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Full text of "Le due colpe"



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Le due colpe. 



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Piccola coìle-ione « Margheri 



GIUSEPPE DE- ROSSI 



LE DUE COLPE 



Disegni di Gino De Bini. 
Incisioni del prof. E. Ballerini 






ROM A 

Enrico Voghera, Editori 

Via Xazìonaìe, SOI . 



1S97 



L0219» 



à^sijy of^t 



^J 



Proprietà UUeiuria 



^4 Emilio Del Cerro, 
gentile aniiìia tV artista, 
ricordo aiìiichevole di 

Giuseppe Dt' Rossi. 
Febbraio Jel 1S97. 



Le due colpe. 




ino. Prt. 
. Are- 



li Conti 
II delitt 

nula. . . . . . 

L'arresto del Conte 

Romolo Lain-eati . 
Il duplice assassinio 

Deposizione steno- 
grafica fatta al giu- 
dice istruttore . . 

Manoscritto del Con- 
te Romolo Laureati 

Aggiunta al medesimo 

Un processo aristo- 



--<?- 



Dalla cronaca del giornal 
della sera "* del i- mac 




()yESTO pare il titolo di 
un romanzo di Boisgobey o 
del famoso visconte Ponson 
Da Terrail, eppure non è che 
l'unico titolo veramente a- 
datto a compendiare il tri- 
stissimo delitto — delitto 
anormale, sìa per le circo- 
stanze in cui esso è avve- 



per le p' 



ersone che 



20 IL CONTE ASSASSINO 

vi si tro\'ano implicate — 
consumato nel pomeriggio di 
oggi in uno dei quartieri più 
popolati della nostra città, 
delitto che ha commosso e 
intensamente rattristato tutta 
qiianta la nostra cittadinanza. 
Raccontiamo minutamen- 
te il fatto, incominciando 
dalla descrizione dell' ani- 
In una casi di via Are- 
nula, di cui ora non serve 
dare il numero, non molto 
distante dal ponte Garibaldi, 
abita una tal Palmira Gi- 
relli, la quale ha risoluto al- 
legramente il problema di 
campar comodamente la vita 
sua, affittando le camere del 
suo appartamento a un tanto 



IL CONTE ASSASSINO 21 

il giorno — e non poco dav- 
vero ! — e qualche volta an- 
che a un tanto l'ora. E non 
e a dire che alla signora 
Palmira vadano male gli af- 
fari o che le manchi la buona 
clientela, se si deve giudicare 
dal lusso e dalla ricchezza — 
forse, a dir la verità, un poco 
troppo pesante e di un buon 
tnl^tl) 111)11 molto fine — con 
CUI alcune di quelle camerJ, 
che chi scrive queste righe 
ha avuto agio di esaminare, 
sono state arredate. Tenie 
di velluto alle porte, coperte 
di seta sui letti, seggioline 
dorate per tutti li angoli, 
tavolinetti intagliati di fine 
lavoro in una profusione da 
rivenditore di mobili usati. 



21 IL CONTE ASSASSINO 

pL'S.iiiti tende di merletto alle 
finestre, tappeti morbidi sui 
pavimenti: tutto in quella 
casa è combinato iu modo 
da mostrare all'occhio del- 
l'osservatore la ricchezza ed 
il lusso più che l'agiatezza 
vera della famiglia borghese. 
La padrona di casa, dal 
suo canto, è assai conosciuta 
da tutti i « viveurs » di Roma; 
e le sue relazioni salgono 
fino ai più alti gradini della 
scala sociale, nonostante che 
essa sia una donna tutt'altro 
che giovine e, diciamolo pure, 
tutt'altro che simpatica. La 
signora Palmira Girelli ha 
li occhi dell'uccello di r.x- 
pina, le guancie grinzose e flo- 
scie, una peluria cenerognola 



p.ii-1.1 riscaldandosi alquanto, 
che pare il suono mandato 
da colpi ripetutamente bat- 
tuti sul coperchio d'una pen- 

Air apparenza essa mo- 
stra di avere una cinquan- 
tina d'anni, ma forse la sua 
t'ede di nascita ne registra 
ancora qualcuno di più. 

Come poi sia andato 
che oggi Amanda di Valberta, 
la ben conosciuta amica del 

notissimo ce sportman •> si sia 
trovata in un costuma molto 
intimo, dentro a una delle 
camere aell'appartamento del- 
la signora Girelli; come sia 



24 IL COXTE ASSASSINO 

anJato che in sua compagnia 
si trovasse anche il « clown » 
Rohody — quello delle o- 
che e dei gatti ammaestrati 
della compagnia Scwhohs e 
Amari, la quale ora ha le 
sue tende al Circo Reale ai 
Prati di Castello; — come 
infine sia andato che il conte 
Romolo Laureati sia riuscito 
a penetrare, non visto da 
nessuno, nell' appartamento 
della detta signora Girelli e 
abbia cosi potuto sorpren- 
dere la sua amante insieme al 
« clown »; tutto ciò a noi può 



fat 



apporre e- 



dalla supposizione ci può es- 
sere dato di dedurre "la spie- 
mente avvenuto , ma non 



ASSASSINO 25 



certo ci è concesso di asserire 
alcun che con la sicurej;za 
della più scrupolosa verità. 

Un psicologo ha detto che 
a questo mondo ci sono due 
specie di verità: verità asso^ 
Iute e verità relative. La 
nostra, in questo caso, non 
può essere che una verità pu- 
ramente relativa: la verità as- 
soluta, la verità vera, indiscu- 
tibile, non potrà risultare che 
dalle indagini della Questura 
o dalla confessione del colpe- 
vole, se pure sarà arrestato, 

11 fatto intanto' è tutto 
qui; il « clown » Robody e A- 
manda di Valberta sono stati 
barbaramente assassinati, ed 
il conte Romolo Laureati — 
che la sigrnora Palmira Gi- 



rclli lu\ designato come l'as- 
sassino — è scomparso. 

duest'oggi stesso, poco 
dopo il delitto, noi ci siamo 
fatti un dovere di recarci 
dalla signora Palmira Girelli 
per interrogarla personal- 
mente. E la sora Palmira — 
come la chiamano le sue co- 
noscenze — che pareva, e 
doveva essere realmente , 
molto conturbata dal triste 
caso capitato proprio nella 
sua abitazione — con quella 
voce sgolata che abbiamo 
detto, e con li occhi abbon- 
dantemente pieni di lagrime, 
che ogni tanto si andava ra- 
sciugando con un gran faz- 
zoletto di colore oscuro, ci 
ha raccontato minutamente e 













■^^ 



IL CONTE ASSASSINO 29 

dettiigliataraeiite tutto quello 
che era a sua conoscenza; e 
noi ora, avendo presso clic 
stenografato l'intero discorso 
della' sora Palmira, cerche- 
remo di riassumere di tutto 
il nostro meglio il racconto 
dell'unico «testimone in par- 
tihus » della tristissima scena. 
Erano trascorsi . più di 
quindici giorni da quando la 
signóra Girelli aveva affittato 
una camera del suo apparta- 
mento ad ■ Amanda di Val- 

— Io avevo capito fin 
da principio — ci ha detto 
la donna cominciando il suo 
racconto — che quei due si 



l'olevano un bene di 
.liso ! Era tanto bella , 



30 IL CONTE ASSASSINO 

buona quella povera ragazza! 
rideva sempre, cantava sem- 
pre, scherzava sempre... Ed 
ora ! Non ci posso proprio 
pensare, che mi pare di di- 
ventar matta addirittura ! E il 
signor Robody?.. un giovi- 
notto d'una bontà unica più 
che rara: e poi, bello di viso, 
alto di persona, ben forma- 
to... con due spalle larghe 
così... Però doveva essere un 
poco corto a quattrini, al- 
meno questa era l'idea che, 
per certi suoi discorsi, io mi 
ero fitta nella mente: e io 
credo che la povera Amanda 
l'aiutasse assai, assai... Ca- 
pirete bene: un pagliaccio 
dei giuochi di cavallo quanto 
mai volete che prenda al 



CONTE ASSASSINO 



<;ioriio?.. Poveraccio! Ma se 
non aveva quattrini, cuore 
però ce n'aveva, sapete":'.. 

ciucila povera ragazza!.. Si 
trovavano insieme quasi tutti 
i giorni e sempre alla stessa 
ora, sempre nel pomeriggio, 

no insieme iino alle cinque, 
qualche volta anche fino alle 
sei o alle sette... Erano proprio 
fatti runa per l'altro. Che 
barbarie che è stata! Che 
razza d'infamia!... È inutile, 
caro signore, voi mi dovete 
compatire, ma, è inutile, io 
proprio non ci posso pensare. 
Qui una pausa lieve ricol- 
mata da mi sospiro lungo e 
profondo : quindi ripresa. 



52 IL CONTE ASSASSINO- 

_ E quel che è peggio 
poi è che io non mi sono 
accorta di nulla: figuratevi 
che non li avevo visti né 
meno entrare: non ce 11 sa- 
pevo né meno in casa ! La 
signora Amanda aveva, Come 
anche tutti li altri miei, in- 
quilini, la chiave della porta 
sulle scale. Io dunque vi 
posso garentire che non so 
a che ora oggi loro siano 
venuti. È stata una vera fa- 
talità, perchè se lo mi fossi 
accorta di qualche cosa,scom-' 
metto che quello che sventu- 
ratamente è successo non 
sarebbe successo. Ma queste 
tanto, adesso, sono chiac- 
chiere inutili : il fatto è che io 
verso le quatt.-o - eran suonate 



IL CONTE ASSASSINL 



p.u-ai-o una limonata, quando... 
pin! pan! pun!... ho inteso tre, 
quattro, cinque colpi,., unatila 
lIì spari che ncni Univano mai, 
e ognuno di essi mi pareva 
più grosso di quello che a- 
vevo inteso prima. 

Altra pausa ed altro so- 
spiro, accompagnato da un 

volte verso il cielo. Quindi 
uo'.-.i ripresa. 

— Dio santo, buono e be- 
nedetto, che razza di paura! 
L.ì per là non sapevo né 
meno che diamine pensare. 
H stato un vero miracolo 
della .Madonna se il bicchiere 



34 IL CONTE ASSASSINO 

non mi è cascato dalle mani. 
Sono rimasta li ferma per un 
momento d'avanti alla chiave 
dell'acqua, che tremavo come 
una foglia... Però non mi 
sono affatto perduta di spi- 
rito : mi son fatta coraggio 
alla meglio, senza pensare a 
niente, sono uscita dalla Ci- 
cilia e, proprio quando ero 
sul punto di traversare qui 
la camera d'ingresso, dove 
adesso stiamo noi, ho veduto 
il conte Laureati uscire pre- 
cipitosamente dalla camera 
della povera Amanda e infi- 
lare l'uscio della scala in 
fretta e in furia, sbattersi 
dietro le spalle sonoramente 
la porta... e chi s'è visto s'è 
visto!.. 



li. CONTE ASSASSINO j) 

Qui credetti opportuno di 
interrompere la sera Palmira, 
la quale, fino a quel punto, 
aveva fatto il suo racconto 
quasi tutto d'un fiato, per 
domandarle se ella conosceva 
bene e da molto tempo il 
conte Romolo Laureati. 

— II conte Romoletto?.. 
— ha esclamato la brava 
donna, con ima volata di 
straordinario entusiasmo — 
Lo domandate a me?., niente 
di meno che io conosco il 
conte Romolo Laureati fin 
da prima che sposasse la 
marchesina Della Ventura!.. 
E mi domandate se conosco 
Romoletto !.. Basta, adesso 
non m'interrompete e fatemi 
seguitare, se no ci facciamo 



36 IL CONTE ASSASSINO 

notte con questi discorsi... 
YcJuto dunque il conte an- 
dare via in quella maniera 
cosi precipitosa, dopo aver 
inteso tutti quelli spari, io 
mi sentivo il cervello più clic 
mal confuso... Ho pensato 
subito a qualche brutto fatto, 
perchè sapevo il legame del 
conte con la povera Amanda: 
ma chi mai si sarebbe po- 
tuto immaginare che fosse- 
successo quello che realmente 
era successo ?.. Basta : io non 
mi perdo d'animo, vedo a- 
perta la porta della camera 
J'.\manda e, quantunque tre- 
massi come una foglia, mi 
dirigo hi chiamando la po- 
vera ragazza ad alta voce : 
nessuna rispost.i . Chiariio 



IL CONTE ASSASSINO 57 

forte allora il signor Robody, 
ma pure questa volta non 
mi risponde nessuno. Alzo 
allora a due mani la tenda, 
quella tenda pesante di vel- 
luto che sta sul vano della 
porta, e... Che spettacolo or- 
ribile, Dio mio santo! Vi 
assicuro, caro signore, che 
se io non sono morta dì un 
colpo alla vista di tutto 
quel sangue, credetelo, è sta- 
to un vero miracolo di Dio!.. 
Amanda, poverina, mezza nu- 
da, quasi tutta scoper.a, stava 
buttata attraverso al letto, 
con due gran buchi qui, pro- 
prio qui in mezzo al petto ; 
ed era tutta orrendamente 
macchiata di sangue, sulla 
faccia, sul seno, giù per la 

S 



vita e .tante altre macchie di 
sangue si vedevano anche 
qua e là sulle lenzuola. Il 
signor Robody, spog'.iato pu- 
re lui, stava gettato boccone 
in mezzo alla camera, con le 
gambe iperte, le braccia spa- 
lancate e una gran ferita 
tutta sanguinolènta qui su 
• alla testa, al principio dei 
capelli... E io che cosa avevo 
da fare in mezzo a tutto 
■quel sangue?.. Ch: mi ha 
dato la voce da strillare ? Chi 
è che mi ha spinto a chia- 
mare aiuto?.. Chi ne sa nulla 
adesso ? Io so una sola cosa, 
ed è che io allora non capivo 
proprio più niente, alla let- 
tera; e ho veduto venire i 
carabinieri e le guardie e il 



IL CONTE ASSASSINO 3.9 

c.ivalici- Gaglicr, che era tan- 
to amico del mio povero 
marito, e appresso a loro 
una quantità di altra gente, 
e ho inteso' farmi da tutti 
una quantità di domande 
alle quali adesso non ricordo 
che cosa diamine ho rispo- 
sto .. Infine, caro signore, 
che cosa volete che vi dica?.. 
Mi pare che ci sia ben poco 
da starci a ragionar su : chi 
lo sa come sono, andate le 
cose ?.. Il fatto certo è che 
il conte Romolo Laureati — 
e l'ho visto -scappare proprio 
io con questi occhi qua — 
ha ammazzato per gelosia 
quella bella figliuola dell' A- 
mahda e quel .povero disgra- 
ziato di Robody che, per 



40 IL CONTE ASSASSINO 

quanto io sappia, non ha mai 
torto un capello a nessuno... 
e poi ha preso il volo. 

Su quest'ultime parole 
dcU.-i sora Palmira, urgendo 
il tempo, noi abbiamo cre- 
duto di rompere la nostra 
conversazione ed abbiamo 
abbandonato il luogo del 
delitto. 

Ora aggiungiamo qualche 
altra notizia. 

Il conte Romolo Laureati 
nativo di Ancona, molto co- 
nosciuto nel mondo dello 
sport romano, per i suoi bel- 
lissimi cavalli da corsa e il 
suo elegante « attelage, » non 
ha ancora compiuto i qua- 
rant'anni. 

Nel iS" sposò la mar- 



IL COKTE ASSASSINO 4I 

chesina Lavinia Della Ventura 
— la seconda figlia del se- 
natore Guadalberto Della 
Ventura — dalla quale dopo 



si divise, non 



pav 



tando punto i pettegolezzi 
infiniti dello scandaloso pro- 
cesso che egli stesso volle 
provocare. 

Il conte Romolo Laureati, 
al dire degli stessi suoi a- 
mici, non era un uomo troppo 
socievole ed era di carattere 
alquanto scontroso. La sua 
relazione con Amanda di 
Valherta — la bionda don- 
lanciato nel gran mondo, 
andandola a prendere di tra 
le baracche funambulesche di 
un circo equestre, — pare che 



42 . IL CONTE ASSASSINO 

risalisse a circa tre anni :.i. 
Il buon accordo fra i due 
sembrava assolutamente per- 
fetto. 

• È indubitatamente asso- 
dato che il movente del de- 
litto sia stato la gelosia. Di 
tutto ciò però che ha pre- 
ceduto lo scoprimento dell'as- 
sassinio, all'infuori.di quanto 
si può dedurre dulia deposi- 
zione della signora Palmira 
Girelli, deposizione che i no- 
stri lettori hanno potuto ve-, 
dere qui sopra riprodotta, 
nulla si sa -di positivo. E i 
'comenti.che si f^nno per la 
città sono addirittura in- 
finiti. 

Il conte Romolo Laureati, 
fino al momento in cui seri- 



IL CONTE ASSASSIMO 45 

viamo, non e stato ancora 
scoperto. La sua abitazione 
in via Condotti è sorvegliata 
dalle guardie, La polizia lia 
messo in moto tutti i suoi 
segugi per rintracciare il col- 
pevole. 



^fi 



Dalla cronaca di Roma del 
giornale del mattino "• 
Jel 19 maggio iS" 




// delillo iU 



/\ proposito dell' orribile 
assassinio avvenuto nel po- 
meriggio del giorno 17 cor- 
rente in una casa di via A- 
renula, e del quale nella cro- 
naca di ieri ci siamo larghis- 
simamehte occupati, ora non 
avremmo altro da aggiungere 
se non che il conte Romolo 
LTureati, nonostante le in- 



IL DELITTO 



dagini più diligenti e le più 
attive ricerche della nostra 
Questura, non è stato ancora 



Ma abbiamo ricevuto una 
lettera dalla signora Palmira 
Girelli, la padrona dell'ap- 
partamento in cui il delitto 
è stato consumato, con la 
quale ella desidera di rettifi- 
care qualche inesattezza del- 
la narrazione data del fatto 
da un nostro confratello della 
sera e noi, per debito di cor- 
tesia e perchè il documento 
è abbastanza originale, ci 
crediamo in dovere di con- 
tentarla, senza aggiungervi 
conienti di sorta. 

Ecco dunque la lettera 
della signora Palmira Girelli. 



Il Pregiatissimo signor 
cronista del giornale"*. 

« Lettrice assidua del suo 
dift'usissimo giornale, mi ri- 
volgo alla sua ben nota cor- 
tesia per rettificare parecchie 
inesattezze nelle quali ha in- 
corso, parlando di me e del 
brutto fatto sventuratamente 
avvenuto in mia casa, il si- 
gnor cronista del giornale*" 
il quale avrebbe potuto anche 
risparmiarsi certi qualificativi 
a proposito del mio fisico, che 
non avevano nulla a vedere 
col rimanente della faccenda. 

(I Le rettifiche, egregio si- 
gnor cronista, che io intendo 
di fare all'erroneo resoconto 
del giornale "' di ieri 17, 
sono le se fluenti : 



50 IL DELITTO 

« Kon è vero die io vìva 
allegramente la vita facendo 
l'aftitlacaraere. Io sono rica- 
matrice in oro, come sono 
stata sempre e come possono 
farne fede il signor Ciociari 
a San Lorenzo in Lucina, e. 
il signor ■ Galli del « Telaio 
d'oro » al Corso, e tutta la 
mia numerosa clientela, nella 
quale si annoverano i mi- 
gliori nomi della nostra ari- 
stocrazia. Sa io mi sono ri- 
dotta ad affittare le camere 
superflue del mio apparta- 
mento non è. perchè io voglia 
vivere allegramente la vita, 
che non ne avrei né il tempo 
né la fantasia: ma solo per 
tirare avanti alla meglio, poi- 
ché, in questi tempi di crisi 



.universale, i lavori sono po- 
chi e quei pochi sono anche 
male' retribuiti. E aJ infor- 
marsi di ciò si può fare molto 
presto 

« Secondo. Non è vero 
affatto che io vada affittando 
le camere del mio apparta- 
mento a un tanto il giorno 
e a un tanto l'ora, come ha 
dejto il signor cronista del 
giornale ■"*' il quale, prima di 
scrivere certe cose, avreb.be 
dovuto informarsi meglio da 
chi mi conosce intimamente. 
Egli si sbaglia della grossa 

lini vivi, vegeti e robusti e 
ci sono tutte quante le mie 
conoscenze per provargli il 
contrario. E due. 



« Non è vero che in casa 
mìa ci sia tutto questo lusso 
pesante che il signor cronista 
del giornale '** si è sognato, 
per far bella la sua descri- 
zione. Q.uelle cose le lasci ai 
romanzieri che inventano i 
fatti, non le adoperi lui che 
dovrebbe dir sempre la sola 
verità. La mia è semplice- 
mente una casa comoda e 
pulita, arredata con quello 
stesso mobilio lasciatomi dal 
mio povero marito Alessan- 
dro Girelli, usciere, capo alla 
Direzione delle carceri, che 
mori tre anni or sono e che, 
per il posto da lui occupato, 
fu in rapporti intimi coU'o- 
norevole Nicotera, coll'ono- 
revole Giolitti, col.' onore- 
vole Crispi e con tanti altri. 



,IA AR£NLLA 





Xonò vero, infine, elle, io 


ab 


:ia fatto tutto qiiel discorso 


cosi lungo e scucito clic il si- 


gnor cronista del giornale '" 


m 


mette in bocca. Egli mi 


fa 


-èva delle domande, io 


g' 


rispondevo con poche p.i- 


ro 


e che Ini. mentre parlavo. 


ai 


Java scrivendo .sopra certi 


fo 


.;liolini di carta: e niente 


P' 


i. Del resto, lo capirà fa- 


ci 


mente anche lei, egregio 


si^ 


nior cronista, con quella 


razza di disgrazia che era 


ve 


nata a cascare in casa 


m 


a, dovevo aver proprio 


fa 


itasia di stare a fare tutte 



quelle chiacchiere sconclusio- 
nate assieme col primo che 
mi era capitato d'avanti ! 
Ci Ed ora, pregiatissimo 



54 IL DELITTO DI VIA ARENALA 

signor cronista, le domando 
scusa del disturbo, e ringra- 
ziandola sentitamente della 
pubblicazione che ella farà 
di questa mia sulle colonne 
del suo accreditato giornale, 
passo all'onore di dirmi, con 
sensi di vera stima 

sua dev.ma 
Palmira Girelli. 

Da casa, iS maggio iS" » 



D.ill.1 cronaca 
della sera ' 
gio iS" 




L\irreilo 
.Ul cr„:c Romolo U 



Q 



-•tsT.\ mattina il i 

e Romolo Laurc..ti..u 
;c ru-crcato a.ill.i no 
f.;r,. com^ autore del 
Ilio di via Arenula, 
tuito spontaiieamont 
aratore del Re. Dopi 



L ARRLSTO 



cesi, sia stata dettagliatis- 
sima, fatta al giudice d'istru- 
zione cavalier Giacomo Ta- 
sca, il conte Laureati è stato 
accompagnato al carcere di 
Regina Coeli. 



"'& 



^ 4. 
Dalla cronaca di Roma d. 

del 2 1 maggio iS". 




// Jm/.! 



remila , — L'arralo del 
conte Romolo Laureali. . ' 



O'AMo giunti all' epilogd. 
ed ora non manca che il voto 
dei giurati alla Corte d.'As- 
sise per mettere l'ultima con- 
clusione al tciribile dramma 
d'amore svoltosi nel pome- 
riggio del giorno 17 corrente, 
in una camera mobiliata di 
un casamento di via Arenula, 



L'epilogo SI e avuto ieri 
m.mina con la spontanea co- 
stituzione del colpevole. 

Verso le ore u il conte 
Romolo Laureati, accompa- 
(Tuato dall'avvocato Felice 



Tosi, si preseli 



lU'ufficio 



del Procuratore del Re ca- 
valier Carlo Travagfia, chie- 
dendo alla guardia che era 

farlo passare con la massima 
sollecitudine, avendo un af- 
fare grave ed urgente da 
comunicare al signor Procu- 
ratore del Re. 

Dopo un buon quarto di 
aspettativa dentro al corri- 
doio che precede il gabinetto 
del regio funzionario, final- 
mente i due visitatori furono 



DI VIA ARENLLA 05 

fatti entrare. E non appena 
l'avvocato Tosi mostrò Ji 
voler presentare al . magi- 
strato il suo compagno, que- 
sti con la voce ferma e la 
hsiO]ioniia che non tradiva il 
più piccolo e lieve sentimento 
dell'anima sua, fece la se- 
guente dichiarazione: 

— Io sono il conte Ro- 
molo Laureati, colui che è 
accusato d'aver ucciso A- 
manda di Valberta ed il suo 

taire nelle mani della uiustizia. 

Il l'rocir.uore, ì]n dalle 

IM-ime parole dette dal Conte, 



poi rivolse parecchie do- 
mande al conte Laureati, il 



64 IL DLI'LICE ASSASSINIO 

quale rispose concisamente 
•ma con molta chiarezza a 
tutte le questioni che P c- 
gregio funzionario credette 
rivolgergli. Il colloquio però 
non darò più di venti mi- 
Subito dopo, il conte Ro- 
molo Livureati fu accompa- 
gnato nel gabinetto' del giu- 
dice d' istruzione cavalicr 
Giacomo Tasca al quale, con 
una infinità di dettagli, l'ac- 
cusatofece una precisa espo- 
sizione di quanto aveva con- 
corso e per conseguenza a- 
veva delimitato la tragica 
soluzione di quel dramma di 
amore, di cui fatalmente egli 
è stato chiamato ad essere 
il triste protagonista. 



DI VIA AREXUL.V 5 

Il conte Romolo Laureati 
rimase nella camera del giu- 
dice istruttore per circa tre 
ore. 

Raccolta la sua deposi- 
zione, il conte Romolo Lau- 
reati sempre seguito dall'av- 
vocato Felice Tosi fj fatto 
salire iu una vettura chiusa 
ed accompagnato alle car-_ 
ceri giudiziarie, dove dovrà 
rimanere in attesa del prò- 



^^^ 



dazione stenografica della 
deposizione fatta dal conte 
Romolo Laureati al giu- 
dice istruttore cav. Gia- 
como Tasca. 




mi affolli con le domando 
burocratiche: è l'unico modo, 
a mia maniera di vedere, di 
non arrivare a saper nulla 
mai di preciso. Ed io in que- 
sto caso che mi riguarda 
voglio che tutto sia precisato 
scrupolosamente fino al più 
piccolo e magari anche fino 
a quello che paò sembrare 
il più inconcludente dei par- 



70 DEPOSIZIONE 

ticolari. Lei, cavaliere, è 
stato nel novero delle mie 
care conoscenze, è stato dei 
miei amici... >«on oso ora 
né meno pensare che possa 
esserlo ancora, dopo quello 
che è avvenuto; che possa 
esserlo adesso... Ma... io la 
prego' appunto in nome di 
quel sentimento d'amicizia 
che .pel passato l'ha attaccato 
alla mia persona, mi lasci 
parlare liberamente e le as- 
sicuro che ella, cavaliere, 
non solo non ci perderà nulla 
ma ci guadagnerà assai assai... 
Comincio col dichiararle anzi 
che la mia sarà una confes- 
sione completa^ una confes- 
sione generale... La fortuna 
che non mi ha mai abban- 



■.'OGRAUCA 



donato in tante altre circo- 
stanze, anche burrascose, del- 
la vita, non mi ha voluto 
abbandonare né meno ades- 
so che pure per me è tutto 

far trovare di fronte a lei... 
Ed ella mi deve lasciar dire 
tutto a mio modo. 

Glielo chiedo appunto co- 
me favore, perché sento il 
■ bisogno qui dentro, di sfo- 

di scaricarmi di tutto quello 
che mi sta pesando grave- 
mente qui dentro. . Del re- 
sto, ella lo comprende, la 
mia confessione si potreb- 
be alla fin fine restringe- 

che p.irole che ho dette già 



■J2 DEPOSIZIONE 

al signor Procuratore del Re: 
— Eccomi qua : voi cercate 
colui che ha commesso, come 
ho visto che dicono le gaz- 
zette, il duplice assassinio di 
via Arenula : ed eccomi qua : 
io vengo a voi; io sono ap- 
punto il colpevole che voi 
cercate... — E basta. Ma al- 
lora perchè costringermi a 
ripetere quello che ho gii 
detto?.. Non è stata la mia 
forse già una confessione 
completa?.. Che cosa avrei 
ora da aggiungere io?.. 

Eppure, ecco che il solo 
trovarmi in questo momento 
alla sua presenza dimostra 
che la semplice confessione 
del fatto non basta. Ella a- 
vrebbe dovuto firmi una 



STENOliRAFICA 75 

kniga lih.i di domande ma- 
gari inutili, ma che sono vo- 
lute dalla consuetudine legale, 
ed io sarei stato obbligato 
a rispondere a tutte, comin- 
ciando da quella ridicolissima 
che rigviarda l'identificazione 
della persona e terminando 
con quella che una ben giusti- 
ficata curiosità le avrebbe 
fatto salire alle labbra sulla 
causa della mia ritardata co- 
stituzione... Non è vero ?.. 
E invece ella, cavaliere, ha 
voluto aggiungere un' altra 
cortesia alle molte gentilezze 
già usatemi durante la no- 
stra lunga corrispondenza di 
amicizia e mi ha voluto far 
grazia di quel banale in- 
terrogatorio urtante ed av- 



-J^ DEPOSIZIONE 

vilcnte, che pure forma la 
base prima dell'Istruttoria di 
qualsiasi processo penale... 
Ella, cavaliere, ha fatto 
questo a patto, naturalmente, 
che io raccontassi tutto e 
che io dicessi l'intera verit.i. 
Che io dica la 'verità è 
oramai fuori lii discussione ■ 
dal momento che ho comln - 
ciato col dichiararmi colpe- 
vole e solo responsabile del 
delitto commesso: che io poi 
racconti tutto scrupolosa- 
mente dall' a fino alla zeta, 
lo proverà, cavaliere, il rac- 
conto che io sono sul punto 
di fare. 

Prima però mi'preme an- 
che di spiegare come è che 
io abbia tardato a costi- 



STENOGRAFICA 75 

tuirmt nelle mani della giu- 
stizia. 

Perchè mi sono nascosto? 
perchè ho cercato di sfuggire 
a quella giustizia che pure 
aveva messo in movimento 
tutte quante le forze di cui 
dispone per farmi cascar nelle 
sue mani? Ho sperato forse 
con l'astuzia di . sfuggire al 
rigore della legge e d'andar- 
mene sotto altro cielo a ri- 
tarmi bianca 1' anima cosi 
scuramente macchiata dal 
doppio delitto commesso?.. 

.\nche- lei, cavaliere, si 
sarà rivolte queste domande- 
e, leggendo della mia scom- 
parsa sopra alle gazzette 
quotidiane, avrà accolto nel 
suo cuore questo dubbio... 



76 DEI'OSIZIONE 

Oh ! permetta, cavaliere, per- 
metta: non faccia atti di di- 
niego e, per carità, non mi 
interrompa... In questo mo- 
mento io sento d'avere tutta 
!a mia coscienza sulle labbra.. 
Mi lasci dire liberamente : 
ella poi, a suo tempo, far.i 
l'epurazione di tutto ciò che 
nella mia confessione — o 
deposizione, come dicono lo- 
ro, gente di tribunale — le 
sembrerà poco concludente 
o inutile addirittura. 

Anche lei dunque, cava- 
liere, riandando alla mia fur- 
besca disparizionc avrà pen- 
sato — e la cosa è molto 
naturale, data la comune in- 
dole del cuore umano — che 
io avessi voluto sottrarmi al 
rigore della giustizia. 



STENOGRAFICA ~- 

F.iKo ' strafalso! fallis- 
se io avessi voluto avrei 
potuto: e invece sono qui 
d'avanti a lei a confessare 
apertamente il mio delitto. 
<ìuando io salii le scale di 
quella casa maledetta, quan- 
do io passai la soglia di 
quella porta, quando, io fui 
là dentro... lino aU"ultimo 
momento fatale... prima che 
io colpirsi... non Sapevo, non 
pensavo, non supponevo né 
meno che io avrei- colpito... 
Lo scatto del pensiero che 
mi spinse ai uicidere fa 
istantaneo, rapido come il 
balenio della folgore... Ed 
ugualmente rapido fu il pen- 
siero che, appena commesso 



■jH DEPOSIZIONE 

il delitto, mi fece vedere 
d' innanzi alli occhi della 
mente tutte le conseguenze 
terribili alle quali quello scat- 
to fatale d'irrefrenata e, con- 
fessiamolo pure, di irrefre- 
nabile gelosia mi aveva vo- 
tato. 

Ebbi paura :non so di cbe, 
ma ebbi paura e fuggii come 
fugge chi sa che la morte 
con la falce alzata gli va 
galoppando dietro alle spalle. 
Tornai a casa a prendere 
alcune carte che adesso ten- 
go qui, addosso a me... e che 
lei, cavaliere, dovrà anche 
avere la pazienza di leggere 
poiché in esse è compendiata 
una gran parte della storia 
della vita mia, che sarà pur 



nccc 


sari 


) sia conosciuta da 


chi 11 


i d 


ovrà giudicare... E 


f^'ggi 


pu 


-e da casa: mi pa- 


rcv.l 


che 


i mattoni mi Im'U- 


classerò s 


otto aLe piante dei 


piedi, 


che 


le pareti delle ca- 


mere 


mi 


si stringessero at- 


torno 


, eh 


e i solari si abbas- 


sasse 


-0 e 


si rialzassero con 


un moto 


vicendevole, rapaio, 


verti^ 


ino 


o, sopra alla mia 


tct.i 


.. M 


se:i;iv>. nelle orec- 


chic 


n, ,- 


111 'i;i cup.. in mezzo 


al qi 


ale, 


ogni tanto, mi pa- 


re va 


di arrivare a percepire 


aelle 


pa 


olo sinistre gridate 
dirizzo da una voce 


rane; 


,da 


una voce piangente, 


con 


un 


tono straziante di 


perso 


na 


uoriboada... Se fossi 


rimas 


to l 


n'ora sola dentro a 



He 



dov 



pur 



s'era passata tanta parte della 
vita mia, io sarei diventato 
pazzo, pazzo furioso... E fug- 
gii di casa : corsi tutta quanta 
la ciità : inSlai una porta: 
mi trovai in campagna : tor- 
nai addietro a notte fjnJa, 
quando per le strade sotto 
allo sbadiglio languido della 
luce giallastra del gas non 
più si allungavano '.e ombre 
delle persone. . Konia era de- 
serta : tutta la ci;t;i dormiva 
tranquillamente: nessuno pen- 
sava più, in quel momento, a 
quei due disgraziati che la 
gelosia feroce d'un uomo a- 
veva fatto sbalzare all'im- 
provviso nel mondo di là... 
Ed io seguitavo a i 



inseguito da cani rabbiosi, 
seguitavo a correre di qua 
e di là per le strade oscure, 
per i viottoli deserti, sempre 
con quel ronfio nelle orec- 
chie, sempre con quel suono 
di voce piangente che mi 
perseguitava, mi rintontiva il 
cervello, mi faceva morire 
dal terrore... 

aliando venne il giorno, 
quando il sole novellamente 



luminare le cupole delle chiese 
i tetti delle case, io mi ri- 
trovai fuori della citt.ì, se- 
duto sulla riva del fiume, a 
un punto mcho alto della 
ripa. coperta di erba verde, 
folta e morbida come li lana 



di un tappeto. Il nume scorre- 
va monotono e silenzioso d'a- 
vanti alli occhi miei con le 
sue acque torbidamente gial- 
lastre... E :o eb-ii paura. Di 
che ebbi paura? Non lo so: 
certi sentimenti in certi stati 
patologici dell'animo nostro 
non si sanno, non si possono, 
non s'arrivano mai a spie- 
gare. Io non riuscivo né meno 
a coordinare le mie idee. Per- 
chè stavo li seduto? come 
v'ero arrivato ? Q.uanto tem- 
po era passato? che cosa 
era avvenuto prima ?.. 

Le piccole cause produ- 
cono sempre i grandissimi 
efl'etti. Un pezzo di legno gal- 
leggiante sulle acque gialle del 
fiume fece tornare la mente 



mi.i sulla terra, alla realtà 
vera delle cose, poiché fino a 
quel momento il mio cervello 
— proprio, io credo, come il 
cervello d'un pazzo — se ne 
era andato lontano, lontano, 
lontano.... 

Una sola cosa era rimasta 
per tutto quel tempo fissa 
dentro al mio cervello: la 
ripercussione terribile di quel 
suono di voce piangente, 
quel suono straziante d'un 
moribondo che si lamentava. 

Ho sofferto, cavaliere, ho 
sofferto tanto, tanto, tanto ! 
Vede ? al pensiero delle mie 
soflferenze, e più della causa 
dolorosa delle mie sofferenze, 
ancora le lagrime mi salgono 
alli occhi... Sono un uomo, 



Ella mi deve compatire... Mi 
deve Kisci.ii- sfogare a modci 
mio... VoJe? .^de.^so sono 
tranquillo... ed io le raccon- 
terò tutto, cavaliere, le rac- 
conterò tu'.to come è mio 
dovere, come ho promesso 
di fare, come è la mia vo- 
loiu.'i fe.-ma ed assolata di 
fare... 

Dove sono rimasto?., ali! 
il fiume!.. Dio mio! come 
guardavo quell'ac-iua torbida, 
la paura tornava novamente 
aJ Ricalzarmi : allora io mi 
levai e ricominciai a fti5;gire: 
rifeci tutta la strada che a- 
vcvo gi.i fatta nella notte, e 
a mano a mano che mi al- 
lontanavo dal fiume, il mio 



n \4,- 



cervello si sbolliva e a me 
pareva che anche il cuore si 
andasse, a poco a poco, len- 
tamente tranquillizzando. 

Adesso non mi dilungherò 
nel raccontare minutamente 
tutti quanti i passi della mia 
peregrinazione. Entrai anche 
in una chiesa, una piccola 
chiesa oscura piena di brutte 
immagini e vuota di gente, 
ma non fui capace di for- 
mare nella mente mia né 
■meno una sola parola che 
avesse potuto avere la più 
lontana somiglianza con una 
preghiera. 

Avevo vuoti completa- 
mente il cuore e la mente. 
Poi il medesimo movimento 
impulsivo che, sul primo mo- 



hh DEPOSIZIONE 

monto, appena commesso il 
delitto, mi aveva fatto cor- 
rere a casa... il medesimomo- 
vimeiito impulsivo che nella 
mia quasi inconscienza, pri- 
ma mi aveva spinto a pren- 
dere dai cassetti della mia 
scrivania una carta a prefe- 
renza di un'altra... e elle poi 
mi aveva costretto ad uscire 
e a rientrare nella città, come 
un pazzo vagabondo scappato 
al manicomio e che non sa 
dove deve andare a dar di 
capo... quello stesso movi- 
mento impulsivo della mia 
coscienza mi spinse a rico- 
verarmi nella casa di un a- 
mico mio... quegli che mi ha 
accompagnato fin qua, stanco, 
esausto, avvilito, addirittura 
morente... 



STENOGRAFICA 



E qui egli potrebbe parla- 
re... qui potrebbe p.\rlare il mio 
amico, se ella lo permettesse. 
Che cosa era andato a cer- 
care a casa sua questo suo 
vecchio compagno di studi e 
di baldorie giovanili, che, 
pel momento, la fatalità a- 
veva cambiato nella stoffa 
d"un assassino volgare ? che 
cosa ero andato a cercare 
da lui? d'essere nascosto 
forse alle ricerclie della giu- 
stizia?... d'essere aiutato in 
qualche maniera a fuggire 
per potermi ritrovare a! si- 
curo dalli artigli della po- 
lizia :-... 

Interroghi l'avvocato Tosi, 
cavaliere, lo interroghi subito: 
egli potrà rispondere in mia 



90 DEPOSIZIONE 

vece a queste domande. Io, 
in fondo, non cercavo altro 
che d'essere liberato da quel- 
la ossessione fatale che mi 
perseguitava... E quando in- 
tesi dalla sua bocca istessa... 
Vorrei che qui l'avvocato 
Tosi fosse presente, perchè 
mi potesse riprendere libera- 
mente se mi sentisse dire 
qualche cosa di inesatto... 
Quando io intesi dalla sua 
stessa bocca che la mia per- 
sona era attivamente ricer- 
cata, perchè io dovevo essere 
punito per il delitto commes- 
so; allora provai come un 
senso di dolcissima tranquil- 
lità discendermi nel cuore e 
pervadermi tutte quante le 
liSre.. Quella per me era la 



STENOGRAFICA 



Invocata, era la 
salvezza anelata tanto : ed io 
cominciavo a sentirmi tran- 
quillo,.. Mi pareva di andare 

altro. 

Dopo quanto di triste- 
mente doloroso era avvenuto, 
poteva ciò quasi sembrare 
una cosa -da non credersi... 
ma il tatto vero è che io 
potei anche mangiare... — 
ella lo domanderà aU' av- 
vocato — mangiare anzi 
di buon appetito come l'uo- 

quillo che viva su questa 
terra : non solo ; poi mi ad- 
dormentai: e il mio sonno 
tu quieto, lunghissimo, di ore 
e di ore, non disturbato mai 



i)2 DEPOSIZIONL 

né meno dalla più lieve im- 
magine che avesse un'ombra 
di tristezza o di dolore. 

Durante il sonno la mia 
metamorfosi fu completa . 
Quando mi ridestai,dopo tutte 
quelle ore, non altro deside- 
rio, non altro pensiero mi si 
aggirava dentro al cervello 
se non quello di recarmi dal 
Procuratore del Re per farsi 
che la giustizia potesse com- 
piere in tutto e per tutto la 
strada sua. 

Io giuro che è questa la ve- 
rità più scrupolosa dei fatti. 
Ed ora, cavaliere, dica lei: 
ho io in questo tempo cer- 
cato di nascondermi?.. Ho 
io cercato di sfuggire alla 
lesse ?.. Ella ora sa tutto. 



l ella mi potrà 
giudicare. 
Adesso poi che questo punto 
è appianato, mi faccia segui- 
tare nel mio racconto; o per 
dir meglio, mi faccia comin- 
ciare il racconto di quelli 
avvenimenti della vita mia 
che io credo le possano in- 
teressare ed essere utili allo 
svolgimento dell' istruttoria 
del mio processo, che è stata 
affidata alle sue cure solerti. 
Io sono nato in Ancona 
il 9 luglio del i8": fra tre 
mesi quindi compirò il mio 
quarantesimo anno di età. 
Mia madre, una vera santa, 
se ne volò al cielo quando io 
non avevo ancora raggiunti 
i cinque anni: mio padre, il 



•)J DEPOSIZIONE 

conte Remo Laureati di Lo- 
rasco, mori quando io non 
avevo ancora compiuti i ven- 
t'anni: prima di morire io non 
)o potei né meno rivedere: 
mi trovavo in Oriente, in quel- 
l'epoca, accompagnato da un 
vecchio maggiordomo della 
casa a cui mio padre mi a- 
veva affidato e che mi fa- 
ceva un pò" da segretario e 
un po' da cameriere : mi ar- 
rivò la notizia della malattia 
di mio padre il giorno che 
stavo per salpare da Bom- 
bàv per l'isola di Ceylan: 
cambiai strada e salpai per 
ritalia: quando arrivai in 
patria, il mio povero padre 
già da quattordici giorni era 
stato calato nella toftiba di 



famiglia. EJ io rimasi solo: 
solo nel mondo e solo nella 
casa. Io, elle pure non ero 
stato mai stretto eon mio 
padre da un vincolo di grande 
coniìdenza, a causa forse... 
anzi, proprio per causa della 
sua autocratica severità che 
nell'interno della famiglia lo 
faceva essere d'una fredda 
inflessibilità addirittura terri- 
bile, io intesi profondamente , 

tenza di quella sciagura che 
mi colpiva... Io che, vivente 
mio padre, non solo non a- 
veva rifuggito ma anzi, sem- 
pre, aveva ricercato la soli- 
tudine e la lontananza dalla 
famiglia... dopo la morte del 
mio povero 'padre m'intesi 



96 DEPOSIZIONE 

cosi solo, cosi tristemente 
solo... da far girare tutti 
quanti i miei pensieri, tutti 
da una sola parte, tutti con- 
vergenti a un medesimo fine, 
con una tortura dentro al 
cervello, una tortura di do- 
lorosa monomania... 

Dovettero passare parec- 
chi anni prima che il mio 
animo tornasse alla sua na- 
turale tranquillità e prima 
che tutta quanta la mia vita 
potesse riprendere il suo na- 
turale e normale andamento. 

Nel iS" — veda, cava- 
liere, come io per le date 
conservi una felicissima me- 
moria — nel i8", io conobbi 
la marchesina Lavinia Della 
Ventura: essa era la seconda 



STENOGRAFICA 97 

hi^li.i del marchese senatore 
Guadalberto Della Ventura... 
A quell'epoca io non a- 
vevo una conoscenza molto 
profonda del cuore umano : 
già... si potrebbe anclie do- 
mandare : — c"è a questo 
mondo chi possa dirsi sicuro 
di conoscere profondamente 
il cuore umano?.. — Non 
fa nulla, duando il cuore 
palpita si crede- ciecamente 
a tutto: e a me la marche- 
siua Lavinia, quella fanciulla 
esile, pallida, bionda, diviua- 

quelle stupende creazioni di 
Shakespeare, d' avanti alle 
quali non ci si può non sen- 
tire tutti presi e interamente 
presi nel cuore e nel cer- 



t)8 DEPOSIZIONE 

vello, a me ella apparve come 
l'angelo mandato dal cielo a 
confortare la mia solitudine 
sulla terra. Questo, cavaliere, 
le potrà sembrare lirismo ; 
ma ella deve riflettere a.quan- 
to le ho detto poco fa : che 
io, a quell'epoca, non avevo 
che una ben debole cono- 
scenza de! cuore umano : 
nulla di straordinario quindi 
che io nutrissi nell'anima una 
credenza cieca nella esistenza 
corporea é materiale delli 
angeli. La marchesina Lavi- 
nia era per me uno di questi 

Cosi io l'amai; l'amai co- 
me si ama una volta sola so- 
pra la terra, come si ama la 
prima volta e poi lion più... 

La conseguenza non pò- 



tcva essere che una: dopo 
sei mesi da quel giorno in 
cui noi, con la .voce incerta, 
ci eravamo scambiati la no- 
stra prima parola e in cui le 
nostre mani tremanti si erano 
strette insieme, tenendosi per 

le dita, sei mesi dopo da 
quel giorno noi eravamo 
sposi; ed io vidi il vecchio 
senatore Della Ventua pian- 
gere a lagrime calie di gioii, 
una gioia intensa, per la vi- 
sione .Jjlla grande felicità 
che egli si era fisso nella 
mente sua figlia avesse rag- 
giunta. 

Come tanno ridere... o per 
dir meglio, come dovrebbero 
far piangere certe volte i sn- 



102 6EP0SIZI0NE 

SUO papà... ella se ne ritorno 
donde era partita." 

Qui nel. mio cervello — 
e credo anche nella mia vita 
— c'è una lacuna vasta, un 
baratro, un precipizio pro- 
fondo... In quel tempo non 
so che cosa feci, non so in 
qual maniera vissi : vera- 
mente non so né meno come 
io riuscissi a vivere, dopo 
quel colpo violentemente do- 
loroso che m'era venuto a 
battere proprio qui in mezzo al 
cervello... Io non so nulla di 
quel tempo; e la mia grande 
sventura d'allora si collega 
immediatamente con la se- 
conda, senza nessun distac- 
co, senza un' interruzione di 
sorta... 



J^^ 




■^ 



STENOGRAFICA io; 

Mia moglie mi tradiva, ed 
io mi accorsi Jel ti-adimi;n;o 
quando le cose erano giunte 
a un punto che qualunque 
maniera d'accomodamento sa- 
rebbe stata impossibile; an- 
che di più, da mia parte sa- 
rebbe stata una colpa... 

Ella, cavaliere, non mi 
obblighe.-à certamente a ri- 
cordare le fasi tristissime di 
tutto quel tempo che prece- 
dette e segui il processo che 
io stesso volli p.-ovocare .. 
Io provavo un godimento 
intenso nello scandalo che 
sentivo sollevarsi intorno a 
me... Da molti fui riprovato, 
più che riprovato fui rimpro- 
verato, poi condannato addi- 
rittura... Fui fatto segno a 



I06 DEPOSIZIONE 

tutte sorta di strali da gente 
che, vituperandomi, credeva 
di colpir giusto... Qualcuno 
mi disse die io avevo per- 
duto il sentimento della mo- 
ralità : ma allora, domando, 
che cosa avrei dovuto fare 
io se per me diventava una 
colpa l'essermi rivolto alla 
legge chiedendo una tutela 
contro chi aveva, in una ma- 
niera cosi indecorosa, vitu- 
perato il mio nome, trasci- 
nato nel fango il mio onore.-'., 
che cosa avrei dovuto f.irc 
allora?.. 

Avevo sorpreso mìa mo- 
glie, come Amanda di \ ai- 
berta, fra le braccia del 
suo drudo : forse, come ho 
fatto con questa, avrei do- 



STENOGRAFICA IO" 

vuto fare con quella... io 
avrei dovuto colpire... No, 
no... non creda, cavaliere; 
questa non è affatto la mia 
convinzione: nell'un caso co- 
me nell'altro io non ho agito 
che sotto r impulsività di 
quello spirito che governa 
tutte le nostre azioni e che 
a gran voce reclamava la sod- 
disfazione dell'affronto, la 
vendetta dell'insulto... 

Ed io mi vendicai. 

Cacciai la donna di casa, 
brutalmente, come si caccia 
una donna volgare che si 
sorprende a frugare dentro 
a un cassetto per appropriarsi 
quello che non le appartiene: 
e all'uomo io sputai sulla 
faccia... Poi li trascinai nel 



I08 DEPOSIZIONE 

fango, li feci ravvoltolar nel- 
la melma, volli che intera 
la loro iniquità da tutte 
quante le parti fosse mostrata 
alla luce del sole... d'ael 
fango li deturpava nell'anima 
e nel corpo, ma quel fango 
non saliva fino a me... 

Il mondo, forse, allora 
rise di me : anzi, rise a gola 
aperta, dovette ridere proprio 
cosi, poiché questa e la co- 
stumanza del mondo: però 
d'avanti alla melma con la 
quale io ero riuscito ai in- 
sozzare quille due taccie, 
d'avanti a tutto quel putri- 
d.ume, il mondo, son sicuro, 
torse lo sguardo indignato e 
vohò la te^ta con un atto di 
schifo supremo... 



I 



STENOGRAFICA IO9 

Io cosi ero vendicato; mi 
sentivo vendicato bene, ven- 
dicato completamente. E di- 

Per me allora doveva co- 
minciare una vita nova, il 
terzo periodo della vita mia, 
i cui punt'. di partenza erano 
stati segnati da cosi tristi e 
dolorose sventure : il primo 
periodo dalla morte di mia 
madre, il secondo da quella 
di mio padre, il terzo dall'a- 
dulterio vilissimo della mia 
compagna... Potrei anche dire 
dalla « morte della mia com- 
pagna » poiché ella per me 
non esiste più fra le creature 
di questa terra. 

Allora cercai d'intontirmi. 
Poiché io dovevo e volevo 



dimt;iiticare : ma non sempre 
il cuore, che era stato tanto 
tremendamente ferito, riusci- 
va a non far sentire il dolore 
delle sue piaghe sanguinose: 
e la mia volontà, per quanto 
forte e teiiace, non riusciva 
sempre a tenerne coperto lo 
strazio, a farne silenzioso lo 
spasimo... 

Era in quei momenti di 
lotta che io cercavo d'inton- 
tirmi; e per ottener ciò io 
dovetti ricorrere a tutti quanti 
i grandi mezzi. Tentai la so- 
litudine della campagna, m'in- 
golfai- nella folla della città, 
corsi il mare, ascesi le frion- 
tagne, girai il mondo. ..'ovun- 
que cercando l'ubbriachezza 
dei sensi per non sentire i 



STENOGRAflCA 



colpi fani;bri . 



gran 



stesso 



.il cervello... Per un 
sp.i;!Ìo di tempo non 

.1 credere che la mia m 
fosse addirittura iiigua 
e questo pensiero mi 
che più penoso dell'i 
male. 

Poi conobbi Amanda. E, 
non so come, io mi trovai 
istantaneamente guarito. Un 
miracolo vero : nel mio cer- 
vello, allora, non zampillava- 
no più che pensieri rosei, nel 
mio cuore non si ripercuote- 
vano più che battiti d'amore... 
Debbo però rifare un passo 
indietro. 



no DEPOSIZIONE 

dimenticare: ma non sempre 
il cuore, che era stato tanto 
tremendamente ferito, riusci- 
va a non far sentire il do-.ore 
delle sue piaghe sanguinose: 
e la mia volontà, per quanto 
f irte e tenace, non riusciva 
sempre a tenerne coperto lo 
a farne silenzioso lo 



spasimo... 

Era in quei moraenii di 
lotta che io cercavo d' inton- 
tirmi; e per ottener ciò io 
dovetti ricorrere a tutti quanti 
i grandi mezzi. Tentai la so- 
litudine della campagna, ni' in- 
golfai nella folla della citt.i, 
corsi il mare, ascesi le Mon- 
tagne, girai il mondo. ..ovun- 
que cercando l'ubbriachezza 
dei sensi per non sentire i 



STENOGRAFICA IH 

colpi funebri che, Ogni tanto, 
la memoria a gran martello 
m'anJava rintronando dentro 
al cervello... Per un lungo 
■spazio di tempo non riuscii 
a nulla e fui quasi costretto 
a credere che la mia malattia 
tosse addirittura inguaribile : 
e questo pensiero mi fu an- 
che più penoso dell' istesso 
male. 

Poi conobbi Amanda. E, 
non so come, io mi trovai 
istantaneamente guarito. Un 
miracolo vero : nel mio cer- 
vello, allora, non zampillava- 
no più che pensieri rosei, nel 
mio cuore non si ripercuote- 
vano più che battiti d'amore... 

Debbo però rifare un passo 



Sia paziente, cavaliere: mi 
ascolti pazientemente: ho po- 
che più altre cose da dire: 
siamo arrivati oramai al prin- 
cipio della fine. Del resto, io 
credo, che il conoscere anche 
il primo principio della mia 
relazióne co:i la mia vittima... 
sia per lei un punto di asso- 
luta necessità, un punto di 
capitale importanza per il la- 
voro d' istruttoria, che ella 
dovrà iniziare sulla base della 
mia confessione... 

Amania di Valberta — 
ella si faceva chiamare cosi 
— aveva mia passione vera 
per i casati altisonanti... X- 
manda di Valberta era un'ar- 
tista di circo equestre. Quan- 
do io la conobbi la prima 



I 



volt.1 clLi faceva parte della 
compagnia Xagels, dove ese- 
guiva con una rara abilità 
degli esercizi di « jonglage » 
correndo il circo sul cavallo 
a dorso nudo. 

Ella sa, cavaliere, della 
mia passione per i cavalli... 

venne un'abitudine della mia 
giornata: alli aniTci era più 
tacile venirmi a trovare fra 
la paglia e il fieno delle scu- 
derie Nageli, che alla tratto- 
ria dove ero solito mangiare 
o nella stessa casa mia. An- 
che li artisti del circo, per 
conseguenza di quella mia 
assiduità, erano diventati tutti 
altrettante mie strettiisime co- 
.noscenze, con le quali mi 

14 



ompiacevo assai a trascor- 
;re ore eJ ore, parlando di 
luochi e di esercizi acroba- 
di « tournèes » all'estero 
e di avventure galanti, di ca- 
valli e di belle donnine... E 
naturale : con un certo genere 
di persone si sa sempre dove 
si comincia ma non si sa mai 
dove si può andare a finire... 
Non dubiti, no, non diva- 
gherò affatto. 

Amanda io la conobbi una 
sera: mi spiego meglio: io 
conoscevo Amanda come ave- 
vo conosciutole altre quattro 
o cinque donne della compa- 
gni.!. Amanda però era molto 
bella ed io stesso avevo più 
volte ammirato, esternando 
anche ad a'.ta voce l'impres- 



STKNOGRAFICA 



sione da me provata, il fa- 
scino della sua bellezza... Una 
bellezza veramente georgia- 
na : sapete che le donne della 
Georgia sono le più belle 
donne della terra... Amanda 
era cosi: una bellezza fatale. 
Quella sera... — guardi 
che precisione di ricordi — mi 
ricordo che quella sera A- 

ammaestratrice di due grossi 
alani del Thibet: e mi ricordo 
anche che ella era già tutta 
abbigliata in un elegantissimo 
quanto capriccioso costume 
fra lo spagnuolo e l'unghe- 
rese e, tutta ravvolta in un 
lungo mantello dalle pieghe 
ampissime, andava girando 
con una irrequietezza straor- 



116. DEPOSIZIONE 

Jiiiari.i da tutte quante le 
parti, ovunque irraggiando il 
sorridente fulgore della sua 
bellezza e il fascino del suo 
spirito spensierato. . 

duella sera, dunque, io 
era nella scuderia del Circo, 
assieme con Kagels, il diret- 
tore della compagnia, il quale 
mi mostrava una graziosa ca- 
vallina tirolese che egli aveva 
comperata a Trieste e che 
aveva destinata a non so 
quale ammaestramento spe- 
ciale... Quella bestiola gio- 
vine e intelligente era, nelle 
sue forme eleganti, d'una bel- 
lezza assolutamente perfetta. 
Io ne fui preso, come sono 
stato preso sventuratamente 
durante il lungo percorso del- 



STENOGRAFICA- 



da tanti altr 



pricci più o meno costoni, e, 
là per là, esternai al buon 
Xagels il desiderio intenso 
clie avevo di far l'acquisto 
dcHa cavalla in parola. 

Ella, cavaliere, compren- 
derà facilmente certe arti: il 
direttore, naturalmente, si fa- 
ceva tirar pel naso : la bestia 
era una vera rarità ; e poi era 
stata pagati molto cara; e 
poi già si erano buttati via 
oltre a due mesi p?r iniziare 



.ma quantità di storie, parte 
juone e parte cattive, per te- 
iere più alto che fosse pos- 
sibile il prezzo di vendita e, 
illa line, concludere un buon 
affare. I capricci costano cari: 



Il8 DEPOSIZIONE 

il padrone era il padrone ; e, 
ognuno, come si suol dire, può 
far della sua pasta gnocchi. 

Ciononostante il prezzo fu 
convenuto. Ed io, anzi, pro- 
prio in quel momento, stavo 
fissando un'ora del giorno ap- 
presso, nella quale il proprie- 
tario della cavalla si sarebbe 
potuto recare da me per ri- 
scuotere la sommi stabilita., 
quand'eccoti, inaspettata, la 
bella AmanJa, messa fuori da 
quel lungo pastrano in cui 
fino allora era rimasta rav- 
volta, che piomba là in mezzo 
con una rapidità da folletto. 

Il signor Nagels, assue- 
fatto sicuramente a quelle 
scappate capricciosa, fece una 
alzata di spalle non so se di 



COI picji anoiid.ui n^iui sira- 

QuclUi raga/.a, che pure 
•ivcvo veduto tante volte sen- 
za subirne li minima emo- 
zione, in quel momento, in 

me, tatto apposta per sco- 
prire e mettere in rilievo la 
procacità di certe forme, mi 
produsse dentro al cervello 
un' impressione violenta : e 
nessuna cosa, creda, cava- 
liere, dopo quel momento, ha 
avuto mai la forza e la ca- 
paciià di cancellarmi quell'im- 
pressione dal cervello. 

Ricordo — e l'ho ricor- 
dato sempre — il nostro bre- 



ve colloquio Ji quel 
le poche parole scambiate in 
quel momento fra di noi e 
che dovevano essere il primo 
principio di- questa grande fa- 
talità... 1j ricordo adesso, come 
se per miracolo d'eco si ripe- 
tessero irovamente qua vicino 
a me, proprio qui accanto al 

— Cattivo! — ella disse 
con la faccia birichina atteg- 
inata a un'aria- di. broncio. 

— Perchè cattivo ?.. — io 
le domandai ridendo e cercan- , 
do di prènderle una mano che 
ella si ostinava a riliutarmi. 

— Perché volete levarmi 
la mia piccola compagna?... 

• — Tanto voi le volete 



STENOGRAFICA 121 

— Io le voglio bene più di 
me stessa a Belenfant. 

Ell'i si stringeva addosso 
alla bella bestiola, accarez- 
zandola amorevolmente sulla 
groppa, come in atto di vo- 
lerla mettere sotto alla sua 
protezione. Fu quell'atto ap- 
punto che produsse sull'ani- 
mo mio l'effetto portentoso. 
Io mi avvicinai ad Amanda, 
l'abbracciai passionatamentc, 
senza nessun ritegno, la ba- 
ciai fra i capelli che erano 
come fili tessuti d'oro e le 
susurrai amorosamente nel- 
l'orecchio, con un tono di voce 
che cercai di rendere più dolce 
che mi fosse possibile: 

Amanda... e non dipen- 
de forse da voi di non se- 



pararvi mai più da Belcn- 
fa.u?.. 

— Da me?... — olla mor- 
morò con un filo di voce: più 
un sospiro che un suono. 

— Se voi mi seguiste?... 
Ma io non le detti né 

meno il tempo di rispondere, 
né meno quello di pensare 
alla risposta: la strinsi nova- 
mente fra le mie braccia, la 
baciai violentemente sullelab- 
bra. Ella mi restituì il bacio 
che, in quel momento, in me, 
era stato un vero bacio d'a- 
more: e... il patto fu con- 
chiuso. 

Quella sera Amanda di 
Valberta diede, d'avanti al 
pubblico che gremiva la pla- 
tea del circo Magels, la sua 



STtXOGRAFICA 



125 



ultima rappresentazione; ul- 
tima, proprio quando faceva 
il suo pririio debuuo come 
ammaestratrice di cani! 

E adesso siamo alla tìne. 
Io ho vissuto tre anni con 
Araanda di Valberta: io abi- 
tavo al mio palazzo di via 
Condotti ; per Amanda avevo 
affittato un villino piccolo ma 
molto elegante su al Macao, 
a via ^ arese ; un villino che 
era un vero nido d'amore e 
dove io, da pazzo, ero andato 
a rinchiudere tutti i miei af- 
fetti, tutte le mie speranze, 
tutti quanti i miei desideri... 
il mio tesoro. 

Quando questi miei affetti, 
questi miei desideri, queste 
mie speranze mi sono stati 



124 DEPOSIZIONE 

carpiti, mi sono stati rubati... 
quando io sono riuscito a sor- 
prendere i ladri proprio nel- 
l'atto di rubare i miei tesori... 
eh! allora... allora non bo ve- 
duto più nulla... non ho ca- 
pito più nulla... e ho colpito, 
mi sono vendicato... 

Sono stanco, cavaliere... 
ed ella, credo, dovrà essere 
anche più stanco di me. Ma, 
intanto, non era necessario 
che io le dicessi tutto ciò ?... 
non era necessario, perchè la 
giustizia potesse fare serena- 
mente tutto quanto il suo 
percorso, non era necessario 
che io le raccontassi tutto 
quello che fino ad ora sono 
stato qui a raccontarle?... 

E adesso non ho più altro 
da dire... 



Come dice?... che cosa 
desider.1?... Ah... è vero, ed 
è giusta la sua. domanda: co- 
me ho avuta la certezza del 
tradimento? come sono riu- 
scito a scoprire i colpevoli?... 

Ho fatto tutto da me, se- 
guendo un sottilissimo filo 
che la tortuna, o per meglio 
dire il destino — che la pa- 
rola è più appropriata, — un 
ilio che il destino era venuto 
.X mettermi fra le mani. 

Amanda, da un certo tem- 
po, aveva preso l'abitudine 
di uscire di casa a ora lìssa. 
Ella non mi aveva mai detto 
nulla di ciò ed io non ho sa- 
puto la cosa che in questi 
ultimi giorni. Se lo avessi sa- 
puto prima, non so se il de- 



126 DEPOSIZIONE 

littoda me commesso avrebbe 
potuto essere sventato o se 
si sarebbe anticipato. Chi 
lo sa ? 

Due giorni prima della 
giornata fatale, per non so 
quale combinazione, io esco 
di casa a un'ora in cui di 
solito ero abituato a restar 
chiuso nel mio gabinetto per 
disbrigare le mie faccende ; 
ed eccoti che proprio all'an- 
golo di piazza di Venezia, 
fra il Corso e la via 'Nazic- 
nale, mi capita sotto alli oc- 
chi Amanda!.-.. Io ero sul 
marciapiede del Corso, dalla 
parte opposta: ella mi vede, 
ma io fingo di non accorger- 
mi alT.-itto di lei... ed il mio 
criuoco riesce a meraviglia.. 



Rassicurata sul mio conto, 
ella prosegue per la sua stra- 

voltarsi a dare una guardata 
indietro. Ed io la seguo: la 
vedo entrare in quella casa, 
V attendo pazientemente per 
oltre a due ore, la vedo di 
lontano riuscire accompagna- 
la da un grosso omaccione, 
la cui figura non era nova 
per me, la vedo salire in car- 
rozzella, dare un ordine al 
vetturino e un ultimo saluto 
al compagno, vedo la carroz- 
zella muoversi, allontanarsi^ 
sparire... 

Il giorno appresso — que- 
sto, cavaliere, le potrà quasi 
sembrare una cosa incredibile 
— il giorno appresso io ebbi 



I2S DEPOSIZIONE 

il coraggio di ripetere la tri- 
ste caccia: e appunto il gior- 
no appresso, avendo saputo 
calcolar meglio le distanze e 
meglio mettere in atto la ma- 
novra dell'appostamento, po- 
tei riconoscere nel. compagno 
della mia Amanda, il «clown» 
Robody, il pagliaccio imbe- 
cille della compagnia Scwhobs 
e Amari.. Potevo essere con- 
tento! 

Il ladro era lui. 

K il terzo giorno, quasi 
godendo satanicamente dello 
strazio a cui andavo condan- 
nando il mio cuore, volli ri- 
petere la caccia. Questa volta 
però mi ero proposto di farla 
finita ad ogni costo: questa 
volta doveva essere la solu- 
zione... 



.J.,^J 



STENOGRAFICA IJI 

duale soluzione?... Chi ne 
sapeva nulla ? chi avrebbe po- 
tuto dirne nulla? 

Amanda entrò in quel por- 
tono fatale: io ebbi la forza 
indiavolata di trattenermi an- 
cora per una mezz'ora fermo 
a un cantone della strada. 
Che cosa volevo? che aspet- 
tavo ? Non Io sapevo allora 
e non lo so adesso. 

Poi mi mossi anch'io. 
Traversai la strada, entrai 
in quel portone , salii le 
scale, infilai la porta d' un 
appartamento che qualcuno, 
non so chi, nell'atto d'uscire 
era sul punto di rinchiudersi 
dietro alle spalle. .. Là tro- 
vai i ladri di tutta la mia 
felicità, di tutte le mie spe- 



DEPOSIZIONE, ECC. 



raiize, di tutto quanto in- 
tero il mio bene... 

E allora ho visto tutto 
rosso e tutto nero, ho visto 
tutto fuoco, ho visto d'avanti 
alli occhi l'inferno... e allora 
ho colpito, mi sono vendi- 
cato! 

Non ne posso più, cava- 
liere... io non ho più niente 
da dire... e... proprio non ne 
posso più. 



^S' 



5 6. 
lanoscritto del come Ro- 
molo Laureandi Lorasco, 
consegnato assieme ad al- 
cune lettere al cav. Gia- 
como Tasca, giudice m- 
caricato dell'istruzione del 
processo. 




i RE giorni pi'ima egli le 
aveva domandato e glielo 
aveva domandato colla voce 
abbassata e tremante: 
— Mi ami tu? 
Aveva bisogno di sentir- 
selo ripetere un'altra volta 
da quella bocca rosea che, 
vjuando parlava, pareva che 
scoccasse via fasci di baci: 
e quel bisogno egli lo pro- 
vava nel sangue che gli mar- 



136 MANOSCRITTO 

tellava alle tempie e ai polsi 
e gli scendeva caldo giù rei 
reni: e lo provava a li occhi 
che a certi, momenti gli di- 
ventavano piccoli piccoli sot- 
to ai cigli socchiusi. 

Ella, per tutta risposta, 
gli aveva prima gettate le 
braccia attorno al collo; 
poi, chinando la testa piena 
di riccioli biondi e di fantasie 
audaci sulla spalla di lui, 
socchiudendo li occhioni fo- 
sforescenti, dove guizzavano 
dentro vipere di fuoco che 
mordevano il cuore, aveva 
aperto un'altra volta le lab- 
bra rosse come il sangue: 

— Che non lo sai forse'-.. 
ti amo tanto... ti amerò sem- 
pre... te lo giuro!.. 



— Zitta ! — egli griJÒ e 
chiuse le htbbrii a quella pic- 

TEtna e nel sangue il Mon- 
gibello e nelli occhi il Ve- 
suvio, egli le chiuse le labbra 
accostandovi sopra la guan- 
cia accesa e se la prese a 
premere forte fra le brac- 
cia e a stringersela tenace- 
mente sul petto. 

Egli aveva lo sguardo 
pieno di luccicori mesti e di 
desid-eri melanconici: li c'era- 
tutta la verdezza della spe- 
ranza e tutto il nerume del 
dubbio. 

La guardava ed ella pure 
lo -guardava. 

— Perchè vuoi giurarlo? 

— Perchè ti amo. 



13» MANOSCRITTO 

— E... se un giorno... 
fossi spergiura?.. 

Ella aveva fatti li occhi 
seri e lo seguitava a guar- 
dare, ma, questa volta, con 
una fissità di rimprovero: 
come un coltello quello sguar- 
do gli squarciava la carne e 
gli spellava l'anima e l'andava 
a esaminare dentro fino in 
giù alle viscere fonde. 

— L'amore non è mica 
eterno... — egli sussurrò e 
aggiunse dopo un sospiro: — 
per la donna. 

Ella scosse quella vaga 
testolina che era piena di 
riccioli biondi e di fantasie 
audaci, sciolse le braccia che 
aveva tenute avvinghiate at- 
torno al collo di lui e se le 



lasciò cadere abbandonate, 
colle dita incrocicchiate, so- 
pra ai ginocclii. 

— Sci cattivo questa sera... 
E poi: 

Quella parola fu detta co- 
me un sospiro. 

— Perche tu non mi a- 
merai sempre. 

E quella risposta fu detta 
come un singhiozzo. 

— Oh ! di' un po' quel 
che ti pare... — rispose la 
fanciulla imbizzita — di' un 
po' quel che ti pare... a me 
tanto... 

Si stringeva tutta nelle 
spalle come aves.>e voluto 
caricarsele di noncuranza e 
di disprezzo. 



17 



140 MANOSCRl 


ITO 




Mentiva 


però 


: in 


quel 


nromeiito 


anzi 


ella 


stessa 


sentiva, di 


ment 


re; 


vide il 


luccicore d 


piante 


Miei 


occhi 



di lui che amava e aggiunse 
subito: 

— E io mi sento la forza 
di fare un giuramento che 

— Bada... 

— Ti giuro... 

— Bada... 

— Ti giuro su tutto quel- 
lo che c'è di piij sacro sulla 
terra, ti giuro che ti ho amato 
sempre, che io adesso ti amo 
alla follia e che io uoir ado- 
rerò in eterno mai altri che 

— Bada!.. 

Ma ella gli aveva buttate 



MANOSCRITTO I4I 

un'altra volta le braccia in- 
torno al collo e lo baciava 
sulle guancie e nelli occhi, 
avidamente. 

— Tu sarai sempre il mio 
solo ed unico amore. 

— Bada... 

Egli non disse più altro. 

Due lacrime si confusero 
in una goccia calda e si 
sciolsero poi in un bacio che 
era ardente come una svam- 
pata di fuoco. 



Si sposarono. Si amarono. 
E furono felici. 

Cosi passarono tre anni. 



MANOSCRITTO 



Una volta era un bel me- 
riggio : il rivo giallastro, che 
passava fra l'erbe, scorreva 
via rapido, pieno d'occhi di 
sole e di foglie secche ca- 
dute dalli olmi e dai casta- 
gni : e qualche merlo fi- 
schiava fra le fronde soleg-. 
giate. Ella andava avanti 
sola; egli poi la raggiunse. 

Tutti e due erano arri- 
vati li sulla sponda e s'erano 
fermati. Ella, colle braccia 
abbassate, reggeva in su le 
vesti che, nel movimento, sco- 
privano le scarpine di pelle 
gialla, e il nastrino che le 
allacciava alla scollatura, e 
la calza nera, tirata, che si 



MANOSCRITTO 



irrotonda 



Jesi e si nascondevi 



puc 



cuiiente tra i pizzi smerlet- 
tati della veste bianca che 
scendeva giù stiracchiata e 
sgualcita. 

Con una mano egli prese 
a sorreggerla sotto alla spalla 
e coU'altra indicò il rivo bas- 
so, dove scorreva l'acqua pie- 
na d'occhi di sole e di foglie 
secche che andavano in hi 
colla corrente. 

Si guardarono. 

— E adesso? — egli fece. 
La donna non rispose. 

— Bisogna passare di là... 
nell'acqua.,. 

Guardò all'intorno, come 
A cercare un passaggio più 
comodo: poi guardò laggiù 



MANOSCRITTO 



fra le fronJe prese dal sole, 
facendosi colla conca della 
mano ombrello alli occhi; 
guardò al di là dei campi 
pieni di verde e di marglie- 
rite, al di là dei vigneti, dove 
era la casina bianca col 
tetto che rosseggiava al sole. 

— Eccola là la casa! — 
egli disse. 

Vi faceva sfondo l'ameti- 
sta pallido delle montagne e 
di sopra il turchino fulgido 
del cielo. 

Ella aveva i respiri affret- 
tati che le spezzavano le pa- 
role sulle labbra, poiché a- 
veva corso e il suo seno era 
alenante. 

— Bisogna passare di là'-' 
— domandò. 



MANOSCRITTO I4J 

Poi, dopo una fiatata forte 
•lirgiunse ; 

— Che ora e adesso? 

— Sono le due. 

— Alle cinque ritorna. 

— Tuo marito ? 

Ella accennò di si, muo- 
vendo in su e in giij quella te- 
stolina bionda che era ancora, 
e sempre, piena di tanti ric- 
cioli d'oro e di tante fantasie 
audaci. 

— Bisogna passare di là, 
allora... bisogna tornare... 

— Però c'è tempo ancora... 
riposiamoci. 

Ella si sentiva stanca e 
si lasciò cadere sulle ginoc- 
chia, poi piegò la vita e si 
allungò sull'erba sotto l'om- 
bra macchiata di sole che un 



olmo dava alla terra. Fra le 
fronde li sopra fischiava un 
merlo sonoramente. 

Egli prima rideva, ma poi 
si fece serio ad un tratto, e 
domandò bruscamente; 

— Lo ami sempre tu ? 

— Chi? 

— Tuo marito. 

I-a donna sorrise : apri la 
bocca, sgranando i denti bian- 
chi, che erano aguzzi e diritti 
come quelli di una giovine ti- 
gre, e socchiuse li occhi tor- 
cendosi all'indietro. 

Ma egli prese a incal- 
zarla. 

— Lo ami sempre tu tuo 
manto ? 

— Io amo te ! — ella disse 
con la voce ferma. 




^ìT' 



MAKOSCRITTO 149 

— Però lo hai amato 
assai ?.. 

Egli mormorò queste pa- 
role affrettatamente e buttò 
via la frase che cadde giù 
precipitosa come una sgran- 
diuata d'agosto. 

Ella lo guardava di tra- 
verso coU'occhio dolcemente 
stanco; gli prese una mano e 
gliela strinse fra le sue. Sus- 
surrò fra i denti qualche pa- 
rola, cosi: 

— L' amore mica è e- 
terno... 

— E pure me allora forse 
un giorno?.. 

— Non amerò più? 

— Si. 

— Forse.., chi sa ?... 



IjO MANOSCRITTO 

Le prese a ridere: era co- 
me una convulsione pazza di 

Quelle parole s'erano in- 
crociate per l'aria calda come 
sguizzi di lame. Ella s'era 
sollevata e rideva e stendeva 
le mani alla testa dell'uomo 
come per attirarlo sul suo 
petto morbido e odoroso, e 
far svanire le idee nebbiose, 
che gli si accumulavano nella 
testa, sotto a una solata im- 
mensa di baci. 

Quella testa si lasciò pren- 
dere, come sempre, ed ella, 
come sempre, la strinsi; forte 
colle mani. 

— Ti amo, sai ? 

— Ed io? 



MANOSCRITTO IJI 

Quelle teste cosi si av- 
vicinarono, si avvicinarono... 
Poi li intorno si ripercosse 
come un succhio spezzato che 
era fatto per il grandinare 
dei baci. 

II. merlo fischiava sempre 
fra le fronde soleggiate del- 
Tolmo che stormiva monoto- 



A un tra 


to un co'po so- 


uoro sbatte 


fra le corteccle 


rugose delli 


olmi e dei ca- 



stagni, e l'eco della vallata 
lo ripetè lontano lontano alle 
montagne d' ametista pal- 
lido. Il corpo d'un uomo era 



152 MANOSCRITTO 

rotolato li presso boccone 
nel rivo, colla testa spaccata 
e il cervello colante fra le 
ciocche dei capelli neri in- 
sanguinate. Era la vittima 
del tradimento. 

Per lui era terminato l'a- 
more e insieme all'amore ave- 
va voluto che terminasse la 
vita. 

II merlo, adesso, non fi- 
schiava più. 

I due amanti si fissarono 
in volto stralunati: eg'.i era 
bianco sul volto come la 
cera, ella era verde e tre- 
mava. 

II rivo scorreva pieno di 
occhi di sole e di toglie sec- 
che, andava avanti gorgo- 



insanguinata del suicida e 
pareva che, succhiando, iro- 



npetesse : 

Dura eterno l'amore ! 

dura eterno l'amore. 



^2iS^ 



MAXOSCRITTO 



li precedente niaiioscrilto è 
. steso in Ire pagine e mf-^o di 
un formato grandissimo. L'ul- 
tima ));f^^<i pagina è riempita 
dalle riahe seaueuti scritte in 



carattere 
là malfer 



Componimento scolastico. 
Idee ridicole. Morale maltrat- 
tata senza scopo. Retorica di 
ragazzo malato. Tutto ciò — 
forse conseguenza di un sen- 
timento rettissimo — è so- 
vranamente stupido data la 
forma e l'essenza della nostra 
società. 



MANOSCRITTO IjJ 

L'adulterio è il tradimento. 
È il furto. Vi sono i ladri e 
vi è la cosa rubata. Vi è il 
traditore e la persona. tradita. 

Perchè dunque punire il 
derubato? perchè colpire di 
morte solo quegli che è stato 
tradito? ■ • 

Sentimentalità pazzesca. 
Romanticismo adacquato. 
Morbosità intellettuale. 

I. complici spesso sono 
due: è la coppia: l'adulterio 
perfetto. Alle volte invece il 
■malfattore 'è uno solo : l'al- 
tro è solamente trascinato, 
l'altro subisce. Incubo e sue- 
cubo, duesto secondo fatto 
— che non è raro — avviene 
per una quantità di cause con- 
comitanti che sarebbe molto 



1)6 MANOSCRITTO 

bene fossero dalli uomini sag- 
gi studiate profondamente. 
Ne guadagnerebbe molto l'u- 
mana tranquillità. 

Ma nel primo caso perchè 
finirla con se stesso invece 
che finire li altri? perchè uc- 
cidersi invece di uccidere? 
Errore. 

Nel secondo caso, invece, 
si dovrebbe agire come ho 
agito io verso colei che fu 
mia moglie. Ripeto ciò qui 
per me stesso, pienamente 
convinto d'avere fatto bene, 
nonostante tutto il male che 
è stato detto della mia ma- 
niera di procedere. 

Perchè ho conservato que- 
sto scritto , pallido ricordo 
delle mie giovanili velleità 



MANOSCRITTO 



: della mia filosofica 



Non so. Mi pare di essere 
attaccato a questi pagiiioui 
da un vincolo di affezione 
sincera. Ogni volta che que- 
sto foglio mi viene sotto alli 
occhi, ci stendo sopra le mani 
e, ogni volta, mi viene la vo- 
glia di aggiungervi una coda. 

Ora la tentazione è levata. 
L'ultima pagina rimasta bian- 
ca è stata da me intieramente 
riempita questo di 14 febbraio 
del iS*'. 

R. L. 



Dalla Cronaca giudiziaria del 
giornale della sera*"* del 
29 ottobre iS**. 




Un processo aristocratico 



Al momento di andare in 
macchina il nostro reporter 
giudiziario ci comunica il ver- 
detto dei giurati e la sentenza 
pronunciata dal Tribunale nel 
processo del conte Laureati, 
che da due giorni tiene in ef- 



stro cosidetto gran mondo. 



IC>2 VN PROCESSO 

Stante l'ora tarda non pos- 
siamo far conienti di sorta. 
La sentenza è stata pronun- 
ciata alle ore 7 precise. 

La requisitoria del Pub- 
blico Ministero è stata vera- 
mente terribile, ma la difesa 
dell'avvocato Tosi ha avuto 
deL momenti di una felicità 
assolutamente insuperabile. E- 

toria. 

Il presidente, commenda- 
tor Giorgio Baroni .divisi,, ha 
sottoposto al responso dei 
giurati le questioni seguenti: 

Prima questione : — L'ac- 
cusato Romolo Laureati di 
Lorasco è egli colpevole d'a- 
vere nel giorno 17 dello scor- 
so mese di Maggio, a fine di 



ARISTOCRATICO Ibj 

uccidere e mediante replicati 
colpi di rivoltella, inferto ad 
Amanda di Valberta ed a Clau- 
dio Robody delle lesioni che 
furono la causa unica ed é- 
sclusiva della loro morte ? 

Risposta: a unanimità — 
Si. 

Seconda questione: — L'ac- 
cusato Romolo Laureati di 
Lorasco lia commesso il fatto, 
di cui nella precedente que- 
stione, nell'impeto dell'ira o 
d'intenso dolore determinato 
da ingiusta provocazione? 

Risposta : a maggioranza 
— Si. 

Terza questione; — Nel 
caso in cui si risponda affer- 
mativamente alla questione 
precedente; la provocazione 
fu srrave? 



164 ^'N PROCESSO 

Risposta: a mciggioranz.i 
— Si. 

I giurati, inoltre, hanno 
ammesso a favore dell'accu- 
sato le circostanze atte- 

Nonostante la folla immen- 
sa che si stipava nell'aula, la 
sentenza della Corte è stata 
letta in mezzo a un sepol- 
crale silenzio. 

L'aspettativa era vivissi- 
ma per tutti. 

Ed ecco ora la sentenza 
che noi riproduciamo presso 
che in tutta là sua integrità. 

(I In nome di Sua Mae- 
stà, ecc. visto il verdetto dei 
giurati in data di oggi stesso, 
29 ottobre 18" col quale 
Romolo Laureati di Lorasco 



ARISTOCRATICO I65 

é ritenuto colpevole di omi- 
cidio volontario in persona 
di Amanda di Valberta e di 
Cl.mdio Robody, CQn hi scu- 
sante della grave provoca- 
zione e il concorso delle cir- 
costanze attenuanti; 

« ritenuto che l'omicidio 
volontario è punito con la 
pena della reclusione da iS 

it che, nel caso concreto, 
può applicarsi all' accusato 
Romolo Laureati di Lorasco 
per Tomicidio di Amanda di 
Valberta la detta pena nella 
misura di iS anni; 

« che detta pena, per la 
scusante della grave provo- 
cazione, può ridursi di due 
terzi, sostituendo alla reclu- 
sione la detenzione ; 

21 



166 VN PROCESSO 

<c che la pena predetta 
deve ridursi di un sesto per 
la concessione delle circo- 
stanze attenuanti;- 

« ritenuto che per l'omi- 
cidio di Claudio Robody può 
anche applicarsi all'accusato 
la pena come sopra; 

« che però pel concorso 
■ di reati la detta pena deve 
ridursi alla metà; 

«.ritenuto che il condan- 
nato è obbligato all'emenda 
del danno e al rifacimento 
di tutte le spese processuali; 

« per questi motivi;. 

« visti li articoli, eoe. ecc. 
Codice penale e di procedura 
penale, condanna Romolo 
Laureati di Lorasco alla pena 
complessiva della detenzione 



ARISTOCRATICO IO7 

per anni sette e iDCsi sei, al- 
l' emenda dei danni e alle 
spese processuali. '1 

Da Pubblico Ministero fun- 
geva — e qui ripariamo a 
una dimenticanza nella quale 
siamo incorsi nel fare il re- 
soconto del breve processo 
— il cavalier Nino Pisolino. 



^ 



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Propricià lelteraru 




Donna Paola. . . . Pag. 15 
Molti anni dopo . . » 59 



10 sea-reto . 



"•^F^-^^ 



Donna Paola. 




PuLvio s'inchina, prese dalla 
mano di Paola il gelato che 
ella, sorridendo dolcissima- 
mente, gli porgeva, e le disse, 
guardandola negli occhi: 

— Non dovete amarmi — 
mormorò lei senza scomporsi, 
seijuitando a sorridere. 



DONNA l'AOLA 



— Perchè ho 
ribatté ella, ma placidamente. 

E gli occhi di Fulvio, di 
un tetro azzurro, lampeggia- 
rono di passione. Ella restava 
innanzi a lui, senza mostrare 
alcun turbamento, sorridendo 
ancora, tutta rossa, con le 
belle braccia bianche e pro- 
sciolte sotto il merletto nero 
delle maniche. Sul merletto 
nero e sulle bianche braccia 
scintillavano i braccialetti 
gemmati: erano ricaduti sui 
polsi, ella si occupò a risol- 
levarli verso il gomito, con 
molta cura , giocherellando 
con le catenine d'oro, coi 
cerchiolini sottilissimi. Irri- 
tato, Fulvio batteva col cuc- 
chiaino sul piattello del gelato: 



— Andatevene — mor- 
morò a un tratto, sofibcando 
di collera — siete una donna 
odiosa, io vi detesto. 

Paola crollò lievemente il 
capo, come si fa per un ma- 
lato incurabile, e si allontanò 
da Fulvio. La brigata si ag- 
gruppava attorno al piano- 
torte, dove un maestro gio- 
vane, pallido, con un grosso 
ciuffo di capelli neri sulla 
fronte, accompagnava il canto 
di una fanciulla gracile, bian- 
covestita, con un filo di voce 
simpatica, che cantava una 
romanza di Bizet.La romanza 
era di carattere orientale, una 
nenia bizzarra, a volte piena 
di strilli allegri, a volte piena 
di lunghi singulti: e due o 



tre signore s' illanguiJivano, 
lasciavano liquefare il gelato 
nel piattello, prese dal deli- 
cato lamento della fanciulla 
orientalo: il marito di Paola 
si dondolava in una poltrona, 
fumando, tranquillo, guar- 
dando con occhio distratto 
la svelta figura di sua mo- 
glie, tutta vestita di nero, 
tutta scintillante di perline 
nere. La freschissima brezza 
marina entrava dalle quattro 
finestre di quel lungo salone: 
appoggiato alla finestra, Ful- 
vio guardava il mare, come 
assorbito. Ora Paola offriva 
le sigarette ai giovWotti e 
alle signore che osavano fu- 
mare. E la mano che porgeva 
il portarsigarette era cosi 



bianca, cosi pura di linee, 
che Fuhio senti distruggersi 
di tenerezza. 

— Perdonatemi -fece lui 
levandole in faccia gli occhi 
supplichevoli. 

— Amico, non ho nulla 
da perdonarvi — disse Paola, 
soavemente. 

— Sono un brutale: voi 
siete buona. 

— No, no — e fece per 

— Non restate mai un 
momento accanto a me — 
mormorò lui con voce di 
pianto. 

— ^ìon posso, amico : que- 
sti signori hanno bisogno di 
fumare. Ecco il mio marito 



20 DONNA PAOLA 

S' involò, leggiadra, offri 
le sigarette a suo marito, sor- 
ridendogli. Il marito la guar- 
dava quietamente, con un'aria 
soddisfatta di uomo dalla fe- 
licità imperturbabile e sce- 
glieva la sigaretta, a lungo 
scherzando con le dita della 
moglie. Pareva che si dices- 
sero tante cose, marito e mo- 
glie, tante cose d'amore: ed 
erano cosi giovani,- cosi belli, 
cosi ben accoppiati, che i loro 
amici li consideravano con 
compiacenza, come si guar- 
dano due fidanzati. Tutto solo 
appoggiato alla finestra, Ful- 
vio fissava la scena e impal- 
lidiva: fece due o tre passi 
avanti. Ma, ecco, ella veniva 
di nuovo a lui, snella, leg- 
giera. 



DONNA PAOLA 21 

— La sigaretta è spenta, 
volete del fuoco ? 

— Non temete voi — fece 
lui, a denti stretti, ma col più 
amabile fra i sorrisi — non 
temete voi che io uccida vo- 

— La spagnoletta è spen- 
ta.. . guardate . . . 

— Vedrete che lo uccido, 
signora. 

Senza più dirgli nulla, fat- 
tasi un po' seria nella faccia, 
Paola si allontanò da lui, a 
rilento, come se l'avesse col- 
pita una parola dolorosa. Ora 
tutti complimentavano la si- 
gnorina Sofia che aveva can- 
tato cosi bene Ics adieux de 
l'hi^lcsse arale: e la gracile 

sorrideva modestamente. 



— Vi piace Bizet ? - chiese 
Soiìa a Fulvio, che si era ac- 
costato al resto della brigata. 

^ Bizet ? — fece lui come 
trasognato. 

— Si : vi domandavo se vi 

— Assai — mormorò lui 
distratto. 

La fanciulla gracile e me- 
sta lo guardò e ripetette, 
come fra sé, le prime parole 
della romanza francese: 

— Piiisque yicìi uè t'arréu... 
Ma egli non udì, concen- 
trato nei suoi pensieri. 

— ... aiieu bel ètrauger — 
lini SoSa pianissimamente. 

Attorno al pianoforte, ora 
si rideva. Il maestro giov.i- 
uctto, pallido, col grosso 



DOXXA PAOLA 25 

ciuffo di capelli neri sulla 
f.-oiitc, arrivato da poco da 
Londra, raccontava a quei 
suoi amici napoletani l'ostina- 
zione delle misses e delle mi- 
slrcsses inglesi a voler imparare 
le patetiche romanze italiane; 
ne rifaceva le smorfie e le 
contorsioni, vivacemente, col 
brio del napoletano che' si 
vendica della lunga stagione 
di nebbia sopportata a malin- 
cuore. Tutti ridevano, special- 
mente il marito di Paola: 
Paola, ritta in piedi, si sven- 
tolava col grande ventaglio 
di raso nero, dove un pittore 
fantastico aveva dipinto un 
paesaggio lunare. E Fulvio, 
non potendo parlare, guar- 
dava Paola: la guardava con 



DOXXA PAOL.^ 



tanta intensità, con una fis- 
sità cosi ardente, clie a lei le 
palpebre batterono, due o tre 
volte, quasi per fastidio. Ma 
lui non si scosse, avvinto, 
ipnotizzato, bevendo dagli oc- 
chi di lei, che non lo guar- 
davano, il fascino invincibile: 
ed ella, naturalmente, come 
se la luce soverchia la infa- 
stidisse, levò l'ampio venta- 
glio di raso nero e si nascose 
il volto. O.-a Fulvio non ve- 
deva" che il busto scintillante 
di perline nere e la mano sot- 
tile levata, premente le stec- 
che nere del ventaglio: una 
vela di rasn nero gli cel.u'a 
la faccia di Paola: tutti ride- 
vano per le caricature del 
maestro di musica: Fulvio 



avev.i gli occhi p'.eni di la- 
crime. Solia lo guardava, con 
un lievissimo , malinconico 
sorriso. 

Ma un delicato suono di 
mandolino entrò dalle fine- 
stre che davano sul mare : le 
risa tacquero, tutti tesero gli 
orecchi. Il suono si avvici- 
nava : e la brigata, come at- 
tratta, si affollò alla porta 
che dava sul terrazzo. Nero 
era il mare, nella notte nera : 
altissime, tremolavano le stelle 
sul cielo nero. Attraverso To- 
scurità del mare una bar- 
chetta passava, portando a 
prora una fiaccola sanguigna 
che si rifletteva nell'acqua e 
vi metteva una vampa; sulla 
barchetta qualcuno suonava 



il maniolino, ma non si di- 
stingueva chi fosse; qualche 
cosa biancheggiava, come il 
vestito d'una donna. E la fa- 
cella sanguigna rifletteva la 
sua luce nel mare, e il man- 
dolino invisibile si lamentava, 
e l'ombra bianca era immo- 
bile, e la barchetta filava; un 
silenzio aveva colto la lieta 
brigata. 

— È una romanza in azio- 
ne — disse il maestro di mu- 
sica rompendo il silenzio. 

— Duetto d'amore — stril- 
lò un giovanotto. 

— Non li disturbiamo — 
disse soavemente Paola. 

— Ehi, della barca ! — 
urlò il marito di Paola, come 
per contraddire sua moglie — 



DO}<N\ l'AOLA 2- 

buoii.isera, buonasera, divL-r- 
t'itevi ! 

Tutta la brigata ripetette : 

— Buonasera, buonasera, 

Subi;o, immergendosi iiùl- 
l'acqua marina, la lì.iccola 
sanguigna si spense, il man- 
dolino tacque, la barchetta 
vogò nella tenebra e nel si- 
lenzio. 

— Troppa superbia, o in- 
namorati! — strillò il marito 
di Paola. 

— Beati loro — disse Fiil- 

— Perchè li invidi!? — 
chiese il maestro di musica, — 
Napoli ha le sue spiaggie piene 
di barchette e le sue case 
pione di vestiti bianchi. 



— jSè vi è. scarsezza di 
mandolini — aggiunse il ma- 
rito di Paola. 

— Che m' importa della 
barchetta e della musica e del 
vestito bianco! quelli si ama- 
no : io li invidio. 

— Oh il sentimentale, il 
sentimentale! — esclamarono 
due o tre. 

— L'amore è una bellis- 
sima cosa — disse Fulvio, 
con una convinzione pro- 
fonda. 

— Che scoperta, perdio ! 
— gridò il marito di Paola. 

— Bisogna ammogliarsi — 
disse il maestro di musica. — 
Fulvio , guarda la signora 
Paola e suo marito: bisogna 
ammogliarsi. 



— Bisogna ammogliarsi — 
ripetette soavemente Paola. 

— Bisogna morire — mor- 
morò Fulvio. 

Ma gli amici e le amiche 
rientravano nel salone: si 
combinava, per la sera se- 
guente, una gita per mare, 
con due barchette, con mu- 
sica. Non era meglio aspet- 
tare che venisse la luna ? Ma 
no, le gite con la luna sono 
volgari, non si ha paura di 
nulla, ci si vede troppo chia- 
ro : è meglio andare nella 
notte, come la barchetta degli 
amanti. Q.uesto dicevano le 
signore ; i signori propone- 
vano di portare la cena. Sulla 
soglia della porta, verso il 
terrazzo, Paola disse a Ful- 
vio, da lontano : 



— Siete anche voi della 
gita? 

— No, no, sentite ... — 
disse lui con voce soffocata.- 

Ma ella non usci sul ter- 
razzo. Qualche signora par- 
lava di andar via ; ma per 
trattenere gli invitati ancora 
un poco, Sofia si mise a can- 
tare -divaU-^er dell'Ombra nella 
Dinorah. La gente, in piedi, 
ascoltava; ma la breve voce 
simpatica della fanciulla non 
arrivava a eseguire quei trilli 
complicati, quelle risposte del- 
l'eco. Sibbene ella cantava 
quel icali^cr come se pian- 
gesse, e invero quella musica, 
che é il pianto di una illu- 
sione, pareva un singulto di 
dolcissima follia. 



DOXNA PAOLA 3I 

— Datemi il mio venta- 
glio — disse Paola dolce- 
mente a Fulvio, che se ne 
stava solo solo sul ter- 
razzo. 

— No, se non mi sentite — 
disse lui, tenendosi il venta- 
glio stretto alle labbra. 

— Datemi il mio venta- 
glio — ripetette ella con fer- 
mezza e con dolcezza. 

ne scongiuro, è una cosa gra- 
vissima . . . 

Paola non gli diede più 
retta, rientrò nel salone ; ora 
il cameriere portava attorno 
dei bicchieri pieni di malaga 
dove un pezzo di ghiaccio 
galleggiava, ei ella girava 
premurosa, sorridente, serena. 



32 DOXXA PAOLA 

Q.'jando ebbe compiuto il suo 
giro, naturalmente si ram- 
mentò dell'altro suo ospite 
che stava solo, nell'ombra, 
sul terrazzo, fra la nerezza 
del cielo e quella del mare. 

— Datemi il ventaglio , 
amico. 

— Sentitemi ... — disse 
lui, ancora. 

E la voce era cosi piena 
di dolore, che ella si ar- 
restò. 

Nella sala, adesso, con la 
nova allegria del vino, can- 
tavano un coro napoletano. 
El'.a ascoltava le parole di 
Fulvio. 

— Sentite. Io debbo par- 
larvi. Debbo dirvi delle cose 
gravissime. Non m' ' 



DONNA PAOLA 33 

pete , P.jola, ve ne prego. 
Ascoltate : ho da dirvi, da dirvi 
tante cose. Ma le dico presto, 
non dubitate. Ora non posso 
dirle. Vi è gente di là, gente 
felice; io sono infelicissimo, 
Paola, se voi non ascoltate 
quello che ho a dirvi. Siate 
paziente, ve ne prego. Io sof- 
fro assai. Voi non soffrite, lo 
so; ma siete assai compassione- 
vole. Ho da parlarvi, dunque. 
Dobbiamo esser soli. Sentite. 
Io non lascio questo terrazzo. 
Chiudete la porta, crederanno 
che io sia andato via. Ve ne 
prego, chiudetela. Vostro ma- 
rito andrà a letto... e io 
voglio parlarvi. Aspetterò qui 
fuori, quanto vorrete. Quando 
egli dorme, venite. 



— Sentite, P.iola, io sono 
come in punto di morte. Di 
là cantano e ridono; qui vi 
e un agonizzante. 

— Io non verrò — ripe- 
tette lei, senza turbarsi. 

— Sentite ancora. Ve ne 
scongiuro, in nome della vo- 
stra coscienza di donna one- 
sta, per la vostra virtù di fan- 
ciulla e di spos.t, per la vostra 
dolcezza e per la vostra pictà^ 
non mi negate quest'ultimo 
favore . . . 

— Non verrò. 

— Se non venite, io mi 
ammazzo, Paola. 

Elio lo guardò un minuto 
secondo. 



DONNA PAOLA 5: 

— Io mi ammazzo, Paola 

stiaua. Non lascerete morire 
un uomo cosi. 

- Verrò — disse lei. 



II. 

E venne. La notte era alta, 
oramai, sul golfo napoletano, 
e lontanissime, scintillavano 
le tremolanti stelle; su'.la de- 
serta strada di Posillipo, che 
sovrastava alla terrazza della 
villa, una fila di lumi correva 
sino a Napoli ; alta la solitu- 
dine, alto il silenzio. Le im- 
poste del balcone che davano 
sul terrazzo si schiusero pia- 
ssimamente e un' ombra 
anca, lieve lieve, scivolò 
no a Fulvio che aspettava 
da tre ore. 



— Grazie — disse lui, cer- 
cando di vedere il volto di 
Paola, all'oscuro. 

— Noi siamo in fiero pe- 
ricolo di morte — rispose lei 
con molta dolcezza. 

— Lo so — e chinò il 
capo. 

Egli non parlava. Invece, 
nel momento che aveva strap- 
pato a Paola la fatale pro- 
messa, la sua passione era 
in uno stato di esaltamento. 
Nella prima ora di aspettativa 
egli non aveva fatto altro che 
ripetere a sé stesso, affan- 
nosamente , turbinosamente, 
quello che voleva dire a Paola; 
e ■ certe parole, certe frasi, 
mormorate sottovoce a sé 
stesso, lo avevano affogato 



di emozione. Ella non veniva 
ancora. Sentiva che andavano 
e venivano, per casa, i servi, 
riordinando le stanze, chiu- 
dendo le finestre ; sentiva le 
voci tranquil e di Paola e di 
suo marito, che discorrevano ; 
ma non poteva udire le pa- 
role. Poi tutto fa chiuso, si 
spensero i lumi, un grande si- 
lenzio regnò. Egli cominciò 
a tremare d'impazienza, non 
osando muoversi, raggric- 
chiato al suo posto, coi nervi 

fusamente, a brani, quello che 
voleva dire a Paola, come un 
bimbo disperato cerca invano 
di raccapezzarsi nella lezione 
imparata a mente. Paola non 
veniva. Egli avev; 



cento volte i lampioni a gas 
sulla via di Posillipo; erano 
trentati-e, gli altri si perde- 
vano in una fila di luce. Per 
ingannare il tempo pensò di 
contare le stelle; ma ci si 
perdette. Quante ore erano 
passate? Quella notte era 
dunque eterna? E una dispe- 
razione rassegnata lo colse, 
lo abbatté ; forse Paola non 
sarebbe mai venuta. A lui non 
restava che buttarsi di sotto, 
nel mare; giammai si sarebbe 
fatto cogliere dal giorno, dal 
sole, su quella terrazza. E tale 
idea, tale soluzione lo quietò. 
Un accasciamento profondo 
lo vinse e non seppe più nulla 
del tempo e del luogo; Tanto 
che lo schiudersi del balcone 



e l'ombra di Paola lo fecero 
appena trasalire. Ora, non 
trovava più nulla da dirle. 
Tutto era finito, egli poteva 
buttarsi di sotto, nel mare 
nero. 

— Che avete a dirmi, 
amico ? 

— Che vi amo. 

— Me Io avete già detto. 
Null'altro? — e fece atto per 
andarsene. 

— \ i amo, vi amo, vi amo. 

— Amico, mio marito é di 
là che dorme. Se una zanzara 
gli fa udire la sua canzoncina. 
se un mobile scricchiola, se 
la vostra voce o la mia si le- 
va]io un poco, egli si sveglia. 
Egli verrà qui e noi mori- 



— Questo cerco — mor- 
irò con voce cupa. 

— Morirei per voi, se vi 
lassi. Ma non vi amo. 

— E perchè vi esponete 
a morte ? 

— Per pietà. 

— Non sentite altro, per 
; } 

— Amicizia e pietà. 

— Voi altre Jonne siete 



— Povero Fulvio! — fece 
ella con molta dolcezza. 

— Vi proibisco di compa- 
tirmi. Dovete amarmi, capite ? 
Questo sono venuto a dirvi. 

— Non posso amarvi. 

— Dovete. Ho il diritto 
di essere amato. Ah ! voi cre- 
dete che sia nulla la esistenza 



di un uomo 'i Credete che si* 
nulla pissare accanto a un 
uomo e togliergli tutto? Cre- 
dete che sia nulla far'.o ag- 
ghiacciare di freddo e farlo 
avvampare, dandogli una feb- 
bre che mai non si placa ? 
Credete che una donna si 
possa impunemente guardare 
con dolcezza, sorridere con 
dolcezza, parlare con dolcezza, 
come voi guardate, sorridete, 
parlate? O maledetta dolcez- 
za, rnaleJetta dolcezza! 

Malgrado che le fo = sc 
molto vicino e quasi intuisse 
l'espressione del volto di Pao- 
la, egli non vide le lagrime 
che le salivano agli occhi. 

— Perchè, infine, io ero 
ima creatura felice. Io godevo 



la giovinezza e il sole e la 
lietezza del mio paese e la 
giocondità del miei amici! Io 
avevo la serena indifferenza, 
la più grande felicità umana, 
io ero egoista, ma tranquillo; 
io mi lasciavo amare, e non 
cercavo che mi amassero. Se- 
reno, sereno come Giove ! 

— Dio vi possa ridare la 
serenità — sussurrò lei, con 
dolcezza. 

— Dio... io non lo prego! 

— Lo prego io, sempre, 
perchè vi dia la pace. 

— O femmina ipocrita ! 
non vi burlate anche del Si- 
gnore, come vi burlate di me. 
Sentite. Voi dovete amarmi, 
per forza. Vi amo troppo, per 
non essere amato. Sarebbe 



una enorme ingiustizia. Non 
vi sono queste ingiustizie, nel 
mondo. Il mondo è equili- 
brato, tutto si pareggia. La 
mia fiamma è troppo viva, 
perchè non v'infiammi. Dovete 
amarmi. Lascerete vostro ma- 
rito, vostra madre, la vostra 
casa, i vostri servi, tutto 
quello die avete amato, tutto 
quello che avete adorato: e 
verrete con me. Andremo lon- 
tano. Saremo assai felici, as- 
sai felici, vedrete. Saremo an- 
che infelici, lo so; ma non 
importa, così è la vita. La 
passione è più forte di noi 
Io vi adoro, Paola, andiamo 
via ! 

— Voi siete pazzo, amico 
— disse lei, appoggiando il 



gomito sul parapetto e guar- 
dando il mare, sotto. 

— Ko, o se vi piace, sono 
pazzo. Questo non importa. 
Sta che non posso vivere senza 
voi. Sta che ho bisogno di 
voi. Sta che vi voglio. Nes- 
suno vi vuole come me; ora 

della volont.i, essa liquef.i- 
rebbe il diamante e spezze- 
rebbe il ferro. Siete una donna, 
avete viscere umane, sentite, 
amate, odiate, sentirete il ma- 
gnetismo dell'anima inia che 
vi vuole. Vostro marito vi ha, 
ma non vi vuole ; è una be- 
stia. Io l'odio ferocemente. 
Volevo ucciderlo stasera; lo 
ucciderò domani, se non ve- 
nite via con me. Ma voi ver- 



4» DONNA PAOLA 

rete. Siete venuta sul terrazzo, 

verrete via con me. Andiamo. 
E le prese la mano, riso- 
lutamente, per portarla via. 

— No — disse lei. 

— Venite via. 

— No. 

— Perché ? 

— Perchè non vi amo. 

— O Paola, o Paola, non 
parlate cosi — proruppe Ful- 
vio, con voce di pianto. 

— Come volete che io 
parli? 

— Tacete piuttosto. Il 
suono della vostra voce, così 
dolce e cosi fredda mi fa di- 
sperare. Tacete, ve ne prego. 

Ella tacque. Fulvio si era 
buttato con le braccia e col 
capo sul parapetto, soffocando 



i singhiozzi. Ella aveva chi- 
nato la testa sul petto, come 
se pensasse profonJamente. 
Una carrozza passò sulla via 
di Posillipo, al trotto, un 
suono di risa squillanti ar- 
rivò. Paola levò il capo. 

— Non piangete, Fulvio. 

— Non piango — disse 
lui, disperatamente. 

— Siate forte. 

— Sono assai forte. 

• — Sentite, sentite quello 
che vi dice l'amica. Voi gua- 

— No, mai. 

— Guarirete. Siete one- 

— Sono onesto. 

— Ebbene, guarirete. La 
passione è una cosa disone- 



50 DONNA PAOLA 

Sta. Io ho marito, vedete. 
Questa sembra una risposta 
volgare; è onesta, invece. 
Q.uanLÌo siamo giovanette, la 
madre ci dice; l'uomo che 
sposate dovete amarlo. Se 
non potete amarlo dovete al- 
meno rispettarlo, dovete es- 
sergli fedeli e obbedienti, con- 
servargli il vostro corpo e la 
vostra anima, anche a costo 
di morire di dolore. E queste 
parole non solo le dice la 
madre, ma ce ne dà l'esem- 
pio quotidiano. Questo dovere 
di onestà, questa tradizione 
di fedeltà, questa eredità di 
virtù, ci si trasmette nel san- 
gue di madre in figlia. Non 
vi è nulla di sublime, vedete; 
è un dovere, si compie. 



DONNA PAOLA 



— Non si muore. La pas- 
sione, cieca, insulta il marito, 
il buon marito che dorme di 
là, calmo, fidente, senza un 
sospetto. Questa è la grande 

l'uomo che si sposa, anche 



qu; 



ido 



interesse o di ambizione, fa 
un sacrificio grave. Egli ci 
affida il suo nome e il suo cuo- 

sua libertà; egli si lega a un 
vincolo indissolubile; egli si 
mette a lavorare per noi e per i 
nostri figli, umilmente e glo- 
riosamente. Noi siamo la sua 
consolazione e la sua gloria; 
noi rappresentiamo per lui le 
più dolci e più sicure soddi- 



52 DONNA PAOLA 

sfazioni; la sua giornata passa 
nel desiderio di ritrovarci, d\ 
vederci; le sue ore più care 
sono nella casa, nelle no- 
stre braccia. O clic tesoro di 
piccoli e grandi sacrifici é 
l'amore di un marito! Voi li 
ignorate. La passione ignora 
tutto ; non conosce neppure 
sé stessa. 

_ I mariti tradiscono le 
mogli — mormorò lui, come 
trasognato. 

— Le tradiscono, ma le 
amano. Nulla vale a vincere 
quel legame profondo, intimo, 
fatto di parole e fatto di la- 
critne, fatto di baci e fatto 
di sospiri; nulla vale a spez- 
zare questo vincolo penetrato 
nel cuore e nel sensi. Ma, 



^cco 1.1 passione; vuol vin- 
cere il sacro legame, vuole 
spezzare il sacro vincolo. Chi 
siete voi? Un giovanotto, un 
uomo, un essere qualunque, 
della infinita umanità; lon- 
tano da me, estraneo a me. 
Passate per la mia strada; 
io, forse, passo per la vostra. 
E subito mi amate. Che 
avete fatto per me? Nulla. 
Che potete fare ? Nulla. Cioè 
molto. Ho un nome, volete 
togliermelo ; ho un onore, voi 
volete che lo butti via, come 
un cencio ; ho la stima degli 
amici, debbo disdegnarla; ho 
la fede del mio sposo, debbo 
tradirla ; ho la pace della mia 
coscienza, debbo perderla per 
sempre. Perchè? Perché voi 



mi amate? Anche colui che 
dorme di là, cosi tranquillo, 
mi ama. 

— Xon é vero. 

— Che ne sapete voi ? Noi 
sole donne conosciamo chi 
ci ama. Parlate di diritti, voi ? 
O povero uomo che dormi, 
va, adora una donna sino a 
sposarla ; dà a costei la mi- 
glior parte della tua vita, ri- 
poni in costei tutta la tua 
speranza; siile fratello, pa- 
dre, marito, amante, amico, 
consigliere, infermiere; soffri 
per lei, nel corpo e nell'anima ! 
Ecco che un estraneo, un 
beli' egoista avvampante di 
capriccio, un uomo che non 
ha fatto nulla, che offre alla 
tua donna una vita di diso- 



nore, ecco che costui, per 
forza di violenza, vuol to- 
glierti tutto! Parlate d'ingiu- 
stizia voi? Che fate qua? 
Perché mi degno di ascoltarvi, 
di difendermi, di darvi delle 
spiegazioni ? Non so chi siate, 
non vi conosco. Levatevi 
dalla mia strada. Andatevene. 

— Voi non mi amate, 
Paola, ecco tutto. 

— Q.uesta è la verit.i, non 
vi amo. 

Ma una fuggevolissima 
luce, venuta dalla stanza del 
marito li colpi entrambi. Un 
lampo brevissimo; poi l'om- 
bra, di nuovo. Fulvio e Paola 
si guardarono , s' intesero. 
E quietamente, dolcemente, 
come se fosse sul punto di 
ella disse: 



— Madonna benedetta, vi 
raccomando l'anima mia. 

Sottovoce, orò. Fulvio ta- 
•ccvn, aspettando. Ma nessun 
rumore si fece udire, nessuna 
luce comparve, nessuno ven- 
ne. Era stato un inganno. 
Restarono cosi, per del tempo. 
Egli non osava interrompere 
quel silenzio, non osava dire 
l'ultima parola. Tutto gli sem- 
brava crollato, intorno, nella 
notte nera ; e non poteva 
camminare fra le rovine. Pure, 
levando gli occhi, senti che 
gli occhi di lei lo interroga- 
vano desiderosi della fine. 

— - Che debbo fare? — 

— .andarvene — fece lei, 
con dolcezza imperturbabile. 



DO\NA PAOLA 57 

— Andar dove? 

— Dove volete; non qui, 
insomma. 

— Assai lontano? 

— Assai lontano. 

— Posso ritornare? 

— No. 

— Fra qualche anno? 

— No, mai. 

— die farete, voi, qui? 

— Passeranno gli anni; 
poi, morirò. 

— Non vi vedrò mai più, 
Paola ? 

— Mai più. 

— È la morte, questa, per 
me. 

Ella apri le braccia, come 
se nulla avesse ad aggiungere. 

— Addio, dunque. 

— Addio. 



Non si diedero la mano. 
Egli voltò le spalle, rientrò 
nel salone oscuro, cammi- 
nando come un sonnambulo. 
Ella tendeva l'oreccliio, come 
a sentirne il passo attraversi) 
la casa; e reslava immobile, 
bianca. Poi Io vide, dalla 
terrazza , camminare solo , 
sulla via di Posillipo, perdersi 
solo nella notte, nell'ombra, 
come un morto. Allora solo 
Paola si volse. Una voce alle 
sue spalle le aveva detto: 

— Paola, tu ami Fulvio. 
Ella rispose al marito: 

— Si. 

E le due disperazioni si 
guardarono in faccia. 



Molti anni dopo. 




% 




Jt'rancesco II aveva, dato l.i 
costituzione e quindi l'.imni- 
stia; gli emigrati napoletani, 
a cui l'esilio era duplice dolo- 
re, ritornavano, dopo dodici 
anni, in patria, vinti da una 
irresistibile nostalgia. Il quin- 
dici di agosto, giorno del- 
l'Assunzione, era tornato in 
Napoli un emigrato di Terra 
di Lavoro, partito studente, 
nel '4S; e da paesi assai 



62 MOLTI AXN'I DOPO 

lontani portava seco la mo- 
glie giovane, straniera, e 
una figliuolina di quattro an- 
ni. Ora, a Napoli, egli pre- 
vedeva rivolgimenti, tumulti 
e sangue; e pensò a mettere 
in sicuro la moglie e la bam- 
bina. Cosi le condusse in Te.- 
ra di Lavoro, a Ventaroli, 
nella casa paterna, le racco- 
mandò ai suoi parenti e ri- 
parti per Napoli. 

Ne voi troverete Ventaroli 
sulla carta geografica. Ven- 
taroli è anche meno di un 
villaggio, è un piccoletto bor- 
go sulla collina, più vicino a 
Sparanise che a Gaeta. Vi 
sono duecento cinquantasei 
anime, tre case di signori, 
una chiesa tutta bianca e un 



cimitero tutto verde : vi era- 
no allora un gobbo Idiota, 
una vecchia pazza e un ere- 
mita in una cappelUiccia, nella 
campagna : il nome del paese 
era inciso grossolanamente 
sopra una pietra: i protettori 
sono 1 SS. Filippo e Giacomo, 
la cui testa ricorre il primo 
di maggio; la protettrice è la 
Madonna della Libera, che sta 
nella cappelluccia dell'eremi- 
ta. A Ventaroli ci si alza alle 
sei del mattino, si mangia a 
mezzogiorno, si dorme, si 
passeggia, si cena alle sette 
e si ridorme alle otto. Alla 
mattina vi è la messa ; alla 
sera il vespro e il rosario. 
Verso r imbrunire è un gran 
grugnito di raaialetti che ri- 



tornano dal pascolo; e un 
mormorio di voci umane , 
strilli di donna e pianti di 
fanciuUettì. Il parroco, don 
Ottaviano, uomo bruno e se- 
galigno, era propriamente cu- 
gino dell'emigrato e capo del- 
la prima famiglia del paese. 



Oi-a, Jopo tre giorni, hi for- 
tezza di Capila si chiuse e le 
comunicazioni fra Napoli e la 
Terra di Lavoro furono in- 
terrotte. L'emigrato non sep- 
pe più nulla del.a sua fami- 
glia ; e la moglie e la figliuo- 
lina restarono ne! vii aggio, 
straniere, parlanti male l'ita- 
liano, tra parenti non male- 
voli, ma rustici. A Ventaroli 
arrivarono notizie vaghe, pau- 
rose : si avanzavano : Gari- 
baldini, si avanzavano i Pie- 
montesi, ma lo truppe borbo- 



66 MOLTI ANNI DOPO 

niclie tenevano tutta la cam- 
pagna. Il parroco, che era 
anche consigliere comunale, 
cominciò a intimidirsi : la 
moglie deiremigrato, sua co- 
gnata, la dama straniera, Ca- 
riclea, dovette dargli corag- 
gio, ogni sera nelle conver- 
sazioni dopo cena ; ma ogni 
mattina ricominciavano i ter- 
rori di don Ottaviano. Kè 
aveva torto : verso i venti di 
settembre s' intese nella valle 
un gran rumore di trombe, 
di cavalli, di soldati, e un 
distaccamento di Svizzeri ven- 
ne ad accamparsi in Venta- 
roli. Nel cortile dell' unico 
palazzo, quello di don Otta- 
viano, accamparono duecento 
fra soldati e ufàciali. 



Furono ospiti terribili. Gli 
ufflcia'.i svizzeri erano buoni 
e cortesi, assuefatti oramai 
alla dolcezza della vita napo- 
letana, avendo lasciato a Na- 
poli casa, famiglia, figliuoli, 
amici: addolorati di quella 
guerra che sentivano inutile, 
addolorati per quella causa 
che sentivano perduta : ma i 
soldati non tolleravano più 
freno di disciplina, erano di- 
ventati ribelli a ogni ordine, 
si abbandonavano alla ub- 
briachezza, al gioco. Dopo 
tre giorni avean consumato 
tutto il vino, tutto l'olio, tutta 
la farina di don Ottaviano: 
e chiedevano ancora, inso- 
lentemente, bastonando i con- 
tadini, sgozzando le galline. 



Le vecchie zie, le donne an- 
tiche di casa, stavano chiuse 
nello stanzone di famigli,; : 
tacevano, non osando neppu;\ 
filare, pregando mentalmente. 
Le serve erano in cucina, in- 
torno a certi caldaioni dove 
cuocevano i maccheroni che 
non bastavano mai. Tutta la 
notte era un cantare, un urlare, 
un litigare: don Ottaviano, 
chiuso nella stanzetta,leggeva 
ad alta voce i salmi peniten- 
ziali, per quietarsi o per stor- 
dirsi, ma non poteva dormire, 
il poveretto. Ma la più forte, 
sebbene la più minacciata, 
era la signora Cariclea, la 
moglie dell'emigrato. Lo sa- 
pevano bene, i soldati, che 
era la moglie di un cospira- 



MOLTI AN'XI DOI'O 69 

tore, di un nemico, Ji uno clic 
aveva tolta Napoli a Fran- 
cesco I.I; e ogni volta che 
ella compariva sulla terrazza 
o attraversava il cortile, vi 
era un mormorio crescente 
di ostilità. Ella passava, quie- 
ta, serena, come se niente 
losse, e pareva non udisse 
che la chiamavano moglie di 
brigante, moglie di assassino. Se 
ne lagnava, ella, con qualche 
ufficiale, specialmente con un 
maggiore, alto, biondo, ro- 
busto, un colosso. 

— Signora mia — le di- 
ceva costui in inglese — io 
non so che farvi. Badate alla 
vostra vita, io non posso ga- 
rantirvela. Non garantisco 
neppure la mia. 



Ella non temeva per so, 
temeva per la sua creaturina. 
La bimba aveva un cappel- 
lino rotondo, chiamato allora 
alla Garibaldi, con un pom- 
pon tricolore : e la bimba vo- 
leva portarlo sempre, quel 
pericoloso cappellino. Quando 
i soldati la vedevano passare, 
tutta fiera di quel pomo di 
seta tricolore, era come una 
rivolta: 

— Tagliamo loro la testa, 
a questa razza di briganti, 
tagliamo la testa di questa 
creatura, cosi imparerà a por- 
tare il pomo tricolore! 

La madre tirava un poco 
a sé la bambina e fingeva di 
sorridere, e quando era sola, 
in camera sua, soltanto al- 



MOLTI ANNI DOPO 



lora, abhrac 


clava la bimba, 


con una stretta frenetica. Dòn 


Ottaviano u 


-la% 


a: 


— Ci f 


ire 


e ammazzar 


tutti, con q 


lel 


vostro pomo 


tricolore ! 






Ma la bi 


11 b. 


non voleva 


lasciarlo, g 


rida 


va, gridava, 


glielo aveva 


dat 


il suo papà. 


quel cappell 


no 


col pomo tri- 


colore. Infine 


, i 


viveri comin- 


ciando a m 


me 


-ire, i soldati 


diventarono 


pi 


1 rabbiosi e 


chiesero qu 


ittr 


ini: il mag- 


giore portò 


la 


imbasciata a 


don Ottavi; 


no 


Costui un 


giorno dette 


ai . 


oldati trenta 


ducati messi 


da 


parte per le 


feste di Nat 


le: 


ma di notte, 


aiutato dalla 


cognata donna 


Cariclea, da 


Ha 


zia Rachele 



-2 MOLTI ANNI DOPO 

e dalla serva Ottavia, sep- 
pL'Ui, in un angolo dell'orto, 
il tesoro della ' Madonna, col- 
lane ii oro, anelli, orecchini, 
ex-volo di argento, pissidi, ca- 
lici, candelabri, altri arredi 
sacri. L'altare famigliare, che 
era nel grande salone di fa- 
miglia, dedicato alla Vergine, 
restò spoglio di ogni orn.i- 
mento. II seppellimento fu 
fatto misteriosamente: 

— Benedetto, benedetto! 
— diceva don Ottaviano, ba- 
ciando piamente ogni arnese 
sacro, prima di sotterrarlo. 
E singhiozzava, il povero 

Poi dette ai soldati altri 
venti duaati, che erano una 
dote da estrarsi, il primo .di 



MOLTI ANNI DOPO 73 

novembre, per far maritare 
una zitella del paese : ma 
non bastarono. Donna Cari- 
elea dette loro venti maren- 
ghi che il marito le aveva 
lasciati; ma non bastarono. 
Zia Rachele dette a questi 
svizzeri furiosi quindici du- 
cati di economie fatte, in 
molti anni, a grano a, grano ; 
nia non bastarono. Ottavia, 
la serva, aveva diciotto rar- 
Uni: li dette. In breve, nel 
palazzo non ci fu più un 
soldo, né un pizzico di farina, 
uè una goccia di vino. Gii 
iifSciali svizzeri si vergogna- 
vano: specialmente il mag- 
giore, che era una persona 
assai gentile, chinava il capo, 
offeso nel suo orgoglio di 



militare. Ora i soldati vole- 
vano il lesero delia Madonna: 
lo volevano giocare a carte. 

— La Madonna non lia 
tesoro — diceva don Otta- 
viano : — ditelo voij donna 
Cariclea. 

— La Madonna non ha 
tesoro — ripeteva la corag- 
giosa signora. 

Il maggiore andava e ve- 
niva, parlamentando fra i sol- 
dati e la famiglia. 

— Se non ci danno il te- 
soro, ammazziamo la bimba 
— mandavano a dire i soldati. 

— Raccomandiamoci alla 
Vergine, cognata mia — mor- 
morava il prete. 

Cosi, prevedendo immi- 



MOLTI ANNI DOPO 75 

migli.! si raccolse nello stan- 
zone, innanzi all'altare denu- 
dato, e si mise a pregare. 
Don Ottaviano aveva vestito 
i p.iramenti sacri e stava in- 
ginocchiato sui gradini del- 
l'altare. Era una settimana, 
dieci giorni di accampamento: 
nessuna notizia, nessun soc- 
corso. Ora l'umore degli Sviz- 
zeri era cambiato. Chiedevano 
un banchetto: volevano che 
nel cortile s'imbandisse una 
grande mensa , volevano i 
gnocchi, se no , mettevano 
fuoco alla casa. Il parroco 
giurava di non aver nulla, 
nulla da dare, neppure un 
tozzo di pane : il maggiore 
con le lagrime agli occhi lo 
scongiurava, che cercasse, 



che mandasse, per pietà dell.i 
vita di tutte quelle donne, 
vecchie e giovani. Furono 
spediti corrieri a Carinoia, a 
Casale, a Cascano, per tro- 
var farina. Ma intanto i sci- 
dati andarono nella legna. .i. 
ne cavarono fuori tutte le fa- 
scine e le disposero attorno 
alle mura del palazzo. I cor- 
rieri die erano andati per 
farina tardarono assai; forse 
erano stati arrestati, forse 
erano morti. Un mormorio 
crescente saliva dal grande 
cortile. 'Nel salone le donne 
dicevano le litanie, salmo- 
diando. L'ora passava, lenta. 
— Se fra dieci minuti noi. 
arriva il corriere con la f.- 
rina, i soldati danno fuoc > 
— venne a dire il majsiore. 



MOLTI ANNI DOPO 77 

— Non potete f.irc più 
nulli per noi? — chiese donna 
Cariclea. 

— Più nulla, signora. 

— Portar via questa pic- 
colina ? Io non mi dolgo di 
morire ; vorrei salvare la 
bimba. 

— Mi ucciderebbero con 
lei, signora. 

dunque — mormorò donna 
Cariclea. 

E Dio li assistette. Un 
corriere da Cascano ritornò. 
Portava farina: poca, insut- 
ficiente, ma ne portava. Cosi 
le serve lasciaron di pregare 
e scesero in cucina, a fare i 
gnocchi, per i soldati. 

Ma i soldati non vollero 



-8 MOLTI ANNI DOPO 

togliere le fascine; e la morte 
parve solo ritardata di qual- 
che ora; si capiva clie dopo 
il banchetto i soldati sareb- 
bero diventati più feroci; non 
avrebbero conosciuto piij ra- 
gione. Essi, nel cortile, tu- 
multuavano; le povere serve, 
in cucina, manipolavano la 
pasta, instupidite; su, nello 
stanzone, il parroco aveva 
confessato e dato 1' assolu- 
zione a tutti i suoi parenti. 
La piccolina di donna Cari- 
elea spalancava gli occhi , 
spaventata ; ma non pian- 

A un tratto, il pesante 
martello del portone risuonò, 
tre volte, sonoramente. Un si- 
lenzio profondo. Ma nessuno 



MOLTI ANNI DOPO 79 

apri. Tre altri colpi: e il bat- 
tito del piede ferrato di un 
cavallo risuonò innanzi al 
portone. 

— Chi va là? — chiese 



la sentinella, senz'i 



prir 



— Viva Francesco II! — 
gridò una voce affannosa. 

— Viva, viva! — urlarono 
i soldati. 

Era una staffetta : un sol- 
dato pallido e grondante su- 
dore. Chiese del colonnello, 
dei maggiore, di un capo ; 
non aveva che due parole da 
dirgli. Il maggiore alto e 
biondo, il colosso affettuoso 
e fiero, accorse ; la staffetta 
si rizzò, gli parlò all'orecchio. 
Il maggiore restò imperter- 
rito, assenti col capo; la staf- 



bO MOLTI ANNI DOPO 

fetta riparti, precipitosamente. 
Il maggiore sali sul terraz- 
zino interno che dava sul 
cortile, fece suonare la trom- 
ba, due volte: 

— Soldati — disse con 
voce tonante — abbiamo in- 
nanzi a noi Garibaldi, alle 



spalle arriva Vittorio Ema- 
nuele. Facciamo il nostro do- 
vere. Viva Francesco II! 

— Viva ! — disse qualche 
voce. 

E lentamente si misero 
in tenuta di partire. Andava- 
no fiacchi, lenti, molli, attac- 
candosi la giberna, visitando 
i fucili; e il maggior loro do- 
lore, per quei mercenari bru- 
tali, era di noi; poter ban- 
chettare, di non poter man- 



MOLTI ANNI 



giare ! gnocchi che le po- 
vere serve facevano in cucina. 
Gli ufficiali andavano, veni- 
vano, gridavano ; ma inutil- 
mente. 

— Consolatevi, signora — 
disse il maggiore a donna Ca- 
riclea, entrando nel salone — 
ora vengono i Garibaldini. 

Ella non osò consolarsi. 

petto e non parlava. Il par- 

— Addio, signora, non ci 
vedremo più — disse il mag- 
giore. — Noi andiamo alla 
morte. 

E non tremava la sua 
voce. Usci, si pose alla testa 
dei soldati, marziale, bellis- 
simo a cavallo, camminando 



02 MOLTI ANNI DOPO 

serenamente alla battaglia ; 
dietro di lui i soldati svizzeri 
andavano, come pecore, stret- 
ti stretti, taciturni, torvi. Nes- 
suno osò levare la voce, nel 
palazzo deserto, devastato; 
per un' ora tutti tacquero, 
innanzi all'altare, subendo 
ancora V incubo di quell' as- 
sedio. 

— Ora vengono i Gari- 
baldini — disse, a un tratto 
la bambina. 

E vennero. Portavano la 
camicia rossa, ma erano co- 
perti di polvere, con le scarpe 
rotte, stanchi, sfiniti; vole- 
vano bere, volevano mangia- 
re, non ne potevano più. 

— Che daremo loro ? — 
diceva don Ottaviano, dispe- 
randosi. 



MOLTI ANNI DOPO b} 

I GaribalJini non crede- 
vano che non ci fosse nulla. 
Erano una quarantina, este- 
nuati ; avevano trovato la de- 
vastazione dappertutto. Dap- 
pertutto i Borbonici avevano 
mangiato tutto, bevuto tutto, 
non vi era più nulla; come 
potevano dunque battersi ? 
Un ufficiale, buonissimo, par- 
lamentava con donna Cari- 
elea e col parroco ; era inu- 
tile, non vi era nulla, nulla. 
Ma un clamore venne dal 
cortile ; i Garibaldini avevano 
scoperto la cucina e il calda- 
ione dei gnocchi. 

— Ab, Borbonici, cana- 
glia ! Avevate da mangiare e 
ce lo negavate ! Borbonici 
della malora, che vi porti via 
il diavolo ! 



b4 MOLTI ANXI DOPO 

Ma fra quelle voci irritate, 
furiose, una vocina sorse : 

— Viva Garibaldi ! 

La piccolina, in mezzo ai 
Garibaldini, agitava il suo 
cappelluccio col pomo di s£ta 
tricolore. Mentre la baciava- 
no, levandola su in trionfo, 
ella strillava sempre. La ma- 
dre piangeva. 



11 cannoneggiamento co- 
minciò alle tre del pomerig- 
gio. Ventaroli è sulla collina, 
l'eco dei cannoni vi si' riper- 
cuoteva fortemente. Donna 
Cariclea era salita sopra una 
torricella, donde si vedeva 
tutta la valle ; ma nulla si 
scorgeva. Dove si battevano .■■ 
Con che esito? Era impos- 
sibile saper nulla. I quaranta 
Garibaldini erano andati via 
allegramente, dopo aver pran- 
zato, coi loro scarponi rotti 
coi loro vecchi fucili; e tutte 



(jS molti anni DOl'O 

le case Ji Ventaroli si erano 
chiuse, i portoni erano sbar- 
rati. Quando cominciò il can- 
none, Pasqualina Cresce, che 
aveva paura dei tuoni, aveva 
cacciato il capo sotto i cu- 
scini; il vecchio Nicola Bor- 
relli, che aveva fatto il sol- 
dato, tendeva l'orecchio per 
sentire donde venisse; e la so- 
rella dell' emigrato, Rosina, 
una fiera donna, era venuta 
nello stanzone e aveva ac- 
cese due altre candele alla 
Vergine, per conto suo, per- 
chè vincessero i Garibaldini. 
Donna Cariclea fremeva : in- 
vano aguzzava gli occhi, sulla 
torricella, ma non un'anima 
passava nella valle, non un 
carro, non un contadino; un 



deserto, un paese moi'to. Il 
cannone si arrestava, talvol- 
ta, per cinque minuti, ma dopo ■ 
riprendeva con più vigore. 
Stette tre ore lassù, sino al- 
l'imbrunire. E sempre il can- 
none: talvolta allegro, tal- 
volta lungo e lugubre. Poi 
tacque. Era notte. Nessuna 
notizia. Era perduta o sai- 
Ma don Ottaviano, le vec- 
chie zie, le giovani spose, le 
serve erano stanche di quella 
tremenda giornata ; e mal- 
grado il terrore dell'indomani, 
malgrado la suprema incer- 
tezza, che era anche un su- 
premo pericolo, andarono a 
dormire. Donna Cariclca si 
ritirò nella sua stanzuccia, 



Clio era proprio sopra 1 arco 
del portone. Aveva appena 
appena congiunte le mani 
della piccolina per la pre- 
ghiera delia sera, quando, nel 
silenzio profondo del villag- 
gio, si udì un galoppo di ca- 
vallo ; veniva verso la casa. 
E subito dopo un fievole col- 
po di martello risuonó. Donna 
Cariclea trasali. Che doveva 
fare ? Si affacciò senza far 
rumore alla finestra: nell'om- 
bra si vedeva un cavallo e 
un cavaliere, ma non si di- 
stingueva altro. Erano im- 
mobili, aspettavano. Ma passò 
qualche minuto ; il cavaliere 
non picchiò di nuovo, aspet- 
tando, pazientemente. 



trepidante. 

E richiuse la finestra, senza 
t.tr rumore. Ma quel cavaliere, 
l.i, innanzi al portone, nella 
notte, le dava tormento. Ri- 
apri, domandò sottovoce : 

— Chi i? 

— Sono io — disse una 
nota voce. 

— Voi, maggiore ? 

— .Aprite, signora, per 

Ella prese un lume, attra- 
versò due o tre stanze, scese 



per 



scale, andò a tira 



grossi catenacci. Silenziosa- 
mente, il maggiore era di- 
sceso da cavallo e se lo trasse 
dietro, nel cortile; lo legò a 
un anello di terrò. La signora 



92 MOLTI ANSI DOPO 

andava innanzi e il maggiore 
dietro; quando furono nella 
stanzetta, il maggiore le fece 
cenno di chiudere la porta, a 
chiave. La bimba, già in letto, 
guardava tutto questo con un 
par d'occhioni spaventati. 

— Signora — disse il 
maggiore — io sono nelle vo- 
stre mani. 

Ella lo guardò, sgomenta. 
L'ufliciale svizzero era in uni- 
forme, tutto gallonato, tutto 
scintillante di oro: ma teneva 
il capo abbassato sul petto. 

— Che avete fatto? — 
chiese ella, duramente. 

• — Sono scappato, signora. 
Fuggo da tre ore ; due ore 
siamo stati nascosti in una 
macchia, il mio cavallo e io. 



— Non avete preso parte 
alla battaglia? 

— No, signora, vi dico 
che sono scappato. 

— E perchè? — chiese 
ella a quel colosso. 

— Perchè avevo paura 
— disse lui, semplicemente. 

— Oh! — fece soltanto 
lei, celandosi il volto per ri- 
brezzo. 

— Avete ragione — disse 
lui, umilmente. — Ma la paura 
non si vince : sono fuggito. 

— Non vi vergognate, non 
vi vergognate ? — chiese ella, 
tremando di emozione. 

Egli non rispose. Si ver- 
gognava, forse. Stava buttato 
sulla sedia, grande corpo ac- 
casciato dalla viltà. 



— E i vostri soldati :- 

— Chissà! — disse il 
maggiore, levando le spalle. 

— Chi ha vinto, dunque? 

— Non lo so. Avranno 
vinto gli Italiani. 

— E siete fuggito ? 

— Già. Vi ripeto, avevo 
paura. Che m'importa della 
battaglia? Voi dovete sal- 
varmi, signora. 

— Io? 

— Si Dovete farmi fug- 
gire. Voglio ritornare a Xa- 
poli, in sicurezza. Ho famiglia 
io: ho figli io: che me ne im- 
porta di Francesco II? Sal- 
vatemi, signora, ve ne scon- 
giuro. 

— E perché dovrei farlo? 

— Perchè siete donna, 



MOLTI ANNI DOPO 95 

perché siete buona, perchè 
anche voi avete una figlia... 
e capiti... 

— Siete un nemico, voi. 

— V' ingannate, sono un 
disertore. 

— Ebbene? 

— Significa che io temo 
cguahnentc i Borbonici, come 
i Garibaldini Se mi trovano 
i vostri, sono un nemico e mi 
fuci'ano ; se mi trovano i Bor- 
bonici, sono un disertore e 
mi fucilano. Ecco perchè vi 
chieggo di salvarmi. 

— Se rientrate a Napoli 
vi fucileranno. 

— Garibaldi è buono — 
disse umilmente il maggiore 
svizzero. 

— È una vergogna — ri- 
petette lei duramente. 



96 MOLTI AXNI DOPO 

— Lo so; ma che posso 
farci? Salvatemi voi. 

— Stamane avreste la- 
sciato morire la mia bam- 
bina. 

— Che potevo fare ? 

— Eppure il re contava 
su voialtri! Che uomini siete 
dunque ? 

— O signora mia, per 
carit.ì, non ne parliamo; se 
avete viscere di madre, tro- 
vatemi un mezzo per fuggire. 

— Io non ne ho. 

— Lasciatemi stare qua, 
in questa stanza. 

— Se vi ci trovano, siamo 
perduti tutti. 

— È vero — disse lui, 
dolorosamente. 

La bambina aveva ascoi- 



MOLTI ANNI DOPO 



97 



tato tutto il discorso, guar- 
JanJo ora sua madre, ora il 
maggiore. Adesso, ambedue 
tacevano Egli era immerso 
nel più profondo avvilimento • 
ella era combattuta da tanti 
sentimenti diversi. 

— Ho anch' io un bimbo 



. età — 



normorò j 



i^aggiore. _ Non lo vedrà 
più, forse. 

— Aspettatemi qui — disse 
donna Cariclea, decidendosi. 
E usci. Il maggiore si era 
inginocchiato vicino al letto 
e aveva baciata la piccolina. 
Donna Cariclea tardava. Alla 
fine, muta, lieve come un'om- 
bra, ritornò. Portava un in- 
volto di panni : 

— Smorzerò il lume 



^S MOLTI ANNI DOPO 

Jisse, con voce breve, supe- 
rando ogni ritrosia di donna 
— toglietevi r uniforme e 
mettete questi abiti. 

Cosi fece. Dopo pochi mo- 
menti ella riaccese il lume ; 
il maggiore era vestito da 
contadino e l' uniforme gia- 
ceva per terra. Egli se ne 
stava tutto umile, tutto con- 
trito. 

— Bisogna nascondere 
quest'uniforme e questa spa- 
da — disse lui, — trovan- 
dosi, sareste perduta. 

— È vero — disse lei. — 
Spezzate dunque la spada. 

Senza esitare, egli tentò 
di spezzare la spada sul gi- 
nocchio. Ma la buona lama 
resisteva Alla fine, con la ten- 



sione cici suoi muscoli robu- 
sti, la spezzò. 

— Scucite i galloni dal- 
r uniforme — ordinò donna 
Cariclea. 

Pazientemente, il maggio- 
re strappò i galloni del suo 
uniforme. Ella raccolse tutto. 

— Andiamo a buttarli via. 
Egli la segui per le scale; 

ess-a lo guidava con un fioco 
cerino. Scesero nel cortile 
macchinalmente, ella buttò i 
frammenti della spada nel 
profondo pozzo, che era in 
mezzo al cortile. Il maggiore 
sospirò di sollievo. Poi pas- 
sarono vicino alla conserva 
dell'olio; ella vi buttò l'uni- 
forme disadorno di galloni. 
Alla fine, passando presso un 



100 MOLTI ANXI DOPO 

mucchio di letame, ella vi 
buttò i galloni, rivoltandoli 
con una pala, per farli andare 
sotto. 

— Dio mio, ti ringrazio! 
— esclamò il maggiore. 

— E il cavallo? che faccia- 
mo del cavallo? Se lo trovano 
siamo perduti. 

— È vero — mormorò 
lui. — Bisogna farlo scom- 
parire. Ora lo ammazzo. 

— Con che ? 

— Non ho aimi, è vero. 

Andarono presso il caval- 
lo. La buona bestia nitri; il 
maggiore fremette di paura. 
Poi, sciolse le redini dall' a- 
nello, trasse il cavallo fuori 
del portone e rinchiuse il por- 
tone. Stettero a sentire, il 



MOLTI ANNI DOPO ICI 

maggiore e donna Cariclea. 
Per un pezzo il cavallo scal- 
pitò sulla soglia, battè col 
capo contro il legno della 
porta; ma poi ne sentirono il 
galoppo furioso e pazzo per 
la campagna. 

— Domani la campagna 
sarà piena di cavalli fuggenti 
— mormorò il disertore. 

— Andiamo su — fece lei. 
Risalirono. La bimba era 

sempre sveglia. Donna Cari- 
clea si chinò e baciò sulla 
guancia la sua figliuola. In 
atteggiamento confuso il 
maggiore aspettava. 

— Sentite — disse donna 
Cariclea. — Io ho fatto sve- 
gliare Peppino, il boaro. È 
una creatura bestiale, ostina- 



ta e fedele. Farà tutto quello 
che gli ho detto. Ha messo 
una scala alla finestra del 
grande salone. DA sull'orto. 
Voi scenderete per queli.i 
scala; siete forte, mi pare "- 

— Bene ; andrete a tra- 
verso i campi, raa senza af- 
frettarvi , dovrete avere il 
passo dei contadini che vanno 
al mercato. Parlate poco cor. 
Poppino, i contadini non par- 
lano. Avete i baffi di un si- 
gnore e di un militare ; ecco 
le forbici, tagliateveli. 

Egli esegui senz'esitare. 

— Bene. Andrete a passare 
il Volturno, molto al disotto 
di Capua; là troverete un.i 
scafa, passerete il fiume e vi 



recherete a Napoli. Peppino 
vi lascerà, tornerà indietro, 
non dirà mai una parola con 
nessuno. Noi, probabilmente, 
non c'incontreremo più. Tanto 
meglio. Ma se ci dovessimo 
mai incontrare, baiate bene, 
non mi ringraziate, non mi 
tendete la mano, non mi sa- 
lutate, non mostrate di cono- 
scermi. Se Io faceste, vi darei 
del disertore sulla faccia. Ad- 
dio, dunque, signore. 

— Addio, signora. 

E fece per accostarsi al 
letto, donde la bimba lo guar- 
dava, e voleva baciarla. 

— No — fece la madre 
opponendosi. 

Egli usci. Donna Cariclea 
lo senti scambiare una parola 



104 MOLTI ANNI DOPO 

con Peppino che l'aspettava 
pazientemente, seduto nel- 
l'ombra dello stanzone; udì lo 
scricchiolio della scala sotto 
quel corpo pesante; udi i due 
passi quasi allontanarsi. Allo- 
ra si accostò al letto della 
sua piccolina, si curvò su lei: 
— Pensa che questo sia 
un sogno, Caterina ; dimen- 
tica, dimentica tutto, picco- 



Ma Caterina non ha po- 
tuto dimenticare. 



=5$^ 



Il mio segreto. 



n 



XV 





OENTiTE ora il mio segreto, 
uno spaventoso segreto che 
rode l'anima. L'ho taciuto si- 
nora per l'orrore della mia 
mostruosità. Ma dentro, lo 
spasimo mio assume mille 
forme, io sento due martel- 
lini battermi sul cuore mor- 
tificandolo di colpi ; io ho una . 
vite d' acciaio che mi rotea 
nel petto come un cavaturac- 



ciolo; io Ilo un migliaio di 
spilli ficcati sotto il cranio; 
io ho un chiodo confitto nella 
tempia dritta. Eppure, in que- 
sta lunga agonia, io non posso 
morire ; dalla febbre il mio 
sangue si rinnovella, dalla 
tortura le mie fibre si dissec- 
cano, ma si rinvigoriscono 
dall'incitamento ; la forza de: 
miei nervi si raddoppia. Mo' 
rire no, non mi è concesso. Al- 
tri dovrebbero morire, meco 
Scrivo il mio segreto non pei 
sollievo, perchè non ne spero 
ma perchè si sappia la verità 
del caso mio. 

Sentite. Xon è vero che io 
sia pazza ; io vivo, sento, ri- 
cordo e ragiono, duelli che 
mi tengono imprigionata nel 
manicomio, s'ingannano. 



IL MIO SEGRETO I09 

Mai ho posseduto ta;ita 
lucidità di mente, tanta soli- 
dità dicervello; mai ho con- 
templato con tanta serenità 
di dolore la mia sventura. 
Kon sono pazza.. È inutile 
la doccia sulla testa, il came- 
rotto foderato di materassi, il 
bagno caldo, la sorveglianza 
continua. Questo non può 
guarirmi, perchè non sono 
pazza. Per me non ci vuole 
il medico, ma il prete. Deve 
venire il prete con il libro 
santo dei Vangeli, con la 
stola ricamata d'oro, con l'ac- 
qua benedetta. Deve leggere 
le pregliiere per scongiurare 
gli spiriti maligni, mettermi 
sul capo la stola e asper-. 
germi di acqua santa; deve 



no IL MIO SEGRETO 

battersi il petto, inginocchiar- 
si, pregare l'aiuto del Signore 
su me. Poiché io non sono 
pazza, ma qualcuno si è im- 
possessato di me : io non sono 
pazza, ma qualcuno è entrato 
in me, vive cori me. Dentro 
l'anima mia vi è un' aLtr'a- 
nima. Dentro la mia volontà 
vi è un'altra volontà. Dentro 
la mia ragione vi è un'altra 
ragione. Bisogna esorcizzar- 
mi, bisogna cacciar via la mia 
nemica, togliermi quest'altra 
anima che mi riempie di ter- 
rore. Noi siamo due... 



IL MIO SEGRETO 



(liuinto tempo è che ho 
veduto lei, l'altra, per la pri- 
ma volta ? Non so, la data 
non potrei dirla, perchè mi 
sfugge. Certo era un tramon- 
to più rosso d'autunno ; io 
correva nelle vie infangate, 
affrettandomi a una casadove 
qualcuno che mi amava mo- 
riva. Correvo col capo chino 
sotto la pioggia mormorando 
le parole di consolazione e 
di perdono prima di giungere. 
D'un tratto, alzando gli occhi 
sotto la luce rossastra di un 

14 



112 IL MIO SEGRETO 

fanale a gas, vidi camminarmi 
accanto una figura femminile. 
Era una donna di mezza sta- 
tura, col volto pallido e al- 
lungato, sciupato dall' età, 
dalle sofferenze; ma in quel 
volto consumato ardevano gli 
occhi neri, bruciavano di san- 
gue le labbra. Era vestita 
tutta di nero, il nero dei suoi 
occhi: portava al collo, come 
spillo, un ramoscello di co- 
rallo rosso come le labbra. 
Camminava accanto a me, 
guardando la terra ; un sol 
momento mi alzò gli occhi in 
viso, ma li riabbassò subito. 
Io fui colpita da questa ap- 
parizione e distesi la mano 
quasi per toccarla, ma ella si 
allontanò rapidamente. La se- 



IL MIO SEGRETO II3 

guii quasi per istinto senz.t 
saper perchè, presa da neces- 
sità di andare dove andava 
lei, di fare quello che lei fa- 
ceva. La seguii con gli occhi 
fissi nella sua figura bruna, 
raggiungendola ogni tanto 
per vedere quello sguardo 
nero e ardente, quelle labbra 
febbricitanti, quell'abito nero 
come l'occhio, quel ramo di 
corallo rosso come le labbra. 
Ella se ne andò per le strade 
con il suo passo ritmico, fer- 
mandosi innanzi alle mostre 
delle botteghe , salutando 
qualche creatura ignota, fer- 
mandosi a discorrere con 
qualche essere volgare. Io 
feci, dietro a lei, tutto quello 
che essa fece. Ella prese la 



114 "- MIO SEGRETO 

via del teatro, sali le scale, 
entrò in un palco e si pose 
immediatamente a dardeg- 
giare la folla col suo sguardo 
nero. Si pose subito a ridere 
con le sue labbra di sangue; 
io in un palco dirimpetto a 
lei, imitandola, guardai sfac- 
ciatamente la folla e risi, risi 
sempre. D'un tratto ella scom- 
parve, io m'abbandonai in una 
atonia come semimancassero 
gli spiriti, poi mi risvegliai 
nell'amarezza saliente dei ri- 
morsi. L'amico che m'aspet- 
tava, a cui dovevo portare le 
parole di consolazione e di 
perdono, era morto, solo, men- 
tre io rideva al teatro. 



SEGRETO 



Io non amavo quell'uomo. 
Anzi non amavo nessuno in 
quel tempo. La mia indiffe- 
renza in fatto di sentimento 
era serena ; non amavo, non 
avevo il rimpianto dell'amore. 
Poi quell'uomo era un essere 
volgare e miserabile di cui io 
vedeva tutta la miseria, tutta 
la volgarità. Il suo amore fat- 
to di vanità, dì capriccio, di 
puntiglio, non aveva il potere 
di irritarmi, ma aveva il potere 
di nausearmi. Le sue parole 



Il6 IL MIO SEGRETO 

mi lasciavano inerte, le sue 
lettere non mi scuotevano, le 
sue mani che stringevano le 
mie non mi facevano impal- 
lidire. Odiarlo non potevo, e 
amarlo neppure: tutta la me- 
schinità, tutta la bassezza del 
suo spirito, la misuravo. Egli, 
divorato dal desiderio, ch'era 
vanità, fremeva di rabbia, fre- 
meva di falso amore e pre- 
gava e scongiurava, versava 
lagrime di dispetto. Io mi ri- 
fiutava; tranquilla, immobile, 
sorridente , quasi insolente, 
m'immergevo sempre più in 
quella indifferenza che e il 
dono dei forti. Finché lui un 



scena di col- 



lera, mi disse : 

— O domani o mai pi 



IL MIO SEGRETO II 7 

— Mai più — dissi io fred- 
Jamente. 

II domani, nel pieno me- 
riggio d'inverno, io passeg- 
giava nella campagna, trasa- 
lendo d'emozione per la mae- 
stà del fiume che se ne an- 
dava lento al mare, per gli 
anemoni crescenti nell'erba 
umida, per i piccoli salici neri 
che si piegavano brulli, quasi 
spinosi, per gli uccelli che 
stridevano sul mio capo nella 
profondità dei cieli. Queste 
sensazioni giungevano squi- 
site, soavi ai miei nervi equili- 
brati. Ero quieta. Quand'ecco 
nelle lontananze della sponda, 
nella gialla lucentezza meri- 
diana, ella m'apparve col suo 
viso smorto, disfatto, dove 



Il8 IL MIO SEGRETO 

vivevano soltanto i carbonchi 
dei suoi occhi e la bocca rossa 
come un granato; vestita di 
nero, portando al collo un 
ramo di corallo rosso. Questa 
volta non mi guardò. Tutto 
il mio essere sobbalzò a lei. 
Mentre si dirigeva lentamente 
alla città, io la seguii passo 
per passo come una bestia 
ubbidiente. Vedevo con pau- 
ra che ella andava al luogo 
del convegno con quell'uo- 
mo, ma istintivamente non 
potevo manifestare questa 
paura. Vidi con spavento 
che quell'uomo era là, che 
mi aspettava, che sorrideva 
di orgoglio. Egli non vedeva 
il fantasma che gli si ac- 
costava, vedeva me che' mi 



% 




>ai 



IL MIO SEGRETO 



accostavo a lui per seguire 
il fantasma. 

— Grazie — disse l'uomo 
trionfante. 

Il fantasma sorrise dolce- 
ment.e, ed io, che volevo ur- 
lare di dolore, sorrisi di dol- 
cezza. 

— Tu mi ami? — chiese 

— Ti amo — mormorò il 
fantasma. 

Io, cui sulle labbra si af- 
favano gli insulti, dissi a 
V. ce alta : 

— Ti amo. 

— Mi amerai sempre? 

— Sempre — rispose il 
fantasma. 

Io, che agonizzavo, ri- 
sposi : 



122 IL MIO SEGRETO 

— Sempre. 

— Lo giuri sulla Ma- 
donna V 

— Lo giuro sulla Ma- 
donna — susurrò l'ombra. 

Io, che avevo il terrore 
del sacrilegio, bestemmiai: 

— Lo giuro sulla Ma- 
donna. 



IL MIO SEGRETO 



Ora mi dicono puzza. Pen- 
sate che ho trascinato due 
anni la catena di un amore 
falso e volgare, che ho men- 
tito due anni, che ho tolle- 
rato due anni la menzogna, 
perchè non mi amava, come 
io non l'amavo. Pensate al 
disgusto , al ribrezzo , alla 
stanchezza di due anni, ai 
giuramenti bugiardi fatti e 
ricevuti, ai trasporti fittizi!, 
ai baci inutili e fiacchi, agli 
entusiasmi posticci, a questa 
commedia piena di fango. 



124 IL MIO SEGRETO 

Era per lei tutto. Per fare 
quello che ella faceva, per 
dire quello ch'ella diceva, 
per seguirla, per imitarla. Era 
l'incantesimo di questa fata, 
di questa strega, di questa 
maliarda. Era il fascino, il 
filtro ; avvinghiata ad essa 
che rappresentava la bugia e 
il tradimento, io sono stata 
la bugia e il tradimento. 

Nel tempo, accadde altro. 
Un altro uomo mi amava ve- 
ramente, con la lealtà spiri- 
tuale delle anime elette ; io 
lo amava con l'umiltà pro- 
fonda del cuore che cerca 
riabilitarsi. Le nostre anime 
vibravano all'unisono nell'ar- 
monia potente dell'amore ; si 
fondevano meravigliosamen- 



IL MIO SEGRETO I25 

te ncH'armonia dell' amore; 
eri un affetto solo, completo, 
tutto divino e tutto umano. 
Ma la celestiale fmione durò 
poco. In un' ora suprema, 
mentre egli mi parlava soa- 
vemente, vidi comparire tra 
noi la donna dall'abito nero, 
che portava al collo un ra- 
moscello di corallo rosso. 
Questa volta i soavi occhi 
lampeggiavano malignamen- 
te, le sue labbra di garofano 
sogghignavano. Egli mi parla- 
va d'amore ed ella ghignava, 
ghignava. 

— Non ti credo — rispose 
a quell'uomo che diceva la 

Cosi l'amore nostro di- 
venne uno spasimo. Dietro 



120 IL MIO SEGRETO 

il volto di lui, onesto e buo- 
no, lo vedeva l'ovale sciu- 
pato della donna che ghi- 
gnava ; egli diceva un si 
franco, sincero, e l'eco del 
fantasma era un no duro; 
egli mi accarezzava col suo 
sguardo innamorato, ed ella 
lampeggiava ferocemente gli 
occhi. 

— Non ti credo, non ti 
credo — ripetevo a quell'uo- 
mo, io diventata malvagia e 
scettica. 

Poi egli non credette più 
a me, mi vedeva sempre di- 
stratta, assorbita, scossa da 
subitanee paure, o perduta 
in esaurimenti mortali. 

— Tu non mi ami, tu sei 
lontana di qui; la tua anima 



è assente; oh ritorna, ritorna! 
— egli mi supplicava. 

Eppure ci amavamo : la 
maga pallida dalle labbra di 
carminio, che ci scherniva, 
si metteva fra noi e ne fa- 
ceva gelare il sangue, e ren- 
deva deboli i nostri baci e 
fioche le voci. Io soffriva in- 
finitamente più di lui, io che 
vedevo la maga sedersi ac- 
canto a noi, io che sentivo 
Io spavento di questo spettro 
salirmi al cervello e farmi 
delirare. Io che giunsi fino 
ad essere gelosa di quel fan- 
tasma, a cui mi sembrava che 
egli dirigesse le sue parole 
di amore ; io, che in uno scop- 
pio di gelosia furiosa, gridai: 

— Tu m'inganni, tu ne 



I2'^ II. MIO SEGRITO 

ami uii'altr.ijtu ami una don- 
na pallida, sfinita, cogli occi.; 
neri, le labbra sanguigne, U 
veste nera, il ramo di corallo 
rosso. Tu m'inganni, tu mi 
tradisci, tu ami un'altra! 
Egli mi guardò trasognato. 

— Tu sei quella — disse 
semplicemente. 

Mi condusse allo specchio: 
vidi nel cristallo una faccia 
smorta, consunta dall'età, dal- 
la sofferenza, due occhi neri. 
ardenti, due labbra brucianti, 
una veste nera, un ramo di 
corallo rosso. Vidi la sua fi- 
gura, che era la mia figura : 
urlai come una bestia : 

— Kon sono pazza, non 
è la mia testa che devono 
curare, ma è la più fiera ne- 



mica che è entrata m me; il 
t'ar-ta^ma si e messo nell'a- 
nima mia. L'altra non vuole 
andarsene, vuol vivere in rae, 
cosi siamo due; bisogna esor- 
cizzarmi ; chiamate un prete, 
e dica sul mio capo le parole 
sacre della preghiera che li- 
bera le anime ! 




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rica — Con disegni di Gino 

De Bini. 
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■olpe. — Con disegni di 

Gino De Bini. 
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