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Full text of "L'elemento germanico nella lingua italiana : lessico con appendice e prospetto cronologico"




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ZACCARIA Prof. D. ENEICO 



L'ELEMENTO GERMANICO 



NELLA 



LINGUA ITALIANA 



LESSICO 

CON APPENDICE E PROSPETTO CRONOLOGICO 





BOLOGNA 
LIBRERIA EDITRICE TREVES 

di Luigi Beltraiiii 
I'.>01 



\ 



Proprietà letteraria 



\ 



Modena. Società Tipografica Modenese. 



ALL'ESIMIO GLOTTOLOGO 

Conte Peof. FRANCESCO LORENZO PULLÈ 

IN SEGNO D' AMMIRAZIONE 

UN SUO CONCITTADINO 

DEDICA 



INTRODUZIONE 



L' idioma germanico (1) dopo il latino è quello 
che più d'ogni altro contribuì alla formazione della 
lingua italiana, come in generale delle romanze: co- 
stituisce la sua fonte secondaria o Nebenquelle, per 
dirla col Kluge. La misura di questa contribuzione è 
stata giudicata diversamente nei diversi secoli. Quando 



(1) Ecco uno specchietto che ne mostra la ramificazione: 

/ gotico 



Germanico { nordico 



svedese 

non egio 

danese 

islandese o 

',ant. nordico 



tedosco. 



basso 
tedesco 



antico 
sassone 



frisone 



1 anglosassone-inglese 

4 dia] li' della Germania 

} del Nord 

i i olandese 

' neerlan lese 

\ ' liam mingo 



i tre stadii dei ram o alto ted« 



I franco 
i antico alt» leu 600-1100 
alemanno l 
I medio » ■• l 100-1540 
i de >co svevo \ 

I tlll. o 

bavarese ' nuovo ■ 1540- 1900 

ausi 1 1 



INTRODUZIONE. 



nel Cinquecento si cominciò a investigare le origini 
della nostra lingua, i dotti comunemente esagerarono 
la parte avutavi dall' elemento germanico o barbarico, 
commessi dicevano. Pel Bembo (1) l' italiano era nato 
dal latino alterato dalle lingue parlate dai Barbari, 
ossia dalle lingue germaniche. Dal che segui, egli 
dice, che la nuova lingua ritenne « alcun odore e 
dell' una e dell' altre ». Quest' opinione fu poi seguita 
dallo Speroni, dal Muzio, dal Cittadini, dal Castel- 
vetro, e più ancora dal Varchi, il quale scrisse che 
dai mali portati all' Italia dai Barbari nacquero due 
beni, la lingua volgare e la città di Venezia. Insomma 
pe r questi e per altri eruditi di quei tempi V italiano 
non era che il latino modificato dai Barbari, e la loro 
opinione fu poi come formulata dal Davanzati che 
nel principio della lettera a Baccio Valori scrisse: 
« Della lingua latina corrotta dai Barbari nacquero, 
come ognun sa, in diversi luoghi diverse lingue, e 
dal volgo che quelle usava dette volgari ». Oggi una 
tale opinione che fa derivare l'italiano e le lingue 
sorelle dalla corruzione causata dai Barbari al latino, 
è sfatata compiutamente, nonostante che l'abbiano 
so stenuta anche nel nostro secolo lo Schlegel, il Lewis 
e Max Miìller. Le lingue germaniche dei Barbari in- 
vasori non esercitarono alcuna influenza sul sistema 
grammaticale delle nuove lingue romanze, ma sol- 
tanto sul lessico. E anche la parte lessicale che v' in- 
trodussero fu piuttosto, come osserva il Littré (2), un 
enomeno di giustaposizione che d' intussuscezione : 



(1) Prose, Lib. I, 33. 

(2) Histoire de la langue frangaise, p. 



INTRODUZIONE. 



cioè a dire un influsso che non toccò quasi per 
niente il linguaggio del pensiero filosofico e del sen- 
timento, ma solo quello risguardante oggetti esterni, 
gli usi della guerra, le leggi e i costumi feudali. 
Onde leggendo gli scritti d'un prosatore filosofico 
e morale, come ad es. il Galilei e il Leopardi, è raro 
l'abbattersi in vocaboli d'origine germanica. Perciò 
non che il dire che F italiano sia derivato dal te- 
desco, sarebbe assurdo ormai anche il parlare di 
corruzione cagionata dai Barbari al latino e del loro 
influsso sulF origine delle lingue romanze. 

Ma se pel passato s' esagerò l'importanza dell' ele- 
mento germanico, oggi si corre all' eccesso opposto, e 
prevale generalmente la tendenza, se non a negarla del 
tutto, almeno ad attenuarla e a rimpiccolirla soverchia- 
mente anche per la parte lessicale. La reazione contro 
l'esagerazione di tale influsso cominciò con Scipione 
Maffei, il quale nel libro XI della sua Verona illu- 
strata (1), in mezzo ad osservazioni spesso giustissime, 
scrisse: « Comunissima dottrina è che se ne debba 
l'origine (della lingua italiana) ai Barbari, e che 
nascesse dal mescolamento delle lingue loro con la 
latina. A noi sembra indubitato che ninna parte 
avessero nel formare F italiano né i Longobardi né i 
Goti.... Che rileva se forse una ventina di vocaboli 
usiamo originati dal tedesco? ». Nel nostro secolo il 
Cantù (2) fece sua la sentenza del Maffei, e tentò di 
ridurre a niente 1' elemento nordico. Il Bartoli (3) 



(1) Verona, 1732. 

(2) Origini tirila lingua italiana in Stor, Univ., tom. \ cap. 28, 
Torino 1887. 

('A) I primi due secoli della Letteratura Italiana, p. 20. 



ÌNTKODUZIONK. 



crede che appena 110 vocaboli italiani siano d'ori- 
gine germanica. Ora questo è un errore gravissime? 
smentito recisamente dalla statistica ; e fa maraviglia 
che i due ultimi scrittori abbiano potuto sostenerlo 
dopo gli studi del Du-Meril, del Fauriel, del Fuchs 
e sopratutto del Diez. Già il Muratori nella Disseri. 32" 
delle Anliq. Mal. (1) osservò acutamente contro al 
Malì'ei che se gli altri avevano peccato nel dare troppa 
importanza all' elemento germanico, egli aveva errato 
nel senso opposto col volerlo troppo attenuare, e notò 
che se si fossero conosciuti pienamente i dialetti delle 
province italiane, e massime di quelle dell' Italia 
settentrionale, F influsso germanico apparirebbe molto 
notevole, benché anche nella lingua scritta sia già 
cosa non trascurabile. E mettendo mano alle prove, 
il Muratori nella Dissert. 33 a rilevò che un certo nu- 
mero di voci dialettali del Modenese sono d'evidente 
origine germanica. Questa opinione del padre della 
storia italiana, grande adunque pel suo tempo anche 
nel campo delle ricerche linguistiche, è poi stata mi- 
rabilmente confermata in appresso dagli studi del 
Biondelli, del Mussafla, del Rosa, del Pozzo, del Caix e 
dell'Ascoli; e apparirà anche più giusta quando si pos- 
sederà interamente la lessicografia dei dialetti dell'Alta 
Italia. È certo che F elemento germanico non ha nel 
F italiano F estensione e F importanza che ha nel fran- 
cese, chiamato dal Burguy la più tedesca delle lingue 
neolatine ; nondimeno v' ha una parte notevole lin- 
guisticamente e storicamente. Ma laddove F elemento 
germanico nel francese è stato oggetto di studi nu- 



li) Milano, 1739. 



INTRODUZIONE. 



merosi in Germania e in Francia (1), nell' italiano 
finora non conta una trattazione speciale. É ben vero 
che il francese Luigi Delatre nel 1871 pubblicò a Fi- 
renze un catalogo di voci italiane derivate dal tede- 
sco ; ma è cosa troppo arida e scarna e non di rado 
errata, e ad ogni modo inadeguata all' importanza del 
soggetto. Difatti il Delatre discorre di etimologia 
ancora ad orecchio, e, per tacer d'altro, mostra di 
ignorare 1' esistenza dei lavori del Diez (2), del Lit- 
tré (3) e dello Scheler (4), che pure erano già usciti 



(1) Eccone una lista, forse incompiuta: 

Scheler, Essai sur V élément germanique du dictionnaire 
fra n rais, Bruxelles 1844. 

Du-Meru., De V influence des Langues Germaniques nel libro 
Fovmation de la langue francaise. 

Schacht, De elementis germanicis potissimum linguae franco- 
gallicele, Berlin 1859. 

Sachs, Encyclop. Worterbuch <!<■,■ franz. und deuts. Sprache, 
Berlin. 

SrHULTZE, Die gerrnanischen Elemente der franzósischen Spra- 
che, Berlin 1876. 

Ei.hers, Geschichtliche Entwichelung der franzósischen l 
che, Hanau 1S77. 

Hottenrot, Die Elemente <i< rmanische der franzósischen 
ìiarh sa<-l\Lich")t Kiitei/nrien nel Jahresbericht ùber Realschule, 
Kòln 1X70. 

Neumann, Die gerrnanischen Elemente in Provenzalischem fini 
Frinì ;.nsiseh,e,,t, lS7(i. 

Schweisthal, Sur le róle de V élément frane dans lefrat 
Paris 1883. 

Mackel, Die gerrnanischen Elemente in di r franzósischen wnd 
provenzalischen Sprache, Heilbron 1888. 

\\ w i i.matii. Die frànkischen Elerm nU in d> r franzósischen 
Sprache, Paderborn 1885. 

(2) Etymologisches Worterbuch der roman. Sprachen, Bona 1853. 

(3) Dictionnaire tir In lumini francaise, lsu'i-72. 

(!) Dictionnaire d' étymologù francaise, 1861, 1. édit. 



INTRODUZIONE. 



in luce. Ma d'altra parte era ovvio che gli ultimi 
due, che s' occupavano di filologia ed etimologia fran- 
cese, trattassero delle parole italiane d' origine ger- 
manica solo per incidenza ; e quanto al Diez, egli noi 
poteva fare coli' ampiezza richiesta dall' argomento, 
non essendo questo il suo scopo primario. Certo il 
Diez ha gittato tale saldo fondamento per l' etimologia 
romanza anche in quella parte che ha le sue fonti 
nel germanico, che chiunque voglia occuparsene deve 
necessariamente prendere le mosse da lui. Ma dopo 
la sua morte gli studi filologici ed etimologici hanno 
fatto progressi non pochi ne piccoli, massime nel 
campo della dialettologia, e i risultati ottenuti hanno 
messo ancora più in luce l' influsso degF idiomi ger- 
manici sui dialetti neolatini. Ora il trattare espres- 
samente dell' elemento germanico nell' italiano, racco- 
gliere, coordinare e porre come in un quadro i vocaboli 
che gli spettano non solo della lingua scritta, ma, 
per quanto è possibile, anche dei dialetti, illustrarli 
storicamente e comparativamente, esporre e discutere 
le quistioni che vi si connettono, m' è parso un ten- 
tativo importante per se stesso, ed utile altresi come 
preparazione ad ulteriori studi sulla parte fonetica 
che dà noi mancano ancora del tutto. 

Se non che oltre alla indicazione della etimologia 
certa o probabile, parecchi altri punti assai gravi ci 
sono in questa materia non toccati fin qui da nes- 
suno o solo fuggevolmente. 11 primo è quello del 
tempo in cui il vocabolo germanico entrò nel campo 
neolatino e nel caso nostro nell' italiano. È ammesso 
da quasi tutti che la massa delle voci germaniche 
che fanno parte della nostra lingua ci vennero per 



INTRODUZIONE. 



mezzo dei Longobardi (1), e quindi dalla fine del V 
secolo a quella del VI; ma è anche indubitato che 
un numera considerevole non appartiene a queir e- 
poca. Un gruppo, certamente non grande, era pene- 
trato qualche tempo prima, sia durante V Impero 
Romano, sia durante il dominio dei primi invasori. 
Finito il periodo delle emigrazioni, due altri nuclei 
notevoli ci si fanno innanzi: quello venuto nel tardo 
medio-evo che corrisponde pressappoco all' epoca del 
medio alto tedesco, e quello entrato nell' evo moderno, 
corrispondente esso pure ad una fase della lingua 
tedesca, cioè al nuovo alto tedesco. Lo stabilire, al- 
meno approssimativamente, il tempo della introdu- 
zione del vocabolo è stato uno degli obbiettivi pro- 
postimi nel mio lavoro. Ho dunque procurato di 
determinare, per quanto m' era possibile, se esso 
debba riferirsi al periodo anteriore alle invasioni 
(1° sec-400), se a quello delle invasioni (400-700), 
a quello dell'antico alto tedesco (600-1100), del medio 
alto tedesco (1100-1500), o del tedesco moderno (1500- 
1900). Per le voci di quest' ultimo la cosa è piuttosto 
facile, e generalmente non torna difficile neppure per 
quelle del medio alto tedesco: difficilissima all'in- 
contro riesce per quelle di data anteriore al 1000. 
Perciò se per le età successive è non di rado pos- 
sibile lissare anche il secolo, per le precedenti bi- 
sogna contentarsi di delimitazioni più larghe e più 
vaghe. 

(1) « Ohne Zweifel sind die italianische Worte germaniscken 
Ursprungs in ihrer Mehrzahl Langobardischen Ursprungs ». Cari 
Mbyer, Sprache und Sprachdenkmàler der Langobarden, Pader- 
born 1877, p. lì. 



1NTKODUZ10NK. 



Altro punto non meno importante del tempo e 
con esso strettamente connettentesi, è la determina- 
zione del popolo germanico e quindi del dialetto da 
cui la parola procedette immediatamente. Il Kluge 
in un suo dotto articolo (1) asserisce riuscire difficile 
e spesso impossibile il potere attribuire con certezza 
l'importazione di un vocabolo germanico a questo od 
a quel popolo invasore, il riferirlo a questo o a quel 
dialetto, sia per la scarsezza o mancanza di docu- 
menti scritti presso quei popoli, sia per la poca dif- 
ferenza fra i dialetti quando non era ancora avvenuta 
o era avvenuta da poco la seconda Lautverscliiebung 
cioè la differenziazione consonantica del germanico, 
sia Analmente per la facilità con cui una stessa voce 
poteva passare dall' una all' altra di quelle genti. 
Nonostante questa difficoltà, che è certamente grave, 
io spero d' avere portato un po' di luce anche in 
questa parte, sopratutto per ciò che risguarda i gruppi 
di parole provenienti dal medio e dal nuovo alto 
tedesco; e il mio Prospetto in line del volume, che 
è il primo tentativo del genere, potrà essere giudi- 
cato incompiuto ed in qualche caso speciale anche 
discutibile, ma complessivamente credo che sia con- 
forme a verità. E per scendere un po' ai particolari e 
mostrare quale criterio mi abbia servito di guida in 
questo punto, per me è evidente che le parole germa- 
niche entrate già nel latino sotto l' Impero e anterior- 
mente alle invasioni, erano state introdotte per lo più 
dai soldati germani arrolati nelle legioni romane. Co- 



li) Romanen und Germanen in ihren Wechselbe:-ielm>ìf/e)>, nel 
Grundriss d. roman. Philol. del Gròber, I, 383 sgg. 



INTRODUZIONE. 



minciata intorno al 400 quella che fu detta la Volker- 
wanderung o migrazione dei popoli, i Goti dominatori 
d'Italia dal 488 al 553, dovettero necessariamente 
lasciare qualche traccia anche nella nostra lingua; e 
il carattere fonetico di certe parole italiane (ad es. 
banda, scaglia, tregua ecc. ), perfettamente uguale 
alla forma eh' esse presentavano nell' idioma di quel- 
l' antichissimo fra i popoli germanici, congiunto ad 
alcune circostanze storiche e locali, mette fuori ili 
dubbio la provenienza di esse parole dagli Ostrogoti. 
Ecco dunque due primi gruppi diversi: quello del 
germanico primitivo (1) e quello del gotico. Verso 
il 600 avviene la Lautverschiebung che divide il ger- 
manico in due rami o dialetti principali alto e basso 
tedesco. Tutti e due influiscono sull'italiano; ma il 
primo in proporzioni di gran lunga maggiori e quasi 
sempre direttamente; laddove 1' altro quasi sempre 
indirettamente, cioè col mezzo nel più dei casi della 
Francia e della sua lingua e solo più tardi. Alla si- 
gnoria dei Goti segui poco appresso la invasione e 
dominazione dei Longobardi, al cui itili asso, comic 
già s' è detto, va attribuita l' importazione del grosso 
dei vocaboli germanici della lingua e quello puj 
anche de' dialetti dell'Italia settentrionale. In conse- 
guenza questo gruppo maestro spetta al ramo de - 
l'antico alto tedesco, da cui il dialetto longobardo 
differisce ben poco. Abbattuto il dominio di quel po- 
polo, i susseguenti padroni d'Italia. Franchi, Boiv"- 
gnoni e Tedeschi, e più il crescente commercio 
intellettuale e materiale stabilitosi specialmente per 



(1) Cosi chiamavasi il germanico prima della l.<mir< rschù l 



INTROUCZIONE. 



opera della Chiesa fra 1' Italia e i paesi d' oltre Alpi, 
contribuiscono anch' essi a fare si che non cessi l' in- 
troduzione di nuovi elementi germanici. Quindi fra 
il secolo 8° e l'll° abbiamo alcuni termini dovuti 
ai Franchi (i più legali e feudali), ed altri al tardo 
antico alto tedesco (800-1100). Giunti verso il 1000 
la cosa si complica ancora maggiormente. Da una 
parte il ramo dell' alto tedesco nel suo stadio detto 
medio (1100-1500) continua a influire qualche poco, 
massime negli ultimi secoli, e ci fornisce parecchi 
nomi relativi generalmente a cose di guerra; e il 
medesimo ramo nel suo ultimo stadio detto nuovo o 
'moderno (1500-1900) somministra un altro gruppo 
di termini riferentisi comunemente alla mineralogia. 
Dall'altro canto anche il basso tedesco comincia a 
spiegare la sua efficacia prima mediatamente, e poi 
immediatamente. Ora non sono più solo i popoli pret- 
tamente tedeschi che introducono parole germaniche, 
ma anche nazioni che le avevano anch'esse attinte al 
di là, ed ora le trasmettono a noi dopo averle elaborate 
e trasformate secondo il carattere fonico di loro lingua. 
Prima e superiore a tutte la Francia, che per la sua 
posizione e vicinanza era stata più profondamente per- 
vasa di germanismo. La Francia, oltre alle invasioni 
barbariche, aveva avuto un po'più tardi l'invasione e 
occupazione d' un popolo settentrionale, i Normanni, 
che dal 900 al 1100 le imposero tutta una serie di 
voci scandinave e anglosassoni relative quasi sempre 
alla marineria ed alla navigazione. Ora non poche di 
queste voci la Francia le comunica alle lingue so- 
relle insieme con vocaboli ricevuti ab antico o di 
-recente da altri dialetti germanici, e massime dal 



INTRODUZIONE. 



basso tedesco. L'epoca di questo travasamento fran- 
cese corre a un dipresso dal 1100 al 1300, quando 
appunto la Francia esercitò una notevole influenza 
politica e letteraria sull' Italia colle due lingue d' oil 
e d' oc. Tale passaggio di voci germaniche pel tra- 
mite francese continuò, benché meno intensamente e 
sensibilmente, anche più tardi, e riprese nuovo vigore 
nel secolo 17° quando la Francia acquista la pre- 
ponderanza politica in Europa, e la sua lingua diventa 
universale. Ma questa volta, oltre a voci normanne 
e anglosassoni, essa ne trasmette anche di quelle 
tolte di fresco in prestito dal tm., e dai diversi dia- 
letti del basso tedesco. Se non che nel corso dei se- 
coli 16', 17° e 18° questi ultimi dialetti, segnatamente 
quelli de' Paesi Bassi, agiscono talvolta anche diret- 
tamente, e qui la quistione si fa intricatissima; poiché 
a cagione dell' incrociamento di lingue e dialetti 
basso-tedeschi da una parte, lingue e dialetti neola- 
tini dall' altra, spesso non è possibile seguire il cam- 
mino percorso da certi vocaboli venuti indubbiamente 
da fonte germanica, e giungere a conchiusioni sicure. 
Ad ogni modo è certo che accanto ai gruppi già in- 
dicati del germanico primitivo, del gotico, franco, 
dei tre stadii dell'alto tedesco, abbiamo il basso te- 
desco colle sue divisioni di normanno, anglosassone, 
olandese, fiammingo che entrarono il più delle volte 
mediante il francese nelle sue tre età. Sarebbe in 
verità desiderabile il potere chiarire perfettamente 
questo punto intralciatissimo ; ma intanto a me pari 1 
bene il fare, se non altro, un primo tentativo. 

Per la distinzione fra i vocaboli dell'alto e basso 
tedesco, oltre ai caratteri fonetici proprii dei due 



INTRODUZIONE. 



rami, ci può servire di criterio per attribuire una pa- 
rola al basso tedesco Y essere essa un termine nautico 
e la sua tarda comparsa; essendo noto che l'alto 
tedesco, per essere parlato da popoli continentali, non 
die, salvo casi rari, termini marinareschi alle lingue 
neolatine. Inoltre osserva il Waltemath che conoscendo 
l'antico alto tedesco solo verbi uscenti in àn én òn 
e nessuno in jan tranne quelli in rian, quando tro- 
veremo verbi romanzi in ire non potremo riferirli 
ad esso; ma ad un altro dialetto antico, per es. go- 
tico o franco. I vocaboli germanici usati nel latino 
medioevale anche in Italia ma non penetrati in ita- 
liano e quelli dei dialetti, evidentemente sono d'in- 
troduzione antichissima, e spettano senza dubbio al 
longobardo e quindi all' antico tedesco. Da quello che 
s' è detto sin qui e più da quello che si dirà nel 
corso dell' opera, credo risulterà evidente che V ele- 
mento germanico tra quello venuto direttamente e 
quello introdottosi di seconda mano, è qualche cosa 
di più che 20 vocaboli come voleva il Maffei o 140 
come asserisce il Bartoli. 

Quanto si è al metodo generale tenuto nella trat- 
tazione d'ogni singolo articolo, il partire dalla defi- 
nizione del vocabolo m' è parso base necessaria per 
giudicare a colpo d'occhio della uguaglianza e di- 
vergenza logica che corre fra esso e il suo originale 
germanico. Dopo di ciò ho messo fra parentesi quegli 
autori italiani che furono, per quanto si sa, i primi 
ad usarlo; e questo dietro la scorta dei più accre- 
ditati vocabolari italiani, la Crusca, il Tramater, il 
Tommaseo. A questo modo si ha subito un primo 
lume circa il tempo della introduzione della voce 



INTRODUZIONE. 



germanica. Vero è che se un tale criterio spesso vale 
assai per le parole entrate nel tardo medio evo e 
nell' evo moderno, serve a poco o nulla per quelle 
di data più antica, che, penetrate all' epoca delle 
emigrazioni, si trovavano già da parecchi secoli nella 
lingua parlata. Tuttavia dal confronto del tempo della 
loro comparsa in italiano con quello della comparsa 
che fanno nelle lingue sorelle si può talvolta deci- 
dere se esse provengano direttamente dal germanico 
ovvero riproducano immediatamente qualche lingua 
neolatina. Vengono quindi le forme che il nome as- 
sunse nelle lingue o dialetti romanzi, e si nota, quando 
occorre, se esso sia esclusivamente proprio dell'ita- 
liano. Infine si pone il tema germanico donde esso 
procedette colle forme che in quel campo presenta 
nei diversi tempi e dialetti, valendomi a questo effetto 
specialmente delle opere preziose dello Schade, del 
Kluge e del Mackel. Né mi è sembrato fuor d' opera 
il risalire, quand' era possibile, alla lingua madre 
indo - europea, e di là ridiscendendo vedere quale 
atteggiamento e configurazione il vocabolo abbia 
preso negli altri idiomi indo - germanici, segnata- 
mente nel greco e nel latino: molto più che talora 
è accaduto che entrasse fra noi un vocabolo germa- 
nico la cui radice noi già possedevamo nella modi- 
ficazione ed erborazione richiesta dal ramo greco- 
latino e con equivalenza di significato; e tale è, a 
ragion d'esempio, il caso delle voci germaniche bara, 
giardino, zanna messe a riscontro con le greco- la- 
tine feretro, orlo, dente. Anche più importante era 
l'accennare (quando la parola risale, come avviene 
il più delle volte, al medio-evo aulico) la sua forma 



INTRODUZIONE. 



bassolatina e l'epoca della comparsa di questa, oc- 
correndo sovente di stabilire se il bassolatino è stato 
la base della voce romanza, ovvero se su di essa è 
stato ricalcato e foggiato: nel che di aiuto e lume 
grandissimo sarà sempre il Glossario incomparabile 
del Ducange, colle aggiunte fattevi nelP edizione di 
Parigi 1840-50. 

In un libro di questa natura, e che è il primo 
nel suo genere, s' incontreranno certamente mende 
e difetti : nondimeno e di questi e delle sviste tipo- 
grafiche incorse qua e là pel fatale abbarbaglio di 
chi corregge la roba propria, stimo quasi superfluo 
chiedere venia, non pretendendo io d' avere fatto 
un' opera perfetta in argomento irto di tante difficoltà. 

Bensi reputo doveroso il mandare un ringrazia- 
mento all' Astolfi ed agli altri addetti alla Biblioteca 
Estense, della cui opera mi sono molto giovato nei 
tre e più anni che ho atteso a questo lavoro. 

Montese, 20 dicembre 1900. 

D. Enrico Zaccaria. 



OPERE 

MESSE A PEOFITTO CITATE IN QUESTO LAVORO 

(Un esponente apposto al cognome d'un autore indica l'edizione) 



Ascoli, Archivio glottologico italiano, Roma 1872 sgg. 

Benecke, Beitràge zur Kenntniss der altdeutsclien Sprache, Gòttingen 

1832. 
Benfey, Griechisches Wurzellexicon, Berlin 1839-42. 
Bionoelli, Dialetti gallo-italici, Milano 1853. 

Bopi >; , Glossarium comparativum linguae sanscritae, Berlin 1807. 
Bosworth, A compendious anglo-saxon and english dictionnary, Lon- 
don 1869. 
Brauxe uncl Paul, Beitràge zur Geschichte d. deutschen Sprache. 
Caix, Studi di etimologia italiana e romanza, Firenze 1878. 
Corssen", Aussprache Volcalismus und Betonung der lateinischen Sj 

c/te, Leipzig 1868. 
Curtius^, Grundz'dge der griechiscìien Etimologie, Leipzig 1 
De Mattio' 7 , Origine ed elementi della lingua itali aia, Innsbruek 

1878. 
Diefknkac'H, V ergleichendes WSrttrbuch <ler gothischen Sprache 

Frankfurth 1846. 
Diefeniìach und Wùlckbk, lloc-und niederdeulsches WSrterbuch der 

mittleren und neueren Zeit, Basel lb85. 
Diez' ! , Etymolotjisches WSrterbuch der romanischen Sprachen, Bonn 

1870. 
— ; Grammatik der romanischen Sprachen, Bonn 1870-72. 
Ducange, Glossariu7ìi medine et intuirne latinità tt8, Parìsiìs 1840-50, 
Egilsson, Lexicon antìquae linguae septentrionalis, Efafniae ! 
Faulmann, Etiimologisches WSrterbuch der deutschen Sprache, Hallo 

1893. 



OPERE [JSATK (• CITATK IX QUESTO I.AVOHO. 



Fick-, Vergleichendes Worterbuch der idg. Sprachen, Góttingcn 1869. 

Fòrstemann', Alkleutsches Namenbuch, Nordhausen 1856. 

Frikdmann, La lingua gotica, Milano 1896. 

Frisch, Teutsch-Lateinisches Worterbuch, Berlin 1741. 

Galvani, Glossario Modenese, Modena 1868. 

Grafi-', Althocdeutscher Sprachschatz, Berlin 1842. 

Grandgagnage, Dictionnaire étjjmologique de la langue vallonne, Liége 

1847. 
Grein, Bibliothek der Angelsachsischen Poesie, Gòttingen 1857. 
Grimm, Geschichle der deutschen Sprache, Leipzig 1848. 

— , Deutsche Grammatik, Gòttingen 1840. 

— , Deutsche Mylhologie, Gòttingen 1844. 

— , Neuhocdeutsches Worterbuch, Leipzig dal 1852. 

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Zeitschrift f tir romanische Fhilologie del Grober, Halle 1S76 sgg. 



ABBREVIAZIONI 



a. = antico 

m. = medio 

n. = nuovo 

aat. = antico alto tedesco 

abfr. = antico basso franco 

afr. = antico francese 

ags. = anglo sassone 

annon. = dialetto d'Hainault 

anrd. = antico nordico 

as. = antico sassone 

at. = alto tedesco 

bav. = bavarese 

berg. = bergamasco 

berrig. = del Berry 

bl. =: basso latino 

borg. = borgognone 

brett. = brettone 

bt. == basso tedesco 

cat. = catalano 

celt. = celtico 

cimb. = cimbrico 

com. comas. = comasco 

dan. = danese 

fìamm. = fiammingo 

fr. = francese 

fris. = frisone 

gael. — gaelico 

ger. = germanico 

got. = gotico 

gr. = greco 

idg. = indogermanico 

ind. = indiano 

indeu. = indoeuropeo 

ing. = inglese 

irl. := irlandese 

isl. = islandese 

it. = italiano 

1. = latino 



lad. = ladino 

lett. = lettonico 

limos. = limosino 

lit. = lituanico 

lomb. = lombardo 

lor. = lorenese 

mat. = medio alto tedesco 

mil. = milanese 

nap, = napoletano 

nd. — nordico 

neol. = neolatino 

neolog. = neologismo 

norm. r= normanno 

ol. = olandese 

pers. = persiano 

pie. = picardo 

piem. = piemontese 

poi. = polacco 

port. ~ portoghese 

prov. = provenzale 

pruss. = prussiano 

ren. = renano 

rom. ;= romanzo 

russ. = russo 

sard. = sardo 

si. = slavo 

sp. =: spagnuolo 

sv. = svedese 

svev. = svevo 

svizz. — svizzero 

ted. tm. = tedesco moderno 

tose. = toscano 

valac. = valacco 

vali. = vallone 

ven. = veneto 

vlt. = volgare latino 

zend. = zendo. 



Un * premesso ad una parola significa ch'essa è supposta, ma 
non documentata. 

Altre abbreviature comuni non abbisognano di spiegazione. 



ABBANDONO. 



A 



Abbandono, il lasciar del tutto e per sempre (Guid. 
Giudice, Dante ). Bisp. : prov. fr. cibandoti, sp. abandono 
d' ug. sig. Questo nome non è direttamente derivato dal 
ger., ma con ing. a bdndon è riproduzione di fr. prov. abandon 
formatosi in quel campo da a bandon, il quale fr. prov. 
bandon valeva " permesso, decreto ". Il Littré osserva che 
bandon equivalendo a bl. bandonum, dan. ban., t. bannen 
ordine prescrizione, la serie dei sensi è questa: mettere 
a bandon è mettere al permesso, all' autorità ; quindi rimet- 
tere -cedere -confidare -lasciare andare, e infine lasciare del 
tutto. Circa 1' orig. ger. prima di bandon, rispondente a bl. 
bandum, v. Bando. Bl. abbandonimi abbandonare ricorre 
spesso in Francia a cominciare dal principio del sec. 11°. 
Der. : abbando-nare-namento. 

Addobbare, ornare abbigliare, specialmente tem- 
pli case e cavalli (Fra Giord. ). Risp.: afr. adouber fr. ado- 
ber, a. sp. adobar, a. port. adnbar, prov. adobar apparec- 
chiare, vali, douber battere colpire. Riposa su ags. dubban, 
anrd. dubba dare colpi, battere, donde ing. to dub armare. 
Fu dapprima applicato a denotare « il colpo con cui si 
creavano i cavalieri ", come scorgesi dell' ags. dubban to 
riddere u batter per far cavaliere ", frase che ricorre sin 
dal 1085, ed a cui risponde afr. addubbcr à chevalier. Di 

1 



.MOZZARE. 



qui era facile il passaggio al senso di " apparecchio per 
la solennità annessa alla cerimonia ", e poi in generale a 
quello di " apparecchio, ornamento ", o come si esprime 
il Diez qui s' ebbe la transizione seguente : mettere le mani 
addosso-accomodare-equipaggiare. Il vali, è il solo dialetto 
che conservi tuttavia il signif. primitivissimo di " battere " : 
l'ing. to dub il mediano di "armare un cavaliere". Pro- 
babilmente questo vb. a noi venne mediante il fr., che 
l'avea preso direttamente dall' ags., premessavi Va. Di 
fatti in Italia comparve assai più tardi che in Francia, e 
poi solo coli' ultimo dei signif. Bl. adobare ricorre primie- 
ramente negli Stat. di Marsiglia all' ann. 1253, ed è ripro- 
duzione dell' afr. documentato sin dal sec. 11° in Raoul 
che ha la frase se douber armarsi, e adouber richement 
abbigliare sontuosamente. Anche in Francia però il ceppo 
ger. entrò non prima del sec. 9°, e il Mackel ascrive que- 
sto vb. al suo 2° gruppo. Dei*.: addobb - amento - atore- o ; 
raddobbare. 

Afro, acre, aspro, acerbo, forte ( Creso., M. Aldob., 
Lib. Cur. Mal.). Risp.: fr. affreux spaventoso terribile da 
fr. affre spavento orrore, svoltosi da afr. afre d' ug. sig., 
e inoltre piem. afr di signif. uguale al fr. Base comune: 
una voce ger. che die ags. afor, aat. aibar eiver eifir, 
abfr. aibhor aibher amaro. È chiaro che l'it. s'attiene più 
strettamente del fr. e del piem. al ger. Evidentemente il 
fr, deve risalire al ramo abfr. Nel bl. non ricorre ; e poiché 
in it. non è anteriore al sec. 16* e in fr. al 15", è lecito 
supporre che q. vocab. sia entrato nel campo rom. solo 
nel medio-evo avanzato. Der. : afrezza, afrore. 

Agazzare, eccitare, irritare (Monosini). Paralleli: 
fr. agacer d' ug. sig. Riflette ger. hazzan, venuto da * ha- 
tian, che produsse aat. hezzen mat. tm. hetzen eccitare, a 
cui sono forse connessi tm. Hass odio, hitzen riscaldare. 
La prefissione della particella rom, a contribuì alla con- 
servazione ed all' indurimento dell' aspir. h in g. Secondo 



AGGUEFFARE — AGH1R0NE. 



il Mackel è certa l'orig. diretta dell' it. dal longob. * hazzan. 
Il fr. agacer in senso di " allegare i denti " ormai si crede 
dai più che non sia lo stesso vb. che agacer "irritare", 
molto più che presenta talora il signif. di " gridare come 
una gazza ". Il Diez ha però tentato di rimenarlo ad* un 
radicale ger. 

Aggueffare, aggiungere (Dante, Jn/. 23). 11 Buti 
spiegando l' aggueffare usato dall'Alighieri nel luogo ci- 
tato commenta cosi : « Aggueffa cioè aggiunge : aggueffare 
è filo a filo aggiungere, come si fa ponendo lo filo dal 
gomito alla mano innaspando coli' aspo ». Propriamente 
aggueffare vale adunque " sovratessere " ; e gli risponde 
ideologicamente 1. adtexere, e t. anweben aggiungere tes- 
sendo. Provenne da aat. wifan donde mat. tm. toeifen tes- 
sere, ing. weft, da rad. ger. wip girare [got. weipan inco- 
ronare]. Credo poi che aggueffare direttamente sia derivato 
non da vb. ger. wifan, bensì da vb. bl. wiffare guiffare, 
benché si attenesse al significato primitivo del vb. ger. e 
non a quello che gli diedero i Longobardi. V. Guiffa e 
Guiffare. 

Agllirone airone, uccello che usa nei luoghi 
acquosi, nobile per la sua caccia e le sue penne nere ( Cre- 
scer z.; Cene della Chitarra). Con prov. aigron, cat. agro, 
sp. airon, afr. hairon, fr. he'ron, prov. aigron, ginev. aigron, 
berrig. aigueron aigron d'ug. sig., ed inoltre fr. aigrette 
aironcello, ha per base aat. * heigiro. Forme ger. documen- 
tate sono: aat. haigir heiger, mat. fìam. heiger, sv. haeger. 
Accanto ad esse troviamo: aat. * rejar * reijar donde mat. 
reiger e tm. Reiger Reiher d'ug. sig.; di più as. hrejera, 
ol. reiger, ags. hrdgra. L'ags. offre hygera, anrd. hégri heri. 
Il bl. hairo ricorre in Mirac. S. Helen. toin. 3, Aug. p. 'il!', 
poi in molti docum. frane, del sec. 16°; airo invece si 
trova già in Federico II (+ 1250) nel De Venat. È molto 
dubbio se 1. ardea e gr. sprofi'iò? d'ug. sig. siano origiiui- 
riamente affini a ger. * heigiro. Der. : aironcello- 



Agio asio, comodo, opportunità, occasione ( No- 
vellino, Guittone, Dante ). Risp. : afr. aaise, fr. aise, donde 
ing. ease [forme dial. borg. ase, fr. cont. aze, bressan. < : so, 
vali. àhe, namur. atije\ prov. ais aise, cat. ai.se, port. azo. 
A questo nome molto dibattuto il Diez seguendo Iunius, 
Schilter e Castiglione assegna per base la rad. ger. azi, 
che scorgesi in got. azeti opportunità, azets facile, comodo, 
osi facile, ags. àdhe, eadhe facile, as. òhdi. Il Mackel ritiene 
anch' egli che l' etim. ger sia la più verosimile fra le molte 
proposte, tanto più che l'afr. presenta vb. aaisier e il prov. 
aisar. Questi non avendo potuto svolgersi da sost. aise che 
avrebbe in ogni caso prodotto aiser, il nome è adunque 
derivato da essi. Ora i detti vb. si spiegano bene presup- 
ponendo un bl. * adatiare da * asatia, nome che dovea stare 
a base di got. azeti, ger. occid. azati secondo il Kremer. 
Anche il Littré propende per una tale derivazione; però 
visto che gael. presenta athais adhais facile, corn. aizia, 
basso -brett. éaz ez ì non esclude che la rad. adh az ais, 
fosse comune al ger. ed al celtico, e che il nome rom. si 
possa ascrivere anche al celtico, come è avvenuto in pa- 
recchi altri casi. Certamente fra le lingue neol. quella ove 
prima (sec. 12°) si mostrò e si sviluppò il vocab. in qui- 
stione è la francese, e forse da essa si propagò a tutte le 
altre. Nel Ducange sono registrate le innumerevoli forme 
bl. che in Francia il nome coi suoi derivati assunse, e i 
loro molteplici sensi. Basti accennare aisia a : samentum 
aisiamentum aisimentum aisantia aisentia eisiamentum esentia. 
In Italia pure ne ricorrono alcune, ma assai più di rado 
e più tardi. Tanno pure la loro comparsa in Inghil- 
terra e in Iscozia. Ora queste circostanze storico-locali ac- 
cennano evidentemente ad origine nordica ; ed escludono 
la deriv. dal 1. ansa appiglio, tentata dal Bugge, e molto 
più quella dal gr. al~:o^ propizio, proposta già dal Perion. 
Der. : agia-mento-tezza-to ; ada-giare-gio. Disagio. 



ALABARDA — AI.RERP.O. 



Alabarda labarda, arme in asta col ferro a 
foggia di scure (Machiavelli, Varchi, Speroni). Risp. : 
fr. hallebarde (sin dal 1448) sp. port. prov. alabarda, lad. 
halumbard. Venne senza dubbio da mat. helmbarte helnbarte 
helbarte d' ug. sig., da cui tra. Hellebarte, ing. halber<ì. Il 
tentativo di 0. Weise e del Mackel di cavarlo dall' arab. 
el arbet d'ug. sig., è assurdo non solo per la forma che 
non si presta, ma per la circostanza storica che il nome 
compare in Francia e in Italia solo alla fine del sec. 15°, 
il che sarebbe da sé solo sufficiente a mettere in dubbio 
l'origine araba, e molto più per l'esplicita testimonianza 
del G-iovio, il quale nel lib. II delle sue Storie paidando 
di un' arma che portavano i soldati svizzeri e tedeschi al 
servizio di Carlo Vili aggiunge espressamente « quae eorum 
lingua alabarda appellatur ». Dunque è assurdo pensare 
ed altre etimologie. Quanto a mat. helmbarte, il Cluverius 
lo traeva da halle palazzo e barte scure, sicché avrebbe 
significato " scure palatina ". Ma ormai questa spiegazione 
è abbandonata; e il nome si riguarda come un composto di 
cui il secondo elemento barte vale "scure"; la prima 
parte può considerarsi o come affievolimento di halm " fusto 
manico ", ovvero come helm elmo. Nel primo caso il com- 
posto varrebbe "scure con manico"; nel secondo "scure 
da trapassare l'elmo". Foneticamente è più verosimile la 
seconda ipotesi, ideologicamente la prima. Ma i molti com- 
posti con helm elmo, che ci presentano 1' aat. e il mat. (v. 
Schade p. 387 ), mi fanno dare la preferenza alla seconda. 
Bl. alabarda compare solo nel Giovio, sec. 16°. La frase 
it. « poggiar l'alabarda » in senso di "mangiar a ufo", 
riposa sull' usanza de' soldati tedeschi di mettersi nelle 
case altrui a gozzovigliare senza pagare, ed è un altro ar- 
gomento per 1' orig. ger. Der.: alabar-ilata-diere. 

Albergo, casa che per denari riceve e alloggia fo- 
restieri (Novellino, Fra Jacop. ; M. Polo Mil.). Con afr. 
herber/fe berbere Herbert helberc alberge auberge campo 



militare, alloggio, fr. héberge auberge alloggio, osteria, 
prov. alberga alberge albero, sp. albergo osteria, alloggio, 
procedette da ger. * haribè'rg, aat. heribèrc " campo mili- 
tare ", poi anche "attendamento, ospizio". Di là mat. her- 
berge, " ricetto per l' esercito ", e più spesso " casa da per- 
nottarvi ", e tm. Herberge osteria, albergo. Altre forme ger. 
sono: anrd. heriberga accampamento, nd. herberge ospizio, 
camera: ags. herebeorga accampamento, donde, a. ing. her- 
berowe harbrough herber, ing. harbour albergo, dimora, 
porto, ol. herbergi fris. dan. herberge d' ug. sig. Il nome 
ger. è un composto risultante da heer e-ercito, e bergeri 
coprire, proteggere: quindi vale etimologicamente "luogo 
che copre l'esercito ". La forma it. evidentemente si svolse 
da hariberg la cui r si mutò in l per dissimilazione. Al- 
l'incontro afr. herberge risale ad abfr. heriberga, mentre 
afr. * arberge, * alberge, fr. auberge, prov. alberga, alberc, 
arbergar, albergar come l'it. hanno per base diretta ger. 
heriberga. Però i vb. it. albergare, prov. arbergar, albergar 
afr. albergier herhergier fr. hérbergier possono secondo il 
Mackel essersi svolti dal sost. rom., ovvero avere ripro- 
dotto immediatamente il vb. ger. heribergón. Ad ogni modo 
l' imprestito è molto antico, e dovuto all' influenza dei co- 
stumi militari dei Germani invasori. Il D'Arbois de In- 
bainville Rom. I, 140 stabilisce questa serie di forme pel 
nome ger. in se: charioberga, chariberga, heriberga, arberga. 
Il eh franco all'epoca merovigia è l'equivalente dell' h 
delle altre lingue ger., e perciò non essendo esso stato 
conservato neppure dal francese, vuol dire che alberga del 
pari che arban fu preso solo al tempo dei Cai'lovingi, 
quando il eh ger. avea perduto già il suo valore di guttu- 
rale, e forse i Franchi furono il veicolo per la introdu- 
zione del nome in tutto il campo neol. E difatti in Francia 
ebbe esso la maggiore diffusione, attestata anche dalla mol- 
teplicità delle forme che ivi presenta, senza contare che 
nell' afr. il nome conserva anche il signif. originale di 



ALDIO — ALLA 1 . 7 

'* accampamento ", che non riscontrasi punto nelle lingue 
sorelle. Il bl. rispecchia questa diffusione e molteplicità 
di forme nel territorio francese. Ivi troviamo adunque: 
keriberga-um, campo militare, stazione, dimora, herbergum 
herbergamentum - giamentum , hebergum , herbergaria - gerla , 
herberga, herbergare sin dal tempo di Carlo il Sem- 
plice -+- 914. In tutte queste forme vicinissime anche fo- 
neticamente al ger., abbiamo quasi sempre e puramente 
il significato materiale e primitivo. Le seguenti offrono un 
senso un po' alterato, cioè quello di " ius gisti et procura- 
tionis ", che è quanto dire "diritto d'alloggio e tratta- 
mento in casa del vassallo da parte del feudatario, ovvero 
di prestazione destinata a questo scopo ". Tali sono le 
forme alberc, alber-ga-gium-gia - geria - gaia- garia - gamentum. 
S'incontrano sin dal 1081 nei rescritti di Enrico IV di 
Germania, e dal 1111 in quelli di Luigi VI di Francia. 
Però in alcune di esse spunta già il senso generico di 
" ospizio ". Si vede adunque che questo nome rispetto al- 
l' Italia non è d'importazione antichissima, e che non è 
dovuto ai Longobardi, ma ai Franchi, che lo trapiantarono 
qui nei secoli 8° e 9°. Der. : alberg-are-atore-hetto -uccio. 

AldiO aldione, persona di mezza condizione tra 
servo e libero ( Borghini ). Questo termine storico ricor- 
rente solo nel bl. usato in Italia, è certo d' origine longo- 
barda, e difatti s' incontra spessissimo nelle loro leggi. Vedi 
Ducange. Quanto all' etim. pare indubitato che provenni 
da vb. ger. haldan, donde aat. Imitali, tm. halten tenere, 
custodire. Varrebbe adunque " mantenuto ". Trarlo da 1. 
altus, partic. di alo, è impossibile foneticamente, e non è 
verosimile per la cosa in sé stessa, trattandosi qui di una 
istituzione longobarda. 

_A.Ha', piazza e luogo ove si trattano le cose del 
pubblico, atrio (Villani 8, 64). E voce usata accidental- 
mente dal cronista fiorentino, e come termine locale, par- 
lando d'una sommossa avvenuta in Bruggia (Bruges) in 



AI.LAZZAKK. 



Fiandra, volgarizzando la voce oltremontana. Quindi ri- 
produce immediatamente afr. hale halle, donde fr. halle, 
a. sp. halle, mercato coperto, sala forte. Il vocabol. fr. ri- 
posava su ger. [ aat. as. j hallo, portico, sala con porta aperta 
sul fianco, donde mat. halle tru. Halle portico atrio. L'ags. 
è heal da cui ing. hall; l'anrd. hall, genit. hallar. Il Mackel 
trae le voci fr. direttamente da abfr. hallo, e le mette fra 
quelle del primo gruppo: quindi l'entrata sarebbe anti- 
chissima. Il bl. halle ricorre spesso in Francia nei sec. 12° 
e 13°. V. Ducange. 

Alla 2 aillia, misura inglese pari a sei braccia fio- 
rentine (Dante, Quad. Conti). Con prov. alna auna, afr. 
alne aulne Ir. aune, a. sp. aria, si svolse da ger. alina che 
produsse got. oleina, aat. elina elna, mat. elline ellen elne 
ehi eie elle, tm. Elle, anrd. oln, ags. eln ing. eli, ol. el elle 
d' ug. sig. Però il valore primitivo del ceppo ger. era 
quello di " avambraccio ", il quale signif. si conservò negli 
altri rami delle lingue indeu. ; giacché da idg. olena deri- 
varono anche gr. cóXévv], 1. ulna, a. ir. uile avambraccio ; e, 
secondo alcuni, vennero pure, benché meno visibilmente, 
a. si. lakuti, lit. ólèktis d' ug. sig. Le lingue ger. per espri- 
mere l' idea di avambraccio, hanno nei tempi posteriori 
coniato un composto il cui primo elemento è sempre il 
visto di sopra; l'altro è bogen piegatura. Quindi s'ebbero : 
aat. elinbogo, mat. elenboge tm. Elleubogen, ol. elleboog, ags. 
elnboga ing. ellbow, che valgono propriamente " curvatura 
del braccio, gomito ". Il bl. ci presenta alena, Stor. del 
Delfin.; ma é una comparsa molto tardiva, e ricalcata sulle 
forme franco-provenzali. 

-A-llazzare, stancare (Creso., Pist. Ovid. ). Non ha 
corrispondenti nelle lingue neol. Il Diez lo trae da un 
tema ger. che sdoppiossi in got. latjan, aat. lazjan, mat. 
làzzan, tm. letzen trattenere impedire; ed inoltre aat. lasón 
rendere stanco e pigro, tm. lassen. Questi vb. ger. risal- 
gono all' agg. aat. laz pigro stanco, cui si rannodano mat. 



ALLEMANNI — ALLODIO. 



laz tm. lass lassig d'ug. sig., tm. letzt ultimo, coi paralleli 
got. lats ags. ing. late latest last. Secondo il Kluge tutte 
queste forme ger. hanno a base primitiva rad. ger. Ut l d 
da idg. lad, il quale ultimo scorgesi in gr. \r\8tiv stan- 
carsi, 1. lassus stanco da cui it. lasso. 

Allemanni, Tedeschi (Uberti Dittam., Ariosto). 
Risponde: fr. Allemands. Questo vocab. dapprima designò 
" una confederazione di popoli ger. abitanti sul Reno medio " 
formatasi nel secolo terzo. Questa confederazione die il 
nome ad un vasto territorio comprendente 1' attuale Svevia 
Palatinato Renano, Alsazia e Svizzera, che fu detto du- 
cato d' Alemannia, e si sfasciò solo col primeggiare della 
casa di Svevia. L'importanza di tale confederazione s'ar- 
gomenta dal fatto che il nome Allemanni passò sin dal 
sec. 12 1 a indicare i Tedeschi in generale. Etimologica- 
mente riposa su got. alamans " tutti gli uomini ", aat. al, 
tm. ali valendo " tutti ", e aat. mans, tm. Manne " uomini ". 
In sostanza importava dunque "lega universale"; e di- 
fatti Agatia seguendo Asinio Quadrato ci dice che gli 
Alemanni, come importa il loro nome, erano una riunione 
di gente venuta da diversi punti. Der. : Allemagna. 

Allodio, quella parte di beni stabili che era libera 
dalla soggezione e dagli obblighi che procedono dalle ra- 
gioni feudali e da quelle dello Stato, e posseduti da uo- 
mini liberi cioè né aventi feudi né soggetti alla servitù 
della gleba ( Pallavicini, De-Luca Doti. Volg. ). Rispond.: sp. 
alodio, afr. alo, aloi, alou, aluef, aleu. fr. aileu, alleu, prov. 
alo, aloe, alodi. E certo che it. e sp. che del resto sono 
termini giuridici recenti riposano immediatamente su bl. 
allodium, alodium, la quale forma bl. non è però molto 
antica, e ad ogni modo si sviluppò dall'altra alodis ricor- 
rente già nella Lex Longob. lib. 2, tit. 8; e in Carlo M. 
all'ami. 779; Più antico ancora pare alaude* usato in docum. 
dei Visigoti. Ora bl. alodis, accanto a cui si trovano anche 
alodus-um alaudum, riproduceva, secondo il Urimm, aat. 



10 ALLOGGIO — ALTO. 



al-ót possesso pieno ed intero, Ganzbesitz, chiamato così 
perchè il possessore poteva disporne a suo talento, per 
contrapposto al possesso beneficiario. Al-ót risulta da ol 
[tin. ali] tutto, intiero, e orbene ricchezza, possesso anrd. 
tnithr, ags. ead, abfr. od. Evidentemente il bl. riposava im- 
mediatamente sulla forma franca, ed a questa al dire del 
Diez risalgono altresì le forme franco-provenzali e non al 
bl. La genesi fonetica e storica delle molteplici forme fran- 
cesi è argomento molto difficile, ma che non ci riguarda. 
Ne tratta ampiamente il Mackel p. 27. Il tm. Allod si è 
foggiato anch' esso su bl. alodis alodum. Der. : allodiale. 

Alloggio, albergo, luogo per 1' esercito (Storia 
d'Aiolfo, M. Vili.). È in sostanza un < omposto di loggia, 
(v. q. p.) che fra le lingue rom. fu accettato solo dall' it. 
Ricorre però nel bl. sotto le forme di allogiamentum al- 
logiare anche nel territorio francese, benché molto tardi, 
cioè nel sec. 14°. Identiche forme bl. s'incontrano anche 
in Italia, sempre nel sec. 14°, ma sono evidentemente ri- 
calcate sulle rispettive it. Parecchie di esse, come del 
resto anche alcune it., conservano esclusivamente il senso 
militare primitivo. È il caso stesso di albergo. Per il senso 
e la rad. rispondono fr. logement logis loger. Der. : allog- 
gia-re-mento-tore. 

Alto, fermata dell'esercito (Villani, Griambullari). 
Con afr. hall soggiorno dimora abitazione, fr. halte fermata 
d'un esercito, sp. alto fermata, riproduce mat. halt posto 
sicuro da fermarcisi, svoltosi da aat. halta impedimento 
ostacolo che costringe a fermarsi. Questo nome halta ha 
la sua rad. in vb. aat. haltan, donde mat. tm. halten tenere 
fermare fermarsi, ags. healdan ing. hold e anche tm. Halt — 
fermi ing. halt sosta. Secondo il Mackel rom. halt alto 
" fermata " è d' importazione relativamente recente, in fr. 
comparendo solo nel sec. 13 a e in it. nel 14°. Probabilmente 
entrò poco dopo il 1000. La frase it. alto la pare riprodu- 
zione tardiva di fr. halte là. 



AMARRA — AMBASCIATA. 11 

Amarra, sorta di canapo per fermare il bastimento 
(Diz. del Vanzon 1827). Immediatamente riproduce forse 
fr. amarre o sp. amarra d' ug. sig. Ora queste due lingue 
hanno tratto u i tal ceppo, coi vb. fr. amarrer, sp. port. 
amarrar legare la nave, dal ger. che die ol. marren mer- 
ren, ags. merran, aat. merrian rattenere, legar forte, ol. 
maaren ing. to moor. Il Littré nota che 1' etim. da arab. 
marr fune, è poco probabile, atteso il gran numero di ter- 
mini di marina che dalle lingue nordiche passarono nel 
campo rom. In fr. amarrer s'incontra sin dal secolo 16°; 
all' incontro bl. amarrare sempre sul territorio fr. sin dal 
sec. 14'', e parlando di porti del nord-ovest della Francia, 
circostanza certo non trascurabile. 

Ambasciata, messaggio, legazione; le genti che 
la compongono (Villani, Fra Giord., Boccaccio). Risp. : 
sp. embaxada, prov. ambaissat, ambaissada, fr. ambassade 
messaggio. Immediatamente risale a bl. ambactiata amplia- 
mento di ambactia servigio, incarico, incombenza; il quale 
bl. ambactia ricorre già in Lex sai., Lex Burgund. e S. Co- 
lombano (an. 560). Secondo alcuni ambactia ambaxia sa- 
rebbe sostantivo astratto formatosi da 1. ambactus " servo, 
vassallo " usato da Cesare Bell. Gali. 6, 15, voce data per 
gallica da Festo. Ma molti etimologisti, fra cui il Diez, lo 
Scheler, il Mackel e Waltemath a base del nome bl. e rom. 
pongono immediatamente il ceppo ger. ambaht svoltosi in 
got. andbhati, aat. ambaht servigio, impiego, chiamata, 
donde mat. ambekt, ambet, ammet, tm. Ami. d'ug. signif. 
Questa ipotesi è suffragata dal trovarsi bl. ambactia così 
spesso in leggi di popoli ger. Da got. andbhats sarebbero 
venuti prima di tutto air. ambait, abait, ampas | per ani' 
pats |, prov. amba// abah forme che latinizzate avrebbero 
prodotto bl. ambactus; da cui, e non da lat. gali, ambactus 
di Cesare, sarebbesi sviluppato bl. ambactia delle lei 
barbariche. Certa è ad ogni modo l'orig dal ger. di fr. 
ampait, prov. ampah e loro varianti: il che essendo, torna 



12 ANfA ANCIA. 

difficile supporre che di là non siano venute altresì le voci 
in discorso che sono loro così strettamente coni. esse per 
senso e per forma. Però il Kluge ritiene che il ceppo ger. 
fosse a sua volta tolto in prestito dal celtico nei tempi 
anteriori al Cristianesimo. Il bl. conosce anche vb. am- 
bassiare ambasciare compire, eseguire un' ambasciata, che 
ricorre spesso in Francia nel sec. 9 '. Der. : ambascia-tore- 
doredoruzzo, ambasceria; imbasciata. 

Anca, osso tra il femore e la coscia, coscia, fianco 
(Dante, Buti ). Con sp. prov. anca, fr. hanche da cui ing. 
haunch d'ug. sig. ha per base il ceppo ger. da cui tm. 
Hancke, ol. anche, encke coscia anca, svoltisi da vb. mat. 
hinken hank unken zoppicare. Questa 1' opinione del Bugge. 
Il Diez aveva riportato il gruppo rom. a ger. ancha, aat. 
ancha, che significò "tibia" e anche "nuca", e in gene- 
rale "flessione, piegatura". Se fosse vera l'opinione del 
Diez, fr. anche tubo donde nostro Ancia ( v. q. p.), e hanche 
coscia, sarebbero radicalmente identici : secondo il Bugge 
sarebber cosa totalmente diversa. Checché sia di ciò, l'orig. 
ger. di anca è certissima; e fra l'alti'e cose noteremo che 
al pi. sp. e prov. ancas valgono " groppa della bestia da 
soma ", precisamente come tm. Hancke. Inutile quindi pen- 
sare a gr. à'f/x\ piegatura, e a 1. arcaico ancus curvato. 
Il bl. ancha ricorre primieramente in Federico II sin dal 
1240, poi in un docum. di S. Vittore di Marsiglia an. 1275. 
Ad ogni modo non pare imprestito molto antico. Deriv. : 
anca-cciuto-ione-re ; ancone, sciancai'. 

Ancia, linguetta di strumento da fiato (Lichtenthal, 
Dizion. Music. 1826). Riproduce immediatamente fr. anche 
canna linguetta, e l'introduzione sembra risalire al prin- 
cipio di questo secolo, ovvero alla fine del passato. Il fr. 
anche ricorrente già sin dal 16°, riposa su ger. ancha encha 
osso della gamba, donde tm. Hanche tibia. Il senso in rom. 
ha subito un processo evolutivo analogo a quello per cui 
•\tibia osso della gamba, passò a designare " flauto ". Circa 



ABALDO. 13 

il rapporto di affinità di ger. ancha tibia con ancha coscia, 
v. Anca. 

Araldo, portator di sfide e proponitore di pace ; 
messaggero e banditor di comandi di principi e magistrati 
(Villani, Pulci). Con sp. haraldo heraldo [a. sp. haraute 
/arante, port. arauto], afr. hiralt héralt fr. héraut fr. messag- 
gero, mediatore, intrigante ; riposa su di un ger. * hariwalt 
* heriwalt sparito sin dall' aat. come altri termini militari, 
giacché mat. heralt donde tm. Herold riproduceva afr. hé- 
ralt rientrato in Germania nel sec. 13°. Dall' afr. derivò 
pure ing. heralt. il vocab. ger. però nell' aat. si conservò 
come nome proprio in bl. Chariovaldus, as. Hariold, anrd. 
Haraldr. Bl. haraldus heraldus creduto da alcuni base im- 
mediata delle voci rom., è, a parer mio, piuttosto ricalcato 
su di esse, e precisamente su afr. héralt, giacché s'incontra 
solo molto tardi cioè dopo il sec. 14° in Nicolò Uptonus, 
e poi in Filippo il Buono di Borgogna, e quasi esclusi- 
vamente in Francia ed in Inghilterra. La Francia pare 
essere stato il luogo dove prima si manifestò il nome del 
pari che la cosa nei secoli della cavalleria; e di là (e non 
direttamente dai popoli ger.) venne it. araldo. Difatti il 
Villani, che è il primo Italiano che usa un tal termine, 
lo adopera parlando di avvenimenti di Francia, e crede 
necessario di spiegarlo dicendo « e per loro araldi ( ciò 
sono uomini di corte) fecero richiedere lo re di battaglia ». 
(Quindi erra, secondo me, il Mackel che a it. araldo pone 
a base immediata un aat. * harialdo, e lo fa d' imprestito 
antichissimo. Etimologicamente ger. harhvuld ammette una 
doppia interpretazione. Supponendo che sia un composto, 
e che il primo elemento sia aat. hari heri [tm. Heer\ eser- 
cito, il tutto varrebbe " impiegato, ufficiale dell' esercito " 
(walten = amministrare); se invece si trae da harian 
haren chiamare, allora hariwalt significherebbe "chi pre- 
siede al chiamare ". Questo senso sarebbe più confacentc 
al rom. Altri seguendo il Cbevallet hanno tentato di ca 



14 ARCHIBUGIO. 

vare il nome neol. dal solo vb. ger. haren, .spiegando old 
come il solito suffisso neol. In tal caso il nome verrebbe 
a rannodarsi a sans. kar chiamare, gr. xiqpu£ araldo. Ma 
il Mackel osserva giustamente che a questo effetto con- 
verrebbe trovare passato già in rom. il vb. ger. haren heren, 
il che è assolutamente escluso. Bisogna adunque tenersi 
necessariamente ad heriwalt. V. Farabutto in Appendice. 
Der. : araldica. 

Archibugio arcliibuso, sorta d'arma da fuoco 
(Ariosto, Guicciardini, Lasca). Rispondono: afr. haquebute. 
fr. arquebuse donde ing. arquebuse, sp. arcabuz. Per un pezzo 
si credette che un tal nome fosse stato coniato in Italia, e 
che risultasse da arco e buf/io buso, e quindi volesse dire 
" arco forato ", e ciò perchè era nell'uso succeduto all' arco.' 
Dall' it. si facevano poi derivare le forme rom. sorelle. Ma 
il Diez notò acutamente che il concetto di " arco forato " è 
così assurdo come l'uso d'un nome non ricorrente nell'an- 
tica arte della guerra per designare una invenzione affatto 
nuova e diversa. Quindi fondandosi sulle forme ir. haque- 
buse, vali, arkibiise, ricondusse il nome rom. a fiamm. 
haeckbuyse haakbus, ted. Haeckenbuch.se canna o archibugio 
a uncino; con che si denotava appunto una particolarità 
importante della nuova arma. La ipotesi del Diez è resa, 
secondo me, certissima da più circostanze. L' arma fu tro- 
vata in Germania; dunque è ovvio che ricevesse il nome 
dal popolo che l'inventò; poi la forma fr. primitiva è 
hacquebute, vicinissima dunque all'originale fiammingo- 
tedesco, e non spiegabile invece qualora si dovesse riferire 
all' it. Infine (e questo mi pare anche più decisivo) le 
forme fr. sono storicamente anteriori alle it. ; poiché ricor- 
rono già in Comines, laddove in Italia compaiono solo 30 
anni più tardi, e il Comines la prima volta che nomina 
gli hacquebutes lo fa precisamente parlando di soldati te- 
deschi a servizio di Carlo VII, an. 1400-22. È probabile 
peraltro che la falsa supposizione che il nome venisse dal- 



ARDIRE — ARINGA. 15 

l'it. contribuisse a modificare le forme fr. e sp. Der. : ar- 
chibu-giata-giere. 

Ardire, osare, avere prontezza d'animo per intra- 
prendere cose aspre e difficili (Novellino, Dante). Risp. : 
prov. hardir enardir, fr. hardir enhardir fare essere ardito, 
afr. ardier eccitare, sp. ardido ardito. Base: ger. hardian 
che die aat. hartian indurare, agguerrire, hartan, hertan, 
mat. herten, tm. hàrten d'ug. sig., aat. harton, herten es- 
sere o divenir robusto, as. hardón. Il vb. ger. s'era svolto 
da agg. ger. kart, harti cui rispondono got. liardus, ags. 
heard, ing. hard fris. herd hird, anrd. Iiardhr, dan. haard 
duro, robusto (di cose), forte, audace (di persone). L' ing. 
hardy forte, animoso, ha la 'stessa origine, ma è passato, 
a detta del Kluge, pel tramite di fr. hardi. La deriv. del 
gruppo rom. dal ger. è certa, non potendosi in conto al- 
cuno accettare quella da 1. ardere audere o arduns, ed 
eesendo puramente casuale la coincidenza fonetica di sp. 
ardido ardito e ardido ardente. L' agg. ger. kart risale ad 
idg. ìcarths riflettutosi anche in gr. :"jy.~''A robusto, po- 
tente, y.-jc/'ioàz y.y.'j-i^Az robusto potente, xapra molto, e 
forse in sans. Icràtus robustezza potenza, lit. kartùs amaro, 
Grimm Gramm. 1, 187, Ges. d. d. Spr. 400. Altri paragona 
qui anche sans. cdrdha-s ardito, forte. In Ir. hardir ri- 
corre sin dal sec. 11°. Bl. hardimentum compare solo in 
Francia e nel sec. 14 \ L' imprestito del ceppo ger. è an- 
tichissimo, e dovuto forse ai Goti. Der.: ardi-mento- mento- 
samente-mentoso taggio-tamente-tanza-tello-tctto-tezza. 

Aringa fdial. arenga\, specie di pesce piccolo che 
pescasi nei mari settentrionali, e che viene qui seccato e 
affumicato (Polo il///.; Burchiello). Rispondono: sp. <m;i- 
qtie, prov. arene, afr. harenc, fr. hareng, valac. kering. Risale 
a gor. haring, da cui passò per tempissimo nel campo rom. 
come, a detta del Mackel, prova il cangiamento che ger. j 
subì nel territorio fr., dove passò in e. Da ger. Imring si 
svolsero: aat, hàring donde mat. kaerinc \ges\, tm. llaring 



16 AHINGO 

Hering ; inoltre ol. haring, ags. hdering, ing. herring. Se- 
condo il Kluge è parola specificamente propria del ger. 
occid., invece di cui l'anrd. usa slld. Aggiunge che la 
forma secondaria hering propria d< 11' aat. mat. e m. ol. 
accenna ad un ravvicinamento popolare ad aat. heri [tm. 
Heer] esercito, ravvicinamento dovuto forse all'essersi con- 
cepito questo pesce come " viaggiante a schiere ". Par- 
rebbe quindi che hering stesse per Heerling. Lo Zambaldi 
crede che it aringa possa trarsi da 1. halec alice; ma è 
assurdo per senso e più per forma; e V h aspirata dal fr., 
e il fatto che questo pesce è importato dal settentrione 
mettono fuori di dubbio l'etim. ger. E poi assurdo ancora 
il cavare ger. haring da 1. halec; e di fatti questa ipotesi 
è oggi respinta da tutti i germanisti di vaglia, i quali 
ì espingono anche l'affinità del ger. col lat. Il bl. ci pre- 
senta le forme harenga-us-ium sin dal principio del sec. 13° 
in Francia e in Italia (v. Ducange); inoltre ci offre i 
derivati harengaria tempo della pesca delle aringhe, haren- 
garia venditrice di aringhe, harengarius ufficio della cura 
delle aringhe : voci usate anch' esse in Francia sin dal 
sec. 13°. 

Aringo arringo, tribuna o luogo dell' oratore 
popolare, piazza per parlare al pubblico, recinto per gio- 
stre o tornei; soggetto o materia da trattare (Novellino, 
Guido Gruin. ) Bisp. : lomb. arengo, it. arringheria-ghiera 
ringhiera, rostro o sporto da cui si parla, afr. prov. rene, 
fr. rang. Ha per base : ger. hring, donde aat. hring, mat. 
rinc circolo, luogo in cui una moltitudine si dispone in 
circolo per un dato scopo, adunanza circolare, luogo chiuso, 
tm. Ring circolo anello, ags. ing. ring. got. * hriggs. La 
base preger. era krengho cui risponde si. kragu rotondo. 
Paiono, affini al ger. sans. crnkhala catena, gr. y.puo~ v.W/.z-, 
1. circus circulus, e dentro al campo ger. got. * kreits, aat. 
kreitz tm. Kreis, ol. kriit. Il vocab. ger. ebbe numerosi 
riflessi nel bl., che però sono probabilmente tutti riprodu- 



ARPA — ARRINGA. 17 

zioni delle voci it. Vi troviamo arengum piazza pubblica 
adunanza, Regim. Patav., Stat. Rip.; arengario, giudizio 
pubblico Chron. Parm. an. 1282; arengeria-gherxa tribuna 
an. 1398. Altre forme bl. si vedranno sotto arringa. Lo 
sdoppiamento di gruppo ger. hr in ar non è raro, specie 
nel fr. L'introduzione del nome è certo dovuta al costume 
comune fra i Germani delle assemblee in cui si discute- 
vano popolarmente i pubblici affari. Probabilmente ci venne 
mediante i Longobardi. Un deriv. it. che consorva il signif. 
primitivo del vocab. ger. è arringato, che s'usò nei piùmi 
secoli di nostra lingua in senso di " schierato ". Notevole 
che le lingue sorelle non abbiano ritenuto il nome nel 
senso materiale di ''luogo d'adunanza", ma solo in quello 
di "discorso fatto all'adunanza", pel quale l'it. ha la forma 
arringa. Il fr. rang mostra il senso di "circolo, schiera", 
non di " rostro, tribuna, piazza ". Der. : arringhiera ringhiera. 
V. arringa e rango. 

Arpa, sorta di strumento musicale (Dante, Tav. 
Rit.). Risp.: afr. harpe, prov. arpa. Venanzio Fortunato -f- 600 
chiama l'arpa uno strumento barbarico (Romanusque lyra 
plaudat tibi, Barbarus harpa; lib. 7, carni. 8). È dunque 
d'origine ger. Ed effettivamente troviamo aat. harfa har- 
pha, mat. harfe harpfe donde tm. Harfe; poi ags. hearpe 
ing. harp, anrd. harpa. Tema ger.: harpa che entrò nel bl. 
prima che la Lautverschiebìing dell' aat. cangiasse il p in j 
nel ramo at. Una deriv. da gr. àp^Y] falce, oltreché troppo 
difficile pel senso disparatissimo, è resa insostenibile dalla 
testimonianza di Venanzio, e dalla immensa diffusione del 
nome ger., il quale a detta del Kluge è indigeno. Der. : 
arpeggi-amento-are-o ; arjrista, arpicordo. 

Arringa, diceria, parlata, discorso pubblico (Fra 
Giord., Villani). Paralleli: sp. port. prov. arenga. Il fr. 
harangue differisce da questi perchè esso è derivate 
vb. haranguer, cui rispondeva it. arringare, sp. prov. a 
gar. Questo nome quanto alla forma è una variante o d 

2 



18 ASPO. 

pione di aringo che s'è già visto; e quanto al senso esso 
ha assunto un signif. derivato da quello di aringo stesso; 
cioè dal senso di " luogo per parlare al pubblico " è pas- 
sato a quello di " discorso fatto al pubblico ". È il feno- 
meno che si osserva nel 1. concio che valeva prima " adu- 
nanza ", poi anche "discorso pubblico". Il bl. ci offre: 
arenga orazione pubblica presso Breviloquus, Chron. Win- 
desemense, Rolandinus; arengeria diceria, Memor. Potest. 
Reg. an. 1266; arenga) e parlare, Rolandinus. Ma tutte 
queste forme pajono ricalcate sull' it., anziché essergli an- 
teriori. Quanto all' etim. ger. del nome v. aringo. Qui no- 
terò solo che il ger. non presenta mai il senso di " discorso 
fatto al pubblico". Dei*.: arringa-mento-re-tore-tura. 

Aspo naspo, strumento per fare la matassa (Com- 
pagni, Buti, Libr. Astr). Risp. : sp. aspa, afr. hasp>le, fr. 
asple aspe, pie. haple. L'it. e lo sp. hanno a base imme- 
diata aat. haspa arpione, ganghero, cardine, aspo arcolajo 
filo inaspato in una volta. Di là mat. haspe hespe arpione 
arcolajo, hispe borchia fermaglio, tm. Haspel aspo argano. 
L'anrd. hespa vale " matassina, cordicella di lana, stan- 
ghetta", ing. hasp " stanghetta", m. ing. hasp>e "stanghetta, 
filato di lana ", ed altrettanto ags. haesp haeps heps. Il 
doppio signif. di " arpione " e " arcolajo ", dice il Kluge, 
è nel campo ger. di data antichissima; ma il dotto ger- 
manista non osa decidere se i due sensi siansi svolti l'uno 
dall'altro, ovvero se si tratti di due nomi radicalmente 
diversi e venuti a - confondersi morfologicamente. L' afr. 
hasple sembra riposare sul dimin. aat. haspil donde mat. 
haspel tm. Haspel. Notevole che l'it. abbia preso solo uno 
dei due sensi del ger. Il Diez crede che la forma aspo 
invece di aspa quale sarebbesi aspettata, sia dovuta all'in- 
fluenza di naspo che si svolse posteriormente da vb. ina- 
spare. Ma romag. e sard. presentano anche la forma aspa 
femminile, che come lo sp. riflette genuinamente il genere 
della ger. Il Mackel parla di un bl. haspilum come fon- 



ASTIO — ASTUCCIO. 19 

damento diretto di afr. haple; ma questo bl. haspilum non 
ricorie menomamente nel Ducange, nel quale si trova per 
altro bl. haspa fibbia fermaglio, che è riproduzione di 
ing. haspe ganghero, essendo usata dal Bracton. Der. : 
inaspare. 

Àstio ascllio, rancore odio invidia (Dante, Fra 
Giord., Villani). Nelle lingue sorelle non ha rispondenze, 
almeno di parole di signif. identico. Il Diez respinge l'etim. 
da 1. astus astuto, pel senso troppo diverso, e per l' im- 
possibilita di un passaggio fonetico da astus ad astio; e 
propone got. haifsts discordia contesa lotta, o meglio an- 
cora vb. got. haìfstian lottare, da cui potè svolgersi me- 
diante vb. astiare. Il ceppo ger. di got. haifsts produsse aat. 
heist heisti focoso violento [Lex Alam. tit. 10 J, afris. ags. 
haest, anrd. hastr violento. Di qui certo bl. astus crudele, 
ricorrente nelle leggi longobarde, le quali ci presentano 
la frase « asto animo = con animo nemico, maldisposto ». Da 
questo bl. longobardico astus anziché da got. haifst io credo 
venisse il nome in quistione, checché ne paja al Diez, che 
si oppone a tale deriv. solo per ragioni linguistiche. Per 
altre affinità ger. v. astivaraente. Der. : asti-are-eggiare. 

Astìvamente, in fretta prestamente (Villani; 
Tratt. Consol ). Credo che riproduca immediatamente il 
fr. hàtivemeut d' ug. sig., atteso specialmente che il Villani 
usa spesso di simili gallicismi. Il fr. hativement poi con 
afr. hàste fr. kàte fretta, hàter affrettarsi, hàtif prov. astiti 
frettoloso, spetta etimologicamente al ceppo ger. che mostra 
anrd. hastr ha tu affrettarsi, afris. haest fretta, hastelik 
frettoloso, mat. hasten tm. hast hastig impetuoso precipi- 
toso furioso. Del resto un tal gruppo ger. radicalmente è 
identico a quello visto sotto Astio, col quale presenta anche 
una certa affinità ideologica. 

Astuccio, guaina o cassettina adattata alla figura 
o grossezza d' alcuna cosa che vi si custodisce ( Buonar- 
roti). Eispondono: afr. estui, fr. étui, prov. estug, estui, 



20 AZZA. 

sp. estuche estui, port. estojo guaina, ripostiglio. Base: ger. 
* stùkio, donde aat. stùchà, mat. stùche manico, manicotto 
pendente dai vestiti delle donne, oggetto in cui si ripone 
qualche cosa, donde tm. Stanche pennecchio di lino. Altre 
formo ger. ags. stocu, anrd. stùka. Aat. stuko stukio risale 
a rad. preg. stug ricorrente in anrd. stukan, ol. stuiken 
spingere, mandare fuori. A questa etim. proposta già dal 
Frisch ed ormai accettata universalmente, il Langensiepen 
contrappose quella da 1. stndium che per le altre lingue 
sarebbe sufficientemente spiegabile dal lato della forma; 
per l'it. invece sarebbe assurda. Ma per tutte poi è inam- 
missibile sotto il rapporto logico, giacché al ceppo rota, 
in quistione pare sin da principio fosse essenzialmente 
annessa l'idea di "recipiente sigillato". Notevole poiché 
le altre lingue neol. abbiano tratto dal ger. anche dei vb., 
il che non è accaduto in it., il quale forse trasse in epoca 
relativamente tarda il nome astuccio dal fr. e dallo sp.. 
modellandolo sulla parola asta da cui forse lo si credette 
derivato. 

Azza accia, sorta d'arme in asta con ferro in 
cima e a traverso (Ariosto, Berni). Rispondono: sp. hacha 
port. facha acha, prov. apcha per acha, fr. hache con h 
aspir. Il Diez t:ae tutte le forme rom. dalla fr. e a questa 
dà per base un ger. * hakka che produsse tm. ol. hacke 
ascia, zappa, marra, e che avea già dato vb. aat. haccon, 
ags. haccan, ing. hack afris. haTcia fendere, spaccare, vb. 
riprodotti nel pie. heqiter tagliar legna. Però il Forster 
Zeitsc III, 264 mette a fondamento del gruppo rom. un 
ger. * hapia sviluppatosi in aat. happà, tm. happe heppe 
hippe falce, falcetta. In appoggio dell' ipotesi del Diez 
che fa della forma fr. la madre di tutte le altre rom. può 
allegarsi il fatto che afr. hache compare sin dal sec. 12°; 
laddove bl. aza azza in Italia s'incontra solo nei secoli 
14° e 13° negli Stat. Veron., Mantovan., Castri Redald., 
Ius Vicent., e it. azza accia ricorre scritto solo nel sec. 16°. 
Der. : accetta. 



BABOKDO — BACCALÀ. 21 



B. 



Babordo, parte sinistra della nave guardando da 
poppa a prua, per opposizione alla destra detta tribordo 
o stribordo (Stratico, Diz. marin. 1813). Fu introdotto 
verso la fine del sec. scorso con riproduzione immediata 
di fr. bàbord, donde anche sp. babor. Questo fr. bàbord, 
che compare nel sec. 16°, riposava su ol. backboord bt. tm. 
Backbord ags. baecbord, ing. larboard che vale propria- 
mente " parte posteriore della nave rispetto al pilota che 
regola il timone", giacché back vale "dorso, dietro "faat. 
bah, as. m. ol. bah, ags. baec, ing. back], e bord "orlo, 
sponda". Il Kiliaen però crede che il primo elemento si 
rannodi a t. backen cuocere, per allusione all' essere quella 
parte della nave il luogo del forno e del fuoco. Infine il 
Littré spiega backbord per "orlo" (bord) del castello 
d'avanti (back), perchè nelle antiche imbarcazioni del 
nord, il castello d'avanti era sulla sinistra. Ma franca- 
mente questa spiegazione non mi soddisfa, anche perchè 
non so come back possa significare " d' avanti ". 

Baccalà, merluzzo salato dei mari del Nord (Rosa, 
Sat. ; Fagioli). Risp. : venez. piem. bacala, fr. cabeliau, 
cabliau cabillaud, vali, cabiawe, namur. cabouan d'ug. sig., 
òp. bacallaoa, base, bacailaba. Le forme fr. sono da tutti ri- 
portate ad ol. kabeljauw donde sv. kabelio, dan. kabeliau ing. 
e ibillau Le altre insieme a bt. bakkeliau sarebbero anch' esse 
riproduzioni dell' ol. con inversione di consonanti dovuta ad 
un ravvicinamento a 1. baculus bastone. Ma taluni fra cui 
Hrlieler e Kluge, traggono dall' ol. le sole fr. ; le altre in- 
sieme coli' ol. stesso, cavano direttamente da base, bacai- 
laba, essendo i Baschi stati sempre segnalati nella pesca. 
Perù in Olanda nel 1350 sorse un partito detto dei Cabel- 
genses dal nome del pesce cabcljati, e in una carta di Fi- 
lippo di Fiandra del 1163 sono accennati i cabdhmiri gè- 



22 ItAQORDO. 

nere di pesce marino. Ora se i nomi rom. immediatamente 
risalgono all' ol. che del resto presenta anche bakeliauw, 
può escludere assolutamente l'etim. basca, poiché è diffi- 
cile ammettere che nel sec. 12° un vocab. basco fosse già 
penetrato fra i popoli del Nord. E sarebbe poi anche strano 
che un pesce dei mari boreali avesse avuto il nome da un 
popolo del mezzodì. Ad ogni modo in Italia il vocab. entrò 
solo molto tardi, giacché il baccalare accennato dal Sac- 
chetti Nov. 209 non è il pesce come credono alcuni, ma 
è il nome baccalare " grand' uomo " usato per ischerzo. 

Bagordo bigordO. asta con cui si armeggia e 
si giostra, armeggiamento; quindi per bagordo anche il 
senso di " luogo dove si armeggia, ritrovo di gozzovi- 
glianti, crapula" (Villani, Boccaccio, Libr. Simil.). Paral- 
leli : a. sp. bohordo, bofordo, a. port. bafordo, bofordo, prov. 
biort bear, afr. bohort, bouhourt, behord giuoco cavalle- 
resco, arma da ciò. Vb. it. bigordare ~ romper lance. In 
Francia il giuoco praticavasi correndo a cavallo contro la 
quintana, in Ispagna bofordo era equivalente di tablad > 
tavolato, in Germania il bùhurt era giuoco militare dove 
schiera stava contro schiera. In sostanza si vede che il 
signif. originario e fondamentale era quello di " palco o 
tavolato contro cui scagliavasi un' asta ". Ora benché lo 
Schade tragga mat. buhurt dall' afr., il Diez dà il gruppo 
rom. come derivato dal ger., attesa la /dallo sp , V h aspir, 
del fr. e il g gutt. dell' it. ; ed escluso che il secondo ele- 
mento sia il vb. hurten urtare, ricorre ad aat. Kurt donde 
mat. hurt, tm. Hurde Hort graticcio, tavolato, ripercos- 
sosi anche in annon. hourd bl. hourdum tavolato, poi fr. 
horde, horder. A questo aat. hurd rispondono got. haurds 
porta, ags. hyrde, ing. hurdle da rad. preger. krti, donde 
1. crates gr. jcoprta xùpxv\ xóproq gabbia, y.àp7 r xXzc cesta, 
sàns. krt filare, torcere. Pel primo elem. il Diez propose 
dubitativamente bot da * botati percuotere, colpire (v. botta, 
buttare); sicché il composto bohort (da bot-hort, dove il t 



BALCO. 23 

mediano è scomparso perchè s'è trovato davanti ad aspi- 
rata), varrebbe "che urta il tavolato ". Ma la prima parte 
non potrebbe essere aat. bah, as. buie dorso, tergo, ricor- 
rente anche in babordo? Allora il composto significherebbe 
"il tavolato di dietro", e si spiegherebbe supponendo 
che il tavolato fosse nella parte di dietro del luogo ove 
il giuoco si faceva. Nel bl. troviamo bohordium in Lamberto 
d'Ardes, bufurdium all' ann. 1178 in Chron. Got. Lusit. 
presso Brandaone, bohordamentum in Odone Arciv. di 
Rouen, inoltre bordare biordare behordejs bohordeis ed 
altre numerose forme, quasi tutte in territorio france-e. 
Questo vocabolo su cui resta tuttavia non poca oscurità, 
se passò in Trancia dalla Germania, ciò dovette succedere 
non più presto del 1000, essendo bàhurt affatto ignoto 
all' aat. Der. : bagorda-mento-re. 

Balco palco, tavolato, assito, tramezzo, poggiuolo 
(Novellino, Buti, Boccaccio). Bisp. : sp. port. palco, afr. 
* baie, bauc, bau trave, picard. bauque trave. Base : ger. 
bulico, donde aat. bulcho, pulcho, mat. bulke, tm. Bulcken 
trave; bt. bulke granajo, anrd. bulkr siepe, linea di divi- 
sione, ags. beile trabeazione, ing. bulk sostegno del soffitto, 
a. sv. bulker, bolker, sv. bielke, dan. bielke, ol. balle trave, 
recinto; inoltre ags. bolcu ponte della nave. Vedesi di qui 
che dal senso primiero di " trave " si passò a quello di 
"travata, tavolato", il quale ultimo compare nel campo 
rom., quasi esclusivamente, poiché solo fr. bau e picard. 
buuque valgono " trave " come nell' originale ger. primitivo. 
Da questo paiono essere derivati anche lett. balkis, russ. 
balka, poi. belka. Rad. ger. balle riposa su indeu. bhalg da 
bhalng a cui pare connettersi anche gr. tpàXayf uomin 
: r i),y.-{ì 1. phalanx pezzo di legno cilindrico ovale, tronco 
d'albero. Bl. balcus ricorre sin dal 1107 negli Stat. Pistoi. 
Il nome ci venne indubbiamente pel tramite dei Longo- 
bardi. Der. : palchetto. V. Balcone. 



24 BALCONE — 1S.VLDO. 



Balcone, sporto, poggiuolo, finestra, loggia ( Vil- 
lani, Petrarca). Paralleli; fr. balcon (derivato dall' it. nel 
sec. 16-17), sp. balcon, port. balcào, d'ug. sig. È un dimin. 
di balco con forte specializzazione di senso. Anche ing. 
balcony e tm. Balckon sono riflessi romanzi rientrati nel 
territorio ger. mediante il francese. Bl. balcones ricorre in 
Discipl. Farfensis, Iscriz. di S. Procol. Veron.; s'incontra 
anche un bl. balcius in senso di u finestra aperta ". 

Baldo, ardito, lieto e sicuro (Novellino, Dante). 
Risp.: prov. baut, baudos, afr. bald, baut, a. cat. baud d'ug. 
sig. Base ger. occid. bald svoltosi in aat. bald, pald, mat. 
balt ardito, franco, veloce, ardente, tm. baldig pronto, avv. 
bald tosto, presto; ags. bald, beald, ing. bold, anrd. ballr 
ardito, audace, temerario; inoltre anrd. baldr, ags. bealdor 
principe, Balder nome pr. d'un dio. Il got. presenta vb. 
balthjan osare, arrischiarsi, balthei franchezza nappvfsio^ avv. 
balthaba con franchezza; l'agg. sarebbe * balths. Iornandes 
e Ottone di Frisinga ci dicono espressamente che Alarico 
fu soprannominato Balthas cioè " audace " per il suo va- 
lore militare. Tuttavia non credo che questo ceppo ger. 
entrasse nel campo rom. per opera dei Groti, poiché è af- 
fatto ignoto allo sp. e port. che da essi ebbero il maggior 
contingente di vocaboli ger. A noi venne senza dubbio per 
mezzo dei Longobardi, anche perchè in it. presenta pre- 
cisamente il signif. di " ardimento " che è il dominante 
dell' aat., laddove nel got. e in generale nel ger. primitivo 
sembra fosse quello di "prestezza, franchezza". Inoltre nel 
ramo dell' aat. esso ebbe una grande diffusione e moltipli- 
cità di forme che posson vedersi nello Schade p. 37. Anche 
il Mackel opina che il ceppo bald entrasse per tempissimo 
in rom., nonostante che non presenti il grado fonico del 
ger. primitivo, e che non compaia nel bl. altro che molto 
tardi. Questo bl. ci offre il singolarissimo avv. baldaciter 
arditamente, usato da Sire Raoul verso il 1180 nel De 
Gest. Frid. I. Anche nel campo rom., o meglio nell'it., 



BALLA — KALUAKUO. 25 

il ceppo ger. conta uno sviluppo fecondissimo. In fr. 
oltre a ciò che s' è visto, s' incontrano : baudor ardire, 
esbavdir divenir coraggioso e lieto, baudet nome d'una 
sorta di cane molto ardito, Baudouin nome dato all' asino 
nella favola delle bestie per la sua contentezza che pro- 
rompe in grida di gioja (mat. Baldeicin propriamente = 
amante [?<;m] dell'allegria Der. : it. sono : bald- amente- anza 
[da cui baldanzoso, imbaldanzire]; baldo-re-ria ; * baldire 
che parrebbe risalire direttamente ad aat. baldian, sbaldire. 
Balla, palla, involto di roba di forma rotondo 
(Boccaccio, Lib. Sim. ). Paralleli: sp. prov. baia, afr. baie, 
fr. balle, globo, corpo o pacco rotondo. Le doppie forme it. 
con bop aventi perfetto riscontro nel ted. antico, non 
lasciano alcun dubbio sull' orig. di q. nome dal ger. aat. 
balla palla, donde mat. bai ballen tm. Bai Ballen corpo 
rotondo. Altre forme ger. sono: aat. bai, ballo (masc. ), 
anrd. bollr, got. * ballus. L'aat. presenta pure ballo, pollo, 
donde mat. balle, sv. ball, ol. ball, dan. bold. Ing. ball pare 
attenersi a fr. balle ovvero ad anrd. bollr. Anche aat. bolla, 
mat. bolle, tm. Bolle boccia, bottone è forse dello stesso 
ceppt). La differenza di signif. che si mostra da it. bolla 
e palla scorgesi anche fra tm. Ballen e Ball. It. palla e 
tm. Ball conservano il generale di " corpo di forma ro- 
tonda"; it. balla e tm. Ballen quello di " involto rotondo " 
specie di tela, carta o simili; altra circostanza che induce 
a ritenere certa Tetim. ger. ed a respingere quella da gr. 
l&xXXc.), [iy.'h'K'Znv gettare e più ancora da waXXco vibrare, 
vb. che non offrono sostantivi corrispondenti agi' italiani 
e roin. Bl. baia ricorre sin dalla metà del sec. 13° in Italia 
e in Francia; quindi non può dirsi anteriore alle lingue 
rom. : forse ne riproduce le forme. Der.: ball-accia-aggio- 
one-otta; ballott-aggio-are-azione-o ; imball-aggio-are; sball- 
are-one. Pallott-a-ola. V. Ballare. 

Baluardo balluardo baloardo, bastione, 

opera fatta con travi (Machiavelli, Bernini . Paralleli fr. 



26 "AN< A. 

boulevard boulevart boulever boleverque, prov. bulinar, sp. 
baluarte. Il fr. pare aver servito di tramite a tutte le 
forme neol. allegate di sopra. Esso compare nel sec. 15°, 
e riposa su tardo mat. boiwerk donde ol. bolwerk, ing. bui- 
wark, che racchiude due sensi corrispondenti a due etim. 
e composizioni diverse. La prima era di bolle oggetto ro- 
tondo da essere gettato [aat. bolon, mat. boln gettare], e 
u-erk opera: quindi "macchina da getto". La seconda di 
bohle asse e werk opera, e valeva, come oggi, " costruzione 
di tavoloni, riparo di panconi ". Solo il secondo passò 
nelle lingue rom. e slave, che anche il russo possiede 
bolverk. Chi vuole avere un' idea delle etim. che si tro- 
vavano nei secoli passati legga quel che scrive Galileo nel 
suo Tratt. di Fortif. : « si domanda ballovardo, quasi che 
belliguardo, cioè guardia a difesa della guerra » ! Bl. bo- 
levardus fu foggiato dal Breidenbach all' an. 1483. Der. : 
baluardetlo. 

Banca banco panca, arnese di legno da 
sedervi più persone ; tavola de' giudici, cambiavalute, ma- 
cellai, rematori; alzamento di gabbia (Dante, Fra Giord., 
Boccaccio). Con fr. banc banche, prov. banc banca, sp. 
port. banca forme aventi tutti o quasi tutti i sensi it., ri- 
produce ger. batik svoltosi in aat. banch punch, mat. bone 
tm. Banck scanno, seggio; as. banc, ags. bene, ing. bench, 
anrd. bekkr, ol. bank, sv. dan. beink. Del ger. sono riflessi 
anche lit. bdnkas, lett. benkis. Dei molti sensi presentati 
dalle lingue rom. il ger. oltre al fondamentale di " seggio, 
scanno ", pare conoscesse solo quello di " secca ". Fr. 
banque riprodusse direttamente it. banca nel sec. 16'. La 
rad. preger. è bhangi. Bl. bancha è usato negli Stat. Cadubrii; 
molto più prima banchus, cioè sin dal 1010 in Ispagna e 
più presto ancora il deriv. banchale, cioè l'ann. 966 nella 
Marca Spagnola. Evidentemente il bl. questa volta è an- 
teriore alle lingue rom. Però fr. banc è già del sec. 11°. 
Der. : banc-ario-hetta-hiere-one. Panc-ale-one. 



BANDA 27 

Banda', striscia di stoffa tagliata per lo lungo e 
che serve a legare, lamina; parte di corpo o luogo (Vil- 
lani, Dante). Risp. : fr. bande, sp. prov. banda. Base: ger. 
occid. banda che die aat. bant, as. anrd. ol. band, mat. 
bant, tra. Band legame, nastro, fettuccia. Il got. era bandi 
legame, bandv i bandvo segno, ags. bend donde ing. bend, 
bond. Le voci ger. spettano a vb. ger. bindan bintan, mat. 
tm. binden \binden, band gebunden], congenere a sans. 
bandii zend. band che dierono sans. bandhas, zend. banda 
legame, catena. Il senso di "parte di corpo o luogo'" as- 
sunto dall' it. dovette passare a traverso a quello di " parte 
di panno " e quindi generalizzarsi in quello di " parte ". 
Quello di " lamina " derivò evidentemente dalla forma che 
la lamina ha una striscia o fetta di panno. Bl. banda nel 
senso di " striscia " è raro; in quello di " lamina di ferro " 
s'incontra all' ann. 1282 in Necrol. della Chiesa di Parigi : 
in quello di " lato o costa della nave " nei Mirac. di Ur- 
bano V. Del resto v. Banda 11 . Bandiera e Benda. Der. : 
bandella, bandinella, bandolo, bandoliera. 

Bania," compagnia, corpo di milizie o di sonatori 
(Guicciardini, Giambullari). Paralleli: fr. bande, sp. banda 
d'ug. sig. Alcuni fanno di q. parola una cosa stessa colla 
precedente, e spiegano la transizione dei sensi così: stri- 
scia di panno — insegna — gente raccolta sotto quell'in- 
segna. Certamente la rad. è la stessa; ma la evoluzione 
dei concetti si produsse in parte in tempi antichissimi 
sotto l'influsso di got. band va bandvo che significava già 
" segno, vessillo ". Abbiamo di ciò due testimonianze 
decisive. Procopio (-f- 565) nella sua Vandalica scrive: 
« Tó jrjjietov à Ptojiafot (BàvS'ov xaXou^i »; e P. Diacono 
dice: « vexillum quod bandum appellant ». Dal ohe s'in- 
ferisce anche che questa parola entrò in Italia per mezzo 
de' Goti. Dunque il passaggio da " striscia di panno " a 
" segno, vessillo " è antichissimo; quello invece da " in- 
segna " a "gente raccolta sotto l'insegna'' pare piuttosto 



28 HANDIKKA — BANDI BE. 

recente nelle lingue neol. e forse non risale più indietro 
del sec. 13°; giacché bl. band -us-um schiera, compare ap- 
punto a quell' epoca. Tm. Bande truppa del pari che ing. 
band d'ug. sig. è tolto dal rom. Dor. : bandista. 

Bandiera, drappo legato ad un' asta dipintovi 
entro le imprese dei capitani (Villani, Boccaccio). Risp. : 
sp. bandera, prov. bandiera, baneira, fr. banniére d'ug. sig. 
Immediatamente riproduce bl. banderia dim. di bandum 
il quale ultimo sotto Banda" abbiamo già visto usato da 
Procopio e da P. Diacono in senso di " segnale, vessillo '', 
e quel bandum s' era poi formato da got. bandva, bandvo 
segno. Il bl. oltre a banderia presenta anche banderium, 
banera-ria-rum-nearmm-banora. Notevole che banderia-rium 
oifre anche il senso di "coorte di 500 soldati", analoga- 
m nte a banda' 2 . Però nelle lingue neol. non penetrò q. 
signif. Il Mackel accanto a got. bandva segno pone un 
* ban d' ug. sig. che conservossi in bl. bannum segno, afr. 
ban bandiera, prov. auri-ban bandiera dorata, afr. baniere, 
prov. baneira, e i vb. prov. banejar, afr. banojer svento- 
lare, svolazzare. Der. : bander-ajo-ese-uola ; imbandierare. 

Bandire, pubblicare per bando, proscrivere, esi- 
liare (Fra Giord., Villani, Maestruzzo). Risp. : afr. banner 
baner bannir, fr. bannir, prov. bandir d'ug. sig. La base 
è una rad. ger. ba con signif. di " parlar alto, annunziare 
pubblicamente " che risale a idg. bha riflessosi anche in 
gr. <pà-CTXk>, tpTq-jjLt, 1. fa -ri dire. Questa rad. ger. ba con 
forte specializzazione di senso mediante l'aggiunta di nn 
formò vb. ger. * bannjan, da cui aat. bannan, mat. ban- 
nen, anrd. banna comandare sotto minaccia di pene, citare, 
proscrivere, esiliare. Sin dal 596 troviamo in Francia in 
bl. banivimus presso Childeberto, venuto da abfr. bannjan; 
ma le forme bl. bannare imbannare, afr. banner baner ri- 
salgano ad aat. bannan. Il Diez per spiegare l'it. bandire 
prov. bandir partì da got. * bandvjan; al che il Mackel 
oppone che da bandvjan sarebbe venuto un rom. * bande- 



BANDO — BARA. 2!) 

vire. Pei ciò il Mackel accanto alle forme ger. con nn ndv 
ammette 1' esistenza di una con nd, mostrata da anrd. 
benda dare un segno, m. ol. landen — ad aat. barman, 
mat. bannen, sans. bhand risuonare. Da vb. ger. * bandjan 
it. bandire sarebbe regolarissimo. Bl. banditili s' incontra 
già nel 981 in lett. del Vescovo de' Marsi con signif. di 
" scomunicato ", cbe non passò in it. Der. : bandeggiare, 
bandi-ta-to-tore ; sbandire. Anche imbandire che vale " pre- 
parare un banchetto bandito cioè " annunziato ". V. del 
resto Bando e Forbannuto. 

Bando, legge o decreto notificato a suon di tromba, 
proscrizione esilio ( B. Latini Tes., Dante, Cavalca, Vil- 
lani). Risp. : sp. port. bando, prov. fr. ban proclamazione 
pubblica. Riposa su un nome ger. della rad. ba vista sotto 
bandire, cioè aat. ban(n) mat. ban comando sotto minaccia 
di castigo, citazione, giurisdizione e suo territorio, proi- 
bizione, esilio, scomunica, donde tm. Bann scomunica, ags. 
bari ing. ol. ban, fris. ban, sv. bann, dan. band. Dall' aat. 
bann entrato probabilmente coi Franchi formossi assai 
presto bl. bannum bandum ricorrente sin dal 802 presso 
Carlo Magno. Questo bl. bannum bandum è frequentis- 
simo nel medio-evo massime in Francia e in Italia coi 
sensi di " editto, pena giudiziaria, proscrizione, giurisdi- 
zione e suo territorio ", come può rilevarsi dal Ducange. 
Nel 91)8 in Gregorio V bandum vale " scomunica ". Già 
s' è visto come da bandum originasse fr. a bandon da cui 
vb. abbandonare. Der.: contrabbando. 

Bara, strumento di legno a guisa di letto per por- 
tare i morti (Dante, Villani, Boccaccio). Bisp. : afr. bard 
bar, fr. Mère, prov. bora, vali, hìra, namur. bì, vali, bea ni 
feretro cataletto, lad. bara cadavere. Prov. berio vale an- 
che "cesta''. La forma it., e alcune fr. | bard har\ hanno 
a base ger. bara donde aat. bara para mat. bare, tm. 
Bahre, ol. l>aar ags. baer, baere, ing. bier sv. bar. dan. baar 
fiamm. baere, portantina, lettiga, feretro. Fr. biére, ricor- 



3U BABQKLLO. 

rente sin dal sec. 11°, risale a ger. occid. * bèra * l'ero. 
Neil' ing. troviamo anche barrow barella da m. ing. ba- 
rexoe, che con fris. barwe riposa su di un grado apofone- 
tico diverso della stessa rad., cioè a got. * banca, come 
anrd. barar. Il tema preger. è bhèrà da rad. bhèr portare 
che riscontrasi nell'ind. bhar, gr. cip, \. fcr-o. Da que- 
st 1 ultimo vb. 1. viene it. feretro, sicché bara e feretro sono 
due modificazioni della stessa rad. fatte da popoli diffe- 
renti. Qui l' it. per significare un oggetto di cui possedeva 
già il nome ha tolto in prestito dal ger. un vocab. avente 
la stessa radice, come avvenne nel caso di giardino e orto, 
zanna e dente. Rad. ger. ber sviluppò vb. got. bairan, aat. 
bèran, mat. bè'rn, ags. beran, ing. to bear, tm. gebdren por- 
tare, produrre. Anche Biirde carico, Zuber tino ed altre 
parole sono radicalmente uniti qui. Bl. bara s' incontra nei 
Mera. Potest. Reg. an. 1275, e sotto la forma di barra 
anche in Trancia. Der. : barell-a-are-one. 

Bargello barigello, uffiziale forestiero che a 
Firenze presiedeva agli ordinamenti contro ai grandi; capo 
dei birri e delle guardie (Gr. Villani 11, 16 all'an. 1316). 
Risp. : sp. port. barrachel, afr. barigel, fr. barisel. Anche i 
dial. lomb. presentano barisel. Però fr. barisel del sec. 16° 
e segg. pare riproduzione dell' it. Immediatamente riposa 
su bl. barigildus usato da Carlo Magno, e barigillus da 
Carlo il Calvo ann. 864 nell' Edict. Pist. in unione ad 
« advocati ». Questo bl. barigildus è chiaramente d'orig. 
ger. (cfr. guidrigildo, novigildo); ma sin qui non si è po- 
tuto determinare il valore etimologico del composto. Il 
secondo elemento dev'essere aat. geli, tm. Gela denaro; 
ma il primo resta oscuro. Nello Specul. Sax. ricorre biergeld 
donde tm. Biergeld mancia, e Cironus gli ravvicina il nome 
in quistione; ma che spiegazione plausibile se ne può dare 
applicandolo ai barigildi barigilli t Traendolo da un ipote- 
tico aat * bàrigelt \ aat. bàri portante ] , varrebbe " porta- 
denaro ", ma anche così non se ne avrebbe un senso sod- 
disfacente. Der. : bargel-lato-lino-luzzo. 



BARUFFA — BATTI FREDO. 31 

Baruffa, azzuffamento confuso (Sacchetti, Bellin- 
cioni). Dall' aat. biruofan, o meglio dal inat. beruofen, he- 
riiefen sgridare, svilaneggiare, imperversare. V. Ruffa. Der. : 
baruffevole ; abbaruffa-mento-rsi. 

Bastire (im), cucire con punti radi e grossi pezzi 
di vestito (Pataffio, Passavanti). Risp.: afr. bastir, fr. bàtir, 
sp. bastear, ing. baste d'ug. sig. Il Diez e dietrogli lo 
Scheler, il Littré e il Mackel ricavano questo ceppo da 
ger. * bastjan donde aat. bestan, mat. besten cucire, svev. 
besten. Il Littré osserva che dovette esistere in rom. una 
rad. basi cucire, che non si può separare dal gruppo in 
discorso; ma che si può anche pensare ad un'assimila- 
zione fra le due parole che valgono l'una "cucire" e 
l'altra "costruire". Quest'ultima è quella che produsse 
in it. basto, bastone, bastimento ecc. Der.: basta. 

Battello, piccolo naviglio legato al grande pei biso- 
gni occorrenti (Polo, Hit; Sacchetti). Risp. : sp. batel, prov. 
batelh, afr. batel, fr. bateau navicella, barchetta. Ha per 
base diretta bl. batellus dimin. di batti s battus che vedremo 
sotto Batto, ed usato già da Enrico I di Inghilterra (an. 
1110). Nel bl. s'incontrano altresì bateìla-gittm-rius tutti 
in Francia ed in Inghilterra, circostanza che mostra l'o- 
rigine anglo-sassone-normanna del vocabolo. 

Battifredo, torre fatta di travi per difese e per 
guardia (Cresc. verso il 1350). Rispond.: afr. berfroi, 
(sec. 12° ) beffroit fr. beffroì, ing. belfrey. Base: mat. ber- 
cfrit, bèrchfrit, borfrit, berhfride, bergfrede d' ug. sig. ri- 
sultante da bere [tm. bergen] coprire, difendere, e frit della 
stessa radice di Friede pace: quindi "che conserva e man- 
tiene la difesa ". Secondo altri il secondo elem. sarebbe 
vriet forma corrispondente a mat. bret [tm. Jh-ett got. brit \ 
tavola. Il nome ted. dovette svolgersi sin dal sec. 11. , 
giacché lo troviamo riprodotto poco dopo in varie forme 
bl. Orderico Vitale -f- 1142 ci offre berfredus, Simeone di 
Dunelm all'ann. 1123 berefreid, Guglielmo di Malinesbury 



B2 HA ITO — BEFFA. 

berfreid. Gfug. Armorico belfragium, Federico I Irap. al- 
l' an 1190 verfredus, Innoc. Ili verso il 1200 bertefredu*. 
Altre forme bl. sono : berefridus, belfredus, frilfredìis, bal- 
fredus. Il butifredus del Meni. Potest. Reg. all'ann. 1288 
e il battifredum di Galvano Fiamma 1372 paiono piuttosto 
ricalcati sull' it.. il quale it. fa foggiato dal popolo dietro 
un falso ravvicinamento a battere. 

Batto, sorta di nave da remo (G. Villani). Riposa 
su ags. bàt ing. boat, snrd. bàtr, sv. bat. ol. boot, tm. Boat 
piccola nave, da ger. baita. L'it. immediatamente risale a 
bl. batus battus ricorrente in Leges Ethelredi Anglici, 
in Monast. Anglic, e in Dipi, di Filippo il Lungo di 
Francia. V. Battello. 

Bazza, buona fortuna, sorta di giuoco di carte (B. 
Latini, Berni). Risp. sp. baza, cat. basa d'ug. sig. Il Diez 
lo riporta a raro mat. bazze guadagno vantaggio, avente 
la stessa radice di baz meglio. Il vocab. sarebbe stato 
diffuso dai soldati tedeschi col giuoco rispettivo. Der. : 
bazzecola, bazzi-ca-care-tura. 

Becca, cintola, tracolla (L. Medici, Celli). Con sp. 
beca pare riprodurre ags. icecca filo attorcigliato, . cui ri- 
sponde mat. wieche tm. Wieche della stessa rad. di tm. 
Wickel, ol. wiek, ing. wick viluppo. Ma fa difficoltà il senso 
che nelle lingue ger. era di " filo attorcigliato per ardere, 
lucignolo ", ovvero quello di " fascia per ferite ". 

Beccabunga, sorta di pianta acquatica (Valli- 
snieri + 1730). Con sp. port. becalunga, fr. bécabung i ri- 
produce direttamente bt. beckebunge, cui risponde at. 
Bachbunge che letteralmente vale " tuberosa di ruscello " 
risultando da Bach ruscello e Bunge, [aat. bungo, mat. 
bunge] tubercolo. Il nome in Germania divenne universale 
solo nel sec. 16°, e le lingue neol. l'hanno introdotto solo 
nei secoli 17' e 18°. Il russo ne ha cavato ibunkà. 

Beffa, burla, scherzo, dileggio (Dante, Boccaccio). 
Connessi a. sp. prov. bafa, sp. befa, afr. beffe derisione, 



BEGA. 33 

vb. a. sp. bafer, sp. btjar, fr. befler bafouer trattar con 
disprezzo, sp. befo belfo labbro inferiore del cavallo, cat. 
occit. befe, pie. bafe ghiottone, schiaffo. Da un ceppo ger. 
che appare in rnat. baffen abbajare, sgridare, mat. beffen 
bisticciarsi, svillaneggiare, fischiare, dial. svev. baffen, 
bàfzen, bàfzgen altercare, rimbeccare Schmid 37, svizz. 
bàfzgen abbaiare, sgridare Stalder 1, 125, bav. beffen bef- 
feln, befferà, befigen d'ug. sig. Schmeller 1, 156. Tutte 
queste forme colla loro gran diffusione, coi signif. che si 
toccano con quelli rom., e colla variante dell' a e dell' e 
riprodotta anch' essa in rom., non lasciano dubbio sul- 
l'orig. del gruppo neol. dal ger. Il Mackel parte da un 
primitivo ger. * b affimi accanto a cui dovette esistere un 
baffón che spiegherebbe alcune forme fr. e sp. L'it. però 
sembra risalire a un tardo aat. beffan o a mat. beffen. Il 
turingio bdppe bocca che il Diez connette qui, ne è in- 
vece separato dal Mackel. Il Littré osserva: Rad. è baf, 
bap che si trova in parecchi dial. tedeschi, con signif. di 
"'bocca, labbro"; e si comprende come esso dal senso di 
" muover le labbra " abbia potuto prendere quello di •• di- 
leggiare ". È un fenomeno, aggiungo io, che si riscontra 
anche nell' it. abbajare, donde dare la baja. Pare dunque 
che in orig. beffa beffare fosse un' aguzzare le labbra per 
disprezzo. Baffi, potrebbe rannodarsi a questo ceppo? Una 
volta che rad. baf abbia il signif. primitivo di "bocci', 
labbro ", non è improbabile il passaggio a designare un 
oggetto che ad essi sì intimamente si connette. L' ing. 
baffle forse riproduce fr. beffler. A turing. bàppe bocca il 
Diez riferisce mil. babbi com. bebb, occit. bebo, labbro. Der. : 
beffa-rdo-re-tore ; beffeggiare, sbeff-are-eggiare. 

Bega, briga, litigio (Gtori). Risp. : tirol. begar con- 
tendere, begarol accattabrighe e parecchie forme dell'Alta 
Italia. Quindi lo Schneller la riporta ad aat. bàga contesa, 
alterco. 

3 



84 BEGHINA — litNDA. 

Beghina, pinzochera (Novellino, Maestruzzo ). Con 
prov. 1 eguina fr. beguine, riproduce m. ol. beghine, donde 
ol. begijn, mat. begine tm. Begine nome dei membri di 
certe comunità religiose dei Paesi Bassi nel sec. 13 , La 
sua orig. non è bene accertata fra i germanisti, traendolo 
altri da ags. beg pregare, altri da heginnen cominci are. Nel 
bl. accanto a beguina ricorre / egardus-i. 

BelliCOXie, grosso bicchiere (Redi). In una nota 
al suo Bacco in Toscana il Redi scrive : « Bellicone è voce 
nuova in Toscana, ed è venuta di Germania, dove chia- 
masi Wilkumb quel bicchiere nel quale si beve all' arrivo 
degli amici, e significa lo stesso che Benvenuto. Gli Spa- 
gnuoli, che anch'essi pigliarono questa voce dai Tedeschi, 
la dissero in loro lingua Velicomen ». Ora io credo che 
bellicone venisse a noi nel seicento dalla Spagna, e non 
direttamente dalla Germania, considerato che il w sp. 
essendo uguale spesso al nostro b, la forma it. è vicinis- 
sima a sp. velicomen. Quest' ultimo con afr. wilecome, vii- 
come vb. tcelcumier entrato nel sec. 12°, fr. vidrecome, ri- 
produceva mat. icillekome-kume, wilkome, wilcora venuto 
da aat. rvillicomo-cumo, donde tm. willkommen, ben ve- 
nuto, ags. wilcume, ing. welcome, ol. welcom. Però il fr. 
non presenta mai il signif. di "bicchiere", come fanno 
esclusivamente lo sp. e l' it., ma è semplicemente forma 
di saluto, com'era in origine il ted. e come é l'ing. Il 
tm. invece contiene anche l'idea di "vaso da bere". Ad 
ogni modo rispetto all'Italia questo vocabolo è d'impor- 
tazione moderna. 

Benda, striscia o fascia che s' avvolge al capo 
(Guittone, Dante). Risp. : lomb. binda, sp. venda, prov. benda, 
afr. bende fascia, vali, baine, nam. bende, annon. bène, pie. 
benne. Riposa su ger. binda che sviluppò got. [ga]- binda, 
C'Jv^scjìoc, aat. binta binda, mat. binde, tm. Binde fascia 
striscia. Il sostantivo ger. s'era formato dal vb. bindan già 
visto sotto Banda l , che perdura in tm. binden, ing. to bind 



BERLA — BETTOLA. 35 

legare, fasciare. Mediante ablaut o apofonesi dalla rad. 
ger. bind si svolsero in quel campo molte altre forme : 
ad es. tm. Biindel ing. Minale, afr. boundle, ing. bond bend 
e specialmente aat. band striscia che produsse i rom. banda, 
bandiera ; sicché queste ultime forme e benda sono ram- 
polli germogliati sullo stesso tronco, salvochè benda è en- 
trato posteriormente cioè co' Longobardi, mentre il primo 
gruppo coi Goti. Secondo il Kluge la rad. preger. è 
bhendh, sans. bandh fermare, incatenare, 1. offendimentum , 
offeadix legame, nodo, gr. TZiÌ'j\i.a per * 7:òv07]jt.a legame, 
irev6epo? suocero, san. bandhu parente. Bl. binda ricorrente 
poco dopo il 1000 vale " striscia, lamina, nodo ", e bl. 
Mudare usato già da Elfrico verso il 980 e poi in Italia 
verso il 1215 " legare, fasciare, coprire ". Der. : benda-re- 
tura ; bend-ina-uccio. 

Berla, cesta (dial. mil. ). Dall' aat. biral Mril cofano. 

Berza, calcagno (B. Latini, Dante). Senza corri- 
spondenti nelle lingue sorelle. Dal tema ger. che die got. 
fairzna, aat. fersana, mat. fèrse, tm. Ferse d'ug. sig., ags. 
firsn, ol. fersen. Parrebbe riposare direttamente sul mat. ; 
ma un nome di tal genere difficilmente può essere stato 
importato nel medio-evo avanzato; quindi deve risalire ai 
Longobardi, benché non compaja nel bl. La rad. preger. 
è pers-nd-ni da idg. fersnó-ni riflessosi in gr. Tziip^a. cal- 
cagno, stinco, 1. perno, (donde sp. 2?ierna) e forse 1. pernix 
veloce per persnix. 

Bettola, osteria da gente bassa (Varchi, Buonar- 
roti). Il Ferrari e il Muratori proposero t. betieln mendi- 
care, etim. respinta dal Diez perchè del signif. ger. non 
resta traccia in nessuno dei dial. italiani. Il Caix propone 
aat. 1 eitón haitòn riprodotto da lom. baita, tirol. lait I aita 
capanna, friul. latte. L'è della vocale tonica potè provenire 
da ditt. aat. ei Ma anche questa deriv. non è sicura. Megli) 
si presterebbe t. I ettel inezia, Itagatella, se il senso non fosse 
troppo diverso. 



36 BEVEHO — BIACCO. 

Bevero bivaro, castoro (Dante). Paralleli: sp. 
bibaro bevaro, fr. bièrre, vali, buivre, valac. breb. Da gev. 
bibar sdoppiatosi in aat. bibar, bibur, mat. biber, tm. Biber, 
ags. beofor, ing. beaver, ol. bever, anrd. fo/r &ww frittr, sv. 
bofver, dan. òàrer. Il got. era * bibrus. È nome idg. che 
a detta del Kluge designava originariamente una " bestia 
acquatica bruna " ; e posseduto da a. si. bebru, lit. bébrus 
d'ug. sig., 1. fiber. L' a. ind. babhrus valeva "bruno" e 
" grosso icneumone ". Bhe-bhr-a-s è forma raddoppiata da 
rad. bher comparente in t. Bar orso e braun bruno. Come 
osserva lo stesso Kluge il- vocab. ger. assai per tempo in 
T'ora., soppiantò il 1. fiber che pure aveva la stessa rad. 
ind.; giacché le forme neol. non si possono in modo al- 
cuno fare risalire a fiber, e del resto la circostanza del- 
l'essere questa bestia proprio dei paesi del Nord (cfr. 
Dante Inf. 17), e la gran diffusione del nome nel campo 
ger. non lasciano alcun dubbio in proposito. Anche corn. 
befer, gael. beabhar, russ. beber, pruss. vibre paion ri- 
flessi dal ger. Bl. biber beber appare in Elfrico + 1006, 
poi in Jo. de Grarland., Bern. Silvester. Curioso che Dit- 
marus dica baber voce slavonica. Entrò in rom. probabil- 
mente intorno al 1000, e non colle immigrazioni. 

Bezzo, sorta di moneta veneziana, denaro (Cecchi, 
Lippi). Riproduceva mat. balze piccola moneta collo stemma 
della città di Berna raffigurante l'orso detto in ted. baren 
e anche balze, betze, tm. Biits, Pels. Bl. conosce baciones, 
baceni, badi che Schilter rimena a Batz. 

Biacca, composto bianco per colorire ad olio 
(Creso., Boccaccio). Viene riportato a rad. ger. che pro- 
dusse aat. lleih, mat. tm. bleich pallido, ags. liete blàece, 
ing. Il tck. Tm. Bleiche vale "arte d'imbiancare". 

Biacco, piccol serpente di color bianco-livido (Berni, 
Targioni-Tozzetti). Pare venuto da ceppo ger. di aat. llach 
bt. ol. ing. Hack nero. Tm. Blackfisch = seppia, pepe 
nero, Blackhorn vaso dell' inchiostro. 



RIANCO — BICA. 37 

Bianco, color della neve (Jacopo da Todi, G. Gui- 
nicelli, Dante). Con fr. prov. blanc, sp. Vanco, port. branco 
d'ug. sig. risale a ger. blank donde aat. blanc, hlanch, mat. 
blanc tal. blank bianco, scintillante, rilucente, bianco niveo, 
ing. blank, da vb. blinken splendere, scintillare. L'ags. 
bianca, bianca, anrd. blakkr valevano " cavallo bianco " e 
anrd. blakra " risplendere ". Secondo il Kluge la rad. ger. 
è ble.k, a cui si rannodano mediante apofonesi Blek, ble- 
cken, bleich, bleicken, blick, blincken, Blitz; e proviene da idg. 
bhleg bhlog riflesso in gr. tpXiy - r,i o) ó^, 1. firìgur, fili- 
meli per fulgmen. Il Mackel ascrive questa parola fra 
quelle del suo primo gruppo : sarebbe quindi d' imprestito 
antichissimo. Però è notevole cb,e nel bl. dove soppiantò 
quasi dappertutto il 1. albus, blanchus compaia piuttosto 
tardi, cioè verso il 1200, mentre nell' afr. è documentata 
sin dal sec. 11°. Der.: bianca-gno-re-stro-stronaccio-strone, 
bianche ■ ggiamento- ggiare-ria-tto-zza, bianchi-ccio - mento-re-to, 
bianci-ardo-cante - care, bianco -lino-ne -reso, biancu-ccio-me ; 
imbianc-are-hire. 

Biavo biado, di color turchino chiaro (Boiardo, 
2, 37; dial. ven.). Risp.: a. sp. biavo, prov. blau, afr. prov. 
blou bloi, fr. bleu d'ug. sig. Procedette da ger. blaiu svol- 
tosi in aat. blao [fless. blawer], mat. bla, tm. blau ce- 
ruleo, livido, biondiccio, verd' azzurro, turchino. Forme 
ger. parallele: ags. blàv, blaeven donde a. ing. blew, blev, 
blue, scozz. bla, afris. blaw, fris. blauw, bla, blo ; bt. bla, 
blag, blaog, ol. blaauv, anrd. blor, sv. bla, dan. bloa. A ger. 
primitivo * blaivo risponde 1. flavus, che però come altri 
nomi di colore, ha cangiato signif. rispetto al vocab. ger., 
giacché vale " biondo -giallo ". 

Bica, mucchio di covoni (Dante, Sacchetti). Ri- 
posa su aat. biga piga, mat. bige, mucchio di cose sovrap- 
poste, e specie di grano, dial. alto ted. beige beigen bei'/. 
Schade 61. Entrò forse coi Longobardi. Der.: abbicarsi. 



i:i< i iiiKiu: 



Bicclliere, vaso da bere (Guittone, Boccaccio;. 
Hisp. : lad. bicher, valac. p'èhar prov. afr. pichier sp. port. 
pichel d' ug. sig. L'it. e il lad. procedono senza dubbio da 
bl. bicarium, come le forme col p (fra le quali c'è anche 
it. peccherò; v. q. p.) procedono da bl. picherium pecca- 
reum. Questo bl. bicarium alcuni lo voglion fare derivare 
da 1. baccar vaso da vino, mentovato da Festo, ovvero da 
gr. j3txo<; vaso di terra. Ora lasciando anche stare le dif- 
ficoltà fonetiche che s'incontrerebbero a cavare un bl. bi- 
carium sia da baccar sia da jìixoc, basta osservare la cir- 
costanza dei luoghi ove compare dapprima bl. bicarium 
per òapire quale sia la sua origine. Bicarium ricorre prima 
i tutto in Arnoldo di Lubecca, Corrado di Magonza e 
Ditmaro, tutti scrittori tedesohi ; come tedeschi sono Bal- 
drico, Reimerus e Dietrico di Metz che usano i primi 
nei sec. 11° e 12° le forme col p. Ciò vuol dire necessa- 
mente che bicarium e forme parallele riproducono ne più 
né meno che as. biker, mat. bechaere, becher, anrd. bikar, 
come le forme col p riflettono aat. jyèchari, pèchare, mat. 
p'ècher d'ug. sig. Si può poi fare quistione se aat. pechare 
as. bicher ing. beaker siano indigeni ger. come sostiene 
Faulmann ovvero derivati da 1. baccar come vorrebbe 
Kluge. Ma questo esorbita dal nostro compito, bastandoci 
assodare che bicchiere immediatamente proviene dal ger. 
V. Peccherò. Der. : bicchier-ata-ino-one. 

Bidello, chi serve ad università od accademie 
(Caro, Fioretti). Con sp. prov. afr. bedel, fr. bedeau messo 
di giustizia, immediatamente riproduce bl. bedelìus pidel- 
lus pedellus, che sin dal 1350 vale già anche " servente 
d'università" [bedelli tmiversitatum. J. Questo bl. riposava 
su aat. bitil petil pittil, mat. bitel messo di giustizia, 
birro. Mat. bédelle pedélle pedell, tm. Pedell bidello, sono 
anch' essi riflessi del bl. e non dell' aat. petil, il quale 
aveva per forme secondarie butil putii, mat. biitel donde 
tm. Battei donzello, messo, birro. L' ags. era bydel messo, 



BIFFA — BINDOLO. 39 

da cui ing. beadle birre- bidello; ma l'ing. oltreché su 
l'ags. si è foggiato, specie pel senso di "bidello ", anche 
sul roin. L'orig. prima del gruppo ger. secondo Kluge è 
da cercare in vb. aat. biotan, tm. bieten porgere, esibire, 
annunciare. Bl. bedellus era usato già nel sec. 12° nel suo 
senso originario di " messo di giustizia ". Ad ogni modo 
questo vocabolo entrò dal ger. in rom. piuttosto tardi; e 
in Italia pare venuto immediatamente dalla Trancia verso 
il sec. 12°- 13°; dove afr. s'era svolto da abfr. bidal. 

Biffa, pertica degli agrimensori (Magalotti). Riposa 
su bl. biffa la cui orig. da longob. wiffa, da aat. icifan 
tessere, innaspare, v. sotto Guiffa. Der. : biffare. 

Biglia, palla d'avorio (neolog. del sec. scorso). Ri- 
produce fr. bilie che con prov. bilha sp. bilia è dal Diez 
riportato a mat. bikel ol. bikkel aliosso. Il Mackel parte 
da un aat. * bikill palla mazza. Bl. bilia ricorre in Francia 
sin dal 1350. Il Littrè e lo Scheler dubitano dell' orig. 
ger. di fr. bilie, che però è sostenuta anche dal Faulmann. 
Der. : bigliardo. 

Bigotto,- bacchettone (Redi). Riflette fr. bigot ri- 
posante su bl. bigothi epiteto spregiativo dato ai Norman ni 
sin dal sec. 10°, e che forse risale alla frase ted. bi GHt 
per Dio, usata da essi o dal duca Rollone. Ma su qu0sto 
vocab. regna ancora dall' incertezza. 

Binda 1 , fettuccia. È presupposto dal diinin. bin- 
della (Gover. della Fam.). Il bl. offre bindae fascia in Reg. 
8. Frane. Risale a base stessa di benda, cioè aat. binda. 

Binda'-', striscia di tela sulla vela (neolog. marin. ). 
Riflette senza dubbio tm. Binde, ovvero un suo corrispon- 
dente bt. dei paesi mai'ittimi del nord. 

Binda 3 , strumento da sollevar pesi (neolog.). È il 
primitivo di bindolo (v. q. p. ). Quindi ha per base il ceppo 
di tm. Winde. 

Bindolo, sti-umento per vari usi, aspo, arcolaio ; 
aggiratore, imbroglione (Buonarroti, Segneri). Con sp. 



40 MONDO. 

guindolo., ir. guinde, trent. linda riposa su ger. aat. 
winda donde mat. winde, tin. Winde, Windel verricello, 
mezzo per far girare da vb. aat. tvintan, mat. tm. winden, 
ing. io toind girare, torcere. Questa voce ignota al 1)1., 
compare nello scritto solo nel cinquecento. Forse vegetava 
nei dialetti dell' Alta Italia ov' era entrata coi Longobardi. 
Altra forma assunta dal nome ger. è Guindolo coi sensi 
però non tutti eguali. Dal moto che con esso si dà a chec- 
chessia, bindolo prese anche il senso di " aggiratore, im« 
broglione ". La rad. ivìnd non ha corrispondenti fuori del 
campo ger. ; ma dentro di esso, mediante differenziazioni 
apofonetiche, die luogo a numerose forme verbali, tali, per 
es. wenden wandeln wandern. Der. : lindo-la-lare-lata-leria- 
lesca-mente-lesco-lone. Abbindola-re-tura. V. Guindolo. 

Biondo, giallo-bianco (Dante, Villani). Con fr. 
blond, sp. biondo, ing. blond blont, tm. blond, immediata- 
mente riposa su bl. blundus ricorrente già in Jo. de Gfenua, 
Michele Scoto, in una carta di Spelmann relativa a Gugl. 
il Rosso d'Inghilterra (1100) detto ivi Blundus ecc. 
Questo bl. blundus secondo alcuni risalirebbe ad ags. blon- 
den misto, epiteto dato ai capelli. Benché ideologicamente 
questa etim. non paja soddisfacente al Diez, noi col Kluge 
e col Faulmanh riteniamo che si debba partire da un 
ger. * blundo da preger. bhlndho, affine a sans. bradh - na 
rossiccio. Da una parte, dice il Kluge, questo era un co- 
lore di capelli proprio singolarmente dei popoli nordici, 
dall' altra il ger. die alle lingue neol. parecchi altri nomi 
di colori (bianco, biavo, blu, bruno, grigio). Il Diez ca- 
vato afr. bloi da anrd. blaut, aat. biodi mat. tm. bloede 
11 tenero, dolce, mite ", ne fa venire per nasalizzatone afr. 
blond, donde bl. blundus. Un tal termine sarebbe stato 
appropriato ai biondi per la generale mitezza del loro ca- 
rattere. Ma l' esistenza di ags. blonden applicato ai capelli 
porta a dare la preferenza alla prima delle ipotesi. Der.: 
bionde-ggiare-llo-zza. 



BIOTTO — BIRRA. 41 

Biotto, meschino, miserabile, brullo (Pataffio). Ri- 
spond. : lomb. blot Mot meschino semplice, lad. blutt nudo, 
ven. Moto puro semplice, prov. afr. l>los spoglio, prov. 
Mous puro, moden. bioss nudo. Riposa su terra ger. blautn 
che si svolse in aat. blòz mat. blòz tm. bloss nudo spoglio, 
colle forme secondarie m. bt. m. ol. bloot nudo, ags. bléat 
povero, meschino, m. ing. blt'te nudo, anrd. blautr debole, 
fresco, tenero, bas. ren. bloid, nudo. Inoltre le forme dial. 
dell" at. e bt. blutt, sv. blott spennato, non coperto vb. 
blutten, donde forse il bl. Mutare vuotare delle Leg. Long. 
Liut. 35. L' anrd. presenta una divergenza nel signif., e 
maggiore l' offre, benché spiegabile, l' aat. blòz che vale 
" superbo ". Nella lingua antica ricorre la frase « a biotto » 
che la Crusca spiega per " alla peggio ". Forse sarebbe 
meglio tradurla " alla semplice, alla buona ". Nella mon- 
tagna moden. s'usa la frase « mangiare a Moscio » per 
" mangiare senza condimento ", dove credo che Moscio sia 
lo stesso che biotto. 

Birra, sorta di bevanda che si fa di biade (Lippi, 
Malm. + 1642). Paralleli: venez. bira, fr. Mère, valac. 
beare. L' it. riproduce verso la fine del sec. 16° o il prin- 
cipio del 17° tm. Biev ; il fr. invece [sec. 15° J il mat. 
bier venuto da aat. jnor, p'éor, pier cui rispondono ags. beor, 
ing. beer, anrd. biorr. Anche gael. beòir e brett. biorch 
paion estratti dal ted. Il Diez non credeva che questo 
fosse vocab. radicalmente ger. e il Vossio lo credette ori- 
ginato da 1. Ubere bevanda; ma è poco verosimile che i Ger- 
mani per designare una bevanda indigena dei loro paesi 
togliessero a prestito dai Romani una voce di signif. ge- 
neralissimo. Quindi il Kluge e il Faulmann ritengono 
che qui si tratti di parola schiettamente ger., e il Klugo 
crede che ger. occid. beor sia connesso con brauen fare 
la birra da rad. breu fermentare: svoltosi da idg. bhra, 
bhretc che appare in frigio- tracio |3puTO\i vino di frutta, e 
1. defrutum mosto cotto: da * preor per dissimilazione peor. 



42 BI8CHBNCA - BISH1 

Altri riportano aat. bior a got. * bius da rad. idg. rappre- 
sentata in sans. da piv pip = pa, gr. m'-vto, 1. 6£-6o: ed 
infine si è ravvicinato la parola in discorso ad ags. />éo, 
anrd. bygg orzo, ma la forma è troppo diversa. Anche ing. 
bowse, m. ing. bousen, svizz. bouse bere, è troppo difforme. 
Der. : birr-aio-aiuolo-eria. 

Bisclienca, scherzo cattivo ("Varchi). Il suono di 
q. parola, non studiata finquì da nessuno, conduce a trarla 
dal ger. come parecchie altre di senso affine, ad es. >>efr'a 
celia scherno scherzo. Colà troviamo schencken donare mescere 
vendere, da cui col prefisso peggiorativo bis s' avrebbe il 
senso di " cattivo dono ". Anche aat. skinko canna, o me- 
glio mat. schinke tm. Schinken gamba, potè prendere il 
senso di " cattiva burla ", analogamente a gamba che die 
gambetto scherzo di cattivo genere. 

Bislenco, storto malfatto (Brunetto Lat.). Entra 
qui aat. siine sinistro (riprodotto anche da vali, hlinche 
d' ug. sig. , afr. esclenque esclenche mano sinistra), con pre- 
fisso rom. bis. Di là mat. line lene tm. link. Bislenco per 
metatesi produsse sbilenco e con aferesi bilenco. 

Bismuto, nome d'un metallo (Bossi Diz. Tecn. 
1817). Con fr. bismuth, sp. bismuto, ing. bismuth riproduce 
tm. Bismuth Wismuth, voce invalsa in Germania nel sec. 16 5 
colle forme Wismat di Mathesius e bl. bìsemutum d' Agri- 
cola. Neil' Erzgebirge dove si scoprirono le prime miniere 
di q. metallo nel 1472, è chiamato Wiesmat da Wiesen- 
matte "stuoia de' prati": forse il metallo fu assomigliato 
ai fiori del prato pei suoi molteplici colori. Ma sembra 
interpretazione più giusta il credere che debba il nome 
alle antiche miniere di S. Giorgio presso Schneeberg, dette 
in der Wiesen cioè " nel prato ". Vb. muten essendo vocab. 
dei minatori che vale " cercare per scoprire una miniera ". 
Wiesmut aignificherebbe "indagare la miniera del prato". 
Così il Kluge p. 409. 



KISOGVO — BIVACCO. 43 

Bisogno -a, mancanza di cosa non assolutamente 
necessaria, affare negozio (Dante, Boccaccio). Bisp. a. it. 
besogno, afr. besogne fr. besoin, prov. besonh besonha, lad. 
basengs necessità stento. Questo ceppo rom., che diretta- 
mente procede forse dall' afr., é composto di bl. sonici 
sunnia, voce ger. [aat. sminia \ riprodotta in fr. soin it. 
sogna cura pensiero, e di be intensivo. Quindi s' avrebbe 
ger. * besunia. Accanto a q. etim. il Diez propose aat. 
bisiunigi donde * bisiuni scrupolo. Ma la prima è molto 
più verosimile: v. Sogna. Der. : bisogn-are-evole-oso. Abbi- 
sognare. 

Bisonte, bue selvatico del Nord (Pulci, Morg.). 
Con sp. bisonte, fr. prov. ing bison direttamente riposa su 
1. ÌÀson usato già da Plinio lib. 8, 15 parlando d'un bue 
della Germania, poi da Seneca Marziale e Solino. Anche 
gr. (3iawv riflette il nome lat. Ma quest' ultimo, come os- 
serva lo Schade che parla dell' animale e del vocabolo per 
ben 13 pagg. [1173-1 186 J, rifletteva un nome ger. che sdop- 
piossi in aat. toisunt wisant, mat. wisent, tm. Wisunt, ags. 
weosunt, forme che passarono anche in parecchi nomi pro- 
prii, Fòrstemann 1, 1331. Il valore etim. del vocab. ger. 
è molto dibattuto dai filologi. V. Schade 1173. 

Bitta, palo, pezzo di legno (neolog. ). Credo che ri- 
produca fr. bitte che con sp. bitas riposa su anrd. biti trave 
traversa, ing. bitt pezzo di legno. Bl. Biius compare già 
nella Gloss. d' Erfurth al sec. 8°. La rad. pare idg. bhid 
dividere. 

Bivacco, accampamento a ciel sereno (neolog. di 
q. secolo). Con sp. vivac vivaque riproduce fr. bivac vi- 
vouac sentinella, usato già da Corneille e Pelisson, e ripo- 
sante a sua volta o su m. ol. biwacke [tm. Beivache] guardia 
accessoria o di riserva da bei presso e vachen vegliare, 
ovvero su svizz. biwacht pattuglia. Pel senso è preferibile 
la prima derivazione, giacche il fr. vale appunto " senti- 
nella " ; ma non è improbabile che fosse importato in Fran- 



44 BLASi Ni . 

eia dagli Svizzeri al soldo dei re francesi, come in parecchi 
altri casi. Anche tm. Bivouack e ing. bivouk sono riflessi 
del fr. alla fine del sec. 17' J . Der. : hivacca-mento-re. 

Blasone, arma gentilizia, scienza araldica (Bor- 
ghini + 1580). Immediatamente riproduce fr. blason d'ug. 
sig. Questo senso però anche nel fr. s' era svolto piuttosto 
tardi; e afr. blezon blason [sin dal sec. 12.°] con prov. blezó 
blizó, sp. blason port. bràsao valeva dapprima " scudo, scudo 
adorno, stemma, arme dipinta nello scudo, lode o biasimo ". 
Febrer di Valencia alla fine del sec. 13" usa blasó in senso 
di "stemma, splendore, gloria"; il quale ultimo signif. 
è ancora annesso allo sp. Un tal ceppo rom. è indubbia- 
mente d' origine ger. ; ma può ammettere una doppia deriva- 
zione. Alcuni col Diez lo riportano ad ags. blasé ing. blaze 
lìaccola ardente, vampa, mat. blas candela splendore, vb. 
ags. blysan ardere. Da questo senso si sarebbe passato 
a quello di " splendore ", come designazione dei colori 
bianchi e turchini degli scudi o stemmi; indi a quello di 
" magnificenza o gloria " dello persone il cui stemma era 
adorno di quei colori o fregi. S' avrebbe adunque la pro- 
gressione ideologica: fiaccola accesa-lustro-scudo adorno di 
fregi riflettenti gli alti fatti d'un gentiluomo; e una tale 
etim. sarebbe confortata dal signif. dei vb. fr. blasonner 
ing. blazon it. blasonare dipingere armi. Ma è anche pos- 
sibile 1' origine da vb. aat. blasen mat. blasen soffiare gon- 
fiare, che avrebbe assunto il signif. di " pubblicare van- 
tare " che vediamo nell'ing. io blasé ol. blazen, pel costume 
degli araldi, che esaminato lo scudo del cavaliere che 
si presentava per entrare in lizza e trovatolo meritevole 
tessevano le lodi dell' individuo e lo proclamavano a suon 
di corno, e ciò darebbe anche ragione del senso di sp. 
blasonnar vantare, blasonador millantatore. Quindi « armi 
blasonate » varrebbe " armi proclamate degne dal bandi- 
tore " : dal che si spiega altresì come da araldo siasi svolto 
il nome araldica in senso analogo anzi uguale a blasone. 



lìLENDA — BLOCCARE. 45 

Perciò blasone era " manifestazione e vanto dei meriti " di 
chi possedeva armi o stemmi illustri ; e questi stemmi erano 
la ragione per cui un uomo era blasonato ossia proclamato. 
Ma qualunque fosse la ragione per cui il nome fu dato 
alla casa, qualunque il modo della evoluzione dei sensi, è 
certo che la parola nell' un caso e nell' altro risale a rad. 
preg. bla indeu. bhla, cui risponde 1. fla-re soffiare; rad. 
che dal senso primario di " gonfiamento " nel campo ger. 
con 1' ampliamento di s, assunse anche quello di " splen- 
dore ". La seconda etim. è preferita dallo Scheler; il Ala- 
ckel invece s' attiene alla prima. Il nome è sconosciuto al 
bl. Der. : blason-are-ico-ista. 

Blenda, solfuro di zinco (neolog. di q. secolo). Con 
sp. blenda fr. ing. blende riproduce tm. Blende d'ug. sig., 
formatosi da vb. blenden accecare, abbagliare, aat. blanten, 
ags. blendian. ing. to blind. Il solfuro di zinco ebbe questo 
nome dalla sua proprietà di abbagliare. V. Blindare. 

Blindare, coprire (neolog. di q. secolo). Eiposa su 
fr. llinder d'ug. sig. che compare nel sec. 17°, e derivava, 
osserva il Mackel, non da got. blindian come vogliono il 
Xeumann e il Waltemath, perchè questo avrebbe dato 
blindir, bensì da tm. blenden venuto da aat. blendan. Il vb. 
ger. dal signif. di " acciecare " passò a quello di "rendere 
invisibile, coprire ", ossia da quello del fine a quello del 
mezzo. V. Blinde. 

Blinde, piastre di metallo per coprire case e ripa- 
rarle da projettili (neolog. di q. sec). Rappresenta senza 
dubbio fr. blindes d'ug. sig., da cui anche sp. blindes blin- 
dajes, e ing. blinds. Fr. blindes potè svolgersi da vb. ì/linder 
od anche riprodurre tm. Blinde. 

Bloccare, assediare alla larga (Montecuccoli). Con 
sp. bloquear riproduce immediatamente fr. bloquer >l*ug. sig.. 
vb. formatosi tardi da nome blocus e non da bìoc. (Questo 
fr. liìocns jilocus ricorrente già al principio del sec. 10° ri- 
fletteva, secondo Scheler ed altri, mat. blochhaus fortini 



4G BLOCCO — BOCCIA. 

| propriamente "casa di tronchi"]. Tali fortini, dice il 
Littré, servendo a togliere le comunicazioni d' una piazza 
assediata, blochhaus e deriv. fr. blocus presero il senso 'li 
assedio in cui s'impedisce l'ingresso d'ogni cosa nella 
piazza. A me sembra però che nel mat. comparendo un 
vb. blocken ploken mettere in biodi, il fr. bloquer potrebbe 
anche riflettere quel vb. senza l'intermezzo di blochhaus. 
Sulla composizione di q. nome e di fr. blocus v. Blocco*. 
Der. : blocco '. 

BlOCCO l , assedio alla larga (neolog. di q. sec). Deriva 
con sp. bloquer da vb. bloccare, e corrisponde a fr. blocus. 
Il nome ebbe gran voga dopoché Napoleone dichiarò il 
Hocco continentale contro l'Inghilterra. 

BlOCCO 2 , pezzo di legno o di marmo (neolog. di q. 
sec). Riposa su fr. bloc d' ug. sig. Afr. bloc, ricorrente sin 
dal sec. 13°, con borg. bló riposava su mat. bloch, o meglio 
m. bt. llok tronco, masso, ceppo, serratura, congegno che 
chiude; donde tm. Block ing. block ceppo, masso. Mat. block 
proveniva da aat. biloh rinchiudente anch' esso i due sensi 
fondamentali del mat. cioè " ceppo '' e " serratura ". Qui, dice 
il Kluge, s' hanno due radici diverse, che per successive 
evoluzioni si sono fuse in una forma unica. Pel primo 
senso da rad. bilch(o) trave si ebbe per metatesi bloch 
poi bloh, donde mat. bloch. Pel secondo il Grimm pai te 
da biloch composto di bi e luckan chiudere [ ing. belock — 
chiudere a chiave ] da cui per sincope mat. bloch confusosi 
quindi coli' altro bloch. Però il tm. Block, fr. bloc e it. 
conservano solo il primo dei due sensi. Dal senso di "masso, 
massa " spiegasi la frase « in blocco ». 

Blu, azzurro turchino (neolog. di q. sec). Riproduce 
fr. bleu d'ug. sig. che abbiamo visto con biavo riposare su 
ger. Vaio. Quindi blu viene ad essere un doppione di biavo. 

Boccia, fiore non ancora aperto, palla di legno, 
vaso corpacciuto (Crescenzi; Rie Fior.). Risp. : prov. bossa, 
fr. bosse, pie boche d'ug. sig., sp. bocha palla. E doppione 



BOLZONE — BOHDELLO. 47 

di bozza, dovuto all'uso toscano che riproduce col doppio e 
la doppio z lombarda. Risale a mat. bùze butze [aat. buzo j 
" cosa ammaccata o gonfia ", da vb. bózen urtare ammac- 
care. Il bl. bacia baucia ricorre dopo il 1200 e quindi più 
che altro è ricalcato sulle voci rom. Y. Bozza. Der. : bocc- 
-etta-iuolo. 

Bolzone OOlcione, strumento mil. da rompere 
muraglie, sorta di freccia ( Guittone, Villani). Paralleli; 
afr. a. sp. bouzon bozon, prov. bosso. Risale ad aat. bolz 
donde mat. bolz tm. Bolz Bolzen d' ug. sig. ; anrd. bolte, 
ing. bolt. 01. botti vale solo " chiodo, brocco di rampone ". 
Tema preger. era bhldós. Trarlo col Diez da 1. bulla con 
suffisso ciò mi pare assurdo per senso e per forma; e il 
bl. bultio che egli dice trovarsi in glosse tedesche antiche, 
sembra piuttosto riflesso di ags. bolt; e neppure è ammis- 
sibile una derivazione da bl. * bulta accorciamento di 1. 
catapulta, che ad ogni modo non inchiuderebbe ambedue 
i sensi del vocabolo in quistione, sensi che sono invece 
presentati dal ger. Che aat. bolz provenisse poi da 1. cata- 
pulta è escluso dallo Schade e dal Faulmann, che il cavano 
da vb. bolón scagliare rotolare. Bl. bolzonus-um ricorre 
spesso in Italia e in Francia dopo il 1300; quindi è ripro- 
duzione delle rispettive voci romanze. Entrò probabilmente 
poco dopo il 1000. Der. : bolzona-re-ta-to. 

Bompresso, albero sporgente obbliquamente dalla 
prora (B. Crescenzio, Naut. Med. 1607, Dudley Are. del 
mare 1630). Riproduceva direttamente sp. bauprès che con 
fr. beaupré riposava su ol. boegspriet, tm. Bugspriel, m. ing. 
boicspriet ing. boìosprit il quale termine ger. etimologica- 
mente vale ' v asse curva ", risultando da bug curvo, e 
da spriet forma ol. di t. Brett tavola. 

Bordello, postribolo, chiasso (Novellino, Dante). 
Risp.: fr. prov. bordel sp. burJel d'ug. sig., ma originariamente 
" capannuccia". Afr. bordele vale " cattiva capanna''. Da fr. 
bordel originarono ing. bordel brotliel, ol. bordeel, tm. Bor 



4S 11OKD0 1 . 

dell. Probabilmente anche l' it. è riproduzione della voce 
francese, giacché il primitivo borda in it. non ricorre, lad- 
dove 1' afr. ci presenta borde baracca, e prov. e cat. borda. 
Mi persuade di ciò anche il fatto che bl. borda tugurio, 
e bordellum capanna non s' incontrano mai in Italia, ma 
sempre in Francia e Inghilterra nei sec. 11° e 12°; inol- 
tre tutto mostra che 1' as. e abfr. è stato il dialetto ger. 
donde procedette immediatamente <j. vocabolo; quindi passò 
a traverso la Francia, ed entrò fra noi nei primi secoli 
dopo il 1000. Il ceppo rom. borda aveva adunque per base 
ger. bord tavola che sdoppiossi in got. baùrd, anrd. as. 
ags. bord, aat. bort mat. bord. Paion d'estrazione ger. anche 
ir. gael. borei, cimb. bwrdh d' ug. sig. Nel passaggio dal 
campo ger. al neol. il senso di " tavola " si cangiò in quello 
di " lavoro fatto di tavole "; poi il dimin. svoltosi nel rom. 
assunse quello di "catapecchia per donne di mala vita"; 
infine quello di " chiasso schiamazzo ", quale suole farsi 
in simili luoghi. Circa altre quistioni sul valore del vocab. 
ger. v. Bordo 1 e Bordar. Der. : bordell-are-eria-iere ; bordellare. 
Bordo 1 , fianco del bastimento, bastimento ; orlo mar- 
gine (Sassetti + 1588). Immediatamente da sp. bordo, giac- 
che fu cominciato ad usare dal Sassetti introduttore di non 
poche voci spagnuole. Ora a. sp. port. borda sp. bordo - e 
orlo del ponte della nave, con afr. fr. bord d'ug. sig. [sin 
dal sec. 13°], valac. boarte corona, proveniva da ags. bord 
tavola orlo di nave, donde ing. board. Anche tm. Bord 
procede del ramo bt. È dunque un vocab. ger. entrato in 
Francia mediante i popoli 'basso-tedeschi intorno al 1000 
e non colla invasione dei Franchi. La Francia lo trasmise 
alla Spagna e di là passò in Italia. È lo stesso che s' è 
visto sotto Bordello, cioè got. baurd tavola, aat. mat. bort 
orlo, orlo di nave, anrd. bordh orlo tavola scudo, ol. board. 
Lo Scheler crede che il signif. di " membro della nave'' 
siasi svolto da quello di " tavola ", e non da quello di 
"orlo ", e che quest'ultimo abbia avuto origine dall' essere 



BORDO 2 — BORGO. 49 

gli orli o fianchi delle navi fatti di tavole. All' incontro 
il Kluge ritiene che ags. bord ing. board presenti due 
signif. fondamentali irreducibili nonostante i tentativi 
fatti per dedurre l' uno dall' altro. Il primo è quello di 
"tavola asse"; l'altro quello di "orlo margine". Quindi 
si tratterebbe di due radici diverse venute a coincidere 
foneticamente ed a confondere i significati. Der. : abbordi i- 
-ggio-re. 

Bordo" bordato, specie di tela così detta perchè 
variegata (Quid. Cont. ; Buonarroti Fiera). La tarda com- 
parsa di q. nome mi fa credere ad origine dal fr. border 
orlare rigare, vb. svoltosi dallo stesso ceppo ger. visto sotto 
Bordo\ e da uno dei suoi significati secondarli. Der. : 
borda-re-tura. 

Borgo, accolta di case senza recinto di mura; ac- 
crescimento di case fuori le mura (Dante Villani). Risp.: 
afr. [sec. 11. ] bure bore buri, fr. bourg donde gael. borg, 
borgog. bor, prov. bore, sp. port. burgo villaggio casale. 
Base immediata bl. burgus riproducente direttamente ger. 
burg che produsse got. baurgs, aat. burg btirug, mat. 
bure tm. Burg, ags. burh byrig ing. boriigli bxirg burroa-, 
anrd. I org. Le forme ger. nei tempi storici della lingua 
valevano " luogo munito, cittì ". Ma questo senso alquanto 
diverso non deve far caso; perchè il ger. primitivo (che 
fu quello appunto che penetrò nel bl. e quindi nel rom. ) 
significava propriamente " riunione di case ", sicché Orosio 
VII 32 il traduce per « abitacula ». Difatti i Germani an- 
tichi non avevan che poche città e quelle aperte; e solo 
nel sec. 1U° la Germania vide terre munite, quando En- 
rico I 919-936 fortificò contro agli Ungheri e agli Slavi 
quelle esistenti ai confini e ne costruì di nuove. Solo al- 
lora burg acquistò il senso di " luogo forte, città ". Il tatto 
che Ulfila nel sec. 4.° volge gr. -i) i^ con got. baurgs non 
fa difficoltà neppure esso; poiché da un tale traduttore 
non può esigersi un' esattezza matematica, che qui era 

4 



f>0 BOBOO. 

forse impossibile con due popoli per lingua e costumi tanto 
differenti, e bastava che il vocabolo ger. fosse reso con 
quella parola got. che più per senso gli si approssimava. 
Alcuni hanno tentato di trarre bl. burgus da gr. nópyoq torre 
fortezza. Foneticamente una tale trasformazione sarebbe 
possibile partendo da un gr. |3upyoS, che per altro non è 
documentato. Ma le circostanze storiche, di cui s' ha pure 
a tenere conto anche in questa materia, sono recisamente 
contrarie a tale derivazione. Primieramente gr. JtupyoS è 
più che altro voce poetica usata massime da Omero o dai 
tragici in senso di " torre " ovvero di " fortezza morale " 
(Aia? TT'Jpyo? 'Ayaiwv Aiace fortezza degli Achei), e quando 
è adoperata da qualche prosatore, come Erodoto e Seno- 
fonte, ha il signif. di "parte superiore della casa, squa- 
drone schiera", ma non quello di bl. burgus e molto meno 
di it. borgo. E del resto è affatto inverosimile che il lin- 
guaggio militare dei Romani nel sec. 4.° togliesse in pre- 
stito dai Greci un termine antico e quasi poetico, laddove 
era ovvio, per le ragioni che si diranno, che il togliesse 
da Germani. Difatti bl. burgus appare la prima volta in 
Vegezio che De re mil. 4,10 ha la frase « castellum par- 
vulum quam burgum vocant ». Egli scriveva intorno al 385, 
poiché dedica il suo libro a Valentiniano II, 375-390, e 
parla delle guerre di Teodosio il Grande. A quel tempo 
non erano, è vero, ancora seguite le invasioni barbariche, 
e quindi non era peranco incominciata la introduzione degli 
elementi ger. nel latino. Ma i Barbari avevan però fatto 
frequenti incursioni e invasioni parziali, massime i Eranchi, 
gli Alemanni, i Marcomanni, i Goti; i quali ultimi s'erano 
stanziati nella penisola dei Balcani. Ma anche senza di 
questo, e prescindendo dalle numerose relazioni che Ro- 
mani e Germani doveano avere insieme, le legioni romane 
poste a presidiare i confini, erano in contatto immediato 
e continuo coi Barbari: quindi era facile che qualche pa- 
rola di costoro entrasse nel linguaggio militare lat. Ora 



BORGO. 51 

burgus era precisamente uno di questi vocaboli. Difatti se 
burgus fosse stata voce comune o introdotta da un pezzo 
(come avrebbe dovuto essere se fosse derivata dal gr. ), 
che bisogno aveva Vegezio di aggiungere la frase « quem 
burgum vocant » ? Questa espressione significa cbe burgus 
era parola poco nota, perchè usata solo dai legionari. Que- 
sta mia interpretazione è confermata dal trovare in appresso 
la stessa formola usata da altri scrittori a proposito di 
parole venute certamente dal ger., per es. da P. Diacono 
per landum, e da Raterio di Verona per sparones (sproni). 
In sostanza si trattava di vocaboli poco noti, perchè in- 
trodotti di recente, e quindi occorreva una spiegazione od 
almeno un raffronto col termine comune della lingua scritta. 
Ma un argomento decisivo per 1' orig. ger. di bl. burgus 
V abbiamo in Orosio che verso il 430 scriveva che i Bur- 
gundioni ebbero quel nome perchè « crebra per limitem 
abitacula constituta burgos vocant ». Il medesimo è ripe- 
tuto nella vita di S. Farone di Meaux a proposito dei Ger- 
mani. Ora giusta o no che sia l'origine che Orosio assegna 
al nome Burgundiones, a noi basta rilevare che qui è chia- 
ramente detto che burgus è vocab. ger., e che i popoli ger. 
■di questi burgi ne avevan costruiti molti sui confini. Ed 
ecco accennata la ragione per cui ger. burg era entrato 
nel bl. anche prima delle invasioni barbariche. S'aggiunga 
1' immensa diffusione di ger. burg in tutto il nord, il cen- 
tro e l' ovest d' Europa, mentre è appena credibile che 
avesse potuto dilatarsi tanto se avesse avuto origine gr. 
lat. Ed un' ultima prova l' abbiamo nel suono gutturale 
conservato da quasi tutti i deriv. come it. borghese bor- 
ghigiano, afr. borgois, prov. borgxics, port. burgtiez; indu- 
rimento che sarebbe inesplicabile nell'ipotesi dell' orig. gr. 
E ciò è tanto vero che i sostenitori dell' etim. gr. conce- 
dono poi che il ger. abbia influito sulla formazione dei 
derivati. E dunque storicamente certa l'orig. ger. del gruppo 
rom. in discorso, ed è assurdo pensare a gr. icup^o?. Ger. 



52 BORGOMASTRO — BORIHO, 

burg con b'èrg spetta a rad. di vb. bergan coprire idg. 
bhergh fortificare. Il Kluge ravvicina qui arm. Inagrì, arab. 
burg, gr. rcupyoc népyajjiog, ili. bri brig. Der. : borg-atctr 
atella-hese-hesia-hetto-higiano-uccio ; imborgare. 

Borgomastro, primo magistrato d' una città in 
Germania, Svizzera e Olanda: pressappoco il nostro sin- 
daco (Machiavelli, sec. 16.°). Rispondono: fr. bourgmestre 
(sin dal sec. 15.°), sp. burgomastro, ing. burgomaster. Ri- 
posa direttamente su tm. Burgermeister, composto formatosi 
in Germania nel medio-evo avanzato da bllrger cittadino, 
e da meister aat. meister maestro capo, riproduce nte 1. ma- 
gister. È voce tecnica usata solo dagli scrittori di storia o 
da chi parla di usi e costumi di città tedesche. 

Boria., alterigia jattanza (Sacchetti, Morelli). Senza 
corrispondenti nelle lingue sorelle. Il Diez dopo accennato 
ad aat. burjan donde mat. buren biirn sollevarsi, anrd. 
byria, ol. beuren, trapassato nel composto del tm. empòren 
d' ug. sig., finisce col preferire 1. borea vento di setten- 
trione, ovvero 1. vaporeus vaporoso. Ora prescindendo anche 
dalle difficoltà logiche e morfologiche che rendono intrin- 
secameute difficilissima, per non dire impossibile, quest'ul- 
tima derivazione; basta osservare che il mat. ci presenta 
dalla rad. di vb. ger. burjan, il nome bór che significa non 
solo " sollevazione " in senso materiale, ma ben anche in 
quello morale di "alterigia arroganza ", perfettamente uguale 
a quello dell' it. Se a questo s ? aggiunga che il nome in 
quistione compare piuttosto tardi, e precisamente in epoca 
contemporanea al mat., non mi pare ci debba esser più 
dubbio sull' orig. di esso non solo dal ger., ma appunto 
dal mat. Deriv. : bori-are-ata-osita-oso-osuzzo-uzza. 

Borino bolino bulino, ferrolino con cui s'in- 
cide o s'intaglia (Vasari, Cellini). Immediatamente pare 
procedere da fr. burin ricorrente sin dal sec. 12°, il quale 
fr. con a. sp. borii, sp. port. buril d' ug. sig. s' era svolto 
da aat. bora pora dal quale vennero tm. Bohrer trapano 



HOKZACCHINO 



53 



.succhiello, ing. bore succhiello buco ferita. Il nome ger. 
s' era formato da vb. aat. borón donde mat. horn tm. bohren 
ol. boren sv. bora dan. bore forare, cui rannodansi ags. borian, 
ing. to bore got. * batiron d' ug. sig. Il protoger. borón 
spetta alla rad. indeu. bhar lavorare con istrumento aguzzo, 
da cui dipendono anche gr. «papàoj sollevar coli' aratro, 
1. forare. Nel sans. e' è il derivato bhurii forbici, e nel- 
1' iran. berr da bherri tosare. Un tal nome ger. scono- 
sciuto al bl. entrò nel territorio neol. piuttosto tardi pel 
tramite della Francia. 

Borzaccllino, sorta di calzaretto (Varchi, Fran- 
zesi). Immediatamente venne forse da sp. borcequi d' ug. 
sig., che con fr. brodequin (sec. 15.°) sorta di cuojo, cal- 
zaretto, ing. buskin, riproduceva m. ol. brosekìn. Importan- 
tissimo sarebbe per fissare 1' epoca della introduzione in 
it. e la provenienza immediata, il determinare a che età 
spetti il bl. borgechinus degli Stat. Saluzz. Il tm. dal bt. 
ha cavato la forma Bròschen " animella di vitello ". È chiaro 
adunque, anche pel signif. mostroci dall' afr., che il senso 
originario del vocab. oland. era quello di " cuojo " e pre- 
cisamente di " cuojo ottenuto con animella di vitello ". 
Per metonimia furon poi chiamati così certi calzari fatti 
di quella parte dell' animale che è molto morbida e spu- 
gnosa. L' ol. a sua volta è dimin di un * broos cui risponde 
dan. brusiclce, ing. briscket fr. brehet petto dell' animale. 
L' importazione di questo nome nel campo rom. non deve 
risalire più indietro del sec. 14.° o 15. u 

BOSCO, terreno piantato d' alberi selvatici, legna 
(Dante). Paralleli: prov. bosc boisc, sp. port. bosque, afr. 
bnische busche [dial. buisse\, fr. bois bosquet bocage bouquet, 
accanto a cui fr. buche, annon. boisse coi vb. enbusckier e 
pie. enbuskier, ed enbussier. Col Mackel traggo questo nome 
e gruppo da ger. bosk donde aat. bosc buse, mat. bosch 
bosche busche tm. Btisch Buschel, ol. bosch bus, bt. bosch 
bicssel, ing. busk l ush cespuglio arbusto legna foresta. La 



54 DOTTA 1 . 

rispondenza della forma e del concetto è perfetta. Non so 
quindi perchè lo Storm abbia tentato di cavare il ceppo 
roni. da 1. buxus bossolo, giacché il bossolo è lungi dal 
formare vaste estensioni di alberi selvatici. Inoltre in tutti 
i riflessi sia rom. che ger. di 1. buxus [it. bosso-Io, fr. buis, 
sp. box boi, ing. box, aat. mat. buhs, tm. Huchs], la guttu- 
rale non s'è mai conservata. Assurda mi pare altresì la deriv. 
da gr. [iójy.ro pascere, proposta dal Canello. Difatti il "pa- 
scere " è concetto molto diverso ; e sarebbe strano che il voc. 
che l'esprimeva fosse passato a designare "selva, foresta" 
e non avesse preso il sig. di " prato, campo ", che al pascere 
sono più adatti che il bosco. Più : il gr. conosce bensì il nome 
j3da>coc, ma vale " pastore ". Poi nel medio-evo sono rare le 
parole gr. entrate nell' Europa lat. ger. e divenute popolari. 
Il Mackel osserva altresì che da bl. buscus-um sarebbe fone- 
ticamente impossibile la formazione immediata di parec- 
chie delle forme fr., poiché converrebbe ammettere la tra- 
sformazione di boscum in * bocsum che è assai inverosimile. 
Quindi il bl. stesso riposa sulle forme ger., alle quali è 
storicamente posteriore, comparendo esso primieramente 
in Francia verso il 950 nel testamento di Rainolfo sotto 
il re Lotario. Anche la diffusione di bl. boscus-um in paesi 
ger. o quasi germanici [Inghilterra, Islanda, Scandinavia 
ecc.], assai maggiore che in Italia, viene in appoggio della 
derivazione nordica del nome in quistione. Il Grimm trae 
ger. bosk busk da vb. bauen costruire, mediante un deriv. 
* buwisc buisc che valeva " materiale da costruzione ", senso 
conservatosi nello sp. e nel fr. Ma quest' origine è messa in 
dubbio da alcuni. Der. : bosc-accio-aglia-aiuolo-hereccio-hetto- 
-hivo-oso; imbosc-ata-himento, rimboscare. 

Botta 1 botto, percossa colpo (Fr. da Barberino). 
Risp. : mil. butt boccia, fr. botte sp. bote colpo, fr. bout punta. 
Precedette da ger. * bot donde aat. bóz colpo mat. bòz butze. 
Nelle lingue sorelle il nome per metonimia passò a deno" 
tare l' effetto del colpo cioè il rilievo o gonfiamento ; pel 



quale senso l' it. usa boccia e bozza voci uscite dallo stesso 
ceppo. Bl. botta colpo compare in P. Azarius all' an. 1368. 
Il Mackel ascrive questo fra i vocab. del 2° gruppo ; quindi 
è forse d' importazione anglosassone. V. Boccia, bozza e 
lotta 2 . 

Botta 2 , rospo (Boccaccio, Sacchetti). Risp.: afr. 
botte boz boterei, sciamp. delfin. bote d' ug. sig. E la stessa 
parola precedente, con forte specializzazione di senso pas- 
sato a traverso quello di " cosa rigonfia ". Ricorre nel bl. 
nella Vit. d. B. Angela da Foligno, ma è riproduzione del- 
l' it. Si rannodano qui anche sp. bot contuso, fr. bot dal 
pie tondo, botte ammasso, lad. boti colle, valac. butaciu 
ottuso, e così pure nel campo ger. butz butzen, bt. butt ottuso. 

Bottarein dibottare, agitare commuovere (Guido 
G., B. Latini, Tesor.). Risp.: sp. port. prov. botar, afr. boter 
fr. bouter borgog. bottai battere. Venne da ger. * botali che 
mostrasi in got. bautan, ags. beatati ing. to beat; aat. bózan 
mat. bózen battere colpire, anrd. bauta. Il t delle forme 
rom., contrapposto al z del ramo alto ted., accenna, chia- 
ramente all' immediata orig. basso-ted. delle voci neol. : 
difatti il Mackel mette fr. bouter [documentato dal sec. 11. ] 
nel suo 2° gruppo. Forse provennero dall' ags. Il bl. non 
offre nulla in proposito. Il signif. di " battere colpire " 
nel campo rom. si sviluppò e diventò " spingere " poi "get- 
tare scagliare ", ed anche " gonfiare ", come vedesi in it. 
bottone, prov. sp. boton, fr. bouton gemma boccia germo- 
glio di fiore, mil. butt boccio, it. buttare. Lo Schade pa- 
ragona a ger. botan, lit. badijtì pungere colpire, 1. fodere 
scavare. V. Boccia botta bozza, buttare. Der.: bottone e la 
sua numerosa famiglia. 

Bottino, preda di guerra (Chron. Veron. an. 1333; 
Stor. Pistoi.; M. Villani ). Rispondono: fr. butin e sp. hofin 
d' ug. sig. Il Diez crede che le forme it. e sp. ritiettano 
immediatamente la francese Ma questo è diffioile a provare, 
giacche l'it. compare fin dal 1333 nel bl. del Chron. Ver. 



56 liOVB — BOZZA. 

e poco dopo in Azarius e in un Villani, laddove il fr. non è 
documentato se non alla fine del sec. 15°, quando lo troviamo 
usato dal Comines. Siccome poi P. Azarius usa tal voce 
parlando di fazioni guerresche compiute in Lombardia da 
compagnie di Tedeschi, io credo piuttosto che l'it. riproduca 
direttamente mat. buten biute bitte donde tm. Beute preda 
di guerra, vb. mat. biuten beuten prendere rapire. Secondo 
il Grimm anche nel campo tedesco mat. beute buten com- 
pare assai tardi [sec. 13° e 14° J. Pel Kluge il nome ted. 
s' attiene a rad. dell' ol. buit, anrd. byte preda cambio, byta 
cambiare. Anche ing. booty preda, viene immediatamente 
riportato ad anrd. byte; ma sulla sua formazione ha influito 
anche l' ags. bot ing. boot guadagno vantaggio. Lo stesso 
Kluge respinge 1' affinità con bieten got. biudan offrire, sia 
per il senso che per la forma, e rimena poscia nome e 
vb. a un got. but, preger. bhud. Il bl. bottinus di Azarius 
si riferisce al 1347. Deriv.: bottinare, abbottinamento-re. 

Bove, catene dei piedi (Villani). Rispondono: lomb. 
boghe, la qual forma raccostata a bl. bauca armilla (presso 
Papia) conduce necessariamente ad aat. bougà da cui mat. 
bouge anello. L' aat. offre altresì boug mat. bouc anello 
per capo, collo o braccio. Di qui afr. bou braccialetto, me- 
diante abfr. baug. Rad. ger. è boug che ci si mostra in 
tm. biegen piegarsi, Bogen arco. 

Bozza, tumore, pietra informe, lavoro greggio (Vil- 
lani). Risp. : prov. bossa, fr. bosse ing, bosse gobba, pie. 
boche, sp. bocha, port. bocheca. È uno dei molteplici deriv. 
del ceppo di mat. buz biltze, fiamm. butze, visto sotto boc- 
cia e botta, e il più vicino di essi per forma all' originale 
ger. Il nesso logico fra i diversi signif. è facile a capirsi. 
Il bl. boza ricorre all' an. 1267 in Clemente IV che ha la 
frase « conscriptum in materia de boza », il qual boza il 
Marini crede sia papiro. Bozosus negli Stat. Martisreg. vale 
tuberoso spugnoso. Dei*.: bozzac-cia-chiuto ; bozz - are - etto- 
ettino-o-olo-olajo-olato-oluto ; abbozz-are-o; sbozz-are-o. V. Boc- 
cia e Botta. 



BRACCO — BRACE. 57 

Bracco, cane da traccia e da fiuto (Brunetto La- 
tini, Dante). Con sp. braco prov. brac afr. brach brache 
donde anche m. ing. brache ing. brach, fr. braque brachet 
d' ug. sig., procedette da ger. brakko sdoppiatosi in aat. 
braccho bracco, niat. bt. brache, tm. Brache cane da fiuto. 
L'it. entrò senza dubbio antichissimamente e per opera 
dei Longobardi, giacché la sua forma è perfettamente 
uguale all' aat. ; e si verifica qui quello che è succeduto 
in parecchi altri casi (ad es. in balla balco barasce.) cioè 
che l' it. è più vicino alla forma ger. primitiva di quello 
che lo siano in quel campo stesso il mat. e il tm. Anche 
il bl. ci mostra il vocabolo ger. La Les Frisionum verso 
il 700 e Marculphus hanno bracco-nis donde si spiega l'afr. 
braccon del Roman d' Aubery. Onorio III (1220) e poco 
dopo Federigo II ci presentano bracus, e brachus gli Stat. 
di Cadubrio. Troviamo inoltre bracetus brachetus evidenti 
riproduzioni di fr. brachet. Il fr. braque secondo il Mackel 
è di data recente. Il Kluge esclude 1' affinità di aat. brakko 
con ags. raecc ing. rach anrd. rakke d' ug. sig., perchè il b 
del ted. non potrebbe essere sparito dalle altre lingue ger. 
senza lasciare traccia di sa, salvo che se fosse derivato dalla 
prep. bi[-=:bei\, il che è inverosimile. Lo stesso Kluge 
tenta riannodare got. * brakka a 1. fragrare odorar forte ; 
ma a me pare congettura poco plausibile. Piuttosto merita 
considerazione il celt. brac orso, bl. di Auvergne bracchio 
orsacchino. Il Faulmann con mirabile ardimento trae il 
nome ger. da rad. di vb. brechen rompere, perchè questa 
sorta di cane preme e sbrana la selvaggina (?). Notevole 
é che sp. braco vale " camuso ". Deriv. : bracca-iuolo-re-ta- 
tore; braccheg-giare-gio ; bracch-eria-iere. 

Brace-cia-sa-scia, brage-gia, carbone acceso 
senza fiamma (Brunetto L.; Dante). Paralleli: lomb. prov. 
sp. brasa, port. braza, afr. brese brase braise \ seo. 12.° J, fr. 
brajse brasojes brasie, namur. breje, annon. hresse d' Ug. 
sig. Nelle lingue sorelle se ne formarono anche vb. : afr. 



58 BBAMABK. 

brasojer bruciare arrostire, fr. bruser saldare, embraser sp. 
abrazar accendere, afr. esbraser, lad. braser barsar, dial. 
alta Italia brasar sbrasar. Il Diez pose a base di questo 
gruppo rom. 1' anrd. brasa saldare a fuoco, ags. brasian 
mineralizzare [donde ing. to braze saldare J; accanto acuì 
sta sv. brasa fiammeggiare scintillare. Ma il Mackel, dopo 
rilevata la diffusione del nome in tutto il campo neol., os- 
serva che a breve dell' anrd. non può produrre una e, e quindi 
esclude l'origine dal ramo nordico, e propone come etim. il 
ger. * brasa * braso d'ug. sig., donde fiamm. brase: accanto 
a cui il Littré parla di un aat. bras fuoco vivo, brasen bru- 
ciare. Il Mackel ascrive quindi il vocabolo fr. al suo primo 
gruppo, mentre se fosse d' immediata origine nordica do- 
vrebbe trovarsi fra quelli del 2 ', essendo noto che le parole 
nordico -normanne entrarono in Trancia nei sec. 9° e 10°. 
Secondo lo stesso filologo fr. brajse proviene da brese per 
ampliamento, e non da brasia. Però si può osservare che 
anche in fr. il nome compare relativamente tardi [sec. 12°]; 
il che conforterebbe l' ipotesi del Diez. Il bl. ci presenta 
brasa in territorio fr., braza in quello sp., nulla nell'it. j 
ed anche questo parrebbe indicare che il nostro sia pas- 
sato a traverso la Francia, anziché essere venuto diretta- 
mente di Germania. Der. : brada- jo-juolo ; braci-ere-na-no- 
-uola-olina. 

Bramare, desiderare avidamente (Dante, Alber- 
tano). Paralleli: lad. brammar, prov. sp. bramar ruggire 
montare in collera, fr. bramer [sec. 16.°] gridare, n. prov. 
bramai gridare desiderare, berrig. bremer bermer gridar 
forte, ginev. bremer urlare, borgog. braimai gridare. Il 
Marot usa questo vb. solo parlando del muggito de' buoi, 
altri scrittori anche parlando del verso d'altri animali. 
L' it. e il prov. sono le sole fra le lingue neol. che 
abbiano sviluppato il senso di " desiderare ", che in it. 
è anzi esclusivo, almeno in questa forma, poiché vedremo 
che dallo stesso ceppo è venuto anche bramire conservante 



BRAMARE. 59 

il significato originario. L' analogia dei due sensi di " gri- 
dare " e " desiderare " riscontrasi altresì in altri vb. e in 
altre lingue: così in a. cat. glatir abbaiare, donde cat. glatir 
desiderare, in 1. latrare che valse " abbajare " ed anche 
'• desiderare ". Una tale evoluzione di concetto ha il suo 
fondamento nel rapporto logico tra causa ed effetto, tra 
segno e cosa significata : difatti il fremito delle fiere è 
causato per lo più dallo stimolo della fame, quindi è segno 
di voglia ardente ed ingorda. Per questo vb. il Muratori 
aveva proposto come etim. il 1. peramo amare molto: ma 
è derivazione inaccettabile, perchè non darebbe ragione 
del senso delle lingue sorelle che è di "gridare"; e poi 
perchè 1. •peramo è voce rara e classica, laddove bramare 
si formò nel medio-evo e non certo sotto l'influsso classico. 
Insostenibile è pure l' ipotesi dell' Ulrich che parte da un 
1. * fla(g)mare ardere. La base vera del gruppo rom. è ger. 
* bramati donde aat. breviari premati mat. bremen ol. brem- 
men ruggire rumoreggiare. Da mat. brimmen forma secon- 
daria di bremen, dove il doppio m è ampliamento della 
radice al presente, originò tm. brummen d' ug. sig. Spet- 
tano pure qui anrd. brim rifrangimento delle onde romo- 
reggianti, m. iog. brim carbone acceso [ing. brtm storie = 
zolfo], tm. Bremse tafano [il ronzante]. Rad. ger. brem da 
preger. bhrem ha per corrispondenti gr. (3péjito il cupo 
rumoreggiare delle acque del mare, $pO)ì.itiì (Bpópio?, e 1. 
fremo fremere. Il significato originario però non era quello 
di " rumore ", bensì di " movimento ", come appare da 
a. ind. bhrama vortice di fiamma, e bhrumi vortice di 
vento. Il senso posteriore di " rumore " sembra essersi svi- 
luppato dallo speciale movimento vibratorio del suono, e 
dall' analogia fra moto e rumore. Pare peraltro che la ra- 
dice idg. acquistasse il senso di " rumoreggiare *' prima 
della divisione delle diverse popolazioni indo-europee dal 
ceppo comune; e quello del "rumoreggiare delle fiere" 
dopo di quella separazione [sans. bhramara ape] sicché 



•60 IIHAM1HE ItUANDlhTUCCO. 

può stabilirsi che la rad. idg. bhrem denotante " movi- 
mento " prendesse il senso di "rumore" già in tempi an- 
tichissimi, quello d) " rumoreggiare delle fiere " dopo la 
separazione delle genti, e infine quello di " desiderare " 
solo quando dal campo ger. fu passata nel rom.. e anche 
qui solo in alcune delle lingue neol. Il bl. ignora questo 
vb., che però il Mackel suppone entrato fino dalle immi- 
grazioni. Der. : bram-a-abile eggiare-osamente-osia-osita-oso: 
disbramare, sbramare. V. Bramire. 

Bramire, 1' urlare delle fiere, il fischiar dei ser- 
penti (Guittone). Evidentemente è una forma parallela del 
vb. precedente, col significato originario che ci è mostrato 
dalle lingue neol. sorelle, e dal ger. Riposa su di un ger. 
* bramjan. Der. : bramito. 

Brandire, vibrare scuotere prendere maneggiare 
(Novellino, Liv. Manos.). Risp. : prov. afr. brandir, sp. blan- 
dir vibrare la lancia. L' esistenza del vb. in quistione nel 
sec. 13° mentre il nome compare solo nel 15°, m'induce 
a supporlo venuto immediatamente dal fr. e prov., anziché 
a crederlo formatosi dal nome stesso in Italia; tanto più 
che ritengo che quest' ultimo sia anch' esso riproduzione 
tardiva del nome francese. La derivazione immediata da 
un ger. * brandjan sarebbe regolarissima foneticamente ; 
ma esso non è documentato. Per il resto v. Br indo. 

BrandiStOCCO, arma simile alla picca, ma con 
asta più corta e ferro più lungo (Lippi, Malm.; Neri, San 
Min.). Non credo col Tommaseo ad una formazione it. da 
brandire e da stocco, che non dà senso; ma bensì ad 
un imprestito dal fr. brin d' estoc che compare colà nel 
sec. 16°, e che è riproduzione di t. Spring-Stock bastone 
da saltare: riproduzione che risulta evidente da un passo 
del D' Aubigné il primo scrittore fr. che usa il vocabolo, 
il quale parla di soldati di Harlem che s ? ajutavano col 
brin d' estoc, dove è naturale che egli desse forma fr. al 
nome d' un' arma da essi adoperata. 



BRANDO. GÌ 

Brando, spada lunga e grossa che maneggiavasi 
con due mani (Pulci, Ariosto). Con air. brant branc bran 
[sin dal sec. 12°), fr. brand, prov. bran, a. vali, brant 
lama della spada; ha per base ger. brant sdoppiatosi in 
aat. brant mat. brant\d\ fiamma tizzone fiaccola, tm. Brand 
incendio, ags. brand brond ing. brand incendio. Ma anrd. 
brandr e, secondo lo Schade, anche aat. mat. brant pre- 
sentavano pure il senso di "lama della spada, spada"; 
anzi questo nell' anrd. era esclusivo. Dunque il senso di 
" spada " non si sviluppò nel campo neol., come credono 
taluni, ma esisteva già nel ger., benché come secondario. 
Però noi rom., eccetto l'it., penetrò altresì il signif. fon- 
damentale ger. : così abbiamo prov. brando, fr. brandon, sp. 
blandon fiaccola, poi vb. afr. brander essere in fiamme, 
prov. branda, piem. brande cuocere bollire, a. prov. abran- 
dar porre nelle fiamme. La ragione del trapasso dal senso 
di " fiaccola tizzone " a quello di '• spada " starebbe se- 
condo alcuni in questo, che la spada maneggiata dal guer- 
riero splende e scintilla come una fiaccola. Certissimo è, 
nota il Kluge, che rad. ger. bren preger. bhren, ignota alle 
altre lingue indeu., racchiudeva i due sensi di " ardere 
splendere " e " commuoversi zampillare agitarsi ", analo- 
gamente a 1. mico ''splendere" e "balzare", corusco "lu- 
cere " e " saltare ", e a sp. tizon nome d' una spada da 
1. titio tizzone. In sostanza è chiaro che, qualunque ne sia 
la cagione, in molte lingue i concetti di •' ardere " e " agi- 
tarsi " sono spesso riuniti sotto la stessa radice, ed espressi 
collo stesso vocabolo. Il signif. secondario di " agitazione 
vibramento " è quello che scorgesi nei vb. it. brandire e 
prov. brandir sp. blandir dimenare vibrare, ed inoltre fr. 
branler ébranler brandiller scuotere smuovere. Nel campo 
ger. è conservato solo nel tm. branden da ol. branden muo- 
versi come fiamma, Brandung rifrangimelo delle onde, 
e in tm. Brunne pozzo Boni sorgente. Del resto ivi pre- 
vale di gran lunga il senso di "bruciare'', che, oltre alle 



62 jikanijonk. 

voci ger. già allegate, appare in got. brannjan, aat. mat. 
brinnan tm. brennen [brante gebrannt], ags. birnan boernan 
ing. to bum. Il secondo n è ampliamento della rad. al 
presente ; ed alcune lingue settentrionali non hanno che 
il primo : ad es. ags. bryne incendio. Del resto io credo 
che il nome it. che compare dapprima in due poeti caval- 
lereschi, fosse tolto in prestito dal fr., ove figurava mol- 
tissimo nei poemi romanzeschi, e non che si fosse formato 
dal vb. brandire ricorrente già nel sec. 13° (Novellino). 
Il vb. ing. brandish si foggiò sul fr. Lo sp. brandon tre- 
scone, venne anch'esso da q. ceppo. Il bl. ci presenta brand 
incendio nella Lex Frisionum (verso il 700), branda tiz- 
zone nelle Glosse di Elfrico (verso il 1000). P. Azarius 
di Novara all'an. 1362 usa brandonus fiaccola. Ma bl. bran- 
dus spada non s'incontra, e ciò conferma la mia opinione 
sull' orig. immediata del nome it. dal fr. Der. : brandi- 
mento-re-tore. 

Brandone brandello (Stor. Rin. da Montalb., M. 
Villani). Il Diez gli pone accanto come sorelle le voci a. sp. 
brahon cencio, prov. bradon brazon brahon, afr. brajon bran- 
don [sec. 15.°] loren. bravon, ing. brawn pezzo di carne o 
di panno ; poi a questo gruppo rom. dà per base aat. brató, 
aocus. braton bratun pezzo di carne morbida, da cui mat. 
brate pezzo di carne, ed anche " carne arrostita ", il quale 
ultimo senso è 1' unico mostratoci da tm. Bràten. Il nome 
ted. secondo il Kluge risale a vb. aat. bratan got. bredan 
ags. braedan arrostire, da rad. preger. bhred bhret, cui 
spetta anche gr. np'tfko bruciare. Dal che si deduce che 
il signif. originario di brato doveva essere di " pezzo di 
carne staccato per essere arrostito ". Ma il Diez non ispiega 
come il senso di " pezzo di panno " offertoci dallo sp. e it. 
abbia potuto svolgersi da quello di " pezzo di carne ", e 
sarebbe davvero difficile assegnare una ragione di tale 
evoluzione logica. Perciò il Littré dubita se il gruppo rom. 
abbia veramente a fondamento il nome ger. proposto dal 



BRANO — BRECCIA. 63 

Diez, almeno pel senso di " pezzo di panno ". Quindi pro- 
pende per vb. brandire. Ad ogni modo è difficile staccare 
queste voci da bl. brandeum brandium velo fascia, ricor- 
rente già in Gregorio Magno, poi in Incmaro di Reims, 
e che dev'essere d' orig. germanica; e deriva probabilmente 
da brant, che racchiudendo anche l' idea di " movimento 
oscillazione penzolamento " (v. Brando), potè facilmente 
applicarsi anche a " pezzo di panno " e per la stessa ra- 
gione a " pezzo di carne ". V. Brano. 

Brano, pezzo di carne o panno staccato con vio- 
lenza ( Dante ). Il Diez fa derivare brano da brandone. A 
me pare che il primitivo di brano debba essere un * brando, 
presupposto dai derivati brandello brendolo brindello sbren- 
dolo. Da questo *lrando si potè formare brano assai me- 
glio che da irandone. Brando rappresenterebbe aat. branto 
colla semplice epentesi eufonica di n\ bradone e brandone 
rifletterebbero invece l'accus. braton bratun. Ed anche nel 
caso da me accennato sotto brandone che il ceppo si ran- 
nodi a ger. br.nt, è chiaro doversi per l' it. partire da un 
* brando. Ma circa questo gruppo resta ancora molta oscu- 
rità. Bl. ìranus ricorrente sin dal 1217 è riproduzione 
della voce it. Dei'.: branolino; sbrana-mento-re-tore. 

Breccia, rottura d' un muro e conseguente apertura 
operata mediante cannone o mina; frantumi o pezzami d 
pietra da essa prodotti; sassi arrotondati (Cellini, Soderini) 
Risp.: sp. afr. bresche brèche fr. brèche | sin dal sec. 14° | 
pie. breke, sp. bretia [Febrer nel sec. 15° ha la frase « rom 
pre una bretia » ] brecha, prov. berca ing. breach d'ug. sig 
Immediatamente procede da fr. brèche, da cui anche sp 
ing. e forse prov. Il fr. brache, che il Mackel mette nel 
suo secondo gruppo, ossia in quello dei vocab. ger. entrati 
in Francia in epoca posteriore alle invasioni, riposava su 
aat. brechà donde mat. brèche qualche cosa di rompente, 
strumento da rompere, tm. Brèche maciulla, m. ol. breke 
rottura, sv. svizz. brèche caduta di pietrami rotti, ted. dial. 



64 BRICCOLA. 

breke cosa rotta. Notevole che nell' aat. s'incontra il com- 
posto murbr'echà ariete strumento da romper muri, mur- 
brechò rompitor di muri. Se aat. brechà fosse entrato diret- 
tamente in it., avrebbe dato brecca, ossia avrebbe conser- 
vato il suono gutturale, e non avrebbe preso il palatale : 
v. briccola e sbreccare. Il nome ger. erasi formato da vb. 
brèhhan \ got. bnkan ], donde mat. tm. brechen rompere 
spezzare. La rad. idg. è bhreg cbe si riflettè altresì in 
gr. Fpay pTQYVUfu e in 1. frango, secondo la legge di Grrimm 
per cui a una / nel gr. e nel lat. corrisponde un b nel 
ted.; cosicché le parole breccia frazione frammento cataratta 
sono riflessi fonetici della stessa radice indeu. elaborati 
da diversi popoli. Il tm. Bresche e ol. bres rientrarono nel 
territorio ger. dal fr. al principio del seicento. Il nome è 
perfettamente sconosciuto al bl. Der.: breccia-iuolo-re-to ; 
breccioso; imbrecciare. 

Briccola, sorta di macchina da guerra (Morelli, 
Capponi). Paralleli: fr. bricole, sp. brigala. Procedette im- 
mediatamente da mat. brechel " rompitore " o meglio "ciò 
che rompe ". Il fatto che brechel è ignoto all' aat. indica 
per se stesso che l' introduzione seguì nel medio-evo inol- 
trato: probabilmente nel sec. 12° o 13°, ricorrendo bricola 
nel bl. dello Scriba Ann. Gen. an. 1241. Il Morelli scrive 
« bricole, cioè mangani » ; la quale spiegazione implica, 
secondo me, che bricola era parola nuova ed usata da poco 
tempo. Il Mackel crede che fr. bricole [ sec. 15° ] riproduca 
la voce it., e questa un ger. brekel o brikil, il cui suffisso 
il fu reso con it. ola; ma brekil non è documentato, e del 
resto tutto conferma l' orig. dell' it. dal mat. Però l' afr. 
presenta brich briche con signif. uguale all' it. La rad. di 
mat. brechel è brek vista sotto breccia. Un composto it. no- 
tevole è combriccola che valse prima " più briccole che bat- 
tono in un punto"; poi "più persone che rompono un 
muro", ed infine "compagnia d'ingannatori". Der.: bise- 
colare. 



BRIFFALDA — BRINDISI. 65 



Briffalda, cantoniera (Caro, hit. I, 20). Procede 
immediatamente dal fr. brifaut, ghiottone, brifer, mangiar 
come un paltone; sp. 6. ibar, viver da vagabondo. Il tra- 
passo dei sensi è facile a spiegarsi. Le voci suddette ven- 
gono poi ricondotte all' aat. bilibi. V. Birba. 

Briga, litigio, faccenda molesta (Iacopone, Dante). 
Secondo lo Storm si riannoderebbe al got. brikan, rompere, 
lottare [tm. brechen] ; e quindi avrebbe dapprima signifi- 
cato " trambusto, tumulto ", analogamente al 1. fragor da 
frangere. Il senso moderno della voce it., da cui è venuto 
anche il ir. briqite, risponde al norveg. brek, instanza, in- 
trigo, dal vb. brecha, cercar d' ottenere. Ad ogni modo è 
sempre un' etim. incerta; sempre per altro più verosimile 
che quella dal celt. brig, cima, e quella da Brigantes, nome 
d' un popolo della Rezia, parole di senso lontanissimo. 
Deriv. : brigadiere, brigantaggio, brigante, brigantesco, bri- 
gantina-no, brìgare-ta-tella, brigatina-tone-tuccia, brighella : 
disbrigare, disbrigo; sbrigare, sbrigatamente, sbrigativo. 

Briglia, redina, freno Villani). Viene dall' aat. 
britill, prìtill, che può appartenere alla rad. del vb. mar. 
briten, tessere, ma che più probabilmente s'attiene a quella 
dell' aat. brettan, stringere. Il vali, ha bregle, ing. bridle. 
V. allotropi sotto brida. Deriv.: brigliajo, briglione, bri- 
gliozzo ; imbrigliare, sbrigliare, sbrigliatura. 

Brindisi, saluto fatto bevendo (Della Casa). Dalla 
frase t. bring dir's "lo porto a te [il bicchiere o il sa- 
luto!" 'l'-H fr- ua brinde, il lor. bringue, Lo sp. brindis, 
brindan; parole procedenti probabilmente tutte dall' it. Fra 
noi questa voce dovette entrare sul principio del sec. XVI, 
perchè il Casa (Galat. 88) scrive: « Lo invitar a bere; 
La qual usanza, siccome non nostra, noi nominiamo con 
vocabolo forestiero, cioè far brindisi ••. E verosimile che 



L) B. Corsini , | L675 ! nel suo Torracchiont desol. '2. 71. scrive: 
Quello.... si caro uso Di farsi brindis, eh' 1 con man pia- 

cere, Altro non è ohe un invitarsi a bere. 



66 

la cosa e il nome della cosa penetrassero in Italia coi 
soldati tedeschi, famosi per il bere (cfr. la frase « Uiv 
come un lanzo»). Deriv. : brindare, brindisevole. 

Briscola, sorta di giuoco che si fa colle carte (voc. 
della lingua parlata). Verosimilmente dall' afr. briche, "sorta 
di giuoco col bastone ". Questo poi viene riportato al t. 
britsche, frusta, dal vb. pritschen, frustare, percuotere; 
tanto più che briscola significò anche " percossa ". Il mat. 
faceva britze. L' ital. potè anche venire da esso immediata- 
mente, dacché è noto che i soldati tedeschi, oltreché per il 
bere, erano rinomati anche pel giuocare: quindi ninna mera- 
viglia che introducessero questa sorta di giuoco. Deriv. : 
briscolare-ina-ona. 

Brocca, brocco, stecco, ramuscello giovane (Cre-. 
scenzi i. Dne etim. t. si sono proposte per questa parola, 
oltre a due 1. ed una celt. La prima è 1' aat. brocco, mat. 
brocke [ tm. Brocken ], cosa spezzata, dal solito vb. brechan, 
colle forme parallele aat. bruh, pruh, pruch, mat. bruch, tm. 
Bradi, e questa è la più fondata, attesa la perfetta ugua- 
glianza della forma come nel caso di bracco. L'altra, pro- 
posta dal Fritsch, sarebbe 1' aat. sprozo, sprozzo, mat. 
sprozze, a. bt. sprute, tm. Spross, germoglio, che s' adat- 
terebbe assai bene alle forme sbrocco, sprocco, ma poco 
alla più comune. Io aggiungerò che nell' aat. e' è anche 
sprok, fragile. Non potrebbe l' it. esser venuto di là (1) ? 
Deriv.: broccare, broccato, broccatello, broccatino, broccato, 
brocchetto, brocchiero, broccolo, broccoloso; imbroccare, sin oc- 
care, sbroccatiira. 



(I) Passando in rassegna i significati degli »gg. aat. sprok. 
sprozzo [tm. sprode} nel vocab. dello Schade, e confrontatili con 
quelli dei nomi broco, broccolo, broccoso, broccoloso, broccoluto, li 
ho trovati mirabilmente conformi. Per es. sprok = fragile, no- 
doso, aspro, intricato; e tale è appunto il senso dell' it. broco, 
broccoso, broccuto, ecc. Perciò mi persuado sempre più che sia il 
caso d* un' etim. ger. 



tJrodo-a, acqua in cui han bollito sostanze ani- 
mali i Boccaccio i. Deriva da un ger. got. *brod, che si 
svolse da una parte nell' aat. hròt, brdth, pròt, mat. brót, 
tm. Brot ; dall'altra nell'as. bród, braci, bt. bròd, ol. brood, 
ags. bréad, ing. bread, anrd. branda: tutte voci signifi- 
canti ;i pane *'. Il ger. got. * brod aveva il signif. generale 
di '• preparare qualche cosa al fuoco ", e fu questo che si 
conservò nel tm. brodeln, brudeln, " crosciare, bollire, ap- 
prestare cibi, Briihe, brodo; nell' ing. broth, zuppa, mlt. 
brodium, it. brodo, afr. l>reu, fr. brouet e derivati, sp. brodio 
(Vedi Ioret, -Romania, IV, 119). Ma questo signif. si spe- 
cializzò in quello di " cuocere ", che noi riscontriamo nelle 
tre età del t., e in molte forme del bt. Nel rom. penetrò 
forse mediante il got., quando cioè la specializzazione non 
era ancora avvenuta. Deriv. : brodacchio, brodajo, brodet- 
tato, brodetto, brodicchio, brodiglia, brodolone, brodoloso, 
brodone, brodosino, brodoso; imbrodolare, sbrodolare, sbro- 
dolatura. Anche broscia, sbroscia si fanno venire di qui 
mediante un * brodia, sbrodia, come anche brogio, sciocco. 

Brolio, bruolo. brolo, orto di verzura Dante, 
Buti i. Immediatamente è dal prov. brio!//, afr. bruel 
breuil, mlt. brogilus, broilus, brolius. Il Diez crede che il 
suffisso il accusi una estrazione diretta da rad. ger. In 
questa ipotesi si sarebbe condotti a riconoscere per fon- 
damentale il mat. bruel, e aat. bruii, [ donde tm. Briihl 1. 
che è finale di molti nomi proprii di paesi t. Il K I 
contrario opina che il ger. derivi dal fr., e questo dal 
celt. brog "gonfiamento, germoglio". Lo Scheler. pers 
che l'idea di "palude" sia essenziale a questa parola di- 
fatti dapprima brogilus era = pratum palustre , riannoda 
tutto al t. briihl, che, colle forme secondarie brogel, prugil, 
mediante mi briichl, vorrebbe da bruch, luogo rotto 
/>/•"'»•. ing. brook, ol. broech. 

Broglio, mescolamento, intrigo, sollevamento > Haute. 
Liv. M.). Alcuni, e fra essi il hi..-, fanno di quesl 



68 mcio — BRONZO. 



rola una cosa sola colla precedente, traendone il signif. 
dall'idea di " gei'moglio ", e da quella " d* intrico dei rami 
degli alberi del brolo ". Ma questo sembra uno stiracchia- 
mento assai duro allo Scheler, il quale stacca addirittura 
il fr. brouiller, donde verisimilmente è venuto l' it., da 
breuil, prov. bruelh, e lo rannoda direttamente al t. brudehi, 
brodeln " ribollire, smuovere ", quindi " mescolare ", e da 
ultimo " intrigare ". Ed a questo proposito allega le frasi 
t. votine brudehi = mescolare i vini; 1' afr. hrouillas, fr. 
brouillard, vapore, nebbia. In questo caso broglio risali- 
rebbe a rad. brodh, vista poco di sopra. Per la forma ri- 
corda briglia da bridel, fr. haillon da hadel. Deriv. : bro- 
gliare, imbrogliare; imbroglione, imbrogliatòre, imbroglione, 
sbrogliare. 

Broncio, viso crucciato (Brunetto, Buti |. Xell'aat. 
s'incontra l'agg. bruttiseli, pruttièk, torvo, sdegnato: e 
nello svizz. abbiamo briitsch d' ug. sig. Sarebbe etim. più 
soddisfacente che il mlt. brocchus, i( ostinato ", quanto al 
signif.; ma non ci dissimuliamo che la forma presenta, 
specialmente nell' aat., un passaggio molto forte. Deriv.: 
imbronciato. 

Bronco 1 , grosso sterpo i Dante, Crescenzi). Anche 
questo è probabilmente un deriv. dall' aat, brocco, tm. brvch, 
cosa spezzata: quindi sarebbe un allotropo di brocco, col- 
1' epentesi d' una n. Deriv. : broncone, sbronconare. Bronchi, 
come termine anat., è d' orig. greca. 

Bronco", nome d'una sorta di pera (Cellini). Que- 
sto agg. applicato ad un certo frutto, ci rivela il signif. 
primitivo dell' aat. sprok, " aspro, lazzo, ". Infatti nelle 
montagne moden. quella pera è chiamata anche " brusca ". 

Bronzo, composto di stagno e rame (Firenzuola). 
Fra le molte etim. proposte per questa voce [ aes brundi- 
sium, ojSpo^ov, 1. obrussa, gr. |3povTeiov, 1. brontium, brón- 
tium; pers. buring, piring], il Diez ritiene che quella 
del Muratori da bruno per mezzo di brunizzo, brunizzo, 



BRONZA — BRUNO. 69 

sia la preferibile. Il composto metallico avrebbe adunque 
tratto il suo nome dal colore. Quanto al ritiramento del- 
l' accento, il Diez cita un passo del Glossario Trev. di 
Hopfen ov' è detto « Mannus ros, quem vulgo brunicum, 
vel brunitium vocant ». Dall" ing. brass, rame, non può 
essere venuto, poiché Va non si sarebbe convertita in o. 
Poi è difficile il supporre che 1' it. [ da cui provengono il 
fr. ing. t. brame, sp. bronce] andasse a prendere dall' ingl. 
il nome d'un metallo tre o quattro secoli fa, quando quella 
lingua e quel popolo eran quasi ignoti in Italia. Deriv. : 
bronzi, bronzino, bronzista; abbronzar e-ire-tura, abbronzac- 
chiare. 

Bronza, teglia infocata. È probabile che venga dal 
t. Brunst, vampa; molto più che l'ol. ha bronst, anche più 
vicino all' it. per la forma. 

Brozza, bollicella pruriginosa (Mattioli: sec. XVI i. 
Viene senza dubbio dall' aat. proz [broz], mat. broz, ger- 
moglio, bottone, e spetta al vb. bnozan, brozzen, gettare, 
a cui nel 1. corrisponde frons, frondis. Dall' aat. e mat. si 
svolsero pure lo sp. brota, broto, prov. brot, fr. brout, sp. 
prov. broton, bottone, sp. brotar, germogliare. Deriv.: broz- 
zolo, brozzoloso. 

Bruno, color oscuro che s' accosta al nero ( Guit- 
tone, Dante). Dall'aat. bruii, prùn, mat. bràn, tm. braùn; 
ags. bruii, ing. brown, anrd. brunn, sv. bruti, dan. brunii, 
ol. l/ruin. La designazione gei*, di questo colore, oltre che 
nel romanzo fsp. port. bruno, prov. fr. brun ] penetrò anche 
nel lit. brtinas. L' idg. è bhr-una dalla rad. bher che appare 
netta nel lit. bè'ras e nel n. Bar, orso, e raddoppiata nel- 
l' a. ind. babhr&s " rossobruno "; la quale forma aggetti- 
vale appare denominazione idg. comune d'un inanimi toro 
vivente nell'acqua, il bevero (v. questa parola). Forse 
appartiene a questa rad. idg. anche il gr. ^puvtj, pptivoS, 
rospo. Deriv.: brunazza, brunetto-ino, brunezza, brunimento, 
brunire, brunitoio-tore-tura, brunetto; abbrunare; imbrunire. 



7l I BRUSCA — BRUSIO. 

Brusca, spazzola da cavalli (Buoniruattei). Si de- 
riva dall' aat. burst, }mrst, burstà, brusta, mat. borst, porM, 
borste, cosa irta, tm. Borste, Biirsie, setola, pettine : ags. 
byrst, anni, burst, sv. borst, ol. borstel, ing. bristle. Tutte 
queste voci risalgono, secondo il Ivluge, a un got. * baur- 
stus, baursts. Bors è la forma ger. della rad. preger. 
bhers che mostrasi nell'a. ind. bhrs-ti, "punta, sporgenza" 
(v. ing. bur dall' ags. burr per burzu), ed a cui si può 
raffrontare il 1. fastigium. Dall' aat. brusta, V afr. trasse 
broisse, il fr. brosse, il vali, broueh, sp. broza, prov. brus, 
volt, brustia. L' ing. brusii è passato pel tramite francese. 
La derivazione proposta da taluni delle voci rom. dal 1. 
ruscum, pugnitopo, colla prostesi di un b, è poco proba- 
bile per il senso. Deriv.: bruscare, bruscatura. 

Brusco 1 , festuca, pugnitopo, lima a raspa (Passa- 
vano, Rie. Fior., Bellincioni). È il 1. ruscum, " fragaria 
spinosa ", premessovi un b. Il fr. ne trasse briose. Deriv. : 
bruschette, bruscolo-oso. 

Brusco 2 , aspro, lazzo (Dante, Crescenzi). Que- 
st' agg. col fr. brusque, port. brusco, fu dal Diez derivato 
dall' aat. bruttiseli, tristo. Ma il Bugge {Romania. III. 851 
riporta il fr. all' it., e questo fa venire dal 1. ruàcurn in 
senso di "tuber aceris intorte crispum " ; e per la con- 
nessione dell' idee ricorda il t. Knolle = nodo di legno = 
e = uomo rozzo, ruvido. Il t. br uscii avrebbe a fonda- 
mento il rom. brusc. Il Ferrari aveva già proposto il 1. 
labruscus, sorta d'uva, coli' aferesi del la. Il celt. brisc, 
prato, non si presta a cagione del senso. Lo svizz. ci offre 
le forme briitsch, brut d'ug. sig. ; ma potrebbero avere orig. 
it. Deriv. : brusca-mante, bruschezza, bruschino, bruscolino. 

Brusio, rumore confuso di più persone, che par- 
lano (neolcg. ). Verosimilmente dall' anrd. brùsa, sv. brusa, 
dan. bruse, mat. brùsen, bràs, tm. brausen, romoreggiare, 
mediante il rom. brugir, donde l' it. ant. bruire, fr. bruir, 
bruii, ing. bruii. 



BRUTTO — BUCA. 71 

Brutto, deforme, contrario di bello (Dante). Il 
Muratori propose per etim. il vb. aat. brutten, inat. bruttati, 
spaventare. Il Diez combattè questa derivazione come inu- 
tile, essendo naturale, secondo lui, quella dal 1. brutus, 
duro, senza sentimento. Però, con tutto il rispetto al fon- 
datore della filol. romanza, si può osservare che il con- 
cetto di "torvo, spaventoso, orribile'', inerente all' aat. 
bruttisc, pruttisk f brutte = terrore j, si affa all' it. assai 
più che quello di "duro, bestiale" del 1. brutus. S'ag- 
giunga che la forma stessa è più vicina ; e che dal 1. l' it. 
ha tratto bruto, brutale. 

Bruzzaglia, marmaglia (Davanzati). Secondo lo 
Scheler dal fr. broussaille, cespuglio, macchione, derivato 
da brosse, visto sotto la parola Brusca, come virgultum, 
da ruga: brosse poi è dall' aat. brusta. Fa però qualche 
difficoltà il passaggio del significato di sterpaglia a quello 
di marmaglia. 

Buca, buco, scavatura 'fatta in terra; pertugio, 
foro (Dante). Dall'aat. buh, buch, puch, mai. buch, mt. bùk, 
tm. Bauck, pancia, cavità. Il m. ol. è bue, ol. buik \ bie- 
buyiek = cavità delle api, arnia], ags. bue, a. ing. bue, 
l>oùk, anrd. bùkr. sv. buk, dan. bug. W anrd. btikr = corpo, 
groppa. E incerto se Bauck spetti alla rad. Bans. bhug 
[v. 1. fungor\ "godere il cibo", ovvero al sans. bhuj "pie- 
gare". In quest'ultimo caso Bauch varrebbe "luogo pie- 
gato ". Ci pare più verosimile la prima ipotesi, non essendo 
il ventre cosa piegata; quindi il voc. t. in origine era = 
"parte del corpo che prende il cibo", affine quindi al gr. 
yatysxv, mangiare. Quindi abbiamo lo strano fenomeno che 
l'idea di "cavità", non è radicalmente e fondamental- 
mente unita a buco o meglio al t. buck, ma gli tu ani 
perchè la parola fu applicata per altra ragione 
era cava. Il Kluge ha tentato un riavvicinamento anche al 
gr. tpuaxa [forse da.cpuTxaJ, mn bodig, 

ing. body, aat. botah, corpo; ma non 1" ila per sicuro. 



72 LTO - BUGIA. 

perchè bhhtek, bhutk, bhuk non è certo che sia forma fon- 
dant, idg. Forme rom. parallele all' it. sono sp. buco, buque, 
afr. bue. Deriv. : bucacchiare, buca fondi, bucaneve, bucare, 
bucacelo, bucatura, bucheravi e-ticcio, bucherattola-o, bucherel- 
la-o-re, buchetto-ino , bucuccio ; imbucare, rimbucare, sbucare. 

Bucato, imbiancatura dei pannilini ( Grad. S. Gir. ; 
Boccaccio). Il Muratori colla sua perspicacia indicò l'etim. 
di questa voce nel mat. bucheri, tm. bauchen, d' ug. sig. 
Il Diez e lo Scheler lo contradissero, menando buona la 
congettura del Tassoni che volle spiegare il nome dal 
tronco d' albero smidollato e " bucato " in cui facevasi la 
lissiva, e d' altri che ricordano il panno « foracchiato » per 
cui si fa passare il ranno. Ora tutto questo andrebbe bene 
per l' it. ; ma non pel fr. buée, borg. buje, sp. bugada, che 
non sono certo venuti dall' it. Perciò il Kluge, considerata 
l' immensa diffusione di questo nome in tutti i paesi di 
lingua ger. [ ags. bue, ing. bxick, scozz. bouk, bouken, dan. 
byge, sv. byka, norveg. boukia, ren. banche, alsaz. bvke, 
svizz. bukà, svev. beuke\, trae il t. dalla rad. ger. bukón, 
bùkian, e dal t. le voci rom. E noi crediamo ch'egli abbia 
ragione. Deriv. : bìicataja-o, bucatino, imbucatare. 

Budriere, cintura da cui pende la spada (Salvini, 
sec. 17°). Immediatamente ci venne dal fr. baudrier; ma 
questo era derivato dall' aat. balderìch. palderich, baldrich; 
ags. baldrick, batidrick, afr. baudré, prov. band-rat; donde 
anche port. boldrié. Neil' afr. c'è anche esbaudré. 

Bugia, menzogna (Fior di V., Boccaccio). Questo 
nome col fr. bougeoir [prov. bauzia, bauza, afr. boisie, in- 
ganno; vb. prov. bouzar, boiser, ingannare] viene secondo 
il Diez dall' aat. basa, malvagità, vanità, dal vb. aat. bòsòn, 
mat. bòsen, boesen, diventare od essere cattivo. La forma 
parallela aat. e mat. bòsheit, pósheit = malvagità, cattivo 
maneggio; l'agg. aat. basi, pósi, mat. bóse tm. bose = cattivo. 
Il mlt. ne cavò il vb. hausiare. Deriv. : bugiar do-accìo- ello-one- 
-uolo-eria-amente ; bugietta, bugione, bughizza ; sbugiardare. 



Bugio, buso, apertura, foro. Sono allotropi di buco. 
Deriv.: bugio, agg., bugiare; bugigattolo. 

Bugnola, vaso fatto di covoni intrecciati insieme 
per custodir paglia o crusca (Burchiello, Pulci). Il Caix 
crede provenga non da bugna, che ha senso molto diverso, 
bensi da bugno, che poi verrebbe dall' aat. biine, mat. biin, 
tm. Bufine, bt. biin, ol. beun, tavolato, pergolato, palcosce- 
nico. Deriv. : bugnoletta, bttgnolo-ne. 

Bulino, ( Cellini ; Sagg. Nat. Esp. ), allotropo di 
Bovino (v. ). Deriv.: bulina, bulinare. 

Buio, giovane galante ed audace: smargiasso (dial. 
lomb. ). Dall' aat. buolo [np. Puolo, Pucalo, forse da Bu- 
gilo, Bithilo, Buwilo ], mat. buole, va., ol. boel, ol. boel, amante, 
amico, tm. Bufile, drudo; butden = fare all'amore. L'ing. 
bully = bravaccio, spaccone, vb. bidly = braveggiare. Il 
Muratori avvertì per primo questa etim. scrivendo : « Ita 
primum appellati meretricum amasii seu satellites, tura 
quicumque thrasonem agunt ». 

Burgravio, signore d' una città ( neolog. ). È titolo 
che si dà a certi dignitari! in Germania, dall'ani, burg- 
gràvo, purkràvo, mal. burcgràve, tm. Buvgraff \ burg = città, 
castello ; graff = conte J. La forma it. è più vicina all'aat. 
e mat. che al tm., benché sia penetrata fra noi solo in 
questo secolo, forse mediante il fr. burgrave. Deriv.: bur- 
graviato. 

Burire, burrire, avventarsi. È voce usitatissima 
del dialetto di Montese, che presenta grandissima analogia 
di forma e di senso coli' aat. burren [altre forme: burian, 
purian, purien, purren, puren\ mat. buren, bum, anni. 
byrìa, ol. beuren, dalla rad. hor, = commuoversi, solle- 
varsi: ed io credo senz'altro che venga di là. Nel mat. 
c'è anche bur = vento, anrd. byrr, a. Blav. buria, tem- 
pesta. Nel campo idg. corrispondono qui il gr. v"' J .' £ '- v » me- 
scolare, il 1. fuvfur, e furcre. Deriv.: buridone, rimprovero 
improvviso ed aspro. S'usa nella frase - fare un Imi-Mone ». 



74 IBE - BDZZl RKO. 



Bussare, picchiare, percuotere f'Am. Van., Sac- 
chetti). Dal mat. biichsen, picchiare, ing. box, ol. ///'//**</"'", 
afr. buissier e forse anche busquer. Il tm. l/dssen = fare 
penitenza; ed evidentemente ha molto affinità anche di 
senso col mat. Il 1. pulsare proposto da taluni si preste- 
rebbe pel concetto, ma non per la forma, essendo raro il 
passaggio della labiale tenue nella media, e più ancora 
quello del gruppo Is in ss. Deriv. : bussa-o-mento, bussata, 
Missatore. 

Buttare, gettare con mano (Dante). Dal mat. bòzen, 
| aat. bózan, pózan, paozen~\ che significa anche " spingere " 
(v. bottare, botta e der. ), donde sp. port. prov. botar, fr. 
bouter, percuotere, fr. bout. L' anrd. ha barda, ags. beatali, 
ing. beat. La rad. ger. era * bautan. V. lit. badi/ti. pungere, 
e 1. fodere, scavare. Deriv. : buttafuori. 

Buttero, segno delle pustole del vajuolo (Sacchetti). 
Una delle etim. possibili e probabili di questa voce è il 
t. Blatter, [mat. blàtere, aat. blàttara, got. * blàedro | ing. 
bladder, pustola. Altri la connettono allo sp. botor, dal- 
l' arb. bothor, bubbone. Deriv.: butterato. 

BUZZO, gran ventre (Tratt. Segr. Cos. : Dial. S. Greg.). 
Secondo il Diez è uno dei numerosi riflessi fonetici [il 
più vicino per la forma] che il mat. butze, ebbe nell' it. 
(v. boccia e bozza). Deriv.: bussarne, bussino, buzzone; lomb. 
buzzecca, donde tose, btisecchia, imhusecchiare ; imbuzzirsi, 
sbuzzare. 

Buzzurro, ( neolog. ). Furono cosi chiamati gli Sviz- 
zeri che l' inverno scendono in Italia a vendervi bruciate, 
pattona e simili (Pananti). Oggi = gente intrusa, di basso, 
affare. Viene dal t. Putser, nettatore, spazzacamino [ vb. 
putzen = pulire]. Questo nome che non risale più indietro 
del sec. scorso, ebbe probabilmente origine dal fatto cne 
quegli Svizzeri da principio facevano gli spazzacamini. 



CAFAGOIAIO 



CafaCTCfiaio, soprintendente a campagne e boschi 
(Targioni-Tozzetti, -f- 1786; Casotti). Immediatamente pro- 
cede dal bl. cafadiarius (v. rub. 133 degli Statuti di Pisa 
del 1283); il quale nomen agentis s'era svolto dal mlt. 
cafagium o calefagium. I vecchi etimologisti, indotti dalla 
somiglianza della forma, traevano quest' ultimo dal 1. cale- 
facere, riscaldare. Ma che connessione logica esiste fra 
"scaldare" e '■ sovrintendere "? Lo stesso deve dirsi del- 
l' aat. gaifan, "tagliare curvamente", proposto da taluni. 
Io invece credo che provenga dall' aat. chaphèn, cafèn, 
chapfèn, kapfèn, mat. kaphen, kapfen, kaffen; tm. gaffen; 
anrd., gapen, gap, gapa, ags. geap, ing. gap, " stare aperto, 
mirare attentamente", (propriamente "guardare colla bocca 
aperta "', analogamente al vb. badare). La rad. ger. sarebbe 
gap che forse è alfine al sans. jabh, scoppiare. 

Cafacfnare, fare le buche o formelle per piantarvi 
alberi. L'idea di " apertura " inerente a questo vb. mi fa 
nascere il sospetto ch'esso .incora derivi dall' aat. chapfèn, 
cafèn, mat. kajf'en, vicinissimo anche di forma. Nessuno, 
ch'io sappia, ha fin qui tentato un'etimologia per questa 
voce. 

Calappio, laccio insidioso (Pulci. Morg. -2-2). Dal- 
l' aat. Mappa, claph, chlaph, mat. klaph, klapf klaff, urto. 
percossa, rumore, trappola. Il tm. Klappe " molla, not- 
tolino, scoppio"; senso evidentemente affine a quello del- 
l' aat. e mat. Invece il tm. Klaff significa ormai solo "ru- 
more". Il Kluge crede che La rad. ger. sia un suono ono- 
matopeico, dovuto al fatto che La percossa produce sempre 
un rumore: quindi dapprima avrebbe significato l'effetto, 
poscia la causa; e così si spiega oome dal denotaci' il 
rumore prodotto da] Laccio o trappola, sia passato a denotare 



76 i ALI l 1 \l:i . 

la trappola stessa. La provenienza di calappio <la un sup- 
posto bl. capilaquens, immaginata da alcuni, mi pare inso- 
stenibile sotto tutti i rispetti; giacche foneticamente da 
capilaqueus verrebbe captacelo, calacelo; poi è un composto 
che logicamente non ha ragione di esistere; venendo esso 
a significare "laccio che prende"; il che sarebbe concetto 
assai ridicolo. Quanto alla inserzione d' una vocale fra le 
due prime consonanti, questo è fenomeno assai comune 
nelle parole it. d' orig. ger. (v. Diez, Ciramm. I, conson. 
ger. Sl-Kn). Deriv. : calappiare, accalap])iare, accalapp>ia- 
tore ; incalappiare, scalappiare. 

Caleffare, beffai'e, burlare ( Sacchetti ). Dal mat. 
klaffen d'ug. sig. Questa derivaz. proposta del Diez ha molto 
più di verosimiglianza che quella dal gr. y^iuaCiw, che, 
vicino anch' esso di signif., è troppo lontano per la forma. 
Difatti lo svolgimento fonetico della voce it. dal ger. non 
presenta altra difficoltà che quella della inserzione dell"fl fra 
le due prime consonanti : fenomeno non raro nel passaggio 
dal t. in it. (v. Calappio); mentre nel caso della parola 
gr., oltre all'epentesi, ci sarebbe da spiegare come il gruppo 
ua£ siasi potuto trasformare in ffare. Quindi la congettura 
del Bugge ci pare inaccettabile. Dal mat. klaffen si svol- 
sero i sost. mat. klaffaere, klaffer, cldffere, " ciarliero, con- 
tradittore, calunniatore ". Il tni. klaffen = " mordere, ab- 
bajare ", senso evidentemente affine all' it. Del resto il 
mat. klaffen spetta alla stessa rad. dell' aat. chlaffod, clàf- 
fòt, chlaffòt, strepito, rumore, e chlapìion, chlafón, far ru- 
more. Il passaggio poi da " fare rumore " a " beffare " si 
spiega supponendo che si trattasse, almeno da principio, 
di beffe fatte col produrre colla bocca o con altro un suono 
derisorio (cfr. in it. "dare la baia"). Il fr. glapir, ga- 
gnolare, schiattire [sost. claband], provenne dalla forma 
mat. e bt. klappen. In conseguenza la rad. klap>p col suo 
signif. di " percossa, colpo " die origine a calappio, e con 
quello di " rumore " a caleffare. Il che potrà parere una 



CAMARLINGO — CAMOSCIO. 



stranezza; ma è confermato dall' ing. clap significante al 
tempo stesso " calappio " e " scoppio, applauso ". Di qui 
anche il tm. klapfen, percuotere. Deriv. : caleffadore, caleffo. 

Camarlingo -merlingo, cameriere, tesoriere 
( Malispini). Col bl. camerlingus, sp. camerlengo, prov. ca- 
merlenc, fr. chambrelain, ing. cJiamberlain, procede dall' aat. 
chamarling, chamerling, mat. Icemerlinc, n. at. kammerling, 
d' ug. sig. La voce ger. è un composto, di cui la prima 
parte era venuta dal vlt. cantaro, dal gr. ■/y.<yj.zy.\ e die 
1' aat. kamara, mat. kamer, kamere, tm. Kammer; la seconda, 
line, dovette probabilmente appartenere al vb. aat. Ungati, 
mat. lingen, significante "affrettarsi, muoversi velocemente" 
[ tm. gelingen = riuscire ]. Per tal modo line, Unge, avrebbe 
denotato " servo veloce, pronto ai cenni del padrone " ; della 
qual denominazione dei servi presa dalla " velocità, pron- 
tezza "', non mancano esempi nella storia. Deriv.: caimir- 
linga-tico-to-eria-ona. 

Camoscio, animale selvatico simile alla capra 
(Pulci). Il mat. ha gemeze, gamz, il tm. Gemse, da un aat. 
* gamuz, gamiza che il Kluge ritiene parola d' orig. pret- 
tamente ger., e lo Schade riporta al vb. gàman, scherzare. 
Quindi varrebbe '• fiera che si trastulla ". forse pel suo 
arrampicarsi su per le rupi. Il qual nesso logico ricorre 
anche nell' ing. game che significa ad un tempo " giuoco, 
scherzo " e " selvaggina ". Ora, benché il Diez s' opponga 
alla derivazione dell' it. camoscio, fr. <-li,nit<>:s. sp. ,-anniz,^ 
gamuza dal ger. per la ragione che la gnu. media di 
rado passando dal t. nel rom. si trasforma in tenue, 
pure noi collo Schade e col Kluge propendiamo per l'eti- 
mologia t.. sia per la maggioro antichità della 
rispetto alla rom., sia ancora perchè si tratta .l' un ani- 
male proprio dell'Europa centrale. La difficoltà opposta 
dal Diez non ci pare molto forte, dacché vedremo tra poco 
castaido venire da gastaldan, colla trasformazione della 
media in tenue. E ben vero che lo Steub propose il celt. 



78 « AMOZZA — CAMPIONI . 

cam, curvo: nella quale ipotesi camoscio sarebbe "l'ani- 
male dalle corna ricurve ". Ma sarebbe una caratteristica 
alquanto vaga per potere servire alla denominazione di un 
animale cbe non è 1' unico cbe abbia le corna ricurve, e 
neppure è molto segnalato per essa curvatura. Quanto allo 
sp. (/ama, cbe altri posero a fondamento delle voci rom., 
facendolo poi derivato dal 1. dama) anzitutto è di signif. 
alquanto diverso; poi, secondo il Kluge, è probabile cbe 
anch'esso provenga da un got. * gt un a affine originaria- 
mente al ger. gamz. E chiaro pertanto che 1' etim. ger. ha 
per se le maggiori probabilità. Deriv. : camosciare-tvra-ino ; 
s camosciar e-s ciò. 

Camozza, (Ariosto). E un allotropo di camoscio, 
dovuto facilmente all'influsso dello sp. camuza, gamma. 

Campione \ guerriero, lottatore, difensore ( Er. 
Giordano, Dante). Comunemente si fa derivare questa voce 
dal mlt. campus "steccato, lizza". Io credo invece che 
proceda dall' aat. campino, chemphio, cempheo, cempho, chem- 
pho, kempjfo, mat. kemphe, Jcempfe, tm. kcimpfer, combat- 
tente, guerriero, dal vb. aat. camphian, chamfan, mat. fcera- 
pfen, tm. bekampfen, combattere : tutte le quali voci t. alla 
loro volta eran venute dal bl. campus, significante anche 
"duello, guèrra", benché alcuni le riportino al sans. jang, 
combattere, anrd. kapp, emulazione. Le ragioni che nr in- 
ducono a sostenere quest' origine ger. dell' it. campione 
ffr. ing. cham pioti], sono primieramente che -l' aat. camp>hio 
è anteriore di molto alle voci rom. ; poi che il mlt. ci offre 
spesso la forma campàio col ph come nell' aat. (v. Mura- 
tori, Ant. It., voi. II, pagg. 500-501, 504-505; Diss. 39, 
p. 1704). Ora il gruppo ph non avrebbe ragione d'esistere 
se la voce rom. fosse derivata dal t. campus. Poi la for- 
mazione di quel nomen agentis da campus è già per se 
stessa poco verisimile. Deriv. : campionessa. 

Campione 5 , libro dei registri; mostra, saggio ( Cel- 
imi). E un senso derivato dal primo; poiché colui che 



CAMUFFARE 



79 



faceva da campione doveva essere naturalmente qualche 
cosa di '• scelto ed eletto " ; quindi tale che servisse come 
di " mostra, saggio ". 

Camuffare, nascondere il volto con maschera o 
cappuccio (Cavalca, Buti, Sacchetti). È una abbreviazione 
di ca pum affare; dove il vb. muffare, seconda parte del 
composto, deriva, secondo il Diez, dal sost. mat. mouwe, 
mt. moire, sorta di pelliccia. Dalla voce mat. sarebbe ve- 
nuto il tm. Muff, ol. mof, ing. muff (v. Muffola). Deriv. : 
ca ni affo, accamuffa re. 

Carlona ( Alla), alla buona (Berni, Firenzuola). 
Il Galvani opinò che questa locuzione avv. provenga dall'aat. 
charal, charel, karl, charl, citarlo che significa anche " uomo, 
marito, servitore ", e che perciò significhi " uomo senza 
cerimonie ", come suol tarsi tra gente familiare. Il Galvani 
però non ha detto tutto: giacché l'anrd. karl, l'ags. ceorl, 
l"ing. churl della stessa radice dell' aat. significano anche 
"uomo di basso stato, contadino, rozzo". Il che rende ancora 
più probabile la congettura del Galvani. Altri credono che 
significhi " nel modo che tenevasi sotto Carle Magno ", il 
quale in alcuni poemi cavallereschi è chiamato Cartone. 
Ma questo ci .porterebbe a conchiudere che Carlo Magno 
facesse le cose alla buona! Meglio è dunque tenersi alla 
prima etim., benché neppur essa soddisfi pienamente. 

Carpione, sorta di pesce l Fazio, Dì <.S). 

Dall'aat. charpho, carfo, charofo, mat. carpite, carpi 
tm. Karpfen; anrd. karfe, dan. kàrpe, ol. karper. Il I 
che il mlt. carpa apparisce già nel sec. VI in CassiodQro 
non fa caso, dacché egli l'adopera parlando precisamente 
d'un pesce del Danubio; onde poteva benissimo averlo 
appreso da alcuno di quei molti popoli barbari clic veni- 
vano appunto dai paesi posti sulle rive di quel fiumi'; i 
quali popoli barbari sappiamo ohe diedero alle lingue neol. 
i nomi di parecchi altri pesci come aringa, stoccafisso, sto- 
rione ecc. Le altre lingue rom. presentano qn me: 



/ 

CASTALDO — ( ASTORE. 

sp. carpa, fr. carpe, prov. escarpa, valac. crap. Le lingue 
slave hanno: russo, karpù, koropù, serb. krap, lit. karpa ; 
le quali forme si. probabilmente vennero dal ger. L* affi- 
nità della rad. ger. col gr. xuTrptvo?, 1. cyprinus è molto 

contestata. 

Castaldo, chi sotto i Longobardi (v. Muratori, 
Diss. X, 95-98; Diss. LXXI, p. 518; Diss. IV. p. 28) am- 
ministrava i beni del principe, e nelle terre a lui diretta- 
mente soggette esercitava l'autorità di conte; oggi ''so- 
printendente, fattore " ( Crescenzi, Boccaccio). Dal vb. got. 
gastaldan (1), amministrare, acquistare, si formò l'agg. ga- 
stalds, possedente, amministrante. Allo Zambaldi non pare 
chiaro il legame fra i due significati. A me invece sembra 
chiarissimo, solo che si consideri che i signori castaidi erano 
inclinati a fare diventare loro e del principe ciò eh' era 
dei sudditi. Difatti abbiamo il composto got. aglaitgastalds 
= y.'.cy^oxip^rfi, cioè " uno ohe acquista turpemente ". Dal 
vocab. got. venne il mlt. gastaldius, castaldus, gastaldio, 
kastaldis ( Leg. Longob. ), e di qui l' it., il fr. Gastaud, 
nome di schiatta, il vald. gastaud, vb. gastaudeiar. Deriv. : 
castalda, castalderia, castaldione, castaldire ; venez. gastaldo. 

Castone, cavo dell' anello ove si ripone la gemma 
(Buti, Pulci). Dall' aat. casto, chasto, k (sto, mat. kaste, tm. 
Kasten d'ug. sig. Il got. * kasta "contenente" spetta pro- 
babilmente a rad. kasa, " vaso ", e specialmente " vaso di 
terra" [got. kasia, pentola]. Inverosimile ci pare l'ammettere 
col Canello che l' it. sia la forma francese di cassettone (2), 
oppure il supporre con altri che sia una sincope di que- 
st' ultimo. L'afr. era caston, chaston; il fr. è chàton. Deriv. : 
incastonare, incastonatura, forse anche incastrare e derivati. 



(1) Questo vb. si è voluto spiegare da gast, ospizio, e haidan 
[tm. halten], tenere: quindi varrebbe "tenere ospizio'*. Ma il 
senso, almeno quello che noi conosciamo, non corrisponde. 

(2) Difatti il fr. appare già nel sec. XIII, quando era quasi 
impossibile un imprestito dall' it. 



CATAFALCO — CHIACCHIERA. 81 

Catafalco , edilizio posticcio che s' innalza in chiesa 
per funerali (Vasari). Collo sp. cadafalso, caclahalso, ca- 
dalso, prov. cadafalc, vali, carafal, afr. escada faut, cadefaut, 
chafaut, fr. catafalque, echafaut, m. ol. scafaut, n. at. scaffot, 
viene da catafalco, composto del vb. sp. catar, vedere 
(v. Diez, Etym. Worterb. I, 118), e di falco, pronuncia 
ger. di palco. Quindi significherebbe propriamente " palco 
fatto per esser visto". E noto poi che palco è parola d'orig. 
ger. Altri proposero un t. schauhaus, casa in veduta, od ol. 
$chaitvot = t. schaufass ; ma c'è troppa disparità di forma. 

Cazza, vaso di ferro con manico per attingere acqua 
dalla secchia (Crescenzi). Dall' aat. chezzin, chezzi, chezze, 
mat. chezzi, anrd. kati, tm. Kessel, fìam. ketel, caldaia, pa- 
iuolo. Il G-loss. Vien. di Hoffmann ci offre gazza = cucchiaio. 
Però queste forme ger. erano venute già dal 1 catinus (sana 
kathina = pentola], come dal 1. catillus s' eran svolte le 
altre forme ger. chezil, chezzil, che z lei. Il fr. ne ha tratto 
casse, casserole, cat. cassa, sp. cazo, casuela. Der. : cazza-, 
mola, Gazzetta, cazzuola. Casseruola proviene immediata- 
mente dal fr. casserole. 

Celia, scherzo non offensivo (Lippi, Malmant). Si 
fa venire dall' aat. sc'élah [gen. sc'élhes, scelawes, schèlices\ 
sceleh, scelch, scileh, mat. schelch, schei, tm. scheel, piegato, 
obbliquo, che ha 1' occhio rivolto da una parte. Pare fosse 
applicato a significare lo sguardo con cui nel parlare ad 
una persona, s' accenna agli altri per burlarla. È un senso 
alquanto stiracchiato; ma è pur sempre derivazione più 
verisimile che quella dal 1. cìliitm, ciglio, venez zegia. Il 
got. * skilhwa, skilga, preger. * skclko, skélqo, donde anche 
ags. sceolh, anrd. skjalgr, col gr. ctxoXìoS, adunco, storto, 
non ispiegano a sufficienza foneticamente le forme ger.; 
perciò il Kluge crede che a fondamento del ger. e del gr. 
stia una rad. skel. Doriv. : celiacela, celiare, celiatore, celione. 

Chiacchiera, ciarla, cicaleccio (Ariosto, Cellini, 
ecc.). Dal suono onomatopeico ciac si formò il mat. klac, 



82 CHIAPPA — CHI 

| forme affini: lecitali, Krach, Knach, Kleck, Klecks\ da cui 
il fr. claque, scoppietto, rumore, e il nostro chiacchiera, ed 
anche il cat. claca, e tm. Klatsche, significante precisamente 
" rumore, " come la forma primitiva. Deriv. : chiacchiera- 
mento, chiacchierare, chiacchierata, chiacchiericcio, chvicchie- 
rina-o-io-one. 

Chiappa, presa, natica (Dante, Pulci). Io credo 
senz' altro che provenga dall' aat. Mappa, tm. Klappe, (altre 
forme sotto Calappio e Caleffare) colpo, percossa, ed anche 
"palpamento.". Da questi signif. non era difficile il tra- 
passo a quello di " natica, presa, guadagno ". Il Diez 
accenna alla possibilità d'una deriv. dal vb. happen, scat- 
tare. A me parrebbe più probabile quella da schnajjpen 
— afferrare. Quanto al 1. * caputa, capla proposto dal 
Flechia, mi sembra pochissimo verosimile, perchè da caputa, 
capla si sarebbe venuti a cappia, ciappa (1) non a chiappa : 
poi la par. 1. non spiega il signif. del composto schiappare, 
signif. che è invece spiegato benissimo dal voc. ger. che 
nell' aat. mat. ags. e ol. significava precisamente anche 
" aprirsi, scoppiare " e simili. Deriv. chiappare, chiappa- 
rello, chiappo; acchiappare, richiappare. 

Ctliasso, contrada stretta (Villani). Dall' aat. gazza, 
gazze [got. gatwó], mat. tm. Gasse, strada. L'anrd. era 
gata, sentiero, donde dan. gade, ing. gate. È evidente 1' af- 
finità col zend. gatùs, luogo, casa. È incerto se sia con- 
nesso coli' ags. geat, ing. gat, ol. gat, scozz. gait, anrd. gai, 
buco, apertura. Il Bopp GÌ. 3 115 e il Mej T er presso Kuhn 
8,285 lo riportano per mezzo di ga-ttoòn, ga-ta alla rad. gà, 
donde tm. gehen. Ma il Kluge ritiene impossibile questa 
connessione, perchè la rad. ger. gà alla sua volta riposa 
sulla rad. indeu. i [ 1. i-re, gr. t-évaij; però io confesso 
che questa ragione del Kluge non mi sembra molto forte. 
In senso di " rumore " chiasso viene dal prov. class, pro- 



li) Difatti di cappio il diai. mod. fa ciapp e non chiapp. 



CHIAVEEINA — CHIGLIA. 



cedente a sua volta dal 1. classìcum, suono di tromba. 
Deriv. : chiassaiuola, chiassolino, chiassuolo. 

Clliaverina, sorta d'arme in asta (Storia d'Aiolfo). 
È verosimile che provenga dall' aat. mat. klapem, klappern, 
schricchiolare. scoppiare, che secondo il Kluge, è voce 
onomatopeica. 

Cìliazza, macchia crostosa sulla pelle (Crescenzi, 
Boccaccio). Dall' aat. e mat. klaz d' ug. sig., tm. Metz, 
lordo. Spetta qui il composto del tm. bekletzen, macchiare. 
Deriv. : chiazzare, chiazzato. 

Chifel, ( neolog. ), panettino fino in forma di mezza- 
luna, perchè, secondo il Tommaseo, fu fatto da prima a 
Vienna nel 1685, quand' era assediata dai Turchi, che 
hanno per insegna la mezzaluna. Viene dal t. Kipfel, 
Gip f ci, mat. kipfe, " pane di frumento terminato a punta " , 
che il Kluge suppone, forse a ragione, affine all' aat. kipfa, 
chipfa, chippha, cipha, chipha, kipfa, sostegno, bastoncino 
dei ridoli, ed in generale " cosa terminata a punta ". 

Chiglia, parte della nave che sta sott' acqua (neolog). 
Dall' aat. kiol, chiol, k'èol, ch'eoi, kiel, chiel, mat. kiel, rat. 
kil, tm. Kiel, nave, carena. L' ags. era cidi, cebi, ing.keel; 
l' anrd. kioll, nd. kiolr, che però il Kluge sostiene non 
essere affine all' aat. Il ger. primitivo * kiula, che sarebbe 
stata la forma got., viene dal Grimm Gram. I 3 451 con- 
frontato col gr. yauXò?, nave mercantile; col sans. góla, 
brocca rotonda, dal Fick ! 70(>,65. Altri però ritengono im- 
possibile che Germani e Greci avessero una parola nautica 
originariamente comune. Il fr. è quillc, lo sp. quitta. La 
forma it. presente pare d'immediata origine fr. ; l'it. ant. 
sembra traesse dal t. la forma chicli', donde chielare " rin- 
tuzzare la foga delle ondo" (Barberino). Il Diez ammette 
la possibilità della deriv. della voce rom. dall' aat. kegil, 
c/x'k/l, chegil, chtl, tm. ol. Kegel, birillo, cavicchio, ags. 
keel, kilc. Ma è chiaro che il signif. v troppo diverso, e 
che anclic la terni;! è più lontana della prima. 1 -a ragione 



84 CHINCAGLIE — CHIOCCAHE. 

poi eh' egli ne adduce cioè 1' avere il fr. quitte il signif. 
dell' aat. kegel, non mi persuade ; perchè niente impedisce 
che il fr. qui'le, chiglia, sia venuto dall' aat. kiol, e il fr. 
qtiille, cavicchio, dall' aat. kegil, come infatti è ammesso 
dallo Scheler e da altri. 

Chincaglie, (neolog. ) oggetti minuti per ornare 
stanze (Redi, Fagioli). Immediatamente è venuto dal fr. 
quincaille per clincaille, arnese di metallo per la casa. La 
parola fr. poi viene riportata all' ol. klinken, tintinnare, 
suonare, [ aat. clingan, chlingan, klinkan, mat. tm. klingen, 
ing. clinck, le quali voci, benché somigliantissime di ferma 
e identiche pel significato, non sono però da connettere 
col gr. xXayyY) e col 1. clangor, ma sono formazioni onoma- 
topeiche interne di ciascuna lingua]. È verosimile che il 
voc. fr. proceda direttamente dall' aat. dirige, Minge, dingo, 
Mingo, chlinga, klinka, mat. dinge, Minge, che significa 
forse " oggetto di metallo sonoro ed ornamento ", preci- 
samente come il nostro " sonaglio ". Deriv. : chincagliere, 
chincaglieria. 

Chinea, sorta di cavallo che va di portante (Bel- 
lincioni, 1491; Bembo). L' it. chinea, ant. acchinea, fr. 
acquenée, sp. port. hacanéa non sono che l' ol. hakke-nei, 
ingl. hack-ney, composto di hack, hakke, cavallo, e nei [ol. 
negg, ing. nag, n. at. nickel, ] piccolo : quindi, cavallo pic- 
colo, bidetto. Deriv. : chineo. 

Chioccare, il suono della frusta agitata fortemente 
(Grazzini). Benché alcuni lo ritengano vb. onomatopeico, 
noi crediamo senz'altro col Diez che sia d'orig. ger. In- 
fatti 1' aat. ci presenta le forme cloccón, clockón, chlochón, 
cholochòn, clohhòn, chlocchòn, chlocchen, il mat. klocken, 
battere, picchiare, suonare ; dove ognun vede che la forma 
e il senso sono vicinissimi o meglio identici all' it. Si può 
ammettere bensì che il vb. ger. sia onomatopeico; e del 
resto non è la prima volta che l' it. ha preso dal ger. delle 
parole onomatopeiche, (cfr. Diez, Gramm., Elevi. Ger. p. 65). 
Deriv.: chiocca-o; schioccare, schiocco. 



CHIONZO — CHIURLO. 85 

Ctlionzo, più grosso che lungo (Redi, lett. 332). 
È verosimile che provenga dal bt. klump, ol. klomp, am- 
masso, mucchio [ tm. klump en = ammonticchiarsi ]; ing. 
dump, ceppo, tronco; forme nord, khimba, khibba, klubbu, 
bastone arrotondato. Il Kluge riporta questa e l' altra voce 
t. kolben [mat. kolbe, aat. kolbo, isl. kolfr, bastone con 
punta rintozzata ] alla rad. idg. gl-bh; a cui spetta proba- 
bilmente anche il 1. globtis, palla, e l' ing. club che è pas- 
sato al senso affine di " riunione ". 

Chiurlo 1 , assiuolo (Fagiuoli, Magalotti). Qualcuno 
suppose fosse la voce Chiù ampliata. Ma lo Schneller ri- 
getta una tale etim. e con ragione, perchè quell' amplia- 
mento e rinforzo del rio non ha una spiegazione plausi- 
bile; e sostiene che Chiurlo proviene dal t. Quirl, frullo 
[aat. dwiril, anrd. tvara, mat. twirel, tioirl, dal vb. aat. 
diceran, mat. twern, girare, che spetta alla rad. ger. e idg. 
twer, a cui si riannodano pure il gr. TOpuvY) e il 1. trua \. 
Secondo lui la civetta avrebbe ricevuto questo nome, perchè 
tirata dal cordone gira come un frullo; e così sarebbe 
spiegato il senso del vb. ciurlare, " tentennare ", e del n. 
ci adotto "scappellotto che fa girare la persona". Questa 
etim. però ci sembra più ingegnosa e speciosa che soda. 
Difatti si può domandare: perchè mai l' it. volendo deno- 
minare la civetta dal " frullo " è andato a scegliere una 
parola t., alla quale per giunta i Tedeschi non avevan mai 
dato il senso di " civetta " ? come va che questa par. ger. 
non è mai stata usata in Italia in senso di " frullo "? Qui 
adunque mi pare il caso di confessare che 1' etim. ger. è 
poco probabile, e che chiudo è d' origine incerta. Deriv. 
chiurlare, chiucchiurlare, chiucchiarlaja. 

Chiurlo ? , uomo semplice e da nulla (Moniglia). 
Il Caix crede che in questo senso la voce venga dall' ing. 
chud, ags. ceorl, le quali parole si è visto (cfr. Carlo 
appartenere alla stessa rad. dell' aat. karl, tm. kerl igot. 
*kada, kairla \ e significano appunto "contadino, babbione". 



CIALTRONI-: — CIAPPA. 

Ma poiché nei secoli passati era rarissimo che l"it. to- 
gliesse una parola dall' ing., io crederei che Chiurlo in 
questo senso non sia altro che Chiurlo " assiuolo ", che, 
per una connessione di idee facilmente spiegabile, ha 
acquistato anche questo signif. metaforico. 

Cialtrone, uomo vile e tristo (Buommattei, Baldin.). 
È derivazione immediata di gialdrone, geldrone, vocaboli 
svoltisi da geldra (v. questa parola), che vedremo essere 
alla sua volta venuto dal mat. gilde, voce che ha una lunga 
storia. Deriv. : cialtron-a-accio-cella-eria-escamente. 

Ciambellano-erlano, cameriere d' onore nella 
corte (Malespini, Villani). È venuto dal fr. chamberlenc, 
chamb elicine, chambellan, derivato a sua volta dall' aat. 
chamarlinc, tm. Kàmmerling. Per tal modo ciambellano viene 
ad essere in certa guisa allotropo fonetico di camerini go. 
da cui però diversifica assai, almeno ora, nel senso, forse 
perchè quest' ultimo non è passato pel tramite fr. 

Ciappa, nome ant. (Biring. Pirotec. 134), in luogo 
del quale ora s' usa il suo dimin. Ciappola = scalpelletto 
da cesellatore ed argentiere (Cellini, Vasari). Venne dal 
fr. échoppe d' ug. sig. Alcuni traggono la voce fr. dall' ags. 
sceoppa [donde ing. shop], che ha per affini l' aat. mat. 
schopf, schof, da cui anche tm. Schuppen, Schojijien, ag. 
seypen, ing. shippen. Ma fa difficoltà il senso, giacché tutte 
queste voci ger. contengono l'idea generale di "stallo, edi- 
lizio, bottega ", che non ha niente che fare col nostro pro- 
posito. Quindi credo piuttosto che il fr. proceda dall' aat. 
scuoppa, mat. schuoppe, schuope, schuppe " ciò che raschia 
od è raschiato" [ol. schob = squama de' pesci], dalla rad. 
ger. skab \ skób ] radere, raschiare. Porse si potrebbe anche 
pensare al t. Schuppe, pala, spazzola, dal vb. aat. scioban, 
mat. schiben, tm. schieben, colpire, percuotere, dalla rad. 
ger. skub \ donde anche got. af-skiuban, anrd. skufa, skyfa, 
ags. s cu fan, ing. shove ), preger. skubh, sans. kstib7i, " com- 
moversi ", a cui è verosimilmente connesso anche il lit. 



CIARPA — CIAUSIRE. 



skubrùs, skubus. skubti, " affrettarsi "', e a. si. skubati 
•• tirare ". Col tiri. Schoppe, tazza, non pare ci sia relazione 
alcuna. Ad ogni modo qui è evidente che si tratta d'un'etim. 
ger., quantunque non sia certa la rad. ger. a cui ci dob- 
biamo attenere. Deriv.: ciappola, ciappoletta ciappolina. 

Ciarpa, arnese vile, roba di niun pregio (Caro, 
Grazzini). Anche stavolta il fr. è stato il veicolo per cui 
ci è giunta questa parola. Dall' aat. scarbon, scarpón, mat. 
scharben, fare in pezzi, si svolsero i nomi sost. aat. skarb, 
scherbe, scirbi, stirpi, schirbinon, mat. schi : rb<-, scJierb, tm. 
Srherbe, ol. scherf, bt. schrap " frammento, vaso di terra 
cotta", e di qui il fr. écharpe. La rad. preger. era skarp, 
skerpo, a cui fa riscontro 1' a. si. crepu, il lit. sclikirpta, 
schkerpele, fuscello di legno. Lo Stender I, 272 confronta 
qui il 1. scrupus, scrupulus, pietruzza, il gr. ~y.z-:~:^~. e 
1. scorpio. Nelle Leggi Longob. s'incontra eh e rpa = mas- 
serizie domestiche. Ma il tardo compax-ir della parola in 
it. mi fa credere che non sia venuta direttamente dal 
longob. Deriv. : ciarpam , ciarpare, ciarpi rpina, 

ciarpiere, ciarpone; acciarpamento, acciarpare, acciarpi*). 
V. anche Scù 

Ciausire, (ant. ), conoscere, scegliere, lodare, bra- 
mare (Guittone, Dante da Maiano, Rinaldo d'Aquino, ecc.). 
Venne immediatamente dal prov. chausir, causir d'ug. sig. 
L'origine prima dell' it. ciausire, del prov. chausir, a. port. 
cousir, a. sp. censimento, fr. choisir, ing. cJioice, «'• i 
ka usuili, assaggiare, esaminare, che è, secondo il Friedmann, 
causativo di got. kiusan, provare, scegliere, donde aat. 
chiosan, mat. e tm. kiesat, ags. ceòsan, ing. cJioose. Anzi il 
Diez assegnerebbe la paternità immediata del parola rom. 
al got. kiusan, se il prov. fosse causar, anziché eh 
perchè il ditt. got. iu potè facilmente scarni 
eo, e questo produrre il prov. io nel 

campo indeu. collegate all' ind. ios-ami, ius-ai 
essere contento, iosa piacere, gr. y 1. gusto, 

gustan . Deriv. : \tO. 



CILECCA — CIOCCO. 



Cilecca, burla che si fa altrui mostrando di voler 
dargli ciò che poi non gli si dà (Poliziano, Rivi. 2,26). 
L' unica etim. che finora si è potuto assegnare a questo 
vocab. è dall' agg. aat. scileh, scelah, rnat. scilch, curvo, 
storto. Accennerebbe dunque a quella guardatura di tra- 
verso che si dà agli altri quando si vuole beffare uno, 
come nel caso di celia. Altri anziché dal semplice scileh, 
scelah, il fanno venire dall' agg. schielauge, composto di 
schielen, torto, e auge, occhio. Ma contro queste etim. si 
potrebbe osservare che la cilecca è un atto, anziché una sorta 
di guardatura. Deriv. : accileccare. 

Ciocca, gruppetto di fiori o foglie o frutte attac- 
cate insieme: bioccolo di capelli (Dante). Dal mat. schoc, 
schok, schog, schogk, as. skok, trn. Schock, ol. schock, muc- 
chio, fascio, numero di 60 pezzi (monete od altri oggetti). 
Dal fatto che il mat. schocken, svev. schoche, vale " met- 
tere il grano in mucchi ", il Kluge deduce che dapprima 
fosse usato solo di mucchi di spighe o covoni. Il mat. 
schoche = fieno ammonticchiato. Le voci ger. riposano sul 
vb. as. scacan, che nell' ags. e a. ing. offre il significato 
di "commuoversi, agitarsi, tremolare" ecc., sensi che con- 
vengono assai bene ai nomi derivati in t. e in it. La rad. 
ger. è skak, preger. skag. Il sans. khdg z= agitarsi, com- 
muoversi; donde khagdkos, "pezzo di canna" (Bopp). Le 
Schade riattacca questo vb. scacan, all' aat. e mat. sc'èhan, 
scè'hen, commuoversi, agitarsi, donde il tm. geschehen, av- 
venire. Il Kluge però mette la cosa come non sicura. Ma 
s'ella fosse fondata, s'avrebbe il caso singolare che le parole 
it. ciocca, ciocco, e ciuco apparterrebbero alla stessa rad. del 
vb. t. geschehen, accadere. Ci pare peraltro che la grande 
disparità del senso renda poco verosimile una tale affinità. 
Deriv. : ciocchetta-ina ; acciocco, dicioccare. 

CÌOCCO, pezzo. di legno; colpo (Dante). Anche que- 
sta parola proviene dal mat. schoch, tm. Schock. Già l' idea 
di " ammasso, oggetto grosso e tozzo " abbiamo visto es- 



CIOFO — CIONCARE. 89 

sere evidentemente nel voc. ger. Ad ogni modo la specia 
lizzazione del senso in " ceppo di legno " sembra propria 
dall'it., dacché, l' ing. shock, 1' afr. choque, chouquet, fr. choc, 
sp. choque, chocar, choquer, hanno per senso se non esclu- 
sivo certo primario quello di "cozzo, colpo "; idea svoltasi 
facilmente da quella di " agitamento, ammucchiamento ". 
Deriv. : acciocchire, acciucchire, acciocchito, acciucchito. 

CiofO, uomo sciatto e dappoco (Grazzini). Si fa ve- 
nire dal tm. Schuft, ol. schoft, mascalzone ; ed il t sarebbe 
caduto, perchè, secondo il Diez, l' it. non comporta il gruppo 
ft. Sclmft poi è dal Kluge spiegato col bt. schùfùt, "cac- 
ciato fuori ", ol. schavuit. Schuf ha per rad. il mat. schup- 
fen, spingere, scacciare. Quindi Schuft in sostanza = rifiuto. 

Ciompo, scardassatore di lana; plebeo (Marchionne 
Stefani). Questa parola che comparve in Firenze al tempo 
del Duca d'Atene (1340), secondo Marchionne Stefani era 
una storpiatura che il volgo faceva del fr. compar, com- 
pare, nella frase compar allois à boiser, compare andiamo 
a bere. Altri invece non sapendo spiegare come un ter- 
mine di affettuosa familiarità fosse applicato ai membri 
d' un' arte, ricorrono all'aat. zitmft, mat. zumpft, ziunj't, 
tm. Zumft, adunanza, regola, corporazione d'arti e me- 
stieri, dal vb. aat. zè'man, zaviian, domare, unire, che nel 
campo idg. ha per corrispondenti il gr. <5*a[j.àci), $a\i.àZ,<s) e 
il 1. domo]. Si è pensato anche al t. stumpf, ottuso, ol. 
stomp: il quale darebbe ragione del significato accessorio 
che ha ciompo di " dappoco, sciatto "; ma la forma è molto 
lontana. Deriv.: ciomperia. 

Cioncare 1 , bere avidamente (Cavalca, Sacchetti 
Crediamo che questo vb. provenga dall' aat. scenkan, scen- 
chan, schenken, mat. scenken, scenchen, tm. schencken, ags. 
scencan, sceonc, sceonca, fris. schinkien, sv. schanka, ver- 
sare da bere. Il passaggio dal concetto di " dare da bere " 
a quello di "bere" è facilmente spiegabile; molto più ohe 
il mat. schenkunge significano anche " il bere ", spocialnuuiir 



90 i ai:i: — CIUFFO, 

del fanciullo. Questa etim. è resa anche più probabile dal 
fatto che i Tedeschi sono sempre stati famosi pel bere, e 
che ci diedero parecchi altri vocaboli relativi a questa 
funzione. Il vb. t. penetrò anche nelle altre lingue rom., 
vb. sp. escanciar, port. escangar, afr. eschancer, lad. schian- 
ghiar, donde i nomi mlt. scancio, scantio, sp. escanciano, 
fr. échanson; ma sempre nel significato primitivo e fon- 
damentale di " mescere, dare da bere " come tm. Mund- 
scenck. Il tm. Scencke, osteria, viene ancor esso dall' aat. 
scenkio, scenico, servo che mesce da bere, svoltosi a sua 
volta dal vb. suaccennato. Il got. skagkian, manca. 

Cioncare ? , rompere, troncare (Pulci, Morg.). Questo 
vb. [lomb. s' cianca, s' tinca, mod. sancar], ha l'apparenza 
d'esser d' orig. ger. Il lad. ha ciuncar, il valac. chnig, ung. 
tsonka d'ug. sig. Il Diez lo suppose venuto da ciocco, ceppo 
coli' epentesi di n. Deriv. : cionco, cioncare. 

Ciuco, asino, somaro (Michelang., Rime). Proba- 
bilmente non è che un allotropo di ciocco nel signif. di 
" insensibile, duro ": di fatti dall'idea di " pezzo di legno " 
a quella " duro " il passo è facile. D' altra pai'te si dice 
anche volgarmente « duro come un asino ». Deriv. : duca, 
ciuchino-etto-ettino-accio ; ciucata-aio-eria-aggine ; rinciuchire. 
V. anche Giucco. 

Ciuffo, ciocca di capelli che s' alzano sugli altri 
nella fronte ( Soldanieri, sat. 49; Buonarroti, Fiera). E voce 
d'or, ger.; ma non è ben certo se provenga dal mat. schoph, 
schopf [ dimin. schdpfel, schopfil], tm. Schopf, d'ug. sig. 
[aat. * scopf, got. *skuppa, mancano; e in loro posto furon 
usati l' aat. e got. skuft, anrd. skopt, capelli del capo, 
donde anrd. skupla "cappello per donne vecchie"]; ov- 
vero dall' aat. zoph, zopf, mt. zop, tm. zopf, ( altre forme 
ger. v. sotto Toppo) significante "estremità, punta" ed 
anche " mucchio di capelli ". Per la forma è certo da pre- 
ferire la prima etim., ed anche per una più rigorosa cor- 
rispondenza del concetto. Però il vb. acciuffare, e la frase 



CIVETTA — CLING. 

dar di ciuffo (Sacchetti, nov. 168) che significano "pren- 
der per una estremità ", sembrerebbero piuttosto accennare 
ad un' origine da zopf. Alla voce BaUuffolo e' è una chia- 
mata a Ciuffo; ma ora rimandiamo a Toppo. Deriv. : ciuf- 
fetto, ciuffolo, ciuffolotto, ciuffare. acciuffare. Il dial. lom. 
ha zuff, il prov. chuf. 

Civetta [ciovetta, ant.J, sorta d'uccello not- 
turno ( Crescenzi, Sacchetti). Procedette immediatamente 
dall' afr. chouette d'ug. sig. ; il qual chouette era dim. di 
choe, prov. cau, gufo, barbagianni. Forme dialettali fr. sono : 
vali, ciovice, pie. cave, cawan, ang. chouan [ nel Berry cha- 
vant], prov. chavana, bret. kaouan, mlt. cavarti [gloss. ox- 
ford. cavatina ]. Nel fr. e' è anche chat - huant, gatto - gri- 
dante ; dove è chiaro che il popolo ha chiamato così la 
civetta, perchè ha interpretato erroneamente quel chouan. 
Forme parallele sono prov. caucala, fr. choucas, chouc. Lo 
sp. ha chova, choya, V ing. choivgh. Tutte le forme rom. 
riposano sull' aat. chuvue, gazza, mulacchia (gloss. lat. ted. 
Hammerer, 1290), cauha, uccello (Lex Alamann. 99, 13), 
mat. chouh, gufo. Questa parola avendo denotato uccelli 
diversi, doveva da principio essere forse un' onomatopea 
imitante un verso d' uccelli assai generico ; il che è con- 
fermato dall' ol. che Icauw, cornacchia, e dall' ing. /. 
gracchiare. Il tm. Kauz, dal mat. kùtze, kutz, non pare 
foneticamente affine al mat. chouh, aat. cauha, chuvue, ben- 
ché sia d'ug. sig. Crediamo s'ingannasse il Muratori quando 
trasse il nome di civetta dal verso ciò, dondo prima 
rebbe venuto ciuvetta, e poi civetta. Non è la civetta, 
1' assiuolo che emette quel verso. Dal he la civ. 

serve di richiamo per altri uccelli, si spiega il significato 
di molti nomi svoltisi da i|iiolla di esso uccello applicati 
alle donne. Deriv.: civettaggine, civettare, civ< Ivet- 

tina-o, civettio-smo, civettuola, civettoni 

Cling, clangr, locuzione interiettiva onomatop 
derivata dal t. kìingen, ol. kìinken, [aat. chiane, mat. kl 



92 COBALTO. 

tm. Klang \, suonare, come dal ger. sono venute molte altre 
voci di questo genere [v. Diez, Gramm. I, p. 65]. Dall' ol. 
klinken vennero pure fr. clinquant, clincaille, quincaille. vb. 
requinquer, v. Chincaglia. 

Cobalto, nome d'un metallo (Cos. Mei,* 1790). 
Viene dal t. Kobalt, che secondo il Frisch si sarebbe svolto 
dal boemo kow, metallo : il che sarebbe abbastanza strano 
sia pel signific. troppo generico del vocab. slavo, sia an- 
cora, e molto più, per la forma; giacché da kow a Kobalt 
e' è un abisso. Con miglior ragione il Weigand lo riguarda 
come semplice variante di Kobold; molto più che sin dal 
sec. XVI quando appare per la prima volta Kobalt (Ma- 
thesius, 1562; Agricola, 1546) compaiono anche le forme 
secondarie kobelt, kobold. Kobold, " folletto, spirito dome- 
stico scherzoso ", viene dal mat. kóbolt, kobólt, ed era 
una divinità ger. corrispondente ai penates, lares dei Ro- 
mani, chiamati nell' ags. cofgodu, cofgodas, = dei di casa. 
Foneticamente la forma ags. di kobold sarebbe stato * ko- 
fold, e la got. sarebbe stata * kubawalda " rettor della casa " 
ovvero * kubo-hults [hults — hold], "amico della casa". 
Del rimanente il primo elemento della parola in quistione 
è 1' anrd. kofe, ags. cofa, mat. kobe, camera, stalla, gabbia, 
cesto: quindi anche "casa". L'altro è hold, "amico, pro- 
pizio ". Secondo il Weigand kobold oltre al significare 
"spirito di casa", avrebbe significato anche "spirito dei 
monti ", per connessione non difficile, se il kobe denotava 
principalmeute le " case rustiche, case dei monti ". Dal 
significato poi di " spirito dei monti " era facile il passo a 
denotare un metallo che forse era supposto essere sotto la 
custodia di esso spirito. Dal mat. kobolt originarono pure il 
m. ol. coubout, ol. kabout, fìam. kabot, kabotermanneken, 
fr. gobelin, ing. g oblin, hobgoblin, mlt. gobelinus ; benché lo 
Schadevoglia vedere in tutte queste voci altrettante emana- 
zioni del 1. cobalus, gr. xó/3aXo?, il che foneticamente potrebbe 
ammettersi tutt' al più pel fr. e ing., ma non mai pel t. che 



COCCA — COLLA. 93 

è troppo difforme. Il tm. kobalt passò anche nello sp. e 
port. cobalto, fr. e ing. cobalt. 

Cocca, sorta di nave da guerra ora non più in uso 
(Villani). Venne coli' afr. coque, fr. coche, sp. coca, dal- 
l' aat. koccho, mat. kocke, a.' ol. kogghe, kogghschip, ol. 
kogge, kog, bt. kogge, isl. kuggi, kuggr, sv. kogg [ celt. ciinb. 
cwch, bret. kokèt], d'ug. sig. Il primo scrittore it. che usa 
questa voce è il Villani (voi. IV, cap. 77, all'anno 1304) che 
1' adopera parlando appunto di navi dei paesi settenti'ionali 
f Guido conte di Fiandra armò ottanta navi ovvero cocche 
al modo di quel mare....]: il che conferma l' etim. ger. 
Però il Diez trae le forme ger. dal 1. concha, guscio di con- 
chiglia; ma la desinenza dell' aat. koccho, propria dei termini 
nativi di quel dialetto (cfr. balcho, braccho, fincho, heigro, 
skinko, ecc.) e che non ricorre mai nelle parole che l'aat. 
ha derivato dal 1., rende inverosimile 1' etim. del ger. dal 
1. o dal rom. ; lasciando stare che non ci sono esempi in 
cui la n passando dal 1. in t. siasi dileguata ovvero tra- 
sformata in e o g. E difficile mi pare anche l' ammettere 
che le voci rom. sian venute direttamente dal 1., dal quale 
l' it. avea già tratto conca; poiché, anche prescindendo dal 
signif. molto diverso, resta a spiegare la trasformazione 
della nasale n nella gutt. durissima e. Io credo pertanto 
che cocca venga senz'altro dal ger., il quale sappiamo che, 
mediante i dialetti norv. e ol., ha fornito alle lingue neol. 
buon numero di termini di marineria e di navigazione, 
mentre non si sa che ne abbia ricevuti (v. Diez, Gfravnm. I, 
pag. 62). 

Colla, fune o canapo con cui si tormentavano i rei 
veri o presunti (Villani). Credo che sia l'aat. as. quàla, 
chàla, chòle, kòle, oppressione, martirio; donde mat. quàl, 
quale, tm. Qual, ol. kwal, ags. cwalu. Il signif. specializ- 
zato non deve fare difficoltà; poiché il vb. aat. quellen, 
chollen aveva anche oltre al senso di " martirizzare ", quello 
di " porre in catene ". Dal che si capisce che la causa 



94 COLLARE — CORBEZZOLO. 



della specializzazione fu appunto il fatto elio .spesso si 
straziavano i pazienti col supplizio della colla. Del resto la 
rad. ger. gel, qal è connessa al lit. gelti, pungere, gela, 
dolore, a. si. zali, patimento. È voce che non penetrò nelle 
altro lingue neol. Deriv. : collare (v. la par. seg. ). 

Collare, tormentare con tratti di colla o corda (Com- 
pagni, Villani). È vicinissimo pel senso e vicino anche 
per la forma all'aat. quellan, quelian, cwellan, quellen, chélr 
len, mat. chollen, quellen, koln, kollen, ags. cvellan, tm. 
quitten, tormentare, martirizzare, vb. causativo appartenente 
al vb. aat. as. qu'èlan, essere straziato, ucciso. Altri però 
ricorrono al gr. x.oXà^etv, punire, e y.oXXàv, fermare. Que- 
ste due etim., che pel senso e fino ad un certo punto anche 
per la forma si potrebbero sostenere, mi pare perdano ogni 
probabilità quando si pensa che collare è un vb. nominale 
formatosi da colla ( v. ), il quale nome non ha certo alcuna 
apparenza d' essere derivato dal gr. 

Colpo, percossa data con mano od arme ( Compagni, 
Dante). Per questa e voci neol. sorelle [a. sp. colpe, col- 
par, sp. port. golpe, prov. colp, fr. coup, couper], si sono 
proposte due etim. t., oltre alla gr. comunemente accettato 
da xóXaqpo?, mlt. colapus, pugno ; e sono 1' aat. cholpo, colbo, 
kolbo, cliolbo, mat. kolbe, tm. Kolbe, bastone, nodo, punta 
della lancia, che dal signif. di "bastone" potè passare a 
quello di " colpo dato col bastone ", e poi semplicemente 
a quello di " colpo ". L' anrd. era kòlfr, colle forme pa- 
rallele kylfj, kylfa, e il got. kulban. L' altra deriv. sarebbe 
dall' ol. klop, koloppo, t. klopfen, kloppen. Ma il Diez os- 
sei'va che le lingue rom. non avrebber distrutta la con- 
sonanza iniziale ci. Deriv. : colpare, colpeggiare, colpett-o- 
ino, colp are-tore-tr ice. 

Corbezzolo, sorta d' alberetto e il suo frutto (Boc- 
caccio ). Dall' aat. curbiz, churbiz, churbez, mat. kiirbiz, kilr- 
bez, tm. Kurbis, Kurbs, formatosi alla sua volta dal 1. cucur- 
bita coll'aferesi del cu e colla solita sdoppiatura del t in zz. 



CORREDO — COTTA. 

Rientrando dalla Germania in Italia churbez, kiirbez, lasciò 
il signif. di '' zucca " per assumere quello che La al pre- 
sente. L' ags. dal 1. aveva tratto kyrfet. 

Corredo, fornimento, guernimento (Brev. Mar. Pis; 
Boccaccio). Il Diez, doj)o avere riannodata questa e parole 
sorelle [prov. conrei, afr. conroi, fr. corroi, sp. correo, cat. 
conreu, mlt. conredum ] all' afr. roi, it. redo, ordine, dal 
quale risultano mediante composizione ; dichiara poi potersi 
difficilmente ammettere che roi provenga dall' aat. rat 
" provvista, vaso ". A noi non pare che ci sia tutta questa 
difficoltà, e ne vedremo le ragioni alla parola Redo. Qui 
ci contenteremo di dire che le voci romanze anziché dal 
semplice rat potrebbero anche essere venute dal composto 
aat. garàti, karàti [got. garaids ], donde mat. geraete, gerite, 
tm. Geràt, di signif. perfettamente ug. a quello delle pa- 
role n-eol. Il cangiamento del j in e non è raro; né il resto 
del vocab. è molto difforme. E del rimanente il signif. di 
" accompagnamento a cavallo " che emerge dalla frase « ca- 
valier di corredo », e che riscontrasi pure fra i signif. 
delle diverse voci ger. mi pare che tolga ogni dubbio sulla 
origine di questa parola, che lo Zambaldi mette come in- 
certa. Deriv. : corredamento, corredare, corredino; scorre- 
dato. V. Redo. 

Cotta, sopravveste militare; sopravveste bianca dei 
chierici (Burchiello). Il Diez ammette come probabile la de- 
rivazione di questa voce [ afr. cote, fr. cotte, sp. port. prov. 
cota, ing. cot], o dall' ags. cote, ing. cot, bt. hot, kote, ol. kot, 
piccola abitazione, capanna [ tm. Kotte = armadio], ovvero 
dall' aat. chozzo e forme affini che vedremo più sotto. Ma poi 
sostiene che tutte queste voci ger. riposano sul 1. cutis, pelle 
mediante un * cuta, e forme mlt. cotis, cottus (sec. 9.°), cota, 
cotta. Ma ultimamente il Kluge ha dimostrato che l' aat. 
cozo, cozzo, kozzo, kotzo, chozzo-a, mat. kotze, Jcutte, kotte, 
as. cot, [tt\, grosso e rozzo niantel di lana, tm. KUtte, Kotze, 
benché mancante al got. nd. e ing.. è parola specificamente 



9fi COZZARE — GRAZIA. 

ger. che produsse le voci rom. La ragione è che nell'aat. 
ci sono molte parole spettanti a questo ceppo: per es. um- 
bichuzzi, sopravveste, umbichuzzen, vestire, cugilchozzo, mat. 
ctujelchozza, cocolla. Ora questa diffusione e antichità della 
voce aat., congiunta colla comparsa relativamente tarda 
delle rom., prova, secondo lui, che non la forma ger. della 
bl., bensì questo da quella ebbe origine. Quanto all'ags. 
cote, ing. cot, bt. kot, è ancor esso etim. possibile del rom., 
nonostante il signif. di " capanna ", giacché le idee di 
" abitazione " e di " vestito " si toccano anche in altri casi 
(v. le voci fr. casaque e chasuble, presso Scheler). Del resto 
il bt. kot, ags. cot, e 1' aat. kotzo, chozzo, avevano in ori- 
gine la stessa rad. preger. * gudo, got. * kuto, * kut. Dal 
bt. originò ing. cot, casa, capanna; dall' ags., cote, in dove- 
cote. La rad. ger. penetrò anche nello si. colla forma ko- 
tici; e le corrisponde forse nel campo indeu. il gr. j3e'J5*o?, 
veste di donna. Deriv. : cottardita, cottola. 

Cozzare, il percuotere e ferir delle bestie (Dante, 
Crescenzi). Il Frisch pensò al t. hutzen d' ug. sig. Ma il 
Diez combattè questa etim., dicendo che la pura aspira- 
zione h non si cangia in gutt. passando dal ger. nel rom. ; 
e propose come fonte dell' it. e del fr. cosser, un tipo 
codiare, venuto dal part. 1. coctus per coictus dal vb. coii- 
cere. Credo anch' io che difficilmente il vocab. rom. sia 
potuto derivare dal t. hutzen; però la ragione addotta dal 
Diez non mi pare buona, poiché da htwo 1' it. cavò gufo, 
da taha taccola, nei quali casi ed in altri si è verificato pre- 
cisamente il fenomeno da lui negato. Il Caix opina che coz- 
zare proceda da cozzo, e che questo vocab. popolare signi- 
ficasse anche " testa ", donde la frase « dare di cozzo ». 
Deriv.: cozzamento, cozzo; accozzaglia, accozzare, raccozzare, 
scozzare. 

Crazia, moneta toscana del valore di 7 centesimi 
(Machiavelli, Leg. Com., 3, 333). Venne dal mat. krhizer, 
kriuzaere, tm. Kreuzer denotante una piccola moneta mar- 



CRESCIONE — CBOCCO. 9Ì 

cata con una croce, mat. kriuze, tm. Kreuz. Al t. è più 
affine la forma ant. craizia, che resta tuttavia in qualche 
dialetto. Deriv. : craziata. 

Crescione, genere di piante acquatiche ; nasturzio 
( Crescenzi, Bencivenni ). Il Weigand I, 638 sostenne per 
primo che 1' it. crescione, fr. cresson, cat. crcxen proveni- 
vano dall' aat. cresso, kresso, chrè'sso, cressa, mat. diresse, 
kresse, tm. Kresse [got. *krasia\, d'ug. sig.; e poi riportò 
1' aat. al vb. aat. cresan, krè'san, strisciare, arrampicarsi. 
Il Diez approva invece l'opinione di C. Stefano che sup- 
pose il nasturzio essere stato così denominato a celeritate 
crescendi, e ammette la possibilità della deriv. della parola 
ger. dal rom. Ma il Kluge ha impugnata 1' origine neol. 
dell' aat., per la ragione che le forme ger. erano da tempo 
antichissimo diffuse largamente nella Germania occidentale, 
donde penetrarono nell' ags. caerse, ing. cress, ol. kers, kors, 
dan. karse, sv. krasse, lit. kresse. Xè è diffìcile il supporre 
che quest'erba in ger. fosse denominata dallo strisciare a 
cagione dei suoi steli arrampicanti, dacché vedremo che 
anche un pesce, il gobbio, fu chiamato aat. cresso, mat. kressa, 
tm. Kresse, dal solito cresan, perchè guizza continuamente 
nel fondo delle acque. V. Schmeller, 2, 303: Weigand I, 6i 
È certo è assai più verosimile che quest' erba prendesse il 
suo nome dall' arrampicarsi che dal crescere; non esse* 
provato ch'essa cresca più rapidamente di tante altre. Del 
resto ognun vede che la forma fr. cresson è vicinissima 
all' aat. ; mentre se fosse d' orig. rom., bisognerebbe am- 
metterla proveniente dalla prima persona plurale dell' afr. 
nous cressons, noi cresciamo: il che sarebbe stranissimo. 
Nella formazione dell' it. poi ebbe parrò una falsa inter- 
pretazione popolare del signif. originario della voce t., 
come è accaduto tante altre volte. Si può adunque senz'altro 
riporre questa parola nel novero di quelle d'orig. ger. certa. 

Crocco, uncino, ganoio (Lucan. volgar.; l 
Por.). Col IV rochet, port. <■)■<<■///'. ap, cloque, prò 



i ROGIUOLO — CROS4 iakk. 

dette dal ger. che ha: anrd. krokr, ol. krooke, ing. crook, 

cimb. crog. Alcuni dubitano di questa orig., perchè è voce 
che s'incontra anche nel celt. Ora è ammesso come prin- 
cipio che nel dubbio fra l'orig. ger. e celt. d'una parola, 
si debba dare la preferenza al ger., attesa la maggiore in- 
fluenza di questo sul rota, a paragone del celt. Di più 
il Kluge riattacca il ger. krokr, kroók, all' aat. krtika, tm. 
Kruch e = bastone con uncino, da cui 1' it. gruccia ( v. que- 
sta parola). 

Crogiuolo, vaso per fondere i metalli (Biringuccio, 
Pirotec). Questa parola che compare in it. solo nella prima 
metà del sec. XVI, viene giustamente dallo ^cheler ricon- 
dotta al mat. Krus-e, tm. Krause, Kraiisel, sorta di brocca, 
insieme col fr. creuset, afr. croisel, crevsol, croisevl, lampada 
[che è stato probabilmente intermediario fra il ger. e l'it. ), 
sp. crisol, crogiuolo, crisuelo, lampada, ing. cruset, cruiset. 
Qualcuno trasse questa parola dal bl. crucibolus, crucibulum 
I donde ing. cruciale, crogiuolo ], che suppose formatosi dal 
1. mix; ma anche questo, sempre secondo lo Scheler, non 
è che una estensione arbitraria della rad. ger. operatasi 
sotto l' influenza d' una falsa interpretazione popolare che 
volle vedervi 1' idea di crux, croce, a cagione delle miccie, 
che s' intersecavano in certe lampade a guisa di croci. 
L' aat. è * krusa, ags. kruse. Il ger. die anche ol. kroes, 
ing. kruse, emise, bt. kreusel, krusel, nd. krus, m. ing. 
krouse. Secondo il Kluge il mat. krus, tm. Krause, nono- 
stante l' identità del signif, e la somiglianza della forma, 
non ha alcuna affinità fonetica con Krug ; e neppure può 
avere a fondamento il gr. y.yozzic, brocca. Deriv. : crogio- 
lare, e rogioletto ; cruciolo. 

Crosciare, produrre rumore simile a quello del- 
l'acqua che cade forte; mandare giù con violenza (Dante, 
Liv. Dee). Collo sp. cruxir, cat. croxer, prov. afr. croissir, 
lad. s-crùscer, vali, emhì viene dal got. kriustan, digrignare 
i denti [kriustith tunthus, S. Marc. !', 18, = gr. ~y-'- 1 '- ~" y '- iZ - 



CRUSCA — CUCCAGNA. 



óò N óvTa?3, signif. che avevano da principio anche le voci 
rom., sp. cruxe los clientes, prov. criiis las dens, alcune 
delle quali lo conservano tuttavia. Immediatamente però 
procedette dal got. causativo kraustian, dove si vede che 
l' it. ha convertito in se il gruppo stj. Del resto la voce 
got. sembra essere stata onomatopeica, del pari che il gr. 
Kpoóto, 1. crepo, aventi Un signif. assai affine. Deriv. : croscio, 
scrosciare, scroscio. 

Crusca, buccia del grano (Villani, Crescenzi). Il 
Muratori accennò già alla verisimiglianza dell' orig. di 
questa parola dal t., e la sua divinazione è stata dimostrata 
vera dai risultati della linguistica moderna. Infatti 1' aat. ci 
presenta la forma crusc (crusc vel chliha [tm. Kleie\, dicon 
le Gloss. Fior. 983), proprio d' ug. sig. ; la quale voce è 
andata perduta nel tm. ; ma si conserva tuttavia in alcuni 
dialetti: svizz. kriisch, svev. griische ; dial. fr. yruis, piem. 
grus, lad. crisca. Il n. pruss. ha un vb. crusca = triturare. 
Coli' aat. tri/zi. gruzi, mat. grutze, d'ug. sig., tm. Grutse } 
orzo, avena monda, non pare che il ger. emise abbia affinità 
fonetica. Crusca fu poi il nome preso da un'Accademia 
fiorentina fondata nel 1583 coli" intento di separare il fiore 
della lingua dalla parte men buona di essa. Deriv.: crusca- 
io -iuolo -nte-ta ; crusche- g giare-Ilo -rella- rello -vole - volmente ; 
cruschino, cruscone, cruscoso, cruscotto. 

Cuccagna, nome d' un paese immaginario pieno 
di felicità; giuoco in cui per vincere bisogna salire arram- 
picandosi su di un legno insaponato e liscio (Cecchi. Sas- 
setti _■ — Il Grimm (Gecl. ciuf Fricdr.. p. 96) suppose che 
questo nome collo sp. cucafla, ir. cocagne, a. ing. cokaigne 
[ing. cokney = beniamino J, fosse venuto dall' aat. kuocho, 
chuocho, mat. kuoche, tm. Kuchen, focaccia: ossia perchè 
in 'pie! paese le case fosser coperte di focaccie, ovvero 
perchè, nel giuoco della cuccagna sulla cima dello stile si 
usasse porre una focaccia per premio. Il Diez, e dietro a 
lui lo Scheler, non dal t.. bensì dal 1. coquvn fanno ve- 



100 i ! IA. 

nire questa parola mediante il cat. coca, lad. cocca, occit. 
coco, pie. couque, significante ancor esso "focaccia"; anzi 
da queste parole rom. fanno derivato anche 1' aat. kuocfio, 
mat. kuoche, e tm. Kuchen. Però ultimamente il Kluge ha 
portato nuove vedute su questo punto. Egli adunque ri- 
guarda come originalmente ger. la rad. kak-an, kòk-an, cuo- 
cere, e da essa fa svolgersi 1' aat. kuocho, mat. kuoche, tm. 
Knclien, m. bt. kóche, ol. koek, scozz. cooky, ags. coecil, m. 
ing. kèchel, bav. kuechel, chieckl [ queste tre ultime forme 
dal dimin. got. * kòkila j, ing. kake, sv. kaka, dan. kage 
[da got. * kakila], finn, kakko, lapp. gakko. Di più dalla 
forma kókan sono venuti, secondo lui, cat. coca, lad. cocco, 
prov. coco, pie. couque, e le denominazioni romanze del 
paese della felicità, afr. Coquaigne, it. Cuccagna, sp. Cu- 
cana, (donde m. ing. Cockaine, m. ol. kokinie), riposanti 
su un mlt. Cócania, formatosi come Germania, Alemama, 
Britannici. Ci pare che il Kluge abbia ragione per i 
seguenti motivi: 1.° perchè il giuoco della cuccagna ha 
l'aria d'essere d'orig. settentrionale, anziché meridionale, 
precisamente come la festa dell'acero di Natale; 2° per- 
chè il 1. per esprimerò l' idea di " focaccia " aveva altre 
parole; altre ne avevano pure le lingue romanze; il che 
rende più probabile che coca venisse dall' aat. ; 3.° non e' è 
esempio di alcuna parola che passando dal 1. nel ger. pi- 
gliasse nell' aat. la desinenza rinforzativa o. Quindi diffi- 
cilissimamente si può ammettere che l' aat. kuocho, mat. 
kuoche, tm. Kuchen (che del resto è secondo ogni verisi- 
miglianza più antico d'ognuna delle forme rom.) venisse 
o dal cat. coca, o dal prov. coco, o dal pie. couque, o dal 
lad. cocca; anzi la probabilità milita pel caso inverso. 

Cuffia, scuffia, copertura del capo usata dalle 
donne, specialmente in casa (Boccaccio). Questa voce \ sp. 
cofia, escofia, port. coifa, escoifa, fr. coiffe, vali. ing. coif, 
m. ol. coifie], immediatamente procede dal bl. cophea, cofia, 
cupida, ricorrente già presso Venanzio Fortunato. La regi- 



CUFFIA. 101 

striamo qui perchè sulla elaborazione del vocab. bl. ha in- 
fluito anche il ger. ; poiché esso, secondo ogni verisimi- 
glianza, altro non è che l' aat. chupphà, chuppà, mat. Uupfe, 
kuppe, kuffe, gupfe, mitra, perdutosi nel tm. Però la voce 
dell' aat. era a sua volta venuta dal 1. cuppa, coppa, me- 
diante l' aspirazione della labiale tenue, come suole fare 
il t. nelle parole tolte in presto dal 1. Quanto al concetto, 
esso non deve fare difficoltà; avendosi altri esempi dove 
la stessa parola significa ad un tempo "vaso da bere" e 
" copertura del capo ". Tali sono, per es. il 1. galea, elmo, 
e galeola, vaso; 1' afr. bacin, prov. bassin = " bacino " ed 
" elmo ". L' aspirazione del 1. cuppa per opera del t. do- 
vette avvenire sin dal tempo di Venanzio ; e ne fornisce 
una prova anche il Grloss. Cassel. che offre le forme choffa, 
e chupf. Anche un' altra etim. t. fu proposta per questa 
parola., cioè 1' aat. huba, mat. hube, tm. Haube ol. huif, 
[ anrd. hufa, ags. hufe, ing. scozz. hoio, afr. huvet }, parola 
che lo Schade rannoda a Hilbel, colle, l' Heine al sans. 
kakubh, cima, donde il Fick- 45 trae anche il gr. xuja|3o?, 
y.'j\ ■■■ i,, vaso, nave, ed infine altri all' aat. haubit, houbit, 
tm. Ilaupt, capo. Però il Diez contro la deriv. di cuffia 
dal ger. huba, hu'a, Haube, oppose che l'indurimento pro- 
prio dell'antico franco dell' asp. h in gutt. eh, o e, non 
s' incontra in alcun altro caso di parola rom. proveniente 
dal t. Alla parola cozzare vedemmo per altro che l' indu- 
rimento dell' aspirazione pura in g qualche volta si diede; 
perchè non potrebbe essere avvenuto anche in e? È certo 
almeno che fra 1' ags. linfe, anrd. hUfa, aat. huba e il 
voc. del mlt. e' è molta vicinanza di senso e di forma. Qui 
poi è da notare una cosa che non so se sia mai stata av- 
vertita da nessuno. Il tm. Haube, aat. huba riposa sulla 
rad. idg. kup, dalla quale si svolsero pure il 1. cuppa, 
donde aat. cupphà e le altre forme viste di sopra, il 1. caput, 
t. Haupt, Kopf, e gr. xe^aÀif): tutte parole oontenenti l'idea 
di "punta, vaso"; sicché ad ogni modo il tm. Haube, il 



L02 



DAGA — DANDA. 



1. cappa, aat. chupfà, it. cuffia, hanno una stessa radice. 
Noteremo da ultimo che fu proposta anche un' etim. della 
parola in quistione dall' ebr. kobha, kova, elmo; ma è in- 
sostenibile foneticamente, ed anche storicamente; giacche 
1' ebraico non die alle lingue occid. che pochissime parole 
riferentisi quasi tutte alla religione. Deriv.: cuffiare, cuj 
fietta, cuffma, cuffino, cuffiare, cujfiotto ; scuffietta, scuffiare. 



Daga, spada corta e larga (Villani F. ). È ^strano 
che lo Zambaldi la dica spada usata dai Romani, mentre 
il nome non fa la sua comparsa nelle lingue europ. che 
nel tardo medio-evo, e mentre non è certamente d' orig. 1. 
Difatti il mlt. daggarius è vicinissimo al mbt. dagge, ing. 
dagger, sv. daggert \ donde tm. Degen ] : perciò lo Scheler 
suppose senz' altro che venisse dal ger. All' incontro il 
Diez trae il vocab. del tm., usato già nel sec. XV, dalle 
forme rom. [ fr. dague, sp. port. daga ], che potrebbero anche 
procedere dal celt. dag, dager, punta, stile; e il Littrè, 
considerato che il port. presenta anche la forma adaga, 
sospetta una deriv. dall' arabo. Da ultimo il Kluge, pel 
fatto che il poi. ha daga, e il mag. ddkos, inclina a cre- 
dere che questa parola sia piuttosto d' orig. slavo - orien- 
tale, come il tm. Dolca, bt. Tisak, at. Tilits. Deriv. daghetta, 
daghinazzo. 

Danda, le due strisce di lana con cui si reggono i 
bambini che imparano a camminare (voce senese, in questo 
senso ). Probabilmente proviene dal t. tandeln, baloccare, 
tempellare, [mat. tant, tm. Tand — inezia, balocco]; al 
quale ceppo spettano pure m. ol. danten, fare sciocchezze, 
fiam. dantem, bagattella; at. dantern, ing. dandle, cullai'e, 
tutti i quali signif. ci pare che convengano assai al con- 
cetto della voce it., giacche importa una specie di " ba- 
locco ". Crediamo che sia passato a traverso il fr. dan- 



DANZARE — DARDO. 103 

diner, vacillare, muoversi or per un verso or per un altro. 
Lo Scheler però vede in quest' ultimo vb. un deriv. del 
vocab. infantile dada, esprimente i primi tentativi fatti per 
camminare. 

Danzare, ballare, (Dante, Boccaccio). Venne dal- 
l' aat. dansòn [iansón], mat. dansen, tirare, stendere l pro- 
priamente = tirare una catena, una fila: senso che ricorre 
anche nel t. Reigen, Reihen, danza, identico al t. Reihe, 
fila). È singolare la storia di questa parola. Nel ger. si- 
gnificava "tirare"; poiché in quella lingua l'idea di "bal- 
lare " era designata da tùmòn e leihhan, got. laiken. V. Lai. 
Passò nelle lingue rom. ffr. danser, sp. port. prov. danzar, 
dansar\, dove assunse il signif. che conserva tuttavia. 
Rientrò poi in Germania verso il sec. XI, sotto la forma di 
tanzen, tanz, ol. dansen, ing. to dance, e col signif. acquistato 
sul territorio delle lingue neol. V. Kluge, Eti/m. Wòrt. p. 32. 
Quanto poi all' aat. dansòn, esso appartiene al vb. dinsan, 
got. thinsan, [ paa. thans 1, che in t. si conserva solo nel 
dial. ass. diaseli, forse mediante il mat. dinsen, stendersi. 
Del resto la rad. ger. tens ha una diffusione immensa nel 
campo indeu. Difatti nel ger. le si raggruppano intorno il 
got. thanian da * thina, donde aat. dennen, mat. denen, 
tm. dehnen, stendere, dumi, sottile ; e le corrispondono sans. 
tan, filare, tdntus, filo; lit. testi, tiklas, a. si. teneto, tonoto, 
funicella ; gr. tììvo», Tàvj\).ai, rotai?, tévtov, taiviaj 1. fan/o, 
teneo, tenuis. Sicché i nomi danza, tenda, tendere, tendine, 
tenere, tenia, hanno la stessa radice! Deriv.: danza-tore-trice, 
danzetta ; contraddanza. 

Dardo, freccia dell'arco (fra Bartol., Villani). Dal- 
l'ars, daradh, darodh, daredh, dearedh, ing. dart, aat. tur/, 
lancia; anrd. darr, dorr, darradhr. Lo altre tonno rom. sono: 
fr. dard, sp. dardo, prov. dart. Dal ger. sono puro venuti 
il valac. darde, ung. ddrda. Anche il celt. darts d'ug. si-., e 
il gr. ò N ópo, Sópazoq, lancia, sono stati proposti per nini. 
della voce neol.: ma è troppo chiaro olio il gor. ò sen za 



104 DEFALCARE — DIGRIGNARE. 

alcun confronto superiore in verisimiglianza per la mag- 
giore diffusione delle parole ger., e per la forma stessa. 
È però possibile una comune origine indeu. l'eriv. : dar- 
deggiamento, dardeggiare, dardiere. 

Defalcare, diffalcare, sottrarre, levar via (Bel- 
lincioni, + 1491 ; Guicciardini). Questo vb. col fr. défalquer, 
sp. defalcar, viene dai più fatto derivare dal 1. falx, falce; 
sicché verrebbe a significare " tórre via colla falce ". Però 
il Diez preferisce 1' etim. dall' aat. falgian, falgan, falcan, 
privare, toglier via. V. Falcare. Deriv. : defalcamento, defalco. 

Diga, argine, e specialmente quello fatto contro le 
ondate del mare ( Corsini, Stori Mes. trad. ; Segneri ). Il 
nome insieme colla forma speciale della cosa penetrò nel 
mezzodì dell' Europa dall'Olanda che doveva lottare con- 
tinuamente contro i flutti dell'Oceano. Dall' ol. dyk si svol- 
sero lo sp. dique, ed il fr. digiie, donde il nostro diga. Dalla 
forma ags. die, anrd. dike, [as. dik | provenne l' ing. diteli, 
dike. Il tm. ha Deich [altra forma Teich dal mat. tich], 
argine, derivato dall' ol. e bt. nei sec. XVI, XVII, XVIII, 
nei quali offrì anche le forme parallele Dike, Diek. Nel- 
1' aat. esiste la forma dih, vortice ; ma non pare connessa 
con dik. Nel campo indeu. è evidente l'affinità formale e 
logica del ger. dik, argine, col gr. ~ìi/c c ., muro. È incerto 
al contrario se il ger. dik (da dhighni?) sia da collegarsi 
al gr. Ticpoc (da dhighosf). Dall' ol. venne anche Dicco, pa- 
rola ne bella né utile. 

Digrignare, arrotare e mostrare i denti per mor- 
dere (Dante, Sacchetti). Insieme col prov. grinar, pie. gri- 
gner [les dents \, com. berg. grignh, procede dall' aat. gri- 
nan, crinan, mat. grinen, grinnen, tm. greinen, storcere la 
bocca ridendo o piangendo; donde ing. to grin, piangere, 
to grpan [ags. granian\, gemere, e tm. grinsen, sghignazzare. 
L'it. pie. com. e lad. grigna = frascheria, sembrano venire 
immediatamente da una forma aat. parallela grinjan = ags. 
grinian. La rad. ger. gri, preger. gliri sono forse da rap- 



DOLLARO — DRAPPO. 105 



portarsi al sans. hri, vergognarsi. Vicinissimo di senso è il 
gr. Tpt&o. Un deriv. dialettale delle montagne moden. [Mon- 
tese] è sgrignare, " ridere sgangheratamente ". 

Dollaro, (neolog.), moneta d'oro degli Stati Uniti 
d'America (Botta, Stor. Am., 4,270). Viene da dollar, forma 
ing. rappresentante il t. Tìialer, la cui etim. e storia vedremo 
alla parola Tallero. 

Dotta, v. Otta. 

Drappo, tessuto di seta o di lana; panno (Novel- 
lino, Dante). Tre etim. t. si sono proposte per questa voce 
e sorelle neol. | prov. cat. fr. drap, sp. port. trapo]. Il mlt. 
drappus, trappus, appare prestissimo (Capit. ad Leg. 
Alam. ) ; e il Diez inchina a credere che provenga dal- 
l' aat. trabo che in un gloss. del sec. XII è spiegato per 
" frangia, orlo, trama ". Il nome dell' orlo, die' egli, potè 
estendersi a tutto il tessuto : il che, soggiungiamo noi, si 
verificò nel caso di bordo [v. questa parola j. Neil' aat. tro- 
viamo anche le forme tràdo, tràda, tràdhà, dràdù, frangia, 
dove il senso è uguale a quello di trabo; ma fa difficoltà 
lo scambio della dentale e della labiale. Ad ogni modo le 
forme sp. e port. trapo, trapajo, trapero, traperia, unite a 
drapero, coli' alternativa della tenue e della media, accen- 
nano, secondo il Diez ad una origine t. ; corrispondendo il 
d al bt., e il t all' at. E difatti la voce rom. rientrata in 
t. diede ora drappiere)-, ora trappier, trappnr. Il Frisch 
congetturò che la voce neol. si fosse formata dal vb. t. 
trappen, pestare, serrare, mat. trapp, fr<i/>/><\ colpo. In 
questa ipotesi drappus, trappus, accennerebbe al modo con 
cui si sarebbero originariamente lavorati questi panni. Da 
ultimo il Baist (Zeits. VI, 11<>) propose 1' ags. trai', = afr. 
ini', prov. trap, tenda in drappo, ch'egli stacca nettamente 
dal 1. Irabs, trave, e trae dall' ind. dhrab. Ma GK Paris, 
Rom. VI, ii k 2!i, ha mostrato falsa la distinzione tra afr. 
tref, trave, e afr. //■<;/', tonda [=ags. tr<</\. Li» maggiori prò 
babilità restano sempre per La prima delle tre etim. De- 



106 DROGA — DRUDO. 

riv. : Drappamento, drappare, drappeggiare, drappel-la-lare- 
letlo-lo-lone, drappe-ria-tto , drappicello, drappiere, d/r/ippohe. 

Droga, nome generico di spezierie ed aromi ( Empol. 
Gir. Vit. 20; Bicet. fior. C. 309; Segni, Grazzini, Sas- 
setti). Le voci neol., it. sp. port. prov. droga, fr. droga e, e 
V ing. drug, riposano sull' ol. droog, secco : quindi propria- 
mente = merce secca, secondo il Frisch. Però l'agg. prov. 
droguit =z " bruniccio, oscuro ", sembrerebbe accennare a 
" merce colorata ". Il tm. Droge viene direttamente dal fr., 
del pari che l' it. L' ol. droog poi, e bt. drooge, arido, si 
collegano all' aat. trockan \ trucchan ], mat. tm. trochea, 
asciugare, as. druckno, drockno, bt. dreuge [ droog te = ari- 
dità], ags. dry gè, drùgian, drugoth, ing. dry, dronghi, d' ug. 
sig. La rad. ger. è druk, drug, drang, a cui si riannoda 
l' anrd. draugr " legno arido ". La rad. preger. sarebbe 
dhrug ; ma finora non si sa che abbia corrispondenti nelle 
altre lingue indeu. Questa voce si diffuse in Europa sulla 
fine del sec. XVI, quando gli Olandesi, divenuti padroni 
del commercio dell' Oriente, spacciavano nei mercati del- 
l' Occidente le merci dell'Asia e dell'Oceania. Il Kluge 
però sostiene che la parola droga, benché importata e dif- 
fusa dagli Olandesi, sia d' orig. orientale, e non ger. : ma 
non dà le ragioni di questa sua asserzione. Deriv. : drogare, 
drogheria, droghista. 

Drudo l , amante, per lo più in senso disonesto (Ca- 
valcanti, Dante). Secondo me non c'è alcun dubbio che 
questa parola coli' a. sp. drudo, afr. prov. drud, fem. druda, 
drue amico, amante, provenga dall' aat. trùt ( ricorre già 
presso Otfried di Weissenburg, an. 868), drùt, drud, mat. 
trùt, trùte, fedele, amico-a, spettante al vb. trtién, e al n. triu, 
trinici, V uno e 1' altro diffusissimi nel ger. e che entra in 
moltissimi nomi composti t. sia comuni che proprii [ ad es. 
tràtboto, dràdboto, trutdègan, drutthegan ; trùtdiorna, dràt- 
thiorna; Drudbold, Wieldrud, Gertrud, Rotrud ecc.]. Il 
Diez ammette come possibile la deriv. dal celt. drùth, me- 



DRUDO. 107 

retrice; che certo si presta anch'esso. Però noi abbiamo 
non pochi argomenti per escludere affatto la provenienza 
celt. di questa parola. Il primo è che essa da principio fu 
quasi sempre usata in buon senso. Il Diez stesso ammette 
che è spesso unita ad ami: mes drus et mes amis ; ses amis et 
ses drus ; vos amis et vos drus. In un capit. di Carlo il Calvo 
s'accompagna a vassallo: sine solatio et comitatu drudorum 
atque vassorum, Otfredo di Weissenburg ha Gotes dràt = 
servo, amico di Dio. In tutti questi casi è chiaro che ab- 
biamo perfettamente il senso di "fedele, dipendente, servo'*, 
che è il vero signif. etimol. del vocabolo t. Anche in Dante 
è adoperato in buon senso. [ « Dentro vi nacque 1' amoroso 
drudo — Della fede cristiana ». Parad. XII]. Ora è evi- 
dente essere più facile che la parola dal signif. buono 
passasse poscia al cattivo, che viceversa : il quale ultimo 
caso si sarebbe verificato nell' ipotesi che drudo fosse ve- 
nuto dal celt. druth, meretrice; lasciando anche stare che 
questa pai'ola per essere femminile, era difficile che potesse 
applicarsi a uomini, come avveniva nel più dei casi della 
voce drudo. E noto ancora che 1' influsso del gael. sulle 
lingue rom. è quasi nulla rispetto a quello esercitatovi dal 
ger. Inoltre poiché drud ricorre già in Otfredo e in altri 
scrittori dell' aat., ed anche nel tm. sotto la forma di Drude, 
benché in signif. diverso, e d'altra parte queste voci non 
vengono certo dal gael., s'accresce sempre più la probabilità 
dell' orig. ger. della parola in quistione; e difatti anche 
il Diez, considerato tutto, propende per questa. Si può 
bensì ammettere che il celt. druth fosse originariamente 
e radicalmente affine al ger. Quanto alla radice dell' aat. 
trut, essa sarà trattata alla parola Tregua. Il tm. Drude, 
stregone, incubo, [mat. trute, turing. trude, bav. ausi, franco- 
ren. trùd, dan. driide, goti, druda |, si riattacca all' agg. 
traut, della, stossa, radice, ed è denominazione fondata sullo 
stesso principio del nomo gr. delle Eumeuidi. Deriv. : druda, 
druderia. 



108 DRUDO — ELMO. 

Drudo 2 , manieroso, bello, grazioso; robusto, rigoglioso 
(Bini. Ant. ; Fazio, Dittavi.). Questo aggettivo col fr. dru, 
potrebbe farsi derivare dal sost. precedente pel senso di 
" bello, grazioso ", essendo ovvio che i zerbini e i galanti 
cerchino d'apparire azziniati e leggiadri; ma il senso di 
"robusto, gagliardo" ripugna a tale etiui. : quindi lo Scheler 
propende pel celt. : gael. druth, petulante, cimb. drud, vigo- 
roso, ardito. Il Grachet lo riattacca all'isl. drugr, sv. dryg 
d' ug. sig., e corrispondenti al gr. à^póS; dal quale lo trasse 
Enrico Stefani, ma inutilmente, secondo Buttmann. Questo 
è un punto ancora molto oscuro. V. Diez. ìì'ijrt. II, 679. 

Duna, monticello di rena, albajone, tombolo (Car- 
letti + 1617, Davila 4- 1631 ). Questa parola [fr. dune, sp. 
port. duna ] viene dall' aat. dùn, dima, promontorio, ags. 
afdune, adune, dùn, colle, ing. down, sv. dun, ol. duin, bt. 
dune, monticello di sabbia. E affine all' a. irl. dun, gael. 
din, luogo alto, fortificato [ di qui la desinenza dunum di 
molti nomi proprii di città nella Grallia : Lugdunum, Au- 
gustodumim, Eberodunum, ecc.]. Nel campo idg. si connette 
col gr. Otc, Oivòc, d'ug. sig., e col sans. dhanus, banco di 
sabbia, dhanvan, spiaggia, dal vb. dhanv, affrettarsi, e ciò 
pel forte agitarsi della sabbia. 



E 



Elmo, armatura che copre il capo e il collo del sol- 
dato (Villani, Sacchetti). Le altre forme rom. sono: afr. 
healme, elme, hjaume, fr. heawme \e forse armet, che però, 
a detta dal Littrè, potrebbe anche venire da arme], prov. 
elm, a. sp. port. elmo, sp. yelmo, almete. L'a. port. significò 
anche " copertura" in generale; poiché leggiamo nel Santa 
Bosa : « unum elmum elaboratimi prò super ipsum altare » 
(Elucidario dan palabras.... que em Portugal antiguamente se 
usarao). Viene dall' aat. as. ags. a. fris. helm [got. hilm, 
hilms J, mat. hè'lme, tm. Helm, d'ug. sig. L.' anrd. è hjàlmr, 



ELMO. 109 

dan. hjelm, ol. helm. L'ags. helm [donde ing. helm, helmet], 
oltre al signif. comune alle altre forme gei'., aveva anche 
quello metaforico di "difensore, pi'otettore " (cfr. a. ind. 
carman = " coprire " e "proteggere"); e fu per questa 
ragiono che entrò come elemento di composizione in alcuni 
nomi propri, come Willhelm, it. Guglielmo, Anshelm, it. 
Anselmo. La forma ger. comune era helma dal preger. helmo. 
Essa procede dalla rad. hel, la quale per il fenomeno della 
differenziazione apofonetica frequentissima nel ger. die 
luogo a due altre varietà hai e hul (però il Fick- 349,204 
riguarda hai, come la forma più antica, e la riannoda a 
a idg. skar, coprire ) ; ed ognuna di esse ebbe una fecon- 
dità straordinaria. Infatti da hel vennero aat. as. ags. hélan, 
helen, [got. hilan], helm, hihve, gehihce, helaioa, hille, heli, 
helith; mat. Min, tm. hehlen, Hehl, Holle, ol. helen, ing. to 
heal. Da hul si ebbe got. hulian, as. hullean, aat. hullan, 
hullen, hulistr, huleins, hulla, hullid, hulsa, mat. hullen, tm. 
h alien. Finalmente da hai, ampliatosi in hall con un t, si 
formò got. haldan, aat. haltan, mat. tm. halten, ags. healdan, 
ing. to hold, a. fris, anrd. halda, dan. holdc, sv. halla, tm. 
Halle; inoltre aat. halr, hallia, hàli, fiale, hàligo, hàlingon, 
/ladine. V. Fick 2 722-33. Nel campo indeu. alla rad. ger. 
hel corrisponde generalmente kel; quindi abbiamo lit. kletis, 
a. si. kleti; sans. khalas; gr. xctXia, v.y.\uK~'\ a. lat. calli m, 
1. cella, celare, [forse anche celata], occulere, cilhon, domi- 
cilium, cttcìdla, [v. t. Iliille], caligo ecc. Da questo, che è 
uno dei più insigni esempi della maravigliosa fecondità di 
una radice, è facile scorgere che parole a prima vista si 
disparate come t. hehlen, hiìllen, Halle, Imitai, helm, it. cella, 
celata, ciglio, apocalissi, cocolla, caligine sono rami d' uno 
<o tronco ed elaborazioni della stessa radice compiute 
di prima o seconda mano da diversi popoli. Il lit. szdlmas, 
e a. si. slemu sono ancor essi stati tolti in presto 'lai gì 
secondo il Kluge. Anche nel composto mat. helmbarte, tm. 
Hellebarte entra probabilmente come elemenio la parola in 
quistiono (v. Alabarda). Deriv.: <luh<t<>, ehm 



110 ELSA — ERI HANNO. 

Elsa-O, impugnatura della spada (Dante, Buti). 
Procedette dall' aat. helzà, inat. Iielze, anrd. hialt, Inaiti, 
ags. kilt, ing. kilt d' ug. sig. Nel tm. questa parola è an- 
data perduta, e vi si supplisce con Degengriff o Heft. Le 
altre lingue rom. non conoscono questa parola ; ma la pos- 
sedeva 1' afr. nelle forme helt, heux, e n' aveva tratto anche 
il vb. enheldiv, "munire (difendere; colla punta della 
spada ". Quanto alla parola ger., è verosimile eh' essa ap- 
partenga al vb. halten, tenere; precisamente come Heft si 
è svolto dalla rad. haf [ heben = alzare ], ovvero da hab 
[ìiohen = avere J; e difatti le forme dell' anrd. e ags. hjalt, 
MU, sono vicinissime. Però 1' aat. helzà, mat. helze s' ac- 
costerebbe più al vb. aat. halzian, helzan, mat. helzen; ma 
questo si presta poco pel significato, poiché vale " essere 
storpio " ; salvochè non accennasse alla forma ricurva del- 
l' elsa. 

Eribanno, chiamata dell'esercito (Muratori). Que- 
sto termine militare venne dall' aat. heriban, heripan, mat. 
hevban, mediante il bl. havebannus- m , heribannus- m . La pa- 
rola t. è composta dell' aat. hari, heri, e dell' aat. ban. Quanto 
al primo elemento, esso presenta queste altre forme : got. 
haviis, as. heri, mat. lieve, her, tm. Heer, ags. here, a. fris. 
lieve, hivi, heir, fris. heev, ol. heir, anrd. hev, dan. har, si- 
gnificanti tutte " moltitudine, schiera, esercito ". La rad. 
ger. har, preger. kar, nel campo indeu. ha per corrispon- 
denti 1' a. pruss. karìa, esercito, lit. kàvas, guerra, a. si. 
kava, contesa, a. per. kàra, esercito, sans. kàr, fare spin- 
gere. V. Bopp GÌ. 3 ; Mikl. 283°; Pick 2 514. L'altro ele- 
mento poi aat. ban, pan, as. mat. ban, ags. geban, ing. ban, 
fris. bon, ol. ban, dan. band, anrd. sv. bann, bl. bannvs, 
bannitm = intimazione con minaccia di castigo. Quindi il 
composto = chiamata dell' esercito, intimazione di compa- 
rire sotto le armi. L' afr. ne trasse avban, hevban per har- 
ban, ed il fr. ne cavò arriève-ban, per effetto d'una falsa 
interpretazione del bl. hevibanuum ; benché Arbois de Ju- 



KKIMANNO. Ili 

bainville (Hom., I, 141) inchini a derivare il bl. non dal- 
l' aat., sibbene da charebannus che sarebbe la forma franco- 
merovingia del vocab. ger. ( è noto che il eh franco equi- 
vale all' h degli altri dialetti ger.). Questa parola proba- 
bilmente si diffuse nell' Europa meridionale e quindi pe- 
netrò nel mlt. al tempo degli Ottoni nel sec. X, poiché una 
delle prime volte che se ne fa menzione è a proposito 
della chiamata del popolo all' armi che fece Ottone I con- 
tro gli Ungheri nel 955. Corrisponde a un dipresso alla 
Londstnrm dei Tedeschi moderni, e alla levée eri masse dei 
Francesi. 

Erimanno, arimanno, (term. storico) guer- 
riero, uomo libero (Muratori). L' Ekkard traeva questo 
vocabolo da Herbmann, colui che possiede beni acquistati 
per eredità, signore minore [ Herb = eredità ; Mann -=uomoJ. 
Ma il Vossio, con molto maggiore verisimiglianza dal lato 
fonetico, propose la derivazione dall'aat. hariman, heriman, 
perduto nel tm., almeno come nome comune. Dei due ele- 
menti del composto, 1' aatr hari, heri, tm. Heer, è già atato 
illustrato sotto la parola precedente; l'altro, aat. man, tm. 
Munii, uomo, non ha bisogno di spiegazione. Anche quanto 
al valore logico e storico della parola, l'etim. del Vossio è 
pienamente giustificata. Difatti nella legge 4. a di Guido Im- 
peratore sono minacciate pene a quei signori che trascuras- 
sero di hostiliter praeparare herimannos, cioè di prepararli 
e addestrarli alla guerra. È ben vero che dalla legge J. 'li 
Rachis « ne cujusquam servus ariinannam ducat uxorem », 
e da un luogo d'un decreto di Lodovico il Pio « .... feininis 
liberis quas Itali Arimannas vocant » si deduce che ari munito 
significava " libero ''; ma ciò, secondo me, non distrugge la 
interpretazione del Vossio; poiché si sa che presso i Ger- 
mani antichi la condizione di " libero " dipendeva preci- 
samente dall'attitudine agli esercizi guerresrlu. Il Mura- 
tori mise innanzi hi possibilità d'un composto di Eli re, 
onore, e Mann, uomo; mu è evidente che da questi eie- 



112 dip w;gio — est. 



menti non si avrebbe mai avuto l'aat. hariman, e inat. Itn- 
riman, lasciando stare che il concetto di " guerriero " che 
campeggia nell'aat. e mat., difficilmente si sarebbe svolto da 
un Ehrmann, "uomo d'onore". Dal passo allegato di Lo- 
dovico il Pio appare che Arimannus era al suo tempo termine 
commane presso gl'Italiani; e perciò questa è una di quelle 
non poche parole germaniche che dopo essere state usate 
per qualche tempo sul territorio latino dai popoli ger., di- 
sparvero poscia dalla lingua del popolo, perchè coi can- 
giamenti sopravvenuti, non se ne sentiva più il bisogno. 

Equipaggio, propriamente ed originariamente = 
il provvedere del necessario una nave ; poi = il provve- 
dere del necessario qualcuno ; poi = l' insieme delle cose 
che occorrono a questo effetto (Magalotti, lett. 163). Im- 
mediatamente procede dal fr. équipage che è un sost. svol- 
tosi dal vb. equiper; il qual vb. fr. [afr. esquiper, sp. esquifar, 
esquipar], significava dapprima "lasciar la riva, prender 
il largo"; e si formò dal nome esquif [afr. eschif, esckip, 
sp. esquife, it. schifo]. Alla sua volta il nom. romanzo non 
era che la riproduzione dell' aat. skif, got. ags. anrd. skip, 
scip, tm. Schiff, nave (v. Schifo). È molto verosimile che 
nella elaborazione formale dell' it., e fors" anche del fr. 
equipage, abbia avuto parte la falsa idea che in quella pa- 
rola entrasse come elemento di composizione paggio. Deriv. : 
equipaggia-mento-re-to. 

Est, levante, oriente (Sassetti, lett. 309; Ginan. Malat. 
Gran. 47). Questo e gli altri. tre relativi nomi dei punti 
cardinali, sud, ovest, nord, benché cominciati ad usare dagli 
scrittori sin dal sec. XVI, sono diventati d' uso comune 
in Italia solo in questo secolo per il grande sviluppo preso 
dalla geografia, dove riescono spesso più comodi che gli 
antichi veri ital. levante, ponente ecc.; e non li abbiam 
tolti direttamente dal t., bensì, come è avvenuto tante volte, 
dal fr. e dallo sp. Ora il fr. est, afr. hest | donde secondo 
il Diez; vennero pure l'a. sp. leste, sp. este], procedette 



EST. 113 

dall' ags. éast, ing. east, oriente, rappresentato negli altri 
dialetti ger. dall' aat. óstan, osten. trn. Osten, Ost ( il quale 
ultimo è peraltro di formazione più recente ), a. fris. oest, 
aest, fris. aest, east. Del rimanente l' aat. óstan riposa sulla 
forma primitiva austa [ anrd. austr], che nel campo idg. 
ha una vastissima corrispondenza. Difatti spettano qui il 
lit. auszta, auszra, auszrinne, aurora, dea del mattino, a. si. 
tetro, serb. jutro, mattino, 1. aurora per * ausós-a ( cfr. uro, 
ardere), gr. v/óc, aurora, eoi. auco? [da «u^coc], avv. xuptov, 
domani, vb. a'Jto, ardere; zend. usha, ttshanh, sans. ushas, 
usras; tutte le quali forme si riconducono all'a. indeu. * 
dalla rad. us, splendere, ardere. Dal che si vede quel che 
potrà parere stranissimo cioè che est ha non solo lo stesso 
valore ma la stessa radice di aurora, come ha la stessa radice 
dei nomi oro, ustione, combustione! Di qui si formò anche 
Austria [aat. òstarrìhhi, òstarrtehi, mat. osterrlche, (1) anrd. au- 
strriki, tm. Osterreich, Ostreich], composto dell' aat. ostar 
tm. Osten, oriente, e dell' aat. rihhi, vichi, rìche, mat. rìche, 
rich, tm. Reich, regno : quindi regno dell' est. Questo 
nome proprio che nei sec. VI, VII Vili colla speciale 
forma di Austrasia designò quello che fu poi detto nel 
sec. IX regno di Lorena, ossia il paese fra la Mosa e il 
Reno; e che nei sec. IX e X significò qualche volta anche 
Germania [chiamata regno dei Franchi dell'est, per con- 
trapposizione a quello dei Franchi dell' ovest che divenne 
poi la Francia moderna]; passò da ultimo a indicare il 
paese del Danubio che ancora oggidì porta quel nome, e 
che fu così chiamato perchè rispetto alla Germania era 
« il paese o regno dell'est », dopoché Ottone III n< 
ne diede l' investitura alla valorosa casa dei Babenberg. 
V. anche Ostro e Ostrogoto. 

i Questa forma s'incontra in Dante elio l'usò in quei versi: 

Non 

Di %•• 'l'uo la I (ano 

Inf. 



114 ETICHETTA. 

Etichetta, cartellino attaccato a casse o bottiglie 
per indicarne l' uso ; cerimoniale delle corti o case si- 
gnorili (Magai, lett. scient. 23). Provenne immediatamente 
dallo sp. etiqueta sulla fine del sec. XVII; il che è atte- 
stato espressamente dal Magalotti che nella lettera sopra 
citata scrive : « Al mio ritorno in Italia cominciai a dire 

ancor io in italiano etichetta per parer d' aver portato 

qualche cosa di Spagna ». Lo sp. etiqueta era probabil- 
mente venuto direttamante dal fr. étiquette, d'ug. sig. Ora 
il fr. étiquette [ afr. estiquette, anald. estiquete | si formò 
dai vb. estiquer, estequer, esticher, sciam. stiquer, ripo- 
santi sul vb. aat. stikken, stehhan, mat. stechen, tm. stechen, 
pungere, ficcare, attaccare. Quindi il fr. étiquette propria- 
mente = ciò che s' affigge o s' attacca, e acquistò il 
sig. di " cartello " allo stesso modo che in it. affìsso 
venne a designare " un foglio attaccato al muro ". Però 
dacché stikken = anche a " pungere ", è chiaro che étiquette 
potè significare anche " ciò con cui si punge ", quindi " ba- 
stone od arma'" [infatti 1' anald. stique — daga, arma]. E 
possibile per conseguenza che da principio étiquette fosse 
non solo foneticamente e formalmente ma anche logica- 
mente la stessa cosa che stecco; e che in appresso valesse 
" cartello ", oltreché per la ragione detta poco di sopra, an- 
cora pel fatto del cartello che si poneva su di uno stecco, 
analogamente al nap. sticchetto significante " segno di una 
via proibita ". Quanto alla rad. ger. stik, stink, alle sue 
differenziazioni apofonetiche nei varii dialetti ger., ed alle 
sue corrispondenze negli altri rami dell' indeu., vedi Stanga, 
Stecco, e Stocco che ancor essi ne provennero. L' ing. ac- 
corciò la parola fr. in ticket = biglietto. Il fr. poi prese 
il significato figurato di " forinole cerimoniose, cerimo- 
niale di corte ", per la circostanza che quelle forinole 
erano scritte su di un cartello per comodo di chi ad esse 
doveva attenersi. 



115 



F 



Facchino, chi porta pesi a prezzo; vile, abbietto 
(Cant. Carnas. 170; Ariosto). Una delle etim. più probabili 
che fin qui si sono potute assegnare a questa parola [fr. sp. 
faquin, port. f agnino], è l' a. ol. vant-kin, ragazzo, giovi- 
nastro, forma anteriore all' ol. ventje, che, secondo Kiliaen, 
viene da veint-ken. Però per la sicurezza di questa origine il 
Diez richiederebbe chela voce si trovasse già nell'afr., il 
quale si sarebbe formato dall' a. ol. vant-kin, e dal senso pri- 
mitivo di " giovane " avrebbe svolto successivamente quelli 
di " forte, robusto, fiero " ed infine quello di " portatore di 
pesi ". Il che sarebbe confermato dal fatto che in alcuni 
dialetti fr. faquin, non mostra traccia del significato di 
" portatore ", e presenta quello di " elegante ", il quale senso 
conviene al supposto primitivo di " giovane, forte, fiero ". 
L' it. e lo sp. avrebbero tolto in prestito dal fr. il vocab. 
nell' ultimo senso, cioè in quello di " portatore di fasci ". 
Ora è certo che la evoluzione di sensi proposta dal Diez 
combina a meraviglia con quella che ci offrono due altri 
vocaboli ger., cioè t. kerl e ol. mannekln e il fr. garqon; 
ma resta sempre la difficoltà non piccola che il fr. faquin 
è piuttosto recente, e forse non anteriore all' it. e sp. Di 
più: resta a spiegare come la sillaba vani dell' ol. vant-Mn 
si trasformasse in faq entrando nel romanzo, cambiamento 
certamente insolito. Quanto all' arb. faqtr, povero, misera- 
bile, mi pare da escludere assolutamente, giacché l'arb. ir 
resta sempre nel rom. (cfr. emiro, krumiro). Più omogeneo 
per la forni;!, uè molto distante pel senso è il oelt. fachyn, 
popolo basso. Lo Storm volle connettere la parola in qui- 
stione all' it. fagotto, sicché significasse originariamente 
" portator di fagotti ". Ma c'è troppa distanza tra le due 
forme; e poi il facchino non porta solo fagotti, ma pesi 
d'ogni sorta. Per La stessa ragione che lo Storm prò] 



L16 FAI. NO. 

fagotto, si potrebbe proporre anche il t. Fach, cassa [fachen, 
battere a corda J: nel qual caso facchino varrebbe "p^; 
tore di casse ". Ma sono congetture arrischiate e campate 
in aria. Deriv. : facchina-ccio-ggio-ta ; facchineggiare-ria-sca- 
mente-sco. 

Fagno (ant. ), astuto (Pataffio, Caro, Varchi). Dal- 
l' aat. feihano, feihhan, faihan, ags. faecne, as. ecwi, fègni, 
astuto, frodolento, anrd. feikn, feikr, mostruoso; aat. faihan, 
feihhan, as. fàgn, inganno, dal vb. aat. feihhanon, feihnòn, 
ingannare; a cui è congenere con apofonesi 1' aat. faihòn, co- 
prire, in bifaihòn, gafaihòn, =. rcXeovexTefv, essere cupido, 
avaro. Appartengono pure a questo ceppo aat. faih, feh, feigi, 
fihala e finco, (v. Fineo). La rad. idg. è pik, che ha uno 
svolgimento amplissimo nelle lingue indeu. Difatti, oltre 
alle forme ger. già viste, si riconducono ad essa : 1' a. si. 
piegu, si. peg, screziato, pèga, macchia, pegasi, macchiato, 
poi. piega, piegaty, piegowatg, cz. piha, pihovaty, macchiato; 
le quali voci si. sarebbero state, secondo il Miklosich 760, 
tolte in prestito dal t. Inoltre : a. si. pistru, pistrota, pi- 
strìti, screziare, cz. pestry, p>stry, poi. pstry, screziato [donde 
cz. pstruh, poi. pstrag, ol. postruga, serb. pastrma], a. si. 
pisati, incidere, scrivere, serb. pisati, scrivere, pisae, scrit- 
tore, pisani, scritto, pismo, scrittura, si. pisan, screziato, 
lusaz. pisaras, scritto, pisana, screziatura, poi. pisac, scri- 
vere, rad. si. pis da pik; a. prus. j>e?scn, scrive, peisalei, 
scrittura. Nel lat. corrisponde qui pingere, pictor, pittura, 
rad. lat. pig da pik. Il gr. ci offre TtoixiXoq, screziato, dal 
vb. TTOtxtXXco 7uxpò?, pungente, rad. gr. ttix. L' a. pers. 
presenta ni-pis, incidere da jiik come lo si.; lo zend. ha 
piqa, figura, paeca, paècanh, figura, ornamento; il sans. pécas, 
forma, pècalas, pie, ornamento, piedini, io adorno, rad. pie. 
La rad. idg. pik = pungere, formare pungendo, screziare, 
ornare; la quale nel campo ger. ha assunto il significato 
speciale di " astuzia, frodolenza " per un processo simile a 
quello con cui l' it. scaltrire, scaltrito, scaltro che dapprima 



FAIDA. — FAINA. 1L7 

valeva " scalpellare, incidere " [dal 1. scalpturire\ è pas- 
sato a significare un " raffinamento d'ingegno "; e può averlo 
assunto ancora passandovi dal senso di " ornamenti ", pre- 
cisamente come il nome it. furbo, deriv. dal vb. forbire, 
" pulire, lisciare ", passò al signif. che ha presentemente. 
Tanto s'assomiglia adunque in tutte le lingue il procedi- 
mento che tiene la mente umana nello svolgimento dei 
significati metaforici dalle idee più semplici e materiali, 
v. Forbire e Furbo. Sulla radice pik, v. Curtius, Griindzuge 
des grieschischen Etym., 156; Pott presso Kuhn, 6,32. Deriv.: 
fagnone-ria, fagnonaccio. 

Faida, diritto di vendetta privata presso i Longo- 
bardi i Muratori, Diss. I, 311; Capponi, Longob.). Viene 
dal mlt. faida formatosi dall' aat. fèhida, mat. fehede e fede, 
odio, contesa, tm. Fehde, ostilità, sfida, guerra. All' aat. 
corrispondono : ags. faehdh, faehdho, faehdhu, faehdhe, ni- 
micizia, vendetta; got. *faihitha, dall' agg. *faihs che appare 
nell' ags. fdh [fàg], inquieto, ags. gefda, nemico, ing. foe, 
scozz. fae, nemico; e gli risponde nell' aat. gi-fèh, noi mat. 
gevèch, ostile. La rad. preger. è piq, che nell' a. irl. die 
óech [da * poikos ] , nemico, nel Ut. piktas, malvagio, pykti, 
divenir malvagio, peikti, perseguitare, paikas, stolto, prus. 
po-paikd, egli inganna. Congeneri sono il sans. jacunas, 
calunnioso, traditore, il 1. pigere, sentir dispiacere. Secondo 
Grimm, Curtius e Pott è la stessa rad. pik, pungere, dan- 
neggiare, vista sotto la parola precedente. Dal bl. faida, 
agg. faidosus, venne pure afr. faide, faidiu, ostile, pn>\ 
faidir, perseguitare. Circa il valore giuridico della faida, 
v. Muratori Antiq. Ital. I, p. 282. 

Faina, animale rapace simile alla donnola I 
scenzi; Ottimo Comin.). Questo nome [fr. fonine, afr. fayne, 
vali, fawéne, prov. faina, n. prov. faguino, fallino, cai . fagina, 
sp. fuine, port. fohna\ che ila Bochart veniva derivato dal 
1. fagina ••elio si piace dei faggi" (di fatti dai Cedesohi è 
chiamata Buchmarder zz martora 'lei faggi); dall' Adelung 



118 FALBALÀ. 

e dal Diez è invece tratto dal t. Fehe, sorta di martora, 
dall' ags. fàh, got. faih, screziato, e ciò pel colore di sua 
pelle. Al Littrè sembra preferibile la prima etim. attesa 
la vicinanza di molte delle forme rom. e massime del cat., 
al 1. fagina. Però per ammetterla come certa, bisognerebbe 
provare che o nel 1. classico o nel mah. questo animale fosse 
stato veramente cbiamato fagina: il che non risulta da nes- 
sun documento. E quanto alla somiglianza della forma, si 
può osservare che se il cat. fagina è vicino al 1. fagina, il 
n. prov. fallino è vicino al t. 

Falbalà, falpalà, ornamento a pieghe increspate 
e gonfie che serve a diversi usi (Magalotti, Leti, scient., 
256; Fagiuoli, Cocchi). Non esitiamo a porre questa parola 
nel novero di quelle che sono d'origine t. molto probabile. 
Infatti in Italia comparisce solo negli scrittori alla fine 
del sec. 17°; in Francia sotto Luigi XIV, che è quanto 
dire nella stessa epoca che in Italia; mentre' in Ger- 
mania Falbel era già stato usato da Lutero nei suoi Ti- 
schreden. E chiaro adunque doversi escludere la prove- 
nienza romanza della parola t., sostenuta da taluni, mentre 
è probabile il caso inverso. Il Iohanneau volle vedere in 
falbalà, V ing. furbeloio d' ug. sig., composto di far = pel- 
liccia, e di beloni = in basso : quindi furbeloic varrebbe 
" pelliccia che piega in basso ". Il che pel senso potrebbe 
stare, e fors' anche per la lettera, dacché dell' ing. ri- 
dingcoat il fr. fece redingote. Ma, come osserva lo Scheler, 
l' ing. potrebbe anche essere un raffazzonamento della pa- 
rola romanza, all' ing. per darle un' apparenza di senso 
anche in quella lingua. Ma poiché delle forme romanze 
[sp. port. fr. falbalà, sp. anche farfala, crem. parm. flam- 
bala, piem. farabala, anald. farbala, moden. frappola] pa- 
recchie hanno la r, il Miiller crede che queste siano 
anteriori alle altre e le rapporta al rom. farfala. Ma pre- 
scindendo anche dal fatto dell' anteriorità del t. Falbel 
rispetto al rom., ci pare che il supporre che falbalà abbia 



FALBO — FALCARE. 119 

preso il nome dalla farfalla, sia una congettura poco fon- 
data ; poiché non so vedere quale somiglianza ci sia fra 
1' una e 1' altra cosa per servir di fondamento alla metafora. 

Falbo, color giallo scuro traente al rossiccio (Tas- 
soni, Adimari, Corsini). Col prov. falb, fr. fauve procede 
dall' aat. falò, fallo, falaiver, mat. fai, falwer, pallido, giallo- 
biondo; tm. falh, fahl, lionato; as. falli; m. ol. fael, ol. 
faal; ags. fealu, fealo, ing. fallow, d' ug. sig. ; anrd. fólr, 
pallido. Queste voci ger. han la stessa radice indeu. col 
lit. palwas, lionato, pìlkas, grigio, a. si. piava, bianco, serb. 
plav, biondo, plavka, biondina, si. plav, pallido, cz. pia ri), 
giallo, poi. ploiry, biondo; gr. TCèXlò?, tcsXXÒc, rrùvòc, scu- 
retto, ttoXiòS, grigio; 1. pullus, oscuro, pallidus, pallido, da 
palleo, [per * palveo] ; sans. palitas, grigio. Dal che s'infe- 
risce che l' it. pallido, fr. pale, hanno la stessa origine di 
falbo. Alla rad. ger. spetta evidentemente anche il tm. 
Falbe " cavallo falbo "; all' incontro è incerto se ci appar- 
tenga il franco-ren. falci/ " cavallo o giovenco giallo ; ' e 
gfalchet " giallo " j giacché non si saprebbe spiegare donde 
sia nato quel eh. E poi quasi superfluo il notare essere 
impossibile una derivazione dell' agg. romanzo dal 1. fulvus, 
non producendo mai il 1. ol ul un al o au. Impossibile pure 
è una derivazione dal 1. flavus, perchè non si capisce come 
salti fuori quel gruppo Ib con indurimento insolito, mentre 
l'it. suole piuttosto addolcire il latino. Questa parola è 
pertanto d'orig. ger. certa, e non di provenienza incena, 
come asserisce lo Zambaldi. Derivati francesi sono javeau 
e favette. 

Falcare. Questo vl>. che è necessariamente pr< 
posto da diffalcare, benché come semplice non sia usato in 
questo senso, d' ordinario si fa venire dal 1. falx, falce. 
Dal Diez invece è derivato dall' aat. falcan, l'orina indurita 
di falgan, falgian , tagliar via. Difatti non è facilmente am- 
missibile che da falx o da falce siasi formato falcan con 
l'indurimento, mentre vediamo che l'it. ne ha cavato 



L20 



KAI.IO — l'Ai. DA. 



falciare e il fr. fatiche conservando la gutt. dolce, còme 
suole fare il rom. (cfr. da silex, selce, selciare). Un com- 
posto è Defalcare (v. questa parola). 

Falco-ne, sorta d'uccello di rapina (Giaml. 
Novellino, Dante). Comunemente si tiene che questo nome 
venga dal 1. falco, che appare già nel sec. IV (Servio, ad 
Aeneid. lib. X. v. 145) anche col significato di " uomini dalle 
dita ripiegate in dentro ", e ciò per la somiglianza cogli 
artigli dei falchi. A questi poi un tal nome sarebbe stato 
applicato per avere gli unghioni e il becco fatti a foggia 
di falce. Ora pei sostenitori di quest' etim. anche 1' aat. 
falco, falcho, falucho, mat. falke, tm. Falche, Falch, anrd. 
falke, ol. falk, ing. falcon sarebbe venuti dal 1. All'incontro 
il Ivluge considerato che Falco appare già come np. presso 
i Longobardi e presso gli Anglosassoni \ Falcho, Wester- 
f alena], e che presso questi ultimi il falco è chiamato 
wealhheafoc " astore celtico ", e 1' anrd. ha valr" il celta'" 
(cfr. t. Walnuss, ivelsch); il Kluge inchina a credere che 
1' aat. falcho, abbia la sua origine nel nome di popolo W'olcae 
" Celti ", che in t. sarebbe diventato falkon, e che da que- 
st' ultimo sian venuti l'it. falcone, e fr. faucon. Questa 
ipotesi sarebbe convalidata dal tardo apparire in 1. della 
parola in discorso, e dal fatto che quest' uccello è proprio 
dei paesi settentrionnali d' Europa più che dei meridio- 
nali ; ed è poi noto che i popoli ger. sono sempre stati 
appassionati per la caccia del falco. Egli ammette anche 
la possibilità d'un composto colla radice di fahl, at. 
falch. lionato (v. Falbo); sicché falche varrebbe Falber, 
ossia " il sossobruno ". 

Falda, parte della sopravveste che scende dalla cin- 
tura al ginocchio ; piegatura ; lembo : pendio d' un monte 
(Dante, Boccaccio). Coli' afr. faude { fr. fauder = piegare], 
prov. fauda, sp. falda, halda, port. fralda, procedette dal- 
l' aat. falt, falda, mat. fatte, falde, tm. Fatte, m. ol. fou, 
ol. fouw, anrd. falda, ing. fold, d' ug. sig. Tutte queste sono 



FALDA. 121 

forme nominali svoltesi dal vb. aat. faltan, faldan, falten, 
mat. falden, falten, tm. falten, piegare, increspare; got. 
falthan, ags. fealdan, anrd. falda, fèld, ing. to fold, sv. 
falla, fallade, dan. falde, follede, m. ol. fouden, fonde, ol. 
fouìven, fouwde. Lia, rad. ger. comune è falt, preger. plt, 
che scorgesi nell' a. si. pietà, plesti, intrecciare, lit. plotiju, 
io piego : gr. ^iTrXà-io?, doppio, 1. duplus, triplus, ecc., 
sans. pvta, piega, per ^>Z£a. Del resto il got. falts, ags. 
feald, ing. fold, [two-ten-hundred-fold j, t. falt [aat. mat. 
einfalt, tm. einfaltig |, anrd. foldr, è comune suffisso ger. 
per la formazione dei numerali moltiplicativi dalla rad. 
pel, pie, pi che apparisce semplice nel gr. àrcXàc, ò^ttàòc, 
ò^iraÀTor [ ftinXàoioS da *j)Zftos], ampliata nel ger. e nello 
si. con t. in 1. plico con k, e quest'ultima (plec) ampliata 
ancora con t in plecto, aat, flihtu, tm. fiechten; intrecciare. 
Però alcuni non dall' aat. falt, mat. tm. Falte, traggono la 
parola in discorso, bensì dall' aat. halda, mat. halde, tm. 
Ihilde, " pendio d'un monte": il qual senso risponderebbe 
benissimo ad uno dei significati dì falda, ed alla formn 
halda. Ma contro questa derivazione si può obbiettare che 
1' // iniziale ger. passando nelle lingue rom. non offre esempi 
di trasformazione in /, salvo alcune parole sp. d' orig. ger. 
passate a traverso il fr., e l' it. fianco, fr. flanc dall' aat. 
Manca,' il quale ultimo caso è peraltro contestato (v. Diez. 
Grani. I. p. 298, e W'órt. I, 177). Forme congeneri del- 
l' aat. halda e tutte contenenti 1' idea di " piegatura "' sono: 
Imld, ags. heald, anrd. hallr, got. halths, zoppo, storto 
[donde aat. halz, aga. healt, ing. //"//. anrd. haltr, d'ug. aig. |. 
got. hulths, benevolo | propriamente '" bene inclinato "], aat. 
haldtg, baldi, halden; hulda, huldt, huldian; aat. mat. tm. 
hold, favorevole, propizio. Tutte queste voc 
al vb. aat. haldian, licitimi, mat. helden, piegare dalla rad. 
hai ampliata col /. Deriv.: faldella, faldiglia, faldoso; 
sfaldare, sfaldatura, sfaldellare; affaldare, affaldellare. 



122 FALDISTORIO — FANGO. 

FaldiStoriO-ro, sedia pieghevole usata per lo 
più da' prelati (Fra Giordano, Prediche). Venne dall' aat. 
faldistol, faltistol, faltes tuoi, fals tuoi, ags. fyldstól ; nel quale 
composto entrano l' aat. falt = piega, visto alla parola 
precedente, e 1' aat. stuol, studi, stai, mat. stuol, trn. Stuhl, 
seggio; as. stòl, ol. stoel, ags. stól, ing. stool, anrd. stóll, got. 
stols, trono [ags. cynestol] dal tema ger. stola, rad. ger. sta, 
idg. stha. Questo nome verbale s'è formato dalla rad. sta 
mediante il suffisso lo, come got. sit-ls, seggio dalla rad. idg. 
sed. Non pare abbia alcuna affinità colla rad. idg. sthal, 
da cui tm. stellen, porre. Fuori del campo ger. corrispon- 
dono a stuol, Stuhl, il lit. pastólas, piedistallo, a. si. stolu, 
seggio, trono, e gr. pnqXif), colonna. V. Anche Palchistuolo. 
Insieme coli' it. procedettero dall' aat. il mlt. faldestolium, 
faldestorium , 1' a. sp. facistor, facistol, sp. faldistorio, prov. 
faudestol. afr. faudesteul, faudeteul, fr. fauteuil; la quale ul- 
tima parola peraltro non conserva più il valore primitivo ed 
etimologico, ma significa semplicemente " poltrona, seggio ''. 
Il tm. dall' aat. faldistol, mat. faltestuol cavò Feldstuhl: ed 
in questa formazione ebbe parte un falso ravvicinamento 
della prima parte del composto, falt, al nome Feld, campo : 
cioè si credette che l' intera parola volesse dire " sedia da 
campo ". L'ing. ha faldstool. 

Fango, terra rammollita dall' acqua ( Dante, Pe- 
trarca). Dal tema ger. fanja, fanjà si svolsero il got. fan j 
[ gen. fanjis ], fango, aat. fenna, fenne, fenni, palude, agg. 
fennig, paludoso, ags. fenn, fen, ing. fen, anrd. fen, ol. fen, 
fenne, feen, bt. fenne, a. fris. fenne, fene, fris. finne, fehn, 
palude; colle quali forme ger. il Bopp GÌ. 3 234 confronta il 
sans. ■panica, loto, polvere. Ora dal ceppo ger. fanja ebbero 
origine le voci romanze : it. sp. fango, prov. fanha, fanc, 
afr. fanc, fr. fange, norm. f angue, lomb. fahna, mota, melma. 
Il vali, ha fanje [fr. f'agne], applicato principalmente al 
nome geografico les hautes faniez des Ardennes, eoi signif. di 
'■ marese, palude ", e connesso foneticamente e logicamente 



FANONE. 123 

colle forme ger. feen, ferine \o\. feen, ing. fen], come è 
stato dimostrato dal Grrandgagnage. Il vali, presenta anche 
s'éfaniir, infangarsi. E evidente la corrispondenza della 
struttura del prov. fahna al ger. fanja; quanto alle altre 
forme rom., esse hanno seguito lo stesso processo per cui 
dal 1. vento si formò it. vengo, prov. vene. Per escludere 
1' etim. di fango dal 1. famicosus di Pesto, basta conside- 
rare che in tal caso bisognerebbe ammettere che il nome 
rom. fosse derivato dall' agg. it. sp. fangoso, fr. fangeux, 
prov. fagos, e questo da famicosus : ora la formazione d' un 
sost. denotante cosa materiale da un agg. è inverisimile. 
Il 1. famex famica presupposto, secondo lo Scheler, da fa- 
micosus, oltre che ipotetico, è foneticamente più lontano 
dalle voci romanze che il ger. fanja, che ha indubbiamente 
dato origine a molte forme dialettali francesi. È dunque 
chiaro che la maggiore probabilità milita per l'etim. ger.: 
la quale è ravvalorata anche dal fatto che parecchie altre 
parole di signif. affine sono venute di là, come melma, 
motta ecc. Anche il Littrè propende per 1' orig. ger. dalla 
parola. Deriv. : fanga-ccio- ja- fanghi -ccio- glia ; fangosità: 
fangoso ; infangarsi ; sfangarsi. 

Fanone, velo di seta sottile che pende da una 
lancia; barba della balena; sorta di paramento. Per mezzo 
del bl. fano venne dall' aat. fano, fana, mat. fané, fan, panno, 
tm. Falme, bandiera. L' as. è fano, V ags. fana, ing. fané, 
ol. faau, bandier-a-uola. Questa parola che entrò in pa- 
recchi composti, come ougafano, velo, hantfano, fazzoletto 
da mano, halsfano, fazzoletto da collo [ouga = occhio; 
hant = mano; hals = collo J, guntfano, bandiera di battaglia 
(v. Gonfalone), ha per base il ger. fanan, pregar, portoci, 
che nel circolo delle lingue indeu. conta una larga paren- 
tela di voci contenenti tutte l'idea di " drappo '". come la 
più antica: 1. pannus, pezzo di panno, cencio, pannus, rilo 
da ciccione; a. si. o-pona, cortina, ponjava, vola; gr. rcrjVOS, 
tcyjvy), vestito, fdimin. rrnvtov, tcocvìov], Trr ( vt^ea(Jat, JtiqvtTiS, 



124 

HxiviX-ÓTZiia, tutte parole inchiudenti il concetto di '' tes- 
sere ". Una rad. idg. pen appare nell' a.' si. pina \peti\ 
filare, lit. pinti, pinti, intrecciare, pinklas, intrecciatura. 
Quanto alle parole rom. derivate dal t., 1' afr. fanon, fr. 
fanon, fanion conservarono il signif. originario di " straccio, 
fazzoletto, fascia " ; mentre 1' it., che da principio ebbe 
aneli' esso lo stesso senso, ora non s' usa quasi più che in 
quello figurato di " barbe della balena"; forse perchè esse 
costituiscono come una specie di " velo " pendente dalla 
bocca della balena. Per ulteriori schiarimenti intorno alla 
parola v. Gonfalone. 

Fara, (terni, stor. ), famiglia, schiatta; luogo dove 
essa abita; piccolo possesso (Capponi. Lonyoh., 66. 82). 
È una delle parole ger. che venuteci per mezzo dei Lon- 
gobardi, ed usate per tutto il tempo eh' essi dominarono 
in Italia, disparvero poi dal linguaggio popolare colla loro 
caduta. S' incontra in Paolo Diacono 2, 9 e nelle Gloss. 
Long, raccolte dal Massman, presso Haupts Ztschr., I, 548. 
Alla forma longob. farà, corrisponde il mat. far, ags. faru, 
andr. fór, dal vb. got. faran, as. faran, faren, aat. faran, 
faren, farin, mat. faren, farn, andare, muoversi da un luogo 
ad un altro, tm. fahren, d'ug. sig. ; ags. faran, ing. to fare, 
trovarsi, anrd. farà, sv. farà, dan. fare, foer, commuoversi. 
Il signif. di "movimento d' ogni specie " che riscontrasi nel 
got. farian, aat. ferian, mat. fern, si restrinse a quello di 
" movimento di nave " o " movimento con nave ", come si 
può vedere anche nel n. Fahre, e nel vb. fiihren nel tm. 
Altre forme ger. sono : far, farian, feria, ferio, ferari, ferid, 
farm, fari, fartòn, furi, filrten, fare, fari, fèrja, fàng, fu- 
rari, farungo, fuora, fuori, fuoraere, fuorian, fuorón, fuo- 
runga; as. fard; ags. fyrd, ferd: anrd. ferd ; got. farto in 
us-farto. Questo per l' aat. e mat. Nel tm. spettano qui 
Fahre, Fàhrt, Fcihrte, Ferge; ol. feer ; ing. ferry dall' anrd. 
ferja. Come poi farà dall' idea fondamentale di " movi- 
mento " potesse passare a quelle di " famiglia, schiatta; 



: LRA. 125 

luogo dove questa abita, piccolo possesso " , non è facile 
a spiegarsi. Probabilmente ciò dovette avvenire perchè 
nelle emigrazioni dei popoli barbari intere famiglie e 
schiatte si trasferivano da un luogo ad un altro per cer- 
carvi una sede, una dimora; onde è verosimile che queste 
famiglie o schiatte fossero chiamate le fare ossia " le mo- 
ventisi "; il quale nome una volta applicato ad una famiglia 
o schiatta era ovvio fosse dato anche al " luogo da essa 
occupato ", e finalmente " ai beni da essa posseduti ". Le 
espressioni del tm. fahrende Habe, mat. farnde habe, 
farndez guot, aat. /aranti scaz, significanti tutte " beni mo- 
bili " parrebbero accennare che farà nel senso di " piccol 
possesso " s' applicasse solo al possesso di beni che le fa- 
miglie si potevano portare dietro da luogo a luogo. E utile 
del resto paragonare ai derivati della rad. ger. far quelli 
della rad. madre idg. per, par, por nelle altre lingue indeu. 
L' a. si. ci offre prati, pirati, pera, essere portato; il gr. 
ha irópo?, traversata, T.ofi\\òc, stretto di mare, TCop6jj,eù < s, 
barcaiuolo, Ttopsùetv, rcopOfieùeiv, tragittare, reopt£etv, pro- 
cacciare, poi Trspav, trapassare, Tzapàoj, tentare, rcetpoe, 
tentativo : in alcune delle quali voci gr. è notevole 1' ana- 
logia con alcune ger. circa la restrizione del concetto ge- 
nerale di " movimento " a quello di " movimento fatto con 
nave ". Il 1. poi ci presenta le parole porta, porta*, peritus, 
comperire, periculum, experiri, experientia, tutte coli' idea 
di " movimento ", " luogo per cui si fa il movimento ", e 
poi di " pratica cognizione che s' acquista col movimento ". 
La quale gradazione ed evoluzione logica di idee ha un 
riscontro singolare nelle tre lingue greca, latina e tedesca. 
Così gr. icepdtv, Trópoc, 1. <■■>• perivi, e t. fdhren = muoversi; 
gr. TropO|i.ó?, 1. porta, porlus, t. Fort = luogo peroni si fa 
il movimento o dove si giunge. Infine gr. sJjirceipos, l. 
ritus, t. erfahren = pratico. Il sans. dalla rad. par tra 
piparti, piprati, tragittare. V. Grimm, Geschichte des deut- 
schen Sprache. 396 j Fick 8 290; Curtius 255 



126 FARD A - PAZZI OLO. 

Farda, belletto, imbratto, sornacchio (Franco, Bon. 5' : 
Not, Malmant. _). Questo nome, insieme col ir. fard d" ug. 
sig. risale all' anrd. fa, splendore, pulitura; donde il vii. 
aat. farawian, farawen, fareiven, mat. verwen, varwen, tm. 
farìien dar colore, tingere, pitturare; e i nomi aat. farawa, 
varaica, farowa, varewa, famca, mat. varetve, varwe, tm. 
Farbe, colore, tintura; ags. farbu, isl. farvi, ol. verf, dan. 
farve, sv. fa'rg, norv. fargie, sostantivi svoltisi dall' agg. 
aat. faro. Dall' aat. farwa originarono pure lit. pàrivas, co- 
lore, parvùti, tingere. Quanto al fr. fard, esso, secondo il 
Diez, procede immediatamente dal part. -pass, di fàravita 
gi-farwit col quale in un gloss. ted. è reso il 1. lincia. Ma 
poiché l' aat. presenta anche il part. passato farota ( Ot- 
fried di Weissenburg, 4, 16, 30), che è ancor più vicino al 
nome rem., mi pare che a quello piuttosto che a gifarwit 
si potesse riannodare immediatamente il fr. fard, senza che 
siavi bisogno di farlo derivare mediante il suffisso roin. ord. 

Il Diez veramente non parla che del fr. fard, in questo 
caso ; tanto è vero che lo mette fra le parole che il solo 
fr. ha tratto dal t. A me sembra che anche le parole it. 
farda, fardata, infardare (Sacchetti, Nov. 106) le quali 
presentano il senso di " imbrattare " siano evidentemente 
la stessa cosa del fr. fard, e da ricondursi per conseguenza 
alla stessa origine. 

Fazzuolo, quadrato di tela o seta da coprirsi il 
capo, o da soffiarsi il naso (Vita di S. Alessio). Il Diez ri- 
gettata la derivazione di questo nome [sp. fazàleja] dal 
1. facies, e tanto più dall' it. fascia, per il suffisso zzuolo 
che ripugna all' una e all' altra origine, lo trae dal mat. 
v'étze, tm. Fetzen, cencio, straccio, analogamente all' it. 
pezzuola significante ad un tempo " pezzo di panno " e 
" fazzoletto da naso ". Questa etim. ci pare tanto più ac- 
cettabile inquantochè l' aat. presenta le forme faz, vaz 
[gen. fazzes], mat. vaz, che oltre al signif. di " vaso ", 
hanno anche quello di "legame, fascia, vestito ". Più 



FAZZUOLO. 127 

vicine anche per la forma sono le congeneri alle pre- 
cedenti, aat. fazza, vazza, fazzil, fezzil, vezzil, mat. vezzel, 
fàzzelin, anrd. fetill " legame, fascia ". Accanto ad esse 
stanno as. fat, vaso, ol. vat, ags. fat, anrd. fat, legame, 
vestito; sv. fat, dan. fad. Il got * fato, diede port. fato, 
sp. hato. vestimento. Tutti questi nomi ger. si riannodano 
al vb. aat. fazzòn, vazzòn, mat. vazzen, abbracciare, coprire, 
vestire, che ha per affini fassen, prendere, legare, conte- 
nere, Fass, vaso, botte, Fessel, legame. Nel campo indeu. 
si possono raffrontare lit. pudas, pentola, pudélis, pudyne, 
'■'{lud'ius, pods, pentoletta; a. si. serb. cz. pojmsti, com- 
prendere, dalla rad. idg. pad, abbracciare. Dalla rad. ger. 
faz, originarono i temi fezan, fezzera, fizza, fuoz, fast. 
L ! aat. fezan, [ags. got. fetian] = cadere; e gli rispondono 
a. .si. serb. padati, cadere, serio, pad arac, chi cerca di ca- 
dere, padavica, caduta, cz. padati, padnouti, cadere, padouc, 
cadente, poi. padac, cadere. L' aat. fezzera, mat. v'èzzer, 
vezzir, as. feter, ags. feter, ing. fetter, anrd. fistur = ca- 
tena; ed ha per corrispondenti 1. com-pes, catena, pedica, 
laccio; gr. Trèò^Y), catena, rrs^dcv, incatenare. L ; aat. fast, 
mat. fast, tm. fest, forte, solido, produsse aat. fasta, mat. 
vaste, tm. Fasten, digiuno; ol. vaste, anrd. fasta: vb. got. 
fastan, aat. fastòn, fastèn, mat. vasten, digiunare; dove è 
chiaro che l'idea di " fortezza, temperanza " fondamentale 
nella parola si è specializzata in quella di " digiuno *'. 
Inoltre spetta a fast, l' aat. fasti, fesU, mat. feste, festt, 
" robustezza, sicurezza, fortezza "; donde tm. Festung, " for- 
tificazione, castello ". Altri deriv. da fast, v. in Schade, 
Altdeutsches WSrterbuch, I, p. 170-171. L' aat. fuoz, 

e, fòz, mat. vuoz, tm. Fuss = piede, as. fot, fuot, bt. 
vót, ol. roet, ags. fòt, ing. foot, a. fris. fòt, fris. foet, anrd. 
f'ótr, dan. fod, got. fodus d' ug. sig. Nelle altre lii 
indeu. corrispondono qui: lit. pàdas, suola dei piedi, pedh, 
orma dei piedi; 1. peda, orma dei piedi, si atta, pes, piede, 
9,gg. pedàl/s, pedule, suola: gr. -: 'r. piede, Tre^tXov, suola, 



128 i:ra. 

■jte'òV,, pavimento, r.iftiov, pianura, T.iCa, piede; zend. padha, 
piede, a. pers. pad, piede, padam, luogo; sans. pàdas, 
piede, padani, orma dei piedi. Curtius 1 ', 230; Fick 2 , 789, 
792, 585, 116. Quanto a fizza,v. Fetta. Del resto la genesi 
logica dei significati svoltisi da quelli di " tenere fermo, 
comprendere, abbracciare, pestare, cadere su qualche e 
che lascia traccia " della rad. idg. pad, ger. faz, non è 
difficile a capirsi. Deriv. : fazzoletto. 

Federa, panno d' accia e di bambagia; guscio dei 
guanciali (Bellincioni, Franco). Viene dall'aat. fedara, fe- 
dera, mat. federe, feder, tm. Feder, penna, piuma, molla; pel- 
liccia di calugine (come il mlt. penna). Altre forme ger. 
sono: as. fe'hàra, feihera, penna, ala; ol. feder, feer, ags. 
fehder, feder, ing. feather, anrd. flodhur, sv. fjàder, dan. 
fjeder, fjer = mezzo per volare. Il got. * fithara, da un 
preger. péterà ha per corrispondenti: a. si. russ. serb. cz. 
pero [da ptero, ptetro], poi. ploro, penna; gr. TTTSpòv, 
penna, ala, Ttréput, penna, ala, piuma; sans. pàtatram, ala; 
lit. pàtalas, letto (forse di " penne " ), a. si. puta, uccello, 
putiea, passero, 1. penna, a. 1. pesna da *petna, petere, ten- 
dere, gr. 7rsT£0'6at, volare, tttìXov per TréxiXov, penna, 
TtiTrreiv, cadere, sans. potati, volare, cadere, colpire, palarli, 
volante, catdpatra, che ha cento ali o cento penne. Bopp 
Grl. 3 227; Grimm, Gramm. d. d. brache, 396; Curtius 3 , 
Grundziige d. gr. Etym. , 198; Corssen l',181; Fick- 115, 
114. Tutte le forme viste qui sopra hanno per base la rad. 
indeu. pat che nel campo ger. mediante 1' apofonesi aiu- 
tata in alcuni casi dall' ampliamento epentetico, mostrò 
uno sviluppo prodigioso di forme molteplici e svariate che 
si possono classificare sotto i quattro tipi radicali feci, pad, 
fad, find. Al primo, oltre le forme ger. già viste, si ricon- 
ducono : aat. fedarah, federali, fèdrah, fedi'ach, mat. fedrach, 
federich ; as. f'ètherac, fitherac, fetherac, ala. Poi aat. fedah, 
feddah, feddhali, fethdhah, fetah, f'éttah, fétdach, mat. f'é- 
tech, fettech, fè'tich, fettich, f edeche, Jeteche, fitiche, fitche, 



FELDMARESCIALLO. 129 



tm. Fittich, ala. Al secondo, pad, si riannodano aat. phad, 
pkath, fad, pfad, mat. phad, pfat, sentiero; ags. padh, 
padh, a. fris patii, pad; a cui rispondono gr. -àrse, sans. 
pathin, \)àthas, sentiero, zend. pathan, a. pers. pathi, via, 
1. pons, salita [donde pontifex], gr. ttòvto?, via dei popoli, 
via delle onde, a. si. pati, via. Curtius 3 , 253. Al terzo, 
fad, si riferiscono aat. fadam, fadum, fathum, faden, mat. 
fadem, faden, fadme, tm. Faden, filo; as. fathmòs, fadhmòs, 
le braccia distese; ol. fadem, faam, bt. fadem, faem, filo, 
tesa; ags. fadhm, braccia distese, tesa, patto, donde ing. 
fathom, filo, tesa; anrd. fadhmr, sv. famm, dan. favn, ab- 
braccio, tesa; tutte le quali forme contengono l'idea ge- 
nerale di " ciò che è dilatato o si dilata ". Corrispondono qui 
1. patulus, aperto, patere, essere aperto, patina, padella; 
gr. tttétocXo?, dilatato, ttì'tocàov, foglia, Ttizacioz, cappello a 
largbe falde, fltSTa<7[Jt,a, velo, 77STavvu[j.t, io mi dilato. 
Curtius 3 , 199. Al quarto, find, da preger. peni, amplia- 
mento di pet con epentesi di n, si raggruppano aat. 
findan, finthan, fintan, finden, mat. finden, tm. finden, tro- 
vare; as. findan, fithan, fidati; ags. findan, ing. find, a. 
fris. finda, fris. ft/nnen, anrd. finna, d&n.finde; got. finthan, 
conoscere, esperimentare, e propriamente = sforzarsi, ca- 
dere su qualche cosa. Il quale passaggio da " cadere " a 
" trovare " ricorre anche nel tm. ciuf eticas fallen u indovi- 
nare ", e nel 1. invenio, trovare, e a. si. na-iti, d'ug. sig. Al 
t. fan riscontro: a. si. pati, via, gr. tzìtzt'o, tvitvìo), ttì'tojjiocc, 
7TÓTp.o?, n-airo ; sans. patdmi, io cado, volo, capito. /><;/</- 
yàmi, faccio cadere, pàtas, caduta, volo. Kuhn 5, :Y.iS; Bopp 
GÌ. 3 226, 237; Curtius 3 198; Pick- 114. Del resto è poi evi- 
dente che l'it. federa, assunse il signif. che ha presente- 
mente pel fatto che il guanciale o cuscino s' imbottiva di 
penne o piume. Nelle altre lingue rom. questa parola non 
s' incontra. Deriv. : infederare, sfederare. 

Feldmaresciallo (neolog.), maresciallo di campo, 
comandante generale. Per mezzo del IV. feldmaréchal, è w- 

i». 



130 FELDSPATO 



nuto dal tm. Feldmarschall, composto di Felci e MarschaU. 
Il secondo elemento sarà da noi trattato sotto le voci Ma 
rescalco e Maresciallo. Quanto al primo, esso è l'aat. fèld, 
feltìi, f'èlclh, f'élt, mat. f'èlt, tm. Felci; a. fris. f< : ld, felci ; 
ags. felci, ing. felci, campo, pianura, campo aperto ('questo 
presso i Longob.; Paolo Diac. 1, 20) L'anrd. folci = prato, 
ags. folde, as. folcici, terra, paese. La rad. idg. è plth, " largo, 
piano", [sans. prth\, a cui si riannodano: a. si. serb. polle, 
cz. poi. (1) pole, lusaz. polo, pianura, campo, lit. platùs, largo; 
gr. TtrXaTÓ?, largo, piatto; lit. plynas, piano, plyne, vasta 
pianura, pleìne, piatto liscio ; 1. planus, piano, liscio. Altre 
corrispondenze v. alla parola Fiadone. 

Feldspato (neolog.), spato dei campi; nome d'una 
sostanza minerale. È un composto di Feld, visto di sopra, 
e di Spath, cbe tratteremo alla parola Spato. 

Fellone, nequitoso, crudele; traditore (Guittone, 
Dante). Collo sp. fellon, prov. felon, felhon. fellon, proce- 
dette dal bl. felo-nis cbe s' incontra già in un capit. di Carlo 
il Calvo. Dal primitivo afr. e prov. fel venne l'it. fello " scel- 
lerato, crudele ". Nel dial. anal. fele = " forte, robusto ", se 
è detto di cose; " arrogante ", se è detto di persone. In altri 
dialetti = " debole ". Ma percbè i due signif. fondamen- 
tali di " crudeltà " e " tradimento ", sono affatto irredu- 
cibili 1' uno all' altro, lo Sclieler crede cbe fr. felon " ci*u- 
dele " e felon " traditore " siano due omonimi derivanti da 
radice differente. Ora questa origine prima di fel, l'Hickes 
e lo Scbilter l'avevan cercata nell'ags. felle, donde ing. f eli, 
crudele; il Ducange propose l'as. faelen, felen, cadere, ab- 
bandonare, ^mancare di fede. Altri proposero il 1. fel, fiele, 
per la ragione cbe quei cbe commettono un delitto lo fanno 
felleo animo; altri il gr. ^x\\iiv, beffare. yVJXvj^, impostore. Il 
Grandgagnage risale all' ags. fell, a. fris. /oZ, ol. fel, scozz. 



(1) Di qui russ. Polcha, poi. Polscka, donde t. Polén, it. Po- 
ionia. 



FELLONE. 131 

fel, feroce, violento; Chevallet all' aat. fel, fiero, crudele; Du 
Meril all'isl. felle, uccidere. Il Diez, venuto dopo tutti questi, 
rigetta l' etim. dal 1. fel, osservando che una tal parola si 
è sempre dittongata in rom. [it. fiele, fr. fel, sp. Mei]; e 
trascurata con ragione la greca che non presenta caratteri 
di verisimigliauza, crede trovare il prototipo della parola in 
discorso nell'aat. filo, flagellatore, boja, dal vb. aat. fillan, 
flagellare [v. Ferzare]; fondandosi principalmente sul fatto 
che nell' afr. e prov. il vocab. fa al nomin. sing. fel o feli, 
accus. felon concordando in ciò col ger., nomin. filo, accus. 
fillun, fillon, e che la forma prov. ammollita felh, felhon 
ha analogia nel ger. fi'jan per fillon. Senza disconoscere 
1' acutezza delle ragioni del Diez, specialmente per esclu- 
dere il 1. fel, mi pare che la derivazione, già proposta dal 
Ducange dall' as. sia e per forma e per concetto da pre- 
ferire a quella dall' aat. filo. Ed invero l' as. felljan, felljen 
[aat. fellan, fellen, vellin, mat. velieri] vale ''fare cadere, 
abbattere, uccidere" dal qual signif. a quello di' " crudele, 
scellerato e traditore " il passaggio si presenta spontaneo ; 
forse più, a mio avviso, che da quello di filari, flagellare. 
Quanto alla forma, benché un ger. * fèllo atterratore, ucci- 
sore, non sia documentato ( come del resto non lo è il fitto 
del Diez) non ci pare improbabile ch'esso potesse svol- 
gersi o dal vb. as. già visto, o dal suo primitivo aat. fallan, 
f alien, mat. vallen, as. fallan \ pi'et. fòli, fellun ), m. ol. vallen, 
vél, vèllen, ags. feallan, f eoli, f eòlio n , ing. fall, fòli. va. fatta, 
fòli, fòlliiHt, sv. fall, fòli, follo, che evidentemente è mor- 
fologicamente più vicino al rom. che il proposto dal Diez. 
L' aat. mat. fai, falla, mat. valle = caduta ; ma l'ags. fyll 
= uccisione, rovina, e fealle = laccio, inganno. Ora questo 
senso, preso moralmente, s' accosta al rom. fettone anche 
più di quella del vb. as. aat. corrispondente. La rad. ger, 
dell' as. fellan, fallan, è fal-l, e la preger. ì~ phal-n, du -i 
riflette nel gr. 7<pàXX«, cadere, fare cadere, jqpóAtojjiat, ca- 
dere prefisso ,s- come nel sans. sj>/i,il vacillare [phala = 



J32 FELPA — FELTRO. 

frutti cadenti per maturità J ; nel 1. fallo, ingannare ; lit. 
pulii, pulti, cadere, ]mlis, pulimas, caduta, pulirteli, inciam- 
pare. Grimm, Deutsche Sprache, 839. Deriv.: fellone -sa- 
vi ente-sco, fellonia, fellonoso, infellonire. 

Felpa, drappo di seta col pelo più lungo del vel- 
luto (Leg. Fior., sec. 16; Chiabrera, Eucellai). 11 Ferrari 
aveva già detto che questo nome [ sp. port. felpa ] era 
d' orig. tedesca. Il Wackernagel all' incontro ritenne che 
il t. Falbe! fosse voce it. Ma il Diez osserva giustamente 
che Falbel [ sv. fàlp ] non è di stoffa latina ; ed accenna 
alt. Felbe [bavar. Felber, dall' aat. * felawàH, felwàri, reì- 
wàre, felwàr, mat. vèhvaere, v'èlwer] come ad etim. possi- 
bile. Questa parola formatasi dall' aat. f'élawa, féleiva, véhva, 
mat. velive, got. * fihoa, significa " salice ", ed anche, spe- 
cialmente il bav. Felber, " salvia ". Ora, essendo queste 
piante notevoli per la loro peluria, possono perciò avere 
dato il nome alla feijoa. L' aat. f'élawa poi è dal Bopp, 
GÌ. 3 236, raffrontato al lit. pélke, luogo paludoso, 1. palus, 
palude, sans. palvala, palude, piumaccio. Il fr. non conosce 
questa voce; ma la possedeva 1' afr., giacche Roquefort ci 
offre un feulpier che dichiara con fripier ; e il borg. ha 
poil feulpin = lanugine ; le quali forme presuppongono un 
* feulpe. Secondo lo Scheler ed altri, felpa verrebbe dal 
fr. fripe, frangia, tessuto sfilacciato, mediante le forme an- 
tiche frepe, ferpe, bl. frepatae, ferpatae [vestes]. Ora que- 
sto fr. fripe s' è svolto dal vb. fripier " consumarsi, gua- 
starsi ", venuto a sua volta secondo il Diez dall' anrd. hripa 
" fare presto ", colla trasformazione dell' hr ger. nel fr. iniz. 
fr. Invece il Bugge (Rom. Ili, 148) si studia dimostrare 
la poca verisimiglianza dell' orig. isl. di questa parola, che 
egli deriva dal 1. fibra, filamento, lembo, estremità. L'it. 
presenta anche la forma accessoria pelpa, il sic. felba, il 
sard. cat. pelfa, V a. port. falifa. Deriv. : felpato. 

Feltro, panno non tessuto formato di lana compressa 
insieme (Marco Polo, Villani). Questo nome collo sp. feltro, 



KELZA — FEELINO. 133 

prov. afr. feltre, fr. feutre procedette immediatamente dal bl. 
filtrum che a sua volta derivò dall' aat. filz, vite, mat. vite, 
tm. Filz, d'ug. sig. Altre forme ger. sono : ol. vili, sv. dan. 
filt, ags. ing. felt. Secondo il Kluge il t. Filz, [got. * filtis, 
preger. * peldos ] del pari che Fate, falzen, scavatura, pie- 
gare, spetta alla rad. ger. falt " percuotere, martellare", 
la quale poi col 1. pellere, da * peldere, riposa sull' idg. 
peld. All' incontro il Kluge mette in dubbio 1' affinità di 
Filz col gr. ttiXo?, feltro, cappello di feltro, 1. pileus, pi- 
leum, feltro, berretta di feltro, pilus, capello : affinità che 
peraltro è sostenuta da Curtius 3 259; Grimm, Gramm. 398; 
Corssen, l 2 , 525. Anch' egli però ammette la parentela col 
lit. filcas, feltro, e a. si. jjlusti, d' ug. sig. Nel tm. e' è 
altresì il vb. filzen, feltrare, e filtriren; ma quest'ultimo 
verosimilmente è rientrato in t. dall' ital. o dal fr. Deriv. : 
feltra - iuolo -re- tura - zinne; infeltrare, infeltrire. V. anche 
Filtro. 

Felza, coperta da letto di lana o bombagia col- 
l' ordito sottile e ritorto, la trama grossa e pelosa ( Cit. 
Tipocos. 493). Presuppone evidentemente un *fetea, che 
sarebbe una forma riposante sul t. Filz, donde è venuto 
anche feltro. 

Felze, spazio coperto a guisa di stanza nelle barche 
(dialet. venez.). Anche qoesto nome sembra essersi for- 
mato dal mat. vite, tm. Filz, feltro; forse perchè dapprima 
un tale spazio era coperto di questa sorta di panno. 

Ferlino, piccola moneta usata nel medio evo, d' ori- 
gine settentrionale e probabilmente anglosassone (Fr. Ia- 
copone, Velluti i. Mediante il mlt. ferlingus. afr. ferling, 
ferlin, a. sp. ferlin, venne dall' ags. feordJUing, feording 
f donde a. ing. ferthing, ing. farthing = quattrino | che è, 
secondo ogni verisimiglianza, un derivato dell' agg. feór- 
(///n, fi'overdha, numero ordinale significante "quarte 
quindi feordhlinge, ferlìno varrebbero " quartino ". È2 un caso 
analogo a quello dell' it. quattrino, ohe venuto o da quattro 



134 

o da quartino, divenne il nome d' una piccola moneta 
propriamente = quarta parte di denaro. Altre forme ger. 
corrispondenti all' ags. féordha, sono : aat. fiordo, fiordo, 
fi'ortho, fiardo, fierdo, vierdo, mat. merde, tm. vierte ; as. 
fiortho, ol. merde, ing. fourth, a. fris. fiurda, an. fiardi, dan. 
fierde. Schleicher 2 508. Questi agg. ordinali riposano sul n. 
card. aat. fior, f'éor, fiar, fier, mat. vier, tm. vier, quattro; 
as. fiuwar, fiwar, fior, viar, ags. feóver, ing. four, a. fris. 
fiuwer, fr. fyra, dan. fire, got. fidwòor; da una forma fon- 
damentale petivor, petur per qetwor, qetur. Queste ultime 
forme lasciano apparire chiara la connessione del ger. col. 1. 
quattuor, gr. Tc'aupe? Tsaaaps?, celt. pedvar, bret. pevar, fri. 
ceathair, a. si. cetyri, lit. keturi, zend. kathware, sans. katwàr. 
Curtius 3 445; Schleicher- 497. Da tutto questo s'inferisce 
che ferlino, oltre al presentare una grandissima analogia 
con quattrino pel processo logico con cui 1' una e 1' altra 
parola passarono a denotare una piccola moneta, hanno 
anche la stessa radice idg. Deriv. : ferlinante. 

Ferzare, flagellare, percuotere (Dante, Villani Po- 
liziano ). Il Diez rigetta la derivazione di questo vb. da 
un * feritiare, che sarebbesi svolto da ferito, e ciò per la 
ragione che la quarta coniugazione non produce vb. par- 
tecipiali: al che si potrebbe aggiungere che da ferito la 
formazione diretta sarebbe feritare; e che ferzare non è 
propriamente " ferire ". Quindi egli ricorre all' aat. *fil- 
lian, fillan, fillen, mat. villen, levar la pelle, flagellare, pu- 
nire ; as. filljan, fillòn, flagellare, frustare. Una forma in- 
tensiva di questo vb. è l'aat. * fillazan, * fdzan, tm. filzen, 
punire ; e da esso sarebbe venuto immediatamente l' it. 
* felzare, e da questo ferzare, staffilare, e suoi derivati col 
rinforzo della l in r, come in scarmo da scalmo. Il vb. aat. 
fillan, è nominale ; ed ha per base l' aat. mat. fèl, v'èl, 
tm. Fell, pelle; as. fel, fell, ol. vel, ags. fè'll, f'èl, ing. 
fell, a. fris. fel, anrd. fell, fiat, felldr, got. fili dal tema 
filla, filna ; infine ags. filmen, ing. film, pellicola degli occhi. 



FETTA — FEUDO. 135 

E evidente 1' affinità dal nome ger. col 1. pellis, pelle gr. 
TTs'XXa, pelle, cuojo, né\oq e r.iXac in aireXoS, ferita aperta, 
7réX|j.a, suola delle scarpe o dei piedi, épo<jt«eXaS pelle 
rossa accesa; lit. pelwe, pellicola dell' ovo, a. jsruss. pleynis, 
pelle del cervello. Grimm, Ges. d. d. Sp., 396; Curtius 3 , 
255; Pick 2 , 373. Deriv. : ferzo,; sferzare, sferza, sferzino, 
sferzata, sferzatìna, sverzino. 

Fetta, particella d' alcuna cosa tagliata sottilmente 
dal tutto (Novellino, Fra Giordano). Coli' a. sp.fita, legame, 
venne dall' aat. jìzza, fiza, vitza, mat. vitze, viz, tm. Fitze, 
grig. fetza, \ anche tm. Fitschel, corda, vb. Jitscheln, dare 
la corda, vengono forse di qua | , fili insieme attorti ; as. 
* fittia, jìttèa, donde mlt. vittea, che significò " divisione 
d'un libro, d'un poema o canto "; bt. fitt " lingua di paese 
umido " ; ags. fit [accus. fitte], cantilena, ing. fit, caduta, 
accidente; anrd. fit, orlo, dan. fed, legame, filo. Il got. è 
fitia, dal vb. * fitan. L' aat. procede immediatamente dal 
vb. fY'zan dalla rad. idg. pad, vista sotto la parola fazzuolo. 
Si possono confrontare cz. vend. poi. pasmo da padmo, filo 
attorto, vend. pasmowàc, composizione a foggia d' attorci- 
mento, cz. pasminska, gomitolo, pasmice, grembiale. Non 
pare che ci sia astinenza colla rad. fat, fet, filare, tessere. 
Grimm, Worterbuch, 3, 1695; Haupt, Zeitschrift, 16, 141. 
Fra i derivati it. , fettuccia è quello che s'attiene più stretta- 
mente al signif. originario del vocabolo ger. Altri deriv. : 
fettina, fettolina, fettona, fettone, fethiccina, affettare. 

Feudo, dominio che rileva da persona diversa da. 
chi lo gode (Borghini, De-Luca, Muratori). Procede im- 
mediatamente dal bl. feudum, feodum, a cui si assegna da 
tutti un'origine ger., benché ci sia controversia a quale 
di tre o quattro parole t. esso risalga. Paro anzitutto ac- 
certato che il bl. fenduti), feodum riposi su di un tritimi 
coli' inserzione eufonica d'un d; allo stesso modo che da 
laico si formò ludico, e dacÀtoo ( dal 1. clavus |. clii<>d<>. (guanto 
al bl. *feuum, esso sarebbe la forma latinizzata dell'air. 



136 FEUDO. 

fai, fieu, prov. feu, a. cat. feti, a. port. fai, a cui risponde 
l'it. fio (v. questa parola); il quale afr. fiu, fieu, secondo 
il Diez, proviene dall' aat. fihu, fehu, tm. Vieh, bestiame. 
Questo vocabolo dell' aat., poiché rappresenta pur sempre 
la più verosimile delle etim. di feudo e d' altra parte la 
conoscenza piena di tutte le sue forme può rimuovere molti 
dubbi, merita che se ne parli un po' lungamente. L' aat. 
fihu, fiho [fieho, fieo], feho, v'ého, mat. v'éhe, vihe, vidi, vie, 
ve, tm. Vieh = ^pr/fiaTa, àpyùpiov, sostanze, potenza, denari, 
bestiame (pel fatto che questo anticamente costituiva la 
principale ricchezza dell' uomo ; cfr. pecunia, dal. 1. pecus, 
pecu). Gli corrispondono l'ags. feoh, feo, ing. fee, as. fehu, 
feho, feo, fé, ol. vee, anrd. fé, sv. dan. fa, got. faihu nel 
campo ger. ; nell' indeu. 1' a. pruss. pecku, 1. pecus, pecu, 
zend. pam, sans. pacus, " bestiame ", e propriamente " ciò 
che viene pi'eso e tenuto stretto ". Le forme nominali ger. 
finquì vedute si riannodano al vb. got. fahan, as. fàhan, 
fàhen, fàan, aat. fàhan, fàhen, mat. vàhen, tm. fangen, pren- 
dere, afferrare, abbracciare, conquistare, tenere; l'ags. è 
fon, a. fris. fan, fris. fean, fun, ol. vaan, anrd. fa, dan. 
faae. A questo vb. si raggruppano pure: aat. fall, fahjan, 
fahèths, f'èhan, gifèho, féhon, gaféhaha; fag, fagèn, fagunga ; 
fuoga, fuogjan, vuoc; fagan, faginòn; fagar, gafahrian. 
La rad. idg. è pah [sans. pag], tenere forte, prendere 
legare; la quale si riflette nel lit. pakaius, pace, stanza; 
1. pax, pace, pacare, pacificare, pacisci, patteggiare, pacio 
pactio, patto, pangere, tenere forte, pàgus, villaggio, pàlus, 
palo, compages, commettitura; gr. Tnqyó?, fermo, saldo, t.ì,- 
yvuu-t, conficcare. <KXf\'\i.a, palco, rcdyn, trappola, Trayoc, ciò 
che è conficcato, TZÓ.aaoikoZ da TiàxiaXo^, piuolo ; sans. pàcas, 
cordiglio, pàcayàmi, io lego, pagras, fitto. Curtius", 251 ; 
Corssen l 2 , 393; Grimm., Ges d. d. Sp. 396. Ora tornando 
al proposito, ognuno vede che parecchie delle forme ger. 
specialmente dall' aat. e ags., sono vicinissime all' afr. e 
all' a. it., e difficilmente potersi sostenere che la voce rom. 



FEUDO. 137 

non sia venuta di là. Tuttavia alcuni ci si sono provati. 
Così il Wackernagel ricorre al sost. got. thiuth, buono, bene 
[unthiuth, cattivo; thiutheigs, che vive nel bene, thiuthian, 
ga-, benedire] dal tema thiutha, formatosi dalla rad. tu, 
crescere, prosperare, e antico suff. tei; dalla quale rad. ven- 
nero pure aat. diot, dioh, dùhjan, dùht, dumo, anrd. thiorr, 
forse anrd. thyss e got. thùsundi e verisimilmente anche 
thiu in thiuphadus. Però qui il difficile sta a provare come 
sia avvenuto il cangiamento della p, ossia della fricativa 
interdentale sorda nella labiale /: al che è d' aggiungere 
che questo nome thiut essendo solo got. e non proprio 
anche degli altri dial. ger., è inverosimile abbia dato orig. 
ad una parola significante una istituzione che non dai Goti. 
ma da altre popolazioni ger. fu introdotta sul suolo latino. 
Anche il Mackel ( p. 126 ) rigetta l' etim. del Wackerngel 
da thiut, e dice che la parola in quistione sia che la si 
faccia venire da v'èhu, sia da fehod, risale sempre alla 
rad. idg. pak, ger. fah, che appare in fahan. Il prof. Kern. 
rigettando il d eufonico del Diez, e fondandosi sul senso 
di " usus fructus, id quo quis fruitur ", annesso antica- 
mente a feudum, feodum, riporta quest' ultima parola al 
sost. * fehod che sarebbesi formato dal vb. got. feihov, 
aat. fè'hón, as. gifehon, godere, profittare, e sarebbe stata 
parola franca. Ma al Kern si può obbiettare primieramente 
che questo fehod è puramente ipotetico, non essendovene 
esempio in tutto l' aat. e mat., e poi che ad ogni modo 
sarebb ■ sempre una parola avente la stessa radice non 
solo indeu. ma ger. dell' aat. fihu, ags./eoA, cioè fahan, rome 
si può vedere qui sopra. Altri finalmente supposero il mlt. 
feodum essere un composto dell' aat. fé, salario, e od, bene, 
buono; e sarebbesi chiamato così il feudo, perchè veniva 
ad essere una ricompensa dei servizi resi dal vassallo al 
suo signore. Anche qui però entrerebbe sempre L' aat. jfSAu, 
giacché p non è ohe una forma secondaria 'li quello. Bis 
in tal caso bisognerebbe poi spiegare la caduta del d tinaie 



138 FIADONE. 

dalle forme romanze antiche, e da quelle ger. stesse. Sic- 
ché, tutto computato, mi pare quasi evidente che la mag- 
giore probabilità sta sempre per l'etim. sostenuta dal Diez 
e accettata dal Littrè. La forma fr. moderna è fief, dove 
la /sarebbe un indurimento di u o v, finale dell' afr. fieu; 
benché altri traggano fief immediatamente da fied ( come 
soif da sitis), e fied da fehod; ed infine Gròber (Zeits., II, 
459) ritiene che fief sia sost. verbale tirato da fiever fbl. fe- 
vare J, che viene direttamente dall' etim. t. fe(h)u, dove l'i* 
finale s'è consonantizzato in?;, precisamente come in esquiver 
da ger. skiu(h)an. Fief avrebbe poi generato fiefer. I deriv. 
fr. procedono non da fief, bensì da feudum o feodum, come 
gl'italiani feudale, feudatario, infeudare. 

Fiadone, favo di miele (Libro Simil.; Tratt. Car. ). 
Questo nome coli' afr. flaon, fr. fiati f donde ing. fiatcn, fo- 
caccia d'uova] prov. flauzon, sp. flaon, focaccia larga, venne 
mediante il mlt. fi ido, usato già da Venanzio Fortunato, dal- 
l' aat. fiado, focaccia pei sagrifici, mat. vlade, focaccia larga e 
sottile, tm. Fladen, a. ol. vlade, via, m. ing. fiate [got. * fiatha], 
focaccia, vali, fiate " fiadone di vacca ". E evidente che 
l'idea di " piano, piatto "è la fondamentale in tutte queste 
voci, e che la specializzazione in quella di " favo di miele " 
è avvenuta sul territorio delle ling. neolatine. La voce ger. 
spetta al preger. platan o plathan, che vediamo riflessa 
nel gr. T:\a7Uc, largo, TrXaravov, platano, 7rX«6avov [il 6 per 
idg. th ] piastra da far focaccie, sans. prthùs, largo [donde 
prihui, terra, v. Feldmaresciallo j, pràthas, larghezza, zend. 
perethus, largo, frathanh, larghezza, lit. jilatùs, largo. Qui 
si connettono pure mediante apofonesi il 1. plóth che 
scorgesi in Plótus, Plautus propriamente " piede piatto, " 
semiplotia, mezza scarpa, mat. vluoder = tm. Flunder, pesce 
piatto. Affini, ma più lontanamente, sono i derivati dall' aat. 
flaz, anrd. fiatr, piano, piatto, cioè: ags. ing. fiat, da.xi.fiad; 
poi aat. fiazzi, flezzi, dal quale ceppo si svolsero prov. 
fiatar, adulare, fiataria, adulazione, fiataire, adulatore, fr. 



FIANCO. 139 

flatter, flatterie, flatteur ; afr. fiat, percossa, flatir, percuo- 
tere sili pavimento. Qui da " fare piano " s' è svolto il senso 
di "fare liscio"; e "lisciare" dal senso proprio è pas- 
sato al figurato. Bopp GÌ. 3 252; Miklosich, 570; Curtius 3 
261; Kuhn 12, 107. 

Fianco, parte del corpo fra le coste false e la coscia. 
(Dante, Petrarca). Insieme col prov. e fr. flanc proce- 
dette dall' aat. Manca, lanca, lanka, lancila, mat. lanche, 
lanke, anca, coscia, lombo; ags. hlanc, ing. lank, sottile, 
magro, stretto, smilzo, gracile; ags. hlence, hlenca, dan. 
lànke, anrd. hleckr, catena; ags. hlinc, ing. linch, colle, ci- 
glione, anrd. hlickr, obbliquità, curvità. Il significato fon- 
damentale di queste voci sembra essere stato quello di 
"piegatura, curvatura " che appare nel vb. denominativo 
mat. tm. lenken formatosi di qui, e significante " dare una 
direzione obbliqua " e che sembra alfine al lit. lénki, piegare; 
nel mat. gelenke, giuntura, articolazione di tutto il corpo, 
tm. Gelenk, articolazione in generale; e nell' aat. lenka, 
mat. line, lene, tm. linki, sinistro, mancino [ aat. lenka = 
mano sinistra], colle forma secondaria siine, storto, ing. 
left [da ags. * lyfte]. Il Kluge crede che anche il 1. lan- 
guere, essere stanco, e gr. Xayapòc, stanco, abbiano una 
lontana parentela col gruppo ger. che qui abbiamo consi- 
derato. Difatti dal concetto di " piegatura, stortura " a quello 
di '' debolezza " è facile il passaggio ; onde abbiamo visto 
che parecchie delle forme ger. hanno precisamente il signif. 
di " debole, fiacco, smilzo ". Il Diez mosse un' obbiezione 
all'etim. della voce rom. dal ger., cioè quella del mutamento 
insolito dell' h in /. Ma il Kluge ha osservato giustamente 
che se tale trasformazione è rara, non è però impossibile, 
dacché la vediamo verificarsi, nel caso dell' aat. * hlào, Lio. 
mat. là, làwer, anrd. hlder nel fr. flau, flou. Il Mackel 
(p. 66) fa rilevare che contro la derivazione dall' aat. hlanea, 
lanca sta non tanto il cangiamento del gruppo hi in fl, ji, 
quanto la diversità del genere. Perciò propone in quella 



140 MAI-PO — PIGNOLO. 

vece l'agg. ags. hlanc, hanck, sottile, stretto che pel senso 
risponde al 1. flaccus, messo innanzi dal Diez. Jl tm. Flanke 
non procede dall' aat. Manca, ma rientrò in Germania nel 
sec. 17° dal fr. flanc, fianque. Deriv. : fiancale, fiancare, 
fiancata, fiancheggia -mento -re, fianchetta, fiancuto; rinfian- 
camento-re, rinfianco. 

Fiappo, floscio, cascante. È voce dei dial. piem. 
lomb. e veneto, dove si presenta generalmente sotto la 
forma di fiap. Il crem. ha flap]), avvizzito. Il ceppo ger. 
fiapp presenta molte forme accessorie, tutte però coli' idea 
fondamentale di " qualche cosa di cascante, lento ". Così 
■flap —=. bocca aperta ; ht. flahbe = labbro inferiore pendente, 
anrd. flipi = labbro inferiore del cavallo, fiep, straccio. 
Questa derivazione proposta dal Diez, ci pare evidente 
sotto tutti i rispètti; onde non sappiamo come altri ab- 
biano, dopo di ciò, pensato a proporre il 1. flaccidus, che 
corrisponde pel senso ma non per la forma, e il 1. flavidus, 
giallo, avvizzito, lontanissimo anch' esso foneticamente. Nel 
dial. di Montese s' incontra la voce sfioppola, significante 
" quella pelle che si solleva per una forte pressione, am- 
maccatura o scottatura ", e che sembra presupporre un 
fioppa " cosa floscia ". Credo che si riferisca qui, del pari 
che il romag. fiapa. 

Fiavo, favo (Crescenzi, 9, Sacchetti, Vite SS. Padri). 
È verosimilmente un doppione di * fiado, forma antica di 
fiadone, col trapasso del d in v, come in biada. Perciò ri- 
salirebbe all' aat. fiado. V. Fiadone. Ma dal momento che 
da fiaba venne fiaba, e da * facula [der. di fax ] fiaccola, non 
è improbabile anche la orig. da favus. Deriv. : fiale, fiare. 

Figliolo, enfiato piccolo e marcioso (Bencivenni, 
Cur. Malat.). Derivò dal mat. pfinne, vinne, ol. vin, tm. 
Finne, pustola, bolla. Il Kluge non potendo spiegare l' ac- 
cozzamento della forma mat. pfinne che presuppone nel 
got. un p, e dell' ol. vin che richiede una f, crede che ci 
sia stato un miscuglio col mat. phinne, finne, bt. finne, 



FILIBUSTIERE — FILTRO. lil 

pinne, ol. vin, pin, pen, ing. fiin, pin, forme svoltesi dal- 
l' ag. finn, pinna, piuolo, cavicchio. Ma poiché 1' ags. finn 
compare prestissimo nel ger., cioè prima della differenzia- 
zione vocalica operatasi nell' aat., e avanti il principio della 
cronologia tedesca, il Kluge respinge la derivazione tanto 
del mat. phinne, tm. Finne, pinna, quanto del mat. pfinne, 
tm. Finne, Agnolo, dal 1. pinna, penna; derivazione soste- 
nuta anche dal Diez. Piuttosto egli ammette una paren- 
tela primitiva dell' ags. finn col 1. pinna. Deriv. : fignoloso. 

Filibustiere, ladrone di mare, corsaro (neolog. ). 
Questo nome immediatamente procede dal fr. flibustier afr. 
fribustier, parola d' origine ger. che presenta le seguenti 
forme nei vari rami di quell'idioma: ol. vrybuiter, dan. 
fribytter, ing. freebooter, t. Freibeuter. È un composto del- 
l' agg. frei, libero, che sarà trattato alla voce franco, e di. 
benter, bottinajo, dal t. Beute, bottino, ol. buit, anrd. byte, 
ing. booty (v. Bottino). Significa dunque " libero corsaro "; 
e fu il nome applicato ai corsari inglesi e francesi che 
nei mari d' America assalivano le navi spagnuole. È dun- 
que falso ciò che asseriscono alcuni circa l' etim. della pa- 
rola in discorso dall' ing. fiyboot "battello mosca", da fiy, 
mosca, e boot, battello; nome che passò nel fr. filibot e nello 
sp. filibote; ma che non ha niente che fare con filibustiere. 

Filtro, panno non tessuto che consiste insieme per 
l'umor tenace onde è imbevuto (Manetti, Mei, Salvini). Pro- 
cede dall' ags. felt [aat. filz, tm. Fih\, da cui è venuto feltro 
col quale aveva in origine lo stesso significato. Ma poi 
filtro passò a indicare "colamento di liquidi'', perohè nel- 
1' operazione del colare s' adoperava principalmente, se non 
esclusivamente, di quel panno. Denotò poscia " ogni pezzo 
di carta o di tela ad uso di colare "; e infine significò lo 
stesso " penetrare dei liquidi in qualunque materia ''. In 
senso di "bevanda atta ad ispirare amore" viene dal gr. 
cptXTpov, amatorio. Deriv.: filtrare, filtratura, filtrazione; 
infiltramento, infiltrarsi. 



142 KiNio — pio. 

FÌHCO, specie di fringuello (voce del dialetto ve- 
nez. ). È la riproduzione esatta dell' aat. finco, vinco, fincko, 
vincho, fringuello; donde vennero mat. vinke, tru. Fink; 
Finke; ags. fine, ing. finch, ol. «me. sv. fine, dan. Jinke, 
[ got. * finiti, * finitici n, mancano]. È sorprendente la somi- 
glianza del vocab. ger. col cimb. pine, lieto, fringuello ; 
brett. pint, fr. pinc^on, sp. pinzon, pinchon, it. pincione; 
dial. ing. pinch, pink, fringuello. Però né il ger. fincho 
viene dal rom. o dal cimb. pink, né viceversa. E neppure 
pare siavi alcuna relazione col 1. fringila, it. fringuello. 
Quanto al ger. fink, il Grrinim, Wbrterb., 3, 1663, lo col- 
lega a fanke, e funke, scintilla, traendolo dalla rad. ver- 
bale da cui il vb. mat. funken, tm. finken, fank, gefunken, 
scintillare, risplendere, a cagione del colore delle penne di 
certe sorti di questi iiccelli detti dai Tedeschi Brandfinken, 
e Goldfinken, con probabile rapporto alla tradizione rustica 
degli " uccelli portatori del fuoco ". Lo Scbade invece I, 196, 
seguendo lo Schmarda, Zool., 2, 446, lo connette ancor egli 
alla stessa radice, ma in considerazione delle piume rosse 
o rossogrigie del petto del Buchfinken e Bergfinken, ossia 
fringuello di faggio e fringuello montano, del capo e collo 
screziato e delle striscio gialle del Distelfinken o cardel- 
lino. Perciò questo nome risalirebbe alla rad. pik, colorare, 
dipingere, donde anche sans. ping, dipingere, pingas, ne- 
reggiante. Bopp, GfI. 3 240. Dal che il Kluge deduce che 
il ger. fink e rom. pink siano originariamente affini. Egli 
accenna anche ad una possibile parentela col gr. cr.i'^a, 
CTTriyyoc. V. anche FriggiMico. Nel Veneroni ricorre anche 
la forma frinco, dovuto forse ad un ravvicinamento popo- 
lare con fringuello. 

Fio, feudo o tributo che si pagava pel feudo. Questa 
voce s'usò in tal senso fino al tempo del Bembo. Gr. Vil- 
lani 4, 20 scrisse : « Molti nobili e gentili uomini larga 
mente dato loro sotto fio, li si fece vassalli ». In seguito 
cessando d' esser adoperata in senso proprio, assunse varii 



FITTA — FODERO. 143 

signif. metaforici, cioè di "tributo, merito, ricompensa, pena, 
nonnulla ". Procedette direttamente dal longob. fio che s'in- 
contra nel composto faderfio, " bene paterno della sposa ", 
cioè " quantum ei pater in die nuptiarum dederit " {Leg. 
Rotliaris, 81; Haupt, I, 552; Grimm, Deutsche Rechtsal- 
terthìimer, 429). È forma sorella dell' aat. fiho, fihu, fè'ho 
ecc., che abbiamo visto avere dato origine al prov. feu, afr. 
fin, donde fr. fief, e l' it. feudo ( v. questa parola ). Altri 
però vorrebbero riannodare fio al got. faih, faihu, danaro. 
Ma la forma ed il concetto stesso decidono a favore della 
voce longob. Del resto è poi sempre la stessa radice, come 
si vide già a Feudo. 

Fitta, terra che sfonda (Lab. 388, Pataffio, Firen- 
zuola). Il Diez assegna come probabile etim. di questa 
parola l' aat. fiutiti, terra umida, col quale si può confrontare 
il grig. fiecht dal tm. feucht, umido; ma il Ronsch lo con- 
nette a fitta da fingere, come se volesse signif. " terra finta, 
ingannevole " ; il che però ci sembra poco verosimile. 

Flirtare, scherzare, civettare (neolog. ). È il fr. 
flirler, d'ug. sig., venuto a sua volta dall' ing. to flirt. Que- 
sto poi, può procedere o dall' ags. fleurdjan, motteggiare, 
o dai t. flirren, flirtsen, flirtschen, fare del rumore. 

Fodera, fodra, tela o stoffa da soppannare ve- 
stiti (Niccolò da Uzzano; Legg. Tose). Questo nome non 
è che una forma varia dal seguente con senso specializ- 
zato, cioè ristretto da quello di " guaina o custodia " a 
quello di "guaina o custodia del vestito". Deriv. : fod( 
ia-re-tore-tura ; infoderare ; sfodera- re-m culo. 

Fodero, guaina della spada, soppanno, legnami o 
travi collegate insieme; vettovaglia (Novellino, Tav. Bit., 
Liv. M., Crescenzi). Procede direttamente dal mlt. foderum, 
e questo dal got. fòdr, guaina, custodia della spada: aat. 
fuotar, fiatar, fatar, mat. vuoter, vuter, ol. voeder, nutrimento, 
guaina, tm. Futter ; ags. fódor, fóddor, fìddur, ing. fodder, 
cibo, anrd. fódhr, foraggio. In tutte queste voci ger., ec- 



L44 folco. 

cetto la got., ci sono evidentemente due signif. sostanzial- 
mente diversi, cioè quello di " nutrimento " e quello di 
" custodia" ; il quale accozzamento di significati alcuni hanno 
tentato di spiegare supponendo che la parola da principio 
denotasse " mezzo per nutrire e per custodire ", fondandosi 
sulla rad. idg. pa indicante " proteggere, conservare, nutrire ". 
Il Kluge per contrario opina che nell'aat. fuotar, tm. Futter 
sia avvenuta la fusione fonetica di due parole radical- 
mente diverse, una delle quali avrebbe avuto il signif. di 
" custodia ", che appare tuttavia 1' unico nel got. fódr, e 
l'altra quello di "alimento". Il Mackel (p. 30) sostiene 
anch' egli l' opinione del Kluge ; e trae fódr in senso di 
"guaina" dal preger. pò col suffisso dro, e fódr in signif. 
di " cibo " dalla rad. preger. fod. La seconda sarà da noi 
trattato alla voce foraggio. Quanto alla prima, essa è dal 
Kluge, dietro le orme' del Bopp Grl. 3 201, rimenata alla 
rad. idg. pat che riscontrasi nel sans. pàtra-m, recipiente, 
vaso. Dalla voce ger. presa in questo senso, oltre all'it. 
fodero e suoi derivati, ebbero origine sp. port. forro, prov. 
afr. fuerre, fr. feurre, fourre.au, fourrure, pelliccia. V. anche 
Foraggio, Foriere, Foriero, Forra, Furiere. 

Folco, moltitudine (dial. comas.). Coli' afr. fole, fouc, 
prov. fole, greggia, esercito, procede dall' aat. ags. fole, folk, 
folcii, folg, anrd. folk, mucchio, schiera, mat. volc, tm. Volk, 
popolo. Il tema ger. è fulka. Gli corrisponde l' ags. fglce, di- 
stretto, anrd. fylki, fylking, manipolo, fylkia, mettere in 
ordinanza, fylkir, condottiero. Si possono confrontare lit. 
pulkas, mucchio di uomini, pulkatis, pulkwatis, mettere in 
mucchi; lett. pìdks, pulka, schiera; a. si. pluku, schiera, 
cz. pluk, schiera, poi. pulk ì polk, reggimento, pulkoionik, 
colonello, serb. si. puk, popolo. La forma ger. slav. fonda- 
mentale è pulka, idg. parka, dalla rad. idg. par, riempire. 
Mikl. 575; Curtius' 260. Gli si può raffrontare anche il 
1. vidgus. 



FOLLA — FOLLE. 115 

Folla,, gran moltitudine di gente stipata ( Segneri, 
Lippi). La tarda comparsa di questa voce nell'it. ci con- 
duce a supporla venuta dal fr. foule oppure dallo sp. folla 
d'ug. signif. [vb. sp. holler, fr. fouler]. Lo sp. poi e il 
fr. si fanno comunemente derivare dal vb. 1. da cui si formò 
fullo-onis, follatore, e it. follare, calcare, pestare; a quel 
modo che da calcare si svolse calca nello stesso senso di 
folla. Ora, senza negare la molta verisimiglianza di que- 
st' etim. proposta dal Diez, è lecito domandare se le voci 
romanze non potrebbero essere derivate dal ger. che ci 
presenta le forme got. fullù, pienezza, abbandonanza, aat. 
folla, fallì, vullà, mat. volle, ags. fyllo, anrd. fylli, tm. Filile, 
piena, copia, ed anche " moltitudine ". A me pare che la 
perfetta uguaglianza delle forme, e la molta vicinanza dei 
signif., rendano assai probabile questa etim. ger. a cui, 
ch'io sappia, finora nessuno ha pensato. A tutti questi 
nomi si riannodano : vb. got. fulljan, as. fulljan, fullón. 
aat. fulljan, fullen, mat. viillen, tm. filllen, riempire ; ags. 
fyllan, anrd. fylla, dan. fylde; che hanno a fondamento 
1' agg. got. fulls, aat. fol [tm. voli, ing. full, ol. col] pieno, 
le cui relazioni colle altre lingue idg. si vedranno sotto 
la parola Folle. Qui basti il dire che il t. Flille spetta alla 
stessa rad. del t. Volk, popolo, e del 1. plenus, pieno. 
Dexiv. : affolla-mento-re ; affollatamente, sfollare. 

Folle, stolto insensato (Tavol. Rit.; Brunetto). A 
questo agg. [fr. fol, fon, a. sp. prov. fol, ing. fool\ si 
assegna da tutti per etim. il bl. follus ; ma variano poi i 
pareri sull'origine prima di quest'ultimo. I più lo fan ve- 
nire dal bl. follere, muoversi qua e là, format llis, 
sol'iìetto, "ciò che va e viene"; e si fondano Bull' idea di 
ballottarnento propria dell'antico vb. fr. foler, folier; donde 
folletto (fuoco folletto = a " fuoco che gira ", analogamente 
alla denominazione t. Irrlicht = luce errante). Altri, pur 
tenendosi a questa etim., partono dall'idea di " gonfiatura ". 
Ma sono state proposte ambe duo deriv. ger., la più ve- 
lli. 



146 FORAGGIO. 

rosimile delle quali è 1' agg. voli, pieno, ubbriaco, quindi 
"forsennato '\ Voli poi procede dall'aat. mat. fol, got. full s, 
ags. ing. full dal preger. pelno. Il sans. ha pàrnd, lo zend. 
parena, lit. pilnas, a. si. planu, a. irl. lem, 1. p>^ enus \ ma - 
nipulus = mano piena]. Plemis è ampliamento, mediante il 
suffisso no, della rad. verbale idg. pel, pie che appare an- 
che in com-pleo, im-pleo, e nel gr. TCÀ/fjpiq?, TtXifjpów, rciu- 
TrXàvat. Se non s'accetta la derivazione da voli, credo che 
tanto meno si potrà accettare quella dall'agg. aat. fui fgot. 
fuls, ags. fui, ing. /emZs] mat. vul, tm. /awJ, marcio, e dal gr. 
(pauXo?, dappoco. Deriv. : folleggiamento, follemente, folletto, 
follia, follore. 

Foraggio, provvigione per le bestie (Fra Guittone, 
Villani). Credo che insieme collo sp. forrage, immediata- 
mente derivasse dal prov. fouratge, fr. fourrage, giacche 
1' it, dall' aat. fuotar, fòtar, non ne avrebbe mai cavato fo- 
raggio. Il fr. fourrage poi è un ampliamento di feurre, 
forma fr. svoltasi immediatamente dal voc. ger. Come ab- 
biamo detto di sopra, l' aat. fuotar spetta alla rad. ger. 
foci, faci, il cui svolgimento nel campo ger. e la cui cor- 
rispondenza in quello indeu. è molto istruttiva, e merita 
d' essere trattata un po' diffusamente. Nel ger. adunque 
essa die origine a quattro forme fondamentali fóclian, fadar, 
faths, fuotar. Il got. fócljan, as. fòdjan, fuodian, fuodean, 
aat. fuottan, fuattan, fo-:tan, fótan, mat. vùten, vuoden = 
nutrire, ingrassare, produrre; ags. fèdan, lo stesso; ing. 
feed, [food = cibo] a. fris. {oda, fèda, iris, fieden, nutrire; 
anrd. fóstr, fostrì, ags. fóstur, nutrimento, ing. to foster, 
nutrire, curare. Il got. fadar, as. fadar, fader, aat. fatar, 
fatir, fater, father, mat. vater, tm. Valer = padre, ags. fader, 
feder, ing. father, a. fris. feder, fader, feider, fris. faer, 
faar, ol. vader, vaar, anrd. fadhir, sv. dan. fader; ags. fadhu, 
f alide, sorella del padre, aat. f ataro, mat. vedere, fratello 
del padre. Infine got. faths, fads = signore, superiore. La 
rad. idg. è pa, la quale ampliossi mediante un d nel ger., 



FORARK — FORBIRE. 1 i7 

e mediante un t nelle altre lingue indeu., dove si riscontra 
uell' a. si. pitati, nutrire, pito.mu, ingrassato, serb. si. pi- 
tati, ingrassare, lit. pietus, pranzo, zend. pitu, cibo, sans. 
pitus, alimento; gr. Trareoj).a'., io mangio, àr^y.-y-oc, che non 
ha goduto, TraTVTj, t:ocOvtq, cpaTvY], greppia : tutte le quali 
voci corrispondono al got. fòdian. A fadar fan riscontro : 
sans. pita [da pitar o patar\ gr. tìocttjp, 1. pater. A faths, 
fads risponde : lit. pats, marito, pati, moglie, 1. po'is, potens, 
potivi, gr. Trócig, ttóti?, marito, ^so - - ttóttq?, signore, sans. 
patis, signore, marito, p>atni, signora, moglie, patis, egli do- 
mina, protegge. A fuotar non si trova altra corrispondenza 
fuori del campo ger. che il sans. patram, custodia, vaso. La 
rad. idg. pa = proteggere, contenere, nutrire ; e benché il 
signif. di " nutrire " sia il prevalente in quasi tutte le forme 
ger. e indeu. finquì vedute, tuttavia in alcuni casi ricorre 
anche quello di " recipiente, custodia ", come nel sans. 
patram, nel gr. '.pà-rvin; onde l'asserzione del Kluge sulla 
duplicità della rad. di fuotar, guaina, e di fuotar, nutri- 
mento, sembra non essere assai fondata. Bopp GÌ. 3 201, 
227, 237, 240, 244; Curtius, 258, 254, 257, 265; Grimm 
Ges d. d. Sp., 266; Pictet, 2, 348. Deriv. : foraggia-mento-re, 
foraggiere. 

Forare, fare buchi, trivellare (Guinicelli, Dante). 
Viene dal 1. foro (Plauto, Columella); e noi lo accenniamo 
qui solo perchè esso ha comune col t. la rad. idg. bhor, 
che die origine all' aat. bora, tm. bohren, donde il. borino, 
bulino. V. queste parole. 

ForbannutO, (ant.), bandito, esiliato (M. Vil- 
lani). Dal bl. forbannitus delle L. Hip., 8 ferbannitus delle 
L. Sai. originarono l' it. forbannuto, afr. forbannir, e fri 
forban. Il bl. forbannitus è un composto ibrido, in cu 
entra il 1. f or = foras, fuori e il rom. bannire, venuto dal 
got. bandvjan, aat. bannan, bannen, alla voce bando. 

Forbire, nettare, pulire, Lustrare > Panti», Creso.). 
Dall' aat. furban, furpan, mat. furben, filrben, vurwen 



148 FORESTA. 

vurwen, tergere, pulire. Questo vb. sparì dal tra., e non 
sembra che abbia alcuna relazione col vb. farben, tingere, 
colorare, Far he, colore. Ooll'it. forbire, ne derivarono pure 
prov. forbir, fr. fourbir, ing. furbish, pulire, lisciare. V. an- 
che Furbo. Deriv. : forbitamente, forbitezza, forbitolo, for- 
bitura. 

Foresta, terreno incolto e coperto di grandi alberi 
(Novellino, Dante). Il Grimm l 2 416 tentò di derivare 
questa parola [sp. port. cat. foresta, con evidente mesco- 
lanza di fios, fiore; prov. foresi, foresta, ir. f or et \ dall' aat. 
foraha, fohra, mat. vohre, tm. Fohre [ ags. fiirh, ing. fir, 
anrd. furn], pino selvatico, da cui sarebbe venuto il tm. 
Forst, e da qu,esto le voci rom. Egli si fonda specialmente 
sul fatto che, l'estensione del senso primitivo di "bosco 
di pino " a quello di " bosco " in generale si presenta anche 
nella si. bor \t. Fohre] "pino" e "bosco"; e nel mat. 
tan che significò "bosco di abeti" e "bosco" in genere. 
Ma contro il Grimm il Diez osservò giustamente che la 
scomparsa dell' h è inesplicabile, e che il suffisso 'est, ast 
in tedesco è rarissimo. Perciò egli preferisce il 1. foris, 
foras, fuori, da cui s' era già svolto il forasticus di Pla- 
cido, " esterno ", e donde provenne anche l' it. forestiero. 
Su questo modello il bl. formò forestare, mettere di fuori, 
bandire. Di qui uscì il mlt. forest-is-e-us-um-a ; forast-um-a 
che s' incontra già nel 556 in un docum. del re franco 
Childeberto I, e che significò da principio " bando, pro- 
scrizione " e " terreno su cui era posto un bando ". Indi fo- 
restare passò a significare " creare una foresta ", perchè 
queste proscrizioni s' applicavano principalmente ai boschi 
dove si trovavano le bestie selvatiche, e dove naturalmente 
il terreno lasciato incolto a cagione del bando doveva pro- 
durre grandi alberi. Questo è, secondo il Diez e il Littrè, 
lo svolgimento storico per cui da foresta " territorio messo 
a bando ", si passò a foresta " bosco folto ". Questo ragio- 
namento è certamente acuto e sottile; e difatti lo Scheler, 



FORNIRE — FORRA. 149 

Schade, Kluge, Mackel e quasi tutti i filologi s' attengono 
a questa etim. Però resta il fatto che una glossa antica 
riportata dal Graff III, 698, dice che foresta è parola dei 
Franchi. Se questo è vero, non potendo chiamarsi franca 
una parola tolta dal latino, è evidente che la parola in 
discorso sarebbe d'origine germanica. 

Fornire, provvedere, somministrare, guernire, finire. 
(Novellino, Dante). Contro 1' etim. proposta dal De Brosses 
da furnus che ci condurrebbe a dare a fornire il signif. 
di "cuocere al forno, apprestare il cibo"; sta il fatto che 
il prov. presenta le forme formi)-, furmir, frnmir, e molto 
più il signif. di " finire " che spesso ha preso questo vb. 
Quindi resta assai più verisimile la derivazione dall' aat. 
frumian, frumman, vrurnman, frummen, frummin, as. frum- 
mian, frummean, mat. vrummen, vrumen, curare, compiere 
mettere avanti, fare avanzare. Il tm. frommen fu usato solo 
da Lutero. Dall'aat. fnimjan si svolse prov. afr. fromir, 
formir, fornir, fournir, e a traverso a queste voci dovette 
cassare l'it. (v. Mackel, Die germanischen Elemente in fr cinz, 
•unti prov. Sprache, p. 22, 188). Al vb. aat. frummen si 
riannodano l'agg. aat. fra min, Uà. frommen, buono, bravo, 
eccellente, sost. fruma, utilità, e agg. got. fruma, primo: 
ags. y eorma, forma, as. formo, primo; a cui rispondono lit. 
jrirmas, pirms, primo, 1. jyrimus, gr. Ttpójxoc, sans. paramas, 
il più alto. Bopp, GÌ. 3 231; Curtius 3 74, 200; Griiimi. 397. 
Forme it. ant. sono fronire, frunire. Lo sp. port. è fornir, 
V ing., tolto evidentemente dal fr.. furnish. Deriv.: forni- 
mento, f omini entuzzo , fornito, fornitrice, fornitura ; rifornire. 

Forra, franatura fra nmnte o monte, valle stretta, 
fratta (Burchiello, Pulci). Lnrnediatamento venne dall' afr. 
fourre [fr. fourrè], solco, scanalatura, porca, aiuola, con 
un po' di sfumatura di significato. Il fr. alla sua volta ri- 
posa sull'aat. furuh, farli, mat. furch, tm. Purché, solo.' 
fatto coli' aratro. L'ol. ha roor, ags. fiirh, donde ing.jfar- 
roio, solco, ed anche jurlong, sorta di misura itineraria, 



150 FORSENNATO — I BANCO. 

anrd. for, cariale. La rad. preger. è prie che troviamo ri- 
flessa nel 1. porca, spazio fra due solchi, porcidetuw . campo 
diviso in ajuole; nell'arni, herk. maggese di fresco arato, 
cimb., rhyh, a. gali, rikà, a. irl. rech, porca. La forma fon- 
damentale di questa parola è prka. Trarre questa voce dal 
got. fòdr, come tentarono alcuni, ci pare assurdo, special- 
mente pel senso; dacché il got. non significa altro che 
"provvigione, pascolo"; onde fra i due sensi c'è divario 
grandissimo. 

Forsennato, privo di senno (Novellino, Dante). 
È un composto ibrido del 1. for per foris, fuori, e del rom. 
sen, venuto dall' aat. sin, tm. Sinn, senno, mente (v. Senno). 
Probabilmente a noi venne dal prov. forsenat, afr. farsene 
[donde fr. farcene], giacché la composizione di for con sen 
non era possibile che sul territorio delle lingue francese e 
provenzale dove la voce t. si trasformò in sen. Deriv. : 
forsennare, forsennataggine, forsennatamente, forsennatezza, 
forsenneria. 

Frac, sorta d'abito d'uomo (neolog. ). Procede dal 
fr. frac ricorrente già nel Duclos, che il Littrè trae dal tm. 
Frack, usato in Gremiania sin dalla metà del sec. passato. 
Questo t. Frack, secondo l'Adelung e il Kinderling, insieme 
colla cosa significata, venne dall'ing. frock, essendo noto che 
Vo ing. nella pronuncia piega verso Va. Ma è poi oscuro 
che cosa etimologicamente sia questo ing. frock. 

Framea, arma degli antichi Franchi, eh' era una 
specie di lancia col ferro molto lungo (term. stor. ). E il 
1. framea che Tacito ci rappresenta come vocabolo ger. 
Viene da alcuni collegato all' ags. franca, giavellotto ; da 
altri al t. Pfriem, ol. priem, sved. pren, punteruolo. 

Franco, libero, indipendente, sincero, leale, esente 
da spese o cure ecc. (Malespini, Dante). Circa questo vo- 
cabolo importantissimo nella storia, tutti convengono che 
sia d'orig. ger.. salvo il Diefenbach che lo giudicò celtico, 
ma con poca o niuna verisimiglianza. Immediatamente adun- 



FRANCO. 151 

que procedette da Franco, nome d'un popolo ger. che nel 
sec. IV comparì sul Basso Reno, donde a poco a poco in- 
vasa e soggiogata la Gallia le die il nome di Francia. Però 
perchè il nome di questo popolo potesse diventare sino- 
nimo di " libero ", bisogna supporre o che esso fosse ,l li- 
bero " per eccellenza; il che non è confermato da alcuna 
tradizione storica, ovvero cha il nome da esso assunto si- 
gnificasse già antecedentemente " libero ". Quindi è da 
credere che i Franchi fossero bensì il veicolo per la gran 
diffusione della parola in discorso, ma non che essi per 
la loro indole e condizione le facessero acquistare un valore 
speciale. Difatti il Grimm opina che da principio fosse 
un agg. svoltosi dal got. freis, tm. /rei, libero ; e che que- 
sto agg. fosse in seguito applicato ad un popolo, e poscia 
a una sorta d'arma. Però quest' etirn. oltre che non dà 
ragione dell' applicazione ad una spada, non ispiega il pas- 
saggio fonetico molto forte da freis, aat. fri, . /rancho; 
e per consegnenza oggi è quasi abbandonata, eguendosi 
comunemente l'opinione che trae il nome del popolo aat. 
Franko, Vranko, mat. Vranke, tm. Franke-n dall' ags. franca, 
dimin. di framea, sorta di arma da getto, già mentovata 
da Tacito. E questa deriv. del nome d'un popolo da quello 
d' un' arma ha un esempio analogo nel nome dei Sassoni 
dall' aat. -Sahsun, venuto da sahs, spada. Ora non è ben 
certa la connessione tra ags. franca, e il framea tacitiano; 
ma la difficoltà della derivazione del concetto di "libertà " 
da quello di " spada " si può facilmente spiegare consi- 
derando che la spada era la condizione necessaria per di- 
ventare o mantenersi liberi. Quindi il Klugo ammette sen- 
z' altro come sicuro che il fr. frane, it. sp. port. franco 
vengano dal t. Franken, nome d'un popolo ger., aat. FVan- 
kun, ohe propriamente designava l'uomo libero; e poi che 
questa nome di popolo sia una derivazione dal perdutosi 
aat. Francho, " lanciotto ", che si conservò nell' ags. franca, 
e nell' anrd. fraklce d'ug. sig. Secondo il Diez molti dei 



152 FRAPPARE — Kit i ' • 

derivati romanzi di questo aggettivo, e precisamente quelli 
ove si conserva il e duro sono venuti dal mlt. francus svol- 
tosi immediatamente dall' aat. /rancho, (l uomo libero ", senza 
passare a traverso il nome del popolo; dal quale, fissatosi 
nel bl. Francia, sarebbero invece derivati quelli col e dolce. 
Spettano al primo gruppo : f r anca-bile- gione-m entc-mcnto-re- 
tura-zione; franche-ggiare-zza, franchigia, franco, (moneta), 
francobollo, francogallico ; franco-lino-ve; ajfranca-bile-mevto- 
re-tore-tura-zione, rinfrancare, sfranchire. Al secondo : Fran- 
cesco-a, francescano-a, francescane, frances-eggiare-ino-ismo- 
unie; infran-cesare-ciosare, sfrancesare, framassone. 

Frappare, trinciare, tagliuzzare (Sacchetti, Pulci). 
Il Diez trae questo vb. [ prov. frappar, fr. frapper = col- 
pire] dal nd. hrappa, ingiuriare, rimproverare. L'ing./ra^pe, 
fare rimproveri, gli fa supporre che il fr. frapper abbia 
avuto da principio un signif. uguale. Ma questo salto dal 
morale al materiale essendo molto inverisimile, lo Scheler 
e il Grandgagnage propongono il bt. fappen, ing. to flapp, 
colpire con alcunché di piatto [afr. flaber, fauber, vali. 
flabatider = battere J. Anche il Littrè dà la preferenza alla 
seconda delle etim. proposte, e fa notare che questa voce 
in fr. non compare che nel sec. XIV. In it. nel sec. XIV 
abbiamo il sost. frappa usato dal Sacchetti in senso di 
" lembo, frastaglio ". Probabilmente qui, come nel caso del 
fr. couper, il vb. dal senso di " battere, colpire " passò a 
uno più determinato, quello di " tagliare ". 

Freccia, arma da scagliare, saetta (Villani, Boc- 
caccio). Collo sp. port. frecha, flecha, prov. flecha, afr. fr. 
flèche, vali, fiche, piem. sarei, feda, moden. frizza, viene 
dal Diez derivato dall' ol. flìts, flitz, flitsche, d'ug. sig. ; mat. 
flitsch, vliz, arco, tm. Flitz. Ma il Mackel ritiene che que- 
sta sia etim. tutt' altro che sicura, e così la pensa anche 
il Baist, Eom. Forschvngen I, 108. Il Thurnej^sen reca in 
mezzo 1' a. irl. flesc da * vlisca, verga, bastoncello. Ad ogni 
modo il fatto che un certo numero di nomi d' armi ci 



FREGIO. 153 

vennero dal t. \ alabarda, archibugio, elmo, schiniere, spiedo], 
rende verosimile 1' etim. dal t., poniamo pure che la deri- 
vazione non risponda perfettamente alle leggi della fone- 
tica, circa le quali alcuni glottologi sono forse troppo scru- 
polosi. Deriv.: frecciare, frecciata, frecciatore. 

Fregio, linea fatta con penna per ornamento (Dante, 
Boccaccio). Immediatamente venne dal mlt. frisium, frigium 
d' ug. sig. Ora questo insieme col fr. frise, vb. frisser, ing. 
frieze, si riporta ad un tema ger. da cui provennero ags. 
frise, increspare, ing. to friz, frizzle, arricciare, a. fris. 
frisle, capigliatura del capo. L' afr. ci presenta anche le 
forme frese, e il fr. fraise. Il tm. Fries, Friese, secondo 
Kluge e Mackel viene direttamente dal fr. insieme col 
n. ing. frieze. La ragione del nome sta nel fatto che il 
fregio almeno da principio era propriamente "un orna- 
mento arricciato ". Un rapporto etim. di questa parola coi 
Frisi, popoli della Germania mediante i pallia fresonica, 
v estivi enf a de Fresarum provincia, mentovati sin dai primi 
secoli del bl., sarebbe possibile se questi paUii frisii fos- 
sero stati " increspati ed arricciati ". Ma paro invece che 
fossero stoffe molto rozze. Lo Scheler propone per tipo 
comune del bl. frigium la rad. che produsse 1' ags. vringen, 
vringlian, inanellare, increspare; ed inoltre accenna al nd. 
Iiringr, anello. Ma mi sembra difficilissimo che il duro 
gruppo ger. ng siasi addolcito in g, anche prescindendo 
dalla non frequente mutazione dell' A;- in fr, e dalla poco 
convenienza del signif. Quanto all' Atzler che riattacca la 
parola in quistione al tm. Friesel, freddo; il dire che un 
tal termine sarebbe stato applicato a tutto ciò che " si in- 
crespa e s'arriccia" unicamente perchè il frollilo fa ''in- 
tirizzire la pelle", mi pare sia una stiracchiatura insof- 
fribile. La derivazione dai Phrygii, popoli dell' Asia Mi- 
nore, è foneticamente impossibile por le forme francesi. 
Deriv. : fregett-o-ino ; fregiamento- re-tore-tura ; sfregiare, 
sfregio ; frisare, friso. 



154 FRKS< '. 

Fresco, moderatamente freddo, verde, florido, vi- 
goroso, recente (Dante, Boccaccio). Dall' aat. frisc, mat. 
vrisch, tm. f riseli, nuovo, giovane, vivace, robusto, ardito. 
Corrispondono qui 1' ags. f'èrsc [donde ing. fresh\, V anrd. 
fersckr, fresco, irl. friskr, sv. farsk, frisk, dan. fersk, frisch, 
got. * frisks, dal tema friska, dove fri è il participio, e 
ska è suffisso. Quanto a fri, che appare nel got. e solo 
in composti, esso è una particella significante " avanti, in 
avanti ", corrispondente allo si. lit. pri, prie, presso, avanti, 
e al 1. pri, che entra in priscus, primus, [ant. privus, ec- 
cellente, singolare], al gr. Tipo, zend. fra, sans. pra, avanti. 
Quindi il got. friska = che guarda innanzi, che sta sopra ; 
dal quale signif. è ovvio il passaggio all'attuale delle lin- 
gue rom. : fr. frais, fraiche, prov. frese, vali, friss ; e celt. 
cimb. fresg, brett. fresk, ung. fris, venuti anch' essi dal 
ger. Non sappiamo come 1' Ulrich abbia sentito il bisogno 
di pensare ad una derivazione da un L *fricsum da fri- 
gere avere freddo, che per metatesi avrebbe dato un fri- 
seum; poiché l'origine dal ger. si presenta tanto spontanea 
per forma e per senso; il quale senso invece (anche pre- 
scindendo dalla inverosimiglianza d'un participio difrigeo) 
s' è svolto naturalmente nel ger. da quello di " nuovo, vi- 
goroso " e non da quello di " freddo ", come pare presup- 
porre l'Ulrich. Affini sono 1' a. si. presinu 11 fresco", dal- 
l' idg. praiskino, il cui dittongo appare anche nell' aat. 
freiscing, che vedremo alla voce Frisinga. Connesso alla 
rad. ger. fri, che entra in frisch, è anche aat. frao, fró, 
as. fra, mat. vró, tm. froh, lieto, giocondo ; a. fris. frò y 
ags. fred, lieto, anrd. fràr, snello; donde frawi, fraicida, 
Freyr, Freyja. Nel campo idg. sono corrispondenti qui : 
a. si. pruvu, il primo, zend. paurva, che è avanti, eccel- 
lente, a. pers. paruva, primo di tempo, sans. pùrvas, primo, 
orientale. Bopp, GÌ. 3 246; Mikl, 714; Corssen, 1*, 780. 
Deriv. : fresc-amente-ura-hezza-heggiare-hetto-hino-olino-uccio ; 
raffresea-mento-re ; rinfresca-mento-re-ta-tina-tìvo, rinfresco. 



FKKASSEA — FKIGGIBUCO. 155. 

fricassea, vivanda fatta di carni sminuzzate cotte 
in istufato con salsa di uova (Fra Giordano. Cocchi). Il 
Mahn tentò ricondurre questa parola al vb. 1. frigere, frig- 
gere, mediante un deriv. *f vietare da cui * f ricare e in 
ultimo fricassea. Ma se è facilmente spiegabile un deriv. 
frictare da fricare, non lo è ugualmente il caso inverso 
ebe si sarebbe verificato qui colla perdita inusitata del t. 
Questo dal lato dell? forma. Quanto al senso, si può no- 
tare che il concetto fondamentale di fricassèa non è quello 
di " frittura ", bensì quello di " manicaretto, cosa ghiotta ". 
Per tutto questo è molto più preferibile l' etim. messa 
avanti dal Diez, secondo il quale il fr. fricassee f da cui 
l'it.) insieme con fricadelle, fricandeau, fricasser, fricot, 
procedono dal got. friks, avido, a cui corrispondono aat. 
f eh, avaro, ghiotto, mat. frec, tm. frech, ardito, gagliardo, 
ags. frec, ardito, m. ing. frek, anrd. frek, avido, ardito : 
dalle quali forme provenne certamente 1' afr. frique, prov. 
fric, gajo, lesto. Dal quale senso era facile il passaggio a 
quello di " ghiotto, amico del piacere, cosa squisita ". Ora 
questo è precisamente il senso che riscontrasi nel n. prov. 
fricaud, ghiotto, delizioso, fricot, banchetto, fricoter, trat- 
tarsela, friquette, ragazza pubblica, fricandeau, ghiottornia, 
dellin. ficandela, ragazza vivace, fricasser preparare ghiot- 
tonerie. È evidente che in molti di questi vocaboli cam- 
peggia il signi f. di " cosa ghiotta, saporita " e quindi a 
quelli riferiamo fricassèa, che per tal modo sarebbe d' orig. 
germanica. 

FriCfCjlbUCO, uccelletto dal canto monotono e la- 
mentevole (voce assai rara). Probabilmente procede dal 
t. Finkbuch, invertito da Buchfinke, finco di faggio \Bucìi 
= faggio; Fini. fringuello, v. Fineo]. Né una tale in- 
versione fatta da una lingua romanza di duo elementi d' una 
parola ger. è senza altri esempi analoghi. Cosi dall' aat. 
steinbokk, tm. Steinb'óck [da cui it. stambecco}, 1' afr. cavò 
bouc-estain. 



156 FRIGNARE — FBIZZABE. 



Frignare, piangere, gemere, arricciare le labbra, 
beffare ( dial. lomb.). Questo vb. viene connesso, coli' in- 
termediario di * flignare, al tm. Jiennen, piangere, ridere, 
procedente dal mat. * vlennen, aat. fiannèn, torcere la bocca 
come fa chi piange o ride, contrarre il volto, dal ger. pri- 
mitivo * fiaznan. Lo sv. ha flina, dan. fline, stendere, ri- 
dere. In tutti questi casi, come nei deriv. it. che vedremo 
dopo, nel piem. flina, collera, delfin. deifrinh, essere spia- 
cevole, fr. se refrogner. corrugare il viso, il signif. fonda- 
mentale è quello di " tensione, storcimento, contrazione, che 
poi si esplicò in quelli di " pianto, riso, apertura ", come, 
tanti modi speciali di " torcimento, contrazione ". La rad 
< flas che die forse origine anche al tm. fletschen da mat 
vletsen, digrignare i denti, e pare avere affinità col. 1. plos 
che si rivela in ploro. Il 1. fleo che s' adatterebbe pel senso, 
è in opposizione colla legge di Grimm sulla trasformazione 
delle consonanti dall' indeu. primitivo nelle lingue deri- 
vate. Del mat. flans d'ug. rad. venne pure 1' afr. flan, aper- 
tura d'un monte; e dall' anrd. flan, forte commovimento, 
sembra essersi svolto il fr. [ dial. norm. borg. lor. ] flaner, 
commuoversi. Quanto all'it., esso da questo tema ha cavato 
i seguenti deriv.: frigna, frignio, frignuccio ; infrigno, in- 
frignnto ; rajfrignare, raffrigno, rinfrignare. 

Frisingra,, giovane porco (dial. siciliano). Coli' afr. 
fresange, fresanche, fraissengue, prov. fraysse, procedette 
dall' aat. frisking [ forme secondarie ed oscure : friscing, 
friskinch, frisching, frussing, frusscing, ed altre], bestia pel 
sagrifizio, mat. vrischinc, vrischlinc, tm. Frischling, giovane 
porco selvatico. Il vocab. ger. si formò dall' agg. frisch col 
suffisso ing ling. Lia forma dell' as. era fè'rscang, v'érscang, 
v'érscung. Il Diez vuole connettere coli' aat. frisking anche 
l' it. frassugna, grasso, con mescolanza però anche di svgna. 

Frizzare, pizzicare della pelle e del palato per 
effetto di frustate, o cose piccanti; pungere ( Davanzati, 
Buonarroti). L' aat. frezzan, mat. vrezzen, tm. fressen, ro- 



FUCHSIA. 157 

dere, divorare, sembra avere dato origine a questo vb. [ sp. 
frezar, freza], molto più verosimilmente che un * frictiare 
formatosi dal 1. frico, fregare; prestandosi assai la forma, 
e più ancora il senso di " mordere, divorare ". Quanto al 
* frig' diare dal 1. frigidus, proposto dal Flechia, mi pare 
anzitutto clie non corrisponda per niente il significato ; 
giacché non è la sensazione del " freddo " quella che co- 
stituisce o cagiona il frizzo, bensì quella del " rodimento, 
del morso e della puntura". Poi se il rom.- avesse in que- 
sto caso avuto bisogno di formare un vb. nominale non 
1' avrebbe cavato dal 1. frigidus. ma dalle forme aggetti- 
vali romanze da quello derivate, a quel modo che l' it. da 
freddo ha tratto freddare, infreddare, raffreddare, e il fr. 
da froid ha foggiato un refroidir. Tornando all' aat frezzan, 
questo risultò da un antico * fraèzzan con sincope dell' a 
atonico; e qui si può raffrontare il got. fra'itan, consumare, 
ing. to fret, rodere, con un participio in ugual modo ac- 
corciatosi; sing. frèt, pi. frètun, per * fraèt fraètun. TI pre- 
fisso verbale got. fra appare nell' aat. sotto la forma di 
fir, far, mat. tm. ver; e nel mat. da ezzen col solito prefisso 
ver s' ebbe un nuovo vb. verézzen collo stesso signif. di frè'z- 
zen che etimologicamente è con esso una cosa sola. Qui però 
voglio accennare anche un' altra ipotesi. Nel dial. di Mon- 
tese, e fors' anche d' altri luoghi, esiste un frizzo, con si- 
gnificato di "freccia, cosa che punge", venuto probabil- 
mente dalla stessa radice di freccia, cioè dal bt. Jlitsch 
ol. fiitz. Ora io domando se il vb. frizzare, pungere, e frizzo, 
puntura, non potrebber essere etim. la stessa cosa con frizzo, 
oggetto che punge, ma con signif. non più materiale, bensì 
morale; e quindi se non si potesse fare senza delle ori- 
gini assegnate fin qui alla parola in discorso dagli etimo- 
logisti. Derivati: frizzamento, frizzante, frizzanti un 
frizzo. 

FucllSia, nome d' un' erba che trasse il nome dal 
bavarese Leonardo Fuchs (-f- 15t>5). Il cognome Fuchs prò- 



158 KURIK) MilUKItl . 

cede da] nome comune Fuchs, volpe, svoltosi dall' aat. fuhs ì 
mat. vuhs ; a cui rispondono ol. vos, ags. ing. j'u.r. Il ger. 
è fohs [fohsu] dove Vs è suffisso del maschile; e perciò 
manca anche alle antiche formazioni femminili : aat. foha, 
mat. vohe, got. fauhò, anrd. fóa. L' anrd. fox è usato solo 
in senso d' " inganno ". La forma femminile Fuchsin s'at- 
tiene all' ags. fyxen, ing. vixen. lì got. fauhò da un preger. 
pukà lascia apparire una relazione col tm. Vogél, got. fiiyls, 
preger. pukló-s come foneticamente possibile, caso che sans. 
puccha, coda, sia originariamente affine. Perciò la denomi- 
nazione della "volpe" e dell' " uccello " in t. avrebbero la 
stessa radice a cagione dell' avere i due animali la coda. 
Abbiamo trattato con certa ampiezza questa parola perchè il 
cognome it. Foci sembra lasciare supporre che questo nome 
comune ger. fosse entrato nella lingua ital., benché poi 
andasse perduto. 

Furbo, barattiere, scaltro (Lippi, Segneri, Redi). 
Venne col fr. fourbe dall' aat. furban, furpan, mat. furiai, 
pulire, mondare, perdutosi nel tm. ; e da cui s'è visto es- 
sere derivato anche it. forbire, prov. forbir, fr. fourbir, 
lisciare, pulire. Propriamente significherebbe " dall'aspetto 
pulito " ; e quindi si spiega come potesse passare a deno- 
tare " colui che inganna altrui sotto belle apparenze ". Con 
metafora simile il gr. dal vb. xpì^to, strofinare, ha cavato 
i due nomi'ìTriTptjj.;j.a e jrepiTpijxjjia uguali nel signif. a furbo. 
Una derivazione di questa parola dal 1. fitrvus, nero, pro- 
posta da taluni, è affatto impossibile per la niuna rela- 
zione del senso. Assurda ancora quella del 1. fur ladro, 
da cui l' it. ha tratto furo, furoncello, furtivo, furto, ecc. 
Infatti donde sarebbe venuto quel b f Deriv. : furbac-chiolo- 
chione-chiotto ; furbaccio; furbamente ; furbe-ria-riola; fur- 
besc-amente-o ; furbettaccio, furbetto ; furbizia, furbone. 

Furiere, sotto ufficiale incaricato dei foraggi e del- 
l' approvvigionamento dell'esercito; precursore (Jacopone, 
Machiavelli). L' it. si formò immediatamente dal fr. four- 



FUSCIACCA. 15 9 



rier, che s' era svolto dal bl. fodrarius, venuto a sua volta 
dal got. fódr, aat. fuotar, tm. Fiitter, visto già sotto Fo- 
dero. Forme varie e posteriori di furiere sono foriere e fo- 
riero allegate poco di sopra. Che l' it. non potesse proce- 
dere direttamente da fòdr o da qualsiasi altro delle forme 
ger. è troppo evidente. È pure impossibile una connessione 
col tm . Fiihrer, conduttore, guida, benché la forma e fino 
a un certo punto anche il senso siano vicini. Circa lo 
svolgimento della rad. ger. nei varii rami di quell' idioma 
e sue corrispondenze nelle altre lingue indeu. rimandiamo 
a ciò che n'è detto sotto Fodero e Foraggio. 

Fusciacca., cintola di nastro annodata di dietro o 
sui fianchi con due capi pendenti in basso (Salvini. Pros. 
Tose. 2, 249). Alcuni, fra i quali lo Zambaldi, traggono 
questa parola dal t. Fuss-hake, composto di Fuss, piede, e 
Hake, calcagno, tallone; quindi = calcagno del piede. Ma 
contro questa etim. che dal lato della forma non presenta 
alcuna difficoltà, si può osservare primieramente che Fuss- 
hake è composto ignoto in tedesco, e che sarebbe anche 
abbastanza ridicolo, giacché il calcagno o il tallone non può 
essere che del piede. Inoltre, anche dato che il composto ci 
fosse, il senso converrebbe assai male al signif. dell' it.. il 
quale in ogni caso potrebbe richiedere una parola denotante 
" drappo che scende al tallone "; ma non puramente e sem- 
plicemente " tallone del piede ". Per tutto questo io sono 
d'avviso che sia bensì voce d'origine tedesca; ma che in 
luogo di Fuss-hake, abbia a fondamento il tm. Fuss-sack, 
sacco da piedi: il quale composto esiste realmente in i.. 
ed inoltre s'adatta molto meglio sia alla forma che al senso 
dell' it. fusciacco, che viene in certo modo ad esseri' mera- 
mente un "succo de' piedi ", analogamente all' it. veste 
talare. Quanto agli elementi del composto, il primo è tm. 
Fuss dall' aat. fitoz, mat. vuoz; got. fòtus, anrd. fótr, ags. 
fòt, ing. foot, ol. voet, as. fòt dall' idg. pód, ped. Da que- 
st'ultimo si svilupparono altresì gr. no$ } eoi. ita)?, att. itoti?, 



160 FUSCIACCO. 



7:oò N òr, piede, 1. ped, donde pes, pedis d' \i%. sig., rretfiXov, 
suola, r.-ì^sx per -ì'f'.ò:, pedestre. La stessa radice, mo- 
dificata mediante apofonesi, scorgesi nel 1. tripudium, a. 
ind. pad, pad!, piede, padd, pedata; nell' anrd. fet, passo, 
lit. peddf traccia, norveg. fet, orma de' piedi; anrd. futa, 
trovar la via, aat. fezzan, andare, ags. f'etjan, ing. tofetck, 
andare a prendere, raggiungere, ags. sitfaet, viaggio, anrd. 
fjaturr, tm. Fessel, parte de' piedi, anrd. fit, parte di pelle 
compresa fra gli artigli degli uccelli, ni. ing. fetlak, ing. 
feilok, peli de' piedi, mat. vizzeloh, piegatura median a 
di piedi de' cavalli, n. at. Fissloch. L' altro elemento è 
secondo noi, Sack, sacco, mat. aat. sac, got. sakkus, anrd. 
sekkr, ags. saecc, ing. sack, ol. zak : parola che il ger. tolse 
in prestito dal 1. saccus, gr. Ta/cxa?, i quali alla lor volta 
l'avean tratto dall' ebr. fen. sak, d' ug. sig. Hacke, cal- 
cagno, uncino, è parola propria del mat. e tm., che 1' aat. 
usava Ferse. La forma del mat. è hacchun, calce. Le cor- 
risponde ol. hak, e viene comunemente tratta da haken, 
fendere, spaccare, tagliare; e fu applicata al tallone, perchè, 
questo è cosa " appuntita ". Il Kluge crede ad una affi- 
nità coli' ol. Mei, ags. hóh, calcagno, héla per * hdehila, 
ing. heel, nd. hdell, atteso specialmente il significato. Ad 
ogni modo qualunque sia la genuina delle due etim. qui 
sopra esaminate, noi ci troviamo dinanzi ad una parola 
che è di stoffa ger., e che penetrò unicamente nell'it., 
non s'incontrando in alcun' altra delle romanze. Un deri- 
vato it. importante è 

Fuseiacco, sorta di drappo ricamato che s'avvolge 
dietro al crocefisso quando portasi in processione (Gelli, 
leti. 7 ). Alcuni vorrebbero derivare questo nome dal pers. 
Jisdk, parasole; il che non sembra molto convenire alla 
forma del drappo. 



161 



o 



G-afobare, burlare, beffare, ingannare, giuntare (Al- 
bertano, Guittone, Dante). Questo vb. coll'afr. gaber, prov. 
gabar, a. sp. gabar, procedette senza dubbio alcuno dal- 
l' anrd. gabba, burlare, scherzare. L' a. fris. gabbia significa 
"accusare, perseguitare ": il cbe spiega il senso di "in- 
gannare " che fra gli altri ha assunto questo verbo. Il Die- 
fenbach credette che esso fosse d' origine celtica per la 
ragione che si incontra anche nel prov. ed afr. Ma se 
questa ragione valesse, bisognerebbe ammettere essere celti- 
che molte altre parole che sono indubbiamente ger., perchè 
molte di esse si ritrovano anche in quelle due lingue so- 
relle, ed in parecchi casi di là sono entrate nell'it., atteso 
l' influsso che il ger. ha esercitato sulle due lingue fr. 
maggiore che sulle altre neolatine; ed attesa la grande 
espansione che nel medioevo come adesso il francese ebbe 
in tutta l' Europa meridionale. Probabilmente anche sta- 
volta l' it. non procedette direttamente dal ger., bensi dal 
prov.; poiché quasi tutte le parole it. spettanti al ramo 
nordico di esso ger. sono passate a traverso la Francia, 
che ebbe cogli Scandinavi e i Danesi contatti più nume- 
rosi ed importanti che l' Italia, e ciò mediante le incursioni 
dei Normanni e il loro stanziamento alle foci della Senna, 
nel paese da loro detto poi Normandia, e mediante il com- 
mercio eh' essa dovette necessariamente avere più frequente 
cogli abitanti della Neerlandia, linguisticamente più affini 
agli Scandinavi che gli stessi popoli della Germania pro- 
priamente detta. Del rimanente la plasmazione fonetica 
dell' it. gabbare, prov. gabar, afr. gaber dall' anrd. gabba è 
analoga a quella per cui dall' anrd. dubba si formò afr. 
adober, prov. adobar, it. addobbare ( v. Mackel, p. 179 ì. È poi 
notevole che le lingue ger. ci abbiano dato un certo numero 

11. 



162 oabbo — gabella. 



di vocaboli contenenti l'idea di "deridere, dileggiare" 
come beffare, celia, gherminella, onire, onta, schernire, scher- 
zare ecc.; il che costituisce un'altra ragione di più, se ce 
ne fossse bisogno, per derivare di là anche gabbare. Deriv. : 
gabba-mento-tore, gabbevóle; gabba-comj)agni-cristiani-deo-inin- 
chioni-mondo-santi. In tutti questi o derivati o composti 
all' idea di " burla, beffa " è quasi sempre sottentrata quella 
di " inganno ", per un procedimento logico facilmente spie- 
gabile. L' ing. gibe, beffa, e to giber, schernire, appartiene 
esso pure alla stessa radice. Dell' ing. to gab, gabbie, ci- 
calare, non saprei dire. 

G-afolbo. burla, beffa, giuoco, scherzo (Pist. Sen., 
Novellino). Questo nome [afr. gab], può essersi svolto sul 
territorio delle lingue rom. dai vb. afr. gaber, prov. gabar, 
it. gabbare; ma potrebbe anche essere derivato direttamente 
dall' anrd. gabb, come da ags. crabba, afr. crabe; da anrd. 
nabbi, afr. nabot; e il significato di " beffa, scherzo" che 
unicamente presenta questo nome, mentre il vb. offre anche 
quello d' " inganno ", sembra confermare questa ipotesi. Il 
Littrè crede che il vocab. nord, abbia un rapporto col ra- 
dicale gau da cui sarebbe venuto il 1. gaudere, godere, 
rallegrarsi. Anche l'it. gabbare qualche volta significò "go- 
dere, gioire " (Fav. Esop. ). Quanto al fr. gabatine, è venuto 
dall' it. gabbatina. 

G-albella. dapprima imposta in generale; poi imposta 
sul sale; infine deposito di sale (Stratto, Part. T. A. 1; 
Sacchetti, Villani M., Morelli). Questa parola col fr. gabelle, 
sp. port. gabela, immediatamente venne dal bl. gabhim, ga- 
bulum, gabella; e questo noi non esitiamo a dirlo derivato 
dall' ags. gaful, gafol, d' ug. sig., ing. gavel, terreno ren- 
dita, gabel, gabella; il qual nome s'era formato dal vb. 
gifan, got. giban, donde tm. geben, gab, gegeben, dare, e 
il nome Gabe, dono. Il processo logico per cui la parola 
dell' idea di " dare " passò a quella di " imposta " ha 
esempi perfettamente analoghi nell' afr. dace, e noli' it. 



GAGGIO. 163 

dazio, significanti ambedue " imposta ", e provenienti dal 
1. datio-nis, " atto del dare ". Fu proposto anche 1' aat. 
garba, manipolo. Ma, come nota lo Scheler, l' elisione della r 
davanti a b non offre alcuna verisimiglianza ; ed inoltre 
anche il senso è molto lontano. Quanto poi all' arb. qa- 
bala, esigere, questo si presterebbe assai pel significato. 
Ma ci sono parecchie osservazioni da fare in contrario. La 
prima è del Diez, il quale sostiene che 1' addolcimento di e 
iniziale in g nelle parole d'origine araba non ha esempi; 
il che riman vero anche dopo 1' obbiezione del Devic che 
allegò le rare forme it. caballa, Gabella. L' altra osserva- 
zione che faccio io è questa. Le parole arabe, come quelle 
che sono entrate in it. e nelle altre lingue rom. per lo più 
nei sec. XI e XII, e raramente prima del 1000, difficil- 
mente si trovano nel bl. primitivo. Ora gabella è nome che 
ci appare, e assai per tempo ; onde anche da questo lato 
s' accresce la probabilità dell' orig. ger. di essa parola. 
Il tm. Gabe significa "dono" e non "gabella"; ma que- 
st' ultimo concetto è però significato dal composto Abgabe. 
Deriv. : gabella-bile-re-tore ; gabell-evole-iere-ino. 

Gaggio (ant. ), pegno, cauzione d'una promessa, 
sfida o patto; salario, ricompensa; capitale (Novellino, Liv. 
M., Villani). Secondo il Bembo, Prose, 1, 21, questa voce 
ci venne immediatamente dal provenzale per opera di Dante, 
« comechè egli di questa non fosse il primo che la por- 
tasse ». Di fatti 1' impronta è tutta propria di quella lin- 
gua, nella quale, come nell' afr., era comunissima; e dove 
una forma secondaria gati, gazi, significava anche '" testa- 
mento ". Ora 1' afr. prov. gage, gatge, gatghe, gaje \ donde 
anche sp. gaggio] provenne dal tema ger. wadio, svoltosi 
nel got. vadi, icadiis, aat. wetti, ags. wed, anrd. ved, pegno, 
cauzione, promessa, sicurezza. Immediatamente dal got. 
vadi formossi il mlt. wadium, radium, che ricorre già nelle 
Leg. Aleni., e nella cron. Lauriah. Essa è dunque una pa- 
rola che insieme con molte altre riferentisi al diritto, entrò 



164 GAGGIO. 

nel bl. colle invasioni barbariche. Quanto all' ipotesi del 
Ducange che la derivava dal 1. vadum, attribuendo a 
questo nome il senso di " sicurezza " f res est in vado avrebbe 
significato "la cosa è in sicuro"], essa è del tutto sfa- 
tata, non avendosi prova alcuna dell' asserzione del Du- 
cange circa il valore da lui attribuito a vadum. Osserva 
però il Diez che dal 1. vas, vadis, mallevadore, poteva 
formarsi un vadium; ma che le antiche scritture recando 
spesso il g, gu che corrisponde al w ger., lasciano vedere 
che dalle lingue settentrionali era venuto il vocabolo. 01- 
tredichè, aggiungo io, il 1. possedeva già per il concetto 
di "malleveria" le due parole vadimonium, e vadatum; 
onde difficilmente si può supporre che il bl. sentisse il 
bisogno di foggiare una nuova voce da quella radice che 
ormai era poi anche fuori dell' uso comune. Dal signif. 
primitivo di " pegno, oggetto messo in pegno, sicurtà ", si 
svolsero quelli di " garanzia, sicurezza, promessa, ricom- 
pensa, salario ". In fr. da gage, si formò il vb. gager " dare 
in pegno ", poi " fare una scommessa "; donde engager, '• im- 
pegnare ", e poi " incominciare, intraprendere ", e degager 
" disobbligarsi ". In it. ingaggiare " intraprendere " è pro- 
babilmente una riproduzione del corrispondente vb. fran- 
cese; e così il dialett. moden. sgaggiarsi "svincolarsi", 
e poi " spacciarsi, affrettarsi ". Ma poiché nel bl. si incon- 
trano i vb. invadiate, disvadiare d' ug. sig., non è esclusa 
l' ipotesi che i vb. ital. siansi formati di là, e siano poi 
restati voci del dialetto senza entrare nella lingua scritta, 
come in parecchi altri casi. Quanto al tm. wetten, scom- 
mettere, esso procede immediatamente dal mat. loetten, 
weten, aat. wè'tan, got. vidan, legare, congiungere : altre 
forme sono : got. vida, viss, aggettivi ; aat. gaio'èt, mat. ge- 
mete, tvetaro ; anrd. vadhr, mat. gawàti, ivàtjan. È dunque 
chiaro che il concetto fondamentale del ger. era quello 
di " qualche cosa che lega ". Il quale concetto preso in 
senso morale conviene mirabilmente a gaggio, pegno. La 



GAGLIARDO. 165 

rad. ger. è icad, dal preger. vadh. Nel campo indeu. ha 
dei singolari riscontri anche di senso in tre lingue: lit., 
latino, e greco. Il lit. ci offre vadùti, waduju, riscattare, 
sciorre, liberare, lett. ivadót, riscattare. Il lat. vas, malle- 
vadore, praes \ da praevides J, lo stesso ; vadimonium, si- 
curtà, vadavi, far sicurtà, vadatus, obbligato per sicurtà. 
Il gr. azOXov, aOXov, premio della lotta, guiderdone, «òOXoc, 
aOXo?, gara, lotta, àeGXsusiv, gareggiare, àQXirrip, dtOXòTYjc 
lottatore (propriamente chi lotta pel premio). La radice 
gr. è éO da Fs6. Dal che si deduce che atleta e gaggio sono 
evoluzioni della stessa rad. idg. vadh. Nelle rimanenti lin- 
gue indeu. la radice idg. assume significati alquanto di- 
versi. Così zend. vadh = vestire, lett. aitst = tessere, il che 
si verifica anche nel lit. dusti, tessere; sans. vadh = giogo. 
Curtius' 234, 2- 399; Fick :i 285. Però il Fick 1 1, 209 so- 
stiene che vadh sia da rad. idg. va tessere. È notevole che 
il prov. ha il vb. gatiar venuto anch' esso dal tema ger. 
wadjo, e corrispondente al fr. gager. Ora nelle montagne 
modenesi (Montese) esiste un vb. ingatiar, "aggrovigliarsi", 
desgatiar e sgatiar, nel senso di " stricare fili insieme aggro- 
vigliati ". Questo porterebbe ad ammettere che anche presso 
di noi dovesse già sussistere un vb. gatiar uguale per forma 
al prov. e di signif. rispondente a " legare ", ma in senso 
materiale. V. Ingaggiare e Ingatiare. 

Gagliardo, robusto, possente, forzuto, forte (Buti, 
Boccaccio, Villani). Io credo che, del pari che lo sp. gai- 
lardo, proceda direttamente dal fr. gaillard, prov. galhard, 
che valeva "generoso, vigoroso, ardito"; e una prova l'ab- 
biamo nella comparsa piuttosto tarda che fa in it., cioè 
nel principio del sec. XIV, quando appunto s' ebbe una 
specie di travasamento di vocaboli fr. in Italia, per opera 
sia dei poeti provenzali, sia dei nostri stessi scrittori, e 
della influenza politica che allora la Francia mediante gli 
Angioini ebbe in Italia. Il fr. poi, secondo lo Scheler, 
potè essere venuto da gai (v. Gajo), che in origine signi- 



166 GAIDA — GAIO. 

fico " pronto, vivace "; senso affine molto a quella dell'ag- 
gettivo in discorso. Di una tale formazione lo Scheler trova 
un' analogia in baillet, ampliamento di bai. Il Diez al con- 
trario trae tutte le voci romanze dall' ags. gagol, geagle, 
ardito, lascivo ; lasciando però intravvedere possibile anche 
una derivazione dal cimb. gali, forza, a. gael. galach, co- 
raggio, valentia. 

Graida, CfliecLa, gherone ( dial. moden. parm. crem. 
milan. piem. ). È una di quelle voci militari, che impor- 
tate in Italia dai Longobardi non entrarono nella lingua 
scritta; ma restarono qua e là allo stato dialettale, e con 
significato spesso modificato. Infatti nel longob. gaida 
valeva '' lancia, ferro della saetta ". Questo lo appren- 
diamo da un antico Gloss. Longob. conservato nella Va- 
ticana, dove gaida è spiegato con ' : ferro della saetta ". 
Circa poi il signif. assunto sul territorio italiano dalla 
voce longob. si può vedere il Gloss. Lat. Ital. edito dal 
Ducange, dove le ghede sono spiegate per = liste delle 
camicie delle donne = ; e Ottone Morena (Eer. It. Scr. t. 6) 
che parla delle donne da Lodi che avevano alcuni figli 
ad gaidas vestium suarum se tenentes. Questo nome d' arma 
fu adunque applicato al gherone delle vesti per la somi- 
glianza di forma eh' esso ha colla ghiera o ferro della 
saetta. Sulla voce longob. parlò Haupt 1, 554. Essa nel- 
1' ags. ha per corrispondente gàd e nell' ing. goad, punta, 
stimolo. Il dial. sard. ha gaja. 

G-aiO, allegro, festevole, vago, leggiadro; screziato 
(Novellino, Guido G., Dante da Majano ). Questo agg., a 
cai rispondono fr. gaj, sp. gayo, prov. gai, jaj, fu già dal 
Muratori riannodato all' aat. gàhi, pronto vivace ; e il Diez 
suffragò colla sua autorità una tale derivazione, accettata po- 
scia anche dal Kluge e dal Mackel. Il Littrè invece, seguito 
dal Baist Zeits. 247, accenna ad una possibile provenienza 
dal np. 1. Caius o Gaius, usato in una formola d' una ce- 
rimonia nuziale: Ubi tu Gaius ego Gaja: della quale for- 



GAIO. 167 

mola sarebbe sopi'avvissuto solo il np. Gaius come agg. si- 
gnificante qualche cosa di "lieto e giocondo". Ma si può 
domandare : dov' è nel bl. 1' anello di congiunzione fra il 
vocab. del lat. classico e la voce romanza? Inoltre non si 
ha esempio d'un np. che sia divenuto agg. denotante una 
qualità stata propria della persona che portava quel np. 
Quanto all' obbiezione che il Baist muove all' etim. ger. 
dicendo che 1' h ger. intervocale in rom. e rappresentata 
da e semplice o doppio, il Mackel osserva che questo non 
succede sempre; onde da skiuhan s'ebbe schivare e da spe- 
ttori, spiare. Se a questa considerazione s' aggiunga che il 
senso di " vivace, pronto, lesto " presenta un passaggio 
facilissimo a quello delle voci romanze, si può riguardare 
1' etim. ger. come certa. Il tema ger. era * gahia che die 
aat. gahi, kàhi, càhi, gahe, kàhe, mat. gaehe, snello, pronto, 
frettoloso, tm. gah, jcihc, erto, ripido, subitaneo, vivace; 
donde, iahzorn, focoso. Fra i derivati t. di questa radice 
segnaleremo gahlleih, gihileich, nozze, gahileihlih, gihileihlich 
nuziale, gahilih, gihilih, geniale: senso anch'esso confa- 
centissimo a spiegare quello assunto poi dal romanzo, 
e che è lo stesso per cui il Littrè e il Baist inchinavano 
a trarre quest' ultimo dal np. 1. Gaius. Secondo il Kluge 
aat. gàlii, tm. jdhe è parola specificamente ger. ; che non 
ha riscontro nelle altre lingue del campo indeu. Nelle 
lingue neol., oltre all' aggettivo visto di sopra, spetta qui 
lo sp. gayo, gaya, prov. gai, fr. geai, come nome d' un uc- 
cello, la ghiandaja, forse perchè '* vivace e grazioso ". Dif- 
ficile poi è a spiegare come questa voce significasse anche 
" screziato " | cfr. sp. gagar, fare screziato ; afr. pia/US gaies 
et noires, pelle screziata e nera; vali, gajeloter, screziare: 
Dante, Jnf. 1, Di quella fera la gajetta pelle]. Bisogna 
forse ammettere che si concepisse la varietà e screziatura 
dei colori come condizione necessaria per la " gaiezza " 
d'un animale o d'un oggetto. Deriv. : gai-amente-ezBa. 



168 GALA. 

Graia, ornamento che le donne portavan sul petto, 
striscia di lana o pannolino lavorato e trapuntato ; orna- 
mento, abbellimento (Boccaccio, Labir.; Pulci, Ciriffo Calv.). 
Questo significato non è stato il piùmitivo, almeno in ita- 
liano; e ciò si vede chiaramente nell'afr. gale " allegrezza, 
voluttà, festino, facezie ", galer " rallegrarsi, fare nozze, 
menar treno " e vali, s' agalir " pararsi ". Evidentemente 
il vocabolo it. si restrinse a denotare un effetto di ciò 
eh' era indicato da principio dal fr., dal quale è verosi- 
mile che procedesse l' it. in quella invasione di modi e 
fogge del vestire che per testimonianza del Villani ci venne 
dalla Erancia sullo scorcio del duecento e sul principio 
del trecento. Alla sua volta il fr. moderno gala, come anche 
sp. e port. gala, sono e per forma e per senso riprodu- 
zione dell' it. gala. Ora 1' afr. gale è dal Diefenbach e dal 
Diez rimenato all' aat. geil, lussurioso, grasso, libidinoso 
[in Austria geil = gaio, lieto], ags. gal, gajo, vivace; e 
meglio ancora all' aat. geili, fasto, lussuria. Dunque il senso 
fondamentale è " piacere, gioja ". Dal quale senso era na- 
turale il passaggio del vocab. a significare " quegli orna- 
menti ed abbellimenti, specialmente di vestito, che sono 
effetto della gioja e del piacere ". Il Suchier però, pure 
tenendosi ad un' etim. ger., dà la preferenza all' ags. weale, 
felicità, opulenza, m. ol. wale; e ciò perchè gale e galer 
nell' afr. sono spesso scritti col w. Il 1. gallavi che ricorre 
in Varrone vale " baccheggiare ", ed è derivazione di Galli, 
nome dei sacerdoti di Cibele. Quanto all' aat. geil, esso 
appare primitivamente nel got. gailjan, rallegrare, as. gèl, 
ags. gal, ol. geil, mat. tm. geil. Nel mat. Biebergeil geil = te- 
sticolo. Il ceppo ger. ha per affini il lit. gailus, iracondo, 
furioso, acuto ; a. si. zèlu, da gailo, acuto, avv. zelo, molto. 
A semplice titolo d'erudizione accenneremo che sono state 
proposte anche l' etim. dal gr. za xaXà, le cose belle, e da 
àyàXXeiv adornare, respinte a buon diritto dal Diez; la 
prima perchè il senso è molto diverso; al che si può ag- 



GALANTE — GALOPPAEE. 169 

giungere che rse v.xXà è frase insolita nel gr. sia classico 
che medioevale; la seconda perchè gì' Italiani non rendono 
mai il doppio l gr. con un l solo. L' arb. chalaa h, vestito 
orrevole, proposto anch' esso, è inverosimile. 

Galante, gentile, grazioso, civile, leggiadro ; ora 
"grazioso colle donne, zerbino, drudo" (Ariosto, Firen- 
zuola). Questo agg., coi corrispondenti sp. galante, gaìan, 
galano, fr. galani, afr. galand, si è formato da gala. Da 
principio avrebbe significato " che si dà al piacere "; quindi 
" che cerca di piacere ". Dal composto galantuomo appare 
che 1' agg. dovette significare anche " probo, onesto ". Nel- 
l' ing. assunse anche il senso di " ardito, coraggioso " \a gal- 
lant officer =z bravo ufficiale J. Tanto in it. quanto in fr. 
appare nella scrittura solo nel sec. XVI; e non è invero- 
simile che sia di coniazione fr., dove la radice gal-er 
ebbe amplissimo svolgimento (v. Gala). Un' etim. dal 1. 
valens, valente, è impossibile sia per senso che per forma. 
Il tm. galant è anch' esso d' orig. francese. Deriv. : galante- 
ggi ir e-menie-ria, galantina; galantuomo. 

Gallone, tessuto d'oro, d'argento o di seta; sorta 
di nastro. (Segni Al., Mem. Viagg., sec. XVIII). È nome 
venuto verosimilmente dal fr. galon, formatosi da galonner 
" ornare la testa con fili metallici "; donde anche sp. galon. 
La tarda comparsa e la sua forma stessa non lasciano 
supporre che siasi formato da gala, e che da questo sia poi 
venuto il fr., come vorrebbero alcuni. Deriv. : gallon-a jo- 
are-cino. 

Galoppare, gualoppare, passo del cavallo fra 
il trotto e il correre (Pulci, Morg.; Ariosto) (1). La etim. 
proposta dal Salmasio e dal Vossio, dal gr. xaX'Kxv, y.aX- 
~'/Z-::v, trottare, mediante la infissione d'un o, oggi è ge- 
neralmente abbandonata, perchè il gruppo gr. X~, massime 
data la sua posizione intervocale, non è di quelli che ri- 



(1) Lo forme sorelle sono fr. yaloper, prov. gakntpar, sp. galoper. 



170 GALOPPARE. 

chieggano un' epentesi. Il Diez ne adduce per ragione che 
la vocale infissa resta sempre senza accento ; ma questo, 
secondo me, varrebbe solo se fosse provato che il vb. ga- 
loppare derivasse da galoppo, giacché il vb. galoppare non 
ha l' accento sull' o bensì sull' a. Ad ogni modo è mani- 
festo essere molto più vicino l' aat. ga-hlaupan, ags. gè- 
hleapan, correre ; massime considerato che il prov. galaupar 
conservando il dittongo au uguale al t. au, come in molte 
altre voci prov. d' orig. ger. [ ad es. aunir da ger. haunìan, 
raubar da raubon, raus da raus], accenna chiaramente a 
provenienza settentrionale e non greca. S' aggiunge che 
dal ger. vennero alle lingue rom. parecchie altre parole di 
signif. affine, come springare, trottarti, trampelare, trampoli, 
trimpellare, truccare, dial. mod. trippellare, dove l' idea fon- 
dant, è quella di " pestare, scalpitare ". Il che accenna al- 
l' influsso grande degli esercizi cavallereschi venuti in voga 
dopo l' invasione dei Barbari. Quanto a ger. ga-hlaupan, 
esso è un composto dove ga è particella prepositiva che 
sotto diverse forme (v. Schade, Altd. W'órt. I, p. 236), era 
comunissima nell' ant. ger., e massime nel got., col signif. 
di " compagnia, comprensione, durata, passato, rinforzo " ; 
paragonabile al 1. cum, com, con, co, gr. ~uv jjóv. Bopp, 
Vergleich. Gramm. 3 3 , 509. Il secondo elemento del com- 
posto, ger. laupan, got. hlaupan, die nelF aat. anche louffan, 
laufan, hlauffan, loufen, poi mat. loufen, tm. laufen, cor- 
rere; as. hlopan [in ahlopan\, ags. hléapan, correre, saltare, 
ballare, donde ing. to leap ; anrd. hlaupa, ol. loopen, sv. 
l'ópa, dan. l'óbe. Altre forme secondarie della rad. ger. hlaup 
sono hlup, hlop [ dial. mat. e tm. geloffen, partic. ], svizz. 
hlaubb, lopen, correre. È utile il ravvicinare qui il mat. 
hupfen, hupfen, tm. hilpfen da un aat. * hupfen, saltare, 
m. ing. hyppen, ing. to hip da un ags. * hyppan d'ug. sig. ; 
colle forme accessorie mat. tm. hopfen, ags. hoppian; ing. 
to hop, balzare, anrd. hoppa, got. * huppòn, * huppian , poi 
tm. hoppen da aat. * hoppon [ a. ger. * hubbón ] ; infine ags. 



GALUPPO. 171 

hoppettan, saltellare, mat. hopfzen, tm. hopfen. Questa è rad. 
specificamente ger. ; onde fuori di quel campo mancano 
corrispondenze sicure. Tuttavia han qualche verosimiglianza 
il gr. xpoercvò?, xapnàXi\i,o^, snello, xpaTraXrj, barcollamento, 
xàXTtr), corsa, zaXrcav, xaX-Tta^stv, trottare, il lit. kreipti, 
girare, krypti, volgersi, kraipyti, ritornare, cz. krepky, 
violento, forte. Benfey 2, 310; Curtius 3 137; Kurschat, 
Beitr. 2, 157, 174. Invece ormai è rigettata 1' affinità col 
sans. kram, andare, proposta dal Bopp, col 1. currere pro- 
posta dal Grrimm, e col sans. cri, andare, messa innanzi dal 
Curtius. Però oggi è contestata la derivazione delle voci 
rom. dall' aat. ga-hlaupan, a cagione che il fr. ant. pre- 
senta le forme walap, walaper, e l' it. un gualoppare, dove 
il w e gua sembrano richiedere un ger. wa. Perciò lo Sckeat 
nel suo Dict. Etym. propose per fondamento il bt. ioalien, 
ags. weallan, saltellare; aat. wal'an, anrd. velia, dall' idg. 
tvel, wol, donde anche at. welle, ags. wylm, aat. mat. icalm. 
Ma secondo me, quella terminazione in op lo Skeat non 
ispiega come sia potuta saltare fuori da questo vb. ivallen, 
iveallan; molto più che in esso abbiamo l'accento che riposa 
sulla prima sillaba, mentre nelle voci romanze è molto 
avanti. Quindi resterebbe a vedere se il g ger. non possa 
in qualche caso essere rappresentato dal w e gii in qualche 
lingua o meglio dialetto romanzo. Infine non è da omettere 
l'ipotesi del Wackernagel che ricorre ad un composto aat. 
gaho(n)-laupan, dove il primo elemento sarebbe un avverbio 
formatosi dalla rad. gali, vista alla voce Gajo, e signifi- 
cante " in fretta, forte ": donde il composto varrebbe " cor- 
rere rapidamente ". Anche in questo caso però sussiste- 
rebbe sempre la difficoltà accennata di sopra. In tutti i 
modi mi sembra poi chiaro che il vb. in questione è d' ori- 
gine ger., il che è confermato anche da ciò che si dirà 
alla voce Oaluppo. Deriv. : galoppa-ta-tore, galopp-ino-o. 

G-aluppo (ant.), bagaglione, saccomanno (Canti 
Carnas. ; Pulci, Morgante). Ci pare molto probabile che 



172 GANA — GANGA. 

questo nome collo sp. galopo d' ug. sig., non sia un deriv. 
di galoppare formatosi sul territorio delle lingue neolatine; 
ma che sia provenuto direttamente dall' aat. \ga]-hloufo, - 
hlaufo,-loufo,-hloupho,-loupfo " corridore, corriere, coc- 
chiere, istrione ". Questi sensi sono tali che presentano un 
passaggio facilissimo a quello del vocabolo italiano ; e dal- 
l' altro canto la formazione d' un nomen agentis da galop- 
pare avrebbe dato, se mai, galoppatore, e non galuppo, che 
esiste sotto la forma vicina di galoppo, ma come nomen 
actionis. In fr. corrisponde qui galopin, da cui forse l' it. 
galoppino. 

Grana, voglia grande (Lippi, Malmantile, 1, 82). Il 
Minucci nelle Annotaz. al Malm int. dice che questa è voce 
spagnuola; e lo stesso ripete il Salvini. Pare adunque che 
fosse introdotta nel seicento. Ora il Diez la connette al 
vb. aat. geinon, che dal signif. di " aprir la bocca " potè 
passare a quello di " desiderare avidamente ", analoga- 
mente al prov. badar, 1. hiare e al gr. %<xivw. Si può per- 
altro osservare che avendo il 1. aureo ganea significato 
anche " piacere, diletto ", di là potè formarsi lo sp. gana. 
L' aat. geinon, die il mat. ginen, tm. gàhnen d'ug. sig.; affini 
sono 1' ags. ginjan, gdnjan; aat. giiven, gèivón, mat. giiven, 
gè'wen, aprir la bocca. La rad. idg. ghi, donde ger. gi, tro- 
vasi pure riflessa nell'a. si. zijati sbadigliare, lit. zioti, aprir 
la bocca; a. ir. gin, bocca; 1. hisco, gr. yiià, buco, da y v at'vw. 
(Il 1. A e gr. i corrispondono spesso a ger. g). 

Granga, matrice dei metalli e dei minerali ; pietra a 
cui è attaccato il metallo nelle viscere della terra. In it. 
questa voce appare nel Salvini (Nicandro volg.) = Talor 
di ganga arida pietra ardendo, Cui non doma nemmen ga- 
gliardo fuoco =. Il fr. gangue fu usato dal Buffon Min. 
t. 2. Viene dal tm. Gang, andatura, cammino, che in mi- 
neralogia prese la determinazione di " vena, filone ". Que- 
sto è uno dei molteplici termini mineralogici che nei tempi 
moderni trapassarono dal t. nelle lingue neolatine. Non 



GANZA — GARA. 173 



credo che abbia alcuna relazione con ganga, nome d'uno 
strumento di tortura usato dai Cinesi (v. Bartoli, Cina). 
Quanto al t. Gang, viene da mat. ganc, aat. gang, andata, 
l'andare; ags. gong, donde ing. gang, mucchio, truppa, 
gangicai, passo stretto; anrd. gangr, got. gaggs, via, gagga, 
gaggan, gran territorio. Spetta alla rad. ger. gang, preger. 
gangh [ donde anche tm. gehen, ing. to go, andare ) ; a cui 
rispondono sans. jdnghà, gamba, piede, lit. zengiu, cam- 
minare, prazanga, il passar sopra. 

Ganza, donna amata disonestamente (Manni, Pa- 
nanti, Giusti). Eu proposto da taluni il t. Gans, oca, come 
etim. di questa parola, per la ragione che in alcuni luoghi 
d' Italia le donne di questa fatta sono chiamate " oche ". 
Ma allora, io domando, perchè si adottò il nome tedesco di 
quell' uccello, e non l' italiano ? Io per me, giacché un tal 
vocabolo, ha evidentemente un suono t., proporrei, di trarlo 
dall'agg. t. ganzer-e-es, tutto. E noto che le espressioni " mio 
unico bene, mio tutto " sono usitatissime dagli amanti. E 
la voce ganza che è stata introdotta negli ultimi secoli, 
potrebbe essere una voce imparata dai soldati tedeschi che 
da tre secoli hanno stanziato in Italia. Ma questa è una 
mia semplice congettura. Deriv. : ganzare, ganzato, ganze- 
rino, ganzo. 

G-ara, emulazione, concorrenza (Malespini, Compa- 
gni). L'etim. dall'arb. ghara, emulare, proposta dal Mura- 
tori, per quanto il senso sia identico, ci sembra esclusa non 
solo dal non esserci in arb. il sostantivo, ma anche dal 
fatto che 1' arabo, ed in generale le lingue orientali, die- 
dero alle lingue romanze termini indicanti oggetti mate- 
riali, ma non parole significanti concetti morali. S'aggiungo 
che il fr. accanto a gare [ donde prob. il nostro ] presenta 
1' afr. guarer e prov. guarar che da una parte non possono 
essere di provenienza araba (il che è confermato anche 
dal non trovarsi questa voce nello sp. che generalmente è 
stato il veicolo per l' introduzione dei vocaboli arabi nelle 



174 GARANTE. 

lingue d'Europa), e dall'altro canto accennano ad una evi- 
dente orig. ger. mediante il gu rispondente regolarmente 
al ger. w. Perciò ormai è accettata 1' etim. dell' it. gara 
dal fr. garer, fare attenzione osservare, molto più che il 
Vencroni conosce anche un vb. garare; e si trae poi que- 
sto dall' aat. as. waròn, a. frane, warón, badare, osservare. 
Il passaggio ideologico da " stare attento " a " emulare " 
non è di difficile spiegazione. L' aat. waròn, che occorre 
solo in biwarón [ donde mat. beivarn, tm. bewahren ], ha per 
corrispondenti as. warón, badare, donde wara, mat. war, 
attenzione ; e die mat. warn, e tm. wehren, d' ug. sig. Pro- 
cede dalla rad. ger. war, che alle voci guardare, guarentire, 
guarnire vedremo avere avuto svolgimento grandissimo, 
ed ha per base l'idg. wor da cui anche il gr. opaco, vedere. 
La etim. da zvar, guerra, è molto meno verisimile. Deriv. : 
gareggia-mento-re-tore; gareggio-so. Dall' afr. esgarer. prov. 
esgarar, si formò l'it. sgarrare, perder di vista, sbagliare. 
G-arante, mallevadore, mantenitore, (Baldin. Decenn.; 
Magalotti, Lett. fam., 2, 183). Secondo il Baldinucci sa- 
rebbe una riproduzione del fr. garant che direttamente venne 
dal mlt. warens, guarandus d' ug. sig. da cui derivarono 
anche a. it. guarente, sp. garante, prov. guaran, gueren, 
guiren, fr. garant, donde vb. garantir, ed anche it. gua- 
rentire (v. questo vb. ). Secondo il Kluge, Etym. Wort. 
p. 638, il bl. riposa immediatamente sull'aat. werènto "pre- 
stante malleveria ", participio del vb. aat. weren, mat. w'ern 
assicurare, prestare cauzione, dare; a. fris. wera, wara 
prestar cauzione, sost. wè'rand, toarend, warande, ioarende 
as. waròn, prestare, mbt. warent, mallevadore. Forme rin 
forzate- col ga sono aat. giweren, mat. gewern, tm. gewahren 
anch' esse d' ug. sig. Di qui aat. as. giicar, mat. geivar, 
tm. geioahr, ° attento, accorto ", ol. gewaar, ing. aware 
"accorto". L'unica affinità che si riscontri a questo vb. 
nel campo idg. è iti. feraim " io do ". Il tm. Garantie e 
ing. warrant, warranter sono riproduzioni del fr. garantie, 



GAKA.THINX — GARBO. 175 



garant. Deriv. : garan- tire -zia; guarentire e guarentigia 
(v. guarentire). Il tm. wèhren, da aat. wè'rèn, mat. w'èrn, 
significa " difendere, assicurare " donde anche il composto 
Landivehr, difesa del paese, come nome d'una parte del- 
l' esercito. 

G-aratllinx, voce longobarda; v. Guarentigia. 

G-arbo 1 , modo forma o figura d'una cosa; ornamento; 
avvenentezza (Fra Giordano; Biringuccio). Collo sp. garbo 
procedette dall' aat. garaici, karaici, gareivi, karewi, ganci, 
as. gareivi, gerwi, mat. garwe, gerve, preparazione, ornamento ; 
ags. gearive, vestito, ornamento, ing. garb, vestito. Che 
da questi nomi il rom. abbia tratto garbo mutando il iv in 6, 
non può recar meraviglia, dacché anche il tm. dal vb. aat. 
garhven, garawen, [da * garaivian], mat. gerwen, gariven 
della stessa radice ha cavato gàrben, gerben, preparare, 
allestire, ornare, conciare, Carber, conciatore, Garberei, con- 
cia, Garberhaus, casa di concia. Inoltre non mancano casi 
analoghi per es. falbo da faliv. Questa è adunque un' eti- 
mologia sicura, checché ne dica lo Zambaldi, che fa un 
tentativo inutile di cavare questo nome dal got. *hartra, 
mat. fiere, heriver donde tm. herb, da cui 1' agg. garbo che 
vedremo di sotto. L' it. garbare, formatosi di qui, del pari 
che sp. garbar, assunsero anche il signif. di " piacere, an- 
dare a genio ". Il fr. manca di questa parola, o, a dir meglio, 
non 1' ha tratta dal ger. direttamente, bensì dall' it. al tempo 
del rinascimento ; e poi le ha dato significato specializzato 
cioè di " cerchio o palla ornata ", che tale è quello di galbe, 
voce che dal tempo di E. Stefani si formò da garbe, ripro- 
duzione dell' italiana. La parola ger. ha per tema garva che 
ebbe amplissimo sviluppo in quel campo : aat. garo, caro, 
karo, garaioo, garewo, karewo, garhvo, mat. gare, gar, garwe, 
pronto, perfetto; as. garu, garo, ags. gearu, gearo, geara, 
geare, [donde ing. yare\ gearuve, geareve, gearve, got. * garus 
d' ug. sig. Poi aat. garazvida, karaivida, karovHda, carowitha. 
got. * garicitha, preparazione, apparecchio: aat. * garawunga, 



176 GABBO — GARGO. 



mat. garewunge, gerwinga, preparazione; aat. garawian, ga- 
rawen, karawen, gareiven, garwen, [part. pass, garawita, 
garwita], mat. garwen, gerewen, gerwen, preparare, allestire, 
vestire, acconciare; as. garuwian, gareican, gariwan, gerwian, 
gerwean, gereioan, geriwan, gerwan; ags. gearivian, prepa- 
rare. La rad. preger. è ghar che s'avrà occasione di vedere 
di nuovo alle parole Gherone e Giallo colle sue differenzia- 
zioni. Deri v. : garba- ccio-re-to-tamente - tezza - tino ; garb ino ; 
disgarbare; sgarba-taggine-tamente-tezza-to; sgarbo; malgarbo. 

G-arbO 2 , acre, acerbo, lazzo, piccante (Ricett. fior., 
5, 219; Soder. Arb. 33). Provenne dal mat. hare, harwer, 
here, hencer, f da got. * fianca, aat. * harw che riscontrasi 
in finn, karwas], tm. herb, amaro, acerbo. Secondo il Kluge 
le voci t. hanno qualche verisimiglianza di affinità coli' as. 
har-m, ags. hear-m ing. harm, mat. harm, aat. haram, do- 
lore, passione, danno. Deriv. : garbetto, gherbo, [dialetti]. 

Garenna, conigliera in luogo aperto (Targioni- 
Tozzetti, metà del sec. scorso). Procede direttamente dal 
fr. garenne, svoltosi dall' afr. warenne, bl. warenna-e, spe- 
cialmente in Inghilterra, mat. gefrenne, bt. warende, ol. wa- 
rande, ags. warren. La frase fr. tenir en garenne = tener 
in guardia, in difesa; onde si rende probabile che le voci 
fr. siano elaborazioni di garer, ivarer, osservare, porre at- 
tenzione "; e warenne è verosimilmente corruzione di ga- 
renne, e questo di garine; la qual formazione in fr. pre- 
senta casi analoghi. 

Grargo, trincato, maliziato, furbo (Pros. Fior. , 6, 
178 ; Salvini ; dial. piemont. ) (1). Procede dall' aat. karag, 
mesto, dolente, mat. karc, karg, prudente, astuto, tm. karg, 



(1) Il Diez dà gargo come voce propria solo del dialetto pie- 
montese: invece è propriissima della lingua italiana. Infatti ausa- 
rono 1.° il Dati Cical. « Fa di mestieri adunque esser di calca, 
uomo gargo e tristo di nidio »; 2." il Salvini Lett. IV « Pochi 
galantuomini si trovano e lo scoprirsi a gente garga e sciocca è 
per, oloso »; 3.° il Fagiuoli Bim. 6 « Egli come guerrier feroce 



GARGOTTA. 177 

accorto, astuto, tenace, spilorcio; ing. chary, mesto. La 
sincope della vocale nel mat. karc, contro 1' aat. karag è 
regolare dopo la r. La radice ger. del vocab. è got. kara, 
cura, as. cara, ags. caru, cearu, cura, passione; aat. chara, 
colle forme accessorie karia, karón, karót, charagi, an. kdr, 
kaera, e deriv. mat. karge, kerge, tm. Kargheit. Dalle voci 
dell' aat. da una parte a quelle del mat. tm. e it. dal- 
l' altra, osservasi un passaggio assai forte nel significato, 
che prima era di " cura, passione, afflizione " e poi diventa 
"astuzia, prudenza"; onde questo è uno di quei casi in 
cui non saprebbesi trovare una ragione rigorosa dell' evo- 
luzione dei sensi. Deriv. : Gargotte. 

G-argotta, osteria da gente bassa (neolog. ). Il Diez 
respinge 1' etim. dal 1. gurgustium, catapecchia, e con ra- 
gione, perchè da gurgustium non si sarebbe formato un 
gargotta; e d'altra parte non si spiegherebbe perchè una 
tale deriv. dal lat. la dovesse fare il fr. e non le altre 
lingue sorelle, e ciò massime nel sec. 17°. Ma il Diez rigetta 
altresì 1' etim. dal t. Garkuche, bettola, adducendo per ra- 
gione che nell' afr. c'è gargotter, bollire, e che di là potè for- 
marsi il fr. gargotte. Questa opinione del Diez, accettata 
anche dal Littrè, ci pare molto discutibile. Certo morfo- 
logicamente essa non presenta difficoltà; ma ne presenta 
dal lato del senso e da quello della storia. Quanto al primo, 
se gargotter = bollire, a rigor di logica gargotte = bolli- 
mento, bollitojo. Ora perchè mai una osteria o una bet- 
tola si sarebbe chiamata "bollitojo"? Forse simili luoghi 
sono notevoli per il "molto bollire"; e non si bolle forse 



e gargo — A quanto dico volta sempre il tergo »; 4.° il Pananti 
Paret. 72 « Ma qualche gargo v' è furbo trincato — Ch'accenna 
di cader ma non ci casca ». Questa parola adunque non incon- 
trandosi che in it. , dovette probabilmente essere importata dai 
Longobardi. E poi singolare che sia viva solo in quelle che furono 
le duo estremità del regno dei Longobardi, il Piemonte e la 
Toscana. 

12. 



178 gas. 

più nelle osterie e negli alberghi di lusso ? è forse il bol- 
lire la cosa principale cho si faccia nelle bettole? Dal 
lato poi della storia, il M. M. ,e Delacroix ci dice che una 
simil voce fu introdotta in Francia sulla fine del sec. 17° 
dai reggimenti tedeschi e svizzeri che stavano al servizio dei 
re francesi; i quali reggimenti è noto che massimamente nel 
periodo dei regni di Luigi XIV, XV e XVI, cioè dal 1660 
al 1790, introdussero in Francia non piccolo numero di 
vocaboli riferentisi principalmente alla guerra ed all' arte 
culinaria, come ad es. hivouac, blocus, chabraque, sabreta- 
che, vaguemestre ; cannette, choucroute, trinquer, ecc. Mi 
sembra dunque mostrato ad evidenza che il fr. gargotte che 
si rimbalzò nell'it. gargotta, sia voce veramente originata 
dal t. Garkiiche, nonostante quello che opposero il Diez 
ed il Litfrrè. I quali in sostanza vennero a dire che il fr. 
non aveva bisogno di togliere una parola dal t. perchè 
possedeva una radice dalla quale poteva averla derivata. 
Ora questo canone ha un valore assai relativo; giacché il 
possedere già una radice o voce significante un determi- 
nato concetto, non impedì che le lingue rom. (e la cosasi 
può anche generalizzare ) prendessero in prestito dal t. un 
numero notevole di voci, che si vennero a porre accanto alle 
preesistenti romanze d'ug. sig. Così l'avere già esse lingue 
orto non impedì che prendessero giardino, V avere feretro e 
cataletto che ne derivassero bara, V avere dente che toglies- 
sero zanna, l'avere nave che accettassero schifo e battello, 
e via dicendo. In t., oltre a Garkiiche, bettola, esiste anche 
Garkoch, pizzicagnolo, vendarrosto, dalla stessa radice. Il 
piem. ha gargota, da cui cavò gargotter, gozzovigliare. 

G-as, fluido aeriforme ed elastico (Volta, Opere, 1, 
2, 250). Questo nome inventato dall'alchimista Van Hel- 
mont di Bruxelles (+ 1644) probabilmente si connette 
al fiammingo geest, corrispondente al t. Geist da aat. geist; 
«,s. gést, ol. geist, ags. gàst, gaést, ing. ghost " ciò che è 
soprassensibile, sopraterreno ". Non è difficile infatti il 



GASINDO-IO. 179 



supporre che Van Helmont in un tempo in cui la chimica 
era ancora bambina concepisse il gas come sostanza incor- 
porea ed imponderabile. Lo Scheler invece inchina a cre- 
dere che una tal voce abbia per radice quella stessa che 
riscontrasi nel tm. Gcischt, Gischt da mat. gè'st, schiuma, 
spuma, fermentazione, vb. gcìschen, spumeggiare, bollire; 
il che parrebbe confermato dalla circostanza che Yan Hel- 
mont riguardava il gas principalmente come il vapore che 
si sviluppa dai liquidi in fermentazione. Quanto al vb. gcì- 
schen, esso sarebbe una varietà di gciren, dove si sono fusi 
formalmente aat. jésan, mat. gern, jesen, schiumeggiare, 
e il causativo mat. * jern, fare bollire. Al mat. jè'st, g'èst 
risponde ing. yest, yeast, ol. gest, feccia, fondigliuolo. La 
rad. ger. jes, yes la troviamo anche in gr. e nell'indiano. 
Il gr. ha £s7-tó?, bollito, £éa-y.«, £éco per £é-w, bollire 
(è noto che £ sta per l'antico j, y come in £oyòv). L'ind. 
poi presenta la rad. yas, bollire, cuocere. Però L. Meyer 
(Kuhn, Zeits. XX, 303) sostiene che gas fu una creazione 
arbitraria di Van Helmont, il quale pensava al gr. yàoc. 
Quest'opinione del Meyer è seguita anche dal Kluge, p. 128. 
A me però sembra difficile che si possa negare una qualche 
affinità tra la parola coniata dall' Helmont, e le radici fiam- 
mingo-germaniche sin qui esaminate. 

GJ-asindo-io (term. stor.), uomo libero che presso 
i Longobardi era addetto alla famiglia del Re o del signore; 
compagno famigliare (Muratori, Dissert. Ant. It., I, 19; 
Capponi, Longob.). Procedette dal got. gasintha, gasinthja, 
compagno di viaggio; aat. gasindio, gisindo, gasind. kasind, 
gisind, mat. gesint f pi. gesinde], compagno di viaggio, ac- 
compagnatore, servo; as. gisith, gisidh, ags. gesìdh, d' ug. 
sig. Nel tm. questo sostantivo disparve; ma dello stesso 
tema gesind, restò peraltro il nome astratto Gesinde, ser- 
vitù, servitorame, svoltosi dall' aat. gasindi, gìsindi, mat. 
gesinde, as. gisithi, gisidhi, ags. gesidh, d' ug. Big, Restò 
pure un diminutivo di questo astratto, cioè Gesindel, geli- 



180 GASONE. 

taglia, canaglia, e la forma accessoria di questo Gesindlin 
-lein. Quanto all' aat. gasind, got. gasintha, è un composto 
dov'entra la particella ga vista sotto Galoppare, che significa 
spesso " compagnia, partecipazione ", e 1' aat. sind, sinth, 
mat. sint, sin, as. sith, sidh, ags. sidh, viaggio, via, ar- 
ruolamento, messaggio; anrd. sinn, sinni, andata, viaggio, 
società, protezione, aiuto; got. sinths, via, dal tema ger. 
sintha. Da questo si svolsero due verbi importanti : il cau- 
sativo aat. senten, sindan, mat. senden, tm. senden, mandare 
[ got. sandjan, ags. sendan, ing. to send, ol. zend, as. sen- 
tjan, anrd. senda] e propriamente = fare andare; e aat. sin- 
nan, mat. tm. sinnen, prendere una direzione, un pensiero, 
pensare, connesso ad aat. sin, tm. Sinn, senno, di cui par- 
leremo a lungo alla voce Senno. La rad. preger. è sento, 
che rivelasi nell' a. ir. set, armor. hent, via, 1. sentìo, com- 
prendere, sia corporalmente che spiritualmente; poi lit. 
siusti, sunti, mandare, suntineti, nunzio, pasiuntine, mes- 
saggera, pasiuntimspte, compagnia. Pott 2 2, 1, 927; Kuhn 
Beitriig. 2, 177; Fick :ì 3, 318. 

G-asone, erba, piota, zolla (dial. cremon. ). Venne 
dall' aat. icaso, mat. wase, zolla, piota umida, con la forma 
accessoria aat. wasal. Il tm. è Wasen d' ug. sig. L"ags. ha 
vase, l'a. ol. wase, fango, melma; il n. bt. toase = fascina 
per argine. Secondo Grimm, Weigand e Kluge il tm. Wasen 
è radicalmente identico a Rasen, a quel modo che t. spre- 
chen all' ing. to speak, e che 1' ags. iceccean, wreccen, sve- 
gliare, ags. torixel a t. Wechsel. Quindi si pone a base 
d' ambe le voci una rad. idg. con e senza r, e la forma 
ger. fondamentale sarebbe wraso e waso. Dal primo s' eb- 
bero mat. rase, m. bt. wrase, bt. frasen, tm. Rasen di signif. 
= a Wasen. Il Weigand, 2, 462 vorrebbe poi riannodare 
wraso a wresan, crescere. All' incontro Schade crede che 
wraso e waso siano voci radicalmente distinte, e che que- 
st' ultima sia da rimenare a wasan, essere umido ; sicché la 
zolla sarebbe stata denominata waso, wasen a cagione della 



GASTO. 181 

sua persistente umidità. Col crem. gasone vennero di là 
il fr. gazon, fr. vase, norman. gase, engaser, port. vosa, 
arag. gason. 

G-astO, amante, marito (dial. comasco). Venne dal 
got. gasts, as. gast, aat. gast, cast, kast, mat. gast, fore- 
stiero, nemico, guerriero, ospite. Il tm. Gast, venuto esso 
pure di là, = ospite. L' ags. ha gast, gest, gist, giest, gyst, 
ing. guest, an. gastr, sv. gast, dan. gjàst. L'it. rispetto 
all' aat. presenta una fortissima progressione di signifi- 
cato, benché la presenti non piccola anche il tm. che 
è passato da quella di " nemico " a quella di " ospite ". La 
forma preger. fondam. è ghostis che ha lasciato traccio 
anche nello si. e nel 1. Il primo ci offre a. si. gosti, ospite, 
amico, gostiba, pranzo ospitale, gostiniku, albergo ; n. si. gost, 
gostij; russ. gost, ospite, serb. gost, ospite, gostiti, ospitare, 
gostionik, invito, gastionika, ospizio. Il lat. presenta hostis e 
fostis e fors' anche hospes, da hosti-potis, signore del fore- 
stiero, forestiero, nemico. Il sans. ha ghasati, divorare. La 
rad. ghas, che appare nel got. gas-ti, " colui che mangia "' ; e 
nel 1. hostis propriamente = divoratore, danneggiatore. Bopp 
GÌ. 3 125; Fick 2 143; Curtius l 2 100. Qui il Kluge fa una 
osservazione che caratterizza l'indole di due popoli; cioè 
che presso i Romani il " forestiero " era " nemico ", e presso 
i Germani era "ospite": e che se ciò non fosse attestato 
da Tacito là dove parla dei privilegi che godevano gli 
ospiti presso i Germani, si potrebbe desumere anche dal 
diverso modo con cui è stata trattata dai due popoli la 
parola originariamente comune ghostis. Il gast dei Germani 
ha sempre migliorato in significato ; 1' hostis dei Latini ha 
peggiorato; il che sarebbe confermato anche di più se si 
fosse certi che hostis, forestiero, spettasse alla stessa ori- 
gine di hostia, bestia pel sagrificio; sicché il primo fosse 
lo stesso che " forestiero da sacrificare ". Ma questo ò tut- 
tavia incerto. Noterò qui che più d' una volta ho inteso 
nello montagne modenesi la frase « il tale è il guasto della 



182 GAVETTA — GAZZA. 

tale », dove guasto vale evidentemente « drudo, amasio », 
Derivato dal vb. guastare non mi pare che possa essere, 
perchè la sintassi è molto diversa. Sarebbe adunque il 
moden. guasto la stessa cosa che il comasco gastof 

G-avetta, scodella di legno pei marinari (Pegolotti, 
Prat. Mere. 93; Fole. Istruz.). Collo sp. gabala, afr. jadeau, 
fr. latte procede immediatamente dal mlt. capita d'ug. sig. ; 
il quale riposa sul ger. * gabita, aat. gebita, gebitta, gebeta, 
gebizza, gepizza, vaso, stoviglia. È parola andata perduta 
nel tm., e che subì una specializzazione di significato sul 
territorio neolatino. Lo sp. conosce anche la forma gaveta. 

Gazza, gazzera, uccello silvano che imita la 
favella umana (Novellino 34; Crescenz.; Fra Guido). Que- 
sto nome d' uccello, insieme col prov. agassa, gacha, afr. 
fr. agace, agasse, procedette dall' aat. agaza, agazza, derivato 
da agatja. Nel campo ger. questa voce ha una larghis- 
sima parentela, che però dipende tutta da una forma so- 
rella di agazza, cioè aat. agalastrà, agelestrà, agalstrà, agla- 
stra, mat. agelster, agleister ; n. at. agalaster, agelaster, age- 
lester, tm. Elster, d'ug. sig. L' ags. ha agu, Forme dialet- 
tali sono: svizz. agersle, agerist, agertsche, agretsche; svev. 
agestiir ; bt. agester, egester, ekster, hester, heister ; ol. aakster, 
ekster. Poi francon. eilster, erzgebirg. alastr; lusaz. sles. 
àlastr, aglastr, sòlastr ; transil. salàstr, èlstr, ielstr ; fris. 
haèkstr; holstein-meklemb. heistr ; pommer. livon. haéstr; 
vestfal. iekstr. In Isvevia e' è haets, kaègers, nel koburg. 
hàts, in Franconia super, anche alskr ; in Baviera ed Au- 
stria alstrn, in Isvizz. anche aègerst, in Tirolo àgerste. 
L' unica forma dialettale dipendente dall' aat. agazza, si è 
Atzel che prevale nel Medio-Eeno ed Assia; e si è svolta 
mediante un * agzel. L' anrd. presenta la forma agastria 
sempre nello stesso significato. Lutero usa Aglaster. La 
scrittura Elster prevalse su Alster sin dal sec. 17°. Quanto 
ad agalstrà, esso sarebbe, secondo il Grimm, un composto 
di a gal astra, uccello crocidante. Dal nome agazza alcuni 



GECCHIRE. 183 

vorrebbero trarre il vb. agazzare ( ant. ) = eccitare, come 
da afr. agace il fr. agacier d' ug. sig. ; e ciò passando a 
traverso il signif. di " gridar come una gazza ". Ma non 
so vedere come " il gridar della gazza " possa fornire di 
transizione al senso di " eccitare, stimolare "; e quindi 
reputo assai più probabile che sia provenuto dal vb. hazian, 
proposto già dal Diez. Ma anche senza di questo i deri- 
vati ital. sono numerosi: gazzarra, gazzurro; ingazzurrire, 
ingazzullire, ingarzullire. (1) Anche Gazzetta, verosimilmente 
è venuto da gazza, di cui sarebbe un diminutivo; e sarebbe 
stata denominazione popolare che avrebbe sin dal nascere 
bollali a questo modo i giornali, rassomigliandoli a tante 
gazze per la loro loquacità. Altri però credono che le gaz- 
zette abbian tratto il nome da una piccola moneta veneta 
detta "gazzeta"; ed altri assegnano altre etimologie. De- 
riv. : gasze-rare-rino , gazzuolo. 

G-eccllire, (ant.), umiliarci], avvilir[sij (Dante da 
Majano; Brunetto, Tesor., 12, 98, 16, 134; Cavalca). È un 
vb. che non s' incontra in it. proprio in questa forma, ma 
è presupposto dai suoi derivati e composti. Col prov. gequir, 
afr. gehir, jehir, a. sp. jaquir, viene dal Diez e dal Mackel 
tratto dal ger. jéhan, cedere, condiscendere. A me più che 
una deriv. diretta dell' it. dal ger., pare verosimile la deriv. 
dal prov. e afr., non già per l'indurimento dell' h aspirata 
in gutturale, poiché questo caso è normale nelle parole it. 
d' orig. ger. ( p. es., taccagno, taccola da ger. tàha, tecchire 
da theìhan, smacco da aat. smàhì ecc.), ma piuttosto per 
1' analogia di non pochi altri vb. che nel ger. terminando 
in jan, nell' afr. e prov. presero la desinenza in ire di là 
entrarono nell' it. ( per es. ciausire, onire ecc. ) ; molto più 
che anche qui si verifica il fenomeno che questi vb. pro- 



(1) Però almeno alcuni di quosti derivati non sono sicuri. 
CobI a gazzarra si assegna con molta verisimiglianza per etim. 
una parola arabo-spagnuola. V. Villani G. 261, 



184 GELDRA. 

venzali essendo stati introdotti in it. dai poeti e dagli 
scrittori, vi durarono assai poco ; mentre d' ordinario pa- 
role d'origine ger. diretta entrarono a far parte del patri- 
monio della lingua parlata, e vi restarono. S'aggiunge 
a questo che un tal vb. coi suoi derivati ricorre princi- 
palmente nel Tesoretto di B. Latini, vale a dire nella 
versione d' un opera scritta originariamente in fr. ; il che 
dava facilmente il destro d' usare parole fr. con termina- 
zione italiana, come s'avvera adesso nelle versioni dei ro r 
manzi di quella nazione. Ora contro la derivazione di prov. 
gequir e afr. gehir, jehir da ger. j'e'han non v'ha certamente 
nulla a ridire né per il senso né per la forma. Ma a me 
parrebbe probabile anche un' altra origine, che finora non 
so che sia stata proposta da nessuno, cioè quella dalla 
radice ger. che die il mat. gec, gecke, uomo fatuo, tm. geck, 
scimunito, minchione, vb. gecken, beffare, schernire, Gecke- 
rei, scimunitaggine; ing. geck, goffo, sciocco. L'affinità fo- 
netica tra questo vocab. t. e l' it. è evidentissima : quanto al 
senso, da " scimunito, minchione " ad " avvilito, abbietto " 
il trapasso è facile, ed ha altri riscontri in it. (v. p. es. 
grullo mogio, addormentato, dal t. grollen, mat. grihllen, de- 
ridere, beffare). Se il ger. jehan, cedere, concedere, possa 
avere dato origine al mat. gec, tm. geck, non saprei dire : 
certo a me non pare improbabile, dacché aat. iah die tm. 
gah. Forme t. sorelle sono ol. gek, dan. giaeck, pazzo, isl. 
gikkr, persona rozza, dove è notevole che l' it. presenta 
pure gicchito per gecchito, vicinissimo per forma a que- 
st' ultimo. Col mat. giege " stolto " non pare avere alcuna 
relazione. Deriv.: gecchimento, gecchito, gicchito; aggecchi- 
mento, aggecchire. 

Geldra (ant. ), moltitudine, truppa di poca stima 
(Allegri, 260; C. Fioretti 82; Buonarotti, Fiera). Coli' afr. 
gelde, prov. gelda, truppa, procedette immediatamente dal 
bl. gilda, gildonia, geldonia che ricorre già nella Legge XIII 
longobarda emanata da Carlomagno verso l' anno 800, 



GELDBA. 185 

dove è detto : De sacramentis per Gildoniam ad invicem 
conjurantium, ut nemo facere praesumai. A quel tempo 
gilda o gildonia altro non era che un ' ; adunanza, un soda- 
lizio o confraternita " di uomini che si obbligavano a pa- 
gare una certa somma per opere pie o conviti che si ce- 
lebravano in tempi determinati dai socii, chiamati anche 
congildoni, il che è dichiarato espressamente da un capitolo 
di Incmaro Arcivescovo di Eheims al suo clero nel 852 
che contiene queste parole : Ut de collectis quas Geldonias 
vel confratrtas vulgo appellarli (Labbeo, tom. Vili. p. 572), 
e da una lettera che nel sec. XII il clero d'Utrecht 
scrisse a Federico vescovo di Colonia ove è detto che un 
certo Manasse aveva istituito una confraterniiatem quon- 
dam quam Gilda vulgo appellarti. Ora il bl. gilda, gildonia 
o geldonia riposava sul ger. occid. gilda che die ol. gild, 
tm. Gilde, corpo d'artetici, anrd. gilda, m. ing. gilde, ing. 
guild. Questo significato di " corporazione " non è però il 
fondamentale : tuttavia non è vero quel che afferma lo 
Schade, che appaja solo nel sec. XI, giacché lo troviamo 
già nel IX; ad ogni modo, come osserva Mackel, p. 96, 
doveva essere proprio dell' abfr. poiché le parole rom. 
non presentano che questo. Il senso letterale e primitivo 
era quello di " offerta, festino, riunione, festiva ", e il 
m. ol. offre anche quello di " pasto comune ". La parola 
ha per tema gilda, che non è che una forma varia di got. 
gild, censo, imposta, aat. mat. gelt, gelei, kelt, mat. g'èlt, pa- 
gamento, retribuzione, rifacimento, offerta, imposta, rendita, 
guadagno, mezzo per pagare; tm. Geld, ol. geld, denaro, 
moneta, as. geld, paga, offerta, mercede, ags. gield, gild, 
gyld, retribuzione, offerta, compenso; afris. g&d, ii : ì<ì, de- 
naro, riscatto, fris. jild ; anrd. giald, pena pecuniaria. Il 
Kluge p. 133 osserva che il senso di " mezzo per pagare " 
è l'ultimo in ordine di tempo fra gli acquisiti di questa 
parola. Si vede adunque che in origine gilda era l'offerta 
che facevasi per essere membro d'una società; e che in 



18G GEBMAMI — GHEFFO. 

appresso passò a significare la società stessa. La rad. del 
ger. gilda va cercata nel vb. aat. g'èltan, ghèldan, keltan, 
inat. g'èlten, g'èlden, tm. gelten, valere, che in senso di " of- 
frire " faceva nell' as. geldan, e nell'ags. gildan. Questo vb. 
sarà da noi trattato ampiamente alla voce Guidrigildo. Qui 
accenneremo soltanto che in it. questa parola subì un no- 
tevole peggioramento di significato rispetto alle lingue ger., 
ed anche alle due lingue francesi sorelle, poiché da quello 
di " società " passò a quello di " società di gente trista, 
analogamente al tm. Gesindel che dal senso di " compa- 
gnia " degenerò in quello di "gentaglia, canaglia": il 
che può dare luogo a considerazioni non troppo lusinghiere 
sull' influenza che esercita sul morale degli uomini l'asso- 
ciazione e il consorzio. Nel fr. moderno questa voce non si 
conservò, ed anche in ital. è ormai disusata nella sua forma 
primiera; ma è comunissima nell'ultima evoluzione delle 
sue trasformazioni che è cialtrone, venuto da geldrone, ac- 
crescitivo di geldra. V. Cialtrone. 

G-ermani, nome dei popali teutonici invalso sin 
dai tempi di Cesare. Il Grrimm fondandosi su di un passo 
di Tacito (Germ. 2) sostiene che questo fosse un appel- 
lativo con cui i Celti designarono una popolazione teuto- 
nica che, valicato il basso Reno, si stanziò nella Gallia 
belgica; quindi Germani sarebbe voce celtica significante 
" guerriero furioso, dal forte grido in battaglia ". Sarebbe 
perciò stata affine a celt. garmivyn, gridator forte, da garm, 
grido, gael. gairmean, gairra, grido di guerra. Lo Zeuss 
la trae dal camb. ger, a. ir. gair, vicino, colla sillaba di 
derivazione man; cosicché Germani varrebbe "vicini". Tutto 
questo porterebbe ad escludere le varie etim. d' origine 
ger. che s' erano proposte prima, cioè da ger asta, e man, 
uomini della lancia ; da heerman, uomini della guerra ; e 
da wehrmann, uomini della difesa. Deriv. : germa-nico-nismo- 
nizzare. 

G-heffo, v. Guelfo. 



GHERA — GHERMIRE. 187 



Oliera (Buonarr. Tancia). È lo stesso che Ghiera. 
V. questa parola. 

G-herbellire, (ant.), ghermire, afferrare (Pataffio). 
Probabilmente non è che una bizzarra derivazione da 
ghermire. 

G-herminella, giuoco di mano per ingannare; 
truffa, baratteria (Sacchetti, Nov. 69). Secondo alcuni sa- 
rebbe un derivato di ghermire, ed allora etimologicamente 
varrebbe " giuoco fatto per ghermire altrui qualche cosa ". 
Ma a me pare che siavi molta distanza di significato; 
giacché nel vb. domina l' idea della forza e della violenza, 
mentre nel nome prevale quella della frode e dell' inganno. 
Perciò si è pensato all'aat. carminot, garminoth, kerminot, 
germinoth-ocl, formola magica, incantagione, nome formatosi 
dal vb. aat. carminón, g arminoti, kermenón, germenón, in- 
cantare, scongiurare, donde anche milan. ingerma. Ora il 
vb. aat. alla sua volta procedette bl. carminare svoltosi 
da Carmen, formola di scongiuro, donde anche fr. charmer, 
charme. Gherminella è nome che non ha riscontro nelle 
lingue sorelle; e se è veramente d' origine t., immediata- 
mente dovette penetrare in rom. non all' epoca della occu- 
pazione longobardica, ma molto più tardi; perchè l' aat. 
germinòt probabilmente al tempo dei Longobardi non s' era 
ancora formato dal 1. carminare. Ad ogni modo è poi 
sempre evidente essere questa una parola o direttamente 
o indirettamente d' orig. germanica. 

G-liermire, pigliare la preda colla branca, proprio 
degli uccelli di rapina; poi in generale "prendere con 
forza". (Dante, Inf. 21). Dall'aat. krimman, chrimman, mat. 
krimmen, grimmen, premere, calcare, grattare, stringere, 
anrd. kremia, tormentare, punire, si svolse prima il mlt. 
gremire, e da questo l'it. gremire che poscia si mutò in 
ghermire. Nelle altre lingue neol. non s'incontra: 30I0 il 
dialetto normanno presenta grimer, che il Mackel trae ap- 
punto da t. krimmen, aat. krimman. Dal vb. aat. il tin. 



188 GITKRONE. * 

cavò krvmrnen, eccitar prurito, prudere, sentir prurito. Col 
tm. kriimm, storco, kriimmen, curvare, arroncigliarsi, non 
sembra avere alcun rapporto. Deriv. : ghermigliare, gher- 
mitore, ghermugio. 

G-lierone, garone, lembo, pezzo o giunta di 
veste, falda (Boccaccio, Ottim. Commento). Procedette 
dall' aat. gèro, kéro, gèrun, lensa, lingua di mare, mat. 
gère, anrd. geiri-e, fris. gare, pezzo cuneiforme, lembo, 
falda; ags. gara, ing. gore. Il tm. è Gehre, Gehren d' ug. 
sig. L'afr. presenta le forme gueron, geron, giron, gheron, 
gron, le quali due ultime però sono dialettali. Anche il 
fr. ha giron, ma in senso di " seno, grembo ". Tuttavia, 
nonostante questa modificazione di senso, l' origine è sempre 
la stessa che quella dell' it. come dello sp. girone, port. 
girào, cioè l' aat. gèro, gèrun, che alla sua volta viene 
derivato da ger, lancia, come vedrassi alla voce Ghiera. 
Ora come questa parola potesse dal significato di " lancia, 
freccia " passare a quello di " lembo, falda ", e quel che 
è più a quello di " seno, grembo " che ha in fr., si spiega 
così. Il ger. ger valeva propriamente " la parte trian- 
golare della lancia ". Perciò un tal nome fu applicato a 
quella parte del vestimento che pende dalla cintura ai 
ginocchi e sedendo si ripiega nel grembo, per la somi- 
glianza eh' essa aveva col triangolo della lancia, della 
quale metafora abbiamo due altri esempi notevolissimi negli 
scrittori latini medio-evali, presso alcuni dei quali quella 
parte del vestito è chiamata pilum vestimenti " lancia del 
vestimento ", ed anche sagitta vestimenti ", che vale lo 
stesso. Di quest' ultima denominazione è data in uno di 
essi scrittori anche la ragione con queste parole: sagitta 
vocatur ea pars vestimenti que contrahitur in sinus eo quod 
sagittae speciem effingat. E in un passo dei Coutumes de 
Cluny allegato dal Ducange è detto che questi lembi o 
sagittae sono chiamati anche girones: Sedens ad lectionem 
anteriora frocci sui semper in gremium ita attrahit ut pedes 



GHIATTIRE — GHIBELLINO. 189 

possint bene videri. Girones quoque vel quos sagittas quidam 
vocint colligit utrinque ut non sparsivi iaceant in terra. Da 
questo passo è facile scorgere anche la ragione del senso 
di " seno, grembo " assunto, dal fr. giron, cioè perchè 
quel lembo si ripiegava spesso sul seno. V. del resto Ghiera. 
Deriv. : gheroncino, aggheronato, ingheronare, sgheronare. 

G-hiattire, schiattire, 1' abbaiar del cane 
quando passa la lepre. È un vb. che col fr. glapir, glaper 
[in alcuni dial. fr. c'è anche glatir], sp. litir, proviene 
dalla stessa radice ger. che die aat. klaffòn, tm. klaffen 
(v. Caleffare), ol. klappen, e fors' anche tm. klatschen, 
scoppiare, far rumore. Le rad. klap e klat sono origina- 
riamente la stessa cosa. Di qui anche fr. claband, glai. 
Pare che le voci t. sieno onomatopeiche, come gr. xÀóc^siv 
yXà£eiv, 1. lat-rare. 

Ghibellino, nome dei partigiani dell'Imperatore 
nei sec. XIII e XIV, per contrapposizione a Guelfo, eh' era 
il partigiano del Papa (Malispini, Stor. Fior. 80; Com- 
pagni, Cron. 132). Fu importato dalla Germania sulla fine 
del sec. XII o sul principio del XIII. Ma colà aveva un 
significato assai diverso, cioè quello di " partigiano degli 
Hohenstaufen ", mentre Guelfo valeva " partigiano della 
casa dei Guelfi ", la quale allora possedeva il ducato di 
Baviera. In t. suonava Waihlinger, ed ebbe origine dal 
fatto che Corrado III, il primo degli Hohenstaufen salito 
all'impero nel 1138, era nativo di Waiblingen, piccola città 
della SVevia. Ora quando questi nel 21 dicembre 1110 as- 
sediava Weinsberg, contro il duca di Baviera Enrico il 
Superbo suo competitore, i suoi assunsero come grido di 
guerra Waiblingen, mentre i nemici presero quello di Welph, 
eh' era stato il nome di molti fra i principi di Baviera. 
Secondo Ottone Frisingense (De rebus gestis Frid. lib. 2, 
cap. 2) Weiblingen sarebbe stato il nome gentilizio della 
casa di Franconia (Henricorum de GueibeVngen), nei cui 
diritti era succeduta la casa di Svevia o d' Hohenstaufen. 



190 GHIDABDOHE — GHIERA. 

In processo di tempo, poiché gli Hohenataufen si mostra- 
rono osteggiatori accaniti della Chiesa, Waiblinger da 
"partigiano degli Hohenstaufen " passò a significare "par- 
tigiano dell'Imperatore ' ? , e per naturale conseguenza quello 
di Welpher " partigiano della Chiesa ". Ma questo trapasso 
seguì dapprima in Italia e non in Germania. V. Guelfo. 
Deriv. : ghibellineggiare, ghibellinismo. 

G-liidardone, lo stesso che G-uicLercLone (Gradi 
di S. Girolamo ). 

Ghiera, dardo o freccia (M. Villani, Morelli). Il 
Diez trae senz' altro questo nome dall' aat. ger, lancia. Ma 
il Mussafià propenderebbe pel 1. veni, spiedo; il che per- 
altro a me pare poco verosimile, attesa la difficoltà gra- 
vissima del v latino che entrando in it. si sarebbe indu- 
rito in gh; il che è, se non anormale, per lo meno raris- 
simo; mentre la cosa era naturalissima venendo dal g te- 
desco, che è già duro. Di più: dal veru latino si svolsero 
parecchie altre parole italiane, e tutte col v, come verrina, 
verricello, e fors' anche verretta e verrettone, benché queste 
due ultime mediante il 1. verutum derivato di veru. Dal 
che si deduce che la maggior probabilità, per non dir cer- 
tezza, milita a favore dell' etim. germanica; tanto più che 
la voce ger., come s' è visto e si vedrà ancora, sotto due 
altre due forme entrò nel romanzo ; il che costituisce una 
prova eh' essa dovette essere molto usata dai popoli set- 
tentrionali invasori dell' impero romano ; onde non è da 
maravigliare se ebbe largo sviluppo nel territorio delle 
lingue neolatine. Ora l'aat. gèr, kèr, mat. gèr, gàr, as. ger, 
ags. gàr, anrd. geirr, arma da getto, fu voce di larghissima 
diffusione presso gli antichi e primitivi barbari dell' Europa 
settentrionale. Già Polibio e Diodoro parlano del ^aizoc e 
yatzov, lancia dei popoli del Nord. Ora questo yaiao? yaicrov 
è la stessa parola che la nostra, la quale, secondo il Kluge, 
riposa sul got. * gaiza che si lascia dedurre dagli antichi 
nomi proprii, come Hario-gaisus, e dal fatto che 1' anrd. 



GHIGNARE. 191 

avendo geirr e non gdrr, mostra che la r dell' aat. riposa 
su di una s. Era dunque parola schiettamente ger., benché 
anche 1' a. ir. presenti un gai da * gaiso ; e significava pro- 
priamente, come è dimostrato dal derivato tm. Geisel, " ba- 
stone, fusto ", Quindi si argomenta la probabile affinità 
con gr. "/aio?, bastone da pastore, e sans. hèsds, pallone 
Le si dà per radice sans. highi, eccitare zend. zi, eccitare, 
gittare, armen. zen, arma. Fick 2 739; Bopp. GÌ. 3 447. Lo 
Schade crede ad una parentela anche col lit. giriti, giti, 
cacciare il gregge al pascolo, da sans. hins, battere. Spetta 
qui anche ags. gàd, ing. goad, bastoncello, da idg. * ghai-tà. 
Dal tm. gèr scomparve, almeno nella sua forma semplice, 
poiché il tm. conserva i derivati Gehre, Gehren, e Geisel; 
ma si conserva in numerosi nomi proprii, nei quali entra 
come primo elemento del composto, ad es. Gerardo, Ger- 
berto, Gertrude ecc. Neil' aat. da gèr si svolse pure un 
géro, che s' è visto avere dato origine a Gherone e voci 
sorelle nelle lingue neolatine Deriv. : ghierato. 

Grhignare, ridere leggermente per ischerno o sdegno 
(Boccaccio, Sacchetti). Per questo verbo sono state pro- 
poste tre etimologie ger.: l' aat. winkian, tm. winken, fare 
un cenno, da cui è certamente derivato norm. guincher, 
lanciare occhiate; 1' ags. ginian, anrd. gina, aat. ginon, aprir 
la bocca, donde si sarebbero svolti i sensi di " seguir cogli 
occhi, spiare, guardare di traverso "; e finalmente aat. kinan, 
sorridere. Il Diez respinse già la prima, perchè il k medio 
sarebbe scomparso senza lasciare alcuna traccia di sé; e 
il Mackel rigetta non solo questa e la seconda, ma per- 
sino la terza per la ragione che egli non riconosce a kìnan 
altro senso che quello di " aprirsi, fendersi ". Noi invece 
crediamo che questo vb., che è evidentemente d'orig. ger., 
provenga proprio dall' aat. kinan, giacché la forma è vici- 
nissima, e d'altra parte è vero bensì che aat. kìnan, chìnen, 
mat. kìnen, dalla rad. gan, ha per signif. fondamentale 
"aprirsi, fendersi"; ma è altresì vero che un'antica glossa 



192 GH1HDABE. 



( v. Graff IV, 450) spiega kinit con " adrisit " ; il quale passag- 
gio da "aprirsi" a "ridere" non è punto né duro, né in- 
solito; sicché l'obbiezione del Mackel non regge. Più dif- 
ficile è il potere dare ragione del senso acquistato dall'afr. 
guignier, fr. guigner, prov. gxinhar, picard. guenier, sp. 
guinàr, guardare tortamente, se pure non vogliasi dire che 
questi significati siansi svolti dal primitivo " aprirsi, fen- 
dersi ", per mezzo di quello " di scostarsi dal cammino, tor- 
cersi ". Ma checchessia delle altre lingue neol., a noi basti 
l'avere posto in sodo la originazione dell' it. dal ger., dal 
quale si è già notato essere venuti parecchi altri termini de- 
notanti concetti affini. Der. : ghigna-ta-tore-zzare; ghignoso. 
G-liindare, guindare, tirar su col guindolo; 
tirar su verticalmente una cosa al lato d' un' altra ( B. Cre- 
scenzio, Natii. Medit, sec. 17°). Questo vb. si trova anche 
nello sp. e port. che hanno guindar, e nel fr. guinder, e 
1' essersi cominciato ad usare solo verso il principio del 
sec. 17° mi fa sospettare che un tal termine di marina 
sia venuto da una delle lingue sorelle. Il fr. non appare 
nella scrittura prima del sec. 16°; il nome guindal incontra 
già nel 12°. E certo ad ogni modo che le voci romanze 
riconoscono la loro origine nell' aat. windan, wintan, winden, 
got. winda n, volgere, torcere girare, mat. winden, tm. win- 
dan; as. windan, volgersi, ol. winden; ags. windan, ing. to 
wind, anrd. vinda d' ug. sig. Da questa rad. nel campo 
ger. si svolsero mediante apofonesi innumerevoli derivati. 
Così nell' aat. abbiamo : vinds, wintà, vinditha, wintunga, 
wintilà, windellin, windelen, wand, wandr, want, gewant, 
gewander, vandus, wanta, wantòn, wand Jan, wandida, icenti, 
wendig, wantal, wantalón, ioantalunga, want (lari, wandeler, 
( donde verosimilmente il np. di popoli Vandali = viaggia- 
tori), wandelieren, toander, wandern, wanderunge, wintila, 
wuntani, wuntanussi; nel tm. windel, wande 7 n, wandern. 
Esso fu adunque probabilmente tolto ad imprestito dal 
tedesco nel tardo medio evo, come hisser, ed altri termini 



GHINDARESSA — GHIRLANDA. 193 

di marineria; e dal fr. è verosimile originassero lo sp. e 
l'italiano. Deriv.: ghindaggio, ghindato; agghindare. V. anche 
Ghindaressa, Ghindazzo, Bindolo e Guindolo. 

Grllindaressa, manovra volante o cavo che serve 
a ghindare o ad alzare gli alberi di gabbia. È il fr. guìn- 
deresse usato sin dal sec. XII e che pare provenga da un 
composto t. windreissen (winden = torcere; reissen = 
strappare). 

Grllindazzo, è probabilmente riproduzione del fr. 
guindas vindas, venuto a sua volta da ol. windas, corrispon- 
dente al t. Wind-achse, propriamente = " albero da ghin- 
dare " [t. Achse = asse]. 

G-hirlanda, grillanda, cerchietto di fiori, erbe 
o frondi per ornare il capo (Dante, Boccaccio). Questa 
parola che ha per corrispondenti fr. guirlande, sp. port. 
guirnalda, a. sp. garlanda. a. port. grinalda, prov. cat. gar- 
landa, ing. garland, fu da taluni voluta spiegare con un 
girulare o virulare, diminutivi immaginarli derivati da gi- 
rare e virare; ma è chiaro che ad ogni modo di qui si 
sarebbe svolto un girlanda : in altri termini in questo caso 
resterebbe inesplicato l'indurimento della gutturale ini- 
ziale. Quindi è molto più verosimile l'etim. proposta già 
dal Frisch dal mat. zoierelen, circondare, aat. wiara, co- 
rona. L'essersi il dittongo t. wie trasformato nell'it. ghi an- 
ziché in gui, mosti-erebbe che il passaggio dovette appunto 
accadere nel tempo del fiorire del mat. ( cfr. Ghibellino da 
Waiblingen) e non in quello dell' aat. Quanto al suffisso 
land, è lo stesso che appare in giranda da cui formossi 
girandola. Il Chevallet pensò a trarre questa parola dal 
celt. gwijr, curvante, pel fatto cho nel brett. riscontrasi 
garlantez, gael. gwgrlen. Ma è probabile che queste voci 
siano d'importazione romanza. Perciò sinora la orig. ger. ha 
per sé la maggiore verisimiglianza. Deriv.: ghirìand-aire-eììa- 
etta-uzza ; inghirlandare. 

13 



l'M OBIBLO — fili ISA. 



G-hirlO, vortice, turbine, (dial. lombardo). Procede 
dal t. Wirbel d' ug. sig., e propriamente " ciò che si volge 
in giro ". Formalmente questa parola è affine a ghirlanda, 
e perciò da essa taluni tentarono di trarre quest' ultima. 
Ma, anche lasciando stare che le lingue sorelle presentano 
forme come garlanda e gerlanda d'impossibile derivazione 
morfologica da Wirbel, fu già osservato dal Diez che il 
passaggio dei sensi è tanto ardito che non permette di 
ritenere possibile una tale originazione. 

Grllisa, grosso pezzo di ferro fuso. E un neologismo 
diventato comune in Italia in questo secolo, e cominciato 
ad usare probabilmente nel secolo scorso o alla fine del 
17.° E difficile stabilire con rigore se provenga immedia- 
tamente dal fr. gueuse che gli corrisponde esattamente 
per senso ovvero sia derivato direttamente dal t. Io pro- 
penderei per quest'ultima ipotesi, essendo poco verosimile 
per la forrna che da un fr. gueuse si potesse svolgere un 
it. ghisa, benché il dial. ginevrino e quello del Berry 
abbiano guise. Ad ogni modo l'origine prima di una tal 
voce è senza dubbio il tm. Guss, getto, fusione, e meglio 
ancora il mat. guz, [aat. gitzzo], come è facile scorgere dal 
milan. ghisa, che sta forse per giisa, e dal trentin. ghiza; 
e dal fatto che nel tm. la ghisa è chiamata Gusseisen 
= ferro fuso. L'aat. giozo, géozo, giezo = acqua cor- 
rente. Verosimilmente questo è uno dei numerosi nomi mi- 
neralogici che il tm. ha dato alle lingue romanze; benché 
non si spieghi facilmente il trapasso delle forme. Il fr. 
gueuse che s' incontra già nel sec. XVI, forse ebbe per 
intermediario il fiamm. guysen, scorrere, che pare per senso 
e per forma connesso al t. giessen, fondere, versare. Lo 
sv. g'ós può essere stato tolto dal fr. Quanto al tm. Guss, 
guss esso è nome formatosi dal vb. giessen, goss gegos- 
sen, mat. giezen, aat. giozan, geozan, giazan, kiozan, giezen, 
versare, spandere, fondere, gittare un metallo. Il got. era 
giutan, as. giotan, geotan, ags. giotan, anrd. gioia, a fris. 



GIALDA. 195 

gìata. La rad. ger. è t. gut, e la preger. ghut; da cui anche 
1. fundo, versare, futis, vaso da fondere, fùtire in effutire, 
gittar fuori, fàtilis, da gettar fuori, inutile, refutare, con- 
futare, confutare, fons, da fovonts, fonte, poi gr. yjw versare, 
da yu coi numerosi derivati yìujia, /ujxa vaso da getto, 
scorrimento, yu^i?, fusione, y;J~o<7, pentola, ypr h libazione, 
/óo? '/O'jc, sfasciume /uXó? ~/u\i.òc sugo, umidità. Spetta 
pure qui sans. hu, offrire ( versare 1' offei'to ) , Mitós, offerto, 
hàvàjàmi, faccio offrire, àhavàs, offerta. Bopp, GÌ. 3 448-41 ; 
Corrsen, 1-, 158; Kuhn 2, 470; Meyer, Got. Sprack. 15; 
Curtius', 93; Grimm, Deut. Spr. 401. 

G-ialda, (ant.), specie d'arma antica di cui s'è per- 
duto l'uso e la cognizione; ma che si crede lo stesso che 
la lancia. Gr. Villani 9, 70, 5. « I gialdonieri lasciarono 
cadere le loro gialde sopra i nostri cavalieri ». Secondo 
il Diez. dal prov. gelda, società, ( v. Geldra ) si formò gel- 
don, che dapprima sarebbe stato il " membro di una com- 
pagnia ", e poi avrebbe assunto il signif. di " lanciere ", 
pel fatto che i componenti queste compagnie portavano 
la lancia; a da questo prov. geldon, sarebbe venuto it. 
gialdoniere, e di qui da ultimo si sarebbe formato it. gialda. 
Ma secondo me la denominazione di un' arma dal nome 
degli uomini che la portano è cosa molto strana, verifi- 
candosi piuttosto il caso contrario ; e fa poco al proposito 
il caso di partigiana allegato dal Diez, il quale sembra 
credere che una tal voce derivasse da partigiano, quando 
procede probabilmente da partire, " fendere " (1). Inoltre dal 
prov. geldon, si sarebbe svolto un gialdone, e non gialdo- 
niere; e dall' it. gialdoniere un gialdona e non gialda. Per 
tutto questo io ritengo più verosimile la deriv. dell' it. 
gialda dal got. giltha, falce, cho L. Meyer, Gol. Sp. 135, 



(1) Il Littrò osserva opportunamente che il fr. pertuisane li- 
monta al scc. XV, mentre, partiean in senso milit. non è cosi 
antico. 



190 GIALLO. 

paragona a 1. culter, ma poco verosimilmente secondo lo 
Schade. Ad ogni modo e nell'uno e nell' altro caso gialda 
o mediatamente o immediatamente sarebbe di origine ger- 
manica. Deriv. : gialdoniere. 

Giallo, dal color dell'oro, fra verde e azzurro ('Cre- 
scenz. Agric. 240, Dante). Questo aggettivo si svolse dall'aat. 
gaho, gelo, k'èlo, gélawer, gelives [ got. gdvs J, mat. gel, gehver, 
tm. gelò d'ug. sig. ; a cui corrispondono as. gèlo, gelowo, 
ol. geel, ags. geolo, geolves, ing. yelloiv, e l' anrd. gulr for- 
matosi con apofonesi. Il doppio Z è dovuto al gruppo Ivo. 
Il tema ger. occidentale è gilva, gelva dal preger. ghelwo. 
La rad. idg. è ghel ghló, che nella sua prima forma com- 
pare nel 1. helvus, giallo-chiaro, giallo come il miele, 
np. Helvius, biondo-chiaro, helvolus, gialliccio, helvinus, 
giallo-pallido (del vino bianco); nel Ut. geltas, giallo, 
falbo, geltonas, giallo, goltonókas, mediocremente giallo, 
gehvas, alquanto giallo, gialliccio, geltonis, color giallo, 
geltonuti, giallo smagliante, pageltonuii, ingiallire, a. si. 
zdenu, giallo, verde, lit. zalias, verde, zeliì, verdeggiare. 
Kurschat, 1, 508. La seconda poi si riscontra nel gr. yXóoq 
yXofe color verdepallido, verdegiallo, x^òtq ^ verde te- 
nero e pallido delle piante, primo germoglio verde-giallo 
delle piante, yX^poc, gialliccio, verdepallido, yXapóc verde, 
giallo; zend eairi, giallo, aureo, zairina, gialliccio; sans. 
haris, giallo [color del leone] biondo, harinàs, gialliccio 
bianco. Bopp, GÌ. 3 445. Nel campo ger. la rad. ebbe uno 
sviluppo amplissimo. Vi appartengono infatti principal- 
mente l' aat. galla, donde mat. galle, tm. Galle, fiele, coi 
corrispondenti got. gallo, as. galla, ol. gal, ags. gealla, anrd. 
gali d'ug. sig. (del resto questa parte del corpo in tutte 
le lingue idg. è denominata colla stessa rad.; cfr. gr. x ^ 
%6\oc, 1. fel, a. si. zhcci da gilki, svoltosi da zelknuti = di- 
venir giallo ). Parrebbe dunque che il fiele avesse tratto il 
nome dal suo colore. Più importante ancora è la forma- 
zione di aat. gold, golth, gold, golt, coli, mat. golt, tm. 



GIALLO. 197 

Gold, oro; as. ags. a. fris. ing. gold, anrd. gull, sv. dan. 
guld, g. gulth, dal tema ger. gulth i ; dal quale ceppo ger. 
ebbero origine fin. kulda, kulta, est. kuld, liv. kùlda, kùld, 
lapp. gotte, kolle. Questo poi sarebbe venuto da un preger. 
ghlto, a cui è primitivamente affine a. si. zlato, russo zoloto 
da * zollo. Gold poi è derivazione partecipiale di rad. ghel, 
come lit. bcd-tas, bianco; ed evidentemente significava da 
principio "il giallo, metallo giallo". Spetta pure qui aat. 
gluoen, mat. gliien, gliiejen, tm. gliihen, essere infocato, ro- 
vente ; ags. glóivan, ing. to glow, ol. gloeijen, anrd. ghia ; dalla 
quale rad. ger. gló glè originarono altresì tm. Glut, mat. 
aat. gluot, ol. gloed, ags. gléd [got. * glo-di], ing. dial. gleed, 
vampa; e più lontanamente ags. giovici, glomums, alba, cre- 
puscolo, ing. gloom, anrd. gldmr, luna. La rad. gló gle pro- 
cedette da preger. ghia = ghel. Più lontanamente si rife- 
riscono qui ancbe gruo, gruan, gruot, grugni, gruose, e più 
da lontano ancora gluo, gluoan, gluot; e dalla rad. idg. ghrad 
con ampliamento mediante dentale, glat, glint; e da idg. 
ghladh, aat. glat, glitan, mat. glinden, glander ; poi ger, giri, 
gir, g'èrn e loro derivati; infine grédus, garo, gor e forse 
ancbe warm. Bopp, GÌ. 3 445 ; Curtius 5 , 91 ; Schleicher, Die 
Formenslehre ecc. 109. Ma se è certo cbe l'it. giallo è d'orig. 
*ger., resta molta oscurità sulle forme delle lingue so- 
relle: afr. ialne, fr. iaune, sp. ioide, port. ialne, ialde, iardo, 
valac. gdltin. Il Diez trae l'afr. ialne dal 1. gdlbinus, che 
avrebbe significato "giallo-verde". Ora questo 1. gdlbinus, 
ricorre sì in Marziale; ma non significa altro cbe " molle, 
lascivo, effemminato "; dal qual senso a quello di " giallo " 
e' è una distanza troppo grande.. C è bensì nel 1. il nome 
galbus, sorta di legno di tinta gialla, e l' agg. galbanÙ8 t 
derivato da quello. Ma come ammettere cbe il nome d'un 
colore presso i popoli di Francia e Spagna provenga dal 
nome d'un albero assai raro in 1., quando l'it. l'ha tratto 
dal ger? Io crederei quindi che anche le voci neol. corri- 
spondenti all' it. giallo procedano anch' essi dall' aat gèlo 



198 GIARDINO. 

mediante però un mlt. galbus galbinus, che potè formarsi 
dal mat. gcilb e che il ne di afr. jalne, il d di sp. jalde 
siano suffissi; molto più che lo lingue rom. han tolto dalle 
lingue sett. numerosi nomi di colori. Deriv. : gialla-mina- 
stro; gialle-ggiare-zza ; gialli-ccio-gno ; giallo »- gnolo-lino ; giall- 
ore-urne- giall-uria ; ingiallire. 

G-iardino, spazio di terreno annesso a una casa e 
chiuso da siepe o cancello, coltivato per bellezza e diletto 
(Malispini, Stor. Fior. 58; Crescenz. Agric. 387). Questo 
nome insieme con sp. jardin, port. jardim, prov. jardi, 
gardi, issi, giardina, fr. jardin, dial. fr. gardin, d'ug. sig., 
procede dal ger. gard, che si svolse nell'aat. gart, garto 
[ gen. dat. gartin, che sembra essere stato il prototipo im- 
mediato delle forme romanze], ags. geard, got. garts, anrd. 
garthr, mat. garte, tm. Garten. Altre forme ger. sono : as. 
gardo, a. fris. garda, got. garda. Le voci ger. antiche ave- 
vano però spesso significato alquanto diverso dalle romanze 
ed anche dalle ted. moderne. Così il got. garda, gards, 
stalla, casa, famiglia; aat. gart, cart, circolo, coro, anrd. 
gardr, abitazione, possesso; ags. geard, ing. yard, luogo 
cinto, corte, abitazione; as. gard, gardo, siepe, chiudenda. 
Il tm. però insieme col mat. ha precisamente il significato 
delle voci neol., e, secondo alcuni, lo stesso aat. garto pre- 
sentò esso pure anche questo senso. Però in alcuni com- 
posti del tm., come Lowengarten, serraglio dei leoni, Thier- 
garten, serraglio delle fiere, Rossgarten, dei cavalli, perdura 
tuttavia il signif. di " chiuso, ricinto ". L' ing. garten non 
riposa immediatamente sul ted., bensì sul fr. jardin, tra- 
piantato in Inghilterra nel tempo del medio-inglese : d' ori- 
gine diretta ger. è ing. yard da ags. geard. Secondo Kluge 
p. 127, il significato fondamentale di queste voci è quello 
di " luogo chiuso, ricinto ", che riscontrasi nell' as. e nel- 
l'ags. e nel valac. gard, siepe, venuto anch'esso dal ger. 
e che fa, per questo riguardo del senso, eccezione alle voci 
romanze. Alcuni germanisti hanno creduto di connettere 



Gì AVA. 199 

garto e suoi derivati con giirten, cingere, fasciare, da rad. 
ger. gerd; ma il Kluge ha impugnata questa connessione, 
perchè, secondo lui, le molteplici affinità che si trovano a 
questa parola in altre lingue provano eh' essa è di forma- 
zione pregermanica, e probabilmente di formazione comune 
a tutte le lingue idg. occidentali. Quindi non può appar- 
tenere ad una radice specificamente ger. Tuttavia altri, 
come il Friedraann, continuano a sostenere la parentela 
di questo vocabolo sia col got. bi-gairdan, cingere, donde 
tm. giirten, cingere, Gurt, cintura, aat. Giirtil, mat. tm. 
Gilrtel, ags. gyrdel, ing. girdle, cintura. Ora ecco le corri- 
spondenze nelle altre lingue idg. Il 1. ci presenta hor-tus 
giardino, co-hors, cortile, gr. yppxo% recinto, corte, pascolo, 
fieno, "/ppcS, piazza della danza, danza, schiera, a. ir. gort, 
biada. Lo si. ci presenta : lit. gardas, pecorile, zdrdis, ser- 
raglio di cavalli ; a. si. gradii, giardino, stalla, città, muro, 
gradici, piccola città, grazdi, stalla, stalla de' cavalli, gra- 
dina, giardino, graditi, fabbricare, serb. gradac, città, boem. 
hrad, hradek, città, poi. grod, gorod, città, grodz, siepe, 
grodzic, assiepare. Miklos. 140, 146. Tutte queste voci si. 
presuppongono un idg. dh in luogo del d del got. as. 
Ma alcuni germanisti ritengono probabile una derivazione 
diretta di esse dal ger. La rad. idg. di quest' ultimo sa- 
rebbe stata gherto ; quindi il d del got. avrebbe a fonda- 
mento un t idg. Grimm Geschichte d. d. Sp. 402 ; Curtius 1 ' 
189; Corssen l 8 , 100; Fick 2 742, 520, 359. È singolare la 
conformità del derivato aat. gartinàri, gartenàre, mat. gar- 
tenaere, tm. Gàrtner, ing. gardìner, coli' it. giardiniere. Altri 
deriv. : giardin-ag(jio-eria-etto-iere-ino-uccio. 

Griava, luogo nel naviglio dove si ripongono gli 
attrezzi od altro (Ariosto). Sarebbe mai questa parola ve- 
nuta dall' aat. gawi, kawi, geioi [got. gavi] mat. gou, gSu, 
geu, tm. Gau, luogo, terra, contrada, cantoni? Il passaggio 
letterale sarebbe perfettamente uguale al caso di aat. gtilo 
che die giallo e di aat. gartin che die giardino; in altri 



200 GIAVELLINA — GIGA. 



termini lo sdoppiamento dell' a ger. nel dittongo it. ia, 
non è raro. E neanche il senso presenta grave difficoltà, 
quando si pensa che la parola it. cantone può significare al 
tempo stesso un "tratto di paese" (come quando diciamo 
" il cantone di Berna ") e " piccolo ripostiglio ". Tale è 
la mia opinione sull' etim. di questa parola non ancora ten- 
tata da alcuno. 

Griavellina, specie d'arme da lanciare (Monte- 
cuccoli). Facilmente è riproduzione dal fr. javeline, sp. 
jabalina; ma potrebbe anch'essere derivazione del nome 
seguente. 

GriavellottO, sorta di dardo a foggia di mezza 
picca (G. Villani, 8, 75, 4). Immediatamente questo nome 
venne senza dubbio dal fr. javelot, il che è provato e dalla 
forma stessa, e dall' essere la voce stata usata la prima 
volta dal Villani, vale a dire da uno scrittore che intro- 
dusse in italiano non poche parole francesi. Ora il fr. colle 
forme antiche gavelot, gaverlot, gaverlos, garelos, garlot, 
gaurlot, iavrelot, glavelot, bret. gavlod, mat. f/abilot, a. fiam. 
gave'ote, fu dal Grimm riportato a ing. gavelok, o meglio 
ad ags. gaflac d' ug. sig., composto del nd. gefia, lancia, 
e ags. làc, giuoco. Il Pott invece propose il cimb. gafl-ach, 
lancia a penna. Il Diefenbach al contrario riannette le 
voci ger. del mat. alla stessa radice di Gabèl, forchetta, 
e afr. gaffe, pertica; e da esse sarebber venute le romanze. 
Tuttavia la etim. vera è sempre incerta; poiché, oltre alle 
opinioni viste qui, il Littrè ricorre al bl. capiulus, capi- 
lum; e il Tobler parte da un glaivelot, dimin. di glaive; 
le quali due ultime ipotesi peraltro sono combattute da 
G. Paris per ragioni sia di senso che di forma. Onde 
1' etim. ger. è sempre una delle più probabili. 

Grigra, strumento musicale a corde, simile al violino ; 
parte d'una sonata (Dante, Parad. 14; Intelligenza, 292). 
Questo coli' afr. gigle, gigue fr. gigue (che il Mackel crede 
venuto da * gige per dissimilazione), prov. gigua, guiga, giga, 



GIGA. 201 

a. sp. giga riposa su una forma ger. aat. * giga, che è pre- 
supposta dal mat. gige, tm. Geige, violino, m. ol. gighe, anrd. 
gigia. Qui, come in bara, balco, bracco, ecc., si dà il caso che 
le forme it. sp. e prov. sono più vicine all' aat. che lo stesso 
mat. e tm. ; il che fornisce un argomento per provare da 
un canto che dovette esistere realmente una forma aat. 
giga, come suppone il Mackel, e dall' altro che questo nome 
fu importato nei paesi romanzi sin dalla immigrazione dei 
popoli settentrionali, e non già nel medio-evo come so- 
stengono taluni fondandosi sul fatto che mentre la forma 
mat. gìge, è storicamente certa, l' aat. giga non è docu- 
mentata; argomento evidentemente debolissimo. Il Kluge 
per contrario non parte dall'esistenza di un aat. giga; dà 
però il mat. gige come molto antico, soggiungendo eh' esso 
non può essere sospetto di derivazione dal romanzo, poi- 
ché si verificò il caso contrario. Accenna per altro alla 
verisimiglianza d' un preger. ghika. Secondo lui 1' affinità 
coli' a. si. zica, filo, da lit. gii, filare, è appena possibile. 
Il tm. da Geige ha cavato geigen, suonare il violino, Geiger, 
violinista e parecchi composti. Degno di particolare at- 
tenzione è il fr. gigue per la evoluzione di sensi a cui esso 
e suoi derivati sono andati soggetti. Primieramente gigue 
ha preso anche il signif. di " danza accompagnata da mu- 
sica"; i derivati giguer == andar presto, saltare, gigotter, 
muover le gambe, vacillare, ed infine gigot = coscia. Per 
intendere bene questa progressione di significati, lo Sche- 
ler osserva che il nd. geiga valendo " tremare ", e geigr 
u tremito ", la radice doveva contenere l' idea fondamen- 
tale di " vibrazione, scossa ". Sempre secondo lo stesso 
linguista, da rad. ger. gig, muoversi, originò gigue, gamba, 
quindi gigot, coscia, gigotter, muoversi, giguer, giugni r. dare 
il gambetto, danzare e che da giguer, sarebbe venuto gigtie, 
danza, aria di danza, poi strumento. Ma, poiché in it. ; 
ha solo un significato attinente a musica, quello che dice 
lo Scheler potrebbe tutt' al più valere pel francese. Nel 



202 GIOOTTO — GIRIFALCO. 



quale fr. il vocab. in questione ebbe una storia ed uno 
svolgimento molto più notevole che in it. e nelle altre lingue 
sorelle. Oltre di ciò il fr. conserva un documento impor- 
tante per mettere fuori di dubbio la provenienza del nome. 
Nel romanzo di Cléomedes si leggono questi due versi : 

Et des flauteurs de Bebaigne 
Et des Gigeours d' Alemaigne. 

Da questo si rileva cbe i suonatori di giga venivano prin- 
cipalmente di Germania, e cbe di là per conseguenza ve- 
niva lo strumento stesso. Per ciò la giga è coli' arpa uno 
strumento di provenienza germanica. Il fr. die poi origine 
all' ing. gig, viola, strumento a corde. In it. è parola an- 
tiquata, non incontrandosi più dopo il secolo 17. 

GriCfOttO, coscia di castrato; termine dei macellai 
( P. Bardi, Avinavoliottoneberlinghieri, metà secolo 17.°; 
Averani, Nelli). Riposa immediatamente sul fr. gigot, 
gamba, coscia, la cui origine dalla radice ger. cbe ba dato 
ancbe Giga, v. sotto quest' ultima parola. 

G-irifalco, girfalco, girofalco, uccello di 

rapina, il maggiore delle diverse specie (M. Polo, Milione; 
Crescenz., Agricoli.; Boccaccio, Filocopo; Sacchetti, Nov. ). 
L' it. immediatamente procede dall' afr. girfalc, gerfaut, 
prov. girfalc, donde ancbe fr. gerfaut, e sp. gerifalte. L'afr. 
riposa sub. bl. gerofalcus, gyrofalcus. Ora il bl. fu dalla 
fantasia popolare creduto un composto in cui entrasse come 
primo elemento il lat. grec. gyrus, giro ; sicché 1' uccello 
sarebbe stato così denominato dal suo " girare in tondo ". 
Questa interpretazione ci è attestata espressamente da 
Alberto Magno : « dictus est a gyrando quia diu gyrando 
acriter praedam insequitur ». Anche due altre etim. furono 
proposte, cioè dal gr. tepóg, sacro, e xùptoc, signore: la 
prima, occasionata dal fatto che una sorta di falcone è 
detto sacro, avrebbe dunque significato "falco sacro"; e 



GIRIFALCO. 203 

1' altra " falco principe ". Il Diez s' attenne senz' altro al- 
l' etim. latina; ed allegò a sostegno dell'antica interpreta- 
zione popolare, che il gr. xipxoS vale al tempo stesso " giro, 
circolo " e " falco ". Ma gli studi fatti dai germanisti e dai 
romanisti dopo la morte del Diez hanno dimostrato ad evi- 
denza che il bl. gyrofalcus, e quindi i suoi derivati romanzi, 
non sono di origine latina e molto meno greca. Essi ri- 
posano sul ger. * girfalko, donde mat. girvalke, giervalke, 
gervalke, tm. Geierfalk, bt. gierfalke, gérfalke, geierfalke, ol. 
giervalk; il quale è composto di Geier e di Falk, dove 
il primo elemento per la somiglianza formale casualmente 
affine al 1. gyrus, fu interpretato falsamente come signifi- 
cante il concetto espresso da quest' ultimo (1). Il Baist 
anziché ger. girfalko mette a fondamento 1' anrd. geirfalk, 
e fu approvato da Gf. Paris, Eom. XII, 100. Il Mackel in- 
vece ritiene sia più adatto alle forme romanze 1' aat. gér- 
falko, corrispondente all' anrd. geirfàlki, e all' ags. gar- 
falca. Quanto all' opinione del Baist che mat. girvalke e 
gervalke fossero tolte in prestito dall' anrd. geirfalcki, ma 
senza corrispondere più ne per concetto né per forma al 
vocabolo originario, il Mackel crede che ciò non sia giu- 
sto; essendo più ovvio ad ogni modo il supporre che la 
parola fosse presa in prestito al tempo del primitivo mat. 
(sec. 11, 12), come sembra accennare il np. Gdrfalch, e 
che poi le ulteriori forme siano dovute ad una erronea 
interpretazione etimologica popolare. Altri però sulla ori- 
gine e sul valore di mat. girvalke la pensano diversa- 
mente; tali sono Io. Schmidt, Schade e Kluge; i quali in 
sostanza ammettono che sia voce schiettamente ger., e che 
la prima parte del composto sia 1' aat. gir, giri, mat. gire, 



(1) Il Dicfenbach cita anche la forma yreijj'alk ; ma questa è 
evidontomento una corruzione popolaro dovuta ad una falsa in- 
terpretazione per cui si credeva che il composto signihcasse 
" falco rapitore " e che il primo elemento vonisso da greiftn, af- 
ferrare. 



204 GILBO — GIU< ■( 0. 

dial. mod. geier, avido, bramoso, spettante alla rad. ger. 
gir, desiderare, che die tm. gier, gierig, gern, begheren ecc. 
Ciò è confermato anche dal fatto che nel tm., oltre a Ge- 
ierfalk, s' risa anche il semplice Geier, derivante da aat. 
gir, Jtfr, mat. gir. La rad. ger. gir ha un riscontro nel 
sans. grdhras, " avido, avvoltojo " rad. idg. ghar. Il tro- 
varsi già nell' aat. la forma gir, e molto più il fatto che 
il sans. grdhras vale ad un tempo " avido " e " avvoltojo " 
finisce di atterrare del tutto l' ipotesi del Diez che traeva 
dal lat. grec. gyrus, giro, il primo elemento del bl. giri- 
falcus. Al che bisogna aggiungere che la caccia coi falchi 
fu insegnata ai popoli lat. dai Tedeschi, come confessa 
apertamente il Baist (Zeits. di Gròber, VI, 427). 

G-ilbO, di color cenerognolo (Palladio, Marz. 15). 
Si deriva comunemente dal 1. gilvus, d' ug. sig. ; ma non 
potrebbe anch' essere il tema del t. gelò, giallo, prima la- 
tinizzato, e poi ridotto a forma italiana; e che penetrò 
anche nel fr. gilbe, ginestra dei tintori? Anche nel tm. 
abbiamo un Gilbe, giallore, da mat. gilioe, aat. giliwi, gelawi, 
vb. gilben, colorare in giallo. Il cangiamento del w ger. 
in 6 lat. e rom. 1' abbiamo visto anche sotto fcdbo. 

Grilda, è la forma bl. del ger. gilda, che già s' è 
visto sotto Geldra, e che nel fr. oltre a gilde die gueude. Da 
gilda a geldra si passò mediante la infissone d' un 7-, come 
da ags. filt si cavò feltro, e da Geneva si cavò Ginevra. 

G-iolitO, godimento che prendesi nella quiete dopo 
la fatica; festa, allegrezza (Redi, Fagioli), è una riprodu- 
zione dell' afr. jolit, fr. joli, formatosi dal fr. jolif, me- 
diante 1' aggiunta del suffisso ( v. Rothenberg De suffixorum 
mutatione). Sull'origine poi ger. primitiva rimandiamo a 
Giulivo. 

GriUCCO, quasi affatto privo di senno ( Pananti, Gua- 
dagnai ). Pare non sia altro che un doppione di ciocco 
che figuratamente vale " balordo '', e ciò mediante la forma 
ciucco che in alcuni vernacoli toscani usasi per lo stesso 



GIULIVO — GONFALONE. 205 



che giucco. Quanto all'orig. ger. v. Ciocco. Deriv. : giucca- 
ta-ggine ; giucche-r elio-ria. 

G-iUlivo, questo aggettivo che sta per giolivo (v. 
Diez, Gramm. I 3 , 166) immediatamente viene senz'altro 
dall' afr. jolif iolive, gajo, lieto, galante; il quale senso, 
oltre che nell'it. e afr., si riscontra anche nell'ing. jolly. 
Ma il fr. moderno ioli, formatosi anch' esso di là, signi- 
fica " gradevole, piacevole, grazioso ". L'origine prima d'un 
tale aggettivo è l'anrd. jol, festa solenne, e propriamente 
festa del natale. In isved. e dan. jùl, [ing. yule] = festa 
di natale, e julmonat ~ dicembre. È parola trasportata dai 
Normanni in Francia dove prese il suffisso if [il prov. formò 
jolifitat], e donde fu trapiantato anche in altri paesi del 
mezzodì dell' Europa. Deriv . : giuliv-amente-etto-ità-itade. 

Gonfalone, confalone, vessillo seguito da un 
determinato numero di soldati; insegna d'un comune; ban- 
diera d'una chiesa o confraternita (Malispini 183; Guido 
Colon. 307; Giamboni, Orazio 511 ; Fra Bartol. ). Coli' afr. 
gonfanon, confanon [ginev. conforon, bandiera di chiesa], 
prov. gonfanon, confano, gonfino, gonfaino, golfaino, fr. gon- 
fanon, confalon, sp. confalon, a. sp. port. gonfalào, sicil. 
cunfaluni, bl. cuntfano, ha per fondamento il ger. gunt{i)fano, 
aat. ijundfano, guntvano, chundfano, ags. giidhfana, gùtfana, 
bandiera di guerra. L' a. ger. guntfano è un composto di 
aat. gundja e di fano. Quanto ul secondo elemento v. Fa- 
none. Chea il primo, l' aat. gundja, che appare solo in 
questo composto e in alcuni np., ha per corrispondenti ;is. 
ghdhja, gudea, gudh (nel composto gHdhamo) e significa 
" lotta, battaglia, guerra ". L' ags. gùdk vale lo stesso ; l'anrd. 
gù<//ir, gurnmz, guerra, dea della guerra. (Grimm, Deutsche 
Gramm. 2, 457; Vigfusson, 221 ). Il got. è gunths, e il tema 
ger. è gunthi o gunthia. Secondo il Fick 67 ap] rovato dallo 
Schade si connette a lit. giìlczds, contesa. ginczùkas, litigioso, 
gificeytis, contendere, giuklai, anni ; a. si, gitati, eccitare. 
Miklos. 131, sans. gin) fon, strage, uccisione, rovina, ghàtht. 



206 GORA. ^ 

uccisore, hantàr, uccisore, dalla rad. han, ghan, battere, 
uccidere, distruggere. Al contrario il Bopp, GÌ. 3 313, e L. 
Meyer, Kuhn 7, 17 lo riannodano a sans. yudh, combat- 
tere, ed anche a sans. ganclh, violare, percuotere ; e il Pictet 
2, 190 a nigandhana, mischia. Ma queste ultime affinità 
sono rigettate dallo Schade e da altri. Nel tm. l'aat. gunt- 
fano è sparito (anzi non ricorre neppure nel mat. ); e s'usa 
in quella vece Krieysfahne o Sttirmfahne oppure il sem- 
plice Fahne. Questa voce in it. ha avuto uno svolgimento 
di significati maggiore che nel fr. Di fatti in quest'ultima 
lingua ha solo il senso militare, che era il primitivo, e 
quello ecclesiastico; le manca il signif. di "insegna dei 
magistrati, del Comune, d'arte", e quello di "drappello, 
moltitudine " senza contare i non pochi traslati. Anche i 
derivati ital. sono assai più numerosi dei fr. e tutti im- 
portanti per la parte che rappresentano nella storia delle 
città e repubbliche ital. del medio evo. Eccoli: gonfalonata; 
gonfalo-nerato-neratico-nierato-nieratico; gonfalo-niere-nieri- 
niero; venez. confaloniero. In tutte queste forme in luogo 
della gutturale media s' incontra anche la tenue, che cor- 
risponde alla foivrna accessoria dell' aat. chundfano. 

G-ora, canale per cui si cava 1' acqua de' fiumi me- 
diante le pescaie; canale da mulino; acqua stagnante e 
pantanosa (Dante, Villani, Boccaccio). Gora -per guora pro- 
cede dall' aat. wuorì, mat. wiXere, wiier, ww J re ì argine per 
respingere o condurre acqua, tm. Wehr, argine difesa. Il 
dial. sviz. presenta ivùr, il bav. wuor wiier, wuerin, il 
tirol. wiier, calle forme derivate wuorag, wuor agì,- wueren 
coli' idea di " innaffiamento, ubbriacatura ". Il lad. dei Pri- 
gioni ci dà vuor da cui è facile il passaggio all'it. guora, 
gora. Questa voce che fra le lingue rom. è posseduta solo 
dall' it. e dal lad., dovette probabilmente venirci pel tra- 
mite dei Longobardi. Il tema ger. era vórà vòrìà; e la rad. 
è vòr, differenziatasi da var, e questa da war. Quindi il 
signif. fondamentale è quelle della " difesa ", e non quello 



GOTI — GRAFFIO. 207 

della " irrigazione ". È quindi connesso a tm. wehren, di- 
fendere, riparare, da aat. warian, got. variati, inpedire, 
proteggere. Il venez. gorna = grondaja è la stessa cosa che 
gora, come suppone il Diez? Del resto, gora è parola an- 
tichissima sul territ. it., poiché in un documento spettante 
all'anno 710 (Brunetti, Codex diplom.) n' è già fatta men- 
zione : altra prova dell' importazione longobarda. Deriv. : 
gorajo. 

G-oti [t. Die Gothen\, nome d'uno de' più antichi 
popoli germanici che fiorì nei sec. IV, V e VI, un cui 
ramo gli Ostrogoti \ Ostgothen ] occupò e dominò l' Italia 
dal 489 al 553. V. Ostrogoti e Visigoti. Deriv. : gotico. 

G-rafììO, antica macchina da guerra uncinata; stru- 
mento con uncini specialmente per ripescare vasi caduti 
nel pozzo (Dante, Inf. 21; Buti). L' etim. dal 1. graphium, 
rappresentante il gr. Ypatpetov, stile da scrivere, fu con ra- 
gione rigettata dal Diez. perchè il vocab. gr. - lat. non con- 
tiene l'idea di uncino essenziale alla voce italiana. D'altra 
parte è troppo evidente la corrispondenza dell' aat. krapfo, 
krafo, mat. krapfe, tm. Krapfen, uncino, artiglio ripiegato, 
sia coli' it. che collo sp. garfio, garfa, e più ancora col prov. 
grafio d' ug. sig., borg. graffiner, grattare, fr. agraffe, pet- 
tine, vb. sp. agarrafar, engarrafar, vali, afirafe, afferrare. 
Accanto ad aat. krdffo, krafo dovettero probabilmente esi- 
stere * krapfio e krafio che spiegherebbero ancor meglio 
le forme romanze, e costituiscono una ragione di più per 
dare la preferenza alla deriv. ger. su quella dal cimb. crab, 
craf, accennata da taluni, poiché in quest'ultimo caso non 
s' intenderebbe facilmente l'inserzione dell'i. La radice 
ger. che abbiamo innanzi accanto allo forme già viste si 
sdoppiò anche in altre, corno grappo, grapo, mediante la 
La,utverschiebung o differenziazione fonica, e in k rampini, 
kramp>ho di cui ci occuperemo alle voci Grampo,, Grranjìa-o, 
Grappa-o; altra ragione per l'orig. ger. di graffio. Secondo 
il Faulmann il vocab. t. sarebbesi svolto da vb. aat. hrcspan 



208 GRAMAGLIA — GHAMO. 

per hrèpfan, e questo a sua volta da aat. greifan; al con- 
trario il Kluge ed altri mettono quest' ultimo vb. come 
indipendente da tutti i precedenti. Deriv. : graffiare ( stro- 
picciare con cosa uncinata), graffia-mento-to-tore-tura ; graf- 
fietto,' aggraffare. V. anche Raffio e deriv. 

G-ramaglia, vestito di lutto (Casa, Soderini + 1596; 
Melimi). Secondo alcuni sarebbe derivato dallo sp. gra- 
malla, specie di toga. Ma poiché il Vocabolario dell' Ac- 
cademia Sp. stampato nel 1734 non dice niente affatto che 
quella sia veste da lutto, a me parebbe che potesse anche 
essere un astratto formatosi in Italia dall' agg. gramo, di 
guisa che venisse e significare " tristezza, mestizia ", e poi 
per transizione naturale " vestito da lutto ". Si può inoltre 
osservare che gramaglia appare in Italia già nella l a metà 
del sec. 16°, quando lo sp. non aveva ancora esercitato 
alcuna influenza sull' it. 

G-ramo, mesto malinconico, tapino (Dante, Sacchetti). 
Col prov. gram, afr. gram, graim d' ug. sig., procedette 
dall' aat. grani, adirato, mat. tm. gram d'ug. sig.; ags. gram, 
grom, ing. ol. gram, anrd. gramr. Nel ger. appartengono qui 
anche anrd. grami, amareggiamento, mat. e tm. Gramm, 
tristezza, poi vb. got. gramjan, aat. gremjan, cremian, grem- 
man, gremmen, kremen, mat. gremen, fare adirare, eccitare, 
ags. gremjan, gremman, amareggiare, e inoltre aat. gra- 
mizzòn e grimizzòn, grimmo e grimm che rivedremo sotto 
Gricciare, Grinìa e Grinza. Secondo il Faulmann a fonda- 
mento di tutte queste voci starebbe il vb. aat. greman, 
" diventare burbero, imbronciare ", che a sua volta sareb- 
besi formato dal vb. rtman, toccare, affine a 1. crimen, e 
riposa sull' aat. chrimman, tormentare, da cui si sarebbe 
poi svolto grimmen con concetto rinforzato, e forma pure 
rinforzata con g: il quale rinforzo formale col g in t. è 
assai comune. V. Raffio. Però il trovarsi già il g nel preger. 
rende inverosimile -una protesi nel puro campo ger. Nel 
campo idg. corrispondono alla rad. ger. [got. * grama da 



URAMPA — GRANFIA. 209 



preg. ghrmo] lit. grumenti, mugghiare cupamente, grumsti, 
minacciare, a. si. grumeti, tuonare, grumenie gromu, tuono, 
grimati, tuonare, suonare, Miklos. 143, 144, 146; poi. grzmiéc, 
tuonare, grzmienie, il tuonare; poi gr. y v pói>.Gt5'oc ì digrignare, 
%pó\xoq, nitrire, e fors' anche %pi\).éb<D e / v p£jj.s6t':jy, nitrire, 
1. fremo e frendo, fremere, sbuffare, zend. grantó, adirato. 
Curtius 3 192; Corrsen 1 ? , 159. Deriv.: gramare (ant.), che, 
secondo il Bembo procede direttamente dal prov. afr. gra- 
ma jer, gremajer; gramezza, che corrisponde ad afr. graigne, 
e fors' anche gramaglia e quindi gramaglioso. 

Grampa, branca, zampa (Burchiello). Riposa sul 
ger. kramp. aat. kramph, as. cramp, curvato, storto, tm. 
krampf, il quale agg. già da gran tempo die origine anche 
sul territorio ger. ai sostantivi Krampe, e Krlimpes, un- 
cino. Il Kluge osserva che il tm. Krampe, uncino della 
porta, è parola del bt., perchè nell' at. ci dovrebbe es- 
sere il pf; il che appare dalle forme parallele al bt., 
cioè ol. kram per kramp, uncino, artiglio, ing. cramp, ar- 
tiglio, cramjrirons. Nel tm. e' è anche Krampe = tesa del 
cappello, da bt. Krempe, che pel signif. s' attiene str tta- 
mente all'aat. chrampf, storto, ricurvo, anrd. krappr, stretto, 
dove chrampf riunisce i due sensi di " uncino " e di " orlo, 
corona". Dal ger., oltre all' it., si svolsero altresì afr. fr. 
crampe, prov. crampo d' ug. sig. ; borg. se crampir, ripie- 
garsi, afr,, crampi, ripiegato insieme. Anzi, poiché eviden- 
temente questa voce entrò nel rom. dal bt., e 1' unico po- 
polo basso tedesco che influì sui paesi latini per la lingua, 
furono i Franchi, è probabile che questa parola sia a noi 
venuta direttamente dalla Francia; e la tarda comparsa di 
questa voce nella scrittura sembra confermare questa mia 
ipotesi. Ma nell' abfr. dovette esistere anche un kram 4 >> 
da cui il fr. crampon d' ug. sig. V. Granj'ui, Rampa, e 
Rappare. Deriv.: aggrampare. 

G-ranfìa, unghia adunca degli uccelli di rapina; 
artiglio (Lippi, Malm.; Segneri . Certamente .| u, ' st; ' voce 

14 



210 GRANFI — GKAHI'A. 

non è che un doppione di Grampo,, riposante sull' aat. 
cramph, tm. Kramph, d'ug. sig., pel solito fenomeno del 
riprodurre che fa l' it. or colla labiale tenue or col- 
1' aspirata la labiale teutonica, che poi oscilla anch' essa 
spesso, come si vede nel caso delle due voci tedesche 
della stessa radice, anzi dello stesso tema, che hanno 
dato origine a graffio e a (frappo. Del resto la formazione 
di Granfia, oltreché da krampf, si potrebbe spiegare anche 
da aafc. chrapho, chrapfo, mat. krapfie, tm. Krapfen, artiglio, 
mediante la nasalizzazione come nel caso di griffe e grinfie; 
anzi il senso sarebbe più confacente e più strettamente 
connesso che nel primo caso. Il cangiamento del genere 
nel passaggio dall' una all' altra lingua è frequente. Ad 
ogni modo la parola in quistione risale sempre alla stessa 
rad. germanica. V. anche Griffe e Grinfie. 

G-ranfì, ranfì, intirizzimento doloroso che viene 
alle gambe (dial. moden. ). Anche questa è uno dei mol- 
teplici aspetti assunti sul territorio it. dalla rad. krap, 
crapf, che dall' agg. krampf, curvato, storto, svolse nel mat. 
anche un sost. krampf, trasmesso al tm. Krampf, proprio 
nel senso del moden. granfi, ranfi, cioè di " contrazione 
dolorosa dei muscoli ". Questa determinazione di senso 
benché lo Schade non 1' accenni, dovette anzi essere avve- 
nuta anche nell'aat., giacché la troviamo già nell'as. cramp, 
e poi nell' ing. cramp che non può averla derivata che dal- 
l' ags. ; e la parola trovandosi in Italia solo nel modenese fu 
probabilmente importata dai Longobardi, o da qualcuna di 
quelle colonie di genti barbariche che si stanziarono in 
questi dintorni sino da tempi antichissimi. Per ischiarimenti 
ulteriori sullo svolgimento della rad. sia sul territorio ger. 
sia sul romanzo e specialmente sull'it., rimandiamo alle voci 
precedenti e a Grappa, Griffa e Grinta. 

G-r&ppa, picciuolo specialmente della ciriegia; pic- 
cola spranga di ferro ripiegata da due capi per collegare 
cerchi, affìssi (Lucan. volg. 258; S. Agost. volg. ; Poli- 



GRAPPO — GRAPPOLO. 211 

ziano ). Non credo a chi dice che questo nome siasi formato 
dal vb. grappare,, e che questo provenisse dal solito ger. 
krappo, * grappa, aat. krapfo, tm. Krappen ; e non lo credo 
perchè non è verosimile che un vb. denotante un' azione 
compientesi con un oggetto materiale abbia dato origine 
al nome dell' oggetto, poiché si verifica spesso il caso con- 
trario ( così zappare viene da zappa, arare da aratro, van- 
gare da vanga ). Inoltre come mai un vb. ital. sarebbesi 
formato direttamente da un nome ger., se prima questo 
non tosse già penetrato nelle lingue romanze? Quindi credo 
alla priorità del nome rispetto al vb. in it. ; il che è poi 
confermato dallo sp. dove s'incontra bensì il nome grappa, 
grappon, ma non il vb., e dal prov. che ci presenta esso pure 
solo una forma nominale grapa ; l'afr. conta i nomi crape, 
grape, a-grape, il fr. grappin, e dial. nor. ha grapper e pie. 
agraper, afferrare. Il bl. era agrapa che ricorre già nei 
testi del sec. 7.°; e riposa su ger. * krappa, forma paral- 
lela a krappo donde prov. grap. Deriv. : grappa-re-riglia, 
grappigli i. 

Grappo, 1' atto d' aggrappare, afferrare ; grappolo 
(Fior, d' Ital. ; Pecorone). Questo non è un doppione di 
grappa, ma parola derivata da ger. krappo che penetrò 
nel rom. prima della Lautverschiebung nel mat. kràpfe, tm. 
Krapfen. Dal concetto di " uncino " fondamentale in questa 
parola, si svolse quello di " afferramento " che è il primo 
di grappo; poi quello in generale di " qualche cosa che 
afferra ", che si restrinse poi a quello di " grappolo '', per 
la proprietà che ha questo di tenere insieme uniti gli acini 
dell' uva. Il prov. ha grap. Deriv. : grappetta, grapposa. 

Grappolo, ramicello a cui stanno appiccati gli acini 
dell'uva. Propriamente è dimin. di grappo, ma preso nel 
senso speciale " di tralcio di vite che tiene stretti ed uniti 
gli acini dell'uva". Questa determinazione è tini a propria 
della lingua it. Deriv.: grappo-letto-ttno-luccio. 



212 GRASPO — GRKIMA. 

G-raspo, ramicello del tralcio della vite spogliato 
dei chicchi (Crescenzio, Agric; Soderini, Coltiva. È lo 
stesso che raspo, premessa la gutturale; come avviene 
spesso sia in it. che in t. (cfr. Granfi da Banfi). Per 
1' etim. ger. della parola v. liaspo. 

Grattare, stropicciare o fregar la pelle colle un- 
ghie per attutarne il pizzicore (Dante, Sacchetti). Venne 
in un coli' afr. grater, fr. gratter, sp. prov. gratar, dal ger. 
kratton che si svolse nell'aat. chrazzón, mat. kratzen, kretzen, 
tm. kratzen, d'ug. sig. Appartengono qui, oltre a mat. kratz, 
kretz, tm. Krcitze, grattamento, anche nd. krota. incidere, 
sv. kratta, ing. to grate, fregare, grattare, got. gakruton, 
sminuzzare, e tm. kritzeln da mat. kritzen, aat. krizzòn, 
eccitare, intagliare; ed alcuni vorrebbero riportarvi ancora 
Kreiss, circolo, da rad. krit; donde kritión, da cui chrizzòn, 
sarebbe " tracciare linee ". Secondo il Faulmann l' aat. 
chrazon, tm. kratzen sarebbesi formato da graz, germoglio 
e significherebbe " strofinare con aghi o simili ", che risa- 
lirebbe a rad. raz d'un vb. ger. rizzon, aat. rìzon, strappare. 
È adunque falsa l'ipotesi di Diez e Schade che l'aat. sia 
venuto dal 1. charaxare, grattare, scrivere, che a sua volta 
sarebbe venuto da gr. yapà'zzuv incidere, disegnare : il che 
del resto si deduce anche della forma stessa; giacché da 
charassare non sarebbe stato possibile la formazione di un 
grattare. Il bl. craiare, secondo lo Scheler, ricorre già 
nelle Lois cles Frisons. Deriv. : gratta- Uccio- tur a-zione ; grat- 
tugia-giare-giato-giatura. 

Gremire, afferrare (Fr. Barberino; Berni). Vedi 
Ghermire. 

G-reppa, greppo, luogo dirupato e scosceso : vaso 
di terra rotto ; raggrinzamento delle labbra che fanno i 
bambini quando cominciano a piangere (Dante, Buti). Que- 
sta voce ger. che fra le lingue rom. penetrò solo nell'it. 
e nel lad., e quindi fu verosimilmente d' importazione lon- 
gobarda, riposa sull' aat. deb, clep, promontorio, cacklep, 



GREPPIA. '213 

rupe, haohchlép, consistenza, anrd. klif, as. ags. clif, poggio, 
promontorio, mat. (basso renano) klippe, tra. Klippe, anrd. 
klippa, d'ug. sig. Si riferiscono qui anche anrd. kleif, serie 
di scogli, ing. cliff, punta, prominenza. Tutte queste forme 
accennano ad un got. * klif, klibis, e si svolsero secondo 
il Faulmann da vb. clèphan, fendere, scoppiare; quindi 
varrebbero propriamente " pietra ruvidamente tagliata ". 
La rad. ger. è klib che riscontrasi anche nel vb. kleiben, 
fendere, dividere. Accanto all' it. greppa-o, abbiamo lad. 
grip, e venez. grébano. Il signif. delia frase fare greppo 
è evidentemente metaforico. Quando all' indurimento di l 
in r, esso è avvenuto anche in freccia da ger. vliz. 

G-reppia, quel luogo della stalla composto di lunga 
e alta cassetta murata, dove si mette il mangiare ai ca- 
valli e ha sopra di sé la rastrelliera (Pulci, Morg.). Tenne 
dall' aat. krippia da cribbia, crippea, crippa, krippha, chri- 
pha, mat. krippe, kripfe, tm. Krippe, d'ug. sig. Altre forme 
ger. sono got. * kribjó, as. kribbia, kribba, ags. cribb, ing. 
crib, mangiatoja; poi svizz. kriipfli, bt. kriibbe, ags. crybb, 
nd. krubba, e kripf nel Palatinato. Pel Kluge la voce ger. 
s'attiene al mat. krebe, corba: quindi il signif. di "specie 
di corba " sarebbe il punto di partenza per krippe e de- 
rivati. All' incontro il Faulmann sostiene che qui sia av- 
venuta la fusione di due temi, cioè di aat. chrippa, crippa, 
crippea, che sarebbe d' origine bt. e procederebbe da vb. 
chripfian per * chripfjan, afferrare che a sua volta rimon- 
terebbe a mat. reffen ftm. raffen], aat. raffian ; e di anrd. 
krè'be, corba, che spiegherebbe il signif. di " siepe intrec- 
ciata ", e deriverebbe da vb. repan, stendersi. al>l>racciare. 
Oltre all' it. greppia, dial. creppia, grupia, gropia, risalgono 
al vocab. ger. il prov. crepia, crepella, empia, afr. crede, 
greche, fr. eriche. Dal fr. originò m. ing. crachc, ing. cratch, 
Alcune delle forme prov. e it. riposano evidentemente sopra 
certe forme ger. secondarie proprie dell' anrd. e bt. Lo sp 
non possiede questa voce, e si vaio in suo luogo di pesébn 



214 OBÈS — GRKTO. 

dal 1. praesepe, come fanno tuttavia alcuni dial. it.. ad es. il 
mod., che usano persepe accanto alla parola ger. ; la quale 
adunque fu d' importazione franco-longobarda. 

G-rès, (neolog. ), pietra formata per l'aggregazione 
di piccoli grani di sabbia. E un termine mineralogico tolto 
in prestito dal fr. d' ug. sig. ; il quale, col prov. gres, 
sabbia di grani grossi, procedette da bl. gressius, gressum, 
svoltosi da aat. griez, grioz, tm. Gries, come fr. gréle da 
c/riezel. Spettano pure qui prov. greza, gressa, fr. gréle, gran- 
dine, vb. grèler ; dim. fr. grésil, prov. gr&zil, vb. (,résiller, 
grazilhar. Di qui pure grésoir. V. Grisatoio. 

G-retO, la parte del letto del fiume che resta sco- 
perta dalle acque, spiaggia, terreno ghiajoso, renajo I Ma- 
lispini, Compagni). L' etim. da ghiareto, proposta dal Fle- 
chia, ci pare inverosimile perchè la sincope del gruppo 
ghia è troppo dura e non presenta esempi analoghi, e non 
so che i dialetti lo convertano altrimenti che in già. Quindi 
resta sempre probabilissima la derivazione fatta dal Diez 
dall' as. griot, griet, gr'éot, sabbia, ghiaia, via, da cui bt. 
grut, sabbia, calcinaccio ; ags. gréot, sabbia, spiaggia, riva, 
lido, donde ing. grit, sabbia, ghiaja, sassolini; a. fris. gr'èt, 
sabbia, spiaggia, anrd. griot, pietra. Le forme dell' aat. 
erano grioz, crioz, gr'èoz, crè'oz, griez donde mat. griez, 
granello di sabbia, sabbia, selce, ciottolo, e tm. Griess, 
arena. Il significato dall' aat. e voci parallele, la somi- 
glianza anzi uguaglianza dall' it. con alcune delle antiche 
forme ger., massime con quella dell' as. e ags., e il fatto 
che dalle stesse voci ger. è venuto anche il fr. grès, pie- 
tra arenaria, gréle, grandine, coi numerosi derivati, prov. 
gres, greza, gressa, sabbia grossa, mettono fuoi'i di dubbio 
1' orig. ger. anche dell' it. greto. Pare peraltro che il fr. 
proceda immediatamente dalle forme dell' aat., mentre 
l' it. è più vicino a quelle dell' ags. : caso contrario a ciò 
che avviene comunemente ; giacché le parole fr. d' orig. 
ger. riposano per lo più sulle forme bt., e le ital. su quelle 



GRETOLA. 215 

dell' aat. Quanto alle voci ger., esse dipendono tutte dal 
vb. aat. griezan, niat. griezen, spezzare, stritolare, che se- 
condo Faulrnann sarebbe in origine stato la stessa cosa 
con aat. rhizan, scorrere, e rùsan, crepare, scoppiare. Nel 
campo ger. si svolsero di qui molti derivati, come grioz, 
griezic, griezelin, griezelach ; gruz, griuzel, griuzeler, grù- 
zing ; gruzi. V. anche Gruzzo-lo. Il tema ger. secondo lo 
Schade è grut. Lo si. presenta anch' esso questa radice : 
lit. griusti (griùdzhi, griudau, yriusiu) premere, calcare, 
griustojis, un che preme, grhistùwas, attrezzo premente, 
grudas, piccolo granello di sabbia, sale, grano ; grudèlis, 
grudytis, gl'anello; lett. grauds, grano, graudinsch, granello, 
graudains, granino, grtidenes, orzo mondato, grust, pestare, 
colpire; a. si. gruda, zolla. V. anche Grès. Deriv. : gretoso. 
G-retola, ognuno dei vimini o stecchi della gabbia ; 
scheggia. (Pulci Luca, Cirif. Calv.; Firenzuola). Il Menage 
la trasse da 1. crates, che non si presta, poiché 1' oscura- 
mento della vocale tonica sarebbe senza ragione ; e d' altra 
pai'te crates diede già grat i. Anche da graticula, (dirti, di 
crates, è impossibile la derivazione, prima di tutto per lo 
spostamento dell'accento; e poi perchè avrebbe ad ogni 
modo dato un gratiglia ; ed anche il senso è alquanto 
diverso; perciò riteniamo che venga da aat. direttili, erettili. 
dimin. di aat. erutto, cretto, grezzo, mat. krat, gratfe. gretto, 
kretze, kreze, tm. Kratze, corba, gerla, che, secondo il Diez, 
sarebbe a sua volta derivato da 1. crùt<s. graticcio. Invece 
il Kluge e il Faulmann credono che aat. cratto coi suoi 
paralleli e derivati siano voci prettamente ger. ; il che del 
resto s'argomenta anche dal fatto che La desinenza o Del- 
l' aat. (come già osservai altra volta i non si riscontra nelle 
parole d'origine latina. Il Kluge vorrebbe riannodare la 
forma secondaria mat. krenze a tm. Kranz, corona. Certo 
poi aat. chratto, mat. chratte, è affine ad ags. cradal, Lng. 
cradle, culla, e a ol. krat, ags. craet, ing. cari, carro. Lng. 
crate, paniere, canestro; e non ha Diente che t'aro con gr. 



21H ewETto. 

xàpraWoc, corba. Il nome si svolse, secondo il Faulmann, 
da vb. aat. f/ratjan, grazjan, intrecciare, forma rinforzata 
di vb. razan, girare, volgere, che ha per rad. rad; e per 
tal modo si collegherebbe a r'èdan, scuotere, crivellare, e 
a rìdan, torcere (v. Ridda). A me peraltro parrebbe che 
it. Gretola potesse ricondursi a mat. grettelin, sportellino, 
panierina, dim. di mat. gratte, paniere da pesce; essendo 
la forma più vicina che quella di aat. chrettili, e il signif. 
identico. Anzi poiché il tm. Grate, venuto da mat. gratte, 
significa " lisca, spina, resta, punta, orlo acuto ", è chiaro 
che a questo modo resterebbe più facilmente spiegato il 
senso di " scheggia ", proprio del vocabolo it. Ed anche 
un' altra provenienza ger. mi pare possibile, cioè da aat. 
grintil, crintil, mat. grintel, grindel, stanghetta, cavicchio, 
leva ; carint. grintl, albero dell' aratro, ags. grendel, campo 
cinto con travi; che ha numerosi corrispondenti nel campo 
si., come : a. si. greda, trave, serb. si. greda, stanza, lett. 
grida, pavimenti, si. gredeli, timone dell' aratro. La deriv. 
da aat. grintil, mat. grintel dal lato della forma non pre- 
senterebbe difficoltà; e pel senso c'è minor distanza che 
nell' etim. del Diez, ammesso che Gretola originariamente 
valesse " astuccio della gabbia ". Nelle altre lingue roin. 
questo nome non s'incontra; e quindi è dovuto probabil- 
mente ad importazione longobarda. 

G-rettO, troppo misurato nello spendere; avaro, spi- 
lorcio, sordido (Caro, Grazzini). Venne dal mat. grit, ava- 
rizia, cupidigia. Entrando in it. questa voce ha preso un 
significato anche più odioso, cioè quello di " spilorcio, mi- 
sero ". Il mat. presenta anche grìtecheit d' ug. sig., e gli 
agg. gritic, gritec, avaro, cupido. Però, benché una forma 
di quest' agg. nell' a. ger. non sia documentata, essa do- 
vette nondimeno esistere ; perchè è diffìcile credere che 
una voce significante un concetto morale sia penetrata in 
in it. nel tempo del mat., il quale ha dato pochissime pa- 
role alle lingue rom., e quelle poche denotanti per lo più 



GRICC1AEE — GRIFFA. 217 

oggetti materiali. Una tal voce, benché sotto forma modi- 
ficata, è posseduta anche dal fr., che ci presenta gredin, 
[pie. guerdin, loren. gordin], mendico, degno di compas- 
sione, dove il d in cambio del t è dovuto propabilmente 
alla immediata origine bt. L'origine del mat. grit è da 
cercare nel got. grédus, anrd. gràd, ing. greed, affamato, 
avido, a cui rispondono a. ol. grete, avidità, gretigh, avido, 
vorace. Deriv. : grett-amente-eria-ezza-ino-itudine. 

G-ricciare, fare una cera oscura. Questo vb. che 
non s'incontra in questa forma, ma che è presupposto dai 
derivati, col fr. f/rincer, ha per base l' aat. grimizzón, in- 
ferocire. Sono venuti di qui il com. sgrizd, stridere dei 
denti, e moden. grisòr, sgrisór, ribrezzo della febbre. Deriv. : 
griccio, [/ricciolo. 

Gridare, mandar fuori la voce con alto suono stre- 
pitoso; levare alte voci (Dante). Il Diez accettò senz'altro 
la etim. proposta già dallo Scaligero da 1. quiritare, pro- 
nunziato anche kiritare, e quindi colla scomparsa dell' i 
atonico critare, donde poi sarebbesi svolto, oltre all' it., sp. 
gritar, e fr. crier. Ma all' orig. latina fa una forte concor- 
renza il got. grètan, greitan, piangere, gridare, urlare, ags. 
gréota >, graetan, anrd. (irata; donde ol. krijten ; da cui 
venne certamente fr. \re]-gretter, rimpiangere. Nel tm. La 
forma gotica non s'è conservata; ma ve n'ha un'altra, 
schrejen, gridare, da mat. scfirien, aat. scrian d' ug. sig. che 
le è affine. Deriv.: grida-cchiare-mento-ta-tore-trice; grid-ìo-o ; 
sgrida-re-ta. 

G-riffa-ia, pi. G-riffe-ie, artigli, branche (dialetti 
dell'Alta Italia). Riposa immediatamente Bull' aat. grifi 
griph, mat. grif, \ genit. griffes j, tm. Oriff, V afferrare, il 
toccare, presa, artiglio. Il sost. dell' aat. si formò da \l> 
aat. grifan, grtfen, chrifan, chrtphan, mat. j /•//< », tm. greif* 
toccare, tastare, sentire, afferrare. In alcuni dial. it. in 
cambio della /, sussiste tuttavia la tenui' j> : pioni, gri 
ghermire, grip, sorta di macchinetta addentellata per pren- 



218 GRIFO — GRIGIO. 

dere sorci, sard. aggrippiar, lom. grippa, acchiappare, tose- 
far grippe, rubare. Le sue corrispondenze nel got. e in 
altri dial. ger., e in alcune lingue idg. si vedranno sotto 
Grippo. Colle voci dial. it. si svolsero di qui anche il lad. 
grifla, artiglio, il fr. griffe, artiglio, e vb. afr. grifer, ir. 
griffer, prov. grifar, afferrare. V. anche Grifo. Deriv. : gri- 
fare (ant. ), griffiare, aggriffiare, sgriffiare. 

Grrifo, parte anteriore del capo del porco e del cin- 
ghiale; muso (Crescenzi, Boccaccio). Più che il 1. grgphus, 
dal gr. yponòq, curvo, adunco, che si presta poco pel si- 
gnif., è da preferire l'aat. inat. grijf, visto già sotto Griffa, 
e che come dal significato di " afferrare " potè passare a 
quello di " artiglio, branca ", potè assumere anche quello 
del " muso del porco ", per la proprietà che questo ha di 
afferrare fortemente. 

Grigio, griSO, di colore tra oscuro e bianco (Giam- 
boni, Dante, Arrighetto, Sacchetti). Collo sp. e port. gris, 
donde griseta, prov. afr. fr. gris, donde grisette, procedette 
dall' as. aat. mat. gris, canuto, brizzolato, grigio, tm. greis, 
grigio, canuto, e Greis, vecchione [propriamente = uomo ca- 
nuto ]. L'as. gris ricorre già nelle glosse dei sec. 8-9 (Gralf, 
Diutiska, II, 192), il mat. presenta anche la forma grise, 
vecchione, e grise, color grigio, poi vb. grisen, divenir gri- 
gio, da aat. grissén; mentre nel signif. di "fare grigio" 
presuppone un aat. grisian. Altre forme ger. sono : mat. 
griswar, di color grigio, aat. grlsil, e. isil, grigiastro, e mat. 
grisinc, vecchione. Il bl. era griseus; e da questo pare si 
sviluppassero it. grigio, lad. grisc/t, e a. sp. griseo. It. gri- 
setto, sp. griseta, fr. grisette, in origine erano una specie 
di stoffa grigia : il fr. assunse anche il signif. di " persona 
avvenente e di piccola statura ". Secondo il Kluge il bl. gri- 
seus, ricorrente già nel 9.° sec, donde l' it., riposerebbe su 
got. * greisja; e il voc. ger. che passò dal bt. nel at., sarebbe 
nella sua storia primitiva ancora inesplicato. Per contrailo 
secondo il Faulmann è un agi', che si svolse dal vb. aat. 



GRIGNARH — GRIMALDELLO. 219 

risan, salire, cadere, anrd. risa, sollevarsi, mat. krìsen, stri- 
sciare, da ricondursi tutti all' ags. grindan, triturare, ma- 
cinare; e l' agg. gris da hrls sarebbesi formato da risan 
in senso di - l debole, fragile ". Ma questi ravvicinamenti 
del Faulmann ci sembrano molto arditi per la forma e 
molto più per il senso. La parola ger. in quistione non 
ha nulla che fare coli' altra di ug. sig., e che apparente- 
mente le sembra connessa anche foneticamente, cioè agg. 
grau, mat. grà, aat. grao, grigio. Deriv. : grigiastro, grigio- 
ferro, grigiolato, grigione, Grigioni \ t. Graubiinder]. 

Grrignare, ridere. Questo vb. non è usato come 
semplice, ma s'incontra nel compostp digrignare (v. questa 
parola) con significato però alquanto diverso, e in parecchi 
dialetti, come bergam. com. grignd, dirugginare i denti, 
lad. grignd, baie, prov. grinar, e moden. (Montese) sgri- 
gnare, ridere rumorosamente, dove è notevole la conser- 
vazione del signif. primitivo. Procede da aat. grtnan, cvinan, 
mat. crltien, storcer- la bocca ridendo o piangendo, dirug- 
ginare i denti ; donde anche ing. grin, piangere, anrd. 
grima. maschera, elmo. Spetta pure qui mat. grinnen, stri- 
dere co' denti, 1' ing. to groan da ags. grdnian. gemere, 
sghignazzare; poi tm. greinen, lagrimare, e grinsen, ghi- 
gnare. Il Faulmann fa aat. krinan z=z hrinan, e poi ricon- 
duce ambedue questi vb. ad aat. hringen, tm. ringen, tor- 
cere, storcere, a cui corrisponde 1. ringor, rignare. Hrinan 
sarebbe attivo e significherebbe "dilatare storcendo ": grtnan 
passivo, e varrebbe " essere adirato '*. Egli ammette anche 
che mat. krìen, gridare, sia una ulteriore formazione da 
aat. grinnan. 

Grimaldello, strumento di ferro ritorto da uno 
dei capi, che serve per aprir le serrature senza la chiave 
(Sacchetti, Buonarroti, Pulci). Immediatamente questo nome 
pare riposi sull' afr. cramail, donde fr. crémaiUère, | da 
quest'ultimo sp. gramallera] crémaillon d' ug. sig.; giacché 
se procedesse direttamente da bl. cramacttlus, presente- 



220 QB1HO — GBIHTA. 

rebbe una forma gramacchio, o un quisaimile. Ora il bl. 
cramaculus che produsse le forme fr. già viste, e le paral- 
lete vali, crainà, cramion, cramier, sciamp. cramaille, s' era 
svolto da ol. kram, uncino di ferro. 

G-rimo, grinzo, rugoso (Ceccbi). È un agg. prove- 
niente dall' aat. grim, crim, grimmi, crimmi, mat. grim, 
grimme, tm. grimm ; as. ags. ing. grim, anrd. grimmr. Il 
senso dell' aat. era di " adirato, nemico, selvaggio, dolo- 
roso ". Il tm. grimm e grimmig = atroce, feroce, crudele, 
furioso, truce, stizzoso. Dal che si vede che l'it. restrinse 
il signif. del vocabolo a denotare un semplice effetto ma- 
teriale della collera, cioè " l'increspamento o corrugamento 
del viso da essa prodotto " ; il che si verificò anche nelle 
parole Grinta e Grinza che spettano alla stessa radice. 
Non così fecero alcuni dialetti e lingue affini : così il lad. 
e com. grimo significa " adirato ", il prov. grim = afflitto, 
mesto, grima = afflizione, grimer = affliggersi. Questo agg. 
t. grimm ebbe numerosi derivati in quel campo, come aat. 
grim [ donde tm. Grimm J collera, furore, grima, maschera, 
grimheit, crudeltà, grimlicho, grimneag, grimmeg [ da cui 
tm. e ol. grimmig \ vb. grimmen, grimman, adirarsi, infu- 
riarsi, grimmida, collera, grimmisón, [infuriare. Esso ha, 
mediante apofonesi, la stessa origine di gramo, con cui 
ha comune anche il significato, cioè vb. aat. krimman, 
chrimman, opprimere, raschiare, puDgere, ed in origine 
s' applicava propriamente al " dolore del ventre ". La rad. 
è chram, che il Faulinann rannoda a Kerb, incavare. Vedi 
Grinta e Grinza. 

G-rinfe, artigli (di al. pieni.). È forma nasalizzata 
di Griffe ( v. q. parola). 

G-rinta, faccia oscura e torva, brutta cera accigliata 
e superba. E voce propria del dial. lombardo ; ma che ormai 
ha preso la cittadinanza ital., e come tale fu usata dal 
Griusti. Procede certamente dall' aat. grimmida, crimmida, 
[ got. grimitha ], collera, mestizia, che è uno dei derivati 



GRINZA — GRIPPO. 221 

dall' agg. grimm, vista aotto Grimo ; e prova evidente di 
ciò è il venez. grinta che vale precisamente, come il voc. 
ger. " collera, corruccio ". La dissimilazione del primo m 
in n è eufonica. L'evoluzione fonetica da grimmida - tho 
a grinta è pari a quella per cui da 1. amita si passò a 
mil. anda, fr. tante, e da 1. semita a. sp. senda. Del resto 
grimida scorgesi anche in piem. grimassa, smorfia, fr. gri- 
mace, e lom. grima, ruffiano, tiranno ; il quale ultimo senso 
fa pensare al senso di " tirannide " che il Diez assegna a 
grimmida. E molto verosimile che questa parola, che ha 
per sua patria l'alta Italia, sia stata d'importazione lon- 
gobarda (1). 

G-rinza, ruga profonda proveniente da vecchiezza 
(Pulci, Medici). Questo è un nome che ha la stessa radice 
del precedente ; ma anziché da una supposta forma gnntea, 
venuta da grinta, che mi pare poco probabile visto che 
grinta è voce dialettale, mentre grinza è da gran tempo 
parole schiettamente ital., io inchinerei a trarre grinza da 
aat. grimmiza, gremmizza, che secondo il Kluge sono forme 
documentate svoltesi dal vb. aat. grimmissón, da cui anche 
afr. grincer. 

G-rippo, febbre catarrale epidemica, con dolore di 
capo, indolimento di membra e grande lassezza (Guada- 
gnoli). È stato tolto in prestito dal fr. grippe d' ug. sig., 
nome formatosi dal vb. gripper, afferrare; che a sua volta 
col m. fr. griper poi grimper (sec. 16."), si svolse da as. 
ags. gripan [got. greipan\, mat. gripen, bt. gripan, afris. sv. 
gripa, ing. gripe, ol. grijpen, dan. gribe. Queste nel campo 
ger. sono del resto forme parallele ad aat. grtfan, grìfen 
ed alle altre viste sotto Griffa, ed hanno corrispondenti nel 
campo si. lit. griepti, abbrancare, graibgti, afferrare, graipstyti, 



(1) So ò vero ciò che dico lo Schado p. 852, cioè ohe l'aat 
yrint, crint, scabbia, crosta mat. grind, [tm. Orint], significò anche 
"capo", mi pare possibile un' orig. anche di là. 



222 GR1BATOIO — GBOPPA. 

abbracciare, grépty, rastrellare, lett. gràbt, afferrare, a. si. 
grabiti, rapire, grabaja, rapina, serb. grabiti, rapire, gr. 
ypt/po? ypÌTzoq, rete da pescare, yptTreó?, pescatore, ypiTrt^eiv, 
pescare ; apers. garb, abbracciare, afferrare ; zend. garew, 
afferrare; a. ind. grabh, grafi, prendere, da rad. yhrabh. 
Bopp GÌ.' 132; Kuhn, 7, 222; Meyer, Got. Sp. 17; Cur- 
tius 5 449; Zacher^Zei*. /. d. Phil., 1, 15; Fick 2 749, 521; 
Schmidt, Ges. d. indg. Voc. 28, 59. 

Gr-risatoiO, strumento di ferro a tacche per rodere 
i margini dei vetri (Baldinucci, Voc. Dis.). Venne da 
fr. grisoir. d' ug. sig. Questo poi s' era formato da grise 
" fatto grigio ", e indicante il ferro limato all'ingrosso, a 
differenza di bianchir, render bianco, limar per bene. 

G-roppa, schiena dei quadrupedi e massime di quelli 
da soma (Liv. Dee; Gres. Agric). Coli' afr. crope, prov. 
cropa, fr. croupe, croce del cavallo, sp. grupa, port. ga- 
rupa, procede da un aat. * kruppa, che appare, in anrd. 
kroppa, kryppa, tronco, busto, torso, dorso, gobba, escre- 
scenza, appartenente ad anrd. kroppr, gobba, scrigno. 
Questa rad. in t. ebbe un amplissimo svolgimento for- 
male, e uno non meno ampio svolgimento di significati. 
Ne vennero infatti aat. mat. kropf, tm. Kropf, gozzo, scro- 
fola, ventricolo degli uccelli; ol. crop, gozzo, seno, ing. 
crop, gozzo degli uccelli, punta, messe, dall' ags. cropp, 
il quale ultimo peraltro significa propriamente " gozzo, 
punta, cima dell' albero, cima del grappolo ". Ma il signif. 
fondamentale è di " massa rotonda insieme ravvolta, roton- 
dità sporgente ", che è il dominante nelle voci romanze, e 
che vedremo sotto Gruppo. Il got. * kruppa lascia scorgere 
però una relazione col gr. Ypoiró?, curvo, a. al. grùbu, dorso, 
si. grbanec, ruga, serb. grba, gobba, quando " escrescenza "' 
rappresentava il senso fondamentale del tema della voce. 
Altri derivati ger. sono il tm. Kiuppel, storpio, venuto 
dal bt. kruepel, con innumerevoli corrispondenze ger., fra 
cui accenneremo ing. cripple, ags. cryppel, nd. cryppell, 



GROPPO — GROSSO. 223 

kryplingr, svizz. chrupfl, chrupfe, svev. kropf, kruft, kriiftle, 
bav. krapf, kropf, persona cresciuta e krupfen, curvarsi. 
D' altra parte il Kluge e Faulmann riattaccano il tutto 
alla rad. di kraufen, strisciare. Quanto al tm. Eruppe, croce 
del cavallo, esso riposa sul fr. croupe, da cui venne anche 
ing. croup. X . anche Gruppo. Deriv. : groppata, groppiera, 
groppone, sgropponare. 

Groppo, viluppo, nodo, intoppo (Dante). È forma 
sorella di Groppa e di Gruppo; ed è quella fra le tre che 
rispecchia inegi o l'originale ger. per il senso generico di 
" nodo, rilievo, gonfiamento ", mentre le altre due conten- 
gono una specificazione di esso. Per il prototipo ger. ri- 
mandiamo a Groppa. V. anche Gruppo. 

G-rOSella, uva spina. L'it. non possiede questa» 
voce altro che nella forma del dialetto comas. erosela, 
perchè tradusse la parola ger. con voci it. d' ug. sig., 
" uva crespa, crespina, uva spina ". Però la voce ger. era 
penetrata nel bl. sotto la forma di groselus, groselarium; 
come appare da un passo che risale al principio del sec. 10°: 
radix sacrai spinai qn ce vulgo groselarium vocatur. Ora questo 
grosselus, groselarium, da cui si svolsero con com. erosela. 
sp. cat. grosella, port. groselheira, fr. groseller, procedette 
da t. kraiisel che entra come primo elemento in kraiiselbeere, 
sved. krusbar, ol. kruisbezie, kroesbesie, uva crespa, dove 
kraus, krausel, vale precisamente " crespo ". Questa uva 
è chiamata dai Tedeschi anche Stachelbeere, ossia " uva 
spina", dai Fiamminghi stecke'besie; e dagl'Inglesi <,oose- 
berry, corruzione di grooseberry, uva grossa, per distin- 
guerla dalla piccola " uva spina " o ribes. Le lingue ro- 
manze pertanto tolsero dal ger. solo la prima parte del 
composto, rigettando il resto come zavorra inutile. 

Grosso, di molto corpo e volume; granili', denso, 
rozzo, duro, gravido, ecc. (Dante, Crescenz. 1. Quest'agg. 
| sp. grueso, Ir. gros] è dal Diez e dietro a lui dagli altri 
etira, in generale tratto da bl. grossus, ohe sarebbe forma 



224 SROTOLARE — GRULLO. 

secondaria di crassus. Però il poco uso che si fece nel 
bl. di grossus, la grande diffusione che ebbe ed ha nelle 
lingue ger. il corrispondente aat. gróz, donde fra gli altri 
tm. gross e ing. great; e più ancora il significato di " in- 
cinta, gravida " che ricorre spesso nell'aat. e che è comu- 
nissimo nell'uso popolare di questa voce, mi inducono, se 
non a fare deriv. il voc. it. dal ger., almeno a supporre 
che quest'ultimo abbia avuto un influsso sulla diffusione 
e sullo svolgimento sematologico del primo: in altri ter- 
mini che in questo, come s'è verificato in parecchi altri 
casi, la parola romanza contenga la fusione di una latina 
e d'una ger. affini di suono e di senso, ed aventi la stessa 
origine indeu. S' aggiunge che, a detta dello stesso Diez, 
sono certamente d'orig. ger. le voci corrispondenti del dial. 
del Berry, grot, grout, groute, les grons, grosso, grande. 

Grufolare, il razzolare dei porci col grifo. E un 
rinforzamento di grifolare, venuto da grifo, " muso di 
porco ", e sul mutamento dell'i in u dovette influire cer- 
tamente l' u di grugno che ricorreva alia mente di chi per 
primo coniò quel verbo. 

GrPU.Ho, mogio, addormentato, sbalordito per cagione 
sia fìsica, sia morale (Buonarroti, Fier.; Salvini, Fagioli). 
Proviene da mat. griillan, deridere, beffare; donde tm. 
grollen, aver astio, odio, Groll, astio, rancore ; a cui il Kluge 
confronta ags. gryllan, stridere, m. ing. grillen, scandaliz- 
zare. La parola it. avrebbe adunque originariamente signi- 
gnificato " deriso, beffato ". Ora chi è dileggiato e scher- 
nito d' ordinario resta avvilito ed intorpidito : questa sa- 
rebbe, secondo me, la spiegazione del trapasso del signif. 
di questa parola dal primitivo all' attuale. Il Faulmann 
p. 148 dice appartenere a questa stessa rad. anche tm. 
grell, adirato, gridante, da mat. gr'èll, aspro, adirato, for- 
matosi da vb. mat. grèllen, gridar forte per la collera ; che 
sarebbe affine ad aat. grinnan, stridere. Ma il Kluge opina 
invece che la rad. e le affinità di grell siano sconosciute. 
Deriv. : grul-laggine-lerello-leria-lino; ingnillire. 



GRUPPO — GECZZO. 225 

Grruppo, unione di parecchie ligure disposte con 
particolare concetto da potere essere abbracciate insieme 
(Caro, Borghini, Giainbullari). Questo allotropo di Groppo 
compare dapprima nel sec. 16°; e forse riproduceva il 
fr. [troupe, ovvero anche sp. f/rupo, nodo, massa. Lo Scheler 
peraltro crede che it. gruppo possa venire direttamente da 
t. Kluppe, " cose riunite, ammasso "; di cui una forma 
nasalizzata sarebbe klumpen, e che in sostanza è la stessa 
cosa che l'ing. club, riunione (1). Deriv. : gruppetto, rag- 
g r uppa re, disg r lippa re. 

G-rilZZO-lo, quantità di denari raggranellati a poco 
a poco (Fazio, Ditt.; Pulci, Creili). Col valac. gruetzi d'ug. 
sig., originò dall' aat. gruzi, ermi, kruzi, grutze, gruzze, 
mat. grutze = forfora, donde anche svizz. grutz, mesco- 
lanza di semi d' ogni specie, tm. Grutze, orzo o avena 
monda, grano sbucciato e macinato grossolanamente. Pare 
che l' it. in origine avesse esclusivamente il signif. di 
" mucchio, riunione ", e che il t. avesse quello di "grano ", 
donde passasse poi a quello di " grano sminuzzato, tritu- 
rato ". Difatti la rad. ger. è grut, che secondo il Kluge 
presenta appunto questo senso originario. Il Faulmann 
pone a fondamento il vb. gruzzen, da rad. griez-zen. ma- 
cinare, spezzare, donde anche aat. krioz, grioz, it. Greto, 
e tm. Griess, tritello, ghiaia. Forme parallele ad aat. gi'uzi, 
kruzi sono : ags. grgtt, grytte, forfora, ing. groat, avena 
mondata, ol. grut, gort, mondiglia, rifiuto, grutte, orzo o 
avena monda, tritello, ghiaja, anrd. grautr, orzo o avena 
monda. Da queste forme secondarie vennero pel tramite 
di abfr. grut, conservatosi in prov. g'Ut, afr. gru, gruel, 
mediante un grutel, e fr. gruau, a traverso a grueau, avena 



l' Notevole mi pare che nella montagna modenese (Montese) 
esiste la voce glu]> "gruppo, miscuglio", che risponde benissimo 
sotto ogui riguardo a t. Kluppe. Ma potrebbe anch' essere forma 
dialettale di viluppo. 

15 



226 



monda, anal. gruau, crusca fina, prov. grutz, ing. gruel e 
ciinb. grual, decotto d' avena mondata, sciamp. gru, crusca. 
Nel campo ger. spettano pure qui aat. (/ruzzi melo, cruzze 
di Notker, manna, e aat. gruzing, grfizinc, mat. griuzinc, 
birra d' orzo. Originariamente affini al ger. sono lit. urùdas, 
grano a. si. gruda, zolla. Qui noteremo che il Rònsch tentò 
trarre it. gruzzo dal gr. yp'JTr,, 1. scruta, roba inutile, scarto. 
Ma lasciando stare che la forma è assai più lontana, come 
conciliare i significati? Il Caix imaginò un 1. co-rotulus, 
e da quello trasse la voce it. ; la quale però è lontanissima 
per forma, giacché un 1. corotulus che del resto è assai 
ipotetico avrebbe dato un crotalo, gro-tolo-dolo ; ma non 
un gruzzolo, poiché da un o tonico non deriva un u, e 
molto meno da un t una z. S' aggiugne che la forma pri- 
mitiva non è gruzzolo, ma gruzzo, come si vede chiaro dalle 
corrispondenti prov. afr., nelle quali il senso s' attiene 
anche più che in it. a quello delle voci ger., e non ha 
alcuna relazione con quello del 1. * co-rotulus. Poi in 1. 
esiste bensì rotula; ma, anche dato che se ne fosse for- 
mato un rotulus, quale è la ragione di quel prefisso co? 
Deriv. : gruzzoletto ; aggruzzolare, raggruzzolare. 

Guada, gualda, pianta di perfetta giallezza con 
foglie a lancette (Targioni-Tozzetti). Le forme sp. gualda, 
port. gualde, fr. gaude indussero già il Diez a cercare 
1' orig. della voce rom. nella rad. ger. da cui ing. weld, erba 
da ingiallire, scozz. scalci, v:aude, wau, tm. Wau, Waude, 
ol. wouw. Da questa rad. lo sp. cavò anche l' agg. gualdo, 
port. gualde, giallo, e a. sp. guado, color giallo. Io però 
non credo ad una recente derivazione dall' ing. weld, come 
suppone il Diez, giacché l'it. guada, che doveva esistere 
già alla fine del sec. 16°, trovandosene il dimin. guaderella 
nel Cesalpino, non può avere a base immediata un ing. 
weld. Di questa opinione è anche il Kluge che pone a fon- 
damento delle voci it. e sp. un tema ger. e probabilmente 
got. * v:alda, il che ci pare giustissimo. Il Faulmann crede 



GUADAGNARE. 227 



che questo tema siasi formato da vb. icildan, olezzare, 
consumarsi, che a sua volta sarebbe connesso a wellan, 
girarsi. Deriv. : Guaderella. 

Grliadagnare, conseguire utile o profitto sul ca- 
pitale investito in traffici ; acquistare denari e ricchezza 
con industria e fatica; profittare, acquistare (Dante, Ca- 
valca). Questo vb. con afr. gaaigner guaigner, coltivare, 
lavorare, fr. gagner, trar profitto, acquistare, prov. gua- 
zanhar, lad. gudoignar, a. sp. guadanar, mietere, port. 
gadanhar, era stato dal Muratori e da altri ricondotto al 
vb. tm. getcinnen, gewann, gewonnen, per la uguaglianza per- 
fetta dei significati, e per una certa somiglianza di suoni. 
Ma 1' accertamento del valore che aveva anticamente questo 
vb. in romanzo e specialmente nell'afr., cioè di " colti- 
vare, lavorare ", e una più esatta conoscenza delle leggi 
che regolarono il trapasso dello parole dal ger. alle lingue 
neol., hanno messo in evidenza che questo vb. è bensì di 
provenienza ger., ma non ha nulla che fare con getcinnen, 
da mat. gewinnen, aat. ghcinnan, got. gawinnan. Esso pro- 
cede direttamente da ger. * waidanian, aat. iveidenón, wei- 
denen, iceidonón: mat. weidenen, cacciare, pascolare, senso 
che nelle lingue rom. è sparito del tutto, salvochè in fr. 
gagnage, pastura, terreno improduttivo; ma che riscontrasi 
spesso nell' afr., dove, oltre agli esempi allegati più sopra, 
gaigneur vale " coltivatore ". Evidentemente il senso pri- 
mitivo delle voci neol. si riannetteva ai lavori della vita 
agricola, fra i quali tenevan posto importantissimo la 
caccia e il pascolo dei greggi ; poi agli acquisti che ne 
risultavano. Quindi s'ebbe questa gradazione: fare pascere 
— sfruttar un campo — raccogliere — acquistare. Il vii. 
ger. * vaidanjan, come del resto tutti quelli in Jan òn, è 
denominativo, cioè formatosi da un nome (Mackel p. 33 . 
che in questo caso è aat. irrida, mat. irridi', tm. II'»/./., 
foraggio, provvigione, pascolo, caccia, bottino; dove è no- 
tevole il passaggio da " pascolo, caccia " a " bottino 



228 GUADARE. 

che è analogo a quello verificatosi nelle lingue neol. da 
" pascolo, caccia " a " profitto, acquisto ", benché in 
queste ultime il trapasso sia più ardito e- avanzato. Da 
aat. weida, oltre il vb. * iraidanjan, aat. ipeidenón, mat. 
iveidenen, che non restò nel trn., si svolse il vb. mat. 
weidòn, mat. weiden, tm. weiden, pascere, che ha conser- 
vato il signif. primitivo, come tm. Weide, pastura; e da 
cui il fr. cavò guéder, e vali, vaidì, satollare. Apparten- 
gono a queste rad. ger. vaidh anche weitha, pascolo, agg. 
vàdhu, emigrazione, viaggio, caccia, anrd. veidhz, caccia, 
bottino di uccelli o pesci, got. * vaithi. Nel campo idg. 
si raggruppano qui secondo Bopp GÌ. 3 37 e Delbriick sans. 
vyatlh, trapassare, vyàdhas, cacciatore, benché faccia diffi- 
coltà l'assenza della dentale radicale; secondo Fick- 862, 
191, lit. wijti, inseguire, a. si. voj, guerriero, voinù, sol- 
dato, vojna, guerra; zend. vi, andare, affrettarsi, fuggire, 
cacciare. Se questa affinità è reale, conviene ammettere che 
il d di rad. ger. vaidh sia un ampliamento. Qui non è da 
tacere che sp. guadano,, port. guadanha, vale " falce " ; dove 
è chiaro che il nome che prima denotava " messe " (cfr. 
a. sp. guadanar, mietere), è passato a significare lo stru- 
mento con cui la messe si raccoglieva. Deriv. : guadagna- 
bile-mento - ta; guadagne-ria-tto-vole ; guadagn-oso-ucchiare- 
uzzo. A sost. it. guadagno-a corrispondono prov. gazanh, 
fr. gain. V. anche Ringavagnare. 

Guadare, passare fiumi a pie o a cavallo da una 
ripa all'altra (Dante, Villani). Questo vb. non si è proba- 
bilmente formato da guado, ma è derivato immediatamente, 
secondo Kluge, da aat. watan, mat. tm. waten, procedere, 
camminare; ol. waden, ags. wadan, ing. towade, anrd. vadha, 
andare avanti, specialmente per acqua. All'incontro il Diez 
lo Schade e il Mackel riconoscono in it. guadare, prov. 
guazar, guasar, passare per acqua, fr. guéer, un risultato 
di 1. vadàre e della pronunzia ger., il che risulterà più 
evidente da ciò che si dirà sotto Guazzare e Guazzo. Ma 



GUADIO — GUADO. 229 



rad. ger. icad, camminare, specialmente per acqua, e 1. 
vadàre da vàdere sono originariamente affini. 

Grliadio (antiq.), pegno, ostaggio. Riposa su tema ger. 
wadio, che in quel campo produsse got. vadi, genit. vadiis, 
aat. tcetti, ags. ivedd, arnd. ved, tm. Wette, scommessa, vb. 
ivetten, scommettere; e in quello romanzo die mlt. wadium, 
pegno, scommessa, prov. afr. fr. gage, come si è già visto 
sotto Gaggio, che è una forma sorella di Guadio. Sull' ori- 
gine di ger. wadio e sue parentele nel campo indeu., v. 
Gaggio e Ingatiare. 

Guado', luogo del fiume dove si può passar senza 
nave (Dante, Villani). Secondo il Diez e il Mackel a fon- 
damento di questa voce e derivati starebbe il 1. vadum, 
d'ug. sig.; e ciò sarebbe provato da parecchie forme sp. 
port. e in parte anche it. comincianti per v, e dal fr. gues, 
che, s condo Foerster risalirebbe ad un * vadus-oris. Il 
Kluge all'incontro ammette che it. guado, prov. guò, e fr. 
gué riposino immediatamente su anrd. vadh, passaggio, ol. 
wadde, a cui rispondono aat. tvat, passaggio, bt. wad, luogo 
nell'acqua, ags. vcid, acqua che può passarsi; tem. ger. 
vada. Ma questa seconda ipotesi non ispiegherebbe poi le 
altre forme romanze, quali it. vado, sard. vada, port. vao. 
Per ciò sembra più giusto l'ammettere che su questa pa- 
rola neol. abbiamo influito tanto il 1. quanto il ger.. come 
è succeduto altre volte, e che l'influsso del ger. siasi ve- 
rificato specialmente nella pronuncia. Del resto aat. wat, 
anrd. vadh e 1. vàdum, come vedemmo anche sotto gua- 
dare, hanno la stessa rad. idg. V. Giiadare, Guazzare e 
Guazzo. Deriv. : guadoso. 

G-uacLo', erba con cui si tingono i panni in azzurro 
(Fav. d'Esopo, Segneri). Col fr. guide [air. guaide, gaide 
waide] dial. vouede, procede, come videro già il G-rimm e 
il Graff, da ger. indila che in quel campo si svolse in 
got. * waida, aat. mat. weit, tm. Waid d'ug. sig.; ags. rad, 
a. ing. wàd, tenti, ing. troiai, sv. vejde, dan. vaid; ol. ir,,,/ 



230 GUAFFILE — GUAJO. 



tveede. Pel solito fenomeno della inserzione della s Y afr. 
ne cavò anche la forma guesde da cui ebbe origine il mlt. 
ivaisda, guasdhim, guesdium, che però il Kluge vorrebbe 
ricondurre a got. wizdila, derivato da vaid. Anche vali. 
waiss, agg. significante " blu color di miele ", si riannoda 
a questa radice. Il 1. vitrum, salice, vetrice, nel tempo 
preistorico si connetteva anch'esso a ger. waid, che pro- 
veniva da preger. waitò. 

GrUafQle, arcolajo. È parallelo a sicil. jiffula, ma- 
tassina, e deriva dalla radice stessa di Gueffa. V. questa 
parola. 

G-uaj, interjez. significante dolore e minaccia (Vit. 
S. Giov. Guai.; S. Gir., Dante). Non c'è dubbio alcuno 
che non provenisse dal ger. wai, che riscontrasi in got. 
vai, e da cui anche aat. mat. wè, tm. weh, ags. va, ing. 
woe d'ug. sig. Una prova evidente che le voci romanze, 
it. sp. guai, fr. ouais risalgono al ger. wai e non al 1. wae 
d'ug., è la più perfetta rispondenza morfologica di esse 
al prototipo wai, massime nell' afr. che aveva precisamente 
la forma icai. Del resto anche il Kluge ammette poi che 
tanto la interiezione ger. quanto la lat. vae e la gr. ol ovai 
siano da riguardarsi come onomatapee. 

G-uaj O, voce dei cani percossi; voce di' dolore; 
lamento, duolo; disgrazia, danno; imbroglio (Dante, Passa- 
vano). Questo nome è certo d' orig. ger.; ma è diffìcile sta- 
bilire se siasi formato sul territorio it. dalla interiezione, 
ovvero proceda direttamente anch' esso dal corrispondente 
nome teutonico, as. aat. mat. ivè [gen. ivèwes], ags. wdwa, 
aat. ivèwo, wèioa, tm. Weh, dolore, passione. Per la prima 
ipotesi sta il fatto che guajo ricorre solo in it. e non nelle 
altre lingue sorelle, e che dalla forma dell' aat. ags. a quella 
di guajo c'è troppa distanza; ma dall'altro canto il senso 
preciso di "dolore, lamento" che ha il sost. ger. m'in- 
china a credere che provenisse immediatamente da esso 
anche l' it. ; e se non dalle forme aat. as. ags., potè svol- 



GUAIME — GUAITA. 231 



gersi da got. vai, usato come sostantivo, che non è docu- 
mentato come tale, ma che probabilmente esisteva. Viene 
in appoggio di questa mia supposizione il verso di Dante 

{Inf, 5): 

E tanto più dolor che pugne a guajo; 

dove evidentemente guajo vale " gemito, esclamazione, 
pianto ", senso che ha riscontro perfetto in aat. toeinòn, mat. 
tm. iceinen, piangere; ags. icànian, anrd. veina, ol. tceenen, 
verbi formatisi tutti, secondo Kluge, dall' inter. Il dial. 
milan. antico possiede un agg. guajo, ger. tcai, a cui è 
affine anche got. qainón, piangere. Deriv. : guai- alar e-re-to. 

G-Tiaim.9, erba tenera che rinasce nei prati e nei 
campi dopo la prima segatura ( Crescen. 7, 2, 4; Pataffi 2; 
Burchiello). Questa voce che ha per corrispondenti afr. 
gain, icain, vuin, voin, vali, vayen, lor. veyn, veyen, 
norm. vouin, anald. icaimiau, e fr. [re] gain, fu dal Diez 
tratta da aat. tceida, foraggio, erba, tm. Weide, o da vb. 
weidón, pascere, col suffisso rom. ime; in guisa che da 
principio s'avrebbe avuto guad-ime, e poi elisa la d, guaime, 
analogamente a guastime svoltosi da guastare. L' etim. che 
si dava prima del Diez da fr. gagner, guadagnare, oltreché 
il senso non soddisferebbe in modo alcuno, varrebbe tutto 
al più pel fr., ma non pei suoi dial. e per l'it. ; mentre 
si spiega perfettamente quella da u-eida per l' it., ed anche 
per il fr. e suoi di 1. col cangiamento della m finale in n. 

Guaita, guardia, luogo di guardia. Questa è una 
di quelle voci ger. che penetrarono nel bl., ma non en- 
trarono nella lingua it., benché la possegga 1' afr. in guaite, 
il prov. in guaita e perfino il crem. in guaita. Ricorre negli 
Stat. Bolog. an. 1257, dai quali appare che in quel tempo 
parecchie vie di Bologna si chiamavano Guaitac o Guagtae 
pel fatto che le sentinelle ci avevano le loro dimore. La voce 
bl. riposa immediatamente su sost. aat wahta, mat. irahte, 



232 GUAITARE — GUALCARK. 

waht, guardia, circostanza o luogo dove si fa la guardia; 
tm. Wacht d' ug. sig. Un deriv. è il bl. guaitator, guaytator, 
sentinella, che s' incontra più volte negli Stat. Boi., ma 
cbe non entrò neppur esso in it. 

Grliaitare (antiq. ), insidiare, agguatare (G-rad. 
S. Gir.; Rim. Ant. ). Non credo cbe questo vb. sia di pro- 
venienza ger. immediata, ma cbe passasse in it. dal prov. 
guaitar, afr. agìtaitier, bencbè nel crem. si trovi la voce 
sost. guaita parallela a prov. guaita, afr. guaite, dalle quali 
ultime si dovette formare il vb. prov. Del resto ancbe 
afr. guaite e prov. guaita e per conseguenza ancbe it. 
guaitare banno a base il ger. wahta, scolta, e vb. wahten, 
rimirare, spiare, da cui vedremo essere venuto * guatare, 
afr. guetter e fr. guet, forme parallele. L'it. rispetto sia 
alle voci fr. cbe alle orig. ger. ba acquistato un signif. un 
po' peggiorativo, cioè da quello semplice di " guardare " 
è passato a quello di " guardare insidiosamente ". Sul- 
l' origine e affinità di aat. wahta, wahten, v. Guatare. Cfr. 
ancbe Guaraguato, Schiraguaito e Sguarguato. 

Griia-lOSire, sodare i panni alla gualchiera (Bardi; 
Tariff. Tose; Stat. Sen.). Coli' afr. gauch-r [mediante un * 
gtudchier], delf. gouchier, procedette da ger. walkan, cbe 
sdoppiossi in aat. walchan, battere, pestare, mat. walken, 
tm. walken, follare, sodare, ol. walken, premere stampare, ags. 
wealcan donde ing. walk, andare, girare, anrd. ioalka, roto- 
lare, muoversi in qua e in là, dan. tvalke, premere. La 
rad. ger. è walk da idg. rcalg, cbe sembra affine a sans. 
valg, commuoversi curvandosi. Il Faulmann, suppone in- 
vece che walch significasse " fare denso ", e che fosse in- 
durimento di vè'llan. È certo ad ogni modo che con inde- 
bolimento fonico ricompare in Wulkian e Wolcan, e che 
senza indebolimento die luogo anche a Gualcire e a Valzer. 
V. queste voci. Deriv.: gual-ca mento-cherajo-ratore ; gual- 
chiera = afr. gauchoir d' ug. sig. ; gualchierajo. Ad it. gual- 
care risponde norveg. gvalchè. 



GUALCIRE — GUALDANA. 233 

Griialcire, malmenare, piegare malamente, abiti o 
panni (Canti Carnas., Allegri, Buonarroti). È voce solo 
dell' it. e viene da aat. icalzian, icalzan, icèlzan, rotolare, 
far girare mat. velzen, n. at. tvàlzen, girare qua e là, spia- 
nare con rullo. La forma ags. era vealtian, anrd. velia, 
il got. valti'in = al gr. ' i\\tiùj.v. x j. Ora valzian valtjan è 
causativo appartenente al vb. valzan che dapprima era solo 
intransitivo. La rad. ger. walt da idg. icald ha una forma 
secondaria più corta wal, icel, nel got. walus bastone, e, 
mat. waln, e svizz. tvalen. V. anche Valzer. Deriv. : gual- 
cito, sgualcire. 

Grlialdana, schiera di guerrieri che corre a dar 
un assalto o far prede; assalto, saccheggio, scontro (Dante, 
Inf. 22). È un nome che fra le lingue rom. è posseduto solo 
dall' it., e immediatamente riposa su mlt. waldana, guai- 
ciano, che riprodurrebbe il mat. woldan d' ug. sig., secondo 
il Diez ed altri, fra i quali lo Schmeller che [4, 66] trae 
quest'ultimo dal grido di guerra wol dan, avanti. Invece 
per il Grimm Myth. 100 e Haupt 5, 494 il mat. è d' ori- 
gine longobarda e sarebbe dall' Italia penetrato in Baviera 
ed in Austria solo nel sec. 13." La voce avrebbe per rad. 
wald, selva; ed avrebbe significato propriamente " rumore 
rimbombante nella selva ", quale si fa nelle caccie stre- 
pitose, con relazione mitologica. Ma questa spiegazione 
etimologica soddisfa poco; primieramente perchè da wald 
a woldan e' è un trapasso molto difficile, e poi perchè il 
concetto di " selva " non mi pare che si presti ;t passare 
a quello di " rumore fatto nella selva "; il quale è poi 
ancora lontano da quello di mat. woldan e bl. il. gualdana. 
Pel riguardo storico, se in t. woldan compare solo nel 
sec. 13°, potrebbe certamente avere avuto orig. imme- 
diata it. ; ma d'altra parte è noto che in questi esercizi 
guerreschi gl'Italiani tolsero molto dai Tedeschi anche nel 
medio-evo, e non mi sorprenderebbe che no prendessero 
anche l' usanza delle gxuddane e il relativo nome, al tempo 



234 GUALDO. 

delle spedizioni degli Ottoni, Enrichi e Federighi in Italia. 
Non voglio tacere che il Ducange, dopo rigettata giusta- 
mente l'etim. dell' Accarisio che traeva il vocab. da gua- 
dagno, spiega gualdana con gualdo, supponendo che dap- 
prima fosse una escursione di cacciatori nella selva ossia 
nel gualdo; e che in appresso passasse al significato mi- 
litare. Però questa ipotesi non mi pare molto accettabile. 
Difatti converrebbe ammettere che nel tempo in cui si 
sarebbe formato questo termine che fu probabilmente nei 
sec. 11° e 12°, in Italia dove in questa supposizione 
avrebbe avuto origine, gualdo fosse stato più comune di 
bosco, selva; mentre si sa che era divenuto rarissimo. Con- 
siderato questo, e che il bl. gualdana o gualiana appare pri- 
mieramente nel Chronicon di Rolandino da Padova (1200-60) 
precisamente quando parla dello spedizioni di Federico II, 
e nel Chronicon Parmense all'anno 1247, sempre a propo- 
sito dello stesso imperatore, io m'induco a credere che 
sia una parola importata dai Tedeschi verso quel tempo 
o poco prima. 

GrTialdO, parco per 1' uccellagione; macchia, difetto, 
magagna (Villani, L. Pulci). Questo nome e i corrispon- 
denti afr. gal, gualtid), prov. gualt, provengono da abfr. 
ioald, aat. valth, as. wald, ags. weald, ing. wold, andr. vollr, 
got. * walthus, selva, bosco, solitudine. Da aat. wald si 
svolsero mat. walt(d), tm. Wald, bosco foresta. Il fr. da 
questa parola trasse anche afr. gaut, " legno di bosco ", 
donde afr. gaudine, legno, e prov. gaut, gau da cui gau- 
dina, legname; norm. gaitlt, e lad. gault d'ug. sig. Questo 
passaggio dal signif. di "bosco" a quello di "legno del 
bosco " s' osserva anche nel mat. ivalt, ivalde, tvelde che 
talvolta vale appunto " albero di bosco, ramo d' albero, 
opera di bosco " (v. Mittelhocdeutsches Handworterbuch di 
M. Lexer, Leipzig, 1869, 3, 471, e Mittelhocdeutsches Wor- 
terbuch di F. Benecke, Leipzig 1856, 6, 657 ). Lo svizz. 
wald significa " frondi e rami d'albero; e in qualche altro 



GUALDRAPPA. 235 

dialetto, ad es. anrd. v'olir, vale anche " pascolo ". Il signi- 
ficato preso dall' it. di " parco, bosco per 1' uccellagione " 
non si riscontra né nelle lingue ger. ne nelle lingue rom. 
sorelle. Ma in it. questa voce doveva anticamente essere 
comunissima massime nell' Italia centrale, avendo dato ori- 
gine a non pochi nomi proprii di paese, come Gualdo Tadino, 
Giialdo Cattaneo, e Gualdo in provincia di Macerata. Circa 
le affinità ger. e idg., noteremo che quanto alle prime il 
Faulmann riattacca wald al perdutosi vb. weltan, walt, 
waltan, " essere vivace, gonfio ", che sarebbe stato connesso 
coll'aat. gelten, valere, da cui tm. gelten, galt, gef/olten, me- 
diante un perdutosi qu'élton, e che si sarebbe formato da 
rad. del vb. mat. w'èlgan, svilupparsi. Perciò wald sarebbe 
stato "il germoglio dell'albero che si svolge". Ma questi 
riavvicinamenti del Faulmann ci sembrano essere abbastanza 
fantastici anche questa volta, e tali paiono anche al Kluge 
che dichiara incerte le affinità ger. sostenute da altri, e 
quanto al campo idg., dopo tratto get. walthus da preger. 
waltus che forse era originariamente un ioaltwos, paragona 
quest'ultimo a gr. àX~o~ [per *F«XtFo?], bosco, e a sans. 
vàta, da * volta, giardino, circolo, e a vati da * /alti, giar- 
dino, verziere. I due signif. di " bosco " e " difetto " si 
riscontrano anche nell' it. macchia. 

Gualdrappa, piccola coperta che stendesi sotto 
o sopra la sella del cavallo (Bartoli, Segneri, Menzini). 
Lo sp. e il port. hanno gualdrapa, e il bav. waltrappen 
d'ug. sig. Il Diez riporta l'ipotesi del Ferrari che traeva 
una tal voce dal raro vastrapes, ricorrente nelle glosse di 
Filosseno, e significante feminalia " veste lombare "; e 
T opinione di quei che ci veggono un composto con drappo 
senza saper dare ragione del primo elemento guai. Il Caix 
suppone che sia un composto di cavallo e di drappo, che 
si sarebbe, mediante apocope e sincope del primo elemento, 
ridotto a c(a)valdrappo. Egli crede che questa parola it. 
non sia che la versione del t. Pferdedeke, copertura del 



236 GUALMO — GUANCIA. 

cavallo. Ma a questo si può opporre che gualdrappa è pa- 
rola recente in it., come quella che compare solo nel sei- 
cento; e che perciò è probabilmente venuta dallo sp. ov'è 
molto più antica. Resta ora a vedere se anche questa non 
possa essere venuta dal t. waldrappen, composto che non è 
documentato in quella lingua; ma che spiegherebbe benis- 
simo il presente valore di gualdrappa. Infatti significhe- 
rebbe "veste o coperta da viaggio"; e verrebbe da wal, 
pellegrino, e da drap. 

GS-Tialmo, fracido, gualcito, insozzato (Davanzati). 
Ci'ediamo col Delatre che questa voce (probabilmente 
d'importazione longobarda, dacché solo l'it. fra le lingue 
rom. la possiede) proceda da aat. mat. walm, bollore, 
donde tm. Qualm, vapore denso, fumo grosso, agg. qualmig, 
vaporoso, vb. qualmen, fumare fortemente. Morfologica- 
mente il passaggio sarebbe regolarissimo : logicamente poi 
è chiaro che dal signif. di " vapore " a quello di " vapo- 
roso ", e quindi di " molle, vincido, gualcito, imbrattato " 
c'è una distanza assai breve. .Forme ger. secondarie sono: 
got. * valms, ags. vàlm, velm, vylm, bollimento, scroscio, pas- 
sione, che secondo lo Schade si riannettono a vb. aat. 
wallan, tm. ìcallen, bollire, ed hanno per tema valma. Il 
Kluge, dopo aver detto che tm. Qualm non ha storia pre- 
cedente sicura, lo trae da bt. ol. kwalm, e lo riavvicina a 
mat. twalm, svenimento, deliquio. Invece il Faulmann am- 
metta la filiazione da aat. qualm chualm, oppressione, dalla 
rad. di vb, quelman, icelman, affumicare, affogare (forse 
mediante il " fumo "). Ma checchessia della storia ante- 
riore del vocab. ger., a noi basta porre in sodo che l'it. 
gualmo abbia origine di là: il che ci pare diffìcile che si 
possa negare. 

G-uancia, gota, parte laterale del viso (Dante, Boc- 
caccio). S'incontra, fra le lingue romanze, solo in it. ; 
e procedette da ger. * wankja, aat. xoanka, wanga, mat. 
ivange, tm. Wange, anrd. vangi, d'ug. sig. Al dire del Kluge 



GUANTO. 237 

dai dial. del tm. questa parola è stata in gran parte 
scacciata per fare luogo a Bàcke. La forma got. doveva 
essere waggò che si lascia dedurre da waggàreis, guanciale: 
1' ags. wanga, ol. wang, ags. wange, donde ing. wang, che 
appare nel composto icangtooth, dente mascellare. Secondo 
il Kluge la storia primitiva del vocab. ger. è incerta: 
parrebbe avere qualche affinità con ags. wong, anrd. vangr, 
got. waggs, campo, prato; e in questo caso significherebbe 
" superficie, pianura della faccia ". Ma sta contro questo 
l'osservazione che i più dei nomi delle parti del corpo non 
hanno origine certa. All'incontro il Faulmann ammette come 
sicura la connessione con aat. ivanga, pianura, campo, che ri- 
corre in composto holzwangà, campi boscosi, e in molti nomi 
di luoghi dell' aat. e mat., e nei presenti dialetti bavaresi e 
austriaci, got. waggs, paradiso, luogo (specialmente 'prato") 
delizioso, ags. wang, wong, wangr, campo ; e verrebbe in- 
sieme con queste voci da rad. wan del vb. icinnan, da cui 
aat. giwinn n, guadagnare. Per lo Schade, p. 1090, il tema ger. 
vanga, vanita, spetterebbe allo stesso ceppo di aat. winkan, 
winchan, wincken, commuoversi, piegarsi ; donde tm. icinken, 
voank, gevmnken, vacillare, fare cenno; e la gota sarebbe 
stata denominata così dall' inarcarsi e piegarsi eh' essa fa 
quando è florida e piena. Questa spiegazione ci pare assai 
più verisimile che quella del Faulmann che riattacca la 
parola a vb. aat. giwinnan che non presenta un senso 
soddisfacente. Nello Schade si possono consultare le nu- 
meroso affinità delle voci nel campo ger. Vedi anche Gual- 
cire, Guoffola, e Avvino ire. Deriv. : guancia-lajo-lata-le-letto- 
lino-lone-ta ; guaucione, guancia b el li i ; sguancia. 

Grlianto, copertura della mano (Boccaccio; Tav. Rit.; 
Petrar. ). Coll'afr. giiant, fr. gant, prov. guan, sp. port. guanto, 
riposa immediatamente su bl. wantus, di cui Beda n7"J-735) 
dice: tvjuuiciitn manuum quae Galli wantos vncant. Ma questi 
Galli, come osserva il Mackel, erano i Galli parlanti il lai. 
del 7" o 8° secolo, il quale lat. aveva già accolte nume- 



238 GUAPPO — GUABAGNO. 



rose voci ger. ; e fra queste una è il ger. want, che appare 
in aat. giwant, veste, mat. want, veste, gewant, gwant, panno, 
veste abito, e in tm. che ha Gewand, panneggiamento, 
abito. Anche il lad. guanto conserva tuttavia il signif. che 
ebbe il rnat. gevant e che ha il tm. Gewand, cioè di " panno, 
veste ". Dal che è facile inferire che la restrizione dal 
senso generico di " panno, veste " a quello speciale di " co- 
pertura della mano " dovette accadere sul territorio della 
Francia e dell'Italia. La voce ger. sussiste anche in sv. 
vanto, e la possedè 1' anrd. vantr. Le Glosse di Cassel mo- 
strano un afr. wanz. Il Kluge, p. 138, osserva che aat. giwant 
propriamente valeva " avvolgimento, sinuosità ", e che que- 
sto significato di " avvolgimento " servì di base a quello di 
" veste ", come fece il 1. toga da tegere, coprire Quindi 
il nome si svolse per apofonesi dalla rad. del vb. aat. 
wintan, mat. winden, tm. winden, girare, torcere, che s'è 
visto già sotto Bindolo e Ghindare, e si vedrà sotto Guin- 
dolo. Deriv. : guanta - ia - io ; guant-eria-iera; agguantare, 
inguauiare. 

G-uappo, guapo, altero, superbo ( dial. napol. e 
milan.). Con comas. vap, sp. port. guapo, ardito, galante, 
adorno, guas. gouapou, ha un' origine ger., che è forse da 
cercarsi nella rad. di ags. vapul, fuliggine, bolla d'acqua, 
vb. vapolian, gorgogliare, ol. wapperen, svolazzare. Proba- 
bilmente l'idea di "gonfio, svolazzante, leggero'' servì di 
passaggio a quella di " millanteria, iattanza, vanitosità ". 
Nota però il Diez che resta sempre inesplicato il senso di 
vali, wapp, acquoso, dolce, e ol. weppsch d' ug. sig. 

Grliaragno, (antiq. ), stallone (Crescenzio; Lib. 
Masc). Il Mackel fa procedere questa parola direttamente da 
ger. * wranjo. Ma è più verosimile abbia a base il bl. wa- 
ranio, warannio, che ricorre già nella Lex Sai. (38, 2), e 
che fu plasmato dai Franco-Galli sul ger. wranio. Da questo 
bl. wranio originò anche prov. guaragnoin), asp. guaranon, 
guarà, guarà, stallone. Le forme dell' aat. sono: irrenno, 



GUARAGUATO — GUARDARE. 239 

ranno, reineo, reinno, reino, stallone; as. ivrenno, m. bt. 
wrene, ol. ruin, cavallo castrato ; ags. tarane, petulante, 
libidinoso, ni. ol. wrensch, libidinoso, sv. vrensk, dan. vrinsk, 
ol. vrensch, dan. vrinscke, bt. wrensken, wrinsken, nitrire 
(dietro alla cavalla), dan. vrinscker, nitritore, stallone. 
Secondo Grimrn., Ges. d. d. Spr. 30, wreineo, reineo nei 
tempi anticbissimi designava probabilmente il Rennthier, 
renna, eh' entrò nel 1. di Cesare {Bel. Gal. 6, 21) sotto la 
forma di reno, e sarebbe in seguito stato applicato al ca- 
vallo. Il Graff I, 978, vorrebbe che abfr. waranio fosse lo 
stesso che sans. varènya, principale, insigne. Secondo Mackel 
il Diez a torto mise wrenio come voce fondamentale. 

GrU.aracfU.atO, (antiq. ), guardia, sentinella (Pa- 
taffio, 2). È una corruzione di Sguaraguato che a suo 
luogo vedemo essere riproduzione di abfr. skarwahta, tm. 
Schaarwacht, del pari che afr. eschargaite, fr. échauguette. 
Caix 101, e pag. 180. V. del resto Schiraguaito e Sguar- 
guato. 

Guardare, dirizzar la vista verso un oggetto, os- 
servare, custodire (Dante, Boccaccio). Con afr. gtiarder, 
fr. garder, p»x>v. sp. port. guardar, ha per base ger. wardón, 
da cui aat. wartòn, mat. warten, spiare, appostare, aspettare, 
tm. warten, aspettare, guardare, curare, as. ivardón. stare 
sull'attenti, curarsi, ags. weardian, osservare, custodire, ing. 
to ward, proteggere,' anrd. vartha, invigilare, proteggere. Il 
got. ci mostra la forma wards, custode, che compare nei 
composti. Il signif. fondamentale del vb. ger. è " mirare 
verso o sopra qualche cosa "; il che, secondo il Kluge, rende 
certissima la connessione di ger. wardón con la radice di 
wahren, vedere, custodire, che ha dato origine a gara, ga- 
ranzia, guarentigia, e noi aggiungeremo con quella di 
warnen, avvisare, da cui guarnire. Il Fauhnann, non so 
con quanto fondamento, trae ivarten dalla rad. di un vb. 
wertan [irart icortan], pigliare, costringere, dominare} senso 
che non ha niente che fare con quello del nostro vb. I deriv. 



240 GUARDIA. 

e composti sono innumerevoli: perchè questo vb. ger. di- 
venne d'uso comunissimo presso le popolazioni romanze, 
le quali trovavano troppo incommodi i vb. 1. adspicio, con- 
spicio e inspicio che sparirono del tutto; e questa fu senza 
dubbio la ragione per cui, oltre a guardare, entrarono nel 
rom. guatare e guaitare, spiare e parecchi altri vb. de- 
notanti concetti affini. Ecco i principali deriv. e com- 
posti : guarda-ta-taccia-tina-tore-trice ; guardatu-ra-raccia ; 
guardo. Ragguard-ament >-are-atore-evole-evohzza-o ; riguard- 
amento-ante-are-ato-atore-evole-evolezza-evolmente; liguard-o- 
osam ente-oso; risguardo ; sguatd-amento-are-ata-atore-evole-o; 
tranuard-are-o. Avanguardia, antiguardo; guarda-boschi-ca- 
mera-cappe-capre-corde-coste-maccliie - mandrie - mano - nappa- 
nido-petto-portone-roba-sigilli-spalle; guardi-amarino-n fante. 
V. anche Guardia, Guardingo, Guaraguato e Sguaraguato. 
Gì-liarcLia, osservazione, custodia; sentinella (Com- 
pagni, Dante, Villani). L'it. guardia, afr. guarde, prov. fr. 
garde, potrebbe essere un derivato che le lingue rom. han 
cavato da guardare ; ma è molto più probabile che sia una 
riproduzione immediata di ger. * warda, &a,t. icarta, attenzione 
spiatrice, luogo donde si spia, donde mat. warte, tm. Warte 
d'ug. sig. ; considerato che questo della " sentinella" era 
un concetto troppo comune ed importante nei costumi nei 
Barbari invasori dei paesi latini, perchè non dovesse en- 
trarvi subito ed immediatamente dal ger. anche il vocab. 
che lo designava, indipendentemente dal vb. guardare. Ed 
infatti sotto la voce Guastalla vedremo che nei tempi delle 
dominazioni barbariche in Italia ci furono parecchi luoghi 
che trassero il nome dall' essere posti di " warda o warta, 
ossia di " sentinella ". Ma poiché l' aat. ioarto significa 
" osservazione, luogo donde si fa l'osservazione ", e non 
" sentinella " ossia " persona che fa la guardia ", il quale 
ultimo concetto è poi significato da aat. mat. wart, ag. 
ioard, got. vards o vardia, è probabile che nelle voci ro- 
manze sia avvenuta la fusione dei due sost. germanici. 



GUARDINGO — GUARENTO. 241 

Deriv. : guardiano \ sp. prov. giiardian, fr. gardien]; guar- 
dian-ato-ello-eria. 

Guardingo, gardingo 1 , cauto, eh cospetto (Gui- 
nicelli, Boccaccio). Anche quest'agg. credo col Delatre che 
sia, non di formazione rom. da vb. guardare, bensì d'im- 
mediata origine ger. Nell'ing. troviamo ward-ing, participio 
presente di vb. to ward, uguale nel significato ad agg. 
ing. ward, cauto, prudente, e somigliantissimo per forma 
e per senso all' it. guardingo, gardingo, sp. port. gardingo. 
Ora l'ing. warding presuppone nell'ags. un participio con 
questa stessa desinenza che è frequente in quel ramo 
delle lingue ger. Deriv. : guardingamente. 

G-uardingo, gardingo 2 (antiq.), rocca, fortezza 
(Malespini, Dante). Questo sost. si formò dall' agg. guar- 
dingo; il che è attestato espressamente dal Borghini, Orig. 
Fir. 128 : " La fortezza o rocca, che i nostri vecchi dalle 
guardie che in cotai fortezze si tengono disser guardingo 
ecc.". E dunque posteriore all' agg. gardingo; ma scomparve 
da un pezzo dalla lingua viva. 

GrliarentO (antiq.), malleveria (Lucan. volgar.). 
Questo nome insieme con afr. garante, prov. gueran, guiren, 
fr. garant, mallevadore, e col bl. irarens, prototipo imme- 
diato delle forme rom., viene connesso dal Diez a vb. aat. 
wéren, prestare, donde anche a. fris. werand, irarend. Ma 
il Kluge riporta tutte queste voci ad aat. u evento, forma 
partecipiale dello stesso verbo, significante " chi presta 
malleveria ". E in questo è approvato dal Mackel, che os- 
serva che se da una parte è certo che esistevano forme 
coli' a nella sillaba radicale, come a. fris. wara> accanto a 
xoera, as. waròn, va. bt. irarent, mallevadore, dall'altro canto 
il prov. guiren, per * gueren e l'it. mostrano che a fonda- 
mento delle voci rom. stava un tema con e. La rad. di vb. 
aat. weren è stata già considerata sotto Garante. Qui dirò 
solo che le forme it. delle parole di questa famiglia co- 
mincianti per ga hanno tutta l'apparenza d'essere passate 

16 



242 GUAKI — GUA1UKK. 

pel tramite fr., mentre quelle che cominciano per gua sono 
d' immediata orig. ger. Deriv. : guarentire, guarentigia. 

G-uari, guero, molto, molto tempo (Villani, Boc- 
caccio). E un avverbio d'estrazione germanica, cui corri- 
spondono fr. guère, gueres, afr. guaires, waires, vali, gaire, 
gaigre, cat. gaire, d' ug. sig. Il Diez restò dubbio se si 
dovesse riferire all' avv. aat. wari — 1. verus, nel senso di 
"bene, fortemente, grandemente", da cui sarebbe stato facile 
il passo a " molto ", ovvero ad aat. weigaro, violento, molto, 
rispondentissimo alla forma di afr. gaigre. A quest'ultima 
ipotesi s' attiene anche il Mackel, che oltre a weigaro am- 
mette anche un waigaro. Quest' avv. gei*, che die aat. wei- 
garo, weigiro, mat. weiger, si dileguò da quel campo; ben- 
ché restino di quella stessa radice il vb. weigern, ricusare, 
e Weigerung, rifiuto, significati attinentisi al primo dei 
due sensi di weigaro, cioè u violentemente ". Secondo lo 
Schade weigaro non è avv. primitivo, ma formatosi da agg. 
iceigar, temerario. 

GS-uarire, restituire o ricuperare la sanità (Dante, 
Villani). Questo vb. e afr. prov. guarir [pie. garir], fr. 
guerir hanno per base immediata ger. warjan, got. varian 
aat. icarian, iverian, werjen, werren, iveren, proteggere di- 
fendere, proibire, impedire, donde mat. wergen, weron, tvern 
d' ug. sig., e tm. toehren, proibire, vietare, arrestare. Cor- 
rispondono qui as. werian, toerean, werjeii, d'ug. sig.; anrd. 
veria, difendere, impedire. Da questo è facile scorgere che 
passando nel rom. il vb. ger. subì un notevole cangiamento 
di significato, cioè da " difendere " in generale passò a quello 
di " difendere un malato, risanarlo ". Nel campo ger. spetta 
qui Wehr, difesa, argine : parola che nel primo senso entra 
in Landwehr, milizia nazionale, e propriamente " difesa 
del paese"; e nel secondo l'abbiamo già vista sotto Gora 
a cui diede origine. Per Kluge la connessione con wahren, 
osservare, stare attento, a cui risponde wor, gr. òpàro ve- 
dere, non è sicura, a cagione del significato; nel che mi 



GUARNIRE. 24B 

pare che il dotto tedesco non abbia posto mente che anche 
il 1. tueor dal signif. di " guardare " è passato precisa- 
mente a quello di " difendere, proteggere ". Egli ammette 
invece come certa l' affinità con sans. vr, impedire, fer- 
mare. Deriv. : guari-bile-gione-mento-re-to. 

Guarnire, guernire, fortificare, munire; fornire, 
corredare, provvedere (Villani; Sallust. Giug., Strinati). 
Venne da ger. * warnjan, wernjan, icernien, con prov. afr. 
guarnir, fr. garnir, a. sp. guarnir. L'aat. era warnón, war- 
nèn guardarsi, munirsi, provvedersi mat. warnen. proteg- 
gere, donde tm. warnen, avvisare, ammonire; as. ivernian; 
afris. icarna, werna, ricusare ; ags. vyrnan, proibire, im- 
pedire ; anrd. varna, negare, ing. to vani, avvertire, am- 
monire, impedire, proibire. Il tema ger. è varna, da cui 
rampollarono : warnjan, ioarnòn, warnaere, warnunga, war- 
niisse. Il mat. warnaere = spiare ; tm. Warner = ammoni- 
tore. Secondo lo Schade sarebbe ampliamento mediante n 
della radice var che si vide in aat. icarón, mat. icaren, 
warn, tm. wahren, osservare, porre attenzione ; donde si 
svolse gara e fr. garer. Anche il Kluge ammette questa 
affinità di varna con var, benché gli faccia qualche dif- 
ficoltà il significato ; il che non veggo quanto sia giusto, 
giacché dal senso di " osservare, fare attenzione " è ov- 
vio e spontaneo il passaggio a quello di " guardarsi, mu- 
nirsi, ed anche a quello di " avvisare, ammonire " altrui 
perchè si provvegga e si ripari. A questo modo anche 
ger. : ' : warnjan, aat. ioarnòn e i deriv. rom. si riconnettono 
a rad. ger. war, osservare, e più su a idg. wor e a gr. 
opaco, vedere; a cui spetta anche il vb. t. warfen, donde 
it. guardare. V. quest' ultima voce. L' it. guernire, eviden- 
temente riposa su la forma secondaria as. wernjan, wemji n, 
e forse derivò immediatamente dal ger.; mentre guarnire 
potrebbe anche essere passato pel tramite dell' afr. prov. 
guarnir. Deriv.: guarnacca, guarnì o guemi-mento-tore-tura~ 
zione o gione; guarnello; sguarnire, sguernire. 



244 GUASCHERINO — GUASTARE. 

G-uasclierino, nidiace, epiteto d' uccelli (Lorenz. 
Med., Nencia). Il Delatre trasse questo nome dalla rad. 
di tm. Wascher "lavatore, ciarlone 1 ', donde enche Wilsche- 
rin, lavandaja, ciarlone". L'uccello sarebbe stato così chia- 
mato dell' esser molto loquace. Ma il signif. affatto nuovo 
assunto in it. da questo vocabolo, e di cui non c'è alcuna 
traccia nella lingua orig., rende assai ipotetica una tale 
derivazione che s' appoggia semplicemente all' analogia 
dei suoni. 

Guastalla. Questo nome ger. ora è restato esclu- 
sivamente proprio d' alcuni luoghi dell' Italia settentrio- 
nale; ma anticamente dovette essere usato come nome av- 
mune. Esso risulta dall' accozzamento di aat. warda, guar- 
dia, e stali, luogo; quindi valeva " posto da sentinella ". 
Il mlt. ne fece Wardestaìlum, Vastalla, da cui provenne 
it. Guastalla. Sarebbe, a parer mio, assai istruttivo il rac- 
cogliere ed analizzare i nomi di luogo d'orig. longobarda, 
che non sono pochi, massime nell' Italia settentrionale, 
come scorgesi dalle desinenze in enf/o (Bussolengo, Casal- 
pusterlengo, Marengo, Pettinengo ecc. ). 

GrTiastare, rovinare, sconciare, demolire (Dante, 
Villani). Questo vb. se non è del tutto d'origine ger., è 
però fra quelli nella cui formazione hanno influito i popoli 
ger. colla loro pronuncia. Infatti il Mackel ammette che 
insieme con afr. guaster, fr. gatèr, a. sp. a. port. prov. 

guastar, distruggere consumare riposi so ger. wastón, donde 

* 
mat. wasten, che sarebbe stato tolto in prestito per tempis- 
simo dal 1., e di nuovo avrebbe agito sulle lingue rom. Il 
Diez aveva solo accennato all' orig. di mat. tuasten dal 1., e 
non aveva riconosciuto alcun influsso ger. su guastare. Sem- 
pre secondo il Diez l' agg. fr. guaste è verbale, e da questo 
si formò direttamente afr. guastir, e non da un ger. was- 
tian, inverosimile e non documentato. E curioso che nel 
bl. guastare e guastator s'incontran primieramente solo nel 
sec 13° (Hist. Cortus. 1214, 1221; Chron. parm,. 1281); 



GUATARE — GUAZZA. 245 



il che mi farebbe supporre che anche 1' usanza del gua- 
stare e dei guastatori potesse essere d' origine teutonica; 
nel quale caso bisognerebbe conchiudere che venisse di- 
rettamente da mat. wasten. Deriv. : guasta-mento-tore-trice- 
tura; guastime; guasto; guasta- feste-lai 'te-mestieri. 

GrUatare, osservare fissamente, guardare (Dante). 
E forma sorella di guaitare, colla differenza che questo 
entrò verosimilmente in it. dal ger. aat. tvahten, mentre 
l'altro vi penetrò dal prov. guaitar, sicché quest'ultimo è 
una elaborazione diversa fatta dal prov. del vb. ger., e 
accettata poi dall' it., ma non conservata. Il vb. guatare 
ormai non è più usato tranne che in poesia e nel com- 
posto agguato. Deriv. : agguatare, agguato. 

G-Tiattero, sottocuoco, lavapiatti (Buti). Il Diez non 
s' occupò di questo nome altro che incidentalmente a propo- 
sito del venez. guatterone, pezzo di panno, e lo riannodò a 
rad. di fr. guestre. Ma il Caix partendo dal principio che 
il gu iniziale accenna ad orig. ger., lo riferì ad un mat. 
wataere, nomen agentis che vale u chi diguazza " donde con 
facile trapasso di sensi, si sarebbe venuti a " lavapiatti ,, . 
Però il Ducange allega un bl. Quattarus eh' ei deriva da 
guatare, col signif. di " ispettore, sorvegliante ", e che do- 
veva essei'e sorvegliante della cucina, perchè in un passo 
degli Stat. Eccl. Cast, all'anno 1294 (Garamp. Diss. (j ad 
Hist. B. Clarae, p. 201 ) si legge : « Quod necessarii tantum 
familiares esse debeant in canon. Castellana continue, vide- 
licet cellerarius coquus et Guattarus ». Questo Guattarus 
sarebb' egli la stessa cosa che il nostro guattero ? L' unica 
difficoltà starebbe nel peggioramento od avvilimento del 
signif. che da "sorvegliante ", sarebbe disceso fino a "lava- 
piatti " : del che però non mancano esempi. Deriv. : gxtatte- 
raccio-rino; sguattero V. anche Sciaguattare. 

Guazza, rugiada (Allegri, Davanzali ). Questo sost. 
probabilmente è un allotropo del seguente, preso in un senso 
speciale molto meno intensivo. Deriv. : guazzetto, guazzoso. 



246 GUAZZO — GUEBFA. 



Guazzo, guado, luogo pieno d'acqua, lavatura, pit- 
tura all'acqua (Dante, Boccaccio). Resta dubbio se questo 
nome sia derivato da aat. vmzzar, tm. Wasser, acqua, come 
parrebbe accennare il signif. di " pozzanghera ", e come 
sostengono molti, ovvero siasi formato da prov. guasar per 
guazar, da cui vennero anche sp. esguaso, esguazar. Il Diez 
propende per quest'ultima ipotesi fondandosi sul fatto che 
fr. guéer, riunisce in sé ambedue i signif. di " guadare " 
e di "produrre spuma"; molto più che ad ogni modo 
un'azione di prov. z ci dovrebbe essere stato anche nel 
caso d' orig. ger. diretta, non indurendosi in it. il d in z 
altro che dopo n ed r. Deriv. guazzare. 

G-Tldazzo, gllidazzo, padrino. È voce dei dial. 
moden. crem. com. e bergam., e quindi ha carattere lom- 
bardo; e probabilmente fu d'importazione longobarda. Viene 
da aat. guda, gota, mat. gote, gotte, gote, gotte, tm. Gote, 
padrino, compare; got. * goto, transilv. gùt, guài. Secondo 
il Kluge questo aat. gota, * goto doveva essere un vezzeg- 
giativo sincopato dei composti gotfater, gotmuoter , gotsunu, 
gottohter, ai quali fan perfetto riscontro ags. gotfaeder, godson, 
goddohter, ing. godfather, godson, goddaughter, e più lon- 
tanamente sv. gubbe, vecchio, gumma, vecchia, vezzeggiativo 
per gudfater, gudmoder. Dunque aat. gota valeva propria- 
monte ; ' padre in Dio, padre spirituale"; e questa fu cer- 
tamente la cagione per cui il got. gudia, di questa stessa 
radice, significò " prete ". Del resto questa voce ger. si 
riannette ad aat. mat. got, tm. Gott, Dio ; ags. ing. god, 
anrd. gud, god, got. guth. La storia di questo vocabolo è 
trattata e discussa a lungo dal Kluge, p. 142-43. Notevole 
poi che un nome di questo genere sia venuto all' it. dalle 
lingue ger. 

G-uelTa 1 (antiq.), gabbia (Latini, Pulci). Il Tra- 
mater crede che questo nome abbia avuto origine da 1. cavea, 
a quel modo che n' era venuto venez. gheba. Ma questo 
cangiamento della labiale in spirante sarebbe affatto irre- 



GUEFFA — GUEJA. 247 



golare. Quindi è preferibile l' etim. dal t. Kàfig, gabbia. 
Altri credono che in origine fosse una sorta di " gabbia di 
fil di ferro intrecciato ", e perciò che il nome sia la stessa 
cosa che gueffa", nel senso di " matassa ". 

G-uelTa. 2 , matassina. È voce sorella di Biffa e giffa, 
ma presa nel senso primitivo di " cosa che s' avvolge ", e 
da questo nome sembra essersi formato il vb. aggueffare 
" aggiungere " e propriamente " annaspare, sovrapporre ", 
che fu già esaminato. Questo significato mi fa sospettare che 
it. gueffa siasi formato non sopra il long, wiffa, guiffa che 
aveva già un senso specializzato, ma da ger. iceife, donde 
tm. Weife, aspo, arcolajo, che conservano il senso primitivo 
e generico della rad. wif-an; e ciò tanto più quantochè da 
longob. guiffa non era facile il passaggio alla forma più. 
piena gueffa, e molto meno a quella di guaffle, mentre 
questo trapasso era regolare da iceife. 

G-ueffa 3 , sporto, bastione, muro (Pucci, Centil.). An- 
che questo nome credo sia derivato dal ger. Per la forma 
è chiaro che non e' è alcuna difficoltà ; e quanto al senso, 
il concetto di " cosa sovrapposta, aggiunta " potè servire 
di fondamento a quello speciale di " sporgenza, bastione ". 

Guelfo, glieffo, (antiq. ), sporto, bastione (jSL Vil- 
lani). È allotropo del precedente; e vale per questo ciò 
s' è detto di quello. 

Guegua (antiq.), allocco, balocco (Lasca). Se 
questo signif. è proprio e non metaforico, come pare ve- 
rosimile, un tal nome potrebbe essere la stessa voce die 
il bergam. gueja, che vedremo più sotto e che è certamente 
d' orig. germ. : cosa che è resa ancor più probabile dal 
fatto che dal ger. ci vennero non pochi nomi di uccelli 
di rapina come: allocco, civetta, falco, gufo, sparviere. 

G-ueja, specie di grosso falco. È voce propria del 
solo dial. bergamasco ; e quindi certamente d' importazione 
longobarda. Procede da aat. icìjn. wtgo, tcìho, wtioo, vi", 
da cui mat. icije, u-ige, wig, wihe, wiwe, loie, o tm. Weihe, 



248 GUELFO. 

a cui è probabilmente connesso ol. wouw. Quanto all' ori- 
gine prima del vocabolo ger., il cui tema è vijan. vijan, 
il Grimm crede cbe sia da ricondurre a vb. aat. mat. uihen 
da * icihjan, tm. weihen, santificare, e che perciò il sostan- 
tivo significasse propriamente " 1' uccello sacro ", a quel 
modo che in antichi canti di Boemia lo sparviere è chia- 
mato krakug, krahulec " sacro ", e che il gr. iepa|, falco, 
avvoltojo, pare appartenere alla rad. di izpiq, sacro. Ma 
questa interpretazione, secondo lo Schade, è poco verosi- 
mile, perchè nel Vocab. di S. Gallo è scritto uuijo e non 
uuihjo. Quest'ultimo germanista suppone piuttosto che l'uc- 
cello sia stato denominato dalle belle e lucenti ali; nel 
quale caso il vocabolo potrebbe essere affine a sans. vis, 
uccello, voyas, volatile. Ma lo Schade non spiega come il 
vocab. ger. significhi " ala, penna ". Altri invece lo annet- 
tono alla radice ivi, cacciare, che appare in aat, weida, 
mat. icede, tm. Weide, " pascolo, cibo, caccia, pesca "; radice 
che si scorge anche in 1. ve-nari, cacciare, e sans. vi. assa- 
lire. In questo caso il nome significherebbe " cacciatore " ; 
e sarebbe stato causato dalla proprietà che l' uccello ha di 
dare una caccia spietata ad uccelli e pesci. Cfr. lit. wijti, 
weju. perseguitare, wajóti, inseguire. Corschat Gramrn. d. 
liti. Spr. 327. 303. Altri pensano che aat. vijo, wie sia la 
stessa cosa che ic'èho. che ricorre in wanneweho, ed ha lo 
stesso significato ; ma lo Schade lo separa nettamente. No- 
teremo infine che il Faulmann lo riporta a vb. ger. wirgian 
[da aat. vìhan, mat. vihen, combattere], che sarebbe stato 
causativo con signif. di " fare combattere ". e quindi avi-ebbe 
indicato " falco fatto a combattere ". per allusione ai falchi 
che s' ammaestravano a quésto esercizio. 

Grlielfo, nome dei partigiani del Papato nel medio 
evo (Dante. Villani). Questo era in origine un nome pro- 
prio di parecchi Duchi della Casa Estense di Baviera, che 
verso il 1140 divenne nome prima dei partigiani di essa 
casa, poi di quelli della Chiesa a cui i Duchi di Baviera 



GUENC1AKE — GUERIRE. 249 



erano molto devoti; e ciò per opposizione a Ghibellino che 
da principio designava gli aderenti agli Hohenstaufen. e 
poi gli aderenti all' Impero. V. Ghibellino. Il vocabolo in 
sé stesso derivò da aat. hw'èlfo, hivélf, giovine fiera ; ed 
era già stato appropriato a parecchi signori d' una casa 
sveva, dalla quale la Estense di Baviera ereditò titoli e 
averi. Passò in Italia verso il 1200. Il tm. ha Guelfe e 
Welfe. Deriv. : Guelf-eggiare-ismo ; neo-guelfi-guelfismo. 

G-uenciare, guencire, sguisciare, sfuggire (Fatti 
d'Enea). Coll'afr. prov. guenchir, ganchir, procedette da bl. 

* vencire che risaliva evidentemente ad abfr. * wenkian. 
L' aat. è wenkan, wenken, wenchen, mat. wenken, muoversi 
improvvisamente da una parte o all' indietro, cedere, tm. 
wanken, vacillare. L' afr. ganchir suppone anche un abfr. 

* ivankian accanto a icenkian; e tm. wanken e l'it. Scancio, 
Sguancio suppongono un aat. ivankan. L' as. era rcenkean. 
Il lad. presenta la forma guinchir, cedere. Qui adunque 
abbiamo un vb. denominativo sviluppatosi dal sost. toanc, 
movimento brusco fatto da una parte o all' indietro; e spetta 
per conseguenza alla radice stessa di Guancia. 

GrUerciO, dagli occhi storti, malvagio , ingiusto 
(Dante). Le altre forme neol. di questo agg. sono: lad. 
guersch, viersch, a. sp. guercho, prov. guer, delf. guerlio, 
comas. sguercio. Il gu iniziale presuppone un io ger. ; e 
perciò si fa risalire la parola ad aat. tioer, dwerch. da cui 
tm. quer, obliquo, storto. La scomparsa del d iniziale è 
accaduta altre volte, per es. nel fr. gualir. Deriv. gtierci- 
accio-ssimo. 

G-uerenza, guirenza (antiq.), risanamento, gua- 
rigione (Rim. Ant. I, 393). È un sost. verbale svoltosi da 
Guerire. V. q. verbo. 

G-uerire (antiq.), sanare o risanarsi. E forma varia 
di guarire, riposante su as. werian, anrd. veria, come ir. 
guerir su abfr. * werian. Deriv.: guerenea; gueri-gione- 
mento; guirenza. 



250 GUERRA — GUFO. 



Guerra, dissidio fra due stati che si definisce per 
via d'armi (Compagni, Dante). Da ger. wèrra si svolse bl. 
werra, guerra, e da questo l' it. insieme con prov. sp. port. 
guerra, afr. ir. guerre. Il ger. v-'èrra nel suo campo pro- 
dusse aat. werra, mat. w'érre, confusione, torbido, discordia, 
contesa, scontro, tm. Wirre, confusione, imbroglio, baruffa, 
Wirrerei, garbuglio, tresca, Wirwarr, imbroglio, scompiglio; 
ags. ing. war, guerra, ing. warrior, guerriero. Nelle lingue 
rom. adunque il nome ger. assunse un significato più de- 
terminato e più solenne cbe nel suo campo non aveva e 
non ebbe mai. Il mlt. guerra ricorre, com' era naturale, 
prestissimo, cioè in un Capit. di Carlo il Calvo, verso 
1' anno 860, dove leggiamo : rixas et dissensiones seu sedi- 
tiones quas vulgus werras nominai. Il Diez nota a questo 
punto cbe i popoli neolatini abbandonarono il 1. bellum, 
guerra, perchè questo si poteva confondere con l'agg. bellus, 
bello, che avea soppiantato pulcher ; e si trovarono nella 
necessità di ricorrere ad un vocab. ger. ; e in quel campo 
lasciato da parte il debole wtc, perchè privo di suono, pre- 
ferirono werra, gioerra, perchè era più pieno e sonoro. Il 
deriv. afr. guerrier significò anche "avversario, nemico". 
La par. ger. penetrò anche nel basco che ha guerla: il 
prov. peraltro conservò anche un vb. belar; all'incontro 
le lingue sorelle del vocab. 1. non ritengono che alcuni 
derivati. Deriv.: guerregge-vole-volmente ; guerreggia-mento- 
re-tore-trice; guerreggioso ; guerr-esco-iare-iato - icciuola - iere- 
iero-ista. Agguerrito. 

G-ufO, uccello notturno notissimo (Crescenzi, Sac- 
chetti). Viene da aat. huwo, hùo, as. hùo, mat. hùive, tm. 
Uhu. Secondo il Kluge il tm. Uhu si riannoda bensì ad 
aat. huwo, mat. hilwe, ma sarebbe una formazione onoma- 
topeica recente. La imitazione del suono prodotto dal canto 
dell' uccello che resta sempre lo stesso sarebbe la cagione 
della quasi uguaglianza del vocabolo antico e del mo- 
derno. Stando a quest' ipotesi del Kluge, non sussisterebbe 



GUICCIARDO. 251 

più 1' opinione di Diez e di Schade che aat. hùwela, hiu- 
wela sian dim. di aat. hàwo. Un dira, (almeno secondo Diez 
e Schade) delle voci ger. è aat. hùwela, Amicela, mat. 
huwel, hiuwél. Il tm. possiede anche Eule, significante " ci- 
vetta, nottola, gufo"; e questo nome procede da mat. tuie, 
iuwél, aat. ùicila, ùiuela, cho pare voce parallela o per lo 
meno affine ad aat. hùwela, dim. di hùwo, visto più sopra. 
Donde è chiaro che tm. Uhu ed Eule sono radicalmente 
affini a it. Gufo. Ad aat. ùwila corrispondono ol. uil, ags. 
ule [da * viole], ing. owl, anrd. ugla: forme svoltesi da 
primit. ger. * uwiualó, * uwwiló, e queste ultime da * uwico, 
che sarebbe suono onomatopeico imitante il canto di que- 
st' uccello. Deriv. : guf-accio-are-eggiare, sgufare. Secondo 
il Delatre anche goffo non sarebbe che allotropo di gufo, 
preso in senso morale, ed ingoffo-are si sarebbe pur esso 
formato di qui. 

GrlliCCi&rcLo, acuto, perspicace. Questo sost. come 
nome comune in it. non esiste; ma dovette esistere, es- 
sendo esso presupposto dai numerosi cognomi che da esso 
sono derivati, come Guicciardi, Guicciardini, Guiccioli ecc. 
E difatti lo possedevano l' afr. e il prov., il primo dei 
quali ci presenta le forme guiscart, guichart, e il secondo 
guiscos, " di mente acuta ". Il fr. e prov. riposano su anrd. 
viskr d' ug. sig. Da questo colla epentesi di un e fra il k 
e V r si formò un guiscar, che prese poi la solita desinenza 
rom. del rd. Non e' è quindi bisogno di supporre col 
Delatre un composto di viskr con hard, che avrebbe siguif. 
" molto sapiente ". Fu adunque vocabolo importato in Fran- 
cia nel sec. 10° dai Normanni, e di là passò in Italia, 
dove lo troviamo già come soprannome d' uno dei figli di 
Tancredi d' Altavilla, Roberto Guiscardo. L' anrd. viskr è 
della famiglia di aat. vizzi, mat. icitze, tm. Witz, ags. ing. 
wit, acume, arguzia, sottigliezza, che ha una numorosa 
discendenza nel tm., e spetta alla rad. del vb. wissen, sa- 
pere. Dallo forme aat. pare dipenda il cognome Guizza) di. 



252 GUIDALESCO — GUIDARE. 



G-UidaleSCO, prominenza nell' ultima vertebra del 
collo del cavallo; piaga, ulcere del cavallo (Crescenz.. Fi- 
renzuola). Questo nome è stato derivato da vitae arista, 
spina della vita; dal nome guida, come se i guidaleschi 
fossero stati prodotti dalle guide o redini; e infine dal 
t. Widerrist, garrese ; e quest' ultima etim., proposta già 
dal Caix. è la più probabile per il senso e per la lettera, 
dacché il gu iniziale accenna evidentemente ad origine 
ger. ; e d' altra parte, oltre alle forme bidalesco, vitalesco, 
videlesco, abbiamo videresco e guidaresco vicinissime a Wi- 
derrist. 

GrTlicLare, mostrare altrui il cammino precedendolo 
(Dante, Villani). Le forme sorelle sono: afr. guier, prov. 
guidar, sp. port. guizar, guiar, d' ug. sig. Per questo vb. che 
è indubbiamente d'origine ger. (perchè l'etim. del Settegast 
da 1. viiare, è stata meritamente sfatata dal Paris JRom., XII, 
132 ) furon proposti tre vb. : il got. vitan, osservare, custodire, 
dal Diez; l'anrd. vita dal Bugge, e finalmente aat. witan dal 
Wackernagel e dal Mackel. Quanto al primo, il Mackel rileva 
eh' esso in fr. avrebbe dato un *gueer; e il secondo avrebbe 
prodotto un fr. * guiter, e anrd. viti, segno, avrebbe dato 
fr. * guiton e non guidoni, bandiera. Resta adunque il vb. 
witan, che si riflettè in aat. wtzan, mat. wizen, stare a 
vedere, as. gewìtan, incamminarsi, andare, ags. witan, fare 
prendere una direzione. Lo Schade pp. 1190-91-92-93 os- 
serva acutamente che la rad. ger. wit, volt, significa un 
" vedere certo, premeditato e risultativo "; e che da questo 
significato si svolsero quelli delle molte parole ger. spet- 
tanti a questo ceppo, come quelli di " stare a vedere, pren- 
dere una direzione, guardare uno, rimproverarlo, punirlo 
(qui il 1. animadvertere "osservare" e "punire" presenta 
una analogia perfettissima), guardare per uno, indirizzarlo, 
condurlo. Con ciò è spiegata perfettamente la gradazione 
dei sensi ; che del resto hanno analogia singolare nell' it. 
scorgere, che vale ancor esso " vedere " e " condurre ". 



GUIDERBORA. 253 

Fra i rami del ger. 1' ags. wltan, fare osservare, fare pren- 
dere una direzione, è vicinissimo anche di senso alle voci 
rom. ; 1' as. gewitan, mettersi in via. è più vicino morfolo- 
gicamente. Ad ogni modo è chiaro che V origine del vb. 
romanzo sta in questa rad. ger., la quale in quel campo 
die poi tm. wissen, sapere, got. tcait, io so. ags. tcdt. ing. 
wat, as. wèt, aat. mat. iceiz. A fondamento sta un preger. 
perfetto icoide, egli sa, sans. veda, ei sa, gr. oid'i, a. si. 
vèdèti, sapere. La rad. è wid, significante prima " trovare ", 
poi '-vedere, riconoscere"; come appare in sans. vid, tro- 
vare, gr. l&&iv, 1. ridere, vedere, got. tritati, osservare. 
Vedesi di qui che, anche concesso al Mackel che il vb. 
rom. non riposi su got vitati, o anrd. vita, in fondo 
queste due forme ger. sono poi sorelle di quella a cui 
esso riferisce immediatamente il vb. in quistione. poi- 
ché provengono dalla stessa rad. ger. La difficoltà mossa 
dal Diez alla deriv. da got. vitati, cioè del rarissimo can- 
giarsi del got. t in rom. d, vale pure nel caso della deriv. 
o da ags. o da as.; ma fu già risolta preventivamente dal 
Diez stesso quando allegò 1' esempio di hatan che passò 
nel fr. hadir. Il Delatre ed alcuni altri avevan proposto 
il vb. aat. weidan, mat. tm. weiden, pascolare, indotti forse 
dall'idea che il '•menar al pascolo" avesse potuto servire 
di passaggio al concetto di " menare, condurre " in gene- 
rale. Ma era una ipotesi erronea; perchè il significato prin- 
cipale e molto meno l'originale di guidare non è quello di 
*' condurre al pascolo " : poi la forma stessa ripugna a ta- 
lune fra quelle dei verbi romanzi. Le parole fr. guide, gui- 
der, sono d' immediata origine italiana. Deriv. : guid-a-abile- 
aggio-agiuoco-aiuola-aiuolo-amente-apopolo. Disguido. 

GrUiderbora, libera. E voce longobarda che s' in- 
contra in una legge di Liutprando dove è detto : « Si quis 
aldiam alienam aut suam ad uxorem tollero voluerit, faciat 
eam guiderboram ». Il senso poi di questo guiderbora è 
spiegato da una legge di Rotari « .... debet eam thingare 



25-1 CTJTDF.KnONE. 

et sic facere liberam quod est guiderboram. ». Quanto al- 
l' etirn., nell' aat. troviamo il nome tvidarboranì, icidarbo- 
renì = rigenerazione, composto evidentemente di widar, 
di nuovo, e di borani, formatosi da vb. beran, produrre, 
generare. I fatti liberi sarebbero stati cbiamati così perchè 
la libertà è come una specie di rigenerazione e di vita 
nuova. Ma questa voce longobarda come taute sorelle morì 
nel bl. senza entrare nell' italiano. 

GrU.iderd.one, ristoro, ricompensa, premio, merito 
(Giamboni, Novellino, Dante). E un nome ch'ebbe una 
gran varietà di forme nelle lingue rom. : it. guidardone, 
guiderdone, guiderdono, guigliardone ; prov. guazardon, gu- 
jardon ; afr. guerredon, guerdon, sp. galardon per * gua- 
lardon, port. galardào ; a. cat. guardò. Immediatamente le 
forme romanze risalgono a mlt. widerdonum, che appare 
già in un documento dei tempi di Carlo il Calvo ( -+- 875). 
Ora questo bl. widerdonum non era che una riproduzione 
di aat. widarlòn, ricompensa, il cui secondo elemento lòn, 
fu con falsa etimologia popolare ravvicinato al 1. donum, 
il che ebbe per effetto lo scambio della liquida l nella 
dentale d. Aat. widarlòn, mat. widerlón, ags. widerléan, 
scomparve dal tm. e da ogni altro ramo del ger. Si com- 
poneva della prepos. aat. wider, mat. tm. wider, contro, 
in cambio, invece, got. vithra, as. widar, ol. weder, weer, 
ags. wider, contro [donde ing. icith, con ], che entra anche 
in Guidrigildo, e di sost. aat. mat. lòn, tm. Lohn, paga, 
salario, mercede, parola ger. antichissima e tuttavia viva 
e comunissima; a cui rispondono got. laun, anrd. laun, 
ags. Man, ol. loon, as. lòn. Essa entra anche in Lonigildo. 
Il Kluge osserva che essendo na sillaba di derivazione, 
resterebbe come radicale lau, che potrebbe paragonarsi 
ad a. si. lovu, presa, loviti, cacciare, caccia, 1. lucrum, 
guadagno, Laverna, dea de' ladri, gr. Xyji'tq Xiia preda, 'octtc- 
Xauco, godere. Altri pensano a ravvicinarla ad a. ir. luag, 
mercede. Prima del Diez gli etimologisti della vecchia 



GUIDONE — GUIDRIGILDO. 255 

scuola s' erano sbizzarriti a lor senno per trovare 1' origine 
di- questa parola. Così il Chevallet seguendo il Ménage 
partendo da fr. guerdon, senza curarsi dei corrispondenti 
delle altre lingue, propose come etirn. 1' aat. werd, prezzo, 
valore, da cui sarebbesi svolto un bl. werdo-nis. Il Rav- 
nouard traeva prov. guazardon da gain, guadagno ; il Xicot 
faceva procedere vb. guerdonner da gr. xsp^ouvì'.v, gua- 
dagnare; e il Caseneuve supponeva che afr. guerredon non 
fosse cbe un composto ibrido formatosi nel medio-evo e 
risultante da guerre don, dono o ricompensa della guerra. 
Ma dopoché il Diez ebbe posta in piena luce la legge 
della corruzione delle parole per falsa etim. popolare, tutte 
queste derivazioni sono state messe da canto. E la etim. 
ger. di questa parola è del resto confermata dalla consi- 
derazione storica che quella lingua die alle neol. parecchi 
termini congeneri, cioè riferentisi al diritto penale, come 
guidrigildo, lonigildo ecc. 11 prov. guazardinc non riconosce 
questa etim. ma riposa su longob. garathinx. Deriv. : gui- 
derdon-amento-are-tore-atrice. 

GrUidone 1 , guidatore, (Maffei). È semplicemente 
un deriv. di guidare. 

G-uidone 2 , stendardo, gonfalone (Varchi, Borghini). 
Probabilmente questo nome non s' è formato in Italia da 
vb. guidare, ma è riproduzione di fr. guidon, bandiera, 
originato da vb. prov. guidar, afr. guier. 

Guidrigildo, nome eh' ebbe presso i Longobardi la 
multa che l' uccisore o il feritore doveva pagare, e che 
variava secondo il grado dell'offensore e dell'offeso; prezzo 
di composizione per le offese (Capponi. Longobard. ). Questo 
nome spettante alla legislazione criminale ger. procede da 
bl. gttidrigildum, ri producente aat. mat. widergèld, tnat. 
widirgèìt, ricompensa, risarcimento; multa per omicidio o 
pel danno da quello derivante. È parola che s' incontra 
nelle leggi longobarde, franche e alemanne ; ed è composta 
della preposizione icidar, wider, già vista sotto Guiderdone, 



256 GUIFKA. 

e di aat. g'élt, paga, mercede, risarcimento, tm. Gehì, de- 
naro. Quindi letteralmente vale " contropaga ". Il nome 
aat. g'élt, visto già sotto Geldra, spetta al vb. aat. g'éltan, 
ghèldan, k'éltan, mat. g'èlten, gelden, ricompensare, pagare, 
offrire, tm. gelten, valere, costare; a cui rispondono: as. 
g'éldan, ol. gelden, ags. gieldan, gyldan, ing. to yeld, afris. 
g'élda, jelda, iris, jilden, anrd. gialda, gilda, sv. galla, dan. 
gialde, got. gildan. La rad. ger. è gelth, e le si raggrup- 
pano galtjan, gilstr, gilstirio, g'élt, gélté, géltaere, géltic, gél- 
tunge, gillte, giiltic, giilten. Le si possono raffrontare lit. 
gelinti, pagare, lett. geldét, pagare, valere ; a. si. zlasti, 
pagare, zladva, zladiva, pena, zlediva, punizione, zlesti, ca- 
stigo, pagare il fio. Il ger. e si. hanno a rad. comune gold da 
ghaldh. Fick* 745, 570, 520; Diefenbach, 2, 402. Rad. preger. 
era ghelt, il cui significato fondamentale era " compen- 
sare, pagare"; e forse in origine valeva " offerta religiosa". 
Secondo Kluge si riferiscono qui verosimilmente anche gr. 
tsX6o?, imposta, a. ir. goll, pegno, ir. gellaim, promessa. 
È notevole che nel campo ger. incontriamo un' altra voce 
di suono e senso pressoché uguale, cioè wéragèlt, wérigélt, 
wirigèlt, mat. wèregèlt, w'èr g'élt, tm. W'érgeld, multa pecu- 
niaria per un omicidio. Il secondo membro del composto 
è il solito aat. g'élt, tm. Geld, paga, denaro ; il primo ^è il 
sost. aat. ags. anrd. wér, got. ivair, uomo, a cui sono pri- 
mitivamente affini 1. vir, e sans. wird. Vale adunque pro- 
priamente "denaro dell'uomo ". Questo senso, aiutato forse 
dalla quasi uguaglianza della forma [mlt. weregildus, we- 
rigildus, wirigildus], influi probabilmente anche su wider- 
g'éld, guidrigildus , che per tal modo acquistò anch' esso il 
senso speciale di " compenso per omicidio ", che etimolo- 
gicamente non avrebbe. 

G-Uiffa, segno apposto ad una proprietà indicante 
possesso legale. Questa voce propria del bl. non entrò in 
it. questa forma, ma in parecchie altre secondarie, cioè 
Biffa, Guaffile, Gueffa, e Giffa. Il mlt. wifa, guiffa, ricorre 



GUIFFARE. 257 

nella Lex. Bavar. tit. 9, e nella Lex. Longob. lib. 3, tit. 3, 
e poi negli Stat. Venet. all' anno 1284 sotto la forma di 
Guiffa o Guìlfa. Il bl. wifa, riposava su aat. wiffa, wifa, 
d' ug. sig. ; che nel mat. die wife, weifen; e dial. del tm. 
[ bav. svizz. svev. J wife, ivif; e bt. wip, wipe, ivìpen. Spetta 
qui anche tm. Weiie, ma con senso di "aspo, arcolajo"; 
corrispondente quindi ai deriv. it. guaffile, gueffa. La rad. 
del nome ger. wifa è vb. aat. wìfan, wifen, mat. wifen, av- 
volgere, attorcere ; infatti la wiffa o guiffa era in origine 
" paglia o cencio avvolto ad un bastone " che ponevasi ai 
confini d'un campo o sopra una casa, come, al dire dello 
Schade, praticasi tuttavia nella Prussia orientale. Questo 
vb. wìfan, ha per corrispondente got. veipan, incoronare, 
da cui fr. guiper, innaspare, e guipure. Nel campo ger. 
spettano qui un gruppo numeroso di parole. La rad. ger. 
è vip che si svolse da rad. preger. vib, la quale ultima 
appare anche in 1. vib-rare, con l'idea generale di "mo- 
vimento ". G-uifTa, vive tuttora in Italia sotto le forme 
di Biffa che è proprio anche della lingua scritta, e di Giffa 
che era comune a Lucca nel sec. 16" nello stesso senso, e 
vicinissimo di forma a fr. giffer. V. Aggueffare, Guaffile, 
Guejffa, Gueffo. 

GrllifTare, imporre la guiffa. Questo vb. del bl. (Lex 
Long, di Liutp. ) non penetrò nelP it. ; ricorre però nelf afr. 
sotto la forma di giffer, fare una croce sur una casa in 
segno di confisca. Lo Schade, p. 1148. dice che è difficile 
stabilire con sicurezza se il longob. loifare, wiffare, gui- 
fare, guiffare, contrassegnare alcunché con una guiffa, aia 
da ricondurre al vb. aat. wìfan, avvolgere, ovvero al denom. 
aat. ivìffan, fare una guiffa, formatosi dal nome wifa. Io 
credo peraltro che il vb. longob. siasi formato sul terri- 
torio lat. indipendentemente dai verbi ger.. cioè dal nome 
longob. stesso. Del resto questo vb. sopravvive tuttavia, 
nel significato di " porre la guiffa ", nel bav. weifen, e bt. 
wìpen; V ing. vtpe, vale " strofinare ". 

17 



258 GUIGGIA — GUINDOLO. 

Guiggia, parte di sopra di pianella o zoccolo; na- 
stro; imbracciatura dello scudo (Fav. Esop. Firenzuola, 
Lasca). Coli' afr. guice, guiche, accanto a guinche, guige, 
guigne, nastro, fasciola, risale a mlt. -n'indica, (il Glos. di 
Cassel presenta tcindicas) che s'era svolto per dissimila- 
zione da aat. winting, wintinc, winding, windinc, fascia, 
legacciolo da gamba, cintura, anrd. windingr d'ug. sig. In 
fr. guinche, * giùnge devono essere state le forme più an- 
tiche. Al Mackel però fu difficoltà il non trovarsi in fr. la 
forma guenche, come sarebbesi aspettato. Il Liebrecht nella 
Zeitschrift fiir rom. Philol. del Groeber IV, 372 propone 
un * guidica da guida, analogamente a manica ; ma è una 
ipotesi poco verosimile; sicché la etim. gei*, da aat. wintinc 
resta sempre molto probabile. L' origine poi di quest' ul- 
tima voce è da cercarsi in vb. aat. wintan, attorcere, av- 
volgere. Quindi Guiggia è della stessa famiglia a cui ap- 
partengono Ghindare, Ghindazzo e Guindolo o Bindolo. 

Grlliliardone (antiq. ), è variante di Guiderdone 
(Guinicelli. Grad. S. Gir.). Probabilmente è dovuto all'in- 
fluenza del prov. guiardon; e non credo provenga da dis- 
similazione di cui non poteva sentirsi il bisogno, dal mo- 
mento che prevalse poi la forma coi due d. Deriv. : gui- 
liardona-re-tore-trice. 

Guindolo, aspo, arcolajo (Salvini). Con sp. guin- 
dola, fr. guindre riposa su aat. ivintà, windà, mat. winde, 
apparecchio psr torcere, girare, tm. Winde, verricello, aspo, 
arcolajo. A tutta prima parrebbe più ovvio il trarre le voci 
rom. da aat. mintila, windilà, tcindelà. mat. icintel, windel, 
tm. Windel, che è dimin. del primo; ma il signif. speciale 
eh' esso ha di " fascia, involucro, mezzo per avvolgere ", 
non permette di pensare a questa origine. Conviene dun- 
que ammettere che venga dal primo; e che l'it. e lo sp. 
si formassero da un primitivo * guinda. Del resto nel ger. 
wintà è nome formatosi da vb. aat. wintan, ivindan, winden, 
mat. winten, winden, tm. winden, torcere, girare, fasciare. 



guisa. 259 

spettante a rad. wind, che entrò anch' esso nelle lingue 
rom. più tardi e con signif. marinaresco acquistato nei 
Paesi Bassi, dai quali il vb. sulla fine del medio-evo passò 
alla Francia e poi agli altri paesi latini. Però anche il 
nome si manifestò molto tardi nella lingua scritta, almeno 
nell' it., sicché pare essersi svolto non immediatamente 
dall' aat. al tempo delle invasioni barbariche, ma dal mat. 
Dovette però essere d' origine ger. diretta, perchè ci si 
conservò V u\ mentre questo andò perduto in ghindare, 
eh' era passato pel tramite del fr. guinder. Una variante 
di questo nome è Bindolo-a, trent. binda eh' ebbe in it. uno 
svolgimento molto maggiore, sia per senso che per forma. 
V. q. parola V. anche Ghindazzo e Guiggia. 

G-uisa, modo, maniera, foggia (Novellino, Gruittone, 
Dante). Procedette da aat. as. wisa, mat. wise, tm. Weise, 
modo, consuetudine, uso, melodia, tono; ags. wise, ing. teise, 
ol. ivijze, anrd. vlsa d' ug. sig. Appare di qui che le voci 
ger. rispetto al romanzo avevano un significato più esteso 
e vario. È notevole che nell' aat. si riscontra oltre al sost. 
wisa, anche il modo avv. in ioìs, zi ivis, che si riprodusse 
esattamente nell'it. a guisa, in guisa. Il tema ger. è tot san, 
wisón, che il Ivluge crede, insieme con agg. weise, sa- 
piente, appartenere a rad. volt, donde vb. wissen, sapere. 
Quindi in origine aat. wisa e derivati avrebber significato 
" cognizione, arte, condotta, guida ", con relazione speciale 
alla cognizione delle regole del ritmo poetico e della mu- 
sica. Dal vocab. ger. oltre all' it. si svolsero air. fr. gv ì 'se. 
prov. sp. port. guisa, d' ug. sig. e ing. guise, il quale ul- 
timo forse passò pel tramite fr. Il vb. sp. e a. port. guisar 
vale " preparare "; il prov. desguisar e fr. déguiser, stigu- 
rare. deformare. Il Ferrari aveva proposto come etim. di 
questa voce il 1. vice, e il Ménage il 1. visus: ma la prima 
è assurda per la forma e 1' altra pel senso. Ma prov. guia 
pare venuto da 1. via, poiché il ger. s fra due vocali di 
regola non scompare. 



260 fiUIZZARE — GUSCIO. 

Grllizzare, scuotersi dei pesci per aiutarsi al nuoto 
( G-uinicelli, Dante j. E vb. indubbiamente d'orig. ger., come 
mostra il gu iniziale; e dovette svolgersi dalla rad. del 
vb. dialettale t. witsen, ivitschen, d' ug. sig. Nel dial. bt. 
s'incontra la frase wits was he weg. Deriv. : guìzz-ata-evole-o. 

G-Uoffola, vuoffula, guancia (dial. napol.)- Il 
Diez si domanda se questo vocabolo sia da derivarsi dal 
1. affida, dim. di offa, boccone, con isViluppo di concetto 
retrogressivo, inverso di quello di boccone da bocca, ovvero 
dall' aat. hiufilà, guancia ; e risponde che le vocali stanno 
a favore della prima etim., ma l' iniz. li ger. = a g rom., 
come in gufo da aat. hùf, huvo, militano per la seconda. 
Noi aggiungiamo che l'aat. oltre ad hiufilà, presenta anche 
hùfila, hàfeli, il mat. hiufel, hùfel, forme attinentisi (se 
pure non ne sono i dimin.) ai nomi houf, hùfo, cumulo, 
mucchio, e più vicine alla voce nap. che hiufilà. Eviden- 
temente la ragione della denominazione sta nell' essere le 
guancie un " qualche cosa di rilevato e gonfio ". Ma più 
che la forma mi pare che favoreggi la deriv. ger. il con- 
cetto, che in quest'ultima è identico nelle due lingue, do- 
vechè nell' etim. 1. presenterebbe un passaggio molto strano. 
Il difficile è a spiegare cerne una parola d' orig. ger. si 
riscontri nel dial. nap. e non in altri. Ma potrebbe essere 
stata voce lasciata in quei luoghi dai Longobardi di Be- 
nevento, ovvero dagli Hohenstaufen verso il 1200. 

GrUSCÌO, corteccia legnosa d'alcuni frutti o dei loro 
semi (Fra Griord., Pallad. Agric). Gli corrispondo fr. gousse 
d' ug. sig., a cui sono vicinissimi i dial. it. : mil. mod. guss, 
gussa, romag. goss, gossa, ven. sgusso, gussa, sgussa. Una 
delle etim. più probabili di questo nome d' origine ancor 
incerta, è quella proposta dallo Scheler, da aat. hulsa, hulst, 
mat. hulse, hiilsche, tm. Hulse, fiamm. liulsche, ing. husck, 
baccello, guscio, calice. Il Diez a questa deriv. dello Scheler 
oppose la difficoltà dell' iniz. h ger. che in fr. non presenta 
un caso in cui siasi convertita in g. Lo Scheler per altro 



IMBECHERARE. 261 



allega l'esempio dell' it. che ne offre parecchi esempi; e del 
resto identifica gousse, nel senso generale d'involucro con 
housse, che viene sicuramente da bl. hulcia, hulcitum, ri- 
posante su aat. hulst, come ing. e ol. holster, fodero, guaina. 
Il Diez per il fr. richiederebbe un aat. gihulsi, che non è 
documentato. Un' altra parola dell' aat., messa innanzi an- 
ch' essa dal Diez, è gabissa, gavissa, loppa, scarto, che pel 
signif. corrisponderebbe precisamente a certe voci dei dial. 
it., come il mil. ; ma la forma è meno soddisfacente della 
prima. Accanto a queste due der. ger., il Diez allega una 
parola 1. informe galliciciola, spiegata da Placido per " cor- 
teccia della noce ". Ma la forma genuina sarebbe stata gal- 
liciola, dimin. di gallicia, noce gallica. Di qui, egli dice, 
poterono svolgersi in it.galcia, galscia, guscio e in fr. gausse, 
gousse. Ma questa rassomiglia quasi a una delle famose 
trasformazioni del Ménage ; onde lo Scheler la cbiama con- 
gettura disperata. Deriv. : gusciolino, guscione, sgusciare. 



Imbecherare, inebbriare, subornare, corromper 
uno; dargli il vino (Firenzuola, Varchi). Secondo alcuni 
questo vb. sarebbe una corruzione di imbeverare. il che 
non mi pare verosimile; perchè imbeverare, se pure esiste. 
non potrebbe avere dato luogo ad imbecherare, essendo 
affatto irregolare il cangiamento del v in eh. Il Tramater 
pensò al vb. t. bekehren, convertire, rivolgere. Ma anche 
questa etim. mi pare assurda per senso e per forma: pel 
senso, perchè bekehren, spiegherebbe tutt' al più i sensi tra- 
slati e derivati di imbecherare, cioè quelli di " subornare, 
indettare ", e non il primitivo e fondamentale di " ineb- 
briare''; per la forma poi, perche per la possibilità della 
formazione di un tal vb. sarebbe necessario che 1' it. avesse 
già posseduto il vb. t. bekehren, il che non è mai stato. 
Quindi credo piuttosto col Delatre che siasi svolto dal nome 



262 1NGAGGIABE 



Becker, bicchiere, pronunciato alla tedesca. Ammessa questa 
derivazione, che mi pare ravvalorata dal fatto che 1' it. 
tolse dal nome t. Becker anche Peccherò, il signif. di im- 
becherare sarebbe propriamente quello di " imbicchierare, 
imboccare ", e quindi figuratamente quello di " imbeccare, 
indettare ". Deriv. : imbecherato. 

Ingaggiare, ingaggiarsi, convenire con pe- 
gno specialmente in cose di guerra e di cavalleria, intra- 
prendere, cominciare (Novellino, Cino, G. Villania Nel 
mlt. s' incontra invadiare, inguadiare, mettere pegno, vb. 
formatosi dal nome bl. wadium, vadium d'orig. ger.(v. Gag- 
gio); tuttavia io credo che ingaggiare sia puramente ripro- 
duzione del corrispondente fr. e prov. engager, avente uguale 
origine. Deriv.: ingaggi- amento -o. V. anche IngaUare e 
Sgatiare. 

Inganno, frode, malizia; errore (Dante, Maestruzzo). 
Finora la più ragionevole delle deriv. di questa parola 
[sp. erigano, port. erigano, prov. engan, frode; vb. sp. en- 
ganar, enganar, afr. enganer, valac. ingena, beffare ] sembra 
la proposta del Diez da aat. gaman, giuoco, scherzo, deri- 
sione, oltraggio, as. gaman, gamen, mat. gairen, mt. gam; 
ags. gamen, gomen, scherzo, derisione , oltraggio, ing. game, 
scherzo, giuoco, passatempo, afris. game, gome, anrd. gaman. 
Per la forma è chiaro che da gamn, sincope di gaman, si potè 
svolgere naturalmente un ganno, come da damnum venne 
danno, sp. dano, port. dano, prov. dan. Quanto poi al signif., 
dal momento che il voc. ger. valeva " letizia, gioja, trastullo, 
derisione, giuoco ", era facile il passaggio al concetto di 
"frode", giacché sono due idee che si toccano, come av- 
viene anche in it. giuoco, fr. jouer quelqu' un e in beffa. Il 
mlt. gannare s' incontra prestissimo. In un gloss. lat. gr. ab- 
biamo gannat, y\ioó.Z,zi; e sost. gannum, beffa, derisione, nel 
Gest. reg. Frid. ; gannatura è in Bonif. Rh. Maur. e Aldhelm. 
Ma prov. gahnar, ridere, beffare, secondo il Diez, non è la 
stessa parola. L' etim. da 1. inyeniinn è assurda fonologica- 



INGATIABSI — INZAFABDAKE. 263 

mente, ed anche logicamente, poiché da "ingegno'" a "de- 
risione, giuoco" non c'è alcun trapasso possibile. L' aat. 
geinón, aprir la bocca, non si presta neppur esso sotto 
alcun rispetto. Deriv. : inganna - bile -gione-rnento-tivo-tore- 
trice ; inganne - rello - vole - volemente - volissimo-volmente ; in- 
gannigia ; ingann-oso-uzzo ; disingannare; sgannare. 

Ingatiarsi, intricarsi, aggrovigliarsi ( dialetto della 
montagna modenese ). Il prov. ha il vb. engatiar, che ha 
un signif. alquanto diverso, valendo lo stesso che fr. en- 
gager, cioè " impegnare, vincolare ". Ma l' avere il dial. 
moden. assunto un senso tutto materiale non impedisce 
che i due vb. non siano della stessa radice. V. anche 
Sgaggiarsi. 

Insturlarsi, percuotere e rompersi la testa contro 
qualche cosa, urtare. È voce delle montagne modenesi 
(Montese); a Modena si dice instxirlers i Maranesi). Que- 
sta voce, di cui sinora nessuno ha cercato l'origine, credo 
venga dal vb. ger. stirlen, urtare, punzecchiare, stuzzicare, 
premessavi la prep. in, come in altri casi, e rinforzata la 
i rad. in u per eufonia. Se il signif. fondamentale di " in- 
sturlarsi " è quello di " battere la testa ", si potrebbe pen- 
sare anche a t. Stirn, fronte; donde s'avrebbe insturnare, 
e per dissimilazione insturlare, battere la fronte. 

Intuzzare, v. Tozzo. 

Inzafardare, inzavardare, imbrodolare, im- 
brattare (Franzesi, Minucci). Presuppone, a detta del 
Caix, un * ingifardare, il quale ultimo è verbo denomi- 
nativo formatosi da * gifardo riposante su aat. gifarit, 
tinto, macchiato. Questo non è che il participio passato di 
vb. aat. faraivian, farawen, mat. warwen, tm. farben, tin- 
gere, colorare. Gifarit non è documentato nella forma ma- 
schile, ma è documento nella femminile, dandoci le glosso 
un aat. gifàrida che è spiegato con "fuoata". 11 gi rap- 
presenta il solito rinforzo che prende il participio passato 
tedesco. La stessa radice ger., senza il participio, die il 



264 ISSARE — IZZA. 

nome fr. farci, belletto, it. farda, come s'è visto sotto que- 
sta parola. Notevolissimo mi sembra poi che dove in it. 
e in fr. il vocab. ger. ha conservato il suo significato affatto 
materiale di " imbrattamento, macchia ", nel campo origi- 
nario fino da tempo antichissimo assunse significati traslati, 
almeno come composto. Così abbiamo aat. gafàrida, givà- 
rida, gtvaridi, mat. gevaerde che valeva " inganno, astuzia, 
insidia". Del resto dall'idea di "colorato, tinto, macchiato" 
non è difficile il passaggio a quella di " astuzia, inganno, 
cattiveria " : cfr. per es. la frase « anima nera », e il suo 
contrario « anima candida ». È verosimile che questa voce 
sia d' importazione longobarda. V. anche Furbo e Farda. 
Deriv. : inzafardamento e aretino inzavanare. 

Issare, alzare un oggetto mediante una fune che 
gira intorno a una o più carrucole poste in alto ( Terrei, 
mar. ). Questo vb. coi corrispondenti sp. port. izar, fr. hisser 
d' ug. sig., secondo il Diez aveva per base lo sv. hissa, da 
cui sarebbe venuto anche tm. hissen. Al contrario il Kluge 
sostiene che il fondamento delle voci romanze, del tm. e 
dello stesso sv. è il bt. hissen, da cui anche ol. hijschen, ing. 
to hoist, alzare, issare. Il Kluge asserisce anche non potersi 
determinare con precisione né il tempo né il luogo della for- 
mazione di questo termine nautico ; ma che fu certamente 
prodotto del bt., dal quale una serie numerosa di termini 
marit. penetrarono così nell'alto tedesco e negli altri dial. 
ger. come nelle lingue romanze. La forma bt. deve certa- 
mente essere esistita sin dal medio - evo, poiché nel fr. ap- 
pare già nel sec. 16°, donde pare penetrasse nelle lingue 
sorelle. Del resto hissen, sempre secondo il Kluge, è la 
forma bt. corrispondente all'alto ted. hetzen, mat. aat. hetzen, 
cacciare, eccitare, spingere, che qui si conservò in signif. pu- 
ramente materiale; ed in senso inorale die il vb. hassen, 
odiare, e nome Hass, odio. Deriv. : issa-mento. 

Izza,, ira per lo più con provocazione e irritamento 
(Liv. manose; Amm. Ant. ; M. Vili.). È nome d'importa- 



LACCA. 265 

zione longobarda, che non incontrasi in nessuna delle 
lingue neol. sorelle. Riposa su aat. hizz'éa, hizza, hitza, hiza, 
mat. hizze, hitze, tm. Hitze, calore, bollore, impeto. La forma 
got. era * hitja, as. hittja, ol. hitte, hette, ags. hit, anrd. 
hite, calore, hita, scaldamento, dan. hete, calore. La rad. 
ger. è hit, cui appartiene got. heito, febbre, aat. mat. heiz, 
caldo, adirato, amareggiato, tm. heiss, caldo, ol. heet, ags. 
hdt, anrd. heitr, col vb. denom. aat. mat. tm. heizen, scal- 
dare, ags. haétan, ing. to heat; inoltre vb. aat. hizzon, hizòn, 
diventar caldo, mat. hizen, hitzen, d' ug. sig. Il tema ger. 
era hitja, hit Jan. Il Mackel non mette come certo che l'afr. 
hicier, eccitare, enhicier, infiammare, accalorare si riannodi 
ad aat. hiza ovvero riposi sul nome a. bt. che sopravvive 
nel vb. hissen, eccitare, ovvero sia un'altra derivazione. 



Lacca 1 , profondità, abisso china, scesa (Dante, Buti). 
Immediatamente procedette senza dubbio da aat. lahha. 
mat. lache, tm. Lache, bavar. lacke, lago, pozzo, palude. Il 
cangiamento della aspirazione nella gutturale è regolare 
nel passaggio dal ger. in rom. (cfr. taccola da taha, tecchire da 
tehan, ecc.). L'aat. presenta anche laccha "pozzo". I germa- 
nisti non sono d'accordo sull'origine di aat. lahha e laccha. 
Alcuni, come il Kluge, lo vorrebbero ricondurre al lat. 
lacus, mediante una forma secondaria laccus. Certo d' ori- 
gine 1. è ags. lacu e ing. lake, lago fa. si. loky, lago, è 
d' estrazione at. ; lokva, pioggia, invece è si. ] ; ma conside- 
rato che l' as. possiede lagn, lago, ags. lago, anrd. ÌSgr, 
lago, mare, che sono affini per senso e per forma, è chiaro 
non vi esser bisogno di pensare ad un imprestito fatto 
dal 1. nel caso di lahha, laccha. Il Diez però non esclude 
del tutto anche gr. kày.y.o^, buco profondo. 

Lacca', anca, coscia dei quadrupedi, natica ( Bur- 
chiello, Firenzuola). Il Caix riferì queste voce ad 



2P)6 LACCO — LAIDIRE. 

hlanca, lanca, lancha, mat. lancile, lanke, coscia, lato, 
fianco, lombo. Il signif. perfettamente uguale, la quasi 
uguaglianza formale dei nomi, non lasciano alcun dubbio 
sull' origine di questa voce. Il dan. lanke, anrd. hleckr — 
catena : ags. hlinc, ing. line = colle, anrd. hlickr == obliquità, 
curvatura, aduncità. L'agg. ags. hlanc, ing. lank = sottile, 
magro, stretto, debole, che è della stessa radice, ci dà la 
chiave per conoscere la ragione di siffatta denominazione 
di questa parte del corpo ; che nel dial. moden. è chia- 
mata « scagno » equivalente pel signif. precisamente ad ags. 
hlanc, ing. lank. Secondo il Pick 2 735, 48 si può parago- 
nare qui 1. clingere, fasciare, cingere. Abbiamo già visto 
che anche fianco viene probabilmente di qui. V. pure Lacco. 

Lacco, debole, floscio, fiacco (Giuliani). È voce delle 
lingue ger., dove aat. e mat. presentano slach, floscio, molle, 
as. slac, anrd. slakr, ing. slak d' ug. sig. La caduta della 
s iniz. è frequente; cfr. landra, lecca, leppare ecc. L'agg. 
ger. in quel campo pare affine morfologicamente e ideolo- 
gicamente a schlanck, da mat. siane, magro, debole; ol. 
slank, sottile, anrd. slakke per * slanke, pendice. Il got. 
■ : slanka spetterebbe a rad. sling in schlingen. V. Slancio. 
Un composto è bislacco che si è già visto. Deriv. : attac- 
carsi, stancarsi, attecchirsi, infiacchirsi. 

Laidare (antiq. ), bruttare, imbrattare (Albertano, 
Fra Giordano). Questo vb. coi corrispondenti a. sp. a. port. 
laidar, afr. laider, prov. laizar, violare, guastare, non è 
di formazione romanza dall' agg. laido, ma riproduce di- 
rettamente aat. laidón, leidón, mat. leiden, affliggere, tur- 
bare, offendere, as. lèthòn, lèdón, cagionare passione o pen- 
timento, ags. làdhjan, accusare. Questo vb. ger. poi era 
denominativo da sost. aat. leid, passione, afflizione. V. an- 
che Laidire. 

Laidire (antiq.), bruttare, guastare (Amm. Ant., 
Quist. Filos. ). Anche qui, come nel caso precedente, si 
ha un vb. romanzo [afr. prov. laidir] d'immediata orig. 



LAIDO. 267 

ger., riposante su un vb. affine a laidón, leidón, cioè aat. 
* leidjan, leidan, leithan, leiden, mat. I iden, anrd. leidha, 
rendere odiato, brutto, offendere. Deriv. : laidito, il'aidire. 

Laido 1 , sozzo, deforme, brutto, osceno (Amm, Ant., 
Dante). Con afr. lait, fem. laide, fr. laid, vb. laider, 
laidir, enlaidir [ da cui i deriv. afr. laidenge, laidengier, 
fr. laideur, laidanger] prov. lait [d], vb. laizar, a. sp. a. 
port. laido, lad. laid, odioso, brutto, procedette da at. laidh, 
aat. leid, as. lèth, lèdh, lèd, ags. làdh, a. fris. lèd, anrd. 
leidhr, got. laiths, affliggente, cattivo, ingrato, contrario, 
odioso. Il mat. è leit, in fless. leider, tm. leid. Questo agg. 
nel campo ger. produsse sost. aat. leida, laida, leitha, ac- 
cusa, persecuzione, mat. leide, passione afflizione, nimistà, 
tm. Leid, afflizione, dolore ; ags. lath, offesa, ingiustizia, 
ing. loath, vb. ing. to loathe, essere nauseato. Yb. ger. della 
stessa rad. sono aat. leidazjan, leidazzan, leidezan, leidezen, 
leidezin, leidizzin, detestare, abbominare, esecrare, aat. mat. 
leiden, diventare odioso, aat. leidian, leidan. leithan, leiden, 
mat. leiden, rendere odioso, anrd. leidha, (v. laidire); in- 
fine leidón, laidón, mat. leiden, mettere in afflizione o do- 
lore (v. laidare). Il tm. leiden significa "patire", e si 
sviluppò da mat. liden, aat. lidan d' ug. sig., con cui si 
identifica comunemente un ;iat. lithan, andare, a cui spetta 
pure vb. leiten, condurre. Ma come da " andare " si venne 
al senso di " patire "? Si crede che dal concetto di " viaggio 
in paese straniero" (poiché lithan è usato volentieri di 
viaggi di mare ) siasi passato a quello di " male incontrato, 
patimento ". V. Kluge p. 'l'ò'ò. L' it. ha ristretto immensa- 
mente il signif. dell' agg. ger., avendogli dato quello unico 
di "cosa oscena, sconcia". Deriv.: laidamente, laidezza, lai- 
dore, laidume, laidura. 

Laido 2 (antiq.), bruttura ( Guittone, leti. >. E un sost. 
d'immediata estrazione ger.; e riproducente aat. leid, mat. 
leit, as. lèth, lèdh, lèd, ags. làdh, afris. lèd, anrd. I<idhr, 
got. latin", passione, afflizione, il male. Gli corrispondono 
afr. lait, lad. laid. 



I-AM - LANDA. 

Lam, debole, cascante (dial. piem. ). Insieme con 
prov. lam, vacillante, venne da aat. lam, tm. lahvi, debole, 
storpio, zoppo ; afris. Ioni, lam, fris. laem, loam, ags. lama, 
anrd. lami, got. lams. Secondo il Kluge il signif. fonda- 
mentale dell' agg. ger. è quello di " debole delle membra "; 
quindi vale lo stesso che l' agg. affine aat. luomi, mat. 
Hi' ?ne, stanco, floscio, e persino " mite ". Ma anrd. lame, 
ags. lama, ing. lame, as. lamo, ol. lam, zoppo, mostrano 
che il signif. dominante nel n. at. è antichissimo. L' an- 
tico lama, debole, rotto, lascia pensare ad a. si. lomlja, 
lomìti, rompere. Il nd. lemia = zoppicare. Y. Lemme lemme. 

Landa, pianura, prateria, campagna, brughiera 
(Dante, Uberti). Eorme neol. corrispondenti sono: prov. 
landa, afr. lande, contrada boscosa. Il Diez, seguito dallo 
Scheler, Thurnej^sen, Kluge e Mackel, indotto dal genere 
e dal significato, vorrebbe escludere l' origine di questa 
parola da ger. land, paese; e preferisce il brett. lann, ce- 
spuglio di spine, prateria, plur. lannon. All' incontro il 
Littrè sostiene che la voce romanza vuole essere riferita 
a got. land, '/àpa, «ypòc, perchè la storia di essa prova 
che il suo senso primitivo di " terra incolta, brughiera " 
corrispondeva sufficientemente a ger. land. A questa ragione 
del Littrè mi pare potersi aggiungere che anche la diffu- 
sione senza paragone maggiore del vocabolo ger. milita a 
favore della derivazione da quest'ultimo anziché dal celtico; 
molto più che il brettone lann solo raramente presenta 
la forma land. D,el resto sì l'uno che l'altro spettano allo 
stesso ceppo. Il ger. presenta queste forme : got. land, campo, 
contrada, possesso, patria, aat. lant(t), mat. lantid), tm. 
Land; anrd. ags. ing. ol. as. land, paese; e secondo Faul- 
mann ha la rad. stessa dal vb. antiq. lintan \lant hmtan], 
salire, donde s' è formato Klint, punta d' un monte, e che 
si rannoda a vb. aat. gelingan, tm. gelingen, riuscire. Però 
questa spiegazione del Faulmann che riposa evidentemente 
sulla ipotesi che land significasse "terra alta, monte" con- 



LAHDAMANO — LANDWEHR. 269 



trasto col fatto clie originai-iamente land pare valesse più 
che altro " pianura, campagna ". Le voci celtiche sono : ir. 
land, lann, cimb. llan. corn. lan (da forma fondamentale 
* landhà), posto libero, pianura, bret. lan, prateria. L'a. 
si. ci offre ladina, prateria, paese incolto, il russ. Ijada, 
Ijadina, col quale ultimo combina pel vocalismo il dial. 
sv. linda, campo rotto, cz. lado, maggese, plur. lada, prateria. 

LandamailO, nome del capo d' un cantone sviz- 
zero o dell'intera Confederazione (Term. stor. mod.). Viene 
dal tm. Landammann, ed è composto di Land = paese, e 
di Amman, bailo. 

Landra, Slandra, meretrice, baldracca (Pataffio, 
Malmantile). Il delf. ha landra, il prov. landrin, landraire, 
ladro diurno, il comas. slandron, ladro del paese, venez. 
slandron, meretrice ; il vb. prov. landra = calpestare le 
pietre. Questa parola è di probabile origine ger. Il mat. 
lenderen, ol. slenteren. mat. sc'dendern vale "vagabondo, 
ozioso " che pare precisamente essere stato il senso pri- 
mitivo di landra, slandru : dal qual concetto di " ozioso, 
vagabondo " all' altro di " malfattore, disonesto " è faci- 
lissimo il passaggio. Nell'aat. c'è anche un lane/feri rispon- 
dente per senso a 1. latro, ma che si presta assai mono 
del primo per la forma. L'ing. landress, lavandaia, avrebbe 
esso qualche relazione col nostro landra ? 

Landsturm, leva in massa (Term. mil. mod.). 
S' usa solo parlando dell' organizzazione militare moderna 
nei paesi tedeschi. Letteralmente vale " assalto del paese " 
ovvero " il paese a stormo " [Land = paese: Sfurm, schiera, 
stormo. V. Stormo assalto]. 

Landwelir, milizia per la difesa del paese (Term. 
mil. mod.). Anche questo designa una speciale organizza- 
zione militare dei paesi germanici, cioè quella parte della 
popolazione del paese che è chiamata ed esercitata all' armi 
in caso di bisogno per aiuto alle truppe regolari di linea. 
Il primo elemento del composto non ha più bisogno di 



270 LANGRAVIO — LANZICHENECCO. 

spiegazione : il secondo, Wehr, vale " difesa ", ed è nome 
formatosi dal vb. wehren, difendere, proteggere, già visto 
all' vb. guarire, che ne è un derivato. 

Langravio, nome di grado principesco in Ger- 
mania (Term. stor. mod. ). Dal tm. Landyraf, cb' è an- 
cb' esso un composto. Il primo elemento è Land, paese, 
già veduto : il secondo è il t. Graf, conte. Vale adunque 
" conte o governatore d' un paese ". In fr. compare già nel 
sec. 13°: in it. invece solo nel 16° presso il Segni, Storie. 

Lanzichenecco, soldato tedesco a piedi (Guic- 
ciardini, Bembo, Varcbi ). Questo nome entrò in Italia sulla 
fine del sec. 15°, coi tanti tedeschi cbe militavano ai ser- 
vizi dei principi cbe combattevano allora in Italia. È una 
riproduzione di tm. Landsknecht, cbe letteralmente vale 
" servo del paese" [ Land = paese ; Knecht — servo J, ossia 
il uomo armato per la difesa del paese ". Questi lanziche- 
necchi in Germania furono trovati nel sec. 15° per assicurare 
stabilmente il paese, che prima era infestato dalle compagnie 
di ventura; e venivano dal Flàchland o paese di pianura, 
per contrapposizione ai soldati svizzeri eh' eran del monte o 
Bergland. Ebbero un assetto regolare da Masimiliano I 
Imperatore (1493-1519). aiutato efficacemente da Federico 
di Hohenzollern e da Giorgio di Fronsberg, chiamato il 
padre dei lanzichenecchi. Però nella formazione del nome 
it. ebbe parte una falsa interpretazione che gì' Italiani, 
indotti dalla somiglianza del suono, diedero alla prima 
parte del composto. Essi credettero cioè che questa fosse 
Lame, lancia, e perciò supponendo cbe il signif. fosse 
quello di " servo o soldato dalla lancia ", trasformarono il 
vocab. t. in lanzichenecco, (Guicciardini), lanzenetto (Bembo), 
lanzighinetto (Busini), lanzichenecca (Buonarroti). Il Guic- 
ciardini ci dà anche la forma crudamente t. Lanzchenech. 
L' i e il primo e sono epentesi richieste dalla pronuncia 
e dall'indole della nostra lingua. Il nome t. penetrò anche 
in Erancia sin dal sec. 15° (v. 0. de la Marche, Mem., 



LANZO — LASCA. '^.1 

p. 645 in Lacurne ), sotto la forma di lansquenet, e in 
Ispagna sotto quella di lasquenete. Ora in it. è vocabolo 
disusato, salvo che nel senso di una sorta di giuoco che 
dovette essere introdotto da quei soldati. V. del resto 
Lanzo. 

Lanzo, è lo stesso che lanzichenecco, di cui è ac- 
corciamento mediante sincope, come appare dal seguente 
passo del Varchi : « Quanto più s' avvicinavano i lami, 
che così per maggior brevità gli chiameremo da qui avanti. 
e non lanzichenecchi ecc. ». Però il Varchi non fu il primo 
ad usare la voce lonzo, che ricorre già nel Ciriffo Calvaneo 
di Luca Pulci. Dal che s'inferisce che questo nome t. do- 
veva già essere entrato in Italia assai prima della fine 
del sec. 15° nella forma intera, e che subito era stato 
sincopato. A Firenze divenne famosa la Loggia dei Lanzi, 
chiamata così perchè ci avean quartiere i soldati tedeschi 
al servizio del Granduca. Divenne celebre anche la frase 
« bere come un lanzo ». 

Lapina, schiaffo (dial. comasco). L'aat. lappa, n. at. 
lappen die origine a questo nome ffr. lappine], che è un 
dimin. di un * lapo, esistente realmente nello sp. sotto la 
forma di lapo d' ug. sig. V. Sleppa. 

Lappare, lambire, sorseggiare, leccare (dial. del- 
l'Alta Italia). Le forme sorelle delle lingue neol. sono: prov. 
* lapar, lepar, afr. ir. l,jjer, catal. llepar. TI vb. rom. pro- 
cede dal bt. che ci presenta: ags. lappian, anrd. lappa, n. 
at. lappen, labhern, fiam. lappen. La rad. è hip. diffusissima 
nel campo idg. : gr. Ky.~~r,), leccare, 1. lavabo, lambire. Que- 
st'ultimo, come fr. lamper, è forma nasalizzata. 

Lasca, sorta di pesce d'acqua dolce (Dante, Vil- 
lani). Il Caix rigetta con ragione l' etim. del Ménage e 
del Diez dal gr. \vy/.iz/.v { , poiché resterebbe inesplieato lo 
spostamento dell' accento e il cangiamento della vocale to- 
nica. Mette poi innanzi la deriv. da b sche, 
tm. Asche Asche, sorta di pesce di ti urne. La / iniziale sa- 



272 I-ASTO — LATTA. 

rebbe dovuta all' agglutinazione dell' articolo. S'è giù visto 
e si vedrà ancora che il ger. ha dato alle lingue rom. pa- 
recchi nomi di pesci. Quanto ad aat. asco, mat. asche, 
tm. Asche, secondo il Kluge e il Faulmann sarebbe affine 
ad aat. asca, mat. asche, tm. Asche, cenere; e il pesce 
avrebbe tratto il nome dal color grigio-cenere della sua 
pelle. Questa è adunque 1' etim. più verosimile del vocab. 
it. Deriv. : laschetta. 

LastO, misura e peso oland. di due tonnellate; ca- 
rico pieno o intero del vascello (Tramater). Con fr. last 
laste, carico di nave, sp. lastre, port. lasto lastro d'ug. 
sig., ha per base aat. hlast last, mat. last, tm. Last, ca- 
rico, peso; ags. hlast, ing. last, afris. hlest, iris, lesi, ol. 
last, anrd. Mass, dan. las. Il tema ger. è hlasta Masti da 
hlathta hlathti, e spetta a rad. lad di vb. got. hlathan, aat. 
hladan ladan, mat. tm. laden, caricare. L' st è derivazione, 
davanti a cui la dentale d' uscita della rad. verbale do- 
vette sparire. Il nd. hlass è antico participio significante 
" peso dello stomaco ". Alla rad. ger. si raggruppano lesten 
lestic lestlic. Il sostantivo afr. leste non è che una modifi- 
cazione di laste, e pel significato è uguale a ballast. Se- 
condo il Diez lo sp. lastre, port. lastro colla r epentetica, 
accennano, del pari che it. lastra, a gr. i^Xc^xpov, me- 
diante piastra. Del resto questo termine di marina dev'esser 
venuto d' Olanda nei secoli 16° o 17°, poiché è proprio di 

quei paesi. 

Latta, lamiera di ferro distesa in falde sottili e 
penetrata dallo stagno; lama, lamiera (Simone da Cascia; 
Saggio Nat. Esper. ; Vite Pittori). Con sp. port. lata. afr. 
late, fr. latte, valac. latz, cimb. llath, venne da tema ger. 
latta, donde aat. latta, ags. laetta, latte. Il ger. conta anche 
la forma laththa, da cui ags. laeththa, laththe, latte, ing. lath. 
Nel tm. Latte vale anche " corrente, piana, assicella ", senso 
che penetrò nel fr. lattes, denotante certi pezzi di legnami 
che s'usano nella costruzione navale; e dal fr. venne al- 



LAVAGNA — LECCARE. 273 

l' it. anche un signif. nautico che etimologicamente non 
avrebbe. V. anche Ottone. 

Lavagna, sorta di pietra tenera e nera per lo più 
in lastre per disegnarvi o coprir tetti (Varchi, Scamozzi). 
Il Diez sostiene che questo è un nome d' orig. ger., e 
che proviene da t. Leic, as. leja, ol. lei, cimbr. llec, gael. 
leac. d' ug. sig. Secondo lo stesso filologo Lavagna sta- 
rebbe per la-agna, essendo l' ei t. = a romanzo. Ma qui ci 
pare che egli non abbia tenuto conto dell' elemento storico 
che nella etim. delle parole deve pur contare qualche cosa. 
Il Varchi e lo Scamozzi ci dicono espressamente che questa 
pietra trasse il nome dal paese di Lavagna in Liguria 
dov' essa abbonda, come la magnesia lo trasse dalla città 
di Magnesia. Oltre di questo con tutto il rispetto al grande, 
maestro, crediamo ci sia permesso di dubitare se da laie 
possa essersi svolto un lavagna, poiché l' ultima parte di 
questa parola resterebbe affatto inesplicata. 

Leccare, leggermente fregar colla lingua (Dante, 
Sacchetti). Le forme delle lingue sorelle sono: prov. liquar, 
lichar, lechar, fr. lecher, picar. leker, borg. lochai, vali, lèchi, 
lad. lichiar, valac. licei, lecccare. A base di queste voci 
sta aat. lèccón, l'échón, lècckón. mat. lécken, tm. lecken, lec- 
care, ed anche "gemere, far acqua". Altre forme ger. 
sono : as. léccón, liccón, ags. liccjan. Il got. è * likkón, V ol. 
likken, l' ing. to Mie. A questa stessa rad. spetta got. lai- 
gon in bilaigón, leccare, da cui prov. lagot, adulazione, 
sp. lagotear. adulare. Forma rad. ger. con s si è conser- 
vata in tm. schlecken, e anrd. slekia, leccare. La rad. 
ger. riposa su idg. ligh, leigh, high, che appare in gr. 
Xsty/o, leccare, Xiyyiùui, XtJCJJiàco, Xr/iiiZ'o, leccare, /.'/vcc, 
leccone, goloso, Àr/avd?, leccadito, 1. linguo, leccare, da 
cui anche lingua, ligurirc, liguvitor, essere ghiottone, goloso ; 
sans. rih, Uh: leccare, lèhmi, lecco, lèhas, leccatore, a. si. 
liza, lit. Ivziìt, liesr:ii, leccare, cz. li tati, poi. lizac, leccare; 
a. ir. ligim, io lecco. Qui si mostra piii che mai la licenza 



274 LECCARE. 

etim. del Fauimann; il quale vorrebbe ricondurre la rad. 
ger. evidentemente connessa alle idg. finqui vedute ad 
un tenia ger. lè'ckan, raccogliere, cui fa affine a got. rikan, 
accumulare, quindi a lichan, rassomigliare, e più oltre a 
laich, leich, Jseme, e perfino ad aat. chlipan, tm. kleiben, 
impastare, a tm. klinken. premere, suonare, a Idimpfen, 
trarre insieme, e a klei, tono! A questo modo è miracolo 
se tutte le parole non si riducono ad una sola radice. 
Quanto allo Zambaldi che vorrebbe derivare it. leccare 
da gr. Àeiy/o anziché da ger. leccón, la ragione ch'egli ad- 
duce, cioè che per un concetto così volgare è più verosi- 
mile l' origine gr. che la ger. vale poco o nulla ; giacché 
anche in molti altri casi si è verificato che le lingue 
rom. attinsero dalle nordiche vocaboli relativi a concetti 
comunissimi, pur avendone già un equivalente latino. Qui 
poi s' aggiunge che il vocab. in questione che non ricorre 
mai nel 1., sarebbe entrato nel mlt. direttamente dal gr. 
sul principio del medio-evo, comparendo esso nelle glosse 
d' Isidoro. Ora è noto che a quel tempo fu nulla o pochis- 
sima l' influenza del gr. sul vlt., mentre proprio allora vi 
si esercitava grande quella delle lingue ger. Inoltre il fatto 
stesso che le glosse d'Isid. accanto a lecator pongono la 
spiegazione, è anch' esso favorevele alla etim. ger., giacché 
quando gli scrittori della prima metà del medio-evo spie- 
gano un vocab., quasi sempre si tratta di vocab. ger., 
(v. Borgo). Nel caso presente bisogna poi anche tener 
conto della perfettissima uguaglianza fonetica tra ger. e 
rom., e della regolarità del trapasso, laddove, come osserva 
il Diez, nell'ipotesi dell' orig. gr., s'avrebbe l'anomalia 
del dittongo v. cangiatosi in e, mentre di regola passa in i. 
Infine il signif. di " ghiottone, divoratore " che riscontrasi 
nell'aat. lecchari, lekhari, mat. lecker, tm. Lecher, e tm. 
Leckerei, leccornia, mi pare che mettano fuori d'ogni dub- 
bio che l' it. debba ricondursi ad un' orig. ger. Deriv. : 
lecca-mento - nte - piatti-rda - rdo - scodelle - tamente - tore - tura ; 



LEDRO — LEFF. 275 

lecche- ria - ttino - ito; lecco - ricino - ne - neria - nessa - nia - mia ; 
leccume. 

Ledro, allettamento, esca (dial. lucchese). Usasi 
nella frase « dare il ledro » che vale " dare il lecco ". Se- 
condo il Caix 375 è la stessa voce che afr. loitre, fr. leurre, 
ing. Iure, e proverrebbe da mat. luoder, esca, da cui tm. 
Luoder, esca, carogna, rozza. Del vocab. ger. tratteremo 
espressamente sotto Logoro, il quale ultimo nome, del pare 
che Lodretto, Luodro, è venuto di là. 

Leff, labbro (dial. comasco). Procedette da aat. mat. 
lefs, tm. Lefze, labbro. Altre forme ger. sono : aat. leffur 
leffura, lepora, as. lèpur, aat. leps lefs, mat. lefs lèfse, svev. 
làfzg, mat. Vèspe, tirol. lespe, lebse. Secondo il Kluge p. 230, 
la forma ger. primitiva di questa voce ei'a lepas, gen. le- 
pazes lefs, gen. lefses. È originariamente affine a got. * lipiò, 
as. * ìippia, ol. li]) teppe, ags. lippa, ing. lìp, tm. Lippe, 
labbro. Il tm. Lippe è parola sconosciuta all' aat. e mat. 
Penetrò nell' at. al tempo di Lutero e si mise a canto a 
Lefze; e prima era stato solo voce del bt. V. Kluge p. 239. 
La rad. ger. comune sarebbe un lep da leb. Il Kluge am- 
mette 1' affinità indeu. di questa rad. con 1. labium , purché 
non si riferisca quest' ultimo a lambere, leccare, poiché 
labbro come significante " leccante " è concetto che non 
soddisfa. Ritiene poi falso ciò che è ammesso dallo Schade 
e da altri, cioè che aat. lefs e ags. lippa provengano da 
vb. aat. laffan, da cui mat. laffen, leccare, e ciò per le 
regole dell' ablaut, giacché a t. Lippe corrisponderebbe un 
got. * lijian e non * lapan. All' incontro aat. laffan corri- 
sponde a 1. lambere, e ne venne tm. L'òffel, cucchiaio. Il 
1. labium riposerebbe su un * lebium, rispondente a got. 
* lipiò. Anche il persiano presenta lab, labbro. La rad. ger. in 
quistione agì sull'it. colla prima delle due forme, cioè con 
aat. lefs; e il fatto che resta solo in parte della Lombardia, 
accenna evidentemente ad importazione longobarda. Colla 
seconda, cioè ags lippa, inlluì sul fr. che ne cavò lippe 



276 LEMME. 

teppe, labbro inferiore grosso, e vb. liper, mangiare pia- 
cevolmente (1). V. anche Liffia. 

Lemme lemme, lentamente e svogliatamente 
(Spet. Nat.; Malm.). Lo Zambaldi, l'unico che siasi occu- 
pato di questo modo avverbiale, crede eh' esso derivasse 
dall' agg. 1. lenis lenis, lento lento. Ma poiché l'agg. 1. non 
si conservò come tale in it., è difficile ammettere che po- 
tesse dare origine ad un' altra parola in questa lingua. 
Perciò mi sembra più verosimile la formazione della rad. 
ger. vista sotto Lam, cioè aat. mat. lam, tm. lahm u zoppo, 
storpio". Per la forma, se Va di aat. lam si indebolì in e 
nel tm. lahmen, zoppicare, e nell' ing. lame, zoppo, perchè 
non avrebbe potuto fare altrettanto anche passando in it. ? 
Quanto poi al signif., quello di " zoppo, storpio " che pre- 
vale in tm. lahm lahmen, in anrd. lame, ags. lama, ing. lame, 
as. lamo, ol. lam, fris. laem loam lom laam, non pare il 
primitivo; giacché questo, secondo il Kluge, è rappresen- 
tato da quello più generale di " debole delle membi'a ", 
come vedesi nell' agg. della stessa rad. aat. luomi, mat. 
lueme, " rifinito, stanco, allentato, floscio, mite ". Il senso 
è adunque molto vicino sia al signif. di lenis sia a quello 
di lemme lemme. D' altra parte il ritrovarsi il vocab. ger. 
nel prov. e nel piem. in signif. di " zoppo, storpio " met- 
tendo fuori di dubbio ch'esso entrò nel campo rom., rende 
assai probabile che esso con semplice oscuramento d'una vo- 
cale e con piccola sfumatura di senso si conservasse anche 
in lemme lemme. Il Paulmann pag. 216 trae 1' agg. ger. in 
quistione da vb. * l'éman, "attaccare, appiccare"; e questa 
congettura, dato che fosse fondata, sarebbe favorevole al- 



(1) A titolo d'amenità mi piace riferire l'etim. che il Faul- 
mann p. 221 assegna ad, aat. lefza lefs leps, mat. ì&fse, tm. Lefze, 
cioè da aat. chlephan, scoppiare; sicché il labbro sarebbe propria- 
mente lo " scoppiante ". E quasi cioè non bastasse trae poi chle- 
phan da vb. aat. * glimman, mat. tm. glimmen, splendere, scintillare! 



LEPPAEE — LERCIO. 277 

1' etiin. da me sostenuta per la forma; ma non comprendo 
come il filologo tedesco possa spiegare il passaggio dal 
signif. di " attaccare, appiccare " a quello di " vacillare, 
zoppicare ". Sulle affinità indeu., specialmente slave, di ger. 
lam, veggasiLcm; ed inoltre Schade p. 532, e Kluge, p 224. 

Leppare, togliere, levar via; scappare, fuggire; 
furare, rubare (Buonar., Fiera; Malmantile). La forma del 
vb., affatto estranea al latino, mi fa supporre che sia d'orig. 
ger. Difatti abbiamo in quel campo anrd. sleppa, sdruc- 
ciolare, sfuggire, scampare; e causativo sleppa, fare sdruc- 
ciolare o andare; nel quale vb. è evidente 1' analogia di 
parecchi tra i significati con quelli di it. lei>pare. La perdita 
di s iniziale è assai frequente in parole it. d' orig. ger. 
Del resto anrd. sleppa è della stessa rad. ger. slip, di aat. 
slifan, mat. sltfen, tm. schleifen, sdrucciolare, scampare, 
scomparire sdrucciolando, aguzzare, pulire, ing. to slip, 
sdrucciolare; e aat. slifian, mat. schlipfen, da cui it. Schip- 
pire, comas. slippà. V. queste due parole. Il tm. schlep])en = 
"trascinare"'; e proviene da bt. ol. slep>en "fare muovere 
sul terreno ". Non so poi perchè il Bopp, Gl. s 414 e lo Schlei- 
cher presso Kuhn 7, 223 vogliano paragonare rad. ger. slip 
e derivati a gr. è'proj, sans. sarpàmi, io striscio. 

Lercio, sucido, sporco, losco, bieco (Dante, Fav. 
Esop. ). L'etim. più verosimile di questo agg. finora è il 
mat. lerz Vére, sinistro, storto, che s' adatterebbe bene ad 
uno dei sensi dell' agg., giacché il losco o bieco è storto. Il 
composto gualercio, bieco, losco, si spiegherebbe con guata- 
lercio, guarda-storto ; e l' filtra forma gualerchio fa pensare 
anche a mat. lire, forma secondaria di Vére lerz, come Iure 
e lurz. Ma resta sempre la difficoltà del significato pri- 
mario di lercio, cioè "sucido, sporco"; dal quale non c'è 
passaggio possibile a quello di '"bieco, guercio". Il Rónsch 
ha proposto un agg. 1. * squaloricius, squallido, imbrattato, 
da cui sarebbe venuto un gualercio e da questo per aferesi 
lercio. Senonchè a questo modo sarebbe spiegato il primo 
dei due significati, ma non il secondo. Deriv. : lerciare. 



278 LESINA. 

Lesina, ferro appuntatissimo e sottile con cui per 
lo più si fora il cuojo per cucirlo; uomo sordido e avaro 
(Fra Giordano, Fior. S. Fr. ). Questo coi corrispondenti 
sp. alesna lesna, prov. alena, limos. forno, fr. alène, riposa 
su mlt. alesna, che a sua volta risale ad aat. alasna alesna 
alunsa alansa, da cui anche svizz. alesne alse. L' aat. alunsa 
non è che aat. àia col sufF. se ricorrente parecchie altre 
volte in quel campo. Da àia si svolsero mat. àie, tm. Ahle, 
lesina, ags. al al avel, nelle isole Orcadi alison, ing. awl, 
anrd. air, ol. aal els d'ug. sig. Dal che appare che it. lesina, 
t. Ahle, ing. awl, forme a primo aspetto si diverse, sono 
fondamentalmente la stessa parola ! Il Kluge paragona al 
vocab. ger. il sans. ara, lesina, punteruolo, lit. yla t lett. 
Uens, pruss. ylo, lesina che accennano a un preger. èia. 
Ma secondo lui ags. àivul, ing. awl più che a ger. ala è da 
ravvicinarsi a 1. aculeus, pungolo, lett. àki, uncino. Però 
questo raccostamento ci pare assai strano. Il Faulmann, 
per dire qualche cosa di nuovo, propone di considerare 
aat. àia come semplice indebolimento di * wal qual che 
sarebbesi formato da vb. aat. qualian, quelian, ags. cvellan, 
uccidere, tormentare, e alansa come derivato da * qualiand, 
tormentante, pungente. Evidentemente qui il Faulmann non 
la cede al Menage in arditezza di congetture; ma è anche 
chiaro che né il senso ne la forma sono favorevoli a simile 
ipotesi. Quanto al significato accessorio di tl sordidezza, 
gretteria " dell' it. lesina, e fr. lesine che n è derivato, 
pare ch'esso debba la sua origine ad un fatto storico (né 
la cosa si saprebbe spiegare diversamente ) ricordato così 
dal Menage. Lesine du livre italien intitu'é Della famosa 
Compagnia della Lesina: le quel contient divers moyens 
de ménage. L' auteur, qui est un nommé Vialardi, feint que 
cette Compagnie fut ainsi appelée da « certi taccagnoni, 
i quali per marcia miseria et avarizia si mettevano insino 
a rattacconar le scarpette e le pianelle con le lor proprie 
mani per non ispendere. E perchè tal mestiere del rattac- 



LESTO. 279 

comare non si può fare senza la lesina anzi è lo stromento 
principale, presono questo nome della Lesina ». Deriv. dal 
nome in quest'ultimo senso sono: lesinare, lesineria. 

Lesto, agile, destro, svelto, snello; astuto, accorto 
(Machiav., Lasca). Ha per corrispondenti sp. listo, port. Usto, 
ir. leste, i quali però non presentano il signif. di " astuto, sa- 
gace ", come l'it. Ha per fondamento il got. listeigs, artifi- 
cioso, astuto, aat. listig listik, prudente, destro, astuto, e tm. 
listig, scaltro, fino, astuto. L' agg. ger. si svolse dal tema fisti 
che die got. lists, astuzia, inganno, aat. mat. list, tm. List, 
saviezza, prudenza, abilità, astuzia, arte, inganno. Il signif. 
originario, secondo il Kluge, è quello di " prudenza " : l' ags. 
list vale " arte, abilità, astuzia ", ing. list " prudenza, astu- 
zia ", anrd. list, prudenza, artificiosità, destrezza, abilità. In 
parecchi dialetti ted. il senso primitivo di " accortezza " 
degenerò in quello di "astuzia, malizia", e questa dege- 
nerazione l' ha subita anche in it. Il tema listi sarebbe 
secondo il Grimm Ges. d. d. Sp. 906 un nomen actionis 
formatosi mediante il suffisso ti dal vb. leisan lais, rad. 
lis, sapere, donde lis-pi. Il valore fondamentale di questo 
vb. sarebbe stato quello di " pestare, premere, camminare " 
(donde got. laists, aat. mat. leist, traccia, laistjan, seguire); 
e dal signif. materiale di " procedere, camminare " si sa- 
rebbe passato a quello di " potenza o attitudine morale 
risultante dall'assiduo esercizio del premere e camminare ". 
A questo lais (affine anche a 1. lira, solco da cui delirus, 
chi è fuori di carreggiata) si riannettono got. laisian, inse- 
gnare, as. lerian, leran, aat. lerran, leran, mat. leren, tm. 
lehren d'ug. sig.; poi aat. Urnen, lè'rnèn, lè'rnón, mt. tm. lernen, 
ags. learnian, ing. to learn, imparare. V. Friedmanu, p. '217. 
A tema listi spettano immediatamente aat. listig listiclich, 
listlih listekeid listan listen; cfr. Lista. Sull'orig. ger. di it. 
lesto e voci rom. sorelle non ci può essere alcun dubbio. 
Da una parte il signif. corrisponde, perchè dal senso mo- 
rale di •' abile, accorto, astuto " che è conservato, se non 



280 LESTO. 

dalle altre lingue rom., almeno dall' it., è facile il trapasso 
a quello di " snello, agile, destro ; dall' altra il vocab. ger. 
aveva un' immensa diffusione e la forma è quasi perfetta- 
mente uguale, poiché il rom. avrebbe rigettato solo il suf- 
fisso di listig, listik, cangiando regolarmente l't in e, e con- 
servandolo in qualche caso, come nello spagnuolo. Quanto 
al Liebrecht che propose come etim. il 1. lestus, che sarebbe 
stato un superlativo di levis, mediante un * leistus da le- 
vistus ed avrebbe perciò signif. "leggerissimo", ci sono 
parecchie difficoltà che a me pajon molto gravi. Primiera- 
mente lestus è voce rarissima in 1. non comparendo che 
poche volte nella lingua scritta, e nel composto sublestus 
presso Plauto e Festo. Ma questo conterebbe fino a un 
certo punto. Più difficile mi pare a spiegare come dal signif. 
materiale di " leggero " si potesse giungere a quello morale 
di " astuto, scaltro ", il quale al contrario è quasi fondamen- 
tale nel campo ger. Di più si può osservare che da levis 
è impossibile la formazione di un superlativo in istus, per 
la irregolarità della terminazione; la quale poi anche se 
si ammettesse, cadendo necessariamente l' accento sufi' i 
di levistus, non sarebbe stata possibile la scomparsa della 
sillaba tonica. Infine concesso che le voci rom. venissero 
da 1. lestus, come spiegherebbesi Vi di sp. listo? Per tutte 
queste ragioni, noi crediamo sia necessario rigettare l'ipo- 
tesi del Liebrecht, e attenersi all' etim. proposta dal Diez 
e accettata anche dal Kluge (1). Oltre al rom. è venuto dal 
ger. listi anche un intero gruppo di parole slave che sono 
a. si. listi, inganno, astuzia, listiba, lo stesso ; listivu, ■artifi- 
cioso, listimi, ingannevole, lisliti, ingannare, ammaliare, 
illudere. Mikl. 348, Pick 2 541. Lo Scade ammette che l'a. 



(1) Festo p. 295 dice: « Sublestia antiqui appellabant infirma 
ac tenuia ». Dunque sublestus valeva " infermo, debole "; e la sup- 
posizione del Liebrecht che lestus significasse "leggiero" è in- 
fondata. 



LICCHIA — LIFFIA. 281 

si. possa essere derivato immediatemente da got. listeigs. 
Deriv. : lest- amente- ezza. Composti: allesti-mento-re. 

Liccllia, scintilla (dial. ). Questo nome, che non ha 
riscontro nelle lingue sorelle, risale evidentemente, a detta 
anche del Caix 338, ad una rad. ger., e precisamente quella 
di tm. Licht, luce, splendore. L' aat. era lioht leoht lieht, il 
mat. lieht liht licht; as. lioht leoht liaht, ags. léoht, [donde 
ing. tight], luce, lume, splendore, chiarezza, lucerna, can- 
dela. L' ol. è licht, afris. liacht, lucht, fris. lieacht liicecht. 
La dentale della parola ger. è una derivazione, come nota 
il Kluge, ed è mostrato da got. liuh-ath, luce, chiarore; 
e in it. la parola dev' essere penetrata da una forma che 
non presentava questa dentale, se non si voglia ammettere 
che in bocca ai popoli che la introdussero questa lettera 
fosse quasi divenuta muta. Sulla storia anteriore del vocab. 
ger. sono belle, come quasi sempre, le osservazioni del 
Kluge. Egli nota anzitutto che 1' anrd. liós dovette proce- 
dere da got. * liuhs ; e che a tutte le forme ger. stava a 
fondamento un doppio tema idg. leukot-leukt e leukos-leuks, 
a cui confronta sans. rocis, zend. raocanh [per :i 'ròcas\, 
splendore, luce. La rad. idg. è luk che ha ricchissimo svi- 
luppo: sans. ruc, lucere, rukmds, splendente, ròkas, luce; 
gr. Xzuxgc, bianco, à\L®ihjv.r\, crespuscolo, 1. lucerna, luceo lux 
lucidus luna lumen diluculum; a. ir. lóche(t< lampo, lóti, splen- 
dore, a. si. luca, raggio, luna, luna. Dentro al campo ger. 
si trovano altre derivazioni da rad. idg. luk, come Leuchte, 
lanterna, licht, chiaro, luminoso, Lohe, fiamma, vampa, Luchs, 
lince, e got. lauhmuni, lampo, lauhatian, lucere, anrd. Ijóme, 
ags. léoma, as. Uomo, splendore, ags. légetu, va. ing. hit, 
lampo, aat. lóhazzen, lampeggiare. A sans. ruksd, zend. 
raoxsina, chiaro, pruss. htuksnos, stelle, e anrd. liós, luce, 
si connettono ancora aat. liehsen, chiaro, e ags. lixan, lucere. 

Liilìa. bocca (dial. comasco). Questa voce dialet- 
tale è una forma sensibilmente alterata di Lejf, ma oon 
significato anche più alterato, e che non riscontrasi in nes- 



282 ligio. 

suna delle lingue ger. né nel fr. Procedette da aat. lè'fs, 
da cui mat. l'èfs, lè'fse, tm. Lefze, labbro. 

Ligio, vassallo dei tempi feudali che teneva una 
sorta di fio cbe 1' obbligava d' un' obbligazione più stretta 
degli altri verso il suo signore. Oggi in senso più lato e 
per similitudine dicesi di chi dipende dai voleri d' alcuno, 
cbe anche dicesi schiavo (Petrarca, Bembo, Borghini). 
Immediatamente riposa su afr. lige, d' ug. sig., da cui si 
formò il tardo mlt. ligius che ricorre sovente nelle formolo 
homo ligius, ligia potestas, ligia voluntas. L' afr. presenta 
anche lege e vb. eslegier. Il prov. ha litge, il fr. lige. Il 
Voss tentò di trarre il vocab. fr., che è fondamentale in 
rom., a 1. liga, vincolo. Ma un agg., in ogni caso, avrebbe 
dovuto formarsi da un altro agg. che qui non poteva es- 
sere che ligatus. Ora da ligatus, molto conveniente pel 
senso, fr. lige e mlt. ligius sono di formazione fonetica- 
mente impossibile, giacché la sillaba tonica non può scom- 
parire; e difatti non è scomparsa nel fr. lié e nell'it. legato. 
Anche l'anrd. lidi, compagno, accennato dal Diez, va escluso 
pel senso troppo lontano. Pesta un' altra etim. ger., che 
nonostante qualche difficoltà di senso, ormai è accettata 
da insigni linguisti, e fra gli altri dal Mackel. Questi fa 
procedere afr. lége lege da vlt. * ledigus * ledicus, analoga- 
mente a salvage da salvaticus ; poi riporta * ledigus * ledicus 
ad abfr. l'édig, che nel mat. presenta le forme l'idee l'édic 
lidie lidig da aat. *lidag ledig, got. lithags, libero, vacante, 
vuoto. Il tm. è ledig, libero, sciolto, non impedito ; 1' anrd. 
è lithugr, m. ing. lethy, libero vuoto. Altre affinità posson 
vedersi nel Kluge p. 230. Per rendersi ragione del pas- 
saggio a prima vista impossibile del signif. che il vocab. 
aveva ed ha nel campo ger. di " libero, sciolto ", a quello 
assunto nel rom. di " vassallo, suddito ", bisogna tener 
conto di quel che dicono a questo proposito il Ducange e 
il Grandgagnage. Il primo scrive « Ligius dicitur is 
qui ratione feudi vel subjectionis fìdem omnem contra 



LINDANO. 283 

• quemvis praestat ». L' altro dice « Homage lige non signi- 
fica letteralmente, come si crede d' ordinario, un omaggio 
per cui uno si lega pienamente verso il proprio padrone, 
benché questo sia il senso logico, o. se si vuole, 1' effetto 
di questo genere d' omaggio sciolto da ogni restrizione a 
profìtto d' un terzo, e però assoluto ». Da queste osserva- 
zioni lo Scheler deduce che il signif. dell' agg. rom. era 
quello di " tutto intiero, senza riserva ", come appare an- 
che da avv. fr. ligement, francamente, e da vali, lige, libero. 
In sostanza, 1' agg. fr. lige e mlt. hgius unito al sost. ho- 
mage, era adoperato nel suo signif. etimologico ma con 
una restrizione mentale [ cioè di " libero da ogni altra ob- 
bligazione "], restrizione che ove non tengasi presente, può 
far parere assurdo 1' uso dell' agg. stesso, supposto che 
provenga dal t. Un fenomeno analogo presenta il vb. 1. 
vaco che vale " essere libero " e " attendere "; dove è chiaro 
che il secondo signif. è 1' effetto del primo ; a quel modo 
che V homo ligius poteva attendere a servire esclusivamente 
il suo padrone perchè era libero dagli altri. Del resto in un 
doc. del sec. 13° ligius homo è spiegato col t. ledig mann ; 
e ciò mostra che fra ì Tedeschi si capiva ancora il signif. 
primitivo di ligius, e viene a confermare 1' origine da noi 
sostenuta, in appoggio della quale lo Scheler osserva che 
la forma neerlandese di t. ledig è leeg, da cui era anche 
più facile che da abfr. ledig, il trapasso fon-tico ad afr. 
lege, lige. 

Lindano, uomo rimesso, ciondolone e scioperato 
(dial. dell'Appennino modenese). Io credo che quos;.. agg, 
sia d' orig. ger. Neil' aat. troviamo vb. lindan, limi Jan, mat. 
linden, essere cedente, condiscendente, tenero, iioscio, donde 
agg. aat. lind lindi Untili, mat. linde, cedent , tenero, floscio. 
Dal detto signif. a quello di " svogliato e scioperato " il 
passaggio è logico. La forma è vicinissima. La rad. ger. 
è lèn col senso fondamentale di " pieghevolezza, arrende- 
volezza ", e le rispondono a. si. Ièna, pigro, poltrone, 1. len-is, 



284 LINDO — LISCA. 

molle, tenero, mite, e lentus, pieghevole, pigro. Da queste 
due ultimi agg. lineano non può provenire a cagione della 
forma, benché il signif. di essi sia pressappoco uguale 
tanto all' it. quanto al ger. V. Lindo. 

Lindo, leggiadro, grazioso, bello gentile, vago, vi- 
stoso, elegante, adorno, attillato (Davanzati; Buonarroti, 
Fiera). A questo agg., cui corrispondono sp. port. lindo, 
prov. linde, d' ug. sig., piem. lindo, il Diez die per base 
il 1. limpidus, chiaro, da cui è venuto anche it. limpido, 
sp. limpio, analogamente a nitidus che die nitido e netto, 
e a turbidus che produsse torbido e torba. A questa etim. 
del Diez mi pare possa fare concorrenza 1' aat. lind lindi, 
mat. linde, tm. lind gelinde, tenero, dolce, delicato, mor- 
bido. Veramente il signif. è un po' diverso; tuttavia da 
" delicato, morbido " a " elegante, grazioso, gentile " il tra- 
passo non è impossibile. La forma è certamente più vicino 
che quella del 1. limpidus. Il got. sarebbe * linths. V as. 
era lithi, ags. lide, donde ing. lithe col signif. puramente 
materiale di pieghevole. S' è già visto che dal ger. ebbe 
probabilmente origine il vocab. dial. lindano in signif. molto 
diverso da quello di lindo; e u,uesto è forse ciò che costi- 
tuisce la maggior difficoltà per la mia opinione sull' etim. 
di lindo. 

JLiisca, fusto o gambo d'erba; materia legnosa che 
cade dal lino o dalla canapa quando si maciulla o si pet- 
tina; punta delle spighe del grano, spina del pesce, resta, 
cosa minima; ritaglio, fetta ( Cresc, Lor. de' Medici). 
Questa voce ha due significati fondamentali ben distinti: 
quello di "fusto d'erba, spina o cosa appuntata " e quello 
di " piccola fetta, ritaglio ". Nel primo senso 1' it. ha 
per corrispondenti : mil. lisca, piem. lesca, fr. laiche, 
carice; nel secondo, piem. lesca lisca, prov. lisco lesco, 
fr. léche, piccolo taglio. È difficile .capire come fra i due 
sensi ci possa essere relazione di affinità e di dipendenza: 
quindi sarebbe arrischiato il sostenere assolutamente che 



liscio. 285 

si tratta d' una sola parola. Solo è certo che nel primo 
senso la voce rom. è certamente d'origine ger., procedendo 
essa da aat. lisca lisca, carice. L'a. bt. presenta lese, scirpo, 
giunco, 1' a. ol. liessch, ol. lisch, il mat. liesche, tm. Liesch, 
sorta d' erba crescente nei prati umidi. Così il Nemnich 
nel suo Allgemeines Polyglotten - Lexicon cler Naturgeschi- 
chte ecc. 2, 928. 

Liscio, levigato, pulito, bello e morbido (Dante, 
Tra Giordano). All' it. corrispondono: sp. port. liso, prov. 
lis, fr. lisse d' ug. sig., coi vb. sp. alisar. fr. lisser, lisciare, 
sp! deslizar, scivolare. Il Diez dopo avere proposto il gr. 
XiacóS d'ug. sig., e aat. *lisi [avv. liso\, mat. Use lis, piano, 
dolce, morbido, inosservato, donde tm. leise, basso, sommesso, 
sottile, leggero; propende per 1' etim. ger. perchè l'I ger. 
è sempre uguale ad i rom., e perchè il suono si è reso per se. 
D' altra parte il suono ss greco difficilmente avrebbe as- 
sunto in rom. altra forma che o doppia s o doppia z; e 
poi vale anche qui l' avvertenza più volte fatta che nel 
medio-evo i termini greci entrati nelle lingue rom. sono per 
lo più relativi a cose di marina: raramente concernavano altri 
ordini di idee. Anche il Mackel ammette l' orig. ger. del- 
l' agg. rom.; però confessa esserci non piccola difficoltà dal 
lato della forma, se non si supponga che a fondamento stia 
il longob. lisi, tema Jisia, e che «mesto abbia prodotto il vlt. 

* liseus e questo l'it. liscio, * ligio, da cui poi sarebbe venuto 
fr. lisse, che appare solo nel sec. 15°. Questo è confermato 
anche dal sig. di fr. lisser, pulire, levigare, che parla a 
favore dell' imprestito fatto al tempo del rinascimento. Lo 
Schade, dietro il Grimm e il Weigand, connette 1' aat. 

* Usi, mat. Use e tm. leise a rad. lis, di vb. ìeisan, mettere 
piede innanzi piede. Ma il Kluge p. 234 osserva che, at- 
tesa la grande differenza di significato, è difficile ammet- 
tere lina corrispondenza immediata fra 1 agg. ger. e una 
tal radice che si esplicò in lehren, List, lernen. Propen- 
derebbe a paragonare aat. * Usi, mat. Use, tm. Leise a gr. 



286 USTA — LIZZA. 

Asto? Xtapòc, morbido, dolce, mite, e a 1. lévis, liscio, se 
non facesse difficoltà la nasale che riscontrasi in svev. lins, 
laèns. Il Faulmann, dopo avere riportato Usi a lisan, trae 
questo da Untati, salire ! Deriv. : liscezza ; liscia-mente-mento- 
rda-re-ta-tina-to-tojo-tore-trice-tura. 

Lista, listra, lungo pezzo di checchessia, stretto 
assai in comparazione della sua lunghezza, fila, nota, segno, 
indice, catalogo (Dante, Villani, Buti). Con sp. port. lista 
prov. lista listre, fr. liste, e lisière per listiere provenne imme- 
diatamente da aat. lista, donde anche mat. liste, tm. Leiste, 
striscia a forma di nastro, fimbria, orlo, gallone, passamano, 
frangia. L' ags. presenta list, da cui ing. list, orlo, frangia, 
striscia, to list, enlist, arrolare, l' isl. lista, orlo, striscia. 
Dal t. vennero pure lit. lyste, lista, tavoletta da riporvi su 
qualche cosa, e lett. liste, lista. Kurschat 2, 23; Mielke 2, 
324; Nesselmann 371. Quanto all' origine prima, pel Graff 
2, 251, e il Weigand 2, 37, aat. lista spetta a vb. got. leisan 
lais, che secondo il Grrimm vale " andare, seguire ". Quindi 
lista è propriamente " qualche cosa che va attorno, che 
abbraccia ". Nelle lingue rom. sorelle lista ha avuto mag- 
giore sviluppo che in ital. Così in isp. produsse listar ali- 
star, il port. listrar, il prov. listar, listrar V afr. lister. De- 
riv. : lista-ccia-re-to ; listello; allistare. 

1-iÌZZSi, riparo o trincea ( Stor. Ajolfo; Ori. Fur. ); 
tavolato, muro o tela, rasente la quale correvano i cava- 
lieri nelle giostre (Malmantile). Circa l'origine di questa 
parola [sp. liza, prov. lissa, fr. lice, ing. list], il Diez re- 
spinge l' etim. da 1. licja, Hcium, ''filo, cordicella'', pel 
significato, e propone, dubitativamente però, il mat. letze, 
impedimento, ostacolo che esclude da qualche cosa; riparo. 
Il Diez tenta convalidare questa sua congettura coli' esem- 
pio di tanti altri termini di guerra entrati dal t. in rom. 
Per parte nostra diciamo che il senso si presterebbe be- 
nissimo; ma che fa difficoltà grande l'assottigliamento della 
vocale tonica e in j, che non è regolare. Qui poi s' ag- 



LOCHIO — LOFFO. 287 



giunge che al tempo del tm. i Tedeschi tolsero dal rom. 
il loro Litze, cavandolo proprio da fr. lice. Il che rende 
poco verosimile 1' opinione del Diez. 

Locìlio, soffio, alito (Redi). A questa voce il Caix 
non sa assegnare altra etim. che quella dal t. Hauch re- 
spiro, soffio, alito, da cui sarebbe venuto un * ochio, e da 
questo, mediante 1* agglutinazione dell'articolo, lockio. Tale 
derivazione è regolare sia da parte del senso che da quella 
della forma. Ma fa difficoltà il fatto accennato dal Kluge 
che il nome Hauch e vb. hauchen non appaiono che nel 
mat. e nel tm. e anche in questi due periodi hanno poca 
diffusione. Ed allora è lecito domandare: come potè il vocab. 
ger. entrare in it. durante l' invasione barbarica, se allora 
non consta che esistesse? e come potè entrarvi nel periodo 
del tardo medio-evo, se la parola nel mat. e tm. è piut- 
tosto rara ; e se in questo tempo il t. non dà all' it. voca- 
boli denotanti concetti astratti? 

LodrettO, (antiq. ) sorta di vivanda cha conservasi 
lungamente (Fran. da Barber. ) È un nome dimin. che 
presuppone un * ladro, il quale ultimo è uno dei molteplici 
aspetti assunti in it. dal mat. luoder, tm. Luder, esca, ca- 
rogna, che nel primo signif. die origine a Udrò, * lodro e 
logoro, nel secondo a quello di luodro. V. Logoro. 

LoffìiO, frollo, cascante (Fagioli). Credo che riposi 
su aat. slaf, ags. sloev, ing. slow, ol. slof, rimesso, debole, 
che sarà più ampiamente trattato sotto l' agg. seguente, 
di cui in sostanza non è che una forma parallela con leg- 
gera sfumatura di significato. Però il lombardo slofi, e 
venez. slofio valgono precisamente " fiacco ". 

Loffo, grullo, melenso (Mea di Polito). A questa forma 
toscana rispondono : venez. slofio, fiacco, lomb. slofi, fiacco, 
sicil. lofiu, insulso. Ha per base l'aat. slaf | fles. slaffer |, 
slaph, mat. slaf, tin. schlajf, bt. ol. slap, allentato, pigro, 
rimesso, poltrone, debole, bavar. schlapp. L'anrd. ha sliofr, 
ebete, pigro, ags. sleav sloev, ing. slow, ol. slof, pigro, 



2SS LOGGIA. 

stanco; vb. ags. slavian, poltroneggiare, aat. mat. slèwen, 
marcire. A tema aat. slaf spettano ancora slaffo slaffig slappe, 
slaffi slaffida slaffen. Quest' ultimo è il vb. aat. slàfan slàfen, 
mat. slàfen, as. slàpan, got. slepan, tm. schlafen, dormire 
\ Schlaf sonno, riposo] ags. slàpan slaepan, ing, to sleej), 
afris. slèpa, ol. slaepen, riposare dormire. L'affinità ideologica 
fra " riposare, dormire " e " l' esser fiacco, rallentato " salta 
agli occhi d' ognuno, poicbè il sonno non è che uno stato 
di languidezza e spossatezza. Ci sono anche: aat. arslaffen, 
snervare, dial. schluffen, schloffera, schlopfera, (Diefenbach). 
Il got. * slapa, secondo il Kluge, sarebbe formazione da 
rad. slép, dormire, come lata, pigro, marcio, da rad. lète, 
allentare, rilassare. Ma di questa rad. avremo occasione 
di occuparci di nuovo alle voci Schiaffo e Slepp>a. Per ora 
ci limitiamo a confrontare a ger. slapa " lento, fiacco " 
1' a. si. slabu lento, debole, stanco, trascurato, slabota, slabo- 
sti, debolezza, slabiti, fare debole, esser negligente, Micklos. 
854, e poi. slaby, lento, lett. sldbs slabans, debole, 1. labi, 
sdrucciolare, labare, vacillare. Passando in it. il voc. ger.. 
che ci venne sicuramente per mezzo dei Longobardi giac- 
ché non si incontra nelle lingue sorelle, perdette la s ini- 
ziale, come avvenne in parecchi altri casi. 

Loggia, edificio aperto che si regge in su pilastri 
o colonne, coperta, difesa, riparo (Fra Giordano, Villani, 
Petrarca). Questo, coi corrispondenti lomb. piem. lobia, 
lad. laupia, port. loja, sp. lonja, prov. lotja, fr. loge, gal- 
leria, capanna, tenda; immediatamente riposa su mlt. laubia, 
che risale alla sua volta ad aat. loubà loupa louppea loubja, 
galleria, sporto, portico, riparo fatto sopra il piano supe- 
riore d' una casa contro la pioggia e i raggi del sole. Il 
mat. era loube loube, atrio, tribunale, antisala. Il tm. è 
Laube, e vale "frascato, pergolato"; significato etimolo- 
mente giustissimo, giacché questi ripari o gallerie sopra 
i tetti erano coperti di foglie; ma che ad ogni modo non 
ricorre né nelP aat. nel mat., nei quali corrispondeva a 



" portico coperto ", ed era perciò pressappoco uguale a 
quello delle lingue rom. moderne. I dial. assiano e bt. pre- 
sentano le forme leibe e love, granajo, magazzino. L' anrd. 
lopt vale " piano superiore, balcone ", donde forse ing. loft, 
soffitta, granajo. La ragione del signif. dell'odierno Laube, 
secondo il Kluge, si è che nel medio-evo e al principio 
del tm. erano molto in uso in Germania i Lusthaus, Gar- 
tenhaus, Gartenlaube, Sommerlaube, i quali due ultimi ter- 
mini valendo " riparo del giardino " e " riparo per l' estate " 
ripari fatti ambedue di foglie, furono abbreviati senz' altro 
in Laube. Quanto all'origine prima di aat. louba, lo Scbade 
p. 571 lo rattacca ad aat. loub laub loup laup, mat. loup, 
tm. Laub, foglio, frondi; as. lobh, ol. loof, ags. leàf, ing. leaf, 
a. fris. lòf, fris. leaf, loaf lof luf, anrd. lauf, sv. l'òf, dan. 
l'óv, got. laufs [pi. laubos], da tema ger. laufa da preg. 
lapva. Queste voci sono affini a lit. làpas, foglio, lett. lapa, 
foglio, si. lepen, foglia; gr. I-tzqc, guscio, corteccia. Xénupov 
Xeiri?, guscio, corteccia, Xératv, sgusciare. Miklos. 335. Di- 
fatti si capisce troppo bene come dal concetto di " foglia, 
fronda " si possa passare facilmente a quello di " capanna, 
riparo, tenda"; e il Diez osserva opportunamente essersi 
questo verificato anche nel francese dove afr. foillie da 
feuille, foglio, vale precisamente " capanna ". Quindi ci pare 
abbia torto il Faulmann quando, rigettata la suddetta de- 
rivazione, trae aat. louppà da un vb. * liupan, risparmiare. 
Il medesimo Faulmann ha anche 1' arditezza di volere ca- 
vare it. loggia e fr. loge da vb. aat. liugan [da cui tm. Ui- 
gen, mentire: v. Luchino,], perchè questo vb. aat. vale ori- 
ginariamente "nascondere"; e di connettere liugan a vb. 
liehen, amare! Ma questi ci paion sogni da disgradarne il 
Menage. L' etim. dalle voci rom. da gr. Àoy^tsv Xóytov, da 
cui 1. logeum logium, it. leggio, parte anteriore del teatro, 
proscenio pur non essendo contraria alle leggi fonetiche, non 
regge a cagione del sig. troppo diverso. Quella poi di fr. 
loger da locare, primieramente è assurda, perchè presup- 

1!» 



2H0 LOGORARE — LOGORO. 

pone che il nome loggia venga da fr. loge e quest' ultimo 
da vb. loger, quando invece it. loggia è indipendente dal 
nome fr., e quest'ultimo dal vb. corrispondente; poi ad ogni 
modo il 1. locare, se mai, avrebbe prodotto un louer o loquer. 
Inoltre tra il sig. di locare e di loggia e' è un passaggio 
fortissimo, poiché loggia contiene una determinazione o 
specificazione che non potè svolgersi per nulla dal senso 
troppo generico di locare, e che ha bisogno d' un qualche 
altro concetto più preciso. Il cangiamento di b in g, non fa 
difficoltà; essendosi verificato in altri casi, ad es. in it. can- 
giare, fr. changer da cambiare. V. Lubbione. Deriv. : logget- 
ta-tina; loggia-mento-to ; loggiona. Composti: Alloggia-mento- 
re; alloggio-tore-trice-geria. Diloggiare, sloggiare. 

Logorare, consumare le cose che s' usan per cibo 
bevanda e simili (Jacopone, Villani, Boccaccio). Questo 
vb. è verisimilmente derivato dal nome logoro. A prima 
vista non si capisce che relazione di senso ci possa essere 
tra l' idea di " esca, insidia, allettamento " e quella di " con- 
sumare, distruggere ". Ma, se ben si considera, la connes- 
sione c'è. Ciò che adesca ed alletta consuma sé ed altrui. 
Difatti appunto per questa affinità di idee, il mat. luodern 
significò " gozzovigliare, godere sollazzando, condurre vita 
dissoluta"; concetti implicanti quello di "consumare". 
I vb. fr. leurrer e prov. loirar conservano il signif. primi- 
tivo di " adescare, sedurre, affliggere ". Il Muratori traeva 
questo vb. da 1. lurcari, esser ghiotto. Ma né il senso né 
la forma favoriscono molto questa congettura. 

Logoro, arnese degli strozzieri, fatto di penne e 
di cuojo a modo d'un' ala, con cui, girandolo e gridando, 
si richiama il falcone che non torna al richiamo (Dante, 
Buti, Galilei). È nome che colle voci sorelle prov. loire, 
afr. loitre, fr. leurre d' ug. sig. [ leurre da luoder, come 
feurre da fuoter] ing. Iure, pezzo di -cuojo per allettare il 
falcone, procedette da mat. luoder liider, esca, insidia, vita 
dissoluta, crapula, da cui tm. Luder; carogna, esca, rozza. 



LOMBARDO. 291 

Il vocab. mat. spetta ( non oserei determinare quale dei 
due derivasse dall' altro, ma probabilmente il vb. viene dal 
nome, analogamente ad it. adescare da esca) spetta, dico, 
a vb. mat. luoderen, luodern, lùdern, eccitare, allettare, 
gozzovigliare, crapulare, condurre vita dissoluta, fare buf- 
fonate, donde tm. ludern, marcire nelle dissolutezze, ade- 
scare. Si riferiscono alla stessa rad. mat. luoderaei e luo- 
derer, crapulone, dissoluto, e mat. luoderie, gozzoviglia, vita 
dissoluta, e agg. tm. luderlich, trascurato, sregolato, disso- 
luto. Alcuni filologi tedeschi, fra cui il Kluge e il Faul- 
mann, annettono questo vb. mat. a got. lathón, aat. ladòn 
ladén, mat. laden, tm. laden [lud] invitare, provocare, ags. 
lathian, da lad; il cui signif. fondamentale sarebbe stato 
secondo il Kluge quello di " chiamare, conforto ", secondo 
il Faulmann quello di " essere ozioso, scioperato, disteso ": 
il concetto di " trattare bene, invitare " pel Kluge sarebbe 
stato il termine d' uscita, non quello di partenza. Sempre 
secondo lo stesso etimologista il fr. leurre procederebbe im- 
mediatamente dalla forma a. ger., della stessa rad. lothra ; 
ma ciò non si concilia ne colla mancanza nel campo ger. 
di questa forma, almeno come documentata, ne colla tarda 
entrata della voce nelle lingue rom., che seguì nel tempo 
del mat., cioè nel tempo della prevalenza degli usi di caccia 
fra i Tedeschi che ne introdussero parecchi fra i meridio- 
nali ; cosa confermata dal ritrovarsi questo tema solo nelle 
lingue it. e due fr., e non nello sp. e rimanenti neol., dove 
probabilmente si sarebbe trovato, se l' importazione fosse 
avvenuta colle invasioni barbariche. L'it. logoro poi avrebbe 
preso un g in luogo del d per eufonia. Nelle due lingue 
fr. abbiamo i vb. prov. loirar e fr. leurrer in signif. di u al- 
lettare, sedurre, ingannare : l' it. logorare è stato già trat- 
tato a parte. 

Lombardo, abitante dell' Italia settentrionale. 
(Dante). Questo era il signif. del vocabolo nel medio-evo ; 
ma ora è stato molto ristretto. E perchè nel medio - evo 



292 l'iNiiOBARPT. 



questi Lombardi erano il popolo più industrioso e traffi- 
cante d' Italia, ed eran conosciutissimi in buona parte di 
Europa, ne seguì che il Lombard dei Francesi, il Lam- 
parte Lampartaer dei Tedeschi significò anche " Italiano ". 
V. Dante Purg. 16. Etimologicamente Lombardo è sincope 
di Longobardo. V. Quest' ultima parola. 

Longobardi, nome d' un famoso popolo germa- 
nico che invasa l' Italia nel 568 la signoreggiò quasi tutta 
fino al 774, quando fu abbattuto dai Franchi (Dante). Accor- 
ciato mediante sincope restò a designare una parte della 
pianura del Po, ove era stato il centro della dominazione di 
quella gente. Questo nome era già conosciuto dai Romani 
dei primi secoli dell'impero per mezzo di Vellejo Pater- 
colo II, 106, e di Tacito, Germ. 40. S' incontra poi nella 
sua forma genuina di Langobardi nell' Origo gentis Lango- 
bardorum, nel Chronicon Gothanum, nell' Edictus Eothari, 
e in Paolo Diacono. La forma ags. era Longbeardan. Il ms. 
fuldese delle leggi longobarde presenta la forma latiniz- 
zata Longobardi. Sull' etimologia dell'importantissimo nome 
riportiamo quel che ne dice Carlo Meyer nella sua opera 
Sprache und SpracJidenkmaler der Langobarden, Paderborn, 
1877, pag. 295. « Nota, egli scrive, ma non giusta è l'in- 
terpretazione che si die a questa parola, come se fosse 
composta di aat. lang, lungo, e di aat. bart, ags. beard, 
barba, e significasse perciò " dalla barba lunga ". Essa si 
trova già nell'Orbo g. Lang. 642, in Paolo Diacono I, 8,9; 
ed è stata ultimamente accettata dal Bluhme {Die gens Lan- 
gobardorum und ihre Herkimft, p. 15). Ma contro questa 
spiegazione sta il fatto che i Longobardi dagli Anglo-Sas- 
soni sono chiamati anche Headobeardnas (Beóvulf, Bibliot. 
der angelsàchsischen Poesie, 2033, 2038, 2068) da ags. headu 
heado, battaglia. Ora questa seconda denominazione con- 
duce di necessità all' aat. bartà parta, a. bt. barda, ascia, 
scure; che in unione con heado e con lang presenta un 
senso anch' esso passabile f heado barta, scure da battaglia ; 



LONIGILDO — LONZA. 293 

langbarta, ascia lunga J. Di più: talvolta i Longobardi sono 
chiamati anche semplicemente Bardi : per es. nella poesia 
lat. presso Paolo Diacono III, 19; nella cronica si. di Er- 
moldo I, 25, 2 ; nel Chron. Salem, presso Pertz, Monurn. 
Ger. Ili, 486, 488, 554, 510; ed a questo appellativo si 
connette la denominazione di Éardengau, cantone dei Bardi, 
che resta tuttavia al paese che sulle rive della bassa Elba, 
si stende da Harburg a Blekede (Blekingen in Saxos hist. 
Daniae ed. Miiller Vili pag. 418, 419); dove Tacito col- 
loca appunto la sede dei Longobardi ». Deriv. : Longo- 
bardici. V. del resto Lombardo. 

LoniglldO, (term. stor. ) retribuzione, ricompensa, 
regalo reciproco (Muratori, Capponi). È una parola im- 
portataci dai Longobardi e ricorrente in Rotari 175, 184; 
Liutprando 43; Astolfo 12 sotto le forme di launigild, 
launechild launakild, e proviene da * launigeld. L'aat. pre- 
senta lòngèlt, as. lòng'èld; il got. dovette essere launagild. 
E composto di got. latin, aat. mat. lon, tm. Lohn, ags. léan, 
e di aat. gelt geld kèlt, mat. geld, donde tm. Geld, denaro : 
due nomi già esaminati sotto Guiderdone e Guidrigildo. Non 
è facile capire la ragione del composto ; giacché i due ele- 
menti pel signif. pressappoco si equivalgono, almeno nel 
senso che avevano anticamente, importando il primo " mer- 
cede, salario, ricompensa, premio ", e 1' altro " paga, risar- 
cimento, rifacimento, retribuzione ". Stando ai sensi mo- 
derni si troverebbe il signif. di " paga della mercede ", che 
è passabile. Questo composto, come molti altri termini giu- 
ridici in uso presso gli antichi popoli ger., sparì dal mat. 
e dal tm. 

Lonza, 1' estremità carnosa che dalla testa e dalle 
zampe resta attaccata alla pelle degli animali grossi, che 
si macellano, nello scorticarli. Secondo il Diez questo nome 
procedette da aat. hintussa, sugna, lardo, il grasso, il gras- 
sume; e non da fr. longe, lombata. 



294 T.OHZO — LOTTO. 



Lonzo, allentato, floscio, vizzo (Bonarr. Fiera, Bel- 
lincioni, Salvini). Si svolse da rad. di mat. lunz, sonno- 
lenza, indolenza, vb. mat. lumen, dormire leggermente. 
Questo vb. s'è dileguato nel tm. scritto; ma resta nel bav. 
lunzet, sonnacchioso, neghittoso. Schmeller, Bayerisches 
Worterbuch, 2, 485. Corrispondono qui m. ol. lompsch, pigro, 
e at. luntsch. 

Loppa, guscio del grano (Cresc. ; Caro). Il Die- 
fenbach nel suo Goth. II, 154, volle trarre un tal nome 
da rad. di tm. Lauf, corteccia del frutto. Ma qui non c ? è 
alcuna verisimiglianza ; giacché la forma ger. è diversis- 
sima, non presentando mai il p [aat. louft, mat. loft, tm. 
Laiifel, Lauft], e il signif. è precisamente quello di "guscio 
della noce, corteccia dell' albero ". Quindi resta sempre 
probabile 1' etim. del Ménage da .Xorrò?, guscio, baccello, 
affine forse a lit. lupinai, guscio della frutta, poi. lupina, 
guscio. Deriv. : * loppola, da cui lolla ; lopposo ; dilollare. 
Nel dial. della montagna mod. (Montese) si chiama loc. 

Lotto, specie di giuoco di sorte; premio promesso 
in questo giuoco (Varchi, Buonarroti). I corrispondenti port. 
loto, sorte, numero, fr. lot, parte assegnata, sorte, giuoco 
di fortuna, guadagno da esso ricavato, da cui sp. lote, pre- 
sentano diverse sfumature di significato, del pari che i vb. 
port. lotar, fissar numero o sorte, tassare, afr. lotir, gettar 
la sorte, predire, fr. lotir, fare divisione, lotteria o giuoco 
di sorte. Il nome rom. risale a rad. ger. hlut che si esplicò in 
got. hlauts, xX-rjpoc, eredità, sorte, caso, as. Mot [pi. hlótòs], 
afris. hlót, ags. hlyt hlót, ing. lot, fris. ol. lot, dan. lodi, sorte 
parte toccata, proprietà. L'aat. è un po' diverso, conservando 
esso la dentale aspra, hlóz lòz, hluz luz, porzione assegnata, 
paese toccato in sorte : di qui tm. Los, Loos, sorte, scio- 
glimento, patrimonio. L' anrd. è hlaut hlutr Muti, sorte, 
parte, cosa, offerta. Questo nome ger. si svolse immedia- 
tamente da vb. got. Miutan, as. Miotan, Meotan, ottenere, 
riscattare, anrd. Miota, acquistare, aat. Miozen, Meozan, 



LOTTO. 295 

/ 

liozan léozan, liazan, donde mat. liezen, ottener in sorte, 
trarre a sorte, predire, incantare, acquistare, tm. loosen, 
sorteggiare. Spettano a questo vb. liozo, liozàri, profeta, 
lieza, profetessa, indovina, Muzio hluzeo [in epanhluzeo] con- 
sorte, partecipe. Graffe, 1122, Grrimin. Gram d. d. Sp. 2, 20. 
Il Kluge dal signif. di anrd. hlaut " offerta, vittima ", e 
di mat. liezen " predire ", arguisce che questo tema ver- 
bale nel tempo del paganesimo fosse un termine di sacri- 
ficio ; il che pare rilevarsi anche da Tacito, Gemi. 10. Il 
Faulmann con arditissima congettura riporta il vb. aat. 
hliozan, mat. liezen, al participio perfetto geglunzen del vb. 
glinzen, risplendere, che ha per stipite aat. glìzan; sicché 
il sig. fondamentale sarebbe " alleggerire, rischiarare, ri- 
frangere, essere sereno " ; e lo pone affine a 1. ludere, giuo- 
care. Ma la troppa sottigliezza fa spezzare; e io credo che 
qui il Faulmann sogni addirittura; giacché non v'è alcuna 
attinenza né di senso né di forma fra i due termini ch'ei 
mette in relazione. Egli è poi probabile che la parola rom. 
immediatamente riposi sulla forma ags., e sia penetrata 
nei paesi neol. non colle invasioni dei popoli settentrio- 
nali nei sec. V e VI, ma nel tardo medio-evo. Una prova 
di ciò s' ha nel fatto eh' essa non s' incontra mai nel mlt, 
e solo tardi compare nelle scritture. In Italia, per es., la 
troviamo solo nel sec. 16°. È certo che il nome e l'uso del 
giuoco del lotto venne d'Olanda, giacché Cristiano Lon- 
golius in una lettera latina dell'anno 1513 scrive: nova 
ista aleae ratio piane nostra est et a nobis loteria vocatur; 
e il Mathesius nel suo Sarepta V anno 15*5*2 ricorda hoth 
e Lotereg come termini proprii dei Paesi Bassi. Si vede 
adunque che la sede primitiva di tal vocabolo erano i paesi 
germanici di nord-ovest sulla costa del mare di Germania; 
il che conforma che la parola rom. risale alla forma ags., 
perchè gli Anglo-Sassoni stanziavano dapprima appunto in 
quelle parti. Ma in Italia ed in Ispagna la parola entrò pel 
tramite francese, come in tanti altri casi. Deriv.: lotteria. 



296 LUBBIONE — LUCCHETTO. 



Lubbione, loggione; loggia alta dei teatri. È un 
neologismo formatosi in questo secolo probabilmente su 
lomb. piem. lobia. Se riposasse su mlt. laubia si sarebbe 
dovuto mostrare nelle scritture molto tempo prima. 

Llldiera, piglio, certo modo di guardare (Buonarr., 
Tancia). È nome svoltosi da vb. lucherare, di cui però ha 
modificato un po' il senso. Deriv. : lucheria. 

LllClierare, guardar obbliquo (Pataffio). Questo 
vb. è cbiaramente parallelo a norman. luquer, fr. reluquer, 
guardar in qua e in là. Il Kluge mette come certa la deriv. 
di fr. (re) luquer e norm. luquer da as. lókón, ags. lócian, 
ing. to look, guardare, spiare. Di là adunque è venuto anche 
il vb. ital. All' as. corrispondono aat. luogèn luagén luakèn 
lògèn lòkén luokèn; mat. luogen, da cui tm. lugen, spiare. 

Lucchetto, sorta di serratura ( Buonarroti, Fiera ). 
Al dire del Diez questo nome riposa immediatamente su 
fr. loquet d' ug. sig. Questo fr. loquet è dimin. di afr. loc, 
serratura, toppa, saliscendo. Afr. loc risale ad ags. loc, ser- 
ratura, prigione, an. lok, fine, termine, da cui anche ing. 
lok, serratura, toppa, cateratta. L' aat. era loc loch, [ pi. lo- 
cher luhhir lucher ], donde mat. lodi [ pi. l'òcher ], serratura, 
nascondiglio, cavità, buco, apertura; tm. Loch, buco, foro, 
pertugio. Il got. era luks in ugluks, apertura. Secondo il 
Kluge i diversi signif. di un tal vocabolo si svolsero tutti 
da quello di " chiuso ". Tutte queste forme nominali di- 
pendono da vb. got. làkan, ags. lucan [da cui ing. to lok, 
serrare, chiudere a chiave], aat. lùhhan, mat. lùchen, di- 
schiudere, aprire, allargare; chiudere, serrare; tirare, strap- 
pare; tm. lochen, bucare, forare. Evidentemente i signif. 
di questo vb. si riducono a due, ma l'uno opposto al- 
l' altro, cioè quello di " serrare " e quello di " aprire ". 
Il Grimm Grammat. 2,2 e Geschichte d. d. Sp. 66 e il Pott 2 
2,1 spiegano questo fatto dicendo che il signif. semplice 
e orig. di got. lukan era quello di " chiudere ", e che i 
signif. derivati si svolsero mediante l' aggiunta al vb. delle 



LUCCHETTO. 297 

preposizioni got. ris, aat. ar = di$, il che avrebbe dato il 
senso di " dischiudere, aprire ", senso conservato poi dal 
vb. anche quando le particelle ne furono staccate e tolte. 
Il Fick 2 860 2 3, 274 pare attribuire a vb. lékan il signif. 
fondamentale di " piegare ", poscia " serrare " ossia " pie- 
gare insieme ". Ma ingegnosissima è 1' osservazione dello 
Schade p. 575. Sul campo ger., egli dice, i signif. di vb. 
Mkan sono quelli di staccare, spiccare, spiccare tirando, ti- 
rare spiccando, strappare, svellere qualche cosa di solida- 
mente cresciuto, specie piante dalla terra, trarre fuori qual- 
che cosa di rinchiuso dal suo ripostiglio, come la spada del 
fodero, e principalmente tirare qualche cosa di solido e 
forte per farlo servire da regolo, stanga, sbarra, in guisa 
da formare una chiusa, un recinto, in condizione però da 
poterlo ritirare e perciò aprire. Ora questo vb., massime 
in causa di quest' ultima circostanza, dopo avere oscillato 
lungamente coi suoi significati, alla fine si fissò nei due 
estremi di chiudere e aprire che venivano ad essere il ri- 
sultato delle azioni intermedie da esso significate. Secondo 
lo stesso Pick era una espressione desunta dalla vita dei 
pastori e dei semplici agricoltori, e precisamente da una 
loro determinata operazione, cioè dal fare una siepe alle 
greggi nei pascoli mediante stanghe trasversali. Il cavare 
le stanghe dai luoghi forniti di buchi era aprire; il ripor- 
vele era chiudere. Ora questo togliere e questo porre tali 
stanghe era un tirare e ritirare. Questo in appresso fu poi 
detto delle porte e finestre chiuse mediante stanghette e 
chiavistelli. Ma il Faulmann non s' adatta né al Grimm, 
né al Pott, né al Fick ; e presupposto che i due signif. di 
Itìkan "chiudere" e "aprire" siano irreducibili, sostiene 
che in esso si confusero due vb. di rad. diversa. In senso 
di "aprire" venne, secondo lui, da rad. di vb. mai. liv- 
elle n. strappare, svellere, donde aat. ioli " luogo incavato ". 
In senso poi di " serrare ", procederebbe da rad. louh, 
chiudere. Però il Faulmann da ultimo confessa che ciò 



298 lucco 



che è chiuso contiene ad ogni modo una cavità o uno spa- 
zio che viene chiuso ; e con ciò viene implicitamente a dar 
ragione ai filologi suddetti. A rad. di vb. Itile spettano nel 
campo ger. lofi loki loc luche Iticken lucki luckà luckel luchen 
lucceda lockùn lochunga louh. Lo Scade p. 576 riporta in- 
numerevoli affinità di vb. làkan nel campo indeu. Le omet- 
tiamo perchè cosa troppo lunga, ed anche perchè non ci 
paion né sicure né importanti. Solo mi pare da fare un' os- 
servazione. Il Diez trae it. lucchetto immediatamente da fr. 
loquet. Ma lo svizz. presenta le forme luckete Iticke, a cui 
sono paralleli carint. lucke, bavar. lucken, buco, apertura 
in cui entra la stanga mobile che serve per aprire o chiu- 
dere ; e tutte queste voci risalgono ad aat. lukkà lucchà, 
mat. luche lucke, apertura, intervallo. Ora non potrebbe it. 
lucchetto, anziché da fr. loquet, avere tratto origine im- 
mediata da svizz. luckete, tanto vicino anche di forma? 
Neppure mi pare improbabile che si riteriscano a questa 
rad. ger. i cognomi ital. Lucchi, Lucchini. L'illir. ha lokot. 
V. anche Blocco. 

LllCCO, veste antica senza pieghe serrata alla vita, 
usata dai magistrati fiorentini (Varchi, Allegri, Vasari). 
Parrebbe foneticamente ed anche logicamente che questa 
voce fosse connessa a got. lukan, chiudere, od anche ad 
aat. loc, pendere ; ma essendo un nome che compare molto 
tardi (sec. 15°, 16°), come supporre che i Fiorentini pi- 
gliassero dal got. una voce a quell'epoca? In questo caso 
non resta adunque altro da fare che accennare la somiglianza 
morfologica delle parole senza affermare nulla di certo. 

Lu China, falso racconto, fandonia (dial. modenese). 
Il Muratori per primo scorse che questa voce dial. era di 
origine ger. Essa risale immediatamente ad aat. lugina, 
lugena, as. lugina, donde mat. lugene lugene lugen lugen 
logene logene luc(g), tm. Liige, Lug, bugia, menzogna. Il 
nome ger. è un astratto formatosi da vb. got. liu(,an, as. 
liogan liagan, aat. liugan liukan liogan leogan [qui spetta 



LUFFOMASTRO. 299 



ags. lyge, donde ing. to lie, mentire, lie, bugia ] liagan 
liegen, mat. liegen, mentire, dire cosa non vera, ingannare, 
inventar bugie. Di qui tm. lùgen [ol. leugen] mentre, Lug, 
frode, inganno, liigenhaft, menzognero, Lùgenhaftigkeit, men- 
dacità, Liigner, bugiardo, liignerisch, bugiardo, mendace. 
L' anrd. era liuga [ donde nome loginn ], afris. liaga liatza, 
ags. leógan, mentire, negare. Secondo lo Scade p. 565 il 
signif. originario era quello di " velare, coprire, nascon- 
dere ", e da questo si svolse quello di " celare la verità 
a bello studio ". La rad. ger. lug, cbe per il solito feno- 
meno del digradamento vocalico differenziossi in liug e laug, 
produsse in quel campo : galiug, litigavi, liegerin liugnja liuga 
liugan; louge laugns laugniba laugnei laugnian ìouganjan 
lougen lougna louf/emg long minge, lug luggi lugì lugin lu- 
gina luginari lugilih lugeheit. Affine è a. si. lùza, lugia, 
bugia, lugati, mentire, Micklos. 346; russ. lozt, menzogna, 
serb. lagati, mentire. Neil' aat. e mat. accanto a vb. lugi- 
nari, troviamo lukinari, mentire, e vicino a lugì, bugia, 
troviamo lukkt; il che rende molto verosimile che potesse 
esistere un * lukina, accanto a lugina; e ciò rende ancora 
più evidente 1' origine ger. di it. luchina. Il ritrovarsi poi 
questa voce dial. solo nel Modenese, e non nei paesi che fu- 
rono il centro dello stanziamento dei Longobardi in Italia, 
mi fa supporre che fosse una delle parole che debbono 
la loro introduzione a una di quelle colonie di popolazioni 
ger. che nel sec. IV, a detta del Muratori, furono traspor- 
tati nei dintorni di Modena dagl' Imperatori Romani : il 
che spiega anche perchè nel Modenese si incontrino pa- 
recchie altre parole ger. ignote ai rimanenti dialetti del- 
l' Italia superiore. 

Luffomastro, (antiq. ), gran siniscalco o altro mi- 
nistro principale nelle Corti, cui si dà per ordinario il 
titolo di Grande. G. Villani 9, 3« », 3. «Il Conte d'Alavagna 
della Magna, chiamato in loro lingua Luffomastro, che è 
tanto a dire in latino, come Mastro Siniscalco ». E 11, 137. 



300 LUGHKKA. 

« Intra gli altri caporali furo il Duca di Tecchi col suo 
grande suggello, e il suo Luffomastro ». Questo è uno dei 
pochi nomi entrati in it. durante il periodo del mat. Ri- 
posa su mat. houemeister, hofmeister, soprintendente della 
servitù della corte, o della corte stessa d' un principe. Il 
tm. Hofmeister vale " maggiordomo, fattore, castaido, aio, 
precettore "; quindi ha molto sviluppato il signif. dal mat., 
ma anche depresso ed avvilito. Il tm. da questo nome ha 
cavato: Hofmeister in, castalda, aia; hofmeisterlich, magi- 
strale; hofmeistern, governare. Quanto al nome ted. in sé, 
è un composto formatosi nel medio-evo da due elementi. Il 
primo è schiettamente ted. ed è mat. Ao/[gen. houes], tm. Hof, 
fris. hoaf, hof haaf da tema ger. hufa, luogo chiuso presso 
una casa, corte, atrio; poi "tutti gli appezzamenti ed edi- 
fizi spettanti ad un possesso rustico, beni del principe, il 
principe, e suoi circostanti più segnalati, adunanza solenne 
di principi e nobili per deliberare e giudicare ". Neil' ol. 
vale anche " giardino "; e nell' anrd. anche " tempio ". 
Vigfusson 277. Il Kluge p. 170 dice che ger. hufa ripo- 
sando su preger. kupo, non può, contro quello che avevan 
sostenuto il Grimm, il Curtius, il Pick, essere affine in 
modo alcuno a gr. y.i\KOc, giardino, e a 1. campus, cam- 
pagna piana. L'altro elemento è aat. meistar maistar mai- 
ster, meister, as. mestar, ags. maegster, mat. meister, tm. 
Meister: ol. meester, maestro precettore, preside, coman- 
dante, da 1. magister, maestro. Il Kluge nota che questo 
vocabolo t. improntato al lat., del pari che ing. master 
mister, e fr. maitre e it. maestro, nel mat. fornì il titolo 
per molti uffizi, ed entrò in parecchi composti, come Bur- 
germeister, Hofmeister, Meistersànger, Stadtmeister ecc. Nel- 
l' it. Luffomastro è notevole 1' agglutinazione dell' articolo 
che fu creduto parte della parola stessa. 

Lughéra, scintilla (dial. lombardo). È voce in- 
dubbiamente estranea ad ogni lingua italica primitiva; e 
risale probabilmente ad aat. loug lauc laudi, mat. touch 



LUODRO — LUPPOLO. 301 



louc fiamma, scintilla, voce della stessa radice e dello stesso 
signif. di aat. * lofio, mat. lohe, tm. Lohe. 

XjU.od.ro, carogna. Secondo alcuni è parola del dial. 
veneziano, che s' usa dire per ingiuria ad una persona. 
Ma io 1' fio sentita più volte ancfie nella montagna mode- 
nese (Montese), proprio nello stesso senso, bencfiè senza 
la l, forse pel solito fenomeno cfie qui s' è creduto la l 
essere articolo. Non e' è dubbio efi' essa non provenga da 
mat. luoder, carogna, persona dissoluta. Sull' origine e la 
storia del vocab. t. v. Ledro e Logoro. 

Luoja, loiola, lUÌOla, scintilla (dial. tose). È 
certamente voce d' orig. ger., nel qual campo troviamo aat. 

* loho \ got. * lauha ] mat. lohe, tm. Lohe, fiamma, favilla, 
splendore, ed ancfie aat. loug, mat. louc, ags, lég lig, anrd. 
loge legi d'ug. sig. Questo nome produsse in quel campo 
vb. aat. lohjan lohen, tm. lohen, bruciare ; e questo vb. aat. 
lohjan è evidentemente vicino di forma a it. luoja, lojola. 
Del resto, come s' è già viste sotto Licchia, aat. * loho, got. 

* lauha, mat. lohe, tm. Lohe spetta a rad. ger. luh, idg. luk, 
diffusissima nel campo indeu. V. ancfie Lutare. 

Luppolo, pianta arrampicante che cresce natural- 
mente in Europa, e di cui si fa uso singolarmente nella 
composizione della birra (Redi, Consult.; Ricett. Fior.). 
Alcuni riportano questa voce a lupo, perchè il luppolo 
soffoca gli arbusti ai quali si arrampica. E ipotesi erro- 
nea, giacefiè questa denominazione varrebbe tutt' al più 
per l' it., e nell' it. luppolo è parola piuttosto recente, non 
s'incontrando nello scritto prima del sec. 17.° Peivi«'> à 
verosimile cfie non sia originaria ; e se non è tale non può 
avere alcun rapporto a lupo. Ma donde è dunque derivato 
luppolo? Da mlt. humlo huimdus non pare possibile, poi- 
ché resterebbe inesplicato il doppio p che salta fuori dalla ni. 
Inoltre il mlt. humlo /itimelo Immolo humidus non è parola 
d' origine latina, ma dev' essere forma latinizzata di un 
nome ger. e vorisimilmente di m. ol. hommel, dan. /no/de 



302 

anrd. humall d' ug. sig., cosa confermata dal fatto che il 
primo ad usare una tal voce mlt. fu il tedesco Adelardo, 
e dalla considerazione che trattandosi di un frutto adope- 
rato molto nella fabbrica della birra, è verosimile venisse 
all' Europa meridionale dalla settentrionale, che è la patria 
della birra. Ed in effetto la parola denotante " luppolo " 
è antichissima nelle lingue ger., ed è da una delle sue 
forme che noi sosteniamo essere deriv. la voce romanza. 
L' aat. presenta hopho hopfo, il mat. hophe hopfe, donde 
tm. Hopfen, luppolo, vb. hopfen, conciar la birra co' lup- 
poli. Le forme del bt. sono: m. bt. hoppe, bt. Jwppen, ol. 
hoppe, m. ing. hoppe, ing. hop [vb. to hop, conciare la 
birra co' luppoli ]. Da queste forme bt. si svolse il mlt. 
hupa hubalus, da cui a. vali, hubillon, e fr. houbelon hou- 
blon, luppolo. Da tutto questo, oltre all' antichità, emerge 
la grande diffusione e varietà di forme del nome ger., il 
quale per conseguenza è da riguardarsi come la sorgente 
anche delle voci romanze. Lo Helm sostiene che it. lup- 
polo sia la forma ol. hoppe coli' aggiunta dell' articolo ag- 
glutinato. Non mi pare giusto per due ragioni. Primiera- 
mente per 1' oscuramento che avrebbe sofferto l' o in w, 
mentre è più facile il caso contrario ; poi perchè ciò non 
ispiega per niente la desinenza olo assunta dall' it. Io credo 
invece che it. luppolo sia il mlt. hubalus, svoltosi da hupa, 
forma latinizzata quest' ultima di m. bt., m. ing. ol. hoppe. 
Da hubalus è ovvio il passaggio a luppolo coli' agglutina- 
zione dell' articolo. E credo che hubalus sia il fondamento 
immediato anche di fr. houblon; e così sarebbe distrutta 
anche 1' obbiezione mossa dal Diez al Grandgagnage. Que- 
st' ultimo da ol. hoppe traeva a. vali, hubillon. e da 
quest'ultimo fr. houblon. Il Diez opponeva che fr. hou- 
blon presuppone un * houbelon, perchè la contrazione da 
houbillon presenterebbe una durezza insopportabile. Il 
Diez credeva difficile la originazione di fr. houblon anche 
da m. ol. hommel, anrd. humall; perchè da queste due forme 



il fr. avrebbe ricavato un houmblon, e non houblon, es- 
sendo noto che il fr. lungi dallo schivare, ama il gruppo 
mbl. Ora colla mia ipotesi che pone a fondamento ml\ hu- 
balus, tutte le difficoltà mi paiono superate sia per l' it. 
che per il fr., e quindi la ritengo la più fondata sino a 
prova contraria. Ad ogni modo è certissimo che le voci 
rom. hanno un' etimol. ger. Sufi' orig. prima di aat. hopfo. 
il Kluge respinge 1' affinità tanto con aat. hiufo, as. hiopo, 
ags. héupe, spino, non potendo bastare per il luppolo il 
signif. generale di " avviticchiamento ", quanto con aat. 

* hupfen, mat. hupfen, tm. hupfen, saltare, balzellare, ags. 

* hyppan, m. ing. hyppen, ing. to hip, to hop, saltellare, 
balzare. Però non assegna le ragioni di quest' asserzione. 
Il Faulrnann p. 172 fa aat. hopfo, mat. hopfe, tm. Hopfen 
uguale ad aat. chupf, choph, testa, coppa, mat. kofel, cima 
d' un monte, perchè la pera d' un luppolo è conica. Lo 
Schade p. 416 vede rapporto anche tra il voc. ger. e si. 
hmeli e gr. ^\vXa^ a\ii\o^ ì pianta rampicante; ma franca- 
mente questo mi pare addirittura assurdo. 

Lutare, scintillare (Redi e dial. umbro). Spetta 
alla rad. di aat. liuhtan luihtan léothan liuhten, liehten, got. 
liuhtian, as. liohtian lìoht'èan l'c'ohtan, mat. liuhten, tm. leuch- 
ten, lucere, fiammeggiare, risplendere. Immediatamente pare 
riposare su una forma * lotihtan, che lasciò tracce di se in 
mat. lùhten, austriaco Imihten. Le affinità ne' campi ger. e 
indeu. si possono vedere sotto Licchia. Il Caix riferisce a 
questa stessa rad. ger. le voci dialettali francesi: berri- 
gnone eberluter, sciampag. aberluder, abbagliare, dove il 
primo elemento di composizione sarebbe il bis, che s' in- 
contra spessissimo in romanzo. Da vb. lutare si svolsero 
i nomi luta, Infarina, scintilla, favilla; ma potrebbe anche 
darsi il caso inverso, cioè che il nome avesse dato origine 
al vb. 



304 MACCA - MACHIKNONK. 



M 



Macca, abbondanza ( D'avanzati ) ; a macca, in ab- 
bondanza, a ufo (Pulci, Mor gante). Il Caix 366 trae sen- 
z' altro questa voce da aat. manac manag, mat. mane manch, 
molto, che conservasi nell' agg. del tm. manch, molto. Macca 
sarebbe per * manca, e il passaggio della liquida in gut- 
turale sarebbe giustificato da esempi analoghi : ad es. mecca 
da t. /Schminke. Pel signif. macca seguì lo stesso processo 
di svolgimento di ufo, da got. ufiòn, che dapprima valeva 
"in abbondanza", poi "gratis". A questo proposito lo 
Schneller ravvicina il friul. mong, quantità, e tiro!, mon- 
quello, molto, a t. mancherlei, molteplice. Quanto alla storia 
ed allo sviluppo della voce ger., accanto alle voci già ac- 
cennate, stanno mat. manec(g), tm. mannig, molteplice, poi 
got. manags, molto, ags. monig, ing. many, as. maneg, ol. 
menig : inoltre i derivati got. managei, aat. managi menigi, 
mat. menege menge, tm. Menge, folla, moltitudine. Il Klugc 
p. 247 si fa la dimanda se il vocab. ger. sia venuto da 
got. aat. mana, donde tm. Mann, uomo, col suffisso got. ga 
uguale a gr. xo, 1. e; per cui varrebbe "provvisto di uo- 
mini ". Ma poi, considerato che l' a. ir. menicc significa 
"frequente", e l' a. si. munogù "molto", conchiude che 
la voce in quistione sia fondamentalmente indipendente 
dal got. aat. mana, uomo. 

Macllignone, sensale (dial. piemontese). U. Rosa 
ravvisa in questa voce e nella sorella fr. maquignon, una 
derivazione da rad. di tm. Màkler, sensale, vb. màkeln fare 
il sensale. Ma questo è un vb. recente nel tm., a cui è 
venuto dal bt. D' altra parte la forma stessa è troppo lon- 
tana, perchè sia possibile un passaggio. Io per altro ri- 
tengo che qui si tratti veramente d'un'etim. ger.; ma che 
questa sia da cercarsi nell' aat., dove troviamo huormahho 



MAGAGNA. 305 

huormachàre, lenone, ruffiano, sensale, e huor machunga, 
seduzione, ruffianeria sensaleria; dove il primo elemento 
del composto è aat. huor huor, tm. Hure, meretrice, il 
secondo mahho o machòn, da cui tm. machen, fare. Ora il 
nome huormahho potè in bocca ai popoli romanzi abbre- 
viarsi in macco da cui poi con un suffisso accrescitivo e 
disprezzativo machignone; molto più che lo stesso verbo 
mach >n mahho, tm. machen, anche da solo presenta talvolta 
il significato di a promuovere affari ". Questa mia conget- 
tura è confermata anche dal fatto che da aat. mahho ma- 
chon lo Scheler trae il fr. maquereau che vale precisamente 
li sensale ", come piem. macchignone. 

Magagna, lesione, vizio, difetto sia del corpo come 
dell'anima (Novellino, 50; Boccaccio). Altre forme sono: 
crem. mil. piem. mangagna, difetto, vizio corporale; afr. 
mehaing meshaing, mutilazione, malattia; méhaigne (Roque- 
fort); vali, mehaing, mancanza; vb. it. magagnare, guastare, 
infettare; prov. maganhar, afr. mehaigner, mutilare. L' etim. 
proposta dal Muratori da gr. 1. manganum, sorta di pro- 
iettile, ripugna al significato, ed anche alla lettera, mas- 
sima per lo spostamento dell' accento. L' Ulrich in un ar- 
ticolo della Zeits. fiir rom. Phil. ed. Groebar III, 265 e segg. 
propose di ricondurre it. magagnare a ger. * manganian da 
rad. dell' aat. viangòn mangian, difettare, mancare. Ma il 
Mackel p. 53 rigetta assolutamente una tale derivazione, 
perchè pure concedendo la possibilità della esistenza d'un 
tal vb., è assurdo il dare a * manganian una funzione cau- 
sativa, sicché venga a significare " cagionare, difetto, mu- 
tilare ". Inoltre le forme fr. mehaing mehaigner rendono, 
secondo lui, affatto insostenibile una tale etim., essendo 
impossibile il passaggio da g in /*, e mostrando it. ma;ragna 
che il g da h intervocalico è epentetico, del pari che la u 
di mangagno nei dial. italiani. Perciò il Maokel crede per 
lo meno molto probabile la congettura messa innanzi dal 
Dioz; il quale partendo dalla deliuìzione del tardo mh. 

20 



806 MAGONA — MAGONK. 

mahamium « mahamiuni dicitur ossis cuiuslibet fractio vel 
testae aut capitis incussio, vel per abrasionem cutis at- 
te nuatio », e dal fatto che nelle forme fr. si riconosce un // 
aspirata, non soffrendo qui questa lettera alcuna contra- 
zione; il Diez propone un aat. man-hamjan, mutilare l'uomo, 
composto di foimazione analoga a quella di aat . manslago, 
uccisore degli uomini. Il Mackel ritiene che aat. * hamian 
abbia per sé molta verosimiglianza; giacché il mat. hemmen 
per la forma e aat. hamal, mutilato, ham, malato (donde 
tm. Hammel, castrato ) pel signif. indicano che un aat. 
* hamian, mutilare, dev'essere esistito. Questa è dunque una 
parola di etim. ger. probabilissima. Deriv. : Managna-re-to. 

Magona, ferriera, luogo dove si lavora e si serba: 
luogo d'abbondanza ferro (Luca Martini, rim.; Buonar- 
roti). Credo che questo nome sia etimologicamente la stessa 
cosa che il seguente, cioè magone, e che provenga perciò 
da aat. mago, stomaco, ventriglio, tm. Magen; il quale nome 
ger. secondo alcuni conterebbe, l'idea generale di " ciò che 
contiene, lavora qualche cosa ". La magona sarebbe adunque 
stata detta così per similitudine. Avevo beli' e scritto que- 
sto articolo quando mi capitò sott' occhio il Mussafìa che 
deriva anch' egli q. parola da magone. V. la nota a Magone. 
Deriv. : magon-cina-iere. 

Magone, gozzo, ventriglio degli uccelli, dolore, cre- 
pacuore (dial. modenese). Anche questa è un' etim. ger. 
ravvisata primieramente dal Muratori. La parola ha per 
base 1' aat. mago, stomaco, ventricolo, ventriglio dei polli, 
donde mat. m. bt. mage, tm. Magen, d' ug. sig. L' ol. è 
maag, ags. maga, m. ing. maice, ing. mate, stomaco, gozzo, 
anrd. mage, dan. maive, stomaco. Il got. * maga, manca. 
Per la storia primitiva del vocab. ger. mancano, secondo 
il Kluge p. 244, dati sicuri. Lo Schade p. 583 asserisce 
che aat. mago si è formato da vb. aat. magan, tm. mogen, 
"valere, potere", e che perciò significa "il potente, l'avente 
capacità di potenza ", e ciò per la lavorazione e digestione 



MAGONE. 307 

dei cibi. Ma il Kluge p. 244 respinge questa derivazione 
e molto più l'interpretazione; perchè i nomi delle parti 
del corpo non sono necessariamente da ricondurre ad una 
radice verbale; almeno nel campo ger. Però il Faulmann 
p. 233 continua a sostenere clie il tm. Magen o Màgen viene 
da mògen ed è « das in der Baucbbòlhe befìndliche Werk- 
zeug zur Verdauung der Speisen », cioè " il laboratorio 
dei cibi nella cavità ventrale ". V. Magona. Lasciando ora 
da parte questa origine prima del vocab. ger., diremo che 
es*o penetrò probabilmente in it. mediante i Longobardi, 
ed oltre al moden. magone, die lad. magun, piac. >nagott, 
crem. magata col 3Ìgnif. proprio del t. e del moden., luc- 
chese macone, ventriglio dei polli, umbro magone d'ug. sig. 
(Caix num. 122). Inoltre si riflettè in venez. e piem. ma- 
gon, genov. magun, piac. parai, maga, rancore, astio, odio, 
crepacuore. Inoltre bergam. magosa, e piac. magotta val- 
gono anche " gianduia, tumore alla gola cagionato da scro- 
fola". Mussarla, Beitrag, p. 76. In quest'ultimo signif. di 
" odio, stizza " il vocab, ger. ha subito lo svolgimento 
ideologico di 1. stomachus che dal concetto d' un organo del 
corpo, passò a denotare quello di " sdegno, nausea ", senso 
che penetrò e divenne comune in it. Ma il moden. magone, 
più che nel signif. di " odio, stizza ", si fissò in quello di 
"dispiacere, afflizione". E il derivato maghetto (almeno 
nella montagna moden. | Montese j, assunse anche quello 
di <; cumulo, risparmio " : donde la frase « fare maghetto » 
"mettere da parte, risparmiare" (1). Deriv. : maghetto, 
magone; ammagonarsi (moden.). V. Magona, 



(1) Per illustrazione di mughetto riporto qui quel ciie ne avea 
scritto il Mussafìa che s'era valso del Galvani: Il parm. maghiti 
vale "borsa del denaro" (scherzosamente come presso flauto, 
Pers, 2, 5, 11, vomica, e it. postema). Il Galvani scrive: « La forma 
del ventricolo, che somiglia in qualche modo ad un borsiglio, fa 
che noi diciamo maghett gruzzolo ». Nel Keggiano accanto a ma- 
ghett s 1 usa magon in questo senso; e si dice « uu magon ed diner » 



308 MALANDRINO MA LISTALI.'». 

Malandrino, rubator di strada, brigante ' 'Villani, 
Sacchetti). Il fr. predenta malandriit, anald. limos. mandrin 
d' ug. sig. Lo sp. molondro vale " vagabondo ", il com. 
malandrà "meretrice", occit. m andrò " volpe", mandro uno 
"ruffiana". Il fr. nella scrittura appare solo nel sec. lo : 
e pai'e riproduca l' ìt. che è molto più antico. Il Diez ad 
ogni modo ne fa un composto ibrido in cui entrano 1. 
mal\us\, e rom. landrin, che alla voce Landra, s' è visto 
essere probabilmente d'orig. ger. Il Littrè peraltro inchina 
a vedere in malandrin un deriv. da afr. malandre, leb- 
broso, e lo Scheler ritiene non impossibile quest' ultima 
ipotesi. Ma, francamente, ci pare molto strano il passaggio 
dei sensi, nonostante che lo Scheler tenti di giustificarlo 
con questa scala: lebbroso-misero-cattivo-brigante. Deriv.: 
malandri-naggio-nesco-o. 

Malistallo (antiq.), stalla, scuderia (M. Villani, 
Velluti). Questo nome entrò in it. al tempo del mat.. 
giacche nell'aat. non ricorre. Probabilmente v'entrò occa- 
sionalmente come Lujfbmastro ; vale a dire esso fu intro- 
dotto dai cronisti fiorentini che si trovarono nella necessità 
di accennare ad un nome tedesco relativo a qualche carica 
o istituzione. Ciò seguì principalmente nei sec. 12. 13° 



che vale " gruzzolo ". 11 concetto di " cumulo ", mucchio si rin- 
viene altresì in ferrar. « magalott d 1 carne » che significa " catollo 
di carne", « d' pasta » "massa di pasta". Il romag. presenta un 
maghete che s' applica all' oro, all' argento e alla cera, poi ai ca- 
pelli, filo e lana, ed anche al sangue che si coagula e si rap- 
piglia. Così si spiegano i vb. ferr. magunar, mant. magonar, accu- 
mulare, e forse parm. magonars, divenir duro corno pane, e piac. 
agg. viagona, che dicesi di terra fattasi dura per essere stata cal- 
pestata quand'era dura; e infine tose, magona, " fabbrica o depo- 
sito di ferro ". Quindi per tutti questi significati dialettali si 
potrebbe stabilire il seguente, ad ogni modo arditissimo, sviluppo 
di concetti: stomaco-gozzo degli uccelli-rigonfiamento scrofoloso 
o accumulamento d' umori-borsa -cumulo -gruppo-gran quantità. 
Mussafia, Beitrag, p. 76, nota. 



I 



MALLO. 809 

e più ancora nel 14°, quando l' Italia era percorsa dai ca- 
pitani di ventura, molti dei quali erano Tedeschi. Ricorre 
nel bl. di Pier delle Vigne, leti. 50, sotto la forma di Ma- 
ristallia. Quindi si spiega come, passata l'occasione, il nome 
cessasse di far parte della lingua viva e non fosse più usato. 
La forma mat. era marstal da cui tm. Marstall. E un com- 
posto in cui entrano mat. marh, cavallo, e stai, dimora; 
vale dunque propriamente "stalla del cavallo, scuderia"; 
signif. conservato tuttavia dal tm. I due elementi saranno 
trattati a parte sotto Marescalco e Stallo. 

Mallo 1 tribunale di giustizia, assemblea pubblica 
giudiziaria (Muratori, Capponi, Balbo). È un termine giu- 
ridico che nel mlt. prese la forma di mallum-us nelle leggi 
degli antichi Franchi. Questo mlt. mallum [vb. mollare, 
accusare, citare in giudizio], riposava su aat. as. mahal, 
luogo di giustizia, giudizio, amministrazione della giustizia, 
contratto, ags. mael, discorso, ragionamento, anrd. mài, di 
scorso, colloquio, proverbio, giudizio, sentenza. Vigfusson, 
415. Dal mlt. mallum publicum, Y afr. cavò mail public, 
pubblica amministrazione del diritto. Secondo il Grimm, 
Graimn. 2, 509, da aat. madal, got. mathl mediante eli- 
sione della dentale e contrazione si ebbe mal, che poscia 
si ampliò di nuovo in mahal. Quest' ultimo entra in nume- 
rosi composti dell' aat. e mat. dove presenta il signif. di 
" sposalizio, maritaggio ", senso acquistato pel fatto che 
tali maritaggi facevansi nelle pubbliche assemblee, e che 
resta nel tm. Malti, matrimonio, Oemahl, marito, vb. ver- 
miihlen, sposare, maritare. 

Mallo inviluppo verde che avvolge il nocciolo d' al- 
cuni frutti e specialmente della noce (Palladio, Crescen.; 
Pulci, Morg.). Il Diez si domanda se abbia che fare con 
fr. malie, tasca di cuoio, portainantello, valigia, il quale 
con fr. male, fsec. 13.°, 14." J sp. prov. inala, vali, mule, 1)1. 
mala si svolse da ger. mala, aat. malaha malaeka malcha 
inalha, mat. malli', ol. mal, fiam. maal manie, ags. mail) 



310 MALIA MALVAGIO. 

ing. mail, valigia, borsa. Certamente il senso è alquanto 
diverso; perchè l' it. presenta una restrizione e una deter- 
minazione grandissima rispetto al valore generico di " cu- 
stodia " che ha il vocab. germanico. La forma non si sco- 
sterebbe tanto, massime considerato che alcuni dialetti 
(per es. il moden. ) invece di mallo dicono mala e malone. 
D'altra parte il gr. |xaXXdS, vello della pecora, e il 1. mallo- 
onis, rezzuola della cipolla, presentano difficoltà per lo 
meno uguali. Accanto al ger. inala sta gael. maladh, màlah, 
sacco, guscio e gli fa concorrenza. 

Malta, fango, belletta, melma (Pataffio, Sacchetti, 
Pulci ). Voci parallele sono : lad. inanità, molta, lomb. molta, 
bl. molta. Il Castiglione fu il primo a ravvisare nella parola 
it. un derivato da aat. molta molt, mat. molte molde multe, 
polvere, terra [got. mulda, yo'J? xovtopTÒS, polvere, terra, mtd- 
deins, '/cr/ò?, polveroso ]. Nel tm. la voce è andata per- 
duta, precisamente come aat. e mat. melm, che aveva uguale 
signif. e la stessa radice. Sull' orig. ger. di it. Malta, presa 
in questo senso non può esserci alcun dubbio. E vero che 
presenta un senso un po' diverso dalle corrispondenti got. 
aat. e mat., valendo ora non semplicemente " terra, pol- 
vere'', ma "terra, polvere rammollita ". Ma questa piccola 
differenza fa poca o niuna difficoltà, poiché un identico 
trapasso ideologico vedremo essersi verificato anche in 
Melma, che è certissimamente parola ger. e dello stesso 
ceppo fonetico. Inoltre dall' agg. mat. molwik per moltwik, 
morbido come polvere, si rileva che a mat. molt era inerente 
anche l' idea di " terra o polvere morbida e tenera ", e che 
perciò anche nel campo ger. la parola in quistione conte- 
neva già un senso assai vicino a quello che si trova avere 
al presente in it. La forma poi d'alcuni dial. dell'Italia 
settentrionale perfettamente uguale all' aat., costituisce an- 
ch' essa un argomento decisivo per questa etimologia. 

Malvagio, cattivo, tristo, di pessima qualità (B. 
Latini, Guinicelli, Dante). Gfli corrispondono prov. malvais, 



MALVAGIO. 311 

fr. mauvais, coinè a it. malvagità rispondono prov. malvestad 
[da cui forse sp. malvestad], afr. mauvaistrie. Il Diez con- 
siderato che il got. presenta un balvavèsei, malizia, mal- 
vagità, ne deduce la possibilità dell'esistenza nella stessa 
lingua d' un agg. balvavesis, a cui sarebbe corrisposto un 
aat. * balv'tsi. Da questo il rom. avrebbo cavato un * ba- 
livasi, e quest' ultimo sarebbe stato ridotto dai popoli neol. 
alla forma di * malvasi per un falso ravvicinamento popolare 
della sillaba bai a 1. mal, raccostamento favorito dall' iden- 
tità del significato : caso verificatosi non poche altre volte. 
Un' altra ragione che, secondo me, convalida l' opinione 
del Diez, è il fatto che nel campo ger. si ritrovano altre 
voci dello stesso ceppo dell'addotta dal Diez, ed anche 
più di quella vicine al rom. Così abbiamo ags. balowiso, 
cattivo, l' as. baluwiso, che conduce a rovina, e più pros- 
simo sia di forma che di senso il mat. * balwahs, e pahcas, 
acuto per nuocere e far male. In se stessi i voc. ger. sin 
qui esaminati sono composti di aat. baio palo, nuocere, ro- 
vinare, e di vesen, essere; sicché varrebbero precisamente 
"essere pernicioso, nocente"; significato identico a quello 
della parola rom. Accanto ad aat. bato palo stanno nd. baie 
d'ug. sig., as. balu, male, ag. balu bealu, cattivo, pernicioso, 
balu bealu bealo, rovina, male, malizia. Eisalgono a vi», got. 
balvjan, tormentare, da cui anche balvetns, pena, tormentu, 
anrd. boi, calamità. Cfr. gr. (pa'jko^, cattivo. Questa parola 
aat. entra in molti composti che presentano tutti il signif. 
di " perversità, cattiveria ". Oltre all'etim. del Diez ne sono 
state proposte parecchie altre. Il Bugge (Hom. IV, 362 i 
mise innanzi un 1. * malvathis che sarebbesi svolto da 
*malvatus, accorciamento di male-levatus, male allevata. 
Fa difficoltà il senso, che in malvagio è infinitamente più 
intensivo, e più ancora il fatto che il 1. lero-as non vale 
già " tirare su, educar* ", ma " alleggerire ". Inoltre di un 
tal composto non esiste traccia uè nel 1. classico, né nel hi. 
Il G-ròber partendo da 1. vatius, dallo gambe storte, ricor- 



312 MANIGOLDO. 

rente in Varrone, ne forma un malevotius malva tius che 
varrebbe "storto": dal qual signif. materiale si sarebbe 
poi passati al morale. Ma se vatius valeva già di per sé 
"storto" che bisogno c'era dell' avv. malti Poi anche lo 
svolgimento logico del signif. sarebbe durissimo. L'Hoffmann 
ritiene possibile la derivazione da un malvaceus, fiacco, 
molle. Anche qui è troppa la distanza dei sensi. S'aggiunge 
che come nota il Diez, il rom. esige un etimol. uscente in si. 
Per tutte queste ragioni il Littrè, pur non dissimulandosi 
che il cangiamento della sillaba bai in mal è un po' dif- 
ficile, crede nondimeno che l' etim ger. di malvagio tro- 
vata dal Diez sia sinora la più verosimile e per senso e 
per forma fra le fin qui ; roposte. Ammessa però questa 
origine tanto il Diez quanto il Littrè ritengono che sp. 
malvado, prov. malvai, fr. malve, cattivo, debbano staccarsi 
delle voci rom. sin qui considei'ate e ricondursi ad altra 
origine. Deriv. : malvagi-amente-one-ssimo ; malvascia-o ; mal- 
vesta-de; immalvagire. 

Manigoldo, maestro di giustizia, boja, carnefice: 
furfante, briccone: uomo feroce ( Senec. Declami.; M. Vil- 
lani. Ariosto}. Questo nome fra le lingue rom. è posse- 
duto solo dall' italiana. Lo sp. manigoldo p tre venuto dal- 
l' it. E certo che quest' ultimo ha per base un nome pro- 
prio gei', che nell' aat. presenta queste forme : Managold, 
Managolt, Manogold, Manigold, Manigolt, Manegolt. X. Fòr- 
stemann, I, 904. Per ispiegare poi come un nome proprio 
diventasse un appellativo, bisogna supporre o che un indivi- 
duo di nome Manigol io fosse famoso pel suo mestiere di boja 
(cfr. ghigliottina da Guillotin), ovvero che il np. etimologi- 
camente avesse questo signif. La prima ipotesi è esclusa 
dal fatto che storicamente non e' è un uomo di nome Mani- 
goldo, che siasi segnalato neppure come carnefice. Resta 
adunque la seconda. Secondo il Grimm, Gramm. 3, 453 e 
Myth." 1160. 498 nella composizione di questo np. entrano, 
un aat. * mani = menni meinni, collo, (v. Men), e gold, oro. 



MANNICHINO — MANOVELLA 313 

Quindi il signif. sarebbe quello di " collo d' oro ", e tale 
denominazione sarebbe stata applicata al boja per iscberzo 
come colui che porta il collare. Si potrebbe interpretare 
la seconda parte anche come derivante dal vb. gelten gali 
gegolten, valere; ed allora il composto importerebbe "valente 
pel collare ". Ma a queste congetture del Grimm s' oppone 
il fatto che nel ger. mance nel signif. di " collo " non com- 
pare mai. Il Kluge crede piuttosto che il valore etim. [di 
Managold sia quello di Vielherrscher, cioè di " molto po- 
tente ", come risultante da manag, molto, e waltan, potere, 
dominare [gr. EIoX.oxpàTiQ<; ]. Altri infine sospettano che 
manigoldo sia una elaborazione it. di t. Manou-alt, " che 
maneggia il collare " [ da men, collare, e walten, aminiui- 
strare]. Ad ogni modo, qualunque siasi la ragione del 
trapasso del np. ted. al nome comune it., questa è certa- 
mente una etim. germanica indiscutibile. E notevole un 
tal nome non appaia mai nel bl. Questo mi farebbe sup- 
porre che venisse di Germania in epoca piuttosto tarda, 
e non che fosse importato dai Longobardi. Ricorre, è vero, 
al principio del sec. 16° in Teodorico di Niem (Histor. 
Condì. Constantiensis ) ; ma questo scrittore tedesco visse 
lungamente e scrisse in Italia; e quindi doveva avere ap- 
presa questa parola presso di noi. V. del resto Menegold. 
Deriv. : manigold-accio-eria-one. 

ManniclliilO, fantoccio che serve ai pittori, mo- 
dello (neolog. ). È voce che immediatamente riproduce il 
fr. mannequin ricorrente già nei sec. 15° e 16° (da cui 
venne anche sp. mani fin, modello), e mediatamente l' ol. 
;imnnektn, fiam. manneken, piccolo uomo, rispondente a t. 
Mannchen, omiciattolo, dimin. di Mann, uomo. Il vali, pre- 
senta la forma maniket, nano, pigmeo. 

Manovella-O, sorta di leva (Vit. S. Fiaii.: Caini 
Oarnas., Ciritfo Calv. ). Secondo il Diez sarebbe un com- 
posto ibrido di it. mano e aat. wella, ma t. wette, tm. Welle 
" ciò che si aggira e si avvolge ", e quindi anche " cilindro, 



314 MABCA. 

rullo, verricello ". Ma a tale etim. si possono muovere gravi 
obbiezioni. Non esistendo affatto una tal parola in ted., bi- 
sognerebbe ammettere che sia stata coniata in Italia. Ora 
come si può immaginare che nel medio-evo in Italia si 
formasse un composto il cui secondo elemento fosse il nome 
t. 10'élla, se questo non era per nulla usato come parola 
semplice? Il Diez inoltre ha creduto a torto che una tal 
voce esista solo in it., incontrandosi anche in fr. cìove 
manivelle fa la sua comparsa sin dal sec. 14°. Vero è che 
potrebbe esserci entrata dall' it. 

]V£arca' paese, contrada, regione (Dante, Purg. 19; 
Villani, Borghini). Con afr. fr. marche riposa sopra aat. 
marca marka marcila maracha marhha viarha, termine, 
limite, confine, frontiera, paese di frontiera, parte di paese 
delimitata, distretto, provincia, proprietà collettiva in fondi 
e terreno spettante ad una comunità; poi anche " foresta ", 
perchè questa a cagione dei comuni pascoli era la parte prin- 
cipale delle proprietà comuni. Il got. era marka, e valeva 
opiov, [AsQóptov, confine, paese di frontiera; il mat. marche 
marche marie con signif. uguale all' aat. ; il tm. Mark, ter- 
mine, confine, paese di frontiera, 0. sottodivisione d' un 
cantone. Altre forme ger. sono : as. marca marka, distretto, 
territorio, confine, ags. meare, confine, distretto, circolo. 
Grein 2, 237; a. fris. merke merike merik, limite, circolo 
di paese, sater. mere, confine. Al got. marka, s' attiene 
anrd. m'órk, foresta ; dove il Kluge osserva che un tal can- 
giamento di senso era dovuto anche al fatto che negli anti- 
chissimi tempi fra i Germani le foreste servivano spesso 
di confine naturale fra le popolazioni. Yigfusson 414; Graff 
2, 844; Egilsson 529, Mobius 305. Il signif. originario e 
fondamentale della parola è precisamente quello di " orlo, 
limite, confine ", come è mostrato chiaramente dalla affinità 
primitiva con 1. margo, orlo, margine, e con a. ir. brù [ da 
forma fondam. * mrog], orlo, ir. bruig, cimb. corn. òro, 
territorio, paese, contrada, e n. pers. marz, confine, paese 



MARCA. 315 

di frontiera. L'ing. march mork non procede da ags. mearc, 
il cui e non avrebbe potuto mai diventare un eh, bensi 
da afr. marche. Il bl. marcila " confine, termine ", appare 
già all' anno 722 in una Charta di Bertfada (Calmet, tom. I), 
e all' anno 746 nella legge 13 di Ratchis. In Germania 
questo nome di Marca fu usitatissimo nella prima metà 
del medio-evo, poiché fu applicato a molti paesi di fron- 
tiera, specialmente a est e a sud-est; e famose diventarono 
la Marca di Brandeburgo, che ora è il centro dell'Impero 
tedesco, la Marca del Nord [ Nordmark |, la Danimarca, la 
Marca d'Austria [Qstmark] ecc. In Italia, ove il nome 
entrò coi Longobardi, restò proprio del paese che s'estende 
da Rimini al Tronto, col nome di Marca o Marche d'An- 
cona, e della Marca Trivigiana. Per altre quistioni v. Ma- 
rca e Marco. Deriv. : marchese, marchigiano. V. Marchese. 
Marca,' segno, contrassegno, nota di riconoscimento 
(Buonarroti, Fiera; Lip pi, Malmantile). Corrispondono qui: 
afr. mare, marche, mere, prov. mare, marca, fr. marche, 
marque, sp. marca. Fondamento a queste voci è aat. mare 
march, mat. mare march, segno, di riconoscimento (special- 
mente delle proprietà), da cui tm. Marke d'ug. sig. Forme 
parallele in quel campo sono : ol. mark, segno, ricordo, 
ags, mearc. ing. mark, segnale, contrassegno, marca, anrd. 
mare, segno. Il got. sarebbe * mork. Il Diez. lo Scbeler. il 
Mackel, il Faulmann e molti altri etimologisti riguardano 
aat. mat. mare, tm. Marke. segno, come la stessa parola con 
got. marka, aat. marra, tm. Mark, confine, parte di con- 
fine e propriamente " orlo ". Ma il Kluge p. 248 non è di 
questo avviso ; anzi crede che difficilmente le due parole 
si possano ricondurre alla stessa radice, per la ragione che 
il significato di " termine, confine ", che, come è provato 
dalle lingue sorelle, è antichissimo nel tema di ger. marka, 
marcha, può appena essere preso come punto di uscita per 
quello di "segno"; essendo piuttosto accettabile l'ipotesi 
contraria, cioè che il termine di uscita fosse quello di 



MARCA - ma iti I 

" segno ". A questa sottile osservazione del Kluge, si po- 
trebbe opporre che alcuni derivati rom. riuniscono ambedue 
i significati [p. es., àfr. marchir, delimitare, che viene in- 
dubbiamente dallo stesso vb. da cui il marcare: v. q. verbo;. 
È però anche vero che il rom. potè benissimo scambiare 
facilmente fondere in una sola parola le due ger. quasi 
identiche per la forma, e che pure offrono una certa ana- 
logia di senso. V. Marcare, marchio e marco. 

Marca 3 (autiq. ), sorta di peso e di moneta ( Tav. 
Hit.; Polo, Mil.). È forma sorella di marco". Y. q. parola. 

Marcare 1 , confinare, essere a confine (B. Latini, 
Tesoretto). Si formò da marca 1 ; ma non restò nell'uso 
comune. 

Marcare" segnare, notare (M. Villani). Con sp. 
port. marcar, afr. marcher. fr. marquer si svolge riproduce 
aat. marcòn marchòn, as. marcón, designare, determinare, 
fissare. Nel tm. è andato perduto, ma lo conserva il bt. 
nella forma marken. Però il tm. possiede un altro vb. della 
stessa radice che è merken. osservare, notare, e che esa- 
mineremo sotto il vb. marchiare. 

Marchese, guardiano d' una marca o provincia di 
frontiera, titolo di dignità d' un possessore di terra eretta 
in marchesato; oggi semplicemente titolo onorario (Dante, 
Boccaccio). A questa forma it. corrispondono: prov. ìnar- 
ques-is, sp. marques, port. marquez, fr. marquis. Fonda- 
mento a tutte è l' agg. bl. marchensis, svoltosi da sost. 
marcha, e che s' incontra già all' anno 799 presso Adone 
di Vienna, e negli Annoi. Frane, di Fulda all' anno 886. 
Da bl. marchensis si passò ben presto alla [forma marchi- 
sius, ricorrente in Incmaro di Reims, De Ordine Palata, 
all' anno 937, e a quella di Marqvisus, fondamento alle fran- 
cesi e spagnuole, registrata in un documento dell'anno 965. 
Evidentemente a marchensis si sottintendeva « dominus o 
princeps » ; ma 1' agg. acquistò presto la forza di sostan- 
tivo e a poco a poco soppiantò del tutto la forma sorella 



MARCHIA — MARCHIARE. 31" 

Marchio-nis. che non potè avere la fortuna dell' altra di 
penetrare nelle lingue neol. V. Marcatone. Deriv.: marche- 
sa-sana-sato. Il bl. marchensis passò anche nel mat. colla 
forma di markis, e nell'ing. con quella di mdrquess marquisi 
sotto 1 ' influsso di fr. marquis. 

Marchia, paese di confìn . E forma sorella di 
marca\ con cui costituisce etimologicamente la stessa cosa. 
Ricorre nel bl. all' anno 1044 in un documento ove si parla 
della Marchia di Termo. Non penetrò in it. ; ma ci penetrò 
il suo deriv. Marchiano. V. q. parola. 

Marchiano, uomo o cosa della Marca d'Ancona; 
poi figuratamente " badiale, grossolano ". Questo agg. ri- 
posa direttamente sul sost. bl. Marchia; e nel suo senso 
originario di " uomo della Marca d' Ancona " ricorre già 
presso Innocenzo III verso il 1210. In seguito il nome as- 
sunse il signif. di " stravagante, grossolano ", pel fatto che 
gli abitanti, g'i asini e i frutti della Marca sono grossi: 
donde 1' appellativo di « asino della Marca », e di « ciliegia 
marchiana». Altri dicono che un tal senso provenga dal- 
l' essere gli abitanti della Marca per lo più semplici e 
bonarii. Ma questo spiegherebbe il sen^o morale, non il 
materiale della parola. < 'ni Marchiano come appellativo di 
popolo è andato in disuso, essendo prevalsa la forma di 
Marchigiano. Resta però come aggettivo. Senonchè, senza 
volere negare la possibilità della derivazione dell' attuale 
signif. dell' agg. marchiano da Marchiano np. d'un popolo, 
si potrebbe anche osservare che un tal senso potè svolgersi 
anche dall' agg. marchiano con valore di "marcato'": da 
cui poi il senso di " segnalato, notevole ". 

Marchiare (antiq. ), contrassegnare improntando 
(Villani, 10, 154; Bellincioni ). Questo vb. è parallelo a 
■marcare* ; e deriva non da aat. marcón marchón come quello, 
bensì da un vb. ger. della stessa rad. cioè got. * >r irkian, 
aat. * markian, * merkian, merchen merken, mat merchan 
merken, osservare, porre attenzione, accorgersi, notare, in- 



;U^ MAItCIIIO — MAICI (». 

tendere giudicando e commentando, tenere in mente, con- 
dannare biasimando; notare, munire d'un segno; tm. viver- 
ken, segnare, notare, porre mente, accorgersi, scorgere. 
Di qui afr. merchier, mercher, designare. Deriv. : more/na- 
no -io re- tur a. 

Marchio 1 segno, contrassegno, (Serdonati, Star. 1. 2; 
Lippi, Malm.). Forma una cosa sola con marco 1 , seppure 
non s' è svolto dal vb. marchiare. Ad ogni modo spetta 
sempre allo stesso ceppo ger. L' ipotesi che provenga dal 
marculus di Plinio non si può accettare; giacche mtrculus 
vale " martello ", dove prevale il concetto di " battere " 
come scorgesi in vb. fr. marcher, it. marciare; laddove in 
marchio domina quello assai diverso di " segnare, no- 
tare ". Poi il 1. marculus, che fra le altre cose è questione 
se non si debba leggere martulus, è ad ogni modo rarissimo; 
né si può ammettere facilmente che desse origine ad un 
nome così comune come marchio. V. Marco 1 . 

Marchio", romano, peso della stadera (Stat. Pistoi.). 
È voce sorella di marco", il che costituisce una ragione 
di più per confermare che anche marchio, segno, contras- 
segno, non ha che fare con 1. marculus, ma ha la stessa 
rad. ger. di marco 1 . 

Marcllione, marchese. Dalla forma aat. marchia, 
sorella di marcila, si formò il sost. bl. marchio-nis, di si- 
gnif. uguale a marchese, che troviamo prima di viarchensis, 
cioè all' anno 786 nella Vita Ludovici, e in altri documenti 
citati dal Ducange alla voce Marchio. Come s' è già detto 
(v. Marchese), il Marchio non uscì dal bl. per entrare in 
nessuna delle lingue romanze. 

Marco 1 contrassegno, impressione da marcare ( 31. 
Villani, 6. 72 ; Stat. Sunt. Pist. ). È la stessa voce che 
marca e che marchio. Ora non s' usa più in questo senso. 
e prevale l'uso di marchio^ . 

Marco" sorta di peso e di moneta antica (Tav. Kit., 
Sacchetti). Immediatamente è dal bl. marca che ricorre 



MARESCALCO. 319 



già in documenti della seconda metà del sec. 9.° Il bl. poi 
aveva a base 1' aat. * market, da cui mat. mare marlce che 
era "mezza libbra d' argento o d'oro ". tm. Mark, ags., m. 
ing. mare, anrd. maerk, mezza libbra d' argento. Anche di 
questa parola si è voluto fare una cosa sola con marca 1 e 
marcar. Ma il Kluge ritiene che anche qui non ci siano 
ragioni sufficienti. La supposizione, egli dice, che Marke. 
segno, ( con rapporto al conio ) sia affine Mark moneta, non è 
sicura, perchè Mark, marco, originariamente non significava 
una moneta determinata, ma un determinato peso. Oggidì 
in Italia s'usa solamente come nome del contrappeso della 
stadera od anche parlando d'una moneta tedesca. 

Marescalco, mariscalco, maniscalco, 
maliscalco, chi medica e ferra cavalli; anticamente 
valeva anche " conduttore d'esercito, maresciallo ", e Dante 
1' usa anche per " gran signore, satrapo " (ISTovel., Crescenz., 
Stor. Aiolfo). Lo sp. e port. hanno mariscal, il prov. mane- 
scal{c), afr. mareschal(t), fr. maréchal. Questa voce romanza 
ha per fondamento ger. marahskalk, aat. marahscalc, mat. 
marschalc, servo del cavallo. Un tal composto ger. è anti- 
chissimo: poiché già la Lex Salica e le Leg. Alani, conoscono 
il utariscalcus, accanto a cui il mlt. presenta marscallus. 
Dei due elementi componenti, il secondo sarà trattato alla 
voce Scalco: il primo è aat. marah, mat. marh, cavallo, 
carogna, ags. mearh, nd. marr;. il got. * marh, manca. Nel 
tm. non s' è conservato altro che la forma femminile Mah re 
da mat. merhe, aat. meriha marita; a cui rispondono ags. 
mf/re, ing. mare, ol. merrie, anrd. merr da got. * muriti. 
Secondo il Kluge aat. marah venne da preger. tuurku, nella 
qual forma fu da Pausania accennato come parola celtica ; 
cfr. a. ir. mare e gael. marcie, cavallo. Quanto al significato, 
aat. marescalc, mat. marschalch, marschalc valeva da prima 
" servo del cavallo ", e questo fu che passò e si conservò 
nell' it. Ma presso i Merovingi in Franoia assunse ben 
presto quello di " soprintendente dei servi nei viaggi o 



320 UABBBCXALLO. 

spedizioni militari, quale impiegato della città o della corte '\ 
e poscia si fissò in quello di " suprema dignità militare *". 
Il primo dei due sensi, cioè quello di "carica di oort< 
passò anche in Germania al tempo degli Imperatori S 
soni; il secondo a poco a poco soppraffece il primo e di- 
ventò esclusivo nel fr. maréchal, che alla sua volta agì poi 
sull' it. dove passò nella forma di Maresciallo, e sul tm. 
dove Marschall, maresciallo, a detta del Kluge, si è bensì 
formato dal mat. marschalc, ma sotto il parziale influsso 
del fi', maréchal, specie quanto al significato. A una meta- 
morfosi di senso uguale a quella del vocabolo in quistìone, 
andò soggetto anche il mlt. comes stabuli, fr. connétable, 
donde it. conestabile, che alcuni sostengono essere una imi- 
tazione formale e reale di aat. marahscalc : dal signif. mo- 
desto di " impiegato sovra le stalle " passò a quella di 
" sopraintendente di corte ", e s' innalzò infine a quello di 
"suprema dignità militare". L' it. marescalco, la cui gran 
diffusione fa supporre che sia entrato coi Longobardi, con- 
servò il suo umile signif. originario e lo specificò in quello 
di " ferrator di cavalli " e qualche volta di " medico di 
cavalli ". Anticamente però ebbe talvolta anche il senso 
fr. di " guidator d' esercito, maresciallo " (Boccaccio). La 
forma trentina marascalco è vicinissima all' aat. In ing. 
non entrò ii vocab. ger. V. del resto Maresciallo, mascalcia, 
mascalzone. 

Maresciallo, titolo di suprema dignità militare 
(Borghini, Segneri). È la riproduzione di maréchal, ela- 
borazione francese di aat. marascalc : viene quindi ad es- 
sere forma sorella di marescalco, ma con signif. differente. 
Quanto al tempo che passò in Italia, si può approssima- 
tivamente collocare nel sec. 16.° Infatti nella lingua scritta 
appare la prima volta nel Borghini, il quale Ann, fam. 73 
scrive: « Come si mostra alcuni libri dei Contestaboli e 
Ammiragli e Marescialli di Francia ». Il fatto che i nostri 
scrittori adottarono la voce francese, mostra che il signif. 



MABESE — MARGRAVIO. 32l 

di essa, non era più annesso comunemente a maliscalco, e 
che questr ultima usata in tal senso non sarebbe forse stata 
più intesa. Del resto il fr. maréchal non agì solo sull' it. ; 
poiché 1' ing. tolse da esso il suo marshal mareschal, gene- 
rale, e ne formò persino il vb. to marshal, ordinare, schie- 
rare; e s' è già visto che il tm. Marschall risenti ancor 
esso l' influsso fr. Deriv. : marescial-la-lato. V. Marescalco. 
IVIarese, stagno (Villani). Con afr. maresc, fr. ma- 
rais è tratto comunemente da un bl. mariscus che sareb- 
besi formato da 1. : are. Ma la forma afr. inaresc e più 
archais e prov. marcx che sta forse per marsc accennano 
piuttosto ad orig. ger., nel qual campo abbiamo mat. star- 
seli, bt. marsch, ol. /naerasch, mare, stagno, palude; le quali 
voci sono e per forma e per senso assai più vicine alle 
rom. che 1. r.iariscus. 

Margravio (neolog.), titolo di dignità principesca 
in Germania, eh' era da principio proprio del giudice o 
governatore d' una marca o provincia di confine ; e quindi 
equivale a marchese. Fu cominciato ad usare dagli storici 
it. in questo secolo, e solo parlando di cose tedesche. In 
Francia penetrò sin dal sec. 16°. Rappresenta immediata- 
mente il tm. Markgraf, venuto da aat. maregràvo marggràvo, 
mat. maregràve marcràve viargràve, e composto di Mark, 
frontiera, provincia di frontiera, e di aat. gràfio gràvèo, 
mat. grave, tm. Graf, conte. Il primo dei due elementi è 
già stato esaminato : il secondo è aat. gràfio gravo kràvio 
gambo, geràbo, mat. grave, presidente, tribuno, procuratore, 
giudice reale, conte, chirurgo, medico, tm. Graf, conte : 
afris. grèva, fris. grève greafa, nd. grfa, isl. greifì, ags. 
gerefa, ing. reeva rif | in sherif], i quali vocaboli sono tutti 
di signif. pressappoco uguali a quelli dell' aat. e mat., ma 
con prevalenza di quello di " conte ". Quanto all' origine 
prima, ormai è del tutto rigettata quella dal nome bl. gra- 
phiarius, graphhim, notaio, cancelliere, scrittura, venuto 
da gr. ypà^'.v, scrivere ; e il Kluge sostiene che è schiet. 

'21 



822 MARPAIB — MAKTORA. 



tamente ger., e lo riconduce ad una rad. che vale " co- 
mandare ", che apparisce in got. gagrefts, comando, ordine. 
Lo stesso Kluge però crede che ags. giraeba garefa, ing. 
sherij non vengano da rad. di aat. grafio, ma da got. ga- 
rdbia ; e che anrd. e m. ing. greife provengano da m. bt. 
grève. Qualche dial. ted. conserva tuttavia il signif. di giu- 
dice: transil. grès, ass. grèbe, ren. grif. Deriv.: margr- 

Marpais, marpanis, marpliais, scudiero, 
cavallerizzo. Voce longob. ricorrente in Paolo Diac. II, 9, 
ma che non usci dal bl. La forma genuina sarebbe mark- 
paizo; e le corrisponderebbero aat. * marahpeizo, ags. 
* mearhbaeta, got. * marhbaitja. I due elem. di cui è com- 
posta sono: aat. marh, cavallo, e paiz da * paizan, ags. 
baetan, frenare. Quindi vale " frenator di cavalli ". 

Marrone 1 , cavallo da tiro che si accoppia come 
guida ad altro non ben domato (Tomm.). È voce restata in 
uso sino a questi ultimi tempi, e che proviene da aat. marah, 
mat. marh, nd. marr, tm. Mà'hre cavallo, stato già esami- 
nato alla voce marescalco. Dovette essere d'importaz. long. 

"Marrone 2 , errore, sproposito (Varchi, Ercolano). 
Nello sp. abbiamo marar, marànar, errare, sviarsi, che con 
fr. marrir, marriment d'ug. sig. e it. smarrirsi (v. q. vb. ) 
procedette da aat. rnarran, errare. Facilmente il sost. it. 
è ancor esso deriv. dal vb. ger., che come, si vedrà, ebbe 
larga diffusione nel campo rom. Però il Tommaseo crede 
che sia la stessa cosa che marrone, sorta di castagna, 
preso nel senso figurato di ''cosa grossa come un, mar 
rone ", a quel modo che « marchiano » significò " grosso- 
lano ". Il che però non spiega per nulla il senso di " er- 
rore, sproposito ", che non si svolge necessariamente dal 
concetto di " grosso ". come si scorge precisamente anche 
nel caso di « marchiano ». Per tutto questo l' etim. ger. 
ha per sé assai più di verisimiglianza. 

Martora, animale selvatico simile alla faina, di 
colore fra il tanè e il nero e di pregiata pelle (Serdonati, 



MABWOBF — MASCALCIA. 32B 

Redi ). I corrispondenti rom. sono : fr. martre, marte, sp. 
port. marta, prov. mart. L' etim. da 1. martes è ormai ab- 
bandonata da quasi tutti, perchè quel martes, che ricorre 
solo una volta presso Marziale, è lezione molto dubbia, 
elidendosi dai più che si debba leggere mele. D'altra parte 
la iarda comparsa che fa in it. il nome martora mal si 
spiegherebbe se avesse origine latina, mentre si capisce 
assai bene se proviene dalle lingue ger. dove ebbe ed ha 
una diffusione grandissima e presenta una forma molto più 
vicina alle forme rom. che l'incerto martes e il *martalus 
che si suppone da taluno derivato da esso. Perciò il Kluge 
ammette come certa la provenienza delle voci romanze dal 
ger., dove troviamo: aat. mardar, mat. marder, mart, tm. 
Marder d' ug. sig. ; ed inoltre anrd. mordr e ags. mearth 
meard; as. * marthar che si scorge nell'agg. marthriu. Se- 
condo lo stesso Kluge il tema ger. sarebbe martu, da cui 
got. * marthus * marthuza ; e di qui sarebbesi svolto il 
mlt. martus e i deriv. romanzi. L'ing. marten è da fr. 
martre. Ger. màrtu viene raffrontato a lit. martis, sposa ; il 
che ci fa supporre che il concetto che ha presieduto alla 
denominazione di questo animale in quelle lingne sia quello 
di "sposa, donna", come s'è verificato nel n. gr. vujn^ita, 
sposina, e nell' it. donnola, piccola donna. Il Faulmann 
crede che mard, tema del nome ger., sia da vb. * m'érdan, 
uccidere, strozzare, annientare, che alla sua volta prover- 
rebbe da vb. * mergan, costringere, opprimere, sopraffare, 
a cui, secondo lui, spetterebbe anche Maitre, cavallo. 

Marworf, gettato a terra da cavallo. È un com- 
posto longobardo adoperato in Rotali 30, 373, che non 
penetrò in it. Risulta da marh, cavallo, e da vb. v<rr'<<n 
gettare. 

Mascalcia (antiq. ), arte del maniscalco, guida- 
lesco (Libr. Mascal.; Din., Maac.) Redi). Riposa con fr. 
maréchalerie d' ug. sig., sul bl. marescalcia, che fra gli altri 
significati ebbe anche quello di " ferratura e cura dei ca- 



324 



MASCALZONE — MASKACKo. 



valli '', donde afr. marechausser les chevaux, ferrare e curare 
i cavalli Questo bl. marescalcia valeva anche "luogo d'al- 
loggio pei cavalli"; e ne provenne fr. marechaussèe, 
deria. Aveva anche il senso di " molestie ed angherie 
usate dai marescalchi o ministri d' un signore che anda- 
vano a fare provvigione di foraggi pei cavalli ". Cfr. Ducange 
a questa voce. Marescalcia è formazione bl. da mareswlcus. 
Deriv. : mas calciato, mascalcire. V. anche Mascalzone. 

Mascalzone, uomo vile e d' abbietta apparenza, 
giacché dall'apparenza i più giudicano l'abbiettezza i Pa- 
taffio, M. Villani, Sacchetti). Io credo che provenga non 
da male calzato, bensì da mascalciato uno dei derivati di 
mascalcia, che valeva " affetto da incomodi di salute, ca- 
gionoso ". Da questo signif. era ovvio il passaggio a quello 
di " infelice, sciagurato "; e da questo senso fisico si venne 
finalmente al senso morale, come tante altre volte. Quanto 
alla forma, da « mascalciato » a « mascalcione » la distanza 
è breve. 

Massacro, strage molta e fiera ( Adriani, Phit. ; 
Cesari). Immediatamente questo nome ripruduce il fr. mas- 
sacre ricorrente già nel sec. 13° e che riposa a sua volta 
sul bl. mazacrium usato in una Charta di Montmorency 
all'anno 1221. Ritenuta impossibile la derivazione da massa 
a cagione del suffisso acre che non esiste, e inverosimile 
quella dal 1. scramasaxus, coltellaccio, proposta da Scheler, 
per la troppa durezza dell' inversione ; il Diez mette in- 
nanzi quella di vb. massacrer dal bt. matsken o piuttosto 
dalle forme sorelle presumibili matseken, matsekern, tagliare 
a pezzi. Il Mahn preferisce invece il t. metzgern, macel- 
lare il bestiame, molto più che il fr. massecrier vale anche 
" beccajo ", precisamente come il t. Metzger. E questa etiin., 
adottata come la più probabile anche dal Littrè, è suffragata 
altresì dal fatto che bl. mazacrium appare primieramente 
mella Francia settentrionale, ch'era direttamente a contatto 
coi dialetti tedeschi. Deriv. : massacrare. 



MASSONE — MATTONE. 325 

Massone (neolog. ), nome dei membri d'una so- 
cietà segreta famosa, le cui origini si perdono nel bujo 
del medio-evo. I a parola è riproduzione, divenuta comune 
in Italia nella prima metà di questo secolo, di fr. magon, 
che propriamente vale " muratore " : donde i massoni sono 
anche chiamati « liberi muratori », traduzione letterale del 
fr. francs magon. Il fr. magon è dallo Schei er derivato da 
aat. mezzo me/zzo, tm. Metz, tagliatore [tm. Steinmetz = ta- 
gliatore di pietre J. Il Diez a questa etimologia oppose la 
difficoltà che a fondamento immediato del vocabolo fr. sta 
il bl. macio mattio ricorrente in Isidoro, il quale viveva 
in tempo in cui era difficile che parole ger. fosser già 
penetrate nel bl. Quindi ammise un 1. * matea, [solo ma- 
teola, mazza, è documentata j. Ma all'obbiezione del Diez, 
perciò che riguarda il tempo di Isidoro, si può rispondere, 
che in questo scrittore s'incontrano anche parecchie altre 
parole d' orig. ger. Quindi il Mackel. dopo messo a base 
di aat. mezzo meizzo, tm. Metz, il ger. matja, asserisce che 
esso è molto preferibile e per senso e per forma anche 
come etimologia di fr. magon; il quale ultimo per conse- 
guenza, pure non riposando sulla voce aat., riposa peraltro 
sulla sua radice e sul suo tema anteriore. E questo ger. 
matta, secondo lui, è sufficiente a spiegare altresì il bl. 
macio. Però non dissimula che si sarebbe aspettato un fr. 
* maison. Quindi l' etim. ger. in questo caso non è del 
tutto certa. Nel senso primitivo il fr. magon non entrò in 
Italia. Deriv. : masso-neria-nico. 

Mattone, pezzo di terra cotta di forma quadrango- 
lare (Villani, Ottimo C, Cavalca). Il fr. ha matton \ dialet. 
maton \, cat. mata, forma da cacio, afr. maton " sorta di 
cacio" e "pietra cotta". La pietra cotta o mattone ser- 
vendo anche per la preparazione e formazione del cacio, 
si spiega l'identità del nome all'uno e all'altro applicato. 
Il Diez cavò questa voce rom. da mal. matte mate " latte rap- 
preso " ; e lo Scheler fa osservare che la progressione ideo- 



326 MKCC'A . 

logica "latte rappreso-formaggio-mattone" è i aturale. Poi- 
ché l' it. non presenta che l' ultimo dei signif., è verosi- 
mile l' abbia tolto direttamente dal fr., sul cui territorio 
questo vocabolo aveva subito la evoluzione dei significati. 
Il Littrè nota che fr. motori " latte rappreso " è la e 
cosa che *matton; il che ci pare metta fuori di dubbio 
1' etim. ger., dal momento che è certo che ìnaton viene di 
là. Alcuni ritengono poi che mat. matte non sia originaria- 
mente ger. Il Muratori aveva pensato a cavare una tal parola 
da mattone; ma una tal deriv. è riputata impossibile, conside- 
rati specialmente i signif. che essa presenta in fr. Anche la 
origine da 1. machis, proposta dal Bianchi non regge. Deriv. : 
matto-naja-nato-nella ; mattona cello -iero ; ammatto-nare-nato. 
Mecca, vernice per le dorature (Tramater). Ha 
per corrispondente emil. smeco, belletto (Biondelli). Il Caix 
409 lo trae dal tm. Schminke, liscio, belletto, vb. schm inken, 
imbellettare; e una tale derivazione è resa ancor più evi- 
dente dalle forme che il vocab. ger. presenta nelle sue 
forme antiche, aat. smékar sméhhar, ags. smicere, pulito, 
fino, elegante ", mat. sminke smicke, vernice ; le quali sono 
vicinissime foneticamente al dialettale smeco. La voce ital. 
ha perduto la s iniziale ed ha assunto il genere femminile, 
forse per la falsa supposizione che questa sorte di vernice 
prendesse il nome dalla città della Mecca. E difficile sta- 
bilire se l' introduzione in Italia della parola ger. sia di 
data antica o recente. La forma farebbe credere alla prima 
delle due ipotesi: ma il fatto che l'aat. ha tuttavia valore 
d' aggettivo con signif. ancor molto generico, e che in ital. 
si presenta tardissimo, m' inducono ad ammettere che sia 
penetrata sulla fine del medio-evo o sul principio dell' età 
moderna. Il Faulmann sostiene che vb. mat. sminken è 
forma rinforzata di smingan, fregare, stropicciare; e che 
Schminke vale propriamente " colore che si dà alla pelle 
per abbellirla ". Inoltre fa di smirgan una forma parallela 
di aat. swingan, vibrare. 



MELMA . 327 

Melma, mota, belletta, cioè terra clie è nel fondo 
delle paludi, dei fossi o dei fiumi (Ottimo Com. Inf. 7; Liv. 
man. Dee. 2, 5; Arrig. 60). Questo nome, che fra le lingue 
rom. si riscontra solo in it. e nel sardo molma, e perciò 
dovette venirci per mezzo dei Longobardi, ha per base l'aat. 
mat. as. mèlm, polvere. Accanto a queste forme abbiamo : got. 
malma, sabbia, ags. mealm, sabbia, arena, che ricorre nel 
composto mealmstàn, pietra arenaria (v. Bosworth, A com- 
pendious anglo-saxon and english dictionnary , London, 1866) ; 
anrd. malmr, dan. malm, metallo, minerale. Di qui si vede 
che in it. il vocab. ger. assunse un signif. un po' diverso, 
poiché passò a denotare non semplicemente, " polvere, sab- 
bia ", ma " polvere o sabbia rammollita ". Nel tm. il nome 
non sopravvisse, ma resta un vb. della stessa rad. che è 
mahnem. in zermalmen, triturare, minuzzare, da cui Zermal- 
mung, trituramento che presuppongono un aat. * malmón, 
mat. * malmen, in luogo dei quali il mat. presenta le forme 
zermaln, zermiilln, sminuzzare. I temi ger. erano malman, 
malma e milma significanti precisamente " il triturato, lo 
sminuzzato"; e appartengono alla rad. di vb. mal che die 
aat. malan, mat. maln, tm. mahlen. macinare; as. màlan. ol. 
malen, anrd. mala, got. malan d' ug. sig. Questa rad. inai 
\mol: mi], macinare, è comune alle lingue idg. occidentali, 
il che accenna al presto comparire della macinatura. Abbiamo 
infatti: 1. molo, gr.jj.uXXw [da cui |j.óXy], [j/JXoc, ptuXtxoti, (xu- 
Xo.)6pòc ], a. si. melja, lit. malù malti, a. ir. melivi, macinio, 
macinatura, sans. malanam, sfregare, macinare. Secondo il 
Kluge questa comune denominazione presso le lingue" idg. 
occidentali non conduce necessariamente ad ammettere un 
periodo primitivo in cui le rispettive popolazioni formas- 
sero una unità, essendo piuttosto verisimile che il maci- 
nare da un ramo siasi diffuso agli altri, ed essendo anche 
possibile un influsso d' una civiltà straniera, come è avve- 
nuto in altri casi. Qui si connettono le parole ted. .Walter, 
Mauliuurf, Mehl, Milbe, Miihle, Mailer; ìuulda, moli; muljaiv 



828 HBM 



Benfey 1, 495; Kuhn Zur altesten Ges. der idg. V'ólker 16; 
Curtius" 315; Miklos. 374-380; Fick ? 832. Deriv. : melmetta, 
melmoso; ammelmiti . 

Men, collare del cane (dialetto com. ). Il genov. ha 
menu d' ug. sig. Ha per base aat. menni meinni, monile, 
catena od ornamento del collo, as. meni, ags. mene mi/ne, 
monile, anrd. men, plur. menja, catena da collo, collana. 
Il got. era mani; il tema ger. mania. Qui si raffrontano 
celt. gr. (AaviàxiqS, collana o braccialetto d' oro dei Celti, 
1. monile, collana, gr. dorico, [Jb^vvo? [juìvvoS, dimin. ixavv/- 
xiov d' ug. sig., sans. mani, pietra preziosa, giojello,' perla. 
Bopp 7, GÌ. 3 283; Fick 2 14. 7. A questa stessa rad. spetta 
aat. mana, mat. mane man, giubba, criniera, specialmente 
del cavallo; da cui tm. Màhne d' ug. sig. e voci parallele 
ol. maan, ags. manu, ing. mane, anrd. mon, criniera, e anrd. 
makke, parte superiore del collo del cavallo. La forma ger. 
comune era mano. Questo secondo svolgimento di signi- 
ficati è assai più recente; poiché il signif. primitivo era 
semplicemente quello di " collo ", che restò prevalente 
nella prirna delle due forme esaminate. Evidentemente in 
Italia penetrò mediante i Longobardi, e solo nella prima 
di esse. Notevole poi che in Italia pigliasse la determi- 
nazione di "collare del cane"; come aat. mana e voci so- 
relle presero quella di " criniera del cavallo ". Qui sem- 
brano rannodarsi altresì a. ir. muince, collana, muin muinél, 
collottola, nuca, mong, capello, criniera, ind. utanyà, nuca. 

Menegrold, lattuga, rapa, bietola ( dial. comasco). 
A questo corrispondono : mil. meregold e piem. manigot. 
Riposa su mat. manegolt mangolt da cui tm. Mangold, d' ug. 
sig. Circa questo nome ger. il Kluge p. 247 osserva che 
1' appoggio su Gold, oro, non sembra essere originario : e 
che è affatto ignoto perchè la pianta ricevesse la deno- 
minazione dal np. aat. Managold Mangold, da noi visto 
sotto Manigoldo, non si scorgendo alcun nesso logico pos- 
sibile tra le proprietà di questo ortaggio e i signif. etim. 



mi ca. 329 

che si danno a Managoìd, cioè di " collo d' oro " ovvero 
" molto potente ". Quanto al tempo dell' introduzione del 
vocabolo ger. in Italia, è chiaro che se in quel campo com- 
parisce solo nel mat., non si può pensare ad una impor- 
tazione longobarda, che richiederebbe l' esistenza anche 
del corrispondente aat. Bisogna dunque supporre che pe- 
netrasse in Lombardia solo dopo il 1000. Però siccome in 
quell'età è rarissima per non dire nulla l'introduzione di 
voci ger. di questo genere, e d' altra parte il non essere 
documentata non vu ol dire assolutamente che non sia esi- 
stita anche prima del mat., possiamo anche congetturare, 
che realmente 1' aat. la possedesse e che di là ci venisse 
mediante i Longobardi. 

Micca, massa di roba morbida, minestra, pagnotta 
(Pataffio; Pulci, Morg.; dialetto lombardo). Si credette 
per un pezzo che questa voce non fosse che il 1. mica, 
briciola, che si riprodusse nello stesso senso nell' it. mica 
e' fr. mie. Ma ormai quasi tutti convengono che sia una 
voce d'orig. ger., e precisamente dei dialetti ger. della Fian- 
dra e dell' ' danda. E le ragioni sono queste. Nel bl. tro- 
viamo spesse volte un mica, micca, micha, michea, michia 
in senso di " pane, pagnotta ". Ora da una parte è da con- 
siderare che queste voci del bl. si incontrano quasi sem- 
pre adoperate da scrittori che vivevano nella Francia set- 
tentrionale, in Inghilterra e nelle Fiandre. Cosi mica ricorre 
in una carta della chiesa di S. Laudo d'Angers e in un'altra 
del monastero di Marmoutier an. 1237 ; micca in una carta 
del monastero di Stablo (Brabante) all'anno 1483; micha 
in una carta inglese presso Spalmami : michea mic/na nel 
libro dell' ordine di S. Vittore in Parigi. Dall' altro canto 
bisogna anche tenere presente che 1' ol. rnik, a detta di 
Kiliaen e di Hasselt, vale " farina di segala", e micke " pane 
di frumento ", e iiarnm. micke m/ikkem " pane di frumento ". 
Da questo è facile dedurre che gli scrittori sunnominati 
che vivevano o nelle Fiandre o in paesi ad esse vicini, 



880 

e che avevan con esse molte relazioni, quando usavano il 
bl. mica, micco, non facevano che latinizzare una voce 
volgare diffusa molto in quelle parti, e che non aveva 
nulla che fare col 1. mica, briciola, che del resto era troppo 
distante di senso, e che ad ogni modo non avrebbe poi 
prodotto un micca. Quindi ritengo collo Scheler che fr. 
miche e it. micca sia d' orig. ger. e niente affatto latina. 
Il fatto che la troviamo usata in it. per la prima volta 
dal Latini, potrebbe far credere che egli 1' avesse imparata 
in Francia; ma poiché essa è comune in Lombardia, si può 
anche supporre che venisse dix-ettamente a noi dai Longo- 
bardi, benché non ne appaia traccia nell'aat. Deriv.: micchetta. 
Mignone, favorito, amico intimo ( Fra Giord. ; Pulci, 
Morg.). Col fr. mignon, grazioso, delicato, vago, caro, pre- 
diletto, mignard, d' ug. sig., vb. mignoler, carezzare, vez- 
zeggiare; riposa su as. minnja minnèa minna, aat. minnja 
minna minni, mat. minne, ricordo, ricordanza, rimembranza, 
dono fatto per ricordo, filtro, dilezione, carità, buon ac- 
cordo, buon accomodamento, oggetto d'amore, specialmente 
nei discorsi vezzeggiativi tra madre e figlio e viceversa, 
da vb. aat. minneon minnón, amare, far doni. Il tema ger. 
è minja ; la rad. men man, pensare, ricordarsi, a cui si 
rannodano: anrd. minne, ricordo, bevanda per fare ricor- 
dare, ing, mind, mente, pensiero, ags. mynd, got. muns, 
avviso, sentimento. Inoltre le si fanno appartenere: vb. 
mahnen, ricordare, meinen, opinare e Mann, uomo. Un 
tale rad. è comune anche ad altre lingue fuori del campo 
ger. : gr. jxévo?, mente, animo, [nu.viQa'Jcco, mi ricordo, 1. me- 
mini mens moneta reminiscor, rad. sans. man, opinare, cre- 
dere. L' aat. minna, mat. minne, sparì dal tm. ( sec. 15.° ). 
Ma nella seconda metà del sec. passato Minne, amore, fu 
rinnovato da alcuni scrittori, forse sotto 1' influsso fran- 
cese. Quanto all' it., a me pare che immediatamente pro- 
venga dal fr., dove nel sec. 13.° appare dapprima la forma 
mignot. Deriv. : mignoncello. V. Mignotta. 



MIGNOTTA — MITRAGLIA. 



331 



Mignotta, meretrice. È voce dello stesso ceppo 
ger. che la precedente, nella cui elaborazione ha proba- 
bilmente influito il fr. mignot, favorito, caro, e vb. mignoter, 
accarezzare. L' affinità con fr. mignon fu già avvertita dal 
Caix. 

Milza, noto viscere del corpo animale (Cres., Gui- 
nicelli, Fra Giord.). Forme parallele sono: sp. melsa, prov. 
meteo, da * meltso, delf. milza, borg. misse, milan. nilza, lad. 
snieulza. e con più forte scostamento prov. melco melfo. Il 
venez. è spienza, dove evidentemente è avvenuta la fusione 
di milza e di 1. splen, d'ug. sig. Le voci rom. riposano su 
aat. milzi, mat. milze milz, donde tm. MHz, milza. Il tema 
ger. è miltja, e gli appartengono anche anrd. milte, ags. 
mille, milza; poi ing. milt, ol. milt, latte, latte di pesce. 
Secondo il Grimm, il Weigand, lo Schade, il Kluge e il 
Faulmann il nome spetta alla radice ger. meli ricorrente 
in Malz e in schmelzen, e significante " ammollire, fondere "; 
e ciò in riguardo della proprietà che attribuivasi a que- 
st' organo di sciogliere e rendere liquidi certi sughi per 
aiutare la digestione. Il Faulmann connette vb. ag3. meli in, 
fondere, ad aat. melchan, da cui tm. melken, mugnere, ed 
all' agg. mild, mite. Pel Kluge una tal denominazione del 
viscere è specificamente germanica, come gli altri nomi delle 
parti del corpo, Hand, Finger, Daumen, Zehe, Leber ; men- 
tre Herz, Niere, Fitss, Arm, Rippe hanno una storia ante- 
riore che si collega al resto del campo indeu. Deriv.: milito, 
allentato, floscio, vizzo, senza corpo, senza milza. Proba- 
bilmente milza si formò da smilzo. V. q. agg. Anche l'al- 
banese meltzi è derivato dal ger. 

Mitraglia, carica di bocca grossa da fuoco, com- 
posta di schegge più o meno minute (neolog.). Rappresenta 
fedelmente il fr. mitratile entrato in Italia in questo Bec >1>> 
probabilmente colle guerre napoleoniche. Ora il fr. mitraiXU 
è d'orig. ger., dove troviamo aat. inìza, ags. ing. mite, ol. mijt, 
tm. Miete, piccola moneta; signif. che conservasi nel piem. 



882 MOMMKARK — MONI-' 



'a, moneta picciola. Le due ultime forme ai rifletterono 
dapprima in fr. mite, pezzetto di rame o d'altro metallo 
e sp. unita. Da fr. mite si svolse afr. mitaille e da esso fr. 
mitra Ile colla epentesi della r. A detta del Littrè la forma 
mitaille, che compare nel sec. 14°, durò fino al 16° quando 
trovi imo per la prima volta mitraille. Il norm. presenta 
un mindraille. Deriv. : mitraglia-re-tore-trice. 

Mommeare, scherzare buffoneggiando (Caro, Let- 
tere). Credo che questo vb., della cui etimologia finora 
nessuno si è occupato, sia affine ad afr. momer, mascherarsi, 
da cui fr. mom,erie, mascherata. Ora afr. momer, come dice 
anche lo Scheler, procedette da rad. di vb. t. mummen, 
ing. to mum, mascherare. Il Ducange aveva pensato a ca- 
vare fr. momerie da mahomerie, pratica religiosa dei Mao- 
mettani, eh' era quindi oggetto ridicolo pei Cristiani. Ma 
è chiaro primieramente che vi sarebbe un trapasso di sensi 
troppo duro; poi questa derivazione farebbe supporre che 
il nome momerie fosse il primitivo e vb. afr. momer il de- 
rivato, mentre il primitivo in fr. è il nome e non il vb., 
e di fatti in it. il nome non esiste. Inoltre il ceppo manca 
del tutto allo sp. ; caso che sarebbe strano se la parola 
fosse d' origine arabo-maomettana. Quanto al 1. Momus, 
nome del Dio della satira e della maldicenza presso gli 
antichi Greci e Romani, non può neppur esso fornire una 
etimologia sufficiente per il vb. francese e ital. ; perchè 
era nome non popolare ; di più il senso sarebbe anche qui 
troppo lontano. Non è così ammessa l' etim. ger. ; nella 
quale dal concetto di " mascherarsi " è facile il trapasso 
a quello di " fare scherzi e buffonate proprio come si fa 
nelle mascherate ". 

Mondualdo, manovaldo, manualdo, tu- 
tore della donna ( Gr. Villani, Morelli). Questo nome giu- 
ridico, proprio solo dell' it., risale a mlt. mundualdus for- 
matosi sul longob. mundvalt, che ricorre tre volte nelle 
leggi di Liutprando, 12, 14, 30 (cfr. C. Meyer, p. 297). 



MONDUALDO. 333 



È dunque d' importazione di quel popolo. La forma lon- 
gob. genuina, secondo il Meyer, sarebbe stata * mundwald, 
che risale ad aat. munt-u-alt o -waltd. Questo è un com- 
posto il cui primo elemento sarà trattato alla voce Mundio: 
il secondo è il nome aat. walto, da cui mat. walte, as. waldo, 
" colui che ha potestà in qualche cosa ". Quindi il munt- 
waltò è " l'avente la potestà del mundio " (1). Si formò da 
vb. aat. ivalton, mat. tm. walten, as. got. walden, anrd. valda, 
ags. weàldan gewyldan, dominare, regnare, avere potenza, 
esercitare qualche cosa; ing. to wield, maneggiare. Secondo 
il Kluge il ger. waldan da preger. waltd acquistò il t da 
principio solo nel presente; ma poscia questo divenne 
parte del tema verbale. La rad. primitiva sarebbe stata 
wal, che appare anche in 1. vai-ere, essere forte, robusto, 
e le spetterebbero quindi anche got. valian, aat. tv'éllan, 
tm. ivcllen, volgere, aat. walzan, tm. walzen, rotolare. Il 
Pott' 2, 3, 623, e dietro a lai lo Schade, credono che l'am- 
pliamento e indurimento della rad. mediante il t significhi 
l' energia e risultati va volontà per sostenere una cosa e 
dominare. Il Faulmann p. 388, dopo avere tratto di qui 
anche Wald, bosco, foresta, mette a base il vb. weltan, es- 
sere gonfio e vivace: da questo senso sarebbesi svolto quello 
di "essere robusto e potente", quindi quello di "sopra- 
stare " e infine quello di " dominare ". Questa rad. fu fe- 
condissima nel campo ger.: per l'aat. e mat. si vegga lo 
Scade p. 1084; nel tm. accenneremo solo Anwalt ••procu- 
ratore", corrispondente approssimativamente a mantieniti ; 
walten e verwalten, amministrare. Nel mat. mwmoaltó pro- 
dusse muntalde e muntadele mediante il femminino aat. 
muntwaltà, che valeva "protetta, soggetta al muntwalt 
Le innumerevoli affinità nel campo si. sono riportate dallo 
Schade loc. cit. ; ma il Kluge crede siano state tolte in 



(1) Mundwalt ist einor dei- das mundium iibor andrò hatte. 
Leo 's, GeschiclUe con Italien, I, 101. 



834 tlOVBà — MOKH1D0. 

prestito dal ger. Nella formazione di it. manovaldo, manualdo 
ebbe parte la mescolanza di mano (v. fr. mainbour). De- 
riv. : manovalderia. 

Mopsa (neolog. ), donna cupa e sospetta che oc- 
culta i suoi sentimenti; settaria (Bresciani). Questo sost., 
della cui etim. nessuno s'è ancora occupato, non può evi- 
dentemente avere alcuna relazione con Mopsus, nome latino 
che ricorre in Virgilio ; ed io credo che venga senz' altro 
dal tm. Mops, Mòpse, musola, musetto, specie di cane; 
persona dalla faccia trista. Il Kluge p. 261 trae il tm. dal 
bt. mops mop, ol. moj>s mop d' ug. sig. Questo poi pro- 
cede da vb. bt. moppen, fare il muso, brontolare, tm. ver- 
moppeln, riprendere, da rad. ger. mup, contrarre o stor- 
cere il viso, fare baje e frascherie. Qui connessi sono an- 
che mat. muff mupf, storcimento della bocca, ol. mopper, 
faccia burbera, cupa ed ai'cigna, ing. mop mops, faccia 
contorta, gesto di disprezzo, zanni, buffone, mopish, stu- 
pido, mopishnes, tristezza, m. ing. moppe, pazzo, matto. 
Da tutti questi signif. il passaggio a quello di " persona 
cupa e chiusa " si presenta facile e spontaneo. Secondo il 
Faulmann bt. moppen si sarebbe formato dal participio 
mumban del vb. antiq. mimban, premere, aggravare; quindi 
varrebbe " essere, oppresso ". * Mimban poi sarebbe stato 
forma parallela al vb. antiq. mingan, da cui tm. Munge, 
mangano. L' introduzione in Italia di questa voce è avve- 
nuta in questo secolo col travasamento di costumanze set- 
tarie originarie d' oltremonti e relativi vocaboli. V. Massone. 

Morbido, morvido, delicato, trattabile, piacevole 
al tatto, soffice, molle, tenero (Arrighetto, Crescen., Boccac- 
cio. Morelli). Il Muratori propose di trarlo da t. miirbe 
d' ug. sig. L' aat. ha muruwe, muruici murivi, il mat. mu- 
rewe, frollo, tenero, morbido. Queste due ultime forme 
spiegherebbero bene il morvido che ricorre nell'Ovidio 
del Semintendi e nel Bedi. Tuttavia il Diez. considerato 
che il 1. morbidus, malaticcio, può essere disceso anche 



MÓRDAB — MORDO. 335 

al signif. di "tenero, delicato", per la frollezza che mo- 
stra ciò che è malato, inchina a questa ultima deriva- 
zione; e ne trova una conferma nello sp. morbido che riu- 
nisce i due sensi del lat. e dell' it. S' aggiunge a questo 
che san Girolamo usa morbidus proprio nel signif. dell' it.. 
e che aat. muruwe, mat. miirwe. tm. miirbe non darebbe 
in it. altro che morvo-vio-bo. e lascerebbe inesplicato il 
suffisso ido. Per tutto ciò 1' orig. ger. in questo caso 
resta poco probabile. Deriv. : morbid-o-amente-amento-are- 
etto-ezza-iccio-ire-issimo-one-otto-ume; r ammorbi- dar e-dir e. 

Mórdar, cattivo, empio (dial. com.). Gli corri- 
sponde lad. morder, uccisore, assassino. Provenne da tema 
di mat. mordaere mordi ter morder, da cui tm. Morder, ucci- 
sore, omicida. L'it. ha generalizzato il significato del vocab. 
ger. sul cui ceppo e svolgimento v. Mordo, mordro. 

Mordo, mordro, uccisione segreta e premeditata. 
È un vocab. ger. che penetrò nel fr. colle forme di afr. 
* mortre mentre, vb. mentrir, fr. mordre meurdre meurtre, 
e nel mlt. murdum murdrum mordrum , d' ug. sig., mor- 
dritus mordridus. L'it. non l'adottò, forse perchè un po' in- 
comodo a pronunciare, ed anche perchè esso possedeva 
parecchie voci lat. equivalenti, come uccisione, ammazza- 
mento, assassinio. Però l' accenniamo qui sia perchè ne 
deriva il vocabolo dialettale precedente, sia perchè con- 
tribuisce a dare un'idea dell'influsso ger. sulle lingue 
neol. Ha per base aat. tnord, da cui roat. mort. ini. Moni, 
uccisione. Forme sorelle sono : as. rnorth mordh, ol. moord, 
ags. mordh mordhor mordhur (da cui ing. murder J, afris. 
morth mord, anrd. monili, d'ug. sig. Grein. '2, 263 j Eichtofen 
936; Vigfusson 434. Il got. era maurthr, vi), maiirtrkian, 
uccidere. Il tema ger. comune è murtha murthra, e in quel 
campo gli appartengono: mordaere mordic mordisk nnirdian 
murthian murdian murdrian murf/iiren, [got. maurthria, 
uccisore, maitrthrjan, uccidere] nell'aat. : nel mat. murden 
morden m&rdm] ags. myrdhra, uccisore; nel tm. morditi e 



886 mi.imia - MOBGANATO. 



derivati. Fuori del campo ger. presenta molte affinità. < usi 
lit. ha mirti marinti, fare morire, a. si. inrèti da rad. (?///•>/, 
morire, morù, morte; 1. mori, mortuus, more; gr. Sostò? 
[ 'i da [jl j, mortale ; a. pei', mar, morire, zend. mereti, mortale ; 
sans. mar, morire. Bopp GÌ. 3 288, 301, 18; CuxtìuB 
Fiele 838, J48; Meyer, Got. Sp. 263. 

IVIorfìa, bocca (Varchi, Ercol. 64). È voce di gergo 
ancor viva nel dial. fiorentino, a cui corrisponde fr. morfe. 
Credo che siasi formata da vb. morfire, e non questo da 
essa; perchè il t. presenta bensì il vb., ma non il sostan- 
tivo corrispondente; e poi logicamente è più naturale che 
la bocca sia stata denominata dallo "sminuzzare, divorare ", 
che non questo dalla "bocca "; essendo manifesto che la bocca 
non ha per sola funzione il mangiare. V. Morfire e Smorfia. 

IVIorfire, mangiare assai (M. Franzesi, Rim., 2, 194). 
Ha per base rad. di mat. murfen murfin, corrodere, smi- 
nuzzare, a cui sono paralleli m. ol. morfen morfelen, ma- 
sticare a guisa de' becchi, dialetti alto-tedeschi murfelen 
d'ug. sig. Il tm. presenta altresì vb. mumpfeln, masticare ; 
il bt. mumpeln, isl. mumpa, ing. mump, mangiucchiare, che 
hanno evidentemente la stessa rad. di mat. murfen e pa- 
ralleli; rad. che in questi ultimi si rinforzò col cangia- 
mento di p in r. Perciò morfire è radicalmente affine a 
Mummiare e a Mopsa (v. q. parole). Essendo poi difficile 
credere che i due vb. it. e afr. siano penetrati nel terri- 
torio rom. dal mat., bisogna ammettere che il vocab. ger. 
esistesse anche nell' aat., benché in esso non sia docu- 
mentato; e che da quello lo prendessero le due lingue 
neol. sorelle. 

IVEorcranatO 1 (antiq. ), signoria (Iacop. da Todi 
1. 33). Sono d'avviso che questo sost. sia derivato dal bl. 
morganaticum, con elaborazione ideologica che non risponde- 
rebbe propriamente al valore etim. del vocab. latino-ger- 
manico. Credo cioè che essendo il morganatico cosa pro- 
pria solamente dei signori, questa parola assumesse perciò 



MOROANATO — MORGANATICO. 337 

nell'opinione comune il significato di "signore", e che di 
qui si risalisse a morganato, dandogli il senso di "si- 
gnore" e "signoria". Perciò il signif. acquistato acci- 
dentalmente in processo di tempo dal vocabolo derivato 
avrebbe contribuito primieramente alla formazione d'un 
supposto primitivo, e poi a fargli attribuire un senso che 
etimologicamente non gli spetterebbe. 

Morganato 2 (antiq. ), signorile (Dante da Majano, 
Riva. Ant. ; Chiabrera ). Questo agg. non può essere altro 
che uno svolgimento ulteriore del sost. precedente. Vale 
dunque per esso ciò che s' è detto di quello. 

Morganatico, epiteto di matrimonio in cui un 
principe sposa una donna di grado a lui inferiore col 
patto che essa e i figli non possano succedergli nella pie- 
nezza dei suoi diritti, detto altrimenti matrimonio dalla 
mano sinistra. Insieme col fr. morganatique riposa imme- 
diatamente su bl. morganatica™, (Matrimonium ad Morga- 
naticam), il cui signif. è spiegato nel Lib. 2 Feudorum, 
edit. Parigi 1552 : « Quidam post mortem prioris coniugis, 
aliam minus nobilem ducit ea lege ut nec ipsa nec fìlii 
eius amplius habeant de bonis paternis quam dixerit die 
sponsaliorum, quod Mediolanenses dicunt accipere uxoreni 
ad Morganaticam, alibi Lege Salica ». Il bl. morganalicum 
ricorre già all'anno 1310 (V. Guicher, Ilistor. Sabaud., 
p. 559 ). Questo termine del diritto germanico appare dun- 
que piuttosto tardi; ma la istituzione ger. dovette entrare 
in it. coi Longobardi; il che, oltre da ciò che s* è visto, 
risulterà manifesto da quello che si dirà alle voci Mot- 
gengab, Murganale e Murgitatio. Ma si fa quistione sul- 
1' origine del nome. Lo Scheler respinge la derivazione da 
mlt. morganegiba sia pel senso che per la forma. Quanto 
al primo, egli dubita che la Morganegeba o " dono mattu- 
tino " costituisca l'essenza del matrimonio morganatico. 
Per la forma, non crede possibile un passaggio da M r- 
tfanegeba a Morganaticum. Perciò propone 1' estrazione da 

22 



338 MORGANEQKBA. 

got. maurgian, restringere. Ma quest'ultima, conio nota il 
Littrè, sarebbe una derivazione passata a traverso un con- 
cetto dotto che non si può facilmente ammettere. Perciò 
ci atteniamo alla prima derivazione, la quale non è niente 
affatto inverosimile. Difatti : se, come tutti convengono, 
il morganegeba o " dono mattutinale " consisteva sostan- 
zialmente nella donazione volontaria della quarta parte 
dei beni del marito, è chiaro che dal concetto delli gra- 
tuità e della esiguità relativa del dono, si potè facilmente, 
generalizzando la cosa, passare a quello di " matrimonio 
in cui i diritti della moglie o dei figli vengono limitati o 
ristretti ". Per la forma, non sappiamo comprendere che 
difficoltà ci sia ad ammettere la possibilità della forma- 
zione di morganatico da morgangebe, dal momento che se 
ne formò il bl. murganale e murgitatio. 

Morganegeba, morgingab, dono del mat- 
tino. E una voce ger. che ricorre assai spesso nel bl. e 
con varie forme, cioè di morganegeba in Gregorio di Tours 
lib. 9, cap. 20 [Morganegeba, hoc est matutinale donum]; 
morgengeba, Lex Burgund. tit. 4, 2 ; Morgangeba, Lex Ala- 
man, tit. 56; morgincap, Papia [Morgincap, idest quarta 
pars in Lege Langobardorum J ; morgingap, Leg. Langob. 
lib. 1, tit. 9 ; morgengaba, morgengaba, Leg. Lang. lib. 2, 
passim; morgagifa, Leg. Kanuti Reg. cap, 99; morgan- 
gifa-giva, Leg. Henrici I Angli, cap. 11; morgincapud, capit. 
Adelchis Beneventani e. 3. L'etim. è aat. morgan, tm. mor- 
gen morgin, mat. morgen, tm. Morgen, mattino; a cui sono 
parallele ags. morgen, ing. morning [dove ing è sillaba di 
derivazione, come in evening, sera J, anrd. morgnnn myrgenn, 
got. maùrgins; e aat. gè'ba, mat. gèbe, gippe, tm. Gabe [svol- 
tasi da un aat. * gàba e got. gèba, mat. gàbe], dono, da 
vb. aat. geban, mat. geben, tm. geben, dare ; got. giban, ags. 
gifan, ing. to give, ol. geven. L'ags. gifan, ing. give, spiega 
le forme morgagifa- giva, viste di sopra, mediante aat. ma^. 
gift, tm. Oift, got. gifts, ing. gift, dono, regalo; il quale 



MOTTA. 339 

ultimo nome appare anche nel tin. Brauntgift, dono del 
fidanzato. L' aat. morgana morgane valeva '• il giorno se- 
guente " e propriamente ''la mattina del dì seguente": 
significato svoltosi a quel modo che l'it. domani e fr. 
demain si è svolto da 1. de mane. La Morgangeba importava 
adunque il " dono fatto dallo sposo alla sposa Ja mattina 
seguente alle nozze ". Questo dono consisteva dapprima 
nella quarta parte dei beni del marito; ma poi crebbe se- 
condo la maggiore affezione di lui per la moglie. Quindi 
a temperare la soverchia liberalità e profusione di queste 
donazioni gratuite, il Re Liutprando vietò che si ecce- 
desse il quarto. Un tale uso durò nei popoli germanici 
per tutto il medio-evo, e ne troviamo menzione in una 
carta di Ernesto duca di Baviera all'anno 1396. Ma in 
Italia si dileguò collo sparire delle leggi longobarde. Lo 
troviamo però mentovato nell' anno 1044 in un atto con 
cui un certo Giovanni di Domenico della Marca di Fermo 
dona a sua moglie Micza la quarta porzione de' suoi beni; 
e poi all'anno 1145. V. anche Murganale e Murgitatio. 

IVIotta, cumulo, collicello, scoscendimento di terreno, 
la parte del terreno smosso; fango (Storia Europ., 6, 45; 
Magazz. Coltiv. 13). È una delle parole rom. piii ribelli 
al tentativo di ridurne ad unità i sensi. Accanto all' it. 
abbiamo: afr. mote, collina, diga, altura con castello, fr. 
motte, zolla, a. prov. mota, opera di difesa, castello, sp. 
port. mota. Nel bl. mota motta vale quasi sempre •' colle, 
altura con un castello sulla cima". Questa parola del bl. 
era diffusissima nel medio-evo in tutto 1' occidente, e spe- 
cialmente in Francia, Inghilterra ed Italia. In quest' ultimo 
paese restò a parecchi nomi proprii, specie nell' It. set- 
tentrionale. Tuttavia io non credo che il vocabolo sia 
d' orig. it., come alcuni pretendono. Difatti se questo nome 
fosse indigeno, come sarebbe saltato fuori solo in epoca 
relativamente tarda, cioè nei secoli Lo' 1 e 14°? In Francia 
e Inghilterra compare assai prima, ed era più comune. 



340 MOZZAHE. 

Per questo io credo che direttamente ci venga di là. Ma 
a base del rom. il Diez e lo Scheler pongono una rad. 
ger., per la ragione che il vocabolo esiste in molti dialetti 
ger. e proprio cogli stessi signif. Così 1' ol. presenta un 
moet mot, piccola elevazione, il bav. mott, monticello. lo 
svizz. motte, zolla, il fris. mot, deposito di torba. Certa- 
mente è più facile supporre che dai dial. ger. il vocabolo 
sia passato al rom., di quello che immaginare che dal rom. 
passasse ai dial. ger., poiché in quest' ultimo caso reste- 
rebbe inesplicato come non fosse entrato anche nella lingua 
propria. Lo svolgimento genetico dei signif, come si è 
detto, presenta gravissime, anzi insuperabili difficoltà per 
chi li voglia derivare 1' uno dall' altro e ridurre ad unità. 
Difatti se si ammette come originario quello di " terra 
smossa, fango" come da questo si può passare a quello 
di "elevazione, colle, diga, castello "? Se poi si parte da 
"tumulo, diga, colle, castello forte" che nel medio-evo è 
certamente il prevalente, come si può discendere al con- 
cetto di "fango, terra smosssa"? Per me, non sapendo come 
dar ragione dello strano accozzamento dei due sensi fon- 
damentali in un solo vocabolo, inclinerei a credere che 
Motta in senso di " colle, elevazione, castello " tragga ori- 
gine da sassonico gemote, unione, radunanza, pel fatto che 
nel medio-evo i signori feudali facevano le loro adunanze, 
i placiti, su questi monticelli coronati di castelli; del che 
resta una reminiscenza nell'ing. the mute hill, il "monte 
del placito". Anche nell'altro senso il vocab. sarebbe del 
pari d' orig. ger. 

Mozzare, tagliare una parte dal tutto, diminuire il 
tutto d'una qualche sua parte (Dante, Fra Griord., Villani). 
Ha per corrispondenti fr. emousser, sp. mochar, e nomi 
fr. mousse, prov. mos, sp. mocho. Il Diez, seguito dallo 
Scheler, trae questo vb. rom. da ol. motsen d'ug. sig. [mots, 
scorciato, mozzo]. Ma nelle lingue neol. questa è parola 
antichissima, né si può credere che in quei tempi 1' ol. 



MOCCIARSI — MUFFA. 34 L 

esercitasse alcuna influenza su di esse, giacche questa co- 
minciò molto più tardi, e solo relativamente a termini ma- 
rinareschi e pochi altri. Meglio è dunque supporre che de- 
rivasse dal ceppo ger. di cui è ramo anche 1' ol. motsen 
mots, il quale ceppo, benché non sia documentato nell' aat. 
e nemmeno nel mat., dovette però esistere, avendo esso 
dato origine a parecchi derivati nel tm., paralleli all' ol. 
Tali sono: tm. miltz, cortaldo, vb. milizen in vertmutzen, 
troncare, scorciare, svizz. mutz, scorciato. Il Diez pare 
anche credere che mozzo sia primitivo così in rom. come nel 
campo ger. Invece io credo il contrario, trattandosi qui 
d'un agg. verbale mozz. Deriv. : mozza-mente-mento-tore- 
tura ; -etta-etto ; rAozzi-care-coda-concino-cone ; mozzo-letto- 
lo-ne-orecchi. 

MllCCiarsi, nascondersi (dial. sicil.). Ricorre nel 
composto ammucciarsi. Lo Scheler sulle orme del Diez lo 
fa afline ad afr. mucer, pie. mucher, vali, muchi, fr. musser 
d' ug. sig. ; e lo trae da mat. sich muzen, ritirarsi nell' oscu- 
rità. Il ritrovarsi un tal vb. solo nel dial. sicil., esclusi gli 
altri italiani, fa supporre che sia stato importato colà dai 
Normanni e dai Francesi nei secoli 11°, 12° o 13°, poiché 
è difficile pensare ad importazione immediata dalla Ger- 
mania. Nel fr. poi doveva essere antichissimo, ed essere 
venuto coi Franchi; nonostante che non appaia documentato 
nell' aat. Il Grandgagnage crede che afr. mucer si rannodi 
alla forma mat. muchen mucken, agire nascostamente, tm. 
meuchlings, furtivamente. 

MuiYa, specie di vegetazione che nasce sui corpi 
dove trovasi una materia vegetabile unita a certa quantità 
d' acqua, e che si forma principalmente quando questa ma- 
teria comincia a putrefarsi (Dante, Crescen., Sacchetti), 
La voce it. ha per corrispondenti : comas. e romag. moffa, 
port. vìofo, sp. moho, muffa, musco, ir. moufette, polvere 
di niutià, esalazione di muffa, lor. mouffd, prov. muffir, 
multare, ammuffaro. È certamente d'origine germanica; nel 



342 MUFFARE. 

qual campo però non troviamo documentata la forma an- 
tica da cui si svolse il vocabolo rom. che, essendo anti- 
chissimo, non può certamente avere a base nò il tm. e nem- 
meno il mat. Il tm. ci presenta: at. Muffi) muifa (anche 
" cavallo leardo ", chiamato così forse per il color del suo 
pelame, simile alla muffa), vb. miiffen, muffare, intanfare, 
muffir/, intanfato. e ol. muf, muffato, intanfato. Il tardo 
mat. ci presenta vb. milffeln, mandare odore cattivo. Se- 
condo il Kluge 1' at. procedette dalla forma ol. E chiaro 
peraltro che quest' ultima non può essere stata né 1' orig. 
prima né il tramite per cui il nome ger. entrò nelle lingue 
neol. Il Faulmann vorrebbe riannodare il tm. Muffi, e quindi 
il rom. derivato dallo stesso ceppo, a tm. Muffi, manicotto, 
da cui it. Muffola ; ed in ultimo trae quest' ultimo da vb. 
mimm en miimman mimpfan, gonfiare, essere ammalato, con- 
sumarsi. Ma io, pur ammettendo una certa relazione fra 
il concetto di " consumarsi, essere ammalato " e quello di 
"muffa", non so capire che connessione possa esistere fra 
quest'ultimo e quello di "' manicotto ". Qui il Diez osserva 
opportunamente che colle parole di questa radice sono 
spesso espresse figuratamente qualità morali cattive. Così 
sp. moho vale " infingardaggine ", mohino " fastidioso, mo- 
lesto, cattivo ", port. mofino " sordido, avaro ", venez. muffo 
" malinconico, tristo ", bavar. muffiseli " burbero, cupo ", 
muffien ''brontolare, stare ingrognato ", sp. mohino " mulo ", 
a cagione della sua testar I aggine. Evidentemente questi 
sono concetti svoltisi da quello di •' muffa " considerata 
come " lordura " o come " marciume, putrefazione, con- 
sunzione ". Il comas. e romag. moff, pallido, grigio, hanno 
invece considerata la "muffa" solo dal lato materiale del 
colore. Deriv. : muff-are-atellina - aticcio - o.to - etta - ettina-etto - 
ettula-ido-igno-ire-ito-o-osith-oso. 

Muffare, nascondere. Questo vb. ricorre solo in 
camuffare da capomuffare, composto ibrido che si è già 
esaminato. Il Diez lo riattacca a muffola, e a mat. raou 



MUFFOLA — MUMMIARE. 34 

mouwe, ermellino, prov. moflet moufle, pie. mouflu, vali. 
mofnes, tenero, morbido, elastico. 

M!uffola (antiq. ), manicotto (0. Ferrari). Voce 
parallela è ir. moufle, guanto, restato della lingua viva, 
mentre nen è stato così dell' it. È d' origine ger., donde 
passò nel bl. sotto la forma di muffola. Nei capit. di Carlo 
Magno (verso l' an. 810) troviamo espressioni come queste: 
«Wantos [guanti] in aestate, muffolas in hieme » ; poi: 
«ut muffo'ae vervecinae monachis dentur ». Adelardo di 
Corbeja, Statuti, ba: «Wantos duos, muffolas duas ». Altri 
esempi in proposito sono allegati dal Ducange alla voce 
Muffolae. Ora questi luogbi mostrano cbiaro cbe doveva 
essere nome ger., massime trovandosi quasi sempre accop- 
piato a wantus cbe è pure ger. Nel fr. è voce antichis- 
sima e usatissima, specialmente nell'air. (Poema De fulpe 
Coronato, Roman de la Rose, De Fiorante et Bianche). 
Nel tm. abbiamo Muff, manicotto, pelliccia per scaldare 
le mani, cbe viene da bt. muf. ol. mof, manicotto di pel- 
liccia, ing. muff, d' ug. sig. 

Mummiare, masticare senza denti ( dial. moden. ). 
Il Muratori col suo fine intuito capì che questo vb. era 
d' origine germanica. Spetta alla radice stessa da cui il 
tm. mummeln, romoreggiare, masticare, venuto dal bt. d'ug. 
forma e signif. Secondo il Faulrnann il vb. t. prover- 
rebbe da un vb. * mninban "premere, stringere", senso 
cbe conviene anche al moden. Forma parallela a mummeln, 
è mumpfeln, rispondente a bt. mumpeln, masticare, isl. 
mtimpa, ing. mumble d'ug. sig. Resterebbe a vedere come 
dal sig. di " rumoreggiare, brontolare " che pare fonda- 
mentale nella rad. ntunt, si potesse passare a quello di " ma- 
sticare ", che è così disparato. Forse sarà avvenuto pel fatto 
cbe colui che mummia produce una specie di rumore; ma 
è sempre un passaggio molto duro. Alcune forme ger. pre- 
sentano solo il primo dei due sensi, cioè quello di " ro- 
moreggiare ", e tali sono: ol. mommelen, m. ing. mummen. 



344 MUNOIBURDO. 

Questa voce benché non appaia documentata nell' aat. e 
benché al tm. sia venuta dal bt., deve nondimeno essere 
d'introduzione antichissima in Italia, come avviene gene- 
ralmente di tutte le parole dialettali, le quali importano 
quasi sempre una derivazione dovuta ad uno stanziamento 
di popolo. Nel caso presente o è dovuta ai Longobardi, 
ovvero a quella specie di colonie, che, come si è notato 
altre volte, furon stabilite nel Modenese nel sec. IV del- 
l' èra volgare. 

M/lindiburcLo 1 (terni, stor. giur. ), protettore, tu- 
tore. Questo vocabolo giuridico ger. non entrò nella lingua 
viva it., ma si ristagnò nel mlt. mundiburdus ; e solo ha 
fatta la sua comparsa negli storici ^moderni, quando par- 
lano delle istituzioni giuridiche dei popoli germanici inva- 
sori del mezzodì dell' Europa. Lo possedette tuttavia 1' afr. 
nella forma mainbour mambourg e il prov. in quella di 
manbor con signif. uguale al ger., e colla mescolanza fone- 
tica di 1. manus dovuta ad un ravvicinamento popolare, 
che si scorge anche in manovaldo. Risale ad aat. munt- 
boro-poro-porto, mat. muntbor, as. mundboro madboro, ags. 
mundbora, ol. mombaar momber. Questo composto si risolve 
in aat. munt, mano, pi'otezione, e boro, voce del vb. bèran, 
portare (v. Bara), e vale perciò etimol. "che porta e dà 
mano o protezione "; paragonabile perciò a rom. mantenere 
da 1. manum.-tenere. Un tale vocabolo sparì non solo dalle 
lingue neol., ma persino dal tm. Lo conservano però, come 
s'è visto, i dial. dei Paesi Bassi. 

MlindifolircLo 2 (term. stor. giur.), tutela, prote- 
zione. Riposa su as. mundburd niunburd, ags. mundbyrd, 
tutela protezione [vb. gemundbyrden, proteggere ], composto 
il cui primo elemento è aat. mund, come nel precedente, 
il secondo è della stessa rad. del secondo della precedente; 
ma è nomen actionis invece di nomen agentis, quale era 
quello, cioè aat. burdi, burd [mat. burde, tm. Burde-en\ 
carico, peso: vale quindi " carico, peso, uffizio della tutela". 



MUNDIO. 345 

Entrò nel bl. dove presenta le forme di mundiburdis, raun- 
diburdium-nium (quest' ultima nel sec. 10°); e nell' afr. 
mainbournie, vb. mainbournir, proteggere. 

Mundio (terni, stor. giurid. ), protezione, tutela 
(Balbo, Trova, Cantù). Questo nome ger. entrò nel bl. 
sotto la forma di mundium; ma non nella lingua viva it. 
Però nei tempi moderni, come parecchi altri dei termini 
giuridici dei Barbari e specialmente dei Longobardi, è stato 
rinfrescato dagli scrittori che si sono occupati degl' inva- 
sori d' Italia nel principio del medio-evo. Nel bl. penetrò 
verosimilmente per opera dei Longobardi, nelle cui leggi 
ricorre assai spesso: per es. in Rotari 26, 160, 161 ed al- 
trove sotto la forma di mund e col valore di " potere tu- 
torio, protezione ". In Liutprando 61 troviamo anche l'avv. 
munditer, e il partic. mundiatam 139. Alla sua volta il 
longob. mund riposa su aat. munt, mano, difesa, protezione ; 
donde mat. munt d'ug. sig., tm. Mund, difesa, tutela. Forme 
sorelle in quel campo sono: ags. mund, mano, difesa, afris. 
•mund mond, difesa, tutela, ol. mond, tutore, anrd. mund 
mano, mundr, somma con cui 1' uomo compra la fidanzata 
dal padre di lei, e con cui egli acquista il diritto di tutela 
sopra di essa, Vigfusson 407, Mòbius, 307. Il nome aat. non 
è verbale, anzi esso die origine a vb. aat. muntoti, essere 
tutore, donde as. mundòn e ags. mundjan d'ug. sig. Da 
aat. munt si formarono pure aat. munt, afris. mund, mond, 
protettore, mundboro-poro-porto da cui mlt. mundiburdus 
(v. Mundibordo), tutore, munthèrro, avvocato, patrono, mat. 
muntllchen, tutoriamente, aat. mat. muntman, cliente, pro- 
tetto; infine tm. Mìindel, pupillo, Mìindìg, maggiore, Mun- 
digkeit, maggiorità. Secondo il Kluge l'aat. non ha alcuna 
affinità con 1. munire, moenìa, ma è affine a 1. manus, mano. 
Il Faulmann, premesso che mund deriva da intintali, trae 
poi questo da vb. • mintali, innalzare, afferrare. V. anche 
Mondualdo, Mundibordo e Mundiburdo. 



846 MIIROANAI.K 



Murganale, murgitatio, donazione fatta in 
occasione delle nozze. È voce del bl., e d'orig. ger. e pro- 
priamente longobarda. Il Dofred. in Cap. de Donat. fol. 
283 scrive. « Istae donationes propter nuptias variis modis 
nuncupantur secundum Longobardum, sed secundum vul- 
gare nostrum vocantur Murgitatio ». Non v' è dubbio cbe 
questi due vocaboli non siano due derivazioni bl. da Mor- 
gangeba, o meglio della prima parte del composto. Il cbe 
costituisce una prova di più anche per Morganatico. 

N 

Nappo, allappo, vaso da bere, coppa; bacino e 
vaso d' argento o d' altro metallo per dare acqua alle 
mani (Novel. 22; Ott. Comm., Boccaccio). Con afr. hanap 
henap, prov. enap nap riposa immediatamente sul bl. ha- 
napus ricorrente già nel Glossario latino-anglosassone di 
Elfrico ( 4- 1006 ). Ora questo bl. hanapus, come bene os- 
serva il Littrè, non può ricondursi all'arab. hànab, coppa; 
poiché in tal caso il nome rom. avrebbe dovuto comparire 
solo dopo le crociate, quando al contrario è manifesto che 
esso è storicamente anteriore alle crociate per lo meno 
d' un secolo. A questa osservazione del Littrè io aggiungo 
che la voce araba non ispiegherebbe per nulla le doppie 
forme rom. con o senza l' iniziale a od ha, laddove queste 
restano perfettamente chiarite dal vocabolo ger. che ora 
stiamo per esaminare. Infatti in quel campo abbiamo ger.: 
hnapp, aat. hnap hnapf napf naph [pi. napphà nap fa naphà 
naphi] donde mat. naph napf] vaso da bere, scodella, bic- 
chiere, tazza, coppa, bacino, e tm. Nap>f, nappo, scodella, 
bt. ol. nap d' ug. sig. Parallelamente ci si presentano : ags. 
hnaep [gen. hnaeppes], bacino, catino. Ognun vede che 
l' immensa diffusione del nome ger. basterebbe da sé sola 
a provare 1' origine settentrionale del rom. se ce ne fosse 
bisogno. Quanto alla inserzione della vocale a fra l' h e hv 



NAH. 347 

liquida n, che appare in it. anappo (ricorrente nel Libro 
della cura delle malattie), afr. hanap e bl. hanapus, e della 
e dell' afr. henap e prov. enap, il Mackel p. 14 e 136 nota 
che esse sono dovute alla necessità in cui si trovavano i 
popoli romani di adattare ai loro organi vocali il gruppo 
ger. consonantico iniziale hn, in cui Vh pur non essendo 
più Jc o e duro come da principio, non era però ancora 
semplice aspirazione, come divenne poscia. Ora questo 
gruppo essi lo adattarono alla loro pronunzia modifican- 
dolo mediante la inserzione di una vocale posta fra 1' h e 
la gutturale; il che si verificò in parecchi altri casi, spe- 
cialmente nel fr. : ad es. in harangue da hring, canif da knif 
ecc. Notevole che le forme della Francia del Nord e il bl. 
conservarono Vh. A questa ragione il Mackel aggiunge anche 
quella del bisogno di rendere il più fedelmente possibile 
il vocab. ger.; e questa congettura mi persuade anche più 
della prima, inquantochè alla prima si potrebbe opporre 
che se il ger. hnapp fu tolto in prestito per tempissimo, 
cioè quando Vh suonava ancora k, questa non sarebbe po- 
tuta sparire nel romanzo ; se poi era una semplice aspira- 
zione, allora l' incomodo della pronuncia non e' era più, e 
quindi non si doveva sentire il bisogno della inserzione 
della vocale tra 1' h e la n. Sull' origine prima di gerru. 
hnapp il Faulmann vuole che si svolgesse da rad. knap 
da cui vb. * knippen, mordere, acchiappare, da cui anche 
bt. nippen, piegarsi e knipen, bere (?). L' afr. hanapiw 
vale " cranio, testa, elmo " : passaggio di senso logicamente 
analogo a quello che scorgesi del 1. testa, coccio, che nel 
rom. assunse quello di "capo ". 

Nat', pazzo, buffone, derisore (dial. comas. . Procedette 
da aat. narro, donde mat. narre, tm. Narr d' ug. sig. Sul- 
1' orig. ger. di questa voce dialettale non si può dubitare 
ormai che è stata sfatata l'opinione del Diez che aat. narro 
provenisse da mlt. narro. Ognun vede infatti che non si 
può ammettere che da una rara parola del bl. traesse una 



348 NARVALO. 

voce il dial. comasco solo ira tutti gli altri u' Italia. L)' altra 
parte è noto che questo dial. ereditò non poche voci ger. 
dai Longobardi che non si riscontrano altrove. Sull' ori- 
gine prima dell' aat. narro, anrd. narri, il Faulmann dice 
eh' esso deriva da rad. knarz di vb. perduto knirzan, es- 
sere malvagio, raggrinzarsi, rannodantesi ad aat. chnarz, 
inganno, canzonatura; e il narro da * chnarzio è "colui 
che viene ingannato e umiliato ". 

Narvalo (neolog. ) genere di cetaceo dei mari set- 
tentrionali; liocorno marino (Tramater, Tommaseo). Il fr. 
è narval, che in quella lingua compare la prima volta nel 
Bonnet, Contemjrìations de la Nature, all' anno 1765. Pro- 
babilmente l' it. introdottosi in questo secolo, immediata- 
mente è riproduzione del fr. e non di alcuna delle lingue 
ger., dalle quali invece 1' ha preso il fr. nel sec. scorso, e 
verosimilmente dall' ol., che spesso fu il tramite per cui 
i nomi ger. di pesci penetrarono nelle lingue rom. nei 
tempi medio-evali e moderni. Il tm. ci presenta Narwal; ma 
1' ha tolto anch' esso dallo sv. e dan. narhval [ anrd. ndh- 
val\, e di là anche l'ing. trasse il suo narwal narwhale. 
L' isl. è nàhrvalr. Secondo il Kluge l' origine di questo 
nome è oscura. Certamente qui si tratta d' un composto, e 
il secondo elemento è lo stesso che entra come primo in 
WalfiscJi, balena, Walros, ippopotamo, Walrat, spermaceti 
■e in Wels, siluro, cioè aat. mat. Wal, tm. Wal, ags. hwael, 
anrd. hwalr da ger. lucala, balena. Ma il primo resta 
molto incerto. Pel Grimm nd. nàr sarebbe lo stesso che 
na, e na varrebbe aas, cioè " cadavere ", e tutto il composto 
''balena morta"; e la ragione del nome starebbe in ciò 
che questo pesce spesso veniva dalle tempeste sbattuto 
morto sulle coste dei mari settentrionali. Altri suppongono 
che nar stia per aat. nasa, anrd. noes, naso : quindi nahr- 
val importerebbe " pesce dal naso " per allusione all' osso 
che gli esce dalla mascella superiore. Infine il Faulmann, 
che non s' arretra mai innanzi ad alcuna difficoltà, ritiene 



NASTRO. 

che il primo elemento sia ags. nane, stretto, affine a Keh- 
rung, lingua di terra. In questo caso Narwal significhe- 
rebbe " balena stretta ": ma come si giustifica questo senso? 
Di fronte a tanta disparità di opinioni, è più che mai ra- 
gionevole il riserbo del Kluge, purch' esso sia ristretto 
solo alla prima parte del composto. 

Nastro, tessuto poco largo di varie materie e colori: 
nodo, cappio, fettuccia, (Dante, M. Villani). Voci sorelle 
sono : comas. nastola, bres. nestola, afr. nasle, fr. nàie, vali. 
nàie, cordone, fettuccia. Il valac. nastur — bottone, nodo. 
Nel bl. non ricorre, ma tuttavia dovette entrare nel campo 
rom. immediatamente dopo le invasioni barbariche; e proba- 
bilmente coi Franchi. Il Ferrari fu il primo a ravvisare che 
questo era nome d' orig. ger. In quel campo abbiamo : aat. 
nestilo, nestila, fiocco, cappio, legacciolo, da cui mat. nestel, 
tm. Nestel, cordellina, stringa, aghetto. Il bt. e ol. hanno 
nestel, cintura, legacciolo. Spettano allo stesso ceppo anrd. 
nist, niste, ago grande, e con scostamento fonetico mag- 
giore aat. mista, annodamento, e aat. nuska, mat. niische 
fibbiaglio. Considerando il gruppo st sk che appare in 
queste parole come parte della derivazione, si è ravvicinato 
il ceppo ger. in questione al 1. necto, annodare, legare, e 
a sans. nah, annodare. Per aat. nestilo, got. * nestila, si è 
accennato anche al 1. nódus per * nozdos [come * ntdus da 
* nizdos]. Secondo il Faulniann il ceppo ger. proverrebbe 
da vb. perduto natian, mescolare insieme, svoltosi a sua 
volta da chnat formatosi da vb. chriétan, impastare. Sog- 
giunge che aat. nestila è strettamente affine ad aat. nezi, 
tm. Netz, rete; e che ambedue riposano sul concetto del- 
l'intrecciarsi del filo, il quale s'attiene strettamente al 
mescolamento e compenetramento della pasta (?). La forma 
rom. presuppone un aat. * nastila, * nastilo. Le formo fr. 
riposano evidentemente sulla prima, e ne derivarono nasle, 
e poi nàie, con sincope del ti e poi della s. Anche coro. 
nastola si svolse di qui. L' it. nastro risale a ■■ nastilo, da 



NAVEBA — NAVERARB. 

cui si ricavò prima nastlo, e poi * nastro, con indurimento 
della liquida l in r dovuto ad adattamento di p:-onuncia. 
Il valac. nastur non pare d', immediata orig. ger. ; ma 
probabilmente subì l'influsso dell' it. Deriv. : Nastr-ajo-ame- 
-ato-ettino-etto-icino-iera-ino-uccio. 

Navera, (antiq.), ferita d'arme acuta e tagliente 
(Tav. Kit. ). Ha per corrispondente prov. nafra, norm. 
nafre, ferita, sard. nafra, macchia. È indubbiamente pa- 
rola d' orig. germ.: ma è incerto se sia primitiva o deri- 
vato rom. da vb. naverare, inaverare. Io ritengo che il 
nome sia primitivo, e il vb. derivato, nonostante che il 
primo in it. ricorra scritto solo una volta, e il secondo 
moltissime volte. L'origine ger. si vedrà sotto Naverare. 

Naverare, inaverare, innaverare, tra- 
passare, infilzare, ferire (Sen. Pisi.; Gin., Tav. Riton., Buti, 
Guido G. ). Questo vb. con fr. navrer, prov. cat. n <frar, 
d' ug. sig., sard. nafmr uccidere, macchiare, è dal Diez 
e dal Littrè derivato dal nome aat. nabagèr nabuger 
napagér, mat. nabigér nabéger, nagber, negbor negbor nàh- 
jper ftm. Xàber | strumento da forare, succhiello, ags. nafa' 
gàr nafegàr, an. nafarr, ol. neviger nephiger. Ma G. Paris 
combatte una tale etim. dal lato fonetico, parendogli im- 
possibile che aat. nabagèr abbia dato le forme rom. D'al- 
tra parte il senso rom. è quello di " ferita, intaccatura 
della pelle " a cui si può mal ridurre quello di " strumento 
da forare ". Quindi pone a base delle voci neol. aat. nar- 
wa, mat. narwe [ donde tm. Narbe ] cicatrice, ferita. Evi- 
dentemente il signif. è identico. Quanto alla forma, da 
aat. narwa, è spiegabilissimo come il fr. e l' it. con la 
trasposizione della r [ analoga a quella che scorgesi in 
gr. veupov paragonato a 1. nervus] abbiano cavato un * navra; 
da cui poi it. navera, prov. nafra e fr. navrer. Pel senso 
egli darebbe questa scala: fare una screzio, scortecciare, 
ferire scortecciando, ferire. Per ritenere assodata questa 
etim., dice il Paris, occorrerebbe poter trovare in rom. 



NICCHIAKE. 851 



traccia dell' uso di nafra navra in senso di " cicatrice " 
o di " lato ruvido del cuojo ". eh' era anch' esso fonda- 
mentale nel? aat. e anrd. ; il che potrebbe verificarsi esa- 
minando i vocabolari tecnici e i dialetti. Il Baist oppone 
delle difficoltà a questa deriv. del Paris; ma tuttavia essa 
resta pur sempre molto più verosimile che quella del Diez. 
Deriv.: inaverato. 

Nicchiare, dial. della montagna moden. Cjnic- 
Care, rammaricarsi piano, mostrar di non essere soddi- 
sfatto; intraprendere qualche cosa di mala voglia (Dante, 
Pataffio, Burchiello). Questo vb. finora non è stato fatto 
oggetto di ricerche etimologiche. Solo il Tommaseo pro- 
pose di trarlo da 1. niti, sforzarsi. Ma ne senso ne forma 
si prestano a tale derivazione. Io credo piuttosto che ab- 
bia la stessa origine che fr. niquer (Godefroi), che vale 
'•' branler la tète ", cioè " scuot re la testa in segno di rin- 
crescimento " da cui sost. nique, linguadoc. nica " beffa fatta 
alzando il mento ". Il fr. niquer risale ad aat. nicchen ni- 
cheri } mat. nicken, tm. nicken, da ger. hnicchan, che, a detta 
del Faulmann, è della stessa radice di vb. neigen, piegarsi. 
Il Kluge ne fa addirittura una forma iterativa di quest' ul- 
timo. Il Mackel suppone che fr. niquer, almeno come scritto, 
sia penetrato dal ger. in epoca relativamente recente : l' it. 
invece è antico, benché non appaia nel bl. La maggiore 
difficoltà per la orig. di it. nicchiare da ger. hnicchan sta 
nel senso, che a prima vista è assai disparato. Ma non 
è più tale se si ammetta che il signif. primitivo del vb. 
nicchiare fosse quello materiale di " scuotere il capo per 
malavoglia e rincrescimento ", come pare effettivamente che 
sia stato quello del fr. Ammesso questo, il passaggio ad 
un senso morale si spiegherebbe facilmente. Del resto la 
forma moden. gniccare mi sembra che ponga fuori di dub- 
bio l' etim. ger. da hnicchan, a quel modo che trincare 
viene da trinkan, reccare da reclian, springare da sprin- 
gan. Deriv. nicchiamento. 



852 NICK1K. — NIFFA. 

Nicliel (neolog. ), sorta di metallo grigio. Ripro- 
duce immediatamente lo sv. nickel kopparnickel, 1 quale 
sembra essere affine all' island. koparhnikill, " palla di 
rame ", a cagione della rotondità di forma che presenta il 
minerale suddetto. L' isl. hnikiìl, a detta del Faulmann, 
procederebbe dal presente del vb. perduto hniccan. avval- 
larsi, affondarsi (?). 

Niffa, niffo, grifo (Pataffio, Dittamondo ). Con fr. 
ne/e, prov. néfa, grosso del becco d' un uccello di preda, 
picard. niflette, narice, limos. niflo, narice, annon. niflete, 
annasatore, lad. gnìf grugno, risale ad un ceppo ger. non 
perpetuatosi nell' aat. mat. e tm. letterario, ma che ad ogni 
modo compare nel bt. nef nif, becco, naso, nd. nef d' ug. 
sig., da anrd. nefà [gen. pi. nefia, dat. nefium\ naso, becco 
dell' uccello, sv. nà'f, lungo becco d' alcuni uccelli. Accanto 
a queste forme colla f ne troviamo molte altre col b: ags. 
neb, nebb, faccia, bocca, naso, becco dell' uccello, parte di 
diverse cose sporgente a guisa di becco, Grein 2, 278, 
Boswortb 172; a ing. neb, becco, faccia, Stratman 363, ing. 
neb nib, becco, naso, punta; ol. nebb, becco dell' uccello, 
Kiliaen 412, n. ol. neb, punta, ceffo, becco ; basso-ren. nib, 
becco, genibt, imbeccato (v. Teutonista of Duytschlender 
van Gherard der Schueren, witgegeven door C. Boonzajer, 
Leyden 1804, num. 183); m. bt., nebbe nibbe, becco | v. Mit- 
telniederdeutsches Worterbuch von Karl Schiller und Au- 
gust Lubben, Bremen 1875-80, num. 183); bt. nibbe, becco, 
naso, nibbeln, mangiare poco o in piccoli bocconcini, ro- 
dere ghiottamente, nibeken nibken, tuffare spesso il becco, 
bere assaggiando, rubare bagattelle : Egilsson 596, Vigfus- 
son 450, Bremisch Worterbuch 3, 230. Le forme penetrate 
nel rom. riposano evidentemente sulla prima delle due 
ger. , cioè quella colla /, nef, nif, che essendo propria 
del bt. fu dunque importata nelle Gallio dai Franchi e 
in Italia dai Longobardi, due popoli che provenivano pre- 
cisamente dalla Bassa Germania. Però il Mackel p. 90 so- 



NIFFOLO — NIZZO. 



353 



stiene che la voce rom. ha per fondamento forme ger. sorelle 
alle vedute sin qui, e non queste direttamente. Nel bl. non 
s'incontra; e ciò si spiega facilmente, giacché soltanto le 
parole in attinenza colle istituzioni militari, politiche e 
civili dei conquistatori, furono generalmente quelle eh' eb- 
bor l'onore d'entrare nel latino-medioevale scritto; quelle 
di genere diverso, come questa, continuarono semplicemente 
a vegetare fra il popolo, finché poi penetrarono nelle nuove 
lingue rom. Il Diez connette giustamente a nome ger. nif 
il vb. fr. nifler \ oggi usato esclusivamente in re-nifler\, 
riassorbire pel naso, annasare, limos. nifià, pie. nifler d'ug. 
sig. Anche nel campo ger troviamo vb. formatisi sullo 
stesso ceppo e con signif. affine a quelli dei dialetti fr. 
Così svizz. niffen, arricciare il naso ( v. Niffolo ), bavar. 
niffelen, parlare col naso; ing. sniff, l'aspirare del naso, 
snift, sbuffare, snuff. aspirare, tabaccare, snufle, parlare 
nel naso, tm. schniiffeln, annasare, schnupfen, tabaccare. 
Anche il piem. nuflé, annasare, s' attiene evidentemente a 
questa rad., e pare riproduzione di t. schniiffeln. I vb. td. 
e ing. aventi 1' u per base hanno riscontro in olsteinese 
nuff, naso, ceffo, arciere. Secondo lo Schade il tema ger. 
sarebbe stato nafia in cui Va fondamentale sarebbe per 
Ablaut passato per tutta la scala delle vocali deboli e 
dolci, cioè e i ed u. V. Niffolo. Deriv. : niffa-ta-to. 

Niffolo, ninfolo, naso, becco. Questo è dimin. 
della parola precedente, invece di cui è restato in uso. La 
fr. it. « torcere il niffolo » corrisponde esattamente pel 
signif. al vb. svizz. niffen " arricciare il naso "; ed è una 
prova di più per l'etim. ger. della voce rom. 

Nizzo, contuso, ammaccato. È voce dei dial. lom- 
bardo (mil. e modenese) e napol. S'incontra anche, nel- 
l'antico genov. sotto la forma di nigio. Qua e colà ha per 
iniz. la m. Così nelle Glos. berg. miza vale " contundere " 
e mizatura "contusione", e tirol. stilizzar '' pigiare, schiac- 
ciare". Lo si vuole fare affine a tose, mezzo, ere".:, mizz 



354 nocca. 

maturo, pel l'apporto di connessione esistente fra i con- 
cetti di " maturità " e ''contusione". Il Caix, presupposto 
che il senso fondamentale fosse quello di " contusione, 
ammaccatura " , riconduce la voce in discorso ad aat. mei- 
zan, battere, da got. mattati. Inoltre in quel campo riscon- 
triamo : ags. smitan, percuotere, mat. smitzen, svizz. schmeiz- 
zen, e anrd. smeitr, contusione, livido di percossa. La s 
iniziale sarebbe andata perduta. Deriv. : nizzatura, nizzare. 
Nocca, congiuntura delle dita delle mani o dei 
piedi, specialmente quella della prima falange colla se- 
conda (Mambriano Roseo, Vit. dodici Cesari, 1532; Lasca. 
Ruspoli, Buonarroti). Questo nome fra le lingue rom. non 
è posseduto che dall' it.. ; il quale lo tolse dal ted. pro- 
babilmente nel sec. 15° o i el principio del 16°; giacché 
non compare che nel cinquecento. Il Diez. lo deriva sen- 
z' altro dal mat. knoche, donde tm. Knochen, osso, il cui si- 
gnif. originario, a detta del G-rimm. dovette essere quello 
di "giuntura". Il k iniziale sparì perchè l' it. non com- 
porta il gruppo t. cn. Il Grandgagnage osserva essere 
venuto dal t. anche il belgico nokéje. Nel campo ger. ab- 
biamo un derivato di Knochen che vale precisamente " nocca, 
malleolo ", cioè il dimin. tm. Knochel usato già da Lutero, 
mat. knochel kniichel, ags. cnucel, va. ing. knokil, ing. knuckle, 
ol. knokkel ; e ciò pone fuori d'ogni dubbio 1' etim. ger. 
della parola in discorso. Il mat. knoche valeva " osso, nodo 
o nocchio d' un ramo d' albero, escrescenza d' un frutto ". 
Secondo il Kluge il tm. Knochen, che appare dapprima in 
Hans Sachs, è raro, ed era raro anche' mat. knoche, invece 
di cui usavasi comunemente Bein, osso. Presuppone un 
got, * knuga, donde viene tratto anche tm. Knoke, protu- 
beranza, nodo, giuntura, mat. knock, nuca, collottola, il 
cui ck sta regolarmente per .l' antico q. Parrebbe altresì che 
fossero affini ing. lo knock, battere, ags. cnucian, anrd. 
knuke, mat. knoken, annodare, anrd knue, giuntura, tm. 
Knie, ginocchio. Il Faulmann riconduce tutto al participio 



NORD. 355 

hnohan del vb. perduto hniuhwan hniugan, rinchiudere, pie- 
gare, restringere : quindi knocke varrebbe " ciò che è reso 
duro per restringimento, contrazione ". Ed a tale radice 
il Faulmann fa risalire, oltre a questa, le parole del tm. 
Knoke, mazzocchio o treccia dei fili di lino, Knoten, fing. 
Knot\ nodo, e il dimin. Knodel, Knopf. bottone, Knorren, 
nodo, gruppo, Knorz, bottone, nocchio, escrescenza, Knubbe 
Knuppe, nocchio, vb. knupfen, percuotere colle nocca, Kniip- 
pel bastone nodoso. Deriv. : annoccare ; dinoccare ; dinoc- 
cola-re-to. 

JNTord., nort, norte, settentrione, tramontana (Mo- 
leti, Geografìa; Redi, Corsini). Questo nome d'un punto car- 
dinale con afr. nori, fr. nord e sp. norie, ha per basa ags. 
nordh da cui ing. north. Nel fr. penetro, non colle inva- 
sioni barbariche, ma però molto più presto che nelle lin- 
gue neol. sorelle, incontrandosi nelle scritture sin dal sec. 
12°. In it. lo troviamo solo nel sec. 16°, e il primo autore 
che l'usa è il Moleti (+ 1580) nella sua Geografia: nel 
secolo 17° diventa quasi comune. Però non credo che ci 
venisse dalla Francia, come opinano alcuni : poiché il 
Moleti dice espressamente che è vocabolo settentrionale 
Quindi ritengo che la sua introduzione in Italia sia do- 
vuta piuttosto ai trattati di cosmografia dei geografi belgi, 
olandesi e tedeschi che allora ebbero gran voga. Lo sp. 
norte è più probabile che fosse riproduzione immediata 
del fr. Quanto al vocabolo ger. in sé, abbiamo: aat. nord, 
mat. nort, tm. Nord d'ug. sig.; e parallelamente as. * north 
[documentato solo in nordwurts, verso borea), ags. north, 
ing. north, anrd. *northr. Il got. sarebbe naùrths rispondente 
a •• naurthr. Di qui pure si svolse tm. Norden, mediante mat. 
nordev, aat. nordan, settentrione; inoltre aat. nordana, mat. 
nordane, nordin, norden, da settentrione, a settentrione; poi 
aat. nordaróni, nordróni, settentrionale, anrd. norroen nor- 
ttentrionale, norvegese: aat. norderan, da setten- 
trione; mat. nordener, settentrionale: mat. nordenwini 



356 NOEDEST — NORMANNO. 

borea ; aat. mat. norderet, nordert, northert, da sett. ; mat. 
nordermer, mare di sett.; aat. nordhalba-halpa, nortkalba, 
parte sett., settentrione; aat. nordkibel, polo nord; aat. Nor- 
tman, normanno; aat. nordóstan, nordest, nordóstr>>ni nor- 
danstróni, di nordovest; aat. nordsita, parte di nord; aat. 
nordw'éstan, mat. nordw'ésten, nordovest; aat. nordzeichan- 
zeichen, stella polare. Cf. Nordest, Nordovest, Normanni. \ e- 
desi da ciò l'immensa diffusione che avea nel campo ger. 
questo nome, e di qui si spiega com'esso poi penetrasse nelle 
lingue romanze più presto che gli altri tre termini geogra- 
fici. Nelle altre lingue indeu. non ha riscontro: e si è for- 
mato in ger. indipendentemente da qualsiasi altro idioma. 
Si è pensato a confrontarlo col gr. vsprspo? " sotto, che si 
trova molto sotto " : se questo ravvicinamento fosse fondato, 
il Kluge osserva che dovrebbesi ammettere che la conia- 
zione della parola cadesse in tempo in cui i Germani sa- 
livano la pendice settentrionale d' una montagna. Notevole 
è però che 1' umbro nastro significa " sinistro ". Deriv. : 
nordico. 

Nordest, punto dell' orizzonte intermedio fra tra- 
montana e levante. Viene dall' aat. nordóstan northòstan, 
donde tua. Nordosten. Il primo elemento del composto è 
stato già esaminato sotto la voce Nord ; e l' altro alla 
voce Est. 

Nordovest, il punto di mezzo fra ponente e set- 
tentrione. Immediatamente ci venne da fr. nordovest, il quale 
riproduceva aat. nordioéstan, mat. nordwèsten, tm. Nordice- 
sten. La seconda parte sarà considerata alla voce Ovest 
Dal nome ger. Nordw'éstan si svolse 1' agg. nordw'éstroni, 
che vale " di nordovest. " 

Normanno, normanni nome generico dato nel 
medio-evo ai popoli di Norvegia che devastavano 1' Europa 
occidentale e centrale. Ha per base aat. Nordman, mat. 
Nortman, Norman, che a sua volta riposa su anrd. Nor- 
dhmadhr, plur. Nordhmenn, Vigfusson 457 ; ed è composto 



NOV1GILDO — NUSCA. 357 



di Nord, settentrione, e aat. man, tm. Mann, uomo; 
quindi vale " uomo del settentrione, " o propriamente 
" Norvegese ", che i popoli di Norvegia erano a setten- 
trione rispetto ai Tedeschi. Questi popoli divennero fa- 
mosi nel secolo 9° per le loro scorrerie in Germania e 
in Francia; ed in seguito ad una di esse diedero il loro 
nome ad una provincia della Francia alle foci della Senna. 
Questa provincia si disse in fr. Xormandie, nome che passò 
anche nel mat. 

Novigrildo ( term. stor. giurid. ), multa vigente 
presso Ostrogoti e Longobardi, per la quale i ladri dove- 
vano pagare un valore nove volte maggiore dell' oggetto 
rubato. Il nome è un composto ibrido in cui entrano 1. 
noveri, nove, e got. gild, denaro, taglia [tm. Geld. J, visto 
già sotto Guidrigildo. 

Nusca (antiq. ), collana, vezzo, monile (Ottim. 
Comm. ). Con afr. nosche, nusche, prov. nosca, noscla, bl. 
nusca, nosca fibbia, fermaglio, procedette da aat. nusca, nu- 
scia, nusga, nuscha, mat. nuske, nusche d' ug. sig. L' aat. 
presenta ancora nuskil, nusckel, nuschil; il mat. nuschel, 
nuschel coi dimin., aat. nuskili, nusculi, mat. nuschelin, 
sempre nel senso di fibbia, fermaglio. Spetta alla stessa 
radice di aat. nastilo, nestila, da cui vedemmo essere ve- 
nuto nastro, e di aat. mista, asola, ripiegamento. Graff 2, 
1106; Benecke 2, 1, 423. Lo Scade p. (iiil sospetta che il 
nome colla cosa penetrasse nel campo ger. dai Celti fra i 
quali troviamo : a. ir. nasc, anello, nusgaim, io lego o piego. 
Pare ad ogni modo alfine a 1. nec-tere, legare, connettere. 
Nel ger. si formò di qui : aat. nuskilahhan, clamide, panno, 
sopravveste con fermaglio; aat. nuscian, nusgan, mat. niì- 
schen, munire o fermare con fibbia. Nel bl. questo nome fu 
assai diffuso. Lo troviamo nello Leges Anglorum et Veri- 
noruvi tit. 6 e nella Charta di Goffredo d'Angiò. e nel Mona' 
sticurn Anglic. 1, 240. Pare dunque che fosse vooabolo spe- 
cialmente anglosassone. Però anche in Italia era antichis- 



358 OBICE — ON1RE. 

simo, e lo troviamo ricordato dal Muratori nelle Antieh. 
Estens. Dovette entrare per mezzo dei Longobardi. Ora è 
ito in disuso. 



o 



Obice ofoizzo, specie di cannone corto, o di pic- 
colo mortaio (D'Antoni, -|- 1780; Botta). Gli sono paral- 
leli: fr. obus (Andreossy, Segur). da cui sp. obuz. Riposa 
immediatamente su tm. Haubitze d' ug. sig. , da cui anche 
ing. liovits, il quale è modificazione del mat. haufnitz ( sec. 
15°). Quest' ultimo era però voce che il t. avea tolta 
dal boemo durante le guerre degli Ussiti ( l4U>-34). Il 
boemo era haufnice, sorta di canna da lanciar pietre. L' it. 
procedette direttamente da tm. Haubitze, e prima di tutto 
colla forma obizzo che è più vicina all' originale. Probabil- 
mente s' introdusse sul principio del secolo scorso durante 
le guerre dell' Austria in Italia. Più difficile da spiegare 
resta la forma fr. che non conoscendo né primitivo né 
suffisso, non si capisce come potesse rappresentare il tm. 
Haubitze. Alcuni, fra i quali lo Scheler, avvisano che si 
svolgesse da it. obizzo mediante obis. ma non è ammissi- 
bile, attesoché in Francia gli obus furono conosciuti sin 
dalla fine del secolo 17°, cioè alla battaglia di Nervinden 
nel 1693, il che vuol dire assai prima che in Italia. An- 
che nel tm., secondo il Grimm, questo nome stette molto 
tempo prima d' essere universalmente conosciuto nell' arte 
della guerra; sicché Eòchler nel 1668 nella Kriegschule 
non lo descrive; e 1' Egger nel suo Lexicon (1757) lo dice 
introdotto di fresco in luogo del Kammerstiike. E così 
pressappoco si esprime anche il G-iable. La forma obizzo, 
riproduce molto più da vicino tm. Haubitze, e quindi è 
probabilmente anteriore alla forma sorella obice, benché 
poi quest' ultima divenisse più comune. 



ONIRE — ONTA. 359 

Onire (antiq. ), svergognare, fare ingiuria (Novel- 
lino 39; Esposiz. Pater Noster). Ha per corrispondenti: 
prov. aunir, afr. honir, fr. honnir, disonorare, oltraggiare, 
ingiuriare. Questo vb. procedette da ger. hónjan [got. hau- 
njan, abbassare, avvilire], svillaneggiare, insultare, oltrag- 
giare. Altre forme ger. sono : aat. hònan, hónen, mat. hóe- 
nen, d' ug. sig.; tm. hónhen, schernire, beffare, corbellare. 
Il vb. ger. non è primitivo, ma si svolse da sost. hóna, 
formatosi anch' esso da un agg. che sarà trattato più a 
lungo alla voce Onta. V. Schade, p. 416. Però il Faulmann, 
contraddicendo a quasi tutti gli altri germanisti, vuole 
che il vb. hònjan, hònan non sia che una ulteriore modi- 
ficazione del vb. perduto hiunan, affliggere, opprimere, e 
questo sarebbe poi derivato dal participio gezvungen, for- 
zato, costretto (?). Qui egli rannoda anche aat. hungar, tm. 
Hunger, fame. Il vb. it. dopo il duecento sparì del tutto; 
e forse il suo uso in questa lingua fu dovuto all' influsso 
provenzale. In fr. è restato vivo. V. Onta. 

Onta, vergogna, disonore, dispetto, villania, ingiuria 
(Dante, Villani). Con afr. fr. honte, prov. a. cat. onta, 
prov. anta per * aunta, a. sp. fonia d' ug. sig., riposa im- 
mediatamente su di un sost. ger., e non è, come potrebbe 
credersi, derivato nominale di vb. onire. Di fatti è troppo 
evidente la somiglianza, anzi 1' uguaglianza, che presenta 
con ger. * kaunitha, da cui got. hounitha, aat. hónida, hó- 
ìieda, hònda, mat. hònede, /tónde, hoende, vergogna, oltrag- 
gio, maniera superba, arroganza, albagia; as. lunula, scorno; 
afris. hanethe, accusa, offesa, violazione, fris. hot nte, in- 
ganno. Da questo nome si formarono i vb. it. untare for- 
mai usato solo in composto adontarsi |. a. sp. afbntar, 
aontar, prov. antar, afr. ahonter, hontajer oltraggiare. Nel 
tm. il ger. haunitha andò perduto, benché siano usitatis- 
simi molti derivati dal suo ceppo che vedremo piii sotto. 
A detta del Kluge e del Paulmann il nome ger. haunitha 
non è primitivo, ma formatosi dall' agg. originario aat. 



360 ONTA. 

* hon, invece di cui compare aat. hóni, mat. hoene, disprez- 
zato, vivente nel disonore, leso nell' onore per iscorno, ol- 
traggioso, collerico, superbo, malvagio; ags. hedn, umiliato, 
disprezzato, miserabile, abbietto, Grein, 2,55; got. hauns, 
Ta7t£ivò?, umile, avvilito, 2 Cor. 10, 1. Riposa su tema 
ger. hauna; a cui fuori di quel campo si fanno corrispon- 
dere : lett. kauns, vergogna, oltraggio, kaunums, vergogna, 
kaunigr, vergognoso, kanuiba, verecondia, pudore, kaunet, 
svergognare, kaunetes, vergognarsi, essere nudo, Ulm 105, 
Diefenbach 2,535; poi gr. -'J'eiv, grattare, raschiare, sans. 
kshud, pestare, tritare fregando, kshudràs, piccolo, debole, 
minuto, umile, basso, comune Bopp GÌ. ; 103, Meyer. L. 
Got. Spraph. 36. Pel got. hauns il Kluge osserva che il 
signif. non uscì da quello di lt basso, abbietto ". Invece 
del perduto ger. haunitha, il tm. usa Hohn, scherno, beffa, 
ludibrio, svoltosi da mat. hón, aat. hòna, beffa, derisione, 
oltraggio, insulto, ignominia. Questo aat. hòna era un fem- 
minino sostantivato formatosi anch' esso dall' agg. aat. hòn, 
visto più sopra. Ad esso si rannodano: aat. honjan. [da 
got. haunjan, abbassare ] hònan, hónen, mat. hoenen, diso- 
norare, svergognare, hónisam. mat. hónsam, ignominioso 
avido di ignominia, aat. hónchosi, discorso beffardo, aat 
hónchiist, mat. hónkust, astuzia, inganno, mat. hónlàge, in 
sidia astuta, aat. honlich, obbrobrioso, aat. honlihho, mat 
hònliche hoenliche, ags. hednlice ; ignominiosamente, con di 
sonore, aat. hònnede, discorso derisorio, mat. hònschaft 
trattamento oltraggioso, derisione; poi nel tm. Hóhner 
schernitore, Hòhnerei, ludibrio, corbellatura, Hohngelàchter 
ghigno beffardo, hohnisch, derisorio, ironico, hohnlàcheln 
ghignare, hohnnecken, corbellare, schernire, Hohnrede, di 
cerìa ironica, Hohnsprecher, insultatore. Il Diez ed alti*: 
ponevano a base del rom. l' aat. hònida ; ma il Mackel p. 166 
not. 2, osserva che gei*, haunida avrebbe prodotto un rom 

* fionda. Dunque primieramente nel ger. s' avea ancora il th 
e 1' entrata dovette avvenire molto per tempo, cioè prima 



OKCA. 361 

che ger. ih si fosse indebolito in d. Tuttavia il vocab. rom. 
non ricorre nel bl. Quanto allo sp. / di fonia rispondente 
a ger. h, è spiegato dal Diez Gramm. I 239. È il caso 
inverso del lat. / che lo sp. rende coli' h. V. del resto 
Onire. Deriv. : ontanza, ontare, ordire, ontosamente, ontoso. 
Orca, sorta di grosso bastimento olandese (Trama- 
ter, ^erucci). Con sp. urea, fr. hourque fu da molti cre- 
duto derivazione di gr. oXxàS, donde bl. holcas, di signif. 
pressappoco uguale. Altri vollero fosse la stessa cosa che 
orca, mammifero marino più grosso del delfino, e supposero 
che una tale denominazione fosse dovuta ad una certa so- 
miglianza di forma, ragione per cui, come nota il Diez 
1. urea vale ad un tempo, " nave " e " pesce ". Ma il fatto 
accennato dal Fanfani che « i Livornesi danno questo nome 
a una grossa nave da trasporto usata specialmente dagli 
Olandesi », indusse il Caix a trarre questa voce da fonte 
ger., trovandosi in quel campo : ol. ing. htclk, mat. holche, 
aat. holcho, nave, accanto a cui stanno holchun holechen, tm. 
HoUc, Hùlk. L' indurimento della I in r non fa difficoltà 
( è noto che il dialetto romano cangia spesso in r persino 
la l dell' it. comune: er sor dato per il soldato); e ad ogni 
modo si dovrebbe ammettere anche nell' ipotesi dell' ori- 
gine greca. Del resto 1' etim. proposta dal Diez è resa cer- 
tissima da un passo del D' Aubignè, il quale ( Hist. II, 
276) scrive: « Et pourtant furent cent de la ville qui fur- 
nirent de mettre en guerre quelques hourgues fiamendes 
qui estojent en Brouge ». Fondandosi su questo passo il 
Littrè definisce Y hourqu- "antico naviglio olandese da 
trasporto, di fondo piatto ". Parallelamente a questa forma 
hourgue del D' Aubignè [il quale ha anche hourgue], l'afr. 
presenta altresì hulqìie houlque, vicinissime all' originale 
fiammingo-olandese; e ciò finisce di metter fuori di ogni 
dubbio una tale etimologia. In Italia la introduzione del 
vocabolo avvenne molto tardi; probabilmente nel sec. 
17 o 18 mediante il commercio della città di Livorno coi 



362 ORDALIA. 

Paesi Bassi. Quanto all' aat. holcho, i germanisti moderni 
lo rimenano al bl. holchas e quindi a gr. i\y.v.~, bastimento 
a remo, nome formatosi verosimilmente da vb. O.xóco, trarre. 
Ordalia (neolog. ), giudizio di Dio CCantù). Questa 
parola che non penetrò nell' it. vivo, ma solo nella lingua 
moderna e dotta, riposa su mlt. ordalium, del pari che fr. 
ordalie, che è ancor esso voce di formazione riflessa e non 
popolare. Il mlt. ordalium ordela ricorre spessissimo nelle 
leggi inglesi, danesi e svedesi (V. per es., Canon. Sax. sotto 
Edgardo cap. 24, 62; Senat. consult. de Montic. Walliae; 
Foedus Edwardi et Gutruni cap. 9 ; Leges Athelstani cap. 7, 
14, 21; Leges Ethelredi cap. 1, Canuti cap. 17 ; Monum. 
Dan. lib. 1, cap. 18 etc). Risale a ger. urdail, che pro- 
dusse : aat. urteili, urteila, urteil, urtati, mat. urteil, urteile, 
as. urdeli, afris. urdèl ordèl, fris. oardel, ags. ordàl, e tm. 
Urtheil, giudizio, condanna, opinione. Altre forme sono : 
ags. ordel, as. urdele, ing. ordeal, ol. ordel oordeel, tm. 
Urtel. Il senso speciale di " giudizio di Dio " 1' assunse 
in forza dei composti in cui era usato, come quello di 
ags. ol. Waeter-ordeel "giudizio o prova dell'acqua fredda ' ; , 
ritenendosi allora che la prova sostenuta a questo modo 
fosse un giudizio di Dio. Il vocab. ger. entrò anche nel- 
l' afr. colla forma ordel, che riproduceva immediatamente 
afr. urdèl. Si formò da vb. aat. artailjan artailan arteilan 
ardeilan irteilein irdeilein, mat. urteilen, dare una decisione 
su di alcunché, giudicare, condannare; as. adèlian, ags. 
adaelan, afris. urdèla ordélia. Il mat. urteilen ci presenta 
anche il senso di " sottoporre uno al giudizio di Dio " che 
perciò si deduce essere stato probabilmente estraneo al- 
l' aat. Dalla forma mat. erteilen derivò tm. erteilein, con- 
ferire, dare, partecipare, dividere. Elementi di vb. aat. 
artailan sono la particella prefiss. aat. ut ar ir, mat. r. 
tm. ur er che vale " da, originario, primitivo " e vb. got. 
dailian, aat. teilan, mat. teilen [donde tm. teilen] ags. dae- 
lan, ing. deal, anrd. della, dividere, spezzare, formatosi da 



ORGOGLIO. 363 

nome got. dails, ■• at. mat. teil, bt. dèi, ags. doèl, ing. deal 
dole. parte d' un tutto, resto. Un tal sost. pel Faulniann 
procederebbe da vb. perduto tilan " tòrsi una cosa d' ac- 
canto all' altra, scorrere, sparpagliarsi ", venuto a sua volta 
da vb. perduto dilan, assordare, odorare (?). 

Orgoglio, argoglio, rigoglio, alterezza, gran- 
digia, superbia (Dante. Villani). Gli sono paralleli a. sp. 
arguyo ergull, sp. o> yullo, port. orgulho, a. catal. orgull, 
catal. orgull, prov. orgolh erguelh, vald. argolh, afr. orgueil, 
fr. orgueil., vali, orgotce orgou, fasto, vanità, arroganza. 
Lo Scheler respinge tutte le varie etim. non ger. cbe 
furono proposte per questa voce. Quelle da gr. dpyàsiv essere 
infiato, ed ópyiXoS, iracondo, sono evidentemente troppo 
difformi foneticamente, benché soddisfacenti pel senso. 
Il brett. rok, fiero, arrogante, proposto dal Chevallet, che 
per trasposizione avrebbe dato un ork, non ispiega per 
nulla la terminazione, senza contare la poca influenza 
di quel dial. sulle lingue rom. Il gr. ópOóxoÀo? del Langen- 
siepen, sost. fittizio che poi avrebbe prodotto un orfhoco- 
lium " dalle giunture aspre ", presenta una difficoltà in- 
sormontabile pel significato. Al che si può aggiungere che 
l' influsso gr. nella formazione del rom. fu limitatissimo 
anche quando trattavasi di parole gr. realmente esistenti : 
figuriamoci poi di quelle di cui non s' ha traccia ! Più 
infelice ancora è la proposta del Baudiy (Eevue des Imi- 
gues Row.. V) di porre a base delle voci rom. vb. fr. or- 
gueillir, che sarebbe formato da 1. adrecolligere, composto 
ignoto affatto al latino, e che ad ogni modo darebbe 
uno svolgimento logico di senso molto duro. Perciò orinai 
è accettata universalmente la derivaziene dal ger * ut- 
gitoli, che pur non essendo documentato, si ha ragione di 
credere sia esistito, presentandoci l' aat 1' agg. urinilo, 
insigne, altiero, fastoso, e 1' avv. urgilo urgtlo, molto 
straordinariamente, ricorrente in Otfried 4,24, L6, rispon- 
dente ad ags. org'él, orgille, smoderato, immenso, superbo, 



364 ORIBANDOLO. 

e ad agg. aat. * urgilo, superbo, lussureggiante. Secondo 
lo Schade pag. 1068 spetta pure qui avv. orgellice, molto, 
assai, fuori di modo, il cui secondo elemento g'éllice, ap- 
pare anche in ags. vidgèl, vidgille, molto esteso, molto ab- 
bracciale, e forse in aat. witchelle, spazioso. Lo stesso 
Schade sospettò che aat. urguol sia composto della parti- 
cella ur, e di geil, visto sotto Gaio e Gala. Il Diez osserva 
che 1' agg. sp. urgulloso ha conservato letteralmente la 
particella aat. ur, il che è una prova ulteriore dell' etim. 
ger. Il Mackel p. 60 vuole che l' o dell' it. sp. e port. 
sia dovuta più presto alla forma got. racchiudente l'oche 
all' influsso delle consonanti vicine. Nel tm. non resta al- 
cuna traccia del ger. urguol. Deriv. : orgoglia-mento-nza ; or- 
goglios-amente-etto-osita-oso-ire-uzzo; inorgoglir-e-si. 

Oribandolo, specie di cintura antica ( Tratt. Cfov. 
Fam. ). Il Caix 430 additò l'etim. di questo nome che del 
resto ricorre solo nell' opera citata, nel mat. ortbant, stri- 
scia metallica posta all' estremità della guaina; e che si 
conserva nel tm. Ortband, puntale del fodero, con forma 
e significato pressappoco uguali. Se la derivazione è giusta 
(e lo dev'essere, giacche non è accettabile l'opinione del 
Tommaseo che fa di oribandolo un composto fo;matosi in 
Italia da orlo e bandolo ), convien ritenere che il tedesco 
fosse termine militare (1) e che entrasse in Italia verso il 
sec. 13° o 14" e che qui ampliasse e generalizzasse un po' il 
suo significato. Quanto al mat. ortbant esso risulta da ort, 
punta, estremità, orlo [il tm. Ort vale ''lesina" ed anche 
" luogo ". dove il secondo senso è specificazione fortissima 

(1) Difatti il Grimm, Deutsc/ies Worterbuch, p. 1362, definito 
l' ortbant " scheidenspitze, vaginarium, lorum vaginae 11 , allega pa- 
recchi passi di scrittori tedeschi da cui appare che V ortband era 
sempre unito a Degen o Schwert, spada. Soggiunge che il mat. 
ortbant si corruppe presto in orband ohrband orbant; il che spiega 
meglio l'inserzione che dell'i che fu fatta in it. In quel campo 
ricorrono anche il dimin. ortbàndlein, e il composto ortbandmacher. 



OBZà — OTTA. 365 

dell' antico J. e da band, legatura, fascia. Nelle altre lingue 
rom. non s' incontra. 

Orza, quella corda che si lega nel capo dell' an- 
tenna del navilio a mano sinistra (Buti, Petrarca, Boc- 
caccio ì. Sono corrispondenti: afr. ourse, fr. ourse, orse, 
prov. orsa, parte sinistra del vascello, cordame. Il Diez, lo 
Scheler e Littré convengono nel trarre un tal nome da 
m. ol. lurts, bav. lurz, sinistro, con la caduta della l ini- 
ziale, creduta essere 1' articolo. Dal lato fonetico una tale 
derivazione non presenta difficoltà. Resta però a spiegare il 
passaggio certo fortissimo dal concetto di "sinistro" a quello 
di "fianco sinistro della nave ", e poi a quello di "fune della 
parte destra ". Ad ogni modo, poiché in rom. una tal voce 
è antichissima (più antica in it. che in fr., dacché in que- 
st' ultima lingua il Littré la registra solo al secolo XV; 
il che ci indurrebbe a supporre un passaggio dall' it. in 
fr. se, trattandosi di parole antiche, questa ipotesi non 
fosse inverosimile ), è difficile ammettere che venisse diret- 
tamente dal m. ol. Piuttosto si potrebbe credere che pro- 
venga dal ceppo ger. di cui fu sviluppo 1' ol. e il bavar. 
Deriv. : orzare, orzeggiare. 

Otta (antiq. ), punto di tempo, ora (Fra Griord., 
Dante, Boccaccio ). Il Diez, ritenuta impossibile formal- 
mente una derivazione da 1. hora, ricorre a got. uht che 
s'incontra solo in composti, e vale " tempo, punto propi- 
zio, xatpó?". Paralleli a got. sono in quel campo: aat. 
uhtà, tiohtd, mat. uhte, uohte, as. uhta, ags. ulite, anrd. òtta, 
bt. ucht. Queste voci si prestano assai più del got. al- 
l' etim. di it. otta, per la forma che è più v.cina; ma val- 
gono propriamente "crepuscolo mattutino, per tempo"': il 
qual signif., come ognun vede, è alquanto diverso dall' it. 
Sulla diffusione, affinità e probabile orig. del vocab. ger. 
può consultarsi lo Schade p. 996. Il Gandino ha emerso 
l'opinione che it. otta sia d' orig. latina j e che prooeda 
dalla locuzione 1. quota hora est, che ora è, abbreviata in 



366 OTTONE — OVl'.s I . 

quota, da cui sarebbesi svolto un e' otta. Ma come supporre 
che si smarrisse il signif. di quota, e che tutta la frase si 
fosse accorciata in quel modo? Se la parola, che è solo in 
it., risale veramente al ger., dovette entrare probabilmente 
cogli Ostrogoti. Era comunissima nei composti allotta, 
moltotta, talotta e dotta, il quale ultimo vale " occasione 
favorevole ", ed è nome proveniente da una forma avver- 
biale d' otta, per tempo, che presenta una certa analogia 
logica col ger. uohta. 

Ottone, lega di rame e zinco (Lib. Astrol., Liv. 
Dee, Lib. Sent. ). Sono paralleli: sp. loton, latori port. latào, 
cat. llautò, prov. loto, fr. laiton, ginev. loton. Secondo il 
Diez questo nome (da cui ing. lattai, bt. làtun), sarebbe 
formazione rom. da latta che s'è visto esser d' orig. ger.: 
e sarebbe stata la forma e non la materia che ha deter- 
minato la denominazione della lega metallica, a quel modo 
che sp. piata, piatto, assunse il signif. di " argento " per 
la facilità con cui quel metallo piglia quella forma. L' it. 
perdette la l iniziale, perchè creduta parte dell'articolo; ma 
la conservano i dial. piem., mil., com. e venez. che hanno 
loton. Questa etim. resta sempre la più probabile; giacché 
la ipotesi di Rossignol che provenga da 1. luteum giallo 
[sottinteso aes, rame], non merita d'essere presa in con- 
siderazione, non essendo l' agg. luteum popolare nel me- 
dio-evo quando le lingue rom. coniarono il nome in que- 
stione, e non prestandosi per nulla a cagione della sua 
forma. Lo Scheler mette in rapporto il vocab. rom. con 
ng. lead, piombo, e con t. Loth piombo. In fr. laiton, com- 
pare nel sec. 13". Deriv. : ottona-io-me ; ottoniere. 

Ovest, parte dell' orizzonte ove il sole si corica 
(Moleti, Geograf. 16). Gli corrispondono afr. le ivest, fr. 
ouest, e sp. ovest, riproduzione diretta del fr. Anche l' it. 
benché sia mentovato dal Moleti come vocabolo dei marinai 
dell' Oceano, io credo che immediatamente rappresenti il 
fr. ouest, che in altra guisa non si spiegherebbe 1' aggiunta 



PACCHEBOTTO. 367 

t ___^ 

iniziale fatta al vocab. ger., aggiunta che come si vedrà 
era naturale nel fr. In quest' ultima lingua afr. le west 
compare dal sui secolo 12.°; ed era senza dubbio stato 
preso dagli Anglosassoni, forse col mezzo dei Normanni. 
Infatti l' ags. ci presenta la forma vest, donde ing. west 
d' ug. sig. Nel campo ger. parallele ad ags. vest troviamo 
le forme : isl. vest, sv. vester, ol. west, tm. West, Westen. 
Quest' ultima forma procede da mat. westen. Secondo il 
Kluge il significato del ceppo fa difficoltà, a cagione spe- 
cialmente della denominazione lat. di Visegothi, Goti occi- 
dentali. Si è voluto ravvicinarlo a lat. ves-per, gr. z^mpoc 
sera, e interpretare west come parte, lato della sera. Il Pictet 
in una ingegnosa dissertazione sostiene che ger. vest provenne 
da vastum, deserto, mare, e che una tale denominazione d'un 
punto cardinale è dovuta ad una circostanza puramente 
locale, cioè al fatto che il deserto e il mar Caspio veni- 
vano ad essere ad occidente degli Aria, che poi diven- 
nero Germani. Ma il Faulinann crede che vest potesse 
essere una cosa sola con aat. mat ivist. fermata, dimora (sot- 
tinteso "del sole") got. wist, essenza, natura. In questo caso 
il nome avrebbe a base aat. w'èsan, essere. Opina inoltre 
che il np. mlt. Wesegotkae accenni al partic. w'ésan, kì- 
wésan, formatosi dallo stesso vb. wiisan. Ma queste con- 
getture del Faulmann sembrano poco accettabili. 



Pacchebotto (neolog. ), piccol battello da tra- 
sportar pacchi (Tramater). Immediatamente riproduco il 
fr. paquebot, e questo a sua volta non è che ing. packet- 
Imat, vascello da portare pacchi [ packet, pacco, b at, bat- 
tello ]. In Italia entrò probabilmente sulla fine del sec. 
scorso e sul principio di questo, che prima non lo tro- 
viamo ricordato. In Francia noi lo troviamo mentovato 
primieramente all'anno Itisi; presso il Dangeau. Il primo 



868 PALANDRA — PBC( HERO 

elemento, packet, è dirain. d' un nome spettante al ceppo 
stesso da cui deriva it. pacco, che però non è d'orig. ger. 
Il secondo elemento è schiettamente ger., ed appartiene 
alla rad. bat da cui it. battello. 

Palandra, piccola nave da carica per navigare 
lungo le coste, por fiumi e canali ( Segni. Storie). Voci 
sorelle sono : sp. port. balandra, fr. belandre, sard. belandra 
bl. palandra. Roqnefort accenna palandrie e palorin come 
sorta di nave. Secndo lo Spano il sard. balandra era nave 
fiamminga. Tutte queste voci risalgono al bl. binnenlander 
che letteralmente vale "fra paese, fra terra" [binnen, fra, 
e Zander, paesi ], ol. biilander. Lo Scheler crede che anche 
fr. balandre, sorta di bastimento da trasporto, abbia la 
medesima provenienza. E curioso che in Francia appaia 
scritto solo ai tempi del Simon, cioè posteriormente che 
in Italia. JPalaiKÌréa, sorta di naviglio (Pulci, Ciriffo 
Calvaneo). Dev'essere una varietà del precedente. 

Peccherò, sorta di bicchiere grande (Redi). Gli 
sono parallele parecchie voci dialettali, cioè : mant. peccar, 
pav. e regg. pècher, inoltre valac. p'éhar, afr. pichier, fr. 
picher pichet [ing. pitcher\, prov. pechier pichier sp. port. 
pichel In una nota al suo Ditirambo il Redi spiegando la 
voce peccherò da lui usata in quel componimento la dice 
« vocabolo venuto in Toscana dalla Germania ». Il Redi 
ebbe ragione se inteso accennala soltanto all'origine tedesca 
della parola: ma se intese invece dire che fosse venuta 
di fresco, crediamo s' ingannasse. Il fatto che essa s' in- 
contra in alcuni dial. lombardi, e specialmente nel pavese 
mostra chiaramente eh' essa ci venne di Germania coi Lon- 
gobardi; e ciò è confermato mirabilmente dalla fonologia. 
L' aat. ci presenta le forme pehhar pechari pechare, mat. 
pè'cher che sono vicinissime all' it. con cui combinano an- 
che per l' accentuazione. D' altra parte poco prima del 
tempo del Redi il vocab. ted. non aveva più per iniz. la 
labiale forte il p, bensì il b, bèchaere becher, as. biker. anrd. 



PIEDESTALLO. 369 

bikar, ol. beker, sv. begare, dan. bdger ; sicché ad ogni modo 
non ne sarebbe venuto un peccherò. Possiamo bensì ammet- 
tere che le frequenti comunicazioni della Corte Toscana 
con le corti tedesche nei sec. 16° e 17° abbiano contribuito 
a rinfrescare questo vocabolo e a fare credere al Redi che 
fosse entrato di recente dalla Germania, mentre in realtà era 
entrato da un pezzo, benché non facesse parte della lin- 
gua viva it. Quanto alle voci sorelle, le dialettali it. mant. 
peccar e pav. pécher sono identiche alle forme dell' aat. e 
mat., alle quali è perfettamente uguale anche il valac. 
p'éhar ; ma le francesi e sp. sembrano piuttosto procedere 
da bl. picarium, anziché direttamente dal ger. Questo bl. 
picarium era però anch' esso riproduzione del vocabolo aat. 
Il bl. lo troviamo già all' anno 1231 sotto la forma di 
pikarium in una carti di Federico duca d' Austria presso 
il Pez, sotto quella di picarium nel Necrol. F. F. Praed. 
tom. 2 Per. Mogunt. p. 436, sotto quella di picherius al- 
l' ami. 1261 in charta Tabul S. Victor. Massil., di picheria 
negli Stat. Avig., di peccarium. in Baldrico di Cambrai, ed 
in numerosi altri documenti belgi, francesi e tedeschi. 
Questo fatto che il bl. picarium appare quasi esclusiva- 
mente in paesi germanici o quasi germanici e quasi mai 
in Italia, è prova evidentissima eh' esso risale ad un' etim. 
ger., e non si può niente affatto ricondurre al 1. baccar di 
Festo, come vorrebbero sostenere taluni. Tuttalpiù si po- 
trebbe fare dipendere da quest' ultimo 1' aat. pehhar, ben- 
ché altri col Faulmann siano d' avviso opposto. V. del resto 
anche Bicchiere, che a mio avviso, ha per base ancor esso 
il voc.ger. già esamini to. 

^Piedestallo, pietra quadra con base e cornice che 
sostiene colonna o statua ( Guinicelli, Burchiello ). Il Ir. è 
piedestal e lo sp. pedestal. Il Diez scorse in questo nome un 
composto ibrido di it. piede e di aat. stai. Iiaso. M-g.^io: 
varrebbe quindi etimologicamente '' ri posatura del piede " 
e corrisponde esattamente a t. Fussgestel o Fusschemel. Il 

2 1 



370 PIFFERO. 

medesimo Diez crede che le forme fr. e sp. siano derivate 
dall' it., il che è reso verosimile anche dall'anteriorità del- 
l' arte italiana rispetto alla francese e spagnuola. Tuttavia 
il Littrè trae il fr. direttamente da fr. p'ied e da estai d'orig. 
ger. Ma poiché il fr. appare solo nel sec. 15°, mentre l' it. 
è in uso già nel 13°, difficilmente si può accettare questa 
ipotesi del sommo lessicografo. 

Piffero, strumento da fiato uguale al flauto ; suona- 
tore dello strumento ( Ser Giov. Fior., Pecorone; Pulci |. 
Corrispondono qui : fr. piffre, fi/re, sp. pifaro, lad. fija 
d' ug. sig. Procedette da mat. phifaere pfìfer f venuto da 
aat. phifàri\, tm. Pfeifer, flautista. All' aat. e mat. sono 
paralleli ags. pipere, isl. pipavi. Questo nomen agentis ger. 
col vb. mat. phtfen pfìfen, tm. pfeifen, suonare il piffero, 
sono formazioni svoltesi in quel campo dal nome aat. phìfà 
fifa pfifa, mat. phife, pfìfe tm. Pfeife zampogna, fistola, 
afris. pipe, nodo di canna, fris pìp, bt. pipe, ags. pipe, 
ing. pipe, ol. pyp, anrd. pipa, canna, piffero. Ma questo 
nome a sua volta era d' origine lat., avendo esso a base 1. 
pipa, donde anche le voci rom. : sp. port. pipa, it. piva, afr. 
pipe, prov. pimpa, cornamusa rustica; it. trent. pipa e an- 
che it. pipa, strumento da fumare. Secondo il Diez 1. pipa 
sarebbe stato sost. verb. derivato da vb. pipa* e, e quest'ul- 
timo sarebbe stato un' onomatopea del pipilare o pigolare 
degli uccelli; e il nome pipa sarebbe poscia stato applicato 
ad una sorta di strumento da fiato, perch' esso imita in 
certo modo il pigolìo degli uccelli. Ma checchessia del- 
l' orig. prima di 1. pipa, è certo che piffero si può chia- 
mare un cavallo di ritorno, che però in Germania ha su- 
bito tale elaborazione da presentare una faccia affatto nuova. 
Quanto al tempo della introduzione, bisogna certamente 
escludere che ci venisse dalle invasioni barbariche; ma 
non è nemmen vero quel che dice il Tramater che fosse 
importato dagli Svizzeri, giacche questi comparvero in 
Italia solo nel sec. 15°, laddove il vocabolo s' incontra già 



PIFFERO. 3( 1 

nel Pecorone alla fine del 14" ed inoltre nel bl. piffarus della 
Thesaureria Urbis Bonon. all' ann. 1364, e nella Cronac. 
di Bergamo, 1386. Io credo piuttosto che entrasse fra noi 
nei secoli 12° o 13° e probabilmente coi soldati tedeschi che 
venivano cogl' Imperatori, ovvero cogli avventurieri. Certo 
io strumento era molto in uso nel medio-evo in Germania 
e specialmente in Isvizzera, e ne è prova non ultima il fatto 
della frequenza con cui il cognome Pfeifer ricorreva e ri- 
corre tuttora nel campo della lingua tedesca, massime fra 
gli Svizzeri; e fu senza dubbio la circostanza dei numerosi 
suonatori militari di piffero negli eserciti tedeschi e sviz- 
zeri che contribuì potentemente a rendere comune il nome 
in Italia e in Francia, quando essi nei sec. 15° e 16° ven- 
nero in questi due paesi. Onde il Davila in un passo delle 
sue storie dice « Un' ora innanzi giorno si sentirono i 
tromboni e pifferi degli Svizzeri ». In Francia appare prima 
di tutto la forma pifre nel sec. 15" [SullyJ; il che lascia 
capire che il fr. prese questa parola dal ted. in un tempo 
quando in quest' ultimo la labiale era stata quasi total- 
mente assorbita dalla spirante. Non è difficile supporre che 
storicamente la cosa succedesse nelle guerre tra gli Sviz- 
zeri e il Duca di Borgogna ( 1469-1477 ), ovvero ai tempi 
di Carlo Vili e Luigi XII, considerato specialmente la 
uguaglianza di svizz. pfìfer con fr. fifre. Il fr. pifre fa la 
sua comparsa nel sec. 15°, e si svolse da fifre, forse non 
senza qualche influsso di it. piffero. Dal signif. di " suo- 
nator di piffero " il fr. pifre ha svolto quello di " uomo 
dalle guance gonfiate ", e poi di " uomo grosso e tarchiato " 
ed infine quello di " ghiottone ", che è termine ingiurioso. 
Ora è notevole che anche il dial. modem annetta al nome 
piffero lo stesso signif. del fr., cioè di " uomo grosso " ed 
anche di "pezzo grosso di checchessia"; signif. che non 
ci è presentato dall' it. scritto. Derivaz. : pifar-a-o ; pifera- 
re-tore ; pifer-ello-ina-one ; spiffera re. 



372 PILUCCARE — PIÒ. 

Piluccare, pluccare, spluccare, cogliere 
alcunché colla punta delle dita. Il Diez fa di pluccare spluc- 
care una cosa sola con piluccare, e trae quest' ultimo da 1. 
pilus, pilare. Però il Mackel vede in fr. pluquer, norm. plu- 
chotter, prov. piluccar, un deriv. da ags. plucchan, bt. pìuk- 
ken. Credo che anche le voci it. venissero di là; che da 
una parte il concetto di " pelare : ' che logicamente deriva 
da pilus pilare è assai diverso da quello che scorgesi nei 
verb. it. messi in fronte a questo articolo; e dal 1. del resto 
1* it. derivò i vb. pelare, spelare, spelacchiare che conserva- 
rono il senso preciso che aveva il 1. ; d'altra parte il gruppo 
gutturale it. ce di consueto rappresenta un uguale gruppo 
ger., e ad ogni modo è molto inverosimile che si svolgesse 
da pilare. Per tutto questo ritengo che qui siamo di fronte 
ad un'etim. ger. 

Fio, piód, coltro, vomere ad un taglio (Biondelli). 
È voce dialettale dell' Alta Italia, e nella prima delle due 
forme ricorre nel bolog. parm. e mant., e nell' altra nel 
regg. Il tirol. presenta jdof. Immediatamente riposa su bl. 
plovus plous ricorrente nella Lex Longob. lib. I, tit. 19, 
§ 6. Rotar. 293 « Si quis ploum aut aratrum alienum iniquo 
animo capellaverit, componat solidos tres, et si furaverit 
reddat in ahtugild \ risarcimento fatto mediante un valore otto 
volte maggiore] ». Questo plous plovus era evidentemente la 
forma latinizzata del termine longobardo (1) corrispondente 
ad aat. plòh, aratro, a cui sono parallele le forme : aat. 
phluog fluog jiuoc phluoc pluag, e mat. phluoc pfluoc à' ug. 
sig., donde tm. Pflug, aratro. In quel campo abbiamo ancora : 
anrd. plògr, ags. isl. sv. plog, dan. ploug, plov, afris. plóch, 
fris. ploge pluwge, a. ing. plow, ing. plough [pronunc. plò] t 



(1) Ciò è provato anche dall' aggiunta « aut aratrum » fatta 
a plous. E la solita spiegazione che ricorre spesso dopo le parole 
ger. Reca quindi maraviglia che il Meyer C. non annoveri anche 
questa tra le parole longobarde. 



PIOLETTO — PIORL. 373 

n. ol. ploeg ; più dialet. plòu plogv, tutte forme significanti 
"aratro''. Secondo il Grrimm, Ges. d. d. Sp. 56 il vocab. ger. 
avrebbe avuto origine dallo slavo, dove troviamo : lit. pliu- 
gas, russ. plugo,, poi. plug, boem. pluh d' ug. sig. Ma il 
Grrimm, Gramm. 3, 414 sostiene al contrario che il lito- 
slavo proviene dal ger. ; il che è as^ai più verosimile, at- 
tesa T antichità di quest' ultimo, e il poco influsso eh' e- 
sercitò lo slavo nei tempi remoti sulle lingue limitrofe, ed 
in ispecie sul ger. ; e questa è 1' opinione anche del Kluge 
il quale poi, notato che i Grermani avevano antichissima- 
mente altre designazioni per l' aratro, aggiunge che essi 
contrassero la cognizione e l'uso dell'arnese nei loro viaggi, 
e che ad ogni modo il ceppo di questo vocab. ebbe assai 
per tempo una larga diffusione nel campo germ., come si 
scorge anche dalla moltiplicità delle forme dialettali. Il 
Eaulmann trae il nome gei*, da vb. aat. phluogen, arare, la- 
vorare, risalente a rad. di vb. perduto phlagan, faticare, 
raschiare, stropicciare. Quest' ultimo infine risalirebbe a rad. 
pìdag di vb. phl'égan coltivare, raschiare. Del resto il vocab. 
ger. non entro mica solo in Italia : lo troviamo anche nel- 
l'afr. sotto le forme di plojon ployon plajon; ma dopo il 
sec. 15° non comparve più. [ V. Lacurne, Diction. Ancien 
Francoise, voi. 8, 344, 47 J. Ricorre spessissimo nel bl. specie 
nell' Italia superiore, e nei derivati plogetum, terra arabi- 
lis. cart. dell' an. 1130, e plodius, misura agraria, e fors- 
anche plobegtim, genere di tributo, donde il dial. piòvego. 

PiolettO, piccola ascia (dial. com.). E un dimin. che 
ha per base, secondo il Diez, aat. pthal, jnal, bthal, Mal, 
mat. bìhel, btl, ascia, scure, tm. Beil scure. Evidentemente 
esso non può, a cagione del suo signif., avere alcuna rela- 
zione cun pialla. 

Fiori, secchio (dial. lomb.). Anche questo vocab. 
dial. viene dal Diez riportato ad un ceppo ger . cioè ad 
aat. piral urna, sparito del tutto dal mat. e dal tm. 



374 l'IZZA. — POLTRO. 

Pizza, pungiglione, becco. È voce che appare sotto 
diverse forme in parecchi dial. it. e il cui tema servì di 
fondamento a parole proprie anche dell' it. scritto. Abbiamo 
adunque: sard. pizzu, emil. pizza, becco; mil. pizz, sicil. 
pizzu, pungiglione; venez. pizzar, pungere. Il signif. fon- 
damentale era dunque quello di " cosa appuntata e pun- 
gente " Le voci it. svoltesi da questo radicale sono pizzi- 
care, pizzico-re col senso di " pungere leggermente ; ', pinzo, 
pungiglione, e pinzette, mollette da cose minute. Pinzo io 
credo siasi formato da pizzo per dissimilazione della prima 
2 che s' è nasalizzata. Nel campo delle lingue neol. sorelle 
abbiamo: lad. pizza, pungiglione, sp. pinzas, fr. pincettes 
pinzette ; sp. pizca, pizzico, vali, pizzi, valac. patzigà, jriscà, 
cat. prov. pezugar, sp. pizcar, pinchar, fr. pincer, épincer 
epinceler, pizzicare; port. piscar, stringere gli occhi. Ora 
tutte queste voci rom. sono dal Diez e da altri rimenate 
ad ol. pitzen. t. pfetzen d' ug. sig. Alcuni hanno invece 
proposto un 1. " pictiare che sarebbesi formato da pingere 
in senso di " pungere ". Ma ci sono difficoltà gravi. Prima di 
tutto se la cosa stesse così, in it. pizzare sarebbe primi- 
tivo e pizza, pizzo derivato ; mentre si verifica proprio il 
contrario. Inoltre è da notare che il signif. fondamentale 
in pizza è materiale, e vale " qualche cosa di appuntato ". 
Ora tutto questo e il fatto dell' esistenza della forma dial. 
spizza, ci conducono piuttosto a pensare ad aat. pizzi, raat. 
spitz, spitze, tm. Sjntz, punta, da cui in it. sarebbe caduta 
T iniz. s, benché non sempre. Che se vorrassi ad ogni modo 
trarre il tema di pizzico, pizzicare da 1. pictiare, converrà 
per lo meno separare da esso pizza, pizzo in senso di "pun- 
golo, becco ", rimenando quest' ultimo al vocab. ger. sopra 
accennato. 

Poltro, poltrone, ozioso, pigro, dappoco, vile 
(Jacopone, Dante). Voci parallele sono: sp. poltron, port. 
potrò, fr. poltron (venuto dall' it. ). Il fr. nel dial. sciamp. 
conserva la forma pleutre rispondente all' it. primitivo 



POLTRO. 3<0 

poltro. Il Diez respinge 1' etim. del Salmasio da 1. pollice 
truncus (allusiva al costume di quelli che recidevansi il 
pollice per non andare alla guerra), perchè contenente, 
come avvertì già il Ménage, un accorciamento troppo duro, 
e respinge altresì quella proposta da quest' ultimo da 1. 
pullitrus, animale giovine, per non essere giustificato il 
trapasso dei sensi da " timido " a " pigro, vile " proposto 
dal Ménage. Difatti contro di lui il Diez osserva che le 
bestie giovani saranno timide si, ma niente affatto pigre 
e vili. Si può inoltre soggiungere che pullitrus die poliedro r 
poltruccio, poltracchio, i quali nomi non presentano alcuna 
relazione ideologica con poltro, poltrone. Perciò il Diez 
cava poltrone dal sost. poltro che, a detta del Landino, del 
Vellutello e del Minucci, significava " letto "; onde poltroni 
varrebbe quanto " dormiglioni " : la quale affinità di con- 
cetto fra " letto " e " poltrone " appare anche nel fr. lodier 
che significa ad un tempo " coperta da letto " e " ozioso " 
Di più il famoso spoltre di Dante ( Inf. 24, 46 ) vale evi- 
dentemente "uscire dalle piume", e mostra che vb. pol- 
trire, spoltrire è formazione dal sost. poltro, a cui sono 
sorelle le forme: mil. polter, romag. putta r, venez. poltrona, 
letto da riposo. Onde s' avrebbe questa scala di idee : 
" letto-dormiglione-pigro-dappoco-vile ". Posta questa con- 
nessione fra poltrone e il sost. poltro " letto ", il Diez trae 
quest' ultimo da sost. aat. polsiar, bolstar, cuscino, guan- 
ciale, piumaccio, che è indubbiamente indigeno nel campo 
ger. e che non uscì dall' aat. per entrare nel mat. e fcm. , 
e nota che se la caduta della s non è comune nelle parole 
ger. penetranti in it., è però spiegabile in questo caso, data 
la durezza del gruppo Ist insoffribile alle bocche ed orec- 
chie degl' Italiani. Si vuole inoltre considerare che l' it. 
offre anche la parola boldrone "vello, coperta di lana", 
che pi dire del Veneroni, presenta la variante boldra. Ora 
da una parte essa è vicina alle forme dell' aat,; e d'altro 
canto la doppia iniz. dijp in poltrone, e b in boldra. boldrone, 



376 i'oniìa. 

è una prova di più per 1' orig. ger., giacche in quel campo 
s'aveva polstar e bolstar ; e del resto è noto che non sono 
rari i casi di parole che in it. presentano queste due iniz. 
appunto perchè l'avevano anche nel germ. , dove al h del 
basso ted. 1' alto tedesco sostituisce il p (ad es. balco-/) 'ileo: 
balla-palla; banco-panca; bicchiere-pecchero ecc.). Infine lo 
S heler osserva che il doppio sonso di it. poltrire "abban- 
donarsi al sonno " e " alla pigrizia " milita anch' e3so a 
favore di aat. polstar; al quale proposito allega l'espres- 
sione ted Barenhàuter che vale letteralmente '• dalla pelle 
dell' orso ", e designa scherzosamente e spregiativamente 
" il guerriero che in luogo di combattere resta oziosamente 
avvolto in una pelle d' orso ". Quindi 1' etim. ger. in questo 
caso, tenuto specialmente conto delle voci dialettali suac- 
cennate, è probabilissima. Deriv. : poltron-a-cione- ggiare ; 
poltrire; spoltrire; spoltronirsi. 

Ponga, gozzo degli uccelli; esca. È voce di parec- 
chi dial. ital. : venez. e nap. nel primo senso ; piacent. e 
lomb. nel secondo. Il Diez trasse il ponga del ven. e nap. 
dal got. puggs. " borsa ". il quale ultimo signif. si riscontra 
tuttavia nel valac. punge. Il trapasso logico dal senso 
di " borsa " a quello di " gozzo d' uccello " è spontaneo, 
e ne abbiamo un esempio analogo, benché inverso, nella 
parola inaghetto ( V. Magone ). A got. puggs pugg sono 
paralleli: aat. pfung fung. ags. pung, anrd . pùngr, sv. dan. 
pung, borsa, bt. pung, punge, pungel, borsa, piccol sacco, 
pacchettino, vb. pungen pungeln, impacchettare (Bremisch 
Worterb., 3, 377; Dàhnert, Plattdeutsch.es Worterb. 364; 
Hennig, Preutsisches Worterb. 197). La gran diffusione di 
questo vocab. nel campo ger. non lascia evidentemente 
alcun dubbio suIT orig. ger. immediata del nome dial. ital., 
e delle forme punga, puncha del bl. che vedremo più sotto ; 
e ciò è confermato dalla priorità di tempo nel ger. rispetto 
agli altri campi. Difatti il got. puggs e aat. pfung è cer- 
tamente anteriore al bl. punga, bisaccia, ricorrente presso 



POTASSA. 377 

S. Audoeno nella vita di S. Eligio e in Angilberto Ab- 
bate presso Ariulfo; a bl. puncha Statuto Massil. an. 1276, 
a bl. pochia, Process. de Vita B. Mariae de Maillac. an. 1361 
presso il Rymer. È ben vero che lo troviamo anche nel 
basso greco sotto le forme di nou^y^ Trouyyiov di Leone il 
Filosofo ( -+- 911) nei suoi Taxrtxà, e nel n. greco r. s •'/;;'. ; 
ma il greco non può certo essere stato la fonte del got. e 
delle forme ger. occidentali che sono troppo chiaramente 
state la fonte diretta delle bassolatine. S' aggiunge a questo 
che fr. poche fdial. poque, pouque\ tasca, risale ad ags. 
pocca, nd. poki, da cui ing. pok, poke, pouk, la cui rad. poc. 
a detta dello Scheler, mediante nasalizzazione, die anche 
aat. pfunc, fung, mat. pfunc, sv. dan. punc, base immediata 
della parola in questione. Secondo lo stesso Scheler il si- 
gnif. fondamentale di questa rad. è quello di " cosa scavata, 
cosa gonfiata"; ed a questo signif. si possono facilmente 
rimenare i sensi antichi e attuali di " sacco, borsa, falso 
plico, tumore, pustola ". Questa osservazione dello Scheler 
vale anche pei signif. di it. ponga " borsa, gozzo, esca ". 
Lo Schade pag. 688 raffronta qui lit. pungulys, fascio, 
pacchetto, pttngulùkas, pacchettino, pungulèlis, fascettino, 
Kurschat 1,268, 1, 103; inoltre a. si. pagva. pagy, co- 
rimbo ; Miklosich 764 poi si chiede se il ger. non proceda 
dallo si. A noi ciò pare molto inverosimile, oltre che pel- 
le ragioni accennate più sopra, anche per la notevole dif- 
ferenza del senso, poiché quello di " fascio " messo come 
fondamentale non si presta troppo bene a svolgere i signif. 
che vediamo nel got. e negli altri rami del ger. Ma chec- 
chessia dell' orig. prima, a noi basta porre in rilievo la 
deriv. immediata delle forme it. dalle ger., le quali io credu 
s'introducessero mediante i Goti, cioè quando la ini/., er 
ancora la tenue p, e non era ancora stata resa spirante 
mediante la Verschiebung dell' altotedesco. 

Potassa (neol. ), sale alcalino ricavato dalle ceneri 
di piante. Immediatamente riproduce fr. potasse che in 



378 PREDELLA — PRILLO. 

quella lingua compare primieramente nel Thenard, Traiti'- de 
chimie, 1813. Il fr. poi con ginev. potache ha per base 
tm. Pottasche, sv. pottaska, ing. potash d' ug. sig. ; ma che 
letteralmente varrebbe " cenere di vaso ", essendo composto 
di Pott vaso, pentola, e Asche cenere. Deriv. : potassio. 

Predella, arnese di legno su cui si tengono i piedi ; 
parte del freno; sorta di vaso; scaglione, imbasamento. 
[Dante, S. Greg. j. Gli corrisponde milan. brella d' ug. sig. 
e prov, bredola. Questa voce non riscontrandosi che nel 
campo ital., dovette entrare mediante i Longobardi, benché 
non ricorra nei loro documenti. Eisale certamente ad aat. 
pr'èt préta bret, superficie piana, asse, tavola, donde mat. 
br'èd, tm. Brett d' ug. sig. L'ags. è br'éd, got. * brid. Il mat. 
presenta un bretel, assicella, che lascia ci supporre un dim. 
aat. pretel, che sarebbe la base immediata delle forme it. 
prov. e milan. Secondo il Faulmann aat. brett prèta si 
formò da vb. br'éttan, tirare, stendere, affine a briten, in- 
trecciare, e ad aat. preitton, allargare; da cui anche breit, 
largo. Il Kluge rannoda aat. bret ad idg. bhrédhos, ind. 
bradhas. Da questo idg. bhrédhos V antico ger. per la metatesi 
di re in or formò i due ceppi brédo e bordo ; il primo ge- 
neratore di bret pret, e l'altro di bori. (V. Bordo). Deriv.: 
predell-etta-etto-ino-one-uccia. 

Prillo, giro fatto in tondo ; trottola. Il Tommaseo 
la registra come voce dialettale, laddove dà prillare come 
voce della lingua. Corrispondono : tirol. pirlo col deriv. 
pirlar, lomb. bivio, birla, march, brillar, girare. Lo Schneller 
trasse le voci lomb. e tirol. da mat. tivirl, trottola, oggetto 
rotondo, a cui sono affini vb. agr. twirl, girare, donde ing. 
twirl, giravolta, ed in ciò fu seguito dal Caix. Io ammet- 
tendo l' orig. ger., credo che non dal mat. siano venute 
immediatamente queste voci, dacché il mat. rarissimamente 
influì sull' it. e specialmente sui dialetti, bensì dal vocab. 
ger. che stava a base del mat., quantunque esso non ap- 
paja documentato. Lavarie tà lomb. curio spetterebbe a ted. 



PROLI A — PULEGGIA. 379 



quirlo, e suffragherebbe la derivazione dello Schneller. Prillo 
poi sarebbe una metatesi di jnrlo, e march, brillare di pir- 
lare; ed a questo ceppo il Caix riduce anche priroletta, 
giro fatto in tondo colla persona, mediante un pirletta, 
benché questo possa anche essere riproduzione e modifi- 
cazione di fr. pirouette d' ug. sig. Deriv : prillare. 

Proda, sponda, ripa, orlo od estremità d' alcuna 
cosa (Dante, Buti, Boccaccio). Secondo il Diez il vocab. 
it. in questo senso è d' orig. ger., ed ha per base aat. proth 
prort, brort, orlo, margine d' una cosa, labbro, corona. 
L'ags. è brerd, briord, breard, labbro, spiaggia, brord, sti- 
molo, punta, anrd. broddr, saetta, prima ed ultima parte 
d' una cosa. Si rannodano qui : vb. prortòn, brorten, bror- 
tian, brortùn, pitturare, listare, ags. bryrden, compungere, 
stimolare, anrd. brydda, aguzzare, agg. bryddr, munito di 
stimoli. L' aat. prort valeva anche " prora " o parte ante- 
riore della nave"; ma il Diez crede che it. proda, prua 
in questo senso proceda da lat. prora, gr. Tz^ypa, da cui 
anche sp. port. prov. proua e fr. protie. Si può peraltro 
muovere un' obbiezione Se si ammette che aat. prort, prora 
sia originariamente la stessa parola che prort, orlo, mar- 
gine, perchè l' it. proda in senso di " sponda " ripa, orlo " 
non potrebbe essere identico a proda in signif. di " prora " ? 
e il primo de' due concetti non potrebbe essere una spe- 
cializzazione svoltasi dal secondo precisamente come nel 
campo ger.? In questo caso è chiaro che per il proda "ripa, 
orlo " non ci sarebbe bisogno di pensare ad un etim ger., 
ma basterebbe il 1. prora, come per proda, parte anteriore 
della nave. Questo dico nell' ipotesi dell' unità primitiva 
di aat. prort " Vorder schifi' ' ", e di aat. prort "Band": in 
caso diverso 1' obbiezione perde il suo valore. 

Puleggia, sorta di girella da taglie e da carrucole 
(Baldinucci). Gli corrispondono : afr. e fr. poulie d' ug. >ig., 
da cui provennero sp. polea, port. polé, ing. pulley. 11 ginev. 
presenta la forma polie. Il bl. ci offre polea o poleyia in 



380 



QUAGLIA. 



due docum. del 1305 e del 1362 e sul territorio francese. 
(V. Du Cange) e su questo bl. riposa immediatamente la 
forma it. che nello scritto appare solo nel sec. 16". Il fr. 
poulie fa la sua comparsa sin dal sec. 13°, secondo il Littré, 
e dopo il 16° non è più usato. Il Diez e lo Scheler fanno di 
fr. poulie un sost. vb. derivato da vb. poulier, e questo ri- 
menano al vb. ags. puìlian, tirare, guindare, strappare, re- 
mare, donde ing. to pulì d' ug. sig., e nome ing. pulì 
tirata, strappata, sforzo e puller. svellitore. Come s'è visto, 
ing. pulley è riproduzione del fr. 11 Caix fu quegli che 
riconobbe 1' affinità della voce it. colla fr. e per conseguenza 
la sua orig. ger. Ad ogni modo credo che in it. questa voce 
sia penetrata non direttamente dal ger. ma mediante il 
francese; e probabilmente anche in fr. entrò posteriormente 
alla Vòlkenvanderung, forse per opera dei Normanni, trat- 
tandosi di termine eh' era in origine marinaresco. Deriv. : 
puleggina. 



a 



Q,uacflia, genere d'uccelli dell' ordine dei gallinacei 
(Lib. Amm. ; Cresc. 10,21; Sacchetti). Ha per corrispon- 
denti: fr. caille, picard. coaille, colile, vali, quaja, prov. 
calha, a. sp. coalla, cat. guatila, valenz. guala, lad. quacra. 
Il bl. presenta le forme quaquila, quaccila, quaquara, qua- 
quadra, delle quali quaquila ricorre in Papia nel sec. 10°, 
e quaquara presso il Monaco di S. Gallo nella Vii. Caroli 
Magni. Dire che la voce rom. è un' onomatopea formatasi 
in questo campo non credo si possa; perchè si potrebbe 
chiedere perchè il rom. aspettasse a crearla solo nel tempo 
eh' esso venne a contatto colle lingue ger., e non la fog- 
giasse prima. Inoltre, è vero che il w ger. che sta per iniz. 
nella voce aat. wahtala, wahtila è reso d' ordinario in rom. 
col gu, e che qui è invece rappresentato dal qu; ma le 
forme cat. e valenz. ci offrono precisamente il gu; le quali 



QUAGLIA. 3S1 

due ultime forme guatla e guala sono poi anche per altre 
ragioni evidentemente vicinissime al ger. Per questo, no- 
nostante che il Diez si limitasse a raffrontare le voci rom. 
alle ger., senza esprimersi sull' origine delle prime, io credo 
col Littrè, col Mackel ed altri alla deriv. delle voci neol. 
dal ger. In questo campo abbiamo adunque: aat. wahtala, 
wahtula, wahtila, wahtela, quattala, mat. wahtel, ags. rcyhtel, 
m. ol. quakele kwakkel, kwartel, bt. quakkele, tm. Wachtel d'ug. 
sig. Il passaggio fonetico da icahtala, wahtila a lat. quaquila, 
it. quaglia, fr. caille, si spiega mediante la posizion ■ del- 
l' accento sulla sillaba iniz. del vocab. ger. che rese pos- 
sibile un * quatta (che è precisamente il caso del cat. ), 
e poi di quatta per assimilazione progressiva del t ad l. 
Difatti le forme a. sp. coatta e prov. afr. calha riflettono 
appunto questo stadio intermedio ; infine le forme it. e fr. 
hanno ammollito del tutto l'ultimo gruppo consonantico 
di guatla. * Il bl. </uaccila è in equazione perfetta con bt. 
e m. ol. quakkele, eqtiakele; sicché ognuno capisce che la 
orig. del bl. quaquila, quaccila dal ger. non si può volgere 
in dubbio. Al che si deve anche aggiungere la stessa diffu- 
sione delle voci rom. di preferenza nell'Europa di sud-ovest 
e nelle provincie che furono in stretto rapporto colle po- 
polazioni ger. Un po' di difficoltà potrebbero fare le forme 
bl. quaquara quaquadra e lad. quacra che paiono scostarsi 
dal tipo ger.; ma è ovvio l'ammettere che quaquara si 
potesse formare da quaquila per dissimilazione e induri- 
mento della l in r. Circa la storia del nome ger., lo Schade 
p. 1077 suppone che aat. wahtala spetti a tema irahta da 
rad. wak, vegliare. Wahtala varrebbe adunque " che vi- 
gila e fa da sentinella"; e una tale denominazione accen- 
nerebbe al costume che ha questo gentile uccello di emet- 
tere sin dalle primissime ore del giorno sugli alti seminati 
il suo caro grido (Pick werwick; Biick den Riickl die cur lue) 
come un invito a vegliare. Però il Grimm nella Gcs d. </. Sp. 
l'ò ammette che possa essere un suono onomatopeico, ov- 



382 '.'| abzo. 

vero anche un notevole storpiamento dell'antico vartoka. 
con trasposizione di k ed r \vaktara\ e indebolimento 
di r in l \waktala\. Possono qui confrontarsi sans. var- 
takas, vàriikà, vartakà, vartaki, quaglia, Pictet 1, 495. 
Queste forme spetterebbero a radice varth, girare, vol- 
gere; il che accennerebbe, come pensa il Pictet, alla pro- 
prietà di questa sorta d' uccello di volgersi e girare sulla 
terra nei luoghi sabbiosi. Il Kluge opina invece che il 
ceppo denotante " quaglia " per le lingue sans. gr. e 
1. work, wortog che si esplicò in sans. vartikà, gr. 5pru£ 
[1. coturnix?\ sia affatto estraneo al campo ger., e non 
abbia relaz. alcuna con aat. wahtala. Il Faulmann infine ri- 
tiene che il nome ted. siasi formato da rad. del vb. bt. 
quaken, gridare per lo stupore e l' indegnazione; poi mette 
questo vb. in relazione con aat. vehan, scintillare, essere 
vivace, vegliare. Deriv. : quagliaio-quagliere-quagliarolo. 

Q,LiarzO (neolog. ), nome d'un acido silicico risul- 
tante da ciottoli più o meno puri e cristallizzati (Targioni- 
Tozzetti). Martino Schultze nell' opusc. Germanischen Eie- 
mente der franzosischen Sprache p. 20 osservò che i vocab. 
passati dal mat. e tm. nelle lingue rom. sono per lo più 
termini mineralogici e chimici. Ora quarzo è precisamente 
uno di questi. Esso riposa su mat. quarz che appare sin 
dal sec. 13°, e che die di poi tm. Quarz, ol. kvarts, ing. 
qtiartz, fr. quartz. Quanto al nome ger. in sé il Littrè ac- 
cennò all' affinità con tm. Warzc, porro, escrescenza, mam- 
mella. Il Faulmann lo trae da rad. quarz di vb. perduto 
querzan, fermentare, odorare, scintillare; ed avrebbe dovuto 
il suo nome o al colore cristallino, o alla sua durezza. Ma 
anche il Faulmann ammette che la consistenza granulosa 
del minerale rende assai più verosimile 1' affinità con 
Warze, il qual ultimo nome il Faulmann fa svolgersi dalla 
stessa rad. quarz con lo stesso processo logico, anzi ran- 
noda qui persino Harz, resina, gomma. È probabile che il 
nome in it. penetrasse non direttamente dalla Germania, 



RABBUFFARE — RABBUFFO. 383 

ma dalla Francia, dove lo troviamo usato primieramente 
dal Buffon verso la metà del secolo scorso. Deriv.: quarz- 
if ero-oso. 

R, 

Rabbuffare, scompigliare, avviluppare disordinata- 
mente capelli, peli e simili (Jacopone, Dante, Boccaccio). 
Il Caix vede in questo vb. una metatesi di vb. baruffare, 
cbe presenta precisamente il senso di rabbuffare nell' ant. 
ven. borfolu da baruffoluto. Analoghi signif. riscontriamo 
poi in com. baruf, ciuffo di capelli, lad. barufar. arruffare, 
e fr. ébouriffer. A base poi di it. baruffare e fr. ébouriffer 
il Caix pone: aat. biroufan, strappare, svellere composto 
di prep. bi == bei, e di aat. roufan, raufan, roufen, mat. 
roufen, reufen, roifen, tm. raufen, tirare, svellere, strappare. 
Questo vb. avrebbe adunque la stessa rad. che esamine- 
remo sotto Raffare. Deriv. : rabbuffato. 

Rabbuffo, bravata fatta con parole minaccevoli 
(Varchi, Ercol. ; Lib. Son. ; Davanzati). Questa voce non 
ha corrispondenze nelle altre lingue rom. ; e il Caix notò 
molto bene eh' essa è affatto distinta da vb. rabbuffare. 
Ha però per base anch' essa un vb. ger. foneticamente vi- 
cino a quello da cui proviene il vb. precedente, cioè aat. 
bincofan, piruofan, donde mat. beruofen, beriiefen, beriiefen, 
tm. berufen, sgridare, rimproverare, provocare. Anche qui 
si sarebbe passato da aat. Inruofan ( e forse da mat. ì>e- 
r'defen, giacché non è inverosimile che un tal nome che 
in it. appare assai tardi, entrasse dal mat. mediante il lin- 
guaggio militare), all'attuale rabbuffo con una metatesi, 
come nel caso del vb. precedente. 

Rada, spazio di mare difeso dai venti fra ltf terre 
e i contorni delle coste, dove le navi possono gettar 1' àn- 
cora (Magalotti). Secondo il Tommaseo è francesismo, ma 
assai usato in Toscana. Entrò in Italia verso la fine del 
sec. 17° o sul principio del 18°: in Francia invece, a detta 



384 RAFFABK — RAITBO. 

del Littrè, ricorre sin dal 16° colla forma rade, da cui è 
probabile derivasse immediatamente anche sp. rada. Il fr. 
aveva a base il nd. reida, preparazione, equipaggiamento, 
ornamento, sottinteso " della nave ". Da questo rignif. let- 
terale primitivo si passò quindi a quello di " luogo ove la 
nave viene preparata ". A nd. reida, anrd. reide, reithi cor- 
rispondono : ol. ree, reede, m. ing. róde, ing. road [ da ags. * 
rad. \. Dalle voci bt. si svolse il tm. Reede, poi Rhede 
d' ug. sig. Secondo il Kluge il fondamento immediato 
del fr. e quindi di tutte le voci rom. non è già nd. reida, 
bensì il ceppo ing. road, ags. rad. Le voci ger. spettano 
tutte a rad. raid, preparare, che riappare in ags. bereit, 
ing. ready, più lontanamente got. garaids, pronto; a cui si 
connette perfino vb. reiteri, cavalcare e propriamente " u- 
nione di ciò che occorre per una spedizione guerresca ". 

Raffare, togliere con prestezza, afferrare, strappare, 
rapire (Buonarr., Fiera). Corrispondono qui: mil. rafa, piem. 
rafé, lad. raffar, afr. raffler, fr. raffer, lor. raffoua, tirare 
a se con violenza. Inoltre: piem. rafa, rapina, bottino; lor. 
annon. raffe; romag. rijfa-raffa, lad. riffa-raffa, sp. rifì-rafe 
d' ug. sig. Queste voci rom. risalgono ad aat. * raffòn, mat. 
raffen, reffen, mat. raffen d' ug. sig. ; nd. hrafla, togliere 
prestamente. L' ing. to raff è venuto dal fr. Nel tm. ab- 
biamo anche Raffel, strumento da raschiare ; 1' ol. sv. rajf'el, 
ing. raffle, valgono " sorta di giuoco, riffa ". Il ceppo ger. 
spetta a rad. ger. hrap, che esamineremo poi sotto Ro.ppa 
e Rappare. Deriv. : raffa, raffio, riffa, ruffa; arruffare, ar- 
raffiare. V. anche Rappa e Rappare. 

Raitro, nome di soldati tedeschi a cavallo che mi- 
litavano nelle guerre civili di Fiandra e di Francia (Da- 
vila). Griova riportare un passo di questo storico: « Osten- 
tando i raitri (così chiamano i soldati tedeschi) le prede 
e le ricchezze, persuase loro di seguitarli ». Il nome ri- 
corre anche, com' era naturale, nel fr. sin dal sec. 16' 1 colle 
forme reìtre e rètre. È riproduzione immediata di tm. Reiter, 



HAMFO — RAMPA. 385 



cavaliere, che ha per forme parallele Bitter e Reiter. La 
rad. ger. è rid, preger. ridh, reidh, che die vb. aat. ritan, 
mat. riten, tiri, reiteri, ags. ridan, ing. to ride; a cui pare es- 
sere affine anche a. gali, rèda, cocchio, veredus in parave- 
redus, cavallo da posta, donde tm. Pferd, e it. palafreno; 
gr. é'poGo?, messo, servo, e certamente poi il ceppo ger. esa- 
minato -otto Rada. Deriv. : la frase « alla raitra ». 

Ramfo, spasimo, contrazione dolorosa di certi mem- 
bri. E voce propria del dial. lombardo, che presenta le 
forme ramfo, ranfo. La base è mat. rampf d'ug. sig. Ma 
è difficile poter credere che una voce dial. lombarda ve- 
nisse direttamente del mat. che fiorì in tempo quando il 
t. non esercitò influsso alcuno sui dial. it. Siamo quindi 
condotti a credere ad una importazione longobarda : e 
quindi ad ammettere che il vocab. esistesse anche ai tempi 
dell' aat., benché non appaia documentato. Il tm. usa nello 
stesso senso Krampf da aat. krampf kramff, che vedemmo 
aver dato orig. a granfio, e che non è altro che forma rin- 
forzata di rampf. 

Rampa, branca, zampa, artiglio, (Caro, Eneide). 
Sotto questa forma il nome compare tardi nello scritto; 
ma era indubbiamente comune nella lingua parlata anche 
molto tempo prima; poiché troviamo rampante nel Villani, 
rampo nel Sacchetti, ed altri derivati in altri scrittori. Ri- 
spondono qui : prov. rampa, granchio, afr. ramper, aggrap- 
parsi, inerpicarsi, fr. ramper, strisciare, port. rampant, sa- 
liente. Le voci romanze hanno a base la rad. ger. rap di 
vb. bt. rapen, da cui anche it. rappare. Ora questa rad. 
rap si nasalizzò nel suo campo nativo dando origine a 
vb. bavar. rampfen, tirare a sé, ghermire (si riferisce qui 
anche mat. rampf donde it. Ramfo), signif. che spiega be- 
nissimo quello assunto in it. e rom. di " uncino, branca " ; 
e si nasalizzò anche nel campo neol., e die luogo perciò 
oltreché a rappare, a rampa, e rampare. Ma questa radice 
la rivedremo sotto Rappare. Lo Scheler osserva che il si- 

25 



386 BANCO — BANDA. 

gnif. attuale di fr. ramper, strisciare, si svolse dall' an- 
tico ch'era quello di "arrampicarsi", con questa concate- 
nazione " aggrapparsi, -arrampicarsi, salire, andare con quat- 
tro zampe ". L' ing. to ramp, " saltare, arrampicarsi " pro- 
babilmente è d' estrazione francese. Il fr. rampe, sp. rampa 
valgono "salita, balaustrata, ringhiera ". Deriv. : rampo-ne; 
rampicare, rampichino, rampicone, arrampicarsi. 

Ranco, chi per aver le gambe torte mena l'anche e 
cammina a sghembo, sciancato, zoppo ( Lib. Cur. Malat. ; 
Cene della Chitarra; Redi). Voci sorelle sono: cat. ranco, 
sp. renco, e forse anche rincon, rancon, rencon, catal. racó 
angolo, afr. rane, dalle gambe storte, sciancato, venez. 
ranco, storto. Come semplice non è molto comune; ma 
compare spesso nei composti: inoltre nel gen. arranca, 
piem. ranche, sp. arrancar. L' origine del ceppo rom. sta 
nel ger. che ci presenta: aat. wrank, rank, ranch, wranki, 
renki, storto, curvo, mat. rane in nachranc, astuto, pieno 
di giri, tm. Rank, pronto movimento, rigiro, macchina- 
zione, Rank, uomo tristo, Ranke, viticcio, vb. ranken av- 
viticchiarsi, vb. renken, tirare in qua e in là, che risale ad 
aat. renken, rencan per * wrankian. Spettano pure a que- 
sto ceppo ags. ivrenc, curvatura, ing. wrenc, storcimento, 
schianto, to wrench, girare. Il Kluge crede che vb. aat. 
renken sia radicalmente affine a ringen da tvringan, e che 
il k di renken accanto al g di ringen sia dovuto allo stesso 
fenomeno per cui una stessa rad. die i due vb. biicken e 
biegen, piegare, leken, e Laigòn, leccare. Da questo si de- 
duce che il signif. primitivo del ceppo renk sarebbe stato 
quello di " sforzarsi, lottare ", e questo conviene benissimo 
anche alle presenti parole it. e specie al vb. arrancarsi. 
La rad. preger. era wrenk, a cui s' attengono manifesta- 
mente gr. ,Ò£p.[2co, io giro, e òò\xficc, paleo, trottola. Deriv. : 
rancare, ranchettare; arrancare, dirancare. 

Randa, fine, termine (Eira. ined. 30; Dante). Il 
Diez non s'occupò di it. randa, benché trattasse ampiamente 



RANDA. 387 

sp. randa, port. renda punta d'un vestito, che però, secondo 
me, sono forme sorelle di it. randa, e prov. randa, punta 
estrema. A base di queste voci rom. sta aat. rand rant, 
mat. rant, gobba o umbone dello scudo, donde tm. Rand, 
orlo, margine, lembo, estremità. Il Kluge spiega lo svol- 
gimento genetico dei sensi così : aat. rand rant valeva 
dapprima " dorso o gobba dello scudo ", poi " estremità 
dello scudo ", infine "■ estremità " in generale. In altri ter- 
mini 1' essere il dorso dello scudo in certo modo 1' estre- 
mità dello scudo fu ciò che servi di concetto intermediario 
alla generalizzazione del signif. Anche il Diez confessa che 
quantunque non sia provato da documenti che aat. mat. 
rant valesse generalmente " margine, lembo ", si può per 
altro ammettere che racchiudesse anche questo senso con- 
siderato che lo presentano ags. rand rond, ing. rand, anrd. 
rónd, sv. rand, e considerato che 1' umbone è F estremità 
dello scudo ; onde una glossa aat. spiega rant per « cu- 
pula vel ora clypei ». Notevole poi è che ol. rand vale ad 
un tempo "margine" e "punta"; il che spiega il signif. 
assunto dallo sp. e port. È dunque evidente che it. randa 
e prov. randa non solo sono d' orig. ger., ma sono sorelle 
delle voci sp. e port II piem. e n. prov. randa = rasiera, 
bastone da far liscio e uguale il contorno di un vaso; ed 
è chiaramente una denominazione tolta dall'idea "del- 
l' estremità ". Quanto al nome ger. in sé, il Kluge mette 
a base di esso got. * randa svoltosi da preger. ram-ta da 
rad. rem, onde ags. rima reuma "margine", dove V m da- 
vanti a d dovette riuscire a n. Da simile forma fondam. 
sorsero in quel campo anche la voce dial. Ronfi, orlo, e 
tm. Einde, corteccia. Nel campo sp. venne da ravdi, r\m 
tessuto retiforme; in quello fr. il nome randon, violenza, 
impetuosità, e vb. randir, randonner, penetrare ing. at ron- 
doni, a caso; benché da taluni queste derivazioni siano 
contestate a cagione specialmente del signif. che si può 
far svolgere dal primitivo solo mediante un grande sforzo. 



RANDELLO — RANGIFERO. 



Sono invece deriv. it. certi i seguenti: randagine, randagio 
(errante, vagabondo; che va da un estremo all'altro |, ron- 
dare, randeggiare. V. anche Randione. 

Randello, bastone corto piegato in arco che serve 
per istrignere e serrar bene le funi, colle quali si legano 
le some o cosa simile ( Sacchetti ; Pulci, Ciriffo C. ) Il Diez 
trae questo nome, che fra le lingue neol. è proprio solo 
dell' it., da t. Radei o Reitel d' ug. sig. Però è curioso che 
non si trovi né nell' aat. né nel mat. Più vicine per forma 
alla parola ted. sono comas. rat, reglia. Deriv. : arrandel- 
lare, stringere insieme con randello. 

Randione, epiteto di una sorta di falcone, che pro- 
babilmente vale "che ha le rande o ali grandi" (Brunetto 
Lat., Tesor.). Un tale signif. mi pare emerga dal passo 
del Latini che dice « Lo settimo lignaggio si è falcone 
randione, cioè lo signore e re di tutti gli uccelli ». Po- 
trebbe anche ammettersi che significasse " che fa le ruote 
o giri grandi ", considerato che da noi randa vale anche 
" ruota, cerchio ". Ad ogni modo randione è certamente 
un deriv. di randa. 

Rangifero, quadrupede simile al cervo con tre or- 
dini di corna, comune nei paesi settentrionali e massime 
in Italia ( Tasso, Mond. Cre. ; Algarotti ). Lo sp. è rangi- 
fero, il fr. rangier. Ricorre anche nel bl. sotto la forma di 
rangifer, ma solo all' anno 1413 e in una carta citata dal 
Ducange. Ad ogni modo è nome entrato nell' Europa me- 
ridionale non più presto del sec. 15.° Riposa immediata- 
mente, a detta dello Schmeller, su di una parola nordica 
raingo che probabilmente è d' orig. lappone-finnica. Questa 
parola compare poi singolarmente sfigurata nell' anrd. hrein- 
dyre, dan. rendyr e tm. Reìintier, ol. reynger, reindier, ing. 
raindeer. Evidentemente, in alcune di queste lingue, e prin- 
cipalmente nel tm., una falsa etim. popolare immaginò che 
nel vocabolo entrasse un derivato di vb. rennen, scorrere 
e tier, bestia. Il primo elemento del composto ci è mostro 



RANGO. 389 

da Gessner che ci offre Reiner, e da Peucer-Eber che ci 
presenta Reen e Reener nel sec. 16.° Ma il primitivo, di 
questo elemento era ags, hran ricorrente in Alfredo il 
Grande ( -f- 903 ), e anrd. hreinn di poco posteriore. Ma 
secondo il Kluge ed altri queste due forme nordiche non 
sono quelle che hanno servito di fondamento a quelle rom. 
e molto meno sono originariamente ger., bensì anch' esse 
lapponifmniche. come del resto la bestia stessa [finn. reen]. 
Anzi il Kluge, benché soggiunga che Alfredo il Grande e 
Gessner confermano il sospetto dell' orig. lapponica, consi- 
derato che ora il lapp. designa questa bestia col vocab. 
patso, crede che hreinn possa essere estraneo anche a quel 
ceppo. All'incontro il Faulmann trae ags. hràn, anrd. hreinn 
da vb. aat. hrinan, separare; cosicché hreinn varrebbe 
" dalle corna separate ". Ma questa mi pare una sottigliezza 
e niente più. V. del resto Renna nell' Appendice. 

Rango (neolog. ), grado, condizione (Magalotti). 
Immediatamente è riproduzione di fr. rang, ordine, fila, 
che con afr. rene, pie. ringue, prov. rene rengita linea, fila, 
serie, è dal Diez fatto risalire ad aat. hring " cerchio ", e 
particolarmente '" cerchio di persone riunite per uno scopo 
determinato ": quindi " disposizione circolare ": e così spie- 
gasi la frase afr. « faire rene autour de soi ». In seguito 
l'idea di "cerchio" si dileguò, e non restò che quella di 
" disposizione, collocazione di persone o di cose su di una 
stessa linea ". L' aat. oltre a hring ci presenta : hrinc ring 
rinc, da cui mat. rinc e tm. Ring, cerchio anello: abbiamo 
poi : ags. hring, ing. ring, afris. hring ring, ol. ring, anrd. 
hringr, dan. ring, got. * hriggs. Queste voci ger. secondo il 
Faulmann si connettono a vb. hrinkan hringan ringan, tor- 
cere, storcere, lottare, sforzarsi, e la specializzazione del 
senso in quello di " anello, cerchio ", sarebbe dovuta al- 
l' essere cjuest' ultimo un mezzo di costruzione e di forza. 
Un' altra derivazione rom. certa e immediata dal vocali. 
ger. è it. arringa-o, fr. harangue (v. arringa); la forma fr. 



390 HAP — UAPPABB. 

rene, rang, è poi dovuta a un;t nasalizzazione che il fr. fece 
dell' aat. rinc. Aggiungeremo che lo Scheler congettura che 
prov. rene possa essere n tsalizzazione di 1. rega, primitivo 
inusitato di 1. regula, ovvero di aat. riga, linea. Ma questa 
è una ipotesi molto inverosimile. Dal fr. rang, derivarono 
anche tm. Rang (sec. 17.°) per lo più in senso milit. come 
del- resto avviene anche in fr. ; inoltre ol. sv. rang. ing. 
ranlc, cimb. rhengc, brett. renk. Deriv. fr. importante vb. 
ranger, arranger, disporre, ordinare. 

Rap, aspro ( dial. comasc. ). Con fr. lor. raffe brusco 
acerbo, risale al ceppo ger. che die aat. raffi aspro; isl. 
hrappr crudele violento. Grafi' 2, 494; Biòrn Haldorson, 
Lexic. lat. islandicum 1, 339. 

Rapare, togliere i capelli fino alla cotenna (Redi). 
E un doppione di vb. rappare che esamine: emo tosto. 

Rappa ', malattia del ginocchio del cavallo consi- 
stente in escara e crosta (Creso; Gris. Cav. Inf. ). Affini 
sono : lomb. ven. rapare rapa contrarsi, aggrinzarsi, fare 
la crosta. Procedette da tema di mal. rappe d' ug. sig. che 
ha sua rad. in vb. rafjan raphen chiudersi [di ferite J, in- 
durarsi, formare o mostrare la crosta. Il vb. rafjan ebbe 
gran diffusione e svolgimento di forme nei dialetti tede- 
schi, dove lo vediamo oscillare tra la labiale e la spirante 
prevalendo la labiale al nord e la spirante al sud. Quindi 
abbiamo : austriaco rapfen, bav. geràpfen sich rdpfen coprirsi 
di crosta; bav. rdpfen, ol. at. rappe, ass. rop, bav rdpfen, 
rappen roppen, crosta d' una piaga o ferita, rogna, escara, 
escrescenza al ginocchio de'cavalli; bav.; rdpfig, ol. ròppig 
tignoso, rognoso, scabbioso, ol. rappiggheid scabbia, tigna, 
crosta. Weigand 2,459; Schmeller Bay. W'órt. 3, 118; Vil- 
mars, Kurhessisches Idioticon 117. Da una delle forme ger. 
con / il fr. ha cavato rafie crosta d' una ferita. Probabil- 
mente questo vocab. s'introdusse coi Longobardi, il che 
spiegherebbe la presenza della lab. forte. V. del resto 
Raspo" che ne è un allotropo. 



BAPPA — BASPABE. 391 



Rappa", ciocca, ciuffo, spiga del miglio e del panico 
(Redi, Targioni). È d' orig. ger. dove troviamo mat, rappe 
tm. Rapp graspo dell' uva, il quale ultimo signif. ci è pre- 
sentato precisamente dal piem. rap grappolo. Il Kluge vor- 
rebbe che il mat. fosse stato tolto in prestito da fr. rape 
che del resto è poi d' estrazione ger. come vedrassi sotto 
Raspo'. Ad ogni modo il concetto che presiedette all'ap- 
plicazione dello stesso nome a due oggetti un po' diversi 
fu quello di " qualche cosa che tiene unito ". Quindi il 
nome si riannette in ultima analisi a vb. aat. raspòn che 
vedremo sotto Raspare Raspo; immediatamente poi si con- 
nette a vb. t. rappen e al suo der. it. rappare. Non è dif- 
ficile scorgere che l' idea generalissima di " tirare " unisce 
questo nome anche al precedente. 

Rappare, pigliare con violenza ( Liv. Manos. : Ot- 
tim. Comm.; Sen. Pist). Questo vb., usato in it, solo nel 
composto arràppare, coi suoi corrispondenti sp. port, proy. 
rapar d' ug. sig., lor. rapoua trarre a sé, ha per base il 
tema ger. di bt. ol. rapen, ing. to rap, sv. rappa Ma il 
gruppo bt. rapen è della stessa radice del gruppo at. raffen, 
visto sotto ratfare; poiché è noto che alla lab. tenue o 
media del bt. 1' at. fa corrispondere la spirante /. V. Raf- 

fare. 

Raspare, percuotere coi pie la terra che fanno 1 
cavalli quasi per tirarla a sé; raschiare, razzolare, grat- 
tare, limare (Fra Giord.; M. Villani, Pulci). Con afr. ra- 
sper, fr. ràper, sp. raspar, ha per fondamento aat. raspòn, 
ammassare, ammucchiare diligentemente raschiando e ti- 
rando a se. Dall' aat. raspòn dipendono mat, raspen raspelen 
d'ug. sig., tm. raspeln col nome Raspel, raspa, scuffina, mg. 
to rasp, raspare. Vb. raspòn derivava da vb. aat. hrkspan, 
donde mat. rèspen, svellere, strappare, rapire, insieme con 
aat. giraspi, gahraspi, garaspi, quisquiglie, e secondo Schade 
anche mat. rispe cespuglio, tm. Rispe, pannocchia. apiga« 
Ma quest' ultima connessione non è accettata dal Kluge. 



892 HA8P0 — RATTO. 



Lo Schade paragona ad aat. hrèspan 1. crispus, crespo. Il 
fr. rape, grattugia, alla sua volta ha influito di nuovo sul 
ted. il quale vi ha formato sopra tm. Mappe raspa, Raspe 
e Raspel scuffina. Deriv. : raspa-tino-to; raspe-rella-ttare ; 
rasp-ina-o ; raspolla-re-tura ; raspollo. "V. Raspo \ 

Raspo ', grappolo dell' uva da cui si son levati i 
chicchi (Alamanni). Gli rispondono sp. prov. raspa, fr. rape, 
il quale ultimo passò poi nel mat. rappe rape, tm. Rapp, 
e nell' ing. rape con ug. sig. È nome svoltosi dal vb. ra- 
spare; e la ragione della denom. è evidente. Deriv.: ra- 
spollo-raspollatura. 

Raspo 2 , sorta di malattia che viene ai ginocchi dei 
cani e de' cavalli. Questo nome, cui risponde fr. ràpes, fo- 
neticamente uguale al precedente, è però affatto da esso 
diverso, poiché riposa su mat. rappe, rapfe. tigna, rogna, 
scabbia, donde ol. rapp>ig, scabbioso, proveniente da aat. 
rapfen, indurarsi | delle piaghe], mostrar crosta, escara, e 
raffi " ruvido, aspro ". V. Rappa 1 . 

Ratto, quadrupede dell' ordine dei rosicchianti con 
piccole zampe, coda lunga, muso aguzzo che mangia grano 
e paglia (Sacchetti, Berni). Paralleli sono: sp. port. rato, 
fr. prov. rat, picard. rot borgog. rat. Il bl. ci presenta le 
seguenti forme : rato-nis, ratus rattus e anche raturus, 
spiegate dai glossatori con " mus major ". E notevole che 
queste col bl. appaiano specialmente in paesi ger. ( Sil- 
vester Giraldus in Topog. Hiberniae, cap. 32 ; Itinerar. 
Cambriae; Wilhelmus Andrensis, Cronicon; Vita S. Lan- 
franci; Glosse d'Elfrico; Henricus de Knyhton 1380), e 
mai in paesi rom. Un tal fatto basterebbe da sé solo a fare 
capire che questo è vocabolo d' orig. germ., come infatti è 
ammesso dai più noti linguisti. A base del bl. e de] rom. 
sta dunque aat. rato che conta numerose forme secondarie, 
cioè: aat. ratta, mat. rate, rat, ratt radda ratte tm. Ratte, 
topo, sorcio, ghiro; ags. raet, da cui ing. rat; bt. rat, rot, 
ratta, ol. ratte, anrd. ratta, dan. rotte; e inoltre mat. ratze, 



EATTO. 393 

ratz (sec. 15°), donde trn. Eatz, ghiro, Eatze, topo. Questa 
molteplicità di forme è un altro argomento fortissimo per 
trarre di là il nome rom. Il Faulmann deriva aat. rato da 
vb. aat. chrazzón, mat. ratzen, raschiare, grattare : quindi 
varrebbe "il rosicchiante " ; e soggiunge che precisamente 
per questa ragione con tal vocabolo furon denominati an- 
che il topo dell' avellana, la martora e la puzzola. Rato 
sarebbe stata la forma propria del bt. ; ratze dell'alto ted. 
Ma il Kluge non ammette questo deriv. dell' aat. rato da 
chrazzón; e premesso che la patria primitiva del ceppo ger. 
è oscura, osserva che la bestia stessa, ancora sconosciuta 
alla remota antichità, entrò in Europa dall'oriente primie- 
ramente dopo 1' epoca della Volkerwanderung o immigra- 
zione dei popoli; epperciò il cimb. chiama questo animale 
Ilygoden Ffrengig "topo franco ", e il n. irl. lo chiama fran- 
cach e galluch 'topo franco-gallico "; e che il gruppo alto- 
ted. tt = a bt. tt = rom. tt mostra l' imprestito passato 
da popolo a popolo dal nord al sud dell' Europa. Pensare 
che l' it. ratto " topo ", siasi svolto da ratto " veloce " pro- 
veniente a sua volta da 1. rapidus "veloce"; e che poi it. 
ratto, "topo" penetrasse, oltreché nelle lingue neol. so- 
relle, anche nel campo germ., è impossibile per più ra- 
gioni; e primieramente per l'anteriorità di tempo delle 
forme dell' aat. rispetto all' it. ed al fr. comparendo que- 
st' ultimo solo nel sec. 13" e il primo nel 14". Oltredichè 
il concetto di " veloce " non è adatto per servire di base 
alla denominazione dell' animale. Il Kluge nota da ultimo 
che nel dialetto dell' Assia e della Turingia Eatz — mar- 
tora, e che bav. e svev. ratz bruco. Il dial. brett. pre- 
senta la forma ruz venuta da bl. rattus ; invece m. irl. rata, 
irl. gael. radòn possono risalire a ing. rat. In qualche 
parte del territorio rom. questo nome ha dato luogo a 
deriv. notevoli anche per i signif. assunti. Così: cat. port. 
ratar, pieni, rate, sp. ratonar valgono " strisciare "; sp. 
ratear, vale " arrampicarsi " e ratero " strisciante ", e ciò 



394 REBBIO — RECARE. 

anche in senso morale. La comparsa relativamente tarda 
che fa in rom. questo nome non ci autorizza a riteDere 
assolutamente ch'esso venisse importato durante le inva- 
sioni dei barbari. Potrebbe anche essere penetrato più 
tardi : se pure non è di quei nomi stranieri che prima di 
entrare nella lingua scritta vegetarono a lungo nei dia- 
letti (infatti questo si trova in parecchi dial. ital.); nel 
qual caso sarebbe stato introdotto fra noi dai Longobardi- 
Rebbio, ramo della forca, e le punte della forchetta 
( "Redi ). Il Diez dichiara che questa è voce d' orig. incerta. 
Tuttavia riconosce che se accanto a tm. Riffel, gramola, aat. 
riffel, forca con punte, si potesse supporre 1' esistenza d' un 
aat. rippél, ciò basterebbe per ispiegare la parola it. 
Questo aat. * rippel risponderebbe ad ol. reppen, ing. ripple 
d' ug. sig. 

Recare, portare, condurre, porgere, presentare, ca- 
gionare, disporre, indurre (Novellin., Dante). Nelle lingue 
neol. non ha altro corrispondente che occit. antiq. arecar 
d' ug. sig. La sua base è aat. recchan recchen rechen 
reken, mat. recken reken, stendere, allungare, alzare, ec- 
citare, cagionare, disporre, assettare, porgere, tendere, 
aspirare : donde tm. recken, allungare, porgere, ol. rek- 
ken stendere, dal quale ultimo ipende ing. to rack, 
stendere, tormentare. Il got. era j uf\ rakian, stendere, al- 
lungare, a cui si riferisce anche got. rahtòn, porgere. Non 
si può pensare a trarre il vb. it. da aat. reichan, reihhen, 
porgere, stendere, tm. reichen, ags. rdecan raecean, ing. to 
reach, perchè, nota il Diez, da aat. reichan sarebbesi avuto 
un it. racare. Il Kluge rileva che i due ceppi got. raikjan 
da cui aat. reichan tm. reichen, e got. rakian donde aat. 
recchan tm. recken, benché apparentemente così vicini di 
forma, e identici di senso, non sono tuttavia affini. Però il 
ceppo di got. rakia aat. recchan donde it. recare, colla sua 
rad. rak da preger. rag si presta a molteplici ravvicina- 
menti dentro e fuori del campo ger. Dentro gli si ranno- 



RECCHIABELLA — REDO. 395 

dano : aat. rahtón, rèchen, rickan, r'éht, reihhan, rìchan che 
rivedremo sotto Ricco. Fuori incontriamo : lit. razyti, por- 
gere ; lat. regere, drizzare, disporre, dominare^ regio, dire- 
zione, territorio; gr. 'opéysiv, porgere, stendere, stendersi, 
aspirare, conseguire, "opyoia, sorta di misura ; sans. argàmi, 
io pretendo, ràgis, riga. Bopp GÌ 3 21; Curtius 3 174; Pick 3 
3, 248. Il vb. non ricorre nel hi. Deriv. : reca-ta-tore-trice- 
tura ; arrecare. 

Pleccìliarella, pecora che non ha figliato (dial. tose.) 
Di questa voce il Caix dice che probabilmente è d' orig. 
ger. e la riporta ad aat. rèh, mat. rèch, capriolo. A qnest' os- 
servazione del Caix aggiungerò che nel canapo ger. ricor- 
rono altre forme anche più vicine all' it. Così lo Scharìe ci 
offre rehjà, rèhà presupposto dal rèjà usato da Notker. 
Evidentemente l' it. è dimin. di recchia, forma che fa ugua- 
glianza perfetta con aat. rèhjà. Secondo lo stesso Schade 
nel tm. accanto a Ricke i cacciatori usano ancora rehe. La 
moltiplicità delle forme ger. e la loro gran diffusione sono 
un argomento di più per credere all' introduzione nei no- 
stri di « letti di una tal voce per opera probabilmente dei 
Longobardi. 

Redo, nome formante 1' ultima parte e più essen- 
ziale di arredo e corredo, e che esiste separato nell' afr. 
roi ordine, preparazione. Il suo signif. preciso lo possiamo 
dedurre da quello delle voci ger. originarie dove aat. mat. 
rat tm. Ruth valgono " preparazione, provvigione, mezzo, 
ripiego ". Il tm. Rath vale anche t; consiglio, deliberazione 
necessaria ad ottenere 1' effetto che si cerca ". Ai composti 
it. arredo, corredo e loro derivati rispondono: sp ow 
afr. arroi preparazione, utensile, ornamento e vb. derivati; 
afr. agrei preparazione; fr. agrés attrezzi di nave; sp. correo, 
cat. correu, prov. conrei, afr. conroi preparazione, allesti- 
mento. Inoltre prov. desrei, afr. desroi, fr. désarroi, disor- 
dine. A base del ceppo rom. sta immediatamente non 
aat. rat, poiché Va di esso non avrebbe potuto affievolirsi 



396 HEFK — RENDA. 

in e (v. Diez Gramm. Voi. I). bensì un nome svoltosi da 
vb. got. rèdan, fornire, preparare, anrd. redha, ags. raédan 
provvedere, leggere (questo era un mezzo rispetto all'in- 
dovinare il senso dei segni runici ) ing. io read, leggere, 
as. ràdan consigliare. Un tal sostantive ci è effettivamente 
presentato da ags. raed, afris. rèd, e 1' esistenza di queste 
forme pone fuori di ogni dubbio 1' orig. ger. del gruppo 
rom. redo. Secondo lo Schade il signif. fondamentale di got. 
rèdan era quello di " mezzi esistenti (materiali o spirituali) 
aiutanti ad essere o potente o valente ". A got. rèdan sono 
paralleli: aat. ràtan, mat. ràten, tm. rathen, provvedere, con- 
sigliare. Ger. rèdan è stato da taluni ravvicinato a 1. reor 
pensare. In questo caso la dentale del vb. ger. sarebbe 
stata dapprima formativa del presente; poscia sarebbe en- 
trata a fare parte costitutiva della radice del verbo stesso. 
Altri pensano e con ugual diritto a rad. sans. ràdh tra- 
sportare, drizzare, conseguire qualche cosa, pacificare al- 
cuno, e ad a. si. raditi curarsi, darsi pensiero. Altre affi- 
nità nel campo indeu. sono accennate dallo Schade p. 701- 
702. Qui noterò solo che il nome aat. rat nel tm. è usato 
spesso nel suo signif. di " provvista, fornitura " nei com- 
posti Gerath masserizie, utensili, Vorrath provvigione, 
Hausrath suppellettili. Entra poi in molti altri composti col 
signif. di " consiglio ": ad es. Rathhaus, casa del consiglio, 
palazzo civico. Anche Rada spetta a questo ceppo. Com- 
posti e deriv. : arred-o-are; corred-o-are. 

Refe, accia ritorta per uso di cucire (Vit. S. Giov. B. ; 
Boccaccio, Vegezio). Il Diez, dopo aver accennato alla pos- 
sibile derivazione da gr. óacpr), cucitura, propende a quella 
da aat. reif, cordicella, anche perchè è positivo che piem. 
tra, lad. trau. spago, vengono precisamente da t. draht. 
La Michaelis propose un arab. rifi. sottile. La preferenza 
sembra doversi dare all' ipotesi del Diez. Deriv. : refajuolo. 

Renerà, collana, fermaglio, borchia. Questa parola 
ger. penetrò nel bl. dove la troviamo parecchie volte usata 



397 

RIBALDO. 



all' anno 745 nel testamento di nn certo Longobardo Ro- 
topert (v. Mever C. Sprache und Sprachdenkmaler der 
Langobarden p. 165-170); ma non uscì di là, o a dir meglio, 
entrò nelle lingue rom. con forma e signif. alquanto dif- 
ferente : cfr. arring-a-o. L' aat. era hringa, longob. hrmga, 
a.milla, collana. V. Appendice. 

Ribaldo, scellerato, sciagurato, meschino, povero 
(Dante. Buti). Rispondono a. sp. port. ribaldo, prov. ribalt, 
fr ribaud monello, furfante, ribauda, ribande, fanciulla 
sfacciata. Il fr. ribaud che compare sin dal sec. 12 valeva 
spesso -'impudico, lussurioso". Le voci rom. immediata- 
mente riposano su bl. ribaldus giovane soldato volontario, 
bandito, libertino, dissoluto. Questo bl. ribaldus ribaldi 
s'incontra sin dal 923 in un concilio di Sens sotto il ve- 
scovo Galtero, poi in Rigordus nel 1189 e in Gug. Bret- 
tone ; e il più delle volte nei senso di " libertino, dissoluto . 
Ma donde bl. ribaldus f 11 Grimm Deuts. Qramm. 1 444 lo 
trasse da aat. raginbald reinbald che pel suo signif. di • de- 
terminato, intrepido" [aat. ragin = consiglio: bald .ar- 
dito! potè successivamente sviluppare i sensi presentati 
dal bl e dalle voci romanze, analogamente a quanto scor- 
gesi in gr. 1. tyrannus e 1. latro che da un senso origina- 
riamente buono passarono ad un cattivo; e l'interpretazione 
di -ardito e rio uomo" che il Buti dà a it. ribaldo par- 
rebbe confermare una tale etim. Senonchè il Diez osservò 
che raginbald avrebbe foneticamente prodotto un ribaldo, 
fr raimbaut, non mai un ribaldo. Per questo egli consi- 
derato che Ubi. ribaldus si mostrò primieramente e di pre- 
ferenza in Francia, e che in Francia il suo signif. domi- 
nante era quello di "libertino, dissoluto" (1) *>****»« 
di esso l'aat. hribà, hripà. prostituta, donde mat r,6e d u 
sig Da aat. hrtba col suffisso rom. bald si sarebbe formato 
bl ribaldus. Il mat. ribalt e bt. ribtaU probabilmente sono 

(1) Anche l'odierno ing. ribald = osceno. 



398 ricco. 

riproduzioni della forma bl. Lo fScheler proporrebbe come 
etim. di ribaldus aat. riban, donde mat. riben, tm. reiben, 
fregare, stropicciare, con isvolgimento logico di senso ana- 
logo a quello di 1. perfrictus, briccone e d'i furbo; molto più 
che da vb. aat. r'ibun il fr. trasse riber, grattare, raschiare. 
Ma con tutto questo la deriv. più verosimile e per senso e per 
forma resta pur sempre quella del Diez; ed è poi evidente 
che qualunque delle tre etim. si accetti, l'origine è sempre 
gei*. L' it. rubaldo è forse dovuto alla formazione popolare 
che volle scorgervi l'idea di "rubare" e v' immischiò il 
vocabolo che la denotava. Deriv. : ribald-accw-aggine-aglia- 
-are-eggiare-ello-eria-done-onaccio. 

Ricco, opulento, dovizioso, abbondante, copioso | '' Al- 
bertino, Dante). Con fr. riche usato già nel sec. 11°, prov. 
rie, sp. port. rico d' ug. sig. risale mediante il bl. ricus ri- 
corrente nelle carte del sec. 11° e 12", ad aat. richi, rìhhi, 
riche, mat. rich'', tich, potente, opulento, dovizioso, signo- 
rile, grande, magnifico, tm. reich, opulento, dovizioso; got. 
reicks, potente; as. richi poderoso, ags. rice, potente, eccel- 
lente, ing. rich, ricco, fertile, anrd. rickr, potente. Il Diez 
rileva che fr. riche deve riposare immediatamente sulla 
forma richi; poiché se nel ger. in luogo di un finale chi 
ci fosse stato un eh, quest' ultimo gruppo avrebbe pro- 
dotto in fr. un e ovvero sarebbe sparito, come vedesi in 
fr. Fréderic e Ferry da ger. Friderich. Quanto all' agg. ger. 
richi in sé, il Kluge lo fa derivazione del tema rik che 
appare nel nome Reich, re, regno. Ciò spiega benissimo il 
signif. di " potente " che aveva in origine richi, e che ebbe 
da principio anche il derivato romanzo. Si stabilisce quindi 
questa gradazione genetica di sensi : rik = regio-potente-do- 
vizioso. Ma ger. rik, re, dominatore, non era originariamente 
indigeno; bensì derivazione antichissima che il ger. primi- 
tivo fece dal celtico rig, re (cf. la desinenza rix dei nomi pro- 
prii celt. Ambio-rix Orgeto-rix, Vercingeto-rix ecc.). A questo 
ger. rik e celt. rig risponde 1. regem, sans. ràjan, re, da 



EICCOMANNO — RIDDABE. 



399 



rad. idg. reg, dirigere, guidare, reggere. Nel campo ger. 
accanto ad agg. vichi abbiamo vb. aat. richan rìhhan rihhen 
richen che presenta questa serie di signif . : regnare-preva- 
lere-vincere-arricchire. Ora una tale serie è notevole, perchè 
la mostra ragionevolezza dell' evoluzione di sensi accen- 
nata dal Kluge. Questa rad. rìk nel campo ger. ebbe uno 
svolgimento di forme e di sensi straordinario. Ne risulta- 
rono infatti: got. rahtón, porgere, somministrare, aat. rechen 
recchan, allungare, stendere, donde nostro recare, aat. rèht, 
tm. rechi, giusto, e gì' infiniti derivati, e vb. rìchan, pre- 
valere, arricchire, visto più sopra. A quest' ultimo spet- 
tano in prima linea aat. reikinón, richón, richian, rlchida, 
rlchiduam, richisód, ric'iisòn; nei quali vocaboli dominano 
questi due concetti : signoreggiare ed essere ricco. Deriv. : 
ricco-ne-naccio ; ricc-amente-hezza ; ricchire, riccore, riccura, 
arricchi-mento-re ; straric-co-chire. 

RiCCOmanno, signorotto, spaccone, smargiasso. A 
detta del Tommaseo è voce del dialetto di Cortona. Eviden- 
temente è derivata dal composto ger. Rich-man uomo ricco, 
che usasi ancora nell' inglese moderno. Probabilmente un tal 
termine entrò nel medio-evo colle compagnie di ventura 
tedesche e inglesi. 

Ridda, sorta di ballo tondo usato dagli antichi: 
trescone ( Boccaccio ) È voce verbale formatasi dal vb. che 
segue. Deriv. : riddone. 

■Riddare ('antiq.j, menar una ridda (Dante). Questo 
vb., che fra le lingue neol. è posseduto solo dall' it., (1) 
si formò da vb. aat. ridan [da * irritimi \ m'at. rìden, tor- 
cere, volgere, volgersi, muoversi fortemente, Graff 2, 473 ; 
Benecke, Mittel. Wórt. 2, L,696j Lexer Mitt,l. W'àrt '2, 122. 
Forme parallele all' aat. sono: ags. vrtdhan, volgerò, t .li- 
cere, fasciare Grein 2,743; a. ing. irrithen, ing. wrlthe, tor- 
ti) Però lo possiede il tv. bencht> in st'UM. molto diverso, 
ci mostra: rider = aggrinzarsi; ride, grinza, ridcau, velo, co] 



400 BIFFARE. 

cere, volgere; anrd. ridha, torcere, piegarsi, sv. vrida, dan. 
vride, girare, torcere, premere Vigfusson 498, Mòbius 346, 
Wimmer, Altnordisch" Ghrammatik 105. Presso lo Schade 
p. 1204 si possono leggere le molteplici voci dell' aat. che 
si rannodano a vb. wrìdan ridan, connessioni riconosciute 
già dal Grimm, Gramm. 2, 16 e Ges. d. d. Sp. 464. Il tema 
ger. è vrith e vraith. Notevole che it. riddare e ridda hanno 
specializzato in modo fortissimo il senso dell' aat ridan. e 
hanno dato la specializzazione stessa che vedesi in dan- 
zare e trescare di fronte al signif. primitivo ger. dei vb. 
germanici donde derivano. Siamo dunque un popolo di 
ballerini ! 

RilTare, giuocare alla riffa, sorta di giuoco o di lotto 
in cui il premio è un oggetto di valore (Lasca). Rispon- 
dono: sp. port. cat. rifar contendere, litigare, contrastare, 
trarre a sorte, afr. riffler strappare, grattare, lor. riffer, ra- 
pire. ( omas., sp. port. catal. sicil. rifa = contesa, giuoco 
di sorte, getto dei dadi. Evidentemente il signif. fonda- 
mentale dell' intero gruppo rom. è quello di " contrasto 
per rapire e portar via, strappare " : Da questo concetto si 
passò facilmente a quello di " giuoco ove ciascuno fa di 
tutto per avere per sé il premio ". It. riffa che presenta 
principalmente il senso di " sorta di giuoco " mostra però 
in certe frasi il primitivo di " rapina, forza, violenza ". 
Tali le frasi di « riffa » = di forza; « di riffa o di raffa » = 
o in un modo o in un altro. Il ceppo rom. è certamente 
d' orig. ger., come si capisce facilmente dal suono stesso. 
Il Diez dopo proposto ol. rijven, raspare, rastrellare, anrd. 
rifa strappare, rifas contrastare, rispondente forse ad aat. 
rìban, tm. reiben, strofinare, raspare; osserva che le parole 
neol. diffuse specialmente nella parte meridionale del ter- 
ritorio rom. colla loro labiale conducono più tosto alla f 
dell' alto ted. che è molto più vicino, come appare da bav. 
riffen, rapire strappare. Ciò è confermato dai deriv. afr. 
pie. nor. riffler rapire, grattare, scalfire, vali, rifler, annon. 



RIFLADOR — RIGA. 401 

rifeter, riffare; sost. afr. riffler scudiscio, norm. riffle. L' ing. 
rajfie " fare alla riffa " sembra essere d' estrazione francese. 
Deriv. : riffa, riffoso. 

RiflacLor, lima (U. Rosa). Questo nome del dial. 
piem., accanto a cui il canav. presenta reifa d'ug. sig., risale 
senza dubbio alcuno ad aat. rifilo, riffilò, riffel, strumento 
munito di denti acuti, sega, vb. aat. riffilòn, rifilón, segare, 
gramolare, pettinare, donde tm. Riffel, gramola, vb. riffeln, 
gramolare. Probabilmente il nome piem. fu importato dai 
Longobardi. V. Rebbio. 

Riga, linea, fila, striscia (Dante, Passavanti, Sac- 
chetti ). Come semplice entrò solo in it. : però nel prov. 
troviamo i deriv. rigot, capello ricciuto, vb. rigotar, ari'ic- 
ciare; nel fr. rigole, antic. rigot, doccia canale. Nel bl. 
l'usa Gruibert de Nogent nella sua autobiografia ( -f- 11:24). 
Risale immediatamente ad aat. riga, mat. rige, tm. Riege, 
linea, linea circolare, spira, fila, serie, ordine, canale, acqua 
sprizzante da canna. Il bt. ci presenta rige rege riche, 
linea, serie, fila, canale Bremisch Wnrterbuch 3, 490. Spetta 
allo stesso ceppo anche tm. Reihe da mat. rìhe, riga, linea, 
accanto a cui abbiamo ol. rij, anrd. riga rega, corda ; e 
verosimilmente, a detta del Kluge, anche ags. rdu\ raéw t 
got. * raiwa, donde ing. roto, fila, ordine. Il sost. aat. riga 
si svolse secondo il Faulmann da vb. règen " innalzarsi, in- 
durirsi ", e propriamente 4i muoversi in una determinata 
direzione ", il qual vb. rè'gen proveniva a sua volta dal- 
l' antico rihan, mat. rihen, che, sempre secondo lo stesso 
Paulmann, era forma speciale di aat. rinnan, scorrere; 
perciò da prima avrebbe designato propriamente la " dire- 
zione dell' acqua corrente"; poi avrebbe assunto il signif. 
di " disporre in ordine, allineare ". È notevole una certa 
analogia di forma e di senso che riscontrasi tra il ceppo 
ger. sin qui esaminato e il 1. rigo in irrigo-irrigatio~irri" 
guus. Se il concetto primitivo è fondamentale del ceppo 
ger. è veramente lo " scorrer dell' acqua " non potrebbesi 

26 



402 RISTA — BOBA. 



supporre un' affinità originaria tra il 1. e il ger. in questo 
caso? È ben vero che la derivazione di aat. riga da rifiati 
pel tramite di r'ègen nel modo da noi esposto, e come la 
vuole il Faulmann, non è accettata dal Kluge, il quale 
riporta aat. riga a rad. ger. ri/un \ idg. rilch\, che mediante 
raihw si annoda a sans. rèkha, linea, striscia. Col che re- 
sterebbe escluso il signif. di " direzione d' acqua " posto 
dal Faulmann a fondamento di vb. rihan. Deriv.: rigare, 
rigo, rigoletto. 

Rista, canapa pettinata, garzo ; fascette di lino pet- 
tinato (U. Rosn, dial. piem.). È d'or, ger., nel qual campo 
troviamo mat. rìste, manata di lino tagliato e scapecchiato, 
tm. Miste, Reiste, pennecchio, bt. rist risse, ol. rist, ris. 
Graff 2, 251; Benecke, Mittelhocdeutsch.es Wdrterb. 2, 1. 729; 
Lexer, Mittelhocdeutsches Worterbuch 2, 461; Weigand, 2, 483; 
Brem. Worterbuch 3, 505. Spetta a vb. aat. wridan, attor- 
cere insieme, da tema ger. vrtstàn. Probabilmente però non 
derivò immediatamente dal mat., ma forse esisteva, benché 
non sia documentato, nell' aat. che lo trasmise a noi me- 
diante i Longobardi. 

Roba, beni mobili o immobili, utensili, sostanze; 
vestito (Fra Giord.; Dante.). Ha per corrisp. : a. sp. 
a. port. rouba, prov. rauba, fr. robe, sp. ropa, port. roupa, 
abito, utensile; talvolta anticamente anche ''preda, bot- 
tino di guerra"; lad. rauba, sostanze, facoltà, beni. Sp. e 
port. mostrano anche forme maschili : sp. robo, port. roubo. 
Derivò da aat. ronb roup raup, mat. roup fgen. roubes], 
bottino, preda, spoglia ; rapina, ladroneccio : raccolta d' un 
campo. Lo Schade p. 725 sospetta 1' esistenza anche d : un 
aat. rouba. Altre forme ger. sono: anrd. rouf, as. rdf, ol. 
roof, afris. róf, rapina, preda, furto, sequestro, ags. réaf, 
spoglia, vestimento Grein 2, 373. Da aat. roub derivò tm. 
Raub, preda, rapina, furto, ratto. Il Kluge crede che le 
voci rom. s' attengano direttamente ad aat. roub, e non a 
vb. roubòn, tm. rauben, perchè egli giudica che verosimil- 



ROBARE — ROCCHETTO. 403 

mente all' antico vocab. ger. fosse già annesso il signif. di 
" abito rapito, abito in generale ". V. del resto robare, ruba 
e rubare, cbe hanno la stessa origine. Deriv. : robaccia, 
robare, roberìa, robetta robiccia ; robicciuola; robone-robbone ; 
robuccìa. 

Robare, tórre l'altrui (Guittone). È vb. identico a 
Rubare. 

Rocca, strumento da filare, conocchia (Albertan., 
Dante, Boccaccio). Nel campo neol. rispondono: piem. róca, 
port. roca, sp. rueca, d'ug. sig. ; n. prov. rouque, rocchetto, 
cannello. Procedette da aat. rocco roccho rodio, donde mat. 
roche, tm. Roken, conocchia; m. ol. rock, ol. rok roken, anrd. 
rokkr, ags. * rocca, m. ing. rocke, ing. rock. È quistione se 
Rocken sia affine al ceppo Rock, donde it. rocchetto, mediante 
una comune derivazione da un' antica rad. ruk. filare. Il 
Kluge poi nega recisamente 1' affinità sostenuta da altri di 
tm. Rocken con Wacken ed altre voci del bt. d'ug. sig.; e 
ciò perchè il ceppo Rocken non avrebbe potuto perdere il 
gruppo iniz. Deriv. : roccata, rocchetta. 

Rocchetto, RoccettO, sorta di cotta da eccle- 
siastici (Machiavelli, Berni, Caro). Con sp. roquete, fr. ro- 
chet, camice, cotta, valac. rochie, veste da donna, risale ad 
aat. roc rock rogh hroch, donde mat. roc, sopravveste, abito, 
toga, tm. Rock, abito, toga, veste. L' ags. era rocc, anrd. 
roder, ol. a. fris. rok d' ug. sig. Tutte queste voci presup- 
pongono un got. * rukka, che però non è documentato. Il 
voc. ger. passò per tempissimo nel bl. sotto la forma di 
roccus e poi di hroccus che appare già in un capit. di Carlo 
Magno nel 808 e questo bl. servì d'intermediario fra l'o- 
riginale ger. e le forme neol. le quali però hanno adottato 
un diminutivo. Ma le voci rom. paiono dipendere tutte dal 
fr. racket il quale effettivamente è molto più antico delle 
sorelle. Il Diez assicura che il signif. preciso di ger. rokka, 
che è il tema della parola in discorso, era quello di " abito 
ripiegato"; il che spiegherebbe come port. enrocar e it. ar- 



40-1 SOFFIA — BOMIRE. 

Tacchettare valgano " piegare ' : , con una certa analo^" 
anrd. hrucka, gael. roc, ruga, grinza, crespa, e ad ing. to 
ruck, aggrinzarsi. 

Roffla, sozzura, mondiglia, nuvolaglia (Dante, Buti). 
Rispondono : piein. com. rufa, mil. ruff, escara, crosta, ve- 
nez. rufa immondezza, impurità, romag. rofia, rafia, scaglie 
del capo, golpe del grano, afr. roife, rofée, borgog. ravffle 
escara, crosta. Il ceppo rom. deriva da aat. hruf rw/mat. 
ruf pustola, escara, rogna, escrescenza, anrd. hrufa, hryfi, 
ruf ol. rof escara, lebbra, asprezza, ags. hréof lebbroso. 
In quel campo e' è inoltre : svizz. riife, riefe escara, crosta, 
eruzione cutanea, bav. ruf, rufen, ruft superficie aspra o 
crosta, rufig rilftig aspro, grinzo, carint. rufrik ruvido, 
crostoso. 

Romire (antiq.), fremire, fremere, romoreggiare 
(Sen. Pist. ; Of. Villani; M. Villani, Fav. Esopo). Questo vb. 
proprio fra le neol. solo della lingua it. procedette rego- 
larmente da as. hròmlan hruomjen, aat. hróman hrómen, 
hruoman, hruomen, ruomman, ruommen, ruomen, hrùmen, 
mat. ruomen ruemen, ags. hréman, tm. rìihmen, magnificare 
vantare, lodare, esaltare, gloriare. In origine questo vb. 
doveva avere per signif. fondamentale " gridare, fare ru- 
more ", essendo ovvia la ragione del passaggio logico dal 
concetto di "grido, rumore" a quello di " gloria ". Difatti 
il sost. as. hróm, hruom, aat. hróm, hroam, hruom, ruom, 
ruam, mat. ruom, ruon rum, ags. hréam vale precisamente 
dapprima "grido, rumore"; poi passa ai sensi di "lode, 
esaltazione gloria, superbia, arroganza " Dal che si deduce 
anche che il nome è anteriore ài verbo ; giacche dei due 
concetti di " grido, rumore " e " lode, gloria " de' quali 
Y uno è affatto materiale e primitivo l' altro morale e ri- 
flesso, il vb. possiede solo il secondo, mentre il nome li 
riunisce in sé ambedue. Dico possiede solo il secondo: 
e con ciò voglio dire che dai documenti non risulta che 
presenti il primo ; ma il fatto che con questo signif. passe 



RONZARE, ' 405 

in it. ci fa capire che lo dovette in qualche tempo pre- 
sentare, e probabilmente al tempo dei Longobardi che in- 
trodussero il vb. mentre nell' età posteriori, quelle della 
fioritura letteraria dell' aat., il signif. materiale e pri- 
mitivo non lasciò traccia di se. Questo nome aat. hróm, 
rum, donde tm. Riihm, gloria, è notevole anche perchè 
entra come primo elemento in parecchi nomi proprii. Tali 
sono : Rudolf Robert Roderich. it. Rodolfo Roberto Rodrigo 
ecc. Non e' entra nella forma vista di sopra, ma in una 
forma sorella che è aat. hruod-ruod, anrd. hródr, ags. hréth, 
che riposa anch' essa sulla radice ger. hrò, che appare an- 
che nel got. hrótheigs, vittorioso. Rad. ger. hró poi secondo 
il Kluge risale a idg. kar krh, a cui spetta anche sans. 
kir, magnificare, e kirti, gloria. Deriv. : romio. 

Ronzare, rombare, rumoreggiare proprio degl' in- 
setti nel volare (Pulci L., Medici, Poliziano). Lo sp. ronzar 
roznar = romoreggiare masticando. La base è aat. runazzàn 
che ha per forme secondarie rùnazjan rùnazzen runzen rù- 
nezón; di qui mat. runzen, susurrare, bisbigliare, mormo- 
rare. L' it. dovette procedere immediatamente da una forma 
aat. runzón. Ma vb. aat. runzón era forma rinforzata di 
aat. rùnén, mat. rùnen rounen, rùmen, anrd. runian, ags. 
runjan d' ug. sig., da cui tm. raunen che è comune, mentre 
runzón non uscì del mat. Questo vb. aat. rùnen che pe- 
netrò nell' afr. con runer d' ug. sig., runement, bisbiglio, 
pispiglio, e nell' a. sp. con adrunar, indovinare, è vb. de- 
nominativo che presenta una storia singolarissima dal lato 
dell' evoluzione logica del concetto. Mentre infatti il nome 
che gli era a base, got. aat. as. runa, mat. rune ags. rù/n 
valeva originariamente " mistero, segreto, deliberazione se- 
greta, colloquio, decisione ", cominciò poi nel campo del- 
l' aat. e del mat. a significare anche " mormorare, rumo- 
reggiare ", mentre 1' anrd. ràn, sv. runa, dan. rune deno- 
tano "le antiche lettere germaniche" per la ragione che 
quelle lettere eran segni di una scrittura segreta. Ma il 



406 Kui'A - BOSTA. 

vb. rùnan formatosi dal nome, e il suo rinforzativo runa- 
zòn, non tolsero dal nome altro significato che quello di 
" romoreggiare ", e lo svolsero in guisa da fare dimenticare 
tutti gli altri. L' it. poi. facendo un passo più avanti, non 
conservò al vb. ronzare che il signif. d' una specie di " ro- 
moreggiare " cioè di quello prodotto dagli insetti. Secondo 
Meyer L. Got. ISp. 279, Pick 847 e Miklos. 8 sono da pa- 
ragonare qui a. si. rjuti, ruggire, 1. rumor, mormoreggiare, 
parlare confusamente, gr. cópueiv, ululare, ruggire, sana. 
ràumi io fremo, mormoro. La rad. idg. è ru, Curtius 332. 
Un deriv. it. importante è ronzone, grosso moscone. Altri 
deriv. : ronza-mento-nte ; ronzio, ronzone. 

Ropa, batuffolo (dia), tose). Rispondono: sp. ropa 
port. roupa abito roba. Secondo il Caix è una semplice 
variante di roba il cui ceppo qualche volta in it., spesso 
nelle lingue sorelle e nell'orig. ger., significò precisamente 
" abito, vestito ". 

Rosta, sorta di riparo di ramoscelli e di fascine che 
ponsi attorno ai castagni, ovvero nei fossi e nei torrenti ; 
ventaglio, ventola (Dante, Fav. Esop., Sacchetti). Non ha 
corrispondenti nelle lingue rom. salvo il valac. rosteiu, 
riparo, ostacolo. Con bl. rosta che troviamo in Hist. Cortus. 
lib. I [circa il 1200 J procedette da aat. rosta ròst graticola, 
padella, rogo, vampa, bragia accesa, donde mat. ròst ròste 
d' ug. sig. Da aat. ròst preso in questo senso primitivo si 
formò vb. ròstian ròstan cuocere sul rost, abbrustolire, e 
quindi it. rostire e rom. alfini. Ma aat. ròsta ròst in seguito 
assunse anche un signif. totalmente diverso dall' originario 
per un processo ideologico strano sì, ma che pur ■ si ca- 
pisce. Questo signif. derivato si scorge nelle lingue rom. 
e in parte anche nel tm. Pel fatto che certi ripari posti 
contro ai torrenti o fiumi avevano una tal quale forma di 
graticola, il nome ròst, graticola, passò a significare " ri- 
paro contro alle acque" (onde tm. Rost = anche " pala- 
fitta") e finalmente "riparo" in generale. Per la stessa 



ROST1RE. 40 < 

ragione fu chiamata rost una sp* eie di visiera graticolata 
dell' elmo, e ancora una visiera graticolata che la persona 
poneva tra sé e il fuoco per ripararsi da esso e farsi vento 
agitandola. Ecco dunque spiegato come aat. rosta che va- 
leva dapprima solo " graticola, bragia ", nel tm. e più 
nell' it. e nel valac. significhi adesso " riparo ", e nel- 
1' it. significhi altresì "ventaglio ". Dal signif. di '• ventola 
che inchiude il concetto di " agitazione, commovimento "' 
originò quello di " dimenarsi, scagliarsi colle mani e le 
braccia per ischermirsi ". Circa il tempo in cui il ceppo ger. 
svolse il senso secondario, sebbene mancano documenti com- 
provanti che 1' aat. e il mat. lo possedessero, pure il bl. rosta 
ricorrente verso il 1200 in senso di " riparo " mostra che 
anche 1' aat. aveva dovuto presentare il signif. derivato che 
poi trasmise al tm. ; molto più che nel comas. troviamo 
rosta impedire ; e ognun sa che le voci dial. it. d' orig. 
ger. sono ordinariamente d' importazione antichissima. De- 
riv. : rostaio ; arrostarsi. 

Rostire, arrostire, cuocere senz'acqua su pati- 
cola, spiedi o brage (Giacom. da Verona 1264; Fra Giord.). 
Con cat. rostir, prov raustir, fr. roti)' d'ug. sig., risale a vb. 
got. * raustian, aat. rostian ; le quali due forme, quantun- 
que non documentate, sono presupposte dalla terminazione 
rom. ir ire che conduce necessariamente ad una ger. in 
Jan, e dall' iniz. prov. rau che richiede un got. rau. Forme 
ger. certe sono: aat. róstan, rosten, mat. roesten, rosehtev, 
donde tm. rosten, arrostire, friggere II vb. ger. formossi 
sin dal tempo dell' aat. dal nome rost, rosta, graticola, pa- 
della; e rosten valse perciò ''porre sulla graticola, cuocer 
sulle brage". Passò ben presto (forse mediante i Goti) nelle 
lingue rom., dove entrò, come s'è visto, anche il suo pri- 
mitivo ma con un signif. derivato. Il bl. vostum lo troviamo 
in Lexic. Prisco - Britannicum che lo spiega per assum, in 
una carta di Umberto II del Delfiuato, e all'an. . 148 sotto 
la forma di rostidos presso il Puricelli. Il fr. ròtir produsse 



408 HOZZA. 

ing. to roast. Anche il celt. presenta roist e rhostio. Ma qui 
1' etim. gei-, è troppo sicura. V. Rosta. Deriv.: rosta; atro- 
stic-ciare-cino ; arrosti-mento-re-ttira ; arrosto. 

Rozza, cavallo tristo; carogna (Belcari, Morelli;. 
Corrispon. : coni. roz, berg. ros, prov. rossa fr. rosse d'ug. 
sig. Il Diez pel fatto che la forma it. presenta le due zz 
non vuole ammettere che neppure fr. rosse derivi da aat. 
ros f genit. rosses\, mat. ros e .\ vallo, giumento, cavallo da 
guerra. Ma la difficoltà del Diez, creduta grave anche dal 
Littré e dallo Scheler, a me non pare tale. L' osservazione 
del Diez porterebbe infatti tutt' alpiù a conchiudere che dal 
ger. non può deriv. l' it., ma non ad escludere la orig. ger. 
del fr., il quale presenta coli' aat. e mat. un' uguaglianza 
perfetta; onde il Kluge mette questa deriv. come assoluta. 
Ora una volta ammessa questa orig. ger. di fr. rosse, e 
ammessa 1' unità del ceppo fr. e it., perchè ( anche concesso 
che la legge fonetica della impossibilità della trasforma- 
zione di ger. ss in it. zz sia di una rigidezza assoluta; 
del che io dubito ) perchè del fr. rosse prov. rossa non 
può essere riproduzione it. rozza? Della corrispondenza di 
gruppo it. zz a fr. ss abbiamo esempi in fr. mousse = it. 
mozzo, fr. bosse = it. bozza e in fr. Arras da cui it. arazzo. 
Niente impedisce adunque che la forma it. di questo gruppo 
sia dovuta all' influenza delle sorelle prov. e fr. ; e una 
tale terminazione potrebbe essere stata favorita dal bisogno 
di distinguere il nome in quistione dall' agg. rossa. In ap- 
poggio di questa etim. viene anche la forma dial. bergam. 
ros, perfettamente uguale al ger. ros; ed inoltre la gran- 
dissima diffusione delle molteplici voci ger., e il fatto che 
un tal nome doveva necessariamente essere molto in bocca 
agl'invasori settentrionali dei paesi rom.. atteso altresì che 
Pferd cavallo entrò dal rom. in quel campo solo in epoca 
posteriore. Quanto al deterioramento e digradamento di senso 
subito dal nome nel passare nel territorio neol., esso non 
deve fare caso; l'ha subito per es., anche aat. marah, mat. 



BUBA — RUBARE. 409 

mare che dal signif. di " cavallo " passò a quello di " cavallo 
tristo " nel tm. Màhre. Per me adunque, checché ne paja 
al Diez, questa è una parola derivata certamente dall' aat. 
ros, accanto a cui troviamo le seguenti forme : as. anrd. 
isl. hross, ol. ros, ags. hors, ing. horse. Il mat. presenta 
anche : ors, orse, orsse, afris. hors, hars, hers, fris. hoars = 
" cavallo " e propriamente " corridore ". Da as. hross il 
Diez cava norm. harousse mediante l'inserzione eufonica 
di a fra le due prime lettere. Ora questo è una novella 
prova per la orig. ger. di fr. rosse prov. rossa. Secondo il 
Kluge l' aat. primitivo era * hrossa a cui risponderebbe 
got. * hrussa. Di questo ceppo si sono fatti numerosi con- 
fronti e ravvicinamenti nel campo idg. Il Bopp GÌ. 450 
mette innanzi gr. /óq-jj-t, nitrito, xpz\LÌZ,tw ^peuiGscv y$z\s.i- 
Ti£etv nitrire, sans. hresh nitrire; il Curtius 1, 242 e Corssen 
Kritische Beitroge zur lai. Formenlehre 404 sans. kars ti- 
rare. Ma tali raffronti sono dichiarati poco sicuri dallo 
Schade e dal Kluge. Più certa è secondo essi 1' affinità con 
1. currere da * cursere, rad. krs correre. Il Kluge propone 
anche rad. sans. kùrd saltare, a cui pare da ricondurre 
anrd. hress snello, e rad. ger. hruth donde tm. riisten pre- 
parare, ornare. 11 Paulmann infine trae aat. ros da rad. di 
vb. ags. hreósan correre (?). Deriv. : rozzone. 

Ruba, rapina, saccheggio, furto (Novellino). È usato 
nella frase " andare, mettere a ruba ". Ha per base aat. 
roxib, ma usato nel signif. primitivo di "ratto, rapina, de- 
predazione ", e non nel secondario e posteriore di '' cosa 
rapita" e molto meno di "abito, utensile, facoltà ". Donde 
si vede che 1' aat. entrò in it. in due signif. e forme distinte. 

Rubare, togliere l'altrui di nascosto; assalire per 
depredare (Compagni, Dante, Villani). Con sp. rollar, port. 
roubar, prov. raubar, afr. rober, fr. dérober ripesa su aat. 
roubòn fgot. raubòn in biraubòn — TuÀàv, violare] rnubón 
roiipón raupón, donde mat. rouben, rapire, saccheggiare, 
spogliare, tm. rauben, rapire, rubare. L' as. è róvón, spo- 



410 KUC1AKK. 

gliare, ags. réafian, saccheggiare, spogliare, rapire, dal 
quale ultimo l' ing. to reave, involare, rapire, mentre il sost. 
ags. réaf in ing. andò perduto. All' ags. réafian, saccheg- 
giare, rapire, precedette un ags. reófan sbranare, rompere, 
spezzare, rapire, anrd. riufa, rompere, violare | specialmente 
un patto J, sost. rauf, fenditura, apertura, vb. raufa, rom- 
pere, forare, aprire, rof, fenditura, apertura, rofa, aprire, 
sbranare, rompere, violare [decisioni giudiziarie], rofi vio- 
latore di giuramenti. Dal concetto di "rottura semplice" 
derivò, secondo il Paulmann, quello di " assalto violento 
senza uccisione", che è il dominante dell' aat. e in prin- 
cipio anche del vb. rom. Secondo lo Schade la desinenza 
in / del ceppo ger. è propria del ramo got., da cui discese 
a quella in b del bt., rub, e da questa al p dell' at. rup. 
Ma il preger. era rup; e con ciò siamo condotti a rad. idg. 
rup, che mostrasi in : lit. lupti, danneggiare, maltrattare 
lett. lupi, danneggiare, spogliare, a. si. lupiti d' ug. sig. ; 
cz. loupez, poi. hip, rapina, bottino, lupiezca, danneggia- 
tore, spogliatore; 1. rumpo, rompere, spezzare, ruptor, di- 
struttore, rupe*, rupe, scoglio, rupìna, caverna, spelonca 
[propriamente = rottura di rupe], rupex rupico, uomo 
rozzo, intrattabile, e secondo Pott 2, 1, 355, anche lupus 
che varrebbe "fiera rompitrice, distruggitrice " ; zend. rup, 
rapire, sans. lup, rompere, spezzare, distruggere, lóptram, 
rapina, bottino. Benfey 2,4; Pott. 1,258; Bopp GrL ; 335; 
Curtius 3 250; Pick 3 3,258. Ma su lupus v. Schade, p. 1196 
dove riporta altre opinioni. Del resto vb. aat. roubón entrò 
assai per tempo nel bl. Prima di tutto lo troviamo in Lex 
Alam., la cui ultima compilazione risale al sec. 8° sotto la 
forma di raubaverit. Deriv.: rubac-chiamento-chiare ; ruba- 
cuori-dore-gione-mento-to-tore-trice-tura ; ruberia. 

Ruciare, pascere del majale, grufolare ( dial. tose, 
marchig. ). Il Caix lo cava da aat. ruozjan grufolare, donde 
mat. ruozel muso, tm. Riissel proboscide. Noto però che i vb. 
ger. in jan danno regolarmente in it. ire. Der. : sgarucciare. 



RUFFA — RUFFIANO. 411 



Ruffa, calca e ressa di gente per rapire qualche 
cosa (Jacopone da Todi). Il nome it. non ha corrispon- 
denti nelle lingue neol. Ma accanto al vb. che ne derivò 
mediante composizione, arruffare confondere i capelli, ab- 
biamo : com. rufà-su fare cera accigliata, port. cat. arrufar 
arricciare i capelli, sp. arrufar se adirarsi; agg. sp. ruf 
arricciato, prov. ruf limos. rufa aspro, irto, berrignone 
rufe imbronciato. L' idea base di questo ceppo è quella di 
" tirare, costringere ", che conduce a quella di " confusione 
disordine"; e applicata ai lineamenti del viso a quella 
di " adirato, tristo ", essendo l' ira e la tristezza causa 
della contrazione del volto. La radice è aat. roufan raufan 
rotifen donde mat. roufen tm. raufen tirare, strappare, 
svellere. Il Diez accenna anche alla possibilità della deri- 
vazione da t. rupfen spennare, pelare. A me non pare 
giusto : giacché quest' ultimo a detto del Kluge è forma 
intensiva di aat. raufan che appare solo nel mat. cioè 
quando il ceppo ger. era già penetrato nel rom. D' altra 
parte tm. sich raufen = accapigliarsi, battersi ; signif. che 
è precisamente quello che vediamo in ruffa e nel composto 
baruffa. Nel campo ger. dallo stesso ceppo abbiamo : ing. 
ruffl contesa, ol. ruyffel ruga, grinza, anrd. roujin, irsuto. 
V. Eaffa rappa rappare. Deriv. e composti: ruffa ta ; ar- 
ruffarsi, baruffa. 

Ruffiano, mezzano prezzolato di cose veneree 
(Dante, Ottim. Comm. ). Dall' it. provennero: sp. prov. 
rujfian, fr. ruffien, a. ing. ruffiner, mat. ruffiàn, ruffigan. 
Respinta 1' etim. da 1. rufus rosso, che avrebbe accennato 
al color rosso dei capelli o degli abiti delle prostitute in 
Roma, perchè troppo puerile, il Diez mette innanzi aat. 
hruf ruf donde it. roffa sozzura immondezza ; e con 
questa parola V it. avrebbe designato la laidezza e brut- 
tezza morale di quella categoria di persone. Finora questa 
è 1' etim. più plausibile di ruffiano, ma è lungi dall'essere 
certa. Deriv.: ruflian-accio-are-eria-esimo ; arruffianare. 



412 KUMICIARK — Iti Z/.AKK. 



Rumiciare, fare rumore coi piedi (dial. tose. ). Il 
Caix ne fa un un deriv. di vomire. Gli si connetterebbe 
ramacelo , strepito. 

Russare, sornacchiare, rumoreggiare dormendo 
(Boccaccio, M. Villani). Neil' aat. incontriamo ruzzón, ruz- 
zati, rùzan, da cui mat. ràzen, rùssen, raussen rumoreg- 
giare, sornacchiare, sbuffare, ronzare d' insetti. Il Diez os- 
serva che aat. ruzzòn avrebbe prodotto ruzzare; ma che il 
vb. in quistione potè derivare dal tardo rùssen allegato 
dallo Schmeller III, 128. Ora è vero che nel tardo mat. 
troviamo questa forma ed anche 1' altra raussen; ma it. 
russare ricorre già nel Boccaccio, e pare gli preesistesse 
già nella lingua parlata. Perciò o russare non viene dal 
ger., ovvero russen esisteva già nell' aat., almeno in qual- 
che forma affine. Il che è molto probabile anche perchè 
accanto alle suddette ne troviamo nell' aat. parecchie altre 
che loro si appressano. Così ruzzen sornacchiare, ags. hrù- 
tan d' ug. sig., anrd. hriota, rumoreggiare ; mat. riischen 
riuschen, donde tm. rauschen rumoreggiare. Del resto tutto 
considerato, e tenuto conto dell' indole delle due lingue, è 
difficile potere immaginare che russare possa derivare da 
altra fonte che ger. Nelle lingue sorelle non si rinviene. 

Ruspo, ruvido [detto delle monete fresche di conio], 
aspro (Salvini, Pros. tose). Un tale agg., a cui fa riscontro 
genov. riispu, uomo dai capelli irti ed irsuto, è dal Diez 
e dallo Schade rimenato a vb. ruspan, essere orrido, irri- 
gidito. Il mat. presenta il composto ruspelhàr, dai capelli 
crespi. Se una tale derivazione è giusta, come pare real- 
mente che sia, dovette avvenire già anticamente, poiché 
dal campo ger. il ceppo è sparito da molto tempo. L' es- 
sere il vocabolo it. stato usato nello scritto solo negli ul- 
timi secoli, evidentemente non fa alcuna difficoltà. Deriv. : 
ruspone, sorta di moneta fiorentina. 

Ruzzare, scherzare (Boccaccio). Il signif. fonda- 
mentale di questo vb. ignoto alle altre lingue neol. sembra 



SACCOMANNO. 413 



essere stato quello di " movimento scherzoso " usandosi 
specialmente per denotare " il saltare e lascivire dei fan- 
ciulli ". Posto ciò verrebbe esso dall'aat. ruozzan muovere» 
sollevare ? Non tacerò che il Caix credeva ad una meta- 
tesi di zurro. Deriv. : ruzz-amento-o. 



s 



Saccomanno galuppo, bagaglione; saccheggio 
(M. Villani, St. Aiolfo, Sacchetti). Rispondono: n. prov. 
sacaman nel primo senso, e sp. sacoman nel secondo. E i- 
dentemente è riproduzione immediata di mat. sakman, 
ol. bav. sackman, portasacchi. Il vocab. ted. è un composto 
di formazione medioevale, il cui secondo elemento è man 
uomo; mentre il primo, sack, [ aat. mat. sac, tm. Sack, got. 
sakkus anrd. sekkr, ags. saecc, ing. sach, ol. zak] a detta 
dal Kluge, é un prestito fatto per tempissimo dal 1. saccus 
gr. rjày.xoq venuto a sua volta dall' ebr. fenicio sak. Il 
Faulmann invece ritiene ger. sac come originario, ma con 
poco fondamento. Come dall'idea di " portasacchi " si pas- 
sasse a quella di " rapitore " contenuta talvolta nel mat., 
e poi a quella di " saccheggiatore, saccheggio " ricorrente 
spesso nell' it. non è difficile a capire, riflettendo che i 
galuppi e portasacchi dell' esercito erano gente dedita alle 
rapine ed alle devastazioni. Difatti M. Villani usa la parola 
saccomanni " saccheggio " iu unione a gualdane. L' it. sac- 
comanno comparendo verso la metà (1) del sec. 14°, mi fa 
credere entrasse in Italia colle compagnie di ventura e coi 
soldati di Lodovico il Bavaro che intorno a quel tempo 
desolarono le nostre contrade. Il bl. ba saccomanni s, sacco- 



(1) Un passo dolio storico P. Azarms Novariensia all'an. 1861 
parlando dell' esercito di Giovanni Visconti che assediava Firenze 
e infestava la Toscana dice « domns et palatia invasorunt sun-o- 
manando et comburendo. Et ibi etiam per gcntos illas ( inter quas 



414 SAgihi:. 

vmnnare ( P. Azarius, A. Dandolo). Deriv. : saccoman-narc- 
neggiare-nesco. 

Sagire (antiq.) dare o prendere possesso d'una cosa; 
occupare (Villani). Il hi. è satire saisire ricorrente già nelle 
leggi barbariche nella prima forma e nella frase satire ad 
proprium = ponere ad proprium. Fu poi comunissimo in 
Francia nei sec. 11 e 12, come può vedersi nel Ducange. 
Il prov. satzir sazir, fr. saisir ^ prendere afferrare. Ma prov. 
satzir valeva anche " prendere contro diritto ", e afr. conte- 
neva anche il signif. it. Il Diez osservò che essendo questo 
un termine giuridico a cui il 1. ricusa assolutamente ogni 
etim., bisognava riportarlo al got. satjan, as. settjan, aat. 
sazzan | da *sazjan\, mat. tm. setzen porre collocare. Il 
transito dal ger. al rom. è regolare dal lato fonetico e 
passabile dal logico. A questa deriv. s' oppose lo Scheler 
partendo dal principio dell' unità di ceppo di it. sagire e 
staggire, e dall'impossibilità di ridurre quest' ultimo a got. 
satjan. Ma egli si posava su di un falso supposto ; che 
nulla prova 1' identità di sagire e di staggire. Del resto 
1' orig. del ceppo it. e fr. sagire saisir dal ger. è, secondo 
me, resa evidente dal ritrovarsi in quest' ultimo campo 
composti di saziati col preciso signif. di " prendere in 
pegno o in possesso " e tm. besitzen, ags. bisettan, ing. beset 
valgono anch' essi " occupare ". Inoltre troviamo nello 
Schade p. 346 che mat. satzunge satzung valevano appunto 
" imposizione di pegno, pegno ; ordine, sentenza legale ". 
Dunque non vi può esser dubbio su orig. ger. di sagire; 
e difatti ormai quest' etim. è ammessa anche dal Mackel 
e dal Kluge. È utile esaminare un po' il ceppo ger. e 
porlo a raffronto colle lingue indeu. Accanto alle forme 



multae Theutonicorum cohortes) dictum fuit de saccomanno: quod 
vocabulum usque ad praesentem dienti in Lombardia perduravit ». 
Ecco dunque indicata chiaramente non solo V origine tedesca del 
vocabolo, ma anche la data del suo ingresso. 



SALA. 4:15 

già viste troviamo : as. seitean settjen, aat. sacen setzan 
sezzan sezzen, mat. setzen sezzen; ags. settari, ing. to set, 
ol. setten, anrd. setja tutti d' ug. sig. fondamentale " porre 
collocare". Questo vb. è causativo di got. sitan sedere; 
quindi varrebbe propriamente " fare sedere ". Got. sitan 
poi, [ a cui si rannodano ags. sittan, ing. to sit, oi. zitten, 
as. sittian, aat. sizzen da * sizzean sittian mat. tm. sitzen ] = 
sedere, da rad. ger. set risultante da idg. sed. A questa 
rispondono nel campo indeu. sans. sad, gr. e£ojj,at [per 
* -7i$io 1 imputo, 1. sedeo, sido, sella. Bopp GF 406 ; Benfey 
1, 444; Grimm. Ges d d. Sp. 411; Pott" 4, 676; Miklos. 
972; Fick' 3, 316. Djriv. : suginu. 

Sala, stanza maggiore d'una casa (Lam. sposa pad., 
sec. 13°, Boccaccio ). Con sp. port. prov. sala, fr. sulle, casa, 
abitazione dimora, rimonta direttamente a bl. sala che ri- 
corre già nelle Gloss. Theotis. del Lipsio, nella Lex Alam. 
tit. 81, Lex Long. lib. I tit. 11, Edict. Rotaris tit. 48. Questo 
bl. salu comunissimo in tutto il medio-evo e per tutta 1' Eu- 
ropa ger. e lat., risaliva a tema ger. sala salia sali donde aat. 
mat. sa', casa, tempio, sala, antisala, dimora, tm. Saal, sala; 
ags. sai, anrd. salr, as. seli " dimora, tempio, abitazione " 
e specialmente " edifizio contenente una sola sala ". Spetta 
a rad. di vb. got. saljan, fermarsi, dimorare, alloggiare, 
donde got. salithva, dimora, aat. salida selida selitha <elda, 
mat. selide xelde, as. selitha selidha seldha selda, aurd. se- 
litha seletha alloggio albergo casa tugurio tenda. Notevole 
che il signif. primitivo e fondamentale di " casa dimora " 
proprio dell' aat. e che riscontrasi anche nell' afr., sia scom- 
parso del tutto sia nel tm. che nelle lingue neol. Fuori 
del campo ger. sono affini: a. si selitva dimora, e sel'> corte 
villaggio, che però secondo il Friedmann sono deriv. dal 
ger.; poi 1. solum suolo fondamento, solea Ruolo, gr. )$ò$ 
via. £ó\x<poS pavimento. Deriv. : salett-a-ina ; sal-one-oncino 
otta-ottino. 



41fi SALAVO — BBBICCO. 

Salavo (antiq. ) sudicio, bianco macchiato CTacop. 
da Todi). Voce sorella è fr. sale sporco, vb. salir imbrat- 
tare. A base delle voci rom. sta tema ger. salva che colla 
sua forma non flessa salo die orig. a fr. sale, e colla flessa 
salairer all' it. Neil' aat. accanto a salawer esistono salower 
e salewer: di qui mat. sale sai, in flessione salemer salwer 
oscuro nero torbido sucido. Paralleli: ags. salo, a. ing. sa- 
lowe salme biondo lucido Grein 238, Stratman 414, ing. 
sallow sbiadito pallido, m. ol. saluwe, ol. zaluiv giallobruno, 
anrd. solr giallosucido Vigfusson 621; got. * salvs. Da tema 
ger. salva al dire dello Scbade svolsersi vb. aat. salairen 
salwèn oscurare scoloi'ire insudiciare, poi salami offusca- 
mento. Deriv. : salavoso. 

Sbreccare rompere, frantumare (dial. montalese 
in Tose). Voci corrispondenti dell' Alta Italia sono: venez. 
sbregar, romag. sbraghé, mod. sbragdr, tirol. sbregar. Il 
prov. presenta ésbrigd il fr. ébrécher, dial. ébercher. Il Ne- 
rucci e dietrogli il Caix lo riportarono ad aat. brechan, rom- 
pere, spezzare, donde mat. brechen, tm. brechen d'ug. sig. 
Forme ger. sorelle : got. brikan, as. ags. brecan, ing. to break, 
ol. breken. L'orig. ger. è evidente, e verosìmilmente il vb. 
fu d' import, longobarda essendo tanto diffuso anche nei 
dialetti d' Italia. Alcuni suoi deriv., come breccia briccola 
briccone, penetrarono anche in altre lingue rom. La s iniz. 
è eufonica, come avviene spesso in it. La rad. ger. è brek 
da preger. bhreg che compare in 1. frango fregi, gr. pr,yvj|K. 

SbriCCO, masnadiere cagnotto briccone (Berni, Var- 
chi). Ne il Diez né alcun altro s'è occupato ch'io sappia 
di questa voce. Ora nell' aat. trovo hùsbrecho hùsprehho 
( Schade p. 435 ) = ladro predatore [ hùs — tm. Haus casa ; 
brehho da brechan, tm. brechen rompere : quindi propria- 
mente " rompitore delle case"]. Io credo che 1' it. venisse 
di là, essendo la elisione dell' u iniz. facilmente spiegabile 
mediante l' articolo di cui fu creduta parte. V. anche 
briccone. 



SCABINO — SCACCIE. 417 

ScabillO schiavino (antiq.), nome di certi giu- 
dici e magistrati medioevali fra i popoli ger. (Villani, Sac- 
chetti). Con sp. esclavin, fr. échevin giudice, immediatamente 
riposa su bl. scabinus scabineus escapinius che rendeva la 
forma sassone scepeno scebino usata da Carlomagno per deno- 
minare l' impiego da lui creato ( Capit. an. 805 ). Il Kluge 
però crede possibile un'anteriore origine e formazione d'un 
tal nome benché got. * skapja * skapeins e le forme corri- 
spondenti dell' anrd. e dell' ags. non siano documentate. Ad 
ogni modo il nome as. scepeno scebino ha per base vb. ger. 
skapjan pare creare ordinare, che si sdoppiò e produsse da 
una parte got. skapian, ags. scyppan as. sceppian, dall' altra 
aat. scaffòn scaffàn scepfen skeffen, mat. schaffen d' ug. 
sig., tm. schaffen fare procacciare fornire. A questo secondo 
gruppo colla / s' attengono le corrispondenze dell' at. al 
nome in discorso : aat. scaffin scephin scefin sceffin sceffeno 
schefno, mat. scheffe schepfe scheffen, tm. Schiiffe [a questo 
il bt. contrappone Se/toppe dipendente dal gruppo col p |. 
La rad. ger. è skap che con una serie di formazioni no- 
minali ebbe una progenie ricchissima nel tm. : ad es. SchSp- 
fung Geschdjjf] ing. shape forma figura fattura; Schei ffver 
ed altri. Circa il signif. di as. scebino, il Kluge opina che 
valesse " ordinato, stabilito ", sottinteso " per giudicare ", 
trovandosi fra i signif. di aat. scaffan anche quello di " or- 
dinare costituire ". 

Scaccie, trampoli, gruccia della civetta (dial. aret. ; 
Redi). Il Caix 510 rannoda questa voce a venez. srusr. 
lomb. scansie, afr. escace (sec. 12°) fr. échasse, annon. échach 
trampoli; e quindi la riconduce all'etimo proposto già dal 
Diez per le forme francesi, cioè: fiamm. scTiaets, ol. schaats, 
ing. skate trampoli e pattino. L' essere questa una voce 
dialettale farebbe credere che fosse entrata colle invasioni 
barbariche; ma c'è la difficoltà che non ne ricorro tra 
nell' antico ger. Lo troviamo noi bl. sotto la forma di scarri 
(Hist. Ecc. Placent., Acta Greu,-. X ) e quella di scada 
(Act. S. Venoli, 3 Jun. p. 3S7.. 27 



418 SCÀ< II — SI.ÀKILO. 

Scadi, rapina, ladroneccio (dial. comas. ). Il ceppo 
ger. di questo vocab. non penetrò nell' it. ma ebbe diffu- 
sione non poca nel bl. dove compare colle forme di scachus 
schacus Lex Longob. lib. 2, tit. 55; Capit. Caroli Calvi 
tit. 12; Decret. Ottonis II, Imp. presso Goldast. tom. ó: 
Charta Leonis Urbev. an. 1090; Liber Consuet. Mediol. 
an. 1216; e nel territorio francese che ci presenta afr. échec 
e prov. escac scax. Il tema ger. è skak che ci mostra : aat. 
scafi scàhch scàch, mat. schàch latrocinio ruberia, rapina. 
Abbiamo inoltre : afris. skak rapina, donde ol. schaak ratto 
di donzella. Il Mackel trae le forme fr. direttamente da 
abfr. * skak. La voce comas. non può essere venuta che 
dall' aat. mediante i Longobardi. Il tm. dell' antico ceppo 
conserva, benché raramente usato, sost. Schàcher rapitore 
ladro, da aat. scàhhari. 

Scaffa, scaffale, strumento di legno che ha varie 
capacità e spartimenti; scansia (Vasari, Buonarroti). Rispon- 
denti sono : genov. scaffo, lettiera, sicil. lad. scaffa, scansia. 
Il Diez ci presenta come etim. il mat. schafe d'ug. sig., bav. 
schafen, ol. schap. Ma se il nome it. si rinviene anche nei 
dial., è chiaro ch'esso, per quanto appaia tardi nello scritto, 
non può supporsi deriv. dal mat., ma dovette esistere sin 
da tempo antichissimo nel linguaggio popolare. D' altra 
parte lo Schade p. 771 ci fa vedere scafa scaf documen- 
tato anche nell' aat. | nei composti scafareita scafreita ]. 
Perciò mi pare che il vocab. it. anziché al mat. si debba 
riportare all' aat. donde ci venne pel veicolo dei Longo- 
bardi. Difatti bl. scaphum, scapellus sono a detta del Kluge 
riproduzione di aat. scaf, as. skap. 

Scafilo SCafigliO, sorta di misura antica di grano ; 
misura di calcina del peso di 1000 libbre (Stat. S. Jacopo). 
Il bl. scafilus ricorre già in carta del 718. Esso riposava 
su aat. * scaphil scefil sceffil, mat. sceffel misura di grano, 
as. scajìil [ pi. scapilòs]. Il tm. è Scheffel moggio stajo; il 



SCAGLIA. 419 

m. bt. scepel e bt. schephel. Queste voci ger. sono dindin, 
risalenti ad aat. scaph scaf, mat. schaf, as. scap " vaso o 
misura di varie foggie e grandezze"; primitivo cbe non 
ha corrispondenti nell' ags. e anrd. e nemmeno nei dial. 
altotedescbi moderni. Secondo il AVeigand 2, 553 lo Schade 
ed il Caix esso aveva per base il nome gr. lat. scapum 
scapium scaphium uxcKpiov " vaso, rotondo e profondo, -orta 
di bacino : '. Ma il Grimm Gramm. 3, 435 nega questo orig. 
gr. lat. di ger. scaph e lo ricollega a ceppo scif ed a 
skapian ; e il Kluge asserisce che bl. schaphum è esso 
stesso riproduzione del vocab. tedesco; e connette quest'ul- 
timo ad anrd. skeppa moggio ed a rad. ger. skap com- 
prendere in sé. Lo Schade però sostiene tuttavia l' influsso 
del nome gr. lat. schaphium "vaso da bere" sul signif'. 
di "misura" assunto dal ger. 

Scaglia, squama de' serpenti e de' pesci; falda larga 
e sottile di metallo o di pietra (Dante, Semintendi |. Con 
fr. écaille squama corteccia guscio buccia, risale direttamnte 
a got. skalia mattone quadrello embrice tegola [ propria- 
mente '■ assicello, squama gentile"]. Il Diez spiega l'ac- 
coppiamento de' due signif. primitivi di " squama " e " te- 
gola " nello stesso nome coli' osservare che la squama e 
la tegola presentano 1' analogia di stare le une accanto alle 
altre allo stesso modo. Checchessia della ragione, è certo 
che nel campo ger. il senso originario di " squama " 
si eclissò e die luogo a quello dominante di " corteccia, 
buccia, guscio " che scorgiamo in anrd. skel, ags. sci/Il, ing. 
sliell buccia scorza, ol. schei guscio. Alla forma aat, scaldi 
mat. schal, tm. Schale buccia, guscio d'un frutto o d'un 
ovo, spetta fr: écale d' ug. sig., pie. écalpr, sgusciale, ags. 
sceala, ing. shalc, guscio. Il Kluge dice doversi separare 
nettamente questo ger. scala " squama, guscio " da ger. 
aat. sc/i ila, mat. schàle, tm. Scinde "tazza, coppa", con 
cui si rinviene spesso mescolato e contuse da molti, b fra 
gli altri dallo Schade. Questo secondo ceppo ce 1' oliìo an- 



420 SCALCO. 

che il longob. sotto la forma di scala patera; ma esso non 
dovette avere alcuna influenza sul rom. perchè in qtu 
signif. il nome non passò in alcuna delle lirigue neol. Il 
ceppo ger. di got. skalja insieme con anrd. skilja dividere, 
dipende da rad. idg. skel, fendere e gli connettono nel 
campoger. Schild, scudo e Scholle zolla (v. Zolla . e fuori 
di esso: lit. schilli, fendere, lett. skaldit fendere spaccare, 
skala, scheggia di pino; a. si. skala, pietra rupe [ propria- 
mente "pezzo spaccato "J, russ. skala rupe, corteccia di 
betulla, a. si. skolika, guscio, corteccia; forse 1. qui-squil-jae 
raschiatura spazzatura, cosa da nulla Curtius' 160: Corrsen 
l 2 524; gr. tx'/ààe'.v, i\ schiare grattare. (7xaXi?, raschiatojo, 
TxoÀ'JTTTStv, sbucciare, mozzare Pott' 2, 3, G83 : Curtius 1 i 
Pick 7 901, 900. Da questi raffronti indeu. appare che il 
signif. originario di got. skalja, aat. scala era quello di 
•'qualche cosa di fenduto e spaccato": a questo modo si 
spiega come il nome fosse applicato alle squame dei pesci: 
dalle quali era poi facile il passaggio alle corteccie, bucce, 
gusci e simili. Il signif. annesso all' it. scagliare " gettar 
via " è dovuto alla facilità con cui un oggetto a forma di 
scaglia si getta via, e quindi al frequente uso che se ne 
faceva per questo scopo segnatamente dai fanciulli. Ma si 
può anche supporre (e ciò pare più verosimile) che con- 
tenendo Scaglia l'idea di "raschiatura, rimasuglio, spaz- 
zatura" se ne formasse un vb. denotante l'uso che si fa 
delle spazzature e raschiature. Derìv. : scaglia-bile-wento-re- 
tore-trice ; scagli-etta-ola-one-oso-uola. 

Scalco, chi ordina il convito o trincia le vivande 
(Fra Giord., Pulci). Con fr. escalque usato dal Rabelais 
( che però è probabilmente d' estrazione it. data la sua ter- 
minazione in que e data il suo tardo e unico comparire 
in autore molto versato nell' it. ). risale ad aat. scale servo. 
donde mat. schalc servo schiavo, uomo d'infimo grado, tm. 
Schalck furbo volpone. Paralleli in quel campo sono : got. 
skàlks, anrd. sk'ilkr. ags. scealc servo uomo [fem. seyleen 



SCANCEPaA 



421 



giovane donna]. In it. penetrò certamente molto per tempo 
forse coi Longobardi, e vi subì una forte specializzazione 
di senso. Vi penetrò poi ancbe come elemento dei due 
composti manescalco e siniscalco. Il Kluge rileva 1' ottimismo 
dell' ascenssione del signif. del nome t. che nel mat. va- 
leva " vile dappoco " e nel tra. " uomo scaltro ". Il nome 
ger. ebbe grandissima diffusione e moltiplicità di deriv. e 
composti. V. Schade p. 775. 11 bl. scalchus ricorre assai 
tardi, cioè verso il 1200 negli Ada B. Joan. Taussiniani. 

Scanceria, palchetto da cucina (Sacchetti). Non 
ha corrispondenti in lingue rom. Direttamente risale a bl. 
scancaria che troviamo all' an. 1316 presso il Brandaone 
Monarca. Lusit. tom. 5, p. 304. Questo scannarla è forma 
sorella di bl. scancionaria (an. 1202 Comput. apud Brus- 
sel, tom. 2) definito per « locus ubi potus servatur aut 
unde distribuitur », e di bl. scancìa. Risale a tema ger. 
Scanc, come si vedrà ampiamente alla voce Scansia. 

Scaiicia-sìa, palchetto, scaffale per bicchieri o 
libri (Buonarroti, Bartoli). Non ha corrispondenti nelle 
lingue sorelle, benché, come si dirà più sotto, queste dal 
suo ceppo ger. abbiano cavato parole che 1' it. non pos- 
siede. Immediatamente risale a bl. scancia ricorrente in 
una carta francese all'an. 1202, e che valeva a un di- 
presso " luogo ove si conserva o distribuisce il vino " 
(v. Scanceria). Il bl. scancia risaliva ad aat. >canc, mat. 
schanc, palco di vasi, armadio, scaffale; Schineller 3, 372. 
Il tm. Schenke = taverna bettola osteria. La relazione fra 
i concetti di " palco per vasi " e quello di " bettola ta- 
verna " si spiega riflettendo che quest' ultimo inchiude 
necessariamente il primo. Secondo lo Schade p. 78b e il 
Kluge p. 32<! il nome aat. scanc ags. secane sceanca, affine a 
scinca tibia (v. Stinco), valeva in origine " canna dell'osso ". 
Quest'osso perforato essendo nei tempi antichissimi appli- 
cato come cannella alla botte, il nome scanc e vb. scenken 
quindi formatosi significarono da principio " porro la can- 



422 JCAPPIKHE — si ai:affai!k. 

nella alla botte ", e in processo di tempo " dispensare il 
vino " : quindi scanc valse " osteria " ossia il luogo ove si 
vende il vino, e in fine " palco scaffale " ossia il luogo 
dove si tengono i vasi del vino nell'osteria pei venderlo. 
Ecco il curioso processo ideologico seguito da questo ceppo 
ger. Da esso l' it. ha preso questo nome e scanceria; ma le 
altre lingue neol. ne han tratto un vb. e un nomen agentis. 
Dal vb. ger. skankian, aat. scenkan, donde mat. scenken, tm. 
scenken, versare mescere, vendere al minuto come oste, dare 
donare, vennero sp. escanciar, port. escancer, afr. eschancer 
vendere al minuto, lad. schanghiar dare come dono. Dal 
nome ger. skankio, aat. scenkio scenkeo scenko, mat. scenke, 
tm. Scenk oste, dipendono bl. scancio-tio-onis Lex Salic. 
tit. II, Papia, scanchis scancionarius (an. 1247. 1260, 1261 
in Francia), poi sp. escanciano, port. escancao, f'r. échan 
son. Da vb. tm. scenken il fr. chinquer, dial. chiquer. Anche 
qui appare la grande propensione dei Tedeschi al bere, la 
quale ebbe per effetto la introduzione di non poche loro 
parole relative al bere fra i popoli da essi conquistati o 
con cui ebbero a fare. Per altri riflessi bl. del ceppo ger. 
v. Scanceri i. Il bav. scanz = scansia. 

Scappiere, digrassare colla scure (dial. della Chiana). 
Un deriv. importante è scappici, ritaglio. Il Caix 517 si 
chiede se queste voci non siano connesse con got. skaban, 
aat. skaban scapati digrossare, piallare, donde aat. scapa 
scabà, mat. schabe, pialla. Questa etim. è certamente molto 
più verosimile che quella da vb. 1. scalpere, scalpellare, o da 
scabere, grattare. Quest'ultimo però coi suoi deriv. scaber, 
scabidus scabies e gr. cfxàwtsiv, incidere, intagliare e deriv. 
axaTravY) sxajraveù? sono dal Pick 2 3, 331 ricondotti alla 
stessa rad. idg. skap a cui spetta aat. skapan skaban. 

Scaraffare, arraffiare, torre per forza ( Lippi, Mal- 
mantile). Il Diez lo riporta a mat. schrapfen, bav. schrafen 
grattare raschiare. Risponde in quel campo alla forma del- 
l' at. il bt. schrapen, ol. schraapen, ing. shrape d'ug. sig. 



SCABAGUA1TA. 423 

Dalle forme colla tenue si svolse afr. escraper raschiare. 
Il primo a è stato inserito per eufonia fra il gruppo sch 
e la r ed è fenomeno non raro nelle parole it. d'orig. ger. 
Anche qui abbiamo il caso d' una voce ger. che in it. ap- 
pare scritta solo molto tardi ( sec. 17°); ma nonostante 
questo e nonostante che le si dia per etim. una voce ger. 
che compare solo nel mat., difficilmente si può supporre 
che siasi introdotta durante il periodo della fioritura del 
mat. [1100-1500]. Esisteva probabilmente nell'aat. parlato, 
benché non appaja documentata. Il Diez esclude poi orig. 
da gr. ~y.y.y.-;y.-f)y.\ perchè l'accento sali' a del presente 
avrebbe dovuto risultare da un i ; il che è contro alle leggi 
fonetiche. Nel mat. accanto al vb. allegato troviamo nome 
sost. ftchrapfe strumento da grattare; il bt. vale " stregghia ". 
La rad. ger. è skrap da preger. skrab che mediante apo- 
fonesi o ablaut die origine a moltissime voci anche nel- 
1' aat. che possono vedersi nello Schade a vb. scrèvon p. 805. 
Scaraguaita scliiraguaito (Giacomino da 
Verona, 1264; Lucan. volgariz. : verso il 1800-20). Il bl. 
scharaguayta non è anteriore, almeno in Italia, alle forme 
volgari. L'incontriamo in una carta «di Brescia all' an. 
1283 colla variante eschurgaita che è dovuta forse all' in- 
flusso francese. In quella carta è notevole che ci s' in- 
contri anche vb. eschargaitaverit. Scharaguayta lo tro- 
viamo negli Stai. Astens., e poi in una carta di Galeazzo 
Visconti all' an. 1351. In Francia il bl. eschargaita ricorre 
già all'an. 1228 in una carta di Nevers. L' afr. è escht 
fr. échauguette. A base delle due voci sorelle fr. e it. sta 
il mat. scharwahte sentinella, pattuglia? Sta il fatto che 
bl. scaraguagta anche nel territorio francese non compare 
prima del 1200. D'altra parte il composto ger. scharwahte 
è ignoto affatto all' aat. Pare adunque che si tratti 
d'un prestito fatto nel colmo «.lei medio evo, e non al- 
l' epoca delle invasioni barbariche. Tuttavia il Mackel, 
p. 71 e 137 ammette che afr. eschargaite e fr. échauguette 



424 8CABAM1 <:< MA 8CABPA. 

risalgano ad abfr. * skarwahta. Ma è una semplice suppo- 
sizione; perchè l'esistenza di abfr. skarwahta non è provata: 
V. Sgu ir guato. 

Scaramuccia-o, scaramugio, schermu- 
CTÌO, combattimento, piccolo scontro, azzuffamento di pic- 
cole parti d'esercito fuor d'ordinanza (G. e M. Villani). 
Il bl. scaramutia, comparendo solo dopo il 1300 e quasi 
sempre in territorio it., probabilmente riproduceva la voce 
it., ed era molto lungi dall' averle servito di base. Ora la 
voce it. primitiva era schermugio uno dei derivati di scher- 
mo-ite (v. q. vtfci). L'iniziale scara è dovuto a falsa in- 
terpretazione popolare che credette scorgere in questo vo- 
cabolo l' idea di scara schiera. Il Diez crede che il primo a 
possa attribuirsi anche alla predilezione che le lingue rom. 
hanno per questa vocale. Da it. scaramuccia bl. scaramutia 
provennero fr. escharmouche escharmoucher , sp. escaramuza, 
mat. scharmutzel donde tm. Scharmutzel, ol. schermutzel e 
ing. skirmish tutti di signif. ug. Deriv. : scaramucciare. 

Scarpa 1 , pendio d' un muro o d' un terrapieno per 
cui questo alla base sporge in fuori (Leonardo da Vinci, 
Guicciardini ). Con. sp. escarpa, fr. escarpe d' ug. sig. [ sp. 
escarpar fare liscio, fr. escarper tagliar a piombo J ha per 
base ger. skarp acuto che presenta: aat. scarf ---carph, mat. 
scharf scharph scharpf scharp schàrpfe acuto tagliente pe- 
netrante, tm. scarf aguzzo. Accanto al ramo dell' at. ab- 
biamo il bt. dove al solito prevale la tenue alla spirante : 
as. scarp, ol. scharp scherp, acuto esatto sottile; ags. schear^, 
a. ing. scarp scharp sarp scherp, ing. sharp, acuto pene- 
trante sottile; afris. scharp skerp, fris. scherp; anrd. skarpr 
skòrp skarpt acuto duro, sv. dan. skarp. Il concetto domi- 
nante è quello di "qualche cosa d'aguzzo, di sporgente". 
Il Kluge però mette in rapporto tema ger. skarpa acuto, 
con ags. sceorpan rastiare, aat. scarbón tagliare a pezzi; 
ags. sceorfan, ing. to scrape raschiare, mat. schrapfe; dal 
che pare che in origine skarp valesse "tagliente". Fuori 



SCARPA — SCHERANO. 425 

del campo ger. paragona qui gr. apizf], a. si. srapu falce. 
Del resto il Mackel p. 64 crede che fr. escarpe sia stato 
improntato all' it., e ciò per la conservazione del e davanti 
all' a e per la conservazione della s davanti al e. V. Scarpa . 

Scarpa 2 , calzare del piede (Boccaccio, Sacchetti). 
Il bl. acarpa ricorre già in Goffr. Malaterra -+- 1150. Ri- 
spondono : afr. escarpin escapin zoccolo pantoffola. Questa 
parola spetta allo stesso ceppo ger. skarpa visto sotto 
1' articolo precedento. Evidentemente questo calzare dovette 
il suo nome alla sua forma aguzza. Der. : scarj taccia-scar- 
petta ; scappino, 

ScatroSCÌO SCataroSCÌO, aquazzone (Bigutini). 
Secondo il Oaix procedette da vb. got. gadrausian, fare 
cadere, fare precipitare. V. Stroscia. 

Scellino (neolog. ) moneta inglese del valore di 
circa 20 soldi (Alberti, Dxzion. ) Con fr. prov. sp. escalin 
ha per base aat. schillinc scillinch skillink, donde mat. schil- 
linc, tm. Schilling soldo, moneta d' oro o d' argento. Torme 
sorelle sono : got. skillings, anrd. skillingr, sv. dan. skilling, 
ags. as. scilling, ing. schilling, afris. skilling scillinch skil- 
link. La forma it. presentando un suono semipalatale pare 
provenire da aat. stilline, laddove fr. sp. prov. escalin. col 
suo gutturale è probabilmente venuta da una forma ger. 
col k. Secondo il Pott" 2, 3, G85 aat. stilline è derivazione 
di vb. scellan risuonare, che vedremo sotto Squilla; il Kluge 
poi crede che la desinenza ing sia la solita che ritrovasi 
sin dall' aat. nei nomi delle antiche monete tedesche (pfen- 
ning keisur-ing farth-ing); quindi varrebbe "moneta so- 
nante ". Anche a. si. sklezì è d' orig. ger. Il bl. skillingus 
schillingus fu usato solo in paesi ger. V. in proposito Du- 
cange a queste voci. L' it. fu introdotto presso di noi dai 
mercanti o sulla line del sec. scorso o sul prinoipìo del 
presente. 

Scherano, uomo facinoroso, assassino (Novellino, 
Jacopone). Non esito a porre questo nome tra i deriv. da 



42(j SCHERMARE — SCHERMO, 

filiera. Per la forma, osserverò che presuppone uno * schera, 
conosciuto dai dialetti dell' Alta Italia ( moden. schera = 
schiera analogamente a pescherà da peschiera ) ; e del resto 
scherano per schierano può esser dovuto al bisogno d'age- 
volare la pronuncia. Pel senso, qui s' avrebbe il passaggio 
da " uomo che va in ischiera " a " uomo cattivo ": il quale 
passaggio, attese le consuetudini del medio-evo è spiega- 
bilissimo; e difatti ne abbiamo un esempio eloquentissimo 
in masnadiere (1 1. V. Schiera. 

Schermare (antiq. ), parare i colpi del nemico 
(Jacopone, Petrarca). Riposa evidentemente su di un aat. 
* skirrnón skirman d'ug. sig. Del vb. aat. e affini riparle- 
remo sotto schermire. Secondo il Mackel dall' it. si svolse 
il fr. escrimer (sec. 16°) mediante un * escremer. 

Schermire, schivare i colpi del nemico, difen- 
dersi (Jacopone, Dante). Paralleli: sp. port. esgrimir, prov. 
afr. escremir escermir escrimir escirmir d'ug. sig. Fonda- 
mento : aat. * skirmjan. Forme documentate : aat. skirman 
skirmen schirmen scirmean scirman scirmen servire come 
difesa, difendere. Di là mat. schirmen schermen d' ug. sig. 
Tm. schirmen = riparare, difendere. Secondo il Kluge è vb. 
formatosi da nome skirm e non questo da quello; ma il 
Faulmann é di contrario avviso. Ad ogni modo a me pare 
che in it. il vb. siasi svolto non dal nome it., bensì dal 
vb. ger. corrispondente. Il Mackel crede che le forme afr. 
prov. escrimir escirmir siano evoluzioni posteriori delle pri- 
mitive escremir escermir. Der. : schermi-dore-gliare-ta-scher- 
mugio. V. Scaramuccia. 

Scliermo-a, riparo, difesa; arte dello schermire 
(Dante, Villani, Berni). Voci sorelle: sp. port. esgrima, 



(1) Ottone Morena di Lodi (verso il 1150) ci offre nella sua 
cronica scavarti per scherani. Questa forma se è genuina, rende 
ancor più evidente l 1 origine di scherano da bl. scara schera risa- 
lente ad aat. scara. 



SCHERNIRE — SCHERNO. 427 

prov. escrima, afr. escrime arte della scherma. Il bl. non 
presenta questa parola che ha per base : aat. skirni schirm 
scirm sck'érm scherni scerm donde mat. schirm sch'érm, og- 
getto che serve di riparo e difesa, scudo, muro, parata, 
protezione difesa. Il tm. Schirm = riparo coperto, para- 
vento ombrello. Questo nome molto diffuso nell' aat. e 
nel mat.. fu probabilmente importato dai Longobardi. Se- 
condo lo Schmidt e il Miklos. è da paragonare al ger. 1' a. 
si. cremu ctxtqviq tenda. Il signif. di "arte dello schermire" in 
it. è proprio di scherma che compare piuttosto tardi (Berni . 
Anche in ted. questo signif. appare solo nel mat.; il che 
si spiega pensando che fu precisamente verso quel tempo 
che fiori la cavalleria. V. Schermare, schermire. Der. : scherm- 
aglia-aglio. 

Schernire, deridere e dispregiare alla scoperta ( Fra 
Giord., Dante). Con sp. port. escarnir. prov. esquernir escar- 
nir schirnir, afr. eschernir escarnir beffare, risale ad un ger. 
* skirnjan che non è documentato, ma che è richiesto dalla 
desinenza dei vb. rom. Storicamente certe sono invece le 
forme aat. skirnón scè'rnon sk'érnòn donde raro mat. sehernen 
motteggiare, beffare, alla quale risponde bene la forma 
dial. moden. schergniare per * schernare. Il ceppo ger. nel 
tm. è scomparso. Secondo lo Schade p. 798 vb. skerndn è 
nominale svoltosi da sk'érn che vedremo tosto sotto scherno. 
Un tal vb. rimasto potentemente infiltrato nell' it. venne 
senza dubbio coi Longobardi, presentando nettamente ca- 
rattere alto tedesco. Notevole che non s'incontri nel bl. 
Der. : schern-dmento-erole-erolmente-niano; scherni-dore-rnento- 
tivo-tore-tura. 

Scherno-a-ia, derisione amara, dispregio manife- 
sto (Fra Griord., Dante). Forme neol. sorelle: sp. osa < mio, 
port. escarnho, prov. esqueni, air. eschern derisione dileggio. 
Base: aat. skè'rn scern, a. ol. schérne, donde mat. schérn 
buffoneria scherzo derisione. Secondo il Mackel p. 102, I !■"• 
V abfr. presenta skè'rno sfctrno, e da quello egli fa proce- 



428 SCHKKZAKK — SCHIACCIARE. 

dere immediatamente le voci afr. e prov. ; ma a fonda- 
mento dell' it. dice richiedersi una forma ger. coli' i che 
che ci è mostra del resto da aat. skirno scirno istrione de- 
risore. Il tema gei*, è * skirna a cui spettano: aat. scemavi 
sc'èvneve buffone, skevnunga oltre alle forme verbali che 
vedemmo sotto schevnive. Nel campo ger. il signif. era 
uguale pressappoco a quello di scherzo; né conteneva l'acer- 
bità assunta in it. Del resto tanto aat. skern quanto mat. 
schevz hanno la loro radice in aat. scevon essere lieto, giu- 
bilare, lascivire, tripudiare Graff 6, 534; e Schmeller 3, 389 
paragona e raccosta qui bav. gescher grido, rumore. Fuori 
del campo ger. abbiamo : a. si. skrenia buffoneria, skveno- 
vati esser libidinoso; 1. scurra buffone | forse da scur-na\. 
Dial. moden. offre schevgnia. 

Scherzare, saltabellare, gridare e correre dei fan- 
ciulli per giuoco; burlare, ruzzare (Dante, Vit. SS. Pad.). 
Non ha riscontro nel bl. e nelle lingue sorelle, e riproduce 
esattamente mat. schevzen saltare d' allegrezza, tripudiare 
divertirsi, donde tm. schevzen burlare scherzare, e sost. 
Schevz celia baja giuoco, venuto da mat. schevz giuoco diletto. 
È chiaro che pel signif. il tm. fa uguaglianza coli' it. più 
che col suo progenitore del mat. Nel mat. abbiamo anche 
schavz salto. Il ceppo in discorso è affatto ignoto all' aat. 
e in generale alle antiche lingue ger., od almeno non è 
documentato. Il fatto che esso non è passato né nel bl. né 
nelle altre lingue neol., indica eh' esso entrò in it. proba- 
bilmente nei primi secoli dopo il mille pei contatti medio- 
evali fra Italiani e Tedeschi. Der. : schevz- evole-oso-o. 

Schiacciare, rompere e frangere le cose che han 
guscio ( Dante, S. Greg. ). Il Diez lo trae da ger. * klakjan 
* klekan presupposto da aat. kleken, mat. klecken klechen 
che valevano " fare squarcio o rottura, tórre dal posto, 
fare avanti; produrre scoppio con suono, produrre scric- 
chiolio ". La s iniz. è spiegata con un indurimento eufonico. 
Il senso nell' it. ha subito una forte specializzazione : da 



SCHIAFFO — SCHIANTARE. 429 

quello di " produrre rottura con suono " è passato a quello 
di " ammaccatura prodotta da compressione ". Il tm. klecken 
vale "fare una macchia, uno scarabocchio acciarpare"; 
ma il mat. klecken significava anche " battere risuonando ". 
Anche tm. Kleck vale "macchia, scarabocchio" mentre 
mat. klach — scoppio, squarcio, rumore; e si riflettè in fr. 
claque, scoppiettio di mani, applauso, vb. claquer, cat. claca 
ciarla, norm. claquard garrulo loquace. Der. : schiaccia, trap- 
pola ; schiaccia-mento-ta-tina-tura. 

Schiaffo, guanciata ceffata ( Pataffio ; Amm. Anti- 
chi). Corrisponde qui vb. prov. esclafa battere. Presuppone 
ger. * slapfe e più precisamente schlapfe. Questo non è 
documentato, ma esistette senza dubbio nel!' at., trovandosi 
nel bt. il suo corrispondente slappe slape che però aveva 
signif. di " parte della copertura del capo fatta a borsa e 
pendente in giù; sorta di berretto o cappuccio ". Questo bt. 
passò poi con ugual forma e signif. nel mat. Nel tm. poi 
Schiappe vale "danno, perdita, percossa" e anche "schiaffo " 
nel sec. 16-17. Anche m. ing. slappe, ing. slap =r percossa 
guanciata ceffata schiaffo. Lo Schade riferisce bt. slaj>jxi a 
slaf, debole ; ma poi non spiega il trapasso fortissimo da 
questo al signif. di " percuotere ". Una volta giunti a que- 
st' ultimo si spiega P applicazione che del nome fu fatta 
ad una parte del cappuccio che percuoteva la faccia; e si 
spiega pure il senso di " colpo dato nella guancia ". Resta 
però sempre oscuro il senso di " danno, pregiudizio per- 
dita ". Ad ogni modo è chiaro che il signif. di " ceffata 
guanciata " dovette essere antichissimo anche nel campo 
ger., riscontrandosi non solo nell'it., ma persino nelle forme 
dial. dell'alta Italia slepa sleppa. V. questa parola. Deriv. : 
schiaff-are-eggiare. 

Schiantare schiattare, rompersi con violenza, 
fendersi, proprio d'alberi, panni e simili; scoppiare, tare 
rumore e fracasso; strappare (Dante, Boccaccio). Uìspon- 
dono • prov. esclatar, air. ésclater, fr. éclater, rompersi con 



430 -' 111 ATTA. 

iscoppìo e rumore; ir. éclat scoppio, splendore, venez. 
schiantizare risplendere. 11 Diez riconduce questo ceppo 
ad aat. slcleizàn sleizén fendere spaccare strappare, donde 
mat. sleizen, tm; schleissen schlitzen d'ug. sig. Quest' etim. 
è accettata anche dallo Scheler per le parole fr., il quale 
Scheler fa osservare che la corrispondenza di aat. ei a fr. a 
è normale, e che iniz. ger. si è sovente romanizzata per sci. 
Il Mackel p. 116 crede che 1' unica difficoltà per questa de- 
rivazione sia la conservazione dell'isolato t in parola tolta 
ad imprestìto per tempissimo. Ad ogni modo richiede a 
base del rom. non la forma ger. proposta dal Diez, bensì 
un aat. * slait(t)an, abfr. slaitan da ger. * slaitòn che deve 
essere esistito accanto a got. slaitjan come accanto a sleitzen 
si trova sleizen. A questo ceppo ger. si rannodano pure 
ags. slaetan, ing. to slit spaccare. Nonostante la difficoltà 
messa innanzi dal Mackel ci pare che questo etim. sia pur 
sempre da preferire a quello dell' Ascoli presso Kuhn 
Zeitschrift ecc. XVI, 209, il quale Ascoli vorrebbe trarre il 
ceppo rom. sclat sclant dall'antico tema rom. sclap-it. Quanto 
al senso speciale di " splendore " assunto dal fr. ésclat éclat, 
esso é spiegato dallo Scheler coli' osservare che il vocab. 
fr. denotando "movimento subitaneo (rottura, scissura) 
accompagnato da rumore e colpente la sensibilità uditiva ", 
é stato trasportato, come avviene spesso, a denotare feno- 
meno colpente la sensibilità uditiva. Però lo Scheler mette 
innanzi anche un altro ceppo ger., cioè rad. klat donde 
ol. klateren strepitare, col prefisso es = ex intensivo, ov- 
vero ad ex indicante movimento dal di dentro al di fuori, 
essendo le idee di " rottura " e " rumore " relative, come 
vedesi in 1. fragor " rottura " poi " rumore ". Der. : schian- 
tato-tatura ; schianto. 

Schiatta, stirpe, progenie; razza, qualità (Dante; 
Vit. S. Mad.). Voci sorelle: .prò v. esclata, afr. esclate d' ug. 
sig. A base sta aat. sclahta slahta, as. slahta: di là mat. 
slahte slachte; e tm. Schlecht in Geschlecht, stirpe nascita 



SCHIAVO. 431 

progenie famiglia parentela razza specie sorta maniera, ed 
anche in tm. geschlacht, ben nato nobile. Il signif. di " stirpe " 
sin qui veduto non è l'unico e forse neppure il principale 
di aat. slahta che vale innanzi tutto " uccisione morte bat- 
taglia"; donde tm. Schlacht battaglia e schlachten uccidere. 
È strano 1' accozzamento di due concetti si diversi nello 
stesso nome II Faulniann tenta una spiegazione che è assai 
plausibile : il vb. aat. slahan, da cui il nome slahta mediante 
il solito suffisso ta, valeva " percuotere uccidere "; qualche 
rara volta anche "rassomigliare imitare" (cfr. la frase 
« battere le orme di alcuno »). Di qui al nome slahta anche 
il signif. di " coloro che imitano, che rassomigliano ", appli- 
cato specialmente agi' individui d' una stessa stirpe o pro- 
genie, come quelli che sono più inchinevoli a imitare e 
seguire gli esempi de' maggiori. Questa interpretazione è 
confermata da una frase che ricorre nell' aat. « nàh dèn 
fordórón slahan » = imitare i maggiori, gli antenati. Ma 
qualunque sia l' intima nesso che unisce i due concetti, è 
certo che il progenitore di it. schiatta spetta a rad. ger. 
slah percuotere donde anche tm. schlagen battere, e Schlag 
percossa. Il tm. conosce anche dello stesso ceppo uno Schlag 
con signif. uguale ad aat. slahta e tm. Geschlecht cioè 
"stirpe razza". Der. : schiattona. 

Schiavo, chi è in potere altrui (Dante, S. Giov. 
Grisost. ). Rispondono : sp. esciavo, port. escravo, prov. 
esclau, afr. esclo esclas, fr. esclave per éclou. Base imme- 
diata fu certamente bl. sclavus che ricorre già verso il 900 
in una carta di Lodovico il fanciullo re di Germania (Me- 
trop. Salisburgens., tom. 2, pag. 15) e in una di Ottone I 
all' an. 939 presso Eccardo. Ma donde questo bl. ? Secondo 
il Diez seguito dallo Scheler, Littiv ed anche «lai Mackel, 
da mat. sklave sclave che valeva propriamente "slavo tatto 
prigioniero ". Ma come ciò se il mat. comincia solo tre 
secoli dopo? Il Mackel suppone un aat. slavo. D'altra parte 
il Jvluge pur ammettendo che il signif. originario di bl» 



4;}2 SCHIENA. 

selavus fosse quello di " slavo fatto prigioniero ", sostiene 
che questo non è d' orig. ger., ma che è riproduzione di 
'EaxXajSiQVOt con la quale denominazione i Bizantini desi- 
gnavano gli Slavi ; denominazione che sarebbe penetrata 
in Italia nel sec. 8-9, e quindi nel rimanente dell' Europa 
compresa la Germania. La ragione di ciò sarebbe che in 
quest' ultimo paese gli Slavi eran chiamati Vendi ; e d' altra 
parte il nome di Slavo non può essere venuto dall' Oriente 
slavo, perchè nessuna popolazione slava occidentale si è 
mai chiamata con tal vocabolo. Però a questa difficoltà del 
Kluge mi pare si possa obbiettare il fatto che il bl. fa la 
sua prima comparsa in Germania; e che ad ogni modo il 
gr. 'Eo'xXa^TQvoì non avrebbe prodotto un bl. selavus, e che 
l' it. Schiavane venuto appunto di là non assunse mai il 
senso di " schiavo ". In conchiusione finché non sia mo- 
strato che bl. selavus apparisse prima in territorio neol. 
si ha buon diritto di ritenere che la Germania fosse il 
tramite per cui ci venne questo nome. Der. : schiav-aggto- 
esco-itù-olìno. 

Schiena SChena, parte posteriore del corpo dalle 
spalle alla cintura (Dante, Sacchetti). Voci sorelle: ven. 
piem. romag. sard. schina; sp. esquena, prov. esquena esquina } 
afr. eschine, fr. échine, dial. fr. esquin e spina dorsale. Base . 
aat. skinà scina scena sciena canna stecco, stinco tibia; ago 
spillo spina, Graff 6, 499; Mittelhocd. Wort. 2. 2, 139. L'ags: 
era scina donde ing. shin stinco; sv. skena, dan. skinne 
stecca; ol. scheen. Da aat. si svolse mat. schine che con- 
servassi in tm. Schiene stecca rotaia, e in Schienbein stinco 
tibia da mat. schinehein. Secondo il Kluge tm. Schiene non 
è affine a Schinken (v. Stinco) stinco, perché il signif. se- 
condario di tm. Schiene " legno sottile, lama di metallo, 
striscia ", e aat. scina " ago spillo ", accennano a got. * skinò 
pezzo sottile d'osso o di metallo. Lo Schade p. 795 crede 
che tema ger. skina spetti a vb. aat. scinan [donde tm. 
scheinen] splendere lucere; e trova la ragione della deno- 



SCHIENELLA — SCHIERA. 433 

minazione nel fatto che skina denota un oggetto a traverso 
del quale si può guardare attesa la sua cavità. Questa spie- 
gazione è ingegnosa; ma è applicabile solo al caso in cui 
ger. skina vale " canna ", non agli altri in cui abbiamo 
un signif. di cosa tutt' altro che cava e trasparente. Il 
Mackel p. 106 suppone che it. schiena, prov. esquena ripo- 
sino direttamente su aat. skena; prov. esquine, afr. eschine 
fr. échine su aat. skina. Il nome ger. non appare nel bl. 
V. Schienella e ^chimera. Der. : schiena- ccia-le. 

Scllienella SCllinella, malore che viene ai ca- 
valli nelle gambe dinanzi tra il ginocchio e la giuntura 
del pie (Sacchetti, Lib. Motti). Questa parola del pari che 
schiniere ha per base il ceppo ger. che ha dato Schiena, 
cioè scina; e più propriamente pare risalire al mat. schine 
che mostra il preciso signif. di " stinco, tibia ". Anche per 
la forma l' it. è più vicino al mat. che all' aat. V. Schiniera. 

Schiera, numero di soldati in ordinanza; moltitu- 
dine, compagnia (Guinicelli, Dante). Voci sorelle: prov. 
esqueira, afr. eschiere divisione d' un esercito. Il bl. scara 
ricorre più volte negli Annal. Bertin : una all' an. 766, poi 
al 774 ove è detto che Carlo Magno del suo esercito fece 
« quatuor scaras » ossia " parti, divisioni ". Questo bl. scara 
s'affievolì in schera che incontriamo all' an. 1218 in Me- 
mor. Potest. Regiensis. Riposa su ger. skara, aat. skara 
scara turba, quantità, corpo d' esercito, servizio obbli- 
gato. Il mal. schar aveva signif. uguale all' aat. Tua. 
Schaar conserva solo il senso militare di " torma, legione ", 
come le lingue rom. L'ags. era scarti, accanto a cui è 
notevole semiti, sceolu donde ing. shoal l'olla. Il Diez e il 
Neumann (Die german. Eleni, in der prov. und frane. Spr., 
p. 36) pongon» a base delle voci rom. un aat. * scaria. 
Ma il Mackel risponde che afr. eschiere esige uno sk 
e che aal. * scaria oltre all'essere meramente ipotetico, 
avrebbe prodotto afr. escaire, e it. scaja. Quindi abbiamo 
qui un caso in cui la deriv. rom. da un vocabolo ger. si 

28 



434 SCHIETTO. 

presenta in modo irregolare che lo stesso Mackel p. 39 
non riesce a spiegare. Accanto alle forme suddette abbiamo 
prov. escala e fr. eschiele " schiera " che si suppongono 
essere debitrici di loro anomalia ;iil' influsso di 1. scala. 
Quanto ad aat. scara, in se, esso fu ceppo di aat. scarian, 
scario scarida e scerrunga. Di questi quattro derivati i 
tre primi sono importanti pel fatto che vb. scarian, donde 
aat. scerian skerian, mat. schern ordinare disporre distri- 
buire determinare, tm. |sic/ì] scheren andarsene; si riflettè 
in afr. escharir, prov. escarir, bl. scarire attribuire divi- 
dere separare determinare; aat. scarida scerida disposizione 
ordinamento si riprodusse in prov. escarida, afr. escherie 
porzione sorte lotto. Scario si vedrà poi sotto Sgherro. 
Parrebbe adunque che 1' idea fondamentale annessa a 
skara fosse quelle di " distribuire, ordinare ". Grer. skara 
entrò nell' afr. anche mediante il composto harmskara che 
si trasformò in haschiere. L'a. cat. riprodusse questo com- 
posto colla forma aliscara. Un tal nome non ricorrente nel 
got. ne nel ramo bfc. ma solo nell'at., verosimilmente entrò 
in Italia coi Longobardi. Der. : schiera-mento-re. V. Scherano. 
Schietto, puro, non mischiato, liscio, semplice (Dante, 
Villani). Voci parallele: prov. esclet, limos. esclé d'ug. sig., 
lad. schliet da nulla. La base è got. slaihts piano uguale 
diritto liscio, non scabroso. L' aat. e mat. ci offrono : sl'éht 
piano liscio diritto; semplice comune retto comodo facile 
tranquillo mite amichevole. Graff 6, 786 ; Benecke Mit- 
telhocd. W'órt. 2, 2, 393. Il tm. schlecht rispetto all' antico 
ha subito un forte deterioramento di significato, il quale 
è ora quasi sempre morale non mai materiale com' era da 
principio. Vale "semplice cattivo meschino vile basso brutto". 
All' incontro 1' altro deriv. schlicht vale tuttavia "piano 
semplice schietto naturale ". Accanto ad aat. e deriv. stanno 
bt. slicht sligt, ol. slecht slicht coi signif. del tm. schlecht; 
a. fris. sliucht, fris. sliucht sliuecht, a. ing. slighht sleght 
lìscio piano, ing. slight piccolo sottile debole; anrd. slèttr 



schifo. 435 

piano liscio, sv. slat, dan. slet piano semplice. Il tema ger. 
è * slehta d' origine prima non sicura al dire del Kluge. 
Secondo Frisch Adelung Wackernagel e Fiele da aat. slahan, 
tm. schlagen battere" percuotere : quindi sl'éht = battuto e 
fatto piano. Da slahan sarebbesi avuto tema ger. siali con 
suffisso ta formante partic. passato. Il Kluge formalmente 

10 riattacca a vb. schleichen da aat. slihhan fare liscio, e 
pel senso ad ing. sleck liscio. Il ceppo ger. di questo agg. 
ebbe grande molteplicità di derivati : fra gli altri avv. slehto 
"semplicemente, appunto" e sost. slèhtecheit "levigatezza 
schiettezza ". Analogamente ad ol. slechts il napol. schitto 
e lad. schliett valgono " solamente puramente". Il fatto che 
una tale parola si trova esclusivamente in it. e nella Fran- 
cia di sudest indica che essa probabilmente fu importata 
dai Goti. Der. : schiett-amente-ezza. 

ScIlifO, paliscalmo ; volta di stanza a guisa di schifo 
a rovescio (Pulci, Ciriffo Calvaneo; Ariosto, Vasari, Ser- 
donati). Rispondono: sp. port. esquìfe, afr. eschif sec. 11. 
fr. esquif nave. Accanto a queste forme colla spirante / 
1' afr. ne presenta anche colla tenue: escipes eskip, esquip-er 
equip-er; ed oltre a queste eschieu escheis eschoiz escine f 
che il Mackel p. 127 riconduce tutte a skip mediante un 
bl. scevum. Ora it. schifo e le altre forme neol. colla / ri- 
salgono ad aat. skif self scef skif sceph schef, donde mat. 
schif schef e tm. Schijf nave. L' aat. valeva anche '' una 
sorta di vaso": onde dimin. aat. scipht è spiegato da una 
glossa con " phìala ". Le forme francesi con p hanno invece 
a base Ja stessa voce ger. ma nella sua differenziazione 
liasso-tedesca, cioè got. anni, skip, ags. scij> | donde ing. 
shi/j |, as. scip skip, tris, sohip, sv. sofiepp, dan. skib kXoiov, 

11 Kluge rigetta l'affinità della voce ger. con gr. o , M«9Ì? 
nappo barchetta e con -yxàyoc battello nave, pi rphè la prima 
presuppone un ìdg. •/ nella sillaba radicale. Le Sohe 
respinta l'etini. dì skif skip proposta dal Orinino da vl>. 
* skipan = " qualche cosa di fabbricato, vaso " propone rad. 



436 SCIIINIKRA. — SCniPPIKK. 

skap di vb. skap Jan formare ftm. schaffen], la quale con 
indebolimento della vocale radicale sarebbe riuscita a si- 
gnificare un "tronco d'albero scavato e pulito ad uso di bat- 
tello ". Per contrario il Kluge ritiene che tema ger. skipa 
non abbia ancora una spiegazione etimologica sicura; ma 
che del resto l'ipotesi d'un primitivissimo imprestito non 
sia da rigettare assolutamente, attesoché solo poche parole 
attinenti alla navigazione sono comuni a parecchie lingue 
idg. L' afr., oltre alle voci indicate, presenta anche eskipre 
navigatore, avente a base ags. sciper = anrd. skipari e a 
tm. Schiffer. Sul vb. fr. équiper da afr. eskiper e suoi deriv. 
fr. e it. v. Equipaggio. 

Sctliniera-e, arnese per lo più di ferro che di- 
fende le gambe de' cavalieri (Alamanni, Berni). Risponde 
sp. esquinela. Il bl. è schineria ricorrente all' an. 1328 in 
Stat. Mut. (Murat. Antiq. Jtal. tom. 2, 407), accanto a gam- 
beria. Probabilmente questo bl. era riproduzione dell' it., 
il quale riposava direttamente su mat. sdirne schin stinco 
tibia. L' aat. scino, scena sciena valeva propriamente " canna, 
stecca, ago ", come s'è visto sotto Schiena. Invece ags. scine, 
ing. shin signif. " stinco ". Quando si svolse, il deriv. it. 
nel primitivo schina doveva prevalere ancora il signif. di 
" tibia stinco ". Verosimilmente ciò segui sotto l' influsso 
del mat., giacché nell' aat. scina donde it. tolse schiena, 
questo signif. era molto oscuro e indeterminato. 

ScllippirG ( antiq. ) scappare con astuzia e destrezza 
(Pataffio). Questo vb. it, senza riscontro nelle lingue so- 
relle salvo il dial. comas. slippa d'ug. sig.. risale al ceppo 
ger. che appare in aat. slipfian, mat. slipfen schlipfen sdruc- 
ciolare scivolare fare liscio ed aguzzo (questo è un mezzo 
per lo scivolare), tm. schleifen arruotare pulire lisciare; 
poi ol. slippen, ags. slipan, ing. to slip sdrucciolare. Se- 
condo il Diez la forma it. primitiva dovette essere sclip- 
pire, da cui s' ebbe la forma attuale coli' introduzione 
dell' h quale compenso dell'inevitabile soppressione della l. 



SCHIUMA. 437 

Ma la base diretta di it. * sclippire non potè essere che 
uno *sclippian; del comas. invece * slip pan. Vb. aat. 
sliphian sliffan è forma intensiva di aat. slifan, mat. slifen 
sdrucciolare sguizzare svignarsela; lisciare aguzzare arro- 
tare. Il passaggio dal signif. intransitivo di " sdrucciolare " 
a quello transitivo di " lisciare aguzzare r ' è spiegato dal 
Kluge col concetto intermedio di " rendere liscio col tirare 
e fare scorrere sul pavimento ". La rad. ger. è slip da cui 
oltre alle forme già viste, dipendono: isl. slipa, sv. slipa, 
dan. slibe lisciare affilare. Rad. preger. era slib, che riscon- 
trasi in lett. slips obbliquo slipt scivolare, slipét lisciare. 
Queste voci slave sono o affini colle ger. ovvero ne han subito 
l'influsso. Secondo il Bopp GÌ. 3 414 e Schleicher presso 
Kuhn 7, 223 vanno qui raffrontati gr. spirto e sans. sdrpàmi 
io striscio, scivolo. Certo poi nel campo ger. la rad. slip 
è connessa a rad. slup ricorrente in got. sliupan, aat. mat. 
slupfen, tm. schlilpfen sdrucciolare [ cfr. 1. lub-ricus per si , 
e a rad. slik donde aat. slihhan mat. slichen tm. schleichen 
camminar pian piano, ing. sleek slick liscio. 

Schiuma stiuma stumia stummia. ag- 
gregato di bolle e sonagli che viene alla superfìcie del- 
l' acqua bollente e simili; feccia, immondezza (B. Latini, 
Dante). Rispondono: dial. scuma sguma sciuma ; poi sp. 
port. prov. escuma, afr. escume (sec. 13°) fr. écume, vali. 
home, namur. chime chume e bl. schuma ricorrente in Mirac, 
B. Siin. Erem. p. 820. Riposa su ger. skùm, aat. sai»), 
donde mat. schùm, tm. Schaum spuma schiuma scoria dei 
metalli, austriaco schoum, ol. schuim, anrd. skùm. sv. dan. 
skum. Da anrd. skùm provenne ing. senni d'ug. sig. Nel 
campo ger. accanto ad aat. scùm troviamo anche schiumelin 
piccola schiuma, la cui iniz. spiega 1' iniz. italiana, e tro- 
viamo vb. aat. * scumian scùman, mat. schùmen, tm. schaumen 
spumare. Ma vb. it. schiumare probabilmente s'è formato 
da schiuma indipendentemente dal vb. ger. Al got. e ags. 
il ceppo manca; e si usa in quella vece ags. funi, ing. juam. 



438 SCHIVARE — SCHIVO. 

E incerto se 1. spuma sia originariamente affine a ger. se Cirri 
| il p per k ricorre in lupus di fronte a gr. Xóxo? J. Ger. 
skum viene comunemente riportato a rad. skù coprire anche 
in Scheuer capanna: varrebbe quindi " coprimento, co- 
prente ". Evidentemente è voce d' importazione longobarda. 
La riproducono anche gael. sgum e albanese s' cume. Der. : 
spum-are-eggìare-oso. 

Scllivare-f&re, scansare, sfuggire, avere a sto- 
maco (Guittone, Dante). Forme sorelle: sp. port. prov. 
esquivar, afr. eschivir eschuir sec. 11. fr. esquiver eschiver, 
vali, hiuver, lad. schivir evitare disprezzare. Base diretta 
di questi vb. é secondo il Mackel ger. * skiuhan non docu- 
mentato. Questo skiuan sarebbesi svolto mediante caduta 
dell' h e consonantizzazione di u da * skiuhan la quale ul- 
tima forma è presupposta da aat. sciuhen scùhen, mat. schiu- 
hen schimven schCien fare paura e ribrezzo, spaventare; evi- 
rare, sfuggire. Di qui tm. scheuen temere, avere ribrezzo. 
scheuchen spaventare, scacciare, sost. Scheu avversione, paura 
agg. scheu timido ritroso schifo. Neil' aat. s' incontra al- 
tresì schiuhz schiuz scheuz, a cai rannodasi bav. moderno 
scheuz avversione, nausea. Vb. aat. skiuhan è denominativo 
da aat. * scioh, mat. schiech che vedremo sotto schivo schifo. 
Lo Schade per ispiegare afr. eschivir ammette 1' esistenza 
anche di un aat. *skiuhjan; ma le forme in ir sono in 
questo caso spiegato dal Mackel anche senza di essa p. 126. 
Il fr. esquiver secondo G. Paris è un italianismo. Deriv. : 
schifa-mente-mento-noja-nte-nza-tore. 

Schivo schifo (sost.) ribrezzo nausea; (agg.) ri- 
troso, guardingo; sporco, lordo, ributtante (Guittone, Dante). 
Paralleli : sp. esquivo, prov. esquiu, afr. eschiu, lad. schiv, 
crudo, aspro, burbero. Lo Schade crede che le voci rom. 
data la forma che mostrano specialmente lo sp. il prov. e 
l' afr., riproducano direttamente un aat. * skiuh, anziché 
essere formazioni svoltesi dal vb. relativo visto sotte schi- 
vare. Il signif. di mat. schiuhe, tm. Scheu, agg. scheu è 



SCIALUPPA — SCI ARRA. 439 

quasi perfettamente uguale a quello dei corrispondenti 
nomi e agg. neol. Mat. schiuhe presuppone un aat. * scioh 
scieh. Ags. sceóh è documentato, e ne dipende ing. shy 
ritroso, schivo. Deriv.: schif-ezza-osità-osamente-oso ; schi- 
filtoso. 

Scialuppa, piccol bastimento pel servizio dei 
grandi (Tramater). Immediatamente è neologismo, che 
riproduce fr. chaloupe, donde eran venuti anche ing. shaUop 
sloop e sp. chalupa. L' imprestito si effettuò forse nel secolo 
scorso. Il fr. chaloupe ricorrente già nel sec. lfi°, risaliva 
ad ol. sloep, dan. sluppe, sv. slup, mediante una forma 
:: saloupe seloupe dove l' inserzione della prima vocale è 
voluta dalla necessità di agevolare la pronuncia del gruppo 
si. L' afr. presenta anche escalope. Il signif. originario di 
ger. slup è scivolare, scorrere. 

Sciarpa, banda di seta che si cinge alla vita o che 
si porta ad armacollo ( Chiabrera, Spadafuora). È ripro- 
duzione di fr. écharpe, il cui afr. riflesso escharpe esquerpe 
tasca dei pellegrini, era stato derivato dal tardo aat. scharpe 
secondo il Kluge. Invece il Mackel p. 57 trae afr. escharpe 
dal abfr. * skarpa. Il Diez crede che il signif. di " benda " 
procedesse dal fatto che i pellegrini portavano al collo la 
loro scharpe, la quale veniva perciò ad essere più o meno 
avvolta alla persona. Oltre all' aat. scharpe, vale "tasca" 
anche aat. scherbe, e basso-ren. schirpe, e bt. schrap, e bav. 
scharpfen. Il tm. Scharpe riproduce fr. écharpe e rientrò 
in Germania nel sec. 17°. Invece m. ol. scaerpe pare ori- 
ginario. 

Sciarra, rissa, contesa, zuffa ( S. Anton. Conf . ; 
L. Pulci, Morg., Berni ). Il Diez crede che la più proba- 
bile etim. per questa paiola sia quella da aar. zerran strap- 
pare, dividere mat. zar rissa. Di qui sarebbe venuto il. 
ciarrare a cui sarebbesi poscia aggiunta una s prostetica se- 
condo la regola di molte parole it. venute dal ted. Deriv. : 
sciarra-mento-re. 



440 SCILACCA — SCIVOLARE. 



Scilacca, picchiata, colpo di frusta o altio (dial. 
tose). Rispondono: piena, scracca, umb. lecca. Il Caix ri- 
mena un tal nome ad aat. slac, slag, pi. slegt, colpo, per- 
cossa. Gruppo it. sci da ger. si non è senza esempi: cosi 
accanto a slandra sta diandra. Il vocab. ger. ebbe in ogni 
tempo gren diffusione. Da aat. si svolse mat. slac e tm. 
Schlag percossa, colpo. Ciò costituisce un argomento di 
più in appoggio dell' etim. del Caix. 

SciSS, sterco bovino (dial. modem, Galvani). Rispon- 
dono: comas. schit, venez. scìnto d' ug. sig. ; poi vali, hite, 
annon. esquite diarrea, e vb. afr. eschiter imbrattare, vali. 
hiter avere la diarrea. Il vocab. rom. ha per base : aat. mat. 
schize sterco, diarrea donde tm. Scheisse sterco diarrea. La 
forma moden. risponde benissimo anche per 1' assonanza 
all' at. mat. Invece le forme venez. e com. e le francesi 
sembrano risalire alle basso-tedesche che ci presentano il t. 
Tali sono: anrd. skitr, Vigfusson 551; a. ol. schitte, ol. schyt. 
bt. schit schete, sterco profluvio del ventre. Accanto a schtza 
troviamo : aat. scizata d' ug. sig., poi vb. aat. scizan, mat. 
scìzen, donde tm. scheissen, mandar fuori gli escrementi, 
accanto a cui ags. scìtan, ing. to shit, anrd. scita, ol. schiiten 
d' ug. sig. La rad. ger. skit secondo il Kluge spetta alla 
rad. idg. skhid da cui dipendono tm. scheiden separare gr. 
c/iZw, la scindo (e forse caedo). Perciò il signif. originario 
e fondamentale di skiza sarebbe stato quello di " cosa se- 
parata, escremento ". Il Pott 1, 249 il Benfey 2, 193 e 
Curtius 5 188 paragonano qui gr. xi~,(o da '/ì$im, sans. had 
produrre sterco; e Miklos. 1107 a. si. cediti colare. A noi 
il vocab. dovette venire pel tramite dei Longobardi. 

Scivolare, sdrucciolare (voce d'us. com.). Non ha 
rispondenze nelle lingue sorelle. Il Caix riannette questo 
vb. ad aat. sliofan, got. sliupan, tm. schlupfern sguisciare, 
ovvero ad sat. slìfan sliphan sdrucciolare. Forma inter- 
mediaria fra il vb. ger. e l' it. sarebbe stato un * scilovare 
il cui scil equivarrebbe al gruppo ger. sl-schl. Una circo- 



SCOFFIOTTARE — SCORBUTO. 441 

stanza non trascurabile è questa : che il ger. ha fornito 
all' it. parecchi vb. denotanti lo stesso concetto ; ad es. : 
sdrucciolare, sdrulicare, sguisciare, svignare ecc. 

Scofiìottare, deridere dileggiare (dial. mont. mo- 
deri. ). Vista l' impossibilità di trovare una qualsiasi etim. 
it. per questo vb., mi parrebbe non assurdo porgli a base 
uno * scuffiare e questo riportare al vb. aat. scoffòn scofón 
deridere, donde anche ing. to scoff deridere, schernire. Nel- 
1' aat. troviamo scoph schof scopf, ing. scoff poesia, ludibrio 
scherno. Dove è da notare il passaggio da " poesia " a 
" scherno "; passaggio che spiegasi col fatto che certe poesie 
o meglio cantilene popolari sono dileggiatrici e derisorie. 
Se questa non è 1' etim. di vb. scoffiottare, non so quale 
altra gli si potesse assegnare. 

Scopina, mezza pinta (Redi, Op. 7, 120). Venne 
nel 1600 da fr. chopine misura pei liquidi, e specie pel 
vino. Risponde a fr. vali, sopeinei. Il fr. chopine, usato già 
nel secolo 13°, proveniva da afr. chope svoltosi da t. Schop- 
pen rannodantesi a vb. schdpfen attingere. 

Scorbuto, sorta di malattia che attacca special- 
mente le parti membranose (Dudley Arcano del mare -\- 1G39, 
Redi). Rispondono: .sp. port. escorbuto, fr. scorbut (sec. 
16", Oudin), ing. scurvy. Il Diez rimena queste voci ad 
un' etim. basso-tedesca, dove troviamo : ol. scheurbuik, sv. 
skoerbing, bt. scharbock, donde tm. Scharbock. Il Kluge 
sospetta che ol. scheurbuik sia derivato da bl. scor- 
butus; ma questo non appare nel Ducange, né, ch'io 
sappia, in alcun altro glossario del latino medioevale. 
D' altra parte se venisse dal bl., come spiegherebbesi la 
tarda comparsa nel fr. e la più tarda ancora in it.? E chiaro 
dunque che il nome proviene dal nord dell'Europa: e l'es- 
sere stato un Inglese il primo che usò tal voce in it., e 
proprio parlando di cose di mare, mi conferma anohe più 
in tale opinione. Il Kluge analizzando ol, scheurbuik vi 
scopre scheur fenditura, e but osso. Crede poi che la ter- 



442 S0O88O — SCOTTA. 

minazione buik sia dovuta ad un ravvicinamento popolare 
con buik = tm. Bauch ventre. 

SCOSSO grembo, seno (dial. lomb.). Provenne da aat. 
scòz scózo se *za, Nmat. schóz grembo o falda d' un abito, 
grembo ; donde tm. Schoss Schooss grembo falda. Paralleli 
all' aat. : got. skauts skaut frangia lembo, anrd. skaut punta 
cima falda dell'abito, Mòbius 338; ags. skéat punta angolo 
d' un paese, Grrein 2, 405, ing. sheel pezzo di tela, coperta, 
ol. schoot grembo falda, bt. schote sorta di gomena, afris. 
skàt schàt skut sciote falda d'abito, Puchthofen 1021; sv. 
skote skòt grembo, angolo della vela, dan. skidd grembo, 
skibde sorta di gomena. Spettano a rad. ger. skut donde 
aat. sciozan tm. schiessen gettare, il quale concetto servì 
di fondamento per l' applicazione ad oggetti che presen- 
tavano un " alcunché di sporgente ". Dal ger. svolsersi 
oltre a lomb. scosso, vali, ho [ da hot | grembo, sp. escote 
taglio rotondo fatto ad un abito, escotar fare un tale taglio. 
Indubbiamente è voce venuta coi Longobardi. 

Scotolare, battere il lino o la canape ( Cresc, 
Lippi). Risponde solo vb. vali, scutura scuotere, abburat- 
tare. Il Diez lo trasse da vb. aat. scutilón, donde mat. 
schuteln scuotere crollare squassare, tm. schutteln d' ug. sig. 
In questo caso è chiaro che in .t. il vb. sarebbe anteriore 
al nome scotola che si sarebbe formato da esso. A me in- 
vece parrebbe che il nome scotola dovesse essere anteriore 
al vb. e che avesse potuto formarsi da vb. scuotere senza 
bisogno di pensare ad un' orig. ger. 

Scotta 1 , siero non rappreso che avanza alla ricotta 
(parola d'uso com.). Il Caix la trae da mat. scotto, cacio 
fresco, giuncata di siero di dolce latte ; e trae poi lom. 
soia d' ug. sig. dalle forme mat. schotte, bav. tm. Scotteti. 
Lo svizz. die schotte secondo Stalder 2, 349 significa " la 
parte acquosa del latte restante dopoché la parte grassa 
s' è quagliata ed è stata tolta via dal pajuolo ". Pressap- 
poco è adunque di sig. uguale all : it. Il Wackernagel nei 



SCOTTA — SCOTTO. 443 

Kleine Schriften 3, 297 pensò a trarre il vocab. ger. in- 
sieme con it. scotta da bl. excotta; ma poi nel Wort. 252 
d' accordo col Weigand 2, 633 lo rapporta a vb. aat. scu- 
tian spandersi. Cita in appoggio il turingio die milch schut- 
tet sich = le parti grasse si separano mediante la coagu- 
lazione dalle acquose. Evidentemeiite siamo dunque di 
fronte ad un vocab. ger., che ci venne forse pel tramite 
longobardo. 

Scotta 2 , sorta di cavo o gomena attaccata alla vela 
che allentata o tirata regola il cammino (Ariosto, Segneri). 
Paralleli : sp. port. escota, afr. escota, fr. escote écoute. E 
d' orig. basso-tedesca ove troviamo : m. ol. skote, ol. schooten, 
dan. skiode, sv. skot: indi tm. Schote. L' ags. presenta 
scéata, ing. sheet d'ug. sig. L' ags. è antichissimo a detta 
del Kluge: ma furono i popoli dei Paesi-Bassi cho diffusero 
la parola nel campo neol. pel tramite del fr. nei secoli 14 
e 15°. Difatti in fr. compare solo nel sec. 16 e così in it. 
Secondo sempre il Kluge è in sostanza la stessa voce che 
aat. scóz donde it. scosso (difatti a teuore della legge di 
Grimm MTA, alla tenue del got. ags. bt. risponde l'aspi- 
rata e spirante dell' at. ). Quindi bt. skot = at. scóz. Que- 
st' ultimo poi vedemmo che rinchiudeva anche 1' idea di 
" gomena, cavo ". 

Scotto, desinare o cena che si fa alla taverna ; pa- 
gamento d'essa cena; pagamento, prezzo (Dante, Sacchetti). 
Paralleli: sp. port. escote, prov. escot, fr. {cot. A base delle 
voci rom. immediatamente sta bl. scotum " imposta tributo ", 
che ricorre spessissimo e quasi sempre nei paesi ger. Lo 
troviamo già in una carta di Guglielmo il Bastardo | 1<>>7. 
poi all'anno 1 127 in un' altra di Guglielmo conte di Fiandra 
e di nuovo in un' altra di Enrico II d'Inghilterra { \ L19 
11 bl. risaliva fvideutemente all' ags. sceot scot donde ing. 
scot shot, ol. se/tot d' ug. sig. Accanto ad esso abbiamo 
anrd. skotr. Il mat. è schoz donde tm. $cho&q tributo censo. 
L'aat. non ce lo mostra; e forse il mat. lo trasse dal ter- 



444 SCRANNA — SCHICCARE. 

ritorio bt. Questo nome adunque è penetrato nel territorio 
rom. solo nel medio evo inoltrato e non colle immigrazioni, 
del pari che ferlino, sterlino, scellino ed altri nomi di mo- 
nete germaniche. Il Kluge fa delle parole ger. formazioni 
da rad. sktit gettare fuori, che nell' ags. scéotan mostra 
anche il signif. secondario di " metter fuori moneta, con- 
tribuire ". Quindi radicalmente è affine a scotta" e a scosso. 
Il senso it. di "pranzo, cena" si spiega col passaggio da 
" contributo, prezzo " applicato a denotare 1' oggetto che 
frequentemente si comperava con quel contributo e quella 
quota. 

Scranna, banco, sedia (Dante, Grad. S. Gir.). Voci 
sorelle: afr. escran écran d' ug. sig. "Venne da aat. scranna 
skrannà, donde mat. schrannè banco tavola, banco del giudice, 
giudizio; banco e apparecchio dei venditori e compratori 
Graff 6, 581. Il tm. Schrannè = luogo di vendita, piazza 
del grano. Il bav. ha die schrannen " i mercati " Schmeller 
3, 510. L' aat. conosce anche un scrannola seggioletta. Se- 
condo il Faulmann t. Schrannè del pari che Schrank armadio 
stipo, e Schranken steccato arringo, risale a vb. aat. screnhan 
screnchan donde tm. schranken porre attraverso, incrocic- 
chiare. Quindi il nome verbale avrebbe propriamente signi- 
ficato un " arnese fatto di legni attraversati e incrocicchiati 
1' uno coli' altro ". Notevole che 1' afr. e l' it. presentino 
anche il senso rinchiuso nell' aat. di "seggio del giudice " 
(cfr. Dante = Or tu chi sei che vuoi seder a scranna ecc.). 
Notevole ancora ohe la forma it. riproduca 1' aat. più fe- 
delmente che non fanno il mat. e tm. Un composto it. è 
ciscranna, il cui primo elemento pare un'aferesi di arci. 

Scriccare, fare scoppiare un zolfanello stropiccian- 
dolo ; spiccar salti. È voce usata a Montese e in parecchi 
luoghi del Frignano. Secondo me procede indubbiamente 
dal ceppo ger. e precisamente da aat. * scriccan. in man- 
canza della quale forma non ducumentata troviamo as. 
scricòn, aat. scricchen scrikken scrichen, mat. schricken bai- 



SDRAJARSI. 



445 



zare fendersi spaventarsi, da cui tm. Schrick fessura cre- 
patura. Accanto a queste forme ricorrono le rinforzate 
scrècchón screchón mat. schrecken balzare fendersi saltellare 
lascivire, e poi aat. rnat. screcken far saltare stimolare ab- 
battere spaventare. Quest' ultimo signif. è il solo conser- 
vato da tm. schrecken; benché nome Schreck valga anche 
" fessura ". Credo poi che schricchiolare sia un dimin. di 
scriccare, e che s' attenga a questo ceppo anche scricciolo 
nome d' uccelletto, che probabilmente fu così chiamato dal 
suo continuo muoversi e dimenarsi, molto più che vb. ger. 
aat. cr'èchòn mat. schrecken vale anche "il saltellare e la- 
scivire degli uccelli" (Schade). 

Scrocchio, usura (Canti Carnas. ). Credo che que- 
sto sost. spetti allo stesso ceppo del seguente. 

Scrocco, scroccone, chi gode qualche cosa alle 
spalle altrui senza guadagnarsela (Caro, Cocchi). Rispon- 
dono : mil. scroch, lad. scroc astuzia, vb. sard. lad. scroccare 
acchiappare; poi fr. escroc mariuolo, borsajuolo. astuto in- 
gannatore, escroquer gabbare. Il Diez e lo Scheler connet- 
tono il nom. rom. con ol. schrock ghiottone; ma il Diez, 
notato che quest' ultimo potrebbe anch' essere riproduzione 
delk forma fr., e considerato che l' it. coi suoi molteplici 
derivati dimostra una tal quale anteriorità al fr. e inoltre 
ohe l' it. presenta anche la forma scurcone accennata dal 
Veneroni, inchina a porre a baso dell' it. e quindi del rom. 
in genere 1' aat. scurgo donde tm. Scurke, sv. skurk, ga- 
glioffo furfante briccone. In questo caso sarebbesi avuta 
questa scala : aat. * scurco, it. scorco scorcone scrocco scroc- 
cone. Der. : scroccare. 

Sdrajarsi, porsi a giacere per lo Lungo ( « 
Buonarroti). Non ha corrispondenti nò in bl. né nelle 
lingue sorelle. A base di questo vb. il Diez seguito dal 
Kluge pone got. straujan stendere, diluì a re spandere. L'ir- 
regolarità del passaggio da Jan in are anziché in ire può 
essere spiegata colle neoessità di evitare L'incomodo suono 



446 SDRUCC10LARK — SDRUCCIOLO. 

di sdrajre. Piuttosto può fare difficoltà il tardo comparire 
nell' it. scritto d' un vb. che sarebbe stato importato dai 
Goti. Accanto a got. strauvian stanno aat. strawjan strewien 
strewen, donde mat. strotven streuwen, tm. stretteti d'ug. 
sig. al got. Inoltre : afris. strema, fris. strjjen, ol. stroojen, 
ags. streovjan, a. ing. strawen, ing. strew, anrd. strà, sv. stro, 
dan. stroe. Lo Schade fa di questo vb. un deriv. da nome 
got. strau, gen. stravis che die bl. strava luogo d' un cada- 
vere, accennato da Jornandes De E b. Get. e. 49 a proposito 
dei funerali d'Attila, e negli Schol. ad Stat. Theb. 12, 64. 
A questo nome got. rispondono : aat. strati, donde mat. 
strou, tm. Stroh strato strame paglia; ags. streav, ing. 
strato. Nel campo indeu. si collegano qui : gr. 3Tpo')vvu|.u 
cnrópvojxi 7Topévvu[xt stendere dilatare, crTpwjia tappeto, 
erptou-vri campo, irpaxàg campo di battaglia; 1. sterno-stravi 
stendere, stratum, stramentum. stranieri; a. si. streti stendere, 
sans. strinami stendo. Rad. idg. ster (stro) stendere. Der. : 
sdrajata, sdrajone. 

Sdrucciolare, scivolare, scorrere (Guid. Guin. ; 
Fra Giord.). Non ha rispondenze né in bl. né in lingue 
rom. Da vb. aat. * strùhhalon, mat. strùchelen slrùcheln in- 
ciampare, cadere o quasi cadere, pel piede che ha urtato 
in alcunché, donde tm. straucheln inciampare, bt. struckeln 
striikehi, Brern. Wort. 4, 1071, Schambach Wort. der niederd. 
Mundart. 215; ol. struyckelen strukelen d' ug. sig. ; Kiliaen 
649. Pel Kluge si riannettono qui probabilmente anche 
svizz. stiirkle storkle d' ug. sig. Vb. aat. * strùhhalon è forma 
intensiva di aat. strùhhòn strùhhén urtare incespicare, cadere, 
donde anche bav. strauchen inciampare. Però è dubbio se 
vb. it. sdrucciolare riposi immediatamente sul vb. ger. o 
sia piuttosto derivazione it. da nome sdrucciolo. Der : sdruc- 
ciol-amento-unte-ativo-evole-evolmente-one-osamente-oso. 

Sdrucciolo, sentiere che va alla china, inciampo; 
lubrico (Novellino, Fra Giord.). Risponde: sp. esdruxulo 
lubrico scivolante. Fondamento : aat. * stràhhal, donde la 



SDRULICARE — SENNO. 447 

forma storica ampliata strùhlin, mediante strùhkalin, in- 
ciampante scivolante (detto di cavalli); Schmeller 6, 678, 
Graff 6, 744. Il Diez suppone che l' it. primitivo fosse uno 
sdrucco'o, resosi palatale per raddolcire il suono alquanto 
incomodo. Il gruppo ger st = rom. sd si presenta anche in 
sdrajare. Notevole é che l' it. applichi anche alla causa 
ciò che il ger. applicava solo all' effetto. Il non trovarsi 
in.isp. che il nome, induce a credere che it. sdrucciolo sia 
riflesso immediato di aat. stràhhal, anziché deriv. da sdruc- 
ciolare. V. questo vb. 

Sdrulicare, sdrucciolare ( Giuliani ) ; strucchiare 
sdrucchiare ( dial. aret., Redi); sdruguelere (dial. chian. ). 
A base di queste forme il Caix pone un it. * strucolare 
da * strucare. Quest'ultimo poi risalirebbe ad aat. strùhhòn. 
tm. straucheln, ol. stronkelen, incespicare. V. del resto 
sdrucciolare. 

Seneppino, beccaccina (dial. lucchese). Il Caix 
con ragione ne fa una cosa sola con lomb. sgneppa risa- 
lente ad aat. sneppa. Il primo e sarebbe stato inserito per 
raddolcire ed agevolare il nesso sn. Y. Sgneppa. 

Senno, sapienza, prudenza, sapere intelletto, giu- 
dizio, senso, astuzia, inganno, senso comune (Albertano, 
Dante). Con a. sp. prov. afr. lad. seri f deriv. sp. sena</<>. 
prov. senat, afr. sene dotato d' intelligenza |, riposa su aat. 
sin ffless. genit. sinnes], spirito pensante, intelligenza 
mente, animo, senso, coscienza, ingegno, saviezza, arte, 
pensiero, intenzione, opinione, significato, trattazione in- 
telligente, sentimento. Di là mat. sin e tm. Sinn d' ug. sig. 
Anrd. sinni senno, mente, animo, ai'ris. sin. Secondo il 
Kluge aat. sin non potè essere prestito fatto sul 1. sensus, 
perchè nel campo ger. accanto al nome sta vb. mat. tm 
sinnen. Il corrispondente vb. aat. si munì ha solo il signif. 
di " viaggiare-tendere-andare " ; il che ad ogni modo porta 
ad ammettere che mat. tm. sinnen abbia preso il suo signif. 
da aat. sin e non da sinnan. A t r. sen secondo Roquet'ort 



448 SESSOLA — SGHEMBO. 



valeva anche " via, strada ", e il Mackel p. il il trae 
mediante un afr. * sent da ger. sinth viaggio cammino. Il 
rapporto di aat. sin senso a sinnan andare dovechessia, 
si lascia cogliere sin dai tempi preistorici. La rad. di aat. 
sinnan si connette a quella di sintha via (v. G esinde sotto 
Gasindio-i) in quanto sinnan riposa su di un preistorico 
sentno. Nel 1. sentire rad. idg. sent fv. irl. set via] mostra 
un signif. astratto, a cui s' attiene anche quello di aat. sin. 
Nel bl. il vocab. ger. non si mostra. Deriv. : senn-ato-eggiare- 
ino-uccio; dissennato, forsennato. 

Sessoia, pala di legno onde si servono i marinari 
per vuotar l'acqua entrata nella nave ( Anguillara). Ri- 
sponde sard. sassula assula II Caix lo riporta, nonostante 
la forte alterazione, ad aat. schemi scùvla che una glossa 
spiega « pala, vatilla idest serscufla, similis vasis quibus 
acqua de navibus projicitur. >.> Graff 6, 459. Strano questo 
nome ger. marin. che ci viene dal ramo at., e forse coi 
Longobardi. 

Sghembo sghimbescio, tortuosità obliquità 

(Dante, Uberti). Il piem. ha sghimbo, il bres. slemba d'ug. 
sig. ; ma non ha rispondenze fuori d'Italia. Il Diez resp nta 
l' etim. da 1. scambus gr. zy.a^ò^ che non si presta per la 
sillaba radicale, e da gr. rjY.i\ifiòc accosciarsi, troppo lontano 
pel senso, ricorre ad aat. slimb obbliquo bieco storto, non 
giusto, non in ordine, donde mat. slimp [fless. slimber] slimm, 
bav. schlimm schlemm d'ug. sig. Il tm. schlimm presenta solo 
il signif. di "non retto, non in ordine ": i dialetti at. di Sviz- 
zera, Baviera, Palatinato mostrano le forme schlimm schlemm 
sclemmig bieco torto pendente, vb. verschlimmen storcersi 
o guastarsi, sich scìdemmen prendere una falsa piega Schinel- 
ler 3, 449, 448; Stalder Versuch eines schweiz. Idioticon 
2, 329, 328. Nel campo basso-tedesco abbiamo: m. bt. slim 
perverso cattivo Brem. Wdrt 4, 830; poi ol. slim storto 
curvo non retto cattivo, slimbeen osso storto, slimvoet piede 
storto, slimbeen collotorto; Kiliaen 595, Kramer 414, ing. 



SGHERRO. 449 

slim sottile steriliate) astuto, dan. sv. slem astuto cattivo, 
isl. slaemer cattivo tristo. Il Diez opina che anche sicil. 
scalembru per sclembru e questo per sclembu obbliquo storto 
abbia un'uguale orig. Il tema ger. è slimba; la cui storia 
primitiva secondo il Kluge è perfettamente oscura. Invece 
lo Schade lo fa indebolimento di slamb; lo Schmidt lo 
riconduce allo stesso ceppo dì slaf sliofan sltfan mediante 
nasalizzazione; ma, dice lo Schade, questo è difficile, per- 
chè si sarebbe aspettato uno slimpf. 

Sgherro, brigante, bravo, smargiasso (Cavalca, 
Pulci ). Di questo nome senza riscontro nelle lingue so- 
relle, il Diez si chiede se provenga da aat. scarto capitano. 
Credo si debba senz' altro rispondere di sì. Prima di tutto 
è da rilevare cha accanto ad aat. scario lo Schade p. 781 
ci offre aat. scaro, donde mat. scherie scherge scherige scherge 
schere scher, tm. Scherge. Il cangiamento del suono gutt. 
se in sg nel passaggio dal ger. in it. benché raro, non è 
senza esempi. S' è visto che accanto a it. schiuma qualche 
dialetto dell'Alta Italia presenta sguma da aat. scùm. Il 
trapasso dell' a di scaro in e non è neppur esso anormale, 
e 1' avere nel mat. e nel tm. subito questa medesima evo- 
luzione, rende la cosa più verosimile anche per l' it. Pel 
senso le difficoltà è anche minore. Trovo presso lo stesso 
Schade che aat. e mat. presentano questa serie di signif. 
capitano-banditore-usciere-birro-scherano ; e trovo che tm. 
Scherge vale " birro-scherano "; onde ognun vede la quasi 
perfetta uguaglianza dei sensi dell' it. moderno coi sensi 
medii e ultimi dell' aat. e del mat. Il processo logico se- 
guito dal vocab. ger. è analogo a quello che scorgiamo in 
it. bravo che dal suo signif. originario discese anche a 
quello che ha presso il Manzoni. Il bl. ci presenta le forme 
scario (Monac. S. Gali, in Vii. Cor. Mag. I e scherio-nis 
( Jura Eccl. Bamberg. ), tutte e due nel signif. di " usciere ". 
Ma esse compajono solo nel territorio ger., nò quindi si 
può credere che esercitassero alcun influsso siili' it., che 



450 SGHESCIA — SGRETOLARE. 



dovette probabilmente essere riflesso di aat. scaro per opera 
dei Longobardi nei cui documenti troviamo preci -amente 
scario scaro " birro, sergente ". 

Scfliescia, gran fame (neolog. coniato sul dial. lom- 
bardo). Forme dial. sono: emil. sghessa, lomb. sgiissa sghiza 
sgheiza sgajosa, piem. gheisi sard. sghinzu. Fu già notato 
dal Caix che questo gruppo spettava alla rad. gsr. gaid 
che produsse aat. gìt voracità mat. gitze f/eicz gran fame, 
tm. Geiz avarizia spilorceria. In quel campo esiste anche 
vb. mat. gìten gitsen gizen, tm. geisen avarizzare ambire. 
Dovette venirci dai Longobardi, nonostante che l'aat. non 
presenti ancora la forma colla spirante z. 

Sffneppa sgnep, acceggia, beccaccia (dial. comas.). 
Risponde: valac. s' neap. La base è aat. sriépfa snepfo 
snèpho, mat. snepfe donde tm. Schnepfe d'ug. sig. Il vocab. 
it. s' attiene meglio al grado fonico del bt. quale ci è mo- 
strato dall' ol. sneppe, m. ing. snippe, ing. snipe. La rad. 
ger. è snipp; a cui è da annettersi forse anche ags. suite 
ing. suite acceggia. Evidente è l' importazione longobarda. 

SgralTa, uuione di pezzi di piccole linee che nella 
stampa raccolgono diverse linee ( neolog. ricorrente già nel 
Tramater, 1829). Procedette, a detta del Caix, da aat. 
chràffo chraffo come grappa da aat. crapo. Io credo sia 
una cosa sola con graffio premessavi la s come spesso si fa 
in it. Sul vocal. ger. v. graffio e grappa. 

Sgretolare, aprire rompere tritare stritolare (Pulci, 
Cecchi). Senza rispondenze nel bl. e nelle lingue sorelle. 
Il Caix lo riferì al ceppo ger. che presenta: aat. scrótan 
scróten scrótin, mat. schròteu schróden tagliare incidere 
sminuzzare ags. scréadian ing. shread shred tagliar via 
fare in pezzi trinciare, tm. schroten rodere sminuzzare coi 
denti macinare, afris. skréda ol. schroeyen schróden tagliar 
di sbieco infrangere coi denti. Sgretolare parrebbe dimin. 
di uno * sgretare. Der. sgreto-lio-loso. 



SGROLLONE — SGUANCIO. 451 

Sgrollone, acquazzone, romanesco sgrullone. Il Caix 
gli paragona got. skùra anrd. skùr pioggia, ags. skùr scéor 
tempesta procella aat. scùr tm. Schauer, ing. shower, ma 
non osa farne un derivato; e difatti sono due ceppi troppo 
difformi l'uno dall'altro perchè si possa parlare di un'etim. 
anche solo probabile. 

Scjualembare , camminare incerto incespicare , 
sgualemba veste che pende da un lato. Base : aat. slimb 
(schlimb) obbliquo, dial. schlemm vb. scMemmen correre in 
direzione obliqua. Da schlimb si venne a * sclernb indi a 
* scaìemb e di qui finalmente a sgualembare. Parallelo a 
questa forma sarebbe lomb. sgalembar d'ug. sig. e che il 
Diez trae parimenti da slimb. Qui pure s' annoda bresc. 
slemba lastra tagliata di traverso, e le voci allembare tor- 
cersi, lembe barcollamento proprie del dialetto della Ver- 
silia, nelle quali è caduta la s, caso non infrequente. 

Sguancio scancio schiancio schincio, 
tortuosità, sghembo; per traverso (Sacchetti, Allegri, Va- 
sari). Non ha rispondenza nelle lingue neol. Risale al 
ceppo di mat. swanc [k\, tm. schwanck "pieghevole, sot- 
tile, svelto, facilmente cedente"; sv. svank tortuosità, in- 
curvatura, ol. zwanken volgere, torcere; e più lontanamente 
di mat. sivankel, ags. svoncon, anrd. scang-r d' ug. sig. La 
rad. è svink swing che mostrasi in vb. tm. schwingen vi- 
brare brandire: perciò nota il Kluge, mat. swanc tm. 
schwanch vale propriamente " facile ad essere brandito, 
pieghevole". Da quest' ultimo concetto è breve il passo a 
quello di " torto ". Le due ultime forme it. sono trasfor- 
mazioni popolari della prima. Il Diez riferisce a questo 
ceppo anche sic. sguinciu nap. sguinzo, dial. Alta Italia 
sguignlo floscio vizzo ; ai quali raffronta dubitativamente 
sp. esguime. Tutte queste forme sarebbersi svolte da sguan- 
cio per ablaut o digradamento della vocale tematica. Però 
ammette che possano anche essere riproduzioni di tm. 
windisch winsch torto obliquo, ing. squint. Ma la forma 



452 SINISCALCO — SIZIO. 

e qualche po' anche il senso, e inoltre la stessa comparsa 
dal vocab. it. rendono molto più probabile la prima delle 
due ipotesi. Alla forma it. schiudo rispondente fonetica- 
mente alla sic. e nap. s' attiene crem. beschinz, e poi vb. 
schencire. Questo ceppo ger. benché non appaia documen- 
tato nell' aat., dovette penetrare in Italia sin dai tempi 
dei Longobardi, giacché altrimenti non spiegherà bbesi la 
sua penetrazione in tutte le parti della penisola anche fra 
il popolo. Deriv. : scancire. 

Siniscalco sescalCO, maggiordomo o maestro 
di casa, scalco, governatore di provincia, tesoriere (Novel- 
lino, Latini). Rispondono: sp. prov. senescal, afr. senéschalt 
fr. sénéchal maggiordomo. Le voci rom. riposano sul 1 1. 
senìscalcus vocabolo d'un' estrema diffusione in tutta 1' Eu- 
ropa durante il medio-evo ma specialmante in Francia (v. Du 
Cange), e che ricorre già in un placito di Clodoveo III 
+ 695, nella Lex Alam. 79, 3, 4, negli Annal. Bertin. 785. 
Ora questo bl. senìscalcus risaliva a got. * sinaskalks, aat. 
* siniscalh, ''il più vecchio de' servi". Il secondo elemento 
s'è già visto sotto Scalco: il primo è got. borgog. sinista 
"il più vecchio"; forma attestataci da Am. Marcellino che 
28, 5 scrive « Apud Burgundios sacerdos omnium maximus 
appellatili- sinistus ». Secondo il Grimm Gramw d. d. Sp. 
303 sinista è superlativo plurale di got. * sins sineig< vec- 
chio. Questo proviene da tema idg. seno che appare in ind.: 
sana vecchio, sanakas antico, arm. hin ivo% ivx\ vecchio, 
1. senex ; a irl. sen vecchio, senchos vecchia legge, lit. senas 
vecchio, aat. mat. sint antico Bopp GÌ. 1 408; Grimm Ges. 
d. d. Sp. 303; Curtius 3 290. Da afr. senéschalt il mat. cavò 
alla sua volta s'neschalt scheneschalt scheneschlant, donde 
tm. Senéschalt. Der. : s ini s cai- caio -eia. 

Sizio. lavoro faticoso (neolog. ). Il Caix crede che 
una tale voce registrata già dal Manuzzi ( ediz. 2. a 1865) 
riproduca il tm. Sitz seggio, e che sia di recente importa- 
zione burocratica durante il predominio austriaco. All'in- 



SLEPA — SL1TIGÀ 453 

contro il Tommaseo ci vede il silio pronunziato da G. Cristo, 
e riportato anche da Dante, come significante un " lavoro 
travaglioso ". 

Slepa Sleppa, guanciata manrovescio percossa 
(dial. lombardo, moden. e reggiano). Procedette dal ceppo 
ger. che die mat. slape slappe "parte del cappuccio in 
forma di borsa e pendente giù di qua e di là; soita di 
copertura del capo; sorta di cappa". V. Schiaffo dove s'è 
discorso a lungo del ceppo ger. slap slapfe fonte tanto di 
schiaffo quanto di sleppa che sono due riproduzioni delle 
rispettive forme at. e bt. Noterò che già il Galvani aveva 
riportato moden. sleppa al ted., ravvicinandogli tm. Schiappe 
colpo percossa morale. Il Galvani riferiva qui anche moden. 
slipp slapp nome d'un giuoco corrispondente al rubamazzo. 
Essendo sleppa voce dialettale, dev'essere d'importazione 
antichissima, probabilmente longobarda; ed è curioso che 
da quel popolo alto tedesco ci sia venuta una forma bt. 

Slippare, {slippa) scivolare (voce comasca). Ri- 
posa direttamente su ger. * slippan presupposto da aat. 
mat. slipfan slipfen sliffan slijrfien, e conservatosi in ags. 
slipan ing. to slip d' ug. sig. Quindi è allotropo di schip- 
pire ( v. q. vb. ) e spetta alla rad. di tm. schleifen. 

Slitigà. sdrucciolare, scivolare (dial. com. ). Questo 
vb. d' evidente importazione longobarda, ha per corrispon- 
denti afr. eslider, norm élinder d' ug. sig., e risale a vb. 
aat. slitan donde mat. sliten e dial. tm. schlittern sdruccio- 
lare sul ghiaccio. Parallelo all' aat. è ags. slìdan a cui si 
rannoda ing. to slide scivolare [ sost. slide sdrucciolo, via 
di ghiaccio J. La rad. è slid da preger. slidh sdrucciolare 
che appare anche in lit. sklijdus liscio ( detto di ghiaccio ), 
slysti scivolare, lett. slidas pattino, e in sans. sridh inciam- 
pare. Il Kluge osserva che fin dai primitivi tempi nel 
campo ger. questa rad. fu usata nel senso di *' sdruccio- 
lare sul ghiaccio ". La forma it. presuppone uno * slitare. 
V. del resto Slitta. 



454 SLITTA — SMACCO. 

Slitta, specie di traino per correre sul ghiaccio 
(Sacchetti, Baldinucci). È senza corrispondenza nel campo 
neol. Evidentemente ha per base aat. slita traino, treggia, 
accanto a cui troviamo aat. slito donde mat. slite, slitte, tm. 
Schlitten d' ug. sig. ; Graff 6, 792. Altre forme ger. sono : 
bt. slede, slee, slèn, slegen, Brera. Wòrt. 4, 818 ol. sliddet 
sledde, Kiliaen 593; a. ing. slede, ing. sled sledge, Stratmarr 
446; anrd. sledhi, Mòbius 392, Vigfusson 567; sv. dan. 
slade. La denominazione ger., dice il Kluge, riposa sulla 
rad. slid sdrucciolare, esaminata sotto slitiga. Il nome ci 
venne senza dubbio mediante i Longobardi. 

Smaccare, svergognare altrui col palesarne i di- 
fetti, avvilire (Caro, Galileo) Proprio solo dell' it. Il Diez 
fa di questo vb. un deriv. diretto dal nome smacco. Io 
credo al contrario che risalga immediatamente a vb. aat. 
smàhan smàhen, far piccolo scemare diminuire; disprezzare 
ingiuriare disonorare; donde mat. smàehen d' ug. sig., tm. 
smàhen. La ragione si è che nel bl. trovo smacare smac- 
care (Stat. Cadubrii cap. 12; Stat. Biperiae) nel senso di 
" indebolire mutilare piagare ", e smaccatura in quello di 
"mutilazione vulnerazione ". Queste forme bl., riproduzioni 
evidenti dell' it. parlato (lo scritto, come si è veduto, è 
posteriore) offrono adunque un senso eguale o quasi eguale 
al senso di " impiccolire scemare " che è il fondamentale 
del vb. aat., e che non riscontrasi punto nel nome smacco 
il quale offre solo quello di " ingiuria scorno ". Nel campo 
ger. accanto a vb. smàhen è rimasto smachten essere debole 
languire. Deriv.: smaccamento. 

Smacco, ingiuria, torto, vergogna, disprezzo (Caro, 
Davanzati). Non offre rispondenze fuori dell' it. Ha per 
base aat. smàht piccolezza, frivolezza, bassezza, abbiettezza; 
disprezzo, onta, oltraggio, donde mat. smaehe smàch con 
prevalenza degli ultimi signif. dell' aat., e tm. Schmach in- 
sulto, onta, ignominia. Notevole che il tm. lasciata la za- 
vorra dei signif. primi dell' aat., conservò solo quelli che 



SMAGARE. 455 

corrispondono appunto agli italiani. Il Diez giustifica il 
doppio e it. in luogo del semplice e o g coli' esempio di 
ricco da rihhi e di taccola da tàha. Secondo il Kluge 1' aat. 
smàhi è un astratto formatosi dall' agg. smàhi piccolo, vile, 
spregevole, a cui sono affini smàr piccolo, e ags. smed, 
sméalic fino, diligente; quest' ultimo con isviluppo di si- 
gnificato diverso dai precedenti, ed analogo a quello che 
scorgesi in tm. klein piccolo, che vale anche " fino, ele- 
gante ". Lo sv. ci presenta srna piccolo, minuto, smatt 
d' ug. sig., dan. smaa piccolo. Il tema ger. è smàha smàhja. 
Dall' agg. aat. si formarono molti derivati in quel campo ; 
e tra gli altri vb. smeihan visto sotto smaccare. Nel campo 
indeu. sono confrontati a ger. smàhi 1. macer macies macor 
maciare macere tutti coli' idea di "magrezza, sottigliezza" 
da tema mac-ro ; gr. o"p.i*pò? |j.txpò? \ux,y.òq piccolo, insigniii- 
cante, da ■j\i.ixpòc l [ger. smàhi = gr. ffjnqjao?]. La forma fon- 
damentale sarebbe stata smak-ra. Grim, Gramm. 3, 658; 
Benfey 1, 4G9; Pott. 2,390; Schmidt Voc. 1,108; Fick 2 
916, 415. Lo Schade paragona poi anche lit. màzds piccolo, 
lett. mass piccolo, minuto, apruss. massois poco, a si. me- 
zinu piccolo giovane, slov. mezinec mignolo; Miklosich 391. 
Sul singolare svolgimento di signif. assunto dal vb. it. e 
der. nel bl. v. sotto smaccare. Il nome benché apparso 
tardi nello scritto, penetrò certo fra noi anticamente, forse 
col Longobardi. 

Smagare, dismagare, smarrirsi perdersi d'animo 
deviare allontanarsi costernarsi; errare sbagliare, smarrire 
o fare smarrire (Dante, Villani). Non ebbe riflessi nel bl. 
Nelle lingue sorelle rispondono : asp. esmajar perdersi 
d'animo, prov. esmajar a fr. esmajer esmoger perdere le 
forze, berrig. émeger tórre le forze, sp. part. desmajar oa- 
dere in deliquio, ing. dismay d' ug. sig. La base è ger. 
magari potere, donde got. magan d'ug. sig., aat. magvti es- 
sere forte. Da magèn formossi il composto unmagen: per- 
dere forze indebolirsi a cui logicamente rispondono i vb. 



456 SMALTO. 

romanzi suaccennati che al vb. ger. semplice hanno pre- 
messo le particelle privative es des dis invece del gen. un. 
Perciò, nota il Diez, questo e trastullo sono i due soli 
casi in cui una parola ger. entrò in rom. come uno degli 
elementi d' un composto. Il Wackernagel propose di trarre 
il vb. rom. da aat. smàhjan indebolire abbassare. Ma il 
Diez osservò che se il senso si presta, dal lato della forma 
si può opporre che smàhjan avrebbe prodotto smaire, e 
che da esso l' it. aveva già tolto smaccare. Quanto a vb. 
ger. in se, risale a detta del Kluge a rad. mag mug da 
preger. magh, e produsse oltre alle forme ger. sin qui ve- 
dute, aat. as. mugan mugen donde mat. mugen mugen po- 
tere, tm. ìiiogen o vermogen potere, Macht potenza, Ohnmacht 
(corrotto da Unmacht) impotenza svenimento deliquio; più 
ags. maeg da cui ing. may potere, afris meyen, anrd. mega 
d'ug. sig. Fuori del campo ger. il Kluge pone come certa 
l'affinità di wogan con a. si. moga mósti potere Mikl. 381. 
Lo Schade accenna anche a gr. {av^/oS mezzo aiuto, \xx\-iavq 
macchina, \i.riyavà^)ai macchinare, Curtius 3 311. Nel campo 
rom. numerosi sono i der. dai vb. : prov. esmai emoi, afr. 
esmai esmoi donde fr. émoi commozione sp. desmago deliquio 
spavento. Der. it. smago. 

Smalto, compost ) di ghiaja e calce mescolate con 
acqua e poi rassodate insieme; materia multicolore che 
ponsi sulle orerie; cosa dura ( Gruinicelli, Dante). Con 
afr. esmai \t]* esmail fr. email, sp. port. esmalte, valac. 
smaltz vetro metallieo, vetro di smalto, ha per base diretta 
bl. smaltum smalctus e smalctum ricorrente già in Anastas. 
Bibliot. -f- 886 e in Leone Ostiense + 990, e che il Du- 
cange chiosa — encaustum, liquati coloratique metalli pig- 
mentum. = A fondamento del bl. sta poi ger. * smalt le 
cui forme documentate sono : aat. smelzi smelze fluidezza 
liquefacentesi liquore; metallo fuso smalto elettro. Il got. 
era * smalteis smetti. Un tal nome non rimase ne nel mat. 
ne nel tm. ; poiché tm. Schmalte è ripercussione del vocab. 



SMALZO — SMARRIRE. 457 

it. Il Mackel crede che ger. smalt spetti a rad. ger. srnelt 
come aat. malz as. anrd. malt, agg. mealt si riferiscono a 
rad. affine melt, ing. to meli. L'origine di bl. smaltum da 
1. maltha calcestruzzo smalto, è dichiarata poco probabile 
dal Diez ; il quale, notato non esservi nulla in contrario 
ne per parte della s prefissa, ne per il passaggio nella 
seconda declinazione; aggiunge poi che il senso dell' it. 
smaltire ~ indurarsi, s' attiene logicamente più a vb. ger. 
smaltian che a 1. malta, e che fr* email si lascia trarre 
benissimo da ger. smalt mediante inserzione dell'i attratto 
dall' a, e mediante apocope del t; ma non da 1. malta. 
Anche lo Scheler sostiene l'opinione del Diez specialmente 
fondandosi sulla contestura del nome fr. che s' accorda col 
ger. e non col 1. Inoltre rileva l'uguaglianza perfetta dei 
signif., valendo ger. smaltjan fondere, e smalto essendo 
" vetro fuso ". Il Mackel fa di ger. smalt un presupposto 
necessario delle forme fr.; perciò, ammessa l'unità di gruppo 
dell' it. col fr., l' orig. ger. è fuori di quistione. Der. : 
smalta-re-to ; smaltire. 

SmalZO, burro ( dial. venez.). Da aat. smalz grasso, 
strutto, burro. Di là mat. smalz tm. Schmalz d' ug. sig. 
L' ags. e anrd. è smolt. La radice e le affinità si sono viste 
sotto smalto. 

Smarrire, perdere con isperanza di ritrovare sba- 
gliare dimenticare; uscir di strada perdersi d'animo afflig- 
gersi sbigottirsi affannarsi oscurarsi (della vista) scolo- 
rirsi (Dante, Fra Giord.j. Paralleli: prov. afr. marrir er- 
rare perdere la via, prov. afr. esmarrir; lad. smarrir per- 
dere, sp. marrar smarrire impedire maraflar errare, partic. 
marrido an/arrido turbato, prov. marrit, piem. viari, pie. 
amari fr. marri pentito. 11 Diez unisce qui anche sp. port. 
amarrar fr. amarrer legare una nave: amarra amarre go- 
mona. Base: ger. marrjan donde aat. marrian marron 
marren merran merren, as. merrjan merrean ags. mearrjan 
mat. m trrèn merren impedire ritardare fermare legare ; di- 



458 SMUCCIARE — 8NKLI.0. 



struggere errare. Il got. è marzian inciampare scandaliz- 
zare. Il bl. ci presenta vb. marrire già all'an. 802, in un 
Cap. di Carlo M. che ha legem bannum praeceptum mar- 
rire = disturbare offendere la legge. Questo bl. marrire 
fu molto usitato nel medio-evo come i derìv. marritio danno 
detrimento dolore, e marritus liquefatto fuso ; ma solo nel 
territorio fr. e tedesco, mai nell'it. L'it. smarrire presup- 
porre un marrire che non è documentato, ma che è reso 
non solo possibile ma probabile dall' esistenza dei deriv. 
antiquati marrimento sbigottimento (Brunetto L.) e mar- 
rito sbigottito (Guittone). L'ipotesi riportata dal Ducange 
che vb. bl. marrire proceda da nome 1. marra zappa, è 
insostenibile per senso e per forma. Il tm. ha perduto il 
ceppo marrjan; ma lo conserva l'ing. in to mar. Der. : 
smarrì- gione-mento-tamente-to, smarruto. 

Smueciare, sdrucciolare, scorrere, sfuggire (Fra 
Giord. ; Boccaccio). Il Caix lo rannoda a fr. musser na- 
scondersi che il Diez trae da t. mùzen, e il Grandgagnage 
da mat. muchen agire ocultamente. L' it. peraltro si scosta 
un po' dal signif. del fr. ed anche del t., ma il lad. m.icciar 
svignarsela, fa il parallelo all' it. pel senso, e conferma 
l'unità del gruppo e dell'origine. V. mucciarsi. 

Snello, agile, destro, leggiero, sciolto (Brunetti, 
Dante ). Rispondono : prov. esnel irnel, afr. isnel ignei enei 
lesto, svelto, destro, norm. inele d' ug. signif. È ignoto al 
bl., pare tuttavia che sia d' imprestito antichissimo, ponen- 
dolo il Mackel fra quelli del primo gruppo. Deriva da ger. 
snel (/) che produsse: aat. mat. sn'èl lesto, agile, veloce, 
spedito, pronto ; difficile a prendersi, premuroso, vivace, 
gaio, vigoroso, alacre, forte; tm. schnel rapido, veloce, 
presto. L' as. era snel snell, V ags. sn'èll d' ug. sig., scozz. 
snell amaro, anrd. sniallr, snioll snialt abile, valente, spe- 
cialmente nel parlare, snilld eccellenza, valentia nal discor- 
rere, snillingr uomo valente, eccellente parlatore Yigfusson 
575, Mòbius 396. Il Kluge osserva che il significato del- 



SOGNA. 459 

1' antico ted. era molto più generale e largo che quello del 
tm., corrispondendo a " valente " : il tm. ha dunque subito 
una restrizione di senso analoga a quella di bald. Secondo 
lo stesso filologo 1' origine prima del ceppo ger. è oscura. 
All' incontro lo Schade lo riporta a tema snella, got. snilla, 
da snil-na. e fa di quest' ultimo un indebolimento di sndl-na 
coli' idea generale di " rapido movimento ". Snal risalirebbe 
poscia a snar stretto, piegato. Dal concetto di " restringi- 
mento, piegamento forzato " sarebbesi svolto quello di 
" movimento rapido " a cagione della dilatazione elastica 
che poi ne segue. Questo ger. sn'el ebbe in quel campo una 
grande germogliatura, che mi pare utile riportare per met- 
terne in evidenza il parallelismo logico coi derivati italiani. 
Abbiamo dunque aat. mat. snèlheit, tm. Schnelligkeit rapi- 
dità, snellezza; aat. snelli, mat. snèlle agilità, leggiadria, 
robustezza; aat. snèllo, mat. snèlle, sriéllecliche-lichen snel- 
lamente, rapidamente, coraggiosamente; aat. snellih strenuo ? 
snèllicho, mat. snelliche snèllichen rapidamente, prontamente; 
mat. snèllemlletekeit precipitazione; aat. snèllen vigoreggiare; 
mat. snèllen produrre un rapido movimento, commuoversi 
prontamente, mat. snèller che produce un rapido movimento. 
Vedesi di qui come il ted. dall' agg. abbia cavato anche 
dei vb., il che non è accaduto nelle lingue neol. Il Diez 
crede che nelle forme fr. sia entrato come modificatore un 
ravvicinamento popolare fatto con 1. ignitellus e anhelus. 
Deriv. : sne'lamente, snelletto, snellezza. 

Sogna (antiq.), cura pensiero (Rim. di Mazzeo Ricco 
da Messina, sec. 13°). Rispondono: prov. sonh afr. fr. soin 
d'ug. sig. ; più vb. fr. soigner curare e il composto es- 
soigner. Base immediata del rom. è bl. sonta sunnia sunnìs 
impedimento legittimo, ricorrente già nella Lex Sai. e 
Rip. ; il quale alla sua volta riproduceva ger. sunja, sdop- 
piatosi in got. suìija verità santità giustizia, as. sunne,/ 
impedimento ostacolo, aat. sunnja sunne necessità legale, 
impedimento legittimo riposante su verità per non compa- 



460 solcio. 

rire in giudizio, anrd. syn ostacolo, ra. ol. sinne, afris. corrotto 
skine schifi skinnige impedimento legittimo. Lo svolgimento 
logico dei sensi è dunque il seguente: verità — impedi- 
mento vero — intrattenimento sopra \m oggetto che fa 
ostacolo — pensiero cura. A dir vero ci sono dai passaggi 
un po' duri. Ma storicamente sono certi. Quanto al Du- 
cange che avendo trovato bl. somnium spiegato con gr. 
9povxì? pensiero, credette doversi il ceppo in questione ri- 
ferire a 1. sommare ; il Diez osserva che questo bl. som- 
nium potè essere foggiato su bl. sonium forma secondaria 
di sonici, e che ad ogni modo da somnium sogno, non si 
potrebbero cavare i signif. dei composti. Io credo del resto 
probabile che il sogna anziché essere venuto in Italia coi 
Germani invasori, sia niente altro che riproduzione di 
prov. sonh sonha o di fr. soigne, poiché da una parte sogna 
ricorre una volta sola, e in autore che facilmente era imi- 
tatore dei Franco-Provenzali; dall'altra parte bl. sunia le 
forme sorelle sono comunissimo in tutto il medio-evo sul 
territorio fr., dove diedero origine a un altro composto bl. 
e fr. anch'esso diffusissimo, cioè bl. exonia, fr. essoigne 
essoigner. All' incontro sul territorio it. troviamo sunnis 
solo in Lex Long. lib. 2, tit. 47, soniare in una glossa alle 
medesime leggi. Sul terr.t. fr. soniare ricorre all'an. 779 in 
un Cap. di Carlo M. : sunnis s'incontra in Carlo M. ; sonnia in 
Marculphus + 660 ; sonia in Clodoveo III, sonium in Tab. 
S. Florent. 1198; soinus sonius in una legge di Enrico I 
d' Inghilterra. Nel Ducange alle voci soniare e sunnis può 
vedersi la gran varietà di forme e l' immensa diffusione 
che presentò questa voce nel territorio francese, ragione 
questa che indusse il Grimm a darla per parola franca. 

Solcio, sorta di condimento e di vivanda (M. Al- 
dobr. ; Fr. da Barberino ). Risponde il solo prov. solz soutz 
" carne in aceto ". Venne da aat. sulza, sultz, salsuggine, 
conserva, gelatina, donde mat. sulze, tm. Siche conserva, 
gelatina. L' anrd. presenta sulta di signif. ug. all' aat. Il 



SORNACAEE — SPACCARE. 



4fcil 



nome aat. si svolse mediante apofonesi da nome salz 
sale, a cui rannodatisi pure aat. salzan salare, condire. Il 
tema ger. è salta, e fuori del campo ger. rispondono : asl. 
russ. soti, serb. so [genit. soli] cz. sul, poi. sol sale; a. ir. 
solami, cornov. haloin, cimb. kulan sale; 1. sai sale. gr. y.'/.z 
sale mare; sans. saras saram sale. Curtius 500. Lo Scbade 
fa derivare dal ger. anche fr. salice salsa; ma qui egli ha 
preso un abbaglio, indottovi forse da una fallace omofonìa. 
Crediamo s' ingannasse anche il Redi che suppose soldo 
venuto direttamente dal prov.; quando al contrario la poca 
frequenza con cui ricorre la voce in prov. ci fa piuttosto 
credere che l' it. procedesse immediatamente dall' aat. 

Somacare -Chiare, scatarrarsi, russare (Ja- 
copo da Todi, Medici L.) Risponde emil. suvnicé. Il Caix 
lo cava da mat. snarchen, schnarchen sbuffare, russare, al 
cui ceppo spetta anche ol. snarken d' ug. sig., anrd. snììrgl 
rumore di chi russa, al quale ultimo è vicinissimo tirol. 
snorgll'. Somacare pare evoluzione ulteriore di * snarcare 
riproduzione immediata del ger. snarchen. Al signif. di 
dialet. ted. norimberghese schnorkeln risponde sost. sor- 
naca " chi parla nel naso ". Pare adunque che somacare 
esprimesse dapprima il " rantolo catarroso di chi russa ". 

Spaccare-rsi, fendere, scoppiare (Berni, Ambra. 
Davanzati). Fra le lingue neol. lo possiede solo l' it. Il 
Diez lo trae da mat. spachen fendere, fare scoppiare, a 
cui risponde bt. spaken d' ug. sig. e bav. spaken scoppiare. 
L' aat. non presentando il vb. ma solo il nome spac/i . il 
Diez a ragione sostiene che il vb. ger. sia entrato in 
Italia nel tardo medio-evo ; il che resta confermato dalla 
comparsa che 1' it. fa nello scritto. S'aggiunge eli' esso è 
ignoto al bl. Il nome aat. è spac/ià, spalila), spachhà, spachó 
germoglio o cespuglio secco ed arido, scheggia, ramo, ba- 
stone; donde mat. spache d' ug. sig. tm. spach accennato 
dal Faulmann che vale " che balza e scappa per l'aridità ". 
Troviamo inoltre in quel campo : ags, spile sarmento vi- 



4(!2 SPALTO — 8PANNA. 

mine, ol. spaecke, stanga, at. spachen, spachfen verga, ba- 
stone. Il concetto di " secchezza aridità " si cambiò in 
quello di "scoppio, fenditura" ebene è l'effetto. Deriv. : 
spacc-amento-ato-atura ; spacca-mondo-monte-sassi. 

Spalto, pi. spaldi, sporto, ballatoio, pavimento, 
suolo, scarpa o pendio di muro, tavolato sopra un muro 
(Dante, Buti). Il bl. spaldum-dus (an. 13-0) è riprodu- 
zione dell' it. Rispondono soltanto veron. e venez. spalto 
d' ug. sig. Il Diez si chiese se venisso da aat. spalt donde 
mat. spalt tm. Spalt fessura, crepaccio. Ci pare si debba 
senz' altro rispondere di sì. La forma è evidentemente cor- 
rispondentissima. Il senso poi, per quanto a prima giunta 
sembri totalmente diverso, deve fare poca difficoltà, poiché 
è ovvio scorgere quale concetto unisca i sensi presentati 
dal vocab. ger. e dall' it. Difatti il signif. di quest' ultimo 
'sporto, tavolato " che, come vuole il Diez, era originaria- 
mente quello di " merli intagliati ", si può facilmente rian- 
nodare a quello del vocab. ger. che in principio doveva 
essere di " cosa tagliata, fessa, spaccata ", essendo certis- 
simo che il detto nome si svolse da vb. aat. spaltan spal- 
ten, mat. tm. spalten fendere, spaccare; benché poi per una 
deviazione curiosa il nome siasi ristretto a denotare " fes- 
sura, spacco ", mentre il derivato it. denota la cosa fessa 
o spaccata, ovvero un oggetto fatto di cose fesse o spac- 
cate. Molto più che parecchie voci ger. indubbiamente af- 
fini ad aat. spalt, cioè got. spilda mat. spelte anrd. spialda 
valgono " scheggia, tavola, asse, e tm. Spalte vale " co- 
lonna ". 

Spanna, lunghezza della mano aperta e distesa 
dall' estremità del mignolo a quella del grosso ; mano : pic- 
cola quantità (Dante). Rispondono: afr. espan, fr. empan, 
vali, aspagne. Queste voci non hanno però sempre signif. 
perfettamente uguale all' it. Così afr. espan = sorta di 
misura di lunghezza; vb. lad. spaniar = distendere. Già 
il Menage e il Ducange intravvidero la deriv. del voca- 



SPARAGNARE. 463 

bolo rom. da aat. spanna donde mat. spanne tm. Spanne, 
palmo spanna. Il Diez respinse 1' origine dal gr. aTi6a}MJ 
che avrebbe dato spimma o sjiemìna, e da 1. spanciare che 
sarebbe accettabile per la forma f'r. ma non per l' it.. e os- 
servò che solo il comas. spanda può riferirsi al lat. Quindi 
approvò 1' orig. ger. Lo Schade p. 847 ci mostra aat. spanna 
= larghezza della mano distesa. Questo signif. identico a 
quello dell' it., aggiuntavi la perfetta uguaglianza della 
forma, non lasciano alcun dubbio sull' orig. ger. della voce 
in discorso, e difatti ora è ammessa da tutti. L' anrd. ci 
offre sponn genit. spannar. Il Diez trae fr. empan da mat. 
span distesa allargamento, che però è della stessa radice. 
Invece il Mackel lo ritiene sost. verbale da * espaner svol- 
tosi da vb. aat. spannan. Da-quest' ultimo certamente s' era 
formato il nome aat.; e da esso provennero mat. tm. span- 
nen tendere, stendere, stirare. Vb. it. spannare s' attiene 
a pannns, e non ha nulla che vedere con spanna: quindi 
erra il Mackel a farne un deriv. Bl. spanna s/ianus spana 
ricorre in Radulfo De Gest. Frid. I ; ma anche in territorio 
it., per es. in V. B. Torelli "Poppiensis; Stat. Placent. ; 
quindi è anteriore all' it. Der. : spannale. 

Sparagnare sparmiare risparmiare, 
spendere con parsimonia sicché avanzi parte delle entrate; 
mettere da parte e tenere in serbo (Brunetti, Jacopone). 
Paralleli : lad. spargnar a fr. * esparagnier, forme docum. 
sparaigner esparigner espargnier pie. esparengier, fr. épar- 
gner da espargner, borgog. reparmèr d'ug. sig. Il bl. ci 
offre solo spargnia che però è ricalcato sul corrispondente 
vocab. francese, ricorrendo solo in quel territorio ed all'an. 
1409.. Il Diez riportò il vb. rom ad aat. sparón sparén, donde 
mat. sparen spam tm. sparm d' ug. sig. Però riconobbe 
che il modo della derivazione restava molto oscuro, rome 
quello di lomb. caragnare da caròn e di fr. lorgner da 
luren. Lo Scheler crede a fr. espargner contratto da 
rigner e questo da un primitivo esparer, il quale ultimo 



461 SPARVIERI*. 

procederebbe dall' agg. primitivo spariti da cui esparin 
cspariner esparinier esparigner, donde finalmente espargner. 
Accetta poi l'opinione dell'Ulrich, il quale nella Zeits. Ili 
266 propone un tipo aat. * sparanjan derivato da spariti 
come propone un * luranian per fr. lorgner. Anche il Mackel 
mette a base del vb. in questione un ger. sparanjan; ma 
di questo fa un deriv. non da vb. sparòn ma da nome 
* spara donde aat. spar spari sperì, mat. spare spar par- 
simonia frugalità astinenza semplicità, e ciò per la ragione 
che i vb. ger. in anjan in Jan sono tutti denominativi. Il 
ceppo ger., oltre alle forme viste fin qui, ne sviluppò pa- 
recchie altre come vb. ol. sparen ags. sparian, ing. to spare, 
anrd. spara risparmiare astenersi; inoltre tm. sparsam spàr- 
lich parco scarso tenue, Sparlichkeit frugalità Sparsamkeit 
parsimonia. All' agg. del tm. rispondono: ags. spar anrd. 
sparr, poi bav. sper sporr sp'òr stretto scarso povero 
asciutto arido dal secco. Lo Scheler osserva che al vb. 
rom. è molto più vicino il ceppo ger. che non lat. parcere, 
che del resto al pari del tedesco procede da sans. sparo 
stringere serrare. Il Kluge poi respinge l'affinità del ger. 
con gr. oitatpvóq disperso raro, proposta dello Schade. Der. : 
sparagno, rìsparmiamento, risparmio. 

Sparviere-o sparaviere. sorta d' uccello di ra- 
pina (Novellino, Brunetti, Dante). Eispondono: prov. espar- 
vier, cat. esparver, asp. esparval, afr. esparvier espervier fr. 
e'pervier d' ug. sig., lad. sprer avoltojo. Le voci rom. imme- 
diatamente riposano su bl. sjiarvarius ricorrente già in 
Lex Salic. tit. 7, Lex Bajuvar. tit. 20, e in Capit. di Carlo M. 
an. 802. (Le altre forme bl. essendo relativamente tarde, 
anziché aver servito di base alle lingue rom., ne sono ri- 
produzioni : tali sono: sparverius (?) di Papia, sprevdrius 
di Irminon abb. di S. Germano; sparaverius in territ. 
ital. e quindi riproduzione di it. sparaviere, espervarius in 
territorio fi", ing. e quindi riproduzione di fr. espervier). 
Il bl. a sua volta risaliva direttamente a ger. sparvàri, 



spia. 465 

[got. sparwareis] donde si svolsero: aat. sparwàri spari- 
wàri sparwàre sparewàre, mat. sparvaere sparewaere spar- 
wer tm. Sperber, sorta di falco vivente di passere, ol. sper- 
wer. Era questo un composto, il cui secondo elemento ari 
= tm. Aar valeva dapprima " aquila ", poi in generale 
'falco". Il primo era gei*, sparwan, donde got. spariva, 
aat. sparo, mat. sparire, spare spar, dimin. sperlinc da cui 
tm. Sperling passero ; poi ags. spearica ing. sparrow, anrd. 
spi'tr, sv. spar, dan. spurv spurre lad. spar. Al tema spano 
il Kluge pone a base rad. spor trimpellare, sgambettare, 
il Eaulmann rad. sparg, aggirarsi affine a gr. -7v:ép'/pj; e 
nell' uno e nell' altro caso il passero sarebbe così stato 
denominato dalla sua vivacità che il fa muovere di con- 
tinuo. Cfr. 1. passer che pare connesso con passus, e gr. 
CTxpouOòq significante ad un tempo " passero " e " struzzo ", 
come uccelli di corsa. Da tutto questo appare che ger. 
sparwàri valeva propriamente "falco dalle passeri ", ana- 
logamente ad ags. spearhafoc ing. sparroivhawk sparviere. 
Der. : sparv-ierugio-ìeratore. 

Spia, chi in guerra osserva gli andamenti del ne- 
mico per riferire, speculatore; delatore rapportatore; con- 
tezza, avviso, denunzia (Dante, Villani). Con sp. prov. 
espia air. * espie, fr. epie notizia, avviso, procedette da aat. 
spelici mat. spelte, spedi, spi ricerca, esplorazione, scoperta, 
agguato. Nel tm. il vocabolo è sparito; ma l' ol. conosce 
spie, spide, benché, almeno circa la prima forma, si possa 
dubitare che sia riflesso ripercossosi dal rom. Circa il 
vocab. ger. in se vedi spiare. Il bl. spia è riproduzione 
dell' it. e ricorre all' an. 1283 negli Annal. Oenuen. del 
Doria, e poi al 1313 nelle Histor. del Corio. Però lo tro- 
viamo anche nel territorio franco-prov. all' an. 1343 In 
Charta tabul. di S. Vittore in Marsiglia col signif. di 
"esplorazione" tutto proprio del fr. Sul ceppo ger. v. 
spiare. Il fr. espion secondo il Maokel sarebbe riproduzione 
del corrispondente it. Dei - .: spion-aggio-e. 

30 . 



466 BPIAHB — SPIKDO ' . 

Spiare, cercare diligentemente i fatti altrui ; inve- 
stigare segretamente (Novellino, Dante). Paralleli: sp. 
prov. espiar, fr. épier da afr. * espier, lad. spiar, indagare. 
Il bl. spiare secondo Ducange e Favre è riproduzione del- 
l' it. Procedette da ger. spéhon donde mat. spèhon tm. 
spahen, osservare, spiare. In quel campo e' è anche aat. 
as. spàhi, mat. spaehe prudente esperto. Spetta a rad. ger. 
speh vedere, la quale per mezzo del lat. spec che appare 
in spedo speculum e derivati, e sans. spac vedere e forse 
anche gr. -t'Atctw per 77T£XT'_o, viene provata come idg. primi- 
tiva. Deriv. : spia-mento-tore. 

Spiedo '-e, arme in asta con ferro acuto posto in 
cima ad un bastone per ferire i cignali, usato più tardi 
in guerra (G. Villani, Petrarca). Rispondono a fr. espier 
espieut, prov. spiaut, fr. espiet espié d'ug. sig. Il bl. è 
spedus d'ug. sig., Stat. Pistoj. an. 1107, spetum Stat. Moden., 
speutum in Chart. fr. an. 1343, spitum Gloss. Cambron., 
spitum Chart. oland. an. 1287; e spietus nelle Grloss. Theotis. 
del Lipsio che lo spiega per "hasta". Riposa su ger. 
spit differenziatosi in spioz spè'oz spiez, mat. spiez asta bi- 
gordo, tm. Sjness d' ug. sig. Altre forme ger. sono : got. 
* spinta (da cui direttamente afr. espiet lancia), anrd. 
spiót per cui ags. spréot, poi sv. spiut dan. spyd d' ug. 
sig., anrd. spyta cavicchio regolo. La forma afr. espier 
crede il Diez possa essere stata influenzata da aat. sper 
[tm. Speer\ lancia: certo non potè provenire da 1. sparum 
che non fu conservato neppure dalle lingue sorelle. Il Mackel 
pag. 127 opina che tema ger. * speuta, cangiatosi in * speot 
donde tosto aat. * spiot spioz, passasse in bocca ai Romani 
a formare bl. speutum donde le forme it. e francesi, sulla 
genesi e svolgimento delle quali ultime parla il Suchier 
nella Zeits f. Rom. Phil. I, 429 seg. 

Spiedo- spiedone schidone schidione 
Stidione, strumento lungo e sottile in cui s'infilzano i 
carnaggi per cuocerli (Boccaccio, Cresc, Sacchetti). Le tre 



spiedo 2 . 467 

ultime forme sono alterazioni della seconda. Paralleli: 
romag. sped, gen. spièdo, sard. spidu, napol. spito ; sp. port. 
espeto espedo espiedo d'ug. sig. ; afr. * espoit* espois fr. épois 
la punta delle corna del cervo. Il Diez pur riconoscendo 
che il gruppo suddetto spetta al ceppo ger. spit donde 
aat. mat. spiz tm. Spiess, ol. spit, ags. spitu ing. spit schi- 
dione; non gli rannodò it. spiedo in senso di "schidione", 
od almeno non lo considerò a parte, forse credendo che 
fosse una cosa sola con spiedo " asta ", e che il senso di 
" schidione " fosse derivato da quello di " asta ", come del 
resto pare credano anche i vocabolaristi italiani che non 
ci fanno sopra alcuna distinzione. Io ritengo al contrario 
che in it. spiedo si abbia un caso di omeotropia di due 
voci ger. radicalmente diverse, che per la poca diversità 
del suono e per la vicinanza dei sensi si sono venute a 
fondere in una sola. Ed infatti il trovarsi due ceppi ger. 
uno significante " asta " e l'altro " schidione " entrati nelle 
lingue rom. sorelle, con forme che anche colà si confon- 
dono quasi, rende per me evidente che spiedo " schidione " 
è totalmente diverso da spiedo " asta lancia ". E questa 
mia opinione è convalidata dal fatto che anche nel tm. di 
Spiess che vale tanto " asta " quanto " schidione " il Kluge 
ha fatto due parole radicalmente diverse, riconducendo 
Spiess in senso di " asta " a ger. spinta donde il gruppo 
rom. visto sotto Spiedo 1 , e Spiess in senso di " schidione " 
a ger. spit donde il gruppo rom. che stiamo esaminando. 
Anche nel tm. abbiamo dunque avuto la fusione in uno 
di due vocaboli e due ceppi radicalmente diversi; e una 
tale fusione fu cagionata dalla vicinanza delle forme e dei 
sensi precisamente come in it. Nelle lingue rem. sorelle 
non è avvenuto così. Nel campo ger. accanto a tm. Spiess 
"schidione" esiste anche Spitz d'ug. sig. sostantiviz/.a- 
zione di agg. spitz, e che ha la sua orig. in spitz acuto. 
Anche il Faulmann stabilisce la diversità radicale di tm. 
Spiess asta, e di Spiess " schidione ". Quest' ultimo ceppo 



•468 SPINGARDA — SPOLA. 

presenta anche la singolarità che tm. Spiess vale " punta 
del corno della selvaggina ", in corrispondenza con fir. épois 
punta delle corna del cervo; e che aat. spizzo tm. Spiesser 
vale •' eerviatto fusone'": e questo fatto, osserva il Kluge, in- 
duce a credere che un tal senso lo contenesse anche l'aat. 
X -evole ancora che il bl. spitus non offre giammai il 
signif. di •• .schidione "'. ma solo quello di " lancia spun- 
tone ". 

Spingarda, strumento militare da trarre Tav. Bit.. 
Pulci). Eispondono: sp. espmgarda piccolo cannone, fr. 
espringarde espringale macchina militare espingarde piccolo 
pezzo d'artiglieria, espingole specie di fucile. Nel bl. tro- 
viamo : spingarda presso Sanino lib. 2. Chron. Est. tom. lo; 
e nell' Obsidio Iaderae all' anno 1301; poi springaldus in 
carta di Edoardo II d' Inghilterra all' an. 1325 e springalis 
in G-eneol. dei Conti di Fiandra presso Marten. tom. 3. Il 
fr. espringale risale al 1304. Da questo quadro appare pri- 
mieramente che il nome rom. come la macchina non è an- 
teriore al 1250; poi che la forma primitiva conteneva la r 
e che quindi era springarda. E dunque da riannodare al 
vb. springare che si vedrà più oltre, essendo chiaro che, 
anche dato che le voci neol. sorelle derivassero dall' it.. 
questa non si può in modo alcuno fare dipendere dal vb. 
spingere che non avrebbe mai prodotto uno spingarda. 

Spola, spuola. -trumento di legno a guisa di 
navicella ove con un fuscello detto spoletto si tiene il can- 
nello del ripieno per uso del tessere (Dante. Buti). Voci 
sorelle: lad. spol, sp. espolin, limos. espolo. afr. espeul espo- 
let; fr. espole espoule coi deriv. e'poidin espolin espoulin 
épolet. Però le forme fr. moderne secondo il Alackel sono 
state tolte dall' it. come dimostra la conservazione della s. 
Fr. sépoale. già notato come forma di tarda impronta dal 
Diez. è dal Mackel riguardato come riproduzione di tm. 
Spule, sicché 1' e sarebbe un caso di Svarabhakti o inser- 
zione vocalica ver agevolazione di pronuncia. Oltre a que- 



SPRANGA. 469 

ste e' è anche lor. ehpieule, che secondo il Diez sarebbe 
copia di afr. espeul equivalendo lor. eh a fr. es; invece pel 
Mackel la forma lor. sarebbe un parallello dell' it. e a- 
vrabbe con essa un' uguale base. Questa base è ger. spola 
che produsse aat. spola spuola spuolo spola cesto di vinchi 
da cui mat. spuole e tm. Spule, spola, rocchetto, cannone 
(delle pennej. Altre forme ger. sono: ol. spoel, ing. spool. 
Il bl. spola appare in Ada S. Bertrandi t. 1. Iun. p. 790, 
e in Glos. lat. gali. an. 1348. Il vb. mat. spuolen, tm. spu- 
len incannare, è evidentemente denominativo. Quanto al- 
l'altro vb. aat. * spuolian spuolen, mat. spuelen tm. spiilen 
sciacquare guazzare bagnare, ol. spoelen, ags. spélan, secondo 
il Kluge è incerto se 3Ì rattacchi al nome in discorso. In- 
vece il Faulmann parte da vb. aat. spuolen " bagnare, net- 
tare nell' acqua, strappare le penne " originato a sua volta 
da vb. * spalan denudare cui raffronta a 1. spoliare. Dal 
vb. aat. egli poscia fa derivare aat. spuola che secondo 
lui avrebbe in origine significato " nudità delle penne ", 
essendo gli altri signif. tutti più recenti. Ma evidentemente 
qui c : è molta arditezza, poiché i sensi sono poco con- 
nessi fra loro. Ad ogni modo il vocab. ger. a noi venne 
senza dubbio coi Longobardi. Der. : spoletto. 

Spranga, legno o ferro che si conficca attraverso, 
per tenere unite le commessure; lamina per unire (Dante, 
Villani). Proprio del solo it., di cui è senza dubbio ripro- 
duzione il bl. sprancha spranga ricorrente sin dal 1295, 
in un docum. relativo alla chiesa di S. Pietro in Roma, 
citato dal Ducange. Il Diez trae questa parola dall' aat. 
spanga traversa, trave, sbarra, fermaglio, ferratura, con in- 
serzione eufonica e rinforzativa di una r. Dall' aat. proce- 
dettero mat. spange d' ug. sig. e tm. Spange fermaglio, 
borchia. Allo stesso ceppo spettano pure anrd. spong. ags. 
spange da cui ing. spangle pagliuole, ol. spang. La rad. è 
ger. sphn scheggia, schiappa. Deriv. : spranga-rc-to-turn ; 
spranghet-ta-tino . 



470 SPRAZZARE — SPRIZZOLO. 

Sprazzare sprizzare spruzzare, bagnare 
gettando minute gocciole, minutamente schizzare; mandar 
fuori con forza un liquore. (Dante, Buti). Paralleli: dial. 
sbrizzare bagnare, sminuzzare, lad. sbrimlar. Questi tre vb. 
riflettono colla variazione della vocale radicale l'intiera 
scala apofonetica percorsa dai corrispondenti ger. spratzen, 
spritzen sprùtzen che compajono però solo nel mat. e nel 
tm. Sono pure ignoti al bl. Probabilmente adunque entra- 
rono nei secoli attorno al 1000. La rad. ger. è sprùt germo- 
gliare che riscontrasi anche in tm. sp)riessen germogliare pul- 
lulare e Sprosse germoglio. Anche tm. Spritz Spritee schizzo 
schizzatojo, è degno di nota. Pare che questo ceppo sia 
entrato in it. relativamente tardi : certo non all' epoca delle 
invasioni. Der. : sprazza-o ; sprizzato; spruzza-glia-mento- 
tojo-tura; spruzz-etto-o-olare-olata-olo. V. anche Sprizzolo. 

Springare Spingare, sgambettare (Dante, Inf. 
XIX, 120). Gli corrisponde: afr. espringuer, fr. espinguer 
ballare, donde fr. espingale " danza " e poi " sorta di mac- 
china da getto " ; pie. espringuer saltar dalla gioia. Questo 
vb. rom. risale ad aat. springan saltare, balzare, zampillare, 
germogliare, da cui mat. tm. springen saltare, scoppiare, 
spaccarsi. Spettano pur qui ags. springan e ing. to spring 
d' ug. sig., anrd. springa. Al tema ger. di questo vb. che 
é sprang rattaccansi in quel campo numerosi derivati : tali 
aat. mat. spring, springo springà springer ; sprangian, spran- 
gón, sprangar^ sprengel; spritng, sprungal, sprungeli, sprun- 
gezen, sprungezòd. Questo tema passò adunque a traverso 
l' intera scala dell' ablaut, a-i-u. Nel campo preger. s' ha 
tema sprangh, spragh. Lo Schade p. 857 fa dei raffronti con 
molte voci slave che però non sono accettati da tutti. Il 
Kluge crede invece certa l'affinità di gr. -nip/irO*'. af- 
frettarsi, CTTTspxvò? pronto furioso, da rad. idg. non nasaliz- 
zata sprgh. V. Spingarda. 

Sprizzolo, briciolo o micolino di checchessia (dial. 
montagna modem; proprio anche di Montale nel Pistojese). 



SPEONE. 471 

Credo che sia voce indipendente da sprizzare, ma che ri- 
salga direttamente ad aat. sprizal donde mat. sprizel, scheg- 
gia, minuzzolo, bav. spreissel scheggia, germoglio. Il nome 
ger. é però sempre un deriv. dal vb. ger. visto sotto spruz- 
zare, sprizzare. V. in Cintone corriere del Frignano an. X, 
num. 20, un mio articolo su questa voce. 

Sprone, Sperone, sorta d' arnese di ferro che 
tiensi al calcagno, con cui si punge la cavalcatura, perchè 
affretti il cammino (Novellino Guittone, Dante). Eispon- 
dono : afr. esporon esperon, fr. éperon, pie. esporon, prov. 
esperò (n), asp. esporon, sp. espolo /», port. esporào. Inoltre 
le forme senza suffissi : asp. espuera, sp. espitela port. e- 
spora. Base : ger. sporo calcare, che presenta l'accus. spo- 
ron donde le doppie forme rom. Ger. sporo, da tema spo- 
ron, die: aat. sporo donde mat. spor tm. Sporti; ags. spura, 
ing. spur, ol. spoor, anrd. spore, tutte voci di signif. iden- 
tico alle neol. Il Mackel p. 33 crede che questa voce en- 
trasse in rom. per tempissimo ; tuttavia può osservarsi che 
il bl. la presenta in età relativamente tarda; giacché spou- 
rones da sass. spora compare nel testamento di Everardo 
duca del Friuli (sec. 9"). spora nel testam. di Ramiro re 
d' Aragona all' anno 1099; e speronns finalmente solo nel 
sec. 14", con evidente riproduzione della forma it. Secondo 

10 stesso Mackel l'è per o in fr. e prov. è dovuta a dis- 
similazione ed anche all' essere la sillaba divenuta atona 

11 Diez sostiene che i vb. it. spronare speronare, sp. espo- 
lear, port. esporea, prov. esperonar, fr. éperonner, si sono 
formati dal sost. rom. corrispondente e non dal vb. aat. 
spornòn, il quale ha signif. uguale, ma non avrebbe dato 
origine a forme verbali come le suddette. Quanto al nome 
ger. in sé, il Kluge p. 355 osserva che a base di sporo 
sta una rad. verb. sper " urtare coi piedi " che sopravvive 
nel tm. Spur traccia, spuren vestigio e nell' ing. to spani 
dar calci, sprezzare. Ad essa si rannodano aat. as. ags. 
spuman calpestare, a cui è originariamente alfine sans. 



472 SQIJARRATO — SQUILLA. 



sphur cacciar via coi piedi, gr. inaipw sgambettare, 1. 
sperno che però ha preso un signif. metaforico " disprez- 
zare ", lit. spirti calpestare. Qui egli raffronta anche tm. 
Sperling passero, forse perchè sgambettatesi, dimenantesi. 
Respinge poi 1' affinità con Speer lancia, perchè il valore 
primitivo di rad. idg. sper è quello di " spingere coi piedi ". 
Anche lo Schade trae aat. sporo da aat. mat. spor donde 
tm. Spur vestigio, traccia; e assegna alla rad. rad. spar 
sparz per rignif. fondamentale quello di " urtare spingere 
cacciare coi piedi ". I numerosi derivati ger. di questa rad. 
possono vedersi presso lo stesso Schade p. 854. Deriv. : 
sprona-re-ta. 

Squadrato, fesso (detto di voce). E neol., a cui 
il Caix dà come affine nap. sguarrart lacerare, mil. sgarà 
spaccare, rimenando tutto il gruppo ad aat. skerran, mat. 
skerren grattare, raschiare, fendere, da cui dipendono afr. 
esquirer, eschirer ^ prò v. esquirar sbranare, vali, hiré d'ug. 
sig., fr. déehirer, pie. dekirer lacerare, sbranare. 

Squilla, campanello che si pone al collo degli ani- 
mali, campana (Dante, Sacchetti, Morelli). Con lomb. lad. 
schella, sp. esquila, prov. esquella, esquelha, eschiele campanella 
sonaglio, immediatamente risale a bl. schilla scella che con 
altre forme secondarie era diffusissimo nel medio evo. 
Compare infatti dapprima nella Lex Sai. tit. 29, § 3 « Si- 
quis schiVam. de caballo furaverit » ; poi in Incmaro di 
Reims, in Ardo Monacus Vit. 8. Bened. Anian ; in Papia 
che ha sichillam senza V u; presso Ariulfo Abb., in Lanfr. 
De . S. Ben., all' an. 1123 in Chart. Basii. Ambros. presso 
Puricelli, e in numerosi altri scrittori. Il bl. avea a base 
aat. scella sonaglio per diversi usi (per vestiti ed armi di 
cavalieri, arredi di cavalieri e cavalli, coperta della sella, 
sproni, guaina, lancia; donde si spiega la frase singola- 
rissima dell' aat. e mat. die schellen tragen, che letteral- 
mente vale " portar i sonagli " e metaforicamente " essere 
uomo di stima e di considerazione " ). Dall' aat. si svolse 



SQUILLARE. 473 

mat. schelle, tm. Schelle sonaglio. Secondo il Waltemath e 
il Mackel alle forme afr. e prov. stava a fondamento un 
ger. e abfr. skella; ma è chiaro che anche alcune di quelle 
del bl. e dell' it. richieggono nell' originale ger. una forma 
colla gutturale forte. 11 Diez è d'avviso che l'it. squilla debba 
la sua forma col qu anziché col sch, ad un ravvicinamento 
popolare a 1. e it. squilla nome d' un pesce. Si può peral- 
tro osservare che una forma uguale perfettamente all' it. 
la troviamo parecchie volte nel bl. fuori d' Italia, poiché 
ci presentano squilla Ardo Monacus in Vit. S. Ben. An. e 
il Sinodo di Nimes all' an. 1281. Notevole che l'it. ha no- 
bilitato molto il signif. del vocab. ger., giacché squilla 
vale " campana ". Il Graff, il Diez e lo Schade riferiscono 
il nome ger. a vb. aat. sc'éllan, skellan, mat. schellen risuo- 
nare, rumoreggiare; tm. schallen schellen d' ug. sig. Vedi 
squillare 1 . 

Squillare 1 , sonare, risuonare (Dante, Ottim. Comm.). 
Proviene da ger. * skellan [ got. * skillan], donde aat. sc'él- 
lan, scellen skellen, schellen, mat. schellen risuonare, far ru- 
more. Il tm. schallen d' ug. sig. risale alla forma mat. 
schallen svoltasi dal nome aat. scal (l) suono, che produsse 
poi anche mat. schal tm. Schall suono. Altre forme ger. 
sono : anrd. skialla, nd. skella risuonare per percossa "Vig- 
fusson 551, Mòbius 379. A questo ceppo, oltre a scella 
donde squilla e a skillings da cui scellino, spettano nume- 
rosi derivati riportati dallo Schade p. 787. Il quale Schade 
confronta col ger. il lit. skalyti latrato acuto del cane da 
caccia, skalikas cane da caccia forte abbajante, a. pruss. 
scalenix sorta di cane da caccia Kurschat 1, 203, Fick 903. 
Il signif. un po' diverso mi fa credere che vb. it. squillare 
sia derivato direttamente dal vb. ger., e non dal nome 
squilla. 

Squillare*, muoversi o volare con prestezza (Ninf. 
Fies. ; Morgante). Questo vb. si deve Beparare nettamente 
dal precedente, benché i vocabolari li confondano insieme. 



474 STACCA — STAFFA. 

Credo poi sia la stessa cosa con le forme dialettali it. : boi. 
sguilar scivolare, chian. sguillere sdrucciolare, piem. sghié 
d' ug. sig., e inoltre col fr. guiler (Saintonge). Queste 
forme dial. il Caix, indotto dal gu iniziale, le trae da fonte 
ger., e propone aat. wèllan, mat. wèllen fare scorrere, gi- 
rare, a cui sarebbe stato prefisso un s rinforzativo eufonico. 

Stacca, pezzo di legno a foggia di piedistallo fo- 
rato per lo lungo, entro il quale si fa entrare 1' asta delle 
insegne e delle bandiere quando hanno a stare per alcun 
tempo ferme e ritte. In certi dial. (per es. di Piemonte) 
= fermaglio (Villani). Paralleli sp. prov. eslaca, afr. 
estaqtie estache palo. Viene da ags. staca stace donde a. ing. 
stake palo pertica, afris. stake, bt. stake staken stangn, ol. 
staeck staak. Il Mackel fa osservare che essendo la parola 
basso-tedesca d' origine, è probabile che prov. estaca, it. 
stacca, sp. estaca siano tolte l' una dall' altra, e che in ul- 
timo queste immediatamente risalgano alla forma fr. A questa 
dà per base un abfr. staka. Ad ogni modo 6gli pone la 
voce fr. fra le derivate ger. del 3° gruppo : quindi sarebbe 
di data relativamente recente. Nota poi come non vi sia 
bisogno di ammettere col Foerster una forma archetipa 
stakka per ispiegare la conservazione di a e di k. Nel bl. 
questo nome ebbe gran diffusione, e uno sviluppo grandis- 
simo anche pel senso. Troviamo stacka palo, staca stanga 
dei duellatori, stacagium stacamentum estacamentum si- 
curtà dei duellanti, an. 1151 in Francia; stacare munire 
di pali, Charta di Tolosa a. 1192. Di qui si comprende 
che se il nome entrò piuttosto tardi nelle lingue rom. 
scritte, era però già molto usato nel bl. Vb. it. staccare 
non ha alcuna relazione con q. voce. 

Staffa, strumento di ferro pendente dalla sella per 
cui si sale a cavallo e vi si sta (Novellino 39: Tav. Hit. )- 
Proprio del solo it. ; giacche i vocab. fr. éstafette estaffi- 
lacle sono riproduzioni dei corrispondenti it. Base: aat. 
staffo stapho stapf stapfi donde mat. staphe stapfe stapf 



STAFFILE. 475 

stap passo pedata vestigio orma strada; scalino gra 
dino. Evidentemente l'it. s'attenne solo all'ultimo dei si. 
gnif. ger. cioè a quello di " scalino per montare ". Il tm. 
è Stapf, ma ai uso rarissimo e col semplice signif. di 
" pedata traccia ". Immediatamente a fondamento dell' it. 
sta bl. stajja che compare già sin dal 1170 1177 in Ra- 
dulphus de Diceto, poi nell'Anon. Salernit., in Federico II. 
Ma il bl. presenta numerose altre forme affini; tali sono: 
stapla stapes stapedes stapedium e staffilus (v. Staffile) sta- 
philus. Nelle forme col p, che del resto rispondono perfet- 
tamente a mat. stap, entrò, come nota lo Scheler, un rav- 
vicinamento popolare a 1. pes, per la persuasione che il 
nome significasse qualche cosa " in cui uno sta col piede ". 
Nel bl. ricorre anche uno staffa in senso di " bastone " ; 
ma questo è riportato dal Ducange e dal Favre ad un altro 
ceppo ger., cioè a quello di stampf pilo mazza donde 
stampare, che però è radicalmente unito a questo. Entro 
al campo ger. dal nome aat. si sviluppò vb. aat. staphón mat. 
staphen staff en procedere camminare. Le rad ger. è stap 
calcare coi piedi tare passi andare, che scorgesi anche 
nell' ags. staeppen, camminare, ol. stap passo stappen cam- 
minare, ing. step procedere. Il Kluge le riattacca anche 
tm. Staffel e Stufe passo grado, e ne fa derivare mediante 
nasalizzaziune anche stampfen donde stampare ( v. q. p. ). 
La rad. idg. stub avendo potuto presentare anche la forma 
secondaria stap, pare che asl. stopa originariamente sia 
stato affine a ger. stapfo. Del resto io credo che staffa sia 
entrato dal ger. in it. non colle invasioni barbariche, ma 
intorno al 1000 poiché nel bl. ricorre solo verso quel tempo. 
Der. : staff-are-eggiare-etta ; staffiere. V. Staffile. 

Stallile, striscia di cuojo o d' altro attaccata alla 
staffa; sferza d' ug. materia con cui si percuote. (Medici 
L., Lippi). Fu riprodotta dal fr. estqffìlade. Immediata- 
mente procedeva da bl. staffile, staffilimi ricorrente già in 
Bolla di Bened. IX un. 1033, e in altri scrittori di quel 



476 STALLA — STALLO. 



secolo e dei successivi. Nel bl., sin dal sec. 7°, s'incontra 
spesso anch' staphilum come denominazione geografica 
propria e comune di parecchie località dell' Italia, special- 
mente bassa, e con significato di " declivio, salita d' un 
monte ". Evidentemente è sempre lo stesso nome i cui si- 
gnif. si sono sdoppiati dall' idea generale di " ascesa, mezzo 
di salire ". La base è propriamente non ger. stapf visto 
sotto staffa come vorrebbe il Diez, ma stafel mat. staff el, 
stafel gradino, piedistallo, tm. Staffel piuolo, ing. staple 
rampo. Quest' ultimo gruppo è però sempre nel campo ger. 
un deriv. da stapf, staff. V. Schade p. 864. 

Stalla, luogo ove si tengono le bestie ( Brunetto L., 
Tesor.). Con sp. estala, aport. stala d' ug. sig. risale a ger. 
stali che accanto ad altri sensi che vedremo sotto Stallo 
presentava anche quello di " luogo per le bestie, scuderia ". 
Ciò emerge chiaramente dalla Lex Visigothorum ove è ri- 
cordato « equus ad stallum » che il Ducange traduce giu- 
stamente « le cheval à l' écurie ». Una derivazione da 1. 
stabulum sarebbe foneticamente irregolare, giacché da 
quello si sarebbe avuto uno stabbio (cfr. nebbia da nebula, 
macchia da macula, bacchio da baculus ecc. ). Nel bl., oltre 
allo stallum visto or ora, troviamo nello stesso senso stalla 
in Vit. S. Bonae e in Io. De Mussis Chron. Placent. an. 1376. 
Ma evidentemente quest' ultima forma anziché avere pre- 
ceduto e generato l' it. fu riproduzione di esso. Un deriv. 
it. importante è stallone a cui risponde fr. étalon. Circa il 
ceppo ger. in sé v. Stallo. Der. : stall-are-eggiare-etto-one- 
oneggiare. 

Stallo, lo stare, stanza, dimora, luogo dove si sta, 
luogo ove si prende posizione, posto, stato, indugio; sedia, 
cattedra, scanno (Novellino, Brunetto, Dante). Rispondono 
port. stallo, sp. estalo, prov. afr. estai luogo ove si è, sog- 
giorno, posizione fissa, fr. étal luogo in cui s' espongono 
le mercanzie. Il senso fondamentale di tutto questo gruppo 
è dunque quello di " posizione fissa ". Risale a ceppo ger. 



STAMBECCO. 



477 



stali significante propriamente " stazione, luogo, stalla ". 
Questo ceppo era diffusissimo in tutte le lingue ger. dove 
troviamo: aat. mat. stai [genit. stalles j luogo, spazio, po- 
sizione, puntello, sostegno, da cui tm. Stali stalla, scuderia; 
poi anrd. stalla, stalla, luogo ; ags. steall, stali, ing. stali, 
scuderia luogo, ol. stai posto forte. Secondo il Kluge il 
sig. dell' aat. era quello di " soggiorno, luogo di dimora, 
posto, stallo"; ma l'originario era identico a quello di 
tm. Stelle della stessa radice, cioè " luogo, posto, sito ". 
Il ceppo ger. da cui anche tm. stellen porre, collocare, 
spetta a rad. idg. sthel che dentro al campo ger. appare 
altresì in stili quieto, Stollen colonnetta e Stiel manico, 
picciuolo. Il Mackel pone il nome rom. fra le parole del 
suo primo gruppo: è quindi antichissimo; ed effettivamente 
ebbe una diffusione immensa nel bl. sotto le forme di stal- 
limi, stallus, stalla sempre nel signif. di " locus ubi quis 
habitat sedet aut stat ". Stalhcs appare già in Francia al- 
l' an. 1032 in Charta di Ledoino abb. di 8. Vedasto, stal- 
lini» in Charta di Goffredo vescovo di Langres all' an. 1164, 
stalla in Regest. Priorat di Cokesford in Inghilterra. Bl. 
stalla vale anche " sede dei mercanti ", come rilevasi da 
una carta fr. all' an. 1408. Un composto bl. notevolissimo 
è installare " porre in seggio " che figura presso il Brom- 
pton all' an. 1088 j e un deriv. è stallaghim "diritto di 
tributo per lo stallo ". Il tm. Stali ha conservato solo il 
signif. dell' it. stalla e non quelli di stallo. Il fr. dal suo 
estai ha cavato derivati più numerosi e più importanti 
di quelli italiani. Tali sono : vb. vtaler porre in mostra 
perfettamente corrispondente a tìamm. staelen, stellen die 
icaaren porre in vendita le merci, e detaler piegare il ba- 
gaglio. 

Stambecco, sorta di capra selvatica (Mor. S. 
Greg. ). Rispondono; lad. stambuoh e afr. boucestain con 
inversione. La base è aat. steinboch stainboch-bok, donde 
mat. steinboch tm. Steinbock d' ug. sig. Il nome ger. è 






47H STAMBERGA. 

composto di stein pietra e di bock capra. Quindi vai • pro- 
priamente " rupicapra " Il bl. stambechus ricorrente negli 
Stat. Vercell. è troppo chiaramente riproduzione della 
forma it. Ma lo stambucinus " spettante a stambecco " di 
Landolfo nell' Hist. Mediai. ( -\- 1137) ci fa vedere che il 
vocabolo era già comune in Italia sin dal sec. 11. Tuttavia 
non pare che questa voce entrasse all' epoca della immi- 
grazione dei popoli ; e difatti anche il Mackel la pone fra 
quelle del suo secondo gruppo, vale a dire del gruppo po- 
steriore alla immigrazione e alla Lautverschiebung dell' aat. 
Stamberga, edilizio o stanza ridotta in pessima 
condizione (Bronzino -j- L570; Magalotti Lett.). Di questa 
parola, ignota alle altre lingue neol , il Diez dice solo che 
dev'essere tedesca a giudicarne dall'ultimo elemento. La 
difficoltà sta in ciò che il ted. non offre una forma stam- 
berg in nessuno de' suoi tre stadi e in nessuno de' suoi 
dialetti. Ma da una parte è certo ch'essa compare tardi- 
vamente nell' it. scritto (sec. 16."); dall'altra è lecito sup- 
porre che nell' aat. esistesse un composto stainberg, che ri- 
sultando da stain pietra, e berg elevazione, verrebbe a si- 
gnificare un "tumulo di pietre": dal qual senso a quello 
di " casipola, capanna " il passaggio non sarebbe duro. 
Quanto alla forma il cangiamento di stain in it. stam ri- 
corre anche in stambecco. Un tal composto, pur non es- 
sendo documentato, potè esistere e passare in Italia coi 
Goti o coi Longobardi, e dopo avere vegetato nei dialetti 
entrare finalmente nello scritto benché molto tardi. >. el tm. 
troviamo anche Stamburg " castello ereditario d' una fa- 
miglia": da questo concetto perchè non sarebbe-i potuto 
giungere a quello di stamberga pel tramite dell' interme- 
diario di " castello vecchio e diroccato"? Il Caix fa di stam- 
berga un composto risultante da stanza -\- albergo, e crede 
che sia un caso analogo a stambugio da stanza -f- bugio. 
A me un tal composto pare alquanto difficile ; prima di 
tutto perchè il troncamento sarebbe stato troppo forte, e 



STAMPARE. 479 

poi anche per il senso ; giacché albergo contiene piuttosto 
l' idea di " qualche cosa di magnifico e splendido ". Der. : 
stamberga-ccia-re. 

Stampare, fare impronta con materia dura, im- 
primere, effigiare, formare (Dante, Petrarca). Con sp. port. 
prov. afr. estampar, fr. estamper, étamper imprimere, forare, 
sard. stampai forare, valac. steamp palo da forare, risale 
a vb. ger. stampon che produsse aat. stampfón, mat. tm. 
stampfen pestare, tritare con mazza o pilo, mazzerangare, 
calpestare ; poi ol stampen, ing. to stamp, anrd. stappa 
( per * stampa ) pestare, colpire. Il fr. e l' it. rispetto al 
ger. contengono adunque una forte specializzazione di 
senso, avendo essi assunta la designazione dell' effetto di 
ciò eh' era denotato dal vb. originario. Questa specializza- 
zione poi subì anche un' ulteriore determinazione quando 
nel sec. 15° fu inventata l'arte della stampa; onde oggidì i 
vocab. romanzi s'usano quasi esclusivamente a questo scopo; 
mentre i Tedeschi per esso adoperano il vb. drucken, ovvero 
il nome rom. presse. Il vb. ger. stampon a detta dello 
Schade e del Kluge è di formazione nominale da aat. stampa 
stampf palo o strumento da pestare, da colpire, donde 
mat. stampf tm. Stampf mazza, pestone, pilo, ol. stamp. Il 
tema ger. era stamp, indebolitosi anche in stump da cui 
tm. stumpf mozzo, ottuso, rintuzzato, mutilato. A stamp si 
riattacano in quel campo oltre a vb. stampòn, stampfón, 
stamphari pilo e stempiiti tm. Stempel pestello. Il Kluge 
riconduce tema stamp a rad. verbale stop pestare coi piedi 
mediante una nasalizzazione. Quindi verrebbe a connettersi 
con staffa. V. q. parola. Nel campo idg. lo stesso Kluge 
confronta qui gr. aTÉujBco pestare coi piedi, e dubitativamente 
sans. stamba pancone. Lo Schade allega anche lit. stani bus 
stelo dell' erba, stamb'iena luogo ove nascono o stanno i 
torsi de' cavoli. In it. credo che il vb. stampare abbia pre- 
ceduto o generato i nomi stampo e stampa lungi dall' es- 
sersi svolto da essi: e ciò perchè se il nome it. st<nnj><> 



180 STAMPELLA — STANGA. 

risalisse direttamente a ger. stampf, avrebbe molto proba- 
bilmente conservata la spirante. Il bl. stampa degli Stat. 
Riperiae é, a detta del Favre, riproduzione dell' it., e 

10 stesso dicasi di stumpus che è anche posteriore al 
primo, ricorrendo solo nel sec. 16". Il Mackel crede che 
la forma fr. éstamper sia venuta dall' it. e lo deduce dal- 
l' iniz. colla es. A ciò si può aggiungere che compare solo 
nel sec. 16 J . Der. : stampa-tore-tura ; stampe-ria-tta; stampi- 
glia-nare-no ; stamp-o-one. V. Stampella. 

Stampella, bastone degli storpi, gruccia (Buonar- 
roti, Salvini). Il Caix fa q. voce d' orig. ger. certa, e la 
riferisce a vb. staphón camminare od al suo derivato sta- 
pkal base, sgabello, gamba dei mobili, ovvero anche ad 
aat. stap bastone. Secondo me è da preferire aat. * stam- 
phil donde aat. stemphil mat. stempfel stempel che presenta 
una forma più omogenea. Il signif. è " mazza, pilo"; ma è 
divergenza di poco momento. Questa pare voce d' impre- 
stito piuttosto recente ; probabilmente ebbe per base im- 
mediata mat. stempel, e l' imprestito si fé nel tardo medio- 
evo. Del resto mat. stempel da me proposto spetta al ceppo 
proposto dal Caix e visto sotto stampare. 

Stanga, pezzo di travicello per diversi usi (Boc- 
caccio, S. Grog., M. Villani). Paralleli lad. stanga, regolo, 
fr. étangues tanaglie, ossia propriamente " qualche cosa che 
risulta da due stanghe ", valac. steange di sig. ug. all' it. 

11 fr. stamine è termine, araldico che vale " fusto od asta 
dell' ancora ". Risale ad aat. stanga che produsse mat 
stange tm. Stange pertica, asta, sbarra, bacchetta. Altre 
forme sono: ags. stevgr, ateng donde ing. stang ; ol. slang, 
anrd. stong d' ug. sig. Il tema ger. stango a detta del Kluge 
s'attiene alla rad. sting, conservatasi in ing. to sting pungere 
riannetentesi a got. stiggan e a tm. stechen, v. stecco. Il bl. 
stanga ricorre solo in territorio it. e in epoca relativamente 
tarda, ad es. nel Crescenzi -f- 1310, e nella V. B. Andr. 
Gralerani ; dunque riproduce l' it. Quanto al fr. étangues, 



STATOLDER — STECCO. 481 

esso potrebbe secondo lo Scheler provenire anche da fiainm. 
tange [tm. Zange j tanaglia, con la prefissione dell' es fran- 
cese. Il fr. stangue poi è certamente venuto dall' it., come 
deducesi dalla conservazione del gruppo iniz. st, e dalla 
sua tarda comparsa. A noi stanga fu importato senza dub- 
bio dai Longobardi. Deriv. : stanga-re-ta ; stangheggiare ; 
stanghet-ta-tina ; stangonare. 

Statoldei , luogotenente, governatore. È neologismo 
venutoci non più presto del sec. passato, e che s' usa solo 
parlando d ; istituzioni e governi di certi paesi ger. (' specie 
Olanda e Impero Tedesco). Con fr. stathouder riproduce di- 
rettamente bt. stadhouder, a cui risponde mat. stathalter, 
tm. Statthalter. E composto di Ealter = tenente, e Stati = 
luogo posto. Secondo alcuni il mat. stathalter sarebbe stato 
coniato per tradurre fr. lieutenant. 

Stecca, pezzo di legno propriamente piano (Boc- 
caccio). E un allotropo di stecco di cui ha la stessa base 
(v. q. parola); ma il signif. ha subito una forte specializ- 
zazione e alterazione. Derivaz. : stecc-aia-ato-one-onaja. 

Stecco, spina che è sul fusto o sui rami d' alcune 
piante; fuscello aguzzo, ramicello secco (Guittone, Dante;. 
Rispondono : napol. sticchetto, annon. estiquete stique, fr. 
étiquette sui quali v. Etichetta. Ha per base aat. steccho ste- 
cko, stekko, stecho bastone, bastoncello, palo, cavicchio 
piuolo, donde mat. steche, stecche, stecke d' ug. sig. e tm. 
Stecken bastoncello. Paralleli: ags. staca, sticca ing. stick 
di sig. ug. ad aat. e mat. Bosworth 210, e ol. stick, steck 
germoglio, stipite, piccolo tronco, bastone Kiliaen 630-637, 
bt. stikke bastoncello, palo con fine puntale, chiodo, Brem. 
Wòrt. 4,1021. Evidentemenle l' it. ha rimpiccolito e ri- 
stretto il signif. del nome ger., il cui tema era sftikiaii e 
stikian, ed apparteneva al ceppo di stè'han pungere. Quindi 
in origine valeva "qualche cosa di pungente ". Proveniva 
da vb. aat. stechan mat. stèchen, tm. stechen pungere, fo- 
rare, stimolare, donde vb. causativo stecken ficcare, pian- 

31 



482 STERLINA. 

tare. La rad. verbale era stek diffusa solo fra i Germani 
del continente, ma fecondissima avendo prodotto : stichi, 
stic/tian, stichil, stikl*, stechal, stecon, staks, stacci, stachulla, 
steccho, stecchan, stoc, stucchi, stiicken, stucheln. Quindi le 
spettano anche it. stacca, stocco, stucco. Questa rad. ger. 
stek s' era svolta da stik che a sua volta proveniva da 
preger. stig, il quale stig fuori del campo ger. presenta 
anche una t'orma secondaria tig essere acuto. Le si raffron- 
tano sans tij pungere, gr. oii^^a puntura o"Tt£w pungere, 
1. instigare eccitare. Nel bl. s' incontra più volte questa 
voce e suoi derivati a cominciare dal sec. 13°; ma si tratta 
sempre di riproduzioni delle voci it. corrispondenti, come 
osserva il Favre nelle aggiunte al Ducange. Deriv. : stecc- 
-hire-one-a. 

Sterlina-O, nome d'una moneta inglese-germanica 
(Villani, Buti ). Risponde afr. estallins, exterlins, estelins, 
(sec. 13°, 14°). Immediatamente da ing. sterling cui però ri- 
sponde mat. sterline donde tm. Sterling d ! ug. sig. L' origine 
immediata dall' ing. è provata chiaramente da un passo di 
Gr. Villani ; e del resto basta consultare il Ducange alla voce 
sterlingus [altre forme bl. sono: esterlincus-sterlencus-sterlinus- 
stellingus-stellinus], per capire che la moneta e il nome erano 
cosa tutta inglese; tanta è la diffusione delle forme bl. in 
quel territorio, donde penetrò poi subito in Francia, spe- 
cialmente a cagione del dominio inglese su parecchie pro- 
vince francesi. In Inghilterra il nome appare la prima volta 
presso Orderico Vitale all' ann. 1066. L' origine primigenia 
del vocabolo ing. non è ben accertata. Certo il nome pro- 
cedette da easterling, bl. ostarlingi orientale. Ma mentre il 
Ducange credeva che con questo nome di ostarlingi fos- 
sero designati gli Anglossassoni invasori della Britannia. 
e che il nome fosse poi applicato dai Normanni conqui- 
statori alla moneta degli Anglossassoni perchè più pura e 
fine della loro ; il Webster seguendo l' Holinshed, il Camten 
e il Lacurne ritiene che ostarlingi easterling fosse una 



STIA — STINCO. 483 

volta il nome popolare dei mercanti tedeschi in Inghil- 
terra, perchè essi rispetto a quel paese erano a