Skip to main content

Full text of "Le guerre dell'indipendenza italiana dal 1848 al 1870: storia politica e ..."

See other formats


This is a digital copy of a book that was preserved for générations on library shelves before it was carefully scanned by Google as part of a project 
to make the world's books discoverable online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subject 
to copyright or whose légal copyright term has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 
are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that 's often difficult to discover. 

Marks, notations and other marginalia présent in the original volume will appear in this file - a reminder of this book' s long journey from the 
publisher to a library and finally to y ou. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with libraries to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we hâve taken steps to 
prevent abuse by commercial parties, including placing technical restrictions on automated querying. 

We also ask that y ou: 

+ Make non-commercial use of the files We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use thèse files for 
Personal, non-commercial purposes. 

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort to Google's System: If you are conducting research on machine 
translation, optical character récognition or other areas where access to a large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the 
use of public domain materials for thèse purposes and may be able to help. 

+ Maintain attribution The Google "watermark" you see on each file is essential for informing people about this project and helping them find 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it légal Whatever your use, remember that you are responsible for ensuring that what you are doing is légal. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countries. Whether a book is still in copyright varies from country to country, and we can't offer guidance on whether any spécifie use of 
any spécifie book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
any where in the world. Copyright infringement liability can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps readers 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full text of this book on the web 



at |http : //books . google . corn/ 



r j 



ui-'- 




Digitized by VjOOQIC 




LE GUERRE 
DELL^INDIPENDENZA ITAUANA 



mvfM^^^^^ 






::\ 



Digitized by VjOOQIC 



FEOPBIETjL lettebabia 



(539) 



Digitized by VjOOQIC 



CARLO MARIANI 

'. LE GUERRE 

DELL'INDIPENDENZA ITALMA 

Dal 1848 AL 1870 

STOMA POUTICA E MMARE 



VOLUME SECONDO 



1882 

ZUDT72: S T'ATSrj^JLJB 
TORINO. 



Digitized by VjOOQIC 



Digitized by VjOOQIC 



CAPITOLO I. 

Xj'Assemblea veneta. 



Jj'Egtuario veneto, sue difeae, snoi difenson. — Cavanella d'Adige e 
Mestre. — I Commissari régi e l'il agosto in Venezia. •— Il Cir- 
colo italiano. NnoTO oïdinamento delVesercito. — La mediazione 
anglo-francese. Parole di Niccolô Tommaseo alla Francia. — Il 
Oircolo italiano; Kevere, Mordini e Dall'Ongaro. — Manin e l'As- 
semblea veneta. — Fazione di Cavallino del 22 ottobre. — Assalto 
di Mestre del 27 ottobre. — Gonsiderazione sa l'assalto di Mestre. 
— Venezia e la Costituente italiana. — L'Assemblea veneta e il 
5 marso 1849. — Disegni di guerra di Goglielmo Pepe. 



Gagllelmo Pepe — il quale, corne già dicemmo, dopo 
la caduta di Yicenza, erasi ridotto a Venezia con le poche 
soldatesclie napolitane serbatesi in fede alla causa patria 
— appena ebbe assunto il comando supremo délie forze 
armate délia repubblica, fidatogli dal Governo, volse sue 
cure a ordinare, istruire e assoggettare alla militare di- 
sciplina Tesercito, per la massima parte composte di volon- 
tari; i quali, se possiedono entusiasmo e valore, non sono 
perô osservatori rigidissimi délie leggi délia milizia. Il 
générale Pepe, avendo saputo fortemente volere, in brève 
tempo consegui lo intente desiderato e che a ogni costo 
bisognava raggiungere; ciô che a lui fruttô laude gran- 



Digitized by VjOOQIC 



6 OAPITOLO I 



dissima, aile sue genti splendide vittorie e a Venezia la 
forza di resistere a lungo e gloriosamente sempre a ni- 
mico per numéro d'uomini e potenza di armi e di oifese 
prépondérante dimolto. — Innanzi d'imprendere la narra- 
zione délie geste compiutesi nel memorando assedio da 
quella magnanima città con magnanime virtù sostenuto e 
i cui fortissimi âgli scrissero allora una pagina gloriosa, 
che mai non morrà, nella storia deirindipendenza italiana, 
diremo brevemente delVEstuario veneto, délie sue difese 
e de'suoi difensori. 

Giusta Topinione di sapienti scrittori, sino dai primi 
tempi del romane imperio il mare Adriatico allagava buon 
tratto délie pianure, che oggigiorno distendonsi dalla foce 
deirisonzo sino a Ravenna e verso Acquileia, Portogruaro, 
Treviso, Mirano e Adria. I fiumi, che immettevansi in quel- 
Tampio bacino, diminuendo d'assai la velocità délie acque 
loro quando stavano per confondersi con le onde marine, 
deponevano in esso le sabbie trascinate nel loro corso; 
per la quale cosa a poco a poco alzossi il fonde ineguale 
e yariato di quel bacino, da riempirne buona parte a vantag- 
gio délia terra ferma e formare in quella, che allagata rimase 
e laguna chiamossi, moite isolette e non pochi bassifondi. 
La grande laguna adriatica componesi di quattro picciole, 
separate da terreni piii o mono paludosi. La méridionale 
— le valu di Gomacchio — trovasi fra Ravenna e il Po 
di Volano; quella di Venezia, tra le foci dell'Adige e del 
Sile; la laguna di Gaorle sta in mezzo alla Livenza e al 
Tagliamento, e la settentrionale — quella di Grade — fra 
il Tagliamento e l'Isonzo. Parleremo largamente délia la- 
guna di Venezia, o Estuario veneto, perô che sovr'essa 
soltanto siasi combattuta nel 1848 e 1849 la guerra tra gli 
Austriaci e i Veneziani. ;— VEstuario è separato dal- 
TAdriatico da una stretta lingua di terra, chiamata lito- 
raie o lido; le sue acque comunicano con quelle del mare 
per le spezzature o porti di Ghioggia, di Malamocco, di 
San Nicolô del Lido, di Sant'Erasmo e di Treporti;le quali 



Digitized by VjOOQIC 



L A88EMBLEA YBRBTA 



spezzature formano di quella lingua di terra altrettante isole, 
che difendono Venezia dagli insulti deirondetempestose del- 
TAdriatico, la quale città s'alza dalla laguna rimpetto al 
porto di San Niccolô del Lido. Oon lo andare degli anni 
quei naturali ripari, âagellati incessantemente dalFonde 
del mare sarebbero caduti in rovina — soprammodo dove 
per la loro strettezza porgono debole resistenza — se non 
si fosse pensato ad aflforzarli con opère d'arte; da prima 
con argini di terra e palafitte, poscia coi murazziy che 
la repubblica diede mano ad erigere in su la meta del se- 
colo passato: essi consistono in una robusta muraglia a 
scaglioni, per lo piii in numéro di tre, di grossi massi di 
marmo deiristria. I fondamenti del primo murazzo, co- 
strutto nel litorale di Pelestrina, vennero gettati il 24 
aprile 1744 sopra disegno di Bernardino Zendrini (1). — 
La laguna .viene alimentata, non solamente dalle acque 
del mare, ma altresi da quelle di fiumi e canali, che rice- 
vono gli scoli délie vicine campagne per immetterli poscia 
nelVampio bacino di Venezia. Allô alzarsi délie marée co- 
pronsl tutti i fondi melmosi délia laguna; e allô abbas- 
sarsi di esse tornano a comparire le maremme, che cento 
canali e rivi solcano in ogni lor parte e in mille guise, 
n fondo délia laguna, mano mano che s'allontana dal- 
TAdriatico per awicipiarsi alla terraferma, va gradata- 
mente elevandosi; per la quale cosa il muoversi délie 
acque, notevolissimo in vicinanza del lido — causa il 
marine flusso e riflusso, e le correnti che radono le spiag- 
gîe, fortissimo al sofflare dei venti di Grecia e sempre 
prédominant! su gli opposti — diminuisce col suo allon- 
tanarsi dal litorale, ed è nuUo quando è prossimo alla ter- 
raferma: donde il soprannome di viva o morta alla la- 
guna rispetto aile varie località di essa. I grandi canali. 



(1) Vedi Memorie storiche dello Stato antico e modemo délia laguna 
di Venezitty dl BiRNARDii^o Zsin>RiNi. 



Digitized by VjOOQIC 



8 CAPITOLO I 



che intersecano il bacino di Venezia ed haano comincia- 
meato a'suoi porti, furono scavati dalle acque stesse nel 
loro entrare in laguna e neiruscirne dai rotti del lido per 
lo elevarsi e ritrarsi délie marée. Pari aile maggiori ar- 
terie e vene del corpo umano, dividonsi quelli e suddivi- 
donsi in numéro infinité di piccioli canali ; ed è per que- 
sti che le acque si spandono uniformemente e crescono 
a gradi a gradi in tutta la laguna, e in modo uniforme e 
gradatamente si abbassano. I grandi canali sono le vie di 
comunicazione del mare eon Venezia, con le isole e la 
terraferma, e servono alla navigazione dei grossi legni 
mercantili e dei pesanti délia marineria da gueira; e i 
canali minpri, a quelli del trafflco minute. Per dare ai na- 
viganti una guida e una direzione sicura, piantaronsi lungo 
il corso dei canali stessi alcuni grossi pâli, che sporgendo 
fuora del livello délie acque, eziandio nei tempi di mas- 
sima piena, impediscono ai marinai di smarrire la buona 
via e portarsi sui bassi fondi. Il canale di San Marco, che 
da Venezia conduce al porto di San Niccolô del Lido; il 
canale Orfano e il grande canale militare, che mena al- 
Tarsenale e al porto di Malamocco; quelli di San Pietro, 
Santo Antonio e Garoman, i quali, costeggiando il lido di 
Pelestrina, vanno al porto di Ghioggia; il canale dei Ma- 
rani e dei Garboneri, che conducono all'isola di Murano e 
al porto di Sant'Erasmo ; in fine, quelle di Burano, che mena 
al porto dei Treporti, e il canale di San Felice, che va ai 
luoghi piii interni del bacino; questi, i principali délia 
laguna veneta. Il porto di Malamocco è il maggiore délia 
laguna ; verso l'Adriatico difendonlo due forti — Alberoni 
e San Pietro — i quali s'innalzano a destra e a sinistra 
délia sua entrata sui lidi di Malamocco e Pelestrina, aile 
cui estremità, fiancheggianti il porto, avanzansi entro il 
mare due dighe; le quali, mentre ne restringono l'imboc- 
catura, accrescono gli utili effetti délie correnti e impedi- 
scono gli interramenti. La profondità minima délia foce 
di Malamocco è di cinque metri allô incirca ; di quasi tre- 



Digitized by VjOOQIC 



l'absemblea ybneta 9 

cento la larghezza. — Il porto di Lido — un tempo il 
principale, il migliore del bacino — è accessibile sola- 
mente ai legni che pescano poco a fondo, da tre metri al 
piii; strettissima e angusta ne è Timboccatura, che sta in 
mezzo ai forti di Sant' Andréa — opéra del Sanmicheli — 
e di San Niccolô, i quali forti difendonla verso il mare; 
difficile assai Tentrare e Tuscire dalla foce, causa i bancU 
di sabbia e i grossi sassi, dei quali è seminata molta parte 
del fondo di essa. — Il porto di Chioggia, che apresi tra 
i lidi di Pelestrina e di Sotto Marina, nel 1848 ^ra difeso, 
Yorso TAdriatico, dai forti di Garoman e San Felice; la 
sua foce ha larga Tentrata, la quale misura cencînquanta 
metri allô incirca, e Tacqua alta di quasi sei metri ; non 
pertanto è difficile accedere al porto, allora che impetuosi 
soffiano i venti contrari e le correnti sono troppo vive e 
perturbate. — Il porto di Sant'Erasmo, che trovasi fra la 
estremità méridionale del litorale — e da quel porto ha 
nome — e il forte di Sant'Andrea del porto di Lido, serve 
soltanto a picciole barche e quàndo Tonda è quieta ed 
alta; perô che abbia basse il fondo e la sua foce sia 
per la massima parte ostrutta di banchi di sabbia. Esso 
era difeso da due ridotti, costruiti nella, vicina isola délie 
Vignole, i quali mediante un argine legavansi al forte di 
Sant'Andrea. — Il porto di Treporti giace tra il litorale 
di Sant'Erasmo e l'estremità méridionale del lido del Oa- 
vallino ; la sua foce è tanto ostrutta di banchi di sabbia, 
da lasciarsi appena accedere da legni pescanti pochissimo 
a fondo ; la sua entrata era dalla parte del mare difesa 
dal forte di Treporti — il qiiale elevasi sul lido del Ca- 
vallino — e da terrati costrutti su quel di Sant'Erasmo. 
In fine, a mezzogiorno del litorale di Sotto Marina trovasi 
il porto di Brondolo, che è la foce del Bacchiglione e di 
altre acque neirAdriatico. Facile ne è l'entrata a barche 
leggere, quando tranquilla ô l'onda e alta la marea; 
difficile, allora che il fiume per troppa piena travolge 
furiosamente le sue acque, o il mare tempestoso con- 



Digitized by VjOOQIC 



10 OAPITOt.0 I 



trasta a queste libéra Tuscita. — Oltre le opère fortiflca- 
torie che dicemmo difendere Tentrata dei porti — délie 
quali quella di maggiore momento è l'entrata di San Nie- 
colô di Lido — altre opère di minore importanza stavano 
sui litorali veneti per impedire ad armata nimica lo avvi- 
cinarsi ad essi, e a' suoi marinai e soldati di sbarcarvl. 11 
lido, o isola di Sant'Erasmo, délia forma di un trapezoide 
convesso verso il mare, aveva quattro opère di fortiflca- 
zione munite di artiglierie a' suoi quattro angoli, e una 
testa di ponte sita quasi rimpetto al Lazzaretto Nuovo, e- 
dificato in una picciola isola separata dal lido di Sant'E- 
rasmo da un canale. A mezza via del forte di San Niccolô 
alla terra di Malamocco sorgeva la batteria délie Quattro 
Fontane; e poco lungi di Malamocco, il fortino di Mala- 
mocco délie Terreperse. Sul litorale di Pelestrina tro- 
vavasi la batteria di San Pietro in Volta; su quelle di 
Sotto Marina alzavansi alcune opère di poco rilievo; e a 
chiudere la conca di Brondolo, un forte e un vallo. — La 
parte interna del bacîno di Venezia era difesa da batterie 
d'artiglierie affatto isolate — alcune délie quali rivestite 
di mura e chiamate ottagoni per la loro forma ottagonale 
— erette a Poveglia, a Campana, a Fisolo, a Buel del 
Lovo, a Tessera, a Carbonara, a Campalto e a Murano ; 
in oltre, era difesa da opère costrutte alla Certosa, posta 
dietro il forte di Sant'Andrea, e nelle isole di SanfElena, 
Santo Spirito, San Francesco nel Deserto, San Giacomo in 
Paludo, ecc, e dal picciolo forte di Mazorbo presse Burano. 
Marghera proteggeva la laguna dalla parte di terraferma; 
antemurale validissimo di Venezia per potenza di difese, 
solidità e saldezza di costruzione, i cui quartieri erano a 
botta di bomba. Edificata in sul cadere del secolo scorso 
daU'Austria, alla quale il trattato di Gampoformio aveva 
conceduto la signoria délia città di Venezia, venue poscia 
Marghera perfezionata dal Governo italieo, cui era stata 
annessa dopo la memoranda giornata d'Austerlitz ; e ri- 
prese nel 1814 la Lombardia e le provincie venete, l'Au- 



Digitized by VjOOQIC 



l'assbmblba yeketa 11 

stria compi le fortiflcazioni di Marghera. A destra di que- 
sta nel 1848 siedeva a cavalière del canale Osellino il pic- 
ciolo forte di Oampalto, e dietro ad essa, quelle di San 
Giuliano, oye il canale di Mestre mette foce in su la la- 
guna; San Seconde difendeva il ponte délia ferrovia; San 
Giorgio in Alga chiudeva i due canali, vecchio e nuovo, 
che da Fusina vanno a Venezia, — Siede questa città in 
mezzo alla sua laguna, quale ridotto di fortissimo campo 
trincerato, dalle difese di Marghera, dai porti, dai litorali 
e dalle batterie che lo circondano reso quasi inespugna- 
bile, e atto a sostenere lungo assedio, se di buon presidio 
munito e d'ogni cosa bisognevole alla guerra proweduto. 
Separata dai mare e dalla terraferma, Venezia puossi of- 
fendere solamente da Treporti, da Marghera e da Bron- 
dolo; 1 quali fort! sono di valide appoggio ai difensori, 
allora che escono alla campagna per assaltare e distrug- 
gere le opère ossidionali, e molestare il nimico ne' suoi 
campi. 

Cacciati nel marzo gli Austriaci dalla città e dalla la- 
guna, il Governo délia repubblica veneta rivolgeva sue 
cure a restaurare le opère fortificatorie del litorale marit- 
timo e a raccogliere armi e armati per la difesa. In su 
le prime attendeva al lavoro con poca vigoria; piîi tardi, 
quando la guerra cominciô a diventare grossa e minacciô 
altresi di durare a lungo, lo spingeva con operosità e ala- 
crità singolari. — Quando il générale Pepe assumeva il 
comando suprême délie armi repubblicane, Tesercito ve- 
neto sommava a ventun mila soldati allô incirca ; dei quali, 
tredici mila di Venezia, sei mila délie Romagne, milleseicento 
del reame di Napoli, novecento di Lombardia; a queste 
forze aggiugnevansi di più due mila soldati di Carlo Al- 
berto (1). Buon numéro dei Veneziani avevano militato sotte 



(1) Carlo Alberto, richiesto dai Veneziani, sino dai cominciare délia 
gnerra aveva mandato il générale Alberto Lamarmora in Venezia a 
reggervi le forze armate e ordinarvi le difese e le resistenze. Cadate 



Digitized by VjOOQIC 



là GAPITOLO I 



le bandiere austriache e compoaevano due battaglioai di 
fanti d'ordinanza e un terzo di gente d'arme (1). Venezia 
aveva mobilitato altresisette battaglioai di guardie cittadine, 
e armata grossa schiera di volontari ; in oltre, il battaglione 
Brenta e Bacchiglione era tutto di volontari délia pro- 
vincia padovana e del Polesine; quelle dei veliti, o cac- 
ciatoriy per la massima parte di volontari Trevigiani; in 
âne, une squadrone di cavalli. I Romani contavano tre 
reggimenti di volontari, due battaglioni di guardie citta- 
dine bolognesi e un drappello di guide. Le genti di Napoli 
erano ordinate in un battaglione di fanti leggeri, o cao- 



Vicenza e Palmanova i Veneziani, yeggendosi più fortemente stretti 
dal nimico, imploravano dal Ee di Sardegna soccorso di armi; e Carlo 
Alberto, non ostante il poco prosperare délia guerra, esaudlTa la do- 
manda loro inviando a Yenezia tre battaglioni di fanti, due mila no- 
mini allô incirca. 

(1) Tra i buoni officiai!, che militavano sotto le bandiere di Yenezia, 
ya in pecnliar modo ricordato il colonnello Galateo, che, non ostante 
grayissime difficoltà, seppe tener bene nnito il suo battaglione di fanti, 
i qnali presidiavano TreTÎso, allora che questa città toglievasi alla 
signoria straniera. Sebbene improyyidamente licenziati dal primo Go- 
vemo, che Yenezia erasi dato, pure quei soldati continuarono a tenersi 
in sn Tarme per combattere il nimico d'Italia. Minacciata Udîne dagli 
Anstriaci, Galateo portavasi soUecito in suo aiuto; ma ginnto a Por- 
denone vi raccoglieva il presidio di qnella terra, uscitone con le armi 
in virtù dei patti délia resa. Dal Piave, che Inyano tentossi contrastare 
a Nugent, Galateo fa Tnltimo dei combattent! a indietreggiare. H 21 
maggio il générale Antonin! con qnattro mila nomini assaliva, non 
Inngi da Yicenza, la schiera di Thom in cammino per Yerona; nella 
qaale fazione Galateo comportossi tanto yalentemente da meritarsi spé- 
ciale Iode dal générale Dnrando. Tre giom! dôço egli strennamente 
pngnaya aile difese di Yicenza assaltata con armi preponderantissime 
da Thnm, riedutoyi da Yerona per comando d! Radetzky. Il quale 
glorioso fatto yenne di poi rammentato nel Parlamento subalpine coi 
nom! d! coloro, che eransi in qnello soprammodo segnalati. Chiamato 
poscia a presidiare Chioggia, Galateo qui ordinaya un altro battaglione 
di fanti, che insieme al suo costitui un reggimento d'ordinanza; fu allora 
egl! nominato a comandarlo col grade di luogotenente colonnello. 



Digitized by VjOOQIC 



l'assbmblea ybnbta 13 

datoriy in due piccioli battaglioni di volontari, in una 
batteria di otto cannoni da campo, e in una compagnia di 
soldati degli ingegneri militari. I Lombardi componevano 
WOL grosso battaglione di volontari e una compagnia di 
giovani ingegneri. Nell'esercito délia repubblica trovavansi 
eziandio drappelli di volontari di tutte le contrade d'I- 
talia, e persino di Prancesi, Polacchi e Svizzeri. DeU'ar- 
mata veneta — la quale, dimenticata a Pela nei giorni délia 
sollevazione del marzo, era venuta per la massima parte 
a mano deirAustria — rimanevano alla repubblica due 
corvette di ventiquattro cannoni e due brick di sedici 
che sotto il comando del contrammiraglio Bua stavansi 
con la sarda comandata daU'ammiraglio Albini. NeU'ar- 
senale délia città eravi una flregata di quaranta cannoni, 
una corvetta di ventiquattro, un brick di sedici, una go- 
letta di dieci, una barca cannonlera con una grossa ar- 
tiglieria, un battello a vax)ore délia forza di centoventi 
cavalli; in âne, da settanta piccioli legni e barche can- 
noniere correvano la laguna a guardia dei canali, dei 
forti, délie batterie e délie spiagge délia terraferma, Trova- 
vansi su le navi venete tre mila marinai, mille fanti e 
milledugento artiglierie con dugento cannoni ; le quali sol- 
datesche porsero aiuto validissimo alla difesa di Venezia. 
La città e i forti erano govemati dal générale Antonini; 
il contrammiraglio Graziani dirigeva i lavori deU'arsenale ; 
un Comitato, presieduto dal générale Armandi, reggeva le 
armi ; e il colonnello Paolucci siedeva Ministre sopra la 
marineria di guerra. 

Avuta Vicenza per forza d'armi e Treviso per accordi, 
Welden — come già scrivemmo — il 18 giugno con poco 
piii di dieci mila fanti e alquante artiglierie occupava 
Mestre, Bottenigo e Malcontenta; e brevi giorni di poi di- 
stendeva sue genti lungo le coste del bacino veneto, pre- 
sidiando a sinistra di Mestre le terre di Favaro, San Donà 
sul Piave, Gava Zuccherina e Gavallino sul Sile ; e a destra, 



Digitized by VjOOQIC 



14 GAPITOLO I 



Fusinà su la laguna, Mira e Dolo sul Brenta, Gavarzere e 
Gavanella sul basso Adige. Intento del générale austriaco 
era di togliere a Venezia le vie di comunicazione con 
la terraferma; e con impedirle le vettovaglie sperava co- 
stringerla a darsi per la famé. La quale ossidione per 
essere, in raglone del numéro délie soldatesche che dove- 
vano vegliarla, estesa di troppo, rimase inefficace; avve- 
gnachè, non ostante i bandi severissimi di Welden, che 
minacciava la morte a chi la rompesse, i contadini délie 
campagne circondanti la laguna portassero giornalmente 
a Venezia copia grande di viveri. — Il Governo délia re- 
pubblica, fatta deliberazione di starsi su le difese, teneva 
raccolto Tesercito in Marghera e dentro la laguna; dis- 
sennato consiglio questo, perô che, essendo le marine pro- 
tette dalle squadre confederate di Sardegna e di Venezia, 
gli Austriaci non potessero assaltare i litorali. Dividere 
poi l'esercito e suddividerlo per presidiare tutti i forti 
e tutte le batterie grandemente nuocevano al suo am- 
maestrarsi, alla sua disciplina; era proprio un condan- 
narlo airozio. I supremi reggitori délia repubblica avreb- 
bero assai bene proweduto non solamente alla difesa, ma 
eziandio aU'offesa, se il nerbo délie loro armi avessero col- 
locato nel triangolo curvilineo, che il basso Adige e il 
basso Brenta col canale ^orzone formano a mezzogiorno 
délia conca di Brondolo ; il quale, opportunamente munito 
di trinceroni sarebbe divenùto un fortissimo campo, e le 
opère forti ficatorie di Brondolo sarebbero state il suo ri- 
dotto. In quel campo spazioso le soldatesche délia repub- 
blica — psr la massima parte affatto nuove al mestiere 
délie armi — avrebbero potuto addestrarsi nei piccioli e 
nei grossi ordini, e in simulacri di pugna; apprendere 
tutta l'industria délia guerra campale e diventare esperti 
nei maneggi di essa; awegnachè Tesercizio continuato 
faccia sempre buoni soldati; in oltre, da quel campo le 
genti délia repubblica avrebbero facilmente potuto uscir 
fuora a cercare la contrada intorno intorno per raccogliere 



Digitized by VjOOQIC 



l'assemblba yeneta 15 

yettoyaglie, molestare e ferire per fianco e aile spalle i 
nimici assedianti Marghera, e rovinarne o guastarne i lavori. 

— iQBaiizi il giugnere di Pepe in Venezia VEstiiario era 
partito in ire grandi distretti militari ; il primo — la 
parte settentrionale del bacino — comprendeva Venezia, 
San Giorgio in Olga, San Secondo, San Giuliano, Marghera, 
Campalto, Murano e Treporti; reggevalo il vecchio géné- 
rale Rizzardi. U secondo — la parte di mezzo délia laguna 

— dalle opère fortiflcatorie di Sant'Erasmo, dalle Vignole, 
da San Niccolô di Lido, da Malamocco estendevasi sino al 
porto di Chioggia; comandavalo il luogotenente colonnello 
Lanzetta. L'ultimo — la parte méridionale delïEstuarîo — 
governato dal contrammiraglio Marsich — dai forti di Ca- 
roman San Felice scendeva sino al porto di Brondolo. 11 
générale Pepe diede alla laguna un nuovo ordinamento; 
con Sant'Erasmo, Treporti e Burano — tolti al primo di- 
stretto militare, che comprendeva le opère più importanti 
délia difesa — formô il quarto distretto, al cui governo 
prépose il maggiore Belli délia marineria di guerra, e levô 
al Lanzetta il comando del terzo per affldarlo al générale 
San Ferme. Antonini, il quale non voleva riconoscere a 
capo suprême Guglielmo Pepe, délia propria autorità g^ 
loso, di quella dell'emulo invido troppo^ fatto rlnuncia al 
suo ufflcio, sdegnoso lasciava Venezia. — n 21 giugno le 
guardie cittadine mobilitate assaggiaronsi per la prima 
Yolta con gli Austriaci. Una picciola presa del primo bat- 
taglione di esse, uscita di Margbera, assali e respinse le 
ascolte del campo nimico e distrusse i ripari innalzativi 
a difesa. Due giorni appresso il battaglione lombarde venue 
a badaluccare con gli imperiali dinnanzi a Mestre, e gua- 
stô il vallo da quésti eretto a loro difesa. — 11 générale 
Pepe, che di quel giorni aveva risoluto di soccorrere Pal- 
manuova, di tentare Udine e levare il Friuli in su l'arme, 
non potendo compiere il ben meditato disegno, causa la 
precipitata resa di quella fortezza, deliberava togliere 
agli Austriaci Gavanella su TAdige, pocM di prima occu- 



Digitized by VjOOQIC 



16 CAPITOLO I 



pata da Welden allô scopo di allargare Tossidione dello 
Estuario. Siede Cavanella su quel fiume a dieci chilo- 
metri dal mare, e a nove da Brondolo, cui Tunisce" il ca- 
nale délia Valle; una testa di ponte bastionata difendeva 
ivi il passo deU'Adig^. Il 7 luglio fu stabilito per Timpresa, 
che Ferrari, générale délie armi pontiflcie, doveva com- 
piere con due artiglierie da campo e quattro battaglioni 
di fanti, il Lombarde, uno di Napolitani, une di Bolognesi 
e quelle dei cacciatori del Sile, i quali insieme contavano 
milleseicento uomini. Nella notte del 6 al 7 luglio, valicato 
il Brenta presse Brondolo, questi battaglioni recaronsi a 
Sant'Anna ; indi, ordinatisi in tre schiere, mossero contra 
Cavanella. La schiera di destra procedette costeggiando 
il canale délia Valle ; quella di mezzo avanzossi per la via 
di SanfAnna; e la schiera di sinistra, scesa a Portesine 
e passàtovi l'Adige, risali la destra del ûume. Aveva questa 
a correre prima aile offese, e le altre due, quando avessero 
veduto 1 nimici vivamente aile mani con gli assalitori, 
dovevano fare ogni sforzo per superare dalla loro parte 
il vallo; ma falli l'impresa per non essere stati gli assalti 
condotti giusta gli ordinamenti del générale Pepe. Arri- 
▼ate ad ora assai tarda a Portesine le barche da tragittare 
alla destra delFAdigo il battaglione lombarde con le due 
artiglierie che le seguivano, la schiera di destra — com- 
posta dai cacciatori del Sile — non avendo potuto frenare 
la impazienza sua di azzuffarsi col nimico, corse anzi tempo 
airassalto ; quella di mezzo siibito Tappoggiô ; ma la schiera 
di sinistra tardô alquanto a spalleggiarla. Il presidio au- 
striaco di Cavanella, afforzato dalle soldatesche venutevi 
nel mattlno per dargli lo scambio, non solamente fece 
buona resistenza, ma eziandio ributtô con vantaggio i ni- 
mici. Dope alcune ore di combattimento il générale Ferrari, 
veduto tornar vano lo assalire, si toise giù dairimpresa, 
e ce' suoi battaglioni si ritrasse a Sant'Anna e a Chioggia, 
senza patire molestia veruna dagli imperiali. — Del fallito 
tentative a torto incolpossi quel générale; egli fu bensi 



Digitized by VjOOQIC 



L ASSEMBLEA YEKETA 17 

poco preveggente, non colpevole perô ; egli in quel giorno 
confermô la fama di soldato valoroso, a buon diiitto acqui- 
statasi in tanti combattimenti ; ma si mostrô capitano poco 
esperto; oade perdette la flducia de' suoi soldati. — A vie 
piii indurire e bene ammaestrare alla guerra Tesercito, e 
a tener viva in esso con Tardore del combattere anche la 
speranza di vincere, speranza di oui tutto allora ardeva, 
Gruglielmo Pepe faceva deliberazione di badaluccare so- 
rente coi nimici e perigliare di continuo i soldati suoi al 
mestiere délie armi in piccioli affronti, destreggiandosi 
perô di maniera da non essere costretto mai di venire a 
fazione grossa con gli assediatori. E per rifarsi dello scar 
pito patito a Gavanella e rinfrancare siibito l'animo délie 
sue genti, il 9 luglio ordinô al presidio di Marghera di 
uscir fuora ad abbattere il vallo eretto dagli imperiali da- 
vanti a Mestre e lungo il canale. Nelle ore vespertine del 
9 luglio due picciole prese di armati — che insieme som- 
mayano a cinquecento uomini — avanzavansi dalla fortczza 
contra Mestre, Tuna per la via ferrata, Taltra costeggiando 
il canale. Allora che furono presso a una moschettata, si 
spinsero con taie furia all'assalto del vallo nimico che i 
difensorî, non potendo resistere aU'impetuoso loro urto 
sîibito indietreggiarono ripiegandosi in Mestre ; che avreb- 
bero senza contraste veruno abbandonato se i vincitori li 
avessero perseguiti e vivamente incalzati. Paghi dello al- 
lontanarsi degli Austriaci dalla laguna — onde l'ossidione 
dinnanzi a Marghera veniva ad allargarsi non poco — ca- 
richi d'armi e di munizioni da guerra tolte ai nimici, la 
sera stessa di quel giorno 9 rientravano nella fortezza. 

Mutatasi la repubblica veneta in provincia sarda, l'As- 
semblea — alla quale dopo la rinunzia fatta alla propria 
sovranità, non rimaneva più carico alcuno da compiere, 
ne ufflcio da esercitare — avrebbe dovuto da se stessa li- 
cenziarsi ; ma i Deputati, quasi presaghî délie sventure, di 
cni tra brève tempo la patria loro sarebbe stata afflitta, pre- 

8 — Yol, II, MiBîANi — Storia pol. e mil. 



Digitized by VjOOQIC 



18 OAPITOLO I 



tessendo il diritto di confermare o rinnovare i membri 
del Governo fino alla instaurazione del nicovo patio, si 
mantennero neU'usato ufficio. La dedizione di Venezia a 
Oarlo 'Alberto, aveva pienameate esauditi i desidèri e le 
aspirazioni dei devoti alla monarchia sabauda; se non in 
fatto, potevasi perô aiSermare esistere allora in diritto il 
regno dell'Alta Italia tanto sospirato. La patria è salva, 
aveva in quei giorni gridato il Castelli ; ad essa verranno 
sussidi di danaro e soldatesche dalla Sardegna, avevano 
asserito Paleocapa e i partigiani dell'annessione. Ma Ve^ 
nezia non ebbe mai soccorso di danaro, di cui somma- 
mente penuriava (1); e di armati, aiuto picciolo e ineffi- 
cace; e di 11 a pochi giorni vedeva la spada soccorritrice 
di Carlo Alberto — al quale aveva fatto sacrificio di sue 
libertà repubblicane per assicurarsi T indipendenza, ca- 
dere sul Mincio e a Volta, e rompersi a Milano. — Il 
danaro promesso non giugnendo mai, il Governo veneto, 
a provvederne per le nécessita délia guerra, le quali an- 
davano ogni di più aumentando, il 19 luglio toglievane a 
prestanza su gli ori e gli argenti dei cittadini, e su gli 
stipendi degli ufflciali pubblici oltrepassanti lire mille 
ottocento aU'anno ratteneva un tanto ogni cento lire. — 
In questo mezzo la città veniva fortemente commossa dalle 
novelle di gravi disastri toccati all'esercito regio. In preda 
a febbrile agitazione il popolo recavasi numerosissimo agli 
uomini del Governo, chiedendo avessero a smentire o a 
confermare quelle notizie; pregavali di dire francamente 
la verità, aU'intento di provvedere alla bisogna senza in- 
dugio e con offlcacia; maisupremi reggitori, nuUa avendo 
ricevuto dal Re, nuUa potevano dire dei casi che la fama 
gridava luttuosi e tristi. Pochi giorni innanzi il cadere del 
luglio il Governo di Milano loro scriveva cosi : = Le fac- 



(1) Vanne del danaro a Venezia da collette di privati, da qnalche 
città e provincia d' Italia; ma, in ragione dei bisogni grandi e impe- 
riosî, fa scarsissimo. 



Digitized by VjOOQIC 



l'asssmblba ybnbta 19 

cende délia guerra volgere a maie; l'esercito di Carlo Al- 
berto, sopraffatto dal numéro dei nimici a Sommacam- 
pagna e a Custoza, ritrarsi dietro il Mincio, consiglio 
prudente il prendere soUeciti il partito piîi vigoroso e piîi 
gagliardo, e qtmle esso aveva già preso in Lombjirdia, = 
In quel di stesso giugneva al Governo veneto uua lettera 
del maresciallo Welden, il quale, annunziando la piena 
sconûtta e lo indietreggiare deirarmi sarde dal Mincio, in- 
vitavalo a cogliere quel momento, cKessere doveva Vul- 
timo, per trattare delta loro causa prima che fosse in- 
tieramente perduta (l). — Rispondevano a lui gli uomini 
del governo in queste sentenze: = Non potere discutere 
da son una causa che essi avevano comune con tutti i 
popoli d'Italia ; e che se questa causa fosse ridotta niella 
sala Venezîa, proverebbero essere assai lontana dalla sua 
rovina (2). = La quale risposta è molto da riprovarsi, 
perché non degna di uomini liberi e indipendenti; al gé- 
nérale austriaco, che aveva mentito asserendo che l'eser- 
cito del Re era stato compiutamente distrutto sul Mincio, 
dovevansi rispondere parole più dignitose e piîi fiere. — 
Il 6 agosto il Governo faceva conoscere ai cittadini avère 



(1) n 27 Inglio 1848, il luogotenente maresciallo Welden dal sno 
qnartiere di Mestre scriyeya al Governo cosi : a Dopo nn combattimento 
ofltinato di tre giomi, l'esercito di Carlo Alberto venne compiutamente 
distratto; il nostro oggidi sta a campo in sn TOglio. lo sono nomo 
d'onore; délie menzogne sarebbero indegne e anche inntili, potendo 
▼ci in pochissimi giomi rettificare qnanto io vi ho ora asserito. Qnesto 
sarebbe il momento opportnno, ma l'ultimo, per discntere una causa 
prima che essa non sia intieramente perduta. Io ho l'onore di essere... » 

(2) n Governo veneto subito rispondeva cosi al générale austriaco: 
u Eccellenza; abbiamo ricevnto la lettera del 27 andante, che la £. Y. 
ci ha indirizzata. Apprezziamo i sentlmenti, ai qnali l'ascriviamo. Cre- 
diamo su la vostra parola il fatto che ne annunziate. Vol ci dite che 
qnesto sarebbe il momento, ma l'ultimo, per discutere nna causa che 
abbiamo comune con tutti i popoli d'Italia. E se questa causa fosse 
ridotta nella sola Venezia, noi speriamo che vi si proverebbe, Eccel- 
lenza, che sarebbe molto lontana dall' essere perduta. Abbiamo l'onore... » 



Digitized by VjOOQIC 



20 GAPITOLO I 



i Parlamenti subalpini accettata l'annessione di Venezia 
alla Sardegna; essi guarantivanle sino al raccogliersi del 
comune Parlamento, la libertà di stampa, il diritto d'unirsi 
in compagnie e di congregarsi e Tistituzione délie gtiar- 
die nazionali; in oliT^y rendeva noto essere stati eletti dal 
Re a reggere temporaneamente in Venezia la cosa pub- 
blica il générale CoUi e il Cibrario, piemontesi, e Tawo- 
cato Castelli, veneziano, il quale allora presiedeva al Go- 
verno délia città. Il di vegnente, in mezzo a gazzarra 
fragorosissima d'artiglierie, ma deboJe di acclamazioni di 
popolo — il quale applaude con entusiasmo solo ciô cho 
è veramente generoso — su la maggiore piazza délia città 
e su gli stendardi di San Marco, alzavasi la bandiera na- 
zionale dei tre colori con lo scudo di Casa Savoia ; e i 
Commissari régi prendevano possesso délia terra e pro- 
vincia di Venezia in nome di Carlo Alberto. Il Governo 
veneto ebbe allora flnito il dover suo e la sua missione, e 
TAssemblea, non avendo piii da eleggerne i membri, cessô 
di esistere. Mentre Venezia vedeva innalzarsi su la piazza 
di San Marco la bandiera nazionale con lo scudo sabaudo, 
Milano rivedeva su le sue mura sventolare le insegne ab- 
borrite di Casa d'Absburgo; il 7 agosto i Commissari di 
Sardegna acclamavano in Venezia il regno delVAlta Ita- 
lia ; il 7 agosto Carlo Alberto, con l'animo pieno d'ango- 
scia e Tesercito rotto e disordinato, ripassava il Ticino. 
che quattro mesi innanzi aveva valicato pieno di baldanza 
e sicuro délia vittoria. 

In questo mezzo giugnevano a Venezia novelle funestis- 
sime, novelle del campo e délia Lombardia. Correva famn 
che Milano, dopo Tinfausta giornata di Custoza, avesse gri- 
dato la pairia in pericolo; che il re Carlo Alberto, rac- 
colta la guerra intorno alla metropoli lombarda, si prépa- 
rasse a tentare Tultima prova; ancora una sconfitta e la 
causa patria sarebbe perduta. — La nuova délie tregne di 
Milano e délia ritratta deiresercito Sardo al di là del Ti- 
cino perveniva il 9 agosto ai Commissari régi; i quali 



Digitized by VjOOQIC 



L*A8SEMBLEA VENETA 21 

perô non osavano farsene banditori, avvegnachè poche ore 
prima avessero parlato di vittorie e di trionû. Sebbeae la 
tristissima notizia corra la città yaga e incerta, non per 
tante il popolo si commuove, si agita, e tumul tuante chiede 
ai supremi reggitori, che vede inerti e silenziosi, provve- 
dimenti pronti e che valgano ad assicurare gli animi e 
tutelare efflcacemente la città. — £ Tll agosto; Welden 
ha scritto da Padova ai Gommissari régi per far loro co* 
noscere i patti dolle tregue fermate in Milano dal géné- 
rale Hess per Tlmperatore, e dal générale Salasco per 
Carlo Alberto. I cittadini, venuti in sospetto délia cosa, in 
sul cadere del giorno recansi in foUa al palazzo nazionale 
e chiedono di conoscere la verità in tutta la sua pienezza; 
e tardando i Gommissari a soddisfare a taie giusta demanda, 
prorompono in furiese grida, minacciando di invadere il 
palazze, se ancera indugiano a comparire: onde fu forza 
affacciarsi aile ânestre e parlare ai cittadini délie tregue 
e délia caduta di Milano. — E di Venezia che sarà mai 9 
gridavano allera alcuni di essi ; e il générale Gelli, il quale 
non ardiya palesare il patte délia tregua che tante feriva 
al cuore quel popolo generoso, rispondeva: = Nulla sa- 
père che la toccasse. = E la squadra sarda che farà 9 
domandavane al tri; e il générale seggiungeva: = Nessun 
comando avère per essa riceûuto dal Re. « Le quali ri- 
sposte crebbere a dismisura il furore dei cittadini, che ac- 
cecati dairire avrebbere forse commesse vielenze, se non 
U avessero saputo frenare alcuni uemini amati e rispet- 
tati daU'universale per l'esimie loro virtîi; uemini, che 
amavano Venezia quale seconda patria; ed erano Mer- 
diui di Tescana, Sirteri di Lombardia e altri ancera, 
tutti pei di fede repubblicana. Pertatisi essi dinnanzi ai 
Cenimissari, invitaranli a rinunziare al loro officie; il 
Castelli prometteva loro di tornare siibito a vita privata, 
Il Gibrario, sbigottite e confuse, tenevasi mute; ma il 
générale Gelli, cen rigidezza soldatesca e con franchezza 
imprentata di lealtà, dope avère chiesto chi essi si fes- 



Digitized by VjOOQIC 



22 GAPITOLO I 



sero, diceva: « Noi stavamo discutendo ciô che meglio 
convenisse operare in tanto difficile momento; delibere- 
remo solo allora, che ci sarà noto il vero stato délie 
cose. » E Mordini a lui con eguale franchezza e pari fer- 
mezza: « Se tardate a ritirarvi dal vostro offlcio, noi non 
possiamo piii guarentirvi la vita. » — «E che, riprendeva 
a dire il générale, credete forse intimorirmi? Combattendo, 
perdetti una gamba; tre flgli consecrai alla patria, soldati 
al pari di me; non uso a indietreggiare mai dinnanzi al 
pericolo^ saprei morire al mio posto, non m'importa il 
modo. > — Tacendosi il Mordini, rispondeva a lui il Sir- 
tori cosi : « Qui di persone non trattasi, e noi rispettiamo 
il raarchese Colli; malasuprema potestà, che poc'anzi ttî- 
nevate in vostre mani, ora appartiene al popolo. Se le 
tregue di Milano hanno tradita la Lombardia, esse non 
possono tradire Venezia; ogni patto è infranto; in nome 
del popolo, noi vi comandiamo di cedere. » — « E quale 
popolo, esclamava il générale, dov'è il vostro mandate? lo 
qui veggo soltanto alcuni faziosi!... » Allora Sirtori, aperte 
con impeto le imposte di una flnestra, soggiungevagli : 
« Ecco il popolo che vi comanda di ritirarvi: obbedite. » 
— E il Colli, affacciatosi alla finestra, alla moltitudine dei 
cittadini congregati in su la piazza gridava cosi: « Popolo 
Veneziano, dite se noi dobbiamo rinunziare al nostro of- 
flcio. » — « Si, si, rispondevano i cittadini, vogliamo Ma- 
nin ! » Daniele Manin, cui il Castelli era già ito a pregare 
di correre in aiuto al Qoverno pericolante e a salvare 
la patria, presentatosi di li a brevi momenti alla finestra, 
parlava al popolo queste pai'ole: « I Gommissari régi hanno 
fatto rinunzia al potere; tra due giorni si riunirà TAssem- 
blea; per quarantotfore governo io. > Il popolo a lui, che 
tanto amava, rispondeva con applausi prolungati e pieni di 
entusiasmo e con immense grida di gioia. Fidenti neiruomo, 
che nella fortunata sollevazione del marzo aveva avuto tanta 
parte, i cittadini, ripresala quiète usata, facevano ritornoalle 
loro case, pieno il cuore di liete speranze per lo avvenire 



Digitized by VjOOQIC 



l'assehblba ybxbta 23 

délia patria; ogni tumulto subito cessô, e i Veneziani, rifatti 
liberi e padroni di loro stessi, vedevano tornare tranquilli 
e sereni i giorni e splendenti corne per lo addietro, perô 
che allora, corne per lo passato, Danielo Manin vegliasse 
alla sicurezza e pace délia città. Alla chiamata sua le guar- 
die cittadine accorsero numerose aile armi e da settecento 
oflTrironsi di recarsi ai forti délie lagune ad accrescervi i 
presidi, assottigliati causa la partenza délie mllizie del Bor- 
bone di Napoli — avvenuta il 10 di quel mese di agosto 
— il quale, per mezzo del console napolitano in Venezia, 
aveyale indotte a riedere a lui. Saldi nella fede data, ri- 
masero con Pepe, gli ufflciali nelle artiglierie Musto, Mez- 
zacapo, UUoa, Boldoni, Cosenz e Virgili ; Salomone, degli 
ingegneri militari; Materazzo, Vaccaro, SanMarthio, Oliva 
e Foglia, délie fanterie; Diaz, dei dragoni. — Il Governo 
veneto ritennesi la batteria di cannoni per pagarsi délie 
somministrazioni di carbone e viveri fatte alla squadra e 
aile soldatesche borboniche. — Erano appena i Napolitani 
usciti di Venezia, che gli Austriaci prendevano a fulmi- 
nare Marghera coi cannoni di due batterie innalzate su la 
destra del canale di Mestre a mille metri dalla fortezza ; le 
cui artiglierie in due ore di combattimento, tanto guasta- 
rono le batterie e i cannoni degli assedianti, da costrin- 
gere questi a cessare dalle oflTese. I difensori non patirono 
danni ; degli artiglieri austriaci sedici caddero morti, ven- 
tidue feriti. — Nella notte stessa deH'll agosto Tommaseo 
e Toffoli recavansi a Parigi per cercare l'aiuto délia re- 
pubblica francese, dal Governo sardo stato imprudente- 
mente respinto. Due giorni dopo TAssemblea veneta riu- 
nivasi per eleggere i nuovi governanti; e con suffragio 
unanime, fatta deliberazione di âdare il reggimento délia 
cosa pubblica a tre Dittatori sino a che la patria si tro- 
vasse in pericolo, gridava Manin sopra l'amministrazione 
interna e su la politica esterna; il contrammiraglio Gra- 
zianî, sopra la marineria da guerra ; e il colonnello Cave- 
dalis, sopra le armi. 



Digitized by VjOOQIC 



24 CAPITOLO I 



Già da tempo una schiera eletta di Veneziani ed eziin- 
dio di cittadini di moite parti dltalla — illustri tutti per 
le scienze che professavano, per le arti e le industrie che 
esercitavano — avevano îstituito un Circolo, noto sotto il 
nome di Circolo Italiano; scopo di quelli, giovare con le 
forze e Tingegno loro al Governo délia repubblica, allora 
aggravatissimo di cure, e partecipare aile sue fatiche. I 
consigli e i disegni messi innanzi dal Circolo^ anche nei 
momenti supremi délia patria a vantaggio del bene comune 
furono respinti o poco favorevolmente accolti da Manin, 
ne ai tempi del suo primo governo — dal marzo 1848 corso 
sino al giorno délia dedizione di Venezia alla Sardegna — 
ne di poi , cioè dairil agosto , aU'onorevole caduta délia 
repubblica, ei voile veder sempre nel Circolo un ufflcio di 
sindacato deU'operar suo, non mai un sincero coadiutore 
all'opera del Governo. Tornata la Lombardia sotto la domi- 
nazione austriaca, molti cittadini emigrarono da essa per 
ripararsi nel vicino Piemonte, nella Svizzera, in Toscana 
e nelle Romagne, e non pochi recaronsi a Venezia, tra i 
quali Pietro Maestri — une dei membri del Comitato di 
pubblica difesa di Milano — e il poeta Giuseppe Révère, 
che tanto degnamente rappresentarono quella infelicissima 
terra e aflforzarono Teletta schiera del Circolo italiano, nel 
suo seno accolti con grande testimonianza di fratellevole 
affetto. Manin, non solamente ne ingelosi, ma venue in so- 
spetto che gli uomini del Circolo — egregi per cuore, in- 
gegno e valore — volessero surrogare lui e i compagni 
suoi, Graziani e Cavedalis, nel reggimento délia repubblica; 
eppure quei savi, quegli onesti cittadini, veraceipente 
amando il dittatore, studiavansi di rendergli piana e facile 
la via ch'ei doveva percorrere, la quale era irta di esta- 
coli e piena di tribolazioni. Tra i desidèri degli uomini del 
Circolo primissimo era quelle, che cittadini di tutte le pro- 
vincie italiane si chiamassero al Governo délia repubblica, 
afflnchè avesse a rappresentare, non la sola Venezia, ma tutta 
la patria italiana. Per raggiugnere taie intente, che doveva 



Digitized by VjOOQIC 



l'assemblba vkneta 25 

<* 

tornare a comune vantaggio, il Circolo maneggiavasi, non 
già nel mistero, ma apertamente e con lealtà, perô che di- 
scutesse in adunanze quotidiane e pubbliche. AUoraManin, 
Graziani, Cavedalis e gli amici e i consiglieri loro — tra 
i quali alcuni per ambizione, altri per interesse appoggia- 
vano i dittatori — fecersi a combattere e a perseguitare 
il Circolo, e, spargendo calunnie e menzogne, a muoyere 
contr'essi l'odio del popolo. La fama non correva favore- 
Yole a Graziani e a Cavedalis, che dicevansi non solamente 
inetti alFalto carico loro affldato, ma anche traditori, per- 
ché abusando deiraltrui fede, tenevano un offlcio che non 
sapevano saggiamente esercitare, e persino malvagi, per- 
ché contra Topinione del popolo, ostinavansi a rimanere 
in an seggio, che non sapevano degnamente occupare. Gra- 
ziani e Cavedalis, sebbene si s^pessero invisi ai cittadini, 
perché difesi e sostenuti da Manii? alla cui volontà doci- 
lissimi sempre si piegavano, stettero w-vldi nel triumvirato. 
Allora che Cibrario e Colli, i Commissari régi in Venezia, 
ebbero lasciato questa città — e f u VU agosto — il générale 
Pepe riprendeva la suprema autorità militare (1), che da 
quel giorno sino alla caduta délia repubblica serbô in tutta 
sua integrità e tenne sempre con fermezza, quale era ne- 
cessaria per condurre a onore la difâcile guerra. — Non 
ostante il continue insistere di Welden e del comandante 
la squadra austriaca presse 11 générale Alberto Lamarmora 
e Albini, coutrammiraglio délia squadra sarda per lo adem- 
pimento pronto e intero dell* articolo quarto délia tregua 
fermata a Milano, Lamarmora e Albini, pretessendo gravi 
impedimenti, ritardarono lor partenza di Venezia, allô 
scopo di dare tempo ai triumviri di provvedere quanto 
abbisognava a validamente sostenere V assedio , e a bene 



(1) Il générale Alberto Lamarmora lasciô assai più tardi le lagune 
venete co' snoi battaglioni, che allora presidiavano Chioggia e i porti 
di Brondolo. , 



Digitized by VjOOQIC 



CAPITOLO I 



ordinare le difese e le resistenze (1). AUontanatesi dalle 
acque di Venezia le navi régie e riparatesi dietro il lito- 
rale di Malamocco quelle délia repubblica, la squadra im- 
périale correva da Pola a schierarsi dinnanzi i lidi veneti 
e ne chiudeva i porti. Il 16 agosto i Dittatori, abolito il 
Comitato di guerray istituivano una Consulta di difesa, 
composta dal contrammiraglio Bua, dal colonnello Milani, 
dal luogoteaente colonnello Ulloa", dal maggiore Lulgi 
Mezzacapo e dal capitano Mainardi délia marineria di 
guerra; e taie Consulta aveva, con la potestà suprema 
su tutte le faccende délia difesa, il carico di vegliare al 
sollecito eseguimento di quanto venisse per la difesa stessa 
ordinato. Il triumviro Cavedalis e il générale Pepe intesero 
allora ogni cura a restaurare e accrescere le fortiflcazioni 
del bacino e dei litorali, e a costrurre un campo trincerato 
dinnanzi a Brondolo, dal quale si potesse împedire ai ni- 
mici di sbarcare alla foce del Brenta e penetrare da quella 
parte entre la laguna; in oltre diede>o aU'esercito un 
nuovo ordinamento. Esso venue divise in cinque legioni, 
ciascuna di milledugonto soldati regolari e irregolari délie 
provincie venete; i due piccioli battaglioni di Napolitani 
riunironsi in un solo, cui si aggiunsero le reliquie di 
quelle di Rossaroll, il quale aveva fatta la giornata a Cur- 
tatone. I molti volontari, d'ogni parte accorrenti a Venezia, 
portarono a numéro Tesercito délia repubblica, non poco 
assottigliatosi per la partenza délie genti di Napoli e di 
Sardegna (2). Erano quegli aiuti una compagnia di volon^- 



(1) Il générale Pepe tentô allora gli animi dei soldati del Re, spe- 
rando di tenerseli in Venezia. u In quanto al morale, scriveva di qnei 
giomi Alberto Lamarmora al Ministro sopra le armi in Torino, non 
debbo nascondere alla E. V. che, rispetto ai sensi di fedeltà, è eccel- 
lente, e tutti unanimi ufficiali , sott'ufficiali e soldati respinsero le in- 
&mi propoBte — fatte dal générale Pepe e suoi ufficiali, di dichiarare 
il nostro Re traditore, ecc. — e si condussero nel modo più onorevoie. r 

(2) U 20 agosto Lamarmora volgera queste parole generose e paterne 
a' suoi soldati, i quali, saputi i patti délie tregue di Milano, mostra- 



Digitized by VjOOQIC 



l'assemblea vkneta 27 

tari anconitani, un battaglîone di Bolognesi, i cacciatori 
délie Alpi e il battaglione degli studenti deir Università ; 
cenquaranta artiglieri lombardo-veneti ; i quali tutti ave- 
vano combattu to a Cornuda, o a Vicenza, o a Treviso ; e 
che, dopo avère posato per tre mesi le armi in forza dei 
patti délia dedizione di quelle città, riprendevanle per peri- 
gliarsi in nuovi cimenti alla difesa di Venezia, la quale con 
sommo onoro e singolare virtii teneva alto il vessillo nazio- 
Qale. Ilcorpo dcgli ingegneri militari ebbe allora uno stabile 
ordinamento per opéra del luogotenente colonnello Ron- 
zelll, antico ufflziale deiresercito italico ; quello délie arti- 
glierie ricevette notevoli accrescimenti durante il lungo 
assedio; esso contô sino a dieci compagnie di artiglieri, 
presidianti i forti ûélVEstuario; due batterie di cannoni 
da campo, ciascuna di otto artiglierie ; e la legione degli 
artiglieri volontari veneti — duo compagnie — nota sotto 
il nome di Bandiera-Moro. La quale legione, da prima 
composta d*una sola compagnia di cento soldati eletti, era 
stata— appena Venezia rivendicatasi in libertà — istituita 
in onore e ricordanza di que* suoi figli, poco innanzi caduti 
sai campi sanguinosi di Cosenza per la causa patria. In- 
sieme gli artiglieri corttavansi due mila, e avevano sedici 
cannoni da campo e cinquecento cinquanta di grosso e 
diverso calibro per la difesa dei forti delV Estuario. Con 
Taumentare dei bisogni délia guerra accrebbesi ancora il 
numéro degli artiglieri, che sommô col progredire deU'as- 
sedio sino a quattro mila; nei quali yoglionsi comprendere 
i soldati délie artiglierie cittadine di Venezia e Chioggia. Il 



Yansi impazienti di ragginngere Tesercito: « Figli miel, Tordine di 
partenza non tI fa ancora partecipato; e cosi, sintanto che ciô possa 
ayyemre, staremo fenni al nostro posto; operando altiimenti si espoiv 
rebbe yilinente a pericolo la sorte di questa illustre città e potrebbe 
yenire macchiato il nostro onore e quello délia nazione nostra, con- 
servato sinora illibato in mezzo ai disastri, al dire stesso dei nostri 
nîmicL n 



Digitized by VjOOQIC 



28 GAPITOLO I 



ministro delle armi Gavedalis diede al générale San Fermo 
— eletto in quel mezzo visUatore delle fanterie e délia ca- 
valleria — il carico di ordinarne ramministrazione, miglio- 
rarne rarmamento e fornirle di tutto quanto abbisognassero 
per la guerra, che ben prevedeva lunga e faticosa. Il Mi- 
nistre provvide altresi a fabbricare polvere da fuoco e 
munizioni d'ogni sorta, a fondere artiglierie e costruire 
carrette per esse ; ma poco curossi e fece per gli ospedali, 
corne era pur débite suc ; e se non fosse stato délia carità 
cittadina, che donô a quelli copia grandissima di letti, 
materassi, lenzuoli e coperte, i malati e i feriti avrebbero 
sofferto assai gravi disagi e privazioni dimolte..Nè Gave- 
dalis si prese cura dei quartieri dei soldati, ch'erano mal- 
sani e angusti : onde gli uomini ebbero neirinverno a pa- 
tire danni gravi e non pochi, e gli ospedali riempironsi 
di infermi e l'esercito stremossi di forze. Sebbene con lo- 
devole ardore si lavorasse neir arsenale, nonpertanto la 
marineria veneta fu sempre inferiore al bisogni délia 
guerra; e allora conobbesi tutta la gravita dell'errore 
commesso da chi, nei primi giorni délia soUevazione dei 
marzo, erasi trovato al Governo délia cosa pubblica, cioè 
di non avère spedito direttamente dei messi ai comandanti 
delle navi venete per chiamarle soUecitamente aile patrie 
lagune. Con la sua armata Yenezia non sarebbe stata sol- 
tanto padrona deir Adriatico, ma avrebbe potuto altresi 
rendere piii facile la difesa propria e persino minacciare 
Trieste e offenderla. Bene fu provveduto alla sicurezza 
AelVEstuario ; da cenquaranta legni di capacità diversa e 
armati di cannoni facevano buone guardie a*suoi forti e 
aile sue batterie, ne custodivano i canali, vigilavano airen- 
trata dei porti, e correvano là dove chiamavale il bisogno 
délia difesa o délia offesa, sia a proteggere sbarchi e ap- 
poggiare gli assalti contra gli assediatori, sia a respingere 
quelli che i nimici tentavano contra Venezia, Con décrète 
dei 17 agosto il Governo délia repubblica mobilitava parte 
delle guardie cittadine, e pochi giorni di poi nominava 



Digitized by VjOOQIC 



l'assemblsa vbneta 29 



il contrammiraglio Giuseppe Marsich comandante supremo 
di esse, in surrogazione del générale Mengaldo, ito a Pa- 
rigi con incarico spéciale di Manin. Il 10 settembre Mar- 
sich, in compagnia dei Triumviri e del générale f^epe, in 
su la piazza di San Marco faceva la rassegna di quattro 
battaglioni di guardie cittadine e del battaglione délia 
Speranza, composte di giovanetti di quattordici ai diciotto 
anni ; terminata la quale Manin, Toltosi al popolo accorso 
in gran numéro a quella festa nazionale, in nome délia 
patria le ringraziô dei sacri&ci sopportati per essa; e dopo 
avergli ricordato quanto aveva fatto nella notte dell* 11 
agosto, confortoUo a bene sperare nella mediazione di 
Francia e dlnghilterra ; e Tassicurô che Yenezia, essendo 
retta da Oovemo indipendente, nulla accetterebbe se ono- 
reFoJe non fosse ; e che poi délia sua sorte avvenire e del 
future suo ordinamento politico deciderebbero i legali sicoi 
rappresentantî. — A foTnire di danaro Terario, pressochè 
esausto (1), Manin ordinava, che senza por tempo in mezzo 
î^i coûsegnassero dai cittadini, con facoltà di riscatto, gli 
ori e gli argenti già stati notiflcati in forza del décrète 
19 luglio ; in oltre, instituiva il Banco Veneto che il Go- 
Terno ayeya disegnato e deliberato sino dal 25 di quel 
mese di luglio. Il BancOy costituitosi con due milioni di 
lire, creô délia carta monetata, che i soci — i piii ricchi 
cittadini di Venezia — guarentirono mediante dei pagherày 
ai quali dovevano soddisfare con danaro dopo un anno 
dal loro emettersi, ricevendo per esso dal Qoverno délie 
pagioni di crédite sul débite pubblico. Le polizze dello 
Stato vennero da tutti assai volontieri ricevute ed ebbero 
buon corso ; la quale cosa chiaramente rivela quanto la 
popolazione di quella virtuosissima città si tenesse sicura 
'lella vittoria finale. 



(1) L'il agosto, giorno in cni Manin assnmeya il potere dittatorîale 
BfiUa Fepnbblica, troyayanfii nelle casse dello Stato da ottocento yenti- 
Bûla liie. 



Digitized by VjOOQIC 



30 GAPITOIiO I 



Mentre i Triumviri intendevano ad accrescere le difese 
délie loro lagune e a preparare nuove e strenue resistenze, 
gli oratori veneti presse i supremi reggitori délia Francia 
chiedevano alla nazione sorella un valide soccorse di sue 
armi, nel tempe in cui i legati di Carlo Alberto e del ces- 
sato Governo di Lombardia supplicavanla di quegli aiuti, 
che poco innanzi offerti da Lamartine avevano respinto, 
perché aiuti di repubblica. Lo intervenire armato di Fran- 
cia nelle faccende italiane non poteva perô essere veduto 
di buon occhio daU'Inghilterra, gelosa sempre délia sua 
rivale, i cui eserciti avrebbero potuto guadagnarle grande 
preponderanza nella penisola a danno délia preponderanza 
britannica; in oltre, i Governi di San Giacomo e di Ver- 
sailles non chiarivansi allora favorevoli alla creazione del 
règne dell'AZto Italia; e mentre essi desideravano veder 
TAustria cacciata al di là délie Alpi, non amavano perô 
che la signoria sabauda si aggrandisse di troppo; nei 
loro voti solamente trovavasi la indipendenza del Lom- 
bardo-Veneto, non estante che a questa si opponesse il 
trattato del 1815; il quale, a ogni sconvolgimento politico, 
era stato sempre messo innanzi dai maggiori potentati 
d'Europa, come barriera ad ambizioni di principi, o a sol- 
levazione di popolo per allargamento di dominio o a- 
cquisto di libertà. Eppure i grandi Stati europei avevano 
rotto quel trattato nel 1830 con la creazione del règne 
belga; avevalo rotto TAustria nel 1846 con la violenta an- 
nessione di Cracovia alla monarchia; e in fine, di quel 
giorni, era stato rotto dalla parte libérale alemanna con 
la creazione deirimperio germanico. Rispetto alla quistione 
sardo-austriaca gli intendimenti di Francia erano allora in 
opposizione ai disegni d'Inghilterra; perô che il Governo 
di Versailles — il quale in sul cominciare délia guerra ré- 
gla erasi mostrato pronto ad aiutare la Lombardia — par- 
teggiasse in quel tempo per Venezia soltanto; e il Go- 
verno britannico — che in sul cominciamento deiranno 



Digitized by VjOOQIC 



lVsskmblsa vsksta 31 



1^8 aveva appoggiato i moti di tutta Italia e il levarsi 
dei popoli suoi contra il mal reggimento dei regnanti — 
ai chiarisse allora pronto a sacrificare la repubblica di 
Venezia per Tindipendenza délia Lombardia e il miglio- 
rarsi délie sue sorti. Palmerston, il quale voleva ad ogni 
costo impedire una conflagrazione universale, che Tinter- 
renire armato délia Francia avrebbe indubitabilmente ac- 
cesa, invitava il Governo di Parigi a farsi con lui media- 
tore nella contesa austro-sarda; egli sperava, che i buoni 
offici degli Stati alleati varrebbero a condurre la Sarde- 
gna e l'Austria a paciflco componimento e a concordia. Se 
le tregue di Milano non avevano fatto posare le armi ai 
combattitori; se esse non erano promettitrici di paco, ave- 
vano perô fatto sospendere la guerra e offrivano ai Go- 
verni mediatori giorni propizi all'opera di conciliazione. 
I Ministri di Carlo Alberto accettarono con animo grato i 
buoni offici di Palmerston e dei Governo francese; non 
cosi 1 Miuistri austriaci, i quali, pur non mostrandosi a- 
pertamente awersi alla mediazione, desideravano perô di 
trattare gli accordi senza mezzani e direttamente con la 
Sardegna. Se non che, stretti dalla nécessita e per non 
inimicarsi Tlnghilterra e la Francia, aderivano di li a poco 
alla proposta di riunire conferenze, nelle quali i rappre- 
sentanti dei Re e deirimperatore e degli Stati mediatori 
avessero a negoziare di pace. Dai Ministri deirAustria non 
sarebbesi voluto parlare, in quelle conferenze, di Venezia, 
slno a che questa città tenesse levate armi ribelli contra 
rimperlo; ma avvertiti, che la repubblica francese era 
venuta nella deliberazione di mandare suoi soldati in 
aiuto ai Yeneziani, qualora fossero vigorosamente assaliti 
dagli Austriaci, e consigliati altrosi da Palmerston di posare 
la guerra — e ciô allô scopo di togliere alla Francia ogni 
pretesto d'intervento armato — facevano conoscere a Ma- 
nin essere stati bene accolti dalllmperatore gli amiche- 
voli offici d'Inghilterra e di Francia per la paciflcazione 
d Italia, e nel medesimo avère essi — i Ministri di Vienna 



Digitized by VjOOQIC 



32 OAPITOLO I 



— comandato aU'esercito assediatore di Venezia di cessare 
dalle offese: le quali novelle giugnevano a Venezia il 7 
settembre. Non ostante 11 buon volere degli Stati amici la 
mediazione non poteva approdare a componimento paci- 
fico : ed ecco la ragione. I Governi di Londra e di Pa- 
rigi, tenendo risoluta la quistione délia indipendenza in 
favore di Lombardia, di Venezia e sue lagune, credevano 
di dovere solamente discutere nelle conferenze intorno ai 
confini territoriali e ai compensi pecunlari da darsi al- 
l'Austria; il Governo di Vienna, tenôndo al contrario per 
base immutabile del diritto pubblico europeo i trattati del 
1815, intendeva di non cedere parte nessuna de* suoi pos- 
sedimenti italiani, toccati aU'imperio in virtii di quei trat- 
tati, e che allora, vittorioso délia ribellione e délia Sarde- 
gna assalitrice, aveva riconquistato col valore délie sue 
armi. Per questo Governo Tofficio degli Stati mediatori 
consisteva unicamente nel proporre condizioni tali di pace, 
che si potessero onorevolmente accettare daU'imperatore 
Ferdinando e dal re Carlo Alberto. Sebbene TAustria ve- 
desse quanto 1 disegni di Bretagua e Francia fossero in 
opposizione aile sue mire, accettava nondimeno la media- 
zione offertale, non osando o non potendo allora respin- 
gerla- Per uscire a nuova guerra con Tesercito rifatto e 
portato a numéro essa abbisognava di tempo ; ma eziandio 
ne dimandava il negoziare; per la quale cosa, dovendo le 
tregue formate a Milano durare, di nécessita, sino al chiu- 
dersi délie conferenze, l'imperio avrebbe avuto mesi quanti 
bastavano a provvedere armi e mettere assieme soldate- 
sche per l'impresa. Maestra sempre nel governarsl giusta 
la opportunità, TAustria, cedendo aile nécessita di quei 
giorni, che per lo agitarsi deirUngaria correvano difficili 
e pieni di pericoli, si disse pronta a trattare d'accordi, e 
mostrossi tanto inchina alla pace da indurre in inganno i 
Ministri di Inghilterra e di Francia intorno ai veri suoi fini. 
In quel tempo Tommaseo aveva messo fuora per le 
stampe in Parigi — dove trovavasi oratore di Venezia presse 



Digitized by VjOOQIC 



l'assi:m3lea veneta 33 



il Governo délia repubblica — una Chiamaia alla Fi^an- 
cia. Dopo avère ringraziata la nasione sorella dell'appog- 
gio date a Venez» nella guerra contra lo straniero (1), e 
ricordati i legami d'amicizia che nei secoli scorsi avevano 
esistito ira i due Stati, scriveva : = Trovarsi nella storia 
di Francia un nome che devesi assolutamente cancellare, 
il nome di Campoformio. « Jm pace a qualsivoglia prezzo, 
fu la parola d'un tempo che non deve mai più ritornare ; 
la stima dei popoli ad ogni costo, ecco la nuova bandiera, 
il nuovo motto degno délia libertà e délia Francia. » Sino 
dal rompersi délie ostilità contra TAustria avère il Go- 
verno francese oflferto aiuto di sue genti aU'Italla, senza 
mercanleggiare siùa spada, corne atirehhelo fatto un sol- 
dato venturîero; essere ora giunto il momento del fra- 
terno soccorso, ora dalla patria nostra invocato. « Questa 
non è la vecchia storia degli interventi, diceva Tomma- 
seo, per meglio dire, délie invasioni provocate per pas- 
sione di parte, per un Interesse isolato; è un diritto santo 
che invoca un dovere, è un principio che cerea sua gua- 
rentigia là dove puô trovarla La Francia in questo mo- 
mento ha il diritto di alutarci coi mezzi piii efficaci, poi- 
chè essa ne ha il dovere; che viene non da taie o taie 
altra parola, pronunciata da taie o taie altro Ministre o 
rappresentante délia nazione ; è la grandezza stessa di que- 
sta che glielo impone; essa non saprebbe abiurarlo senza 
rinnegare se stessa. » r^r L'orator di Venezia, dopo avère 
fatto conoscere alla Francia, che il massimo degli inte- 
ressi suoi consisteva nello appoggiarsi ai principi di na- 
turalità, soprammodo all'italiana e alla slava, affermava: 
= La nazione non avère pronunziato, ne ripetuto il motto : 
Yltalia farà da se ; non respinto mai il soccorso di Fran- 
cia; per consiglio suo Venezia essersiun giorno vol ta alla 
Sardegna e a tutti gli altri Stati délia penisola invitandoli 

(1) Una sqnadra francese, comandata da Ricaudy, troyavasi già nelle 
acqne deU'Adriatico. 

3 — Vol. n. Martaîci — Storia pol e mtl 



Digitized by VjOOQIC 



34 CAPITOLO 1 



a deliberare insieme intonio aile sorti comuni. NuUa a- 
verle risposto la Sardegaa; gli altri Governi, parole in- 
certe e che non potevano condurre al fine proposto. Avère 
egli protestato contra la dediziono di Venezia alla Sarde- 
gna, dedizione da lui giudlcata inopportuna; ed eziandio 
avère protestato contra queU'atto in cui la violenza e la 
frode, la speranza e il timoré' a vevano avuto tan ta parte, o 
almeno una parte pur troppo da deplorarsi. zz: Tominaseo 
conchiudeva quindi il suo parlare cosi : « La Francia non 
ha a sguaînare la spada, basta che essa ne faccia inten- 
dere il romore nel fodero per ispaventare il nimico... Dico 
alla Francia e alllnghilterra, che sarebbe una vergogna 
per la specie umana di lasciar pasare nella bilancia délie 
sorti di un popolo la spada di un Brenno decrepito. La 
nostra causa è lavostra; soccorreteci nel nostro pericolo, 
voi perirete » (1). — Le parole di Tommaseo, se ven- 
nero accolte con entusiasmo dai repubblicani di Francia 
e se trovarono eco nei cuori generosi, non bastarono 
perô a togliere i supremi governanti da quelle esitazioni 
e da quel dubbi, che dovevano impedir loro di camminare 
risoluti e franchi su la via, che Tonore e la grandezza 
délia nazione volevano avessero a percorrere. Il générale 
Cavaignac — che allora presiedeva ai Ministri délia re- 
pubblica — per indurre l'Austria a pacifici accordi con la 
Sardegna e Tltalia, montre spediva nuove navi ad afTor- 
zare la squadra francose, proprio di quel giorni sorta in 
su ràncora nei porti di Venezia, ordinava' al contrammi- 
raglio Ricaudy di maneggiarsi per modo che Tassediatore 
non avesse a oflTendere la città; e nel tempo stesso facera 
pubblicamente annunziare essere stato decretato dal Go- 
verno il soccorso di quattro mila soldati. Le quali novelle 
giugnevano a Manin l'il settembre per mezzo del legno a 
vapore francese il Solone, e al générale Pepe per lettera 



(1) Parigi, agosto 1848. 



Digitized by VjOOQIC 



L^ASSEMBLEA VEXETA 35 



(iel duca d'Harcourt, oratore di Francia in Corte del Pon- 
teflce. Il 22 di quel mese arrivavano a Ricaudy le frégate 
a vapore il Giove e la Psiche; e il di vegnente la squa- 
dra austriaca (1), avvicinatasi ai litorali veneti, ordinavasi 
dinnanzi ai porti délia laguna per impedirnerentrataalle 
navi portanti vettovaglie alla città, e, se possibile, pre- 
darle. Il 30 settembre VOceano, legao a vapore fr^ncese, 
porto a Venezia sei mlla schioppi, da ottanta volontari 
délia legione di Manara e i deputati del Comitato di difesa 
d'Ancona, Tooli e Bassetti, con doni di quella città e di 
Roma, consistenti in copia grande di panno per vestire 
soldati, calzoni, camicie e scarpe. Alla chiamata di danaro 
fatta aile provincie délia penisola dal Governo délia re- 
pubblica « per difendere la sua bandiera, onore e spe- 
ranza del popolo italiano > risposoro Lomellina, Toscana, 
Ferrara, Bologna e Ancona; ne spedirono, non richiesti, 
gli Italiani dimoranti nel Perii e neirAmerica méridionale ; 
Grenova promise un milione di lire, ma non mandô nuUa (2). 



(1) La squadra navale austriaca componevasi di tre frégate, due 
c )rvette, quattro brigantini, nno schooner^ due Bcialnppe, quattro legni 
a vapore e altri legni minori. 

(2) Lomellina donô cento mlla lire; Toscana, settandue mila; Fer- 
rara, sedici mila; e gli Italiani dimoranti nel Perù e neirAmerica del 
mezzogiomo mandarono a Yenezia dieci mila lire. 

b Gli inviati délia Repnbblica veneziana aile città d'Italia si rivol- 
sero ai loro fratelli con un indbizzo in data di Firenze 9 settembre 
1B48. Essi dichiararono che Yenezia, per difendere la sua bandiera, 
onore e speranza del popolo italiano, ha bisogno d'una somma mensile 
di tre milioni di franchi. Essi indinzzansi a tre milioni d'Italiani, 
e chieggono a ciascun d'essi on franco al mese per la formazione di 
questo capitale di soccorso. Yenezia ô oggidi il cnor dell'Italia: lo ô 
per la sua incrollabile volontà, per la santit& délie sue intenzioni, per 
le sne glorie, per le sue speranze e per le sue sventure. Montre pareva 
che da per tutto si spegnesse, lo spirîto nazionale si raccoglieva in 
essa come ne' tempi antichi; mentre tutti piegavano o disperavano, 
Venezia gettava il guanto ai barbari ; essa aveva fede ne' dûritti e nel- 
retemità d'Italia, ed ognuno di noi deve oggi rispondere alla sua esi- 



Digitized by VjOOQIC 



36 cAriTOLo I 

A provvedere ai bisogni sempre crescenti délia guerra, 
Venezia si volse alla generosita de' suoi figli; e i Vene- 
ziani diedero allora e di poi il più che poterono in ra- 
gione di loro forza ; Manin rinunzlô siibito allô stipendie 
decretatogli daU'Assemblea ; Pepe, oltre alla sua provvi- 
sione di générale, offri allora un Cesare Borgia, tola di 
Leonardo da Vinci, dono carissimo del fratello suo ; e la 
maggiore parte degli ufflciali pubblici e deiresercito lascia- 
rono a favore délia repubblica meta del solde loro assegnato. 

In questo mezzo il Circolo italiano — il quale, com(> 
sopra dicemmo, caldeggiava il formarsi d'un Governo com- 
posto di cittadini di tutte le provincie italiane e presie- 
duto da Manin — adoperavasi a tutta forza per allonta- 
nare dal grande triumviro alcuni tristi che Tattorniavano 
La sera del 2 ottobre Giuseppe Révère proponeva ai soci* 
raccolti in assemblea s'avessero a chiamare in Venezia 
quanti illustri italiani correvano erranti le patrie contrado. 
« Noi vorremmo che qui, esclamava egli, dove ancora si 
combatte, venissero i desidèri e le opère a incontrarsi in 
guisa che tutta Europa avesse a persuadersi come la guerra 
italiana è tutta ancora nelle nostre lagune, guerra che per 
virtù di principi tornô infelice in Lombardia, ma che 
riarde ora fra noi purificata e gagliarda per volere di po- 
poli. Qui, ove senza bisogno di andare a versi ad un po- 
tere fallace, liberamente si possono agitare i nostri destini : 



stenza, se vnol dar prove del suo onore per la patria. È tempo che 
ritalia segua resempio che le dà la misera Irlanda; è tempo che la 
cassa del popolo sia fondata fra noi, e che il nnmero immenso dei so- 
sorittori apprenda ai nostri amici qnale è la somma del partito nazie- 
nale e qnale la sua yolontà. Affrettiamoci dunque, ed operiamo. Ripe- 
teremo qui le parole degli inviati Veneziani : Coloi che rifiuta di pagare 
rimposta nazionale per Venezia, pronuncia la sua sentenza; ei disert^i 
yilmente daUa causa délia patria e délia liberté., n 
Parole di Giuseppe Mazzini. 



Digitized by VjOOQIC 



l'assemblea teneta 37 

qui, ove non giugne insolenza di birro o minaccia di re- 
gio commissario, i popoli d'Italia troverebbero la patria 
délie loro vagheggia,te speranze, e, vergini d'ipocrisia e 
schietti di studiate parole, potrebbero dire aU'Europa in- 
sieme coi diritti i loro superni e patrii divisamenti... Alla 
mentita lega dei principi, lega inventata perché Italia, ac- 
cosciata su le sue sventure, attenda la luce donde veu- 
nero le ténèbre, noi metteremo contra la solidaria lega 
M popoli. Proveremo che una lega fra i potenti di 
Itâlia a benefizio dei popoli è sogno e inganno: una 
dei popoli per la comunanza dei pericoli, débite e bi- 
sogao..... Cosi mentre gli Stati mediatori, sicuri che i 
principi non protesteranno contra le loro sentenze, agite- 
ranno le nostre sorti, avranno a darsi almanco pensiero 
•iella vera mente, deU'animo dei popoli. L'Italia è per noi 
dove si combatte, e non dove si traffica e si negozia... Egli 
ô perciô che noi invitiamo i Circoli délie varie città di 
Italia a portarci, col mezzo di rappresentanti, il loro 
pensiero e una coUeganza d'opere da testimoniare , Ve- 
iiezia essere il punto ove tutte concorrono le forze de- 
laocratiche délia nazione, il luogo ove V interesse dei 

Ijopoli ha il suo focolare È mestieri che 1 popoli 

si persuadano corne per la via dei maie non è fatti- 
bile raggiugnere il bene, e confessino Tipocrisia politica 
«* Tinganno non tornare a vantaggio che dei principi; 
♦iuali fan le viste di distruggere a miglior tempo... AU'As- 
iemblea de' profughi veneti, sola e irrecusabile rappre- 
sentanza délie provincie occupate, ora si aggiunsero 
i profughi lombard! ; sicchè, uniti nei medesimi fra- 
terni intendimenti, potranno deliberare intorno ai loro 
ittteressi. Il nostro Circolo, a meglio conseguire il suo in- 
tente, accolso fra se uomini di tutti gli Stati dltalia, i quali 
consacrarono con la vita povera e intemerata, e con lungo 
♦*•! iûfelice amore alla loro terra, il diritto di vigilarne 
^li aspettati destini... Il nostro popolo, ridesto alla vene- 
randa santità délie tradizioni, sente il debito di rispondere 



Digitized by VjOOQIC 



CAPITOLO I 



al suo portentoso passato con la virtù del sacrificio, cou 
l'allegra formezza negli immiaenti pericoli. Sirabolo giier- 
reggiante délia libertà d'Italia, Venezia, ancorchô stremata, 
è parata a proteggerla contra ogni maniera di attentato 
che mirasse a recarle ^offesa. Stretti dairAustriaco, che 
manomette le nostre terre, dubitosi del pane che deve 
sfamare le nostre famiglie, nol tuttavia guardiamo alh» 
miserie di tutta Italia. Dai comuni dolori noi caviamo ar- 
gomento di coraggiosa perseveranza, meglio che da moiTu- 
menti testimoni dei secoli caduti. E il giorno in cui if> 
sdegno délia fortuna e il furore dei poteri congiurati ve- 
nissero a soverchiarci, di Venezia non sopravviverebbe altro 
che un nome tremendo d'insegnamento ai popoli venturi. 
e via per le meste lagune, su le quali torreggiano ancora 
le memorie del passato, non s'alzerebbe altro che un me- 
lanconico gemito, il quale direbbe al monde, come Venezia, 
anzichè tornare ancella, si sommergeva con la sua liber tn 
in quel mare onde traeva la cuUa » (1). — Parlô di poi 
Antonio Mordini con éloquente e franca parola ; il quale. 
dopo avère lodato i triumviri come cittadini, ne biasimô 
i modi di governo; disse che il loro amministrare non 
procedeva spedito e sicuro, ma incerto; essendo dubbiosi 
in se medesimi, non potevano avère la fiducia dei loro 
governati; ciô che ad essi impediva di operare tutto 11 
bene che era in loro mano di fare e che certamente <îe^- 
sideravano a vantaggio délia patria. In oltre il Mordini 
svelô il disordine che regnava nelle diverse amministra- 
zioni dello Stato, con grave danno délia cosa pubblica t* 
soprammodo délia guerra. Affermé che la verità non giu- 
gneva ad aprirsi la via sino ai supremi reggitori, a cagione 
di quella turba di gente ribalda, che aveva invaso le aule 
triumvirali; turba avara, che ebbe allora chiamato ca- 
méra nera, la quale sperdeva in basse vie l'oro offerte» 



(1) Documenti délia Ghterra Santfi, Di Daniele Manin, memoria 
storica di G. Vittobio Rovani, cart 178; Capolago, gennaio 1850. 



Digitized by VjOOQIC 



l'assemble A VBXSTA 39 



alla patria dalla carità cittadina. Disse in âne délia né- 
cessita di raccogliere in Venezia una costituente lombardo- 
veneta, che, apportando nuove forze al Governo délia re- 
pnbblica, ne accrescerebbe dimolto la potenza, tornerebbe 
ai triumviri la fedo e il favore popolare, e porrebbe \o 
basi di un Governo italiano. I ribaldi, le cui mire per- 
verse erano state scoverte da Mordini nella sua orazione, 
subito di lui e di Révère si vendîcarono; perô che nella 
notte stessa, per incitamento di quel malvagi consiglieri, i 
triumviri facessero trarre al lontano lido quegli onesti 
cittadini, con ordine di reoarsi a Ravenna. L'onta di si 
turpe violenza pèsera sempre su la memoria di Manin, di" 
Cavedalis, di Graziani ! — La sera vegnente Giuseppe Sir- 
tori, in mezzo al Cîrcolo italiano riunitosi a dispetto del 
Governo, censurata da prima con severa parola la costui 
opéra, propose di poi che si avesse dai buoni cittadini a 
tentare tutte le vie per condurre i triumviri a più savio 
consiglio e costringerli a richiamare Mordini e Révère. 
Per invito di Sirtori il Comitato direttore di quel Circolo 
rinunziô allora al proprîo officio ; ma i soci, seduta stante, 
con suffragio unanime in esso il confermava; in tal modo 
venne a Manin e ai compagni suoi nel triumvirato il bia- 
simo meritato dalla commessa ingiustizia e violenza. La 
Caméra nera diedesi subito a spargere con arte perfldis- 
sima le più nere calunnie nel popolo a danno degli uo- 
mini del Circolo; e il popolo — facile troppo a lasciarsi 
sedurre, credulo sempre e pronto a voltarsi dall'amore al- 
l'odio — cominciô a diffidare di quel cittadini, ch'eransi 
mostrati in tutte le occasioni délia patria libertà svisce- 
ratissimi, e prese a malvolerli. Ed ecco come alcuni tristi, 
per ambizione o interesse privato gettarono la discordia 
tra le moltitudini, quando piii imperioso che mai era il 
bisogno di concordîa forte, operosa, efficace. In allora il 
Circolo deputô alcuni suoi membri a Manin per sapere i 
motivi che avevano indotto il Governo a cacciare di Ve- 
nezia Mordini e Révère. Da prima il Triumviro niegô di 



Digitized by VjOOQIC 



40 CAPITOLO I 



ricevere i deputati del Circolo; ma insistendo essi, fu 
forza quindi ascoltarli; pregato di far conoscere le colpe 
di que' due esiliati, a fine di poter calmare gli animi dei 
cittadini, esasperati per tanta e si ingiusta violenza, e ri- 
condurli poscia a concordia, Manin, che avrebbe dovuto 
arrossire confessando tutta intera la verità, rispoadeva 
cosi : = Non sempre î supremi reggiiori dei popoli potere 
dar ragione del loro operato ai governati; la quale superba 
risposta chiari la sua complicità nelle brutture commessc 
dagli uomini délia Caméra nera. Accecato dallorgoglio, il 
Dittatore lasciossi da' suoi tristi consiglieri, nimici alla 
suabuona rinomanza, trascinare a nuova vendetta; vittima 
di questa, Francesco DaU'Ongaro. — In sul cadere dell'ot- 
tobre giunse notizia in Venezia, che Ippolito Mazzuchelli, 
comandante il legno a vapore Pio Nono, si fosse lasciato 
sfuggire di mano una nave nimica; délia quale, corse al- 
lora la fama, avrebbe potuto impadronirsi, se non fosse 
stato dell'ordine di Graziani, che proibiva ai legni délia 
repubblica d'essere primi aile oflFese. DaU'Ongaro nel diario 
Fatti e Parole, pubblicato il primo ottobre, narrava il caso 
awenuto cosi : « L'altro ieri il nostro bel vapore Plo 
Nono voile pigliarsi il piacere d'esaminare da vicino un 
vapore austriaco del Lloyd. Sembra che l'ultimo non fosse 
molto disposto a questo esame, perché si ritirô ben presto 
sotto il cannone di Caorle. I maliziosi dicono che il capi- 
tano Mazzuchelli sarebbe stato gravemente rimproverato 
e forse deposto, nel caso che avesse commesso il delitto 
di costringere a una fuga vergognosala bandiera austriaca, 
alla quale alcuni sembrano servare, certo per vecchie 
consuetudini , un riguardo che bisogna attribuire alla 
paura, per non supporre qualche calcolo prudenziale troppo 
più turpe. Signori generali, ammiragli, ministri sopra la 
guerra presenti e passati, con cinque mesi di calcoli e di 
prudenza voi ci avete fatto perdere il frutto d'una vittoria 
riportata con cinque giorni di temerario coraggio! Il po- 
polo è andato avanti senza di voi, e malgrado a voi; voi 



Digitized by VjOOQIC 



l'assemblea veneta 41 



Tavete fatto sempre restare indietro, e tornare addîetro. 
Ê questo il merito vostro ? — Badate che già tutti lo pen- 
sano e molti lo dicono. Forse non è lontano il giorno che 
il popolo imprudente, temerariOy senza disciplina tentera 
un altro colpo de' suoi. E che sarà allora dei vostri spal- 
Uni e dei vostri consigli? Se le rostre ricche pensioni 
vi stanno a cuore piii deironore délie armi nostre, piii 
ilella nostra libertà, chiedete le vostre pensioni e vi 
saranno date, a patto che Tltalia non abbia a pagare la 
vostra inerzia e i vostri senili riposi con la proprîa sven- 
tura e la propria vergogna. » Il 4 ottobre il Oomitato di 
pubblica vigilanza, in virtii dei diritti impartitigli dal Go- 
verno, ordinava che senza por tempo in mezzo l'abate 
Francesco DaU'Ongaro venisse bandito da Venezia e sua 
provincia, per aver dato un impulsa determinato al dis- 
ordine col richiamare alla memoria cià che il popolo 
nveva fatto e presagito quanto esso sarébhe per fare. 
Dalla nave V Indipendenza, che doveva portarlo lungi da 
quella terra si amata e si cara, DaU'Ongaro protestô in- 
nanzi a Dio, innanzi alVItalia e ai dittatori di Venezia 
contra quel bando che ofifendeva la libertà délia stampa e 
délia persona, e tutti i diritti di cittadino ; protestô con- 
tra le intenzioni appostegli di voler sommuovere il popolo 
<» rovesciare un Qoverno ch'egli aveva contribuito a creare; 
protestô contra lo incriminarsi délie sue intenzioni. Si 
disse pronto a soffrire, senza querelarsi, l'esilio che TAu- 
stria non aveva osato mai di infliggergli e che allora gli 
veniva dal Governo repubblicano di Venezia. « Cosi vo- 
lesse, scriveva egli, la carità délia patria velare la ingiu- 
stizia e Timprevîdenza di questi fatti ai presenti e ai lon- 
tani. » — Non ostante Tarte malvagia degli uomini délia 
Campera nera, che studiavansi, eziandio coi mezzi piîi 
sleali, di fuorviare l'opinione pubblica, il popolo non tardô 
molto ad avvedersi degli errori dei Governo; e siccome 
esso amava soprammodo Manin — nel quale aveva posto 
fede illimitata — cosi gettô tutta la colpa e la vergogna 



Digitized by VjOOQIC 



42 CAPITOLO I 

di quegli errori sui ministri Cavedalis e Graziani, dicen- 
doli inetti all'alto officio che tenevano. Allora risveglia- 
ronsi e presero sembianza di verità i sospetti di troppa 
devozîone al reggimento despotico deU'Aiistria, cors! poco 
innanzi sul Cavedalis e di quei giorni quasi sopiti. Ad al- 
lontanare e disperdere la tempesta cho romoroggiava so- 
pra i triumviri, Manin invitô i deputati délia città e pro- 
vincia di Venezia a raccogliersi in assemblea TU di quel 
mese d'ottobre, allô scopo di eleggere un Comitato, cho 
avesse a trattare délie condizioni politiche del paese, e a 
nominare un nuovo Governo, qualora reputassero cessato 
il pericolo che un giorno aveva minacciato la patria e 
consigliatili a istituire la dittatura. — L'Assemblea, repu- 
tando non necessario, ne onorevole mantenere nella dit- 
tatura — che essa aveva deliberato di conservare — Ca- 
vedalis e Graziani, ai quali era venuto meno il favore 
popolare, preparavasi a dare nuovi colleghi a Manin, al- 
lora che il grande cittadino, montato in bigoncia, pren- 
deva a sostenere Graziani lodandone le virtù, segnata- 
mente la modestia e Toperosità; il quale perô veggendo 
« quanto fosse grande la sproporzione tra il suo alto of- 
ficio e le forze proprie » il giorno innanzi aveva fatto 
rinunzia al potere dittatoriale. « La modestia deirammira- 
glio Graziani, affermava Manin, lo fa ingiusto verso s(> 
medesimo; io ebbi l'onore d'essere con lui, e attesto che 
difflcilmente si troverebbe persona piîi alta. Uomo di molti 
fatti e di poche parole; d'una operosità, dirô quasi feb- 
brile ; senza di esso molto difficile ci sarebbe il governare ; 
pregherei perciô TAssemblea a insistere perché egli ritiri 
la sua rinunzia. » E i deputati, i quali, tranne pochissimi, 
erano devoti a Manin, ligi alla sua volontà e servilmente 
obbedienti ai comandi suoi, credendo tuttavia sussistere 
il pericolo, per cui il 13 agosto avevano istituita la dit- 
tatura mettevano a partito il confermamento di essa nelU? 
medesime persone che già la tenevano. Raccolti i suffragi, 
i tavolaccini ne contarono centocinque favorevoli ai trium- 



Digitized by VjOOQIC 



L*A8SEMBLEA VBNBTA 4 ÎJ 

viri, tredici contrari; nô paga d'averli conferraati nell'u- 
sato ofBcio, l'Assomblea affidô loro il carico di trattare 
con l'Austria délie condizioai politiche délia ropubblica, 
riservandosi soltanto la ratificazione dei negozi: onde 
accrebbesi di molto l'autorità di Manin, il quale d*allora ira- 
pose sempre il proprio aU'altrui volere, e governô lo Stato 
con potestà assoluta. 

n maresciallo Welden, appena seppe il giugnere di nuove 
navi alla squadra di Ricaudy, temendo lo intervenire ar- 
mato di Francia, soUecito lasciava le posture di minore 
importanza occupate attorno aile lagune per raccogliere in 
forte schiera le suc genti, e dava opéra altresi a fortiflcare 
iJ ponte délia Piave alla Priula, su la grande via di Mestre, 
Treviso e Conegliano. I difensori di Osoppo, i quali da sei 
mesi resistevano strenuamente alla potenza dell'armi ni- 
miche, venute meno le vettovaglie, il 13 ottobre arrende- 
vansi; e in virtù dei patti délia resa — che fu onorevole 
— essi poterono tornare liberi ai propri focolari. Se la 
perdita di quella fortezza non peggiorô le cose délia guerra, 
allora tutta ridottasi entre la laguna, arrecô nondimeno 
assai grave ferita al sentimento nazionale. — In quel mezzo 
i Veneziani, che il Governo teneva da lunga pezza inope- 
rosi, ardentemente desiderando di far prova délia fortuna 
e dei loro valore, chiedevano d'uscire contra gli assedia- 
tori; e i Triumviri, voggendo l'Austria aftbrzare gli eser- 
citi suoi in Italia e la mediazione anglo-francese non dare 
ancora guarentigia veruna di pace, aile demande dei di- 
fensori di Venezia rispondeva ordinando a Pepe di ripren- 
dere le offese; e il générale disegnô subito far l'impresa 
di Cavallino. Questa terra, che siede su la marina dal suo 
nome chiamata, non lungi dal metter foce dei Sile su TAdria- 
Uco, formava Testremità sinistra deirossidione austriaca; 
la difendevano trecento imperiali ed era munita di due 
cannoni. n canale di Pardelio e lo stretto argine che si 
éleva a sinistra di esso mettono in comunicazione Cavallino 



Digitized by VjOOQIC 



44 CAPITOLO I 



con Treporti, da cui dista poco piii di dieci chilometri; il 
terreiio che giace tra queste due terre, paludoso e tutto 
iiigombro di siepi, è difficile a corrorsi dalle fanterie, im- 
possibile poi dai cavalli e dai carri. Allô albeggiare del 
22 ottobre una schiera di quattrocento fanti leggeri — 
cacciatori del Sile — comandata dai luogoteiiente coloa- 
nello d'Amigo, uscita da Treporti avviavasi a Cavallino, 
appoggiata da tre barche portanti soldati délia marineria 
da guerra e da due barche armate ciascuaa di un cannone, 
tutte poi discendenti il canale di Pardelio ; le due barche 
cannoniere camminavano con Tavanguardia, la compagnia 
del capitano Cattabeni. Il nimico aveva posto le sue due 
artiglierie allô sbocco dell'argine; collocato una presa di 
soldati dietro una siepe a destra del Pardelio e a quasi due 
chilometri da Cavallino ; Tavauguardia, poco dinanzi alla 
terra; presse questa, due barche con alquanti armati; 11 
grosso di sue genti entre quella. La compagnia di Catta- 
beni, neiravvicinarsi alla siepe dietro la quale stava na- 
scosto il nimico, veniva ricevuta da vivissimo trarre di 
moschetti ; inarcate le armi senza por tempo in mezzo essa 
corse airassalto, e con Taiuto délie barche cannoniere snidô 
içli Austriaci dai loro nascondiglio. Giu'nta poscia a brève 
distanza di Cavallino correva nuovamente a investire il 
nimico; il quale, prima d'aversi addosso gli assalitori, da- 
vasi a fuga precipitosa e disordinata, lasciando al vincitore 
i suoi cannoni, le barche, moite armi, munizioni di guerra 
e vettovaglie: respinti gli imperiali al di là délia Piave, 
gli Italiani, in sul cadere del giorno, facevano ritorno a 
Treporti. In quella fazione degli Austriaci quindici caddero 
uccisi o feriti ; dei vincitori, nessuno. — Il possesso di Ca- 
vallino, se fu di lieve vantaggio alla difesa di Venezia, im- 
porté perô assai al vettovagliamento délia città ; avvegnachè 
allargandosi per esso l'ossidione si aprisse da quella parte 
agli assediati una via di comunicazione con la terraferma. 
Se non che per tenere Cavallino abbisognando un valide 
presidio, e per difendere efflcacomente Venezia non po- 



Digitized by VjOOQIC 



L^ASSEMBLEÂ VENKÏ.V 45 



tendosi spargore ditroppo le forze, Pepe comandava di 
lasciare quella terra, che i nimici riprendevano molto 
temxK) di poi. Il giorno dopo la fazlone di Cavallino, in su 
la piazza di San Marco facevasi da Pepe la rassegna dei 
cacciatori del Sile, che avevano condotto ad onore quella 
impresa; e il frate Ugo Bassi da una flnestra del palazzo 
nazionale volgeva generose parole a quoi valorosi e al po- 
polo accorso numerosissirao a festeggiarli. In quel di stesso 
il Governo decretava, con plauso universale, l'ordinamento 
(li una légions ungarese, alla quale chiamava a scriversi 
coi soldati che avevano lasciato la bandiera austriaca anche 
i cittadini di quella nazione che trovavansi entre Venezia; 
con ciô egli intendeva dar pegno d'amore fratellevole al- 
rungaria, di quel giorni levatasi tutta in su l'arme per 
combattere, contra lo imperio, la guerra délia propria in- 
dipendenza. 

Il buon esito sortito all'assalto di Cavallino aveva sve- 
gliato nei Veneziani tanto entusiasmo e taie speranza di 
potersi difendere e sostenere a lungo, ch'essi fecersi a 
gridare armi, e Tesercito a chiedere di venir presto ri- 
condotto a nuovi cimenti. E i Dittatori, cui il valore e lo 
ardimento dei volontari alla fazione del 22 ottobre avevano 
dato guarantigia di certa vittoria, comandavano al géné- 
rale Pepe di mandare volontari e soldati ad altre imprese; 
le quali, se fortunate , oltre a mantenere vivo in tutti lo 
ardore di guerra e stancare il nimico costringendolo con 
Incessanti assalti a fare vigili guardie e a tenersi serapre 
in su l'arme, avrebbero vie più incoraggiati i mediatori di 
Francia e di Bretagna a difendere, nelle conferenze di pace 
di Bruxelles, con maggior calore i diritti di Venezia: Pepe 
disegnô quindi di assaltare Mestre e Fusina. — Trovasi 
Mestre a ponente di Venezia, dove si incontrano le vie di 
Padova e di Treviso e dinnanzi al forte di Malghera, da cui 
dista tre chilometri allô incirca ; a mezzodi di quella terra 
corre la via ferrata che da Padova mena a Venezia. Giace 



Digitized by VjOOQIC 



46 CAPITOLO I 



Fusina ove il canale di Brenta mette foce in su la laguna, 
a sei chilometri da Malghera e a mezzogiorno dol forte. Il 
nimico — conosciuta la importanza di Mestre, che era la 
porta délie principali vie di coraunicazioni di Venezia con 
le provincie di terraferma e la piii vantaggiosa postura 
de' suoi campi d'assedio — aveavi innalzato due valli, Tuno 
su la riva del canale di Mestre a difesa di questa terra, e 
Taltro su la via ferrata; e muniti ciascuno di due arti- 
glierie da campo, presidiava il primo con seicento uomini, 
con cinquecento il secondo. Oinquanta Austriaci tenevano 
la posta délia Rana, chiusa da forte serraglio ; cencinquanta, 
il villaggio di Fusina con due grosse* artiglierie ; e dugento 
di essi stavano a guardia del terreno, che stendesi tra 
Mestre e la picciola terra di Oarapalto sino al canale Osel- 
lino. Queste forze d'uomini e di cannoni — appartenenti 
alla brigata Mitis, campeggiante Mestre e Fusina — erano 
state riconosciute dagli esploratori di Pepe il giorno che 
precedette aU'impresa ; ma nella notte seguente erano ac- 
cresciute del doppio dal comandante di quella brigata, ve- 
nuto in sospetto di un vicino assalto. E allora che fu da 
una spia assicurato di questo e di ciô che in Venezia pre- 
paravasi a danno suo, raccolti in brève ora da tre mila 
soldati mutô Tordinamento e i presidi del suo campo cosi : 
pose millecinquecento uomini in Mestre e ne' suoi dintorni, 
cioè una compagnia di fanti all'entrata di Zellarino e di 
Treviso ; una a quella di Carpenedo ; una terza con due 
cannoni da campo a presidiare l'opéra di terra costrutta 
sul canale di Mestre verso Malghera; una compagnia su 
Targine destro di esso ; una al convento dei Cappuccini ; 
un'altra con due artiglierie da campo a difesa del vallo 
délia via ferrata; in fine, la schiera di riscossa — da tre- 
cento uomini allô incirca e due cannoni — su la piazza 
di Mestre. Alla sinistra di Mestre il générale austriaco 
aveva collocato una mezza compagnia di fanti in Favaro; 
mezza al ponte di Dese; una compagnia in Carpenedo e 
una picciola presa di soldati in Campalto. Alla destra di 



Digitized by VjOOQIC 



l'assbmblea vkneta 47 

Mestre egli teneva Gambarare e Malconteata con uaa mano 
di fanti; il ponte délia Rana con una compagnia; eavevâ 
posto cento soldati presse Ghirignago, e un drappello di 
essi a guardia deirofficio telegrafico délia via ferrata; il 
presidlo di Fusina noa era stato accresciuto, contando 
ancora cenciaquanta Austriaci e due canaoni di grosso 
calibre. 

Per l'impresa il générale Pepe aveva chiamato in su 
Tanne due mila soldati, numéro bastevole per assaltare con 
vautaggio le posture nimiche; perô che, credendole presi- 
diate da mille cinquecento Austriaci non preparati aile 
difese, egli si tenesse sicuro di riportare con quelle forze 
piena Tittoria ; ma ei doveva trovarsi di fronte a tre mila 
uomim pronti a combattere. Non estante il tradimento di 
chi riTelô a tempo agli Austriaci i disegni di Pepe, questo 
,'enerale seppe in modo splendido vittoriare del nimico, 
forte per numéro e piii ancora per le posture occupate ; i 
bilooi ordini e il valoredei soldati ebbergli allora procacciata 
la Tittoria. Le genti designate all'impresa di Mestre ven- 
aero partite in tre schiere; quella di sinistra — quattro- 
cencinquanta cacciatori del Sile sotto il comando del co- 
lunnello D'Amigo — protetta dal fuoco di barche armate 
dartiglierie doveva, mezz'ora innanzi il sorgere del giorno, 
icendere presse Fusina e attorniare questo villaggio, montre 
lofulminerebbero i canne ni délie barche — state sua scorta 
e allora suo appoggio — e una compagnia di quei caccia- 
tori recherebbesi sopra Malcontenta e l'occuperebbe per 
togliere al presidio di Fusina la via di ritratta sopra Dolo 
e Padova ; del quai presidio d'Amigo col rimanente de' suoi 
<taceiatori doveva impadronirsi ; e, respinta di poi la presa 
d* Austriaci, che teneva la posta délia Rana, procedere verso 
Mestre, per appoggiare gli assalti che dalla schiera di mezzo 
veiTebbero dati a questa terra, obbietto dell'impresa. — 
La schiera di mezzo — guidata dal colonnello Morandi e 
composta del battaglione lombarde^ dei mezzi battaglioni 

iUjLlia libéra e Reno, da due artiglierie e un drappello di 



Digitized by VjOOQIC 



4S CAPITOLO I 



soldati degli ingegneri militari, in tutto mille uomini allô 
ihcirca — doveva avanzarsi contre il vallo costnitto su la 
via ferrata; e la sua avanguardia, giunta presse la portata 
délie artiglierie del vallo, spingersi avanti in ordine sparso 
a sinistra e a destra di quella via allô intento di sopra- 
vanzare il torrato nimico. Il grosso délia schiera di Mo- 
randi, lasciate le due artiglierie su la via ferrata per ri- 
spondere ai cannoni degli Austriaci, spiegate le ordinanze, 
seguirebbe j)arallelamente il movimento délia sua avan- 
guardia per assaltare quindi in compagnia dei cacciatori 
del colonnello d'Amigo, da quella parte le case fortiflcate 
di Mestre. — La schiera di destra — capitanata dal colon- 
nello Bignami e composta del battaglione dei volontarl 
bolognesi, da una compagnia del seconde reggimeato ro 
mano, di due artiglierie dacampo e un drappello di soldati 
degli ingegneri militari, in tutto da seicento uomini — per 
Targine del canale di Mestre portandosi sin presse la por- 
tata dei cannoni del vallo eretto, come dicemme, dinnanzi 
a quella terra, doveva ordinare le sue battaglie a sinistra 
del canale per sepravanzare il vallo e le case, che pari- 
menti da quella parte gli Austriaci avevane munito di di- 
fese. Il presidie del forte O -— il quale venue poscia chia- 
mate forte Manin — doveva uscire alla campagna contr«*\ 
la picciola terra di Campalte che gli sta rimpetto, allô 
scopo di divertire Tattenzione del nimico. Grli assalitovi 
avevane da ultime a riunirsi su la grande piazza di Mestri» 
per opprimerne i difensori cen tutto le sforzo lero. — Al 
colonnello Morandi era state fldato il carice d'apprestar^ 
in Malghera tutto quanto peteva occorrere alFimpresa di- 
segnata; a lui, la cura di costrurre un passaggio su la via 
ferrata per le artiglierie; a lui, quella altresi di fornin^ 
aile soldatesche, chiamate a fare la giornata, i viveri e lo 
munizieni. Aile due ore del mattino del 27 ottobre il ge^ 
nerale Pepe — seguito dagli ufficiali délie Stato Magg'ioroi 
deiresercite e da una compagnia di gente d'arme — arri^ 
vava al forte Malghera per bene assicurarsi délie esegni- 



Digitized by VjOOQIC 



l'assemblea yknbta 49 

mento pieno e intiero de' suoi ordîni per l'assalto di Mesire. 
Ma al suo gingnervi il ponte o passaggio su la via ferrata 
non era compiuto ancora; e se la schiera di mezzo stavasi 
tntta raccolta su gli spalti del forte, a quella di destra — 
cui era stato mutato il comandante, il Bignami col Zam- 
beccari — mancava perô il battaglione bolognese, il quale 
yenîva poscia aggiunto alla schiera di Morandi ; in oltre, 
â cagione délia bassa marea, non erano neppur giunti nel 
forte i due cannoni da campo e il drappello di cayalleggeri, 
il quale, sotto gli ordini del capitano Dîaz, doveva servire 
di scorta al comandante supremo. In sul far del giorno le 
schiere di mezzo e di destra, spinte innanzi da Pepe, co- 
perte da propizia nebbia arrivavano inosservate presse il 
campo degli Austriaci ; i quali, sebbene preparati a soste- 
nere gli assalti, allô irrompere violente deiravanguardia 
di Morandi, precipitosamente indietreggiavano, riparandosi 
dietro l'Osellino. Se non che poco dopo, veduta la schiera 
che la seguiva avanzarsi con passe incerto e al primo 
trarre délie loro artiglierie tutta disordinarsi, rioccupsr 
vano Mestre: onde Pepe mandava sollecito il colonnello 
Ulloa con la gente d'arme — la scorta sua — a rifare la 
schiera scomposta e ricondurla aile offese; il quale, in 
brevi istanti raccoltala, correva con essa agli assalti spal- 
leggiato da due compagnie di Lombard!. AU'urto impe- 
tuoso degli Italiani, saldamente sostenuto dàl nimico, suc- 
cedette una pugna lunga e féroce, che perô ebbe fine con 
la peggio degli imperiali ; che per tema d*essere presi aile 
«palle, lasciato il vallo e le sue difese, riparavansi in Mestre. 
Teneva lor dietro Ulloa, il quale dopo avère coUocato tre 
compagnie di fanti bolognesi a cavalière délia via ferrata 
di Padova per togliere agli Austriaci presidianti Fusina 
Q la Rana la via di Mestre, entrava in questa terra, pro- 
siegaendo il combattimento, in quella che vi giugneva 
Zambeccari con le sue genti. Era la schiera di destra, la 
qnale, dopo essersi impadronîta del vallo costrutto sul car 
nale di Mestre e dei cannoni che le munivano, avevane 

4 — Vol n. Mariaht — Storia poU e mil. 



Digitized by VjOOQIC 



50 OAPITOLO I 



incalzato il presidio fuggitivo sino aU'ingresso di Mestre. 
Qui il contrasto diventava assai piU ostinato e vigoroso ; 
gli assalitori, gravemente feriti da micidialissimo fuoco 
nimico, Indietreggiavano confusamente ; mentre Pepe iaten- 
deva a riordinarli, gli Austriaci, raccoltisi su la principale 
piazza di quella terra, preparavansi alla resistenza estrema. 
Per raggiungerli era forza valicare il ponte deirOsellino, 
che due artiglierie e una grossa mano di imperiali afiTor- 
zatisi nelle vicine case difendevano, rendendone assai pe- 
ricoloso l'avVicinarsi a quelle. Il buon esito, in quel mezzo 
sortito agli sforzi di- Morandi, rese facile l'irapresa alla 
schiera di Zambeccari. Avanzatesi insieme le due di mezzo 
e di destra entre Mestre, pure insieme preeipitavansi sul ! 
nimico ; il quale, con quanto furore veniva assalito, con al- I 
trettanta rabbia si difendeva: onde la pugna facevasi rie j 
più sanguinosa e fiera; due volte respinti, due volte gli | 
Italiani tornavano alleoflese ; insignoritisi délie case, che gli I 
Austriaci avevano mutato in piccioli forti, riescivano a ; 
cacciare da Mestre gli imperiali, che Mitis, loro capltano | 
— il quale trovavasi a Dese con le riscosse — non aveva I 
saputo soccorrere e sostenere. — Mentre cosi le schiere di I 
mezzo e di destra combattevano e vittoriavano, quella di| 
sinistra non avendo cominciate le oflTese all'ora stabllital 
dal comando supremo, riportava lievi vantaggi sul nimico, 
e non giugneva in tempo d'appoggiare le genti di Morandi 
e Zambeccari nello assaltare Mestre, come le era stato or-l 
dinato. Le barche armate del colonnello D'Amigo tardi ful-^ 
minarono Fusina con le loro artiglierie ; e quando i cac-l 
ciatori del Sile mettevano piede a terra, gli Austriaci; 
eransi già ritirati da quella terra, in loro precipitoso inn 
dietreggiare lasciandosi addietro i cannoni, che là tenevano 
per impedire lo sbarco degli Italiani. D'Amigo, coa su^ 
genti divise in due partite, mosse contra le poste di Mal^ 
contenta e délia Rana, che i nimici abbandonarongli senzs 
contrasto; ne più egli procedette innanzi; perô ch.e, il 
giorno essendo innoltrato dimolto, e informato anche dell^ 



Digitized by VjOOQIC 



l'asse^iblea ybneta 51 

presa di Mestre, facesse ritorno a Fusiaa. — L'assalto di 
Mestre, il quale doveva avère solamente uno scopo strate- 
gico e che i Triumviri avevano voluto che si eseguisse 
per tener vivo nei difensori di Venezia Tardore di guerra 
i^ soddîsfare al desiderio di combattere tante volte manife- 
stato dairesercito e dai cittadini, terminô con la cacciata 
degli împeriali da quella terra. Gli Italiani avrebbero ot- 
tenuto piii splendida vittoria, se il colonnello D*Amigo fosse 
i^iunto davanti a Fusina alFora flssatagli ; cou lo assaltare 
Pnsina divertendo egli Tattenzione dei nimici da Mestre, 
Morandi e Zambeccari avrebbero riportati vantaggi di 
qualcbe rilievo cbe non fu quello délia semplice cacciata 
degli Austriaci da Mestre. — Posato il combattere, Pepe 
ordinava sollecito aile sue genti di riedere ai loro allog- 
giamenti ; savio consiglio qnesto, avvegnachè il maresciallo 
Stiirmer, che allora comandava le armi imperiali occupant! 
le Venezie (1) e dirigeva le militari operazioni intorno 
alFEstuario, saputo di quelVassalto, avesse mandate da Pa- 
«lova, sua stanza,- grossa mano di soldatesche verso Dolo 
«^ Mira, e spedito ordine al générale Perglass di recarsi 
'ia Treviso a Dese, e al générale Macchio di correre sopra 
Mestre in aiuto di Mitis. — Le schiere italiane ritiraronsi 
in buona ordinanza; messi da prima in salvo i feriti, rac- 
colsero di poi e seco condussero quanto avevano tolto al ni- 
mico; il quale ebbe in quella giornata a lasciare nelle mani 
dei vincitori da cinquecento soldati prigionieri, dodici ar- 
Tiglierie di calibre diverse, molti carri di munizioni da 
guerra e da bagaglie, ealquanticavalli; inoltre lasciôsul 
campo circa dugento uomini uccisi o feriti ; degli Italiani 
da cento venti caddero morti o feriti. Nell'ordinare l'im- 
presa di Mestre il générale Pepe aveva disposto che una 
presa di seicento armati uscisse dal forte di Brondolo e, 



(1) Il 2 ottobre StOrmer assmiBe il eomando supremo délie amd au- 
striaAhe nelle provincie venete, rimessogli da Welden; il quale era 
allora stato creato govematore militare e civile di Vienna. 



Digitized by VjOOQIC 



52 GAPITOLO I 



valicatâ la Brenta, carcasse la contrada sino a Cavanella 
d'Adige, allô scopo di rivolgere altrove l'attenzione del 
nimico e minacciarlo da quella parte aile spalle. Sul fare 
del giorno il presidio di Brondolo usci alla campagna e 
portossi a Cavanella; ma non trovando nimici da com- 
battere, per ayere il générale austriaco pochi di innanzi 
posto a Cavarzere l'estremità destra del campo d'ossidione, 
fece tosto ritorno a sue stanze. Parimenti nuUa operô in quel 
giorno il presidio del forte O — cencinquanta volontari 
romani — il quale uscito fuora era giunto a Mestre, quando 
già la tenevano le schiere di destra e di mezzo. 

La giomata di Mestre — onorevolissima per le arini 
repubblicane — se non ebbe, corne sopra dicemmo, scopo 
strategicOy contribui perô possentemente ad accrescere 
l'entusiasmo nei difensori di Venezia e rese efficacissima 
la speranza di difendersi con buona fortuna, speranza da 
tutti nutrita, aggiugnendo ad essa novello ardore di corn- 
battere; in oltre, fece nascere nelle giovani milizie la 
confidenza nelle proprie forze; e in verltà, quante volte 
eransi assaggiate con gli imperiali, già in moite pugne 
provati, altrettante avevano vittoriato. Diligenza somma 
era nel capitano suprême ; périzia di faccende guerresche, 
in molti ufficiali dell'esercito, soprammodo nei Napolitani; 
in tutti poi, valore e buon volere : onde la patria non po- 
teva disperare di sua sainte. Ma il Governo non seppe 
profittare dei vantaggi morali guadagnati in queirimpresa ; 
esso lasciô cadere nelFinerzia cittadini e soldati, respin* 
gendo il consiglio di Pepe, che voleva si proseguisse cou 
audacia e vigore in quel sistema, si prosperamente comin- 
ciato, di assalti e badalucchi, i quali avrebbero sempre 
più fatto esperto Tesercito italiano nelle cose délia guerra 
e stancato il nimico assediatore. Daniele Manin am6 ^ 
contrario ottemperare ai desidèri di Francia, i cui reggi- 
tori, lusingandosi di indurre l'Austria a far compren- 
dere Venezia nelle tregue formate a Milano il 9 agosi»' 



Digitized by VjOOQIC 



l'AS8£MBLEA VBKETA 63 

rolevano che le armi délia repubblica non avessero più a 
muovere ad offesa contra quelle deirimperio. — L'impresa 
di Mestre yenne da Pepe sariamente ordinata; mas^ellV 
vesse con maggiori forze eseguita, i lavori fortificatorii 
Aegli Austriaci sarebbero stati distrutti, e Tossidione per 
alquanto tempo allargata con molto yantaggio di Yenezia. 
In verp non so trovare la ragione che indusse i Trium- 
Tlri a non volere con Tassalto di Mestre raggiungere scopo 
âtrategico, possibilissimo a ottenersi con grande utile délia 
difesa e grave danno degli assediatori. — DeU'errore dei 
Triumvipi subito profittarono gli Austriaci. Il giorno dopo 
Tassalto, Mitis, occupata Mestre con presidio numeroso, 
pose mano ad accrescere le fortiflcazioni di quella terra ; 
diede migliore ordinamento aIl*ossidione, portandone ad- 
dietro le poste, raccogliendole in luoghi piii opportuni, ed 
eziandiio allô scopo di metterle al sicuro di nimiche sor- 
prese ; e fece piii diligenti guardie ne' suoi campi. Dal 
canto sue il générale Pepe con savio consiglio volse sue 
eure a preparare nuoYi e più vigorosi assalti al doppio 
scopo di non concedere mai tregua agli assediatori, di in- 
darire aile fatiche délia guerra le soldatesche sue e péri- 
gliarle in incessanti pugne. Avyertito che i presidi impe- 
riali di Cavanella, Cavarzere e Borgoforte su TAdige eransi 
ridotti in Rovigo, conoscendo l'importanza di CavaneUa — 
chiave del basse Polesine, onde per essa potevasi agevol- 
mente vettovagliare Yenezia — fatta deliberazione di recarsi 
in mano quella terra, comandava al générale Rizzardi, 
che teneva Brondolo, d*occuparne il forte e accrescerne 
le difese. Se non che Bizzardi, reputando abbisognare di 
molto danaro e tempo per rimettere quel forte in buono 
stato» non Toccupô. La sua disobbedienza, la quale arrecô 
non poeo danno agli assediati, rimase del tutto impunita; 
ebbero salvato il générale Rizzardi il favor grande ch'egli 
,?odeva presse i supremi reggitori e la poca fermezza di 
Pepe, che avrebbe dovuto fare rispettata la propria auto- 
rità e mantenere severamente la militare disciplina. 



Digitized by VjOOQIC 



54 CAPITOLO I 



Le buone novelle del soUevamento d'Ungaria contra la 
dominazione austrîaca e il tornare délia squadra sarda 
nelle acque di Venezia — il 28 di quel mese di ottobre 
arrivata aU'ancoraggio di Pelorosso — assicuravano i di- 
fensoiî délia laguna délia vittoria finale, divenuti baldi per 
li assàlti fortunati di Cavalllno e Mestre. Se in forza délie 
tregue di Milano le navi régie non potevano prendere 
parte operosa alla difesa di Venezia, tenevansi perô esse 
preparate alla riseossa; ayvegnachè la Sardegna già si 
affaticasse ad apparecchiare nuovo esercito e nuoye armi 
contra l'Austria. — A prowedere di danaro l'erario il Mn- 
nicipio, dopo essersi fatto mallevadore verso i cittadini 
dei prestiti per lo innanzi levati dal Governo (1), il 6 no- 
vembre di quell'anno 1848 deliberava di anticipare al Go- 
verno stesso in quattro rate mensili dodici milioni di lire, 
rispondenti a una imposta annua di seicento mila lire per 
venti anni, imposta da cedersi poi al Comune ; la quale, 
se per allora doveva gravare soltanto le praprietà fonr 
diarie del dominio veneto, sarebbe stata in sèguito distri- 
buita con equa misura su tutte le popolazioni ad esso 
soggette, mediante imposizioni indirette (2). — In questo 
mezzo, più che un vero desiderio, una smania intempestiva 
di capitali mutazioni agitava Roma, Toscana e Sardegna; 
da tutti gridavasi e volevasi una Costttuente italiana, 
corne quella che sola valesse a salvare la patria dai péri- 
coli che la minacciavano, e mantenere la pace allo in- 
terne, pace indispensabile a condurre presto e a buon fine 
gli apprestamenti délia seconda guerra contra il comune 



(1) Sommayano a cinqne milioni di lire. 

(2) Il 22 novembre decretoesi dal Governo on aumento d'imposta di 
ventîcinqne centesimi per lira d'estimo. H Comune di Venezia con le 
terre non occnpate dal nimico aveva allora nn estimo di due milioni e 
seicento mila lire; esso sowenne al Governo i dodici milioni, di cui 
abbisognava, mediante carta monetata, cbe ebbe il nome di moneta del 
Comune di Venezia^ la qoale venne messa fnora il primo dicembre 1848. 



Digitized by VjOOQIC 



l'aSSBHBLBA VEKBTJL 65 

nimico, contra l'Imperio. Venezia, quando seppe che i Mi- 
aistri di Toscana aveyano acclamato la Costttuente — dal 
Granduca pubblicamente consentita, ma in segreto osteg- 
giata — invitava i Triumvîri ad accostarsi a quelli, che 
già eransi voltî ai regnanti in Italia e aveyanli chiamati 
a comporre in buon accordo la tanto desiderata Assemblea 
nazionale, che, appena posate le armi, doveya dare agli 
Italiani Tordinamento politico e civile, quale richiedevanlo 
i nuovi tempi, la dignità e la grandezza délia nazione. — 
Poco dopo il Circolo italiano eleggeva un Comitato di 
cinque suoi membri, cui dava il carico d'accordarsi con 
quelle già costituito in Firenze allô scopo di promuovere 
la convocazione délia Costttuente. Moite artiglierie e tutte 
le campane di qnante chiese conta Venezia salutavano 
con romorosa gazzarra Taurora del primo dicembre, an- 
oiversario délia Lega Lomibarda (1); nella sera poi di 
quel giorno, che il Governo, a eternare la memoria del 
grande awenimento, consecrô a festa naztonale, nel teatro 
délia Fenicey mentre acclamavasi dXY Italia libéra e unita 
e alla Lega Lombarda, una voce gridô la Costttuente 
italianoj cui la moltitudine degli spettatori col massimo 
entusiasmo rispose. I Triumviri, i quali erano poco favo- 
reroli alla grande Assemblea dei rappresentanti délia na- 
zione, non diedersi per intesi di quel manifestarsi délia 
opinione pubblica; e fu soltanto verso il cadere dell'anno 
che costretti dalla nécessita — perô che il popolo avesse 
fatto conoscere la sua volontà imperiosa — decretarono la 
istituzione d'una Assemblea permanente dei rappresen- 
tanti délia repubblica; la quale doveva deliberare su gli 
interessi interni ed esteriori dello Stato, nel medesimo 



(i) n primo dicembre 1167 i depntati délie citt& délia Lega — fei- 
matasi in Pontida il 7 aprile di qnell'anno — stabilivano i patti délia 
(<mnne difesa eontra Federico Barharossa; giniaronli poscia i rappre- 
sentanti di Venezia, Verona, Padova, Treviso, Ferrara, Brescia, Ber- 
gamo, Cremona, Milano, Lodi, Piacenza, Parma, Hodena e Bologna. 



Digitized by VjOOQIC 



56 CAPITOLO I 



tempo âssando le norme da seguirsi nella elezione de' suoi 
rappresentanti. Il 20 dicembre Daniele Manin, coq lettera 
circolare, invitava i parrochi délia città a istruire nei di- 
ritti politici il' popolo, che il lungo servaggio aveva disu- 
sato dallo esercizio di quelli. « Mai sempre, scriveva il 
Triumviro, e specialmente poi allorquando difficili sono i 
tempi e gravi gli avvenimenti, solenne è l'atto coa cui 
una nazione, valendosi del suffragio universale, nomina i 
propri rappresentanti, e ripone nelle loro maûi i destin! 

délia patria comune È indispensabile, e privatamente 

ed anche con la viva voce daU'altare, di far conoscere 
come nel doppio atto a cui ognuno è chiamato, è riposta 
eminentemente Tespressione délia nazionale indipendeoza 
e la dignità di un libero cittadino. Nei govemi assoluti il 
popolo è nulla, e di lui si dispone segretamente a seconda 
di particolari ambizioni ; nei govemi liherî invece il po- 
polo è tutto, e, se non puô radunarsi nelle piazze per di- 
scutere e statuire, discute e statuisce col mezzo di rap- 
presentanti a cui direttamente e liberamente rilascia il 
mandate. » — Il Clero, a pieno comprendendo Timportanza 
dell'atto che dovevasi compiere dal popolo, in modo deg^no 
rispose allô invite di Manin ; e il Patriarca di Venezia, fa- 
voreggiatore délia Costituente, in una pastorale a' suoi 
diocesani ebbe allora a parlare queste generose parole : 
« Freme già intorno un nuovo nembo di guerra ; la Ghiesa 
è in lutto ; il monde intero, si puô dire, in iscompiglio ; e 
Venezia solamente, sotto la protezione di Maria, come la 
casa di Obededom, albergatrice dell'-^rca, resto sempre 
tranquilla, come se nuUa di nuovo fosse avvenuto ne dentro, 
ne fuori di essa; ma nella stessa sua tranquillità ne rimane 
ancora molto a desiderare per essere felice. Finchè le sue 
sorti non sieno decise ; finchè non le si riapra una libéra 
comunicazione con le città sorelle; finchè non si striag-a 
tra essa e tutto il resto d'Italia quella compatta e stabile 
unione a cui mirano i voti comuni, non puô non sentîre 
le angustie di una affannosa incertezza. Per questo avvi- 



Digitized by VjOOQIC 



LASSBMBIiXik YBXETA 57 

saroûo saggiamente i rettori délia cosa pubblica» che si 
trascelgaao da ogni contrada i piii qualiâcati cittadinl^ i 
quali, formando in un dato giorno un autorevol consesso, 
coaoscano e propongano e stabiliscano ci6 che parrà loro 
piii espediente alla condizione délia patria. > Eletti furono 
proprio quelli che il paese si meritava» avyegnachè il mag- 
gior numéro dei rappresentanti suoi appartenesse alla 
parte libérale. 

Il 15 febbraio 1849 aprissi la grande Assemblea; i rap- 
presentanti dello Stato veneto, asaistita da prima la messa 
solemie, celebratasi nel maggior tempio dal cardinale Pa- 
triarca, raccoglieyansi di poi nel palazzo ducale. FaVellô 
primo DanieleManin; il quale, dopo aver dette délie con- 
diaoni politiche, in cui erasi trovata Venezia dal giorno 
di sua spontanea dedizione al principato sabaudo sino a 
quelle che allora correva, fece conoscere quanto i Trium- 
viri avevano operato durante il loro governo. Si discusse 
quindi neU'Assemblea a lungo e caldamente su la latitu- 
dine da darsi alla parola cittadinanza, usata nella legge 
elettorale; e venue ad essa conceduto il senso piii lato per 
le eloquenti parole di Niccolô Tommaseo; il quale, per 
istanza sua richiamato da Parigi, aveya âno dal 20 gen- 
naio fatto ritorno a Venezia (1). Nelle riunioni, che poscia 
seguirono, TAssemblea ebbe confermati nel reggimento délia 
cosa pubblica « con poteri straordinari Manin, Graziani 
e Cavedalis — la cui dittatura avéra avuto fine il giorno 
in cui quella Assemblea era stata costituita — per quanto 
nguardava la difesa dello Stato, esclusa perd la facoltà 
di prorogare o scipgliere f Assemblea. > NeU'adunanza del 
22 febbraio Manin parlô délie relazioni di Venezia con gli 
altri Stati dltalia e con Francia; délie pratiche tenute 



(1) Oratore di Venezia presso la repnbblica francese and6 allora "Va- 
lentmo Pasdni, anche col earico di tutelare gli interessi di Venezia al 
Oongreaso di Bruxelles. 



Digitized by VjOOQIC 



58 OAPITOLO I 



con gli Stati mediatori per sospendere — mentre trattavasi 
di pace — la gaerra su la laguna, e disse del diniego del- 
l'Austria ; lesse di poi la risposta del ministre Bastide al- 
raiuto implorato délie armi francesi, aiuto che il Governo 
délia repubblica non poteva siio malgrado accordare per 
essersi gli Italiani chiariti avversi a ogni straniero inter- 
vente. — Approvate le norme che dovevano reggere TAs- 
semblea e dichiaratasi questa difflnitivamente costituitcby i 
Triumyiri proponevano che si avesse a trattare délia forma 
d'un nuovo governo, nel tempo stesso aflTermando d'essere 
pronti a rinunziare al loro officie e alla potestà dittato- 
riale. — Già dieci volte i rappresentanti veneti eransi rac- 
colti'a consulta, ne ancora' avevano parlato délia Costi- 
tuente italiana ; indarno gli oratori di Roma e di Toscana, 
recatisi a Venezia per trattare di essa, avevano tentato ra- 
nime dei supremi reggitori délia repubblica; invano se- 
vente e in modo solenne i Yeneziani eransi manifestati a 
quella favorevole; avversata con poca lealtà dagli uomini 
del Governo, non difesa ne sostenuta da quelli deU'Assem- 
blea, la Gostituente veniva lasciata da parte. Nella tema 
che i Trlumviri rinunziatori non fossero dairAssemblea 
confermati nella suprema potestà, gli amici loro, risoluti 
di appoggiarli a ogni costo, seminando nel popolo le piii 
brutte menzogne le spinsero contra la parte onestamente 
repubblicana. Dicevano quei tristi : = Trovarsi in seno al 
grande Consesso alcuni i quali, fingendosi partigiani ar- 
rabbiati délia repubblica, tendevano perô ogni loro sforzo 
al potere dittatoriale, di cui volevano insignorirsi all'ini- 
quo scopo di rimettere Venezia in soggezione deirAustria ; 
in oltre, sfacciatamente affermavano volere Sirtori sostî- 
tuire se stesso a Manin; bassa calunnia, che non poteva 
in nulla ferire quell'uomo di virtù antica e note a tutti 
per esere délia libertà svisceratissimo e délia liberià stesso 
benemerito. — Il 5 marzo una moltitudine innumerevolo 
di popolo accalcavasi dinnanzi alla porta del palazzo du* 
cale, e gridando tHva Manin, abbasso Sirtori, minacciava 



Digitized by VjOOQIC 



l'assembiiBA ybxeta 59 

invadere rAssemblea per insultare i rappresentan-ti del 
popolo stesso awersi al Triumviro e dar morte aU'emulo 
suo. Mani yendute a faccendieri disonestamente ambiziosi 
ayeyano nel mattino afflsso ai canti délie vie di Yenezia 
cartelli infami, sui quali leggevasi: « Vogliamo Manîn dit- 
tatore assoluiOy àbbasso Sirtori. > È fama, avéré le guardie 
cittadine impedito il togliersi di quei cartelli; se ciô è vero^ 
esse vituperaronsi, e la forza armata, che non ardi strap- 
parli dal muri, quel di commise una viltà. — Il romore 
popolare non isbigotti TAssemblea, la quale tennesi ferma 
e serena, respingendo persino il partito del deputato Ave- 
sani — che avrebbe voluto, s'avessero, seduta stante, a con- 
fermare i Triumviri nell'usato offlcio — per discutere e 
risolvere il giorno vegnente sopra il grave argomento con 
maggiore tranquillità. 

Da che a Manin venne saputo gridarsi dal popolo il suo 
nome ed essere egli stato preso a proteste di quel tumulte 
per gli interessi privati o per le mire ambiziose di alcuni 
suoi amici, corse al palazzo ducale. Era tempo; perô che 
le guardie cittadine non potessero più frenare i tumul- 
tuanti, ne rattenerli dallo irrompere in mezzo alFAssem- 
blea; e allora Manin, fatto col suo corpo argine all'onda 
degli invaditori, disse a questi : « Se mi amate, allontana- 
te?i di qui ; » e siibito la moltitudlne tumultuaria si ri- 
trasse, non quietossi perô, ne si disperse ; che anzi, quando 
vide Sirtori uscire di palazzo, ripetè contra lui il féroce 
grido di morte. L'ira di quella gente forsennata non inti- 
mori quell'uomo fortissimo; il quale, a Manin che voleva. 
riparasse entre la sua gondola per togliersi al pericolo che 
lo minacciava, rispondeva: = Nulla temere; essere con- 
tento di sacrificarsi per la giustizia délia causa, da lui 
presa a difendere. = Dette ciô, cacciossi audacemente in 
mezzo alla folla romoreggiante; e, senza patire danno ne 
insulto, si ridusse a sua casa : il suo coraggio Tebbe sal- 
vato ! — Il giorno vegnente Niccolô Tommaseo ai rappresen- 
tanti congregati in Assemblea prese a parlare cosi: « lo 



Digitized by VjOOQIC 



60 GAPITOLO I 



non ho mai accagionato il Governo di quello di che esso 
si scolpa; ho distinto i goyernanti dall'offlcio di pubblioa 
vigilanza; e a qaesto stesso non rimproverai malYOlere, 
ma aonno. Tatti sanno quante scritte offendenti il decoro 
di città libéra si sieno lette in questi giorni pe' canti, 
scritte la oui uniformità e correttezza indicava altra mano 
che quella dell'onesto e povero popolo ; tutti sanno che una 
stampa faziosa, senza nome d'autore, ma col nome délia 
stamperia, fu anch'essa afâssa pe' canti, e che l'autorità 
non euro ne punire Tatto colpevole e nemmeno ripren* 
derlo; tutti sanno il cartello insolente — insolente lo chia- 
mai io, minacciose altre scritte — il cartello insolente ap- 
peso alla porta di questo palazzo, e che rimase 11 per piii 
ore; tutti sanno che grida di morte e di vitupère furono 
impunemente scagliate contra alcuni degli- eletti del popolo 
e contra le loro famiglie — e avrei bramato che il biasimo 
di tanta indegnità da altre labbra uscisse prima che dalle 
mie; tutti sanno che ventimila e piii uomini di milizia a 
certuni parvero non bastare a difendere all*Assemblea la 
libertà dei suffragi, e a voi, cittadini, la vita; e che, se 
Taltro ieri la vostra fermezza non era, sarebbesi sparso 
per ritalia il grido che i tumulti délia piazza fecero alla 
coscienza vostra turpiasima violenza. I fatti accennati sono 
riconosciuti per veri da molti de' nostri coUeghi, e la co- 
scienza del paese li afferma. Puô Tonorevole oratore scu- 
sarne taluno, negare le cose notorie non puô. Parle senza 
rancore; e già fin da principio dimostrai di sapere fran- 
camente consentire e dissentire da esso. L*onor suo mi è 
caro, come Tonore del popolo ch'egli governa. Noi sappiamo 
le benemerenze sue verso la patria; egli sa che la nostra 
iiberazione è opéra di molti uomini, di molti eventi; che 
due soli ne sono gli autori dawero, il popolo e Dio. La 
fiducia che in lui pone il popolo, i doveri che gli impone 
Dio lo faranno maggiore délie ambizioni plmmee, più forte 
degli odi meschini che ci trasciniam dietro come servili 
catene. Siam tutti piccioli, tutti dappoco, solo una cosa è 



Digitized by VjOOQIC 



l'asbbhblsa ysneta 61 

grande: la patria. > Aile savie parole di Tommaseo, le quali 
suonavano grave bîasimo airoperato di chi doveva vegliare 
al conservamento delFordine pubblico, rispose Manin. Dopo 
avère con poca modestia esaltato se stesso per tutto quanto 
di utile e di decoro alla patria era stato da lui compiuto 
durante il tempo del suo governo, allô intento di giustiâ- 
care il Comitato di vigilanza studiossi di provare, con 
ragioni speciose ma non giuste, i romori del giorno in- 
nanzi essore stati di assai lieve momento; per la quale 
cosa TAssemblea non doveva occuparsene. Nello interesse 
délia verità dobbiamo far conoscere che Daniele Manin, 
caduti a vuoto i due tentativi di sciogliere amichevolmente 
gli assembramenti tumultuosi del popolo minacciante di 
violare il sacro recinto dei rappresentanti del paese, < veg- 
gendo non bastare le sue parole, com'ebbe egli stesso ad 
aflfermare pubblicamente ai deputati veneti, ricordatosi di 
quelle che aveva operato nel marzo 1848, prese la spada 
e postosi alla testa di un drappello di guardie cittadine, col 
fîgliuol suo, quasi fanciullo, al flanco, entrô nel cortile 
dell'Assemblea, risoluto di difenderne l'entrata a costo 
délia propria vita e di quella altresi del flgliuolo ; il popolo 
avrebbe portante dovuto calpestare i loro cadaveri per 
invadere TAssemblea. » — Il tumulto fu oltre ogni dire 
minaccioso e ostinato; tanto che per vincerlo Manin do- 
vette impugnare la spada. In quel medeslmo giorno — il 
6 marzo 1849 — il fiero Triumviro, ricordato aU'Assemblea 
che sîno dal 17 febbraio essa aveva dichlarato che per lo 
costituirsi suo era cessata la Dittatura, caldamente sup- 
plicô i rappresentanti veneti a provvedere solleciti la re- 
pubblica di un nuovo governo. « Questo nuovo governo, 
disse Manin, saprà TAssemblea, saprà il paese, saprà egli 
stesso di avère la fiducia dei rappresentanti del popolo » (1). 



(l) Eeco la parte piû importante del discorso di Manin all'Assemblea 
dei rappresentanti del paese. — « n Governo ayeva crednto che le ra- 



Digitized by VjOOQIC 



62 OAPITOLO I 



— Fu allora che il deputato Olper mise innanzi la pro- 
posta di eleggere à'urgenza Daniele Manin capo del potere 
esecutivo, con ampia autorità di provvedere, corne meglio 
credesse, alla difesa interna ed esteriore di Venezia e délia 
sua laguna, e col diritto altresi di prorogare l'Assemblea, 
riserbando perô a questa la potestà costiitiente e legisla- 
tiva. Nel di vegnente Sirtori parlô cosi contra la proposta 
di Olper : = Non potersi riunire in una sola persona tutti 
i poteri, ne tutta la malleveria, non essendo in facoltà 
deirAssemblea di rinunziare a un mandate ricevuto dal 
popolo e non ancora adempiuto. Dovere il capo del Go- 
verno esercitare il potere esecutivo per mezzo di Ministri 
che abbiano, al pari di chi li presiede, a dare guarentîgie 
sicure dell'opera loro. AU'onore deirAssemblea, del paese 



gioni, dalle quali l'Assemblea era stata indotta a concedere tempara- 
neamente lo eserclzio del potere esecutivo ai tre che erano stati ditta- 
tort, dopo il costituirsi di essa fossero cessate, e occorresse oocuparsi 
Immediatamente délia elezione di un Goyemo nnoYo ; essendo il présente 
toUerato per la nécessita del momento, non ha dnnque nessnna autorità 
morale. Esso trovasi in quelle condizioni in cni troverebbersi i ministri 
di un paese costituzionale, che avessero dato la loro rlnunzia e dovea- 
sero continuare a sbrigare gli a£fari, finchè subentrassero nuovi ministri. 
In quelle stato, che suol chiamarsi di crisi ministeriale, e che in tutti 
i paesi si cerca che duri pochissimo , perché la lunga durata puô in- 
durre pericolo, i Govemi pensano soltanto all'oggi, e non possono peu- 
sare e proyyedere al domani; noi poi siamo in condizioni, che che si 
dica, diverse dagli altri paesi. Questo Stato ô un campo trincerato; que- 
sto popolo è un esercito, per condurre il quale occorre potenza e Tigore; 
abbiamo il nimico che ci oppugna all'estemo con le armi, allô interne 
con la discordia. lo dunque debbo , in nome anche de' miei colleghi , 
dichiarare che non ci sentiamo nô autorità, nô forza per govemare 
cosi; e quindi debbo supplicare l'Assemblea che proweda immediata- 
mente a qualche cosa di più stabile. Quando io dico stabile, non intendo 
dire définitive, perché tutto ô temporaneo, ma che perô non abbia a 
durare solamente da un'ora all'altra. Questo Govemo nuovo qnalunquei 
che sarà costituito, saprà l'Assemblea, saprà il paese, saprà egli stesso 
d'avere la fiducia dei rappresentanti del popolo; noi al contrario ci5 
non sappiamo, percha tollerati e non eletti. > 



Digitized by VjOOQIC 



L^ASSEMBIiEA YENBTA 63 

e del Governo stesso disconvenire i poteri straordinari, i 
qnali concedonsi soltanto in tempi di tumulto o di forte 
agitazione. =: Conchiuse poscia il suo dire cosi : « Lo stesso 
Manin ci annuQziavay il tumulto deiraltro giorno essere 
stato un picciolissimo tumulto : ora noi dobbiamo dimostrare 
in fatto che il tumulto non era taie da far paura a chi 
che sia; e mostriamolo coi fatti, costituendo il Governo 
normalmente, corne si farebbe nelle circostanze ordinarie. » 
Non estante le sennate osservazioni di Sirtori, aile quali 
erasi awicinato Niccolô Tommaseo, dopo non lunga discus- 
sione venue mandata a partito la proposta di Olper; rac- 
colti i suflTragi se ne trovarono centotto favorevoli, due con- 
trari ad essa. L'Assemblea ebbe allora commesso un atto 
non di prudenza^ ma di servile sommissione a Daniele 
Manin, che da quel giorno fu arbitre dei destini délia re- 
pnbblica (1). Assunta la podestà dittatoriale, egli confer- 
mava nell'usato offlcio di Ministri sopra le armi e sopra 
la marineria di guerra i compagni suoi nel triumvirato, 
Cavedalis e Grazîani ; assai meglio avrebbe proweduto allô 
intéresse délia patria e alla propria fama allontanandoli 
da se; e le ragioni abbiamo fatto conoscere più sopra. 

n re Carlo Alberto, perduta ogni speranza di comporre 
pacificamente la contesa sua con l'Austria — la quale aveva 
bensi deliberato di prendere parte aile conferenze di Bru- 
xelles, ma perô allora soltanto che dagli Stati mediatori 
si fossero tenuti inviolaMli i trattati del 1815 — il 12 di 
quel mese aveva inditta la guerra airimperio. Daniele Manin, 



(1) Ecco la proposta di Olper: « 1^ L'Assemblea nomlna un capo del 
poteie esecntÎTO, col titolo di présidente, nella persona di Daniele Manin. 
^ L'Assemblea conserva in sô il potere costitnente e legislativo. 3^ Al 
présidente Manin â data ampia potestà per la difesa interna ed estema 
'iel paese, non esclnso il diritto di aggiomare TAssemblea. 4^ Nei 
<^ di nrgenza il présidente potrà fare disposizioni législative, con ob- 
%o di farle poscia samdonare dalFAssemblea. n 



Digitized by VjOOQIC 



64 CAPITOLO I 



di quei gîorni accostatosi alla Sardegna, tosto che seppe 
del prossimo cominciarsi délie nimistà — notizia questa 
pervenutagli nella sera del 14 marzo — a fine di potersi 
tutto consacrare ai preparamenti di guerra, prorogava di 
quindici giorni il piunirsi deirAssemblea; la quale novella 
riempi di gioia 1 cittadini e d*entusiasino, che subito appa- 
recchiarono le armi per uscire alla campagna a far prova 
délia for tuna e del loro valore e liberare la patria. — Poco 
dopo la disfatta di Mestre, Radetzky aveva surrogato 11 gé- 
nérale Qoltz in luogo di Mitis, che erasi lasciato sorpren- 
dere dal nimico ne* suoi campi, non ostante fosse stato a 
tempo avvertito da una spia dell'assalto che Pepe appareo- 
chiava ; in oltre, il maresciallo aveva accresciuto Tesercito 
campeggiante attorno aU'Estuario per afforzarne Tossi- 
dione. Era quelle composte di due divisioni, che insieme 
contavano ventimila soldati allô incirca; la divisione di 
destra, capitanata dal générale Susan e forte di due bri- 
gate di fanti, dal fiume Brenta scendeva al Po ; quella dî 
sinistra, governata dal générale Perglass e composta di tro 
brigate di fanti, stendevasi da Mestre sino al fiume Piave. 
Mentre da moite terre délie provincie venete, soprammodo 
dal Friuli, la gioventù piii animosa correva a ingrossare 
Tesercito italiano, che su la laguna teneva alto con onore 
la bandiera nazionale, le schiere pontificie lasciavano Ve- 
nezia per recarsi a Roma a difendervi i nuovi ordini e la 
repubblica, la quale per la fuga del Ponteflce a Gaetîi, 
avvenuta il 25 novembre 1848, eravi stata festosamente 
acclamata. 11 mattino del 17 dicembre di queU'anno la di- 
visione del générale Ferrari — cinque mila uomini allô 
incirca — avviavasi alla città eterna; nel licenziarla, Pepe 
ne encomiô il valore, di cui in tutta la guerra aveva ilato 
splendide prove, e tanto eflîcacemente aveva cooperato alla 
difesa di Venozia. Il Circolo italiano in nome del popolo 
veneziano le donô una bandiera, pegno d'amore fraterno, su 
la quale stava scritto: Italia libéra ed una; a Rama e 
Venezia. A riempire il vuoto, che il partire délie genti ro- 



Digitized by VjOOQIC 



Ii'ASSEMBLEA YEN£TA 65 

mane doveva fare neU'esercito, il Ministro sopra le armi, 
Cavedalîs, con decreto del 9 dicembre aveva ordinato il 
comporsi di quattro battaglioni di fanti ; dei volontari del 
Gadore, di Belluno, di Feltre e dei sette Comuni costitui la 
legione dei Caccîatori délie Alpi, e furono due battaglioni ; 
dei volontari friulani, un battaglione ; e un altro di Cac- 
eîatorî del Sîle (1); in oltre, institui la legione JDalmaUh 
Istriana coi volontari di queste provincie, legione che non 
ebbe a contare piii di sessantacinque soldati. Un mese 
(îi poi decretava la legione Euganea, che doveva comporsi 
dei volontari di Padova, Vicenza e Rovigo; i quali, per 
isfuggire alla chiamata delFAustria, in gran numéro eransi 
portati a Venezia. Allô scopo d'avere pronti per li bisogni 
dell'esercito offlciali bene istniiti in tutti gli ordini délia 
miiizia e nelle cose délia guerra, il 3 febbraio dal Ministro 
sopra le armi instituivasi una coorte di veliti, composta 
di giovani forniti di buoni studi. 

Sino dairs febbraio erano giunti in Venezia Cesare Cor- 
renti e il générale Olivieri, degli ingegneri militari del- 
l esercito sardo, il quale ultime era stato chiesto da Pepe 
a Carlo Alberto per discutere insieme su le faccende délia 
guerra — ch' egli sperava non lontana — e fargli cono- 
scere, nello interesse dei due Stati, i disegni suoi intorno 
ai modi diversi d'uscire alla campagna e di condurre le 
militari operazioni (2) ; i quali modi egli faceva dipendere 
dal vario ordinarsi degli Austriaci per l'impresa contra la 
Sardegna. Se Radetzky, diceva Pepe, avesse a raccogliere 
sue genti dietro il Mincio e nei trinceroni di Verona, 



(1) Di Cacciatori del Sik esisteva già un battaglione. 

(2) Sino dal dicembre il générale Pepe aveva spedito disegni di 
iraeTra al Re sardo. — Cesare Correnti veniva allora al Govemo ve- 
neto portatore di centonovantanovemila lire raccolte in Piemonte per 
Venezia. H 23 febbraio gingnevano pnre a qnel Govemo, e per mezzo 
del console sardo, lire novemila e trecentottantadne, mandate dagli Ita- 
liani abitahti il Perû a favore délia causa patria; il qnal danaro per 
Tolere di Carlo Alberto era stato spedito a Venezia. 

5 — VoL n, . ^LkBTAKi — Storia pol. e mil. 



Digitized by VjOOQIC 



6G CAFITOLO I 



lasciando le divisioni di Perglass e Susan a guardia del- 
Talto Veneto e alla ossidione deirEstuario, egli, fortiflcata 
la terra di Coache — che giaco sul canale o taglio nuo- 
vissimo del Brenta — afforzato altresi Borgoforte su TA- 
dige e presidiata Malghera d*una brigata di fanti, con altre 
due brigate e due squadroni di cavalleggeri e due batterie 
di cannoni da Chioggia invaderebbe il Polesine per susci- 
tarvi soUevazioni e tumulti contra TAustria, valicando il 
Brenta al suo mettere foce in su TAdriatico, e TAdige a 
Cavarzere. Discenderebbe poscia verso il Po allô scopo di 
appoggiare l'assalto, che darebbesi alla cittadella di Fer- 
rara dalla divisione di Mezzacapo —, forte di circa otto mila 
uomini e sedici artiglierie da campo — che in quel mezzo 
toneva Bologna. Fatta Timpresa di Ferrara e riunite le 
sue armi a quelle di Mezzacapo, Pepe andrebbe contra gli 
Austriaci, che stringevano Venezia, per romperne Tossi- 
dione ; non difficile impresa questa mercè l'aiuto del pre- 
sidio di Malghera; il quale uscito alla campagna corre- 
rebbe la contrada, che da Mestre scende al Bacchiglione 
e a Chioggia. — Qualora Radetzky, in luogo di tenersi in 
su le difese al Mincio e nei campi fortiflcati di Verona, 
risoluto di assalire il nimico, passasse il Ticino con tutto 
lo sforzo suo di guerra, il générale Pepe, vinto da prima 
il presidip di Ferrara, getterebbesi di poi con tutte le sue 
armi sopra le genti di Perglass e Susan per romperle e 
impedir loro la ritratta su TAdige e il congiungersi allV 
sercito del maresciallo. Se Pepe fosse uscito fuora dalla 
laguna per condurre a effetto i suoi disegni di guerra — 
in verità saviamente concepiti — il giorno medesimo in 
cui Carlo Alberto avesse disdetto aU'Austria le tregue 
formate a Milano, quoi disegni avrebbero non poco giovato 
alla buona riuscita délie militari operazioni délia nuora 
guerra, che la Sardegna doveva combattere; perô che 
Radetzky, perdu ta Ferrara e minacciato aile spalle da 
Pepe e da Mezzacapo, non avrebbe valicato il Ticino con 
Tesercito intero per aflforzare i presidi di Verona e Man- 



Digitized by VjOOQIC 



l'assemblea teneta 67 

tova; sarebbesi raccolto con tutte sue forze entro il 
(iuadrilatero y nel quale poteva con maggiore efflcacia 
provredere alla difesa délie sue fortezze e, al bisogno, , 
correre in soccorso délie divisionl campeggianti le pro- 
vincie venete e la laguna. Nel primo caso i Sardi sareb- 
bersi trovati a Novara in numéro prépondérante agli Au- 
striaci : laonde facile cosa per essi vincero la giornata ; 
e nel seconde caso, l'esercito di Carlo Alberto portate per 
la seconda volta le oflTese su l'Adige, avrebbe potuto unirsi 
aile genti venete e romagnole, comandate da Pepe e Mez- 
zacapo, e operare di concordia con esse contra il comune 
iiimico. Se non che il tarde giugnere a Daniele Manin 
délia lettera di Paleocapa — di quel giorni Ministre di 
Carlo Alberto — annunziatrice del piprendersi délie ni- 
raistà — la quale lettera, come sopra dicemmo, perveniva 
in Venezia il 14 marzo, cioè due giorni dopo la intima- 
zione di guerra aU'Austria -— toise ai disegni del générale 
Pope buona parte del loro valore (1) ; e taie danno fu ac- 
cresciuto dimolto dalla lentezza di operare del vecchio 
générale napolitano, di disegni ^i guerra assai fecondo e 
facile nel concepirli, ma tarde a risolvere e ancora più 
tarde a mandare a effetto quanto deliberava di fai'o. — 
Guglielmo Pepe avrebbe potuto facilmente levare agli Au- 
striaci le vie di comunicazione délie fortezze del Quadri- 
laiero con le provincie deirimperio — eccetto perô la 
valle dell'Adige che sale al Tirolo — e minacciarli aile 
spalle; onde Radetzky, per togliersi a si gravi angustie e 
molfôtie, sarebbe stato costretto a mandare contra Pepe 
grosso sforzo di imperiali, con non lieve danno o pericolo 
délie sue difese sul Mincie e su l'Adige ; in oltre, il géné- 
ralissime délia repubblica veneta campeggiando provincie 



(1) n Gk)yenLO di Torino, nello annnnciare a Manin il disdire délie 
tregne di Milano, non fece conoscere a Pepe i snoi disegni di guerra, e 
Qolla richiese al comandante suprême deUe armi venete : onde Pepe non 
poté armonizzare le militari sne operazioni con le mosse deU'esercito sardo. 



Digitized by VjOOQIC 



68 GAFITOLO I 



vicine alla Lombardia — principale sede délia guerra — 
avrebbe potuto prestamente correre a Carlo Alberto per 
combattere insieme la giornata finale. — Di quanto operô 
il générale Pepe diremo più innanzi (1). 



(1) Poco prima del rompere délia nnova gnerra, Daniele Mauin a 
Tecchio, Ministro sardo sopra 1 Lavori pubblici, scriveva cosî: 

« Caro amico, — Noi siamo persnasi che il Ministero sardo voglia 
sinceramente ritentare al piû presto la prova délie armi; e siamo pronti 
6 ansiosi di concorrere, secondo le forze nostre, all'opera santa. Per la 
scelta del momento opportnno di riprendere le ostilità e per oïdinare 
le mosse nel modo più yantaggioso, giova, anzi occorre, conoscere le 
condizîoni deiresercito nimico. Su ciô noi raccogliamo giornalmente rag- 
goagli col mezzo dei nostri esploratori ; e parmi utile che del risnlta- 
mento di tali raggnagli sia fatto partecipe Tegregio Ministro sardo. 
Corne gioverebbe che da esso ricevessimo le notizie che egli avesse dal 
sno canto raccolte; t'invio intanto privatamente l'inchiusa memoria. 8e 
a codesto Goyemo gradisse, il nostro Dipartimento della gaerra potrà 
mettersi in diretta e regolare corrispondenza con loi. Insomma il nostn> 
scopo nnico e solo è qneUo di cacciare TÂustriaco ; e per qaesto alcnn 
sacrificio ci parrà men graye; e chionqne a taie scopo mira e a ras:- 
ginngerlo concorre, ô a noi amico e firatello amato e benedetto. n — 
Dalla memoria sa Tesercito austriaco, alla qnale accenna Daniele Manin. 
ynolsi togliere qnanto segue: = L'esercito anstriaco, che campeggia 
dairisonzo al Ticino, tiene nel Friuli, tra i monti del Cadore e del 
Bellonese sino alla Piaye, qnattro mila nomini; nel Treyigiano att^^rnu 
a Mestre e Inngo il picciolo canale del Brenta, tra Fusina e Padova, 
altri qnattro mila; nel Padoyano e nel Vicentino da cinqne mila; Innsro 
la sÎQÎBtra del Po e su TÂdige sino a Monselice e Legnago, due miU 
e cinqnecento; in Verona, Mantoya e Peschiera e loro raggio rispet* 
tiyo, nndici mila; nelle proyincie di Brescia e Bergamo, e nei laoghi 
forti dei loro monti, qnattordici mila; su quel di J^Iilano e Como e 
Inngo la frontiera syizzera, altri qnattordici mila; lungo la riya sinistra 
del Ticino, yenti mila; negli ospedali, dodici mila; in totale, ottantasei 
mila cinqnecento nomini, dicui ottomila di cayalleria; inoltre, dugento 
cannoni da campo. Gli approyyigionamenti di Yerona, Mantoya, Pe- 
schiera e Legnago, e l'inyito fatto ai cittadini di queste fortezze di 
bene yettoyagliarsi proyerebbero a eyidenza, che gli Austriaci pensino 
di doyere ben presto ridurre la guerra entre il Quadriîatero, 



Digitized by VjOOQIC 



/VNAA^SAAA/VVA/VN/VV\AkA/VNAA/V%/S/VVS»^V^^VV'^VVN^^ 



CAPITOLO IL 

La Repubblica romana. 



Gli Austriaci invadono Ferrara. — L'8 agosto 1848 a Bologna; disfatta 
di Welden. — Convenzione di Bovigo del 15 agosto. — Pellegrino 
Rossi e la Lega italiana, — Garibaldi entra nelle LegazionL — 
Uccîsione del ministro Bossi. Fnga di Pio IX a Gaeta; soiv pro- 
testa. — La Costituente romana; il 9 febbraio 1849 yiene in Cam- 
pidoglio grîdata la repubblica romana. — Haynan a Ferrara. — 
Manifesto del Govemo repnbblicano ai popoli d'Eoropa. — Mazzini 
in Roma. La Costituente manda aiuto di armi alla Sardegna per 
l'impresa di Lombardia. 



Airiafausta notizia délia caduta di Yicenza, i cittadini di 
Roma, che Terenzio Mamiani avéra poco iananzi ricon- 
dotti alla usata quiète e saputo tranquillarne gli animi, 
nuovamente si commossero e si turbarono. In forza dei 
patti di dedizîone di quella terra aile armi imperiali le 
milizie pontificie, che avevano avuto parte larga e glo- 
riosa nella difesa di essa, doyevano tornare in patria e 
per tre mesi non combattere contra TAustria; cosi al danno 
délia Tinta città, quello si aggiunse dello allontanarsi dalla 
guerra di una schiera eletta di soldati, e per somma sven- 
tura proprio in quoi giorni in cui il re Carlo Alberto, per 
sostenersi sul Mincio e su TAdige, abbisognava dimolti ar- 



Digitized by VjOOQIC 



70 CAPITOLO II 



mati. A rimediare a danno si grave e a provvedere aile 
nécessita împeriose délia guerra, la quale ogni di piii fa- 
cevasi difficile e grossa, causa l'accrescersi deiresercito 
nimico, i ministri del Ponteflce proponevano che le genti 
di Durando si recassero a presidiare le fortezze degli Stati 
del Re sardo, affinchè i presidi di queste avessero ad af- 
forzare Tesercito regio in Lombardia; inoltre decretavano 
di riunire sul Po le milizie sparse nelle terre del dominio 
délia Chiesa; di levare sei mila uomini e ordinarli in 
ischiera di riscossa e învitare a scriversi ai ruoli dellV^ 
sercito quanti fossero atti aile armi e aile fatiche dol 
campo. Allô invite de' suoi ministri, di provvedere sollo- 
citamente e con efflcacia alla sainte dltalia, il Sommo 
Pontefice rispose niegativamente. AUora i rappresentanti 
del popolo, voltisi a lui, che poco prima aveva promesso 
di voler difendere la giustizia e la verità, e signiflcatogli : 
avère Roma conosciuto nella parola di pace il Vicario di 
Cri^tOy nelle istituzioni liberali già concedute il principe 
rigeneratore, e nelle benedizioni date allltalia Vangelo 
annunciatore di non atteso gaudio, facevansi a chieder- 
gli, che con nicove e prowide leggi riordinasse i Mur 
nicipi; diffbndesse Vistruzione adattandola alla intelli- 
genza del popolo; accrescesse le armi per sostenere la 
civile lïbertà da lui stesso handita, — E Pio IX rispon- 
deva a quelli cosi: levassero al cielo il ctùore e gli 
sguardi, da JDio solo potendo ottenere Vappoggio forte, i 
lumi necessari, la costanza e il coraggio per toccare la 
meta (1). — Raggirati dai nimici d'ogni libero reggimento, 
i Gesttiti — i quali con perfidi awolgimenti impedivangli 
di conoscere i veri interessi délia Chiesa e dello Stato — 
Pio IX mostrossi talvolta volonteroso di soddisfare aile 
giuste aspirazioni de' sudditî suoi ; ma più di sovente se 
ne chiari avversario. Egli stava sempre tra due ; dubbioso 



(1) Ci6 accadeva il 16 Inglio 1848. 



Digitized by VjOOQIC 



LA BlBPUBBIiICA BOMANA 71 

in sè, voleva e disvoleva a un tempo; desiderava il bene, 
ma era impotente a conseguirlo; aveva Tanimo inchino 
alla clemenza, ma consiglieri raalvagi fecergli non di rado 
CDmmettere atti tirannici. Il Pontefice, che avrebbe dovuto 
in santa armonia congiungere popoli e prîncipi, gettô al 
coatrario tra questi la face di novelle discordie, confer- 
maado cosi la sentenza di Machiavelli : essere la potestà 
terrena dei Papi causa prima délie divisîoni d'Italia e 
impedimenta alVunità x>atrîa ; Pontefice e principe, Pio IX 
ebbe allora divisa in duecampi la città eterna, voglio dire 
in Roma papale e in Roma italiana. — In questo mezzo 
rapiQi imperiali invadevano lo Stato délia Chiesa. Liech- 
tensiein, valico il Po con la sua brigata nella notte del 
13 al 14 luglio a Ficarolo, Occhiobello e Polesella, occu- 
pava Ferrara, la cui cittadella era presidiata da un batta- 
glione d'Austriaci ; offesa veruna e veruno insulte avevano 
proYocata quella invasione, cui tennero dietro atti d'osti- 
lità e violenza. Il Inogotenente di Radetzky imperiosamente 
chiedeva allora al Pro-Legato, il conte Lovatelli, avesse a 
fornire al presidio délia cittadella quante vettovaglie abbiso- 
gnare potevangli per due mesi. Al diniego del Pro-Legato il gé- 
nérale Liechtenstein minacciava di gravi danni la città (1); 
il Lovatelli, che non ha forze armate da opporre agli in- 
vaditori, cedendo alla dura nécessita, accorda ciô che prima 
avevagli riflutato, a patto perô che abbia a uscire imme- 
diatamente con la sua brigata dal territorio pontiflcio. 
< La promessa evactcazione, scrisse allora il conte Lo- 
vatelli al luogotenente maresciallo Perglass (2), délie mi- 



(1) « Al 8ignor conte Lovatelli, Pro-Legato délia dttà di Ferrara. 
•" Dopo il rifiuto che EUa mi ha fatto di adoperani allô approvrigiona- 
mento per dae mesi deUa cittadeUa, io sono costretto a farle conoscere 
wpettare ineessantemente la risposta decisiva su ciô ; avendo, nel caso 
di tm diniego, risolnto di ottenere anche con la violenza lo scopo mio. » 

u Ferrara, 14 luglio 1848, mezzanotte. » » Libchtbnstbin. » 

(2) Protesta contra l'invasîone austriaca; Ferrara, 26 luglio 1848. 



Digitized by VjOOQIC 



72 CAPITOLO II 



Hzie austriache veniva eseguita ritirandosi bensi da Fer- 
rara, ma occupando la linea del Po in diversi punti, 
trincerandosî e fortî/îcandosi in ciascuno di essi, tagliandé 
gli argini del fiume per costruirvi opère di difesa, esp^ 
nendo il territorio aile inondazioni, sottoponendo i pa(Si 
a un reggimento militare, imponendo contribuzioni in 
danaro e viveri superiori anche al bisogno, mescolatdo 
lo spregio allô insulto, ponendo la mano su le autoHtà 
locali rappresentanti il Ooverno, sui ministri delVaUare, 
vietando il suono délie campane, minacciando ad ogni 
passo incendi e morte, trattando, in una parola, i sud- 
diti devoti di Sua Santità coms abitanti di un paese,non 
solo nimicOy ma vinto... io non avrei mai irmiginato 
possibile, che convenzioni dettaie dalla volontà del piii 
forte avessero ad essere infrante e calpestate da quella 
parte medesima che le aveva imposte, e che ora aperia- 
mente le distrugge in tutto e per tutto. » Pio IX, il quale 
poco innanzi aveva, a fine di suo supremo sacerdoziOy 
iaviato oratori al re Carlo Alberto e a Vienna per trovar 
modo onorevole a condurre i guerreggianti a concordia e 
a paoe, tosto che seppe dalle soldatesche imperiali violati 
i diritti délia Santa Sede, ordinava, che nei modi e nelle 
forme legali si facesse solenne protesta alla'corte au- 
striaca da comunicarsi eziandio a tutti i Governi. Spe- 
rarono allora i Romaai che il Sommo Pontefice in quel 
momento d' ira generosa e di giusto sdegno bandirebbe 
guerra aU'imperio ; e a taie grande impresa incoraggiavalo 
l'alto Consiglio dei Beputati, preparato a ogni sacrificio 
per difendere sino allô estremo i diritti délia Chiesa, del 
popolOj délia nazione, e per salvare a lui lo Stato e la 
gloria^ alVItalia la indipendenza, a tutti Vonore. Metnore 
del delitti in ogni tempo perpétrait dagli Austriad conr 
tra la Santa Sede, e délie antiche e recenti lacerazioni 
d'Italia, scongiuravalo a far si che il Governo suo senza 
por tempo in mezzo brandisse le armi per difesa e of'- 
fesay e a unirsi in durevole alleanza coi principi deçni 



Digitized by VjOOQIC 



LK BBPUBBLICA ROMANA 73 

(li modei^are popoli italianî, dacchè combattevano per la 
indipendenza patria. — La parte gesuitica, che nella vit- 
toria délia libertà vedeva la rorina propria, maneggiossi 
allora per modo da far siibito rinascere in cuore al debole 
Pontefice gli antichi scrupoli per la guerra ; contra i quali 
scrupoli si ruppero e naufragarono le speranze concepite 
dai buoni di alleare Roma a quel Re, che con molto cuore 
e valore, ma perô con poca militare sapienza, sul Mincio 
e su TAdige pugnava per la causa patria. I Minîstri pon- 
tifie!, quando seppero essere stato da Pio IX disconosciuto 
e ritratto tutto ciô che aveva promesse in giorni di nobile 
entusiasmo, rinunziarono al loro officie. Pieno d'ira il po- 
polo prese allora a minacciare di levarsi a tumulte; ma 
dal commettere disordini lo rattennero le milizie cittadine, 
le quali, chiamate soUecitamente in su Tarme, occuparono 
Gastel Santangelo e le porte di Roma. A fine di quietare 
l'universale commozione, il Somme Pontefice, ai Commis- 
sari délia Consulta di Stato venuti a lui per conoscere i 
propositi suoi, promise di ammettere di pieno diritto la 
difesa délie terre délia Chiesa, e di riprendere le pratiche 
d*alleanza, da tempo cominciate e da lunga pezza sospese, 
coi principi italiani per la salvezza délia patria. Nella fatta 
rinanzia i Ministri suoi instando sempre, il 2 agosto sur- 
rogô il settuagenario Edoardo Fabbri, esule antico, in luogo 
del conte Mamiani; il quale perô di li a non molto doveva 
richiamare al reggimento délia cosa pubblica, come celui 
che 5oto, godendo di largo favor popolare, poteva ricon- 
durre a tranquillitâ la città agitata e romoreggiante ; la 
îî'uerra diventava pertanto una nécessita suprema. Urgeva 
che il Governo soUecitamente ad essa si piegasse; perô 
che nelle provîncie si fossero già instituiti dei Comitati, 
allô intento di provvedere con efficacia e sollecitudine a 
quella; e il popolo, veggendo non essere quel momenti di 
timidi consigli e di lenti consulti, impugnate le armi, al- 
tamente chiedesse di venir condotto aile offese. Le con- 
cessioni del Pontefice, sebbene rispondessero pienamente 



Digitized by VjOOQIC 



74 CAPITOLO II 



ai desidèri de' sudditi suoi, gioia veruna destarono in essi, 
ormai assuefatti a vederlo obbligare sua fede, indi niegarla. 
Ne si ingannarono; avvegnachê Pio IX fosse sùbitouscito 
fuora con tali parole : « La Provvidenza darebbe risolvi- 
mento finale ai destini d'Italia, assai tempo prima di com- 
pirsi i partit! presi per la guerra. » 

Mentre le armi imperiali, dopo le giornate di Somma- 
campagna, Custoza e Volta dalle rive del Mincio cammina- 
vano sopra Milano, seguendo da vicino l'esercito italiano nel 
suo indietreggiare, il luogotenente maresciallo Weldeii, 
valicato il Po alla testa di sette mila Austriaci, per la se- 
conda volta invadeva i domini deïidi Chiesa. per disperdere 
le bande che non cessavano di turbare la pace e Vordine- 
— « Trent'anni or sono, scriveva egli il 3 agosto dal 
campo di Bondeno aile popolazioni romagnole, TAustria 
conquistô le Legazioni, considerate il gioiello degli Stati 
pontifici, e le restitui con nobile disinteresse al legittimo 
loro Sovrano. Le continue amichevoli relazioni^ e i reci- 
proci riguardî di buon vicinato devono raflfermare sempro 
più la pace fra i due popoli; se non che un abbominevole 
fanatisme, la smania d'arricchirsi e d'îngrandire a spese 
del popolo, e le mire ambiziose per arrogarsene il governo. 
crearono una fazione sempre irrequieta, che copre il vo 
stro paciflco e fertile paese di miserie, di guerre e delh* 
distruzioni, che ne sono inseparabili conseguenze. È ormai 
tempo di porre un argine a tanto disordine; dove la voco 
délia ragione non pénétrasse, mi farà ascoltare coi miei 
cannoni. Lungi da ogni idea di conquista, non mai aspi- 
rata daU'Austria riguardo al vostro paese... io intendo solo 
di proteggere i paciflci abitanti e conservare al vostro 
Governo il dominio che gli viene contrastato da una fa- 
zione; guai a coloro che si mostreranno sordi alla mia 
voce, e oseranno fare resistenza. Volgete lo sguardo su gli 
ammassi fumant! di Sermide; il paese resta distrutto. 
percha gli abitanti fecero fuoco sopra i miei soldat! > 



Digitized by VjOOQIC 



LÀ BEPUBBLIOA BOMANA 75 

In verità il parlare di Welden — non consono a ragione 
civile (1) — era oltremodo provocatore di disordini ; sua 
missione non era di rimettere in quelle popolazioni la pace, 
da nessuno turbata, sibbene di vendicarsi col ferro e col 
fuoco di esse, odiatrici délia signoria austriaca, causa di 
tanti mali alla patria italiana ; in fine, sua missione non 
era di serbare al Governo del Papa il dominio, da néssuno 
contrastatoglî, ma di appoggiare colle armi i rei disegni di 
quella parte, mostratasi allora più che mai avversa 
alla indipendenza patria e alla libertà; di quella parte 
che nel Vaticano era già salita a potenza. — Di que! 
giorni siedeva in Bologna Pro-Legato pontificio Ce- 
.^are Bianchetti, uomo di vita integerrima, ma di timidi 
consigli; il quale, spaventato dal manifesto minaccioso di 
Welden e dallo awicinarsi degli Austriaci, reputando im- 
possibile di tener con vantaggio la città, proponeva che 
le milizie regolari s'avessero a raccogllere su la forte po- 
stera délia Cattolica. La proposta del pauroso magistrato, 
consenti ta dal Municipio, veniva fleramente respinta dal 
popolo; il quale, numeroso, correva al palazzo del Pro- 
Legato a domandare la resistenza. Cesare Bianchetti, che 
dal resistere agli invaditori temeva gravi rovine per la 
patria terra, cercô persuadere a' suoi concittadini, non po- 
tersi tenere Bologna per la sua po^ura favorevole agli as- 
salitori, non alla difesa; e detto posciacome i nimici pre- 
valessero per armi e per numéro d'uomini,. li consigliô di 
wlgere a più utile segno il loro ardore per la santa 



(1) « Le mie soldatesche si manterranno in bnon ordine e in bnona 
Qiïtare disciplina, ovnnqne esse avranno piede snl territorio pontificio; 
ûgni violenza contra le persone qniete e paciôche e le loro proprietà, 
SMà înqnisita da un tribnnale di gnerra ; ma parimenti farô moschet- 
tare — perché non voglio prigionieri — chiunque terra armi in mano, 
mostrerà in altro modo nimicizia contra noi. » Cosi scriveva Welden 
h Bondeno il 4"ag08to; in vero, qnesto modo disumano di guerreg- 
giue era degno di gente barbara, non di popolo civile. 



Digitized by VjOOQIC 



76 CAPiTOLO n 



causa italiana, e a seguire î prodi, che erano siati ad 
essi compagni ed emuli sui campi délia gloria e délia 
aventura e che recavansî là dove poteva farsi zctile 
schermo agit assalti del nimico (1). Nella notte del 4 ago- 
sto il colonnello Belluzzi alla testa del presidio di Bologna 
camminô verso la Cattolica: onde allora la città trovossi 
senza'difesa e cosi Qompiutamente esposta agli insulti de- 
gli invaditori. — Aveva Roma appena ripreso la quiète 
usata, quando le novelle degli aspri casi toccati aile armi 
régie in Lombardia nuovamente la commovevano. A rassi- 
curare gli animi dei sudditi e richiamarli a ûducia Pio IX 
il 2 agosto metteva fuora un moto-proprio, nel quale con- 
fermava le promesse fatte poco innanzi, dî volere difen- 
dere î confini dello Stato ; e allora che gli Austriaci in- 
vasero per la seconda volta le Legazioni e Welden parlô 
le insolent! parole qui sopra riferite, il cardinale Soglia, 
che stava a capo délia Consulta di Stato, in nome del Pon- 
tefice si volse agli Stati amici per implorarne la prote- 
zione. « Fine dal principio del suo pontificato, cosi scri- 
veva egli il 6 agosto, la Santitàdi nostro Signore osservando 
la condizione dello Stato pontiScio, non che quella degli 
al tri Stati d'Italia, come padre comune dei principi e dei 
popoli, aliène egualmente dalle guerre esteriori che dalle 
discordie intestine, per procurare la vera félicita deiritalia 
imaginô e imprese le negoziazioni di una lega fra i prin- 
cipi délia Penisola, essendo questo l'unico mezzo atto ad 
appagare le brame de*suoi abitatori^ senza punto ledere 1 
diritti dei principi, ne contrariare le tendenze dei popoli 
a una bene intesa libertà; queste negoziazioni furono in 
parte secondate, e in parte tornarono infruttuose. Soprav- 
vennero quindi le grandi vicende d'Europa, aile quali ten- 
nero dietro i patti e la guerra d'Italia. Il Santo Padre, 
sempre coerente a se stesso, con grave suo sacrificio si 



(1) Manifesto del 4 agosto 184S. 



Digitized by VjOOQIC 



LA BEPUBBLICA BOMANA 77 

mostrô alieno dal prendere parte alla guerra, senza porô 
trascurare tutti i mezzi pacifici per ottenere il primo in- 
tente che si era preflsso. Ma qaesta sua maniera di gover- 
narsi, inspirata dalla prudenza e dalla mansuetudine, non 
ha impedito, con sua grande sorpresa, V ingresso ne' suoi 
Stati a un esercito austriaco, il quale non ha dubitato di 
occupare alcuni territori, col dichiarare che Toccupazione 
era temporanea. È dunque necessario far conoscere a tutti, 
corne il dominio délia Santa Sede venga violato da questa 
occupazione, la quale con qualunque intendimento sia stata 
impresa, non poteva mai giustamehte eseguirsi senza pre- 
ventivo awiso e necessario consenso. In si dura nécessita, 
•nella quale ci si vuole mettere dalla forza dei nimici e- 
sterni e dalle insidie dei nimici interni, il Santo Padre si 
abbandona nelle mani délia divina giustizia, che benedirà 
Tnso dei mezzi da adoperarsi seconde che le circostanze 
richiedono; e montre por mezzo dei suo cardinale segre- 
tario di Stato protesta altamente contra un simile atto, fa 
appelle a tutti gli Stati amici, affinchè vogliano assumere 
la protezione dî quelli dei Pontefice per la conservazione 
'lella loro libertà e integrità, per la tutela dei sudditi, e 
soprattutto per la indipendenza délia Chiesa. » 

Fatta solenne deliberazione di difèndersJ, il Papa ordi- 
nava al Legato di Forli, il cardinale Marini, di recarsi a 
Welden per domandargli ragione dei motivi che avevanlo 
indotto a quel passe di violenta e ostile occupazione délie 
Legazionî, e nel medesimo tempo imporgli di retrocedere 
e lasciarle affàtto libère. I Belognesi, teste che seppero 
^ûmoto^roprio pontlflcio — e fu il mattino dei 6 agosto — 
rinfrancati dalle parole di Pie IX, recatisi in foUa dal Pro- 
Legato, chledevangli che, giusta gli ordinamenti e le di- 
chiarazieni dei cape délie State, prowedesse sollecito e 
con mezzi efflcaci alla sainte délia patria, tante minacciata 
•ial nimice. Cesare Bianchetti, il quale ha sguarnito d'armi 
la città, consenziente il Municipie, spedisce al campe au- 
'îtriaco due Belognesi per tentare l'animo di Welden, e con 



Digitized by VjOOQIC 



78 OAPiTOLO n 



légale protesta contra la violazione del territorio délia 
Ohiesa rimuoverlo dai fatti propositi. Ma il maresciallo, 
senza dare peso veruno alla protesta del Pro-Legato, agli 
oratori di Bologna risponde in queste sentenze : = Domani, 
all'ora sesta, aver deliberato di ontrare con le sue solda- 
tesche nella loro città; lasciar libero ad essi di aprirgli 
le porte corne ad amico, o di rompergli guerra e di resi- 
stergli. = La superba e minacciosa risposta mosse a sde- 
gno il popolo tutto ; il quale, levatosi a romore, impadroni- 
vasi degli schioppi che trovavansi negli armamentari délie 
guardie cittadine, e apparecchiavasi ad asserragliare le 
porte e le vie délia città. Il timido magistrato Bianchetti, 
che pensa una difesa, per quanto eroica, ove non sia suf- • 
ficiente e duratura, non faccia che provocare nel paese 
i guasti e i danni d'una forza armata troppo preva- 
lente (1), invita i cittadini a costringere Tira e a serbare 
tutte le loro forze per quel giorno in cui potranno essere 
adoperate a gloria e a vantaggio délia patria. I Bolognesi, 
accondiscendendo, sebbene a malincuore, aile preghiere di 
lui, che aveva con poca virtù, ma con molta schiettezza 
parlato, compressi gli sdegni e temperate le lacrime, torna- 
vano aile proprie case; torse speravano che il supremo 
lor Magistrato, per la cui timidezza le cose trovavansi ri- 
dotte a mal partito, avrebbe saputo trovare modi onoreroli 
di togliere la città aile minacciate rovine e salvare tutta 
la dignità del carattere cittadino. — Il mattino del 7 agosto 
Welden, tosto che ebbe accampato sue genti presse Bologna, 
mandava al Pro-Legato un ufflziale per intimargli la conse- 
gnazione di cinque porte délia città. Allora Bianchetti, trat- 
tandosi d'affare di cosi alto momento, recavasi alla villa 
Doria, stanza del maresciallo, in compagnia del senatore 
di Bologna, Zucchini, e dei cittadini Brunetti e Martinelli, 
gli stessi che il giorno innanzi erano iti al campo austriaco 



(1) Manifesto ai Bolognesi pubblioato nella notte del 6 al 7 agosto 1848. 



Digitized by VjOOQIC 



LA BEPUBBLICA BOMANA 79 

portatori délia protesta. Di ritorno pubblicavano la conven- 
zione fermata col nimico; accordi di essa, i seguenti: = 
Gli impérial!, occupate le porte San Felice, Galliera e Mag- 
iriore, si collocheranno sopra posture circondanti in parte 
la città; il Municipio fornirà loro le vettovaglie; al rice- 
vere guarentigie d'ordine e di quiète, Welden allontanerà 
ie sue genti ; e quando quelle saranno state confermate 
dal PoQtefice e il paese avrà riacquistata Tusata tranquil- 
lité, egli rivalicherà il Po. = Gli accordi, proposti da Wel- 
den e accettati da Bianchetti, venivano subito rotti dagli 
Austriaci ; perô che questi corressero Bologna — la quale, 
giusta la convenzione, avrebbe dovuto rimanere inviolata 
sempre — e insultassero a' cittadini, certamente allô scopo 
di eccitare tumulti e avère quindi un pretesto di occu- 
pare militarmente la città. Il popolo oltremodo irritato 
da quegli atti, che rivelavano i pravi disegni e la mala 
fede del maresciallo, non tardô a rispondere con insulti 
âgli insultatori provocanti disordini, e con ferite al ferire 
dei ûimici; e, fatto proponimento di opporre la forza alla 
violenza, senza por tempo in mezzo préparé le resistenze. 
- Era appena sorte VS agosto, quando una turba di soldati 
austriaci con fare baldanzosamente minaccioso entrava in 
città, par muoverla a romore e chiamare il popolo alla prova 
délie armi ; il quale, accettata la superba disSda, presse 
San Felice impavide venue coi nimici allô affronte. Lo 
strepito délia pugna trasse da quella parte in aiuto dei 
compagni quanti soldati campeggiavano in quel dintorni; 
t* sarebbersi gettati entre Bologna, se un ufflziale dei ca- 
rabinieri pontifici non avesseli awertiti, starsi allora Wel- 
den e Perglass raccolti a parlamento col senatore Zucchini, 
recatosi al campo austriaco per trovare insieme accordi 
eâicaci e pronti per impedire nuova effusione di sangue. 
Le pratiche di conciliazione caddero perô a vuoto, causa 
le pretensioni esorbitanti dei generali nimici ; i quali, in 
risarçimento délie ingiurie e danni sofferti — danni e in- 
?iurie da essi stessi con la piix vituperevole arte provocati 



Bigitizedby Google 



80 CAPITOLO II 

— aveano domandato per se trenta mila scudi e sei ostaggi 
da scegliersi tra gli ottimati bolognesi; danaro o ostaggi che 
il Senatore niegô fermamente di dare, offrendo nondimeno 
se stesso a guareiitigia deirawenire. Welden, che ebbeallora 
respinta TofTerta del generoso Magistrato, accettô quella 
diBianchetti; il quale, conferito il governo délia cosa pub- 
blica al Municipio, con animo rassegnato awiossi al campo 
austriaco; non gli fu porô possibile uscire di Bologna; 
avvegnachè aile porte délia città, state asserragliate, d'ambe 
le parti si combattesse. I Bolognesi, tosto che seppero le 
disoneste pretensioni del maresciallo — le quali in verità 
suonavano un féroce insulte al loro carattere cittadino! 

— riprese le armi, poco innanzi posate nella speranza di 
paciflco accomodamento, corsero animosi aile offese. L'ira 
tanto tempo e a forza repressa, mutossi allora in furore; 
quanti nimici essi incontrarono per le vie, tanti percos- 
sero a morte o ferirono. Al suonare a stormo dei sacri 
bronzi entre la città, risposero dalle campagne i can- 
noni degli Austriaci; che appressatisi alla terra con tutto 
lo sforzo loro tentarono recarsi in mano il colle San 
Michèle, dal quale potevasi fulminare con le artiglierie 
la città sottostante; ma ne furono respinti. Welden, insi- 
gnoritosi délia Montagnola, ordinato che vi ebbe le sui^ 
battaglie, prese a trarre coi cannoni sopra Bologna con 
orrendo fracasse, con gravi danni e incendi : e la mischia, 
che già erasi fatta vivissima a porta Galliera e a San 
Felice, diventô in brevi momenti ferocissima e sanguinosa 
alla Montagnola. Quivi gli imperiali, furiosamente assaliti 
da una schiera di cinquecento popolani, dopo flero con- 
traste furono costretti a cedere del campo ; minacciati 
poscia aile spalle, temendo perdere la via alla ritratta, 
lasciarono quell'altura; e sarebbero stati a pieno sconfltti 
se il capitano Cortassa — il quale comandava aile due com- 
pagnie dei caràbinieri pontifici, le sole milizie regolari 
che trovavansi allora in Bologna — li avesse con sue genti 
incalzati nel loro indietreggiare disordinato. In quella gior- 



Digitized by VjOOQIC 



LA BBPUBBLIOA BOMAALA 81 

nata i maggiori danni toccarono agli Austriaci; dei quali 
circa dugento caddero morti o feriti, e settanta vennero 
a mano dei vincitori, che ebbero appena trenta uomini 
uccisi, e settanta feriti, Gacciati di Bologna gli Austriaci, 
senza soffrire molestie si ritrassero verso il Po, segnando 
i passi délia loro ritratta col ferro e col fuoco ; essi vol- 
ière con le uccisioni e gli incendi, con gli stupri e le ra- 
pine vendicarsi délia vergognosa disfatta patita a Bologna; 
in vero imprese queste degne di ladroni, ma indegne di 
soldati âgli di nazione civile. Erano le prove di sctenzOf 
di saviezza e moderazione che il Governo di Vienna, 
gîusta Taffermazione di lord Landshowne (1) dava di quoi 
giorni aU'Europa allô intento di rendere facile la missione 
pacificatrice degli Stati proffertisi mediatori délia contesa 
anstro-sarda. 

Âppena giunse in Roma la lieta novella délia vittoria 
dei Bolognesi, i ministri dei Pontefice corsero a lui per 
awertirlo dei pericolo che tuttavia minacciava i sudditi 
suoi; avvegnachè, sebbene sconfltto, Welden non era per 
anco uscito dalle Legazioni : « Pacciasi dunque, rispon- 
deva loro Pio IX, quanto puossi per salvare la patria e 
difenderne i sacri diritti. » AUora il générale Aldobrandini 
chiamava i Romani a unirsi a quella legione, che aveva 
acquistato glorla imperitura combattendo sui campi délie 
Ven^e contra il nimico d'Italia e da brève tempo rieduta in 
patria: « Con essa, diceva Aldobrandini, correte a debellare 
il barbaro a^ressore; fatevi valide sostegno a quel fratelli, 
che già intrepidi gli stanno a fronte ; le armi «di questi, le 
armi vostre, benedette da Pio, saranno invincibili; e Tltalia 
intera dovrà risentire immense vantaggio dagli sforzi gene- 
rosi operati dai sudditi dei Pontefice » (2). Lo scriversi di 



(1> Paiole da lord Landshowne pTonnnziate il 20 agosto 1848 nella 
aasemblea dei Pari d'Inghilterra. 
(2> Oïdine dei gionio 12 agosto 1848. 
6 — Toi, n. Mabuki — Stor.'a pal» « mil- 



Digitized by VjOOQIC 



82 CAFITOLO II 



molti soldati, Tordiiiarsi di nuove legioni, Tinvito aile città 
dello Stato di munirsi di difese, il consiglio ai popoli di 
rea^stere sino allô estremo, e in fine i provvedimeati del 
Ministro sopra le armi, mentre accrescevaao nei generosi 
l'ardore per la guerra, rinfrancavano raiiimo dei timidi; 
a tutti poi aprivano il cuore aile piii care speranze, — 
In questo mezzo una moltitudine innumerevole di popolo 
raccoltasi dinnanzi al palazzo Golonna, stanza delFamba* 
sciatore di Francia, il duca d'Harcourt, deputava a questi 
tre cittadini per chiedergli Tintervento armato délia re- 
pubblica nella guerra che volevasi riaccendere contra Tim- 
perio. Rispondeva ad essi l'ambasciatore cosi : = Recargli 
meraviglia non poca la demanda fattagli, sebbene assai 
lusinghiera per la sua nazione; le diatribe dei loro gior- 
nali e i discorsi dei loro oratori non averlo preparato a 
quella richiesta d'aiuti, perô che ben altra cosa signiûcas- 
sero; non estante ciô la Francia dimenticherebbe facil- 
mente ogni ofifosa in sua grandezza e generosità. Non poter 
(Uvinare la deliberazione che il suo Governo sarebbe per 
prendere rispotto allltalia ; invitarli quindi a stendere una 
petizione, ch'egli trasmetterebbe a Parigi, quando fosse 
sottoscritta da uomini onorevoli e in numéro taie che 
avesse degnamente a rappresentare le popolazioni ro- 
mane. = Superba risposta questa del duca di Harcourt, 
che rivelava non essere la Francia officiale molto inchina 
a favoreggiare le aspirazloni di indipendenza e libertà 
délia nazione italiana. — L'entusiasmo per la guerra, che 
ogni di piii manifestavasi nelle Romagne, andava poco a 
genio al Pontefice; al quale, se alcuni de* suoi consiglieri 
ingegnavansi persuadere, che la salute dello Stato ripo- 
sava tutta nelValleanza délia Chiesa con la Sardegna e 
la Toscana per combattere insîeme il comune nimicoj i 
più de* suoi Ministri e la parte moderata — assai numerosa 
in Corte del Papa — cercavano persuadere a lui: = Essere 
cosa ardua far paghe le aspirazioni dei popoli, impossibile 
poi accontentarli, perché desiderosi sempre di nuore e 



Digitized by VjOOQIC 



LA BBPUBBLICA BOMANA 83 

maggiori larghezze; Tesercito del Piemonte, stremato di 
forze e awilito a cagione dei disastri toccati in Lombardia, 
non potere uscire aile riscosse ; quelli délia Chiesa e di 
Toscana essere scarsi di soldatesche, e queste poi non 
molto esperimentate neirindustria e nei maneggi délia 
giierra; ne trovarsi allora in Italia un capitano abile a 
t6nere la somma di essa e condurla a onore; e conside- 
rato lo sforzo poderoso deU'Austria, trovarsi le armi con- 
federate italiane sotto ogni rispetto insufScienti all'impresa; 
consiglio prudente e savio venire agli accordi con Tim- 
perio. = Rotta la fede data pochi di innanzi a' suoi popoli, 
Pio IX fatta deliberazione di rappattumarsi col Governo 
di Yienna, deputava a Welden — in quel giorni di stanza 
in Rovigo — il principe Corsini, Senatore di Roma, il 
rainistro Guarini e il cardinale Marini, Legato di Forli, 
in apparenza col carico di protestare contra Finvasione 
di Bologna, ma in sostanza con TofScio di trattare di pace. 
n 15 di quel mese di agosto il laogotenente maresciallo 
Welden e i deputati pontifici fermavano una convenzione, 
in virtii délia quale il Governo délia Santa Sede doveva ren- 
dere i soldati austriaci ritenuti prigionieri in Bologna e nei 
contorni, e guarentire il territorio deirimperio da qualsiasi 
offesa armata e provocazione che potessero turbare Tor- 
dine e la tranquillità pubblica. Dal canto suo Welden pro- 
metteva sgombrare di sue genti lo Stato délia Chiesa, ad 
eccezionei délia cittadella di Perrara, délia terra di Bon- 
deno e di Pontelagoscuro ; di restituire le armi confiscate 
nelle Legazioni ; in fine, di ristabilire le cose giusta il trat- 
tato di Vienna del 1815, quando gli fosse pervenuta la ra- 
tifica papale dei patti délia convenzione. Pio IX, tosto che 
ebbe accettati e sottoscritti i patti di essa, in verità poco 
onorevoli, per mezzo dei supremi governanti comandava 
di sospendere l'ordinarsi di nuovi corpi di soldatesche e 
che i volontari — corsi alla sua chiamata a difendere la 
patria contra gli assalitori stranieri — posate le armi, fa- 
cessero siibito ritorno ai loro focolari, ai trafflci, all'in- 



Digitized by VjOOQIC 



84 



CAPITOLO It 



dustria e ai mestieri usati. £ i Ministri, pretessendo il bi- 
sogno di grosse économie, allo intente di evitare il danno 
di un dispendio Tionpiù condtAcente allo scopo pre/îsso (1), 
a cagione délie mutate circostanze» onestavano il disarma- 
mento, il quale metteva lo Stato, se non in potestà, certa- 
mente nella dipendenza deirAustria. Se la convenzione di 
Rovigo aveva battuto lo allarme nel campo libérale, i nuovi 
atti del Governo, che erano un vero attentato alla liberté, 
averano fatto nascere grande malcontento nei popoli sog- 
getti alla Chiesa. n Somme Pontefice, spinto dalla parte 
moderata — in quel mezzo divenuta oltrapotente in Vati- 
cano per lo appoggio délia Corte di Vienna — tendeva 
allora a cambiare il principato costituzionale in assoluto; 
al quale scopo alcuni tra i Cardinali tenevano pratiche 
col Governo austriaco, e fra essi il ministre Soglia, che 
di quel giorni aveva scritto una lettera a segni o gerogliflci 
alla Corte impériale. — In questo mezzo Bologna e le cam- 
pagne circostanti venivano da bande di gente scellerata 
funestate di uccisioni e rapine; le quali, mandando sos- 
sopra ogni cosa, avevano riempiuto di spavento anche i 
cittadini d^animô forte e audace. Quelle bande erano conr 
datte e guidate da una potenza, quanta occulta, altret- 

tanto a^tuta e infâme; erano tristi satelliti di uno 

stolto e infâme sistemay che rahUosamsnte contorcevansi 
e cercavano salute in tutto ciô che la pavera umanità avea 
di laido e di schifoso (2). Il Governo pontifîcio, forse allo 
intente di rendere odiosa la libertà (3), da prima lasciô 
che si compissero quelle scelleraggini, che la voce pub- 
blica affermava fossero vendette di parte; ma quando s*ac- 
corse, che una più lunga tolleranza potrebbe far nascere 
sospetti sopra i supremi reggitori dello Stato ; e allora che 



(1) Lettera circolare del 22 agosto 1848 del ministro Edoaido Fabbri. 

(2) Décrète del Oomitato di sainte pnbblica di Bologna del 22 ag^o- 
8to 1848. 

(3) LoiGi Anbllt, Stùria d'Italiaj vol. ii, cart. 239. Milano, 1864. 



Digitized by VjOOQIC 



LA BBPUBBLIOA BOHANA 85 

seppe il padre Gavazzi» invitato da* suoi coacittadini (1), 
recarsi tra questi per mettere, con la sua potente parola, 
freno aile passioai che agitavano Bologna e far cessare le 
morti e le violenze che raffliggevano, il cardinale Amat, 
Legato, arrestà il sang%te e i misfatH. 

n 26 di quel mese di agosto Pic IX prorogava il Parla- 
mento nazionale sino al 15 del veguente settembre ; in oltre, 



(1) n 25 agosto il ComiMo di piMliea salute scriyeva al padre 
Gftvazzi ia qnesti termini: a Padre reyerendissiino! Il nostro generoBO 
popolo ha dimostrato di essere degno figlio d'Italia; sia Iode a Dio, 
che tanta yentara ci concesse. Appena cessato il pericolo e rinebbria- 
mento délia yittoria, unanime il popolo gentl il bisogno di riyolgersi a 
Dio; e yostro nome, Padre reyerendissimo, fa su le bocche di tntti, 
perché in yoi apprezza Talta missione del Cleio di nnire gli nomini a 
Dio. In mezzo ai generosi sentimenti che sono dati aile masse da Dio, 
non mancano i tristi che dpingono e trayolgono il bnon popolo aile 
idée anarchiche di rapine e saocheggio, fomentando Todio contra le 
clasd agiate dei cittadini; tali idée, che hanno troppo profonde radici, 
e che sono alimentate dall'ayere U popolo lasdato i snoi layori, tro- 
vando mezzo di Incro dandosi all'ozio, rechimano nn pronto proyyedi- 
mento, a fine d'eyitare 'quei mali, che ci trayolgerebbero in una totale 
roTina. H Comitato, che ama di tutto cnore il popolo e Tltalia, confida 
nel senno e nel caldo amor di patria di yoi, Padre reyerendissimo ; co- 
noscendo il yostro cnore, confida che comprenderete l'alta missione che 
vi aspetta, e mostrerete all'Italia che chi yi accnsaya di tnrbolento e 
Anarchico solennemente mentiya. Il Comitato spera che ritomerete fra noi 
per aintarci, per diyidere la sorte, e &r riyerire il popolo da chi lo di- 
sprezza. Pensate, Padre reyerendissimo, che al trionfo morale del po- 
polo noi sacrifichiamo interamente noi stessi, e forse la fama e la yita. 

— Voleté yoi stringere nn tal patto con noi? — Pensateci, Padre 

A Toi, più popolare che ogni altro, toccherà lodare le yirtù del popolo, 
corne a biasimare i yizi, a fine di impedire che le insinnazioni e le 
arti dei tristi preyalgano ; forse, per le grayi circostanze che corrono, 
vi toccherà di essere qnalche yolta seyero , e forse anche inginsto ! 
Siete yoi tanto forte per bere nn calice cosi amaro? Pensateci, Padre, 
« decidete. A ogni modo noi attendiamo nna risposta degna di yoi, 
<legiûEk del popolo che yi demanda; e per parte nostra yi garantiamo 
che nella Legazione di Bologna godrete perfetta libertà. » 



Digitized by VjOOQIC 



CAPITOIiO H 



licenziati i Ministri, che allora reggevano la cosa pubblica, 
perché inetti a fargli riacquistare la potestà assoluta — 
la quale, corne già dicemmo, egli intendeva di riavere in 
tutta sua pienezza e ad ogni costo — fidava a Pellegrino 
Rossi il carico di comporre un nuovo Governo (1), cui egli 
doveva dare il nome e l'andamento (2). Con lui siedettero 
nel suprême Consiglio di Stato il cardinale Soglia, Cico- 
gnara, Montanari, il principe di Rignano, Guarini; piii 



(1) n conte Pellegrino Rossi, da Carrara, era stato proposto dal 
conte Pasolini al Papa corne l'aomo più adatto a comporre , in qnei 
momenti difficili, nn nuoyo Governo. Rossi ave^a messo innan tre 
principali diffîcoltà all'accettazione di quell'o£Scio. » Prima l'avere mo- 
glle protestante, cosa che si poteya credere non convenire al Ministro 
di nn Pontefice; poi l'essere membro deUlstituto di Francia, e per 
qnesto chiedeva che la nomina sna potesse risnltare da un antografo 
del Papa. Se il Papa, dlceva, scriye la nomina di propria mano, la 
rispetteranno tanto che nessnna osservazione verra fatta a mio rignardo. 
Da nltimo egli rammentava al Papa, che alcnni snoi libri erano stati 
messi 9}ïindice: ma il Papa rispose: « Qt^esto non fa niente ...... 

RossL.... accettô cedendo aUe istanze del Papa e di Pasolini, ma lo fece 

contra sua voglia dicendosi poco esperto conoscitore degli Italiani » (*). 

(2) n 26 agosto il Parlamento romano metteva fuora le seguenti 
proposte, discusse e deliberate il 22 di quel mese: 

u V Che il Sovrano Pontefice convoehi un congresso nel quale gli 
interessi d'Italia siano rappresentati e convenientemente trattati in 
tutta Testensione del potere spirituale e temporale del papato; 

2» Che in nome di Pio IX siano sgombrati intieramente gli Stati 
délia Chiesa, compresa la cittadella di Ferrara ; che nelle convenzioni 
concernent! il regno Lombardo-Veneto siano guarentite le libertà dei 
popoli e rindipendenza délia nazione italiana, e venga Tltalia restî- 
tuita a' suoi limiti naturali; 

3"* Che il Sovrano Pontefice intervenga a ristabilire col mezzo 
délia sua autorità la pace fra' Siciliani e il Re di Napoli, o almeno 
nna sospensione d'arml; 

4P Che nelle diplomatiche trattative già iniziate i rappresentauti 
italiani siano in accorde con gli interessi delFItalia di maniera a pro- 
durre un primo effetto deUa lega e délia dieta nazionale; 

(*) Oiuiepp« Poêolim, ICemorie racoolte da sao flffUo, ^éftrt. itt. Imola, 1880. 



Digitized by VjOOQIC 



LA REPUBBLIOA BOMANA 87 

tardi, il générale Zucchi. Rossi niegô da prima d'accettare 
queirofflcio, già oflTertogli da Fabbri, perché suddito di 
Prancia, del quale Governo era stato oratore presso la Corte 
romana ; ma insistendo Pio IX ed eziandio pregato dal duca 
d'Harcourt, che Tassicurô avrebbegli ottenuta la voluta li- 
cenza da Parigi, fu Pellegrino Rossi ministre del Ponteflce. 
Un giorno, ardente propugnatore deirindipendenza d'Italia, 
patria sua, e di sensi liberalissimi egli era venuto in grande 
estimazione appo gli Italiani e avrersato dalla Curia pa- 
pale, che aveva posto nlVindice le opère dell'ingegno sno 
e costretto ad esulare in terra straniera. Ma poscia dal- 
Tamicizia e dalle dottrine di Guizot — aile quali erasi ac- 
costato e fatte sue dopo avère consigliato lo stesso Guizot 
di lasciarle, reputandole pericolose a lui e di danno alla 
monarchia — mutato tanto da essere tenuto più francese 
che italiano, scapitô dimolto nella considerazione de' suoi 
concittadinî, e guadagnossi tutto il favore délia parte mo- 
derata, di quanti in Corte di Roma avversavano le libertà 
italiano ed anche del Ponteflce, allora che disertava dalla 
causa patria per unirsi ai nimici di essa (1). Pari al sa- 
pere, che vastissimo possedeva soprattutto nelle scienze 
economiche, era in Pellegrino Rossi la superbia délia mente ; 
alla risolutezza e alla forza di carattere andava congiunta 



.5« Clie il Governo pontificio si occupî al più presto possibUe délia 
conchinsione di qnesta lega e costitozione di qnesta dieta; 

6'^ Che Tesercito sia organato e disciplinato seeondo il modo e la 
cifra dalla Caméra prescritta sino a che sia decisa la qTdstione italiana; 

7^ Che Governo s'adoperi con tutti i mezzi a Ini possibili per 
ristabilire la reciproca confidenza tra il Clero e il popolo; 

S^ Che il Governo e le Camere si occnpino a liformare le rendite 
dello Stato per Fanno 1849; 

9^ Che si renda ginstizia aile classi inferiori e ai proprietari; sol- 
levando le prime dei pesi che direttamente su loro si aggravano, e 
rendendo per li secondi le tasse piû eqne applicandole a ogni specie 
di introito. » 

(1) Vedi la corrispondenza di Pellegrino Rossi col mlnistro Guizot, 
del ^ennaio 1848. 



Digitized by VjOOQIC 



88 OAPITOLO II 



grande asprezza di modi ; avverso a reggimento repubbli- 
cano, al gridarsi di questo in Francia, rinunciô airofflcio 
d*amba3ciatore e fece ritorno a vita privata. Divenuto Mi- 
nistro del Ponteâce dayasi a combattere la parte democra- 
tica, i*cui principi riteneva esiziali alla patria; contrario 
airingrandimento délia monarchia sabauda, délia quale ben 
conosceva le mire a maggiore signoria, egli niegava al- 
learsl alla Sardegna per guerreggiare TAustria; respingeva 
la Costituentey dai piii délia nazione richiesta; in fine, de- 
liberava di stringersi in amicizia con Ferdinando di Napoli 
allô scopo di fare contrappeso alla potenza di Carlo Alberto 
e impedirgll Tacquisto del primato in Italia. In verità, per 
li tempi che allora correvano, l'alleanza del Pontefice col 
Borbone poteva dirsi un mostruoso connubio ! Il governo 
politico di Pellegrino Rossi, degno di principe despotico 
più che di consigliere di sovrano costituzionale, facevagli 
subito perdere la confidenza del popolo, che aveangli valso i 
primi atti del reggimento suo ; perô che egli avesse tolto i 
molti abus! trovati nell'amministrazione délia cosa pubblica 
e introdotto in essa ordinamenti efflcaci a migliorarla e a 
ristorarne l'erario esausto, assoggettando aile comuni gra- 
vezze il Clero e i corpi moralif sino a quel giorno esenti; 
e siccome Tesercito mancava di un capo esperimentato e 
provato nelle armi, fidava il suprême comando di quelle 
al vecchio générale Zucchi» che dopo la caduta di Milano 
erasi rifugiato in Isvizzera. — Lo scacciar di Roma e dello 
Stato di due napolitani, che aveanvi cercato asilo securo 
contra le ire del Borbone (l\ e le persecuzioni mosse ad 
alcuni uomini di parte libérale turbavano la calma délia 
clttà, minacciando di levarla a tumulte ; e allora poi ch*egli 
chiarissi pronto a spegnere la libertà e, se la bisogna il 
richiedesse, a usare délia forza per ridurre le popolazioni 
a servile obbedienza de' suoi voleri, i Romani agitaronsi e 
si mossero a romore. Ne di ciô Rossi diedesi pensiero, av- 



(1) Erano Gennaro Bomba e Vincenzo CarbonellL 



Digitized by VjOOQIC 



LA BSPUBBLIOA ROMANA 89 

vegoachè tutte sae cure fossero rivolte a rialzare il papato, 
di quel giorni cadato molto in basso, tornarlo alla gran- 
dezza antica e metterlo a capo d'una nnova civiltà, délia 
quale egli voleya essere primo e principalissimo faitore. 

lû quel mezzo ara venuto in Roma il prête Antonio Ros- 
mlni, deputato dal re Carlo Alberto al Pontefice per discu- 
tere sui mezzi di condurre i régnant! in Italia a buoni 
accord! e fermare d^essi una federazione. Fallirono com- 
piutamente le trattative tentate da Rosmini ; fallirono quelle 
altresi di De Ferrari, consigliere sardo, spedito poco di poi 
a Roma dal Governo di Torino per ritentarle ; perô che gl! 
orator! d! Carlo Alberto ponessero innanzi condizioni im- 
po3sibili ad accettarsi dal Yaticano; e i Ministri delPapa, 
tali patti, che la Corte Sabauda doveva respingere. I con- 
signer! del Re aveyano proposto: = Lega perpétua tra la 
Ohiesa, la Sardegna e la Toacana, la eu! unità di forza e 
di azione guarantirebbe i territori di quelli Stati ; avesse 
Pio II, quale mediatore e iniziatore dalla Lega, a presie- 
dere la federazione, a i succes3ori suoi a perpetuità ; do- 
Tersi raccogllere in Roma una Dieta permanente, costi- 
teita dai rappresentanti degli Stati coUegati, con autorità 
di fare la guerra e conchiudare la pace ; s'avessero a or- 
diaaro le dogane délia confederazlone; a fermare trattati 
ii nayigazione e per 1! trafflc! di terra con le nazioni stra- 
niere; a yegliare alla concordia e buona intelligenza tra 
gli Stati délia Lega e proteggerne Tuguaglianza politica ; 
a risolvere le controyersie interne ; a proyyedere alla uni- 
formità del sistema monetario, di quelle dai pas! e délie 
i&isure, délia militare disciplina ; in fine, a studiare i mezzi 
di raggiungere gradatamente nella legialazione politica, ci- 
vile, pénale e di procedura la maggiore possibile unifor- 
mità; libero poi a tutti gli altri Stati italiani d*entrare nella 
l^ga. = Dalla Corte romana era stato messo innanzi : = 
Ogni Stato indipendente délia penisola potere aderire, fra 
«n tempo stabilité, alla Lega e farne parte ; le faccende 
.'ue doyersi trattare daU'assemblea de! pienipotenziar! degli 



Digitized by VjOOQIC 



90 CAPITOLO II 



Stati confederati ; i pienipotenziari di ciascuno di essi rap- 
presentare collettîvamente il detto Stato. Il Sommo Ponte- 
fice, o in vece sua uno dei rappresentanti lo Stato delln 
Chiesa, dover presiedere a quelVassemblea o congresso ; da 
ultimo, che in un congresso preliminare si avessero a fis- 
sare le regole e gli ordinamenti délia Lega, coi diritti v j 
gli obblighi che ne fossero per derivare ; salva al Papa U* 
piena libertà di conchiudere trattati e convenzioni riguar- 
danU direttamente o indirettamente gli affari di reUgione. | 
= In vero, quest'ultima condizione, la quale costituiva uit 
privilégie di sommo momento per Roma — avvegnachè in 
virtii di essa si venisse a concedere al Pontefico la facoltà 
di stringere amicizia con l'Austria, amicizia ch'egli avrebbe 
potuto sempre onestare col pretesto délia religione — tor- 
nando di grave danno agli altri Stati délia Lega, doveva 
far respingere dal Qoverno subalpine tutte le proposte dei 
Ministri pontifîcî. Siccome dei non essersi potuto fermare 
la confederazione 1 consiglieri di Carlo Alberto gettavano 
tutta la colpa su quelli dei Papa, Pellegrino Rossi, a difesa 
loro, nella Gazzetta di Roma dei 4 novembre scrlveva cosi : 
= Iniziatore e promuovitore assidue délia Lega politica tra 
le monarchie costituzionali essere stato Pio IX; dei Go- 
verno suo, il ferme desiderio di stabilirla. Le umane pas- 
sioni e gli interessi privati, che speravasi non sarebbero 
mai per contrastare all'opera santa e rendere vana la pura 
carità di patria inspiratrice di quel pensiero, porre oggidi 
gravi ostacoli al compiersi di esso ; e gli ostacoli incon- 
trarsi appunto là, dove ogni ragione voleva che si tro- 
vasse facile consenso e cooperazione sincera. Là udirsi 
acerbe parole accusant! il Pontefice di non volere la Lega 
— ch'egli primo disegnava e proponeva — perché cieca- 
mente non aderiva aile proposte délia Sardegna, le quali 
suonavano cosi: Noi decretiamo la Lega in génère; man- 
dateci uomini, armi e danari; poi, tostochè sia possibile, 
i pienipotenziari si riuniranno in Roma per delîberarc 
su le leggi organiche délia federazione. — Quai territorio 



Digitized by VjOOQIC 



LA BBPVBBLIOA BOMANA 91 

vorrebbesi dalla Sardegna che Roma e Toscana avessergli 
a guarentire ? se Tantico, nessuna obbiezione ; se il nuovo, 
Toscana e Roma non bastare, ma richiedersî il consenti- 
mento d'Europa. Lo aggrandirsi délia Sardegna doveva es- 
3ere opéra volonterosa, comune e maturatamente deliberata 
da tatti gli Stati délia vera Lega italiana. Il Governo sub- 
alpino domandare a quello del Pontefice e di Firenze lor 
parte contingente d'armi e di danaro; ma come flssarla, se 
ancora non sapevasi quali Stati sarebbero per entrare nella 
UgOy i cimenti in oui essa avrebbe potuto trovarsi, le ami- 
cizie da sperare, le inimicizie da temere ? — Le proposte 
del Governo di Carlo Alberto tacere di Napoli, che è grande 
parte dltalia ; altri e ben diversi dovrebbero essere i patti 
délia Lega^ se Napoli in questa entrasse ; diversi ancora, 
se quello Stato amico ci fosse, se ci avversasse, o se neu- 
trale si tenesse. Gertamente venire utile non picciolo al 
Re di Sardegna dal capitanare due o tre eserciti uniti al 
suo ; ma assai più di vedere il reame sabaudo allargarsi 
di territorio, tornare di vantaggio aU'Italia lo stringerne 
gli Stati in salda Lega e solidamente riformarne e amme- 
gliorarne le armi, I Ministri sardi, desiderosi di pace, avère 
date il carico di negoziarla agli Stati mediatori, Francia e 
Inghilterra ; perô Roma e Toscana ignorarne i patti. In 
verità strana cosa sarebbe se di tre Governi confederati 
uno solo avesse a trattare taie faccenda, di si grave mo- 
mento per tutti, e conoscere le basi su le quali posare Te- 
difizio délia pace e le condizioni di essa. Se la Sardegna 
volesse in ciô fare da se, la Lega potrebbesi bensi fermare, 
ma non già stabilirne gli obblighi speciali, che quando il 
conchiudersi délia pace o lo sciogliersi délie trattative fa- 
cesse noto il mistero dei negoziati; qualora poi il Governo 
di Torino intendesse negoziare quai collegato, si affrettasse 
ad aderire alla Lega e inviasse a Roma i suoi pienipoten- 
ziari. Le proposte pontificie aprire una via facile e piana 
^ raggiungimento dello scopo da tutti sospirato ; ogni altra 
via dilungarci da esso. « Pio IX , conchiudeva Pellegrino 



Digitized by VjOOQIC 



92 CAPITOLO II 



Rossi, non si rimuove dairalto suo pensiero, desideroso qnale 
sempre fu di provvedere efficacemente per la Lega politica 
italiana, alla sicurtà, alla dlgnità, alla prosperità dellltalia 
e délie monarchie costituzionali délia penisola. Pio IX non 
è mosso da interessi particolari, nà da antiyeggeaze am- 
biziose ; nuUa chiede, nuUa desidera se non la félicita del- 
ritalia e il regolare svolgimento délie istituzioni ch*egli 
largi a' suoi popoli. Ma non iscorderà mai ad un tempo 
quanto ei debba alla dignità délia Santa Sede e alla gloria 
di Roma. Qualsiasi proposta che fosse incompatibile con 
questo sacro debito, tprnerebbe vana presse il Sovrano di 
Roma e il capo délia Ghiesa ; il ponti&cato è la sola viva 
grandezza che resta all'Italia e che a questa fa riverenti ; 
e ossequiosi l'Europa e Tintero orbe cattolico ; Pio IX non 
sia mai per dimenticarlo come suprême gerarca, ne corne \ 
italiano. » = Queste parole aspre e quasi insultanti non 
proyenivano da una ferma credenza dei torti délia Sar- 
degna verso lo Stato délia Ghiesa, ma, per la massima 
parte almeno, erano uno sfogo d*ira superba delVacre Mi- ; 
nistro ppntiftcio : onde allora, non solo crebbe il malcon- 1 
tento, che i modi suoi di governo avevangli già mosso contra, | 
ma vie più inasprironsi gli animi délia parte libérale e i 

di quanti erano favorevoli a Garlo Alberto. ! 

I 

Gon lo awicinarsi del 15 novembre, giorno délia ricon- 
vocazione del Parlamento, andava crescendo in Roma l 
Tagitazione popolare: per la quale cosa il Ministre, per 
tutelare fordine minacciato da alcuni faziosi, chiamava 
a se dalle terre più vicine alla metropoli quanto più po- 
teva di carabinieri, la sola forza di difesa, giusta Topi- 
nione di Balleydier, sopra la quale egli credesse poter fare 
sicuro fondamento (1); ai q%mlU corse allora la fama, egli 

(1) c egli ne fece la rassegna per ricordare ad essi il dover loro, 

sordamente minacciato dai nlmici deUa società. » 

Alphonse BALLBToncB, Histoire de la Révolution de Borne, vol. 1, 
carL 171. Ginevra, 1861. 



Digitized by VjOOQIC 



LA. BËPITBBLIGA BOMANA 93 

ebbe allora detto: di dimenticare d'essere cittadinU per 
ricordarsi d'essere soldait. — I fatti dolorosi compiutisi 
di quei giorni ia Bologna, e lo imprigiooarsi del frate 
Gavazzi esasperayano fuor di misura gli animi dei Romani, 
e facevano traboccare d*ogni parte la tazza colma di odio 
e d'ira contra il Governo. Terminata la guerra regia su 
FAdige e sul Mincio e riusciti vani i teniativi di tener 
viva in Lombardia la guerra del popolo, il générale Gari- 
baldi erasi portato a Genova ad a^ttendervi il ricominciare 
délie ostilità contra l'Austria, che sperava non lontano. 
Poco temjpo egli oziô; avvegnachè, accettato lo invito dei 
deputati di Sicilia, subito entrasse in mare con trecento 
de' suoi âdi — tra* quali alcuni gloriosi avanzi délia le- 
gione di Montevideo — per correre in aiuto ai Siciliani, 
nuovamente levatisi in su Tarme per togliersi alla tiran- 
nide del Borbone. Se non che al suo giugnere in Livorno, 
sapato dei casi di Roma e del romoreggiare délie Lega- 
zioniy messa da parte Timpresa sicula e attraversata con 
soUecito passe la Toscana, per le Filigari recavasi a Bo- 
logna. Il Governo pontificio, il quale non avevagli potuto 
contrastare il passe deirAppennino, temendo a buona ra- 
gione clie le popolazioni romagnole incoraggiate dalla sua 
preaenza si levassero a tumulte, offriva a Garibaldi di 
trasportarlo con sue genti a Ravenna, di là a Porto Cor- 
sini e imbarcarlo per Yenezia. Ed egli, reputando allora 
inopportune di ribellare le Legazioni airautorità papale e 
credendo di poter meglio giovare agli interessi délia pa- 
tria col soccorrere ai Veneziani, aiutandone col suo brac- 
cio, e col braccio de' suoi valorosi compagni le resistenze, 
volontieri accoglieva le proposte di Roma, Ma i nimici 
suoi, avendo con maie arti sparsa voce in Venezia, che la 
schiera di Garibaldi era composta di awenturieri e di 
uomini civilmente e moralmente .perduti, inducevano il 
Governo délia repubblica a rigettare quel validissimo soc- 
corso, n popolo ravennate, allora che seppe del rifiuto di 
Manin e del proposito délie genti garlbaldine, le quali, 



Digitized by VjOOQIC 



94 CAPiTOLO n 



veggendosi respinte dai Governi italiani, volevano rifu- 
giarsi in Turchia, tumultuante corso al palazzo» staaza del 
Legato pontiQcio, e con alte grida domandôgli» avesse a 
impedire la partonza doi volontari. Il Legato, il quale per 
trovarsi in mezzo aile armi dei mercenari stranieri teae- 
vasi sicuro da ogni insulto, a fine di ricondurre alla quiète 
usata i cittadini, prometteva loro che non tarderebbe ad 
appagarne i giusti desidèri. Se non che, i Ravennati, non 
accontentandosi di vane parole, persistevano, romoreggianti 
sempre, nelle domande fatte; e il Legato, sperando di rag- 
giugnere Tintento suo, rinnovava le promesse di concedere 
loro quanto bramavano. Stancatosi il popolo di chiedere 
invano, davasi a slanciare piètre contra il palazzo, minac- 
ciando altresi d'invaderlo; allora le milizie straniere, che 
vi stavano a guardia^ a quella minaccia rispondevano col 
trarre délie armi. Lo spargimento di sangue accrebbe ol- 
tre ogni dire la irritazione nei cittadini; i quali, con lo 
appoggio dei volontari garibaldini atterrarono le porte 
del palazzo, e tolsero le armi ai soldati stranieri. La 
guerra, che stava per accendersi ira i Ravennati e il 
presidio, veniva impedita dalle novelle arrivate di li a 
poco da Roma perturbata, sconvolta e tutta piena di 
pericoli. n générale Zucchi — in quel mezzo recatosi a 
Bologna per mantenere neirobbedienza al Pontefice le Le- 
gazioni e opporsi a Garibaldi, ch*egli credeva mirasse a 
soUevarle — facendola da dittatore, infuriava, anzi imbe- 
stialiva contra la parte libérale; mandava prigioniero a 
Gorneto il barnabita Gavazzi, toglieva le armi al popolo; 
con uomini di cattivo affare cacciava cittadini onesti; ne 
vergognavasi di insidiare alla libertà, promovendo disor- 
dini, e perseguitarne i difensori; avvegnachè mandasse 
sue soldatesche contra le genti di Garibaldi e del bolognese 
Masina, le quali insieme congiuntesi camminavano verso 
Ancona. Il mal governo di Zucchi destô tali e tanti lamenti, 
che pochi giorni di poi il ministre sopra le armi Campello, 
messolo in accusa, lo invitava a scolparsi del suo operato. 



Digitized by VjOOQIC 



LA BEPCBBLIGA BOMANA 95 



Era il 15 novembre. la quel giorno Roma destavasi piÎL 
agitata che mai; i cittadlni ne popolavano in gran nu- 
méro le vie sino dalle prime ore del mattino, dovunque 
raccogliendosi in capannelli, in mezzo ai quali i soliti ora- 
tori da piazjsa tenevano parola di Costituente italiana e 
di quanto dovevasi trattare dai Deputati, che stavano per 
riuairsi a parlamento. Le voci di congiura contra il Mi- 
aistro abborrito — contra Pellegrino Rossi — cbe già da 
tempo correvano la città, ripetevansi in quel mattino con 
maggiore insistenza; Tora délia catastrofe — non aflfret- 
tata, ma perô attesa senza timoré — nondimeno non cre- 
<levasi tanto prossima a suonare. Nel mattino stesso la 
duchessa di Rignano — moglie al Ministre dei lavori pub- 
blici — avvertiva per lettera il Rossi, cui erano note 
quelle voci sinistre, del pericolo che gli sovrastava ed e- 
ziandio consigliavalo di non recarsi al Parlamento; ma 
t'gli, sprezzando il prudente consiglio, in sul mezzodi por- 
tavasi al Quirinale per ricevere gli ordini del Papa, e 
poco di poi uscivane per recarsi al palazzo délia Cancel- 
leria, stanza deirAssemblea nazionale (1). Le vie che me- 
navano ad esso erano ingombre di popolo; davanti al 
palazzo stava schierato un battaglione di guardie cittadine ; 
e nel vestibolo trovavasi una mano di legionari, reduci 
dalla guerra veneta, sessanta allô incirca. La moltitudine 
dei cittadini, accalcantesi nelle vie che il Ministre doveva 
percorrere, a lui, che torvo guardavala e con sorriso pro- 
vocatore, facevasi a rispondere con chiari segni di sprezzo 



(1) tt ..... nu baon saceidote cercô di lui; non ricevnto, lo aspettd 
laogamente, e accostatosegli mentre nsciva, segnendolo per le scale lo 
awisava in segreto délia conginra, di cui aveva avnto notizia in con- 
feasione. a Ob! la ringiazio del suo zelo! » rispondeva il Ministre a 
voce alta, e affrettando il passe per troncare il coUoquio e liberarsi 
dall'importnno. » 

QwHppc PasoUni, Memoiie raccolte da suo figlio, cart. 140. Imola, 1880- 



Digitized by VjOOQIC 



96 CAPITOLO II 

G di orrore ; e allô scendere di carrozzâ accoglievalo tra 
i âschi, e alzava grida di abominazionè e minaccia: allora 
i congiurati gli si serravano d'attorno. Aveva fatto pochi 
passi appena, quando uno d'essi toccavalo con bastone al 
flanco destro ; nel momento in cui Rossi volgeva fieramente 
il capo per conoscere Toltraggiatore, il ferro d'un assas- 
sine due volte cadeva su lui; una sola volta ferivalo, ma 
di ferita mortale; erangli state tagliate Tarteria carotide 
e la vena giugulare esterna! Tassassino e i suoi complici 
sparivano quasi per incanto, ne di loro nulla seppesi mai. 
— Nel suo brève governo Pellegrino Rossi ebbe a tutti 
arrecato gravi oflTese; alla Corte romana, col levarle i tanti 
abusi di cui era piena; ai Gardinali e ai patrizi, col trat- 
tarli superbamente ; al popolo, con lo attentare aile sue 
libertà: ond'egli ebbe avversari dimolti, amico nessuno; 
ne certo fu caro al Pontefice, al quale non dovevano tor- 
nare graditi i suoi modi troppo despotici dî governare, che 
toglievano al Capo suprême dello Stato ogni autorità, per 
raccogliersi tutta nelle mani delForgoglioso Ministro. Le 
ricerche poco sollecite ne premurose fatte per impadro- 
nirsi deirassassino e il processo spinto innanzi non con 
queirardore che la gravita del caso richiedeva, lasciato da 
prima e ripreso da poi, indussero Tuniversale a sospettare, 
cHe a tutte le fazioni sommamente importasse di non isco- 
prire Tucciditore temendone le rivelazioni. Sedici cittadini 
vennero accagionati di queirassassinio ; uno di essi perde 
la vita per mano dol carneâce ; cinquo furono mandati 
aile galère; uno mori durante il processo; uno, parimenti 
condannato nel capo, si spense prima dello eseguirsi délia 
sentenza; gli altri otto, avvertiti in tempo, salvaronsi con 
la fuga. La Oiicstizia aveva in apparenza fatto il débite 
suo; in realtà, no; era stato in poter suo di rompere il 
vélo, dietro il quale stavano nascosti i promovitori délia 
trama, in verità assai bene ordita e benissimo condotta a 
fine, e non lo voile; ne la luce per correre di anni ancor 
si fece su queirorribile tragedia! — Cacciato a terra dal 



Digitized by VjOOQIC 



LA BBPUBBLICA BOMANA 97 

Tiolento colpo dell'assassino, Rossi, con lo appoggio di 
Pietro Righetti — sottosegretario suo venuto con lui dal 
Quirinale — siibito rialzatosi, facevasi a salire la scala 
condncente all'Assemblea; se non che, ascesi appena pochi 
gradini, venivangli meno le forze; onde il servo suo e il 
Righetti sollevatolo di peso, trasportavanlo nelle sale del 
cardinale Gazzolli^ che trovayansi in capo alla scala^ e 
dove brevi momenti dopo passava di vita. I Deputati, già 
raccolti a parlamento, stavano in aspettazione del Rossi — 
il quale doveva in nome del Sovrano Ponteflce aprîre la 
nazionale Assemblea — quando il ministre Montanari ve- 
niva ad essi apportatore dell'orpenda novella. Il popolo, 
atTollato nelle logge, siibito fortemente agitossi; ma î suoi 
rappresentanti chiamati da Sturljinetti, che li presiedeva, 
corne se nulla fosse accaduto, diedero cominciamento aile 
loro parlamentari fatiche. Fu questa una vana ostentazione 
«li codarda fermezza e di menzognera tranquillità; awe- 
^nachè il pallore dei loro yolti chiaramente ne rivelasse 
la interna commozione, ed eziandio nella maggiore parte 
di quelli anche un terrore pieno d'affanno e una inquie- 
tudine paurosa deirawenire. Per pochi istanti perô sie- 
dettero i Deputati in Assemblea; dopo avère udito ■— senza 
aver nulla compreso — alcuni oratori, che parlarono bre- 
vemente e senza far cenno délia uccisioae di Rossi, silen- 
ziosi se ne andarono. — I Romani, mantenutisi tran- 
quilli in tutta la giornata, non avendo al calare délia 
notte riceviito contezza nessuna délie deliberazioni del 
Ponteflce — che aveva fatto venir siibito al Quirinale il 
coate Pasolini e Marco Minghetti (1) — presero a com- 
rauoversi, a rimescolarsi e a correre tumultuariamente, 



(1) Pic rx mandô aùbito per Pasolini e Minghetti, « i qnali a lui 
si offenero in ogni coaa avessero potuto aintarlo col consiglio e con 

l'opéra. Non ai ricnsaiono a qnalnnqne sacrificio ma non vollero dis- 

âmolare a se Btesd, nô al Pontefice, che dopo la fanesta allocnzione 
'i^l 29 aprile, che essi non erano riuscid a stomare, dopo il disoidine 

^ - Yol. II. Mabuvt — Storia pol « mih 



Digitized by VjOOQIC 



98 CAPITOLO II 



ma non minacciosamente, la città. I Cardbinieri. invitati 
ad affratellarsi col popolo, uscirono dal loro quartiere per 
far causa con osso; il quale, fatto più audace per avère 
condotto a sua parte quella soldatesca, sino allora creduta 
(levotissima al Governo, lasciossi andare a turpe baccano, 
e, alzando spaventevoli grida di féroce gioia per Tottenuta 
vendetta, benedisse alla mano che aveva morto il superbe 
Ministre: atti questi che gettarono il vituperio sul nome 
romane; vituperio che non potè essere scusato, corne da 
alcuni scrittori partigiani troppo tentossi fare, dalla so- 
ciale corruttela di quoi tempi, tristissima conseguenza dei 
passât! reggimenti. L*assassinîo di Pellegrino Rossi — la 
cui novella si sparse per tutta Italia con la velocità del 
lampo — fu altamente riprovato dagli onesti, da quanti 
cioè amano la virtii, e onorano la giustizia; e Topinione 
pubblica — ai nostri giorni levatasi a potenza — sia délia 
parte repubblicana e monarchica, sia délia parte costitu- 
zionale e di quella altresi che respinge i progressi délia 
civiltà odierna, condannô alla esacràzione universale la 
uccisione del Ministre pontificio. Non la perdita di Rossi, 
ma il modo col quale gli fu tolta la vita, e certo ancora 
piii le cagioni che avevano prodotto quella perdita — le 
quali rivelavano chiaramente lo stato délie cose — feri- 
rono dolorosamente l'animo mite e dolce di Pie IX. 

n mattino del 16 moltitudini innumerevoli di cittadini e 
soldati d'ogni grade, eccitate dalla parte libérale a far co- 
noscere al Ponteflce quanto era non solamente nei loro 
voti, ma in quelli altresi di tutta la nazione, muovevano. 
ne tumultuanti, ne minacciose, verso il Quirinale. Scon- 
trato per via Tawocato Giuseppe Galletti — arrivato al- 



cresciato e gli infelici casi deUa gnerra, non era facile lo stabilire nn 
sistema di Govemo in nno Stato italiano, che il Principe voleva nen- 
trale neUa gnerra di indipendenza. n 

CHuuppe Faaolini, Memorie raccoite da sno figlio, cart. 142. Lnola, 
1880. 



Digitized by VjOOQIC 



LA BEPUBBLIGA. BOMANA 99 

lora allora in Roma, il quale godeva delFaura popolare — 
costriagevanlo a unirsi alla deputazione loro, recantesi 
al Papa per chiedergli Vadesione sim alla Costtticente 
italiana bandîta da-Montanelli, il sollecito e pienoe/Tet- 
tuarsi dei prowedimenti decreiati per la guerra dal- 
CAssemblea nazionale e un Governo democratico, quale 
avevalo disegnato net luglîo il conte Mamiani. La deputa- 
zione venne ricevuta dal cardinale Soglra, cui il Galletti 
maaifesiô i desidèri dei cittadini romani, n Ponteflce, in 
queirora raccolto a consulta con Montanari, col cardinale 
Antonelli, con Sturbinetti e monsignor Muzzarelli, con Pa- 
solini (1) e Fusconi e altri confldenti suoi — i quali ave- 
vangli già consigliato di âdare a Galletti il carico di com- 
[)orre un nuovo Governo — incoraggiato dalla presenza 
degli ambasciatori degli Stati amici, corsi ad assîsterlo in 
quel difficile momento, niegô soddisfare ai voti dei popolo 
espostigli dal cardinale Soglia. Nessuna preghiera, non i 
pericoli dei tumulte romoreggiante in tutta Roma poterono 
indurre Pio IX ad appagare le demande di maggiori li- 
bertà fattegli dai sudditi suoi, non volendo egli trattare 
coi ribelli, ne piegarsi mai alla loro volontà. AlFudire le 
ferme ripulse dei Ponteflce — in vero non conciliatrici di 
pace, ma provocatrici di disordini — le moltitudini pas- 
savano daUlmpazienza airira; e salite in furore, agguan- 
tate le armi con Taiuto di molti soldat! reduci dalla guerra 
veneta, assaltavano il Quirinale. Gli Svizzeri, clie yi star 
yano a guardia e a difesa, inarcati gli archibugi prende- 
vano allora a trarre contra il popolo : onde d'ambe le parti 
accendevasi la pugna (2). Gli ambasciatori stranieri, ve- 



(1) H conte Gioseppe Pasolini da Bayenna erasi recato a Borna in 
sol cadere dei marzo 1847 per inyito di Pio IX, che aveyalo conoscinto 
in Imola Tanno innanzi alla sua elezione al Pontificato. 

(2) n popolo aveva plantato dayanti alla porta dei Qmrinale on can- 
none per abbatterla; e se ciô non fece, fa per opéra di Federico Torre, 
gioyane romano, il quale non yoUe si minacciasse col cannone colni 
che poco prima era stato si generoso di perdono. 



Digitized by VjOOQIC 



100 CAPITOLO II 



duto cader morto monsignor Palma, ch'erasi affacciato a 
una flnestra per tentare Tanimo dei tumultuanti e indurli 
a posare con le armi le ire che li inflammavano, indovi- 
nato il grave pericolo, che non solamente dal Papa, ma 
altresi da tutti si, correva se il popolo, vinti gli Svizzeri, 
avesse invaso il palazzo, facevansi a scongiurare Pio IX 
di cedere alla nécessita del momento; e pur caldameiite 
supplicavanlo a ciô Martinez de la Rosa, Toratore di Spa- 
gna, e il duca d'Harcourt, il rappresentante di Francia; 
i quali poco innanzi avevano fatto plauso aile deliberazioni 
del Papa, incoraggiatolo alla resistenza e mosso rimproveri 
aile Deputazioni mandate àl Quirinale dal popolo romano ; 
essi chiaramente provarono quanto la paura sia brutta 
consigliatrice di viltà (1). Spaventato per la morte di mon- 
signor Palma e abbandonato persino dagli ambasciatori di 
Spagna e Francia — prima del pericolo tanto superba- 
mente baldi e allora tanto pieni di sgomento — il Ponte- 
flce, costretto ad accondiscendere ai desidèri délie molti- 
tudini, ordinô al cardinale Soglia d'accordarsi con Galletti 
su gli uomini da chiamarsi al Governo e che fossero bene 
accetti al popolo; e la nuova amministrazione riesci com- 
posta da Mamiani ministre sopra gli affari esterni, da 
Galletti sopra gli affari interni, da Sereni sopra la giusti- 
zia, da Sterbini sopra i lavori pubblici, da Lunati sopra 
le rendite dello Stato, da Campello sopra le armi e dall'a- 
bate Rosmini sopra la istruzione pubblica, il quale fu eletto 



(1) Agli officiai! dei Carabinieri vennti al Ponteôce per intercédera 
a favore del popolo a fine d'impedire ogni spargimento di sangue, Mar- 
tinez de la Kosa parl6 queste parole : u Andate dire, o signori, ai capi 
délia ribellione, clie se persistono nel loro odioso disegno, essi dovranno 
passare snl mio cadavere per gingnere alla persona sacra del Sovrano 
Pontefice. » E il duca d'Harconrt parimentî a qnegli officiali : u Se voi 
faceste il dover vostro, o signori, impedireite con le armi le sventnre, 
che voi non arriverete a impedire con le vostre sterili parole. » 

Alphonsb BALLBrDiEB, HisMre de la Révolution de Rome, vol. i, 
cart. 210. Ginevra, 1851. 



Digitized by VjOOQIC 



LA JiKPUUBLICxV KOMAXA 101 



altresi présidente dei ministri. Dalla Costituente italiana 
6 di quanto altro era stato ricliiesto dalle deputazioni in 
nome del popolo, Pio IX disse di volersi riferire aU'Assem- 
blea nazionale, cui lasciô il carico di discutere e delibe- 
rare. — Nel momento stesso in cui il Somme Pontefice, 
ottemperando ai consigli prudenti degli amici che gli sta- 
vano d'attornoy dava ai sudditi le tante sospirate conceS" 
sloniy protestava solennemente davanti agli ambasciatori 
straoieri contra quegli attiy ch'egli sîibito dichiarava ir- 
riti e nuUi per essergli stati strappati con la violenza, e 
iavitatili a raccogliere quella sua protesta pregavali di 
riferire aile loro Corti: -zz Avère egli ceduto ai ribelli 
solamente per impedire che Roma si insanguinasse e si 
riempisse di lutti; e disconoscere il nuovo Governo, da 
lui accordato al popolo alFunico scopo di fargli posare le 
armi e ricondurlo alla primiera quiète e pace. = In fatto, 
airannunzio délie papali concessioni ogni tumulte all'i* 
stante cessô, e le moltitudini, che poco innanzi ayevano 
alzato féroce grido di guerra e minacciato d'invadere il 
Quirinale, deposte le ire, corsero festanti le vie délia città, 
ilovunque apportando la fausta novella. Degli eletti al 
uuoYO reggimento délia cosa pubblica Tabate Rosmini 
avendo rifiutato Tofficio oflTertogli, il Pontefice surrogô in 
luogo sue monsignor Muzzarelli. — A far conoscere gli 
intendimenti loro, i Ministri appena assunti al supremo 
potere mettevano fuora un manifeste, nel quale aflTerma- 
vano di professare principi in armonia non soltanto coi 
voti del popolo, ma eziandio con quelli délia maggiore 
parte dei rappresentanti suoi neU'Assemblea nazionale; in 
oltre promettevano di adottare quanto era stato da esse 
deliberato a vantaggio délia patria italiana e fare adesione 
piena e intiera ai divisamenti esposti da Mamiani il 5 
^'iugno nel Parlamento romane rispetto alla guerra di in- 
dipeadenza e agli ordini délie libertà interne; e in fine, 
parlavano del patte fédérale e del convocarsi délia Costi- 
tuente in Roma, la quale avrobbe poi preso a disamina 



Digitized by VjOOQIC 



102 OAPITOLO II 



gli interessi d'Italia e risoluto su di essi. — I principi 
posti innanzi dai nuovi Ministri per essore informati a 
savia moderazione ebbero il favore popolare, non pero 
quelle degli uomini del Circolo romano; i quali avrebbero 
amato cbe in quei momenti si difficili e pieni di pericoli, 
si dessero dai supremi governanti prove di maggiore forza 
e di più fermi propositi. Col fare use délia propria auto- 
rità — e non era picciola — il Circolo costringeva il 
Governo a togliere le armi agli Svizzeri; a porre i Cara- 
Unieri sotto il comando immédiate di Galletti, Ministro 
sopra le faccende Interne, e a fidare al colonnello Giu- 
seppe Gallieno Tautorità suprema sopra le guardie citta- 
dine, per lo addietro tenuta dai duca di Rignano. — Tro 
giorni dope Tuccislone di Pellegrino Rossi, i Deputati di 
Bologna levayansi in seno all'alto Gonsesso del Parlamento 
a rimproverare con acerbe parole al Governo, di non 
avère ancora protestato in modo solenne contra Tassassi- 
nio di quel Ministro, ne fatto le ricercbe più minute per 
iscoprire Tucciditore e impadronirsene. Rispondeva loro il 
Galletti promettendo, anche in nome dei colleghi, di dare 
opéra sollecita ed efficace a rintracciare il colpevole f 
quanti avevano avuto mano alla sanguinosa congiura; ♦* 
cosi allontanare dalla parte libérale il rio sospetto, cht' 
Tautore del misfatto fosse uscito dalle sue file; sospetto 
con mala arte sparso a suo danno dai nimici alla libertà. 
Il 20 di quel mese di novembre Potenziani proponeva al- 
TAssemblea di mandare al Pontefice una deputazione, la 
quale avesse ad assicurarlo délia devozione e obbedienza 
cbe professavangli i rappresentanti del popolo; tarda, anzi 
menzognera protestazione di affetto alla persona del So- 
vrano, perô che neU'ora del pericolo e proprio quand*» 
maggiore era stato il bisogno del loro appoggio l'avessero 
abbandonato. La proposta di Potenziani non avendo ric»^ 
vuto favorevole acco^ienza, i Deputati bolognesi, fatta ri- 
nunzia al proprio mandate, lasciavano Roma. 



Digitized by VjOOQIC 



LA BEPU6BLICA ROMANA 103 



Dopo gli avvenimenti del 16 novembre Pio IX, non avendo 
più intorno a se gli Svizzeri, e veggendosi custodito da 
guardie cittadine, presidianti il palazzo suo, credettesi 
prigioniero dei propri sudditi. Sdegnoso di star soggetto a 
coloro, cui per lo innanzi aveva imposto ogni sua volontà, 
risoluto di recuperare la perduta libertà, deliberô di la- 
sciare lo Stato. Incoraggiaronlo alla fuga, assicurandolo 
délia loro cooperazione, il cardinale Antonelli, gli amba- 
sciatori di Spagna, di Francia e il conte Spaur, oratore 
d'Austria e di Baviera in Corte del Pontefice. Gli aiutatori 
di quella fuga avevano opinione diversissima intorno al- 
Tasilo del Papa; ciascuno desiderava portarlo in sua pa- 
tria, non già per l'onore d'ospitarvi il capo del mondo 
câttolico, sibbene allô intento di potersi, alla bisogna, 
servire di lui nello interesse del proprio paese. Il duca 
d*Harcourt voleva condurlo a Civitavecchia, nel cui porto 
sorgeva in su l'àncora una nave a vapore francese, che 
avrebbelo in brevi ore trasportato a Marsiglia; Martinez 
de la Rosa offriva al Pontefice Tisole Baleari; ma il conte 
Spaur e il cardinale Antonelli — i quali, se di Spagna 
poco fldavano, molto sospettavano délie offerte di Francia 
— pretessendo la troppa lontananza di quel rifugi da Roma 
e la disagevolezza del viaggio, mettevano innanzi Gaeta, 
terra fortissima di Ferdinando Borbone, cbe sapevasi, non 
solo all'Austria devotissimo, ma suo vassallo. Era appena 
scesa la notte del 24 novembre, quando Pio IX, mutate 
sue vesti pontificie in quelle di semplice prête, per segreta 
porta usciva non visto dal Quirinale e in modesta carrozza 
recavasi con diligente fretta in Albano, ove attendevalo 
la contessa di Spaur, che aveva con amorosa cura prepa- 
rato le fughe; indi con essa e lo sposo suo portavasi a 
Gaeta; quivi raggiugnendo il cardinale Antonelli, il quale 
aveva d'alquante ore preceduto il suo arrive. Il duca 
d'Harcourt, venuto in quella sera stessa al Quirinale per 
condurre via il Papa, appena seppe délia sua fuga, senza 
l)or tempo in mezzo lasciô Roma, e corse velocissimo a 



Digitized by VjOOQIC 



104 CAPITOLO II 



Civitaveccllia nella certezza di prendervi il Pontefice e 
trafugarlo a Marsiglia; ma vi trovô lo scorno suo, perô che 
egli, troppo malaccorto, fosse caduto neiringauno orditogli 
dallo astuto cardinale Antonelli e dallo scaltro oratore di 
Baviera. 

Airannunzio délia fuga del Principei Romani ne si commos- 
sero, ne si turbarono, avvegnacliè giàdaalcuni giorniaves- 
sero di quella gravi sospetti. I supremi governanti, veggendo 
le moltitudini mantenersi tranquille, facevano siibito co- 
noscere in un manifesto al popolo: = Il Pontefice essere 
stato indotto a lasciare Roma dai malvagi consigli di chi 
voleva vedere il territorio délia Chiesa in preda alla guerra 
civile; = assicuravano poscia i cittadinî, che, se a loro 
non venisse meno la fede e il senno, il Governo prowe- 
derebbe alla tutela dell'ordine pubblico. Informati quindi 
i Ministri dal marchese Sacchetti — il quale soprainten- 
deva alla casa del Pontefice — avère questi, in una lettera 
direttagli, caldamente raccomandato ad essi, in ispecie a 
Galletti, di premunire i palazzi e più ancora le persane 
addeite, che ignoravano le risoluzioni sue, e d'assicurare 
la quiète delVintera città, bene interpretando le parole 
del Principe — le quali, non solamente confermavano i 
Ministri, da lui eletti, neirofficio loro, ma eziandio quanto 
sarebbero per operare allô intento di impedire tumulti e 
danni — allontanarono da se i dubbi su la legittimità del 
loro suprême potere, dubbi cbe la fuga di Pio IX aveva 
fatto nascere in essi. E di quel potere subito usarono met- 
tendo in accusa il générale Zuccbi, il cui mal governo a 
Bologna aveva destato universale lamente; e lui, già chia- 
mato a Roma, invitavano a giustificare quegli atti d*auto- 
rità dittatoria — dal Pontefice non conferitagli mai — e 
che avevanlo chiarito nimico e persecutore délia parte li- 
bérale nelle Legazioni. — Pio IX, due giorni dopo il suo 
giugnere in Gaeta — e fu il 25 novembre — pubblicava 
un Brève, nel quale protestava contra le sacrileghe viô- 
lenze, che avevanlo costretto a separarsi da'suoi sudditi 



Digitized by VjOOQIC 



LA BBPUBBLICA BOMANA 105 

e figli bene amati. = Primissimo tra i motivi di tanta 
dolorosa separazione, scriveva egli, essere stato il bisogno 
di serbare in sue mani nelVinteresse délia Cattolicità H- 
f)era e intégra la suprema potestà delVapostolico Seggio. 
Rinnovare allora solennemente in faccia alVEuropa c 
al mondo la protesta fatta prima di lasciare Romu din- 
mnzi agli a7nbasciatori dei Oovemi stranieri contra le 
patite violenze; e dichiarare irriti e nulli gli atti, tri- 
siissi)ne œnseguenze di esse. In fine, allô intento di non 
lasciare lo Stato senza capo, eleggere egli una Commis- 
4one govemativa, per reggerlo, nelle persone del cardi- 
mie Castracanef di monsignor Roherti, dei principi di 
Raciano e Barberini, dei marchesi Bevilacqua e Ricci e 
fiel générale Zucchi. — Di questa Commissione trovavausi 
illorain Roma soltantoGastracane,Roberti, Raviano, Zucchi 
e Barberini ; i quali, non estante che si dicessero devoti al 
Pontefice e alla sua causa e neirodiare le libère istituzioni 
pienamente s'accordassero, non mostraronsi d'animo bene 
disposto a soddisfare al desiderio del loro Sovrano; e per 
•luale ragione ? per averli il Papa chiamati a queU'alto 
officio senza prima consultarli, fu scritto da alcuni; ma 
iioi ci riteniamo nel vero aflfermando, che, essendo essi 
uomini poveri di consiglio e di partiti, non abbiano osato 
porsi al governo délia cosa pubblica in quel moment! ar- 
•lui e pieni di guai. Piîi spregevole di tutti fu il principe 
<1i Raviano, il quale fuggi di Roma, e riparossi a Toscana, 
mostrando cosi di possedere assai più di un animo vile, 
un animo tristamente abietto. — Il Brève pontificio per- 
veaiva al Parlamento romano il 3 dicembre e quand*esso 
aveva già deliberato d*inviare a Pio IX una deputazione 
•li cittadini a pregarlo di riedere in mezzo ai sudditi suoi. 
[>ichiarata illégale quella protesta — perché di principe 
che aveva violato lo Statuto, lasciando il regno suo — il 
Parlamento confermava i Ministri nellofflcio che tenevano, 
'^ino a che esso avrebbe in altro modo provveduto al go- 
verno dello Stato; faceva invito M'alta Consulta d asso- 



Digitized by VjOOQIC 



106 CAPITOLO II 



ciarsi aile sue deliberazioni e d'aggiugnere alcuai de'suoi 
membri ai deputati che dovevano recarsi a Gaeta; in fine, 
raccomandava aile guardie cittadine di proteggere Tordine 
pubblico. E il di vegnente Valta Consulta invitava i Mi- 
nistri a conservare teraporaneamente la suprema potestà, 
lor cohferita dal Ponteflce pochi giorni prima délia sua 
fuga a Gaeta; e commetteva a monsignore Martel e al 
marchese Paolucci di rappresentarlo nella deputazione cht* 
stava per portarsi a Pio IX. I quali tutti poi il 5 dicem- 
bre partivano alla volta di Gaeta in compagnia del prin- 
cipe Tomraaso Corsini, Senatore di Roma, del dottore Fu- 
sconi e dell'abate Rossi, Deputati al Parlamento nazionale. 
Ma aU'ambasceria romana non fu concesso di compiere il 
fidatole incarico; perô che un Commissario del Governo 
napolitano le proibisse di valicare il confine del regno 
borbonico. Appena di ritorno a Terracina Tambasceria 
scrisse al cardinale Antonelll per fargli conoscere lo scopo 
di sua missione e ottenere quindi libero il passe per Gaeta : 
e il Cardinale sollecitamente le rispose cosi: = Nel ^no- 
tuproprio del 27 novembre avère il Sovrano Ponteficc 
chiarito i motivi del suo partire di Roma! quel motivi 
tuttavia esistendo, il Papa, ferme nelle prese deliberazioni, 
non poter ricevere gli inviati di un Governo privo d*au- 
torità e da lui non riconosciuto. = Il diniego del Ponte- 
flce d'accogliere chi veniva a' suoi piedi con animo som- 
messo, in verità non fu atto informato a giustizia, e non 
degno del Servo dei Servi di Dio; il respingere gli inviati 
del popolo suo, venuti a supplicarlo dl riedere in mezzo 
ad esso, mostrô non essore vero, quanto egli aveva scritt^> 
nel suo Brève bandito da Gaeta: avère sempre amato i 
sudditi, i flgli suoi, e amarli ancora. Montre aflTermava 
di pregare Dio per la pace del monde, e in ispecio per 
quella del suo principato, rifiutavasi d'ascoltare le parolo 
di concordia che a lui portavano gli oratori romani : onde 
facevasi manifeste, che egli non rifuggiva dal gettare la 
patria nelle miserie e negli orrori délia guerra civile i^ 



Digitized by VjOOQIC 



LA KKPUDBLICA KOMANA 107 

che voleva tornare a Roma per forza d'armi straniere giii 
risoluto d'iûvocare, non in virtù d'onesti accordi coi po- 
poli suoi. — L'oltraggio fatto dalla Corte di Gaeta alla 
deputazione romana turbô grandemente Yalta Consulta o 
il Parlamento, e suscité nuove ire e nuovi sdegni nella 
parte libérale, già malcontenta di quella missione al Sommo 
Pontefice, e che essa aveva reputato dicevole soltanto a 
gente ribelle, non a un popolo il quale, conscio dei pro- 
pri diritti, ha risoluto di fermamente sostenerli. Se al- 
Tannunzio délia ingiusta ripulsa papale il popolo in Roma 
e nelle provincie si commosse, non perô levossi a tumulto 
e a romore; che anzi ei seppe allorae di poi, anche quando 
i tempi copsero assai più difficili e fortunosi, tenersi in 
moderazione degna proprio délie nazioni altamente civili. 

A ppovvedere aile gravi nécessita e agli imperiosi bi- 
^gni del momento, 1*8 dicembre i Deputati raccoglievansi 
a Parlamento. Urgeva anzi tutto d'aflfermare l'ordine pub- 
blico per impedire allô Stato di cadore neiranarchia, in 
cui i tristi consiglieri di Pio IX avrebbero voluto ina- 
bissare il paese; al quale scopo Pantaleon proponeva il 
crearsi d'una Commissione di cinque membri, che dovesso 
governare il regno sino al ritorno del Sovrano Pontefice. 
Taie proposta veniva fortemente combattuta dal principe 
di Canino, un Buonaparte ; il quale, sapendo a tutti bene 
accetta la Costituente, desiderava ardentemente di farla 
finita con la potestà temporale dei Papi. Discordava mol- 
tissimo dal Buonaparte il ministre Mamiani; che, tuttavia 
convinto potersi da Pio IX ritornare il papato all'antico 
splendore e alla grandezza di un tempo con vantaggio e 
gloria délia patria comune, sosteneva doversi per mezzo 
del cardinale Castracane — cui il Sommo Pontefice aveva, 
in quella sua lontananza di Roma, commesso il governo 
degli Stati délia Chiesa — tentare nuovi accordi con la 
Corte di Gaeta. Raccolti i suffragi trovossi la proposta di 
Pantaleon , stata valîdamente sostenuta da Mamiani, avère 



Digitized by VjOOQIC 



108 CAPITOIiO II 



viato il partito, e la scelta dei Commissari essere caduta 
sopra monsignor Muzzarelli, Sterbini, Campello, Galeotti 
e Armellini. — Le notizie, giuate in tal mezzo da Gaeta 
accrescevano a dismisura la esacerbazione degli animi con- 
tra il Ponteflce ; il quale, forse a istigazione del re Ferdi- 
nando, certamente poi per consiglio di quanti gli stavano 
d*attorno, tutti avversissimi a libertà, andava sempre piii 
chiarendosi contrario ad ogni pacifico componimento coi 
popoli suôi. Fu allora che i Romani — già da lunga pezza 
mostratisi desiderosi di Costituente e di radicali mutazioni 
negli ordini dello Stato — non volendo più sapere délia 
autorità temporale del Ponteflce, che avevali a loro stessi 
abbandonati, inchinarono alla repubblica. I Commissari 
governativi — due giorni appresso le loro elezioni — re- 
putandosi impotenti a dominare e inetti a guidare la ri- 
voluzione che stava per nascere e il cui intente era di 
stabilire un nuovo ordinamento di cose, posero innanzi al 
Parlamento la creazione di una Giunta temporanea di 
Stato con potestà suprema; a comporre la quale chiama- 
ronsi il principe Corsini e i gonfalonieri di Bologna e di 
Ancona, Zucchini e Oamerata. Gridata poscia la Costiti^nte, 
venue licenziato il Parlamento — che aveva omai perduto 
ogni autorità ed erasi fatto quasi cadavere — per consul- 
tare il paese nei Comizi elettorali da convocarsi il 21 
del prossimo gennaio. Il ministre Mamiani, il quale sti- 
mava inopportuna la Costituente, non riescendo a vitto- 
riosamente combattere i propugnatori di essa, faceva ri- 
nunzia al proprio ufflcio; e il principe Corsini, credondo 
d'avere pienamente soddisfatto al débite sue, toglievasi 
dalla Giunta di Governo. Il Ponteflce — il quale con dé- 
crète del 7 dicembre aveva prorogato i due Consîgli — 
appena seppe délia creazione délia Giunta di Stato, del 
licenziamento dei Deputati e dello istituirsi d'un' Assemblea 
costituente, ritenendo illegali e sacrileghi quegli atti, di- 
chlarolli irriti e senza efietto quanto da essi sarebbe per 
eraanare; in oltre avverti, che cadrebbero nelle censure 



Digitized by VjOOQIC 



LA BEPUBBLICA BOMANA 10^ 

ecclesiastiche quei cittadini i quali prendessero parte alla 
elezione dei membri délia Costituente. Se i decreti délia 
Corte papale costrinsero i governatori délie provincie, 
preti e laici, e il comandante suprême délie guardie cit- 
tadine di Roma a rinunziare ai propri ofBci, non valsero 
perô a commuovere le popolazîoni (1); e le soldatesclie 
pontificie, che il générale Zucchi aveva chiamate a Gaeta, 
mantennersi in fede alla patria, eccetto i pochi caraM- 
nieri che presidiavano Frosinone ; in fine le scomuniche, 
perche minacciate per intente politico, non per ragioni 
religiose, furono impotent! a turbare le coscienze ancbe le 
più timorate. 

In questo mezzo erano arrivati in Corte del Pontefice a 
Gaeta monsignor Riccardi, Vescovo di Savona, e il mar- 
chese di Montezemolo inviati da Gioberti — il quale allora 
siedeva tra i consiglieri di Carlo Alberto di Sardegna — 
per offrire a Pio IX ospitalità negli Stati del Re, loro si- 
gnore, e i buoni offlci del Governo di Torino ; o, se più gli 
piacesse, l'aiuto délie armi sabaude per ristaurare in Roma 
il principato temporale dei Papi, e affermarvi gli ordini 
costituzionali da esso largiti ai sudditi/ Il 29 dicembre i 
Commîssari régi, venuti alla presenza del Pçntefice, face- 
^angli conoscere lo scopo délia loro missione; e avvertiti 
da lui che i regnanti d'Europa non solamente erano stati 
informati dei tristi casi succedutisi di quei giorni in Roma, 
ma eziandio stâti richiesti di consiglio e di armi per tor- 
nare i popoli ribelli all'obbedienza usata, i Commissari del 
Re, messl da prima innanzi a Pio IX i danni immensi che 
«ia quella chiamata d'eserciti stranieri verrebbero alla pa- 
tria italîana, supplicavanlo d'accettare gli aiuti che la Sar- 
degna spontaneamente gli offriva. Se non che il Papa, al- 
l'amicizia interessata dei nimici d'Italia posponendo quella 



(1) Dei governatori laici quel di Perugia — il Rota — continué a 
rsggere la sua provincia, a ciô pregato dal supremo Maestrato dei 
dttadini, da tutta la parte libérale e perslno dal Yescovo. 



Digitized by VjOOQIC 



110 CAPITOLO II 



del Governo sabaudo — allora mostratosi devoto alla sua 
causa e pronto a sostenerla — mantenevasi fermo nelle 
prçse deliberazioni ; che dovevano nuocere, como nocquero 
in fatto, ai veri interessi délia religion e e del papato spi- 
rituale. Vincenzo Gioberti, che, giusto quanto egli stesso 
èbbe in quei tempi a scrivere, nelVoffrire al Santo Padre 
la 7nediazione subalpina era stato guidato da sensi ita- 
liani e cattolici; che aveva creduto una interposizionc 
paciflca e benevola dover tornare ineglio gradita al Vi- 
cario di Cristo, délia violenta e sanguinosa délie armi; 
in fine, Vaiuto d'un principe italiano dover essere più 
(jradito a Pio IX del soccorso austriaco, appena gli fa- 
rono note le ripulse del Pontefice, spedi a Napoli il sena- 
tore Plezza per tentare nuovi accordi col Borbone, e mandô 
Ferdinando Rosellini a Firenze per consigliare Montanelli 
e Guerrazzi a rimettere la quiète e la tranquillità in Ta- 
scana, cbe essi agitavano allô intento di condurla a repub- 
blica. Plezza e Rosellini, sebbene dotati di non comune av- 
vedutezza in faccende politiche, a nuUa perô approdarono ; 
il primo, perché in Corte di Napoli sapevasi avère egli un 
giorno parlato con disprezzo del Re; Taltro, perché aveva a 
trattare con uomini di natura troppo fantastica e di carattere 
impossibile a lasciarsi piegare a persuasione veruna. — 
Gorreva il 5 febbraio 1849, quando nel palazzo délia Cancel- 
leria — Tantica sede delFAssemblea dei Deputati — racco- 
glievasi la Costituente (1) romana di popolo numeroso corso 
ad assistere a quella solenne ceremonia. In nome del Go- 
verno parlé allora il ministre Armellini; il quale, dopo 



(1) Sin dal primo gennaio là49 il Papa, in on sao monitorio da Gaeta 
avea condannato la Costitttente e chiamato ribelli, non solamente quelli 
che foBsero per prender parte ad essa, ma coloro altresi che dessero 
opéra a costitoirla. Con ci6 allontanossi l'animo di quanti tnttavia 
fidavano in Ini, fede meritamente guadagnatasi coi primi atti del 
sao pontificato, i quali aveano rivelato in lui un grande amore alla 
patria italiana. 



Digitized by VjOOQIC 



LA BEPUBBLICA BOMAXA 111 

avère sommariamente narrati gli ultimi casi di Roma, la 
lotta tra il principio costituzionale e il teocraiico, la fuga 
(lel Pontefice ; ed eziaudio dopo avère fatto conoscere le 
condizioni politiche e civili, le riformagionijje i auovi prov- 
vedimenti introdotti negli ordini dello Stato e nelle am- 
ministrazioni pubbliche dalla Commissione temporanea di 
Governo, l'Armelliai conchiuse il suo dire cosi: « Il no- 
stro popolo, primo in Italia a trovarsi libero, vi ha chia- 
Diati, cittadini, sul Campidoglio a inaugurare una nuova 
èra alla patria, a sottrarla dal giogo interno e straniero, 
a ricostituirla in una nazione, a puriflcarla dalla gravita 
leU'antica tirannide e dalle recenti menzogne costituzio- 
nali. Voi siedete fra i sepolcri di due grandi epoche. Dal- 
luna parte vi stanno le rovine delFItalia dei Gesari, dal- 
Taltra, le rovine deiritalia dei Papi. A voi tocca elevare 
un edificio che possa posare su quelle macerie, c Topera 
délia vita non sembri minore di quella délia morte, e 
possa fiammeggiare degnamente sul terreno, ove dorme il 
falmine delFaquila romana e dei Yaticano, la bandiera 
deiritalia dei popolo. Dopo ciô noi inauguriamo i vostri 
immortali lavori sotto gli auspici di queste due santissime 
parole : Italia e popolo, » Pronun^iato che Armellini ebbe 
il suo discorso — dal popolo e da' suoi rappresentanti cla- 
morosamente applaudito — cominciossi a discutere sul 
partito che dalTAssemblea dovevasi prendere. Per alcuni 
giorui fu Tarduo tema discusso con quella savia mode- 
dcrazione che, impedendo ogni eccesso nelle dispute, pone 
queste su la via délia giustizia. Dei CosHtuenti pochi pen- 
derano dubbiosi e incerti sul deliberare; se non che i piii, 
reputando la sainte délia patria posare intiera nella forma 
repubblicana, mettevanla francamente innanzi. A provare 
la nécessita di essa, monsignor Muzzarelli leggeva all'As- 
^mblea una lettera di Gioberti, giunta allora allora ai 
Ministri, il quale, certamente con buon volere, ma con 
poco senno e minore dignità consigliava ai Deputati di 
nconoscere innanzi tutio i diritti costituzionali dei Papa 



Digitized by VjOOQIC 



112 CAPITOLO II 

e (Vaccoglîere nel loro seno i delegati e i rappresentanti 
dî Pio IX, per venire a conciliazione con la Corte di 
Gaeta. A provvedere quindi alla sicurezza personale del 
Santo Padre contra i tentativi possiMH di pocHi fazmi 
e a tutelame la legittima potestà egli o/M^ebb^ al Pon- 
tefice un presidio di huoni soldati piemontesi (1). Questa 
via, credevasi dal Ministro sardo, essere la più acconcia 
e decorosa a tcrminare le differenze! — Il grido di Vit a 
la RepubUica del principe di Canino e la risposta di Ga- 
ribaldi : Andiamo ad acclamarla in Campidoglio, avevano 



(1) È prezzo deU'opera far conoscere al leg^gitori in tatta saa inte- 
rezza la lettera scritta il 28 gennaio 1849 dal Gioberti, Ministro di 
Sardegna, al Présidente del Govemo romano. — « Ricevo da Gaeta la 
lieta notizia che il conte Martini fa accolto amicheyolmente dal Papa 
in qnalità di nostro ambasciatore. Tra le moite cose che gli disse i| 
Santo Padre snl conto degli a fart eorrenti, qnesti mo9tr6 di vedere 
di bnon occhio che il Govemo piemontese s'interponesse amicheyolmente 
presso i rettori e il popolo di Koma per venire a una conciliazione. lo 
mi credo in débite di raggoagliarla di qnesta entratura, affinchè ella 
ne faccia queirnso che le parrà più opportune. S'ella mi permette di 
aprirle il mio pensiero in qnesto proposito, crederei che il Govemo rv- 
mano dovesse, prima di tutto osare la sua azione acciocchô la Costi- 
tuewte, che sta per aprirsi, riconosca per primo sno atto i diritti costi- 
tozionali del Santo Padre. Fatto qnesto preambolo, la CostituenU 
dovrebbe dichiarare, che per determinare i diritti costitnzionali del 
Pontefice nopo ô che qnesti abbia i snoi delegati e rappresentanti nel- 
l'Assemblea medesima, ovvero in una Commissione nominata e autorîz- 
zata da essa Costituente, Senza qnesta condizione il Papa non accetterA 
mai le conchinsioni délia Costituente^ ancorchô fossero moderatissime ; 
non potendo ricevere la legge dai propri sudditi senza lesione mani- 
festa, non solo dei diritti antichi, ma délia medesima costitozione. Se 
si ottengono qnesti dne pnnti, l'accordo non sarà impossibile. II nostri* 
Govemo farà ogni sno potere presso il Pontefice, afiinchô egli accetti 
il partito di farsi rappresentare come principe costitnzionale dinnanzi 
alla Commissione, o per via diretta o almeno îndirettamente; ed io 
adoprerô al medesimo effetto eziandio la diplomazia estera per qnanto 
possa dispome. Qnesto spediente sarà ben vednto dalla Francia e dal- 
ringhilterra, perché conciliativo, perché necessario ad evitare il pericolo 
d'una guerra générale. Nello stabilire l'accordo tra il popolo romaao o 



Digitized by VjOOQIC 



LA BXPUBBLICA ROMANA 113 



scosso tutta TAssemblea. Mamiani, il quale temeva che 
dalla caduta del potere temporale dei Papi verrebbero gra- 
vissimi danni, non a Roma soltanto, ma airitalia altresi e 
aile sue libertà, facevasi a difendere la tanto niinacciata 
sovranita pontiflcia e a consigliare di sottoporre il diffi- 
cile tema alla Costituente federativa italiana — che il 
deputato Audinot proponeva, s'avesse a convocare il primo 
del prossimo marzo — alla quale sola spettava il delibe- 
rare su di esso. Molti deputati levaronsi poscia a parlare ; 
pochi sostennero Mamiani ; 1 più perorarono a favore délia 



il Pontefice bisognerebbe aver riguardo agli scrupoli religiosi di questo, 
Pio IX non farà mai alcnna concessione contra ci6 che crede debito 
di cosciénza. Sarebbe dunqae mestieri procedere con molta delica- 
tezza, non urtare Tanimo timorato del Pontefice; lasciare da parte 
certi tasti più delicati, e riservame la decisione a pratiche posteriori, 
qoando gli animi saranno più tranqnilli dalle due parti. lo spererei, in 
tâl caso, di potere ottenere un modo di composizione, che accordasse la 
pia delicatezza del Pontefice coi diritti e coi desidèri degli Italiani 
nell'nniversale. Stabilito cosi l'accordo del Papa e dei sudditi agli or- 
dini costitozionali, sarebbe d'nopo prowedere alla sicurezza personale 
del Santo Padre, il quale dopo i casi occorsi non potrebbe sicoramente, 
ne dignitosamente rientrare in Roma senza esservi protetto contra 1 
tentativi possibili di pochi faziosi. Per sortire questo intente senza ge- 
losia del popolo e pregiudizio délia dignità romana, il nostro Govemo 
offrirebbe al Santo Padre un presidio di buoni soldati piemontesi, che 
lo accompagnerebbe in Borna, ed avrebbe per ufficio di tutelare non 
meno la legittima podestà del Pontefice contra pochi tumnltuanti, che 
i diritti costîtazionali del Parlamento e del popolo contra le trame e 
i conati di pochi retrogradù Sono più settimane che io vo pensando 
essere questa la yia più acconcia e decorosa per terminare le differenze. 
Ho comînciato a questo effetto délie pratiche, verso le quali il Pontefice 
pare oia inclinato. Se aon si adopera questo partito, l'intervento stra- 
Biero è ineTitabile; e benchè io metta in opéra tatti i mezzi per im- 
pedjre questo interrento, ella vede che dorante la présente sospensione 
délie cose la voce del Piemonte non pUô più prevalere contra il con- 
senso d'Enropa. Io la prego, illostrissimo signer Présidente^ a pigliare 
in considerazione questi miei cenni, che mnovono unicamente daU'amore 
che porto all'Italia, e dal desiderio che tengo di antiveuire ai mali 
imminenti. Mi ricordi agli egregi Mamiani e Sterbini, ecc. » 

8 — Vol. H. Mariant —- Storia pol. t mil. 



Digitized by VjOOQIC 



114 CAPITOLO II 



repubblica; tra questi il principe di Canino, che pose fiae 
alla sua orazione con queste parole: < Sento tremare la 
terra sotto i miei piedi! sono le anime dei vostri grandi 
avi, i qnali, insofferenti d'indugio, gridano: Viva la Re- 
pubblîca romana, » — Dopo una discussione lunga e ca- 
lorosa il partito délia repubblica riportava vittoria splen- 
didissima; perô che raccolti i suffragi se ne contassero 
dieci contrari, centoventi favorevoli al medesimo; e tra 
questi trovaronsi i suffragi dei Ministri e dello stesso mon- 
signore Muzzarelli, uomo di chiesa, il quale all'amore délia 
religione univa quelle délia giustizia* e délia patria. Tre- 
dici deputati, sebbene pienamente acconsentissero al pronto 
acclamarsi délia repubblica, non presero parte al suffragio 
perché' in disaccordo con la maggioranza dei coUeghi sopra 
un articolo dei décréta concepito cosi: « Il Papato è de- 
caduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello 
Stato romano. Il Ponteflce romano avrà tutte le giiarenti- 
gie necessarie per la sua indipendenza nello esercizio délia 
sua potestà spirituale. La forma dei Groverno dello Stato 
romano sarà la democrazia pura, e prenderà il glorioso 
nome di Repubblica romana. La Repubblica romana avrà 
col rimanente d'Italia la naturalità comune. » — In verità 
il gridarsi délia caduta dolla signoria papale e la inaugu- 
razione délia forma repubblicana, dalla Cosiituente allora 
data al paese, furono logica conseguenza délia fuga di 
Pic IX a Gaeta; a lui i sudditi non tolsero con la violenza 
il principato, ma fu lo stesso Ponteflce che ad essi le la- 
sciô per li cattivi consigli di chi gli stava d'attorno; che 
anzi, pregato di tornare alla sua città, niegô di far paghi 
i voti dei popolo « da lui sempre amato e che tuttavia 
ama'oay » e queste son sue parole. — « La bandiera repub- 
blicana innalzata in Roma dai Deputati dei popolo, scrisse 
Mazzini, rappresenta il trionfo d'una frazione di cittadini 
sopra un'altra; rappresenta un trionfo comune, una vittoria, 
riportatadamolti, consentita dalla immensa maggiorità, dcl 
principio dei bene su quelle dei maie, dei diritto comune 



Digitized by VjOOQIC 



LA BBFU6BLI0Â BOMANA 115 

SU Tarbitrio dei pochi, délia santa eguaglianza che Dio 
decretava a tutte le anime sul privilégie e sul dispotismo. » 
— Non estante la difflcoltà dei tempi e i tentativi fatti 
dalla Corte di Oaeta per ispingere le moltitudini a pugna 
parricida; non estante gli sforzi délia parte ay\'^ersissîma 
alla libertà per muovere le plebi a tumulte, Roma, nei mesi 
corsi dalla fuga dei Papa al riunirsi dalla Costituente — 
durante i quali fu retta da un Governo temporaneo — e 
di poi nel saiiguindso assedio, eon tanta gloria e onore dei 
nome italiano sostenuto contra le armi di Francia repub- 
blicana, mantennesi in si mirabile concordia di volontà e 
affetti, e in tanta moderazione e in tanto rispetto aile leggi 
da far credere, che da lunga pezza fosse uscita di servag- 
gio e da molti anni già godesse di larga libertà. — Il mat- 
tino dei di vegnente, il 9 febbraio, i membri délia Costi'- 
tuente, ascesi al Campidoglio, aile innumerevoli moltitudini 
di cittadini d'ogni ordine ivi accorse in modo solenne an- 
nunziarono essere la rep%M)lica in Roma sorta a vita 
novella. Indi a reggere le Stato composero un Comitato 
esecutivo con Armellini, Montecchi e Saliceti; i quali 
confermarono monsignor Muzzarelli neirofflcio di Ministre 
sopra la istruzione pubblica, Pietro Sterbini in quelle di 
Ministre sopra i lavori pubblici e Pompée Gampello sopra 
le armi ; in oltre, chiamarono Ignazio Guiccioli al governo 
délie entrate dello Stato e Carlo Rusconî a quelle degli 
affari interni. In un manifeste all'Italia e all'Europa il 
Comitato e i Ministri facevano conoscere gli intendimenti 
loro, eziandlo allô scopo di rassicurare i timidi che la 
nuova forma di governo aveva non poco spaventati. « La 
politica di questa repubblica, dicevano essi, emersa vergine 
e incruenta dagli avanzi di un reggimento distrutto dal- 
Talito potente délia civiltà dei tempi nostri, sarà una po* 
litica franca, dignitosa, conciliatrice, quale l'esigono i det- 
tati etemi di quella democrazia da cui desumemmo le 
nostre piii care ispirazioni; e quale la vogliono i bisogni 
deiretà nostra, il suprême bene dltalia. Lungî da noi le 



Digitized by VjOOQIC 



116 OAPITOLO II 



codarde ipocrisie e le infinte simulatrici, noi adoriamo la 
repubblica; ma adorandela, invaditrice non la vogliamo, 
civile e pia Tabbiamo neiranima scolpita. La Costituente 
italiana, quella magica parola che valse a tener fervida 
la vita dopo i disastri di Lombardia, sarà il nostro perpé- 
tue grido Con essa noi patrociniamo la guerra; ne ri- 

poso certo daremo airanime nostre, sinchè tal guerra non 
sia condotta a lieto compimento. A non mostrarci disuguali 

al gran conflitto daremo opéra, afflnchè si riordinino 

quelle falangi cbe con gli altri fratelli scendevano alla 
seconda crociata..... Le discipline civili, che conseguita la 
indipendenza possono assicurare sole alla nazione una vera 
grandezza, saranno con pari zelo da noi incoraggiate. Svin- 
colate dairazione cléricale, Tistruzione procédera di pari 
passe con la religione, elemento unico più che singolare di 
educazione, allorchè non si adultéra con falsi interessi, e 
si scevera da quella scoria délie passioni umane, délie umane 
cupidigie, dalle quali rifuggi con tanto abborrimento Tau- 
tore di questa religione céleste Noi tenderemo a restau- 
rare l'erario pubblico, a rimettere in corso la moneta »^ 
ad arricchire il paese di quel danaro che è 11 nerbo délia 
guerra..... I codici attireranno eziandio tutta Tattenzione 
nostra. Una legislazione facile e semplîce rende gli uomini 
forti e virtuosi; una legislazione dubbia e complicata li 
guasta, li corrompe, li sfata d'ogni sana morale. Vegliando 
aile leggi avremo in vista che le riforme nostre sono fatt^ 

per uomini schietti e repubblicani Una legge, non ha 

guari promulgata, lascia ai Municipi quella libertà che fa 
sempre il sospiro délie anime nostre, e, senza toglierli alla 
provvida tutela del Governo, consente loro di far fîorire e 
diffondere la vita in mille piccioU centri di questa Italia, 
civile troppo, anelante troppo d'azione, e troppo gloriosa- 
mente assetata di gloria, perché possibile vi si rendesse 
quel mostruoso accentrarsi che pur scorgiamo in nazioni 

meno dai fati privilegiate Le questioni sociali assorbi- 

ranno grande parte délie nostre elucubrazioni.... Mentre 



Digitized by VjOOQIC 



LA BBPUBBLICA BOMANA 117 

animati da un peosiero fraterno tenderemo la maao verso 
chi langue, daremo opéra instancabile a correggere, a ri- 
formare cW impingua dello Stato, chi ne spolpa le viscère, 
immemore o incurevole del sozzo egoismo di cui si fa col- 
pevole. La repubbllca esige forti e maschie virtii, perché 
è lo stato délia perfezione sociale, che è umanamente pos- 
sibile di conseguire quaggiti ; onde, a mettere in onore tali 
virtii, a sbandire le colpe délia concussione e deiregoismo, 
tenderemo con quella gagliardia che ispira aU'anima un 

pensiero santo L'Europa ci guarda, Tltalia tiene vôltl 

in noi gli occhi; Italia ed Europa veggano quale èquesta 
repubblica romana, che, succeduta a un Governo di casta, 
6 acclamata tra la letizia e la serenità di tutto un popolo, 
dalla tradita naturalità nostra prese le mosse, col rispetto 
degli uomini e délie cose segui il suo corso, col grido di 
CosUtuente e di naturalità toccherà, quando a Dio piaccia, 
la sua meta gloriosa. L'Italia e l'Europa ci guardano. Eb- 
bene, ch'esse veggano intere l'opère nostre e discono- 
scano, se possono, la santità del nostri diritti, Tinviolabile 

fede délie anime nostre » — Questi intenti del Comi- 

tato esecutivo e dei Ministri, proprio saggi e generosi, non 
poteronsi raggiugnere mai, causa la tristizia dei tempi 
d'allora. Se la repubblica romana ottenne le simpatie dei 
popoli, ebbe perô tutti nimici i regnanti in Europa, e ni- 
micissima la repubbtica francese; cui, il mal senno dei 
supremi suoi reggitori e soprammodo Tambizione sfrenata 
di chi più tardi signoreggiolla dovevano importe l'odioso 
officio di spegnere la repubblica sorella e farla sostenitrice 
di un Governo assoluto. — Tosto che in Gaetà giunse la 
novella deU'acclamata repubblica romana, i Gardinali cor- 
revano al Pontefice per indurlo a protestare — come in 
fatto protesté — contra il décrète ûelVAssemblea CosU- 
tuente, che aveva solennemente dichiarato essere il papato 
decaduto di diritto e di fatto da ogni temporale potestà 
iopra lo Stato romano. La protesta pontificia, pubblicata 
il 14 febbraio, sentenziô nei modi piii solenni^ che nulli 



Digitized by VjOOQIC 



118 CAPITOLO II 



erano gli atti deirAssemblea, présentait al cospetto del 
mondo col moltiplice carattere delVingiusiîzia, delVin- 
gratiiudine, délia stoltezza e delVeTnpietà; e chiese il 
mantenimento del sacro diritto del temporale dominio délia 
Santa Sede, del quale da tanti secoli godeva il legittimo 
possesso universalmente conosciuto. — Fu allora che 
Pio IX diede opéra sollecita per coadurre a buon fine le 
pratiche già da tempo cominciale con Francia, Austria, 
Napoli e Spagna, allô intente di ottenere un soccorso di 
armi per l'impresa di Roma. Non estante il vivo soUeci- 
tare délia Corte di Gaeta, i Governi devoti alla causa del 
Pontefice non aft'rettaronsi a oorrere in suo aiuto ; perô 
che TAustria si trovasse di fronte alla ribellione magiara 
e alla Sardegna, minacciante d'uscire presto alla riscossa; 
Napoli non avesse ancor vinto i soUevati siciliani : e il su- 
prême reggitore délia repubblica francese, Napoleone Buo- 
naparte — il quale aveva già in sua mente disegnata la 
restaurazione deirimperio dei grande capUano — volesse 
intervenire quando fosse securo di non destare gelosie nelle 
CJorti di Europa, ne di far nascere neU'universale verun 
dubbio su Tonestà di sœ intenzioni. Soltanto la Spagna 
avrebbe potuto liberamente operare in favore délia Santa 
Sede, ma non efflcacemente, non avendo forze bastevoli 
airimpresa. 

Mentre tali fatti compivansi in Roma e in Gaeta, i' Austria 
faceva invadere di sue armi il territorio romane; ingiusta 
aggressione, che reputava onestata dal proteste di vendi- 
care la morte di tre soldati del presidio di Ferrara, avve- 
nuta di quel giorni in un popolare tumulte. Gorreva il 18 
febbraio di quelFanno 1849, allora che Haynau, valicato 
il Po alla testa di sei miia fanti e ventidue artiglierie, 
giunto dinnauzi a Ferrara, mandava a chiedere al suprême 
Magistrato di essa, che soUecito avesse a dargli in mano 
le porte délia città e gli ucciditori de' suoi soidati, o sei 
citta'lini in ostaggio ; in oltre, che venisse immediatamente 



Digitized by VjOOQIC 



LA BBPUBBLIOA BOMANA 119 



restaurata l'autorità del legittimo sovrano e rimesso in 
oQore lo stemma pontificio; in âne, che si consegnassero 
sel miia scudl al vicoconsoio austriaco in compenso d'in- 
giuria patita, e dugento milaa lui; minacciara poi di ful- 
minare la città co* suoi cannonl, qualora si niegasse di 
dare piena e intiera soddisfazione aile sue domande. — Riu- 
seiti vani i tentativi di una deputazione di cittadini, la 
quale, condotta dall'arcivescovo cardinale Cadoliui, era ita 
al générale austriaco per condurlo a più miti consigli, 
Carlo Mayr, Préside di Ferrara, dopo avère protestato con- 
tra le insultanti richieste di Haynau, non potendo resistere 
con vantaggio al nimico, dimolto prépondérante in forze 
armate, portossi col suo Ooverno in Argenta ad attendervi 
gli ordini e i soccorsi di Roma. — Alla notizia délia vio- 
lazione del territorio suo, YAssemblea Costituente romana 
spediva il Ministro sopra le armi a Bologna col carico di 
provvedere ai modi più pronti e più sicuri di cacciare il 
nimico invaditore. Fu allora che il Luogotenente dell'Au- 
stria, temendo di vedersi da una sollevazione popolare le- 
vate le vie di comunicazione col Po, ottenuto dai Ferra- 
resi, con le minaccie di gravi danni, il danaro e gli ostaggi 
(lomandati, lasciata la città, ripassava poscia quel fiume. 

Appena acclamata la repubblica, il Governo romano aveva, 
in un manifeste ai popoli d'Europa, fatto conoscere che la 
città, il oui nome e le cui ruine parlano si forte di li- 
hertà e di patria, non poteva essere patrimonio del papato, 
il quale per stissistere abbisognava d'opprimere, ond'era 
cagione permanente di danno alVltalia; in oltre aveva, 
in quel manifesto, promesse di metiere un popolo libero 
a difesa delVindipendenza religiosa del Pontefice, e d'oc- 
dngersi a tradurre le leggi di moralité e di carità uni- 
thermie nei portam^nti sitoi e nello svolgimento di ma 
oita politica. — Dopo ciô la repubblica romana inviava 
a Parigi, a rappresentarla presse il Governo di Francia, 
Pietro Beltrami e Federico Pescantini, cui la parte libe- 



Digitized by VjOOQIC 



120 CAPITOLO II 



raie faceva le accoglienze piii liete e piii amichevoli. I rap- 
presentanti del popolo — detti délia Montagna — nella 
Cùsituente francese, il 24 di quel mese di febbraio .volge- 
vano ai membri délia Costituente romana queste generose 
parole : « La democrazia di Francia saluta coa entusiasmo 
la repubblica gloriosamente costituitasi in su le rive del 
Tevere; onore al popolo romaao! la storia ammirerà la 
grandezza dell'opera sua..... Roma emancipata è il segnale 
deiremancipazione di tutta Italia, è il primo passe verso 
la restaurazioue délia naturalità italiana sotto Tunica forma 

che ornai la rende possibile, la repubblica Spagna, Au- 

stria e Napoli, dicesi^ facciano ora una alleanza sacrilega 
per ispegnere in Roma il potere popolare... i vecchi tiranni 
esiteranno prima d'assalire i Romani che fondano la propria 

indipendenza. Se mai Tosassero cittadini d'Italia, le sim- 

patie délia democrazia francese sono per vol; i suoi vo- 
lontari, alla vostra chiamata verrebbero ad aiutarvi per 

cacciare i barbari » L*Assemblea romana siibito rispon- 

deva cosi: « Il vostro indirizzo ci è giunto in un momento 
solenne, alla vigilia délia battaglia; e noi vi attingeremo 
nuove forze, nuovi incoraggiamenti per la santa lotta che 
sta per aprirsi. La Francia ha fatto grandi cose nel monde ; 
voi avete patito, sperato, combattuto per Tumanità, e ogni 
voce che venga da voi ci impone doveri che, con Taiuto 
di Dio, noi sapremo compiere. Voi avete sentito, o citta- 
dini, quanto ha di nobile, di grande, di provvidenziale 
questa bandiera di rinnovamento ondeggiante su la città 
che racchiude il Campidoglio e il Vaticano: il diritto eterno 
fatto forte d'una nuova consecrazione : un terzo monde 
sorgente, nel nome di Dio e del popolo, su le rovlne di 
due mondi spenti ; un'Italia, che sarà sorella alla Francia, 
rompente il coperchio délia sua sepoltura per venire a 
chiedere, in nome d'una missione da compiersi, il diritto 
di cittadinanza nella federazione dei popoli. Voi avete in- 
teso che i nostri cuori sono puri di odio e di intolleranza : 
che noi stiamo compiendo un'opera di amore e di miglio- 



Digitized by VjOOQIC 



LA BKPUBBLIGA BOMANA 121 



ramento umano; e che» rivendicaado i nostri diritti senza 
violare la credenza, separando» corne noi Tabbiamo fatto, 
il Papa dal principe, abbiamo assunto Tobbligo di non con- 
taminare quesfopera col contatto délie basse passion! e 
deUe codarde vendette, che una stampa corrotta o ingan- 
nata si ostina a rimproverarci. Quest*obbligo noi lo atter- 
remo; parole simili aile vostre ci compensano di moite 
calunnie, ci rassicurano contra moite insidie coperte. Noi 
sappiamo che voi illuminerete i vostri concittadini sul ca- 
rattere délia nostra rivoluzione, che voi manterrete per 
noi quel diritto alla vita nazionale, che voi primi avete 
proclamato e conquistato. Non vi è che un sole nel cielo 
per tatta la terra ; non vi è che uno scopo, una legge, 
una sola credenza : associazione, progresse, per tutti quelli 
che la popolano. Corne voi, noi combattiamo a vantaggio 
del monde intero, noi siamo tutti fratelli, noi rimarremo 
tali, che che si faccia. Fidate in noi, noi fidiamo in voi; 
se mai nella crisi che stiamo per attraversare le forze 
ci mancassero, noi ricorderemo allora le vostre promesse ; 
noi vi grideremo : Fratelli, Vora è venuta^ sorgete ! e noi 
vedremo i vostri volontari accorrere. Insieme combattem- 
mo sotto rimperio napoleonico; noi combatteremo un'altra 
volta insieme per quanto v*ha di piii sacro per gli uomini : 
Dio, patria, libertà, repubblica, santa alleanza dei popoli. » 
La democrazia francese giurava allora fede e amistà alla 
repubblica romana e giurava eziandio di darle, al biso- 
gno, aiuto di sue armi ; ma la Francia di Napoleone Buo- 
naparte doveva, di li a poco, mandare contra Roma gli 
eserciti suoi per abbattere le libère istituzioni e restau- 
rare il dominio temporale dei Ponteflci, i quali da quel 
giorno in poi non poterono piu reggersi, se non con Tap- 
poggio délie baionette straniere. — Agli sforzi, fatti in 
questo mezzo per raccogliere in Roma la Costttuente ita- 
lianay non sorti esito fortunato, causa il non essersi po- 
tuto accordare tra loro i Governi délia penisola e a ca- 
gione altresi délia sconôtta patita dalle armi di Sardegna 



Digitized by VjOOQIC 



122 CAPITOLO II 



alla giornata di Novara. I Siciliani, sebbene si fossero chia- 
riti favorevoli alla Costituente, volevano perô anzi tutto 
la propria autonomia; chiedevano una Dieta federativOy 
non solamente per essere Tltalia in sommo grado muni- 
cipalBy ma anche perché troppo pericoloso reputavano con- 
durla a un tratto da reggimento dispotico a vita unitaria. 
La monarchia sabauda sosteneva il principio federativo, 
posto innanzi da Qioberti ; e gli stessi Veneziani — che 
pur reggevansi a governo di popolo — eccetto la parte 
sinceramente libérale, sia per non offendere il Re sardo, 
che saperano apprestarsi a nuova guerra contra il nimico 
comune; sia perché non mettessero molta fede inunaAs^ 
semblea costituente italiana; sia in fine, perché troppo 
superbi di loro gloriose tradiâoni sperassero tornarle tut- 
tavia aU'antico splendore e far rivivere 11 passato, niega- 
vano aderlre aile proposte di Roma; con la quale Assem* 
blea perô intendevano accordarsi sui prowedimenti da 
prende.rsi per la comune difesa. Toscana, che in quel torno 
di tempo per la fuga del suo principe aveva acquistata 
piena e intiera la libertà, ardentemente desiderava di fare 
con Roma una sola repubblica; ma Domenico Guerrazzi, 
il quale con Montanelli e Mazzoni teneva allora la su- 
prema potestà, combatteva con arte sôttile la sospirata 
uniflcazione; che, saviamente compiuta, avrebbe attirato 
a se Venezia e Sicilia : onde sarebbersi avvantaggiate nou 
poco le sorti délia patria. Non ostanti le fratellevoli sim- 
patie dei popoli e la buona amicizia dei Governi italiani 
— quel di Napoli eccettuato — i Romani trovaronsi nell'i- 
solamento più pericoloso. Né per questo si scoraggirono; 
che anzi di quai animo fossero e quanta fede nutrissero 
nella santità e giustizia délia loro causa venue luminosa- 
mente provato dall'eroica difesa sostenuta contra gli eser- 
citi délia repubblica francese. 

Di quel giorni accadevano alcuni mutamenti negli uo- 
mini del Groverno; a Campello, Ministre sopra le armi, ma 
che di cose deila milizia era pochissimo esperto, veniva 



Digitized by VjOOQIC 



LA BEPUBBLIGA BOHANA 123 

surrogato Alessandro Galandrelli ; e Mazzoni e Moatecchi 
in luogo di Sterbini e Guiccioli, i quali ayevano lasciato 
ruffîcio per essere stati severamente, ma a ragione, cen- 
surât! e incolpati di negligeaza nel far pervenire a Bo- 
logna e ad Ancona il sussidio in danaro richiesto dai bi- 
sogni dei loro traffici e ad esse decretato dalla CosUt%Aente. 
-Intanto congiupavasi in Gaeta apertamente a danno di 
Roma: era la Corte pontificia, la quale per mezzo de' suoi 
partigiani e di quanti avversavano la repubblica, suscitava 
disordiai nelle provincie romane, spingendo il volgo, col 
manto dalla religione, da prima a fatti biasimevolissimi, 
per eccitarlo poscia a ribellarsi ai nuovi ordinamenti dello 
Stato; ed era facile cosa trascinare ad eccesai il volgo, che 
âllora ignorava come le faccende corressero o, quel che è 
peggio, malamente lo sapeva. — A far cessare i delitti di 
sangue, perturbatori del maravîglioso concorso d'un in^ 
tero popolo nelVqpera délia siui redenzione e che erano 
un'atroce ingiuria allapurezza deiprincïpi repubblicanU 
il ministro Aurelio Saffl in un manifeste al popolo, dopo 
avère chiarito i principi ragione délia esistenza del nuofoo 
ordine di cose, invitava i cittadini e le milizie nazionali 
a proteggere lo Stato contra le invasioni straniere e a di- 
fendere la civiltà délia patria. « Uomini di intelligenza e 
di cttore, cosi chiudeva Saffl il suo dire (1), circoli popolari, 
generose adunanze di liberi*cittadini ! una sublime missione 
Toi avete da adempiere : emancipare il popolo dalla schia- 
vitù dell'ignoranza, dei pregiudizi e délie passioni violente, 
che sono l'eredità délie tirannidi régie; fare délia repub- 
Wica quello ch'essere deve: una grande scuola di doveri 
e dirifcti, una grande educazione di virtù e amore. Cittar 
dini! pensate agli obblighi che avete comuni verso la 
grande patria italiana, verso la società; pensate che, ri- 
mossi gli impedimenti che prima vi attraversavano la via. 



(1) Roma, ô marzo 1849. 



Digitized by VjOOQIC 



124 GAPITOLO II 



ora sta nella volontà e neU'opera vostra il fare che questa 
parte d'Italia si levi aU'altezza de* suoi grandi destiai. » 
— Al manifesto d*Aurelio Saffl al popolo romano, per con- 
siglio deU'Assemblea teneva subito dietro una Nota ai Go- 
verni d'Europa del Ministro sopra gli affari osterni, Carlo 
Rusconi, Nota dettata allô intento di far conoscere l'in- 
giustizia delle accuse lanciate addosso alla repubblica dalla 
stampa nimica a libertà. Il Rusconi, dopo avère somma- 
riamente parlato delle ultime vicende dltalia e detto corne 
quella mîrabile armonia — che ébbe già insieme uniti 
ventiqtuittro milioni d'uomini in unHdea, in una fede 
e in una speranza — era stata distrutta dalVvuymo stesso 
nel oui nome gli oppressi eransi levait contra gli oppres- 
sort, terminava in queste sentenze: «Finchè il papato ci 
assecondô (1); finchè mostrossi amico délia nostra indipen- 
denza, noi procedemmo con esso, e da esso una coasecra- 
zione cercammo al glorioso nostro risorgimento. Ma quando 
disertô da noi e ci dichiarô che il suo carattere sacerdo-i 
taie gli vietava di corroborare i santi conati délia iadipen- 
denza, allora che ci disse che gli interessi del mondo cat- 
tolico gli impedivano di patrocinare gli interessi italianû 
allora noi non avemmo che un grido, allora noi esalammo 
dal profonde del cuore che eravamo Italiani, e il papato 
ripudiamrao che ci avea ripudiàti, onorando il sacerdote, 
ma non obbedendo omai piii che alla voce dltalia. Il mondo 
giudichi questi fatti e sèguiti, se il vuole, a calunniarci. Non 
è per giustiâcarci che noi qtcesii fatti allegammo, giacchè 
la giustificazione nostra sta tutta nei nostri diritti, nelle 
nostre coscienze. Ma è bene che l'Europa abbia un regolo 
per misurare le sorti che ci si preparano, sorti che incoa- 
treremo senza baldanza, senza paure, con la dignità di 
uomini che si adoprarono pel bene délia terra in cui eranc 
nati, e che all'Europa, con fronte alta, con cuor sicuro^ 



(1) Borna, 5 marzo 1849. 



Digitized by VjOOQIC 



LA BEPUBBLICA BOMANA 125 

potran sempre dire: un'opera gloriosa almeno compimmo, 
e fa quel giorno in cul abbattemmo il dominio temporale 
dei Papi. » — Le parole, oltre ogni dire generose del Mi- 
nistre — le quali suonavano una forte protesta contra chi 
aflermava: non essere la repubblica romana una emana- 
zione del popolo, ma la creazione di pochl faziosi — non 
trovarono buona occoglienza nelle Oorti e nei Governi 
d'Europa; esse furono voci gridate nel deserto! 

In quel torno di tempo era venuto a Roma Giuseppe 
Mazzini, chiamato da numeroso sufiragio di popolo a se- 
dere neWAsseniblea costituente, la quale Testante e plau- 
dente accolse il grande apostolo délia libertà e unità ita- 
liana. Il fiero agitator genovese, convinto non potere la 
repubblica romana conquistare a se Vltalia, come ci la- 
8ciô scritto, se non emancipandola dallo straniero, fa- 
cendola; e per parla adbisognare una forza, che non 
$olamente esisteva, ma che nessuno pensava a ordinarla, 
perà che Veserdto dello Stato contasse allora sedici mila 
uomini appena senza cœsione, senza uniformità di di- 
sciplina e di solda (1), il 16 marzo proponeva aU'Assem- 
blea di eleggere una Oommissione, la quale dovesse cer- 
care e studiare i migliori ordînamenti per l'esercito e prov- 
Tedere aile forti nécessita délia difesa e offesa: due giorni 
dopo la Oommissione teneva tal grave offlcio dalla Costi- 
^luente, — La notizia allora allora giunta in Roma délia 
guerra, già da più giorni inditta all'Austria da Carlo Al- 
berto — délia quale l'oratore di Sardegna presse la repub- 
blica era stato subito edotto — mentre faceva nascere in 
cuore a tutti la speranza di un felice avvenire, suscitava 
perô contra il Governo di Torino forte sdegno nei repub- 
blicani più ardenti, che non avevali a tempo awertiti del 



(1) Scritti ediii ed inediti di Giubbppb Mazzini, vol. tii, cart 186; 
Milano, 1864 



Digitized by VjOOQIC 



126 OAPITOLO II 



disdir délie tregue : e in veiità il contegno di quel Governo 
ia cosa di si grave momento non fu Iode vole! Innanzi di 
intimare la guerra aU'imperio — la quale doveva essere 
tutta nazionale, non regia — era obbligo dei Ministri di 
Oarlo Alberto d'accordarsi con Roma, Toscana e Venezia 
sui provvedimenti che valessero ad assicurarne il buon 
esito; tra cui il primo, e proprio quelle che soprammodo 
importava, fosse d*uscire inaieme alla campagna e con lo 
sforzo maggiore délie loro armi. I consiglieri del Re ave- 
vano bensi inviato a Firenze e a Roma Lorenzo Valerio 
per far conoscere quanto da Carlo Alberto era stato deli- 
berato; ma fu si tardi, che ai Ministri délia repubblica, 
assai prima delForatore sardo, pervenisse il m&nifesto di 
Buffa ai Genovesi, col quale informavali délia nuova guerra 
bandita dalla Sardegna alFAustria. VAssemblea cosUtuente. 
non estante la viva opposizione di alcuni Deputati (1), a- 



(1) Tra gli opposîtori trovavaai Enrico Cemuschi, milanese: t Citta- 
dini, diceva egli allora, ricordatevi che 1117 febbraio Lamannora dore* 
invadere la Toscana, e qnel giorno Haynan occnpava Feiran.. » -* 
Contra loi, seminatore di diaeordia^ levaronsi Anrelio Saffi, Bodolfo 
Andinot e Ginseppe Mazzîni per caldegglare la gnerra di indipendenza 
— la quale aveva per intento nnico la cacciata dello straniero dal- 
ritalia — senza cnrarsi délie forme politiche. A far conoscere qnanto 
da Cemuschi si odiasse la Sardegna rîcorderô qni le parole da Ini pro- 
nunziate nel 1851 in nna rînnione repnbblicana, presiednta da Lamenai? 
e tenntasi in Parigi neila casa del générale Gnglielmo Pepe: « 1^ 
amerei meglio vedere i Tedeschi in Torino, che i Piemontesi in Mi- 
lano. » — a Ê certo che Cemuschi amava i Mazziniani, quanto iPi^ 
montesi, cosi scrisse Giorgio Pallavicino; .....a 8e mi travMsi davanti 
a tm Piemontese e a un Austriaco, e avesH in mano uno sehiopf 
a due canne, io =. intendi Cemuschi = tirerei prima contra il ^^ 
manteac, pai contra VAuatriaco, n — I Mazziniani oerataono ^ 
cacciare di Parigi..... ma ei vivea sicuro perché amato dagli amici più 
întimi del Présidente, il Buonaparte » (*). 

n n PUmonU negli ami 1850, 1851 • 1859, Idttere di Vinoenzo Gioberti e Giorgio 
PalIaviciDO, cart. 157 e seg.; Milano, 1875^ 



Digitized by VjOOQIC 



LA BEPUBBLIGA BOMANA 127 



yendo deliberato di dare aiuto di sue armi all*esercito sub- 
alpiao senza auUa patteggiare — nemmeno il riconosoi- 
mento deUa repubblica da parte del €k>yemo sardo — man- 
dava all*iinpresa di Lombardia diecimila soldati sotto il 
comando del luogotenente colonnello Mezzacapo, ai quali 
avrabbero poi tenuto dietro altri dieci mila. Rispondeva 
cosi generosamente la Costituente romana alla stampa 
sarda, la quale poco prima aveya oltraggiato la repubblica, 
tacciandola di nou essore buona ad altro, fuorchè a cou- 
sumare il tempo in vani discorsi e a mettere fuora décret! 
in nome di Lia e del popolo. — L'Assemblea e il (Joverno 
di Roma auaunziarono la seconda guerra di indipendenza e 
la partenza dei soldati per taie impresa ai popoli délia repub- 
blica col seguente bando : « Il cannone italiano, annunzio 
di battaglie e di riscatto, tuona di nuovo nelle pianure lom- 
barde. AlVarmi. Tempo è di fatti, non di parole! le schiere 
repubblicane insieme aile subalpine e aile altre itallane 
combatteranno : non sia fra loro gara che di valore e di 
sacrifizi. Maledetto chi nel suprême arringo divide dai 
fratelli i fratelli. Dall'Alpi" al mare non è indipendenza 
vera, non è libertà, finchè l'Austriaco conculchi la sacra 
terra. La patria demanda a voi uomini e danaro. Sorgete 
e rispondete aU'invito. AlVarmi e Italia sia » (1). — L'ac- 
cortezza politica di Lorenzo Valérie — il quale, come sopra 
dicemmo, era in quel mezzo venuto a Roma — o i fini ac- 
corgimenti da esso usati nella difficile missione affldatagli, 
giugnevano a quietare i repubblicani piii fleri, tuttavia 
sdegnati contra il Governo di Torino, per la ragione già 



(1) Il 22 marzo il Comitato eaeeutivo mobilitava, per la tutela délia 
ncnrezza interna, dodici battaglioni di goaidie nazionaU nelle provincie 
dello Stato; aile quali intendeva poi inviare dei Commisaari con appo- 
rte norme per mobilitare i battaglioni con nniformità di sistema; in 
oltre, rispondeva al battaglione nniversitario , che aveva Utantemente 
chiesto di rtearsi alla guerra di indipendenza^ ordinando, il 22 di qnel 
mese di marzo, lo armarsi sollecito di easo. 



Digitized by VjOOQIC 



128 OAPiTOLO n 



sopra accennata, non che a sperdere i dubbi e le diffidenze, 
che il passato contegno dei Ministri del Re aveva fatto 
nascere nella mente e neiranimo del popolo. Allora la città, 
credendo assicurate per sempre allltalia le sorti più liete 
e più prospère, tutta si riempi di allegrezza; e i Romani, 
già pregustando di quella libertà, che era stato il sospiro 
ardentissimo di innumerevoli generazioni, e per la quale 
avevano molto soflTerto, esultarono. Ma si grande allegrezza 
e tanta gioia dovevano essere d'assai brève durata! 



Digitized by VjOOQIC 



CAPITOLO m. 

JL»a Toscana; faga di Leopoldo IL 



n baniabita Gravazzi a Livorno. — Tamulto del 2 settembre 1848 in 
Livomo. — Montaaelli grida la Costituente italiana. — Faga di 
Leopoldo H; sue lettere a Montanelli. H Triumvirato. — SoUeva- 
zioni del contado di Firenze e d'Empoli. — Spedizione contra il 
générale De Langier. — Domenico Gnerrazzi e la nnificazione di 
Toscana e Borna. 



I Toscaai, quando videro le loro armi salire a Lombar- 
dia per combattere TAustria — e fu in sul cadere del 
marzo 1848 — riprendevano la tranquillità usata ; che d'es- 
sere durevole e secura d'ogni perturbamento promettevalo 
la fede data dal Granduca di manteiiere iatatte le costitu- 
zionali fraachigie — le quall avevano compiuto le riforme 
— e di perseverare nella guerra sino aU'acquisto délia 
patria indipendenza, che la Lega politica dei principi ita- 
liani avrebbe poscia maggiormente raflferraata e condotta 
\'uniià nazionale al auo pieno compimento. Le parole di 
Leopoldo II, il quale, nello accordare ai sudditi le libertà 
sospirate, erasi riunito ad essi con patto generoso, avevano 
allontanato, anche dai più diffldenti, ogni dubbio e ogni 
ombra di sospetto su la lealtà di quelle promesse; aile 
quali di li a non molto egli veniva meno con grave danno 

» — Vol. n. Mariant — Sior%a poL e mil 



Digitized by VjOOQIC 



130 CAPITOLO III 



deiritalia e délia sua buona reputazione, acquistatasi negli 
anni addietro con la moderazione e la dolcezza del sue 
governo. Allora ch'ei vide la Sicilia separarsi da Napoli 
per costituirsi in regno indipendente — onde Tltalia contc> 
una divisione di piû proprio in quei giorni, in cui l'idea 
deWunità andava già guadagnando il favore del popolo 
nostro — desideroso d'allargare la signoria di sua casa, 
subito maneggiossi per ottenere la sovranità di quell'isola: 
il cui Governo non tardô a oflfrirgli la corona a patto di 
rinunziare a Toscana, o per suo figlio secondogenito ; nel 
quale caso avrebbe dovuto reggere la Sicilia sino a che il 
figliuol suo chiamato a regnare su l'isola, allora giovanis- 
simo, avesse raggiunto Tetà voluta dalle istituzioni del 
paese. Ma le pratiche del Granduca presse gli uomini del 
Governo siculo per ottenere il trono ambito riuscirono a 
nuUa; avvegnachè i Parlamenti dei Pari e dei Comuni, 
volendo dar la corona a un principe guerrière e italiano. 
gridassero Re un di casa Savoia, Ferdinando duca di Ge- 
nova, secondonato di Carlo Alberto: délia quale cosa di- 
remo tra brève e a lungo. 

n 26 giugno di quell'anno 1848 i rappresentanti délia 
Toscana si raccolsero per la prima volta a Parlamento, 
prendendo innanzi tutto a trattare délie faccende délia 
guerra; e le rivelazioni fatte dai Deputati e dal ministre 
Oorsini sopra di esse chiarirono i molti disordini, di cui 
ne era piena Tamministrazione, ai quali sommamente im- 
portava di provvedere con efficacia e prontezza. — Le 
novelle giunte dal campo dei disastri toccati aile armi 
sabaude in Lombardia commossero vivamente, e fecero tu- 
multuare Firenze, si quieta sempre e si tranquilla, e dove, 
per Tindole mitissima degli abitatori suoi, la parte mode- 
rata, piii assai che nelle altre città dello Stato, contava 
numerose aderenze in tutte le classi dei cittadini, sopram- 
modo in quelle potenti per censo e nel patriziato. Démo- 
cratici e partigiani dell'Austria trovaronsi allora di fronte 
per combattersi ; vittoriosi i primi, la repubblica verrebbe 



Digitized by VjOOQIC 



LA. toscana: FUGA DI LEOPOLDO II 131 

acciamata ia Toscana; vincitori i secondi, il paese cadrebbe 
nella dipendenza deirimperio. — Era il 30 luglio quando 
uaa moltitudiae innumerevole di popolo, vennta al Palazzo 
Vecchio, coa grida minacciose chiedeva ai Ministri la ri- 
nunzia al loro offîcio; i quali, non essendo riesciti a se- 
dare il tumulto non ostante lo intervenire délie guardie 
cittadiae e délia milizla granducale, rendevano a Leopoldo 
il mandato, che poco prima avevano rioevuto dalle sue 
mani. Il barone Bettino Ricasoli ebbe allora il carico di 
comporre un nuovo Governo; ma tornati a vuoto gli sforzi 
suoi, quel carico venue dal Granduca fldato a Gino Cap- 
poni, il quale gîunse a costituirlo col maggiore Belluomini, 
COQ Leonida Lauducci, Donato Samminiatelli, Jacopo Maz- 
zei, Celso Marzuccfai e Gaetano Giorgini, tutti di parte 
moderata, che, tranne Gino Capponi — lor présidente — 
non erano del nuovo ordine di cose svisceratissimi, non 
fayorevoli alla guerra e ancor meno airunità d'ItalisC. La 
voce di quel Ministri, che non godevano dell'aura popolare, 
fu impotente a quietare le popolazioni ; le quali, già in 
forte perturbamento per quelle vittorie e quelle tregue che 
avevano rimesso la Lombardia in potestà e i Ducati in bal la 
delUAustria, venivano maggiormente irritate da alcune in- 
consulte deliberazioni e codarde persecuzioni, che facevano 
conoscere essere nel Governo debolezza, non forza : donde 
romori e tumulti; mutamento nell'edifiziopolitico dello Stato 
e faghe. Piceiola scintilla doveva quindi bastare ad accen- 
dere grave incendie; e la scintilla scoppiô a Livorno, che 
in brève arse tutta la città del fuoco délia ribellione. — 
Correva il 20 agosto, quando il barnabita Gavazzi, poco 
tempo innanzi cacciato di Firenze per troppa eloquenza 
^l^niagogica, giunto nella rada di Livorno su nave prove- 
niente da Genova, mandava a chiedere al governatore di 
quella città, Lelio Guinigi, libero il transite di Toscana per 
recarsi a Bologna. Non page di niegare a Gavazzi il per- 
messo implorato, Lelio Guinigi faceva circuire la nave, che 
io portava, di genti d*arme; con la quale improntitudine 



Digitized by VjOOQIC 



132 OAPITOLO III 



egli forniya alla popolazione il pretesto di nuovi tumulti. 
I Livornesi, appena seppero deiratto ostile del loro su- 
prême Magistrato verso quel tribuno del popolo, corsi in 
foUa al porto, facevanlo scendere di sua nave e quasi trion- 
falmente conducevanlo all'albergo che doveva ospitarlo. I 
Ministri, che da prima avevano voluto impedire al barna- 
bita di trausitare per Toscana, avvertiti dello accaduto in 
Livorno, per tema di più gravi perturbazioni, affrettavansi 
allora a mandargli un salvocondotio. Con bella accompa- 
guatura di amici e d'alcuni membri del Circolo NazionaU 
délia città — ai quali era stata data per quella festa la 
bandiera ai colori nazionali — Gavazzi camminara tran- 
quille verso Bologna, quando, a Signa, preso dai cacciatori 
a cavallo del Granduca e posto in una carrozza, veniva con 
pochi de' suoi per la via di Pistoia trasportato a guisa di 
malfattore ai con fini di Romagna. Il Governo di Toscana, 
recando molestie e ingiurie a lui, che con l'accordargli un 
salvocondotto erasi obbligatodi proteggerloefarlo rispettare, 
chiarissi inetto ad antivenire disordini; che in fatto non 
tardarono a scoppiare, avvegnachè i Livornesi, togliendo 
pretesto del suo maie operato, si levassero a tumulto. Il 
mattino del 23 agosto, conosciuti i casi di Signa, raccoltisi 
in gran numéro e portatisi alla casa del governatore, trae- 
vanlo prigioniero al castello; indi, fatta irruzione entre la 
fortezza e atterrate le porte deirarmamentario, armavansi 
di schioppi e sciabole; e il loro imperversare crebbeoltre 
ogni dire, quando scoversero i telegrammi e le lettere dei 
Ministri, che rivelavano le insidie tese al troppo éloquente 
demagogo. Allora la campana del palazzo comunale suonô 
a stormo per chiamare in su Tarme le guardie cittadine; 
délie quali nessuna avendo risposto, Livorno fini per tro- 
varsi tutta nelle mani del popolo che minaccioso diedesi 
a correrla. Il Gonfaloniere e con lui i Maestrati del Co- 
mune, a impedire che il popolare movimento venga fao^ 
viato dai partigiani d'anarchia, e allô intente di signoreg- 
giarlo e guidarlo, costituisconsi in Governo temporaneo, 



Digitized by VjOOQIC 



LA TOSCANA; FUGA DI LE0P0LT>0 II 133 



associando molto saviamente neirofflcio loro anche i capî 
di quel moto. Lelio Guinigi, pregato, scrive ai Ministri dei 
romori di Livorno, facendo lor conoscere: = Avère egli 
avuto piena assicurazione dal Gonfalonîere, che la città 
tornerebbe a quiète, se accordasserç intiero perdôno deî 
crimini politici, e mandassero liberi gli amici di Gavazzi 
imprigionati a Signa contra ogni diritto e giustizia. = Por- 
tatori a Firenze délia lettera del Governatore andavano un 
oflSciale delFesercito e due Deputati dal popolo; il quale, 
assembrato nella maggiore piazza délia città e consentita 
la liberazione di Guinigi, recavasi poscia al castello a trarlo 
quasi festosamente di prigione, ontro cui il mattino stesso 
avevalo chiuso carico di villanie e di insulti. Tanto sono 
voltabili le moltitudini, le quali, se da gente onesta consi- 
gliate e condotte, operano generosamente ; se da malvagia, 
con ferocia e vituperio di se e délia patria ! — Il di ap- 
presso tornavano di Firenze gli inviati del Gonfaloniere ai 
Ministri portatori di liete novelle; perô che Leopoldo avesse 
lor dato fede di porre in dimenticanza ogni cosa passata; 
e pegno di sua parola essere stato il subito scarceramento 
degli amici di Gavazzi e la restituzione délia bandiera ai 
tre colon nazionali délia parrocchia di Venezia, tolta a 
quelli, in Signa, dai soldati granducali. — La quiète, suc- 
ceduta alla tempesta, fu d'assai corta durata. Poco tempo 
innanzi del succedersi dei casi ora narrati, Lelio Guinigi, 
al popolo chiamante armi, aveva risposto cosi: = Non e- 
sisterne negli armamentari del Governo*, nemmeno per le 
guardie cittadine, in parte non ancora provvedute di esse ; 
i cinque mila schioppi, che prima dei fatti del 23 trova- 
vaosi nella fortezza, essere stati portât! via dai tumultuanti. 
= Ma quando il popolo vide i capi délie guardie cittadine 
in Porta Murata consegnare armi ai militi, mosso a sdegno 
contra quelle ch'ei reputava basso provocamento ed era 
al contrario una imprudente leggerezza o, dirô meglio, un 
atto d'iiomini sventati, irruppe in Porta Murata, e con la 
violenza impadronissi délie armi per lo addietro niegategli. 



Digitized by VjOOQIC 



134 OAPITOLO m 



I militi, che vi stavano a guardia, avevano, per comanda- 
mento del loro capitano, fatto fuoco su gl'invaditori, ucci- 
dendone e ferendone alcuni; ma il sangue di questi destô 
nei popolo tant'ira contra quella milizia e i suoi capi — 
tutti di parte moderata e délia libertà non molto amanti 
— che avrebbe sovr'essi vendicato il sangue sparso, se 
alcuni onesti cittadini, tra cui due sacerdoti (1), non si 
fossero adoperati a quietarne il furore e riconciiiarlo con 
le guardie cittadine; le quali non dovevano, per la tsisti- 
zia de' loro capi, fuggiti a Firenze, vivere in odio al po- 
polo, di cui erano parte elettissima; da'quel giorno non 
piii si nippe taie santa concordia. Tornati tranquilli i Li- 
vornesi, deputavano parecchi dei loro al Granduca per as- 
sicurarlo, che sarebbersi mantenuti in fede a lui, s'egli, 
portato a numéro Tesercito, e riordinatolo, desse parola di 
spedirlo alla nuova guerra che sapevasi già prepararsi 
dalla Sardegna contra l'Austria ; e se accordasse pieno e in- 
tiero perdôno a quanti avevano preso parte ai tumulti pas- 
sât!, e introducesse neiramministrazione délia cosa pubblica 
i miglioramenti richiesti dai tempi. I Ministri del Principe 
stettero alquanto tempo tra due, cioè se dovessero ridurre 
con la forza la città aU'obbedienza e punire quindi seve- 
ramente quelli délia parte libérale sommovitori dei disor- 
dini, o piuttosto venire a pacifici accordi con essa. Im- 
ppovvidi sempre, ma piii improvvidi allora e dissennati, i 
Ministri, scelto il partito cattivo, fecero a Pisa l'accolta 
délie armi designâte aU'impresa, il cui carico fidarono al 
colonnello Leonetto Cipriani; e Livorno, awertita délie 
offese che dal Governo preparavansi a suo dftnno, apprestA 
le resistenze. Il Commissario di Leopoldo II, che vede di 
non potere per forza d'assalto impadronirsi délia terra. 



(1) Ad esempio di tutti giova ricoi-dare il nome di quei virtuosi mi- 
nistri deU'altare; erano l'abate Zacchî e il padre Melloni, Priore dei 
Domenicani. 



Digitized by VjOOQIC 



LA TOSGANA; FU6A DI LEOPOLDO II 135 



studiasi d'averla con lo inganno, aiutato nella disonesta 
impresa dai partigiani del Governo;*! quali, mentre il Ci- 
prianl bandisce, essere stato concesso dal Principe quanto 
era nei voti dei cittadini, da un branco dl gente venduta, 
riunita nella piazza, fanno acclamare i soldat! del Gran- 
(luea e il loro capitano, invitandoli a venire subito tra essi 
a restaurare Tordine sconvolto. Leonetto Gipriani, che con 
parte délia sua schiera teneya il campo non lungi dalle 
mura, entrava in Livorno festosamente ricevuto dai citta- 
(lini; i quali, pubblicata l'amnistia, quietavansi nella spe- 
ranza di un mlgliore ayvenire ; se non che questa, appena 
concepita, doveva svanire. 

Era il 2 settembre, quando il popolo, irritato degli or- 
•iini del colonnello Oipriani, che vietava, sotto pena di 
ammenda pecuniaria e prigionia, il riunirsi nei Circoli e 
îielle case de' privati cittadini, fortemente si commoveva : 
onde il Gommissario, venuto in sospetto di nuova ribel- 
lione, a sperdere gli assembramenti, che già avvenivano 
aei luoghi più frequentati di Livorno, mandava un drap- 
pello di cavalleria; che, senza far precedere la intimazione 
•li sciogliersi, cadeva improvvisamente sul popolo, me- 
naado strage di vecchi, di fanciuUi e donne; alloraalcuni 
rK)polani, saliti sopra un campanile, si danno a suonare a 
niartello ; Gipriani, avvertito da questo suono, che chiama 
i cittadini aile armi, essere scoppiata la ribellione da lui 
provocata, tratte le soldatesche dai quartier!, sollecito si 
porta in su la maggiore piazza, e vi si ordina alla pugnà ; 
la qualc, comincîata aile cinque délia sera, finiva aile dieci 
délia notte. Ne ebbero grave danno i granducali, che per- 
dettero più d'un centinaio dei loro mort! o feriti; lievis- 
simo toccô al popolo, eu! fu uccisa una donna e ferito un 
vecchio. H colonnello Gipriani, il quale crede dovere rin- 
novare nei dl appresso il cOmbattere, non muove il campo ; 
se non che, al sorgere del nuovo giorno, veduti i cittadini 
inermi avvicinars! alla piazza e invitare i soldat! a ri- 



Digitized by VjOOQIC 



136 CAPITOLO III 



trarsi ; ed anche avvisato, non voler più le sue genti trarre 
contra il popolo, riducevasi nella fortezza di Porta Murata, 
e nel tempo stesso mandava per aiuti a Flrenze. Il 4 set- 
tembre, il Commissario — non estante l'assicurazione es- 
sere state dal popolo messe in dimenticanza la provoca- 
zione di Cipriani e Vinfame aggressione de' suai cavalieri 
— avendo respinto Tinvito fattogli di riprendere pacifica- 
mente 1 suoi quartieri, i soldati tumultuarono : ond'egli, 
temendo per se, entrato in mare su nave toscana coi ca- 
rabinieri — tanto fedeli al Governo, quanto invisi ai cit- 
tadini, ed eran da questi odiatissimi — prendeva terra a 
Gembo; indi, per la via di Pisa, recavasi a Firenze; ove 
sino dal giorno innanzi trovavasi una Commissione di Li- 
vornesi deputata ai Minlstri per ottenere Guerrazzi e Cor- 
sini con mandate di riordinare e ricomporre le faccende 
sconvolte. In sul cadere del 4, Domenico Guerrazzi giugneva 
in Livorno, e il mattino del giorno appresso metteva fuora 
il seguente manifeste: < Gittadini! — Commosso dai casi 
délia mia patria io mi riduco fra voi. È un semplice cit- 
tadino che ritorna in famiglia per provvedere in comune 
al pubblico bene. Tento indagare le cause dei fatti, ascolto 
i desidèri, le aM>rensioni, i voti vostri, e persuaso ormai 
che saranno conformi a giustizia, lo mi sforzerô che ven- 
gano esauditi. Gonfido nella temperanza vostra, nella be- 
ne volenza che il Principe professa avervi portata sempre, 
e tuttavia portarvi, e in Dio che illumina il cuore degli 
uomini, afflnchè ogni discordia venga lealmente e deflniti- 
vamente sopita, per attendere con voleri uniti, e con forze 
concordi alla difesa délia Patria comune. Il nostro aimico 
è il Tedesco. Onta sia a chi ha potuto vedere i nimici 
d'Italia in altre file che in quelle dello straniero! » — In 
questo stesso giorno, 5 settembre, di ritorno dalla guerra 
di Lombardia scendeva a Livorno un battaglione di volon- 
tari toscani, duce il maggiore Gfhilardi, lucchese, cui senza 
por tempo in mezzo il suprême Maestrato conferiva il co- 
mando di tutte le forze armate, milizia stanziale e cittadina. 



Digitized by VjOOQIC 



LA T080ANA; FUOA DI IiSOPOLDO II 137 

Mentre tali casi awenivano in Livorno, il Granduca e 
î consiglieri suoi, fatta deliberazione di racquistare la 
città nbelle cou le guardie cittadine dello Stato — ciô che 
se fosse accadato, avrebbe arso tutto il paese di fuoco di 
guerra civile! — decretarono di fare la massa di quelle 
in Pisa. Leopoldo, che doveva condurle aU'impresa, nel 
chiamarie aile armi, volgevaloro tali parole: « Niun pen- 
siero ostile si racchiude verso i traviati, ma voglio fare 
soltanto ad essi coaoscere per via d'unanime manifesta- 
zlone quanto il sentire di tutta Toscana sia risolutamente 
awerso a quelle massime sovvertitrici, le quali a nulFal- 
tro potrebbero mai condurre, fuor che a scindere misera- 
bilmente — e la Dio mercè per brève tempo — questa che 
fu sempre tanto concorde famiglia. L'effetto, che noi con- 
fidiamo d'ottenere, è il ricondurre i pochi sedotti a quella 
unità di volere, délia quale il vostro concorso, o militi cit- 
tadini, sarà oggi una solenne dichiarazione » (1). — Al- 
l'appello del Principe poche guardie cittadine risposero; 
perô che, délie cento mila che Toscana contava scritte 
ne* suoi battaglioni, tre mila soltanto si trovassero al campo 
di Pisa il giorno délia rassegna di Leopoldo, che fu il 7 
settembre di queiranno 1848. Pieno di vergogna e rabbia 
ei lasciô siibito il campo, che di 11 a poco venue sciolto ; 
e siccome d'armi proprie pochissime numerava, ne bene 
ordinate, e, quel che era peggio, da debole militare disci- 
plina corrette, cosi ferme in sua deliberazione di volere 
con la forza ridurre i ribelli aU'obbedienza, mandava per 
aiuti alla Sardegna. E gli aiuti — da quattro mila soldati 
con sèguito di cannoni — vennero solleciti; se non che, 
chiaritisi avversi alla impresa, per far la quale il Gran- 
duca avevali chiesti, rimasero inoperosi in Lucca e in Pisa. 
Giuseppe Montanelli, il quale, ferito a Montanara, era ve- 
nuto a mano degli Austriaci, tornato in quel mezzo di sua 



(1) Manifesto pubblicato in Firenze il 5 settembre 1848. 



Digitized by VjOOQIC 



138 CAPITOLO III 



prigionia a Pisa, vi si metteva a predicare concordia al 
popolo, e a difendere la causa dei Livornesi; e, recatosi 
poscia in Parlamento, adoperava la sua éloquente parola 
per indurre i Ministri a comporre con onestà e giusUzia 
le cose di Livorno, in modo che fossero salvi il decoro e 
l'autorità del Governo e pienamente soddisfatte le asplra- 
zioni di quella città generosa e forte. Giugneva allora 
in Firenze una seconda deputazione livornese, per ottenere 
dal Principe quanto dai cittadini ardentementc si deside- 
raya — già altra volta stato richiesto, ma invano — e la 
elezione altresi a governatore Domenico Guerrazzi ; quella 
deputazione faceva conoscere, che se il Granduca si osti- 
nasse a niegare le concession! domandate, Livorno sepa- 
rerebbesi dalla Toscana per reggersi a governo di popolo. 
Leopoldo e i Ministri suoi — che per la mala riuscita 
del campo di Pisa e per Tavversione dei soldati sardi di 
farsi carnefici di fratelli erano sbaldanziti dimolto — tutto 
accordarono, tranne la dignità di governatore di Livorno 
a Guerrazzi; e anzi, allô intente di generare discordie e 
promovere scissure nella parte libérale davano queirofficio 
— tanto ambito dal democratico livornese — a Montanelli; 
il quale da prima rifiutavalo per rispetto e devozione a Guer- 
razzi; e di poi Taccettava a patto che, messa innanzi al popolo 
la sua elezione, ei venisse gridato con suffragio unanime. 
Cosi fu, senza che nascessero disordini nel campo libérale» 
o nimicizia tra i due capi délia parte democratica, tra i due 
emuli al suprême potere nella città, cul, per amore di concor- 
dia, Domenico Guerrazzi fece pronta rinunzia, non estante 
lo tenesse già dal Principe : questo fu atto di virtù patria, 
che che ne dicessero poi i nimici suoi, de' quali ebbe dimolti. 

Montanelli, sino dal primo suo giugnere in Pisa, aveva 
tenuto discorso su la nécessita di convocare una Costihtente 
italiana; la quale signiflcava unificazione délia pairia 
italiana e guerra ai regnanti nella penisola: ond'era av- 
versata da quanti Governi stavano in Europa contra alla 



Digitized by VjOOQIC 



LA toscana; PCGA DI LEOPOLDO II 139 



iibertà e persino, e forse più d'ogni altro, da quello di 
Francia repubblicana, che se desiderava vedere nel setten- 
trione d'Italia un regno forte e indipendente, non voleva 
perô sapered'una Italiaunita{\). Il grido di CosUtuentej le- 
vato da Montanelli, corse con la velocità del pensiero tutto 
il bel Paese, ne commosse e agitô i popoli, destando negli 
animi dei veri amatori délia prosperità nazionale e délia 
patria grandezza la speranza del sollecito effettuarsi délie 
jwpirazioni di tanti secoli, il sospiro di innumerevoli ge- 
norazioni. — I casi di Livorno avevano destato in Toscana 
universale malcontento verso il Granduca e i supremi reg- 
iritori dello Stato; 1 cui modi di governo e di contegno 
nelle circostanze passate — in verità assai difRcili e cala- 
raitose — avevano rivelato di quale natura fossero la bontà 
t* cleraenza dl Leopoldo II, per lo addietro tanto celebrata, 
e lo infîngersi e il tristo dissimulare de' suoi Ministri. In- 
teppellati questi in Parlamento su le faccende délia Lega 
italiana, rispondevano: — Le pratiche per essa camminare 
a seconda dei desidèri di tutti ; essere prossimi gli accordi 
tra i principi per la convocazione di una Dieta In Roma. 
n Lo lodi, che allora si ebbero dai Deputati, dai Senatori 
e fiai popolo mutaronsi in severissimo biasimo e in vitu- 
p^rio. quando seppesi che il re Carlo Alberto erasi già 
chiarito contrario a qualunque Assemblea, la quale in se 
accogliesse elemento popolare ; in oltre, che Perdinando di 
Napoli aveva protestato, che non sarebbe per entrare mai 
in lega col Monarca sabaudo. Scoverta la impudente men- 
zogma, i Ministri, non potendo più reggere lo Stato, iti la 
^ra del 12 ottobre al Granduca, rassegnavangli Toflacio 
loro; la quale cosa, mentre soddisfaceva ai desidèri dcU'u- 
niversale, dava origine a molti intrighi délia parte mode- 
rata e délia democratica, allora aflfaticantesi per far saliro 



(1) Lamartine, nella Sioria delîe Eivoîuzioni di Francia^ aifermô 
che la Francia non doveva permettere mai che tra essa e l'Austria si 
averse a coatitnire nell'Alta Italia nn forte Stato. 



Digitized by VjOOQIC 



140 CAPITOIiO III 



ai supremi poteri uomini délia loro parte. In assai cattivo 
momento era venuta a Leopoldo quella piauozia, perô che 
essendosi di quel giorni la metropoli austriaca sollevata 
contra il Governo suo, il Granduca fosse pieno di dubbi e 
di incertezze sui provvedimenti da prendersi: ond*egli de- 
liberava d'aspettare il fine del moti di Vienna per potere 
scegliere i nuovi Ministri nella parte moderata o nella 
democratica, seconde che l'Imperatore avesse felicemente 
domata la ribellione o questa avesse vittoriato di lui. lu 
fatto, Leopoldo II, appena ricevuta la novella délia fuga di 
Ferdinando a Olmutz, chiamato a se Montanelli, lo incari- 
cava di comporre un Governo, che fosse bene accetto al 
paese. Non di buona voglia, ma costretto dalle nécessita 
dei tempi, che allora volgevano grossi di pericoli per la 
sua corona, egli associava Domenico Guerrazzi a Monta- 
nelli, e con ciô rendeva agevolissimo, quanto prima era diffi- 
cile assai, intendo dire il eostituirsi di una nuova Ammi- 
nistrazione; nella quale, il 27 ottobre, siedette Ministre 
sopra le armi Mariano d*Ayala; sopra la giustizia, Giu- 
seppe Mazzoni; sopra Tistrazione pubblica, Prancesco Fran- 
chini; sopra gli affari interni, Domenico Guerrazzi, e sopra 
gli esterni, Giuseppe Montanelli, cui toccô Tonore altre<^i 
di presiedere ai colleghi, che la Toscana libérale salutô 
con gioia, reputando per quoi Ministri assicurato un av- 
venire felice alla patria ; avvegnachè promettessero ampie 
riforme, più larghe libertà e la Costituente. Se la parte 
democratica poteva a buon diritto gloriarsi délia splendida 
sua vittoria, la moderata perô non davasi per vinta; che 
anzi, piii che mai adoperavasi a preparare rovine alla ri- 
vale, aiutata neH'impresa dal Granduca e dalla sua fami- 
glia; la quale erasi in quel mezzo condotta a Siena allô 
intente di congiurare con piena sicurezza, e proseguire, 
senza tema d'essere scoverta, le segrete pratiche che gik 
teneva con FAustria, dalla quale sperava, in giorno non 
lontano, avère aiuto d'armi per tornare lo Stato airantico 
reggimento. La elezione di quegli uomini di parte démo- 



Digitized by VjOOQIC 



LA TOSCAN a; FT70A DI LBOPOLDO II 141 

cratica al governo délia cosa pubblica provocô le ire délia 
ambiziosa nobiltà fiorentina, che tanto erasi maaeggiata 
in Corte del Principe per recarsi in mano il suprême po- 
tere; non pochi di essa lasciarono allora Firenze; alcuni 
offlciali délie guardie cittadine, tre segretarl di Stato e 
Bettino Ricasoli, Gonfaloniere délia città, fecero rinunzia 
ai loro oflîci ; mostrando cosi di porre gli interessi délia 
propria casta al di sopra di quelli délia patria. Montanelli, 
venuto in Parlamento, ai rappresentanti del popolo parlô 
queste parole: « Nello assumere il reggimento dello Stato 
aoi non lasciammo alla porta armi e bagagli. La CosH- 
tuente promulgammo nei nostri scritti ; la Costituente pro- 
mulghiamo nel Governo; essa consiste nel suffragio di 
ventitrè milioni d'uomini legittimamente rappresentati per 
determinare la forma degli ordini pubblici che meglio loro 
convenga. Se non che questo sovrano Oongresso ha da es- 
sere pegno d'amicizia, e non impedîmento a conseguire la 
suprema délie nostre nécessita, la liberazione d'Italia. 
Quindi, apparecchiandola noi, non intendiamo che venga 
convocata in città più inclita délia nostra, quantunque no- 
bilissima essa sia, e ne pure vogliamo che non abbia ef- 
fetto per pbca autorità del nostro Stato, o turbi le amici- 
zie frateme coi popoli vicini. A noi basta di avère pro- 
mulgato il principio, e richiamare di continue sopra di 
esso l'attenzione délie genti italiane.... » — A quei Ministri, 
banditori di Costituente e che stavano per inaugurare una 
polUica informata ai princlpi di larga libertà, mal si ad- 
dava quel Parlamento, che per lo addietro era stato spesse 
volte più curante degli interessi délia sovranità grandu- 
cale, che del vero bene délia patria e che, senza tema 
d'errare, possiamo alQfermare avère esso mostrato altresi 
pih servilità che indipendenza; necessitava portante di 
rinnovarlo. A ciô si oppose da prima Leopoldo II, bene 
prevedendo che i nuovi Deputati non sarebbergli stati 
molto favorevoli, causa la grande preponderanza acquista- 
tasi di quei giorni dalla parte libérale su la moderata; 



Digitized by VjOOQIC 



142 CAPITOLO III 



costretto di poi dai Ministri, il 5 noTembre soscriveTa il 
decreto di licenziamento del Parlamento. Se non che per 
ottenere una vera rinnovazione di questo — cosa ppoprio 
délia massima importanza — abbisognava, prima di appel- 
larsi al popolo nei Gomizi per conoscerne Topinione, mo- 
dificare la legge elettorale, piena di privilegi, e allargare 
il diritto di saffragio, alio scopo di rendere forte, almeno 
per numéro, lo olemento libérale nella nuova Assemblea. 
Ma di ciô, nalla; i Ministri, che pur volevano il bene del 
paese, non sempre perô sapevanlo fare: onde i Deputati 
eletti con gll usati modi di suffragio e di un suffragio ri- 
stretto ditroppo, non risposero degnamente aile speranze 
concepite dai supremi reggitori, ne agli interessi dello 
Stato. — Le notizie del miserando fine di Pellegrino Rossi, 
anrenuto il 15 novembre, e délia fuga di Pio IX a Gaeta, 
seguita dieci giorni dopo la nefasta uccisione di quel suo Mi- 
nistro, riempirono di spavento Leopoldo e i suoi cortigiani, 
non perô Montanelli, il quale anzi rall^rossi délia fuga del 
Papa, corne di un ostacolo tolto a' suoi disegni; avvegnachè 
in Botna libéra egli vedesse la naturale sedia ^eWAssem- 
hlea Cosiituente italiana, e la metropoli di un nuovo rè- 
gne, ch'ei deliberava comporre per Leopoldo con la Toscana, 
gli Stati pontifici e la Sicilia. Oombatteva la sua proposta 
il Principe ; il quale, al Ministre insistente, rispondeva cosi : 
= Religione e coscienza vietargli d'usurpare i possedimenti 
altrui; chè disonesta usurpazione sarebbe lo accettare la 
dedizione, eziandio spontanea, di gente soggetta alla signoria 
délia Santa Sede, o soggetta al Borbone. = Antica e ingiu- 
sta teorica dei re despôtici, i quali pensano, i popoli ap- 
partenere alla corona e non essere mai padroni di loro 
stessi; ereditarsi essi corne armenti e peggio. 

Oorreva il 10 gennaio 1849, quando i nuovi eletti dai 
popolo raccoglievansi a Parlamento; il Granduca lesse loro 
il discorso inaugurale, lavoro ornatissimo e scritto cou 
arte sottile da Domenico Guerrazzi, il quale, senza adden- 
trarsi nelle quistioni politiche, accennava nondimeno a 



Digitized by VjOOQIC 



LA T08GAKA ; FUOA DI LEOPOLDO II 143 



tutte. Divenuto Ministre, Guerrazzi rivolse gli sforzi 
per conduire a conciliazione il Principe coi sudditi ; non 
ostante ei fosse contrario alla CostituentSy reputandola, 
nelie condizioni d'allora dellltalia, più di danno che di 
vantaggio agli interessi patrii, pure non la respinse, perche 
desiderata vivamente dai piti. Allô entrare in Parlamento 
Leopoldo fu dai Deputati e dal popolo, ivi accorso in foUa, 
festeyolmente salutato; flnito il suo dire ricevette gran- 
dissimi applausi, e nell'uscire daU'Assemblea venue frago- 
rosamente acclamato. I Fiorentini, non veggendo siibîto 
pubblicarsi il décrète per la CosHtuente italiana — la 
quaie volevasi da tutti, si avesse a riunire presto in Roma 
— diedersi a romoreggiare. La sera del 21 gennaio recar 
tisl in gran numéro in su la piazza degli Uf/izi, con grida 
minacciose chiederano ai Ministri la legge sui Comizl. 
Guerrazzi, fatto conoscere, come quel moti inconsulti tur- 
bassero la Toscana, la quale areva somme bisogne di tran- 
quillità e pace a fine di provredere efâcacemente al bene 
pubblico, riusci a mandarli presto aile loro case; ma il 
mattino del vegnente tornati a tumultuare davanti al pa- 
lazzo Vecchio, Tolendo a ogni costo la pubblicazione im- 
mediata délia legge tante sespirata, deputavane alcuni di 
essi al Parlamento e ai Ministri. Senza por tempo in mezzo 
questi portavano al Sovrano il décrète délia legge cemi- 
ziale, invitandole a settoscriverlo, ch'egli perô, awersissime 
alla Costitieente, niegava con futili ragieni di soscrivere ; 
se non che, Taccorto Guerrazzi, indovinata la ragiene vera 
del rifiuto, facevasi ad assicurarlo, che qualunque fosse 
ïter essere Cesito délie cose, egli non correrebbe pericolo 
teruno; vincitori gli Atùstriaci, sarebbe stato rispettato 
come principe di casa Ahshurghese ; vincitrice Vltalia, 
la generosità sua di sotioporre alVarbitrato del popolo 
la corona granducale, gliela avrebbe raffermata più 
glorîosa sul siio capo. — E sicceme il Granduca tuttavia 
ostinavasi in suo diniego per ragiene di coscienza o ri- 
spetto al Pentefice, cui quel décrète arrecava non poco 



Digitized by VjOOQIC 



144 CAPITOLO III 



danno, Guerrazzi toglieva ogni scrupolo daU'animo timo- 
roso e pio del Principe, inducendo Montanelli a levare dal 
decreto ciô che poteva offendere i diritti deila Ghlesa e 
del supremo capo di essa : allora Leopoido soscrisse il de- 
creto che, appena avuta la sanzione del Parlamento, veniva 
messo fuora per le stampe (1); i popoli di Toscana lo ao- 
colsero con gioia, e festaati tributarono lodi al Granduca 
e ai Ministri suoi. ^ 

Mentre la pace pareva assicurata e il comporsi amiche- 
vole d'ogni differenza faceva sperare che le faccende dello 
Stato dovessero ornai cainminare in buono accordo tra il 
Principe e i sudditi, una nuova tempesta s'addensava sopra 
la Toscana. Patto securo degli aiuti delFAustria, il Gran- 
duca aveva risoluto di seguire Tesempio del Ponteflce ; la 
anarchia in cui, egli tenevasi certo, sarebbe caduto il 
paese, causa la sua fuga, doveva porgergli il pretesto di 
implorare armi straniere, con le quali egli avrebbevi ri- 
messo Tordine e gli antichi modi di reggimento. Il primo 
febbraio Leopoido recavasi a Siena, ove la parte moderata 
accoglievalo tra le grida di; Viva VArciduca; non vo- 
gliamo più di cosUtuzione ; e la parte libérale a sua po- 



(1) Ecco il decreto del 22 gennaio 1849 per la Costituente, sotto- 
scritto dal Granduca: 

u V La Toscana mandera trentasette Deputati all'ABsemblea Na- 
zionale convocata in Roma. 

2^ I Deputati saranno eletti su le basi del suffragio uniyersale 
diretto. 

3° Ë elettore ogni cittadino di ventun anno compiuto, qualora goda 
il pieno esercizio de' suoi diiitti. 

40 È eleggibile ogni cittadino italiano maggiore d'anni yenticinque* 

5^" Sarà stabilito un compenso bouTeniente per ciascuno dei De- 
putati. 

6** Le forme più spécial! délie elezioni e Tepoca précisa délia con- 
Yocazione dei collegi elettorali saranno stabilité con apposito regola- 
mento. » 



Digitized by VjOOQIC 



LA TOSGANA; PUOA DI LBOPOLDO II 145 

sta gridando: Viva la CostUitente, a basso il Oranduca. 
Dopo essersi per alquanto tempo guardate con mal piglio, 
le due parti vennero aile ingiurie da prima, a pugna mar 
nesca e a spargimento di sangue da poi. Questi furono i 
prodromi di guerra civile, che doyeva di li a poco divam- 
pare per quella contrada e recarie danni e lutti ; Topera 
meditata dal henigno e amorevole Principe aveva avuto 
cominciamento : i fratelli eransi bruttati di sangue fra- 
terno! La subitana partenza del Ghranduca da Firenze, délia 
quale non conoscevansi le ragioni, destô grave turba- 
mento nelle popolazioni^ già da tempo dubitanti di sua lealtà 
e fede; ne valeva a tornarle alla tranquillità la notizia di 
avère egli chiamato a se il ministre Montanelli, che sol- 
lecito andava a lui per ricondurlo a Firenze, ove piii 
che mai era di quei giorni necessaria la sua presenza, 
ed eziandio per allontanare i sospetti d'avere la famiglia 
del Oranduca avuto mano nel tumulte di Siena, di cui 
perô ben sapevasi essere stata principale promovitrice 
la consorte sua^ Maria Antonietta di Napoli. Ghiari 
ci6 il giudizio mosso contra alcuni délia plèbe impri- 
gionati, i quali confessarono avère ricevuto dai nobili 
danaro per eccitare disordini, e a capo dei nobili stava la 
Granduchessa. — In questo mezzo giugneva a Leopoldo 
lettera del maresciallo Radetzky — allora in Verona — il 
quale in nome delllmperatore, suo Signore, signiâcavagli : 
= cfie s'egli volesse conformarsi ai consigli datigli poco 
innanzi dal swo Governo, lasciasse lo Stato e si ripa- 
rosse a Santo Stefano ; appena sottomessi i demagoghi 
délia Sardegna, volerébbe in suo soccorso con trentamila 
^ S!mi valorosi per riporlo sul trono arHto. = Dopo al- 
quanti giorni di aspettamento, il mattino del 7 febbraio, 
Montanelli veniva per la prima volta — e fu pure Tul- 
tima — ricevuto dal Granduca; il quale, fingendosi in- 
fermo, dopo brevissimo parlare licenziava il troppo credulo 
Miaistro. Erano trascorse poche ore da quel coUqquio, 
quando il Principe, recuperata Tniracolosamente la sainte, 

10 — Vol. n. Martaki — Storia poî. e mil. 



Digitized by VjOOQIC 



146 CAPITOLO UI 



salito in carrozza cou la famiglia usciva di Siena a pas- 
seggio, ne più vi riedeva. Montanelli, che di fughe non 
sospettava, fu preso da forte maraviglia ricevendo, in sul 
cadere di quel giorno, due lettere di Leopoldo. Nella prima, 
affatto privata, il Granduca raccomandava al Ministre i 
famigliari lasciati in Firenze e Siena ignari dei disegni 
suoi ; in oltre, pregavalo a permettere che lo seguissero le 
bagaglie menate di Firenze a Siena, ch'erangli stretta- 
mente necessarie. La seconda lettera, che il Principe 
ordinavagli di far siibito di pubblica ragione, molto impor- 
tando conoscerla in tutta la sua interezza, perché rivela 
il carattere di chi la scrisse, la mettiamo innanzi ai leg- 
gitori nostri. — « Scorsi otto giorni da che io mi trovo 
in Siena ; e sapendo da piii parti che moltissime voci, nella 
metropoli e altrove, dicono che la mia lontananza da Fi- 
renze muove da cagioni di timoré o d'altra plii rea na- 
tura, io posso ora e debbo apertamente palesarne la causa 
vera. Il desiderio di evitare gravi turbamenti, mi spinse 
il 22 gennaio 1849 ad approvare, che fosse in mio aome 
presentato alla discussione e al veto délie Assemblée légis- 
lative il disegno di legge per la elezione dei rappresen- 
tanti toscani alla Costiluente italiana. Montre la discus- 
sione doveva maturarsi al Consiglio générale e al Senato. 
io ml riserbava ad osservare Tandamento délia medesima 
e a riflettere sopra un dubbio che sorgeva neiranimo mio, 
che potesse cioè incorrersi con quella legge nella scomu- 
nica indicata nel Brève di Sua Santità dei primo gennaio 
1840 da Gaeta. Questo mio dubbio manifestai ad alcnni 
dei Ministri, accennando loro che il pericolo intrinseco délia 
censura mi sembrava dipendere principalmente dal man- 
date che si sarebbe poi conferito ai Deputati délia Costi- 
tuente, e di cui non era parola nel disegno di legge. Ma 
nella discussione dei Consiglio générale fu mossa appunto 
questione intomo ai poteri da darsi ai Deputati délia detta 
Assemblea Costituente^ e fu rîsoluto e approvato alla una- 
nimita, che dovesse intendersi essore il loro mandato illi- 



Digitized by VjOOQIC 



LA. TOSGAKA; FUGA DI LBOPOLDO II 147 

mitato. Allora il dubbio si fece in me gravissimo, e credei 
di dovere sottoporre la quistione al segreto giudizio di 
più persone autorevoli; e tutte poi rispettivamente coa- 
veanero nel dichiarare incorrersi con taie atto uella 
censura délia Ghiesa. Nondimeno esseado stata sparsa 
da taluno notizia con moite apparenze di verità, che il 
Papa non soltanto non intendeva di condannare la (Josti- 
tuente italiana, che egli anzi interrogato su tal proposito, 
non ayeya disapprovato di votarla^ io volendo procedere in 
questo importantissimo affare per le vie piii sicure, e avère 
un giudizio solenne e inappeUabile, mi risolsi» con lettera 
del 28 gennaio passato, a consultare il Somme Pontefice, 
al giudizio del quale in si fatta materia io come Sovrano 
cattolico doveya intieramente sottopormi. La replica di 
Sua Santità per improviste circostanze mi è pervenuta 
più tardi di quelle che io credeva; quindi la rAffione per 
eui ho sospeso finora a questa legge la sanzione anale che 
per Io Statuto apparteneva al Principe. Ma la lettera de- 
siderata è ora giunta, ed è nelle mie mani; Tespressioni 
del Santo Padre sono cosi chiare ed esplicite da non 
lasciare l'ombra del dubbio ; la legge délia Costituente 
italiana non puô essere da me sanzionata. Finchè la Costi- 
tînente era taie atto da porre a rischio anche la mia co- 
rona, io credei di poter non fare obbietto, avendo solamente 
in mira il bene del paese e Tallontanamento d'ogni ria- 
zione (sic). Perciô accettai un Ministère, che Taveva già 
acclamata e che la acclamô nel suo programma, e ne 
feci so^etto del mio discorso d*apertura nelle Assemblée 
législative. Ma poiehè si tratta ora di esporre con questo 
atto me stesso e il mio paese a sventura massima, quale 
è quella d'incorrere io, e di fare incorrere tant! buoni 
Toscani nelle censure fulminate dalla Ghiesa, io debbo ri- 
cvLsarmi daU'aderire e Io faccio con tutta tranquillità di 
mia coscienza. In tanta esaltazione degli animi è facile 
il prevedere che il mio ritorno in Firenze in questo 
momento potrebbe espormi a tali estremi da impedirmi la 



Digitized by VjOOQIC 



148 CAPITOLO III 



libertà del voto che mi spetta. Perciô io rai allontano 
dalla metropoli e lascio anche Siena, afflnchè non sia detto 
che per raia causa questa città fu campo di ostili riazioni. 
Confldo perô, che il senno e la coscienza del mio popolo 
sapranno riconoscere di quai grave peso sia la cagione 
che mi obbliga a dare il veto e spero che Dio avrà cura 
del mio diletto paese. Prego infine il Ministère a dare 
pubblicità a iutta la présente dichiarazione, onde sia ma- 
nifeste a tutti come e perché fu mossa la negatira che io 
do alla sanzione délia legge per la elezione dei rappre- 
sentanti Toscani alla Costituente italiana. Che se taie pub- 
blicazionè non fosse fatta nella sua integrità e con solle- 
citudine, mi troverei costretto a farla io stesso dal luogo, 
ove la Provvidenza vorrà ch' io mi trasferisca » (1). 

Non era ancora sorta l'aurora dell'S febbraio, quando i 
Ministri toscani venivano chiamati a consulta da Monta- 
nelli, tornato nella notte da Siena a Firenze, per discutere 
su quanto meglio convenisse aile difQcili circostanze d'al- 
lora. La notizia délia fuga del Principe, la quale per tem- 
pissimo e con celerità straordinaria aveva corso tutta la 
città, ne gettava gli abitanti in forte, ma diversa commo- 
zione; avvegnachè dei cittadini di quell'andata del Gran- 
duca a Santo Stefano si rallegrassero — ed erano i più — 
e altri si dolessero; perô la incertezza dell'awenire met- 
teva in tutti non poca inquietudine, eccetto nei più svi- 
scerati di governo a popolo, i quali speravano veder presto 
compiersi l'ardente lor voto. I tamburi délie guardie cit- 
tadine suonavano a raccolta, montre la carapana del Qo- 
mune con gravi rintocchi chiamava i Fiorentini a parla- 
mento in su la piazza délia Signo^Ha, come ai tempi di 
sua gloriosa repubblica, nei momenti di pericolo, per prov- 
vedere aï casi délia patria. Dalla loggia dell* Or^a^wa, ove 



(1) Questa lettera del Granduca era stata scritta in Siena il 7 feb- 
braio 1849. 



Digitized by VjOOQIC 



LA. TOSGANA; FUOA DI LBOPOLDO II 149 

eransi raccolti i capi del Circolo popolare, cui presiedeva 
Mordini — alcuni oratorio dopo avère fatto conoscere aile 
moltitudini congregate la fuga di Leopoldo, i bisogni del 
paese e la nécessita di soddisfare ad essi con efflcacia e 
soUecitudine, proposero la creazione di un Governo tem- 
poraneo con Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni, a candizione 
che la CosHtuente italiana avesse a determinamela forma 
defifUtivay e che frattanto ei si riunisse e stringesse a 
queUo di Roma, tanto che i due Stati apparissero alVI- 
talia e al monda di compome une solo. £ il popolo gridô 
11 Governo temporaneo ; gridô Montanelli, Guerrazzi, Maz- 
zoni, la Costitt4ente e l'unione con Roma. — Montre tali 
case avyeniyano dlnnanzi al palazzo Vecchio, Montanelli 
idggeva ai Deputati lo scritto del Granduca ; indi in nome 
proprio e dei colleghi rinunziava aU'ofScio ad essi confe- 
rito dal Principe Ifùggitivo. Stava egli per mettere fine al 
sao dire, quando gli eletti dal popolo a riferire al Parla- 
mento le deliberazioni state prese, entrati a forza neirAs- 
semblea con numerosa accompagnatura di cittadini, chie- 
devano che siibito venisse licenziato il Governo. Avvisati 
non avère essi diritto di parlare, ma soltanto di porgere 
petizioni, alteramente rispondevano: = Essore portatori 
di quanto volevasi dal popolo, cioè un Governo temporaneo 
COQ Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni. = LMmperioso comando 
tarbô non poco i Deputati; itimidi allora si ritirarono; gli 
animosi rimasero protestando contra quella invasione vio- 
lenta : onde TAssemblea riempissi di confusione e tumulte. 
A quietare Tagitazione e ricondurre tutti a concordla, 
Guerrazzi, salito su la tribuna, con parole generose ed 
eloquenti — provata la nécessita che popolo e governanti 
s'avessero a stringere in fratellevole accorde per la sainte 
€ la grandezza délia patria — fece si che il Parlamento 
siibito tornasse a numéro, e riprendesse il discutere, poco 
innanzi sospeso, con quella dignità e pacatezza, ch'erano 
richieste dalla gravita délia cosa. Allora i Deputati con- 
fermarono con voce unanime quanto era stato risoluto dal 



Digitized by VjOOQIC 



150 OAPiTOLO m 



popolo, cioè la creazione di un triumvirato, costituito da 
Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni ; i quali chiamarono a soci 
nel Governo Mordini, Marmocchl e Romanelli, conservando 
gli antichi coUeghi Adami, Franchini e D'Ayala; il qualo 
ultimo perô fece sollecita rinunzia al suo ofScio, non vo- 
lendo trovarsi in un Governo costituitosi contra il legitUmo 
Sovrano. Nella sera di quel giorno 8 febbraio i Triumviri 
mettevan fuora il seguente manifesto ai Toscani : « Il Prin- 
cipe, a cui voi prodigaste tesori di affetto, vi ha abbando- 
nato ; e yi ha abbandonato nei supremi momenti di pericolo. 
Il Popolo e le Assemblée législative hanno appreso questo 
fatto con senso di profonda amarezza. I principi passano, 
i Popoli restano. Popolo e Assemblée ci hanno eletti a 
reggere il Governo temporaneo délia Toscana. Noi accet- 
tammo, e in Dio confidando e nella nostra coscienza lo ter- 
remo con rettitudine e forza. Coraggio! Stiamo uniti; e 
questo avvenimento sarà lieve come piuma caduta dairala 
di uccello che passa. Nessuno si attenti sotto qualunque 
proteste turbare la pubblica sicurezza. Il Popolo guardi 
il Popolo. La libertà porta bandiera senza macchia. I To- 
scani se lo rammentino. Oustodi, per volere del popolo, 
délia civiltà, délia probità e délia giustizia, noi siamo de- 
terminati a reprimere, e acerbamente reprimere le inique 
mené dei violenti e dei reirogradi; difensori délia indi- 
pendenza, noi veglieremo a ordinare armi libère e ono- 
rate. » — Tra i primi e più important! atti del Governo 
temporaneo dobbiamo notare il licenziamento dei Deputati 
e Senatori, che dovevano venir surrogati da un'Assemblca 
eletta da sufTragio universale, e il chiamarsi délie milizie 
a giuramento di fedeltà al nuovo'ordine di cose; contra il 
quale ultimo décrète non pochi ufflciali deiresercito, dopo 
aver giuratoj protestarono : assai cattivo esempio di mili- 
tare disciplina, di quel giorni oltremodo ralientata! In ve- 
rità, quale fondamento avrebbero potuto fare i supremi 
reggitori nell'ora del pericolo sopra soldatesca, che amore 
di patria non infiammava ? e pure essa aveva strenuamente 



Digitized by VjOOQIC 



LA T08CANA; 7U6A DI LBOPOLDO II 151 

combattuto con volontari concittadini suoi alla giornata 
<]i Curtatone e Montanara, si gloriosa per le armi toscane ! 
Il Principe avevala guasia, e parimenti aveva guaste le 
genti dei contadi, che in nome diLeopoldolevayansi proprio 
allora a guerra civile. 

Il 9 febbraio era in sul cadere» quando grosse compa- 
gnie di campagnuoli fiorentini irrompevano contra porta 
San Frediano. Guardie cittadine e municipali, popolo ar- 
mato insieme confuse ad alquanti soldati délia milizia re- 
golare^ una mano di Polacchi e un battaglione di Lombardi 
— che trovavansi in Firenze — chiamati dai Triumviri 
correvano aile difese; e dopo lieve contraste mettevano 
in fuga gli assalitori ; 1 quali» scoraggiti dal mal esito sor- 
lito alla loro impresa, riedevano ai domestici focolari. 11 
giorno appresso gli Empolesi alzavano la bandiera délia 
ribellione; ma intimoriti dUle minaccie di D'Apice — 
fatto générale toscane — che uscito di Livorno con buona 
mano di soldati e con artiglierie muoveva contr'essi, po- 
savane le armi e davano in potere di quel générale i pro- 
movitori délia ribellione. A impedire chequesta avesse ad 
allargarsi e a prontamente spegnerla ne' suoi primordi, 
sommamente urgeva allontanare di Toscana il Granduca, 
la oui dimora in Santo Stefano — ove, fuggitivo da Siena, 
erasi ridotto — era un continue pericolo alla tranquillità 
•iel paese. Il quale, in un manifeste ai sudditi (1), ricor- 
dati airesercito i suoi giuramenti, agli ufficiali pubblici 
Tosservanza dei propri doveri, e al popolo la fedeltà verso 
il suo p/Hndpe cosUtuzionale, protestava contra il Governo 
temporaneo, eziandio affermando di non tenere validi gli 
atti da esso emanati. — In quel mezzo l'oratore di Sar- 
degna in Firenze, recatosi con quelli degli altri Stati 
presso il Granduca, offrivagli in nome di Carlo Alberto 



(1) Manifesto dei 12 febbraio 1849. 



Digitized by VjOOQIC 



152 CAPITOLO in 



soccorso d'armi sabaude per la restaurazione del suo prin- 
cipato. Aveva taie disegno conceplto Vincenzo Giobertî — 
che di quei giorni presiedeva ai ^inistri del Re — te- 
mendo che le idée di repubblica, allora germoglianti in 
tutta Toscana, non avessero a propagarsi nel regno sardo, 
e soprammodo in Genova, la quale mostravasi tuttavia 
amantissima di governo a popolo, avvegnacliè per esso 
fosse un tempo salita a potenza e a ricchezza veramente 
stragrande. A Carlo Alberto, che senz'essere soUecitato 
aveva ofiferto aiuti di soldati suoi per Timpresa di To- 
scana, il Granduca siibito rispondeva: = Accettare con 
animo grato il valide suo appoggio, ch*egli considerava 
corne prova délia divina protezione ; pregarlo, che la schiera 
di sussidio dovesse essere forte di quattro o cinque mila 
uomini almeno; in oltre, avvertirlo che al De Laugier — 
il quale con le genti toscane teneva il campo in Luni- 
giana — era stato ordinato di operare in armonia con le 
milizie sarde; in fine, fargli conoscere d'aver partecipato 
ai rappresentanti degli Stati amici il soccorso offertogli e 
Taccettazione del medesimo. i=: Leopoldo aveva appena 
spedita la lettera sua a Carlo Alberto, quando arrivava a 
Santo Stefano il Bargagli, oratore di Toscana in Corte del 
Pontefice ; veniva a soUecitarlo in nome di Pio IX, del re 
Ferdinando, d'Antonelli e d'Esterhazy di lasciare la To- 
scana e recarsi a Gaeta ; per6 che gli Stati cattolici aves- 
sero deliberato di intervenire in Roma per rimettervi la 
sovranità papale ; e siccome essi non volevano che la Sar- 
degna si facesse restauratrice del trono granducale, cosi il 
Governo di Vienna aveva risoluto di ricondurre, con le 
armi dell'imperio, Leopoldo II sul trono degli avi. Per le 
quali cose il Granduca rinunziava agli aiuti di Sardegaa, 
non estante la vivissima disapprovazione dei rappresentanti 
dei Governi stranieri, che giudicavan'o taie rifiuto molto 
dissennato e contrario ai principi di una prudente politica. 
I Livornesi, tosto che seppero délia fuga del Principe, 
vollero gridare la repubblica; ma da far cio 11 distolse 



Digitized by VjOOQIC 



LA toscana; FUGA DI LBOPOLDO II 158 

Mazzini, pôrtatosi alloratra essi; « lo repubblicano per la 
Yita, disse egli, vi esorto ad attendere la iniziativa di Roma. 
La nazione, per mezzo dei rappresentanti del popolo, eletti 
con soffragio universale e con libero mandato, farà cono- 
scere le sue volontà, e noi ci inchineremo dinnanzi a quel 
potere. » — Délia libertà svisceratissimi sempre, i Livor- 
nesi diedero in quei giorni difficili e nei più calamitosi 
che seguirono di 11 a poco, prove splendidissime del loro 
amore al paese. Alla chiamata dei supremi governanti 
corsero con entusiasmo a sedare le ribellioni e a difendere 
la patria contrada quando fu minacciata d'invasione ni- 
mica. Dopo avère fatta Timpresa d*Empoli, presidiata l'isola 
d'Elba e presidiata altresi quella del Giglio allô intente di 
impedire a Leopoldo di cercare in esse un rifugio, grossa 
schiera di cittadini di Livorno — duce Giovanni La Ge- 
ciiia — camminô verso Santo Stefano per costringere il 
Grauduca a lasciare la Toscana; avvegnachè la sua pre- 
senza in quella terra servisse di proteste alla parte mode- 
rata di tenere il paese in continua agitazione ed anche, 
quando corresse tempo propizio, di levarlo a guerra civile. 
Egli perô non attese a mettersi in salvo il giugnere del- 
Toste livornese ; chè, il mattino del 20 febbraio salito so- 
pra nave britanna, spiegasse le vêle per Gaeta. Stava La 
Cecilia con sue genti in Grosseto di Maremma in su le 
armi per muovere verso Santo Stefano — era il 19 feb- 
braio — quando pervenivagli da Pigli, Governatore di Li- 
Torno, Tordine di tornare sollecito addietro. « Ventimila 
Sardi, scriveva egli, sono in procinto di invadere la To- 
scana guidati da De Laugier, il quale avrebbe ieri pubbli- 
cato lettera del Principe che, nel dargli taie incarico, 
commettevasi alla sua fede. » — Se bugiarda era la no- 
Tella dello avanzarsi dei Sardi minaccianti invasione messa 
fttora da quel générale (1) e sostenuta dalla parte mode- 



Ci) Nel 8110 manifesto del 17 febbraio ai Toscani il générale De Lau- 



Digitized by VjOOQIC 



154 OAPITOLO III 



rata allô intente tristisaimo di mantenere il paese in cou- 
tinua commozione, verace perô era la notizia délia ribel- 
lione di De Laugier, che con tre mila soldati e alquante 
artiglierie da Massa e Garrara e da Pietrasanta minacciava 
offendere Lucca. Per assicurare la pace alla Toscana i 
Triumviri deliberavano di assalire e dfsperdere le milizie 
tamnltaanti dell'agitatore ribelle ; al quale scopo mettevano 
assieme forte schiera di soldati regolari e volontari, fidan- 
done il govemo a D*Apice ed eleggendo Commissario délia 
impresa Domenico Guerrazzi. A combattere De Laugier le 



gier aveva scritto cosi: u Per sostenere lui, le milizie del Re sardoin 
numéro di ventîmila uomini passano ora le frontière dello Stato. » Cou 
lo annunciare soccorso si poderoso di soldatesche sabaude egli sperava 
intimorire i suoi conoittadini e indurli a poaare le armL Taie menzogna 
fruttô nuoyo vituperio a quel générale, la cui vita era macchiata del 
gangue d'un camerata, Stefano Bandini, da lui Bpento a tradigione la 
notte del 10 aprile 1807. — Eeputo neoessario far conoscere con brève 
parola quel générale, cui sorti Tonore insigne di comandare a quanto 
di piû eletto la Toscana ebbe spedito alla guerra di Lombardia ; notizie 
tolte A un documento délia famiglia Bandini di Pietrasanta. — Con- 
dannato De Laugier dal tribunale militare per quel misfittto a pena 
infamante, yenivagli poco appresso questa mitigata per quietanza del 
padre delVucciao — cosi dal sopra citato documento — coneedutagli per 
interposizione di peraone ragguardevoli ; dopo alquanti mesi di prigionia 
De Laugier ricuperava la Ubertà. Cancellato dai ruoU dell'esercito to- 
scane, egli entré in quelle del reg^no italico; caduto il quale nel 1814 
ool oadere dell'imperio napoleonico. De Laugier fece ritomo in patiia; 
ma non gli riescendo di venire riammesso nelle milizie di Toscana, egli 
andd al solde del Be di Napoli. Tomate il quai reame ai Borboni, egli 
recossi nuovamente al paese native; e fa allora che per intercessione 
del colonnello Fortini, suo parente, fd collocato nelle fianterie grandu- 
cali col grade di capitano, e ciô con décrète spéciale del principe, eAe 
aoeva posta un vélo sut trascorH giovanili di De Laugier, Da qael 
giorno ei non lasciô più le insegne dei Lorenesi, i quali, con un atto 
di lor soyrana yolontà, mutarono Vucdditore di un 8uo eamerata in un 
soldato onoratof A pagare si grande bénéficie il générale De Laugier 
nel 1849 messe le armi toscane — fidate alla sua lealtà — a ribellarsi 
al Goyemo per restaurare il trono di Leopoldo II. 



Digitized by VjOOQIC 



LA TOBCANA; FUOA DI LEOPOLDO II 155 

armi toscane mossero da Lucca divise in tre ordinanze; 
una dl queste per la marina di Viareggio'ayanzossi contra 
il campo nimico ; la seconda camminô verso Monte Ghiesa ; 
i^ultima, per San Quirico, portossi a Gamajore, ove trova- 
vasi il grosso délie forze awersarie; la riscossa tennesi 
in Val di Serchio. Giusta l'ordine del Gommissario porta- 
vano tntte ramoscelli d'olivo sui caschetti e su la bocca 
degli schioppi; incontrando resistenza dovevano chiedere, 
se per Vempietà (Vun ttomo avessero i fratelli a uccidere 
i fratelli. All'avvicinarsi délie schiere del générale D'Apice 
i soldati di De Laugier protestano di non voler combat- 
tre i loro concittadini : ond'egli è costretto a togliersi da 
Camajore e indietreggiare da Pietrasanta, e il giorno ap- 
presso — il 23 febbraio — a portarsi a Massa; abbando- 
nato da' suoi iti al campo del Gommissario, De Laugier 
Tiparasi a Sarzana — terra dello Stato sardo — e di poi alla 
Spezia: questo il fine deirincruenta impresa di Lunigiana. 
Mentre qui tali fatti si compivano, gli abitatori del con- 
tado fiorentino, levatisi per la seconda volta in su le armi, 
ritentavano la métro poli, allora che il presidio di questa 
camminava verso Lucca per la spedizione testé narrata. 
Era da poco caduta la notte del 21 febbraio, quando un 
trarre fragoroso di moschetti • facevasi udire fuor délie 
mura che corrono da porta al Prato alla Romana. Lo im- 
provviso assalto turbava, ma non isbigottiva i cittadini; 
che, prese le armi, coi Lombardi e i Polacchi — i quall 
trovavansi tuttavia in Firenze — si recavano soUeciti aile 
porte minacciate e con lieve sforzo respingevano gli assa- 
litori, dei quali non pochi venivano a lor mano. Fu allora 
che il Governo temporaneo, a farla finita con gli eccitatori 
a guerra civile, istituiva una Gommissione, la quale avesse 
a giudicare con tutto il rîgore délie Jeggi militari quor 
lunque attentato sedizioso alla tUa, agli averi dei cittor 
dini e alVordine pubblico. Taie Gommissione di guerra 
ebbe vita brevissima; perô che Guerrazzi la licenziasse, 
appena allontanato ogni pericolo di ribellione e assicurata 



Digitized by VjOOQIC 



156 CAPITOLO III 



la pace al paese ; ciô che avvenne pochi giorai appresso 
il suo ritornodlLunigiana; délia quale clemenza i nimici 
délia patria proôttarono per rinnovare lor parricida im- 
presa. — In questo mezzo una grossa mano di soldatescbe 
austrlache e modenesi erasi appressata ai conâni toscan!, 
alla cui difesa subito accorreva Montanelli. Quelle solda- 
tesche perô presto indietreggiarono per tema di vedersi 
levata la via al ritorno dal générale Lamarmora, che allora 
teneva il campo a Sarzana con una divisione sarda. 

Intanto awicinavasi il 5 marzo, giorno âssato per la 
riunione del Parlamento — che chiamossi di poi Costttuente 
— e tanto sospirato dai Toscani, i quali speravano udire 
presto gridata dai loro rappresentanti Vunificazione con 
Roma per costituire poscia assieme nel mezzo dell'Italia 
una forte repubblica. Guerrazzi, che aveva fatto ogni sua 
possa per differire il convocamento deirAssemblea, avrer- ' 
sissimo alla uni/ÎGazione, perché reputavala dannosa alla . 
patria, erasi preparato a combatterla : intente suo, salvare 
le libertà e le franchigie costituzionali col ricondurre a ; 
concordia il Principe coi sudditi. L'avversione sua aHuni- i 
ficarsi di Toscana e Roma egli scusô dicendo non doversi j 
suscitare gelosie in Carlo Alberto prima del rompere délia . 
guerra alVAustria, che affermava essere imminente; e ■; 
quando la Sardegna fu vinta a Novara, Guerrazzi sostenne | 
il diniego suo a queirunione mettendo innanzi il pericolo ) 
dello intervento straniero. Egli ben doveva prevedere che \ 
Venezia e Sicilia non tarderebbero a seguire Tesempio di | 
Toscana, onde sarebbesi creato uno Stato di taie potenza 
da assicurare le sorti deiritalia. Allora il disastro di No- 
vara non avrebbe avuto conseguenze esizialissime alla pe- 
nisola ; ne Roma, ne Venezia sarebbero cadute ; la quale 
cosa possiamo affermare senza tema di venire contraddetti, 
memori deU'assedio si strenuamente e a lungo da queire- 
roiche città sostenuto contra le armi di Francia e d'Austria. 
L'opinione pubblica era omai diventata si imperiosa e qua;si 



Digitized by VjOOQIC 



LA TOSCANA; FUGA DI LBOPOLDO II 157 

minaecîosa, che il Guerrazzl si vide costretto a scendere 
a concessioni ; ma fermo sempre nel riienere inopportuna 
Tunità assoluta dei due Stati, egli prese a negoziare con 
Maestri, inviato a lui dalla repubblica romana, sopra faccende 
affljtniûistratiye non di alta importanza, con somma accor- 
tezza ponendo in- disparte quelle di grave momento. Bene 
apponeadosi, che gli sarebbe stato impossibile di tenersi in 
mano Tautorità suprema senza mostrarsi obbediente ai vo- 
lerî del popolo, nél discorso, col quale inaugurô il nuovo 
Parlamento, disse parole favorevoli alla uniflcazione di 
Toscana e Roma. Egli allora menti ; avvegnachè, non avendo 
fede veruna in quella repubblica, retta da uomini poveri 
di consiglio e che armi non possedeva, non intendesse u- 
nirsi mai ad essa. In fatto, pretessendo, corne già dicemmo, 
la nécessita o meglio la convenevolezza d'attendero il rom- 
persi délie ostilità tra la Sardegna e TAustria, riescî a im- 
pedire ai Deputati ogni discussione su Tunione dei due 
paesi. Repubblicano impaziente flno a quel giorni, Dôme- 
nico Guerrazzi erasi tutto mutato e d'un tratto ; egli, si 
fiero, non isdegnô allora di volgersi ai principi e di farsi 
propugnatore di reggimento monarchico, per lo addietro 
da lui vivamente combattuto. Ove era ito quelVamore suo 
STisceratissimo per la più larga libertà, ond'egli poco prima 
tante ardeva per la patria, amore ch'egli seppe potente- 
mente trasfondere negli scritti suoi ? Quanto diverse le 
opère sue dai principi innanzi professât! e con mirabile 
coraggio banditi nei tempi délia tirannide î Quale dififerenza 
tra Guerrazzi cittadino, e Guerrazzi ministre e dittatore ! 
— In quel torno di tempo era giunto in Firenze Lorenzo 
Valérie, speditovi dal Governo sardo per chiedere ai Trium- 
viri soccorso d'armati per la guerra, che il re Carlo Al- 
berto stava per muovere aU'Austria ; e i Triumviri promisero 
aiuti maggiori dell'armi che essi possedevano; certamente 
Guerrazzi moltissimo avrebbe date, se moltissimo avesse 
avnto ; egli favoreggiava allora tanto la Sardegna monar- 
chica quanto avevala per lo addietro awersata; e dicevasi 



Digitized by VjOOQIC 



158 CAPITOLO III 



pronto a uaire la Toscana al regao dî Garlo Alberto, se 
questi fosse riuscito vincitore nella guerra coatra la si- 
gnoria austriaca. Per raggiugnere lo intento suc Guerrazzi 
sospendeva il convocamento deirAssemblea legislativa sino 
al 22 marzo, e lo prorogava di poi sino al 25; nel quale 
giorno, ei diceva, la sovranità popolare surrogherà il 
Ooverno temporaneo. — Nel di fissato i rappresentanti del 
popolo raccoglievansi a Parlamento. Alcuni di essi, dopo 
avère udito da Montanelli la relazione di quanto i Trium- 
viri avevano operato a vantaggio délia cosa pubblica, fa- 
cevansi a chiedere loro, che senza por tempo in mezzo 
avessero ad acclamare la repubblica toscana e la sua 
unione a Roma. Domenico Guerrazzi, pretessendo la inop- 
portunità di tali atti, niegava soddisfare a taie giusta do- 
manda; e siccome per lui stavano i piii dei Deputati, cosi 
la proposta di quella acclamazione, mandata a partito, ve- 
niva rejetta (1). Il contegno del Dittatore non avova ancora 
destato sospetto veruno sopra i disegni suoi, sia ch*egli 
sapesse con somma avredutezza e finissima arte nascon- 
derli, sia clie i Toscani nutrissero tuttavia per lui cieca 
fede Gli infingimenti di Guerrazzi non erano perô sfuggiti 
agli occhi yigill dei repubblicani ; i quall, severi sindaca- 
tori del Governo, arevano penetrato le sue mire restau- 
ratrici di principato, onde si erano allontanati da lui ; ma 
godendo sempre di molta aura popolare, non potevano coq 
sicurezza di vittoria combatterlo ; fu quindi nécessita di 
aspettare Toccasione favorevole, che non tardô ad arrirare. 



(1) u In nna pubblica adunanza tenuta il 18 febbraio sotto le logge 
degli Uffizi e alla qnale s'affollaTano da dieci mila persone, fed votare 
l'adozione délia fonna repnbblicaiia, ronione a Borna e la oomposizioiie 
d'un Comitato di difesa composto di Gnenuizi, Montanelli e Zannetii 
Gli nomini, che reggevano, ricnaarono. lo partii alla yolta di Roma, 
doye m'ayeyano eletto depntato. » 

GnxsipPB Mazzini, Seritti politici, yol. y, cart 186; Milano, IS^. 



Digitized by VjOOQIC 



CAPITOLO IV. 

La Sicilia e Ferdinando Borbone. 



I SieilÎAiii gridano Be il Daca di Geaoya, Ferdinando di Sayoia. In- 
Gortesze del Dnca di GenoTa sa raocettarione délia corona offer- 
tagli. ~ Spedizione dei Napolitani in Sioilia; Hesdna ricade aotto 
la tiiannide borbonica. — Preparamenti del Goyerno sicnlo per la 
gnerra. — H Parlamento napolitano prorogato al 30 noyembre; 
le tregne. — L'uUimatum del re Ferdinando; disdiconsi le tregne 
di Messina. — La Sicilia prépara le resistenze; il Borbone licensia 
il Parlamento. 



n 13 aprile 1848 il Parlamento siculo, ael decretare la 
decadenza délia dinastia borbonica dal trono di Sicilia e la 
forma di governo con la quale dovoya reggersi il naovo 
Stato, deliberava di eleggere a Re un principe italiano, 
dope avère perô adattato ai bisogni richiesti dai tempi mu- 
tati la CosMuzione del 1812. Le quali riforme consistevano: 
nel figsare le norme per la elezione dei Pari ; nel determi- 
nare la religione cattolica, apostolica, romana quella del 
regno e la sovranità popolare dover risiedere neiruniver- 
salità dei cittadini; nel niegare al Re il diritto di licenziare 
e prorogare il Parlamento, e ai rappresentanti del popolo 
compensi pecaniari; in fine nel limitare il diritto elettorale. 



Digitized by VjOOQIC 



160 CAPITOLO IV 



— Correva il 10 luglio di quelVanno 1848, quando i Par- 
lamenti delllsola raccoglievansi in Palermo per discutere su 
la elezione del nuovo Sovrano. Non pochi Deputati ostavano 
a che s*ayesse a deliberare di cosa di momento tanto grave, 
allora che piîi forte ferveva la guerra in Lombardia ed erauo 
di avviso d^aspettarne Tesito, il quale avrebbe a tutti con- 
sigliato quanto piii convenisse operare nello interesse délia 
patria. I Deputati di parte moderata, spinti da Francia e 
da Bretagna ed eziandio appoggiati dagli uomini del Go- 
verno, mettevano innanzi la nécessita di darsi prontamente 
un Re. Ghiaro appariva il fine di tan ta loro sollecitudine; 
l'aristocrazia, tutta la parte moderata e i Governi degU 
Stati benevoli alla Sicilia non volevano che la repubblica 
avesse a stabilirsi nell'isola. Ben presagivano i i*epubblicani 
che la elezione del Re fatta innanzi tempo poteva acca- 
gionare pericoli alla patria, creando una rivalità fatale agli 
interessi d'Italia tra Carlo Alberto di Sardegna e Leopoldo 
di Toscana. In fatto, se la Sicilia chiamasse a se un principe 
di Casa Savoia, si inimicherebbe Toscana, Roma e la stessa 
Francia, la quale non avrebbe veduto di buon occhio la 
Sardegna accrescere in potenza e diventare prépondérante 
nella penisola, senza compenso alcuno per se, corne aveva 
affermata il Ministre francese su gli affari esterni nella riu- 
nione deirAssemblea nazionale del 19 giugno ; qualora poi 
la Sicilia acclamasse Re un figliuolo del Granduca, rende- 
rebbesi nimiche la Sardegna, la Lombardia e Venezia. Il 
Governo inglese erasi chiarito favorevole alla elezione del 
Duca di Genova; quelle di Francia, alla nomina del se- 
condogenito di Leopoldo, non estante la sua minorità. I 
Siciliani, i quali volevano subito un Re e non una reg- 
genza, eransi mostrati propensi al flglio di celui, che allora 
con tutte sue genti combatteva per la sainte d'Italia ; per 
la quale cosa, quando nei Parlamenti siculi il Ministre per 
gli affari'stranieri, Mariano Stabile, annunziô, c?ie Francia e 
Bretagna^ per vedere a^sicurato Vordine e il benessere di 
Sicilia^ avevano promesso di prontamente riconoscere la 



Digitized by VjOOQIC 



LA 8ICILIA B FSBDIKANDO BOBBONB 161 



indipendenza stm e anche qicel principe iixiliano che sa- 
rebbe stato eletto a reggere i suai destlni, mandata a par- 
tito la nomina, veniva con suffragio unanime gridato Re 
il Duca di Genova. A mezzanotte di quel giorno 10 luglio il 
Parlamento générale deirisola decretava: « !<> II Duca di 
Genova, flglio del présente Re di Sardegna, è chiamato con 
la sua discendenza a regnare in Sicilia seconde lo Statuto 
costituzionale del 10 luglio 1848. — 29 Egli prenderà nome 
e titolo di Alberto Amedeo Primo Re dei Sicilianî per la 
Costituzione del Regno (1). — 3© Sarà Invitato ad accettare 
e giurare seconde Tarticolo quaranta dello Statuto. » — I 
Palermitani, i quali con ansia febbrile avevano aspettato le 
deliberazioni dei Parlamenti, appena seppero di quella ele- 
zione, illuminarono le case e corsero le vie délia città gri- 
flando evviva al nuovo Re ; ma taie vittoria, nel porre fine 
alla splendîda epopea délia sollevazione sicula, doveva dare 
cominciamento a una iliade di dolori e guai, che ricondus- 
sero Tisola aU'antica signoria borbonica. I sacri bronzi e le 
artiglierie annunziarono con gazzarrastrepitosail di novello, 
che vedeva la bandiera siciliana salutata dai cannoni délie 
navi di Bretagna e Francia — le quali sorgevano in su 
ràncora nel porto di Palermo — e di li a poco rendersi 
sovrani onori al Présidente del Governo e ai Ministri dagli 
ammiragli d'inghilterra e délia Repubblica francese, Parker 
e Baudin: cosi délia Sicilia veniva allora riconosciuta la 
indipendenza da due grandi Stati d^Europa. Senza por tempo 
in mezzo Parker faceva^ col battello a vapore il Porco- 
^pino, trasportare a Genova Tinviato di Sicilia al Governo 
sardo annunziatore délia elezione al trono del secondoge- 
nito di Garlo Alberto; e Baudin spedivagli la deputazione 
dell'isola incaricata d'oflfrirne la corona al Duca di Ge- 



(n II Duca di Genova chiamavasi Ferdinando Maria Alberto Amedeo; 
il nome Ferdinando essendo esoso ai SiciHani, qaesti vollero chiamare 
il Re eletto coi nomi Alberto Amedeo. 

U — Vol. IL Mabiaot — Storia pd. e mil. 



Digitized by VjOOQIC 



162 CAPITOLO IV 



nova (1) ; alla quale dovevaao unirsi Emerico Amari e il 
barone Pisani, Gommissari siciliani presso il Re sabaudo. 
La Deputazione giugneva 11 21 luglio al campo di Marmi- 
rolo, ove, col comaado supremo deiresercito, Carlo Alberto 
teneva sua stanza; il quale nello accoglierla festosamente 
prometteva di presentarla il dimani al flgliuol suo, il Duca 
di Genova, allora campeggiaate ira Villafranca, Mozzecane 
e Castelbelfiore. Ma l'assalire degli Austriaci — che, co- 
miaciato il 22 su le alture délia Corona e di Rivoli, dovea 
posare soltanto a Milano in virtii di non molto onorevole 
tregua •— chiamando il Re a nuove e incessant! pugne. 
impedi a lui e agli inviati di Sicilia d'avviare le pratiche 
per l'accettazione délia corona offerta al figliuolo: onde 
quella Deputazione recavasi a Torino per trattare di essa 
col Governo del Re. La fredda accoglienza ricevuta dal 
Ministre sopra gli aflfari esterni, Lorenzo Pareto, reco do- 
lorosa sorpresa agli oratori siciliani, cui il benevolo par- 
lare del Monarca sabaudo era stato augurio lietissimo per 
la loro missione; quale dunque la ragione di mutamento 
si repentino? fu la protesta di Ferdinando di Napoli contra 
la elezione del principe di casa Savoia! la quale, se re- 
cata a effetto, non solamente avrebbe rotto i buoni accordi 
che legavano i due Stati, ma eziandio il Borbone sarebbesi 
valso di tutte le sue forze per prowedere alla integrità e 
al decoro délia monarchia délie due Sicilie : e queste pa- 
role il re Ferdinando scrisse nella sua protesta. E siccome 
Tambasciatore dlnghilterra in Corte di Torino, lord Aber- 
cromby, richiesto di consiglio in cosa di si alta importanza. 
aveva soltanto ricordato a Pareto la promessa del Groverno 
britannico, di riconoscere sovrano deU'isola il Duca di Oe- 
nova, quando si trovasse in possesso del trono di Sicilia, 



(1) La deputazione siciliana era composta dal Duca di Serradifalco. 
dai prineipi di Torremozza e San Gioseppe, dal barone Riso e dai de- 
pntati al Parlamento Ferrara, Perez, Natoli e Camazza. 



Digitized by VjOOQIC 



LA SIOILIA £ FBBDINANDO BOBBOKB 163 

cosi il Minlstro di Garlo Alberto significaya alla Deputazioae 
sicula: = Il principe sabaudo non accettare allora lacorona 
oflfertagll; primamente, perché reputavasi incapace di reg- 
gere popoli e governaro Stato; in secondo luogo, perché sti- 
mava dover suo di non lasciare la Sardegna, la quale, seb- 
bene vinta, non aveva perô posate le armi ; in fine, perché 
la sigûoria di Sicilia data a lui avrebbe attirato sul regno 
paterno la gaerra di Napoli, e su Tltalia^ nuovi danni e 
nuove discordie. = Taie diniego, non essendo assoluto, 
oon iscoraggi gli oratori siciliani, che subito chiesero un 
colloquio col Re e col Duca di Genoya, allp scopo di far loro 
direttamente la commissione ayuta dal proprio Goyerno. In 
sul mezzodi del 27 agosto, in Alessandria, la Deputazione 
veniva riceyuta da Carlo Alberto; il quale, dopo ayerle 
espresso con parole cortesi si, ma piene di sayia circospe- 
zione, la gratitudine deiranimo suo per Tonore reso dai 
Siciliani alla sua casa ed eziandio fattole conoscere Taffe- 
zioae che per essi aveya syegliato in cuore l'atto generoso 
di quelli, âniya il dire cosi: = Non poter ricevere, né 
rifiutare la corona offertagli per suo figlio senza prima 
consul tare i Ministri. = Congedata dal Re, la Deputazione 
presentayasi al Duca; il quale, dopo averle ripetuto quanto 
pochi giorni prima erale stato dette da Lorenzo Pareto, 
soggiungeya: = Le ragioni, che ayevano indotto a non 
accettare la corona, non essere di gran peso ; in ogni caso, 
egli obbedirebbe alla yolontà del Re suo padre. = In quel 
medesimo giorno il Ministre Lisio, che stayasi con Carlo 
Alberto, recayasi presse gli oratori siciliani per riferir 
loro, che il Ooyerno sardo riteneya corne afi^re d'intéressé 
politico il consentire o no alla accettazione del Duca; che^ 
non estante il vivo dosiderio di veder posare sul di lui 
capo la corona dell'isola, i Ministri molto esitavano per 
timoré délie ostilità del Borbone; che abbisognando essi 
di nuove guarentigie dall'Inghilterra, domandavano tem po 
bastevole a chiederle e ottenerle. = Le parole di Lisio la. 
sciarono negll animi degli inviati di Sicilia forte speranza 



Digitized by VjOOQIC 



164 CAPITOLO IV 



che gli ostacoli messî innanzi dal Q^overno sardo sarebbersi 
potuti senza gravi difflcoltà superare. Tutto aduaque di- 
pendeva dal buon volere dei Ministri inglesi; i quali se 
dcssero fede al Re d*appoggiarlo cou le loro armi nel caso 
di una guerra con Napoli, Carlo Alberto siibito acconsen- 
tirebbe alla accettazione délia corona offerta, nuUa avendo 
a temere di Francia ; chè , sebbene awersa alla elezione 
del Duca di Genova, corne sopra notammo, non sarebbesi 
perô opposta al desiderio dei Siciliani, per non rompere 
la buona amicizia che allora esisteva ira la repubblica e 
la Bretagna. Ma lord Palmerston, quando venne interpel- 
lato dai Gommissari di Sicilia su Taiuto ch*essi potevano 
sperare dal Governo délia Regina, rispose in queste seii- 
tenze: = Appoggio morale si, non d'armi perô; che se Per- 
dinando Borbone respingesse i consigli di lasciare ai propri 
destini l'isola, già toltasi alla sua signoria, egli non avreb- 
belo potuto costringere a ciô con la forza. Due espedienti 
rimanevano quindi a tentarsi dai Siciliani per salvarsi da 
una guerra di distruzione : riporre sul capo del Borbone 
la corona dell'isola, patteggiando salva la indipendenza 
amministrativa e legislativa; o, fatto délia Sicilia un reame 
indipendente^ offrirne la corona al flgliuolo del Re; che 
se tali onestissime proposte fossero reiette, l'Inghil terra 
insisterebbe presse il re Ferdinando di riconoscere il prin- 
cipe eletto dai Siciliani. = Alla demanda di soccorso, Pal- 
merston aveva risposto offrendo la sua mediazione, e con- 
sigliando ai Gommissari di mettere innanzi accordi pacifici. 
non estante conoscesse i disegni del Monarca napolitano e 
sapesse gli isolani pronti ai piii duri sacrifici e incapaci 
di commettere vilezze. Gli Stati amici avendo ricusato a 
quelli di concedere aiuto d'armi, quale via ancora rima- 
neva a tentare per trarre la patria a salvamento ? gridare 
la repubblica! 

Montre in Londra e in Parigi si consultava, Tisola tutta 
ardeva di guerra, e i soldati del Borbone vi commettevano 



Digitized by VjOOQIC 



LA SICILIA S FSBDIKAKDO BORBONE 165 

atti di tele ferocia, che gente barbara non avrebbe potuto 
commetterne di peggiori. Sino dal giugno il re Ferdinando, 
deliberato di racquistare la Sicilia per sola virtii délie 
armi, ayeva con la massima segretezza cominciato i pre- 
paramenti délia spedizione ; e ne soUecitàva il compimento 
al giugnergli délia notizia del dietreggiare di Carlo Al- 
berto dal Mincio e délie tregue fermate a Milano. In su! 
cadere d'agosto yenticinque battaglioni di fanti napolitani 
e svizzeri con numerose artiglierie — cbe insieme conta- 
vano da venti mila uomini — trovayansi raccolti intorno 
a Reggio di Galabria. Filangeri teneya la somma del co- 
mando deiresercito, partito in due diyisiôni ; la prima délie 
qoali staya agli ordini del maresciallo Pronio, i cui ge- 
nerali di brigata erano Schmid e Diyersi; l'altra, sotto il 
goyerno del maresciallo Nunziante, ayeya a brigadieri 
Lanza e Busacca. L*impresa doyeya cominciare con Tespu- 
gnazione di Messina, designata a base délie militari ope- 
razioni, e la cui cittadella e il castello di San Salyadore, 
muniti di trecento cannoni e presidiati da forte schiera 
di régi — quattro mila allô incirca — teneyansi tuttayia 
per Ferdinando. I coUi, sul cui yersante orientale siede 
quella terra animosa, erano guarniti d'artiglierie, disposte 
a offesa délia cittadella e del forte San Salyadore^ alzan- 
tisi presso la marina, e che alto yallo e largo fosso — i 
quali, afforzati da batterie di cannoni^ correyano dalla 
banchina del porto sino allô sbocco del torrente Zaera — 
separavano da Messina. Su la spiaggia del mare e sotto il 
forte di porta Real Basso rimpetto al castello, e allô sbocco 
di quel torrente i cittadini ayeyano costrutto due batterie; 
scopo di queste opère fortificatorie, offendere la cittadella 
e San Salyadore, e impedire ai presidi di uscir fuora per 
assaltare la città ; la quale da mezzogiorno e da occidente 
aveva difese poco yalide, che poteyano yenire facilmente 
soprayanzate dal nimico. Ginque mila uomini presidiayano 
Messina, ordinati in due piccioli battaglioni di fanti leg- 
geri, in sette squadre di gente ragunaticcia dei contadi e 



Digitized by VjOOQIC 



166 OAPITOLO IV 



in alquante compagnie di ai*tiglieri; cenquarantadue can- 
noni ne guarnivano le opère di fortificazione ; le guardie 
cittadine vegliavano alla sicurezza interna di Messina. Âii- 
tonino Pracanica teneva il comando supremo délie armi; 
il colonnello Orsini, quelle délie artiglierie; e Yincemo 
Miloro governava le sedici barche cannoniere, che guar- 
davano la marina. Bebole era il presidio, il quale non 
avrebbe potuto durarla a lungo senza l'aiuto del popolo 
che neirora del pericolo accorreva in grande numéro a 
sostenerlo. In sul ânire di luglio creavasi in Messina una 
consulta di difesa, che doveva prowedere con sollecitu- 
dine ai bisogni doUa città e accrescerne le forze ; ed essa 
proponeva di presidiare Scaletta con quattrocento uomiui 
e due artiglierie da campo; Spuria, con mille uomini per 
proteggere le batterie del faro; Gesso, con ottocento sol- 
dati e due cannoni ; Divieto, con dugento e due artiglierie ; 
Forza di Agrô, con duemila e quattro cannoni ; in fine, di 
portare quelle di Milazzo sino a quattro mila uomini, e 
aumentare i presidi di Gastellaccio e Gonzaga di clnquanta 
soldati ciascuno. In verità, le proposte délia Consulta erano 
savissime e proprio richieste dai bisogni délia guerra; 
ma non possedendo Messina armi e armati bastevoli a 
soddisfarli, essa risolveva di domandare al Governo cin- 
que mila uomini, cannoni, schioppi e munizioni di guerra. 
Era il 3 settembre, quando una fregata napolitana a 
vêla, quattro corvette a vapore e venti barche canno- 
niere (1), appressatesi alla spiaggia méridionale délia città, 
prendevano a trarre contra la batteria posta allô sbocco 
del torrente Zaera, eziandio fulminata dalle artiglierie 
délia cittadella e del forte Don Blasco ; rovinata la quale, 
molti marinai scendevano a terra, e unitisi ad alcune 
compagnie di fanti e ad una schiera di artiglieri e gua- 



(1) Qneste navi avevano a bordo tre mila nomini délia dirisioxie di 
Proxdo. 



Digitized by VjOOQIC 



LA SIGJLIA B FXBBIKANDO BOBBOKE 167 

stat^ri uscite fuora dalla cittadella tentavano sorprendere 
Messina. Ma i sooi difensori, che attenti yigilavano le 
mosse dei aimici, caddero sovr'essi con tanto impeto, da 
mandarli in pochi istanti con grave loro danno a cercare 
salvezza aile navi, alla cittadella. Allora i Napolitani pre- 
sero a bombardare Messina, nella quale opéra di yandalica 
distruzione consumarono cinque giorni, mandando a ro- 
rina templi e chiostri, palagi e case ; ne riederono agit 
âssalti, se non quando la videro ardere tutta di fuoco di 
jfuerra e coperta di ferro; nulla importava al Re cbe la 
città andasse disfatta, pur che vi si spegnesse la libertà. 
D mattino del 6 giugneva dinnanzi a Messina la restante 
parte deirarmata di spedizione ; erano tre frégate a yela, 
tredici navi a vapore, venti barche cannoniere e molti 
le^i minori, portanti la divisione di Nunziante ; la quale, 
verso le.nove antimeridiane scendeva a terra in vici- 
iianza di Gontesse, villaggio situato su la marina méridio- 
nale a due miglia dalla città; ed era nel suo sbarcare 
protetta dalle artiglierie délie navi e dal presidio délia 
cittadella uscito in buon numéro alla campagna, duce il 
maresciallo Pronio. Ai nimici invadenti, i Messinesi oppo- 
sero una resistenza strenuissima: onde la pugna fu osti- 
nata e sanguinosa. La fortuna mostrossi da prima favore- 
vole ai difensori délia libertà^ alla causa délia giustizia ; 
perô che le genti di Pronio, fulminate dai cannoni bene 
aggiostati dai Siciliani, disordinatesi , indietreggiassero 
sino alla cittadella; lo che vedutosi da Pilangeri, spingeva 
avanti speditamente un reggimento di fanterie napolitaiie 
e un battaglione dl Svizzeri, nel medesimo tempo coman- 
<Jando alla brigata Lanza di ferire la destra délie ordi- 
nanze nimiche, e a Nunziante d'assalirne con le artiglierie 
ia sinistra; più numerose essendo cosi le forze combat- 
tenti, maggiore fu Teccidio. AU'urto impetuoso degli assa- 
liton — gente tutta peritissima nelle armi — oppongono 
una resistenza superiore ad ogni elogio i difensori, per la 
massima parte ignari di cose di guerra^ ne per militare 



Digitized by VjOOQIC 



168 CAPITOLO IV 



disciplina esercitati nelle fatiche del campo. Âl fulmiaare 
délie artiglierie crollano i mûri délie case, per li rotti dei 
quali s'avanzano i Napolitani; e doye il forte contraste 
dei nimici impedisce loro di progredire, Filangeri fa get- 
lare il fuoco; cosi egli stesso ci lasciô scritto nel suo 
Racconto istorico del racquisto di Messina. Arsa la terra 
di Contesse e. attraversato il torrente Bordonaro non senza 
combattere, i régi presentansi dinnanzi al villaggio di 
Gazzi che, con Taiuto dei cannoni délie jiavi, se lo recano 
in mano e lo incendiano : la distruzione segna dovunqae 
i loro passi. Per indnrre i nimici a dietreggiare o togliere 
a questi la via alla ritratta, Filangeri tenta soprayanzare 
la sinistra délie loro ordinanze spingendo ayanti, per la 
marina, due battaglioni di fanti e alcune artiglierie da 
montagna ; ma la resistenza dei Siciliani è tanto yigorosa, 
che i régi, dopo avère sofferto gravi perdite, si tolgono 
giù da queir impresa. DalFaltra parte Pronio, il qoale. 
uscito con sue genti dalla cittadella, erasi sforzato di 
cacciarsi entre Messina — incessantemente battuta dai 
cannoni di quella — pativa danno si sanguinoso dal ber- 
sagliare vivissimo dei difensori, da essere costretto di tor- 
nare addietro per timoré di piii grande rovina. Il soprav- 
venire délia notte faceva sospendere la pugna, per andici 
ore combattutasi con varia fortuna, ma con pari rabbia e 
valore. Piraino, Oommissario del poter esecutivo del vallo 
di Messina, preveggendo prossimo il fine del combattere, 
tanto disuguale in forze, se non gli giungono gli aiuti pro- 
messigli da Palermo, che crede vicini, prega i comandanti 
délie division! navali d'Inghilerra e Francia ancorate din- 
nanzi alla città a voler interporre i loro buoni offici 
presse il générale suprême dei nimici per una tregua; che 
non fu possibile ottenere, perô che Filangeri demandasse 
la resa a discrezione di Messina, e i cittadinl non voles- 
sero senza guarentigie sicure darsi al Borbone, infldo man- 
tenitore di promesse e giuramenti ; per la quale cosa al 
sorgere del nuovo giorno ripigliavansi le armi e il com- 



Digitized by VjOOQIC 



LA. 8ICILIA S FEBDINANDO BOBRONE 169 

battere. Le genti di Proaio uscite dalla cittadella venivano 
aile prese eoi difensori del sobborgo di Zaera, che recar 
vansi in mano dopo averae coa yigorosi aasalti cacciati i 
cittadini, i quali di casa in. casa ritirayansi pugaando sem- 
pre, sebbene il numéro stragrande dei Napolitaai li oppri- 
messe. Padroni del sobborgo, i yincitori portavansi sopra 
il monistero délia Maddeleaa, la cui espugaazione doveva 
schiudere loro Tentrata in Messina. Tre volte assaltaronlo, 
tre volte venaero ributtati, e costretti d*attendere che il 
caonone rompesse i mûri del monistero per riedere aile 
offese; al quale ayyicinaronsi gli Svizzeri per Tassalto solo 
allora che yidero i difensori stremati di forze: ma sgo- 
mentati dalle resistenze strenuissime dei Siciliani, non ar- 
dirono tentarlo, se non quando seppero essere Nunziante 
entrato in cittèu Superati i mûri, gli Svizzeri invaditori 
ebbero a sostenere nella chiesa stessa del monistero assai 
féroce combattimento coi soUevati, cui eransi uniti i mo- 
naci; i quali tutti poi, dal numéro soverchiante dei nimici 
forzati a indietreggiare, cedettero palmo a palmo il ter- 
reno, sino a che pervenuti in su la piazza deirospedale e 
trovatovi un cannone vi arrestarono per alquanto tempo 
lo incalzare dei Napolitani. Imbestialiti questi per la inat- 
teaa resistenza dei vinti mlsero fuoco al pio ospizio: onde, 
quanti per la gravita délie ferite o délie malattie non po- 
terono fuggire, rimasero consunti dalle flamme. Montre 
tali vantaggi ottenevansi dalla divisione di Pronio, le genti 
di Nunziante, avanzatesi per la via di Gatania verso il 
forte Gonzaga — che senza colpo ferire veniva in loro 
potere, perché non munito di presidio -— occupavano le 
colline signoreggianti la città, nella notte lasciate dalla 
schiera di La Masa. Messina era omai perduta, awegna- 
chè superate dai nimici tutte le sue difese, fosse divenuto 
impossibile resistere piii a lungo. Le divisioni di Pronio e 
Nunziante insieme congiunte la allagarono uccidendo 
quanti incontravano con Tarmi alla mano, e facendo strage 
di vecchi, fanciulli e donne. Sangue, incendi e rovine se- 



Digitized by VjOOQIC 



170 CAPITOLO IV 



gnarono i passi del vincitore; dovunque il saccheggio; 
non rispettati i templi, rubati i vasi sacri, uccisi i sacer- 
doti ai pledi degli altari ; donne e giovanette da prima 
violate fino nelle chiese ove avevano cercato salvezza, di 
poi in crudel modo ammazzate. Troppo lungo, e por cU 
legge orribile troppo, sarebbe nàrrare le cose nefande 
oommesse dalle soldatesche del Borbone nella misera città, 
la quale ebbe a soffrire gli orrori d*una presa per assalto 
e d*una invasione di barbari. I soldati di nazione incivilita 
rispettano sempre e lodano il nimico che nel resistere 
perdura sino allô estremo; ma Ferdinando aveva gnasti e 
corrotti i suoi — Napolitani e Svizzeri — e Pilaageri, 
Pronio e Nunziante, per mostrarsi proprio degni del loro 
padrone ed essergli sempre più bene accetti, voUero al* 
lora vincere i barbari in efferatezza. « I nostri soldati» 
diceva Landsowne il 2 febbraio di queiranno 1849 nella 
Assemblea del Pari dlnghilterra, videro soldati uccisi, 
fortezze distrutte, case rovinate; ma essi videro ancoralo 
zoppo, il malato, il paralitico strappati dagli ospedali e 
scannati; donne, che avevano cercato un rifugio nelle 
chiese, violate e uccise; gente presa nelle campagne, e 
dove già sventolava la bandiera bianca, trucidata nelle 
pubbliche vie o su le spiaggie del mare. » Di taie grave ac- 
cusa di lui che presiedeva ai Ministri inglesi, il générale 
Filangeri — il quale tre giorni dopo la presa di Messina 
scriveva al Governodel suo Re: gliincendi sono cessatU 
giustificavasi dicendo: = Avère i Francesi ad Austerlitz 
e a Jena commesso crudeltà eguali a quelle de* suoi sol- 
dati in Messina. = 11 Times, diario di Londra avversis- 
simo alla soUevazione siciliana, narrando i casi di quella 
infelice città, il 18 ottobre, diceva cosi: « Gli incendi, che 
distrussero grande parte di Messina, non sono già tutti 
effetti délie bombe ; ma il fùoco fù principalmente appio- 
cato dai soldati napolitani con certe materie combustibili» 
uno degli istrumenti di guerra del générale Filangeri; il 
quale aveva comandato aile sue genti man mano avanzas* 



Digitized by VjOOQIC 



LA SICILIA S FEBDIHANDO BOBBOKB 171 

sero aelle vie di mettere fuoco a tutti gli edifici. A taie 
scopo 11 forni di fiaschi di latta pieni di liquido infiam- 
mabile» col quale bruciavano ogni cosa. » In brève ora la 
città rimase a meta déserta, per isfuggire alla rabbia e 
aile vendette di soldati borbonici, essendosi moite famiglie 
rifugiate su le navi di Bretagua e Francia, e moltissime 
sui vicini monti (1). Non ostante il cessare délie ostilità, 
duré ancora a lungo il fulminare délie artigliere con im- 
mense danno degli abitatori; « e per compiere vie meglio 
la distruzione, cosi lord Palmerston al Parlamento dei De- 
piitati inglesi, di quanto le bombe, le granate e il cannone 
non avevano potuto disfare, entrô in Messina una schiera 
di soldati. » Guasta e consunta dalle artiglierie e dal fuoco, 
derubate le chiese e le case, e persino i Monti di Pietà (2X 
roTinati per tre miglia tutto airintorno i campi e arsi gli 
abituri dei contadini, dopo una difesa eroica quella città 
tornava sotto la tirannide borbonica. Sfogate le ire e com- 
piute le vendette il re Ferdinando concedeva perdôno ai 
sollevati, eccetto perô ai sommovitori e accordava a Mes- 
sina e a' suoi sobborghi il privil^io di porto franco (3). 



(1) Gli stessi officiai! pnbblici dei Grovemo borbonico ebbero nei loro 
%ritti a fur conoseere Topera dévastatrice dei soldati di Filangeri. Il 
marchese di Gasaibile, Siadaco di Messina, il 12 settembre metteva 
faora il aegnente manifeste ai cittadini: u Dovendosi dal Sindaco di 
qnesta città prowedere agli alloggi militari, e per lo scarso numéro 
délie abitazioni délie qaali pa6 fars! aso, atantt le altre ineendiate e 
iûirwtte^ cosi vengono invitati e pregati i cittadini tntti che da questa 
trovansi assenti, le cni case abitabili sono chinse, a restitnirsi in città, 
apedîze persone di loro fiducia per aprirle, e coadinvare a questa parte 
intéressante di reale servizio..... » 

(2) n Monte di Pietà di Monticello, dopo essere stato derubato dei 
pegni dai Borbonici, veniva dato aile fiamme; la parte maggiore dei 
bottino £atto a Messina fa portata in Calabria. 

(3) n 31 marzo il Parlamento sidliano aveva restituito a Messina e 
û snoi sobborghi quel porto franco di cni godevano sino dal 1784 e 
che il re Ferdinando aveva hr toîto con frode e violenza. 



Digitizedby VjOOQ IC 



172 CAPITOLO IV 



La aovella che una forte spedizlone d*armi napolitane 
stava per assalire la Sicilia — novella il 2 settembre par- 
tecipata dal Governo dell'isola al Parlamento — veniva 
accolta e salutata dai Deputati e dal popolo con grida di 
giola e di vero entusiasmo. La vicina guerra non arrivava 
loro inaspettata, perô che non avessero sperato mai che 
la mediazione inglese e 1 buoni offlci di Francia avessero 
potuto coadurre a conciliazione onorevole il re Ferdiaando 
e la Sicilia, conciliazione resa oitremodo difficile dairodio 
che gli isolani portavano a lui e alla sua famiglia; e 
quanto taie odio fosse fiero e intense lo prova il décrète 
del Parlamento per la fusione in cannoni délie statue 
in bronzo dei reali di casa Borbone» non pregevoli corne 
opère d'arte. Un dei Pari nello approvare quel décrète 
aveva dette, doversi fondere quelle statue, ancorchè non 
potessero dare fuorchè il bronzo hasteoole per unapistola 
da scaricarsi contra il petto del tiranno. — Il grido dî 
guerra alzato a Palermo trovô eco favorevole nel cuore 
di tutti i Siciliani; ai quali il Governo rivolse queste pa- 
role: « Una lieta notizia noi dobbiamo annunciarvi. Celui 
che fu nostro tiranno, perduta la speranza di spegnere la 
nostra liberta e la nostra indipendenza nei lacci cQploma- 
tici, tenta Tultimo sforzo, e prépara una nuova spedizione 
contra questa terra, che rosseggia del sangue de'suoi sa- 
telliti, ed echeggia del grido dei nostri trionfi! Il Governo 
si renderà degno con la gagliardia e la prudenza del po- 
polo cui è preposto. Il Governo è sicuro deU'appoggio délie 
Camere, délia guardia nazionale, deiresercito, di tutti i 
corpi armati» di tutto il popolo, di questo popolo, cui è 
gioia lo annuncio d*un nuovo periglio, perché cagione di 
vittorie nuove je di nuova gloria! Siciliani! Il grido délia 
nostra soUevazione trovô eco in tutta Europa, destô i dor- 
ment!, scorô i tristi! fece impallidire i tiranni. Uomini dei 
primo settembre, del 12 geunaio, del 22 febbraio, uomini 
per li quali non vi è battaglia senza vittoria, all'armi ! al- 



Digitized by VjOOQIC 



LA SICILIA E FBBDIHANDO BOBBONE 173 



I*armi! Goncordia, abnegazione, sacriâci d*ogni guisa: ogni 
casa sia una fortezza, ogni clttadino un milite, ogni ferro 
un'ârma. Vengano, vengano i codardi; il turbine deirira 
nostra 11 spegnerà in un istanteî » 

Corne Messina generosamente rispondesse aU'invito di 
coloro che reggevano i destini délia patria, or ora nar- 
rammo; corne rispondesse la rimanonte parte di Sicilia 
Tedremo tra brève. — Il giorno in cui i Napolitani scen- 
devano neirisola, una deputazione di Messinesi, presenta- 
vasi al Governo in Palermo per chiedergli aiuto d*armi, 
d'armati e di danaro, allô intente di soddisfare ai bisogni 
délia guerra, giusta le proposte délia Consulta di difesa ; 
e i Ministri concedevanle subito danaro, munizioni da 
guerra e schioppi, ma niegavanle soccorsi di soldati, per 
non indebolire il presidio délia metropoli, che più d*ogni 
altra città importava difendere ; persuasi che lo sforzo dei 
nimici non sarebbe stato volto a Messina — contra la 
qMle essi, cosi credevasi, avrebbero soltanto simulato un 
assalto per divertire l'attenzione loro — sibbene rivolto a 
Palermo, perché sede del Par lamente e del Governo; le 
accordavano per6 mille uominl délie squadre campagnuole. 
— Mentre nel Parlamento dei Comuni discutevasi sopra 
i sussidi d'inviarsi a Messina, giugneva per telegramma 
al Ministre su le armi Favviso dello sbarco dei régi ; al- 
lora i Deputati, credendo che in quel momenti supremî 
meglio d'ogni altra forma di reggimento avrebbe prowe- 
duto alla salvezza délia patria una Dittatura forte e co- 
raggiosa, offrivanla ai Ministri; i quali perô riflutavanla 
afifermando: = Bastar loro lo appoggio del popolo e dei 
SQoi rappresentanti ; verun pericolo interne minacciare il 
paese; qualora imperiosa nécessita li costringesse a vio- 
lare le leggi costituzionali, non esiterebbero a farlo per 
salvare la libertà. = Il giorno appresso la novella, che 
Messina aveva vittoriosamente combattuto il primo affronte 
coi nimici, riempiva Palermo di gioia; nella nette una 
uave a vapore camminava verso la città assediata con 



Digitized by VjOOQIC 



174 CAPITOLO IV 



munizioni da guerra, danaro e quattrocento armati, duce 
La Masa, e nella notte del 5 altri ottocento partivano a 
quella volta. Le notizie del campo, a brevi intervalli spe- 
dite da Piraino ai Ministri^ montre facevano conoscere la 
coraggiosa resistenza dei Messinesi e la deliberazione da 
essi fatta di vincere o morire^ annunciavano altresi il 
grave strazio che la città pativa dal fulminare incessante 
dei cannoni délia cittadella, deiresercito di spedizione e 
délie navi napolitane. Il 6 settembre il Ministre sopra le 
armi, avvertito, per telegramma, da Piraino del giagnere 
del grosso deirarmata regia, del sùblto sbarcare délia di- 
visione di Nunziante e del ricominciare degli assalti, spe- 
ditamente su nave a vapore mandava a Messina quattro 
battaglioni di fanti, danaro e munizioni da guerra. Aile 
tre pomeridiane del giorno appresso Palermo seppe del 
sacriâcio dellà città sorella, la quale voile perdere tutto 
per salvare l'onore; i régi, non potendola vincere, per 
riaverla diedersi a disfarla, a incenerirla! Se i modi, coi 
quali venne condotta Timpresa, fruttarono vituperio eterno 
al re Ferdinando, a Filangeri, a Pronio e a Nunziante, i 
sacriâzi generosamente e con grande animo sostenuti e 
le pugne eroicamente combattute fruttarono ai Messinesi 
gloria immortale. — La perdita di quella fortissima terra, 
sebbene fosse una grave sventura nazionale, un danno a 
ripararsi impossibile, non solamente non iscoraggi i Sici- 
liant, ma aggiugnendo odio nuovo aU'odio antico verso la 
signoria del Borbone per li barbari suoi modi di guerreg- 
giare, accrebbe nei fieri isolani la speranza di potersi di- 
fendere e sostenere e l'ardore del combattere^ e toise ogni 
via ad onesta conciliazione con Napoli. « Prima délie ro- 
vine di Messina, disse allora il ministre La Farina nel 
Parlamento siculo, venire ai patti coi Borboni sarebbe 
stato errore e vergogna; dopo il sacriflcio di quella città, 
tradimento e infamia. » — Era tempo di risolutamente 
deliberare e di operare con fermezza; e i Ministri sici- 
liani, traendo coraggio dalla stessa gravita del momento, 



Digitized by VjOOQIC 



LA 8ICILIA K TJBBDINANDO BOBBONE 175 



seppero prendere partit! vigoposi, e fecero con forte vo- 
lonta quanto stette in poter loro per la salute délia patria. 
Decretarono quindi: = di chiamare ia su Tarme i licen- 
ziati dairesercito regio dai 1834 in poi; di mobilitare 
parte délie guardie nazionali; di conduire al solde loro 
une pib officiali generali stranieri e almeno quaranta 
offlciali délie artiglierie e degli ingegneri militari; di 
prendere dai privati a prestito cavalli e muli per for- 
nirne la cavalleria e i traini; di fabbricare venti mila 
picche per armare il popolo in mancanza di schioppi; 
di ordinare il clero in compagnie per la sicurezza interna 
inquei Gomuni, le cui guardie nazionali dovessero uscire 
contra il nimico; di vettovagliare Palermo per cinquanta 
giorni; di istituire Gomitati di guerra nelle città lontane 
dalla sede del Ooverno e una Gommissione, la quale avesse 
a studiai*e i luoghi piii important! a munirsi d*artiglierie ; 
in fine, di erigere in Palermo nella nuova via délia li- 
bertà un tempio a Nostra Donna delta Vittoria. = Per 
raccogliere le forze armate, allora molto sparse neirisola, 
il Governo ordinô campi militari a Melazzo, Taormina 
Gatania, Siracusa, Girgenti, Trapani e Palermo; ma di 
questi campi soltanto quel di Taormina fu mandate a ef- 
fetto, nel quale Pracanica riuni buona parte dei difensori 
délia caduta Messina: le tregue, fermatesi poco di poi tra 
i combattenti, fecero sospendere Teseouzione del décrète 
governativo (1). — Lord Napier e il signore di Rayneyal, 



(1) Helazzo era stata occnpata da La Masa, il quale, corne scriTemmo 
più Bopra, ayeya con sue genti lasciato Messina nella notte del 6 al 
7 Bettembre. Bagginngeyalo in Melazzo Orsini con alquanti offlciali^ 
che nnitifli a consulta di gnem deliberayano da prima di tenere quella 
terra, poco di poi di lasciarla, non potendo far fondamento yemno su 
le squadre, la cm militare disciplina erasi moltissimo allentata. La ri- 
tratta fa si precipitosa da dimenticare nel castello persino la cassa 
nûlitare, la quale con le armi, di cui era quello bene fomito, le ma- 
Tômoi e le yettoyaglie yennero a mano dei régi. 



Digitized by VjOOQIC 



176 CAPITOLO IV 



oratori d'Inghilterra e di Francia in Corte del Borbone, 
appena seppero délie sevizie commesse dai régi in Mes- 
sina, in nome délia umaniià chiesero ai Ministri di Per- 
dinando, che senza por tempo in mezzo sospeadessero le 
ostilità, sino a che fossero conosciute le delïberazioni dei 
loro Oovemi intomo alla paciflcazione délia SicUia. Pa- 
lermo aveva di buon grade aderito alla tregua e accettata 
la mediazione anglo-francese ; e Filangeri avevala forzata- 
mente accolta per timoré délie minaccie; ma Napoli pro- 
testé subito contra lo inframmettersi di quei due Stati 
nelVoperato di un Governo libero e indipendente ; la quale 
protesta doveva di nécessita ritardare la sommessione deU'i- 
sola, che con tutta certezza si aspettava. Non era questa 
una giusta affermazione, perô che i régi tenessero soltanto 
la brève marina che da Scaletta corre a Messina e a Me- 
lazzo; e di queste ultime due terre avessero i régi oonqui- 
stato la prima dopo sanguinosissima lotta, Taltra senza gloria 
aflTatto, perché non munita di presidio. Invero al Re tor- 
navano d*assai grave svantaggio le tregue impostegli da 
Bretagna e da Francia; il sospendersi délia guerra, mon- 
tre scemava dimolto ne'suoi soldati l'entusiasmo délia 
vittoria di Messina, dava allora tempo al Governo sici- 
liano d'apprestare nuove armi, d'accrescere le difese e di 
riparare, in parte almeno, ai danni arrecatigli délia per- 
dita di quella città. 

n Borbone, quando gli pervenne la novella dello appro- 
dar felice delFesercito di spedizione alllsola e del primo 
affronte da esso combattuto coi Siciliani — che fu nella 
nette del 4 settembre — forse di sua opéra malvagia ver- 
gognando davanti ai rappresentanti del Paese, o per non 
vedersi da questi opporre ostacoli airimpresa prospera- 
mente cominciata, il Borbone, io dico, deliberava di pro- 
rogare il Parlamento. Il mattino del 5, poco prima del 
raccogliersi delFAssemblea, quanto eravi di piii vile e 
spregevole nella plèbe napolitana percorreva le vie con- 



Digitized by VjOOQIC 



LA 8IGILIA S FSBDINANDO BOBBONE 177 

tigue al palazzo sede del ParlamentOy alzaado gridi feroci 
di morte ai Deputati, allô scopo di impedire il loro adu- 
aarsi. Punto intimoriti dalle minaccie délia plebaglia bor- 
bonica, numéros i recaronsi aU'Assemblea (1), che pochi 
istanti dopo lasciarouo, licenziati dal ministro Ruggero, in 
forza del regio decreto, col quale veniva slno al cadere 
del novembre prorogato il Parlamento. La brutta sceoa 
del mattino rinnovossi in quel giorno più tardi e dal più 
turpe popolaccio rappresentata; erano donne di malo af- 
fare, uomini avanzo di prigioni e riâuto d*ogni società^ 
birri e soldati che correvano tutta Napoli condotti da un 
prête, il quale agitava al veDto un lenzuolo appeso a una 
pertica, e sudicio quanto Tanirna di quella gente perduta, 
che in mezzo a gridi sediziosi faceva udire gli evviva al 
Re, Al suo avvicinarsi i cittadini fuggivano spaventati; 
indovlnando le disoneste mire del Governo, che per quella 
prezzolata canaglia tentava spingerli a tumulto e dare po- 
scia al sacco la terra e forse aile stragi, chiudevansi entre 
lor case. I Lazzeroni dei quartier! di Montecalvario e Pi- 
gnasecca con la bandiera ai colori nazionali mossero in- 
contro a quella mala gente, e trovatala poco lungi dal 
palazzo regio, gridando viva il Re, viva la Costituzioney 
l'urtô con tanto impeto da romperla sîibito e mapdarla in 
fuga. Il Governo, che attente vigilava, visto che a* suoi 
venduti toccava la peggiore, spediva loro aiuto di solda- 
tesche; le quali usarono le armi non contra i promovitori 
di tumulto, ma contra i provocati : onde dei Lazzeroni 
caddero morti, feriti e alcuni furono condotti in carcere; 
allora ogni cosa tornô alla quiète. Fallito il tentative di 
levare la città a romore e i cittadini contra gli ordini co- 
stituzionali, il ministre Bozzelli — secreto concitatore a 
sedizione — passava alla istruzione pubblica e Langobardi 



(1) Qael gionio i Députât! contaronsi centoBstte; quanti non eransi 
raccolti mai a Parlamento durante quella sessione. 

12 — Vol. n. MA11IA5T — Skwria poU e mil. 



Digitized by VjOOQIC 



178 CAPITOLO IT 



diyentava Ministro sopra gli affari esterai. — La norella 
del racquisto di Messina riempi di gioia il re Ferdinando 
e i suoi consiglieri, racquisto che largamente compensolU 
del danno délia non avrenuta sommossa, la quale dovera 
lor porgere il pretesto di togliere al reame le franchigie 
costituzionali e farla flnita coa la libertà. Ma quella gioia 
fu di 11 a poco contristata dalle tregue siciliane ingiante 
a Napoli da Inghilterra e da Francia con modi, se non 
imperiosi, certo pieni di minaccie; le quali tregue, uello 
aspettamento di quanto gli Stati mediatori avrebbero riso- 
luto, in générale per paciâcare Tltalia, in particolare poi 
per la Sicilia, dovevano impedire il rinnovarsi nelle attire 
paru deWisola le ributtanti scène di devastazione avte- 
nute in Messina, corne Tammiraglio Parker ebbe a scri- 
vere a lord Napier. Sottoscrissero le tregue per Ferdinando 
Borbone il générale Filangeri ; per Sicilia, il ministro Tor- 
rearsa; per Francia, Tammiraglio Baudin; e per Bretagna, 
l'ammiraglio Parker; patti di quelle furono: = Che i régi 
dovessero tenere la contrada terminata dal mare e dalla 
linea, la quale dal congiungersi délia via Barcellona con 
la via di Patti, passa per Barcellona, Gentineo, Pozzo di 
Gotto, le sommità dei monti di Rosimano, Artalia e scende 
alla marina di Scaletta; che la linea dei campi siciliani 
dal capo Tindaro — tra Barcellona e Patti — avesse a 
passare per Oastelnuovo, Trifù, Noara, Graniti, Mola e 
finire al capo di Taormina, a mezzogiorno di Scaletta: 
rimanendo poi neutrale il paese situato tra i campi borbo- 
nici e siculi, e da reggersi giusta le leggi del govemo 
deirisola, cui dovevano obbedire i pubblici officiali; che le 
imposte, da questi riscosse, dovessero per li consoli fran- 
cesi e inglesi spedirsi a Messina allô scopo di soccorrere 
gli abitanti, che durante la guerra avevano sofferto i mag- 
giori danni; in fine, Sicilia e Napoli tenessero sospese le 
armi sino a che, disdette le tregue dieci giornî innanzi 
dagli ammiragli di Bretagna e Francia, si potesse venire 
a nuova guerra senza offendere quoi patti = La mala riu- 



Digitized by VjOOQIC 



LA 8ICILIÀ S FSRDINAKBO BOBBONS 179 

sclta del tentatiyo del 5 settembre aveva reso il Borbone 
piu circospetto; e sebbene ei fosse d'ogni indugio insoffe- 
rente, nondimeno per assicararsi Tesito che egli voleva 
raggiungere, finse di non avversare quelle libertà, che, il 
giorno stesso in cui erano state da lui concesse ai sudditi, 
aveva deliberato di spegnere al primo offrirglisi di occa- 
sione favorevole. I Deputati, ai quali non era tornato dif- 
ficile cosa lo indovinare i segreti disegni del Re, prepa- 
raroosi a combatterli in Parlamento, che di li a brevi 
giorni dovevasi raccogliere; ma Ferdinando Borbone, al- 
lora in Gaeta a festeggiare il Pontefice fuggitivo di Roma, 
non credendosi bene apparecchiato alla lotta, il 30 novem- 
bre spediva ai Ministri suoi un décrète» col quale proro- 
gava TAssemblea al primo febbraio del prossimo anno. 

Mentre tali fatti compivansi in Napoli, il Governo sici- 
liano intendeva tutte sue cure a preparare la guerra, che 
bene prevedeva non lontana. Riordinato e portato a nu- 
méro Tesercito con nuova leva e coi licenzlati da quelle 
del Borbone e rimandati gli ufflciali ritenuti inabili per 
difetto di studio o poca attitudine al mestiere délie armi, 
creava inspettore suprême di esso il générale Antonini, 
con titolo e grade di maresciallo; e siccome egli era sol- 
dato vecchio e provato (1), cosi veniva bene accolto dal 
popolo; in fine, chiamaya in Sicilia Luigi Mieroslawski, 
uomo svisceratissimo délia libertà e pratico délie guerre 
di popolo, nominatolo brigadiere, ponevalo a capo dello 
Stato Maggiore générale délie forze armate regolari. An- 
tonini e Mieroslawski, i quali avrebbero dovuto operare 
sempre in buono accorde nell'interesse del paese che ave- 
vali soldat], e per quelle eziandio d^la causa che difen- 
devano, invidi l'une deU'altro deirofflcio lor conferito dal 



(1) n générale Antonini, combattendo pochi mesi innanzi nelle Ve- 
nezie, avea perduto un biaccio. 



Digitized by VjOOQIC 



180 OAPITOLO IV 



Governo, e ambiziosi deirautorità suprema, tentarono so- 
praffarsi a vicenda. Antonini aveva cercato di recarsi in 
mano il governo di tutte le armi deirisola, che perô non 
gli fu coûferito mai, reputandosi essere Tanità del comando 
di pericolo alla libertà, awegnachè possa facilmente mu- 
tarsi in dittatura militare. Offeso dal diniego dei Ministri, 
il générale, fatta rinuncia al proprio offlcio, partissi di 
Slcilia ; allora il governo prese al soldo De Trobriand, un 
vecchio soldato délia Repubbiica francese e del primo im- 
perio napoleonico; 11 quale, creato maresciallo, assunse il 
comando deiresercito. Nel gennaio 1849, le forze armat<^ 
regolarl contavano quattordici mila uomini; le irr^folari, 
cinque mila; in oltre trovavasi agli stipendi délia Sicilia 
un battaglione di volontari francesi e polacchi, seicento 
allô incirca; i cannoni (Ja campo erano ordinati in due 
brigate; gli artiglieri presidianti le fortezze, in tre. L'ar- 
mata constava di due'^ navi a vapore e moite barche can* 
noniere, e doveva poi tra non molto afforzarsi di diie 
frégate a vapore, comperate dal Governo nei cantieri di 
Londra ; ma di queste una sola giunse a Palermo, e fu in 
sul cadere del marzo ; airaltra venne impedita Tandata a 
Sicilia da Castelcicale, oratore napolitano in Cîorte d'In- 
ghil terra; il quale, mettendo innanzi la legge che proibiva 
ai sudditi inglesi d*armare, senza licenza regia, sul terri- 
torio britanno navi a danno di uno Stato amico, chiama- 
vane 1 costruttori davanti al tribunale; i quali poi erano 
rimandati assolti. Il Governo siciliano avrebbe bene prov* 
veduto alla guerra comperando navi usate, che in brevi 
giorni sarebbersi potute apprestare alla difesa dell'isola; 
acquistandole sui cantieri furono di veruno aiuto, a cagione 
del molto tempo che abbisognô per compierle e armarle. 
— Gli Stati mediatori, i cui buoni offlci avevano sine al- 
lora a nuUa approdato, erano tra loro discordi nei mezzl 
di paciâcazione; Tlnghilterra, avversa alla restaurazion^ 
del re Ferdinando neirisola, resavi omai impossibile dalle 
stragi di Messina, dopo il riâuto del Duca di Genova, rt^ 



Digitized by VjOOQIC 



LA SICILIA B FBBDIKAKDO BOBBOXB 181 

patara unica via Ai raggiungere la pace quella che, mon* 
tre conduceva alla separazione di Napoli la sollevata Si- 
cilla, ne dava la corona ad un fig^liuolo del Borbone, il 
quale avrebbe dovuto regnaresovr'essacon la costitusione 
del 1812; allo incontro la Francia, pur desiderosa di ve- 
dere presto pacificata Tltalia, proponeva che la Sicilia 
avesse Parlamento, amminlstrazione, esercito proprio, ma 
che le due corone si portassero da un solo principe. Se 
non che i Siciliani, i quali non volevano più sapere di si- 
gnoria borbonica, avevano niegato di accettare quelle pro- 
poste; e il re Perdinando, che non rioonosceva in rerun 
Governo straniero il diritto d'intervenire nella contesa coi 
sudditi suoi e rispettava le tregue di Messina soltanto per 
timoré délie armate di Francia e d'Inghilterra, aveva bu- 
perbamente respinto quanto dai Ministri di Parigi e di 
Londra eragli stato messo innanzi. Il 16 dicembre il signor 
di Rayneval e lord Temple — inviato a Napoli da Palmer- 
ston, allora accostatosi aile proposte francesi — presenta- 
vaao al principe di Cariati Vultimatum dei loro Ooverni, 
nel quale affermavasi: — Potersi ristabilire pace e con- 
cordia tra i due reami mediante istituzioni politiche, ammi- 
nistrazione, Parlamento ed esercito separati, sotto un unico 
8o^Tano. = 11 Ministre di Ferdinando rispondevaaquellicosi- 
= Il Re essore conyinto délia impossibiiità di raggiugnere 
lo intente desiderato, se non per mezzo délia unione délie 
forze di terra e di mare di Napoli e Sicilia ; le opinion! di 
Pranciae d'Inghilterra, in taie faccenda, contraddire a quelle 
del Re, suo signore, e aile urgenti nécessita dell'isola. Av- 
vertirli, che nelle conferenze da tenersi per risolvore sopra 
la questione siciliana coi rappresentanti degli Stati media- 
tori dovranno eziandio intervenire quelli d'Austria e di 
Russia, che nei trattati del 1815 ébbero a gxmrentire alla 
fnonarchia borbonica il possesso e la integrttà délie Due 
SicUie. = Rayneval e Temple replicavano: = Argomento 
principalissimo del Re contra la separazione deiresercito 
e deirarmata di Sicilia e di Napoli essore la difflcoltà di 



Digitized by VjOOQIC 



182 CAPITOLO lY 



soldare gente nell'isola; la quale farebbe si che in sul 
principio l'uno e l'altra sarebbero composti soltanto di na- 
politani. Superata con lo andare del tempo taie difflcoltà, 
e facondosi le levé in ragione di popolazione, avverrebbe 
che nelle armi Telemento napolitano troverebbesi sempre 
prépondérante dimolto; perô che il reame di Napoli fosse 
in abitanti tre volte tanto quel di Sicilia, le cui libertà 
non sarebbero perciô mai bastevolmente guarentite. La 
sospensione délie ostilità essere stata creduta necessaria 
per non lasciare l'isola aU'esercito minacciosamente inva- 
dente, il barbare operato del quale aveva mosso nuovi odi 
nella Sicilia, I Governi di Londra e di Parigi volere bensi 
usare di tutta la loro superiorità e amicizia per ricon- 
durre a pace i combattenti ; ma per raggiugnere taie scopo 
non volere servirai mai délia forza. = Di quale vantaggio 
poteva dunque essere alla Sicilia una mediazione pura- 
mente offlciosa? Russia, la quale aveva mosso grave cen- 
sura all'operato degli Statî mediatori per le tregue di 
Messina, reputandole offensive alla indipendenza di Napoli, 
difendeva il re Ferdinando; ond'esso, forte di si valido 
appoggio, irridendosi di Bretagna e Francia, protestava^li 
voler nuUa concedere ai ribelli. 

Di quel giorni la libertà andava sempre più perdendo 
del campo in Europa, eccetto in Italia, ove perô a mala 
pena si sosteneva; dovunque duravano le simpatie dei po- 
poli per la causa siciliana, ma erano tutte sterili, avve- 
gnachè nessuno di essi la potesse soccorrere d'armi. Sar^ 
degna e Venezia afTorzavano bensi Tesercito, ma per uscire 
alla campagna contra TAustria, la quale se non assaltavâ 
l'émula sua, premeva perô fortemente ; e Roma e Toscana 
avevano poche soldatesche e maie ordinate. Quale cosa 
pertanto rimaneva ai Siciliani, se non sommettersi o pre- 
parare la guerra? Chiamati a deliberare gridarono una- 
nimi la resistenza. — Il re Ferdinando, respinte le pro- 
poste d'Inghilterra e di Francia, il 28 febbraio offriva a 
Sicilia la pace con le seguenti concessioni : = Istitazioni 



Digitized by VjOOQIC 



LA SJCILIA S FSBDI17A17DO BOBBONB 183 

politiche separate e spéciale Parlamento; in sua assenza 
il Re farebbesi rappresentare da ud yicerè, cui darebbe 
quelle attribùzioni e quei poteri che sarebbe per determi- 
nare. L*ammiiiistrazione interna verrebbe affatto separata ; 
donde la cessazione d'ogni promiscuità d*officiali negli or- 
dini civili, cioè che in Sicilia tutti gli uffizi sarebbero oc- 
cupai da Siciliani eletti dal Re. Le spese comuni aile Due 
Sicilie si ripartirebbero tra le due parti del reame nella 
proporzione numerica dei loro abitanti, o flssate a tre mi- 
lioni annui di ducati; gli esiti straordinariy cui avevano 
dato luogo gli avvenimenti del 1848 e 1849 — erano le spese 
délia guerra sostenute da Napoli, un milione e mezzo di 
ducati — da pagarsi dalla Sicilia. Amnistia piena e in- 
tiera (1), eccetto a quarantaquattro Siciliani, i quali dove- 
vano temporaneamente allontanarsi dairisola, sino a che 
la tranquillità vi fosse ristabilita. Le milizie régie, oltre 
le terre che già tenevano in Sicilia, presidierebbero Sira- 
cusa, Trapani e i forti di Gatania. Il Re afflderebbe a 
tempo la tutela deirprdine in Palermo aile guardie nazio- 
nali délia città, mettendoyi perô un presidio di sue solda - 
lesche per difendere le persone e gli averi, qualora se ne 
mostrassero inette le guardie nazionali, nel quale caso ver- 
rebbero queste licenziate. Tali concession! poi intendereb- 
bersi corne ne promesse ne fatte, se la Sicilia non si 
sommettesse immediatamente airautorità del legittimo so- 
vrano; imperciocchè, se Tesercito regio dovesse usare la 
forza per lo acquisto délia parte delFisola non ancora oc- 
cupata, questa esporrebbesi a tutti i danni délia guerra e 
alla perdita dei vantaggi assicuratile dalle presenti con- 
cessionl. = Vuliimatum di Gaeta venue il 6 marzo tras- 
messo al Ministre siciliano sopra gli affari esterni dagli 



(1) Non ostante la pienezza dell'ammstia escludeyansi da questa 
quarantaquattro Siciliani, qnelli cioè che nei rivolgimenti dell'iaola aye> 
Tano avuto la parte maggiore. 



Digitized by VjOOQIC 



184 CAPITOLO IV 



ammlragli Parker e Baudin. — I rappresentaiiti degli 
Stàti medîatori avevano di quei giorni riceyuto dai loro 
Ooverni nuove prescrizioni sul modo di condursi nella 
quistione sîcula; quali le cagioni di si poco leale mu- 
tamento? In Francia la poliUca aveva avuto da Luigi 
l^apoleone ua avviamento ostile aile lîbertà popolari; 
il nepote del grande capitano, appena gridato Présidente 
délia Repubblica, aveva rivolto in sua mente la restaura- 
zione deirimperio: onde per non aversi nell'ardua impresa 
nimici i regnanti in Europa erasi fatto sostenitore dei loro 
dirittiy anche se danneggiassero ai popoli; e da prima 
prendeva a favoroggiare la causa di Perdinando di Napoli, 
di poi quellà del Ponteftce, provvedendo cosi vantaggiosa- 
mente agli ambiziosi suoi disegni, assai maie perô alla sua 
fama. L'Inghilterra poi, la quale per indipendenza di na- 
zioni non fece guerre mai, e in contese straniere inter- 
venue allora soltanto che vide minacciati i propri interessi, 
non indugiô a seguire le idée di Francia nella paciflca- 
zione di Sicilia e Napoli, non estante che la via segnata 
dallo Stato compagne suo nella mediazione fosse poco ono- 
revole. Prova di ciô il diniego del Governo del Buonapane 
alla uscita di Marsiglia délie artiglierie comperate dai 
Siciliani; il passe per Francia impedito agli Svizzeri sol- 
dati da quelli ; Tordine date ai suoi legni a vapore postali 
di non approdare ai porti dell'isola, quando fossero riprese 
le ostilità; ed eziandio quelle di far sparire o di aprire le 
lettere dei Commissari siciliani allora in Parigi, Le quali 
indegne vessazioni e ingiuste molestie facevano conoscere 
quanto il Présidente délia grande Repubblica fosse poco 
inchino a difendere le libertà popolari: invero rivelavano 
l'uomo del 2 dicembre! Gli Stati médiate ri non guarenti- 
rono nemmeno lo Statuto, che il Borbone aveva promesse 
di concedere tra quattro mesi, cioè quando l'isola, posate 
le armi, fosse con tutte le sue fortezze venuta a mano del- 
Tesercito regîo. Se nel 1815 il Governo inglese, soscrivendo 
i trattati di Vienna, erasi fatto mallevadore del possesso 



Digitized by VjOOQIC 



LA SICILIA E FSRDINANDO BOBBONE 185 

pieno e intero del reame délie Due Sicilie alla dinastia dei 
Borboni, aveva poi altresi guarentito alla Sicilia la costi- 
tuzione del 1812 ; Inghilterra e Prancia, dt)po avère gridato 
contra le sevizie commesse dai soldati del re Ferdinando 
inMessina e incoraggiato gli isolanialevarsi in su l'arme 
pertogliersi alla tirannide borbonica, abbandouavano al- 
loracon grande vituperio quella bandiera, che pochi mesl 
inoanzi avevano riconosciuta e salutata. Ad accrescero tal 
Tituperio, che già fortemente pesava sul Governo di Napo- 
leone, Tammiraglio Baudin, per comandamento del signore 
di Rayneval, spediva una nave a vapore a spargere nelle 
città siedenti su la marina sicula il manifeste délie con- 
cessioni del re Ferdinando; la quale cosa mosse giustamente 
gli sdegni dei Palermitani, i quali, ritenendo a buon di- 
ritto offesa la dignità délia nazione e del Governo, in- 
sieme ai manifesti del Borbone avrebbero arse le insegne 
dei consoli d'Inghilterra e di Francia, se cittadini autore- 
voli non fossero intervenuti a impedire quell'insulto, che 
avrebbe potuto crear loro gravi irabarazzi. Dovunque il 
popolo diede quei manifesti al fuoco alla presenza dei ma- 
rinai francesi e in mezzo ai gridi dell'entusiasmo piii ar- 
dente di guerra ai Borboni, In taie faccenda Buonaparte e 
Palmerston governaronsi senza umanità e molto slealmente ; 
avyegnachè lor poco importasse di gettare l'isola negli 
orrori di una guerra civile, pur di mettere presto fine a 
quella lotta, che per le gravi sue spese era sommamente 
dannosa al Re: cosi il 15 marzo scriveva Baudin al Mi- 
nistre siciliano Butera. Il quale, cinque giorni di poi, agli 
^miragli di Francia e Bretagna, significantigli: che se 
Ferdinando Borbone si impazientisse délie tregue, glà da 
Inngo tempo fermate, dovesse ritenerle disdette dal 19 
ïûarzo, rispondeva fleramente: = Potere il Re ripigUare 
le ostilità all'alba del 29, come il Governo dell'isola tro- 
vavasi nel pieno diritto di riprendere le armi in quel 
giorno. = Il 23 marzo 1 Ministri, venuti in Parlamento, 
^Qunziavano ai rappresentanti del popolo di avère rice- 



Digitized by VjOOQIC 



186 CAPITOLO IV 



vuto nel mattino alcuni articoli co^ne ultimatum del Re 
di Napoliy identici a quslli delVatto di Gaeta, ma cfie essi 
non potevano portare al cospetto dei Députait délia na- 
zione. Interpellati questi se desideravano leggerli, Raeli 
rispondeva: « Noi li conosciamo, per essere stati pubblicati 
da chi non ne aveva il carico ; la risposta già tutta la Si- 
cilia rha data, e il Parlamento non puô darne altra che 
questa: guerra! » Allora i Deputati levaronsi a gridare: 
guerra! guerra! e il popolo, cola raccolto, ripetè quel grido 
col più grande entusiasmo. — La novella del prossimo ri- 
cominciarsi délie ostilità venue in tutte le parti dell'isola 
festeggiata cou luminarie e canti guerrieri, cui accompa- 
gnossi il suono dei sacri bronzi. Fu scritto che di quai 
giorni non delitti, ne tumulti, ne disordini turbarono la 
gioia universale; che parve spento ogni odio; deposta ogni 
inimicizia e ogni ira; dimenticato ogni rancore; gli uomini 
erano diventati fratelli; unico pensiero era la salvezza délia 
patria, alla quale avevano rivolto tutte le loro cure- 
Il Governo dell'isola, credendo che tosto o tardi lo sforzo 
armato dei régi sarebbesi portato sopra Palermo, deliberô 
munirla di valide difese ; al quale intente désigna di sca- 
varo fossi e innalzare un vallo dal lato di mezzogiorno e 
fuor délie mura, chiamando al lavoro gli abitanti, i quali 
in gran numéro risposero all'appello dei loro supremi reg- 
gitori. Vidersi in quoi giorni persone d'ogni ordine e stato, 
d'ogni età, di ogni sesso e condizione sostenere aspre fa- 
tiche, cui non erano state usate mai ; vidersi insieme con- 
fusi sacerdoti e soldati, patrizi e plebei, ricchi e poveri 
in generosa concordia gareggiare nel lavoro; e venue 
eziandio gente dalle campagne circostanti alla città a dare 
aiuto all'opera, onde questa fu condotta a termine in bre- 
vissimo tempo: è fama, abbiano lavorato attorno aile for- 
tificazioni da cinquanta mila persone. In mezzo al romore 
incessante degli istrumenti da lavoro udivansi migliaia e 
migliaia di voci cantare inni di guerra; altre, maledire al 



Digitized by VjOOQIC 



LA SICILIA B FBBDINANDO BOBBONB 187 

Borbone; tutte poi augurare la vittoria aile armi patrie. 
E queste impugnavano gli studenti deiruniversità, i quali, 
ordinati in legione, il 30 di quel mese di marzo andavano 
a campeggiare Misilmeri. Tre giorni innanzi il battaglione 
di guardie nazionali mobilitate erasi recato a presidiare 
Termini. Il clero palermitano, non volendo essere da meno 
de' suoi concittadini nel servire la patria» diedesi a predi- 
care al popolo la perseveranza e la fermezza nel difendere 
la libertà; in dire, a raccogliere elemosine e doni per 
soccorrere le famiglie, cai la guerra aveva tolto Tunico 
sostegno; in fine, a curare i feriti e portare i conforti délia 
religione a chi cadeva combattendo. — Mentre dai Sici- 
liani apparecchiavansi le resistenze e dal générale Filan- 
geri apprestavansi contra quelli le oflfese, il Borbone li- 
cenziava i rappresentanti del popolo; i quali, al primo 
riuriirsi a Parlamento — e fu in sul cominciare del febbraio 
— avevanlo supplicato d'allontanare da se i Ministri, che 
allora governavano lo Stato, perché indegni di tanto offi- 
cie, e di eleggere poscia a consiglieri suoi uomini onesti 
e che godessero délia fiducia popolare. Il Re, non solamente 
niego soddisfare a taie giusta richiesta, ma non voile 
nemmeno ricevere la demanda da quelli dettata in termini 
rispettosamente dignitosi; e anzi, dopo averli lasciati per 
alquanti giorni discutere e approvare buone l^gi — che 
noû dovevano perô avère mai la regia sanzione — a mezzo 
il mese di marzo, e proprio quando era vicino il rinnovarsi 
délia guerra, rimandolli a loro case. Questo atto som- 
mamente audace, che in altri principi sarebbe stato la 
espressione di sicurezza interna, era nel Borbone quella 
del piit grande timoré. Con le tentate sedizioni, col susci- 
tare il popolaccio a tumulte contra il Parlamento non es- 
sendogli riescito di sgomentare i Beputati e renderli osse- 
queutl alla sua volontà, e mostrandosi essi ogni di piii 
minacciosi e audaci al segno di muovere aspre censure ai 
Ministri, governanti la cosa pubblica gius*ta i rei intendi- 
menti del loro Sovrano, il Borbone se ne disfece. Taie 



Digitized by VjOOQIC 



188 CAPITOLO IV 



attentato alla libertà avrebbe potuto tornare fatalissimo a 
lui e alla sua dinastia; perô che, se TAustria fosse stata 
Tinta nella guerra di quei giorni mossa alla Sardegna, la 
Sicilia sarebbe andata irremissibilmente perduta per Fer- 
dinando, e il suo trono avrebbe corso gravi pericoli. Non 
ostante che l'esercito regio, designato a fare Timpresa 
deirisola, contasse di soldat! tre volte tanto quelle dei Si- 
ciliani, in oltre avesse buoni ordini e fosse retto da of- 
flciali vecchi, provati e nell'arte bellica istruttissimi, non 
portante vera sicurezza di vittoria non possedeva. Anima- 
tissimi e deliberati a difendersi siuo allô estremo erano 
gli isolani; Messina aveva chiarito quanto valessero e po- 
tessero; e se mancavano di capitani esperti nelle armi e 
nel governo délia guerra, non mancavano perô di virtù 
militari, erano pieni d'entusiasmo e vivamente desiderosi 
di venire a giornata con gli invaditori. Sebbene sapessero 
di quanto la parte avversaria li superasse in numéro, pure, 
non disperando di resistere con vantaggio a quella piena 
di nimici, affaticavansi alla sainte délia patria, Fu brève 
la lotta; fu loro contraria la fortuna délie armiî Sicilia 
non sarebbe caduta se, riconosciuta la repubblica romana 
al suo gridarsi in Gampidoglio, avesse con questa acco- 
munate le forze per guerreggiare nel medesimo tempo i 
régi nel reame e neU'isola. Le genti délia repubblica erano 
poche, ne bene ordinate; ciô non portante esse, che di li 
a non molto con tanto onore sostennero violente assedio* 
affronti e combattimenti sanguinosi con esercito floritîssimo 
di Francia, invadendo le provincie napolitane avrebbero 
potuto soUevarne le popolazioni e condurre aU'ultima ro- 
vina il trono borbonico. Ma i supremi reggitori délia Si- 
cilia, per naturale timidezza, o per essersi inspirati a 
principi di esagerata prudenza, tardarono assai a ricono- 
scere la romana repubblica; ne vollero unirsi mai a questa, 
sebbene godessero délie stesse libertà, perché gelosi del- 
Tautonomia dell^isola, ed anche perché non possedevano 
la magnanimità di sacrificare la propria indipendenza — 



Dlgitized by VjOOQIC 



LA 8ICILIA B FXBDINANDO BORBONB 189 

una indipeadenza tutta municipale — ai supremi interessi 
deiritalia. Ëssi aderirono bensi ^1 disegno d'una Costi- 
tuente, di quesio grande atto délia vita politica italiana, 
ma auUa fecero a vantaggio di quella; e credettero far 
molto decretando, il 19 dicembre, che, se nella penisola si 
riunisse un' Assemblea Costituente rappreseniante i vari 
Stati delVltalia, la Sicilia, q%uile uno degli Stati liberi e 
indipendenti, m si farébbe rappresentare. — Una stretta 
unione deirisola con Roma era avversata dai Ministri, te- 
mendo che Videa repubhlicana — già nei voti délia mas- 
sima parte de! popolo — per quella unione s'afforzasse tanto 
da venire acclamata in Sicilia (1). 



(1) Era noto a tatU che il principe di Butera, Ministro sopra gli 
ftffieui estemi, ayeya piotestato di non yoler seryiie sotto aitra bandiera 
che non fosse monarehica e eostituzionalt. 



Digitized by VjOOQIC 



CAPITOLO V. 

La Sardegna préparas! a nuova guerra 
contra TAustria. 



Il ministro Pinelli; tumnlto in Genora; Gioberti e la federazione ita- 
liana. — Nnove g^ravezze dell'Aastria snl Lombaido-Veneto. — 
Gioberti creato Ministro. Bespinti i snoi disegni d'interrento a^ 
mato in Toscana e in Borna, Gioberti rinanzia all'oi&cio suo. — 
n GoTemo aardo prépara la gnerra contra l'Anstria; Chrzanowski 

— L'Anstria, FUngaria e la Oroazia; sollevazione di Yienna: Fer- 
dinando abdica alla corona ; Francesco Giuseppe gridato Imperatore. 

— Gnerra Anstro-Ungarica. — Moto popolare a Berlino. — La con- 
ferenza d'Alessandria. 



La Sardegna, airudire le tregue fermate da Carlo Alberto 
in Milano e riaffermate di poi, sebbene con aperta mala 
fede violate dagli Austriaci, profondamente si commosse: 
ne yalsero a confortarla le parole geaerose, che il Re ebbele 
rivolte dal suo campo di Vigevano (1) brevi giorni dopo 
avère rivalicato il Ticino ; e la sua commozione mutossi poi 



(1) « PopOLi DBL Bbgno! L'indipondonza délia terra italiana mi 
spinse alla gnerra contra il nostro nimico. Secondato dal valore del mio 
esercito la yittoria sorrise da prima aile nostre armi ; nô io, né i miel 
figli abbiamo retrocednto al pericolo; la santità délia causa raddoppiara 
il nostro coraggio. Il sorriso délia yittoria fa brève; il nimico ingros- 
sato, il mio esercito qnasi solo a combattere, la mancanza dei viveii 



Digitized by VjOOQIC 



LA 8ABDS0NA PBEPARA8I A KUOVA OUSBRA EGO. 191 

m fîero sdegno quando seppe, che per gli intrighi di Oorte 
e, peggio ancora, per le mené di un Governo nimico al- 
17talia i Ministri arevano fatto rinunzia al loro offlcio. Il 
carico di comporre la nuova amministrazione del regno 
veniva allora dal Re commesso airayvocato Pinelli ; il quale, 
il 16 agosto, costituivala dei generali Da Bormida, Lamar- 
mora e Perrone, d*Alfieri, di Merlo e degli ^ntichi ministri 
Pareto e Ricci. « Questo Governo, cosi Riccardo Sineo, 
creato sotto la pressione délia parte aristocratica, era 
ugualmente gradito alla parte austriaca. É questa ana dura 
verità che vorrei abolita, ma che non debbo nascondere; 
anche il partito austriaco esisteva in Piemonte » (1). Da 



ci costrinsero a iasciare le porizioni per noi conqnistate , le terre già 
fatte libère dalle armi italiane. Con l'esercito io mi era ritirato alla 
difesa di lOlAno; ma stanco daUe Innghe fatichei non poteva qnesto 
resistere a nna nnoya battaglia campale, perché anche la forza del 
prode Boldato ha i snoi limitL L'interna difesa délia città non poteva 
Bostenersi; mancavano danari, mancavano sufficienti mnnizioni di guerra 
e di bocca; il petto dei cittadini avrebbe forse potnto per alcnni giomi 
Tesiatere, ma per seppellirci sotto le rovine, non per yincere il nostro 
nimico. Una conyennone fb da me iniziata; dai Milanesi medesimi fa 
prosegnita, fn sottoscritta. Non ignoro le accuse con le qnali si yorrebbe 
da alcnni macchiare il mio nome; ma Dio e la mia coscienza sono 
testimoni délia integrità délie mie operazioni; lascio alla Storia il gin- 
dicarle. Una tregna di sei settimane venne stabilita per ora col nimico ; 
e avremo nell'intervallo condizioni onorate di pace, o ritomeremo nn'al« 
tra Tolta a combattere. I palpiti del mio cuore forono sempre per Tin- 
dipendenza italiana ; ma ritaUa non ha ancora fatto conoscere al monde 
cbe pu6 fare da se. Popoli del Regno! Mostratevi forti in nna prima 
SYentnra; mettete a calcolo le libère istituzioni che sorgono nnove tra 
^oi; se, conoscinti i bisogni dei popoli, io primo ve le ho concednte, io 
Bapr6 in ogni tempo fedelmente ossenrarle. Ricordo gli evviya coi qnali 
a^ete salntato il mio nome; essi risnonayano ancora al mio orecchio 
nel fragore délie battaglie. Confldate nel yostro Re; la cansa délia 
i&dipendenza italiana non é ancora perdnta n. 

« Date in Vigevano, 10 agosto 1848. r 

c Carlo Albebto. » 

(l) Alcuni cenni agli Elettori, cart. 12; Torino, 1849. 



Digitized by VjOOQIC 



192 OAPiTOLO y 



prima la parte libérale accoglieva i nuovi Ministri con 
somma diffldenza; perô che fosse noto a tutti essere 
Pinelli poco favorevole a larga libertà e, quel che mag- 
giormente la impensieriva, eziandio avverso ad ogni poli- 
tico rivolgimento, forse perché non possedeva ingegno ne 
forza bastevoli a bene guidarlo; onde pur sospettava délie 
fntenzioni del Monarca. Se non che, quando il Ministre 
ebbe chiarito gli intendimenti suoi, cioè di volere rispet- 
tate le franchigie costituzionali e avère deliberato di ri- 
tentare la prova délie armi, nel caso in cui gli Stati me- 
diatori non riuscissero a condurre l'Austria a onorevoli 
accordi di pace, la parte libérale quietossi, non senza pero 
lasciar mai di invigilare attentissima su Topera dei Mi- 
nistri. Le parole di Pinelli non poterono tranquillare Ge- 
nova (1); ove la parte repubblicana piii numerosa che 
altrove, anche per li molti fuorusciti italiani che vi si 
erano rifugiati, non ponondo fede a quelle promesse, yo- 
leva che il Govemo, senza curarsi délie tregue già rotte 
dal nimico, siibito rompesse la guerra in Lombardia. Ad 
allontanare la tempesta, minacciante turbare la tranquillità 
a fatica ricomposta nel paese, il Ministre faceva espellere 
dalla città il piii ardente dei repubblicani, il piii audace 
degli agitatori, l'esule Filippo De Boni; stolto prowedimento 
che, insultando al popolo, destavane gli sdegni e levaTalo 
a romore (2). Genova sarebbesi allora insanguinata, se a 



(1) La novella délie tregue di Milano, arrivata in Genova il 7 agosto, 
ne levô i cittadini a romore; i qaali, dopo aver chiesto e ottenuto che 
aile guardie nazionali si rimettessero i forti, distruggevano quelli del 
Castelletto e di San Giorgio, perché piû che a difesa stavano a offesa 
di Genova. 

(2) L'esole Filippo De Boni veniva arrestato nella notte del 31 a- 
gosto al primo settembre; per la quale cosa il popolo tnmoltad. Fu 
allora che voile non s'avesse a prosegui];^ il gindizio contra i piomo- 
vitori délia demolizione del Castelletto e di San Giorgio^ e che a Balbi 
Piovera, comandante snpremo délie guardie nazionali, si surro^asse 
Lorenzo Pareto. 



Digitized by VjOOQIC 



LA 8ABDBGNA PSBPABA8I A NUOYA GUSBBA BOO. 19$ 

quietare i cittadini non fosse corso Lorenzo Pareto; il 
quale, con parole piene di amor patrio, piene di forza e 
di affetio, seppe moderare le passioni popolari, già vi- 
eine a sfogarsi, e far posare le ire. Pinelli, che non sa 
non vaole riconoscere se stesso causa prima di quelle 
perturbazioni, pretessendo essere stata dalla cittadina 
sommossa» oltre la dignità propria, offesa la maestà 
délie \eggU invia a Genova Ck>mmissario straordinario il 
générale* Giacomo Durando; e, volendo reggere a suo 
piacimento la cosa pubblica, sospende il riunirsi deirAs- 
semblea nazionale. Se ingrato fu sempre ai popoli il Go- 
Terne milîtare, quello che allora stava per pesare sopra 
oaa città di sensi liberalissimi doveva toruare oltremodo 
odioso! Gioberti, cbe ambiva la potestà suprema, a profit- 
tare degli improvvidi consigli deiremulo suo diedesi allora 
à faxorire il disegno délia Lega italica, già da tempo pro- 
posto e in su le prime bene accetto ai regnanti in Italia, 
di poi messo da parte, ma che, ritenendosi allora àncora 
secura di comune salvezza, veniva nuovamente messo in- 
nanzi. Affermavasi dal grande âlosofo, che una Lega po- 
îiticcLy montre darebbe alla patria Tunità di cui abbisognava 
per diventare potente e libéra, guarantirebbe ai yari Stati 
délia penisola Tintegrità del loro territorio; e congiugnendo 
le armi di tutta la nazione costituirebbesi un esercito po- 
deroso per combattere TAustria con certezza di vittoria 
finale; intente questo che si otterrebbe creando con la 
Sardegna, la Lembardia e le Venezie un forte règne sotte 
la signoria di casa Savoia. Ma la Lega politica ideata da 
Gieberti avrebbe impedita, non favoreggiata, la nostra uni- 
ficazione ; e la creazione del règne deiraZto Italia avrebbe 
indubitabilmente fatto nascere in Francia gravi sospetti a 
danno deintalia stessa. Non era poi facile impresa, come 
eredevasi da Gieberti e dagli amici suoi, unire di quoi 
giorni in lega i principi délia penisola; Ferdinand odiNa- 
poli — che da tempo aveva disertate dalla causa patria — 
B il Somme Pontefice — il quale era fuggito di Roma per 

13 — Vol. U. Mabiaxi — Storia p oh • miL 



Digitized by VjOOQIC 



194 CAPITOLO V 



ripararsi a Gaeta — mostrayaosi apertamente avrersi a 
Carlo Alberto, non volendo che egli, col lopo appoggio , 
salisse a potenza e diventasse prépondérante in Italia; in 
oltre, il Borbone e il Papa chiarivansi amici airAustria, 
la quale se, corne essi speravano, fosse uscita vincitrice 
nella seconda guerra contra il Re di Sardegna, avrebbelî 
aiutati ad abbattere le liberali istituzioni poco prima lar- 
gite ai sudditl e a recuperare altresi la potestà assoluta. 
Pur contrario alla Lega facevasi conoscere il Granduca di 
Toscana; che, se un di avova mostrato animo bene di- 
sposto airindipendenza patria e airimpresa di Lombardia, 
indovinati cVegli ebbe i disegni di Carlo Alberto, sepa- 
rossi dalla causa nazionale; e, per non avère débite ye- 
runo di gratitudine yerso il Re, niegô persino di riceyere 
da lui gli aiuti d'armi offertigli per ridurre Liyorno, al- 
lora allora leyatasi a tumulto, airobbedienza usata. Se 
non giusti, erano perô meritati i rifiuti dei principi ita- 
liani alla federazione con la Sardegna, ayyegnachè il Mo- 
narca sabaudo, appena rotta la guerra airAustria, inor- 
goglito délie yittorie sue, non ayesse piu yoluto trattare 
di Lega polittca, ma solamente di ciô che toccaya ai traf- 
fici e al mercanteggiare; e quando più tardi propose a 
Roma nn'alleanza difensiva, il ministre Pellegrino Rossi, 
il quale non yoleva più saper di guerra, soprammodo dope 
le tregue di Milano, la respinse. Non isgomentato da osta- 
coli si grayi, si difflcili a yincere, Gioberti, ferme ne' suoi i 
propositi di federazione (1), riuni allora in Torino a con- 
gresso quanto piîi gli fu possibile d'uomini chiari per dot- j 
trina e sapienza politica e che eransi accostati ai disegni 
suoi. « L'unità italiana, cosi il âlosofo in una allocuzione | 



(1) tt Una federazione non ô che on pasao mosso yerso Tuiiità, e 
qnesta d contraddittoria alla esistenza dinastica dei Re. Una lega di 
Re puô esistere — esiste; ma contra ai popoli, contra al moto délie 
idée, non a fayore deUa libertà e délie idée progressive, b 

Mazzihi, Scritti politici, vol. vn, cart. 148; Milano, 1864. 



Digitized by VjOOQIC 



LA SABDSeBTA PBBPARASI A WOVA OUSBBA BCC. 195 

ai Pontremolesi, al di d'oggi non ptt6 essere che federativa. 
Abbiamo già i rudimenti di questa sacra alleanza nella 
lega doganale, la qoale in brève diverrà eiyile. Tutta 1*1- 
talia superiore sarà fra poco raccolta sotto lo scettro di 
Carlo Alberto. Le nosire divisioni stataali si ridurranno a 
sole quattro. » 

In questo mezzo da nuove perturbazioni veniva Genova 
afflitta. Insofferento di indugi la parte l'epnbblicana aveva 
dato fnora cartelli di Costth^ente Italiana allô scopo di 
togliere dalla superba ignavia, in cal trovayansi da tempo 
1 Minisixi del Re; i quali, cuUandosi nella speranza d'ono- 
revole pace, che per essi stavano trattando Francia e In- 
ghilterra a Bruxelles» poco o nnlla facevano. A spegnere 
quel fuoco di popolare paasione, entro cai sofflavano i re- 
pabblicanl più animosi e audaci, fnoco che minacciava al- 
largarsi e divampare per tutta la Sardegna, Pinelli coman- 
dava al Gommissario regio, che con risolutezza e forza si 
servisse di quanto riteneva efficace a impedire ai repub- 
blicani di turbare Tordine e la quiète délia città: onde 
allora ebbersi a deplorare alcuni morti e feriti. Il troppo 
severo procedore del Governo inaspri sempre più gli animi 
dei Genovesi e spinse a protestare contra Topera del Mi- 
nistre il Parlamento, di quel giorni raccolte per Tagitarsi 
minaccioso délie popolazioni ed anche per invite del Circolo 
politico di Torino — cui presiedeva Gioberti — il quale, po- 
stes! à cape délia deraocrazia costituzionale d'Italia e legatosi 
ai Circoli di Genova, Gagliari, Pirenze, Livorno e Venezia, 
maneggiavasi per estendere e tener viva Tagitazione po- 
polare. Pinelli, interpellato sopra la mediazione, le tregue 
e i preparamenti per la nuova guerra, rispondeva: = Base 
dolla mediazione essere il rlconoscimento délia nazione ita- 
liana e del diritto di costituire le proprie leggi e Tordi- 
namento di un forte Stato nelVAlta Italia. L'Austria non 
averla ancora accettata, ne scelta la città a sede délie con- 
fereaze. Per la violazione délie tregue avère il Governo 
fatto le débite rimostranze a Radetzky, le quali furono ap- 



Digitized by VjOOQIC 



196 CAPITOLO V 



poggiate dagli Stati mediatori (1). Quelle tregue non essere 
state rinnovate: ma durare di otto in otto giomi sino al 
loro disdirsi. Se TAustria non accettasse la mediazione 
anglo-francese, o se fosse impossibile comporre amichevol- 
mente la contesa, riprenderebbesi la gaerra con lo aiuto 
di Francia, in taie caso promesse alla Sardegna; in fine, 
deiropportunità di quella essere giudice soltanto il Governo 
del Re. == Interne a ciô si discusse per tre giorni e tem- 
pestosamente, moite e diversissime essendo le opinioni nel 
Parlamento. A porre termine alla quistione, Brofferio pro- 
poneva di appoggiare i Ministri qualora, senza attendere 
Tesito dei buoni ufBci di Francia e di Bretagna presse il 
Governo di Vienna, bandissero la guerra; ma la proposta 
di Brofferio mandata a partito ve^iva respinta. Non estante 
taie vittoria, Pinelli non giunse a quietare le passioni coni- 
movitrici délie plebi, di quoi giorni divenute piii ardenti 
e minacciose, causa Tagitazione délie provincie lombarde, 
promossa dalle gravi imposizioni, o dirô meglio, dalle ra- 
pine commessevi dairavido maresciallo, agitazione clie pa- 
rêva dovesse farle prorompere a ribellione; la quale sareb- 
besi non poco avvantaggiata dalla impresa di Val dlntelvi, di 
cui facemmo parola al capitolo tredicesimo del volume primo 
di queste istorie; impresa che, condotta da alcuni capitani di 
Garibaldi — dope il combattimento di Morazzone rifugiatisi 
nel Canton Ticino — aveva per intente di spingere la Lom- 
bardia a soUevarsi contra la dominazione austriacaf per 



(1) In virtû deirarticolo secondo dei patti délie tregue di Milano 
l'Anstria doveva rendere alla Sardegna le salmerie e gli impedimenti 
di gaerra deU'esercito regio; e meta solamente deUe artiglierie Yeuse 
restitnita dal maresciallo. — In forza dell'articolo qnarto dovevanâi 
Bospendere le armi anche contra Venezie^; e gli Anstriaci assaltaTano 
qnesta città e i snoi forti durante le tregue. — In fine, in virtû del- 
l'articolo quinto l'Austila doveva rispettare le persone e gU averi dei 
luoghi occupati dalle sue soldatesche, e vennero quelle gravate d'iin- 
posizioni esorbitanti e di taglie. 



Digitized by VjOOQIC 



I.A 8ABDE6KA PBEPABA8I A ITUOTA aUEBBA SCC. 197 

combattere quindi una guerra di popolo, Tarmi régie 
avendo fatta prova infelicissima. Il moto ebbe comincia- 
meato e fine in Val dlntelvl, e fu in sul cadere d'ottobre; 
per esso patirono gravi danni i poveri abitatori di quella 
valle; e par esso potè Radetzky rifornire di danaro Terario 
esausto. Non estante 11 perdôno poco innanzi accordato 
dairimperatore ai Lombardi e ai Veneti, che avevano preso 
parte ai moHpoiiUci di quelVanno 1848, e non estante il 
divieto 80Vf*ano dCinquisire qieelli e punirli in verun modo, 
il maresciallo metteva forte contribuzione sui membri dei 
cessait Govemi temporanei e dei Comitati, sui promovi- 
tari delta soltevazione e su chi aveva ad essa concorso 
con gli atti e con mezzi matériau e morali. Milano contô 
eenaovanta cittadini multati, tra oui alcuni pupiili e per- 
sone dévote alFAustria; in oltre, fu multato TOspedale 
Magg^iore!?...; la somma délie contribu2ioni sali nella me- 
tropoli lombarda a piii di venti milioni di lire. Radetzky 
non giunse perô in tempo d*assoggettare a tanta rapina le 
altre città, avvegnachè il Governo impériale, non appro- 
vando l'operato dèl sue luogotenente, ordinassegli d'aggra- 
vare soltanto i fuorusciti e coloro che continuassero a 
conginrare contra la signoria austriaca. Montre con taie 
determinazione i Ministri di Vienna toglievano a certa ro- 
vina molti cittadini, con un altro décrète aggravavano i Co- 
muni lombardo-veneti di nuove imposte ; erano, per Tanno 
vegnente^ sei milioni di lire al mese da consecrarsi al 
mantenimento deiresercito. I tanti danni, che affliggevano 
quelle provincie, dates! spontaneamsnte al principato sa- 
baudo pochi mesi innanzi, e che violavano le tregue fer- 
mâtes! in Milano, nella Sardegna accagionavansi dalle 
plebi al Gk>verno dei Re; il cui malcontento scoppiava in 
sommossa romorosa al giugnere in Torino délia notizia 
dell'assassinio di Rossi e dei turaulti di Roma; e fu il 19 
novembre. Fecersi allora in Parlamento piii vivi gli assalti 
contra i Ministri, più forti le accuse ; i quali, non potendo 
piû rej^rsi, eziandio per essere loro venuto meno Tap- 



Digitized by VjOOQIC 



198 CAPITOLO V 



poggio del Re, desideroso quanto il popolo suo d'uscire 
alla guerra, rassegnarono Tofficio loro a Garlo Alberto (1); 
lo clie ayvenne nei primi giorni del dicembre. 

L'abate Vincenzo Gioberti — che allora godeva deiraura 
popolare — avuto dàl Monarca il carico di comporre una 
nuova amministrazione, faceva eleggere il générale Ettore 
De Sonnaz ministre sopra le armi, Ricci sa le rendite 
dello Stato, Rattazzi sopra la giustizia, Sineo su gli aâarî 
interni, Gadorna sopra Tistruzione pabblica, Bufia sopra 
Tagricoltura, Tecchio sui lavori pubblici, e serbava a se 
l'onore di presiedere al Consigna délia Corona e il governo 
degli affari esteriori. Il 16 dicembre Vincenzo Gioberti, 
recatosi coi coUeghi in Parlamento per far conoscere le 
idée e i disegni suoi e dei compagni, disse ai Deputati: 
= Lo intervenire di nazioni si chiare e potenti nella 
contesa con TAustria tornare a grande onore per la Sarde- 
gna; non dover perô mettere in quelle tutte le loro spe- 
ranze; la guerra, già risoluta, romperebbesi a tempo op- 
portune. = Parlô quindi délia Costituente italiana, ma 
coh parole brevi e ambiguë; e sebbene egli affermasse di 
voler proteggere le plebi e awantaggiarne le condizioni, 
non mostrossi perô favorevole alla democrazia; eppure il 
nuovo reggimento çui il Ministro-fllosofo stava a capo, in- 
titolossi democraticOy e democrattci voUero chiamarsi 
quelli che lo componevano. Il discorso di Gioberti mara- 
vigliô gli aderenti e gli awersari suoi ; awegnachè , dopo 
avère propugnato con ardore la nécessita di una sùbita 



(1) M n Ministero déWopportuniià ô caduto ; voglia Dio che gli suc- 
céda il Ministero dtlla nécessita, H paese, senza trascendere a moti 
incomposti, ha manifestato con nna fredda tenacità la soa diffidenza per 
un Governo, che durante qnattro mesi si tenne penosamente in bilic« 
8Q nna qnistione capziosa, mentre i tempi vogliono lealtà e ardimento. • 

CiBABB GoBRiNTi, il 4 dicembre 1848, scriveva cod ne' suoi BolUt- 
Uni deiremigraeione. 



Digitized by VjOOQIC 



LA SAJIDBGNA PBXPARABI A MUOVA OUBBBA BOO. 199 

gaerra, divenuto Ministro mutasse d'opinione ; délia quale 
cosa grandemente rallegraronsi gli amici e i fautori di Pi- 
nelli, corne di vittoria riportata. — In sul cominciare del 
1849 arrivaya ia Torino il barone Spleny, ungarese, incar 
ricato dal suo Governo — il Magiaro — di ripigliare con 
quel di Sardegna le pratiche d*aceordo per là nuova 
guerra contra Timperio ; le quali pratiche, già imprese nel 
laglio deiranno innanzi, erano state rotte dai royesci del- 
Farmi régie su l'Adige e sul Mincio e dalle tregue di Mi- 
lano. Tra i Ministri di Garlo Alberto e Tinviato magiaro 
eonireniyasi : = Ohe si ayessero ad armonizzare le militari 
operazioni dei Sardi sul Ticino» sul Po e sul Mincio con 
quelle degli Ungaresi sul Danubio per laimpresacomune; 
che il Goyerno del Re ordinasse in compagnie e batta- 
glioni, e proyyedesse d*armi e di cayalli i Magiari trafug- 
gitori» i quali dai cam'pi imperiali di Lombardia fossero 
per passare negli Stati del Re ; e allora che ne ayesse da 
quattro mila raccolti facesseli da sue nayi trasportare sui 
lidi ungarici deirAdriatico ; dai quali sarebbersi portât! 
sopra Trieste per tentarla e assaltarla, quando Tarmata 
sarda la fulminasse con le sue artiglierie (1). 

Per ricondurre (Jenoya alla quiète, Gioberti spediyale il 
ministro Buffa, Gommissario regio, con potestà piena e 
intiera; il quale, appena arrivatoyi, metteva fuora un ma- 
nifesto ai cittadini, in cui, dopo ayer biasimata la poco 
dignitosa politica dei Ministri scaduti e censuratine i modi 
di goyerno usati yerso la metropoli ligure, ordinaya lo al- 
lontanamento dalla città del presidio; in fine, gridaya la 
Castituente italiana. Le quali ineaute parole aggiunsero 
nuoTO inasprimento ai yecchi odi lungamente esasperati^ 



(1> La brève guerra di Novara impedi lo effettnarsi di tali diBegni ; 
dei molti Ungaresi, che al disdirsi délie tregue di Milano disertarona 
dalla TMmdiera anstiiaca, a dngento soltanto fa dato di prendere parte 
a quella gaerra tanto gloiiosa, qnanto infelice, che si combatte nella 
loro patria. 



Digitized by VjOOQIC 



900 oAPiTOLo y 

«he esistevano tra i Genovesi e la soldatesca régla. La 
plebe, vedutasi padrona assoluta délia città, prese allora a 
eorrerla tumultuosamente minacciando nobili e ricchi. Non 
riescendo a Lorenzo Pareto di freaarla e avendo patito 
oltraggio da quella, egli rinunziô al comaado supremo délie 
guardie nazionali; al quale nobilissimo offlcio Buffa chiamù 
il générale Avezzana, uno dei piii gloriosi campioni délia 
libertà italiana; non per questo cessarono i romori (I). 
Saputosi ciè in Parlamento^ Pinelli e i partigiani suoi 
moBsero gravi rimostranze ai Ministri ; e siccome Qioberti 
abbisognava d'ana Assemblea tutta a lui devota per gover- 
nare il paese a suo talento, cosi il 30 dicembre licenziara, 
a tempo, i Deputati, che dovevano poi riunirsi il 25 geanaio 
del vegnente anno. Arverso alla Costituente, quanto fan- 
tore ardentissimo délia federazione dei principi italiani, 
Gioberti , a vie meglio raggiugneré lo scopo desiderato , 
spediva Gommissari al Pontefice, allora in Gaeta, e al gran- 
daca Leopoldo di Toscana a oSï*ire aiuto d*armi régie per 
restaurare e aflfermare la loro potestà in Roina e in Fi> 
renze. Respinto da Pio IX lo intervenire délia Sardegna 
nelle sue faccende temporali (2), Gioberti deputava a Per- 
dinando di Napoli il senatore Plezza, che doveva studiarsi 
di rawicinare il Borbone alla causa italiana; ma il Re, 
niegando di ricevere l'inviato di Sardegna, mandava a vuoto 
i disegni del Ministre filosofo (3). Ne Rosellini in Firenze 



(1) Il générale Avezzana avova combattuto nella gnerra délia iadi- 
pendenza spagnnola, in qnella del 1829 e di poi nella guerra del Mes- 
sico, dovnnqne segnalandosi per coragglo e nûlitare sapienza. 

(2) Pio IX , che allora respinse gli aiuti di Sardegna, accettè di li 
a non molto queUi di Francia, d'Aïutaia e di Spagna: onde a ragione 
fa posto nel numéro dei Papi chiamatori d'armi straniere a strazio del- 
ritalia. 

(3) Délia fidlita spedizione del senatore Plezza la colpa fù da Rie- 
eardo Sineo data 9XL*oligareh%a piemantese, la quale impedi di combat- 
tere Tazione signoreggiatrice dell'Austria in NapolL — Vedi Gli ul 
timi meH del regno di Carlo Alberto, cart. 18; Torino, 1849. 



Digitized by VjOOQIC 



LA 8ABDEGKA PBSPABA8I A KUOVA aUEBBA XOC. 801 

fu piU fortunato m sua missione dei Oommissari Sardi in 
Gorte di Gaeta e di Napoli ; nulla egli ottenne dal Graaduca, 
nulla da coloro che per lui reggevano la cosa pubblica: 
onde di li a poco Leopoldo fuggiva di Toscana; la quale, 
per la fiiga del suo principe trovandosi libéra délie sue 
sorti e del suo avrenire, gridava allora la repubblica. — 
11 rifiuto del Pontefice salvô lltalia dalla guerra civile ; 
che sarebbe indubitabilmente nata, se un esercito sardo 
aresse invaso le Romagne e assaltata Roma per rimettervi 
la potestà temporale dei Papi. Se Francia repubblicana 
vituperossi mandando sue armi contra Roma, quanto e 
quale vituperio sarebbe venuto alla Sardegna in quella 
impresa, nella quale avrebbe ayuto a compagni Austriaci 
e Napolitani ? Invero il consiglio di Gioberti fli più che dis- 
sennato ; avregnachè pericolosa cosa sarebbe stata togliere 
dal Tioino forte presidio d'armi per soccorrere al Pon- 
tefice, allora che Radetzky ingrossava Tesercito suo in 
Lombardia. Non iscoraggito dalle ripulse di Pio IX e del 
granduca Leopoldo, ne dal freddo accoglimento fatto aile 
I>arole di Carlo Alberto allô aprirsi del nuovo Parlamento, 
Gioberti deliberava d'intervenire con le armi nelle fac- 
cende di Toscana per aflTermarvi il principato. Nel suo di- 
flcorso ai rappresentanti del paese il Ré aveva taciuto délia 
Costituente, ma il suo primo Ministre ne parlô di poi sfa- 
Torevolmente : « Quella di Francia del secolo scorso, disse 
egli, tutta la insanguinè e la condusse airuccisione del 
suo Monarca ; la Costituente romana — alla quale, lui 
Ministre, la Sardegna non avrebbe aderito mai, cosi ebbe 
risposto un giorno a chi pregato Taveva d'accostarsele — 
e la Cùêtituente toscana essere piene di pericoli e àvere 
per intente di stabilire la repubblica in Italia. » E siccome 
la repubblica farebbe cadere la potestà temporale del Papa 

— istituzione che non poteva più rinnovarsi, ne riformarsi 

— cosi Gioberti, grande cald^giatore délia federazione 
dei principi italiani presieduta dal Pontefice, per rendere 
la repubblica impossibile nella penisola, aveva disegnato di 



Digitized by VjOOQIC 



âOâ OAPITOLO V 



spedire a Toscana Tarmi régie aquietarvi i romori e assicu- 
rare il trono vacillante del lorenese (1); fatta la quale im- 
presa, ritenterebbe l'animo del Papa per quella di Roma. 
Accordatosi su ci6 con Leopoldo, senza consultarsi coi. col- 
leghi egli comandava ad Alfonso Lamarmora di recarsi coa 
sue genti a Sarzana e tenervisi pronto a irrompere in To- 
scana; ma poco appresso il Granduca, mutato consiglio, re- 
spingeva gli aiuti di Sardegna per darsi in braccio all'Au- 
stria. I compagni di Gioberti, allora cbe seppero la cosa, 
mossergli, e a buon diritto, acerbi rimproveri : onde gli fu 
forza rassegnare il proprio officie al Re» pure contra lui 
sdegnato. I Deputati, al cui orecchio erano arrivate voci 
vaghe e notizie incerte délia spedizione di Toscana, quando 
non videro più Gioberti siedere tra i Ministri, ma in mezzo 
a loro — e fu il 21 febbraio di quelFanno 1849 — chiede- 
yangli schiarimenti su la faccenda e ragione altresi délia 
mutata sua condizione ; ed ei rispondeva: = Causa del dis- 
senso coi coUeghi suoi essere l'impresa di Toscana; la 
quale, bene accolta da prima^ aveyano rigettata di poi. = 
n niegarsi ciô dai Ministri faceva nascere nelVAssemblea 
una disputa fierissima, sostenuta con parole oltraggiose e 
quasi offensive alla maestà del Parlamento. Il popolo, pré- 
sente alla brutta scena, plaudi a Gioberti, creduto vittima 
degli intrighi de* suoi nimici (2); i quali allora pubblica- 



(1) Nel febbraio 1849 Gioberti al marchese Nerli, oratore del Gran- 
duca di ToBcana in Corte di Torino, dava le maggiori assictmudoni , 
« che il restanro si farà con tutti i possibili Hguardi; che Tesercito 
sardo verra posto sotto gli ordini immediati del Granduca, occupera i 
paesi in suo nome, e al primo suo oenno rientrerà in Piemonte. » 

(2) Erano note le ire di Gioberti contra il depntato Brofferio, ohe 
f^rono causa di gravissima perturbazione popolare in Torino, avrenuta 
la sera del 20 febbraio; nella quale una moltitudine di gcate briaca 
portossi alla casa di quel valoroso suo arversario politico e, atterratene 
le porte, rinvadeva gridando morte a Brofferio; e certamente sareb- 
besi resa colpevole d'atti infami, se dal commetterli non fosse stata 
rattenuta dalla fotza armata, soUecita accorsa a sedare il tumulte, n 



Digitized by VjOOQIC 



LA SABDB6NA PREPABA8I A MUOVA GUEBBA BCC. 203 

rono vitaperevoli libelli, ia cui le accuse andavano con- 
giunte aile calunnie contra lui che, al dire de* partigiani 
suoi, aveva in tatte le circostanze sempre operato in buona 
fede e con retta coseienza. Vincenzo Oioberti erasi pre- 
fisse non soltanto di affermare nella Sardegna il princi- 
pato costitnzîonale, ma eziandio di costringere Roma e Pi- 
renze a mantenere le libéral! istitazioni, che Ponteûce e 
Grandaca avevano Tanno innanzi ai loro sudditi concedute. 

Âppena ebbe Oioberti lasciato Tofflcio sao, i Ministri del 
Re intesero tutte lor cure a preparare la guerra altamente 
hchiesta dal popolo; e montre riordinavano e accresce- 
vano l'esercito, spedivano Lorenzo Valérie a Firenze e a 
Roma a domandarvi aiuto d*armi per Timpresa di indipen- 
denza (IX e dalFuna e dall'altra l'inviato sardo aveva fatto 
promesse di soldati, più assai di quanto potevano dare. — Del- 
Vesito infelice sortito alla guerra di Lombardia erano stati 
incolpati i generali di Garlo Alberto ; ma la imperizia del 
Re al comando supremo deiresercito e al governo délie 
militari operazioni fu la causa primissima de! disastri pa- 
titi. Si disse allora: = La ritratta dal Mincio essere stata 
fatta innanzi tempo e a precipizio, e la tregua di Milano 
poco onorevole: onde Tonore délia nazione aveva gran dé- 
mente sofferto. = In verità, le miserande condizioni, in cui 
trovavasi l'esercito quando riducevasi presse la metropoli 



giorno appiesso neirAssemblea legislatiya molti Deputati vivamente 
PTotestanmo contra queirinsnlto, che nella penona di onoratiBsimo rap- 
piesentante del popolo aveva ferito la maestà délia nazione. — Non a 
Oioberti, ma a qnalche sno eattivo partigiano va tatta la oolpa di quel 
popolare tnrbamento! 

(1) Qnesta difflcilissima missione venne data a Lorenzo Valerio, allô 
i^po di allontanarlo dal Pariamento, ove erasi chiarito awerso aile 
leggi allora messe innanzi dai Ministri, in virtû délie qnali sospende- 
vand le libertà eogtituzionali durante la gnerra. Il GK^vemo del Be 
ayrebbe pnr voluto allontanare di Torino anche Tavvocato Brofferio; 
loa aocortoei délia impossiMlità di rinsdrvi, rinanziô al ùlUo disegno. 



Digitized by VjOOQIC 



S04 OAPITOLO T 



lombarda -— ed erano la conseg^enza degli errori commessi 
da chi aTeva diretto la guerra — non potranno mai sca- 
sare quella tregua ; ma l'onore délia nazione era stato salvo 
per yirth del soldato, il quale avéra gloriosamente pu- 
gnato a Sommacampagna, a Custoza, a Volta: giornate 
che, non ostante il numéro 8tragi*anâe deile forze nimiche, 
erano statc combattute dal soldato con fermezza strenuis- 
sima. Eusebio Bava, eletto generalissimo deiresercito — 
e ta neirottobre del 1848 — aveayi già rimessa la militare 
disciplina e riaccesivi i nobili sentimenti di patria e d*o- 
nore (IX quando, per li basai intrighi dei nimici suoi — 
invidiosi del favor dei soldati ch*egli meritamente godeva 
— a mezzo febbraio del 1849 venivagli tolto il comando 
suprême per conferirlo a uno straniero. Dopo il rifiuto del 
Ck)Yerno francese, cui 1 Ministri di Carlo Alberto ayevano 
domandato un oapltano provato in armi per Timpresa di 
Lombardia ornai risoluta, il Re fidayala somma délia guerra 
al générale Alberto Chrzanowski(2); il quale, sebbene si fosse 



(1) u Un solo affetto, on solo peiudero, un solo yolere siala libertà 
e l'indipendenza di questa terra beata, che dalla concordia, dalla in- 
trepidezza e dalla yirtù di vol, suoi figli prediletti, attende il coiue- 
gnimento di quel snblimi destini, che la ProvYldenza riserva ai forti, 
e che nessuno potrà contendere ai yincitori di Goito, di Pastrengo e 
di CoBtcza. » 

Cosi scriTeva il générale Bava nel ano manifesto del 23 ottobre 1848 
all'eseicito, manifesto bandito dal qnartiere générale d'Alessandria. 

(2) n générale Lamoiiciére rifintè il comando sapremo dell'esercito 
saido per consiglio di Thien ; il dnca d'isly, perché speraya d'intetre- 
nire col suo — qoello délie Aîpi — nella gaerra d'Italia ; Ghangamier, 
perchô trovayasi a capo délie gnaidie nazionali di Parigi ; e se qualehe 
générale firancese erasi da prima mostrato inchino ad acoettorio, se ne 
schivava di poi veggendo il suo Qoyemo poco fayorerole a queUa 
gaerra; per la qoale cosa avrebbegli negato il eonsentimento suo «Ua 
accettazione dell'offioio offertogli; ehe parimenti non yoUe Dnfonr, gé- 
nérale deUa Confederanone Elyetioa, per la malferma sainte e par l'ob- 
bligo assnntosi d'accompagnare a Parigi Loigi Napoleone, già sao di- 
scepolo. Fa allora che il Be ohiamè a quel comando Chrzanowiki col 



Digitized by VjOOQIC 



LA BABDBONA PBBPASJLSI A NUOVA (^UBSBA BGC. ^5 

per valore segnalato nella lotta di indipendenza délia patrla 
sua, la Polonia, combattuta nel 1830 (1), non aveavi perô 
tenuto il comando di un corpo d*esercito; rispetto a ci6 
egli era dunque inferiore a Bava (2). Improvvido, anzi pes- 
simo consiglio ta cambiare quasi alla vigilia di uscire alla 
campagna, un capitano vecchio ed esperimentato nelle armi 
COQ un générale affatto ignoto airesercito, del quale igno- 
raya gli ordini e le instituzioni, Tindole e persino la lin- 
gua parlata dai soldati. Quale fede potevano questi avère 
in chi non possédera rinomanza di guerra e le cui geste 
militari erano a tutti sconos.ciute ? La giornata del 23 marzo 



titolo di gênerai maggiore e diede al générale Alessandro Lamannora 
l'oiBcio di capo dello Stato Maggiore dell'esercito; il quale conferimento 
di dignità militari ebbe Inogo il 7 e 1*8 febbraio. Fn allora altresi che 
Alfonso Lamarmora, lasciato al générale De Sonnaz Tofficio di Mini-* 
stio sopra le armi, prese il comando délia diviHane temporanea^ tntta 
di vecchi soldati già licenziati a tempo, e di que' giomi a campo presso 
Sarzana. 

(1) «< non ftolamente Chrzanowski erasi presentato corne générale 

ripntatissimo , ma anche qnale eccellente capo di Stato Maggiore d'e- 
sercito; e nel nostro paese e in Italia non abbiamo assolntamente nn 
générale abile tanto da atare a capo del nostro Stato Maggiore... Se 
voi lo fate yenire, sarà nn gran bene per Tesercito nostro. » 

Lettera del re Carlo Alberto del 26 agosto 1848 al générale Da- 
bormida. 

(2) Nella sollevazione polacca del 1830, Chrzanowski ebbe in Gora 
on coUoqnio segreto col générale maso Thiemann ; egli ayeva pregato 
qnesto générale di adoperare i snoi bnoni offici presso lo Gzar, a fine 
d'ottenere nn accomodamento onorevole col principe Czartoryski — che 
preaiedeva al Govemo ~ e col conte ^Ladislao Ostrowski, allora Mare- 
sciallo délia Dieta. Chrzanowski, divennto QoTematore di Varsavia, ta 
de' più inchini alla dedizione , qnando erano tattayia yalide le difese, 
forti le resistenze; e ginnse a tanto, da minacciare persino di morte il 
"Vice Présidente délia eittà, allora che Toleya chiamare in sn Tarme 
le gmardie di sieurezza, che costitoiscono il yero popolo di Varsayia. 
Vennta questa per resa patteggiata, a mano dei Bnssi, Chrzanowski 
rimase in città, sperando che lo Czar sarebbe per tener conto di qnanto 
egli ayeya già da tempo operato per la dedizione; ma accolto fireddar 
mente dal grandnca Michèle egli lasciaya la Polonia. 



Digitized by VjOOQIC 



206 CAPITOLO Y 



rivelô Terrore di quella elezione cosi poco sennata; perô 
che Ghrzanowski, nello affermare a Novara la fama di 
soldato valoroso» si chiarisse mediocrissimo capitano: il 
maie, coaseguenza délia sua elezione a generalissimo, fa 
irreparabile ! — In questo mezzo chiudevansi le conferenze 
di Bruxelles. La mediazione di Francia e di Bretagna — 
accettata dalla Sardegna con lealtà, daU'Austria con mala 
fede — non rlescendo a condurre i guerreggianti a compo- 
nimento amichevole, causa le esprbitanti pretensioni del 
Governo impériale, di voler trattare direttamenle con quel 
di Torino e negoziare la pace su le basi del trattato di 
Vienna, lasclava aile armi il carico di risolvere la qui- 
stione. In verità era follia sperare che l'Austria volesse 
lasciarsi spogliare délie sue più belle provincie, che, per 
brevi mesi perdute, aveva racquistate con la forza delle 
«rmi. Se in favore di Carlo Alberto stava la dedizione v(h 
lontaria di quelle, per Tlmperatore stavano gli antichl 
trattati, soprammodo poi quelli di Vienna del 1814 e 1815. 
— La guerra era dunque divenuta inevitabile, e a sîibita 
guerra spingevasi il Re sabaudo dai popoli subalpin! e dagli 
amici délia monarchia sarda, desiderosi di vederne allar- 
gâta la dominazione e accresciute le belle e gloriose tra- 
dizioni delle sue armi; da moltissimi poi volevasi la guerra 
per tema che la Lombardia e le Venezie avessero ad eri- 
gersi in principato indipendente con somme danno degli 
interessi délia Sardegna; soUecitavasi 11 Re a rompere le 
ostilità contra TAustria dalla Consulta lombarda (1), impa- 
ziente di vedere i concittadini francati dalla signoria stra- 



(1) La Consulta lombarda, la quale siedeva in Torino, era stata 
creata allô scopo di tntelare le facoende dei faornsciti di Lombardia. 

Angelo Fava, repntando, e a ragione, non essere anoor gionto il 
momento favorevole a gnerreggiare FAustria, opponerasi alla Consulta, 
che Yoleya, ai ayesse ad afifrettare il disdir delle tregne. C(m la quale 
sennatissima opposizione » in verità molto a lodarsi — Fava mostro 
di conoscere assai più dei colleghi le condizioni del paese, da lui rite- 
nnto allora non preparato alla gnerra. 



Digitized by VjOOQIC 



LA SABDEGITA PBXPA&ASI A KUOVA GUBBBA BGC. 907 

niera, ehe in mille gaiae tormentavali e 11 ammiseriva; in 
fine, volevasi la guerra dallo stesso Carlo Alberto per To- 
nore proprio e la gloria del suo regno. 

Prima di narrare la seconda guerra deirindipendenza 
italiana — guerra che, dopo un badaluccare e combattere 
di tre giornl, doveva flnire con la giornata di Novara, in- 
faosta tanto ail'armi patrie — diremo brevemente degli 
ayyenimenti compiutisi neirimperio austriaco dalle tregue 
di Milano al rompersi di esse. 

Ottenuti, con la indipendenza del regno, Ministri nazie- 
nali obbligati a dar ragione deiroperar loro, gli Ungaresi 
Tollero che l'esercito avesse a giurare fedeltà alla patria 
soltanto ; e dovendo per ciô le forze armate del paese esclu- 
siyamente adoperarsi alla difesa di esso, richiamarono quelle 
che allora combattevano sul Mincio e su TAdige, nel me- 
desimo tempo deliberando di non concedere piii alla guerra 
dltalia uomiiii e danaro. L'Austria, che da quel risve- 
gliarsi dei Magiari e dal loro gridarsi indipendenti, temeva 
ayesse a venir grave danno alla integrità dello Stato, non 
potendo apertamente resistere ad essi, ridestava gli odi di 
razza, già da lunga pezza sopiti, muovendo i Croati contra 
qnella nazione generosa. I quali, veduto Jellacbich» lor 
bano, in brevi giorni salire ai sommi onori e aile piii alte, 
dignità deirimperio, securi délia protezione délia Gorte 
viennese, ribellavansi alla Dieta ungarica;e, rotti i vincoli 
Gratellevoli di loro secolare nnione ai Magiari, costituivansi 
in regno indipendente. Gostretta a rispettare i privilegi 
deirungaria, sui quali poggiano le sue libertà, e a* cui 
principi deve rendere omaggio, l'Austria, che ad ogni costo 
vuole opprimerla, lascia impuniti gli assassini commessi 
dai Serbi (1) sui vicini Tedeschi e sui Magiari : onde tra 



(1) I Serbi abitano il comitato di Bacs — la Bacska — che sta tra 
la bassa Theiss — il Tibisco — e il Dannbio. Nella Bacska troyansi 
le anticbe trineee romane. 



Digitized by VjOOQIC 



206^ CAPITOLO V 



le due nazioni rivali, di li a poco accendesi guerra fero- 
cissima. La condusse il bano Jellachich, il quale, sebbene 
per quella ribellione e mossa d*armi coatra TUngaria, ve- 
nisse apertamente rimproverato dall*Imperatore, riceveva 
perô di nascosto da lui validi ainti per la sua impresa; 
egli era, forse senza volerlo, strumento délie usate arti 
deirAustria e délia sottile politica di Metternich, la quale 
finiva allora il suo tempo. La Gorte impériale — e con essa 
il Ooverno — mentre affermaya pubblicameute di condan- 
nare la ribellione e Toperato di Jellachich, e dicevasi riso- 
luta di proteggere i diritti délia corona magiara, agitava 
in tutta segretezza la Groazia e sofflaya nel fuoco délia 
discordia, allô intente d*inyalidare gli sforzi délia média- 
zione assunta dalFarciduca Giovanni — il Vicario dell'im- 
perio germanico — per comporre onoreyolmente la contesa 
slayo-ungarica e impedire cosi la guerra ciyile, che pa- 
reya vicinissima ad accendersi. Falliti i tentativi di tornare 
a concordia quelle due nazioni» Tarciduca Giovanni lasciava 
Vienna per recarsi a Pranooforte ad aprire la Dieta del- 
l'imperio; Esterhazy, il quale in Gorte di Ferdinando rap- 
presentava TUngaria, riedeva a Pesth aU'offlcio di Miuistro 
sopra gli affari esterni; in fine, il bano Jellachich ricon- 
ducevasi in Groazia a darvi opéra sollecita ai preparamenti 
^bellici, per uscire alla campagna innanzi che i Magiari 
avessero raccolto esercito bastevole a contrastargli Tinva- 
sione del loro paese. Pochi giorni dopo i prosperi eventi 
dell'armi austriache sul Mincie e la cacciata di Lombardia 
dei Sardi, Ferdinando da Innspruck faceva ritorno all'im- 
periale Vienna, e 1*8 settembre di queiranno 1848 venivano 
alla sua presenza molti rappresentanti deirungaria, i qu&li 
nello assicurarlo di loro fedeltà^pregavanlo di salvare la 
indipendenza e la libertà délia patria magiara minacciata da 
Jellachich. Rispondeva ad essi Tlmperatore : = Essere stata 
sempre in lui ferma volontà di mantenerne intatti i diritti, 
le leggi e l'integrità, corne giurato avea al suo ascendere al 
trono; i Ministri farebbero presto conoscere la delîbera- 



Digitized by VjOOQIC 



LA SARDEQNA PBSPABA8I A ITUDYA OUBRRA ECC. 209 

zione ch'egli sarebbe per preadere. = Che poteva mai spe- 
rare ITJngaria dal suo Re, che di quei giorni scrîvendo a 
Jellachich» dopo averne lodate le prove di devozione da- 
tegli, confermavalo nella dignità di bano e negli alti carichi 
già conferitigli ? Da tali atti del suo sovrano vie più inco- 
raggiato airimpresa, Jellachich chiama allora in su l*arme 
i Groati, gli Illirici, gli Slavoni e le popolazioni dei Cotir 
fini militari; e di essi, che numerosi corrono al suo ap- 
pello, fatta la massa su la Drava, il 9 settembre, valicatala 
presse Varadino senza contrasto, invade il territorio un- 
garese. Moltissimi ufBziali imperiali contavansi neireser- 
cito del bano, le cui artiglierie, tolte aile fortezze del con- 
fine, erano tutte maneggiate da cannonieri austriaci. Taie 
invasione, operatasi senza intimare prima la guerra, era 
stata voluta dal Governo di Vienna, allô intente di spingere 
i Magiari aile armi e aver cesi il preteste d'intervenire 
nella contesa e domare quella soUevazione che con la più 
vituperevole mala fede il Governo stesso aveva provecata. 
Il 29 settembre a Yelentze, terra situata a brève distanza 
da Sthulweissemburg su la via che mena a Buda, i Ma- 
giari assaggiavansi per la prima volta coi Oroati, capita- 
nati da Jellachich; il quale, avendo patite aspra battitura, 
implerava dal vincitore una tregua di tre giorni, che ve- 
nivagli accerdata, ma veggendosi ridotte in assai malo 
stato e senza via di salvamento, di nottetempo, rompendo 
la fede data, fuggiva verso Talto Danubio per ripararsi 
neU'arciducate d'Austria. — In queste mezzo, avvenimenti 
di grave impertanza eransi compiuti a Pesth e a Vienna. 
L'Imperatere, il quale voleva ad ogni ceste si posassero le 
armi dagli Ungaresi, mentre a questi ordinava di posare la 
gaerra, spediva il maresciallo Lemberg, Commissario régie 
a Pesth, a prendere la somma del cemande di tutti i pre- 
sidi del règne magiaro, ed eziandio con Tufflcio di com- 
perre le differenze levatesi tra le due nazieni combattenti. 
Se non che al suo arrivare in quella città — e fu il 28 
settembre — il popole, tumultuante scagliavasi su lui e le 

14 — Vol. IL Maruni — Storia j>o{. e mil. 



Digitized by VjOOQIC 



210 CAPITOLO V 



tagliava a pezzi. Si orrendo delitto eccita lo sdegao di Fer- 
dinando, il quale, licenziata la Dieta e messa TUngaria 
sotto l'imperio délie leggi militari, créa il bauo comandante 
suprerao di tutte le forze armate di quel paese cou la piii 
alta autorità epotestà; e a rendergli facile e spedita la 
repressione del soUevamento magiaro, aflTorza Tesercitodi 
Jollacliich di grossa schiera d'imperiali, che toglie dal pre- 
sidio di Vienna. Ma il diniego di un battaglione di fanti 
italiani di recarsi a combattere guerra fraterna e i modi 
violenti usati dal Governo per ridurre aU'obbedienza quei 
soldati, fanno soUevaro gli opérai délia citta; i quali, assaliii 
da prima, assalgoiio di poi gli imperiali con tante impeto da 
costringerli a lasciar Vienna nella sera stessa di quel giorno 6 
ottobre. Vittima del furore popolesco cadeva il Ministre so- 
pra le armi, Latour, che, preso in sua casa, veniva bar- 
baramente ucciso, indi trascinato per le vie e appeso ad 
un lampione. L'Imperatore, il quale trovavasî al castello di 
Schônbrunn, avvertitô che, vittoriosa la soUevazione, YAs- 
semblea Costîtuente aveva fidato il potere supremo a un 
Gomitato di salute pubblica, s*incammina verso Olmûtz, 
scortato da forte presa di soldati; e saputo per via Tavri- 
cinarsi di Jellachich al Danubio — in quel mezzo giunio 
a Presburg — gli ordina di procedere sollecito innanzi per 
unirsi aile genti di Auersperg, riprendere insieme la città 
rubelle e spegnervi la soUevazione. Il bano avanzossi spe- 
ditamente e venue a porre i suoi campi davanti alla parte 
orientale di Vienna; la quale, dopo violente assalto stre- 
nuamente sostenuto, e che durô, quasi incessante, quattro 
giorni — gli ultimi d'ottobre — non vedendo giugnere il 
tanto sperato soccorso deiresercito ungarese, allora cam- 
peggiante Presburg, il primo novembre posava le armi. Win- 
dischgratz, che aveva condotto il brève assedio, usô cru- 
delmente la vittoria ; avvegnachè, concesso da prima a' suoi 
soldati di saccheggiare le robe e fare strazio dei cittadini, 
ponesse di poi questi sotto il governo militare, dure sem- 
pre, durissimo allora per la ferocia di lui che lo presie- 



Digitized by VjOOQIC 



LA 8ÀBDE6NA PRBPARASI A NTTOYA OUERBA ECC. 211 

Aev3L e per quella altresi délia fazione soldatesca, la quale, 
salita in superbîa per Tottenuta vittoria, davasi vanto di 
aver salvata la Monarchia. Alla Dieta deirimperio, raccol- 
tasi poco appresso alla sommessione di Vienna, U principe 
Felice Schwarzenberg, che stava a capo del Governo, pro- 
metteva mantenere ai popoli delFAustria le loro libertà, di 
soddisfare ai bisogni dei nuovi tempi e di assicurare ai 
Gomuni Tamministrazione degli interessi propri; in âne, 
dara speranza che in un awenire non lontano le diverse 
genti, che abitavano Timperio, godrebbero dei benefici di 
nna Costituzioney la quale, mediante Tuguaglianza dei di- 
ritti, tutte insieme le unirebbe. A impedire il rinnovarsi 
di sollevamenti popoleschi, che in brève période di mesi, 
avevano più volte turbata la pace deirimperio, la parte, 
che intitolavasi iiçWAustria ringiwaniia, e che sebbene 
da poco tempo ordinatasi, era già divenuta oltrepotente in 
Corte di Vienna, obbligava Ferdinando ad abdicare al trono 
e costpingeva il fratello suo Prancesco — cui spettava la 
corona — a rînunziarla al primogenito suo Francesco Giu- 
seppe; il quale, nello ascendere alla sedia imperatoria, ban- 
diva il viribus unitis, motto ch'egli prendeva a sua im- 
presa; con queste parole — simbolo delFunione di tutte le 
forze morali e materiali délia monarchia absburghese — 
egli mirava a far conoscere gli intendimenti suoi, che perô 
non gli fu possibile di compiere mai (1). 



(1) u In taie nnova condizione deUe cose era necessario un potere 
più gioyane... nnoye difficoltà doveyano ora leyarsi lispetto ali'Uiigaria. 
Di fronte a questo popolo rimperatore troyavasi legato dalla sua pa- 
Tola e dalle concessioiii anteriori... Già da Inngo tempo on grande par- 
^ito, a Vienna, pensava aUa abdicazione dell'imperatore Ferdinando, 
principe malaticcio, nomo onesto corne tutti quelli délia sua razza, ma 
inettisnmo a govemaie in un momento si difficile. Nella crisi prodot- 
tasL dopo il 24 febbraio, nna donna, rarcidnchessa Sofia, erasi mostrata 
piena di fermezza e di forte risolntezza; essa ayeva un figlinolo di 
diciotto anni, già conoscinto dall'esercito e snl quale riposavano grandi 



Digitized by VjOOQIC 



212 OAPITOLO ▼ 



La lentezza nel risolvere e la irresolutezza neiroperare 
di Môga, il quale capitanava Tesercito ungarico, erano 
state le vere cause délia caduta di Vienna; se la négli- 
gente sua guardia aveva reso facile a Jellachich la fuga 
da Velentze, dovere di Môga era di acquîstare, con la ce- 
lerità délie mosse, quanto avevagli fatto perdere la pristina 
negligenza; ma egU tardi e flaccamente perseguitô il ftv 
difrago Bano; e venuto a Presburg, non pensando più a 
offendere, pose i suoi carapi presse le mura di quella città. 
spingendone fin su la Leytha le prime ascolte allô scopo 
di spiare i movimenti del nimico ; il quale, allora tutto in- 
iento airimpresa di Vienna, non poteva volgerglisi contra. 
— Di quel giorni Tesercito magiaro dell'alto Danubio con- 
tava quattordici mila fanti e due reggimenti di ussari, 
tutta gente d'ordinanza bene ammaestrata aile armi; in 
oltre, ventiraila guardie nazionali e grossa schiera délia 
Landsturm ; ma su quelle e su questa perô potevasi fare 
poco fondamento, per essere maie armate, non istruite negli 
ordini délia milizia e, quel che era peggio, non discipli- 
nate alla guerra ; onde, essendo atte soltanto a combattert" 
tumultuariamente, dovevano tornare più spesso di danno, 
rare volte di vantaggio. A togliere gli Ungaresi dalla loro 
inoperosità, che tanto nuoceva agli interessi délia patrie 
ed eccitarli a soccorrere Vienna, dalla cui resistenza in 
grande parte dipendevano le sorti délia comune libertà, 
recavasi al carapo di Parendorf il Présidente del Comitato 
di difesa nazionale, Kossuth, con forte mano di armati e 
alquante batterie di cannoni ; il quale, con sua éloquente 
parola vinti gli oppositori, confortati i dubbiosi, tutti poi 



speranze: perché dimqiie, ottenendod l'abdicazione dell'Imperatore e 
del padre del giovane aroidnca Francesco Ginseppe, non offirirebb^ & 
qnesti la coiona impériale? n 

M. Capbfigub, La Société et les Gouvernements de l'Europe, voL n, 
-cart 173; Broxelles, 1849. 



Digitized by VjOOQIC 



LA SABBEONA PSBPABA8I A NTJOYA OUEBBA EGC. 213 

iafiammando al combattere, riusciva a fare accettare i 
suoi disegni di offesa» da lui mandat! a partito: era troppo 
tardi per salvare Vienna! — Il 28 ottobre l'esercito ma- 
^aro, divise in tre scliiere, superata la Leytha, portossi 
su la Fischa; il di appresso, yalicato questo fiume, proce- 
dette innanzî poco più di cinque chilometri verso le al- 
ture di Schwechat; presse le quali il 30 veniva assalite 
e dope brève pugna fugato dalle armi di Windiscligrâtz; 
il quale, sapute il sue awicinarsi, aveva spedite a incen- 
tarlo buen nerbe di sue genti; viste di nen peter riescire 
a rompere l'assedie di Vienna, Môga ricenduceva dietre 
ia Leytha le diserdinate sue schiere. Queste générale, che 
nel muovere l'esercite e nel cembattimente di Schwechat 
erasi chiarite inette a reggere la guerra, per cemando di 
Kossuth cedevane il geverne a Gôrgey, chesinealpesare 
délie armi le tenue. Appena assunte queste efficie, Gôrgey 
ÎQtese sue cure a rifermare Tesercite, a rinnevarne lamili- 
tare disciplina e ad esercîtarle nelle fatiche, nei maneggi e 
negli erdini délia guerra; scritti in esse i volontari che me- 
stravansi prepriedesideresi di servire allapatriaconle armi, 
licenziô i poco animes!. — Riaffermata in Vienna Tautorità 
impériale, Windischgrâtz a mezzo novembre messe Teser- 
cito centra l'Ungaria, e senza contraste ne superô la fren- 
tiera, il grande prependerare di sue forze avende cestretto 
i Magiari a indietreggiare; i quali, vinti di poi aBàbàlna 
e a Moor, riducevansi da prima a Buda, indi a Waitzen 
sa la sinistra del Danubie, eve queste flume velge il sue 
corso da penente a mezzegierne. — In queste mezzo il Ge- 
verne e la Dieta avevano trasportate la lore sede a De- 
breczin, dietre la Theiss ; ragione di sicurezza ebbeli con- 
sigliati di lasciare Pesth e di recarsi in terra lontana dalla 
coQtrada, nella quale devevasi cendurre la guerra. I Mi- 
mstri, fatta deliberazione di venire col nimice a giornata 
finale innanzi a Buda, ingiungevano a Gorgey di combat- 
terla cen tutto le sforze délie sue armi, e nel medesime 
tempo di ordinarsi per mode da petere, nel case di una 



bigitized by VjOOQ IC 



214 CAPITOLO V 



sconfitta, ridurre Tesercito a salvameato su la sioistra del 
Danubio; in oltre, comandavagli di non fare in sua ritratta 
resistenza veruna in Buda, per non esporla agli orroridi 
una presa per assalto, ai quali Windischgràtz, se vincitore, 
certamente avrebbela data. Se non che, importando allora 
più d'ogni altra cosa di conservare quell'esercito, sul qual^^ 
riposavano la salute e la libertà délia patria, Gôrgey, poco 
curandosi del comando dei Ministri» lasciata la metropoli 
— che senza colpo ferire veniva in potere degli impo- 
riali — riducevasi con tutte sue genti a Waitzen. Mentre 
il Gomitato di difesa con mirabile operosità ordinaya in 
Debreczin un nuovo esercito — i cui battaglionî, mano 
mano erano forniti di quanto abbisognavano per la guerra, 
portavansi a campeggiare la Theiss — a divertire da que- 
sta Tattenzione e l'impeto délie forze nimiche, ed ezîandio 
a prowedere alla sicurezza délie sue soldatesche, Gôrgey, 
in su la meta del gennaio 1849, per la vallata della Gran 
saliva ai distretti délie città montanine e agli alti gioghi 
dei Garpazi sui confini di Galizia. Windischgrâtz, delîbe- 
rato di distruggere Fesercito di Gôrgey, per tentare D(y 
breczln senza tema di vedersi da esso, in suo avanzarsi. 
sopraffatto aile spalle, mandava grosse schiere ad assalirlo. 
Non ostante la copia grande di neve caduta in quel yerno 
rigidlssimo — la quale rendeva oltremodo penoso il cam- 
minare — fu assai viva la guerra. — La fortuna délie 
armi da prima fu varia ; di poi volse favorevole a quelle dei 
Magiari. Gapitanati da Schlick gli Austriaci, venuti su l'alta 
Theiss per valicarla, il 22, 23 e 24 gennaio a Tarczal, a Bod- 
rog-Keresztur e a Tokaj erano sconfltti dagli Ungaresi di 
Elapka; il cinque febbraio gli imperiali perdovano la foi*te 
postura del Branyskô, ributtati dai Magiari di Guyon ; i 
vincitori, avanzandosi d'ogni parte, costringevano Schlick 
a dietreggiare verso il Danubio, che non lungi da Waitzen 
riunivasi al grosso deiresercito austriaco. Gôrgey e Klapka, 
ch'eransi avvicinati per incalzare il nimico conloro forzc 
congiunte, avevano pur risoluto di liberare Koraorn stretti 



Digitized by VjOOQIC 



LA 8ABDBONA PRBPABA8I A NUOVA OURBRA ECO. 215 

d'assedio; con la quale mossa d'armi essi tenevansi sicuri 
di allontanare dalla Theiss gli imperiali, che indubitabil- 
mente correrebbero in aiuto agli assediatori. Ma queste 
ben disegnate imprese non poteronsi compiere per essore 
stato Klapka chiamato addîetro dal générale Dembinski, 
un Polacco, allora allora creato comandante suprême del- 
l*armi ungariche, eccetto quelle che sotte Bem, parimenti 
Polacco, campeggiavano la Transilvania (1) e i presidi 
délie fortezze. — Mentre Schlick sforzavasi di superare la 
Theiss a Tokaj, il 23 febbraio Windischgràtz faceva ten- 
tare il passe di Szolnok. Corne su Talta, cosi su la média 
Theiss gli tomô avversa la sorte; la battitura patita a 
Szolnok fu tanto aspra da metterlo in forse, se fosse 
più savio consiglio tenere o lasciare Pesth; e certo a- 
vrebbe dovuto ritrarsi da questa città, se i Magiari, me^ 
glio usando la vittoria, avessero vivamente perseguitato 
il nimico, che fuggiva nel massimo disordine; essi, al 
contrario, paghi délia riportata vittoria, riederono ai loro 
campi su la sinistra délia Theiss. Con quanto onore gli 
Ungaresi combattevano in campagna aperta, con altret- 
tanta Ûacchezza pugnavano dietro le mura délie fortezze 
assediate ; perô che dopo brève resistenza aprissero ai ni- 
mici le porte di Leopolstadt — la quale signoreggia la 
Tallata délia Waag — e di Essek, che dalla Drava, sevra 
CQi siede, soprasta minacciosa alla Schiavonia; la perdita 
délie quali fortezze tornô di 11 a non moite di grave danno 
ai soUevati. Fatta deliberazione di prendere le offese con- 
tra il grosso degli Austriaci, Dembinski, quand'ebbe rac^ 



(1) La conquista della Transilvania vanne da Eossuth fidata al gd- 
oerale Bem, che recossi in qnella provincia nel novembre 1848. Ordi- 
Bato nel période di poche settimane nn esercito — di numéro inferiore 
a quel dei nimici, in valore perô d'assai superiore — in brave tempo 
e con somma glorîa compté l'impresa, sbaragliando e sperdendo Au- 
striaci e Russi, 1 quali ultlmi erano accorsi a sostenere la vacillante 
fortuna della monarchia absburghese. 



Digitized by VjOOQIC 



216 CAPITOLO V 



colto a Miskolczy sul Sajo, lo sforzo deiresercito suo, avan- 
zossi verso Pesth ; ma i nimici ruppei^li i concepiti disegni, 
perô elle mentre trovayasi in Erlau, forze poderose di im- 
periali assalissero sue genti, il 26 febbraio, a Kàpolna, a 
Yeperlèt, a Kàl. Due giorni si combatte; le armi che po- 
saronsi al cadere délia notte, si riprendettero airalbeg- 
giare del nuovo di; la fortuna fu varia, avendo quando 
l'una, quando Taltra délie parti il peggio, sovente dovet- 
tero rifarsi. Dalla lotta, oltre ogni dire ostinata e sangui- 
nosa, uscirono vincitori gli Austriaci; cause di lor vittoria, 
il giugner tardi di alcune forze magiare e il non arrivare 
di altre sul campo e, come allora si scrisse, la poca ar- 
monia che regnava flra Dembinski e Gôrgey, funesta con- 
seguenza délia gelosia, fors' anche deirodio di quesVultimo 
verso il suo capo; awegnachè, cupidissimo del generalato 
supremo, lamentasse la perduta indipendenza di comaa- 
dante deU'esercito deiralto Danubio, e dicesse se e i suoi 
compagni d'armi umiliati di trovarsi sotto gli ordini di 
capitano straniero. Windischgrâtz non seppe profittare 
délia vittoria; soddisfatto d'avere respinto il nimico da 
Kàpolna e Yeperlèt, non perseguitollo in sua ritratta; 
glielo ébhe impedito la nebMa^ cosi scrisse ai Minlstri 
deirimperatore nella sua relazione délie giornate di feb- 
braio ! ! — Dembinski, scoraggiato dall'esito infelice sortito 
a Kàpolna aile sue armi, fatta allora rinunzia ad ogni of- 
fesa, 11 28 di quel mese andô con Tesercito riunito iutorno 
a Mezo-Kôvsed, a cavalière délia via di Keresend; e il di 
vegnente, il primo marzo, portoUo piii addietro in campi 
gli uni dagli altri lontani, rinnovando cosi Terrore com- 
messo a Kàpolna. Gli Austriaci, che il giorno innanzi ave- 
vano assalito il retroguardo ungarese> in sul cadere di quel 
giorno venivano sopra Klapka in Eger-Farmos^ la destra 
dei campi magiari. Klapka strenuamente resistette ai ni- 
mici; ma sorvenuta la notte, temendo nuovi assalti portossi 
a Poroszlô allô scopo d'appoggiarsi alla Theiss; e allora 
Dembinski, per non correre pericolo di far la gioraata 



Digitized by VjOOQIC 



LA SABDSGNA PBEPABASI A KUOYA GUSBBA EGC. 217 

avendo quel fiume aile spalle, ordînô airesercito la ritratta 
sa la sinistra di esso ; la quale yenne eseguita il 2 marzo e il 
mattino del vegnente, senza danno ne molestia, in presenza 
dei nimici. Due giorni dopo il colonnello Damjanics, ri- 
passata con la sua divisione la Theiss presse Gzibakhaza, 
a valle di Szolnek, allô scopo di esplorare le mosse degli 
imperiali, spingevasi su la via ferrata di Pesth; e trova- 
tosi in mezzo alla brigata d*Ottinger in Abany e in quella 
di Kagern in Szolnok, voltosi contra quest'ultima mette- 
vala in piena rotta ; montre un*altra schiera di Ungaresi» 
aasalite in Gzegled le genti di Grammant e di Ottinger, 
ne li cacciava con grave lor perdita. — La cattiva prova 
fattadaDembinski nel condurre laguerra avea destato mal- 
eoûtento universale; i generali discordavano tra loro, di- 
scordavano dal capitano suprême; e la sfiducia di soldati 
era giuata a tanto da niegare obbedienza agi! ordini di 
Dembinski, se non fossero stati prima approvati da Gôrgey 
da Klapka, nei quali avevano piena conûdenza: onde il 
Goyerno, a impedire che discordia e sflducia menassero a 
royina la guerra, e con questa la patria, diede a Yetter il 
comando in capo deiresercito, che pochi giorni di poi, per 
lo infermarsi di quel générale, la potestà suprema délie 
armi venue a mano di Gôrgey. 

Dopo Tascensione al trono di Francesco Giuseppe, la 
politlca austriaca aveva preso un indirizzo piii risoluto, 
pià ferme. Felice di Schwarzenberg, primo ministro del- 
rimperatore, deliberato di farla flnita con le ribellioni e 
coi ribelli, erasi avvicinato alla Russia; la quale, restau- 
rati con la Turchia gll Ospodari di Moldavia e Yalacchia 

— abbatfcuti già dalla parte libérale per avère ricevute le 
iayestiture di queste provincie dalle Gzar e dal Sultane 
dei Turchi — tenevasi tuttavia forte in su l'arme nei 
principati Danubîani e lungo i conûni degli Stati slavi e 
aastriaci. Il principe Schwarzenberg bene indovinando es- 
sere la quistione magiara di vita e di morte per TAustria 

— perô che il violente separarsi deirungaria farebbe cer- 



Digitized by VjOOQIC 



218 CAPITOLO V 



tamente cadere Timperio in rovina — il 6 dicembre del 1849 
fermara con la Russia ua trattato segreto, in virtù del 
quale gli eserciti del Sire moscovita, quando la fortuna délie 
armi austriache vacillasse sul Danubio, correrebbero in loro 
aiuto; tanto valide appoggio dovea assicurare all'Imperatore 
esito felice airimpresa dltalia, ove la Sardegna e tuttala parte 
libérale apprestavano nuove armi per combatterlo. — Corne 
a Vienna, cosi in Germania la democrazia pura, deslde- 
rosa di piîi largo reggimento, commoveva e muoveva il 
paese, soprammodo Berlino, dove eransi raccolti con la 
parte maggiore dei capi di quella gli agitatori piii ardenti; 
i quali, non di rado spalleggiati dai Parlamenti di Vienna 
e Berlino, diventavano ogni giorno più audaci. VAssem- 
hlea Costituenie di Francoforte, in oui risiedeva la suprema 
potestà délia nazione, cercava bensi di porgere argine alla 
invadente idea délia repubblica e frenare chi facevasi a 
tentar novità; ma non sempre gli sforzi suoi giugnevano 
a impedire i tumulti e le sommosse. Invero strana contrad- 
dizione ! quelFAssemblea, cho combattendo i sognatori del- 
Vunità germanica voleva soprattutto rispettate le sovra- 
nit& e le libertà degli Stati alemanni, nello approvare la 
riunione dello Schleswig aU'Holstein in uno Stato indipen* 
dente, incitava allora la Prussia alla guerra contra la Da- 
nimarca, oflTendendo cosi i diritti del Sire danese (1). Pre- 



(1) Nel 1814 lo Schleswig e l'Holstein avevano chiesto &1 Oovenio 
danese di reggersi oon nna costitozione tntta propria; non esauditi al- 
lora, linnovayano taie domanda nel 1830, chiedendo anche di compoisi 
in uno Stato indipendente sotto la famiglia régnante. Corne nel 1814, 
cosi nel 1830 il Govemo niegô soddisfare ai loro desidôri: onde i Dn- 
cati cominciarono ad agitarsi. I Tedeschi dello Schleswig, memoii che 
sino dai tempi di Carlo Magno TEyder segnava il confine di Qennania 
— Eidora terminus imperii romani — yolevano, avesse il dncato a far 
parte délia federazione alemanna. Lo acclamarsi délia repubblica in 
Francia faceva levare in su Tarme gli Olsteinesi; i qnali insignoritiaî 
di Rendsbnrg, entravano nello Schleswig. AUo scopo di protegg^re la 
integrità danese, la Prossia al cominciare d'aprUa occapava l'Holstein^ 



Digitized by VjOOQIC 



LA BABDEQNA PB£PABA8I A NUOVA OUBBBA K0<\ 219 



sto l'ordine veniva sconvolto in Berlino per opéra dei 
Circoli polîtici di parte repubblicana, i quali, levato il 
popolo a romore contra l'Assemblea^ spingevanlo a com- 
battere le guardie nazionali corse a difenderla. A far che 
non avessero più a rinnovarsi tali brutte scène il conte 
di Brandebourg — che presiede ai Ministri — propone, 
con rapprovazione del Re, abbiasi a trasferire altrove il 
Parlamento e mettere Berlino sotto il governo délia spada. 
Al protestare dei Deputati che chiamano tali atti illegali, 
6 ai tentativi di ribellare il popolo, risponde il Re licen- 
ziando l'Assemblea e ponondo Berlino sotto Timpcrio dellc 
leggi militari: cosi à ristabilito Vordine nella metropoli 
pnissiana. Del licenziamento deirAssemblea di Berlino la 
Dieta di Francoforte lagnasi presso il Re ; il quale, in sua 
risposta, le fa conoscere: == Che, per essere taie affare 
tatto prussiano, il suo operato non puô offendere i diritti 
délia Dieta. = Il contegno ferme e risoluto dei Ministri 
di Vienna e Berlino, contegno che preludeva a un sistema 
di governo tutto militare — nel qualo ben di sovente im- 
pera l'arbitrio, raramente la legge — non intimidisce gli 
agîtatori e i promuovitori di novità, ma li rende piii cir- 
cospetti e prudenti. La democrazia pura di Germania 
aveya riposto grande parte di sue speranze nelle resistenze, 
che Magiari e Danesi opponevano allora aile pretensioni 
d'Austria e di Prussia; se essi fossero stati vincitori sul 
Tibisco e su l'Eyder, la causa délia libertà avrebbe pur 
vittoriato a Francoforte e sul Danubio. 

Gorreva il 7 marzo di quelFanno 1849, allora che in A- 
lessandria riunivansi a consulta Cadorna e Tecchio, Mini- 



il cm Re protestava subito contra lo intervento stranîero. Riâpondeyagli 
il GoYemo di Berlino chiedendo Tunione dello Schleswig-Holstein in uno 
Stato indipendente; e YAssembïea Costituente di Prancdforte, decretata 
Tannesaione dei Dacati, dava alla Prussia il carîco di mamlarla a ef- 
fetto: allora açcendevasi la guerra dano-prussiana. 



Digitized by VjOOQIC 



220 CAPITOLO V 



stri di Carlo Alberto, e il générale Ohrzanowski per de- 
liberare su la ripresa délie armi. Già iunanzi avevano 
risoluto, che si avesse a combattere guerra grosso^ e ve- 
nire presto a giornata finale; perô che la guerra minuta 
torni quasi sempre di danno, rare volte di vantaggio ai 
piccioli Stati, consumandosi in essa lentamente si, ma inces- 
santemente le forze deU'esercito; per la quale cosa dovevasi 
dai Ministri del Re trattare soltanto del giorno di indirla, del 
giorno di romperla. Aile loro interpellanze sui preparamenti 
bellici, su le condizioni morali e materiali deiresercito e su 
la convenienza di intimarla prima di muovere le armi, o di 
uscire alla campagna senza disdire le tregue al nimico — 
tregue già da questo piîi volte violate — Ghrzanowski ri- 
spondeya: = Brevi giorni abbisognargli per compiere gli 
apparecchi délia guerra, che potrebbesi cominciare il 18 
marzo; nell'esercito, da tempo purgato di chi era indegno 
d*appartenergli, essere Tistruzione soddisfacentissima ; mi- 
nima la diserzione e taie da non doverne tener conto; eo- 
cellente lo stato morale dei soldat!, délia cul lealtà non 
potevasi dubitare. Rispetto poi alla ripresa délie armi pre- 
ferire egli dinunziare la guerra la sera per combatterla il 
mattino appresso ; ma nel caso d'allora essere consiglio sa- 
vio e prudente disdire le tregue otto giorni innanzi il 
rompere délie ostilità, giusta i patti fermati a Milano il 9 
agosto 1848. Uno Stato grande e forte non incontrare cen- 
sure dimolte e poter di queste non darsi pensiero, se corne 
meglio gli convenisse o a suo talento opérasse; ciô dalla 
Sardegna non potersi fare, awegnachè tutta Europa gri- 
derebbe da quella ofieso il diritto délie genti. Consigliare 
in oltre, per ragione di maggiore sicurezza, di far nota al 
paese la guerra due giorni dopo la intimazione di essa al 
maresciallo; = conchiudeva quindi il suo discorso cosi: 
= Questo mese è opportunissimo a una mossa d'armi con- 
tra TAustria, potendo sperare un soUevamento délia Ger- 
mania, nella quale esistevano tuttavia le cause che ave- 
vanla, nel marzo dell'anno antécédente, spinta alla guerra ; 



Digitized by VjOOQIC 



LA SABDEQKA PREPABASI A NUOVA OU£RRA ECO. 221 

onde airimperio austriaco — da una parte^minacciato dalla 
ribellione magiara, dalla sollevazione alemanna dairaltra 
— non sari possibile tenere in Italia forze poderose con- 
tra la Sardegna = (1). Fissato il 10 marzo per Tintima- 
zione délia guerra a Radetzky, risoluto di spedire un messo 
a Venezia per far conoscere al Governo délia repubblica le 
deliberazioni prese dai Ministri del Re, il quale messo, toc- 
cando Ancona in suo viaggio» dovera pur d*esse ayyertire Tarn- 
miraglio Albini che allora trovavasi in quelle acque con 
la squadra sarda; e stabilité di porre, durante la guerra, 
sotto Timperio délie leggi militari le provincie lombarde 
mano mano le lasciasse il nimico, fidandone il governo al 
générale Chrzanowski, i Ministri facevano ritorno a To- 
rino (2): ove appena giunti, e fu il di vegnente, significa- 



(1) 1 IGnistri aTevano gi& da tampo interpellato Chizanowski sa 
l'esercito, se eioè per numéro e v<ilore potesae euperare il nimico 
e quando passar la frontiera (*), e il générale polaoco areya lor ri- 
sposto cod: = L'esercito sopravanza in numéro qnello dell'Aastria 
campeggiante îa Italia: rispetto al valore dei soldat! del Re, non poter 
dubitare abbia a venir meno aile nnoye prove che gli si preparavano, 
ricordando qnanto di strenuo era stato da quelli compinto nella gnerra 
dell'anno antécédente. = Sol tempo più opportune a trarre l'esercito 
da' snoi aUoggiamenti aveva dette : = Se esso si fosse trovato a sera- 
nare nell'ottobre, avrebbe con poco disagio sopportato le cmdezze del 
verno: ma avendo passato nei quartieri la stagione più fredda , repu- 
tava cosa conveniente famelc uscire aUora soltanto che non si avessero 
più a temere i rigori invemali. = Avrezzo a guerreggiare nella set- 
tentrionale Polonia, Chrzanowski non conosceva la différenza délia in- 
tensitA dei freddi iemali d'Italia da quelli del suo paese native. 

(2) t SntB. Ad assicurare un [esito pronto e fortunato alla guerra, 
che la Maestà Yostra ha handita pel riscatto délia Italiana indipendenza, 
e la liberazione délie pioyincie del Begno occupate dallo straniero con- 
^ene ohe queste vengano, di mano in mano che sono sgombrate dal 
nimico, prowedute temporaneamente d'nna amministrazione conforme 
aile straordinaiie condizioni in cui sono per trovarsi Esse richieggono 

(*) Vaolsi qai aTYortire che a taie interpeUann Bava non era présente, essendo al- 
lora eomandante Bopremo délie armi régie. 



Digitized by VjOOQIC 



222 CAPITOLO V 



Taiio a Carlo All^erto, présent! i colleghi loro, quanto era 
stato discusso nella conferenza di Alessandria. Se non che, 
considerando essere il 18 e 19 marzo giorni festivi, nei 
quali buona cosa sarebbe benedire le bandiere e fare pub- 
bliche preci per la felice riuscita délia guerra, il disdire 
délie tregue venne prorogato sino al 12 e il rompersi délia 
guerra al 20 marzo. Di li a brevi ore Melchiorre Giovan- 
nîni, segrctario di Legazione, partiva alla volta di Ancona 
e di Yenezia, apportatore di lettera del Ministre sopra le 
armi airammiraglio Albini, e d*uno scritto del Ministre 
sopra i lavori pubblici a Daniole Manin, Présidente délia 
Rcpubblica veneta. L'inviato sardo compiva in Yenezia la 
sua missione il 14; nel quale giorno Carlo Alberto giu- 
gneva in Alessandria per mettersi a capo deiresercito — 
da cui riceveva le piîi degne, le più festose accoglienze - 
i Ministri suoi, ottenuto dal Parlamento nazionale poteri 
illimitati, facevano conoscere per le stampe, corne era 
stato stabilité nella conferenza deirs col Re, la naova 
guerra intimata all'Austria; guerra di quattro giorni, la 
quale doveva flnire con una catastrofe tanto imprevedibile, 
quanto tremenda, la catastrofe di Novara! e conseguenza 
di essa un décennie di dolori e lutti aU'Italia! 



nn Governo forte e libero nella azione e nelle determinazioni, che fre- 
nondo da una parte le interne agitazioni, cal la perfidia del nimico 
non mancherà di eccitarvi, faccia dall'altra concorrere tatte le fone 
alla suprema lotta che vi si combatte. Qaesto scopo non pare potem 
ineglio raggingnere che aÛdando il reggimento di quelle proyincie ai 
General maggiore deiresercito, il quale, raccogliendo in se il comasdo 
di tutte le forze militari e Talta amministrazione del paese, saprà daigli 
quel temporaneo ordinamento, che in modo più efficace lisponda aile 
esigenze délia guerra. n 
Eelazione del Ministro sopra gli affari dell'intemo. 



Digitized by VjOOQIC 



/SA/VA./VSAAA^>^VV\AA/VV>A<^AA^^\A./VV\A/VSA/^^ 



CAPITOLO VL 

Ija giomata di Novara. 



Goyemo sardo disdice le tregne. — Foize armate dei g^nerreggianti. 
» Condizioni morali dell'esercito regio e dell'imperiale. — Bompesi 
la gaerra ; gli Anstriaci invadono il Piemonte. — U re Carlo Alberto 
e Chrzanowski al ponte di BoflBetlora; Bamorino al ponte di Mezza- 
nacorte. — Fazioni di San Siro e délia Sforzesca. — Gombatti- 
mento di Mortara; canse délia sconfitta di Mortara. — Giomata 
finale di Noyara del 23 marzo. — Abdicazione di Carlo Alberto; 
le tregne di Noyara; Casale. — Solleyazione di Genoya. Descri- 
zione délie sne fortificazionL — Resistenze e sommessione dei sol- 
leyati. — Considerazioni sa la giomata di Noyara e sa la gaerra 
del 1849. — Licenziamento délia diyisione lombarda. 



n 12 marzo era giunto a mezzo il suo corso, quando in 
Milano il maggiore Cadoma presentatosi a Radetzky, in nome 
del Governo sardo disdicevagli le tregue ; le nimistà potevano 
quindi ricominciare otto giorni dopo. I soldat! delFAustria, 
conosciuta taie lieta novella, come Tebbe allora chiamata 
il vecchio maresciallo, diedersi a correre le vie délia città, 
rtempiendola di evviva aU'Imperatore e al loro capitano; 
e ritalia, che da tanto tempo desiderava la guerra, tutta si 
commosse e si agitô per nuovi timori e nuove speranze. I 
Lombardi prepararonsi a levarsi per la seconda volta in 
su Tarme, e Venezia apparecchiossi a mandar fuora dalle 



Digitized by VjOOQIC 



224 CAPITOLO VI 

. lagune grossa schiera di sue genti, che a Rovigo dovevano 
congiungersî agli aiuti di Roma già arrivati presso Ferrara, 
per assalire poscia insieme i nimici aile spalle, e toglier loro 
nel Veneto le vie di comunicazione con Timperio. Aile 
parole dignitosamente severe con le quali Carlo Alberto 
annunciava a' suoi popoli la seconda guerra di indipen- 
denza, Radetzky rispondeva con parole superbamente mi- 
nacciose ; dopo avère ricordato ai soldati il loro valore e 
le vittorie riportate Tanno innanzi, prometteva di condur]i 
a Torino, ove egli avrebbe dettato la pace ai nimici. In un 
manifeste all'esercito il maresciallo accusava il Re d'à- 
vere violata la santità dei trattati e posti in dimenticanza 
i vincoli di parentela, che legavano la Casa di Savoia a 
quella di Absburgo; e nel condannare Tirrompere suo in 
Lombardla del marzo 1848, paragonavalo al ladro dome- 
stico che profltta dell'assenza del padrone per compiere 
con sicurezza il furto meditato; in fine, gli muoveva rim- 
provero d'avere fatto lega con la ribellione per cacciare 
TAustria dairitalia. — Vediamo ora quali furono i militari 
provvedimenti délia Sardegna e i disegni di guerra di 
Chrzanowski. — Nei sette mesi délie tregue — che tanto 
durarono — i Ministri di Carlo Alberto, più che a bene rior- 
dinare l'esercito, a indurirlo aile fatiche e renderlo esperto 
nclle cose délia guerra, avevano inteso lor cure ad açcre- 
scerlo: e questo fu gravissimo errore. Nessuna difesa era 
stata da essi innalzata per impedire agli Austriaci â*inTa- 
dere il Remonte; nessun luogo afforzato, per appog^giare 
l'esercito in caso di sconfltta; e le fortificazioni costrutte 
ad Alessandria erano di lieve momento. Non fu sag^io il 
collocamento dei primi campi, perô che, occupando il lungo 
tratto di paese che da Arona corre sin presso Parma senza 
aflTorzare le împortanti posture di Novara e délia Gava, si 
indebolissero tanto quel campi da potersi dal nimico vin- 
cere con poco sforzo : onde doveva a Radetzky riuscire fa- 
cile impresa valicare il Ticino, sorprendere i régi a Mor- 
tara e furare a questi le mosse a Novara Chrzanoijsrski, 



Digitized by VjOOQIC 



L/l OIOBITATA DI NOYARA 225 

tenendo per fermo che il maresciallo non opporrebbegli 
séria resistenza nelle provincie lombarde, ma al primo ash 
salire dei Sardi egli si ridurrebbe aile difese del Mincio 
e dell'Adige, corne ayeva fatto dope le giornate di marzo 
dell'anno antécédente, Clirzanowski, io dico, non erasi dato 
pensiero veruao di prepararsi una valida base di guerra ; 
in tal modo mostrô di non possedere i grandi principi del- 
Tarte bellica. Egli non si awide, che le condizioni politi- 
che e militari di quel giorni erano affatto diverse da quelle 
del 1848; avvegnachè allora Carlo Alberto fosse calato a 
Lombardia, quando la sollevazione popolare aveva vinto 
il maresciallo e costrettolo a indietreggiare verso il Mincio, 
e Timperio austriaco era tutto pieno di confusione per la 
ribellione di Vienna; e quando, in fine, lo improvviso in- 
dire di guerra délia Sardegna aveva accresciuto negli im- 
periali lo abbattimento, in cui trovavansi per le battiture 
6 i danni sofferti dalle armi cittadine ; mentre nel marzo 
di quelFanno 1849 Tordine e la quiète regnavano nella me- 
tropoli dell'Austria, e l'esercito di Radetzky — rifatto, ac- 
cresciuto e baldo per lo racquisto délia Lombardia — era 
bene apparecchiato alla guerrr e anelava a nuovi allori. 
Ne'suoi disegni di guerra Ghrzanowski aveva stabilité di 
andar primo aile oflTese; superato il Ticino a Boffalora, 
ch'egli credevasi certo, non gli contrasterebbero i nimici, 
voleva con rapida mossa portarsi sopra Lodi, farvi la gior- 
nata col maresciallo e forzarlo a ripararsi dietro il Mincio ; 
e mentre egli col grosso deiresercito incalzerebbe gli 
Austriaci nel loro dietreggiare, le genti di Alfonso Lamar- 
mora, di Ramorino e di Solaroli li molesterebbero ai flan- 
chi. Qualora poi Radetzky passasse il Ticino a Pavia, Ghrza- 
nowski andrebbe a lui da Novara per assalirlo di fronte se 
si volgesse a quella città, e investirlo per flanco, se cam- 
minasse verso Alessandria; neiruno e nell'altro caso poi i 
Sardi, se vincitori, toglierebbero facilmente al nimico in- 
vaditore la ritratta su Pavia e Piacenza, facendo occupare 
da Ramorino la Gava, da Lamarmora il passe di Stra- 

15 — VoL n. Mabiavi — Storta poi e miL 



Digitized by VjOOQIC 



226 CAriTOLO vi 



délia. — Il générale polacco nel disegnare cosi la guerra 
mostrô dl ritenersi invincibile, non essendosi curato délie 
fortezze, clie dovevano formare la base délie sue militari 
operazioni : laonde una sola scondtta poteva bastare a porre 
in isfacelo Tesercito suo, corne accadde a Novara. Chrza- 
nowski avrebbe saggiamente provveduto aU'impresa da lui 
governata, se, raccolte tutte le sue armi tra Alessandria 
e Genova — forte base di guerra — fosse di poi, coa tutta 
la potenza sua a piedi e a cavallo, andato celermente ad 
oste sopra Piacenza per impadronirsene mediante assalto 
improvviso e vigoroso ; cosi, mentre avrebbe rotto i diaegni 
del nimico, da quella fortezza — che siede a cavalière del 
Po — sarebbegli tornato facilissimo difendere il Piemonte, 
la Toscana e buona parte délia Lombardia; e qualora poi 
fosse toccata ai régi una sconfltta sul Po, sarebbegli ri- 
raasta Piacenza, ove riparare aile perdite soflferte e rifare 
le sue forze, e uscirne poi a momento opportuno per ten- 
tare novella prova deU'armi. Ma Taccorto Radetzky, quaado 
vide con dissennato consiglio stendersi i Sardi oltre mi- 
sura lungo il Ticino e spingersi sino a Castel San Giovanni 
e a Parma, deliberô rompere la debole linea dei campi 
nimici e separarne la destra ; oppressa la quale, correre 
ad assalire e combattere la rimanente parte deiresercito 
regio in giornata campale, fors'anche finale. A questo scopo 
fece grande accolta di sue genti presse Pavia, preparan- 
dosi a invadere il Piemonte con tutto lo sforzo suo di 
guerra allô spirare délie tregue ; cosi opérande mise « tutte 
le sorti morali dalla sua parte, eccitando Tardore de' suoi 
e colpendo il nimico di stupore sino dal cominciare délia 
guerra » (1). 

Quali erano le forze armate dei guerreggianti, quali le 
condizioni morali e posture che tenevano al momento di 



(1) JoMiKi, De VArt de la guerre. 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIOBNATA DI NOVAEA 227 

riprendero le ostilità? — I Sardi contavansi conventicin- 
que mila allô incirca; tolti i presidi, i supplimenti dei reg- 
gimenti e i moltissimi che allora giacevano negli ospedali, 
novaniacinquemila soltanto uscivano alla campagna. Essi 
erano ordiaati in ventinove reggimenti di fanti d*ordinanza 
e due di granatieri; in cinque battaglioni di fanti leggeri — 
bersaglieri — e in uno délia marineria, Real Navi; in otto 
reggimenti di cavalleria, tre squadroni di guide e due di 
carabinieri a cavallo; in diciannove batterie e mezza di 
artiglierie da campo — centocinquantasei cannoni — e due 
compagnie d'artiglieri-pontieri ; in sei compagnie di sol- 
dati degli ingegneri militari e nel traino deiresercito. 
Tutte queste forze armate componevano sette divisioni, cia- 
scuna di due brigate; in oltre, una brigata d'avanguardia 
e una teraporanea. La brigata d'avanguardia, posta sotto 
il comando del colonnello Belvédère, era costituita d'un 
reggimento di fanti d'ordinanza, di due battaglioni di fanti 
leggeri e d'una batteria d*artiglierie a cavallo : quattro mila 
uomini allô incirca. Le prime quattro divisioni constavano 
ciascuna di quattro reggimenti di fanti d'ordinanza, d'una 
compagnia di bersaglieri, di sei squadroni di cavalli, di 
due batterie di cannoni, d*una compagnia di soldati degli 
ingegneri militari e di un drappello di soldati del traino. 
Avevano a duci i luogotenenti generali Giovanni Durando, 
Bes, Perrone e il Duca di Genova, i cui brigadieri erano 
Lovera e Trotti, Boyl e La Rocca, Mollard e Ansaldi, Pas- 
salacqua e Damiano; ufflciali e soldati contavansi insieme 
dacinquantatrè mila. La quinta divisione — \di,,Lombarda — 
capitanata dal luogotenente générale Ramorino, compo- 
nevasi di quattro reggimenti di fanti di ordinanza, d'un 
battaglione bersaglieri e uno di volontari^ d'una grossa 
compagnia di stranieri, di sei squadroni di cavalleggeri e 
di due batterie di cannoni ; in tutto poi, poco piii di otto 
mila ufflciali e soldati ; suoi brigadieri, i maggiori generali 
Fanti e Gianotti. La sesta divisione, posta sotto gli ordin- 
del maggiore générale Alfonso Lamarmora, constava di doi 



Digitized by VjOOQIC 



228 OAPITOLO YI 



dici battaglioni di fanti d'ordinanza, d*uQa compagaia dî 
bersaglieri^ di due piccioli squadroni di cavalli, di due bat^ 
terie di cannoni, d'una compagnia di soldati degli in- 
gegneri jnilitari e d*una squadra del traino ; otto mila uo- 
mini allô incirca. La settima divisione — quella di riscossa 
— che reggevasi dal Duca di Savoia, era composta di due 
reggimenti di fanti d^ordinanza, di dieci squadroni di ca- 
valli, di quattro batterie d'artiglierie — délie quali, due a 
cavallo — e da grossa presa del traino; in tutto, tredici 
mila uomini ; suoi brigadieri, Biscaretti e Bussetti. La bri- 
gata temporanea, comandata dal maggiore générale Sola- 
roli, era costituita di due reggimenti di fanti d'ordinanza, 
del battaglione Real Navi, d'un battaglione di bersaglieri 
lombardi (1), d'una batteria di cannonl e di due squadroni 
di cavalli parimenti lombardi; in tutto, cinquemila e cin- 
quecento uomini; in fine, le artiglierie di sussidio, ordinate 
in una batteria e mezza, le due compagnie di artiglieri- 
pontieri con le barche e i cavalletti da ponte, e i carri 
délie munizioni di guerra; mille e cinquecento uomini. 
Presse il Gomando suprême dell'esercito, che, coroe di- 
cemmo piîi sopra, sotto gli auspîci del Re tenevasi da Ghrza* 
nowski, stavano il capo dello Stato maggiore générale coi 
suoi offlciali, quelle délie artiglierie e del corpo degli in- 
gegneri militari, cioè i maggiori generali Alessandro La- 
marmora, Rossi e Chiodo; trovavasi pure il provveditore 
générale dell'esercito. Mentale; in oltre, seguivano il quar- 
tier maggiore due battaglioni di fanti leggeri, tre squa- 
droni di guide, sessanta carabinieri a cavallo — la scorta 
del Re — due compagnie di soldati degli ingegneri militari 
e una grossa compagnia del traino; queste forze armate in- 
sieme contavano più di due mila uomini. — La brigata d'sr 
vanguardia campeggiava Oastel San Giovanni, poco innanzi 
il passe di Stradella e a brevi chilometri da Piacenza. Il 



(1) Cacciatori yaltellinesi e bergamaschi 



Digitized by VjOOQIC 



LA 6I0&NATA DI NOYARA 329 

primo corpo d'esereito era costituito délia prima, seconda 
6 quinta divisione ; Durando areya ordinato le sue genti 
a scaglioni davanti a Yespolate, grosso borgo che sta a 
meta délia via che da Novara mena a Mortara, tenendo 
Vigevano con quattro batiaglioni; Bes occupava Gastel* 
nuovo e Oerano, su la via di Trecate a Vigevano. Ramo» 
rino stava a campo su la destra del Po a monte e a valle 
del passe di Mezzanacorte, spingendo le sue prime guardie 
fine a San Martine, davanti a Pavia, e co* suoi bersaglieri 
guardando il Gravellone dal suo uscire dal Ticino al suo 
mettere foce in sul Po. Il seconde corpo d'esereito era com- 
posto délia terza e quarta divisione e délia brigata tem- 
poranea. Perrone tenevasi a Galliate — su la via che da 
Novara conduce al passe del Ticino a Turbigo — e a Ro- 
mantino, villaggio situato tra Galliate e Trecate. Il Duca 
di Genova occupava Trecate, non lungi dal ponte di Bof- 
falora sul Ticino^ alla cui guardia aveva posto forte mano 
di soldatesche. Solaroli trovavasi con la sua brigata tra 
Belinzago e Oleggio su la estremità sinistra deiresercito; 
allô avanzarsi del quale ei doveva valicare il Ticino a Tor<- 
aavento e portarsi celermente su Talta Lombardia — che 
affermavasi pronta a pigliare le armi — al doppio scopo 
di appoggiarne la sollevazione popolare e sopravanzare la 
destra dell'oste nimica. Dietro Novara e su la via di Mor- 
tara erasi coUocato il Duca di Savoia con la divisione di 
riscossa; e quella di Lamarmora, che al disdire délie tre- 
gue stava a Sarzana — ove avevala mandata Gioberti per 
interveriire nelle faccende di Toscana — portavasi a Parma 
e vi giugneva il 22 di quel mese di màrzo : questa divisione 
costituiva la estremità destra dei campi régi ; in âne, il 
Quartier maggiore delFesercito teneva sua stanza in Tre- 
cate ; Novara poi era stata presidiata da mille cinquecento 
nomini. 

Durante le tregue Radetzky aveva considerevolmente 
accresciuto Tesercito, senza perô introdurre mutamento 
verono nella composizione e negli ordini di esso. Gli im- 



Digitized by VjOOQIC 



230 CAPITOLO VI 



periali contavansi cencinquantamila; toltî i presidî delle 
fortezze (1), i malati e quelli che trovavansi aU'ossidione 
di Yenezia, rimanevane al maresciallo piii di novanta- 
mila per l'impresa di Sardegna; forza eguale a quella 
dei régi, ch'egli perô superava in cavallerîa e in arti- 
glierie, delle quali conduceva in campo ben dugento. Gli 
Austriaci erano spartiti in sei corpi d'esercito; il primo 
reggevasi da Wratislaw, générale di cavalleria; suoi capi 
di divisione, i luogotenenti marescialli Wohlgemuth e Hal- 
1er; D'Aspre comandava il seconde; suoi capi di divisione, 
i luogotenenti marescialli arciduca Alberto e Schafigotsche; 
. il terzo governavasi dal luogotenente maresciallo Appel; 
suoi capi di divisione, i luogotenenti marescialli Culoz e 
Rath. Del primo corpo d'esercito di riscossa teneva il co- 
mando il luogotenente maresciallo Wocher; del secondo, 
il luogotenente maresciallo Haynau; il quale stringeva Ve- 
nezia con le sue genti. — Appena Radetzky ebbe ricevuto 
dal Governo sardo Tatto denunziante le tregue, cômmessa 
ad Haynau l'alta potestà su le provincie lombardo?-venet^ e 
il carico di difendere il basse Po, comandava agli altri corpl 
d'esercito di raccogliersi presse Pavia; e siccome erano 
stati coUocati ai quartieri, in modo da potersi recare in 
pochi alloggiamenti dove chiamerebbeli poi il duce su- 
prême, cosi nella sera del 19 marzo Wratislaw campeg- 
giava Mirabelle, su l'antica strada di Milano a Pavia, e a 
brevi chilometri da questa città, occupata dai soldati di 
D'Aspre; Appel e Thurn tenevano i loro campi a Motta 
San Damiano e a Belgioioso su la via di-Pizzighettone; 
Wocher, a Fossarmato e Vimanone, poco indietro della 
via di Santangelo, ove il 18 erasi recato il maresciallo col 
Quartiere maggiore dell'esercito; in fine, moite prese di 



(1) Gli Anstriaci presidiavano Mantova, Yerona, Peschiera, Legnago, 
la testa di ponte di Brescello, le cittadelle di Ferrara e Piacenza, i 
castelli di MUano e Brescia, e la rôcca di Bergamo. 



Digitized by VjOOQIC 



LA GIORNATA DI NOVARA 231 

cavalli e fanti délia divisione di Wohlgemuth stavano lungo 
il Tlcino sino a Sesto Galende, dove trovavasi parte délia 
brigata Gôrger, la quale presidiava anche VaresQ per vi- 
gilare, sotto il governo dello stesso Wohlgemuth, i movi- 
menti dei régi. Gon taie ordinamento tutto lo sforzo di 
guerradi Radetzky trovavasi davanti alla destra debolissima 
deiresercito sardo alla Gava. 

I guerreggianti erano uguali in forze armate ; ma gli 
ordlni loro, la militare disciplina e lo spirito che li ani- 
mava, differivano d'assai. Durante la sospensione délie armi 
Tesercito di Carlo Alberto era stato, corne già scrivemmo, 
aumentato dimolto; alla guerra, che dai piîi credevasi do- 
vere essere lunga e grossa, i Ministri del Re avevano prov- 
veduto con forti levé di soldati; se non che, il troppo sol- 
lecito indire di quella non concedette agli ultimi chiamati 
tempo bastevole a bene addestrarsi aile fazioni, a soppor- 
tar le fatiche e i disagi del campo e del combattere. A 
questo grave errore, altro non meno grave si aggiunse, 
cioè il comporsi di nuovi reggimenti (1), per li quali si 
rese necessario un grande promovimento néi gradi tutti 
délia milizia, che con mal senno si fece alla vigilia d'uscire 
alla campagna, e per anzianità e non per merito (2). Sa- 
rebbesi meglio soddisfatto ai bisogni délia guerra portando 
a numéro i reggimenti delFesercito, ch'erano di forze di- 
versissime (3), e mettendo il di piii nei supplimenti, per 



(1) I reggimenti di fanti componevansi allora cîascnno di qnattro 
battaglioni; nella guerra del 1848, di tre soltanto. Nel 1849 erano or- 
^ati giasta il sistema di Alfonso Lamarmora; nel 1848, giasta quelle 
di Yillamarina. 

(2) La guerra venue intimata con tanta precipitazione, che molti 
Bottotenenti rîcevettero la loro nomina, quando già Tarmi erano state 
posate. 

(3) I reggimenti di fanti délia quinta e sesta divisione constavano 
soltanto di tre battaglioni; di quelli, uno contava milledugento uomini; 
on altro, mîlletrecento; due, da ndllecinquento. I reggimenti délie altre 
dlTisioni variavano dai duemilacinquecento ai tremilaquattrocento soldati. 



Digitized by VjOOQIC 



232 CAPITOLO vt 



poi coa questi surrogare i morti, i feriti, i prigioaieri ; ed 
eziandio col purgare Tesercito dei soldati provinciali, dal- 
l'età resi inabili a sopportare le privazioni délia guerra; 
cosi lo si avrebbe avuto meno numeroso, ma eletto. Par 
potersi servire di tutto Tesercito contra il nimico il €K>- 
verno avrebbe dovuto, nei lunghi mesi délie tregue, mobi- 
litare alquaate legioni di Ghmrdie nazionali benissimo 
atte a surrogare ia luogo délia milizia regolare presidiaate 
le fortezze dello Stato; da quelle sarebbersi otteuuti ser- 
vigi importantissimi, perô che allora fossero pieae d*entu* 
siasmo e bene comaudate (!)• I disastri, toccati ai régi 
negli ultimi giorni del luglio e nei primi deiragosto del- 
Tanno innanzi, ne aveyano allontata la militare disciplina 
e acomposti gli ordini; ô bensi vero che in molti combat- 
timenti aveyano fatto belle prove di valore ; ma ben poca 
cosa è il valore, quando non è accompagnato da quella fer- 
mezza e da quella disciplina che rendono il soldato vinci- 
tore délie prove più difflcili, e sovente mutano in propizia 
la fortuna da prima mostratasi awersa. Se miserrime e- 
rano le condizioni deiresercito, allora che dopo la giornata 
del 4 agosto 1848 ritraevasi su la destra del Ticino, per 
nulla rassicuranti erano quelle in cui si trovava nei marzo 
1849; perô che il Governo, più amante dei grossi bat- 
taglioni, che dei battaglioni piccioli, ma di soldati eletti, 
non si fosse curato di tornare aU'esercito la sua vera 
forza, intendo dire la militare disciplina; e, rialzando 
Tanimo abbattuto dei soldati, rldar loro il coraggio usato 
e accenderli d'amor patrie, assai più potente a eccitarli 
ad opère generose e forti deiramore alla bandiera. Alla 
provveditoria générale dell'esercito, la quale neU'anno in- 



(1) Questa istitazlonô ô oggi affieitto cadata. Il Ckiyemo, che non amd 
d'avere mai altra foiza armata fnor dell^esercito, per mandare a roTÎna 
quella istitozione pose al comando deile Quardie Nazionali nomini nnlli 
da p^eo. 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIORKATA Dl KOTABA 233 

oanzi avéra fatto tanta mala prova, noa pensarono i Mi- 
alstri del Re d'apportare quelle riforme, daU'esperienza 
chiarite indispensabili; e si che essa meritava le cure più 
soUecite e piu savie del Governo per Timportanza somma 
che ha in guerra, avregnachè le sia aiQdato il manteni- 
mento dei soldati e il servizio degli ospedali ambulanti. 
« L*arte di vincere, cosi Federico di Prussia (1), si perde, se 
non è accompagnata da quella di ben yettovagliare Teser- 
cito. > Lo Stato maggiore générale, sul quale tutta riposa la 
somma délia guerra, era il medesimo delFanno innanzi, e 
qnindi ancora inferiore all'alto suo officie; soltanto il corpo 
degli artiglieri e la cavalleria erano veramente buoni; 
ma si quelle^ che questa non per numéro bastevoli ai bi- 
sogni; difettavasi poi di cavalleggeri, i quali rendono in 
guerra servigi importantissimi. — Al contrario gli Au- 
striaci, forti per militare disciplina, possedevano fanterie 
saldiasime; se il corpo degli artiglieri e la cavalleria per 
istruzione e bontà d*armi non potevano gareggiare con 
qaelli dei Sardi, avevano perô il vantaggio del numéro. I 
generali austriaci e soprammodo gli officiai! dello Stato 
maggiore deiresercito erano molto istruiti, esperti negli 
ordini délia milizia e pratici in tutto quanto attiensi ai- 
Tarte bellica. Radetzky e i suoi luogotenenti godevano délia 
Qdacia dei loro soldati, ciô ne accresceva la forza; al con- 
trario fede nessuna aveva in Ghrzanowski e ben poca 
ne' suoi generali l'esercito regio; il quale, sebbene devoto 
a casa Savoia, vedeva di mal occhio quella guerra, ne 
volontieri andava allora a combatterla. « Un buon géné- 
rale, cosi Napoleone primo (2), dei buoni quadri — la vera 
ossatura dei reggimenti — un buon ordinamento, una buona 
iâtrozione e una disciplina severa fanno buoni soldati, in- 



(1) De VArt de la guerre. 

(2) Maximes de gtierre. 



Digitized by VjOOQIC 



234 CAPJTOLO VI 



dipendentemente dalla causa per la quale combattono. > E 
tutto ci6 mancava allora airesercito sardo. 

Poco iananzi lo intimarsi délia nuova guerra mostra- 
vansi nelFesercito del Re mali umori o discordie, e, osiamo 
afitermare, persino degli odî; dure parole queste, mavere! 
Avevali destati quella setta, che patria non ha; che è ni- 
mica a tutto quanto si inspira a indipendenza, a libertà; 
quella setta che non abhorre il sangue, e che per sue 
mire ambiziose ha persino armato il braccio de' suoi fana- 
tici seguaci per uccidere Re e Principi : intendo dire délia 
setta gesuitica, la quale, già da lunga pezza potente nella 
Sardegna, eravi di quei giorni diventata oltrepotente per 
lo appoggio deirAustria. Aveva essa posto neiranimo dei 
soldati régi : dover combattere allora non più per Vonorc 
délia monarchia sabauda, ne per francare provincie ita- 
liane dalla signoria straniera, ma per la repubblica; e 
ai volontari militant! sotto le bandiore del Re — ed erano 
molti e d*ogni parte délia penisola — i Gesuiti averano 
insinuato: essereper dare la loro vita a favore délia causa 
regia e per lo ingrandimento délia Sardegna, non per 
la libertà patria. — Queste voci bugiarde sparse con arte 
malefica neiresercito ottennero lo scopo desiderato; avre- 
gnachà, facendo nascere non poche diffldenze tra i soldati. 
questi sospettassero délia lealtà dei fini^ cui dicevano ten- 
dere i voUmtariy e detestassero la guerra che, come dai 
cattivi affermayasi, avrebbero doTuto combattere per la 
repubblica; e i volontari poi, i quali, sebbene la deside- 
rassero ardentemente — perô che soltanto nelle armi po- 
nessero, e a ragione, la salute délia patria — nondlmeno, 
alla vigilia di rompere le ostilità, si mostrassero inoerti 
délia buona riescita délia impresa. Ne paghi di seminare 
discordie e diffidenze tra i soldati e i volontari, i Gresuiti 
e i loro partigiani, alla indipendenza patria avyersissimi, 
gettavano il disprezzo su le libertà costituzionali e su 
Carlo Alberto largitore di esse! Sotto si tristi auspici do- 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIOBNATA DI MOVASA 235 

vevano gli Italiani ricominciare la guerra (1). — Ben dif- 
ferenti erano le condizioni, nelle quaM trovavansi gli Au- 
striaci al riprendere délie armi. Le vittorie guadagnate 
nella guorra del 1848, sebbene dovute più al numéro pré- 
pondérante di loro forze, che alla perizia del maresciallo 
e al valore dei soldati — vittorie che dall'Adige e dal Min- 
cio avevanli ricondotti a Milano e al Ticino — a vevano 
fatto racquistare aire»ercito impériale la coscienza dolla 
propria potenza, toltagli nel marzo dell'anno innanzi dalle 
vittoriose sollevazioni del popolo, e pieno di fiducia nel 
Tecchio suo condottiero, salutô allora con entusiasmo il 
bandirsi délia seconda guerra, che promettevagli nuovi 
allopi e nuova gloria. Durante le tregue l'esercito au- 
striaco era stato rifatto e non solamente portato a numéro» 
ma eziandio accresciuto di molti battaglioni ; ed era stata 
altresi creata una divisione di dragoni per li bisogni del 
généralissime^ al cui sèguito cavalcava un eletto drappello 
di Serezani, mandatogU dal bano di Groazia, Jellachich^ 
quale scorta . d'onore. Nel tempo délia sospensione délie 
armi le fortezze del Quadrilatero avevano ricevuto copia 
grande di vettovaglie, ed erano state munite d'ogni cosa oc- 
corrente alla guerra; le vecchie difese restaurate e d'altre 
opère afforzate; in fine, in tutte le città di Lombardia, 
specie poi in quelle che avrebbero potuto trovarsi dentro 
la sede délia guerra, Radetzky aveva preso provvedimenti 
Talevoli -tA assicurarsene il possesso, nel caso di popolare 



(1) BBomBio, Storia del Piemonte, vol. v, cart. 98; Torino, 1852. 

Carlo Alberto, in Oporto, nanrô che a Kovara i fioldati d'nn reggi- 
mento di fànti, foggenti la pugna, a loi, ehe 11 esortava di tomare al 
cunpo, risposero parole inBnltanti. 

Nelle Memorie délia guerra d'ItaUa del 1848 e 1849 di on Veterano 
dustriaeo, a cart 222 del volume secondo, parlando délia invasione an- 
striacain Piemonte, scrisse cosi: a Gli ô ben vero che avevamo dalla 
Dostra nn obrto pabtito... » Assai grave confesfiione qnesta d'an nimico 
airitalia, confessione che sparge grande lace sa la giomata di NovaTa I 



Digitized by VjOOQIC 



236 CAFITOLO TI 



solleTazione. II massimo accordo e una armonia mirabile 
regnavano naU'eserifito, il quale» sebben composto di ele- 
meati diversissimi, e direi quasi gli uni agli altri contrari 
corne a tutti è bon noto, era tenuto assieme da forte mi- 
litare disciplina e da quoi sentimenti d*onore, che ayev&iiio 
reso grande, persino in mezzo ai piii tremendi disastrt 
toccatigli ai tempi del primo Napoleone. Sotto auspici si 
buoni âoveyano gli Austriaci uscire alla campagna. 

Dalle posture, che gli imperiali occuparono al dinunziare 
délia guerra, chiaro apparve il disegno del maresciallo di 
invadere il paese nimico; al quale scopo egli aveva fatto 
la massa délie sue genti presse Pavia, per essere iyi faci- 
lissimo il passare in Piemonte ; inyasione e passaggio che 
egli ebbe a compiere senza contraste, perd che Ghrzanow- 
ski, non preveggendoli, si fosse ridotto col grosso deU'e- 
sercito sardo intorno a Novara, lasciando debolissima di 
forze Testremità destra de' suoi campi davanti allô sforzo 
degli Austriaci; onde la guerra dovevasi combattere sul 
medio Po e sul basse Ticino. « La grande arte délia guerra, 
scriveva Federico di Prussia il 3 novembre 1786 al mare- 
sciallo di Sassonia, consiste nel prevedere tutti i casi possi- 
bili, e la grande arte del générale sta nel preparare tutti gli 
espedienti possibili per non trovarsi impacciato nel momento 
di deliberare. » Se Ghrzanowski avesse fatto diligentemente I 
spiare le mosse deiravversario — come usano far sempre 
i generali prudenti e accorti — nella notte del 10 al 30 
marzo sarebbe stato avyertito délia direzione presa dairin- 
tiero esercito austriaco; la quale direzione, svelandogli le 
mire del maresciallo, ayrebbelo consigliato ad afforzare la 
divisione lombarda alla Gava con quella di Durando ; a 
guardare i passi del Ticino a Oleggio, Turbigo, Boffalora. 
Vigevano e Zerbolô con la brigata Solaroli e le divisioni 
di Perrone e Bes; a riunire quelle dei Duchi di Savoia e 
di Genova intorno a Mortara, e con queste egli avrebbe 
potuto correre alla difesa del passe, che tenterebbesi da 



Digitized by VjOOQIC 



LA GIORTTATA DI XOVABA 237 

Radetzky col grosso délie sue forze. Che il générale polacco 
non temesse una vera e grande invaslone» ma soltanto un ten- 
tative del nimico a Payia, ce lo prova il comando date poi 
da Ramorino di struggere il ponte di barche sul Po a Mez- 
zanacorte, e ciô allô scopo di combattere gli imperiali in 
qaella difficile postura — perô che ivi sarebbersi trovati 
COQ due grossi fluml aile spalle — e impedir loro di pas- 
sare in quel luogo su la destra del Po. Gon tali mutamenti 
e tali mosse, che potevansi compiere innanzi lo spirare 
délie tregue, Tesercito regio sarebbesl awicinato alla sua 
base délia guerra, Valenza-Alessandria-Qenova, fortissima 
per natura di sito e per arte, ma dal suo capo suprême 
coa poco senno negletta; in oltre, sarebbesl appressato 
alla divisione del générale Lamarmora di quanto bastava 
per arerla con se in una giornata campale. — Allô intento 
d'impedire al nimico di portare la guerra in Lombardia, 
Radetzky invase il Piemonte con tutte le sue forze armate ; 
ciô che sarebbegli tomato di rovina, se Ghrzanowski, da 
générale risoluto e audace, fosse entruto in Lombardia con 
tutta la sua potenza a piedi e a cavallo, e rapidamente 
portandosi su l'Adda e su TOglio avesse minacciato agli 
imperiali le loro vie di ritratta al Mincie. « Una corsa 
ntpida, un camminare spedito, cosi Napoleone nelle sue 
Massime di çtierra, accrescono il morale dei soldati... La 
forza d'un esercito, corne la quantità dei movimenti nella 
meccanica,Yaluta8i dalla massa moltiplicata per la yelocitii. » 
-- n timoré di peter venire separato dalla sua base délia 
guerra ayrebbe certamente costretto il maresciallo a die- 
^eggiare dal Ticino e ad aTvicinarsi al Quadrilatero ; nella 
qnale ritratta, se perseguito vivamente dai régi e molestato 
daiLombardi soUevati, sarebbergli toccati non pochi danni. 
n vasto piano che stendesi fira 11 Ticino e la Sesia^ le 
pendici meridionali dell'Alpi elvetiche e le settentrionali 
dell'Appennino ligure, formava la sedia délia guerra (1); 

(1) Vedi l'Atlante. 



Digitized by VjOOQIC 



238 CAPITOLO VI 



la quale misurava in lunghezza da' centoventi chilometri, 
poco più di sessanta in larghezza ; nel suo centro trovaTasî 
Novara, città non munita di difese. La parte bassa di quel 
piano è forte per la cittadella d*Alessandria; ma la sape- 
riore è aperta air assalitore invadente, essendo il Ticino 
un ostacolo facile a superarsi : per la quale cosa una gior- 
nata perduta su quel fiume o su la Sesia farebbe cadere 
in mano al nimico l'alto Piemonte con la sua metropoli; 
e qualora Tesercito venisse soparato da Alessandria, non 
potendosi sostentare la guerra su le Alpi, sarebbe forzato 
a posarla; cio che accadde a Novara. Altri âumi, molxi 
torrenti e canal! — le cui acque vanno a immettersi nel 
Po e nel Ticino — attraversano i piani di Vercelli, d'Ales- 
sandria, di Mortara e di Novara; che perô poco giovano 
alla difesa, nulla alla ofiesa. — Suonavano le undici anti- 
meridiane del 20 marzo , quando D' Aspre col secondo 
corpo d'esercito divise in tre schiere valicava il Ticino a 
Pavia su tre ponti (1), uno stabile e due militari costratii 
airalbeggiare del giorno, di poco a valle délia città; i quall 
mettevano neirisola formata dal Ticino e da un suo ramo, 
il Gravellone, che esce a destra del corso principale di 
quel fiume poco al di sopra di Pavia, per ritornargli sue 
acque non lungi dal suo mettere foce in sul Po. Le prime 
ascolte degli Austriaci stavano neirisola sovraccennata; 
erano un battaglione di cacciatori tirolesi che tutta la 
occupava; due^cannoni battevano la via conducente alla 
Cava. AUo scoccare del mezzogiorno le schiere del mare- 
sciallo D*Aspre superavano il Gravellone; quella di désira, 
a guado e a valle del ponte stabile di barche esistente su 
la strada di Pavia a San Martine, sul quale passava la 
schiera di mezzo; e la sinistra valicavalo sopra un ponte 



(1) Giusta la relazione di Badetzky su la giornata di Novara, il 
mattino del 20 marzo trovavansi raccolti presso Pavia sessanta batta 
glioni di fanti, qaaranta squadroni di cavalli e centottantasei caononL 



Digitized by VjOOQIC 



LA. GIORNATA DI KOVABA 239 

railitare brevi ore prima costrutto. L'avanzare degli im- 
periali fu per poco contrastato dai bersaglieri lombardi 
— il battaglione di Manara — che su la destra del Gra- 
vellone forniva le prime guardie délia divisione Ramorino. 
Questo générale, cui era stato comandato di portare nel 
mattino del 20 marzo il suo campo alla Gava — buona 
postura signoreggiante la via di Mortara — e di stendere 
parte délie sue genti lungo il Ticino sino al passo di Be- 
reguardo per osservare le mosse del nimico, reputando, 
a ragione, impossibile lo eseguimento di taie disegno con 
le poche sue armi, erasi tenuto col grosso délia divisione 
su la destra del Po intorno a Casatisma, accontentandosi 
di mandare verso Zerbolô un battaglione di fanti, d'occu- 
pare la Gava con altri due e con la picciola legione degli 
studenti lombardi, e San Martino Sicomario col battaglione 
ai Manara. Le quali forze armate insieme contavano due 
mila uomini appena, pur compresi gli artiglieri dei due 
caaiioni collocati su la destra del Po alla testa del ponte 
di barche di Mezzanacorte e i pontieri che stavano a guar- 
dia di quello (1). Ghrzanowski aveva imposto altresi al 
générale Ramorino di tentare Pavia nel mattino del 21 ; e 
se gli riescisse di recarsela in mano, di spingersi immediata- 
meute con tutta la sua divisione sopra Lodi, ove, come so- 
pradicemmo, egli sperava far la giornata col maresciallo (2); 



(1) All'antore di queste istorie, che allora, Inogotenente nelle arti- 
gUerie lombarde, goveniaya i due cannoni collocati aUa testa del ponte 
^ barche di Mezzanacorte per batterie al bisogno in tntta la sua Inn- 
ghezza, era stato comandato di incendiarlo con granate, qnando il ni- 
mico tentasse passarlo; inntile ordine qnesto, perô che gi& da più giomi 
Qoa sqnadra d'artiglieri-pontieri si fosse bene preparata a ritirare, in caso 
<li perlcolo, buon numéro di barche presse la destra del Po. 

(2) tt n giorno âO, nel mattino, senza affaticare il soldato, la divi- 
none lombarda dovrA prendere nna forte posizione difensiva alla Cava 
e nei dintorm... DottjI assicnrarsi le due linee di ritirata nei easi occor- 
fenti, quella cioô del ponte snl Po a Mezzanacorte e quella di Sanna- 
zaro. n Ticino sarà soryegliato da ronde dal ponte di Beregnardo sino 



^ Digitized by VjOOQIC 



240 CAPITOLO VI 



e qualora Pavia gli résistasse, o gli Austriaci ne uscissero 
numerosi contra i Lombard!, Ramorino — rotto il ponte 
di Mezzanacorto allô scopo di impedire ai nimici di pas- 
sarvi il Po — doveva indietreggiare verso Sannazaro e 
Mortara; se poi gli imperiali sboccassero con grandi forze 
dal passe di Bereguardo, portarsi su la destradi quel fiume. 
Ma egli, ritenendo, pcr le mutate circostanze, impossibile 
a eseguire ciô che quattro giorni innanzi eragii stato co- 
mandate dal generalissimo» voile che i battaglioni già col- 
locati davanti al Gravellone e sul basse Ticino e airnscir 
di Pavia degli Austriaci ritrattisi dietro il Po, si stendes- 
sero lungo le rive di questo fiume a monte e a valle del 
ponte di Mezzanacorte, e la restante parte délia sua divl- 
sione campeggiasse Gasatisma, ove Ramorino tenera sua 
stanza. Fu scritto, che la disobbedienza di questo générale 
tornô esizialissima alla guerra ; taie affermazione è esage- 
rata dimolto ; invero, s'egli col sacriflcio di buona parte délia 
sua divisione avesse fatto alla Gava una resistenza ostinata 
— la natura del sito sommamente avvantaggiando la difesa — 



al metter foce snl Po... È essenziale tenersi informato délie forze nîmié^ h^ 
che stanno di fronte, e qualora non sieno snperiori, si devra tentaie di 
împadonirsi di Pavia il mattîno del giorno 21, salvo ordini contraiL II 
migliore modo di conoscere le forze nimiche sarà di assaltare l'isola 
Inngo il GraveUone; se il nimico la difende debolmente, segno ô che 
ha poche forze; se con tenacità, ô indizio di forze superioii. Nel 
primo caso bisognerà impossessarsi a viva forza dell'isola, e padroni 
del borgo, battere Pavia di fronte, mentre con altre forze armate la 
si girerebbe a valle deU'isola stessa verso la casoina Momhallone ; nel 
secondo caso bisognerà limitarsi a nn combattimento lento, ma cont> 
nnato, per distogUere di là quelle forze nimiche e ricominciare la do- 
mane il combattimento. Signord di Pavia, dovr& cautamente persegnîre 
il nimico senza arrischiarsi di troppo, e collocandosi su la destra di 
Lodi, mandare grossa mano di sue genti verso Belgioioso ad e^loraR 
le vie che conducono a Milano e a Melegnano. » — Queste le istm- 
zioni spedite da Ghrzanowski al générale Ramorino il 16 mano, toa 
che non potevansi mandare ad effetto. 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIOBNATA DI NOYABA 241 

il nimico sarebbe stato ia sao cammino arrestato per tutto 
quel giorno; e Ghrzanowski, dal cannone délia Gava av- 
Tertito deirinvasione austriaca, accorrendo in aiuto dei 
Lombardi con le genti di Durando, di Bes e del Duca di 
Savoia, avrebbe potuto opprimere gli iuvaditori nellastretta 
del Ticino e del Po. Nel caso poi che la divisione di Ramo- 
rino non potasse résistera airurto deiroste impériale sino al 
giugnere di Chrzanowski, ritraendosi a Mortara, avrebbe 
preso pai^te alla giornataivi combattuta il di appresso, e cer- 
tamente impedito il disastro toccato a Durando poche ora 
dopo. — Il numéro soverchiante degli Austriaci invadenti 
costrinse i piccioli battaglioni lombardi, che guardavano il 
Gravellone e la Gava, a ripassare il Po ; allora venne disfatto 
il ponte di Mezzanacorte. Il battaglione lombarde del ven- 
tunesimo reggimento, campeggiante presse Zerbolô, non 
avendo potuto riunirsi alla divisione per essergli stata le- 
vata la via, recossi a Mortara; e cosi rimosso ogni ostacolo 
D'Aspre prosegui il suo cammino verso i luoghi désignât!, 
n quale, per la via di Mortara, si porto a Gropello con Ap- 
pel — che col terzo corpo d'esercito l'aveva seguito da 
presse — e dietro a loro Wratislaw col primo a Zerbolô ; 
ove il di vegnente fu raggiunto da Wohlgemuth con la bri- 
gata Gôrger — e poco innanzi presidiante Varese e Sesto 
Calende; egli con le fanterie aveva passato il Ticino a Bere- 
guardo; i suoi cannoni e la sua cavalleria, a Pavia. Thurn, 
Bpedita a Mezzanacorte la brigata di Ëdoardo Liechtenstein 
a spiarvigli andamenti délia divisione lombarda, col restante 
di sue genti — il quarto corpo d'esercito — postossi alla 
Cava; il primo corpo di riscossa, lasciata addietro la bri- 
gata WimpflTen — la quale doveva presidiare Pavia per as- 
sicurare al maresciallo il passe del Ticino — sotto il co- 
mando di Wocher pose i suoi campi sul Gravellone ; in fine, 
Radetzky (1) portossl col Quartier générale [deiresercito 



(1) Al Buo entrare in Piemonte il maresciallo pubblicava un mani- 
festo aile popolazioni; nel quale, dopo avère incolpato il Be di quella 
16 — Vol. n. Mabuni — Storia poi. • miL 



Digitized by VjOOQIC 



242 CAPITOLO VI 



nella città ticiûense: queste le posture deirarmi austriaclw» 
nella sera del 20 marzo. 

Mentre gli impérial! coa tutto lo sforzo di guerra vali- 
cavano il basso Ticino, dal ponte di Bofl&lora i régi cala- 
vano a. Lombardia; ma, appena occupateae le prime tem. 
lasciavanle per correre contra il nimico invadente ii Pie- 
monte. Due ore innanzi lo spirare délie tregue Carlo Al- 
berto e Chrzanowski giugnevano a quel ponte, alla cui 
difesa tenevasi l'antiguardo délia divisione del Duca di 
Genova — la quarta — che allô scoccare del mezzogiorno 
là trovavasi, serrata insieme. Dopo lungo osservare nulU 
scorgendosi su la sinistra del fiume che rivelasse la vicl- 
nanza degli Austriaci, ne udendosi fragore veruno di a^ 
tiglierie dalla parte délia Gava, Ghrzanowski comandava 
al Duca di Grenova di portarsi con tutta la sua divisione 
sopra Magenta a ricercàre la contrada piii avanti gli fosse 
possibile e riconoscere i luoghi e i campi degli imperiali: 
e in pari tempo ordinava al générale Perrone — in quel 
mezzo campeggiante Galliate — di recarsi al ponte per 
appoggiare, se la bisogna il ricbiedesse, con le sue ge&t: 
quelle del Duca di Genova. Primo a varcare il Ticino e a 
premere il suolo lombarde fu il Re alla testa d*una com- 
pagnia di bersaglieri, al cui avanzarsi fuggivano i corri- 
dori austriaci, i quali lungo il fiume spiavano le mossedei 
régi. In Magenta egli veniva avrertito, avère Radetzky fatta 
la massa di sue genti intorno a Pavia; novella questa che | 
sommamente turboUo e sconcertô non poco Cbrzanowski. ! 



inginata guerra e dei molti mali cbe ayrebbe loro arrecati, assicnranle 
che l'eserGito impériale rispetterebbe le loro vite e quanto possedemn 
se a quella non prendessero parte yemna. « Me non anima, cosi coc- 1 
chindeva, come Carlo Alberto lo spirito di conqnista; ma yengo a <ii' | 
fendere i diritti dell'Imperatore mio sîgnore, e la integrità délia do- 
narchia cbe il tostro Ooremo, alleato alla ribellione, slealmente dù- 
nacda. » 



Digitized by VjOOQIC 



LA 6I0BKATA DI KOTABA 94B 

Ëssi, che eransi tenuti certi di combatliere il maresciallo su 
l'Adda, saputolo con tutto resercito sul basso Tîcino, stanno 
ailora tra dae sopra quanto meglio conviene operare; se 
Radetzky osa invadere il Piemonte — ove uomini e cose 
essendogli apertamente nimici gli lasceranno soltanto il 
terreno da lui campeggiato (1) — perché mai Oarlo Al- 
berto e il generalissimo non osano irrompere in Lombar- 
dia, ove tutto è amico ad essi e la popolazione è pronta 
a levarsi in su l'arme ? Perché mai con rapide mosse non 
vanno a coUocarsi su le vie di comunicazione degli Au- 
striaci col Mincio e con le fortezze del Quadrilaterof Per- 
ché, in âne, non rispondono all'audacia del maresciallo con 
pari audacia? Se nel Re e in Ghrzanowski la gaglîardia 
deiroperare fosse stata pari al loro valore; se avessero 
saputo prendere la guerra con maggiore caldezza, arréb- 
berla indubitabilmente condotta a onore; ma in Oarlo Al- 
berto la irresolutezza era, più che un abito, una infermità 
deiranimo; e il générale polacco, sebbene possedesse le 
teoriche délia guerra, mancava perô di prontezza nel de- 
liberare, d'operosità e vigoria nel mandare a efTetto i pro- 
pri disegni. « Per un générale, cosi Napoleone (2), la vera 
sapienzasta in una forte risoluzione. » Che fa ailora Ghrza- 
nowski? Lasciato il Duca di Genova sul Tîcino e ordinato 
a Perrone di tornare a* suoi campi di Galliate, portas! col 
Re a Trecate, ove pone il Quartiere générale dell'esercito ! 
forse ad aspettare <9he il cannone nîmico abbîa ad avver- 
tirlo délia disfatta di Durando e délia caduta di Mortara 
in mano agli Austriaci ? — Nella sera di quel giorno 20 
marzo, Ramorino accresceva le difese del ponte di Mezza- 
nacorte di due sezioni d'artiglierie, comandando per6 nes- 
sim colpo si avesse a tirare sui nimici campeggianti la 



(1) u L'esercito, che entra in un simile paese, non vi possiede che 
il terreno snl qnale s'accampa. n 

JoHiHi, De VArt de la guerre, 

(2) MaxmeB de guerre. 



Digitized by VjOOQIC 



S44 CAPITOLO YI 



sinistra riva del Po; i qaali, durante la notte, incendia- 
roQO alcune barche che trovayansi su la riva dol fiume, 
presso cui costruirono una batteria di cannoni da campo. 
Poco dopo Talbeggiare del di Yegnente Liechtenstein trasse 
fùriosamente con razzi di guerra e artiglierie contra 
quelle dei Lombardi, i quali, con eguale furia ma con 
maggiore esattezza di tiro, risposero e si efficacemente al- 
l'offendere del nimico da mandare a rovina la sua batteria 
e guastarne i cannoni. Durô due ore il fuoco, col qaale 
gli Austriaci intesero a raggiungere — corne in fatto rag^ 
giunsero — il doppio scopo, di coprire la loro andata 90- 
pra Mortara e tenere tutta rivolta Tattenzione del nimico 
ai passi del Po allô intente dlmpedirgli di molestare quella 
loro mossa. Nel mattino stesso del 21 marzo gli imperiali 
lasciavano la postura di Mezzanacorte per non piii curarsi 
di Ramorino, paghi d*ayergli leyata la via di comuoica- 
zione col grosso deiresercito italiano. 

In sul cadere di quel giorno, rimesso il comando deila 
diyisione, il générale Ramorino lasciava il campo di Oa- 
satisma, chiamato da Chrzanowski in nome del Re a Tre- 
cate. Lunga era la yia ch' ei doyeva percorrere, perô che 
gli ussari austriaci, spintisi già oltre TAgogna, ricercando 
da quella parte tutte le terre per ayer lingua délie armi 
nimiche, costringessero il générale a passare per Jdesr 
sandria, Gasale e Yercelli per recarsi a Noyara — allora 
allora diyenuta stanza del Quartier maggiore dei régi - 
e doye giugneya aile undici e mezza délia notte del 22. 
Aile tre del mattino del yegnente egli presentayasi a 
Ghrzanowski, il quale — dopo ayere lamentata la perdita 
di Mortara e la soonfltta di Durando, e pronunciate parole 
di biasimo per l'esercito del Re, e dopo essersi espresso 
in modo da far conoscere, come tenesse Ramorino per in- 
yido e geloso del generalato suprême conferitogli dal Go- 
verno sardo — terminaya il suo parlare cosi : « Bisognara 
sino dal cominciare délia guerra dirmi che yoi non to- 
leyate militare sotto gli ordini miei. > Indi a lui, che af- 



Digitized by VjOOQIC 



LA GIOBNATA DI NOYARA 245 

fermava d'avere avuto uno scopo solo, quello di dare il 
sao braccio alla patria, e che amandola egli veramente 
non poteva nutrire sentimenti di invidia e gelosia, Ghrza- 
nowski rispondeva: = Ora che la cosa è pubblica» dubi- 
tare che il Re sia per rimetterlo alla testa délia divisione 
lombarda ; consigliarlo perô a chiedergli taie favore e nel 
tempo stesso anche una Gommissione, la qaale abbia a in- 
vestigare Toperato suo e cercare le prove dei fatti de- 
nunziati, come meritevoli di punizione. = Aveva scritto 
Ramorino a Ghrzanowski, quanto da questo vecchio suo 
compagne d*armi eragli onestamente e saviamente sugge- 
rito, allora che verso le dieci del mattino stesso ricevera 
lettera dal gênerai maggiore, il qaale avrertivalo che il 
Re, nello accettare la richiesta d*una Gommissione esami- 
natrice del suo operato, vietavagli di presentarsi davanti 
ai soldati sino a che fosse egli giudicato e assolto délie 
colpe a lui attribuite. Stava queU'infelice per chiedergli 
la licenza di portarsi a Torino per sollecitarvi il racco- 
gliersi délia Gommissione, che dovea condannarlo o assol- 
verlo, quando il romoreggiare dairartiglierie, nello annun- 
ciargli Tawicinarsi del nimico, awertivalo non essore 
quello momento opportune a scrivere a Ghrzanowski, cer- 
tamente ito già a governare il combattere. Di Ramorino 
€ de' suoi tristi casi narreremo piîi avanti. 

U généralissime — che vedemmo dal ponte di Boffalora 
correre a Trecate per aver lingua degli Austriaci, non 
incontrati su la sinistra del Ticino — saputo nella sera 
di quel giorno 20 del loro entrare in Piemonte e dello in- 
dietreggiare dalla Gava di Ramorino, chiamato a se il 
Duca di Genova, mandavalo con sue genti a campeggiare 
Vigevano, ove giugneva nelle ore pomeridiane del ve- 
gnente(l); in pari tempo comandava a Durando di recarsi 



(1) Vedi rAUante. 



Digitized by VjOOQIC 



246 • CAPITOLO VI 



con la sua divisione a Mortara; a Bes, di coadursi alla 
Sforzesca e per Vigevano procedere inaanzi verso Pavia 
occupando borgo San Siro col suo antiguardo; aPerrone, 
di scenderea Gambolô; a Solaroli, di calaresopra Boffalora 
per difendervi il passo del Ticino ; in fine, al Duca di Sa- 
voia, di eollocarsi con la riscossa intorno a Mortara. Con 
taie ordinamento de' suoi campi — che chiariva lo inten- 
dimento del générale maggiore di fare la giornata coi ni- 
mici sui piani che stendonsi davanti a Vigevano e a Mor- 
tara — il grosso deiresercito — da trentotto milauomini 
e sessantotto artiglierie — egli voleva raccolto presse Vi- 
gevano, che, giusta i suoi calcoli, doveavi arrivare aicuQ>' 
ore prima di Radetzky; da ventisei mila uomini e quaran- 
totto cannoni avevano a riunirsi presso Mortara; concio 
Ohrzanowski mirava pure a offendere la destra dei campi 
imperiali. Lasciate le stanze di Trecate, Carlo Alberto in 
sul mezzogiorno del 21 entrava in Vigevano; ove poco 
dopo il tocco il romoreggiare del cannone annunciavagli 
essere i suoi aile prese con gli Aùstriaci a borgo San Siro. 
Mentre i régi numerosi raccoglievansi dinnanzi a Vige- 
vano, il nimico avanzavasi per recarsi in mano questa 
terra e ferire il primo colpo contra Mortara, ove il ma- 
resciallo intendeva condursi con lo sforzo suo di guerra. 
Al quale scopo, fatto mangiare ai soldati il pasto del mat- 
tino, comandava a Wratislaw di andare col suo corpo à\ 
esercito, il primo, sopra Gambolô ; poscia, avanzarsi sino â 
Mortara, porsi a campo a destra di questa terra, e nel 
medesimo tempo spedire il luogotenente colonnello Schaoz 
con due battaglieni di fanti, due squadroni di cavalli e uns 
mezza batteria di razzi a occupare Vigevano; ciô che non 
gli fu dato di eseguire per essergli ivi già state furatele 
mosse dai régi. Per comando di Radetzky il maresciallo 
D'Aspre doveva, col seconde corpo d'esercito, seguire 
Wratislaw e procedere oltre Mortara, se non tenuta dai 
Sardi, mentre Appel, col terzo, occuperebbela, e Thuni 
col quarto collocherebbesi su la sinistra di quella città. 



Digitizeciby VjOOQ le 



LA GIOBNATA DI MOVAKA 247 

dietro la quale e a cavalière délia via di Garlasco e Tru- 
mello posterebbosi Wocher con l'esercito di riscossa. Con 
lali moss6 il vecchio maresciallo mirava sopravanzare la 
destra dei campi italiani, levare a questi la via di Torino 
e, cJô che più importavagli, separarli dalla lor base délia 
gueira, Valenzc^Alessandria^Genova, e stringerli poscia 
tra il grosso délie sue forze armate e il Ticino; disegno 
in parte riescitogli per l'imperizia dei général! del Re, che 
non seppero eseguire quanto Chrzanowski aveva lor co- 
mandato. Radetzky, nel suo camminare sopra Mortara, 
lasciô espofiico aile oflTese nimiche il suo flanco destro, che la 
debole schiera di Schanz era impotente a difenderlo da un 
vigoroso assalto degli Italiani. Se quella mossa di fiance, 
latta in molta vicinanza delFesercito regio, fu per Ra- 
detzky una colpevolissima imprudenza, cosa dobbiamo mai 
dire délia indolenza dei generali di Oarlo Alberto, che la- 
sciaronla compiere senza la minima offesa ? 

Era da poco suonato il tocco, allora che l'avanguardia 
di Wratislaw — la brigata Strassoldo — e le genti di 
Schanz urtavano fortemente sopra il debole avanguardo 
délia divisione di Bes in borgo San Siro; il quale, costretto 
dal numéro degli assalitori — che contavano tre volte 
tanto le forze sue — a cedere loro il campo, ritiravasi 
verso San Vittore; unitosi a due battaglioni di fanti, ve- 
nutivi ad appoggiarlo, si ridusse di poi alla Sforzesca, sem- 
pre combattendo il niraico d'ogni parte premente per rom- 
P^re gli ordini suoi. La pugna si riaccese e fu aspra alla 
Sforzesca, davanti alla quale, preparato a ricevere gli as- 
salitori, trovavasi Bes con due reggimenti di fanti, alquanti 
bersaglieri, due squadroni di cavalli e otto cannoni (1), 
Gli Austriaci, tuttavia preponderanti in numéro, tentarono 



(1) La brigata Casale, spedita da Bes verso Fogliano per impedire 
û niinico di sopravanzare Vigevano, chiamata di poi al combattiiiiento, 
Qon poté prendere parte a questo, avendo smarrita la via délia Sfor- 



eesca. 



Digitized by VjOOQIC 



248 OAPITOLO TI 



girare sui fianchi Tordinanze dei régi, ma invano ; e quanta 
volte le assaliroQO, altrettante yennero respinti, e da ul- 
timo in si malo modo, da essere obblîgati a indietreggiare 
disordinatamente. E Bes avrebbe certamente lor fatto toc- 
care piena rotta, se non fosse corso ad appoggiarli Wohl- 
gemuth con buona parte délia brigata Gôrger — ohé in 
quel mezzo aveva varcato il Ticino a Bereguardo — e cou 
una batteria di cannoni del primo corpo d'esercito di ri- 
scossa incontrato per via. — Ghrzanowski, appena udi lo 
strepito délie artiglierie combattenti a San Siro, fece avan- 
zare un reggimento di fanti délia divisione Perrons su la 
via délia Sforzesca, e con un altro, parimenti di quella 
divisione, e dieci cannoni egli stesso si porto fino a mczzo 
chilometro da Gambolô, verso cui muoveva Wratislaw col 
grosso del suo corpo d'esercito. Pervenuta a quella terra 
in sul cadere del giorno, Wratislaw soUecito spedi forte 
schiera di sue armi ad affrontare gli Italiani, già ordinati 
alla pugna e préparât! a contrastargli il passe; ributtato, 
venue a sua volta assalito e costretto a dare addietro. 
Chrzanowski avrebbelo incalzato, se lo iugrossarsi délie 
battaglie austriache per lo sopravvenire di forti sussidi e 
il vivo romoreggiare di cannoni e di moschetti udito dalla 
parte di Mortara non Tavessero consigliato a retrocedere, 
per fare al dimani la giornata col nimico dinnanzi a Yi- 
gevano e con quanto di sue genti sarebbegli stato possi- 
bile di raccogliere nella notte. Esizialissima deliberazione 
questa, e certamente délie piii gravi tra le cause che con- 
corsero a rovinare Timpresa; avvegnachè con taie indugio, 
rimettendo cioè al di vegnente quelle oflTese, che avreb- 
bersi potute fare nella sera contra gli invaditori, si con- 
cedesse al maresciallo tempo bastevole a raccogliere tutte 
le sue forze armate. Se il gênerai maggiore, all'arrivare 
del Duca di Genova in Vigevano — che fu in sul finire 
del giorno (1) — senza por tempo in mezzo e proflttando 



(1) n tardare délie vettovaglie fii causa del tardo giugnere a Vige- 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIOBKATA DI KOYARA 249 



deirentusiasmo de' suoi soldati destato dal buon esito del 
combattimento délia Sforzësca, avesse fatto impeto su gii 
imperiali a Gambolô, sarebbe indubitabilmente riescito a 
rompere la destra dei campi austriaci, riparando cosi lar- 
^mente allô scapito patlto da Durando a Mortara; e, re- 
cuperata questa città, avrebbe ridotto il maresciallo alla 
Gava, nella stretta del Pc e del Ticino. 11 non aver ci6 
operato provô, che Obrzanowski, se di scienza bellica pos- 
sédera quanta gliene davano gli amici suoi, non era tut- 
tavia atto a maneggiare la guerra, ne condurla con au- 
dacia e vigore. 

Durando, che giusta gli ordini del généralissime avrebbe 
dovuto, il mattino del 21, collocarsi dietro i Sabbioni di 
Mortara (1) — i quali formano un'eccellente postura di difesa 

— e spingere la sinistra dei campi délia sua divisione verso 
Fogliano, allô scopo di sostenere e alla bisogna di farsi 
appoggiare da quelle campeggianti Vigevaiio (2), maie in- 
terpretando quegli ordini, invero poco chiari e molto meno 
esatti,tenutosi presse Mortara, ponevasi a cavalière délia via 
di Garlasco con le sue due brigate di fanti — Aosta e Regina 

— di cui otto battaglioni in prima ordinanza e quattro in 
seconda; con le due batterie di.cannoni dinnanzi a quelle, 
separate da un profonde fosso sul quale era stato costrutto 
un ponte ; con la cavalleria su le vie di Garlasco e Vige- 
vano e tre squadroni entre Mortara. E il Duca di Savoia, 



vano deUa quarta divisione; allora, corne nell'aiino innanzi, la Provve- 
ditoria générale dell'esercito, per inettezza air alto sao carico, cagionô 
danni e disastri! 

(1) Vedi TAtlante. 

(2) Notammo più sopra che Bes, non avvertito da Chrzanowski del 
gingnere di Dnrando a Mortara, mandava la brigata Casale a Fogliano 
per difendere da qnella parte Vigevano, se i nemici l'assaltassero ; in 
tal modo indeboliva con grande suo danno il campo délia sna divisione 
aUa Sforzesca. 



Digitized by VjOOQIC 



250 CAPITOLO VI 



cui Chrzanowski avéra comandato di spalleggiare la dé- 
sira del campo di Durando e proteggere Mortara, qui 
giunto — e f u poco dopo le due pomeridiane — stendeva 
la sua divisione da Gastel d'Agogna sino a trecento metri 
da quella città, sopra un terreno per tanti impedimenti 
difficile a percorrere e a muoversi osservando gli ordini. 
La destra délie sue battaglie egli componeva délia brigata 
dei granatieri ; la sinistra, délia brigata Cuneo, le cui estre- 
mità e il centre afforzava di ventiquattro cannoni ; copriva 
il corno destro délia sua ordinanzacon un^reggimento di 
cavalli; l'altro reggimento con otto cannoni — il sussidio 
suo — coUocava dietro il centre di tutta la ordinanza (1). 
Cattive posture queste del Duca di Savoia, avvegnachè pcr 
recarsi in aiuto di Durando — se oppresso dal numéro dei 
nimici — ei dovesse passare attraverso Mortara col peri- 
colo di averne impedite le vie dai fuggitivi: donde la con- 
fusione, il disordine ; e conseguenza di quella e di questo, 
danni gravissimi e irreparabili : lo che accadde a Mortara. 
— Chrzanowski, il quale, persuaso di dover fare il di ve- 
gnente la giornata con gli Austriaci, aveva comandato alla 
prima divisione di postarsi a levante di Mortara sui campi 
che dai Molini di Faenza scendono ai Gasoni di Sant'Al- 
bino su la via di Garlasco, formando cosi un angolo rien- 
trante con la destra dell'esercito, che sarebbesi schierato 
dinnanzi a Vigevano, e aveva mandate la riscossa a porsi 
con la sinistra dietro Testremità destra délia divisione di 
Durando e a stendersi con la sua destra sin presse Gastel 
d'Agogna, al doppio intente d'aflforzare il générale Du- 
rando e coprire Mortara, Ghrzanowski, io dico, spediva cola 
Alessandro Lamarmora col carico di vigilare a che i di- 
segni e i comandamenti suoi fossero pienamente mandati 
a efietto. ^- Arrivato al tocco in Mortara, Lamarmora ve- 



(1) n Dnca di Savoia aveva fortificato il Molino Nuovo, spalleggianta 
la destra délia brigata Cuneo, 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIOBNATA DI NOTABA 251 



data ]a prima divisione sopra le posture già da noi de- 
soritte, comandavale che, dopo essersi cibata del vitto che 
ailora allora si apprestava, si avanzasse e si ordinasse 
su quelle già ad essa designate dal geaeral maggiore, e 
ael frattempo spedisse fuora degli esploratori a cercare 
il terreno flao a San Giorgio, per avère novelle del nimico 
etroyare altresi una via per Castel d'Agogna. I quali esplo- 
ratori riedevano senza riferire cosa alcuna degli Austriaci, 
e senza che Tufficiale dello Stato maggiore deiresercito, 
preposto a quella ricognizione délia campagna, avesse sa- 
puto rinvenire la via desiderata e che proprio esisteva. 
Aile tre, e appuato in quella che da ogni parte annuncia- 
vasi Tawicinarsi del nimico, Durando procedeva innanzi, 
non fino aile posture che avrebbe dovuto tenere sin dal 
mattino, ma solamente poco piii di un chilometro e mezzo, 
collocaudosi su due ordinanze a cavalière délia via di Gar- 
lasco ; schierando a destra délia medesima la brigata Re- 
gina, la estremità délia oui ordinanza era afforzata dal 
conveuto di Sant'Albino, difeso da un battaglione di fanti 
e dal torrente Arbogna; e a sinistra la brigata Aosta, 
airestremità délia cui battaglia faceva spalla un reggi- 
meato di cavalleria e stava il cimitero di Mortara — situato 
presse la via di Vigevano — nei mûri del quale erano state 
aperte moite feritoie; in fine, le due batterie ponevansi 
da Durando lungo la fronte délia divisione ; e il Duca di 
Savoia, che vedemmo giugnere a Mortara poco dopo le due 
pomeridiane, collocavasi ne' luoghi da noi descritti qui so- 
pra. Cosi ordinate e proprio contra i princîpi deU'arte 
bellica, quelle due divisioni, che insieme contavano ven- 
tisei mila uomini e quarantotto artiglierie, ne presenta- 
vano al nimico poco piii di sette mila con sedici cannoni ; 
e le rimanenti forze, perché troppo distant! dalla prima 
ordinanza e separate da questa da un largo fosso, che im- 
pediva di muoversi con facilita e speditezza, non potevano 
&1 bisogno soUecitamente aiutarla ; in oltre, la molta vici- 
nanza di quella città che, come già notammo, trovavasi 



Digitized by VjOOQIC 



252 OAPITOIiO TI 



a un chilometro e mezzo circa dietro ad essa, poteva, 
nel caso d'una ritratta, essere causa dî disordine, corne 
lo fu. Durando, col piantare i suoi campi su le posture 
designategli dal généralissime, e il Duca di Sayoia, cou lo 
spalleggiarne saviamente la destra, ayrebbero non sola- 
mente bene provveduto alla difesa di Mortara, ma con lo 
avvicinarsi al corpo d'esercito, che staya dînnanzi a Vi- 
geyano, eziandio meglio provyeduto alla loro sicurezza. 
Suonayano le quattro e mezza pômeridiane, quando i cor- 
ridori, mandati fuori alla campagna per ayer lingua del 
nimico e speculare la contrada, annunciayano a Durando 
l'appressarsi di quello, per la yia di Garlasco ; era il corpo 
d'esercito di D'Aspre, il quale, montre Wratislaw com- 
batteya a San Siro e alla Sforzesca, muoyeya contra 
Mortara. L'arciduca Alberto — che guidava Tavanguardia 
— giunto in vista del campo italiano disponeva sue genti, 
per Tassalto, in due schiere a ordinanza serrata ai lati 
délia via; la sua cavalier ia fermavasi a Remondo (1); se- 
guivale a brève distanza la divisione Schaffgotsche : mez- 
z'ora dopo le artiglierie deiravanguardia davano il segnale 
délia pugna. L'improvviso apparire degli impérial! e il 
siibito loro affrontare gettano lo sgomento nel campo regio, 
le oui prime guardie indietreggiano quasi senza trar colpo; 
ad esse tien dietro il battaglione presidiante Sant'Albino. 
Venuto questo convento a mano degli Austriaci, è poco 
appresso recuperato dagli Italiani; i quali, rifattisi e rin- 
francati gli animi dal primo smarrimento, riprendono il 
terreno poco prima lasciato al nimico, e fronteggiano con 
fermezza gli assalitori. D'Aspre, che non estante Tora tarda 



(1) La schiera di destra componevasi di quattro battaglioni di fanti, 
due délia brigata EoUowrat e due délia brigata Stadion, e d'nno di 
cacciatori tirolesi; e la schiera di sinistra constaya parimenti di quattro 
battaglioni di fanti délie stesse brigate di quella di destra; una parte 
del suc battaglione di cacciatori camminava avant! in ordine sparso, 
Faltra parte erasi coUocata dietro on fosso. 



Digitized by VjOOQIC 



LA GIOBNATA DI NOVABA 353 

ha voluto combattere per fruire del vantaggio di quella 
sorpresa, deliberato di impadronirsi di Mortara ayaati il 
cadere délia notte, si avanza con tutto lo sforzo di sue 
genti coatra la désira délia prima ordinanza italiana; la 
qnale, non ricevendo sussidio veruno, e maie reggendosi 
contra la piena dei nimici venutagli sopra, yacilla, cède e 
disordinatamente riparasi entre la città, già tutta in iscom- 
piglio e in confusione di comandi e di voleri diversi. Car 
lata la notte, D'Aspre non osa tentare quella terra; ma sa- 
puto del colonnello Benedek, che co* suoi fanti ungaresi 
e con due artiglierie mischiatosi coi fuggitivi yi si era 
messo dentro o combatteya, contra grossa schiera di régi» 
in ordine serrato nella yia principale délia città, ayyicinar 
tosi a questa afforza Benedek d*un battaglione di fanti. U 
Duca di Sayoia, appena ode 11 romoreggiare del cannone, 
manda parte délia brigata Cuneo ad appoggiare la destra 
di Durando, e con la rimanente parte speditissimo si reca 
a Mortara (IX aUa cui difesa parimenti accorre il géné- 
rale Durando con la brigatâ Aosta — la destra délie sue 
battaglie — allora che yede il tentennare e il ritrarsi délia 
brigata Regina. Tard! aiuti! perô che non sia più possi- 
bile salvare la città, ne rimettere gli ordini nelle schiere, 
che si sbandano ; onde il Duca è costretto a retrocedere 
Terso Oastel di Agogna e a yolgersi quindi sopra Robbio 
senza retroguardia, ayyegnachè questa — un battaglione di 
fenti e due artiglierie — smarrita la yia — cammini yerso 
Yalenza; e la brigata Aosta, perduta buona parte del suo 
battaglione d'ayanguardia — neirentrare in Mortara caduto 
prigionlero — volgesi a Noyara, Il presidio di Sant'Albino, 
il quale non estante il dietreggiare délia brigata Regina 
ha strenuamente resistito ai ripetuti assalti di nimico po- 
deroso, allora che yedesi in pericolo d*essere circondato. 



(1) Il Daea di Sayoia aTeya pur fatto ayvicinare alla città un reg- 
gimento di granatieri. 



Digitized by VjOOQIC 



254 CAPITOLO VI 



di là si toglie e proprio airavvicinarsi del geaerale La- 
marmora (1) ; il quale, alla testa di due battaglioai délia 
brigata Cuneo, par la via di San Giorgio portavasi in aiuto 
délia brigata Regina. Awisato da* suoi esploratori délia 
caduta di Mortara e del ritrarsi dei régi sopra Novara. 
Lamarmora, eut soao sconosciuti i campi ch' egli percorre, 
délibéra aprirsi con la forza la via di salvameato ; e a taie 
intento muoyé contra Mortara. L'oscurità délia notte fe 
ch'egli possa, non visto, ayyicinarsi alla città, ove entra 
per la porta San Giorgio. L*armi, che già vi erano pasate, 
sono riprese al gridare délie sentinelle, che stanno presso 
la grande piazza, alla quale orasi appressato randacissimo 
générale; da ambe le parti sonvi sorpresa e timori di 
perigli ignoti: i régi, perché credono la terra essere 
libéra di nimici, nuUa avendo lor dette il générale che 11 
guida, per ragione facile a indovinarsi ; e gli imperiali, 
perché non sanno rendersi conto di quelle improvviso as- 
salto aile spalle, securi che il nimico trovasi tutto in riti- 
rata davanti ad essi. Grave pericolo sovrasta quindi a Be- 
nedek; se gli Italiani fanno impeto, egli è perduto; ma 
pronto, quanto intrépide, il colonnello austriaco, bene in- 
dovinando aver solo a fare coi battaglioni di Sant'Albino. 
lor grida d'arrendersi, essendo impossiMle il combattere 
e prédira ogni via di scampo ; ed essi, reputandosi cir- 
condati dalle sue genti, rendono Tarmi e gli si danno pri- 
gioni, non perô Lamarmora, il quale con una mano dei 
suoi piîi valorosi — circa cinquanta — s'avanza audace» 
mente nella città, tutta piena d'Austriaci ; e irridendosi di 



(1) Per via Lamarmora veniva assalito da una presa di Aostriaci. 
nasGostiù dietro gli alberi; ribnttatili, egli procedeva secoio ianaita. 
qnando di 11 a brevi istanti era offeso dal fuoco dei battaglioni di 
Sant'Albino; i qnali, taratti in errore dal moschettare pooo prima udito 
e oltremodo bnia essendo la notte, avevano creduto essere una sdùera 
di nimici, qnella che a lor s'appressava. L'errore perô fn presto rico- 
nosciuto: onde lievissimo fa il danno soiferto. 



Digitized by VjOOQIC 



LA GIOBNATA DI NOYABA 255 

quelle spavaldo che ha gridato : inutile ogni offèsa, mi- 
glior cansiglio VarrendersU superati gli impedimenti che 
sbarrano le vie, apresi fra i nimici il passo, e per Gastel 
d'Àgogna raggiunge il Duca di Savoia, col quale trova- 
Tasi Durando, che nel confuso ritrarsi era stato sepa- 
rato dalla sua divisione. — Di poco momento furono le per- 
dite sofferte dagll Austriaci a Mortara : da trecento uominl 
morti feriti, gravissime quelle patite dagll Italiani, i quali 
oltre la perdita délia città e di cinquecento de' loro ca- 
duti uccisi o feriti, ne avessero lasciati in mano al vinci- 
tore due mila allô incirca con cinque cannoni e buona 
parte dei carriaggi e del carreggio délia divisione di Du- 
rando, che il mattino del di vegnente giugneva a Novara 
eaandio stremata di fbrze per lo disperdersi di molti sol- 
dat!, i quali, scompostisi gli ordini nella notturna ritratta, 
eransi smarriti per le campagne. 

Moite e varie le cagioni délia sconfitta di Mortara. — 
Nelle ore pomeridiane del 22 marzo due divisioni erano 
yenute a schierarsi davanti quella città; le capitanavano 
Durando e il Duca di Savoia; potendo combattere lontano 
dal Quartier générale dell'esercito — come in fatto av- 
teiine— chi ne teneva il comando suprême? nessuno ! Grave 
errore in guerra fu sempre, sovente anche causa di ro- 
Tina, soprammodo in un giorno di combattimento la man- 
canza d'unità di comando. Le posture occupate da Durando 
— non quelle designategli da Chrzanowski — erano sotto 
ogni ripetto piii che infelici ; dissennato consiglio fu il suo 
eollocarsi troppo vicino aile mura délia città; dissennatis- 
Bimo poi campeggiar terreno pieno d'ostacoli, che dove- 
vano nuocérgii del pari se si fosse avanzato per oflTendere, 
si fosse tenuto in su le difese ; e attravesato da foâso, 
che dovéva împedire il libero e facile muoversi, il vicen- 
devole s<yvTenire e il sticcedere nella pugna délie divét^e 
opdinanze combattent!. Tardi mandaronsi fuora gli esplo- 
ratori a spéculare la campagna e ad avôr lingua dei ni- 
mici : onde dell'arrivo degli Austriaci fu Durando awer- 



Digitized by VjOOQIC 



256 OAPITOLO YI 



tito allora allora che già stavangli sopra. Dirô in fine, non 
ultima ira le cause del disastro essere state la lentezza nel 
proTvedere aile nécessita del combattere, la poca vigoria 
e la poca fermezza dei capi, che generarono nei soldati 
trepidanza, turbamento e confusione. in tutto il campo. Se 
Durando, se il Duca di Savoia — capitani di valore prova- 
tissimo — avessero con savio ardimento risposto airaudacia 
imprudente di D'Aspre, Mortara non sarebbe andata per- 
duta, e certamente a Novara — se la giornata vi fosse stata 
fatta — non sarebbe caduta la fortuna d'Italia. Padrone di 
Mortara, D'Aspre cessô d'ogni offesa contra il nimico» ne 
YoUe incalzarlo per non arriscbiare di perdere nella nette 
il Yantaggio sopra quelle acquistato nella giornata: onde 
ponoYa il campo presse le mura délia città, montre il primo 
corpo d*esercito mettoYalo a Gambolô ; il terzo a Trumello 
con le stanze di Radetzky e del Quartier générale ; il quarto 
a San Giorgio ; quelle di riscossa a Groppello ; due squa- 
droni d*ulani, Yarcata TAgogna, cercaYano la contrada che 
stendesi fra Sartirana e Valenza. — In quella notte, Intanto 
che la prima diYJsione dei régi camminaYa sopra Novara» 
e la riscossa sopra Robbio, la seconda, la terza e la qaarta 
serenaYano davanti a Vigevano — oyo stavano il Re e il 
généralissime — unabrigata di fanti serenaYa al ponte di 
Boffalora sul Ticino e la diYisione lombarda a quello di 
Mezzanacorte sul Po. 

La noYoUa délia rotta di Mortara, portata in Vigevano 
da due officiai! dello Stato générale deiresercito poco dopo 
la mezzanotte, feri dolorosamente il Re e gettô lo scon- 
forte in tutto il campo : eppure délia guerra non potevasi 
ancora disperare. Che far dovoYa allora Carlo Alberto? 
rinYiare Durando e il Duca di SaYoia a Mortara, ed e^ 
stesso, raccolto quanto pib sarebbegli stato possibile diarmi, 
muoYore speditamente contra D'Aspre e all'albeggiare del 
nuoYO giorno far impeto contra esso, ributtarlo su l'Ago- 
gna e levargli la via di San Giorgio. 4[ Abbastanza oggi 



Digitized by VjOOQIC 



LA GIOBNATA DI VOTABA 257 



dietreççiamfno > aveya detto Napoleone ai suoi soldati a 
Marengo; « Abbastanza questa notte retrocedemmo, » dir 
doyeva il Re airesercito suo; e ridestaado in questo la fede 
nel proprio valore e nelle proprie forze, avrebbe indubi- 
tabilmente rimesso la fortana deirarmi italiane. Non ista- 
Tangli forse di fronte gli stessi Austriaci neiranao innanzi 
vinti e fugati due volte a Goito, di poi a Pastrengo, a Ri- 
voli, a Governolo ? Ignorava egli forse, che l'audace assalto 
di D'Aspre era stato la conseguenza deiresaltamento del 
momento, non la ispirazione del genio ? Non trovayasi forse 
davaQti a lui un necchio capitano délia vecchia scuola di 
Daun e Lascy? Un capitano tardo sempre nel concepire, 
più tardo ancora nello eseguire ? E la cui usata lentezza 
— che il di appresso la vittoria di Mortara lo tenue ino- 
peroso ne' suoi campi sino a màttina avanzatissima — sa- 
rebbe stata a caro prezzo pagata, se Ghrzanowski ayesse 
sapato mandare a effetto il disegno assai caldeggiato dal 
Re, e da lui posto innanzi ai generali riuniti in quella 
Dotte a consulta di guerra per deliberare intorno a quanto 
coQTenisse fare nei [momenti difficili e pieni di pericoli» 
che allora correyano. Il généralissime ayeya proposto d'ire 
subito con le tre diyisioni campeggianti Vigeyano sopra 
Mortara, combattere D'Aspre ; di poi, chiamate a se quelle 
di Durando e del Duca di Sayoia, yoltarsi contra il grosso 
deU'esercito nimico e far con questo la giornata. Il disegno 
di Chrzanowski, inyero audace, se condotto con fermezza 
e Tigore, ayrebbe dato felice risultamento ; mandate a par- 
tito, fa con mal senno respinto. Qualche générale, ayyer- 
sissimo alla guerra délia indipendenza patria, affermé allora, 
che i più dei soldati erano contrari a quella ; parole che 
suonayano un graye insulte all'esercito; altri generali dis- 
sero Vimpresa proposta dal comandante supremo essere 
molto arrischiata ; altri poi, inyocando la prudente sayiezza 
del maggior générale, mostrarono certe titubanze, le quali 
più che di prudenza, doyeyansi chiamare di yiltà ; indie- 
treggiare e raccogliersi a Novara, questa la deliberazione 

17 — VoL U. MiBiAin — Storia poi. « mil. 



Digitized by VjOOQIC 



S58 OAPITOLO YI 



dei timidi conaigliatori, che aliora Tebbero vinta ami ge- 
nerosi! — « A forza di fare dissertazioni, cobi il grande N»- 
poleone (IX e di tenere consulte di gaerra, accadrà ciô 
che sempre è accaduto segueado taie sistema di goyerno: 
si finisce per preadere il peggiore dei partiti, che alla 
gaerra è quasi sempre il più pusillanime o, se vuolsi, il piii 
prudente. La yera saviezza, per un générale, sta in un de- 
liberare vigoroso e forte. » Se timidi furono i vinti di Moi^ 
tara, ancor più timido fu il vincitore; il quale avrebbe 
dovuto correre soUecito con tutto Tesercito sopra Novara 
allô scopo d'impedirvi il riunirsi dei régi, o portarsi con 
68S0 su Yeroelli per levare ai r^i la via di Torino, corne 
già ayeys^li saputo togliere quella d'Alessandria; ai con- 
trario il vecchio maresciallo perdette ore preziosissimc 
nelle sue stanze di Trumello per risolvere sul partito che 
meglio convenisse. « Ohi guadagna dei tempo^ ha tutto gua- 
dagnato in guerra, » cosi Federico di Prussia (2). Eguale 
lentezza regnava aliora nei due campi : Radetzky poteva coiî 
una celere mossa rendere compiuta la yittoria di Mortara: 
Ghrzanowski con una mossa audace poteva recuperare, 
quanto la negligenza di Durando avevagli fatto perdere, 
e rimettere la fortuna délie sue armi. Ei l'avova bene ideata 
quella mossa, ma non seppe mandarla a effetto; cedendo 
alla pusillanimità di qualche générale, dimenticava che in 
guerra il capo suprême è il solo, il vero giudice délia im- 
portanza e délia opportunità di certe militari operaziouL 
Al sorgere dei 22 marzo Ghrzanowski, levato il campo 
di Vigevano, camminaya verso Novara. Lasciato in Trecaw 
il Duca di Genova, in sul cadere dei giorno giugneva con 
le genti di Bes e di Perrone presse quella città aenza aver 
patito molestie dal nimico; e vi trovava già accampata la 
divisione di Durando, e parimenti doveavi arrivare nelU 
notte quella dei Duca di Savoia; la brigata Solaroli dal ponte 



(1) Maximes de guerre. 

(2) Histoire de mon temps. 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIOSHATA DI NOTABA 259 

di Boffalora portavasi a Romeatiao, dietro Trecate. — Aile 
oûdici mattina del 22, Radetzky^ cibate sue genti, avanzar 
vasi contra Novara con tutte lo sue arpi divise in tre 
schiere; quella di destra composta dal corpo d'esercito di 
Wratislaw ~- il primo ^ da Gambolô recavasi a Cilavegna, 
spiiigendo la brigata Strassoldo sino a Yignarello, a meta 
circa délia via che corre tra Vigevano e Vespolate; la 
schiera di mezzo — forte dei corpi d*esercito di D*Aspre, di 
Appel e di Wocher — il secondo, il terzo e quelle di ri- 
scossa — da Mortara, Trumello e Gropello, per la sinistra 
dell'Agogna veniva a Vespolate : e Vocher, presse Mortara ; 
la schlfcra di sinistra — il quarto corpo d'esercito, quelle di 
Thurn •- varcato il torrente Agogna, da San Giorgio per 
la via di Robbio portavasi a Torre di Robbio, coUocando i 
suoicampia sinistra di quelli di D*Aspre; infine il mare- 
sciaUo mettevasi a quartiere in Borgo Lavezzaro, proprio 
nel mezzo de* suoi campi e délie sue battaglie. — Invero gli 
Austriaci non avrebbero camminato con maggiore lentezza, 
s'avessero avuto a fare con un nimico vincitore e per po- 
tenza d*armi e d*armati piii forte di loro ; portandosi in quel 
giorno steaso a Novara sarebbe tornato impossibile ai régi 
di raccogliersi e ordinarsi ; il maresciallo non ricordavasi 
più délie tante celebrate guerre strategiche che formarono 
la gloria del primo Napoleone. Se Ohrzanowski commise 
grave errore dimenticando, nel prepararsi a giornata di- 
feasiva sui campi di Novara, di chiamare a se la divisione 
lofflbarda campeggiante sul Po presso Casatisma e quella 
più lontana d'Alfonso Lamarmora, che stava su quel di 
Parma, non meno grave errore commise Radetzky con lo 
aUontanare da se, proprio alla vigilia di una grande gîor* 
oata, piii di dieci mila uomini per Timpresa di Gasale (1). 



(1) Erano la brigata di Edoardo Liechtenstein, che gnaxdaxail.pa8to 
del Po a Meszanaoorte e quella di Cavriani , venuta alloia alloia di 
Lombardia, aile qnali doveva poi nnirsi la brigata di Gustaifo Wimpfféii, 
che presidiava Pavia. 



Digitized by VjOOQIC 



OAPITOLO YI 



« Non togliete alFesercito, non mandate fuora mai, per 
qualsiyoglia fazione, presa veruna di soldati, cosi scriveTâ 
Federico di Pruasia a' suoi generali (IX quando vol movete 
airoffese o state per fare la giornata. » — Quai valore, o, 
dirô meglio, quale importanza aveva Casale allora, da in- 
durre il maresciallo a impadronirsene nel giorno in cul 
avrebbe dovuto riunire a Novara lo sforzo suo, sin Tultimo 
soldato, sopra quel campo sul quale tutto concorreva a far 
credere si ayesse a combattere la giornata finale, corne la 
fu ? vincitore a Novara, non sarebbegli Oasale veauta a 
mano senza ferir colpo? vinto, quale aiuto avrebbe avuto 
dalla occupazione di quella città ? 

Tra l'Agogna e il Terdoppio — torrenti che corrono quasi I 
parallelamente da settentrione a mezzogiorno — e ad eguale 
distanza da quelli giace Novara, délie cul anticlie difese po- 
chissime rimangono e queste di assai debole sussidio ad e8e^ 
cito campeggiante intorno alla città (2). La fertile piannra, 
che distendes! verso Vespolate e in mezzo a quel torrenâ 
è di superficie varia, ineguale, e dolcemente elevantesi da 
formare, a due chilometri di Novara, un poggio, sul quale 
siede la Bicocca, picciolo villaggio di poche case e d'una 
cUesa e attraversato dalla via di Mortara. Dalla parte del 
Terdoppio, che scorre a levante di Novara, il po^io scende i 
rapidamente alla pianura ; la quale, ricca di vigneti e ai- 1 
beri, è tagliata da canali e fossi, sempre d*ostacolo a cbi 
offende e di aiuto alla difesa, che su quella pianura s^aTvao- 
taggia altresi dei molti e solidi casolari sparsi sovr'essa. 
Al sorgere del nuovo di — il 23 marzo — i régi, già tutti 
in su le armi, recavansi ai posti loro assegnati per la pu- 
gna, che ritenevasi imminente. Sopra due ordinanze areva 
Ohrzanowski schierata Teste sua; il corno destro della 
prima ordinanza — la divisione Durando — appoggiavasi 



(1) Instruction ffUlitaire à ses généraux. 

(2) Yedi l'Atlante. 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIOBKATA OI KOYABA 261 

al canale Dassi, che scorre in vicinanza e parallelameate 
alKAgogna sin presse Corte Nuova, ove volgendosi a levante 
forma un ostacolo validissimo alla offesa; le battaglie di 
mezzo — la divisione Bes — stavano dinnanzi alla grossa 
masseria délia Citella; il corno sinistre — la divisione Per- 
rone — trovavasi alla Bicocca, la postura più forte delFordi- 
nanze italiane ed eziandio la più avanzata verso il nimico, 
dalla quale signoreggiavasi un largo tratto délia zona ora 
descritta; e quelle spingevasi sine a Olengo presse un 
canale, dal nome di questo villaggio chiamato Roggia di 
Olengo. Quattro battaglioni di fanti afforzavano il fiance 
destro délia divisione Durande; sei, il sinistre di quella 
di Perrone ; la fronte délia prima ordinanza era coperta 
da tre battaglioni di bersaglieri. Le divisioni del Duca di 
Savoia e del Duca di Genova tenevansi alla riscossa in 
ischiere serrate ; la prima a destra tra Novara e la via di 
Vercelli, la quale via era percorsa da grosse prese di ca- 
valli; la seconda a sinistra tra il cimitero e la Bicocca; 
in fine, la brigata Solaroli erasi coUocata sul Terdoppie e 
a cavalière délia via di Trecate. Da taie ordinamento del- 
l'esercito chiaro appariva il disegne di Chrzanowski, il 
quale iatendeva fare alla Bicocca la resistenza più strenua 
3 più ostinata, dalla natura del site sommamente favoreg- 
giata; e tenevasi certo di rompervi i nimici, se, per im- 
padronirsi di quella postura, venissero agli assalti cen tutto 
il loro sforzo di guerra; ed eziandio tenevasi securo di 
opprimerli con le riscosse, prima che si ordinassero aile 
offose, se le tentassero a tergo valicando il Terdoppie e 
Agogaa. — PoGO dope le dieci del mattino di quel giorno 
?li Austriaci avanzavansi verso Novara. La novella perve • 
luta nella nette a Radetzky, che il grosso deiresercite re- 
;io, presidiata quella citta di poche migliaia di soldati, 
îamminasse sopra Vercelli per coprire Torino, induceva 
1 maresciallo a mutare in parte gli ordini stabiliti per la 
fiornata da cembattere il dimani, certo di farla a Novara 
) a Vercelli. Fermava quindi che D'Aspre muevesse di 



Digitized by VjOOQIC 



262 OAPITOLO TI 



buon mattino con sue genti contra Novara; che ^pel e 
Wocher lo seguissero, conservando perô in lor cammino 
le distanze e gli ordini a scaglioni presi il giorno innanzi 
nello accamparsl ; che Wratislaw per la via di Robbia an- 
dasse sopra Borgo Vercelli, per recarsi là dove si corn- \ 
battesse, a Novara cioè o a Vercelli ; e che Thurn, lasciato ; 
il suo campo, si portasse sopra Vercelli, soltanto allora ; 
che venisse avvisato essere Novara in mano degli impe- \ 
riali. Il non aver piii ricevuto notizie dei nimici — onde i 
veniva a confermarsi vie piîi la voce corsa del loro rac- I 
cogliersi intorno a Vercelli — induceva il maresciallo a 
comandare a Thurn di camminare subito contra queUa 
città, credendo piii che bastevole il corpo d'esercito di 
D'Aspre per l'impresa di Novara. Ignorare le posture e le 
forze degli Italiani in tanta vicinanza dei loro campi, non 
fa certo l'elogio délia prudenzà e délia vigilanza di Ra- 
detzky e de' suoi generali; prima di andare aile offese, 
prima di mettersi per via, essi avrebbero dovuto spedire 
fuora i corridori a speculare diligentemente la contrada 
e conoscere le mosse del nimico. — OU eserciti guerreg- 
gianti, che al cominciare délie ostilità erano eguali in 
forze, il 23 marzo, nel quai giorno venivano aU'ultim:! 
prova délie armi, quelle dei régi era non poco inferiorr? 
aU'esercito impériale per numéro d'uomini e d'artiglierie. 
causa le perdite toccate a Mortara dalle division! di Du- 
rando e del Duca di Savoia, e lo sbandarsi di moltissimî 
nella notturna ritratta da quella città, che non avevana 
ancora raggiunto le proprie bandiere; in oltre, da quasi 
venti mila — la divisione di Alfonso Lamarmora e la Lom- 
barda — stavano lontan lontano da Novara su la destra 
del Po e proprio abbandonati a loro stessi ; mentre l'eser- 
cito austriaco aveva sino allora soflTerto pochi danni, e sol- 
tanto da dieci mila uomini — i designati alla inconsulta 
impresa di Casale — trovavansi per la loro lontananza 
nella impossibilità di prendere parte alla giornata del 23 
marzo; nella quale gli Italiani contaronsi cinquantatrè 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIOBKATA SI ITOYABA 363 

mila con centodieci cannoni; e gli imperiali, ciaquanta- 
$ette mila con centoventicinqne artiglierie. Non ostante il 
prepoaderare délie armi avrersarie, Ghrzanowski sarebbe 
uscito vincitore dalla pugna, se non si fosse ostinato a te- 
nersi in su le difese, eziandio quando il valore del soldati 
e il vantaggio délie posture, saviamente scelte e occupaie, 
coûsigliaranlo» anzi lo spingevano a pigliare con audacia 
le offese. « Alla guerra, ci lasciô scritto Napoleone, non 
arvi che un momento favorevole; il gran talento è di sa- 
perlo ben cogliere > (1). 

Erano le undici del mattino. Carlo Alberto, uscito allora 
di Novara, correva le sue ordinanze per animare i soldatî 
alla pugna e riconoscere le posture occupate, quando il 
cannone rayvertiva avère il nimico assaltata la Bicocca. 
D'Aspre — il quale, in suo avanzarsi urtando contra i posti 
italiani a Olengo, credeva fronteggiare il retroguardo ni- 
mico, sempre neirerrore che il grosso deiresercito avrer- 
sario fosse in quell'ora raccolto presse Vercelli — con Tau- 
dacia usata erasi spinto da solo troppo innanzi, non già 
per Timpazienza di venir presto aile mani, sibbene per la 
yanita di voler fare da se : délia quale cosa va con grave 
rimprovero ripreso, corne quella che avrebbe posto a re- 
pentagllo Fimpresa del maresciallo. L'arciduca Alberto, la 
cui divisione precedeva in avanguardia Teste impériale, 
ail uscire di Nibbiola facevasi âancheggiare a sinistra verso 
l'Agogna da un battaglione di fanti d^ordinanza, da due 
compagnie di fanti leggeri — i cacciatori tirolesi — da una 
^uadra di ussari e da una mezza batteria di razzi ; la quale 
schiera stava sotto il comando del colonnello Kielmansegge. 
Appena s'accorse délia vicinanza del nimico, D'Aspre or- 
dinô in due schiere ai lati délia via, ch'ei percorreva, la 
divisione delTArciduca ; quella di destra compose di due 
battaglioni di fanti d'ordinanza e une di cacciatori ; quella 



(1) Maximes de guerre. 



Digitized by VjOOQIC 



264 OÀPrroLO vi 



di sinistra, délia brigata Kollowrat e d*altri due battaglioni 
di fanti. Il vivo e poderoso fuoco dei régi awertendolo 
stargli di fronte tutto Tesercito avversario, fatti avanzare 
tre battaglioni di fanti, uno di cacciatori, una batteria di 
cannoni e una mezza di razzi, risolutamente va contra la 
Bicocca, seguito dalla divisione Schaffgotsche e dalla ca- 
valleria, ch'erano le riscosse del suo corpo d'esercito ; spe- 
rando di tener testa da solo sino al giugnere di Radetzk j 
e degli altri corpi d*esercito, chiamati in suo sossidio. D 
maresciallo, cui il forte e lungo romoreggiare délie arti- 
glierie ha rivelato il vero stato délie cose, prima ancora di 
ricevere le novelle del campo inviategli da D'Aspre, dopo 
avère comandato ad Appel e a Wocher d'awicinarsi a No- 
vara e spedito ordine a Thurn di voltarsi contra la destra 
del nimico — corne sopra dicemmo, appoggiata aU'Agogna — 
e a Wratislaw di seguire Thurn da vicino, egli stesso sol- 
lecito cammina verso la Bicocca. Oacciati dalle picciole 
terre di Moncucco e Olengo i posti avanzati degli Italiani, 
la divisione dell'Arciduca cadendo con grande impeto su la 
sinistra del nimico, costringe il primo reggimento délia 
brigata Savona a piegare, a céder terreno; ma di li a 
poco quella divisione perde il campo acquistato, e a sua 
volta è assalita e respinta dal secando reggimento délia 
brigata Savoia, il quale poi con lo aiuto di uno squadrone 
di cavalli respinge quattro battaglioni di fanti condotti in- 
nanzi dallo stesso Arciduca, che sarebbero stati assai più 
malconci che non lo furono, se non fosse venuta in loro 
soccorso la schiera del colonnello Kielmansegge; la quale 
si bene resistette al Torrione da rendere vani gli sforzi 
del nimico, minacciante sopravanzare la sinistra di quella 
divisione, che allora nuovamente irrompe nei Savoiardi. 
Questi, dopo aver dato alquanto addietro, afforzati dal primo 
reggimento délia brigata Sapona rieduto alla pugna, ribut- 
tano per la seconda volta gli assalitori ; se TArciduca non 
corre in aiuto alla sua divisione, questa sarà inevitabil- 
mente oppressa. Awedutosi del pericolo che le sovrasta. 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIOBNATA DI NOYABA 265 



D'Aspre fa avanzare la riscossa — le genti di Schaffgot- 
sche — la quale rinfresca la pugna e racquista i van- 
taggi guadagnati da prima, e perduti di poL Kollowrat» in 
quel mezzo distesosi verso Olengo, con parte délie sue 
soldâtesche va sopra la casclna Castellazzo, mentre la re- 
stante parte per la grande via procède verso la Bicocca, 
e tentata questa due volte, due volte è respinto ; rinnovato 
con maggiori forze Tassalto, EoUowrat perviene a impadro- 
nirsi di Castellazzo, il oui presidio indietreggia sino alla 
Farsata. La divisione Perrone, già tanto percossa e mal- 
trattata, veggendosi venir sopra tanta piena di nimici — 
tutto il corpo d'esercito di D'Aspre — tentenna, dietreg- 
gia, non ostante lo sforzo del valoroso suo capitano di man- 
tenerla ferma su quella validissima chiave délie posture 
italiane dinnanzi a Novara: la Bicocca cade allora in mano 
degli imperiali. Ghrzanowski, che sa non potere, senza 
questa postura, reggere a lungo, comanda al Duca di Ge- 
nova d'assalire la destra délie ordinanze nimiche; il quale, 
messosi alla testa délia brigata Piemonte, si avanza riso- 
lutamente contra Gastellazzo ; il terzo reggimento, a destra 
délia via, è guidato dal générale Passalacqua; il quarto, a 
sinistra di quella, è condotto dal Duca stesso. Aspro e ga- 
gliardo fu l'assalto, tenace e fiera la resistenza; perô che 
i combattenti sappiano la vittoria o la sconfitta dipendere 
dallo acquisto o dalla perdita délia Bicocca. Dalle due 
parti Tartiglierie ingrossano; il trarre di esse e dei mo- 
schetti si fa ogni momento piii vivo ; ma il valore dei sol- 
dati e il senno dei capitani vincono ogni ostacolo. Gli 
Austriaci, minacciati a tergo dal générale Passalacqua — 
che per la valle dell'Arbogna s'è mosso a circuirne il 
fiance sinistre — indietreggiano lasciando molti dei loro 
prïgionieri del nimico e il terreno da prima conquistato. 
Non ostante la perdita del suo générale, il Passalacqua -~ 
Baduto allora mortalmente ferito — il terzo reggimento 
procède innanzi sin presse Gastellazzo ; sopraffatto da vio- 
ento faoco nimico cède del campo; ma soccorso dal tre- 



Digitized by VjOOQIC 



266 OAPITOLO VI 

dicesimo reggimento — il primo délia brigata Pinerolo - 
che gli sta dietro, torna aile offese in quella che il Duca 
di Genova col secondo reggimento délia brigata Piemonk, 
dopo avère cacciata avanti a se la schiera di Kollowrat, 
s'insignorisce di Gastellazzo; e raggiuato di li a poco dal 
secondo reggimento délia brigata Pinerolo va sopra Olengo; 
fugati gli Austriaci che l'occupavano, si appresta a girare 
la destra délie battaglie di D'Aspre e a prenderle a rove- 
scio. Se queste resistoao per salvare Tesercito, saranno 
tagliate a pezzi; se cedono, lo sforzo degli Italiani oppri- 
mera gli imperiali, che stanno per giugaere sul campa - 
Sono le due pomeridiane ; i momeati corrono supremi e 
difflcili per gli Austriaci, oui pur maie sono riusciti i tenta- 
tivi fatti al Torrione contra le ordinanze di Durando e Bes. 
Dalla loro quasi secura rovina li toglie lo stesso Ghrza- 
nowski; il quale, invece di correre conquanto piii puôdi 
sue armi sopra le battaglie di D'Aspre, oltremodo stanche 
del lungo combattere e assottigliate dimolto per morti, 
feriti e prigionieri; invece di prendere con risoluzione e 
forza le oflfese — tuttavia persistendo ne' suoi disegni pura- 
mente di difesa — chiama dietro Gastellazzo il Duca di Ge- 
nova, perché crede la postura d'Olengo per lui troppo a^ 
rischiata, e cosi strappa di mano airardimentoso principe 
quella vittoria, ch'egli avrebbe potuto splendi dament^ 
correre ad aflfermare. Il retrocedere del Duca rincuon 
D'Aspre — già disperante di sua sainte — e inanimisce su»» 
genti, già piene d'oppressione e d'abbattimento ; indi, ri- 
composte il meglio che gli vien dato di fare le sue battaglie 
prendendo soltanto consiglio dal proprio ardire, D'Aspn* 
va nuovamente sopra Gastellazzo e con l'usato furore vi 
riaccende la pugna ; che dai régi combattesi confusamente. 
awegnachè il disfarsi di qualche battaglione — causa li 
replicati assalti del nimico — ne abbia rotte le ordinanze, 
e la combattoQO altresi con poco ardore per avère ornai 
lasciata ogni speranza di vincere, sebbene Garlo Alberto, 
col porsi là dove il pericolo è maggiore, tenti incoraggiarli 



Digitized by VjOOQIC 



LA GTOBNATA DI WOVABA 267 

a perseverare nelle resistenze, nelle quali non di rado sta 
la vittoria. Il générale Perrone, veggendo gli Austriaci in 
procinto di racquistare la Bicocca, rannodati alquanti 
soldati, corre ad aflfrontarli; ma caduto per raortale colpo 
nol capo, i suoi soldati, sgomcntati da perdita si grave, 
incerti da prima, ondeggianti di poi, alla fine indietreg- 
giano; allora Ghrzanowski chiama alla Bicocca un reggi- 
mento di fanti délia divisione Bes e la brigata Cuneo délia 
riscossa, guidata dallo stesso Duca di Savoia. Questo valide 
soccorso rinfresca la pugna con vantaggio dei régi ; se il 
generalissimo sa proflttarne, se con quella schiera di re- 
cuperazione, attestata in ordini stretti, egli cade con im- 
peto su gli imperiali, D'Aspre, tuttavia solo a sostenere 
l'urto degli assalitori, corre alla estrema rovina. L'ora è 
supremaî pochi momenti ancora, e gli aiuti tanto sosplrati 
e attesi arriveranno sul campo ; e quel momenti, nei quali 
sta tutta la fortuna dell'armi italiane, sono concessi agli 
Austriaci da lui che proprio non sa vincere, da Chrza- 
nowski ! « Un solo istante décide délia fortuna, » cosi Fe- 
derico di Prussia (1). — Aile quattro pomeridiane giungeva 
Appel col suo corpo d'eserclto, cui gli impedimenti di 
quelle di Wratislaw attraversandogli la via nel suo avan- 
zarsi ne avevano ritardato dimolto il cammînare. Sollecito 
Appel afforzava le estremità délie battaglie di D'Aspre 
— le quali non potevano più reggersi — con la divisione 
Lichnowski, mandando alla loro destra la brigata Maurer, 
alla sinistra quella di Alemann rimpetto aile posture di 
Bes ; e dietro aile genti di Alemann coUocava la divisione 
Taxis, quale schiera di recuperazione, sino al giugnere 
délia riscossa, il corpo d'esercito di Wocher. H combattere 
facevasi allora piii vivo d'ambe le parti, senza perô nulla 
tentarsi dai guerreggianti che accennasse a quegli sforzi 
Tigorosi, i quali d'ordinario conducoao alla vittoria; awe- 



I) Hisftcire de mon temps» 



Digitized by VjOOQIC 



268 OAPITOLO VI 



gnachè Radetzky aspettasse Thurn e Wratislaw per an- 
dare sopra il nimico e percuoterlo con tutto lo sforzo suo; 
e Ohrzanowski, 8empre persistendo nella difesa, mirasse 
8oltanto a conservarsi la Bicocca; potrebbesi affermareche 
per lui la vittoria tutta consistesse iiel mantenersi in pos- 
sesso del campo sul quale combatteva. — La destra délie 
ordinanze di D'Aspre, afforzata dai tre battaglioni di Mau- 
rer, proceduta innanzi rinnovaya gli assalti contra la ca- 
scina Oastellazzo; non riescendo a impadronirsene, correva 
ad appoggiarla il colonnello Benedek, in quella in cui, per 
comando di Ohrzanowski, le divisioni di Bes e di Durando 
volgevansi alla Bicocca per aiutarne i difensorî, che gli 
imperiali minacciavano d'opprimere col loro numéro. Que- 
sta mossa, la quale avrebbe data la vittoria agli Italiani 
se fatta un'ora innanzi, non solamente in quei moment! 
tornava inefficace, ma eziandio inopportuna; perô che fosse 
allora arrivato sul campo il maresciallo con Teletta del- 
Tesercito — sei battaglioni di granatieri — con ventiquattro 
cannoni, coi quali arrestava Tavanzarsi délia divisione di 
Durando, la destra délie cui ordinanze veniva proprio in 
quel mezzo minacciata aile spalle da Thurn con tutto il 
quarto corpo d'esercito. Thurn -— il quale, giusta gli ordini 
di Radetzky, nel mattino dal suo campo di Torre di Robbio 
erasi awiato a Vercelli — udito, in sul mezzogiorno, a 
Oonflenza forte romoreggiare d'artiglierie, non avendo in- 
dizio alcuno di mossa nimica sopra quella città, e bene 
indovinando farsi la giornata presse Novara, senza por 
tempo in mezzo, portavasi su la via che mena da Vercelli 
a Novara; indi, voltosi a destra, aile cinque délia sera a^ 
rivava al ponte su l'Agogna — che dista circa due chilo- 
metri dalla città, e superavalo senza contraste; la caval- 
leria délia sua antiguardia respingeva una presa di cavalii 
nimici, da quella parte esplorante la contrada : brevi mo- 
menti dopo egli giugneva sul campo. Con taie sennatis- 
sima mossa Thurn aveva sopravanzata la destra délia di- 
visione di Durando e, minacciandola a tergo, arrestavane 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIOBNATA DI NOYABA 



Tavanzarsi verso la Bicocca, ove, corne già dicemmo, Ghrzar 
nowski ayevala chiamata per difendere quella postura» dal 
cui possesso dipendeva Tesito dalla giornata. Era il mo- 
mento supremo délia pugaa! era eziandio il momento del 
massimo sforzo degli imperiali ! avrebbe dovuto essere al- 
tresi quello délia piti ostinata resistenza dei régi, e fu' al 
contrario délia più vergognosa flacchezza! — Radetzky, 
quando ride la sua riscossa — il oorpo d'esercito di Wo- 
cher — schierarsi tra Olengo e l'Agogna, spingeva avanti 
la brigata dei granatieri, e nel medesîmo tempo comandava 
a D'Aspre e ad Appel di fare impeto contra la Bicocca con 
le loro quattro divisioni attestate in istretti ordini ; onde 
allora correanvi soUeciti il Re e Chrzanowski per rinfran- 
care con la loro persona gli animi dei difenditori, e trovar 
modo di porre un argine allô irrompere di tanta piena di 
nimici. Era tardi perô, awegnachè la divisione di Perrone, 
sopraffatta dal numéro degli assalitori, ceduto il campo, 
confusamente dietreggiasse ; e quella postura tanto contrar 
stata, già perduta e ripresa, fosse allora venuta a mano 
degli Austriaci. Ohrzanowski, che vuol tentare lo sforzo 
estremo per recuperare la Bicocca, comanda al Duca di 
Genova d*assaltarla con quanto piii puô di soldatesche ; e 
Taudace principe ya allora sopra gli Austriaci con tre bat- 
taglioni di fanti ; egli spera résistera tempo bastevole a 
riordinarsî, di parte almeno, délia divisione di Perrone. 
Avanzatosi alla testa di quel pugno di valorosi il Duca ani- 
mosamente combatte ; se il générale Solaroli — respinta la 
presa d* Austriaci che stavagli di fronte al solo scopo di 
spiarne le mosse — si muove ad appoggiare la sinistra délia 
schiera del Duca, e se qualche reggimento délia divisione 
di Perrone ne afforza la destra, è possibile al principe di 
tener testa con vantaggio al nlmico invadente sino al ca- 
lare délia notte, già vicinissima. Ma Solaroli tenendosi sem- 
pre inoperoso nel sue campo, come se nulla awenisse din- 
nanzi a lui, e la divisione di Perrone avendo mutata la 
ritratta in fuga, il Duca di Genova è costretto a togliersi 



Digitized by VjOOQIC 



270 CAPITOLO VI 



giù daU'impresa; lentamente retrocedendo, egli riducasi 
presso Novara. Irremissibilmente perduta la Bicocca e con 
questa anche ogai speranza di più oltre résistera, Ghrzar 
nowski comandava a Bes e a Durando di ritrarsi sopra 
quella città, ealla divisione di riscossadi sostenere il Iofo 
indietreggiare. La divisione di Bes, la cui sinistra correva 
già grave pericolo d'essere percossa a tergo dagli Austriaci 
padroni délia Bicocca, piegô confusamente ; e ancor piii 
confusameate entrô in Novara, a cagione del trarre sovra 
e^sa délie artiglierie délie mura, che nella oscurita délia 
notte, resa oltremodo buia da ûttissima pioggia, avevaola 
£atta credere una schiera di nimici: ma quella di Duraado, 
venuta allora aile prese con le genti di Thuru, si ritrasse 
bene conservando gli ordini di combattimento. Tutto era 
flnito! finita la catastrofe di quel dramma e Tultima prova 
altresi di quella guerra, le quali tornarono Tltalia sotto il 
servaggio straniero, che doveva durare ancor dieci anni! 

— Il maresciallo, non volendo arrischiare di perdere la 
vittoria, a prezzo di tanto sangue ottenuta, con persegaire 
il nimico fuggitivo, ignorando il miserabile stato in cai 
trovavasi Tesercito del Re, sopraggiunta la notte, sospese 
le armi, ponevasi a campo davanti a Novara; D*Aspre, Appel 
e Thurn collocavansi sopra le posture^ conquistate; Wo- 
cher mettevasi dietro a queste tra Olengo e Garbagna: 
Wratislaw, a Monticello su la destra dell'Agogna, ove era 
arrivato in sul cadere del giorno ; ed egli portava sua stanza 
a Yespolate. — Perdite gravissime patirono i guerr^^giaoti 
in quella memoranda giornata; degli Italiani caddero morti 
due generali — Perrone e Passalacqua — e da quattrocento 
ufficiali e soldat!; duemila e cento feriti: e tre mila veo- 

• nero a mano degli Austriaci con dodici cannoni ; degli im- 
periali, piii di quattrocento gli ufficiali e i soldati morti 
sul campo; quasi due mila i feriti; da mille i prigionieri. 

— Alla giornata di Novara l'esercito itaiiano, più che vinto, 
fu disfatto; e il suo disfacimento non fu opéra del valore 
dei nimici, ne conseguenza degli errori di chi lo governava. 



Digitized by VjOOQIC 



LA GIORNATA DI NOYABA 271 

sibbene il tristissimo &utto dell'ayyersioae, che la maggiore 
parte dei soldati portava a qnella gaerra ; avrersione che 
con le arti più perfide aveyano già da tempo in essi destato 
non pochi di coloro, i qnali tenevano gli alti carichi nella 
milizia e odiavano Timpresa délia îndipendenza italiana: 
onde la militare disciplina erasi sempre piii andata rallen- 
tando, quella disciplina sopra ogni cosa necessaria nelle 
armi, specialmente in gaerra. In verità la mano rifugge dal 
narrare le turpitadini, le nefandità commesse in Novara dai 
régi nella notte che segui alla fatale giornata del 23 marzo ! 
abhorre altresi la mente il pensare, come quella terra, 
quant'altre mai devota alla cansa nazionale, avesse a sof- 
frire per mano fratema tutti gli orrori e i danni di ana 
presa per assalto! furono insulti e ferite ai cittadini, ru- 
bamenti e goasti aile loro robe ! furono minaccie di fuoco 
e di totale distruzione ! — A flnirla coi predatori, Ghrzar 
nowski faceva correre la città da grossi drappelli di ca- 
valleria, che uccisero e tagliarono chi ad essi si oppose 
con le armi (1). Non minori danni ebbero a patire le cam- 
pagne e i villaggi da coloro i quali, disertati dalle ban- 
diere, correvanli nel recarsi aile native loro terre. 

Carlo Alberto, prima di calare dai bastioni, sui quali era 
salito per sorvegliare al ritrarsi de* suoi, chiamati a se il 
ministro Gadoma e il générale Cossato, ingiugneva loro di 
recarsi a Radetzky per chiedergli la sospensione délie armi 
e una tregua. A si dure passe veniva dalla imperiosa né- 
cessita délie cose costretto quel Re, che tante volte aveva 
sul campo luminosamente provato, assai piii délia vita, 
stargli a cuore Tonore delFesercito; e che in quella fatale 
giornata di Novara — nella quale erasi strenuamente com- 



(1) Fu proprio nécessita venire a ciô, per non avère più gli nffldali 
antoiità e potestà bastevoli a impedire tante vergogne e a frenare i 
Boldati qnaà ûnbestialitL 



Digitized by VjOOQIC 



272 CAPITOLO VI 



portato — avrebbe voluto morire, piuttosto che assistere 
al trionfo che menerebbe poi il nimico riacitore, e vedere 
umiliata la patria (1). — Suonavano le nove délia notte, 
quando gli inviati di quel Mouarca infelice, pervenuti aile 
prime guardie degli impérial! davanti alla Bicocca, erano 
coQdotti alla preseoza del luogotenente maresciallo Hess, 
che ivi trovavasi ordinatore di nuovi assalti e auove mosse 
per la dimane; il quale, udito lo scopo délia loro missiooe, 
prendeva a parlare cosi : == Le ostilità non potersi sospen- 
dere ; riedessero a lui il mattino del di vegnente a pattcg- 
giare le tregue desiderate e chieste; = e nel liceoziarli 
faceva lor conoscere a quali condizioni il maresciallo Ra- 
detzky tratterebbe gli accord!. Garlo Alberto, appena seppe 
i patti umlUanti che il vincitore voleva imporgli, patt! che, 
offendendo la sua dignità, egli sdegnô ricevere, riuniti siibito 
a consulta di guerra i gênerai! e i flgliuoli sue! per troTar 
modo di prowedere a ciô che valesse, in tante perturba- 
zioni e in tant! tumulti d'uomini e cose, a salvare la patria. 
Ma Tanimosa sua {proposta di andare sopra Alessandrla, 
raccogliervi tutte le forze armate e uscire peseta a far 
prova, in nuovi cimenti, délia fortuna e délie armi, veniva 
respinta dai generali, perché il nimico aveva levate loro 
le vie alla fortezza e perché le miserrime condizioni, in 
cui trovavasi Vesercito, rendevano impossible la continua' 
zione délia guerra (2); onde alloral il Re parl6 ad essi 
queste nobilissime parole: « lo mi sono sacrificato alla 
causa deirindipendenza italiana; per questa mis! piii volte, 
in guerra, a repentaglio la vita mia e quella de* ôgli, a me 
cari ; arrischiai perdere la corona, senza poter conseguire 



(1) Al générale Durando, che sforzavasi trarlo da inntili pericoli al* 
lora che tatto era perduto — non perô l'onore — con accento di do- 
loroso sconforto il Be diceva: =: Essere qnello l'altimo giorno di sua 
vita; lo lasciasse morire. 

(2) Fn aUora che Garlo Alberto, con l'anima piena d'aaiai«zz*. 
esclamô: u Tntto è perduto, anche Tonore! » 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIOBNATA DI NOVABA 278 



la indipendenza desiderata. Comprendo essere oggi la mia 

persona d*impedimento a conchiudore la pace, divenuta 

ornai indispensabile, pace che io non potrei soscrivere. Non 

essendomi stato possibile trovare la morte combattendo, 

coQsumerô Tultimo sacriQzio per la sainte del mio paese, 

col deporre la corona e con Tabdicare a favore di mio 

fîglio, il Dttca di Savoia. » Abbracciatl poscia quanti gli 

sta?ano d'attorno, licenzioUi ; rimasto solo, scrisse alla con- 

sorte parole di addio, dalle quali traspariva la mestizia 

deU'animo suo; ci6 fatto, chiamô a se i flgliuoli, e dopo 

ayerli baciati, diè loro Tultimo saJuto (1). — Era la notte 

innoltrata dimolto, quando una carrozza, uscita di Novara 

e che di buon trotto correva la via di Torino, veniva arre- 

stata ai posti avanzati del campo di Thurn. Il viaggiatore, 

airafflclàle austriaco chiedente chi egli fosse, rispondeva: 

« Sono il conte di Barge, colonnello piemontese ; dopo la 

giornata rinunziai aU'offlcio mio e ora torno a Torino. » 

Coadotto in Borgo Vercelli al quartiere di Thurn, questi 

comandava, si conducesse innanzi al conte un sergente dei 

bersaglieri fatto prigione il di avanti; se il riconoscesse, 

lo si lascerebbe passare; se no, lo si terrebbe prigioniero. 

Interrogato il sergente sul conte di Barge, disse non ri- 

cordarsi tal nome; quando gli fu imposte d'accostarsegli 

per osservarlo bene, ammutoli ; ma indovinato siibito un 

I^gero cenno fattogli dal conte, aflfermô (Vaverlo veduto 

ieri sempre col Re. Saputo ciô, Thurn, fatto pregare il 

conte di Barge di venire a lui, che stava ragionando con 

gli ufflciali suoi délia giornata, prese a discorrere insieme 



(I) tt lo conseryerô in tntta la loro interezza — oosi VittorioEma- 
miele in qnella sera a coloro che stavangli d'attoino — le istitozioni 
Itfgite dal padie mio al paese. Io terrô alta e ferma la bandiera dei 
^ coloii, sûnbolo délia nazione italiana, che oggi fa yinta, ma che nn 
gi<niio vincerit; vittoria, che sarà lo scopo di tutti li sforzi miei n 
Qoanto lealmente il Ee galantuomo abbia mantennto la fede allora 
^ta, lo yeâiemo nel corso di qneste istorie. 

18 — YoL n. ICiSLàNi — Stcria pd. ê mU» 



Digitized by VjOOQIC 



274 CAPITOLO VI 



dei casi délia guerra; accomiatatosi poscia da Thurn, il 
conte di Barge riprendeva la via di Oasale. —Lamattina 
del 26 marzo in Nizza, a Teodoro Santarosa — il figlio di 
Santorre — reggente quella città, uno sconosciuto chie- 
deva, in nome di Carlo Alberto, un passaporto per la 
Francia, passaporto che doveva intitolarsi al conte diBargi', ,• 
titolo preso dal Re. Santarosa, il quale délia guerra oras[li -, 
solamente noto il passaggio degli Austriaci in PiemonkN ic 
su le prime non presto fede aile parole dello sconosciuw. 
ma fatto di poi persuaso délia verità del suo dire da un pa>- i 
saporto militare, di cui era portatore, corse dal Re, ch» 
aspettavalo su la via a poco piii d'un chilometro da Nizza, e 
conducevalo al di là del Varo. Il figlio di quel grande, che nel i 
1821, fallita Timpresa di indipendenza patriaper ladiserziou»^ 
di Carlo Alberto, principe di Carignano, esulava dalla pa- 
tria, allora soccorreva a Carlo Alberto re di Sardegna, clie 
esulava dal regno suo, per essere la medesima impre>â 
fallita a cagione del tradimento dei nimici dltalia! — B 
Re, discorrendo del suo viaggio con Santarosa, disse: «lo. 
aveva da prima risoluto di recarmi in Terra Santa; ma 

temendo sarebbesi dai malevoli affermato che »equisi 

tacque; certo intese alludere a Carlo V, imperatore, il quale^ 
voile finire la vita in un convento; di li a brève ist&nte 
ripigli& a parlare cosi: « Venni di poi nella deliberazione. 
di ritrarmi in Oporto, lontan lontano dallltalia, per prir| 
vare che io non voglio più prendere parte alie faccen<ie 
del regno. » E al Santarosa, che parlavagli d'una terza 
ripresa délie armi: « Allora che un Governo ordinato rom- 
perà guerra all'imperio, gli Austriaci me troveranno grt^ 
gario neiresercito che li combatterà. » Questo il principe. 
che molti, con troppa cortigianeria, portarono a cielo:clit^ 
"îaltri, con somma ingiustlzia, vituperarono, perché non lo 
conobbero mai ; ma che la storia, imparzialmente si, iû*^ 
pure benevolmente ha giudicato, perché seppe, come ber. 
meritava, apprezzarlo e lo ha chiamato magnanimo. 
Il mattino del 24 marzo gU oratori Sardi recavansi a 



Digitized by VjOOQIC 



LA GIORNATA Dl NOVABA 275 



Radetzky, in Vespoiate, ad aimunciargli rabdicazione di 
Carlo Alberto e per discutere e fermare i patti di uaa 
sospensione d'armi e d'una tregua; per la quale rinuncia 
il maresciallo, fatto piU inchinevole agli accordi, signifl- 
cava a quelli volerli trattare col Re ; ci6 che avveime 
siibito dopo in Vignale, picciola terra a cinque chilometri 
da Novara su la via di Borgomanero. I patti, allora reci- 
procamente accettati, si eottoscrissero due giorni appresso 
da Vittorio Eraanuele e da Radetzky; in virtîi dei quali i 
guerreggianti sospesero le armi; e quel patti che servi- 
rono di fondamento al trattato di pace da conchiudersi poi, 
furono: I© Il Re licenzierà gli Ungaresi, i Polacchi e i Lom- 
bardi militant! sotto le sue bandiere, con facoltà perô di 
ritenersi alquanti ufflciali (1). 2^ Il conte Radetzky farà 
buona opéra presso Tlmperatore, allô scopo d'ottenere un 
perdôno pieno e intero a favore degli Ungaresi, Polacchi 
e Lombardi sudditi deirAustria. 3^ Il Re di Sardegna per- 
metterà, che il territorio situato tra il Pc, il Ticino e la 
Sesia sia occupato da ventimila imperiali, obbligandosi a 
provvederli di vettovaglie; in oltre, che Alessandria e la 
sua cittadella sieno presidiate da tre mila Austriaci e altret- 
tanti Sardi, e che i régi abbiano a sgombrare i ducati di 
Parma, Piacenza, Modena e Toscana. 4° Il Governo del Re 
guarentirà l'entrata del presidio impériale nella cittadella 
d'Alessandria, 5° L'armata sarda lascerà, tra quindici giorni, 
le acque dell'Adriatico; nel quale spazio di tempo i soldati 
del Re, presidianti Venezia, faranno ritorno in patria. 6* Il 



(I) Richiamata da Gasatisma ad Alessandria, mandata di poi a Tor- 
toaa e a Yoghera, la divisione lombarda inriavasi poscia a Bobbio, oye 
doreva venire licenziata. Non pochi de' snoi soldati riederono ai dôme- 
•stici focolari; molti rimasero nell'ospitale Piemonte e nella Liguria; 
ima bella schiera di qnelli recossi a Boma con trenta artiglieri, pren- 
dendo parte nella ^loiiosa difesa délia città assediata dalle armi di 
fVancia; il maggior nnmero degli officiali passô sotto le bandiere délia 
libéra Sardegna, retta da liberissimo principe. 



Digitized by VjOOQIC 



276 OAPITOLO VI 



Re si obbliga di fermare presto nna pace durevole, e pa- 
rimenti di ordinare Tesercito a pace. ?<> Il Re tiene per 
iaviolabile quantd venne sopra stipulato. 80 Le due parti 
invieranno i loro pienipotenziari nella città, che verra poi 
designata, per sottoscrivere la pace. 9» La pace da conchiu- 
dersl sarà indipendente dalle stipulazioni délia présente 
tregua. IQo Qualora non fosse possibile giugnere ad ami- 
chevole componimento, la tregua si disdirà dieci giorni 
prima di riprendere le offese. Il*» Nel piii brève spazio di 
tempo saranno vicendevolmente resi i prigionieri di guerra. 
120 I soldati austriaci, che avessero già yarcata la Sesia, 
si porteranno siibito entre i limiti sopra flssati per la occu- 
pazione militare. — AU'albeggiare di quel giorno, 24 marzo, 
gli imperiali, con alquante artiglierie, prendevano a ful- 
minare Novara; poco dopo presentavasi a Thurn un messo 
del Duca di Genova per avvertirlo, che aJlora stavasi trat- 
tando accordi e tregue col maresciallo; e Thurn rispondeva 
al messo: = Cesserebbe dalle offese, quando la città fosse 
sgomberata dai régi. = Non molto dopo, avvertito da un 
inviato del Municipio essere la terra senza presidio veruno, 
Thurn, sospese le armi, v'entrava con D'Aspre per tenere 
dietro al nimico, il quale, ritirandosi per la via di Borgo- 
manero, in sul mezzodi ponevasi a campo al di là di Momo 
senza patire molestija, perô che la tregua di Vignale arre- 
stasse in lor cammino le genti di Thurn e D'Aspre. — 
L'ultima fazione di quella guerra fu combattuta davanti a 
Gasale. Nello avanzarsi contra il nimico e proprio alla vi- 
gilia délia giornata di Novara Radetzky deliberava d'impa- 
dronirsi di quella città, che siede su la destra del Po. 
Viclnissimo ad essa sta un vecchio castello, a difesa del 
ponte, che la unisce alla opposta riva, munita d'opéra 
fortiâcatoria alla testa del ponte stesso. Il possesso di Gasale, 
pensava il maresciallo, col dargli in mano un valico del Po/ 
doveva assicurare la sinistra deiresercito fiuo contra quai- 
sivoglia tentative dei régi. Wimpffen, cui era stato dato il 
carico dell'impresa, partito da Trumello alla testa délie bri 



Digitized by VjOOQIC 



I<A. OIORHATA DI NOVABA 277 

gâte di Cavriani e d*£doardo Liechtenstein — la prima venuta 
allora di Lombardia, Taltra di Mezzanacorte, le quali ayerano 
poscia ad afforzarsi di quella di Guatayo WimpfiTen, presi- 
diante Pavia — arrivata a Gandia la sera dei 23, subito spe- 
diva drappelli di cavalli e fanti a speculare il paese âno alla 
Sesia Restaurato nella notte il ponte di Terranuova, il luo- 
gotenente maresciallp Wimpffen passava il fiume con la bri- 
gata Liechtenstein, spingendosi oltre Terranuova, presse la 
quale terra su buona postura collocavasi quella di Cavriani, 
aile quattro del mattino uscita di Gandia. Al sorgere del 
nuovo giorno l'avanguardia austriaca compariva dinnanzi a 
Gasale ; e alla chiamata di resa, avendo i difensori negativa- 
mente risposto (IX WimpfTen assaltava e recavasi in mano, 
dopo due ore di contraste, la testa di ponte ; quindi fulminava 
la città con le sue artiglierie, aile quali rispondevano i can- 
nonidel castello; ma resistendogli âeramente Gasale e contra 
questa nuUa di efficace potendo allora tentare, in sul fare 
dalla sera indietreggiava sin fuora délie offese nimiche ; e i 
difensori, usciti nella notte per molestare il campo impériale, 
riprendevansi la testa di ponte. Verso le due pomeridiane 
del giorno appresso, WimpflTen, proceduto nuovamente in- 
nanzi con la brigata Liechtenstein, ripigliava quella testa di 
ponte ; e quando era in procinto di restaurare il ponte stesso 
per avvicinarsi alla città, riceveva l'avviso délie tregue di 
Novara: onde, cessate le offese, ripassava la Sesia (2). — 
Una compagnia di milizia veterana e pochi cittadini, gover- 
nati dal générale Solaro — un antico soldato d'Austerlitz — 
con virtîi e coraggio superiori ad ogni elogio e sempre da 



(i) I patti délia resa messi innanzi dal générale anstriaco, perché 
saperbi, yennero respinti dal cittadim. 

(2) Ë fama, primo a informare gli Aastriaci délie tregue di Noyara 
essere stato Carlo Alberto , che aU'uBcir di Borgo Vercelli aveva preso 
la yia di Gasale. Sarebbe dunqae il Be rofficiale piemontese yiaggiante 
con salyaeondotto del générale Thom, coi accennô Badetzkj nella sua 
narrazione della giomata di Noyara. 



Digitized by VjOOQIC 



278 CAPITOLO VI 



imitarsi degnissimi, resistettero per due giorni a nimico pré- 
pondérante dimolto per numéro d'uomini e potenza d'armi. 
Oasale per quelli fu salva da occupazione straniera; questo 
il preraio délia loro virtù, del loro coraggio. 

Le novelle del disastro di Novara, deU'abdicazione di Carlo 
Alberto e délie tregue fermate da Vittorio Emanuele col ma- 
resciallo, pervenute in Genova la sera del 26 marzo, ne tur- 
barono e commossero la popolazione ; ma quando udi le 
voci — forse astutamente sparse, o forse esagerate per la lon- 
tananza, la quale ben sovente altéra il vero — doversi, in 
forza délie tregue, abrogare lo Statuto fondamentale dello 
Stato, pagare grossa somma di denaro e dar Oenova inpe- 
gno alVAustria sino alla estinzione del débito, tumultuanto 
chiese le armi per difendere la propria terra contra lo" stra- 
niero (1). Quanti erano in Genova amatori delFantico reggi- 
mento sofflavano nel fuoco; e affermando essere stato il sen- 
tiraento nazionale offeso dagli accordi patteggiati col nimico 
per sospendere le arml — accordi che, dicevasi, avrebbero 
condotto a pace non onorevole — spingevano il popolo a 
soUevarsi. Tenevasi allora dal générale De Asarta il coraando 
délia città e del presidio, grosso di dodici battaglioni di fanti 
e d'alquanti artiglieri ; il quale, dopo avère ceduto ai tumul- 
tuanti il forte dello Sperone da [prima, quello del Begato 'li 
poi, mandava lettera per aiuti ad Alfonso Lamarmora; lettera 
che, venuta a mano dei Genovesi, facevalo credere ipocrita 
e menzognerd; perô che, mentre dava parola di pac4. 
attendesse Varrivo del collega per mettere a ferro e a 
fuoco la città. Il popolo, pieno di sdegno e d*ira, invade il 
palazzo Ducale e se ne insignorisce, e allora vengono in peter 
suo il générale Ferretti, comandante militare délia fortezza, 



(1) A maggiormente esacerbare gli animi del popolo venne sparsa 
la voce, clie cinqaecento cavalli austriaci erano di già calati dall'Ap- 
pennino nella valle délia Polcevera; chi affermaya ciô, asseriva anclie 
d'averli veduti !!.... 



Digitized by VjOOQIC 



LA GImBNATA di novaba 279 



Farcito, governatore civile, e la famiglia di De Asarta, che 
via conduce, non per trarli in carcere (1), sibbene per 
metterli in luogo securo contra qualunque ingiuria, od 
offesa, che in quella grande agitazione e turbamento degli 
animi, involontariamente avrebbero potuto toccar loro. Il 
supremo Maestrato dei cittadini, mutatosi poscia in Comi- 
tato di sicurezza pubblica, prestando fede alla notizia per- 
venutagli il 29 di quel mese di marzo, che il Parlamento 
nazionale aveva decretato di continuare la gtierra, man- 
dava a quelle il seguente invito : « Il Municipio di Genova 
in nome di qt^sto popolo, fa sapere che la città dHnfausta 
memoïia per VAustriaco tracotante, andrehhe orgogliosa 
di ofTerire sirura sede a un Parlamento che sostiene la 
dignità délia patria. — Venite! — J)a qtœsto ferma pro- 
pugnacolo si trattino le condizioni, 'non dalle pianure 
aperte al nimico, dove una pace vergognosa diviene con- 
segtienza del m^iseràbile armisiizio, — Venite! — Circon- 
datevi dalle forze che ancora esistono. Da Alessandria, 
daWAppennino, dal centre di Genova picà sostenersi la 
causa del paese e délia libertà. -- Il Municipio, sia che si 
reputasse inetto a reggere la cosa pubblica in quoi momenti 
«lifflcili, sia che temesse di farsi mallevadore de' suoi con- 
cittadini, di cui non pochi miravano a mutare lo Stato, 
creava un triumvirato ; al quale ufficio chiamava, con au- 
torita e potestà piena o intera, il générale Avezzana, Co- 
stantiao Reta, deputato al Parlamento subalpine, e ravvocato 
Davide Morchio (2). H primo aprile Genova trovasi tntta 

(1) Non ô vera l'affermazione di alcnni scrittori, che Ferretti, Farcito 
e la famicrlia del générale De Asarta sieno stati condotti in carcere ; 
la pmdenza aveva consigliato 1 cittadini a mettere qnelli in luogo se- 
cnro, ove fùrono trattati con segni di rispetto e stima. 

(2) eu fosse il générale Avezzana, qaant« la sua devozione allltalia, 
qnale la illibatezza dell'animo, già sopra brevemente lo dissi; non al- 
trettanto puô dirsi de' coUeghi auoi nel Triumvirato, perô che Costan- 
tino Reta fosse uomo ambiziosissimo e poco costumato, e l'avvocato 
Morchio era taie, che avrebbe voluto u fare ascendere il prezzo délia 
canapé a quel délia seta; " e queste son sue parole! 



Digitized by VjOOQIC 



280 OAPITOIiO VI 



in su l'arme. Impadrofaitosi, dopo lieve contrasto, deirar- 
senale délia marineria di guerra, il popolo viene aile prese 
con De Asarta, il quale coq le sue geati erasi raccolto nei 
quartieri di Santo Spirito airAcquavepde.Risoluto di ripren- 
dere Tarsenale, senza cui non puô tenere la città. De Asarta 
manda all'impresa il colonnello Morozzo con un battaglione 
di granatieri; ma ferito esso a morte, quando sta par assal- 
tare il primo serraglio, che difende l'entrata délia via con- 
ducente aU'arsenale, i granatieri esitano, vacillano, indie- 
treggiano. AUora De Asarta, fatte cessare le offese, scende 
a trattare délia dedizione coi Triumviri, la quale è ferninta 
a patto ch'egli consegni i forti aile armi cittadine; chu le 
sue soldatesche, lasciata Genova, rientrino in Piemonte per 
la via di Savona ; in fine, che abbia a invitare per lettera 
il générale Lamarmora a retrocedere, allô scopo di evi- 
tare uno inutile spargimento di sangue, avendo i Genovesi 
risoluto di non cedere a qualunque costo la città, ch'essi 
avevano conquistata ; in compenso di ciô i Triumviri pro- 
mettevano, che Genova rimarrebbe fermamente unita alla 
Sardegna. Il mattino del vegnente, il 2 aprile, il presidio 
regio, uscito dalla città, camminava verso Savona ; taie via, 
sebbene piii lunga di quella dei Giovi, era stata scelta per 
impedire che i soldati avessero a incontrarsi con la divisione 
lombarda; la quale, dalla destra del Po a Mezzanacort^. 
dopo la giornata di Novara aveva portato i suoi campi a 
Tortona; e qui trovaronla i Oommissari genovesi, venuti 
a invitarla di recarsi a Genova a difendervi la causa. 
d^Italia, Il générale Fanti — che, dopo Tandata di Ramo- 
rino al Quartier maggiore del Re, teneva il comando délie 
genti lombarde — rispose niegativamente a quellinvito, 
che Tonor suo e il dover militare vietavangli d'accettare; 
e fu questa somma ventura; avvegnachè, se i Lombardi si 
fossero uniti ai sollevati Genovesi, lunghe e gagliarde sa- 
rebbero state le difese e le resistenze délia città, e forse tali 
da partorire guerra civile e intervento straniero, avendo 
^ià Francia e lo stesso Radetzky oflTerto al Governo del Re 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIORKATA BI NOTABA 281 

aiuto di loro armi per ridurre Genova alla obbedienza 
usata. lûtanto Alfonso Lamarmora procedeva innanzi con- 
tr'essa a grandi giornate; il quale, appena ebbe ricevuto 
da Ohizanowski — allora in Borgomanero — il carico di 
far Timpresa di Genova — e fu la sera del 27 marzo — e 
dai Mlnistri di Vittorio Emanuele i pieni poteri per reggere 
poscia la città con leggi militari, il mattino del 28, levavasi 
di Parma; e per Piacenza, Stradella e Novi in cinque allog- 
giamenti giugneva nella valle délia Polcevera, piantando i 
suoi campi presso San Pier d'Arena (1). Trovata per via 
la brigata d'avanguardia del colonnello Belvédère (2) — la 
quale, al rompere délia guerra, campeggiava Castel San 
Gioyanni — Lamarmora aggregavala alla sua divisione, 
coflsentendolo il Ministre sopra le armi ; in oltre, chiamava 
airimpresa le gentl di De Asarta, che, dicemmo già, cammi- 
navano verso Savona. 

Genova, per natura di sito e opère d'arte militare for- 
tissima, siede su la spiaggia settentrionale del Méditer- 
ranée in fqndo al golfo, che da quella città prende il nome, 
e nel basse d'una valle formata dal biforcarsi di un con- 
trafforte dei monti liguri, quasi a meta del pendio méri- 
dionale di quella tratta deir Appennino, che scende da 
Oneglla alla Spezia e sépara Tantico Stato délia repubblica 
dal Piemonte (3). Davantl alla città, la quale elevasi quasi 
ad ânfiteatro sovra alcuni coUi — estreme appendici di quel 
contrafiforte — apresi un porto ampio e securo. Due grandi 
vie menano da Genova a Francia e al centre d'Italia; la 
prima, chiamata riviera di ponente, corre rasente il mare 



(1) Presso Ronco il générale Lamarmora riceveva lettera dal Comi- 
bto di ncnrezza pnbblica di Genova, che pregavalo di non portarsi 
npra la città ; la qnale, non acconsentendo aile tregne di Novara, non 
wteYa ricevere le milizie del Govemo, che avevale accettate. 

(2) La brigata del colonnello Belvédère contava allora da tre mila 
(omini; la divisione del générale Lamarmora, otto mila allô incirca. 

(3) Vedi l'Atlante. 



Digitized by VjOOQIC 



282 CAPITOLO VI 



sino a Nizza, sino al Varo, frontiera naturale del belpaese; 
Taltra, detta riviera di levante, va lunghesso il mare fino 
a Sestri Levante ; qui la via si avanza entro terra sino 
alla Spezia, per calar quindi a Toscana e su Roma. Par le 
valli dei torrenti Polcevera e Bisagno — tra i quali sta 
Genova — si sale aU'Apennino (1). In quella ricca e spa- 
ziosa délia Polcevera — per un lungo tratto perpendicolare 
al mare — trovasi una larga e commoda via, che presse 
San Quirico dividesi in due; quella di destra per Ronce, 
la valle délia Scrivia e Serravalle conduce aNovi; Taltra 
di sinistra per Voltaggio, Carosio e Gavi — il cui forte la 
signoreggia — scende alla pianura di Novi, che si allarga 
sino ad Alessandria e al Tanaro per confondersi in quella 
estesissima délie valli del Po e del Ticino. Nell'angustâ 
valle del Bisagno la via rasenta il torrente, a venti chilo- 
metri allô incirca da Genova dividesi in tre, le quali attra- 
versano gli Appennini; quella di destra per Borgonovo e 
quella di mezzo per Torriglia scendono nella valle délia 
Trebbia; la via di sinistra per la Torazza e Gasella cala in 
val di Scrivia. Due solidissime mura cingono l'antica Si- 
gnora del Méditerranée; Tinterna, che abbraccia la clttà, 
risale ai primi tempi del sistema bastionato ; dalla parte di 
mare misura tre chilometri, non contando in questi il tratto 
che chiude e protegge il porto; dalla parte di terra, sei 
chilometri allô incirca; rotta oggidi in piii luoghi non servo 
piii alla difesa di Genova; in essa apronsi cinque porte. 
La mura esteriore, eretta nel secolo scorso, e irregolaris- 
sima per le disuguaglianze del terreno che percorre, ha la 



(1) La Polcevera scende dal colle dei Giovi, scorre a mezzogiorno 
verso il mare, snl quale mette foce presso Comegliano ai piedi del 
monte Coronato^ che elevasi alla sua destra. Il Bisagno scende dal 
colle délia Scoffera; dopo Inngo camminare verso mezzogiorno, piega 
ad occidente; e poco prima di gingneré ail' 0/mo, volgesi nnovamente 
a mezzodi per gettarsi poi in inare ai piedi délia collina à*AlbarOy che 
innalzasi alla sna sinistra. 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIOBNATA Dl NOVABA 283 

forma d*un grande triangolo, alla cui base sta il mare, e i 
lati del quale misurano diciotto chilometri ; i suoi forti, i 
suoi bastioni con le opère fortificatorie esterne ■— signo- 
reggianii le sottoposte valli e i circostanti colli — costi- 
tuiscono dalla parte di terra una validissima difesa délia 
città; il presidio dei quali in tempo dassedio deve con- 
tare ventisei mila uomini allô incirca; che tanti ne richie- 
dono la grande distesa dolle fortificazioni e H bisogno di 
avère pronta sempre buona mano di soldati per le uscite 
contra i lavori ossidionali e i campi del nimico assedia- 
toro (1). Dalla mura esterna si esco alla campagna per sette 
porte; quattro aprentisi nella parte orientale di essa, tre 
nella occidentale; le quali ultime, per mezzo di buona via 
di comunicazione, menano alla porta di San Tomaso o délia 
Lanterna — che sta dietro il faro — per la quale passa 
la via che da San Pier d'Arena conduce in val di Polce- 
vera. -- A settentrione délia città e quasi a sette chilo- 
metri dal mare alzasi il monte dei l>ue Fratelli, cosi chia- 
mato dalle due eminenze che s'ergono su l'alto di esso, e 
sopra le quali stanno due difese, dal nome del monte dette 
T>ue Fratelli. Da questo diramasi un contrafforte, il quale 
dopo avère corso due chilometri perpendicolarmente al 
mare, là dove sorge il forte dello Sperone, si biforca per 
calare, in direzione sempre divergente, verso il mare stesso; 
tra questi due contraflforti trovasi Genova con la sua mura 
interna. Rimpetto alla cinta esteriore di levante e sovra la 
sinistra del Bisagno stanno le colline d'Albaro, che per la 
loro altezza, signoreggiando la parte estrema e bassa di 
quella cinta — onde le difese di essa furono chlamate 
Pr07iti bassi — vennero munite d'opere fortificatorie, allô 



(1) Alla difesa délia cinta esteriore abbisognano da quindici mila 
uoinini; al Seriggio e a monte Matti, d.i tre mila e cinquecento; al 
forte Richelieu, cinquecento; al Diâniante, trecento; ai Due Fratelli^ 
trecento ; al colle di mezzo, trecento ; al forte Quezzi, trecento ; a Santa 
Teeîa, trecento; per le picciole nscite e per la riscossa, tre mila. 



Digitized by VjOOQIC 



284 cApiTOLo VI 



intento d'impedirne Taccesso al nimico assediante, e sono: 
il forte di San Francesco al mare, quello di San Mariino, 
e più sopra il forte Quezzi. Lungo la cresta dei due con- 
trafforti, che dicemmo staccarsi dallo Sperone^ corre la 
mura esterna incamiciata e guarnita di bastioni, la quale 
costituisce i lati di quel triangolo fortiflcatorio — trince- 
rone vastissimo e validissimo — la cui base è sul mare e 
il vertice allô Sperane. I fronti bastionati dalla mura Ta- 
riano dai centreata ai dugencinquanta metri di lunghezza; 
i loro fiaachi, dai dieci ai dodici; l'altezza, dai nove ai 
dieci. — 11 forte dello Sperone componesi del bastione 
molto acuto, che difende Tangolo compreso dalla cresta dei 
due coutrafforti sopra descritti e di quello che gli tien 
dietro a destra; il quale forte, per avère la gola natural- 
mente scoscesa e munita di mûri, va considerato altresi 
come opéra separata dalla cinta esteriore. È dai colli o 
contraflforti elevantisi dinnanzi allô Sperone verso l'Appen- 
nino, che discendono le acque délia Polcevera e del Bisagno, 
nelle cui valli il nimico assediatore, padrone di quel colli, 
puô calare con assai facilita contra le difese délia cinta di 
levante o di ponente. A settentrione délia Lanterna e a 
brève distanza di essa innalzansi due colline quasi d*eguale 
altezza, che vanno tra loro parallelamente da San Benîgno 
al piano délie Bombe, e aventi origine dai contraflTorte 
délia Tanaglia; il quale, poco al di sotto dello Sperone, 
staccasi da quello sovra cui corre la cinta esteriore: sono 
le colline di Belvédère e Pramantone. Su la cresta del 
contrafforte délia Tanaglia, presse l'estremità del medesimo 
e a cento metri dalla mura esterna, avvi un'opera a corno 
o Tanaglia; la quale si unisce alla grande cinta per mezzo 
d*una postierla âancheggiata dai mûri pertugiati di feritoie, 
ed eziandio si lega per un'altra postierla alla Crocetta di 
Belvédère^ dente munito di fianchi e d'un terrazzo cir- 
colare posto sopra la gola; e sul pendio principale del 
contrafforte délia Tanaglia verso la Polcevera. Non molto 
lungi dalla chiesa délia Madonna di Belvédère sorge una 



Digitized by VjOOQIC 



LA GIOBNATA DI KOVABA 285 



lunetta, che da quella collina prende il nome; la quale 
opéra fortiflcatoria consta di un dente coi flanchi circon- 
dato da fosso ed è chiusa alla gola da una caserma, sa 
Talto délia quale avvi un terrazzo munito di parapetto; i 
fnoclii délia lunetta, incrocicchiandosi con quoi délia Cro- 
cetta, difendono i seni ivi format! dalla collina, La cinta 
esteriore di levante componesi dei Fronti Bassi e del 
F^onti di Carignano. I primi, che per la natura del sito 
sarebbero facilmente espugnabili, se le loro difese non fos- 
sero state accresciute dalle opère costruite sui coUi di 
Quezzi, San Marttno e iS5fln Francesco d'Albapo, hanno 
daranti aile cortine délie mezze lune; quelli di porta Ro- 
mana e porta Pila, sono eziandio munite di contragguardîe 
coi fianchi, cui si va per due postierle; tutti poi sono cir- 
condati da una via coperta. Di tre piccioli fronti bastionati 
constano le difese di Carignano ; le quali, piîi che ad av- 
valorare le resistenze di questa postura, già forte per natura 
di sito, servono a proteggere le artiglierie, che deggiono 
col loro fnochi impedire al nimico di fermare il piede su 
le alture signoreggianti la slnistra del Bisagno, e contrab- 
battere altresî quelle che vi pianterebbe F assediatore. 
Sopra una eminenza isolata dal più alto dei coUi — su la 
cui cresta sta la grande cinta da noi brevemente descritta 
— e a duemila quattrocento metri dallo Sperone tra levante 
e settentrione giace un forte a stella circondato da fosso 
e da via coperta e denominato Diamante, dalla forma del- 
l'eminenza che gli serve di base ; la quale difesa, che siede 
a cavalière dei valichi conducenti allô Sperone, è la pià 
avanzata entro terra délie opère che guarniscono Tantica 
metropoli ligure. A sei chilometri dal mare e a tramontana 
dalla città awi una catena di montagne, chiamata dei Dite 
Fratelli per due alture che tutte le circostanti sopravan- 
zano, dalle quali discendesi alla Polcevera e al Bisagno. 
Sovr'esse innalzansi due torri quadre, diverse di altezza, 
capacità e forza, che tra loro distano di trecento metri. 
La terre del Fratello Maggiore a destra, quella del Frar 



Digitized by VjOOQIC 



286 CAPITOLO VI 



tello Minore a sînistra, e davanti allô Sperone stanno a 
millesecento metri da questo forte e a secento dietro il 
Diamante; legate a quesVultimo — quasi in un sistema 
di fortificazione tutto a se, tutto isolato — costituiscono la 
piîi valida difesa di Genova. La cresta, che a destra dello 
Sperone, si avanza verso TAppennino, forma un colle su cui 
ergesi una torre quadra, circuita da muro pertugiaio di 
bombardiere o feritoie; è la torre del Puin, la quale, non 
solamente difende la sua via di comunicazione col Dia- 
mante, ma impedisce altresi al nimico assalitore il passaggio 
che per quella cresta si âpre dalla Polcevera al Bisagno. 
Il letto di quest'ultimo torrente — risalendo dalla sua foce 
in sul mare airorigine sua — presso TOlmo piega verso 
levante ad angolo retto a destra e, dopo un tratto di quattru 
chilometri allô incirca, nel quale trovasi la terra di Mo- 
lasana (1), volgesi nuovamente a settentrione e va al colle 
délia Scoffera, da cui discende. Quel tratto di letto del 
Bisagno corrisponde al fronte délia postura fortificata di 
monte Ratti, su l'alto del quale allargasi un piano, detto 
di Seriggio, con un vasto trincerone, che vieta aU'assali- 
tore d'avvicinarsi da quella parte del Bisagno alla grande 
cinta di Genova. Dietro il piano di Seriggio staccansi due 
contraflforti; quel di sinistra, chiamato monte del Vento, 
s'avanza verso la città sin quasi a due chilometri dal mezzo 
délia cinta esteriore, per mettere fine nella valle del Bi- 
sagno, divise in due picciole creste, che ripide scendoiio 
al torrente. Il sito, dal quale dipartonsi, chiamato Quezzi, 
è difeso da un forte, che da quelle prendendo il nome vien 
chiamato forte di Qu^ezzi ; esso sbarra al nimico il monte 
Vento. n contrafforte, che sta a destra del piano di Seriggio. 
corre quasi orizzontalmente a settentrione; sovr'esso, a mil- 
letrecento metri da quel piano elevasi una bella difesa, il 



(1) Da Molasana ascendesi al monte Crtto^ dal qaale per la valle 
deUa Secca calasî in qnella di Polcevera. 



Digitized by VjOOQIC 



LA GIOKXATA DI NO V ARA 287 

forte Richelieu, Qui il contraflforte dividosi in due creste, 
quella di destra, chiamata del Chiapeto, prolungasi in dire- 
zione del contrafforte suo generatore, e a poco meno di due 
chilometri dal mare scende nella Sturla (1); torrente che 
trae origine dai vicini monti délie Fascîe, e dopo un corso 
di nove chiloraetri porta sue acque al mare, su cui mette 
foce a tre chilometri da quella del Bisagno ; e la cresta di 
siiiistra spingesi sino a milledugento metri dalle mura di 
Gftnova: le dà il nome la chiesa délia Madonna del 
Monte, la quale ergesi su la sua eâtremità. Non lontano da 
quella trovasi un picciolo forte, chiamato di Santa Tecla, 
dalla chiesa che gli è vicina; il quale, con le sue arti- 
glierie, impedisce al nimico di accamparsi sui colli d'Albaro. 
Sopra questi — i cui piedi sono bagnati a levante dalle 
acque délia Sturla, a ponente da quelle del Bisagno — 
staano alcune difese; sono due forti elevantisi a setten- 
trione nelle vicinanze di San Martine e a mezzogiorno 
presse San Francesco d'Albaro; il quale ultimo difende la 
brève spiaggia marina, che corre tra le foci di quei due 
torrenti; e insieme poi validamente contrastano le colline 
d'Albaro aU'assediatore, cui importa moltissimo possederle 
per poter battere con vantaggio i Fronti Bassi, che sono 
la parte debole délia grande mura di Genova. — Le opère 
fortificatorie délia cinta di mare sono di potenza minore 
d'assai délie difese, ora sommariamente descritte, che dalla 
parte di terra rendono Genova quasi inespugnabile, se bene 
presidiata. Esse consistono in una lunga série di poderose 
batterie di cannoni, che dai Fronti bastionati di Cari- 
gnano vanne alla Lanterna, le quali devono proteggere 
l'sQtrata del porto e terier lontano le navi nimiche per 
togliere Genova ai danni d'una bombardata, gravi sempre, 
gravissimi poi per quella città, che in se racchiude copia 



(1) Questa cresta si chiama del Chiapeto dal nome del viUaggio, 
che sta sopra il pendio occidentale di qnella. 



Digitized by VjOOQIC 



288 CAPiTOiiO VI 



grande di ricchezze; ma, cosi corne soao, quelle batterie 
ancor non bastano allô scopo di taie difesa, sempre con- 
sideraudo le gagliardissime offese di oui le armate vanno 
oggidi munite. La batteria délia Strega, la prima délie 
difese di mare dopo i FronU di Carignano ; incrocicchiando 
a destra i suoi fuochi con quella di San BemardOj che 
giace a levante deirarsenale, a sinistra coi faochi di San 
Francesco dCAlbaro, impedisce ai nimici d'awicinarsi alla 
splaggia del Bisagno. Il luogo più importante per la difesa 
délia cinta, che corre tra Tultimo dei Fronti di Carignano 
e la estremità del Molo Vecchio, è la batteria délia Cava: 
da questa sino al Molo Vecchio la cinta forma un ampio 
rientrante, o seno, nelle cui acque potrebbero entrare 
navi leggere e spedite del nimico assediatore, se quel 
seno di mare non fosse battuto da grosse artiglierie savia- 
mente aU'uopo collocate. Le batterie poi délia cinta di 
mare dal Molo Nuovo salgono fino a San Benigno; la 
prima di esse per la sua altezza difende e appoggia le 
altre del Molo Vecchio, e manda i suoi proietti lontan 
lontano sul vasto campo di tiro che le sta dinnanzi : onde 
le armate nimiche non possono da quella parte appressarsi 
ditroppo a Genova, il cui porto è difeso dalle batterie 
costrutte lungo la mura bastionata che lo circonda e ne 
vietano Tentrata al nimico, quando tentasse irrompervi. 

Gli Appennini liguri formano col Méditerranée un assai 
ampio e valide trincerone, di cui Genova è il fortissimo 
ridotto ; il quale sbarra la grande via, che attraversa in 
tutta la sua lunghezza il trincerone e mena dltalia in 
Francia, e chiude altresi i passi dei Giovi e del colle 
délia Bocchetta, scendenti di Genova sui piani d*Alessandria 
e nella valle del Po. Dentro quel campo militare — che 
proprio taie vuolsi ritenere Tantica liguria — il oui vallo 
Tebbe fatto natura — intendo dire TAppennino, vallo 
difficile assai a superarsi, e che non puossi girare sui fianchi, 
un esercito, stato sconfltto In aperta campagna, trova re- 



Digitized by VjOOQIC 



LA GIOBKATA DI KOVABA 



fugio securo per rifarsi e uscir quindi a rînnovare la prova 
délie armi e muovere a nuove oflTese. Ed è perciô che ia 
Senoya volevasi dai cittadini si recassero il Goverao e il 
Parlamento ; che vi si portasse Tesercito stato rotto a No- 
rara, per accrescerlo e riordinarlo : in fine, che in Genova 
ii avesse a raccogliere la guerra, guerra da prima di difesa 
~ cui tanto dovevano giovare la natura del sito e le moite 
brtificazioni délia città — ed oflTesa di poi e tosto che 
)ermeit^rebberlo la restaurata militare disciplina e l'armi 
'iafforzate e riordinate. A quel volere, a quel desidèri dei 
îenovesi — invero generosi, ma impossibili a compiersi 
- i Ministri del Re risposero inviando Alfonso Lamar- 
nora col carico di sedarne la ribellione e rimetterli sotto 
a potestà regia, che avevano scossa. — Appena arrivato a 
^ontedecimo — e fti il mattino del 3 aprile — il générale 
.amarmora, che ben conosceva la potenza di Genova, 
'eputando impresa troppo ardua impadrônirsi délia città a 
iva forza, con le poche armi ch'egli capitanava, intendeva 
i chiuderle ogni via ai soccorsi e ai viveri, e averla cosi 
•er famé. Se non che, privo di navi da sbarrarne il porto, 
ibero rimaneva il mare ai soUevati ; i quali, potendo ri- 
îniirsi di vettovaglie, renderebbero vana Tossidione e 
iù ostinate dimolto le resistenze: ond'egli volgevasi al 
[iiiistro sopra la guerra sollecitandolo a chiamare davanti 

Genova la squadra navale, che allora trovavasi nelle 
cque di Venezia, Nella ricognizione militare délia valle 
i Polcevera sino a Cornigliano fatta al suo giugnere in 
•ontedecimo, il générale, awisato che i Genovesi, più che 

difendere la cinta e i forti esterni, curavansi difendere 
i città, le cui vie avevano chiuse con robusti serragli, 
eliberava mandare per San Cipriano e Montobbio in val 
1 Bisagno un reggimento di fanti per tentare dalla Pol- 
3vera quelli tra i forti che avrebbe veduto meno vigi- 
iti e poco custoditi (1). Rieduto il giorno appresso con 



(1) La cinta estenia e i forti erano presidiati da poche Guardie nazionalù 
10 — Vol. n. Mabiaiii — Storia pol 6 ma. 



Digitized by VjOOQIC 



290 OAPITOLO VI 



due compagnie di bersaglieri e uno squadrone dî cavalli 
a Cornigliano, e non avendovi trovata la divisione di De 
Asarta , tanto aspettata , Lamarmora portossi a San Pier 
d'Arena, grosso e popoloso sobborgo di Genova su la sinistra 
délia Polcevera; e, dopo averlo presidiato de'suoi cavallL 
sali speditamente alla chiesa di Belvédère. Fatta la cbia- 
mata alla Lunetta, che le sta vicinissima, e alla Crocetta. 
pur non lontana da quella chiesa, e avutele subito dai 
presidi, ai quali aveva promesse salva la vita, andô sopra 
il forte délia Tanaglia ; i cui difensori, minacciati di morte 
se resistevano, non potendo calare il ponte levatoio, per 
mezzo di corde trassero i difensori dentro quello. Quidata 
da un contadino, una presa di soldati, per un passe noto 
a pocbi, notissimo perô ai contrabbandieri, supera la cinta 
non lungi dalla Tanaglia^ indi Voltasi alla vicina porta 
degli Angeliy ne caccia le Ouardie nazionali, l'apre e ne 
cala il ponte leVatoio: brevi moment! dopo Lamarmora, 
entrato nella cinta, corre velocissimo verso San BetUgno, 
forte postura che soprasta e protegge la porta délia 
Lanterna. Tosto che in Genova seppesi délia perdita del 
Belvédère e délia Tana^li4Xy una grossa schiera di sol- 
levati, impugnate le armi, saliva a San Benigno, duce il 
marchese Lorenzo Pareto, comandante supremo délie 
Guardie nazionali, e un'altra ascendeva al contraffortë 
dello Sperone verso la porta degli Angeli. Grave pericolo 
minaccia allora il générale Lamarmora; se i soUevati 
riprendono la porta poco innanzi perduta, egli e le sue 
genti sono costretti a darsi prigioni, perô che il prepon- 
derare de'nimici renderebbe vano il resistere; molto più 
poi che dal bastione o forte del Begatto — che sta non 
lontîuio dalla porta degli Angeli tra la Tanaglia e lo 
Sperone — era già uscita buona mano del presidio di esso 
per ferire aile spalle gli assalitori audacemente fortonati. 
In quella che Lamarmora riceveva la risposta délia inti- 
mazione di resa fatta all'Avezzana — risposta che suonava 
cosî : / Genovesi voler resistere sino a che un d'essi vivra. 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIOSHATA DI KOYABA 291 

arrivaya a lui dal campo del Re il fratello Alessandro ; e 
glî giugneyano pure gli aiuti fatti venire da Pontedecimo ; 
erano una compagnia di bersaglieri e oito battaglioni di 
faati. Yedutolo si yalidamente afforzato, i solleyati indie* 
treggîaroao : ond'egli campeggiô e presidiô le posture e i 
forti conquistati, facendo altresi occupare San Pier d'Arena 
— ove troyayasi lo squadrone de' suoi cayalli —, da una 
batteria di cannoni e da due battaglioni di fanti ; la rétro- 
guardia délia divisione — un battaglione di fanterie — 
teneyasi in Pontedecimo con le bagaglie e gli impedimenti. 
Non era ancor sorta l'aurora del 5 aprile che il géné- 
rale Lamarmora muoyeya all'assalto délia città, ordinato 
cosi: Ai battaglioni di fanti di San Pier d'Arena era stato 
comandato d'impadronirsi délia 2/antema; a una compagnia 
di bersaglieri e a un battaglione di fanti d'ordinanza, di 
calare da San Benigno e Insignorirsi dei borgbi di San 
Lazzaro e San Teodoro; la quale ojBTesa yerrebbe appog- 
giata da una compagnia di bersaglieri e da un battaglione di 
fanterie, che dalla porta degli Angeli calerebbero sopra 
(renoya; in fine, una compagnia di fanti leggeri e un bat- 
taglione di fanti d'ordinanza, yolgendosi a sinistra e salendo 
il contraflTorte dello Sperone, doyeyano recarsi in mano la 
ciuta sin presse il Begatto; e, se possibile fosse, sorpren- 
dere questo forte. Lamarmora, che erasi posto a capo délia 
schiera di mezzo, nello scendere da San Benigno mandaya 
innanzi i suoi bersaglieri per feriro aile spalle i difensori 
délia porta Lanterna; i quali, dallo inaspettato moschet- 
tare degli assalitori sgominati, presi da timor panico, pre- 
cipitosi lasciarono la porta per rifugiarsi al Moto Nuùw; 
e per quella porta incontrastata entrayano allora in Genoya 
i due battaglioni che ayeyano serenato in San Pier d'Arena, 
preceduti da Lamarmora, già unitosi presse San Lazzaro 
alla schiera discesa dal bastione degli Angeli alla città. 
Mentre le artiglierie dei forti, délia cinta di ponente e del 
porto traeyano furiosamente contra i régi — ma con lieve 
danno di questi — yeniyano a Lamarmora i Oonsoli degli 



Digitized by VjOOQIC 



292 CAPITOLO VI 



Stati esteri a chiedergli, in nome di Gostantino Reta, uno 
dei triumviri, onorevoli condizioni di pace; e il generalo 
Tispondeva di non poter trattare coi ribeîli; chesela 
città e i forti gli s'arrendessero a discrezione, concède- 
rebbe venttquattro are di tempo ai promovilori e ai ça]^i 
délia ribellione per allontanarsi dalla città, Pregato dai 
Consoli accordava una sospensione d'armi di treoreperla 
risposta, a patto che, nessuna ricevendo, ripiglierebbe 1^ 
offese. Assaliti, presi e barbaramente messi a fil di spada 1 
pochi difensori del palazzo Boria — il quale, per la sua pcn 
stura, impodiva ai régi lo avaozare — e munite d'un batta- 
glioae di fanti le alture di San Francesco e SanRoccOyà^ 
signoreggiano il borgo di San Teodoro e la villa Dom 
e il giorno già declinando, Lamarmora sospendeva la 
pugna ; il trarre dei cannoni durô tuttavia e d'ambe le 
parti la intera notte; e anche questa volta con dannoli»^ 
vissimo dei combattenti. Verso le undici di notte lorJ 
Hardwick, comandante la Vendetta — nave da guerra 
inglese che sorgeva in su Tàncora entro il porto — veniva 
a Lamarmora in nome del Municipio a pregarlo di salure 
la città, promettendogli di adoperarsi presse il Maestratoi 
dei cittadini per far cessare la ribellione, ricondurre i 
soUevati aU'obbedienza del Re e ricomporre le cose scoa» 
volte (1). Il di vegnente, poco innanzi il mezzogiorno, giu- 
gnevano al Quartiere générale — allora a porta Lanterna 
— i deputati dal Municipio a Lamarmora per offrirgli la 
sommissione di Genova a patti onorevoli; accompagnavariii ^ 
i Consoli degli Stati amici. Il générale accettava promet- 
tendo salva a tutti la vita, salvi gli averi, e ventiquattro 
ore per coloro che volessero lasciare la città, a condizion» 



(1) L'ammiraglio inglese, lord Hardwick, aveva già fatto gettm it 
mare le munizioni délie difese del MoloNmvo: fu questa unaazine 
biasimevolissimal — Si disse allora e si scrisse di poi, avère il gf'^'^ 
raie Avezzana voluto dare la libertà ai gaJeotti per servirai di <[^^^ 
nella difesa délia dttà: ci6 ô assolutamente feJso. 



Digitized by 



Google 



LA OIOBNATA DI KOYABA 293 

che questa e i forti gli venissero rimessi con tutte le armi, 

tranne quelle che le Guardie nazionali potevano, giusta 

la legge, serbarsi; in oltre accordava una sospensione 

d'armi di ventiquattro ore, tempo bastevole a una depu-* 

tazione di cittadiai di recarsi a Yittorio Emanuele, allora 

in Torino, per ottenere dalla sua clemenza perdôno pieno 

t' intiero délia ribellione. Meatre le armî stavano d'ambe 

le parti sospese, Lamarmora compiva Tossidione di Ge- 

iiûva, occupando la valle del Bisaguo, e s'aflTorzava in 

quella délia Polcevera con le genti di De Asarta, le quall, 

rîfatta la via, erano giunte a San Pier d'Arena, ed eziandio 

con una brigata di fanti e una compagnia d*artiglieri, per 

comando del Ministro sopra le armi venutegll da Alessandria. 

îl riprendersi délie ostilità — che avrebbe dovuto aver 

Inogo a mezzogiorno deirs aprile — era stato prorogato 

di quarantotto ore per richiesta dei deputati iti al Re 

per implorarne la grazia ; la quale, arrivata la sera del 

9, senza por tempo in mezzo veniva dal générale notifi- 

cata al Municipio e da questo nella sera st^sa ai citta- 

fini. Il mattino del di vegnente una nave americana salpava 

dal porto di Genova; aveva a bordo Giuseppe Avezzana, 

molti Genoyesi, non pochi Italiani d*ogni parte délia peni- 

^la e alcuni stranieri; sommavano insieme a quattrocento 

cinquanta allô incirca (1); erano essi i promovitori e i 

fautori del soUevamento; erano i capi dei soUevati. — In 

quel medesimo giorno — il 10 aprile — Lamarmora occu- 

pava tiitta la grande cinta e i forti esteriori ; nel di appresso, 

ia città; la quale egli poneva sotto l'imperio délie leggi 

militari, al solo scopo di réprimera i perturbatori, non 

già per molestare i cittadini tranquilli (2). La cosa pub- 

plica, stata sconvolta dalla soUevazione, fu prestamente 



(1) Coirevano tutti alla difesa di Borna minaociata didle anni di 
Fiancia. 

(2) Mamfesto del générale Lamannoia ai GenovesL 



Digitized by VjOOQIC 



294 CAPITOLO Yl 



riordinata, e presto la quiète rimessa nella città; la quale 
perô ricevette con digaitosa freddezza il vincitore, con 
difSdenza e sospetto i suoi soldati: causa di ciô, i deplû- 
rabili eccessi, corne ebbe a confermare il générale La- 
marmora, da alcunî codardi commessi, mentre i çenerosi 
affrontavano i pericoli (1). Se i turpi atti compiuti dai 
régi ia Novara dopo l'infausta giornata del 23 marzo sono 
altamente da riprovarsi, assai più vituperevoli sono quelli 
compiuti in Genova ; avvegnachè là fossero soldati, cul la 
sconûtta sofferta avova tolto o almeno rallentato il freno 
délia militare disciplina; qui soldati, ai quali una facile 
vittoria aveva date in mano una città, levatasi in su l'arme 
per difendere la propria libertà, e quella dltalia altresi; 
quella libertà, che con grande onore délia patria e con 
ammiranda virtù difendevasi da Yenezia e da Ronia! I 
Genovesi, soUevandosi, intesero a protestare contra le tregue 
di Novara; perô che, già lo dissi e giova ora ripeterlo, si 
fosse fatto credere, che in forza di quelle lo Statuto fonda- 
mentale del paese s'aveya ad abrogare, e Genova doTea:«i 
dare in pegno airAustria sino al totale pagamento del 
danaro, che il Governo del Re erasi obbligato di pagare 
ad essa: il moto dei Genovesi fu dunque generoso, come 
ebbe ad affermarlo lo stesso Lamarmora (2). I Ministri di 
Vîttorio Emanuele, nel dare il carico deirimpresa a quel 
générale, non avevangli perô comandato di condurla cor 
la violenza, bensî con vigore e forza per ridurre pre- 
stamente la città rubelle all'obbedienza usata; e ci6 allô 
intente di salvarla dai danni di un lungo assedio e più 



(1) u Ck>l vostro valoie e oon la vostra fermezza avete reso un vero 
servizio alla patria. Yoi liberaste i Genovesi da nn partîto tîrannico, 
cagione di tante nostre sciagnre. Mentre i generoH affirontavaao i pe 
ricoli, alconi codardi commettevano deplorevoli eccessL.. n Manifesio 
di Lamarmora ai soldati, 

(2) Lamarhoba, Un ej^odio del risorgimento italiano, cart 112; 
Firenze, 1875. 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIOBNATA DI NOTABA 395 

ancora dagli orrori di una presa per assalto. Geaova ita- 
lianissima, che in un momento di grande entusiasmo erasi 
levata in su Tarme per continuare la guerra délia indipen- 
denza nazionale, andô allora af9itta dai maltrattamenti di 
soldati italiani ! renne il perdôno ai soUeyati, ma non fu 
pieno, non fu intero, perô che fossero da quelle esclusi 
Avezzana, Reta, Pellegrini, Lazzotti, Acame e altri egregi 
cittadini, perché in fama di repubblicani. 

Nella guerra del 1849, soprammodo alla giornata anale 
di Novara, in molti e gravissîmi errori incorsero î capi- 
tani che la governarono; corne nel 1848, cosi yediamo al- 
lora nei generali del Re le stesse irresolutezze nel delibe- 
rare, le medesime lentezze nel roandare a effetto le militari 
operazioni risolute nelle consulte di guerra; essi mostra- 
rono sempre di non sapere apprezzare il valore del tempo; 
la vittoria sorti al maresciallo, perché seppe quella con- 
durre meno dissennatamente. Meglio oprarono i soldati e 
i loro officiali, specialmente gll Austriacl ; gli affronti ga- 
gliardi, gli assalti d'ambe le parti tante volte rinnovati, il 
prendersi e riprendersi délie posture occupate da prima e 
perdute di poi, le resistenze ostinate e il più ostinato of- 
fendere mostrarono quanto valorosamente si combatte alla 
Sforzesca, a Mortara, a Norara. Se neU'esercito impériale 
ebbesi grandemente a lamentare la poca esattezza e la poca 
chiarezza altresi nei comandamenti di Radetzky, i cui luo- 
gotenenti molto fecero d'autorità propria e giusta il loro 
modo di vedere; in quelle del Re mancô affatto la unità 
del comando ; eserciti governati da generali mediocri hanno- 
bene spesso vittoriato ; eserciti governati con potestà su- 
prema da più generali, anche valentissimi, vennero il più 
délie volte sconfitti. — La fronte délie militari operazioni 
dei Sardi, che da Arona correva sino a Parma, sebbene 
tra Novara, Trecate e il Ticino si trovasse riunito il grosso 
deiresercito loro, era debole assai, causa la sua lunghezza 
non in ragione délie armi di cui constava. Di taie capi- 



Digitized by VjOOQIC 



296 OAPITOLO VI 



tâlissimo errore proâtto il maresciallo ; che, sollecitamente 
raccolto presse Novara tutto lo sforzo suo di guerra, var- 
cato il Ticino, sorprese Durando e lo scoafisse a Mortara, 
riescendo, col possesso di questa città, a separare 1 nimici 
d'Alessandria e da Genova, rifugi validissimi nel caso di 
un disastro in campo aperto ; che se prima di venire alla 
prova délie armi Ghrzanowski si fosse assicurato le vie di 
ritratta a quelle fortezze, vinto a Novara, avrebbe potuto 
tenere alta la bandiera nazionale e salvarne ronore. Alla 
audace invasione di Radetzky egli avrebbe dovuto rispon- 
dere con eguale audacia (1), portandosi rapidamente cou 
quanto piii d'armati sarebbegli stato possibile di rao- 
cogliere, su le vie di comunicazione degli Austriaci col 
Miucio, lor base délia guorra; ciô opérande Ghrzanowski 
avrebbe sconcertati i disegni del maresciallo. Nella qoale 
impresa sarebbe stato efficacemente aiutato dai Lombardi, 
pronti a soUevarsi contra TAustria alla chiamata del Re, 
e da Venezia altresi, già preparata a uscire di sue lagune 
con forte mano di armati, per minacciare e prendere aile 
spalle il comune nimico; e di non lieve sussidio sarel)- 
begli pure stata la divisione di Lamarmora, la quale d& 
Parma avrebbe potuto rocare molestie e danni agli impé- 
rial! nel loro indietreggiaro verso il Mincio. Ma Ghrza- 
nowski mancava di queU'accorgimento e veder presto — 
doti e virtii dei grandi capitani — che fanno sempre pi- 
gliare forti partit! e piii fort! risoluzioni. Primo a indire 
la guerra, toccava a lui essere primo aile offese; al con- 
trario lasciavas! sorprendere dal nimico. A tanto errore 
teneva dietro Taltro del fare la massa di buona part^ 
dell'esercito in sul Ticino davanti a Trecate, montre con 
tutta la sua potenza a piedi e a cavallo avrebbe dovuto 
correre incontro all'avversario invadente; vinti sul Ti- 



(1) L*audaeia è una forza che erea, cosi scrisse il générale Clan- 
aewitz. 



Digitized by VjOOQIC 



LA. OIOBKATA DI NOTAS A 297 

ciao, gli Àustriaci sarebbersi facilmente rifatti dietro 
l'Àdda roglio a tentaryi nuove resistenze ; ma vinti alla 
Gara, avrebbero dovuto dietreggiare sino al Mincio, — A 
raezzogiorno del 20 marzo Chrzanowski è al ponte di Bof- 
falora, presso il quale in ordini serrati sta la divisione 
del Duca dr Grenova pronta a irrompere in Lombardia; 
lion trovandovi i nimici, il generalissimo, passato il Ticino, 
I)ortasi a Magenta in compagnia di Carlo Alberto scortato 
(la una compagnia di bersaglieri ; ne pur qui veggendo in- 
(Jizio veruno di lor vicinanza, anzi avvertito avère quelli 
fatta la massa a Pavia, rivalica il flume, e va sopra Trecate, 
proprio in quel mezzo in cui gli Austriaci già minaccia- 
vanlo aile spalle; avvegnachè superato il Gravellone — 
quasi incontrastato — e respinta su la destra del Po la 
debolissima divisione lombarda, avanzassero speditamente 
sopra Mortara lasciando esposto al ferire dei régi il loro 
fiance destro ; il quale errbre avrebbe dovuto essere for- 
temente punito da Chrzanowski, se fosse stato piii attente 
e più vigile nello spiare le mosse del maresciallo. Ma che 
fece egli allora? invece di andare in cerca dei nimici e 
portarsi col grosso di sue forze a Yigevano per corn- 
battervi la destra degli imperiali, aspettô in Trecate le 
Qorelle di sue mosse; e quando nella sera stessa venue 
arvisato che Radetzky con armi poderose procedeva in- 
nanzi minacciando il centre dei campi italiani, comandô 
al Duca di Savoia e a Durando di recarsi colle loro di- 
visioni sopra Mortara; a quelle di Bes, Perrone e Solaroli 
di scendere alla Sforzesca, a Gambolô e al ponte di Bof- 
falora; e al Duca di Genova di portarsi a Vigevano; da- 
raati alla quale e sui piani che corrono sino a Mortara 
siveva risoluto di fare la giornata con gli Austriaci. Se 
questi erano i disegni di guerra ideati e risoluti dal gé- 
nérale polacco, perché innanzi il disdire délie tregue non 
fortificô la Cava, chiave délie sue difese, che poteva di- 
ventare, come in fatto diventô per lo irrompere da Pavia 
dello sforzo di guerra dei nimici, da quella parte capo 



Digitized by VjOOQIC 



298 CAPiToiiO vi 



principale délie militari operazioni? perché non muni i 
passaggi del Po a Mezzanacorte e a Casale ? (1) ; perché 
non provvide Novâra di un trincerone, cui appoggîare Te- 
sercito del Re? — Il 12 marzo, disdette le tregue di Mi- 
lano, intirnavasi dal Governo sardo nuova guerra alFAu- 
stria, Chrzanowski aveva mostrato desiderio di prorogarla 
sino al cadere di quel mese, non percha ritenesse ancora 
non compiuti i prowedimenti ad essa necessari, già da 
tempo impresl, sibbene porche reputasse il serenare in 
quoi giorni pernicioso alla sainte dei soldati ; quasi che il 
freddo délia stagione dovesse nuocore ai régi soltanto» non 
agli imperiali. Per altre ragioni e di alto momento avreb- 
besi dovuto ritardare il rompere délie ostilità ; primissima, 
la mancanza di moite cose indispensabili alla guerra; ri- 
corderô che, sebbene dalla provveditoria générale dell'e- 
sercito si fosse pensato aile riposte délie vettoyaglie, e dal 
comando suprême délie armi ai servizi vari dei campi, 
nondimeno airuscire alla campagna quelle non erano 
pronte, i carri delUospedale non giunti, ne ancora bene 
ordinati i servizi dei campi. Deliberazione sennatissima 
sarebbe stata di muovere le armi airAustria, quando i 
soUerati ungaresi si fossero ayyicinati tanto a Yienna da 
riempirne il Governo di confusione e spavento. Adunque 
il tempore^iare dell'impresa, mentre assicurava ai régi 
una piena vittoria, doveva giovare non poco ai Magiari 
e a Venezia; arvegnachè i Ministri deirimperatore non 
avrebbero tolto mai soldatesche airesercito di Lombardia, 
per afforzare quelle combattente sul Danubio, su la Waag 
e su le Lagune; nà certamente sarebbe lor stato pos- 
sibile durarla a lungo, se la Sardegna, TUngaria e Venezia 
avessero bene armonizzate le loro offese contra l'armi au- 



(1) Casale venne saviamente fortiflcata da Lamannora, corne vedremo 
nel corso di qneste istorie, qnando leggeva l'officio di ministro sopra 
le armL 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIOBNATA DI NOTARA 299 

striache. Da si grave perîcolo salvoUi rimprovvido Govemo 

di Torino, nel quale siedevano bensi uomini onesti, non 

perô all'altezza di quei momenti, dai quali pendeva l'av- 

yenire dltalia. Due colpe pesano sui Ministri di Garlo 

Alberto; la prima, di non aver licenziati, per debolezzadi 

anlmo, i generali che, durante le tregue, eransi chiariti 

anersi alla guerra di indipendenza; la seconda, di non 

arere adoperate per questa tutte le forze vive del paese : onde 

non fu quale avrebbe dovuto essere, cioè una guerra nazi(h 

mie (1). Radetzky, valicando il Ticino a Pavia col grosso 

deiresercito, ayava mirato alla base di guerra dei regl, 

AlmandriOrOenovay dalla quale Chrzanowski con insi- 

pienza colpevolissima erasi allontanato per recarsi a No- 

vara. Non affermerô, taie mossa essere stata la vera causa 

délia disfatta degli Italiani al 23 marzo; ma furono certa- 

mente errori assai gravi del générale polacco lasciare la 

via di ritratta alla base délia guerra e la linea strategica 

che conducevalo su le vie di comunicazione del nimico col 

Mincio, per pigliar quella che lo menava contra la fronte 

deile militari operazioni del maresciallo. Già lo dissi, e 

ridirlo giova sempre, non avère Chrzanowski saputo ri- 

spondere alFaudacia degli invasori con altrettanta audacia, 

invadendo la Lombardia; ciô facendo avrebbe, in parte 

almeno, rimediato all'errore commesso, scostandosi dalla sua 

base di guerra; errore sovente cagione di disastri e che 

i régi duramente scontarono a Novara. Da questa città e 

da Pavia gli eserciti guerreggianti minacciavansi a vicenda 

la linea délie loro militari operazioni ; chi dunque doveva 

vincere se eguali erano le forze combattenti? quelle invero 

che superava Tawersario in ardimento e in tattico sapere : 



(1) A Josti — imo dei rappresentanti délia nazione nel Parlamenta 
Subalpine — glnnto al campo del Re prima délia giomata di Novara 
con lettera dei Ministri per accordarsi con Chrzanowski snl modo di 
chiamare aUe armi la Lombardia, il générale polacco diceva di non 
<w2er sapere di sollevazione , ne di sollevatû 



Digitized by VjOOQIC 



300 OAPITOLO VI 



6 cosi fa. Gli ordinamenti degli Italiani per la giornata 
del 23 marzo furono buoni ; se non che, avendo il genera- 
lissimo fatta deliberazione di tenersi aile difese, Tesercito 
dovette schierarsi sopra terreno angusto : onde non gli tu 
possibile distendersi, corne richiedevanlo il numéro e la 
potenza délie sue armi. Da capitano prudente avrebbe 
Chpzanowski operato se, risoluto di conservare ad ogni 
costo la Bicocca — chiave délie sue posture — memore 
del caso di Mortara, si fosse portato piii avanti verso il 
nimico con la destra délie sue ordinanze ; e ciô allô intente 
di mettere dietro ad esse largo campo per evitare, se co- 
strette a indietreggiare, il loro disordinarsi e confondersi; 
in oltre, se non avesse esagerate le proporzioni délia ri- 
scossa, che compose di due division!, montre sui campi di 
Novara i régi ne contarono cinque soltanto. L*assalto di 
D'Aspre alla forte postura délia Bicocca — il quale, pii 
che ardimentoso, fu temerario — sarebbe tornato esizia- 
lissimo agli Austriaci, se il capitano polacco si fosse ga- 
gliardamente comportato, quando, stanco del iungo com- 
battere e assottigliate sue schiere dal fuoco degli Italiani, 
il corpo d'^esercito D'Aspre indietreggiava perdendo il campo 
prima conquistato. Ne sarebbe stata difficile Impresa per 
Chrzanowski sbaragliare gli altri corpi d'esercito del ni- 
mico, i quali, non insieme, ma successivamente giunsero 
dinnanzi a Novara per rinfrescare la pugna e sostenere la 
fortuna pericolante di D*Aspre; alla cui tenacità e fer- 
mezza il maresciallo fu debitore délia vittoria. Questa la 
causa che fece perdere ai régi il vantaggio tattico di 
quella giornata, che aile tre pomeridiane era tutto par 
Ohrzanowski! — « Quesfoggila vittoria sarebbe stata dei 
nimici, se comandati da un capitano il quale avesse sa- 
puto vincere; » cosi parlô Cesare a' suoi luogotenenti il 
giorno in cui, superato da Pompeo, non aveva il vincitore 
saputo proflttare délia vittoria, » — « Quest'oggi sarebbe 
stata nostra la vittoria, se il générale avesse saputo vin- 
cere;» avrebbero gli Italiani potuto dire a Novara, i quali 



Digitized by VjOOQIC 



LA. OIOBKATA DI KOYABA 301 

dopo quattro ore di fiera pugna avevano guadagnato il 

mntaggio tattico délia giornata ! — Radetzky seppe allora 

bene applicare il principio délie masse. L'ostinata resi- 

stenza di D'Aspre ai nimici — con la quale esso rimediô 

airerrore di un precipitato assalto — avendo dato tempo 

bastevolo a tutti i corpi d'esercito, persino allariscossa, di 

correre sul campo, il maresciallo, fattane la massa, andô 

con questa sopra i régi e li oppresse col numéro. — Confu- 

sione non poca regnô nei campi dei combattenti a Novara: 

durante la pugna e nelle varie sue fasi ^idorsireggimenti 

e battaglioni, e dalla parte degli Austriaci porsino corpi 

d'esercito, operaro con vigore e senno, e governarsi da 

se, per la mancanza d*ordini dei lord supremi comandanti. 

La confusione e il mancare d'ordini non possono perô 

scusare il capitano délia riscossa dei régi, d'aver lasciata 

impunita l'imprudente mossa di flanco, fatta quasi a git- 

tata délie sue artiglierio, dal corpo d'esercito di Thurn, 

quando, valica l'Agogna — corne sopra narraramo — scen- 

deva sul canipi di Novara aile spalle délia prima divisione, 

quella di Durando, allora cho stava per recarsi in aiuto 

ai difensori délia Bicocca, d'ogni parte invasa dai nimici. 

Perduta per gli Italiani era la giornata; masarebbe stato 

perduto altresi il corpo d'esercito di Thurn, se il Duca dl 

Savoia con l'impeto e col valore — che pochi capitani pos- 

sedettero corne lui, e forse nessuno in grade maggiore — 

avesse assalito quelle che nel suo avanzarsi avevagli pre- 

sentato il fianco sinistre al ferire dell'avversario ; e ben 

sapeva il Duca non potere essere ordinato mai alla difesa, 

colui che cammina per fianco. La sconfitta di Thurn a- 

vrebbe forse impedite le tregue, certamente migliorate le 

condizioni dei régi, vinti bensi alla Bicocca, ma vincitori 

perô su l'Agogna; e qualora fosse stato impossibile conti- 

nuare la guerra, a patti meno duri e meno umilianti sa- 

i^ebbersi formate la sospensione délie armi da prima e la 

pace da poi. Se a Mortara poco si obbedi, non avendo il 

générale Durando fedelmente mandate a effetto quanto 



Digitized by VjOOQIC 



302 OAPITOLO TI 



eragli stato con molto senno comandato da Ghrzanowski, 
a Novara si obbedi troppo scrupolosamente^ avvegnachè 
il Duca dl Genova, richiamato a Castellazzo dal generalisr 
simo, lasciasse Olengo, ove vittoriava dei nimici, per do- 
vere i prïncîpU com' egli stesso ebbe a dire, dare Vesempio 
cCuna obbedienza piena e intiera ai loro capi. — Se 
Radetzky fu meritamente censurato per avère, alla vigilia 
d'una giornata campale, tolto airesercito dieci mila aomini 
par rimpresa di Oasale, censura severissima devesi inflig- 
gère a Gbrzanowski, il quale, sin dal cominciare délia 
guerra, ebbe dimenticate a Casatisma e a Parma le diyi- 
sioni di Ramoriao e di Lamarmora; e lasciata inoperosa 
a Trecate la brigata di Solaroli, mentre egli pugnava e 
perdeva a Novara^ tutte queste forze armate — da veati- 
mila uomini — erano vinte senza aver combattuto. Napo- 
leone ci lasciô scritto nelle sue Massime di guerra; = 
Allora che vuolsi fare la giornata, essere regola générale 
di raccogliere tutte le forze, di non iscordarne nessana. 
potendo un solo battaglione dare qualche voltala vittoria.= 
Ghrzanowski a Novara ne ebbe dimenticate moltissime! 
Il disastro di Novara — tremenda sciagura nazionale, tor- 
nata funestissima all'Italia — pose fine alla seconda guem 
di indipendenza; guerra di quattro giorni, combattutasi tra 
il Po, la Sesia e il Ticino. Possiamo affermare altresl la 
sconfitta di Novara essore stata una ben meritata poni- 
zione dei gravi errori commessi dai Governi e dai gene- 
rali in due anni di sollevazione di popolo e di guerra regia. 

Primo dei patti délie tregue di Novara era il licenzia- 
mento délia divisione lombarda e délie légion! ungaresee 
polacca, militanti sotto le bandiere di Sardegna. Gosa di 
poco momento fu disciogliere le ultime, perché picciole assai; 
non facile poi disfare quella e rimandarne i soldati aile 
loro case. Recatasi da prima a Tortona — ove, corne scri- 
vemmo, incontrossi negli oratori genovesi — valicato 
TAppennino per Godiasco e Bobbio, la divisione lombarda 



Digitized by VjOOQIC 



LA OIOBKATA DI KQTABA 303 

scese alla Spezîa; e qui fu dai commissari del Governo li- 
cenziata. Molli de'suoi soldati — tra cui Maaara e i ber- 
saglieri — per la via del mare portatisi a Civitavecchîa, 
presero parte alla difesa di Roma, nella quale comporta- 
l'ousi Talorosamente e con grande onore del nome lom- 
barde; gli altri, che in disagiate barche, poco appresso, 
tcnaero dietro alla prima spedizione, raggiunti dalle navi 
(la gaerra francesi nelle acque di Toscana furono oon 
modi minacciosi ricondotti alla Spezia. Gli artiglieri, 1 
quali, rese impraticabili ai loro cannoni le vie dalla pioggia 
(iirottissima caduta di quel giorni, non avevano potuto se- 
guire le fanterie, vennero licenziati in Tortona; perô a tren- 
tuno di essi — imbarcatisi a Genova sopra nave mercatan- 
tesca — venne dato d'arrivare felicemente a Oivitavecchia, 
da dove si condussero a Roma (1). 



(1) In quel tomo di tempo Biccardo Sineo, rappresentante del po- 
polo al Parlamento Snbalpino, in nno scritto: Su gli ultimi mesi del 
regno di Carlo Alberto , disse cosi: a Le ormi dello straniero hanno 
nchjamato in fatto il regno agli antichi snoi limiti, ed anzi alcnne 
délie antiche provincle sono occnpate dairAostriaoo. In diiitto esiste 
tnltavia il regno dell'alta Italia, sintantochô non è rivocato con un 
Atto del Parlamento. Il diiitto deve cedere talvolta al fatto ed è ci6 
che è affidato alla pmdenza dei reggitorL.... Prima d'ora si ô sciolta 
noa délie più valorose e sicnre divisioni deU'esercito. Si sono licenziati 
ed anzi espnlsl in grandissimo numéro eroici soldati, che erano disposti' 
t Teisare fino all'altîma goccia il sangne per l'indipendenza del paese, 
<&e arevaH ospitatL Si è richiamata la flotta dall'Adriatico..... Tntto 
Q^ ai è £atto in esegoimento d'nna pace non ancora conchinsa, e che, 
ttclie eonchinsa, non pn5 essere valida e irrevosabile, se non ô accet- 
*ita dal potere législative. » 



Digitized by VjOOQIC 



/^/^AAA^v^/v^A*^/SA/v^A/^A/^A•v^AA•^•^A/vv^^vvv^A^^ 



CAPITOIO VII. 

Venezia e Ungaria. 



Moto di Como. — Bergamo; missione di GamozzL — Brescia lemis 
sa Tanne; le dieci giomate. — Contentezze dei Lombardo-Yeneû 
per lo indirsi délia nuova gnerra. — Tormo dopo il disastro é 
Novara. — Venezia, respinta la chiamata di resa, prépara le r^ 
stenze. Marghera. — Difesa di Marghera. — D ponte su U U- 
guna; le sne batterie; la Commissione mil! tare. — Il 27 gîngQ<^ 
e la batteria Sant'Agostino. — Uscita di Brondolo; la carestia e 
il cholerormorbus ; il nimico stringe Tassedio da terra e à&mrt 
— Le pratiche délia resa; il 21 agosto Venezia, ridotta allô estremo, 
s'arrende; il 27 Manin, Tommaseo e Pepe lasciano la città. — 1 
Magiari ripigliano le ofFese; HatTàn, Tapi^-Bieske, Isaszeg, Xasr- 
Sarlô. — L'Ungaria grida sua indipendenzadall'imperio; g^ornata 
di O'SzQny ; impresa di Buda. — Intenrento armato délia Bn^âa; 
il générale Haynau. — Disobbedienza di GKîrgey. — I Kiud >îil • 
Dannbio, su la Theîss e in Transilvania ; imprese di Bem. — J"?^' 
lachich sconfitto a Hegyes ; ritratta di GQrgey. — Kiss-Becskeret; 
Vilàgos e la resa; vittoria di Klapka; fine délia gnerra; renderte 
dell'Anstria. 



Alla vigilîa del rompersi délia seconda guerra tra la Sar- 
degna e l'imperio, Como, libéra di soldatesche austriache (U 
senza tumultuare chiedeva e otteneva le armi a tutela del- 



(1) Ayeyanla lasciata sin dal 18 marzo. 



Digitized by VjOOQIC 



YENEZIA B rNOARIA 305 

l'ordine interne. I cittadini, già da più giorni preparati a 
sollevarsi contra TAustria, avevano ricevuto dal Comîtato 
(îi Toriûo (1) le norme opportune a governare il moto, af- 
finchè avesse a riescire efficace allô scopo desiderato, di 
molestar cioè senza posa il nimico aile spalle, allora che 
troverebbesi con tutte le sue forze armate aile prese coi 
Sardi sul Ticino. Le novelle délia guerra pervenute in 
Como il 22 marzo, incerte e contraddittorie tanto da infer- 
marsi Tune l'altre, avevano grandemente commosso il po- 
polo; il quale non sarebbesi levato in su l'arme, se non 
l'avessero indotto a ciô le parole, quasi imperatorie, d'un 
manifeste, parole che suonavan cosi: « Vol siete posti a 

< sentinella del racquisto délia nostra libertà ; dunque 
« ripuliie le armi e attentl, o fratelli. Al segnale délia 
« vicinissima pugna, non prima — tenetela ben fissa nella 

< mente questa parola — deponete dagli animi vostri la 

« pietà verso i nimici » Gabriele Camozzi — in quel 

mezzo arrivato dal Piemonte con armi avute dal Governo 
subalpine, ^er essere distribuite aile popolazioni dell'alta 
Lombardia in ragione délia militare importanza délie loro 
terre — instituiva in Como un Comitato, che avesse a pro- 
rauovere la soUevazione e a prowedere sollecitamente aile 
'lifese; Comitato il quale agli abitanti délia città e sua pro- 
vincia annunciavasi cosi: « L'esercito italiano ha passato il 
Ticino. — A voi era stata promessa la guerra, e voi, barba- 
ramente spogliati e assassinati dall'Austriaco, con ansia mor- 
tale tendevate l'orecchio verso il Piemonte in aspettazione 
«iel rimbombare del cannone liberatore, e il nostro cannone 



(1) Gi& da tempo esisteva in Torino un Comitato ^ il quale aveva 
per intento di preparare nn sollevamento générale délie popolazioni 
tombardo-venete per qnando la Saidegna nscirebbe a nnova guerra 
contra rAustria. Aiutavanlo nel lavoro preparatorio alcuni Sotto-Co- 
miiati istitniti in diverse città di Lombardia, i quali dovevano poi 
ingère i mot! giusta gli ordini che lor verrebbero da quel di Torino, 
ivente sua sede nelle stesse aule del palazzo del Governo. 

«0 — Vol. n. Marianx — l^oria pol. e mH» 



Digitized by VjOOQIC 



306 CAPITOLO VII 



già vi tuona trionfante con la terribile sua voce. H giorno 
20 corrente Carlo Alberto, con al fianco il generalisimo 
Chrzanowski, aile ore dieci antimeridiane, fra gli applausi 
e gli augîiri di quel popolo e di quei soldati, muoveva da 
Novara a Trecate, e sîibito dopo il mezzodi, appena spirato 
l'armistizio, Tesercito vendicatore metteva il piede sul no- 
stro suolo, che se noi saremo uomini divehterà alla fine 
sacro e indipendente : la vittoria arrise aile nostre armi. 
e il nimico dovette già cedere al valore dell'esercito no- 
stro. Abitanti délia città e provincia di Oomo î L'ora fatale 
per noi è suonata; il Governo délia violenza, l'abborrito 
Austriaco ha lasciato queste terre non sue. Voi avete armi, 
condottieri e mezzi d'ogni sorta a perseguirlo e impedire 
ch'egli ritorni a insozzare le ridenti vostre contrade ; ma 
ricordatevi una volta, che la libertà è dura a conseguirsL 
e che nessun popolo è veramente popolo su la terra, se non 
sa impugnare e trattare le armi.... » (1). — Queste parole 
infiammarono vie piii gli animi dei Comaschi, già ardenti 
per la guerra; i quali d'ogni parte délia provincia cor- 
sero numerosi alla città, facendovi viva istanza d'essere 
condotti sollecitamente contra il nimico; ma Francesco 
Giovio — che presiedeva al suprême Maestrato dei citta- 
dini — avversissimo a quelle rimostranze bellicose, pur ri- 
spettando gli accorsî al supposto Usogno — corne egli stesso 
ebbe a dire — rimandoUi aile loro case (2) ; fatto questo 
che învalidô gli sforzi dei Comitaio, e spense raolto di quel- 



(1) Taie manifesto, sottoscritto da Giorgio Baimonâi e da Pietr* 
Nessi, fa pnbblicato in Como il 24 marzo 1849. 

(2) n 28 marzo di qneli'anno 1849, dei conte Francesco Giovio, im- 
periale e regio deUgato di Como, il maresciallo Radetzky sGrivera 

qnanto segue : « non si saprebbe corne fare elogi al coraggk 

civile, alla fermezza e prudenza con la qnale ha sempre opeiato 3 
conte Giovio nella sua qnalità di présidente délia Commissione mnni- 
cipale di qnesta città. » Le qnali parole di elogio ci fanno conoaceie, 
essersi il conte Giovio cnrato solamente degli interessi dell'Anstm, 
poco nnlla délia libertà patria. 



Digitized by VjOOQIC 



YENBZIA E UNOABIA 307 

l'entusiasmo, di cui tanto abbisognano le guerre naâonali. 
Le lettere arrivate il 24 da Gallarate apportavano liete 
novelle dal campo. = Gli Austriaci, cosi dicevano, dopo 
arere due volte teutato Novara, trovarsi allora in perico- 
losecondizioni; ayvegaachè le armi di Sardegnà impedish 
ser loro lo indietreggiare verso il Ticino, e a grossa schiera 
d'imperiali avessero levata ogni via alla ritratta. = Il Muni- 
cipio, che pur deve fare qualche cosa, décréta l'ordina- 
raento délie Guardie NazionalU- cm vuole affidata la tu- 
kla delVordine jpubUico e délia sicurezza interna délia 
cittày che perô nessuno minaccia turbare- Combattuto da 
coloro, che aveano il dovere di sostenerlo e aiutarlo nella 
sua missione, il Comitato di difesa il 26 di quel mese di 
raarzo risegnava il proprio officie. Nello accomiatarsi dai 
jiuoi concittadini diceva di essere costretto a ciô fare, per- 
ché impedito di liberamente operare; ritenersi perô mal- 
levadore degli atti da esso compiuti. — Saputasi taie rinunzia 
in sul mezzogiorno del 27, il popolo, raccoltosi numeroso 
al Lîceo per provvedere alla bisogna, délibéra doversi chie- 
dere al Munîcipio la creazione d'un Governo temporaneo, 
il quale, nel prendere la somma délie cose pubUiche délia 
città e provinda di Com^, abMa a gagliarda7nente coor 
diuvare alla cai^sa per la qiuzle si combatte sul Ticino. 
In quella giugne un cittadino ad annunciare il disastro di 
Novara e le tregue fermate dai guerreggianti; il popolo, 
fortemente commosso da si infausta novella, chiede armi 
per difendere se e soccorrere a Bergamo e a Brescia, che 
sa minacciate dal nimico. A tali generosi propositi s'op- 
pongono i partigiani deirAustria, i quali, fidato aile Ghuardie 
Nazionali — composte di probe persone -— il carico di 
respingere le bande armate che dalla campagna tentassero 
introdursi nella città, consigliano ai Comaschi d'attendere 
Tesito délia guerra, che arde sul Ticino, la quale deve ri- 
solvere la contrastata sorte délie provincie lombarde, e 
di continuare ad essere fedeli osservatori délie leggi che 
11 reggono, in pari tempo confidando nello zelo del savio 



Digitized by VjOOQIC 



308 CAPITOLO VII 



lor Maestrato e nel senno de' suoi consiglieri. — È il 29 
marzo. La novella, con mala arte sparsa per Gomo, d'una 
vittoria délie armi italiane su le imperiali e dello indin- 
treggiare di queste al Mincio, caccîa nella massima confii- 
sione glî abitanti, perô che molti di essi, certiasimi délia 
falsità di taie notizîa, si sforzassero d'impedire una solle- 
vazione, già minacciante di prorompere; e alcuni al tri, 
che ritenevano vera, perché tanto desiderata, la vittoria 
deiresercito régie, si maneggiassero a levare i cittadini in 
su rarme : onde questi, da timori e speranze agitati, pieai 
di incertezze non sapevano a quai partito appigliarsi; e i 
momenti correvano supremi. Montre pochi animosi, dopo 
avère corsa la città per chiamarla aile armi, riunivansi a 
moltissimi del popolo In su la piazza di porta Torre per 
eleggere un Comitato di difesa, arrestavasi un coinmissarîi> 
austriaco, certo Mader, dal quale e da alcune lettere pi- 
gliate per sorpresa venivansi a conoscere i tristi casi délia 
guerra! Tutto era finito! poche ore appresso gli imperiali 
rioccupavano Como ; dei cittadini, che avevano avuto part*» 
al moto, i piii esularono; non pochi patirono prigîonia; 
alcuni, la morte. 

n 20 marzo una schiera di cencînquanta armati lombanîi 
entrata nel lago Maggiore ad Arona e scesa in brève ora 
su la spiaggia d'Angera, camminava sopra Gavirate, ove 
giugneva il mattlno del di seguente. Guidavala Gabriel»^ 
Camozzi; il quale, imbarcati parimenti ad Arona per La- 
veno cinquemila e cinquecento schioppi datigli dal Govemo 
sardo per li sollevati dell'alta Lombardia, doveva ripigliarli 
a Gavirate, e senza por tempo in mezzo recasi a Varese, 
a Como, a Lecco, a Bergamo e a Brescia — punto strate- 
gico délia sollevazione — instituendo dovunque Comitati 
di difesa; e, opérande aile spalle e contra il fianco destro 
degli Austriaci, armare le popolazioni délie montagne per 
molestare con esse il nimico nel suo avanzarsi verso il 
Ticino, divertirne Tattenzione e le forze, montre i régi com- 



Digitized by VjOOQIC 



YENEZIA S TTNOABIA 309 

batterebberlo di fronte : questa la missione di Camozzi, che 
a nessuûo migliore di lui potevasi affldare, e che egli as- 
sunse in nome délia Sardegna (1). Da Gavirate andô con 
sua banda a Varese e, dopo avervi instituito un Comitato 
e date a questo da quattrocento scbioppi, portossi a Como ; 
ove appena giunto — e fu in sul cadere del 22 marzo — 
intese alla costituzione di un Comitato promovitore di sol- 
levazione. Fatto accorto, come opéra efficace ad essa si 
potesse dare solamente da un Commissario del Governo 
sardo, soUecito chiedevalo a Torino. Lasciati in Como du- 
gonto schioppi, il 23 entrava in lago con sue genti, armi 
e munizioni di guerra, e il mattino del giorno appresso 
scendeva a Lecco; ordinatevi le Ouardie Nazionali e prov- 
vedutele di cencinquanto schioppi, afTorzata sua schiera 
di cento volontari lecchesi e rimessosi in cammino entrava 
in quel di Bergamo. Il di vegnente, 25 marzo, occupava 
questa città, la cui rôcca munita d*alquanti cannoni e di 
mortai, e presidiata da più di trecento imperiali, era stretta 
d'assedio dai cittadini; che, poco dopo l'arrivare di Camozzi, 
con lo aiuto degli accorsi dalle circostanti valli e dalle 
vicine montagne, prendevano a trarre contra i nimici, I 
quali rispondevano con le artiglierie. Il giorno appresso, 
visto non potere ottener vantaggio veruno senza l'aiuto 
di cannoni, Gabriele Camozzi sospese le armi per istringere 
piii da vicino la rôcca; al quale intente asserragliô le vie 
coaducenti a quella, in pari tempo creando un Comitato 
per la difesa e le oflfese; indi mandô a chiedere al Governo 
di Torino délie artiglierie per espugnare la rôcca. Le cose 
erano bene avviate e l'entusiasmo sempre crescente nei 



(1) Gabriele Camozzi fàceva parte délia Commi»9ioi%e dei lavori stch 
tistiei, che inuanzi IL cadere del 1848 era stata instituita dal ministro 
PîaellL Scopo di essa era di raccogliere i mezzi opportun! a promno- 
Tere la soUevazione armata nelle provinde lombardo-venete, e fomire 
Ai Ministro sopra le armi le notizie di quelle provincie che potevano 
tornare util! ai preparamenti délia nuova guerra. 



Digitized by VjOOQIC 



310 CAPiTOLo vn 



cittadini era promettitore di felici risultamenti, allora che 
a mezzo il 27 marzo arrivava lettera d'Arona portatrice 
délia notizia délia rotta di Novara (1). Camozzi, il quale 
crede potersi la perdita di una giornata vendicare con una 
vinta, e che la destra deiresercito italiano puô sul Ticino 
e STil Po riparare al maie operato dalla sinistra sotto le 
mura di Novara, délibéra di tenersî in Bergamo, da dore 
puô promuovere e bene ordiuare la soUevazione deU'alta 
Lombardia. Se non che, continuando a ricevere notizie 
sconfortanti délie faccende délia guerra, e nella notte del 
29 al 30 marzo saputo dello awicinarsi alla città di duemila 
e cinquecento Austriaci, nella speranza di poter fare lunga 
e valida resistenza in Brescia — cui aveva già spedito aiuto 
d'armi o di armati — risolveva recarvisi con quanti ani- 
mosi volessero seguirlo. In fatto, il mattino del 30 mosse 
con grossa schiera d*armati alla volta di Brescia, e poco 
dopo il mezzodi del primo aprile recatisi in mano i passi 
del Mella, il ponte délie Grotte e di San Giovanni tenuti 
dai nimici, pervenne ai coUi che si alzano presse qnella 
città. Awertito poscia, avanzarsi da Ospedaletto, Chiari e 
Palazzolo forti prese d' Austriaci, Camozzi riuniva sue genti 
nei dintorni di Ponte délie Grotte 9 di Torricella, Quivi a 
notte innoltrata era improvvisamente assalito dai nimici, 
i quali col favore délie ténèbre avevano potuto, non visti, 
awicinarsi a' suoi campi. AU'assalto vigorosamente dato, 
i volontari lombard! opposero gagliarda difesa: onde gli 
Austriaci furono costretti a dirtreggiare. In sul mattino del 
nuovo giorno, veduta sventolare sul castello di Brescia la 



(1) Era lettera di ToieUi, U qnale il 25 marzo da Arona scriveya a 
Camozzi cosi: u Ora, caro amico, non ci resta piû nolla a fiare, raa 
tntto pel fatnro; poichô sono lontano dai dispeiare délia causa ita- 
liana..... conviene far rîpassare i conôni agi! schioppi, e mandarli, se 
ô possibile, a Cannero, altrimenti andranno nelle mani del nimico. 
Addio, mio caro; sono occnpatissimo e non ho tempo di tratteneimi 
piû oltre. n 



I 



Di^itized by VjOOQIC 



VBNSZIA X UNOABIA 311 



bandiera bianca e saputo délia resa délia città, Camozzi, 
reputando inutile ogni ulteriore resistenza — molto piîi che 
andavano confermandosi le novelle délie tregue di Novara 
— toltosi giù dalla impresa, retrocedeva verso Iseo, e qui 
giunto licenziava sue genti. Cosi ebbe fine la missione di 
Gabriele Camozzi ; e in Lombardia, tutta ritornata sotte il 
dominio di casa d'Austria, cosi posô la seconda guerra 
délia indipendenza italiana ! Allora gli impeViali, cbe ave- 
vano combattuto sul Ticino, portavansi su le lagune ad 
oppugnare Venezia, la quale con somme sue onoro e con 
onore dell'Italia altresi — perô cbe tra i difensori di quella 
strenuissima città si trovassero figli d'ogni parte délia pe- 
nisola— resisteva tuttavia e vittoriosamente aile nimiche 
armi assediatrici. 

All'annunzio del disdire délie tregue di Milano e dello 
scendere di Sardegna armata contra l'Austria, Brescia 
rlempissi di gioia e preparossi ad aiutare l'impresa del- 
Tesercito liberatore, pigliando le armi per minacciare aile 
spalle i nimici délia patria. Pieni d'ira per le atrocità e 
gli insulti di Appel e del ferocissimo Haynau patiti durante 
il yemo^ i Bresciani jsalutarono con entusiasmo il ripren- 
dersi délie ostilità, sperando avrebberli condotti a indi- 
pendenza e libertà. n 16 marzo, messe a presidiare il 
castello da cinquecento soldati, il luogotenente maresciallo 
Appel, col reste di sue genti, camminava sopra Milano, 
lasciando negli ospedali militari délia città settecento dei 
suoi ammalati. Se tutti i Bresciani erano preparati a sol- 
levarsi al grido di guerra cbe stava per alzarsi sul Ticino, 
discordanti perô erano tra essi su la opportunità del tempo ; 
dai più prudenti volendosi cbe si venisse alla presa délie 
armi quando si conoscessero le prime mosse e la prima 
vittoria dei régi; ma dai piii ardimentosi, cbe senza por 
tempo in mezzo si assaltasse e si espugnasse il castello, 
minacciante sempre danni e rovine alla loro terra. Dai 
subito prorompere li r atténue "Giovanni Zambelli — il capo 



Digitized by VjOOQIC 



312 CAPITOLO VII 



del supremo Maestrato dei cittadinl — cui Appel, partendo, 
aveva dato il carico di conserrar Brescia, con raiuto délie 
genti d'armi lasciategli, in fede aU'imperio. Già inviso alla 
popolazione e allora venutole in odio per le dissennate 
parole scritte in un manifeste alla città, Zambelli faceva 
rinunzia al suo officio. Surrogavalo l'avvocato SaJeri, la 
cui provata onestà e i cui sensi generosi, ai quali erasi 
sempre inspirato, e il preclaro ingegno avevanlo fatto 
amare daU'universale. A proteggere l'ordine pubblico — 
che in quel momenti di forte commozione avrebbe potato 
facilmente essere turbato — Saleri chiamava con istanza 
al comandante del castello la istituzione d'una goardia 
cittadina; e il comandante austriaco gliela concedeva 
promettendo per lo armamento di essa quattrocento scia- 
bole, ridotte poi a sole quaranta. In questo mezzo il Co 
mitato aveva raccolto sui vicini colli signoreggianti la 
città da trecento uomini, provveduti d'armi col danaro 
pervenutogli da Torino (1). L'apparire di taie banda inco- 
raggiô i Bresciani a pronta soUevazione, alla quale vie 
piii li spinsero le esorbitanti pretonsioni del comandante 
austriaco, che il 23 marzo cMese al Municipio la restante 
parte d'una grossa multa — pep tre quarti sborsata già — 
nel passato inverno da Haynau stata imposta alla eittà in 
punizione dei sentiment! ostili al Governo impériale da essa 
francamente e più volte manifestati. Saputa la quale cosa. 
il popolo corse tumultuante al Municipio, non solamente a 
protestare contra il soddisfarsi di si ingiusta imposizione(2), 
ma eziandio a invitare il supremo Maestrato a non fornire piii 
di vettovaglie il presidio del castello. Mentre ciô accadeva, 
il comandante militare délia città, recatosi al Municipio 



(1) La prima banda armata, che apparve sui colli bresciani, era goi- 
data dal parroco Pletro Boissava, nel quale al cnlto del Signore Iddio 
andava compagno quello délia patria. 

(2) Ai ladri pi&mbo, non oro! gridayano i Bresciani minacciosamente 
contra gli Anstriaci. 



Digitized by VjOOQIC 



YENEZIA B UNOABIA 313 

per quel danaro, veniva fatto prigioniero dal popolo e tratto 
fuor di Brescia, proprio allora in cui una mano di auda- 
cissimi cittadiai impadronivasi di alcuai carri di munizioni, 
di viveri e di buona parte délia scorta. la quella giugae- 
vaiio dal Piemonte Martiaengo, Maffei e Borghetti appor- 
tatori di fauste novelle: = La guerra, narravano essî, 
volgere a bene; Tesercito Sardo, riunito presso la Gava, 
aver sorpreso e fatto strage degli Austriaci usciti di Pavia 
— e ciô era falso; — una schiera di régi, superato il 
Ticino a Boflfalora tenere Magenta — e cià era vero, ma 
appena in parte; — onde essere lecito sperare che il re 
Carlo Alberto già campeggiasse Milano; Gabriele Camozzi 
trovarsi dinnanzi a Bergamo con moite bande armate; e 
il Comitato di Torino avère spediti in Lombardia sette mila 
schioppi, dei quali due mila per Brescia. — A tali novelle 
crebbe si fattamente lo entusiasmo per la guerra nel po- 
polo, che, quando il nimico prese a trarre dal castello con 
ie artiglierie — e f u nel mezzo délia notte 23 marzo — î 
cittadini, risoluti di rispondere alla offesa con Toffesa, cor- 
revano al Municipio in cerca d'armi; non trovandone, 
perô che non fossero ancora arrivate quelle attese da 
Torino, la mattina vegnente irrompevano negli ospedali 
militari e vi pigliavano le poche dei soldati, ivi giacenti 
infermi. Intanto il cittadino Sangervasio — surrogato a 
Saleri, a letto per una caduta — chiamava a comporre un 
Comitato di difesa Tingegnere Oontratti e il dottore Cas- 
sola; i quali sollecitamente spedivan fuora dei commissari 
a raccogliere armati, e in pari tempo nominavano Gom- 
missioni per Tordinamento di guardie cittadine, per la 
compera d'armi e munizioni. Il 25^ in un manifesto agli 
abitanti, invocato da prima l'aiuto di coloro che avevano 
dato chiare prove d'amor patrio, invitavano quelli che 
possedevano armi, a scriversî negli ordini délie Guardie 
^azionalî. € Nessun privato interesse, cosi diceva il Go- 
mitato, nessun timoré poterli trattenere daU'accorrere alla 
chiamata; acquisterebbe infamia chi negasse Topera propria 



Digitized by VjOOQIC 



314 CAPITOLO VII 



in momenti tanto decisivi per la salute délia patria. > 
Le vie délia città chiudevansi poscia con forti serragli:e 
parimenti munîvansi di serragli le porte délia città; i 
quali, nel rendere più valida la difesa, accrescevano 
coraggio nei cittadini per la lotta, chô avevano risoluto 
di sostenere sino allô ostremo, lotta tanto disuguale per 
numéro e potenza di armi. Il mattino del 26 il Comitato, 
avvertito dello avvicinarsi d'una schiera nimica — due 
battaglioni di fanti, due cannoni e un drappello di caval- 
leggieri — spediva a Nugent, che la capitanava, tre citta- 
dini per chiedergli gli intendimenti suoi; eil générale ri- 
spondeva: ~ Voler che Brescia, distrutti i serragli chêne 
sbarravan le vie, e posate le armi, gli si arrendesse a 
discrezione. = Respinta taie ingiuriosa proposta, Nugent 
venne sopra la città; allora .cominciô il badaluccare con 
le bande scese contra lui dai vicini coUi; le quali pero, 
sopraffatte dal numéro degli Austriaci, dopo brève zuffa, 
tornavano ai loro campi ad aspettarvi gli aiuti promessi 
e impazientemente attesi dal Comitato di Torino. In Brescia 
il suonare a stormo délie campane, nello awertire il popolo 
dello appressarsi dei nimici e nel chiamarlo aile difese 
minacciate, grandemente infiammavalo di nuovo ardore 
di guerra. 

Erano le due pomeridiane del 27, quando Nugent — che 
poco innanzi aveva ricevuto sussidio di genti e di cannoni 
— assaltava porta Torrelunga con quattro mila fenti e 
cinque artiglierie, e dal castello fulminava la città, pren- 
dendo persino di mira e bene imberciando Tospedale; la 
quale cosa, contraria agli usi di guerra di nazione civile, 
induceva il Comitato di difesa ad awertire il comandante 
del castello, che metterebbe a morte dieci soldati — dei 
taati che aveva in sua mano — per ogni bomba fosse 
ancora per cadere sul nosocomio cittadino; il quale d*allora 
fu rispettato. Allô scendere del giorno Nugent riedè a' suoi 
campi di Santa Eufemia, ma i Bresciani non per questo 
allontanaronsi dalle loro difese per timoré di sorpresa 



Digitized by VjOOQIC 



YBNEZIA X X7NOABIA 315 

nimica o di improvviso assalto. Nel combattimento del 27, 
che dupô quattro ore, i difensori patirono lievissime per- 
dite; gravi, quelle degli assalitori. Nella sera del di se- 
guente un pugiio d'animosi, guidati da Speri, usciva di 
porta Torrelunga fiancheggiato a sinistra dalle bande 
campeggianti i vicini colli; incontrata presse San Fran- 
cesco di Paola una grossa presa d'iraperiali, con grande 
impeto l'affrontava. La zuffa, rabblosamente fiera, non potè 
durare a lungo; avregnachè i Bresciani, per non venire 
a mano del nimico, il quale con forze preponderanti di- 
molto tentava accerchiarli, dovessero presto indietreggiaro, 
lasciando sul terreno alcuni dei loro morti o feriti, e 
cinque prigionieri degli Austriaci. — Il 28 arrivavano in 
città le novelle dei tristi casi di Novara, non tutte vere, 
non tutte false; dicevano esse, che Carlo Alberto, vinto 
non per valore dei nimici, sibbene per tradigione de' suoi, 
aveva abdicata la corona in favore del Duca di Savoia, 
dal quale era stata siibito fermata una tregua con Radetzky ; 
ma il Parlamento Subalpine, gridata la decadenza di casa 
Sabauda dal trono, aveva croate Chrzanowski dittatore e 
comandante suprême délie armi di Sardegna ; il quale poi, 
purgato l'esercito dai traditori, rotte le tregue e tornato 
aile oflfese, aveva vittoriosamente combattuto il 25 e 26 di 
quel mese di marzo, e costretto il maresciallo a ripararsi 
dietro l'Adige. — In quel giorno medesimo, 28 marzo, da 
alcune lettere di Radetzky, pigliate per sorpresa, seppesi 
dell'abdicazione di Carlo Alberto e délia sospensione d'armi 
sottoscritta da Vittorio Emanuele e dal maresciallo. In tanto 
contraddirsi di notizie si gravi il Comîtato di dîfesa, pîu 
inchino a repubblica che a monarchia, in un manifeste ai 
cittadini, pubblicato il giorno appresso, parlava cosi: = 
Sine a quel di essersi curato délia guerra sol tanto, nulla 
délie quistioni politiche, che agitavano Tltalia; ma i casi 
di Novara avendo tolto il vélo del dubbîo e fatta conoscere 
la verità, senza esitazione chiamando traditore Carlo Al- 
berto acclamava Chrzanowski lîberatore d'Italla. Il quale, 



Digitized by VjOOQIC 



316 CAPiTOLO vn 



ripresa la guerra dal Re posata a Novara, aveva combat- 
tuto con vantaggio taie gli Austriaci da costringerli a 
ritrarsi alFAdige e a cedergli, in virtù di patti fermati 
con lui le fortezze di Mantova e Peschiera. « Bresciani, 
cosi il Gomitato, se questa vittoria ci assicura già la indî- 
pendenza, nessuno per qualche giorno ci puô salvare dalla 
vendetta del Croato, tranne il vostro valore. Probabilmente 
saremo presto assaliti dal nimico, perô inferiore a noi di 
numéro; e sebbene egli abbia il vantaggio délie bombe, 
noi abbiamo quelle del coraggio e délia santità délia nostra 
causa. » — Buona parte dei cittadini, cui il mal governo 
délia passata guerra aveva spento la fede un di riposta 
piena e intiera nel re Carlo Alberto, ritenuto questi tra- 
ditore, acclamava la repubblica; da quel giorno i Bresciani 
andarono contra i nimici con bandiera rossa, in Italia 
simboleggiante Governo di Popolo. Nugent, che il 27 aveva 
con suo danno assaggiato il valore dei difenditori di 
Brescia, veggendo impossibile ridurre aU'obbedienza la 
città rubelle con le armi che teneva, mandava per aiuti; 
e, avuti da mille cinquecento uomini e tre cannoni, in su 
le ore pomeridiane del 30 muoveva da Santa Eufemia a 
nuovo assalto. Ributtate dai colli le bande armate ebe 11 
occupavano, faceva impeto contra Torrelunga, mentre le 
artiglierie del castello fulminavano la città; per la seconda 
volta respinto, Nugent riedeva al suo alloggiamento di 
Santa Eufemia, ove nella notte giugneva da Verona il 
maresciallo Haynau. Il quaie, appena entrato nel castello 
per la porta di Soccorso con un battaglione di fanti e 
compiuta Tossidione alla terra coi sussidi seco condotti« 
facevane la chiamata, minacciandole saccbeggio e tutti gli 
orrori d'una presa per assalto, se si ostinasse nelle resi- 
stenze. « Bresciani, diceva egli, voi mi conoscete ; io sono 
uso a tenere la parola data, » Il suprême Maestrato, riu- 
nitosi allora per discutere su ciô cbe meglio convenisse 
operare in quel momento pieno di pericoli, deliberô di 
deputare ad Haynau quattro cittadini ; i quali, dopo avergli 



Digitized by VjOOQIC 



VEXBZIA E UNOABIA 317 

riferite le novelle ricevute dei casi délia guerra, dovevano 
chiedergli una sospensione d'armi per due giorni allô 
scopo di evitare inutile spargimento di sangue ; nel quai 
tempo sarebbesi potuto conoscere il vero stato délie cose; 
ma niegando Haynau di accordare la tregua domandata, 
il popolo, fatta risoluzione di resistere flno allô estremo, 
corse numeroso aile difese. — Suonavano le due pome- 
ridiaue del 31 marzo, allora che le artiglierie del castello 
e i cannoni da campo prendevano a trarre contra la porta 
Torrelunga, l'obbietto del primo operare del nimico; cui, 
dopo tre ore di combattimento, riesciva a superare da 
quella parte le mura e a portarsi ai primi serragli, che 
cbiudevano le vie délia città, ed eziandio in sul cadere 
del giomo a insignorirsi di quelli che sbarravano le di- 
scese dal castello. La notte non poneva fine al combattere, 
perô che Haynau, il quale, ad ogni costo, voleva recarsi 
in mano la città, facesse conati inauditi per invaderla; e 
i fortissimi difenditori di quella, deliberati di salvarla, 
gliela contrastassero con valore e virtù superiori ad ognî 
elogio. A vendicarsi di tanta ostinata resistenza, i soldati 
di quel capitano, che per sua efferatezza fu soprannomato 
il tigre, saccheggiarono e incendiarono case, uccisero 
non solamente quanti venivano a loro mano con le armi, 
ma spensero barbaramente vecchi, fanciuUi e non poche 
donne, dopo aver fatto a queste patire il massimo degli 
oltraggi. n suprême Maestrato, ritenendo omai impossibile 
resistere più alungo aU'assalitore, tanto potente per nu- 
méro, mostravasi inchino a dedizione; ma il Comîiato di 
difesUy il quale, ponendo tuttavia molta fede aile notizie 
nielle vittorie di Ohrzanowski, voleva si resistesse, anche 
nella certezza di prossimo aiuto (1), e salvare cosi Brescia 
dalVeccidio minacciatole dal générale nimico. Al ferme 



(1) Era la schiera di Gabriele Camozzi, che il 80 marzo aveva av- 
vertito il ComitcUo del sno partir di Bergamo per Brescia. 



Digitized by VjOOQIC 



318 CAPITOLO VII 



volere del Comitato plaudi il popolo ; il quale, abborrendo 
la resa, erasi preparato aile ultime resistenze ; se non che, 
quando gli fu noto che una grossa schlera di imperiali, 
già campeggiante Chiari, avvicinavasi alla città, disperando 
di soccorso, risolvette di seguire il Comitato; che, fatta 
allora rinunzia al proprio offlcio, aveva deliberato d'uscire 
alla campagna con quanti armati sarebbegli dato di met- 
tere assieme, e irrompere contra i nimici per aprirsi nna 
via ai monti, a farvi guerra guerreggiata, minuta, sino 
al giugnere dell'esercito di Chrzanowski, al quale ai uni- 
rebbe; generoso disegno, perô a mandarsi a eflfetto impos- 
sibile. Libero d'operare, corne meglio credeva, il Maestrato 
dei cittadini inviava al campo nimico dei commissari a 
trattare la resa, la quale venue patteggiata cosi: = Cou- 
cedere Haynau salve le vite e gli averi dei pacifici citta- 
dini; dovere questi posare le armi, rendere i prigionieri, 
disfare i serragli e levare tutti gli impedimenti che 
chiudevano le vie; in fine, consegnare al générale sei 
ostaggi = (1). Tali patti, che il Municipio fermô col nimico. 
vennero subito rotti da Haynau; il quale, sprezzatore d'ogni 
fede, a vendicarsi délia strenua resistenza dei Bresciani. 
permise a' suoi soldati di porre a ruba moite case e 
compiere le atrocità più barbare eidelitti piîi turpi:cosi 
bruttô se d'infamia incancellabile e contaminô la bandiera 
deirAustria (2). Gravi furono i danni dei guerreggianû 
• nella giornata del 31 marzo, soprammodo quelli degli impe- 
riali. « In questo combattimento, scrisse allora Haynau (3), 



(1) Haynau minacciô i Bresciani di incendiare le case, dalle quaîi 
avesse ad nscire una moschettata, e mandare a morte Tautore. 

(2) Nella relazione délia presa di Brescia al maresciallo Badetzky. 
dopo aver fatto l'elogio délia difesa oatinata e persévérante dei citta- 
dini, Haynau disse u che, per le gravi perdite soferte, aveva eoman- 
dato di non fare prigionieri; n e confessô u che i suot soldati erof^ 
trascorsi a brutti eccessù » 

(3) Belazione d'Haynau a Badetzky. = All'impresa di Brescû forti 



Digitized by VjOOQIC 



YEKEZIA X UKOABIA 319 

ostinato e micîdîale» abbiamo a lamentare considerevoli 
perdite. » — Brescia era appena venuta a mano del nimico, 
quando non lungi di sue mura vedevasi comparire Gabriele 
Camozzi (1) con una schiera di cinquecento armati; il 
quale, ignorando la dedizione délia città al nimico, univasî 
aile bande che tenevano, come già dissi, i propinqui coUi, 
per tentare assieme il campo austriaco. Ei poneva il suo 
a Fantasima e a Torricella, e le prime ascolte sul Mella, 
presso Ospedaletto; le quali, assalite nella notte dai nimici, 
non estante la forte difesa délie poche che vigilavano, 
venivano tagliate a pezzi dagli imperiali; cui perô maie 
riesciva Tassalto improvviso date nella notte stessa al 
grosso délie forze di Camozzi, campeggianti le vicine 
alture. Il di vegnente, avvisato délia resa di Brescia e 
dello appressarsi di schiera poderosa d'Austriaci, Gabriele 
Camozzi dietreggiô verso Iseo; veggendo poscia nulla po- 
tersi più tentare a vantaggio délia patria, licenzio le sue 
genti. Allora la guerra posô in Lombardia; e TAustria 
tornô a imperarvi con l'usata potestà assoluta! — Nei 
primi giorni del governo d'Haynau — dei piii feroci che si 
conoscano (2) — Brescia vide molti suoi flgli sentenziati 
a morte senza essere stati giudicati! tanto strazio cessô 
il 5 aprile, nel quale di Appel promise che nessuno più 
verrébhe moschettato, se non condannato da regolare 
processo. 



danni toccarono ai cittadini; maggiori perô agli assalitori, che ebbero 
morto il générale Nagent, il colonnello Fayanconr e il luogotenente co- 
lonnello MilitsE. 

(1) Tardi arrivô Gabriele Camozzi, cansa le grosse pioggie, che ave- 
yangli reso penoso e Inngo il camminare. 

(2) a Ayeva egli, cosi Anelli scrisse d'Hajnan nella sua Storia d'Ilalia^ 
minacciato di punir Brescia a ferro e a faoco se resistesse, e tenne la 
féroce promessa. Sbranati gll estinti, e gettati i peszi a Indibrio contra 
i frantnmi délie barricate (sic) ; braccia di donne, di fancinlli rotolanti 
per Taria; i prigionieri in mille barbare gnise straziati su gli occhi délie 



Digitized by VjOOQIC 



320 CAPITOLO VII 



Vincitore alla giornata di Milano del 4 agosto 1848, Ra- 
detzky aveva posto le provincie austriache d'Italia sotto il 
dominio délie leggi militari, invalidando cosi Topera di pa- 
ciflcazione del commissario impériale, il conte Moatecuc- 
coli, cui dai Miaistrl di Vienna era stato fidato il carico 
di restaurare nel Lombardo-Veneto il governo civile e gli 
ordini antichi, sconvolti dalle soUevazioni del marzo e du- 
rante la guerra da nuovi ordini stati surrogati. I mm 
corsi dalle tregue di Milano allô indirsi délia seconda 
guerra d'indipendenza furono per gli Italiani so^ettî al- 
TAustria pieni di miserie e trepidanze, di dubbi e spe- 
ranze, di timori e desidèri. Dallo abbattimento nel qnale, 
non le patite avversità, ma le feroci persecuzioni, ne la 
violenta oppressione del despotico reggimento del mare- 
sciallo avevanli gettati — persecuzioni e oppressione j 
che soprammodo ne ferivano la parte eletta — da quello 
abbattimento, io dico, rialzaronsi, quando videro la 
bellicosa Sardegna preparare armi e armati per rinno- 
vare V impresa di Lombardia. E corne sempre accade, 
cosi allora, chi per lo addietro era stato più scoraggito ♦^ 
piii sfiduciato, rilevossi piii d'ogni altro fidente nelle forze 
proprie e in queiresercito, ch'egli Tanno innanzi aveva 
gridato lîberatare cCItalia e vedeva di quoi giorni appre- 
starsi a nuovi cimenti per la sainte délia patria. — Vit- 



loro donne; e intanto il barbaro soldato sghignazzare nelle Ioto cob- 
vnlsioni di morte, e t&lora strappame i visceri e cacdarli in bocca ai 
morenti per sofTocame i gemiti estremi. » — Il maasimo sâregio che ad 
uomo ai poasa fare, aofi^va il générale Haynan Tanno appresso in Los- 
dra. Conoaclnto dagli opérai délia fabbiica di birra delli Barekr e 
Perkina, qnando la viaitava in compagnia del banchiere Rothschild, ebbe 
da qnelli il viso bmttato di apati e achiaffeggiato, e fa talmente tem- 
peatato di pngni, che non aarebbe nacito vivo dalle loro manî, se nos 
foaser ginnti in ano ainta molti cittadini e la aoldateaca del Magistral 
civile. 



Digitized by VjOOQIC 



VBNSZIA B I7K0ABIA 321 



torioso su l'Adige, sul Mincio e a Milano, ma non yinta 
Yenezia, nô domata la soUeyazione magiara, Francesco 
Ginseppe, in quel torno di tempo salito al trono austriaco 
per rabdicazîone di Ferdinando I, a presiedere ai Mînistri 
suoi, o più esattamente parlando, a reggere per lui la mo- 
narchia cercava un uomo, il quale, bene conoscendo l'in- 
dole dei tempi che correvano, i bisogni e le giuste aspi- 
razioni dei var( popoli dei diversissimi suoi Siati, sapesse 
accontentarli^ salyando perô, in tutta loro integrità e 
pîenezza, Tautorità e la dignrtà dello Imperatore; un uomo 
di mente grande e atto non solamente a comprendere la 
nécessita di nuovi ordini, ma eziandio a concepirli e a 
disegnarli; in fine, forte e operoso per mandarli a effetto: 
un tanto uomo il Sire austriaco Tebbe nel principe Felice 
di Schwarzenberg; il quale, gi& Ministro di Ferdinando, 
veaiva da Francesco Giuseppe confermato nell'offlcio suo. 
Presi a compagni nel governo délia cosa pubblica Bach, 
Stadion e De Bruck — per ingegno e sapienza ammini- 
stratira tenuti in grande stima dairuniversale, e che ave- 
vano già fatto buona prova nei giorni délie passate popo- 
lari commozioni — il principe Ministro tanto adoperossi 
da indurre il giovane suo Signore ad assicurare ai sudditi, 
nel manifeste dei marzo 1849, quelle leggi che a libero 
Stato si convengono: donde dovevano venir loro l'egua- 
gllanza deidiritti e il rispettoalle diverse natnralità, tanto 
da quelli sospirato (1). Cosi la casa d'Absburgo, la quale sino 
a quel giorni aveva imperato sopra genti schiave, sarebbe 
per trovarsi, di 11 a poco, in mezzo a popoli liberi ; e la 
monarchia, spenta affatto la feudalità e tutta rinnovata da 



(1) Alla Dieta dell'impeiio, tenntasi in Krenuddr, il pzineipe Schwar- 
zenberg ayava detto, che Governo dello Lnperatore mantenebbe ai 
popoli Biioi le loro libertà; aBsicarerebbe ai Comimi, con vna legge li- 
bérale, ramministrazione degli interessi locali; e che il Lombardo-Ve- 
neto, formata la pace, troverebbe nella sua nidone tâVAuêtria eostUth 
zionaU nna secnra goarentigia di sua natoralità. 

21 — Vol. Q. MiRUKi -^ Storia poL « mU. 



Digitized by VjOOQIC 



322 CAPITOLO YII 



institazioni iaformate a priacipi in ariuonia al moderno 
iacivilimento, non tarderebbe a vivere di vita civile, per 
lo passato non vissuta mai, e promettitrice di un'èra pro- 
spéra e felice. Le speranze allora concepite dai popoli. 
non estante il buon volere del principe Schwarzenberg, 
presto svanirono! Nella assoluta impossibilità di rifornire 
di danaro Terario esausto con lo accrescere le imposte, 
già quasi insopportabili, ne d'altri prestiti aggravare il 
debito dello Stato, già énorme, egli sarebbesi appigiiato 
airunico espediente che rimanevagli per prowedere allô 
imperioso bisogno con sarie économie, primissima quella 
di ridurre a giusto numéro l'esercito, consumatore di buona 
parte délie rendite pubbliche, se non gli si fossero oppo- 
ste le nécessita délia guerra, che ardeva tuttora in Un- 
garia e su le venete lagune, e soprammodo poi la fazione 
militare. La quale, balda per le vittorie guadagnate l'anno 
innanzi sùl Mincio, e che dicevasi secura di rinnoraple 
tra brève sul Ticino, era divenuta oltrepotente in Cone 
dello Imperatore: onde le riformagioni, lo Statuto e tutto 
quanto di libérale era stato conceduto o promesse erano 
di 11 a poço abrogati. 

I popoli délia Lombardia e délie Venezie appena seppero 
che Francia e Inghilterra, disperando di menare a coq- 
cordia e a pace Austria e Sardegna, avevano il 16 febbraio 
di queU'anno 1849 rotte le conferenze di Bruxelles, indo- 
vinando essere vicina Tora délia riscossa, pieni d'entn- 
siasmo e fede s*apparecchiarono a levarsi in su Tarme, 
per uscire alla campagna contra il nimico dltalia alla 
chiamata del Re Sabaudo e al primo romoreggiare del 
cannone sul Ticino. Dall'Alpi al Po uomini e cose trova- 
ronsi allora in preda alla piîi grande commozioneîcessate I 
le dolorose incertezze loro sorrisero le piii liete speranzo: 
e il giorno stesso dello spirare délie tregue, insofferenti 
di îndugio, destarono nelFalta Lombardia moti di guerra, 
alzando in Como, Lecco, Bergamo, Brescia e nelle circo- 
stanti valli il vessillo nazionale. Gli strepiti délie armi 



Digitized by VjOOQIC 



YENBZIA B UNOJIBIA 323 

combattenti nel Piemonte invaso accrebbero nei forti Tar- 
âire, e la noyella di una grande vittoria, che la fama dî- 
ceva gaadagûata dai régi, rincuorô i pochi trépidant! ; ma 
la infausta notizia délia sconfitta di Novara, conosciutasi 
di li a brevi giorni, faceva svanire le speranze poco prima 
conœpite, e gettava in una quiète di morte quel popoli che al 
rompersi délia nuova guerra ayeano festanti salutato Tau- 
rora del giorno del riscatto, il finire délia dominazione 
straniera e il cominciare di loro indipendenza. Tanta 
sventura non potè accasciarli, nô avvilirli ; avvegnacliè, 
se sovr'essi, per la récente vittoria degli Austriaci^ mi- 
nacciosa più che mai pendesse la tirannica spada di 
Radetzky — e dal suo luogotenente Haynau a Brescia 
mutata in arma di assassine — vedessero perô nelle 
strenne resistenze di Yenezia e nelle armi di Roma 
repubblicana due àncore di sainte; per queste il do- 
lore del disastro di Novara non fu senza conforte; e 
securi che il buon diritto e la buona causa avrebbero al 
fine vittoriato, e che d'assai più grandi si è nella avrersa 
che non nella prospéra fortuna quando non si dispera, 
cosi i Lombardi serbarono allora e di poi dinnanzi ai 
loro oppressori un contegno dignitosamente severo, che 
g:li stessi nimici ebbero ad ammirare. — Il 28 di quel 
mese di marzo il maresciallo, dopo dieci giorni di lonta- 
aanza, rientraya in Milano alla testa de' suoi granatieri ; 
eccettuati i ventimila uomini i quali, in yirtù délie tregue 
di Noyara, doyeano occupée il territorio che siendesi tra 
il Po, la Sesia e il Ticino, gli Austriaci lasciavano il Pie^ 
monte. Il terzo corpo d'esercito, quelle di Appel, portayasi 
sopra Brescia, la cul soUeyazione e i tristi casi seguiti or 
ora narrammo; d'Aspre, col seconde, scendeva a Toscana 
a restaurare l'autorità del Granduca, tenendogli dietro 
Wratislaw con parte del primo; in fine, due reggimenti 
di cayalli camminayano yerso TUngaria, oye le faccende 
délia guerra yolgeyano a maie per Timperio. 



Digitized by VjOOQIC 



324 capitolO VII 



In sul cadere del 24 marzo arrivayano ia Torino notizie 
yaghe e contraddittorie degli eventi délia guerra, nessonaj 
ancora perô délia catastrofe di Novara. I cittadini, da 
quelle dolorosameate turbati, correvano allora in foUa ai 
Ministri per conoscere la yerità dei casi e togliersi m 
alla penosa incertezza in cui si trovayano; ma nolla po- 
tendo sapere da quelli» perché nnlla ayeyano ricevutodal 
campOy tumultuanti e quasi minacciosi yersayansi nelleyie 
imprecando a coloro, che erano stati cagione e capi di 
tante royine, di tantissimi lutti. Nella notte i rappresen- 
tant! del popolo riuniyansi a Parlamento per discutere e 
risolyere su ciô che meglio conyehisse operare; Brofferio 
proponeya una sùbita presa d^armi di tutta la nazione per 
serrare il nimico inyaditore entre una cerchia di ferro e 
fuoco; che si munisse Torino; che si mandassero nelle 
proyincie dei Gommessari promoyltori e ordinatori disoi- 
leyazioni popolesche contra gli Austriaci; e che i Depatati 
siedessero a Parlamento sino a che fosse cessato il peri- 
colo allora minacciante il paese» e ciô allô scopo di prov- 
yedere con soUecitudine efficace alla salyezza délia patria. 
Tardi proyyedimenti questi e non quali ayrebbeli richiesti 
la gravita délia bisogna! La maggioro parte dei Depntatf 
e i Ministri rigettarono le proposte di BrofiTerio ; innanrf 
tuttOy perché suonavano un atto di sflducia al Gtoverno dél 
Re; di poi, perché non volevano mutare il Parlamento is 
un Gomitato di sainte pubblica^ e il ministre Rattazzi eblie 
a dire, che egli e i coUeghi suoi rinunzierebbero al ion» 
offlciOy quando si délibérasse di chiamare il popolo aile 
armi. Fu paura o filacchezza che fece preferire, quasi senza 
discntere» le tregue di Novara airaudace e generoeo dise' 
gno d'armare la nazione ? lo penso essere nel vero affer- 
mande, in quella poco onorevole deliberazione avère avuto 
parte Tuna e Taltra, cui si era accompagnata la sfidacia 
nelle forze del paese. Il Parlamento subalpine non mosM 
allora quella forte, quella maschia virtù, che sempre, mi 



Digitized by VjOOQIC 



YXNXZIA X UKOABIA 3S5 

soprammodo nei momenti di pericolo, devono possedere i 
rappresentaati del popolo. — Il 27 marzo naovi Miaistri 
yeaiyaao davanti alla rappresentaoza aazioQale(l); tra 
essi» Pier Dioaigi Piaelli; il quale, per awantaggiarsi del« 
Taora popolare, di eut godeva tuttavia Viacenzo Gioberti, 
Tareva voloto a compagao; Ministro perô aenzA portafoglif 
allô scopo di poterselo allontaaare, tosto che il Governo si 
fosse afforzato e gli aaimi délie popolazioni avessero ra- 
cquistata la tranquillità usata; ciô eh'egli fece dl li a non 
molto, inyiandolo oratore sardo presso la repabblioa Cran- 
cese. n quale offleio ei teaae brève tempo ; ayyegnaehè, 
veggendosi in nessua conto, anzi a belle studio trascnrato 
dai coUeghi, presto da quello sô liceoziasse : taie il Pinelli, 
tali i Ministri chiamati a reggere lo Stato in quei mo- 
menti cosi difâcili ! — Appena entrati in Parlamento il 
depatato Lanza chiese loro, corne mai un esercito di een- 
treniamila uomini si sia lasciato vincere da cinqikinta' 
nUla Croatiy in dir ciô mostrando un foglio arrivatogli dal 
campo, sul quale stavano scritte a stampa queste parole : 
« Soldati! per chi credete di combattere? Il Re è tradito; 
a Torino si è gridata la repubblica. » Di sdegno e confu- 
sione riempissi allora TAssemblea; la quale, altamente ri- 
provando e condannando i patti délie tregue uditi da 
Pinelli, perché offendevano Tonore nazionale, afifermaTa 
non potere i Ministri mandarli a effetto senza violare lo 
Statuto cke li reggeva; di poi imperiosamente domandava: 
- Avesse Cesercito a far la massa dinnanzi ad Aies- 
^andria (2); qiMnti fossero atti alVarmi si raccogliessero 



(1) Siedeyano allora nel Govemo Pinelli, Demargarita, Morouo dalla 
Bocea, Mameli, Nigra, Galvagno; presiedeTa loro il générale De Lavnay, 
Hinifltro sopra gli affari estemL 

(2) La proposta di far la massa deU'esercito ad Alessandria per 
continuare la guerra era stata fatta, corne scriremmo già, dopo No* 
vara dal re Carlo Alberto a' saoi generali; generosa proposta ohe fa, 
^ questi resplnta. 



Digitized by VjOOQIC 



326 CAPITOLO vu 



in Oenova; e le navi da guerra sarde rimanessero neUe \ 
CLCque di Venezia. = I Ministri, sebbene altri disegni ai 
ayessero, non osarono, in tanta concitazione degli animi, 
niegare quanto era stato lor cWesto; ma altresi nulla con- 
cessero tranne la nomina di Gommissari col mandato di 
scrutare le condizioni deiresercito prima délia guerra e 
le cause dei disastri toccati. Se non che, quando in Par- 
lamento venne domandata ai Gommissari la pubblicazîonf^ 
dei risultamenti délie compiute indagini, i Ministri for- 
temente a ciô si opposero: onde una volta di piîi al- 
lora fu provato, che le Gommissioni scrutatrici tendono 
a celare non a rivelare le cause dei fatti, che il paese 
ha diritto di conoscere; o almeno a cercarle apter- 
titamente ove son certe di non trovarle, — In quel 
giorno stesso, 27 marzo, il nuovo re Vittorio Emanuele 
pubblicava in Torino il seguente manifesto: « Gittadini! 
Fatali avvenimenti e la volontà dei veneratissimo mio 
Genitore mi chiamarono assai prima dei tempo al trono 
de' miei avi. Le circostanze fra le quali io prendo le re- 
dini dei Governo sono tali che, senza il piii efficace con- 
corso di tutti, difflcilmente potrei compiere l'unico mio 
veto, la sainte délia patria comune. I destini délie nazioni 
si maturano nei disegni di Dio; Tuomo ri dere tuttâ 
Topera sua; a questo débite noi non abbiamo fallito. On 
la nostra impresa deve essere di mantenere salvo e illeso 
Tonore, di rimarginare le ferite délia pubblica fortuna, ai 
consolidare le nostre istituzionicostituzionali. A quest' im- 
presa io scongiuro tutti i miei popoli; io mi appresto adarn<> 
solenne giuramento, e attende dalla nazione in ricambio 
aiuto, aflfetto e flducia. » — AUora e di poi Vittorio Ema- 
nuele tenue religiosamente la parola data, in verità cosa 
assai rara nei potentati délia terra! Due giorni dopo, il 29 
marzo, egli giurô, in presenza di Dio, di osservare leal- 
mente Io Statuto e volgere ogni cura alla prosperità e 
aironore délia nazione; e il suo giuramento, cheSenatori 
e Deputati raccolsero, serbô sempre con la fade più 



Digitized by VjOOQIC 



VBKBZIA E UNQABIA 327 

scnipolosa, anche nei momenti difflcili in cui trovossi il 
picciolo suo Stato, e seppe tenere alta e far rispettata la 
bandlera nazionale: onde si ebbe nel tempo quel sopran- 
nome che nessun régnante mai si meritô, e col quale lo 
si voile chiamato in un giorno di giusto e santo entusiasmo, 
il soprannome di Galanticomo, registrato dalla Storîa nelle 
sue pagine che non periscono mai. I Ministri, ai quali, con 
un Parlamento lor chiaritosi awersissimo, riusciva impos- 
sibile di reggere lo Stato, specialmente in quel giorni di 
grave commozione per la soUevazione di Genova — che 
noi vedemmo già ricondotta alla obbedienza del Re dal 
générale Alfonso Lamarmora — licenziavano allora i Dé- 
putât!, promettendo perô di convocare, giusta il tempo sta- 
bilito dallo Statuto, 1 Comizi elettorali ; in oltre, protestan- 
dosi devotissimi alla patria, che intendevano ristorare dei 
danni patiti e mantenere sue libère instituzioni; e da ul- 
time, dando fede di difenderne l'onore e afTermarne quel 
massimo dei béni, in tanti infortuni tuttavia rimastole, che 
era la libertà. 

Nella sera del 14 marzo giugneva in Venezia la novella 
délia nuova guerra inditta dalla Sardegna aU'Austria, che 
cittadini e presidio con entusiastiche grida salutavano. Gu- 
glielmo Pepe, générale suprême dell'armi repubblicane, 
dellberava allora d'uscire dalle lagune con quanto più sa- 
rebbegli possibile di soldatesche per unirsi a Mezzacapo — 
il quale con otto mila uomini da Bologna per la via di 
Rovigo doveva venire a lui — e insieme combattere e ri- 
buttare su l'Adige il nimico con poche forze campeggiante 
le Venezie ; awegnachè la maggiore parte dell'esercito impé- 
riale a grandi giornate camminasse verso il Ticino e sopra 
Pavia, intorno a cui fece la massa. Pepe, lasciato aile di- 
fese di Marghera il générale Paolucci con una brigata di 
fanti — tre mila dugento uomini allô incirca — e imposto 
al générale Rizzardi di passare con sua divisione — da cin- 
quemila quattrocento uomini — da Ohioggia a Couche sul 



Digitized by VjOOQIC 



328 CAPITOLO TU 



taglio nuoyissimo del Brenta a dodici chilometri daBrondolo, 
Pepe» io dico, il 19 marzo recavasi a Ghioggia. Ma appena 
arrivatovL riceveva comaado da Gayedalis, Miaistro sopra 
le armil di non mettorsi alla campagna; perô che si avesse 
solamente a tenere a bada il nimico, per combatterlo poi 
quando fossero note le mosse dei Sardi in Lombardia. Non 
assaliti, gli AuBtriaci assalirono; e il 22 prendevano Gon- 
che, il cui debole presidio — cencinquanta Lombardi e po* 
chi Veneziani non proweduti d'artiglierie — non soccorso 
a tempo dovette, dopo flero contraste di cinque ore, indie- 
treggiare dinnanzi a forze armate otto volte tanto le sue 
e mnnite di tre cannoni. Alla difesa di Yenezia molto iin- 
portando quella postura, Pepe, il 24, mandava airimpreu 
Sirtori; il quale con vigoroso assalto délia sua schiera- 
da trecento Lombardi e Romani — riprendeya Gonche» re- 
spingendo il nimico fine a Santa Margarita. In quel mede- 
simo giorno il capitano Gosenz, cot'rendo il PolesinOi rieo- 
nosceva dal grosso degli imperiali campeggiarsi Gavarzone. 
n générale Pepe, non veggendo arrivare le genti di Mex- 
zacapo, aveva risoluto di star ferme ne* suoi campi in 
aspettamento di notizie dal Ticino, quando veniva soUeci- 
tamente richiamato a Yenezia, allora in grande agitazioae; 
awegnachè aile prime novelle délia guerra — liete, ma 
false — giuntevi il mattino del 28 e annuncianti una lu- 
minosa y ittoria dei régi, ayessero siibito tenuto le yere del 
disastro di Noyara! Il luogotenente maresciallo Haynau - 
prima assai del rompere délie ostililà sul Ticino stato so- 
stituito a Welden nel comando délie armi ossidionali in- 
torno a Mestre — il 27 ayyisato per lettera Daniele Maniû 
délia sconâtta di Garlo Alberto» délia sua abdicazioae e 
délie tregue formate da Yittorio Emanuele con Radetzky; 
in oltre, mostratagli yana impresa il resistere, eccitava il 
Dittatore di Yenezia a rendere la città e sommetterla alla 
clemenza deirimperatore, assicurandola délia grazia so- 
yrana; montre yerrebbe poi seyeramente trattata, e corne 
a città rubelle si conyiene, se perdurasse nelle resistenze. 



Digitized by VjOOQIC 



TXNBZIA M T7KOABIA 329 

— Dure le parole del capitano anstriaco e superba la chia- 
mata di Yenezia, sino a quel di ylncitrice sempre! la quale 
chiamata con nobile flerezza fu respiata, quando Mania — 
dopo aver tenuta sécréta per alquanti giorni la lettera di 
quel générale ferocemente altero, per non maggiormente 
esasperare gli animi de* suoi concittadini — facevala nota 
ai rappresentanti del popolo, il 2 aprile raccolti a Parla- 
mento. « Venezia non si sommetterà a verun patto al- 
TAustria, gridava allora TAssemblea, e durera sino allô 
estremo nelle sue resistenze. » Al quale scopo e a âne dl 
potere speditamente prov vedere aile nécessita délia guerra, 
esaa concedeya la suprema potestà nella repubblica a Da- 
niele Manin; che, venuto poscia in su la maggiore piazza 
délia città per annunciare al popolo — ivi radunato in gran 
numéro — la generosa deliberazione de* suoi rappresen- 
tanti, udiva d*ogni intorno gridare con entusiasmo le re- 
sistenze a ogni costo (1). In quel giorno stesso davanti al 
tempio di San Marco i Yeneziani alzarano la bandiera 
rossa; e il Dittatore, dopo avère spedito ad Haynau, in 
risposta alla intimazione di resa, il décrète deirAssemblea. 
scriveva ai supremi reggitori di Francia e d'Inghiiterra 
pregandoli a voler fare Yenezia centre di un Governo ita- 
liano; di porla in una conveniente posizione poliUca, per 
ottenere la quale aveva già respinta la proposta d*una Co- 
stttuefUeI/>mJbarcUhVeneta; in une, di aderire alla Costî" 
tuente italianOy che proprio stava nei voti délia parte li- 
bérale. — Per ristorare poi Terario, di quei giorni esausto, 
Manin toglieva a prestito dai cittadini più danarosi tre mi- 
lioai di lire; e quando le nécessita délia guerra diventa- 
rono imper iose e gravi, allô invite di nuovi sacriOzi tutti i 



(1) In memoria délia strenna deliberazione dell'Assemblea coniosû 
allora una medaglia, rappresentante Yenezia che difende Tindipendenza 
namonale; e snl lovesoio délia medaglia si scrisse il décrète délie re- 
skienie. 



Digitized by VjOOQIC 



330 CAFITOLO VII 



Veneziani largamente risposergli, i poveri col loro obolo, i 
picclii col loro oro. 

11 générale Pepe, appena conobbe la deliberazione delFAs- 
semblea, giudicando di non avère armi bastevoli a tenere 
con vantaggio la campagna> raccoglievale entro le lagune, 
e sollecito preparavasi a difendere la città e i forti del- 
VEstuario contra i nimiçi (1), i quali, cosi ponsava il gé- 
nérale, non tarderebbero ad assaltarli; e siccome bene 
reputava essere Marghera la chiave piii valida délie resi- 
stenze, volgeva tutte sue cure a munirla di grosso presidio 
e ad accrescerne le difese. — II forte di Marghera giace 
a cavalière del canale di Mestre, che Tattraversa, a due 
chilometri da questa terra e a due altresi dalla lagana; 
a quel forte mettono capo le principali vie di comunica- 
zione délia terraferma con Venezia, dalla quale dista pocc 
più di cinque chilometri. Oomponesi di due ointe di forma 
pentagonale irregolare; l'interna consiste in una grande 
tanaglia, volta verso Mestre, e di due piccioli bastioni uniti 
alla tanaglia mediante due cortine, intorno aile quali scorre 
un largo fosso con acqua, che entra nel canale di Mestre. 
La cinta esteriore — che l'altra tutta circonda e chiude - 
è parimenti provveduta di largo fosso con acqua délia la- 
guna, corne la prima, e ha una strada coperta difesa da 
spalto e palancate. Questa seconda cinta ha tre fronti ba- 
stionati, le cui artiglierie battono la campagna aliargan- 
tesi davantl a quelli sino oltre Mestre; le loro cortine sono 
afforzate da altrettante lunette con fosso, via coperta e 
spalto, le quali proteggono Tuscire del presidio contra il campo 
assediatore. Ai bastioni estremi seguono due lunghe faccie 
formant! angoli salienti diritti, le quali faccie compiono la 
cinta esteriore del forte; la cui gola si âpre dalla parte 
di Venezia ed è chiusa da una lunetta. Ai lati di questa 



<1) I forti e le batterie àeWEatuario erano da settanta; non podù 
avrebbersi dovnto distmggere con vero beneficio délia difesa di Vene» 



Digitized by VjOOQIC 



▼ENBziA E tnreAsiA 331 

e davanti ai piccioli bastioni délia cinta interna stanno 
due contraggaardie a due faccie ad angolo, le quali, nel 
dare un altro ordine di fuoco per le artiglierie e la mo- 
schetteria, accrescono dimolto le difese di Marghera (1). 
Nella grande plazza — di forma irregolare — racchiusa 
dalla tanaglia e dai bastioni délia cinta interna troyansi 
due magazzini per le polyeri da guerra e due casematte, 
capaci di poco piii di cento uomini : onde la maggiore parte 
del presidio fu costretta sempre a serenare. Allô intente di 
rendere arduo al nimico lo accostarsi a Marghera, innalza- 
ronsi abreve distanza di questo forte alcune opère in terra; 
lequali, oltre di validamente flancheggiarla, ne assicuravano 
le Tie di comunicazione con Venezia, In un angolo rien- 
trante del canale Oselino — che, passando per Mestre, 
scende nella laguna sopra Torcello — e quasi a mezzo chi- 
lometro a destra di Marghera siede il forte O a stella, dai 
Veneziani allora chiamato dai nome di Manin ; esso difende 
le chiuse di quel canale per le quali puossi allagare la 
campagna circostante (2), In su la sinistra délia via fer- 
rata e a cinquecento metri allô incirca di Marghera giace 
il picciolo forte Rizzardi, dette cosî dai nome del générale 
che Taveva costrutto; scopo suo, assicurare da quella parte 
contra i nimici il terreno per lungo tratto coperto dall'ar- 
gine, sul quale corre la via ferrata ; argine, che ivl si alza 
di molto sopra il livello naturale délia campagna (3). Due 
batterie, di quattro cannonl ciascuna, erano state costrutte 
dai générale Paolucci nella via coperta, che dai forte Riz- 
zardi menava a Marghera; e una terza presse le rovi'ne di 
un ponte di cinque archi demolito — donde il nome di 
batteria dei Cinque Archi — sopra l'argine stesso délia via 



(1) Marghera contava settantaqnattro artiglierie — cannoni, obid, 
portai e petrieri — di diametro diverse. 

(2) Nel forte Manin stavano dodici caimoiii e an obice. 

(3) n fbrte BixMrdi era mmdto di cinque artiglierie di varie calibro» 



Digitized by VjOOQIC 



832 OAPITOLO TU 



ferrata, la quale batteria vaataggiosameate questa batteva 
per cortina; in flae, là presse il metter foce del eanale 
di Mestre in su la laguaa trovayasi, nella iaoletta di Saa 
Giacomo, un picciolo forte, il quale compiva le difese este- 
riori di Marghera (1). Il presidio di questa contava allora 
duemila quattrocento fanti allô inciroa; da cento soldati 
degli ingegneri militari, e quattrocento cinquanta artigUeri, 
di cul centrenta délia legione ist^tuita il 3 giugno del- 
Tanno innanzi e chiamata dal nome di quoi màrtiri dalla 
patria che furono i frâlelli Bandiera e Moro, nome da essa 
portato degnamente sempre. — L*importanza strategica di 
Marghera è di somme momento per le difese e le offese di 
Venezia, contra la quale il nimico nulla puô di efficace 
imprendere, per Tossidione o per Tassedio, senza il pos- 
sesso di quel forte; e i Veneziani, sapendolo il sussidiopiï 
gagliardo aile loro difese e aile uscite contra il campo a»- 
sediatore, ebbero allora volta ogni cura ad ammegliorame 
lo armamento e rimettere noUe soldatesche del presidio 
la militare disciplina, che negli ozi inyernali erasi alquaato 
rallentata; ofBcio questo da Pepe affldato al générale Pao- 
lucciy e che il Paolucci seppe compiere assai lodeTobnente 
per se e con molto vantaggio délia difesa 

Radetzky, saputa la deliberazione deirAssemblea di resi' 
stère sino agit estremi^ senza por tempo in mezzo comao- 
dava ad Haynau di dare sollecitamente mano all'assediodi 
Marghera, e airammiraglio Dalhrup di portarsi con la sqna- 
dra nelle acque di Yenezia, davanti alla quale il 17 apriie 
gettava le àncore (2); impedendo cosi alla città, già asse- 
diata per terra, di ricevere sussidi di uomini, di rettora* 



(1) La batteria del Cinqtu Archi era anaata di qnattro cannoni e 
un obioe; il forte San Ginliano aveya sedici artiglieiie di diametio 
différente. 

(2) La squadra anstriaca di Dalbrap oompcmevasi alloia di lie fré- 
gate, due corrette, dne bricks e qoattro legni a vapore. 



Digitized by VjOOQIC 



VENXZIA M U170ABIA 333 

glie e dl quanto abbisognava alla gaerra, e che per lo ad- 
dietro erano arriyati per la via di mare. Da trentamila 
soldati contaya il corpo d*esercito assedîatore, poderoso 
altresl per numéro e potenza di artiglierie. Hajmaa ave- 
valo per Timpresa coUocato sopra due ordinanze ; a destra 
délia prima la divisioue Perglas, di cui la brigata Goronini 
campeggiava Oriago, Poate délia Rana e Malcontenta; quella 
di Kerpan teneya Mestre ; a sinistra le brigate Macchio e 
Thum délia diyisione Simbschen occupayano Garpenedo e 
Fayaro, mandando grosse prese di soldati a Brîssuola» Gam- 
palto e Tessera; la brigata Woeher staya in Altino su la la- 
gana; la seconda ordinanza era composta di quattro brigate 
di fanti ; stanza d'Haynau e del Quartiere générale delFeser- 
cito era la yilla Pappadopoli (1) su la yia di Treyiso e in 
Ticinanza di Mestre; in fine, le riposte degli attrezzi, stru- 
menti e bisogneyoli ai layori delFassedio troyayansi in 
parte a destra nella stazione délia yia ferrata, in parte a 
sinistra in Bissuola. Il 25 aprile il luogotenente colonnello 
Kautch degli ingegneri militari cominciô i layori d'assedio 
di fronte aile lunette délia cinta esteriore di Marghera a 
millenoyecento metri di distanza da quelle e yerso Boaria, 
Angioletta e Anniero; presse le quali terre aprironsi le 
fosse trincee, tirate ayanti da prima in larghi serpeg- 
giamenti, e in più stretti man mano che ayyicinayansi al- 
Topere nimiche; la trincea di destra corroya lungolayia 
ferrata yerso il forte Rizzardi ; quella di sinistra, lungo il 
canale di Mestre e proprio su la capitale délia lunetta del 
fronte bastionato di contra Marghera; la terza, tra l'argine 
deUa yia ferrata e il canale di Mestre. Il 29 al générale 
Paolueci -^ che flno a quel di ayeya in modo lodeyolissimo 
goyemato Marghera e le sue difese — infermatosi, yeniya 
soatituito il colonnello Gerolamo Ulloa già ufflciale nelle 



(1) Appena xioidinata in IBlano la cosa pnbblica, Radetsky portossi 
all'aBsedio di Venezia per assisteme i layori 



Digitized by VjOOQIC 



334 OAPITOLO VII 



artiglierie napolitane, nel quale alla molta yaleatia nel- 
l'arte délia guerra andava compagna una risolntezza non 
comune. — Nella notte seguita a quel giorao 20 aprile il 
nimico, diunaazi a Mestre e a piii di novecento metri dalle 
difese esteriori di Marghera, aperse la prima parallela di 
forma semicircolare irregolare e interrotta, causa la na- 
tura del luogo molle e faugoso; essa correva da Bottenigo 
sin presso la laguna di Oampalto, abbracciando tre fronti 
bastionati di quel forte e i forti Rizzardi e Manin, che 
di 11 a poco fulminô coi cannoni délie sue batterie ; cui 
Haynau fece dar mano nella notte seguente — non estante 
il trarre incessante délie artiglierie veneziane — e che in 
numéro di sette contaronsi il mattino del quattro maggio(I). 
Nel quale giorno il fuoco fu d'ambe le parti vivissimo; 
avvegnachè gli Austriaci lanciassero entre Marghera da 
cinque mila proietti; e gli assediati, da nove.mila ael 
campo nimico ; di quelli, ventidue caddero morti o fe- 
riti, ed ebbero scavalcati tre cannoni, guasti i parapetti 
e le paliûcate; degli imperiali, da dugento morti o feriti; 
e gravi danni toccarono aile loro batterie, di cui una ebbe 
smontate quasi tutte le artiglierie. Alla bombardata di Mar- 
ghera — che verso le sette pomeridiane diminui d'in- 
tensità, per cessare poi in su le nove — eraao presenti 
Radetzky e quattro Arciduchi; i quali, tenendosi securi 
di intimidire gli assediati con una sAiriata di tiri d*arti- 
glierie poderose, avevano creduto riavere subito la cittàper 
sommessione volontaria; ma la strenua resistenza deî di- 
fensori di Marghera e il loro rispondere aile offese nim^- 
che con piîi vigorose offese tolsero al maresciallo e agli 
Arciduchi le speranze d'un facile racquisto di Veneaa. 
Ciô nondimeno Radetzky il di appresso voile tentare per 
la seconda volta Tanimo di Manin e dei Yeneziani, con 



(1) In qneste sette batterie stavano qnaraata cannoni, cmqne obici 
e qnindici mortai. 



Digitized by VjOOQIC 



VEICBZIA E UNGABIA 335 

lettera eccitandoli a posare le armi e rendersi a discro* 
zîone, prometteudo a tutti la sovraaa clemenza, il pdr- 
dôno pieno e iatiero ai soldati e sott'ufflciali trafuggi- 
tori ai ribelli e accordando, senza eccezione a quanti 
il vorrebbero, il permesso di lasciare la città per la via 
di terra o di mare. — E Manin a lui : = Corne già i rap- 
presentanti del popolo avevano risposto aU'invito di resa 
rli Haynau, cosi egli allora, in nome délia stessa Assemblea, 
fargli noto essere Venezia ferma nei fatti propositi di re- 
sistere fino allô estremo. Avère poi egli il 4 aprile invo- 
cati i buonl offlci di Francia e dlnghilterra presso il 
Governo aostriaco, allô scopo d*ottenere a Venezia la in- 
.dipendenza politica. = E il maresciallo replicavagli : = 
L'Imperatore avère risoluto di non piîi toUerare lo inter- 
vento di (Joverni stranieri tra lui e i sudditi rubelli ; esser 
quindi nulle le speranze concepite dai Yeneziani. Nel cessare 
le pratiche, le quali avrebbero potuto condurre i guerreg- 
gianti a paciflci accordi, deplorare egli grandemente i 
(laani che Tassedio farà soffrire alla città. » Il ô maggio 
Radetzky riedeva a Milano scornato da coloro che egli 
aveva tenuto a vile! 

Orgogliosi, a buon diritto, délia prova sostenuta due 
giorni prima a Marghera, i Yeneziani, aile dignitose e 
risolute parole di Manin fatto il meritato plauso, vie piii 
s'affermarono nel proposito di resistere a ogni costo; e 
nella notte stessa, che segui alla partenza da Mestre del 
maresciallo, uscirono alla campagna in una bella schiera 
di cinquecento armati per rovinare i lavori délia seconda 
parallela, aperta dagli assediatori a mezzo chilometro dal 
saliente délia lunetta. Dopo avère combattuto per quasi 
uQ*ora rimpetto alla testa délia parallela, dovettero indîe- 
treggiare per lo accorrervi di grossa presa d'Austriaci. 
— Due giorni appresso, e propriamente all'albeggiare del 
9, una mano di seicento fanti, d'alcuni artiglieri e di cento 
soldati degli ingegneri militari uscirono di Marghera per 
esplorare e riconoscere i lavori del nimico; il quale, perché 



Digitized by VjOOQIC 



336 CAPiTOLO yn 



intente a togliere Tacqua dalle trincee, pareva non più 
intendesse a quelli con la pristina alacrità. Gli nseiti pro- 
cedettero contra il campo degli assedianti ordînati in due 
schiere; quella di destra, capitanata da Rosaroll, doveTa, 
per Targine del canale di Mestre, prendere a royescio la 
seconda parallela; Taltra, guidata da Sirtori e Gosenz, dovera, 
camminando a sinistra per la via ferrata, percaotere 
quella di fronte e sopravanzarne Testremità destra. L'im- 
presa venne ordinatamente condotta e con molta gagliardia 
dagli assalitori eseguita; i qnali, superato il yallo, seesero 
nella trincea e ne cacciarono i difensori» oui (ta dato ri- 
prenderla al giugnere loro di sussidio poderoso; allorale 
gentî di RosaroU, Sirtori e Gosenz, protette dal cannone. 
di Marghera, si ritrassero combattendo (1) : esse ayevano 
ottenuto lo scopo di quella uscita (2). — Nei giomi 11 e 13 
maggio due batterie della seconda parallela, innalzate 
presse Gampalto, apriyano il fuoco contra il forte San 
Ginliano ; e coi loro proietti, battendo la testa del ponte 
dellalagana, metteyano in pericolo taie yia di comunicazione 
di Marghera con Yenezia. Fu allora che il générale Pepe 
adnnô a consulta di guerra i Ministri sopra le armi e la 
marineria — Oayedalis e Graziani — e i principal! del- 
Tesercito per discutere su ciô che meglio conyenisseï se 
cioè tenere Marghera sino allô estremo, o riunire tatte 
le forze armato entre le lagune, i confini yeri e natarali 
délie difese di Yenezia. Questo disegno da parecchi offl- 
ciali del presidio appoggiato, sino dal 5 di quel mese di 
maggio messo innanzi da Cayedalis, era stato combattuto 
dal colonnello Ulloa con assai buone ragioni : = Col lasciare 



(1) La ritratta ta protetta dal capitano liartiiieUi, ohe teneTasiaJla 
riscossa con bnona mano di soldati del reggimento Galateo, il (p^ 
fiaceya parte del presidio di Marghera. 

(2) I gnastatori, che ayeyano segnito la schiera di BobhtoII, id^' 
diante tagli fàtti presse il canale di Mestre, allagarono nnoTameate 
le trincee del nimico. 



Digitized by VjOOQIC 



TENBZIA S UNOABIA 337 

Marghera, affermava egli, mentre accrescerebbesi la bal- 
danza nei nimici, getterebbe lo sconforto neiranimo dei 
soldati e dei Veneziani» che consideravaao quella fortezza 
antemnrale inespugnabile délia loro città; = il disegno di 
Cavedalis ponevasi quindi da parte. Nella consulta di 
gaerra — cui non era stato chiamato Ulloa, perché sape- 
vasr ayyerso allô sgombro di Marghera — molto si discusse, 
nulla perô si risolvette; ayvegnachè, prima di deliberare 
sopra faccenda di si grave importanza, il générale supremo 
repatasse necessario conoscere Topinione dei Dittatore. 
Quanta insipienza in quegli uomini invecchiati nelle armi» 
i quali in cose di guerra — e dove proprio la politica non 
entrava — volevano interpellare un avvocato, Daniele 
Manin! -- Sebbene gli imperiali lavorassero con somma 
alacrità e vigoria, nonpertai;ito le opère ossidionali pro- 
gredivano lentamente, causa lo allagamento délie acque 
deirosellino e dei canale di Mestre, fatto ad arte dagli 
ingegneri veneziani mediante alcuni tagli, e che le pioggie 
primaverili avevano non poco ingrossato: onde Tassedia- 
tope, innanzi d'aprire nuove trincee, fosse costretto a to- 
gliere le acque dalle parallèle, a deviarle dal terreno cir- 
costante aprendo in più luoghi Targine délia via ferrata 
6 a costrurre dighe contra le innondazioni, che indubi- 
tabilmente ritenterebbersi dagli assediati; nei quali lavori 
gli Austriaci ebbero a lamentare, oltre la perdita d'un 
tempo preziosissimo, quella di molti dei loro per le fatiche 
le malattie. — Il 16 maggio assumevasi da Thurn il 
governo dell'assedio di Yenezia per la partenza di Haynau, 
allora chiamato al comando supremo dell'esercito impé- 
riale guerreggiante in Ungaria: dove Windischgr&tz e 
Welden avevano fatto malissima prova; ne certamente 
Haynau avrebbela fatta migliore, ne parimenti a lui sarebbe 
stato possibile vincere la ribellione magiara senza lo in- 
tervenire di poderosi aiuti d'armi moscovite. La sera dei 
20 un araido di Thurn presentavasi al comandante di 
Marghera per annunziargli la novella, giunta allora allora 

« — Vol. a Martini — Storia pol- e mil. 



Digitized by VjOOQIC 



338 OAPITOLO TH 



al suo campo, délia volontaria dedizione di Bologna a 
Wîmpffen, che avevala assediata; chiedeva Taraldo, se 
Venezia volesse seguirne Tesempio; e i Veneziani, alla 
chiamata di resa del nimico, rispondevano col cannone di 
Marghera. Il di seguente da tre mila stranieri, per invito 
dei loro consoli, lasciavano la cîttà, ove le vettovaglie già 
scarseggiavano ; ne era possibile fornirla di quante abbi- 
sognava, per essere le vie del mare impedite dalle nari 
deirammiraglio Dahlrup, le quali sorgevano in su Tàncora 
rimpetto ai lidi di Pelestrina e Malamocco ; soltanio a 
quelle di Prancia e d'Inghilterra era staia concessa l'en- 
trata nelle lagune, a patto che non portassero agli asse- 
diati viveri, ne lettere. Nelle uscite di Treporti e Bron- 
dolo, felicemente condotte di quel giorni dal générale 
Rizzardi allô intente di allargare da quelle parti l'assedio 
e prender lingua del nimico, arevano i presîdi raccolto 
alquante vettovaglie, da cento buoi neiruscita di Treporti 
e da trecento nelFaltra di Brondolo con molto vino e 
commestibili ; ma era ben poca cosa e insufficiente aile 
nécessita del momento; le quali, da tutti prevedevasi, di- 
verrebbero maggiori alla stregua deU'avanzare deirassedio. 
La picciola squadra veneziana usci allora dal porto di 
Malamocco; ma presto vi rientrô, veggendo impresa im- 
possibile tenere con vantaggio il mare contra quella di 
Dahlrup. Taie la sciagurata conseguenza délia insipienia 
di Graziani; il quale, invece di portare la marineria da 
guerra a numéro e potenza da fronteggiare la nimica, aveva 
inconsultamente tolto a molti legni le artiglierie per 
armarne i forti, e, piii che ad acquistare la preponderanza 
sul mare, volto sue cure a difendere l'interno délie lagune 
e assicurarne la navlgazione ; egli non aveva saputo com- 
prendere che, dopo la caduta délie armi italiane a Novara, 
se per Venezia tuttavia esîsteva un'àncora di salute, questa 
doveva trovarsî nella sua marineria di guerra. 

Erano le cinque antimeridiane del 24 maggio, quando 
gli Austriaci prendevano a percuotere Marghera con una 



Digitized by VjOOQIC 



YBRXZIA X UNOABIA 839 

tempesta di palle, di granate e bombe; cencinquantuno 
cannonl, obici e mortai, ordinati eatro le due parallèle 
gm costrutte in dicianacve batterie, abbracciavano in un 
mezzo cerchio di fuoco — il quale correva da Bottenigo 
a Caznpalto — quella fortezza e le opère di fortiflcazione, 
che ai lati ne accrescevano le difese. A si furioso tempe- 
stare délie artiglierie nimiohe, gli assediati, non potendo 
rispondere che con sole settantacinque, supplivano alla 
scarsezza del numéro con la celerità del tirare; ed essi, 
che erano tutti giovani soldati, comportaronsi in quel com- 
battimento con taie maestria e coraggio, che di più non 
sarebbesi potuto attendere da uomini proyatissimi nelle 
armi e da lunga pezza esercitati nel maneggio del cannone: 
onde a buon diritto i difensori di Marghera ebbero fama 
e prestanza di valorosi. £ l'Ulloa — capitano assai diligente 
e perito e sul quale tutta riposavaladifesa délia fortezza — 
e Gosenz, Sirtori, Galateo e Rosaroll f urono superiori a ogni 
elogio; accorrendo ove la morte flaceva la strage maggiore, 
ne sdegnando surrogare anche nei più bassi offici il gre- 
gario ucciso o ferito, essi potentemente rinfrancarono le 
forze dei loro soldati ; e cosi puossi affermare essere stati, 
in qnella difficile prova, gli uni degni degli altri, tutti poi 
degni délia causa che difendeyano. Il flioco, vivissimo in 
tutta la giornata, dalla parte degli assediati rallentô verso 
il tramontare del sole causa la diiTalta di munizioni; 
avvegnachè, se copia grande ne aveva consunta il cannone 
di Marghera, eziandio non poca fosse stata distrutta dai 
proietti nimici caduti su le riposte délie medesime% sopra 
due barche cariche di esse. Il fuoco degli Austriaci durô 
al contrario in tutta la sua intensità sino a notte fatta ; 
durante la quale le artiglierie trassero d'ambe le parti a 
lunghi interyalli ; ciô che permise agli assediatori e agli 
assediati di riparare ai danni piii gravi toccati aile batterie 
nella bombardata di quel giorno. La quale il di appresso 
riprese e seguitô con sempre crescente furore da parte 
degli Austriaci e da quella dei difensori con intensità 



Digitized by VjOOQIC 



ZiO OAPITOLO TII 



sempre déclinante per lo venir meno non soltanto 
munizioni, ma anche délie artiglierie, non arendone in serbn 
tante che bastassero a snrrogare le guaste e le scavalcate. 
n rovînarsi délie difese di Marghera, in cento luoghi 
rotté dai proietti degli Austriaci, e il continue dimimiiro 
deirappoggio dei forti Manin e Rizzardt, e délie batterie' 
dei dnque Archi si fattamente queste e quelli malconci 
da reggersi a mala pena per poco tempo, inducerano il 
Goyerno dittatoriale a interpellare il colonnello Ulloa sq 
la possibilità di continuare efflcacemente nelle resistenz>^ 
di Marghera senza metterne a repentaglio il presidio; il 
quale, non estante i sussidi venutigli di Venezia — soprara- 
modo di artiglieri — andava ogni ora più assottigliandosi; 
e ruiloa rispondevagli: = Essere ancora possibile di resi- 
stère, se gli si mandassero mnnizioni e buona mano di mar- 
rainoli con sacchi di terra e fascine, in copia taie ch^ 
bastassero a chiudere le rotture dei parapetti. = Ma il 
Governo, veggendo di non potere soddisfare a quantn 
chîedevagli il colonnello Ulloa; in oltre, informato che il 
générale Thurn preparavasi ad aâsaltare la fortezza cel 
mattino dei 27 (1), ne decretava lo sgombero, per restrin- 
gère le difese di Venezia ne' suoi confini naturali, entro 
cui la città ritenevasi veramente inespugnabile. < Le esi- 
genze daU'onore militare, cosî Manin nel suo décrète dei 
26 maggio, sono ampiamente soddisfatte per le segnalai^ 
prove di perizia, di coraggio e di perseveranza che dîp- 
dero il presidio e l'egregio suo comandante nel ripulsare 
replicAi fierissimi assalti, e portando all'inimico gravis- 

simi danni; » — AU'albeggiare dei 26 ricomînciô d'ambe 

le parti con eguale gagliardia il trarre délie artiglierie 



(1) Che nn assalto si dovesse dare a tntta la fortezza nel mattiBo 
dei 27 mag^o lo disse lo stesso Thurn nella sua rekizione dell'assedio 
di Harghera al Ministro sopra le armi: u Bgli voleva cosi adempiere 
al deâderio ardente, da Inngo tempo nutrito da' suoi brari soIdatL ' 



Digitized by VjOOQIC 



VSVBZIA X UVOABIA 341 

e dopo qaalche ora di bombardata il coloaaello Ulloa — 
che aveva avuto il carico di mandare a effetto lo sgom- 
biro délia fortezza — chiamati a sô i comandanti degli inge^ 
^neri militari, délie artiglierie e délie fanterie del presidio 
diede loro gli ordini délia ritratta, la quale doyeva comin- 
ciare sul cadere del giorno. Il fuoco dei cannoni di Mar- 
ghera e dei forti Manin e Rizzardt, pur rallentando verso 
lo imbrunire, aveva a cessare soltanto a notte avanzata, 
allô scopo di far credere agli assedianti, che i difensori 
pcrdorayano nelle resistenze: e cosi fu. AU'ora fissata — 
le nove di notte — ebbe cominciamento lo sgombero. Du- 
rante quel giorno erasi già lavorato attorno al trasporto di 
due grossi cannoni e due obici, i quali, con una barca 
carica di polveri vennero condotti aVenezia; le rimanenti 
artiglierie, man mano che terminavano il loro fùoco, 
inchiodavansi; e le munizioni di guerra gettavansi nella 
laguna. I presidi si ritrassero quasi a scaglioni; primo fu 
quello del forte Manin^ che si imbarcô; di esso due com- 
pagnie dei cacciatori del Sile dovevano scendere al forte 
San Giuliano; le altre a Venezia; indi tennergli dietrogli 
artiglieri e le fanterie di Marghera; ultime, in retroguardia, 
il presidio del forte Rizzardi e délia batteria dei Ctnque 
Archi; e parte sopra barche, parte per la via ferrata e 
il ponte su la laguna ripararonsi entre Venezia. La ritratta 
compissi in quattro ore, ordinatamente e in taie silenzio, 
che il nimico di nulla si accorse; e ciô diciamo non estante 
la contraria affermazione di scrittori, in yerità ingiusti 
verso quel valorosi che seppero difendere Marghera dopo 
ventinove giorni di trincea aperta; i quali si ritrassero 
per non vedersi tolta Tunica yia di scampo, che certamente 
^vrebbero il giorno appresso perduta, in forza deirassàlto» 
che con armi poderose Thurn ayeya risoluto di dare alla 
t'^rtezza; assalto preyeduto dal Goyerno dittatoriale e dal 
«omando supremo dell'esercito per certe notizie lor giunte 
'lai campo assediatore. Quel valorosi — tra cui primissimi 
Ulloa, Gosenz, RosaroU, Mezzacapo, Galateo e Sirtori — la- 



Digitized by VjOOQIC 



842 GAPiTOiiO yn 



sciarono Marghera totalmente rovinata, com*ebbe a confes- 
sare il aimico stesso, che ayeva fulminato quel forte cou più 
di sessantamila proietti, ai quali i difensori aveyano risposto 
con ottantamila gettati contra le trincee e le batterie 
degli Austriaci. D'altronde nella condizione in cui trova- 
yansi le eose una più lunga resistenza in Marghera, anche 
se al presidio fosse stato dato di ributtare sempre e coc i 
yantaggio gli assalti di Thurn, e ammettendo pare che 1 
difensori délia fortezza non corressero il pericolo di 
perdere l'unica lor yîa di ritratta — la quale era protetta. 
non troppo efiScacemente per6 in quegli ultimi giorni» dal 
forte Riszardi e dalla batteria dei Cinque Archi — una | 
piii lunga resistenza, io dico, sarebbe stata certamente ai | 
danno alla difesa di Yenezia; mentre essa ayyantaggiavasi j 
dimolto col raccogliersi di tutte le forze armate entre h 
lagune. Verso le due antimeridiane del 27 maggio Marghera 
non ayeya più difonsori; del presidio, che in sul comin- 
ciare deirassedio contaya due mila e cinquecento uomini 
allô incirca, cento yi perdettero la yita; a quattrocenU» 
toccarono ferite, e la maggiore parte si grayi, che h. 
breye tempo ne spensero da trecento; degli imperiaii poi, 
dalla notte in cui diedero mano alla prima parallela sino i 
alla caduta di Marghera, quasi mille caddero morti o feriti: | 
e più di due yolte tanto fu il numéro dei malati per le j 
fatiche e il serenare presse luoghi paludosi. — Sorgeyâ | 
Talba del s^, quando una presa di cacciatori austriaci I 
ayyicinatasi a Marghera, y^^ndone la yia coperta ài \ 
guardie afiatto déserta e non udendo yerun romore di 
armi, salito il bastione scendeya nella fortezza, che un'orâ , 
dopo yeniya fortemente occupata dal nimico. Alla 'sua si- 
curezza moltissimo importando il possesso di San Giuliano 
— le cui artiglierie batteyano la gela di Marghera — un 
capitano degli ingegneri militari con settanta soldatî lo 
tentaya e se ne impadroniya senza contraste ; ayyegnachè 
il presidio, dopo lo sgombero di quella fortezza, reputando 
impossibile di sosteneryisi anche per poco tempo, nella 



Digitized by VjOOQIC 



VBNSZIA B UUGABIA 843 

notte lo ayesse laaciato libero al nimico> che per brevi 
istanti lo teime; perô che» avendo subito preso fuocouna 
riposta di polveri, San Giuliano tutto roviaasse» seppel- 
lendo in sue rovine due offlciali e diciotto soldati, che in 
esso erano entrati (1). 

Signori di Marghera, gli Austriaci davansi immediata- 
mente e con somma alacrità a innalzare batterie di mortai 
neirisola di San Giuliano e alla testa del gran ponte, i oui 
primi archi erano stati allora allora distrutti dai Vene- 
ziaoi per mezzo di cunlcoli già da tempo preparati; ma le 
roYine degli archi abbattutl avendo riempita quella parte 
di laguna che correva tra i pilastri di essi, dovovano gio- 
vare non poco al nimico nelle sue nuove opère d'assedio. 
1 difensori di Venezia, dallo scoraggimento in cui avovali 
gettati la perdita di Marghera, presto si riebbero ; e bene 
apprezzando in tutta loro giustezza le ragioni che avovano 
indotto il Governo a comandarne lo sgombero, ripresa la 
lena usata del fare e quella volontà altresi che tutto puô, 
iûtesero con animo lieto e gagliardo ad afforzare la se- 
conda linea délie difese, nella quale meritamente ponevano 
la sainte délia patria. Questa seconda linea di difesa, go* 
vernata da Ulloa, consistera in batterie di terra, e in zat- 
tere e barche armate di cannoni; le prime costrutte sul 
gran ponte, l'altre qua e là sorgenti su la laguna e sul 
canali, le quali, più che altrove, trovavansi tra la città e 
Marghera, la parte pib da vicino minacciata dal nimico 
assediatore. Su la piazza maggiore del ponte — la quale 



(1) u Occnpata Maigiiera,i nostri soldati ayanzaronsi verso il ponte 
^Ua via f errata; molti di essi sino agli archi rovinati dal nimico; 
&itri, gettatisi nella lagnna, nnotarono sino al forte San Ginliano per 
impadionirsene. Sgraziatamente nna granata nimica aceese ona riposta 
di polveri: onde venti soldati, tra cni dne officiai!, rhnasero vittima 
àû loio coraggio. » 

Belaàone del Inogotenente maiesdallo Tham al sno Governo. 



Digitized by VjOOQIC 



844 OAPiTOLO vu 



sta a milleciaquecento metri dalla terraferma e ad altret- 
taati da Venezia — era stata costrutta una batteria di 
sette grossi cannoni e tre mortai; goTernavala Gosenz. 
Gentoventi metri a destra e cencinquanta addietro a quello 
alzavazi un*altra batteria nell'isoletta di San Seconde, mu- 
Qita di quattordici artiglierle, pure di forte calibre, e di 
sei mortai : comandavala Sirtori. Tra queste due batterie 
sorgevano su Tàncora nel canale marittimo una zattera 
con un mortaio e sei navi leggiere, ciascuna armata di 
un cannone; al tre sel, tra l'isola di San Giorgio in Alga 
e il ponte délia via ferrata: le primo poste sotto gli or- 
dini di Sagredo; le altre, sotto quelli di Viscowich; due 
capitani di corvetta, che non rare volte avanzaronsi di 
giorno sin presso le rovine degli archi abbattuti par fui- 
minare i nimici cho vi si nascondevano, e di notte sep- 
pero eseguire sbarchi audacissimi; in fine, compivano la 
seconda linea di difesa le batterie di Gampalto e di Teâ- 
sera a destra del ponte; e di San Giorgio a sinistra di 
esso. Altre ancora erano state erette dietro la batteria 
délia piazza maggiore del ponte, e neirisola di Murano 
e nel campo di Marte; ma queste, più che ad aflEbrzare 
le batterie che stavanle rimpetto, costituivano una terza 
linea, anzi la difesa estrema di Venezia. — Il mattino 
del 28 maggio gli assediatori, dalle batterie costrutte nella 
notte alla testa del ponte, dietro gli archi rotti e nel- 
Tisola di San Gîuliano, prendevano a trarre bombe e 
granate contra San Seconde e la batteria délia piazza mag- 
giore del ponte stesso; e da questa lor rispondevano gli 
assediati con bombe e palle, e con le artiglierie délie bar- 
che cannoniere molestavano il nimico ne' suoi laveri di 
assedio. — Nella notte del 2d Ullôa fece tentare San Qiu- 
liane con cinque barche cannoniere e cinquanta soldati; 
cape dell'impresa Sirtori, il quale, venuto a poce più di 
cente passi daU'isola senza esser visto, trasse con sue ar- 
tiglierie cariche a scaglia contra la batteria nimica; ma 
trovando San Giuliano fortemente presidiato, dope nn'era 



Digitized by VjOOQIC 



VSNSZIA E rXQABIA 845 

di combattimento retrocedette. A qaesta, corne aU'impresa 
<lel 6 giugno contra Botteaigo, da dovo gli Anstriaci bat- 
tevano le barcho cannoniere ancorate nel canale di San 
Giorgio in Alga — imprese che avevano per intento di 
distruggere le offese degli imperiali — non sorti esito felicc 
per la vigile guardia che vi facera il nimlco, e per easere 
State tentate da forzc insufScienti. 

Il 31 maggio i rappresentanti del popolo raccoglievansi 
a Parlamento per invite di Manin; il quale, dopo aver 
fatto conoscore le pratiche tenuto coi Governi amici — di 
Prancia ed Inghilterra — allô intento di ottenere, corne 
sopra scrivemmo, una conveniente posizione politica in 
Italia e in Europa, metteva innanzi per una lega con la 
Ungaria le offerte di Kossuth, cioè di un soccorso di ar- 
mât], di danaro, di due frégate a vapore a Yenezia, se 
aelle resistenze potesse durare sino a luglio; in oltre, Ma- 
nia notificava ai congregati una lettera del ministre 
De Bruck, chiedente a qvuM patti Venezia si pacifiche- 
r^be con VAtistria. £ TAssemblea, posta per base d*ogni 
trattativa la indipondenza assoluta délia Venezia, rispon- 
deva a De Bruck col seguente décrète : « Le milizie di 
terra e di mare col loro valore, il popolo co' suoi sacrifizi 
haimo bene meritato délia patria. L'Assemblea, persistendo 
nella deliberazione del 2 aprile, fida nel valore dei soldati 
e nella perseveranza del popolo. Il présidente del Govemo, 
Manin, è abilitato a continuare le trattative iniziate in 
via diplomatica, salva sempre la ratificazione deirAssem- 
blea. » Questo décrète deirAssemblea venne salutato con 
gioia dal popolo; il quale, pieno d'entusiasmo, fecesi per 
ogni dove agridare: doversi resistere ad ogni costo. Per 
invito del ministre De Bruck il mattlno del 2 giugno Ma- 
nia spediva i cittadini Oalucci e Foscolo a lui, giunto al 
iora allora in Mestre per negoziare la pace. Alla demanda 
(MVindipendenza assoluta di Venezia e di tanto territorio 
che bastasse alla esistenza sua, il Ministre impériale ri- 
spondeYa: m II Ooverno austriaco avère risoluto di ra 



Digitized by VjOOQIC 



346 OAPITOLO ▼)! 



cquistare la città ; ma essore pronto di dare leggi costitn- 
zionali al regno Lombardo-Veneto, separandolo in due. 
Sezioni, la lombarda e la yeneta; in oltre, a fare di ^> 
nezia una città impériale con reggimento municipale. = 
Tali condizioni di pace, o quelle che Tinviato deU'Ausiria 
ebbe di poî a oâ*rire ai Veneziani, furono respinte dalVAs- 
semblea, corne diremo tra brève. — In questo mezzo la 
squadra nimica, avvicinatasi alla spiaggia che corre dal 
porto di Chioggia a quel di Brondolo e di Fossone, minac- 
ciaya sbarcare gente per rovinarvi le difese. Il 3 glugno 
tentava porto Fossone; ributtata, batteva nella notte, in- 
fruttuosamente perô, con tre legni a vapore il forte Lom- 
bardOy le batterie di Sotto Marina, di San Felice e Ca- 
roman, lo quali difendevano Tentrata del porto di Chioggia; 
e il giorno appresso fulminava, ma sempre invano, per 
mare e per terra quelle che alzavansi, ove la Brenta mett^ 
foce su l'Adriatico. Due giorni di poi Radetzk}', arrivato a 
Mestre il di stesso dello sgombero di Marghera, faceva ssr 
saltaro il forte Brondolo — che giace dove insieme con- 
fondonsi le acque del Bacchiglione» del canale di Yaiie ^ 
del Brenta, distante un*ora di cammino da Chioggia - 
per divertire le forze armate degli assediati e rirolgerne 
altrove Tattenzione. Brondolo — il quale consisteva in un 
quadrilatero bastionato — era fiancheggiato a destra dal 
picciolo forte di San Michèle; a sinistra era unito al m&^ 
da una trincea a denti^ che formava dietro ad esso un trio* 
cerone, entre cui eleTavansi due forti, cioè il Lombardo^ 
eretto su la marina per impedire Tawicinarsi del nimico: 
e il forte délia MouUmna, che da quella parte proteggeva 
la spiaggia di Chioggia. L'assalto fu vigoroso, gagliardis- 
sima la difesa di Brondolo; dope dieci ore di combatti- 
mente il nimico, veduti tornar vani gli sforzi suoi, toglie- 
vasi giù dairimpresa; se quel forte fosse caduto, Chioggia 
e il suo lido sarebbero subito venuti a mano degli imperiali. 
Correva il 13 giugno, quando gli Austriaci scoprivano 
le batterie costrutte nascostamente in quoi giorni a Botte- | 



Digitized by VjOOQIC 



VEKEZIA B UKGABIA 347 



Qjgo, alla testa del ponte su la laguna» neirisola di San 
Giuliano e in Campalto ; e prendevano a trarre con furia 
contra quelle di San Seconde e délia piazza maggiore del 
ponte, davanti alla quale erano stati démolit! otto arclu. 
Dalle batterie violentemente percos3e dagli assediatori, gli 
assediati risposero con Tusata prodezza al vivissimo fuoco 
dei cannoninimici; cui riesci gettare alcnne bombe sino 
nella parte esterna délia città e nell'ospedale militare di 
Santa Cbiara, sul quale sventolava una bandiera nera. D'al* 
lora la grande batteria del ponte ebbe il nome di Sanf An- 
tonio, per avère con vantaggio sostenuto poderosa bombar- 
data il 13 giugno, sacro a quel santo, in molta venerazione 
non solo presso i Padovani, che ne posseggono il corpo, 
ma anche presso i Veneziani. D'ambe le parti il fuoco délie 
artiglierie dura incessantemente sino a tutto il 15; nella 
nette diminuendo d'întensità per poter riparare ai guasti 
toccati aile batterie durante il giorno. — A meglio e piîi 
soUecitamente provvedere ai bisogni délia guerra — che 
andavano sempre crescendo e facevansi ogni di piii im- 
periosi — il 16 giugno daU'Assemblea dei rappresentanti 
del popolo creavansi Ulloa, Sirtori e Baldisserotto — un 
lnogotenente di vascello — Gommessari militari con ampia 
e suprema potestà di fare tutto quanto in loro saviezza 
reputassero necessario a mantenere vive e in buono stato 
e difese délia città. Ne certamente a mani piii vigorose, 
ne ad uomini piu audaci, più risoluti e piii fermi di quoi 
Commessari potevasi âdare il difficile governo délie resi* 
stenze di quel propugnacolo délia libertà italiana, che era 
Venezia; i quali, in un manifeste al popolo affermavano 
allora: = Avère accettato quel grave obbligo con la in- 
tenzione di resistere sino allô estremo, e nella persuasionc 
che nei cittadini, nell'esercito e nelle Guardie Nazionali 
non sarebbero mai per venir meno quel coraggio e quella 
virtù di cui avevano già date luminose prove; in fine, in- 
vitavanli a conservarsi uniti sempre e concordi. — Il géné- 
rale Pepe, credendo che la Commissione di difesa mirasse 



Digitized by VjOOQIC 



343 OAPiTOLO vu 



alla dittatura militare, onde sarebbe stata diminuita dimolto 
la sua autorità, voleva riaunziare al comando supremo délie 
armi; ma ciô impedira Manin, chiamandolo a presiedere 
a quella Commissione (I); per la quale cosa avvantaggiavasî 
aucora plu la difesa. Fu allora che Pepe ai soldati e ma- 
rinai e ai difensori délia indipendenza italiana parlo in 
queste sentenze: = Ora che il nimico ha posto il piede 
nella nostra laguna, essere un dovere per tutti di combat- 
terlo con valore più gagliardo di quello mostrato nei ci- 
menti di Mestre e neirassedio di Marghera. La base délia 
forza trovarsi nella militare disciplina ; il fondamento di 
questa, nella obbedienza cieca, soprammodo necessaria ne- 
gli alti carichi délia milizia, avvegnachè il buono esempio 
venendo daU'alto torni sempre piii efficace. Punirebbe 
egli inesorabilmente ogni mancanza, e terrebbe colpeTole 
di alto tradimento chi, sotto qualsiasi pretesto, lasciasse 
il posto dalla patria fidatogli. Essere perô securo che sa- 
pranno meritarsi délie ricompense da lui e dai loro con- 
cittadini, ricompense più gloriose di quante mai si pos- 
sano raccogliere, perché passerebbero alla posterità. Guar- 
darli TEuropa e Tltalia! I fasti di Yenezia di quattordici 
secoli essere per ricevere dal loro valore un noyello splen- 
dore; dover quindi tutti ope^^are in modo che, oltre le 
Alpi, gli uomini di cuore abbiano a invidiarci i patimenti 
sofferti e i pericoli corsi per la eroica Yenezia. = Senza 
por tempo in mezzo la Commissione militare si accinse 
con ardore e alacrità somma aU'opera sua; in brève ora 
rimise nella milizia la disciplina di quel giorni svigorita 
d*assai; institui un tribunale di guerra per giudicare e 
punire i crimini di tradigione; port6 a numéro le com- 
pagnie degli artiglieri Bandiera e Moro, le quali avevano, 
in Marghera, patito gravi perdite; accrebbe le fortifiea- 
zioni di Brondolo, e con nuove difese protesse il basso 



(1) Segretario générale délia Commisaione fa Luigi Seismit-Doda. 



Digitized by VjOOQIC 



VENXZIA. B UHGABIA M9 

Brenta, là dovo matte foce in sul mare; restaurô le bat- 
terie di San f Antonio e San Secondo e ne aumentô il nu- 
méro dei cannoni ; in fine, diede il comando délia divisione 
navale a Bacchia, capitano di corvetta, ingiugnendogli in 
pari tempo di uscir siibito di Malamocco — nel cui porto 
stavasi quella raccolta — per assaltare le* nayi nimiche, 
allô scopo di allargare e rompere Tossidione di Venezia, 
e poter cosi rifornire la città di vettovaglie, già peïiu- 
riante. — Era la notte del 10 giugno, quando la riposta 
di polveri deU'isoletta délie Orazie —- la quale sorge dalla 
lagana a poco piii d'an chilometro dalla piazzetta di Ve- 
nezia — scoppiava con empito spaventoso, riemplendo di 
terrore la città, il Lido e il campo impériale ; la cagione 
dello scoppio non conobbesi allora, ne di poi. AU orrendo 
strepito i Veneziani corsei^o in foUa al palazzo, sede del 
Govemo, e, tumultuanti, incolparono di quel disastro la 
Gommissione militare. Sdegnato di tanto ingiosta accusa 
lanciata contra uomini onorandissiml, Manin, portatosi 
dinnanzi al popolo, parl6 fieramente cosi : « Il vostro con- 
tegûo è indegno dei cittadini di Venezia; vol non siete il 
popolo, Yoi ne siete la feccia; io non modellerô giammai 
i miei atti sui capricci d'una accozzaglia di perturbatori; 
io non mi regolerô che sul veto dei rappresentanti del 
Tero popolo di Venezia. Quanto a voi, io vi dirô la verità, 
se anche vedessi gli schioppi e i vostri pugnali appuntati 
al mio petto. Ora, che ne siete awertiti, andate. » Il ro- 
more cessô all'istante, e la moltitudine dei cittadini in 
pochi moment! si disperse gridando: Viva Manin. Due 
giomi dopo il Dittatore înviava Giuseppe Calucci e Lodo- 
Tieo Pasini, membri deU'Assemblea, al ministre De Bruck, 
allora in Verona, per riprendere le pratiche d'accordo, 
State sospese a Mestre, e fermare con l'Austria una pace 
onorevole, la quale avesse a dare a Venezia la tanto so- 
spirata indipendenza. Se non cbe, tornato impossibile ai 
negoziatori veneti di ottenore dal Ministre deU'Imperatore 
guarentigie valevoli ad dssicurare i diritti délia nazione 



Digitized by VjOOQIC 



350 CAPiTOLO vn 



e famé rispettata la dignità ; in oltre, veggendo çMelli 
che Vadempimento délie di lui promesse pendeva dcU ca- 
pricdo del Ooverno di Vienna, per essere sprovvedutedi 
sanzione; in fine, che le offerte faite alla città racchiu- 
devano una dedizione vituperosa, le pratiche furono rotte 
pubblicate poscia per le stampe, afflnchè VEur&pa gm- 
dicasse ira VAustria e Venezia. 

Il trarre délie artiglierie contîauava incessante e furioso 
d'ambe le parti; se gli assediatori intendevano àiroffesa 
con vîgore e forza, con uguale forza e vigore gli assediati 
intendevano alla difesa; per la quale cosa Tassedio poco o 
nuUa avanzava (1). Thurn, bene preveggendo di non poter 
venire a capo deU'impresa sino a quando la batteria 
SanVAntonio non fosse compjiutamente distrutta, il 27 
giugno con violenza e impeto grandissime la bombardé; 
ma non riesci nell'intento suo, avvegnachè, sebbene Tavesse 
tutta malconcia e in parte anche rovinata, pure gli arti- 
glieri la rifecero nella notte e la misero in istato taie da 
tenere, come per lo addietro, validissimamente contra il 
tempestare del nimico. Essa ebbe perô a perdere, in sul 
cadere di quel giorno, lo strenuîssimo offlciale che la 
governava, Cesare RosaroU, napolitano, da Pepe sopran- 
nomato YArgante délia laguna. Colpito alla spalla destra 
da un proietto di cannone, ai soldati a lui accorrenti 
gridô: * Aile vostre artiglierie! aile vostre artiglierie!» 
e a Pepe — nelle cui braccia due ore dopo spirava la 
grande anima — il quale stringendogli la mano cercaTa 
confortarlo: « Non io, che muoio, devo essere l'oggetto 
del vostrî pensîeri, sibbene Tltalia nostra » (2). — Il gène- 



(1) Vedi TAtlante. 

(2) tf GioYÎaetto, cosi Franoesco Ganano nella vita di GogUeliDi) 
Pepe, segnendo il padre aveya Eosaroll combattuto per la Hbertà delU 
Grecia. Poi fu in Napoli condannato nel capo per congima milltare 
contra il Be, ma, graziato, ta messo in ferrL Dopo tre Instri toniato 



Digitized by VjOOQIC 



YKKSZIA B UKGABLA. 351 

raie Pepe, dopo aver fatto conoscere ai soldati la morte di 
quel raloroso e ricordato corne i difensorî délie lagune, 
^ebbene abbandonati dagli uomini, e dalla Provridenza 
sommessi aile ppove più dure, si fossero perô mostrati 
sempre all'altezza délia gloria, che Venezia mantenne per 
ben quattordici secoli, ordinava che a perpetuare la me- 
raoria di Rosaroll, vonlsse dal suo nome chiamata la bat- 
toria allora costrutta su la prima piazzetta del ponte, 
dietro quella di Sant'Antonio. — Thurn, accortosi di non 
poter distruggere con una bombardata la batteria San- 
t' Antonio, ne opprimerne i difensorî, deliberava impadro- 
uirsene con improwiso assalto. Nella notte del 6 al 7 luglio, 
allô elevarsi délia marea il capitano BrûlU con qua- 
ranta soldati eletti, calati in due barche, andava airim- 
presa; mentre Campalto con un vivo trarre délie sue 
artiglierie chiamava da quella parte Tattenzione degli 
assediati. L'alba era vicinissima, quando una barca incen- 
diaria arrivata presso quella batteria tutta awolgevala in 
dense fumo; nel medesimo tempo BrûU ne scalava co'suoi 
il parapetto. Sorpresi da quel sîibito apparire del nimico, 
i difensorî di quella, colti da timor panico, dopo lieve 



a libertà, domandô di andare alla guerra per la indipendenza italiana. 
Toccô ferita in Cnrtatone. Alla difesa di Venezia combatte sempre ore 
maggiore il perîcolo. Da Marghera usciva spesso con brève drappello 
di arditissimi, e tatto impeto e fnria andando inaino ai piè délia trinoea 
degli Anstriaci proyocarli a pngna nell'aperto. Sol gran ponte exa al 
comando délia batteria Sanf Antonio. Stando in qnesta ai 27 di gingno, 
con la febbre addosso, fece prove incredibili di yalore, poichô i nimici 
in quel giorno essendosi incapati di atterrarla a tntta forza , tali e 
tante offese vi scaglîarono contra, che de' sette cannoni che areya, 
<nnqiie faiono scavaleati, saltd in aria nn magazzino ripieno di polyeri 
da guerra, si appiccô il ftioco a materie ammassate nell'angnsto apaiio. 
^01 la fn salya. E la sera, allora apponto che il Bosaroll potô yedere 
tomate yano qnel massimo sforzo degli Anstriaci e goderai del pensiero 
di aver tanto operato a sostenere Tonore di Venezia, colpito da palla 
di cannone stramazzô. » 



Digitized by VjOOQIC 



352 OAPITOLO Yll 



contrasto âietreggiayano, lasciando la batteria in mano 
airaudace assaltatore, il quale, con dissennato consiglio, no 
cliiodaya i cannoni, cho avrebbe dovuto volgere contra 
San Seconda e le altre difese del ponte; errore che pochi 
istanti dopo facevagli perdere sua facile conquista; awe- 
gnachè, corsi alla riscossa quci due valorosl, che erano 
Perazzi e Gosenz con alquanti soldati il ributtassero dal 
ponte: nella quale brève fazione fu morto il capitano 
Brûll. Se taie impresa, da prima bene riescita, fosse stata 
yalidamente sostenuta da grossa mano di Austriaci e dall»^ 
artiglierie di San Oîuliano; e se, corne già dissi, i can- 
noni délia batteria Sanf Antonio fossero stati volti contra 
la batteria Rosaroll e contra la città — onde sarebbe riu- 
scito facile superare il canale San Seconda — Venezia 
non avrebbe potuto resistere più a lungo. La sorpresa del 
7 luglio fece gli assediati più vigilanti; d'allora le batterie 
furono più attentamente guardate; a quella di SanV Antonio 
e Rosaroll vennero aggiunti due fianchi bassi muniti 
d'obici e di cannoni, e fu sbarrato il canale San Seconda. 
— Non iscoraggiti dal cattivo esito toccato ai loro tenta- 
tivi d'improvvisi assalti, gli Austriaci, che vedevano distrutti 
nella notte i lavori d'approccio innalzati durante il giorno 
sul ponte, pensarono fulminare Venezia con bombe portato 
da palloni areostatici ; una ventina de' quali vidersi il 
12 luglio alzarsi da una fregata accostatasi al Lido, c le 
bombe scoppiare senza arrecare il più lieve danno alla 
città; un pallone discese entre il forte San Nicoldy due 
caddero nella laguna. Intanto la popolazione comînciava a 
soffrire per famé. La Commissione, che intendeva ail.» 
grascie, già da tempo aveva prcso gravi deliberazioni 
contra gli incettatori di vettovaglie, razza vilissima d'uo- 
mini d'assai lunga peggiore dei ladri ; ma serrata da ogni 
parte la laguna dalFesercito assediatore e chiuse le vi»* 
del mare dalle navi austrîache, la quotidiana consuma- 
zione délie biade era sempre maggiore dimolto di quanto 
i contrabbandieri potevano giornalmente fornire a Venezia: 



Digitized by VjOOQIC 



YENIZIAS X7NOASIA 



onde ogni giorno piii aumentava la pcnuria dei viveri. Le 
saggie provvidenze délia Commissione annonaria ayerano 
bensi dato buoni frutti, ma furono di brève durata ; avve- 
gnachè i tristi trovassero presto modi artiflziosi per élu- 
dera le leggi piii beaefiche. Il valore del pane essendo 
oltremodo cresciuto, la Commissione ordinava, che si 
avesse a fare d'una mistianza di farina e segale, nel 
tempo stesso determinandone il prezzo; di poi imponeva 
ai venditori di commestibili e aile famiglie di notiflcare 
con esattezza tutte le provvigioni che possedevano, pena 
la confisca ; ma non estante il provredere sennatissimo 
dei Commissari alla bisogna pubblica, la carestia^ e con 
questa le tristi inevitabili sue conseguenze, avanzavasi a 
grandi passi! — Altri tentativi di sbarchi sul ponte, e 
altri di assalto contra Brondolo rinnovaronsi dal nimico 
8in quasi al cadere di luglio, riesciti perô sempre a vuoto ; 
anzi ni di quel mese fu costretto a togliersi giù daU'im- 
presa di Brondolo, causa la itisalubrità dell'aria, la quale 
infermaya moltissimi soldati; e in oltre a cagione délia 
natura paludosa del terreno, che rendeya oltremodo dif- 
ficile i layori e il trasporto délie pesanti artiglierie d'as- 
sedio. Il ferro e il fuoco del nimico e le malattie avendo 
assottigliate .di molio le schiere dei difensori di Yenezia, 
la Commissione militare chiedeya la mobilitazione di parte 
délie Gimrdie Nazionali ; e TAssembleail 19 luglio decre- 
tava pma leva di mille di esse per l'esercito, e il di ve- 
gnente quella di quattrocento uomini per la marineria da 
guerra. 

La notte del 28 al 20 luglio era giunta a mezzo del suo 
corso, quando un trarre furioso délie artiglierie austriache 

— il cui fuoco aveva da piii giorni diminuito di intensità 

— chiamava in su l'arme la popolazione, tutta riempien- 
dola di terrore e confusione. Le bombe e i proietti d*ogni 
specie, cadendo numerosi nei quartieri di Ganereggio, 
San Giacomo, San Samuele e San Barnaba, ne costringevano 

23 — VoL n. Xasiaki — Storia pd* t m%L 



Digitized by VjOOQIC 



354 okVTTOho vn 



gli abitatori a cercare salvezza nei lontani tanto dalle bav 
terie nimiche, da non potere essere côlti dalle loro offese; 
ed essi venivano intorno alla piazza San Marco e alla riva 
degli Schiavoni, ove ricevevano ospitalità cordiale e aiuto 
veramente fraterno dai ricclii e dai poveri, dal Clero,dal 
Municipîo, dal Governo e persino dal soldato; il quale, 
oltre all'aprire a quegli infelici la sua stanza, facevasi a 
dividere con essi il poco che possedeva. La confusions 
in su le prime assai spaventosa, destata nella popolazlone 
dal violente fuoco délie armi assediatrici, presto cessô; e 
Venezia riprese l'abituale sua tranquillità mercè Jesa- 
pienti cure delFAssemblea, che seppe con soUecitadine 
prowedere di ricovero, di vitto e di laroro i cittato i 
quali per salvare la vita avevano lasciato le loro case.- 
Per la molta distanza che correva dal campo impériale 
alla città assediata, non potendosi bombardare questa ù 
coi mezzi e non nei modi ordinari, Tburn aveva £ 
costruire neU'isoletta di San Giuliano due batterie di grosâ 
cannoni e di paixhans; un'altra dietro il ponte di SaQ 
Giuliano; una quarta nelle vicinanze di Campalto, euni 
quinta entro Gampalto stesso, tutte poi fornite di groai 
cannoni ; i quali, cavalcati a guisa di mortai e poggla^ 
aUe scarpe interne dei parapetti, trovavansi inclinati sotv 
Tangolo di quarantacinque gradi, e ciô per essere stafl 
data una taie inclinazione aile scai*pe dei parapetti : oni 
con cariche di meta peso dei proietti poteronsi quest 
gittare sino alla distanza di quattro e di cinque mil 
metri e più dalle batterie, tanto da cadere nei ceatro i 
Venezia, e dalla batteria di Campalto fin dentro Tisola d 
Murano. La bombardata, che d'allora ùx senza tregaa 
sempre furiosissima, destô parecchi incendi, e guastù no! 
pochi capolavori di architettura e pittura; ma non î&^s 
a rimuovere i Veneziani dal generoso proposîto di resis^r 
sino allô estremo; i quali ebbero di quel giorni acomba 
tere aU'interno dei nimici, sotto certi rispetti più peria 
losi degli assediatori. Erano alcuni arrabbiati agitatoi 



Digitized by VjOOQIC 



VSNEZIÂ. X ITHOABIA 355 

che, mettendo innanzi lo stolto disegno di levare in su 
Tarmi quanti erano atti a portarle e Timprudente consiglio 
d*ana uscitaditutte le forze armate, gettayano il popolo nella 
massima commozione, e la discordia tra governanti e go- 
yernati. £ siccome i subornatori erano riusciti a gua- 
dagnarsi con artifizi ingannevoli l'animo di qualche gio- 
vane soldato, cosi il générale Pepe, in un manifeste del 
31 luglio all'esercito, dopo averne lodate le militari virtù, 
le quali rendevano lui superbo di comandare a milizie 
italiane, inTitavalo a sopportare con coraggio le dure 
prove della guerra e le più dure estremità di essa, che 
sarebbero per toccargU; in pari tempo Tassicuraya, essere 
egli per eccitare, anche nel nimico» un sentimento di 
invidia, non mai di pietà. — Se una uscita di tutto l'eser^ 
cito contra Tassediatore poteva tornare pericolosa e de* 
plorevole per une spreco inutile di vite, quella di pochi, 
ma di eletti soldati, se gagliardamente condotta, poteva 
riescire di grande yantaggio a Venezia. E di gran proâtto 
le fu di yiveri Tuscita di Brondolo del primo agosto; nel 
quale giorao da milledugento fanti, trenta cavalleggeri e 
qaattro artiglierie da campo, duce lo strenuissimo Sirtori» 
lauoTevano verso il Brenta e lo varcavano divisi in tre 
schiere, procedendo celermente contra i posti avanzati 
degli Austriaci, distesi da Gonche a Oalcinara, e valida- 
mente asserragliatisi là dove congiungonsi i due argini di 
quel fiume: scopo deiruscita, sopravanzare taie posto, la 
cui perdita avrebbe costretto il nimico a indietreggiare (I). 
La schiera di destra — di quattrocento fanti del reggimento 
Oalateo (2), sedici cavalleggeri e due cannoni — per la 



(1) Yedi rAtlante. 

(2) n reggimento del Galateo — ordinatissîmo per virtû di loi che 
lo comandava — quando fu lasciata Marghera agli Austriaci^ andô aile 
difese costmtte snl ponte deUa via ferrata; a mezzo giugno portossi a 
presidiare i forti del Lido, che stavano sotto il govemo del générale Sc- 
iera; un mese di poi Galateo veniva trasferito a Chioggia,oye rimase 
mo alla resa di Venezia. 



gigitized by VjOOQIC 



356 OAPITOLO VII 



sinistra del Brenta doveva portarsi sopra .Conche e impa- 
dronirsene ; quella di mezzo — dugento veliti e ceato fanti 
di ordinanza — per la sinistra del Bacchiglione girando 
sul âanco il poste fortificato degli Austriaci, doyeya assal- 
tarlo al momento in cui sarebbegli andata sopra la schiera 
di destra; in fine, quella di sinistra — che contava sei- 
cento fanti, quattordici cavalleggeri e due cannoni — oc- 
cupata Brenta dell'Alba aveva a riunirsi con Taltre due su 
la Galcinara. Gli imperiali fecero dovunque brève resistenza; 
e da Brenta dell'Alba si ritrassero con tanta furia da la- 
sciarvi una bandiera, alquanti schioppi e non poco cor- 
redo da soldato, e che tutto venue a mano degli usciti con 
molto grano, vino e dugento buoi; anni e vettovaglie chu 
in sul cadere del giorno portarono in Chioggia; e copia 
assai maggiore di viveri avrebbervi potuto recare, se il 
Municipio di Chioggia, giusta il comando datogli, avesseli 
forniti non di trenta, ma di sessanta barche. Il buon esito 
toccato all'impresa del presidio di Brondolo indusse i di- 
fensori di Treporti a uscir fuora per vettovagliarsi ; dei 
quali, in su la sera del 2 agosto da settecento awiaronsi 
verso la Gava Zuccherina; ma la vigile guardia del nimico 
mandô a vuoto il loro tentative : onde il di vegnente, rifatta 
la via, rientrarono in Treporti. 

Quasi che i mali délia guerra e la carestia non bastas- 
sero ad affliggere l'eroica Venezia, un terribile morbo, il 
choiera, che sine allera era andato serpeggiando per la 
cîttà mietendo poche vittime, erasi in quel mezzo allargato 
in tutto VEstuariOy dovunque spaventosamente infierendo; 
ciô nobpertanto i cittadini mostravansi fermî nei delibe- 
rati propositi, avvegnachè le miserie presenti, ne le peg- 
giori che prevedevano essore per toccar loro, facessero 
venir mené in quel generosi il coraggio e il perseverare 
nelle resistenze (1). L'Ungaria, nella quale i Yeneziani 



(1) Un bmtto caso , ma ohe prora quanto il popolo yeneziano fosse 
risolntissimo a leaistere sino allô estremo, accadde il 3 agosta Attî- 



Digitized by VjOOQIC 



YENBZIA E UNOARIA 357 

âverano riposte tante speranze di validi aiuti di navi, di 

soldatesche e di danare — navi, soldatj e danaro più velte 

prbmessi — TUngaria, io dico, allagata di poderose armi 

moscovite, vedeva allora la sua fortuna declinare; e, seb- 

bene rittoriosa in molti cembattimenti e in molto giornate 

degli eserciti deli'Austria, nondimeno vedeva i suoi giorni 

essere contati: tutte ciô Venezia sapeva, eppure, non di- 

sperando délia sainte sua, resisteva da forte! e con onore 

d'Italia teneva alta la nazionale bandiera, già da un mese 

gloriosamente caduta a Roma! — - L'assedio andava sempre 

piii stringendo in un semicerchio di fuoco e ferre la stre- 

auissima città, su la quale gli Austriaci facçvano piovere, 

senza tregua mai, una mirlade di proietti, oui rispondevano 

intrepidamente 1 difensori, costretti perô a trarre con 

lentezza per lo scarseggiare délie polveri. Importava som- 

mamente agli assediati rompere o almeno allargare l'os- 

•'^idione délie navi imperiali; perô che dalla parte di terra 

fosse omai impossibile provvedersi di viveri e di quanto 

abbisognava alla guerra; e siccome dalla marineria veneta 

opérante con audacia e vigore ciô soltanto dipendeva — 

onde con vantaggio di Venezîa sarebbei*si prolungate le 

resistenze — cosi le si volgeva il Governo délia repub- 

Uica, tutto sperando dal suo coraggio, dal sue amor patrie. 

Vane speranze ! avvegnachè si trovasse allora in condizioni 

deplorevolissime sotto ogni rispetto, soprammodo per la 

Quiltare disciplina, di quel giorni allentatasi tante da ve- 

dere ribellarsi e disobbedire ai comandi dei loro capi i 

marinai, i quali avrebbero dovuto essere prima gloria e 

primo décore di Venezia, un di potente e temuta per opéra 

e sapienza dei padri loro, che avevano lasciato retaggio 



ttto, che presse il Patriarca da alqnanti cittadini discntevasi sn la resa 
délia città, tamnltnante corse al sno palazzo, Tinvase e ne gnastô al- 
CQne snppellettili; e maggiori danni avrebbe arrecato, se Tommaseo 
ftcn li si fosse prontamente recato e con sua éloquente parola non lo 
tresse persnaao a cessare da ogni inanlto e a ritirarsi di là. 



Digitized by VjOOQIC 



358 CAPITOLO vil 



ricchissimo di splendide tradizionî di marittime imprese. 
Ma la colpa dî maie si. grave, forse rovinoso, era tutta di 
coloro, i quali dopo la fortunata soUevazione del marzo 
1848 avevano preso a ordinare e a reggere la marineria 
da guerra. Vhito Tesercito italiano a Novara, il Governo 
veneto, poco o nulla curandosi del mare, toglieva aile 
navi gli offlciali e i soldati, per presidlare i forti e le bat- 
terie délia terraferma e délia laguna. A tanto errore, il quale 
poteva tornare funestisslmo alla difesa, la Commîssione. 
appena instituita — e fu, come vedemmo, a mezzo il giugno 
— con savîo consiglîo armava soUecitamente una squadra 
di piccioli legni, di barche cannoniere e d'un legno a va- 
pore, portanti insieme da centoventi artiglierle. Se non 
che, quando, tutta raccolta, era in procinto di muovere 
contra il nimico, i marinai délia nave a vapore — che 
dal nome di Pio IX era stata intitolata — rifiutavansi 
d'uscir fuora, tumultuariamonte chiamando il loro antict» 
capitano. La severa punizione inflitta ai capi délia ribel- 
lione valse bensi a soddisfare alla militare disciplina offesa, 
non perô a rimetterla nel dovuto onore e rispetto. Bucchia, 
,alla Commissione ita a lui in sul cominciare del luglio 
per invitarlo a combattere Tarmata ossidionale, affermava. 
essere allora impossibile quell'impresa, fondamento verune 
non potendosi fare sui marinai. — E siccome Bucchia di 
quanti offlciali contava la squadra veneziana era non sola- 
mente il piii abile e il più degno di comandarla, ma quello 
altresi che meritamente si aveva la stima e la confideoza 
di tutti, i Commissari vidersi costretti di coramettere al 
suo senno e al suo amor di patria l'onore délia marineria 
e la salvezza di Venezia. — 11 giorno, in cui i viveri — 
gi& da tempo scarsi e insalubri — mancherebbero afiatto* 
avvicinavasi a grandi passi; e taie giorno era stato sino 
dal cominciare di giùgno rivelato al Governo délia repub- 
blica dalla Commissione annonaria; la quale, con suo cauto 
e diligente indagare aveva trovato nelle riposte di Venezia 
presse i cittadinl copia di vettovaglie bastevole al loro 



Digitized by VjOOQIC 



YEKSZIA E UKaABIA 369 

manteaimento fino al 24 agosto, che doyeva quindi essere 
Tultimo délia resistenza. Che risolvere, e quale cosa ope- 
rare in Si dura nécessita? Manin, raccolti segretamente il 
6 agosto i rappresentanti del popolo a parlamento, dopo 
arer detto délie condizioni in cul troravansi, diceva: = 
essere consiglio prudente ripigliare con De Bruck — di 
quel giorni iu Milano — le pratiche d'accordo per una 
pace onoreyole con TAustria; ogni induglo non migliorare, 
bensi peggiorare lo stato loro e i patti délia resa. = I piii 
ardent! sostenitori délia resistenza estrema ponevano allora 
innanzi il disegno di una grossa e forte uscita del pre- 
sidio allô intente di prowedersi di Tireri; ma questa 
metteva a repentaglio la difesa di Venezia; ayregnachè 
non sarebbe possibile resistere al gagliardo assalto che 
Thurn, avrisato di quella uscita, senza por tempo in mezzo^ 
avrebbe date alla città con sicurezza délia vittoria ; e la 
presa per assalto d'un nimico, da parecchi mesi affaticantesi 
in assedio tanto sanguinoso, sarebbe tornato a Venezia 
dannosissimoy ai cittadini oltremodo micidiale. Anche il 
disegno di levare in su le armi quanti poterano portarle, 
aveva trovato favore presse la gioventù e Tappoggio di 
alcani rappresentanti del popolo, soprattutti di Tommaseo; 
il quale, pur di non sommettersi aU'Austria, non avrebbe 
rifuggito mai dalle imprese piii arrischiate^ ne dalle deli- 
berazioni piii audaci. Ma corne potevasi armare la massa 
veneziana, se gli armamentari délia repubblica erano quasi 
Tnoti? corne ordinarla e ammaestrarla in tanta ristrettezza 
di tempo? e cosa poi veramente di efficace ottenere da un 
esercito, forte bensi per numéro e d*animo gagliardo, ma 
composto di tumultuari e al quale non sarebbesi potuto 
dare ufflciali e sott*ufflciali quanti strettamente abbisogna- 
vano per comandarlo e guidarlo in campo aperto? ayve- 
gnachè in quel lungo assedio il primo esercito ne avesse 
perduti dimolti morti o feriti. In si dolorosa condizione 
di cose^ in momenti tanto imperiosi, l'Assemblea, convinta 
dover la resistenza avère un termine, e che questo era 



Digitized by VjOOQIC 



360 CAPITOLO VII 



ornai vicinissimo, serbata a se la piena autorità di ratifî- 
care ogni e qualsiasi deliberazione d'intéressé politico, 
decretava al Dittatope il carico di provvedere nel modo 
ch'egli reputasse piii degno aironore e alla salute di Te- 
nezia. Il quale decreto veniva da Maoin fatto conoscere al 
popolo cou queste parole: < Nelle circostanze solenni in 
che ci troviamo, TAssemblea dei vostri rappresentanti ha 
gittdicato opportune di fare quanto in simili casi si pratiea 
in altri paesi, e affldô a un solo cittadino tutti i poteri; 
io sono il prescelto. Voi sapete quanto io ami sinceramente 
Venezia ; prestatemi adunque la vostra assistenza, tentiamo 
assieme tutto quelle che sarà possibile per salvare Tonore 
e la esistenza nazionale; amici miei, comportiamoci da pro- 
pugnatori d'una causa santa, e confidiamo in Dio. » Aile 
quali parole la sera del 7 agosto una turba di stolti — oui 
eransi uniti alcuni soldati — raccoltasi in su la piazza 
San Marco, rispondeva gridando una générale levcUa di 
armi; e Manin ai tumultuanti: che voleté? domaadara; 
vot ben sapete essere i registri tuttavta aperti; chi vuole 
conibattere vi si scriva (1). Siccome poi sino dal 28 lugUo 
era stato risoluto dairAssemblea, avesse la marineria da 
guerra a tentare cou tutte sue navi di rompere o allar- 
gare Tossidione, anche solamente quanto bastasse a yetto- 
yagliare la città affamata, cosi Bucchia VS agosto usciva 
dalle lagune con la squadra; allô avanzarsi délia quale 
Taustriaca allontanavasi dalla spiaggia, certamente allô 
scopo di attirare a sô in alto mare il nimico; ma due 
giorni appresso Bucchia riedeva a* suoi porti, per essere 
il choiera comparse su le sue nari (2). 



(1) Nel tre giorni nei qnali rimasero ancora aperti i registd , 8oIa- 
mente diciotto cittadini yi si scrissero. 

(3) La squadra veneta condacera seco nna baica carioa di TÎno: 
qnesto tutto il fratto délia spedizione. 



Digitized by VjOOQIC 



VRNBZIÂ X UNOÂBIA 361 



Intanto Topera dévastatrice délie artiglierie assedianti 
andava ogni giorno piii spaventosamente orescendo ! A ren- 
derla ancor piîi terribile s'aggiungeva Topera, non meno 
sterminatrice di quella, del morbo asiatico e dcUa carestla, 
che mieteyano vittime innumerevoli e minacciavano mu- 
tare Venezia in una stanza di morti: eppure tanti mali 
non yalevano a fiaccare gli animi del popolo, anzi pareva 
che nel petto dei difensori di quella terra strenuissima 
s^anmentasse il coraggio con Taumentare délie rovine, che 
intomo intorno ad essi a ogni istante si facevano. Ma Da- 
niele Manin — il quale ornai disperava di salvare alla sua 
patria la tanto desiderata indipendenza — TU di quel 
mese d'agosto scriveva a De Bruck, tuttora in Milano, 
d'essere pronto a riprendere le trattative di pace. Pru- 
dente e saggio consiglio questo del Dittatore; perô che il 
nimico, ancora ignaro del vero stato délie cose, avrebbe 
potuto accordare a Venezia onorevoli patti di resa; patti 
che non sarebbe possibile a Manin di ottenere il giorno 
in cui se, per conservare religiosamente il generoso pro- 
posito di resistere fino agit estremi, fosse poi costretto 
a rendersi per mancanza di viverù In quel giorno stesso 
delTll agosto moltl offlciali e soldati — i quali in una 
générale levata d*armi e in una grossa uscita contra il 
campo assediatore tutta ponevano la salvezza délia città 
— eransi raccolti per ordinare Tuna e mandare Taltra a 
effetto. Pepe, saputo ciô, chiamati sollecitamente a se i 
principali delTesercito, ingiugneva loro avessero a impe- 
dire quegli atti che recherebbero grave offesa alla militare 
disciplina. Poche ore dopo recavansi a lui sette offlciali, 
delegati dai compagni a pregarlo di riunlre tutte le forze 
armate e condurle alla pugna; e il générale rispondeva: 
= Essere impossibile soddisfare al loro desiderio; avver- 
tirli, che rimanevangli fedeli tanti soldati bastevoli a sven- 
tare si biasimevoli intrighi. = UUoa, il quale voleva cono- 
scere i disegni degli agitatori, invltava i delegati a mettergli 



Digitized by VjOOQIC 



362 OAPITOLO YII 



innanzi due offlciali, nel cui talento e coraggio avessero 
riposta tutta lor fede, allo intento di diacatere insieme 
rimpresadeliberata; ed essi designavangli Morandîe Sirtoii, 
che perô non voUero accettare discussione veruna sn 
quanto era già stato risoluto. La fermezza di Pepe manda 
a vuoto rimpresa disegnata; avyegnachè ei facesse siibito 
conoscere airesercito, che s*egii era pronto a terminare 
con onore la guerra — la quale da piii mesi durava con 
somma gloria di Venezia e de* suoi difensori — era pre- 
parato altresi a sperderé con la forza qnalsiasi riunione 
di soldatesche, ch*6gli considererebbe corne tentativo di 
ribellione. — Il di vegnente in su la piazza San Marco 
aile otto legioni délie Otuirdie Nazionali raccolte assieme 
a moltitudine innumerevole di popolo, Daniele Manin parlô 
in queste sentenze: « Soldat! e cittadini! se la nostra 
rivoluzione si è mantenuta pura fino a questo giorno, se 
il nome di Venezia, tanto Tilipeso sino a ieri, è oggîdi 
attorniato délia stima dei nostri stessi nimici, la gloria di 
questo cambiamento ô dovuta intera allo zelo costante, 
infaticabile, intelligente délia milizia cittadina. Un popolo 
che ha fatto e ha sofferto» quanto voi avete fatto e sofferto, 
non puô perire. Il future vi riserba la sua ricompensa. 
Quando splenderà questo giorno? Iddio lo sa; ma a noi 
basta averlo meritato. Sciagure grandi sono imminenti; 
se non ô in nostro potere lo scongiurarle, è bene in nostro 
potere il conservare intatto flno aU'ultimo l'onore dalla 
nostra città. Ora tocca a voi conservarlo come il piii pre- 
zioso patrimonîo dei nostri ûgli. Se per un giorno solo 
Venezia cessasse d*essere degna di se medesima, tutto 
quelle che avete fatto rimarrebbe macchiato, obliato, per- 
duto. lo ho invitato la milizia cittadina, logera da tante 
fatiche, sûnita da tante sofTerenze, a radunarsi qui intorno 
a me, come a consulta di amici e di fratelli ; io la supplice, 
la scongiuro a perseverare in quest*opera salutare e su- 
blime, di mantenere Tordine e la disciplina, che hanno 
fatto sino al présente la sua forza e la sua gloria. L*As* 



Digitized by VjOOQIC 



TBHEZIA B UNOABIÂ 363 



semblea dei rappresentanti del popolo, solo potere legit- 
timo, ha voluto conferirmi la malleveria formidabile délia 
situazione (sic): io ho accettato, non già per orgoglio, Dio 
me ne è testimonio, ma per dovere, e perché ogni altro 
ravrebbe ricusata. Tuttavia, se la guardia cittadina non 
avesse più nella mia lealtà quella confidenza che mi 
ha conservato cosi lungamente, mi sarebbe sonz'essa 
impossibile sostenere il peso del governo; allora io pre- 
gherei TAssemblea a confidare a mani piii degne dello 
mie questo potere, che non ho cercato, ne ambito, e che, 
nelle tristi circostanze, in cui siamo, non è certamente da 
desiderare. Io demande alla guardia civica e al popolo : 
« Avete veramente confidenza in me ?» — A taie domanda 
il popolo e le Gttardie NazionalU avendo risposto con un 
si fragoroso e prolungato, il Dittatore continué a parlaro 
cosi : « La vostra amicizia mi contrista, miei amici ; essa 
mi fa sentire piîi vivamente ancora, se possibile, tutti i 
vostri mali, tutte le vostre sofferenze. Non è su la mia 
forza morale e fisica che voi dovete appoggiarvl, ma su 
la mia devozione; questa sola è grande, intima e profonda, 
e non finira che con la mia vita. Qualunque cosa accada, 
sia ch'io'viva o muoia lontano da voi, direte: qiœsPuomo 
si è ingannato; ma non dite mai: QuesVuomo ha voluto 
ingannarci, » — No, no! gridarono allora gli astanti. — 
< Voi mi renderete questa giustizia, prosegui Manin, o 
amici miei; io non ho giammai inspirato agli altri délie 
illusioni che io nutrito non abbia; io non ho mai detto 
speralCj quando non îsperava io stesso. » E qui, oppresso 
da grave commozione, fini il suo dire e svonne: onde fu 
via portato dagli amici che stavangli d'attorno. — In questo 
mezzo giugneva al Dittatore lettera di De Bruck, nella 
quale il Ministre austriaco avvertivalo, che per essere 
state respinte dall'Assemblea le antiche sue proposte d*ac- 
cordo e pace, Venezia doveva, senza condizione di sorta, 
sommettersi; per6 il maresciallo, sempre inspirandosi a 
sentimenti d'umanità, accordavale ancora quanto avevale 



Digitized by VjOOQIC 



364 CAPiTOLO vu 



offerte il 4 maggio (1). Perduta ogai speranza d'aiuto 
esterno — avvegnachè, sebbene tuttavia si igaorasse la 
dedizione di Vilàgos, pure tutti sapessero gli Ungaresi tro- 
varsi allô estremo e avère la Sardegna segnata la pace 
coa TAustria — che far doveva Venezia di forze esausta, 
e col nimico d'ogni parte premente? nuiraltro fuorchè 
ai-rendersi e ricevore la legge dal vincitore fortuaato ! — 
Nella sera del 16 agosto le sorti e Tavvenire di Venezia 



(1) Le conoessioni del 4 maggio venivano affermate da Badetzkj nel 
segaente manifesto ai VenezianL u La pace con la Sardegna è cou- 
chiosa. Con qnestx) aT7eiiimeiito syaniscono le ultime speranze che al- 
cnni fra yoi ancora ripûneyano in nna nuova ripresa délie ostîlità. Poeo 
a poco la quiète e l'ordine légale tornano pure a felicitare le altre 
parti d'Italia, le oui popolazioni, liberate dai terrori deU'anaicluA, ooa 
rinascente fiducia yolgono i loro sguardi a un'éra noyella. Una fiudone, 
che yj signoreggia, fa in modo che yoi soli persistiate ancora in una 
ingiustificabile resistenza contra un Groyemo, che yi ofire tutte quelle 
guarentigie di Ilbertà légale c di assennato progresse, che voi, col sa- 
crificio del yostro benessere, indarno cercate consegnire sotto un Go- 
yeruo riyoltoso. In questo suprême momento una yolta ancora ai» U 
mia yoce che, senza portaryi yerun utile^ senza ofifrind yeruna speranza 
di 8ucc€880j non farebbe che aggiugnere nuoye sciagure a. quelle che 
yi ha apportato questa causa disperata. A fine pertanto che tali scia- 
gure abbiano un termine, sono ancor pronto a concederyi le steaae con- 
dizioni oiferteyi il 4 maggio: 

1^ Resa piena, intera e assoluta. 

2^ Dedizione immediata di tutti i forti, degli arsenali e dell'înten 
città, che yerranno occupât! da' miei soldat!, ai quai! saranno puze da 
consegnarsi tutte le nayi da guerra, in qualunque epoca coatrutte, 
tutte le pubbliche fabbriche, le materie di guerra, e tutti gli oggetti 
di proprietà del pubblico erario di qualsiasi sorta. 

3" Consegna di tutte le armi appartenent! ailo Stato ed ai priyatL 
Accordo oggi, corne già allora accordai, le seguent! concession!: Yieae 
data licenza di partire da Venezia a tutte le persone senza diatinzione, 
che yogliono lasciare la città per la yia di terra o di mare. Sarà emanato 
un perd6no générale per tutti i soldati di terra o di mare. Accettando 
queste condizioni yoi farete il primo passe yerso Tunica yia, ohe pu5 
portare rimedio ai mal! ayvenuti, e guarentind un migliore e piA fansto 
ayyeniie. »» 



Digitized by VjOOQIC 



VBNEZIA E UNOARIA 365 



fermaronsi da Mania, dalla Commissione militare, dal 
Maestrato dei cittadini e dai Ministri; i quali, discusse e 
stabilité lo basi délia resa, per trattare qui^sta deputarono 
a Gorzkowski — allora succeduto a Tburn nel governo 
deirassedîo (1) — Priuli, Medin o Calucci rappresentanti 
del Municipio, Cavedalls deiresercito e Antonini rappre- 
sentante dalla casta mercatantesca. Aile loro dimande il 
générale austriaco rispondeva: = Non avère autorità di 
sospendere le armi; schiarimento nessuno poter dare su 
ci6 che nel manifeste di Radetzky toccava agli esiliati e 
al perdôno dei soldati e sott'ufflciali deiresercito impériale, 
che allora militavano sotto le insogne délia repubblica; 
promettere di scrivere immediatamente al maresciallo per 
fargli conoscere i desidèri loro. r= il mattino del 16 la 
squadra veneta, uscita dal porto di Malamocco, avvicinavasi 
alla nimica; la quale, sebbene d*assai superiore per nu- 
méro, potenza di nari e di cannoni, non osando assaltar 
quella, tentava sopravanzarla, allô scopo di toglierle la via 
alla rîtratta a Malamocco: nel cui porto la squadra dei 
Veneziani rientrava in sul cadere délia notte. Il 21 agosto 
il trarre dolle artiglierie assediatrici cessava affatto : per- 
venuta la risposta di Radetzky, Tarmi sospendevansi d'ambe 
le parti (2). 

Le ultime ore délia resistenza dovevano essere turbate 
da una ribellione soldatesca; e certamente se non fosse 
stato délia risolutezza dei capi e del coraggio di Manin — 
non ultima délie virtu di questo grande cittadino — Venezia 
sarebbesl allora bruttata di sangue italiano per opéra stessa 
di coloro, che nel lungo e glorioso assedio avevanla tanto 



(1) Thurn era ito in Piemonte a riprendere il comando del sno corpo 
d'esercito, che allora campeggiava la contrada stendentegi fra il Tidno 
e la Sesia. 

(2) La risposta di Radetzky venne portata dal maresciallo Hess, il 
quale doveva trattare gli accordi per la rimessione di Venezia aile 
armi imperiali e sottoscrivere i patti délia resa. 



Digitized by VjOOQIC 



366 CAPiTOLO yn 



strenuamente difesa. Il Dittatore aveva appena ottenuto dal 
Municipio sei milioni di lire (1) allô scopo di sussidiare ai 
geaerosi, corsi da ogai parte délia penisola a combattere 
per quella città e che allora doveva rimandare a lor case, 
quando da grossa mano di soldati, venuta minacciosa al 
palazzo ducale, chiedevaasi tre mesi di solde, la ievata in 
su rarme di tutti i cittadioi e Tuscita générale délie forze 
armate contra il campo nimico. A quietare il tumulto 
Manin al popolo — in sul cadere del giorno accalcantesi 
su la piazzetta — favellava cosi : = A voi e airAssemblea, 
gi& francamente dissi trovarsi Vënezia in condizioni assai 
difflcili e gravi; perciô ebbi dai vostri rappresentantila 
potestà di trattare d*accordi con Tassediatore ; è dunque 
necessario che il negoziare di essi facciasi con dignità e 
tranquillità. Difflcili, ma non senza speranza sono le con- 
dizioni nostre; ne io sarô mai per fermare una paceTe^ 
gognosa: onde la gloria di Yenezia andrà salva da ogni 
macchia. = Avvertito, clie i sediziosi aveano rivoltoi 
cannoni d*una batteria del ponte contra la città per fol- 
minarla, qualora il Govorno niegasse soddisfare aile loro 
demande, il Dittatore, portatosi in mezzo al popolo, facevasi 
a gridare : < Ghi è vero italiano mi segua e mi aiuti a 
mantenere Tordine. » Indi, accompagnato da sessanta utS- 
ciali, corse per buona parte délia notte la città ; la quale 
in sul levarsi del nuovo giorno, il 24 agosto — la batteria 
essendo stata tolta ai rivoltosi senza colpo ferire — ripren- 
deva l'usata quiète; ma brève ora di poi Venezia tutta 
riempivasi di tristezza e d'afflizione! erano preparamenti 
al lutto, cui la ria sorte la condannava e che dovera 
durar piii di tre lustri! Nelle ore pomeridiane dl quel 
giorno Daniele Manin, fermât! col nimico i patti délia 



(1) Taie somma era in earta eomunale; con qnesta poitaw > 
sessanta milioni quella délie spese fatte da Venezia dal 18 mano ï^ 
sino al 21 agosto 1849, 



Digitized by VjOOQIC 



tenez: A. s UNOARIA 867 



dedizione e gli accordi per la rimessione délia citta, de* suoi 
fortî e deWJS^tuario^ rinuiiziava la potestà dittatoriale al 
sapremo Maestrato dei cittadinl; il quale, senza por tempo 
ia mezzo, pubblicava il nome di coloro, che, esclusi dal 
perdôno, doverano lasciare Yenezia e lo Stato, e faceva 
conoscere altresi le condizioni délia resa (1). — Tutto era 
finito per quella eroica città! la quale ricadeva nel ser- 
vaggio deirAustria dopo una lotta di diciassette mesi, dopo 
un assedio sostenuto con coraggio invero straordinario e 
a prezzo di sacriâzi immensi ; assedio che sarà sempre una 
délie plii splendide, délie plu grandi çlorie délie armi 
italiane. Yinta sul Ticino e su la Sesia la picciola Sar- 
degna; domata la soUeyazione ungarica, non per virtii 
degli eserciti proprii, sibl^ene per quella dei russl, e ridotta, 
non con la forza, ma per la famé all'usata obbedienza la 
strenuissima Venezia, la guerra posava in Italia e neU'im- 
peirio absburghese! — n 27 agosto Manin, Tommaseo e 



(1) Gli esclusi dal perdôno fnrono quaranta. — Ecco le condizioni 
délia resa: 1° Sonunessione, giusta i precisi tennini dei manifesto di Ba- 
detzky, 14 corrente agosto. 2^ Consegna encro qnattio giorni, di qnanto 
è compreso nel manifesto stesso, nei modi da concertarsi. A schiarimento 
degli articoli quarto e qninto di detto manifesto, si dichiara che le per- 
Bone che devono lasciare Venezia sono: P Tutti gli impeiiali régi of- 
ficiali , che hanno seryito con le armi contra il loro legittimo Sovrano ; 
np tutti gli uomini mUitari esteri; m* le peiaone nominate nell'elenco 
che Bar& consegnato ai deputati venetL 

Durante l'assedio gli Austriaci scagliarono contra Venezia e le sue 
difese da sessantamila paUe, dodici mila granate e trentacinque mila 
bomhe; ed ehbero mille soldat! morti e feriti sul campo, e da quattordici 
mila mancati di vita negli ospedali o resi inabili aile armi per le fa- 
tiche, le malattie e soprammodo per le fehbri palustri. — I difensori 
di Venezia lanciarono, nel lungo assedio sostenuto, da ottantamila palle, 
granate e bombe; miUe aUo incirca dei loro caddero morti o feriti 
combattendo ; e un numéro stragrande, ragion fatta alla forza dell'eser- 
cîto, di morti negli ospedali per fatiche e per choiera; la quale malattîa 
mieté nelk città e nelle isole e terre dell'Estuario assediato pure gran- 
dîssimo numéro di VenesianL 



Digitized by VjOOQIC 



368 OAPrroLo vu 



Pepe con molti dei principali deiresercito e délia città, 
saliti sopra una nave francese, uscivano dalle lagune ; e per 
Corfîi e Genova andarono a Francîa, andarono a Parigi; 
e il 28 pur di quel mese Gorzkowski prendeva possesso di 
Yenezia e de* suoi forti, nella quale poi due giorni dopo 
entrava solennemente il maresciallo Radetzky. 

Vinta la Sardegna a Novara, risoggettate Como, Bergamo 
e Brescia, rimaneva ancora aU'Austria a combattere una 
grossa guerra sul Tibisco^ sul Danubio e su le lagune adria- 
tiche per ridurre aU'obbedienza Magiari e Veneziani : ond<^ 
essa dal non più miuacclante Ticino trasportava non po- 
chi battaglioni nei campi d'Ungaria ad afforzare l'esercito 
di Windischgràtz, mal reggentesi contra lo sforzo dei soUe- 
vati, e artiglierie poderose davanti a Venezia. — Narrato 
il glorioso assedio sostenuto dairantica Signora delFAdria- 
tico, diremo ora aommariamente délia guerra ungarica, la 
quale molto si lega a questa nostra istoria; guerra che 
poco mancô mandasse a rovina rimperio ; ciô che avrebb»^ 
indubitabilmente mutate le sorti deiritalia. 

Deliberati di venir primi aile offese, i Magiari, a mezzo 
il marzo dei 1849, dalla Theiss — superata senza contrasto 
— avanzaronsi contra il nimico, che aspettavali su la via 
di Pesth in forti posture dietro la Zagyva e la Galga, fiumi 
dalle rive paludose. Il grosso deiresercito ungarese, var- 
cato il Tibisco a Poroszlô, si divise in due schiere ; quella di 
sinistra si diresse a Jàszberény a prendervi di rovescio 
1 campi austraci su la Galga; e la destra cammino verso 
i campi di Hatvàn, presse i quali, il 2 aprile, urtava nelle 
genti di Schlick, mossesi a incontraria. La giornata fu 
sanguinosa; il peggio toccô agli imperiali, che dovettero 
indietreggiare sino a Gôdollô, non lungi di Pesth. La schiera 
di sinistra degli Ungaresi, in sul cadere dei 3 aprile arri- 
vata presse Jàszberény, avvertita che Jellachich cammi- 
nava da Alberti verso Pillis per unirsi a Windischgrâtz, 
il mattino dei vegnente andava sopra i Croati e affronta- 



Digitized by VjOOQIC 



VENSZXA S UNOABIA 369 

vali in vicinanza del villaggio di Tàpiô-Bicske. La gior- 
nata perduta dalle genti di Klapka yeniva reintegrata e 
vinta da quelle di Damjanics; e il nimico, che assalito 
da prima erasi fatto di poi assalitore vittorioso, era al fine 
costretto a cedere il campo per salvarsi da totale scon- 
fitta. Sorgeva il 6 aprile, quando i Croati appiccavano il 
fuoco al bosco di Isaszeg allo scopo d*impedire agli Unga- 
resî d*avanzarsi attraverso il medesimo per molestare Jel- 
lacliicli in suo cammino verso Hatvàn ; ma pervenuto il 
Banc alla Zagyra, mutato disegno, retrocedeya per la yia 
ili GôdôUô. Non lontano dal bosco di Isaszeg, tuttayia in 
fiamme, incontratosi in Klapka o Damjanics, senza por 
tempo in mezzo li assale. Non estante il numéro prépon- 
dérante dei nimici le batti^lie di destra — capitanate da 
Damjanics — resistono strenuamente ; e quelle di sinistra 
— governate da Klapka — cedono e lasciano il campo ; 
ma di li a poco ricondotto da Gôrgey contra il nimico e 
appoggiate dalle genti di Aulîch, chiamatevi dal fVagorc 
délie artiglîerie, rinnovano la pugna ; che, ostinata e fiera, 
ma yittoriosa per le armi magiare, dura sino al calaro 
délia notte. Durante la quale Windischgrâtz, per non cor- 
rere il pericolo di trovarsi addosso tutte le forze armate 
dei Magiari, porta i suoi campi nei dintornî di Pesth; e Gôr- 
ge3% il di vegnente, riunisce in Oôdôllô le genti di Klapka, 
di Damjanics, d'Aulich e quelle che, il 4 aprile, sotto il go- 
verno di Gaspar avevano vittorîato ad Hatyàn degli Au- 
striaci di Schlick. Montre con leggero badaluccare e con 
assalti simulati Aulich e Gaspar tengono a bada gli impe- 
rîali, coUocati da Windischgràtz su la sinistra del Danubio, 
lungo un grande arco di cerchio stendentesi da Palotta a 
Keresztur e a Sorohar (1), per difendere Pesth — da nes- 
suno perô minacciata — Damjanics e Klapka insignori- 



(1) Relazione del principe di Windischgr&tz al Ministro sopra le 
armi. 

24 — VoL n, Marusî — Storia pol. e mil. 



Digitized by VjOOQIC 



370 CAPITOLO VII 



sconsî di Waitzen, mettendo in fuga due brigate d'Austriaci 
cho la presidfano. Padrone di Waitzen, Gôrgey col grosso 
delFesercito risale il Danubio e varca la Grau ira K&lna o 
Szecse, e a Zsemlér ; scopo di taie mossa è la liberazione 
di Komorn» clie 11 nimico stringe d*assedio. 11 10 aprile Da- 
mjanics e Klapka sorprendono a Nagy-Sarl6 gli impérial], 
corsi alla Gran per impedirne il passaggio agit Ungarest 
e li pongono in disordiuatissima fuga. Il giorno dopo la 
vittoria di Nagy-Salô due divisioni di Gaspar nel discendere 
la Gran urtano in forte schiera d*Austriaci» e la rieac- 
ciano al di là del Danubio; o Damjanics e Klapka prose- 
guono senza contraste il loro avanzarsi verso Komorn- 
Giunti il 22 appo le mura di questa fortezza — dalla quale 
airawicinarsi dei Magiari eransl allontanati gli Austriaci 
passando su la destra del Danubio — piantano 1 campi 
dlnnanzi al ponte délia Waag. 

In questo mezzo i Magiari gridavansi indipendenU dal- 
rimperio. Messa avanti da Kossuth^ 11 14 aprile in Debreezin. 
la loro indipendenza venira acclamata dalFAssemblea na- 
zionale, che dichiarava altresi la dinastia àbsburghese 
caduta da ogni diritto ereditario al regno ungarico, Noo 
estante la deliberazione di non fermare allora la forma del 
reggimento da darsi al paese, Szemere, il quale presiedera 
ai Ministri, nel manifestarsi favoreggiatore di repubblica, 
faceva conoscere alUAssemblea il Governo temporaneo es- 
sore democ^^tic(Hr^pva>blicano. L*acclamazione délia indi- 
pendenza magiara^ non seguita da quella deiraûratellanza 
degli Slavi del mezzogiorno, fu atto ne generoso, ne grande, 
e mostrô il poco accorgimento e la molta inesperienza dei 
supremi reggitori delVUngaria. In verità, guadagnare alla 
causa magiara Groati, Serbi e Valacchi -- 1 capi dei quali 
per avère ottenuto dalFAustria alti carichi nelle armi e 
in Corte deirimperatore dicevansi a questo devotissimi e 
alla monarcliia — era assai difficile impresa, non perd im- 
possibile, se i Minîstri, nel bandire Tindipendenza délia 



Digitized by VjOOQIC 



VBinBZiA X UirOABIA 371 

patria, avessero accordato a qnei popoli il pieno soddia- 
facimento di lor giuste aspirazioni. — La inettezza di 
Windischgrâtz nel conduire la guerra induceva allora il 
GOTerno di Vienaa a preporre al comando délie armi au- 
striache il maresciallo Welden, che giugneva a Gran il di 
stesso In cui il principe laaeiara TUngarla. Yenutovi con 
rinomanza di gran capitano e con esercito conquistatore 
e baldo per le vittorie di Praga e di Vienna, Welden ne 
usciva con fama di condottiero imperltissimo e lasciando 
Tesercito avvilito per tante battiture sofferte e in assai 
cattire condizioni. — Gorreva la nette del 25 aprile, allora 
che il colonnello Knézich, per un ponte di zattere calato 
sa la destra del Danubio con una eletta di quattro mila 
fantj, Tayanguardia deiresercito ungarese, con assalto im- 
provTiso recavasi in mano le trincee nimiche eleyantesi 
presso il yillaggio di O* Szôny, rimpetto a Komorn. All*al- 
beggiare del nuoyo di Klapka e Damjanics, e non molto 
dopo Gôrgey, yalicato il fiume con tutte le loro genti, 
afirontayano gli imperiall accorsi con armi poderose al 
racquisto délie posture perdute e a difendere i layori di 
assedio. Alquanti battaglioni del presidio di Komorn usci- 
rono ad appoggiare la pugna, che in breyissima ora fecesi 
générale e durô senza posa sin quasi al cadere del giorno. 
011 Austriaci, cui il giugnere deU'esercito magiaro di soo- 
corso agit assediati ayeya fatto ancor piii ardua Timpresa, 
iatorno alla quale da tanto tempo affaticayansi, oppressi 
in quella giomata dal yalore dei nimici, dietreggiarono per 
la via di Raab portandosi a Wiaelburg, in lor rltratta la- 
sciando, preda del yincitore» non poche artiglierie, moite 
proyyigioni e munizioni da guerra. Gosi liberayasi Ko- 
morn, per natura di sito e per arte fortissima, yalido 
propugnacolo deirungaria, nà per potenza d*armi espu- 
gnato mai. — Gôrgey, inyece di perseguire con tutto 
le sforzo* suo e senza posa il nimioo indietreggiante 
verso la frontiera e andar minaccioso sopra Vienna, yol- 
tavasi airassedio di Buda, la cui fortezza teneyasi dal ge- 



Digitized by VjOOQIC 



372 CAPiTOLo vn 



nerale Hentzi con buon presidio; risolutodi continaare le 
offese contra il grosso deiresercito impériale, quando Buda 
fosse venuta a sue mani. Ayyersissimo alla indipendenza 
délia patria daU'imperio, che dicemmo proposta da Kossuth 
e acclamata dalla Dieta di Diebreczin, Gôrgey aveva re- 
spinto il saggio consiglio di portare le armi contra Yieima, 
solamente perché messo innanzi da Dembinski e accettato 
da Kossuth ! Deliberato in sua mente di riconciliare lllo- 
garia airAustria, allô intente di facilitarne gli accordi- 
la oui base dovova essere la castituzione del 1848 — spe« 
rava guadagnarsi Tanimo del Monarca e de' suoi consi- 
glieri rispettando la metropoli deirimperio : Timpresa di 
Buda fu pertanto la rovina dei Magiari e la salvezza del- 
TAustria. — Fatta occupare Raab dalle due diTisioni di 
Pôltenberg e Tisola di Schûtt da grossa mano di soldate- 
sche del presidio di Komorn, Gôrgey col rimanente del- 
l'esercito andô ad este sopra Buda, attorno alla quale il 4 
maggio e lungo un vasto semicerchio appoggiante le e^re- 
mita al Danubio pose i suoi campi. Alla chiamata di resa 
avendo Hentzi risposto, che difenderebbe la fortezza sino 
allô estremo, giusta i principi del daver suo e deWonore, 
Gôrgey comandô siibito Tassalto, che fu date, ma senza van- 
taggio ; allora, mutata Tossidione in assedio, ne imprese i 
lavori e li condusse a fine con alacrità somma, non ostante 
il trarre violente délie artiglierie degli assediati, con I'^ 
quali Hentzi pur fulminô Pesth, che non TolTendeva: ba^ 
bara opéra di distruzione, che nuUa fruttando alla difesa, 
nuUa puô scusarla! — Erano le tre del mattino 21 maggio. 
quando gli Ungaresi assaltavano la fortezza là dove le ar 
tiglierie dello Spitzbergel — colle che si éleva a occidente 
di Buda dinnanzi alla fronte o cinta di Weissenbmf ' 
ne avevano rotto le mura. Allô impetuoso assalto dei Ma- 
giari il presidio, sebbene avesse perduto ogni speranza di 
vincere, oppose gagliarda resistenza; ma allora che ride 
gli assaltatori, superati i terrapieni, scendere alla città; ^ 
quando vide Hentzi, che era l'anima délia difesa, cadere 
ferito a morte, poso lo armi ë s'arrese a discrezione. 



Digitized by VjOOQIC 



yjQKSZIA B XTK&ABIA 373 



n giorno, in cui i Magiari giagnevano sotto le mura di 
Buda, diciassette mila Russi entravaao in Cracovia ; altre 
e più nnmerose schiere tenevano lor dietro, le quali, sa- 
perai! i confini a Tarnogrod, a Brody, a Wolosezys e Hus- 
syatyn per la Gallizia maoveyano a danno deirungaria, in 
brève tempo invasa da poderosissimo esercito moscovita, 
che contava centosei mila uomini e piu di ventimila ca- 
valli, e ayeya a duce supremo il maresciallo principe Pa- 
sckiewitch. L'intervenire dello Czar facevasi conoscere agli 
Ungaresi dalllmperatore d'Austria in un manifeste, ch'ei 
metteva fuora il 12 maggio in Presburg, ov'erasi recato a 
visitare i suoi soldati, dal valore dei Magiari vinti a Szol- 
nok, Hatvàn, Tapiô-Bicske , Jsaszeg, Waitzen, Nagy-Sarlô 
e Komorn. — Presa Buda, Gôrgey mandava il grosso di 
sue genti su la sinistra del Danubio e su la bassa Waag, 
e la divisione di Kanety al di là délia Raab, presse il lago 
di Neusiedel a riprendere le offese contra gli imperiali. 
Ck>minciava allora una guerra minuta, la quale, ineffi- 
cace a condurre a risultamento finale, doveva assottigliare 
quell*esercJto, che sommamente importava di mantenere 
aella pienezza di sue forze per le grandi giornate e per 
quella 'finale, che dai Russi sarebbe stato costretto a com- 
battere. 1 campi magiari dalla bassa Neutra per lo sboccare 
liella Waag nel ramo del Danubio di Neuhàusel scendevano 
a Raab, e costeggiando il piccioïo flume Raab spingevansi 
siao a Marczalto. Rimpetto ad essi stendevansi i campi 
austriaci da Silein, su la sinistra délia Waag, a Zsigàrd, e 
attraversando le isole del grande e piccioïo Schiitt e il 
Rabnitz arrivavano sino a Kapuvàr. — In questo mezzo al 
comando supremo deirarmi imperiali veniva chiamato il gé- 
nérale Haynau, un barbaro^ il quale, come aveva già insan- 
guinata Teroioa Brescia, doveva riempire di lutti e di dolori 
tutta rungaria; egli uguagliô allora in ferocia i pib feroci 
condottieri di barbari; e per gli atti d*inaudita crudeltà da 
lui commessi fu giustamente soprannomato il tigre. — 



Digitized by VjOOQIC 



374 OAPITOLO VII 



Albeggiava appena il 13 giugno, quando forte presa di sol- 
dat! magiari, varcata la Rabnitz a Marczalto, muoTeva ad 
affrontare la brigata Wyss, clie dal lago di Neusiedel proce* 
deva verso Gsoma per appoggiare il maresciallo Sehlick,coD 
sue genti avvicinantesi a Raab. L*urto degli a£Eh>Qtatori 
fil si improvyiso e impetuoso da rompere in brève ora e 
mettere in fiiga quella brigata; délia quale molti caddero 
morti o feriti, molti vennera a mano del nimico ; tra questj, 
il générale Wyss. — Riusciio vano il tentativo fatto tn» 
giorni appresso di caociare gli Austriaci tra la FeketTitz e 
la Waag, e tornato pure a vuoto Tassalto lor dato a Schin- 
tau, Qôrgey il 20 di quel mese di giugno rinnovaTa la 
prova con maggiori forze contra le posture nimiche délia 
Waag. Egli vince a Pered; ma a Klapka — allora comaD- 
dante di Komorn e di tutte le armi riunite interne a Raab - 
uscito dalla fortezza contra gli imperiali occupant! Vasâ- 
rut» tocca il peggiore presse Nyàsarad neirisola grande 
.di Schûtt. n di appresso Austriaci e Russi — la divisioûe 
di Paniutino — primi agli af&onti, assalgono Pered. Per 
buena parte délia giomata la fortuna délie armi pende io- 
certa; ma in sul finire di essa i Magiai*! sono vintia 
Szigrad: onde Qôrgey, costretto a ristare dalle ofTese, causa 
il numéro soverchiante dei nimici, e a lasciare la Waag 
poco innanzi occupata» penesi a campe dietro questo fiuine. 
I nimiei, che da prima pareva mirassero aU'alta Waag, 
raecoltisi in un subite alla destra del Danubie, il 28 gingno 
muevene contra i campi di Kmety e Pôltenberg su la Raab. 
Oppresse dal numéro, dope brève combattimento Pôlten- 
berg, non ricevendo gli aiuti chiesti e promessi da Elapka. 
indietreggia verso Komorn lasciande agli assalitori la terra 
di Raab ; nella quale entra il giovane Imperatore alla testa 
deiresercito, da lui guidato alla pugna. Il 2 luglio gli Au- 
striaci recansi sepra il campe trincerato di Komorn; ^ 
lor riesce d*opprimeme î difensori, avranne libère il cam- 
mine di Buda; il cenquisto délia metropoli ungarica nei 
disegni strategici di Haynau è il primo obbiettivo. OM as- 



Digitized by VjOOQIC 



TENXZIA B UHGABIA 375 



salti ftirono oitre ogni dire impetuosi e âeri; le resistenze, 
salde e gagliarde: onde il combattere durô a lungo e fa 
sanguinoso, ayendo or Tano or Taltro dei guerreggianti 
pîu volte avuto il peggiore; gli imperiali perô soffrlrono 
i maggiori danni. A nessuno sorrise la vittoria, sebbene 
le due parti si gridassero vincitrici; avregnachè, se gll 
Austriaci in sul cominciare délia giornata si impadronis- 
sero d*alcune trincee nimiche, in sul ânire di essa lor le 
ritogliessero i Magiari. 

Di quoi giorni il Governo, eletto Mészàros comandante 
supremo dellc forze armate del paese, chiamato a se Gôr- 
gey, dava a ciuello la direzione délie faccende délia guerra. 
Grorgey, il quale, salito in superbia per le vittorie ripor- 
tate» e signoreggiato dalla più sfrenataambizione.tenevasi 
a tutti superiore^ sdegnô obbedire a chi per ragione di 
ufflcio soprastavagli dimolto; eppure egli dicevasi osser- 
vatore rigidissimo délia soldatesca disciplina, che tutta posa 
sa la piii assoluta obbedienza ai capi. Nel levare a Gôrgey 
il governo deiresercîto principale, i Ministri avevano^or- 
dinato, ch*egli senza por tempo in mezzo si portasse a 
Szegedin, ove la Maros porta sue acque nella bassa Theiss 
formando un angolo saliente. Dietro quoi âumi — in re* 
rità buone linee di difesa — voleva Kossuth s'avessero a 
raccogliere forze poderose, per muovere poscia alla ricon- 
quista deiruugarîa: strano disegno di guerra questo! Se- 
curo délie simpatie délie sue genti, tante volte da lui 
condotte alla vittoria, e certo délia devozione di Klapka e 
délia obbedienza di Nagy-Sàndor, generali strenuissimi e 
molto esperti nelle industrie belliche, Gorgey, non curan- 
dosi de* comandi del Governo, mantenevasi nelle trincee 
di Komorn per continuare la lotta, fosse anche col solo 
suo esercito, su la destra del Danubio. Dissennato consi- 
glio, che anticipô il termine di quella impresa si grande 
e si infelice! Il valore dei Magiari, che tante volte 
aveva vittoriato délie armi imperiali, avrebbe flnito a' 



Digitized by VjOOQIC 



376 CAPiToiiO VII 



renderli indipendenti e a opprimere TAustria, se ramica 
Russia non fosse accorsa con forte esercito a sostenerne 
la fortuna cadente. Le intervenire armato dello Czar toise 
la vittoria di mano agli Ungaresi ; i quali perô avrebbero 
potuto prosegulre più a lungo e con vantaggio la guem, 
se accorde e armonia avessero insieme congiunto chl con 
autorità suprema reggeva la nazioue e clii ne gOTernaTa 
le armi. Non estante la molta amicizia che legava Gôrgej 
a Klapka, questi non approvô i disegni deiramico, del suo 
générale; awegnachè a ragione temesse, che avrebbero 
divise Tesercito principale dalle altre forze délia nazione 
con danno gravissimo délia comune difesa. Egli volera 
che, presidiata validamente Komorn, la restante parte del- 
l'esercito dell'alto Danubîo si riunisse a quelle che sta- 
vasi allora costituendo su la Theiss, e alFaltro campeg* 
giante i comitati dell'alta Ungaria. I comandanti délie or- 
dinanze di Oorgey — raccoltisi per discutere su quantc' 
conveniva operare — essendosi accostati alla proposta di 
Klapka, fu Gorgey costretto ad accettarla; ma prima di 
maftdarla a eflétto e di portarsi a Szegedin egli chiese e 
ottenne di ritentare la prova délia fortuna e délie armi 
contra gli Austriaci ; la ritratta da Komorn doveva essere, 
giusta il suo modo di ragionare, la conseguenza cCuna 
vittoria o d'una scon/ltta. Cosi si perdettero giorni pre- 
ziosissimi, durante i quali i Russi avanzaronsi minaccioàl 
occupando senza contraste terre e città ; e cosi sacrificossi 
il bène suprême délia patria airorgoglio e alla vimità di 
un uomo; il quale, pur che quelle e questa aadassero 
salvi, osô avventurare le sorti deU'esercito più esperimen- 
tato nei maneggi délia guerra che l'Ungaria possede^e. 
e sul quale riposavano tutte le speranze délia nazione. — 
L'il luglio Gorgey, uscito da Komorn con le sforzo $uo. 
assaltava i campi austriaci coUocati in grande semieer- 
chio attorno alla fortezza; portarsi aile sbocco del Czonczo 
sine a Nagy-Igmànd, questo le intento suo, che non poti* 
raggiungere non estante Tabilità sua nel governare la 



Digitized by VjOOQIC 



VBNSZIA B UNOABIA 377 

giornata e il valore dei Magiari nel combatterla. Due 
giorni appresso Gôrgey, con le genti di Nagy-Sàndor, di 
Leiningen e Pdlteaberg, per la sinistra del Danubio cam- 
minava verso Waitzen; a proteggere la quale mossa c 
divertire Tattenzione dei nimici Klapka cadeva sovr^essi 
cou l*usata prodezza e con taie impeto, che Haynau cre- 
detie avère a fare con tutto Tesercito di Gorgey, non col 
solo presidio di Komorn. II mattino del 15 l'avanguardia 
ungarese respingeva dalle alture di Waitzen le ascolte 
del presidio russe, che all*avvicinarsi di quella lasciava la 
città. A mezzo il di grosse schiere di nimici, giunte din- 
uanzi a Waitzen, venivano aile prese con l'avanguardia 
magiara; la quale, non potendo resistere alla piena dei 
Rossi che cadevale addosso, dietreggiô sino a che per lo 
arrivare di Nagy-Sàndor da prima, e poco di poi di Lei- 
ningen potè rintegrare la pugna, che, incerta sempre, 
durô sino aU'imbrunare. In sul far délia notte del di se- 
guente — che trascorse senza combattere — Gôrgey, per 
isfuggire a certa rovina — perô che il grosso dell'esercito 
rnsso, raccoltosi tra Szôd e Hartv&n, fosse pronto ad as- 
salirlo — si toise da Waitzen, con mossa sapiente portan- 
dosi, per la via di Lossoncz e Miskolcz, verso Talta Theiss. 
La ritratta di Gôrgey fu protetta or dalle genti di Lei- 
ningen, ora da quelle di Pôltenberg e di Nagy-Sàndor, le 
quali dovettero di continue combattere per frenare il vivo 
incalzare dei nimici. 

n 18 giugno Paskiewitch con lo sforzo sue di guerra 
^cendeva dai Karpazi al comitato di Saros e, dopo avère 
ï*espinte le genti di Wysocky, senza colpo ferire insigno- 
rivasi d*£peries e di Kaschau, che Dembinski, allora cam- 
P^Sgiante Talta Theiss, non potendo contrastarle con van- 
^gio al nimico, gliele aveva lasciate. Il 28 i Russi mossero 
<ia Kaschau divisi in due schiere ; quella di destra, capi- 
tanata da Riidiger e da Kuprianoff, si volse al Danubio ; 
Valtpa, governata da Czeedi^efT, portossi su la Theiss; e 



Digitized by VjOOQIC 



378 OAPITOLO TU 



superatala presso lo sbocco del Bodrog, camminô verso 
Debreczin^ che, indifesa, il 3 luglio, aenza trarre spada, 
recossi in mano ; dovette perô subito lasciarla e rifare la 
via di Tokay, e portarsi a Miskolcz, causa la penuria di vet- 
tovaglie e la difficoltà somma di procacciarsene. Mentre 
il comandante supremo délie armi russe col grosso di 
queste per la valle deirHernath calava al Danubio e alla 
Theiss, la divisione di Paniutine univasi agli Austriaci in 
Presburg; e l'esercito di Grabbe, la riscossa di Paskie- 
witch, che da prima tenevasi in Gracovia, avuto poscla 
Tordine di avvicinarsi alla sinistra di Haynau campeg- 
giante davaati a Komorn, per le valli delFAxva e délia 
Waag tentava i passi délie città montanine; se non che, 
vivamente molestato da bande innumerevoli di partîgiani» 
che correvano il paese con l'appoggio di Benizki — il 
quale con la legione polacca vigilava a quel passi — Grabbe 
dovette ritrarsi a Kubin in val deirArva; e ne use! solo 
quando Benizki, chiamato dal Governo nazionale su la 
Theiss, gli lasciô libéra la via. Per Kremnitz e Schemnits 
venuto a mezzo luglio in Kis-Tapolcsan, univasi agli Au- 
striaci di Csorich, che vi si trovavano a campo. — n 
giorno in cul Gôrgey, innanzi di recarsi a Szegedin, ten- 
tava Tultima offesa contra i nimici davanti a Komorn e 
faceva l'ultimo sforzo per cacciarli al di là di Presburg — 
e fu ril luglio — Buda veniva a mano délia divisione di 
Romberg, che Haynau aveva voluto non i Russi, ma gli 
Austriaci Toccupassero. — Gli eserciti dello Czar non 
avevano invaso riJngaria soltanto, ma la Transilvania al- 
tresl dai conflni moldo-valacchi. A mezzo giugno le schiere 
di Grotjenhein, di Lûders e d'Engelhardt, varcata la Bi- 
stritz e superati i passi di Tônôs e Tôrzburg, impadroni- 
vansi di Borgo-Prund, Bistritz, Kersten e Kronstadt Bem, 
ito contra Grotjenhein, dopo avergli tolto Bistritz^ il 2 
luglio respingevalo sino alla stretta di Borgo ; e gli Szekler, 
chiamati aile armi dal loro générale, sbsuragliavano Adler- 
berg e Jesanlow, eziandio costringendoli a salvarsi entra 



Digitized by VjOOQIC 



VBNSZIA ■ UyOABIA 379 



Kronstadt A iagrossare i Russi» i quali^ sebbene per nu- 
méro e potenza â*armi soverchiassero dimolto le forze av- 
versarie, il 15 luglio Clam Gallas condueeYa loro di Va- 
lacchia le reliquie délie ordinanze di Puchner, che Bem 
avova tante volte sconâtto nel marzo e costretto a cercare 
salvezza nei Principati. Il générale polaoco coi valorosi 
suoi Szekler cadeva su quelle e le metteva in fuga; indi 
minaceiava Kronstadt ed Herrmanstadt; i Russi, che pro- 
teggeyano queste città, rotti due volte da Bem, ripara- 
yansi a Illyefalya e ad Aldoboly ; e allora il générale per 
la stretta di Ojtoz entrava in Moldavia per sollevarla ; ma, 
corsala sino a Roman senza trovare simpatia per la sua 
causa, riedeva in Transilvania a frenare i nimici, i quali, 
ripresa Bistritz e respinti sino a Reusmarkt gli Szekler^ 
che tenevano Herrmanstadt, miravano ad occupare Klau- 
senburg. n 5 agosto combatteva e sbaragliava compiuta- 
mente Hasford poco lungi di Salzburg ; indi voltosi contra 
Lûders — accorrente in aiuto di Hasford — l'afOrontava 
su le alture di Grosscheuem ; se non che, tornati vani gli 
sforzi per sopravanzarne i âanchi e romperne le ordinanze, 
al cadere del giorno Bem, posato il combattere, dietrèg- 
giava per ridursi con sue genti su la destra délia Maros« 
Arriyatogli in quel mezzo Tinvito di Kossuth di portarsi 
ai campi ungaresi assedianti Temeswar per assumere il 
comando suprême dell'armi magiare, fldata al générale 
Lazar la difesa délia Transilvania, per la via di Lugos sol- 
lecito recavasi al nuovo suo ofûcio. 

Âllora che gli Austriaci, dopo la rotta di Isaszeg e la 
perdita di Waitzen, lasciata Pesth e presidiata Buda, re- 
trocedevano verso Presburg e la Leytha, Jellachich con le 
genti croate, per la destra del Danubio sceso alla Drava, ri- 
paravasi in Essek. Rifatto Tesercito, quando seppe délia in- 
vasione dei Russie usciva ancora alla campagna ; e allargatosi 
da prima tra il Danubio e la bassa Theiss, recavasi di poi 
a stringere d*ossidione Petervaradino, la Komorn délia 



Digitized by VjOOQIC 



380 CAPITOLO vu 



parte méridionale deirungaria. Il 25 giugno vincitore délia 
retroguardia di Perczel, affrontata dinnanzi a O'Becse coa 
armi due Tolto tante le ayyersarie, non sapendo corne 
profittare délia facile vittoria riportata, indietreggia verso 
San Tomaso e Fôldwar. In quel di medesimo, dopo lungu 
assedio strenuamente sostenuto, la fortezza di Arad — che 
siede su la destra délia Maros — rendevasi ai Magiari : 
resisteva perô Temeswar, gagliardamente difesa dal vec- 
chio maresciallo Rukowina, cui la fortuna in premio di 
sua costanza e virtù serbô Tonore di renderla a cU gliela 
avcva fidata, al suo Sovrano. — Già da alquanti gioroi 
quietavano le armi nella Bascka, allora che il Bano di 
Groazia disegnava d'assaltare di nottetempo il campo di 
Guyon ad Eperies ; il quale, avvertito délia impresa deli- 
berata dal nimico, preparossi a ricevere Tassalitore. Fa 
nella stretta di Hegyes che Jellachich pati asprissima bat- 
titura; perô che, entratovi all'albeggiare del 18 luglio 
senza precursori che ne cercassero gli aditi e gli sbocchi, 
quand' ei trovossi bene addentro venisse d'ogni parte ftil- 
minato dalle artiglierie nimiche. Allora che gli fu date di 
uscire dalla fatale stretta, tanto precipitosamente fuggi. 
da lasciare moltissimi dei suoi in mano agli Ungaresi; aè 
arrestossi al Danubio, ma portossi sino alla frontiera 
di Servia, pronto a passare in Turchia, se gli si fosse ar- 
yicinato il vincitore! in taie impresa, si malamente gover- 
nata, il Bano perdette meta del suo esercito. La vittoria 
di Guyon liberô la Basca di nimici e fece allargare Tas- 
sedio di Petervaradino, la quale fortezza potè allora rl- 
fornirsi di vettovaglie e accrescere il presidio di nuove 
soldatesche. I Magiari si volsero quindi alla conquista del 
vicino altipiano di Tittel; ma dovettero subito togliersi 
giii dall'impresa per correre a Szegedin, minacciata da 
presse dal grosso degli Austriaci, Il 22 luglio Guyon 
giuntovi con le sue genti — da otto mila uomini — po- 
nevasl a guardia délie trincee fidate al suo valore. 
Costretto a indietreggiare da Kaschau per le armi sover- 



Digitized by VjOOQIC 



VENBZIA E UNQABIA 381 

chianti dei Russi, Dembinski, pcr la valle deirHernath e 
per Erlaa sceso verso il Danubio, erasi portato a GyOngyôs 
— terra che siede a cavalière délia grande via di Pesth — 
ad attendervi Gôrgey per fare insieme la giornata coi ni- 
mîci. Avvertito che Paskiewitch, il quale campeggiava 
Aszod per difendere la metropoli, aveva divisato d'affiron- 
tarlo il 23 luglio dalla parte di Hatvàn, il générale polacco 
deliberô di furargli la mossa e venir primo aile offese. 
Aile due del mattino di quel giorno — tre ore avanti 
(laella fissata da Paskiewitch a muovere Tarmi contra gli 
Ungaresi — cadde furiosamente tempestando sui campi 
rossi di Hatvàn e li ruppo: trofei di sua vittoria, dodici 
cannoni e molti prigionieri. Mentre Dembinski combatteva 
pposperamente ad Hatvàn, Gôrgey varcava il Sajô stenden- 
(iosi da Sziksz6 a Onod, non lungi dal metter foce di quel 
fiame su la Theiss ; e P51tenberg, che dalla stretta del Sajô 
proteggeva Tavanzarsi di Gôrgey, ributtava una grossa 
presa di Russi per la via di Gyôngyôs venuta sino ai colli 
di Gôrômbôly, ove Pôltenberg teneva il suo campo. H di 
appresso — 24 luglio — assalito da forze nimiche d'assai 
maggiori délie sue, dopo alcune ore di combattimento, per 
non trovarsi preso a rovoscio da una grossa schiera di 
Russi minacciante la sinistra délie sue battaglie, ritrattosi 
a Miskolcz passava il Sajô senza patir molestie dai nimici ; 
i quali, il mattino seguente, rinnovavano la pugna, che 
dur6 sino a notte con vantaggio degli Ungari. Il 26, Gôrgey, 
portatosi su la destra deU'Hernàth, fermossi un giorno a 
Cesztely per dare riposo aile sue genti ; e fu questo un assai 
grave errore strategico, perô che soprammodo importasse 
<i'avvicinarsi a Szegedin e al Banato per impedire agli Au- 
stpiaci di soccorrere Temeswar, e varcare la Theiss prima 
del Russi, de' quali un nuovo osercito, capltanato da Sacken, 
ÎQ quel mezzo calato ad Ungaria per la valle deirHernath 
procedeva verso Tokay. Al cadere del 28 luglio e poche 
ore dopo una zuffa combattuta vantaggiosamente da Lei* 
ûingen contra Grabbe — toltosi dagli Austriaci per unirsi 



Digitized by VjOOQIC 



382 cAPiTOiiO VII 



a Paskiewitch — Gôrgey lovava i suoi campi dallTEemàth 
e il 30 a Nyiregyhàza snperava la Theiss: era tempo» awe 
gnachè î nimici, che già avoYanla passata presso Tisza- 
Fûred, per la sinistra del fiame si fossero portail rimpetto 
a Tokay per contrastarne il valico agli UngaresL Dembinski, 
non veggendo renire a lai Tesercito di Oôrgey» dopo ia 
vittorla di Hatvàn recavasi a Szegedin, lasciando in Ozegled 
le genti di Wisocky e di Perczel; i quali, allora che sep- 
pero Gôrgey camminare verso Talta Theiss, scesero pur 
essi a Szegedin. 

Yalicato quel fiume, Oôrgey col grosso deiresercito por 
Nagy-Kallô mosse verso il Berettyô, protetto alla sua destra 
dalle ordinanze di Nagy-Sàndor, il quale spalleggiavalo 
per la via di Hadhàz e Debreczin. Fu presso questa 
eittà che Paskiewitch con armi poderose affrontara e 
opprimeva Nagy-Sàndor» costringendolo a ripararsi entre 
Granvaradino, dove subito raggiugnevalo Gôrgey. Questî. 
chiamato soUecitamente ad Arad da Aulich, Ministro aopra 
le armi, levati il 5 i campi dal Kôrôs portavali il e il 
10 alla Moros intorno ad Arad ; e qui dovevano raccogliersi 
le armi magiare per venire poi a giornata campale e farla 
finita con gli Austriaci, già su la Theiss, già minaccianti 
Szegedin e il Banato, per voltarsi quindi contra i Rassi. — 
Era tardi ! la disobbedienza di Gôrgey portava allora i suoi 
frutti tristissimi; i giorni dalui perduti in Komorn toma- 
rono esiziali alla libertà patria ; per6 che, quand'egli giunse 
in Arad, la fortezza di Szegedin, dopo fiero contrasto, fosse 
caduta in potere di Haynau, e a Dembinski fosse toccata il 
5 agosto grave soon&tta sui campi di Szôregh, non ostante 
il valore di cul le sue genti avevano, in quella giornata. 
date luminose prove. La ritratta del générale polacco verso 
Temeswar ^ che Wecsey teneva tuttavia assodiata — con- 
dusse Tesercito suo alla rovina estrema. Gostretto dagli Au- 
striaci, che avevanlo segulto da presse^ a far nuova giornata. 
veniva compiutamente distrutto a Eis*Becskeret Bem, in 



Digitized by VjOOQIC 



VENBZIA B UKOARIA 383 



quel mezzo arrivato di Transilvania, governô la pugaa (1); 
cho prospéra da prima, voltossi in sul finira avversa aile 
anni magiare, per la tradigione di Gôrgey (2); il quale, già 
ÎQ mente volgendo sua dodîzione ai Russi, non corossi di 
.«^occorrere, o forso non voile soccorrere Bem (3). Se con 
lo sforzo suc uscito da Arad, occupata Theresiopoli, si fosse 
awicinato alla destra délie battaglie di Bem, avrebbe im- 
pedlto aglî Anstriaci di ricevere gli aiuti che lor venivano 
dalla bassa Maros! Libéra dalFassedio, Temeswar avéra 
aperto le porte al vincitore, e Haynau, stretta la mano al 
veochio Rukowina. DeU'esercito di Dembinski, parte andô 
dispersa, parte si raccolse a Lugos, non lungi dai confini 
transilvanL — Il mattino del 10 agosto Gôrgey, non awi- 
sato délia disfatta di Bem, manda ad oecupare Vinga — 
su la via di Temeswar — le ordlnanze di Nagy-Sàndor, le 
quali il giorno appresso devono unirsi a Dembinski ; ma 
afirontate e oppresse da prépondérant! armi nimiche retro- 
cedoQo ad Arad. Allora Gôrgey, fatta deliberazione di libe- 
rare la via di Temeswar e d'avvicinarsi a Wecsey e a 
Kmety ^ ch*egli crede strîngano sempre d*assedio quella 
fortezsa — preparasi d'assalire il di vegnente gli Austriacl, 
elle stanno a campo non lungi di Arad. Uno scritto di Guyon, 
gianto nella notte, faceva eonoscere a Kossuth il disastro 
(li Kis-Becskeret in tutti i suoi particolari ; dlsperando di 
poter eontinuare la guerra con vantaggio, il Dittatore 
dUngaria depone allora la suprema autorità: onde il Go- 



(1) Dembinski a SzOreg nel cadere di cavallo erasi ferito gravemente 
Oûaspalla. 

(S) Dobbiamo proprio pariare coai d'im uomo, cbe tanto strennamente 
^ Bapientemeate aveya operato per la patiia! Se in GOrgey ramore di 
WsU ayene snpeiato Tamore di se stesso; sepiù avesse odiato TAu- 
Btria e si fosse levato emolo, non rivale di Eossuth, egli non ayrebbe 
^û poste in dimenticanza il proprio dovere, e l'Ungaria sarebbe stata 
«alTa. 

(3) GK^rgey aveva già tentato pratiche d'accordo ed Bnssi, senza 
anertire di ciô U Govenio nadoaale. 



Digitized by VjOOQIC 



384 OAPITOLO VII 

verno elegge Gôrgey généralissime di tutte le forze armate 
con facoltà di fermare la pace coi Russie se reputa impos- 
sibile salvare la patria con le armi. LU agosto in un 
manifeste alla nazione il Governo annunziava di avère 
confldato a Oôrgey Valtapotestà civile emilitareaUoscojjO 
di assicurare la vita e Vawenire del paese, sicuro che sarà 
per adoperarla per la sainte e laprosperità délia patria. 
— Al manifeste dei Ministri rinunziatorî del potere, tenne 
dietro quelle di Gorgey, nel quale prometteva di operare a 
vantaggio di essa quanto sarebbegli possibile con le armi o 
gli accordi. — Nella nette in cui Kossuth — lasciata Arad, 
lasciata la patria — portavasi in terra d*esilie — e f u qnella 
deiril al 12 agosto — Gôrgey inviava a Rûdiger araldi per 
trattare délia resa: egli, mentre faceva appelle alla genero- 
sità e alla giustizia dello Czar a favore délia nazione e del- 
l'esercito, eccettuata perô la sua persona, significavagli 
essere per trasportare i suoi campi a Vilàgos, il 13 a Boros- 
Jenô e il 14 a Beel, afflnchè Rudiger potesse con sue genti 
collocarsi tra i Magiari e gli Austriaci. In quella notte stessa. 
uscito (li Arad col grosso dell'esercito, portavasi a Viligos; 
e fu qui che Gôrgey parlô a' suoi soldati délia dedizione, dopo 
il ritorno degli araldi spediti a Rûdiger e aver ricevnto il 
comandante délia schîera mandata dal générale russe a cam- 
peggiare la via d'Arad a Vilàgos per separare gli Ungari 
dagli Austriaci. La notizia délia resa a discrezione destô si 
terribili ire e tal furore nei soldati, che se Gorgey non si 
fosse portato sollecitamente ad essi per frenarne gli impetî 
generosi, sarebbersi levati a ribellione per togliersi allô 
obbrobrioso posare di quelle armi, che tante volte e splendi- 
damente avovano vittoriato dei nimici délia patria. Il mat- 
tino del 13 agosto sui campi che stendonsi tra Kiss-Jenô e 
SzoUôs, non lungi di Vilàgos, stavano schierate le battaglie 
di Riidiger ; rimpetto a queste, le ordînanze ungaresî, ven- 
tiquattro mila uomini allô incirca ; le bandiere e gli ston- 
dardi, poco prima si gelosamente custoditi e strenuamentp 
difesi, giacevano dinnanzi a quelle abbandonati e n^letti : 



Digitized by VjOOQIC 



VBNSZIA K imOA&IA 385 



i schioppi erano raecolti in fasci; i cavalieri, accanto ai 
ro cavalli, con le sciabole appese al porno délia sella; lo 
'tiglierîe, serrate le une presse aile altre senza canno- 
ieri (1). Mentre l'esercito di GôPgey recavasi, prigioniero 
gaerra, ai campi nissi dî Varkad e Gyula, e il suc sapremo 
ipitano con sègaito di pochi ufflciali portavasi ai quartieri 
Paskiewitch in Granvaradino, Schlick, arrivato su la 
aistra délia Maros dîniianzi ad Arad, faeeva la chîamata 
questa fortozza. Ni)gativamente rîspondevagli Damjanics, 
quale subito dopo trattava col g(>nerale Buturlin délia 
edizione di Arad, a patto cho gli Austriaci non avessero 
d assiâtere alla uscita del presidio: ciô che avreniva il 17 
i quel mese d'agosto. Alla resa di Vilàgos e di Arad tien 
lietro quella dell'altre fortozze e délie schiere carapeggianti 
1 mezzogiorno d^Ungaria e la Transilvania, a ciô fare invi- 
ate da Oôrgey; il quale, scri vende ai loro comandanti, 
ireva parlato di non rendersi a discrezione, ma d*unirsi ai 
iussi. Le reliquie deiresercito di Bem e dl Guyon, dopo 
a sconfitta di Kiss-Becski^ret raccoltesi interne a Luges, 
venute dî poi a Dobra — terra transilvana che siede su 
la Mares — trovandosi circondate dagli Austriaci, il giorno 
stesso délia dedizionc di Arad disperdonsi tra i menti, 
^eiy, apertosi con le poche sue genti il varco tra le 
genti austriache, per Mehadia riparasi in Turchia; ma 
Wecsey, cui i Rassi son rinsciti a precludere ogni via di 
i^alvamento, loro s'arrendi'^ il 19 agosto; ai quali Munkacs 
il 26 âpre le porte; e Petervaradino, il 27 agli impérial i. 
In Transilvania i Secli, dopo avère sbaragliati gli Austriaci 
<li Urban, a Sibo, si danno ai Russi ; e Lazar, a Deva, arren- 
<ïesi a Simbschen. — Il 3 agosto, allora che Haynau con 
lo sforzo di guerra camminava verso Szegedin, Klapka, 
uscito di Komom, ributtava gli assediatori da Mocsa, da 
Piissta Herkaly e da Pussta Chem, e, recatasi in mano 



(1) ContaTansi cenqiuurantaqiiattro le artiglierie. 

85 - VoL n. Maetaxi — Staria pd» ê mil. 



Digitized by VjOOQIC 



H86 CAPITOLO VII 

risola di Schûtt, il di appresso impadronivasi di Raab. 
Gravi i danni degli Austriaci e dei Russi, i quali, oltre i 
molti morti e feriti rimasti sul campo, îa loro precipitosa 
fuga lasciaroao ai vincitori non poche artiglierie e copia 
grande di munizioni da guerra e di vettovaglie. Klapka, 
rivelando con quella impresa tutta la potenza di sue armi^ 
gettô nei nimici taie spavento di se e de' suoi, che quaado 
caduta a Yilàgos la fortuna dei Magiari, respinse sdegnoso 
la cUamata di rendersi a discrezione, TAustria concede- 
vagli onorevoli patti di resa; il 27 settembre Komorn apriva 
le porte agli imperiali: TUngaria era vinta (1). Posata 
la guerra cominciarono le vendette, e furono oltre ognî 
dire feroci, brutali! Molti generosi che in campo il ferro 
(i il piombo dei nimici avevano in cento pugne rispettati, 
caddero allora moscliettati, o per mano dei carnefice per- 
dettero la vita sul patibolo. Francesco Giuseppe, che gii 
adulatori — di cui pur troppo vanno sempre popolate 
le Gorti dei regnanti — voUero chiamato il cavaUeresco 
Imperatore, permise si mandassero al supplizio estremo 
quanti de' più nobili e grandi contava la sollevazioue ma- 
giara. Arad fu il teatro di sanguinosa scena! il 6 ottobre 
vi perdevano la vita i generali e gli ufflciali più strenni 
deiresercito ungarico. La storia ha scritto nelle sue pagine 
— che tirannide veruna potrà distruggere mai — i nomi di 
Aulich, di Ernesto Kiss, di Pôltenberg, di Leiningen, di 
Tôrok, di Lahner, di Nagy-Sàndor, dl Knezich, di Dessewffy, 
di Damjanics e di Wecsey. Ricordano pure le storie quelli 
di altri màrtiri dannati a morte da tribunali militari, tra 
cui i più illustri Luigi Batthyany (2), Woronieczky, Pietro 



(1) Il colrainello Monti, di Biesda, che lappresentava la Sardegna 
presao U Govemo magioro, allora che seppe la disfatta di Novan e 
rabdicazione di Carlo Alberto, assonto il comando deUa legione italiana, 
che militava sotto le insegne d'Ungaria, combatte valorosamente cob 
essa per la iudipendenza di qnel nobilissimo paese. 

(S) La sposa di Batthyany, corsa alla prigione per abbiacdaze il mm- 



Digitized by VjOOQIC 



YENSZIA B UNOABIA 387 

(Jripon, Carlo Abancourt, Pereny, Enrico Szacsyay, Gsernyas, 
Luigi Csany, Giovanni di Jessenak e Luigi Kasinczy. — 
Gôrgey, il quale, per intercessione dello Czar, aveya avuto 
salva la yita, era relegato a Klagenfurth, in Garinzia; gli 
amici e i suoi compagni d'arme venivano morti o condan- 
uati a lunghi anni di durissimo earcere (1). — L* Ungaria 
era cosi tornata alFimperio e alla signoria absburghese non 
per la rirtù délie armi austriache e la sapienza de' suoi ge- 
nerali, ma per quelle dei Russi, e per la tradigione di 
Gorgey, che, nato magiaro, avéra in comune co' suoi con- 
cittadinl il valor personale, non perô il cuore, non l'entu- 
siasmo, ne la fede. In guerra, tradimento e disobbedienza 
partoriscono sempre i medesimi eifetti e portano gli stessi 
tristissimi frutti! la disobbedienza di Gôrgey a Komorn 
produsse la catastrofe di Vilàgos» e condusse TUngaria alla 
resa di Kiss-Jenô, di ZôUôs. 

La pace fermatasi di quel giorni con la Sardegna — 
délie cui pratiche parleremo tra brève — la sommessione 
dell'Ungaria e la dedizione di Venezia, awenuta poco ap- 
presso alla resa di Vilàgos e di Arad, avevano affermata 
la monarcbia délia casa d'Absburgo; essa, che l'anno in- 
nanzi erasi trovata vicinissima a ruina, trovavasi allora 
piU forte che mai per opéra di quelFonor militare che, 
confessiamolo in omaggio alla verità, in nessun esercito 
d'Europa di quoi tempi — e possiamo dire altresi del- 
l'epoca délie gigantesche guerre napoleoniche — non 
^ra tanto vivamente sentito, quanto neiresercito austriaco, 
sobbene composte d'uomini di nazioni varie e per odi an« 
ticU tra loro nimicissime. Senza i poderosi soccorsi di 



^toper Vultima volta, veniva lespinta, perô che Haynan aveva niegato 
<ti eoncedere tanto conforto al condannato ; e se rinfelice donna riescl 
neli'intento suo, qnesto dovette all'amanit& del principe Liechtenstein* 
(1) AKossnth, Dembinski, Bem, Perezel, Casimiro Batthyany, Szmere, 
^ety, Gnyon, Wisoki, Wetter e a Meszaros venne dato di salvarsi 
nella os^tale Tnrchia. 



Digitized by VjOOQIC 



383 CAPITOLO VII 



Russia certo lo armi austriache sarebbero cadute sal Da- 
nubio e su la Theiss; ma salyo ne sarebbe stato l*onore 
militare, il quale toraô e tomerà sempre efScacissimo a 
cementarne gli elementi .piii divers! e persino i piii con- 
trari. L*imperio austro-ungarico , costitaito corne è «3 
corne fu sempre da aggregazlone di popoli e frazioni di 
popoli di naturalith diversissime, ne insieme legati da 
vincolo alcuQO, non puô avère un esercito nazUmale; 
ma sino a che i soldati di esso — Italiani e Magiari, 
Slavi e Tedeschi — rispetteranno nel Monarca il rappre* 
sentante délia grande nnità militare deirimperio, rAastria 
potrjt modificarsi, eziandio trasformarsi, perire non mai. 
« Ouardate quesix> campo, » cosi Radetzky nello additare 
a un de* suoi, che temeva deirawenire deirAustria, un 
campo sul quale poche ore prima avevano combattuto 
Sardi e imperiali, e tuttavîa coperto di morti todeschi, 
italiani, ungaresi, boemi e croati, tutti soldati délia casa 
d'Absburgo. Di quoi giorni la casta militare — che gloria- 
vasi di aver salvata la monarchia — era venuta in tanta 
potenza da imporre la volontà propria al giovane Sorrano, 
e, affermando le armi soltanto poter dare saldezza al trono, 
usurpata la suprema autorité, prendeva a spadroneggiart» 
dovunque, fino sotto gli occhi delllmperatore. La siessa 
Vienna — un di levatasi vittoriosamente contra gli ordi- 
natori délie stragi di Gallizia e di Milano e i cai moti 
liberali avevano date Tultima spinta alla soUevazione di 
Lombardia e délie Venezie — giaceva allora oppressa 
dal piii dèspotico dei governi, il govemo délia spadal 



Digitized by VjOOQIC 



CAPITOLO VIII. 

Kozna. 



FranciA délibéra di fur Timpresa di Borna. ~ Bibellione dei montanari 
ascolitani; la compagnia infernale in Ancooa. — Sbarco dei Fran- 
cesi a CiTitayecchia. I Franced soonfitti il 30 aprile sotto le mma 
di Borna. — I Napolitaoi a Palestrina e a Velletri; ftiga dei re 
Ferdinando. — Spedizione spagnnola. — Gli Anstriaci fanno l'im- 
presa di Bologna e d'Ancona. — Ite a ynoto le pratiche di con< 
ciliazione, Ondinot disdice le tregne. — La giomatii dei 8 giugno. 
— Lettere di Ondinot all'Assemblea e all'esercito romano; risposta 
dell'Assemblea. — Missione di Coreelleeu I Francesi tentano Borna 
nella notte dei 21 gingno. — Ultime reabtenze; Medici e Manara; 
il 80 gingno. — I Triamyin risegnano Tofficio loio; i Francesi 
in Borna. Garibaldi; ospitalitA Sanunarinese. — Lettera di Lnigi 
Bnonaparte a Edgardo Ney. — Pio IX toma a Borna; cattivo 
reggimento degli Stati délia Chiesa; nei 1857 il Pontefice visita 
le sne provincie; visita Modena, Panna e Toscana. — H 1858. 



Roma, la quale ayeva tanto festeggiato lo.intimar délia 
imova guerra airÀostria, quando seppe dei disastro di 
Novara, tutta riempissi di lutto e d'afflizione; ma se il do- 
lore di quella sventura nazionale Toppressc, non gianse 
porô a proâtrare gli animi dei popolo. In quel moment! 
diflaclli e pericolosi sôprammodo împortando raccogliere 
in poche mani il reggimento della cosa pubUica, a fine 
'li provredere soUecitamente ai bisogni della patria, che 



Digitized by VjOOQIC 



390 CAPITOLO VIII 



facevansi ogni giorno più imperiosi, l'Assemblea Costituenle 
instituiva un triumvirato con potestà illimitata, al quale 
oflicio chiamava Giuseppe Mazzini, Aurello Saffl e Carlo 
Armellini. La elozione di questi uomini tanto benemeriti 
deiritalia — i quali, con la riverenza del nome e col loro 
governo rigido, ma civile e netto dCogni proscrizione e 
di sangiœ, fermarono in tempo Vinsolenza délie voltabili 
plebi e le ire délie fraterne discordie (1) — venno accolta 
col massimo entusiasmo dalla parte libérale; avTegnacb- 
sapesse corne i Triumviri avrebbero mantenuta semprc e 
preservata la repubblica a ogni patto da qualunque péri- 
colo si affacciasse e la rappresenterebbero degnamcnt/^ 
nella guerra di indipendenza (2). Il lungo indugiare «li 
Guerrazzi — di quel giorni reggente la Toscana con au- 
torité dittatoria — a riconoscere la repubblica e soprai- 
tutto i tristi casi di Firenze e, conseguenza di questi, Tin- 
vasione austriaca, rattristarono Roma, che vedeva maii- 
care alla causa délia libertà Tappoggio di quella gente, la 
quale l'anno innanzi aveva valorosamente combattuto a 
Gurtatone e a Montanara. La novella, giunta in quel mezzo 
del suo riconoscimento da parte délia Sicilia, leni alquant^» 
il suo dolore; e sebbene da quella terra, che in Italia 
prima erasl levata contra la tirannide, non potesse sperar** 
aiuto di armi, pure l'accomunare che essa voile fare del 
suo avvenire con quel délia repubblica, tornô di graniU* 
conforto ai Romani, allora in gravi pensieri per l*ostile 
contegno di Francia^ che gi& chiariva la intenzione di 
intervenire armata mano nelle faccende loro. Sino dal 
febbraio gli oratori di Francla, d'Austria, di Spagna e Na- 
poli presse Pio IX in Gaeta (3) discutevano con Anto- 



(1) LuiGi A^rniLi, Storia (Fltalia, vol. n, cart 371 ; lOlano, 18H4. 
(9) Parole dei Triumviri ai Romani. 

(3) Erano per la Francia d'Harcourt e Bayneval; Esterhai^ per 
TAustria; Hartinez de la Rosa per la Spagna; e Ludolf per NaiM>li. 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 391 

nelli e i cardinali délia Gorte pontiâcia su la restaura- 
zione délia potestà papale. Se tutti erano d'accordo sopra 
la nécessita d'un intervento d'armi straniere, discordavano 
perô nella scelta dello Stato che doveva far Timpresa; 
Napoli e Spagna volevano bensi aiutarla, ma da sole 
non potevano compierla (1): taie scelta pendeva quindi 
su TAustria e la Francia. D'Harcourt, a ragione temendo 
che, se l'onore di ricondurre il PonteSce a Roma toccasse 
aile armi austriache, Timperio acquisterebbe soverchia 
preponderanza in Italia; e veggendo il cardinale Antonelii 
apertamente inclinare verso l'Austria, metteva innanzl: 
avesse Pio IX a recuperare lo Stato non per forza di 
armi, l^ensi in virtu délia parte cosUtuzionale e di moti 
popolari; alla quale sua proposta Toratore di Francia te- 
nevasi certissimo, accosterebbesi lo stesso Ponteflce, che, 
persuûso i nuovi ordini di Roma essere stati Topera di 
pochissimi, riteneva quella parte a lui affezionata. — lu 
Corte di Gaeta non yolevasi saper di Francesi ; i cardinali, 
pochi eccettuati, erano contrari a D'Harcourt; il quale, 
irritato dai modi violenti di combattere la proposta sua, 
minacciô di rompere le pratiche dellMutervento. Antonelii, 
richiesto di far conoscere le concessioni che Pio IX, ri- 
salito al trono, accorderebbe ai sudditi, astutamente rispon- 
deva a D'Harcourt : « Dite al pubblico, che la Francia 
spegnerà la romana repubblica per restaurare il potere 
temporale, e allora il Ponteflce si pîegherà ai desldèri 
vostri; se niegate fare taie dichiarazione, laseiate l'impresa 
airAustria, che nuUa patteggia per essa. » ^ Indubitabil- 
mente aU'invito di Pio IX l'Austria sarebbe corsa a op- 



(1) Napoli, yinta ma non domata dal Borbone, sarebbesi nnoyamente 
sollevata alla prima sconfitta dell|esercito di Ferdinando, o se avesse 
vedato awicmarsi le armi romane. Una spedizione armata negli Ab- 
bnuzi e una pnnta di essa a Napoli erano state due yolte saggiamente 
Gongigliate dal générale Pepe al Govemo di BomÀ; il sollevarsi del 
rearne avrebbe al certo ricondotta la bnona fortnna allltalia. 



Digitized by VjOOQIC 



392 CÂPiTor.o viii 



primere la libertà romana, perô che tenesse allora la poco 
conto il giudizio dei popoli (1). — Odillon Barrot, uii dei 
Miaistri di Francia, appena venne avTisato délia delibe- 
razione presa dai rappreseiitauti degli Stati cattolici in 
Gaeta, cioè che la Francia avesse a intervenire con sue 
armi nelle faccende di Roma, recatosi airAssemblea aa- 
zionale per otterne Tassenso^ prendeva a dire cosi: < Noi 
non andiamo in Italia a imporvi con le armi nessun si- 
stema di governo, ma ad afferinarvi i dlritti délia libertà 
a oonservarvi un legittimo ingerimento nelle cose délia 
penisola. » A Ledru-RoUin, il quale lamentava come Fran- 
cia, dopo aver lasciate a loro stesse Sardegna e Yeneàa. 
Firenze e Messina, s*unisse allora all'Austria e a Napoli 
per restaurare la potostà poniificia, il générale Lamori- 
ciôre rispondeva : < Se la Francia doTesse operare ia Italia 
giufita le mire deirAastria, io non mi farei ad appoggian^ 
Timpresa. Invitata con gli altri Stati dei Papa ad aiutarlo 
alla recuperazione di Roma, Francia spediva a Gaeta un 
orator auo per conoscere ciô che meglio convenisse fare. 
Yinto a Noyara Tesercito dell'indipendenza italiana, TAq- 
stria, cui la repubblica romana ha ora inditta la guerra, 
sta per valersi dei diritto di romperla; se le armi sue ri- 
ponessero il Ponteflce sul trono, con la repubblica romana 
perderebbersi le libertà d'Italia e il crédite nostro altresi 
nella penisola. 01 sia dunque concesso di occupare Ciri- 
tavecchia e di portarci a Roma, quando l'Austria si aran- 
zasse per ricondurvi il Ponteflce.» Il Buonaparte, che 
il 2 dioembre deiranno innanzi erasi mostrato contrario 
airimpresa di Roma, facevasi allora a caldeggiarla per li 
suoi fini ambiziosi e ravvenir suo, ch'egli già andava pre- 
parando; difendendo il Papato — un giorno da lui com- 



(1) n 20 aprile il Sommo Ponteflce proniinsiô nna alheumi^ adli 
quale mostrossi bénerolissimo all'Anstria e al Be di Napoli che h 



4>spitaYa. 



Digitized by VjOOQIC 



ROUX 



))âttuto — intendeva eonquistarsi il favore del Yatioano e 
del elero francese. Egli, che aveva segretamente conve- 
nato col Qoyerno di Yienna d'impadronirsi di Oivitayec- 
chia, mentre gli imperiali invaderebbero le Legazioni, 
cercô onestare la spedizione spargendo voce nelle plebi, 
che la repubblica romana — opéra di alcuni amatori di 
notyità — era awersata da pachif invisa ai piU : che il Pan- 
tefice ffodeva del favore universale; e che essOy nel desi- 
derare il ritomo al seggio apostolico^mirava alla restau- 
razione degli anttchi ordini di govemo ; onde un intervento 
reintegratore di quesH doveva essere bene accolto. Men- 
zognera afifermazione, con cui Napoleone ingannava la 
Francia e i suoi rappresentanti ; i quali approvando l*im- 
presa, credevano togliere Roma alla tirannide di gente 
faâosa e salvare i diritti e la volontà del suo popolo. A capo 
délia spedizione veniva posto il générale Oudinot, cui Odil- 
Ion Barrot dava, sul governo di essa, istruzioni contrarie 
anzi ripugnanti aile parole da lui pronunciate neirAsaem- 
blea (1). Corne eseguisse Oudinot i comandi di Napoleone e 



(1) a L'ingresso in CiTitaveochia non yl sart certamente nie- 

^to; taUo c'induce a eredere che, Inngi dall'incontraie resistenxa, sa- 
rete accolto ansiosamente dagli uni quai liberatore , dagli altri qnal 
inedktoTe contra i pericoli minacciati alla repubblica dai nimici di 
qaesta. Qoalora poi si yolesse impediryi Tentrare in Civitayecchia, yoi 
son ti anesterete alla resistenza oppostavi in nome d'nn Goyemo non 
rieaaoscinto in Eniopa e che mantiensi contra la yolontA dei più. Fer- 
mato il piede snl tenitorio délia Chiesa invierete a Borna nn dei 
rostri nfficiali per far conoscere ai capi del Goyemo la yostra missione 
^ ayyertirliy non dover yoi appoggiare Tordine di cose da essi rappre- 
"«ntato..... Yoi gindicherete se le resistenze sono tali da potervi recare ' 
il Roma, non solamente con la certeiza di non incontrare opposizione, 
loa d'esserri bene aocetto, e qnando nell'entrarvi possiate lispondere a 
nn appelle deUe popolazioni OTnnqne ▼! troyerete, sino al momento 
in cid on Goyemo regolare saiA sostitaito a qnello che ora si aggraya 
^ gli Stati délia Ohiesa, potrete, se yi pana necessario o conyeniente, 
naatenem in offido le auUmià ciTili, qnando non snscitino pericoli o 
imbarazzi; o yeiamente favoreggiare il ristabilimento di qnelle che già 
^'-wrcitaTano offioi amministiatiTi, o creame di nnoTe..... » 



Digitized by VjOOQIC 



394 CAPITOLO VIII 



del suo Ministro diremo tra brève; ed eziandio vedremo 
con quanta rabbia quel générale d'una repubblica combat- 
tesse a danno di un'altra repubblica; ne di ciô maraviglb 
nessuna, quando si saprà, Oudinot, non avère servitOj ma 
essere stato sefvo di dinastie l'une aile altre avversissime; 
perô che egli abbia militato fedelmente sempre sotto le 
bandiere del primo dei Napoleonidi (1), di poi sotto quelk 
dei Borboni, degli Orléans, e allora militasse sotto le in- 
segne di Fraucia repubblicana. Lasciato il comaado dello 
esercito délie Alpi — raccolto Tanno innanzi presso la 
frontiera délia Sardegna allô scoppiare dei mot! popolari 
d'Italia — Oudinot, appena eletto capo délia spedizione di 
Roma, portavasi a Marsiglia, ove imbarcavansi le soldate- 
sche designate a quella. Erano poche allora, avvegnachè 
i Francesi, dimenttchi délie tante imprese audaci e stre- 
nuissime operate dagli Italiani sotto il governo del piii 
grande Italiano, del più sapiente capitano deirevo moderne, 
Napoleone Buonaparte, credessero che gli Italiani non 
avrebbero combattuto, e che Roma al primo apparire délie 
insegne di Francia poserebbe le armi e loro aprirebbe h 
porte: ma davanti alla città etema dovevano i Francesi 
fare assai dura prova del valore italîco. Il 22 aprile Oudi- 
not entrava in mare co* suoi soldati, portati da sei fregaù\ 
due corvette e due legni minori a vapore. « Essi erano 
superbi e felici, scrisseBalleydier (2);essiandavanoacoD]- 
battere per la più giusta e piii santa delle cause ; esai anda- 
vano a Roma a rovesciare Tidra deiranarchia... » Essi erano 
al contrario dei poveri illusi, perô che fosse quella unaguerni 
fraterna; fosse la restaurazione d'una signoria avversata 



(1) Alfonso Balleydier mette a grande onore di Oadinot l'esseiâ Na- 
poleone primo, la notte che precedette la gioniata di WagnuOt app^?' 
giato al suo braocio, nell'ora in cni assisteva al passagfgio del D^ 
nubio dell'esercito francese. 

(2; Histoire de la révolution de Bome^ voL n, cart 64; Qinem, 1851. 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 395 

daU'universale; in fine, fosse Tabbattimento â*un Gk)V6rno 
legalmente creato da libéra gente, con libero soffragio. 

In quel mezzo in alcune terre délia repubblica romana 
Tordine andava sconvolto da tumulti, promossi dalla setta 
che prendeva sue ispirazioni in Gorte di Gaeta, iuspira- 
zioni le qaali aveyano per iscopo di eccitare le popolazioni 
alla guerra civile. Altre terre poi venivano funestate da 
orrendi assassin! o da barbare vendette! una compagnia 
d'uomini — che erasi intitolata infemaley e in verità pa- 
reva proprio che Tinferno Tavesse mandata fuora — ucci- 
ileva chi non possedeva principi repubblicani, o che sa- 
pera nimico alla repubblica; e in taie maniera bruttava 
la causa délia libertà. — I montanari deirAscolitano, alzata 
la bandiera délia ribellione, levavansi in su Tarmo pro- 
tetti da grossa mano di soldatesche napolitane e da gente 
di scarriera raccoltesi su quel di Teramo, consenzienti il 
Borbone e la Corte di Gaeta, la quale aveva fidato a mon- 
signor Savelli il carico di governare il moto, suscitato in 
nome délia religione e nello interesse délia potestà tem- 
[iorale del Ponteflce (1). Preti e frati, incitando a ribellione 
quegli uomini rozzi e ignoranti (2), preparavano la via aile 



(1) I Napolitani , nello inyadere U territorio della repubblica, ai^ri- 
lOQo le carceri a molti ladri; ai quali il cardinale Antonelli diede nu 
passaporto, affinchô potessero eorrerlo Uberamente; egli agginnse eosi 
agli orrori della guerra i delitti che non avrebber lasciato di commet- 
tere i prosciolti dal carcere. Erano qnesti i principi eristiani profes- 
sât! da quel cardinale. 

(2) A far conoscere ai leggitori noatri la carità cristiana, di cni eran 
pieni i consiglieri del Ponteflce, trascrivo la lettera drcolare che essi 
il 15 febbraio mandavano da Gaeta ai parrochi della città e campagna 
6 ai priori dei conventi degli Stati romani. 

u Alfii f Amatî fratelli, 
u Iddio délie misericordie, prima di concedere a' snoi fedeli le glorie 
del Païadiso, ama che essi gnadagnino la pabna del martirio. Le oa- 
lamitose vicende che sovrastanno all'mnanità e alla religione, esigono 



Digitized by VjOOQIC 



396 CAPITOLO TllI 



gcnti di Savelli ; le quali, guidate da certo Tagliani — un 
sacerdote, un antico capo dei centurioni ai tempi del pon- 
tefice Gregorio XVI — procedevano innaazi, e con le în- 
segne di lui, che, dopo aver gridata la libertà, tnorHco 
perdonando, uccidovano e rubavano in nome di Pio IX e 
dol re Ferdinando (!)• Ugo Calandri, Prefetto d'Ascoli, tosto 
che gli fu nota la sollevazione dei montanari, il 12 aprlle 



che voi| amati fratelli, nsiate tutti i inezzi che sono al vostxo poteie 
da aoi affidatoyi, per gingnere a racquÎBtare i noatri infranti diiitti e 
a dispeidere le trame dei nostri nimici I liherali, i giacobini, i carbo- 
nari, i repnbblicani non sono che un sinonimo. Essi yogliono disperdere 
la religione e tutti i Ministri; noi doyremo invece disperdere sino U 
eeneri délia laro razza, Proseguite col vostro zelo a coltiTare oodesd 
religioH e gli abitanti di coteste campagne, corne avete fatto ê&ajxe 
per lo passato. Dite loro che al euono délia campaaa non manehino al 
santo convegno, ove ognuno di noi dovrà vibrare senza pietà le sue 
armi nel petto dei profanatori délia nostra santissima religione. Eiflet- 
tete a! TOti che slnnalzano da noi all'Altissimo : sono queUi di disper- 
dere sino alFultimo i nostri nimici, non eccettuati i bambini, per evi- 
tare le vendette che questi un giorno potrebbero esercitare rai nostri 
allievi; procurate in somma, ohe quando noi manderemo il grido di 
rioperare, ognuno di voi senza timoré ci imitL Si ô già pensato a pie- 
miaryi. n 

u A1& t P. C. B. Gaeta, 15 febbraio 1849. v 

Dimentichi del precetto divine u non oceidere », i tristi consiglieri 
di Pio IX invitayano allora i Mmistri dell'altare, loro fratelli, in nome 
del Dio délie miserieordie a farsi ucciditoii di gente batteuata, bm 
eccettuati i bambini! Eppure Cristo ayera insegnato il peidèno délie 
offese, e dalla croce ne avova date un esempio iuminoso! 

(1) Cristo avéra gridato la libertà, e monsignor Savelli gridava al- 
lora la schîavitù regia e le sue masnade cantavan cosi: 

« Non saran schiave le genti 
Dei ribaldi, ma dei Re. » 

Cristo aveva bandito la pace agli uomini di buona volontà^ e le 
masnade capitanate da quel ministro di Dio volevano la pace sul volto 
e la guerra nel seno; e uccidendo cantavano: 

« Yi sorrida la pace sul volto, 
Ma vi firema la guerra nel sen. -? 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 397 

uaadaya a combatterli il colonnello Rosselll con picciola 
Mîhiera di fanti d*ordina]iza e guardie cittadîne; il quale, 
^viamente e con gagliardia operândo, vinse in brève e in 
nolti scontri 1 ribolli c tanto li perseguitô da costringerli 
i ripararsi nei monti d*Abbruzzo: allora l'Ascolano riebbe 
)ace e tranquillità. Nella Mai*ca anconitana infuriô in modo 
)rribile a dirsi la compagnia infernale; in Ancona ucci- 
leva impunemente di pien giorno nelle vie, su le piazze 
3 ncUe botteghc non solamente chi era in fama di nimieo 
^l nuovo ordine di cose, ma eziandio nomini di costumi 
corrotti e moralmente perduti; e ciô facendo quella com- 
pagnia credeva di giovare agli intoressi civili e moi^Ii 
lella repubbiica. Felice Orsiiii, venuto per comandamento 
ilel Governo in Ancona a restituirvi Tordine aconvolto, 
messa la città aotto Timpcrio dolle leggi militari, faeeva 
arrestare gli assassin! e condurli dinnanzi ai tribunali, in 
cui siedevano giudici gli ufliciali délia milizia; e cosi in 
pochi giorni tornava la città alla primiera sicurezza. 

Mentre Francîa od Austria preparavano le armi, che do- 
vevano opprimere Roma e restaurarvi la potestà temporale 
pontificia, i Triumviri davano opéra sollecita alFordinamento 
civile e militare délia repubbiica; raccoglievano soldatesch() 
in Bologna, un campo a Treviri; coi béni ecclesiastici, poco 
prima uniti al patrimonio dello Stato, dotavano il dero 
povero, decretando altresi di ripartire porzione délie terre 
<ia coltivarsi tra le famiglie popolane, le quali dovevano 
riceverle in enflteusi libéra e perpétua, gravate da leggero 
canone redimlbile a lor boneplacito; e con moite altn^ 
prowlde leggi, che tendevano a rendero più efficace 
il lavoro e soUevare gli indigent], proponevano di por- 
^^ Tesercito a quarantamila uomini (1). Il disegno del 
nuovo Statuto fondamentale délia repubbiica il 17 aprile 



(1) HAZzm, Seritti politieij vol. vu, eart 18 e aeg.; Milâno, 1S64. 



Digitized by VjOOQIC 



3d8 CAPiTOLo Vin 



veniva mosso iananzi airAssemblea da discutera ; coq esso 
creavaasi due Gonsoli — un dei quali doveya lasciare Tuf- 
ficio ogni anno — e dodîci Tribuni, eletti per cinque anni, 
la cui missione era di vegliare su le deliberazioni del- 
TAssemblea e, nel caso d'una Dittatura, di raccogliere i 
rapprescntanti délia nazione al cessare dei pericoli che 
avevano minacciata la repubblica. Il popolo creaTa i Gon- 
soli, i Tribuni e rAssemblea, la quale non poteira essere 
licenziata mai; la Consulta di Stato doveya comporsi di 
quindici cittadini di tutte le provincie. — I Tciumviri, al 
ricevere la novella deU'intenrento armato di Prancia, spe- 
divano un battag;lione di fanti leggîeri, capitanati da Hel- 
lara, ad afforzare il presidio di Givitayecchia ; davanti alla 
quale il 24 aprile arrivava Tavanguardia délia spedizione 
franeese ; di cui la fregata Panama metteva subito a terra 
il segretario di legazione Latour d'Auvergne e i capitani 
Espivent e Durand, che venuti al Préside délia provincia, 
Michèle Manucci, chiedevangli in nome dei générale Oudi- 
not libero lo sbarco aile genti di Francia, aff6rmando:=: 
Essere i soldati di Francia amici, non nimicî a Roma; 
missione loro, difenderne le liberté non combattorle; non 
volere restaurare Tantico reggimento, sibbene stabilité un 
governo che fosse nei voti délie popolazioni e lontano 
dalla tirannide passata quanto dalVanarchia, già minac- 
ciante la repubblica. = Manucci, mentre inviava un sue 
messo a Roma a chiedere ciô che far dovesse, col Mae- 
strato dei cittadini e il comandante délia fortezza riuni- 
vasi a consulta per discutere e risolvere su quauto con- 
venisse operare in si stringente nécessita. Chiesti poscia 
agli inviati di Oudinot gli intendimenti dei loro générale, 
Espivent diehiarava per iscritto, che la repubblica fraur 
cese, rispettando le aspirazioni deipopoli délie Romagne, 
non imporrebbe loro forma veruna di governo ; e che 
essa interveniva in Italia per mantenervi il crédite, l^ 
gitttm^mente e da lunga pezza goduto dalla Francia* Su 
la fede di tali promesse — confermate di poi da Oudinot 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 309 

on parole piene di benevolenza per Roma — M aiiucci per- 
Qise ai Franeesi di sceadere a terra, i quali entravano in 
Uvitayecchia gridando Viva la Fran:ia, al quale grido 
cittadini rispondevano acclamando alla repubblica: lo 
he âccadeva il 25 di quel mese di aprile. Oudinot appena 
ceso a terra pubblicaya un manifeste ai Romani, in oui, 
lopo avère affermato, che Franeia interveniva nelle fac* 
ende loro, non per difendere un Governo da essa non 
icoQosciuto, sibbene per allontanare da Roma gravi sven- 
are, diceva: « Non intende la Franeia di attribuirsi il 
tirïtto di ordinare gli interessi che sono, innanzi tutto, 
inelli délie popolazioni romane e in ciô che hanno di pih 
j'enerale toccano l*Europa intera e il monde cristiano. » 
je quali parole ricevevano pienissima conferma dairope- 
'ato del capitano francese^ che con una slealtà e perâ- 
lia, che nome non hanno, non curandosi délia fede data 
aceva prigioniero Mellara col suo battaglione, spogliava 
a città délie armi e la poneva sotto l'imperio délia spada; 
ndi, avuta in sua mano la fortezza, impediva lo sbarco a 
ma schiera di Lombard! — mille allô incirca — la quale, 
ieenziata dal Governo sardo dopo la giornata.di Novara, 
^ra venuta a Givitavecchia, per recarsi poscia aile difese 
11 Roma; duce suo, Luciano Manara. L*A8semblea romana, 
illa novella dell'invasione stranlera, da essa non provo- 
;ata e che il Governo di Franeia, dimentico degli usi dei 
)opoli clvili, non aveva fatto precedere da intimazione 
remna, mandava deputati al générale Oudinot portatori 
li protesta contra queU'atto eccitatore (fanarchia in un 
yiese, che ardinato e tranquillo ripasava su la cosdenza 
M propri dirittt e nella concordia dei cittadini, e che vUh 
ava a un tempo il diritto dette gentil gli obblighi m- 
^nti dalla nazione franoese nella stm Costituzione (1) 

(1) La CoêtUuzione fraacese del 1848 stabiliva, che la Franeia non 
ivesse mai a mnovere gnerra contra la libertÀ di nessnn popolo; ma 
lell'anno appresso il suo Governo, eonsentendolo l'Âssemblea nazionale, 
nandava gne armi in Italia a spegnere la libertà romana. 



Digitized by VjOOQIC 



400 CAPITOLO VIII 



e i nincoli di fratellanza, che avrebàero domio riimm 
le due repubbliche; essa diehiarava altresi il fermo propo- 
sito di reâistere o rendere la Francia mallevadrice di tatt'. 
le consegucuze di t^uella invasione. — Letta la quale pro- 
testa Oadinot favellava cosi agli inviati romani: = E$- 
sere veauto, non a invadere, ma a salvare la loro patrie 
dalle sciagure che la minacciavano. Le geste dei Francesi 
nella peaisola c le guerre da essi combattut^} in compa- 
gnia degli Italiani ai tempi délia prima repubblica e del- 
Timperio doverlî assicurare, la spedizione avère per in- 
tento di proteggere i diritti délia geate romana e dWer- 
mare sempre piii i fratellevoli affetti, che da lunga pezza 
legavano Francia airitalia. — E i Depatati rispondevangli: 
= I modi di interveniro del suo Governo farli gr«i- 
démente temere deiramicizia che esso diceva nutrire per 
Roma; lo iuframmettersi, non domandato» nelle faccende 
loro, non essere certamente una prova di affetto fraterna - 
Richiesto dei motivi che avevano indotto la Francia a vio- 
lare il territorio romano, il générale soggiungeva: - Es- 
sere slato impossibile porsi d'accordo su Timpresa per non 
avère il Governo di Parigi ancora riconosciuto quel <li 
Roma ; assicurarli pero che Francia, montre desiderava ve- 
dere le popolazioni libcramente manifestare le aspirazionl 
loro, non intendeva metter mano nella forma del reggi- 
mento che sarobbero per darai; esortarli a tranquiUare gli 
animi agitati e a far che il popolo romano, accolte frate^ 
namente le soldatesche di Francia, avesse a trovare su! 
Gampidoglio insieme congiunti i vessilli délie due repub- 
bliche — come già uniii sventolavano già su le mui'a di Citi- 
tavecchia — a securezza e difesa délia città eterna. ^ M 
protestare che i Francesi facevano di essere ccUaU a Italia 
came amici — cio che avrebbe pubblicameate affermato in 
un manifeste che stava per mandare al Governo di Roni'^ 
— Oudinot invocava in testimonio délia verità del suo dire 
la memoria del padre, Tonore délia Francia, deireseroitoe 
il suo ; e in segno degli amichevoli suoi intendimenti con- 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 401 

^edeva ai Lombardi di Manara di scendere a terra a Porto 
TAnzio, perô non prima del 4 maggio (1). Montre ei parlava 
;osi ai messi deirAssemblea nazionale, il colonnello Leblanc 
- portatosi a Roma con Espivent e Ferrand per esplorare 
jli animi del cittadini — faceva noto ai Triumviri che, deli- 
)eratosi dagli Statî cattolici di restaurare Tàutorità pon- 
ificia, Prancia erasi assnnta taie impresa per impedire 
iirAustria di invaderelo Stato délia Ghiesa; in oltre, Le- 
t)lanc intimava loro di diehiarare, se Roma riceverebbe 
imichevolmente o da nimici i soldat! francesi. L'Assem- 
blea^ consultata da Mazzini, alVinnato di Oudinot rispon- 
leva decretando le resistenze. Poche ore dopo, e propria- 
mente a mezzo la notte del 26 aprile, Saffl significava a 
quella, che il capitano Fabart — giunto allora di Giyitayec- 
shia coi messi romani portatori délia protesta contra l'in- 
tervento straniero — aveva in nome del suo générale assi- 
curato i Triumviri delle benevoli intenzioni di Oudinot, 
la coi missione^diceva Fabart, non era di ristabilire il pa- 
pato temporale, ma di riconciliare i Romani al Pontefice, 
salva sempre la libertà ; se li accogliessero come amici, i 
Ftancesi li difenderebbero dalle armi di Napoli e d^Austria, 
che minacciose già s'avanzavano. — Le gravi contraddizioni, 
che trovavansi nelle cose riferite da Leblanc e da Fabart, 
destarono neiruniversale forti sospetti su gli intendimenti 
del Governo di Parigi: onde le passioni, già molto eccitate, 
divamparono allora di terribile fuoco; e TAssemblea, con- 
fermata la deliberazione presa poco innanzi, decretô cosi: 
J>opo le comunicazioni ricevute dai Triumviri, corn- 
mettere a qtiestt di salvare la repubblica e di respingere 
^ forza con la forza. Da alcuni fu dette, taie délibéra- 
zione essere stata presa anzi tempo; ma, domanderemo 
i^oi, erano forse possibili gli accordi tra Roma, pronta 



(1) Oudinot tenevasi secuio d'impadrDnirsi di Roma prima di quel 

gionio. 

M — Vol. n. HisUMi — Storia poL « mO. 



Digitized by VjOOQIC 



402 CAPITOLO YIII 



bonsl ad accogliere in se il capo supremo délia cattolicità, 
non perô un PaporRe^ e Francia, sostituitasi airAustria 
nella impresa restauratrice délia temporale signoria per 
mantenere 11 proprio crédite in Italia, e gratificarsi il Pon- 
teâce e i cardinali per le future sue mire? Laguerra,che 
due nazioni sorelle apprestavansi a combattere, era viia- 
mente desiderata dalla parte nimica a libertà ; avTegDacliè, 
sia che trionfassero le armi romane o vincessero le fran- 
cesi , dovesse tornare esizialissima alla democrazia. E a 
maggiormente inasprire gli animi dei Romani — ondearera 
a farsi più fiera la lotta — un orgoglioso soldato di Fran- 
cia, airudiro le resistenze docretate dairAssemblea, pro- 
nunziava parole insultanti aU'onore di quelli : « I RomaQi 
non si battono ! » Prove assai sanguinose egli doTeva so- 
stenere di li a brevî giorni del valore italiano. la verità 
dolorosissima cosa, vedere due popoli civili — iqualiuniti 
sempre dovrebbero correre le vie del progresso — spin- 
gersi Tuno contra Taltro armati» causa Tambizione di po- 
chissimi tristi! | 

Fabart, di ritorno a Oivitavecchia, assicurava Oudinot, | 
che, allô apparire délie insigne di Prancia, Roma aprirebbe | 
loro le porte e festosamente le accoglierebbe entro sa^ | 
mura: ond'egli il 28 aprile muoveva il campo verso la cittî i 
eterna per combattere non la popolazione ne le milizie ro- 1 
mane» ma i fuorusciti di tutte le nazioni che la opprime* 
vano (1). L*Assemblea, deliberate le resistenze, volse soi 
cure ad accrescere le difese di Roma;e, raccolto in qoestl 
quanto più potè di armati, preparossi a ricevere degn» 



(1) u Soldati !..... andiamo su Boxoa. Noi non troveremo vmàt ^ 
le popolazioni, ne le soldatesclie zomane , Tone e Taltre ci consderaDi 
quali liberatori. Noi avremo a combattere dei faomsciti di tatte le a» 
zioni, i qnali opprimono qnesto paese dopo aver confnso nella loio cai^^ 
qnella délia libertà. n 

Parole del générale Oudinot aU'esârcito alla vigilia di Usdaie ^ 
ntavecchia. 



Digitized by VjOOQIC 



fiOMA 403 

mente Toste nimica. Le mura délia città, non ugualmente 
divise dal Tevere, misurano ventiquattro chilometri allô 
incirca; hanno forma, per la maggiore parte, irregolare, 
m sono proYvedute di fossi, di spalti e d'opere fortiâcatorie 
esteriori; erette quelle daU'imperatore Aureliano iiel terzo 
secolo deirevo cristiano, erano statc di poi aumentate da 
alcani Ponteûci. La ciata che elevasi su la sinlstra del 
tlume, oltre essere maie fiancheggiata da torri^ poste lungo 
(li qaella a intervalli disuguali, troyavasi allora in assai 
cattivo stato, non estante i restauramenti eseguiti. In mi- 
ifliore condizione erano le mura, che su la destra del Tevere, 
girano per plu di seite chilometri, chiudendo in se Gastel 
Sant* Angiolo, il Vaticano e il Transtevere. Papa Urbano VIII 
A'ce costruiro la cinta bastionata, che da porta Cavalleg- 
jriori sale al 0-ianicolo — colle signoreggiante la città — 
indi Ta alla porta San Pancrazio, per discendere poscia a 
IM)rta Portese, la quale sta presse il Tevere. Era questa la 
parte piii regolare e me^io fortiâcata délia cinta di Roma; 
a tatte poi erano stati allora aggiunti dei merli fatti con 
sacchi pieni di terra, i quali di tratto in tratto lasciayano 
larghe aperture per le artiglierie; validi serragli chiude- 
v&QO le porte e le vie délia città, soprammodo quelle di 
Transtevere. Airesercito, i oui soldat! contavansi diciassette 
mila — in verità pochi assai per uno Stato di tre milioni 
d'abitamti ^ sino a quel giorno negletto, volgevansi allora 
(mre solerti dai supremi reggitori délia repubblica, sopram- 
modo da Avezzana, Ministre délie armi, per accrescerlo e 
disciplinarlo alla guerra. — In sul cadere d'aprile Roma 
trovavasi presidiata da circa nove mila uomini, ordinati in 
quattro legioni, poste sotto il comando dei generali Gari- 
baldi e Masi, e dei colonnelli Savini e Bartolomeo Oalletti. 
Da pochi giorni l'eroe di Montevideo vi si era portato con 
tmaschiera di settecento armati; gente valorosa e cappata, 
non già uomini di scarriera, come da qualche scrittore fu 
affermato per essere venuti una volta tra loro a contesa e 
al sangue : erano essi gli avanzi gloriosi di Luino é Moraz» 



Digitized by VjOOQIC 



404 oAPiTOLO vin 



zone; erano Lombardi e Bolognesi. Le guardie. nazionali, 
chiamate il 28 aprile a rassegna su la piazza degli Apostoli, 
giuravaiio difendere sino allô estremo la repubblica e la 
libertà loro : onde per esse duplicavasi la forza del presidio 
di Roma. I Triumviri, non volendo lasciare întentata nes- 
sana via che potesse menare a concordia i Francesi coi 
Romani e impedire quella guerra di fratelli, la sera del 28 
spedivano messl a Givitavecchia per esortare Oudinot a 
differire d'alcun poco Timpresa» per la quale egli non pos- 
sedeva forze bastevoli; e invitarlo a far pratiche per nna 
composizione amicheyole délie faccende romane ; lasciando 
a carico suo le dolorose consegaenze di quella impresa» se 
si fosse ostinato in essa. Se non che gli inviati dei Trium- 
viri, non troVando in Givitaveccliia il générale, in quel di 
medesimo poriatosi con sue genti a Gastel Guido, ed essendo 
lor vietato dal comandante francese délia fortezza di recarsi 
al campo di Oudinot, facevano conoscere a questi per lettera» 
quanto avrebbero dovuto signiâcargli a voce. Ma il géné- 
rale, assicurato dai nimici délia repubblica, che Roma Tac- 
coglierebbe quale suo liberatore da un governo odiato, 
molto innanzi Talbeggiare del 90 erasi avanzato verso la 
città dalla destra del Tevere, per assaltarne la parte più 
fortiflcata con sette mila soldaii e dodici artiglierie da 
campo. Awertiti del suo appressarsi i Romani corsero aile 
difese; Garibaldi coUocô la sua ordinanza — la prima bri- 
gâta legione — fuor délie mura distendendola da porta 
Portese a quella di San Pancrazio; Masi con la seconda 
postossi su la mura,, che da porta Gavalleggieri va a porta 
Angelica; Savini con la terza, tuttadi cavalli, tennesi per 
la riscossa su la piazza Navona; Galletti con la quarta, 
parimenti corne schiera di sovvenimento, schierossi presse 
la Ghiesa Nuova e su la piazza Gesarini ; in fine, tennersi 
pronti a soccorrere quelle battaglie, che il nimico perve- 
nisse a opprimere, il générale Galletti co* suoi carabinieri 
e il maggiore Manara coi bersaglieri lombardi ; i quali, non 
il 4 maggio, corne avrebbe voluto Oudinot, ma il 27 aprile 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 405 

^rano scesi a terra a Porto d'Anzlo e in due alloggiamenti 
renuti a Roma. 

la su le undici ore del mattino 30 aprile il générale 
rancese, arrivato presse le mura délia città con sue genti 
iivise in due schiere e occupate con buone forze due case 
Il villa Pamfili, assaltava al medesimo tempo porta Caval- 
eggieri e porta Angelica. Montre i difensori di queste 
nspondevano vigorosamente al fuoco deU'oste nimica, Gari- 
)aldi muoveva da porta San Pancrazio contr'essa per sopra- 
vanzarne la destra e percuoterla a tergo. Tornatogli vano 
Tassalto e rinnovatolo poi con forze maggiori, riescivagli 
di fugare i Francesi; i quali, pur superati in vicinanza dei 
^iardini del Vaticano e davanti a porta Cavalleggieri, toglie- 
vansi giti dairimpresa, lasciando prigionieri in mano al 
vincitore molti dei loro, coi morti e coi feriti perdendo da 
seicento soldati ; e avrebbero sofferto danni assai più grari 
se la cavalleria romana, che troyavasi a porta San Pan- 
crazio, avesseli incalzati nella ritratta. Garibaldi avrebbe 
voluto seguire la vittoria, ma ne fu rattenuto da Mazzini, 
il quale, sperando acquistare con modi generosi e tempe- 
rati vantaggi più grandi che non potessero venirne alla 
patria dalFintera distruzione délie genti d'Oudinot, fece 
sospendere le armi per non ferîre maggiormente l'amor 
proprio d'una nazione, che dovrebbe essere arnica sempre, 
noa inimica mai airitalia. — La strenua resistenza del pre- 
sidio di Roma e il mancare dello appoggio dei cittadini 
iicoQcertarono grandemente il générale francese, che tene- 
vasi certo d'insignorirsi di quella, non tanto per virtù 
délie armi, quanto per gli aiuti del popolo, ch'egli crodeva, 
«^ebbesi allô apparire délie insegne di Prancia levato 
contra il Qoverno de' Triumviri (1), — La giornata del 



(1) Balleydier, a carte 92 del secondo Yolnme délia oitata sua stoxiAt 
'^gistra le segaenti parole del capitano Fabart a Oadinot: « Mio ge- 
iierale; io ho riconosciato ieri Taltro nna yia la quale conduce — senaa 
^^re espoBta al fiioco dei teiragU — a porta Angelica, ore deye il po* 



Digitized by VjOOQIC 



406 CAPITOLO VIII 



30 aprile, nella quale i soldati di Francia vecchi e prc»- 
vati in guerra furono vinti dai giovani soldati di Roma, ia 
maggiore parte poco esercitati negli ordiui délia miliziii. 
ne esperti nelle industrie belliche, quella giornata, io dico, 
maravigliô tutta Europa, e suscité gravi rumori neirAs- 
semblea francese, che allora s^avride essere stata ingannati 
dal Buonaparte e da' suoi Ministri. Oudinot, che non avéra 
potuto vincere, nel riferire al suo Qoverno la rotta patita 
sotte le mura deiralma città, chiamavasi vittima d'nna 
tradigione ; se già da tempo egli erasi fatto conoscere insi- 
piente nel governare la guerra, a Givitavecchia erasi chia- 



polo manifestarsi in nostro favore. » Balleydier rifeiisce quindi, che il 
comandante supremo, riconoscendo che, non ostante gU sforzi inanditi 
e i prodigi di incredibile valore, un piû lungo résister e sarebbe siûif* 
inuHïe sensa Vainto d'un movimento popolare contrario al O&oemo... 
diede il segnale délia ritratta. Qnesta confessione del générale nimîeo ê 
la più splendida conferma del valore italiano; e lo aver lasciato su la via 
di porta Angelica due cannoni ô la prova più évidente del precipitosi» 
indietreggiare del Francesi. La storia di Balleydier ô tntta piena di fslse 
afférmazioni; ç alcnne pagine lo sono délie piû vitaperevoli calnmtl?; 
ciô ehe mostra la parzialità dello scrittore. — Egli mentiiva scrireadr. 
che i soldati di Franeia avevano il 80 aprile eombattuto eotitra %» 
nimico dieei volte piik numeroso di loro e nascosto dietro forti wl- 
raglie; mentre ben sapeva qnanti nomini il presidio di Roma contaT.i 
allora; che non tntti avevano preso parte a quella giomata; e che all«* 
QiMrdie nazioTiali non exa stata fatta la chiamata: e siccome 1 Franoe^i 
eraao vennti in sette mila ad aasaltare la eittà (*), oosi i gn e tregg ia pri 
avevano oon ugnali foize eombattuto a porta Cavalleggieri e a porta 
Angelica. Garibaldi non pngnô dietro le mura, ma affronté gli assalitari 
in campo aperto ; ne fa fede lo stesso BaUeydier, 11 qnale nella sua storia 
scrisse cosi: u I Romani, in numéro di quattro o cînque mila, escon» 
dalla dtt& sotto il comando di GaribaldL.. Questa uscita ha per intenta 
di sopravanzare le posture dei Francesi... » In contraddizioni ai grosse 
cade sovente lo storico firancese, che esagera sempre, raramente pariit 
sineero e piû raramente ancora narra cou anîmo tnmquiUo e sent^nsu 
cou giustizia. 

r*) OneUiot 8re?a lasciato parte df sue g«ntl a prHidfan OritaTeodii». 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 407 

rito soldato sleale e fraudolento, e il 30 aprile, giorno di 
sua Tergognosa sconfltta, erasi mostrato mentitore. E con 
lui pur mentiva Odillon Barrot» qaando in mezzo all'As- 
semblea dayasi a calunniare e scagliare yitupèri contra 
il popolo di Roma, perché, tenutosi fedele alla patria, in 
luogo d'aprire le porte délia città aile armi invaditrici, 
aveya con la forza respinta la forza e rintuzzato Torgoglio 
6 la iattanza del duce nrancese. Ma Giulio Fayre, cui erano 
noti i sensi generosi délia demoerazia romana, fatto ap- 
pelle all'onore délia Francia e alla dignltà deirAssemblea, 
proponeya di richiamare d'italia il générale; e, consi- 
gliaado ai Ministri di mantenersi nei limiti del mandato 
nceTuto, inyitayali a sospendere le offese contra Roma, 
sino a che >enisse fatta la lace su le condizioni délia 
repubblica. Fu allora che i Ministri, in omaggio ai desi- 
dèrl dei rappresentanti délia nazione, mandayano al campo 
di Ciyitayecchia commessario straordinario Ferdinando 
Lesseps, col carico di dare alla spedizione l'andamento 
assegnatole e dal quale ayeya fuonriato, e accordarsi con 
Oudinot per la buona riescita deirimpresa; in fine, di ten- 
tare con Roma quelle yie che yalessero a condurre 
a un componimento amicheyole. — Yinto e ributtato dalle 
mura dell'alma città^ Oudinot riedeya a Gastel Guido a 
rifaryi sue schiere e,ad aspettanri gli aiuti, che doyeyano 
giugnerglî di Francia; indi spediya buona presa di soldati 
ad occupare Fiumicino per assicurarsi lo sbocco del Teyere, 
e un'altra ad Ostia, nella quale terra faceya la riposta 
d*ogni cosa necessaria alla guerra e aU'assedio, che ben 
prevedeya lungo e faticoso. 

In questo mezzo Napoli, Austria e Spagna mandayano, 
giusta i patti fermât! a Gaeta, armi e armati a dar mano 
ai Francesi nella brutta impresa d*opprimere la romana 
repubblica. No'tempi andati molti Papi eransi fatti chia- 
matori di stranieri a difesa di lor temporale signoria; ma 
ûessuno d'essi ne ebbe chiamati tanti insieme, quanti 



Digitized by VjOOQIC 



408 CAPITOLO VIII 



Pio IX in quell'aano 1849. Lo strepito d'armi si numerose 
e potenti — sempre rispetto aile forze che la repub- 
blica poteva opporre aile straniere — e le minaccie degll 
invaditori non valsero a sgomentare Roma, ne a rimuo- 
verla da* suoî fleri propositi di resisiere sino allô estremo. 
In fatto, ayyertita dello appressarsi dei NapoUtani — dodicl 
mila secondo alcuni^ sedici mila seconde altri, guidati da 
Casella — i quali il 29 aprile avovano superata la frontiera 
del reame, spediva a combatterli il générale Garibaldi con 
la sua brigata di due mila cinquecento uomini e coi bersa- 
glieri lombardi di Manara, che insieme costituirano la 
ayanguardia di Rosselli, il quale di li a poco doyea uscire 
alla campagna con buona mano d'armati per farla finita 
col Borbone, montre tra Roma e Oudinot erano sospese le 
armi. La notte del 4 maggio Garibaldi, uscito dalla città, 
per ingannare il nimico su lo scopo délia sua spedizione, 
prendoya da prima la yia Plaminia simulando d'ire 
contra 1 Francesi campeggianii Palo ; indi yoltosi a sinistra 
metteyasi su quella che mena a Palestrina; influe dirige- 
yasi a Tiyoli, a una lega dalla quale città poneva il campa 
Il mattino del di appresso» il 6 maggio, per la stretta di 
San Veterno camminaya sopra Palestrina, oye giugaeva 
alcune ore innanzi Talbeggiare del di seguente. Il re Ferdi- 
nando, che per la yia Consolare erasi portato tra Velletri 
e Yalmontone, quando seppe Tayyicinarsi deiroste gari- 
baldlna, spediyale contra il générale Lanza con cinque 
mila uomini per assaltarla oyunque la troyasse; assalto che 
Winspeare doyeya, dalla parte di Montecompatn, appog- 
giare, ed anche aiutare Lanza a togliere al nimico la m 
alla ritratta. Il Borbone, che passando su quel délia repab- 
blica, avea creduto di vedersi venire incontro i Francesi 
per fare insieme Timpresa di Roma, non essendosi trorato 
con essi, mandaya per aiuto e per consiglio a Oudinot; il 
quale, yolendo a se e a* suoi serbata tutta la gloria della 
restaurazione pontiflcia in Roma, lasciô che il Borbone da 
solo ayesse a leyarsi da quella bisogna; in yerità facile 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 409 

cosa per chi aveva quattro volte tanto le armi deiravver- 
sario. Molestato per via dai corridori garibaldini, Winspeare 
riedeya al suo campo di Frascati; ma Lanza prooedeva 
avanti, e il mattino del 9 maggio assaggiavasi col nimico a 
Palestrina. Giace questa terra sul pendio d'un colle, sovra 
il quale ergesi una rôcca antichissima quanto la terra 
stessa, fondata molto tempo innanzi Roma. Grossi borghi 
siedono su le colline circostanti a Palestrina, che da tre 
lati è chiusa da mura rovinaia dai secoli (1). Nel lato che 
guarda Yalmontone apronsi due porte, la Eomana e del 
SolCj e a quest'ultima mettono capo due vie, che ascendono 
alla città tra folti alberi, siepi e vigaeti. Garibaldi, uscito 
contra i nimici, i quali, divisi in due schiere, avanzavansi 
per quelle due vie, dopo brève combattimento li sbara- 
gliava e 11 voltava in fuga; i vincitori avrebberli perse- 
guiti, se il générale Garibaldi, temendo una imboscata 
nimica, non avesseli trattenuti. Taie vittoria, per se stessa 
di lieve momento, fu di grande vantaggio morale; awe- 
gnachè rinfrancasse non poco i giovani soldati di Roma, 
che due volte affrontatisi coi nimici nel période di brevi 
giomi, due volte avevano vittoriato; primamente, davanti a 
Roma, dei Francesi; poscia, sotto Palestrina, dei Napolitani; 
la cui fuga disordinata e precipitosa s'arrestava solamente 
ad Albano, ove trovavasi il grosso délie armi borboniche. 
— Nella notte dell'll maggio, Garibaldi, levato spedita- 
mente il campo, dirigevasi a Roma, chiamatovi dai Trium- 
riri, venuti in sospetto di un assalto francese a Monte 
Mario; entrava in essa il mattino del 12. In quella notte 
egli aveva percorso ventotto miglia, passando in prossi- 
mità degli alloggiamenti dei Napolitani, senza che questi 
si awedessero di lui e délie sue genti. 



(1) Palestrina — arx Prcerhestrina — fti la principale citt& degli 
Equi; la sna rôcca diyenne ûunosa ai tempi di Mario e Silla, e dei 
tempi altreà délie faadoni dei Colonnesi, che fnrono nel secolo decimo- 
qninto. 



Digitized by VjOOQIC 



410 OAPITOLO VllI 



Correva il 7 maggio, quando i Trîumviri, non f)Olendv 
tener mallevadore degli atti if un Oovemo ingannaio / 
soldait, che, pugnandOy avevano obbedito, mandavanoliberi 
al campo di Oudinot, senza condizione di sorta, i Franeesi 
fattl prigionieri al combattimento del 30 aprile. Pochi 
giorni dopo Oudinot rendeva a libertà il battaglione di 
Meilara, che, per impadronirsi di Givitavecchia, egli ayeva 
a tradigione disarmato e tenuto prigione di guerra;e'i 
egli Toffriva quale scambio de* suoi, ma che came scambù' 
i Triumvlri niegaroao ricevere; perô chelegenti di Meilara 
fossero state, contra la fede data, slealmente imprigionate. 
e i soldat! di Francia, che essi prima aveyano reao al 
générale, fossero yenuti a lor mano combaitendo. Il 14 
maggio giugneva al qnartiere di Oudinot il commessario 
Ferdinando Lesseps, ii quale, dopo accordi presi conesso 
lui, recavasi sollecitamente a Roma (1); e siibito fermata 
tregua coi Triumviri, che aveva a durare aintanto si ne- 
goziasse di pace. La tregua fu bene accetta ai guerr^- 
gianti; essa daya agio al générale francese di compierei 
preparamentl per Tassedio délia città e tempo bastevol»^ 
alla Francia di portare a numéro l'esercito per la conquista 
di Roma; e ai Romani concedeya di condurre a fine 1^ 
loro difese e Topportunità di yoltarsi con tutto lo sror2> 
di guerra contra il Borbone di Napoli; alla quale impresa 



(1) Lesseps portava a Oudinot ona lettera di Napoleoae BaonBpait<^ 
neUa quale il Présidente délia repubblica firancese, dopo esseisi Uu&es- 
tato dei Romani, che non avevano ricevuto u con premura un esercit*) 
venuto a eotnpiere pressa loro una azione benevola e disinteressaU, - 
soggingneva : « 1 vosM soldati sono stati rieevttii quali ninUci, ora w 
va del nostro onore militare; io non soffrirh eh'esso abbia a faiif 
ingiuria veruna; i sussîdi non vi maneheranno, n — Le parole di 
Luigi Napoleone erano manifestamente in contraddizione .all'offieio ami* 
chevole di Lesseps, che doveva tentaro coi Bomani le vie degli accordi. 
mentre il Présidente della repubblica firancese voleva vendicata la seoo- 
fitta de' suoi soldati sotto Borna. 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 411 

soUeciti si accinsero. Nella sera del 16 maggio Toste re- 
pubblicaaa, duce supremo il générale Rosselli, usciva di 
Roma; contava dieci mila fanti, mille cavalli allô incirca 
e dodici cannoni; Tantiguardia era guidata da Marocchetti; 
la battaglia, da Garibaldi ; Galletti toneva il comando délia 
retrogaardia e délie riscosse. Deliberatosi di sopravanzare la 
4estra dei campi nimlci — che stendevansi da Albano a 
Frascati e a Yalmontone — e minacciare ai Napolitani la 
via di ritratta al reame, Rosselli per Zagarolo dirigeva sue 
^ti contra Palestrina; ma avyertito poscia, che il Re 
alla notizia di quella spedizione aveva raccolto i suoi campi 
intorno a Yelletri, mandava sue schiere a occupare Mon- 
tefortino, per volgersi quindi contra la stessa Yelletri. Al 
cadere del 18 maggio Tavanguardia romana insignorivasi 
senza eontrasto di Montefortino; la battaglia accampavasi 
tra questo e Yalmontone, dietro la quale ponevansi le 
riscosse ; la cavalleria e le artiglierie. Ferdinando Borbone, 
coayinto di non poter resistere> senza Taiuto de' Francesi, 
»lle armi repubblicane, sebbene le sue superassero quelle 
in numéro, soprammodo in cannoni, aveya il mattino del 
10 ayviato sue genti yerso le frontière del reame, allora 
che, yisto apparire Tayanguardia romana — con la quale 
troyayasi Garibaldi, portatosi innanzi per riconoscere le po- 
sture nimichc — richiamato a sa Tesercito, spediya ad 
affi*ontar quella il générale Lanza con un rcggimento di 
fanti, tre squadroni di cayalli e dieciotto artiglierie. La 
cayalleria napolitana, rotta con assàlto impetuoso la prima 
ordiuanza dei repubblicani, lasciayasi trasportare troppo 
innanzi dalla foga dei cayalli ; caduta perci6 in mezzo ai le* 
gionari romani, nascostisi tra i yigneti, era costretta a rifSar 
la yia, perdendo nella ritratta non pochi de' suoi morti o 
feriti. Garibaldi, che yoleya assalire con grosse forze il 
nimico per tentare poscia la città, mandaya per aiuti a 
Rosselli ; ma tardando questi ad arriyare, spingeyasi auda- 
cemente ayanti con l'ayanguardia; e quando giugneya 
RossoUi con la battaglia, i Borbonici stayano già sotto la 



Digitized by VjOOQIC 



412 CAPITOLO TUI 



protezione dei cannoni di Yelletri, i quali dalla forte postura 
dei Oappncciiii impedivano ai nimici d'awicinarsi alla 
città; il momento propîzio ad assaltarla era quindi passato, 
trorandosi i Napolitani in buon numéro aile difese e traendo 
già coi moschetti e con le artiglierie. Garibaldi, yisto di 
nuUa poter fare contra Velletri, proponeva a Rosselli di 
trattenere di fronte i nimici con parte deiresercito, o con 
la restante parte, attraversando a sinistra i campi, correre 
sopra il Re, il qusle, con grossa mano d*armati indietr^- 
giara dalla città. Rosselli, approvando il disegno di Gari- 
baldi, diceva: farebbe; se non che, entrato in sos petto che 
i Borbonici non si ritirassero, sibbene si allargassero per so- 
pravanzare le battaglie romane e ferirle ai fianchi e a tergo, 
mantennesi dinnanzi a Yelletri, combattendo inutile pugna 
coi difensori délia città sino al cadere délia notte. Per as- 
sicurarsi d*ogni sorpresa aile spalle, chiuse ai nimici le 
vie d*Agnani e di Cisterna, facendo occupare da una mano 
di sue soldatesche Montefortino e Giuliano; e nella per- 
suasione che i Napolitani sarebbero yenuti il giomo dope 
aile offese, deliberava d'assaltare, al sorgere dei nuoTO di. 
la postura dei Oappuccîni. Ma nella notte il Re fuggiva 
turpemente da Velletri e per la via di Terracina rientrava 
negli Stati suoi: onde i Romani senza colpo ferire impa- 
droniyansi di Velletri. Borbonici e repubblicani attribui- 
ronsi Tonore dei combattimento; nessun d*essî perô potè 
a diritto vantarsi vincitore. Se Garibaldi riesci a ricac- 
ciare i nimici nella città, dalla quale erano usciti U 4nat- 
tino per affrontarlo, a Lanza riesci di mandare a vuoto i 
tentatiyi dello strenuo awersario contra Velletri, per la 
quale cosa fa oltremodo yituperevole la fuga di Ferdinando, 
che, non yinto, lasciaya un campo ben munito di difesa e 
per natura di sito fortissimo, e yolgeya le spalle aile armi 
romane per numéro e potenza inferiori aile sue. Eppure 
egli non yergognossi di cantare nel maggior tempio di 
Gaeta il Te Deum! forse intose con questo render grazie 
a Dio d*ayerlo scampato da totale royina, che certamento 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 413 

sarobbegli toccata, se fosse rimasto in Yelletri, e se i re- 
pubblicani, perseguendolo in sua ritratta, Tavessero rag^ 
giunto e costretto a far la giornata; e ciô sarebbe avve- 
nnto, se si fosse segaito il consiglio di Mazzini, d'avanzarsî 
nel reame per dare appoggio agli Abruzzi, che dicevansi 
pronti a sollevarsi al primo apparire délie insegne romane. 
Rosselli, per ragione, non tanto di strategia, qnanto d^esa- 
gerata pmdenza — la quale maie addicevasi a loi che aveva 
sperimentato il valore de' suoi soldati — respinse il sennato 
consiglio del Triumviro; e cosi andava perduta Toccasione 
favorevole a levare i Napolitani a ribellione contra il Re 
e il suo Gk)yerno; ciô che ayrebbe allargata la gaerra e 
impresso a questa nn carattere eminentemente nazionale. 
Pur non volendo contraddire in tutto a Mazzini, il géné- 
rale Rosselli mandava Garibaldi con sua brigata a tentare 
novita su quel di Napoli; il quale, dopo avère disperse i 
Pontifici capltanati da Zucchi, che infestavano il territorio 
ai Frosinone, superata la frontiera napolitana, recayasi in 
mano Rocca d'Arce, lasciata dai Borbonici al suo avvi- 
cinarsi. Ma non gli fu possibile di proseguire più oitre; 
perô che i Triumviri, non avendo potuto venire agli 
accordi con Tinviato francese, corne or ora narrercmo, 
reputando vicinissimo il disdirsi délia tregua con Oudinot, 
solleciti il richiamassero a Roma, ove già raccoglievano 
il grosso délie loro armi. Errore grave, anzi esizialissimo 
alla repubblica, che l'ebbe più presto condotta a rovina, 
anegnachè Roma dovesse tutto trascinare in sua caduta ; 
mentpe, se parte dell'esercito regolare si fosse tenuto fuor 
délia città, venuta questa a mano del nimico, avrebbe 
quella potuto combattere una guerra sparsa e minuta, 
nella quale, indubitabilmente, il vantaggio sarebbe toccato 
aile genti repubblicane. 



La Spagna, prima a gridare la crociata contra Roma 
per la restaurazione del trono pontificio e prima a chia- 



Digitized by VjOOQIC 



414 OAPITOLO VIU 



mare a Gongresso gli Stati cattolici per accordarsi su 
rimpresa» ultima e con pochissime armi yeniva in Italia. 
non a rompere guerra, ma a bandire manifesti di superk 
parole e d'insolente disfida ai popoli romani, o rimanersi 
inoperosa sempre ne* suoi campi, mentre i confederati face- 
vano prove sanguinose del valore dei repubblicani ; c in 
yerità quei manifesti ayrebbero mosso il riso, se non aves- 
sero destato lo sdegno per le calunnio cho contenevano. 
Il giorno in cui le genti del Borbone invadevano le terre 
délia repubblica — e fu il 29 aprile — la squadra spa- 
gnuola giugneya nelle acque di Terracina e vi sbarcara 
i soldati che la regina Isabeila ayeya mandate a danno di 
Roma per gratificarsi il Ponteflce e ottenere da lui Vap- 
proyazione e la sanatoria dei béni ecclesiastici usurpatie 
yendnti poco innanzi dal suo Ooyei*no. Rialzata in Terra- 
cina la bandiera di Pio IX, gli Spagnuoli ayanzaron^i 
lungo la marina, occnpando per yia le terre che siedevano 
soyr'essa; e il 6 maggio gianti a Fiumicino — poTen' 
paesello di pescatori — il comandante délia spedizione. | 
mandate a famé la chiamata, pubblicaya un maoifesto ai 
popoli di quella terricciuola, col quale inyitayali « a ren- 
dere omaggio al Ponteflce e a separarsi dal Gorerno ri- 
belle di Roma, già agonizzante per gli assalti di quMro 
nazioni confederate per dîstruggerlo. » L'esercito spagnuolo , 
— allora di otto mila soldati, accrescinto di poi d'altritre 
mila — portatosi a Gaeta era rassegnato c benedetto (1& | 
Pio IX. Perdinando di Oordoya, suo générale supremo, il | 
3 giugno venne a campeggiare Fondi ; il di appresso recossi 
a Terracina; -e quando i Francesi insignorironsi dlRoma 
procedette innanzi; e, dopoaver corso Nar ni, Terni, Spih 
leto e Rieti, fece ritorno ai patrii lidi. Alla causa del Pon- 
teflce e délia religione, alla cui difesa era yenuto di Spagoa, 
non solamente fu di nessun gioyamento — ay vegnachè si 
fosse tenuto lontan lontano sempre dal nimico — ma recè 
al contrario graye danno per li mali portamenti de* sol- 
dât! suoi, che offesero la morale pubblica e i sentimenti 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 415 

religiosi del popolo italiano (1): tali le geste délia spedi- 
zioQe spagnuola nella impresa di Roma. 

n 7 maggio la dlvisione austriaca del générale Wimpffen 
passava dal Modenese su quel di Bologna e poneva il campo 
a Castelfranco; mentre il générale Thurn Taxis con buona 
presa d*imperiali entrava in Ferrara, e, dopo avère resti- 
tuito a libertà gli ostaggi fattivi da Haynau nel febbraio 
di queiranno 1849, invitava il Maestrato suprême dei cit- 
tadini a deputare suoi rappresentanti a Wimpffen e a 
monsignor Bedini, commessario pontificlo al campo au- 
striaco, i quali avessero a dar fede d'obbedienza aU'auto- 
rità papale in nome di tutta Ferrara. I Municipali riuni- 
yaiisi allora a consulta per deliberare su la forma di 
governo che potesse riescire meglio accetta ai cittadini; 
raccolti i suflfragi trovossi avère la repubblica vinto il 
partito; questa la risposta dei Ferraresi al générale nimico, 
che, appena vennegli fatta conoscerey lasCiô oon sue genti 
la citta. — Wimpffen e Bedini, awertiti del disprezzoool 
quale erano stati ricevuti i manlfosti, che da Castelfranco 
avevano rivolto ai popoli délie Romagne per aveme aiuto 
e cooperazione aU'impresa restauratrice délia potestà pa- 
pale, rovesciata, dicevano quelli, da fazione perversa (2), 
rs maggio portavansi sopra Bologna; la quale, animosa, 



(1) « In Terni gli Spagnnoli nscivano moite volte ignudi, e anda- 
vano coBi a layare i loro panni aile fontane. Tacciavano d*inetti i ri- 
Toltosi italiani che non aveano sapnto bruciare i conventi, com'essi 
dicevano di aver fatto in Ispagna. Eidevano dei misteri piû angnsti 
delk leligione e dicevano — parole testaali — che la soverchia quan- 
tité dalle ostie avea fàtto crescere il prezzo del pane, n 

Carlo Ruscoki, La BepiMliea Eamana, Doetimenti délia guerra 
Santa j cart. 208; Capolago, 1851. 

(2) « Vengo a ricondurre fra voi, scrivevano Wimpffen e il commes- 
sario Bedini, il legittimo governo del Sommo Pontefice Pio IX, abbat- 
tato da nna fazione pervenui, e per ristabilire la pnbblica e privata 
sicnrezza.» » 



Digitized by VjOOQIC 



416 CAPITOLO VIU 



erasi preparata coraggiosamente a riceverll. Aveva picciolo 
presidlo — circa due mila soldat! — perô che la divisione 
Mezzacapo fosse stata poco prima chiamata aile difese di 
Roma; ma afforzaronlo le Ouardie nazionali e soprammodo 
il popolo ; il quale, se avesse avuto capi degni di comandarlo 
e se al governo délia cosa pubblica si fossero trovati uo 
mini di mente e cuore, avrebbe rinnovata allora l'eroica 
resistenza delFagosto 1848: onde Bologna non sarebbe ca- 
duta, ne Ancona yenuta a mano del nimico inyaditore. 
Wimpffen, senza por tempo in mezzo, assaltô la città; re- 
spinto, provossi di ottenere per via di militare scaltrimentû 
quanto non eragli stato possibile per impeto aperto.Neilo 
indietreggiare egli lasciava sul campo due cannoni carichi 
a scaglia, nella certezza cbe i Bolognesi, credendo sue 
genii pienamente rotte e in fuga» uscirebbero dalla città a 
predarli: e fu cosi. Da quella facile vittoria fatti impni- 
dentemente audaci e di veruna insidia temendo, davans^ a 
incsdzare gli Aùstriaci; ma giunti presso le artiglierie 
lasciate da Wimpffen, da queste fulminate di fronte e di 
Qanco dai tiratori Tirolesî imboscati li vicino, dovevano 
retrbcedere, non senza patire gravi perdite. Nella qoaie 
fazione fu morto il colonnello Boldrini, che aveva sorro- 
gato Marescotti, tristo consigliatore di vergogne e di viltà: 
awegnachè non soltanto egli rifiutasse di combattere, ma 
volesse che il presidio posasse le armi. — Per risolvere 
su ciô che convenisse fare, il Municipio raccoglieva presso 
di se i principali délia milizia; non riescendo ad accordarsi 
per lo inchinare del primo alla resa, dei più degli altri 
alla resistenza, il Maestrato dei cittadini, allo intente di 
conoscere la volontà del popolo, alzava bandiera bianca; 
e popoli e soldati rispondevano: gicerraf gtserra! Il Mu- 
nicipio perô, che non voleva saper di guerra, deputava a 
Wimpflfen i cittadini Albert e Aldovrandi per chiedere una 
tregua ; rimasto l'Aldovrandi in ostaggio al campo nimico, 
TAlberi tomava al Municipio apportatore di non liete no- 
velle; perô che Wimpffen avesse conceduto una sospen- 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 417 

sione d'armi brevissimay cioè sino al mezzogiorno del 9, 
mlnacciando di fulminare Bologna con sue artiglierie, se 
non gli si arrendesse; e l'Alberi aananziava altresi pros- 
simo Tarrivo di sedici mila Austriaci con piii di trenta 
cannoni d*assedio; le quali novelle non valsero a scorag- 
gire il popolo; che anzi il crescere del pericolo aumentô 
in esso l'ardore del combattere e l'alacrità deiroperare. A 
mezzodi del 9 Wimpffen prendeva a trarre con le artiglierie 
contra la città, e 11 popolo a rispondergli con quelle pian- 
taie sa le mura e su la Montagnola; ma non riesci a questo 
d'impedire ai nimici d'impadronirsi del colle San Michèle 
e del convento deirAnnunziata» che stava non lungi di 
porta San Manaolo. Il quale convento, per essere un buon 
posto ayanzato del campo impériale» veniva subito assaltato 
e preso dai soldati del quarto reggimento di fanti ; cosi 
aveva fine quella giornata bella per le armi délia repub- 
blica, gloriosa per Bologna. — U Municipio — oui il pré- 
side Biancoli, poco Qdando nel prineipto popolare, avova 
il giorno innanzi rassegnato l'officio suo — commetteva 
allora a cinque Gommessari tolti dal proprio seno il go- 
vemo délia cosa pubblica, che inetto reputavasi a reg^erlo 
io qaei momenti difflcili, e i Gommessari a insaputa del 
popolo domandarano e ottenevano da Wimpffen una seconda 
tregaa di ventiquattro ore, cioô sino al mezzodi del 10. — 
L'Assemblea romana, quando seppe dei pericoli sorrastanti 
a Bologna, mandava ordine al colonnello Zambeccari, reg- 
gente Ancona e la fortezza sua, di spedire soUecito in aiuto 
alla città minacciata il baitaglione dei Cacdatori del basse 
Reno, il quale, con le bande dei volontari romagnoli, capi- 
tanate da Pianciani, arrebbe dovuto tenere a bàda e badar 
laccare col nimico per renire poi con questo a giornata, 
allora che sarebbero arrlvati sussidi bastevoli a tentarla 
con certezza di buona riescita. Ma di quelle bande, che 
Pianciani non ayeva saputo militarmente ordinare, la 
iiuiggiore parte discioglievasi prima deirarrivare dei soc- 
corsi d*Aucona. AUo squillare de' sacri bronzi, i quali^ con 

27 - Vol. II. MABiAin — Stima pol. e mU- 



Digitized by VjOOQIC 



418 CAPITOIiO TIII 



lo annunciare che il 10 maggio era giunto a mezzo il m 
corso, avrertivano lo spirare délia tregua, presidio e cit- 
tadiai correyaao aile difese; ma il aimico non yeniie agli 
• assalti; ayyegnachô, fatto piii cauto dal maie esito sortito 
ai già tentati, avesse risoluto d^aspettare a rinnoyarli, 
quando fosse arrivato Gorzgowsky, che coa buon nerbo 
di soldatesche e grosse artiglierie correva ad aiutarlo 
nella impresa; e intanto le genti di Wimpifen andaTaao 
predando le terre yicine di tutto che lor potesse abbiso- 
gnare. 11 14 maggio alquante compagnie di milizia bolo- 
gnese muoyeyano yerso Gastel San Pietro incoatro ana 
schiera di volontari romagnoli, condncenti ad esse tre 
cannoni. Avvertiti di ciô da certo Palomba, un traditore, 
gli Austriaci assaliyano e poneyano in fuga al ponte dalle 
Sirène i Bolognesi, mentre tornayano di loro spedizione; 
i quali tutti sarebbero stati tagliati a pezzi, se le artiglierie 
délia città non ayessero frenato lo incalzare degli assalitori. 
Giunto in quel mezzo al campo impériale Gorzgowsky cod 
buon polso di soldati, Wimpffen aU'albeggiare del 15 preo- 
deya a fulminare Bologna con sue artiglierie, destandoin 
moite parti dl essa assai grayi incendi, il oui lugubre 
chiarore doyeya nella notte illuminare la misera eittà.1 
Gommessari, yisto di non poter più oltre continuarele 
resistenze, inyiayano messi al générale nimico a pregarlo 
di sospendere le armi per trattare di resa. A meta délia 
notte il cannone austriaco taceya e Bologna al^aya bandiers 
bianca; se non che Wimpffen, non riceyendo i deputati per 
discutere su la dedizione, verso le undici del di suce6ssi^<> 
ripigliaya Topera dévastatrice poco prima lasciata. Tre ore 
dopo facevala nuovamente cessare per l'arrivare di quelli« 
alla cui uscita dalla città il popolo aveva tentato d*opporsi; 
ma gli inviati a lui non gradendo al générale per essere, 
sebbene onorevolissimi, di parte popolana, Wimpffen ii 
respingeva chiedendo che gli si mandassero cittadiui di 
quella parte che Bologna ben sapeva potere essergU ac- 
cetta. Andarono allora al campo austriaco rarcivescoTo 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 419 

Opizzoni, il senatore Zanolini, i conservatori Aldiai, Gan- 
dolfi, Marsili, Pizzardi, Silvani ; in oltre Marescotti, colon- 
aello nelle fanterie, Malrezzi, colonnello nelle (huirdte 
nazionali e Nicoletti, comandaate dei carabinieri. I patti 
délia resa, appena fermati, venivano rotti dagli Austriaei, 
i qaali, con la occupazione di porta Galliera e San Felice 
e délia Montagnola potendo facilmente opprimere il popolo 
se tentasse ancora ribellarsi e tumultuare, mettevano la 
citta sotto l'imperio delle leggi militari; condannavano alla 
morte, all'esilio e alla prigionla i principali délia parte 
libérale; e mandavano a niba e a guasto i diatorni di 
Bologaa(l); e tali nefandità commettevansi dai soldati 
deirAustria in nome del Ponteflce, che avovali chiamati 
alla restaurazione di sua mondana potestà, tanto contraria 
ai reri interessi délia Ghiesa di Oristo. 

Vinta Bolojgna, Wimpflén muOTeva alFacquisto d'Ancona 
con dodici mila uomini, due batterie da campo e alquante 
artiglierie d'assedio; le quali armi dovevano accrescersi 
durante Timpresa per Tarrivo di nuovi sussidi. Girca a 
mezzo la yia che da Bologna per Rimini conduce a Roma 
e soTra il pendio di piooiol colle» ultima appendice dello 
Appennino clie scende airAdriatioo, siede Ancona, terra 
forte per natura di ûto e per arte. Nello assumere il go- 
verno délie operazioni di guerra nelle Marche il colon- 
nello Zambeccari avéra date mano ad accrescerne le for- 
tificazioni, che perô non gli fu possibile di condurre a 
compimento; e airappressarsi dei nimici vi raccoglieva i 
presidi di Pesaro, Sinigaglia e Osimo: onde saliva aquair 
tro mila soldati quel d'Ancona, le cui mura erano state 



(1) A San Michèle in Bosco gli Austriaci guastarono i dipinti dei 
Car&cci; nella villa Barozzi rovinarono alcnne opère insigni di Canova; 
in quelle di Pepoli e Poggi distmsseto non pochi oggetti d'arte. A 
tali atti degni di gente barbara, non di nazione ciTile, essi agginnseio 
tmpissime violenze; in borgo Panigale naa giovane donna per quelle 
Perdette la vita. 



Digitized by VjOOQIC 



420 CAPITOLO YIII 



opportunamento munite d^artiglierie, centoventi allô în- 
circa. WimpflTen mandava da Gastelfraaco agli Aacoaitani 
il noto minaccioso maaifesto, cui rispondeva il préside 
Mattiolî cosi: = Rappresentante d'au Goyemo costîtuito 
nella forma piu legittima, protestare ^li soleanemente 
contra Tobbrobriosa calannia d'anarchia, onde il générale 
austriaco tacciô un Gk>yerno basato su Tordine, la fratel- 
lanza e la libertà; essere preparato ad opporsi a lui che 
veniva a violare ogni più sacro diritto. = n 24 maggio 
Wimpffen cingeva co'suoi campi la cittadella e i forti di 
Ancona, e poco di poi con sue navi il porto, per esser- 
sene allontanato l'ammiraglio francese irato a cagione del 
rifluto di sua protezione contra l'ofiTesa austriaca, prote- 
zione offerta a patto che gli Anconitani avessero ad alzarè 
su la fortezza la bandiera di Prancia(l). Respinta la chia- 
mata di resa il 25 maggio gli Austriaci cominclavano a 
battere Ancona da terra e da mare, cui i difensori rispon- 
devano colpo per colpo, eziandio ributtando le navi nimi- 
che, tutte le volte che avanzayansi per superare Tentrata I 
del porto. I nimici, nel restringere Tassedio^ si fanno a 
tentare la cittadella, i forti e le mura per conoscerne la 
parte piii debole; ributtati sempre yittoriosamente dagli 
assediati, gettano entre la città bombe, granate e razzi 
incendiari, che destano il ftioco in molti luoghi di essa; 
ne rispettando quelli sacri alla sventurUy indicati da ban- 
diera nera, TArclyescoyo d* Ancona invia a Wîmpflfen 
monsignor Barili e il cittadino Fazioli a pregarlo, in nome 
dell'uiAanità, abbia a yolgere le ofTese contra i forti; e il 
générale austriaco rispondeya: = Non ayer comandato 
d*offendere quei luoghi ; essere impossibile impedire il ca- 
deryi délie bombe. = Dopo un combattere e un badalue- 



(1) Alla propoBta dell'ammiraglio finmcese Ancona rispondeya: = Non 
potere aoeettare a difensori snoi i Franced, che di qnei giomi offende- 
yano Borna. 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 4ai 

care di parecchi giorni ira gli assediati e gli assediatori 
-• arvegnachè quelli uscissero di soveate in picciole prose 
(iai loro forti contra le ascolte dei campi nimici e contra 
i âoldati che stavano alla goardia dei lavori di approccio 
— gli Austriaci, il 15 giugno, assaltavano furiosamente la 
cittadella e il suo trincerone; da quel di il fulminare 
deile artiglierie durô incessante sino alla resa, la quale 
aweane il 10 giugno dopo ventisette giorni di assedio, e non 
fu per virtii délie armi assalltrici, bensi per diffalta di vet- 
tovaglie e per trovarsi la difesa ridotta allô estremo di 
sue forze. 11 presidio use! con gli onori di guerra dalla 
cittadella e dai forti, che gli Austriaci occuparono nelle 
ore pomeridiane dei 19 e nel mattino dei 20* Signore di 
Ancona, Wimpffen ponevala sotto Timperio délie leggi mi- 
litari ; e, restauratovl il dominio papale» a reggerla in nome 
di Pio IX eleggeva una Giunta di Governo in accordo con 
moQsignor Savelli, Gommessario pontiâcio, lo stesso che 
vedemmo levare a ribellione 1 montanari ascoUtani e di- 
rigerne il moto. Tolta la libertà alla stampa, il générale 
aostriaco licenziava le guardie ctitadine, comandando nel 
medesimo tempo gli si consegnassero tutte le armi e ma- 
aizioni da guerra, pena la morte a chi disobbedisse. Caduta 
Ancona, le città e terre délie Marche, rialzate le in- 
segne dei Pontefice, ne restituirono Tautorità; eccettuata 
Penigia, la quale, seguendo Tesempio di Ferrara, agli 
Austriaci che imponevanle quella instaurazione rispon- 
deya cosi : = Mano cittadina non essere per rialzare le 
û^ne, che areva poco innanzi abbattute ; il facessero essi 
per la forza che tenevano. 

Le pratiche di conciliazione tra Roma e Francia, che 
stava allora tentando Lesseps, non doTovano a nuUa ap- 
prodare, non per difetto di buon volere e d*onestà nel 
Gcmimessario francese, bensi per la mala volontà dei Buo- 
Qaparte e de*suoi Ministri; i quali avovano deliberato di 
spegnere la repubblica non estante le informazioni dei loro 



Digitized by VjOOQIC 



422 GAPITOLO YIU 



inviato, che affermava: = Essere lealissimo il governodei 
Triumviri ; i Romani rispettare la religione ; la ragioQ 
deirodio alla potestà temporale dei Pontefici sempre cre- 
scente troyarsi tutta nei malvagi consigli degli aderenti 
al Papa, i quali per vituperare la repubblica comperavano 
i delitti. = Poco dopo il suo arrivo in Roma Lesseps man- 
dava ai Triumviri la segaente proposta d*accomodamento: 
€ I. Gli Stati romani chiedono la protezione fratema délia 
repubblica ft*ance3e. II. Le popolazioni romane hanno il 
diritto di darsi liberamente la forma di governo che de- 
siderano. III. Roma accoglierà l'esercito firancese, corne un 
esercito amico. I soldati romani e francesi faranno iusieme 
la guardia délia città. Gli offlciali pubblici romani eserci- 
teranno i loro offlci giusta le legali facoltà che essi ten- 
gono glà. » — L'Assemblea non aderi alla proposta di 
Lesseps: primamente, perché avendo scorto in essa a bello 
studio evitarsi le parole repubblica romanOy credeva, a 
buon diritto, scorgervi intendimento sfavorevole a questa; 
e in seconde luogo, perché nella proposta di Lesseps non 
trovayansi buone guarentigie per la conservazione délia 
repubblica. € Roma non ha bisogno di protezione, scrivo- 
vano i Triumviri al Commessario francese; in essa non si 
combatte ; se il nimico si présentasse davanti aile sue mura, 
saprebbe resistergli con le proprie forze. È alla flrontiera 
toscana, è a Bologna che oggi difendesi Roma. Nella vostra 
proposta awi un pensiero politioo, ai quale TAssembleanoQ 
puô accostarsi, per essersi l'Assemblea di Francia chiarita 
awersa a una occupazione non provocata. Contraria- 
mente ai patti délie tregue voi faceste oggi stesso passare 
il Tevere a un nodo dei vostri soldati per allargare il 
campo délie militari operazioni. » Rigettati quegli accordi, 
Lesseps, ferme in suo intente di conciliare gli interessi 
délia romana repubblica aU'onore délia Francia, altri ao- 
oordi cercô che valessero a rag^iugnere lo scopo deside- 
rato di sua mediazione di paoe. Gonservati in loro inté- 
grité 1 primi due articoli délia sua proposta, mntava il 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 423 

terzo cosi: = Roma accoglierà corne amico Tesercito fran- 
cese, il quale prenderà le stanzeper se piu salubri e per 
la difesa délia città più convenienti, e non s'immischierà 
neiramminlstrazione del paese. = A questi articoli Lesseps 
aggiugneva un quarto concepito cosi: = La repubblica firan- 
cese guarantirà da qualsiasi invasione stranlera il territoiio 
occapato da* suoi soldati; = e conchindeva: = D'accordo 
col générale Oudinot far noto, che qualora taie convenzione 
non venisse immediatamente accettata, ei terrebbe ânita la 
suamissione e Tesercito francese sarebbe libero di ripigliare 
le armi, che il negoziare di pace aveva fatto sospendere. — 
Alla quale dichiarazione del Gommessario di Francia, spedita 
il 29 maggio aU'Assemblea romana, il di appresso i Trium- 
viri replicavano in questi iermini: = Accettare lanuova 
proposta coa modiScazioni toccanti più la forma che la 
sostanza di essa; Roma aver diritto d'essere intesa dalla 
Francia e di trovare in questa un appoggio, non uno Stato 
nimico; délia fratellanza, non délia protezione, la cui de- 
manda oggl si interpreterebbe dall'Europa corne una con- 
fessione d'impotenza, e con rawilirla ai propri occhi la 
renderebbe indegna deiramicizia di Francia, su la quale 
fece sempre fondamento. Questo grido di perlcolo non es- 
sere per Roma; avregnachè non sia impotente mai un po- 
polo che sa morire ; ingenerosa poi sarebbe la Francia — 
oazione grande e fiera — se disconoscesse questo nobile 
sentimento che inspira il popolo. Essere necessario che 
taie condizione di cose abbia a finire; necessario altresl 
che la fratellanza non sia per le due repubbliche una sem- 
plice parola; bisogna che i corrieri e le armi romane pos- 
^ano, per la difesa dello Stato, liberamente correrne il 
territorio; bisogna che Roma non abbia più a sospettare 
di coloro che era avvezza a tenere corne amici, a fine di 
poter volgere tutte le sue forze armate contra gli Austriaci 
inyadenti. Necessitare eziandio che non abbiansi più a 
(lisconoscere in alcuna parte le intenzioni buone e leali 
délia Prancia, e che TEuropa non possa dire, che essa 



Digitized by VjOOQIC 



424 CAPITOLO VIII 



oggi ci toglie ogni cosa allo scopo d'imporci più tardi la 
sua protezione ; la quale, mentre salverebbe Tintegrità del 
territorio délia repubblica, farebbe perderle qaanto ha di 
più caro, Vonore e la liberté. Gon ciô si raffermeraano i 
legami di simpatia, oggidi indeboliti, verso la Francia; I3 
quale acquisterà il diritto di coasigliarci in modo più ef* 
ficace ai comuni interessi, che coq lo stato apparente di 
ostllità che oggi ci mostra. L'esercito poi troverà qnar- 
tieri saluberrimi nella campagna, che corre da Pra-| 
scati a Yelletri. = Il 31 maggio i Triumviri, portatisi al 
campo francese, fermavano con Lesseps la convenzione se- 
guente : € I. L*appoggio délia Francia è assicorato aile po- 
polazioni degli Stati romani; le quali considerano Tesercito 
francese come un esercito amico, venuto per concorrere 
alla difesa del loro territorio. II. D'accordo col Govemo ! 
romano, e senza immischiarsi per nuUa neiramministra- 
zione del paese, Tesercito di Francia prenderà gli accam- 
pamenti esterni tanto per la difesa dello Stato, quanto per 
la sainte dei soldati; libère saranno le vie di comunica- 
zîone. III. La repabblica francese assicura da qualunqae 
invasione straniera i territori occupati dal suo esercito. 
lY. La présente convenzione dovrà essere sommessa alla 
ratiScazione délia repabblica francese. Y. In nessun caso 
gli effetti délia présente convenzione non potranno ces- 
sare che quindici giorni dopo la comunicazione ufBciale 
délia non ratiflcazione. » Taie convenzione, discassa e ac- 
cettata il 31 maggio, aile otto délia sera, al Quartier prin- 
cipale deiresercito francese, veniva sottoscritta da Carlo 
Armellini, Giuseppe Mazzini e Aurelio Saffl per la re- 
pubblica romana, e da Ferdinando Lesseps quale Ministro 
délia repubblica francese. — Pareva rimosso ogni ostacolo 
per giugnere alla sospirata concordia, di cui Roma tanto 
abbisognava per la salvezza sua e la Francia per Tonor 
suo, quando più terribili, che mai non erano stati per lo 
avanti, gridi di guerra levavansi nei campi dei combat- 
tenti. n générale Oudinot, niegando ratificare quella con- 



Digitized by VjOOQIC 



BOHA 425 

venzione, dichiarata rotta ogni pratica d*accordo, disdiceva 
le tregue, da lui perô già yiolate ; av vegnachè, nulla cu- 
randosi délia fede data, avesse, durante la sospensione 
(lelle armi, allargato il suo campo sia presso la basilica di 
SâQ Paolo, ed avrebbe anche assaltata Roma di sorpresa, 
se tanta slealtà e tanta offesa al soldatesco onore non gli 
fossero state impedito daironesto Lesseps. € Allora che voi 
giadicherete del caso di prendere, cosi il Gommessario di 
Francia a Oudinot, militari posture nello interno di Roma 
in prossimità délia sua cinta senz* essersi accordato con 
me^ io credo di dover rendere voi solo mallevadore di 
tutte le conseguenze politiche che ne yerrebbero. Sino al 
giagnere degli ordini del QoTerno nostro, sia per biasi- 
mare o approvare il mio operato, la missione mia non 
comporta che TOi rimaniate solo a prendere détermina* 
zioni partiti militari che potrebbero esporre a pericolo 
il crédite dei Governo francese e trascinare il nostro paese 
âopra una via, che io credo la più funesta > (1). Dure pa- 
role, con le quali Lesseps chiamava al proprio dovere 
il générale Oudinot; che se suonano per tutti gravissimo 
rimproYoro» Io sono ancor piu per un soldato, cui l'osser- 
vaaza délia fede data è e sarà sempre una legge severis- 
slma d'onor militare. Ma taie legge pareva proprio intie- 
rameute sconosciuta a Oudinot; perô che, non pago di 
avero per la seconda volta yiolate le tregue occupando 
prima dello albeggiare del 31 maggio Monte Mario — im- 
portante postura strategica, signoreggiante le yie di co- 
municazione deU'alto Teyere e di Viterbo, e dalla quale 
potevansi yedere le mosse dei Romani neirinterno délia 
città — assaltasse Roma di sorpresa e innanzi Io spirare 
dello tregue ! Chi avrebbe potuto impedirgli di commettere 
offesa si grave al diritto délie genti — offesa che gli fruttô 



(1) A. Balletdiib, Bévolution de Bame, tom. n, cart. 136; Gi- 
WTO, 1851. 



Digitized by VjOOQIC 



436 GAPITOLO YUI 



vituperio e vergogna — aveva laseiato il campo: intendo 
dire di Ferdinando Lesseps (1). Saldo sempre negli accordi 
délia convenzione sottoscrltta coi Triumviri, il Commes- 
sario stara il primo giugno per recarsi in Francia allô 
scopo di ottenerne lo ratiftcamento dal suo Governo, dal 
quale avoYa avuto le istruzioni necessarie a fermarla, allora 
che in quel giorno stesso giugneya di Parigi ordine del Mi- 
nistro sopra gli affari esterni al générale d'assaltare senza 
por tempo in mezzo Roma, ritenendo finita la missionedi 
Lesseps: onde il générale Oudinot, nel rispondere a Ros- 
selli — capo suprême délie armi romane — che ayeragli 
chiesto una tregua illimitata, da disdirsi quindici giorni 
innanzi il riprendersi délie ofTese, allô intente di poter 
condurre tutto lo sforzo di guerra contra gli Austriaci - 
che pareva mirassero a unirsi ai Napolitani per la via de- 
gli Abruzzi — Oudinot, io dico, scriveva a Rosselli in queste 
sentenze: = Il suo Ctoverno avergli imposte d*entrare in 
Roma il più presto possibile; le tregue essere state già 
disdette aU'Assemblea; differire perô Tassalto alla cita 
sino al 4 giugno almeno^ per dare tempo ai Francesi, che 
l'abitavano, di lasciarla. = Perduta ogni speranza di ac- 
corde i Romani prepararonsi aile resistenze ; essi conta- 
vansi in su le armi diciassette mila allô incirca (2), io 



(1) tt In taie stato di cose, ebbe allora a dire Lesseps, un assalto 
deU'eseroito francese sarebbe oonsiderato da tatta FEuropa %na for* 
presa incompatibile eon le regole del éHritto délie getUi, » 

(2) Tra le tante volgari ealunnie d^anarehia, di terrore e di »tia 
gettate contra la repubblica romana dai Ministri del Baonaparte, e tu 
le basse menzogne sparse per tatta Enropa a danno di essa, trorad 
pur qnella che ventimila stranieri militassero nelVesercito di Bom^ 
montre da treoento soltânto si contasseio, fira qnali dngento Polacehi 
Da millednqneoento nomid appartenevano aile varie proYinoîe d'Italii; 
tatti gli altri, agli Stati romani. Mazzini, nella lettera scritta a Falloai 
e Tocqneville dopo la cadnta délia repnbblica , osserva non ayere Ba- 
detzky chiamato mai stranieri i Lombardi, i Toscan! , i Bomani e i 
XapoUtani, che sotto le insegne di Sardegna combatterono contra loi 
nel 1848 e 1849 snl Mincio e a Novara. 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 427 

due diyisioni ordinati e in una schiera di recuperazione. 
Alla destra del Tevere stava a guardia il générale Oari- 
b&ldi con la sua divisione (1); alla sinistra del flume, Barto- 
lucci con Taltra; la riscossa, entro la città. L'esercito 
francese, portato a numéro durante le tregue, aveya da 
trenta mila uomini; de'quali, due mila artiglieri, mille de- 
gli ingegneri militari, da settecento a ottocento cavalieri. 
L'esercito componerasi di tre divisioni: la prima, costi- 
tuita dalla brigata MoUière — sette battaglioni di fanti di 
ordinanza — e da quella di cavalleria di Morin — otto 
squadroni — comandavasi dal générale Regnault de Saint- 
Jean d*Angély; la seconda, capitanata dal générale Rosto- 
lan, constava délie brigate Ohadeysson e Carlo Le vaillant 
— dodici battaglioni di fanti d'ordinanza e due di veliti, 
cacciatorî; — la terza divisione, governata dal générale 
Guesviller, contava le brigate Sauvan e Giovanni Levail- 
lant — quindici battaglioni di fanti di ordinanza e uno di 
veliti; — oltre le quattro batterie da campo vennero di Fran- 
ciaper l'assedio grossi cannoni, obici e molti mortai. Al ri- 
prendersldelleostilltà la prima e la secondadivisione distesero 
i loro campi da Santa Passera sino al di là di villa Pamfili, te- 
nendoalquante compagnie di fanti nel tempio e nel convento 
di San Paolo ; délia terza divisione, la brigata Levaillant stette 
alla villa Mattei a cavalière délia via di Givitavecchia; e 
la brigata Sauvan, all'Acqua Traversa su quella di Fi- 
renze; il Quartiere générale di Oudinot si pose alla villa 
Santucci, luogo eminente dond'egli poteva vedere ed essere 
veduto dall'esercito, dirigere Tassedio e tutte le militari 
operazioni. Non estante la preponderanza del numéro e 
la potenza délie armi, non estante il valore dei soldati e 
la perizia dei capi, Oudinot non ardi passare con Tesercito 
8u la sinistra del Tevere, per tema d'essere assalito a 
tergo al fianco dai Romani; ne fuor di questa non sa- 



(1) Vedi l'Atlante. 



Digitized by VjOOQIC 



428 OAPITOLO YIU 



prebbesi troyare altra ragione che possa giastiflcare la 
scelta fatta dal générale francese di offeadero il lato più 
forte délia città, cioè la cinta che corre attorao a Roma 
su la destra di quel fiume, da questa parte validissima, 
che misura soltanto otto chilometri ia lunghezza e la cui 
difesa era assai favoreggiata dalle tante ville che le stanno 
di fronte, forti esse pure perché circondate da solidi mun. 
Oudinot e i suoi generali tentarono da prima provare la 
giustezza di quella scelta con la nécessita di assicurarsi 
le vie di comunicazione con Givitavecchia, base délia 
guerra; ma veggendo la ragione addotta non accettarsi da 
nessuno — per essere proprio speciosa e non vera, aTve- 
gnachè padroni del Tevere non potossero pericolare di Te- 
dersi separati dal nimico dalla loro sedia di guerra — af- 
fermarono di poi: = Avère essi deliberato d'assaltare la 
parte occidentale di Roma allô scopo di togliere, piii che 
possibile fosse, ai danni délie artiglierie assediatrici i mo- 
numenti délia città etema. = I generali francesi per6 
non ignoravano, che i più preziosi di quelli erano anche 
i più vicini alla cinta di mura che dovevano battere. La 
giomata del 30 aprile, col fiaccare la iattanza di Oudinot, 
avevalo reso molto prudente eavevagli insegnatô altresi» che 
se non devesi mai temere i nimici, non devonsi perô di- 
sprezzare mai. 

Innanzi Talbeggiare del 3 giugno Oudinot, vlolando per 
la terza volta le tregue, che dovevano spirare il giorno 
appresso, risoluto d*impadronirsi délie alture sovra cui 
siedono le ville Pam&li, Yalentini e Gorsini — quest*ultima 
nota sotto il nome di Quattro Venti — mandava a ùx l'im- 
presagrossa mano di sue genti (1). Due schiere d^armati mos- 
sero contra^ villa Pamfili; la più forte di esse guidata dal 
générale MoUière e composta di due battaglioni di fanti, 



(1) Vedi l'Atlante. 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 429 

quattro compagnie di yeliti, due canaonî da campo, cin- 
quanta cacciatori a cavallo e ana compagnia di soldai! 
àegli ingegneri militari l'assaltava dalla via délia Nocetta, 
mentre Taltra di due battaglioni di fanti e due artiglierie, 
capitanata dal générale Guesviller, avanzavasi alla sinistra 
di qiiella per divertire Tattenzione del presidio, che con* 
tara quattrocentocinquanta uomini; il quale, côlto airim* 
proTviso e non preparato alla difesa, perô che riposasse 
su la fede dei Francesi, non potè opporre lunga resistenza. 
Oppresse dal numéro dei nimici — entrati nella villa per 
li rotti délia cinta di muro — il presidio la lasciava e, 
combattendo sempre, riparavasi nella villa Corsini, dalla 
qnale ritrattosi dopo brève difesa raccoglievasi entro 11 
VasceUo, edlflcio saldisslmo posto a dugento metri dalla 
porta San Pancrazio e tenuio allora dalla legione di Me- 
dici (1). In questo mezzo il générale Sauvan, sceso di Monte 
Mario con la sua brigata, tentava il ponte Molle o ponte 
Milvio; ma essendo un arco di esso rovinato, Sauvan spin- 
geva nel fiume una mano de' suoi, i quali, non potendo 
superare la corrente, tomavano presto addietro. n fragore 
deila moschetteria di villa Pamflli aveva chiamato il pre- 
sidio di Roma In su l'arme ; e Garibaldi, raccolti i legio- 
nari suoi, soUecito usciva dalla città contra il nimico, per 
ripigliare quelle posture che sole potevano impedire ai 
Franoesi d'imprendere i lavori d'assedio: ne segui allora 
una lotta accanitissima. La legione garibaldina corse prima 
ad assaltare la villa Gorsini; e fu sopra a questa con im- 



(1) Nel febbraio di qaell'anno 1849 in Firenze, Medici aveya assai 
heaie orâmata ima compagnia di voloniari lombaidi: erano centodiecî 
allo Indica. Matatesi le cose in qnella dttà, Medici portavad a Borna, 
facendOy in sno cammino, d'antigoardo alla grosaa scMera del colonnello 
Mezzacapo. Oinnto a mezzo aprile in Boma, egli prese stanza nel Ca- 
$ino dei Quattro Venti, ove la sna compagnia s'ingrossô di dugento 
stndenti lombard!; e accresciutasi poscia di dngento voîontari toscanî 
la eompagnia di Medici ebbe nome e ordinamento di legione. 



Digitized by VjOOQIC 



430 OAPITOLO TIII 



peto si farioso e si veloce, clie senza trar colpo di mo- 
schetto riesciyale di cacciarne i difensori e di insignorir- 
sene; ma i Francesi, iagrossati d'aiati poderosi, che ad 
ogni istante giugnevano sul campo, tornavano all^assalto 
per recuperare quanto innanzi averano perduto. Viato di 
non potere resistere alla moltitudine di nimici che veniTa 
loro addosso» i legionari di Garibaldi indietreggiarono ; se 
non che ricevuti alcuni sussidi nuoyamente assaltavano la 
villa e la riprendevano, per lasciarla perô poco di poi a 
cagione del numéro sempre crescente dei FrancesL Per 
Tarrivare di Manara coi bersaglieri lombardi riaccende- 
vasi la pugna, una yera pugna d'eroi, la quaie doTera 
durare lunghe ore ed essere oitre ogni dire sangroinosa. 
Senza por tempo in mezzo i Lombardi, oorsi sopra la villa 
e dope sforzi strenuissimi scalatane la terrazza, atarano 
per invadere la casa, quando un ierribil fuoco di moschet- 
teria ferivali di fronte e di fianco ; intrepidi per6 resi- 
stevano; ne di là sarebbersi tolti — ben sapendo quanto 
alla difesa di Roma importasse il possesso di quella postora 
— se non avesseli chiamati addietro il suonare a raccolta 
di Garibaldi; il quale, reputando impossibile far qaell*im- 
presa con un pugno d'uomini, sebbene di valore singola- 
rissimo, facevali venire a se per rinnovare gli assaltl 
allora che gli giugnessero gli aiuti richiesti ; e in fatto, 
ricevuto ch*egli ebbe alquante compagnie di fanti e stu- 
denti, e alcuni nodi di milizie diverse, con passe risolnto 
avanzossi conti*a la villa Corsini. Arrivato quivi, parte 
di sue genti, superata la cinta, scese nel giardino, e Taltra 
parte, allargatasi ai ôanchi, chiuse la villa entro una cer- 
chia di fuoco» eziandio occupando la casa Yalentini, dalla 
quale una presa di nimici molestava le mosse dei Garibal- 
dini, che di quella impadronivansL L*impetuoso assalto di 
quoi coraggiosi abbatteva in un subito i difensori délia 
villa Corsini e costringevali altresi a ripararsi entro la 
casa; teneva lor dietro Masina, capitano straordinariamente 
animoso, col suo manipolo di cavalli, i lancieri garibaldini; 



Digitized by VjOOQIC 



B09CA 431 

il quale, nella furia dello incalzare, salita la scala, sul pia- 
nerottolo dl essa cadeva ferito a morte. Manara, che ave- 
valo seguito da presso coi bersaglieri lombardi, inarcate 
le armi aryentavasi allora contra i Fraacesi ; i quaii, non 
reggendo airurto, davanst a fuga disordinatissima; ma ri- 
fattisi 6 afforzatisi di grosse schiere portatesi innanzi per 
riafrescare la pugna, riedevano aile offese, riconquistando 
villa Gorsini, la tanto contrastata postura. La piena inrero 
soverchiante dei nimici, d*ogni parte allagante il terreno» 
costrinse Garibaldi a togliersi giù daU'impresa: onde rac- 
cogrli6Ta sue genti al VasceUo. Il giorno stava per cadere, 
quando ona compagnia di bersaglieri lombardi chiedeva 
di fare nuova prova délie armi; e € Fatela pure^ » rispon- 
deva loro GaribaldL Gondotti da Ooffredo Mameli e da 
Emilio Dandolo corsero pieni d*ardimento a rinnovare 
gli assalti, che perô tornarono vani. Di cento che al par- 
tire per Taffronto contavansi, solamente la meta torna- 
rano! Tra i morti fa Ooffredo Mameli; tra i feriti, Emilio 
Dandolo. 

La giornata del 3 giugno costô cara ai vincitori e ai 
Finti ; il combattere, che durô senza riposo dairalba al car 
lare délia notte e fu più volte ristorata per l'arrivare 
di nnove armi sul campo, fu sanguinosissima, sempre ri- 
spetto al numéro dei soldati che prese parte a quella ; 
ciascuna délie parti moite âate si rifece, essendo quando 
all'una e quando all'altra toccato il peggiore. La vittoria^ 
dnbbia per lunghe ore, alla fine sorrise ai grossi batta- 
glioni, a chi aveva maggiore potenza d'armi; ciô non 
estante quelle posture — per la cui signoria si sparse tanto 
saague — non sarebbero andate a mano dei Francesi, se 
Oudinot non fosse ito aile offese con la tradigione e Tin- 
ganno ; se gli Italiani fossero stati piii ordinati negli as- 
sàlti ; e se Rosselli avesse tratto fuor délia città, ad appog- 
giare la divlsione dl Garibaldi, con tutte le riscosse anche 
bnona parte délie genti di Bartolucci; e ciô far poteva 
senza correre pericolo di vedere Roma assaltata su la si- 



Digitized by VjOOQIC 



432 cAPiTOiiO viii 



nistra del Tevere, idlora che quasi tntto lo sforzo armato 
di Oudinot combatteva a villa Pamfili e al casino dei Otuii- 
tro Venti. Nello spazio di poche ore queste posture furono 
quattro volte perdute, altrettante volte racquistate; da 
prima caddero per sorpresa, di poi per la moltitudine dei 
soldati con cui il nimico le aveva assaltate, moltitudine 
che superava d'assai le forze di quelli che le presidia- 
vano : onde puossi a buon diritto afifermare, che dagli Ita- 
liani si prendessero per virtù, dai Francesi per numéro 
d*armi. Questi pure strenuamente comportaronsi uella pu- 
gna, non perô da par^giare gli Italiani, i quaU compirono 
prodigi di yalore si straordinario, che avrebbero mosao 
ammirazione e stupore in una soldaiesca per lunga e forte 
disciplina esercitata in belliche imprese, ed era al contrario 
una giovanissima milizia; pareva in quel giorno che gli 
Italiani, nulla di loro stessi curanti, pensassero soltanto a 
dar morte o a morire (1). Gorsi pieni d*entusiasmo a of- 
frire la vita per la libertà délia patria, spirando alzayano 



(1) H 3 giagno cadeva morta snl campo o mortftlmente forita ima schiera 
elettlBdma d'uffidali e di doldati italiani ; tra i qnali licorda la Storia nelle 
sue pagine, che non periscono mai, Masina, il Murât italiano^ Hellaia, 
PoUini, Peralta, Enrico Dandolo, Dayerio, Sivori, Ramorino, Canepa, 
Scaroni, Folgari, Rasori, Borelli e Mameli, il Tirteo italiano, Troppo 
longo assai sarebbe numerare tntti i yalorosi yennti a morte in qnella 
memoranda giomata; corne pure troppo longo sazebbe descriyere i fiitd 
compinti dagli eroi che la comhatterono; impossibile poi dire tntte le 
angosde da Borna soflferte in quel di per si grayi peidite! le qnali fo- 
rono accrescinte dimolto dalla poca pietà dei soldati di Francia rerso 
i prigionierî feriti. Narra il Baroni che u dei soldati délia legione ita- 
liana grayemente feriti la più parte morlrono per lo innmano tratta- 
mento riceynto dai Francesi nel trasportarli a Civitayecchia »(*).— 
È forza dirlo: la cansa inginsta, a sostenere la qnale Lnigi Napoleone 
e i snoi Ministri ebbero allora impngnate le armi per gneneggiare 
Borna, ayeya reso i soldati di Francia yeramente innmani, da incmde- 
lire persino coi prigionieri! 

(*) / Lomhcardi ndU guerre iiaiiane. 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 433 

m grido, non di dolore, ma di amore airitalia! quai grido 
Dai potevano, morendo, alzare i Fraiicesi venuti al bel 
Paese per nccidere gente, che non ayeTali offesi ? a op- 
Drimere nna repubblica e restaurare una potestà assoluta 
ii re, essi figli d*una repubblica e di una nazione, che da 
é appellossi grande f — Oltremodo funesto a Roma fu il 
^ giagno! Pn6 dirsi da quel di cominciata la rovina délia 
!ittà e contati i suoi giomi ! Se i Romani avessero potuto 
(nantenersi in possesso della villa Pamâli e del Casino dei 
Qmttro VefMj e rotti e ributtati gli assalitori, la repub- 
blica sarebbesi sostenuta lungo tempo ancora, forse assi- 
curata la sua sorte; avTegnachè una nuova sconQtta del 
(limico ayrebbe suscitato in Francia Todio e Tira contra 
Oudinot^ violatore di tregue e della fede data, e mossa TAs- 
semblea a romore contra i supremi reggitori, per costrin- 
gerli a porsi su la via dell'onore, dalla quale eransi allon- 
tanati per servire agli interessi di un ambizioso. 

Âl calare délie ténèbre ogui strepito d'armi cessô. La 
notte fu trîstissima in Roma ; le vie illuminate — e furonlo 
tarante tutto il tempo deU'assedio — erano percorse dai 
clttadini silenziosi, sul cui volto leggevansi il dolore più 
cupo 6 la mestizia più profonda; piangevano i loro morti 
iQa ancora più la rovina della patria, che prevedevano non 
lontana! Ma, quasi che della sainte di essa non disperas- 
sero, COQ novello ardore apparecchiavansi a nuovi cimenti 
i suoi difensori, i quali, con tanta gloria e grandezza, ave- 
vano il giorno innanzi sostenuto Vonore di Roma, Vonore 
iltaliay e cornbattuto per dire quattordici ore corne vec- 
<^hi soldait; che sebbene côltt aWimpensala dai tradimento 
e da una violazione di proTnessa formale e soUoscritta, 
(nceano conteso palmo a palme il terreno e respinte le 
Mizieptù valorose dCEuropa (1). — Nella persuasione che 



G) Parole dei Txiumvîii all'esercito. — Balleydier, a carte 156 de 
seconde yolnme della citata sua opéra, scusa cosi la tradigione del ge- 

28 — Toi. II. Mabtaiîi — Storia poh e mtl. 



Digitized by VjOOQIC 



434 GAPITOLO VIII 



i vincitori senza por tempo in mezzo verrebbero a nuoro 
assalto sdlo intento' di approflttarsl dello abbatUmento ioj 
cui credevano di trovare il presidio di Roma, Garibaldil 
intese subito a riordinare le difese; le quali, faor della cittaj 
e dalla parte del campo nimico, erano poche ; avvegnachè| 
i Romani vi tenessero soltanto alcune casuccie di lieve im- 
portanza e il Vascello, ohe dicemmo occupato dalla legione 
Medici. Ma i Francesi non uscirono dai loro campi, fnor- 
chë nella notte del 4 al 5 giugno per aprire la prima p&- 
rallela, che condussero a trecento metri dalFangolo s»- 
gliente piu avanzato della cinta di mura, cbe dalla porta 
San Pancrazio va a porta Portese, appoggiandone la sinl- 
stra alla chiesa di San Pancrazio, poco addietro della Tîllâ 
Corsini e la destra aile alture del vicino Tevere, Aile estre- 
mità della parallela costrussero due batterie di cannoni e 
d'obici per contrabattere le artiglierie dei bastioni e dei 
Testaccio, monte che si éleva su la sinistra del fiume e da- 
vanti a porta Ostiense. Il mattino del 5 giugno ebbe co- 
minciamento quella lotta, la quale dovette farsi ogni giorno 
piii aspra e sanguinosa e durare incessante sino al cadere 
di Roma; ai Francesi, che senza posa fulminarono la città 



nerale Ondinot: u II rimprovero dato al comandante sapiemo d'arere 
assaltata la città prima che spirasse il termine convennto per le ire^e. 
è privo di fbndamento. H générale cominciô il sac movimento verso h 
villa Pamfili, se non dopo avMme awertiti i posti avanzati d^ Bosiani; 
egli non fece traire contra Borna f^rcliô nel giorno di maitedi H S 
giugno Ondinot non rispose nemmeno con nn solo colpo di cannoneal 
faoco délie artiglierie nimiche, che dalle mnra traevano a scaglia. ^ 
Le parole di Balleydier confermano e non iscnsano la violasione delle 
tregne di Ondinot; il qnale, scrivendo al capo supremo dell^eseroito rk 
mano, avevalo aasienrato che diferirMe le offest ttno a luneâl mtMm 
— il 4 gingno — per lo meno. Egli, che aveva fissato il termine délie 
tregne, assaltava, prima dello spirare di eese, le difése nimiche! e di 
qnesto sno vitnperevole operato cercô ginstificarei dicendo d'aveie ar- 
vertito del rao assalire i posti avanzati dei Romani; non a qnesti, nu 
al générale Bosselli era débite sno di volgeni 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 435 

con le artiglierie^ risposero i Romani uscendo alla cam- 
pagna per rovinare i lavori d'assedio e molestarne i di- 
fensori. — Fatta deliberazione Ai riprendere villa PamÛli, 
Rosselli disegnô per la notte del 10 una incamiciata d*otto 
mlla uomîni allô incirca (IX tra cul le genti del eolon- 
nello Masi arrivato due giorni iunanzi. Garibaldi, che do- 
veva governare Timpresa, ordinato ai soldati dl sopram- 
mettere la camicia aile vesti a fine di riconoscersi nella 
oscurità délia notte, aile ore dieci per porta Gavalleggieri 
usciva di Roma. La spedizione in buon ordine e silenziosa 
camminava per la notte tacita all'obbietto suo promet- 
titrice d'esito felice, allora che l'avanguardia — composta 
délia legione polacca, circa dugento uomini — per uno 
strepito improvriso, come di pugna manesca e lo scari- 
carsi délie armi, volgevasi alla fuga. n brutto accidente 
avveniva cosî. Stavano i Polacchi in prossimità del vallo 
nimicoy quando udivano vicino ad essi un tempestare di 
sassi ; onde credendosi côlti dai Francesi, rotti gli ordini, 
indietreggiarono; erano al contrario le genti di Sacchi 
sboccanti da nn canneto per portarsi contra San Pancrazio. 
Un altro malaugurato accidente aggiunse confusione a con- 
fusione, e fa questo. Alcuni soldati, allô intente di assieu- 
rarsi che insidia verona si nascondesse entre una casa, 
presse la quale passayano e che pareva déserta, appog- 
giata a una finestra unascala salivan sopra. Il rompersi di 
un piuolo Cacera cadere a terra i soldati e in loro caduta 
scaricare due schioppL Lo strepito dei Aiggenti e il romore 
délie armi nel dare lo alFarme ai campi nimici resero 
impossibile la sorpresa bene disegnata: onde Garibaldi, 
toltosi giù dall'impresa, rientrava con sue genti in Roma. 
Di questi giorni, e precisamente il 7 giugno, erano 
giunti al Quartiere générale di Oudinot i colonnelli Bue- 



(1) Dicesi che taie stratagemma di guerra sia stato inrentato dal 
capitano Alfonso Dayalos, marchese di Pescara, nel 1534. 



Digitized by VjOOQIC 



436 CAPITOLO YUI 



naga e D'Agostino a offrirgli i soccorsi dl Spagna e dî 
Napoli; e il générale francese accettava dal Borbone al- 
quante artiglierie d*assedio, ma rifiatava glî aiuti di sol- 
dat!, dei quali affermaya averne di troppo (1). « Aspetta 
alla Francia, figlia primogenita délia Chiesa, diceva egli 
ai messi di Spagna e Napoli, la iniziativa délia restaura- 
zione in Roma délia sovranità temporale del Papa, intima- 
mente legata all'autorità spirituale. » Dopo ayer parlato di 
quanto aveya fatto per lo acquisto délia città eterna, s<^ 
giugneva: « Ebbene! allora che una grande nazioae, corne 
la Francia, ha già compiuto tali cose, e fatti sacrifizi e 
sopportate spese si enormi, quando ha soflTerto una offesa, 
le abbisogna una riparazione splendida; e deve ottenerla da 
sola e senza soccorso straniero.Nelle presenti circostanzela 
Francia non puô permettere che altre nazioni vengano a 
toglierle quella gloria che tutta esclusivamente le appar- 
tiene, e che non le puô sfuggire di mano. » In verita assai 
strano linguaggio questo di Oudinot, che parlava di ripa^ 
razione di offesa patita! In che mai i Romani ayeyano 
offeso la Francia? forse nel non aocogliere entre la loro 
città Tarmi mandate per opprimere la repubblica? o forse 
nello sbaragliarle nella giornata del 30 aprile? Francia 
aveva invaso il territorio di Roma; erasi împadronita di 
Givitavecchia con l'inganno; e poco di poi tentata la città 
con un assalto; e perché i suoi soldati venivano ributtati, 
gridavasi allora offesa e chiedeva riparazione? Oudinot 
non accettava gli aiuti di Spagna e Napoli, perché la patria 
sua avesse ad acquistare tutta la gloria deirimpresa! — 
Francia avrebbe bene provveduto al proprio onore, se, non 
a combattere qi^el picciolo Stato — che poche armi e maie 
ordinate possedeva — lo avesse difeso dagli assalti di 



(1) u lo amo rendeie al mio Gk)venio questa giustîzia, ch'egli mi 
inyiè forze armate superiori a quelle che mi sono rigorosamente indî- 
spensabilL » 

Parole di Oadinot agli inviati di Napoli e Spagna. 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 437 

Napoli, d'Austria e di Spagna, che stringevanio in una 
cerchia di fuoco e di ferro. Inframmettendosi in contesa 
non sua — perô che la quistione romana non toccasse la 
religione, ma solamente il potere temporale pontiflcio, che 
non è istituzione di Oristo, ma degli nomini — e spegnendo 
la libertà di Roma, Francia acquistava yitaperio e non 
gloria- 

Come sempre avviene neî grandi rivolgimenti politici, 
le passioni umane, se non sono fortemente e saviamente 
conteante, prorompono con Timpeto lopo naturale : cosi fu 
in Roma. Il parroco délia Minerva, che, devotissimo alla 
Oorte papale, instancabile maneggiavasi a far proseliti per 
essa e a danno délia repubblica, condotto con la violenza 
nei sotterranei di san Galisto veniavi barbaramente ucciso 
da quel tristi, i quali approQttano délie popolari commo- 
zioni per compiere le piii turpi vendette e le scellerag- 
gini piii sanguinose. Altri sacerdoti, in fama di nimici alla 
repubblica, seguivano poco di poi quel parroco infelice, il 
quale non avrebbe certamente perduta allora la vita, se, 
come amava i poTerelli, avesse pure amata la patria. La 
stampa francese, avrorsa a Roma, disse complice di quel 
delitti il Governo; essa non affermé il vero, anzi vergo- 
gnosamente menti, sapendo proprio di mentire, avvegnachè 
le fosse noto, che i Triumviri aveyano siibito posto fine a 
tali yiolenze e messo faora un bando, col quale, nello in- 
vitare il popolo a mantenere illesa e pura dCogni benchè 
menoma macchia la bandiera repubhlicana, Vebhe altresi 
avvertito che al Oovemo soltanto spettava il diritto di 
punire. — Nel mattino del 12 giugno il colonnello Amedei 
degli ingegneri militari, a finirla con gli assediatori, i quali 
senza posa molestavanlo nei lavori di contrapproccio ch'egli 
atava costruendo dinnanzi alla villa Gorsini, mandava una 
buona presa d'armati contra il vallo, dal quale uscivano 
i nimici per guastare i suoi lavori. Al gagliardo assalto 
dei Romani teneva subito dietro rabbiosa pugnamanesca; 



Digitized by VjOOQIC 



438 CAPITOLO VIII 



le guardie del vallo cedevano da prima del campe, che 
riprendevano di poi aU'arrivare di grossi battaglioni di 
soccorso; gli assalitori, soprafGsttti dal numéro, lasciato il 
vallo tornavano ai loro lavori senza patir molestie dai 
Francesi. In sul cadere di quel giorno giugneTano ai 
Triumviri, al comandante supremo deiresercito e a quello 
délie Ouardie nazionali, lettore dal générale Oudinot;di 
esse, uno solo 11 concetto; eguali i sensi; suonavano uns 
superba intlmazione di posare le armi e di arrendersi, da 
quel generosi respinta con disprezzo. = Gli eventi délia 
guerra, cosi il générale francese, aver portato sinpresso 
le porte di Roma le armi vincitrici di Francia ; qualora 
la città perdurasse nelle resistenze^ essere egli per usare 
tutte stiùe forze^ allô intento di costringerla alla dedizione. 
Prima di venire a tanta e si terribile nécessita fx>lçer^ 
ancora una volta al popolo, il quale non pua nutrire 
sentim^ntt osttli alla Francia. Sperare che Vesercito vorrà, 
al pari di lui, risparmiare sançuinose rovine alla me- 
tropoli del m^ndo cristiano. = Oudinot chiudeva quindi 
il suo dire minacciando d'assaltare la città con tutto lo 
sforzo suo armato, se dodici ore dopo la consegna délia 
sua lettera non gli pervenisse riposta, giusta gli inten- 
dimenti e Vonore délia Francia. — Agli abitanti poi di 
Roma cosi parlava: = Non essere venuto a portar Iopj 
la guerra, ma ad appoggiare ira essi Vordine con la 
liberté. Awidnarsi Vulttmo momento in cui le nécessita 
délia guerra scoppieranno in tremende nécessita; essere 
in lor mano salvare Roma dai disastri, che un più 
osttnato resistere indiMtabilmente le arrecherà. = In vero 
il popolo romano non era nimico ai Francesi, sibbene ai 
supremi loro reggitori; i quali avevano da prima adope- 
rato Vinganno e allora usavano la violenza per togliere 
libertà e indipendenza alla patria e rimetterla sotto la 
potestà assoluta del Papi. In quella lettera circolare Oudinot 
mostravasi dolente di dover portare rovine alla metropoli 
del monde cristiano; dicendo ciô egli non afiermara la 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 439 

verità, ayvegaaclxè avesse già guaatato e dimolto alcune 
opère insigni deirarte italiana col vandalico fulminare 
délie sue artiglierie; le quali avrebbe dovuto rivolgere sol- 
tanto contra le mura, che impedivangli l'entrata nella 
citt& e contra la parte faziosa che le difendeva strenua- 
mente; la quaUj corne egli stesso ebbe scritto in un ma- 
nifesto all'esercito, strania a Roma^ vi si era armata 
aironibra délia lîbertà. < Noi non troveremo nimiche ne 
le popolazioni, ne la milizia romana; quelle e questa ci 
coasiderano corne liberatori. Noi avremo a combattere 
de' rifugiati d'ogni nazione» che opprimono il paese, dopo 
averlo avrenturato nella loro la causa délia liberté » (1). 
Qaante contraddizioni ueiroperato di Oudinot; il quale, 
mentre asseverava non essere il popolo romane nimico 
alla Francia» percuoteva co* suoi cannoni lui e i monu- 
menti della sua città! — L*Assemblea, raccoltasi nella 
notte a consulta, rispondeva al générale in questi termini : 
= La conyenzione, formata il 31 maggio col signore 
Lesseps, essere obbligatoria par le due parti e posta sotto 
la salvaguardia del diritto délie genti sino a che il Go- 
yemo di Francia Tabbia ratificata o respinta; perciô do- 
yersi ritenere corne una violazione di essa le ostilità, che 
da quel giorno Oudinot aveya ripreso ed eziandio quelle 
che fosse per rinnovare prima dello spirare délie tregue 
patteggiate e del notiâcarsi di quanto stavasi allora deli- 
berando dai Ministri francesi. Agli intendimenti e aU'onore 
deUa Francia bene rispondere il subito cessare della vio- 
lazione del diritto délie genti. Dei tristi effetti di taie vio- 
lazione non potersi chiamare mallevadore il popolo; il 
quale, forte de' suoi diritti, ha lisoluto di mantenere la 
convenzione che lo legano a Francia, ma nel medesimo 
tempo di respingere per sua difesa ogni ingiusta aggres- 



(1) Maaifesto di Oudinot aU'esereito, pnbblicato in Ciyitaveocliia il 
27 apiile 1849. 



Digitized by VjOOQIC 



440 CApiïOLO VIII 



sione. = Non meiio fieramente rispondevano i comandanti 
supremi délie forze armate: = La convenzione, dicevano 
essi, guarantire la città da ogui disastro; le guardie nazio- 
nali — cui soprattutto staiino a cuore la dignità propria e 
l'onore di Roma — secondare le risoluzionl deirAssemblea; 
ogni infortunio alla città monumentale doversi attribuiiv 
agli aggressori, non ai cittadlni costretti a difenderla. Una 
fatalità dolorosa spingere a guerreggiarsi i soldati di dae 
nazioni repubblicane, che dorrebbero al contrario com- 
battere, insieme uniti, i comuni nimici; ayvegnachè i 
nimici deU'una sieno pur quelli delfaltra. Essore pronti 
a difendere le loro libère istituzioni ; prima la morte, che 
vodere le interminabili oppression! e miserie délia patria. 
= Ributtata Tintimazione di resa, Oudinot spingera col 
massimo ardore i lavori d'approccio. Condotta nella notie 
del 14 giugno la terza parallela con gabbioni fascinatî v 
costruite subito dopo altre batterie, prendeva a trarre 
ancor piii furiosamente che mai contra la città» gaastando 
l'antico tempio délia Fortuna Virile^ gli edifici di Miche- 
langiolo e Bramante, e alcune dipinture del Dominichino, 
di Guido Reni e del Pinturicchio. Il quai modo vitupere- 
vole di guerreggiare del générale francese, proprio degno 
di gente barbara, non di nazione incivilita e che i tempi 
non pi il consentivano, induceva poco di poi il Senatore di 
Roma^ Sturbinetti, a volgersi ai rappresentanti degli Stati 
stranieri amici, pregandoli dei loro buoni offlci presse 
Oudinot, per salvare da rovina le sublimi creazioni de\ 
genio italiano ed eziandio a far che quella guerra, dai 
Romani non provocata, non avesse a prorompere in quegli 
eccessi ripugnanti aile condizioni délie nazioni civili di 
Ëuropa. Tutti i Gonsoli, allora in Roma, unanimi protestarono 
vivamente contra il barbare operare di Oudinot, che metteva 
in pericolo, non solamente le vite degli abitanti neutrali 
e paciâci, ma ancora quella dei fanciuUi inoffensivi e 
délie donne. < Noi ci permettiamo, scriveyano essi, signor 
générale, di farvi conoscere, che la bombardata di già 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA ^ 441 

uccise molti innocent! e distrusse non poclii capolavori di 
belle arti, chc non potranno essere surrogati mai. Noi 
confidiamo in voi, che in nome délia umanità e délie 
nazioni civili voi cesserete d'una bombardata ulteriore, 
per salvare dalla distrozione la città dei grandi monu- 
raentty considerata sotto la protezione morale di tutti i 
paesi inciviliti del mondo » (1). Oudinot, che avéra il 
cuore chiuso a ogni sentimento d^umanità — nel cui 
nome i Gonsoli aveyano parlato — e che il bello non 
poteva commuovere, senza darsi pensiero veruno continuô 
uella yandalica opéra di distruzione! Il suo Governoave- 
vagli comandato di muovere contra Roma con tutto lo 
sforzo armato e d'impadronirsene a ogni costo; ma dai 
Ministri di Francia non gli sarà stata certamente imposta 
la rovina dei monumenti, che nessuno mai potrebbe rifare. 
Noi sappiamo per esperienza, nelle città assediate spargersi 
soreate sangue innocente, avVegnachè non sia possiblle 
sempre ben governare il traire délie artiglierie; ma il 
générale francese fulminô Roma airimpazzata ; ne diremo 
troppo di lui, afiermando non avesse allora intero il suo 
«etwo morale. 

Mentre cosi camminavano le faccende deirassedio, fatti 
di grare momento compivansi in Parigl. I Ministri del 
Buonaparte, dopo avère respinta la convenzione di Les- 
seps con TAssemblea CosUttcente romana — che già di- 
cemmo formata dall'oratore francese in virtii délie istru- 
zioûi ricevute da quelli — mandavano al générale Oudinot 
ua altro Gommessario, il Corcelles, il quale in appa- 
renza aveva missione di tentare nuovi accordi con Roma, 
in Terità poi di soUecitare Timpresa, che sommamente 



(1) Taie protesta era sottoscritta dai rappresentanti d'Inghilterra, 
di Prossia, dei Paesi Bassi, di Danîmarca, di Svizzera, del Wurtemberg, 
Ma repubblica di San Salratore, degli Stati Uniti d' America e di 
Sardegna; la protesta porta va la data 24 çiugno 1849. 



Digitized by VjOOQIC 



442 CAPITOLO VIII 



importava condurre a fine, inaaazi che la parte libérale, 
già romoreggiante, avesse a levarsi contra il GoTemo délia 
repubblica e chi lo presiedeva, i quali aTevano mosso le 
armi a danno délia romaaa repubblica e minacciaFano op- 
primere le libertà délia Francia. La soUevazioae scoppiô; 
ril, il 12 e il 13 giugno Parigi fu piena di tumnlti e di 
sangue ! L'Assemblea legislativa levatasi a riprendere, se- 
veramente ma con giustizia, i Ministri e gli atti di loro 
sleale politica, soccombette nella lotta, e con essa anche 
la parte libérale: ogni speranza di sainte per Roma andi 
allora perdnta. — Nella notte del 12 al 13 Gernuschi por- 
tavasi al campe nimico chiamato da Oudinot» il quale pro- 
ponevagli, che i guerreggianti avessero a ventre a gior- 
nata, ma per combattere una fînta e non una verapugna; 
salvato in tal modo Vonore di site armi, Roma aprirebhe 
le porte alVesercito assediatore. A proposta, che in veriià 
dir non saprebbesi se piu vile o piii infâme, perô che nei 
giuoclii di Marte la posta sia sempre di vite omane, ri- 
spondeva con nobile flerezza il deputato alla CosHtuente: 
« Roma non flngere mai: sebbene sappia di dover presto 
soccombere, nondimeno farà quanto Tonor sue e gli oh- 
blighi suoi le impongono d'operare, difendersi cioè slno 
allô estremo. > Corcelles, il. quale partito il 6 giugno di 
Parigi era arrivato allora allora agli alloggiamenti di Oo- 
dinot, per lettera al cancelliere deU'ambasceria di Francia 
faceva conoscere gli intendimenti del suo Qoverno su la 
quistione romana (1). Dopo aver parlato délia convenzione 
sottoscrltta da Lesseps e dai Triumviri, affermavaâ in 
quella lettera dal Commessario francese: = Roma ingan- 
narsi se, sotto il pretesto di attendere la ratificazione del- 
Toperato di Lesseps, si ostinasse nelle resisteiuse tante 
contrarie alla libertà propria e agli interessi che UAs- 



(1) La lettera di Corcelles, scritta alla villa Santncd, Btanxa del 
générale Oudinot, portava la data del Id* giugno 1849. 



Digitized by VjOOQIC 



KOMA 443 

semblea credeva dlfendere. « Uno solo essere lo scopo che 
Francia mira di raggiungere in questa guerra veramente 
dolorosa, cosi concMudeva Corcelles; iatendo pârlare 
délia IJbertà del Poateâce, quella degli Stati romani e la 
pace del mondo. > — Egli sarebbe stato nel vero dicendo, 
che intenta unico del suo Oofoerno era la restaurazione 
delpotere temporale dei Papi; amegnachè Pio IX fosse 
liberissimo di tomare a Roma a esercitarvi in tutta sua 
pienezza Vautorità spirituale, la sola venutagli dal fon- 
datore délia religions^ oui egli stava a capo, ed eziandio 
la SOLA autorità, che nei primi secoli del Cristianesimo 
gli antecessori moi avevano tenuto con tanto onorepro- 
pria e tante splendore per la Chiesa. Asseriva in oltre 
Corcelles, clie la Francia voleva la lihertà di Roma; 
ma non aveya forse essa mandato sue armi a spegnere la 
romana repubblica, dal popolo gridata con libero suflfra- 
gio? Francia voleva altresî assicurare la pace universale; 
ma erasi torse VEuropa commossa quando la città eterna^ 
lasciata a se stessa da quel Ponteflce che nessuno aveva 
minacciato ne oflfeso mai, erasi data un reggimento re- 
pubblicano ? — Il 15 giugno alla lettera di Corcelles no- 
tiQcata alla Costituente dal cancelliere deirambasceria 
îrancese rispondeva Giuseppe Mazzini; il quale, nel difen- 
dere l'operato di Lesseps, metteva in piena luce la mala 
fede, gli inganni e le tradigioni di Oudinot e dei Ministri 
âel Buonaparte negli intenti e nel governo délia spedi- 
zione di Roma (1). Il 19 giugno gli assediatori prendevano 



(1) È pregio dell'opera portar qui in tatta sua interezza la lettera 
sopn citata di Giuseppe Mazzini, nella qnale il fiero Trinmviro rivela 
le slealtA e î tradimenti del générale Ondinot. 

<< SiGNo&E. La lettera che il signer di Coroelles vi scrive in data 
del 13 e che vol avete volnto comnnicarmi non ci spetta m nesanna 
parte; Toi dovete averlo vednto a prima ginnta il senso dell'Assemblea 
Costituente romana. Poco importa la data di taie o tal dispaccio f rau- 
cese, poco importa che il signor De Lesseps fosse o non fosse revocato, 



Digitized by VjOOQIC 



444 CAPITOLO VIII ' 

a battere furiosameiite e con artiglierie poderose i ba- 
stioni più avanzati rerso il loro eampo; il fuoco sospeso 
durante la notto, ricomlnciava allô albeggiare del nuovo 
giorao e continuava poscia incessante; nelle ore pomeri- 
diane del 21 quel bastioni croUavano aile fulminate palle. 
le quali in brève ora eziandio spianavano le aperture fatte 



qnando egli apponeya il buo nome alla convenzione del 31 maggio. Yi 
ô una parola che a tntto risponde. L'Assemblea non ha saputo niante : 
ella non ha gianunai avuto comonicazione officiale di qaesti dispaccL 
La qnistione officiale viene cosi da noi stabilita. Il signor Leasepsera 
Hinistro plenipotenziario di Francia in missione a Borna. £g^ era taie 
per noi il 31 maggio corne per lo avanti. Nulla ci era penrennto ad ar- 
▼ertirci il contrario. Noi trattavamo dnnqne in plena buona fede con Ici, 
come se noi trattassimo cou la Francia. E questa bnona fede ci é ct- 
atata la occupazione di Monte Mario nella notte del 28 al 29 maggio. 
Impegnati in una discussione interamente pacifica col signor Lessep?. 
avendo a cnore d'evitare tntto ciô che avrobbe potnto precipitare gli 
animi in nna soluzione contraria ai nostri voti, e non potendo noi de- 
ciderci a credere che la Francia vedesse iniziare la sua misaione pivr 
tettrice con Tassedio di Borna, noi sostammo. A ciascun movimento di 
soldatesche, a ciascnna operazione più minuta, tendente a restringere 
il circuito militare e ad avricinarsi pasdo pasao a posizioni che noi 
avremmo molto bene potnto difendere, il signore Lesseps ci diceva, cbo 
non si trattava per parte dei Francesi, fuorchô dare soddÎBfazione al 
fiero eccitamento délie milizie stancate dalla loro immobilità. Ci suppli- 
caya in nome délie due nazioni e dell'umanità d'eyitare ogni incontro 
ostile, di porre ogni fiducia in lui e di niente temere per le conseguense. 
Noi cedeyamo di buon grado. lo ne sento rammarico oggi per mia parte. 
Ne ho rammarico, non perché tema per Borna, poichô vi sono dei petti 
di prodi che difendono ciô che délie buone posizieni ayrebbero potnto 
difenderci. n 81 maggio aile ore otto délia sera la convenzione fia il 
signore Lesseps e noi fn sottoscritta. Egli la recd al campo, dicendoci 
che riguardava la prma, del générale Oudinot come una semplice for- 
malità, su la quale non poteva darsi il minimo dubbio. Eravamo tutti 
nella gioia. Le cose andavano a riprendere tra la Francia e noi il loto 
corso natniale. Il dispaccio del générale Oudinot contenente il rifinto 
di aderire al trattato ed asseverante la sua conyinzione, che signor 
Lesseps, sottoscrivendolo, aveva oltrepassato i suoi poteri, ci airivd, io 
credo, nella notte. Un secondo dispaccio, in data del primo giugno, a 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 445 

— erano tre — per modo da reuderne facile il salire. 
Nella sera del di innaozi, montre le artiglierie rovinavano 
le difese délia città, due compagnie di granatieri francesi 
eransi awicinate tacite fra le vigne d'una casa posta rim- 
petto alla yilla Corsini per recarsela in mano con assalto 
improYTiso e togliere cosi .aile molestie del presidio di 



tre ore e meuo dopo il meszogiomo e sottoscritto dal detto générale, 
ci dichiarè da sua parte che » raYTenimento avea giostiflcato la sua 
determinasioiie, e che in dne dispacoi emanatî dal Ministro délia gnerra 
e da quello degli affari esteri , con la data 28 e 29 maggio , il Go- 
Terno francese gU dichiaraya che la missione del signor Lesseps era 
terminata. n Ventiqaattro ore ci erano accordate per accettare VuL 
timattm del 29 maggio. Lo steeso giorno, voi lo sapete, il signor Le8- 
seps c'inviava ana partecipazione nella qoale diceva: c lo mantengo 
il concordato sottoeciitto ieri, e parte per Parigi per farlo ratificare. 
Qnesto concordato é stato coachinso in Tirtù deUe mie istmzioni, che 
nii abilitavano a eonsacrarmi esclnsivamente aile negonasdoni e ai rap- 
port! da stabilirsi con le aatorit& e il popolo romano. » Lo stesso 
giorno, più tardi, il générale Oudinot ci dichiaraya che le ostitità 
avrebbero di nnovo cominciamento, ma che « sn la dimanda del can- 
celliere dell'ambasceria di Francia.... Tassalto délia piazza sarebbe 
differito fine a lonedi mattina almeno. n La domenica l'assalto ayeya 
Ivogo, e la consegnenza di qnesta mancanza di fede era per nd 
l'occupazîone di yiUa Pamfili e il rapimento di due compagnie ta- 
gliate fiiori, la cni eifra sta senza dnbbio nel bollettino délia gior- 
n&ta del 3. Qnesti dngento nomini, sorpresi nel loro sonno, litro* 
vaiBi tnttora, nnitamente ai yentiqnattro prigionieri fatti nello Btesso 
giorno a Bastia in Gorsica. Ora coea d gioya, ye lo dimando, signore, 
il dispaedo del 26 maggio dtato per la prima yolta nella lettera del 
%iior Corcellee ? Goea yalgono al Goyemo romano i dlspacci citati dal 
générale Ondinot? Noi non abbiamo mai yednti qud dispacoi , il loro 
<^at6nnto ci è del tatto ignoto, non essendoci stato offidalmente coma- 
lûcato. Abbiamo da on lato le affermazioni dd générale Ondinot, dal- 
l'altro qaelle del Ministro plenipotenziario francese: le qnali sono in 
piena contraddizione. Licombe alla Francia Tordinarle in modo, che il 
800 onore sia salyo. Fra nn Ministro plenipotenziario e il générale di 
^ corpo d'eserdto la nostra Assemblea ha crednto doyere riportarsi 
alla tradizione dd fatti stabillti dal plenipotenziario. lo credo che abbia 
operato bene, e yi faccio osseryare, Signore, che non prima di qnest'oggi 



Digitized by VjOOQIC 



446 CAPITOLO YZII 



essa — un pugno di trentacinque uomini — le guardie 
délie trincee da quella parte senza posa ferite dai Romani. 
Quel presidio, che attento vegliava, non isgomentato dal 
numéro dei nimici quasi dieci volte tanto le sue forzi^. 
quando ride gli assalitori giunti alla porta délia casa, 
oadde loro addosso con taie impeto .da mandarli via in 



— dedmo giomo dell'assedio di Borna — ci fo officialmente, benehé 
indirettamente, nota la presenza del signor di Corcelles al campo in 
qualité di Miniatro inviato. ConaideTate le date délie note offieiali, p^*- 
netele a fronte la data dalla oconpazione di Honte Mario e delle opi- 
Taâoni dell'esercito franceae; e ditemi, Signore, se nell'esamiiuTe fred- 
damente la qnistione diplomatica potrà TEnropa non essere cosmttft & 
dire: -* u II Govemo francese non ha pieteso che dileggiare il GoTenj 
romano. Il générale Ondinot ha alealmente proflttato délia baona Mt 
degli nomioi che il compongono per restringere il cerehio dell'assair . 
per occnpare favoreyoli posizioni e per avère la possibilîtà di sorpreL- 
dere la città. » — Ne yiene di consegnenza che, o il dispaocio del 2^ 
non esiste, oyyero non ô stato comnnicato in tempo al signor Lessepf. 
A dÎT Tero il dispaccio del 29 maggio era noto al campo francese il 
mattino del primo giogno; poteva pereiô troyarsi nelle mani del géné- 
rale Ondinot fino dal 29 maggio il dispaccio del 26. Se il geaenJt in 
capo non lo prodnsse a qnell'epoca per sospendere ogni negoziazione e 
il negoriatore stesso, si potrebbe pensaie che egli abbia yolnto preTï- 
lersi di cotesta spede di negczianone, che inyalidava la sorye^iaiua 
e la forza del popolo romano, a fine di impadronirsi, senza ineontrare 
resîJBtenza, poco a pooo délie migliori posizioni ; sicnro com'era, che nel 
prodnrre il dispaccio del 26 ayrebbe fatto cessare a sno ariûtrio ogsl 
negoziazione che a Ini non piaoesse, e ogni armistizio nel momenfeo che 
sarebbe pronto a operare. Permettete che io ye lo dica, Signore, con 
la franchezza che dîstingae nn aomo di cnore; il contegno del Ooverao 
romano, donnte le negoziazioni, non ha giammai deyiato d'mta Unes 
dalla yia dell'onore. Il Govemo firancese non pud dime altrettanto. 
Délia Franda, grade a Dio, non y'ô qnistione: brava e geuetwa ni- 
zione, essa ô vittima d'nn vile intrigo, egnalmente che noL Oggi i vo- 
stri cannoni tnonano oontra le nostre mura; le bombe vostre piovono 
sopra la dttà santa; la Frauda ha avnto La fi^oria, qnesta notte, di 
uccidere nna povera giovane di TranêUvere, che doirniva al ianeo di 
sna sorella. I nostri giovani nffidali, i nostri impravtitoH soldati. î 
nostri nomini del popolo cadono sotto il vostro faoco gridando: Vira îa 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 447 

t 

pochi momenti pesti e malconci. — La notte del 21 al 22 
ora innoltrata dimolto, le artiglierie assediatrici aveyano 
cessato di trarre e silenziosi erano i campi, quando tre 
scblere di nimici, in capo aile quali camminavanp drap- 
pelli di soldati Côrsi, appressavansi ai rotti dei bastion!, 
e, non udite, non yiste 11 salivano fermandovi il piede con 



rtpubhlica! I valorosi soldati di Francia cadono sotto il nostro senza 
grido, senza monnorio, corne nomini disonorati. Sono sicnio che non 
hayrene nno che morendo non dica ciô che ono dei yostri disertori ci 
diceya qnest'oggi: « Noi proTiamo in noi stessi qnalche cosa, corne se 
combattessimo contra fratellL » £ percha qnesto? né io, né voi lo sap- 
piamo. La Francia costi non ha bandiera; essa combatte nomini che 
l'amano e che ieri ancora fidarano in essa. Cerca incendiare nna città 
che nnlla le fece, senza programma politieo, senza scopo manifesto,. 
senza dnitto a reclamare, senza missione ad adempiere. Essa rappresenta, 
per mezzo de' snoi generali, la parte dell'Aostria, meno il triste co- 
raggio che non ha di confessarlo. Essa imbratta la sna bandiera nel 
fango dei concîUaboli di Gaeta, e si ritrae alla vista di nna dichiara- 
zione franca e netta di ristanrazione cléricale. Il signor di Gorcelles 
non parla pin d'anarehia e di fazioni: non l'osa, ma scrive, corne xm 
uomo imbarazzato, qnesta inooncepibîle firase: « La Francia ha per 
iscope la liberté del capo yenerato délia Chiesa, la libertà degli Stati 
romani e la pace del monde, n Noi almeno sappiamo il perché combat- 
tiamo; ed é perciô che siamo fortL Se la Francia rappresentasse costi 
an principio, nna di quelle idée che formano la grandezza délie nazioni 
e che fbrmarono la sna, il yalore de' snoi figli non resterebbe schiacciato 
contra il petto délie nostre gioTani reelnte. Oh! qnanto é triste, Si- 
gnore, la pagina che si traccia in qnesto pnnto dalla mano del vostro 
Ooremo nella stoiia di Francia! qnesto é nn colpo micidiale scagliato 
al papato che, volendo sostenere, affogate nel sangne: nn abisso senza 
fonde che approfondisce in mezzo due nazioni, ehiamate a camminare 
onite per la sainte del monde, e che da secoli si porgono la mano a 
fine d'intendersi: è nna profonda percossa alla moralité dei rappiesen- 
tanti tn popoli e popoli, alla oredenza comnne che deye gnidarli, alla 
santa caasa deUa libertà, che vive nella fidncia dell'aTrenire, non del- 
l'Italia — i patimenti sono per essa nn battesimo di progresse — ma 
non délia Francia, che non pn6 mantenersi al primo ordine, se abdica 
^e maschie virtù délia credenza e all'intelligenza délia liberté. » 
QïUêta Uttera di Mcutini portava la data del 15 giugno 1849. 



Digitized by VjOOQIC 



448 CAPITOLO VIII 



militare scaltrimento: ed ecco in quai modo. Una senti- 
nella presso la quale eransi accostate, stava per chîamare 
a Tarme, allora che i Côrsi facevansi a gridare: Viva la 
Repubblica romana. A queste parole, dette con accento ita- 
ianOjlasentinellae le guardie,cheinquelmezzo si raccoglie- 
vano,rimanevanoalquantoin torse; equando si avvîdero dello 
inganno^ ogni resistenza era diventata impossibUe; tante 
che, scambiati alcuni colpi di moschetto col nimico, con- 
fusamente ripararonsi dietro le seconde difese. A divertire 
Tattenzione degli assediati, montre assaltavansi i rotti dei 
bastioni, il générale Gaesviller tentava le posture romane 
di ponte Molle, e il luogotenente colonnello Espinasse ap- 
pressavasi aile mura délia città dalla parte délia basilica 
di San Paolo. Al ponte Molle Guesviller combatte uaa fa- 
zione, hella quale fu pari il valore dei guerreggianti, dub- 
bio perô l'esito di essa; ma su la sinistra dei Tevere Espi- 
nasse scambiô poche moschettate appena con le genti dei 
presidîo, che dalla porta di San Paolo eransi recate verso 
quelle dei Popolo e di San Sebastiano. Oudinot avéra cosi 
raggiunto Tintento suo, d'allontanare dal luogo dei vero 
assalto buona parte délie forze dei presidio ; e soi bastioni 
conquistati si tortificô, costruendovi una batteria di can- 
noni, non estante il fuoco délie artiglierie nimiche, e as- 
serragliando villa Barberini occupata da'suoi soldatî. Desti 
dalla campana dei Gampidoglio, i cittadini scesero soUe- 
citamente nelle vie, chiedendo di essere condotti contra 
i Prancesi. Rosselli avrebbe volute ributtarli giù daJie 
mura con un subito assalto, impresa questa non difficile 
se fosse stata bene ordinata e fatta innanzi il tortificarvisi 
dei nimici; ma gli si oppose Garibaldi, per tema che la 
confusione, facile a nascere nelle imprese notturne, avesse 
a portare mali maggiori; e reputando egli ornai essere 
Roma perduta, voile col suo diniego alla proposta dî Ros- 
selli salvare quattro o cinque mila difensori devoti, corne 
scrisse di poi, che il conoscevano e ch'ei pur conosceva, 
e che avrebbero risposto alla 5wa prima chiamata. Quel 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 449 

riûuto fu causa di discordia tra i due generali e Mazzini, 
il quale in una lettera al colonnello Manara censurô con 
qualche asprezza Toperato di Garibaldi. In verità la deli- 
berazione di Rosselli d*assaltare senza por tempo in mezzo 
i Francesi era proprio quale le circostanze deirassedio esi- 
gevano; racquistare col valore délie armi le posture ve- 
nute a mano dei nimici per inganno avrebbe accresciuto 
forza non poca alla difesa ; con lo allontanare dalle mura 
gli assalitori, già minaccianti invadere la città, sarebbersi 
rialzati gli animi di tutti e date nuova lena ai difensori. 
Fu scritto, che in quella notte i Francesi vincessero per 
tradigione d'un uomo del presidio; ma quali le prove? 
nessuna. « Gon Taiuto délie ténèbre, corne un traditore, il 
nimico fermô il piede su le mura, » cosi i Triumviri nel 
loro manifeste ai Romani. Gertamente il grido dei Gôrsi 
di : Viva la repubUica romana fu un militare scaltrimento; 
ma il far ciô è da capitano accorto e astuto, non già di 
soldato ti^ditore. Noi già provammo la slealtà e le viola- 
zioni délie tregue di Oudinot; parlammo il vero, quando, 
nel narrare Tassalto del 3 giugno, cbiamammo traditore 
il générale francese, ma nell'assalto del 21 Oudinot mo- 
strossi avreduto e destro, perô che avesse trovato il modo 
di compiere con poco suo danno l'impresa deliberata. 

Montre gli assediatori, lavorando con somma alacrità 
agli approcci, awicinavansi ogni ora più a Roma e costrui- 
vano nuove batterie, che dovevano gettare su quella una 
tempesta di proietti, gli assediati afforzavano Tantica cinta 
di mura Aureliana e preparavansi aile ultime resistenze. 
Unica difesa estema loro rimasta era il VasceUOf situato a 
dugento passi da porta San Pancrazio; presidiavanlo, come 
già scrivemmo, i legionari di Medici, valorosi tutti e in- 
trepidi quanto il loro capo ; i quali^ sebbene accerchiati 
d'ogni parte da forro e da fuoco e non estante il malo 
stato cui queirediflcio era stato ridotto dalle artiglierie 
francesi, che minaccîavano trarlo presto alla rovina estrema, 

29 — VoL n, Maeuki — Sioria poL ê mO, 



Digitized by VjOOQIC 



450 CAPITOLO Yin 



pure alla chiamata di resa rispondevano niegativamente. 
Il 26 giugno parte del Vascello aile palle fulminate croUara 
con orreudo firacasso, sotto le sue rovine seppellendo molti 
de* suoi difensori ; ne per ci6, ne per lo assottigliarsi délia 
schiera legionaria Medici si indusse a lasciarlo ; che anzl 
volto ranime a oflfondere gli assediatori, lavorava a cao- 
ciarsi, per un acquedotto, sino alla yilla Corsini allô scopo 
di abbattervi la batteria costruita daî Francesi; il quale 
disegno non gli fti possibile menare a compimento per a- 
vere i nimlci ridata la via aile acque di quello, che poeo 
innanzi avean levata con danno degli assediati (1). Termi- 
nata la quarta parallela — e Ai il 27 giugno — gli ass»- 
diatori andavano con grosso nerbo di armati airassalto, 
montre il générale Sauvan, portatosi a Tivoli, vi distrug- 
geva la grande riposta délie polveri dei Romani, i mulini 
e quanto serviva alla loro fabbricazione. Tutto il giorno 
si combatte sotto la città; gravi i danni d*ambe le parti; 
il fuoco degli assedianti ebbe solamente brevi intervalli di 
riposo per impedire Bi presidio di Roma di riparare ai 
guastt toccati aile loro artiglierie. Garibaldi, reputando ornai 
impossibile di tenere più a lungo il Vascello, chiamô Me- 
dici entre le mura délia città con le gloriose reliquie ddla 
sua legione; perduto il quale, i giorni délie resistenze ftiron 
contati (2). — Erano da poco suonate le due del mattîno 
30 giugno, allora che tre colpi di cannone ndivansi 
dal campo flrancese, già tutto in su Tarme; al quai 



(1) Medici avea fàtto pone dei barili di polvere dentro l'acqnedotto 
e propiio sotto la batteria dei Francesi; la miccia, che dorera dar 
ftioeo a quella, anirava sin piesso il Vascello. 

(2) Medici, qaalche giomo prima di lasciaro il Vascello^ era aadato 
alla rilla Sarorelli con bnona mano de' snoi, ad appoggiame il pie- 
sidio, dai Francesi con grosse forze assalito. Ritiratosi poi dal Vascello, 
qnando era proprio impossibile di tenerlo, Medici con forte ed eletu 
mano de' snoi portossi sopra la sommità di Porta San Pancrazio, ails 
ditea deUa'qnale péri la maggiore parte dei legionari. 



Digitized by VjOOQIC 



SOMA 451 

segnale quattro schiere di fanti eletti — ciascuna di 
tre compagnie — muoyevano ad assaltare il bastione 
che sta a sinistra di clii esce di porta San Pancrazio, cui 
le artiglierie nimiche aveyano due giorni innanzi rotto il 
fianco sinistro e il 29 spianatane l'apertura; la qaale, dopo 
lotta sangainosa, veniva a mano degli assalitori. Al primo 
romoreggiaFe deirarmi Garibaldi accorse alla pugna pro- 
rompendo impetuoso sopra i Francesi, che tentavano im- 
padronirsi del recinto Aureliano, già rotto in più luoghi 
e che egli seppe per lunghe ore lor contrastare. Al le- 
varsi del giorno il combattere s'allargô e fecesi générale. 
Manara, chiusosi entre villa Spada con un pugno di ra- 
lorosi, sebbene d*ogni parte (ùriosamente percosso dal can- 
none dei Francesi e tutto da questi circondato, emulando 
Medici nella difesa del Vascello, ha risoluto di seppel- 
lirsi sotto le rovine délia postura fidata alla sua guardia, 
piuttosto che arrendersi. A liberarlo da quella stretta ao- 
corre Garibaldi con alquante compagnie di soldat!, i quali, 
armate le baionette e spianatele, avrentansi con impeto 
terribile contra il nimico ; e quando tra gli assalitori e gli 
assaliti sparisce il terreno, i Garibaldini feriscono con 
ior corte daghe, cui nello andare sopra i Francesi ave- 
vano posto mano; spaventati da quella féroce zuffa ma- 
nesca i soldati di Francia riparansi entre i loro campi: 
allora prendono a fulminare le mura e la città con for- 
midabili artiglierie, aile quali le batterie romane rispon- 
doQo con languido ftaoco e a rari intervalli, per esserne 
stati i cannoni quasi tutti scavalcati e guasti, e gli arti- 
glieri uccisi. La lotta. continua tuttavia ostinata per buona 
parte délia giornata, non estante la disuguaglianza del 
numéro e délia potenza délie armi. Ammirabile in verità 
li valore e la fermezza del romane esercîto, che, lacero e 
stanco per le notti vegliate, e stremato di forze per le 
tante pugne combattute in un mese di stretto assedio, 
tiene tuttavia alta la bandiera délia repubblica — che ô 
pur quella délia nazione, la bandiera dei tre colori — e 



Digitized by VjOOQIC 



452 CAPiTOLO vni 



combatte con daghe e mosclietti Tôsercito di Francia, per 
numéro e militare disciplina fortissimo, comandato da nf- 
ficiali esperti e provati in guerra e che pugna con mo- 
schetti e cannoni ! — AUora che dopo conati sangoinosi i 
Francesl riescono a piantar ferme il piede su Testremiti 
délia cinta Aureliana — da dove signoreggiasi il campe degli 
assediati — e a cdllocare sovr' essa alquante artiglierie, 
ruppersi gli ordini délie battaglie romane; ma non per 
questo i soldati délia repubblica pensano a ritirarsi; che 
anzi mutano la grande pugna in cento piccioli combattî- 
menti » nei quali fanno più che mai rifulgere la prestanza 
individua; e resistono sino a che, disperando di ripren- 
dere la postura perduta e oppressi dalla fatica, indietreg* 
giano non per posare le armi, sibbene per chiudere con 
serragli le vie délia città ai Francesi invadenti, e far die- 
tro a quelli Tultimo sforzo e la difesa estrema. Non li mo- 
lesta in lor ritratta il vincitore, il quale, pago délia po- 
stura conquistata, intende a fortiflcarvisi per assicurarsene 
U possesso. — Il 30 giugno 1849 scrisse una pagina glorio- 
sissima negli annali militari délia patria ; i soldati italiani 
che la combatterono, non per la sainte délia repubblica — 
perô che ben la sapessero già ferita a morte — ma per lo 
onore d'Italia nostra con Teroico valore che ci venne da 
Roma e che fece degli avi nostrii prlmi soldati del monda 
La quale giornata fu la più sanguinosa di quelle innanzi 
combattute, e fa altresi la più solenne deUe tante mentite 
date nei giorni dell'assedio dai difensori di Roma all'or- 
goglioso ufficiàle francese, che poco prima aveva affer- 
mato — non saprei se per ignoranza o mala fede, e forse 
per Tuna e Taltra — in faccia ai Triumviri: Gli Italiani 
non battersi; le quali parole provano chiaramente, come 
egli non conoscesse la storia délia prima repubblica e del 
primo imperio di Francia per la cui gloria, non per qnella 
d'Italia, i padri nostri tanto e strenuamente hanno com- 
battuto sotto le insegne del gran capitano. La resistenza 
gagliarda e ostinata di Roma mostrô quanto i Ministri di 



Digitized by VjOOQIC 



soMA 458 

Fraûcia a Gaeta si ingannassero asserendo, che i soldati 
della repubblica romana non avrebbero osato di cimentarsi 
coi Francesi, il eut giugnere subito e non atteso aveva 
atterrito le popolazioni (1). — Di morti e feriti fu, nella 
giomata del 30 giugno, assai grave la perdita d'ambe le 
parti ; Roma ebbe a deplorare quella d'nno dei più valorosi 
saol difensorl, il colonnello Luciano Manara, cittadino di 
Mîlano, caduto a rilla Spada (2). « Eroe, cosi si scrisse di 
lui, che segnô, meteora splendida ma troppo fugace, una 
âtriscia luminosa nelle rivoluzioni e nelle guerre del 1848 
e 1840. » 

Montre i Romani combattevano su le mura e una tem- 
pesta rovinosa di bombe e palle cadeva sopra la misera 
città, i rappresentanti del popolo stavano raocolti in as- 
semblea aspettando con ansia affannosa Tesito di quella 
pugna, dalla quale tutte pendevano le sorti della patria 
tanto amata; e quando lor giugneva la novella che i 
Prancesi eransi impadroniti del recinto Aureliano un si- 
lenzio di morte prendeva a regnare neirAssemblea. Lo 
ruppe Mazzini> il quale, dopo avère consultât! i principali 
dell*esercito, portossi a quella a parlar parole di conforto 
e di speranza. = Roma poter tuttavia continuare le resi- 
stenze, diceva egli, avvegnachè nuUa siasi mutato nelle 
condizioni sue, che da trenta giorni con poche e maie 
ordinate forze combatte con tanto onore contra nimico 



(1) K I Ministri di Fraacia a Borna e a Gaeta ayeyano motivo di 
credeie che la maggiore parte dei soldati romani non sarebbero per nd- 
smare le loro spade con le spade dei soldati franceai; e qnelli spingevano 
Ondinot ad aiirettare il sno moTimento. 7- « Aoanti^ générale^ serive- 
vagli il dnca d'Haiooiurt il S6 aprile; importa aasai ehe vi affrettiate 
ad andare sopra Borna; il Mito e non atteso vostro arrivare ha 
fatto stupire e spaventare le popolazUmù n 

Ballstoisb, Révolution de Rome; voL n, cart 78; Qmevra, 1851. 

(2) Mori pnre Smilio Morosini, miianese, giovane diciottenne, splen- 
dore dei bersaglieri lombardi di oui faceva parte. 



Digitized by VjOOQIC 



454 CÂPiTOLO vni 



par copia d'armi 9 d*armati potentissimo. Mettere egli 
innanzi tre partiti, i soli clie in quelle difflcili circostanze 
rimanessero: arrendersi; difendere la città, contrastan- 
done ai Francesi invaditart palmo a palmo il terreno; 
in fine, ttsdr di Rotna VAssemblea e il Oaverno can 
Vesercito per correre leproiHncie délia repubUica, riste- 
gliandone Ventusic^smo délie papolazioni, e continuare la 
guerra in campo aperto, mantenendo cosi incolume il 
palladio délia Ubertà. n partito délia resa, conchiadeva 
Mazzini, non potersi onorevolmente accettare; la sctita 
deirAssemblea dover quindi cadere su quel délia difesa 
interna a oltranza, délia guerra guerreggiata e minuta, 
aile qusJi dicevasi inchinevole. — AUora che il TriumTiro 
pose fine al suo dire» levossi a parlare il générale Bar- 
tolucci, che, la propria autorit& ayvalorando con quelia 
di Garibaldi, prese a chiarire la impossibilità di prolun- 
gare le resistenze, corne le intendeva Mazzini. 1 rappre- 
sentanti del popolo, che nutrivano poca fede nei due par- 
titi messi lor dinnanzi a deliberare con senno e proTve- 
dere con efflcacia aile dure nécessita che li incalzavano, 
mandarono soUeciti per Garibaldi dX\o scopo di conoscere 
da lui il vero stato délie cose; il quale, venuto ad essî^ 
parlôin queste sentenze: = Essere possibile resistere alcuni 
giorni ancora, se il popolo di Transtevere si trasportasse 
immediatamente su la sinisira del fiume, di questo rom- 
pendo i ponti. = In verità TAssemblea non sarebbe siata 
in forse un solo istante ad accogliere taie partito, se questo 
Tavesse potuta salrare dall* inrasione straniera; ma lo 
respinse, reputando inutile il sacriflcio di quelia parte 
délia città per una resistenza di brevi giorni. — « Se toî, 
prosegui a dire Garibaldi, credete di poter yantaggiosa- 
mente difendervi dietro i serragli che devono impedire 
l'avanzarsi ai nimici, già invadenti, vi ingannate dimcrtto 
perô che questi, potendo percuotere la città dalle alture 
che la signoreggiano, non sieno per venire mai a pugna 
manesca, nella quale, assai più délia potenza délie armi. 



Digitized by VjOOQIC 



&01IA 456 

vale il eoraggio personale, e la cui sorte è troppo dubbia, 
e la yittoria san^inosa sempre; il miglior partito» anù 
roûico che porga speranza di buon esito essere quello 
deiriscita di Roma. » Dopo una discnssione agitata e calo- 
rosa, non ostante la parola éloquente di Mazzini, rAssem^ 
blea, ritenendo che Tesercito repubblicano, in miserrime 
condizioni ridotto daU'assedio sostenuto, sarebbe stato in 
brève ora oppresso dalle genti di Napoli, d'Austria e di 
Spagna campeggianti le provincie; ritenendo eziandio che 
l'entosiasmo délie popolazioni sarebbe inefficace o di lieve 
aiato airimpresa, perché la guerra ne avova stremate le 
forze e impoverito Terario, TÀssemblea, respinto il partito^ 
décrété di cessare una difesa dtvenuta ornai impossibile (1). 
Allora i Triumviri risegnarono l'ufficio e pnbblicarono il 
seguente manifeste ai Romani: — « Il Triumvirato si ô 
Yoloûtariamente disciolto. L'Assemblea Costituente vi comu- 
nicherà i nomi dei nostri successori. L'Assemblea, com- 
mossa, dopo il vantag^io ottenuto ieri dal nimico, dal desi- 
derio di sottrarre Roma agli estremi pericoli e d'impediro 
che si mietessero senza frutto per la difesa altre vite pre- 
ziose, decretava la cessazione délia resistenza. Gli uomini che 
avevano retto mentre durava la lotta, mal potevano segaire 
a reggere nei naovi tempi che &i preparavano. Il mandate 
ad essi affidato cessava di fiitto, ed essi s'affrettarono a 
rassegnarlo nelle mani dell'Assemblea. Romani! Fratelli! 
Voi avete segnata una pagina, che rimarrà nella storia 
documente délia potenza di vlgore che dormiva in yoi, e 
dei Tostri fatti futuri, che nessuna forza potrà rapirri. 
Voi avete dato battesimo di gloria e di consecrazione di 



(1) BlPUBBLTOA BOXANA. Ih NOXB DI DiO B DIL POPOLO. — L'Afl- 

aemblea Costituente romana cessa ima difesa divennta ornai impossibile.. 
H TriuniTirato ô incaricato délia esecmâone dei présente decretp. 
Borna, 80 gingno 1849. 

B Présidente I segretari 

ASaliobti. Fennaeehi, Fabrettij Zanbianehi^ Coeehi^ 



Digitized by VjOOQIC 



456 GAPiToiiO Yin 



sangue generoso alla niiova vita che albeggia allltalia 
vita coUettiva, vita di popolo che vuol essere e che saja. 
Yoi avete, raccolti sotto il vessillo repubblicano, red«ato 
Tonore délia patria comune, contaminaio àltroye dagL atti 
dei tristi, e scaduto per impotenza monarchica. I vostri 
Triumviri, tornando semplici cittadini fra voi, tniggoao 
con sô conforto supremo nella coscienza di pure inceiizioai 
6 Tonore d'ayere il loro nome consociato coi rortri fortis- 
simî fattî. Una nube sorge tra il vostro awenire e toL 
É nube di un*ora. Durate costaiiti nella coscienza del vostro 
diritto e nella fede per la quale morirono, apostoli armati, 
molti dei migliori fira voi. Dio vuole che Roma sia libéra 
e grande, e sariu La vostra non è di9fatta; è vittoria dei 
màrtiri, ai quali il sepolcro ô scala di cielo. Qoando il cielo 
splenderà raggiante di risurrezione per yoi — quaado^ tra 
brève ora» il prezzo del sacrificio che incontraste lieta- 
mente per Tonore, yi sarà pagato — possiate allora ricor- 
daryi degli uomini che yissero per mesi délia vostra vita, 
soffrono oggi dei yostri dolori, e combatteranno, occorrendo, 
domani, misti nelle yostre file, le nuoye yostre battaglie. » 
— Nel lasciare TufOcio Mazzini rimetteya alVAssemblea 
una sua protesta; in essa^ dopo ayere lamentato il posare 
délia difesa e dette che per lui non sarebbesi e9^;uita 
rimproyeraya i rappresentanti del popolo dCessere venuti 
mena al loro mandato, se non per colpa, certamente per 
debolezza. L'Assemblea, accettata la rinunzia dei Triumyiri 
che gridô benemeriti délia patria, e quella eziandio dei 
llinistri, conferiya a Saliceti, a Galandrelli e a Mariani la 
suprema potestà esecutiya; e il générale Rosselli signifi- 
^aya per lettera al générale Oudinot: = Ayere eglî fatto 
sospendere le armi, in yirtù di un décrète deirAsaemblea; 
portatori del quale essere per yenire al campo francese i 
messi del supremo Maestrato dei cittadini. = 1 patti délia 
conyenzione di resa proposti dal Municipio non essendo stati 
accettati da Gorcelles, perché contrari agli intendimenti 
del Goyerno di Francia; e il Municipio ayendo respinta la 



Digitized by VjOOQIC 



BOUA. 457 

conyenzioQe messa innanzi dal plenipotenziario francese, 
perché offendeva la dignità del popolo romano, del cui 
valore lo stesso Oudinot avea parlato parole d*ammirazione» 
non fa possibile yenire ad accomodamento onorevole ira i 
guerreggianti. L'Assemblea Costttt^entey risoluta di lasciare 
entrare nella città i nimici da conquistatorij piuttosto che 
fermare con gli oppressori della patria un accordo umi- 
liante, ordinô aU'esercito di uscir di Roma; cedendo alla 
violenza e alla forza, rAssemblea salyava i diritti del suo 
popolo gloriosamente caduto cou le armi alla mano (1). 
Degli ultimi decreti della CosUtuenle yogliamo a onor suo 
ricordare quello dei sussidi aile famiglie poyere dei citta- 
dini uecisi combattendo per la repubblica e dei funerali 
solenni celebrati in San Pietro per le anime dei morti in 
difesa della patria; e il décrète dello scolpirsi della nuoya 
Costituzione sopra due tayole di marmo da coUooarsi in 
Oampidoglio. 

A mezzo il giorno 3 luglio, e proprio nell*ora in cui 1 
primi soldati di Oudinot — i precursori del grosso dell'e- 
sercito suo — percorreyano le città a specularne le yie, 
il Présidente dell'Assemblea» cui faceyano corona i rap- 
presentanti del popolo, promulgaya dal Oampidoglio la C(h 
sHtuzUme della repubMica romana; tu. questo Tultimo atto 
c certamente il più solenne della yita politica di quella. 



(1) « La città di Borna si pone Botto la protedone dell'onore e sott^ 
i priacipi liberali della repnbblica tencese. 

1* L'esercito fîrancese entrera nella citta, occnpandone poi le po- 
stule militari che credera conyenientL 

2« Tntte le yie di comimioazione della città, ora impedite dall'e- 
seidto fraaceseï tomeranno libère. 

&» Le difese costmtte dentro la città, non ayendo piû ragione di 
e&Bteie, yenanno distratte. 

4^ Le Boldatescbe regolari romane prenderanno i quartier!, che 
Terraimo loro fissati; le straniere saranno licendate; a qneste si âge- 
voleH il fitomo in patria. n 
Tali i patti della conyonnone di Corcelles. 



Digitized by VjOOQIC 



458 CAf ITOLO TIII 



Alla lettara d*ogiii articolo délia naova legge alzayansi al 
cielo gridi pieni di entusiasmo di fHva la reptMlica da 
moltitudine innumereyole di popolo, accalcaatesi iatorno 
a quel colle sacro ai Romani. Gompiuta quella ceremonia, 
i cittadini si riirassero ai propri focolart, dignitosameote 
tranquilli, corne beae addicerasi alla natorale loro fîerezzâ, 
ad essi che, dopo avère sopportati i più duri sacrifizl e 
sparso il sangue per la libertà délia patria, vedevansi al- 
lora condanoati ad assisterne alla rovioa; e i rappreseo- 
tanti del popolo riederono alla loro residenza, aspettando 
d'esserne cacciati dalle baionette del yincitore; e furonlo 
il di appressoy Carlo Buonaparte vivameate protestando 
contra la violenta invasione di lor sede dalle armi fran- 
cesi (1). Oudinot» il quale nella sera del giorno innanzi 
aveva fatto occupare le porte Portese, San Pancrario e 
Gavalleggieri, il mattino di quel di 3 luglio mandava, forse 
per tema d*insidie corne or ora scrivemmo, alcune prese 
di soldati a esplorare le vie di Roma e spiare gli anda- 
menti del presidio. Aile cinque pomeridiane egli entrara 
in Transtevere alla testa deiresercito; in luogo délie spe- 
rate festose accoglienze aveva ricevimento di malediziooi, 
clie bene stavano a lui violatore di fede data; amari^ 
sima delusione per li soldati suoi, i quali tenevansi certi 
di trovare amico il popolo, per6 che Oudinot avesse fatto 
lor credere su la parola sua, che quel rivolgimenti di Roma 



(l) K In nome di Dio, in nome del popolo degli Statî romani che Benr 
mente, con snffragio nnivenale, ha eletto i snoi lappreaentanti; is son» 
deU'articolo qninto délia coâtituxione fiancese, FAssemblea Ckfstitfi^ 
romana in faceia al monde indTilito contra la violenta inmone deOa 
sna sede operata dalle forze firancesi il giomo 4 luglio, aile m ^o 
pomeridiane. » 

Borna, nel Campidoglio, 4 la|^o 1840. 
Per Tintera Assemblea 
Il FresideiUe di sezione C. Buonipàbtb. Il SegreUuri^ 

QUIBICO PlLOPAÏÎI- 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 469 

9rano stati Vopera di pochi faziosi (1); solamente in su 
Tentrare in città Oudinot vcnne da alcuni cittadini salu- 
tato restauratore del Oovemo pontiflcio^ cui erano qaelli 
legati per interesse o fini ambiziosi, pochissimi per affetto. 
U loro passare i Francesi yedono chiudersi le finestre, 
farsi quasi déserte le vie e odono gridi di viva la repub- 
)lica, viva VltaliOj ftiori gli straniert, e di morte al car- 
^nale Oudinot; il qnale, arrivato dX caflS delle belle arti 
evedutaYi sventolare una bandiera dai tre colori italiani, 
comanda ai cittadini, raccolti innanzi ad essa, abbiano a 
rimnoverla di là: levatela voi, rispondongli fieramente; e 
queU'orgoglioso, pieno d*ira e di superba stizza, spinto il 
cavallo aotto la bandiera, Tafferra e l'attira a se; ma non 
rinscendo a strapparla, la lascia a quel del suc sègaito, che 
di \k ginngono a toglierla in mezzo agli scherni e aile 
beffe del popolo. Oudinot, a vendicare Tinsulto patito — in 
sua stoltezza da lui provocato — stava per assalire con le 
balonette i gridatori, quando arrivava Gemusclii a impe- 
dirgU la codarda impresa; la quale avrebbe partorito or- 
renda strage di cittadini e di Francesi, e gettato nuovo 
vitaperio su lui, che nel governo délia spedizione e del- 
l*assedio erasi mostrato capitano însipiente, dinessuna fede 
e di molta snperbia. Per le minaccie dei nimici non ces- 
s^u^no i romori e i fischi delle moltitudini, che anzi ac- 
crebbersi tanto da costringere a tacersi il suono dei reg- 
gimenti firancesi, che menavano i loro trionfi in Roma (2). 



(1) Hanifbato del générale Oudinot a' snoi soldatl al partira per Tim- 
Tf^^ di Borna» 

(2) Ad aasai caro presse la Franda pag6 la gloria d'ayere spenta la 
liberU di Borna! langninosissime ftirono le yittorie gnadagnate sotto 
le mont délia città etema! — t Da certe note, scriase Gnerraszi, 
^'^BiBttsemi da prode offidale che intende non essere nominato, ricavo : 

che dai 8 gingno al primo loglio 1849 per la râ d'acqoa Ai- 

^^ tiasportati a CiTitaTeechia qnattordici mila feriti aU'indrca. » Il 
'^^'^fi^re Payant del cinquantedmo reggimento di &nti, stando di pre- 



Digitized by VjOOQIC 



460 CAPiTOLo yiii 



— Nella sera di quel giorno si nefasto Oudinot pubblicaTa 
un manifesto ai Romani, che noi mettiamo innanzi ai leg- 
gitori nostri in tutta sua integrità, afflncliè conoscano le 
menzogne con le quali il Governo di Francia e il suo gé- 
nérale procedettero sempre in quella brutta impresa. - 
« Abitanti di Roma! — L'esercito mandate sul vostro te^ 
ritorio dalla repubblica flrancese ha per missione di re* 
staurare Tordine, giusta i voti délie popolazionL Un partito 
di pochi faziosi o di traviati ci ha costretti a dare Tassalto 
aile Tostre mura; noi siamo padroni della città; noi adem- 
piremo la nostra missione. In mezzo aile testimonianze di 
simpatia che ci hanno accolti, là soprattutto ove i senti- 
menti del vero popolo romano non erano contestabili, al- 
cuni clamori ostili si alzarono e ci hanno obbligati a una 
immediata repressîone; che gli onesti e i veri amici della 
libertà riprendino conâdenza, e i nimici deirordine e délia 
società sappiano, che se alcune rimostranze oppressive, 
provocate da una fazione straniera, si rinnoyassero, Te^ 
rebbero rigorosamente punite. Per dare alla slcureca 
pubblica délie guarentigie, io ordino quanto segue: Tutti 
i poteri sono temporaneamente raccolti noile mani dell'as- 
torità militare; la quale farà subito appello al concorso 
del Municipio. L'Assemblea, il Governo, il cui regno yio- 
lento e oppressive cominciô con Tingratitudine e fini con 
una chiamata empia alla guerra contra una nazione arnica 
délie popolazioni romane, cessano d'eslstere (1). I c^^^ 



sidio a ^terbo, accertava, Tassedio di Borna essere costato alla Fran- 
cia dioiassette mila nomini; dai quali Toglionsi perô escladere (flf^ 
tarasportati all'ospedale di Gastelgoido: donde résulta meniogaeio 
quanto affermô in propoaito il Vaillant nell'opera: Siège de Borne, 

(1) u L'accusa di yiolenza, di teirore eretto a aistema, gittata contra 
il Governo repubbUcano, é accnaa oggimai smentita solennam^^^ ^ 
fatti della difësa. Non si comanda col terrore l'entosiasmo a tatto u 
popolo armato; e voi siete, Signori, nel bivio di calunniare il ^^ 
délie armi franeeai o di confatarvi da voi ateasi — di ^aààmi^ clie 



Digitized by VjOOQIC 



BOXA 461 

) le associazioni politiche sono chiusi ; ogni pubblicazione 
àtta per la stampa, ogni awiso messo Aiora senza il con- 
enso délia potestà militare^ sono temporaneamente inteiv 
lette. I delitti contra le persone e le proprietà sono gin- 
licati dai tribnnali militari, n générale Rostolan è eletto 
^yematore di Roma; il générale di brlgata Sauvan è no- 
ninato comandante délia piazza forte; e il colonnello Sol, 
naggiore di piazza (sic). » — Xi manifeste di Oudinot — che 
per essere compreso non abbisogna di comment! e chiose, e 
ael quale chiarissimi appariscono gli intendimenti e Tanimo 
di chi aveyalo dettato — yeniva subito lacerato dal popolo : 
onde dovettesi al dimani nuovamente afflggerlo ai mûri délie 
case, n générale francese cominciava la sua missione pacifi- 
catrice cacciando con la violenza, coma dicemmo già, FAs- 
semblea Costftuente dal Gampidoglio, ponendo la città sotto 
rimperio délie leggi militari; di poi, chiudeva i circoli po- 
litici, licenziava le guardie cittadine, in pari tempo ordi- 
nando loro la consegnazione délie armi e munizioni di 
gaerra, e minacciando tradurre ai tribunali militari chi ne 
tenesse presso di se. Alla bandiera nazionale e al berretto 
rosso, che Oudinot chiamava insegne di anarcMa e di ter- 
n>re, aostituiva gli stemmi di Pio IX, al quale area man- 
dato, il giorno stesso délia occupazione di Roma, il colon- 



Voehi &dosi, costretti a comprîmere mia popolazione di cenaessaiit»- 
nôla anime, valsero per dae mesi a combattere, a yincere soyente, Te- 
Bercîto vogtro, o di confessare, a salvarvi dalla taccia d'imbedllità e 
codudia, che Govemo, popolo,' Goardia nazionale ed eaercito erano in 
Soma aAratellati in nn solo pensiero di libertà e di gnerra ai nimici 
della repnbblica. Pnr giova parlarne, tanto almeno che Toi non possiate 
lipetere la Btolta accnsa senza che altri possa dirvi: la Tostra ô men- 
^gna premeditata. b — Cosi scriTOva Ginseppe Mazzini ai Ministri 
fn&ceai Tocqueville e Fallonx, vittoriosamente combattendo raccnsadi 
^olenza e di oppressione data da Ondinot, dal Govemo di Lnigi 
^«poleone Bnonaparte e da qnanti in Francia erano nimici aile libertA 
â'Italia e al Govemo délia repnbblica lomana. 



Digitized by VjOOQIC 



462 CAPITOLO VUI 



nello Niel a portare la nuova délia restaurazione del potere 
temporale pontificio. Era in tal modo ch'egli adempiva alla 
promessa fatta pubblicamente di non attribuirsi mai il di- 
ritto di ordinare gli interessi délie popolazioni romane, 
ne importe a queste un reggimento contrario ai loro Toti, 
aile loro aspirazioni! E quanto fossero quelle avrerse alla 
sovranità politica del Papa provaronlo allora e di poi le 
moite condanne di morte e le innumerevoli sentenze di 
prigionia e d'esilio per cittadini colpevoli d*amare la pa- 
tria e la libertà (1). Allô invite fatto dal générale Oudinot 
aile soldatesche romane di passare agli stipendi del Go- 
verno pontificio, soltanto pochissimi risposero affermatira- 
mente (2); i più ricusarono, protestando in modo soknne 
contra la violenza, che avea abbattuta la repubblica nain 
per libero voto dél popolo e deponendo la spada conse- 
crata alla patria, piuttosto che servire a reggimento 
despotico imposto dalle armi francesi. L'esercito repub- 
blicano disfecesi di per sô ; molti di esso riederono ai 
domestici focolari (3); altri, e non furon pochi, sdegnando 
^ommettersi a potestà restaurata da soldatesca straniera, 
esularono; in fine, grossa schiera d*armati, già uscitadi 
Roma sino dalla sera del 2 luglio, correva a combattere 
una guerra di tratteaimento e minuta, duce il generalô 
Garibaldi; il quale, fatta deliberazione di soccorrere Ve- 
nezia — che tuttavia strenuamente resisteva aile arzni as- 



(1) Più di cinquanta sacerdoti patiiono prigionia in castel Santangdo 
per avère prestato lor cnre ai feriti dell'eserdto repnbblicano di Bon»! 
anche la carit& cristiana era da Oadinot e da' snoi Inogotenenti asedtta 
a deUtto! 

(2) Fnrono da settecento, aedotti dal colonnello De Pasqnali, nooo 
di dnbbia fede. 

(3) Le reliqnie délia legione Medici si disoiolsero; parte di essa andi) 
con lo strenniflsimo sno dnce a Malta; a Genova l'aitara parte abordo 
del Lombardo, legno a vapore che serri a Garibaldi nella spedisoa^' 
veramente leggendaria, dei JUtlU, 



Digitized by VjOOQIC 



BOMA 463 

A 

sediatrici delFAustria, — avea chiamato a quella impresa 
si ardna e piena di pericoli, coloro che non disperavano 
della fortuna dltalia, promettendo ad essi, in ricompensa 
di lor devozione alla patria, famé e sete, camminar lungo 
e fatîeoso, disagi, priyazioni e stenti d'ogni sorta, e un 
pugnare senza posa. Più di tre mila soldati, tra cni quat- 
trocento a cavallo, soguirono Taudace condottiero, che pos- 
sedeva straordinaria potenza di risolozione e d*azione ; egli 
areva poche armi e scarse munizioni, ottanta cartuccie 
ver ogni fante ! Arrivato il mattino del 3 a Tivoli, prov- 
veduto che si ebbe di vettovaglie, allô intento d*ingannare 
su Vimpresa disegnata il générale Regnaalt che lo incal- 
zara con la sua divisione, dopo avère corso lungo cam- 
mino verso il reame di Napoli, tornossene addietro ; e 
venuto a Monte Rotonde per la valle del Tevere TS lu- 
glio sali a Terni, ove gli si unirono da seicento legionari 
di Forbes, un inglese, che amor di libertà aveva tratto a 
combattere per Tltalia. La notte del di vegnente porto il 
campe a Cesi, indf a Todi non lungi dal confine di To* 
scana; nella quale sarebbe disceso, se securo di trovare 
î^ppoggio e aiuti nelle popolazioni. Awertito che gli Au- 
striaci tenovano Poligno, mandô fuor di Todi tre compa- 
goie e alquanti cavalli a esplorare le vie di Perugia, di 
Orvieto e di Poligno, e a spiare altresi i movimenti del 
nimico. Innanzi lo albeggiare del 13 luglio levato il campo 
da Todi, Garibaldi recossi da prima a Bordo, indi a Or- 
vieto; ma awertito dello awlcinarsi dei Francesl e degli 
^Qstriaci, al cadere del 15 lasciata Orvieto — che poche 
ore dopo veniva occupata dai Francesi — portossi a cam- 
P^iare FicuUe, e il di appresso per aspri sentieri di 
iQontagna cal6 a Getona in Toscana. Montepulciano lo ac- 
<^l3e festante; Arezzo, presidiata da Austriaci, gli chiuse 
Id porte; alcuni de*suoi avrebbero voluto assaltarla; ma 
%U) oui sopra ogni cosa desiderava raggiungere presto 
l& marina adriatica, si volse aU'Appennino. n 24 pose il 
<^ampo a Monterchi, presse il confine di Romagna; a San 



Digitized by VjOOQIC 



464 GAPiTOLO vm 



SepolcrOy su Talto Reno, badalnccô con gli Austriaci;e 
coprendo le sue mosse di drappellidi soldat! seppe cosi de- 
stramente dirertire Tattenzione dei nimiei, da passare senza 
contrasto» nella notte del 25» su la sinistra del Tevere a 
Borgo San Sepolcro. Per San Giustino portossi al monte 
Luna; sceso a Mercatello venue a Sant*Angelo in Yado 
nella valle del Metauro; dalla quale passô in quelladel 
Foglia; il 30 luglio tenue per brevi ore il campo a Gar- 
peguo; superata nella notte Talta valle del Gonca, presea 
camminare verso San Marine. Ai Capitani Reggenti qae- 
sta antichissima repubblica — la quale siede sul Titano, 
monte posto presse i confini delVEmilia e délie Marcbe a 
quindici chilometri daU'Adriatico (1) — Garibaldi chiese 
licenza di attraversare con sue genti il territorlo sanm^ 
rinese e di prowedersi di vittovaglie» di cui molto abbi- 
sognava. Risposergli i Reggenti: = Non potergli concedere 
il passe domandato per non dare proteste agli Austriaci 
dMnvadere con loro armi le terre délia repubblica ; gli fo^ 
nirebbero perô quanti viveri gli occorrevano. = Era tardi: 
awegnacbè i legionari di Garibaldi — allora poco più di 
due mila — da ogni parte premutl dalle armi poderose dei 
nimici, valiche le frontière délia repubblica, fossero gli 
arrivati aile mura di San Marine, dalla cui ospitalità ri- 
cevevano, corne esuli, pane e riposo. Il Governo délia re- 
pubblica, richiesto dal générale Garibaldi, interponeva i 
suoi buoni offlci per ottenere dai comandanti gli imperiali 
onesti patti di resa; e fa convenuto cosi: = I legionari, 
posate le armi, verrebbero in piccioli drappelli condotti 
sotte buona scorta aile provincie cui appartenevano e man- 
dat! poscia aile loro case; Garibaldi e la sua famiglia si 
imbarcherebbero in un porto del Méditerranée per le Ame- 



Ci) n Titano elevasi settecentotrenta metrisopraillivellodelinare; 
tre rôcohe, costrutte da tempo iimnemorabOe, stanno ra le vette di quel 
montei e son chiamate Fenne. 



Digitized by VjOOQIC 



ROMA 465 

riche; sino a che taie convenzione non fosse sottoscritta 
(la Gorzkowsky nessuno dei legionari uscirebbe dal ter- 
ritorio délia repubblica, e d*ambe le parti sospendereb- 
bersi le offese. = Nella notte del 31 luglio Garibaldi, dopo 
aver fatto conoscere ai Capitani Reggenti di non accet- 
tare le condizloni impostegll dagli Austriaci, per la via 
délia Marecchia e di Sogliano riparavasi a Cesenatico con 
dugento de' suoi — i più audaci, 1 più fidi — ai qualî egli 
areva promesso combattimenti, sacriflzi e patimenti senza 
fine. Gli altri legionari, tosto che seppero délia subita- 
nea partenza del loro duce — e fu al levarsi del nuovo 
giorno— diedersi a cercarela via per la quale egli si era 
messe per unirsi a lui; non riescendo trovare traccia 
del suo passaggio tumultuanti riederono a San Marine ; 
che avrebbero occupata per farvi l'ultima resistenza allô 
scopo di ottenere dal nimico migliori patti di resa, se il 
contegno dei cittadini, deliberati di contrastare loro la 
città, e la molta vicinanza degli Austriaci non li avessero 
siibito condotti a piii savio. consiglio. Deposte le armi, in- 
drappellatisi a dieci portavansi a Rimini, indi ai domestici 
lari. — n mattino del 2 agosto tredici barche di pescatori 
di Chioggia entrate in mare da Cesenatico facevano vêla 
verso Venezia, che sola in Italia di quoi giorni teneva 
alta con onore la banûiera nazionale; quelle barche porta- 
vaao Qaribaldi, sua moglîe e alcuni compagni deireroe 
di Montevideo. In sul cadere di quel di erano arrivate già 
presse la Punta délia Maestra^ allora che innanzi ad esse 
comparivano quattro navi austriache ; otto di quelle barche, 
tomato vano ogni tentative di fuga, arrendevansi al ni- 
lûico; aile altre cinque riesciva di ridursi a terra alla Me- 
sola; su queste trovavansi Garibaldi, la moglie sua, Cîce- 
ruacchio con un flgliuolo, il frate Ugo Bassi e alquanti 
^fflciali. Dopo avère per ben quarantotto ore errato di 
inacchia in macchia, Garibaldi giugneva a ripararsi in una 
^upola contadinesca non lungi di Ravenna, ove la mo- 
glie del générale, consunta dai patimenti e dalle fatiche, 

30 — Vol. n, Mariasi — Siwria pol* e mil. 



Digitized by VjOOQIC 



465 CAPITOLO VIII 



siibito rendeya il sospiro estremo (1). Venuto per la To- 
scaaa al mare e sopra nave mercatantesca a Ghiavari, 
Garibaldi eravi fatto prigione e fu il 6 settembre; e pochi 
giorni dopo liberato di sua prigionia portavasi aU'isoletta 



(1) Il générale Garibaldi, in nna letter