenza del pensiero didat- 
tico, morale-religioso; conviene riconoscere che a noi riescono 
senza confronto più interessanti quegli altri nei quali l'indi- 
vidualità, appassionata e bizzarra, del poeta todino si mette da 
fronte a quella di certi famosi personaggi contemporanei, come 
papa Celestino e papa Bonifazio. È noto in quale tono, tra la 
sfida schernitrice, il monito insolente e la minaccia, egh si ri- 
volga a Pier da Morrone (cant. LUI, ed. Modio), in quel can- 
tico {Que farai, Pier da Morrone), nel quale la corte romana 
è raffigurata come una trista fucina, dove l'oro « si affina ». 
cioè l'uomo è messo a dura prova; tanta è la malvagità, so- 
vrattutto la baratteria, ivi dominante, tanto « l'ordene cardi- 
nalato » è caduto « en basso stato ». 

Ma il colmo della violenza nell'espressione dell'odio e dello 
sdegno è nell'altro famoso canto contro papa Bonifazio (Oy:)apa 
Bonifazio, MoWài giocato al inondo ecc., cant. LVllI, ediz. 
Modio), che s'inizia con una lugubre profezia e prosegue col 
tono dell'invettiva impetuosa, con una serie di accuse sempre 
più gravi : accuse di avarizia insaziabile, di ladreria, anzi di ra- 
pina degna di scherano, d'impudenza, di gusto pel male e di 
superbia, onde il pastore romano, « Lucifero novello », si com- 
piace degli scandali e ci rivive come la salamandra nel fuoco. 
Cantico cotesto, che é documento d'una esaltazione quasi 
pazzesca di spiriti satirici , vigoroso ed originale , ma a cui 



NELLA POESIA d'aRTE. 133 

iaiieyal)iliuBiite sceiuaiio ertìcacia artistica e morale i'esagera- 
zioiie, la mancanza di misura cosi nel concetto come nella forma 
il succedersi di gesti e di accenti grotteschi e rumorosi da 
energumeno. Certo , in Jacopone la satira è interamente su- 
bordinata all'idea etico-religiosa, dominante tutta la sua produ- 
zione, e nelle suo esuberanze e stravaganze bene ritrae le con- 
dizioni e 1' indolo di lui e di (quell'età, nonché gli elementi e? 
i caratteri di una poesia che s'ispirava, sollevandosi, alla vita 
e all'anima del popolo. 

7. Crescente, irresistibile dicevo l'esempio, provvidenziale, 
il moto unificatore che dalla Toscana s'estendeva al resto della 
penisola: ma non i modi guittoniani di poetare, artificiosi, duri, 
convenzionali, neppure nella parto men peggiore testé rilevata, 
potevano esser destinati a fecondare e ravvivare la nostra 
poesia satirica, nella scura rima come nel fare concionatorio 
nell'intonazione di serventese poco confacenti all'indole na- 
tiva dei Toscani. 

Dopo un brutto sfogo di guittonianismo che afflisse e mi- La satira 

.. 1 ... j. . . . ,. . „ strumento 

naccio , da principio, di traviare anche i migliori tra i poe- di 
tanti della nuova generazione , ne derivò un vivace e dure- letterarie. 
vole moto di reazione, della quale fu interprete e insieme 
strumento anche la poesia satirica. 

Questo moto si manifestò sotto un doppio aspetto, da un 
canto con ostilità diretta ed aperta, in sonetti satirico-polemici 
contro l'Aretino e i suoi troppo zelanti scimmiottatori ; dall'al- 
tro , in un attingere giovanilmente baldanzoso che i nuovi ri- 
matori facevano alle più fresche e pure sorgive dello spirito 
e dell'arte del popolo toscano, pieno d'arguzie, ma anche di 
punte e di sali. 

Siffatte ribellioni incominciarono ancor vivente Guittone Ubertino 
e già s"è ricordato il sonetto di Ubertino giudice, che al 
troppo acclamato rimatore d'Arezzo dovette far l'effetto d'una 
doccia fredda, dopo le lodi iperboliche del suo compaesano Ja- 
copo da Léona, autore d' un mediocre sonetto satirico perso- 
nale {Segnorl, udite strano mali/telo, riprodotto dal Monaci 
nella sua Crestomazia, fase. II , pp. 309-10). Una particolare 
menzione merita un sonetto che è probabile spetti a Chiaro 
Davanzati, il facile rimatore fiorentino che esordi guittoneg- 
giando, e che appunto sulla nota poesia dell'Aretino per la 
battaglia di Montaperti aveva modellata un' altra sua nobile 
canzone politica [Ai dolz-e e gaia terra fiorentina) , la quale 



Giudice 

contro 

Guittone. 



134 



CAPITOLO I. - PRIMA DI DANTE. 



Il sonetto 
polemico- 
satirico 
attribuito 
a Chiaro. 



Un 
sonetto 
satirico- 
letterario 
di Guido 
Guinizelli. 



Un 
sonetto 
di Guido 
Caval- 
canti. 



11 Mare 
umoroso. 



si chiude con una generosa imprecazione contro le funeste di- 
scordie che laceravano hi sua patria diletta : 

Chi 'n prima disse « parte » 
fra li tuoi lii^li, tormentato sia ! 

Il sonetto Di penne di paone e rV altre assai è un cu- 
rioso esempio di polemica letteraria adattata nella forma inso- 
lita dell'apologo satirico, nel quale il corvo, vestito delle 
penne del pavone e di altri uccelli consimili, non aquile della 
poesia, sarebbe Bonagiiinta; e bene meritò che un maggior 
poeta, il Guinizelli, in un sonetto che è anch'esso un note- 
vole saggio di satira letteraria {Foll'è chi C7'ede sol veder lo 
vero), ne trasse un'allusione che il Torraca giudicò « sangui- 
nosa », alle accuse lanciate dal Davanzati al rimatore d'Arezzo. 

Nulla di più naturale che anche il secondo Guido, il Ca- 
valcanti, il quale altre prove doveva dare del suo umore sa- 
tirico, pensasse di schernire i guittoniani in un sonetto (Z)a/9/« 
a uno face un sillogismo) che è un vero rompicapo, foggiato 
a quel modo per parodiare felicemente il « chiuso parlare » del- 
l'Aretino e dei suoi seguaci. 

Questi componimenti, che non sono gran cosa nei rispetti 
dell'arte, acquistano agli occhi nostri un valore singolare come 
documenti di quella salutare resipiscenza e rivoluzione poe- 
tica che metterà capo al memorabile episodio del Purgatorio, 
dove l'Alighieri ci presenterà lo stesso protagonista lucchese, 
quasi confiteniem reum, in atto di confessare la propria colpa 
di cecità e di complicità col Notaro e con Guittone. 

E già alcuni anni prima , l' ignoto autore del cosi detto 
Maì^e amoroso, la bizzarra epistola d'amore in endecasillabi 
sciolti, che fu malamente attribuita a Brunetto Latini, forse 
aveva deriso, non senza arguzia di spirito e scaltrezza di arte, 
anch'esso nella forma della parodia o, piuttosto, della carica- 
tura, l'abuso grottesco che i rimatori della scuola siculo-proven- 
zaleggiante toscana facevano delle similitudini ed immagini zoo- 
logiche , nel loro frasario convenzionale d' amore. Se questa 
intenzione parodiaca esiste davvero, come io credo, essa è segno 
notevole di una consapevolezza e d'una maturità di pensiero cri- 
tico e insieme d'arte, che si manifestano efficacemente in una 
delle forme proprie della satira letteraria. Né è fuor di luogo 
l'aggiungere che molto tempo prima, nel tono assai più tenue, 
ma non scevra da un certo intento di scherno e di reazione 



satii'ica in 
Toscana. 



NELLA POFSL\ d'aRTK. 135 

contro gli abusi goffi e sazievoli della poesia amatoria, s'era 
spiccata dal seno stesso della scuola sicula di Sicilia la can- 
zone « Amor non vole ch'io ci imi, Merzede com'omo clama » 
del Notaro Jacopo da Lentini. Adolfo Bartoli vedeva in essa 
« qualche cosa di satirico, di sarcastico contro la moda poe- 
tica del tempo », e credo vedesse bene: ma forse andò troppo 
oltre il Cesareo nel giudicarla « un vero e proprio manifesto 
letterario ». 

8. Insieme col pen.siero si veniva maturando, .sovrattutto Rapido 
in Toscana, anche l'arte, nell'espressione del sentimento sati- ^memo 
rico sempre più pronta e varia ed efficace. Questo avanza- ^^^If^ 
mento fu tanto più rapido e. quasi a dire, precoce nella poesia 
mista, burlesco-satirica, di quella regione, dacché essa si con- 
faceva meglio all'indole del popolo e, per la materia sua, pei 
contatti continui che aveva con la vita , con la parlata , con 
l'arte nativa d'esso, era, più di qualsiasi altra produzione, li- 
bera dagli impacci della « scuola » , dai pregiudizi gravosi 
della tradizione letteraria. Ciononostante, i progressi , dall'ul- 
timo quarto del Dugento, furon tali da indurci ad ammettere 
tutto un lungo periodo anteriore di preparazione e di elabo- 
razione felice che sfugge in buona parte alle nostre indagini. 

I due principali rappresentanti di questa poesia ci vengono Rustico 
da Firenze e da Siena, Rustico di Filippo, o Filippi, e, ^"Pf- 
alquanto più tardi, Cecco Angiolieri. delle cui rime posse- 
diamo ormai l'edizione critica; ma fra l'uno e l'altro intercede 
un tratto non breve di tempo e tutto un gruppo di rimatori. 

Rustico, fiorito all' incirca tra il '60 e il '90, contempo- 
raneo di Brunetto Latini, che in segno di amicizia e di stima gli 
dedicò il Favolello, appartenne quindi alla generazione imme- 
diatamente anteriore a quella dalla quale sorse, gigante, l'A- 
lighieri. Del suo patrimonio poetico una buona metà ha \ino 
spiccato carattere satirico-burlesco, ed è appunto questa 
la parte che al rimatore fiorentino valse il battesimo di « rea- 
hsta » e di « umorista » ; bene appropriato il primo, assai di- 
scutibile il secondo , né abbastanza giustificato dalla seguente 
definizione che per confermarlo altri ebbe ad enunciare: « Il 
4- satirico si indigna, l'umorista si diverte, si interessa nella sua 
«rappresentazione, e finisce col commuoversi e comunicarci 
« la sua commozione ». Non abbastanza giustificato, dico, che 
il satirico, ben sappiamo, può anche ridere nell'atto medesimo 
che punge e trafigge, e d'altro canto certi grandi e veri umo- 



130 



CAPITOLO I. 



PRIMA DI DANTE. 



liiistico 

i'arica,tn- 

rista. 



Satira 
personale. 



Contro le 
vecchie. 



Satira 
antitem- 
ininile. 



risti furono anche insigni maestri di satira. Inclinerei pintto- 
sto a classificarlo tra i satirico-burleschi, convinto come 
sono, che male ne giudicasse l'arte e gl'intenti il .suo recente 
editore, quando lo considerò soltanto quale poeta burlesco. 

Il Filippi ride, ma anche deride spesso e ferisce ; ha l'aria 
di scherzare, ma dallo scherzo fa scaturire Tironia amara, la 
beffa crudele. È vario e, nella varietà sua, felice per alacre 
spirito di osservazione e di rappresentazione. La satira del 
costume, satira sociale insieme e morale, talvolta anche 
quella politica, egli si compiace di esprimerla in pitture vi- 
vaci, colorite, piene di freschezza perfino agli occhi di noi tardi 
lettori, venuti a tanta distanza di secoli, eccezion fatta per al- 
cuni tratti, nei quali non riusciamo ad afferrare e gustare certe 
allusioni e certe frasi quasi di gergo. 

Rustico è davvero un ritrattista, anzi un caricatu- 
rista dalla mano agile e sicura, che nelle sue rappresenta- 
zioni tende alla realtà viva, concreta, si che le sue figure non 
sono astrazioni, non ombre, ma persone di carne e d' os.sa. 
« forma d'ossa e di polpe ». per dirla con Dante. 

Non soltanto egli rivela questo senso realistico che, come 
notò per primo Adolfo Bartoli, segna una vera conquista nella 
nostra poesia, ed è l'indice principale della originalità sua; la 
realtà da lui veduta e raffigurata egli la esagera e talvolta 
nella ricerca e nella descrizione di e.ssa, si compiace del vol- 
gare e del crudamente osceno e triviale. 

Che se la sua è satira non di rado personale, essa nel col- 
pire e ritrarre un dato individuo, visibile o biasimevole per certe 
debolezze o difetti o vizi brutti e gravi, ha di mira e, per una ir- 
resistibile associazione d'immagini, fa pensare tutta una classe di 
individui che partecipano di quelle debolezze, di quei difetti o vizi. 

Ecco passarci dinanzi agli occhi quel ser Pepo, insaziabile 
donnaiuolo, un don Giovanni fiorentino da strapazzo (son. L); 
ecco quella « bugieressa vecchia puzzolente » (son. LIV), nel 
cui ritratto sembra incarnarsi un motivo satirico-burlesco tra- 
dizionale, quello contro le vecchie; ecco altre figure di donne, 
come la Nuta, che per assottigliarsi e dimagrare, seguendo la 
moda, si .sottopone a crudeli digiuni, aiutata in questo dalla 
madre, donna Gemma, complice esperta e spregevole (sonn. XXX 
XXXI). Saggi, quest'ultimi ed altri che non si citano, di sa- 
tira antifemminile, a tutto rilievo; peccato che il rimatore 
cada troppo nel basso più sconcio e grossolano. 



NELLA POKSL\ d'aRTH. 1.17 

Parecchi sonetti <li lliistico porgono esempi squisiti di leonofmi 
(luella che potrebbe dirsi iconografia satirico-burlesca, ^atfi^co- 
una vera galleria di tipi tratti dal vero, fra i quali spiccano '•'"•le-:»- 
ser Laino (Latino), un omaccione tanto grosso e pesante du 
schiacciare i cavalli che inforca e . . . non i cavalli soltanto; 
spicca in un sonetto (XLI) che, incominciato con intonazione 
puramente burlesca, si chiude, inaspettatamente, in tono sati- 
rico ; e con lui niesser Messerino (son. XLIV) « uccello e be- 
stia ed uomo ». cosi strana creatura, anzi cosi « strana cosa »: 
da dimostrare essa sola l'onnipotenza divina. I/effetto, satirico 
burlesco, di questo sonetto, è accresciuto da un ardimento che 
ha l'apparenza dello scetticismo irriverente e beffardo (« (Quando 
Dio messer Messerin fece, ecc. » ), mentre non è che un tratto 
schiettamente popolaresco, di sano realismo geniale. 

Maggiore interesse offre il Filippi allorquando volge lo satn:. 
sguardo più largamente attorno a sé e ritrae certi attori, col- p" '"^" ' 
pevoli insieme e ridicoli , che comparivano sulla scena della 
vita pubblica del tempo suo in Firenze. Ne vengono fuori saggi 
veramente felici di satira politica. Rustico, imr essendo, 
a quanto pare, guelfo, ma temperato, non nascondeva certe 
sue simpatie per la causa ghibellina e forse più che per altri, 
pei re « biondo e bello » di Svevia , onde sentivasi tratto a 
sferzare senza pietà quei guelfi che dapprincipio , al sover- 
chiare della parte avversaria, alle prime vittorie di Manfredi, 
erano fuggiti, per paura, a Lucca, ed ora, passato ogni peri- 
colo, erano ritornati a fare la voce grossa per le piazze, mo- 
strandosi spavaldi e millantatori contro i (rhibellini, scorati e 
fiaccati dopo Benevento (1260). Per questo e per la sua impor- 
tanza storica è uno dei migliori il vigoroso sonetto A voi, che 
ve ne andaste per paura, nei quale il poeta lancia in faccia 
a quei miserabili Guelfi l'accusa di viltà, mostrandosi maestro 
nell'uso della ironia. 

Per la materia e per l'arte si ricollega ad esso un altro 
sonetto, il XLVII, nel quale lo stesso momento politico e lo 
stesso sentimento is})irarono al Filippi quel ritratto di messer 
Fastello, il tipo mirabilmente plastico e vivo dell'arruffa- 
popoli, imbelle e blaterone, del Dugento fiorentino, che, senza 
timore di esagerare , può dirsi un altro capolavoro del ge- 
nere. Dantescamente tremenda è l'imprecazione con cui esso 
si chiude: «Or Dio ci menomasse la sciagura! » — cioè ci 
liberasse da questo farabutto, che è una iattura per Firenze; 



138 CAPITOLO I. - PRIMA DI DANTK. 

imprecazione cui aggiunge efdcacia il mezzo che il poeta sug- 
gei'isce per conseguire questo fine micidiale. Gli si tolga , a 
quel messere, il castello di Montelfi, e lo si vedrà crepar di 
dolore: « Cosi di diiol morir tosto il vedrai ». Un verso codesto 
che sembra fratello maggiore di quello che l'Alighieri porrà 
in bocca a Vanni Pucci: « E detto l'ho, perché doler ten 
debbia»; a quella guisa che l'altro fa pensare alla terribile 
terzina contro Buondelmonte [Farad., XVI, 142-4), mentre 
la pittura dei guelii vigliaccamente spavaldi nel sonetto di Ru- 
stico si direbbe preannunzi « 1' oltracotata schiatta che s' in- 
draca Dietro a chi fugge » della Commedia dantesca [Pa- 
7^ad., XVI, 115-7). 

Anche senza bisogno di dare a Rustico, come altri ha fatto, 
la lode di poeta « meraviglioso », è certo che, confrontando 
questi sonetti satirico-burleschi coi rozzi tentativi sporadici di 
satira nella veste volgare rintracciati finora nelle varie regioni 
italiane, con le coblas di trovatori anche nostrani, col gruppo dei 
sonetti composti per l'impresa di Corradino, con la maggior parte 
delle rime di Guittone, troviamo in essi la miglior conferma di 
ciò che s'è detto circa il progresso grande compiuto ormai dalla 
nostra poesia, tale che ne abbiamo l'impressione come d'una 
conquista rivoluzionaria, grazie ai nuovi atteggiamenti di cui 
si mostrano capaci la lingua, lo stile, l'immagine balzante dalla 
realtà viva, senza artifici, non senza inesperienze o scabrosità, 
ma tutti colore e rilievo, ma anche animati talora da un sen- 
timento forte e sincero. 

9. In tal modo ci si dischiude dinanzi un periodo nuovo 
dell'Ali- anche nella storia della particolare produzione che veniamo 

glueri. ^ '■ 

studiando. Non soltanto per le ragioni della cronologia, ma 
anche per quelle dell'arte, noi ci sentiamo ormai entrati in 
quella clie fu l'età dell'Alighieri, nella quale il moto, già fe- 
licemente iniziato, si continua e si accelera, la poesia satirica 
si accresce di sempre nuovi e svariati elementi, in quella To- 
scana che anche per essa fu il terreno piìi fecondo. 

Alcuni rimatori, che furono, in parte, contemporanei del- 
l'Ahghieri, rinvigorirono quella tradizione di cui abbiamo se- 
guito fin qui le vicende, e, sebbene passino presso i piii per 
rappresentanti della poesia burlesca, mostrarono di saper ma- 
.neggiare non meno efficacemente la sferza della satira di 
costume e sociale. 
• Tale, in sull'estremo Dugento, Folgore della senese S. Ge- 



Nell'età 



NELLA POESIA D ARTE. 



139 



mignano, che nella famosa corona di sonetti sui mesi del- Foi{>ore 
l'anno, nell'atto che porge, a dir cosi, la precettistica dell'allegro mignaiTo. 
e grosso hmo epicureismo in servizio del g)-asso popolo gau- 
dente della sua Toscana, viene a contrapporsi, se non proprio 
nell'intenzione sua di poeta, nell'impressione nostra e nell'effet- 
tiva realtà storica, alla vita, nonché all'idealità dell'aristocra- 
zia e della corte del medio evo cavalleresco. Questa opposi- Rca-iione 

satirica 

/ione appunto diventa motivo di satira e di essa e strumento contro 
efficace l'agile sonetto. Il gaio rimatore che ama e consiglia ^'io"costu-° 
e descrive i sollazzi incruenti, schernisce i torneamenti perico- cav'aiVé^-e- 
losi e sanguinosi, deride pennelleggiandoli quegli spettacoli nei *'^^''' 
(|uali si vedevano i destrieri « andare avete selle Tirando per lo 
campo lor signori E trascinando fegati e budello ». Questa rea- 
zione fra satirica e burlesca all'ideale della cavalleria guerriera 
si comprende meglio qualora si abbiano presenti i tieri propositi, 
i plazers truculenti espressi dai cantori della feudalità, come 
Bertran de Born e dai loro imitatori anche italiani. 

Inoltre, nelle rime di Folgore non mancano accenni, nella Accenni 
brevità loro, eloquenti di satira antichiesastica e antifra- antich'le- 
tesca; che egli non vuole che né preti, né frati vengano a tur- j.nutvate- 
bare con la loro presenza i tripudi della sua brigata sollazzevole." *"^'^- 

Prete non v'abbia iiiui, né imiiiistcro : 
Lasciate predicare i frati pazzi, 
C'iiauno troppe bugie e poco vero. 

Troppo grossolano e troppo ossequente a quella tradizione Cene 
latina dell'età di mezzo nella quale rientrano le Noje del Pa- chitana. 
teccliio, è la parodia che dei sonetti del sangemignanese fece 
l'Aretino Cene della Chitarra, offrendoci il rovescio di 
quella medaglia che , s'è veduto, era alla sua volta ... un 
rovescio, cioè un documento di reazione. 

Meglio in altri rimatori si avvertono i buoni influssi di P"ccia- 
Rustico. Cosi un suo concittadino poco noto, Pucciarello, nel fiorentino. 
l'unico sonetto che di lui si conosca, precorrendo di quasi sei 
secoli il Giusti, seppe ritrarci felicemente, in forma di consigli 
ironici, la figura d'un docile e furbo « opportunista » del tempo 
suo, d'un Gingillino fiorentino del Dugento cadente, come bene 
osservò il Bartoli. Il sonetto, che é eccellente saggio di sa- 
tira morale e sociale, incomincia, piano e insinuante, in 
questo modo: 

Per consiglio ti dò di pnssa pasf-a, 
Voltar mantello a quel vento che vene, ecc. 



Ilo 



CAPITOLO I. - PRIMA DI DANTE. 



Cecino 10. Ma da questa schiera di rimatori s'innalza di molto, 

come s e già accennato, quel senese die tu forse il più originale 
rimatore nostro immediatamente prima dell'Alighieri, quello 
che, unico, merita d'esser detto umorista in un signiticato 
relativamente moderno della parola. 

E in verità Cecco Angiolieri umorista fu e per ciò solo 
disposto alla satira , e , in certi casi , alla satira piti che alla 
burla, nonostante le contraddizioni e le incertezze del recen- 
tissimo e pur benemerito editore delle sue rime. 

Questi infatti, parlando d' un medesimo componimento 
(^son. CXXIV) del Senese, lo designa indifferentemente con l'e- 
piteto di sonetto « burlesco » , e col nome di « satira » o di 
« rappresentazione umoristica »: contraddizioni, dicevo, o. in- 
certezze più di forma che di sostanza, come quelle che, accen- 
nando a vari elementi fra loro non difticilmente conciliabili, 
vengono a riconoscere che in quel sonetto 1' intento, innega- 
bilmente satirico , il rimatore lo espresse con tratti che solo 
in apparenza sono propri della poesia giocosa, per poi suggel- 
larlo nella chiusa vibrante di fine ironia. 

Simili a questo, molti altri sonetti, oltre quelli schietta- 
mente burleschi o dolorosamente umoristici, sono documenti 
preziosi di quella poesia mista di satira e di scherno, 
che , come s" è osservato , scaturiva spontanea dall' indole del 
popolo toscano. 

La satira dell' Angiolieri, pur gettata esclusivamente nello 
schema metrico del sonetto, assume le forme pii'i varie e im- 
pensate, dovute alle doti peculiari del suo ingegno di poeta , 
ai casi stravaganti della vita scapigliata, alla complessa e anor- 
male psicologia, onde si vengono componendo tante di quelle 
sue rime. 
>^.^^„..^ Anzitutto non è meraviglia che un gruppo di esse abbia 

personale ^j-^ carattere fortemente personale e soggettivo. Le ribel- 
ti va di lioni quotidiane che dovevano scatenarsi fra le pareti dome- 
stiche di Cecco contro la tirannide del padre suo « frate go- 
dente » e della madre, si manifestano con l'invettiva fa- 
migliare, aspra ed amara, anche ripugnante, ora contro mes- 
ser Angioliero (son. XCI-XCVIII), in versi riboccanti d'odio 
bestiale, nei quali la violenza plebea del sentimento esacerbato 
s'impronta d'un realismo terribile di sincerità spinta fino al 
cinismo; ora contro la madre, alla quale il poeta lancia l'ac- 
cusa di tentato veneficio e strangolamento (son. XCIX-CIII). 



Cecco. 



NELLA POESL\ d'aRTE. 141 

Alle trafittui-e della sua satira non si sottrae neppure la moglie, 
eh' egli rappresenta come maestra insuperabile nell' arte del 
liscio e del falsiticar la persona e contro la quale avventa un 
sonetto (CVI), che è una forte sintesi di noti motivi propri della 
satira antiferaminile, mentre altrove (son. LXXX) la punge 
pel suo eterno garrire , augurandosi d' esserne liberato per 
sempre. ... 

Non meno eftìcacemente dell'invettiva il rimatore senese Lir.mia 
maneggia, come s'è visto, l'ironia, quando dolorosa, perchè 
sorgente da un fondo di scuro pessimismo, da quella vita in- 
felice e viziosa nello cui strette egli si dibatteva (ad es. là 
dove, son. LXXX, v. 10 , dice che quel tormento di moglie 
garritrice gii è stato dato per sua « ristorazione »); quando 
invece cosi serenamente e a lungo sostenuta, da trarre in in- 
ganno i lettori e perfino gli editori sagaci. Tale è il caso d'uno 
dei sonetti (son. CVII) rivolto a un Lano senese, probabil- 
uiente un vagheggino vanesio e corrotto, al quale, dopo avere 
snocciolata, in forma d'auguri, una filza di doni straordinari, 
anzi impossibili ch'egli vorrebbe fargli, dopo averlo lodato per 
la sua bellezza e, ambiguamente, anche pel senno grande, tira 
il colpo di grazia, dandogli del malvagio e del pazzo disonorato. 
Fra i saggi meglio riusciti di satira personale, in cui lo 
scherzo si alterna con lo scherno, la pennellata stupendamente 
iconografica dei tratti fisici e morali col sarcasmo amaro, con 
l'ironia tagliente, con la profezia paurosa, sono i quattro so- 
netti (CXIII-XVI) nei quali è preso di mira e magistralmente 
raffigurato Ciampolino, un senese, già amico, ora nemico del 
poeta e ridotto al verde in causa del giuoco e minacciato di 
prigionia per debiti. Il poeta non s'accontenta di rappresen- 
tarne la viltà dinanzi ai nemici, ma ne svela anche altre brut- 
ture con una franchezza da cinico consumato. Più ancora egli 
« croscia » i suoi colpi satirici sulle spalle di ^lino Zeppa 
(son. CXVII-CXXIII) , personaggio di dantesca e boccaccesca 
memoria. 

In una rappresentazione , che è una caricatura satirica , 
stupenda di evidenza e a primo aspetto tutta obbiettiva, questi 
o ritratto al vivo allorquando entra in chiesa e vi attende alle 
sue devozioni con la sua mimica pazzesca e grottesca ; ma è 
anche vituperato con una serqua d'ingiurie atroci e di accuse 
oscene, e sferzato per la sua infinita dappocaggine, per la pron- 
tezza e valentia nel fuggire dinanzi ai pericoli anche minimi 



1 42 CAPITOLO I. - PRIMA DI DANTE. 

che sembrino minacciarla, perfino d'un bimbo in culla. Il qua- 
dro satirico si chiude con un verso felicemente pittoresco 
( « Tu porti il gonfalon de' sciagurati » ) che ci ricorda W in- 
segna » non ancora spiegata agli occhi dell'Alighieri e portata 
a corsa in giro per l'antinferno dai « vili sciaurati ». 

Un altro esempio, meritamente famoso, di ritratto sati- 
rico, che trova degno riscontro solamente nei sonetti di Ru- 
stico, è quello di Neri piccohno (son. CXXVIl), uà plebeo se- 
nese risalito e arricchitosi, che guarda gii altri dall'alto con 
supremo fastidio ed è ricambiato di pari disdegno da ognuno, 
indubbiamente destinato a finire in mi.seria. 

Con lui si appaia bene Lapo di Pagno, il « mercennaio », 
battilana. arricchitosi anch'egli, e clie, tenendosi « gentiluzzo», 
cioè nobilitato dal denaro, è tutto inteso a grandeggiare « si 
smisuratamente », canta il poeta, « Che soff'erire già noi può 
la gente » (son. CXXXl). 
Cecco In questi componimenti la musa satirica dell' Angiolieri 

lighicri. fece, senza alcun dubbio, le sue prove migliori. 

Ma fra le sue rime vi sono tre sonetti (CXXIV-CXXVI) 
che richiamano ancor di più l'attenzione nostra, perchè hanno 
diretta attinenza con l'Alighieri. Nel primo, scritto nel 1289 e 
indirizzato a Dante, il quale forse in quei giorni s'intratteneva 
in Siena, usando famigliarmente con Cecco, è messo alla go- 
gna, in maniera argutamente originale, il Mariscalco angioino 
in Firenze. Di costui, che è probabile sia il giovane Amerigo 
di Narbona , il rimatore denuncia come usurpata la fama di 
guerriero e minaccia di svelare al suo re le non belle imprese. 

Anche col secondo sonetto, scritto in risposta a quello della 
Vita Nora « Oltre la spera che più larga gira » — quindi 
del 1292-93 — l'Angiolieri si rivolge al giovine Dante con un 
tono di leggera ironia, e, pur dichiarandoglisi « servo e amico », 
presume di coglierlo in contraddizione. Col terzo, infine 
{Dante Alighier , s' i so' bon bef/olardo) , probabilmente di 
parecchio tempo posteriore, ma d'incerta cronologia, l'ironia, 
nonché l'amicizia fra i due, troppo fra loro disformi poeti, è 
sparita. Il senese, ferito dall' AUghieri che non aveva dimen- 
ticato la risposta scortese, rispon<:le per le rime, con grosso- 
lana violenza di rinfacci e di minacce e di sfide, accomunan- 
dosi con r Esule fiorentino nelle vicende tristi della vita e 
queste attribuendo alle stesse o a consimili cagioni ( « sventura 
o poco senno cel fa fare » ). 



NELLA POESIA d'aRTE. 143 

A questo villano sonetto Dante, forse perchè ramingo nella 
Lombardia, forse per disdegno, non rispose. 

Rispose per lui, grossamente, ma con calore di sincera j^^^l^- 
ammirazione, Guelfo T a vi a ni, un rimatore pistojese amico 
di Gino, vissuto qualche tempo in Siena, jiel 1307, per ra- 
gioni d'officio. 

Agile, irrequieto, accattabrighe, l'Angiolieri non s'accon- 
tentò di sfogare l'umore rissoso nella satira personale, 
ma lo rivolse contro le vecchie (nel saporito sonetto Be' 
guata, Ciampol, ben questa vecchiuzza, che è probabile gli 
appartenga) e, anche nei componimenti non propriamente sati- 
rici, lo fece sprizzare, in versi e motti e frasi incidentali, contro 
costumanze e persone del tempo, ad es. , contro i frieri, o 
Irati, i quah conducevano la vita da veri « godenti » (son. 
XCII, V. 4, xeni. V. 14). Anche la satira morale, generica 
e sentenziosa, nelle sue mani si trasforma, diventa incisiva e 
lucida, perchè scaturita dall'esperienza del poeta, osservatore 
ed artista, come nel forte sonetto (CXXXIV): « Egli è si poco 
di fede e d'amore. Oggi rimaso fra l'umana gente ... ». 

Il poco che se n'è detto fin qui, è sufficiente a far com- 
prendere qual posto occupi nella storia della poesia satirico - 
burlesca il Senese, per opera del quale e per virtù di quella 
tradizione indigena, popolaresca cui egli s'ispirava, essa seppe 
raggiungere un alto grado di efficacia artistica, con una tale 
freschezza di fantasia, un'immediatezza cosi larga d'impressioni 
desunte dalla osservazione della realtà, con una tale perspi- 
cuità e vivacità d'immagini e di motti da trovare pochi ri- 
scontri anche nella produzione posteriore. 

11. Conoscendo l'indole e le abitudini di vita dell'Angio- La satir 
lieri, non dobbiamo stupirci che fi'a le sue rime satiriche manchi ^Toscana 
quasi del tutto la nota politica, quale abbiamo incontrato in 
quelle di Rustico e di altri, mentre è naturale che la satira 
politica fiorisse se;upre più in Firenze, anzi per tutta la To- 
scana, documento di quelle passioni selvagge che dilaniavano 
i cittadini delle città « partite » e li spingevano ai corrucci ed 
al sangue. 

Allorqiando la passione partigiana lo agita, anche Folgore 
cessa d'essere il poeta gioconio e frizzante , per prorompere 
in fieri accenti contro le discordie civili. Tale ci appare nel 
sonetto battagliero, nel quale fra i suoi Guelfi, pieni di invi- 
die e di tradimenti, egli invoca la concordia, non per un no 



da S. Oe 
mignano. 



144 CAPITOLO I, - PRIMA DI DANTK. 

bile amore di pace, ma per assicurarsi meglio la vittoria sugli 
odiati Ghibellini. E il sonetto che si apre con questa originale 
quartina: 

Cosi faceste voi o guerra o jjacf, 
Guelfi, come siete in divisioue ; 
Fra voi regna il pugliese e il Ganellone, 
E ciascun soffia nel foco penace. 

Neppure l'esempio sanguinoso di Montecatini (1315) basta 
ad infondere la virtù della concordia nei suoi Guelfi; dinanzi 
al trionfo dei nemici l'ira lo acceca e gli detta un sonetto an- 
cor più violento, quello che comincia : 

l'^o non ti lodo, Dio, e non ti adoro 
E non ti jirego e non ti ringrazio. 

Qui la satira diventa imprecazione e bestemmia, sgor- 
gate dal cuore ferito dell'uomo di parte, il quale in un altro 
sonetto [Guelfi, per fare scudo de le reni) aveva punto, con 
immaginosa ironia, i Guelfi suoi concittadini che con la loro 
viltà avevano dato baldanza ai nemici, salvo poi (Son. Più li- 
chisdti siete eli ermellini) -à schernire i Pisani, cavalieri e guer- 
rieri di parata, lindi e vezzosi, simili a tanti paladini, mentre, ' 
sul campo, si dimostrano pronti alla fuga, « valenti sempre 
come lepre in caccia». 

Come si vede, Folgore, pur rimanendo a non breve di- 
stanza dall'arte di Rustico e dell'Angiolieri, si rivela destro 
nel maneggiare la sferza della satira municipale, nel tempo 
stesso che l'abito di osservare e ritrarre con franchezza la 
realtà umana permette anche a lui di dare saggio di satira 
morale e sociale efficacissima, come nel sonetto [Cortesia 
Cortesia Cortesia chiamo) in cui deplora lo scomparire della 
Cortesia del mondo e il sormontare dell'Avarizia, colpa degli 
uomini, dimentichi dei doveri che la comune origine e l'egua- 
glianza impongono loro ( « tutti siem nati di Adam e di Eva » ). 
1..1 satira 12. Ma iu quci tempi battaglieri la vampa della passione 

'fra'i'^ politica accendeva anche gii animi più propensi alle solitarie 
""!id"" "meditazioni e nella loro giovinezza, come « fedeli d'Amore », 
dolce stii rappresentanti, insieme con l'Alighieri, del dolce stil novo. 1 

novo ». ' * . ' D 5 

cantori d'amorose fantasie si palesarono, all'occorrenza, capaci 

di usare spietatamente l'amaro e aspro stile della nuova satira. 

luido ca- Da quella schiera ecco uscire armato di flagello Guido 

valcanti. r^ ■ . 

Cavalcanti, il quale, non pago d'aver deriso, forse a gara 



NELLA POESIA d'aRTE. 1 4 j 

col Guiiiizélli e con rAngiolieri, una brutta gobbina (nel son. 
Guata., Maìzetto, quella scri;/nutuzza), si mescolò neramente 
nelle lotte civili della sua città e della sua fierezza di poeta 
combattente ci lasciò un insigne documento in un sonetto {No- 
velle ti so di)-e, odi, Nerone) indirizzato a Nerone dei Ca- 
valcanti, suo parente. Violentemente aggressivo, da principio, 
contro i Buondelmonti, sui quali lancia gl'insulti più sangui- 
nosi, sovrattutto quello di viltà, il poeta sembra subito dopo 
attenuare l'impeto della sua satira, mentre invece affonda nel 
petto degli avversari la lama avvelenata dell' ironia. Pec- 
cato che il componimento si chiuda con un terzetto che per 
l'oscurità sua ne scema di molto l'efficacia complessiva. 

Col Cavalcanti ebbe a tenzonare un altro noto rimatore <i"ido 
fiorentino, Guido Orlandi (e. 12(32-1335) e la loro tenzone 
non crederei cosi innocua e cosi pura esercitazione letteraria, 
l'atta per seguire la moda, come pensa un suo recente ed acuto 
illustratore, costretto ancli'egli, del resto, ad ammettere in essa 
l'ira e lo sdegno. Uscito di nobile famiglia, militante con impe- 
tuosa intolleranza tra le file dei Neri, dotato di suoi tratti in- 
dividuali che lo contraddistinguono fra i commilitoni in poesia, 
e naturale che quest'altro Guido, avverso al primo, facesse 
servire il verso a sfogo delle sue passioni partigiane. 

Quanto bollor di passione politica fosse in lui e quanta la ^0°"^*;"" 
vivacità e l'energia del suo ingegno di poeta basta a provare f^"^"^'''^, 
il sonetto Color di cener fatti son li Bianchi, ispirato proba- (^i'igno 
bilmente da quel convegno che- l'S giugno del 1302 i banditi 
ghibellini insieme coi Bianchi fuorusciti tennero nella Chiesa 
di 8. Godenzo di Mugello, ai danni dei Neri, padroni di Firenze, 
e al quale partecipò anche l'Alighieri. Vivo, vigoroso, fre- 
mente di odio, come uno strale che voli stridendo e ferisca a 
sangue, questo componimento è senza dubbio il migliore di quelli 
che ci rimangono dell'Orlandi ed uno dei più singolari esempi 
di quella satira politica che bene assecondava il rapido ma- 
turarsi dell'arte. 

Altre volte lo stesso Orlandi fece buona prova anche in 
quella forma più tenue della satira personale che è la 
beffa e la canzonatura pungente. Tale è il sonetto, in cui egli 
prese di mira Monte Andrea, il noto e fecondo rimatore, rap. 
presentandocelo come l'eroe d'una disgraziata avventura atno- 
l'osa: sonetto notevole per vivacità di colorito e copia di motti 
maliziosi di conio popolaresco, che sono d"un effetto irresisti- 

CiAN. — La Satira. 10 



Cuntro 

Monte 

Andrea. 



146 CAPITOLO I. - PRIMA DI DANTE. 

bile in un componimento come questo che è saggio di poesia 
satirico-burlesca. 

Interprete di tutti gli atteggiamenti della pubblica opinione, 
anche del sentimento di pietà vendicatrice verso le vittime 
delle violenze dei Neri e delle prepotenze della politica pon- 
' v'ìir'" tificia, e di sdegno contro i violenti e i prepotenti, sorge a 
quando a quando la satira, che si fa sempre più varia e ori- 
ginale nelle sue manifestazioni. D'un ignoto contemporaneo di 
Dante e partecipe del suo stesso odio contro Bonifacio Vili è 
il rude sonetto ( « in nome di papa Bonifacio » ) nel quale la 
forma dell'epitaffio permise al poeta di porre sulla bocca del 
defunto pontefice la confessione delle sue azioni più inique, 
commesse contro la Francia, e più contro Firenze, la cui 
« struzion crudele » è attribuita tutta a lui, contro i Colon- 
nesi e contro i Siciliani ed altre nazioni. Un tempo onnipo- 
tente, ora egli è polvere vana: 

A ogni potente mi feci ubidire, 
or son confuso dentro nella terra; 
niente in vèr di me non si può dire. 

il quale ultimo verso, in una variante recata da un codice del 
Trecento, appare più chiaro e simmetrico, ma anche più pe- 
destre e spoglio dell'ironia amara, in questa forma: 

e posso nulla, per ver si può dire. 

Né è questa la sola variante che i manoscritti ci offrano : 
anzi il sonetto piacque tanto, che un altro ignoto rimatore 
pensò di rimaneggiarlo addirittura. Rozzo, duro sonetto, ma 
tale che e pel soggetto e pel sentimento in esso dominante e 
per la finzione fa pensare ad altri e più indelebili epitaffi sa- 
tirici della Co7nmeclia dantesca. 

Come si è veduto, nei due primi decenni del Trecento, la 
produzione satirica, apparsaci dapprima incerta e sporadica, 
disviluppatasi a fatica dalle strette della tradizione letteraria, 
dopo risentiti gl'impulsi dell'ispirazione popolare, partecipando 
alla realtà della vita, alle lotte civili, non solo ne ritraeva or- 
mai le alterne vicende, ora guizzante di riso malizioso, ora fer- 
vida ed acre di passione e di odio, ma, sovrattutto in Toscana, 
con diverse voci, in molteplici immaginazioni, nella forma del 
sonetto e della canzone, bene rappresentava il crescente di- 
svolgersi e maturare dell'arte, anzi contribuiva non poco, con 



I 



NELLA POESIA d'aRTE. 147 

la sprezzatura e con la libertà degli atteggiamenti, ad af- 
frettarlo eflicacemente. 

Spettava ail un toscano il raccogliere e fondere qua^i in 
unità artistica questi elementi sparsi, il dare al sentimento sa- 
tirico d'una parte degli Italiani un'espressione altissima, anche 
in ciò facendosi l'interprete più potente dell'età sua. Cosi siamo 
tratti naturalmente a volgere lo sguardo, a tendere l'orecchio 
all'Alighieri, il cui aspetto corrucciato ci è sembrato d'intra- 
vedere quasi nel volto d'alcuno dei suoi contemporanei, della 
cui voce ci è parso già di udire come un annuncio confuso. 



CAFITOLO SECONDO 



Dante Alighieri satirico. 

1. Periodo giovanile, di preparazione. 
La satira nelle opere minori. 

1. In mezzo a tali uomini, fra tali esempi incitatori di sa- 
tira che ormai formavano una bella tradizione scliiettamente 
indigena, in quel frequente cozzare di passioni e di lotte cruente, 
sorse e venne crescendo il genio di Dante, in tempi nei quali 
la satira era, a dir cosi, nell'aria e si faceva sentire perfino 
nei documenti diplomatici, nei carteggi delle repubbliche e delle 
signorie, nonché nelle bolle pontificie. Ma il suo spirito sati- 
rico non si elevò d'un tratto a quel fastidio di arte, che era 
destinato a toccare un giorno, non s'aff"ermò .sin dapprincipio 
in tutta la sua possanza; anch'esso ebbe il suo periodo di pre- 
parazione e di prova, durante il quale s'accompagnò e quasi 
si confuse nelle manifestazioni sue con gli altri prodotti con- 
simili di quel tempo. 

Tale si dimostra nella tenzone con Forese Donati, che 
tenzoiie^di (Ji q^^el periodo è forse il solo documento superstite. Della sua 
con autenticità ninno ormai può dubitare e già, dissipate le incer- 
Donati. tezze lo coutraddizìoni di alcuni anche autorevoli dantisti, i 
più si accordano nel riconoscerle un carattere seriamente, 
aspramente satirico, pur concedendo che, conforme alla tradi- 
zione poetica da noi seguita sino ad ora, fra gli elementi sa- 
tirici preponderanti se ne frammischino alcuni burleschi e quasi 
preburchielleschi. Al quale proposito giova ricordare che erano 
indubbiamente satiriche, e il piìi delle volte personali, le coblas 
occitaniche che con la tradizione trovadorica e trovadorico- 
giuUaresca, abbiamo veduto diffondersi anche nella nostra pe- 
nisola e nella stessa Firenze; sebbene sia difficile, per non dire 
impo.ssibile, il determinare quale efficacia abbiano potuto avere 
sui due tenzonanti fiorentini. 

Nonostante l'oscurità persistente di qualche passo, e gra- 
zie all'industria sottile ed ostinata e alle indaj^ini di recenti 



La 



essi. 



PERIODO GIOVANILE - LA SATIRA NELLE OPERE MINORI. 1 19 

studiosi, una luce discreta s'è fatta su queste tre coppie di so- 
netti scambiatasi fra i due amici l'un l'altro corrucciati, durante 
quegli anni della giovinezza leggera e dissipata il cui « memo- 
rare » doveva riuscire poi tanto < grave » ad essi nell'incon- 
trarsi sulla sesta cornice del Purgatorio dantesco (Pnrg., XXIII, 
15 segg.). 

Tale almeno sembra anche a me la cronologia piii La 
probabile, sebbene questo rimanga tatt'ora uno dei punti piii """"ifi^"'^ 
controversi. Volendo poi spingersi più oltre e fissare una data '',[," éssa.^ 
pili precisa e concreta, dirò che tutto induce a credere che 
la composizione dei sonetti debba porsi in un tempo non molto dì poc. 
posteriore al 1283, cioè alla morte di Alighiero , il padre di ^'af 1283!" 
Dante. 

Ancora resta a determinarsi in maniera assolatamente si- '\ieUe"^ 
cura Tor-line in cui si seg i.mo, alt3rnaudosi, i sei coaiponi- J/j^^.n^Jj,'; 
menti. Questo, ad ogni modo, par certo che la prima provoca- 
zione parti dall'Alighieri in un momento d' umore beffardo , 
forse dovuto a qualche mala parola scambiata con 1' amico. j^.^,,. 
Contro di esso egli avventò il sonetto Chi udisse tossi)' la mal ^''"f°.!* 
fatata, rinfacciandogli la miseria a cui aveva ridotto la fami- 
glia e della quale la principale vittima era la povera Nella, 
cosi malamente acca-ata, da non avere di che coprirsi abba- 
stanza nel letto. Il Donati, all'avversario che lo aveva colpito 
{L'altra notte mi venne una gran tosse) col tirare in ballo 
la moglie, risponde fingendo di dargli ragione, ammettendo di 
.soffrire il freddo nel letto e la miseria, ma trova modo di ri- 
battere col ferirlo nella memoria paterna. Alzatosi la mattina, 
sul far del giorno, ed uscito di casa per cercare sua ventura- 
gli venne fatto di imbattersi nell' ombra dolente del padre Ala- 
ghiero [morto, per debiti, in carcere, oppure ucciso?], nelle 
fosse, ancor legato dai nodi del peccato e ancora invendicato. 
Evidentemente, la contesa poetica si aggrava. Dante, fer.to 
nel vivo, si rifa a misura di carbone e, non contento di pre- 
dire a Forese la prigionia per debiti contratti in peccati di 
gola, gii lancia l'accusa di ladro falsario, altro titolo pel quale 
dovrà finire al baio {Ben ti faranno il nodo Salamoile). L'al- 
tro, riprendendo l'accusa di miseria colpevole, la palleggia al- 
l'avversario, che osa parlare di povertà, lui il laciimevole strac- 
cione che dovrebbe andare a rimpannucciarsi all'ospedale di 
San Gallo, lui che desta pietà negli amici, che è costretto quasi 
a chieder l'elemosina ai Donati, e a ricevere da altri soccorsi 



150 CAPITOLO II. - DANTE ALIGHIERI SATIRICO. 

in natura, ed è destinato a finire all'ospedale dei Pinti, fon- 
dato appunto dai Donati ( Va', ti vesti 'n San Gal, prima che 
dichi). 

A questo punto il diverbio poetico, ma insieme reale e 
personale, si inasprisce ancor di più, con un crescendo vera- 
mente dantesco; che l'accenno all'ospedale de' Pinti, dove si 
accoglievano, oltre i poveri, i bastardi, attizza l'ira dell'Ali- 
ghieri, il quale scaglia un insulto atroce contro la madre del- 
l'avversario divenuto nemico , tacciandolo di natali illegittimi 
e rinnova più esplicita l'accusa di furti, ai quali sarebbe stato 
spinto dalla gola insaziabile, onde non soltanto egli è segnato 
ormai a dito dalla gente, ma nella propria vergogna e nel di- 
sonore involge i fratelli e la famiglia tutta {Bicci novel, figliuol 
di non so cui). 

Ma il Donati non si dà per vinto; anzi, lungi dal battere 
in ritirata, rincara la dose, toccando un tasto che doveva far 
fremere 1' anima del giovine Dante. Infatti, nell' atto me- 
desimo che ha l'aria di disdirsi e di riconoscere l'avversario per 
figlio legittimo di Alaghiero , ne prende 1' occasione per tac- 
ciarlo di viltà, come quello che aveva preferito ad una dove- 
rosa e sacra vendetta una pace tanto piìi disonorevole , quanto 
più sollecita, e per aver dimostrato che a placarlo e a farselo 
amico bastava caricarlo di bastonate {Ben so che fosti figliuol 
(f Allaghieri). 
Valore Questa, brevemente esposta, la contenenza dei sei sonetti. 

rJue^aiio' Del loro valore morale furono recati , sino a poco tempo fa, 
giudizi troppo gravi per insufficienza o inesattezza d'interpre- 
tazione; mentre non furono apprezzati abbastanza come docu- 
menti psicologici e letterari, sebbene, già molti anni sono, il 
Carducci li stimasse « un saggio assai rilevante di quella satira 
tra individuale e di famiglia e di parte di quello scorcio del 
Dugento », « satira — egli notava — che anche il Cavalcanti 
amò fare e nella quale fu eccellente Rustico di Filippo e che 
poi vedesi sviluppata a tragica perfezione nella Commedia ». Il 
che è detto con esatta compiutezza, d'espressione, eccezion fatta 
per quell'accenno a intenti politici o partigiani che in questa 
tenzone mancano interamente; e meglio ancora lo stess o critico 
soggiungeva, con frase scultoria, che in queste prove poetiche 
del giovine Alighieri si scorge « la granfia del leone ». 

È innegabile — e ben fece a rilevarlo il Torraca — che 
il Donati, forse nuovo alla poesia, riusci a tener testa valoro- 



della 
tonzone. 



PERIODO GIOVANILE - LA SATIRA NELLE OPERE MINORI. 151 

samente al suo avversario: ma un confronto un po' accurato 
rivela subito la grande superiorità e il destino poetico dell'Ali- 
ghieri. Anche le ingiurie più volgari sotto la sua penna ac- 
quistano un' espressione pittoresca e insieme un rilievo ci. e 
sono indizio di singolare virtù innata d'arte. Il suo sentimento 
satirico noli' espandersi non è ragionamento o invettiva o filza 
d'epiteti, ma diventa un quadro palpitante di verità, una scena 
della vita reale, fatta per accenni, per iscorci, per allusioni, 
fin troppo rapide. Vediamo la Nella disgraziata (« mal fatata » 
vive tuttora sulla bocca del popolo toscano) tutta infreddata, 
anzi ghiacciata, che, raggomitolandosi nel letto, invano tenta 
di ripararsi con le coperte troppo corte; la udiamo tossire, 
lagnarsi del freddo, della tosse e del marito, che abbandona 
di notte il talamo, non « por Francia », come rinfaccerà il 
Pceta ai Fiorentini cupidi mercanti, ma per le suo gozzoviglie 
e dissipazioni rovinose. Vediamo e udiamo la madre di lei rim- 
proverarsi quel matrimonio che è stata una sventura per la 
figlia, degna di quelle altre nozze che le erano offerte ; borbotta- 
menti di suocera corrucciata, che lasciano intravedere altre 
scene di liti domestiche in casa Donati. Ecco, più innanzi, 
associato nella stessa persona di Forese il goloso divoratore col 
ladro e falsario carico di debiti, l'uno e l'altro rappresentati 
mediante una serie d'immagini ardite, nelle quali ai « petti 
delle starne » alla « lonza » e al « cuoio » del castrone fanno 
riscontro le carte di debito scritte su carta « pecudina ». 

Ecco, di nuovo, il Donati, la cui paternità solo monna Tessa 
potrebbe, forse, sapere, eccolo raffigurato in atto di diluviare 
e mettersi « giù per la gola, tanta roba », da esser costretto 
poi a « torre l'altrui », cioè la roba d'altri, cosi presto s'è di- 
vorata la propria. 

Ed ecco, infine, lo stesso Forese, dalla « faccia fessa » 
andar per le vie di Fu^enze, segnato a dito , come pubblico 
ladro e fuggito dalla gente, che non sente sicura la propria 
borsa, mentre v'ha chi se ne sta a letto tutto tristo, tremando 
che non sia colto in flagrante, credendo d'essergh padre, « che 
gli appartien quanto Giuseppe a Cri.sto » ! 

Tutto questo ei-a segno di non comuni attitudini alla satira- Tirocinio 

„ „ • • -11 , . ,. ' satirico di 

e perciò non saremo noi a deplorare questa specie di aspro Dante, 
tirocinio satirico compiuto dall' Ahghieri poco più che di- 
ciottenne, proprio in quegli anni che incominciava un altro ti- 
rocinio, nella schiera dei « fedeli d'Amore ». Infatti, senza ti- 



152 CAPITOLO II. - DANTE ALIGHIERI SATIRICO. 

more di esagerare, si può asserire che, nello svolgimento psi- 
cologico e poetico di lui, come lontana preparazione alla Di- 
vina Commedia, questi sonetti, usciti da un contatto rude e 
violento di queiranima giovanile, giovanilmente esuberante, con 
la realtà, hanno un significato e un'importanza non minori che 
i suoi sonetti amorosi. Anche molti anni dopo, allorquando nello 
spirito e nella vita sua, prima ancora che nel poema, sarà av- 
venuta la mirabile catarsi morale e con l'elogio affettuoso della 
Nella e di Piccarda, e con l'episodio del sesto cerchio del Pur- 
gaiorìo Dante avrà celebrato una stupenda palinodia morale 
di quella tenzone, e da Virgilio, cioè dalla scienza illuminata 
dalla ragione, egli si farà ammonire essere « bassa voglia » 
il solo « voler udire » le risse plebee come quella scoppiata 
fra maestro Adamo e il greco Sinone , si vedranno ad ogni 
passo gli effetti di quella prima rissa poetica e personale com- 
battuta a colpi di sonetto. 

Il leone che, ancor giovinetto, aveva mostrato la granfia 
minacciosa, diventerà il poeta satirico, maturo e potente, della 
Commedia. 
11 Fiore 2. Dicevamo testé che la tenzone è « forse » il solo do- 

Durante. cumonto Superstite della produzione satirica di Dante in quel 
periodo. Con quel « forse » alludevamo alla possibilità, se non 
alla probabilità, che a lui appartenga anche il Fiore, la pre- 
ziosa riduzione del Roman de la Rose, la quale, in ogni modo, 
merita un posto in questa storia, sia che ser Durante, l'au- 
tor suo, certamente toscano, abbia a identificarsi nel suo glo- 
rioso contemporaneo, l'Alighieri, sia esso tutt'altra persona. 

Nei 232 sonetti, nei quali con felice -vigore di sintesi, è 
compendiato il grande poema di Jean de Meun (a quello di 
Guillaume de Lorris sono consacrati soltanto 34 sonetti), l'eie- ' 
mento satirico ha una parte assai notevole e per l'ampiezza 
dello svolgimento e pel suo valore artistico; una parte assai 
maggiore che non nell'originale francese, del quale a suo luogo 
s'ebbe a toccare in queste pagine. Infatti in ben quaranta so- 
netti sono, non soltanto conservati, ma talora accresciuti quei 
antichie- tratti clio possouo dirsi di satira an ti chiesastica e anti- 
fratesca che erano nel poema francese, sovrattutto quelli che 
contengono i consigh, i precetti e le confessioni di Falsembiante. 
In questa parte il rifacitore, che di solito è conciso, da buon 
toscano loquace, si lascia trascinare dalla materia , vi prende 
gusto, dando libero sfogo al proprio umore caustico e scher- 



sasitica 



I 



PERIODO GIOVANILE - LA SATIRA NELLE OPERE MINORI. 153 

zevole: si che noi dimentichiamo il testo francese e proviamo 
l'ilhisione d'aver dinanzi un prodotto originale d'uno dei nostri 
rimatori satirico-hurleschi dell'estremo Dugento. 

Giustamente il Mazzoni notò che la pittura di Falsem- biante." 
biante riesce sovrattutto ad una caricatura del clero, e che 
certe esclamazioni hanno il tono evidentemente sarcastico, come 
là dove si accenna a Maestro Sigiiieri e ai Paterini; e aggiunse 
che « dietro al sorriso diffuso si ha ([ua e là cosi la risata 
amara, come il ghigno sottile della satira », cioè si notano varie e 
non comuni gradazioni dello spirito e dell'arte satirica. Tale per 
l'appunto è il passo (Son. 126) dove Falsembiante dichiara che 
egli e i suoi seguaci facevano di tutto per procurare gravi 
<lanni ai loro nemici, denunziandoli come eretici ogni qual- 
volta non riuscissero a salvarsi in tempo con mezzi a lui cari 
o con doni di vini « preziosi » o di « he' sacchetti di fiorini » ; 
e si vanta d' averne « distrutti » e « iscacciati » di molti 
eretici, con un'allusione che, sotto la penna del rimatore, appa- 
risce coraggiosa, ai tristi processi di Prato, Arezzo e Firenze. 

r X- j- X jj- -xx ■ ^ T • Contro gli 

La satira diventa addirittura sanguinosa contro gli i pò- ipocriti. 
criti che si servivano della religione ai loro intenti malvagi, e 
fa ricordare, ora un pas.><o del noto ritmo satirico latino at- 
tribuito a Pier della Vigna, ora invece (Son. 98) sembra pre- 
correre una terzina ardita della Commedia dantesca, quando, 
dinanzi allo spettacolo della « santa Chiesa » insidiata e mi- 
nacciata da ogni parte, sovrattutto per opera di quelli che 
dovrebbero difenderla, ne prevede la rovina, se Dio non l'aiuti; 

Ed a me par che Tha dimenticata. 
Po' solerà cotanto tradimento, 
D 1 color a cui guardia l 'ha lasciata. 

Più rara è la satira arguta, mentre invece non potrebbe 
essere piii fieramente rampognatrioe contro quei falsi religiosi 
« religiosi no, se non in vista » (Son. 90), lodatori della povertà 
a parole, ma, nel fatto, cacciatori, anzi pescatori di ricchezze 
(« e le ricchezze pescan coi tramagli » ; quei frati, umili soltanto 
all'aspetto, nei quali la religione è falsa e sterile, o, come, con 
felice immagine, si esprime ser Durante, « non grana ». (Son. 90). 

Altrove udiamo una nota insolita, di satira fortemente contro i 
aristocratica, ostile ai borghesi mercanti e trafficatori, la ''"n'^^^-^^' 
« gente nova » destinata fra non molto a sentire il flagello natanti, 
dell' Ahghieri. Né mancano tratti di spirito antifemminile? 



154 CAPITOLO li. - DANTE ALIGHIERI SATIRICO. 

j, i,.no specialinenti notevoli quelli posti sulla bocca della vecchia 

ant.tem- (§()„_ 5s^)_ 

Quivi è evidente il eonipiacunento onde il riiacitore to- 
scano asseconda il poeta francese , per 1' analogia dei propri 
sentimenti con quelli del suo predecessore: ma egli, per dare 
un colorito più schiettamente italiano al poema , sostituisce i 
personaggi storici menzionati nel Roman con altri italiani e 
contemporanei. In tali casi si avvertono le maggiori aggiunte, 
come nel son. 92, quella su frate Alberto, l'inquisitore feroce. 
AgRinnte p^\ contrario, certe omissioni caratteristiche (p, es. con- 

Cu 

omissioni \yo ì lupi rapaci spogliatori del povero e sul matrimonio) si 
spiegano agevolmente con la diversità delle condizioni sociali 
ed economiche d'Italia, anzi della libera e florida Toscana, in 
confronto di quelle della Francia, in gran parte oppressa an- 
cora dalla feudalità e dal potere regio insieme contendenti. 

Concludendo, sia il Fiore opera dell'Alighieri o meno, è 
innegabile che chi consideri con la debita attenzione le mani- 
festazioni varie e non di rado originali dello spirito satirico 
sovrabbondante, è tratto a pensare, per certe singolari analo- 
gie, alla tenzone da noi esaminata e, più ancora, ad uno sta- 
dio dell'arte dantesca che colleghi i sonetti contro Forese con 
la Commedia. 

II. Documenti di satira nelle « Opere minori » di Dante. 

1. Ancor prima che nel poema noi troviamo numerosi e 

tutt'altro che trascurabili documenti di spirito satirico nelle 

opere minori dell'Ahghieri, perfino in alcune di esse nelle quali 

la satira ci appare del tutto inattesa. 

Nella Firn Per esempio, nello stupendo « h bello » della Vita nuova, 

nuova. n ■ -, . . 1 j- 

« operetta fervida e passionata », ma solo di passione, o me- 
glio, di estasi e di fantasticherie d'amore, v'è un passo sol- 
tanto, nel cap. XXV, quello sui « grossi dicitori in rima », su 
coloro che componevano « non avendo alcun ragionamento in 
loro di quello clie dicono », su coloro che « cosi rimano stolta- 
mente » e dei quali egli. Dante, e il suo « primo amico », il 
Cavalcanti, « sapevano bene » ; un passo in cui un lieve accenno 
di critica letteraria assume quell'espressione caustica e pungente 
. onde l'Alighieri mostrerà di compiacersi in altre sue opere. 
wlgari 2. Alludo anzitutto al De vulgavi eloquentia. 

Nella prima di queste due opere sono frequenti e carat- 



erò 

quentia 



\ 



DOCUMENTI DI SATIRA NELLE « OPERE MINORI » DI DANTE. 155 

teristici gli sfoghi deiriuiior satirico e polemico di Dante, il 
quale ora (II, I, 7) si giova felicemente d'un'immagine tratta, 
com'è probabile, da un'epistola oraziana (I, xiv, 43), l'imma- 
gine del bue bardato e sellato a guisa di nobde destriero; ora, 
invece, nel rievocare con un sentimento d'accorata nostalgia e 
d'ira repressa, i propri ricordi personali, rinfaccia a" suoi con- 
cittadini l'esilio a lui ingiustamente inflitto in cambio del suo 
grande amore per essa: « Florentiam adeo diligamus, ut quia 
dileximus, exilium patiamur iniuste ». Più singolare è il ve- 
dere il dialettologo, battagliero e mordace, del primo Trecento 
passare in rassegna le parlate delle diversi regioni italiane, 
travestendosi quasi da Giovenale, si che quella rassegna, ispi- 
rata spesso dalla passione politica, diventa acremente satirica. 
Cosi, ad es., il dialetto romanesco è, fra tutti gli altri, « tur- 
pissimum», anzi addirittura un «turpiloquium », della qual 
cosa, soggiunge lo scrittore, non è a far le meraviglie, dacché 
i Romani sembrano primeggiare su gli altri popoli pei loro 
brutti e « fetenti » costumi. Similmente egli ritinta con dispre- 
gio le parlate toscane e in particolar modo il « turpiloquio » 
dei Fiorentini, sebbene i Toscani, accecati dalla loro stoltezza, 
si arroghino il primato linguistico e letterario sugli altri Italiani. 
Non contento di questo, il fiorentino randagio per la pe- 
nisola tende l'orecchio alle canzonette satiriche che riso- 
navano qua e là in dispregio e a scherno delle parlate delle 
varie regioni e ne tramanda un fuggevole ricordo ai posteri ; 
tristi documenti, in fondo, degli umori municipali e ragionali 
che attestavano e insieme documentavano le discordie italiane, 
e dei quali l'anima dell'Esule, inacerbita dal dolore, era tut- 
f altro che immune. 

La passione conferisce calore e vivacità artistica a molte 
pagine di questo trattato di lingua, nel quale la fantasia dello 
scrittore abbellisce e o 1 p a r 1 a r fi g u r a t o anchegli impeti satirici. 
Ecco, a un certo punto ( I, xv, vxiii ), per un' immagine 
prediletta all'Alighieri (si ricordi la selva selvaggia dell' In- 
ferno e la trista selva di Firenze, nel XIV, 64 del Purga- 
torio), ritaUa diventare « l'ytala silva », dalla quale sorgono 
i vari dialetti come piante dagh sterpi numerosi e spinosi che 
egli vuole sradicare e recidere senza pietà. Altrove (I, xii e xv) 
questo lavoro di revisione e di selezione del glottologo giove- 
nalesco, inteso a rintracciare o, piuttosto, a formare il volgare 
illustre, diventa una fiera vagliatura, oppure (I, xvi) una cac- 



156 CAPITOLO II. - DANTE ALIGHIERI SATIRICO. 

eia, nella quale il volgare illustre è la pantera, che l'accanito 
cacciatore insegue e non riesce ancora a raggiungere. 

Intanto il suo duro latino medievale, come selce percossa 
da una mano possente, sprizza scintille, ><i che ne riesce tal- 
volta illuminata, pur in un libro sulla lingua, la passione po- 
litica che agita lo scrittore. 

Un terribile capitolo (il xii del lib. I) che Ugo Foscolo si 
compiacque di tradurre, è una vera e propria invettiva di 
carattere schiettamente politico, nella quale, come bene os- 
servò il Del Lungo, Dante ci fa udire una fragorosa orchestra 
satirica, un'orchestra del vituperio che, a maggiore scherno, fa 
suonare dagli stessi vituperati; e questi sono i principi po- 
tenti e prepotenti nella povera Italia di quel tempo , sono i 
principi Guelfi, sovrattutto gli Angioini e gli Estensi, invasati 
di superbia e d'avarizia plebea e seguaci di costumi bestiali, 
che appariscono come la piti brutta antitesi con la nobiltà eroica 
libera incarnata già negli Svevi , gli « illustres lieroes » dal 
cuore generoso. E quando si pensi alle sanguinose sferzate che 
r Alighieri infligge agli odiosi signori da Este , reca stupore 
che da taluno sia negata o messa in dubbio la profonda intonazione 
satirica di quell'altro passo dello stesso libro (II, vi) dove, in 
via d'esemplificazione, avendo, cioè, soltanto l'aria di porgere 
un saggio di costrutto grammaticale gustoso e leggiadro « sapidus 
et venustus », adduce la proposizione seguente: « Laudabilis 
discretio xMarchionis Estensis et sua jNIagniticentia preparata 
cunctis, illum facit esse dilectum ». Lungi dall'esservi quella 
contraddizione che qualche dantista volle vedere col passo pre- 
cedente, ha ragione da vendere il Del Lungo di sentirvi una 
« terribile ironia ». 

Lasciamo altri passi del De vulgarì eloquentia, fortemente 
impregnati di satira politica, lasciamo Carlo di Valois flagellato 
e schernito (II, vi; cfr. Purgai. XX, 70 sgg.) con l'epiteto di 
« Totila secundus » per le violenze commesse contro la libertà 
di Firenze e pel suo vano tentativo fatto contro i Siciliani, e 
restringiamoci a rilevare altre originali e, quasi direi, plasti- 
che figurazioni satiriche d'indole più propriamente 
letteraria, nelle quali, dopo il glottologo, ci apparisce il cri- 
tico della poesia contemporanea armato di sferza. Nelle sue 
pagine i miseri rimatori che vorrebbero imitare i grandi, tra- 
scurando le ragioni della scienza e dell'arte , sono ammoniti 
sarcasticamente come tante oche, pesanti per natura e goffe, 



DOCUMENTI DI SATIRA NELLE « OPERE MINORI » DI DANTE 157 

che volessero imitare gareg-giando con l'aquila che s'innalza coi 
suoi voli arditi verso il cielo: « tanta presinnptuositate desi- 
stant, et si anseres naturali desidia sunt, noUnt astripetara aqui- 
lani imitari ». Chi non riconosce quest'aquila « astripeta »• 
quelle oche che indarno battevano Tali nella bassura? Una di 
quelle oche che coi suoi artigli aquihni Dante si piacque di 
spennacchiare, troppo crudelmente severo, fu Guittone coi suoi 
fautori, che, sebbene portati a cielo da certi ignoranti (« igno- 
rantie sectatores »), apparivano a lui come la i)lel)ea negazione 
della grande e nobile arte (III, vi). 

3. Se nel Df vidgari eloquentia l'Alighieri, a dispetto della 
materia, diede libero sfogo al proprio estro satirico, si da of- 
frirci talvolta l'immagine d'una Frusta letteraria del primo .uonar- 
Trecento, egli si sforzò invece, resistendo alle tentazioni della '■'""• 
materia stessa, di riuscire più calmo ed obbiettivo nel De Mo- 
narchia. 

Tale infatti ci apparisce questo memorabile trattato, forse 
anche per l'età in cui fu o primamente composto o rielabo- 
rato; non per altro tutto informato a quella serenità e quasi 
freddezza clie vi riconobbe qualche dantista. Certo, il biasimo, 
la riprovazione, la ribellione di quella grande anima amareg- 
giata, non tanto dalle sventure sue proprie, quanto da quelle 
ond'egli vedeva afflitta l'Italia e l'uman genere, in quest'opera 
tendono ad esprimersi nel tono"sentenzioso morale, solenne e 
grave, che talvolta sembra riecheggiare quello delle Scritture. 
Ma altre volte il tono si eleva e diventa aspro e violento, come 
al principio del libro II, i, dove par di vedere lo scrittore at- 
teggiare il labbro a un sorriso di sprezzo amaro dinanzi allo 
spettacolo degli errori, dei folli e stolti conati dei re e dei po- 
poli della terra invano ribellanti alla provvidenziale autorità 
di Roma e dell'Impero. Di quando in quando lo scrittore fa 
sibilare la sferza contro i nemici dell'idea imperiale , oppure coimo 
(II, x) control giuristi presuntuosi, armati di sofismi, o '„iur-st^' 
contro gli altri avversari ancor più colpevoli e pericolosi, per- 
chè mascherati di falso zelo religioso, « zelatores fidei Chri- 
stiane », in realtà usurpatori delle rendite, specialmente delle 
decime spettanti ai poverelh. di Cristo (cfr. P<2rarf/50, XII, 22), 
depauperatori della Chiesa, simulatori della giustizia e della 
■pace e perciò nemici anche dell'imperatore, esecutore della 
' giustizia in terra. spmu 

Parole gravi , animate da spiriti antiecclesiastici , ^"iasUcL' 



158 CAPITOLO II. - DANTE ALIGHIERI SATIRICO. 

usa Dante anche là dove inveisce contro i Giieltì vituperatori 
dell'impero romano, sedicenti tigli della Chiesa, e dove impreca 
contro la donazione costantiniana (alla fine del lib. II), e più 
ancora nel punto (III, iii), in cui passa in rassegna e frusta 
senza pietà le tre schiere nelle quali, secondo lui, si suddivi- 
dono i nemici dell'Impero. Di quello della seconda egli dice 
che, accecati dalla cupidigia « insaziabile » osavano proclamarsi 
figli della Chiesa, mentre sono tìgli del demonio, « dum ex pa- 
tre diabolo sunt » ; espressione cotesta che ci ricorda la leg- 
genda dei figli e delle figlie del diavolo, da noi già accennata 
come uno dei temi della satira medievale. 
Nelle 4. Più larffa messe di documenti satirici d'indole essen- 



ICpislolae. 



& 



zialmente politica ci off"rirebbero, qualora fosse il caso d'una 
indagine minuta, le Epistolae, delle quali in generale può dirsi 
che appunto la presenza di questi copiosi elementi di satira 
soggettiva che recano cosi schietta l'impronta dantesca, porge 
un argomento non disprezzabile in favore dell'autenticità loro. 

Yi vediamo dominare, specialmente in tre di esse, la forma 
dell'invettiva ora toria e quella dell'apostrofe magni- 
loquente e talvolta sarcastica. 

L'epistola indirizzata ai Fiorentini (epist. VI), in occasione 
dell'impresa di Arrigo VII, è tutta una violenta requisitoria, 
quasi un pamphlet politico, di minacce e di fosche profezie 
contro i più tristi fra gli abitatori della traviata Italia [deli- 
7'antis Hesperiae) ; quella, ad Arrigo di Lussemburgo, (Ep. VII) 
abbonda d' improperi contro Firenze, « sozza volpicciattola dal 
puzzo ammorbante, crudele ruina, vipera che tenta di mordere 
il seno della madre (Roma), Mirra scellerata e incestuosa, che 
s'accinge ad impuri abbracciamenti col padre suo (il pontefice) »• 
Infine, ne l'epistola, ai Cardinali raccolti a Carpentras per eleg- 
gere il successore di Clemente V, (ep. IX) la passione satirica 
predominante, di carattere antichiesastico, si mescola ed urta, 
fiammeggiando, col sentimento politico che si direbbe nazio- 
nale ed antifrancese, e si esprime con impeti iracondi, con epi- 
teti gravi, con profezie minacciose. 

Sono frequenti le espressioni satiriche che ne ricordano 
altre consimili del poema dantesco; e la violenza, l'ardimento 
della forma ne sono tali, sovrattutto contro il clero pervertito 
dalla cupidigia, che lo scrittore se ne accorge, ma non per que- 
sto s'arresta o tentenna; egli compie un dovere , al quale lo 
costringono le colpe altrui; facendosi interprete clamoroso , 



DOCUMENTI DI SATIRA NELLE « OPERE MINORI » DI DANTE. 15^ 

aperto accusatore di ciò che gli altri osano appena mormo- 
rare pensare o soi,niare nel loro cuore dolente: « Omnes 
enim, quae garrio, murmnrant, aut cogitant, aut somniant .... 
.Tarn garrulus factus sum, vos me coegistis ». 

Ancora una volta il latino di Dante, pur irto di asperità 
medievali e tumido d'immagini e agitato di mosse scritturali^ 
ben si piegava ad esprimere le ire e i disdegni e i fieri cor- 
rucci di ([nell'anima, che lampeggiano perfino nelle Eclogae^ 
talora con una vera e ])ropria reminiscenza giovenalesca (Ecl. 
epist. I: « Sic dedit indignatio vocem»). 

Ma soltanto nella lingua volgare d'Alighieri poteva tro- 
vare uno strumento veramente adatto ad esprimere il proprio 
pensiero, soltanto nelle opere volgari poteva attingere altezze 
nuove, fissando in forme immortali d'arte il sentimento tra- 
boccante dal suo cuore, spesso esacerbato, di esule. 

5. Frutto prezioso ma amaro dell'esilio, il Convivio reca Nei 
in sé numerose tracce dei crucci e delle ire del Poeta, il quale 
ci apparisce spesso in quest'opera come banditore ispirato, con- 
vinto della virtù, e riprensore acerbo del vizio, implacabile cor. 
tro i malvagi. L'Esule afflitto, ma indomito, interrompe non di 
raro la dissertazione scolastica, le tormentose sottigliezze della 
dialettica per inveire e tonare, dando volentieri al proprio pen- 
siero un atteggiamento risolutamente satirico. Anche in tali 
casi egli suole ricorrere a quel parlar figurato, fortemente e an- 
che brutalmente immaginoso nel quale si rivela maestro in- 
superabile. 

Pieno d'un concetto alto e severo della scienza, sin dal prin- 
cipio Dante manifesta un dispregio profondo per quegli uomini 
volgari che vivono estranei alla vita intellettuale, « Miseri... 
che con le pecore hanno comune cibo ». Ma reputandoli non 
degni della sua ira, raccomanda ai buoni di usare misericordia 
« invèr di quelli che in bestiale pastura veggiono erba e ghiande 
gire mendicando » (I, i). Evidentemente, in quest'uomo non 
evangelico, era una misericordia a parole e a suon di sferza ! contro gik 

■t-\ \ T ■ ......,.., , avversari 

Eguale duspregio e per consmnii azioni egli rivela per « la dei 
falsa opinione » del « volgo », di « quelle popolari persone » '^"^are.. 
che sono « orbate dell'abito della luce discretiva » e quindi 
« cieche » (I, xi). 

Caldo rivendicatore dei diritti del volgare nuovo, egli serba 
un culto che sa di venerazione religiosa pel latino, e perciò 
deplora che lo studio di questo sia scaduto tanto in basso, nelle 



160 CAPITOLO II. - DANTE ALIGHIERI SATIRICO. 

mani del volgo, per colpa di coloro che avrebbero dovuto col- 
tivarlo degnamente, per « malvagia disusanza del mondo » egli 
dice, la quale ha indotto molti a lasciare <«' la letteratura a co- 
« loro che l'hanno fatta, di donna, meretrice e « questi nobili 
« sono principi, baroni e cavalieri e molta altra gente nobile, 
« non solamente maschi, ma femmine. . . » (I. ix). Pel volgare 
invece egli prova una tenerezza appassionata, che gl'ispira quella 
memorabile invettiva (I, xi) « a perpetuale infamia e depres- 
« sioiie delli malvagi uomini d'Italia, che commendano lo voi" 
« gare altrui e lo proprio dispregiano ». 

Dante non ha peh suUa lingua per nessuno. Dei « cattivi 
dicitori d'Italia » che hanno a vile questo prezioso volgare 
afferma con voce iraconda che, se « questo è vile in alcuna 
« cosa, non è se non in quanto egli suona nella bocca niere- 
« tricia di questi adulteri ». Non minor violenza di linguaggio 
egli adopera nel discutere delle Corti degeneri del tempo suo, 

Contro delle quali scrive che, mentre in antico « fu tanto dire cor- 
degenérl. tcsia quauto USO di corto », 86 « questo vocabolo oggi si to- 
ghesse dalle corti, massimamente d'Italia, non sarebbe altro a 
dire che turpezza » ! (II, xi). 

Anche dalle pagine di questo trattato d'indole tìlosofico- 
letteraria scoppia qua e là, in tono di satira, la passione 
politica. Col Unguaggio figurato a lui prediletto, tratto dalla 
zoologia, l'Ahghieri impreca contro gli avversari dell' impero 
che proclama « stoltissime e vilissime bestiuole » che di uo- 
mini hanno soltanto la sembianza, e contro di questi scaglia 
la sua maledizione : « Maledetti siate voi e la vostra presun- 
zione e chi a voi crede » ! (IV, V). Come nel De vulgarì elo- 
quentìa^ anche qui rivolge la sua parola severamente ammo- 
nitrice ai principi italiani contemporanei, « principi e tiranni », 
fra i quali menziona Carlo li d'Angiò e Federico II d' Aragona, 
e alterna apostrofi iraconde e sarcasmi pieni di scherno pun- 
gente (p. es. IV, xv) l'accenno ad Asdente, IV, xxvii l'accenno 
a Firenze) e talora col cuore commosso e sanguinante, al ricordo 
di Firenze iniqua esiliatrice, s'innalza sino alla più alta espres- 
sione dell'eloquenza satirica, 
amuliife- Neppure in questo trattato Dante risparmia gli ecclesiastici 

^c^ontro' indegni, anzi « quasi tutti li religiosi », che mette in fascio 
'i'^mfdki'' ^^^ legisti e coi medici, perchè anch'essi » non per sapere stu- 
diano, ma per acquistare o moneta o dignità », bruttati come 
sono « di avarizia o di ambizione » (III. xii). 



Satira 
politica. 



Satira 



DOCUMENTI DI SATIRA NEM.K « OPERE MINORI » DI DANTE. 161 

Sparsi qua o l;l Iroviaiuo poi altri (iocuinenti di satira 
morale e sociale, anche se generici, sempre notevoli per 
impeto di vera passiono. Val.i^a per tutti l'imprecazione contro 
i « malastrui e malnati », che ostentano una disonesta e falsa 
larghezza usurpando l'altrui, facendosi belli della roba sottratta 
ai deboli, ai poveri e ai popoli oppressi (IV, xxii). 

Non di raro dunque in queste pagine del trattato filoso* 
fico-letterario si sente il fervore battagliero d'un poeta, il quale 
è naturale che ci si riveli meglio coi suoi irrefrenabili atteg- 
giamenti satirici nel verso. 

6. È noto che le rime di Dante che vanno sotto il nome Nei can 
di Canzonieì^e, sono in massuna parte amoro.se, in parte nlo- 
sofico-morali, e che fra essi si cerca invano qualche saggio 
di quei canti di battaglia, sul tipo del serventese occitanico, di 
cui avevano dato esempio Guittone d'Arezzo e qualche altro 
rimatore da noi rammentato. Forse non andrebbe lontano dal 
vero chi pensasse che egli, il quale aveva pure additato la 
virtù e le armi, insieme con V amore, come la materia piìi 
degna della canzone, si astenesse dal seguitare e perfezionare 
quegli esempi anche per l'avversione profonda che gl'ispirava 
l'Aretino. Vero è per altro ch'egli concentrò nel poema tutte 
le sue migliori energie, dando la sua grande battaglia per le 
cause più nobili. In ogni modo, non mancano neppure nel suo 
Canzoniere alcuni documenti dell' attitudine alla satira che 
aveva il suo spirito appassionato, tanto più preziosi e degni 
d'essere, sia pure rapidamente, accennati, quanto più rari. 

Già nell'ambito della poesia amorosa egli s'innalza e si di- 
stingue dalla folla dei rimatori cosi di Provenza, come d'Italia 
per certi ardimenti nuovi onde anche nella sua passione d'amore 
sembra agitarsi il demone dell'odio e della vendetta, il grido 
d'una ribellione, d'un' imprecazione, d'una minaccia, il turbi- 
nare d'una sensualità trascendente qualsiasi forma convenzio- 
nale. Alludo con questo al piccolo ciclo misterioso delle cosi 
dette ìHme pietrose, alle quali appartengono i due memorabih 
versi del noto congedo, dove inviando la canzone alla sua donna 
« scherana, micidiale e latra», soggiunge: 

E dàlie per lo cor d'una saetta. 

Che bell'onor s'acquista in far vendetta 

cioè, nel far giusta vendetta, nel punire giustamente i colpevoli. 
Veramente, le saette vendicatrici della sua Musa l'Ali- 

CiAN. — La Satira. 11 



162 CAPITOLO U - DANTii AI.KUIIERI SATIRICO. 

ghieri riserberà al poema, ma è indubitato che egli si dimo- 
stra talvolta temibile « arciere » anche nelle rime. Di certe 
canzoni filosofiche, foggiate secondo la consuetudine trovadorica 
della clianzos sirvenies, il veleno della riprensione morale si fa 
sentire alla fine, cioè nel connuiato. Cosi, ad esempio, la Canz. 
Amor, che innovi tua virtù dal cielo, canzone citata nel De 
vulgari eloqiientia, si chiude con questi versi notevolissimi: 

Canzone, a' tre nien rei di nostra terra 

Te n'andrai, anzi ohe tu vadi altrove ; 

Li due saluta e l'altro fa che prove 

Trarlo fuor di mala setta in pria ; 

Digli, che il buon col buon non prende guerra. 

Versi sibillini anche per le allusioni personali che essi 
recano, ma che in ogni modo implicano un fiero biasimo in- 
flitto a Firenze e fanno pensare a quelli più famosi « Giusti 
son duo, ma non vi sono intesi ». La canz. Doglia 7ni reca 
nello core ardire, anch'essa citata nel De vulgari eloquentia, 
contiene certe punte di satira an tifemminile, e, più ancora 
nella forte invettiva contro l'avarizia e gli avari, che offre 
un bel saggio di satira morale. 

Ma la Musa satirica dell'Alighieri poeta del Canzoniere 
spicca un volo sublime con la Canz. Tre donne intorno al cor mi 
son venute, nella quale l'allegoria diffusa e nel tempo stesso 
profonda, lungi dal velare o indebolire il concetto, anzi il sen- 
timento appassionato, gli aggiunge rilievo, solennità ed efficacia 
cosi morale, come artistica. 

Considerando bene, si vede che di questa canzone, che rac- 
chiude un breve, rapido, intenso dramma psicologico e nella 
quale il poeta si afferma mirabilmente come cantore della 
« rettitudine », il concetto fondamentale, quale apparisce sin 
dai primi versi di essa, è severamente, austeramente satirico. 
Infatti, non v'è invettiva, né apostrofe che eguagli in efficacia 
questa plastica e superba rappresentazione delle tre Virtù 
(la Drittura e probabilmente due altre manifestazioni della 
Giustizia, il Diritto umano e la Legge) le quali, raminghe, perse- 
guitate dagli uomini malvagi {il secol selvaggio della Comìne- 
dia), con le altre Virtù, la Liberalità e la Temperanza, tro- 
vano, insieme con l'Amore, unico rifugio e salvezza nel cuore 
del Poeta, come « a casa d'amico ». A lui balena la speranza 
d'un prossimo liberatore e vendicatore dei vizi, delle follie, 



LA SATIRA NELLA « DIVINA COMMEI)L\ ». 163 

dei traviamenti umani e quindi l'illusione del ritorno in patria; 
(lai colloqui di ([uelle divine addolorate egli attinge, nella sven- 
tura, nuove energie, onde l'esilio che gli era stato inflitto per 
infamia, egli proclama un onore per lui, rassegnato, in caso, 
a cadere nelTimpari lotta a difesa dei buoni, cioè delle virtù 
oppresse. 

Ma prima di cadere, l'Esule che nel cuore grande acco- 
glieva veramente e l'Amore e ogni piii alta virtù e la divina 
fiamma delia poesia, doveva combattere le più gloriose batta- 
glie, nelle quah si valse anche delle armi poderose della satira. 

« In rimproverio del secol selvaggio ». 

III. — La Sutira nella « Divina Commedia », 

1 . Il valore artistico e morale degli elementi satirici com- 
presi nella Divina Coìnmedia è tale non soltanto da giustificarne 
una trattazione relativamente larga, ma da permettere altresì di 
trarne una definizione del poema che, forse meglio delle molte 
altre messe innanzi fino ad ora, valga a riassumerne i caratteri 
fondamentali. E in verità, quando si pensi al concetto che nel 
Medio Evo si soleva avere della profezia, come d'un insegna- 
mento e d'un monito solenne, e si consideri la copia straor- 
dinaria di elementi anche schiettamente profetici che s'ha nel- 
l'opera dantesca e l'intima connessione di questi coi satirici, una deiì- 
pur e.ssi copiosissimi, s'è indotti a definir la Commedia come A^n^n^. 
« una grande profezia satirica in forma di visione ». 

2. Ma lasciando le definizioni, le quah, se sono tutt'altro 
che inutih, hanno sempre un valore assai relativo e approssi- 
mativo, è certo che questo aspetto satirico del poema dantesco 
fu apertamente additato e quasi ostentato dallo stesso Alighieri, 
riconosciuto dai suoi contemporanei e ammirato poi per lunga 
secolare tradizione sino ai giorni nostri. 

Del poeta satirico, infatti. Dante non ebbe soltanto l'istinto 

geniale, felicissimo, l'impeto fecondo, l'irresistilìile virtù creativa ; ^^ò°ezzrdi 

ne ebbe inoltre piena coscienza e amò proclamarlo senza ambagi, Jnco^nei- 

senza reticenze, con quella sincerità sdegnosa che era propria \^^^-.^ 
della sua natura. 

. Ti'e passi del poema, sopra tutti gli altri notevoli, stanno Prociama- 

a dimostrare com'egli, nel farsi conferire dagli spiriti più diversi, 'mitlf del 

dai confini più lontani del suo oltretomba, un sublime officio Tnso^io." 



164 



Capitolo ii. - dante alighieri satirico. 



Nell'epi- 
sodio di 
Brunetto 
Latini. 



Investitu- 
ra celeste 
di poeta 
satirico. 



di giudice e di censore, a])bia immaginato se stesso munito, per 
compierlo, non solo dell' « usbergo » d'una coscienza purissima, 
ma anche dell'arma infallibile della satira. 

Dapprima (/n/". 15, 61-78), tra i fumi e le fiamme del terzo 
girone infernale, ser Brunetto, predicendo all'antico discepolo il 
suo glorioso destino e le inimicizie deir« ingrato popolo maligno », 
delle « bestie fiesolane », sembra farglisi anche maestro di elo- 
quenza obiurgatoria. Più tardi {Paracl. 17, 124 sgg.), tra i ful- 
gori di Mai'te, al trasumanato viandante dei cieli il trisavolo 
assegnerà con « parola » intenzionalmente « brusca » e incorag- 
giandolo con affettuosi allettamenti, la sua missione di « vate » 
rinnovatore e rampognatore dall'accento spietatamente satirico. 
Non basta. La sua « parola brusca » dovrà diventare come 
« un grido » terribile, come un « vento » flagellatore delle cime 
più alte; non solo « argomento » grande, cotesto, di onore al 
Poeta, ma cagione di più vasti effetti all'opera sua, che dalla 
scelta quasi aristocratica nella esemplificazione satirica degli 
spiriti colpevoli più insigni doveva derivare una maggior giu- 
stizia distributiva e insieme una più profonda efficacia al ver.so 
giustiziere. 

Ma non pago ancora di ciò, con un ardito « crescendo », 
il Poeta immagina più oltre {Farad. 27 , 64 sgg.) una vera 
investitura e quasi consacrazione celeste della sua alta mis- 
sione di poeta satirico, interprete privilegiato e ministro della 
<i vendetta », cioè della Giustizia divina. 



E tu, fig'liuol, che per lo mortai pondo 
ancor giù tornerai, apri la bocca, 
e non asconder quel ch'io non ascondo. 



Tali, dopo la terribile invettiva che aveva fatto trascolo- 
rare i beati, cioè dopo un esempio così straordinario, le parole 
che S. Pietro rivolge all'Alighieri. Chi non sente la magnifica 
grandiosità di questa finzione? 

L' Alighieri approfittò mirabilmente delle lezioni avute , 
adempì, com'egli solo poteva, l'alto officio commessogli, sì da 
diventare alla sua volta un maestro insuperabile di satira, il 
vero Giovenale cristiano, di tanto maggiore dell'antico. Armato 
in tal modo, egli scese in campo, annunziatore e preparatore 
del Veltro da lui stesso preconizzato, cosi ricco di ardimenti come 
di genio, fremente di sdegni magnanimi come di fede invitta, 
d'entusiasmo eroico nel suo ideale, che era una sublime utopia. 



LA SATIRA NELLA « DIVINA COM.MEDLA. ». 165 

3. Di questa sua eccellenza paurosa si accorsero, lui au- 
cora vivente, i contemporanei del Poeta. 

Giovanni Del Vir^'ilio nel carme col quaie lo invitava a d. saiiiic . 

... • 1 1 ■ 1-, 1 ± nelle atte- 

lasciare la quieta Kavenna per recarsi da lui a Bologna, centro stazioni 
grande di coltura e di studi, lo chiamava, fra altro, « censor temp'L^ra- 



nei. 



Villani. 



Boc- 
caccio. 



Uberrime vatum « cioè (benché altri tenti di sjìiegare diversa- 
mente) « fra i poeti il censore più libero ». della quale espres- Qj^^^nni 
sione sembra un'eco quella adoperata dal Petrarca in un noto lìoi vir- 
passo dei Rerum memorandariim (lib. II, cap. IV). 

E chi non rammenta ciò che Giovanni Villani, con tenipe- Giovanni 
peranza, in un Guelfo nero, lodevole, lasciò scritto nella ru- 
brica dantesca della sua Cronaca: « Bene si dilettò [Dante] in 
quella Commedia di garrire e sclamare a guisa di poeta forse 
in parte più che non si convenia, ma forse il suo esilio ghele 
fece fare »? 

Un altro Giovanni, il Boccaccio, dopo aver riconosciuto con Giov.inni 
ammirazione « Taniina alta e disdegnosa » del Poeta, il quale 
nel poema si propose di « mordere secondo i meriti e premiare 
secondo la sua dignità, la vita degli uomini », non solo non di- 
sapprovò le fiere invettive contro l'ingrata Firenze, ma seppe 
trarne ispirazione egli stesso a sfoghi violenti e coraggiosi nelle 
sue prose (nella Vita e nel Commento)^ si che meriterebbe d'esser 
suo il bel sonetto-prosopopea, Dante Alighieri son, M'inerva 
oscura, che i codici sembrano negargli. 

Troppo lungo sarebbe il raccogliere anche solo le princi- Nei secoli 
palissime attestazioni che della fama di Dante poeta satirico ci 
sono rimaste nei vari secoli. Basti ricordare che, nella seconda 
metà del Cinquecento Jacopo Mazzoni, il cesenate autore della MazTom 
Difesa della Commedia di Dante, giunse sino a definire la 
Commedia « un poema satirico » e a insistere che « tutta l'opera 
è una satira », e nel secolo seguente Mons. Lorenzo Azzolino 
in una sua satira, proclamava l'Alighieri, con secentesca ampol- 
losità, « il Principe satirico ». Meglio, più tardi, il Gravina ac- 
costava la Commedia di Dante a quella di Aristofane « emen- 
datrice dei vizi e dipintrice dei costumi ». In ([uei medesimi 
anni, sul principio del Settecento, Giuseppe Bianchini, nel suo 'chini. 
povero trattatello Della Satira italiana, scrisse che Dante era 
« comunemente tenuto come il primo inventore della satira 
italiana, almeno di quella seria ». Di che il Baretti dandogli 
sulla voce nella Frusta, scherzava sulla novità di questo giù- *^j^a?eui^ 
dizio peregrnio, osservando che « tutti sanno a mente che Dante 
è ■*tato un poeta assai satirico ». 



Tuonii. 



Il Gravina 



166 CAPITOLO II. - DANTE ALIGHIERI SATIRICO. 

Ma il rimprovero era fuor di luogo, perchè le verità è 
pur inevitabile, anzi necessario ripeterle; né aveva torto di li 
Gaspare a poco Gaspare Gozzi di far dichiarare da Giovenale che Dante 
era « uno dei più cari amici suoi », perche nessuno aveva 
avuto mai come lui « tanto polso nel dir male dei vizi », e 
ben volentieri lo riconosceva come suo amico e padrone. 
I moderni. \el cresceute risveglio degli studi danteschi, iniziatosi ap- 

})unto nella seconda metà di quel secolo, e proseguito poi dai 
Classicisti e dai Romantici, si venne apprezzando sempre meglio 
anche l'importanza della satira dell'Alighieri, in attinenza coi 
tempi che la videro sorgere. Più volte ebbe a trattarne da par 
suo Ugo Foscolo, mentre Vincenzo Monti asserì la vera Musa 
di Dante essere stata lo sdegno e il Manzoni, neìV Urania, esaltò 
il « divo Alighier » come « de l'ira maestro e del sorriso ». 
Il quale giudizio s'appropriò, con le stesse parole, il Gioberti, 
rivelatosi, del resto, studioso egregio di Dante. 

Pel Mazzini, ammiratore ardente del Divino Poeta, questi 
« nelle sue pagine immortali incise la nobile sua vendetta »; 
e un grande dantista, il Tommaseo, ebbe a osservare che « le 
bellezze del poema dantesco più campeggiano, dove al Poeta più 
abbondano gli sfoghi iracondi ». Di acute considerazioni sono 
ricchi i noti scritti del Bartoli e del De Sanctis, secondo il 
quale, la Commedia « é una battaglia che il Poeta dà ai suoi 
avversari » e « in questa battaglia appunto è la satira ». Per 
tacere del Gasparv e del Kraus, che riconoscono la singolare 
forza ed originalità della poesia satirica dantesca, rammenterò 
in fine il Carducci, che la satira di Dante, già sorta nelle prime 
rime della giovinezza, disse « sviluppata a tragica perfezione 
nella Comìiiedia »; e il De Lungo, il quale affermò che la 
« nota obiurgativa è poi, infine, fondamentale nel divino poema ». 
Tre poeti Per chiudcre questa rapidissima rassegna, con tre mo- 

h, lanieii. ^q^^:^ poeti stranieri, a puro titolo di curiosità, rammento che 
il Lamartine, il meno atto forse a comprendere la potenza della 
poesia dantesca, osò definire la Cotnmedla una tanaglia d'aguz- 
zino; che il poeta dei ChàUments, in un capitolo del suo iSlia- 
hespeare, consacrato all'Alighieri, si piacque di accennare col 
suo stile scintillante ad un parallelo fra Giovenale e il Nostro, 
proclamando le superiorità di quest'ultimo. Più vigorosamente 
. efficace, Arrigo Heine, nella Germania, volgendosi al re della 
sua patria, esclama: « Or badi, e piuttosto che i poeti oftenda 
« gli Iddii, però che questi, non quelli, perdonano, e il Signore 



LA SATIRA XELLA « DIVINA COMMKDIA ». 



1(3^ 



« ritolse la sua preda all'inferno ; ma dall'inferno di Dante, non 
« s'esce, non c'è speranza ai confitti nelle tremende terzine ». 

4. Questo coro di giudizi ammirativi, e non sempre mi- 
surati, rende ancor più doveroso il tentare una breve indagine 
sulla genesi, sui caratteri intimi e sulle più originali espressioni 
dello spirito satirico dell'Alighieri, la quale non tanto ci per- 
metta di assegnargli il posto altissimo che merita d'avere — 
e già occupa indisturbato — nella storia della satira nostra, 
quanto ci renda men difficile l'intenderne le vere ragioni e di 
gustarne con maggiore consapevolezza le svariatissime mani- 
festazioni. 

La fonte [>rima della satira dantesca va ricercata anzitutto 
nell'individualità stessa del Poeta, la quale, rivelatasi, come s'è 
veduto, fortemente, ma in forme rudimentali o secondarie e 
frammentarie, nelle rime giovanili e nelle altre opere minori, 
si esplica in tutta la sua pienezza e potenza nel poema. Quindi 
la necessità di rilevare in breve quelli fra i tratti caratteri.stici 
della psicologia dantesca che più fanno al nostro proposito. 

Al pari di tutti i veramente grandi, e specie di quelle 
età storiche che sono o si soglion considerare come primi- 
tive, anche l'Alighieri ci si presenta dotato d'una singolare 
semplicità di ben rilevate linee morali. Anima appassionata, 
entusiastica per eccellenza, egli reca per suo contrassegno una 
forza indomita, una grandezza costante e insieme una since- 
rità meravigliosa, spinta sino all'audacia, onde la sua immagine 
interiore traspare da tutto il poema, « come festuca in vetro ». È 
un'anima di queUe che oggi si direbbero impulsive, ma dagli 
impulsi nobilissimi, e nelle quali l'attività è essenzialmente di 
pensiero, e questo è preceduto sempre e accompagnato da una 
straordinaria potenza di riflessione e di astrazione. 

Fra le passioni che fremono e tunmltuano in essa, ve n'ha 
una dominante, la superbia, la buona superbia, che nel Poeta 
è risoluta coscienza della propria superiorità, e riesce per lui 
una forza, anzi la salvezza nelle traversie della vita, anche se 
nel manifestarsi rifugge dai mezzi termini, e non sa evitare 
certe apparenti contraddizioni. Chi, ad esempio, non ricorda la 
scena di Oderisi da Gubbio e la esplicita predizione che della 
gloria trionfante del Poeta risuona li per l'appunto, sui balzi 
dove si purgano i superbi, e il sentimento che vi si afferma 
irresistibile, nonostante le considerazioni sulla vanità e la labi- 
lità della fama terrena, nonostante quel forse [Purg., 1 1 . 98), 



Genesi 
della sa- 
tira dan- 
tesca. 



I-a fonte 

prima di 

essa. 



L'indivi- 

du.-ilitàdel 

Poeta. 

La psico- 
logia dan- 
tesca 



come so- 
strato del- 
la poesia 
satirica. 



l«a super- 
bia di D. 



168 CAI'JTOLO II. - DANTE ALIGHIERI SATIRICO. 

nonostante la successiva confessione del « gran tumore » che a 
lui pareva « appianarglisi » nel cuore [Purg., 11, 119) alle 
parole del Gubhiese? 

A questa superbia s'accompagna, neiranima del Poeta, 
come abito morale e come esplicazione necessaria, nelle con- 
tusda- tingenze della vita, un grande disdegno, che consisteva, disse 
"bene il De Sanctis, in un sovrano dispregio di tutto ciò che 
era fiacco e plebeo; « alma sdegnosa » veramente, com'egli 
si proclama per bocca di Virgilio, con un gesto e con una bene- 
dizione che valgono tutto un capitolo d'autobiografìa morale. 

Che un tale sentimento trasparisse dall'espressione del volto, 
dagli atti della persona, da una scontrosa misantropia ci è buon 
testimonio Giovanni Villani, dove scrive con un tratto feli- 
cissimo d'iconografia spirituale: « Questo Dante per suo sapere 
fu alquanto presuntuoso, e schifo e isdegnoso, e quasi a guisa 
di filosofo, mal grazioso, non bene sapeva conversare coi laici ». 
Questo disdegno Dante serbò sempre nella vita, attra- 
verso le cui brutture e iatture egli passò in quel medesimo 
atteggiamento onde seppe raffigurarci stupendamente con pochi 
tocchi michelangioleschi, il Messo celeste, che varcando la palude 
Stigia, « con le piante asciutte », « dai volto rimovea quell'aer 
grasso », e con un'espressione del viso che il Poeta rende in 
forma esclamativa: « Ahi quanto mi parea pien di disdegno! ». 
« Alma sdegnosa » dunque, e come tale, facile a prorom- 
L'ira pere neir ira, non nell'ira « mala » o « folle », ma in quella 
« buona » (quella « ira per zelum » per la quale, secondo 
Gregorio, « appetitus sensitivus centra vitia et mala movetur 
secundum ordinem rationis »), se non proprio in quella « santa » 
che egh, seguendo le Scritture, attribuiva a Dio. Pronta per 
ciò stesso alla « vendetta », che nel linguaggio dei libri Santi 
e degli Statuti italiani del tempo era sinonimo di giustizia, di 
giusta punizione, di sentenza di condanna o di condanna; sicché 
il Poeta potrà bene immaginare che Ugo Capoto {Purg., 20, 95) 
contro le vergogne dei suoi discendenti invochi impaziente la 
giustizia divina, con queste parole: 

Signor mio, quando sarò io lieto 
A veder la vendetta che, nascosa, 
Fa dolce l'ira tua nel tuo segreto? 

ed egli stesso, nei conflitti del suo cuore appassionato, proclamerà 
« che bell'onor s'acquista in far vendetta » santificando, come 
disse il Perez, la prepotente fra le passioni del suo secolo. 



LA SATIRA NELLA « DIVINA COMMEDIA ». 169 

anche il suo maestro, nel Tesoretto (vv. 2117 sgp;.) non 
aveva forse inculcato il dovere di pensare giorno e notte alla 
vendetta, una volta che si sia stati veramente offesi? 

5. Si capisce che una tale anima, posseduta da tali passioni, 
avvezza a siffatti attegmamenti, doveva avere una singolare singolare 
disposizione alla satira; onde, per dirla col Tommaseo, come zionedio. 

, . . , ',. . , . . alla 

e vero che ogni passione ha un linguaggio e un intonazione satira, 
sua propi'ia, cosi di questa passione dominante nell'anima dan- 
tesca il linguaggio doveva essere la satira, e l'intonazione, la 
satirica. 

Ad assecondai'e queste tendenze psicologiche e quindi ar- 
tistiche dell'Alighieri contribuivano altre condizioni o consue- 
tudini interiori, sovrattutto quel pessimismo, che, proprio lessimi- 
di ogni grande idealista e sognatore, era nel fondo stesso del ^""tesco"' 
Cristianesimo verso quanto fosse terreno, attinente a questa 
vita mortale, della quale il Poeta ci lasciò la definizione più 
terribilmente vera di qualsiasi altra (« il vivere ch'è un cor- 
rere alla morte »). 

Era un pessimismo morale che naturalmente divenne anche 
sociale e politico, come bene osservarono il Salvemini e l'Arias, 
manifestandosi in un « conservatorismo » rigido e intollerante. 

Al contatto di quest'anima con la realtà presente doveva 
avvenire un urto tragico, nel quale essa, vigorosa com'era, 
non si lasciava ne fiaccare, né piegare, ma rimbalzava o in- 
dietro, rifugiandosi nel lontano passato, di cui pareva sentire 
idealizzandolo, quasi un'accorata nostalgia, oppure in avanti , 
arditamente, nel futuro vagheggiato, onde scaturiva o la forma 
del rinfaccio per antitesi obiurgativa, o quella della profezia 
satirica. 

Non ho qui bisogno di dire che la molla maestra di tutte 
queste azioni e reazioni psicologiche e delle loro manifestazioni u princi- 
poetiche, come di tutto il poema era il principio filosofico del ^fico'der 
libero arbitrio. ''17;° ^^ 

bitrio. 

Non per nulla l'Alighieri aveva scritto nel Convivio: « E 
pero è da sapere, secondo la sentenzia del Filosofo nel terzo del- 
V Etica, che l'uomo è degno di lode o di vituperio solo in quelle 
cose che sono in sua podestà di fare o di non fare . . » (III. 4). 

Tale appunto la ragione filosofica dei « vituperi », cioè 
d-'lla satira, di cui abbonda la Divina Commedia e che un 
altro movente, pur filosofico, trovava nel concetto che Dante 
aveva della virtù, « una cosa (diceva) mista di nobiltà e di 
passione » {Conv. IV. 20). 

'/■ 



170 



CAPITOLO II. - DAATF. ALIGHIERI SATIRICO. 



Impulsi 
esteriori 
alla sa- 
tira. 

I/osilio. 



Suo tras- 
form-irsi 
e ascen- 
dere di 
cantica 
in cantica. 



6. Altre cagioni, esteriori, favorivano questi atteggia- 
menti .satirici dell'anima e della poesia dantesca, le condizioni 
politiclie dell'Italia e di Firenze in particolare, e quelle perso- 
nali, del Poeta, che ne conseguirono, soprattutto l'esilio. 

Se in un certo senso ebbe ragione il Carducci di salutare 
messer Gante come il massimo ispiratore e rivelatore del genio 
dell'Alighieri; se altri bene considerò il poema quasi il frutto 
glorioso dell'esilio, e notò che senza questo non avremmo avuto 
la Comnu'dia, almeno quale l'abbiamo, e che per esso la poesia 
di Dante, da municipale, tìorentina o toscana come sarebbe ri- 
masta , diventò nazionale e insieme universale, tutto ciò si 
applica in particolar modo alle manifestazioni satiriche del 
nostro Poeta. 

Non occorrono molte parole per provare che ad ognuno 
« degli amari passi » dell'esilio anche l'orizzonte della sua sa- 
tira dovette venirsi slargando. Il Poeta che lanciò nei secoli il 
verso divinamente superbo e sdegnoso : « L'esilio che m'è dato, 
onor mi tegno », era naturale che nel suo doloroso pellegrinaggio 
attraverso il « giardin dell'im^iero » divenuto Vytala sijlca, allo 
spettacolo continuo delle discordie civili, dell'abbassamento d'ogni 
autorità, di soperchierie e d'ignominie d'ogni fatta, trovasse ad 
ogni istante occasioni e ispirazioni di corrucci e rampogne. 
Nelle angoscio di quegli anni , trascorsi « tra fami, freddi e 
vigihe », in quel vedersi « apparire vile » agii occhi degli 
uomini, ricevettero stimoli nuovi e insolita esca si da esserne 
come aizzate, le passioni generose che fermentavano nel suo 
grande cuore di esule. 

Così il pensiero, il sogno, il voto d'amor doloroso ond'era 
uscita la primitiva concezione del poema, si complicò trasfor- 
mandosi e parve quasi dileguai'si fra le tempeste dell' odio e 
dello sdegno, che si scatenavano in quell'anima, pur nel culto 
austero della scienza, fra gli aneliti audaci dell'onnipossente 
fantasia. 

Che se l'elemento personale vendicativo non manca, specie 
ììe\VIufe7'no, è certo che esso via via dall'uno all'altro regno 
d'oltretomba viene scemando o, piuttosto, si attenua nelle sue 
manifestazioni, e anche l'opera del poeta satirico s'innalza e 
si nobilita, pur acquistando di solennità, di veemenza, d'ef- 
ficacia. V'impera sempre più un'alta idealità d'umana giustizia, 
politica e sociale, che purifica la satira stessa, sì da trascendere 
alla fine ogni contingenza di luoghi e di tempi. All'occhio del 



LA SATIRA xNKLLA « DIVINA COMMEDIA ». 



171 



Poeta , il quale sentiva il bisogno di credere ancora all' età 
aurea, di quel Saturno « sotto cui giacque ogni malizia morta » 
[Paì'ad. 21. 27) ed era costretto ad assistere al trionfo passeg- 
gero della « malizia » risorta, spariscono quasi Firenze e Roma 
e le altre città d'Italia rabbiosamente contendenti fra loro, sva- 
nisce lo spettacolo dei « mortali », usi, nella loro « insensata 
cura », a « battere l'ali in basso » {Farad. 11. 1-9). Dall'alto 
dei cieli egli ammira con dispregio quest' « aiuola » che con le 
sue inani e brutte contese, nate di cupidigia, « ne fa miseri 
e rei » e abbracciando d'un sguardo « questo globo », sorride 
« del suo vii sembiante ». 

È un vero De conteiuptu mundi, divenuto satira univer- 
sale, è la satira che seml)ra esalare in un sorriso terribilmente 
sarcastico ! 

7. Ma d'altre fonti ancora s'alimentava la satira dantesca, 
senza perdere punto della sua originalità stupenda; fonti let- 
terarie, delle quali occorre tener conto, sebberio questa pa- 
rola fonti, che per ogni poeta veramente grande ha un valore 
molto relativo, trattandosi di un Alighieri ne abbia uno cosi 
minimo, da non potersi usare che con una certa riluttanza. 

Non v'ha dubbio che fra i poeti satirici dell'antichità clas- 
sica Dante, come tutti gli studiosi del tempo suo, conoscesse 
il maggiore, Giovenale, citato nelle opere minori e assegnato 
al Nobile Castello (cfr. Purg. 22. 14 sgg.), ma le tracce di 
questo suo studio, nel poema, si riducono a ben poca cosa. 
Ancora più deboli sono quelle di Orazio « satiro », sebbene io 
inclini verso l'opinione di coloro — dal Perticari al Rostaguo — 
che ne attribuiscono al Poeta una conoscenza maggiore di quanto 
non si creda comunemente, anche degli Epodi, di quell'ode, 
ad es., dove il venosino deplora le gare maledette delle parti 
cittadine. 

Ben altra efficacia sulla fantasia satirica di Dante, sugli 
atteggiamenti satirici della poesia dantesca ebbero le Sacre 
Scritture, specialmente i Profeti, come è ben noto agli studiosi, 
ed api)arisce ormai dalle chiose dei migliori commenti del 
poema e delle particolari indagini, del resto tutt'altro che com- 
piute, del Cavedoni, del Venturi e del Tommaseo. 

Anche senza cadere nelle esagerazioni del primo di questi 
egregi dantisti, è indubitato ed è evidente che un soffio vi- 
goroso d'ispirazione l)iblica, sovrattutto dai libri profetici di 
Geremia, d'Isaia, dell'Apocalisse, passa fremendo attraverso i 



Fonti let- 
terarie 
della sa- 
tira dan- 
tesca. 



I satirici 
antichi. 



Giovenale 



Orazio. 



I Profeti. 



172 CAPITOLO li. - DANTE ALIGHIERI SATIRICO. 

ternari della Commedia dantesca , che , come s' è detto, ha , 
tanto di profetico. Questa più profonda efficacia si spiega e 
con le più simpatiche consonanze che esistono, di spiriti e di 
materia, Ira i libri scritturali e il poema dell'Alighieri, tanto 
più intime quando si pensi che le scritture dei Pi'ofeti, spesso 
satiriche, erano informate a un duplice sentimento e a un 
duplice line, religioso e politico, proprio come la Commedia. 
D'entrare in particolari esemplilicazioni non è qui il caso; 
invece sarà opportuno rilevare che dall'esempio delle Scritture 
l'Alighieri doveva sentirsi spinto sempre i)iù verso quelle es})res- 
sioni realistiche, audaci, della fantasia e del sentimento, che 
conferiscono tanta potenza alla sua satira e derivavano sovrat- 
tutto dalla sincerità esuberante dell'anima sua appassionata. In 
tal modo si spiegano certe immagini violente, scabrose, che nella 
lettura della Commedia sorpj'endono le anime timorose, mentre 
sono di conio scritturale, a cominciare da quelle dei « gran 
regi » orgogliosi, destinati a starsene tuffati nella palude Stigia, 
come <v porci in brago », e dei mali pastori rinnovanti la oscena 
visione del Vangelista, fino a quell'indimenticabile: «e lascia 
pur grattar, dov'è, la rogna », posto sulla bocca del trisavolo 
crociato e beato. 
La lette- Sullc attinenze di Dante con la letteratura latina del Medio 

ratura la- . . .... 

tina del Evo troppe lucertezzo ed oscurità restano ancora da dissipare 
con la luce di nuove indagini; tuttavia quello che intorno ad 
esse sappiamo di sicuro, ci permette di affermare che furono 
grandi intime, efficaci sul pensiero e suh'arte di lui, che non 
per nulla ci diede nel poema la sintesi più compiuta e stu- 
penda del pensiero e deU'arte medievali. 

Efficaci quindi anche sulle manifestazioni satiriche del suo 
poema, dove per altro è assai più agevole sentire che addi- 
tare e provare coi documenti alla mano il suono, il colorito, 
la linea dell'età di mezzo latina. Ma rindusso di scrittori come 
Pier Damiani, in certe terzine famose, risonanti di fiere ram- 
pogne contro la gente di Chiesa degenere per simonia ed ava- 
rizia, ci sembra innegabile, come pure qualche traccia di quel 
poemetto di Arrigo da Settimello, da noi già ricordato, che 
l'Alighieri dovette avere fra le mani sin da giovinetto. 

Inoltre, anche senza lasciarci trascinare dalle ardite con- 
getture di qualche recente studioso, credo che il Poeta, il quale 
aveva l'orecchio intento ed attento a tutte le voci dei suoi 
tempi, e trattò da par suo, con calor di passione, spesso armato 



M. Evo. 



LA SATIRA NELLA « DIVINA COMMEDIA ». 



173 



ili sferza, le gravi questioni attinenti agli ordini monastici, 
>ovrattutto al francescano, risentisse Tinfiusso di quella lette- 
ratura ardente, battagliera, ardita sino quasi all'eresia, pregna 
di spiriti profetici e satirici onde fu campione insigne fra 
Ubertino da Casale, di quel fermento d'idee gioacliimite, rin- 
focolate, alla fine del sec. XIII e al principio del XIV, per 
opera di Pier Giovanni Ulivi, fra gli ardori di ribellione dei 
Fraticelli. 

Parimenti è impossibile di dimostrare, come di negare che 
Dante abbia conosciuto quei documenti dell'umor satirico con- 
temporaneo, r\ie lasciarono di sé qualche traccia nelle cronache, 
e dovevano diffondersi, oltre che nelle scritture, nella tradizione 
orale delle persone cólte; quali il noto tetrastico satirico contro 
papa Bonifazio VIII, o l'epitaffio a scherno di Martino IV, 
ghiotto divoratore d'anguille, o l'invettiva poetica sorta in oc- 
casione della morte di Arrigo VII. Ricordiamo a questo pro- 
posito che il De vulgari eloquentia ci attesta come l'Alighieri 
nelle sue peregrinazioni usasse porgere ascolto anche alle più 
umili canzonette derisorie, nelle quali si sfogavano le bizze regio- 
nali e municipali degli Italiani. 

Pari alla conoscenza e all' ammirazione che Dante ebbe 
della poesia occitanica, dovette essere anche per certe manife- 
stazioni satiriche del poema la virtù ispiratrice di quei trova- 
tori ch'egli considerava, grazie ai loro serventesi, come maestri 
della lirica eroica, maggiore di tutti Bertran de Boni. Alcuni ri- 
scontri rilevati dagli studiosi della Commedia non lasciano 
dubbio a questo riguardo; e neppure può dubitarsi che il planh 
del trovatore di Goito, come suggerì a Dante la rassegna dei 
Principi della Valletta, cosi gli abbia ispirato la scena dell'ab- 
braccio fraterno di Sordello e Virgilio e con esso quell'apo- 
strofe piena di passione e di lacrime, di disdegni nobilissimi e 
di satira umana, tutta vibrante di sentimento unitario italiano, 
che si direbbe uno stupendo serventese, un pkmh nazionale, 
inserito nei ternari del poema d'oltretomba. 

Non sarebbe nel giusto chi, per obbedire ad un preconcetto 
comune, volesse escludere assolutamente che qualche stimolo 
e qualche utile esempio derivasse all' Alighieri anche dalla 
produzione da noi ricordata- dei rimatori satirico-burleschi to- 
scani del Dugento cadente e del primo Trecento , compreso 
anche il tanto spregiato Guittone. Ma è pur vero che, a per- 
correre la Commedia col proposito di rintracciarvi riscontri o 



La lette- 
ratura po- 
leniica re- 
li -.'i sa del 
Due e Tre- 
cento. 



La satira- 
latina con 
tempora- 
nea. 



La poesia 
occitanica. 



La poesia 

volgare 
i taliana. 



174 



CAPITOLO II, - DANTE ALIGHIERI SATIRICO. 



Vastità 
universa- 
lità d'ispi- 
razione e 
di materia 
nella sa- 
tira dan- 
tesca. 



Quadro 
satirico 
della vita 
contempo- 
ranea. 



derivazioni, v'è da spigolare Iten ])oco di concreto in questo 
campo; anche per ciò che Dante era dotato di una cosi por- 
tentosa originalità di forma poetica, che perfino i temi satirici 
tradizionali più abusati acquistavano sembianze e vita nuove 
nelle sue mani fatate. 

7. Naturalmente la satira dantesca partecipa di quello che 
per unanime consenso è considerato come uno dei caratteri 
fondamentali del poema, cioè la vastità, anzi l'universalità 
della materia e della ispirazione, nonché delle forme ar- 
tistiche, ond' esse riuscirono ad esprimersi. Non ho bisogno 
di dire, fin d'ora, che l'indagine di queste ultime ha per noi 
un' importanza senza confronto maggiore che non sia quella 
della prima. 

Cominciamo intanto da questa. 

Dalla straordinaria vastità dei soggetti e dei concetti in- 
formatori della sua Commedia mostravasi pienamente consa- 
pevole l'Alighieri, allorquando accennava al poema sacro come 
all'opej'a alla quale aveva « posto mano e cielo e terra ». In 
questa sintesi mirabile d'una quasi universale materia anche 
gli elementi propri della satira erano forniti al Poeta essen- 
zialmente dalla « terra », disparatissimi elementi, ma coordinati 
tutti e insieme legati in una stupenda unità ideale, quasi da fili 
invisibili, dagli alti fini morali, religiosi e politici, ai quali è 
informato da cima a fondo il poema. 

Conforme all'indole sua, e per le condizioni e ragioni da 
noi esposte , Dante , più che attingere i motivi satirici dalla 
tradizione letteraria dell età medievale, cioè, per lui, moderna, 
s'ispirò direttamente alla realtà storica , da lui « vissuta » e 
dolorosamente sperimentata. In tal modo egli veniva a risa- 
lire, anzi ad immergersi in quella che era stata alla sua volta 
la fonte comune e prima degli stessi motivi satirici. 

Questo fece con tale una risolutezza e immediatezza di 
pressoché universale visione e rappresentazione artistica, che 
noi, raccogliendo e raggruppando insieme i molti tratti satirici 
sparsi nella Commedia, ne potremmo ricostruire un vastissimo 
quadro della vita contemporanea d'Europa, ma in particolai'e 
dell'Italia, raffigurata nelle sue più diverse classi, nelle varie 
regioni, per mezzo di singoli individui o grup[)i d'individui, 
storicamente più o meii noti, un grande quadro fosco, con 
violenti contrasti di luci e di ombre e guizzi sanguigni, alla 
Rembrandt. 



i.A Satira nklla « hivìna commedia ». 175 

Ma una sillatta classiricazioiie della materia satirica cuu- 
lenuta sparsamente nella Divina Commedia, costringendoci a 
toglierle quel suo speciale valore essenzialmente estetico che 
le viene anche dal luogo nativo che occupa nel poema, saprebbe 
troppo di artificiale e quasi d'ii'riverente, né mette conto d'es- 
sere fatta qui, tanto più che altri, come Adolfo Rartoli e Isi- 
doro Del Lungo, die'dero saggi notevoli di tali disamine e rico- 
struzioni degli elementi storici, in buona parte satirici, ond'è 
materiata la trilogia dantesca. 

F)asti tenerci sulle generali e intanto osservare che tutti 
i torbidi torrenti e i più vivi rigagnoli della satira medievale 
paiono metter capo ad esso come ad un grande fiume regale. 

Ecco qui la satira generale alternarsi con quella parti- VeUa^sT' 
colare, delle varie classi sociali o degli stati o delle condizioni tira dan- 

. tesca. 

del mondo, quella morale intrecciarsi con la religiosa e tutte 
colorarsi quasi sempre, irresistibilmente, d'una tinta politica 
più meno accesa. Anzi si può dire che i temi satirici più 
attivi nella Commedia dantesca sono quelli nei quaU è mag- ^a ten- 
giore la capacità di accogliere in sé quegli spiriti politici che domin^nre 
-"agitavano nell'anima del Poeta. Ne avviene che allorquando un ""eiigioso- 

~ . 1 politica. 

elemento i)olitic() entri anche in un motivo secondario di satira, 
di quelli che normalmente si presentano nel poema sotto forma 
di spunti lievissimi, vi suscita un fermento vivace, v'infonde 
vibrazioni nuove, un'insolita virtù espansiva e quindi un va- 
lore satirico tutto speciale. 

Scelgo ad esempio due temi fra i più modesti e conven- 
zionali della satira medievale, quello contro le donne e quello 
• ■entro il villano. ^^ .^Z*''"* 

... antitem- 

Che l'Alighieri, il quale ebbe un culto quasi religioso per minile, 
la donna , e la donna idealizzò ad un grado altissimo e per 
essa « vesti le piume al piii alto volo » che mai abbia tentato 
fantasia di poeta, rilevi e condanni e schernisca i difetti e le 
colpe di essa, non deve sembrare né inesplicabile, né contrad- 
dittorio. Anzi, quanto più alto e nobile era nell'anima del Poeta 
questo ideale di virtù e di perfezione femminile , e tanto più 
vigoroso e spontaneo doveva sorgere in lui il disgusto e lo 
sdegno di fronte alla realtà troppo diversa da quell'ideale. 

Tuttavia anche in ciò egli serba una grande misura. Ci 
fa conoscere col biasimo meritato « fiere » mogli rissose, come 
quella di Jacopo Rusticucci, che col loro contegno inducono i 
mariti al peccato vergognoso; vedove troppo presto dimentiche 



176 



CAPITOLO n. - DANTE ALIGHIERI SATIRICO. 



La satira 
contro il 
villano. 



Le 2 note 
dorninatiti 
nella sa- 
tira della 
D. C. 

La polìtica 

el'antichie 

gasticii. 



dei loro consorti, come la Giovanna di cui si lamenta con ac- 
centi pieni di accoramento delicato Bonconte da Montefeltro ; 
mentre altre, quale la Beatrice di Nino Visconti, più colpevoli 
per aver tradito con la memoria anche la causa politica del 
marito, ispirano più gravi rammarichi e una tagliente sentenza 
generale sull'inconstanza e sensualità della « femmina »: 

Per lei assai di lieve si comprende 

Quanto in femmina fuoco d'amor dura, 
Se l'occhio il tatto spesso noi raccende. 

Ma allorquando nel mal costume delle donne il Poeta vede 
un segno e insieme una cagione di pervertimento e di abie- 
zione sociale e politica, come nelle Cianghelle fiorentine e nelle 
sfrontate femmine della nuova Barbagia di Toscana peggiore 
della vera insulare, la sua parola di vituperio, sollevandosi al 
disopra delle persone singole, simile più alla voce di Isaja che 
a quella di Giovenale, si fa aspra, violenta, in tono di minac- 
ciosa profezia che coinvolge tutta una città, tutto un popolo 
degeneri fPurg., 23, 97-108). 

Sebbene di famiglia nobile e della propria nobiltà consa- 
pevole e proclive a vantarsi in cuor suo, Dante non partecipa 
a quella ostilità contro i villani che era tanto ditfusa nel Medio 
Evo. Nel Co7ivivio egli (IV, 14) usa, è vero, la parola villano 
in opposizione a gentile , cioè nobile , ma anche ammette che 
con le opere virtuose perfino un figlio di villano può meritare 
d'essere detto gentile. 

Del villano il Poeta ci mette sott'occhio Timmagine, fra lie- 
vemente satirica e burlesca, allorquando esso « s'inurba » 
{Purg., 26, 67-9). 

Ma appena nella fantasia dell'Alighieri l'idea del villano si 
associa a un ricordo doloroso e vergognoso della sua Firenze, 
della sua Italia traviate, ecco un'ondata di fiero dispregio e 
quasi di odio passare fremendo nei suoi versi , ecco i villani 
parteggianti nelle città italiane, diventare tristi parodie di Mar • 
cello {Purg., 6, 126), ecco i villani d' Aguglione e di Signa 
puzzolenti e barattieri, scendere a guastare la « pura cittadi- 
nanza » fiorentina (Par ad., 16, 55-7). 

Non é quindi da far le meraviglie, se nella grande, ter- 
ribile orchestra satirica che — per usare una caratteristica 
espressione dantesca — s'innalza dal poema, due note sieno 
dominanti fra tutte, quella propriamente politica e quella 
antichiesastica, l'una legata all'altra assai più strettamente 



LA SATIR\ XKLF.A « DIVINA COMMKDIA ». 177 

(li quanto non si eroda di solito, anche dai cultori di studi dan- 
teschi. Il dèmone della politica, come aveva pi-ocui-ato dolori 
e sciagure al Poeta cacciandolo per le amare vie dell'esilio , 
cosi ora accende ed aizza ed arma di Hayello la sua Musa. 
L'annunciata caccia del Veltro futuro contro la maledetta lupa 
e i molti animali, a cui essa s'accoppia, verso g-li antichi co- 
vih infernali, la inizia lo stesso Poeta, il quale nel suo viagg-io 
salutifero attraverso ai tre rcg-ni si fa interprete ed esecutore 
terribile del Vendicatoi-e divino, ma tale che si compiace ed 
esulta dinanzi agli effetti dell'opera sua, si che noi stessi siamo 
tratti a ripetere per la potenza dell'arte sua insuperabile l'apo- 
strofe ammirativa ch'egli rivolgeva alla potenza punitrice di Dio: 

Oh potenza di Dio, quanto è severa. 
Che colai colpi, per vendetta, croscia! 

E in verità, ad ogni pie sospinto, cosi pei gironi infernali, 
come su per le cornici del Purgatorio e tra gli splendori dei 
cieli, a fianco, anzi, al posto del giudice severo appare il poeta 
nobilmente appassionato, che condanna con « l'ontoso metro » 
della satira. 

Non importa che Cesare Balbo abbia sentito 11 bisogno 
di scusare l'Alighieri « che scrisse concitato d'amore e d'ira» 
e « i)erchè errò d'ire municipali, personali e quasi femminili, 
contro ai concittadini, ai vicini, uomini pubblici e privati, nel 
modo più acerbo, ])iii vendicativo e men cristiano, e metten- 
doli, d'autorità usurpata e atroce, fra gli eternamente dan- 
nati ». 

L'illustre dantista piemontese , insolitamente ingiusto al- 
l'Alighieri, dimenticava di trovarsi dinanzi ad un'opera sovrana 
dell'arte e della fantasia, dimenticava che nessun'altra auto- 
rità era meno « usurpata » e più legittima di quella che al 
Poeta conferivano il genio, la virtù, le sventure immeritate, 
l'anelito sincero alla giustizia ed al bene , l'arte , che quando 
adempia, come in Dante, tutti i doveri propri della natura sua, 
acquista anche tutti i diritti, compreso quello di condannare. 

Comunque, è indubitato che l'Alighieri, come s'è già avver- 
tito, non esercitò questa sua autorità terribile solo ueW Inferno. 
Che se questa cantica è quasi tutta impregnata di spiriti sati- 
rici, tanto che al Lamennais essa parve « surtout une satire, 
satire gigantesque, épique », è anche vero che certe condanne 
che il Poeta lancia in forma satirica dall' alto dei cieli , non 

Gian. — La Satira. 12 



178 



CAPITOLO ir, - DANTI-; ALIGHIERI SATIRICO. 



C.iratteri 
diversi 
della sa- 
tira dan- 
tesca nelle 
varie Can- 
ticbe. 

Nell'/n 
fer»o. 



Nel Pur- 
gatorio e 
nel Para- 
diso. 



Caratteri 
pii'i salien- 
ti dell'ar- 
te dan- 
tesca an- 
che nella 
sat ra. 



riescono meno tremende di quelle che egli tìnge emanate coi 
giri dell'enorme coda e fra i ringhi bestiali da Minosse, il mo- 
struoso giudice infernale. 

8. Ma l'importante è notare la differenza , le gradazioni 
molteplici che corrono fra le manifestazioni satiriche delle tre 
cantiche, dacché in ciò risiede già una causa non lieve di 
varietà nel modo di manifestarsi dello spirito satirico dantesco. 

In generale Y Inferno, che è la commedia propriamente 
detta e perciò si contrappone all' « alta tragedia » spirituale 
del Paradiso , è la cantica umana e satirica per eccellenza , 
e questo carattere v'è dominante perchè scaturisce immedia- 
tamente dalla concezione , nonché dalla materia di essa. La 
rappresentazione infernale della vita umana, la vita terrena 
cacciata, come osservò il De Sanctis, nell'abisso infernale, è di 
per sé stessa un atto e un fatto in gran parte satirico. 

^^V Inferno la. satira assume un carattere di rappresen- 
tazione più propriamente epica e oggettiva, e più fortemente 
individuata, cioè messa in azione e impersonata in particolari 
individui, atteggiati in altreftante scene ed episodi del grande 
viaggio oltremondano. Nelle altre due cantiche assistiamo ad 
un indebolirsi necessariamente progressivo della individualità 
degli spiriti rappresentati e quindi dalle manifestazioni satiriche 
ad essi attinenti , onde la satira vi si viene facendo sempre 
più apertamente lirica e collettiva. Anche per ciò che con- 
cerne la figurazione e la significazione satirica, nel Purgatorio 
e nel Paradiso gli individui cedono il posto o diventano inter- 
preti ai gruppi, alle classi di persone, alle istituzioni politiche 
e sociali, a città e a popoli interi. 

In compenso, si afferma, anzi s'impone nelle sue mani- 
festazioni liriche, soggettive, ardite e potenti, mediante espe- 
dienti svariatissimi, con vere sorprese, l'individualità sovrana 
del Poeta. 

9. Com'è naturale, in questo nostro campo satirico non meno 
che negli altri. Dante rivela tutte quelle che sono le qualità 
più salienti dell'arte sua. Guidato dal suo istinto infallibile di 
poeta, egli rifugge sempre dal generico, dall'indeterminato, 
dal declamatorio, e tende invece vittoriosamente verso il con- 
creto, verso l'individuale cosi nella rappresentazione dei perso- 
naggi, come nella espressione dei loro sentimenti, che è una 
« figurazione » continua, un seguito ininterrotto d'immagini, è 
anzi, per usare una sua frase, « un visibile parlare » satirico, 



LA SATIKA NELLA « DIVINA COMMHDIA ». ITO 

quaiifio non è ;ul lii-ittiii'a un rilievo plastico, improntato d'un 
realismo che si potrebbe dire aristofanesco . . . , se non fosse 
dantesco. 

Ne risultano nei lettori tante emozioni corrispondenti agli 
stati d'animo del Poeta, preso alternativamente ora da sdegno 
ardente, ora da amara sfiducia, da disgusto, ora da tormentosa 
impazienza, da fieri corrucci: stati d'animo svariati, ch'egli at- 
tribuisce spesso ai personaggi del suo poema o fa echeggiare 
come voci dell'età sua. Ogni tratto satirico diventa qui pittura, 
bozzetto bassorilievo , o anche soltanto una pennellata od 
una scalpellata indimonticabih, incancellabili. 

A dimostrare tutto ciò, se pur ce ne fosse bisogno, gio- 
verà meglio il riprendere qualcuno degli esempi, già citati con 
altro intento. 

Nel noto passo del Pargaiorio (23, lOO sgg.) il Poeta non 
inveisce o declama contro il mal costume delle sfacciate donne 
fiorentine », ma ce le ritrae con pochi tocchi vivaci, in atto di 
« andar mostrando, con le poppe, il petto », invano ammonite 
e minacciate dai pergami : e dei castighi che le attendono , 
ci fa una l'appresentazione anticipata negh effetti che essi pro- 
durranno sulle « svergognate », si, che noi le vediamo già e 
udiamo « con le bocche aperte », in atto di urlare. Similmente 
Dante non ispende troppe parole a schernire i villani rifatti, 
piovuti dal contado a guastare la pura cittadinanza fiorentina; 
ce ne fa sentire, senz'altro il puzzo ammorbante e ce li fa vedere 
con l'occhio aguzzo intenti a commettere meglio le loro barat- 
terie {Farad. 16, 55-7j. Dei tristi cambiatori e mercatanti fio- 
rentini, arricchitisi ai danni della città e divenuti prepotenti, 
ci fa conoscere gli avoli, che andavano « alla cerca » per le cam- 
pagne, da veri accattoni o rivenduglioli ambulanti [Farad. 46, 
62-3); e la vana alterigia, l'insolenza e insieme la viltà e la 
venalità di certe famiglie come quella degh Adimari non de- 
plora, non frusta a sangue, ma incide, raffigurata nel verso, 
dove ci apparisce quella « schiatta » v^enuta su « di piccola 
gente », colta in un atteggiamento caratteristico, mentre si « in- 
draca », cioè si scaglia con furia crudele, dietro ai deboli che 
fuggono e, per contro, « si placa », cioè si fa tutta mite e man- 
sueta come un agnello, verso chi le mostri il dente o la borsa 
[Farad. 16, 115-8). Tante parole, tante immagini terribilmente 
aculeate ! varietà 

10. Riconosciuta questa tendenza della satira dantesca alla neua sa- 
rappresentazione di particolari concreti, per mezzo d'immagini *' "iescì" 



Gamma 
satirica 



180 CAPITOr.0 II. - DANTE AI.IGIIIEIII SATIRICO. 

che ci fanno Timpressione della realtà condensata, ravvivata 
dalla fantasia, riscaldata dalla j)assione, non è. difficile imma- 
ginare quale mirabile varietà di forme sia nelle manifesta- 
zioni dello spirito satirico ond'è intessuta la Divina Commedia. 
li Poeta fruga e percuote nell'accesa fantasia e ad ogni colpo 
ne suscita innumerevoli scintille, varie di grandezza e di colore, 
proprio « come nel percoter dei ciocchi arsi surgono innume- 
rabili faville ». Tale, la satira dantesca. 

Questa varietà di forme, corrispondente , come s'è detto, 
ai più diversi stati e moti dell'anima del Poeta, è cosi grande, 
nella/*, e. ^\^q y^Q risulta una vera e propria gamma satirica, la quale, 
vibrando perfettamente all'unisono coi sentimenti di lui, si tra- 
smette, per una simpatia irresistibile, nell'anima dei suoi lettori. 
Accenni e Dall' accenuo, dallo spunto satirico, in apparenza leg- 

^"hici. gero. quasi impercettibile, strale che sibila non visto e ferisce, 
sino alla maledizione più tremenda, che scuote e trascina con 
fragor di tempesta, che numero sterminato di note obiurgatorie 
diverse si succedono senza tregua nei ternari del poema! 

Nella Firenze affollata di « gente nova », opulenta per 
« sùbiti guadagni », quanti i cittadini dabbene? « Giusti son 
due e non vi sono intesi » {Inf. G-73), due soli, cioè pochissimi, 
da contarsi sulle dita, secondo l'espressione d'origine scrittu- 
rale, e anch'essi inascoltati, « clamantes in desei-to », un de- 
serto che è « la trista selva » posta sul « fiero fiume » [Purg. 
14, 59 i^gg.). E quante le donne virtuose? La Nella di Forese, 
la vedovella troppo tardi apprezzata, v'è « soletta in bene ope- 
rare »! [Purg. 23, 93). Cosi, in un verso, che, se non è proprio 
un dardo acutissimo contro la moglie di Dante, come voleva 
il Foscolo, trafigge a sangue le Cianghelle pullulanti in Firenze. 
I due figli superstiti di Pietro HI d'Aragona hanno ere- 
ditato si i reami del })adre, non la virtù: 

Giacomo e Federico hanno i reami; 
Del retaggio miglior nessun j)ossiede. 

(Purg., 7, 119 12U). 

Dunque, figU e principi indegni! Proprio come quelli della 
casa di Calboli, dei quali, dei)lora Guido Del Duca, «... nullo 
fatto s'è reda poi del suo valore » [Pnrg. 14, 89-90). Sembrano 
sentenze di condanna dettate in uno stile lapidario. 

Laconismo . '■ . . ... 

epis.afico Nel libro dei dispregi — il libro dei conti che i principi 

tiri di^D, hanno da saldare con Dio — la pagina che riguarda Carlo II 



LA SATIUA XF.LI-A « DIVINA COMMEDIA ». 181 

reca segnato un {)iinto di virtù contro mille di vizi, con una 
proporzione, cioè, da uno a mille: 

Vudrassi al Ciotto di Gerusalemme 
Segnala con un / la sua bontate, 
Quando il contrario segnerà un emme. 

l'ararl. (l-.l, 127-0). 

Come si vede. Dante ha un laconismo semplice, incisivo, 
epigrafico, tutto suo; un laconismo che ci riduce talvolta il oggetti 
pensiero, sempre immaginoso, ad un epiteto, in ajiparenza Ireddo iiaientoin 



;'orti casi. 



dei Simo- 
niaci. 



ed innocuo. E infatti da tutti questi che si direbbero verdetti 
inappellabili, il Poeta semlìra rimanere estraneo e sparire dietro 
ai suoi personaggi, (juali Ciacco, Forese, gU spiriti raffigur;inti 
l'Aquila nel cielo di Giove. 

È il colmo dell'oggettivismo, il minimo della partecipazione 
individuale del poeta stesso alla satira, grazie all'illusione per- 
fetta dell'arte. 

Altre volte invece tutta l'anima dell'Esule sembra espio- Manifesta- 
dere in una .selvaggia voluttà di odio e di vendetta lungamente riciiedica- 
repressa. Allora egli medesimo entra in scena direttamente, ei'ifinente- 
apertamente protagonista e giudice nel suo poema e maestro ""leuitor 
terribile dell'invettiva: onde il De Sanctis potè dire che , ,. 

i^ J.I invetti- 

« l'invettiva è la forma ordinaria della satira dantesca » ; o, "-'^ ''''ca. 
se non proprio l'ordinaria, la più straordinariamente efficace. 

Basti rammentare il meraviglioso canto dei Simoniaci, dove ii canto 
il Poeta, araldo dell'infamia di Simone e dei suoi miseri se- 
guaci, fa squillare la tromba con un suono che vincere davvero 
il silenzio o il fragore dei secoli. Egli è là, esecutore di ven- 
detta e di giustizia, chino sul pozzetto dei papi, rei del brutto 
peccato, mentre l'ombra di Niccolò 111 « spinga forte con ambe 
le piote » fiammeggianti. La strana confessione di quel nuovo 
sacerdote dell'oltretomba diventa una requisitoria infernale; 
incominciata con un rinfaccio acremente ironico in forma in- 
teiTogativa, questa s'innalza via via e s'arroventa con accenti 
l)iblici contro i malvagi pastori, trafrìcanti l'officio loro e le 
cose di Dio, contro la loro abbominevole colpa, finché s'appunta, 
in tono di doloroso lamento, alla cagione prima di e.ssa, la dote 
malaugurata di Costantino. Parole gravissime, alle quali ac- 
cresce efficacia paurosa quella moderatrice « riverenza », so- 
lennemente professata, « delle somme chiavi ». Mai la ]^Iusa 
satirica aveva cantato « cotai note » di vituperio, che sem- 
brano riassumere in sé tutte le mille voci disperse dell'Età 
media contro la Simonia. 



Vena co- 
mica ed 



182 CAPITOLO II. - DANTK ALIiillIERI SATIRICO. 

1/invettv Eppure non era ancor questa la maggiore altezza cui do- 

V^iet'roV veva giungere l'invettiva dantesca. Il diapason dell'accensione li- 
rica nell'apostrofe olnurgatoria l' Alighieri toccala dove S. Pietro, 
tutto pervaso di sdegno celeste, si scaglia contro i suoi dege- 
neri successori, in un impeto tempestoso sonante di riprova- 
zione che fa trascolorare i beati {Farad. 27, 19 sgg.). 
i^^ ^0.. Talora l'invettiva rimane tronca in sul principio, ma non 

^'Trmvet- P^^' questo riesce meno efficace, come un braccio poderoso, ar- 
t'^'i- mato di flagello, che, anche sospeso in aria, minaccia e impaura. 
Tali, le parole che a Dante, nella bolgia degli ipocriti, strap- 
pano i due frati godenti infesti alla sua patria e intesi, anche 
neiroltretomba, ai loro viluppi fraudolenti: « O frati, i vostri 
mali ...» {Inf., 23, 109). 

Non di rado la parola riprensiva del Poeta si viene spruz- 
ironica. zaudo d'uua vena di comico e d'ironico, che dalle situa- 
zioni trapassa e si colorisce meglio in certe espressioni parti- 
colari. Questo avviene, ad esempio, nello stesso episodio testé 
citato dai Simoniaci, la cui prima parte, pur in uno sfondo di 
fantasmagoria tragica, meravigliosa insieme ed orribile, di quei 
pozzetti ardenti, di quei piedi pontifici guizzanti di fiammelle 
in contrazioni spasmodiche, ha alcuni tocchi pieni di comicità 
dolorosa, che accrescono, per ragion di contrasto, l'effetto della 
scena. Basti ripensare a quell'anima trista di papa Niccolò « come 
pai commes^ja », che « il di su » tiene « di sotto », e che, 
scambiando Dante per Bonifacio, crede d'avere sbagliato i suoi 
computi, quello scherno accusatore d'un papa dannato contro 
un altro suo pari, quel rimanere «quasi scornato» del Poeta, 
alle parole inattese dell'anima, infine quel giuoco di parole 
onde questa, aperta alle confessioni, designa la propria famiglia, 
quasi tratta dagli istinti bestiali, connaturati nel nome, al pec- 
cato di nepotismo, e le conseguenze di questo: 

E veramente fui figliuol deiror.sa, 
Cupido si, per avanzar gli orsatti, 
Che su l'avere, e qui me misi in borsa. 

In altri casi invece abbiamo la satira mesta, elegiaca, 
elegiaca, fatta di desideri malinconici e di rimpianti, di dolorosi ricordi, 
di crucci vani, di accorata nostalgia del passato, messo, al .solito, 
in diretta antitesi col presente. Cosi Guido I del Duca ritrae le 
tristi condizioni della sua Romagna, l'oscurarsi d'ogni virtù, lo 
scadere delle leggiadre costumanze cavalleresche d'un tempo. 



LA SATIRA NKLl.A « DIVINA < OMMKDIA ». 188 

e dopo una serie di apostrofi e di rievocazioni e di pitture 
vivaci idealizzate dall'affetto, fluisce il suo dire con la voce 
rotta dal pianto {Puì'(j. 14, 91 sg-g.). 

Eppure, poche terzine prima, lo stesso spirito aveva tatto 
udire la sua parola fioraniente accusatrice, in tono di satira 
fosca, cupa, irosa (/'«>•//,, 11, io sg-g-.), per tutta quell'acre ras- satim cu- 
segna del \'aldaruo, alla quale Dante medesimo aveva dato i'^ "■°«^- 
l'intonazione, con quell'accenno misteriosamente spregiativo al- 
l'Arno, « un tìumicel che nasce in Falterona », quello stesso 
che pili oltre diventerà « il fiero urne ». E il Poeta, dunque, 
che allo spirito del romagnolo invidioso attribuisce tutta la 
violenza del suo odio nato da amore offe->o, al punto da fargli 
lancia i-e la terribile maledizione contro quella valle, della quale 
corno d'un inferno terreno perfino il nome meritava d'essere 
distrutto e di sparire per sempre [Purfi., 14, 2'.)-:ii)). 

Di quando in quando la rampogna si fa più pacata, Rampogna 
pervasa d'un amaro pessimismo, con un fare "r nemico, ad pa'^a'anei 
esempio, nella parlata di Marco Lombardo (P«ra., 16, 103 e-»-), mento fii- 

"■ ' . \ j ' 1 ao ,1 losohco. 

dove certe gravi sentenze di condanna producono , iielF appa- Ksp.essio- 
rente serenità loro, un effetto singolarissimo. Ricorda il lettore? mVca^deiia 

« Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?», e più oltre: ^'^"'*' 
« Soleva Roma... » e ancora: « Di oggimai che la Chiesa di 
Roma, Per confondere in sé due reggimenti. Cade nel fango 
e sé brutta e la soma », che sembra la conclusione logica d'un 
ragionamento lìlosoflco-politico. 

Ma l'Alighieri, come conosce e sa trasfondere nel suo verso 

^ Ironia 

gl'impeti della passione più irruente, cosi si dimostra, all'occa- 
sione, maestro insuperabile anche dell'ironia fredda e misurata, 
della quale sa esprimere tutte le più delicate sfumature. (3ra 
è l'ironia incidentale, lieve i)unzeccliiatura, che sfiora l'epi- 'i'iTg- 
dermide, ma non è senza veleno e anche lascia pensoso, quale, °^''''- 
nella tenzone fra i due magnanimi , il Guelfo e il (ìhibellino, 
Dante e Farinata, il celebre verso: « Ma i vostri non appreser 
ben quell'arte » [Inf., 10, 51). 

Altre volte essa strappa il sorriso al lettore, ma non ai bmies'ca 
colpiti, come l'accenno a Lucca, come a patria di Ronturo, fior 
di barattiere, la città nella quale « ognun v'é barattier, fuor 
che Bonturo » {Inf. 21, -41) e quelle consimili eccezioni che 
Capocchio vorrebbe fare dello Stricca e di Niccolò, nonché della 
famosa brigata « che seppe far le temperate spese » (Inf. 29, 
12") sg'ff.). 



184 CAPITOLO II. - DANTE ALirTlIIRRl SATIRICO. 

In questi casi l'ironia acquista un particolar sapore, perchè 
è posta in bocca ad un diavolo e ad un senese. 
s'ionUro- SÌ hauno anche esempi di espressioni ironiche ful- 

"nlìnee"' '"ii>6e, che Sembrano guizzi sinistri di fuoco, come la desi- 
gnazione di Firenze, « la ben guidata sopra Rubaconte », {Purg., 
12, 102), quella del « prete cortese », largo dei suoi « doni », che 
viceversa era « l'empio pastore » di Feltre, reo di grave « dif- 
fama » {Farad., 9, 52-54). 
ironiacon ^^^^ maucano poi esempi mirabili d'ironia continuata 

tinuata. che sì svolgc e diffonde caustica tagliente, come nelle terzine 
[Purr/., 20, 64 sgg.), dove Ugo Capeto parla dei suoi discen- 
denti con quel j^er ammenda che fa martellare ben tre volte, 
ritornello indimenticabile, fra una sanguinosa condanna della 
sua casa nefasta (« Io fui radice della mala pianta Che la terra 
cristiana tutta aduggia ») e la terribile profezia delle sue turpi 
vergogne (« Tempo vegg'io, ecc. »). 

Ma più che all' ironia continuata e sottile lo spirito del 
Sarcasmo. Poeta, appassiouato e impetuoso, inclinava al sarcasmo amaro, 
all'offesa diretta e violenta. Chi non ricorda la classica apo- 
fusìone'^di strofe sarcastica a Firenze, con la quale s'inizia il Canto xxvi 
d"ronkr^è àeWLifetmo? Quel « Godi, Fiorenza... » che sembra traboccare 
nìo^cmico" ^'"^^ cuore amareggiato sanguinante dell'Esule? 

Ma il Poeta riesce anche a fondere insieme l'invettiva 
e l'ironia sua più tagliente neir« aecismare » un personaggio 
col sarcasmo cinico, addirittura ripugnante, che attribuisce 
a lui, ritraendone un effetto potente originalissimo. Chi non 
ricordala preghiera-che Dante rivolge all'Aquila formata degli 
spiriti giusti, in Giove, preghiera di vendetta che finisce {Parad., 
18, 130-6) con una sferzata sanguinosa a Giovanni XXII, il 
papa che faceva mercimonio perfino delle scomuniche? 

Ma tu, che sol per cancellare scrivi. 
Pensa che Pietro e Paulo, che morirò 
Per la vigna, che guasti, ancor son vivi. 

Ben puoi tu dire : « Io ho fermo il disiro 
Si a colui, che volle viver solo, 
E che, per salti, l'u tratto al martire, 

Ch'io non conosco il Pescator, né' Polo! 

M,.neggi Ivicco, vario, nervoso egli si rivela anche nei motteggi, 

e frizzi.- i^ei fi'izzi, che volano silìilando. ^^alga per tutti quello che ci 

porge un esempio degli scherni di carattere municipale, 

purtroppo frequenti a quei tempi e dei quali abbondano tracce 



LA SATIRA NELLA « DIVINA CoM.MKIHA ». 185 

anche nel De vuhjari eloquentia, quello sulla Siena marinara 
e sui sopcnati ainniirag-li senesi salpanti dal porto di Talamone 
per chissà quali fantastiche imprese commerciali e guerresche 
{Puty., 13, 151-5). 

Ivihoccanti di violenza plebea sono certe imprecazioni, '"'^l'^®!"^" 
come quella contro papa Bonifazio, che (hiido da Montefeltro, 
il peccatore ing:annato e dannato, dice « il gran Prete, a cui 
mal prenda », espressione cotesta equivalente al « malannaggia » 
del volgo. 

Anche l'imprecazione, per un moto subitaneo della fantasia, ^•"^'-o^e'*' 
probabilmente eccitata da una visione tutta speciale della realtà, giandiosa- 

1. ^• • ±y ± • ' mente 

assume talvolta un carattere di vera grandiosità tragica, tragica. 
Tale, il memorabile sfogo contro Pisa: « Movansi la Caprara "S'u"a. 

e la Gorgona » {fnf., 33, 82-4). 

Ma si noti che, e qui ed altrove, all'imprecazione di solito 
si mesce, anzi dà la spinta l'ingiuria, di cui l'Alighieri è 
maestro e che colpisce e suona, ora come una « scuriada» sangui- 
nosa, ora come il pugno di Sinone sull' « epa croia » di mastro 
Adamo. Tutti ricordano, nello stesso canto {Inf., 33, 79-81: 
151-3) i due passi gemelli: « Ahi Pisa, vituperio delle genti, ecc. », 
e : « Ahi Genovesi, uomini diversi D'ogni costume, e pien d'ogni 
magagna, ecc. »; e quello contro i Senesi {Bif., 29, 121-3) e le 
parole vituperose contro Pistoia, poste sulla bocca d'un suo 
cittadino : « . . . Son A'anni Pucci, Bestia, e Pistoia mi fu degna 
tana » (Inf., 24, 125-G). 

Dante non ha pari nell'arte della iconografìa satirico- i^onogra- 
^ . . . tia satin- 

burlesca, onde riesce a cogliere e rappresentare in pochi co-hurie- 

tocchi il « caratteristico » delle persone, così nei nomignoli 
dalla tradizione popolare passati alla storia, come nei tratti ed 
atteggiamenti fisici, al punto che talvolta si arriva sino alla 
caricatura. Ecco il « Ciotto » di Gerusalemme {Paracl. ,\9, 127), carica 
ecco il « Nasetto » {Puì'ij., 7, loi), ecco Malatestino de' Mala- 
testi, « quel traditor che vede pur con l'uno » [Inf., 28, 85), 
ecco dell'abate di S. Zeno, bastardo, zoppo e vizioso, ritratto 
in poche parole: «... mal del corpo intero E della mente peggio 
e che mal nacque » [Purg., 18, 124-5); ecco, infine, Vincislao 
« barbuto, cui lussuria ed ozio pasce » {Purg., 7, loi), e l'An- 
gioino Roberto, a cui nessuna industria di critici, nessuno sforzo 
di storico potrà toglier di dosso l'immortale battesimo .satirico 
di « re da sermone » {Paracl., 8, 147). 

Dall'alto dei cieli San Pier Damiano, continuando nelle 
consuetudini di fiero riprensore che aveva in terra, ci fa passar 



tura. 



186 CArlTOLO 11. - DANTE ALIGHIERI SATIRIC*'). 

sott'occhio, quasi in processione, desunti arditanieute dallarealtà, 
i « moderni pastori », cosi mutati in peggio a con franto dei primi : 

Or voglion, qiunci e quindi, chi rincalzi, 
Gli nioilerni pastori, e chi li moni 
(Tanto son siravi!) e chi di retro gì. nlzi. 

Cuopron de' manti loro i palafreni. 
Si che duo l)estie van sott'una pelle. 

[Par ad., 2'.», 1:30-4). 

L'effetto singolare della quale caricatura è accresciuto dall'amaro 
contrasto con le figure degli apostoli « magri e scalzi » e usi a 
prendere il cibo « da' qualunque ostello » e dal vedercela cosi 
al vivo immaginata con le parole d'uno spirito beato. 

« Dissonanze » efficacissime, cotesto (sovrattutto in quel duo 
bestie), suggerite all'Alighieri dal suo originale istinto di poeta, 
e delle quali alti-i esempi si potrebbero addurre. Ricordo il 
passo già citato, dove Cacciaguida, il trisavolo cavalliere, di- 
venuto spirito celeste esce a dare al nipote il noto consiglio: 
« ¥j lascia pur grattar, dov'è, la rogna »; e l'altro, dove l'Aquila, 
il grande simbolo formato di anime splendenti, lancia contro due 
principi una parola ingiuriosa che gli Statuti proibivano seve- 
ramente {Paracl., 19. 13(5; e l'altro infine, dove Beatrice, accesa 
di santo sdegno, quasi a gara con S. Pieti'o, non si trattiene dal 
menzionare ripetutamente, con intenzione satirica, gli animali 
men puliti, ingrassati dalla credulità del volgo, insieme con gli 
altri « assai pili porci di essi », cioè i frati di S. Antonio 
[Par^ad., 29, 125-6). 

Del pari traendo materia e ispirazione dalla tradizione cor- 
rente fra i volghi della sua Toscana, Dante ci offre perfino 

Corografia saggi stupendameute icastìci di corografia ed etiologia sa- 
tirica, per mezzo di figurazioni zoologiche; onde la fiera ra.s- 
segna degli abitanti più insigni del Valdarno [Piirg., 14, 43-57) 
sembra uno scelto « bestiario », nel quale i porci ed i botoli 
ringhiosi precedono i lupi e le volpi, per una metamorfosi do- 
vuta non a Circe (cfr. i vv. 4()-o), ma alla fantasia corruc- 
ciata del Poeta. 

Il quale, dotata com'era d'un' anima in sommo grado ap- 
passionata, vibrante ai più lievi impulsi della realtà (di che 

RasKiup- aveva tanta sicura consapevolezza da poter dire di sé: « tra- 

pamenti . , . . , ,,. 

ort;ani<-i(ii smutabilc sou per tutte guise »), ci porge anche mirabili esempi 
toiTd'i-' ' continuati e concatenati di alternative e trapassi rapidissimi 
''satira''' atti'averso i toni più divei^si della satira, quasi una sintesi orga- 



ed otolo 
già sati- 
. rica. 



Il e. VI 
f'ur- 



L\ SATIRA NELLA « DIVINA COMMEDIA ». 187 

nica ed intensa di quella varietà di espressioni che abbiamo 
<^ià rilevato sparsamente disseminate nel poema. 

Benché saggi di tale varietà accumulata si possano scor- 
gere in alcuni dogh episodi ricordati tino ad ora, come in quello 
dei Simoniaci e in quello di Ugo Capeto, è naturale che il ,} 
documento plii insigne ci venga offerto da quel canto che è il s"" 
più veramente, esuberantemente Urico di tutto il poema, il 
sesto del Pur[]atorlo. 

Quivi, alla nobiltà solenne della materia, alla dignità del 
sentimento dominante corrisponde un'insolita ricchezza di note 
satiriche varie e variamente succedentisi e incalzanti, che, 
balzate spontanee dall'anima del Poeta, si fondano in un'unica 
potente armonia. Si direbbe che tutti gli amori delusi e fe- 
riti, tutti gli odi. gli sdegni repressi, le ire « accolte », in- 
sieme con le speranze vane, con le impazienze, le amai-ezze, nel 
grande cuore dell'Esule, durante il lungo doloroso pellegri- 
naggio attraverso le regioni e le città « partite » della « jtalica 
sjlva », in quel punto, nel ripensare che il Poeta faceva allo 
spettacolo, cosi insolito, così commovente, d' un abbraccio fra- 
terno fra le ombre dei due Mantovani, se ne riversino a fiotti 
condensate, d'un tratto, per poi dilagare, « quasi torrente ch'alta 
vena preme ». 

Questo canto è ben piii che un magnifico serventese, esso 
s'innalza all'altezza d"un inno storico politico e satirico, con l'ala 
d'un coro di tragedia antica; « digressione » o intermezzo es- 
senzialmente lirico nell'azione del poema, ma insieme mirabil 
mente rappresentativo delle condizioni tutte dell'Italia, si che 
nella solenne voce del Poeta paiono accordarsi le mille voci 
d'un popolo idealizzato, d'un popolo futuro, quale, cioè, avrebbe 
dovuto già essere, ma non sarebbe stata che dopo parecchi se- 
coli la grande famiglia italiana. Attraverso a quei ternari passa, 
calda e potente, una ventata d'amore e di sdegno patriot- 
tico; dall'apnsti'ofe iniziale all'Italia, nave naufragante, senza 
nocchiero, mala femmina caduta nell'abiezione, dai rinfacci 
severi alla gente di Chiesa, degenere e usurpatrice, dall'invito 
minaccioso, dalla maledizione volta al prmcipe tedesco, diser- 
tore noncurante e crudele, e al suo successore, dopo l'accorata 
rievocazione di Roma, dopo l'ironia dolorosamente tragica onde 
è rinnovato l'invito airim])eratore nel verso: « Vieni a veder, 
la gente, quanto s'ami », dopo l'invocazione trepida d'impa- 
zienza, di passione quasi irriverente a Cristo liberatore, ecco 



1S8 CAPITOLO II. - DANTK ALIGHIERI SATIRICO. 

quella chiusa contro Firenze, dove il sarcasmo e l'ironia, fatte 
di ricordi cocenti, di rimproveri, di scherni e di minacce in 
tono profetico, si alternano e si uniscono stupendamente. Ma 
gli strali lanciati contro la malvagia città sembrano rimbalzare 
indietro e frugare nel cuore del Poeta e riaprirne le ferite 
ancor sanguinanti. L'occhio ardente dell'Esule finisce col ve- 
larsi di lacrime; dall'invettiva irosa, dall'ironia pungentissima 
egli, dinanzi all'immagine della patria inferma, è sceso sino al 
tono dell'elegia. 

È questo, senza dubbio, il capolavoro della jioesia satirica 
dell' Alighieri, la quale mai come in questo canto attinse un 
grado cosi elevato e, nella solennità sua, complesso e vario, 
di elaborazione fantastica, con impeti sublimi di pathos lirico, 
d'un'efficacia irresistibile. 

11. Dopo rilevata e ammirata la grande varietà di forme 
Mezzi ,ir- Hellc quali si manifesta lo spirito satirico di Dante, sarebbe 
duetti'' d^a utile indagare di quali mezzi artistici speciali q^\\ si sia 
^at"ira* servito a conseguire tanta pienezza d'espressione e quindi tanta 
varietà di effetti sicuri. Mezzi artistici, dico, non artifici 
retorici o stilistici, non espedienti, ma fornitigli spontanea- 
mente dalla fantasia e quasi connaturati nell'organismo stesso 
del poema: speciali, non perchè non appartengano a tutte le 
manifestazioni dell'arte dantesca in generale, anche al di fuori 
della poesia satirica, ma perchè in questo campo essi si pre- 
sentavano al Poeta con una frequenza ed una intensità e quindi 
con un'efficacia maggiori che altrove. 

Ad esempio, toccando dei motivi psicologici della satira dan- 
> antitesi, -jesca, s' è già osservato che uno dei principali fra essi è il 
contrasto, l'antitesi fra le altissime idealità, i sogni, le 
utopie che possedevano e infiammavano la mente e il cuore 
del Poeta, e la realtà, che a lui appariva assai peggiore che 
in effetto non fosse Ora può dirsi che appunto questa antitesi 
sia come il sostrato, più o men visibile, di tutte le manifesta- 
zioni satiriche della Commedia, diventandone uno dei mezzi 
più costanti ed attivi. 

Personaggi storici, città, regioni, età diverse d'una stessa 
città regione si atteggiano , quando esplicitamente , quando 
per via di faciU sottintesi, di fronte gli uni agli altri, si che 
la lode, largamente concessa a certe persone o a cei'ti fatti, di 
solito appartenenti a un remoto passato, accresce il biasimo, ag- 
grava la rampogna inflitta ad altri, contemporanei al Poeta. In 
certi casi l'antitesi scoppia subitanea, inaspettata, fui- 



I 



lA SATIRA NKI.LA « |)1\'IXA COMMEDIA ». 



189 



mi nea. Kcco Dante che, rivolto a S. Pietro, ne esalta la miraco- 
losa opera prestata alla diffusione del Cristianesimo ed aggiunge: 

Che tu intrasti povero o tlijriuno 
In campo, ;i seminar la Inioua pianta, 
Cile fu già vite, ed ora é fatta pruno 

Farad., 21, lO'J-111 

Quanta potenza o!'iurg;itiva in (|uesfultimo verso, terri- 
ril)ile nella duplice antisi, di tetempo [J'u (jià — ora è) e di fatto 
[L'ile — vi-uno), che esso racchiude! 

Meglio ancora, il privilegiato viandante dei cieli, in co- 
spetto ai fulgofi dell'Empireo, esce a dire di sé: 

Io, che al divino dall'umano, 

All'eterno dal tempo, era venuto, 

E di Fiorenza in popol giusto e sano. 

Di che siupor dovea esser compiuto! 

Parad., 31, 37-9. 

Tre antitesi, rampollate spontanee dall'anima stupita del 
[Poeta; ma come sanguinosa la terza, che colpiva il popolo fio- 
trentino « ingiusto ed insano », messo in opposizione ai beati 
Ccittadini della città celeste, quindi po[)olo di dannati sin « dal- 
[Fumano e dal tempo » ! 

Ad espri ere i propri sentimenti di forte riprovazione, a 

|distribuire senza pietà le proprie condanne , velandone il più 

possibile l'origine talvolta innegabdmente personale , il Poeta 

si giova, con accorgimenti d'arte tutti speciali, degli episodi Episod 

Rn alcuni dei quali la satira è soltanto accessoria e parziale , 

in altri, invece, come già s'è veduto, apparisce dominante e 

linacciante da cima a fondo, pur con varietà di espressioni. 

qui gli esempi sarebbero superflui, anche perchè, per altri 

ini, si è avuta occasione di citarne più volte. 

Certe agnizioni, intimamente collegate con gli episodi, 
)ra spontanee, ora invece forzate, diventano, nelle mani del 
*oeta, strumenti di offesa poderosi. Le prime, nella loro appa- 
iente spontaneità e semplicità oggettiva, producono un effetto 
satirico impensato. Basterebbero quelle terribili parole , onde 
designata l'ombra riconosciuta del vile che, secondo me, non 
)uò essere altri che papa Celestino: 

Poscia ch'io ebbi alcun riconosciuto. 

Vidi e conobbi l'ombra di Colui 

Che fece per viltate il gran rifiuto. 
Incontamente intesi e certo fui, 

Che quest'era la setta de' cattivi 

A Dio spiacenti ed a' nemici sui. 

Jnf., 3. Gl-4 



Agnizioni 
spontanee 



eagnizioni 
forzate. 



/alle? 



190 CAPITOLO li. - DANTH AI,IG1I!K[II SATHUCO. 

Si badi a ([ueìV incontane?ite e a quel certo, che confe- 
riscono una gravità singolare all'allusione. 

Per le altre agnizioni forzate, violente, che perciò solo 
acquistano un carattere, nella satira, drammatico, si rammen- 
tino Filippo Argenti, Venedico de' Caccianemici , Alessio In- 
terminelli, Vanni Fucci. 

Nelle sue memorabili prove di poeta satirico Dante, e dal- 
l'indole sua propria e dai gusti e dalle consuetudini dell' età 
ria^" sua, nonché dalla natura stessa del poema, era tratto a ser- 
virsi spesso dell'allegoria; e se ne servì infatti con tanta 
larghezza, che abbiamo talora lunghi tratti od interi episodi, del 
tutto satirici, di carattere essenzialmente allegorico. 

L'esempio più insigne che si possa citare e che meriterebbe 
da solo una minata analisi dal nostro punto di vista particolare, 
è la visione o processione del Paradiso terrestre, vero capo- 
lavoro d'allegoria satirica, imbevuto tutto di spiriti bibhci e che 
senza dubbio ha una singolare importanza nel poema, essendo 
quasi un poemetto- visione, centrale (e secondo alcuni, primor- 
diale od embrionale), inserito nella .visione maggiore. 

Tanto è vero, che l'Alighieri, neiraccingersi a descrivere 
quel portentoso spettacolo, sentì il bisogno di rivolgere una 
nuova e speciale invocazione alle Muse {Pitrg., 29, 37 sgg.). 

Quel vasto tessuto di finzioni allegoriche che ad altii poeti 
sarebbero state un grave e pericoloso impedimento, tocco dalla 
sua miracolosa fantasia creatrice, riesce nella maggior parte 
dei casi un mezzo d'arte potente a dar vita, movimento e 
rilievo alle sue passioni e alle sue dottrine, conferendo a questa 
satira dantesca un non so che di misteriosamente solenne e di 
apocalittico, che non trova riscontro degno se non nelle pa- 
ia profe- gine sacre dei profeti. La profezia appunto diventò nelle mani 
^s'aura.* di Dauto satirico un altro mezzo d'arte fra i più consueti e 
cari e tra i più efficaci, un'altra arma da lui vigorosamente ado- 
perata nella grande battaglia « in prò' del mondo che mal 
vive ». E infatti si può dire che ad ogni pie sospinto, nel lungo 
viaggio attraverso i tre regni dell' oltretomba , dagli episodi 
molteplici che si svolgono nei gironi infernali, su per le cor- 
nici del Pui'gatorio e fra le luci dei Cieli, spunti, in tono di 
satira, la profezia. Così, di sul fondo generale della grande 
profezia che è quasi il sostrato del poema, abbiamo tutta una 
serie varia e viva di profezie minori, legate, jiiù o meno 
visibilmente, fra loro, e intonate con quella fondamentale. Queste 



L.\ SATIRV NKl.LA « DIVINA C( >.M.MK1)IA ». 191 

profezie, secondo la loro natura, nella solita indeterminatezza, 
minacciosamente lugubri e paurose, prorompono da tutto il 
poema, a cominciare da quella di Ciacco sino all'ultima di Bea- 
trice {Paracl., 30, 134-8), che rincalzando e quasi suggellando le 
altre, annunzia l'avvento di Arrigo imperatore, il quale troverà 
l'Italia non ancor preparata e quindi non ancor degna d'acco- 
glierlo salvatore, [)erchè accecata dalla cupidigia, e ribadisce 
con una serenità celestialmente implacabile la condanna già 
proclamata dei due pontefici simoniaci, Bonifazio e Clemente. 

Se riandiamo ora col pensiero il vasto mondo satirico del- 
l'Alighieri da noi rapidamente percorso, e, tenendo presenti 
le condizioni e i caratteri dell'anima e dell'età sua, lo consi- 
deriamo nel suo complesso, non ci meraviglia più la sovrab- 
bondanza d'elementi satirici nella Commedia; d'altra parte, co- 
noscendo le doti eccelse del suo genio, « non ci parrà cosa 
nuova, né forte » che anche nella satira egli si sia affermato 
poeta sovrano e che voli sopra tutti gli altri come aquila « con 
la penna che sa le tempeste ». 

Anzi può dirsi che, per talune qualità inerenti alla poesia 
satirica, per la sua particolare sincerità e sprezzatura, per certi 
più intirai e diretti contatti ch'essa deve avere con la realtà, 
con le più rudi manifestazioni del sentimento popolare, Dante 
satirico rivela una potenza che non avrebbe avuto agio di ri- 
levare negli altri atteggiamenti di poeta e che lo fanno gran- 
deggiare agli occhi nostri pieni di meraviglia. 

Cesare Balbo, parlando delle descrizioni stupende di fe- 
nomeni naturali che sono sparse nella Commedia, giustamente 
notò che sono di quei fenomeni che « non si osservano mai 
se non da coloro che saimo vivere a cielo aperto »; del pari 
possiamo dire che nella parte satirica del poema si sente più 
che altrove l'uomo, al quale la vita fu veramente una militla, 
una battaglia continua, che visse all'aperto, tra le lotte aspre 
dell'esistenza e le bufere dei tempi e le ribellioni dell' anima 
sua, traendone materia e ispirazione all'opera immortale. 

Perciò uno studio accurato della satira nella Diviìia Com- 
media accresce, se pur è possibile, in noi l'ammirazione pel divin 
Poeta, certo ci permette di comprenderne e gustarne meglio 
1 la grandezza, fatta di bellezza, di nobiltà e di forza. 



CAPITOLO TERZO 



Il trecento satirico dopo Dante. 
I. — Nelle arti figurative, 

L'ereriità i j f.^^{f[ espostì liiio ad ora dimostrano chiaramente che 

satirica ^ 

trasmessa non fu scarsa né poco preziosa Y eredità clie , pure nei ri- 
cento, guardi particolari della produzione satirica, la generazione sorta 
col rovinare della potenza Sveva in Italia e col sormontare 
dell'Angioina, e tramontata gloriosamente con l'Alighieri, tra- 
smise alla generazione successiva. A partire da quegli anni, 
cioè dal terzo decennio del Trecento, è un continuo maturarsi 
e perfezionarsi di forme, onde anche nell'espressione del sen- 
timento satirico l'età che non per nulla è riconosciuta come 
la più originale nella stona delle lettere nostre, fervida ancora 
di passione, agitata da lotte politiche e religiose, pur affinando 
la tecnica del verso e delle strofi, facendosi sempre più sicura 
e incisiva, seppe serhare una grande forza e varietà e origi- 
nalità d'ispirazione. 

2. Ciò che avvenne nel campo della poesia, trova un natu- 
sioue sati- rale riscontro nelle arti figurative, che già nell antichità s erano 
arti figu*! provate nella satira, nella caricatura, nello scherno: bel tema, 
cotesto, che meriterebbe d'essere svolto con ben altra lar- 
ghezza che non sia possibile in questi rapidi cenni. 

L'arte delia pai'ola, come quelle del pennello e dello scal- 
pello, obbedivano tutte, spontaneamente, ai bisogni stessi della 
vita sociale, alle medesime ispirazioni morali, si facevano stro- 
menti d'idealità e di passioni, di rampogne e di moniti, di giu- 
stizia e di vendetta, con assai minor libertà e varietà le seconde, 
la cui azione (lasciando il resto) di rado usciva dalla cerchia 
della Chiesa, e da questa e dalla loro speciale natura si vedevano 
assegnati più ristretti coniìni, mentre invece le lettere conti- 
nuavano ad emanciparsi sempre più dalla secolare sudditanza, 
grazie al rapido diffondersi della coltura nel laicato. 

Perciò non dobbiamo stupirci di trovare molta affinità di 
mezzi espressivi del sentimento satirico nella produzione poetica 



rati ve. 



NELLE AIITI FIGURATIVE. 193 

e in quella tìguratu, la quale, se attingeva spesso Unzioni, mo- 
tivi, forme, dalla tradizione letteraria, talvolta suggeriva essa 
medesima e ispirava i poeti. A dimostrare in modo tangibile 
(|uesta specie di solidarietà intima che accomunava in certi 
casi fra loro tutte le più disparate manifestazioni dell'arte e 
le costumanze della vita storica nell'espressione d'un pensiero 
morale-satirico, varrà, meglio di qualsiasi discorso, qualche 
esempio concreto. 

3. Tutti rammentano la finzione di cui Dante si giovò per ,i blasone 
farci conoscere e per castigare, satireggiandoli, gli avari del '"''^'"^if® 
suo Inferno, fra i quali v'è una cospicua rappresentanza dei Pa- usu"rai. 
dovani. ()rbene, facendo questo, egli aveva obbedito agl'istin- 
tivi atteggiamenti della sua fantasia, la quale tanto più riusciva 
etfìcace ed originale quanto più diretta ispirazione traeva dalla 
realtà concreta; che aveva avuto presente, senza dubbio, un fatto 
ch'era entrato ormai nei pubblici costumi del tempo suo. Cosi 
gli usurai, entrando, ospiti eterni, nel suo oltretomba, e mo- 
strandosi con la tasca o borsa appesa al collo e ostentando, 
dipinta su di essa, l'arma della loro famiglia, divenuta un bla- 
sone d'infamia, non facevano che seguire le prescrizioni pe- 
nali contenute negli Statuti delle loro città — come in quello 
di Padova — e alle quaU avevano o avrebbero meritato di 
sottostare in vita. 

Questa usanza delle pitture famosae o vituperose, assai ture v'itu 
difì"u.sa nell'età di mezzo, continuò anche nella Firenze del Tre- P'^'"ose. 
<^ento, mescolandosi alle lotte politiche; ed è notissimo l'esempio 
di Giottino, che nel 1345 ebbe dal Comune l'incarico di rap- e^ialatir'a 
presentare in uno dei suoi affreschi la cacciata del duca di ^néua^ 
Atene. putura. 

Ma la lìittura non si restrinse in questo campo d' arte, G'""» 

DÌttor6 

quasi a dire officiale o politica, d'occasione. Basti ricordare che satino 
Giotto si rivelò degno contemporaneo e forse amico dell'Alighieri, ^'^^^ "' 
e fu meritamente esaltato da lui, anche per l'alta idealità mo- 
rale e le espressioni non di rado satiriche dell'arte sua, tanto 
che potrebbe dirsi, in certi casi, un pittore satirico-morale. 
Purtroppo è irreparabilmente distrutto da un pezzo l'affresco 
già esistente nella Sala grande del Palazzo del Podestà, in 
Firenze, dov'egli aveva raffigurata l'allegoria del Comune ru- 
bato, della quale ci rimane una sicura attestazione nel Com- 
mentario del Ghiberti, ripetuta poi dal Vasari e da altri. A 
questo affresco si ricollega un altro, sullo stesso soggetto, dovuto 

Gian. — La Salirà. 13 



194 CAPITOLO III. - II. TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

a Giotto medesimo o ad un suo discepolo, che un tempo s'am- 
mirava nella Sala della Ragione in Padova; mentre apparten- 
gono ad un ciclo di rappresentanze d'indole più propiianiente 
morale, in foi-ma d'allegoria astratta, le figurazioni giottesche 
che accompagnano quella dell'Ingiustizia tirannica (del rector- 
rapior) nella Cappella degli Scrovegni, e le allegorie famose 
del Mal Governo, onde il Lorenzetti fregiò le i)areti del Pa- 
lazzo pubblico di Siena, 

E si noti che spesso queste pitture, fra moraleggianti e 
satireggianti, recavano come un commento o illusti-azione poe- 
tica in certe epigrafi o latine o volgari che gli stessi pittori 
scrivevano su cartelli o fasce o nastri svolazzanti. 

Invece Giotto entrò direttamente nel campo della satira 
politica, in veste, al solito, allegorica, allorquando, accogliendo 
un invito rivoltogli, « per capriccio » da re Roberto, raffigurò 
il Regno di Napoli, dove pure aveva prodigato i tesori del pro- 
prio genio, in sembianza d'un asino « imbastato » che si dimo- 
trava volenteroso di cambiar di padrone. Cosi, il racconto del 
Vasari, che sembra derivare da una tradizione orale. 
La Satira '^^- Uu tema che porgeva occasione a manifestazioni, epi- 

dìcj phtó- sodiche, dello spirito satirico, era quello dei Giudizi univer- 
'■'<='• sali dell'oltretomba, tanto più che non di rado vi si faceva 
sentire l'influsso dantesco, come neiraff"resco del Cam|)Osanto 
pisano. Questo soggetto tentava cosi forte gli ai'tisti, che nel 
secolo seguente persino quel sereno e soavemente mistico pittore 
che fu fra Giovanni da Fiesole, figlio legittimo del Trecento, 
non per nulla soprannominato l'Angelico, mostrerà di parteci- 
pare anch'egli alle misere contese fratesche, allorché nei pa- 
recchi Giudizi da lui dipinti (quello del Museo di Berhno, quello 
dell' Accademia di Firenze e quello della Galleria Nazionale 
Corsini) si compiacque di esaltare fra i beati i suoi dome- 
nicani, mentre cacciò fra le schiere dei reprobi i francescani, 
j .. Qualche volta la pittura diventava proprio un'arma di 

politica battagha nelle lotte politiche. Ad es.. Cola di Rienzo, nel primo 
pittura, periodo della sua propaganda rivoluzionaria, non s'accontentò 
min?! delle ardenti « dicerie » per sollevare il popolo contro i ba- 
roni romani. Il suo biografo contemporaneo ci descrive le pit- 
ture allegoriche ch'egli fece eseguire nel palazzo del Campi- 
doglio, ognuna delle quah recava una dichiarazione del suo 
contenuto, in distici di versi volgari. Sotto le figure di « di- 
versi animali », di leoni, lupi, orsi, cani, porci, dragoni, ca- 



n beato 
Aneelico. 



NELLE ARTI FIGURATIVE. 



195 



pi-ioli, volpi, scimmie e lepri, erano presi di iiiii'a i « potenti 
haroni », e gli altri nobili minori, gli oftìciali, i giudici e no- 
tai, nonché « i popolari latroni micidiali ». 

Insieme con le grandi pitture murali anche l'umile arte 
squisita che faceva ridere dei suoi colori le pagine dei codici, 
godeva talora di rappresentare i noti motivi burlesco-satirici 
del lombardo e della lumaca, del « mondo alla rovescia » o 
di svolgere certi elementi satirico-morali che erano contenuti 
nelle ascetiche danze macabre. 

6. In misura, naturalmente, più scarsa, partecipò a questa 
tendenza anche la scultura, manifestandola tuttavia con forme 
tanto più caratteristiche, quanto meno ce la attenderemmo 
nella severa penombra delle Cattedrali. E, si badi, non parlo del 
grottesco che è cosi frequente nell'arte chiesastica del Medio 
Evo. Curioso, ad esempio, il vedere un rozzo artefice nella Cat- 
tedrale di Parma fregiare nel sec. XII i capitelli del tempio con 
uno dei temi morali satirici più diffusi nell'età di mezzo, svol- 
gendo nel marmo un episodio tratto da qualche brancìie del 
Roman de Renari e proprio un episodio fortemente antifra- 
tesco. Similmente si era fatto interprete di sarcasmi e di pro- 
teste correnti, lo scultore che adornò di bassorilievi gli stipiti 
della Cattedrale di Ferrara. Segni evidenti che la Chiesa si 
giovava anche di queste tradizioni artistiche per farsi ammo- 
nitrice e schernitrice essa medesima ai chierici e ai laici traviati. 

Anche in questo campo e nei secoli seguenti, la scultura, 
se derivò materia da fonti letterarie, risenti pure talora l'ef- 
ficacia e trasse ispirazione dall'arte pittorica. Tale è il caso 
di Agostino e Agnolo Senesi, i quali, poco prima del 1330, nel 
cenotafio, purtroppo guasto, di Guido Tarlati, vescovo d'Arezzo, 
esistente in quel Duomo, giovandosi dei consigli, se non pro- 
pizio dei disegni, di Giotto, raffigurarono in una scena il mal- 
governo di Arezzo prima di quel Vescovo, una vera « storia » 
del « Comune pelato ». 

Vedremo fra non molto come i nostri rimatori che meglio in- 
terpretavano i sentunenti del popolo, o quella che noi diciamo l'o- 
pinion pubblica, quali il Pucci e il Sacchetti, chiosassero coi loro 
vei-si non timidi queste nobili manifestazioni delle arti figurative. 



La satira 
nella mi- 
niatura. 



Nella 
scultura. 



II. — Nella lirica toscana. Gino da Pistoia. 



1. Nella hrica to.seana d'indole satirica occupa un posto cino da 



singolare Cino da Pistoia, il quale anche per questo rispetto 



Pistoia. 



196 CAPITOLO III. - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

sembra collegare bene la generazione poetica dell'Alighieri, 
dello « stil novo », con quella cui diede il nome e la gloria 
il Petrarca. 
L'amoroso Ciò riuscirà inaspettato e sorprendente a chi, non avendo 

"cLo' una piena conoscenza di tutta la produzione lasciataci dal pi- 
satirico. g^QJg^g^ subisca ìh cei'to modo il fascino dell'epiteto, divenuto 
tradizionale, onde messer Francesco, circa l'anno 1336, pianse 
la morte dell'amoroso messer Cino (son. Piangete, dotine), 
epiteto che s'accordava perfettamente col giudizio che molti anni 
prima Dante aveva fatto dell'amico suo, citandolo fra i più insigni 
cantori d'amore (De vulg. el. II. ii). Anche i })iù recenti studiosi 
di Cino volsero la loro attenzione esclusivamente alle sue liriche 
d'amore, giungendo ai più opposti giudizi sul valore effettivo 
di questo poeta, il quale meriterebbe finalmente, non solo una 
edizione critica, ma anche una disamina larga e serena. Solo 
in tal modo ne riuscirebbe ben definita quella sua individua- 
lità artistica, che, pur tra gravi difetti e disuguaglianze, si 
afferma spesso in forme vigorose ed originali. 
Un giudi- Questo aspetto interessante e fino ad ora trascurato nella 

Fosljob! figura e nell'opera poetica di Cino non era sfuggito all'occhio 
acuto di Ugo Foscolo, allorquando, in una postilla alle rime 
del pistoiese, avvertiva che questi « inclinava al peccatuccio poe- 
tico di far satire », mentre il Carducci riconobbe che anche 
il Sinibaldi tiene « talvolta della fierezza di quei tempi, di quelle 
parti, di quella gente selvaggia ». 

E veramente anima appassionata e fiera ed altera si di- 
mostrò, pur nell'amore, pur negli scritti giuridici, quella del 
pistoiese; e nella vita attiva, alla quale partecipò volentieri 
e nelle fervide idealità, alle quali lo spingeva la sua natura, 
egli trovò frequenti motivi di contrasto e di reazione, di che 
la manifestazione poetica più spontanea doveva essere la sati- 
rica. Come questa sua indole battagliera, facile agli sfoghi 
d'ira dolorosa e di pessimismo, anche nell'amore per la donna, 
e la passione che spesso là dominava, servono, insieme con le 
condizioni d'una età agitata dalle furie e dall'alterno sover- 
chiare delle fazioni, a spiegarci il suo variare nelle idee e, 
forse più, nei sentimenti e negli atteggiamenti politici, cosi 
c'impediscono di stupirci all'udire fra i suoi canti qualche forte 
accento tutt'altro che d'amore. 
satirica"di H Foscolo, cou le parole testé citate, aveva postillato i due 

^òTesto" sonetti scaml)iatisi fra (Inesto bolognese e Cino (Siete voi, mes- 
boiognese. ggj, (ji^^^ gg j^^y^ ^^ adocchio-Io son colui clw spesso m'inginoc- 



NELLA LIRICA TOSCANA. CINO DA PISTOIA. 197 

chio), oscuri per l'alniso di motti proverbiali e di allusioni inaffer- 
rabili, ma non tanto da non lasciar vedere le punte. Mordace ci 
si dimostra il bolognese, proprio nell'atto di rimproverare la 
mordacità all'avversario; ma più violento, di violenza plebea, 
il pistoiese, che, non pago di dare del monocchio, (monocolo, 
di corta vista, cioè di jxjvero ingegno) ad Onesto, lo assomiglia 

addirittura al più immondo dei quadrupedi (« in sembiante 

Siete de l'animai cli'è cosa lorda »). 

Dal canto suo il Carducci aveva avuto il pensiero al noto Un sonet- 
sonetto: Tnifo ciò che ali7^ui piace, a me disgrada (o, meglio, °-"''-^"- 
Tutto ch'altrui aggrada, a me disgrada) ch'egli riferisce e 
nel quale Gino riesce, per virtù d'impulsi soggettivi, a infon- 
dere nuova vita e una certa originalità al vecchio motivo, da 
lunga pezza sfruttato, deWenueg. 

2. Ma in tutti questi componimenti ed in altri consimili, -•^'fe. 

1 '^ . tenzoni 

come nel battibecco in rima con Guido Cavalcanti e nel so- satiriche. 
netto contro ser Mula e nei due sonetti contro l'Alighieri, ch'io 
credo autenticissimi, ma posteriori alla morte di Dante, il Pi- 
stoiese non s'innalza gran che dalla volgare schiera dei rissosi 
e loquaci rimatori del suo tempo. E sia pure ch'egli nìostri di 
saper maneggiare la penna come una lama e trafiggere. Eccolo: conG.ca- 
al Cavalcanti, chele aveva accusato di plagio dalle sue rime, 
confessa di far volentieri raccolta di « bei motti », ma subito 
dopo con rapidità efficace , gli chiede: « Ma funne mai de' 
vostri a,lcun leggiadro? » (Son. Quai son le cose vostre ch'io vi 
tolgo). Assai meno felice, qu ndo al defunto poeta della Coni- ^^1^®^^^ 
media ed amico egli muove la aeravo accusa d'avere offeso la contio 

. . . \^,, . ? • ,,, 1 Dante 

venta per ispirito d mgmsta partigianeria nell assegnare le pene Alighieri. 
ed i premi (Son. In verità questo lihel di Dante) , o gli fa 
una colpa di non avere introdotto nel suo poema Onesto bolo- 
gnese accanto ad Arnaldo Daniello, cioè accanto al Guinizelli, 
di non aver collocato la sua Selvaggia a tìiinco di Beatrice 
nella gloria dei cieli. 

In compenso, è doveroso rilevare che Gino, con tutti gli 
sfoghi del suo malumore o del suo umore satirico, riconosce, 
senza riserve, di Dante Teccellenza poetica, proclamando che il 
suo « libello » (un diminutivo che non poteva suonare dispregio), 
insigne per arte squisita («con leggiadro e vago consonante ») 
mostrava « Dante signor d'ogni rima ». 

Per fortuna di (3ino, con altri titoli egli seppe affermarsi 
originale e nobile poeta satirico. Anche in questo caso la sa- 



198 



CAPITOLO III. - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 



Nella 
canz. per- 
la morte, 
di Dante. 



tira elevandosi, si ispirò e si nutrì di passione, di verità, d'espe- 
rienze dolorose, non di capricci, o di dispetti o di crucci pas- 
seggeri. 

Dinanzi alle contese rabbiose e sanguinose delle parti che 
laceravano la sua patria per colpa della « selvaggia gente », 
egli, straziato il cuore anche dall'amore infelice, trova accenti 
ora di fiera rampogna, ora d'angoscia accorata, degni dell'Ali- 
ghieri, e invoca, unica liberatrice, la morte (Sì in' ha conquiso 
la selvaggia gente). Invaso da un sentimento d' irresistibile 
pessimismo, deplora amaramente e stimatizza l'oscurarsi d'ogni 
virtù, il trionfare del male in questo mondo, nel quale « al 
bene ogni reame è tolto » , e questo egli scriveva (Son. Dante, 
io non odo in quale albergo suoni) in risposta ad un sonetto 
di Dante, in versi che, pel concetto ispiratore, ricordano, senza 
figurazioni allegoriche, ma anche con tanto minore accensione 
e potenza di sentimento, la dantesca canzone : Tre Donne in- 
foiano al cor mi son venute. 

E la musa e l'amicizia dell'Alighieri non furono senza 
grande efficacia sul Pistoiese. Allorquando Dante moriva imma- 
turamente, egli intonava un epicedio, affettuoso all'amico per- 
duto, ma aspro all'ingrata Firenze, contro la quale adoperava, 
nel commiato minaccioso, non a caso, un'espressione dantesca, 
deprecando da Dio vendetta degna contro « l'iniqua setta » che 
aveva esiliato il suo glorioso concittadino (canz: Su per la 
costa, Amor, de l'alto monte). 

3. Non contro Roma, come fu ripetuto malamente da piìi 
d'uno studioso fino ai giorni nostri, ma contro la Napoli an- 
gioina, degnamente retta dal re da sermone, Gino scagliò una 
fiera canzone, grazie alla quale egli merita un posto singolare 
nella storia della satira nostra. Infatti la canz. Deh! quando 
rivedrò 'l dolce paese è il primo componimento che, oltre ad 
essere per la sostanza, per lo spirito suo, interamente satirico, 
reca, proprio nel contesto e quindi dovuto al poeta medesimo, 
il titolo esplicito di satira, in funzione sostantivale. Probabil- 
mente in quegli anni medesimi, Piero di Dante, nel commiato 
d'una sua Canzone a Dio , si volgeva ad essa cosi « Satira 
mia canzon, vattene al cielo », e un po' pii^i tardi Gano di Lapo 
da Colle, liberava, nel congedo finale, una sua canzone morale 
quasi allo stesso modo: « Satira mia canzon, fa che tu vada ». 
jMa in questi casi satira era una forma aggettivale, che, attri- 
buita a canzone — canzone satirica — aveva il si^nifìcato 



NELLA LIRICA TOSCANA. GINO DA PISTOIA. 199 

morale, in perfetta corrispondenza col carattere dei due 
componimenti. 

Dell'autenticità di questa canzone del Pistoiese non è pos- 
sibile dubitare, a quella g-uisa che, dopo le ricei'clie del De 
Blasiis, non v'ha motivo di dubbio circa la cronologia e l'occa- 
sione di essa. 

(''omposta nella primavera o nell'estate del 1331, allorquando 
da quasi un anno scolastico messer Gino insegnava leggi all'Uni- 
versità di Napoli, essa è un documento storico e psicologico 
di grande valore e insieme un esempio raro di vigorosa poesia 
satirica. Anche il Sinibaldi poteva ripetere per proprio conto 
ììfaclt indignano vers ini. Sebbene ispirata dallo sdegno contro 
i colleghi giuristi e sovrattutto contro i canonisti, che forse 
egli aveva provocati e che sapevano, osteggiandolo, di far cosa 
gradita, in fondo, a re Roberto, essa è tutta un'aspra invettiva, 
che Gino lanciò mentre, impaziente e caldo d'ira, si preparava 
a lasciare la città angioina, coinvolgendo nelle sue violente 
accuse l'intero popolo e il reame napoletano. 

Sono tre strofe soltanto, oltre il breve commiato, dense, 
rapide, vibranti, con efficaci ripercussioni di riraalmezzo, tre 
apostrofi che si seguono e s'incalzano quasi spontaneamente ; 
l'una al dolce paese di Toscana gentile — « gentile », cioè nobile 
e libera — al quale il poeta sospira con accorata nostalgia e 
al quale contrappone, con efficace antitesi, il « regno servile » 
da cui vorrebbe partirsene subito; la seconda, a Virgilio, che 
aveva avuto l'infelice pensiero di venir a finire in luoghi così 
indegni : la terza, alla gente scortese, invidiosa e maliziosa e a 
quella terra infame, che meritere1)be un Nerone od un Totila che 
la distruggessero. Nel commiato Gino invita la sua canzone, « vera 
satira », a spiccarsi a volo, interprete e banditrice verace delle 
vergogne napoletane, pel mondo, narrando che Napoli è una 
sentina, in cui si riversano e accumulano i rifiuti del mare. 

Ma in questa esposizione sommaria che è di necessità sco- 
lorita, la satira ciniana perde quei tratti particolari più carat- 
teristici, che le conferiscono un'efficacia non comune, e più 
gliene dovevano conferire agli occhi dei contemporanei, meglio 
di noi disposti a cogliere il senso riposto e il colorito di certe 
espressioni e di certe allusioni. Tali, il modo perifrastico ond'è 
designato il Regno di Napoli (il « Regno servile che anticamente 
prese, per ragion, nome d'animai si vile », con allusione alla 
perfida ingannatrice Sirena): 1" epiteto di balduina (asinina) 



200 CAPITOLO III. - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

affibbiato alla sua popolazione; l'accenno all'aneddoto leggen- 
dario della mosca di Virgilio mago, probabilmente ancor vivo 
allora fra le plebi napoletane, la sferzata sanguinosa e insieme 
la rappresentazione pittoresca dei cattivi reggitori della città 
e dei canonisti dello Studio, gravi e muti dai loro « seggi » e 
dalle loro cattedre, somiglianti a scimmie « in iscranno », degni 
che su di loro s'avventino a sciami le vespe: 

A punger quei, che, su ne' tocchi stanno; 
Come scimie in iscranno — senza lingua,' 
La qual distingua — pregio o bene alcuno. 

Forte e audace, se dovessimo ammetterlo, il tocco velenoso 
contro re Roberto, degenere, e a noi importante anche come 
un'eco della famosa rampogna dantesca {Paracl., 8, 82-3); bene 
significato, il « crescendo » dell'invettiva in quella invocazione 
feroce a Nerone ed a Totila sterminatori, e nel bando finale 
d'infamia, che squilla aspro nel congedo. 

Secondo^un'attribuzione, accolta anche da recenti editori, 
questa satira sarebbe stata indirizzata dall'autor suo all'Alighieri. 
L'opinione è quant'altra mai cervellotica; ma è certo che, se il 
Poeta della Commedia fosse giunto in tempo per leggerla , 
avrebbe udito con « contenta labbia », « lo suon delle parole 
vere espresse » dal suo degno amico pistoiese. 

^^'fspetto III — Il Petrarca satirico. 

satirico e 
il meno 

raU)^'ner 1- Aucor più disformo, per non dire contrastante al con- 

^'^*''" cetto tradizionale, che tuttora suole aversi del Petrarca, sem- 
brerà forse il parlare di lui, il cantore di Laura, il « buon 
tester degli amorosi detti », come d'un poeta satirico. 

Veramente anche questo aspetto dell'opera sua fu messo 

in luce da lui medesimo con tale una insistenza da sembrare 

i ^noto"aua f^^^^entazione ; ma non potè mai eguagliare la luce onde risplen • 

tradizione dette nei secoli il poeta d'amore, sebbene non isfuggisse ai suoi 

contemporanei ed ai suoi ammiratori, nelle età seguenti, sino 

Fii. Vii- ^^ giorni nostri. Cosi Filippo Villani, pur riferendosi principal- 

^''"'- mente alle « epistolae sine nomine », scrisse che l'Aretino si 

mostrò in esse « raordacissimus insectator » dell' aml)izione e 

cristof. ' dell'avarizia del clero ; e Cristoforo Landino, nella sua vita di 

Landino, jj^^jj^^^^ acconnando a lui, asserì ch'egli « è acerbo nella invet- 

« tiva'e nel riprendere e con quello veemenzia che Alceo per- 

« cuoteva e' tiranni nei suoi versi, lui perseguita i vizi ». 



IL PETRARCA SATIRICO. 



201 



Eppure, come « stato d'animo », questa disposizione satirica 
fu nel Petrarca non meno frequente e forse più intima e sincera 
che quella amorosa, almeno se si deve accogliere la sentenza 
da lui proclamata nel celebre verso: « Chi può dir com'egh 
arde, è'n picciol foco ». E quando si rintraccino le fonti e le 
ragioni psicologiche del fatto, esso ci apparii'à bea chiaro, e ci 
servirà alla sua volta a spiegare i caratteri di questo spirito 
satirico nel Petrarca e i modi e le forme del suo manifestarsi. 

Anche senza ricadere nei « paralleli » di vecchia maniera, 
riuscirà utile l'accostare per questo riguardo e il confron- 
tare per un momento l'Aretino con l'AUghieri, e il concludere 
che è diftìcile immaginare due anime cosi profondamento di- 
verse come quelle dei due poeti. Nulla, nel Petrarca, di quella 
interezza e saldezza morale, di quella forza, di quell'aria di 
magnanimità austera e sdegnosa che traspariscono perfino dal 
volto dell'Alighieri; nulla, di quella potenza eroica nel perse- 
guire per tutto il periodo culminante della sua vita, attraverso 
a dolori, a odi, a strazi ineffabili un altissimo ideale religioso, 
morale e politico. 

Indole entusiastica e buona, nel fondo, il Petrarca, era 
debole, pure sforzandosi di non parer tale, pur confessando di 
tremare ad ogni scoppiar di tuono e di fulmine; delle anime 
buone, ma deboli, aveva tutte le irrequietezze e le contrad- 
dizioni e le reazioni improvvise ed esagerate, un'impressiona- 
bilità grande e una mobilità e mutabilità incessanti di senti- 
menti e di giudizi. Sempre insoddisfatto, d'una incontentabilità 
che aveva le sue ragioni in quel dissidio interiore e in quella 
insanabile malinconia onde ci porsero un'analisi fehce il De 
Sanctis, il Bartoli, il Farinelli, era anche facilmente irri- 
tabile, suscettivo e permaloso. Capace di sospetti, di esalta- 
zioni, di risentimenti, spesso a base di vanità e di sentimen- 
talismo irritati ed offesi, trascorreva, sovrattutto negli sfoghi 
con gli amici, alle rampogne, ai lamenti, alle invettive, ora 
ironico, ora sarcastico, ora beffardo, ora violento d'una vio- 
lenza romorosa, forse più verbale che effettiva. 

A queste tendenze psicologiche la coltura letteraria e 
filosofica che il Petrarca possedeva vasta e molteplice, special- 
mente nel campo classico e scritturale, lungi dal porre un osta- 
colo od un freno, porgeva alimento ed impulsi continui. 

2. Naturale, pertanto, il trovarne tracce frequenti in quasi 
tutte le sue opere, alcune delle quali sono pervase per intero 
e improntate di questo spirito satirico. Pur lasciando in di- 



L'indole 
del l'etr. 
e la sua 
tendenza 
alla 
satira. 



Il Petrarca 
e l'Ali- 
srhieri. 



Qualità 
psicolo- 
giche del 
Petrarca. 



La coltura 
letteraria 
del Petr. 
e le sue 
tendenze 
satiriche. 

Tracce di 
satira 

nelle sue 
opere 
latine. 



202 CAPITOLO ni. - IL TRKCKNTO SATIRICO DOPO DANTE. 

spai'te le scrittiipe propriamente polemiche, nelle quali abbon- 
dano gli elementi e gli atteggiamenti satirici, e con le quali 
il Petrarca precorre gli umanisti veementi e lissosi del sec. XV, 
non abbiamo che a considerare brevemente, fra le sue o[)ere 
minori o latine, il S'icretum, il De vita solitaria, il Buco- 
licum Carmen, le Sine titillo e le Epistole metriche, senza par- 
lare delle altre epistole in prosa. 
Spenta- Ma prima di intraprendere questo rapido esame, gioverà 

"senti-''' ^^^^ alcune avvertenze. Queste disposizioni satiriche dell' Are- 
'"f."5o tino erano cosi sincere e perciò irresistibili, che in casi nei 

satirico _ . i ' 

nel petr. quali egli uou poteva pensare affatto né al pubblico, né ai po- 
steri, né agli amici, vi si abbandonava con una spontaneità 
^s!itirfchi^ caratteristica. Cosi le postille onde venne segnando nei mar- 

nei codici ^^^1 alcuni suoi codici di classici latini, ci permettono di sor- 
dei clas- " ' ^ 

sici. prendere certi spunti di commenti satirici che sorgevano nella 
mente del curioso e glorioso lettore. Scorrendo, ad es., le pagine 
di Quintiliano egli pensava ai genitori troppo indulgenti, ai fri- 
voli imitatori, a certi sedicenti poeti, a certi predicatori, agli 
avvocati avidi e rapaci, ed anche a quei feticisti degli antichi, 
ai quali egli affibbiava senz'altro il titolo di « asini ». Le vite 
della Historia augusta gli porgevano frequenti occasioni di 
pungere i re ingannatori, i corrotti uomini immersi nelle vo- 
uttà, i soldati superbi e viziosi, le milizie mercenarie, i Fran- 
cesi quali fedifraghi; e tutto questo con esclamazioni secche, 
di meraviglia, di sdegno, di dolore, con apostrofi rapide, come 
scatti improvvisi del sentimento ferito. I libri di T. Livio gli 
suggerivano brevi note, calde d*un vivo entusiasmo di roma- 
nità e d'italianità, come quella contro « agli odierni Pontefici e 
Farisei » che usavano dispregiare l'Italia; ed una più curiosa 
ed eloquente gli ispirava la Naturalis Historia. di Plinio. In- 
fatti ad un passo, nel quale lo scrittore latino parla d'un po- 
polo favoloso che si nutriva di profumi, ma moriva per un 
odore troppo forte, il nostro poeta annotava causticamente: 
« Hi male viverent Babilone » ; e più tardi, a chiarire questa 
espressione, soggiungeva: « Babilone: occidua, idest Avinione ». 

Questo, quasi certamente nel 1850. 

Orbene: per quanto mobile e mutabile d'animo e facil- 
mente impressionabile, il Petrarca in presso che tutti i suoi 
scritti che cadono nel periodo fra il 1337 e il '57, dimostrò una 
singolare persistenza e continuità e coerenza in un sentimento 
di forte riprovazione contro le nequizie del Pontificato e del 



IL PETRARCA SATIRICO. 



203 



chiericato e in particolar modo della Corte romana annidatasi 
nella Babilonia avignonese; un sentimento, al quale forniva 
stimoli frequenti il patriottismo romano italiano sempre fer- 
vido nel cuore del Poeta. Quel ventennio segnò per l'Aretino 
un ribollire incessante di spiriti satirici , i cui effetti si pos- 
sono vedere delle opere testé ricordate. 

3. Nel Secretum, scritto assai probabilmente nel 1342, egli 
si considerava costretto a vivere nella città e nella Corte 
d'Avignone, come un naufrago, che solo l'aiuto di Dio poteva 
sah'are da morte, anzi come un infelice cacciato, ancor vi- 
vente, nell'abisso infernale. 

Buona parte dall'operetta De vita solitaria, che è del 
1345, è una efficace antitesi fra la vita semplice, pura, serena 
della solitudine campestre, e quella torbida, dissipata, vergo- 
gnosa della città, che è, si capisce, Avignone. Le abitudini del 
cittadino e del curiale anche cardinalizio affaccendato (occu- 
patus, contrapposto al solitarius, il contemplativo) il Petrarca 
ritrae con minuzia di particolaii cosi fortemente e satirica- 
mente realistici, da disgradarne Giovenale, onde ne esce una 
pittura fosca, truce, senza dubbio esagerata, di orrori e di pu- 
tredine, di tutte le bassezze, le viltà, le .stoltezze umane, non 
escluse la stultitia litterata e quella delle fogge di vestire. 
Gravi accuse risuonano contro gli alti prelati, colpevoli del- 
l'universale decadere della fede cattolica, e contro i principi 
moderni, superbi ma vili; jàù forti di leoni nei talami, ma nel 
campo, più timidi dei cervi. Da queste pagine giunge sovrat- 
tutto ai nostri orecchi il tumulto infernale (tiunulius ille iarta- 
reus) della città pontificia, fatto più odioso pel contrasto con 
Vangelica solitudo della campagna. 

Anche per questo si comprende come il Petrarca volen- 
tieri riprendesse dalla tradizione, dandole un'impronta perso- 
nale ed originale, l'egloga antica, cara, del resto, anche al 
Medio Evo, e con ben altra virtù di poesia e con ben altra 
forza d'individualità morale, la trasformasse in uno strumento 
satirico poderoso. 

Della finzione bucolica egli approfittò come d'una ma- 
schera a carnevale per dire verità amare e per commentarle 
liberamente. Certo la natura stessa di questi componimenti a 
doppio senso {« poematls genus anibiguuìn »J, mentre gli 
rendeva possibile un tale tentativo, lo costringeva a stendere 
sopra di essi un velo d'allegoria più o meno denso, tanto che 



Nello 
opero 
latine 
del Peti-. 
Nei Secre- 
tum. 



Nel De 
vita soli- 
taria. 



Nelle 
Egloghe. 



204 CAPITOLO HI. - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

ili alcuni casi, senza l'aiuto dei vecchi commentatori trecen- 
teschi e le industrie felici dei critici più recenti, non ci sa- 
rebbe concesso di penetrare nel suo pensiero e cogliere le al- 
lusioni ai casi, ai personaggi, alle cozzanti passioni di quel 
tempo. Tuttavia è agevole afferrare il sentimento dominante in 
queste 12 egloghe, che, come si sa, furono composte intorno 
al 1350, ma più tardi ritoccate, accresciute, accomodate alle 
diverse condizioni e alle opportunità degli eventi storici. 

È agevole, anche perchè l'autore medesimo nel Prologo 
alle Epistolae sine titulo manifesta le sue intenzioni di poeta 
battagliero, pur nel Bucolicum carmem. Di fronte allo spet- 
tacolo triste della verità perseguitata dall'odio e ai pericoli 
mortali che minacciano coloro che osano difenderla e procla- 
marla, colpa della malvagità e dei delitti cresciuti fra gli uo- 
mini e della menzogna trionfante nel mondo, egli adempieva 
il dover suo, protetto dall' « ambiguità » e dall' « oscurità » 
della forma pastorale (« obscuritate qiiadam . . . tulus sum »). 
Dichiarazione cosi sincera, che sarebbe ingiusto negare al Pe- 
trarca tutto il merito di questa " prudente , ma onesta e ono- 
revole battaglia. 

Sta il fatto che per entro a quasi cgnuna delle sue egloghe 
circola e freme e scoppia lo spirito della satira, che è es- 
senzialmente politica e anticuriale. Più schiettamente po- 
litica nella II e nella V; quella, riguardante le nefaste vicende 
del Regno di Napoli e le brutte gesta e la Corte della re- 
gina Giovanna; questa, quasi un canto rivoluzionario, nel quale, 
dinanzi alle inani e fratricide contese ilei baroni romani, ca- 
pitanati dai Colonna (Martlus) e dagli Orsini (Apicus), la 
Fama (Fesiiniis) annuncia la lieta novella del più giovane ro- 
mano, Cola di Rienzo, destinato a domare le fiere devastatrici 
di Roma e a sollevarne le sorti, 
vjj^jira D'indole anticuriale, quindi religiosa insieme e politica, 

•*'i""^".n. sono la VI e la VII (che in oriiiine erano una sola, per ag- 

riale nelle \ o ' i D 

egloghe, giunte succossive, sdoppiatasi poi malamente) e la XII. La prima 
di esse, senza confronto, superiore alle altre due , rivela una 
vera originalità di fantasia satirica, nella situazione, nell'uso del- 
l'invettiva, del sarcasmo e dell'ironia, nonché nello svolgi- 
mento del dialoo'O, anzi del contrasto, che ha del drammatico. 
Questo si svolge fra il Vecchio Panrilo (S. Pietro) e Mizione 
pastore (Clemente VI) e bene ritrae l'urto gravissimo, intol- 
lerabile alle coscienze elevate come quella del Petrarca, fra 



IL PETRARCA SATIRICO, 



205 



l'austera idealità della Chiesa punì, apostolica, e la sua abie- 
zione presente. Piij che le acerbissime accuse, sovrattutto di 
simonia, che Panfilo scaglia contro l'altro, insieme col titolo san- 
guinoso di furclfer, hanno un'insolita efficacia satirica i vanti 
coi quali Mizione, credendo di difendersi, aggrava la propria colpa 
con un'inconsapevolezza spaventosa onde scaturisce l'amaraiionia 
e si accresce l'indegnità sua all' altissimo ufficio. Terribile, la 
maledizione lanciata contro Costantino {Corydon byzantius) a 
causa del suo dono fatale. Meno efficace, la VII, (;he s'inizia 
con rincontro fi'a Mizione, rimasto solo, ed Epi, la Curia cor- 
rotta (epicurea) e [irosegue con la lunga e severa, ma pesante 
ed oscui-a rassegna dei caproni, formanti una parte cospicua 
del loro gregge, cioè i cardinali. 

Nella VII il campo della rappresentazione satirica è più 
vasto, dacché essa ci trasporta in mezzo alle lotte fra Pan (il 
re di Francia), tutto hiteso in turpi abbracciamenti con la sua 
concubina, la Curia Avignonese, — evidente derivazione del 
noto episodio dantesco del Paradiso terrestre — e Artico, il 
re d'Inghilterra, vincitore recente a Poitiers. 

Anche qui conviene notare la capacità onde il Petrarca 
ci offre parecchi saggi caratteristici, di venir figurando per via 
d'immagini vive e plastiche e non di rado audaci, i propri sen- 
timenti, si da conciliare, per quanto era possibile, le esigenze 
della finzione bucolica con quelle della realtà storica effetti- 
vamente rappresentata o solo adombrata. 

Non manca in questo ciclo pastorale un documento di sa- 
tira di soggetto letterario, come la IV (Daedalus) , per più 
riguardi notevole, che essa non contiene soltanto l'affermazione 
del divino dono della poesia concesso al Petrarca (Tirr'enus), 
il quale se ne sente superiore al volgo, ma anche racchiude 
un sentimento represso, quasi ribollente, di disprezzo per quei 
miserabili contemporanei che, atteggiandosi a cultori delle Muse, 
si dimostravano indegnamente procaccianti e presuntuosi. 

I « motivi » satirici anticuriali dominanti nel Bucolicum 
Carmen riappaiono in parecchie delle Epistolae metriche, com- 
poste circa il 1350: ma stemperati, spesso, in un lirismo che 
degenera nella retorica tradizionale, nell'enfasi iperbolica, nelle 
formule, nelle frasi fatte. Tali, quelle che formano un gruppo 
anti-avignonese (la 21.*, 22.''' e 23.'' del lib. III). A quando a 
quando acquistano evidenza le amare rampogne contro gl'Ita- 
liani discordi, rissosi, invidiosi, noncuranti della patria, il sen- 



Satira 
politico- 
religiosa. 



Qualità, 
artisti cho 
della rap- 
pi esenta- 

zione 
satirico- 
pastorale 
del Petr. 



Satira di 

soggetto 

letterario. 



La satira 

nelle 
Epislulae 
metriche. 



206 CAPITOLO III. - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

timento italiano che si mescola con l'odio antifrancese, i fieri 
dispregi, lo scherno violento, la pittura paurosa dell'Italia stessa, 
dilaniata dai suoi flg-li , disposti a darsi in braccio allo stra- 
niero [Epist. 3.'"^ del lib. I); dove paiono riecheggiare i noti 
accenti della Canzone all'Italia. 
La sntira Lg Strette attinenze di materia e di atteo-giamenti satirici 

nello ^ *^ 

Epist. fra alcune delle egloghe e delle epistole metriche con le 'èine 
Ululo, titillo, press'a poco sincrone, riuscirebbero evidenti, anche senza 
la confessione fattane dal Petrarca stesso nel citato prologo 
a queste ultime. 
Il prologo. ^*^ scrittore vi dichiara, è vero, d'aver soppresso i nomi dei 

destinatari e certi particolari, per non compromettere quelli e 
sé medesimo, e inoltre per accrescere, con la oscurità e con 
l'incertezza, la curiosità e l'interesse nei lettori. Anzi per con- 
seguire ancor meglio il proprio intento di garantirsi contro 
possibih pericoli, l'autore avverte d'avere ritenuto per sé queste 
epistole impedendone cosi la difi'usione fra il pubblico, e riser- 
vandola ai posteri. In tal modo esse diventavano come il suo 
testamento satirico , uno strumento solenne della sua indi- 
gnatio contro la incUgnitas dei tanti da lui colpiti nella lotta 
per la verità, lotta nella quale egli invocava solo giudice Iddio 
e testimonio il mondo. 

Tradotta in linguaggio povero, questa dichiarazione è tale 
da scemar di molto la portata effettiva di queste scritture epi- 
stolari del Petrarca, da togliere l'illusione che, a primo tratto, 
sorge nell'anima di chi , dinanzi a questo gruppo di epistole 
veementi sino alla temerità, fosse tentato d'immaginarsi l'au- 
tore come un tribuno, infiammato d'eloquenza battagliera e di 
sdegni generosi, in atto di scagliare il suo grido di ribellione 
e d'esecrazione sovrattutto contro la Corte pontificia fornicante 
sulle rive del Rodano ( « Rhodanus rodens omnia » ), contro 
Avignone, la cui vigna rea dà uva amarissima, anzi dà s.ingue 
per vino. . . . Quasi verrebbe il sospetto che quella sua indi- 
gnatio fosse in gran parte un'eco letteraria di quella dell'Aqui- 
nate e fosse quindi uno sdegno a freddo. Sia pure ch'egli si 
lasci andare spesso ad una specie d'esaltazione verbale e che, 
a prevenirne gli effetti pericolosi , abbia preso certe misure 
, più prudenti che eroiche. Ma sarebbe anche qui ingiusto il 
considerare queste epistole soltanto come eloquenti e fra- 
gorose esercitazioni retoriche , il negare che esse fossero il 
fi-utto d' una viva , sincera concitazione che l' autore provò 



IL PETRARCA SATIRICO. 207 

realmente nell* atto Hi scriverle. .\ila stessa guisa egli era 
sincero allorquando (Sme tit. vi e xvii) manifestava il pro- 
posito (li comporre tutta un'opera speciale, destinata a mettere 
in luce le infamie d'Avignone e della Curia pontifìcia. 

Ma il Petrarca ha il cuore volto sempre alla sua Roma 
lontana; per amore d'essa appunto egli guarda torvo e corruc- 
ciato alla citta del Rodano. Perciò, a ben meditarle, in questa 
serie numerosa di epistole finiamo col trovare un'unità ideale 
maggiore di quanto non potrebbe sembrare a primo aspetto. 
Sia che, ardente d'entusiasmo, di speranze, di generose illu- 
sioni, egli scriva ad un « Principe romano » sotto il quale 
mal si nasconde Cola di Rienzo, o al Popolo di Roma, per 
invitarli a proseguire nell'iniziata opera di resurrezione, o parli 
tonando delle vergogne d' Avignone papale, nuovo e peggior 
labirinto, « spelunca latronum, viventium infernus, Babylon 
Rhodani, Babilonia Gallica », mercato infame, dove si vende 
anche Cristo (Ep. X, XII, XV, XYI, XIX, XX), egli pensa 
principalmente di denunziare e colpire quella che. secondo lui, 
era la cagione principale dei mali che opprimevano Roma e 
l'Italia e impedivano loro di risollevarsi. La rovina che ne deriva 
dovunque gli sembra anzi cosi vasta e profonda , eh' egli si 
abbandona talvolta al più sconsolato pessimismo e ripete col 
Satirico latino « omne in praecipiti vicium stetit » e invoca 
dalla Fortuna il ritorno d'un Nerone e d'un Domiziano, le cui 
persecuzioni, più manifeste delle presenti, erano per ciò solo 
meno gravi (Ep. VI). 

Se troppo spesso in queste lettere il Petrarca assume e 
conserva il tono dell'invettiva, dell'apostrofe, della requisitoria 
violenta, irruente, di carattere generico, fra l'oratorio e il lirico, 
a quando a quando egli rivela anche qui quale disposizione 
febee avesse al particolare pittoresco, concreto, alla cai'icatura, 
all' aneddoto caustico , persino alla novelletta satirica , piena 
d'un realismo fra boccaccesco e giovenalesco, all'ironia, all'umo- 
rismo, al frizzo pungente, che s'alternano con gli sfoghi irosi, 
col tono aggressivo ed enfatico (Ep. Vili). 

4. Se anche rimase inadempiuto il suo proposito di scri- 
vere un'opera a parte sulle infamie avignonesi, queste epistole 
possono ai nostri occhi farne le veci, almeno fino a un certo 
punto MegUo ancora, a darci nelle forme nuove dell'arte la 
misura dell' ispirazione satirica del Petrarca durante questo 
periodo, stanno i tre famosi sonetti contro la Babilonia occi- 



208 CAPITOLO II r. - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

dentale. Dopo quanto s'è detto, non recherà la menoma sor- 
presa il vedere il sospiroso e squisito cantore di Laura tra- 
sforniarcisi quasi in fignira d'un profeta, armato di flagello, cioè 
di rampogne roventi, di imprecazioni e di preilizioni minacciose. 
Anzi ci parrebbe inesplicabile, se in questi anni nei quali , in 
un impeto continuato di passione favorito dall'ispirazione let- 
teraria, gli uscivano, proprio ex abundaniia cordis, le egloghe, 
le e])istole metriche e quelle Sine titulo, il Petrarca fosse riu- 
scito a mettere il bavaglio alla sua Musa volgare. 

In realtà i tre sonetti anti-avignonesi offrono V espres- 
sione lirica più alta e insieme la sintesi artistica più felice di 
tutto quel mondo satirico , più particolarmente anticuriale e 
antifrancése che si agita con moti scomposti e confusi nelle 
scritture latine che abbiamo passate in rapida rassegna. Come 
i critici, a partire dal de Sade, dal Foscolo fino al Carducci e 
al Cesareo, al Mascetta-Carracci, hanno dimostrato mediante 
raffronti minuti, quei componimenti latini, sovrattutto alcune 
parti del BucoUcum Carmen e delle Sine titulo , forniscono 
il vero sostrato e il più fedele commento ai sonetti dei quali ci 
accingiamo a parlare: 

— Fiamma dal del su le tue trecce piova. 

— L'avara Babilonia à colmo il sacco. 

— Fontana di dolore, albergo d'ira. 

Questa intima parentela spirituale ed artistica fa pensare anche 
ad una contemporaneità d'origine. 
Cronologia go^ti forse fra il 1345 e il '50 — più probabilmente che 

prohabile ^ ^ 

dei tre verso il 1352-53, come altri vorrebbe — in quegli anni nei 

sonetti 1- -1 IO 

(13J5- quali il Petrarca andava ripetendo per proprio conto con Gio- 
venale, a lui tanto famigliare, « difficile est satiram non seri- 
bere », {Epist. fam. VI. 4, di parecchi anni anteriore al 1351) 
i tre sonetti fortemente satirici si leggono nella prima parte 
del Canzoniere, dove nell' autografo (Vatic. 3195) occupano 
buona parte d'una pagina (e. 31 verso), formando un gruppo 
ben omogeneo incuneato fra una canzone fantastica d'amore e 
un oscuro sonetto, anch'esso ispirato all'amicizia, ma donde geme, 
sommesso, il cruccio del poeta d'esser costretto dalla fortuna 
a volgere i passi « da man manca », verso « Egitto », cioè verso 
un luogo di patimenti e d' oppressione , che forse è tutt' uno 
con la trista Babilonia occidentale (Son. Quanto più disìose). 
Contro di essa appunto, ma apertamente, ostentatamente, 
con voce fatta aspra dall'ira e dal dolore, impetuosa per irre- 



IL PETRARCA SATIKICO. 



209 



sistibile traboccar di passione , sono rivolti i tre sonetti. Il 
primo, Fiamma dal del, è in gran parte un'apostrofe furio:^a, 
che muove diritta, quasi a una seconda pei'sona, a una mala 
femmina dalle treccie sciolte, va a coli)ire la malvagia, la Chiesa 
degenere, l'iniqua Corte pontificia, ed è racchiusa fra duo male- 
dizioni, due imprecazioni terribili, la pi-ima delle quali dovrel)l)e 
precedei'e, come causa efticiente della seconda, se il linguaggio 
della passione e della poesia fosse quello della logica. Che il 
fuoco divino t'incenerisca, o malvagia! Che il puzzo esalante 
dal teatro delle tue infamie })rovochi aitine la nausea e lo sdegno 
di Dio ! Cosi esclama il Poeta, ma non senza offrire anche una 
pittura paurosa dei mali che in Avignone hanno il loro covo 
e delle ultime prove di lussuria che vi si fanno, non senza fare 
una tagliente antitesi fra la Chiesa primitiva, semplice donna, 
povera « nuda al vento e scalza fra gli stecchi », e la presente 
molle femmina lussuriosa, perfida corruttrice. Il secondo f L'a- 
vara Babilonia) riprende immediatamente la mossa finale del 
primo, svolgendo la profezia degli effetti dell'ira divina provo- 
cata dagli eccessi infami dell'Avara Babilonia »; la profezia 
del « novo Soldano », il quale porrà la sua sedia in Baldacco 
(Bagdad) dopo aver distrutta l'empia e superba città, e vi con- 
durrà col bene e con le virtù, una nuova età dell'oro nel mondo. 

Nel terzo (Fontana di dolore) continua furiosa l'invettiva 
diretta contro la « Babilonia falsa e ria » divenuta ormai un 
« inferno di vivi », si che sarà gran miracolo, se Cristo non 
s'adirerà; ritorna l'antitesi fra la povertà originaria della Chiesa 
e la superbia impudente e là condotta meretricia di essa per 
colpa delle mal nate ricchezze procuratele da Costantino , il 
quale, se non potrà contemplare i tristissimi effetti dell'opera 
sua, ne sta scontando il meritato castigo nell'inferno. 

Come si vede, in questi sonetti la violenza della satira an- 
ticuriale è straordinai-ia, onde si capisce che essi vagassero, rag- 
gi'uppati da soli, pei codici e per le stampe e che poi i riformisti 
del sec. XVI se ne giovassero, esultando, come di armi taglienti 
contro Roma papale, fornite loro da un poeta cattolico. Si di- 
rebbe che il Petrai'ca trovandosi preceduto in questo campo da 
tutta una ricca tradizione secolare, a noi ben nota, di prose 
e di versi latini e romanzi,' avesse voluto raggiungere il dia- 
pason, forzando la voce e insistendo tanto su certe note e in 
certo tono fra apocalittico e oratorio, da non poter evitare 
una innegabile monotonia ed un'enfasi esagerata, che talvolta 

Gian. — La Satira. 14 



lì SOD. 

Fiamma 
dal del. 



n sori. 

L'avara 

Babilonia 



n son. 

Fontana 

di 

dolore. 



Violenza 
satirica 
del Petr. 



210 CAPITOLO ni. - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

diventa una specie di spavalderia verbale. Appunto pei' quest'esi- 
stenza d'una tradizione satirica anticuriale cosi lai-gainente dif- 
fusa prima del Petrarca, la quale prendeva di mira gli abusi 
e i danni della Corte pontificia di Roma, sembra fuor di luogo 
il parlare di fonti di questi sonetti e superfluo l'additare riscontri, 
gli uni e le altre più numerosi e calzanti nelle scritture latine 
dello stesso Aretino, da noi prese in esame. Ma se si volesse 
parlare ad ogni costo di influssi diretti che egli risentiva nel- 
l'atto di scrivere questi fieri sonetti, pii^i che a certi ritmi latini 
Efficacia e ai noti ser ventosi del Dugento, dovremmo voljj-erci utilmente 

dei <j / o 

Profeti, alle pagine dei Profeti, e più ancora, alla Commedia di Dante. 
Efficacia Chi Ila Torecchio bene esercitato e insieme una certa fami- 
comnedia'. gliarità col pooiiia dell'Alighieri, s'accorge subito che in questi 
sonetti sono continui gli echi danteschi; si direbbe anzi che il 
Petrarca, nell'espriraere le collere che gli tumultuavano nel- 
l'anima e nel farsi interprete dei sentimenti e dei risentimenti 
suoi propri e d'una parte dell'opinione pubblica contro il Pa- 
pato avignonese, volesse gareggiare con l'Alighieri, 
ggj^i Infatti il primo verso del primo sonetto : « Fiamma dal ciel 

danteschi, gu le tuo trecco piova » discende per diritta linea dal dan- 
tesco : « Giusto giiidicio da le .stelle caggia » Purg., vi, 100) ; 
nell'ultima terzina i vv. « Già non fostù nudrita in piume al rezzo. 
Ma nuda al vento e scalza fra gli stecchi » ricordano quello 
del Paradiso (xxiiv, 40): « Non fu la Sposa di Cristo allevata », 
e l'altro {Parad., xxi, 128) dove son raffigurati i primi apo- 
stoli « magri e scalzi ». Anche il « lezzo » finale che s'in- 
nalza ad ammorbare i cieli, ha riscontro, più che nel « lezzo » 
^eVC Inferno dantesco (x, 136), nel passo dell'invettiva del Pa- 
radiso (xxvii, 25-8), dove S. Pietro rappresenta la Roma di 
papa Bonifacio trasformata in « cloaca del sangue e della 
puzza ». Anche nella Commedia [Parad., xxiii, 134-5) e nelle 
Epistolae di Dante (vii) appariva « Babilonia » come desi- 
gnazione scritturale della vita terrena ; e !'« ii-a » divina, che 
il Poeta attende castigatrice, nel sonetto secondo e nel terzo, 
è quella medesima che Dante aveva invocato nel suo poema 
{Purg., XX, 94-6; Parad., xviii , 121): e quell'avara « Ba- 
bilonia » che ha colmo il sacco D'ira di Dio e di vizi empi e 
, rei », fa pensare alla Firenze dantesca « piena d'invidia si che 
già trabocca il sacco » [Inf. , vi , 50). Il « novo Soldano », 
profetato e minacciato riformatore e vendicatore, ha un'evi- 
dente aria di famiglia col 'S^eltno dantesco, ed è quindi proba- 



IL PETRARCA SATIRICO. 211 

bile che anch'esso fos<e nella mente «lei Poeta un personaggio 
ideale indeterminato, ma laico, imperiale: indeterminato, dico, 
sebbene in un certo luomonto esso potesse apparirgli nelle sem- 
bianze di un Carlo l\. 

La « putta stacciata » , tutta intesa ai suoi « adulteri » 
e alle « mal nate ricchezze ». non ci riesce nuova; ci era 
apparsa, è vero, neìì'Apocallssi, ma ricordiamo anche come 
l'Alighieri l'avesse posta in iscena, nella terril)ile processicene 
del Paradiso terrestre. Impaziente anch'egli nella sua aspetta- 
zione di eventi futuri da lui profetati (il « non già quand'io 
vorrei » del secondo sonetto, v. 7 corrisponde, per citare un 
esempio, al « e S3 già fosse, non saria per tempo » deWInf., ^ 
XXVI, 12), il Petrarca si direbbe prendesse la mosse da Dante 
nel maltrattare Costantino, contro il quale si compiacque di 
rincarar la dose ; che. mentre il primo, dopo averne biasimata 
aspramente la donazione {Inf., xi.x:, 1 15-7) e aver messa in dubbio 
la bontà delle sue intenzioni [Purg., xxxii , P^8) , si risolse 
a salvarlo, forse per uno scrupolo d'indole politica, collocandolo 
nei cieli fra i principi giusti (Paracl., xx, 55-60), egli lo con- 
dannò risolutamente nell'inferno, come fece anche nel Biico- 
llcum carìiien [Eoi., VI). 

Basterebbero dunque questi sonetti a dimostrare la grande 
efficacia — confessata, perchè temuta dal Petrarca — che sul 
nostro Poeta esercitò l'Alighieri ; ma dovrebbero anche servire 
ad evitare certe esagerazioni imperdonabili , qual' è questa di 
chi, accostando al canto dantesco dei simoniaci i tre sonetti 
petrarcheschi, ebbe ad asserirli non meno veementi di quello 
e l'Aretino « non meno grande di Dante ». 

Ciò che s'è detto sull'indole dell'anima e dell'ino-emo del Giudizi 

. o o esagerati 

Petrarca, ci dispensa dal dimostrare quanto diversa e inferiore sui Feti-. 

a ,>o • • 1 ..... satirico. 

per forza vera e per etncacia sia la sua poesia satirica m 
confronto di quella dell'Alighieri e come diversa la loro gran- 
dezza e potenza reale. 

Se altri documenti non avessimo, questi sonetti sarebbero n valore 
sufficienti a sfatare una buona volta per sempre la leggenda, Pelr.^aL 
foraentata dallo stesso Petrarca, circa il dispregio ch'eorli avrebbe "«'/«^,^ ^ 
avuto per la sua produzione volgare, le povere nugellae, umili ^ll^-^^^^^ 
interpreti di leggeri sogni, di pene, di fantasie amorose. Non 
per nulla, invece, egli affidò a queste rime, frementi di bat- 
taglia , le sue più alte idealità morali , religiose e politiche 
e le sue passioni più nobili e pure, le sue collere più generose. 



212 CAPITOLO III. - IL TRECENTO SATIRICO DoPO DANTE. 

Altri docu- 'Ma lo mainfestazioui satiriche del Canzoniei-e non :>l re- 

Tirrci nèV stringono a questo piccolo, per quanto prezioso patrimonio, che 
canzo- j^g forma il nucleo principale. 

mere. _ ^ ^ 

Ai tre sonetti avigiionesi si collegano alcuni forti spunti 

poetici, dove il sentimento satirico guizza e lampeggia. Dalla 

sua Valchiusa, dove s'era rifugiato come ad un porto di salvezza 

dalle tempeste e dagli « errori » di Avignone, il Petrarca aveva 

Il son. De già lauciato il sonetto che incomincia: 

l'emjìia 
Bnbi- 
'"""*• De l'empia Babilonia, ond'é fuggita 

Ogni vergogna, ond'ogni bene è fori, 

Albergo di dolor, madre d'errori, 

Son fuggito io per allungar la vita. 

Una quartina cotesta, che, se il posto assegnatole dal Poeta 
nel codice autografo (e. 24 v.) corrispondesse, almeno appros- 
simativamente, alla cronologia della sua composizione, avrel)be 
preceduto di parecchio tempo, quasi primo squillo di battaglia, 
i tre sonetti contro Avignone. A poca distanza da esso (e. 24 v). 
Il son. e ancora nella prima quartina d'un sonetto d'amore (Se 'l sasso 

Sei snsso. Q^^^i'^, pi^ chiusa questa valle) un'altra nota ostile alla nuova 
Babele; e altrove, qua e ha, lamenti e rinfacci contro « il cieco 
mondo » errante (Canz. aspettata in del), cojitro gli uomini, 
nemici d' ogni virtù e d'ogni studio leggiadro , dediti solo ai 
piaceri del senso, « turba al vii guadagno intesa » (Son. La gola 

Il son. La c 7 soìiuo e l' ozwse piume): contvo gì' « ingegni sordi e lo.schi 

^sonno. Che la strada del cielo hanno smarrita », là in quell'Avignone, 
« nel fango » ove il Poeta si sdegnava di vedere rinchiuso il 
II son. suo « bel tesoro » (son. Cercato sempre ho solitaria vita). 

hoseynpre. Più ancora di queste che erano espressioni sincere di quel 

pessimismo malinconico al quale il Petrarca s' abbandonava 
volentieri, atteggiamenti di quella morbida tristezza nella quale 
amava adagiarsi e quasi posare il suo spirito, attirano l'atten- 
zione nostra i severi richiami , le amare rampogne che gli 
uscivano dalla penna, ogni qualvolta l'argomento toccasse o de- 
stasse la sua passione politica. Se piangerà la morte del suo 

Pistoiesi. * amoroso messer Gino », non si terrà dal innfacciare, rude- 
mente, le loro colpe ai suoi « cittadin perversi » (Son. Pian- 
gete, donne, e con voi pianga Amore). 

L'impresa dello « spirto gentil » riuscirà tanto più meri- 



Satira 
politica 



Nella 



canz. toria e gloriosa, quanto più tristi, per colpa degli uomini, sono 
gentil, le comlizioni di Roma e dell'Italia; «spenta» la virtù, sparita 



canz. 
talia 

m ia . 



11, l'ETRARCA SATIRICO. 213 

nella gente periino l(i vergogna del inalfai-e; l'Italia, insensiliile 
allo proprie sciagure, fatta « vecchia, oziosa e lenta », neghit- 
tosa, immersa nel fango; il mondo, Roma specialmente, fune- 
stati dal « lungo odio civile », i templi, i santuari , divenuti 
quasi spelonche di ladi-oni sacrileghi e luoghi infami , Roma, 
devastata dalie cupidigie e dalle lotte dei baroni violenti, vere 
l)estie feroci « orsi e lupi, leoni, aquile e serpi » (quei mede- 
simi che Cola faceva dipingere in Campidoglio), tutta « nova 
gente oltra misura altera. Irriverente a tanta ed a tal madre ». 
lì pontefice , al quale , più che ad ogni altro , spetterebbe il 
provvedere, come « maggior padi-e », alla salvezza dei propri 
figli, ha ben altre faccende pel capo, là nella sua Avignone ! 
Dopo il lamento, dopo l'invettiva appassionata, ecco l'ironia amara 
e tagliente, tanto più efficace, quanto più insolitamente e quasi 
dantescamente rapida, fulminea, incisiva: 

Che' 1 niagsior padi'e ad altr'opera intende I 

Per la pacificazione delTItalia e quindi ancora contro il xeiia 
lungo « odio civile », contro le discordie intestine, contro i /^o^fn 
cuori (lei principi italiani, indurati e quasi imbarbariti fra le 
armi, ma ribelli, ma avvezzi ad affidar malamente e vilmente 
le loro sorti ai mercenari pioventi dal settentrione, che li in- 
gannano e h opprimono, lancia il poeta la sua più eloquente 
e fervida canzone, ammonendola a dir sua « ragione » cortese- 
mente, dovendo andare « tra gente altera ». Ma si capisce che 
il Petrarca, per fare opera di pace, si sforzava di frenar i propri 
sentimenti e i propri sdegni, i quaìi del resto si manifestano 
abbastanza in questi versi non soltanto contro « la tedesca 
rabbia » e « il furor di lassii » e il « bavarico inganno », ma 
anche contro gli Italiani, le cui « voglie son piene Già del- 
l'usanza pessima ed antica. Del ver sempre nemica». Nemici 
del vero, e quindi fautori della menzogna! E pensare che il 
Poeta invoca Dio perchè gli conceda che il suo « vero », egli 
canta, « Qual io mi sia, per la mia lingua s'oda »; e che la 
sua canzone avventura con mossa dantesca tra i pochi buoni, 
fautori di virtù: 

Tra magnanimi pochi a chi '1 ben piace. 

E non aveva torto; non ora il caso di farsi soverchie 
illusioni, neppure sul « latin sangue gentile » e sull' « antiquo 
valore » superstite negli « italici cori ». Meglio, esortare alla 



214 CAPITOLO III. - IL TRECENTO SATIRICO DOI'O DANTE. 

pace, in quell'età non fatta né per gli ei'oismi, ne pei trionfi 
THonfì. guerreschi. Più tardi, lo stesso Poeta, nei suoi Trionfi poetici, 
dove il suo spirito si dimostra \)\i\ querulo e cruccioso , e il 
suo pessimismo s'infosca e si aggrava, al vedere « un vitto- 
rioso e sommo duce », cioè l'Amore, in sembianza d'un trion- 
fatore romano, avrà rag-ione di meravigliarsene, come d'uno 
spettacolo insolito : 

Io che di gioir di tal vista non .soglio. 
Per Io secol noioso in ch'io mi trovo, 
Voto d'ogni valor, pien d'ogni orgoglio 



Mirai .... 

(Tv. d'Am. I, 16-8). 

Per l'appunto, come molti anni prima un altro poeta, vol- 
gendosi al « buon Apollo », si era lamentato che troppo di 
rado si cogliesse del suo alloro per onorarne imperatori o poeti. 
« Colpa e vergogna delle umane voglie ». 

Ma lo spirito esuberante, insoddisfatto, irrequieto e anche 
artisticamente versatile del Poeta, sembra trovasse volentieri 
occasione di sfoghi satirici perfino nelle piìi umili forme della 
'*neUe" poesia popolaresca, come' in quella della frottola. E tanto più 
frottole, yoientieri doveva trovarle, dacché questo componimento, pel suo 
carattere oscuro ed equivoco, pel suo fare capricciosamente 
sconnesso e, pur nello gnomico, buffonesco e impersonale, gli 
permetteva, come l'egloga e l'epistola anonima, certi ardimenti, 
certe scappate del pensiero e del sentimento che, in condizioni 
diverse, non sarebbero state possibili. 

Ecco qualche saggio più caratteristico tratto dalla frottola 
che è la meglio conosciuta fra quelle attribuite al Petrarca 
(Di rider ho gran voglia). 

Il poeta, che, riprendendo un'idea tradizionale, nella stessa 
espressione che le aveva dato anche 1' Alighieri, aveva fatto 
duri lamenti sul mondo cieco, ora li ripeterà in tono di pro- 
verbio acerbo: 

Certo non pur le talpe — nascon cieche. 

E poco più innanzi, toccando un ben altro tasto, ardita- 
mente: 

Molti ladroni — sedono in l)el seggio. 
Ancora c'è di peggio: 
Che i buon son posti in croce. 
Se io avessi voce — i' parlerei, 
Signor delli dèi, — che fai tu? E' dorme. 



IL PETRARCA SATIRICO. 215 

V'è jioi un verso, alla tino(v. 154), nel (juale seiubi-a con- 
densarsi tutta la piena del pessimismo più amaro, accumulato 
nell'anima del poeta: 

Vii animale é'I cane; — ma l'uom più assai. 

Asju'e note satiriche abbondano anche nell'altra frottola 
7' ììo tanto taciuto, dove l'audacia delle rampogne è solo in 
apparenza temperata dalla t'orma interrogativa che sottentra 
a quella g'iioniica e dalla quale scaturisce, o esplicita o sottin- 
tesa, la risposta. 

Chi guasta o chi conserva — i luoghi santi? 
Son cavalieri o santi — Augusto o'I clero? 

E ancora: 

Vuo' tu vedere coni'io — non m'inganno? 

E vedrai doppio danno : 

E per mare e per terra 

E per pace e per guerra 

Esser i buoni oppressi, 

deserti od obsessi — o morti a strazio, 

Ed ancor non è sazio — il malfattore; 

Il seguace e'I signore — son d'un consiglio. 

E con un crescendo di fiere accuse: 

Di cui son le ricchezze, •. 

Che non son di natura? 

Di chi sforza, o chi fura, — o de' malvagi. 

Le gran potenze e gli agi? 

Di chi non serva legge. 

Chi gode '1 mondo e regge? 

Chi sforza la ragione. 



Sieno esse del Petrarca o d'altri, contemporaneo a lui o 
di poco posteriore, queste frottole ed altre consimili sono, anche 
per la novità della forma, documenti notevoli in questa storia 
della poesia satirica. 

Nella quale l'Aretino, con grande varietà di manifestazioni 
emerge pei suoi atteggiamenti di solito lirici ed oratori, per 
l'impulso dato alla satira che nelle sue mani, anche grazie al- 
l'efficacia dell'esempio dantesco, s'innalza e grandeggia, da re- 
gionale e personale, qual'era nei minori, diventa risolutamente 
italiana, tratta con forza ed originalità le questioni politiche reli- 
giose e morali più ardenti, si fa interprete sincera e talvolta 
iperbolica della irrequietezza, dei disdegni . dei presentimenti 
d'un poeta che, nonostante le sue debolezze, fu uno dei più nobili 
spiriti dell'Italia nostra. 



216 



CAPITOLO IH. - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 



Disposi- 
zione del 
Boc'c. alla 

satira. 



IV 



Il Boccaccio satirico. 



Scarse 
occasioni 
d'eserci- 
tarla, 
durante 
la sua 
giovi- 
nezza. 



Letture 
di satirici 
antichi e 
moderni. 



Nelle rime 
siovanili. 



I sonetti 
bajani. 



Documenti 

satirici 
nell'Amo- 
rosa 
visione. 



1. Non SO di quale altro possa dirsi come di Giovanni Boc- 
caccio, che anima più schietta e semplice e non meno buona 
e nobile del Petrarca, fu da natura dotato d'una speciale vi- 
sione comico-satirica della vita e d'una feUcissima attitudine 
a rappresentarla sinceramente. Ma non in versi, o solo per 
eccezione. D'esercitare questa naturale disposizione dovettero 
mancargli le occasioni durante il periodo dell'avventurosa giovi- 
nezza trascorsa in Napoli, in mezzo a dissipazioni e frivolezze 
e travagli e gioie d'amore, ma anche negli studi o, piuttosto, 
nelle letture affollate di libri antichi e moderni. Fra i primi 
avevano, com'è noto, il posto d'onore Ovidio, Virgilio, Apuleio 
e Stazio e, forse più tardi, Giovenale, fra i secondi, oltre a Dante 
e al Petrarca volgare, il Roman de la Rose e i fableaux e. 
a quanto mi sembra di poter desumere da una sua lettera, un 
poema latino che abbiamo già ricordato fra i documenti più 
notevoli della poesia .satirica antimonastica del Medio Evo, lo 
Speculum stultorum dell'inglese di Nigello Wireker. 

2. Ma se quelli erano pel filosofo certaldese tempi di idillio 
amoroso e studioso a scapito della mercatura dapprima, del di- 
ritto canonico di poi, non erano tempi di satire. Le sue rime 
di quegli anni, copiosissime e quasi per intero andate distrutte 
più tardi, per volere dell'autor loro, erano tutte rime d'amore, 
« juveniles lasciviae », in volgare. Solo, allorquando lo assali- 
ranno le furie della gelosia per la sua Fiammetta infedele, egli 
inA^eirà con violenza appassionata contro quelle piagge di Baia 
che un giorno erano state per lui come un paradiso , ed ora 
erano divenute quasi un inferno ai suoi occhi , un teatro di 
lussurie, donde, cantava egli, forse memore di Marziale, persino 
una [^ucrezia (nonché una Maria!) « — torna Cleopatra al suo 
ostello ». (Son. Se io temo di Baia il cielo e 7 mare); e contro 
quei luoghi ridenti scaglierà le più terribili maledizioni (Son. 
Perir possa il tuo nome Baia e il loco). Ma erano sfoghi 
passeggeri d'un'anima esulcerata dalla passione, che fanno pen- 
sare, più che alle invettive satiriche, alle disperate d'amore. 

Ben altrimenti grave per la forma e per la significazione 
sua è il passo deìV Amorosa visione (Gap. XIV), dove, ispiran- 
dosi evidentemente all'Alighieri, il Boccaccio fingerà di assi- 
stere al Trionfo della Ricchezza fva la folla che si sforza 



IL BOCCACCIO SATIRICO. 217 

bramosa attorno al monte d'oro e d'argento, e di scorgere 
molti ecclesiastici. « gi'an quantità di nuovi Farisei » e un vec- 
chio cupido, in atto di grattai-e « con acuta unghia » il monte 
dell'oro, si che « in molte volte poco ne levava » e lo cac- 
ciava e lo teneva stretto nella borsa tntto per se; e in quel- 
l'uomo ravviserà il padre suo. 

Più tardi l'esempio del Petrarca indusse il Certaldese a Nei buco- 
provarsi anciregli nella buccolica latina, ond'è facile compren- caym7n. 
dere come, ossequente alla tradizione di essa, ci abbia lasciato 
alcune egloghe nelle quali diede esi)ressione satirica ai pi-opi'i 
sentimenti riguardanti fatti e personaggi politici del tempo. 
Anch'egli, fra i soliti viluppi e le gravi nebbie dell'allegoria 
pastorale, con peggio che dubbia coerenza accennò e riprovò 
sdegnoso i tragici casi che avevano funestato la Corte di Napoli, 
le brutte gesta della regina Giovanna, « la fiera lupa » (Ecl. Ili), 
e mise alla gogna il gran Siniscalco, ritraendolo sotto le sem- 
bianze asinine di Mida, schernendolo, il miserabile mercantuzzo 
d'un tempo, per le sue velleità aristocratiche e mecenatesche alle 
quali ben s'adattava quel mediocre verseggiatore e adulatore di 
Zanobi da Strada e facendo balenare contro di lui terribili accuse 
di complicità delittuosa (Ecl. Vili e XVI). Anche in questo con- 
corde col Petrarca, stimatizzò con parole roventi le milizie mer- 
cenarie, « fex virùm », (Ecl. VII) e con accento sincero e vigo- 
roso significò il proprio odio contro la barbarie teutonica, im- 
personata in Circio (Carlo IV imperatore) e i suoi fiorentini 
raffigurò in Bàtraco (un battesimo che è da solo una satira), 
schernendoli come loquaci ed imbelli, frivoli e leggeri nei co- 
stumi morali e nei politici. Né risparmiò gli altri Italiani, pieni 
di vano orgoglio, e Roma, colpevole di trascinare se stessa nel 
fango, prostituendosi ad un tale imperatore e di costringere la 
figlia sua primogenita, Firenze, a seguire l'esempio vergognoso: 
« Impia me coget genitrix intrare lupanar » (Ecl. IX). 

Ma in queste egloghe, alle quali prodigò le fatiche pazienti 
della sua lima, il Boccaccio rimase a grande distanza dal Pe- 
trarca, riuscendo troppo spesso impacciato, stentato, diliatten- 
dosi fra oscurità e durezze di forma e di pensiero. 

3. Altrove la sua vena satiririca sembrerà arricchirsi di pue fonti 
due fonti letterarie a lui predilette fra tutte, Giovenale e Dante, «^'^■''''^he. 

Tracce di derivazioni giovenalesche sono sparse e facil- Giovenale. 
mente riconoscibili in parecchie sue opere; e non a caso l'Aqui- 
nate è menzionato con lode weW Amorosa Visione, fra i poeti 



21 S CAPITOLO III. - II, TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 



Nel 
Corhaccio 



Nel De 
casihus 

viroruin 
illu- 

slriiim. 

Nel D,? 
penealorjia 
Deorum. 



Ispira- 
zione dan- 
tesca. 

Nella 
Vita di 
Dante e 

nel Com- 
mento. 



che partecipano al trionfo della Fama (Gap. V), come, più tardi, 
nel lil). XIV del De Genealogia Deorum (ediz. Hecker, p. 2;ì9), 
insieme con Orazio e con Persio. L'ispirazione giovenalesca è 
specialmente visibile nel Corhaccio, che può considerarsi quasi 
l'applicazione della Satira VI del poeta latino al caso jìerso- 
nale toccato allo scrittore nostro, quello della vedova inj^an- 
natrice: e alla quale, ap])i)nto per T amore fortemente miso- 
ginico che vi serpeggia, si ricollega il De claris mulierihus. 
Non è questo il luogo per trattare del Corhaccio, l'opera 
boccaccesca che ebbe forse la maggior diffusione nel Medio 
Evo, e riconoscere i difetti che vi additarono i critici, la pro- 
lissità, l'esagerata violenza dell'invettiva satirica, a volte cinica, 
grossolana, brutale, che finisce col ricadere sullo stesso scrit- 
tore, due volte schernito, la prima, segretamente, dalla vedova 
fiorentina, la seconda, da se stesso, col pubblico racconto della 
sua avventura disgraziata. Ma è innegabile che certe pagine 
dov'è fatta la caricatura della donna vana, ambiziosa, lussu- 
riosa del Trecento fiorentino e delle sue fogge, con una spon- 
tanea crudezza di realismo, tutto rilievo e colore, sono degne 
per efficacia rappresentativa di chi aveva scritto il Decameron. 
Ricco di tratti satirici, anche d'indole politica contro il Duca 
d'x\tene e contro i Fiorentini che s'erano mostrati dappoco, 
contro papi e principi cattivi, ma anche contro la plebe, è il De 
casihus viroruni illuslrium; e perfino il trattato senile De ge- 
ìiealogia Deorum, grave di dottrina, ma spesso vibrante di 
giovanile entusiasmo, contiene, nei due ultimi libri, il XIV e 
il XV, insieme con digressioni polemiche e sfoghi d'indigna- 
zione alquanto retorica, certe rassegne, felicemente satiriche, 
in forma di ritratti canzonatori dei molti e svariati detrattori 
e nemici, ignoranti, presuntuosi e maligni della poesia e della 
scienza. Fra essi sono presi più specialmente di mira i giu- 
risti, gli avvocati, i falsi filosofi e teologi, e i frati ipocriti. 

4. L'ispirazione dantesca nella satira apparisce evidente a 
chi legga la Vita di Dante e il Commento: Nella Vita, spesso 
il Certaldese, trasportato dal suo ardore generoso, sembra to- 
gliere all'Alighieri il tono dell'invettiva, sovrattutto contro le 
« iniquità fiorentine », rincarando la dose ; nel Commcìiio, non 
solo viene chiosando satiricamente le scene e le figure della 
Commedia o inveisce contro gl'Italiani effeminati, vili, servili, 
scimmiottatoli delle fogge delle « nazioni barbare », contro 
le lascivie femminili, la bestiale intemperanza dei « laici » e 



I sonetti 



nitratori. 



11, BOCCACCIO SATIRICO. 219 

dei « religiosi », ma si compiace di ritrarne, con la penna che 
aveva scritto il Centonovelle , i « moderni giovani », « i costumi 
dei quali avere alquanto morsi non sia loro per avventura di- 
sutile e potrà esser piacevole altrui ». 

Sono dunque vere digressioni e preziosi ricami satirici che 
il commentatore ([q\V Inferno offriva ai suoi concitta lini dalla 
cattedra di S. Stefano in Badia, quasi a far le vendette del 
Poeta morto in esilio. 

Si capisce quindi che non pochi ne rimanessero malcon- 
tenti ed offesi e che qualcuno si facesse, anche in versi ostili 
al Boccaccio, interprete di quei risentimenti. E il Certaldese, 
benché vecchio e malato, anzi ormai con un piede nella fossa 
e costretto a interrompere la sua lettura, non si tenne dal 
rimbeccare gli avversari che lo rimproveravano d'aver quasi pro- 
fanato il divino poema, dandolo in pascolo « al vulgo indegno ». 
I cinque sonetti nei quali egli stemperò la sua risposta, tra- 
discono, nei riguardi dell'arte, una certa stanchezza; ma l'ac- senili dei 

,, . HI- 1 • B. contro 

cento d amaro umorismo ond egli accenna alla sua malattia i suoi de- 
mortale, stringe il cuore; dacché non è vero, come fu detto, 
ch'egli rida. C'è sì il sarcasmo, là dove (Son. Se Dante piange) 
si dichiara pentito di tanta « follia » da lui commessa anche 
per le preghiere degh amici; ma v'é pure l'ingiuria lanciata 
contro i suoi concittadini, indegni « di tal derrate »: 

Questi ingrati, meccanici , niniici 
D'osmi leggiadro e caro adoperare. 

11 povero Boccaccio aveva perduto ormai il segreto e sen- 
tiva disseccata la fonte del riso; era divenuto anch'egli un lau- 
daior temporis adi, s'abbandonava al pessimismo più tetro, ma 
anche nel lamento faceva vibrare l' aspra rampogna, ispirata 
a quelle dantesche. 

Volgendo lo sguardo attorno a sé, scorgeva dovunque de- 
cadenza e rovina; le scuole profanate, la verità, l'onestà, la 
cortesia, la leggiadria, ogni altra virtù, discacciate « dalle vil- 
lane menti », e l'avarizia onorata come « reina » (Son. Apizio 
legge nelle nostre scole). E s'accorava, sino al pianto, vedendo 
caduta nell'abiezione l'Italia, scomparsa ogni virtù e quel valore 
che l'aveva fatta « già donna del mondo », e quasi da tutti 
trascurate le Muse e trionfanti i vizi nel mondo (Son. Fugglfè 
ogni virtù). 

Dante, alla cui grandezza di uomo, di poeta, di scienzato 
egli serbava un culto che aveva dell'idolatria, doveva apparirgli 



220 CAPITOLO in. - IL TRKCKNTO SATIRICO DOPO DANTE. 

come mi profeta fallito, un illuso sul)lime. Che era avvenuto 
dell'annunziata caccia del Veltro liberatore? Solo Dio poteva 
saperlo: 

Ma quanto questo per durar si sia, 
Iddio se '1 sa ch'ad ogni cosa guata. 

(Son. Apisio legge). 

Col nome del Boccaccio e col titolo di Prosopopea di 
poppa di Barile, fu ristampato più volte fino ai ffiorni nostri , il forte 

Danti' già . ^ .^ . . T-> . 7 7 

indebita- scultorio souetto che mcommcia: « Dante Alighieri son. Mi- 
mente 



La Proso- 



al B. 



La satira 
el Deca- 
meron- 



attribuita ìierva oscura », ma la critica ora gliene contende la paternità, 
mancando qualsiasi fondamento di manoscritti a quell'attribu- 
zione. Ed è peccato; perchè quei versi meriterebbero di fre- 
giarsi del grande nome del Certaldese, perchè essi, sovrattutto 
la prima terzina, il rude rinfaccio a Firenze matrigna: 

Fiorenza gloriosa ebbi per madre, 
Anzi matrigna, a me pietoso Aglio, 
Colpa di lingue scellerate e ladre. 

riassumono con efficacia incisiva i sentimenti di lui , che fu 
il pili nobile araldo e difensore dell'Alighieri. 

5. Ma in tutti i documenti che abbiamo passato in ras- 

nei Deca- segna, lo spirito satirico del Boccaccio non si rivela che in modo 
frammentario e per più ragioni manchevole; esso si afferma 
esultante vittorioso soltanto nel Decameron. 

Qui soltanto il Boccacio apparisce lui, libero e sereno nella 
maturità delle sue forze, nella pienezza della fantasia creatrice, 
nella compiuta conquista delie forme adeguate, nella visione in- 
tera della vita, nella padronanza sicura dei mezzi artistici, lungi 
da influssi letterari perturbatori, in tutta l'originalità e la po- 
tenza dell'individualità sua propria, nella cui psicologia la di- 
sposizione satirica s'è visto che aveva una grande parte. In 
un libro come questo, destinato a indagare dello spirito satirico 
italiano essenzialmente le manifestazioni poetiche, non m'è con- 

siione sul- ccsso d'entrare nella grave questione riguardante la natura ed i 
n fhia ^ fini del Decameron, dinanzi alla quale i critici più autorevoli 

*^meroT"' discordauo fra loro. 

Da un canto v'ha chi assegna al Ceìilonovelle un carat- 
tere ed un fine risolutamente e fortemente satirico. Valga per 
tutti i propugnatori di questa opinione il Carducci, secondo il 
quale il Boccaccio fu un « sereno castigatore degli ipocriti » 



Il, BOCCACCIO SATIRICO. 221 

e nel Decameron duiiiiu;i il riso, ma <.< un fiso, elio e un tur- n giudizio 
bine ». il Decameron fu « opera d'opposizione contro il prin- carducci, 
cipio cavalleresco ed ecclesiastico », e « contro cavalieri e frati 
contro i borghesi in parte, il ridicolo, il grottesco, il triviale 
e il sublime... sono in cotesta grande comedia umana del plebeo 
certaldese adoperati come ninno li adoperò dopo Aristofane e 
avanti il Molière ». Il che non toglieva al Certaldese d'avere 
la mente accesa « in un nuovo ideale, l'arte »; non toglieva, 
in altre })arole, che il l^occaccìo avpssp niuho un fine altamente 
estetico, letterario. 

Altri, per contro, considera il JJccayjtcroìi come una pura 
opera d'arte, il primo esempio d'un prodotto artistico, che non 
aveva altro fine che quello di dilettare l'autore e i lettori con la n giudizio 

. del De 

materia e con l'arte ond'era trattata. Cosi appunto il De Sanctis sancus. 
ci ripete con insistenza che il Boccaccio non ebl)e altro scopo 
• •he « di scrivere cose piacevoli e far cosa grata alla donna 
che gliene aveva data commissione », e_i suoi racconti non ebber 
altro scopo che « di far passare il tempo piacevolmente, veri 
mezzani di piacere e d'amore... »: che quello è « un mondo 
comico », dove domina il riso sottentrato all'indignazione di 
Dante, « il riso pel l'iso >\ dove « non ce punto una intenzione 
seria e alta, come correggere i pregiudizi, assalire le istituzioni, 
combattere l'ignoranza, moralizzare, riformare ». 

l']ppure da questo « mondo comico », da questa che il grande 
critico napolitano disse pel primo « commedia umana » op- 
posta alla « divina » di Dante, Felemento satirico è tutt'altro 
che escluso. Tanto è vero, che il De Sanctis stesso si lascia sfug. 
gire una preziosa confessione, dicendo che sopra i due ordini 
di cose e di persone — preti e frati indegni e plebe sciocca 
e superstiziosa con le gesta loro — che rappresenta, facendone 
la caricatura, il Boccaccio « fa sonare la sferza ». Il che equi- 
vale all'ammettere un fine e, più ancora, un effetto eminen- 
temente satirico nel capolavoro boccaccesco, e un allargare 
tanto i confini del « comico » sino a comprenderne anche la 
satira. 

E in verità il Certaldese aveva un bel dichiarare che le sue ^. , . 

Dichiara- 

novelle erano state scritte « per cacciare la malinconia delle fem- zioni fltti- 

//-, , 7 7 1»!/ -^ ^ ^ •■ ■ 2'8 "i®! B. 

mine ». ( LoricUisione dell Autore). Sarebbe un ingenuità troppo e fonti e 

grande il prendere alla lettera queste dichiarazioni ed altre con- "^satidc" 

simili ben note. Sta il fatto che, come l'Alighieri recò alla sua '"«'^■«^^"• 
perfezione ultima, in una sintesi stupenda, la forma delle vi- 



222 CAPITOLO III. - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

sioni medievali d'oltre tomba, così il Boccaccio riprese ed elevò 
alla sua espressione artistica più compiuta ed intera — cioè 
con tutti i suoi elementi più caratteristici adeguati all'indivi- 
dualità sua — la tradizione novellistica dell'Età di mezzo, so- 
vrattutto dei fableaux, a lui derivata con insolita ricchezza e 
e freschezza pel tramite deUa Napoli angioina. E poiché di una 
parte almeno di quella tradizione abbiamo riconosciuto già es- 
sere stato un carattere saliente il satirico, riuscirebbe strano 
ed inesplicabile che questo mancasse proprio al Decamei'on. 
Tanto più strano, dacché esso era pienamente conforme all'in- 
dole e alle abitudini letterarie del Boccaccio, come s'è potuto 
vedere dalla rapida disamina di alcune fra le sue opere mi- 
nori, ed era conforme all'ambiente, in un tempo nel quale la 
satira, sovrattutto quella antifratesca ed antichiesastica, si re- 
spirava nell'aria ed era consacrata da una secolare tradizione 
letteraria, in libri diffusissimi che egli ben conosceva, quali il 
Policraticus di Giovanni di Salisbuiy, del quale parafrasa una 
pagina, e lo Speculum stultorum di Nigello, già ricordato. Che 
se il Boccaccio, ripetendo una frase tradizionale, dirà chiara- 
mente che «Roma., come è oggi coda, cosi già fu capo del 
mondo » (V. 3), non è forse da escludere ch'egli rammentasse i 
versi letti nel poema di Brunello, sulla Corte romana, la quale : 

Del)uit esse caput, sicut origo fuit. 

Sed conversa retro red'it, fideique pudoris 

Immeiiior, in caudati! fecit^ abire caput. 

D'altra parte l'edificante gesta di Masetto da Lamporecchio 
sembra un' esemplificazione , stupenda di evidenza artistica e 
d'efficacia satirica, di ciò che aveva cantato lo stesso Nigello 
delle monache (De monialibiis) , valenti a cantare in coro con 
dolcezza di sirene, ma, in realtà « Corpore serpentes. sirenes 
voce, dracones Pectore », e, peggio ancora: «... quaedam 
steriles et quaedain parturientes , Virgineoque taraen nomine 
cuncta tegunt, Quae pastoralis bacculi dotatur honore, Illa qui- 
dem melius fertiliusque parit ... ». 

Ma il Boccaccio aveva l'occhio, sovrattutto, alla vita, alla 
realtà che lo circondava. 

Si ricordi che allorquando il Boccaccio scrisse al suo ve- 

"dei^pe-'' nerato amico il Petrarca, per confidargli le paure destate nel- 

trarcaaiB. }'animo SUO dalla visita del Ciani e dalle predizioni minacciose 

del beato Petroni, l'Aretino non si tenne dal manifestargli il 



IL BOCCACCIO SATIRICO. 223 

sospetto d'una ciiirmena... delle solite, scrivendo: «Gran cosa 
è questa, purché sia\-ei'a. Ma l'arte di adonestare le imposture 
col velo della relio:ione e della santimonia è frequente ed an- 
tica » (Seuil. 7, 5). O non v'e in queste parole quasi il germe 
d'una novella come quella di ser Ciappelletto o di frate Cipolla? 
!'] chi non ricorda come nell'itinerario di questo geniale truf- 
fatore, sia compresa la « terra di Menzogna », dove molti de' 
nostri frati e d'altre religioni trovò « assai »? 

Ma poi non occorre uscire dal Decaìueron; basta poi-gere Alcune 
l'orecchio attento a certe osservazioni con le quali il nostro cTiduarr-' 
novelliere, a scanso d'equivoci, sembra volesse mettere sul- ^^'onìdei 

!• • • • 1 • T 1 B. nel De- 

I avviso 1 suoi lettori. Basta vedere come nell'Introduzione alla cameron. 
Giornata IV, egli mostri il dente a suoi « morditori » che osa- 
vano mormorare delle sue « favole » e biasimarlo e come li 
stidi a dimostrarne la falsità: « Quegli che queste cose cosi 
« non e sere state dicono (egli scrive) , avrei molto caro che 
« essi recassero gli originali, li quali se a quel che io scrivo 
« discordanti fossero, giusta direi la loro riprensione e d'amendar 
« me stesso m'ingegnerei ». Basta ricordare le parole ch'egli 
mette in bocca a Panfilo, nell'atto di narrare le gesta del prete 
di Varlungo e di Monna Belcolore (Vili. 2): « Belle donne, 
« a me occorre di dire una novelletta contro a coloro li 
« quah continuamente n'offendono senza poter da noi del pari 
« essere offesi, cioè contro ai preti, li quali sopra le nostre 

« mogli hanno bandito la croce E per ciò io intendo rac- 

« contarvi uno amorazzo contadino, più da ridere per la con- 
« clusione che lungo di parole , del quale ancor potrete per 
« frutti cogliere, che a' preti non sia sempre ogni cosa 
« da credere ». 

Potrei ripetere Vccb imo dlsce omnes, estendendo cioè il pen- 
siero boccaccesco da questo caso ai molti altri consimili, nei quali 
la « novelletta » è un'arma micidiale che il Certaldese maneggia 
mirabilmente a compiere le vendette dei « secolari cattivelli » e 
degli altri offesi dall'ingiustizia o dalla malvagità degh indegni 
ministri delle leggi e dell'autorità umane. 

Ma voglio rammentare il passo, tutto aculeato, con cui 
Filostrato prelude alla nov. 5.^^ della Giorn. Vili, sui « rettori 
marchigiani » e sui loro giudici e notai ; e più ancora la Con- 
clusione del Centonovelle , dove non soltanto abbiamo un'eco 
,dantesca a proposito delle « prediche fatte dai frati il più oggi 
piene di motti e di ciancie e d'iscede », ma una conferma espli- 



Impres- 
sioni e 



224 CAPITOLO III. - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

cita (la parte dell'autore che le cose ch'egli aveva scritto dei 
frati, e per le quali era accusato d'avei' « mala lingua e ve- 
lenosa », erano conformi al vero. 

La dichiarazione del novelliere non potrebbe essere più pe- 
rentoria ed è fatta più efficace dal tono d'ironia tagliente ch'egli 
assume: « E chi starà in pensiero che di quelle [donne] ancor 
« non si truovino che diranno che io abbia mala lingua e vele- 
« uosa, per ciò che in alcun luogo scrivo il vero dei frati? 
« A queste che cosi diranno si a^uoI perdonare, per ciò che non 
« è da credere che altra che giusta cagione le muova, per 
« ciò che i frati son buone persone, e fuggono il disagio per 
« l'amor di Dio, e macinano a raccolta e noi ridicono; e se 
« non che di tutti un poco viene del caprino, troppo sarebbe più 
« piacevole il piato loro ». 

Non basta: oltre a quelle accennato dallo stesso Boc- 
caccio, possediamo prove sicure per affermare che i suoi con- 
fòntémpo' temporanei sentivano, insieme col comico, ma distinto da esso, 
dèTn ^^^'^ cospirante con esso, anche questo elemento satirico che 
circola per tutto il possente organismo del Decameron e lo 
pervade ed avviva. E ne provavano un stimolo grande, una com- 
piacenza sincera. Cosi il Mannelli , nei passi del suo codice 
Il famoso, nei quali trovava frati e preti scherniti e puniti, si 
Mannelli. (^[Jettava di chiosarU , egli, uomo di chiesa, nei margini con 
quelle curiose esclamazioni che anche il Foscolo ebbe a rile- 
vare: È pe' chierici. È pure pe' frali. E pur nota il ver de 
frati. Nota pe' frati bugiardi. Nola pe' frati astiosi che 
tutte le donne vorrebhon per loro. Abate ingordo, tu non 
l'avrai! Frati miei indolciati, se avete scudi, sien da voi 
imbracciati ch'or bisogno n'avete. Atnen, e anche peggio ». 
Un ignoto Un altro contemporaneo del Boccaccio, preludendo, in 

lista!" modo curioso, ad un suo florilegio dei ragionamenti e delle 
canzoni del Decameron, ne traeva quasi ispirazione a sfogare • 
il suo umore antifratesco, additando anch' egh alle « valoro- 
sissime donne » alle quali rivolgeva il proprio dire, i pericoli 
che esse correvano avendo a fare coi frati. « Bastino a' re- 
« ligiosi (soggiungeva) le monache e le pinzochere! che, se- 
« condo che dice il maestro delle sentenze, ispiritualmente le 
« monache sono mogli de' frati . . . ^la cosi gli faccia Iddio 
« tristi, com'cglino s'accordano più allo tenq^orale che allo spi- 
« rituale, sicché tosto, secondo la profezia, nascerà Anticristo, 
« egli è nato ». 



FRA I MINORI TRK( ENTISTI. 225 

Il Boccaccio aveva preferito lasciare in pace V Anticristo 
e rappresentarci la sua commedia e ridere e far ridere alle 
spese di molti dei suoi personaggi, appartenenti alle più diverse 
classi sociali. Aveva applicato per proprio conto e secondo il 
suo temperamento artistico, con sincerità mirabile, l'oraziano 
« castigat lidendo mores ». Che, fortunatamente per lui e per 
noi, egli, pur seibando intepfì le disposizioni del suo spirito, 
risentendo in sé gl'influssi dell'ambiente, s'abbandonò tutto al 
suo felicissimo istinto d'artista senza preoccuj)azioni estranee, 
e nell'atto creativo s'obliò tutto nell'opera propria. Così il 
mondo da lui rappresentato e messo in caricatura potè apparire 
una gioconda e innocua « commedia umana », tanta è la se- 
rena obbiettività ond'ei lo ritrasse, tanto egli seppe evitare 
perfino l'ombra della tesi morale e satirica. La satira, la « mo- 
ralità » scaturirono poi, da sé, spontanee irresistibili, da queste 
creature immortali della sua fantasia : e bene se ne accorsero, 
nel Cinquecento, i riformatori cattolici allorquando misero all'In- 
dice il Ccnionovelle non tanto per la sua licenziosità o immo- 
ralità, quanto per la paurosa potenza di quella sua satira, che 
pareva una storia ed era una condanna. 

V. — Fra i minori Trecentisti. 

I. — In Toscana. 

1. La satira politica. — A mano a mano che si procede 
cosi con l'età, e più la schiera dei rimatori, compresi quelli armati 
di frusta, naturalmente, si accresce; non solo perchè si vien 
diffondendo sempre più il gusto e la dignità della poesia vol- 
gare e si fa sentire più viva l'efficacia dei maggiori, ma anche 
perchè appaiono via via men gravi i danni del tempo e degli 
uomini, troppo spesso invidiosi del nostro patrimonio poetico. 

La schiera diviene addirittura ingombrante; e poiché la 
storia delle lettere, per quanto voglia e debba porgere e il- 
lustrare documenti anche di coltura, di idee, di fatti, non può 
diventare una statistica o un inventario o una bibliografia, e 
ancbe nelle sue pagine bisogna evitare gli « assembramenti », 
cosi, nel passare ora in rassegna questi minori satirici del Tre- 
cento , sarà doveroso restringersi ai men peggiori e insieme 
ai più significativi fra essi. Pur dovendo intrattenerci nella 
loro compagnia e aggirarci fra gli umiU poggi scendendo dalle 

Gian. — La Saliva. 15 



Nella 



226 CAPITOLO III - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

altezze che si sono rapidamente esplorate testé, non sarà tempo 
perduto, il nostro. 

Che, se è vero, come abbiamo \eduto, che quanto più ci 
allontaniamo dall'età di Dante, e più vediamo scadere e dis- 
solversi, nell'atto di trasformarsi, quel mondo d'idee, di passioni, 
di condizioni sociali e politiche ond'era uscito il poema divino, è 
anche vero che, in compenso, troviamo una grande lil)ertà e 
schiettezza d'ispirazioni e, pur nell'ossequio a certe forme tra- 
dizionali, una varietà sempre maggiore e un innovarsi di forme 
anche nelle crescenti manifestazioni del sentimento satirico. 
2. Queste qualità si affermano, al solito, e per le ragioni 
'*"^['7\<i''" 8^^ esposte, meglio che negli altri, nel campo della satira po- 
litica e, occorre appena avvertire, con particolare ricchezza 
e fortuna in quella Toscana che continuava ad esser maestra 
alle altre regioni nell'arte del « dire in rima ». 

Riflesso diretto del modo di sentire, di vedere e di giudi- 
care i fatti del giorno , la poesia satirica è naturale che ri- 
tragga anche quel rimpicciolirsi e quel, direi, estenuarsi della 
passione politica dopo gl'impeti quasi selvaggi delle età pre- 
cedenti, quel suo spirituale rinchiudersi entro la cerchia delle 
mure cittadine, perfino allorquando il rimatore ne è tenuto forza- 
tamente lontano dall'ira di parte. 
Pietro de" Co ue offro un esempio caratteristico un notaio lucchese, 
Mete! Pietro de' Fay tinelli, detto Mugnone (m. e. 1349), guelfo ar- 
detto Mu- (^ente, che, giovane ancora, condannato, nel secondo decennio 

gnone (m. ' ' D ' ' 

e. 1319). del Trecento, a viver lontano e miseramente dalla città sua, 
ha sempre l'occhio a questa, ogniqualvolta, nei suoi sonetti, 
ricorda e commenta, mordace, con amarezza dispettosa e non 
senza vivacità e varietà di schietto toscano, avvenimenti e per- 
sonaggi che hanno lasciato tracce imperiture nelle terzine dan- 
tesche. Ma non subito. 

Forse nei primi giorni dell'esilio (i;>14), allorché vide la 

La pnma io \ / 5 

libeiiione patria inesorabilmeiite perduta, sotto il giogo di Uguccione 

caraitore ed a sè riscrbato un avvenire di lutti, nel primo traboccare 

are igiobo. ^^^ (Joloro dcllo sdcguo si lasciò uscir dalle labbra imprecazioni, 

anzi bestemmie cosi orribili, che questo nostro guelfo ci si 

trasforma in figura tra di Vanni Pucci e di piccolo Capaneo, 

in atteggiamento di sfida alla Divinità, come a colpevole di tante 

I i.-oc^.^t. iatture. Infatti i due sonetti Lo non fi lodo. Dio, e non ti 

I (lue sonetti ' 

f",»'"' " (Uìoro e Ercol, Cihclr, Vesta e la Mincrra, Voglio adornare 

lodo, J)io. ' > xJ 

ecc. e ìnnneyar la feda Di quel tortoso Dio, nel quale uom crede, 



FRA I MINORI TRECENTISTI. 227 

sono fra i più audaci componimenti di ([uesto lionei'e che ab- 
bia la nostra letteratura dei [irimi secoli, e bene furono acco- beie. ecc. 
stati al noto sonetto di Cecco Angiolieri S'i fossi fuoco, io 
arderei lo mondo. 

Col tempo il bruciore delle ferite s'andò mitigando nel cuore 
di ser Pietro: e allora il poeta trovò materia di osservazioni 
e di pitture che si capisce dovessero volgere al satirico. 

Ecco, ad esempio, lie Roberto, « il pigro re di Carlo erede, contro re 
Non del valor » (Cfr. anche, per l'espressione, Purgai., VII- 'rAngi'i' 
1 1 8-20), il quale, invece di difendere con le armi i Guelfi to, 
scani, minacciati dall'imperatore Arrigo VII (1312) e già ar- 
tigliati dall'Aquila («.... l'Aquila ha ghermito già San Salvi ») 
se la spassava laggiù, nel suo regno di Napoli, intento, come 
lo dipingeva proprio in quegli anni l'Alighieri, ad assecondare 
il suo istinto tra di frate predicatore e di prete officiante, non 
di re guerriero (« Or sermoneggi, e dica prima e terza », Son. I). 

Ecco i Fiorentini imbelli, pronti non a impugnare le armi ^^ scherno 
per soccorrei'e Lucca occupata ed oppressa da Uguccione della ^.«'. j'„|°/g^". 
Faggiola, ma a pompeggiarsi nelle armature luccicanti, sol- 
dati da parata (Son. Ili: « Voi gite molto arditi a far la mo- 
stra Con elmi e con cimiero inargentate, ecc. ») molto fieri a 
parole, ma, « a guisa di conigli », lesti a rintanarsi al menomo 
pericolo, occupati sovrattutto della loro lana, « e di godere e 
rauuar fiorini ». Perciò , valutandoh secondo la lor moneta 
questi guerrieri-mercanti da burla, ser Pietro cosi chiude da 
buon « feritore » : 

Voi solevate soggiogar Toscana ; 
Or non valete in arme tre fiorini, 
Se non a hen ferir per la quintana. 

I quali tocchi satirici fanno ricordare il bel sonetto, già 
da noi accennato (p. 144), con cui Folgore aveva schernito 
coi suoi dispregi i Pisani. 

Neppure i Reali di Napoli, convenuti a Firenze, ispiravano ^.^^^^ ,; 
fiducia al Mugnone. Troppo gli sembravano, essi coi loro fan- Angioini. 
tori e coi Fiorentini, leggeri, cupidi di denaro, poltroni, in- 
tenti a occhieggiar le donzelle (Son. V). Facile profeta nel pre 
dire la vittoria di Uguccione e la sconfitta dei Guelfi , ser 
Pietro flagella i cupidi e inetti Angioini e ci fa risonare nel 
suo verso le grida di scherno , che dovettero ferire i loro 
orecchi prima della tragica giornata di Montecatini: « Muoia . 



228 CAPITOLO III - II- TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

re Berta, quell'avar treccone! » — e allo stesso re lancia l'accusa 
sanguinosa d'aver mercanteggiato i (nielfi toscani per « empii- 
la Bruna », cioè la famosa torre, dove accumulava il suo de- 
r trui'isa "'^''0 (Son. VII). Ma neppure rispai'mia Pisa, la odiata città 
ghibellina, che per lui diventa « la traditrice lepore marina » 
(Son. VI). 

Ritornato in patria, il Fa3'tinelli diede addio alle Muse e, 
pare, anche alla politica, per dedicarsi tutto ai suoi protocoUi 
notarili. Forse da pochi anni l'Alighieri, coronando gloriosa- 
mente l'edificio del dolce stil novo, aveva compiuto il poema 
in apoteosi della sua Beatrice , quando il rimatore lucchese 
volle provare come avesse sciolta e pungente la lingua contro 
Duesoieiti le douue. In due sonetti (Son. XIII-XIV) riprese e rimaneggiò 
dispiegio non senza vivezza efficace d'imagini ardite, le velenose accuse 
donne, tradizionali, care all'età media, proclamando le figlie d'Eva in- 
superabili tessitrici d'inganni e malvagie. Nessun uomo, comun- 
que sapiente in ogni scienza , può riuscire a conoscer la 
femmina, « tanto ha fallaci e grige le parole » (Son. XIII); 
e nessuna femmina può entrare in paradiso, essendo essa 
«diabolica fattura ». Che .se poche donne fanno eccezione, 
andando lassù, ci vanno « per non lasciar Santa Maria solet- 
ta » ! (Son. XIV). 

3. Tutt'altro spirito del Mugnone ebbe un « grande » fio- 
rentino, un magnate ghibellino che lo precedette nella tomba 
di solo un anno , a quanto pare , vittima della peste famosa 
Matteo ^^^ 1348. Veramente, il Velluti nella sua cronaca ci rappre- 
^'•■ff " senta Matteo Frescobaldi come stravagante nei costumi, ma i 

b.iuli. _ ... 

suoi versi ci rivelano nobiltà di sentimenti, vivo amore per la 
sua città, buone attitudini a quell'arte del dire in rima, che 
era tradizionale nella sua famiglia, 
canzor.. sa- Nclla canzono Cara Fiorenza mia, se l'alto Iddio freme 
^'Fin>e,"za tutto lo sdoguo d'uu aniiiio esulcerato, tutto il cruccio dolo- 
"""■ roso che al poeta procurava l'esser costretto a vivere come esule 
nel seno stesso della patria, e, peggio, ad assistere alla sua 
precipitosa rovina. Più che 1' ironia che altri hanno voluto 
vedere nella mossa iniziale, domina, fin da principio, in 
questi versi l'indignazione e l'amarezza d'un cuore che vor- 
rebbe reagire contro la realtà ineluttabile e si sfoga in ram- 
pogne acri, in lamenti e in singhiozzi, quasi a fatica repressi. 
« Già piango per lo duol che '1 cor ne prende » , egli 
esclama dinanzi al tristo spettacolo che gli offre Firenze, ca- 



FKA 1 MINORI TKKCKNTISTI. V?2'J 

duta COSÌ in basso, perchè ninno dei suoi lij,^li si muove a soc- 
con-erla , ninno « che abbia in se valor, né alcun bene ». 
Dacché proprio i tuoi figli sono a te i nemici i)eggiori e tutti 
crudelmente divisi fra loro e micidiali alla patria, chi ti di- 
fenderà, egli le chiede fra iracondo e angosciato. 

Quando dentro alla porta 

Del tuo liei cerchio ognun fatt'è scherano? 

Tutti, dunque « scherani », cioè violenti malvagi! 

Il dolore e il disgusto s'accrescono nel poeta, quando an- 
ch' egli — come aveva fatto già 1" Alighieri — confronta il 
passato gloriosamente felice di lei con l'abbietto presente. Un 
tempo Firenze orgogliosa e adorna di buoni cittadini, vedeva 
tutti i suoi figli, lontani e vicini, adorare Marzocco; oi-a, invece, 
come è mutata in mala femmina, e come raccoglie dispregi 
{ter (ino dai Saraceni! 

Ora se" meretrice jiublilicata 
In ogni parte, in tin tra' Saracini. 

Queste ed altre verità gravissime che il poeta getta in 
faccia alla sua città, fanno salire il rossore della vergogna 
in volto, alni, fiorentino; ma egli, simile a Dante, vorrebbe che 
« la sentenzia chiara », anche se « molto amara » della sua 
canzone aprisse gh occhi ai pochi « gentili » fra i suoi citta- 
dini, e h inducesse a provvedere alla sua salute. 

4. Ben diversa fu la sorte e più ampia di materia e varia 
di toni, fu l'opera poetica d'un altro « grande » fiorentino, 
Fazio degli liberti, che gli sopravvisse di circa un ventennio. 
Nato nell'esilio, trasse una vita randagia e misera di corte in 
corte, e, sebbene fra tentennamenti e contraddizioni e conces- 
sioni non decorose, dovute alla povertà, serbò fede, in fondo, 
alle tradizioni politiche della sua famiglia gloriosa. Persegui- 
tato da quella che in una canzone, vera dispeì-ata (Canz. Lasso! 
die quando immaginando vegnio), disse la « isfolgorata di for- 
tuna », in ira al mondo, che gh parve « peggio che veleno » 
e « di gran pene ospizio », disposto naturalmente al più nero 
pessimismo, amareggiato dalle vicissitudini della politica ita- 
liana, quest'esule ghibellino si trovò nelle condizioni più favo- 
revoli per diventar un forte ed originale poeta satirico. E vera- 
mente ha vigoria ed impeto fantastico efficace, là dove la passione 
politica prorompe negli a-centi della invettiva e della minaccia 



230 CAPITOLO III - IL TREUHNTO SATIRK» DOPO DANTR. 

riecheggianti il verso dell' Alighieri; sia che, rivolgendosi a 

La canz. Lodovico il Ravaro (Canz. Tanto son volti i del di parte i)i 

Toul"" parte), rievochi la profezia dell'Apocalisse sulla bestia dalle 

dieci corna e ne ti-agga argomento per eccitare l'imperatore 

a compiere l'impresa, movendo contro la Chiesa corrotta e 

corruttrice e lo invochi risuscitatore del « morto ghibellino » 

e vendicatore di Manfredi e Corradino; sia che ci rappresenti 

L;i cMz. ìJ^ visione (Canz, Quella virtù che 'l terzo cielo infonde) Roma 

(jueiui |j^ g_|-^.y ^\[ lamentarsi della sua sorte crudele e d'invocare a 



i-j/-((( 



Firenze 



.i.ameiitj soccorso il SUO vorso inlìamniato, che ridesti gl'Italiani « ad- 
ii Knma ". , IO 

dormentati, D amore inebriati, Delle triste guardiane .... », 
cioè delle fiere passioni devastatrici, la superbia, l'invidia e la 
L:i Canz. avarizia. A questo Lamento di Roma fa riscontro il Lamento 
bene "^71- di Firenze , come si suole intitolare un' altra canzone (« 
sommo bene, o glorioso Iddio »), anch'essa nella forma con- 
suetudinaria della visione prosopopeica. Ma anche qui la que- 
rela appassionata, che sgorga dal cuore gonfio del poeta, di- 
venta subito rampogna violenta , requisitoria tonante , agitata 
tutta di spiriti danteschi, che la stessa città di Firenze av- 
venta contro i suoi figli degeneri, contro le « nove piante » 
(la «gente nova» dell'Alighieri) sorte nel suo «prato» «ch'hanno 
aduggiato i gigli e la buon'erba ». ond'essa pensa con terrore 
a Soddoma e Gomorra e alla sorte che colpi quelle città: 

che se tra color diecie 

giusti ne furon, e qui non v'é un solo, 

e quinci nasce il duolo, 

che fuor degli occhi per lo volto appare. 

Miglior prova, e in forma più risolutamente satirica, fa 
l'esule poeta là dove, ferito a sangue nelle sue più care illu- 
sioni, si sfoga furibondo in figura d'Italia, contro Carlo IV 
La Canz. (Cauz. Di quel possi tu ber che bevve Crasso), « di Luzim- 
possi'ni borgo ignominioso Carlo », che aveva giocato bruttamente gli 
''^càHo'iv."' Italiani. In questi versi, pieni anch'essi di echi danteschi, l'ira 
prevale sul dolore, l'imprecazione contro l' « erro » (Signore) 
tedesco traditore per cupidigia e viltà, sul lamento; incal- 
zante l'una e l'altra nella terza strofa dalla mossa originale 
(« d'Aquisgrana maledetta paglia! ») e nella quarta, con la 
dolente rassegna delle infelici regioni della penisola; e nella 
seguente, nell'ardita apostrofe a Giove, perchè voglia strap- 
pare « il santo uccello » dalle mani di quell'indegno impera- 



FRA I MINORI TRECENTISTI. 231 

tore e « degli altri lurchi moderni germani, Che d'aquila uno 
allocco n'hanno fatto ». 

Fazio si dimostra destro anche nello scoccare i dardi av- 
velenati della satira personale , ma suggerita da ragioni 
politiche non belle , come si vede nei versi , notevoli per la '''"^'"• 
forma di frottola, coi quali colpi, egli, esule fiorentino, Alessio 
Kinucci, ambasciatore di Firenze a Mastino della Scala. 

Peccato che alla pienezza , alla sincerità del sentimento . 
caldo e vigoroso, non corrisponda, agile e ricca, la fantasia, 
e che, anche nei momenti nei quali essa, ispirata ai ricordi 
del poema dantesco , che vedremo tiranneggiare anche nel 
Diltantondo satirico, gli fornisce imagini vive, ne riesca me- 
nomata l'efficacia dalla forma, spesso stentata, dura e faticosa. 

5. I mali ond'era travagliata l'ItaUa, nelle città sue prin- 
cipali come Firenze, spingevano agli sfoghi satirici in rima 
anche coloro che, tra gli affari privati, le mercatanzie e i 
pubblici negozi, avevano l'abitudine di seguire con occhio vi- 
gile i casi della patria loro per tramandarne il ricordo ai po- 
steri: e rendevano pensosi e disposti ai corrucci quelli stessi 
che da natura erano fatti pel vivere tranquillo nell'adempi- 
mento dei loro doveri di buoni cittadini, pel sorriso indulgente 
e bonario e pel gaio novellare. 

Cosi Giovanni Villani, quasi non trovasse sufficienti le pa- 
gine della sua Cronica, pur tanto calde di sdegni nobilissimi, 
volle provarsi a stimatizzare le discordie intestine e gli altri 
malanni di Firenze in un sonetto (Sguardando nel Monton 
Mercurio e Marte) che ha la forma consueta della prosopopea. 
Mediocre sonetto, ma notevole anche per certi tratti che pa- 
iono davvero reminiscenze dantesche, coi quali Firenze stessa 
deplora amaramente il maledetto parteggiare dei suoi citta- 
dini, dovuto alla « nuova progenia » introdottasi nel suo seno, 
cosicché essa non riesce ad aver mai un vero riposo; la mu- 
tabilità delle leggi sue e il fuggirsene, per vergogna, delle 
virtii divenute impotenti. 

Cosi Franco Sacchetti, rimatore inesauribile, ma meglio atto 
alle agili ballatine d'amore e ai sonetti giocosi, lasciò larga 
messe anche di poesie politiche, dove spesso il tono gnomico- 
morale s'accompagna col monito satirico e con lo scherno. La 
qual cosa non ci sorprende come una novità giacché s'è tratti 
subito a ricordare che anche nel Trecentonovelle , libro scritto 
affinchè « tra molti dolori si mescolino alcune risa » e nei 



232 CAPITOI/J III - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

Sermoni ex^angelici egli rivela una spiccata tendenza al mo- 
raletrgiare e a far la voce grossa. Che se in questa produzione 
ispirata dagli avvenimenti politici che commuovono o turbano 
l'anima sua di fiorentino, egli, pur non avendo troppe preten- 
sioni letterarie, sale alquanto sui trampoli e forza un po' la 
voce per richiamar meglio 1' attenzione dei suoi uditori , noi 
riconosciamo, in compenso, che il sentimento è sincero. Quel 
tono quasi di zelante predicatore politico era, in fondo, conforme 
ai procedimenti dei canterini, i futuri « araldi » della Signoria. 

Ne poeta, né pensatore forte od originale, quando, nei suoi 
versi, non i-agioiia o sermoneggia troppo, stemperando il suo 
dire in un prosaismo ingenuo, egli dà saggio di una causticità 
penetrante ed efficace che attinge alla viva parlata del suo 
popolo ; e sempre riesce interprete fedele dei sentimenti, delle 
impressioni, dei giudizi di (|uelli che per lui erano i ben pen- 
santi fra i suoi concittadini; onde queste sue rime acquistano 
un valore storico non piccolo, 
ontioine- Guclfo couviuto, ma più appassionato fiorentino e amatore 
i-^ren/!!'. di libertà. Franco considera come suoi propri i nemici di Fi- 
renze e U perseguita crudelmente nei suoi versi. 

Tre oggetti principali egli ebbe del suo odio, tre bersagli 

contro i quali più volentieri appuntò le saette della sua satira: 

Hime Pisa, la rivale detestata, papa Gregorio XI e il duca di Milano. 

La città ghibellina anche per lui è, come suona il capo- 
verso della « canzone distesa », composta in suo vituperio, la 
La canz. ^"x^lfc supcrbci viziosa 6 folsa. Contro di essa si accanisce 
"""plrba' esultando per le vittoi-ie conseguite dai Fiorentini nel 1362; a 
lei ricorda le « vivande » avute alla Meloria, schernisce l'or- 
goglio ond'essa aveva tentato di rifarsi in terraferma e le rin- 
faccia « Ugolin conte » e le altre vittime innocenti. Nel gergo 
consueto della poesia politica, tra figurato e simbolico, le pre- 
dice maggiori danni futuri e al suo odio fiorentino, veramente 
inumano, quasi eco dell'imprecazione dantesca, dà un'espres- 
sione che ci fa rabbrividire , ammonendola che in Firenze , 
« nell'alta città cara » le discordie, di fronte ad essa, spari- 
scono, che la cittadinanza tutta è concorde a volere la sua totale 
distruzione: 

Ma, tutti in uno animo e talento, 
Vuol ch'ogni nome tuo divenga spento. 

Perfino il nome distrutto! La passiono municipale, che qui 
})rorompe torbida e violenta, s'innalza e purifica nei versi del 



FRA I MINORI TRECENTISTI. 233 

buon (licitole, allorquando egli, invece di fomentare lotte fra- 
tricide, vedendo la patria sua minacciata dalle soperchierie dei Neiia loita 
legati pontifici e dalla tenace iniquità della [ìolitica papale, si curi;I^%i- 
adopra a tutt' uomo per soccorrerla, nei consigli, nelle am- ''''*^ 
bascerie, e coi versi infiammati di sdegno e di altre minacce, 
quasi ardite rappresaglie. 

Spettatore, durante la sua ambascieria a Bologna, degli er- 
rori commessi dalle milizie mercenarie brettoni, trasfuse, come 
l'ingegno gli permetteva, in un sonetto ed in due canzoni, 
tutto l'impeto del sentimento che si sentiva traboccare dal cuore. 
Perciò non dobbiamo stupirci se in lui, pur cosi profondamente 
i-eligioso, sembra sparire la « reverenza delle somme chiavi»; 
ne' dei suoi atteggiamenti di ribelle minaccioso possiamo sor- 
prenderci, solo che pensiamo all'eccitamento degli spiriti an- 
tichiesastici, rinvigorito da un sollevarsi d'entusiasmi nazionali, 
che s'ebbe in Firenze, e in tanta parte d'Italia, durante quel 
memorabile episodio della sua storia fra il 1375 e il 78 che 

11 Sacchetti 

anche nel battesimo rimastogli — la Guerra degli Otto Santi — partecipa 
rivela gli umori audacemente sarcastici dei Fiorentini. Ml(tJerra 

È curioso il vedere come il Sacchetti nella prima canzone '^'sanu!" 
[Ij ultimo giorno veggio che s' apressa) sorga risoluto a in- , ^ canz. 
ihjjffere al pontefice una lezione in piena regola intorno ai suoi ^; "'"»»' 

OG r r o ^ guirno ve<j- 

doveri, dopo avergli dato, senza reticenze, del lupo che infu- ' .ofo. 
riava tra le pecorelle, ribellandosi al « giudicio divino » che 
gli aveva strappato « quel che Cristo non volle » , cioè il 
potere temporale ! E a rincalzo di questa gravissima accusa 
egli invoca la parola di Cristo e l'esempio di S. Pietro, mentre 
gli rinfaccia le piraterie commesse in suo nome contro i Cri- 
stiani , al rinfaccio aggiungendo lo scherno : « bel pescar 
che fai ! Ma non a trote » (vv. 49-52). Memore di Dante , 
egli al sinistro Vicario richiama sovrattutto il dovere di non 
muover guerra ai Cristiani, ma di unire tutta la Cristianità, per 
liberare il Santo Sepolcro che giace in mano ai cani : 

Vicario da man manca. 

Va, guarda dove il tuo Signor fu posto, 

che tra' cani é nascosto 

Un sonetto di Franco reca nel Codice autografo la dida- 
scalia seguente: Sonetto di Franco fatto per la tempesta 
che ehhe in mare papa Gregorio XI quando volle andare n snn. u 
a Roma. Ma la Santa di Siena, che con tanto eroismo d'ajìo- ''"^^V?"'^^' 



234 CAPITOLO III - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

stolato s'era adoperata per quel ritorno, leggendo questi versi, 
avrebbe inorridito come all' udire un' atroce bestemmia. Sta 
il fatto che questo sonetto f« buon Neptun , Idio del- 
l'onde salse ») sarebbe riuscito un capolavoro, se all'audace 
originalità della concezione, fosse stata pari nel poeta la virtù 
dell'esecuzione artistica. Franco ha avuto notizia che il papa, 
imbarcatosi sulle coste di Provenza , è stato sorpreso da una 
fiera tempesta e s'è salvato per miracolo. Egli ha l'aria d'escla- 
mare : Peccato ! Non lo dice esplicitamente, ma lo fa capire 
abbastanza, che volgendosi a Nettuno e ad Eolo e al Mar di 
Lione , osserva loro non senza rimpianto : Come le vostre 
forze avrebbero potuto diventare nostre provvidenziali alleate! 
Nonostante i segni minacciosi dei pianeti, il reo papa fu salvo. 
Perchè? Per un misterioso volere di Dio, onde il mare « ch'ogni 
vii cosa gitta a proda », gettò sulla spiaggia anche lui. Bisogna 
convenire che è un forte e terribile sonetto questo, dettato da 
un odio che giunge sino all'esasperazione selvaggia e sacrilega! 
Più efficace, esso, nella .sua concisione, che non la « Canzone 
La canz. distosa coutro a Papa Gregorio » f« Gregorio pruno se fu 
santo e degno »J, posteriore al 3 febbraio del 1377, nel qual 
giorno avvenne la strage di Cesena. Il rimatore vi passa in 
rassegna i Gregori che precedettero l'undecimo e li trova tutti, 
il primo eccettuato, migliori di lui, che afferma aver superato in 
crudeltà tutti i più sanguinosi tiranni antichi e moderni , da 
Erode fino ad Ezzelino da Romano, come basterebbero ad at- 
testare le stragi da lui o per lui perpetrate, fra le quali quella, 
recentissima, di Cesena. 

Nel commiato infine , con uno straordinario crescendo di 
violenza , il poeta invia la sua canzone a Roma , « a quella 
adulterata seggia », perchè rechi a colui che la vitupera, una 
profezia e un'imprecazione, e lo avverta che, se non si darà 
a pace all' Italia , dovrà perire malamente e finir all' inferno , per 
degno castigo di quelle coIììo che si riassumono nel crudele 
nomignolo assegnatogli : 

E 'n fine, ne l'abisso gire al fondo, 
Chiamato essendo Papa Guastamondo. 



Gregorio 
primo. 



Messi accanto a questi componimenti, che nonostante la 
zoViTp'oTì'ti virulenza loro, oggi ci lasciano freddi, sembrano blande avvi- 
saglio le altre due canzoni politiche di Franco, quella « per lo 



Due cari- 
li poi 
die. 



FRA I MINORI TRKCKNTISTI. 235 

mulo stato di tutta Italia nel 1380 » (« in oijnì parte ilorr j^^ ^^^j 
rirtìi manca »j, dove nou'soiio rispariuiatc « la romana seg'gia » ?'«''"' 
e « la malvagia lupa » e vibra un vivo sentinu'iito (ritalianità. 
e l'altra (« Non mi posso tener più ch'io non dica »), coni- *^^Ó' «e'ie.'' 
posta pei* gli accordi passati fra Urbano V e Carlo IV contro 
Firenze (13G5), dove sono evidenti reminiscenze e persino un 
intero verso inserito di Fazio dej^li liberti. 

Altre derivazioni e ispirazioni specialmente dantesche, a[)- '^^^.^j*"', 
paiono, non inefficaci, nella Canzone distesa dove contro al aemprp 
tirammo di Melano parla quando lef/a contro a lui fu fatta conno Bei- 
per la Chiesa per li Fioreìitini e per certi Signori di Lom- scòrni. 
haìxUa et altri era per fare, quella ben nota agli studiosi, che 
coni. Credi tu sempre, maladetta serpe, che è tutta una fé 
roce invettiva contro IJernabò Visconti, troppo diluita, al solito 
e infarcita d'esemplificazioni , anche classiche , e nella quale 
l'uccisione della « biscia » è predicata necessaria alla pace del 
« bel paese italico » ; la « biscia nimica di ragione umana » , 
come esordisce un sonetto del 1368, scritto quando i Fioren- 
tini perdettero S. Miniato contro il Visconti e l' Aguto. Di Kchi dante- 

, . , , . . , . ., • . 1 • li • scili anche 

echi danteschi ne ricorrono ad ogni pie sospinto anche in altri in altre rime 
oomjìonimenti satirici del Sacchetti, quale, ad esempio, il so- 
netto che gli uscì dalla penna nel 1392, allorché all'annunzio 
della morte violenta del Gambacorti, Signore di Pisa, si senti 
« mordere » d'ira ed «ardere di sdegno» perchè, cantava, «gen- 
tilezza e virtù son nella mota, Ciascun villan di signoria vuol 
segno, E cosi il cerchio uman del ben si vota » (Son. Che può 
tu far più ora, iniquo inondo). 

Ma sempre, sia che s'indigni e reagisca con l'invettiva e 
con lo scherno e declami o derida i nemici della sua città o 
d' Italia, e i mali rappresentanti del papato e dell'impero, il 
buon Franco è ispirato e guidato da quei concetti morali e 
religiosi che abbiamo veduto presiedere a quasi tutte le mani- 
festazioni "dello spirito satirico nell'Età di mezzo. 

Perciò appunto , egli, che vagheggia un ideale 'li pace 
virtuosa e la guerra ammette solo in difesa della libertà e 
della giustizia, e nel "97 compone un ciclo di dodici sonetti in 
lode della pace e in biasimo della guerra , si scaglia senza 
pietà contro quella « gente che voleano guerra » ad ogni costo ^^^^![°^,^ 
(Son. Non sofferi)- , Signor , più, maiida, manda) e invoca ^deiia 
Dio .sterminatore di quella « nimica di vertù, brutta canaglia », "''^"''■ 
Dio « pel suo giudicio che già mai non erra ». 



tuie. 



izfhell'i. 



230 CAPITOLO III - li. TRECENTO SATIRICO DoPO DANTE. 

La canz. Perció nella Canzone (Pieno è il mondo di falsi profeli) 
'moncìo' s< sopra molte e diverse fantasie occorrenti nel i:')78 » mette 
alla ijrounu i « falsi profeti », gli ipocriti trafficanti siiirumana 
credulità, i nuovi astrologhi e le nuove sibille: e altrove sferza 
iison.oF, a a saiiguG Ì frati minori, trafficanti di cose sacre e incapaci 
d'apprezzare i più virtuosi come maestro Fi-ancesco da Empoli, 
teologo (Son. Fra Minori, et o ingrato coro): perciò ancora 
i.e.iueCan- « coiitro alle nuove fogge », e « contro a la portatura delle 
^^uè miovR donne fiorentine » leva la sua voce in due canzoni « sorelle » 
Kioffntim' (« Poca verta, ma fogge et aiti assai » e « Sempre ò avuto 
'''uo.'uam'a l'oglia »), nelle quali, deplorando tanta varietà di vane fogge 
cioiif- tìoren- p tanta scarsezza di virtù nei suoi concittadini uomini e donne, 
dà prova delle sue felici attitudini alla rappresentazione pitto- 
resca e viva del particolare concreto e minuto e all'ai-guzia 
pungente, pur nella consueta loquacità prolissa. Con queste due 
Il son F'- canzoni si raggruppa il colorito sonetto Firenze bella, con- 
fortar ti del^ il quale, con intonazione d'ironia tagliente, ci [lorge 
come un riassunto della prima di esse. « Satira del costume » 
cotesta, senza dubbio, ma strettamente collegata con quella mo- 
rale e politica , e dove anche il Sacchetti , fra le strofi « di- 
stese » sermoneggia, talora a scapito dell'efficacia artistica. 
Non così gli avviene pei saggi, non numerosi, di (|uella che 
Satira per- potrebbe dìrsi satira personale: come nei sonetti nei quali 
malmena , con 1' arme dello scherno e dell' ironia , un certo 
Agnolo , pazzo armeggione (specie nel son. Vadansl a letto 
ormai tutte faccende) e in quello , di sapore burchiellesco , 
contro un frate Zeba « romitano in vesta » (son. Di qiiant'lo 
ebbi tua persoiia a degno) con la risposta di Franco « in figura 
di frate Zeba ». Meglio ancora, dove riprende, fra pungente 
e scherzoso, il motivo tradizionale contro le vecchie, partico- 
larmente caro a lui, autore del noto poemetto burlesco [Guerra 
contro le delle dounc piovani e delle vecchie) , perchè si trova più a 

vecchie. "^ ' ' i i 

SUO agio nella forma breve e svelta della ballata (ball. Di 
diavol vecchia femmina ha natura e Fra il bue, rasino >' 
le pecorelle). 
l'asserar'ei H Sacchetti ci suggerisce il nome d'un contemporaneo e 

concittaiiino, che se nel suo Trecentonovelle (nov. 69'^) ci ap- 
parisce ritratto al vivo , come « quasi barattiere », insupe- 
rabile nell'arte di gabbare il i)rossimo con certo suo giuoco 
« della gherminella », fece tuttavia buona prova di sé anche 
nel maneggiare l'arma della satira personale, ma con richiami 



sonali 



11 motivi> 
satirico bur- 
lesco 



!a (Ihernii- 



non se' IO- 
inr. 



FRA I MINORI TRECI<:XTISTI. 287 

tali e conti'o a tale avversario, da darle un sapore politico. 
Male infatti no incolse a messer Francesco di 1 ietto lirunel- 
leschi per essersi lamentato di certa cena amniaiinitagli da un 
(hiiduccio; che il Passera della Gherminella, il pi'otago- 
nista della novella sacchettiana, nonché accattabrighe irrequieto, 
non s'accontentò di prendere le difese di costui, ma assali l'ab- 
biosamente l'altro in un liero sonetto (« Tu non se' Elior , fìgliuol w «on. in 
del re Priamo »J. Curioso componimento, perchè buona parte 
di esso è formato da una enumerazione di valorosi capitani 
antichi e moderni, tratti dalla storia e dalla leggenda: Kttore, 
Scipione l'Africano, Cesare, Tristano, Almonte, Alard, Guido 
da Montefeltro, Uguccione della Faggiuola e Mainard, che il 
rimatore ha l'aria di gettare in faccia all'avversario, per po- 
terne proclamare ancor più solennemente la dappocaggine e 
la codardia con la forza del contrasto e con un singolare 
rijìcrcotersi di rime dantesche : 

[La] tua persona non vale un grosso di peltro (sic): 
Alle guagnielel Che tu se' più codardo 
Che non é un coniglio a petto un veltro. 

L'ingiuria sanguinosa ribadisce in tono di scherno, insieme 
con un monito minaccioso, nella coda finale - la punta avvele- 
nata , onde il sonetto satirico-burlesco cominciava ormai ad 
armarsi - nella quale è rinfacciato al Brunelleschi, forse ormai 
vecchio ed innocuo , il ricordo amaro della prigionia patita , 
allorché cadde nelle mani di Castruccio, ad Altopascio (1325): 



Però non mi dir mal del cavol di Guiduccio, 
Che del piggior ti fé' mangiar Castruccio. 



Curioso sonetto , dicevamo , anche pei richiami danteschi 
che ci fornisce nei nomi dei personaggi e per 1' eco che vi 
udiamo di due famose rime della Commedia (peltro-veltro). 

Non ad un personaggio storico, ma all'usanza toscana delle 
brigate spenderecce che ancora nel Trecento inoltrato s'adu- 
navano a goder pazzamente il Carnevale, si appunta, pun- un aiir» 
gente, un altro sonetto del Passera, anch'esso caudato: « to'de*ì'pas^' 
voi, Siqnor real, eh' a qran vittoria. Con un'intonazione irò- sera:owi, 

'' -J Signor 

nica che si afferma sin dal primo brutto verso pensatamente '•''■az. 
solenne, vi sono schernite le folh prodigalità di quei certi 
artigiani fiorentini che, pur di sfoggiare da « signori reali » 
da cavalieri durante il carnevale, scialando, armeggiando e 



Adriano de" 



238 CAPITOLO III - IL TRECENTI» SATIRIOO DOrO DANTE. 

giostrando senza averne i mezzi, con denari od ornamenti 
accattati , si riducevano poi in tale miseria, da dover impe- 
gnare le masserizie di casa, persino il letto. 

jjisogna convenire : questo Passera sarà .stato un « i[uasi 
barattiere » , come amò ritrarlo il Sacchetti , ma sapeva 
anche mettere il dito coraggiosamente su certe pia^-he della 
vita fiorentina e parlar chiaro a chi era assai più di lui. 

(vHiesto suo sonetto è un buono, un vivo documento di quella 
poesia schernitrice e castigatrice di dannose costumanze so- 
ciali, che ebbe in Toscana numerosi cultori. 

6. Fra que.sti ci si fa innanzi, pronto e risoluto, Adriano 
de ' Rossi , un amico di Franco Sacchetti, la cui fama è 
Rossi, stata giustamente rinfrescata in questi giorni. Nei suoi sonetti 
— pochi, ma buoni — la poesia giocosa, pur conservando certi 
suoi atteggiamenti esteriori, si solleva e rinvigorisce a dignità 
ed efficacia di poesia satirica vera e propria, la quale, nell'atto 
di riprendere certi temi tradizionali di quella , adempie un 
officio intimamente legato alla vita pubblica di Firenze. 
i\ son. Il Vecchio motivo, senza dubbio, là venalità dei giudici ; ma 
^me"c'navo U souetto ili cui Adriano lo svolge f« Il s(dvaggiume che 
deig*iudie? viene in Fiorenza »J lo rinnova felicemente, tanto che non 
CI riesce difficile lo spiegarci la grande fortuna che esso ebbe 
nei codici. Fortuna meritata; che il rimatore — quasi gareg- 
giando con l'amico Sacchetti, che dopo aver fatta la sua trista 
esperienza come podestà , ne aveva fatto materia d' una sua 
briosa novella (la 77'^) — ci offre in questi versi una rappre- 
sentazione originale di quel « salvaggiume » — lepri, caprioli, 
starne, quaglie, fagiani e capponi — che, ponendosi sulla traccia 
percorsa già dalla gente nuova, dai villani piovuti dal contado, 
affluiva in Firenze a perorarvi le sue « ragioni », cioè quelle 
dei suoi offerenti, presso i corruttibili ministri della giustizia. 
Il sonetto si chiude con un confronto rude e grave, e, anche 
perchè inatteso, efficace, fra la « lealtà » dell'antica Roma e 
l'a'DÌjiezione di Firenze, dove chi è geloso dell'onore proprio 
è spregiato, come un ingenuo, e dove i peggiori invece trion- 
fano: « Ma chi peggio vi fa, quelli è migliore ». Ben diverso, 
questo sonetto da quello che sullo stesso argomento, ma nel 
tono e con la pesantezza d" un predicozzo , ebbe a scrivere 
Pieraccio Tedaldi (Son. O aevocati, o giudici e notavi). 

Veramente a questo buon fiorentino stavano a cuore le 
sorti e r onore della città sua ; ond' era sincero e coraggioso 



FRA I MIN(>RI TRECENTISTI. 239 

;inche quando (Son. Udito n sempre che si vuol teno'e) osava lUon.rd/Vo 
alzar la voce, pacato, ma severo, contro quei suoi concittadini " ^' '"''"''' 
che , col sottrarsi dal pagar le « gravezze » al Comune , in 
occasione di prestiti straordinari per sopperire alle spese di 
guerra, lo costringevano a gettarsi nelle braccia degli usurai, 
e così divenivano complici, < fattori » ; « de' Caorsini a carta 
prestatori ». Più concitato e incalzante là dove (Son. Acqua, 
né foco, né di (jente assedio) rampogna aspramente con echi ii son. ac- 
del Convivio dantesco (IV. 27) e della Cronaca del Villani 9"""^^'"''° 
(XI. 135) i Fiorentini, proclamandoli cosi rei d'inumanità da 
meritare d'esser « tutti profondati, come dannati dello inferno 
in medio », perchè intenti a spogliare « e vedove e pupilli e 
i men possenti » e a vendersi persino fra di loi-o, per cupidigia 
di denaro. 

Come si vede, la semplice I\Iusa di questo modesto rima- 
tore della guelfa Firenze si faceva, in forme non timide di 
satira, interprete della parte più sana dell' opinione pubblica , 
nello sforzo nobile, per quanto vano, di smascherare le ma- 
gagne della vita pubblica in quella democrazia di procaccianti, 
("OSI presto degenerata. 

7. Un altro amico del Sacchetti e del de' Rossi, che si Antonio 
raggruppa degnamente con loro, più fecondo e più vario d'essi, ''"*'°' 
è Antonio Pucci, l'umile campanaio e banditore fiorentino, 
che vuol essere considerato anche da questo aspetto di rima- 
tore propriamente satirico e politico. Beninteso, queste sue rime 
sono pur esse pervase da uno spirito strettamente municipale, on- 
d'egli apparisce banditore del Comune suo anche allorché foggia 
i suoi sonetti pedestri, ma coloriti e succosi. 

Due di questi, ad es. {Ahimé, Comun , come conciar li i.iuesonetti 
veijgio e Se nel mio bene ognun fosse leale), come si accor- '^"^"oHde'i 
dano pienamente con quello , teste esaminato , del de' Rossi comune. 
{Udito ò sempre ecc.), così ci risveglia il ricordo del basso- 
rilievo aretino e dell' affresco di Giotto , citati piii addietro 
(p. 193) e raffiguranti il Comune rubato. Anche questa 
figurazione del Pucci corrispondeva dunque ad una forma tra- 
dizionale, ma riusciva come ravvivata, ispirandosi direttamente 
alla realtà storica e ai sentimenti che essa destava negli 
animi dei buoni fiorentini. I due sonetti, caudati, formano una 
'■oppia indissolubile , a dialogo. Nel primo è il rimatore che 
si rivolge in tono di vivo compianto al vecchio Comune 
cosi crudelmente « conciato » dagli oltramontani, dai vicini e, 



240 CAPITOLO III - IL TRECENTO SATJRICO DOPO DANTE. 

più ancora, dai suoi cittadini, in una gara a chi più lo dan- 
neggi e lo spogli , non esclusi , o forse in prima fila , i suoi 
« governatori ». Nel secondo è racchiusa la risposta messa in 
bocca al Comune, e riesce unadura, tagliente, minacciosa risposta - 
contro i suoi rubatori, destinati ad un inesorabile castigo ; e 
tinisce, severa e accorata, fra il consiglio e la preghiera. 
Ma il disordine per mala cupidigia non regna soltanto nelle 

Rime ami cose del Comune. 11 buon banditore spinge l' occhio curioso 
anche fra le pareti dei numerosi conventi e vede con disgusto 
e con isdegno tutti sviati dalle norme dei loro fondatori , in 
braccio ai vizi e alla corruttela , intesi a godere e a salvar 
solo le apparenze. Il ciclo di sonetti , nei quali egli raccolse 
queste sue impressioni, forma una vera corona. . . di spine pun- 
genti, cioè di forti rampogne contro i Domenicani f< I Fra 
PretUcator non ìuangian carne >), contro i Francescani (^ 1 
Fra m'mor della povera vita ») e « contro i Frati eremitani 
di S. Agostino » (<^ De romitan direbbe meglio il vero, Chi 
li chiamasse frati vagabondi »/ Tema tradizionale anche 
questo della satira antifratesca , è vero , e il lettore ricorda. 
Ma come esso sembra rinfrescarsi sotto la penna facile del 
nostro rimatore ! Il sorriso, evidentemente, s'è spento sulle sue 
labbra e all'amarezza del rinfaccio si mescola un cruccio sincero, 
che si direbbe interpretare quello dei santi fondatori. 
Contro Né il Pucci SÌ comporta diversamente dinanzi ad un altro 

sch"ilvenei spettacolo, cho gli appare come un vero disastro morale per 
ìeh'iave. la sua Fireiize , l'intrusione delle schiave nelle famiglie. 
(Son. Le schiave hanno vantaggio in ciascun atto). Vero è 
ch'egli sembra dapprima atteggiar il suo verso alla beffa; ma 
è in realtà un'ironia acre, che scoppia violenta nell'impreca- 
zione finale, contro il primo importatore di quel reo costume 
in Firenze : 

Uccida la contina 

Qiie' che 'n Firenze prima le condusse, 

Che si può dir che la città distrusse! 

8. Accanto a questa produzione variamente satirica di mo- 
desti dicitori fiorentini — quelli che sogliono designarsi con 
l'epiteto di borghesi — vengono a collocarsi non indegnamente 
.serveniura Ì souctti d'uu uotaio pur fiorentino, ser Ventura Monachi. 
MonaciH. p^^j-^ ^ difficile tuttavia notare come in essi si diffonda una | 

larga vena comica e si riveli una tendenza al fare vivamente pit- [ 
torico : sia che, trovandosi forzatamente in Venezia, sfoghi con i 



I-'RA 1 MINORI TRECENTISTI. 241 

un amico il suo cruccio di \ edorsi costi-etto a vivere in quella 

« terra acquatica *, fra gente strana, tutta intesa a mettere sonetti in 

(Igni cosa in carta e a legiferare e a guadagnare {Son. sdruc- 'venula '^' 

dolo : Giovanni , io son conducto in terra acquatica) ; sia 

che , rispondendo (Son. Tu se' gioioso e me doglia confonde) e di risa 

a un sonetto di Matteo Fi-escobaldi , si lagni del forzato sog- 

iriorno in Pisa « . . , . sotto le gronde Delle volpine sottrattose 

belve » C! ritragga le brutte e intrattabili donne pisane con 

pennellate felici : 

Ma talpe sonci gialle et iraconde 

Con lor mantelli a onde, 

Che mai da lor salute non si svelve. 

Per fortuna, altri rimatori di Toscana, in quegli stessi anni, 
tendevano coi loro versi ad una mira più alta e più degna 
che non fossero queste basse ire, queste piccole miserie; si mo- 
stravano colpiti e dolenti dei gravi mali che travagliavano 
l'Italia e la Chiesa e ne levavano voci non timide di biasimo, 
di protesta, di sdegno. 

Cosi Braccio Bracci, l'ammiratore e corrispondente poetico Braccio 
del Petrarca, ch'egli (Son. tesorier, che 7 bel tesor d' Omero), 
aveva proclamato il solo che « in questo italian terreno » por- 
tasse « corona di poeta vero », dinanzi allo spettacolo dello 
scisma che lacerava la Cristianità, aveva innalzato i suoi « ser- contro io 
moni » veramente « duri e gravi » a Dio (Son. El tempio 
tuo, che tu edificasti) perchè volesse tina,lmente far cessare 
tanta iattura e tanto scandalo di due pastori contendentisi una 
podestà non avuta dall'alto. Nella impazienza del suo doloroso 
stupore, il poeta ardiva porre al Padre Eterno la questione in 
una forma , sotto la quale sembra covare , come represso a 
.stento, lo scherno del fiorentino canzonatore : 

E se "1 manto di Pietro fia diviso, 
Così divider vorran poi le chiavi, 
Si che non s'aprirà più il paradiso 

Arditi accenti , egli stesso riconosceva , se non fosse l'ur- 
genza di togliere tanta vergogna , che avi'ebbe finito col dar 
materia di riso ai dannati : 

E qui questi sermon son duri e gravi, 
Ma nell'inlerno si farà gran riso, 
Se questa pestilenzia tu non lavi. 
Cian. — La Salirà. 16 



Bracci 



scisma. 



242 CAPITOLO IH - IL TRECENTO SATIRICO Dopo DANTE. 

Il sor. Più forte ancora la voce con cui il Hracci rivolffeva al 

guastare pontellce (Son. Deh non guasiat'e il popol crisi? ano) , come 
a guastatore della Cristianità, l'invito, reciso e risoluto, con tono 
e accento danteschi, di tenersi solo alla mitra e al pastorale, di 
lasciare ad altri la spada, di rileggere il Vangelo per appren- 
dervi il dover suo di predicare la pace, di smettere la guerra 
e la « resia » fra Cristiani. Chiudeva , ancora danteggiando 
audacemente : 

Questo i^^iardia che guasti, fu di Pietro, 
Che ci mostrò la via di no.stra fede, 
Ch'anco riluce più che nessun vetro. 

Certo la mente tua qui poco vede, 
Po' eh 'è occupata di nuvol tetro, 
Che di fare alcun ben non ti concede. 

Però, come Naaman, fa' che ti lavi, 
Acciò che di tal lebbra tu ti sgravi. 

E si sa come il Medio Evo trattava i lebbrosi ! 

9. Altri nella stessa Toscana, più curanti delle sorti poli- 
tiche d'Italia, usavano lo stesso tono, fra minaccioso e irri- 
verente beffardo all' indirizzo di principi e città. Quando li 
ispirava il patriottismo offeso od irritato (e sia pure il solito 
patriottismo municipale) quei versi acquistavano una vivacità, 
un'asprezza efficace e una virtù, direi, penetrativa, che qua.si 
ci compensano delle loro manchevolezze artistiche. Le rime 

I (Ine sonetti ridiventano utili armi di guerra. Tali, ad esempio, nelle mani 
TedaÌdrcoJi° ^^ Pieraccio Tedaldi, il nobile fiorentino di parte ghibellina, 
tro Mastino cho lascia per un momento i detti sollazzevoli e con due so- 

rtella Scala. ^ 

netti (XIII, XIV) ammonisce, schernendo e ghignando, Mastino 
scaligero il quale, di contro alla potenza di Firenze e diVenezia 
insieme alleate, incomincia a cader dalla Scala, si ch'egli lo vede 
« con la coda tra gambe già fuggire ». Parimente al legato 
Un sonetto ^^ Bologua, « il prete di Catorsa », consiglia beffardamente di 
*'a'to'^di''B^*' fuggirsene, prima che gli tocchi « villan commiato » (Son. XXV). 
legna. jSJon raro il caso d' un palleggio d'ingiurie e d'accuse ri- 

mate fra una città e l'altra di quella rissosa famiglia italiana. 
litiche. Così, allorché il sanese Salomone de' Piccolo mini, detto 

II Sacchetti il Ciscranna, compose, per la guerra di Pisa (1362-65) un 
'^"scranu:^'' sonotto coutro Ì Fiorentini, si buscò un fiero rabbuffo in rima 

e per le rime di Franco Sacchetti. 

Quelle passioni politiche erano cosi accese e tanta era l'im- 
portanza che si annetteva a queste armi poetiche , che ve- 



FRA I MINORI trp:centisti. 243 

diamo un autorevole cancelliere , nonché insigne umanista e 
spregiatore del volgare, come Coluccio Salutati, intervenire coiucdo sa- 
nel grave duello impegnato fra la sua Firenze e Gian Galeazzo ''(liaò u"-"^" 
Visconti, e contro il minaccioso tiranno di Lombardia lanciare '"'sconti '' 
un fiero sonetto caudato (<^ scacciato dal del da Micael ») „ 

.' . ^ Il suo son. 

che con le « aspre e chioccie » rime tronche sembra martel- o scucciato 
lare contro l'odiato nemico tutta una serie d'imprecazioni, 
un vero anatema in versi. 

L'impressione ne dovette essere grandissima ; fatto sta che 
è sterminato il numero dei codici che ci recano trascritto il 
bizzarro componimento e che il Duca di Milano sembra sentisse 
il bisogno di far rintuzzare l'assalto poetico, valendosi (assicurano 
alcuni manoscritti) delTopera del suo cancelliere Antonio Loschi. La risposta 
Ma nello sforzo disperato che l'umanista vicentino fa per ri- Ani! "òschi 
spendere alle rime indiavolate dell'avversario, v'è del grottesco 

palrti. 



(Son. « Cleopatra, o madre d'Ismael •»). " '^^^°' 



E sono, senza dubbio, reati in versi; non erano però tali 
pei contemporanei, in quello scorcio del secolo, allora quando 
la figura del Conte di ^'irtù suscitava tanti odi rabbiosi e tanti 
folli entusiasmi. Delle passioni scatenatesi in quell' agitato 
periodo politico sono documenti storici preziosi i due sonetti, 
documenti, a quanto pare, di satira politica officiale. 



Satira ynomico-morale. 

1. Già nell'esaminare rapidamente la produzione di satira 
politica abbiamo notato in essa una tendenza al fare senten- lendenze 
zioso, al moraleggiare sugli avvenimenti e sui personaggi presi neUa"satìra 
di mira, un frequente richiamarsi a quei principi etici e p^.. '^«'*^<=-^'^- 
ligiosi, ai quali in quelle coscienze tutto quel mondo politico, la 
vita tutta quanta era intimamente legata. 

Ma v' è un gruppo , abbastanza copioso , di rimatori o di Gruppo di 
componimenti, nei quah questa tendenza appare così insistente gnòmrco- 
da riuscire addirittura predominante e caratteristica ; onde gio- «^«"•'C' 
vera a noi passare in rassegna alcuni almeno di questi prodotti 
poetici, nei quali, se la nota satirica sembra di tanto indebo- 
lirsi, di quanto s' afferma il sentimento morale o religioso in 
forma gnomica od epigrammatica, essa non è perciò meno sin- 
cera. Certo l'espressione artistica è, salvo eccezioni, meno ef- 
ficace, perchè a quella tendenza del pensiero e del sentimento 



La frottola 
gnoiuico-sa- 



244 CAPITOLO III - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

ne coiTisponde un' altra , nella forma letteraria, la tendenza 
all'astrazione e al ragionamento, due grandi nemici della 
poesia. 

Naturalmente, in questa indagine c'iml)attiamo di nuovo in 
Kninco noiiii a uoì già noti, ad esempio, in quHllo di Franco Sacchetti, 
Sacchetti, .j ^^_^.^ novellatore , che quasi sempre nasconde sotto la sua 
gaiezza una seria moralità e che sotto le a])parenze modeste, 
d'uomo « discolo e grosso », manifesta una nobiltà e levatura 
grande di sentimenti. La varia e lunga esperienza svolse e ali- 
mentò in lui quel concetto pessimistico della vita che era nel 
fondo della sua coscienza di fervido credente; e questo concetto 
egli espresse in particolar modo e con intenzione palese in quella 
forma nuova della fy^ottola, della cui fortuna nel Trecento ba- 
sterebbe a dare eloquente attestazione l'esempio, già rilevato, 
del Petrarca (pp. 214 seg.). 

Di questo componimento, di .solito prolisso, costituito da una 
serie di motti, spesso satirico-morali, più o meno slegati, nel 
repentino trapassare dall'uno all'altro, il Sacchetti ci ha la- 
sciato alcuni saggi specialmente notevoli per noi. 
^'dìrcio'm.^ Nella frottola Chi drleto va i vari pensieri che la costi- 
tuiscono , sono svolti a gruppetti di più versetti monorimi , e 
hanno talora un forte sapore di satira. Per esempio, in uno si 
accenna ad « un fìer tiranno », al quale si rinfaccia l'esempio 
di Nerone, degnamente castigato; ma non sempre le allusioni 
sono cosi generiche. Una ve n'ha fatta in tono di scherno h 
insieme di monito, chiarissima, che ci risveglia il ricordo d'un 
personaggio allora abbastanza recente, quel (ìaleazzo Visconti, 
che, deposto nel 1327 da Lodovico il Bavaro, era morto l'anno 
dopo nel contado di Poscia: 

de' che bel salto 

die inesser Galasso! 

E non tu sasso 

che '1 fé venir in basso 

né papavero ! 

ben Io lasciò il Bavero 

col buccio, 

sì che Castruccio 

appena col capuccio 

a soldo gì unse ; 

ma febre il pupse 

dove il le' (ievole, 

i' dico in Valdinievolc; 

Mori perch'a Dio lìiacque. 



FRA I MINORI TRECENTISTI. 245 

In un altro passo si sente l'autore delle due canzoni sulle 
fogge, il censore beffardo del costume feiuiiiinile: 

Chi à bella figlia 

s'assottiglia 

in poca dota 

e conciala con liscio o non con mota. 

2. Un carattere più schiettamente morale e sociale ha TaUra La fiott r, 
frottola mondo immondo, alla quale l'autore appose questo '"^„'",'",ó"' 
titolo: « Sopra le nuove disposizioni del mondo mutate al male ». 

E infatti egli, riprendendo il tema, essenzialmente medievale, 
della satira degli stati del mondo, ci offre una rassegna delle Rasse-na 
più diverse classi, nessuna delle quah è risparmiata, a comin- ^vaHlf'èf.^jl;' 
ciare da chi sta sul seggio di San Pietro, e sul trono imperiale, **"«'-''' 
caduti tanto in basso, via via fino ai grandi prelati, ai « Co- 
muni e chi li regge », ai cavalieri, agli artefici, ai giudici, ai 
mercanti, e, manco dire, sino al « sesso femminile ». 

Strettamente collegata con questa è un'altra frottola 01! u, {^m. 
OH oììwi! omeil, dove Franco deplora con rampogne ispirate ^^'' ^'■ 
da un pessimismo presso che ascetico, l'universale ruina che 
travolge gli uomini; mentre in un altro, lunghissimo coiujio- 
nimento, di ben quattrocento versi (distici di endecasillabi) e 
in forma di sentenze, tratta sovra ttutto delle maledette discordie 
che dilaniano e sviano i cittadini , per colpa principalmente 
dell'Avarizia. 

Si capisce che il buon Sacchetti di queste rime si serviva 
solo per sé e pei suoi più intimi (una di esse, la frott. Chi 
divieto va^ è, nel congedo inviata a Pescione, l'amico rimatore, 
da lui messo in novella) a sfogare l'amarezza che lo invadeva; 
giacché non é da credere ch'egli s'illudesse d'ottener qualche 
effetto salutare con queste sue ingenue lungagnate. 

3. Non cosi il senese B in do Bonic hi, che, uscito dalla "-e- , 
nerazione alla quale appartenne d'Alighieri, gli sopravvisse di (.'nomico 
più anni (m. 1338). Dalla schiera dei minori toscani, cultori di Bin.io no- 
questa forma gnomico-satirica, egli si solleva veramente, e 

per la copia e per la qualità della produzione sua. 

Rivela una schiettezza non comune e una vivacità grande 
di atteggiamenti stilistici, che corrispondono ad una vera pienezza 
e varietà di sentimenti e di giudizi. Non letterato di profes- 
sione, dedito anzi agli affari, esperto di pubblici negozi, le sue 
impressioni e osservazioni, attinte non ai libri, ma direttamente 



246 CAPITOLO IJl - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

alla vita, sa fermare in forme poetiche non di rado efficaci. 
Sinceramente religio.so e retto , egli si ispira a un alto 
ideale di perfezione morale, e nel contrasto inevitabile di questo 
con la realtà, si sente anch'egli pervaso da un forte pessimi- 
suo pessimi- smo, clie trabocca, ad es., dal Son. Mentisti, mondo, ch'i' i'h() 
sino nel Min. conosvluto. Le sue rime migliori, anche delle satiriche, sono 

Mentisti. o ' 5 

moHiìo. quelle racchiuse nel breve giro del sonetto, mentre tra le strofe 
della canzone egli si trascina quasi sempre faticoso, pesante, 
prolisso. 

Al suo pensiero o sentimento satirico egli ama dare la mo- 
venza e il tono discorsivo, sentenzioso, d'ispirazione morale o 
religiosa e sociale, ma ciò nonostante evita di cadere nell'astratto 
e nel generico, anzi tende al concreto e riesce vario tanto, che 
può dirsi che non vi sia tasto satirico ch'egli non sappia toc- 
care, compreso il politico. Ma anche in ciò dimostra il suo pe- 
culiar carattere gnomico. 

Figlio d'un'età e d'una città in cui la democrazia aveva 
fatto e continuava a fare tanti esperimenti diversi, nella sua 
ii'requietezza morbosa, cosi stupendamente ritratta dall' Alighieri, 

Contro la \[ Bouichi sì scagUa anch'ecrli contro la superbia dei risaliti e 

3\iperl)ia dei ..... 

risaliti, dei nuovi arricchiti, la « gente nuova » di Dante (Son. IX , 
Il son. Fra Fro V altì\^, COSO 12071 Uevi a portare)^ contro la turba che in- 
Lose. ^^^^^ ^^ ^,j^^ pubblica, e ch'egh dice, senz'altro, « canaglia » o 
eiis..n .vo>i « bruttaglia » (Son. XI, Non creda alcun quand'ode dir ca- 
'■redaaicun. 'jyyjiia) cou uua esprcssioue fortemente dispregiativa, alla quale 
assegna una portata assai grande, comprendendovi i malvagi 
iniquamente ])rocaccianti, non esclusi i re, i conti, i cavalieri, i 
ricchi, tutti coloro che opprimono il buono « ch'è in basso stato ». 
piel.ou'. Questo schifo di ciò che è bestialmente plebeo, è espresso con 
Il son /o/ui niaggior efficacia in un altro sonetto (il VI, Io fui già capim, 
ijia capra. i^Q^^^ch'or olvc sitt), vigorosa fantasia satirica in forma di pro- 
sopopea di un otre. In esso la vita umana è raffigurata come 
un « bestiai ballo », dove « l'asineria » ha gli onori e « l'asin 
che ha maggi orecchi è sublimato ». 
„ , Parimente sferza i tiranni (Son. XVII) e i cittadini del po- 

( ontro 111- .... 

ranni gi-an.ii polo Lfrosso clie aspiraiio ad imitarli, nel Son Wl (Quando i 
mezzan diventano tiranni), nel quale svolge un concetto affine 
al dantesco dei villani che parteggiando diventano o presumono 
diventare altrettanti ^larcelli. 

controimor- Uscito d'una famiglia dedita alla mercatura, IJindo, nella 
maivaL'i. sauguiuosa l'asscgua delle varie classi sociali che ò nel Son. XXII 



MIA 1 MINORI TRECENTISTI. "217 

(Gli asili del mondo sono i ^nercalanti) non si tieno dal 
colpire, pei primi, i cattivi mercanti e finisce con lo invocare 
da Dio, per la salvezza e la linnova/ione deiruinan genere, un 
terribile castigo: 

Succidi, Iddio Signor, l'altiero e il ramo, 
Se voyii far vendetta universali', 
K poi rinnova il mondo d'altro Adamo. 

In attesa di questo, egli mette alla gogna la stolta irrequie- 
tezza, l'incontentabilità ostinata degli uomini nel nnitare sempre 
di professione o di mestiere ^Son. XIII, // calzolai' fai suo 
fitlliuol ba7-biere), e la leggerezza pericolosa delle femmine 
allettatrici e ingannatrici (Son. XXM). 

Ma una nota satirica risuona insistente ed efficace, forse La nota sa- 
più di qualsiasi altra, in queste rime, quella antifratesca ed m^nànt'e'an- 
antichiesastica; e non tanto nelle Canzoni, come nella XIV ^àSh'esa" 
Contro alla Chericia disonesta (che comincia in modo carat- '**''"-''• 
teristico: El papa ch'è tiranno), quanto, dicevamo, nei sonetti, 
nel XVII (Mormora il popol , perché ha mal prelato), e 
nel XIX (A mantenere amistà di frate). Quest'ultimo, dove 
dei frati sono schernite con espressioni felicemente immagi- 
nose la insaziabile ghiottornia e l'ipocrisia interessata e peri- 
colosa , viene a raggrupparsi degnamente con un altro più 
famoso, il XX ( Chi nella pelle d'un monton fasciasse), se pure ^^ ^^^ ^,,^. 
appartiene veramente al nostro senese ; famoso anche perché la '»'^"" j"""^ 
prima quartina d esso tu attribuita, come epigramma, niente- ton. 
meno che all'Alighieri; e col XXI, nel quale il poeta, a rendere 
più eloquente ed amara la rampogna contro i Frati minori , 
rivolge direttamente la parola sua a S. Francesco, quasi vivo 
e presente {Sbatti, Francesco, sbatti palme e volto) e la chiude, 
nella coda, con una ghignata rudemente plebea sulla lussuria 
bestiale di quei turpi seguaci del serafico poverello d'Assisi: 

E non gli basta Chiara ed Agnesina, 
Ma vogliono Biagiola e Caterina. 



Ma il sonetto che meglio d'oerni altro dà la misura delle 

. , • • , 1,1 /. ■ 1 r-. • 1 • " sonetto 

qualità artistiche ond era ben fornito il Bonichi, è il XV, nel vn mudo 
quale alla prediletta sua forma gnomica, egli dà il tono della fri fal'eù te- 
ironìa, tutta punte, in modo che ne esce una specie di galateo 
ironico dell'opportunismo disonesto spregevole, imperante nella 
Firenze di quel tempo. Leggendo questi versi: 



24S CAlMTor.o III - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

Un modo c'è a viver fra la guute 
E ia ogni altro tu ti perdi i passi : 
Cessa da' magri, ed accostati a' grassi: 
Odi^ed ascolta, di tutto consenti. 
Fa' bocca a riso, e giuoca del jjiacente; 
Non li riprender, se gittasser sassi; 
K_^se d'usare il ver ti dilettassi, 
Senza comiati partiti al presente ecc. 

sentiamo che questo senese è un felice continuatore di quella 
tradizione satirica il cui mig'liore rappresentante abbiamo ri- 
conosciuto in Rustico Filippi. 

Peccato che, nelle terzine, il filo della ironia si spezzi e 
ne venga cosi scemato di molto l'effetto complessivo del com- 
ponimento. Invece, in altri casi, Bindo sa sollevare d'un tratto, 
con una nota inaspettata finale, il valore estetico dei suoi so- 
netti come neirXI, quasi tutto rivolto contro gli indegni ca- 
valieri, che, nonostante i giuramenti, usurpano l'altrui, perfino 
a vedove e ad orfani. Esso si chiude con questa esclamazione 
sanguinosamente beffarda e sarcastica: 

Guai chi si fida in antichi guerrieri! 

4. Come il Bonichi talvolta tronca i suoi sfoghi, neri di pes- 
simismo, invocando Dio aiutatore e salvatore, cosi un altro 
contemporaneo , che suol passare per buon artefice di rime 
facete, e che abbiamo già avuto occasione di menzionare, il 
fiorentino Pieraccio Tedaldi, chiude un suo sonetto d'intona- 
Pitraccio xione gnomico-satirica (Son. XLII, Amico, el inondo è oggi 
ledaidi. ^ ^^^ venuto) rivolgendosi supplichevole a Dio e alla Vergine. 
Al Sanese egli sembra accostarsi anche in un altro sonetto, 
troppo genericamente moraleggiante (Son. Vili, El mondo vile 
è oggi a tal condiitto), ma, in compenso, non privo di una 
certa vigoria. 

Con Pieraccio vengono a schierarsi per questa disposizione 
anche alla satira fra moraleggiante e sentenziosa, due altri to- 
scani che si sogliono raggruppare insieme per altre ragioni, 
per altri caratteri, sovrattutto il giocoso, prevalenti nella loro 
produzione: Franco Sacchetti ed Antonio Pucci. 
Ancora Mcuo cì meravigliamo di Franco, che egli stesso ci ha 

' X.u?^*^" offerta occasione di ravvisare nei suoi versi l'autore dei *Sfer 
moni evangelici; ma è buon documento di tale poesia il so- 
netto (Che può' tu far più ora, iniquo mondo) che, mor- 
dendosi « d'ira » e ardendo «di disdegno», egli scrisse nel 1392, 



KRA [ MINORI TRKOKNTISTI. 249 

pei' l'uccisioue di mes.ser Pietro (ìaiiihacorti , cosi scellerata , 
che si sentiva tratto a concludere con queste amare sciiteiize : 

Gentilezza e virtù son nella mota, 
Ciascun villan di siirnoria vuol segno 
E COSI "1 cerchio unian del ben si vota. 

Invece presso che trastigurato ci a[)pare Antonio di Puccio, nson.A.uMo. 
in quel vigoroso sonetto (Lasso, che'l tempo l'oì'a e le cani- ■'"''^ ''''"'''"■ 
pane), nel quale dal peuL^iero accorato della caducità delle coso 
umane, della nuUiià dei nostri desideri, conclude lamentando, 
in tono di amaro rimprovero, gli sforzi tra i quali si affanna 
il « nostro misero ingegno », sicché, egli esclama, mentre 

Vanilas vanitatum monta e sale. 

L'alma é sommersa, e '1 corpo é fatto indegno. 

5. Delle discussioni che appassionavano gli animi di coloro 
ai quali pareva di veder tramontare troppo presto certi ideali 
trionfanti già a gloria del secolo passato, sono frequenti echi 
nelle rime di questi poeti gnomico-satirici. Ad es., il vecchio 
dibattito sulla povertà, continuava ad essere agitato e ad agi- 
tare ancora nel Trecento; onde nella canzone Molti son qne ^^^^ canzoni 
che lodan fìovertade, attribuita senza fondamento a Giotto, è °'^""'>''*i'"- 

" ' ' . verta, anzi 

aspramente biasimata 1' ipocrisia che fa sua arte per tutto il contro gii 

1 TI • • (» 1 • 1 rv 1 ' 1 ■ ipocriti falsi- 

mondo. Il poeta mvia tra le genti la sua canzone atnnche cerchi poveri. 

di convertire quei « giurgulh » che incontrerà sul suo cam- 
mino; che se li troverà ostinati e superbi, li sprofondi, senza 
pietà, con un tuffo gagliardo: 

« Sia gagliarda, che sotto gli attuffi ». 

Ispirata allo stesso concetto, ma piìi violenta nel tono, che 
è di acre requisitoria, è un'altra canzone (0 povertà, come tu. 
sei un ìnanto), che non si può assegnare con certezza a Fazio 
degh liberti. 

Note di scherno sevei'o e di pacata ironia mesce di quando 
in quando nelle sue rampogne morali, vere romanzine versi- Note satiri - 
•icate, il buon frate Domenico Cavalca; come, ad es., nei n^'ai "morali 
.30.10...: Son alcuni altri cavalier valenti; Son alcuni altri '^^^''"''^,?"'^' 

meo La- 

stolti cavalieri; Son alcuni altri superbi ingannati. '^^'<=^- 

Lo spirito satirico guizza non di rado in quella produzione 
in versi, strettamente legata con la sentenziosa morale, che è 



250 CAPITOLO 111 - IL TUKCL.NTo SATIRICO DOPO DANTK. 

('.aizzi sali lu II a l'G m i ol Oli' ic a o proverbiale. Essa anche fra noi è co- 
nci nella . ' ^ ^ 

poesia pare- piosa, piu* nella Toscana, ed è quasi sempre anonima, avvezza 

niioloj;ic;i o -, ,, . . n ,. , • i i t ,• • i • 

pr..veri.>aic. Jul utteg-giarsi nella forma metiica del distico a rima baciata 
o del monostico con rima o assonanza interna e talvolta ca- 
[ìace di distendersi in lunghe serie alfabetiche; nel qual caso 
però lo spirito beffardo e satirico apparisce di solito soppiantato 
da quello didattico e morale. 

Questa poesia gnomica, satireggiante anche proverbiando, 
ci induce ormai a varcare i confini della Toscana. 



II. — Fuori della Toscana. 

Infatti, subito oltre l'Appennino, nella dotta Bologna, che. 
La salirà insieuie con Ravenna, onorò fra le prime il Divino poeta, ci 
neUecoi'jboie invita uu Hiodesto uotalo, sor Grazinolo de' Bambaglioli, 
'^iiuoio'de^ che è noto come uno dei piìi solleciti e benemeriti chiosatori 
Bambaglioli. jgjj^ CommecUa. Esuìe anch'egli, nel 1334, dalla dura esperienza 
personale fu tratto a rinforzare di quando in quando, con seve- 
ri accenti di rinfaccio, largamente politico, le cento cobbole for- 
manti il Trattato delle vùHù morali. Sovrattutto egli condanna, 
come rovina della « misera Italia », quello che dice la « ma- 
lizia della parzialità », la mancanza di fede nelle lotte e nelle 
dissensioni politiche, tristi gare di odi onde gli Italiani, anche 
d'una medesima città, tendevano a sopraffarsi o con la vio- 
lenza con la frode. Non soltanto di quelle torbide tempeste 
civili , ma anche del poema dantesco sembra di udire un'eco 
in questi versi del notaio bolognese: 

Non s'attien tede né a Comun, né a parte; 
Che Guelfo o Ghibellino 
Veggio andar pellegrino 
E dal principe suo esser diserto. 
Misera Italia, tu l'hai bene esperto: 
Che "n te non è latino 
Che non strugga il vicino 
Quando per forza e quando per inaFarte. 

Ma ben altre tracce dantesche troveremo nella Italia su- 
periore, dove, per le condizioni e per le vicende politiche du- 
rante il Trecento, si ebbe una ricca e varia produzione poetica, 
• che si svolse sotto gli influssi sempre più vigorosi di quella 
toscana, senz'essere tuttavia sfornita di caratteri suoi propri 
e d'una certa originalità d'ispirazione. Le mancò, purtroppo, 



FUORI DELLA TOSCANA. 251 

il grande poeta che sapesse stampare un'orma profonda anche 
in questo campo della poesia satirica. 

Già prima che ser Graziuolo sfogasse la propria amarezza 
ili esule nelle pedestri cobbole del suo trattato, ci piace udir j^.^,, g,u(,po 
sorgere una voce in difesa dell' Alighieri, da quel gruppo ve- ^^^'yeneu'"' 
neto di rimatori, che si veniva formando nella città delle La- 
gune ed in Padova. 

Giovanni Qnirini, che di Dante era uno dei più fervidi am- Giovanni 
miratori e aveva tenuto corrispondenza poetica con lui , più 
tardi, in cinque tìeri sonetti ribattè le ingiurie lanciategh dal- controcecco 
l'invidioso Cecco d'Ascoli, dicendolo « sofista, eresiarca e falso ^'Ascoli, 
cristiano » e lodando Firenze die, col dannarlo al rogo, era 
riuscita anche « a vendicar la iniuria del suo artista » col 
fuoco, acquistandone « pregio ». Invettiva crudele, che si asso- 
ciava ad una lode ardente di odio, con cui il poeta vorrebbe 
rappresentarci Firenze quasi purificata, per le fiamme di quel 
rogo barbarico, dalla ingratitudine e dall'ingiustizia dimostrata 
ver.so il suo figlio più glorioso. 

Un altro Quirini, pur veneziano, quel Nicolò, che fu prete, mcoi^ 
ma di tali che abbondavano in un'età volta alla violenza, e *^"enui. 
che dell' aver partecipato alla congiura di Baiamente Tiepolo 
(1310), fu punito col confine a Genova, ci ha lasciato un saggio 
rude, ma, per vigoria d'accenti sinceri, efficace di poesia sa- 
tirico-politica. Alludo al sonetto, nel quale questo bollente chie- 
rico veneziano osò ammonire con dure parole i suoi concitta- 
dini a deporre l'orgogho e la superbia « for mesura » e inchinarsi 
alla potenza della Chiesa, se volevano ottenerne aiuto e assi- 
curarsi così l'esistenza, tante erano ormai le ingiustizie da essi 
perpetrate, se volevano evitare un meritato castigo della loro 
« colpa iniqua » e dei loro peccati. Nel linguaggio di questo 
prete battagliero sentiamo il contemporaneo dell'Alighieri, del 
poeta che in quegli anni veniva notando, « in quella parte della 
terra prava Italica, che siede tra Rialto E le fontane di Brenta 
e di Piava », le « diffalte » degli « empì pastori », colpevoli di 
lutti e di sangue. 

Anche fuori di Toscana, infatti, i più vivi e importanti do-, 
cumenti di poesia satirica sono quelli ispirati dalle passioni e 
dalle vicende della politica. 

I due maggiori interpreti di questi spiriti satirici, nell'Italia 
superiore, ci vengono da Ferrara e da Padova. 

Bizzarra figura di scapigliato , randagio e rissoso , figlio 



252 CAPITOL') III - IT. TRBCENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

Antonio Bec- d'un sGi' Tura ferrarese, Antonio Beccari, fornito d'una 
"eVrara. Certa coltura, s'imbevve specialmente di poesia dantesca e 
petrarchesca, e dalla prima trasse sovrattutto ispirazione la 
sua musa satirica. Quale culto fanatico egli avesse per l'Ali- 
gliiori, e quale indole e quali umori fossero i suoi, basta a 
dimostrare il noto aneddoto narrato dal Sacchetti (Nov. 121), 
che non può non avere un fondo di verità storica. La misura 
del suo ingegno satirico e della viva efficacia che su lui faceva 
sentire questa ispirazione dantesca, ci è data da due sonetti, 
d'occasione politica; due soli, ma che, sebbene aspri di forma, 
valgono più di tanti noiosi canzonieri d'amore. 
11 sun. Se II primo di essi, quello che comincia: Se Dante pon che giu- 

ou''ii'tro' Azzo sHzia divina, fu scritto probabilmente al principio del 1354 
da for- contro Azzo da Correggio, colpevole d'una serie di tradimenti per- 
petrati a danno degli Scaligeri e di Parma, ultimo dei quali, quello 
tentato contro Cangrande, allorché gli era ospite in Verona e 
capitano generale. È un terribile atto di accusa che si atteggia 
nella forma originale d'una questione — « bella dimanda » la 
dice ironicamente il poeta — riguardante il signor di Coi-- 
reggio e il diritto o il tribunale penale dantesco. Se Dante 
(chiede il ferrarese) ha distribuito le tre categorie di tradi- 
tori, giù nell'abisso, rispettivamente nei tre gironi deirultimo 
cerchio infernale, nella Caina, nell'Antenora e nella Tolomea, 
dove mai la divina giu.stizia caccerà un traditore come me-sei' 
Azzo, che ha tradito « sua città, sangue e signore »? Quale 
altro luogo degno di lui potrà convenirsegli, se non un girone 
speciale aggiunto in onor suo al nono cerchio e che da lui 
appunto sarà nominato Azziaì 

Quattordici versi cotesti che fanno pensare alle sanguinose 
« scuriade » dei diavoli danteschi: notevoli anche perchè il 
poeta è riuscito a suggellarli efficacemente, con uno scorcio 
ardito, nei due versi finali accoppiati, senza bisogno di ricorrere 
alla coda; efficacemente, dico, nonostante un'innegabile durezza 
di forma. 

Se per Azzo sarà necessario aggiungere un nuovo girone 
airinferno dantesco, per un altro grande colpevole « l'avaro 
ingrato e vile Imperador, re di Buemme, Carlo », cioè Carlo IV, 

Il son s'a ^' poeta sì propone di raschiare nientemeno che il testo della 
legger Commedia, al sesto canto del Puriialorio, e di sostituire il suo 

Dante con- ' 

tro Carlo IV nome più infame a (luello di Alberto tedesco Son. iS"« leqner 

di Boemia. ^ , , , . . 

Dante ma caso in accagqia). 



FUORI DELLA TOSCANA. 253 

Meritamente; che nel '55, dopo aver ricevuta la corona in 
Roma, e sfruttati a vantaggio della sua borsa gli entusiasmi 
e le illusioni degli Italiani, il lussemburghese se ne era ritor- 
nato vilmente in Germania, suscitando, come al)})iamo già visto, 
legittimi sdegni in altri poeti, ()nde il ferrarese poteva giu- 
stamente conchiudere di lui nel distico finale: 

K(l ha tradito of^nun che 'ii lui l'ulava, 
E per moneta ha fatto Italia schiava. 

Questo sonetto era una violenta, ma nobile paluiodia 'nella 
quale il disinganno crudele sofferto dopo la lunga attesa e l'esul- 
tanza del sogno presso che avverato, diventa (^uasi esaspera- 
zione d'invettiva satirica. Palinodia, dico, in rigu-ardo alla can- 
zone: sacro ùnpeì^o, o giusto Carlo, o mio, la quale mi 
par troppo difficile ammettere con Ezio Levi sia posterioi'o al 
magnifico sfogo d'ira e di dolore, sia stata scritta per la seconda 
calata del lussemburghese , tiopo questa tremenda condanna 
lanciata nel '55. Comunque , neppure in quelle strofe , nelle 
quali, per bocca dell'Italia stessa, il Cesare germanico era in- 
vocato liberatore « col suo antico valore », mancano accenti 
aspri di ghibellino, acceso di sdegno contro il pontefice simo- 
niaco, che aveva trafficato per denaro « la sua bella carne a 
mala gente » e tenuta « nel bordel », prostituendola ai tiranni. 
Le due volte che era stato veramente ispirato e commosso 
da un sentimento sincero di ribellione, Antonio aveva rivelate 
vigorose doti di poeta satirico; mentre invece, quando, per 
piaggiare i Carraresi, dei quali era famigliare, volle dar sulla 
voce ai Veneziani per la loro lolle superbia (bon. Poscia die di maestro 
Troia dcd vigor di Grezia)o schernirne le fogge virili e fem- tro'vènez"!!!". 
minili (Son. Tal'è che porta in dosso gli ermelini), cadde 
nello stentato e nel triviale. 

Non propriamente politico, ma tutto pregno di spiriti sa- 
tirici desunti da una dura esperienza della vita di Corte, dei contro"!"" 
costumi tirannici di quei signori , è un sonetto (^ F ho prò- ^^'corti'^^"'^ 
vato cìie cos'è l'amore ») che da un codice estense è attri- 
buito a maestro Antonio ed è veramente degno di lui. Il poeta 
annovera le più crudeli esperienze fatte durante la vita av- 
venturosa: l'amore, « la doglia del dente », la morte di stretti 
parenti, « e l'obbedienza di frate minore » ed altre molte; ma 
tutte queste, le stesse febbri mortali, sono un niente « come 
obbedienza di stare a signore ». Grazie a Dio, egli ora se ne 



254 CAPITOLO in - il trecento satirico dopo dante. 

è lil)erato, finalmente; ma vorrebbe vedere scorticati i cor- 
tigiani : 

Cosi vorrei vedere scorticato 

Chi si diletta d'aver si^rnor mai. 
Ringrazio dio, che fuor me n'ha cavato ! 

E il canto della liberazione , ma è anche la freccia del 
Parto, scoccata da un arciere esperto quarera maestro Antonio 
da Ferrara. 

3. Senza confronto più copioso e più nuovo e vario di mo- 
tivi satirici e di forme, ma, in generale, artisticamente meno 
efficace, è l'altro notissimo rimatore del gruppo veneto, il pa- 
Fnuicesco dovauo Francosco di Vannozzo. Fu egli un vero e proprio 
''^''""°"°' venturiero della penna, o, meglio, un rimatore di ventura, che 
componeva più per dar corso alla sua vena naturale, abbon- 
dante ma torbida, e per obbedire ai Signori committenti, che 
per alta ispirazione di poeta, né aveva o disciplina o dignità 
di artista. 

Nel ricco bagaglio delle sue rime satiriche, alcune pos- 
siamo facilmente ravvisarne di carattere personale, sfoghi 
bassi di rancori e di pettegolezzi, altre di contenenza politica. 
Sue satire Fra le prime, intessute di grossolane ingiurie, vanno i so- 

personaii. ^^^^^^ coutro Ì quattro« aseni » cancellieri scaligeri, come maestro 
Marzagaia, a dileggio dei quali egli, verso il 1385, scagliò i 
suoi versi, con proposito ben chiaro: 

per darvi pena pestilenza e doglia, 
aseni cancellieri, arcier di noglia. 

quello contro i millantatori delle Corti lombarde, che si spac- 
ciavano per grandi personaggi , mentre erano di vilissima 
origine. 

Meglio si dimostra esperto nell'arte di foggiare nella forma 
del sonetto lo scherno personale, in quella serie di rime di 
soggetto veneziano, nelle quali ci sfilano, fra le altre, le cari- 
cature grottesche di ser Marco Cicogna , il paron de nave , 
armatore popolano arricchito, e di sier Bomba, il vecchio don- 
naiuolo, imbertonito e raggirato dalla giovane ganza. 

In queste rime v'è una vigoria di realismo plebeo, quasi 
canagliesco, volgente spesso dal satirico al burlesco, che urta 
e stanca; anche per colpa della materia, tutta intessuta di al- 
lusioni personali minute, che offre perciò scarso interesse a noi, 
troppo lontani lettori. 



FUORI DELLA TOSCANA. 255 

Più vivamente attirano l'attenzione nostra le rime nelle quali i.u s,.tiia 
la satira diventa politica; e non tanto il sonetto Non è vrrth. '""""'■ 
dove la fede è rara, acre, dispettoso, ostile a Ferrara, vitu- 
perata per la condizione del sito malsano e, aggiunge il poeta, son. ooi.iro 
per la qualità degli abitanti: 

Melanconici tutti e saturnini, 
retnJgati, spietati e mal nassuti, 
non gallici, tedeschi, né latini, 
Ma (le giuda'oa setta son cernuti 

e peggio. . . — con una nota apertamente antisemitica — quanto 
la Canzone del 1374, Correndo del Signor mille e trecento. La canz. 
d'indole morale e sociale, e, qua e là, d'ispirazione dantesca, dei signor 
non senza alcune tracce più lievi di derivazioni dal Petrarca, 
nonché da Bindo Bonichi. 

Anche senz'essere « meravigliosa » e « bellissima », come 
fu giudicata di recente , essa merita un particolare rilievo 
da noi, anzitutto, perchè il rimator padovano la scrisse col 
proposito deliberato di fare una canzone satirica violenta, anzi 
« sfacciata » o « sboccata » contro il vizio, per infamarlo: 

Per dar al vizio fama e non oblio 
ho compilata una canzon sfacciata 
porgendo del mio vento una soffiata 
A sti grumi di penne o teste malte. 

cosi annuncia il rimatore sin dalla prima strofe. Conforme alla 
tradizione formatasi nella satira dei diversi stati sociali, Fran- 
cesco prodiga aspre rampogne successivamente contro gli scu- 
dieri, soldati spregevoli dagli spiriti di mercenari, contro i 
mercatanti avidi, bugiardi e ingannatori, « la turba asinina dei 
stravitati signor mercatanti »; contro i cavalieri, tristi seguaci 

de la cavalleria fatta bastarda; 

contro tutte « le sette » che guastano il mondo; infine, contro 
i tiranni, « ovvero signor moderni », dei quali soggiunge che 
« cor àn di lepre e teste di montoni», e dice « mercatanti del nio 
e della stoppa » — concludendo, dopo l'ingiuria beffarda, con un 
eccitamento al tirannicidio: 

« Mora a chi non li accoppa ». 

E una violenza , questa, rude di linguaggio obiurgativo , che 
sembra nell'esagerazione sua poco sincera e per questo appunto 
' riesce meno efficace. 



(li Kn.iicc- 

sco (li 
Vamuuzo 



25fi CAPITOLO III - IT. TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE. 

i,a frottola Un posto assRi notevole il nostro V;innozzi occupa nella storia 
(Iella frottola, cUh in lui cessa d'essere la fatrasie o lilastrocca 
sconnessa, senza un vero senso continuato, o una filatessa di 
sentenze e di proverbi , il « motto confetto » dei trattatisti 
Suo oaiat- del Ti'ecento e del Sacchetti, fra gli altri. Pur conservando 
leie nuuvo. ^^^j metro breve e neirandatura, e nell'oscurità frequente, molte 
delle qualità proprie di quel componimento, essa diventa fra le sue 
mani una specie di diceria satirica, materiata di elementi nar- 
i-ativi e di commenti soggettivi, personali. Ma non è impro- 
babile che il rimator padovano si giovasse degli esempi che 
gli aveva offerti il suo commilitone di Ferrara, maestro An- 
tonio, con le frottole politiche di contenenza, se non satiriche 
di spiriti, che aveva composte verso il 13(30, in Bologna. 

Schiettamente politica e tutta (juanta satirica, dalle mosse 

popolaresche che le conferiscono una certa vivacità, cosparsa 

ad ogni versetto di elementi dialettali, è la frottola di Francesco, 

i. a frottola ^hc incomincia: Perdònime ciascun, s'io paiolo troppo, E 

perdhnime terribilmente lunga, di più che un mezzo migliaio di versi; tanto 

ciascun e D'i o 

tutta una che SÌ capisce benissimo come l'autore, nel recitarla, a quanto 

quisitoria paro, a veglia, dinanzi a un numeroso uditorio, fra il 1378 

Venezia. il 79, foi'so Holla città sua, sentisse il bisogno di richiamare, 

di quando in quando, i suoi uditori, tentati e minacciati dalla 

stanchezza e, più, dal sonno. 

Sin da principio Francesco espone, senza ambagi, il suo 
intento di fare una vera requisitoria, fondata sulla storia re- 
centissima, contro i Veneziani, onde la sua diceria vorrebbe 
fosse considerata come « vera cronica ». 

Ha già annunciato, dal primo verso, che sarebbe riuscita 
lunga, chiedendo scusa, se parlerà « troppo »; ora soggiunge 
che ha bisogno di sfogarsi, altrimenti scoppierebbe: 

ch'io me desgroppo, 

o schioppo, 

de parlare — centra l'oche del mare 

che vuol nuotare 

a forza in altrui acque. 

Dunque lo sfogo è contro i Veneziani (a dirli « oche del 
mare » occorreva una dose non piccola di coraggio!), usurpa- 
tori e pieni di superbia, nonostante le batoste inflitte loro dai 
Tienovesi e dai Padovani insieme collegati. Mentre esulta di 
questi rovesci di Venezia e gliene predice altri e più gravi 
per giusto castigo delle sue colpe, egli annovera le vittime 



kumiu l)ki,i-a toscana 



25"; 



'Iella viol(Miza (il (luella città, alla ([iiak* non l'i^pannia le accuse 
più atroci, proclaiuaiKiola sempre nemica « del bene e di giu- 
stizia », « luadi-e de ini^aimi — e di danni — intiuiti — piena 
di sodomiti . . . bramosa lupa — ov'ogni mal s'annida » e, ([uasi 
non bastasse, rettii « per una man de porzi ». E dopo una tal 
grandinata di ingiurie sanguinose, un sèguito di maledizioni e 
d'imprecazioni, con frequenti citazioni di nomi e di fatti, onde 
troppo si tradisce il rimatore mercenario, al soldo del Carrarese, 
che, facendo la voce grossa, non riesce a nascondere il difetto 
di sincerità e di spontanea e vera passione. 

4. È facile immaginare che larghezza di consensi romorosi, 
di sghignazzamenti plebei dovette procurare al nostro rima- 
tore questo acre sfogo anti veneziano fra i crocchi padovani, 
dispo.sti ad applaudire questa sua farraginosa colascionata delle 
sue « pive e zaramelle » cii'egli si vantava sarebbero riuscite 
« male trivelle » alla « rabiosa cagna » nemica. Facile pure il 

1 • TI- T j 1 ii J Reazioni m 

pensare quale impressione di disgusto e di sdegno dovette de- Venezia 
stare sulle Lagune e quale reazione, anche di vituperi poetici i„ una ci-.. 
contro Padova e Genova, sovrattutto dopo il ricupero di Chioggia. ^^,^^1 l^^^l^_ 

, ,11 temporanea. 

Al, nuova yente, de quanto mal degni; 

ai Zenoexi, rohador di .stradai 

ov'é la tua 'roganza e' s^ran desdegni ^ 
Padova, che avesti la dotada 

del sai, che avesti ne l'inti-ar de Chioza, 
ah, ora guasti qual lo la derada I 

Così con esultanza di rudi vituperi, prorompeva l'ignoto au- 
tore d'una cronaca versificata. 

Ma a Venezia si badava più ad armare e a navigare, fra 
battaglie e traffici , sconfitte e trionfi, che non alle impreca- 
zioni rimate, che, insieme con Tinvidia e con l'impopolarità più 
astiosa, accompagnavano nella Terraferma le sue vicende, la 
sua fortuna cre.scente, specie durante le sue lotte con Genova, 
la rivale secolare, e con Padova carrarese. 

Alla schiera dei rimatori ostili alla città delle Lagune, o 
veneti, come il padovano A'annozzi e come maestro Antonio 
da Ferrara, o fiorentini, come il Monachi, possiamo aggiungerne 
uno mediocrissimo, al quale procurò una certa fama l'amicizia 
col Petrarca. Chioggiotto di nascita, padovano di elezione, Gio- 
vanni Dondi dall'Orologio, sentì il bisogno anch'egli di rivol- di oiuvanMi 
gere un suo greve sonetto « Se la ijì^an Babilonia fu su- rorLìogio! 
perba » per rinfacciare a Venezia, con un monito minaccioso, 
la sua intollerabile superbia. 

Gian. — La Satira. 17 



258 ('AriTOI-O III - IT. TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE 

L'esempio di iu;iesti'o Antonio ria Ferrara e (juello di Fran- 
cesco Vaniiozzo contribuirono ad accrescere, nell'Italia supe- 
crescente riore, la tortuna della trottola, quale torma acconcia alla 
tofa satirica, satira politica, on(ie non tardarono a sorgere gli imitatori, che 
se ne servirono per riprendere vecchi motivi tradizionali a noi 
già noti, adattandoli alle condizioni e ai casi nuovi, come, nei- ci- 
tare un esempio, lece nel i;^91 (liuliano da (Galliano, che in 
una frottola lunghissima, in un arruffio oscuro di versetti, semi- 
dialettali, passò in rassegna i vizi dominanti nella Corte di Gian 
Galeazzo, a cominciare da quelli dei soldati, che, dice egli: 

col capo pioli di viud 

fano fatti assai — a la taverna. 

III. — Tra profezie e poemi. 

1. Caratteristico prodotto dello spirito medievale, strettamente 
i,a icueia collegato con la poesia gnomica, e, come questa, sonante spesso 
""'tica°^^' 6 pungente d'invettive e di dispregi satirici, continua a svol- 
voigare. g-gpgi [^i questo secolo, e latina e volgare, e prosastica e vei-- 
seggiata, ma piìi volentieri nella veste poetica cara ai volghi, 
la letteratura profetica. Invano l'Ahghieri aveva additato 
nel fondo della quarta bolgia le figure « travolte » degli in- 
dovini; invano Franco Sacchetti (ricorda il lettore?) con amara 
^'^d'i^cr^'^"' rampogna scherniva, nel 1378, i « falsi profeti », gli astrologi 
^.Kciietti. u^iovi e le nuove Sibille, gli indovini, gli auguri e i negro- 
manti che riempivano il inondo; invano tentava di smascherarne 
l'impostura e l'ignoranza : 

Come avuto l'avessoii da" santi, 

cosi i tapini voglion profetare; 

e tal si vuol mostrare 

Jsaia, Eliseo o Daniello, 

Che legger non saprìa il Donadello. 

All'occasione, egli stesso, contraddicendosi, prestava ascolto 
a quelle voci profetiche; e come Dante aveva ficcato gli occhi 
nell'avvenire, cosi il buon Franco, in preda allo sgomento per 
la morte del suo Boccaccio, nella nota canzone Om è man- 
cata ogni poesia, usci a dire: 

Tutte le profezie che disson sempre 
Fra il sessanta e l'ottanta esser il mondo 
Pieno di svarii e fortunosi giorni, 
Vidun che si dovean perder le tempre 
Di ciascun valoroso e gire al fondo. 



TRA PROFEZIE E POEMI 259 

111 un consimile jihliaiidono di pessimismo inoenuo e .sii|ieisu- 
zioso riii-noto ammiratoi-e del Boccaccio, che si è ricoi'dato più 
addietro , cliiosan(io con amore acremente satirico nella sua 
viva prosa fiorentina le gesta dei claustrali, esclamava: « Ma 
così gli faccia iddio tristi, com'eglino s'acordano più allo tejn- 
porale die allo ispirituale, sicché tosto, secondo la profezia, 
nascerà Anticristo, o egli è nato ». 

Fatto sta che , pei' tutto il Trecento , prorompe e dilaga 
questa torbiila cori-ente [ìrofetica cha aveva le sue scaturigini 
profonde nella coscienza turbata e ([uindi nella vita agitata del 
popolo e che s'era tutf altro che esaurita nella grande pro- 
fezia dantesca. 

Certo, le credenze e le passioni che 1" avevano alimentata 
nel secolo precedente, avevano perduto alquanto del loro vi- 
gore ([uasi selvaggio, ma non per questo eranij spente o fiaccate. 
Se il fanatismo superstizioso d'un tempo, tendeva, in generale, iipioiviisim 
a scemare d'impeto, trovava tuttavia, di quando in quando, diu'e " 
nuovi incentivi nelle condizioni di quell'età, la quale, al dire ^ertemi"' 
d'un croiiist;i contemporaneo, Giovanni Sercambi {Le Croniche^ 
II, 2i)()-l) presentava uno spettacolo tristissimo: « tucto il 
mondo mal dis])Osto e di molti peccati ripieno » e dovunque, 
specie in Italia, « discordie e guerre » e minacce del « grande 
Turchio » e « princii)almente la scisma della Chiesa e il poco 
sentimento dello imperadore e delli altri re », e, peggio d'ogni 
altra cosa, questa, che « co ' vizii ciascuno si governa ». In 
quegli anni , sovrattutto a cagione dello Scisma, si ebbe una 
rinascita vera di ascetismo medievale, e, con esso, del pro- 
fetismo, un risorgere, fra l'altro, delle profezie sull'Anticristo, 
contro le quali si sforzava di combattere Coluccio Salutati, con- 
futando le predizioni di quelli eh' egli diceva « Ij^mphatici 
prophetantes » (Epist. lib. VII. 17. del 1378). 

Proprio allora, sul cadere del secolo (1399), assistiamo al 
moto dei nuovi Battuti, i Bianchi, narrato in modo cosi pitto- 
resco dal cronista lucchese , e a un ripullulare di laudi e di 
profezie. 

2. (^lueste ultime, a volte, erano vecchie sentenze rampo- mouì e 
gnatrici o motti aspramente ammonitori , che parevano rie- '""^étici^'" 
cheggiare , all' occasione, dalla realtà storica. Tale appunto è 
il caso ricordato in una |)agina di Uino Compagni, il quale, . 

' '^ ' " ^ ' in Dino 

parlando delle disavventure toccate nell estate del 1302 ai compairm. 
Ghibellini e ai Bianchi, scrive che questi, rifugiati in Siena , 



260 CAPITOLO III - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE 

« non si fidavano a starvi per una profezia che diceva: La 
« lupa })uttaueggia — ciò è Siena, che è. posta per la lupa, la 
« quale quando dava il passo, e quando il toglieva ». 

Altre volte le credenze generatrici di fantasie profetiche 

11 iirotv- esercitavano un'eifìcacia diretta sull'opera degli attoi'i più emi- 

^'Tiomml^'' nenti in quella scena politica, come Cola di Renzo, che è noto 

i.oiitici quanto fosse imbevuto di idee gioachimite. Non a caso, quindi, 

come (ola ^ ~ 1 ' 

di Rienzo abbiamo incontrate notevoli tracce profetiche persino nelle rime 

e nei poeti, del Petrarca, specialmeute nel gruppo dei sonetti antiavignonesi. 

Peu-arca. È facìle Comprendere come di questa già copiosa produzione 

spicciola solo una piccola parte sia sopravanzata in codici per 

lo più del sec. XV, sebbene la materia che essi contengono , 

avesse avuto diffusione e vita nel secolo precedente. 

scai-sissimo Destituiti quasi interamente di pregio d'arte, questi radi 

valore let- . . ,... 

teraiio delle compouimenti popolareschi, latti per uso e consumo e secondo 
^' ^- • i gusti delle plebi, hanno un certo valore storico e psicologico, 
Valore sto- Hia per gli studiosi souG aucora una selvetta selvaggia, perchè, 
psicologico, salvo qualche eccezione, non sono stati ancora criticamente rac- 
colti e illustrati, onde troppe sono tuttavia le questioni, che 
restano da risolversi, riguardanti e i testi e le attribuzioni e 
la cronologia di essi. 

A favorire questa produzione, diciamo pure, poetica, e a 

hXsso conferirle una qualche maggior dignità di toni e d'intenzioni 

'''^'\op°"'^no letterarie, contribuì un duplice influsso, iacoponiano e dan- 

e dantesco. '■ ' ^ _^ 

tesco: duplice influsso cui corrisponde, geograficamente, quella 
di mezzo:' zoua dell'Italia centrale, che comprende l'Umbria con le Marche 

Umbria e , ri^ 

Marche e 6 la 1 OSCaiia. 

Toscana. Dopo quauto abbiaiBO veduto della poesia satirica del frate 

lodino e di certi atteggiamenti profetici di essa, non dobbiamo 
stupirci di questa eflfìcacia della sua poesia, tanto più che la leg- 
genda popolare si piacque di farne un profeta e di attribuirgli 
arbitrariamente qualche profezia. L'influsso dell'Alighieri, anche 
in questo campo, non ha bisogno d'essere spiegato: invece giova 
notare fin d'ora che esso, ben diversamente vigoroso dell'iaco- 
poniano, si fa sentire non solo nello spirito animatore di certe 
profezie, ma anche nell'uso di immagini e di espressioni e per- 
fino in citazioni vere e proprie che rileveremo a suo luogo. 
Caratteri ^^^' offctto dell'esempio dantesco e delle stesse forme po- 

deiia poesia polari assunte, questa prodazione, pur serbando in gran parte 
Oscurità e quella oscurità sibillina e quella impersonalità che erano 
'^ità""* originarie e quasi connaturate, viene mutando notevolmente al- 



concrete e 
nazionali. 



TRA PROFEZIE E POEMI 261 

cuni di quelli che eriiiio stati i suoi caratteri predominanti nel Du- 
<i:enfo. Se il sostrato ne riniane pui- soiniìre ascetico-moi'ale , ^^osu-ato 
la profezia, nelle sue uianitestazioni, rende ad assumere un tono morale. 
sempre j)iu risolurannuite politico e satirico lasciando le espres- 
sioni troppe involute, noliulose e ^-enei-iche . sente il Insogno poiu^co. 
di parlare, per bocca degli umili fraticelli battaglieri, un lin- Tendenze 
guaggio più semplice e facile per via d' accenni politici piii 
concreti, restringendone il campo dal mondo tutto o dall'Europa, 
all'Italia, acquistando quindi un carattere nazionale. Vn ri- 
tìesso di queste preoccupazioni politiche si può rilevare col 
Kauipers nella stessa pfot'ezia di Telesforo, il povero eremita 
da Cosenza, che scriveva nel 1 ;^86 , in servizio della politica 
francese in Italia, nonché nelle profezie dei suoi avversari. 

Anche per questo la profezia si fa sempre più concreta , 
che perde a mano a mano il carattei'e veramente profetico, oaiia leqni- 
d'uii monito ante eventun/., sia pur fittizio. passàto^ai 

Più che a lanciare oscure predizioni riguar(ianti un av- min'aoci^Òsi 
venire incerto e remoto, questi nuovi profetanti si volgono a 'ì^elisVper 
rievocare, senza troppi veli, e a commentare con acerbe parole l'avvenue. 
il passato, più o men prossimo, « quel che è suto », o a ritrarre 
il presente torbido e procelloso, e agitano minacce di terribili 
castighi, ma fanno balenare, alla fine, una visione di felicità 
e di pace, come un premio dopo il ravvedimento. 

A rendere questi componimenti più agili e (luiudi meglio 
atti a diffondersi fra il popolo, con un felice istintivo intuito 
del carattere loro, bene furono trattati nelle forme metriche principali 
del serventese, dell'ottava rima e della frottola. *^°'''"? 

" metricne 

3. Un serventese caudato semphce, di strofe tetrastiche 'i^"^* 

' ' profezia. 

regolari resultanti di tre endecasillabi monoi-iini e d'un qui- 
nario {A A A b\ B B B e ) è la profezia Più volte ni' à La profezia 

la mia mente sforzato, che prescelgo fra le tante anciie per ^pU^voue 
dare un'idea delle strane vicende alle quali andavano soggetti '" ",„««/"'" 
questi prodotti per riguardo e all' attribuzione e al riinaneg- ■'f"^'^"'"- 
giamento del testo. 

Di dieci manoscritti che ce lo conservano, tre sono ade- 
spoti, tre lo danno a frate Stoppa de' Bostichi, uno all'abate 
Gioachino, uno ad un frate Muzio da Perugia, uno a fra Ja- 
copone ed uno, perfino, al mago Merlino! La scelta, in mezzo 
a tanti candidati, non [)uò cadere che fra due d'essi, il fioren- 
tino frate Stoppa e il perugino frate Muzio; il quale forse forse frate 
merita d'esser preferito, per buone ragioni, nonostante la vo- p'erligia!^ 



262 CAPITOLO III - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE 

lontà dei codici. .M;i le discrepanze di questi non sono minori nel 
l'it'ei'ii'ci la terza strofa, dove vorrebbero esser sej^nati i limiti 
cronologici della profezia; quantunque, avendo anche riguardo 
agli accenni storici contenuti in un altro passo (str. xxiv) , 
Composta paia più accettabile la lezione che ci {)ermette di fissare alla 
ìine^'de'r '^'^^ ^^^ Treccnto la data approssimativa di questo serventese 
Tiecent.. pi'ofetico. Ampio coinponiiuento, come quello che consta di ben 
05 strofette, cioè di 260 versi, che nei manoscritti si presen- 
tano con nuuìerose varietà e nel'a lezione e nelT ordine dei 
versi medesimi: fatto codesto che può attestare una trasmis- 
sione orale, da cui sarebbe derivata la tradizione scritta. 

E nell'esordio e nella chiusa il fraticello profetante dichiai'a 
d'essere stato ispirato da Dio, d'aver cercato coi suoi detti di 
interpretare la volontà sua. Egli passa in rapida rassegna i casi 
sciagurati che hanno afflitte le pi'incipali regioni e città della 
« Italia dolente » e i loro « tiranni », nell'ultimo trentennio 
del secolo, considerandoli con fredda obbiettività storica, come 
effetti delle gravi colpe degli Italiani. Ma questi, pei loro cre- 
scenti peccati, andranno incontro ad altre e più terribili iat- 
ture, discordie , violenze di milizie mercenarie, infuriare di 
guerre sanguinose: « vederai vitturiare l'impio Marte » (v. 133). 
E qui incomincia veramente la parte profetica , la quale si 
svolge in una serie di strofe incomincianti quasi tutte con 
vederai. 

Nessuno si sottrarrà a questa frenesia di peccato, neppure 
la gente di Chie.sa, i preti, i frati, i gran prelati, i quali anzi 
daranno il malo esempio : 

V^edei'ai molta gente es.ser fallace, 
Et omne prete esser lupo rapace, 
Vederai l'opere de Dio verace 
Abbandonare. 



Vedei'ai molti Irati senza treno 

Portar tractati e tradimenti in seno, 
De simonia e pessimo veneno 
Esser caroato. 

Ancora vederai li gran prelati 

Tenere a lor guardia molti soldati: 
(commettere grandissimi peccati 
Per denari. 



Echi Facile sarebbe il notare in questi versi qualche eco dan- 

dunteschi. tg^^o. Ma a uu ccrto punto il rimatore stesso, trasportato dal- 



TKA l'IJOFhZlK K l'OKlNll 263 

rimpeto (iella sua luttuosa [iredizione, iiell'aiMitaie * i [lastori » 
destinati a diventar « beccari » ci'udeli per avarizia, esce a ci- 
tare senz'altro l'Alighieri : 

gran miseria do lo avaro Mida cuazinne <li 

Il ^ , • 1- u u 1 Dante, 

b tolti queiTli elle ha presa sua guida, 

Per cui esempio conveu clie se grida! 

Dice Danti, (st. XLIV). 

Ma c'è di pui. 

Quando la misura tli ([uesti scandali, di questi flagelli ca- 
stigatori sarà colma e i tiranni sai'anno « consomati « e « li 
preti scacciati con lor danni » 

Verrà colui die cu terra (rAlaiuaimi 
S'è allevato: (st. L). 

Verrà il liberatore e vendicatore, un personaggio che, per u.i riflesso 

,. • • , ,. V I ' ■ • . 1 del Veltro. 

1 origine sua, per le sue qualità e pei' la sua mis.sione, ricorda, 
in tutto e per tutto, il Veltro e il Dux danteschi. 

Egli opererà meraviglie; nemico d'ogni ricchezza, armato 
solo di virtù, specialmente di « dirittura », scaccerà ogni pec- 
cato dal mondo, schiuderà agli uomini una nuova èra di fe- 
licità, di p.-ice serena: strumento di quel Dio che l'umile pro- 
feta umbro invita le genti a pregare e lodare. 

Questo fraticello imperialista, che, probabilmente dall'Umbria, 
fervida ancora di ricordi francescani e iacoponiani , alza la 
voce chiara e ferma di profeta, e, senza scrupoli, senza ti- 
mori giudica e condanna, calmo, inesorabile, tutti i grandi col- 
pevoli della sua Italia, e proprio sul contine fra il XIV e il 
XV secolo, riprende risolutamente l'utopia dantesca dopo tanti 
esperimenti falliti, dopo tante illusioni cadute, nei giorni più 
tristi dello scisma d'occidente, è un'apparizione per molti ri- 
guardi degna di nota. 

4. Parimente nella forma del serventese, ma tutta di versi i.a profezia 
brevi — settenari e quinari — ci si presenta un'altra profezia yJoUa'^^ìa 
meno ampia, quella che incomincia: Vuol la mia fantasia, Ai ({-"i^no'fo 
anonimo , sebbene sia stata attribuita senza ragione al beato "utore. 
Tonimasuccio da Foligno. Anche ad una rapida lettura siamo 
colpiti da tanti e tali riscontri, perfino di immagini e di parole, 
e non solo nel principio e nella chiusa, con la profezia pre- 
cedente, che dobbiamo ammettere una relazione di dipendenza ^òn\ c^on la 
fra i due componimenti. Si è tratti a supporre che l'autore p,.ecedenre.- 



264 CAPITOLO III - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE 

(li questo secondo avesse in mente o sott'occliio l'altro del frate 
umbro e si proponesse di ridurlo in una forma più compen- 
diosa e, cosi stojicamente come geoi^raticamente, indetermi- 
sciaiba nata. Ne risultò una « diceria » povera e sciali . (ìalla quale 
di essa.'' è sparita tutta la prima parte, contenente gli accenni storici 
retrospettivi , mentre vi sono esagerate goffamente (jnelle 
espressioni stranamente fantastiche, quell'incomprensibile gergo 
simbolico, vagamente pauroso e minaccioso, che ci riconducono 
indietro di più d'un secolo, .\ltri potrebbe sospettare che la 
profezia attribuita a fi'ate Stoppa e a frate Muzio rappresenti 
una posteriore e più larga redazione della presente; ma è con- 
gettura meo probabile, anche perchè in questa il trapasso finale 
dai funesti presagi all'annunzio, scolorito, d'un'età pacifica e fe- 
lice, avviene in una maniera addirittura inaspettata, senza pre- 
parazione e senza un'adeguata giustiiìcazione, con un debole ac- 
cenno al futuro pacificatore: 

Vedrai por giù la maglia 
E ogni ferro che taglia; 
E uom senza battaglia 
Farà pace. 

Ma anche questo rimatore ha deposto ogni arma di satira 

e d'invettiva ; si che le sue strofette , monotone e fiacche , 

hanno il tono d'una frottola, nella quale alle sentenze o ai motti 

proverbiali sieno sostituite le predizioni. 

La profezia ^- ^^ Carattere più battagliero e apertamente politico e sa- 

satirica Tu tirico ha l'altra profezia, in forma di frottola: T/'. piue voli 

ptup voli r ' 1 T 

ch'io dica, eli io dica, la cui attribuzione al beato Tommasuccio da Foligno 
è piìi probabile, sebbene dia luogo a non lievi obbiezioni d'indole 
cronologica. Certi accenni ad avvenimenti posteriori al 1377 
— l'anno della morte del frate folignate — c'inducono o a. ne- 
gargli la paternità di questa profezia o ad ammettere che la 
redazione primitiva, composta da lui, abbia subito un notevole 
rimaneggiamento con aggiunte. 

Essa si svolge lungamente secondo lo schema che ci è or- 
mai noto e con grande copia di motti proverbiali e di sentenze. 
La rassegna profetica delle varie città d'Italia diventa spesso 
una requisitoria acerba: ma anche a quest'umile rimatore, tutto 
infervorato a scrutare nell'avvenire, sorride in fine la visione 
e r illusione luminosa che aveva confortato il cuore dell'Esule 
fiorentino. 



TRA FROFKZIK K POEMI 2()5 

Verrà poi iioUn stremo 
Dalla benigna stella 
Un uom ohe rinnovella 
El mundo in altra forma. 
Darìi la bella norma 
A nostra vita attiva 
K farà la terra priva 
D'ogni vizio fallace. 
Per l'universo pace 
Sar;i da cielo in terra 
E follia e ariierra 
Sarà nello inferno messa. 

Così, ancora una volta, la satira svaniva nella luce del soj.':no 
e dell'utopia. 

Diversa d'intonazione, di contenenza e di fornia. (|uasi un , .^ ..jj-^^ì., 
poemetto di cin(iuanta stanze, tra profetica, parenetica e sa- ,''■ '"»"; , 

1 1 'l'I .Stoppa (hi' 

tinca, fra relii^ioso-morale e politica, è la lanj^'a profezia di Bostichi 

, , \ CI Aprì ni 

frate Stoppa de' Bostichi fiorentino: Api-i le labbra nUe, laUra 

, , Ci. mie, ecc. 

dolce Signore. 

Non mi pare che si possa ragionevolmente ritardarne la s„a 
composizione sino alla fine del secolo, come fu proposto da al- cronologia, 
cuno; fra l'altro, perchè visi parla di Lodovico il l>avaro 
(-|- 1347) e di Filippo VI. re di Francia (-|- 1350) e di papa 
Clemente VI (-j- 1352) come ancor viventi, e non ci sarebbe 
stato, in caso contrario, alcun motivo, né alcun interesse di ri- 
destarli pai'ecchi decenni dopo che fossero scesi nel sepolcro. 
D'altra parte, nel passo dove si accenna ad una guei'ra sfortu- 
nata di \'enezia contro Genova, non è necessario vedere un'al- 
lusione ai l'atti del 1372, perchè già da molti anni durava, più 
o meno apei-ta e con alterne vicende, la tenzone sanguinosa fra 
le due città marinare. Perciò continuo a credere questo com- 
ponimento di poco anteriore alla metà del secolo, e non tro- ' 
verei arrischiato — checché paia ad altri — l'identificare frate ^-^ 
Stoppa, autore della nostra profezia, con quel « converso de' /interiore 

p ^ alla meta del 

frati di S. Agostino, homo di grande scientia », del quale il secolo. 
Sercainbi {Croniche, IH , 274) narra che a tempo (h messer 
Castruccio Interminelli, cioè fra il 1316 e il "28, sulla J'iazza di 
s. Michele di Lucca, « disse cantando » la ballata morale di 
Fortuna. 

Anche il tono e la sostanza di questa profezia hanno un 
che di solenne, di profondamente morale, rivelano nell'autore 
un uomo « di scienza » e di esperienza, che si compiace di ac- 
cenni astrologici e scritturali , si dimostra conoscitore della 



dantesche. 



2Hf> (CAPITOLO 111 - II, TRECK.N'IO SATIRICO Dol'O DANTE 

storia e della graivle politica di Europa in quel tenipo^ mostra 
Tracce d'avcr raiuig'liare la Dicina Commedia, dacché in due luoghi 
almeno riecheggia due versi di essa (st. 6.*: « Di saper quel 
che il tempo seco adduce»; st. 18.^^: « Rimaner molte genti 
tristi e grame »). 

Fino allora egli aveva « cantato piii volte di quel eh' è 
suto ». traendo, cioè, la morale dai casi del passato; ora in- 
vece egli vuol far udire un canto veramente profetico, quasi 
« il fiore di molte profezie »; e lo inizia con un'invocazione 
a Dio e lo chiude con una preghiera ancora al Signore e con 
un commiato da cantastorie popolaresco: 

Al vostro onore il mio dire d compiuto. 

E il SUO dire procede rapido, lucido, diritto: riesce nella prima 
e maggior parte sua un grande quadro storico dei tempi, in 
forma d'una rassegna e insieme di una continua rampogna sa- 
tirica e d'un monito minaccioso per l'avvenire, in cui stilano 
i potenti non solo d'Italia, ma di tutta Europa. Peraltro egli 
avverte pure che i gravi castighi da lui annunziati, sono revo- 
cabili da Dio, purché gli uomini s'inducano a sincera penitenza, 
come avvenne già di Ninive, dopo le terribili predizioni di Giona. 

Nonostante qualche tratto di sapore popolare, la forma di 
questo componimento è, in generale, abbastanza colta e deco- 
letteraria. j.Qsa c uou priva di espressioni veramente efficaci e vigorose. 

Ad esempio, noi la sentiamo la Lombardia « affannata di 
tiranni » (st. 30). Anche rileviamo, ma ormai senza stupore, nei 
Spirito an- versì di quosto frate fiorentino, un vivo spirito antichiesastico, 
*'*'^'®®*^*"'° come là dove incuora Lodovico all'impresa iniziata, «cioè d'ab- 
batter la tonduta schiera E' suo' pastor ...» (st. 7), o dove si 
mostra acremente ostile al papa francese, Clemente VI, con 
una violenza che ricorda quella onde l'Alighieri aveva colpito 
un altro pontefice omonimo e del pari francese (st. 9-10). 

Anche qui il sentimento religioso e ([uello morale bene si 
fondono insieme tendendo ad una rinnovazione politica, secondo 
un ideale che sembra conformarsi a quello dantesco : se pure 
è possibile intravedere un concetto nel vago accenno che il ri- 
matore fa ai non lontani destini della Toscana « l'icca », la 
quale, dopo un periodo di pace in « popolare stato », sarà sog- 
getta a tristi rivolgimenti che seguiteranno a « la morte di 
due uomini attempati »: 

Po.scia vien della Magna un fortìstiero 
Signor, che la poiTà 'n stato sincero. 



Coltura 



TRA PROFEZIE E POEMI 267 

K lasciamo che, avendo voluto preilii-e davvero yli «'venti, 
frate Stoppa fa <|ni la lii^ui-a d"nn profeta fallito! 

Ci. La stessa fusione di sentimenti e di tendenze, ma espressa 
con l>en diverso inipet<i ohinriiatorio e con piii fre(iiienti e so i,a fiottni , 
nori' ri-^onanze del j)oenia dantesco, troviamo nella lunga frot- o^peiU' 
tola [ìrofetica (> peUcgì-'ma Italia- che consta di quasi 400 versi 'j^^ll'.'^l 
fra (Midecasillabi, spesso con rimalmezzo. settenari e ([uinari. 
Malamente battezzata come un « serventese nazionale » e senza 
suifìciente rai?ione assegnata a Fazio degli liberti , a})parisce 
attribuita in tre codici a frate Giovanni , predicatore e lio- 
rentino. 

('hiuiKjue ne sia l'autore, è probabile sia sorta negli stessi 
anni, nei (|uali il Bosticlii e imponeva la sua. Fu detta una 
« violenta diatriba contro tutti i signorotti e i Comuni d'Italia »: 
ma è anche da aggiungere che, dall'esordio in fuori, che manca, 
e dalla metrica in fuori , che è veramente quella della frot- 
tola antica, questo componimento si svolge secondo ([uello schema 
consueto delle profezie, che già conosciamo. Perciò non è esatto Disordine 
dire col Gasparv che l'autore si fa guidar dalla rima, quasi _ ^"'". 

r^ • o '1 apparente. 

ch'egli salti, capricciosamente, di palo hi frasca. L'andatura 
di frottola, qua e là oscurata da allusioni sibilline e dall'abuso 
del solito simbolismo zoologico, proprio della poesia politica, è 
in apparenza disordinata e scapigliata; ma in realtà essa pro- 
cede lungo un filo logico continuato, visibile nel raggruppa- 
mento della materia, dall'introduzione generale sull'Italia, via 
via attraverso alla rassegna politica delle diverse regioni e città 
della penisola, ai paurosi vaticini, sino all'annuncio finale. 

Due caratteri appaiono più rilevati in questa profezia e sono j (i„g 
uno spirito ardente d'italianità, che si afferma fin dai primi caratteri 

1 _ ' i predomi- 

versi, nei quali il poeta-profeta si svolge all' Italia « pelle- "anti. 

. . \ 1 ,• 1 • Italianità. 

grina », cioè moralmente e politicamente errante; ed uno spi- 
rito dantesco, che bene si accorda con esso. Le reminiscenze continuo 
della Divina Commedia spuntano ad ogni pie sospinto dai '^lant^g'^^'il^e' 
versetti di questa frottola, e talora con felice ardimento; e 
solo tante e tali, anche di frasi, di versi interi, da fare tal- 
volta l'effetto d'un centone dantesco. 

In questa profezia , destinata a correre, agile e audace, 
[)er le terre e tra i volghi d Italia, riconosciamo, con evidente 
compiacenza, un umile rampollo, spiccatosi dal tronco immor- 
tale della grande profezia dantesca. 

E chiaro che l'esempio dell'Ahghieri conferisce alle ram- 



268 



CAPITOLO III - li. TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE 



pogne satiiiche di questo oscuro l'iniatore una vigoria ed una 
asprezza che non è comune e che è poco o punto fratesca. Ba- 
sterebbe ha priuia frustata inUitta ai Visconti: 

Fj vòmiui incomint'iare 
Dal baraltier che tieii rangiiilla in niaiu». 
Tu che a:uardi Milano 
E poi fai capitano 
Di casa tua la Morte, 
Tu se' verace morte 
Di giustizia e di pace. 

In alti'i casi è Dante, che col suo verso suggerisce il nuovo 
improperio, la feroce iuiprecazione contro le città italiche, 
contro Pisa, ad esempio: 

volpe iniqua e fera, 

Tu se' giunta alla sera, 

Clio ciascun uomo spera — te diserta! 

Tu sarai Tebe jerta, 

Per l'innocente sangue cke bevesti 



Alii anime crude più che serpe, 

Ch'è de' fìgliuoi del conte e dilor fame? 



Interpola- 
zioni 
satiriche 
nei codici 
della , 
Divina 
Coiiimedia. 



E cosi sino -alla tìne. Anzi è curioso e, anche per la storia della 
fortuna di iJante, degno di nota, il fatto, che questa profezia, 
la quale s'inizia con una mossa prettamente dantesca pur nelle 
rime, si chiude con un tinaie^ profetico tratto dal i)oema del- 
l'Alighieri: 

Chi bene qui con meco s'assottiglia 
Non li parrà questo dir meraviglia. 
Giustizia m'assie.i l'a e dà valore. 
Vero frutto verrai-.ne dopo il fiore. 

7. La satir^a nei poemi. — L'eificacia satirica, e talora, in- 
sieme profetica, della Divina Conunedia era naturale che si 
esplicasse principalmente nella produzione che più davvicino 
ne arieggiava la forma di poema epico-didascalico. 

Ma r esempio più curio-.o di questo influsso diretto della 
poesia dantesca, come incitatrice di satira, l'abbiamo in certe 
interpolazioni che troviamo fatte in qualche manoscritto della 
Commedia. Tale un codice tiella Biblioteca Vittorio Emanuele 
di Roma, dove uno studiolo di Dante, un senese, vissuto alla 
fine del sec. XIV , per dure sfogo a certe sue vendette per- 



TRA PROFEZIE E FOEMl 269 

sonali contro alcuni nemici, inseri di sno due interi canti, uno 
contro i lussuriosi, l'altro, contro i «golosi. 

Anche nella parte satirica dei nuovi poemi l' influsso del- i/ìnUusso 
l'Alighieri è visibile, e non di rado in forma profetica. 

L'Acei'ha, che Cecco d'Ascoli osò contrapporre, come opera Neil- .vrtTò.i 
severamente scientifica, al poema « adorno », ma vano, dei- tr,ucoir. 
l'Esule tiorentino, è tutta pregna di uno spirito satirico acre, 
insolente, rabbioso, e che fa pensare alle furie rumorose ma 
impotenti del botolo contro il mastino. Ciò doveva derivare an- 
zitutto dall'indole astiosa dell'Ascolano, ma doveva contribuirvi 
per non piccola parte appunto questo suo proposito ostile a 
Dante, ai poeti come lui, ai suoi ammiratori. Si direbbe ch'egli 
volesse gareggiare con l'autore della Coinmedia, anche nell'uf- 
licio che questi si era arrogato d'erigersi a maestro, ammo- 
nitore, giudice e giustiziere, con invettive, minacce e vaticini, 
agli uomini traviati. 

Nel far questo, Cecco si appropria, deformandole e paro- 
diandole, senza volere, immagini ed espressioni dell'Alighieri, 
a cominciare fo]'se dal titolo di Acerba, pretensioso e superbo, 
(juasi di opera cosi forte e nuova da riuscire « acerba » al 
gusto non abbastanza educato e alle coscienze corrotte del volgo 
dei lettori. Infatti è probabile che nel foggiare questo titolo 
egli dovesse aver presente due passi del Paradiso (e. XVII, 
117; 124-6). 

Certo è che lo Stabili, nell'atto stesso che sente di com- 
battere e pazzamente demolire il poeta della Goìnmedia., gli 
rende il piii solenne omaggio , col tradire la preoccupazione 
continua di rifargli il verso, di far la voce grossa, e sermoneg- 
giare e tonare, ma in modo cosi grossolano e goffo, che le sue 
ire a freddo producono su noi l'effetto di sfuriate inflitteci da 
un pedante di cattivo umore. E il suo umore egh. il gj-an ne- 
mico delle « fabule » poetiche e amante solo della scienza au- 
stera, non si restringe a sfogarlo contro il poeta gracidante della 
Commedia, nei passi che tutti conoscono (lib. V. cap. xiii), nei 
quali la satira personale giunge sino ad un grottesco, che si 
ritorce contro se stesso. Cecco e.sce in frequenti e prolisse di- 
gressioni e requisitorie satiriche, specialmente dove (lib. Ili) 
ha occasione di trattare delle virtù e dei loro contrari, inve- 
endo, in forma plebea, ora contio le donne, ora contro le vane 
classi sociali, contro i medici, i nohili. contro le diverse re- 
gioni e citt;i d'Italia, dove trionfano certi vizi. 



270 CAPITOLO III - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE 

Ad esempio, parlando dell' Avarizia, si rivoli^-e cosi agli abi- 
tanti dello Stato della Chiesa: 

voi del patrimonio e del Ducato, 
Che presso site a le romane coste, 
Vui siti pur .subbietti a tal peccato I 

E ai Fiorentini, anzi, in genere , ai Toscani lancia questa 
accusa: « Tenite la Lussuria vostra Dea ». 

Dato il suo culto dell'Astrologia e il su(j pi'oposito di tener 
testa a Dante , non ci reca stupore che spesso le sue tirate 
prendano la forma di profezie, destinate, nelle sue intenzioni , 
ad oscurare quelle dantesche. Così, dopo l'invettiva contro i 
Lombardi, colpevoli di gola, predice loro gravi sciagure, il 
cadere dei Guelfi e il sormontare dei tiranni, i quali si assog- 
getteranno « tutta Lombardia col dolce piano », un verso cote- 
sto, nel quale notiamo un furterello dantesco (/»/'., XXVIII, 74). 

L' Ascolano ha data tanta parte nel suo trattato in versi 
alle profezie satiriche, che alcune di queste ne furono staccate 
e vagarono libere nei manoscritti, come altri brani deìV Acerba 
e , anche per la sua fama di mago, altre profezie gli furono 
indebitamente attribuite. 

Egli procede faticoso nelle sue rampogne per via di esclama- 
zioni, che sembi-ano echi stonati di invettive dantesche (p. es . il 
V. « () Bolognesi, anime di foco » fu suggerito dal v. deWJi/f. 
Ahi Genovesi, uomini diversi!). E quando vorrà frustare la sua 
patria, Ascoli, pei suoi vizi, si scaglierà contro « l'acerba secta 
de le genti nove ». 

Anche considerato da questo aspetto, lo Stabili rivela tutta 
la miseria del suo spirito che è eguagliata soltanto dall'inet- 
titudine dello scrittore. 
La satira 8. Parimenti lo studio delle manifesta/ioni satiriche nel 
"loMdÓ" Diitamondo permette d'apprezzar meglio il culto ardente che 
Fazio degli liberti ebbe per l'Alighieri, ond'egli tiene il 
^^ 'zinne" pi^i'^i^^ posto fra Ì suoi imitatori trecenteschi: il primo, che 
aantesca. nou vuol dire però molto elevato. 

Per r esame rapido che s'è fatto delle sue liriche, cono- 
sciamo già quale attitudine non comune egli possedesse al- 
l'espressione del sentimento politico-morale. Men felice prova a 
questo riguardo Fazio fece nel poema, anche per la preoccu- 
pazione costante e quasi tirannica che tradisce di ormeggiare 
dappresso il poeta della Commedia, il quale, più ancora di So- 
lino, gli fu guida nel viaggio faticoso. 



TRA PROFEZIK K POEMI 271 

Infatti, liei numerosi passi satirici sparsi pel DUUintondo, in, nazioni 
udiamo ripercotersi spesso la voce 'li Dante. E queste derivazioni óstenuuè^ 
sono fatte in modo che è facile capire come il nuovo poeta , 
lungi dal tentare di dissimularle, le ostenti e, nella sua am- 
mirazione, se ne compiaccia come d'un onore e d'un .singolare 
adornamento dell'opera sua. Peccato però che il j)iù delle volte 
il fantasma poetico delTAlighieri, la mossa satirica dell'originale 
se ne escano alterati e sciupati nel rifacimento uhertiano, per 
difetto, non di simpatia, di entusiasmo o di buon volei'e. ma 
d'arte vera. 

Le occasioni di sfoghi satirici in tpiesto suo poema scien- occasioni 
titìco — un'enciclopedia geogratico-cosmogratica versificata — 
Fazio le trova in modo, diciamo pure, analogo a quello seguito 
da Dante, o nnlle esuberanti esposizioni storiche, o nella men- 
zione di personaggi e di luoghi famosi. 

E poiché il sentimento dominante nel nuovo esule tlo- seutimento 
rentino è politico imperialista, in un senso più ghibellino po?uicT-im- 
e più nazionale che non l'Alighieri, è naturale che di questo p^'''»''**^ 
si accenda e si colori anche la satira diffusa largamente nel 
poema. 

Simile a Dante, appunto in nome di questa sua fede poli- 
tica, punge e frusta quei principi indegni del suo tempo che contro i 
la tradiscono, venendo meno ai loro doveri. Co.si adopera lo P^de^'n^,'. 
scherno e l'ironia contro quel Carlo IV di Boemia , che ab- ,.,3„t,.Q 
biamo veduto maltrattato tieramente dalla |)oesia contempo- f'^rio iv 

^ '■ a\ Boemia. 

ranca per la sua brutta impresa d'Italia; lo dice, con espres- 
sione dantesca . « poco del corpo e men troppo del core » 
e, sempre per bocca di SoUno, aggiunge: 

Carlo si scrive, e Cesar si contiene. 

Ben so clie sai eiii è, chó per Italia 

Quanto è di gran valor si dice bene. 
Menato fu come fanciul da balia 

Patteggiando a Milano a incoronarsi . . . 
(lib. IV, cai). 1^)- 

Più tardi, in cospetto del Santo Sepolcro, abbandonato in 
mano ai Saracini, il viaui laute poeta, fra lo sdegno ed il pianto, 
inveirà contro « quel sotisto » 

Cile sta in Huerame a piantar vigne e fichi 
E che non cura di si (;aro acquisto, 

intimandogli , se non ha « lo cor d'essere Augusto », di riti- 
rarsi e sparire (lib. VI, cap. 5). 



272 CAPITOLO IH - II. TRKCrùNTO SATIRICO Uopo DANTE 

\iis„eai- CoiiiH Danto, mosso da spiriti luisoi^allici, anche T liberti 

'""""■ si accanisce particolarmente contro i Capetini^i e gli Angioini, 
in odio ai quali si fa esporre da Solino, attraversando la Francia, 
la genealogia di quei re (lib. IV, cap. 19), e prende di mira 
sovrattutto Filippo il Bello. Peccato però che anche qui egli 
stemperi in due terzetti quell'accenno alla morte del re, finito 
degnamente « di colpo di cotenna », che — ricorderà il let- 
tore — l'Alighieri aveva racchiuso, in forma di profezia, entro 
i confini d'un solo verso veramente scultorio [Paracl., XIX, 120). 
Satira aliti- Nel DUtamondo, non meno che nella Divina CommediaVm- 
chiesastica. ,^Qg.j^^|j^ g \q colpe dei pontefici e degli altri pastori della Chiesa 
danno luogo a frequenti e non timide manifestazioni di satira 
antichiesastLca, rivolta, cioè, a colpire non laCliiesacome isti- 
tuzione, ma gli abusi e i delitti del clero degenere e traviato. 
Anche nel poema di Fazio questa forma satirica ci fa veder 
meglio l'intimo indissolubile legame che nelle coscienze me- 
dievali esisteva fra le grandi questioni politiche e quelle reli- 
giose e morali. 
Contro gli Vediamo , ad es. , come Fazio , ripetitore di Dante , trovi 
''donazilfrlif modo di far deplorare da Roma personificata la donazione di 
Costantino. Costantino, non in se. ma nei suoi effetti funesti, onde la Chiesa 
« ricchezza acquista e santità perdeo » (lib. II, cap. 11). Roma, 
abbandonata da tutti, denunzia questo papa-re. che, dimentico 
del proprio ufficio, usurpa in Avignone il poter temporale, e 
Contro il nelle sue parole essa tenta di ridestare gli accenti immortali 
teii^poraie. *lel pooma dantesco : 

Oh quanto irli terrei magsrior onore, 
Che fo.sse meco e governase i suoi, 
Che dirsi a Avisjnon papa e imperatore! 

Cosi l'Eterna città esclama in vei'si brutti, ma chiari. Meglio 
che in questa esclamazione dove cova un amaro rinfaccio, il 
severo giudizio del poeta sul papato avignonese si esprime in 
Ironia ^n altro passo (lib. IV, cap. 22) dov'egh, giunto con Solino in 
'contro^ vista di Aviguono, commenta, con tagliente ironia, la descri- 
Avignone zionc clio la sua ofuida gii ha fatto della città famosa . sede 
del papato e ch'egli tìnge di rappresentarci come un asilo di 
ogni santo e puro costume. Il capitolo comincia con una ter- 
zina che dà l'intonazione a buona parte di esso: 

Qiial vuol Cristian perfetto esser a Dio. 
Dis.se Solin, per veder belli esempli 
Vegna a Vignon, dove siam tu ed io. 



papale. 



LA SATIRA NEI POEMI VOl.iiAllI 278 

Insieme eoi roventi sonetti ilei l^etraiva la niuìva Hahilonia 
iiiei'itava ([in^ste tralitture velenose «lei devoto seguace del- 
rAliifhieri. 

(Questi appunto ^li a\e\a insegnato ail accouinnare nei suoi 
disdegni e nei biasimi obiurgatorì i cattivi principi e i cattivi 
pastori, anche in accenni incidentali. 

Ecco, ad es.. come il ricordo (lei l'egno di (franata, ancora in Contro i.rin- 
mano dei Saraceni, gli suggerisca un aperta riprovazione a Cle- cattivi, 
mente VI e a Carlo il Saggio e, subito dopo, a tutti i re e 
signori e chierici tralignanti : 

Per caceiar questi e quel reame l(JiTe, 

Clemente e warlo non darebbe un arro.sso, 

Se ne avesse cia.seiin piena una torre. 
De' regi e de' Signor che dir ti posso, 

K de' chierei, so non ch'i'gli hanno il volto 

Dove gli antichi Imoii tem'aao il do.sso? 

Ancora: all' .Vlighieri , agognante (ialF esilio al suo « bel 
San (ìiovanni ». « la carità del natio loco » non aveva impe- 
dito di farlo bersaglio dei colpi più mici<liali della sua ira e 
della sua satira; e V Uberti. che pui-e dal suo cuore ili esule contn. 
si sente traboccare con l'amore il vano desiderio di vedere la traiì^naui, 
città dei suoi padri, non le risparmia le sue frecciate, procla- 
mandone l'infamia, coihh 

Fatta a pochi reggia, a molti tana. 

Eco anche questo — e confuso — d'un verso dantesco 
(Piirg., XIV, 51). 

Come si vede, anche in questo Fazio si sforzò di appro- 
fittare delle grandi lezioni del suo maestr >. del nuovo Giove- 
nale cristiano, e ne avrebbe tratto, indubbiaaieate, miglior par- 
tito, se la fantasia, l'ispirazione poetica, l'arte, fossero tra le 
cose suscettibili d'essere insegnate. 

9. Per l'esempio sovrattutto di Dante, diventa, dalla .seconda 
metà del Trecento in poi. una vera tradizione letteraria l'in- 
serire , nei poemi variaiiente didattici, invettive, accenni, in.serzioni 
digressioni d'indole satirica, e di contenenza piij spe.sso politico- nel^pòemi 
morale: tradizione che si protrae anche nel secolo seguente. ^"^''""^' 
Detriti, cotesti, non di poesia, ma di storia, che non meritano 
più di un cenno rapidissimo. 

,,v . . . -Ne i .-V„iu 

S e già avuta occasione di ricordare ì'Anhorosa Visione, dove, rosa 

. . .. .■ -1 TI • j li'. ±- ■ visione dp\ 

contro ogni aspettativa, il Iwccaccio adopera la irusta satirica. Boccaccio 

Ci.\N. — La Satira. 18 



274 CAPITOLO III - IL TRKCENTO SATIRICO DOrO DANTE 

A puro titolo di curiosità si possono citare certe figurazioni 
di Zenone da Pistoia, che vorrebbero essere forti, paurosi « do- 
cumenti » e ammonimenti, mentre riescono d'un effetto grot- 
tesco insuperabile, veri travestimenti o caricature di altre 
>-eiia fantasie del Paradiso dantesco. Ma la sua Pietosa fante , il 
f '^/:°*di poema veramente pietoso , composto per la morte e in lode 
Zenone da del Petrarca, il pistoiese tìnge, a un certo punto (Capp li, III), 
d'aver veduto Giove in persona, fremente di sdegno contro i 
mortali che minaccia di distruggere addirittura « per la vita 
rea », e gli altri Dei, che l'ascoltano, e dapprima ne tremano, 
ma poi, tutti a una voce reclamano da lui « vendetta » e si 
offrono pronti ad aiutarlo nel compierla. 

In un'altra scena, che segue subito dopo, vediamo apparire 
il Mondo, in figura d'un brutto vecchio, che tiene in bocca. 
Dio solo sa quante lingue, ed è preceduto da sette donne trion- 
fanti, che rappresentano i Vizi, seguite da altre sette donne 
« sconfitte » e dolenti, che sono le sette Virtù. Basta questo 
per far comprendere che qui abbiamo un goffo trionfo, che 
nelle intenzioni dell'autore, vorrebbe essere satirico. 
^Tella Più tardi , nel 1430 , in un altro poema- visione che non 

^Gk)vanni*^' "^^^ S"!*^!^ cho di più del precedente, ne La Filomena di Gio- 
^"^pfato ^^ vanni di Gherardo da Prato, quelle povere Virtù prenderanno 
la loro rivincita, una rivincita, a dir vero, poco allegra, che 
esse infliggono agli uomini una serie di predicozzi in forma 
di canzoni, che talvolta diventano aspre rampogne. La Pru- 
denza , ad es. , deplora le discordie e le guerre inique , che 
regnano nel mondo, rimpi'overa Firenze e la eccita a « schian- 
tare da 5é ogni ria setta »; e la Giustizia richiama duramente 
gli Italiani, « la gente latina », ai loro doveri di popoli civili con- 
tro i barbari stranieri e chiede loro in tono di severo rimbrotto: 

Che vi giova veder ne' luoghi vostri 
La rabbia de" Tedeschi e de' ladroni, 



Venuti per guastare i luoghi nostri? 

Meno male! E sia pure che ci risuonino airorecchio echi 

di Dante e del Petrarca. 

>^ei K,ari accenti satirici riusciamo a cogliere qua e là nei Qu<i- 

^Te'aio driregio , il freddo e pesante poema teologico-allegorico del 

del Frez^i. Frezzi , composto fra il cadere del XIV e gli inizi del XV 

secolo , e che è citato come una delle più insigni imitazioni 

della Commedia dantesca. 



POEMETTI SATIRICI 275 

III UH episodio (II, i.x.)nel quale, a ragione, fu notato l'influsso 
anche degli affreschi del Camposanto pisano , la paurosa ca- 
valcata della Moi'te , questa , con una prosopopea grandiosa , 
grida ed e-<alta e rinfaccia, niinaccii'sa, ai grandi, ai peccatori 
del -Mondo la propria potenza: ina (pii , più che vera satira, 
abbiamo uno di quei moniti d" ispirazione religiosa e morale 
che si sono rilevati più addietro toccai.'do delle Danze macabre 
e delle loro derivazioni. Invece, direttamente ispirati al poema 
di Dante sono i due notevoli saggi d'invettiva contro l'Italia, 
per effetto della Superbia, divisa e discorde e travagliata da ti- 
ranni (III, III), dai ([uali la potrà solo liberare un Signore 
nuovo, che è una riai)})arizione del Veltro dantesco, contro 
l'Italia, accecata dal furore delle malnate passioni civili (III , 
xi). Deboli riflessi , come si vede, ma non trascura})ili, della 
poesia satirica e della maggior profezia dell'Alighieri. 

Nel poema del vescovo folignate l'espressione del sentimento 
.satii-ico non è, si capisce, se non incidentale, com'è s[)oradica 
e tenue l'apparizione d'elementi, politici. 

10. Non mancano poemetti, nei quali, col preponderare La satha 
della materia e dell" intento politico , ha una pai'te maggiore i^n^e^in 
e meno generica, quindi più viva e spontanea , anche la poemetti 
satira. ' ?""'''='• 

Tale è il caso del poemetto, in ternari , che fu attribuito n poemetto 
malamente a Francesco il Vecchio da Carrara , mentre fu Francesco 
composto da un ignoto (forse Zenone da Pistoia?) a gloria ed ''^clrraia'' 
esaltazione di Francesco Novello, suo figlio, verso il 1390. E 
naturale che alle lodi calorose rivolte al Carrarese, del quale 
si celebrano la gesta, s'accompagni un sentimento d'esecra- Contro g.o. 
7Àone e d' odio sovrattutto contro Gian Galeazzo Visconti , il 
nemico suo mortale e traditore. Quest'odio prorompe frequente 
con mosse e risonanze tutte dantesche, nei terzetti vigorosi , 
dove si trapassa talora, felicemente, dall'ironia sanguinosa al- 
rimprecazione violenta. 

Si senta, ad es.. come il poeta commenti l'atto del Conte 
di Virtù che si era rifiutato di dar udienza in Milano al Car- 
rarese, se prima non gli avesse fatta la cessione officiale di 
Padova : 

Odi risposta grazio.sa e cara ! 

Olii parlar d'ogni dolce/za pieno! 

O divina virtù, che 'l mondo .schiara, 



■i/<) CAPITOLO III - IL l'RKCENTO SATIRICO DOPO DANTE 

Kii nacsto oirea a t\i\U) 'l suo terreno, 
Fili" (jizesli i patti aitesi della lega, 
Quando quel dalla Scala venne meno!' 

(^he fa la falcie tua, (ch'ella non sega 
Questa malvagia ortica, o Signor inio:* 
Pur tulla Italia piangendo ti prega. 

Ma ben altro occorreva che i versi, sia pure ai-denti di 
sincera indignazione satirica , sia pure invocanti la « falce » 
della giustizia divina contro le armi ormai prepotenti del si- 
gnore visconteo, che altri poeti acclamavano già liberatore e 
uniilcatore d'Italia! 

Siinibnente è un generoso, ma vano sfogo d'un sentimento 

nobilissimo il poemetto o lungo capitolo ternario in forma di 

visione — vero trionfo tutto satirico e politico — scritto 

da Manetto de' Ciaccheri da Firenze, che, men fortunato di 

tanti altri non migliori suoi compagni, è rimasto sino ad ora 

manoscritto, nella oscurità di una biblioteca. 

Il Tronfo Curioso 6 interessante, storicamente, ([uesto Trionfo de 

iH Maneuo' traditori, composto poco dopo il 1395; anche perchè la « nuova 

Ciaccheri. visioue » che il poeta descrive , si svolge in un luogo reale , 

di questa terra, secondo una topogratia ben determinata, cioè 

nel grande piano di Pisa. Quivi vede egli accorrere, scendendo 

da ogni parte giù dalla valle del Serchio. schiere numerose di 

genti, che apprende essere tutti traditori, già morti. E tutti 

fanno gran festa: è una vera corte bandita, con tornei, canti, 

danze, un tripudio di voci acclamanti. 

Sfilano in una interminabile rassegna verso Asciano gli 
armati , coi loro gonfaloni , molti dei quali sono additati coi 
loro nomi : traditori antichi e moderni, più di questi che tìi 
quelli, e fra essi, Jacopo d'Appiano : 

Venia con la test'alta, fiero e aldace 
Non misurando la sua iniquitade 
Che tutta Italia di riposo sface. 

Allorché giunge, sul carro trionfale, accompagnato da « gran 
baronia», Giuda, questi, volto ai suoi tìdi, Caino , Cassio e 
Bruto, « con bella diceria » annunzia loro che la sua signoria, 
durata 1361 anno, è finita, dacché egli deve cederla ad altri, 
e Bruto ne reca l'ambasciata ad Jacopo d'Appiano, fra le ac- 
clamazioni universali: 

Et e' rispose con parole adorne: 
« Da po' che piace a tanta nobiltade, 
r son contento e punto non ne scorne ». 



NF.LLA l'OKSlA F^OP^LARKSCA '211 

(iridando lutti: Muoia I.eeltado 

E chi la si-iiiiila o (chi) l'ha seguita: 
H viva ciascuna ini'|uitadel 

(iiiida, soprayi^iiiiiti). scende dal can-o h cedi' -aW \piii:iii(> 

la corona 

SojjiM ojjiii traditor ch"al ukmi'Ìo icl'iki. 

Cdsi il 1)11011 li(Ji'eiitiiio. neiriiitieiiiia rozzez/.a dei suoi ter- 
nati, ma con ai-dita tinzione, che |)i'eanniiiiciava altfi poemetti 
satirici del 400, si faceva iiitei'pfete del seiitiineiitd popolare, 
d'una pai'te di Pisa e della sua Fii-enze, e vendicava, contro il 
sanguinario traditofe niesser Jacopo, divenuto sti'uinento di dian 
Galeazzo Visconti, la stfdge dei (iainljacortl ( 1392) al capo dei 
quali, Piero, egli, doppiamente colpevole era debitore della 
sua fortuna. 

11. Infatti.il popolo di tutte le regioni d'Italia, ma in par- , ^ satira 
ticolar modo della Toscana, continuò ad avere i suoi poeti, ri- i'"i",'ca 

i ' nella 

niatori più o meno esperti , forniti di coltui'a e di qualità P"esia 

. , ... .-1 1- • |io|)olaresca 

artistiche assai diverse tra loro, i quali .seguivano e commen- 
tavano col canto gli avvenimenti che più co.lpivano la loro 
fantasia ed esprimevano i suoi sentimenti di pietà e di dolore, 
d'indignazione e di scherno. 

Documento notevole di questa poesia più schiettamente pò- n cantare 
polaresca è il cantare in ottava rima, onde un ignoto floren- f"ré''o*rK)x\* 
tino diede anch'egli battaglia con la penna e con la viva voce, 
contro papa Gregorio XI, contro il quale s'era mosso, come 
s'è vi.sto, Franco Sacchetti. Questo dicitore di popolo non ha 
molti scrupoli; invoca sì il « Salvadore » propizio al suo canto, 
e alla fine si accomiata con una licenza, devota, a modo dei 
cantastorie. Ma verso il clero, degenere per cupidigia di ric- 
chezze, si mostra inesorabile, e dice chiaro anch'egli: 

Po' che dotati l'ur da Gostantino, 

I ma' pastori iinno errato il cammino, 

intenti solo ad ammassare « il gran tesoro »: 

Dar, per pecunia dariento o d'ori, 
I benefici ph'ànno tra le mani, 
.>imoneg-giando e commettendo errori. 

Perlino la ballata, sorta, messaggera gentile di amore, ad naiiaie 
accrescere la giocondità delle feste, diventa sempre piii spe.sso, saUnc^ke 



278 CAPITOLO III - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE 

nelle mani di quei l'iinatoii, sti-iiinento di fiere passioni poli- 
ticlie, espressione ili salirà. Ancora vivente 1' Alig'hieri, com- 
posta da un ij^noto {guelfo toscatio, la famosa ballata sulla rotta 
(ii Montecatini (13 lo) aveva suonato, più che un pietoso la- 
mento, aspi'a di con'ucci mortali, specialmente contro Pisa 
ghibellina, della quale augurava, predicava con desiderio la 
totale distruzione, ma non senza qualche frustata sanguinosa 
contro il re Roberto, « fonte d'avarizia » e per avarizia, per 
accumular tesori nella torre della ]>runa , fatto vile e sver- 
gognato: 

Per non scemar del colmo della Hruiia 

Passerà essa fortuna 

E smaltirà il ilisnor, temendo il danno. 

Un'altra ballata, che s' accompagna alle ottave di Paolo 
dell'Abbaco, bene ci attesta per bocca del Pucci l'odio che in 
Firenze divampò contro il Duca d'Atene, dopo la brutta espe- 
rienza fatta; e dell'orrore e dell'esecrazione suscitata dall'as- 
sassinio di Andrea l'Ungheria (13 io) fremono tuttoi'u le strofe 
d'un'altra ballata dovuta certo a un guelfo toscano^ che inco- 
mincia, in nota di « pianto », di lamento, ma fervida d'ira e 
di' vendetta, cosi: 

Come '1 sangue d'Abello 

Gridò vendetta isparto da Caino, 

Così ciascun latino 

Pianga la morte del buo' re Novello. 

Altre due ballate, toscane, riboccano d' odio contro i Vi- 
sconti, ma assai prima d'esse una, senese, aveva inveito, vele- 
nosa, fra l'ironia, lo scherno, il sarcasmo, la minaccia, contro il 
conte di Fondi, nipote di Bonifazio Vili, stato podestà a Siena 
proprio l'anno in cui Dante moriva. 

E tanta autorità, come interpreti della pubblica voce, ave- 
vano quei versi satirici , che i cronisti più attenti quale il 
Sercambi, li trascrivevano e commentavano nelle loro pagine; 
l'iche onde le Croniche del lucchese ci hanno conservato non pochi 
nelle compouimenti, storicamente curiosi, nei quali riudiamo ancoi'a, 
iiérsei--'' afliochite dalla lontananza, quelle voci di scherno, d'ira, di 
cami.i, passioni violente, che un di suonarono per le piazze della 
, -, , Toscana. (ìrazie al Sercambi, ci è giunto anche il nome d'uno 

alcune del ... 

lucchese dei pili Zelanti fornitori di (luella Musa noi)olaresra, il lucchese 

Dtivino 11' 

Castellani. Da v iu o (' as te 1 laii Ì, al quale forse appartiene, fra le altre, 



jesie .s;iti- 



all'alba dell'umanesimo 279 

anche una ballata , dov' è messo alla i(0{j^ii;i un ><'r Moccio, 
calzolaio politicante di Fucecchio, ospite di Lucca: 

E non volea sei' Moccio 
Clic '1 Cardinal veno.sse, 
Lairrime molto s|)osse 
(Tittava con siniitiiosso. 

Insomma, non v'era fatto un po' rumoroso, anche enti'o la 
cerchia d'una città, che non destasse qualche eco satirica, de- 
stinata a spegnersi ben presto, senza lasciar quasi traccia di 
sé, con poco danno dell'arte, ma con i-ammarico dei curiosi 
indagatori della storia. 

Krano tempi nei quali perriiio i canti religiosi, le laudi Morsi 
devote ad uso del popolo — torse per l'esempio di Jacopone — ptrsITÒ 
mordevano, e non lievemente, gli stessi prelati e i dotti. In "®"* '"'"''• 
una di esse si dava, fra gh altri, questo consiglio pungente 

ai frati: 

Li .sensi al)ia regulati. 
Poca usanza cum prelati, 
Né cum grandi litterati. 

Per la cronologia, e non per essa soltanto, questi versetti 
vengono a collocarsi bene fra gli altr-i, più famosi di Dante 
{Tnf. XV, 106-78) e quelh deir.-\riosto {Sai. VI, 25-7), e ram- 
mentano gli ammonimenti che nel Reggimento e costumi di 
donna Francesco da Barberino aveva posto in bocca alla l*ru- 
denzia: 

(Guardati da pellegrini 

C) le barbe e co' catini, 

ctie linaosine chiedendo 

con le donne van .sedendo, 

]joi profetan cose molte, 

dove .si pigliano le stolte. 

\\ . — La satira latina nell'alba dell'Umanesimo. 

1. Cosi, con varietà crescente di forme, ma con sempre 
minore originalità ed efficacia artistica, si veniva atteggiando 
fra i letterati più colti e Ira il popolo o, meglio, fra i suoi i eeadenza 
interpreti o fornitori - il sentimento satirico nella veste della ^^^^^.^^ 
poesia volgare. Naturalmente, dopo le grandi affermazioni dei '^"'f^T 
maggiori trecentisti, la satira jjur essa seguiva il generale sca- satirica. 
dimento delle lettere, anche se non occorra prendere proprio 



280 CAPITOLO III - IL TRKCKNTO SATIRICO DOPO DANTE 

alla lettera il lamento doppiamente funebre che Franco Sac- 
chetti innalzò sulla toinba deiraraico boccaccio e, insieme, sul 
sepolcro, che a lui sembrava aperto con quella, alla poesia nostra. 
Intanto, con varie vicende, ina con un prooredire continuo 
Inizi doiiT- sebbene non sempre abbastanza a|)pai-iscente, si iniziava e si 
nianesnn.). r^yy^.r^y.^ quell'alti'O - uioto di cultura e anche di arte, che do- 
veva segnare un rinnovamento fecondo — e sia pure non tutto 
felice — delle lettere nostre, voglio dire l' Umanesimo. 

Sin dai primi albori antelucani, in qioUa prima produzione 

satirica riimovata non mancarono sag'jfi c.ì poesia satirica , la 

quale tuttavia reca con se i caratteri propri di quel periodo 

Periodo di di transizione, transizione dalla poesia latina di forme e di 

transizione. gpjpj|j medievali, a quella schiettamente umanistica. 

Questi caratteri si possono determinare con discreta sicu- 
rezza anche nei documenti di poesia satirica. Cosi, ad esempio, 
il vedere citato e in certe espressioni imitato Giovenale, non 
deve trarci in inganno. Sappiamo già come 1' Aquinate abbia 
avuta una grande fortuna nell'Età di mezzo, la quale si piacque 
di addurre le sue sentenze morali come di un' « autorità » 
consacrata anche dai secoli — e valga Dante per tutti — ; ma 
il senso dalla forma e lo spirito giovenalesco non si afferrano 
che lentamente e tardi. 

„ . . Nel primo Trecento è naturale che, anche nella manifestazione 

prevalgono (\(,\ sentimento satirico prorompente dal cuore di un « chierico », 
medievali, nella Ungua latina, continui a prevalere la tradizione scliiet- 
tamente medievale. Ne è un documento genuino il tratto piii 
propriamente satirico del lamento composto da un ignoto « chie- 
rico » nel 1813, per la morte di Arrigo VII, e foggiato sullo 
stampo degli inni chiesastici ; il tratto , nel quale s' inveisce 
contro i presunti avvelenatori del buono imperatore, come usciti 
dalla genia di Giuda: 

Scariotis -geniturae 
Vipereae periturae 
AequipoUent .... 



nocumenti 



2. La difficoltà o le incertezze pel critico sorgono appena in- 
ibridi, cominciano ad apparire, coi primi influssi veramente classici , 
quei documenti ii«ridi nei quali vediamo mescolati ingenuamente 
elementi medievali ed antichi. 

Di questo ibridismo, lettei-ariamente e storicamente inte- 
ressante, ci vengono non pochi esempi sino dal tempo dell'A- 



SATIRA LATINA PREUMANlSTfCA 281 

lii;liiei"i . (ìa (jiiel ^i-iippo <li |)re-iiiiianisti cIih sorgono nella 
ViMiezia e fra i Muali spicca la tìi^ura di Albertino Mussato. Aibenino 

' r^ a . Mussato. 

(Hononobtante, il padovano i-imane entro l'àmltito diquello che 
l)otrol)be dirsi unianesitrio medievale, sia che nella Historiaaiigu- Tratti sati- 
ata e nel De (jestis Ilewici VII, in parte versiricato (e in questa "opere ° 
parte ricco di tratti satirici, sovrattutto contro lo Scaligero, p^'itiche, 
nonché • i ricordi virgiliani) si sforzi d'imitare il suo antico 
concittadino. T. Livio, e \\q\V Eccerinis renda omaggio, come 
poteva e sapeva, a Seneca, sia che in questa tragedia sfoghi il e neiia 
suo odio contro Ezzelino, che ritrae quale rappresentante orri- '^*°® '''■ 
bile della tirannide, risorta con Cangrande, e che, conforme alla 
leggenda, rafiìgura come degno figlio del demonio. Dovunque, 
specialmente nei Cori, (|uest"opera calda di passione risuona d'im- 
precazioni e (l'invettive, che sono una forma di satira oratoria; Le sue 
onde egli stesso, in quella pagina del De Gesiis, in cui i-icorda sive 
gli Ecceì'ini (jesta nep/uindi, cosi accenna alla sua tragedia: 



Sermones. 



Hee aliqiiis Vatuni tragica detieta quercia 
Tradidit Archiloins in parva volumiiia metris. 

dove, nelle intenzioni dello scrittore, l'accenno ad Ai-chiloco non 
doveva avere un significato soltanto metrico. In alcune Epistole 
metriche — Epistolae seu Sermones — le più in distici, nelle 
quali si espande liberamente con gli amici intorno ai propri 
casi e a quelli della patria o discute e confuta e rimprovera, 
egli ci offre tracce evidenti d'imitazione della satira classica, 
sovi-attutto di quella di tipo oraziano, inserendo nei suoi versi 
qualche emistichio o addirittura qualche passo di Persio e di 
Orazio: né manca talora di scaghare i suoi colpi contro lo Sca- 
ligero {Epist. XVII), il nemico della libertà padovana ch'egli 
aveva preso di mira nella sua tragedia. 

Imbevuto di classicismo, per quanto era possibile in (juegli 
anni, ribollente di [lassione politica, non meno del Mussato, ma, 
all'opposto di lui, battagliero ghibellino e fautore e apologista 
di Cangrande, fu il vicentino Ferreto de' Ferreti. Portato da Ferreto aa 
natura alla mordacità, nelle sue prose e nei suoi versi egli ebbe Ve'iuno^fp'- 
campo di manifestare spesso il suo umore satirico , a scapito e''monilu;e' 
della verità .storica, ma anche con vigorosa nobiltà di sentinienti. 
Abbondano quindi le invettive pohtiche contro gli Italiani, spe- 
cialmente contro i Guelfi, fiacchi e discordi, contro i tiranni 
che non assecondavano l'impresa di Arrigo, contro le violenze 
delle milizie mercenarie: ma talora egli si solleva, simile a 



282 



CAPITOLO III - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE 



Dante, al di sopra delle parti, e non risparmia amare verità 
ai suoi Ghibellini e allo stesso Cangrande. 

Ma per altre e più- evidenti ragioni noi , leggen(io le sue 
opere, siamo tratti a pensare all'Alighieri. Che è curioso il ri- 
levare in questo precursore dell' umanesimo frequenti vestigi 
dello sinriio satirico di Dante, ch'egli cita ed imita con fervore 
d'amnnrazione sincera e col quale aveva in comune un odio 
vivissimo contro Bonifazio Vili. Ma se questi segni d'ispirazione 
satirica dantesca sono innegabili , pen><o sia esagerato l'affer- 
mare , come fa lo Zanella, che lo studio della Divina Com- 
media infondesse negli scritti di Ferreto gran parte di cpiel 
fiele satii'ico che vi è sparso » e che perfino le acerbe parole 
che dice di Vicenza , in qualcl>'3. luogo , gU fossero dettate 
« dal prurito di danteggiare » 

In ogni modo, anche per qu ito motivo, nonostante la veste 
latina, "e le velleità classiche, che si rivelano sovrattutto nelle 
invocazioni alle Muse e nell'uso copioso della mitologia, anche 
col Ferrati ci sentiamo legati ancora per troppi vincoli al medio 
evo satirico. 

Lo stesso L'i può dire degli altri minori, che apparteiigono 
al gruppo veneto del primo Trecento; ed è peccato che sia 
andato perduto il poema De conditionibus urbis Padue et 
peste guelfi et gibolengi nominls del giudice padovano Lovato 
de' Lovati, giacché, stando al titolo, dovevano abbondarvi gli 
elementi satirici di carattere politico. Questa tradizione di la- 
tinità ibrida , anche nel campo ristretto della satira, persiste 
nella Venezia per tutto questo secolo. Sono, ad es., del 1382 
i versi che, in risposta e a confutazione di una invettiva in di- 
stici, d'un ignoto umanista, in odio ai Veneziani, scrisse, contro 
i Padovani, il vicentino Matteo d'Orgiano; e si tratta di di- 
stici leonini , in forma di contrasto fra l' autore ed Esopo , 
mentre altri, forse un trevisano, adoperava contro Venezia 
l'arma della profezia o del pronostico, enfaticamente violento, in 
versi latini. In questa tarda tradizione rientra un ben più noto 
umanista, Pier Paolo Vergerlo, il quale non disdegnò di pro- 
varsi anche nel volgare. Un suo brutto sonetto , indirizzato 
dalle rive del Tevere ad Ognibene della Scuola, tutto acre di 
accuse contro Roma, divenuta « de mal ladron. . . spelonca e 
rege », appartiene al 1398. Da quasi cinque lustri era sceso 
nel sepolcro d'Arquà quel nobile maestro della rinnovata uma- 
nità letteraria, che aveva pur dato cosi mirabili esempì di poesia 



SATTRA LATINA DKL PKTRaRCA 283 

volgare, e del ([ualo il dotto istriano s'era (iiiiiostrato amiiii- 
i-atore ed imitatore zelante. 

'A. E veramente col Petrarca soltanto s' inii'àa un peiàodo n Petrarca 

1 • 1 1 • ■ • vero ini- 

nuovo anche nella espressione latuìa del sentimento satirico, ziatore dei- 
Prima di lui la Toscani si era trovata a tale riguardo in con- 
dizioni d'inferioriti in confronto della Venezia, a meno che una ''"antfe"^'!:!- 
fortunata scoperta non cipei'iaetta un giorno di modilicare questo j.attr?che 
giudizio, accogliendo le lodi omle i contemporanei celebrarono 
ili messer (Ieri d' Arez/:o « versus et epistolas satvi'asque inferiorità 

,. ,^. . . . , . " della 

prosaicas «nei quali ultimi componimenti (« satvrae prò- Toscana 
saicae ») sarebbe probabilmente un errore il vedere più che '"""aeri '" 
certe prose d'indole morale, miste di versi, secondo il concetto '^ •^'"«z^" 
e l'espressione in uso durante l'Età di mezzo. 

Fra i prodotti letterari della Toscana, anteriori od estranei 
all'influsso diretto del poeta umanista de 11 'A/'r^ca, basti ricordare 
i poemi goffamente ì)arbarici di frate Ranieri de' Granchi {De Elementi 
Praelils Thusciae) e di quel pratese apologista di Roberto dué'^lfop'mi 
d'Angiò, che alcuni vollero identificare con maestro Convene- '^*'"'' 
voler due poemi in tutto medievali , anche nei tratti satirici 
che abbondano, specialmente nel primo. 

Né si scosta o s'innalza gran fatto dalla tradizione medie- 
vale, nonostante le pretensioni dell'autore, il frammento in ver.si 
latini che Zanobi da Strada compose contro un legulejo, avido di Frammento 
lucro, intitolandolo Satyrn e avvertendo solennemente che solo utinlj*"di 
dinanzi all'ostinazione ribelle del colpevole s'era indotto a la- ^st"rada!^'^ 
sciare i versi consueti per lanciare gli strali satirici: « Ver- 
timur in satyras liricos . . ». 

Ma ben altro occorreva per dare punte micidiali ed effi- 
cacia satirica ai nuovi versi latini ! ii Petrarc 

Occorrevano la coltuia, l'ingegno, 1" arte di Francesco neilaTe'^stc 
Petrarca. Il quale abbiamo già veduto di che fosse capace ''*^'"''- 
anche nella manifestazione di sentimenti che parrebbero i più 
alieni dallo spirito suo. Anche si è detto che delle prove, poche, 
ma felici, da lui fatte nella poesia satirica in volgare, era, in 
parte almeno , debitore alla sua piena educazione umanistica, 
(ìli effetti di que.sta è naturale si debbano notare ancor meglio 
in ciò che, per l)revità, diremo la veste latina del suo senti- 
mento satirico. Anzi ba.sterebbe questa per farci riconoscere 
la originalità e la superiorità sua, e di forma e di spirito, come 
iniziatore risoluto e convinto dell'umanesimo. 

La famigliarità che il Petrarca mostra di avere coi prin- 



2X1 CAinTOLO 111 - II, TKKCFNTO SATIRICO [)0V0 DANTE 

Suo stiiiiui cipali satii'ici deiraiiticliità romana, nella sua vasta produzione 
''^l'aini'"" latina, riceve una bella confonna da ciò che sappiamo della 
bililioleca da lui i)osseduta. 

Fra 1 suoi libi'i esistevano Persio e Giovenale , che ei^di 
cita spesso, specialmente il secondo, senza nominarlo , con le 
formule: « ut ait satiricus , iuxta satiricura illud », oppure 
con la designazione encomiastica di « egregi us vates ». Ma 
la sua predilezione fu per Orazio, come proverebbe, fi-a l'altro, 
un codice a lui appartenuto (il laarenàano Plut. XXXIV, 1) con- 
tenente i Sermoni e le Epistole, e ricco di note marginali di 
sua mano, nonché di riscontri con altri passi d'(Jrazio mede- 
simo e di alti'i scrittori. Ma a provare com'egli fosse riuscito 
a penetrare addentro nella poesia del Venosino , basterebbe 
l'Epistola, malamente imbrancata tra le cosi dette Famiglinri 
(XXIV. 10), nella quale luesser Francesco, tingendo di rivol- 
gere i suoi versi asclepiadei ad ( )razio medesimo, quasi pre- 
correndo le Selve polizianesche, offre una sintesi rapida, coloidta. 

Il Petrarca ^ . . . ^ 

ed Orazio, felice di tutta la produzione oraziana, e alla satirica assegna il 
posto che bene le compete, proclamando l'antico poeta mira- 
bile, fra l'altro , nell'incitare i virtuosi con le sue lodi e nel 
mordere il vizio, nel deridere l'umana stoltezza e nel j)ungerla: 

Seu dignis vitiiun morsibus impetis, 
Ridens stiliti tiam dente vafer levi. 

, , . , , Anche la forma propria dell' epistola oraziana il Petrarca 

1.1 epistola "^ ^ ^ 

oraziana, teiitò talvolta di risuscitaro, nelle sue epislole metriche, come 
nella II sulla vita di Avignone, ch^ i-icorda quella di Orazio 
a Floro (II, 2). 

Quali disposizioni egli avesse e quale occasione trovasse alla 

.Mtre forme ^ '-' .... ■ ^■ 

di sfoghi satira irruente e violenta , tra oratoria e lirica , sì disse più 

'' prósìi'" addietro e ne è documento insigne la raccolta delle Sinc tiiiilo. 

Ma anche in versi egli seppe trattare la satira vigoro.sa- 

mente personale, come nell'epistola ad uno Zoilo: e riusci a 

ed lu verso. ^ . '■ • i- i i j2 j 

svolgere con maestria nuova e con insolita larghezza, nno ad 
esagerarlo, un elemento che prima di lui s'era affacciato timi- 
damente nell'ecloga pastorale latina, al punto che ad alcuno 
di cotesti suoi componimenti diede contenenza e carattere di 
satira vera e propria. 

4. Con minore eleiicanza e misui'a anche in (luesto, tentò 

satirico in di seguitare le orme del Petrarca il suo devoto Certaldese, il 

quale e nelle citazioni frequenti e nelle derivazioni dissemi- 



IL BOCCACCIO SATIRICO I\ LATINO 285 

nate uelle sue opere, specialiiieiite nello /ibaldoue maglia lie- 
cliiano, si rivela non meno di lui dotto conoscitore dei satirici 
latini. Su ( )i-azio ju-evalse in lui l'Anuinate. che i^li suggerì i 
più svariati sfoghi del suo uuioi-e satirico. 

Con impeto gioveualesco infatti il Boccaccio mena la sferza isìmimzìo.iì 
e 111 prosa e in versi latini, ora contro il Duca, d' Atene e ^fenaies<^iiT" 
contro i Fiorentini, tiaccatisi sotto il suo giogo per colpa della 
invidie e delle scissure interne, ora contro i principi dappoco 
e iniqui o rei di portentose libidini: ora contro papi e monaci, 
contro gli avvocati , e i falsi tilosoti e teologi. Quasi sempre 
in questo suo ofticio censorio egli dimostra uno spirito ardi- 
tamente democratico e quasi si direbbe « frondeur »: il che non 
gli impedisce di fustigare anche la plebe , perfino in opere , 
co:ne il De (lenealogiis, che parrebbero le meno adatte alla 
forma della invettiva e della satira. 

Anche il Certaldese, sull'esempio del Pe rarca, ti*atta l'ecloga 
[)astorale in modo che qualcuna di esse, come quella a Cecco 
da Mileto — la IV — è piii che aitro satirica, riprendendovisi 
un vecchio tema, la derisione spietata dei poetastri , pre- 
tensiosi e noiosi guastamestieri. 

Ma gli manca, e qui e altrove, la tìnezza (lell'ilkistre suo 
amico e maestro, e, strano a dir.si, ha in più scarsa misura quella 
penetrazione satirica , quella espressione incisiva o caustica, 
quell' audacia di os.servazione e di rappresentazione realistica 
che il cantore di madonna Laura , come già s'ebbe a notare, 
mostra di possedere in alto grado, sovrattutto nelle prose latine. 

5. 1)01)0 tutto questo è facile com})reiidere che il Petrarca do- i„ii,issu .loi 
ve va farsi maestro in Italia, e in particolar modo nella To- un!I?,\su°nei 
scana, di satira classicheggiante, giovando, se non altro, a dif- ''-'"'i'? ''®"'' 

' . . OD ■> n 1 ■> saura. 

fondere e migliorare la conoscenza dei satirici latini. Lo prova 
l'esempio delle riunioni dei suoi ridi amici, del « cetus » o 
della « legio devota » che facevano capo al Nelli, e formavano 
quasi un'accademia petrarchesca. Nei loro discorsi rifiorivano in Firenze 
i ricordi del satirico venosino e dell'aquinate, come nelle let- "'^em ''' 
fere del Pi-iore dei SS. Apostoli, che, per merito dell'idolatrato 
maestro, s" indusse, benché tardi, a studiare seriamente quei 
poeti, e, nel fervore della sua ammirazione pel Petrarca, go- 
deva di riecheggiarne nelle sue lettere le diatribe e le invet- 
tive, sonanti e frondose, contro la Curia avignonese. Ma questo 
influsso si esplicò più nella coltura che nell'arte umanistica, 
ancor troppo immatura. 



286 CAPITOLO IH - IL TRECENTO SATIRICO DOPO DANTE 

A (|uei ritrovi, che furono più frequenti, fi-;i il '50 e il '60, 
partecipavano anche il Hoccaccio e Zanohi da. Strada; non vi 

cuiucoio partecipò, ne avrehbe potuto, quel Coluccio Salutati., che nella 
nuova generazione, vi.ssuta in Toscana tra il secolo XIV e il 
seguente raccolse dal Petrarca e in p.irte dai Veneti (un co- 
dice àeW EcceiHìiis è di mano del Settignanese) l'eredità uma- 
nistica, assicurandone ed accrescendone le conquiste gramma- 
ticali ed erudite, e diffondendone la parola con vero fervore 
d'apostolato. Ma .se di tanto siamo debitori a (Joluccio, se dal 
grande maestro egli derivò una conoscenza sempre piti sicura dei 
satirici latini — onde nell' l'epistolario suo vediamo riferiti ad 
ogni pie sospinto e parafi-asati versi di Orazio, di Giovenale 
e di Persio — è anche vero che gh fece (iifetto qualsiasi ge- 
nialità di poeta e ili scrittore, anche allorquando) si .•mentiva 
infiammato di ariiori battaglieri. Ciò diceva succedere non di 
rado a lui che non per nulla veniva formando in se stesso il 
tipo del vero umanista, destinato a riempiere delle sue gesta 
il secolo seguente. In una lettera (I, XIX) del 1367 sfoga 
col Boccaccio il suo sdegno contro gli uomini e dichiara di 
sentirsi ispirato a scrivere satire: ma per allora pare si accon- 
tentasse di citare quelle di Giovenale, che meglio degli altri 
satirici antichi sembrava con Tacersi alla sua indole e rinfo- 
colare il suo pessimismo e i suoi corrucci. Neppure dei versi 
satirici coi quali anch'egli volle mordere il Petrarca che aveva 
accolto r invito del tiranno lombardo, Galeazzo Visconti, ci 
rimane altra notizia che quella ch'egli stesso ci ha lasciato in 
una lettera (II, XV) all'umanista aretino , dove si scusa d'a- 
verlo assalito acremente, « theonino dente lycambeoque Car- 
mine ». In compenso, ci è stata conservata l'epistola metrica 
(V e XI), nella quale, dopo avere espressa la propria mera- 
viglia ad un amico maturo ed autorevole, Alberto degli Al- 
bizzi, che piegava miseramente il collo al giogo d'amore, coglie 
l'occasione per fare una rassegna risolutamente satirica, ma 
con intento morale, delle umane debolezze, sovrattutto degli 
innamorati, e delle mode stravaganti e del corteggiare. Un com- 
penso, a dir vero, assai modesto, che si tratta d' un'esercita- 
zione metrica, fiacca e pi-olissa. 

La satira 6. Un couiponimento, satirico di contenenza e di tono, seb- 

bene compaia il più delle vohe in forma prosastica, ebbe, 
grazie all'esempio del Petrarca, una fortuna stupefacente, anche 
in argomenti « d'attualità » politica. Intendo parlai-e della dia- 



oratoria 
nelle iiivet 
tive uma- 
nistiche. 



DOCUMENTI DI SATIRA LATINA 287 

triba invettiva. p]sso fu lo stniiiiento col quale più spe- 
cialmente amò slìizzairirsi la retorica umanistica: onde non doi)- 
biamo meravigliarci che il secolo si chiuda con un grande 
strepito di invettive, come quelle, veementi d'enfasi oratoria 
e d'ingiurie prodigalmente palleggiate, che si scambiarono tre 
umanisti, l'uno veneto, nemico a Firenze, quanto zelante pa- 
ladino di Oian Galeazzo Visconti, e due toscani, Antonio Loschi, 
Gino Rinuccini e Coluccio Salutati. 

Allorché quest' ultimo mori, vi fa chi gli ascrisse a titolo 
grande di lode questo duello oratorio-politico, dando anch'egli, 
in un epitaffio encomiastico, il suo colpo all'odiato vicentino: 

Invetiit in satrapos, patriae iiis fasquo tuetiii', 
VA cvnici calamo periniit convioia Lusci. 

E il Loschi, dal suo canto, perfino in una Prosopopea al 
Duca di Milano, scritta in nome di Mantova, additava Firenze 
come una città infernale: 

Illa caput seelerura est. ilio est de fonte cavendim. 
Omne doli genus, omne nefas 

Ormai, si capisce, nella schiera dei letterati che si veniva 
formando sempre più numerosa in classe di profes.si(jnisti e di 
mestieranti, i sonetti, le frottole, le canzoni, dovevano, apparire 
armi arrugginite e incruente. 

Si sentiva il bisogno di gareggiare a chi ingrossasse di più 
la voce , rifacendo il « numero » a Cicerone e il verso a 
Giovenale, anche a rischio di disimparare l'accento nativo. 

E poiché incominciava con l'Umanesimo trionfante il regno contro i 
dei grammatici e dei retori, non è a stupire che in quegli ul- ^' 
timi anni del secolo Francesco Landini — il quale aveva letto 
con lode la Divina Commedia — satireggiasse in certi versi 
latini, veramente curiosi, i grammatici contemporanei. Ma ben 
altro che satire occorrevano per giungere fino a Lorenzo Valla! 



'jammatici. 



( AriTOLO QUARTO 



Nel secolo delf Umanesimo. 

I. — Pittura satirica. 

1. Giova, anche qui, premettere qualche cenno su queste 
manifestazioni satiriche non propriamente letterarie, per ilhi- 
strare quello che era il comune sostrato psicologico e notare 
la persistenza di certe tendenze caratteristiche dello spirito e 
della vita italiana nell'età dell'Umanesimo. 

La consuetudine, breveme ite rilevata nel capitolo prece- 
dente, di far servire il pennello e lo scalpello come arma, non 
pur di castigo, con sanzione giuridica, ma di schei'no e di satira, 
era naturale che si continuasse non solo, ma seguisse felice- 
mente lo svolgersi generale dell'arte, acquistando , appu.ito 
perciò, un carattere di maggior concretezza e individualità 
anche in questo campo secondarissimo, pei' non dire ecce- 
zionale. 

Raramente le pitture infamatorie o satiriche erano dovute 
alla volontà dell'artista od erano, comunque, espressione sponta- 
nea d'un suo sentimento personale, come sarebbe il caso del Man- 
tegna. il quale, stando al racconto del Va>ari, per vendicarsi 
dello Squarcione suo maestro che lo aveva censurato, lo avrebbe 
ritratto « in ([uella figuraccia corpulenta con una lancia e con 
una spada in mano, che e nella famosa storia del Martirio di 
S. Cristoforo, in Padova ». Certe licenze satiriche commesse 
col pennello erano non meno pei'icolose di quelle commesse con 
la penna; il che potè sperimentare quel pittore di Roma, il 
quale avendo osato rappresentare, sopra un panorama di Cave, 
as.sediata dalle soldatesche di Sisto TV, un francescano in atto 
di corteggiare una donna, 1 impetuoso pontetice ne lo fece 
punire con dieci tratti di corda e con V espulsione dalla sua 
città. 

Altre volte l'artista non tanto esprimeva un suo proprio 
sentimento , di riprovazione o di scherno, quanto interpretava 



PITTURA SATIRICA 289 

un giiulizio sug-geritogli e quasi impostogli dalla tradi/juue e 
daìrambiente, dalla classe o dairoi'diue a cui apparteneva. Tale 
è il caso dell'Angelico, che in certi suoi CTÌudi/.i universali, già 
ricordati, trovò modo di sfogare, con tutta l'apparenza dcH'ob- 
biettivitk e delia giustizia, la sua avversione di domeiiicano 
contro i Irati minoriti, mettendoli ad ingrossar le tile dei reprobi. 

Di solito i pittori non facevano che eseguire, indifferenti e 
per commissione, qualche sentenza pubblica, come s'è veduto 
avvenire già nel primo Trecento. 

Con questa differenza però, che non si ricori-eva piii alle 
forme allegoriche tanto care, anche nelle arti ligurative, ai 
trecentisti. Si preferiva mettere, senz'altro, a nudo e alla ber- , , , , 

'■ ' ' Andrea del 

lina le figure delle vittime, in modo che fossero additate con castagno 

■-^ ^ im picca toi-e 

maggior efhcacia al ludibrio del popolo. Cosi fece nel 1434' degli 
Andrea del Castagno, allorquando, per ordine dei Medici, ri- 
trasse sui pubblici monumenti i principali degli Albizzi , in 
modo da guadagnarne, oltre il compenso pei' l'opera sua, anche 
il soprannome di Andrea dc(jll impiccnd , come a dire, un 
boja del pennello. Più tardi, nel 1478, un artista ben più fa- ^.,„j,.q 
nioso, Sandro Botticelli, adoperò il suo pennello a effigiare Rouiceiu e 

, . ',. . ^, . -, . ^ . . ^ Leonardo 

schernevolmente i complici dei Pazzi , e in questa impresa da vinci 
non comune ebbe collaboratore un giovine straordinario, Leo- * "dei"' 
nardo da Vinci, che un giorno si sarebbe rivelato come un f^^^'^^*' '• 
potente caricaturista, e per allora s'accontentò di conciare, 
ad uso dei Medici, la figura di Bernardo Bandini. E notizia 
probabile che appiè di queste immagini vituperose fossero ap- 
posti « gli epitaffi » scritti dallo stesso Lorenzo il Magnifico, 
come circa mezzo secolo prima aveva fatto Antonio di Matteo «jiì epitaffi 

t satirici di 

di Me»iio. Questi aveva chiosato la figura di Rinaldo degli Antonio 

~ ° ° di Matteo 

Albizzi, impiccata da Andrea del Castagno nel Palazzo del di Meglio 
Podestà, dopo il tentativo de' fuorusciti nel '40, con la quartina 

seguente: 

Crudel ribaldo (var. Rinaldo), cavalier superbo, 
Privato di mia schiatta e d'ogni onore, 
Ingrato alla mia patria e traditore. 
Fra costor pendo il più iniquo ed acerbo. 

Lorenzo, più sobrio e penetrante, si accontentò d'un terzetto, ^j Lorenz, 
nel quale la forma della prosopopea acquista maggior rilievo ii Magnifico 
dal nome espresso della vittima: 

Son Bernardo Bandini, un nuovo Giuda, 
Traditor micidiale in chiesa io fui, 
Ribel, per aspettar morte più cruda. 

CiA.N. — La Satira. IW 



290 CAPITOLO IV - NEI. SECOLO DELL'UMANESIMO 

Ma allorché, nel 1494, fiu-oiio scacciati da Fii'eiize, anche 

castighi e ai Medici toccò di rimanervi, ritratti in effigie, in quei mede- 

vtìiiaette ^-^^^ luogiii dove avevano esposte agli scherni delle genti le 

piinua figiice (ie[ [oi'o nemici. E non sarebbe da stupire che il pittore 

fosse anche quella volta il savonaroliano Hotticelli. 

Similmente avveniva in altre città della penisola, dove gli 
artisti si prestavano a compiere le pericolose vendette dei loro 
signori, come fece nel 1475, in Verona, Francesco Benaglio. 
Ma si capisce che, col diffondersi della coltura letteraria, col 
raggentilirsi dei costumi e col mutare dei gusti, questo ufficio 
dell'arte finisse col cadere in disuso, almeno nelle costumanze 
della vita pubblica . 



IL — Nella poesia popolaresca. 

1. A differenza di quanto avveniva nella pittura, la satii-a si 

spontaneifi esprime Va con una grande spontaneità d'ispirazione collettiva 

d'ispira- nella poesia popolaresca, la quale anche questa volta ci viene 

con maggiore e miglior copia di documenti dalla Toscana ; 

superioiità por questo motivo, se non altro, che non poteva essere senza 

To^fcana. grande efficacia sulla produzione destinata al consumo del 

popolo l'egemonia che quella nobile regione s'era assicurata 

nel campo propriamente letterario. 

Conforme alle tendenze e alle tradizioni, che si sono rile- 
vate pei due secoli antecedenti, i più interessanti fra .siffatti du- 
puiuìche cumenti superstiti sono quelli d'indole politica e d'occasione, 
d'occasione. Grazie ad essi, ci è serbato non solo il ricordo commentato 
dei fatti della storia italiana oppure della cronaca cittadinesca 
che più colpirono la fantasia del popolo, ma anche Teco dei 
sentimenti di riprovazione, di dileggio, di sdegno, che esso ne 
ebbe a provare. 

Un posto a parte in codesta serie di prodotti satirici menta 
.s;Ììir"mone ^^ cantilena narrativa sull'uccisione di messer Ottobuono Terzi, 
di ottobuono signore di Parma, avven'uta nel 1409 per opera dello Sforza. 

Terzi (llO'.t)- , . ' ^ 

In questi rozzi versi popolari, rapidi e vigorosi, nonostante la 
forma in apparenza freddamente obbiettiva, propria del rac- 
conto epico dialogato, sentiamo ancor oggi fremere tutto l'odio 
- del popolo (di Reggio , di Parma e probabilmente anche di 
Ferrara) nonché del rimatore, interprete ignoto di esso, con- 
tro la vittima, il « falso traditore », e tutta l'esultanza per la 



NRLT,A POESIA POPOLARE 291 

sua fine meritata, che apparisce come una grazia concessa da 
Dio: e 

El povolo da Rezo le man al ciel levava : 
< el è morto misier Oto, quel falso liaditore; 
El Marchese de Ferrara sera nostro Signore! ». 

Questo canto, il quale, più che un saggio di poesia, è un 
prezioso documento di storia — intendo di psicologia storica — so- 
pravvisse cosi a hmgo, nel popolo d' Emilia, al fatto che lo 
aveva generato, che Pio II potè udirlo ancora nei suoi ultimi 
anni e tramandarne il ricordo nei suoi Cormneniarli. 

Parecchi anni prima (1420) un altro pontefice, ^lartino \\ canzonatura 

rt. rt , , , • j- fiorentine 

SI oriese neramente — . e non a torto — e concepì un vero odu) contro papa 
mortale, « capitale odium », contro i Fiorentini, perchè, sostando -^^'^''*'"° "^ • 
egli nella loro città, s'era sentito, sul far della notte, rintro- 
nare gli orecchi da una turba di monelli, di giovani e perfino 
di donne che, accompagnandosi sulla chitarra, « ad lyram », 
gli ripetevano sotto le sue finestre certe insolenti canzonette a 
scherno di lui, del cognato Jacopo d'Appiano, signore di Piom- 
bino, di Guidantonio di Montefeltro e in lode di Braccio da Mon- 
tone. Quei versetti canzonatori si sono salvati dall'oblio, grazie 
ai personaggi ch'essi prendevano di mira : 

Papa Martino, 
Signor di Piombino, 
Conte de Urbino, 
Non vale un quattrino. 

ah ! ah! ah! ah! 
Bra/o valente, 
Nostro parente, 
Vince ogni gente 

ah! ah! ah! ah! 

Come al papa colonnese, cosi oggi a noi queste strofette 
bastano a mostrare quanta fosse l'audacia della Musa sati- 
rica popolare, ispiratrice e strumento di « dimo.strazioni » po- 
litiche, e come persistente lo spirito motteggiatore dei Fiorentini. 

Al pari di questi, altri facevano in altre regioni della pe- in .N.-ipoii. 
nisola. Cosi, due anni dopo, nel '32, per la morte violenta del 
gran Siniscalco, ser Gianni Caracciolo, i monelli napoletani an- 
davano cantando per le vie e non in tono di compianto: 

Morto è lo pulpo — e sta sotto la pietra; 
Morto è ser Janni — figlio di preta. 



Toscana 



Contro i 



292 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

11 ([iiale insulto, aggiunto allo scherno contro la vittima, è. 

senza dubbio, più grave vendetta che non la persecuzione di 

cui fu fatto segno il Conte di Poppi da parte della Musa anche 

Ancora in popolaresca di Firenze e nelle forme più svariate, liriche e 

narrative, nonché in quella del lamento. 

Tutti questi documenti, che, per essere in versi, difficil- 
mente si potrebbero dire, s:ilvo qualche eccezione, poetici, con- 
fermano una verità che la scienza dei giorni nostri ha spie- 
gata, come, cioè, nelle manifestazioni collettive d'un sentimento, 
l'uomo, divenuto folla, tenda a varcare ogni misura ragione- 
vole e quasi umana, sovrattutto nei suoi odi, giungendo, anche 
nel canto, fino ad un segno, più che inumano, bestiale. 

Un altro esempio memorabile ci viene ancora da quella 
Firenze, che non a torto era considerata come la gentilissima 
fra le città italiane. .VUorchè avvenne la Congiura de' Paz;',i 
Pazzi. (1478) — narra Luca Landucci — i monelli, disseppellito il corpo 
di ser Jacopo de' Pazzi, che era rimasto più giorni impiccato 
alla ringhiera di Palazzo, lo trascinarono, per un capestro, con 
ogni sorta di dileggi lungo il greto dell'Arno, e, non contenti 
di questo, « levarono su una canzona, che diceva certi stram- 
botti; fra gli altri dicevano: Messe r Jacopo giii 'per Arno se 
ne va ». 

E a noi che inorridiamo, par di udire l'eco di sghignazza- 
menti feroci, mentre il cronista nella sua fredda semplicità ci 
mette sott'occhio questa scena barbarica. 

Certo, la passione politica, quando giunga a un tal grado 
d'esasperazione violenta, è, peggio ancora della fame, consigliera 
Canti a malvagia. Lo si vide ancora una volta nella Firenze medicea, 
Savonarola, volgeudo Ormai al suo meriggio il sole della Rinascita, du- 
rante quella terribile tragedia, profondamente medievale, di 
cui fu protagonista e vittima il Savonarola. Anche in quello 
scatenarsi di amori e di odi selvaggi, da una parte e dal- 
l'altra, pullularono i canti satirici, sovrattutto quando il sacrifìcio 
del frate eroico fu consumato e i vincitori tripudiavano in- 
sultando alla sua memoria; onde uno storico austero, il Nardi, 
indignato, ricorda le « molte vituperose canzoni, che infino 
dalle femmine ne' balli e da' fanciulli di giorno e di notte 
erano cantate in dispregio del Frate e del Piagnoni, ed eziandio 
- di tutti i Ferraresi: della qual cosa avendo querela alla Signoria 
l'ambasciatore di Ferrara, fu il compositore castigato dalla 
Signoria in più tratti di corda e d'un confine ». 



NELI-A POESIA POPOLARESCA 293 

Queste vitupei-ose « canzoni » sono andate disperse; ma pei* 
d;ir luogo a quei'eie diplomatiche e a cosi gravi condanne do- 
vevano essere crudelmente difi[\imatoi-ie. CJii ne fosse il « com- 
positore » ignoi'iamo; tuttavia non si andrà molto lontano dal 
vero, supponendo che fosse quel medesimo Girolamo Muzi, che. 
vivente ancora il Frate, aveva fatto affìggere alle porte del «''i «"tori. 
Duomo e del Palazzo una sua frottola in ludibrio di lui, che 
v'è proclamato, « guida piena d'ipocresia »; o quel Francesco 
Cei, il quale pei suoi versi contro i Piagnoni si buscò il 
bando. Ma i fornitori degli igm^bili vei'si, destinati ad aggiun- 
gere esca all'incendio, dovevano essere numerosi e non tutti 
di popolo, se il Nardi fa anche parola di « molti sonetti e can- 
zoni e pistole invettive e simil cose, latine e volgari in vitu- 
perio del Frate e della sua dottrina ». 

Questa produzione di satira popolaresca in Firenze era ade- 
guata alla intensità delle passioni politico-religiose e della 
coltura: onde non dobbiamo stupirci che essa si rinnovasse 
con l'accanimento consueto ogni qualvolta si offriva l'occasione. 
Cosi, in quegli anni medesimi, Pisa, l'odiata rivale, fu presa di 
mira dai Fiorentini e mentre contro le sue mura e le sue 
schiere s'avventavano i colpi degli scoppietti e dell'artiglieria e nmante la 
delle lancio, fu un getto continuo di invettive in rima, di frot- vène'z^a'e 
tole, di sonetti e di canzonette a rigoletto, tutto un arsenale di ^^ig^p 
armi che ora giacciono arrugginite nei depositi della storia, 
materia di curiosità non inutile agli eruditi. 

In proporzioni meno vaste e, nel complesso, con rime di ,egioni^ 
qualità più scadente, lo stesso fatto avveniva anche in altre 
regioni, ad esempio, nella regione veneta ed emiliana, al di- xeiia le- 
vampare della guerra fra Venezia e Ferrara, in sullo scorcio '^'i"em\iiana. 
di quel secolo (1494). Vero è che, sebbene la maggior parte 
dei sonetti dialettali o « villaneschi » e italiani sorti in quel 
tempo da Venezia e da Bologna, sieno anonimi, e volessero 
farsi interpreti della pul)blica opinione, non sarebbe prudente 
il considerarli, senz'altro, come produzione popolare o popola- 
reggiante, tanto piii^che all'odio politico si mesceva probal)!!- 
mente in alcuni di quei versi un certo odio personale contro 
la città "[estense e il suo Signore, il duca Ercole, nonché contro 
i Ferraresi e un interesse che il popolo non sente, non può 
sentire. 

E poi, lasciando il resto, la forma del sonetto è sempre 
tale da escludere un'origine schiettamente popolare, anche vo- 
][endo attribuire un signiticato molto relativo a questa parola. 



291 CAPITOLO IV - NEL SKCOLO PELl/UMANKSIMO 

Insieme coi componiiueiiti satirici, che più o iiieiio risen- 
tivano g-rintitissi della poesia d'arte, continuavano a volare, 
sibilando, come in passato, i motti ingiuriosi, simili a quello che, 
sino dalla prima metà del secolo, aveva punta la vita scanda- 
K|.igrani.ni jyg^ di Niccolò III, marchese di Ferrara, al quale si rimpro- 

iiif^iunosi ' _ _ ,. , . 

Contro veravano non meno di ventidue bastardi ufficialmente ricono- 

Niccolòin . . ^, ., 

dKsie. scinti. INla il motto: 

Di qua e di là dal Po 

tulli figli di Ni eco lo 

nella sua iperbolica esagerazione, doveva far sorridere il pro- 
lifico signore! 

In altri casi — per ritornare nella Venezia — la Musa popola- 
resca, lasciando le rabbiose contese politiche, amò esercitare 
un nobile officio censorio e tentò di compiere un'opera di pu- 
inwiiiva rificazione della vita pubblica e dei costumi; di che è docu- 
froTtohicon- mento, storicamente curioso. Xo.àì^n's,^ Invettiva^ nella forma con- 
tro iiiciini gyeta della frottola, che nel 14G0 corse per Verona « per et 

ipocriti e ' ri 

gabbadei coutra alcuui ipocritoni e gabadei » e che, nonostante la pia in- 
vocazione a Dio con cui si apre, è una l'isoluta affermazione d"un 
nol)ile pensiero morale, una denunzia indignata che 1" ignoto 
rimatore fa a Dio stesso e agli uomini delle malvagità ond'è 
spettatore e che da troppo tempo rimangono impunite. 

L' autore , di questa , come di un'altra consimile frottola 
satirica, non ha velleità letterarie, ma si dimostra fortemente 
ispirato, prende sovrattutto di mira coloro che, ingannando il 
volgo semplice con le apparenze, sono in effetto, com'egli dice 
nella lunga didascalia, « di rubare, baractare e dare a uxura 
maestri soprani ». Forse era un giullare, come sembra di i)oter 
desumere da un passo dell'altra frottohi, che è una serie di vio- 
lente invettive contro i frati , i dottori e i nobili di Verona 
(« Fratello, tu che vai Bufando per le piace Queste insensate 
e pase Parole ... »). 

A smascherare uno di questi maestri nell'arte dell'usura che 

aveva fatto fortuna nella vicina Padova, è rivolta un'altra frot- 

Froitoia ^'^''^ anonima, oscura e violenta, che dovette essere composta fra 

i.adovan.i il ]43{) e \\ 1440, ed è tutta intessuta di elementi storici, come 

contio un ' ' _ 

usuraio hanno dimostrato le ricerche archivistiche di Vittorio Rossi. 

' Sebbene sia da cima a fondo una requisitoria contro un certo 

P)envenuto I>azioli, soprannominato da' Letti, e perciò sia un 

esempio di satira personale, questa frottola — dalle strofette 



NHI.LA l'OESIA POPOLARESCA 295 

formate di otto settoiuuì a coppia e legate tVa loro da un 
endecasillabo — si direbbe intesa a colpire anche in genere 
il brutto vizio dell'usura che sino dai tempi di Dante s'era an- 
nidato « in grembo agli Antenori ». 

Invece è piii apertamente personale la lunghissima frottola ^,|^^ 
contenuta nello stesso codice padovano, che il moderno suo edi- 'rottuia 

. . . padovana 

tore, Guido Mazzoni, bene intitolò « libello »; un libello nel quale conno due 

• . . ■ ., , gentildonne 

sono latte bersaglio, senza pietà ne misura, due gentildonne scostumate, 
di Padova, pei loro mali costumi, certo, non esemplari. 

Kra il tradizionale spirito antifemminile che si manifestava 
in forme concrete e relativamente nuove, contro determinate ^^'•^!'' ^^^'" 

"lei anti- 

persone, mentre continuava a compenetrare di sé tanta parte femminili. 
della poesia popolaresca. 

Valga ancora un esempio solo, tratto dal citato manoscritto 
padovano, dove una lunghissima canzonetta a dialogo fra due 
coniugi, pensosi di accasare la figlia, ci fa udire la madre in 
atto di rassicurar il marito, preoccupato del i»allore giallognolo 
della giovinetta e anche d'altri sintomi; 

S'ela fosse sarasina, 
Io la saprò in una raatina 
Farla bianca e cremesiiia; 
Neve e grana ne perdirà ! 

Foss'anche negra come una Saracina, saprei io farla diven- 
tare, d'un tratto, cosi bianca e rossa, da disgradarne la neve 
e la grana! 

E non basta: 

Aqua e zoeoli e ste dreze 
Covre e conza asa' bruteze. 
Se nodesse le fateze 
Si ligierraente. ancor conzar! 

Arti femminili di tutti i tempi, in ogni tempo, ma sempre 
invano, derise! 

3. Non è tuttavia frequente il caso che questa poesia di 
popolo — fatta ad uso e consumo di esso — abbia la chiarezza 
e la vivacità e il sapore di arguto realismo che si nota nella 
canzonetta citata. Non di raro ci troviamo dinanzi a compo- oscuri e 
niraenti nei quali i motivi tradizionali, ripresi da mani inesperte, ^° mentr'' 
costretti a servire a casi nuovi, riescono oscuri e inefficaci. 
Tali, quelle Sette gramezze delVasino, che ci sono pervenute 
in una redazione la quale, per certi accenni interni e per la 
lingua, si rivela originaria della Venezia. 



296 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

Questo i^riippo di rimo venete, e più spocialiuente j)aduvane, 
cojiferma quanto la poesia di popolo o fatta pel popolo, anche 
la satirica, sia di sua natura in sommo grado conservativa. 

Infatti le più notevoli d'esse, pei loro caratteri e pei loro 

Vecchi temi Vari elementi, non esclusa la forma metrica, sembrano conti- 

'''dizionaiV^' nuare direttamente la tradizione satirica che nel secolo ante- 

'■'["•esi. piore aveva avuto a suo maggior i-appresen tante Francesco 

Vannozzo. 

Per questo stesso motivo i vecchi temi traiUzionali, cari al 
medio-evo romanzo, ricompaiono e si diffondono largamente 
per le regioni italiane, travestiti in fogge volgari diverse. 
Così le rassegne satiriche degli « stati del mondo », cioè 
delle varie professioni e condizioni sociali, diventa La rualizia 
delle orli, un poemetto popolare, dovuto forse, in origine, ad 
un toscano e rimaneggiato poi da un veneto. Simihnente, le 
serie alfahetiche proverbiali mettevano nuove punte di satira 
e parevano echeggiare di insolite risate schernitrici; mentre 
erano vecchia materia rimanipolata, che diventava ghiotta 
vivanda pei palati non troppo delicati, come V Alfabeto disposto 
contro i villani. 

E appunto per effetto di questi gusti e di queste abitudini 
tradizionali del popolo nostro, noi ci spieghiamo certe curiose 
manifestazioni d'umore satirico — accanto ad altre, più fre- 
quenti, di comicità — e talvolta rudemente realistico, beffar- 
damente antifratesco e antichiesastico, là dove meno ce le at- 
tenderemmo, nelle Sacre rappresentazioni. 

Talvolta questo spirito tenacemente conservatore del popolo 
ci offre esempì di sopravvivenze, anzi di ritorni, che sembrano 
anacronistici, mentre in verità corrispondono a stati d'animo 
rinnovatisi sotto la spinta di certe tendenze, che, rimaste soltanto 
sopite, avevano acquistato un vigor nuovo dalla realtà storica. 

L' esempio più caratteristico è quello che ci è dato dal 

risorgere della letteratura profetica nel sec. XV e più special- 

La satira mente verso la fine, in quella che ben si può dire l'età Savona- 

nelle prò- ' i >■ 

fezie. roliana. Veramente, anche quando si tratta di componimenti 
in versi, la letteratura, la poesia vi hanno, anche qui, ben poco 
a che fare; ma j)uó parere non del tutto trascurabile il vedere, 
ad esempio, uno dei più celebrati artefici di canzonette amo- 
■ rose di foggia popolaresca ed umanista, per giunta, Leonardo 
Giustinian, provarsi anch'egli in questa forma, e levar la sua 
voce severa, in tono di riprensione e di minaccia, con qualche 



I 



NELLA POESIA POI'OLARESCA 297 

accento aiitichie.sastico. rievocando nomi e fatti che sembravano 
sepolti per sempre: 

Signori, io intendo in la gran scriptiu'a 
De io abhà Juacliin, olio ò tanto sonra 

Materia versificata vagante e fluttuante, cotesta, che 
andava soggetta, per questa sua natura appunto, a rimaneg- 
giamenti e trasformazioni curiose, per essere adattata a nuove 
occasioni. Ma anche nei casi nei quali il soffo^etto e l' intento 

. Profezie 

ne erano essenzialmente politici, riesce impresa disperata Taf- [.oiitiche. 
ferrare il fatto storico che V aveva ispirata, anche perchè, 
come s'è visto pei secoli precedenti, gli autori, a diminuire 
il pili possibile i rischi del loro ufflcio^ pericoloso di profeti 
sermoneggianti, avevano cura di eliminare ogni particolare 
concreto, tenendosi sulle generali, con un fare misterioso, che 
è impenetrabilmente tenebroso agli occhi nostri. 

Un esempio tipico di questa produzione, nella quale le 
punte satiriche si sentono vagamente più che non si vedano, 
ci è offerto da una frottola, della quale conosco due redazioni, 
notevolmente diverse e ambedue discretamente malconce, una 
delle quali, recata da un codice della Biblioteca Marciana di 
Venezia, ha in testa la data « MCCCCXXXI adi XVIIII luio ». 

La lunga infilzatura di questi versetti, rimati a coppia, 
fra quinari e settenari, in una lingua dal colorito superfìcial- ^profetica* 
mente lombardo-veneto, parrebbe alludere a lotte e turbolenze '^^^ ^^^^' 
di parti, avvenute in Bergamo, contro le quali alza la voce 
minacciosa l'ignoto versificatore. 

Dico « parrebbe », perchè il principio suona cosi: 

Bergamini, 
Guelfi e Ghebolini 
E mal traversi, 
Andareti dispersi 
Come fa li Zudei, 
Scribi e farisei . . . 

Occorre poi appena rammentare quanto impeto di senti- 
mento satirico appaia nella parola del frate di Ferrara, sia 
che inveisca violentemente nelle sue prediche contro la Curia 
romana, sia che, rinnovando la forma della visione, nelle stanze nei^sa'xo- 
di una rude canzone — Dr mina Ecclesiae — raffiguri la Curia "^"""'^ 
stessa in sembianza di meretrice superba; sia che innalzi un 



298 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELl'umaNESLMO 

lamento amaro, pung-ente, talora m tono d'invettiva e di tiera 
reiinisitoria, sul decadere e sul corroni[)crsi di oj,nii costume: 

Catone va mendico, 

ne lo man di pirata — gionto al scetro, 

a terra va San Pietro: 

quivi lussuria et ogne preda abunda. 

che non so come il ciel non si contunda. 

Negli scritti del Savonarola la nota dominante è la pro- 
fetica; e benché egli, più ancora del Giustinian e di altri 
contemporanei, sia dotato d'una sua vigorosa individualità, la 
produzione che di lui abbiamo ora accennata, e tutta 1' altra 
consimile, possono ben dirsi popolaresche, perchè destinate al 
popolo, adeguate, per quanto era possibile, nello spirito e nella 
forma, alla sua intelligenza e ai suoi gusti tradizionali. 

4. Ma è innegabile che, fra tutti i prodotti della Musa 

La siuiia popolaresca, i men peggiori e quindi i più notevoli letteraria- 

(>opòiai-esca mente, sono, anche in Toscana, quelli ispirati dalla passione o 

oscana. ^^ occasioui politiche attuali; e fra essi, si capisce, i toscani 

hanno il primato in confronto di quelli delle altre regioni. 

Anche ora, nella discreta varietà di forme metriclie, piace 
di notare la vitalità e la vivacità della ballata, che bene con- 
tinua ad adattarsi a quest' officio tanto diverso da quello 
originario. È evidente che il popolo, col suo gusto, con le sue 
predilezioni, dettava la legge in quello che poteva dirsi il 
suo regno. 

In questo campo la mes.se è copiosa, ma non molto varia: 
onde basteranno due esempì, che sono anche documenti di 
quella povera vita politica italiana, dalla quale i grandi fatti 
e le grandi passioni erano ormai escluse irrimediabilmente. 

Come persistessero accanite, velenose le contese fra le città 
italiane anche in pieno Quattrocento, e come queste si sfo- 
gassero volentieri in versi quando le armi, più spesso merce- 
narie, non facevano il loro officio, prova un'indiavolata bal- 
liy^u'ell'c^ lata, la Canzona de' Meucci di Siena, scritta da un ignoto 
fiorentino a scherno de' Sanesi. Peccato che la lezione del- 
l'unico codice che ce l'ha serbata, sia cosi malconcia, che non 
sempre riesce possibile afferrarne il significato. 
Ballata ^'on COSÌ, fortunatamonte, l'aitila Canzona di Bariolonimeo 

d'rRiinofd- '^^^ Bergamo, pure in forma di ballata, scritta anch' essa da 
iiieudaRer- uu fioreutiuo ìu dilegffio del Celebre condottiero, che è deriso, 
non senza efficacia, come un vile e come un Salvalaglio risu- 



NKI.LA l'OKSlA VOLfJARK d'aRTK 299 

scitato, cioè come un ìnUf's f/l >rlosus da sti'a;a'/;zo, un grot- 
tesco millantatore. 

Questi ed altri consimili rimatori, interpreti dei sentimenti 
e degli interessi dei loro concittadini, schernendo e insultando, 
facevano sul serio. Anche in altri casi, nei quali l'intonazione 
iniziale è forse burlesca e l'intento soltanto j)arzialmente paro- 
diaco, e in tutt'altra materia che politica, cioè in materia di 
devozione, la burla tende talvolta ad inasprirsi e a divenire 
acre satira personale. Tale, il caso di quel lungo capitolo di 
una delle brigate semi-devote fiorentine, come la Compagnia 
del Mantellaccio, che in origine era e doveva essere ancora Hifa^Q^I^. 
una Confraternita di disciplina. In questo capitolo ternario pag"'» ''<-'' 
accanto alla parodia, ardita anziclienò, delle cerimonie, delle con- laccw. 
suetudini di quelle società ibride, fra religioso e profane, e 
talvolta anche delle preghiere e dei riti della Chiesa, spuntano 
certe rassegne di soci, specialmente di novizi, che sono messi 
alla gogna senza pietà con un realismo punto devoto e con 
una vivacità ardita che, nonostante i tratti gergali, non 
è inefficace. Che se quelli erano considerati come scherzi 
innocui, da passarsi con una risata o con una cena, bisogne- 
rebbe riconoscere che quei bravi compagnoni avevano la pelle 
delicata come una cotenna ed erano di facile contentatura, 
anche quali cultori o bazzicatori delle Muse grossamente ridan- 
ciane. Infatti da questa produzione si può dire esuli il senso 
della poesia. E perciò potremo sbrigarcene, senza alcuno scru 
polo che non sia, per caso, di erudizione puramente biblio- 
grafica. 

III. — Nella poesia volgare d'arte. 

l. Sin(j all'età del Magnifico, nella stessa Toscana, si di- 
schiude per la poesia d'arte un periodo grigio, nel quale con- 
tinua quella decadenza che, iniziatasi negli ultimi decenni del 
Trecento, .si aggrava, in un moto che è anche di crisi, pel 
sormontare vittorioso e, in un certo senso, minaccioso della 
coltura e dell arte umanistica. Anche chi, come noi, s industria periodo 
a raccogliere e a ricomporre la dispersa produzione satirica, ^ " "• 
trova facilmente la riprova di questa verità ormai assicurata 
alla storia, che,_ cioè, questo scadimento poetico non riguarda 
già la quantità, ma la qualità dei prodotti stessi. Nei (juali 
manca quasi del tutto la luc^ della originahtà e dell' arte, 



300 CAPITOLO IV - NRL SECOLO DELL'UMANESIMO 

regna presso che assolata la mediocrità, monotona e grossolana 
pedantesca, quasi che le energie dei poeti italiani si fossero 
esaurite nel magnifico sforzo creativo dell'età precedente. 

Dalle nostre indagini speciali esce confermata un'altra verità 
generale, che l'intolleranza degli umanisti e dei loro seguaci, 
ostili più meno al volgare, non fu, nel complesso, cosi ri- 
gida come si credette in passato, anzi fu tale da permettere 
a non pochi fra essi di coltivare con qualche fortuna le vec- 
chie foi'uie volgari, anche le satiriche. Di che s'è già additato 
qualche esempio. 

Cosi, nel lavorio oscuro di tanti mediocri ed incerti si 
.venivano preparando quel rinnovamento e quella fusione degli 
elementi volgari coi classici che, auspice sovrattutto la Toscana, 
daranno, anche nel campo ristretto e secondario della poesia 
satirica, frutti cospicui sino dal cadere del sec. XV e, più 
ancora, nei primi anni del seguente. 

Accumulare qui, anche dai manoscritti che ne abbondano, 
i detriti di quella povera poesia, sarebbe un fare opera tanto 
ingombrante quanto in gran parte inutile, perchè priva di 
qualsiasi significazione storica ed artistica. Anche per riguardo 
all' indole di questa trattazione, che è complessiva, anzi sin- 
tetica — e, per giunta, d' una sintesi, sotto certi riguardi, 
prematura — è necessario un lavoro coraggioso di sgombro, cioè 
di eliminazione e di semplificazione, in omaggio al criterio di 
salvare e additare solo quanto v'abbia di relativamente carat- 
teristico e dal lato letterario e da quello storico-psicologico. 

2. Occorre appena avvertire che non è possibile fare un 
taglio netto che divida e distingua la poesia popolare e popo- 
laresca da quella che per brevità diciamo poesia d'arte. Anzi 
abbonda in tutte le regioni nostre una certa produzione che 
tramezza 1' una e l' altra, e che, se dobbiamo prestar fede ai 
codici quattrocenteschi, fu forse più copiosa nella Venezia che 
non altrove. Vero è che la quantità sua poco importa, mentre 
a noi interessa di più conoscerne i caratteri e il valore. 
Un' idea di questa produzione satirica, che, del resto, è 
Produzione poverissiiua di pregi poetici, possono offrirci i versi di due 
lapopokue- veronesi, Leonardo Montagna e Cxiorgio Sommariva, che vis- 
^'tisti'ca.'" sero circa il mezzo del secolo; versi che, se non recassero il 
loro nome nei manoscritti, potrebbero confondersi facilmente 
N Ha Ve ^^^^ quelli di tanti ignoti che correvano per le mani del popolo 
ne^ia. meno incolto delle città nell'Italia superiore. Questo, per la forma. 



NELLA POESL\ VOLUAKH d'aRTK 301 

sovrattutto; che non di rado mosti-ano i segni d' una coltura 
letteraria che negli altri si cercherebbe invano. Il che appa- 
risce trop[»o naturale, alloniuando si considerino le condizioni 
dei loro autori. 

II Montacrna visse parecchi anni in Roma come segretario (f "••>''i« 

'-> L o Montagna. 

pontificio sotto Calisto III e appunto durante quel suo .sog- 
giorno romano, dinanzi allo spettacolo di tante bi-utture morali, 
provò un sentimento sincero di disgusto e d'indignazione, che 
tentò di esprimere in un ternario, scolorito e sciatto, da hii 
indirizzato al marchese Alessandro Gonzaga. Studioso com'era 
del Petrarca, senti il bisogno di riecheggiarne i sonetti conti'o 
la Corte avignonese, affermando di odiare « gli idoli e i tempi 
di l'empia Babilonia e suoi tesori, E li costumi scellerati et 
empi ». Anzi, a farsi forte d' un'autorità cosi valida, volle 
citare esplicitamente il poeta aretino che, dopo avere esaltato 'peù-l'ì.chè'^' 
con le sue dolci rime la bellezza e la vita di Laura, seppe ^'^'"' 
anche denunziare « di Babilonia molti e grandi errori ». La 
verità di quelle denunzie non gli apparve mai cosi evidente 
come quando egU potè vederla coi suoi propri occhi, in Roma, 
« in quella gran citade, detta Già Rom:i, poi Babilonia ... », in 
mezzo a « quella gente maledetta ». 

Questi sfoghi del rimatore veronese fanno pensare a Luigi 
Marsili, che, commentando i sonetti avignonesi del Petrarca, s'era 
infiammato di nobile zelo; ed è certo che, anche per ispirazione 
petrarchesca, egli scrisse la coraggiosa lettera contro i vizi della 
Corte papale. Più notevole e, per noi piii interessante, il ve- 
dere in quei medesimi anni nei quali il Montagna scriveva, un 
ignoto verseggiatore — che nel codice udinese sembra desi- 
gnato con le iniziali A. P. — pai'afrasare, goffamente, e con 
altri intenti satirici i tre sonetti famosi del Petrarca contro 
Avignone. 

Probabilmente modellandosi sali' esempio di qualche tre- 
centista toscano, il Montagna volle provarsi anche nei ritratti sati- 
rico-burleschi, come quello d'un famigerato ghiottone, in un 
sonetto che nella quartina iniziale non manca d'una certa evi- 
denza rappresentativa: « Egli è venuto un gioto qui di boni 
Che da hora e da strahora el pasto piglia: l'aminarebbe piii di 
cento miglia Sol per grappar due crope de caponi ». 

A gara con lui, ma con una vena più copiosa, quantunque Giorgio 
assai torbida, verseggiò il Somraariva, che alla sua disposizione '^°™"'"'""'''^' 
alla satira doveva trovare incitamento nello studio assiduo di 



302 CAPTIOLO IV - N'Kl, SKCOI.O DKM/uM \NKSI\0 

Giovenale, di cui egli, come vedremo, fu uno dei primi tra- 
duttori. Fra i suoi versi, mediocrissimi, è curioso un sonetto, 
nel quale, a schernire il matrimonio d'un vecchio indegno con 
d^inve^xh'io "'^^ bellissima giovine, « con una diva beltà », apostrofa 
marito, irriverentemente, in forma d'invettiva-rassegna, le diverse 
divinità della mitologia pagana, come colpevoli di tanto pec- 
cato. Cosi Saturno è proclamato « crudele », Giove « adul- 
tero », Marte « sanguinoso », e perfino Venere si prende 
della « sciocca »; un vero sfogo antimitologico in pieno Rina- 
antirnH^oYo- scimonto, cioò uu caso non comune in quel tempo di feti- 
e'''°- cismi classici. 

Nel Veneto, altri umanisti si dilettarono di rime volgari 

con intenti censori; e per essi basti rammentare il trevisano 

,, , Francesco Rolandello, che in un gruppo di dodici sonetti alla 

Il trevisano . . , . ^ 

Francesco burchicllesca satireggiò le donne di mondo, con qualche tocco 

Rolandello. ai 

abbastanza etncace. 

Il tono e la forma di questi componimenti attestano eviden- 
temente il per.sistere di quegli influs.si della poesia satirica 
burlesca che dalla Toscana si diffondevano, più o meno, e da 
lunga data, su tutte le altre regioni della penisola e ai quali 
Influssi to- davano incremento talvolta quei rimatori toscani, che nelle 
smigrazio'^ni' loro peregriuaziorii sostavano nelle varie terre e vi facevano 
Toscana, udire Ì loro canti. 

Fra questi randagi cantori merita d'essere ricordato, per 
Nanni hi singolarità del caso, il fiorentino Nanni Pegolotti. Nato 
Pegoiotti. f^^.^Q g^ Verona, vissuto a lungo nell' Italia superiore, fra il 
cadere del Tre e gli inizi del Quattrocento, fini col ritirarsi 
nei suoi ultimi anni in Firenze, dopo aver lanciato una violenta 
canzone inorale contro Venezia, colpevole, secondo lui, d'aver 
soppressi i suoi beneamati Carraresi. In Firenze compose, 
verso il 1420. un poemetto ternario che intitolò Opera, nel 
quale volle sfogare il suo odio contro i M;Uatesta, fautori di 
papa Gregorio XII, e contro Pasquino Capelli, ormeggiando 
qua e là, ma infelicemente, il poema dantesco. 

Di questo appunto fu lettore pubblico alla Corte sforzesca 

un altro rimatore, vissuto nella seconda metà del secolo, il 

Il padovano padovano Antonio Grifo, che girovagò anch'esso in varie città, 

Antonio i 5 o d t^ tvt h 

Grifo, oltre Milano, e soggiornò per un certo tempo in Roma. Nella 
schiera, numerosa, dei cultori della poesia volgare, che ci ven- 
gono da Padova, egli va segnalato per questo che i contem- 
poranei parvero attribuirgli una singolare eccellenza come 



NELLA POESIA V()L<;ARE d'aRTE 303 

poeta satirico. Intatti non a caso uu amico e concittadino 
suo vorsefj^|,Matoi-e, Marco IJiisiuello della Tori-e, invitandolo 
con un sonetto nella sua casa, per meglio allettarlo, gli pas- 
sava in rassegna gli antichi poeti che lo attendevano e fra 
essi Giovenale « che di Lauro te oi'disce una corona >. Ma 
la meritò egli veramente questa coi-ona della poesia satirica? 

Vero è che nel suo copioso e farraginoso canzoniere, che 
giace in massima parte inedito, non v'è di che spiegare ab- 
bastanza, e inen che meno di che propriamente giustificare, 
la lode invidiabile largitagli dell' amico padovano. Questi ben 
doveva conoscere l'ambizione e le velleità , (juali traspaiono 
abbastanza in un suo sonetto a dialogo con la Virtù, dov'egli 
s'atteggia a banditore e protettore di essa contro il Vizio so- 
verchiante, e dove non si tenne dal porre in bocca della stessa 
Virtù un lamento contro il cielo che la trascurava e portino 
quest'accusa punto ortodossa: « il mondo e il cielo al peggio 
corre », parlino « il cielo » ! 

Ma è evidente che il Grifo, per quanto avesse familiare il 
poema dantesco, doveva piegare alla tirannia del verso e della rima. 

In realtà egli è un pedestre petrarchista, che si sforza di 
camminare sui trampoli delle reminiscenze giovenalesche e 
dantesche, prodiga sentenze e dissertazioni moraleggianti, gou- 
lìando le gote, ma, nonostante i suoi sforzi, non fa che tradire 
sempre più la miseria della sua fantasia. Come il poeta aqui- 
nate aveva lanciato il suo « facit indigiiatio versum », il Grifo, 
atteggiandosi a invaso da « insto sdegno », minaccia be- 
stemmie, ma con le sue declamazioni generiche ci lascia freddi, 
quando non ci fa sorridere, che a lui troppo « natura negat » : 
la natura e, non meno di essa, l'arte. Basti come saggio 'juesto 
sonetto inedito: 

Chi guardasse a dar loco a un iusto sdegno 

Contra la presumption de un vii costume 

biasteraeria dil Cielo ogni almo Nume 

Che ha facto il vicio qui di gloria degno. 
Questa gente plebea e questo indegno 

poter, posto colà fra il mar e '1 fiume 

voi .senza mental occhio veder lume, 

dove è sraarito di prudencia il segno. 
Chi potria suportar il sforzo e inganno 

dil barbarico suolo ove s'annida 

l'imperio d'ogni vicio e d'ogni froda 
E dove Crasso tien il scranno e Mida. 

per dar al ver un sempiterno affanno 

e per tor a virtuto il pregio e loda? 



304 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'uMANESIMO 

Hvidentoniente , questo presuntuoso e vuoto declamatore, 
che. in grazia sovrattutto d'una certa violenza di linguaggio, 
scroccò fra i suoi amici di Venezia e di Padova la lode quasi 
di risorto Giovenale, non è che nn povero precursore d'un 
mediocre poeta, il Vinciguerra. 

3. Parimenti in tutte le altre regioni si ode ora una risata 
canzonatoria, ora un ghigno sommesso, ora un grido di scherno, 
espressioni molteplici di sentimenti satirici che si atteggiano 

Lebarzellet- . . 

te di Cesare nelle fomie più varìo. Ecco, in Bologna, Cesare Nappi farcisi 

* "'''"■ innanzi con qualche barzelletta non ispregevole per vivacità 

di umore antifemminile, che talvolta riecheggia Giovenale; in 

spirnTle- Perugia, Lorenzo Spirito, prodigo troppo di suoi versi e tanto 
rugino. audace da esser castigato come libellista, compensarci di questa 
sua profluvie poetica allorquando l'amor della sua patria e lo 
sdegno gli scaldano e arroventano il verso, lo armano di una 
sferza onde colpisce i suoi concittadini, stimatizzandone i cor- 
rotti costumi, con amarezza di accenti vigorosi ed arditi, nei 
quali par di sentire talora un sapore dantesco. Ecco, in Napoli, 
Jacopo di Gennaro offrirci — fra il 1481 e l'SO — un esempio 

La Pasto- di Pastovcile, fatto a imitazione àoìV Arcadia, ma nella quale 

vale di Jac, , , _ , , ,. i- -x n i 

di Gennaro, le 15 ecloghe, polimotre, hanno sostituito I elemento amoroso 
con quello politico-personale, atteggiato, innegabilmente, con 
misera arte, ma con acredine satirica contro « i lupi rapaci », 
sovrattutto contro Antonello de Petruciis e Francesco Coppola, 
colpevoli delle disgrazie che avevano afflitto l'autore. 

4. Scorrendo questa non dilettevole produzione, che non 
ha più la schiettezza e il fresco brio della poesia popolaresca, 
e non ha ancora la dignità, la disciplina e l'efficacia della 
vera poesia artistica, giova porgere l'orecchio ai motivi saii- 

satiric^'tra- ^'^<^^ che da Ogni parte della penisola si continuavano a ripe- 
dizionaii. iqyq^ SÌ riprendevano con maggiore intensità di tono e con 
qualche novità di forma, secondo le varietà tradizionali a noi 
ben note. 

Satira anti- Copiosa, al solito, la Satira antifemminile. Ora si ricantano 

femminile. , ' . , • i • • i ■ 

con grossolana esagerazione le accuse generiche più volgari, 
già mosse alla donna dallo spirito ostile del Medio evo; come 
fa, in sul principio del Quattrocento, il toscano ser Ludovico 
Bartoli, tanto scioperato da stemperare nelle ottave d'un suo 
n corbflcci- poemetto. Il coj^baccino, le vecchie droghe boccaccesche. Altra 

no di ser ^ , . ~, . i n . i i t ^^ p 

Lud. Bai- volta 6 uu iguoto e gofTo rimatore dell Alta Italia, torse un 
frate, che sente il bisogno di infliggere dalla sua solitudine (Stan- 



NELLA POESIA VOLGARE u'aRTE 305 

dome uno ijiorno soldo, repensara) un immaginario .sermone „ 

^ ' r- / D llserventese 

ad un'immaginaria « damisella », nella forma del serventese — '^« la vanità 

,...,, . , de le donne 

un serventese ili più che doO versi! — per pungerla della sua edeiamu,-- 
vanità e richiamarla al pensiero delhi morte. 

Che l'autore sia un frate appare probabile, non soltanto 
dal passo scritturale latino che si lei,''ge in testa al componi- 
mento, quasi motto epigrafico de.stinato a dare lo spunto iniziale 
ed il tema, secondo l'usanza dei predicatori, ma anche dal tono 
l'igidamente ascetico dei versi, e dalla crudezza realistica di certi 
tratti, couiuni nei sermoni dei pii fraticelli, onde resulta accre- 
sciuto l'interesse suo come documento notevole per la .storia del 
costume. La donna è ritornata l'essere diat)olico, perfidamente 
tentatore, irresistibile nel tendere * lazoli * agli uomini, so- 
vrattutto ai giovani; e si direbbe che nel ritrarcene la figura 
allettatrice e le arti sottili con cui sa accrescere le sue sedu- 
zioni, falsificando la propria bellezza, il rimatore solitario nella 
sua cella si sforzasse di scacciare da sé qualche immagine 
pericolosa rimastagli nella retina: 

però ohe quando apari in fra la t-entc 
c'um le spale nudate, e el bianco peto 
tutto quasi scoperto 
porti, perchè da tutti st mirata 



L'orrore che il marito, nauseato e sconvolto, prova dinanzi 
al cadavere di lei putrefatto, e il dolore, i lamenti, le con- 
fessioni, i pentimenti nei quali si effonde l'anima della * me- 
schinella », dannata alle pene infernali, come un monito grave 
alle « giovenete », sembrano riportarci indietro di più che 
un secolo, all'età e agli sfoghi fra ascetico- morali e sati- 
rici di Jacopone. Un anacronismo, se si vuole, ma che inter- ■')i^^'''evaii- 
pretava sentimenti e fantasie paurose, ancora tenaci nelle "ittico di 

. ,.,...,, , . sentimenti. 

anime dei religiosi e del popolo e destinate a prorompere nel 
moto savonaroliano. 

Certo, questo serventese non si direbbe press'a poco coevo 
con la frottola pungente, briosa, vivace, tutta sparsa di sali 
non ascetici, con cui Luigi Pulci, riprendendo, anche nella",. . , , 

' o 5 1 5 \_na. trottola 

forma metrica, la tradizione comico-satirica di Franco Sac- di Luigi 
chetti, si diverti a svelare tutte le maHzie e gli artifici della 
vanità e della civetteria femminile, concludendo con un con- 
siglio insolentemente negativo in una questione che anche fra 

Gian. — La Satira. 80 



306 CAPITOLO IV - NKL SFXOLO DELl/UMANESIMO 

gli umanisti s'era dibattuta con una serietà da gente scioperata 
e leggera: 

Però chi non è paz/.o 

si guardi dal tor moglie: 

che guai a chi ne toglie! 

Che proprio egli ò eom'cssor nello "afiM-no: 

col nimico starai in sempiterno. 

Cene » sen- Nou dobbiamo pertanto meravigliarci che un cinquecentista 

'^"rouoìa"* ricordasse come « graziate e approvate sentenzio » certi ver- 
dello stessi) setti di frottola che « usava facetamente » Luiffi Pulci « uomo 

Pulci. ° 

piacevole e acuto » : 

Di sei ceso mi tìdo 
poco nulla, o di rado: 
non di volta di dado, 
vecchia prosperitate, 
il nugol della state, 
il verno del sereno: 
e d'un'altra ancor meno: 
ch'è di cherica rasa. 
La sesta c'ò rimasa; 
Di lealtà di donna. 

La nota finale, acremente antifemminile, è preceduta da 
'ivàtesca."' un'altra per la quale la donna, sleale, viene a mettersi nella 
mala compagnia del frate ipocrito. Infatti l'accenno alla « che- 
lica rasa » ci fa riudire quel motivo di satira antifratesca che 
risonava da più che due secoli nella nostra poesia e che si era 
fatto ancor piii diffuso e rumoroso. Non per nulla era quella 
l'età degli Umanisti, avversari più o meno risoluti degli ordini 
monastici e di quegli abusi superstiziosi contro i quali, del resto, 
molti spiriti religiosi, anche nell'età precedente, avevano levata 
la voce. 

Si capisce che il cliente mediceo aveva la certezza di far 
cosa gradita al suo patrono, il Magnifico Lorenzo, in quella 
Firenze dove il Poliziano, per la recita dei Menechmi, com- 
lenze poso il uoto prologo pieuo di acre umore antifratesco e si 
divertiva a ricantare con satira arguta quel tema sul tono e 
nelle forme dei 7nspetti continuali, quello, ad esempio, che 
incomincia: « Se tu guardassi a parole di frati ». 
„. ,, ' ,. Nessuna meraviglia pertanto, che un rampollo mediceo, 

Giuliano di i 

Lorenzo de' GiuUano di Loreuzo, stato discepolo dell'Ambrogini, ne seguisse 

Medici. . . ' . . ^ . . ■,• i l 1 f 

1 esempio, scrivendo nei suoi anni giovanili, e probabilmente 



NELLA POESIA POPOLARE d'aRTR 307 

nel priiiiisiiiio esilio, un .-nonetto caudato, notevole, percliè in 
esso il vecchio tema tradizionale si rinnova e ravviva al con- 
tatto della realtà storica e da (jnesta ritrae vigore e sapore 
nuovo, anche se vi sono durezze di torma. Dal confutare la tesi 
antimilitarista espressa da un frate in una sua predica, dalTaf- 
fermare la utilità, anzi la necessità, della guerra, purché fatta 
per giusta causa, il rimatore s'innalza sino a rinfacciare al 
clero, cosi regolare come secolare, la truscuranza dei propri 
doveri verso la Chiesa, la quale per questo ha bisogno che 
altra milizia la difenda. Egli denuncia con accenti così gravi, 
con un tale « crescendo » di violente accuse l'ignoranza, l'ozio, 
1 vizi nei quali esso è sprofondato, che noi possiamo avei-ne 
un'idea di quegh spiriti antichiesastici quali s'erano venuti ^'yttò""antl- 
rinfocolando nei fermenti audaci di coltura e di pensiero della n-atosco 

' . . o anticnie- 

Rinascita. Questo, il sonetto, che merita d'essere riferito anche mastico, 
perchè poco noto: 

Questa mattina udito ho predicare 

— Oh ignorante opinion di frati I — 

Un che dice ed approva che soldati 

è impossibil si possine salvare, 
lo dico che il legittimo certare 

fa li uomin degni d'esser coronati. 

Quanti regni pagani gik acquistati 

si sono a Dio con l'arte militare! 
Milita la Chiesa militante 

e se non la difende la milizia, 

defensar non la può il clero ignorante, 
Dedito all'ozio, al ventre, all'avarizia, 

alla lu.ssuria, e in odio ha tutte quante 

le virtìi, e la prima é la iustizia, 

né mai si fé' tristizia, 

trattato alcuno, o qualche tradimento, 

che frati o preti non vi trovi drente. 

Ma se pur tu hai talento 

Di riprender li vizi, entra nel clero: 

troverai assai materia e dirai il vero. 

Mentre il tiglio di Lorenzo il Magnifico ribatteva in (jnesti 
versi pungenti gli sproloqui uditi in chiesa, dalla voce d'un 
adiposo fratacchione, agitantesidal pergamo, altri, fv^r-se un ignoto 
riraator veneziano, lanciava per le vie e per le piazze della sua vn s„nciu) 
città un sonetto, fra sarcastico e canzonatoi"io, a scherno dei veneziano 
giovani frati troppo ben pasciuti e gaudenti ed oziosi, che, frati"^poì- 
invece di darsi all' « inei'zia poltrona », avrebbero dovuto (l'i^!. 



308 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DEfj/uMANESIMO 

prender l'armi tutti contro gli infedeli. Kra il giugno del 1499, 
allorquando la Repubblica di Venezia preparava un'armata 
contro i Turchi minacciosi e Marin Sanudo, che porse l'orecchio 
a quei versi, come alle mormorazioni antifratesche della gente, 
ebbe l'ottima idea di trascriverlo nei suoi Diarii, dai quali lo 
trascriviamo anche noi col titolo apposto loro dal cronista ve- 
neziano: 

Soneto fato in questi tempi cantra frati quali dover iano 
andar in armada: 

Fratoci da la schena prosperosa 

Soto el vexil di Cristo militanti, 

in proeession vedendovi galanti 

zoveni e lieti con faza animosa, 
A me parebe pur licita cosa 

per far andar la fede nostra avanti, 

che vui pigliaste l'arme tati ({uanti, 

centra gente infidel vituperosa. 
Ma l'ozio, la libido e la golaza, 

le piume, il sono e l'inerzia poltrona 

vi fa schifar la divota coraza, 
Unde mormorar sento; el ver sona 

chiaro de voi in zascaduna piaza, 

el ver, che con ragion molto consona. 
Adunque la persona 

Movete, orsù, contra turchi infideli, 
' acciò che non siate a Dio ribeli. 

Come si vede, v'è, innegabilmente, del pittoresco e del vivo 
in questi versi, ispirati anch'essi dalla realtà storica e scritti 
pel pubblico, ma scritti da tale che, sovrattutto nella prima 
terzina, si rivela conoscitore del Petrarca. 

Vero petrarchista e anche « dantista », come lo proclamò 
" SoiT'' Gi-irolamo Caffoni, il bolognese Niccolò Malpigh, vissuto nella 
Malpigli, prima metà del secolo e bene esperto, pel lungo soggiorno fatto 
in Roma e per gli uffici tenutivi, della Corte pontificia, inveì 
anch'egli contro di essa, maledicendo la « ingrata sinagoga », 
meritevole di venire « in ira al cielo, al mondo et a l'inferno » 
come quella « che cum color de spiritual governo », ammorbava 
il mondo tutto. Tuttavia, quando si pensi che il Malpigli, se- 
gretario ed abbreviatore papale, godette i favori e speciali be- 
nefìci per l'appunto da quel Baldassarre Cossa, che, col nome 
di Giovanni XXIIl, bruttò la storia del pontificato, proviamo 
qualche dubbio e qualche grave sospetto sulla sincerità della 
sua indignazione antichiesastica e anticuriale. Siamo indotti a 



NELLA POESIA POPOLARK d'aP^TK 300 

considerare i suoi tre sonetti come niedioci'i esercitu/.ioni (V^ 
poetiche e i-etoriclio, fatte sul modello di ([uidli iiotrarcheschi soneu! <-òn- 
contro Avii^none; se pure non sono documenti d'una tardiva "'°pl(pfie''*'^ 
rescipiscenza e d'un onesto pentimento. Ir. tal caso la corpu- 
lenta « cantilena » o canzone, indirizzata a papa Oiovanni, 
nella quale il rimatore fa parlare quattro virtù personificate, 
la Magnificenza, la Gratitudine, la Pietà e la Speranza, derelitte 
e perseguitate dagli uomini, potrebbe considerarsi, specialmente 
nella chiusa, come un'esortazione, anzi un ardito richiamo al 
pontelice stesso, rivolto in un tempo nel quale era ancora 
lecito sperare dall'opera sua. 

E un petrarcheggiante scolorito e senza rilievo, che la 
mancanza di finezza artistica tradisco anche in quel sonetto 
Guardt-'si ornai ciascim dal ben li sia, dove volle provarsi 
nell'arte diffìcile dell'ironia, riprendendo la forma dei consigli 
circa la maniera migliore di governarsi in un mondo cosi di- 
sordinato e vizioso. Questo, il consiglio finale: 

Ma perchè il mondo ha perso ogni virtù, 
giochi cum dui mantelli ogn'hom chi pò, 
volpegiando cum questo e cum cola'. 

Lo stesso si dica del sonetto caudato. — Li boni amici e dica 
chi dir vale — con cui pensò di toccar nuovamente il motivo, 
caro ai vecchi rimatori, sovrattutto a Pieraccio Tebaldi, del- 
l'onnipotenza dei fiorini. 

Ma senza confronto più diffusi, perchè più graditi al pub- 
blico, erano i temi di satira antimonastica e antichiesastica, . 
nelle loro numerose variazioni di movenze e di toni. Cari ai 
novellieri, che dal Boccaccio in poi si sbizzarrivano coi loro 
racconti, formando una tradizione nella quale, verso la fine 
del secolo, occupò un posto eminente Masuccio salernitano, 
essi diedero materia di versi pungenti non solo ai rimatori del 
Mezzogiorno come ad un anonimo, che tessè un vivace dialogo 
dialettale tra alcuni frati cercatori e una donna, ma anche ad antuv"tes«o 
alcuni della loro schiera novellatrice. Tale, il sanese Sermini, %^.^"n!^ 
che nella sua raccolta, dopo la novella X, inseri un sonetto per 
ammonire le donne dei pericoli che correvano praticando coi 
frati confessori. 

Qualche volta il sentimento satirico si esprime con una 
voce più elevata e solenne di riprovazione, nella forma del- 
l'apostrofe che ricorda quelle dantesche, quale è il vigoi'oso 



310 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELl'uMANESIMO 

Un sonetto sonetto di Leon Battista Alberti « sopra al vizio della simonia 
berti' cJn'tro che è oi'a eiitrato nella Chiesa >. 

a simonia. ^^ Anche la vita politica e sociale, gli avvenimenti del 

giorno suggeriscono a quando a quando certe noie singolari ai 

^^^'Jg^'^gtg^'i" rimatori quattrocenteschi; singolari, più per la materia, sto- 

ciaie. ricamente e psicologicamente interessante, che per 1' arte, la 

quale in generale difetta. 

Pedestre e sciatto, nella forma della enumerazione foggiata 
sullo stampo petrarchesco, riesce, al solito, il Malpigli nel deplo- 
Un son. di Tare con un sonetto — Bologna mia, le toc divisione — le di- 
p!gu'Mntro scordie, le micidiah turbolenze, le vane e corrotte costumanze 
Bologna (.}^g traevano a ruina la città sua; veemente e, nella sua rozza 
scorrettezza, non inefficace in certi suoi versi intesi a fusti- 
Lorenzo 8"^^'^ i propri concittadini, i Perugini, corrotti, rissosi e di- 
f.^'pe°u°ia' scordi, ci appare talora Lorenzo Spirito; violento e robusto, 
l'ignoto autore, forse veneto, d'un sonetto caudato — gente 
Un anonimo civava, povev Catelanì — che sembra svolgere un forte 
cauiani cenuo satirico del Paradiso (Vili, 77) e che si chiude con 
un'imprecazione certamente di stampo dantesco: 

Però justo furore 

Dal ciel discenda e cum vostra vergogna 

Ve spenga in tutto e abrusi Catelogna. 

Come il sonetto, obbedendo ad un istinto antico, tende ad 
allungarsi, cosi sotto la spinta d' un sentimento ispirato allo 
spettacolo delle tristi vicende italiane, anche la canzone si 
.espande, si fa oratoria, sermoneggiante, declamatoria, diventa 
aspra invettiva o monito amaro. Alla quale trasformazione 
^"^no?";?."'' contribuivano senza dubbio ceiti esempi insigni del canzoniere 
petrarchesco. Cosi si diffonde sempre più la canzone inorale, 
che s'intitolava spesso inorale, senz'altro. 

Occorre appena ripetere anche qui che il valore poetico 
di questa produzione è superato di molto da quello storico e 
psicologico. Tuttavia vediamo, ad esempio, con girata meraviglia, 
da quell'età che fu delle Signorie trionfanti e soverchianti, av- 
viate ormai a tirannide più o meno larvata, venirci una fiera 
protesta, non retorica e non mediocremente ispirata ed espressa, 
^t'ira'irni' come quelUi che è nella canzone — Tu pòi senza speranza 
d'Italia.- f_if conforto — la quale, nell' unico manoscritto bolognese, il 
codice Isoldiano, che la contiene, senza nome d' autore, reca 
il titolo seguente : Ad indetestationem iyrannorum suòre?'- 



NKI.I.A POESIA POPOLAKK i/aRTE 311 

lentiam Ualiani cantinella [cantilena] Incipit. È un quadro 
paurosamente fosco nell'Italia, in sul mezzo del Quattrocento, 
tracciato con pennellate vigorose da tale che aveva la mano 
esperta e Tanima ardente di fieri corrucci; un quadro, nel 
quale campeggiano, illuminati di luce sinistra, i « signor 
mondani », che, per seguire « lor disio, rason disfanno », e si 
vede anche « la giustizia vilmente perire » e tutto per colpa 
principalmente dei mali Signori: 

Ahi Signoria ribella 

A Dio e da virtìi tanto monlaa.i! 

esclama indignato il poeta, il quale con una invocazione alla 
giustizia, « de' deboli sostegno e d' impotenti *, « freno ai 
forti denti », chiude la rude ma nobile canzone, vera requi- 
sitoria ispirata da un cuore che si ribellava contro le prepo- 
tenze e le brutte angherie dei tirannici signori d'Italia, voce 
non solitaria, ma. purtroppo, inascoltata. 

6. Anche in altri rimatori di quel tempo la canzone si 
piega volentieri a questa tendenza fra satirica e moraleggiante, 
in tono oratorio; e basti ricordare per ora quella di Gamhino 
d'Arezzo, « a laude del conte Jacomo Piccinino e a vilipendio a ine can- 
de chi lo tradì », il cui capoverso — Se mai furor-' di Dio ^"morau " 
versò sua ira — basta a dare l' intonazione di quelle strofe 
che è di aspra, sebbene sciattaMnvettiva, come dell'altra, che 
le si accompagna col titolo di inorale — miseria infelice, 
cieca e frale — ed è uno sfogo, più generoso che poetico, 
contro r egoismo e 1' avarizia imperanti nel mondo. In essa 
il commiato è, di questa vera satira morale, la parte più 
efficace: 

Ganzon, tu anderai peregrinando, 
Discacciata con ire e con rampogne, 
Non curar lor menzogne 
E sicti car ch'ognun t'abbi nemica, 
Perchè chi dice il ver non s'affatica. 

Insieme con la canzone ii vecchio sonetto, sgualcitosi 
troppo spesso fra le mani dei petrarcheggianti, riacquista a 
quando a quando una vigoria nuova per merito di alcuni fra 
i rimatori culti di varie regioni della penisola, commossi, do- 
lenti, indignati del malgoverno che gl'Italiani stessi, discordi, 
tristi, corrotti, ignavi, in tutto e per tutto degeneri dai padri. 



312 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'uMANESLMO 

Un fiero facevano della loro patria. Degno d'essere citato, il so- 
''Tm.ui'eo' netto che al ferrarese Timoteo Bendedei ispirarono, nel 1488, 
^n'issjr' o^i assassini del Conte Girolamo Riario e di Galeotto Manfredi 
— Coyne va il fasto unian alto e 'protervo! — nel quale il 
lamento diventa rampogna amara ed imprecazione violenta e 
minacciosa contro 1' Italia, perchè voglia destarsi dalla sua 
abbiettezza : 

Convien ohe a te di nuovo Attila vegna 

e questo ferreo secol sia distrutto; 

che dopo molte oifese il ciel si sdegna. 

Nobile è anche il sonetto — Misera Italia, a che condotta 

j.ttriottico sei! — nel quale il bolognese Diomede Guidalotti non si rani- 

""Diomede' marica soltanto di vedere l'Italia scaduta ed oppressa, ma di 

Guidalotti. vederla disonorata, per l'ignavia sua contro lo straniero e per 

le sue discordie: 

Ma vinta sei senza difesa alcuna; 

e questo è, che non vuol forza o possanza 

dove poca concordia e fé' si aduna. 



Sonetto di 



Similmente un ignoto, in quegli stessi anni, si lamentava, 

indignandosi (son. Regina augusta e trionfante Roma), che 

'g"oj? con- Roma, un tempo grande e gloriosa, già « specchio di virtù », 

zione di fosse divenuta « solo di parassiti albergo e villa, Di scurri 

di gnatoni ed altri mostri » e « vituperosa ancilla » di quelli 

che erano stati suoi servi. 

Voci disperse, codeste, e inascoltate, ma che giova a noi 
udire e notare come attestazioni sicure del persistere e del 
manifestarsi, non retorico, ma sincero, anche nelle forme della 
satira, d' una tradizione civile, che, ispirandosi alle memorie 
dell'antica storia e ai migliori esempi del nostro patrimonio 
poetico, salvava l'onore d'Itaha in tanto oscurarsi e corrom- 
persi delle coscienze e dei costumi. 

7. Occorre appena avvertire che non mancano saggi, ma 

in generale scadenti assai nei riguardi dell'arte, di satira 

Satira per- persou ale, alcuui dei quali soltanto meritano d'essere menzio- 

nati, perchè ritraggono dal vero, con sincerità, anche se con 

mediocre bravura, figure variamente rappresentative di quella 

• vita sociale italiana. 

Ora è un dottore di leggi e lettore bolognese, che Francesco 
Gara dalla Rovere, detto il Quercente, schernisce in un sonetto 



NFLLA POKSIA VOLGAKK d'aRTE 313 

— Un novo palpasti'rllo ìnd'ignesc — di stile bui'cliiellesco; 

ora la figura d'ini ipocrita abbietto che ci passa dinanzi agli 

occhi, in tutta la sua bruttura tisica e morale, ritratto in un 

vivo sonetto, forse di Niccolò Volpi, o Volpe, vicentino — ^^,„ ^j n^t 

Ipocrito, fallace e collo torto — ; altra volta, l'iiuniagine di un ^y°'|||yc^|ty'' 

marito disgraziato messo alla gogna, con brutale ma non inetfi- 

cace realismo, in un altro sonetto, caudato, d'anonimo — Quando uitiaito 

... d'un marito 

veguardo a la tua salda testa — che nel codice che lo con- coinuto 
serva. Tisoldiano, s'intitola Sonetum ad coniutwn nno'itum.'^ 

Della vitalità storica e, sino a un certo punto anche let- 
teraria, di questi svariati motivi satirici sopravviventi e rin- 
novantisi nell'Italia del Quattrocento abbiamo una insigne 
riprova nel maggior poema cavalleresco di quel tempo. Racco- 
gliendo le jnolte e diverse note di satira che sono disseminate 
neìV Orlando innamorato, ne potremmo comporro come una xote sati- 
specie di agile sinfonia satirica, la quale ritrae fedelmente, ma ^e'^'òeir'J,^!! 
blandamente, le tendenze e gli umori anche della società '«»<*<""««- 

morato. 

colta e signorile di quel tempo in Italia. Ma non vi potrebbero 
entrare quelle forti, anzi audaci note che il Foscolo, per una 
facile confusione, attribuì al Boiardo, mentre sono, e non tutte, 
né proprio a quel modo, del Berni. Ecco, dalla schiera diabo- ^vd. i dia- 
lica che Malagigi scatena contro Rodomonte, Viviano e Fé- Lib"'' if^c 
ragu.to, apparire Draginazza, « che avea le come a l'elmo per .^^"i- 
insegna », insegna, questa volta, della superbia, di quella che 
domina sovrattutto nelle grandi corti 1 

Questo di rado a vii gente se abbraeza : 
Fra gli superbi alle gran corte regna. 

Ed ecco sbuca fuori « sopra a tutti un gran 'diavolone », 
Malagriffa, che col suo terribile < rampone;» suole arraffare inalratme 
gli usurai, gli avari, e i 'preti e i"^ frati, senza pietà, rinno- 
vando le gesta dei diavoli danteschi,' suoi legittimi antenati: 

Con quel rampone agriffa gli usurari, 
Condueendoli a ponto ove li piace, 
Perchè ha possanza sopra de li avari, 
E giù gli coce in quel fuoco tenace, 
Ejpiglia preti cifrati a i scapulari, 
Perchè ciascun di loro è suo seguace. 

Quest'ultimo verso è un po' forte e, a dir vero, doveva 
parere alquanto eccessivo anche ai più spregiudicati lettori 



di usurai, 
avari, preti 



314 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

deWlnìia morato. Tuttavia, appunto in questa sua esagerazione, 
Il Buiaiiio certamente non casuale, si rivela l'umore satirico di quella 
interi.rete cksse cortis^iana pii^i colta della Rinascita alla quale apparte- 

ilcgli union . . 

deìiasocietìi neva e della quale si faceva naturalmente interprete il Conte 

cortigiana. _ ,. ., , . , i t , t 

di Scandiano. 11 quale anche altrove gode di toccare di nuovo e 
con nuova efficacia certi tasti satirici, dei quali s'era abusato in 
m^tivrsati- tiitt'i modi, quello, ad esempio, sull'ipocrisia e sulla insaziabilità 
'''*^'- dei frati, nelle parole con cui Rinaldo l'isponde ad Orlando, 
che voleva dissuaderlo dal caricarsi della sedia d'oro (Lib. II, 
C. IX, st. 33-4). Non satira astratta è questa del conte di Scan- 

Su li l'ti con— 

creta la sua. dinno , ma pittura evidente che sembra preludere a quelle 
folenghiane, caricatura grottesca di quel frate predicatore, che 
celebrava la virtù dell'astinenza, 

Ma egli era si panzuto e tanto grasso, 
Cile a gran fatica potea trarre il passo 

caricatura che si direbbe presa dal vero, di quell'altro « fra- 
Frati diln- ^ ' '■ 

viatori, tacchione epicureo », 

Che lodava il degiuno a corpo pieno, 
E sol ne l'oche avea devozione. 

Altrove (Lib. II, e. Ili, st. 20-21) per bcoca di re Roda- 

monte, sono scherniti gli astrologi e indovini, che spacciano 

Astrologi ed pei> genuine verità i loro sosrni e sono cosi sfrontati nelle loro 

indovini. io o 

colorite menzogne da predir l'avvenire misurando il cielo. Sotto 
la penna del Conte di Scandiano, cavaliere compito, e cantor 
Tenue san- àegìì Amorì, là Satira antifemminile si attenua tanto da'potersi 
''^ mhiìie'"" dire sparita quasi del tutto. E infatti, se appena gli esce scritto 
che « poca fermezza in donna si ritrova » (II, XII, 4), egli 
si affretterà a chiederne scusa alle sue uditrici e lettrici e so- 
vrattutto alla sua donna, assicurando che aveva inteso di ri- 
ferirsi soltanto a quelle « del tempo antico ». Invece il Bo- 
contro la ì^^'^c»? ^^ vei'o Cavaliere amante dell'armi, si sdegna con ram- 
^den^^nT V^S^^ amaramente sincera, che l'arte della guerra sia divenuta 
della guerra uu brutto mestiere in mano di gente indegna 

Poi che quelTarte degna et onorata 
Al nostro tempo e' gionta tra villani 
(li XII, 3). 

Questo rammorbidir.si e quasi sfumare dei temi satirici 
nelle stanze boiardesche mostra che il poeta di Scandiano non 



NELLA TOSCANA 



315 



aveva uno spiiito [a'oprianiente satirico, uietiti-e. al contrario, 
era uno spirito essenzialmente comico, Luigi Pulci. E infatti Luigi Puu- 
nel Morganie invano si cerclierebbero veri accenti satirici, satìrico'' m 
Soltanto in un tratto di quel Canto XXV, dove il diavolo, sa- ''°'"'*'°- 
poritamente teologizzante, lamenta la sua eterna dannazione 
ed esprime come un sentimento d'invidia verso i Cristiani, che 
possono salvarsi con tanto poca fatica, par di sorprendere una 
punta, che ricorda un verso, paiùmente diabolico, dell'Alighieri: 

felici Criistian, voi par che lavi 
Una lacrima sol col pugno al petto, 
E dir: < Signor, tibi soli peccavi »! 

Cosi Astarotte. E la sua voce sembra un'eco del grido onde il un'eco sa- 

~ _ tinca ilan- 

diavolo dantesco aveva invano contesa all'Angelo l'anima di tesca. 
Bonconte da Montefeltro {Pure/., V, 105-0): 

Gridava: < tu del ciel perché mi privi? 
Tu te ne porti di costui l'eterno 
Per una lagrimetta che il mi toglie ». 



IV. — Nella Toscana. 

1. Come s'è visto, a queste manifestazioni satiriche dei 
sentimenti più diversi e più o meno sinceri partecipano tutte 
quante le regioni della penisola, ma due fra esse, la Toscana 
e la emiliano-lombardo-veneta, ci offrono, con grande varietà, 
esempi veramente notevoli, anche se non nuovi, notevoli, per- 
chè letterariamente fecondi. E del resto, esse ci hanno fornito 
già materia di utili citazioni e riscontri. 

Che persistesse nella tradizione letteraria la coscienza della 
supremazia acquistatasi dalla Toscana non dobbiamo stupirci; 
ma è bello vederla riaffermata in un sentimento di amorosa 
ammirazione per ITtalia tutta, e riaffermata in un poemetto 
satirico-burlesco sorto in sui primi del Quattrocento: 

Di tutto '1 cerchio che l'Europa cigne 

Italia n"è reina incoronata, 

secondo che jie' savi si distingue, 
11 frutto che la ciba e tiene ornata 

è la porporea veste di Toscana 

di fiordalisi e- gigli seminata. 

Cosi, il fiorentino Stefano di Tommaso Finiguerri, detto lo i poemetti 
^ Za, incominciava il suo Studio d'Atene, che insieme con gli altri 'guerrll" 
due poemetti La buca di Moniefeì^raio e 11 Gagno, godette d'una 



316 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

certa diiriisioiie in Toscana. Il che si spiega agevolmente {»en. 
sando alla materia e alla forma di essi, una materia che ab- 
bondava di accenni e d'esplicite enumerazioni di persone e di 
casi contemporanei e locali, tale, quindi, da solleticare la cu- 
riosità dei lettori e il gusto istintivo del pettegolezzo e dello 
scandalo; una forma che, specialmente ne La Bara e nel 
Gagno, riprendeva finzioni curiose e dalla tradizione letteraria 
e da quella jiopolare regionale. Ma se è ovvio il notare in 
questi due poemetti ternari il degenerare della visione dantesca 
sotto l'influsso dei Trionfi petrarcheschi e con tini più di sa- 
tira burlesca che di parodia, resta difficile, sovrattutto pel primo 
Ia> lìnea ^^ gggi 1^(1 Baca, il trovare una sicura connessione fra la 

(li Monte- ' . ' ^ . . ^ , 

ferrato, finzione poetica e la realtà o la Unzione tradizionale. Non può 
dirsi divertente la lunga sfilata di falliti, spiantati scialacqua- 
tori, reduci delle Stinche e dell'ospedale, che Tieri Tornaquinci, 
« il duca », addita al poeta, nominandoli e illustrandoli, e che 
si avviano tutti impazienti alla Buca di Monferrato in iNIonte 
Morello, dove potranno rifarsi con l'aureo tesoro che li attende. 

Eppure in questa rassegna, che è enumerazione, protratta 
per ben quattro capitoli, di nomi di persone reali con illustra- 
zioni relative, cioè spesso rassegna di colpe, di vergogne o di 
magagne e di pecche svariate, sono abbastanza frequenti i tocchi 
iconografici non privi di certa efficacia ed espressioni toscana- 
mente vivaci. Il rimatore si rivela, cosi, esperto del linguaggio 
della satira e della beffa personale, anticipando di secoU le 
riviste satiriche, che deliziano il pubblico nei teatri dei giorni 
nostri. 

Nel lungo capitolo rimasto incompiuto, che lo Za intitolò II 
Il Gagno. tyatiato del Gagno, la materia è assai affine a quella della Buca, 
giacché egli vi finge di farsi additare una numerosa ciurma 
di sciocchi, ridotti al verde, raccolta sopra un « legno armato » 
o fusta, dove sanno che non si paga. Ma la condotta vi è 
fiacca e l'interesse scarseggia in mezzo a quella trista brigata 
avviantesi all'isola del Gagno, denominazione dalla quale s'in- 
titola il poemetto e che forse si riconnette col nome comune 
equivalente a « guadagno », e insieme col pascolo prativo cosi 
chiamato, che nei dintorni di Pisa serviva ai cavalli. E in- 
fatti verso quella città appunto « inver d'Alfea la fusta se ne 
giva » e nella turba erano in buon numero i pisani, e in alcuni 
codici il poemetto è indicato come « la galeotta di Pisa, o del 
Gagnio di Pisa ». 



NELLA TOSCANA 317 

Senza confronto pin interessante è IjO Studio d' Atene , in '■°.l\'^'l^i° 
due capitoli, dove il rimatore, prendendo probaliilmente occa- 
sione dalla riapertura dello Studio fiorentino, o avvenuta già 
nel 1412 o solo annunciata ed attesa, immagina che Firenze, 
« per rifare lo Studio », mandi in Grecia una sua anibasceria 
con grande scorta di libri e che la sua guida — anzi le sue 
guide — gli additino per nome questi nuovi « studianti ». Sono 
specialmente dottori, notai, preti ed aliati sciocchi, che si recano 
ad Atene, « con poco senno le lor menti piene »; copiosa ras- 
segna satirica di persone che, nonostante gli sforzi illustrativi 
dell'autore e del suo moderno editore, ci riesce scolorita, anzi 
troppo spesso oscura. In questi ternari più che negli altri, il 
Finiguerri si compiace di riecheggiare il testo dantesco, pia 
per suo diletto e per soddisfazione od ostentazione di rimatore, 
che per fini parodiaci; ma a lungo andare riesce stucchevole 
e faticoso. 

Per l'esempio suo Bernardo di Stefano, detto Cambino 

... ,. .,. • j. ^ poemetti 

d Arezzo, la cui vita avventurosa di militante e parteggiante di oambino 
ghibellino e di esule si svolse fino al penultimo decennio del 
secolo, fu spinto a scrivere un poemetto, dedicato al Duca Borso 
d'Este, il primo libro del quale è in buona parte satirico. E 
infatti i primi tre capitoli di esso e non tutto il libro, come 
farebbe credere il titolo. Delle genti idiote d'Arezzo, è un'arida 
noiosa rassegna della canaglia aretina, il rovescio di quella me- 
daglia il cui diritto vorrebbe essere il libro Degli uomini 
famosi d" Arezzo e d.'Italia. 

Ma la materia di questi sfoghi satirici è più varia di quanto 
non ci si attenderebbe dalle citate intitolazioni: che, a quella 
guisa che nel 1° libro il rimatore aretino inveisce grossamente 
contro i preti per la loro « diabolica vita » e per la loro igno- 
ranza (cap. VII), cosi, nel 2° libro, rampogna aspramente e 
con ardimento degno di nota, i Romani, perchè non avevano 
assecondato le « opere sante » di Stefano Porcari (cap. XIX) 
ed esce in violente requisitorie contro il clero di Roma 
e contro la Corte pontificia, lamentando, con frequenza di 
mosse dantesche, e con certo calore di sentimento sincero, la 
distruzione di tante nobili famiglie romane e la decadenza 
della povera Italia, latta « diserta » (cap. XIX, XX). Questo senti- 
mento dell'esule ghibellino, ramingo per la penisola, inasprito 
dalla sventura, si manifesta con invettive romorose ed enfatiche F'i-»n"nenti 

' della 

anche nella Fantastica visione, uno scipitissimo tentativo FaniasUca 



Vistone, 



318 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

d'imitazione dantesca, di cui non ci rimane se non un fram- 
mento del lib. IV, dove un nuovo inferno con le sue pene offre 
all'autore occasione o pretesto di enumei-azioni fatte con in- 
tenti evidentemente satirici contro persone indicate pel loro 
nome. Peccato però che questo aretino riesca troppo goffo 
verseggiatore, onde, anche quando più sembi'a indignato, ha 
l'aria di rifare malamente il verso all'Alighieri. Si veda, come 
saggio, uno dei tratti men peggiori, l'esordio del Gap. IV: 

Qui non bisogna usar leggiadra rima. 

A trat(ar si sconcio vituperio; 

qui non bisogna paragon, né lima. 
Italia mia, dov'è il felice imperio, 

(love le monarchie, dove i signori? 

In Sodoma notriti e in adulterio? 
RufRan, puttane, bari e traditori; 

Di ladri sempre cresce la semenza, 

Multiplicando ciascun giorno errori, 
Non dico nulla de la mia Fiorenza, 

di Roma, di Venezia e di Milano, 

Dopo el peccato vien la penetenza. 
Vatti sotterra, o secolo italiano, 

che se' ridatto a tanto vilipendio, 

eh 'è grande infamia a non esser ruffiano. 

Come si vede, non era la violenza che mancasse a questo 
rimatore, il quale segui per qualche tempo le armi di Carlo 
Fortebracci; era il senso della poesia e l'abito dell'arte che gli 
facevano difetto. 

2. Qualche lampo di poesia, qualche saggio discreto d'arte 
ci vengono, non dai poemi, ma dalla produzione spicciola della 
Toscana, e ancora una volta ci vengono di preferenza da quei 
rimatori che ricevono ispirazione e materia direttamente dalla 
vita e dalla realtà .storica. 

La messe più copiosa ci è data da quella specie di poesia 

poesia Ifo)-- che fu detta felicemente horghesc e potrebbe anche dirsi citta- 

"iadinls'èa' dùiesca che essendo l'interprete canora d'una cittadinanza 

a argomento colta sagaco come la fiorentina, riesce il più delle volte agile 
politico. o - r o 

e garl)ata, vivace senza volgarità e senza goffaggine, anche 
se l'uso pratico che se ne faceva, sembrasse porla per certi 
l'ispetti in una condizione d'inferiorità artistica. 

Buona parte di essa ha un carattere politico, come quella 

- che si riferiva, più o meno direttamente, agli avvenimenti che 

si svolsero in Firenze e nella restante Toscana e in attinenza 

con quelli della penisola tutta, durante il periodo lungo e in- 



NRLLA TOSCANA 319 

glorioso, nel tinaie, caduta sempre più in basso la libertà fio- 
rentina, prevalse e governò una oligarchia di ottimati e nelle 
fiere contese fra gli Alhizzi e i Medici si veniva maturando 
la prepondernnza medicea. 

In tali conrese la poesia, specialmente la satirica, era ado- 
perata volentieri da tutte le parti come uno strumento efficace; 
e appunto per la coscienza di questa importanza e dell'utilità 
pratica di essa, sorse in Firenze una vera istituzione, quella 
dell'Araldo della Signoria o Araldo di Palaij^io, che avrebbe 
dovuto essere l'interprete del sentimento jiopolare e che, isti- 
tuito alla metà del sec. XIV, durò quanto la libei'tà fiorentina. 
Liberatosi ben presto da quanto poteva ricordare i vecchi 
bulloni od uomini di Corte, acquistata, insieme con l'ufficio di 
cavaliere di Corte {miles curialis) e di sindaco e referendario 
del Comune, una dignità sempre maggiore, l'Araldo poteva, 
non solo dilettare i Signori e solleticarne la vanità, recitando 
le sue poesie alla loro mensa, ma anche ammaestrarli e am- 
monirli, distribuendo lodi e biasimi, secondo i casi e le persone, 
incitamenti e rampogne. 

Era una specie di poesia officiale od officiosa, che faceva 
im po' le funzioni di certo giornalismo odierno, e nella quale 
era naturale dovesse risuonare non di rado la nota satirica. 
Non per nulla uno dei più acclamati fra questi araldi, Anselmo 
Calderoni, affermava aver egli il dovere di mostrarsi, fra altro, 
« cordial nimico a cosa vile » ed erano tante, anche allora, le 
« cose vili »! 

Dato questo, si capisce che nei momenti più difficili, allor- 
(|uando erano in pericolo l'onore e la fortuna di Firenze, gU 
araldi facessero udire la loro voce a incuorare i loro concitta- 
dini e a combattere i nemici. Già abbiamo veduto come anche 
la cancelleria fiorentina diventasse, all'occasione, una buona 
officina di guerra, e abbiamo ricordato il fiero sonetto lanciato 
(ial Salutati contro Giangaleazzo Visconti, in difesa del quale 
rispose violento ed iroso Antonio Loschi. 

Si formò in tal modo una tradizione di poesia satirica, corri- 
spondente a quella tradizione di odi e di feroci contese poli- 
tiche, e nella quale gli araldi ebbero una parte notevole. 

Cosi nella nuova lotta che Firenze impegnò con Filippo 
Maria Visconti, e precisamente dopo la rotta di Zagonara (1424), ^^'i a''^''^' 

2- -, ^ ' e ie lotte 

Antonio di Matteo di Meglio scagliò un terribile sei'ventese politiche 
contro quel duca, « il tirannico sangue dei Visconti >, « il 



320 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

malvagio angue », « il tiranno fero »; un serventese tutto fre- 
mente di magnanima ira e di odio contro il nemico e i suoi 
fautori, « questi tirannetti conticelli », i quali dovevano laccarsi 
le corna, esultante di amore e d'orgoglio per la patria e pei 
suoi liberi cittadini e per la libertà loro: 

Noi siam pur Fiorentini, 

Liber Toscani, in Talia specchio e lume! 

esclama il rimatore. Ed è bello vedere qui la satira politica, 
nella forma antica del serventese, restituito cosi al suo officio 
e al carattere suo primitivo, sollevarsi a tanta altezza morale, 
se non ad un'adeguata espressione d'arte, e pur facendosi mi- 
nistra di odi e di vendette, farsi anche eccitatrice di sentimenti 
nobilissimi. 

Ispirati a men nobili sentimenti, ma più curiosi e meglio 
*^*t^r?cl' ài' caratteristici delle costumanze di quell'età, sono altri versi 
^Me"i'r *^' dello stesso Megli, il quale può considerarsi il maggiore fra 
i suoi commilitoni in poesia, quantunque non fosse un araldo 
vero e proprio, ma per parecchi decenni, nella prima metà del 
Quattrocento, rimanesse come un cantore stipendiato accanto 
all'araldo officiale. Alludo a (^uei cartelli satirici — altrimenti 
detti bollettini o polizze — cartelli infamanti, che si appiccavano, 
come s'è già veduto, sotto le immagini di ribelh, condannati, 
di personaggi politici odiati, e in luoghi che per la maggior 
frequenza di popolo assicurassero loro una gran diffusione. Già 
nel secolo antecedente i tìoi'entini s'erano vendicati del Duca 
d'Atene con epigrammi scruti sotto la sua figura. Nel 1440 
essi si affollavano a leggere i versi già accennati che il Megli 
aveva composto e i Signori fatto affiggere sotto i ritratti di 
I^inaldo degli Albizzi e di Ormanno suo figlio, rimasti soccom- 
benti nell'aspra lotta contro i Medici, e rimasti anche impic- 
cati, ma solo in effigie. 

Tre anni più tardi (1443), allorquando papa Eugenio IV 
deliberò di lasciar Firenze, di cui era ospite da lungo tempo 
e si disponeva a partire contro il desiderio e l'interesse di quei 
cittadini, si lessero affissi al palazzo da lui abitato due sonetti 
nei quali la Signoria, per mezzo dell'Araldo, lo stesso Megli, 
esprimeva il proprio cruccio e insieme dava al pontefice il 
' consigUo di rinunziare al suo proposito, evitando cosi i pericoli 
che gli sarebbero venuti dal ritornarsene a Roma. 

Il primo sonetto sovrattutto, ardito e irriverente nella sua 



NRLLA TOSCANA 321 

pensata oscurità, artificiosa e sentenziosa {Foli" è cìii falla pei" 
l'ali)' ai fallire), onderà il {)Oiitefice tacciato di « folle > insieme 
col suo divisamento, dovette irritare papa Eugenio. 11 che si 
vide anche dalla sua posteriore condotta politica; ma apparve 
subito dalla risposta ch'egli fece dare in due sonetti per le 
rime, nei quali ai Fiorentini toccava la loro parte di vituperi 
{Falso è quel fior che inai fa frutto aprire. — Falso è quel 
fior eh' è bello senza odore). 

Tempi singolari codesti, nei quali i sonetti satirici, aspri e 
taglienti, tenevano il luogo di note diplomatiche, e siffatti colpi 
poetici si scambiavano fra una potente città italiana, per mano 
d'un suo Araldo, e un geniale pontefice, per mano d'un suo 
poeta stipendiato ! 

3. Oltre gli Araldi, erano in Firenze numerosi i verseggia- 
tori, a volte loro alleati, a volte avversari, che, secondo l'in- aiuì lima- 
dole di quel popolo, pronto e vivace, e, secondo le tradizioni 
loro, si rivelavano maestri nell'arte di pungere, di schei'nire, 
di menar la frusta satirica. 

Fra questi rimatori, uno dei più valenti è quel Francesco 
degli Alberti, del cui canzoniere che è in gran parte ancora 
inedito avremo a parlare fra breve. Uno dei più notevoli esempì 
di questo suo poetare è il sonetto che incomincia 

Ben ti puoi rallegrar, alma Fiorenza, 
s'ogni cosa a disegno ti succede. 

che è d'intonazione fra ironica e sarcastica e nella mossa ini- 
ziale ricorda il noto verso dantesco: « Godi, Fiorenza, poiché 
se' sì grande >. 

Delle rabbiose competizioni che si svolsero in Firenze fra 
la parte degli Albizzl e quella dei Medici, ci rimangono non 
pochi documenti poetici, dei più rilevanti dei quali toccheremo 
più innanzi trattando del Burchiello. 

Cosi, via via, a seconda delle occasioni, sorgeva, più o 
meno aculeata, la satira politica nel ferace suolo di Toscana, 
« gentile », ma non meno loquace e rissosa. E nella messe 
copiosa gioverà trascegliere ancora una volta con discrezione 
alcuni esempi più caratteristici. 

Ecco venirci innanzi un fervente pallesco, Bernardo Cam- 
bini, il quale non consacrò i suoi versi solo ad esaltare i Me- ^^'J Be'i-n°'" 
dici, ma seppe, occorrendo, mostrare i denti ai loro avver- ('^"nbiiii 
sari. Cosi, quando nel 1466 i congiurati tentarono di togliere cungimati 

' ^ ° ° del 1166 

Gian. — La Satira. 21 



322 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

il reggimento di Firenze a Piero de' Medici, egli scrisse contro 
di essi e dei loro partigiani una frottola satirica, molto batta- 
gliera, ma alla quale scemano efficacia quella prolissità e quel- 
l'abuso di motti proverbiali e sentenziosi e il fare troppo ge- 
nerico, che erano i difetti inerenti al componimento stesso. 

Migliori documenti di questa poesia che in Toscana si fa 
sempre più colta, troviamo nel campo della satira morale e 
Morali sociale, che spesso amò atteggiarsi anche qui nella forma della 
geneucit ^.g^j^^one Cantilena, quella appunto che abbiamo già rilevata 
e che si diceva moì^ale. S'intende che lasciamo da parte i 
molti componimenti che contengono lamenti generici sulla mal- 
vagità dei tempi e sulla corruzione degli uomini e nei quali 
manca affatto, oppure è troppo scarso l'elemento satirico 
propriamente detto. 

Tali sono, ad esempio, le due « cantilene » di maestro An- 
di^màet'tro touio di Guido, il Celebre canterino improvvisatore (m, 1486), 
dt GnX che meritò d'essere lodato altamente dal Poliziano e dichia- 
rato perfino superiore ad Orfeo, perchè, mentre questi traeva 
col suo canto le fiere, egli traev^a a sé gli uomini. 

Una di esse — Fra sospir dolci il cor sovente spira — 
è scritta in vituperio di quella « turba cieca Che Satanasso 
guida et ha 'n balia », la vii turba che antepone il quattrino 
ad ogni altra cosa al mondo e le pompe esteriori alla virtù ed 
all'ingegno; l'altra — Dormii Giustiniano, e non apinre — 
indirizzata a Francesco d'Altobianco degli Alberti, è una sco- 
lorita rampogna contro l'età presente, ed ha non poca somi- 
glianza, nella chiusa, con la lunga frottola, più sentenziosa che 
satirica, dello stesso Alberti — Al fuoco! soccorrete, omé, ch'io 
ardo — e più ancora con la Canzone in rnprensione di Fi- 
renze, la quale si direbbe una risposta dell'Alberti alla seconda 
€ morale » del canterino. 

Talvolta questi rimatori, invece che i vizi in generale, 

prendevano di mira qualche vizio particolare, onde certi com- 

° vizi in ' ponimenti hanno anche il valore di documenti storici, come la 

particolare (>g^jj2one di Domonico da Prato contro la sodomia: fiamma 

eterna, guai a chi t'accende. 

Era naturale che questi rimatori, vivendo in un'età di pro- 
gredita coltura umanistica, rivelassero pur in questo campo 
quegli influssi classici ai quali non potevano sottrarsi e che 
das"s*ie'i anzi coufei'ivano come un segno ,di origine satirica all'opera 
loro. Tale è il caso di Rosello Roselli aretino, uno dei più 



NELLA TOSCANA 



323 



Influssi 



copiosi ed esperti cultori di questa forma letteraria, allorquando 
per deplorare, in una « cantilena », (quella che incomincia: Nel 
ieiiipo che Saturno regnò in terra) il decadere del mondo, 
contrappose il vivere puro e tranquillo dell'età saturnia alla 
vita corrotta e agitata dei tempi moderni, attenendosi alla 
famosa satira VI di Giovenale sopra le donne. Un altro 
aretino, Benedetto Accolti, dotto i^iureconsulto ed umanista e giovenaie 
padre dell'Unico, s'accostò alla satira giovenalesca dell ultima ternari 

• n, n :ì- j. ^- ■ -x i x • di Bened. 

maniera, iilosonco-dissertativa, in un capitolo ternano, sen- Accolti e ai 
tenzioso e grave, cioè anche pesante e sermo neggiante, che Roseiu 
è un tessuto, fra morale e didattico, di considerazioni sul- 
r « errore » nel quale egli era vissuto da innamorato. 

La stessa forma di sermone, ma non più soggettivo, e de- 
rivata, senza discrezione, dalla stessa fonte, la satira X di Gio- 
venale, ha un altro lungo ternario del Roselli sui danni e le 
noie della vecchiaia. 

A proposito di questo componimento è da notare un fatto ii maturarsi 

1 • , . 11 , • 1 11 ■ • i- ■ della forma 

nuovo ed importante nella stona della nostra poesia satirica, ternaria 
cioè, che proprio in un prodotto dove la satira si stempera e 
svapora nel ragionamento sentenzioso, scomparendo quasi del 
tutto, si annunzia, per l'innegabile efficacia del poema dan- 
tesco, quella che diventerà una delle forme metriche più carat- 
teristiche della satira italiana, la ternaria. 

4. Intanto però questi rimatori toscani si dilettano a ripren- 
dere nelle forme tradizionali i più diversi temi satirici. Ora Ripresa 
è Francesco degli Alberti, che in un mordente sonetto, dal sathl'cì 
fondo tetramente pessimistico, dove la vita umana è rappre- tradizionali 
sentata come un inferno peggiore del vero, incomincia con 
l'involgere in uno solo dispregio le donne, i pazzi e i villani, quello anti- 

" 1 e i- temmlnile 

COSI : 

Dove femmine son, matti e villani, 

Ogni cosa va a guazzo, e mal governo, 
né so che di là poi peggio in inferno 
trovar si possa o processi sì strani. 

Altra volta sono invettive versificate contro una vecchia, e quello 
come quella di Giovan Matteo Megli, figlio di Antonio Araldo, ^sasuco 
il quale si sfogò anche in un violento sonetto contro tutte le 
donne e altrove prese di mira un prete. 

Le lotte politiche che la Toscana ebbe a combattere, spe- ^pranc^sc^o 
cialmente nel primo quarto di questo secolo, contro la Chiesa, accouì «in 

' . . , . ... /> • detestazione 

spiegano il rifiorire della satira antichiesastica anche fra i e biasimo 

. , . . , ,^.1. 1, . della Corte 

- rimatori più colti di quella regione. romana^ 



324 CAPITOLO IV - NEI> SECOLO DELL'uMANESLMO 

Insigne documento di questa forma di poesia è una canzone 
di Francesco Accolti, fratello di Benedetto (n. 1418c.,m. 1483 e), 
cosi nobile e vigorosa d'ispirazione e di stile, che G. M. Tho- 
mas, avendola trovata in un codice di Monaco, con la con- 
sueta intitolazione: Canzone ai m. Francesco d'Arezzo, non 
esitò a pubblicarla sotto il nome del Petrarca, mentre il Nar- 
ducci la reputò scritta da un ben maggiore poeta che non 
fosse l'Accolti. Essa, dice la didascalia dei manoscritti, è « in 
detestazione e biasimo della Corte romana e di tutti i preti », 
in quanto la Chiesa degenere e i preti, parteggianti per inte- 
ressi mondani, erano, agli occhi del poeta, colpevoli del di- 
sordine e della rovina onde appariva minacciato d'esser travolto 
tutto il mondo cristiano. Fin dal principio la satira assume il 
tono della invettiva rovente e impetuosa. Il poeta non deplora, 
non biasima, maledice addirittura con la solennità e la forza 
d'un gesto sacerdotale: 

Tenebrosa, crudele, avara e lorda 
Gregge maligna, d'ogni vizio albergo, 
Che 1 scismatico error move e notrica, 
Maladetta sia tu, po' che da tergo 
t'ài messa ogni virtute, al ben più sorda, 
che l'angelica setta al Ciel nemica! 
Ai meretrice! ai, Sogdoma impudica, 
nella quale Simon Mago e Gezi regna, 
e qualunque più Cristo ebbe in dispetto! 
Vederò io giammai vendetta degna 
dell'idolatria tua, che il mondo intrica, 
per giusta ira di Dio, che ancora aspetto? 
furor benedetto, 

che già desti tal forza al nostro stile 
nel vaneggiar degli amorosi aifanni, 
spira nel petto mio, come richiede 
la nequizia e gl'inganni 
de' vivi Farisei che '1 mondo vede. 

II poeta, mentre, contro la Chiesa, fatta meretrice svergo- 
gnata, attende la vendetta giusta di Dio, si sforza di ritrarre 
e denunciare con non timido stile le sue « nequizie » presenti, 
mettendole in aperta antitesi con le virtù semplici e grandi 
ond'essa era gloriosa nei primi secoli, atteggiamento antitetico 
di cui era stato maestro l'Alighieri. Il Flamini, che analizzò 
accuratamente questa canzone, la disse « bella e d'una bel- 
lezza antica » e tale « da giudicarsi fattura d'un poeta del 
Trecento e da far pensare alle invettive politiche di Fazio 



NELLA TOSCANA 325 

degli Cl»erti e del Sacclietti ». Il che è vero, ma non è 
compiuto. 

Escluso anzitutto che in questa « bellezza antica » possiamo 
cercare tracce di classicismo, è da riconoscere che questo vivo 
colorito arcaico, primitivo è dovuto alla duplice efiicacia eser- 
citata sull'anima e sull'arte del nuovo rimatore d'Arezzo, dagli 
esempì di Dante e del Petrarca. I segni di questa derivazione 
dantesca e petrarchesca, cosi nelle mosse, nell'intonazione, come 
nelle espressioni medesime e talvolta persino nelle \ arole, sono 
abbastanza numerosi e perspicui, ma non scemano gran fatto 
l'originalità del componimento, veramente notevole. Si sente 
che la violenza del linguaggio non è qui ostentazione retorica 
o solo un'enfasi vuota, ma frutto di sincera passione, e tanto più 
degna di nota, dacché la religiosità dell'autore era viva e pro- 
fonda, tanto che egli fu preconizzato meritamente alla dignità 
cardinalizia. Si sente vibrare in questi versi un accento schiet- 
tamente individuale, che il poeta, lungi dal nascondere, unisce 
agli altri dominanti in queste strofe, un accento d'amore ferito 
deluso, d'amor doloroso, che risuona anche nel congedo tinaie, 
quasi alla foggia di certi serventesi trovadorici e di certe note 
rifioriture petrarchesche. 

Mentre Niccolò Cieco, riprendendo un noto tema dalla ti'adi- xemari sa- 
zione volgare, passava a rassegna, in un capitolo ternario, « le vr^'7.°!..'^' 

CI i o 3 1 Nicolo Cieco 

dodici abbominevoli cose che sono in questo mondo », fra le e di Antonio 
quali anche gli ecclesiastici di poca coscienza avevano la loro 
parte, ancora un aretino, Antonio Roselli, sfogava in un altro 
ternario il suo cruccio contro i prelati disonesti. 

5. Uno dei più fecondi e felici rimatori che in questo campo 
abbia avuto il Quattrocento toscano, fu quel Francesco d'Alto- 
bianco degli Alberti, che s'ebbe già occasione di ricordare Francesco 

-^ -. , . . ^ . d'Altobianeo 

hgli nel suo canzoniere, in gran parte ancora inedito, si rivela degli Ai- 
garbato e vario e non noioso cultore del genere più noioso 
di poesia, la gnomica, ma fece buona prova anche nelle rime 
di carattere schiettamente e risolutamente satirico, sebbene ne 
riconoscesse gl'inconvenienti e i pericoli, come notò egli stesso 
nella frottola sesquispedale già citata f« Al fuoco! soccorrete, 
ome\ ch'io ardo »): 

E quello ó mal gradito 
che '1 ver porga espedito. 

Una frottola, che, secondo la consuetudine, è tutta un tessuto 
di giudiziose sentenze, non prive talora di sale e di pepe sa- 



Varietà di 
oni satirici 



326 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL' UMANESIMO 

tirico, sia che metta in guardia contro le conseguenze dei 
matrimoni precipitati (« Non correre al tor moglie, Che '1 mal 
vien presto e coglie »), sia che sorrida e consigli amaro sul 
gretto egoismo della vita fallace (« Questo mondo è fallace, 
Sol quel che giova piace, E dà sollazzo), o lamenti le follie e le 
vanità umane, sempre più numerose (« Di folli e van pen- 
sieri — Siam pien più oggi che ieri — Insino agli occhi »), o 
denunci i pettegoli maligni (« Guardati da colui — ch'or d'altri, 
or di colui — Ciance rapporta »), o rimaneggi felicemente 
certi motti proverbiali {« Non creder ch'or da sezzo — L'asino 
muti il vezzo — ma si il pelo »). Aveva la coscienza di com- 
piere un ufficio utile, anche se ingrato, e dei biasimi altrui 
sperava di poter consolarsi con l'approvazione dei pochi buoni: 

Stringemi amore intero 
A ricordarvi il vero, 
Né mai fu' ingrato, 
E s'io son biasimato. 
Forse anche commendato 
Sarò pur da qualcuno. 

Questa sua missione morale il nostro rimatore adempie con 
elevatezza di concetti e senza pedantesche e retoriche decla- 
mazioni, con grande varietà di toni satirici, fra i quali è fre- 
quente un pessimismo amaro e severo con cui parla delle espe- 
rienze da lui fatte della vita, labile e vana (son. Rcwo mi fermo, 
e s'io m'arresto alquanto), complicata e aggravata dalla « ma- 
ladetta ambizione » (son. Io parlo poco e veggo e sento troppo), 
attraversata da scomposti desideri viziosi (son. Noi pigliamo 
ogni cosa per la punta). Le noie e le brighe e le miserie 
infinite ond'è intessuta l'umana esistenza, egli le mette a nudo, 
con tocchi pieni di caustica sincerità (son. Guardici Iddio di 
quel che più offende', son. S'io esco mai d'obblighi e com- 
proméssi), levando la voce contro « la malizia del forte 
tempo » (son. Io non so s'io mi sogno o pur son desto). Lo 
spettacolo dell'egoismo trionfante gli suggerisce certi quadri a 
tinte fosche, non privi di vita e di efficacia rappresentativa, 
come nell'inedito sonetto che incomincia: 

Molti ci son che vivon per mangiare. 
Altri mangian per viver necessario, 
e sono assai che fan piccol divario 
pur ch'e' compagni e' possan malmenare. 

Qualche volta l'Alberti abusa del far sentenzioso o di quelle 
forme avviluppate ed oscure che erano proprie della poesia bur- 



NELLA TOSCANA 327 

chiellesca; ma si prende una bella rivincita allorquando appunta 
la mira su qualche determinata persona e ci offre certi ri- 

. ,. . ^ , . . , . Ritratti 

tratti satirici, disegnati con mano esperta e coloriti al \ivo. satirici 
Tale è quel frate predicatore, nel sonetto 

Maestro Marian s'è fatto frate, stro Ma- 

E madonna Frontosa ciurma in piazza riano. 

nelle cui terzine ci par di vedere e di udire quel singolare 
campione di cerretanesca eloquenza: 

Replica spesso, e molto ò bisognoso 
d'autorità, d'esempli e d'eloquenza, 
Correttor degli antichi è dovizioso. 

E '1 collo ha corto e strana contenenza, 
lieve ha le maa dinanzi, è sospettoso, 
e in apparenza assai, poca esistenza. 
Cerretana scienza 
Conduce il resto di suo gran discorso; 
ond'egli ha dagli sciocchi un gran concorso. 

Si capisce che l'Alberti gode quando gli avviene di sma- 
scherare e di mettere alla gogna qualche furfante, anche 
perchè nel far questo rivela le sue buone attitudini. Cosi fa 
bersaglio dei suoi versi quell'emerito ciurmatore di messer Goro, riesser goio 
forse un Lenzi (son. Goro, eh' a gara fai quel che non vuoli), '^^"^' >'^)- 
al quale rivolge un monito minaccioso : 

Ma guàrti di cadere! 
Chi facilmente monta, presto scende; 
E quel che gli ha mal tolto, presto rende, 

quando ci fa conoscere un vecchio stizzosamente rabbiosa- un vecch 
mente maledico, nel seguente sonetto: maledico. 

Cigola la peggior ruota del carro, 
sempre più forte e fastidiosa ischizza; 
così la furia e rabbia ognor più guizza 
del nostro Bernardin vecchio e bizzarro. 

Mai non si sazia e bocca ha di ramarro, 
che mai non lascia o ne crepa di stizza 
e gode più come più il mal s'attizza: 
Niun lo sa me' di lui, se 'l vero io narro. 

Mendace lingua doppia, odiosa e trista 
ed è de bene in fuor sì dovizioso, 
che, se nulla gli manca, ognor n'acquista. 

Legger, lascivo, ingrato e sospettoso, 
ch'api)ena crede quel che scorge in vista, 
amico a' tristi, a tutti gli altri odioso : 
Superbo e malizioso, 
ch'à "1 corpo infetto, l'alma k data in prezzo 
e cangia il pelo, ma non rinnova il vezzo. 



328 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

6. La satira negli ultimi 'preburcìiiellcschi. L'Orcagna. — 
Nella schiera degli immediati precursori del Burchiello, i quali 
rientrano, per certi riguardi, nel quadro che veniamo abboz- 
zando, ve n'ha uno solo che merita qualche considerazione. 
Si tratta di quel rimatore, fra misterioso e inafferrabile, che 
L'Orcagna ^^^ l'Orcagua, quel medesimo del quale messer Anselmo Cal- 
deroni, l'Araldo di cui faremo conoscenza fra breve, rivolgen- 
dosi al barbiere di Calimala per invitarlo, con tono deferente, 
anzi laudativo, a cortese tenzone, proclamava èssere egli 
rOrcagna redivivo (son. Farmi risuscitato queW Orgagna). 
Vittorio Rossi, che questa interessante figura di preburchiel- 
lesco ha fa,tto oggetto di pazienti indagini e che i risultati di 
queste ha voluto gentilmente comunicarmi prima di renderle 
pubbliche, dopo avere rinunziato a identificarlo, come aveva 
proposto nel suo Quattrocento (p. 184) col pittore Mariotto di 
Nardo di Clone, morto nel 1424, inclina ora a credere trat- 
Foise cic ne tarsi iuvece di Cione di Andrea, figliuolo del grande artista, 
di Andrea j| quale, secondo il Milanesi, dipingeva ancora nel 1421. 

Due cose, in ogni modo, son certe, anzitutto, che questo 
Orcagna, cui allude il Calderoni nel sonetto citato, è asso- 
lutamente distinto dal pittore famoso, morto, a quanto pare, 
nel terz'ultimo decennio del Trecento; in secondo luogo, che 
l'autore della ventina di sonetti che i manoscritti gli asse- 
gnano e che furono accolti disordinatamente e senza il suo 
nome nella nota raccolta di Sonetti del Burchiello, del Bel- 
lincioni e d'altri poeti fiorentini alla burchiellesca, stampato 
in Lucca, con la data di Londra, nel 1757, fu anche un pit- 
tore, vissuto nei primi decenni nel secolo XV. 

A dir vero, questo ciclo di rime fa come l' impressione 
d'un séguito di risate ora sonore, ora represse, di scherni e 
di beffe, intercalate a quando a quando di malB parole e di 
frizzi maliziosi. 

Di sul testo enigmatico del gergo preburchiellesco quegli 

Gergo pre- " o o i i zd 

burchioiie- schomi e quei frizzi pungenti si avvertono come scintille crepi- 
e frizzi. ' tanti sur un fondo buio. Cosi, nel son. Frati niiìiori e fichi 
bitoniani, dove vediamo, sino dai primi versi, in uno strano 
miscuglio confusi frati minori e fichi bitontani, lasche rifritte 
' e zoccoli in brodetto e dove, verso la fine, si parla d'una 
scimmia che gracchia. Allo stesso modo, nell'altro sonetto. Frati 
predicatori e zucclie lesse, che ha molta analogia con essp, 
anche nella mossa iniziale, le punte satiriche sono più evidenti 



NELLA TOSCANA 329 

e frequenti, fra le quali quella contro i Sanesi (« che non è 
besso a Siena, che '1 credesse ») e la finale contro i frati 
Erniiiii. Talvolta « sotto il velame delli versi strani », e 
attraverso uno strato di grasso, che è l' inevitabile condi- 
mento della poesia burlesca, riusciamo a indovinare le trafit- 
ture personali, come nel son. « Io credo che fortuna per sol- 
lazzo. Quando la fece te nuovo animale », dove sembra di sen- 
tire un'eco di un altro, ben più vigoroso e lucido, sonetto ico- 
nografico, già da noi ricordato (p. 137), quello di Rustico Fi- 
lippi su messer Messerino. 

Anche è notevole in questi sonetti dell' Orcagna la ten- 
denza alla parodia letteraria, che, come abbiamo rilevato Pnrodia 
e documentato, è pur essa una forma di satira o di carica- 
tura; tendenza o atteggiamento tanto più interessante per noi, 
dacché sembra appuntarsi qui a quella forma di lirica amorosa 
ormai antiquata, quella del dolce stil nuovo, che taluno, con 
uno sforzo di arte o di artificio, non privo di certa ispirazione 
spontanea, tentava di richiamare in vita o di imitare, nono- 
stante le condizioni profondamente mutate, nella Firenze di 
quei primi decenni del secolo XV. E mentre nel son. Muove 
dal cielo un novello angioletto paiono esser beffeggiati questi 
rimatori arcaizzanti, in altri, come nel son. Vorrei che nella 
camera del frate, si direbbe esser rifatto il verso a quegli 
altri rimatori che nella loro poesia d'arte risentivano il fa- 
scino della Musa popolare. La seconda quartina potrebbe con- 
siderarsi come un preludio lontano della Mencia da Barhe- 
rino : 

Quanti dì, quante notti son passate 

Pure aspettando, ed io aspetto invano; 

Sonmi recato pur la penna in mano 

Scrivendo a te quarantaduo cartate. 

E pure probabile che covi un' intenzione parodiaca lette- 
raria anche il son. Quando lo Sole nelV Oriente spiega. 

Questa nostra spigolatura di documenti satirici in tale 
congerie di rime è faticosa, quanto incerta e scarsa di risul- 
tati, anche se tutt' altro che inutile. E si capisce facilmente 
che non possa essere altrimenti, quando si pensi che la poesia 
di cui è rappresentante, prima del Burchiello e insieme con 
altri minori, lìJrcagna, è, in sostanza, una buffonata in rima, 
quasi sempre inconcludente, almeno per noi, che tuttavia siamo 
tratti a deplorare lo sciupio fatto di attitudini non comuni. 



330 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

Il son. Vescovi a7vnail e preti e nioìiacelli può dirsi un esem- 
pio caratteristico di quella rimeria, miscela complicata, guaz- 
zabuglio grottesco, nel quale non mancano droghe pepate. 
Dalla bottega di un loquace barbiere questa tradizione doveva 
ricevere un impulso e una fama inaspettati. 

7. Il Bwvhiello satirico. — Infatti di mezzo e al disopra 
chieiio'o della folta schiera dei rimatori irrequieti e rissosi della Toscana 

^GToTànm*^' nell'età di Cosimo de' Medici si eleva indiscutibilmente, per la 
qualità e la varietà della sua produzione, la figura di quel 
barbiere che nella contrada di Calimala rivelò una singola- 
rissima attitudine ad usare fra i suoi clienti ed amici la lingua 
e la penna con quella stessa bravura con cui sapeva trattare 
il rasoio. In realtà la bottega di Domenico di Giovanni, il fa- 
moso Figaro fiorentino della prima metà del Quattrocento, 
dovette essere, specialmente nel breve periodo ch'egli vi stette 
come padrone, non soltanto un convegno di begli umori chias- 
sosi, un' officina rumorosa di piacevolezze, di risa, di burle, 
ma anche un ritrovo di politicanti loquaci, un'arena di mal- 
dicenze, di contese, di proteste e di acri passioni personali e 
politiche. 
In attesa Veramente, a illustrare di lui quest' aspetto che è il meno 

cdtica'deH^ conosciuto il mouo apprezzato, sembrano opporsi due osta- 
sue rime coli gravì.* auzitutto, la mancanza d'un testo decente e abba- 
stanza sicuro delle sue rime, per non parlare di quello cri- 
tico a cui sino dal 1890 si accinse Vittorio Rossi e che, 
differito da lui per altre cure maggiori quand'era già condotto 
a buon punto, non mancherà di vedere un giorno la luce: 
in secondo luogo, la qualità stessa di quelle rime, che paiono 
farsi avanti quasi a sfidare il coraggio, la sagacia e la pazienza 
degli interpreti che osino affrontarle. Il primo ostacolo ci è 
stato possibile superarlo con una certa sicurezza, grazie alla 
cortesia dello stesso amico Rossi, il quale ha voluto mettere 
a nostra disposizione il ricco schedario dei capoversi di tutte 
le rime burchiellesche, che raccoglie il meglio delle sue me- 
ritorie fatiche di futuro editore, giacché comprende, vagliati 
con la scorta dei più autorevoli manoscritti, i sonetti indub- 
biamente autentici, distinti da quelli spuri, attribuiti indebita- 
mente a lui e dovuti invece alla penna dei suoi imitatori. 
Dinanzi all' altra difficoltà, che si risolve in un' obbiezione a 
primo tratto assai imbarazzante, si può rispondere che, come 
fu di già osservato dal Rossi nel suo Quattrocento (p. 183), 



NELLA TOSCANA 331 

il Burchiello ha, ^=1, tutta una serie copiosa di sonetti propria- 
mente burleschi e buffoneschi, che sono un fumante e salato 
cibreo di nonsensi volutamente spropositati, sul tipo del famoso 
Nc/mnìalivi f'rit/i e mappamondi, oppure di Sospiri azziuvi 
di speranze bianche, vere frottole non sentenziose e gettate 
e foggiate nello stampo del sonetto, vociate il più delle volte 
in un gergo che i contemporanei e altri esperti tiorentini delle 
generazioni seguenti, ([uali Cristoforo Landino e Niccolò Mar- 
telli, 'dichiararono disperatamente indecifrabile. Ma accanto a 
questa v'è un'altra serie di rime che hanno un carattere più 
veramente satirico, e nelle quali il senso riesce abbastanza 
chiaro, ond'ò agevole seguire con l'occhio la mano dell'arciere 
e lo strale e il segno che esso via via prende di mira e 
colpisce. 

Diciamo subito che il Burchiello, nella storia che veniamo i/impor- 
abbozzando, ha un' importanza maggiore che i moderni non rim^sat^ì^^ 
sogliano riconoscergli. Egli, mentre, in qualità di rimatore "'^^chleuo"'^ 
satireggiante, riassume in sé e tratta con una certa viva 
originalità tutta una tradizione poetica che s'era iniziata sino 
dal Dugento cadente, ne segna una fase nuova e afferma, 
non immeritamente, una propria supremazia, che. si protenderà 
nel tempo e nello spazio, assai oltre il termine della sua vita 
(1449), ben addentro nel Cinquecento, e oltre i termini della 
sua Toscana, per tutta quanta la penisola. La sua produzione, 
anche dal punto speciale di vista dal quale siamo costretti 
a considerarla, ci appare notevole. Soprattutto per questo, io 
penso, che in pieno Umanesimo, e in una città che fu uno 
dei centri più attivi di esso, il nostro rimatore, da quel popo- 
lano schietto che era anche in quel suo frequente « slatineg- 
giare », espresse con intenzione e con impeto l' amore suo 
tenace e V amore baldanzosamente popolaresco e battagliero 
per quella tradizione paesana di contro al sormontare minac- 
cioso della coltura classica e alla rimeria classicheggiante in 
volgare, i cui rappresentanti, mentre il ricordo del Certame 
coronario rimaneva sempre vivo, troppo spesso montavano sui 
trampoli e infastidivano il prossimo, instaurando il regno d'una 
nuova pedantei-ia e provocando quello stato d' animo, fra 
d'insofferenza e di stizza, di ribellione e di protesta e di scherno, 
da cui sorgerà altrove, come reazione spontanea, la poesia 
maccheronica d'arte. 

Vero è che nella grande fama o nomèa che lo accom- esagerati 



332 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

pagnò fra i contemporanei ed i posteri, il barbiere di Caliraala 
passò come un « famoso burlone » o un buffone in rima; 
mentre è indubitatile che, sin da quando egli era ancor vivo, 
i suoi stessi avversari erano i primi a riconoscere e a rin- 
facciargli le sue qualità di rimatore mordace e pugnace. Il 
Roselli, ad es., gli rimproverava di avere « a morder sol parole 
pronte » e Anselmo Calderoni, TAraLlo accorso a prestare man 
forte, come vedremo, al Roselli, gli scagliava un sonetto che 
esordiva con questo verso: 

Ben se" gagliardo fante in sul garrii'c. 

D'altro canto conviene evitare l'esagerazione opposta; né 
seppe evitarla, almeno in apparenza, il Carcano, quando in 
quella sua superficiale scorribanda per la storia della satira, 
che servì da proemio ad una nota Raccolta dei poeti satirici 
italiani, (Torino, ISSH, |p. XLIII), accennando al Burchiello, 
scrisse che « la satira era stata 1' unica musa » di lui. « In 
apparenza », dico, che da quanto egli soggiunse, mostrò di 
assegnare alla parola « satira », il solito valore equivoco e 
impreciso; e sia pure che « in mezzo ai versi trasandati e 
strani > del poeta barbiere, a in quella sua saltante e capric- 
ciosa foga » ravvisasse « 1' uomo di buonsenso che punge i 
costumi e le pazzie del suo tempo ». 

Meglio mostrò d' essersi formato una coscienza adeguata 
anche di questa produzione propriamente satirica del Nostro 
un rimatore fiorentino vissuto nella prima metà del Cinque- 
cento, Alfonso de" Pazzi, il quale nell'epitaffio poetico che ne 
compose (cod. magliabech. VII, 361), cantò: 

Il satirico jace qui Burchiello 
che con bizzarro stile nel suo dire 
Ebbe del buono e non manco del bello. 

Naturalmente, date le qualità dell'animo e dell'ingegno del 
Burchiello e le condizioni e le vicende della sua vita, che nei 
suoi anni migliori, ha 1' aria d' un' avventura di scapigliato 
accattabrighe trascorsa anche lungi dalla città natale, a Siena 
ed a Roma, è facile comprendere come la sua forza di rima- 
tore battagliero egli la spiegasse sovrattutto nella satira per- 
sonale. E poiché la tradizione pae.sana gli forniva esempi in 
gran copia d'una forma che pareva ormai rituale nelle risse 
poetiche, era anche naturale che il Nostro riprendesse questa 
forma tradizionale della tenzone in sonetti e nel servirsene 



NELLA TOSCANA 333 

come (l'un'aniia nuova vi trasl'onilesse tutta la t'orza della sua 
passione, fatta di amor proprio offeso, di ambizione scontrosa, 
d ire e di puntigli, di spirito vendicativo e di quell'umore can- 
zonatorio, che ben conosciamo come uno dei tratti più carat- 
teristici del popolo fiorentino. 

Queste tenzoni — rappresentate da gruppi più o meno estesi 
di sonetti, non sempre fra loro rispondenti per le rime — che 
il Burchiello ebhe a impegnare con tre avversari non doz- 
zinali, niesser Rosello Roselli, Anselmo Calderoni, l'Araldo ben La tenzona 
noto, e Leon Battista Alberti, le dobbiamo rintracciare e rior- u. uoseiii 
dinare nella vecchia edizione pseudo-londinese del 1757, dove 
si trovano malamente sparpagliate alla rinfusa. 

La più ampia delle tre è la tenzone con l'aretino Roselli, 
dottore in decreti, allegro canonico epicureo, nonché politicante, 
caro ai Medici e frequentatore del loro palazzo di Via Larga, 
e, grazie al loro favore, adoperato spesso in ambascierie. 
Questi particolari di fatto ci suggeriscono un'osservazione, che 
si riferisce a tutt'e tre le tenzoni burchiellesche. Come s'è 
detto, esse ci si presentano quali documenti di risse poetiche 
puramente personali e private. Tuttavia, a ben guardare, se si 
pensa che non a caso il Burchiello, albizzesco, — almeno in 
origine e nei consueti atteggiamenti della sua vita, ma non 
senza concessioni ed eccezioni ispirate a tornaconto e ad op- 
portunismo di bassa lega — ebbe ad accapigliarsi sempre con 
fautori dei Medici, e ogni volta provocato da loro, sorge il 
legittimo sospetto che quelle baruffe avessero un segreto e 
originario movente, e un certo colore e un fine politico, questo, 
se non altro, di molestare e screditare colui che passava per 
uno dei più terribili — perchè dei più popolari — gazzettieri 
in rima, portavoce della fazione avversaria. 

Il maligno canonico aretino, che vigilava in armi, diede 
il segnale dell'assalto, appena gli si offerse l'occasione favo- 
revole. E l'occasione sembra gli venisse nel 1439, da quel pro- 
cesso di Siena nel quale fu condannato il randagio e intra- 
prendente barbiere, processo su cui recarono luce i docu- 
menti pubblicati dal benemerito Mazzi e al quale è innegabile 
un'allusione tìn dal primo sonetto del Roselli: Bio^chiel mio 
caro, sili girai al Fonie. Lo spunto iniziale e l' intonazione 
di questo hanno l'aria innocente e carezzevole, ma sono ca- 
rezze tutt'altro che innocenti, tali, anzi, da coprire punture e 
pizzicate, conforme, del resto, alle consuetudini tradizionali delle 



334 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

tenzoni poetiche. Gli ricorda F avventura amorosa Unita male 
per lui, le sue abitudini erotiche, le sue prodezze compiute 
ai Bagni e il castigo avutone. Apriti cielo! Non l'avesse mai 
fatto il temerario canonico aretino! Per un sonetto in appa- 
renza scherzoso, in effetto insolente e provocatore, sovrattutto 
pel momento in cui era scritto, il Burchiello gliene scaraventò 
addosso una gragnuola, nientemeno che cinque e tutti per 
le rime. 

Comincia col ribattere, senza negarla però, 1' accusa mos- 
sagli dall' avversario d' essere un donnaiolo e, per giunta, 
disgraziato; e nel suo primo sonetto di risposta (Bem ti sei 
fatto sopra il Bio'chiel, conte) nonostante certa voluta oscu- 
rità di allusioni e di espressioni gergali, è agevole compren- 
dere come il fiero barbiere, se aveva avuto la disgrazia di 
tornarsene una volta a Siena senza più il becco di un quat- 
trino, « puhto e netto più del suo bacino » (quello che adope- 
rava nella sua bottega), non era rimasto sfornito di strali nella 
sua faretra. 

Esordisce con un verso pregno d'amara ironia, rinfacciando 
all'avversario l'ingenerosità o la viltà d'essersi scagliato contro 
di lui come un paladino (« conte ») approfittando della disgrazia 
capitatagli in Siena, e lo sfida a dar prova del suo coraggio 
« in Calimara o su pel ponte (Vecchio) ». Allora si che avrà 
a scontare la sua audacia manesca, caricatura di cavaliere 
che si direbbe preludere a quello della Mancia « lungo, alto, 
sottil, marin cordesco ». All'accusa lanciatagli risponde con 
un'altra, ben più grave e pericolosa, accusa di scostumatezza 
contro natura e con altre oscure, che dovevano suonare come 
una minaccia « di futuri danni », Non pago di questo sonetto, 
che poteva bastare, tanto è vibrante e colorito, Domenico 
ne avventò, s'è detto, altri quattro contro il malcapitato aretmo, 
sebbene questi, sconcertato da tanta furia, avesse dichiarato 
(son. Burchiello, or son le nostre poste scorile) chiusa la par- 
tita e pareggiati i conti, non intendendo di aver a che fare 
con un avversario che pareva figlio del diavolo, anzi di Caronte, 
che dava saggio del suo « costume asinesco » e del suo « par- 
lar scorretto, anzi mulesco »; se ne stesse pure « fitto nella 
broda », nella sua mala compagnia, fra le sue « doglie infi- 
nite » e i « molti affanni », sino al giorno del recide ìmtionem, 
quando avrebbe dovuto confessare tutti i suoi peccati, com- 
preso quello di certo panno « di San Martino ». Un sonetto 



NELLA TOSCANA 335 

cotesto, che aggiungeva provocazione a provocazione. Onde 
si capisce come il barbiere, inviperito, rincarasse la dose con 
un improvviso crescendo toi-renziale (son. Rosei, tu toccherai 
di molte ciontc), nel quale le « cionte », cioè le botte sonore, 
crosciano violenti sulle spalle dell'avversario, nonché canonico, 
proclamato « barattier, baro, in abito arcivesco », avvezzo a tutte 
le più repugnanti brutture, che qui sono enumerate con un 
turpiloquio da Malebolge. Contro il disgraziato canonico, il 
nostro rimatore, rimandando il funebre augurio finale, esclama: 

Minosse ti condanni. 
Con una lancia in cui d'un paladino. 
Sì come un pesce di mazza marino. 

Triviale, senza dubbio, ma pittoresco! 

L'« ira accolta » nel petto del terribile barbiere esplodeva. 
All'avversario, che aveva iniziata la zuffa, con la finta carezza 
del sonetto « Burchiel mio caro, ecc. », egli lancia un india- 
volato sonetto a rime sdrucciole (son. Rosei mio cm^o, o che- 
rica apostolica), che scopre e mette alla gogna la « chierica 
apostolica » del canonico immondo, il quale, se non lascierà 
certo vizio, già a lui rinfacciato, finirà sul rogo : 

Lascia i capretti, e piglia delle lepri, 
Se non vuoi fare un dì fumo e baldoria 
D'odorifera stipa di ginepri. 

Bisogna riconoscere anche qui — e sarebbe facile dimostrarlo 
per altri casi consimili — che il Nostro era ricco di vena e 
di fantasia satirica e che il contendere a colpi di sonetti con 
lui non era impresa molto agevole; anche perchè a lui quel 
battagliare era un sollazzo e i versi balzavano da quel suo 
cervello in effervescenza, pronti a canzonare l' avversario 
« dottorato fra l' oche in Val di Chiana » e ad esporlo al 
ridicolo con le più pazze ed efficaci figurazioni (son. Non pre- 
gato d'alcun. Rosei, ma sponte), esultante di vederlo rodersi 
dalla vergogna (son. Rosei, per rimbeccarti a fronte a fronte), 
quell'impudente ubbriacone, cui il vino tracannato fa dar volta 
al cervello: 

11 vin, che tu tracanni, 
Porco da broda, da sera e mattino. 
Farneticar ti fa', schiavo aretino. 

In (luesti sonetti, nei quali il Burchiello si rivela davvero j 
maestro in quest'arte della satira violentemente, villanamente 



a supeiio- 
rità del 
Burchiello 



336 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

personale, merita d'esser rilevato il partito ch'egli sa trarre 
dalle fantasie, dalle tradizioni, dalle credenze superstiziose del 
popolo, come nel sonetto testé citato: 

Tu nascesti la notte di Befana, 
Quando ogni bestia legata si snoda, 
E 'nsierae parlan senza turcimanni 

e persino da movenze e da spunti di [ìoesie j)opolari, come in 
quest'altro sonetto — parodia d'un' arte poetica — lanciato 
contro Rosolio e nel quale l'esordio riecheggia felicemente un 
fresco rispetto toscano: 

Fior di borrana, se vuoi dir in rima, 
Convienti esser più grasso d'aggettivi, 
Di nomi, verbi e con versi corsivi 
Salir bello, soave e vago in cima. 

Non andò molto che la zuffa in rime si riaccese, anche questa 
ddia'Te'' volta per la provocazione di Rosolio, il quale, appena avuta 
zone. notizia che T avversario stava per iscontare la sua condanna 
nelle prigioni di Siena — quindi sempre nel 1439 — prese a 
schernirlo con la solita mossa ironica, fingendo d'aver tentato 
di difenderlo in tutt'i modi dell'accusa di furto, ma in realtà 
ribadendola e traendo i più tristi presagi e dando maligni 
consigli (son. Caro Barcìnello mio, se il vero ho inleso). Il 
nostro barbiere raccolse, com'è facile comprendere, la nuova 
provocazione e scaraventò contro l'aretino quattro sonetti, anche 
questi per le rime (son. Io ti mando un tizzon, Rosello, 
acceso; Avendomi, Rosello, a torlo offeso; Rosei, ben m'hai 
schernito e vilipeso)^ nei quali, secondo il suo costume, egli 
non si difende, ma alle ingiurie alle offese alle funebri pre- 
dizioni ricambia con altre ingiurie, con altre offese e predi- 
zioni, che sono, del resto, quelle già note e con una serqua 
di invettive del più sconcio plebeo. L' avversario finirà sul 
fuoco, sulla forca e nell'Arno: a lui, « bestia da porcile », già 
si prepara la corda destinata a impiccarlo, a lui, campione 
svergognato e disonore del chiericato del suo tempo. 11 quale 
ultimo concetto il Nostro suggella con un verso finale (son. Aven- 
domi, Rosello), che nell' ironia amara ond'è ispirato, e che 
sembra atteggiarsi dantescamente, non si può negare non sia 
anche abbastanza ardito : 

Or godi, Roma, di cotal prelato! 

in questa occasione o in quella che la precedette, dinanzi 
alla valanga di cosi furiosi improperi, il Roselli ricevette, fo:*se 



NELLA TOSCANA 337 

per atto ili solidarietà politica, un aiuto, che non sappiamo se ,i nurchiei- 
iiiaspettato, certo gradito e valido, da un suo commilitone in J.on'i'<AraMo 
rimeria. « In vece di messer Rosello », come dicono le dida- "'esser 

' ■•11- Anselmo 

scalie dei codici, l'Araldo messer Anselmo Calderoni senti il bi- calderoni 
sogno, certo, sollecitato, d'intervenire nel dibattito. Al suo sonetto 
aspro, violento, minaccioso (son. Ben sei gatiUardo fante in sul 
garrire) il LUircliiello rispose con una scarica di versi, nei quali 
non v'è solo veemenza e ricchezza d'ingiurie, ma anche grande 
eflicacia espressiva e rappresentativa nell'inchiodare alla gogna 
il nuovo avversario. Basti citar le quartine nelle quali l'A- 
raldo riverito di Firenze, è raffigurato come un buffone vile ai 
servizi non del Comune, né d'un Signore, ma d'un suo « schiavo », 
il Koselli, e come un ladro, che s'era salvato una volta dalla 
forca-con la fuga (son. Buffon, non di Comun, né d'alcun Sire). , 

Senza voler esagerare la portata storica e letteraria di 
queste tenzoni, si può intanto rilevare che l' aver avuto H 
Burchiello a misurarsi con avversari quali il Roselli e il Cal- 
deroni, basterebbe a confermare il valore che si annetteva 
all'opera sua, fra di rimatore e di politicante, valore che non 
era di semplice curiosità e non appariva tale soltanto ai per- 
digiorni cacciatori di scandali. 

Con l'Araldo il Nostro si trovò alle prese un'altra volta seconda ten- 

rc ^ 1 • I zone del 

per lo meno, e a provocare la nuova zuna tu lui, che non Burchiello 
poteva perdonare a messer Anselmo l'intervento suo in favore '^^'^ 
del Roselli. Che la nuova tenzone, rappresentata da solo due 
sonetti per le rime (son. Questi e hanno studialo il Peco- 
rone - Io ti rispondo, Burchiel tartaglione) sia immediata- 
mente posteriore a quella combattuta con l'aretino, indurrebbe 
a credere il vedere che il Burchiello immaginando, con pia- 
cevole fantasia canzonatoria, nella città del Certame coronario, 
un'incoronazione da burla, fra gli studiosi o « studianti » del 
Pecorone, mette a capo di essi, in segno d' onore, cioè dj 
scherno più pungente, per l'appunto il Calderoni, contro i[ 
quale riprende la frase in rima con cui egli aveva concluso il 
sonetto scritto contro di lui « in vece di messer Rosello ». L'A- 
raldo, infatti, dopo profetata una fiera lezione che, a vendetta 
del lor signore, gli avrebbero inflitta « di Rosello i famigli », 
aveva rievocato all'avversaino l'allegra minaccia della forca così: 

Tu segui il cavicciule, 
che t'ha a dinoccolar, qual disse e dice 
chi di te scrive, senza la vernice. 

CiAN — La Salir 22 



338 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

E il Burchiello, che se l'era legata al dito, pronto a raffigu- 
rarci, in testa dei nuovi laureandi « di foglie di radice », raesser 
Anselmo, a questo modo: 

Il primo fìa Anselmo Calderone, 

Che non scrive mai senza la vernice. 

In questo sonetto dell'incoronazione il Burchiello diede un'altra 
prova della sua valentia insuperabile in questi pugilati poe- 
tici; e la dimostrazione di essa e dell'effetto che questi versi 
dovevano destare in Firenze riuscirebbe compiuta solo da 
un'analisi particolareggiata di questo documento, qualora fosse 
possibile chiarire tutti gli accenni maliziosi che il rimatore 
profonde nelle terzine e nella coda, dov'egli viene pennelleg- 
giando con la solita bravura il drappello destinato a far com- 
pagnia al Calderoni. L' incontrare in esso anche il noto Gio- 
vanni Gherardi da Prato, quello che, reduce « insieme col 
Vannino », dallo Studio di Atene, « si chiamò in battaglia 
l'Acquatino », stuzzica la nostra curiosità, ma invano. 

Della considerazione nella quale era tenuto il nostro rima- 
Ad armi ^^^g anclie dai suoi avversari, abbiamo una conferma nell'altra 

cortesi ' 

coppia di sonetti (son. Farmi risuscitalo queW Organna- 
Messer Anselmo, e non è mia magagna) che egli scambiò 
col Calderoni, quando precisamente, non è possibile dire: certo 
a una qualche distanza di tempo, o prima — ed è più proba- 
bile — dopo quelle fiere baruffe delle quali ci siamo occupati. 
All'invito e alle lodi dell'Araldo, che in istile prettamente bur- 
chiellesco lo proclamava un Orcagna redivivo, e lo esortava 
a seguire la sua « fantasia », onde la sua fronte avesse ad 
essere un giorno « laureata », Domenico risponde gentile, assi- 
curando il suo corrispondente che, se alcuni si lagnano di lui, 
cioè dell' asprezza satirica delle sue rime, sono i plebei mo- 
lesti e ignoranti che lo provocano, non mai persone che, come 
lui, lo onorano della loro « loda sublima ». 

Non tenzone, dunque, cotesta, ma corrispondenza cortese 
fra i due ; non palleggio d' improperi, ma scambio di espres- 
sioni graziose, e tuttavia documento della fama e dell'abitudine 
che il Burchiello s'era acquistato come temibile fustigatore. 

Invece hanno il carattere d'un'acre tenzone politica i so- 
netti — tre coppie, ognuna delle quali rispondente per le rime 

Il Burchiello l'i- ^ t* ^ ^^ ^ /»n' 

tenzonante — che SI lanciaroiio contro, nel fervore delle lotte tra'albiz- 
°°Aiberti ' zeschi 6 palleschi, il Burchiello e l'Alberti, quel Leon Battista 



NELLA TOSCANA 339 

che, insieme col Calderoni, il Roselli, Giovanni Gherardi, Leo- 
nardo Dati, Francesco Alberti e Mariotto Davanzali, pare 
frequentasse la bottega del nostro barbiere, lizza aperta alle 
discussioni e alle burle, alle l)arufTe e ai diverbi più accesi, 
e dove le rime volavano ;spesso sibilando come saette avve- 
lenate. 

Appunto questi sonetti ci offrono i documenti, anche arti- Tenzone 
sticamente, più notevoli, della satira politica burchiellesca. Già i"'''"<='^ 
s'è avuta occasione di accennare alla prima fase di quello che, 
sbollite le ii*e e sorto anche in lui il desiderio di uscire « fuoi-i 
di tenzone », il Burchiello ricorderà all'Alberti come « il primo 
assalto » (son. Dopo il tuo primo assalto, che la vista). Questo 
dovette svolgersi nel 1434 e s'iniziò con quel vigoroso sonetto 
ìtmil popol mio, tu non f avvedi, in cui l'autore — che, 
in nome di messer Rinaldo degli Albizzi, fu indubbiamente il 
nostro barbiere poeta, sia il primo stato l' ispiratore e il 
secondo l'esecutore o il collaboratore — alza una voce cor- 
rucciata e dolente, di protesta, di sdegno e di minaccia, rivol- 
gendosi al popolo fiorentino, contro Cosimo de' Medici, denun- 
ciato come « iniquo e perfido tiranno » per mezzo dei suoi 
violenti fautori, mentre fa ora il colombo sulle Lagune di Ve- 
nezia e « becca il suo nido », cioè la sua Firenze, dove stava 
per ritornare, « falcon marino e soro », cioè uccello da preda. 
Ma se i Fiorentini provvedessero in tempo ai casi loro con 
l'aiuto degli albizzeschi, potrebbero scongiurare tanta iattura: 

Che sarà vero alfin quel ch'io ti scrivo: 
noi piiilierem la preda, e '1 lupo vivo. 

Con corona d'ulivo 
Coronerem la testa di Marzocco, 
ch'à '1 eercin or di Niccolò di Cocco. 

La profezia non s'avverò e invano il leone fiorentino attese 
l'auspicata corona, giacché al « cercine » di Niccolò di Cocco 
Donati, il gonfaloniere di giustizia, devoto a Cosimo, eletto 
nel settembre di quell'anno 1434, sottentrò, nonostante le false 
apparenze, la corona medicea. 

Ma se la profezia albizzesca falli miseramente, convien 
riconoscere che quel finale profetico del fiero sonetto era un 
colpo degno dei momenti più felici del Burchiello satirico. 

'■ . Intervento 

Contro questo « assalto />, che non era soltanto violento, d'un ano- 
ma per l'impeto ■^vo e per l'aggiustatezza dei colpi, assai pe- (l'Aiberti?) 
ricoloso, sorse a difendere le ragioni della fazione pallesca, t^s^a poutlca 



340 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

ormai preponderante, un anonimo — forse l'Alberti? — col 
son. Burchiello, io voglio che cerio mi credi, notevole anzitutto 
perchè permise al Flamini, che primo lo diede alla luce, di 
confermare la paternità del precedente; ma letterariamente 
mediocre, specie nelle terzine e nella lunga coda. Il linguaggio 
minaccioso è proprio del vincitore che il successo rende inso- 
lente, anche se non basta a conferirgli il dono della eloquenza 
e della poesia vera. Prima che passi l'anno il barbiere-poeta 
avrà il premio meritato della forca, che gli sta già dinanzi 
agli occhi e intanto potrà far sapere agli altri suoi degni com- 
pagni nelle tentate rapine (« per cui tu predi ») che finiranno 
la loro vita in esilio. Insieme con lo scherno e la minaccia 
contro gli albizzeschi, il rimatore pallesco esalta il suo « Cosimo 
divo », ritornato meritamente in patria. 

E veramente gli eventi politici precipitavano ormai in fa- 
"trsonltto' vore dei Medici, e di questa angosciosa condizione per gli 
chfeiio^ujiz- 6suli albizzeschi, esasperati nel loro dolore, ma non ancora 
^TMe'dici"' f^'spsi'^ti e fiaccati, si fece ancora una volta portavoce, animoso 
e degno, il Burchiello, con queir irruente sonetto, innanzi al 
quale i codici più autorevoli recano la didascalia seguente: 
« Burchiello in nome de' fuorusciti di Firenze, mgcccxxxiii 
^pUi^chT (da correggersi in mccccxxxiiii). E il sonetto Non posso 
n-aboccM P^^^ ^^^^ l'ira HOìi Irobocchì^ violento, dicevo, ma, pur nella 
sua foga alquanto scomposta e torbida, efficacissimo. Da que.sti 
versi, come già dal cuore del poeta, trabocca veramente l'ira, 
ma anche la passione ardente d' amore per Firenze, il cui 
« stato gentile » era violentato (« in forza », cioè in balia della 
violenza) da un « popolo meccanico e vile » « ch'appena può 
schermirsi da' pidocchi », nonché capace di difendersi da 
tiranni come il Medicu L' aspirazione al ritorno in patria, da 
parte di quegli esuli, risuona nella seconda quartina come 
un grido angoscioso, l'affermazione d'un diritto la cui giustizia 
avrà la sua sanzione dalle armi contro i soprusi del folle ti- 
ranno e dei suoi sciocchi fautori. Anche qui il poeta conchiude 
predicendo sciagure e giusti castighi al Medici, al suo degno 
fautore, il « Puccin gaglioffo », forse Puccio Pucci, e a tutto 
il « popolaccio sozzo ». 

Ad un cosi fiero sonetto l'Alberti osò opporne uno per le 

Risposta rime (son. Acciò che '/ voto cucchiaio non V inibocclii) per 

ogni verso mediocre e pedestre, nel quale, spiattellando il 

nome del suo avversario, alla solita predizione d'un esilio senza 



NELLA TOSCANA 341 

spei'aiiza di ritorno per « quei colali — egli dice — per cui 
tu scrivi », aggiunge l'altra più personale riguardante il fra- 
tello suo, destinato a lasciar il capo per ladro, e lui. lUirchiello^ 
votato al capestro. 

Altre rime si scambiarono i due, di stile burchiellesco, 
proponendosi questioni strampalate ed è probabile che esse 
appartengano ad altri tempi anteriori. Comunque, con questi 
sonetti passiamo nel regno del burlesco piii sconclusionato e 
scipito. 

In compenso, altre note satii-iche diverse possiamo cogliere 
qua e là, scorrendo la raccolta copiosa delle rime del nostro . ^ . 
barbiere, le quali confermano non solo il suo umore batta- satiriJì 
gliero e provocante, ma anche le sue singolari disposizioni a 
questa poesia più e meglio che trivialmente giocosa. Si può 
dire anzi che sieno pochi i sonetti, anche i più mattamente 
buffoneschi e gergali, dai quali non isprizzino a quando a 
quando, all'improvviso, dal fondo scuro del testo, vive faville 
di poesia satirica. 

Nella varietà di queste manifestazioni appare più frequente i.a satira 
e insistente delle altre la satira municipale, nella quale ha "'""^°'p^'^ 
una parte rilevante Siena, forse anche pel risentimento del ^"'«h'e"*^. 
soggiorno disgraziato fattovi dal poeta; Siena, i cui cittadini 
egli schernisce per la loro boriosa fatuità ed avarizia, desi- 
gnandoli col nomignolo di « bessi » (son. Ventiquattro e poi 
sette in sul posciaio; Un gj^an romor di calze ricardate; 
Se tu volessi fare un buon minuto ecc.). Com' è facile im- 
maginare, non risparmiò neppure i suoi Fiorentini, specialmente 
i mercanti, che insieme coi loro degni compagni, « ciarlatori 
al vento », « nidiata di matti e di balocchi », ritrasse con vee- 
menti pennellate di colori più audaci, come « canaglia da broda 
ben condita », in un sonetto teste buse, o mercatanti scio c- 
c/ii, nel quale ribolle tutta l'esasperata passione del politicante 
partigiano. 

L'accenno schernevole a certi « studianti», o studenti, noiosi contro cert 
e mal ridotti, che imperversavano, troppo numerosi, in Firenze, " ^'"'''^"" 
reduci dallo Studio di Atene, di satirica memoria (son. Questi, 
ch'andaron già a studiare a Atene), bene si accorda col 
sonetto dove sono allegramente derisi e frustati i pedanti 
marchigiani (son. Un nugol di pedanti Marchigiani), che 
s'erano consumati sulle pagine del Pecorone. Naturalmente 
qualche buona f ruotata tocca, di passata, anche ai frati ghiot- 



342 



CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL UMANESIMO 



Contro i toni [Fì-ati in cucina e poponesse in sacchi) e, in genere, 
chfgiani'^ri al clero, a quello romano sovrattutto (son. Limatura di corna 
ghfottòni ^^ lumaca), contro il quale il nostro rimatore lancia certe 
e contro il esprcssioui che ci sorprenderebbero per la loro audacia, se le 
romano tradizioni della poesia satirica medievale non ci avessero pre- 
munito da qualsiasi sorpresa in questa materia. Alludendo al 
periodo di sedia papale vacante, il Burchiello, nel citato 
sonetto, esce a dire: 

Roma fioca, quando il manto vaca! 
Faresti bene a metterlo in composta, 
E fare al Culiseo una sopposta 
Di pastorale e non di pastinaca. 

Eg-li, avvezzo ad adoperare il rasoio, non ha peli sulla lingua 
e non li vuole; e a confermare la sua abitudine di parlare 
spiattellatamente chiaro, nonostante la voluta oscurità del suo 
stile, e l'insolente, ma efficace baldanza delle sue rassegne, 
quasi mietiture satiriche, basterebbe quel vivo sonetto I ranocchi, 
che stanno nel fangaccio, notevole, perchè questo satirico 
plebeo e antiumanista, si dà certe arie dotte col farsi forte 
dell' autorità dell' antico Giovenale (« Secondo che ne scrive 
Giovenale »), e perchè insieme coi vescovi, con gli accademici, 
Contro i coi filosofì, egli mette in un mazzo, nella coda finale, anche 

tedeschi ' o 7 j 

* beoni V i Tedeschi beoni: 



Satira anti- 
femminile 



Come dice il Tedesco, 
Non andar mai a tavola a sedere, 
Se prima non vi trovi su da bere. 

Lasciamo altre di queste svariate note satiriche che il 
Burchiello ha disseminato nella matta sinfonia dei suoi sonetti, 
alcuni dei quali hanno un carattere spiccatamente, fortemente 
personale, anche in forma di oscura allegoria ; oscura, ma acu- 
leata, come è il caso del son. Vn gatto si dormiva in su 
n'un tetto, che nell'ultimo verso svela il nome del « figliuol 
del Boncio di Palagio », Altri sono saggi, nel loro genere, 
eccellenti, di satira antiferaminile, come il nervoso, plastico 
son. Sozze trombette, giovani sfacciate, violento contro gli 
abusi di certe fiorentine, che se n'andavano « col collo disco- 
perto » e strascinavano una coda sterminata, ma garbatamente 
cortese invece verso le molte « savie, prudenti e degne d'alta 
lode »; un sonetto che, mentre rievoca, condensate, le canzoni 
sacchettiane sulle fogge femminili, ci fa udire un'efficace eco 



NELLA TOSCANA 343 

dantesca, nel ti'atto rivolto contro le giovani dalle lunghe code, 
destinate a finire dannate da Minosse: 

Ma quando voi sarete nelle volte 
Di Satanasso, arete s\ gran code, 
Che vi daran da otto o dieci volte! 

E anche degna d'essere rilevata la hella disi^osizione arti- 
stica, franca e viva, del rsostro alla parodia, resa più evi- nei 
dente ed efficace dall'uso della parlata vernacola nell'intento 
di canzonar meglio le città prese di mira, come nel son. già 
citato Veìitiqunttro e poi srttr in sul posdaio, arieggiante 
il volgar senese e i due in romanesco (sonn. Jesso lo Papa, 
che vacò a Madonna-Jesso la parie di Rienzo Matienza). 

Evidentemente nel Burchiello v'era non soltanto l'attitudine consapevo- 
e l'abitudine, ma anche la consapevolezza espressa, per non ^^^f'-^ ^'^*'" 
dire ostentata, del poeta satirico; di che basterebbe a far fede Burchiello 
il son. Questi plebei, di virtù, ntniici, dove il poeta dichiara 
che di costoro che gli mormoravano dietro alle spalle, egli si 
vendicava con un sonetto. 

E le sue erano vendette poetiche, vendette « allegre », 
ma non per questo meno efficacemente satiriche. 

Onde si può concludere che questo fecondo rimatore, nono- , , . 

, , . 1 re 1- • Conclusione. 

stante la voluta oscurità e insensatezza buffonesca di troppi LaAguradei 
suoi versi, in grazia sovrattutto di quella parte della sua prò- satirico 
duzione da cui balza fuori la satira, fra sghignazzamenti e 
smorfie plebee, fra lazzi, ceffoni e improperi, in una ridda di 
figure grottesche e di pennellate tutte freschezza di colore, 
è assai migliore della sua fama. In una storia compiuta della 
poesia satirica egli merita un posto a parte e come erede disin- 
volto d'una tradizione paesana che seppe accrescere e perfe- 
zionare, e come maestro ed incitatore ad altri rimatori che 
in Toscana seguiranno volentieri le sue orme. E una indivi- 
dualità di poeta che, sotto le apparenze ostentate d'una fatuità 
superficiale e sconclusionata, ben rivela, a chi sappia compren- 
derla, una serietà e una coerenza e originalità di pensiero e 
di arte maggiori di quanto comunemente non si creda. 

La sua originalità spiccherebbe tanto più rilevata, quando 
la si confrontasse con la mediocre produzione di quella schiera ' t'ur- 

,. . - . . ., ^ . . ,. „ chiellesclii 

troppo numerosa di suoi seguaci e imitatori, i quali, come tre- 
quentarono la sua bottega — vera libera accademia di poesia 
mattacchiona e rissosa — cosi non mancavano d'unire le loro 
voci alla sua. 



344 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

La tenzone ^'''^ costoro ci piacG fai" eccezìone per una coppia di teli- 
ci ^.^^'^^'J^-'^'^'j^' zona tori, uno dei quali porta un nome glorioso. Alludo alla 
da Prato breve tenzone, sorta probabilmente nel 1425 fra Giovanni 

con Filippo ,. ^, 1 1 T-» 1 • • 

Bruneiieschi di Gherardo da Prato — dai suoi coinpagnacci soprannomi- 
nato l'Acquatino —e Filippo Brunelle selli. Si tratta di 
due sonetti soltanto, ma interessanti, non per particolari pregi di 
poesia, si in grazia degli autori loro, ambedue addetti ai lavori 
per la Cupola di S. Maria del Fiore, ma, più ancora, in grazia 
della materia, che non è quella delle consuete tenzoni satiriche, 
tutte volgarità personali, è fornita, invece, da un grave dissenso 
di criteri artistici e di applicazioni tecniche scoppiato fra i 
due nell'esecuzione della cupola immortale. 

Violento, quanto pedantescamente sibillino, il sonetto 
fonte fonda e nizza d'ignoranza, che Giovanni — montato 
in superbia per aver frequentato lo Studio di Padova e per 
essere pubblico commentatore della Divina Commedia e for- 
s'anche perchè sobillato dagli avversari del Brunellesco — 
lanciò contro il grande architetto. 

A lui osa dare nientemeno che del « pauper animale et 
insensibile » e nel verso tinaie, che vorrebbe essere una saetta 
mortale, lo accusa di « saper poco ordire e vie men tessere ». 

Ma il Brunelleschi gli die pan per focaccia, rispondendogli 
veramente per le rime con un sonetto vigoroso, fiero, tagliente, 
anche se reso alquanto oscuro e tormentato dalla necessità di 
condensare tutta una serie di forti elementi concettuali che 
lo compongono, a danno, si capisce, della poesia, che male 
s'accompagna col ragionamento, per quanto altissimo. 

E il son. Quando dall'alto ci è dato speranza, nel quale 
all'avversario che gli aveva dato della bestia, Filippo risponde: 
« tu c'hai etìgia d' animai resibile ». Ma per fortuna non 
s'accontenta di palleggiare l'insolenza. La sua risposta è note- 
vole perchè vi proclama 1' onnipotenza dell' artista, il quale 
— quando sia aiutato da Dio e dalla sua « saggezza », nonché 
dall'esperienza, che anche nel campo dell'arte si fa terribile 
sgominatrice dei presuntuosi e falsi giudizi — compie miracoli, 
onde il volgo degli animali risibili non riesce a rendersi ragione. 
Anche è mirabilmente scultoria la sentenza, che pare a me una 
vera epigrafe d'estetica: «l'uom saggio non ha nulla d'invisibile». 

Cosi, nella città dell'arte, quando appunto vi ferveva l'opera 
di rinnovamento teorico e pratico, si battagliava in versi sati- 
rici perfino di arte. Anche in tal modo s'annunziava l'avvento 
dell'età del Magnifico. 



NEfX'RTÀ DI LORENZO IL MAGNIFICO: FRA TOSCANI 345 

V. — Nell'età di Lorenzo il Magnifico : fra Toscani. 

1. 1 tempi non erano fatti per la satira alta e vigorosa, né pò- 



renitenza 
bui-lesco- 



litica, né morale, per la satira veramente civile. E poiché non satìrica 

per Io più 

sorse alcuna individualità capace di sollevarsi al di sopra del- personale 
l'ambiente comune o di reagire contro le costumanze correnti, 
doveva prosperare ancora nella Toscana quella produzione 
burlesco-satirica, degenerante con facilità in rabbiosi e vele- 
nosi dibattiti personali. In tal modo vi si continuava quella 
poesia che, sovrattutto, in Firenze, era indigena e della quale 
abbiamo seguito le vicende. 

Tanto più ciò doveva avvenire, dacché Lorenzo de' Medici r/esempio 
incoraggiava egli stesso questo andazzo, dando l'esempio ed ,-,c^o: 'i/'fbn'- 
il tono, coi suoi versi, oppure stuzzicando i rimatori della ^"^'/o"/ 
sua chentela a gare di motteggi pungenti e d'ingiurie. Il che 
faceva, credo, non tanto per quelle mire di raffinata politica, che 
gli furono attribuite, quanto per isfogare il suo proprio umore 
e a sollazzo suo e degli amici. 

Era codesta una delle tante forme di quel suo mecenatismo 
non decorativo, ma attivo, spregiudicato e geniale. 

Prendiamo, ad esempio, i canti che compongono il suo poe- 
metto, incompiuto e frammentario, ma, ciononostante, troppo 
diffuso e monotono, che s'intitola // Simposio o 1 Beoni. 

In quelle terzine, che ci offrono una rassegna buffonesca, 
ma qua e là ravvivata da tratti felicemente pittoreschi, dei 
sitibondi cioncatori accorrenti in folla al convegno bacchico 
di Ponte a Rifredi, non abbiamo soltanto la parodia di certe 
movenze, d'immagini, <^\ espressioni, nonché d' interi versi o 
di emistichi presi dalla Divina Commedia. V'ha ancora qualche 
episodio e qualche macchietta, che possono dirsi di carattere 
più satirico che burlesco, esempì di caricatura — come fu 
osservato da altri — dove é innegabile il prevalere del tono 
aggressivo e di scherno su quello giocoso. 

Basta leggere i versi (IV, 18 sgg., ed. Simioni) contro Bel- 
fradello, proclamato «una sciocca creatura»; o quelli (IV, 
37 sgg.) contro quel « maestro de' corrier », che appesta di 
vino i pieghi delle lettere che gli sono affidati. 

Similmente (IV, 62 sgg.) poco più oltre quei tre beoni 
della stes.sa famiglia sono realisticamente ritratti « come porci » 
che « corrono allo imbratto » ; esempio di quel grottesco, che 
non è frequente nella nostra poesia satirica; degni di accom- 



346 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELl'uMaNESIMO 

pagnarsi a quella singolare figura che è il piovano di Stia 
(VII, 76 sg.). 

Nel qual caso la rappresentazione riesce tanto più aperta- 
mente satirica, dacché si tratta d' un prete e menzionato 
anch'egli, come i precedenti, col suo vero nome, spiattellato 
in pubblico, e messo quindi alla berlina. 

Ciononostante, aveva ragione da vendere il Carducci, allor- 
ché, proemiando alla sua edizioncina delle poesie del Magnifico 
(1859), respinse recisamente la singolare sentenza del Roscoe 
e del Ginguené, seguiti dal Ruth, i quali avevano creduto di 
scorgere — e s'erano sforzati di additare — in questi capi- 
toli « il primo esempio della satira italiana » — il Ruth dice 
addirittura della vera e più alta satira! — e di fare del poeta 
mediceo nientemeno che un precursore dell'Ariosto. 

Allo stesso modo non é a stupire che s'incontrino certi 
^^rid'ife?'' spunti schiettamento Satirici anche nei Canti carnascialeschi, 
nasciaiesciii como nella Canzona de' visi addrieto {Opere, ed. cit., II, 
pp. 254-5), nella quale si riprende con piglio felicemente pes- 
simistico un motivo tradizionale della satira anche popolaresca. 
E questo motivo appare abbastanza chiaro dalla strofetta ini- 
ziale, che forma, insieme, la ripresa: 

Le cose al contrario vanno 
tutte, pensa a ciò che vuoi; 
come il gambero andiam noi, 
per far come l'altre fanno. 

Chi rappresentava nella mascherata satirica questo andazzo 
retrogrado, erano dunque una schiera di donne, come appare 
ancor meglio dalla strofetta finale. 

Questo umore antifemminile si manifesta con freschezza 

Umore anti- . . . ,. ^ . , , 

femminile e spoutaiiea vivacita di ratngurazione presa dal vero in un altra 
notevole canzonetta (ib. pp. 303 sgg.) su Le donne ciarlone, 
come la intitolò il novissimo editore, sia essa di Lorenzo o di 
altri; nella quale l' intenzione beffarda contro i pettegolezzi 
donneschi è come suggellata nel monito con cui essa si chiude: 

Attendete, o smemorate, 
o cicale, berlinguelle, 
a non far tante novelle : 
stiesi ognuna nel suo lato. 

Abbiamo rilevato una vena di pessimismo, che zampilla 
Accenti vivace da certe strofette di un canto carnascialesco. Orbene: 

crucciosi ed 

amari alcuni acceuti — inaspettati solo per chi ignori la psicologia 



nell'età di LORENZO IL MA(jN1F1Co: FRA TOSCANI 347 

del Magnifico — tra di lamento e di cruccio, di rimpianto e 
di rinfaccio amaro, si colgono anche in alcune stanze della 
2''' Selva d'amore. Sono quelle (st. 108 sgg.) nelle quali il 
poeta, dopo rappresentata e celebrata, con tutta 1' esuberanza 
della sua tavolozza, la felice età dell' oro, le contrappone le 
sciagure e le guerre che durano perpetue tra gli elementi e 
tra gli uomini, dovute alla presunzione e al troppo sapere e 
che ebbero origine dall'atto fatale di Prometeo. 

Ma queste voci, in quel tempo, fra quegli uomini, erano 
eccezionali. 

2. Invece, in quell'ambiente mediceo era naturale avesse 
una fortuna sempre maggiore quella forma di satii'a personale, fenzonl 
che era la tenzone, che abbiamo veduto quante remote tra- 
dizioni vantasse, sovrattiitto nella Toscana e, più che altrove, 
in Firenze. Una nuova fortuna essa ebbe infatti fra i compa- 
gnoui o compagnacci, che formavano la brigata di letterati 
e poetanti assidui nel palazzo di Via Larga. 

Fra le più memoralnli baruffe in versi che scoppiarono in La tenzone 
quegli anni, fu la tenzone combattuta a colpi di sonetti fra puic'i'T 
i due maggiori clienti medicei, Luigi Pulci e Matteo Fran co, pr'L'nco 
probabilmente fra il 1474 e il '75. 

E vero che fu opinione assai diffusa in passato secoudo la 
quale quei sonetti non sarebbero stati se non uno scherzo, 
una contesa da burla, impegnata dai due cortigiani del Magni- 
fico per sollazzare il loro patrono. 

Ma contro questa interpretazione, propugnata, fra gli altri, 
dal Gasparv, ebbe buono in mano il Volpi, seguito da Vittorio 
Rossi, per dimostrare quanto grave, anzi sanguinosa, sia stata 
la contesa accesasi tra i due fiorentini. Questo si potrebbe suo 
affermare, anche se non ci fosse stata serbata la lettera del gravememe 
Pulci a Lorenzo — del febbraio 1474 — nella quale Luigi con- 'ngi"''ioso 
fessava che gli scriveva con la mano tremante « per la febre », 
perchè gli erano stati recati certi « sonetti, dove erano col- 
tellate improverate et molte cose ch'io non sapevo ancora », • 
e si doleva di vedersi « straziato » peggio d'un cane e lo assi- 
curava ancora una volta che « '1 prete », cioè il Franco, lo 
ingannava e che con l'inveire a quel modo contro di lui disob- 
bediva al divieto fattogli da Lorenzo, il cui intervento invo- 
cava con tono quasi supplichevole: « Non dormo, non mangio 
« e sono fuori di me e la mia casa è già otto di in pianto e 
« tu non credi e non vedi queste cose ». La faccenda, dunque, 



348 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

s'era fatta seria, e la contesa poetica, incominciata forse per 
gioco, come altre volte ora avvenuto in casi simili, minacciava 
di farsi quasi tragica. Che da principio il Magnifico si fosse 
divertito ad aizzare egli stesso i due rimatori suoi clienti si 
può desumere da quella stessa lettera, dove il Pulci informava 
il suo signore: « e con altri ho detto, tu non hai creduto la 
cosa vadi tanto oltre come è trascorsa » e dal son. XIX (del- 
l'ediz. 1759) « Veggendo l'aria folta di sonetti», nel quale 
raesser Matteo invita l'avversario a scendere in campo « poiché 
no' Siam costretti ». Li aveva aizzati, ben sapendo che fra i 
due non v'era buon sangue, anzi covavano gelosie di mestiere, 
fomentate dal desiderio di primeggiare agli occhi del Mece- 
nate anche nell'abilità di contendere a colpi di sonetti e in 
tal modo conquistare le sue grazie. 

E poiché in un certo momento Lorenzo parve piegare in 
favore del Pulci, ecco il Franco rivolgersi a lui, non con una ' 
lettera in umile prosa, ma con un ardito sonetto (son. 58 
« Era ancor Febo con la cispa agli occhi »), ispirato a quella 
libertà di linguaggio che allora era pii^ comune che non si 
creda (e grande libertà, talvolta incredibile, era concessa ai 
buffoni di corte). Al potente patrono, messer Matteo non aveva 
ritegno di rimproverare la protezione che concedeva a quel 
« tristo » di Pulci (ch'egli dice anche « quel tuo tristerel Gigi 
pidocchi ») e che gli faceva perdere il merito di tante virtù: 

sacro lauro, o spirto alto, divino, 
Che se' de' beni e buon tanto zelante, 

Tuo' ben, tuo' virtù tante. 
Spendere, edificar, sudar, per Cristo, 
Che giovan, se tu ami questo tristo? 

La sover- Cosi la tcnzone, iniziata dal Franco, forse per procurare 

'^satiHca'^dli^ uu « uuovo ludo » al Magnifico, trascese ben presto in zuffa 
Franco seria violouta, e andò inasprendosi con un vero « crescendo » 
d'ingiurie, una più sanguinosa dell'altra. 

Il Pulci aveva un bel dolersi, fra risentito e minaccioso, che 
l'avversario varcava di troppo i confini dello scherzo, per quanto 
pepato, e che non s'atteneva alle buone tradizioni della poesia 
veramente sollazzevole (son. 20): 

Usanza è con sonetti e con provviso 

Di rodersi un po' e' basti e dir buon giuochi. 
Ma non toccar più là, eh' i' te n' avviso, 
Che '1 ceffo ti fie intriso. 



neli/età di t.orknzo il magnifico: fra toscani 349 

Aveva un bell'invocare i precedenti letterari deirOrcagna. 
del Finiguerri, del Bui-chiello e dei suoi imitatori, rinfaccian- 
dogli le forme ingiuriose con questi versi (son. 21) che gii 
studiosi'hanno avuto :il torto di trascurare: 

Non son de Za, Orgagna o bureliiellt^^i'hi 
I versi tua; sed verba iniuriosa; 
certa gargagliata di Tedeschi. 

L'altro rincarava la dose e, più calmo, com'era, e più pronto 
e inesauribile, tini col sopraffare l'autore del Morpante, ado- 
jìerando con destrezza l'arma dell'ironia pungente, della can- 
zonatura demolitrice e del sarcasmo, clie alternava con colpi 
spietati, dandosi poi l'aria di coprirli col romore d'una risata. 
Tipico in questo genere è il son. 45, che è senza dubbio quello 
del quale il Pulci si lagnava con la febbre indosso e col bru- 
ciore delle ferite, nella lettera già citata scritta al Magnifico »: 

Sermollino, o buon sentimentuzzo, 
Se Dio m'aiuti, Gigi, i' non dileggio; 
Tu credi ch'io mi adiri et io motteggio; 
E non si vuol pigliare ogni sdegnuzzo. 

Questa è tutt'aequa lanfa, che io ti spru/.zo ; 
r non t'ho dato ancora; i' ti palleggio. 
Non t'adirar, che tu faresti il peggio: 
Che tante cose per un sonettuzzo? 

Tu ridi pure: orsù, la pace è fatta. 
Ve' che toglie mo giù oc o alla brigata: 

E sai come venia la gente ratta 

A dirmi la tuo' vita scelerata. 
Chi mi diceva: scrivegli la natta 
Che fa Luca alle forche, e fugli data 

Non so che coltellata. 

Falliti ladri e mille malefici, 
Ve' che saremo al lor dispetto amici, 

E in amistil felici 
Assai più che Teocle e Polinice: 
Diaraci buon tempo e lasciam dir chi dice. 

Come si vede anche da questi versi, era quello un palleg- Palleggio di 
gio di offese e non lanciate in forma indeterminata e generica, fie^c'oncfè"e 
coi soliti epiteti tradizionali, come « uomo da forca (il Pulci 
al Franco nel son. 25) o « furcifero » (id. nel son. 29), « baro 
fuggito dalle forche col salaro » (il Franco al Pulci nel son. 34), 
oppure « mostro osceno, che col dente arrabbiato ognuno af- 
ferra (il Franco al P., nel son. 39). 



350 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

Spesso erano accuse gravissime e bene specificate e cru- 
delmente spiattellate, come quando messer Matteo sciorinava in 
pubblico le disgrazie di casa Pulci, nella coda, velenosamente 
aguzza, del son. 37 (« Perchè molto, Luigi, aresti a male »): 

Tenuto hai con la Morte 
Otto df ti'iegua; or che sofferto ha troppo, 
Con la falce fienaja vien di galoppo, 

Tu n'andrai a pie zoppo 
A trovar Luca tuo, ladro di zecca, 
Che per te serba un luogo alla Judecca. 

Non meno esplicita e ripetuta con dia])olica insistenza 
(sonn. 36, 42) l'accusa di sodomia : 

Lo 'jmperator ti chiamo de' eattivi, 
Canonizzato a Sodoma tu stessi. 

E mentre il Pulci aveva rinfacciato all'avversario di non 
sapere ancora compitare, sel)bene prete, mezza la Messa (son. 21), 
questi gli dava del « Maumettuzzo » (son. 46) e gli rinfacciava 
d'essere rimasto vent'anni senza confessarsi (son. 47) e fingeva 
perfino di porlo al tormento (« or ti lego alla colla ») e di fargli 
confessare egli stesso i suoi peccati, inducendolo a questa di- 
chiarazione finale: 

feci fallire il viver disonesto. 

Né rilievo, né resto 
D'un abbacco farei, tanto son tristo: 
Et ho già detto male in.sin di Cristo. 

Un finale questo che riecheggerà più tardi nel famigerato 
epitaffio contro Pietro Aretino, attribuito al Giovio. 

Fu un diluviare di sonetti e non tutti dozzinali, né, come 
tirati giù in furia e alla brava, o quasi improvvisati, da get- 
tarsi nella spazzatura. Anzi dobbiamo riconoscere che, pel modo 
e pel fine ond'essi sorsero, hanno oggi un certo interesse che 
non è soltanto di documenti curiosi per la psicologia storica o 
per la storia dei costumi letterari. 
Il soprav- ^^^ questo ciclo o corona di sonetti — nei quali il Franco 
numeri'^odlfi ^^'^^» aiiche numericaiìiente, il sopravvento, con 27 contro 12 
Franco Oppostigli dall'avversario — sono frequenti i tocchi argutamente 
efficaci, gli spunti canzonatori felici, e certe pennellate d'ico- 
nografia satirica, di vera caricatura, ancor fresche e vive a 
distanza di secoli, e v'è una franchezza tutta toscana di stile, 
di versi, di lingua. 



nell'età UI LORENZO IL MAGNIFICO." FRA TOSCANI 351 

Si veda, ad es., come ser Matteo in pochi tratti, ci pre- 
senti il « pupazzetto » del povero Pulci, ridotto a mal partito 
anche dalla fame (son. 37): 

E già la faine in fronte al naturale 
Porti dipinta, e pare opra di Giotto ; 
E se', sciaguratello, a tal condotto, 
Ch'a me, non ch'altri, del tuo stato cale. 

E benché col benduccio e colla mano 
Ti stropicci le gote gialle e smorte, 
Lazzaro assembri già quotidiano. 

Satira bassamente personale, in ogni modo, e quasi giul- '^a'"» 
laresca; la quale, ciononostante, avrebbe maggiore efficacia, se personale e 
non si stemperasse in una prolissità sazievole e monotona. E giuuaresca 
si pensi che, oltre a questa quarantina di sonetti, ne abbiamo 
più altri scambiatisi fra i due rivali medicei, onde ci troviamo 
dinanzi a una valanga di sonetti, una sessantina addirittura , 
in non pochi dei quali si riprende la tradizione burchiellesca. 
Ma, in questa che può dirsi l'ultima fase della poesia che 
reca il nome del barbiere di Calimala, il gergo si addolcisce e 
chiai'ifica, sempliticandosi,' quasi a preparare la via alla poesia 
bernesca, anche in quelle sue manifestazioni più satiriche che 
non propriamente burlesche. 

La baruffa poetica, scoppiata e svoltasi fra il Pulci ed il 
Franco, fu la più clamorosa e la più mem'oranda fra le molte 
altre che allietarono gli ozi della Firenze medicea. Ma se in 
essa il Pulci parve avere la peggio, non è a credere ch'egli 
fosse una vittima innocente, e che a quella tenzone fosse stato 
trascinato riluttante, quasi contro alla sua propria indole e alle 
proprie abitudini. 

L'indole, anzi, — con quel suo fondo mutevole di malin- Disposizioni 
conia, e con quel suo bisogno di verità e con quell'abito di ^lu L^t'ira 
sincerità, che bene assecondavano i moti dell'irrequieto fanta- 
sticare — egli l'aveva disposta alla satira più che non si creda; 
onde è probabile abbia ragione il Volpi nel ritenere che il poeta 
del Motr/ ante SiWudeise a se stesso là dove (XXII, 199) faceva 
dire a (nino: 

Io sono un uom, eh' ò in sommo della bocca 
Un poco troppo il vero alcuna volta 
E dìcolo e non guardo a chi ciò tocca. 

3. Perciò non dobbiamo stupirci ch'egli, impulsivo com'era, 
si gettasse nel fervore delle risse, armato di sonetti, anche 



352 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL UMANESIMO 

quando l'entrare in lizza poteva riuscirgli pericoloso e dan- 
noso. 
Suoi assalti Tale, il caso dei suoi assalti poetici contro Bartolommeo della 
"^"toiòmmeo Scala, il dotto ma pedante umanista, allora (1465 e), divenuto 
contro'^rAc^- tanto potente nella Firenze dei Medici; tale il caso dei suoi 
pialoni^lTe audaci souetti suU'anima, nei quali l'aggressione contro l'Ac- 
*^°Ki"iho'' caderaia platonica e in ispecie contro Marsilio Ficino, assume 
una portata assai più grave che non potesse avere una delle 
solite contese personali in versi. 

Glie questa levata di scudi del Pulci contro quell'Acca- 
demia e contro il suo creatore e ispiratore principale e pa- 
trono sia da assegnarsi al 1474-75, e da ricollegarsi, quasi uno 
strascico inevitabile, con la polemica contro il Franco, come 
pensò il Della Torre, crediamo più che probabile. Ci colpisce 
la violenza con cui Luigi bistratta la filosofia platonica che 
Marsilio andava « recendo » a Careggi e altrove (son. Mar- 
silio, questa tua filosofìa) e schernisce e trafigge il filosofo. 
All'uomo, già a lui amico, ma più amico a messer Matteo, al 
protetto dei Medici, acclamato e venerato come apostolo d'un 
nuovo verbo di sapienza e di verità, in maschera di Platone, 
eofli scaraventa un beff'ardo sonetto dove sibilano versi come 



questi ; 



Bestia, fuggito qua dalle Maremme, 
Non ti vergogni, vii traditor vecchio, 
Usurpar l'altrui gloria e l'altrui gemme, 

E la virtù d'un sol, ch'ai mondo é specchio? 



Ma più di questi sfoghi violenti ci danno a pensare i versi 

che il Pulci aveva scagliato, aspramente canzonatori, temera- 

'pTu"roi7o'^ riamente irriverenti, nel sonetto a Pandolfo Rucellai, cóntro 



Il sonetto a 
Paudolfo 

Rucellai g^JQ^Q ^.j^q^ ^ „2iY2i cou MarsiUo , disputavauo sull'immortahtà 
dell'anima: 



Costor che fan si gran disputaz'ione 
Dell'anima, ond'ell'entri e onde l'esca, 
come il nocciol si stia nella pesca, 
Hanno studiato in su 'n gran mellone. 

Aristotele allegano e Platone, 
E voglion ch'ella in pace requiesca 
Fra suoni e canti, e l'annosi una tresca, 
Che t'empie il capo di confusione. 

L'anima è sol come si vede espresso 
In un pan bianco caldo un pinocchi ato, 
una carbonata in un pan fesso. 



nell'età di LORENZO IL MAiiMFICO: YRA TOSCANI 353 

K ehi erede altro, ha il fodero in bucato; 

E quo', che per Tun cento hauno promesso, 
Ci jiagheran di succiole in mercato. 

Mi dice un che v'é stato 
Nell'altra vita, e più non può tornarvi, 
Ch'ajìpena con la scala si può andarvi. 

Costor credon trovarvi 
E' beccafichi e gli ortolan pelati 

E' buon vili dolci e' letti siirimacciati: 
E vanno dietro a' frati. 

Noi ce n'andrem, Pandolfo, in vai di Bnja 
Senza sentir più cantare : « AUeluja ». 

Convien l'iconoscere che il poeta di Morgaiite e di Mai-- 
gutte, ma anche del buon diavolo Astarotte, con questi versi 
insolenti, nervosi, lucidi e taglienti come lame affilate e ben 
tempi'ate. guizzanti d'immagini vive nella loro voluta volgarità, 
si da esprimere con la più efficace concretezza e immedia- 
tezza i dati d'un problema tanto astratto, si rivela il figlio 
legittimo di quella Firenze medicea che per una facezia salata 
e per una canzonatura dissolvitrice era disposta a sacrificare 
ogni cosa — come la vecchia Firenze, canzonando, aveva im- 
pegnata la guerra degli Otto Santi — ; si rivela anche, egli il 
poeta antiumanista, per figlio legittimo della Rinascita umani- 
stica, libero e spregiudicato e temerario sino alla spavalderia, 
senza perciò riuscire propriamente irreligioso. 

« E vanno dietro ai frati» è questa una delle saette che (^^^j^^jf^g^j 
più spesso egli si piaceva di scoccare, non solo nelle frottole C"mo nei 
già ricordate (pp. 305-6), ma anche in quel suo poema, che 
(come s'è notato più addietro, p. 315), se, preso nel suo com- 
plesso, non ha altro fine che di ridere e far ridere, se è tutto 
pervaso dalla giocondità d'un riso umano e irresistibilmente 
comunicativo, punge anche i frati ghiottoni, divoratori di 
prelibate lamprede e quei « certi scioperon pinzocorati » che 
andavano mormorando contro di lui, e quegli ipocriti, che 
egli considerava come la peggior genia tra i falsi cristiani 
(e. XXVIII, 42-45). In queste stanze del canto finale non 
v^è soltanto la sua difesa e la sua confessione d' ortodossia, 
risuonano anche accenti di protesta, di minaccia e di sdegno. 
Vale la pena di rileggerli e di meditarli, avvertendo che nella 
chiusa della prima strofa riecheggia il capoverso del sonetto con 
CUI egli aveva deriso i pellegrini, i romei, probabilmente del 
Giubileo del 1475: 

CiAN — La Salirà. 23 



obi CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

Sempre i giusti son primi i lacerali: 
lo non vo' ragionar più della fede ; 
Ch'io me ne vo poi in bocca a questi frati, 
Dove vanno anche spesso le lamprede; 
K certi scioperon pinzocorati 
Ra[iportano: « il tal disse, il tal non crede », 
Donde tanto romor par che ci sia: 
Se in principio era buio e buio fi a. 

In principio creò la terra e il cielo 
Colui che tutto fó qual sapiente, 
E le tenebre sol facevon velo ; 
Non so quel che si na poi finalmente 
Nella revoluzion del grande stelo; 
Basta che tutto giudica la Mente: 
E se pur vane cose un tempo scrissi, 
Contra hy pocrit as tantum, pater, dissi. 

Non in pergamo, adunque, non in panca 
Riprendi il peccator; ma quando siedi 
Nella tua cameretta, se e' pur manca. 



Predicate e spianate lo Evangelio 

Con la dottrina del vostro Aurelio. 
E s'alcun susurron é che v'imbocchi, 

Palpate come Poma, vi ricordo, 

E giudicate alle man, non agli occhi. 

Come dice la favola del tordo : 

E non sia ignun piii ardito che mi tocchi, 

Ch'io tocclierò poi forse il monacordo, 

Ch'io troverrò la solfa e' suoi vestigi; 

Io dico tanto a' neri quanto a' bigi. 

Vostri argumenti e vostri sillogismi, - 
Tanti maèstri, tanti bacalari. 
Non faranno con loica o sofismi, 
Ch'alfin sien dolci i miei lupini amari; 
E non si cercherà de' barbarismi, 
Ch'io troverrò ben testi che fien chiari: 
Per carità, per sempre vi sia detto! 
E non si dirà poi più del sonetto. 

Luigi non aveva più bisogno di toccare il suo « monacordo » 
per cavarne la « solfa » satirica, ch'egli aveva fatto sentir cosi 
bene agli orecchi dei suoi fiorentini. Veramente questa « solfa » 
lo colloca al di sopra degli altri cantori satirici dell'età sua in 
Toscana, non escluso quel suo rivale battagliero e fortunato, 
che fu Matteo Franco. 

4. Al confronto di lui mal reggono i troppi burchielle- 
schi che vi pulliilai'oiio in gran numero. 



NELL ETÀ DI LORENZO IL MAGNIFICO; 

Nepuure nueirAlessandro Braccesi ^1445-1503), notaio Alessandro 
e cancelliere ilella ^Mf>•IlOl■la, autore lecondo di versi latini e 
volgari e non privo d'una certa originalitìi e di viva spiglia- 
tezza nelle rime burlesche e in quelle propriamente sati- 
riche. 

Fra quest'ultime colpiscono alcuni spunti canzonatori, di canzonature 
spirito antimitologico, tanto più notevoli in un umanista, de- ^"giXJ*" 
stro anche nel poetare in latino. I sonetti. 

Dieci fotte d'aoreslo in un mortito 
Giovo terno invatiliir di Gaiiiiuode . ... 



e l'altro: 



Giove, col bii.sto ricamato a gale, 
Scinse la fibbia. alla zona infreddata 
E divi.se, in tre pie', la terapeiata, 
Rompendo, allo zodiaco, le scale, 

e, meglio ancora, quest'altro: 

Furon le Muse già leggiadre e belle, 
Ma, poi che '1 tempo l'ha fatte invecchiare. 
Non trovan pur chi dia lor da mangiare, 
Quando la lame s'azzuffa con elle. 

si direbbero un lontano preludio dello Scherno degli Dei. 

Altrove (son. O de' poeti secolo ed onore) il Braccesi scher- 
nisce i poeti del tempo suo con una mossa parodiaca nella 
quale riecheggia il verso dantesco e spunta di nuovo la beffa 
antiraitologica : 

Apollo, con la lira, sta in sul noce. 
Temendo d'esser preso i>er balzello, 
E il bandilor non ritrova la voce. 

Più apertamente l'umore antimitologico si sfoga in un gu- 
stoso quadretto a più scene, la prima delle quali fa pensare spinti an- 
al gruppo marmoreo del Museo di Napoli, dove Gufale è raf- "™"°'°si<=' 
tigurata vestita della pelle leonina, con la clava nella destra, 
in atto di contemplare in tono di scherno l'eroe vestito da 
donna con la rocca in mano : 

Ercole fu già .si forte e codardo 
Che, con l'amanza, si pose a filare. 
Volendo Giove Eiiropa gabbare. 
Entrò in un toro bianco come lardo. 

Apollo poi per non semiM'ar bastardo. 
Un branco di nionton volle ijuardare. 



356 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELl/UMANESI.MO 

Tanto disio ebbe di ragionare 

Con quella che, nel coi-, gli die" d'un dardo. 

Al marito Venùs le corna pose 
Tante volte che, alfin, die' nella rete, 
Come si legge tra le antiche cose ecc. 

Contro Buon saggio di satira morale è il forte sonetto contro 

l'usura l'usura, felicemente foggiato nella forma della definizione: 
Tu vuoi saper che cosa sia l'usurai 

Ma meglio ancora riuscito è il sonetto-ritratto d'un certo 
cavaliere, ritinto si da riuscire quasi irriconoscibile; sonetto 
dall' intonazione di bonaria ma pungente canzonatura (son. 
Non ti sia maraviglia, cavaliere); e non è da meno l'altro 
sonetto contro un bugiardo (son. Se le bugie fussino al tutto 
spente). 

Meritano in fine d'essere rilevati altri due sonetti aperta- 
sonetti- ii;iente ed efficacemente satirici ; uno, in cui è ritratto al vivo, 

ritratti ' ' 

con tocchi energicamente realistici , un ebreo tìsicamente e 
moralmente ripugnante; l'altro, dove ci è presentato, con vio- 
lenza di linee e di colorito, un ipocrita. Questi due sonetti, pub- 
blicati di recente in un libro poco diffuso, meritano d'essere 
qui riprodotti, anche perchè annunziano l'arte più matura di 
un Pistoia e d'un Berni. 

Ecco il primo, che sembra un' acquaforte disegnata dal 
Diirer : "■ 

Naso aquilino, occhi tondi e buiani. 
Pelle ulivigna e d'ogni mal colore, 
La mensa dove fai il prestatore, 
Col pegno in casa e con rabbiose mani. 

La lorda coscienza e i motii strani 
Dell'usura crudel, senza timore 
D'onor mondano o del divin favore. 
Sitibondo de' poveri cristiani, 

Tutto raccolto, fa conclusione 
Che tu se' vero e nativo giudeo. 
Coni 'io t'ho mostro a punto di ragione. 

Ponti il pannello all'uscio, o fariseo, 
E rO nel petto e, col tuo diavolone. 
In sinagoga va', canta il Teddeo, 

Falso cristiano e reo. 
Disceso dalla stirpe di Caino 
E del prossimo tuo crudo assassino. 

Il secondo ci richiama alle migliori tradizioni della icono- 
grafia satirica dell'estremo Dugento fiorentino: 



FRA GLI KMIGKATI TOSCANI NELI-'lTAMA SUPERIORE 357 

Salve, Ipocriti mio, dì fin peliizzo, 
Col viso smunto, pallido ed umile, 
Con la voce rimessa e femminile, 
E con lo sguardo timido e strambuzzo. 

Tu vai composto e eoi bocchino aguzzo, 
Biasciando paternostri in ogni ovile, 
E, con l'abito sciatto, abbietto e vile, 
Parer non curi, fra gli altri, un petuzzo. 

Predichi sempre altrui la castità, 
De' santi padri allegando le vite, 
E mostri amar, per Dio, la povertà. 

Ma le magagne tue sono infinite 
E d'ogni tristo n'hai più la metà; 
Lussurioso, avaro, iniquo, immite, 

Pien di contese e lite, 
Sensal di Satanasso, porco, lordo. 
Scellerato, ribaldo, ghiotto, ingordo. 

Versi cotesti, dei quali il poeta che aveva messo alla gogna 
« il collegio degl'ipocriti tristi », si sarebbe vivamente com- 
piaciuto. 

E qui meriterebbe più che una fuggevole menzione quel Giovanni 
Giovanni Se am bri Ila, la cui produzione e quasi tutta ine- 
dita. 

Rimatore indiavolatamente arguto e stomachevolmente sboc- 
cato, egli non fu soltanto uno dei più curiosi e fecondi tra i 
burleschi del tempo suo; che seppe, all'occasione, trovare an- 
che accenti efficaci di satira politica, come allorquando il 
duca di Calabria cinse invano d'assedio il Castello di Fojano 
in Val di Chiana. 

Ma « la via lunga ne sospigne » e altri rimatoi-i da altre 
regioni ci attendono. 

VI. Fra gli emigrati toscani nell'Italia superiore. 



•Scambrilla 



Bernardo 
Bellinc'.oni 



1. In mezzo a questi vagabondi seguaci delle Muse, in 
mezzo ai rimatori che per tempo abbandonarono le rive del- 
l'Arno per esercitare la loro rimeria accattona nelle corti dei contro wat 

'■, . . tee Franco 

nuovi Signori, incontriamo Bernardo Bellincioni. Quando 
ancora viveva a Firenze, tutto inteso ad uccellare ai favori 
dei Medici, ebbe ad accapigliatasi con quell'irrequieto attacca- 
brighe di nostia conoscenza che era il Franco. Questa volta 
però il provocatore sembra fosse Bernardo, dacché ser Matteo, 
in un sonetto, tutto intessuto d'immagini burchiellesche, che si 
legge « addirizzato a un gran repubblicano », quello che com. 



35(S CAPITOLO IV - NEL SKCOLO DELL'UMANKSì.MO 

Covon di molti allocchi ne palazzi, (Vr.r. Di molti allocchi 
covon n. p.) gli consigliava, in tono di monito minaccioso, di 
badare a' fatti suoi, ai propri difetti e di non occuparsi degli 
altrui. 

Segno certo che il Bellincioni s' era immischiato, con at- 
teggiamento ostile, nelle faccende del Franco, e probabilmente 
con versi maledici. 

Naturale, che ne nascesse una nuova baruffa combattuta 
con le solite armi — i sonetti — senza esclusione di colpi, cioè 
con le ingiurie consuete, con insinuazioni anche gravi, sebbene 
generiche e banali, ma non senza qualche tratto toscanamente 
saporito ed efficace. 

Infatti il Franco si rivolgeva all'avversario con insolenza 
provocatrice, nella prima terzina : 

Tu ch'ercoleggi [nella st. In cherco leggi] a gambe larghe in gote 
Catoneggiando con la voce crocchia 
Parole bolse e di sentenza vote 

E il Bellincioni, di rimando, al prete provocatore: (son. 
Taci, noìi ciarla?^ più, che tu schiamazzi) 

di Venere e Bacco sacerdote. 
Che di le messe tua colla pannocchia, 
Son questi e' salmi e l'orazion devote? 

E quasi non bastasse, rincarava la dose danteggiando così: 

La mitera fu sempre tua sirocchia 
Per certe tue virtii che ci son note... 

-, ,., Forse il Bellincioni si mosse a litigare col Franco per so- 

Per solida- . ° ... 

rietà col lidarietà col Pulci, col quale era legato di cordiale amicizia, 
venendo cosi a prestargli man forte. 

Certo, egli aveva in grande stima l'autor del Morganie, 
come atte.stano due suoi sonetti, composti alcuni anni piìi tardi, 
l'uno per la sua morte, l'altro, in lode di quel i>oema che era 
tanto piaciuto a Lodovico Sforza, 
di Lodovico 2. Appunto alla Corte di questo principe egli emigrò, per 
Sforza (desiderio di fortuna, piegando la, sua Musa, servile piaggiatrice, 
senza dignità, senza coscienza, ai capricci, più che ai gusti, 
del nuovo Mecenate. 

D'ispirazione, dunque, non è il caso di parlare. Quella del 
Bellincioni era una poesia piìi burlesca che non satirica e più 
buffonesca, nella maggior parte delle sue manifestazioni, che 
non giocosa; cortigiana, cioè, nel peggior senso del vocabolo, 



FRA GLI EMIGRATI TOSCANI .NKM.'lTAl.lA SUPERIORE 359 

bassamente venale. Si sfogava nelle adulazioni, come negli scher- 
zi pia o meno scurrili e [)erfino in certe rime satiriche, violente 
e insolenti, contro i nemici del Moro. secon(io l'opportunità del . 

momento. Era una forma di satira mercenaria e insieme una mercenaria 
forma indiretta di adulazione servile. 

Di tal genere sono i due sonetti, aspri e impetuosi, che 
Bernardo scrisse contro papa Innocenzo Vili, ch'egli accusa jnno"en"o 
di connivenza coi baroni napoletani; il primo, che com. Dormi ^''" 
tu, Cristo, oppiir non vedi lume e si chiude con un monito 
audace e con un'invocazione che vorrebbe essere dantesca: 

Se '1 tuo nome Innoeenzio oggi si legge, 
Fatti innocente, e torna nella strada, 
Ch'un pastor con neutro ben si regge. 
Jesìi, nella tua legge 
Non sarà più ehi creda senza il pegno, 
Stu non mostri co* preti qualche sdegno. 

Similmente egli danteggia nell' esordio del secondo : 

lupo e non pastor, che al santo offizio 
Eletto fusti, leggi il testamento 
Che Cristo te lassò per documento: 
Non come ^u di sangue, e' disse: sizio. 

Roma già lieta rise per Fabrizio, 
Or per te piange e duolse in tuo convento: 
E così Costantin disse: io mi pento 
Del don ch'io feci a chi el possiede in vizio. 

E al papa rinfaccia, fra le altre colpe, di « mandare a uno 
Gallo per aiuto », cioè d'invocare l'aiuto delle armi francesi. 

Per essere scritti « di commissione », questi sonetti sati- 
rici non sono dei peggiori, ma non sono neppure un gran che 
quegli altri componimenti, forse spontanei, forse gettati sulla 
carta a prova d'ingegno, per accondiscendere alla parola d'or- 
dine del Mecenate e che, in ogni modo, ritraggono con certa 
franchezza toscana di forma, un andazzo, allora as.sai diffuso an- 
che per ragioni politiche, andazzo risolutamente antichiesa- 
stico. Cosi il Bellinciuni rimetteva a nuovo certi vecchi motivi 
poetici a noi ben noti, come quando inveisce « contro li pre- contro ceni 
dicatori che predicavano al popolo cose troppo sottili » (son. predicatori 
Questo appartiene a voi, predicatori), dove l'imitazione dan- 
tesca è resa più evidente dalla citazione esplicita dello stesso 
Alighieri: 

Or qui da Dante un gentil motto sento: 
Co.sì le pecorelle che non sanno, 
Tornano a casa pasciute di vento. 



360 CAPITOLO IV - NKL SECOLO DKLL'i: MANKSl MO 

Anche è notevole — sebbene occasionato da un Uittuoso 

avvenimento che dovette ferire il cuore di questo fiorentino 

devoto, dopo tutto, alla Casa Medicea — è un'altra invettiva 

Corte papaie contro la Corte papale, inserita neW Elegia funebre per la 

e Contro i jjiQpie di Giuliano de' Medici. E roccasione è facile corapren- 

Veneziani '■ 

derne. Roma ridiventa una novella Babilonia, « piena di tigri 
velenosi o serpi », una tana di lupi, « lupa coperta col mantel 
di Cristo », della quale scrissero già Dante e il Petrarca. Ma 
in essa il rimatore non risparmia neppure i Veneziani, con- 
tro la cui politica, bassamente egoistica ai suoi occhi di cor- 
tigiano sforzesco, riserba la coda avvelenata d'un sonetto {Per 
ìiiolti un bel provei-bio si concede) : « A dir ci resta un motto, 
I Del senato marin trist'oro in lega: | Che e' serba sem- 
pre i panni a chi s'annega » (Cfr. anche il son. 7' sento non 
so che de gli Antenori). 

personali Pìù che Ì numerosi sonetti mordaci, mossi da spirito acre 

mordaci ,^- gj^^jp^ pei'soiiale, contro Braccio Ugolini, contro il Pelotto 
e perfino contro il Fontano (son. Non dir più: « Intendo greco ». 
Ell'e' bugia), cui osa dare dell'ignorante di greco e del matto, 
offrono interesse per noi due alti-i sonetti, che sono documenti 
non comuni di satira letteraria. In essi il Bellincioni prende a 
schernire certi presuntuosi e goffi poetastri del suo tempo, 
fra i quali vediamo imbrancati i suoi avversari fiorentini, come 
Baccio Ugolini e il Franco, che dice « pretaccio di campane 
sciagurato » (son. « Contro Baccio Ugolini e certi altri' dicitori 
in rime » Come posson le Muse comportare); mentre si man- 
tiene sulle generali nel secondo sonetto, scritto « contro certi 
che s'impacciano di fai' sonetti non sapendo che si facciano » 
(son. Certi nuovi poeti smemorati). 

3. Ben altra tempra di rimatore, fra questi toscani espa- 
triati, ci apparisce quel pistoiese la cui poesia fu una delle 
più felici esumazioni del secolo scorso e al quale s'è inco- 
minciato ora a rendere tutta quella giustizia che si merita. 

11 Pistoia Alludo ad Antonio Cammelli detto il Pistoia. 

Allorché il Bellincioni mori (12 sett. 1492) riabilitando nel 
suo testamento, con un atto d'illuminata beneficenza in prò 
dell'Ospedale ÌNlaggiore di Milano, tutta la sua vita di buffone 
e rimatore cortigiano, il Pistoia, forse perchè informato di ciò, 
■ certo per compiacere al Duca sforzesco, indirizzò a quest'ul- 
timo un sonetto {Ruppe la parca una più dolce cetra), col 
quale intonò un canto funebre in lode del defunto con quella 



FRA GLI EMIGRATI TOSCANI NELl/lTALlA SUPERIORE 361 

intemperanza che tradiva l'arlifìcio e lo sforzo e che pareva 
fatta apposta per annullarne ogni serietà ed efficacia. Egli aveva 
un bello scagliarsi contro la plebe dei « detractori » del morto; 
ma certo non poteva illudersi che costoi'o avessero dimenticato contro ii 

^ , i, . . , , ì ■ A. n Bellincioni 

la fiera baruffa in rima che aveva avuto col rimatore fioren- 
tino, in tutta una serie fitta di sonetti (sonn. 111-130 ed. 
Pèrcopo), in uno dei quali (Sempre tu gratti il corpo alle 
cicale) aveva lanciato questa minaccia: 

Impara, schiuma (VArno, alle tue spese 
Quel che costa il dir mal d'un pistoiese! 

Con questa frecciata aveva conchiuso il sonetto caudato ; 
a quella stessa guisa che in un altro sonetto aveva esordito: 

Taci, schiumazza d'Arno, cervel d'oca. 

Il provocatore non era stato lui, il Pistoia, povero corti- n Pistoia 
giano, costretto a trascinar la sua vita, le sue rime e la sua ^snI°so-° 
miseria di corte in corte; era stato il Bellincioni, dando di lui "facm'tà, 
rimatore un giudizio sprezzante, che gli era stato riferito da 
un amico comune, il Tuttavilla (Cfr. p. 150 n. ed. Pèrcopo), come 
di tale che « ad ogni ora del dì sputa un sonetto ». (son. 41 ib. 
che b?'utio omicciol, anzi isparuto \ elice ciascun che 
vede mia figura). Ma queiromiciattolo, ch'era il ritratto dello 
stento, mal sapeva tollerare le ingiurie, e di quella impruden- 
temente sfuggita al suo commilitone della Corte sforzesca egli 
si vendicò con tale impeto di violenza plebea, che bastereb- 
be quella ventina di sonetti contro il Bellincioni ad at- 
testare la sua non comune attitudine alla satira personale, se- 
condo quella forma tradizionale, di cui abbiamo veduto tanti 
esempi offertici sovrattutto dalla Toscana. 

Per fortuna sua e nostra egli mostrò di saper fare di me- 
glio, sebbene sia doveroso riconoscere che il suo avversario 
aveva colpito nel segno quando gli rimproverava in tono di 
scherno — ma da un pulpito punto autorevole — la soverchia 
facilità onde soleva prodigare i suoi sonetti. 

Infatti di quella sua vena copiosa abusava; aveva spesso 
tutti i difetti deirimprovvisatore, primo di essi la superficialità 
e troppo si lasciava andare alle forme burchiellesche e alle 
espressioni sconciamente oscene. Egli stesso aveva, di quando 
in quando, un senso consapevole di questi eccessi, che riusci- 
vano a detrimento delle sue migliori qualità artistiche; ac- 



362 CAPITOLO IV - *NKL SECOLO DELL'UMANESIMO 

cernia a molte « spine », tra le quali il lettore poteva, tutta- 
via, cogliere alcune « rose » e qualche « erba che pare al 
gusto suo più amica. » 

E non poche rose ed erbe fraganti ne coglieremo senza 
sforzo anche noi, cercando di compiere e correggere quella 
raffigurazione che del Pistoia si suol fare anche dai più re- 
centi ed autorevoli storici, non escluso l'ultimo suo editore, il 
Pèrcopo, che parla di lui come del « miglior burlesco e del 
più fecondv) e più prossimo precursore del Berni », quasi anello 
di congiunzione fra questo e il Burchiello. 

Anzitutto, che al Cammelli non mancasse una coscienza ar- 

Sua coscien- ,• ,• ■ n •■ x j • ■ j. • 

za artistica tistica, Superiore alla più parte dei rimatori suoi contempora- 
nei e ch'egli, nonostante certe apparenze e certe abitudini, 
prendesse sul serio l'opera sua di poeta, basterebbe a provarlo 
la cura con cui raccoglieva e rivedeva pazientemente le sue 
rime, — delle quali ci son note tre redazioni — una scelta 
delle quali nel 1499 destinò, dono desiderato e graditissimo, alla 
Marchesa di Mantova, la Isabella Gonzaga, sua protettrice e, 
da (juella squisita buongustaia che era, ammiratrice sincera. 
Veramente egli per primo, il Pistoia, contribuì a crearsi 
'dTpo^e'ur quella fama di poeta « burlesco » che parve consacrare col ti- 
« faceto» iq\q fii « faceti » da lui assegnato alla raccolta dei propri sonetti. 
Vi contribuirono pure i suoi contemporanei, fra le attestazioni 
dei quali merita qui una singolare menzione, anche in grazia 
del suo carattere velatamente ma intimamente satirico, il testa- 
mento poetico a dialogo che, alla morte di Serafino Aquilano. 
(1500), compose Bernardo da Bibbiena, il futuro cardinale, non- 
ché futuro autore della, Calmidria e, nel Cortegiaiio castiglio- 
nesco, arguto e dotto dissertatore in tèma di facezie. Nel pun- 
gente testamento, che s'intruse nelle Collettanee pubblicate(1504) 
in memoria di Serafino, il campione acclamato del malgusto 
presecentistico, il Dovizi immagina che il defunto avesse la- 
sciato in eredità al Pistoia « le facezie . . e '1 sale e '1 mele »: 
dove, a dir vero, insieme con le « facezie » e col « miele », 
cioè con le dolci piacevolezze del poetar giocoso, non manca 
« il sale » e, potevasi aggiungere pure, una buona dose di pepe. 
Ancora: pochi anni più tardi, Cassio da Narni, ne La morte 
del Danese (ed. Milano, 1522, st. 136) proclamò il Pistoia prin- 
■ cipe dei rimatori faceti, come quello « che a dir faceto ogni 
altro al mondo eccede » ; mentre colui che doveva tener lo 
scettro della poesia giocosa, il Berni — il quale, paidicolare no- 



FRA (Jl.l I-MHiK.VTI TOSCANI MM.'lTAl.lA Sri'KinoRK 'MVA 

tevole, aveva avuto fra iiiaiio una raccolta fra le più l'icche 
delle I-ime del Caninielli. quella posseduta da Isabella d'Este — 
nell'accingersi a descrivei'e bui'lescaiiiente la A'este e la mula 
di maestro Guazzaletto, invocherà « Lo spirito bizzarro del 
Pistoia »; « bizzarro », che è qualche cosa di più che « fa- 
ceto ». Meglio degli altri contemporanei colpi nel segno l'Ariosto, 
ritraendo nella poesia del Cammelli quell'aspetto che ci accin- 
giamo a illustrare; l'Ariosto, dico, allorquando in una delle sue 
satire citò il Nostro, a lui ben noto, insieme con Pietro Are- 
tino, come esempio insigne dei poeti mordacemente satirici. 

Tanto è ciò vero, che lo stesso Pistoia nel suo ultimo so- 
netto, un vero testamento poetico (ed. Pére, son. 523: Ecco 
la morte: i miei sonetti al foco!), prevedendo il vespaio di 
recriminazioni, di proteste e di vituperi, che le sue rime, tut- 
t'altro che innocentemente facete, avrebbero suscitato dopo la 
sua morte, le raccomandava alla protezione dei suoi amici più 
fedeli, quali Niccolò da Correggio, Gianfrancesco Gianninello, 
il Casio, Paride da Ceresara e Lelio Manfredi, un mani[)olo 
di difensori addirittura! 

« Faceti », dunque, i sonetti del pistoiese, ma in quella come sia da 
più larga accezione in cui allora si soleva usare l'epiteto, tale, 
cioè, da comprendere anche l'idea di obiurgatori e satirici. 

4. Fatto sta, che, se la statistica in tal caso ha un qualche 

... ... , . Buon nu- 

valoi'e, convien rilevare subito che, entro a quel mezzo mi- mero di so- 
gliaio e più di sonetti superstiti e sicurameilte autentici del tlnci e sà- 
Pistoia , due centinaia almeno possono dirsi d'ispirazione buri'esxhi 
schiettamente satirica o satirico-burlesca. 

Anzi tutta una serie continuata di essi, quella che forma 
la seconda sezione della sua raccolta, costituita dai sonetti po- 
litici, scritti fra il 14'J4 e il 1500, ha un carattere evidente- 
mente serio, e spesso fortemente, apertamente satirico. 

Per tutto questo, e per altro che m'occorrerà d'osservare, vaioie dei 
non esito ad asserire che l'aspetto più rilevante nella produ- Pistoiacome 

'■ '■ ^ satirico 

zione poetica del Cammelli è appunto questa; rilevante per la 
varietà e la novità, cioè per l'originalità vera, ond'egli sa rin- 
novare i vecchi temi satirici, attingendo materia e ispirazione 
dalla realtà quotidiana, dai fatti che si svolgevano via via sotto 
i suoi occhi, realtà storica ed umana ch'egli ebbe agio di spe- 
rimentare in tanti paesi e ambienti diversi, durante la sua vita 
vagabonda, tristamente zingaresca; onde nel son. 196 (Mon- 
signor, salve), rivolgendosi forse al Cardinale Ippolito d'Fste, 
ben poteva affermare: « Pel mondo ho la mia vita cognosciuta ». 



Burchiello 
satirico 



364 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

Casi e figure e scene di questa luultit'orme realtà da lui 
osservata e veramente « cognosciuta v>, nella sua vivace fantasia 
si atteggiano e muovono e colorano, assumono, cioè, la vita 
dell'arte. Riprende, si, la tradizione satirico-burlesca dei suoi 
^"^urdei^" Toscani, e in particolar modo del Hurchiello, ma, più e meglio, 
di quel i3urchiello che noi abbiamo considerato da un punto 
di vi>ta alquanto diverso dal consueto. Perciò non dobbiamo 
stupirci che Cassio da Narni, nella citata visione-rassegna di 
poeti, immaginasse di vedere il Cammelli accanto al Burchiello, 
cosi: 

Un altro di tal ve n'era con elio 

da cui forsi il Pistoia imparò l'arte : 

in fronte scripto havea : io simi Burchiello; 

e neppure dobbiamo stupire che il più recente suo editore e 
illustratore, il Pèrcopo, abbia rilevate, nelle sue rime, numerose 
tracce burchiellesche. Ma come la tradizione satirico-burlesca, 
che aveva avuto un cosi originale rappresentante nel barbiere 
di Calimala, s'allarga e s'innalza, si rinvigorisce e si perfe- 
ziona nel Pistoiese, da toscana, anzi fiorentina e troppo sovente 
bécera, tende a farsi italiana, a nobilitarsi nella materia e nel 
tono e nella sua espressione artistica! 

Un tardo contemporaneo, che di poesia s'intendeva, Fran- 
cesco Berni, restituendo per mezzo di Francesco Torre, il 
25 giugno del 1531, la raccolta delle rime che del Pistoia 
aveva avuto in prestito dalla marchesa Isabella d'Este, cosi ne 
scriveva alla geniale gentildonna, per bocca dell'amico suo: 
« Io dico. Signora illustrissima, che il libro è bello, secondo 
quei tempi nei quali questa nostra lingua non era condotta 
cosi al sommo come bora, et se l'autore mostra non essere 
troppo ricco di giudicio, mostra certo non esser privo di spi- 
rito et di inventione. Secondo questi tempi più floridi, mi pare, 
per dire il vero, un poco spinoso, ma non si però che tra li 
spini non si possano cogliere di molte rose ». 

Nelle quali parole, riecheggianti un sonetto dello stesso Pi- 
stoia, traspaiono, press'a poco, gli stessi criteri che indussero 
il Berni a rifare V Innamorato; ma il giudizio ch'egli recava 
delle rime caramelliane, fa onore al Pistoia e insieme a chi 
lo pronunciava. 

In eff'etto, queste rime hanno un interesse storico ed arti- 
stico indubbiamente superiore a tutte le altre consimili dell'ul- 
timo Quattrocento, anzi del periodo che intercede fra il Bur- 
chiello e l'Ariosto. . 



KRA GLI EMIGRATI TOSCANI NKI-l/lTALlA SUPERIORE 365 

5. Obbedendo al suo felice istinto d'osservazione e a quel 
suo spirito satirico che si rivela con mosse audaci nel curiosis- 
simo Dialogo, fra luciaiiesco e pontaniano, da lui dedicato alla 
marchesana di Mantova, istinto che gii fu acuito e quasi pro- 
vocato dalle tristi vicende della vita errabonda, il Pistoia ci 
ha lasciato nella mii^^lior parte delle sue rime una molteplice 
ed efficace pittura dell'Italia contemporanea, e, nei sonetti i)0- 
litici, per gli avvenimenti che si svolsero nell'ultimo decennio 
del Quattrocento, una specie di commentario in rima, brioso, 
indiavolatamente caustico, alla Spedizione di Carlo Vili e ai 
Diarii di Marin Sanudo. 

Come un giornalista oggi afferra a volo un telegramma, caratteri 
un [)articolare di cronaca, un « si dice », un documento più saìiricrdei 
meno autentico per improvvisarne l'articolo, commento ra- cammeih 
pido vivo dell'attimo storico fuggente, così il Cammelli fer- 
mava e faceva riecheggiare nei suoi sonetti le voci correnti e 
spesso contradditorie di quegli anni tempestosi da lui vissuti negli 
osservatori propizi ma pericolosi che erano le corti da lui fre- 
quentate. Poesia d'occasione, questa sua, che del fare estempo- 
raneo e giornalistico si risente, dicevamo, non di raro, con 
danno dell'arte, ma, in compenso, con una immediatezza d'im- 
pressione e di visione che non è piccola parte nell'efficacia sin- 
golare che, ad uno studioso ben preparato, conserva questa 
sua produzione, già tanto gustata dai contemporanei. 

In queste due centinaia di componimenti il Nostro — che 
ebbe il raro corao-o-io di far Giustizia dei molti versi petrar- sonetti 

.,,, . .. ., caudati e 

chevolmente amorosi della sua prima giovinezza — si attenne sonetti a 
esclusivamente alla forma del sonetto, non di raro caudato, ma '*°s°- 
senza eccessi nell'uso dell'appendice adottata già da tre secoli 
nella tradizione di simile poesia. Tutti sonetti, dunque; ma, cio- 
nonostante, egli seppe evitare la monotonia di questa diffici- 
lissima tra le forme metriche, che suol trattare con sicura 
franchezza e con una bravura, che, nell'abitudine del primo 
getto, rivela l'artefice consumato. 

Predihge, quando l'occasione glielo conceda, il sonetto a 
dialogo, non soltanto in omaggio alla tradizione, ma anche, 
e più, per l'agevolezza che esso gli conferisce di dare maggior 
vivacità e varietà di atteggiamenti e di spezzatura e natura- 
lezza agli aspetti diversi e contrastanti delle idee e dei fatti da 
lui rappresentati. 

E poeta cortigiano, e, per questa sua condizione, costretto, 



o(i(i CAPITOLO IV - NEL SKCOLO DELI, UMANESIMO 

sovrattutto in argomenti politici, ad assecondare gl'interessi 
dei suoi signori o dei suoi desiderati patroni, sieno essi gli 
Kstensi o gli Sforza; ma anche in tal caso si sente non di raro 
ch'egli rode il freno e, come, più tardi, l'Ariosto, sa riservarsi 
tanta libertà di parola, da non confondersi con la turba dei 
verseggiatori prezzolati. (Questa iri-eqnieta e, purtroppo, insod- 
disfatta aspii'azione ad una piena indipendenza, onde sarebbe 
La vana rinscito ben alti'o poeta, e il corruccio della sua sorte servile 

asuirazione . . . . . i i i • 

alla libertà e insieme la coscienza della pr(jpria superiorità sul volgo dei 
« citeratori » e dei corvi gracchianti, bene espresse in un sonetto, 
che è il 186 dell'ed. Pèrcopo: 

S'io fussi in libertà come io vorrei 
(che in ciasoadun libertà non se intende), 
tale è che in piazza p'un soldo mi spende, 
■che gli parria fatica, gionto a seil 

Tutti i eiterator non sono Orfei, 
perchè al cimento l'oro si comprende ; 
è un boa guadagno al conto che si rende, 
a dir: — Questi son tuoi, ecco qui i miei — . 

Colui che torna dal fonie di Delfo, 
Che ha visto Apollo e parlato a Cupido, 
Sa ehi è di loro il ghibellino o il guelfo. 

Sai tu, signor mio car, dove io mi fido? 
Che un tratto a Roma mi di.sse il Filelfo: 
— Bello è il pavon, ma troppo sozzo ha il grido. — 

Col nostro Esopo rido, 
che mai non seppe il corbo ornarsi tanto, 
che quel che gli era non scoprisse ii canto. 

Appunto per questa sua insofferenza di giogo, per questa 
sua libertà pericolosa di giudizi, ond'egli nel Dialogo, confessa, 
ridendo, a Caronte, di aver avuto il tòsco « nella lingua quasi, 
mordendo questo e quello copertamente », si capisce che non 
abbia avuto fortuna come poeta cortigiano. 

Che, mentre é tutt' altro che largo di adulazioni ai suoi 

signori, anzi spesso inveisce o fa oggetto del suo scherno e 

delle sue rampogne i mali principi che sgovernano l'Italia, può 

Contro i dirsi clie nessun altro rimatore del Rinascimento nn.se corag- 

cullti'ne" giosamente alla gogna com'egli fece, quelli che erano i tristi 

Corti arnesi delle Corti del tempo, e non con le solite insignifi- 

canii requi.sitorie o invettive generiche e retoriche, ma spesso 

bollando le persone col loro nome o dandone tali connotati, 

che [ìeraiettevano di riconoscerle facilmente e denunziando 

con precisione di i)articolarl le loro gesta vergognose. 



mali 



FRA CIA EMIGRATI TOSCANI NELl/lTALlA SUPERIORE 367 

Infatti il tratto culniinante"'(ii questo rimatore — come, del Tendenza ai 
resto, d'of^ni vero poeta — è quel suo tendere al particolare ''co^lg^Jt'ò® 
concreto, con una viva immeiliatezza, che non è realismo fo- 
tografico, ma è la ripercussione scliietta e sincera che la realtà 
esercita sulla sua fantasia, vigile e fresca. Cosi sfilano nei suoi 
sonetti, come in una grande galleria, numerose figure, che j^.^^^^jj^^^. 
sono ritratti presi dal vero e pennelleggiati alla brava, di quei ■•'«' ^ai vero 
messeri che popolavano le corti, fornitori e parassiti odiosi di 
esse. Ora è un massaro o esattore, « crudel babuino », rega- 
lato dal Duca ai Reggiani (son. 139), contro le cui angherie 
e ladrerie egli insorge, aizzando il popolo a disfarsene « chó 
per la morte d'un fia Reggio salvo » (son. 140); ora è un nuovo 
pretore ^di Lendinara, ch'egli fieramente schernisce e ritrae 
con tocchi pittoreschi (sonn. 141-2), lanciandogli contro la coda 
avvelenata del secondo sonetto: 

Questo populo allega 
che '1 sarebbe atto a far quattro mestieri: 
podestà, ladro, boia e cavallieri! 

Il pennello del Pistoia diventa anche uno staffile che ado- 
pera a sangue contro il segretario d'un capitano del Bargello, 
complice d' iniquità crudeli (son. 151 grande scriba in le 
ììiagyior faccende), contro un tesoriere, ladro del pubblico de- 
naro, contro il quale la voce del poeta denunciatore si volge 
minacciosa (son. 152); contro un giudice de' Savi in Ferrara 
e un suo fratello segretario, probabilmente i due Trotti, onni- 
potenti presso il duca Ercole I, da lui « accismati » per bene 
in un sonetto, il 157, che ci trasporta, con ardimento erticace, 
all'inferno, fra diavoli, esecutori di nuova giustizia e dannati 
e che erano stati alla lor volta officiali della stessa risma dei 
due. Ecco farsi innanzi « un comico novo pesarino », nel quale 
è probabile sia da ravvisare Pandolfo CoUenuccio, quello che, 
« cangiatosi di poeta in un beccaro », cioè in un sanguinario 
capitano di giustizia in Ferrara, meriterà d'essere colpito di 
mortale ferita in castigo delle sue iniquità e violenze (son. 158). 

Ancora una volta fra le mani del Pistoia i vecchi tèmi, 
cari alla tradizione satirica, si rinnovano felicemente, perchè 
gheli suggerisce la realtà, da lui veduta con occhio di poeta. 
Basterebbe l'esempio di quel sonetto a dialogo, vivo, incal- 
zante, nel quale è ritratta la sconcia venalità dei giudici e dei 
procuratori (son. 167). 

G. L'efficacia di questi ritratti satirici, che hanno una 



368 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

Loro portata portata sociale indiscutibile, non consiste solo nell'arte del 
^morau* Pistoiese; è da ricercarsi anche nel sentimento fiero di giustizia 
che lo ispira e che pervade, con fremiti nuovi, le sue rime 
migliori e innalza anche per questo agli occhi nostri la sua 
figura fra la schiera dei rimatori del tempo e ci costringe a 
mostrarci indulgenti alle sue debolezze, alla sua superficialità 
frequente e alla troppo frequente grossolanità di linguaggio. 
Rappresentarlo quale un Parini del Rinascimento, come fa il 
Pèrcopo, ci sembra un'esagerazione pericolosa; ma è innega- 
bile che in lui è una nobiltà di senso morale, che lo rende, 
anche per questo rispetto, assai migliore della sua fama. 
Come perseguita col suo stile incisivo i furfanti che pas- 

Battaglie ^. ° . , , ,. ,. ,. 

coiaggiose sauo sotto 1 SUOI occhi scrutaton, cosi esulta di odio e di ven- 
iniquità dei detta appagata allorquando li vede colpiti dal castigo meritato. 
ufficiau Cosi, per un cortigiano, orgoglioso già della sua sorte, ora 
caduto in disgrazia, che un giorno era come « un fior [un 
alto papavero?] in mezzo un prato », ora ritornato uno sterpo 
vile. Questa sua esultanza egli esprime con un verso che, come 
più altri fra le sue rime, rivela lo studioso di Dante: « De si 
bella vendetta il ciel ringrazio » (son. 72). E similmente, 
allorché vede un magistrato odiatissimo dal popolo ferrarese 
(forse Niccolò Ariosto?), deposto e scacciato dal Duca per le 
sue malversazioni e iniquità. Ali' officiale, cosi gravemente 
punito, il Nostro pone in bocca questo saluto-confessione ai 
Ferraresi: 

Dui sol tesori al mio partir vi lasso: 
la bella infamia e la mia vita pazza. 

e una preghiera accorata a cui si mesce un funebre presen- 
timento, quasi di anima già dannata: 

La morte aspetto in man di qualche mostro : 
Figli pietosi di mia patria antica, 
Deh, per l'anima mia un paternostro! 

Ma questo sentimento di violenta protesta e di ribellione 

contro la prepotenza e l'ingiustizia, di gioia profonda dinanzi 

al giusto castigo, anche se sanguinoso, scoppia in tutto l'impeto 

I cinque SUO nei cinquG sonetti (sonn. 144-8) che il Cammelli scrisse 

neu'i'"comro "^^ luglio dol '96 allorquaudo Gregorio Ciampante, il lucchese 

iiciampante pi'ediletto del Duca Ercole , e da lui nominato cavaliere e 

capitano di giustizia, in Ferrara, venuto in odio ai cittadini 

pei suoi feroci soprusi, pei suoi latrocini, per la sua turpe 



FRA «LI EMIGRATI TOSCANI NRLL'iTaLIA SUPERIORE 309 

venalità, cadde ucciso da tre giovani, due dei quali studenti, 
esecutori della giustizia popolare. L'anonimo contemporaneo 
che compilò il Diario fcri-arese, pubblicato dal Muratori, regi- 
strando nelle sue rozze pagine la notizia di queir uccisione, 
cosi concludeva: « Andò a casa del maledetto Diavolo». Sem- 
plici parole coteste, piene d'un' eloquenza straordinaria, che 
bene esprimevano l'esasperazione del buon popolo di Ferrara. 

I sonetti del Pistoia interpretano quei sentimenti popolari n Pistoia 

. , .(. ' . ' . -x- • 1 interprete 

con una violenza magninca, pan alla sincerità, in un breve sciiieito dei 

. , j- • • j.- •! • li ix- j sentimento 

ciclo di Cinque componimenti, il primo e 1 ultimo, due proso- popolare 
popee, nelle quali è data la parola all'ucciso; gli altri tre dia- 
loghi che si fingono avvenuti nell'oltretomba, alla porta del 
Paradiso, invano tentata, e all'inferno, fra quell'anima merita- 
mente dannata nella bolgia dei barattieri e San Pietro e il 
diavolo Farfarello e un altro immaginato interlocutore, San 
Frediano, protettore di Lucca. 

In questi versi, che meriterebbero d'essere tutti riferiti e 
pei quali il Caramelli trasse ancora una volta buon partito 
della conoscenza che aveva di quel solenne maestro di arte 
satirica che fu l'Alighieri, c'è un impeto travolgente di senti- 
mento, un'evidenza incisiva di rappresentazione che bastereb- 
bero a collocarlo fra i maggiori poeti del tempo suo. 

7. Nei numerosi sonetti politici, che talvolta si riducono sonetti 
alla forma di caustici rapidi « trafiletti » cronistici in versi, lo ^° ' '*^' 
scrittore non riesce a far il miracolo di evitare sempre una 
certa monotonia e una certa stanchezza, perchè la sua attività 
fantastica ha minore libertà d'azione. 

Anche per questo, che era costretto a piegarsi a quell'oppor- 
tunismo che gli veniva imposto dagl'interessi dei suoi signori 
e a soffocare il proprio sentimento individuale, disorientato 
com'era pur egli e quasi stordito dall'incalzare vertiginoso e 
inaspettato degli eventi guerreschi e diplomatici. 

Perciò, dopo un periodo di trepide diffidenze, esalta dap- 
prima l'impresa di Carlo Vili, e il re francese ed il Moro suirim- 
— quest' ultimo principalmente — saluta liberatori d' Italia cario viii 
dalle tirannidi nostrane (vedasi, fra gli altri, U son. 415); 
inneggia poi alla Lega dei principi italiani e allorquando questa 
fallisce al suo intento per la dappocaggine, le discordie, la 
viltà di essi, inveisce contro i colpevoli con aspra violenza di 
linguaggio e nell'amarezza della delusione sofferta recita il 
mea ciilpi. Dopo l'infelice giornata di Fornovo il suo senti- 

CiAN. — La Satira. 21 



370 CAPITOLO IV - NKr, SECOLO DIÌL!,' UMANESIMO 

Sentimento iiieiito di Schietta italianità, che vibrava quasi latente negU 
dVtaUanità aUpi suoi sonetti, che, anzi, contribuiva ad ahmentare le sue 
illusioni pel bene d'Italia, ora esplode furibondo e gli ispira 
accenti di vera poesia, appassionata, amara e insieme felice- 
mente pittoresca, nel tono dell'invettiva e del sarcasmo, so- 
vrattutto in quel sonetto 438, che è uno dei suoi più merita- 
mente famosi: 

Passò il re franco, Italia, al tuo dispetto, 
cosa che non fé ma' il popul romano, 
col legno in resta e con la spada in mano, 
con nemici alle spalle e inanti al petto. 

Cesare e Scipion, di cui ho letto, 
i nimici domór di mano in mano, 
e costui, come un can che va lontano, 
mordendo questo e quel, passò via netto. 

Matre vituperata da' Italiani, 
Che Cesare acquistò piìi non si dica 
Insiibri, Galli, Cimbri, Indi e Germani. 

Concubina di Mida, al ciel nimica, 
Che hai dato a Vener Marte ne le mani, 
discordia con un vel gli occhi t'intrica, 
che con poca fatica, 
in sul transirte il Gallo le confine, 
tutt'i tuoi figli diventòr galline. 

Sia come vuol il fine, 
Se ben del mondo acquistasti lo impero, 
mai non .si estinguerli il tuo vitupero! 

L'Italia, un di tanto gloriosa e potente, ridotta a un triste 

pollaio di galline! Quest'idea, sentita ed espressa in quest'imma- 

*itaHani^- E^^^^ assedia e tormenta il poeta, che, più tardi dinanzi al 

femmine bi^utto spettacolo dell'Italia caduta in baUa delle soldatesche 

esalta il va- ^ 

loie virile (Ji Francia, di Germania e di Spagna, proclamava la gloria 

d'anadonna: . , i, i ,, i o ' i ,>, , • ^^ 

Caterina immortale a una donna, d una virago come baterma Siorza, 
che aveva dato agli uomini d'Italia un esempio memorando 
di valore (sonn. 509 e 511) sia pure sfortunato, compiendo il 
proprio dovere con le armi: 



Purtroppo 



Quella Madonna ha fatto il suo dovuto, 
mora a sua posta, gli è fatta immortale. 



L'Esperia è un deserto, 
che già fu un giardin d'arme e cavalli, 
ora è fatta un pollar lordo di Galli ! 

(son. 510) 



FRA GLI EMIGRATI TOSCANI NELI.'lTALIA SUFKRIORE 371 

E poco importa che, in .sé<^uit(), prestando fede a certe voci ingiusta pa- 

,• , . 1,1^. . j- • j ■ linodia 

maligne sul conto della St«ìi'za, mostrasse di ricredersi e con- 
cludesse un altro sonetto, il 512, con un ghigno amaro; 

Cantiamo in questa danza: 
Tutti di Italia son latti i suoi figli 
lepre le donne e gli omini conigli! 

Fgli esalta i rari esempì di valore mostrato a difesa della pa- 
tria e, mentre non risparmia l'idolo d'un tempo, il Moro, che ave- ' 
va trascinato nella sua meritata rovina anche l'Italia (son. 49-78), in loJe dei 

11 • T-.- • ■ ■ Il 1 ■ Pisani 

incita alla resistenza i Pisani e inneggia alle loro gesta me- 
morande. Per Pisa sono i suoi ultimi entusiasmi: 

Dura, perelié colui vince, che dura, 
per liberarti insanguina le mani, 
la ingiuria, in mente ; viva a voi, Pisani, 
che '1 pugnar per la patria el dà natura. 

(son. 470). 

e ancora, animando la fiera città alle difese disperate: 

Ne la tribnlazione 
con l'animo in difenderti governa, 
che chi raor per la patria, ha fama eterna. 

(son. 471). 

Un verso, quest'ultimo, che onora chi l'ha scritto, e la città 
che l'ha meritato. 

In questa serie numerosa di rime politiche, tutte punte ed 
artigli, che spiccavano il volo in foglietti sparsi e diffusi pronta- 
mente per l'Alta Italia, letti avidamente e commentati e imi- (^ergo aiie- 

'^ gorico 

tati ribattuti, il Pistoia abusa non di raro di quel gergo politico 
allegorico ch'era allora di moda. Ma anche qui egli ci com- 
pensa largamente con certi sonetti — a dialogo o no — che 
sono veri quadri sintetici, vivi e vibranti, delle varie situa- j Quadri 
zioni guerresche e politiche e confermano come l'umile pistoiese .^èue'' vu 
avesse una visione abbastanza ampia e netta di quella realtà '^,^".'^? 

... . poliiiche 

storica, cosi agitata e mutabile, e la capacità di coglierla in 
tratti rapidi, nervosi, incisivi. 

Ecco, ad esempio (son. 474), com'egli ritrae la politica egoi- 
stica di Venezia, che fu uno dei bersagli preferiti alle sue saette: 

Il Re degli animali, alato mostro, 
guarda da l'adriatica finestra, 
se a man sinistra vede od a man destra, 
per dir di quel d'altrui : — ■ Questo xe nostro ! - 



372 CAPITOLO IV - NEI, SKCOI.O DEI.l/uM ANKSIMO 

Ad un manda denai-i, a un altro inchiostro, 
l)er far col ca... in man la sua nienostra; 
ma l'Angue ognor fra' pie' se gl'incapestra, 
dicendogli: — Messer, quel non xe vostro I 

Questo la terra con la mente squadra 
d'ognora a punto, qual boa geometra, 
per troncar l'arco a questa bestia ladra. 
Di là dai monti i suoi nemici arretra, 
tutta rinsubria a suo modo riquadra, 
e la Liguria or la 'ndura, or la 'nvetra. 

Pietro tien su la pietra, 
Federico e Marzocco il seguon sempre, 
guidandosi col fil de le sue tempre, 

E' par ch'el si distempre 
il cor d'ogni Pisan, perchè, infelici I 
San Marco gli ha lasciati tra' nemici. 

Mai non cognosce amici 
San Marco, se non quando si fa magno 
con chi, con poca spesa, ha gran guadagno. 

Avendo sempre l'occhio a tutta l'Italia, inveisce contro i 
Contro i ti- « Signor tiranni » che hanno causato la rovina della penisola, 
tro ven"z'*ia Hia anche la loro e dei loro figli: e contro Venezia sovrattutto, 

contro la quale lancia la sua profezia di futuri castighi, che, 

egli dice: 

ne l'arcana di Dio vive il tuo fallo, 
per te nel cielo ajustizia si sona 

e conclude: 

il millesimo è presso 
che '1 se udirà cantar per lo Adriano 
che Vinegia fu già, Chioggia e Murano. 

(son. 519). 

Con una forza esasperata, ma con espressioni troppo eviden- 
faiae aristo- moute plebee, la sua ira assale le false aristocrazie e demo- 
'^mocrazie^ crazie procacciauti di Venezia e di Firenze (son. 528), quella 
folla di « mercatantucci di ferro o corame », da Murano e dal 
Mugello « marinari, schiavoni e pescatori, mulattie:% Setaioli 
ed ortolani », che s'arrabattano per eleggere e farsi sleggere e 
« voglion ir ne le borse per signori ». Cosa — egU esclama — 
« cosa da sbattezzarsi e 'ventar cani ». 

8. Un gruppo assai copioso di sonetti satirici cammelliani, 

sparpagliato in ordine cronologico nell'ultima sezione della rac- 

Sonetti anti- colta, ha uu Carattere apertamente antichiesastico. Ciò non 

significa — come rilevammo in altri casi consimiU — che essi 



FRA GLI EMIGRATI TOSCANI NELl/lTALIA SUPERIORE o73 

si distinguano nettamente, almeno per la materia loro e per 
la loro ispirazione, da quelli più propriamente politici. E la 
ragione sarebbe superfluo esporre qui, come sarebbe ozioso il 
discutere sull'ortodossia del poeta, il quale, per quanto libero 
di costumi e di parola, conforme all'ambiente storico e mo- 
rale in cui viveva, non cessava d'esser ossequente alla fede 
dei suoi padri, pur prendendo di mira pei suoi colpi spessi e 
gravi la Chiesa politicante e corrotta, la Corte romana inde- 
gnamente — degnamente? — rappresentate da un Inno- 
cenzo Vili e da un Alessandro VI. 

Credo anch'io col Pèrcopo che in questo abbia influito su 
lui. e per non piccola parte, la corrente umanistica, come ap- 
pare da certe pagine del Dialof/o già citato, tutto pregno d'u- 
more lucianesco e pontaniano, ma divenuto essenzialmente 
cammelliano, pagine dalle quali si sprigiona una passione acre 
e sdegnosa contro il clero degenere e malamente militante e 
intrigante per interessi mondani. 

Che questa serie di sonetti antipapali si ricolleghi stretta- 
mente col Dialogo, appare attestato nel modo più aperto da 
quel passo di esso (pp. 3'J-7 ed. Pere.) dove Piuto, riconoscendo 
nello Spirito il poeta che con le sue « facetie » aveva fatto 
ridere lui insieme con Proserpina, soggiunge: « Mi piace; e se 
mi racordo, già me mandasti La vita di Roma in certi toi 
versi che cominciano « a Roma che si vende? - Le parole »• 
cura certe altre cose ». 

Il verso citato è appunto l'inizio del primo di tre sonetti 
(sonn. 380-2), che per l'importanza sua merita d'essere rife- 
rito per intero. 

A Roma che si vende? — Le parole. 

— Del vero e de la fé? — C'è carestia. 
Che mercanti vi son? — Di simonia. 

— Che vita gli si fa? — Com' l'uom vole. 

— Che se blastema più? — Chi formò il sole. 

— Che vit:ii sonvi? — Incesti e sodomia. 

— Dove si fa iusti.cia? — In beccaria: 
de la ragion son serrate le scole. 

— U' vanno i benefizi? — Fra' denari. 

— Bisognavi altro? — Poca conscienzia. 

— Che altro? .•\mici ben, ma qua son cari. 

— Véndevési altro? — Sì — Che? — La indulgenzia. 

— Il vostro dio perdona a questi avari? 

— Si, .se confesson ogni lor fallenzia. 

— Vuolse altro? — Penitenzia. 



veni le 



37 4 CAPITOLO IV - NEI, SECOLO DELL'UMANESIMO 

— Altro? — Restituzion di fama e d'oro : 
la nostra legge poi perdona a loro. 

E' di questi il tuo Moro? 

— No: che, antivisto Dio il suo insto stato, 
lo elesse prima iu eiel che l'usse nato. 

Lasciando la tiii'iholata liliale al Moro, che é una concessione 
cortigianesca, è certo che in questo sonetto appare violenta nel 
tono secco, reciso, tagliente la requisitoria conti-o la Roma papa- 
le, requisitoria resa più grave dal fatto che il dialogo, immagi- 
nato come tenutosi in Roma, al Vaticano, nel 1490, si svolge 
fra un principe turco, primo interlocutore (quel Djem, secondo- 
genito di Maometto .II, che v'era prigioniero, vittima della per- 
fida slealtà di re e di pontefici cristiani) e il poeta medesimo. 
L'avere ammesso certi influssi classici o umanistici nel Dia- 
logo e in questo fiero sonetto e in altri consimili non esclude 
che la scaturigine prima o vera di questa corrente antipapale 
sia stata una passione sincera e violenta, che il Pistoia provava 
come non pochi altri Italiani, anzi il popolo italiano d'allora; 
quella stessa di cui si faceva interprete a quei di, e in forme 
popolaresche, un rimatore assai in voga nell'Alta Italia. Alludo 
bottodiPan- al modeuese Panfilo Sasso, che in uno strambotto dall'anda- 

filo Sasso , 1 • ■ • • • X 

tura popolareggiante e in apparenza amoroso, usciva in queste 
gravi parole : 

Andiamo tutti, amanti, in Barbaria, 
ove non s'oda nominar cristiani. 
Andiara tutti meschini in compagnia 
a sbatizarsi e diventar pagani, 
che la virtù di qua diseazan via, 
e per dinar s'esaltan li villani 
e '1 non vai fede, amor, né cortesia, 
se l'or non gioca, to' pensier son vani. 

Un forte so- Similmente, il Pistoia in un sonetto, che segue iniinediata- 
netto del Pi- j^gjjte a Quello testè riferito (son. 3S1), aveva immaginato di 

stoia contro ^ \ ji ce 

Roma impegnare un altro dialogo col principe turco, al quale, affer- 
mante profeticamente che la sua « captività » non avrebbe 
avuto fine « perchè la fé' si vitia » — in Roma, s'intende — 
e perchè « il suspetto » politico lo aveva consegnato prigio- 
niero « all'avarizia di Roma », egU, il poeta, aveva mosso que- 
sta domanda suggestivamente maliziosa: 

Tu vorrai 1/iasimar la nostra legjic ? 



FRA GLI EMIGRATI TOSCANI NELl/lTALIA SUPERIORE 375 

^ cioè la religione cristiana. Il dialogo così continuava in pieno 
accordo con lo strambotto del Sasso: 

Salvo chi dico questo, anzi mi gusta. 
ma no' in qual modo che iVa voi si regge. 
— La tua è meglio ? — No, ma a più giusta 
man fa guidare il Turco la sua gregge. 

Tristo a colui che per dinar la frusta. 
Voi siati gente ingiusta: 
lihi può, non vuol ch'io vadi a batteggiarmi. 
Cristo, i dinar son oggi le tue armi! 
Potess'io liberarmi. 
Poi che la le' si baratta a tesoro ! 
Beato a me, s'el Papa fu.sse un Moro! 

Nel quale ultimo verso, posto in bocca del turco Djem, par 
di sorprendere una frecciata finale, una velenosa freddura non 
tanto in esaltazione di Lodovico il Moro, quanto a vituperio contro inno- 
del papa, Innocenzo Vili. Questi bene avrebbe potuto cedere il ''®"^'' ^"' 
posto ad un « moro », ad un infedele, il quale almeno avrebbe 
dato l'esempio ai cristiani di « guidare la sua gregge con più 
giusta mano ». 

Audacie tutt'altro che retoriche codeste e che trovano nu- 
merosi riscontri nella produzione di quel tempo, nel quale, non 
a caso, s'iniziava, come vedremo, la satira pasquinesca avanti 
Pasquino. 

Tuttavia il diapason della violenza satirica nella riprovazione 
contro il papato sempre più turpemente degenere, il Pistoia, 
anche in ciò interprete del sentimento dei contemporanei mi- contro papa 
gliori, raggiunse nei sonetti che scagliò contro Alessandro VI. di^o"*?" 

Allorquando, ai primi d'agosto del 1 193. si diffuse la no- 
tizia che era stato eletto a pontefice il Borgia, non tardò il 
Nosti'O a farne un primo commento fra sarcastico e amara- 
mente canzonatorio e profeticamente schernitore (son. 389, 
Che dù'ete, cicale? Il papa è fatto). Il commento satirico è, 
come spesso, posto in bocca a due interlocutori: il secondo dei 
quali esce a dire del neo -eletto in tono di pungente commi- 
serazione : 

Vedi che '1 papa passò i monti un tratto, 
ve' che promise e l'officio e '1 cappello, 
troppo denari ha speso in un mantello; 
povero papa, il riman pur disfatto! 

E l'altro, a dargli sulla voce, a lui e ai suoi |)ari, caustico, 
concludendo contro i <.< preti avari », i preti italiani con una 



o76 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

punto allegra e punto castigata profezia, in fondo alla quale 
vibra anche un sentimento nazionale: 

Sciocchi I ch'el potea dir di darvi in mano 
il mondo, perchè gli è re de' denari 
e d'ogni cosa il vescovo romano. 

Alla barhazza vostra, preti avari, 
la chiesa è ne la man d'un catelano, 
la soma fra 'taliani andrà mal pari. 
El di sereti chiari, 
quando vi fìano scurti i panni lunghi: 
parreti ca.. e quei di Spagna funghi. 

Ma il tono della violenta protesta contro quella elezione si- 
moniaca s'innalza minaccioso e sdegnoso, e non più nella forma 
spezzata del dialogo, ma in quella d'una irruente invettiva, nel 
sonetto che segue, il 390. Quivi, dopo rinfacciata al nuovo papa 
« mitriato » e nepotista la sollecitudine onde aveva concesso il 

Ancora con- '■ 

tre il papa B cappello cardinalizio a due suoi prediletti, «due funghi fatti 
alla spagnuola », un polacco e un suo nipote Borgia, si riat- 
tacca, con fiera mossa, al sonetto precedente: 

Mitriate il papa, non stie' molto poi 
che dentro a Roma, in una sol parola, 
nacquer duo funghi fatti alla spagnuola, 
polacco il primo, e '1 secondo de' suoi. 

In un altro sonetto ho ditto a voi 
che '1 pastopal di là da' monti vola. 
serva Italia, d'avarizia scuola, 
del tuo perso trionfo pianger puoi! 

Navicella mal retta dal nocchiero, 
dove solca pescar l'anime a Dio 
lo insto povere] discalzo Piero; 
.^ ma fra' suo' successor more il disio. 

Oggi la ingorda simonia del clero 
fa tutta ognor: « Questo é tuo, questo é mio!. 

Enorme caso e rio, 
che la sedia apostolica si vende 
a quel che ha più denari e più si spende! 

1 quali versi non solo riecheggiano efficacemente la voce 
di Dante, ma s'accordano anche con quella .del Savonarola, il 
frate eroicamente ribelle, che il Pistoia, anche in odio a Fi- 
renze, aveva forse talvolta dileggiato (son. 354 e Dml., p. 36, 
dove in n. 1 le citazioni del Pèrcopo non sono tutte esatte), ma 
• al quale fini col rendere giustizia (sonn. 473 e 478). 

Torna ad on(ìre del Cammelli l'aver perseguitato con questi 
e con altri sonetti aculeati il famigerato papa Borgia, cogliendo 



FRA GLI EMIiUlATI TOSCANI NELl/lTAMA SUPÌ'JRIORK 377 

tutte le occasioni che gli si offrivano, per denunziare gli scan- 
dali dei quali si diffondeva la voce. Cosi, allorché si seppe che 
il papa aveva avuto un Hglio, prohabihuente nell'ottobre del '9(), 
egli gli avventò i suoi giambi, concludendo il suo sonetto cau- 
dato cQn una minaccia d'ispirazione dantesca conti-o il « papa 
gaudente ». 

Godi, fa' buona cera, 
segui san Pietro in quel che non li noce, 
ma fuggii ([uanto puoi, se "1 corre in croce ; 

che, ad ogni modo, in foce 
risole ancor faranno siepe al Tevere, 
che te abbisognar;! morire o bevere. 

Altrove (son. 365), il Nostro, non solo si confesserà, ma 
si vanterà autore del sonetto (390) col quale aveva denunziata zione simo- 
come simoniaca l'elezione di papa Alessandro e la denunzia "uessamu^o' 
sua ribadisce con felice ironia e con una chiusa profonda e 
tìera nell'apparenza di semplice arguzia : 

E che dissi io? Cile '1 si vende ogni offizio ; 
e che chi volse lo apostolicato, 
fé' sol per simonia lo sponsalizio. 

E questo sì gran vizio? 
che, se mio fusse il mondo, ve rivelo 
ch'io '1 venderei per comperare il cielo. 

E quasi tutto questo non bastasse, il Pistoia scaglia contro 
il papa simoniaco e « falso prete >> un altro terribile sonetto 
son. 483, Ruina de Cristian, tu, falso prete) nel quale pre- 
dice che due principi, il re di Francia, Luigi XII ed il Moro, 
insieme uniti, faranno la giusta vendetta contro di lui, scac- 
ciando 

il famelico verme iniquo e tristo, 
che divorar la Croce a Jesu Cristo. 

La profezia rimase un pio desiderio; tuttavia questa corag 
giosa battaglia combattuta dal rimatore pistoiese è un titolo di 
lode per lui ed è anche fra i più notevoli esempì di satira anti- 
chiesastica. 

9. Ma le prove più felici del suo ingegno satirico il Cam- „ p-^^^^-^^ 
molli ci ha lasciato in quelle che potrebbero dirsi satira del "^Ua satira 

^ I ^ del costume 

costume e satira sociale, prese l'una e l'altra nel loro e neiia sa- 
signifì(?ato più ampio. Ed è naturale che ciò fosse, perchè in 
Tali casi lo spirito del poeta, sottratto al turbamento e al con- 
flitto delle passioni e alle preoccupazioni politiche, aveva quella 



378 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'U-VIANESIMO 

serenità e quel raccoglimento che sono le condizioni più pro- 
pizie al sorgere delle grandi, come delle modeste opere d'arte. 
Al pistoiese, che era passato in più regioni e in corti diverse, 
curioso e malizioso spettatore, la vita umana, nelle sue mani- 
festazioni infinitamente varie e contraddittorie, nelle sue defor- 
mità, ora ridicole, ora ripugnanti e irritanti, dovette apparire 
come una fabula, uno spettacolo interessante, meritevole di 
riso, di scherno, di sdegno e di vituperio, così nelle sue scene, 
come nei suoi attori più caratteristici. Non ne vide certo il 
lato tragico, ma neppure ne contemplò solo il lato comico e 
lo ritrasse per proprio godimento d'artista; ma a questo godi- 
mento di spettatore e di artista, più serio che non si creda, 
egli congiunse un suo innato istinto e un suo intento censorio, 
fosse no memore dell'oraziano « castigat ridendo mores ». 
Notevoli per copia e per varietà sono fra i suoi sonetti 
Macchiette quoUi uoi quali questo proposito, apertamente chiassosamente 
cancitùre Castigatore, si manifesta in scene, macchiette, figure, carica- 
vituperose ^^pg vituporose, sbozzate alla brava e tutte prese dal vero, da 
ogni classe e condizione sociale, con un realismo spesso, come 
s'è già osservato, crudo e insolente sino alla brutalità più ripu- 
gnante. Non solo; ma quasi la rappresentazione realistica, dai 
tocchi violenti, ora caricaturali, ora beffardi, non avesse di 
per sé un irresistibile effetto satirico, il rimatore vi accoda 
spesso in fine un suo commento pepato, che pare una sghignaz- 
zata un'urlata triviale. 
^ , Ecco il caso della madre che alla figlia, pronta per la festa 

Fra la ma- . . 

dreeiafigiìa nuzialo, Dorgo tali consifì^U, che mesrlio starebbero in bocca 

che va a 5 r o d ? o 

nozze ad una mezzana svergognata (son. 103: Figliuola, non andar 
senza belletto). Ecco, a fare il paio con questo, il sonetto 
che segue (son. 104: Io vorrei maritar la mia figliola), ancora 
più svelto e più a'Ìvo, nel quale è ritratto un dialogo fra un 
padre desideroso di maritar la figlia e Pietro, sensale di matri- 
moni. 

Al villano del sonetto 135, in isdruccioli, che posa a « gen- 
^''ftui''' ^^^® *' ^^^^ ^ nobile, una caricatura tutta movimento e colore 
(Eccol di qua, che da per lui fantastica), fa degno riscontro 
un altro villano risalito, esperto della buona e poi della cat- 
tiva fortuna (son. 1(S4: Ecco un villan che a l'altrui spese 
vive). 
Vecchi (le- Altre coppie sciagurate ci sfilano dinanzi in questa ricca 
^'''degni'" rassegna satirica: il vecchio deforme che osa pavoneggiarsi 



FRA GLI EMIGFtATI TOSCANI NELl/lTALlA SUPERIORI? 3"9 

in pubblico (son. 138: Nato e non nato, che vai per la piazza) 
e l'altro vecchio, dai tratti più sconciamente realistici, che 
offre lo spettacolo miserando dei propri malanni tisici (son. 187 : aii^gogna 
Comincioìi da l'estate a primarera); il pretensioso umanista 
venuto da Padova a Reggio per lettore (son. 154: Da Padiia 
ne inerte un poniegotto, cioè un grosso sorcio), e lo zotico 
grammatico, pedante e cerretano, clie presume trinciar giudizi 
in materia di poesia (son. 316). 

Non di rado la scena s'allarga e il quadretto assume movi- 
mento con varietii d' atteggiamenti e di colori. Tale il caso vagheggini 
di quei vagheggini nottui'ni, le cui mosse e i cui accidenti notturni 
son raffigurati in un soneUo agile, vivo, gustoso, nonostante 
la chiusa trivialissima (son. ITO: Hai tu veduto questi fotti- 
venti). 

Piene di evidenza e di vita ci vengono innanzi le ligure 
di due malmaritate, che si rifanno ad usura della trista sorte ^'^ "**"'"''^ 
onde furono legate l'una ad un vecchio (son. 197: Dove vuoi 
tu aniar, Francesca? — A messa), l'altra ad un giocatore 
e violento bastonatore (son. 198: Bon dì. Diamante. — Anco 
a te, Margherita), dove alcune battute dialogiche paiono annun- Altre figure 
ziare certa scena della Mandra;/ola. Degne di loro, altre ligure 
femminili: la donzella nata villana e insuperbita, civettante 
con grandi pretensioni matrimoniali (son. 262: Se costei fusse 
ricca com3 noi); la vecchia nobildonna decaduta, che mentre 
s'atteggia a vittima della sorte ingiusta, snocciola i fasti più 
recenti della sua illustre prosapia con una millanteria deliziosa 
(son. 205: Fu, pjr antiquo, mio patre inghelese); e quella g^J,^^°^°* 
indimenticabile madonna Barbara, reggiana, che ostenta la gìana 
sua fastosa irriverente vanità nel recarsi in gran pompa alla 
chiesa, protagonista di due sonetti (sonn. 271: Quando tu 
vai, madonna, a i templi santi, 290; Barbara, il volgo eh' è 
poco discreto), il secondo dei quali è tutto scintillante d'ironia. 
Altrove (son. 199: Anna, che fanno là quelle hrigateì) il 
Pistoia ci fa assistere con viva curiosità alle « cicalate », ai 
taglienti pettegolezzi di due comari in un « campielo », forse ^"® comari 
di Ferrara e alla sua violenta chiosa finale, e ci costringe ad 
ammirare l'arte sua scaltrita e penetrante. Ma il capolavoro 
in questo genere di satira pittoresca del costume contempo- 
raneo è il son. 155, nel quale il Nostro ritrae con una sapiente 
successione di particolari concreti e coloriti la lussuriosa gen- r,a 
tildonna, « l'imbrunata viduetta », matura sì, ma pi'onta a civet- "viduena » 



380 CAPITOLO IV - NEL SECOLO UE..L'UMANES1M0 

tare e tutta belletto e tutta fuoco e tutta chiacchiere, che 
passa come una regina nel suo cocchio tra la folla ammirante, 
per le vie di Ferrara o di Reggio: e dopo la pittura felicis- 
sima, scoppia, con un cambiamento inaspettato di tono, con 
uno scatto improvviso, il commento tinaie, un'iri'uente invet- 
tiva contro questa femmina che disonorava a quel modo una 
si nobil casata come la sua: 

Il viene una imbrunata vidiielta, 
che ha quarantasette anni o manco un poco; 
largo, brigata! orsù, dategli loco, 
tanto che '1 passi via la sua carretta. 

Guardate occhietti come la civetta : 
che regina de scacchi posta al gioco ! 
Lei pare un carboncin mezzo di foco: 
che bel donnellin creato in fretta I 

Che belle carne purpurine e rancie! 
Quando le' aguzza quel bocchino strano, 
fa mille ei'espettine ne le guancie. 

Lei par la fanticella di Vulcano, 
un giardinel dove nascon le ciancie; 
porta per gala un bacchettino in mano. 

Adesso parla piano. 
Or si nasconde, or cenna, or ride, or guarda: 
raostaccin bel da lavargliel di farda! 

Va via, che '1 foco te arda, 
putrida volpe, ancor viva rimasa 
per vituperio de si nobil casa! 

Non SO quale altro rimatore dell'ultimo Quattrocento sarebbe 
stato capace di foggiare un sonetto cosi poco letterario e 
appunto per questo tanto originale, pervaso in ogni suo verso 
d'una vita ed esuberante d'una realtà che, passata attraverso 
la pronta fantasia d'un poeta avvezzo all'osservazione sincera 
e dominato da un alacre senso morale, si sono tradotte in 
un vero organismo, espressione felice, ma per noi tutt' altro 
che inattesa, d'una individualità poetica che è senza dubbio 
fra le più rilevanti di quel tempo. 

10. Abbiamo sin dapprincipio osservato che il patrimonio 

poetico del Pistoia è uno dei più ricchi che si conoscano: ma 

questa non sarebbe una buona ragione per defraudarlo di certe 

parti che assai probabilmente gli spettano. Alludo ai due gruppi 

Lltro^ìi *^^ sonetti — rispettivamente di 23 e 22 — contro Nicolò 

Cosmico Lelio Cosmico e contro Nicolò Ariosto; sonetti la cui paternità 

probabil"- ,. . 

mente dovu- fu discussa dagli studiosi e rimane tuttora in dubbio, ma che 

ti al Pistoia , . ,? ,T. .. . 1,1- 1, 

ad ogni modo in un edizione critica e compiuta delle rime del 



FRA GLI EMIGRATI TOSCANI NKm/iTALIA SUPERIORE 381 

pistoiese dovrebbero e<.-iei'e riproJotti almeno in Appendice, 
tra i versi d'incerta attribuzione. Qui non è possibile ripren- 
dere la discussione, che pur meriterebbe d'essere rifatta: dirò 
soltanto che, specialmente pei sonetti contro il Cosmico, la 
bilancia mi sembra ormai pendere in favore del Cammelli. Il 
quale, è vero, in alcune delle sue rime (sonn. 29, 235, 316) ^ 

1 ' ' ... Argomenti 

mostra d'essere stato in buoni termini d'amicizia col rimator conno rat- 

. . . , -111. j triliuzione al 

padovano; e vero, inoltre, che, vivo, lo lodo come « deg-no Pistoia 
auctore » e. morto (1500), non mancò d'esaltarlo sperticatamente 
in un sonetto indirizzato ad Alfonso Trotti (ed. Cappelli- Fer- 
rari, p. 59), come, del resto, aveva fatto col Bellincioni. dopo 
averlo bistrattato nel modo che sappiamo. E quasi non bastasse, 
nel Dialogo (p. 26, ed. Pèrcopoì, con una finzione così iperbo- 
lica da aver sapore di canzonatura e che, dato il gusto di lui, 
non poteva essere sincera, immaginò di vederlo incoronato 
« furtivamente quasi », nientemeno che da Dante e dal 
Petrarca. 

D'altra parte, due sonetti sicuramente scritti dal Pistoia Ragioni in 
(sonn. 192-3) attestano in questo un vivo risentimento contro quest-^ttri 
il Cosmico e, il secondo sovrattutto, una collera repressa, ma *»"«'o°e 
amara e minacciosa, che si direbbe un prodromo della futura 
tempesta. Erano giunte all'orecchio del Cammelli voci maUgne, 
che attentavano alla sua fama di poeta, ed egli, suscettibilis- 
simo com'era, sospettando complice di queste male arti il 
Cosmico, non gli risparmiò un forte richiamo. Se fosse così, 
la causa della grandinata di fieri sonetti scaricata dal Pistoia 
contro il rimatore padovano, sarebbe analoga a quella per la 
quale s'era mosso in guerra contro il Bellincioni. E questa 
cagione appare abbastanza evidente dal son. XV del gruppo. 
Che quei ventitré sonetti fossero usciti dalla sua penna, vocife- 
ravano già i contemporanei, di che è prova non dubbia l'attri- 
buzione che d'uno di quei sonetti è fatta a lui in due mano- 
scritti, uno magliabechiano e l'altro marciano; d'altro canto, 
che essi manchino nelle due più cospicue raccolte superstiti 
manoscritte delle sue rime, l'ambrosiana e la trivulziana, si 
spiegherebbe con un atto di doverosa deferenza usato dal 
poeta raccoglitore verso la marchesa Isabella d'Este, sua pro- 
tettrice e un tempo discepola grata del defunto umanista e 
rimatore padovano. 

Ma in favore dell'attribuzióne al Pistoia penso che si debba 
iar valere, senza esitazioni e senza scrupoU, un argomento che. 



382 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

Ragioni in tal caso, mi sembra fortissimo, come di quelli che gli storici 
stiiisiic e ^gjjg ^j.j.j Agui-ative adoperano di continuo e profìcuamente — nella 
forma di misurata e oculata indagine e comparazione stili- 
stica — mentre gli storici e i critici della letteratura sembrano 
averne fatto rinuncia, quasi per un curioso e ameno sentimento 
di pudore o di orrore o per un eccesso inesplicabile di rigo- 
rismo critico. Basta confrontare, senza prevenzione, ma aprendo 
bene gli occhi e gli orecchi e l'anima, questi ventitré sonetti, 
— tutti di getto, vivi, agili, coloriti, alcuni stupendamente icastici 
e caustici, come il XII, ricchi di bene appropriate reminiscenze 
dantesche, spesso pittoreschi e a volte efficacemente dramma- 
tici nell'uso del dialogo e dalle frequenti espressioni sconcia- 
mente plebee — con quelli del Pistoia da noi esaminati, basta 
fare questo confronto per accorgersi che fra quelli e questi 
v'è un'evidente aria di famiglia, una tale affinità artistica, 
anche nella struttura, nell'andatura, nella tecnica del sonetto 
satirico caudato, che sarebbe un bel caso, un caso straordi- 
nario, che un rimatore, capace di gareggiare col miglior Pistoia, 
fosse riuscito a conservare l'incognito. 
Meno proba- Miuor grado di probabiUtà sembra avere l'assegnazione al 
blfziòne'ar Cammelli dei 22 — non 23 — sonetti contro Nicolò Ariosto, 
sonetti^ con- sebbeue col gruppo testé considerato offrano certi riscontri, 
tro Nicolò che però potrebbero essere effetto d'imitazione. Infatti certe 

Ariosto '■ '■ 

espressioni rivolte a Ferrara (sonn. XI e XX; « misera patria », 
« mesta patria ») parrebbero accennare ad un ferrarese; e 
d'altra parte abbondano oltre la consueta misura gli idiotismi 
emiliani. Ma questi potrebbero essere artifici e finzioni del- 
l'industre e scaltro rimatore per porsi in volto una maschera 
che lo rendesse men facilmente riconoscibile in materia tanto 
pericolosa; e un artificio potrebbe essere l'accenno, contenuto 
nell'ultimo dei 23 sonetti contro il Cosmico, aW interrotto stile 
d'amore, se è credibile che il pistoiese avesse smesso da lungo 
tempo l'uso delle rime petrarcheggianti. 

Ancora: un qualche peso ha, indubbiamente, il silenzio ser- 
bato da Lodovico Ariosto sul conto del Pistoia, delle cui rime do- 
veva aver conoscenza ed era meglio di qualsiasi altro in grado 
d apprezzare il non comune valore; un silenzio, rotto solo una 
, volta, nella Satira VII, ma per appaiare — , vendetta figliale? — 
il pistoiese a Pietro Aretino, come a degno campione nella 
poesia mordacemente satirica o libellistica. 

11. Comunque, anche prescindendo da queste due serie di 



FRA GM EMIGRATI TOSCANI NELl/lTALIA SUPERIORE 383 

sonetti, traendo una conclusione legittima dalle osservazioni n valore dei 
e dalle analisi fatte,, possiamo affermare che il Cammelli ò 
uno dei più cospicui, perchè dei più vivi e interessanti rima- 
tori dell'ultimo Quattrocento, se non il più cospicuo addirittura. 
A lui, dotato delle più felici disposizioni al verseggiare e, 
fin dai suoi giovani anni, non ignaro dei documenti migliori 
della tradizione poetica volgare, sovrattutto toscana, a lui giovò 
assai il non essere troppo imbevuto e gravato di coltura let- 
teraria, il non essere umanista in un tempo, come il suo, d'uma- 
nesimo imperante e talora imperversante ai danni della pro- 
duzione nuova, l'essersi in tal modo conservata tutta la sua 
libertà di rimatore vivo, disinvolto, popolaresco, dopo pagato 
anch'egli il suo tributo giovanile al cantore di Laura; l'aver 
potuto serbare cosi, fino all'ultimo, tutta quella freschezza e 
limpidità di vena che s'ammirano nella maggior parte dei suoi 
sonetti. Possedeva, in compenso, quella mezzana coltura, cioè 
quella conoscenza dei classici latini e italiani, sovrattutto di 
Dante e del Petrarca, che gli permise d'educare il suo gusto j^ qualità 
senza cadere nell'imitazione. Anzi si può dire che la famiglia- '=^,'"^"j'";i' 

^ . I ~ . stiche della 

rità da lui contratta con l'Alighieri e col poeta di Arezzo gli sua poesia 
SUggeri spunti, mosse, immagini, da lui elaborate in forme 
originali, anche nella parte più propriamente satirica della sua 
produzione. Cosi il suo dantismo, come il suo petrar- 
chismo, non meno della mitologia classica e delle Sacre Scrit- 
ture, le tradizioni e i ricordi cristiani diventarono nel Pistoia 
utili elementi di arte. Ne usci, anche per questo, un rimatore 
più sostanzioso e assai meno superficiale di quanto non si creda 
comunemente. 

A quella originalità e varietà, che abbiamo cercato di porre 
in luce, conferi assai la toscanità nativa, che gli si radicò tal- 
mente in tutto l'esser suo, durante i primi trentacinque anni 
trascorsi in patria, dove fece ritorno più volte, da permettergli 
di resistere agl'influssi del lungo soggiorno da lui fatto in 
sèguito nelle Corti dell'Italia superiore. Ma insieme con questa 
resistenza il Cammelli potè o dovè fare certe concessioni ai 
nuovi ambienti idiomatici in cui venne a trovarsi; onde risultò 
in lui una curiosa mistura, e lessicale e, più di raro, morfolo- 
gica, delle prevalenti forme toscane originarie, con le nuove 
della zona emiliana, e certi effetti di contrasto non privi d'effi- 
' cacia. 

Nella folta schiera dei rimatori contemporanei il Cammelli 



384 CAPITOLO IV - NKL SECOLO DELL'UMANESIMO 

si presenta come un' individualità cosi spiccata, anche quale 
poeta satirico, che le figure di essi ci appaiono, da qualche 
lieve eccezione in fuori, scialbe e presso che trascurabili. 

12. Nella primavera del 1495 — secondo ogni probabilità — 
allorquando correvano le voci più disparate circa i preparativi 
che Carlo Vili faceva d'una spedizione in Italia, capitarono 
nelle mani del Pistoia, a breve distanza l'uno dall'altro, due so- 
netti. L'uno, anonimo, divenuto ben presto popolarissimo nella 
Venezia e nel resto dell'Italia superiore, è quello che incomincia: 
Da Leon vengo e là si fan handi^Hti; l'altro, suggerito in- 
eìi Cosmico dubbiamente da questo, l'autore, il Cosmico, l'aveva indirizzato 
all'amico pistoiese, il cui nome appare nel capoverso: « Pistoia, 
il gallo che stette gran tempo A far quell'ovo. . . 

Ai due sonetti (riprodotti dal Pércopo in Appendice alla sua 
ediz. del Pistoia, pp. 596-9) il Cammelli rispose con quello che 
nell'ediz. Pércopo ha il n° 400: Bi Pranza totvio e là vidi 
in effetto. 

Quest'episodio ho voluto rammentare qui non solo per do- 
cumentare il modo come sorgevano e si diffondevano in fo- 
glietti volanti quelle rime politiche, di sapore più o men sati- 
rico, e come avvenivano gli scambi di esse — interpreti dalla 
pubblica opinione — secondo una consuetudine già viva fin 
dal Dugento, ma anche perchè esso mi offre l'occasione di far 
conoscere due di quei mediocri rimatori che in quest'opera, più 
giornalistica e politica che non propriamente poetica, coopera- 
vano col Cammelli. 

Il primo dei due sonetti, giunto a lui da Venezia senza non.e 

Andrea Mi- ,, . ,, . ., i^ti ■ -^ • ^ ■ ^ ^ , c^ ^ >i 

chieii detto d autore, era del veneziano Andrea Michieli, detto btrazzola 
{\m-lAxAQ) (o Squarzola), le cui rime, in parte semi-dialettali, ebbero una 
grande voga, quasi prodotti di poesia popolaresca, sovrattutto 
nel Veneto, e in modo particolare quelle d'argomenti politici 
e d'attualità, che l'autore lanciava a difesa di Venezia contro 
i suoi nemici, fossero essi i Francesi o i Borgia o il Duca estense, 
oppure i suoi encomiatori e difensori, come il Pistoia. Poscia 
quei versi caddero nell'oblio più profondo fino ai giorni nostri, 
allorché li riesumó felicemente Vittorio Rossi, dando un giusto 
ragguaglio del rimator veneziano e della sua produzione. Ben 
lontano dalla viva efficacia del Pistoia, il Michieli, che fu uno 
scape.strato incorreggibile e un inesausto verseggiatore, ben rap- 
presentò quella corrente d'arte inferiore o popolareggiante, 
spesso satirica e beffarda o bassamente ridanciana, cui gli av- 



FRA I RIMATORI VENETI 385 

venimenti svoltisi negli ultimi decenni del Quattrocento e in 
^nl principio del secolo seguente, porsero copioso alimento. 

Nel dicembre del 1510 Marin Sanudo, i-egistrando nei suoi 
Diarii la morte dello Strazzola, scrisse di lui che faceva « so- 
netti faceti eccellentissimi » e, quasi a chiaj'ir meglio il signi- 
ricato di quel « faceti », quale s'ebbe occasione d'illustrare a 
proposito del Pistoia, soggiunse: « et massime in dir mal d'altri 
era in questo omo de grande inzegno: in reliquis sporco et 
viciosissimo ». Se questi ingenui entusiasmi del benemerito cro- 
nista non sono punto giustificati, è certo ch'egli era in buona 
fede: tanto è vero, che in passato non aveva esitato a inserire 
nei suoi Diarii qualche saggio dei sonetti del Michieli, come 
di preziosi o curiosi documenti storici in versi. Cosi, ad esempio, 
sotto il giugno del 1499 aveva riferito per intero, senza menzio- 
narne l'autore, un Soneto fato in questi tempi contra i frati, 
quali doverla 710 andar in arìnada : quello che com.: Fraioci da 
la schena prosperosa e che fu da noi riprodotto piìi addietro 
(p. ;:508). Quel vivo e pungente sonetto antifratesco e insieme 
politico era uscito dalla facile penna dello Strazzóla, come ne 
erano usciti innumerevoli altri sui più svariati argomenti, in 
tutte le occasioni che gli si erano presentate di dare sfogo ai 
suoi capricci e al suo amore acremente maligno e satiresco- 
Oa fieramente e ingiustarnePite personale perfino contro uomini 
insigni, quali Gentile Bellini e il Carpaccio e Antonio Vinci- 
guerra, ora violento contro gli « zaffi » o sbirri, ora contro 
i facchini bei^gamaschi, più spesso e con maggiore irruenza in 
dispregio e vituperio degli ecclesiastici e di certe monache ci- 
vettanti tutto il giorno dal loro « balconcello ». 

Un gruppo interessante di rime compose per la disf^esa di 
Carlo Vili, ma anche invei contro Cesare Borgia, denunziando 
le sue ribalderie in un sonetto pieno di sincerità e di forza, 
in cui lo proclama « un mostro de natura e de Cain ». 

Ma in generale riesce rimatore sciatto e trascurato, che 
buttava giù i suoi versi come venivano, senza intenzione e senza 
effetto d'arte. 

13. Intenzioni, anzi pretensioni letterarie non mancarono 
invece a quel Niccolò Lelio Cosmico, il padovano del quale ^cosmico"' 
abbiamo già avuto occasione d'intrattenerci. Umanista 5i«' .g^e- 
neris, trascinò la lunga esistenza — era nato circa il 1420 — 
in molte città e corti della penisola, nella sua Padova e a Ve- 
nezia, in Roma, in Firenze, a Mantova e a Ferrara, dove fu 

TiAN. — r,a Sìtira. 25 



380 CAI'ITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

precettore della futura marchesana di Mantova. Copioso sci-it- 
tore<li mediocrissimi versi hitiui e volgari — compresi fra questi 
ultimi alcuni tentativi di metrica barbara — fu un noioso pap- 
pagallo del Petrarca: ma, ciononostante, riuscì anch'egli a scroc- 
care fra i contempoi'anei una fama addii-ittura fantastica, se 
pensiamo che Lelio Manfredi, in un poema-visione, potè sul 
serio esaltarlo come « un novo Anfione, un novo Orfeo ». Vero 
è che non tutti la pensavano come il Manfredi o, come in certi 
momenti di tenerezza, il Pistoia; non la pensava come loro 
quell'ignoto contemporaneo, nel quale si volle vedere da taluno 
lo stesso Cammelli. 

In un sonetto, ispirato al più coraggioso buonsenso, il quale 
comincia: « In rima taccia ognun, che '1 pregio è dato; | Dante e 
Petrarca è quel che ogni altro affrena ». egli, con rude ma 
anche con innegabile sincerità, giudicò il Cosmico rimatore 
« scabroso e duro ». Tuttavia il padovano — che il probabile nome 
prosaico Della Comare sostituì con quello di Lelio, preso da 
un patronimico Di Lello, aggiuntovi il soprannome di Cosmico, 
umanisticamente foggiato per designare le sue al)itiidini di \ìi;x 
errabonda e mondana — nella storia della poesia satirica merita 
un posto fra i precursori immediati del Vinciguei'ra. 

Infatti è probabile che nel suo soggiorno sulle rive del- 
l'Arno egli avesse notizia della tendenza, sempre più diffusa 
tra quei rimatori, a trasformare il ternai-io da gnomico e mo 
l'ale in capitolo schiettamente satirico, destinato a divenii-e la 
forma metrica predominante nella satira; e che da ciò si sen- 
tisse spinto a fare i suoi tentati\'i, poco fortunati, a dir vero. 
finche in tale campo. Nel tentar questo il Cosmico non era spinto 
Bolo da propositi o da gusti letterari, obbediva pure all'indole 
saa htigiosa e all'umore bizzarro e beff"ardo, che, insieme coi 
Costumi libertini, ci sono attestati anche dai noti sonetti lan- 
ciatigli contro probabilmente dal Pistoia. Non per nulla Lilio 
Gregorio Giraldi lo disse « argutus et mordax »; e tale appare 
ahche in una lettera ch'egli scrisse nel '77 ad Alessandro Strozzi, 
da Roma, lettera che documenta la scioltezza della sua lingua 
e l'abitudine che aveva alla considerazione satirica degli uomini 
e dei casi contemporanei. 

Infatti il Cosmico dichiarava all'amico la propria impa- 
zienza di lasciar Roma e di fuggire lontano dalla vita di quei 
« Sardanapali, che gli pareva gravissima cagione di mina ». 
Che se egli era tutt'alti'o che un modello di severi costumi 



FRA I RIMATORI VEiNETI 387 

è anche vero che i poeti satirici sono spesso come il prover- 
Vjiale padre Zappata. 

Inoltre non è senza siornificato il fatto che il rimatore pa- 
dovano figura tra i primi cultori, in ordine di tenìpo. di quella 
poesia maccheronica, nella quale vedremo mescohusi hen presto 
allo scherzo la satira, alla risata sonora lo scherno crudele: un 
precursore, dunque, del grande Folengo. 

14. Frale rime volgari del Cosmico, che sono quasi tutte u temano- 
amorose — canzonette, sonetti, ca[)itoli d'amore — fa eccezione ^cos'^iclf' 
(ma sarà proprio l'unica?) un capitolo ternario, che non essendo 
compreso nelle raccolte a stampa cosmicane, si capisce sia sfug- 
gito anche ai più diligenti illustratoli del rimator padovano. 
Esso si trova in un codice dell'Estense, ma fu dato alle stampe 
in un opuscolo, ormai irreperihile. pubhlicato senza indicazione 
di luogo e d'anno. 

Al lunghissimo componimento conferisce una singolare im- 
portanza storica il titolo di satira che esso ha nel manoscritto 
sincrono e che è più che probabile attesti la volontà da parte 
dell'autore di scrivere non un ca^ìitolo d'intonazione e conte- 
nenza satirico-morale, ma una satira vera e propria. Dopo la 
canzone contro Napoli di Gino da Pistoia e una « canzone mo- 
rale » di Bartolommeo da Colle è questa la [)rima volta che un 
simile titolo occorre apposto esplicitamente ad un componimento 
volgare, quasi consacrazione o battesimo deHnitivo assegnato 
al capitolo ternario morale satireggiante, che viveva da più 
decenni nella nostra tradizione letteraria toscana. Peccato che 
all'importanza storica non corrisponda affatto il valore letterario. 

Del ternario, che conta non meno di 340 versi, la data non 
è possibile fissare con sufficiente approssimazione, né aiTermare 
che sieno anteriori o posteriori a quella rarissima stampa delle 
Moral cancionette del Cosmico, che vide la luce in Venezia 
nel 1478 e nella quale esso non è compreso. 

Si può tuttavia dire che il capitolo, anche se fosse poste- 
riore alle satire del Vinciguerra, è indipendente da esse. 

Con questo ternaiio siamo trasportati nell'ambiente vene- 
ziano; anzi, a scemare l'efficacia di questo tentativo satirico 
concorre l' esaltazione adulatoria con cui il poeta e in due 
sonetti introduttivi e dedicatori e nel capitolo uccella al fa- 
vore del suo nobile mecenate — o sperato protettore — il Ma- 
gnifico Tommaso Mocenigo, personaggio di famiglia dogale, ni- 
pote di doge, e delia sua degna consorte, preconizzato doge 



388 CAPITOLO IV - NEL SECOLO DELL'UMANESIMO 

egli stésso, ch'egli rappresenta come soli rappresentanti super- 
stiti delle virtù antiche. E, a dir vero, quelle lodi non erano 
immeritate. 

11 ternario, più ohe una satira vera e propria, fatta di figu- 
razioni concrete e d'impeti lirici di fantasia e di sentimento, 
è un interminabile e noioso lamento sulla decadenza del mondo, 
tèma tante volte sfruttato dai rimatori nostri anche del sec. XV. 
Si svolge in una continua antitesi fra il primo tempo felice e 
virtuoso, il « secul d'oro », e il presente, « il malvagio e rio 
seculo ». nel quale le virtù sono bandite dagli uomini. L'into- 
nazione è data dalla prima terzina: 

Pur cum l'altre virtù che '1 tempo ha spente 
Caduta è Fede e Verità cum lei 
Porsi a ruina del secul presente. 

E non l'intonazione soltanto; che .si può dire che, letta questa 
prima strofe, sia letto tutto il componimento. Nel quale è fa- 
cile sorprendere subito qualche derivazione giovenalesca, come 
là dove fra le virtù esuli dalla terra il poeta addita la Giustizia, 
sotto le spoglie di Astrea (vv. 235-7), dopo aver deplorato che 
alle virtù originarie sieno ormai subentrate la cieca vanità, 
la vanagloria, la frode e l'invidia e sovrattutto la cupidigia. Ma 
tanta iattura non potrà durare a lungo, che Dio — anzi Giove — 
è impaziente di mandare un soccorritore e questi potrà essere, 
si capisce, il Mocenigo (vv. 307 sgg.)! Curioso però è il notare 
che poco oltre, cioè verso la fine del suo capitolo, il Cosmico 
scioglie un inno alla Fortuna, come all'onnipotente ministra 
delle umane vicende: 

Ma nostra industria è tarda al tempo breve, 
Né altro é che di pregar che sia Fortuna 
Al gusto dolce, al supportar non greve, 

Che sola ella ne imbianca, e sola imbruna. 
Sola riserva in un punto e disperde 
Quanto per mille seculi s'aduna, 

Enfiora e secca ogni speranza verde. 

Come si vede, la logica non era il forte del Cosmico, — e 
la logica, in riguardo alle virtù e alla Fortuna, gliela poteva 
insegnare Giovenale nella chiusa della sua satira v — ; ma nep- 

Artistica" 

mente nullo pure l'arte. Anzi questo ternario conferma, senza possibilità 
d'appello, il severo giudizio che Vittorio Rossi diede di lui, di- 
cendolo uno dei verseggiatori da strapazzo, senza ispirazione e 
senz'arte, che pullularono nel 400: è terribilmente prolisso, e si 



remini- 
scenze 
dantesche 



FRA 1 RIMATORI VENE II ED EMILIANI 389 

ripete in foniiu sciatta, pedestre, spesso scori-etta e arbitraria. 
Tenendosi sempre nelle vacue generalità, esagera tino al grot- 
tesco per amor di falsa i-etorica e ad esemplificare i suoi giu- 
dizi ammannisce le solite filatesse di nomi e di episodi desunti 
dalla storia e dalla mitologia classica con un' ostentazione fa- 
stidiosa. La vita contemporanea sfugge addirittura all'occhio 
del rimatore — quanto diverso dal Pistoia! — eccezione fatta 
d'un accenno alla grave decadenza di Roma (v. 180) e delle 
sbardellate adulazioni all'indirizzo del Mocenigo. A queste ter- 
zine, sciattamente retoriche, manca perfino la salsa d'un po' 
di maldicenza viva o di allusioni personali; ond'esse si ridu- 
cono a poco più d'uno stucchevole vaniloquio, con frequenti 
declamazioni contro il « vulgo », ora inerte od ozioso, ora 
« folle ». 

Sono da notare, infine, nel Cosmico le frequenti e indiscrete indisciete 
reminiscenze dantesche, già dal Rossi rilevate in altre sue 
rime. Indiscrete, dicevo; dacché egli non s'accontenta di de- 
rivare dall'Alighieri frasi, imm.agiui, emistichi, ma gli toglie 
di peso versi interi, pei'lino terzine, che nella sua parafrasi 
diventano a volte quasi grossolane parodie. In certi casi abbiamo 
addirittura un brutto pezzo di centone dantesco, come nella 
terzina seguente: 

Ben è il mondo ormai vedovo et orbo 
D'ogni virtute et è forsi il migliore, 
nhè mal il fico .si convien col sorbo. 
(Cfr. Purgai. XVI. 57 ed Inf. XV. tì.5-6) 

Aveva dunque ragione da vendere il Pistoia — anche in 
ciò tanto diverso da lui — di tartassare il Cosmico per le sue 
goffe velleità di dantista. 

15. Tra i rimatori contemporanei che il Cammelli ricordò 
con lode nei suoi versi (son. G6) e, anche per ragioni politiche, 
maltrattò e minacciò in un gruppo di sette sonetti (sonn. 159-165 
ed. Pére), fu il modenese Panfilo Sasso (veramente Sasso Sassi), sa"so° 
colpevole, agli occhi suoi, d'aver pubblicato un opuscolo con- 
tenente otto sonetti, tradotti pure in altrettanti epigrammi la- 
tini, contro il Moro, fuggiasco in Germania, e ad esaltazion di 
Venezia. Ma anche in altri suoi componimenti poetici il Sasso 
sfogò il suo umore satirico. In componimenti latini, sovrattutto, 
come appare dalla raccolta, edita in Brescia nel 1499, dove, 
fra i quattro libri di epigrammi, abbondano quelli satirici — cosi ed Elegie' 
morali, come politici e personali — contro la Corte e i cor- 



300 CAPITOLO IV - NEL SECOLO I.ELL'uMANESLMO 

tigiani, contro i Francesi, e, in genere, contro gli stranieri in- 
vasori dell'Italia, animato com'era da un ardente spirito d'ita- 
lianità misogallica. Non mancano epigrammi veementi contro 
gl'inetti principi italiani e contro la Roma papale ; ed è note- 
vole vedere com'egli pieghi ai suoi intenti satirici persino la 
forma della elegia, che diventa come un lungo epigramma, 
Tale, la Elegia XIII, che è un'apologia della vita campestre e 
un'invettiva controia vita cittadinesca; tale, la Eleg. XVII 7>i 
Petriun furacem, che ha un carattere personale. Ma tutta questa 
produzione, se attesta nell'umanista modenese una perizia non 
comune nel trattare la lingua e la metrica latina, è in com- 
plesso mediocre, artificiosa e retorica, solo di quando in quando 
illuminata da un bagliore fuggitivo di passione. 

Né vale gran che di ])iìi la sua produzione in volgare. Tut- 
tavia nelle sue rime, che ebbero l'onore immeritato di più ri- 
stampe (mi giovo di quella veneziana che vide la luce nel 1501 
V col titolo di Opera del preclarissimo poeta niesser Pamphilo 
Sasso modenese) e più propriamente nella sezione dei Capìtoli^ 
alcuni dei quali amorosi, altri politici e patriottici, altri di ca- 
rattere epistolare e morale, l'attenzione nostra é attirata da 
uno di essi, il XXXIII, che com. Tu mi conforti ne l'ohscure 
grotte. Leggendo queste pedesti-i terzine vi soi-prendiamo, sin 
Un ternario, da iiriucipio, il tentativo di foggiare nello stampo del ter- 

epistola. in • ,1 -, 1 • ""u/ J' 5 ■ i- 1 • ^ ìì. 

parte satiri- uario 1 opistola Oraziana; che d un epistola si tratta vera- 
ca, e asso j^gj^^g^ iuiUrizzata dal Sasso ad un amico, il quale lo aveva esor- 
tato a lasciar le « oscure grotte », cioè le spelonche o il suo ri- 
fugio campestre (probabilmente quello di Erbeto, fra Verona e 
Mantova) per ridursi in città. Come aveva fatto nella citata ele- 
gia, egli, non pago di tesser le lodi della vita campestre, rispon- 
dendo all'amico, gli porge una pittura quanto mai tetra della 
vita cittadina, specialmente di quella cortigiana, in un'antitesi 
calzante, che talvolta non è priva d'efficacia. Superiore al Co- 
smico nella scioltezza del verso, lo avanza anche in certa at- 
titudine all'osservazione e alla rappresentazione diretta e con- 
creta della vita moderna. Pe