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Full text of "L'emigrazione italiana nel periodo ante bellico"

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I 



FI 



PAULO Q. BRENNA 



L'emigrazione italiana 



nel periodo ante bellico 




R. BEMPORAD & FIGLIO - EDITORI - FIRENZE 

Filiali a Milano - Roma - Pisa - Napoli - Palermo 

BoLoasA, N. Zanichelli. - Toriko, S.Latt»» e 0. - Gbhóva, F-UìTrevea 



Proprietà Letteraria 




Firenze, 1918. - Tip. M. Kicci, Vi» S. Gali», 81. 



PREFAZIONE 



Volgono chxa dieci anni che io ancor giovinetto, 
entravo nel servizio consolare. 

Neil' intraprendere questa carriera ambita ed 
amata, non avevo preconcetti. Non avevo che il 
desideìHo immenso, incommensurabile, di servire 
il 7nio pnese nella sua immagine vivente della 
progenie italica sparsa in tutti i lidi del mondo. 
Poco a poco, l'esperienza degli affari, la moltipli- 
cità delle y^sidenze, la conoscenza degli uomini e 
delle cose deW Italia vagante all'estero, formarono 
nella mia mente oramai "^natura, un concetto più 
organico dell'emigrazione come fenomeno sociale. 

Bell'emigrazione molto si è detto e molto si è 
scritto. Senonchè, per lo meno in Italia, hanno 
detto e scritto di tale disciplina uomini certa- 
mente eccelsi negli studi sociali, ma che dell'emi- 
grazione hanno un concetto semplicemente teorico. 
Costoro molte volte hanno intrapreso un viaggio 
all' estero, hanno sentito il palpito della nostra 
Italia randagia , si sono interessati alla vita dei 
nostri emigranti, ma non hanno mai vissuto con 
essi. 

Questa è sop^-'attutto la inferiorità che ho notato 
nei libri che si occupano di emigrazione. 

Infatti solo vivendo con gli emigranti, se ne 
può comprendere la psicologia, solo nel contatto 



IV Prefazione 



quotidiano con essi si può comprenóeyme la men- 
talità. 

Vivendo nelle diverse colonie, in climi e paesi 
diversi, ebbi campo di studiare sia i benefìci por- 
tati alla nostì^a emigrazione dalle leggi protettive 
italiane od estere, sia gli ostacoli che l'espansione 
della nostra stirpe trova a volte in un dato paese, 
per ragioni speciali, a volte in tutti i paesi, per 
'inolivi generali, provenienti da gusti o da passioni 
latenti e racchiuse nell'anima italiana, prodotte 
da tendenze ataviche e da secoli di storia. 

Come altìHìuenti spiegare, sotto climi differenti, 
in ambienti differenti, in diffeì^enti circostanze 
storiche e geografiche, lo svolgersi analogo e pa- 
rallelo di alcuni fenomeni di psicologia collettiva ? 

E quindi più che altro con una serie di osser- 
vazioni personali, solo logicamente collegate da 
poche considerazioni generali, che io intendo in- 
trattenere i miei lettori, j^'^^emet tendo che non è 
mia intenzione di dare a questo lavoro alcuno 
scopo dottrinario. Questo libro non è un volume 
di analisi sociale, ma esso consiste in uh rag- 
gruppamento organico di una serie di esperienze 
fatte nella mia non breve carriera, la quale molto 
mi ajpprese, e mi apprese soprattutto lo. caducità 
e la assurdità di molti pregiudizi teorici. 

Riuscirò nello scopo ? 

Lo spero. Ad ogni modo mi affido alla benevo- 
lenza del lettore, forte dell'adagio dantesco : 

" Vagliami il lungo studio e il grande amore „. 

Paulo G. Brenna. 



INDICE DELLE MATERIE 



Capo Primo Pag. 1 

Le migrazioni nei tempi antichi. - Migrazioni 
bibliche, dei popoli dell'Oriente. - I Fenici. 

- I Greci. - Migrazioni nel Medio Evo. - Di- 
scese barbariche nelP Enroj)a Meridionale. - 
I Normanni. - 1 Musulmani. - Epoca moderna. 

- Periodo dello colonizzazioni. - Emigrazioni 
Anglo-Sassoni nelP America del Nord. - 1 Fran- 
cesi nel Canada. - Emigrazione Ispanica nel 
Sud e Centro America. - La indipendenza 
americana. - Le colonie inglesi in Australia 
e nel Canada. 

Capo Secondo » 54 

Tendenze generali dell' emigrazione nel se- 
colo XIX. - Le migrazioni europee negli Stati 
Uniti. - Emigrazione ispanica e portoghese 
nel Sud America. - I Tedeschi negli Stati 
Uniti e nel Brasile. - Emigrazione temporanea 
dei popoli europei. - Emigrazione asiatica in 
Francia ed in America. - Gli Indù. - L'emi- 
grazione gialla in Asia ed in America. - 1 gialli 
in California, nel Canada, nel Commonwealth 
australiano. 

Capo Terzo ...» 77 

Inizi dell'emigrazione italiana. - Tendenze mi- 
gratorie ereditate dalla storia. - I Veneziani 
e i Genovesi in Oriento. - I Fiorentini in 
Francia. - Inizi dell'emigrazione italiana nel 
secolo XIX. - Emigrazione in Argentina, in 
Brasile, negli Stati Uniti, in Egitto, in Al- 
geria, in Francia. - Caratteri speciali del- 
l'espansione migratoria italiana in Oriente. 
• Le colonie d'Oriente e loro formazione, 



^ 




VI Indice delle Materie 



Capo Quarto Pag. 108 

Caratteristiche dell'emigrazione transoceanica. 
- Principali centri italiani oltre Oceano. - 
Buenos Aires, San Paolo, New- York. - Pro- 
vince della Piata e di Rosario. - Province di 
Cordoba e di Mendoza. - La città di San Paolo, 
le colture del caffè e del caucciù. - L'emigra- 
zione adibita ai lavori agricoli e l'emigra- 
zione adibita ai lavori industriali. - Princi- 
pali centri emigratori d'America. - Centri 
minerari, centri agricoli. 

Capo Quinto » 1.37 

Studio dell'emigrazione per provincia. - Emi- 
grazione temporanea dei Veneti in Germania, 
dei Piemontesi in Francia^ dei Siciliani a Tu- 
nisi. - Specialità dell'emigrazione delle pro- 
vince di Massa-Carrara e di Lucca. - Gli 
Abruzzesi in America. - Commerci ed indu- 
strie preferite dai meridionali. - Specialità 
dei Toscani e dei Piemontesi. 



Capo Sesto » 159 

Vita collettiva delle colonie. - Nuclei e società 
italiane nei grandi centri coloniali e nei centri 
minori. - Tendenze generali delle società ita- 
liane. - Società di beneficenza, di mutuo soc- 
corso, patriottiche ; cori, bande ; circoli di 
divertimento e di coltura. 



Capo Settimo » 183 

La criminalità nelle colonie italiane. - L'emi- 
grazione clandestina. - Centri di organizza- 
zione. - Agenzie di emigrazione e centri di 
sfruttamento degli emigranti. - Le banche, 
le trasmissioni di denaro. - Influenza delle 
leggi restrittive. - Sorveglianza dell'emigra- 
zione. - Leggi proibizioniste. - Espulsioni. - 
I reati di sangue. - I reati contro la pro- 
prietà e contro il buon costume. - Criminalità 
politica. - Centri anarchici e sovversivi. 



L'emigrazione italiana vii 



Capo Ottavo Pag. 216 

Vita intellettuale delle colonie. - Profesaionisti 
ed artisti. - La stampa coloniale. - Organiz- 
zazioni di espansione commerciale. - Le Ca- 
mere di Commercio. - Se esista una lingua 
speciale delle colonie. 



Capo Nono » 285 

Protezione iìsica degli emigranti. - Asili e ri- 
coveri. - Gli ospedali italiani. - Gli infortuni 
sul lavoro. - Patronati degli emigranti. - 
Movimento operaio. - Pensioni operaie. - Or- 
ganizzazione del lavoro. 



Capo Decimo » 254 

Leggi protettive in materia di contratti e di 
viaggi. - Emigrazione dei fanciulli e dei mi- 
nori. - La donna emigrante. - La tratta delle 
bianche e la prostituzione. - La Man's law. 
- Influenza delle organizzazioni religiose sul- 
l'emigrazione. 



Capo Undecimo » 274 

Stato giuridico degli emigranti. - Trattati di 
emigrazione. - Statuto personale delP emi- 
grante. - Posizione speciale degli emigranti 
di fronte al patrio servizio militare. - La 
marina mercantile e l'emigrazione marinara. 

- Conflitti di legge e la doppia nazionalità. 

- Partecipazione degli emigranti alla vita 
politica dei paesi di destinazione. 

Capo Dodicesimo » 300 

L'emigrazione come fenomeno sociale. - È un -— 
bene o un male? - Necessità di incanalarla 
intelligentemente e di prepararla alle con- 
quiste dei mercati di lavoro. - Esempi stra- 
nieri. - Riforme da introdursi nel servizio 
consolare. 



ìlk Materie 



Conclusione Pag. 317 

Il bill degli analfabeti negli Stati Uniti e la 
necessità di istruire maggiormente l'emigra- 
zione. - L'istruzione che soprattutto è neces- 
saria, è quella di natura tecnica e professio- 
nale. - Opportunità di impedire l'emigrazione 
giovanile. - Quale è il migliore emigrante ? 
- L'emigrazione è forse un male necessario 
ma è un male, e l' ideale di un popolo è di 
"*" crescere senza emigrare. 



CAPO PRIMO. 



Le migrazioni nei tempi antichi. — Migrazioni bibliche, 
dei popoli dell'Oriente. — I Fenici. — I Greci. — Mi- 
grazioni nel Medio Evo. — Discese barbariche nelP Eu- 
ropa Meridionale. — I Normanni. — I Musulmani. — 
Epoca moderna. — Periodo delle colonizzazioni. — 
Emigrazioni Anglo-Sassoni nell'America del Nord. — 
I Francesi nel Canada. — Emigrazione Ispanica nel 
Sud e Centro America. — La indipendenza americana. 
— Le colonie inglesi in Australia e nel Canada. 

L' emigrazione è un fenomeno che comincia con 
la storia; quantunque presso i popoli antichi il 
concetto di emigrazione fosse del tutto diverso dal 
nostro, l'analogia e le affinità delle emigrazioni an- 
tiche con le emigrazioni moderne restano invariate, 
perchè le cause principali che le occasionano sono 
fondamentalmente le stesse. 

Ci dicono gli economisti che V emigrazione mo- 
derna è un fenomeno sociale che può assomigliarsi al 
fenomeno fisico dei vasi comunicanti. Esisterà sotto 
un regime libero, dicono gli economisti, la emigra- 
zione, fino a che esisterà sperequazione nei salari, 
ed in parte ciò è innegabile. Il fenomeno era ana- 
logo neir antichità e possiamo affermare che gli 
scritti che ci aiutano a scrutare nella storia an- 
tichissima sono i primi trattati di emigrazione. 



Capo primo 



^ 



Esistevano dei popoli, presso i quali era alta la na- 
talità e lo spirito guerriero, e che vivevano in climi 
rigidi ed immiti; essi erano spinti da una fatalità 
storica, da una forza occulta che si manifestava 
fino da quelle epoche antichissime, a lasciare le 
loro sedi per correre alla conquista dei nuovi paesi 
agognati. Il loro Duce era un guerriero e un sacer- 
dote; solo più tardi esso divenne un commerciante. 
È la storia delle emigrazioni nella Cina, delle in- 
vasioni ariane nella valle del Gange, dell'esodo 
degli Ebrei dall' Egitto alla ricerca della « terra 
promessa ». La terra promessa con i suoi colossali 
grappoli di uva, la dolcezza del clima, la ricchezza 
inesauribile dei prodotti della terra, quale era raf- 
figurata dal Vecchio Testamento, è ancora il sim- 
bolo della mèta radiosa alla quale agogna ogni po- 
vero emigrante che lasci i porti della terra natale 
per recarsi a cercare la fortuna oltre l'Oceano. 

I primi popoli, però, che dettero all'emigrazione 
una impronta assai analoga all'emigrazione mo- 
derna, furono i popoli commercianti, e ciò si com- 
prende facilmente. Le migrazioni di popoli come 
le migrazioni di individui hanno lo stesso fonda- 
mento storico, la ricerca di un miglioramento della 
vita materiale. Però le migrazioni di popoli pos- 
sono avere anche un fondamento religioso e mi- 
litare, mentre le migrazioni di individui debbono 
necessariamente avere un fondamento economico 
e commerciale. 

La teocrazia e lo spirito militare dei popoli an- 
tichi aveva fatto si che le relazioni con gli stra- 
nieri fossero ridotte al minimo. Ogni'popolo giunto 
ad un certo stadio di civiltà si considerava come 



L'emigrazione italiana 



popolo eletto2dalla divinità e considerava barbari 
tutti i popoli stranieri: cantra barharos perpetuum 
bellum. In tutti i popoli antichi si nota questo spi- 
rito esclusivista e il diritto di appropriarsi della 
persona e dei beni dello straniero permase tardis- 
simo nella storia dei popoli. 

Furono sopratutto i popoli commercianti come i 
Greci ed i Fenici, che contribuirono a formare lo 
spirito di prossenia e di protezione dello straniero. 
Tale spirito non aveva un vero e proprio fonda- 
mento etico e religioso, ma si basava sull' interesse 
che avevano quei popoli trafficanti ad entrare in 
relazioni commerciali con i singoli individui dei 
popoli che essi consideravano come barbari e infe- 
riori. I Greci e i Fenici per primi iniziarono quello 
che noi possiamo ravvisare come il principio della 
colonizzazione moderna. 

Poco si sa della storia dei Fenici. Si sa però che 
dalle rive dell'Anatolia, nella quale la loro storia 
si intreccia con la storia degli Ebrei, degli Assiri 
e degli altri popoli dell' Asia Minore, si erano 
irradiati in tutte le rive del Mediterraneo. Si 
dice che la città egizia di Alessandria, sia stata 
fondata dai Fenici, e cosi Cirene, Barca, Carta- 
gine, Barcellona, Marsiglia, che è passata alla tra- 
dizione come la città fenicia per eccellenza. Si 
favoleggia che i Fenici per primi visitassero le 
coste dell'Africa occidentale fondando la mitica 
Atlantide, e si dice altresì che conoscessero il Mar 
Rosso e le Indie. Vi è chi asserisce che la sapienza 
astronomica dei nostri padri, almeno per quello 
che riguarda l'emisfero australe, avesse le sue ori- 
gini nelle tradizioni fenicie. Si disse che il padre 



Capo primo 



Dante dai racconti degli antichi Fenici traesse i 
sublimi versi sulla Croce del Sud : 

« rider pareva il elei di lor fiammelle 

« ahi settentrional vedovo sito 

« perchè privato sei di mirar quelle ! » 

I Greci non furono meno migratori dei Fenici. 
È dubbio se i Greci costituiscano una frazione 
della stirpe ariana e quindi se provenissero dalle 
Indie. Certo si è che stabilitisi nell'Eliade, irrag- 
giarono il Mediterraneo delle loro colonie. Già gli 
Etruschi e i Pelasgi avevano migrato sulle coste 
del Tirreno e nella Sicilia. I Greci migrarono nelle 
isole deir Egeo, in Egitto, sulle coste della Cala- 
bria e della Apulia; i Dori, tribù greca, popolarono 
l'Asia Minore. L' « Iliade » del divino Omero non 
nasconde forse sotto la smagliante veste guerriera 
la storia di una antichissima migrazione ? Il padre 
Enea, prima a Cartagine e quindi sulle rive del 
Tebro, non era forse un precursore dei moderni 
migratori ? 

Succeduta alla civiltà greca la civiltà romana, 
essa si dimostrò non inferiore alla greca, anzi 
molto superiore per ispirito colonizzatore. La forza 
colonizzatrice romana presto varcò i confini del- 
l' Italia, passando a Cartagine, nella Spagna, in 
Grecia, in Asia Minore, nella Gallia Cisalpina e 
Transalpina e persino nella Gran Bretagna. Gli 
Imperatori romani spinsero le loro conquiste sul 
Danubio, fino a lasciare nelle terre rumene la trac- 
cia indelebile del genio della loro stirpe e della 
lingua immortale. 

Gli sforzi degli Imperatori romani furono diretti 



lì emigrazione italiana 



in gran parte, più che ad ampliare le conquiste 
della Repubblica, a rafforzare le conquiste già 
fatte ed a tenere in freno lo spirito migratore della 
gente nuova che veniva dal Nord, del quale erano 
state già terribili sintomi le guerre sostenute da 
Caio Maio contro i Cimbri e i Teutoni: 

« ai qual, come si legge, 

« Mario aperse si il fianco 

« che memoria dell'opra anco non langue 

« quando, assetato e stanco, 

« non più bevve del fiume acqua che sangue! » 

Ai tempi degli ultimi Imperatori comincia il 
turbinoso medio evo, epoca classica delle trasmi- 
grazioni. 

La Britannia nel 476 venne invasa dagli Juti, 
dagli Angli e dai Sassoni, venuti dallo Jutland e 
dalla Germania. La Scozia era invasa dai Cale- 
doni. Le Gallio erano state invase dai Franchi Salii 
e Ripuarii, dagli Alemanni, dai Borgognoni e dai 
Bretoni, profughi dalla Bretagna. La Spagna era 
invasa dai Visigoti. Le isole Baleari, la Sardegna, 
la Corsica e parte della Sicilia erano invase dai 
Vandali. 

Questo per quello che riguarda il bacino del Me- 
diterraneo. Né r Impero d' Oriente si sottrasse a 
questo destino migratorio dei popoli del medio evo. 
Mentre nella Germania avevano già sede stabile, 
dopo r anno 400 dell' era cristiana i Frisoni nel 
basso Reno, i Turingi nel Bacino del Meno, i Lon- 
gobardi e gli Ostrogoti scorrazzavano ancora no- 
madi per l'Europa. Tribù di razza turanica, come 
gli Ugri sugli Tirali, i Bulgari sul medio Volga, 



6 Capo primo 



gli Avari, vagavano nelle steppe settentrionali del 
Caspio. 

Gli Ostrogoti e i Longobardi, come è noto, inva- 
sero r Italia tra il 476 e il 774. 

In quegli anni gli Avari trasmigrarono nella 
Tracia fin sotto le mura di Costantinopoli, i Per- 
siani, sotto la guida di Cosroe, invasero la Meso- 
potamia, la Siria, l'Egitto, la Libia, l'Asia Minore 
e furono arrestati solo dal valore dell' imperatore 
Eraclio. Gli Arabi cominciarono a muoversi dalla 
Libia verso l'Atlantico ed i Bulgari avanzarono 
verso il Danubio. Gli Arabi furono arrestati dal- 
l' imperatore d' Oriente Leone l' Isaurico, mentre i 
Bulgari spinti dai Cazzari traversavano il Danu- 
bio ed invadevano la Mesia, sottomettendo le po- 
polazioni slave che la abitavano a quel tempo, 
dalle quali presero la lingua. I popoli slavi allora 
erano quasi tutti nomadi, ed avanzavano dal- 
l' Oriente dell' Europa verso l' Occidente, verso la 
Germania ed i Balcani. Tra gli Slavi figuravano 
le tribù dei Pomerani, dei Serbi, degli Czechi e dei 
Croati. 

Fra tanto, nel 571, nel seno della tribù dei Co- 
ceisciti nasceva Maometto e con lui l' Islamismo, 
che con la mezza luna e la bandiera verde doveva 
portare la civiltà araba dal centro dell' Asia sino 
alle rive dell'Atlantico. I primi califfi non ebbero 
sede fissa come i loro popoli. Nel 639 conquista- 
vano Damasco, Aleppo, Gerusalemme e le città 
della Siria. Nel 651 apparivano sulle Cicladi, al- 
l' isola di Rodi, a Cartagine. Attaccavano la Persia 
ed arrivavano sulle rive dell'Oxus, e quindi occupa- 
vano in Egitto, Pelusio, Menfi ed Alessandria. Dopo 



L'emigrazione italiana 



l'anno 700 conquistavano Cartagine, sbarcavano in 
Sicilia e sotto gli ordini del famoso condottiero 
Taric, approdavano in Ispagna, lasciando traccia 
indelebile del loro passaggio nel nome dello stretto 
che divide l'Europa dall'Africa, Gibilterra, il Monte 
di Taric (geb el taric). 

Mentre gli Arabi guidati dalla mezza luna si ir- 
raggiavano nel Mediterraneo, scorrazzando su tutte 
le coste del Tirreno fino alla Provenza, i regni bar- 
barici che si erano nucleati con le tribù vaganti dopo 
la caduta dell'Impero romano venivano prendendo 
sede stabile, e perfino i regni musulmani i quali 
erano sorti con natura e con principii assoluta- 
mente nomadi. Infatti si formavano a quei tempi il 
califfato di Damasco, di Cordova e di Bagdad. 

D'altra parte sorgeva nel Nord dell'Europa un po- 
polo colonizzatore e migratore per eccellenza, i Nor- 
manni, i quali bene possono chiamarsi i Fenici del 
medio evo. Sino dal secolo IX i Normanni Varegii 
dalla Scandinavia, dalla quale erano originari, si 
spinsero nella Russia e vi fondarono una dinastia. 
Pare che a quei tempi depredassero le coste del- 
l'Inghilterra, scoprissero l'Islanda, la Groenlandia e 
persino l'America settentrionale. Verso l'SòO uno 
dei famosi loro re pirati, Hastings, sembra si spin- 
gesse sulle rive della Loira, indisturbato dai mo- 
narchi della dinastia Carolingia che non avevano 
flotte, girasse la Spagna ed arrivasse persino a sac- 
cheggiare Luni nella Liguria, sulle rive del Tir- 
reno. Neil' 886 i Normanni assediarono Parigi ed il 
loro capo Rollone ricevette quel paese limitato dalla 
Manica, dalla Eresie e dall' Eure, il quale prese poi 
il nome di Normandia. 



8 Capo primo 



In quei tempi Pietro l'Eremita cominciava nel- 
l'Europa cristiana la sua predicazione per quel 
gran movimento religioso, sociale, politico di mi- 
grazione che fu denominato le Crociate. Alcuni 
pellegrini reduci da Terra Santa, di nazionalità 
normanna, dettero aiuto nel 1016 al principe di 
Salerno Guaimaro, assediato dai Saraceni. Reduci 
al loro paese narrarono ai loro conterranei le 
maraviglie d'Italia. Trecento normanni, allora gui- 
dati da Rainolfo Drengot, si recarono nel napole- 
tano, coadiuvarono la spedizione di Enrico II nelle 
Puglie ed iniziarono con Guglielmo Braccio di 
Ferro la dinastia normanna dell'Italia meridionale. 

I Normanni stessi, quasi nello stesso tempo, sotto 
la guida di Guglielmo il Conquistatore, si impadro- 
nivano del dominio dell' Inghilterra. 

In quei tempi gli Ungheri o Magiari, di razza 
finnica, già vaganti nell'Europa orientale, passavano 
i Carpazi e sotto il regno di Stefano I davano 
origine al reame d'Ungheria. Cosi una tribù slava, 
i Polacchi, si stabiliva lungo la Vistola e sotto la 
dominazione di Micislao I e Boleslao I fondava il 
regno di Polonia. 

Lo spirito migratore del medio evo trovava sfogo 
però soprattutto in quel gran movimento cosi com- 
plesso nelle cause ideali, materiali e sociali, che 
furono le Crociate. 

Nella turba che nell'anno dell'era cristiana 1096 
seguiva Pietro 1' Eremita, molti dei seguaci erano 
certo spinti dalla fede e dall'entusiasmo religioso, 
ma molti erano arditi avventurieri, avidi di nuovi 
guadagni, di veder nuovi cieli, di coltivare nuove 
terre. È nota la fine disgraziata della prima Crociata. 



L'emigrazione italiana 



Nella seconda Crociata, guidata da Groffredo di 
Buglione, relemento,'"per cosi dire, mondano, preva- 
leva assai sull'elemento religioso. Conquistata parte 
della Terra Santa, respinto il Sultano d' Iconio ed 
il Sultano d'Egitto, la colonizzazione prese la forma 
caratteristica deitjtempi, la spartizione feudale. Si 
formarono in T^rra Santa vari Stati cristiani : la 
contea di Edessa, i principati di Galilea, Tiberiade, 
Antiochia e la contea di Tripoli. 

Nella Crociata guidata dal Buglione si distinsero 
r aristocrazia francese e l'aristocrazia italiana, ed 
è da quei tempi che cominciò, grazie soprattutto 
alla ammirabile politica marinara e commerciale 
delle Repubbliche di Venezia, di Genova e di Pisa, 
r espansione della nostra gente nel Mediterraneo 
orientale. 

Si fondarono allora i famosi ordini cavallere- 
schi, ordini in certo modo colonizzatori, se si 
tiene conto del carattere strettamente militare che 
aveva la colonizzazione nel medio evo, dei Cava- 
lieri di Malta, di San Giovanni e dei Templari. 

Uno storico piemontese osserva che la prima Cro- 
ciata promosse un rivolgimento nelle condizioni 
civili, sociali, politiche e commerciali dell' Europa 
cristiana, in quanto ravvicinò tra loro gli Stati cri- 
stiani, riaperse la via già quasi ignorata dell'Oriente 
alle avventure ed ai commerci, allargò Torizzonte 
delle conoscenze e dell' arte, riaffermò V autorità 
regia, contribuì ad affievolire la potenza dei feuda- 
tari, agevolò la redenzione dei servi della gleba 
e la formazione dei liberi Comuni. 

Il secolo seguente riaccese l' entusiasmo per le 
avventure orientali. Dopo la conquista di Edessa, 



10 Capo primo 



operata da Nureddin nel 1145, una nuova Crociata 
parti dall' Europa capitanata da Corrado III di Ger- 
mania e da San Luigi re di Francia. Tale Crociata 
ebbe ben mediocri risultati, e gli Stati cristiani 
recentemente formatisi in Oriente subirono la mi- 
naccia del gran capitano arabo Saladino, il quale 
era arrivato perfino ad occupare Gerusalemme. 

La terza Crociata, capitanata dal re d'Inghilterra 
Riccardo Cuor di Leone, dal re di Francia Filippo 
Augusto e dall' imperatore tedesco Federico Bar- 
barossa non riusci a riconquistare Gerusalemme, 
ma formò una signoria cristiana nell' isola di Cipro 
sotto il regno di Guido di Lusignano. 

Si approssimavano i primordi del secolo XIII, 
quando il papa Innocenzo III chiamò la cristianità 
alla quarta Crociata. In questa Crociata rifulse più 
splendidamente il genio commerciale dei nostri ve- 
neziani. Furono i Veneziani che indussero i Cro- 
ciati a recarsi a Costantinopoli per liberare Isacco II 
Angelo. La flotta veneziana, sotto gli ordini di En- 
rico Dandolo, conquistò Costantinopoli il 24 giu- 
gno 1203. In quell'occasione trassero da Santa Sofia i 
celebri cavalli che ornano oggi le porte della Basi- 
lica di San Marco. Una dinastia latina succedette 
alla dinastia greca degli Alessi. D'altra parte, sor- 
sero la despozia dell' Epiro, l'impero di Trebisonda 
e di Nicea, il ducato di Atene, i principati di Acaia 
e di Morea, le baronie di Tracia, Macedonia, Tes- 
saglia e dell' Eliade orientale. Alla Repubblica di 
Venezia passarono i ducati di Durazzo, le isole di 
Corfù e Santa Maura, Corone, Modone, Candia, Ne- 
groponte e Gallipoli. Tale stato di cose si protrasse 
sino alla caduta di Costantinopoli, nel 1453. 



U emigrazione italiana 11 

Nei secoli XIV e XV il commercio e le migra- 
zioni dei popoli europei si affannarono nella ricerca 
delle vie dell'Oriente. Ma già il Rinascimento dava 
nuova forza alla espansione commerciale, ed i com- 
merci rinati cercavano nuove vie di sfogo. Comin- 
ciarono i popoli dell'Occidente d' Europa e precisa- 
samente i Portoghesi, sotto il regno di Enrico il 
Navigatore. Nel 1415 i Portoghesi si erano spinti 
nell'Africa occidentale fino al Capo Bon. Nel 1419 
scoprirono l'isola di Madera, nel 1424 le Canarie, 
nel 1443 giunsero al Capo Bianco ed al Senegal. 
Tre grandi navigatori italiani dirigevano gli sforzi 
dei Portoghesi in quei tempi : Cadamosto, Usoddiano 
e Antonio Da Noli. Bartolommeo Diaz nel 1486 sco- 
pri il Capo de Tormientas e di Buona Speranza e 
nel 1497 il celebre Vasco di Gama riusciva a tro- 
vare la tanto favoleggiata via delle Indie. Sotto 
il re Manuele di Portogallo il noto capitano Alva- 
rez Cabrai, quello che alcuni anni dopo approdava 
primo nel Brasile, fece i primi trattati di com- 
mercio e di navigazione con Zamorino imperatore 
delle Indie. La data capitale, però, della storia 
dell'emigrazione è il 12 ottobre del 1492, giorno 
deir approdo di Cristoforo Colombo nell' isola di 
San Salvatore. 

Il giorno della scoperta dell'America, ben può 
dirsi la data solenne dell'emigrazione moderna ; è 
da essa che comincia 1' era moderna dell' emigra- 
zione. 

In queir anno, appena avvenuta la scoperta, tro- 
viamo i primi inizi delle controversie coloniali. 
La bolla di Alessandro VI del 1493 garantiva ai 
Re di Spagna il privilegio di scoperta delle terre 



12 



Capo primo 



poste ad occidente delle Indie e ai re di Porto- 
gallo delle terre poste ad oriente. Enrico VII di 
Inghilterra non curante di questa bolla, armò una 
spedizione comandata dai veneziani Sebastiano e 
Giovanni Caboto, con il compito di cercare al Nord 
quel passaggio per l'Asia che i Portoghesi avevano 
trovato al Sud. Furono scoperti cosi il golfo di San 
Lorenzo ed il Labrador. 

Lo storico piemontese precitato cosi parla dei ri- 
sultati di si fatte scoperte: « La scoperta di miniere 
d'oro e d'argento, i nuovi prodotti della fauna e della 
flora, i nuovi sbocchi all'industria ed al commer- 
cio, modificarono radicalmente le condizioni eco- 
nomiche dell' Europa. Le correnti di emigrazione 
determinate dalle scoperte di nuove terre eserci- 
tarono pure una influenza notevole e varia sugli 
Stati europei. Infatti da prima verso le nuove terre 
si rivolsero i più attivi ed i più intraprendenti 
con danno dell' Europa ; ma in seguito l' eccesso di 
popolazioni trovò un terreno propizio all' espan- 
sione della sua attività ed i governi ebbero un 
luogo dove dirigere gli elementi sociali più peri- 
colosi ». 

L' èra delle scoperte continuò nel XVI secolo. 
L'Alvarez Cabrai sbarcava il 21 aprile del 1500 
nel Brasile. Dopo del Cabrai molte spedizioni rico- 
nobbero quel paese, tra le quali quella del 1504, 
comandata dall' italiano Amerigo Vespucci. Da 
prima il paese servi da colonia di deportazione, 
ma Giovanni HI di Portogallo incaricò il 2 feb- 
braio 1549 Tommaso de Souza di dare una orga- 
nizzazione regolare alla colonia, la quale fu divisa 
in nove capitanerie. 



L'emigrazione italiana 13 

La prima vera colonizzazione, però, dei Porto- 
ghesi si stabili alle Indie orientali. Francesco de 
Almeida fu nominato nel 1506 governatore di Cey- 
lan, mentre il viceré Alfonzo de Albuquerque fon- 
dava la città di Goa. I successori dell' Albuquerque 
si spinsero nella penisola di Malacca, nella Nuova 
Guinea, in Borneo e pare perfino nel Giappone. 

Né inattivi a quel tempo restavano gli Spa- 
gnuoli. Il Vespucci costeggiava il Venezuela nel 
1499, il celebre Balboa traversava per primo nel 
1513 l'America centrale e scopriva l' Oceano Paci- 
fico, il Grijalva nel 1518 scopriva il Messico, il 
Pineda la Florida. Agli scopritori seguirono i « con- 
quistadores ». 

Il governatore di Cuba Diego Velasquez inviava 
nel Messico nel 1519 Fernando Cortez, il quale 
sconfìsse l'imperatore messicano Montezuma e rior- 
dinò il Messico come una provincia della Spagna 
e nel 1535 scopri e conquistò la California. Nel 
1531 Francesco Pizzarro ed altri avventurieri, scon- 
figgendo la potente tribù degli Incas, conquistavano 
il Perù, mentre Diego Almagro conquistava il Cile. 

La emigrazione però e la colonizzazione non fio- 
rivano nelle colonie spagnuole. 

L' avidità dei « conquistadores » era eccessiva, e 
d'altra parte i coloni, quasi tutti soldati valo- 
rosi, non erano pazienti lavoratori, né adatti a do- 
mare la natura selvaggia dei paesi nuovi. Si co- 
minciò allora a ricorrere alla tratta degli schiavi 
e all'importazione dei negri dall'Africa. Carlo V 
tentò un primo abbozzo di legislazione coloniale. 
Riformò il Consiglio delle Indie, sedente in Madrid, 
ed istituì una Camera ed un Tribunale di com- 



14 



Capo primo 



raercio in Siviglia. L'America spagnuola fu allora 
divisa nei due grandi vicereami della Nuova Spa- 
gna e del Perù. 

Intanto cominciarono ad essere conquistati dal- 
l' ardore delle scoperte e delle imprese coloniali 
anche i Francesi. Gruppi di commercianti francesi 
di Dieppe e di Rouen avevano costituito delle 
Compagnie di esplorazione sulle coste occidentali 
dell'Africa fino dal secolo XIV. Varie navi fran- 
cesi nel secolo posteriore facevano vela per il 
Brasile, per esportare legname, rosso da tinte, ecc. 
Il governo cominciò a interessarsi al movimento 
coloniale nel 1523, quando il re Francesco I affidò 
ufficialmente una missione coloniale all' italiano 
Giovanni da Verrazzano. Questi scopri il Canada 
nel 1527. Fu ucciso dagli spagnuoli e ne seguitò 
l'opera Giacomo Cartier, che visitò l'isola di Ter- 
ranuova ed il golfo di San Lorenzo. Il Cartier fu 
nominato governatore generale di quei paesi, che 
ebbero un primo ordinamento sotto il nome di Nuova 
Francia. 

La storia delle colonie d'America è assai oscura 
durante il XVI secolo e la maggior parte del XVII ; 
ed è, più che altro, storia di sfruttamento da parte 
delle metropoli, le quali non avevano ancora intuito 
la importanza che ha per la vita industriale dei po- 
poli la espansione commerciale. Mentre le colonie 
spagnuole si popolavano lentamente di discendenti 
di antichi conquistadores e di funzionari, le colonie 
dell'America del Nord costituivano invece la mèta di 
emigranti di indole assai più energica e laboriosa, 
cioè di fuggiaschi dalle persecuzioni religiose che 
devastavano a queir epoca il continente europeo. 



I 



L'emigrazione italiana 15 



Quasi tutte le sètte sorte dalla Riforma dettero 
il loro contributo alla emigrazione Nord-americana; 
gli Ugonotti ed i Valdesi nelle colonie francesi, i 
Puritani ed i Cattolici, pure in un certo tempo 
perseguitati in Inghilterra, nelle colonie inglesi. 

In Francia fu soprattutto il genio del Colbert a 
intraveder per primo la importanza dell' emigra- 
zione. I governi a lui precedenti e non abbastanza 
illuminati, non avevan visto nelle colonie che dei 
luoghi sicuri per la relegazione dei condannati. 
I trattati di Utrecht del 1713 e di Parigi del 1763 
dovevano però togliere ai Francesi gran parte delle 
loro colonie del Nord- America. L' unica colonia ve- 
ramente vasta che loro rimase fu la Luisiana, ce- 
duta poi agli Stati Uniti da Napoleone il quale, 
malgrado la modernità delle sue vedute, non seppe 
mai intuire l' importanza della politica coloniale. 

Le colonie inglesi dell'America del Nord co- 
minciarono ad essere popolate da una regolare 
corrente di emigrazione solo nel XVII secolo. Il 
Bushnell osserva nella sua storia dell'America, 
che il primo atto regolante l'emigrazione fu la 
Regia Carta, emanata sotto il regno della regina 
Elisabetta, istituente le Compagnie di Londra e 
Plymouth. 

La Compagnia di Londra mandò nel 1607 cen- 
toventi emigranti i quali si fissarono a Jamestown. 
Nel 1608 seicentotrenta emigranti si fissarono in 
Virginia, nel 1612 il governo della provincia di 
Virginia fu definitivamente regolato da una ulte- 
riore Carta Reale. A quel tempo i coloni erano in 
continua guerra con gl'Indiani. Il re Giacomo I, 
nel 1634, abolì la Carta Regia della Compagnia e 



16 Capo primo 



nominò un governatore della provincia, la quale 
nel 1650 contava circa 15 000 individui. 

In questi tempi ferveva in Inghilterra la guerra 
religiosa. Durante il regno di Elisabetta era sorta 
in Inghilterra la severa setta dei Puritani, i quali 
avevano per programma di dare alla riforma reli- 
giosa un carattere ancora più rigoroso di quello che 
essa aveva assunto in Inghilterra. Si distingueva 
tra i Puritani una frazione, chiamata dei « sepa- 
ratisti », che aveva assunto una attitudine ancora 
più estrema. Giacomo I, appena giunto al trono, 
in una sua dichiarazione pubblicata nel 1603, ma- 
nifestò l'intenzione di espellerli dal regno, e per 
evitare le persecuzioni una parte di essi nel 1608 
emigrò in Olanda, specialmente a Leida. 

Duecento puritani, ottenuto un imprestito di 5000 
sterline ed^una patente della Compagnia di Londra, 
decisero di stabilirsi in America, dove sbarcarono 
dal celebre bastimento il « Mayflower » 1' 11 no- 
vembre 1620. Tale giorno è considerato come una 
data gloriosa negli Stati Uniti moderni, dove lo si 
festeggia, l' ultimo giovedì di novembre, sotto il 
nome di giorno del ringraziamento, « thanksgiving 
day ». 

L' emigrazione durò attiva durante le guerre 
religiose del tempo di Carlo I Stuart e di Cromwell. 
Nei primi ordinamenti dati dai pellegrini nel loro 
progetto redatto a bordo del « Mayflower » si ri- 
scontrano gli elementi delle idee libertarie che 
furono sviluppate nella Costituzione di Washington 
del 4 marzo 1789. 

Fu allora che si svilupparono le prime inizia- 
tive ufllciali di colonizzazione dei governi dell' Eu- 



U emigrazione italiana 17 

ropa del Nord. Già una flotta olandese era giunta 
a Giava nel 1595. Nel 1602 si formava ad Amster- 
dam la Compagnia delle Grandi Indie, la quale 
strappava al Portogallo vari possessi acquisiti, 
come Coromandel, Ceylan, Borneo, Timor, fondava 
Batavia e poneva stabilimenti olandesi nel Ben- 
gala. In Inghilterra nel 1600 si fondava la Compa- 
gnia dei mercanti di Londra trafficanti con le Indie 
orientali e nel 1702 la Compagnia unita dei mer- 
canti inglesi per il commercio delle Indie orientali, 
la quale stabili le prime presidenze e sedi di go- 
verno a Madras, Calcutta e Bombay. 

La Francia cercò di non essere inferiore alla 
sua grande rivale di quei tempi, V Inghilterra, e 
fondò sotto re Luigi XIV la Compagnia delle In- 
die orientali, la quale riusci a conquistare molta 
parte delle Indie inglesi ed a fondare Pondichery e 
Ciardernagor nel 1676, ma perse una parte del ter- 
reno acquistato nel Trattato di Parigi del 1763 in 
seguito alla guerra dei sette anni. 

Come si vede, il carattere dell'emigrazione e della 
colonizzazione fondato sul sistema delle Compagnie 
nel secolo XVII aveva un'impronta commerciale 
e si basava sulla iniziativa privata, quantunque 
protetta dai governi. Tale stato di cose subì una 
modificazione nel XVIII. Le Compagnie inglesi delle 
Indie furono abolite e vi si sostituì un vero e pro- 
prio governo ufficiale con la nomina di Warren 
Hastings nel 1785. È in quest' epoca che tutti i 
governi dell' Europa civile cominciano a ricono- 
scere r importanza essenziale della colonizzazione 
e si sostituiscono alla iniziativa privata per diri- 
gerla ed incanalarla. 



18 Capo primo 



Le colonie inglesi del Nord-America in quel tempo 
si erano estese tra il Canada, la Florida, l'Oceano 
Atlantico ed i monti Alleghany. Esse si dividevano 
in tredici province: Massachussets, Connecticut, 
Rhode-Island, New-Hampshire, New-Jersey, Ma- 
ryland, New- York, Pensilvania, Delaware, Virgi- 
nia, Carolina del Nord, Carolina del Sud, Georgia. 
È facilmente comprensibile dal punto di vista sto- 
rico la genesi della rivoluzione americana. La 
natura fiera degli emigranti puritani, fortemente 
imbevuta di idee libertarie, assunte nelle guerre 
della Riforma, li spingeva fatalmente verso V in- 
dipendenza. 

L'Inghilterra, la madre patria, era uscita dalla 
guerra dei sette anni ingrandita di potenza, ma con 
un debito pubblico enorme, ed il partito conserva- 
tore, i « tories », che erano al potere pretendevano 
che le colonie contribuissero largamente all'estin- 
zione del debito. I « whigs » salirono al potere con 
r illustre Guglielmo Pitt, il quale intravide il pe- 
ricolo e fece revocare una buona parte delle tasse 
e dei balzelli imposti alle colonie della giovane 
America, e specialmente le tasse più invise ai co- 
Ioni, come quelle sui prodotti, sugli atti pubblici 
e sulla carta bollata. Ritornati però i « tories » al 
potere, non solo rinnovarono le tasse, ma le impo- 
sero di nuovo sul thè, sui vetri, sulla carta e sui 
colori. L'irritazione fu viva e cominciò a manife- 
starsi nel 1773 con rivolte parziali e con atti di 
malcontento. 

È storia ben nota. Il Parlamento inglese colpi 
di interdizione il porto di Boston e dichiarò ribelli 
gli insorti. I coloni americani risposero a tale mi- 



L'emigrazione italiana 19 

sura col Congresso di Filadelfia del 4 luglio 1776, 
nel quale fu promulgata la Dichiarazione dei di- 
ritti; da tale dichiarazione ebbe origine la Costi- 
tuzione americana e l'ordinamento degli Stati Uniti 
come Stato indipendente. In questo lavoro di indole 
coloniale non è il caso di seguire gli eventi militari 
della guerra americana contro gl'Inglesi che duro 
sino al Trattato di Versailles del 3 settembre 1783. 
Gli Stati Uniti restarono composti delle tredici pro- 
vince sopra accennate, mentre la Gran Bretagna 
ritenne il Canada e la Spagna ricuperò la Florida. 

Sarebbe invece abbastanza interessante seguire 
le vicende degli Stati Uniti in questo primo periodo 
di loro formazione. Ci basterà accennare che nel 1790 
la giovane nazione contava una popolazione di 
4 000 000 di abitanti, un quinto dei quali erano ne- 
gri in istato di schiavitù. Lo Stato più popolato era 
la Pensilvania e quindi la North Carolina ed il 
Massachussets. I nuovi Stati entrati nella Confe- 
derazione furono il Vermont nel 1791, il Kentucky 
nel 1792, il Tennessee nel 1795. Nel 1803 venne 
acquistata da Napoleone Buonaparte la Luisiana 
e venne ammesso come Stato l'Ohio. 

I partiti politici allora si dividevano in Federa- 
listi ed Antifederalisti. I primi parteggiavano per la 
legislazione (common law) e le idee inglesi, ed i 
secondi, capitanati dal Jefferson, subivano l'in- 
fluenza delle nuove idee che venivano proclamate 
dalla democrazia francese. 

La politica estera del giovane paese però subì 
molte crisi. Le restrizioni poste dall' Inghilterra al 
commercio dei neutri, come contraccolpo del decreto 
napoleonico di Milano, e del decreto susseguente 



20 Capo primo 



di Berlino, portarono ad una guerra con l'Inghil- 
terra nel 1812. 

Una piccola guerra con gli Stati barbareschi di 
Algeri scoppiò nel 1814 e finalmente nel 1846 scop- 
piò una guerra con il Messico, che portò le truppe 
americane alla conquista della città di Messico, il 
14 settembre 1848. Per il Trattato di Guadalupa 
Hidalgo, gli Stati Uniti acquistarono il Nuovo Mes- 
sico e la California. 

Una controversia con l' Inghilterra sorse in se- 
guito per la delimitazione dello Stato dell'Oregon, 
il quale comprendeva allora gli Stati di Washin- 
gton, Oregon, Idaho e Montana. La controversia 
venne risolta pacificamente, segnando il confine 
canadese al 49." grado di latitudine e lasciando al- 
l'Inghilterra l'isola di Vancouver. 

Si preparavano però a quei tempi i germi della 
guerra civile. Tali germi avevano il substrato negli 
interessi degli Stati del Sud, composti di emigranti 
di razza spagnuola, meno attivi dei fieri Puritani 
del Nord e viventi in gran parte sullo sfruttamento 
della schiavitù dei negri. La popolazione era andata 
aumentando, sotto l'impulso dell'immigrazione euro- 
pea e dell'importazione degli schiavi neri. Appro- 
fittando dell' imbarazzo di Ferdinando VII per la 
rivoluzione Sud-americana nel 1818, gli Stati Uniti 
avevano tolto la Florida alla Spagna e la popola- 
zione della Confederazione era giunta a triplicarsi 
dall'epoca del primo censimento del 1790. Nel 1820 
essa contava già 20 000 ODO di abitanti. 

Il contrasto per la questione schiavista si era 
collegato col contrasto sorto per la questione delle 
tariffe protezioniste sino dal 1832. Già in quell'epoca 



U emigrazione italiana 21 

la Carolina del Sud aveva fatto contro la politica^ 
federale una specie di sollevazione domata dal- 
l'energia del presidente Jackson. I nuovi Stati an- 
nessi con la guerra del 1848, erano stati ammessi 
nella Confederazione come Stati non schiavisti. 

Cresceva intanto l'emigrazione europea ; nel 1830 
l'aumento era calcolato in una media di 23 000 per- 
sone l'anno, nel 1840 di 74 000 persone e negli anni 
immediatamente seguenti di 100 000 persone. Tra 
il 1850 e il 1855 erano arrivati circa 2 000000 di 
europei a stabilirsi prevalentemente nelle province 
del Nord. 

Un compromesso stipulato nel 1850 cercò di cal- 
mare provvisoriamente l' agitazione, lasciando a 
certi Stati la opzione circa la questione schiavista; 
essa però non cessò, ed una assemblea, riunitasi 
nello Stato di Alabama nel 1861, dichiarò sciolta la 
Confederazione degli Stati Uniti e formata una 
nuova Confederazione del Sud, sotto la presidenza 
del Jefferson Davis. Gli Stati del Nord, presieduti 
dall'illustre Abramo Lincoln, iniziarono la guerra 
detta di secessione, che fini con la vittoria degli 
Stati del Nord nel 1865. 

La politica della giovane e fiorente Confedera- 
zione fu poi rigorosamente pacifista fino alla guerra 
ispano-americana, che condusse alla conquista delle 
Filippine e delle isole Hawai, ed alla formazione 
della Repubblica di Cuba, nel 1898. In questi ultimi 
tempi, nella politica degli Stati Uniti, alla tendenza 
pacifista si è sostituita la tendenza imperialista ; 
ne sono prova la costituzione della Repubblica di 
Panama, sorta sulle rive del celebre canale inter- 
oceanico e l'occupazione militare di Haiti, nonché 



22 Capo primo 



le questioni testé pendenti con il Messico. Il recente 
acquisto dalla Danimarca di alcune isole delle Indie 
occidentali è la prova più evidente del nuovo spi- 
rito imperialista che aleggia nella grande Repub- 
blica. 

Intanto la popolazione cresceva a dismisura, so- 
prattutto per la immigrazione.il censimento del 1860 
portava la popolazione della Repubblica a 31 000 000 
di abitanti, dei quali 6500 000 schiavi. 

Le immigrazioni europee da quel tempo afflui- 
rono per ordine d' importanza nel modo che segue. 
Nel decennio 1861-1870, l'immigrazione più impor- 
tante fu la tedesca, con 780 468 individui. Segue 
l'immigrazione inglese con 606 896, e l'immigra- 
zione irlandese con 435 778. L' Italia non dette in 
quegli anni che 11 728 immigranti e la Russia 4000. 

Nel decennio 1871-1880 è sempre prima per or- 
dine d'importanza la immigrazione tedesca (718 182), 
segue la inglese 548 000, la irlandese 436 871 ; l'Ita- 
lia figura per 55 759, l'Austria per 72 969. 

Nel decennio 1881-1890 l'immigrazione tedesca 
primeggia con una cifra veramente spettacolosa 
(1 452 970) ; segue 1' emigrazione inglese (807 000), 
r emigrazione irlandese (655 482) ; l'Italia ha rag- 
giunto già la cifra ragguardevole di 307 309 immi- 
granti, la Russia 265 000, l'Austria 353 719. 

Il decennio seguente 1891-1900, porta una sensi- 
bile diminuzione dell'emigrazione tedesca (505 192). 
In questo decennio l' Italia primeggia con 691 899 
immigranti; segue la Russia (602 000), l'Austria 
(592 707), l' Irlanda (310 179). 

È interessante il quadriennio 1901-1904 che segna 
la definitiva prevalenza della immigrazione latina e 



L^ emigrazione italiana 23 

slava sulla immigrazione anglo-sassone. Gli italiani 
in questo quadriennio primeggiarono con cifra as- 
sai considerevole (738 289); l'immigrazione austriaca 
quasi completamente composta di slavi, segue l'ita- 
liana con 668 546 individui. Segue la Russia con 
473 738 e quindi la Germania, la cui immigra- 
zione è straordinariamente diminuita» scendendo a 
136 421, l'Inghilterra 116 968. e l'Irlanda 131 152. 

Abbiamo brevemente accennato alla storia della 
Confederazione degli Stati Uniti, essenziale all'ar- 
gomento di cui trattiamo, perchè è nel territorio 
della Confederazione stessa che sono destinate a 
svolgersi le attività delle più ingenti masse mi- 
gratorie del nostro paese. 

Un altro grande paese sorgeva al Nord degli 
Stati Uniti, il Canada. Abbiamo visto che il Ca- 
nada, antica colonia francese, ed ancora in parte 
attualmente francese di mentalità e di lingua, era 
stato ceduto all' Inghilterra nel 1763. Durante la 
rivoluzione americana esso si mantenne fedele alla 
Gran Bretagna, e la Corona inglese per ricompen- 
sare il Canada del suo lealismo, aveva concesso 
alle province canadesi una Costituzione nel 1791. 
Per essa il Canada si divideva in due province: 
basso Canada (capitale Quebec) abitato da francesi, 
ed alto Canada (capitale Toronto) popolato di in- 
glesi. Ognuna delle due province era la sede di 
un governatore regio e di un'assemblea elettiva. 
I disordini interni avvenuti nella prima metà del 
secolo XIX, ebbero per origine la differenza di men- 
talità dell' elemento francese cattolico e dell' ele- 
mento inglese protestante il quale era favorito dal 
governo. Tale stato di malcontento provocò nel 1837 



è4 Capo primo 






delle parziali sollevazioni in seguito alle quali fu 
soppressa la Costituzione. 

Il Parlamento inglese però ebbe la saggezza di 
prevedere che un regime di libertà e di autonomia 
sarebbe stato assai più favorevole allo sviluppo della 
colonia ed a mantenerne l'attaccamento alla Madre 
Patria, e concesse una specie di Costituzione nel 1840, 
per la quale le due province vennero fuse in una, 
con capitale a Montreal. Il paese a quel tempo aveva 
una popolazione di poco più di un milione di abi- 
tanti. Nel 1867 fu organizzato il Dominio come oggi 
è concepito, cioè formato dalla Confederazione delle 
province di Ontario, Quebec, New Brunswik e 
Nuova Scozia, alle quali furono aggiunte nel 1869 
i territori del Nord-Ovest, nel 1870 il Manitoba, 
nel 1871 la British Columbia, nel 1873 l'isola del 
Principe Edoardo e nel 1905 l'Alberta e il Saska- 
tchewan. 

Il Canada nel 1881 contava 4 000 000 di abitanti, 
nel 1911 7 204 830 e per di più 110 597 indiani. La 
popolazione di lingua inglese era di circa 4 000 000 
e quella di lingua francese di 2 000 000. Nel cen- 
simento del 1901 risultarono come abitanti nati nel 
paese 4 671805, nati in Inghilterra 390 016. Gli 
stranieri propriamente detti erano circa 700 000. 

La politica di libertà seguita nel Canada dal 
governo inglese, ebbe nella ultima guerra europea 
la sanzione di politica veramente saggia ed accorta. 
Infatti le legioni canadesi accorsero numerose e 
fedeli alla difesa della vecchia Patria ed i rap- 
porti di affetto tra la metropoli e la colonia si 
cementarono in modo saldo e indissolubile. Certa- 
mente lo sviluppo del Canada non fu cosi rapido 



L'emigrazione italiana 25 

come quello degli Stati Uniti, e ciò per varie ragioni 
estranee all'indole del presente lavoro. 

La costruzione della grande ferrovia transocea- 
nica (Canadian Pacific) è destinata a dare uno svi- 
luppo colossale al Canada e specialmente alle sue 
province occidentali sin' oggi deserte, e che forse 
domani saranno le più popolose e fiorenti ed atti- 
reranno irresistibilmente un grande afflusso di im- 
migrazione europea ed asiatica. 

Ci resta ora a parlare del Sud-America, teatro 
non meno importante dell'America settentrionale, 
in cui è destinata a svolgersi l' emigrazione della 
gente nostra. 

Abbiamo accennato alle vicende della conquista 
del Sud-America da parte della Spagna e del Bra- 
sile, al periodo cosi detto dei « conquistadores » 
ed all'ordinamento dell'America spagnuola in due 
vicereami, stato di cose che durò un paio di secoli. 

La idea della rivoluzione e della creazione di 
nuovi Stati non sorse che assai più tardi e ciò per 
varie regioni economiche e politiche. Si trattava 
anzitutto di Stati cattolici, asserviti al potere cen- 
trale ed al clero, emanazione di una Chiesa uffi- 
ciale. Nel Brasile fioriva la tratta dei negri, i 
quali lavoravano le « fazziendas » di tabacco e di 
caucciù sotto la sferza dei pochi emigranti porto- 
ghesi, dediti al funzionarismo ed allo sfruttamento 
del paese, assai più che alle opere sane di una 
colonizzazione basata sulla libertà. Le colonie spa- 
gnuole erano composte di avventurieri, di creoli 
inerti e di indiani refrattari al progresso: i matri- 
moni tra gli europei e gli indiani erano assai più 
frequenti nel Sud-America che nelle colonie del- 



26 Capo primo 



l'America del Nord. Il vocabolo « squaw » col quale 
si designa nel Nord il connubio tra un bianco ed 
una indiana, ha un valore presso che dispregia- 
tivo, mentre altrettanto non si potrebbe dire del 
vrocabolo « creolo » che significa nel Sud-America 
assolutamente la medesima cosa. Oggi in Argen- 
tina detto vocabolo è quasi considerato come una 
patente di nobiltà! 

Ad ogni modo, sia il mal governo, sia le nuove 
idee venute dalla Francia, sia 1' esempio delle co- 
lonie del Nord-America, sia lo stato critico del 
potere centrale in Ispagna ed in Portogallo, scon- 
volto dalle guerre napoleoniche e dalle rivoluzioni 
del 1812 e del 1820, fecero maturare nell'America 
spagnuola le idee di libertà. 

I primi sintomi si manifestarono nel Messico e 
nel Venezuela. Un prete. Michele Hidalgo, capitanò 
una rivolta nel 1810; vinto costui nel 1811, un altro 
prete, certo Morelos, con l'appoggio di altri noti 
insorti: Rayon, Matamoros, Teran, Mina, Guerrero 
e Victoria, riprese le ostilità che non si calmarono 
sino al raggiungimento dell'indipendenza. 

Nel 1821 il generale Iturbide tentò di stabilire 
una dittatura imperiale, ma in seguito fu vinto 
ed il paese si organizzò in repubblica indipendente 
nel 1825. 

I coloni della capitaneria di Guatemala fecero 
parte dello Stato già costituito da Iturbide e poi si 
organizzarono nel 1823 in una Confederazione deno- 
minata Stati Uniti dell'America centrale. Nel 1839 
la Confederazione si sciolse per formare cinque 
Stati: Guatemala, Nicaragua, Costarica, San Sal- 
vador e Honduras. 



V emigrazione italiana 27 

Gli Stati del Sud-America pure cominciavano ad 
agitarsi. Nel 1810 la Venezuela, la Nuova Granata 
e r Equador si ribellarono sotto la guida del gene- 
rale Bolivar, costituendo nel 1824 gli Stati liberi 
della Columbia. Nel 1826 il Bolivar riunì un Con- 
gresso a Panama, il quale aveva per oggetto di 
costituire una grande confederazione delle province 
spagnuole del Sud e Centro America. Tale Con- 
federazione, secondo l'idea del Bolivar, avrebbe 
dovuto formare un contrappeso alla Confederazione 
Nord-americana. 

Al Congresso però non furono rappresentati che 
i nuovi Stati dell' America centrale, il Messico, 
la Columbia e il Perù. Il disgraziato individualismo 
caratteristico della razza impedi la realizzazione 
della grande idea ed il Bolivar mori in esilio. La 
grande Repubblica di Columbia si scisse nei tre 
Stati di Columbia e Nuova Granata, di circa 1 500 000 
abitanti, Venezuela di 800 000 e l'Equador di 700 000 
abitanti. In quel tempo il Cile contava 1 500 000 
abitanti, il Perù 1 700 000, 1' Argentina 800 ODO e 
l'Uruguay 100 000 abitanti ; nel Brasile se ne con- 
tavano 5 000 000. 

Nel 1810 anche a Buenos Aires era scoppiata la 
rivoluzione. Lo Stato di Buenos Aires si affrettò ad 
aiutare gli altri ribelli dell'Argentina orientale e 
l'arrivo di un corpo di volontari argentini nel Perù 
fece scoppiare la rivolta, aiutata da una squadra 
inglese, sotto gli ordini dell'ammiraglio Cochrane. 
Sul primo trionfarono gli Spagnuoli, ma i Peruviani 
ricorsero per aiuto al Bolivar, con le forze del quale 
riuscirono a trionfare costituendo la repubblica in- 
dipendente, detta prima Bolivia e quindi Perù. 



28 Capo primo 



Rosas, Carrera, O'Higgins, furono i condottieri 
della rivolta nel Cile; il generale San Martin, go- 
vernatore della provincia di Mendoza, portò loro 
aiuto traversando per primo con un esercito la 
Cordigliera delle Ande. A ricordo del grande fatto, 
i cittadini di Mendoza, la bella città andina, eres- 
sero un monumento sulla collina prospicente alla 
città, il Cerro della Gloria. 

La rivoluzione argentina, come si è detto, era 
scoppiata nel 1810. I colonnelli Savedra, Garcia e 
Castelli, avevano iniziato un movimento insurre- 
zionale che fini vittoriosamente nel 1816, con la 
costituzione degli Stati Uniti del Rio della Piata. 

I primi anni dell' esistenza del giovane Stato non 
furono tranquilli; anche in Argentina i partiti 
essendo divisi tra unitari e federalisti. 

Fu iniziata una guerra contro il Brasile, che fini 
nel 1828, epoca in cui gli Stati Uniti del Rio della 
Piata si scindevano in Repubblica Argentina, Banda 
orientale o Uruguay e Repubblica del Paraguay. 

II Paraguay assunse a dittatore a vita il dottor 
Francia, l'Uruguay ebbe a presidente Fruttuosa 
Rivera, che sostenne una guerra contro l'Argentina, 
la quale stava passando anni non lieti sotto la 
dittatura del governatore dello Stato di Buenos 
Aires, dottor Manuel Rosas. In questa guerra prese 
parte anche il nostro Garibaldi. 

Le lotte tra Federalisti ed Unitari avevano invaso 
intanto anche il Brasile, che si era ribellato al Por- 
togallo. La Repubblica di Rio Grande del Sud, so- 
stenne una lunga lotta contro gli Stati del Nord, 
costituitisi in impero sotto don Pedro I. Gli Stati 
del Nord finirono per prevalere nel 1840. 



L'emigrazione italiana 29 

Nel Brasile perdurava il lealismo alla monarchia 
portoghese, la quale, è noto, in seguito al Trattato 
di Fontainebleau del 1807 tra Napoleone e la Spa- 
gna, si era rifugiata nel Portogallo. Dopo la morte 
di Giovanni VI, don Fedro imperatore del Brasile 
rinunciò alla Corona del Portogallo in favore della 
figlia Maria. V Impero portoghese del resto non 
era che una parvenza della Monarchia legittima, 
in realtà un prodotto della rivoluzione e vivo era 
stato il malcontento contro re Giovanni VI per 
i suoi favoritismi verso gli Inglesi e i Portoghesi. 

La rivoluzione proclamò il Brasile stato indipen- 
dente nel 1822, sotto l' impero del luogotenente del 
regno don Pedro di Braganza, che nel 1830 abdicò 
in favore del figlio per recarsi in Portogallo a ri- 
conquistare la Corona. 

La reggenza di don Pedro II durò fino al 1840. 
Proclamato lui stesso imperatore concesse la Costi- 
tuzione, abolì la schiavitù e pacificò il paese. Egli 
fu deposto nel 1891, da una rivoluzione che proclamò 
la Repubblica Federale, la quale dura tuttora. 

Il generale Rosas intanto aveva costituito uno 
stato di cose tirannico in Argentina. I Federalisti 
vinsero nel 1851 sotto gli ordini del generale Ur- 
quiza, il quale alla Repubblica unitaria sostituì la 
Repubblica federale, la quale dura tuttora. La vita 
politica delle Repubbliche Sud-americane non fu 
più turbata che da piccole guerre civili, e dalle 
guerre tra la Spagna e il Perù nel 1864, e tra il 
Cile e la Bolivia nel 1879. La delimitazione delle 
frontiere tra l'Argentina e il Cile parve turbare 
la pace, ma la questione terminò nel 1881, con un 
accordo soddisfacente per entrambe le parti. 



30 



Capo primo 



L'America centrale, invece, non doveva avviarsi 
cosi presto a vita civile e tranquilla. La rivolu- 
zione di San Domingo, sotto gli ordini del negro 
Toussaint Louverture, fu domata da Napoleone, 
ma r esercito napoleonico fu quasi distrutto dalla 
febbre gialla e nel 1822 San Domingo si orga- 
nizzò in Repubblica indipendente sotto il presi- 
dente Boyer. 

Il Messico, invece, meraviglioso paese, ma agi- 
tato dalle torbide passioni prodotte dalla grande 
infusione di sangue indiano in quei popoli, si di- 
laniava in lotte civili, i partiti dominanti essendo 
il clericale con tendenza accentratrice e il demo- 
cratico federalista. Nel 1858 i Clericali guidati da 
Miramon si impadronirono di Messico mentre i Fe- 
deralisti stabilirono un governo provvisorio sotto 
il generale Juarez, il quale fini per trionfare. 

Il Miramon aveva contratto un prestito di set- 
tantacinque milioni con un banchiere svizzero, il 
quale ne chiese il rimborso al governo di Juarez 
e, non ottenendo soddisfazione, si fece naturalizzare 
cittadino francese e riusci ad interessare il duca 
di Morny, ministro di Napoleone III, alla soluzione 
dell' affare. 

Napoleone III fu indotto alla disgraziata im- 
presa da tre ordini di considerazioni. Anzitutto, 
il grande sognatore della politica estera sperava 
di costituire nel Messico un impero latino, come 
aveva costituito con la Rumenia un principato la- 
tino nei Balcani ed un regno latino in Italia. 
Inoltre Napoleone III era spinto dalla consorte 
Eugenia e dal partito clericale, spodestato dei suoi 
beni da Juarez. Napoleone altresì speculava sulla 



L'emigrazione italiana 31 

ì 

debolezza degli Stati Uniti di allora, dilaniati dalla 
guerra di secessione. 

Con l'intervento francese fu eletto imperatore 
r arciduca d'Austria Massimiliano. Sono note le 
tristi vicende dell'impero di Massimiliano, minato 
dalle disastrose condizioni finanziarie dello Stato, 
dagli intrighi del generale Bazaine e dal risveglio 
degli Stati Uniti, fieri apostoli della dottrina di 
Monroe. 

Massimiliano venne fucilato a Queretaro il 19 giu- 
gno 1867 e venne ricostituita la Repubblica. Dopo 
vari eventi, il Messico passò alcuni anni di tran- 
quillità sotto la ferrea mano del presidente Por- 
firio Diaz. Caduto il Diaz, il paese, povero malgrado 
le sue grandi ricchezze naturali, accasciato sotto 
le lotte intestine, insidiato dagli intrighi dei capi- 
talisti americani, si dibatte in spasmodiche con- 
vulsioni che ne rendono tragica e mal sicura la 
esistenza. 

Il Venezuela fiori abbastanza sotto la presidenza 
del tirannico generale Castro, il quale fece par- 
lare di sé anche all' estero, per la sua vertenza 
diplomatica con le nazioni europee. Caduto il Ca- 
stro la vita del paese è relativamente tranquilla 
e r emigrazione europea comincia a svilupparsi in 
modo abbastanza soddisfacente. 

Rammentati questi brevi dati storici, daremo 
qualche dato economico e demografico sui paesi 
Sud e Centro americani maggiormente interessanti 
la emigrazione europea. 

La Repubblica di Cuba contava nel censimento 
del 1910, 2 150 112 abitanti. Il 29 'j, della popola- 
zione è composto di negri. L'immigrazione euro- 



32 Capo primo 



pea nel 1909-1910 fu di 32 606 individui. E uno 
Stato unitario, le cui principali industrie sono il 
tabacco, lo zucchero e la frutticultura. 

Haiti e Portorico di popolazione prevalentemente 
negra hanno poca importanza per V emigrazione 
europea. Maggiore importanza hanno la Giamaica 
e la bellissima isola di Trinidad appartenenti al- 
l' Inghilterra. In queste isole pochi anni or sono 
fu incanalata una emigrazione di Indù. È bellis- 
simo e pittoresco il villaggio Indù sorto a Trini- 
dad nelle vicinanze della città inglese. I principali 
prodotti sono lo zucchero, il caffè, le banane e gli 
aranci. 

Il Messico è uno Stato federale. La popolazione 
nel censimento del 1910 risultò di 15 063 207. I prin- 
cipali prodotti sono : il caffè, il tabacco, il cotone, la 
canna da zucchero, la vainiglia, l'indaco, la sal- 
sapariglia. L'argento è il primo articolo di espor- 
tazione; e sarebbe importantissima anche l'estra- 
zione degli altri minerali, oro, rame, ferro, sale, 
mercurio, zolfo e il petrolio, se questa industria 
fosse meglio sfruttata. 

La Columbia ha una popolazione di 4 320 000 abi- 
tanti, dei quali 150 000 nella capitale Bogota. I pro- 
dotti principali sono il caffè, il tabacco, lo zucchero, 
la banana. Importantissimo è l'allevamento del be- 
stiame, stimato nell'ultimo censimento a 3 000 000 
di capi. Il governo è unitario. 

L' Equatore è una nazione vasta, ma in istato 
ancora primordiale come sviluppo industriale e 
commerciale. La popolazione è di 1 500 000 abitanti. 
I principali prodotti sono : il caffè, lo zucchero, le 
banane, l'avorio vegetale. Lo Stato è unitario. 



L'emigrazione italiana 33 

Più importante è il Venezuela. La popolazione 
risultò neir ultimo censimento del 1911 di 2 713 703 
abitanti. Il Venezuela ha attualmente una impor- 
tante colonia straniera in Ciudad Bolivar, la quale 
tende ad aprire al commercio le fiorenti rive del 
fiume Orinoco. La Germania aveva prima della 
guerra dei possenti interessi in questi paesi e la 
colonia tedesca era certamente la più influente e 
cospicua delle colonie straniere. I prodotti sono il 
cacao, lo zucchero ed il bestiame. È importante la 
pesca delle perle e vi si trovano vari giacimenti 
di petrolio. Lo Stato è unitario. 

Il Brasile è il più vasto degli stati Sud-ameri- 
cani. La popolazione è di 21 461 100 abitanti. Nelle 
province del Nord prevale l'elemento indiano, nelle 
province orientali dà un enorme contingente V ele- 
mento negro. Nel 1911 erano già aperte al traffico 
14 000 miglia di ferrovie, cifra non molto cospicua 
se si mette a raffronto con lo sviluppo ferroviario 
di altri Stati meno importanti. La Columbia ne ha 
614 miglia, l' Equator 361, il Venezuela 5000, il 
Perù 6479, la Bolivia 635, 1' Argentina 18 166, il 
Paraguay 154, l'Uruguay 4850, il Cile 3576. 

11 Perù è caratteristico per la bontà del suo 
clima. La popolazione è di 4 500 000 abitanti. L'agri- 
coltura produce tabacco, coca, olive e caff'è. La ric- 
chezza mineraria sarebbe enorme se meglio sfrut- 
tata. I principali minerali sono il rame, l'argento, 
il petrolio e il carbone. Il Perù, « l'eldorado » dei 
tempi di Pizzarro, non è più cosi ricco d'oro, ma 
l'oro vi si trova ancora. 

La Bolivia è uno Stato di 2 267 955 abitanti ; pre- 
vale l'elemento indiano. La coltura comprende so- 



34 Capo primo 




prattutto le frutta, il caffè, il cacao, il tabacco, 
zucchero, la coca, la cinciona (per la fabbricazione" 
del chinino). Lo Stato è unitario. 

La più importante Confederazione dell'America 
del Sud è la Repubblica Argentina. 

La popolazione era stata calcolata nel 1911 a circa 
7 000 000 di abitanti, ma deve superare attualmente 
gli otto milioni. Solo nel 1910 erano arrivati 289 640 
emigranti. La specialità dell'Argentina è la varietà 
dei climi e delle colture. Negli Stati del Nord 
(Salta, Tucuman, Jujuy) prevalgono le colture tro- 
picali, tabacco, cotone, zucchero. Negli Stati medi 
ai piedi delle Ande, prevalgono le colture dei climi 
temperati, vinicultura, frutticultura, fieni, foraggi, 
grani. Negli Stati del Sud (Rio Negro) prevale l'al- 
levamento del bestiame. 

Le grandi immigrazioni che hanno portato l'Ar- 
gentina alle attuali fiorenti condizioni sono la ita- 
liana e la spagnuola. La nazione che ha maggiori 
capitali in quel paese è l' Inghilterra. 11 capitale 
inglese possiede una gran parte delle ferrovie; il 
Ferrocaril Central Argentino venne costruito con 
capitali inglesi, e furono i capitalisti inglesi che 
iniziarono la splendida ferrovia Transandina, che 
da Mendoza, in undici ore, conduce a Valparaiso 
sul Pacifico. 

Il Cile è meno importante della Repubblica Ar- 
gentina dal lato agricolo e commerciale, ma la su- 
pera in ricchezze minerarie e in forti ordinamenti 
militari. La popolazione è calcolata a 3 249 279 abi- 
tanti ed in questi ultimi anni non deve essere gran- 
demente accresciuta, sia per una grave crisi che 
tormentava quel paese, sia per la guerra europea. 



IJ emigrazione italiana 36 

che avendo tolto dalle nazioni Sud-americane il 
commercio tedesco, fiorentissimo in tutte, ha pro- 
dotto una crisi più o meno generale. 

Il commercio tedesco aveva costituito nel Cile 
una specie di monopolio. Le Compagnie di naviga- 
zione che univano il Cile all'Europa erano soprat- 
tutto Compagnie tedesche ; i vapori della « Kosmos 
Gesellschaft » erano praticamente gli unici mezzi di 
comunicazione tra Valparaiso, il Nord ed il Sud 
del Cile. In Vigna del Mar, graziosa stazione bal- 
neare nei pressi di Valparaiso, il visitatore che 
percorre il viale principale costeggiato di graziose 
villette, non vedrà che nomi tedeschi, Kauftman, 
Schuman, ecc. 

Le colture principali sono i cereali, l'allevamento 
del bestiame, le patate, la vigna. Alcuni tipi di 
vini cileni sono veramente eccellenti. I Cileni del 
resto in tutto il Sud-America hanno la riputazione 
di essere dei fini intenditori e.... soprattutto de- 
gli abbondanti consumatori del liquore bacchico. 
I prodotti, dei quali il paese è più ricco, sono i 
nitrati e il tannino, il quale era largamente as- 
sorbito dalla Germania per la concia delle pelli. La 
parte meridionale del Cile, ricca di fiords come 
novella Norvegia australe, è certamente una delle 
parti più amene e pittoresche di tutta l'America. 

Il Paraguay è d' importanza assai inferiore ai 
due grandi Stati dell'America meridionale testé 
ricordati. La popolazione nel 1910 non superava 
i 752 000 abitanti, dei quali buona parte negri ed 
indiani, della celebre tribù dei Guarany, parlante 
ancora il suo poetico linguaggio. Il Paraguay è ce- 
lebre nella storia dell' emigrazione per i tentativi 



36 Capo primo 



di colonizzazione fattivi dalla Compagnia di Gesù. 
Grli ordini religiosi sono stati un grande fattore 
della colonizzazione dei paesi dell' America spa- 
gnuola e ne sono prova le celebri « missiones » del 
Messico e della California meridionale, le quali det- 
tero origine alle città di Los Angeles, San Diego, 
Santa Barbara, Santa Maria De Guadalupe, ecc. 

Rimando chi si interessi alla storia della coloniz- 
zazione ecclesiastica alla lettura del bellissimo libro 
di Giulio Huret, Da Buenos Aires alla Cordigliela 
delle Ande, nel quale il geniale autore francese 
fa la descrizione del suo poetico viaggio alla città 
già fondata dai Gesuiti ed ora completamente di- 
strutta, sulle rovine della quale, come sogno in- 
franto, fioriscono le rose. La coltura caratteristica 
del Paraguay è la yerba Mate, colla quale si fa il 
celebre «^^Mate » o « thè » creolo, che viene assor- 
bito con una cannula d' argento. Si coltiva inoltre 
il cotone, il tabacco e si attende all'allevamento del 
bestiame. È importante la estrazione del legname 
dalle grandi foreste. 

In chi conosca l'America meridionale, non può 
non risvegliarsi un sogno nostalgico, al pensiero ed 
al ricordo della bellissima città di Montevideo, di- 
stesa sulla riva del Piata ai piedi della caratteri- 
stica collina (Monte te veo è l'etimologia del nome 
della città). L'Uruguay è uno dei paesi più sim- 
patici e più progrediti di tutta l'America meridio- 
nale. In nessun punto forse del Sud-America si 
ha campo di accertare, in modo tanto evidente, 
quanto sia felice dal punto di vista della bellezza 
della razza l' innesto del sangue spagnuolo con le 
razze locali. Chi ha assistito ad un « corso de fio- 



L'emigrazione italiana 37 

res » nella bella riviera balneare della città, nei 
pressi dell' Hotel de la Plage, può veramente dire 
di aver accertato la bellezza fisica della razza 
latino-americana. La popolazione dell' Uruguay era 
calcolata nel 1910 a 1 094 688 abitanti dei quali 
198 154 forestieri. Le colture principali sono l'olivo, 
i cereali, la frutticultura, il vino ed infine impor- 
tantissimo l'allevamento del bestiame. Come mine- 
rali vi si trova l'oro, l'argento, il rame e il ferro, 
nonché l'antimonio e la grafite. Lo Stato è unitario. 

Abbiamo accennato alla storia della colonizza- 
zione e dell'emigrazione in America. Ci resta bre- 
vemente ad accennare alle altre parti del mondo, 
colonizzate da europei, e precisamente l'Australia, 
la Nuova Zelanda, l'Africa del Sud. 

L'Australia e la Nuova Zelanda erano state esplo- 
rate nel secolo XVIII dai viaggi dell'illustre Cook 
e del francese La Perouse. Nei primi tempi del- 
l'occupazione inglese esse servirono semplicemente 
come luogo di deportazione dei condannati. 

Una vera e propria colonia sorse a Swan River 
nel 1826. Nel 1836 si organizzò come colonia la Nuova 
Galles del Sud, che ebbe per capitale Sydney. Presto 
si aggiunsero altre colonie, la Tasmania, l'Austra- 
lia occidentale (capitale Perth), l'Australia meri- 
dionale (capitale Adelaide), e la località di Port Phi- 
lips si converti in una vera e propria città e fu 
chiamata Melbourne, in onore del Presidente del 
Consiglio inglese di quei tempi. La popolazione lo- 
cale non sorpassava allora i 76 000 abitanti. Verso 
il 1851, la scoperta dell'oro attirò una grande cor- 
rente di emigrazione da tutte le parti d'Europa 
e soprattutto dall' Inghilterra. È in quei tempi che 



38 Capo primo 



sono state gettate le basi del grande avvenire del- 
l'Australia. 

Nel 1840 il Parlamento inglese aveva abolito la 
deportazione, e nel 1842 esso accordò uno Statuto, 
per il quale, al fianco del Grovernatore, fu nomi- 
nato un Consiglio legislativo della Colonia, compo- 
sto di trentacinque membri, ventiquattro dei quali 
elettivi. Nel 1897 le cinque colonie di Nuova Galles 
del Sud, Victoria, Australia meridionale, Australia 
occidentale e Tasmania, redassero un progetto di 
federazione che fu sanzionato dalla Corona d' In- 
ghilterra il 7 luglio 1900. Per tale progetto le 
province australiane conquistarono la completa 
autonomia amministrativa sotto il nome di « Com- 
monwealth of Australia ». 

La Nuova Zelanda fu cominciata a colonizzare 
nel 1840. A quest' epoca un console, il capitano 
Hobson, nominato plenipotenziario inglese, in se- 
guito ad alcuni trattati di alleanza con i nativi, 
detti Maori, fondò una vera e propria colonia con 
capitale a Wellington. La Nuova Zelanda. divenne 
presto uno Stato autonomo fiorentissimo, e tanto 
più interessante dal punto di vista degli studi so- 
ciali, in quanto che vi furono adottate prestissimo 
riforme assai ardite, le quali solo alcuni anni dopo 
sono state seguite dagli altri Stati del mondo. 

La legislazione zelandese è il primo esempio di 
una legislazione con carattere eminentemente socia- 
lista. Già da venti anni vige costà il voto alle donne 
e una legislazione completa sugli infortuni sul la- 
voro. Fu introdotta nel 1842 una legge arditissima 
sulla proprietà territoriale, detta « Land System », 
nel 1894 l'arbitrato obbligatorio in materie di la- 



L'emigrazione italiana 39 

voro mentre vige fino dal 1899 la legge sulle pen- 
sioni operaie, leggi tutte che furono introdotte solo 
dopo il 1910 in Francia ed in Germania. 

La popolazione dell' Australia è la seguente : 
Nuova Galles del Sud 1 648 210 abitanti ; Victoria 
1 315 eoo, dei quali 98 °/o di origine inglese.... il che 
dimostra che la emigrazione di altre nazionalità è 
considerata « undesirable » ! 

La popolazione dell'Australia del Sud è di circa 
500 000 abitanti, quella dell'Australia occidentale 
283 986, quasi tutta composta di persone nate nel 
paese. La popolazione della Tasmania è 190 898 abi- 
tanti. I prodotti principali sono dati dalla pastori- 
zia, la frutticoltura e l'estrazione dei minerali nella 
Nuova Galles del Sud. Quest' ultima ha uno svi- 
luppo ferroviario di 4000 miglia. 

Nella provincia di Victoria si trovano l'oro, l'an- 
timonio, r argento, e si coltivano i cereali, il ta- 
bacco, il vino, le olive. Nel Sud dell'Australia si 
coltivano soprattutto lo zucchero e gli agrumi, e 
si sfruttano le foreste; nell'Australia occidentale 
predomina il sandalo, l'eucaliptus, la coltura del 
bestiame. Le ferrovie vi sono aperte al traffico per 
2300 miglia. Nella Tasmania fioriscono le segherie 
e le industrie metallurgiche. 

A queste province deve aggiungersene un'al- 
tra, entrata recentemente nella Confederazione, il 
Queensland, di 605 043 abitanti, dei quali 20 000 
cinesi e polinesi. Lo sviluppo ferroviario è di 4000 
miglia. 

La popolazione della Nuova Zelanda nel censi- 
mento del 1912 era risultata di 1 008 469. L' agri- 
coltura produce soprattutto cereali, vino, frutti 



40 Capo primo 



semi-tropicali. È importantissimo l'allevamento del 
bestiame, soprattutto dei cavalli, che nel 1911 am- 
montavano a mezzo milione di capi. 

Ci resta a parlare dell'Africa. M 

Nella prima parte di questo lavoro abbiamo ac-« 
cennato alle scoperte fatte dai Portoghesi al Capo 
di Buona Speranza nel 1486. I Portoghesi lascia- 
rono quasi in abbandono i paesi africani da loro 
scoperti e si dedicarono piuttosto alla conquista 
delle Indie. Chi cominciò con una regolare immi- 
grazione a popolare le province del Sud- Africa, 
furono le sètte religiose perseguitate e principal- 
mente gli Ugonotti e gli Olandesi. Si formò quindi 
una popolazione africana di origine europea che 
menava vita patriarcale, occupandosi dell'alleva- 
mento del bestiame. La prima occupazione ugonotta 
risale al 1650, le emigrazioni olandesi continuarono 
per tutto il secolo XVII. 

L' Inghilterra prese due volte ufficialmente pos- 
sesso delle province del Sud-Africa, nel 1796 e 
nel 1806, durante le guerre napoleoniche dopo la 
pace di Amiens. Il riconoscimento ufficiale però del 
possesso inglese, non venne fatto che con i Trattati 
di Vienna del 1815. Intanto, sino dal secolo XVII, 
cominciava ad affluire nelle regioni interne del- 
l' Africa meridionale una emigrazione di origine 
olandese detta boera. I Boeri furono riconosciuti 
nel Natal, come un governo di fatto più che di 
diritto fino dal 1719. 

Nel 1883 un certo numero di boeri, malcontenti 
del governo inglese, si inoltrarono nell'interno e 
stabilirono una Repubblica che fu detta prima del 
Natal e poi Stato libero di Grange. Perdurando 



L'emigrazione italiana 41 

malcontenti e questioni colle autorità inglesi, al- 
cuni dei boeri allora passarono il fiume Vaal e co- 
stituirono la Repubblica del Transvaal o Sud-afri- 
cana. Cosi a queir epoca il Sud-Africa si trovava 
costituito di colonie inglesi propriamente dette del 
Capo di Buona Speranza e del Natal, alle quali la 
Corona aveva concesso il regime rappresentativo 
fino dal 1856, e degli Stati di Transvaal e di Grange. 

Gli Stati boeri soffrivano assai a quell'epoca per 
la ostilità degli indigeni, tanto che una frazione 
di boeri decise di offrire la sovranità alla Corona 
inglese per chiederle difesa. La maggioranza però 
nutriva sentimenti di indipendenza e non volle 
accettare questo stato di cose. Ne nacque una ri- 
bellione e la costituzione di un esercito boero, che 
sconfisse gli Inglesi a Majuba Hill nel 1887. Per 
fortuna dei Boeri, era presidente del Consiglio in- 
glese a quell'epoca il grande Gladstone, il quale 
perdonò ai Boeri la rivolta, riconoscendone l'indi- 
pendenza, dietro riconoscimento da parte dei Boeri 
dell' alta Sovranità della Corona inglese. 

Tale stato di cose durò fino al 1894. In questa 
epoca un gran numero di emigranti di tutte le 
nazionalità fu tratto in quei paesi dal miraggio 
della scoperta delle miniere d' oro e di diamanti. 
I Boeri erano sospettosi e gelosi degli stranieri, 
uitlanders come li chiamavano, i quali erano sot- 
toposti a varie angherie e soperchierie. Un po' per 
questo stato di cose anormale, un po' per l' agita- 
zione provocata dalla Compagnia del Sud-Africa, di- 
retta allora dal grande colonizzatore Cecil Rhodes, 
scoppiò nel 1899 una guerra contro l' Inghilterra, 
la quale fini nel maggio del 1902 con lo schiaccia- 



42 Capo primo 




mento dei due Stati boeri, ai quali però poco dopo 
l'Inghilterra liberalmente concesse l'autonomia. 

L'organizzazione attuale del Sud-Africa data dal 
1910, ed il governo prende nome di Unione Sud- 
africana. Ciascuno degli Stati ha un Parlamento 
deliberativo, mentre il potere esecutivo risiede nel 
governatore generale. Gli Stati sono quattro: il 
Capo di Buona Speranza, il Natal, il Transvaal e 
r Grange. Vi è inoltre un territorio denominato 
Basutoland, quasi esclusivamente abitato da negri. 

La popolazione della colonia del Capo è di 2 560024 
dei quali 600 000 bianchi; la popolazione del Natal 
è di 1191958, quella del Transvaal di 1776 611, 
quella dell'Orango di 526 906. La colonia del Capo 
ha uno sviluppo ferroviario di 4193 miglia, quella 
del Natal di 1075, quella del Transvaal di 2394, 
quella dell' Grange di 1026 miglia. 

I prodotti sono, più o meno, quelli dei climi 
temperati, cereali, avena, segala. Nella colonia del 
Capo si coltiva la vigna ed il tabacco. Il Transvaal 
e l'Grange sono ricchissimi di minerali: oro, ar- 
gento, ferro, cobalto, zinco, bismuto. Sono notorie 
le miniere di diamanti i cui prodotti medi negli 
ultimi anni si aggirarono intorno ai 30 000 000 di 
lire. 

Un' altra parte dell'Africa è stata in questi ul- 
timi anni parzialmente popolata dall' emigrazione 
europea, ed è l'Africa settentrionale, cioè l'Egitto, 
l'Africa francese, l'Algeria e la Tunisia. 

Nella prima parte di questo capitolo abbiamo 
accennato come Tripoli, Tunisi ed Algeri, nel me- 
dio evo fossero invase dalla conquista araba. De- 
caduti i califfi egiziani e i califfi spagnuoli, l'Ai- 



V emigrazione, italiana 43 

geria, la Tunisia e la Tripolitania, nei secoli XVI, 
XVII e XVIII, conquistate da pirati barbareschi, 
furono degli Stati indipendenti. Nel 1500 i due fra- 
telli Barbarossa con una formidabile flotta con- 
quistarono Algeri e Tunisi, formandone uno Stato 
sottoposto all'alta sovranità del Sultano. Nel 1535 
Carlo V sloggiò i pirati da Tunisi, ma fu sconfitto 
dinanzi ad Algeri. Nello stesso secolo il capo pi- 
rata Dragut riconquistò Tunisi, strappò Tripoli 
ai Cavalieri di San Giovanni, formò un grande 
Stato vassallo dipendente dal Sultano. Gli Stati di 
Algeri e di Tunisi furono poi governati da « bey » 
più o meno indipendenti da Costantinopoli fino al 
secolo XIX. 

Nel 1830 la Francia, approfittando di un insulto 
fatto al suo Console dal Bey di Algeri, occupò la 
città ed iniziò la conquista dell'Algeria, la quale 
però non fu compiuta che venti anni dopo. 

Nei primi venti anni di occupazione la colonia, 
straziata dalle guerre contro i rivoltosi capitanati 
(la Abd el Kader, non potè prosperare. Al tempo 
di Napoleone III però le fu dato un ordinamento 
definitivo e da allora l'Algeria è meta di una re- 
<iolare e sempre crescente emigrazione europea. 
Il censimento del 1911 dà una popolazione di 
5 563 822 abitanti; di questi però 4 700 000 sono 
indigeni. La popolazione europea comprende 449 420 
francesi, 117 475 spagnuoli, 64 000 ebrei e 79 362 
stranieri di altre nazionalità. 

La storia di Tunisi come colonia francese è as- 
sai più recente. L' Italia fino dagli inizi del se- 
colo XIX aveva incanalato una corrente di emi- 
grazione non indifferente verso la Tunisia. Tale 



44 Capo primo 




emigrazione era il portato delle nostre condizioni 
storiche e geografiche, per la vicinanza della Tii-~ 
nisia alle nostre province meridionali. È perciò che 
il governo d'Italia, appena l'Italia si fu costituita 
in regno, aveva subito cercato di coltivare 1' ami- 
cizia del Bey di Tunisi, ottenendo concessioni com- 
merciali da quel governo. 

È assai discussa la politica francese in quei 
tempi. Non vi è dubbio che la Francia sia stata 
spinta a Tunisi dalle arti del Bismark tendente 
ad avviare la Francia alle conquiste coloniali 
per alienarla dalla idea della « revanche » e per 
crearle artifiziosamente screzi con l' Italia. Sta in 
fatto che i francesi, col pretesto che la tribù tuni- 
sina dei krumiri disturbava la frontiera algerina, 
fecero invadere la Tunisia dal generale Breart, 
il quale obbligò il bey Mohammed el Sadok ad 
accettare il protettorato francese col Trattato di 
Bardo. Da quel!' epoca la Francia ha organizzato 
la Tunisia, ponendo a fianco del bey un governa- 
tore generale col nome di Residente. 

Lo sviluppo agricolo fu rapido e notevole. I pro- 
dotti principali sono i cereali, le frutta, le olive, 
il vino, la produzione del quale nel 1910 oltrepassò 
i 25 000 000 di litri. Importante coltivazione altresì 
sono i datteri. Il minerale classico della Tunisia è 
il fosfato. È nota la importanza della esportazione 
dei fosfati dal porto di Susa. Vi si trova però al- 
tresì zinco, rame, sale e bellissimi marmi. La po- 
polazione è calcolata a pressoché 2000 000 di in- 
dividui. Lo sviluppo ferroviario tunisino è di miglia 
949, sviluppo assai notevole se si calcola che quello 
dell'Algeria assai più grande è di 2156 miglia. 



L'emigrazione italiana 45 

Sono note le vicende del Marocco. Il Marocco fu 
dichiarato protettorato francese solo nel Trattato 
franco-spagnuolo del novembre 1912. La popola- 
zione del Marocco ammonta a 4 450 000 abitanti; 
ma l'emigrazione europea è ancora incipiente per 
le condizioni tuttora mal sicure del paese, e solo 
si limita alla zona di Casablanca ed alle vicinanze 
delle concessioni spagnuole. Anche nel Marocco 
l'elemento straniero prevalente è l'elemento ispa- 
nico. 

La storia della colonizzazione europea in Libia 
è ancora iniziale. La Libia appartiene all' Italia 
solamente dal trattato di Losanna dell'ottobre 1912. 
La popolazione della Tripolitania prima della guerra 
Italo-Turca si faceva ascendere ad 1 300 000, com- 
posta in gran parte di elemento indigeno. L' ele- 
mento straniero immigrante prima della guerra era 
soprattutto composto di ebrei. 

Assai più importante per la colonizzazione euro- 
pea è l'Egitto. 

Abbiamo già detto che 1' Egitto era uno dei 
paesi mediterranei caduti sotto la conquista araba 
sino dal 641 e successivamente riunito alla Siria 
ed alle altre parti dell'Impero turco da Solimano 
il Magnifico. Da quel tempo il paese rimase go- 
vernato da califfi dipendenti dalla Sublime Porta. 
Nel secolo XVIII esso era tiranneggiato dai Ma- 
melucchi, sorta di aristocrazia militare, la quale, 
capeggiata da Murad, taglieggiava il paese. E nota 
la storia dell' impresa napoleonica, la quale tolse 
r Egitto ai Mamelucchi, ma non riusci a formarvi 
uno Stato europeo. 

Il paese, lasciato dai Francesi nell'anarchia. 



46 Capo primo 



venne sotto il governo di Mehemet Ali, avventu- 
riero originario della Rumelia, il quale si proclamò 
indipendente, sotto l' alta sovranità del sultano 
Malimud nel 1820. È noto che il Viceré d' Egitto 
aiutò il Sultano nella sotìocazione della rivolu- 
zione greca. Dopo la pace di Adrianopoli, nel 1829, 
r Egitto seguitò a prosperare : Mehemet Ali con- 
quistò la Nubia, il Darfur, il Cordofan, e nel 1832 
osò dichiarare guerra al Sultano medesimo che 
riusci a vincere, ottenendo la Siria col trattato di 
Kutayé. 

Succedette a Mehemet Ali il figlio Said, il quale 
perdette la Siria; ma fu riconosciuto viceré d'Egitto 
nel 1841. Mehemet Ali, conquistando la Libia, aveva 
spodestato fino dal 1835 la dinastia dei Caramanli, 
che allora la governavano. 

Il primo viceré dell' Egitto era uomo intelligente 
ed aperto alle idee moderne, ed aveva ricorso agli 
Europei per riorganizzare il suo esercito. Uno degli 
istruttori fu il maggiore von Moltke, il futuro 
vincitore dell' Austria e della Francia. 

Il figlio Said continuò in tutto e per tutto l'in- 
dirizzo progressista del padre, accettando il fa- 
moso progetto del console di Francia conte Fer- 
dinando de Lesseps, per il taglio dell' istmo di Suez, 
che fu poi inaugurato nel 1869. A quel tempo re- 
gnava Ismail Pascià, uomo geniale ed intelligente, 
ma celebre per le sue pazzesche liberalità, che 
condussero nel 1875 il paese alla bancarotta. In 
seguito alla bancarotta del governo egiziano, il 
paese fu sottoposto al controllo angle- francese. Il 
Sultano sulla domanda delle potenze depose Ismail, 
per porre sul trono il figlio Tewfik. Sotto il go- 



L'emigrazione italiana 47 

verno di Tewfik ebbe origine la formazione di un 
partito nazionalista egiziano. Il capo di questo par- 
tito, Ahmed Arabi, capitanò una rivolta nel 1881, 
provocando V intervento inglese. Già dai tempi di 
Ismail il colonnello inglese Baker aveva iniziato 
importanti operazioni nel Sudan. L'opera di Baker 
fu continuata prima da Gordon Pascià, che si di- 
stinse nella guerra contro il Mahdi, e conquistò il 
Sudan egiziano, poi dal generale Herbert Kitchener. 

In seguito all'accordo anglo-francese per l'Egitto, 
furono istituiti i cosi detti Tribunali misti, per 
quelle cause presso i Tribunali locali nelle quali 
erano coinvolti gli interessi europei, e da allora la 
vita economica e industriale dell'Egitto si svolge 
più tranquilla. 

Il partito nazionalista sempre esiste : le tradi- 
zioni di Arabi Pascià furono raccolte da Kamel 
Pascià, recentemente morto. Sotto la ripercussione 
della guerra europea, il paese subì una nuova 
convulsione per il cambiamento di dinastia impo- 
sto dall'Inghilterra, giustamente irritata dalla par- 
zialità germanofila dell' ex-kedive Abbas. 

L' Egitto, già nominalmente Stato semi-sovrano 
sotto r alta sovranità della Turchia, è ora uno 
Stato indipendente. Il censimento del 1907 portava 
la popolazione a 11139 978 abitanti; ma questa 
cifra deve essere superata al giorno d' oggi. Le 
ferrovie contano 3450 miglia. Il Cairo è sede di 
un Governatore generale inglese, che in altri tempi 
aveva semplicemente il titolo di Console generale. 
In tale condizione furono lord Cromer, sir Eldon 
Gorst, Kitchener. 

L'emigrazione europea si è fortemente sviluppata 



48 Capo primo 



in Egitto durante il secolo XIX, prima nei tempi 
del regno di Ismail, monarca ospitale e simpatiz- 
zante aon i costumi e la mentalità europea e quindi 
durante i tempi dell'occupazione inglese che ha 
aumentato la sicurezza e la prosperità del paese. 
Il principale prodotto è il cotone ; seguono il lino, 
la lana, i tessuti. Come minerali non si trovano 
che granito e marmi. È importante la frutticul- 
tura e l'allevamento degli animali domestici, prin- 
cipalmente dromedari, asini, cavalli e pecore. 

Abbiamo dato una rapida scorsa ai principali 
paesi del mondo che vennero colonizzati colle mi- 
grazioni di razze europee. Prima di chiudere defi- 
nitivamente questi pochi cenni non possiamo tra- 
scurare di fare menzione di un popolo classico per 
la storia delle migrazioni del mondo, gli Ebrei. 

Quando si accenna al popolo ebreo, si accenna 
ad un popolo migratore per eccellenza : è notoria 
la instabilità delle turbe levitiche ai tempi biblici. 
Dopo che neir anno 70 dell'era cristiana, Tito Ve- 
spasiano distrusse Gerusalemme, il popolo ebreo, 
pure avendo cessato di esistere come nazione, diede 
al mondo la prova più imponente della vitalità di 
una razza che sia stata fornita dalla storia. Già, 
nella regione di Babilonia, una vera moltitudine 
di ebrei era rimasta e si era stabilita, dopo la ce- 
lebre cattività. Due quartieri della città di Ales- 
sandria erano, fino da tempi remotissimi, occupati 
dagli ebrei e cosi in Antiochia, nella Siria e nelle 
città dell'Asia Minore, della Grecia, della Macedo- 
nia, dell' Illirico ed in Roma. 

Lo spirito ebraico aveva prodotto le due religioni 
trionfanti n.el medio evo, la cristiana e la musul- 



L'emigrazione italiana 49 

mana. Le nuove religioni rinnegarono e disprezza- 
rono il loro genitore, il giudaismo, ma non lo pote- 
rono distruggere. Dopo la rivolta ebraica capitanata 
da Barcocebba nel 135, la nazione definitivamente 
si disperse, prima in tutte le rive del Mediterraneo 
e del Mar Nero, poi in Ispagna, in Russia, in Inghil- 
terra, in Francia. 

Alcuni paesi, come in certi tempi V Inghilterra 
ed il Reame di Napoli, si difesero contro l'inva- 
sione ebraica, sia perseguitandola e cacciandola 
dal territorio, sia ponendole delle limitazioni. Sono 
celebri gli Editti di Edoardo I d' Inghilterra, i quali 
proscrivevano i membri della razza perseguitata, 
solo permettendo loro di asportare dal regno la 
loro proprietà. In altri Stati si impose agli Ebrei 
l'obbligo di risiedere in un quartiere chiuso (ghetto). 
Tale obbligo aveva evidentemente un carattere odio- 
samente restrittivo della libertà personale. Ogni 
tanto le popolazioni, aizzate da folle fanatismo, ec- 
citate dalle accuse di malefici, probabilmente molto 
fantastici, operati dalla razza pertinace e volon- 
taria, invadevano i ghetti, bruciandoli, saccheg- 
giandoli e spesso uccidendo la infelice popolazione 
ebraica. Gli Ebrei però, malgrado tutto, continua- 
vano a prosperare, anzi varie forme di procedura 
e di concetti giuridici accettati dalle nostre legi- 
slazioni moderne hanno la loro origine in privilegi 
e in concessioni speciali, fatte agli Ebrei dai Prin- 
cipi, non certo per simpatia verso la razza, ma per 
compensarli di imprestiti fatti e per incoraggiarli 
a fornire denaro. 

Dall'epoca dell' assedio di Gerusalemme, la razza 
ebraica ha sempre seguito il suo destino vagabondo, 



60 Capo primo 



quasi che fosse spinta da una strana fatalità. Una 
delle più interessanti emigrazioni ebraiche, è quella 
fatta dagli Ebrei, dietro gli eventi portati dall'In- 
quisizione e dal fanatismo religioso in Ispagna. Una 
vera popolazione ebraica si riversò dalla Spagna 
nell'Oriente, soprattutto in Tessalonica oggi Salo- 
nicco, dove essi portarono la lingua che ancora 
oggi si parla e che con termine levantino è detta 
« l'ebreo ». Tale gergo non ha nulla a che fare con 
la lingua ebraica, ma è un misto di portoghese e di 
spagnuolo, ed è parlato da quasi tutti gli ebrei di 
Oriente, di Grecia, di Bulgaria, di Turchia, di Russia. 

Con i nuovi tempi, tolte le barriere poste dai 
pregiudizi religiosi, gli Ebrei seguirono il destino 
fatale dell'umanità e varcarono l'Oceano. Nel Sud- 
America essi non allignarono grandemente. La classe 
degli ebrei che emigrò nel Sud-America è soprat- 
tutto quella dei russi, popolazione ignorante ed im- 
preparata commercialmente. Alcuni ricchi mece- 
nati di razza ebraica vollero anzi tentare di far 
sorgere nella provincia di Rosario dei nuovi falan- 
sterii ebraici per fondare nel Nuovo Mondo una 
specie di nazione sionistica ; ma i loro sforzi re- 
starono infruttuosi. 

Quello che è caratteristico degli Ebrei, è che, 
malgrado la loro proverbiale adattabilità, essi mal 
vivono a contatto di alcune razze, e soprattutto 
della razza ispanica in America e greca in Europa, 
e ciò per ragioni differentissime. La razza ispanica, 
cavalleresca e fanatica, li schiaccia col suo di- 
sprezzo ; la razza greca, colle sue tendenze mer- 
cantili, li opprime con la concorrenza. È perciò 
che è facile spiegare come male allignino gli Ebrei 



L'emigrazione italiana 51 

nel Sud- America, ed esulino da Salonicco e dai 
paesi evacuati dai Turchi ed occupati dai Greci. 

Nel Nord-America invece la invasione ebraica è 
rigogliosissima. Si dice che New- York sia la più 
grande città giudaica che esista al mondo ; e certo 
è il centro di irradiazione dell'immigrazione ebrea 
di tutto il grande paese americano. Anche nel Nord- 
America la grande maggioranza dell'elemento giu- 
daico, e soprattutto il sustrato, si trova nell'emi- 
grazione russa, mentre l'elemento dirigente è dato 
dagli ebrei tedeschi, più colti e fortemente prepa- 
rati. Attualmente in quasi tutti gli Stati Uniti esi- 
stono colonie ebraiche fiorenti e ricche. 

Nell'Occidente della Confederazione l'emigrazione 
ebraica è un fatto abbastanza recente. Essa pro- 
viene soprattutto dalla Russia, dal porto di Vladi- 
vostok e dagli altri porti del Pacifico. In un interes- 
sante suo rapporto, « l'immigration inspector » del 
porto di Seattle descriveva con fine ironia lo sbarco 
degli emigranti russi. Essi arrivano poveri, laceri, 
appena conoscendo qualche parola inglese. Le au- 
torità di emigrazione richiedono loro se vogliono 
impiegarsi nelle « farm », nelle fabbriche o in un 
lavoro industriale qualsiasi. Essi rispondono inva- 
riabilmente: « No, no, business, business! » Vogliono 
occuparsi di affari ! E pochi giorni dopo sbarcati 
è facile vederli « clerk » di un magazzino di rigat- 
tiere « second band store »; dopo un anno o due, 
aprono un negozio per conto loro e spesso dopo dieci 
anni sono milionari. 

L'ebraismo non ha avuto finora una grande in- 
fluenza sullo svolgimento della vita spirituale e po- 
litica americana, ma è destinato ad averne una 



52 Capo primo 



enorme e sempre più crescente, man mano che l'ele- 
mento ebraico immigrante nel paese aumenterà 
in quantità e migliorerà in qualità. Una gran parte 
dei musicisti, degli attori teatrali, degli artisti e so- 
natori sono ebrei e soprattutto ebrei russi, mentre 
invece gli ebrei tedeschi si sono impadroniti con re- 
lativa facilità di molte delle più importanti posi- 
zioni bancarie. Gli è che pochi ambienti si prestano 
allo svolgimento dell' attività degli Ebrei come la 
democrazia americana, e ciò in parte a causa delle 
loro grandi, anzi notevolissime qualità, in parte a 
causa di alcuni loro difetti. Le qualità sono spe- 
cialmente la tenacia ferrea, la praticità di vedute, 
lo spirito realistico scevro da qualsiasi preconcetto 
(all' infuori del sentimento di razza e della soli- 
darietà confessionale), la loro innegabile intelli- 
genza. I difetti sono, la mancanza di una vera e 
propria coscienza di nazionalità, o meglio di apparte- 
nenza ad uno Stato (staats angehorigkeit) ed il loro 
mimetismo, la loro plasmabilità, la loro ecccessiva 
adattabilità a tutti gli ambienti, che dimostra la 
mancanza di un vero e fiero sentimento di razza. 
Si deve riconoscere che l'America produce nella 
razza ebraica trasformazioni forse maggiori che in 
tutte le altre razze immigranti. Chi ha visto il sor- 
dido genitore barbuto, accovacciato nel suo nego- 
zio di rigattiere, balbettante un inglese imperfetto 
« broken english », mentre scrive l'ordine della 
mercanzia comandatagli con i geroglifici della an- 
tica lingua ebraica, non può non rimanere mara- 
vigliato quando conoscerà il figlio o la figlia, boy 
girl, appartenenti alla « Young hebrews associa- 
tion » ; ripuliti, colti, con intelligenza aperta alle 



L'emigrazione italiana 53 

idee moderne e scevra di pregiudizi di razza, con 
un'apparenza fiorente, robusta e sana! 

Non a torto 1' umorista americano Mark Twain 
prese le difese degli Ebrei, sostenendo che l' odio 
dei Cristiani è un odio di concorrenza, inquanto- 
chè gli Ebrei riescono egregiamente in tutto quello 
che si mettono a fare. Non è nella natura di que- 
sto libro di fare V apologia o la critica dello spi- 
rito ebraico, ci basti di osservare che nessun popolo 
nella storia ha mai applicato il concetto dell'emi- 
grazione nelle terre straniere, in un modo cosi 
vantaggioso a sé stessi ed alla propria stirpe come 
gli Ebrei. 



CAPO SECONDO. 

Tendenze generali dell'emigrazione nel secolo XIX. — Le 
migrazioni europee negli Stati Uniti. — Emigrazione 
ispanica e portoghese nel Sud -America. — I Tedeschi 
negli Stati Uniti e nel Brasile. — Emigrazione tempo- 
ranea dei popoli europei. — Emigrazione asiatica in 
Francia ed in America. — Gli Indù. — L' emigrazione 
gialla in Asia ed in America, — I gialli in California, 
nel Canada, nel Commonwealth australiano. 

Nel primo capitolo abbiamo cercato di ridurre a 
sottilissimo schema la storia dell'emigrazione at- 
traverso ai secoli. Sulla base dei dati storici for- 
niti cercheremo nel capitolo attuale, di rilevare i 
caratteri specifici dell' emigrazione moderna, cioè 
dei secoli XIX e XX, ponendo in luce quelle par- 
ticolari caratteristiche, per le quali l'emigrazione 
moderna si distingue dall' antica, e cercando di 
porne in rilievo le speciali tendenze. 

Abbiamo visto nella storia antica che i movi- 
menti migratorii, avevano un carattere collettivo 
e nazionale, e non individuale. Vedemmo le migra- 
zioni del medio evo, essere basate parzialmente su 
carattere economico, ma principalmente su motivi 
propulsori politici e religiosi. Nell'evo moderno in- 
vece, vedemmo che il sustrato dell'emigrazioni fu 
lo spirito d'avventura e delle conquiste geografi- 
che, e solo nel secolo XVI vedemmo incamminarsi 



L'emigrazione italiana 65 

verso i paesi nuovi scoperti le prime colonie di 
popolamento. 

Ma l'emigrazione moderna ed avente carattere 
prevalentemente economico, come noi la conce- 
piamo attualmente, non comincia a comparire nella 
storia che in principio del secolo XIX. Ciò si spiega 
con due fatti. Anzitutto la diversa struttura econo- 
mica della società moderna, basata sul capitali- 
smo, inoltre la diversa mentalità giuridico-politica 
dei membri dei nuovi aggregati speciali, gli Stati 
moderni. 

11 capitalismo ha creato gli scambi, i commerci 
internazionali, la sperequazione dei salari. Nei se- 
coli scorsi e soprattutto neir antichità, quando 
r umanità era flagellata da quel fenomeno econo- 
mico che noi modernamente chiamiamo « crisi » 
e gli antichi chiamavano carestie, periodi di fame 
e di miseria, al povero abitante dei borghi e delle 
campagne non restava che attendere la morte lenta, 
apportata dalla fame e dai patimenti. Come emi- 
grare in altri tempi ? I popoli si consideravano in 
istato di guerra permanente ; i popoli superior- 
mente sviluppati in civiltà chiamavano gli altri 
barbari. Escire dal territorio nel quale il proprio 
Sovrano esercitava la sua sovranità, bastava per 
essere fatto schiavo, ridotto in servitù. 

Quando il Cristianesimo addolci i costumi poli- 
tici dei popoli, questa mentalità xenofoba non cessò 
completamente. Il diritto feudale considerava l'abi- 
tante del contado come un accessorio della terra 
alla quale apparteneva. Lo straniero in certe tribù 
barbariche, doveva chiedere la protezione del Re 
di qualche membro della tribù, il quale aveva 



56 Capo secondo 



SU di lui il mundio o una specie di patria potestà. 
La conseguenza giuridica del mundio erano i diritti 
di « albinaggio » (alibi natus). È notorio nel diritto 
barbarico lo «jus naufragii » il quale concedeva 
il diritto di presa sugli oggetti trasportati dalla 
nave ed anche sulle persone. 

Tale stato di cose cominciò a modificarsi nei se- 
coli X e XI, soprattutto nei Comuni italiani, i quali 
impresero a formulare degli statuti speciali per gli 
studenti stranieri, per i mercatanti e per coloro 
che girovagavano nelle fiere. 

La Rivoluzione francese scosse fino alle fonda- 
menta i concetti del diritto feudale, ma molte tracce 
ne rimasero tuttavia sino in tempi assai vicini. 
Lo czar Alessandro II non abolì la servitù della 
gleba in Russia che con Vuhase del marzo 1861 ; 
la Cina non volle avere rapporti di sorta con gli 
stranieri prima del trattato di Nanking (29 ago- 
sto 1842) ; per costringere il Giappone ad aprire i 
suoi porti agli stranieri fu necessaria un' azione 
militare concertata tra l' Inghilterra, la Francia 
e gli Stati Uniti nel 1858, e solo forzatamente 
r Impero del Sol Levante, si rassegnò ad entrare 
in rapporti con gli stranieri e ad accoglierli dentro 
le sue frontiere. 

Anche nelle nazioni maggiormente progredite 
come r Inghilterra, restano latenti le tracce del 
diritto feudale. Prima del 1870 (statutory alien) 
mentre ogni straniero nato su territorio inglese 
doveva assumere forzatamente la cittadinanza brit- 
tanica, perdeva la cittadinanza stessa il suddito 
inglese nato all'estero. 

Il cambiamento di mentalità giuridica portò di 



L'emigrazione italiana 57 

conseguenza la libertà di emigrare, mentre il ca- 
pitalismo, gli scambi internazionali, la sperequa- 
zione dei salari dei diversi paesi, stabilirono e 
formarono delle correnti migratorie perenni, dando 
alla emigrazione il vero e proprio carattere di un 
fenomeno sociale permanente. Questa è la base 
storica dell' emigrazione moderna. 

Oggi l'operaio, il contadino, sentendosi liberi, 
non si rassegnano più alla fame o anche alle ri- 
strettezze, quando la miseria con le sue tristi ali 
batte alle porte dei poveri. Il contadino e l'operaio, 
che sanno dalle lettere dei paesani che oltre Oceano 
si guadagna largamente e non si stenta a trovare 
lavoro, venderanno i pochi stracci per espatriare. 
I vecchi, gli adulti, lasceranno forse il loro cuore 
a brandelli, nei ricordi del vecchio paese, ma i 
seme da essi procreato è destinato a popolare nuove 
terre, a fondare nuovi popoli. 

Si può cosi fin da ora stabilire il carattere pre- 
valentemente economico dell'emigrazione moderna, 
ma non bisogna escludere certo altri motivi di in- 
dole politica e religiosa. Cosi rilevammo nel primo 
capitolo l'affluenza stragrande dell'immigrazione 
irlandese negli Stati Uniti nella prima parte del 
secolo XIX; vedemmo che tale immigrazione si svi- 
luppò rapidamente da 13 726 immigranti dal 1821 
al 1860, a 435778 dal 1861 al 1870. Tale aumento 
dell' emigrazione irlandese certo fu prodotto in 
gran parte dalla viziosa ripartizione della pro- 
prietà dell' isola di San Patrizio, ma vi dovettero 
contribuire grandemente le lotte che straziarono 
r isola medesima tra il 1840 ed il 1868, per la fa- 
mosa questione politico-religiosa della «Home rule». 




58 Capo secondo 



% 



A quel tempo Daniele 0' Oonnel, era stato espulso, 
ma le agitazioni feniane si organizzavano in Ame- 
rica, dagli irlandesi profughi, i quali dovettero 
servire di richiamo all' emigrazione sviluppatasi 
dopo il 1861. D'altra parte le riforme del Gladstone 
del 1868, dovettero produrre un effetto benefico sul- 
l'emigrazione medesima che è calata nel 1901-1904 
a 131 152. 

Cosi non si può forse non attribuire un parziale 
motivo politico alla emigrazione russa in Svizzera 
ed in America nella seconda metà del secolo XIX. 
È notorio che dopo la Rivoluzione di Polonia nel 
1860 e l'uccisione di Alessandro II nel 1881, infieri- 
rono in Russia persecuzioni politiche contro i Po- 
lacchi ed i Nichilisti. L' emigrazione russa in 
America da 52 254 che era nel decennio 1871-80, 
divenne nel decennio 1881-90 di 307 309. 

Cosi si può dire degli Armeni. I malintesi tra 
r elemento musulmano e l' elemento armeno si 
possono dire secolari, però essi non avevano mai 
preso un carattere cosi acuto come negli ultimi 
cinquant' anni. Ciò si spiega facilmente anzitutto 
con il risveglio della lotta delle razze in Oriente 
ed inoltre per l' evoluzione del governo turco, da 
governo patriarcale e militare a governo di buro- 
crazia. Gli Armeni astuti ed intelligenti sono rapi- 
damente aumentati in potenza e ricchezza, ma il 
loro aumento di potere ha grandemente risvegliato 
la gelosia delle altre stirpi. Mentre nella prima 
parte del secolo XIX l'emigrazione dei Turchi era 
pressoché nulla, dal 1857-1912, emigrarono nella 
sola Repubblica Argentina, 98 000 turchi, la mag- 
gioranza dei quali armeni. 



L'emigrazione italiana 69 

L'emigrazione siriana si è sviluppata molto in 
questi ultimi anni parallelamente al movimento 
giovane turco, ed è notorio che questo movimento 
è sorto soprattutto grazie agli Armeni ed agli Ebrei. 
I Siriani attualmente hanno iniziato un regolare 
movimento migratorio non solo negli Stati Uniti 
e nelle altre parti dell'America, ma in tutto il 
bacino Mediterraneo, in Egitto e soprattutto in 
Francia. In seguito al « look out » fatto nel 1909 
dal signor Desbieff, presidente delle Raffinerie di 
zucchero di Saint-Louis, nei pressi di Marsiglia, 
furono licenziati 3000 operai in gran parte italiani, 
e furono sostituiti da turchi siriani. A Marsiglia 
l'invasione siriana era un fatto assai notevole in 
questi ultimi anni, e non sarebbe cessata se la 
guerra non vi avesse frapposto ostacoli. Attual- 
mente sono stati trasportati a Marsiglia dei « coo- 
lies » cinesi ed indo-cinesi, che sono destinati a 
sostituire la mano d'opera siriana in quei lavori 
dov' era adibita. 

L'elemento economico resta però sempre il carat- 
tere preponderante delle emigrazioni del secolo XIX. 
Lo vediamo chiaramente nello studio dell'emigra- 
zione tedesca. La Germania dopo la guerra del 1870, 
anziché soffrire di « dépopulation » come la re- 
pubblica sua vicina, ebbe un periodo di grave crisi 
dipendente da « ubervólkerung ». Compiuta l'unità 
germanica, questo era il male latente che minava 
la prosperità del grande Impero. Questo spiega 
come siano nati in Germania i partiti socialisti, i 
quali svilupparono appunto in quell'epoca, e questo 
spiega infine la conversione del principe di Bismark 
e dei dirigenti della politica tedesca, già sprez- 



60 Capo secondo 



zanti della politica coloniale, verso un indirizzo a<^| 
centuatissimo di politica coloniale ed espansionista. 

L'eccesso della popolazione mentre fece nascere 
la politica coloniale e d' emigrazione, il sorgere 
della grande industria in Germania, dette origine 
alle teorie espansioniste (weltpolitik) e produsse un 
effetto contrario sull' emigrazione, restringendola. 
Per lo studioso dei fatti sociali, questo ne costi- 
tuisce uno dei più interessanti del secolo XIX. 
L'aumento medio annuale geometrico degli abitanti 
dell' Impero germanico, prima del 1890, era vera- 
mente enorme e solo inferiore a quello dell'Inghil- 
terra, la quale aveva un grande sfogo nelle sue 
colonie. Dal 1861-86 tale aumento in Inghilterra fu 
del 13,12; in Germania dell' 8,60; in Italia del 7,18; 
in Belgio dell' 8,67. 

Abbiamo già osservato come la « ubervolkerung » 
producesse una emigrazione media annua negli 
Stati Uniti di 750 000 persone, nei quattro decenni 
1851-81 ; osservammo come nel 1881-90 tale media 
raggiungesse 1 500 000, ma ■ contemporaneamente 
alla nascita della grande industria e della politica 
coloniale in Germania, verso il 1890, nel decennio 
1891-900 l'emigrazione discese a mezzo milione di 
persone e diminuì della metà nel decennio poste- 
riore. 

Nella Repubblica Argentina emigrarono dal 1857 
al 1912, 52 829 tedeschi, mentre l'emigrazione "ger- 
manica in altri punti del Sud- America e soprat- 
tutto nel Brasile e nel Cile è assai più cospicua. 
Nel Brasile esistono tuttora dei villaggi quasi esclu- 
sivamente parlanti la lingua tedesca, con scuole 
tedesche, case di commercio tedesche, ecc. 



U emigrazione italiana 61 

L'influenza dell'emigrazione teutonica negli Stati 
Uniti non fu meno importante, specialmente per 
quello che riguarda l'adozione da parte degli operai 
americani delle idee che erano nate e che si anda- 
vano svolgendo circa l'organizzazione del lavoro. 

Racconta il Vigoroux nel suo interessantissimo 
libro sulla Concentrazione delle forze operaie nel-yì 
r America del Nord, che una delle prime federa- 
zioni di mestiere sórta verso il 1880 negli Stati 
Uniti, è stata la Federazione dei Tipografi tedeschi, 
« German- American Typographia ». I tedeschi per 
primi hanno dato al movimento operaio americano 
quello spirito di coesione e di associazione nel quale 
sono maestri. Dovunque del resto affluì l' emigra- 
zione teutonica (intendo in questo senso per teutoni 
tutti gli emigranti di stirpe germanica, svizzeri 
tedeschi, svedesi, olandesi) si svilupparono e fio- 
rirono immediatamente tutte le forme di unione 
collettiva degli emigranti della stessa razza, cir- 
coli, « verbindung » nelle birrerie, cori, confrater- 
nite, ecc. 

Gli Svizzeri-tedeschi, sono famosi per lo spirito 
di associazione. Essi possiedono, in quasi tutte le 
loro colonie, circoli spesso lussuosi, situati qualche 
volta anche in centri di importanza relativamente 
non grande, come per esempio in Portland Oregon 
dove la « Sviss hall » è uno dei più bei locali della 
città. Nella importantissima Federazione dei Came- 
rieri di caffè e di restaurant, associazione nume- 
rosa e divulgata in tutti gli Stati Uniti, i tedeschi 
e gli svizzeri hanno avuto sempre una parte di- 
rettiva. 

Anche in Europa del resto nella prima metà del 



62 



Capo secondo 



\ 



secolo XIX gli svizzeri avevano assunto una specie 
di monopolio dell'industria degli alberghi. Nella no- 
stra Milano, una vera falange di giovani svizzeri, 
soprattutto provenienti dalla Svizzera tedesca, è 
impiegata non solamente nelle industrie degli al- 
berghi, ma nelle banche, nelle agenzie di pubbli- 
cità e specialmente nei commerci i quali richie- 
dono per loro natura il contatto continuo con gli 
stranieri e la conoscenza delle lingue estere. 

Gli Svizzeri del resto sono sempre stati emigra- 
tori. Quei forti montanari nei secoli decorsi ven- 
devano la loro spada al Principe migliore offerente, 
lasciando una tradizione di valore militare e di fe- 
deltà. Oggi che le armi hanno cessato di costituire 
un' industria si danno ai commerci, ma non sono 
riluttanti al destino fatale che spinge i figli della 
piccola e forte nazione ad emigrare. Tenuto conto 
della popolazione della Svizzera, la sua emigra- 
zione è veramente enorme. Dal 1857 al 1912 sola- 
mente nella Repubblica Argentina sono emigrati 
31 068 svizzeri, mentre non erano emigrati nello 
stesso periodo che 5280 Nord-americani, 6000 olan- 
desi, 1600 svedesi, 17000 portoghesi. 

Un'altra nazione europea che dà un largo con- 
tingente alla storia dell'emigrazione nel secolo XIX 
è la Spagna. 

Parlammo distesamente delle colonie spagnuole 
nel primo capitolo. Rilevammo le tristi condizioni 
economiche nelle quali la Spagna aveva lasciato 
languire il suo Impero coloniale, ed infine osser- 
vammo come le colonie spagnuole non fossero mai 
colonie di popolamento ma sempre o quasi di sfrut- 
tamento. Ciò non pertanto le origini delle popò- 



Uemigrazione italiana 63 

lazioni bianche che colonizzarono il continente 
Sud-americano, sono spagnuole. L'indice della na- 
talità della Spagna attuale (sempre secondo l'au- 
mento geometrico annuale per mille abitanti) è 
abbastanza debole, non raggiunge che la cifra di 
4,08, mentre quello della Svizzera è di 6,31, quello 
dell'Olanda di 10,45, quello dell'Italia di 7,18. 
L'unica grande nazione europea che ha un indice 
medio di aumento di popolazione inferiore alla 
Spagna, è la Francia (2,41). Malgrado che la Spa- 
gna abbia perduto la quasi totalità del suo Impero 
coloniale, la sua emigrazione per l'America è tut- 
tora rilevantissima. L'emigrazione per gli Stati 
Uniti è trascurabile, discretamente numerosa quella 
diretta verso i paesi del Centro America, enorme 
l'emigrazione verso l'Argentina. Gli Spagnuoli si 
sono fatti una vera specialità delle migrazioni 
verso gli Stati del Piata, nella quale sono battuti 
per numero solo dagli Italiani. Dal 1857 al 1912 emi- 
grarono in Argentina 1 193 058 spagnuoli. In molti 
Stati della Repubblica Argentina, specialmente nel 
Nord (Tucuman, Rioja, Mendoza, San Juan) gli spa- 
gnuoli sono più numerosi degli italiani. 

Una caratteristica curiosa dell'emigrazione spa- 
gnuola, che del resto si riscontra qualche volta 
nei nostri emigranti delle province meridionali, 
è che mentre in essa prevale l'elemento agricolo, 
varcato l'Oceano, l'emigrazione spagnuola rifugge 
dalla terra, si accumula nelle città e nelle grosse 
borgate, si dà al piccolo commercio, alle profes- 
sioni ambulanti (venditori di frutta, arrotini, tosa- 
cani, spazzini, camerieri di caffè e di albergo). 

L' emigrazione degli spagnuoli, e specialmente 



64 Capo secondo 



n 



degli Andalusi in Argentina, non è molto apprez- 
zata. Gli Argentini li chiamano col nome dispre- 
giativo di « gallegos », ciò non pertanto essi di- 
mostrano forse in quel paese maggiori attitudini 
commerciali di noi e maggiore attitudine alla vita 
collettiva ed alla fraternità coloniale. Credo che 
se si facessero le statistiche dei grandi patrimoni in 
Argentina, attualmente posseduti dagli stranieri, 
forse i patrimoni ispanici sarebbero superiori agli 
italiani. D' altra parte i circoli spagnuoli. e le 
società, specialmente catalane, sono quasi sempre 
assai più fiorenti delle società italiane. I « centri 
catalani » però danno l' impressione di avere mi- 
nata la tranquillità della loro vita collettiva da 
tendenze separatiste (ferrerismo) e da sentimenti 
repubblicani. 

Una emigrazione spagnuola costante, e svilup- 
patasi soprattutto recentemente, si dirige verso 
l'Algeria, il Marocco, le coste meridionali della 
Francia. Abbiamo già osservato che in Algeria fu- 
rono censiti 177 475 spagnuoli. Nel Marocco l'emi- 
grazione spagnuola è la più importante delle emi- 
grazioni europee, non solamente nelle concessioni, 
spagnuole, ma anche ed anzi soprattutto, nelle città 
francesi come Casablanca. Una emigrazione tem- 
poranea spagnuola numerosissima si rivolge alle 
coste meridionali della Francia. A Marsiglia una 
località industriale, presso l'Estaque, è detta Rio 
Tinto, nome ispanico preso dalla località, per l'af- 
fluenza degli immigranti spagnuoli dimoranti nei 
dintorni. Gli Spagnuoli, anche in Francia, rifug- 
gono dall'agricoltura e si danno di preferenza al 
lavoro industriale. La grande fabbrica di prodotti 



L'emigrazione italiana 66 

chimici dei fratelli Mante, nei pressi di Marsiglia, 
ha sempre impiegato una grande quantità di spa- 
gnuoli. 

Un piccolo popolo, assai interessante per la storia 
dell'emigrazione, è il Belgio. Anche il Belgio, mal- 
grado laristrettezza della sua popolazione(7 500 000) 
emigra moltissimo. La specialità dell' emigrazione 
belga è l' espatrio temporaneo, soprattutto in Fran- 
cia, dove negli ultimi anni del secolo XIX i Belgi 
avevano assolutamente invaso tutto il bacino della 
Mosa e della Somme. L'invasione belga nelle pro- 
vinole minerarie francesi aveva talmente impres- 
sionato i dirigenti della politica francese, che si 
afferma, che essa sia stata il motivo principale della 
nuova legge francese sulla cittadinanza del 1890, 
per la quale è considerato forzatamente francese, il 
figlio di straniero nato in Francia, quando uno dei 
due genitori, pure essendo riputato straniero in 
forza delle antiche e tradizionali disposizioni del 
Codice francese, sia nato in Francia. Per questa 
legge varie migliaia di belgi residenti nel territorio 
della Repubblica diventarono d'un colpo francesi. 

Un popolo, invece, il quale, nonostante la sua 
grande importanza storica ed economica, dà un 
contingente minimo all' emigrazione, è il popolo 
francese. L'espansione della razza gallica è straor- 
dinariamente sproporzionata alla enorme influenza 
morale ed intellettuale, esercitata nel mondo, dal 
pensiero e dalla lingua francese. L' unico paese 
dell'antico Impero coloniale della Francia, che sia 
popolato in gran parte di francesi, i cui discen- 
denti parlino ancora la lingua originaria, è il Ca- 
nada, nel quale, come già dicemmo, gli abitanti di 



66 Capo secondo 



razza francese ammontano ad 1 650 000. L'elemento 
francese nel Canada, al contrario di quanto avviene 
nella Madre Patria, ha un forte indice di natalità, 
notevolmente maggiore dell'elemento protestante 
inglese. 

Negli Stati Uniti l' emigrazione francese è as- 
sai limitata, nonostante che la situazione di essi, 
nella grande Confederazione, sia veramente privi- 
legiata in confronto di tutte le altre nazionalità. 
La recente guerra ha risvegliato nei Nord-ameri- 
cani i ricordi dell'indipendenza, e dell'aiuto portato 
dal La Fayette e dal Rochambeau ai primi insorti 
americani. Durante il conflitto europeo una maggio- 
ranza dell'elemento americano simpatizzava forse 
per r Intesa, ma sicuramente la quasi totalità de- 
gli americani stessi, simpatizzava per la Francia, 
perfino talvolta gli americani di discendenza te- 
desca. 

L'emigrazione francese nella Confederazione è 
composta principalmente di baschi, appartenenti 
alla unica provincia veramente migratrice della 
Francia. Essi negli Stati Uniti del Centro e del- 
l'Occidente, si sono fatti una vera specialità nelle 
industrie afì3niallalavaturadella biancheria (franch 
hand laundry) e della industria del lattivendolo. 
Negli Stati orientali, i francesi sono spesso came- 
rieri, « maìtres d'hotel », meccanici, ecc. 

Il paese però dove i Francesi emigrano di pre- 
ferenza è la Repubblica Argentina, dove l'emigra- 
zione francese nel sopra citato periodo 1857-1912, 
segui immediatamente per ordine d' importanza 
alla emigrazione spagnuola, con 204 304 immigranti, 
e fu seguita immediatamente dalla emigrazione 



L'emigrazione italiana 67 

russa (124 536) ed austro-ungarica (77 627). L'emi- 
grazione francese in Argentina gode certo molte 
simpatie, riflesso del fascino irresistibile che eser- 
cita dovunque la geniale nazione, ma la situazione 
dei Francesi non è cosi privilegiata come negli 
Stati Uniti, e ciò dipende, bisogna confessarlo, dalla 
qualità assai scadente dell' emigrazione che la 
Francia manda verso l'Argentina. In Buenos Aires 
certamente i Francesi si sono acquistati un'ottima 
rinomanza come industriali ed ingegneri ed in al- 
cune altre province l'elemento francese, composto 
in gran parte di chimici e di enotecnici (Mendoza, 
San Juan, Cordoba), è altamente apprezzato, ma 
risulta a carico della buona rinomanza del con- 
tingente emigratorio della nazione sorella l'enorme 
numero di fanciulle, che si recano in quei paesi, 
purtroppo spesso accompagnate da sfruttatori, per 
esercitare la prostituzione. Nel 1912 il numero delle 
prostitute francesi esercitanti la loro triste indu- 
stria si faceva ascendere a circa 3000 ! 

L'emigrazione delle prostitute, è del resto una 
triste specialità di alcuni popoli, anche civilissimi 
e coltissimi. 

Prima della guerra europea l' Ungheria aveva 
una corrente costante di emigrazione di fanciulle 
dedite alla prostituzione propriamente detta o 
quanto meno dedite a professioni assai pericolose 
per la vita morale della donna (chellerina, corista, 
cantante di caffè-concerto). Le fanciulle ungheresi 
si recavano in Austria e in tutta 1' Europa cen- 
trale. 

In Oriente tale specialità era assunta dalle ru- 
mene, specialmente originarie della Valacchia. Una 



68 



Capo secondo 



vera folla di fanciulle rumene si riversava rego- 
larmente sui mercati della prostituzione di Costan- 
tinopoli e del Cairo. 

In Cina, dove la morale della donna è rigoros 
sima, la prostituzione è esercitata dalle giapponesi 
ed è organizzata nei cosi detti « joshivaras », dove 
le fanciulle sono raccolte in seguito ad una specie 
di contratto, che ne vincola la loro libertà perso- 
nale. Turpi impresari assumono tali contratti, per 
esportare le fanciulle in tutte le città dell'estremo 
Oriente. 

Un altro popolo presso il quale la storia del- 
l'emigrazione ha tradizioni antichissime sono i 
Greci. 

La Rivoluzione ellenica in principio del se- 
colo XIX non era stata preparata solamente in 
Grecia, ma era stata fomentata soprattutto dalle 
popolazioni elleniche viventi all'estero, e godenti 
di un assai maggior benessere commerciale e svi- 
luppo intellettuale, che non i poveri pastori viventi 
neir Eliade. Erano principalmente i Fanarioti di 
Costantinopoli che fornivano il denaro per la Rivo- 
luzione, i greci delle isole e dell'Asia Minore. Le 
« eterie » si formavano assai più spesso a Parigi 
e a Londra, che non nella Grecia propriamente 
detta. 

Nonostante la dominazione turca, la marina mer- 
cantile greca si era assai sviluppata ed aveva 
assorbito una gran parte del traffico del Mediter- 
raneo. Nel Trattato di Adrianopoli del 14 settem- 
bre 1829, l'indipendenza della Grecia venne ufficial- 
mente riconosciuta. Da quei tempi l' emigrazione 
greca non ha cessato di fiorire. I greci all'estero 



L'emigrazione italiana 69 

non sono né agricoltori né operai, ma soprattutto 
marinari e commercianti. Le colonie greche, anche 
se non numerose, sono influenti per la loro potenza 
finanziaria. Anche fuori dei paesi che possono dirsi 
di lingua greca, come la Turchia europea e le 
coste turche dell' Anatolia, si trovano ancor oggi 
fiorentissime colonie greche. Primeggiano le colonie 
dell'Egitto, nel quale i greci costituiscono il nucleo 
europeo più importante ; viene poi la colonia di 
Marsiglia, la quale se non é la più numerosa colo- 
nia greca del Mediterraneo e la più numerosa co- 
lonia straniera che alberghi ed ospiti la bella città 
focea, é con molta probabilità la più ricca. I prin- 
cipali nomi della colonia greca di Marsiglia (Zarifl, 
Zafìropulos, Rodocanachi, Maurocordato, Mauroieni, 
Paleologos, Scaramongas, Vlastos) sono alleati per 
parentela ad altri importantissimi nomi di finan- 
zieri stabiliti a Londra, a Parigi, a Livorno, a 
Barcellona. I greci sono altresì armatori. Alcune 
importanti ditte, come la ditta Teofilatos, hanno 
la loro sede a Sulina (Rumania) e filiali a Marsi- 
glia, a Bordeaux, a Londra. 

Ci resta finalmente a parlare di altri popoli mi- 
gratori, meno noti a noi europei, ma la cui impor- 
tanza nella storia dell'emigrazione avrà nel futuro 
effetti assai più gravi, quanto meno attesi da noi 
Europei, racchiusi nella nostra tradizionale men- 
talità che tende a disinteressarsi dei fatti che tra- 
scendono gli orizzonti della nostra vecchia Europa. 
Alludo specialmente all'emigrazione gialla. 

I due grandi popoli dell'estremo Oriente, già rin- 
chiusi uno nella muraglia della Cina, l'altro nelle 
strettoie della vecchia Costituzione feudale giap- 



70 Capo secondo 



ponese, hanno iniziato regolari correnti di emi- 
grazione air estero solo da poche diecine di anni. 

I « coolies » cinesi già sospinti dall'impulso inco- 
sciente del male che insidia il loro vecchio paese, 
la « ubervolkerug », hanno già invaso i porti delle 
Indie, le province del Sud-Africa, le isole dell'Au- 
stralasia, la Papuasia e l'Australia. Già nel primo 
capitolo abbiamo accennato all'esistenza di 20 000 
cinesi nello stato di Queensland (Australia). Men- 
tre gli Spagnuoli in secoli di dominazione, non 
erano riusciti a popolare le isole Filippine, alber- 
ganti oggi 7 000 000 di malesi, che con una popo- 
lazione europea in proporzione irrisoria, i Cinesi 
vi sono penetrati e vi aumentano continuamente. 
L' Abbott, nel suo recente libro suU' emigrazione 
gialla, osserva che i Filippini hanno preso dalla 
Spagna la religione ; essi sono ferventi cattolici, ed 
in tale qualità disprezzano i Cinesi come pagani, ciò 
non pertanto la mano d'opera cinese si impone in 
quei paesi ogni giorno di più, malgrado la concor- 
renza della mano d'opera malese. 

È interessante riportare come parla dei Cinesi 
un geniale autore francese d' emigrazione : « Essi 
« sono troppo numerosi in patria, soprattutto nel 
« Sud, ed hanno sempre cercato fortuna in paese 
« straniero. Furono essi che istallati a Chou Leu 
« fecero la prosperità della Cocincina, ma molti, 
« da un certo tempo, emigrano in America. Come 
« i Francesi, gli abitanti del Celeste Impero, ado- 
« rano il loro paese, al quale non trovano nulla 
« da paragonare in bellezza. Come i Francesi non 
« lasciano mai il suolo natale senza speranza di 
« ritorno. Si sono formate delle Compagnie di na- 



U emigrazione italiana 71 

« vigazione per trasportarli all' estero. Una volta 
« il prezzo convenuto, la sola condizione che ogni 
« cinese pone alla sua partenza, è, che se egli 
« muore per istrada, il suo corpo sarà trasportato 
« presso le tombe degli avi. Il battello che ci 
« fece traversare l'Oceano Pacifico, ne conduceva 
« a San Francisco 1077. Durante la traversata si 
« vide uno spettacolo curioso. Un europeo essendo 
« morto, fu gettato in mare, mentre tre cinesi fu- 
« rono imbalsamati. Strano risultato della civiliz- 
« zazione ! In America, invece di spandersi nei 
« differenti Stati, restano quasi tutti in California. 
« Sobri e laboriosi, essi sono dei lavoratori ricer- 
« catissimi. La loro giornata non costa che un dol- 
« laro, mentre l'americano ne domanda due. Nel 
« principio del 1882 in California se ne contavano 
« 80 000. Questo grande numero non tardò ad in- 
« quietare i lavoratori del paese, i quali nei « mee- 
« tings » si lamentarono di questa invasione degli 
« orientali. Il loro argomento era il seguente: I Ci- 
« nesi, è verissimo, lavorano per un dollaro mentre 
^< noi lavoriamo per due, ma è altrettanto vero, che 
« mentre noi spendiamo nel paese il prodotto della 
« nostra giornata, il cinese, eccessivamente sobrio 
« ed economo, mette da parte nove decimi del suo 
« guadagno; quando la somma è sufficientemente 
« rotonda, egli ritorna nel suo paese » (Bournand, 
Au Pays du Bollar). 

Furono manifestazioni di tale malcontento le 
famose « Alien Land Laws ». Tali leggi, da una 
parte, limitarono il diritto di possedere beni sta- 
bili in America a coloro che non fossero cittadini 
americani, dall'altra posero grandissime restrizioni 



72 Capo secondo 



alla emigrazione gialla, alla quale non si accorda 
la nazionalizzazione. L' agitazione contro i gialli 
giunse alla fase critica nel 1905. In queir epoca 
quasi tutti gli Stati americani della costa del Pa- 
cifico aderirono alle Alien Land Laws. Nello Stato 
di California, si giunse ad iniziare una agitazione, 
perchè fossero aperte delle scuole speciali, nelle 
quali potessero essere educati i giovinetti gialli, 
i quali in tal modo non avrebbero avuto il privi- 
legio di sedere sui medesimi banchi di quelli di 
razza bianca. Il tatto del presidente Roosevelt, 
attenuò in parte gli effetti disastrosi che queste 
agitazioni avevano prodotto sulla politica estera 
degli Stati Uniti. 

L' agitazione contro i Giapponesi in ispecie, ha 
raggiunto una fase acuta molto maggiore di quella 
contro i Cinesi; solamente gli Stati occidentali della 
Confederazione non hanno osato prendere contro 
l'immigrazione dal paese del Sol Levante gli stessi 
rimedi radicali presi contro l'immigrazione dal Ce- 
leste Impero, per la quale vige praticamente il di- 
vieto assoluto. Il Governo federale, vuole evitare 
complicazioni internazionali, tanto più sgradite agli 
Americani, in quanto i piccoli Japs hanno, nell'ul- 
tima guerra, dato prova di non lasciarsi intimorire 
dall' alta statura dei popoli avversari ! 

Ad ogni modo una serie di misure sono state 
imposte per limitare l' immigrazione giapponese. 
Una parte di tali misure sono state prese d'ac- 
cordo col Governo imperiale giapponese, il quale 
non ha mancato di osservarle lealmente, trattan- 
dosi di misure di carattere interno. A tale cate- 
goria appartengono le disposizioni di controllo del- 



L'emigrazione italiana 78 

l'emigrazione, le disposizioni concernenti il diritto 
di rifiutare gli immigranti « undesirables », sul- 
l'obbligo dei Giapponesi di fornirsi di passaporti 
vistati dai commissari americani. 

Riportiamo le disposizioni dell' « agreement » 
tra gli Stati Uniti e il Giappone del 1907: « Il 
« Governo giapponese rilascerà passaporto per il 
« continente degli Stati Uniti, solamente ai sud- 
<( diti non aventi carattere di operai, o se operai, 
« quando si recano nel continente dove erano stati 
« precedentemente domiciliati per raggiungere un 
« parente, la moglie, i figli dimoranti quivi o per 
« assumere l'amministrazione di beni precedente- 
« mente posseduti o di un fondo già precedente - 
« mente gerito ». 

Esistono altresì delle disposizioni di carattere in- 
terno americano, come prima di tutto la « Alien 
Land Laws » votata dal governo della California 
il 19 maggio 1912, per la quale non possono posse- 
dere beni stabili « real property », in proprietà 
in eredità, gli stranieri che non abbiano mani- 
festato l'intenzione di divenire cittadini americani, 
cioè, fatto domanda di ottenere la cosi detta prima 
carta di cittadinanza. Un' altra misura interna è 
il divieto dell' emigrazione indiretta. La storia di 
tal divieto è la seguente. Quando gli Stati Uniti 
primieramente cominciarono a porre ostacoli con- 
tro r emigrazione gialla, i Giapponesi trovarono 
subito un ripiego: si recavano alle isole di Hawai, 
nel Canada, nel Messico, e da questi Stati entra- 
vano poi nella Confederazione. Mentre dal Canada 
e dal Messico generalmente venivano attraversando 
di contrabbando le frontiere vaste e mal sor ve- 



74 Capo secondo 



gliate, dalle isole di Hawai, già incorporate alla 
Confederazione americana, si potevano liberamente 
recare negli Stati Uniti, giacché secondo la legge 
interna di immigrazione, la provenienza di Hawai, 
non poteva considerarsi provenienza dall'estero. 

Fino dal 1900 (vedi l'interessantissimo libro di 
H. A. Millis « The japanese problem in the Uni- 
ted States »), cioè prima dell'annessione delle isole 
di Hawai agli Stati Uniti, su una popolazione to- 
tale di 154 000 persone in quelle isole, esistevano 
61 111 giapponesi. Sopravvenuta una crisi nella 
mano d'opera lavorante nelle piantagioni di zuc- 
chero, quasi tutti emigravano negli Stati Uniti. 
Nel rapporto dell'ispettore Brower, redatto nel 1907, 
si afferma che nei precedenti due anni, erano ar- 
rivati nel Messico 10 000 giapponesi, dei quali, due 
anni dopo, solo 1000 ne restavano nel Messico. Nc^B 
risultando che essi fossero tornati nel Giappone, 
è ovvio, che devono essere passati negli Stati 
Uniti. Altrimenti non si spiegherebbe la moltipli- 
cazione dell' emigrazione gialla in tutti gli Stati 
occidentali, nonostante i divieti ed i controlli, che 
tendono a limitarla. I passaporti dati dal Governo 
giapponese per il Messico però diminuirono subito, 
giacché le autorità americane fecero presente tale 
inconveniente al Governo imperiale giapponese. 
Nel 1907 erano stati dati 3945 passaporti, nel 1908 
solo 18, nel 1909 solo 13, nel 1913 solamente 106. 
Nel 1911 furono ammessi nel Canada 727 giapponesi 
e nel 1913, ne furono ammessi 886. 

Risulta dalle relazioni dei commissariati del- 
l' emigrazione americani, che è stato ammesso, 
dopo l'applicazione delle nuove norme dell'accordo 



L'emigrazione italiana 76 

americano-giapponese, il seguente numero di emi- 
granti : 9544 nel 1908, 2432 nel 1909, 2598 nel 1910, 
4282 nel 1911, 5358 nel 1912, 6761 nel 1913. I giap- 
ponesi entrati in questi anni nella Confederazione, 
ammontano quindi ad una cifra totale di 30 985, 
tale cifra però è largamente compensata dai giap- 
ponesi ripartiti per il loro paese che risultano 
in numero di 31 777. 

Secondo le statistiche più recenti i giapponesi 
viventi in California sarebbero 42 089, nel Washin- 
gton 10150, nel Colorado 3342, nell' Idaho 1117, 
nell'Oregon 2762. In totale i giapponesi esistenti 
attualmente negli Stati Uniti sarebbero 95 679. 

La legge che impedisce alle razze gialle l'acqui- 
sto della cittadinanza americana, è certo un gran 
freno alla loro immigrazione negli Stati Uniti. La 
statistica è eloquente. Secondo il censimento del 
1910, vi sarebbero stati negli Stati Uniti 712 812 
immigranti italiani maschi superiori a 21 anno. Di 
questi sarebbero stati naturalizzati 126 523. Nella 
stessa epoca esistevano 737 120 russi, 1 278 677 tede- 
schi, 1 211 182 inglesi nelle stesse condizioni, dei 
quali diventarono cittadini americani rispettiva- 
mente 192 264 russi, 889 007 tedeschi, 770 094 in- 
glesi, mentre dalle statistiche non risulta che al- 
cun giallo (ad eccezione dei pochissimi immigrati 
già naturalizzati alle isole di Hawai) abbia preso 
la cittadinanza americana. A quell'epoca però vi 
erano 22 130 cinesi e 24 391 giapponesi, nati nel 
territorio degli Stati Uniti, i quali forzatamente 
sono cittadini americani. 

Questo stato di cose però non scoraggia eccessi- 
vamente l'emigrazione gialla. Essa seguita ad af- 



76 Capo secondo 



fluire neir Occidente degli Stati Uniti, sia nelle 
forme legali, sia in contrabbando, sia sotto la 
specie di cittadini hawaiani e filippini. I gialli 
sulla costa del Pacifico già dominano i mercati di 
commestibili e di vegetali, ed hanno fatto un mo- 
nopolio delle professioni servili alle quali sono re- 
frattari gli europei americanizzati. Quello che è 
strano è che gli americani rifiutano la cittadinanza 
t ai gialli mentre la concedono ai negri, i quali mal- 
grado gli sforzi dei filantropi che cercano di mi- 
UJgliorarli ed educarli, si dimostrano in tutto e per 
N tutto una razza inferiore. Ciò nonpertanto l'erai- 
jgrazione gialla seguita ad imporsi sui mercati 
'd'America, e si impone perchè è radicalmente, pro- 
fondamente buona. 

Per finire il presente capitolo riporterò una frase 
di un bellissimo messaggio all'America del barone 
Kondo: « La miglior categoria di immigranti è 
« quella il cui lavoro è a buon mercato. Se il lavoro 
<( fosse tutto a buon mercato per sé stesso, non 
« sarebbe necessario di fare distinzione di razza. 
« Ora i Giapponesi sono i lavoratori producenti più 
« a basso prezzo. Per tale ragione molti lavoratori 
« bianchi oziosi tentano di farli escludere dalla 
« Confederazione. Ciò non è solamente irragione- 
« vele ma è contrario agli interessi degli Ame- 
« ricani.... ». 



CAPO TERZO. 



Inizi delPomigrazione italiana. — Tendenze migratorie ere- 
ditate dalla storia. — I Veneziani e 1 Genovesi in Oriente. 
— I Fiorentini in Francia. — Inizi dell'emigrazione ita- 
liana nel secolo XIX. — Emigrazione in Argentina, in 
Brasile, negli Stati Uniti, in Egitto, in Algeria, in Fran- 
cia. — Caratteri speciali dell'espansione emigratoria ita- 
liana in Oriente. — Le colonie d'Oriente e loro forma- 
zione. 



Poco si conosce della storia antichissima della 
nostra penisola. Tanto la tradizione che la scienza 
si accordano nell'attribuire il primo popolamento 
della penisola medesima ad una immigrazione. Pare 
che i primi popoli di stirpe ariana popolanti l'Ita- 
lia, fossero i cosidetti Pelasgi, dei quali assai poco 
si sa. 

Quando dalla preistoria si passa alla storia pro- 
priamente detta, troviamo i popoli d'Italia cosi di- 
visi. I Galli cisalpini, di origine celtica, nella valle 
del Po; ad oriente i Veneti, ed i Liguri ad occidente; 
nell'Italia centrale gli Etruschi; gli Iapigi nella Ca- 
labria e nella Puglia ; i Greci nella Magna Grecia. 
Tra le suddivisioni inferiori troviamo i Latini, che 
dovevano poi sovrapporsi a tutte le razze mediter- 
ranee, gli Umbri, i Sanniti, i Lucani. 

I popoli etruschi erano altamente migratori e co- 



78 Capo terzo 



lonizzatori. Avevano passato il mare per occupare 
le isole dell' Arcipelago toscano e perfino la Sar- 
degna e la Corsica. 

Secondo la tradizione Roma sarebbe stata fon- 
data verso il 753 avanti Cristo, forse da popola- 
zioni venute dall'Oriente. Nei secoli VI e VII avanti 
Cristo, la città crebbe e si consolidò. La politica 
romana cominciò a sorpassare i confini dell' Etru- 
ria e dell' Italia centrale, tra gli anni 500 e 300 
dell'era volgare, nei quali i Romani erano già ve- 
nuti a contatto colle migrazioni provenienti dalla 
Gallia (calata di Brenno con i Galli Senoni nel 390 
avanti Cristo). Nel secolo seguente la politica ro- 
mana, divenne, come si direbbe con vocabolo mo- 
derno, decisamente imperialista. Le guerre con 
Pirro e le guerre puniche portarono Roma a domi- 
nare l'Africa settentrionale. Tra l'anno 197 e 78, le 
guerre contro Filippo III di Macedonia, Antioco III, 
e la guerra giugurtina, resero Roma la vera regina 
del Mediterraneo. 

I Cimbri ed i Teutoni avevano già cercato di in- 
vadere r Italia nel 103, ma furono ricacciati in Pro- 
venza dal console Caio Mario, e negli anni poste- 
riori da Giulio Cesare, che li insegui fino nel cuore 
della Gallia transalpina e della Germania, loro 
paese d'origine. In questi anni la forza colonizza- 
trice di Roma rimase fondata con una impronta 
indelebile, destinata a vincere i secoli. Già Giulio 
Cesare aveva distribuito una parte delle terre 
conquistate ai suoi legionari, i quali sul ramo cel- 
tico della lingua delle Gallio, innestarono per sem- 
pre una lingua neo-latina. Altrettanto fecero in 
Ispagna i legionari di Scipione e Pompeo. 



L'emigrazione italiana 79 

Sorto r Impero romano, la dominazione romana 
si estendeva dall'Oceano Atlantico e dalla Lusita- 
nia (Portogallo) sino all'Egitto, all'Arabia Petrea, 
alla Siria, alla Mesopotamia. Le colonie imperiali 
di Traiano neir anno 117 dell' èra cristiana, colo- 
nizzarono la Dacia (Rumania) ed anche là, presso 
le onde del Danubio inferiore, la favella latina, 
leggermente trasformata dall'amalgama slavo, do- 
veva lasciare una traccia indelebile. 

Nell'anno 306 dopo Cristo, l'imperatore Costan- 
tino trasferi a Bisanzio la capitale dell' Impero, 
dando origine all'Impero d'Oriente. Roma restò la 
sede dell'Impero d'Occidente e la sede del Papa, 
capo della Chiesa cattolica, chiesa di per se stessa 
non nazionale, ma universale e mondiale. 

Ma la storia d'Italia propriamente detta, comin- 
cia nel 476, quando Odoacre assunse il governo 
della Penisola, sotto l'alta sovranità dell'Impera- 
tore d'Oriente. 

L'Italia, dal secolo IV fino al secolo X, fu quasi 
sempre straziata dalle invasioni straniere. Agli 
Eruli succedettero gli Ostrogoti, a questi i Greci, 
i Longobardi, i Franchi, i Provenzali, i Bavari, i 
Tedeschi. 

L'espansione intellettuale del pensiero e della 
coltura italica però non cessò con le invasioni dei 
barbari. Le monarchie barbariche stabilitesi in Ita- 
lia sentivano presto il bisogno di assorbire la col- 
tura romana. I re barbari appena giunti al trono 
si circondavano di sapienti italiani che potessero 
divulgare il verbo dell'antica Roma. Ciò fecero i re 
longobardi. Teodorico, Carlo Magno, gli imperatori 
Carolingi. 



80 Capo terzo 



Lo stesso Carlo Magno aveva un italiano, tal 
Pietro Pisano, come maestro di rettorica alla sua 
Corte di Aquisgrana. Altri sapienti italiani risie- 
devano alle Corti degli imperatori tedeschi, dei re 
francesi e britannici. Le antichissime università 
di Bologna e di Padova inviarono insegnanti nelle 
prime accademie sorte in Europa, allo Studio di 
Londra ed alla Sorbona di Parigi. Un altro gran- 
dissimo fattore dell'espansione del pensiero italico 
era la Chiesa romana, con la sua lingua liturgica, 
con i suoi sacerdoti, con le sue tradizioni latine. 
Il monachesimo pare conducesse dei religiosi ita- 
liani nelle più lontane regioni, sino dal più remoto 
medio evo. 

Tutte queste cause storiche e politiche, spiegano 
facilmente come sia nato nella stirpe italica, quello 
spirito migratore del quale essa ha dato cosi grandi 
prove nei secoli posteriori. 

L'epoca caratteristica nella quale si può studiare 
con particolare rilievo la prima storia dell'espan- 
sione dell' italianità, fu quando sorsero le nostre 
repubbliche del medio evo. Infatti il carattere cat- 
tolico, universale dell' Impero romano, aveva osta- 
colato la formazione di una vera e propria naziona- 
lità italica. Molti degli imperatori romani non erano 
affatto italiani ; Traiano era spagnuolo, Diocleziano 
era nato sulla costa dell'Illirico, Valentiniano era 
nato in Pannonia. 

Caduto r Impero romano, l' Italia invasa dagli 
stranieri si dibatteva dolorosamente in convulsioni 
politiche, tra l'ombra di un Impero che non era 
più ed i principii di una nazionalità che si andava 
appena formando. Ma dopo il 1000, quando le no- 



L'emigrazione italiana 81 

stre repubbliche, già sorte, cominciarono a dare 
splendide prove della loro vitalità, già si scorgono 
distintamente i primi sintomi della vocazione mi- 
gratoria degli Italiani. 

Le isole della laguna veneta erano venute popo- 
landosi sino dai secoli V e VI, principalmente di pro- 
fughi dalle invasioni unne. Solo con l' elezione del 
primo Doge nel 697, cominciò l' indipendenza della 
Repubblica veneta. La Repubblica si dibattè prima 
in lotte difensive contro gli Slavi e gli Avari, e poi 
per tutto il secolo VII, in lotte di predominio tra i 
Patriarchi di Aquileia e di Grado, ed in lotte con- 
tro i Longobardi ed i Franchi. 

Nel secolo Vili, sotto i dogi Partecipazi, comincia 
la meravigliosa espansione di Venezia in Oriente. 
I Partecipazi avevano condotto lotte nel Mediter- 
raneo contro i Saraceni ed i pirati narentani. La 
marina veneta già cominciava ad essere nota in 
Oriente. Neil' 836 il corpo di San Marco veniva tra- 
sferito a Venezia da Alessandria di Egitto, e dive- 
niva Santo protettore della Repubblica. 

Anche nell'Italia meridionale sorgevano delle 
repubbliche marinare. Nel secolo VII il ducato di 
Napoli era sotto la dipendenza dell'Esarca di Ra- 
venna, ma nel secolo Vili, dopo l' invasione araba, 
Napoli, Gaeta ed Amalfi si costituirono in libertà. 

L'autorità imperiale aveva molto perduto in Ita- 
lia dopo la morte di Carlo Magno. Molte città già 
sottomesse ai Franchi, approfittarono della deca- 
denza carolingia per sviluppare i loro ordinamenti 
municipali ed organizzarsi a libertà. Fu cosi che 
sorsero le repubbliche di Pisa, Genova, Firenze. 
Tali repubbliche e soprattutto Genova, Pisa, Amalfi, 



82 Capo terzo 



si svilupparono assai col commercio marinaresco 
e si dedicarono ai traffici con l'Oriente, i quali as- 
sunsero grande importanza nel secolo XI, per l'aiuto 
portato dalle repubbliche marinare ai Crociati. 

Genova e Pisa avevano molti possedimenti in Sar- 
degna ed in Corsica, per i quali erano già scoppiate 
varie lotte tra quelle due repubbliche. Le galee 
pisane, insieme alle veneziane ed alle genovesi 
avevano combattuto assai prima del 1000, le scor- 
rerie saracene, ed avevano scortato i pellegrini in 
Terra Santa. 

Durante la prima Crociata, pare che Venezia 
mandasse il doge Vitale Michiel, con 200 navi, ad 
espugnare Smirne. Genova mandò 28 vascelli al 
comando di Guglielmo Embriaco. Pisa mandò 120 
navi sotto l'arcivescovo Daimberto, poscia patriarca 
di Gerusalemme. Tali aiuti recati ai Crociati por- 
tarono dei grandi vantaggi alle nostre repubbliche. 
Già i Veneziani possedevano il diritto di quartiere 
in Costantinopoli; dopo le Crociate, i Pisani ebbero 
la quarta parte della città di Giaffa e la proprietà 
di cinque case in Tiro. I Genovesi ebbero un terzo 
della città di Tripoli, il possesso di trenta case in 
San Giovanni di Antiochia, il diritto di colonia in 
Laodicea, Gerusalemme, Cesarea ed Acone. I Vene- 
ziani ebbero diritto di quartiere in quasi tutte le 
città del nuovo regno di Gerusalemme, e nel prin- 
cipato di Antiochia. 

Fu precisamente in quei tempi che gli Italiani 
ottennero per primi quei privilegi che si chiama- 
rono in seguito capitolazioni, senza dubbio perchè 
le concessioni erano divise in capitoli (caput). 

Dopo gli Italiani, ottennero le capitolazioni i 



L'emigrazione italiana 



Francesi, prima sotto la forma di concessioni spe- 
ciali, e quindi in forma generale, come quelle con- 
cesse nel 1535 da Solimano II a Francesco I di Fran- 
cia e nel 1740 dal sultano Mahmoud a Luigi XV. 
Tali concessioni fatte alle Repubbliche portarono 
però tra loro dei dissensi inconciliabili. Nel 1257 
scoppiò in San Oiovanni d'Acri un grave tumulto 
tra Veneziani e Genovesi che portò una terribile 
guerra tra le due città italiche. 

Abbiamo già detto nel primo capitolo, che in 
seguito alla prima Crociata, ed alla concessione 
del trono imperiale a Baldovino di Fiandra, i Ve- 
neziani avevano ottenuto un quarto ed un ottavo 
delle terre dell' antico Impero d'Oriente. Venezia 
inoltre aveva acquistato Creta e Salonicco, ed aveva 
avviato delle trattative con i califfi Moslenici che 
regnavano su 1' Egitto, per avere altre concessioni. 
Durante la quarta Crociata, la diplomazia veneta 
fu di una jQnezza incredibile, giungendo ad indurre 
i Crociati medesimi a combattere a di lei favore 
nell'Adriatico, riconquistando Zara, che era stata 
espugnata dal re d'Ungheria. 

I Genovesi avevano approfittato delle ostilità che 
dovevano naturalmente aver provocato i successi 
di Venezia, per dar man forte alla dinastia greca, 
pretendente il trono di Costantinopoli. Questa fu la 
causa precipua della guerra tra le due Repubbliche. 

La dinastia dei Paleologi, alleata dei Genovesi, 
giunta al trono, fu con questi larga di concessioni. 
I Genovesi ebbero in Costantinopoli il quartiere di 
Galata, l'isola di Chio, Gaffa. Anche oggi, l'osser- 
vatore italiano, che percorra estasiato la paradi- 
siaca via marittima del Bosforo, vede con profonda 



84 Capo terzo 



commozione le tracce leonine degli antenati, sul 
castello di Romeli Issar, costruito dai Genovesi. 

Erano questi i tempi nei quali le nostre repub- 
bliche marinare portarono nel Mediterraneo orien- 
tale quella impronta indelebile della lingua italica, 
che né la sfortuna degli eventi storici né la negli- 
genza neghittosa dei discendenti riuscirono com- 
pletamente a distruggere. 

Sorgevano intanto altre due repubbliche, le quali 
se pure non ebbero la stessa importanza marina- 
resca delle città consorelle, ebbero un'importanza 
non minore dal punto di vista della espansione in- 
tellettuale e commerciale d'Italia: le repubbliche 
di Firenze e di Milano. 

La repubblica di Firenze aveva i suoi inizi nelle 
concessioni della celebre contessa Matilde, signora 
della Toscana. Straziata nei primi tempi la città 
nella sua vita comunale, dalle lotte dei Guelfi e 
Ghibellini, rappresentanti la tendenza imperiale 
germanica aristocratica questi ultimi, la tendenza 
democratica, autonoma, federativa i primi, preval- 
sero i Guelfi. 

Questi fondarono una democrazia commerciale ed 
industriale, che presenta il massimo interesse per 
lo studioso delle odierne questioni operaie. Tali 
questioni si erano tutte enucleate in seno alla de- 
mocrazia fiorentina. Nel secolo XIII Firenze era 
cresciuta in ricchezza e in potenza. I figli della no- 
bile città presto varcarono i confini d' Italia, re- 
candosi all' estero, maestri delle arti e dei com- 
merci di quei tempi. 

La Corte francese da Luigi XI a Carlo XIX, dava 
ampia ospitalità ai Setaioli, agli alchimisti, ai ce- 



L'emigrazione italiana 85 

rusici, ai commercianti fiorentini. Nell'epoca poste- 
riore i Fiorentini affluirono anche più, attratti dalla 
protezione delle due regine fiorentine Caterina e 
Maria de' Medici e del grande ministro siciliano, il 
cardinale Mazzarino. I banchieri fiorentini e mila- 
lanesi, affluirono allora a Londra ed a Parigi. Ne 
sono ricordo l'antico boulevard des Italiens, sede 
delle antiche banche fiorentine, e la famosa Lo77i- 
ììard Street ài Londra, dove trafficavano gli ar- 
gentari milanesi. 

I rapporti dell' Italia con le nazioni estere del 
resto, e l'emigrazione italiana in Francia, Spagna 
ed Austria, non cessarono mai per diverse ragioni 
storiche. Anzitutto varie case regnanti italiane 
erano di origine straniera : primissimi i Savoia di 
origine francese ; alla Corte di Casa Savoia non si 
parlava che francese fino a tempi recentissimi. La 
dominazione della Casa d'Angió nella Sicilia e nel- 
l'Italia meridionale fu un incentivo alle relazioni 
con la Provenza; cosi la dominazione della Casa 
d'Aragona facilitò le relazioni con la Spagna ; e con 
l'Austria, le dominazioni austriache a Firenze e 
nel Lombardo-Veneto. 

Nel secolo XVIII la lingua di Corte a Vienna 
era l'italiana; i grandi artisti viennesi, come il 
Mozart, erano italiani di mentalità e di cultura. 
Nel medio evo anche la dimora dei papi in Avi- 
gnone aveva portato un afflusso di italiani nelle 
terre di PYancia. Gran parte della nobiltà francese 
della Provenza e della Borgogna, discende dai Si- 
gnori italiani che seguirono Clemente V nel 1305 
nella bella città del Rodano. 

I rapporti con l'Oriente non furono meno facili- 



86 Capo terzo 



tati dalle case regnanti. Gli Aleramidi, marchesi 
di Monferrato e di Saluzzo, presero parte alla quarta 
Crociata. Ad un marchese di Monferrato era stato 
offerto r Impero d' Oriente. Nel 1305, Jolanda di 
Monferrato, sposò un Paleologo, della casa regnante 
in Costantinopoli, portando in Italia una nuova di- 
nastia straniera. Sono note le imprese di Oriente, 
degli antenati illustri della non meno illustre no- 
stra dinastia regnante. I Savoia, dopo aver preso 
parte alle Crociate, ebbero il titolo di Principi 
d'Acaia e di Rodi. Dalle imprese d'Oriente ha ori- 
gine il motto della nostra dinastia: « fortitudo eius 
Rhodum tenuit ». 

Quando nello spirito dell' umanità, annebbiato 
dalle tenebre del medio evo, cominciò a penetrare 
la vaghezza di lontane conquiste e di scoperte di 
nuove terre, gli Italiani non furono secondi a nes- 
sun altro popolo non solo, ma anzi furono in testa 
a tutti gli altri nel movimento che spingeva alle 
scoperte geografiche. 

Uno dei più antichi ed illustri viaggiatori euro- 
pei fu Marco Polo, veneziano. Costui incaricato di 
una missione nel 1259, passò diciassette anni alla 
Corte di Gingis kan e di Kublai kan. Ritornato in 
patria i] Polo descrisse agli ascoltatori estatici le 
meraviglie dell'estremo Oriente e della Corte dei 
sovrani mongoli. Lo scetticismo, sentimento pro- 
fondamente latino, dei suoi compaesani, non prestò 
gran fede ai suoi racconti. I veneziani dell'epoca lo 
chiamarono: « sior Marco Mellone», burlandosi dei 
di lui racconti fantasmagorici ; ma la storia ha 
fatto giustizia ed ha dimostrato vere gran parte 
delle sue affermazioni. 



V emigrazione italiana 87 

I grandi viaggiatori del medio evo, avevano tutti 
deglTItaliani al loro seguito. I fratell i acciaioli, fio- 
rentini, pare avessero esplorato il Canadàj^ prima 
fi eli a scoperta dell'America. Abbiamo già citato Se- 
bastiano Caboto, Cristoforo Colombo, Amerigo Ve- 
spucci, Cadamosto, Usodimare ed Antonio da Noli. 

Col Rinascimento 1' emigrazione italiana crebbe 
ancora. Troviamo pittori, scultori, musici italiani 
alla Corte di Maria Stuarda. Troviamo una mag- 
gioranza di italiani in tutti gli ordini religiosi 
missionari e negli ordini che traevano la loro ori- 
gine dalle Crociate. Tra questi, i Domenicani, si 
sparsero in Oriente. I Gesuiti, al tempo di Fran- 
cesco Saverio e di Bartolomeo de las Casas, si spar- 
sero neir India, nel Giappone, nel Messico, nell'Ame- 
rica meridionale, durante tutto il secolo XVII. 

I nostri più grandi artisti, sia nel medio evo che 
nell'epoca moderna, trovarono larga ospitalità e 
protezione, tanto alle Corti straniere, come alle 
splendide e colte Corti italiane dell' epoca, degli 
Estensi, degli Scaligeri, dei Borgia ecc. 

Tra gli artisti migratori ci basterà citare Leo- 
nardo da Vinci, Tiziano, Carlo Goldoni, Pietro Me- 
tastasio, ecc. 

Arriviamo cosi ai primi del secolo XIX, nei quali 
la nostra Patria passava anni fortunosi di soffe- 
renze e di speranze, straziata dalle rivoluzioni che 
erano il contraccolpo storico del risveglio nazio- 
nale, portato dalle idee della Rivoluzione francese. 

Fu allora che ebbero principio i grandi movi- 
menti migratori. 

Possiamo ripetere per studiare i motivi propul- 
sori nelle correnti migratorie italiane al loro inizio, 



Capo terzo 



le stesse considerazioni esposte per le migrazioni in 
generale, nel secondo capitolo. Cioè le cause furono 
complesse. Non si può parlare unicamente di cause 
economiche, inquantochè le condizioni economiche 
di alcuni paesi d'Italia al principio dello scorso 
secolo non erano cattive, almeno comparativamente 
ad altri paesi d'Europa. Cosi la Toscana, governata 
dal savio Ferdinando III, sotto 1' amministrazione 
degli illuminati ministri Manfredini, Pignotti, Fos- 
sombroni, non si trovava in condizioni economiche 
cattive. Altrettanto si può dire del Piemonte, del 
Lombardo- Veneto, del ducato di Parma, del prin- 
cipato di Massa Carrara. Non si può nemmeno par- 
lare di undervòlherung, perchè i paesi di popola- 
zione più densa non furono i primi ed i soli ad 
emigrare. Ad esempio il Napoletano, paese povero 
e densamente popolato, dette nei primi anni del 
secolo scorso, un contingente relativamente scarso 
all'emigrazione. 

Si può dire che in quei tempi agiva un complesso 
di cause economiche, politiche e morali, analogo a 
quello che descriveva uno scrittore di emigrazione 
americano nel New York World Almanac del 1916: 
« L' emigrazione è un segno infallibile di malcon- 
tento dell'emigrante delle condizioni interne della 
sua patria, malcontento che lo conduce irresisti- 
bilmente in un altro paese. Tale malcontento col- 
lettivo può esser causato sia da gravi crisi econo- 
miche e telluriche, sia da grandi fatti politici. 
Per esempio la emigrazione tedesca in America 
ebbe origine dalle stragi e dai danni apportati nel 
palatinato dall'esercito di Luigi XIV ». 

In Italia oltre al malessere economico, il mal- 



L'emigrazione italiana 89 

contento politico spingeva vivamente ad emigrare, 
ma con questa distinzione che mentre le classi 
popolari non si spinsero risolutamente sulla via 
dell' emigrazione che principalmente sotto l' im- 
pulso dei motivi economici, i motivi politici invece 
agivano piuttosto sulle classi medie e colte. Si an- 
davano formando a quell'epoca in paesi esteri, dei 
nuclei di profughi politici,^ formati di cittadini libe- 
rali ai quali ripugnavano le condizioni della vita 
pubblica, rese tristissime dalla reazione trionfante 
che infieriva dopo la caduta del primo Napoleone. 

In Isvizzera i Russi e specialmente i Polacchi 
nazionalisti, disgustati della repressione che aveva 
seguito le prime due spartizioni della Polonia del 
1795, avevano formato un nucleo coloniale soprat- 
tutto a Ginevra ed a Zurigo. Un nucleo coloniale 
di patriotti italiani si andava formando nel Canton 
Ticino ed a Lugano. In Inghilterra, nella prima 
metà del secolo XIX, il nucleo di profughi italiani 
era già fiorentissimo, ed era stato illustrato dalla 
presenza del grande agitatore Giuseppe Mazzini. 
In Parigi emigrarono Daniele Manin e Niccolò Tom- 
maseo, in Marsiglia Giuseppe Garibaldi. 

Tutta questa gioventù era nata sotto il crogiuolo 
cruento della Rivoluzione francese, aveva assorbito 
largamente le idee francesi durante il periodo della 
dominazione napoleonica, prima durante la forma- 
zione della repubblica Cisalpina e dopo durante il 
vicereame d'Italia, retto da un principe liberale 
ed illuminato, Eugenio Beauharnais. 

Dopo la rivolta delle colonie spagnuole, già ve- 
diamo i primi patriotti italiani far vela verso il 
IMata. A Buenos Aires si andava costituendo una 



90 Capo terzo 



colonia di pescatori e eli marinari piemontesi, i 
quali erano raggruppati in un quartiere eccentrico 
della città detto la Bocca. L' importanza del nucleo 
italiano della Bocca era tale che i nostri emigranti 
vi avevano imposto il loro dialetto e si può dire 
che se ai tempi del Presidente Mitre e di Sarmiento, 
la lingua parlata in Argentina era la castigliana, 
la lingua più parlata in Buenos Aires era il geno- 
vese. Al tribunale ed al « juzgado de paz » della 
Bocca, le cause venivano discusse in dialetto ge- 
novese. Sorgeva in piena America una specie del 
diritto di quartiere quale era sorto in Oriente nel 
secolo XII. 
In quei tempi V emigrazione italiana cominciò a 
I dirigersi anche verso il Brasile, non verso Rio de 
' Janeiro né verso gli Stati del Nord tormentati dalla 
febbre gialla, nei quali abbondava la mano d'opera 
negra ed indiana assai difficilmente sostituibile 
nelle coltivazioni del caffè e del caucciù, ma prin- 
cipalmente verso gli Stati del Sud, verso l'altipiano 
di San Paolo e gli Stati di Santa Caterina e di Rio 
Grande. 

L'emigrazione italiana nel Nord-America invece 
cominciò più tardi e precisamente verso la metà 
del secolo XIX. In quei tempi troviamo Garibaldi, 
il nostro eroe nazionale, fabbricante di candele a 
New- York, come già lo abbiamo trovato nel 1826 
a capo di una legione italiana combattente contro 
il tiranno Rosas, nella Banda orientale. 

Il L' emigrazione che da principio si diresse al 
♦1 Nord- America, verso il 1860, era principalmente 
Icomposta di meridionali, i quali cercavano lavoro 
[industriale, chiedevano occupazione nelle grandi 



L'emigrazione italiana 91 

fabbriche, desideravano di fermarsi nelle grandi 
città. Le più antiche colonie italiane negli Stati 
Uniti si formarono appunto in quell'epoca. Fu al- 
lora che nella grande metropoli di New- York si 
formò un quartiere italiano, come già esisteva uq 
quartiere russo, un quartiere ebreo, ecc. 

Una delle più antiche colonie italiane dell' Eu- 
ropa occidentale è quella di Marsiglia. Ci sia dato 
di insistere specialmente su Marsiglia, sia per la 
sua vicinanza all'Italia, sia per la sua connessione 
con lo svolgimento dei fatti politici di entrambe le 
nazioni vicine, l'Italia e la Francia. 

Come abbiamo visto dai primi anni del secolo XIX, 
la città di Marsiglia, essendo il primo porto stra- 
niero nella vicinanza delle nostre frontiere, era la 
meta immediata della maggioranza dei nostri pa- 
triotti profughi. A Marsiglia fuggirono il Mazzini 
nel 1831 ed il Garibaldi alcuni anni prima. In quei 
tempi però Marsiglia era lunge dall'essere la grande 
metropoli commerciale francese che è al giorno 
d'oggi. La principale città della Provenza e del di- 
partimento delle Bocche del Rodano era Aix. Mar- 
siglia era semplicemente il porto d'attacco per le 
linee di navigazione con l'Oriente e la Corsica. 

I Piemontesi ed i Liguri però già emigravano di 
frequente nel dipartimento delle Bocche del Rodano 
e del Varo. L' emigrazione permanente era costi- 
tuita da lattai, mezzadri {fermiers) e pescatori. 
L'emigrazione temporanea era costituita da mano- 
vali, muratori, calzolai, ecc. 

Esiste ancora in Marsiglia un gruppo dei più an- 
tichi e dei più rispettabili di quella importante 
colonia, composto dai Valdesi. Essi sono adibiti di 



!i 



92 Capo terzo 



preferenza all'industria del latte, caratteristica 
nei paesi di montagna dai quali essi provengono. 
I Valdesi sono in generale emigranti forniti di una 
profonda moralità, e mantengono un attaccamento 
che non teme concorrenza verso la patria e soprat- 
tutto verso la vecchia dinastia di Savoia loro so- 
vrana. Essi si riuniscono annualmente in un ban- 
chetto, il giorno anniversario della ricorrenza della 
fondazione del loro circolo. Il banchetto è general- 
mente presieduto dal Console e dal Pastore della 
Chiesa Valdese, il quale prima di cominciare l'allo- 
cuzione non trascura mai di invocare la protezione 
divina sulla stirpe di Savoia, antica protettrice 
della loro confessione. 

Anche i lattai sono uno dei gruppi più antichi 
della colonia di Marsiglia. La federazione dei lattai 
della città si divide in due grandi sezioni: quella 
dei lattai cisalpini, composta soprattutto di Baschi, 
e quella dei lattai transalpini, composta quasi esclu- 
sivamente di Italiani. 

L' emigrazione dei fermiers o mezzadri, è pure 
antica, ed è composta soprattutto di Piemontesi, 
molti provenienti od originari di Torre Pellice e 
Pinerolo. Essi sono dispersi sulla costa, ed hanno 
introdotto il metodo piemontese nella manifattura 
di molti vini. 

Nei dipartimenti rivieraschi della Costa Azzurra 
i pescatori provengono prevalentemente dalla Ligu- 
ria, dalla Sardegna e dalle nostre province meri- 
dionali, I pescatori hanno quasi tutti adottato la 
cittadinanza francese, perchè le leggi vigenti sulla 
« Inscription maritime » vietano la pesca costiera e 
la navigazione di cabotaggio ai sudditi esteri. Sono 



L'emigrazione italiana 93 

precisamente i pescatori genovesi che insieme ai 
catalani, hanno dato origine ai gusti culinari locali. 
Il signor Basso, il notissimo proprietario del princi- 
pale restaurant di Marsiglia, dove si manipola la 
famosa bouillabaisse, è genovese di origine, ed i 
suoi antenati emigrarono appunto dalla Liguria, 
nella prima metà del secolo XIX. 

La vecchia popolazione marsigliese è quasi tutta 
di origine italiana. Il Parco Borelli è stato fondato 
da un ligure, altrettanto il Boulevard Gazzino, ai 
piedi del celebre Santuario Ai Notre Dame de la 
Garde. È di origine carrarese altresì il signor Can- 
tini, il cui padre ha accumulato un grande patri- 
monio introducendo per primo in Francia i marmi 
di Carrara. Dal Cantini venne denominata la piazza 
alla quale principia il Boulevard du Prado. È pure 
toscano di origine il signor Scaramelli, il quale 
introdusse in tutta la Francia meridionale Fuso 
delle paste alimentari secondo il gusto italiano. 

Questa è la vecchia colonia marsigliese, la quale 
era già fiorente e numerosa nel 1850. Già esisteva 
in Marsiglia il Regio Consolato (Consolato Sardo). 
Sino dal 1850 era giunta da Salonicco la beneme- 
rita e filantropica famiglia israelita degli Allatini, 
i cui capi (padre e figlio) da moltissimi anni sono 
stati alla testa della società di beneficenza da essi 
fondata e sono stati riconosciuti generalmente come 
capi morali della colonia stessa. 

La grande emigrazione in Marsiglia però, cioè la 
corrente migratoria che portò la colonia italiana 
nella bella città focea ad un' importanza cosi in- 
gente come quella alla quale è giunta al giorno 
d'oggi (più di 100 000 persone), cominciò dopo il 1860. 



94 Capo terzo 



Già Marsiglia si era molto sviluppata sotto il regno 
di Luigi Filippo, quando fu iniziata la conquista 
dell'Algeria. La città in seguito godette lo speciale 
interessamento e protezione dell' imperatore Napo- 
leone III, il quale iniziò i lavori del grande porto 
nuovo della JoUette. L' imperatrice Eugenia dette 
alla città una prova tangibile della sua protezione, 
regalando alla municipalità la bella villa oggi si- 
tuata in mezzo al Parco del Faro. 

Dopo la conquista dell'Africa occidentale, del 
Tonchino, della Tunisia, si iniziò la importazione 
dei grani oleosi, che provenivano dalle nuove co- 
lonie. Tale importazione fece sorgere le grandi 
industrie marsigliesi dell'olio industriale e del sa- 
pone, le quali soprattutto dettero occupazione alla 
mano d'opera italiana e ne formarono il grande 
richiamo. 

Lo sviluppo dell' emigrazione italiana in Marsi- 
glia, aumentò quindi di pari passo col sorgere della 
grande industria e con l'estendersi dell' Impero co- 
loniale francese. Infatti la popolazione della città 
dal 1860, cioè dall'epoca nella quale la Francia 
sotto l'impulso prima di Napoleone III, e poi del 
presidente Grevy, iniziò la sua grande espansione 
coloniale, si è triplicata. La città antica era rag- 
gruppata intorno alla vecchia Darsena focea {Rue 
de la Larsen, Cannébìère). Gradualmente la città 
si sviluppò prima ad Oriente e poi ad Occidente 
{Joliette, Estaqiie), precisamente nei dintorni del 
nuovo e splendido porto. Dal suburbio prospiciente 
al grande porto, nacquero i nuovi villaggi indu- 
striali, i quali sono oggi abitati dalla nostra emi- 
grazione italiana, ad esempio i quartieri della Belle 



L'emigrazione italiana 96 

de Mai, di Saint-Louis, di Saint- Andre, di Montre- 
don, della Cabucelle. 

Gli Italiani sono attualmente impiegati in gran 
numero nelle grandi vetrerie, nelle fabbriche di 
candele steariche e di sapone (principalissima delle 
quali la grande fabbrica Fournier), delle fabbriche 
di olio (Luzzatti, Gounnelle). 

Prima di lasciare Marsiglia, colonia interessan- 
tissima sia per la sua antichità sia per la sua vi- 
cinanza air Italia, ci preme di fare un accenno ad 
una emigrazione specialissima che vi abbonda, cioè 
quella della gente di mare. 

Marsiglia, prima della guerra europea, era il porto 
d'attacco di una quantità di linee di navigazione 
francese. Partiva da Marsiglia regolarmente (oltre 
alla linea giornaliera della Corsica e Livorno della 
Compagnia Fraissinet), la linea trisettimanale per 
l'Algeria e la Tunisia {Compagnie Generale Trans- 
atlantique), la linea settimanale per il Marocco 
(Paquet), la linea regolare per Dakar e le colonie 
francesi dell'Africa occidentale (Fabre); partivano 
le linee delle Messageries Mariiimes per il Ton- 
chino, il Madagascar, la Nuova Caledonia e l'Au- 
stralasia francese, per il Sud-America {Compagnie 
Generale des Transports Maritimes). 

È facile intendere che per questo traffico note- 
vole necessita una forte richiesta di mano d'opera 
e di personale di bordo. Il personale francese scar- 
seggia. La vocazione marittima dei nostri fratelli 
francesi non è stata mai grande. Salvo le province 
normanne e bretoni, gli altri dipartimenti danno 
un contingente ben piccolo alla Inscription Mari- 
time, la quale, organizzata fino dai tempi del mi- 



96 Capo terzo 



nistro Colbert, ha carattere di una corporazione 
chiusa. 

Approfittando del benessere generale nel quale 
si trovava la Francia prima della guerra, gli 
iscritti marittimi (e perfino gli stati maggiori) 
scioperavano spesso. Tale condizione di cose por- 
tava la necessità ineluttabile di provvedere al 
personale delle navi con mano d'opera straniera. 
È perciò che il console generale di Marsiglia, do- 
veva rilasciare centinaia di permis d'embarque- 
ment ai marinai ed ai fuochisti italiani, i quali si 
presentavano regolarmente a bordo delle navi fran- 
cesi, per essere arruolati per uno o più viaggi. 
Come si è già detto in altra parte di questo lavoro, 
sono italiani quasi tutti i pescatori ed i navigatori 
di piccolo cabotaggio della Costa Azzurra, e perfino 
spesso sono italiani di sangue molte delle giovani 
reclute marittime, arruolate con la leva di mare, 
nei dipartimenti militari di Tolone e di Nizza. Il 
commercio delle ariguste, importate dalle coste 
della Corsica e della Sardegna (Carloforte), con- 
duce altresì regolarmente in Francia centinaia di 
pescatori e numerosi velieri italiani. 

Un'altra parte interessante della nostra emigra- 
zione marittima in Marsiglia è data dalle ciurme 
dei grandi velieri in ferro, che esercitano rego- 
larmente la navigazione tra Marsiglia ed il Cile, 
Perù, Australia. Un geniale scrittore francese, il 
barone de Granchet, antico ufllciale di marina, 
parla nel suo bel libro Ai paesi di Omero con 
competenza, di questa nuova tendenza di proce- 
dere al trasporto delle materie industriali meno 
costose e non deteriorabili, con mezzi lenti ed eco- 



L'emigrazione italiana 97 

nomici. Con ciò, dice il De Granchet, la naviga- 
zione veliera piglierà la sua rivincita sulla naviga- 
zione a vapore. In Francia o per lo meno nel porto 
di Marsiglia, tutti i grandi velieri in ferro desti- 
nati alle lunghe navigazioni, appartengono a ditte 
genovesi, ed hanno ciurma e stati maggiori italiani. 

La storia dell' emigrazione italiana nella Fran- 
cia meridionale, dall' epoca della costituzione del 
regno d'Italia sino al giorno d'oggi, ha seguito 
pedissequamente la storia degli scambievoli rap- 
porti tra le nazioni sorelle. Dopo il 1870 e più spe- 
cialmente dopo la stipulazione del trattato della 
Triplice alleanza, la dimora degli italiani nella Re- 
pubblica attraversò tempi non felici. Le idee poli- 
tiche ebbero presto un riflesso sulle idee sociali, 
ed un vento di italofobia aleggiò per un certo mo- 
mento a Marsiglia e nei dintorni. Gli Italiani erano 
chiamati dispregiosamente « babi ». 

Tale condizione di cose dipendeva oltre che dalla 
situazione politica, da varii fattori economici ed 
etnici. Anzitutto quella era l'epoca degli albori del- 
l'organizzazione di classe e del sindacalismo fran- 
cese, alla quale organizzazione ripugnava il carat- 
tere individualista degli Italiani che mal si adatta 
(e soprattutto a quei tempi mal si adattava) alla 
disciplina di una corporazione. Qiò spiega perchè 
traJ _jiostri emigra nti, la cui natura li bera ed as- 
setata di_ind ipendenza li porta a mal pie garsi 

unenifì-ad o tt ar o o simpat i zz a re con lo dottrino anar- 

Chinhp^ r^b^ "^Tì con le t(^ .c\v\(^ snmah'gfp Inoltre 

l'operaio italiano giungeva in Francia povero ed 
impreparato. Di ciò approfittavano i capitalisti, che 



Capo terzo 



si affrettavano a supplire col « crumiraggio » alla 
scarsezza e alle eccessive esigenze della mano 
d'opera locale. 

. Ciò non giustifica certo, ma spiega storicamente 
la nefanda e selvaggia strage degli operai italiani 
nelle saline di Aigues-Mortes. Il governo francese 
represse con energia gli eccessi degli operai fran- 
cesi e concesse alla colonia italiana di Marsiglia 
una considerevole indennità, con gli interessi della 
quale venne costruito e mantenuto l'asilo infantile 
Carcano, nella Rue de la République, che prese nome 
dal console generale marchese Carcano, la cui me- 
moria ha lasciato un solco di rimpianti in quella 
grande colonia e nella carriera consolare. 

In seguito air evoluzione industriale dell' Italia 
ed alla educazione sindacalista delle classi migra- 
trici, i nostri emigranti entrano attualmente nei 
sindacati operai e sono assai più ben visti ed ap- 
prezzati dai loro camerati francesi. In questi ul- 
timi anni il ravvicinamento italo-francese ha pro- 
dotto frutti benefici. Il trattato di lavoro tra l'Italia 
e la Francia, la convenzione per gli infortuni, la 
nuova legge sulle pensioni operaie, hanno compiuto 
l'opera completando il ravvicinamento tra il pro- 
letariato italiano ed il proletariato francese, i quali 
entrambi trovano nelle rispettive nazioni una se- 
conda patria. 

Oltre a Marsiglia, potremmo citare vari nume- 
rosi ed importanti centri coloniali nella Francia 
meridionale. Gli Italiani sono numerosissimi in tutti 
i dintorni della grande metropoli industriale, in Port 
de Bouc, Port Saint-Louis, Tolone, Nimes, Arles, 
Cette, Avignone. 



L' emigra zioìie italiana 99 

In Port de Bouc gli Italiani lavorano al grande 
cantiere navale della Transatlantique, a La Sejne 
lavorano al grande cantiere navale delle Messag- 
geries, in Avignone essi si sono fatti una specie 
di monopolio dei lavori agricoli e della viticultura 
locale. In questi ultimi anni poi la emigrazione ita- 
liana si è sparsa in tutto il centro e nel Nord 
della Francia, lavorando in concorrenza con l'emi- 
grazione belga e kabila. 

Negli ultimi anni gli Italiani abbondavano nel 
bacino dell' Isère, nel bacino della Mosa e della 
Mosella, dedicati specialmente alle miniere car- 
bonifere di quei paesi. Si erano formati dei centri 
importanti di connazionali a Nancy ed a Briey, a 
Grenoble ed infine a Lione, dove essi lavoravano 
di preferenza nelle oramai storiche industrie se- 
riche, delle quali la nostra industria comasca è 
già temibile concorrente. 

Veniamo ora a parlare dell'emigrazione italiana 
in Egitto e per logica connessione nel bacino del 
Mediterraneo orientale. 

Vedemmo al principio di questo capitolo come 
la nostra espansione nel Mediterraneo orientale 
avesse antichissime tradizioni e fosse strettamente 
collegata con la nostra storia del medio evo e con 
la storia delle nostre repubbliche marinare. 

Le più antiche colonie italiane del Mediterraneo 
orientale, sono quelle dell'Anatolia, della Penisola 
Balcanica e del Mar Nero. In Costantinopoli ed in 
Smirne, si trovano ancora famiglie italiane la cui 
emigrazione in quei paesi si può far datare da se- 
coli e costituisce una vera nobiltà. Cito ad esem- 
pio gli Aliotti, i Giustiniani, i Castelli. Gli Allotti, 



100 Capo terzo 



^ 



vecchia famiglia il cui ramo principale risiede atfl 
tualmente in Smirne, sono di origine fiorentina e 
sono dedicati principalmente al commercio dei tap- 
peti, al quale sono dedite altresì vecchissime fa- 
miglie italiane come i De Andria ed i Castelli. 
I Giustiniani sono di origine genovese e fanno risa- 
lire la loro venuta in Oriente sino dal tempo delle 
guerre tra i Veneziani ed i Genovesi, parteggianti 
per r Impero greco e per l' Impero latino. Tra le 
famiglie italiane che possono vantare una antica 
residenza in quei paesi e che hanno diramazioni in 
quasi tutto l'Oriente europeo possono annoverarsi 
i Boggetti, s-tabiliti in Costantinopoli, Adrianopoli, 
in Bulgaria e sulle coste della Rumania, i Salzani 
i Vuccino. 

Un'altra emigrazione italiana in Oriente, è costi- 
tuita dalle famiglie ebree. Questi ebrei italiani di 
levante sono in gran parte di origine livornese, in 
parte di origine spagnuola, naturalizzati italiani 
da molte generazioni. La loro nazionalità fu acqui- 
stata sia in Italia dai loro antenati profughi dalle 
persecuzioni ispaniche dell' Inquisizione, od anche 
direttamente in Oriente, per godere dei vantaggi 
della nazionalità e della lingua italica che ave- 
vano preparato ai discendenti le gesta delle nostre 
meravigliose repubbliche medioevali. 

Gli Ebrei, con il loro straordinario spirito di adat- 
tamento, si sono spesso completamente assimilati 
ai paesi di immigrazione, assorbendone la lingua 
ed i costumi. Ciò non pertanto essi hanno general- 
mente conservato sentimenti italiani e si dimo- 
strano fieri di godere la protezione della nostra 
bandiera. 



L'emigrazione italiaìia 101 

Non è difficile incontrare in Costantinopoli, in 
Salonicco, degli ebrei portanti il fez ed il tezUe 
e parlanti il turco, ed in Cairo degli ebrei in ga- 
labia, parlanti V arabo o i dialetti siriani, assisi 
nei loro piccoli negozi del bazar, fumando il nar- 
ghillé come dei perfetti figli di Maometto. Spesso 
costoro sono d' origine italiana, e lungo dal ver- 
gognarsi di essere italiani, lo ritengono un titolo 
d'onore, sono rispettosissimi verso le autorità diplo- 
matiche protettrici, e spesso sono assai generosi 
verso le locali organizzazioni di beneficenza. 

Alcune famiglie ebree d'Oriente, più colte e ric- 
che, meriterebbero davvero di essere annoverate 
nell'albo d'oro degli italiani all'estero, per la loro 
azione benefica verso le nostre colonie. Prime di 
tutte meritano di essere citate tra queste le fa- 
miglie Allatini e Fernandez di Salonicco, alle 
quali abbiamo già accennato. Queste famiglie sono 
diramate attualmente 'in Costantinopoli, Smirne, 
Livorno, Marsiglia, Parigi. Sono da citarsi al- 
tresì i Menasce di Alessandria d' Egitto, i Mes- 
seri del Cairo, i Soarez, i Manusardi, stabiliti in 
Egitto, ecc. 

La colonia italiana di Odessa è pure antichis- 
sima. Le origini di essa si fanno pure risalire ai 
commercianti genovesi che approdarono nel medio 
evo in Crimea. Narra il Kokanowsky, console di 
Russia originario di quei paesi, che esistono ancora 
in Crimea dei villaggi nei quali abbondano i nomi 
italiani e nei quali il tipo somatico si avvicina assai 
al tipo italico. Attualmente la colonia di Odessa è 
composta di commercianti trafficanti in grani ed in 
agrumi. Dopo la perdita del mercato americano. 



102 Capo terzo 



prima della guerra europea, il principale mercato 
degli agrumi italiani era la Russia. Le due società 
italiane di navigazione dirette a quei paesi, la So- 
cietà italiana dei Servizi Marittimi e la Società Ma- 
rittima Italiana, caricavano quasi esclusivamente 
degli agrumi per la destinazione di Odessa, e tor- 
navano con carico di grani. Si era formata quindi 
in questi ultimi tempi in Odessa, una colonia di 
agrumari specialmente siciliani. Vi si trovano tut- 
tora ditte importanti come la ditta Pettinato, Cu- 
cinotta. Pellegrino, Zullo, Salmieri. 

La colonia di Galatz ha origini ed occupazioni 
analoghe, è adibita ai trafllci marittimi ed al- 
l'esportazione del grano. 

Antiche colonie italiane si trovano altresì in 
Bulgaria. La famiglia Bottalico di Filippopoli, era 
diramata in Sofia ed in Varna, la famiglia Vernazza 
di Adrianopoli era diramata in Gumulgina, Deda- 
gatch e nella Nuova Bulgaria. Una antica fami- 
glia di origine italiana dimorante in Bulgaria e in 
Gallipoli sono i Tacchella. Costoro di origine geno- 
vese, cambiarono nazionalità ai tempi della guerra 
di Crimea. Il maresciallo Arhaud, di passaggio in 
Gallipoli, ebbe ospitalità da un membro di quella 
famiglia, e lo propose al governo francese come Con- 
sole di Francia nei Dardanelli. Da quell'epoca la 
famiglia si è gallicizzata, ed i suoi discendenti 
hanno combattuto valorosamente nelle file dell'eser- 
cito francese. 

La colonia di Costantinopoli però resta sempre 
la più antica delle nostre colonie d'Oriente. Già 
parlammo delle sue origini storiche. La guerra 
dell'indipendenza italiana, e lo sviluppo di Pera, 



Lì emigrazione italiana 108 

la Costantinopoli europea, fecero affluire i nostri 
connazionali nella illustre città, nella quale la no- 
stra colonia è stata finora uno dei più importanti 
fattori di civiltà e di ricchezza. 

Gli italiani di Costantinopoli sono prevalente- 
mente dedicati al commercio, all' importazione, agli 
impieghi. Prima della guerra moltissimi connazio- 
nali si riscontravano nel personale della Compa- 
gnia ferroviaria austriaca delle ferrovie orientali. 
Sono da citarsi i signori Guisi e Rossi, che avevano 
raggiunto il grado di capi-stazione. Molti italiani 
erano impiegati alle Poste ottomane, alla Banca ot- 
tomana, alla Deutsche Orìent banh, alla Banca di 
Salonicco. Vi erano molti mediatori marittimi ita- 
liani, ingegneri, avvocati, medici, tra i quali sono 
da citarsi i signori Vuccino, Senni, Zeri, ecc. Le 
banche italiane avevano uffici corrispondenti in 
Costantinopoli, e prima di tutte il Banco di Roma 
e la Società Commerciale Italiana d' Oriente. Molti 
connazionali erano impiegati all' ufficio del con- 
trollo finanziario ottomano, e molti persino ai tri- 
bunali e nelle amministrazioni pubbliche. 

Le colonie di Smirne e di Salonicco non sono 
d'importanza molto inferiore a quella di Costan- 
tinopoli. L'elemento operaio di queste ottime e pro- 
spere colonie è soprattutto composto di pescatori e 
di marinai di piccolo cabotaggio. Si può dire che 
nel Mediterraneo orientale la pesca è una specie 
di monopolio degli Italiani. 

Mentre nel piccolo cabotaggio noi troviamo dei 
fieri concorrenti nei Greci, la pesca è quasi com- 
pletamente abbandonata alla nostra mano d'opera. 
Troviamo pescatori siciliani sulle coste della Tuni- 



104 Capo terzo 



sia e della Tripolitania, della Palestina e dell'Ana- 
tolia, al Pireo, a Patrasso, a Corfù. 

Una colonia di pescatori pugliesi, di Bari e 
di Molfetta, si era stabilita da più di quaranta 
anni sulle coste della Nuova Bulgaria, a Dedaa- 
gatch, a Enos, a Cavalla, a Tasos, ecc. Costoro 
dopo la seconda guerra balcanica erano sfuggiti 
ai provvedimenti xenofobi dei Bulgari. Mentre i 
Bulgari avevano discacciato tutte le nazionalità, 
col pretesto di « bulgarizzare » il paese e di scac- 
ciare l'elemento greco che vi prevaleva, avevano 
rispettato gli Italiani dei quali avevano necessità 
assoluta per la ignoranza caratteristica di essi 
nelle cose marinare. Il popolo bulgaro ha sempre 
rifuggito dal mare. Tale ripugnanza ed ignoranza 
delle cose marittime è giunta al punto, che si dice 
che i soldati della cavalleria bulgara arrivati sulle 
rive dell' Egeo durante la seconda guerra balca- 
nica, portassero i cavalli ad abbeverare nell'acqua 
del mare ! 

I pescatori italiani però hanno sempre rifuggito 
dalla pesca fluviale. Nella Maritza tale pesca è 
esercitata dai Russi, originari delle rive del Volga. 

Anche in Smirne ed in Beirut, la colonia mari- 
nara è numerosa. Gli Italiani oltre che alla pesca, 
sono addetti al carico e scarico delle navi. Per le 
difficoltà di approdo dei porti del Levante, spesso 
lo scarico delle navi deve essere esercitato con 
imbarcazioni leggere o maone (per esempio in Ada- 
lia, Tripoli, Alessandretta). I nostri connazionali 
con le loro maone prendono a cottimo lo scarico 
delle navi, eflettuando spesso discreti guadagni. 
Tra i marinai smirniotti si trovano spesso dei di- 



L'emigrazione italiana 105 

scendenti di antichissime stirpi veneziane o ge- 
novesi. 

Veniamo ora a parlare di uno dei paesi più in- 
teressanti della nostra espansione in Oriente, del- 
l' Egitto. 

Accennammo all' Egitto nel secondo capitolo. Ve- 
demmo che r Egitto si mantenne paese rigorosa- 
mente musulmano e chiuso agli europei fino ai ^ 
primordi del secolo XIX. I primi soffi di civiltà p 
vennero portati dall' impresa napoleonica. Napo- 
leone era un innamorato dell'Oriente e con lui 
fiorirono gli studi di egittologia. Con la sua spedi- 
zione militare si avviarono verso quel paese anti- 
chissimo scienziati, artisti, archeologi, ma l'opera 
sua lasciò poche tracce. Anche Mehemet Ali si era 
piuttosto occupato di imprese militari e di riordi- 
nare r esercito che di dare un forte impulso al- 
l' industria e all' agricoltura. Fu piuttosto Ismail 
Pascià che attirò la grande emigrazione europea 
con i grandi lavori da lui iniziati nel 1859, il ta- 
glio dell' istmo di Suez e la coltura del cotone. 

Le vecchie famiglie italiane dell' Egitto vi si re- 
carono appunto in quell'epoca e vi restarono poi, 
quando il paese, sottoposto al controllo europeo, 
traversò un periodo di straordinaria prosperità. 
I lavori del « barrage » del Nilo, del nuovo porto di 
Alessandria, della prima cateratta di Assuan, atti- 
rarono emigranti da tutta l' Europa. 

Il regime dei tribunali misti aveva riordinato 
l'amministrazione della giustizia e proteggeva la 
sicurezza personale degli emigranti. L'occupazione 
inglese del Sudan egiziano, infestato dalle orde 
mahaddistiche, aveva ridata la tranquillità al 



106 Capo terzo 



paese. I Viceré Ismail, Tewfik, Abbas, avevano co- 
struito in Cairo i bellissimi quartieri nuovi di 
Ismailieh, Tewfikih, Abbassieh, fabbricati da inge- 
gneri e da maestri muratori europei. Cosi pure gli 
sbarramenti del Nilo presso il Cairo, al Faium, ad 
Assuan, a Uadi Alfa, erano stati costruiti da in- 
gegneri e da operai europei. Fu appunto in quel- 
l'epoca che emigrarono le più antiche famiglie 
italiane residenti attualmente in Egitto, i Figari, 
Rossetti, Morana, Tonin, Garozzo, Verità, Bellini, 
Parvis, Zaffrani, ecc. 

Un console generale d' Italia, il De Martino, di- 
venne r amico intimo del kedive Ismail. Egli si 
ammogliò in Egitto, dove restò, dopo aver lasciato 
il servizio consolare. Il di lui figlio De Martino 
Pascià, era 1' uomo di fiducia del deposto kedive 
Abbas. Il De Martino era stato uno dei fondatori 
dello splendido Circolo italiano di Cairo, ed era 
stato largo di aiuti e di incoraggiamenti a tutti 
i giovani italiani che si recarono in Egitto a quel- 
r epoca alla ricerca di una occupazione. 

Troviamo dei connazionali in tutti gli impieghi 
dello Stato, nelle cariche di Corte, negli uflSci di 
controllo europeo, nelle dogane egiziane, nei tri- 
bunali misti, nelle banche. 

La colonia italiana sviluppatasi maggiormente 
in Egitto è quella di Alessandria, anzitutto perchè 
più antica, e poi per la grande quantità di pesca- 
tori e di gente di mare che si trova nel gran porto 
africano. J 

La nostra colonia del Cairo è composta preva- ^ 
lentemente di impiegati, di maestri muratori, di 
operai di « skilled labour », giacché per i lavori 



L'emigrazione italiana 107 

inferiori, sia a cagione del calore insopportabile, 
sia per le basse mercedi richieste dalla mano 
d'opera araba, gli Italiani non possono competere 
con gli operai indigeni ai quali sono tanto supe- 
riori per energia ed intelligenza. 

Una piccola colonia caratteristica è quella di 
Assuan, nel Sudan. Una ditta inglese ha cercato 
di ripristinare l'antica lavorazione dei marmi duri 
già iniziata dagli Egizi. Per tali lavori, i quali im- 
plicano una abilità speciale, una intelligenza non 
comune ed una straordinaria resistenza al clima, 
sono impiegati quasi esclusivamente dei carraresi, 
i quali si recano nel Sudan regolarmente nei prin- 
cipii dell' inverno, ritornando a primavera inoltrata 
nel basso Egitto. 



CAPO QUARTO. 

Caratteristiche dell' emigrazione transoceanica. — Principali 
centri italiani oltre Oceano. — Buenos Aires, San Paolo, 
New-York. — Province della Piata e di Rosario. — 
Province di Cordoba e di Mendoza. — La città di San 
Paolo, le colture del caffè e del caucciìi. — L'emigra- 
zione adibita ai lavori agricoli e l'emigrazione adibita 
ai lavori industriali. — Principali centri emigratori 
d'America. — Centri minerari, centri agricoli. 

In questo capitolo dobbiamo parlare dell'emigra- 
zione transoceanica. Essa non ha rapporti altret- 
tanto diretti con la storia o la politica del nostro 
paese come l'emigrazione nel Mediterraneo, però lo 
studio di essa non è meno interessante, inquanto- 
chè vi si riscontrano quelle ragguardevoli masse 
migratorie, le quali hanno dato alla nostra emi- 
grazione il suo vero carattere di un colossale fatto 
storico e politico. Cominceremo a parlare degli 
Stati Uniti, come il più grande teatro, nel quale, 
almeno durante gli ultimi cinquanta anni, si svolse 
l'azione feconda dell'emigrazione italiana. 

Nel capitolo secondo accennammo allo svolgi- 
mento ed alle tendenze dell' emigrazione europea 
negli Stati Uniti. Dicemmo che nella prima metà 
del secolo XIX le immigrazioni che prevalsero fu- 
rono quelle dei popoli nordici come gli Irlandesi, 



L'emigrazione italiana 109 

i Tedeschi, gli Svedesi, i Norvegesi. Accennammo 
che la grande emigrazione italiana non vi comin- 
ciò che verso la metà del secolo XIX. Prima di 
quell'epoca, gii immigranti italiani erano profughi/, 
politici, energici avventurieri, coraggiosi esplora-4 
tori, e l'emigrazione conservava il carattere iso-I 
lato ed individuale. \ 

Ma verso la metà del secolo XIX principiò la 
evoluzione economica degli Stati Uniti verso la 
attuale grande industria e si iniziarono quelle cor- 
renti migratorie, le quali da Oriente ad Occidente, 
hanno sparso, in tutti i più remoti angoli della 
grande confederazione, la nostra stirpe. 

Secondo le tabelle statistiche del Regio Commis- 
sariato Generale dell'Emigrazione, gli immigranti 
italiani furono 408 nel decennio 1821-30 ; 2253 nel 
decennio 1831-40 ; 1870 nel decennio 1841-50 ; 9231 
nel decennio 1851-60; 12 211 nel decennio 1861-70; 
55 762 nel decennio 1871-80; 307 310 nel decennio 
1881-90 ; 654 731 nel decennio 1891-1900, ed in fine 
1 647 132 tra il 1901 ed il 1908. La media percen- 
tuale dell'emigrazione diretta verso gli Stati Uniti 
rispetto a tutta l'emigrazione italiana sale da 0,25 
nel 1821-30 a 23,52 % tra il 1901 e il 1908. 

Nulla è più eloquente delle cifre. 

Naturalmente la grande emigrazione sul princi- 
pio si fermò a New- York. Nella prima metà del 
secolo XIX New- York era 1' unica città degli Stati 
Uniti di importanza veramente notevole. Lo svi- 
luppo degli altri grandi centri industriali è più 
recente. 

La nostra emigrazione era composta in gran 
parte di meridionali, quasi tutti lavoratori agricoli 



110 Capo quarto 



nei paesi di provenienza. Costoro però venivano in 
America col proposito di fermarsi nelle grandi città 
e di impiegarsi nel lavoro industriale. Ciò produsse 
una grande congestione di immigranti nella città 
di New- York, alla quale il governo federale cercò 
di porre riparo, con leggi facilitanti la penetrazione 
degli immigranti nell' interno. 

Ciò malgrado, la congestione degli immigranti 
nella città di New- York, anche attualmente, è enor- 
me. Dalla statistica pubblicata dal Regio Commissa- 
riato Generale dell' Emigrazione nel 1912, si rileva 
che a New- York la popolazione italiana censita 
ammonterebbe a 182 248 individui, e a 272 572 la 
popolazione di origine italiana dimorante nel paese. 
Per ovvie ragioni però tale statistica è assai infe- 
riore al vero. Infatti secondo i calcoli delle auto- 
rità diplomatico-consolari la popolazione italiana 
di nascita sarebbe di 562 603 individui e quella ita- 
liana di origine 699 515. 

Si può facilmente immaginare la importanza mo- 
rale, sociale, politica, che ha per noi la colonia 
italiana di New- York, che è la più grande riunione 
di connazionali che abbiamo all'estero ! 

Gli italiani di New- York vivono di preferenza 
riuniti. Essi sono concentrati in due grandi quar- 
tieri. Uno di questi quartieri è compreso in una 
diecina di blochs (si chiamano blochs nel Nord-Ame- 
rica, come quadras nel Sud-America, i grandi spazi 
compresi tra due vie trasversali) compresi tra 
Mott Street, Mulberry Street, Elisabeth Street. In 
questo quartiere vivono una gran parte dei « Ban- 
chisti » italiani. Si chiamano banchisti i titolari 
delle piccole banche in accomandita, che si occu- 



L'emigrazione italiana 111 

pano della trasmissione del denaro in Italia e di 
altre piccole operazioni finanziarie nell' interesse 
dei nostri emigranti. Vivono in questo quartiere 
una parte dei professionisti e della popolazione 
borghese della colonia. 

Il quartiere popolare italiano però, è concentrato 
nella cosi detta « little Italy » composta di poco 
più di una ventina di blochs. La « little Italy » è 
un quartiere plasmato sulle abitudini e le carat- 
teristiche della nostra Italia meridionale di cui 
conserva il carattere gaio e simpatico. Non insi- 
steremo molto sulla « little Italy » in New- York, 
sia perchè avremo occasione di riparlarne in al- 
tre parti di questo lavoro, sia perchè sulla parte 
descrittiva di essa si sono diffusi molti scrittori di 
emigrazione, e tra gli altri la gentile scrittrice si- 
gnori n a,^Ajny_^ernard^^^Jl_Dottor^^ 

Una gran parte della popolazione emigrante di 
New- York è composta disgraziatamente di unshil- 
led labourers, cioè della parte più incolta e meno 
preparata dei nostri emigranti. Ciò non pertanto, 
sono numerosi quei connazionali che con il loro 
lavoro sono giunti a crearsi nella grande metro- 
poli americana una brillante situazione che onora 
il loro paese di origine. 

A New- York si calcola esistere più di 3000 impie- 
gati italiani, molti dei quali adibiti alle ammini- 
strazioni pubbliche, alla municipalità, alla polizia, 
alle poste, agli uffici governativi, alle dogane, ecc. 
Gli Italiani sono rappresentati perfino neir ammi- 
nistrazione giudiziaria. Un nostro connazionale fu 
Giudice della Suprema Corte dello Stato di New- 
York. Si potrebbero citare molti professionisti noti 



112 Capo quarto 



ed autorevoli, vari artisti e soprattutto insigni mu- 
sicisti, che hanno scelto per loro domicilio abituale 
la grande metropoli americana, e vari banchieri 
che godono la stima generale della colonia. 

Ci duole che l' indole del nostro lavoro non ci 
permetta di diffonderci sulla colonia di New- York, 
come abbiamo fatto con quella di Marsiglia. Non 
possiamo però passare sotto silenzio i nomi notis- 
simi tra gli italiani di New- York dei banchieri 
IFranceschini e Ferrera, dei dottori Stella e Vec- 
chio, dell'ingegnere Paris, del cavaliere Barsotti, 
fondatore del Progresso Italo- Americano, uno dei 
giornali più antichi e divulgati delle nostre colonie 
italiane d'America. 

La popolazione italiana in New- York, come di- 
cevamo, è soprattutto adibita ai lavori industriali. 
Si può dire che sono un monopolio della nostra 
mano d'opera le grandi fabbriche di cioccolato e 
di dolci (candy), le sartorie da uomo e da signora, 
le calzolerie, le fabbriche delle scatole di latta. 
I ragazzi italiani della nostra classe operaia più 
povera spesso esercitano mestieri ambulanti : ven- 
ditore di giornali, lustra-scarpe, arrotino, ombrel- 
laio, ecc. 

Grandi fabbriche italiane sono quelle dei sigari 
toscani, fondata dalla energica iniziatica del mar- 
chese De Nobili, la fabbrica di paste Ferrare, il 
magazzino di esportazione Ciribelli, la ditta Per- 
soneri di prodotti chimici e farmaceutici, ecc. 

Mentre ci riserviamo di parlare dei sodalizi ita- 
liani nel capitolo VI, ci basta di accennare per ora, 
[ che la statistica delle società italiane, pubblicata 
Idal Bollettino dell'emigrazione del j912, riportava 



L'emigrazione italiana 113 

a New- York l'esistenza di 258 società, alcune delle 
quali di un' importanza veramente considerevole, 
come la « Figli d' Italia » e la « Columbus Asso- 
ciation », il Presidente della quale fu per molti 
anni il commendatore Contessa, noto personaggio 
della colonia di New- York. 

Negli anni trascorsi tra il 1840 ed il 1880, la zona 
di irradiazione dell'emigrazione italiana era stata 
la costa orientale della Confederazione. Dalla sta- 
tistica già citata rileviamo che in Pensilvania 
nel 1912 la popolazione censita degli italiani era 
di 66 655, mentre quella calcolata dalle autorità 
consolari era di 281873, dei quali 100 000 nella 
città di Filadelfia e 75 000 nella città di Pitt- 
sburg e nelle Contee di Washington, Mercer e 
La Fayette. 

Nel Massachussetts vi erano 86 274 italiani, nel 
New-Jersey 87 422, nell' Illinois 62 665. Nello Stato 
di Ohio sono stati censiti 16 437 italiani nati in 
Italia e 21 279 di origine italiana. In Cleveland ed 
in Cincinnati si trovano attualmente delle colonie 
italiane importantissime tanto da gareggiare d'im- 
portanza con la colonia di Chicago ; basti dire che 
in Cleveland esistono 26 società italiane ! 

A mano a mano che le comunicazioni con la costa 
del Pacifico andarono facilitandosi e perfezionan- 
dosi, l'emigrazione italiana si cominciò ad infiltrare 
verso il West e verso il Sud. Nel 1912 troviamo 29762 
italiani nella Luisiana (dei quali 15 000 nella città 
di New-Orleans), 5532 nel Texas ed infine 48 812 
in California, un terzo dei quali nella città di 
San Francisco, e 19 024 nel Colorado. 

Mentre la colonizzazione dell'oriente degli Stati 



114 Capo quarto 



Uniti è andata di pari passo con lo sviluppo indu- 
striale del paese, quella degli Stati occidentali ha 
seguito pedissequamente tre grandi fattori, lo svi- 
luppo ferroviario, la scoperta delle miniere e la 
coltivazione della vigna in California. 

Negli ultimi decenni del secolo scorso furono 
inaugurate le prime tre grandi linee transcontinen- 
tali, la New- York-San Francisco, la Chicago-Seat- 
tle-Portland, la New-Orleans-Galveston-Sant'An- 
tonio-Los Angeles. Queste grandi arterie fecero 
affluire la popolazione immigrante, la quale già 
da qualche anno era stata richiamata nel West, 
prima dalla scoperta delle miniere d'oro in Cali- 
fornia, ed in seguito dalla messa in valore delle 
miniere di argento, zinco, carbone e rame nel Co- 
lorado e nel Montana. 

Nella seconda metà del secolo XIX un energico 
gruppo di italiani e di svizzeri (di lingua e di 
razza italiana), ammirati dalla dolcezza del clima 
e dalla fecondità del terreno della California, eb- 
bero la geniale idea di iniziare in quei paesi la 
vinicultura. La « Italian Swiss Colony », la ditta 
più importante e più antica della California, fu 
fondata in gran parte per merito della intelligente 
iniziativa del nostro connazionale signor Rossi. 

Ma l'attività degli Italiani nella California non 
si è limitata alla coltura del vino. Fu in gran 
parte per loro iniziativa che fu introdotta in Los 
Angeles ed in tutta la California del Sud la cul- 
tura degli agrumi. Tale cultura ha portato la pro- 
duzione agrumaria ad un livello veramente enorme, 
tanto da battere vittoriosamente, su molti mercati 
americani, la produzione siciliana e spagnuola. 



L'emigrazione italiana 115 

Nel 1900 furono prodotti per 5 648 714 dollari di 
agrumi. 

Anche la frutticultura ha progredito di pari 
passo con la produzione degli agrumi. Neil' anno 
citato furono prodotti 10 000 000 di dollari di pe- 
sche, 1530 164 di olive, 4 244 384 di albicocche. 

Le ditte italiane, oltre che alla frutticultura, si 
sono dedicate attualmente alla « canneria », cioè 
alla manipolazione dei frutti in conserva ed alla 
fabbricazione delle scatole di latta necessarie allo 
smercio di essi. 

Mentre nella parte orientale degli Stati Uniti 
gli Italiani hanno abbandonato le industrie marit- 
time, sia per la differenza del clima, sia per le 
alte mercedi con le quali sono retribuiti i lavori 
industriali, in San Francisco invece essi hanno 
ripreso la loro vocazione marinara, ed hanno co- 
stituito una corporazione df pescatori italiani, la 
quale in breve numero di anni è divenuta vera- 
mente notevole, sia per il numero degli affiliati 
ad essa, sia per la sua importanza finanziaria. 

La colonia di San Francisco è veramente una 
delle colonie che fanno maggior onore alla madre 
Patria. Forse in nessuna città dell'America la co- 
lonia italiana si trova in una situazione cosi for- 
tunata, sia per il benessere economico, sia per la 
innegabile considerazione e rispetto, che gli Ita- 
liani godono nella metropoli della California. Gli 
Americani infatti riconoscono doversi ad essi una 
gran parte dello sviluppo economico del paese, e 
certo si è che la situazione dei nostri connazio- 
nali della bella metropoli del Pacifico è più felice 
che in qualsiasi altra città degli Stati Uniti. 



116 Capo quarto 



Tra i molti connazionali che godono posizionsS 
eminenti in San Francisco, meritano di essere ci- 
tati i signori Sbarbaro, Garibaldi, Fugazzi, Pedrini, 
Perasso, Parodi, ecc. Tra i professionisti gli avvo- 
cati Bacigalupi e Andriani, e i dottori Schiapa- 
rone e Rossini. 

Altri grandi centri italiani negli Stati Uniti 
esistono in Filadelfia, Chicago, Pittsburg, New-Or- 
leans. 

Da un rapporto del Conte Dall'Aste Brandolini, 
si rilevava che la popolazione italiana della Pen- 
silvania ammontava a 175 000 individui ; quella di 
Pittsburg, sempre secondo i calcoli delle autorità 
consolari, annovererebbe 25 000 italiani. 

Lo sviluppo di Pittsburg in questi ultimi anni 
è stato veramente prodigioso. La città nel 1880 
aveva una popolazione di 156 389 abitanti; nel 1904 
essa ammontava a 400 000, nel 1910 a 533 005. Le 
industrie sviluppate colossalmente colà sono so- 
prattutto quelle del ferro e dell'acciaio, della latta, 
delle macchine elettriche, dei mattoni, le vetrerie 
e r industria del petrolio. Tutte queste industrie 
danno abbondante impiego alla nostra mano d'opera, 
la cui affluenza in questi ultimi anni è stata vera- 
men te enorme. 

Prima di lasciare il Nord-America, è d'uopo ac- 
\^cennare al Canada ed all'Alaska. 

Secondo i calcoli delle autorità consolari nel Ca- 
nada esisterebbe una popolazione italiana di circa 
20 000 anime, delle quali 1470 nella sola British 
Columbia. L'afflusso della emigrazione italiana era 
aumentato in questi ultimi anni, essendo stati i 
nostri immigranti attratti dalla costruzione della 



V emigrazione italiana 117 



grande ferrovia transcontinentale della Canadian 
Pacific e del Grand Trunk Pacific System Ry. 
D'altra parte lo sviluppò subitaneo dei porti di 
Vancouver e di Victoria, destinati a brillantissimo 
avvenire per i traffici del Pacifico (da Victoria par- 
tono già linee regolari per l'Australia, il Giappone 
e la Siberia orientale) avevano fatto accorrere nel 
British Columbia una grande afl[1uenza di nostri 
connazionali. 

Prima della guerra la popolazione italiana di 
Vancouver (secondo i calcoli dell' agente consolare 
signor Masi) veniva fatta ascendere a 10 000 per- 
sone. Alcuni connazionali (per esempio il cav. Fer- 
rera) si erano formati una situazione finanzia- 
ria brillantissima. La guerra però ha portato una 
grande depressione economica in quel paese, pur 
di cosi brillante avvenire, conseguenza della quale 
è stato un grande esodo dei nostri connazionali. 

La gelida Alaska è uno dei territori più vasti, 
ma più recenti e meno noti della Confederazione 
degli Stati Uniti d'America. 

La vasta penisola pare sia stata conosciuta dalle 
antiche migrazioni cosacche e mongole, ma il primo 
europeo al quale viene riconosciuto ufficialmente 
il merito della scoperta, è il danese Vito Bering. 
Durante il secolo XVIII varie spedizioni russe e 
spagnuole riconobbero la penisola. Anche una spe- 
dizione inglese comandata dall' illustre Cook ap- 
parve su quelle coste. Ne faceva parte come raid- 
shixìman l'illustre navigatore Giorgio Vancouver, 
^^na spedizione spagnuola fu comandata da un no- 
iro connazionale, Malaspina, genovese, agli ordini 
del viceré del Messico. I Russi finirono col triou- 



118 Capo quarto 



1 



fare aggregando il territorio all' Impero nei primi 
anni dello scorso secolo. ,j 

I Russi però, sia per la vastità dei territori im^ 
mensi dei quali dispongono, sia per mancanza di 
capitali, non riuscirono a mettere in valore la loro 
possessione d'America, e nel 1867 la venderono agli 
Stati Uniti per il prezzo di 7 200 000 dollari : 2 cen- 
tesimi per acre di terreno ! 

L'Alaska presto prese sviluppo sotto l' energico 
impulso degli Stati Uniti che recentemente vi sco- 
prirono l'oro. Attualmente sono sorte varie città, 
Juneau, Valdez, Skagway e la popolazione era cal- 
colata prossima a 70 000 abitanti dei quali 35 000 
eschimesi ed indigeni. 

Recentemente il governo degli Stati Uniti ha 
deciso la costruzione di una grande ferrovia, de- 
stinata a traversare l'Alaska ed a facilitare le co- 
municazioni, che fino ad oggi sono state fatte solo 
per la via fluviale (Yukon River) totalmente gelata 
l'inverno. 

Tale costruzione ha richiamato numerosa emi- 
grazione europea e specialmente italiana. Secondo i 
calcoli delle autorità consolari gli Italiani in Ala- 
ika nel 1912 erano 1264, ma la cifra attuale deve 
essere molto superiore. In Douglas Alaska si è for- 
mato un villaggio di immigranti italiani che pare 
raggiunga le 2000 persone. 

L'emigrazione nel Centro-America non ha rag- 
giunto mai grandi proporzioni. Secondo la stati- 
stica del Commissariato dell' Emigrazione nel 1912 
vi erano 2564 italiani sparsi in tutto il territorio 
del Messico, 2000 in Costarica, 550 in Guatemala, 
70 nell'Honduras, 501 in Cuba, 600 in San Do- 



L'emigrazione italiana 119 

mingo, 600 nell'Equator, 800 in Colombia, 9000 nel 
Paraguay, 3000 nel Venezuela. 

Veniamo ora a parlare dell' emigrazione nei 
grandi Stati del Sud-America, che grandemente in- 
teressa l'espansione nel mondo della nostra stirpe. 

Secondo il Commissariato dell'Emigrazione la po- 
polazione italiana nel Brasile sarebbe di 1500000, 
neir Argentina di 1000 000, nell'Uraguay 100 000, 
nel Perù di 12 000, nel Cile di. 13 023. 

Nei capitoli II e III abbiamo accennato agli inizi 
dell'emigrazione europea nel Brasile durante il se- 
colo XIX. Pare che 1' emigrazione italiana verso 
quel paese si iniziasse nel 1836, con l'esodo di 180 
braccianti. In quell'epoca cominciava appena l'emi- 
grazione europea verso quel paese, nel quale le 
condizioni di vita erano tutt' altro che felici. La 
concorrenza dei negri, la poca sicurezza della vita 
sociale minata da discordie e da rivoluzioni, il 
clima micidiale e le malattie endemiche rendevano 
poco rosea la prospettiva dell'emigrante diretto al 
Brasile. 

Nella seconda metà del secolo XIX si comincia- 
rono ad avviare verso il Brasile varie correnti di 
emigrazione europea, ma prevaleva l'elemento te- 
desco, svizzero e portoghese. Nel 1862 vi si reca- 
rono 431 italiani e 2092 nel 1864. Si mantenne la 
media dell'emigrazione italiana presso a poco uguale 
fino al 1884, durante il quale anno la media sali al 
di sopra di 10 000 immigranti. Negli anni seguenti 
tale cifra fu sempre superata sino ad arrivare a 
132 326 nel 1891. 

La storia della nostra emigrazione nel Brasile, 
come è noto, non traversò sempre eventi lieti. La 



120 Capo quarto 



febbre gialla mieteva la vita degli europei sulle 
coste del grande paese tropicale, tanto che i lavo- 
ratori europei dovevano a preferenza cercare oc- 
cupazione sugli altipiani. La nostra emigrazione 
quindi si incamminò preferibilmente verso gli Stati 
di San Paolo, Santa Caterina, Rio Grande del Sud, 
dove prevalevano le regioni montagnose e dove la 
latitudine australe rendeva meno intollerabile il 
clima dei tropici. 

In seguito alla crisi economica che infierì nel 
Brasile verso il 1900, ed agli sfruttamenti dei quali 
erano vittima i nostri emigranti attirati nel paese 
da speculatori poco scrupolosi, il nostro governo 
dovette prendere un provvedimento energico, vie- 
tando con l'ordinanza del 1.° dicembre 1905 il ri- 
lascio dei passaporti per il Brasile a coloro che 
non vi emigrassero spontaneamente, pagandosi il 
viaggio con denaro proprio, o non fossero forniti 
di biglietti di chiamata inviati da parenti stretti. 
Effetto di questa ordinanza fu un ribasso della 
media nella nostra emigrazione per il Brasile, che 
discese di nuovo sui 13 000 individui annui, nei 
primi dieci anni del corrente secolo. 

Secondo V interessantissimo rapporto del Regio 
Commissariato Generale dell'Emigrazione del 1910, 
attualmente la situazione della nostra emigrazione 
nel Brasile si è assai migliorata, anche per ef- 
fetto del mutamento dello spirito pubblico, che in 
seguito all' energico provvedimento del nostro go- 
verno si è abituato a trattare umanamente i no- 
stri emigranti, apprezzandone il loro grande va- 
lore e non considerandoli più come un surrogato 
dell'abolito lavoro servile. 



L'emigrazione italiana 121 

Nella seconda metà del secolo XIX l'emigrazione 
italiana dette un contingente pari a tutte le altre 
emigrazioni sommate insieme. Nei primi tempi i 
nostri emigranti sbarcavano quasi tutti a Santos, 
per recarsi nella grandissima maggioranza nello 
Stato di San Paolo. Ultimamente la tendenza di 
essi è di sbarcare in Rio de Janeiro, anzitutto per- 
chè la zona prospiciente alla capitale, divenuta in 
questi ultimi anni una splendida città, si è comple- 
tamente sanificata in seguito ai magnifici lavori 
intrapresi dal governo brasiliano con grande spi- 
rito di modernità e di praticità; inoltre perchè 
sbarcando a Rio Janeiro e presentandosi alle auto- 
rità federali di immigrazione, i passeggeri di terza 
classe hanno la possibilità di ottenere il passaggio 
gratuito fino a destinazione. 

Come accennammo varie volte, lo Stato di San 
-Paolo è la mèta della grande maggioranza della 
nostra emigrazione. In esso la popolazione italiana 
si fa ammontare a 800 000 su una popolazione to- 
tale di 3 397 000. La città di San Paolo è divenuta 
una dei più grandi centri coloniali del mondo. 
Basti dire che alla posta centrale di San Paolo 
esistono tre sportelli per l'impostazione delle let- 
tere, uno per il Brasile, uno per l' estero ed uno 
speciale per l'Italia! Chi giri per San Paolo vede 
da per tutto trattorie, negozi, case commerciali ita- 
liane. Vi è un grande ospedale italiano, due grandi 
giornali italiani (è da citarsi il Fanfulla, uno dei 
più importanti e più antichi); i professionisti e com- 
mercianti italiani hanno raggiunte le più floride ed 
importanti posizioni, come nei maggiori e più co- 
spicui nuclei coloniali. 



122 Capo quarto 



La maggioranza dei nostri emigranti nel Brasile 
è occupata nelle fazendas per la coltivazione del 
caffè. Il clima mite dell'altipiano di San Paolo ha 
però permesso in questi ultimi tempi l' inizio di 
altre colture intensive nelle quali eccellono i no- 
stri contadini. 

Nello Stato di Minas Geraes si è sviluppata la 
pastorizia in modo assai notevole. I nostri conna- 
zionali, secondo un rapporto del console Goffredo, 
sono occupati anche nelle industrie estrattive, nel- 
l'apicoltura e nell'industria serica recentemente in- 
trodotta dal benemerito ordine italiano dei padri Sa- 
lesiani, e soprattutto nella pesca nei numerosi fiumi. 

Dopo lo Stato di San Paolo, per la nostra emi- 
grazione, vengono per ordine d' importanza lo Stato 
di Rio Grande del Sud, nel quale l'emigrazione 
italiana si fa ammontare a 250000, lo Stato di Rio 
Janeiro dove vivono 50 000 Italiani e di Santa Cate- 
rina dove ve ne sono 30 000. Gli altri Stati, special- 
mente nel Nord, hanno una importanza molto infe- 
riore per la nostra emigrazione. 

Ed ora veniamo a parlare dell'Argentina. 

Come accennammo nel capitolo III, l'Argentina è 
la prima terra d'America verso la quale si è di- 
retta la grande emigrazione italiana; è forse per- 
ciò che noi ci siamo abituati quasi a considerarla 
come la terra classica della nostra emigrazione! 
In tale idea istintiva vi è un fondamento reale, 
perchè infatti pochi paesi al mondo si prestano 
all' innesto della razza italiana, come quel paese 
che ben giustamente Paul Adam ha chiamato il più 
autentico rappresentante della latinità in America. 

L' Argentina è un paese che potrà riuscire più 



L'emigrazione italiana 123 

meno simpatico, a seconda dei gusti, del tempe- 
ramento, delle tendenze individuali, ma forse in 
nessun paese come in quello, l' italiano volonteroso, 
e specialmente il lavoratore della terra, hanno la 
possibilità di farsi una posizione prospera e felice. 
In Argentina tutto facilita l'emigrazione italiana: la 
lingua facilissima ad apprendere, il temperamento 
cordiale e profondamente latino degli abitanti in- 
digeni, il clima temperato e tanto rassomigliante ai 
climi nostri, la vita agricola e campestre per la 
quale l'emigrante italiano migliore ha ed avrà sem- 
pre vocazione e tendenza. 

Dalle pubblicazioni ufficiali edite per il cente- 
nario dell' indipendenza argentina risultava che 
dal 1857 al 1912 emigrarono nel paese 2 074 867 
italiani. Nel primo decennio del corrente secolo 
l'emigrazione italiana rappresenta una media del 
40,47 °/o dell'emigrazione totale, l' emigrazione spa- 
gnuola il 37,56 ^/o e quella degli altri paesi riuniti 
insieme il 21,97 "/q. 

Come accennammo nel capitolo citato, nella prima 
parte del secolo XIX la nostra emigrazione era di- 
retta soprattutto a Buenos Aires, e vsi fermava di 
preferenza nella città e negli immediati dintorni, 
contribuendo in parte non piccola allo sviluppo 
della capitale federale, sviluppo a dir vero eccessivo 
e pletorico. 

Si è fatto all'Argentina il rimprovero di essere 
un corpo con uno sviluppo anormale e malsano 
degli organi cefalici, ed in parte ciò è innegabile. 
Su una popolazione totale che non giunge ai 7000000 
la città di Buenos Aires ha quasi raggiunto 1500000 
abitanti. 



124 Capo quarto 



Ciò però non va imputato che in minima parte 
alle autorità federali argentine, che cercarono di 
facilitare in tutti i modi che stavano in loro po- 
tere la penetrazione degli emigranti neir interno, 
con la famosa « casa de los immigrantes », con fa- 
cilitazioni sui viaggi, ecc. Furono invece in parte 
responsabili precisamente le immigrazioni europee 
e più di tutte le altre la immigrazione spagnuola 
che ha una pertinace e costante vocazione urbana, 
ed aborre il lavoro agricolo e la campagna. A ciò 
è dovuta soprattutto la minore estimazione in cui 
è tenuta dagli argentini la immigrazione spagnuola, 
malgrado che gli argentini medesimi si sentano 
profondamente di razza ispanica e malgrado l'affi- 
nità della lingua. 

Gli Spagnuoli sono infatti contraddistinti in Ar- 
gentina dal termine dispregiativo di gallegos, il 
quale non corrisponde affatto a quello di gringos 
col quale sono contraddistinti gli Italiani. In tutto 
il Sud-America, infatti, gringos sono chiamati tutti 
gli stranieri di razza non spagnuola ; inoltre il 
significato che vi annettono gli Argentini, o almeno 
gli argentini intelligenti, non è del tutto dispregia- 
tivo, come ritiene generalmente la molto compren- 
sibile suscettibilità dei nostri emigranti. 

Secondo il calcolo delle autorità consolari, gli 
Italiani dimoranti nelle provincia di Buenos Aires 
sarebbero 250 000. Certo si è che Buenos Aires in 
certi punti dà l'impressione di una città italiana. 
Sulle pubbliche piazze si ergono monumenti di Cri- 
stoforo Colombo, Garibaldi, Mazzini; in alcuni quar- 
tieri la lingua parlata preferibilmente è l'italiano. 
Esistono vari alberghi italiani (antichissimo l'Hotel 



L'emigrazione italiana 125 

Galileo), restaurants italiani, negozi italiani. I pic- 
coli lustra-scarpe per le strade e i venditori di 
giornali sono generalmente italiani, ed altrettanto 
i marinai del porto, i pescatori, spesso i barbieri, 
i sarti, ecc. 

Data l'indole di questo lavoro non sarebbe possi- 
bile citare tutti gli italiani che si sono fatti posizioni 
eminenti nella bella metropoli del Sud-America. 
Citeremo solo l'ingegner Luciani, il commendator 
Cittadini, fondatore della Patria degli Italiani, il 
più autorevole giornale italiano del Sud-America, 
r ingegner Pedriali, costruttore della ferrovia sot- 
terranea nell'Avenida de Mayo, il commendator 
Lori, fondatore di un padiglione italiano all'ospe- 
dale della Piata, ed altri moltissimi. 

La provincia nella quale la nostra emigrazione 
si sparse prima e maggiormente, fu naturalmente 
quella di Buenos Aires ; in seguito però la nostra 
emigrazione penetrò nella provincia di Santa Fé, 
di Cordoba, di Mendoza, ecc. 

Nella provincia di Santa Fé gli Italiani si fanno 
ammontare a 220 000, dei quali 33 731 dimorereb- 
bero a Rosario. È caratteristica nella provincia di 
Santa Fé l'abbondanza di una nostra emigrazione 
speciale di carattere temporaneo. Si tratta special- 
mente di veneti e di piemontesi, i quali approfit- 
tando della differenza delle stagioni e della spere- 
quazione dei salari, si recano, compiuto il raccolto 
estivo in Italia, a lavorare in Argentina ai principi 
del nostro inverno, corrispondente all' estate au- 
strale. Questa emigrazione passeggera delle rondi- 
nelle golonclrìnas come le chiamano gli Argen- 
tini, é ostacolata dallo spirito pubblico del paese, 



126 Capo quarto 



il quale, animato dell'esclusivismo americano, ha 
sempre la tendenza a nazionalizzare l' emigrante, 
ed ha un' istintiva ostilità contro gli emigranti che 
arrivano animati àéìV esprit de retour. 

Anche in Argentina pertanto, dove la nostra emi- 
grazione è altamente stimata ed apprezzata, essa 
traversò eventi non sempre lieti. È abbastanza nota 
e soprattutto recentissima la storia dell' « entre- 
dicio », ossia la questione tra il nostro Governo 
ed il Governo argentino per le misure sanitarie im- 
poste ai bastimenti vettori di emigrazione che sbar- 
cavano in Argentina. 

È notorio con 'quanto scrupolo e con quanta lealtà 
il nostro Governo da molti anni provvede, per mezzo 
dei suoi organi principali, alla tutela ed al con- 
trollo dell'emigrazione. L'emigrante deve munirsi 
di un passaporto per l'estero, che non viene con- 
cesso che dietro certe condizioni e garanzie; egli 
è sorvegliato da diversi uffici di tutela dell'emigra- 
zione, ed infine durante il naggio stesso, la sua 
salute è controllata dai Commissari Regi, i quali 
per lo più sono ufficiali medici del Regio Esercito 
e della Regia Marina, tenuti sotto l'obbligo del loro 
onore ad informare le autorità argentine, all'arrivo 
nei porti federali, delle condizioni sanitarie degli 
emigranti imbarcati sui piroscafi nei quali essi 
esercitano la propria funzione. 

Ciò non pertanto, il Governo argentino nel 1911 
ebbe la peregrina pretensione di imporre una vi- 
sita suppletoria non solo all' arrivo degli emigranti 
in Argentina, ma altresì preventiva ai porti di 
partenza. È ancora incerta la storia intima del di- 
sgraziato provvedimento; si disse che il Governo 



L'emigrazione italiana 127 

argentino fosse stato mal consigliato, si disse 
anche che il Ministro degli Esteri federale di allora 
avesse voluto creare dei posti di ispettore medico 
nei porti di Europa per investirne delle proprie 
creature. Quello che è certo è che il provvedimento 
creò un gravissimo malcontento nell'opinione pub- 
blica italiana, malcontento del quale si fece eco 
energica il nostro Ministro degli Esteri, il com- 
pianto marchese di San Giuliano, sospendendo la 
concessione di passaporti per l'Argentina e minac- 
ciando un divieto dell'emigrazione per quei lidi. 

Ciò produsse una viva reazione in Argentina, 
dove, giova riconoscerlo, il provvedimento del no- 
stro Ministro degli Esteri giunse inaspettato. Sia 
che gli Argentini si attendessero una prona acquie- 
scenza da parte delle autorità diplomatiche ita- 
liane, sia che effettivamente essi non avessero mi- 
surato la portata del provvedimento, è certo che 
esso fu accolto a Buenos Aires più che con isde- 
gno, con meraviglia. Sta in fatto che il nuovo 
Presidente eletto, Saens Peiias, già Ministro a Roma, 
uomo illuminato e sinceramente amico del nostro 
paese, ristabili le cose al loro pristino stato, dimo- 
doché la nostra emigrazione in Argentina potè ri- 
prendere florida e numerosa come era stata negli 
anni decorsi. 

Gli Italiani nella provincia di Santa Fé sono per 
lo più agricoltori, adibiti principalmente alla col- 
tura dei grani e dei foraggi (al fai fa). 

Segue per ordine d'importanza la provincia di Cor- 
dova, dove gli Italiani si fanno ascendere a 150 000. 
Nella città di Cordova la condizione degli Italiani è 
oltremodo fiorente. Rimando il lettore ad un iute- 



128 Capo quarto 



ressantissimo rapporto del console cavaliere Chio- 
venda, nel quale l'egregio funzionario descrive in 
modo efficace e pittorico le rapide fortune e l'in- 
vidiabile situazione che si sono fatti nella seconda 
metà del secolo XIX molti nostri connazionali. Le 
colture sono su per giù analoghe a quelle della 
provincia di Buenos Aires. 

Alla provincia di Cordova seguono per impor- 
tanza la provincia di Mendoza e quella di San Juan. 
Crediamo opportuno di parlare di entrambe insieme 
per le loro affinità naturali. Nella provincia di 
Mendoza gli Italiani erano calcolati dalla statistica 
del Commissariato a 13 000 e a 900 in quella di 
San Juan ; però tale statistica rimonta al 1906, ed 
abbiamo gravi motivi per supporre che la nostra 
emigrazione nelle due province oggi sia più che 
duplicata. Per l'indole del nostro lavoro crediamo 
che pochi paesi sieno interessanti come queste due 
province. Nelle due province di Cuyo la coltiva- 
zione caratteristica è la coltivazione dell'uva; solo 
in questi ultimi tempi è sorta in via sussidiaria la 
coltura dei frutti. 

Nei tempi della dominazione spagnuola le pro- 
vince di Cuyo dipendevano da un vice-reame del 
Cile e ciò era facilmente spiegabile perchè, non 
esistendo le ferrovie, il passo di Cacheuta attra- 
verso le Ande, già valicato da San Martin nella 
sua incursione sul Cile, costituiva una separazione 
molto meno lunga e gravosa dalle province orien- 
tali dell'Argentina, che la traversata della inter- 
minabile Pampa. 

Fino da quei tempi era stata iniziata la viticul- 
tura che già fioriva nel Cile dove si manipolano 



L'emigrazione italiana 129 

ottimi vini ; però le difficoltà di trasporto e di 
smercio avevano mantenuto tale industria allo 
stato infantile. 

Negli ultimi decenni dello scorso secolo la com- 
pagnia inglese De Buenos Aìì^es a Pacifico ultimò 
il tronco ferroviario che da Buenos Aires in meno 
di trenta ore conduce a Mendoza, e da Mendoza 
con diverso scartamento, valicando le Ande, con- 
duce a Valparaiso nel Cile. Fino dai primi anni 
della costruzione della ferrovia affluì allora nelle 
province di Cuyo un'abbondante emigrazione spa- 
gnuola, e quindi gradualmente cominciarono a re- 
carsi nel paese enologi francesi ed italiani. 

I nostri enologi, o hodegueros, ebbero la geniale 
idea di imitare il sistema californiano, cioè ricor- 
rendo alle macchine, soprattutto fornite dalla in- 
dustria francese di Nancy, e concentrando nelle 
mani di un industriale la manipolazione del vino 
proveniente dalle uve nate sulle terre di molti 
proprietari, impiantando delle fabbriche in grande, 
destinate alla produzione di un tipo unico di vino, 
generalmente ordinario, che potesse, per il con- 
sumo comune, soppiantare la concorrenza del vino 
importato europeo. 

La fortuna arrise agli audaci iniziatori. I fra- 
telli Tomba, recatisi in Argentina come venditori 
ambulanti di acquavite ai lavoranti nei nuovi tron- 
chi ferroviari, impiantarono a Godoy Cruz una co- 
lossale bodega, alla quale segui la bodega dei fra- 
telli Piccione napoletani, e quindi quella veramente 
colossale del veneto Gioì e dello svizzero italiano 
Gargantini. La bodega Gioì è lo stabilimento più 
grandioso del mondo come produzione quantitativa 



150 Capo quarto 



di vino. Nel 1913 ne furono fatti 300 000 etto- 
litri ! 

A questi arditi connazionali successero in Men- 
doza i signori Zara, Vicchi, Genesi, Dacomo, Raf- 
faelli; in San Juan i signori Graffigna, Meglioli, 
Coppello e Russomando. 

Per alcuni anni la fortuna veramente arrise agli 
arditi iniziatori che accumularono delle ricchezze 
colossali. Ultimamente però la provincia di Men- 
doza e quella di San Juan soffrivano di una crisi 
di superproduzione per avere spinto la manipola- 
zione del vino ad una misura non più corrispon- 
dente ai bisogni del paese. Ultimamente quindi 
sorse in quei paesi fortunati l'idea di ricorrere ad 
industrie sussidiarie, quelle della frutticultura, dei 
lambicchi per la fabbricazione dell' alcool e del- 
l'acido tartarico. Varie importanti ditte italiane 
avevano iniziato una esportazione di lambicchi di 
uva in Francia, specialmente fornendo la ditta 
Mante di Marsiglia, importante casa di prodotti 
chimici già citata nel corso di questo lavoro. 

L' emigrazione italiana nelle province di Cuyo 
non ha raggiunto ancora come importanza nume- 
rica la sua grande rivale in Argentina, 1' emigra- 
zione ispanica, ma le rapide fortune accumulate 
nella seconda metà del secolo XIX già servono da 
possente richiamo a molti nostri connazionali, e 
possiamo affermare senza tema di essere smentiti, 
che in un non molto lontano avvenire i nostri 
emigranti si avvieranno numerosissimi verso quella 
terra promessa australe, che non solo permette al 
nostro connazionale di crearsi con relativa facilità 
una buona situazione, ma pure, cosa certo non di- 



L'emigrazione italiana 131 

spregevole, gli fa trovare nella terra di America 
un' immagine radiosa della Patria feconda : del- 
Valma parens frugum virgiliana ! 

Alle province di Cuyo seguono per importanza 
le province di Salta, Tucuman, Jujuy, Santiago 
Del Estero. Queste province dell'Argentina del Nord 
hanno un clima semitropicale, e vi prevalgono le 
colture semitropicali. In Tucuman gli Italiani sono 
calcolati a 6000, 2200 in Jujuy, 2000 in Santiago 
Del Estero e 1640 in Salta. La coltivazione che 
intessa più i nostri emigranti in questa parte del- 
l'Argentina sono gli zuccherifici e il taglio delle 
foreste, che costituisce altresì la principale occu- 
pazione dei nostri connazionali nel Paraguay. 

Ci resta a parlare dei due altri importanti paesi 
del Sud-America, il Cile e l'Uruguay. 

Secondo la statistica del Commissariato dell'Emi- 
grazione, gli Italiani residenti nel Cile sarebbero 
13 023 e nell'Uruguay 100 000. Senonchè malgrado 
un concordato stipulato dal Governo cileno nel- 
l'agosto del 1907 con i governi stranieri per atti- 
rare la mano d'opera europea, in quest'ultimi anni 
la nostra emigrazione ha alquanto scarseggiato in 
quei lidi. Secondo il Commissariato Generale del- 
l'Emigrazione, nel quinquennio 1905-1909 su un to- 
tale di 19 054 immigranti non vi sarebbero stati 
che 960 italiani. 

Ciò si spiega con varie ragioni. Il Cile è un 
paese bellissimo, gode meritatamente la reputa- 
zione di essere la Svizzera australe. Mentre la 
Pampa dà l'impressione di monotona desolazione 
in chi la visiti, le montagne cilene, ricoperte di 
splendidi alberi dalle fronde sempre verdi, susci- 



132 Capo quarto 



tano l'ammirazione estatica del visitatore. Però 
in quest'ultimi anni le condizioni economiche della 
Repubblica, che gode la reputazione di essere una 
delle meglio ordinate del Sud-America, reputazione 
in parte meritata, non furono molto felici. 

La repubblica del Cile si occupò vivamente del 
riordinamento delle condizioni politiche del paese 
e del riordinamento dell'esercito, che è stimato il 
più forte e meglio organizzato del Sud-America ; 
però non fu fatto molto per le industrie e i com- 
merci, i quali, come si accennò nel capitolo II, 
furono lasciati in gran parte in mano ai Tedeschi, 
il cui unico pensiero era di arricchirsi sfruttando 
il paese. Le condizioni quindi della mano d'opera 
non erano molto felici : basse le mercedi, durissimi 
i lavori. 

Gli Italiani sono adibiti oltre che al lavoro della 
vigna, alle miniere di salnitro, nel Nord del Cile, 
agli alti forni di Corrai e Valdivia, alla costru- 
zione delle ferrovie. 

Dalle concessioni governative sorsero due imprese 
di iniziativa dei nostri coloni italiani, la Nuova 
Etruria, e la Nuova Italia, le quali sono abbastanza 
fiorenti. 

Anche nell'Uruguay in questi ultimi anni l'emi- 
grazione è piuttosto stazionaria. I nostri connazio- 
nali affluirono nell'Uruguay nei primi decenni del 
secolo XIX, quando l'emigrazione italiana si diri- 
geva a popolare le coste orientali dell'Argentina. 

Attualmente però, malgrado gli innegabili van- 
taggi che offre il paese, di clima saluberrimo, ab- 
bastanza ben ordinato, abbastanza ampiamente for- 
nito di trasporti ferroviari, l'emigrazione non vi 



L'emigrazione italiana 133 

affluisce eccessivamente, perchè la coltura preva- 
lente dell'Uruguay, quella che costituisce la ric- 
chezza del paese, sono i foraggi e 1' allevamento 
del bestiame, industrie di carattere estensivo e che 
per la loro natura stessa non richiedono molta 
mano d'opera. Ciò non pertanto vari connazionali 
si fecero delle ragguardevoli posizioni tanto nel- 
l'Uruguay che nel Cile. Cito nel Cile la ditta Za- 
nelli; nell'Uruguay vari operai lavorano alla fab- 
brica Fray Ventos che produce il LieUg o estratto 
di carne, oramai di fama mondiale. 

Prima di lasciare il Sud-America ci sia lecito 
di nominare due connazionali che vi lasciarono 
fama illustre : l'ingegner Luigi Luiggi, costruttore 
del Porto di Bahia Bianca, e l'ingegner Cipolletti, 
costruttore dello splendido barrage del Rio Zanjon 
della provincia di Mendoza ; e ci sia lecito indicare 
alla nostra futura emigrazione un campo di sfrut- 
tamento di sicuro avvenire per l' emigrante che 
pronto ad affrontare grandi sacriJ3ci e sopportare 
gravi fatiche, voglia varcare l'oceano in cerca di 
miglior fortuna, cioè la provincia del Rio Negro, 
della Pampa meridionale, che appena si apre alla 
civilizzazione. 

Al Rio Negro il clima freddo, ma saluberrimo, 
garantisce l' emigrante dalle malattie endemiche 
che lo abbattono e lo sfiduciano ; la cattiva condi- 
zione della viabilità in un paese di avvenire sicuro, 
gli può far sperare la valorizzazione dei terreni 
che egli intenda coltivare ; la poca densità della 
popolazione lo pone al riparo dalla concorrenza che 
lo abbatte e lo schiaccia. 

Per finire i nostri cenni sui paesi transatlantici 



134 Capo quarto 



ci resta ad accennare all' Australia ed all' Affrica 
meridionale. 

Il dottore Giuseppe Capra in un suo studio sul- 
l'Australia osservava che nelle regioni più remote 
del nuovissimo continente si trovano degli Italiani. 
Tale osservazione non meraviglia chi conosce la 
vocazione migratoria della nostra stirpe. Chi scrive 
queste righe ebbe occasione personalmente di tro- 
vare italiani minatori nel Nord dell'Alaska, in 
porti abbandonati del Centro-America come Acaju- 
tla, e in Punta Arenas sullo stretto di Magellano, 
commercianti di pellicce. Il dottor Capra riferisce 
dì aver trovato un certo signor Martini in Tasma- 
nia e di aver trovato dei connazionali nei punti 
più remoti dell'Australasia. 

Secondo la statistica pubblicata dal Commissa- 
riato dell'Emigrazione, gli Italiani dimoranti in 
Australia sarebbero stati, nel 1908, 5668, popola- 
zione censita, e 7045, popolazione calcolata dalle 
autorità consolari. Da queir epoca tale cifra non 
deve essere molto aumentata, e ciò sia per la di- 
stanza remota di quel paese, sia per la concorrenza 
di altre razze, sia.... è necessario dirlo, per la poca 
simpatia che ha sempre dimostrato il Common- 
wealth australiano per l'emigrazione europea non 
proveniente da paesi inglesi in generale ed in modo 
particolare per l'emigrazione latina. 

La distanza non sarebbe un elemento grande- 
mente ostacolante 1' emigrazione italiana, se essa 
fosse temperata da facilitazioni nei viaggi e da 
facilità di ammissione nel Commonwealth. La con- 
correnza di altre razze e soprattutto dei Malesi e 
dei Cinesi, della cui emigrazione in Australia fa- 



L'emigrazione italiana 135 

cemmo cenno nel secondo capitolo, invece presenta 
un ostacolo non disprezzabile per il nostro lavo- 
ratore unsMlled. 

In quanto alla poca simpatia per la emigrazione 
latina, essa, non giustificabile certo, si può spie- 
gare con diversi motivi. Anzitutto il carattere pret- 
tamente anglo-sassone della popolazione austra- 
liana, che si assimila e simpatizza abbastanza 
facilmente con i popoli originari del Nord-Europa, 
ma conserva un' ostilità latente, invincibile, istin- 
tiva, verso i nostri costumi, la nostra mentalità, le 
nostre idee. 

Noi non abbiamo solamente una lingua differente; 
abbiamo un differente temperamento, un differente 
modo di pensare, spesso un aspetto esteriore di- 
verso. Il Capra riferisce nel suo interessante studio 
che gli Italiani in Australia sono chiamati Lagos 
Blachs. 

Questo stupido nomignolo che perseguita ostina- 
tamente il nostro disgraziato emigrante anche negli 
Stati Uniti di America, è di origine prettamente 
americana. Nei primi tempi della conquista della 
California e del Nuovo Messico, pare fossero chia- 
mati dagos i Messicani e gli Spagnuoli, presso i 
quali abbonda il nome Diego. Furono cominciati a 
chiamare dagos i Messicani, i quali d'altra parte 
non abbondano che nel Sud degli Stati Uniti, e poi 
tale nomignolo dispregiativo perseguitò la nostra 
emigrazione, quando essa cominciò ad apparire e 
ad abbondare, in tutte le altre parti della Confe- 
derazione. 

Senonchè questo concetto e nome dispregiativo 
negli Stati Uniti, non passa il limite assai poco 



136 Capo quarto 



vasto della cultura degli infimi strati della società. 
Oso dire che una persona distinta si vergogne- 
rebbe di pronunciare tale parola, e ciò è facilmente 
spiegabile se si pensa all' origine cosmopolita e 
varia, ed all'amalgama cosi diversa della quale è 
composto il cittadino americano. 

Invece questi concetti xenofobi si comprende 
siano penetrati più profondamente non solo nella 
mentalità dell' australiano, ma nelle idee della 
classe dirigente e degli stessi legislatori del paese, 
e ne abbiamo un indizio nel regime ristrettivo che 
fu iniziato con le leggi del Commonwealt nel 1905, 
contro tutti gli immigranti non provenienti dal 
Regno Unito o da discendenza inglese, e non muniti 
di un regolare contratto di lavoro. 

In altri punti di questo libro ci riserviamo di 
commentare ed esplicare tale misure restrittive. 
Ci basti per ora accennare che in un'inchiesta che 
il Capra riferisce di aver fatto presso le autorità 
locali dell'Australia e della Nuova Zelanda egli 
riporta di aver avuto l'impressione che colà « non 
ci si conosce », forma prudente per dire che non 
ci si apprezza. 

r L'ostilità contro l'emigrazione degli stranieri si 
I può esplicare altresì con la legislazione di carattere 
I socialista, della quale quei paesi vollero essere an- 
(tesignani. È nell' interesse dell'operaio socialista 
^i non fare abbondare sul mercato l'offerta di mano 
d'opera. La legge ferrea della domanda e dell'of- 
ferta è più forte di qualsiasi rimedio legislativo 
politico e sociale. 



CAPO QUINTO. 



Studio dell'emigrazione per provincia. — Emigrazione tem- 
poranea dei Veneti in Germania, dei Piemontesi in Fran- 
cia, dei Siciliani a Tunisi. — Specialità dell'emigrazione 
delle province di Massa-Carrara e di Lucca. — Gli 
Abruzzesi in America. — Commerci ed industrie prefe- 
rite dai meridionali. — Specialità dei Toscani e dei Pie- 
montesi. 



Lo studio della nostra emigrazione nei paesi di 
Europa e del bacino del Mediterraneo riveste un 
carattere speciale, per la distinzione, puramente 
accademica ed alquanto artifiziosa, fatta dagli stu- 
diosi tra l'emigrazione temporanea e l'emigrazione 
permanente, distinzione basata suU' animus del- 
l'emigrante che espatria munito o meno àoìVesprit 
de retour. 

Tale distinzione, dicevamo, è alquanto artificiosa, 
poiché quasi tutti gli emigranti che abbandonano 
la loro terra alla ricerca di una miglior fortuna 
hanno Vesprit de retour. Io credo che se un filan- 
tropo potesse recarsi a bordo di qualsiasi trans- 
atlantico partente per le Americhe e provocare 
da tutti gli emigranti una completa e sincera con- 
fessione della loro situazione psicologica, ben pochi 
risponderebbero risolutamente di non aver inten- 
zione di ritornare mai più in patria. 



138 Capo^mtmto 



Ciò premesso, non ci par logico quello che si è 
fatto da molti scrittori di emigrazione, di classi- 
ficare la emigrazione transatlantica come perma- 
nente e l'europea come temporanea. Vanimus del- 
l'emigrante di non tornare in patria è una funzione 
di molti fattori ; esso dipende maggiormente dalle 
vicende più o meno fortunate del suo viaggio, dalla 
probabilità di farsi una buona situazione nel nuovo 
ambiente nel quale egli è chiamato a svolgere la 
sua attività, che non dalla sua intenzione preven- 
tiva. In tesi generale si può affermare per l'emi- 
grazione moderna, che l'emigrante che non ritorna 
è quello che si trova bene nel paese di destinazione. 

Da questo si verrebbe ad una conclusione piut- 
tosto sconsolante per la madre patria, che cioè 
l'emigrazione migliore è quella che è destinata ad 
abbandonare per sempre la patria. Non insisteremo 
ulteriormente sulle considerazioni generali alle 
quali porta questa constatazione, che formeranno 
obbietto della conclusione di questo lavoro. 

Senza adottare perciò in toto et in qualibet parte 
la distinzione adottata dalla maggioranza degli 
scrittori, ravviseremo per alcune destinazioni, e più 
precisamente per alcune province di origine, e più 
precisamente ancora per alcune professioni, la ten- 
denza all' esodo temporaneo dalla patria verso un 
paese straniero per un certo determinato tempo. 
È un esempio caratteristico di tale tendenza la 
oramai classica emigrazione temporanea dei figu- 
rinai lucchesi, dei venditori ambulanti carraresi, 
delle balie o nourrices sèches della provincia di 
Lucca. 

Abbiamo segnalato nel III capitolo la tendenza 



L'emigrazione italiana 189 

degli operai piemontesi a recarsi per un dato tempo 
a lavorare nelle fermes o fattorie della Francia 
meridionale, o nelle fabbriche di Marsiglia o nelle 
miniere del bacino dell' Isère. Chi conosce la To- 
scana, ed in specie la montagna pistoiese, paese 
disseminato di boschi di castagno, che non richie- 
dono alcun lavoro nel tempo invernale, sa che i 
nostri toscani da epoca antichissima hanno l'abi- 
tudine di recarsi a svernare in Corsica. 

La popolazione córsa ha un forte indice di nata- 
lità, però sia per le sue tradizioni storiche sia per la 
sua mentalità il popolo córso ripugna dal lavoro 
della terra. La Francia è piena di córsi nei pubblici 
impieghi; in Francia il poliziotto classico rappre- 
sentato nelle commedie burlesche è sempre córso ; 
l'esercito e la marina, specialmente l'elemento dei 
sottufficiali di carriera, è assolutamente invaso dai 
córsi. In tesi generale i córsi hanno vocazione per 
gli impieghi e specialmente gli impieghi gallonati, 
che implicano l'esercizio di una frazione della so- 
vranità del Governo. Ciò spiega come la mano 
d'opera locale sia abbandonata agli emigranti, e 
specialmente all'Italia, paese fortemente emigra- 
tore, vicinissimo alla Corsica ed a lei riunito da 
antichissime tradizioni di mentalità e di lingua. 

Analogamente nella seconda metà del secolo XIX 
si formò una corrente normale di emigrazione tem- 
poranea verso la Svizzera, l'Austria orientale e la 
Germania. Rimando il lettore che si interessa alla 
storia dell'emigrazione italiana in Germania alla 
lettura del bellissimo studio del cavaliere Giacomo 
Fertile, ispettore dell'emigrazione in Colonia. 

Secondo il Fertile la prima traccia dell'emigra- 



140 Capo quinto 



zione latina nei paesi della Germania si deve ri- 
scontrare negli antichi legionari romani che lascia- 
vano il servizio militare e si sposavano con donne 
del paese. La città di Colonia (Colonia Agrippi- 
nensis), la città di Trier (Treviri) sono di origine 
prettamente romana. Il Fertile afferma anche che 
alcune industrie tedesche moderne sarebbero di 
origine latina, per esempio le porcellane e terra- 
cotte di Sassonia. 

Pare che anche nel medioevo i mercatanti ita- 
liani abbiano frequentato assiduamente quei paesi, 
che anzi il re Rodolfo concedesse dei privilegi ai 
mercatanti italiani che traversando il Gottardo si 
recavano alle fiere tedesche. Le fiere {die Messe) 
sono state sempre una istituzione caratteristica in 
Germania. 

Secondo il Ferrerò la fiera di Francoforte, la 
più antica, sarebbe di origine romana. Per tutto 
il medioevo pare che continuasse un afflusso di 
mercanti italiani, e verso il Rinascimento un af- 
flusso di artisti, architetti, pittori, ecc. In que- 
st'epoca anche le persecuzioni religiose, come la 
persecuzione dei Valdesi in Piemonte e la revoca 
dell'editto di Nantes in Francia, produssero un 
afflusso di emigranti in Prussia, specialmente pie- 
montesi. 

Nel secolo XVIII, quando si fondò la camera di 
commercio di Colonia, quattro quinti dei soci fon- 
datori pare fossero italiani di origine o di nascita, 
e tra essi 1' ormai celebre Maria Farina, l' inizia- 
tore e primo fabbricatore della notissima Acqua di 
Colonia. 

Nella prima parte del secolo XIX l'emigrazione 



L'emigrazione italiana 141 



non fu specialmente notevole verso quei paesi, ma 
la fondazione dell' Impero tedesco nel 1871, dando 
vita ed inizio al grande impulso economico preso 
poi dalla nazione germanica, attiro un numero 
sempre maggiore di operai italiani, specialmente 
dopo la costruzione della ferrovia del Gottardo. La 
strada del Gottardo è stata sempre la grande via 
di comunicazione tra le popolazioni italiane ed i 
popoli germanici, e si comprende come una volta 
costruita la ferrovia i rapporti della nostra razza 
colla razza tedesca debbano essere stati straordi- 
nariamente facilitati e moltiplicati. 

Le industrie che attiravano maggiormente i no- 
stri connazionali in Germania, erano soprattutto le 
industrie metallurgica e carboniera. Una notevole 
corrente emigratoria di muratori, manovali, brac- 
cianti, specialmente originari delle province venete 
e provenienti principalmente dal nucleo di operai 
che già erano penetrati in quei paesi lavorando alla 
costruzione della ferrovia del Brennero, si sparsero 
nella Baviera, nel Wùrttemberg e nel Baden, spe- 
cialmente dopo il 1880. 

Secondo le osservazioni fatte dal Fertile l'emi- 
grazione nelle province renane e nella Germania 
del Nord sarebbe un fatto recentissimo, non ante- 
riore al 1890. Nella Alsazia e Lorena, nell'anno 1880, 
si trovavano 1489 italiani, mentre nel 1900 se ne 
trovavano già 20 592, ed andarono aumentando ne- 
gli anni seguenti, fino allo scoppio del conflitto 
europeo. 

Secondo la statistica fatta dal Commissariato 
dell' Emigrazione nel 1912 la popolazione censita 
italiana in tutta la Germania a quell'epoca am- 



142 Capo quinto 



montava a 98 165 persone, mentre ammontava a 
180000 la popolazione calcolata dalle autorità con- 
solari. Le operazioni di espatrio alle quali dovette 
provvedere il nostro Governo allo scoppio della 
guerra europea, dimostrarono che i calcoli delle 
nostre autorità consolari erano esatti e che la 
popolazione italiana realmente esistente in Ger- 
mania era assai superiore a quella dimostrata dal 
censimento. Ciò si spiega in parte anche con la 
natura instabile della nostra emigrazione verso 
quei paesi. 

Come mèta della nostra emigrazione, tra i grandi 
Stati dell'Europa occidentale, l'Inghilterra è quello 
di minore importanza. La nostra emigrazione d'In- 
ghilterra si compone in gran parte di venditori 
di frutta, venditori ambulanti, agrumai, camerieri 
di albergo e di caffè. L'unica colonia di una certa 
importanza è quella concentrata nel cosidetto quar- 
tiere italiano a Londra, o Little Italy. Ad ogni 
modo secondo la statistica su riferita gli italiani 
dimoranti in Inghilterra sarebbero 19 495, dei quali 
in Londra 10 889. Una colonia abbastanza numerosa 
di 1000 persone esisterebbe in Cardiff. Nel com- 
puto numerico della colonia medesima non sarebbe 
stato calcolato l'elemento instabile dei marinari. 

Veniamo a parlare ora di un paese che molto 
maggiormente interessa la nostra emigrazione, cioè 
della Tunisia. 

Il censimento del 1906 faceva ascendere la no- 
stra popolazione nella reggenza di Tunisi a 81 156 
persone ; però la popolazione italiana fu stimata 
dalle nostre autorità consolari in Tunisi a più di 
100 000 individui. 



L'emigrazione italiana 143 

Secondo gli interessantissimi studi fatti sull'emi- 
grazione in Tunisia da V. Carletti e dall'avvocato 
Ugo Sabetta, l'avviamento di una vera corrente 
migratoria in Tunisia in proporzioni grandiose sa- 
rebbe un fatto abbastanza recente. Gli archivi 
della Residenza Generale di Francia a Tunisi di- 
mostrerebbero che gli italiani nel 1834 non sareb- 
bero stati più di 7130 e nel 1856 di 7000. A quel 
tempo quindi la nostra espansione verso la Tunisia 
aveva puramente carattere commerciale e non mi- 
gratorio. 

Una corrente migratoria superiore cominciò tra 
il 1870 e il 1880, sotto la saggia politica di ri- 
forme del primo ministro Kheir-Eddime, e sotto il 
regime della Commissione internazionale di finanze 
che era stata imposta da varie nazioni al Bey. In 
quel tempo i principali gruppi della colonia tuni- 
sina erano il gruppo livornese e quello genovese, 
composti esclusivamente di commercianti e di ma- 
rinai i secondi, e di commercianti e professionisti 
isdraeliti i primi. 

Le Compagnie italiane a quel tempo avevano av- 
viato un servizio attivissimo di comunicazioni fra 
ritalia e la Tunisia. Il Sabetta cita un rapporto del 
console conte De Gubernatis del 1863, dal quale si 
rileva che la Compagnia Rubattino aveva tre ser- 
vizi settimanali diversi per quasi tutti i porti della 
Tunisia (Tunisi, Susa, Monastir, Sfax, Gabes, Gerba) 
oltre all' esercizio del tratto ferroviario Goletta- 
Tunisi, sovvenzionato dal governo. 

Questo stato di cose dura fino al trattato di 
Bardo nel 12 maggio 1881. 

Dopo l'occupazione francese della Tunisia lo svi- 



144 Capo quinto 



luppo economico ed agricolo del paese procedette 
rapidamente. Mentre gli italiani nell'ottanta am- 
montavano a 7000, nel 1888 essi ammontavano già 
a 34 879. 

L'emigrazione è composta prevalentemente di me- 
\^ ridionali. A quanto risulta dagli studi di Loth il 
, 66^0 sarebbe stato composto di siciliani, V^^U ^i 
sardi e l'Ileo d'italiani continentali. 

I capitali francesi fecero presto fiorire l'agricol- 
tura, la vinicoltura, la coltura dei grani, lo sfrut- 
tamento delle diverse miniere, specialmente dei 
fosfati nei pressi di Susa. 

In questi primi tempi il capitalismo francese 
aveva interesse a favorire la mano d'opera locale, 
più scadente ma più a buon mercato, percliè i ca- 
pitali francesi fossero attratti nel paese da vistosi j 
dividendi. Il valente console Sabetta parla di una I 
viva campagna contro gli stranieri, cioè contno gli 
Italiani, fatta dalla stampa capitalistica francese, 
preoccupata dal fatto che gli operai italiani an- 
davano organizzandosi. Si erano già formate varie 
, corporazioni di lavoratori italiani sotto l'impulso 
) dei due giornali : La voce del muratore e La voce 
^ del pastaio. || 

Tali corporazioni combattevano vivamente peri 
migliorare le condizioni della nostra mano d'opera. 
Anzitutto si facevano eco della giusta protesta dei 
lavoratori perchè la legge francese sugli infortuni 
sul lavoro non era stata estesa alla Tunisia, inol- 
tre combattevano vari sistemi di sfruttamento che 
vigevano nel paese, come per esempio l'obbligo che 
veniva fatto agli operai minatori di servirsi per 
r acquisto delle derrate alimentari delle cantine 



L'emigrazione italiana 146 

appositamente stabilite dagli industriali. Questi, 
percependo un tanto per cento sugli utili, cedevano 
il privilegio di vendita a dei sub-appaltatori in- 
gordi di guadagno che elevavano del 50 per cento 
il prezzo delle derrate. 

Ciò non pertanto fino a quest'ultimi tempi l'emi- 
grazione siciliana seguita ad affluire, prova evi- 
dente che le condizioni del paese sono vantaggiose 
per gli emigranti. 

Il Sabetta spiega tale afflusso in modo eccessiva- 
mente unilaterale. Egli afferma che l'operaio sici- 
liano, stanco dell'ambiente medioevale che vige nei 
suoi paesi col latifondo, trova in Tunisia, paese 
nuovo, migliori condizioni economiche e morali. Noi 
spiegheremo piuttosto il fatto colla vicinanza geo- 
grafica e colla tendenza alla emigrazione svilup- 
patasi recentemente in tutte le nostre province 
meridionali. 

La colonia italiana di Tunisi ad ogni modo è 
importante e fiorente. Varie famiglie italiane pos- 
siedono vaste estensioni di terreno, in generale 
lliiveti. I conti Rafi'o, i quali occupavano alla Corte 
del Bey cariche elevatissime, ebbero in dono va- 
stissime tenute, e ne acquistarono altre dagli Arabi 
(vedi rapporto del console Eles del novembre 1908). 
Cosi le famiglie Cardoso, Errerà, Cesena, Moreno. 
Numerosi professionisti esercitano onorevolmente 
la loro professione (Ferrini, Sbrana). 

Alcune Compagnie industriali italiane hanno 
conseguito concessioni ed hanno fatto prosperare il 
commercio coli' Italia, come per esempio 1' Unione 
dei Concimi Chimici di Milano. Secondo l'Eles, men- 
tre nel 1895 si riscontravano 366 proprietari ita- 
io 



146 Capo quinto 



liani, ora se ne riscontrano 815. Si sono formate 
anche varie società di colonizzazione cooperativa. 
Sono da citarsi le società agricole di capitalisti 
siciliani, che possiedono un complesso di 10 000 
ettari. 

Ci resta ad accennare in questo capitolo uno 
degli argomenti più importanti di questo lavoro, 
cioè r emigrazione non contemplata dal punto di 
vista dei paesi esteri, ma dal punto di vista del- 
l'interno del nostro paese e la specialità dell'emi- 
grazione, secondo le province dei provenienti. 

L'emigrazione interna può veramente essere con- 
siderata come la madre, la vera generatrice del- 
l'emigrazione per l'estero. L'abitudine di lasciare 
il proprio paese per recarsi a lavorare in un altro 
per un dato periodo di tempo è antichissima in 
alcune province, caratteristica nella Toscana. 

In tutti i paesi della montagna pistoiese, special- 
mente nei paesi montagnosi, paesi sterili per loro 
natura e di forte indice di natalità, tale uso data 
da tempo immemorabile. I nostri boscaioli e conta- 
dini del pistoiese hanno sempre l'abitudine di emi- 
grare r inverno in Maremma o nelle pianure del 
Campigliese, dove d' estate infierisce la malaria. 
Cosi il lavoro delle risaie nella provincia di Milano 
attira in epoche determinate una corrente di mano 
d'opera dalle altre province. 

Il nostro Lazio, regione malsana e disabitata, 
coltivata a praterie ed a latifondo, è invaso l'in- 
verno dagli abruzzesi di Sulmona e dell' Amatrice. 
I Romani si ricordano di aver visto, nella loro 
infanzia, verso la fine dell'autunno e l'epoca nata- 
lizia, attardandosi di notte nelle vie della Capitale, 



Uemigrazione italiana 147 

le strade invase dalle greggi condotte dai monta- 
nari abruzzesi e ciociari ipurmi come sono chiamati 
a Roma). Chi ha percorso ih quell'epoca la linea 
ferroviaria Roma-Sulmona, conserva impresso nella 
memoria lo spettacolo della folla abruzzese rivestita 
di colori variopinti, le belle donne dalla carnagione 
oscura del colore della nostra terra, dalle chiome 
corvine inanellate, dai grossi orecchini d'oro, rac- 
colte intorno ai sonatori di organetto, che portano 
al piano insieme agli abitanti, le armonie semplici 
e rubesti della montagna cara e selvaggia. 

Il dottor Luigi Nicoletti pubblicò sul Bollettino 
deW Emigrazione del 1909 un interessantissimo 
studio sull'emigrazione interna dal comune di Per- 
gola e dalle province di Pesaro e Urbino. 

Nel periodo 1878-1880 la provincia che maggior- 
mente emigrò fu la Basilicata a cui seguirono la 
Liguria e il Veneto, il Piemonte, la Lombardia, la 
Calabria e la Campania. Nel periodo intercedente 
tra il 1904 e il 1906 viene in testa la Basilicata, 
cui segue la Calabria, la regione abruzzese, la Cam- 
pania. 

Nell'ultimo cinquantennio quindi la regione mag- 
giormente emigratrice fu la Basilicata. Nel 1909 il 
Commissario d' Emigrazione Adolfo Rossi pubblicò 
una particolareggiata relazione, in seguito ad un 
viaggio da lui fatto in Basilicata e in Calabria. 
Nell'inchiesta eseguita dal Rossi sono però riportati 
più i motivi individuali psicologici che spingono 
quei paesi sulla via della emigrazione, che i mo- 
tivi generali e storici i quali assai più che da un'in- 
chiesta individuale devono risultare da un esame 
scientifico del fenomeno. Il Rossi riporta una serie 



148 Capo quinto 



di colloqui da lui avuti con i contadini, i piccoli 
proprietari e le autorità locali dei paesi. Le rispo- 
ste uniformemente si rassomigliano, adducono cioè 
come causa dell' emigrazione i maltrattamenti da 
parte degli amministratori o fattori dei latifondisti 
assenti, l'eccesso di tasse, la sporcizia dei paesi e 
la scarsa viabilità, il contagio dell'esempio dei com- 
paesani emigrati all' estero. 

Senonchè questi motivi serissimi e rispettabilis- 
simi non sono che le manifestazioni esteriori di un 
malessere economico derivato da cause secolari e 
molto anteriori al regime che attualmente governa 
l'Italia. Gli individui interrogati dal Rossi debbono 
appartenere ad una classe sociale di scarsa coltura, 
e facilmente se ne spiega e se ne giustifica la ri- 
sposta, ma sarebbe assai pericolosa l' illazione di 
colui che volesse ricercare le profonde cause di 
un fenomeno cosi grave come l'esodo degli abitanti 
da quelle province, basandosi sulla risposta di un 
sindaco di campagna o di un bracciante spesso 
analfabeta. Le cause profonde si ritrovano nella 
oramai molto nota e discussa questione meridionale. 

È doloroso vedere come alle critiche fatte al Go- 
verno d' Italia da cinquanta anni a questa parte, 
si associno non solamente oppositori interessati e 
critici ignoranti, ma altresì persone di indiscussa 
autorità e di alta erudizione. 

Si dice facilmente che una delle cause dell' emi- 
grazione è l'analfabetismo. Dato lo scarso sviluppo 
industriale dell' Italia meridionale, l'operaio anal- 
fabeta non trova che lavori duri e scarsamente 
retribuiti, ed è fatalmente costretto a recarsi al- 
l'estero, dove le grandi fabbriche e le grandi offl- 



L'emigrazione italiana 149 

cine gli offrono lavoro facile e più rimunerativo. 
Ma il Governo d' Italia da molti anni ha emanato 
la legge sull' istruzione obbligatoria. Tale legge non 
è osservata, e non è osservata per colpa delle auto- 
rità ? Affermare ciò sarebbe giudicare da un punto 
di vista miope ed ingiusto. 

Un giovane farmacista figlio di una vecchia in- 
segnante in quella regione, il quale oggi si è creato 
uQ'invidiabile situazione in America, mi ha riferito 
di avere, durante il suo soggiorno in Italia, ad isti- 
gazione della madre, denunziato al Provveditore 
agli studi ed alle Autorità giudiziarie varie fami- 
glie che si rifiutavano ostinatamente di inviare i 
loro figli alla scuola. In seguito alla denuncia egli 
venne talmente perseguitato dai parenti brutali 
ed ignoranti dei fanciulli indicati alle Autorità, 
che dovette emigrare in America ! 

Si rimprovera il sistema tributario. Si dimentica 
però che il Regno d' Italia dovette fare degli sforzi 
erculei per provvedere alla sua attuale costitu- 
zione economica, alla costruzione delle ferrovie, 
agli acquedotti, all'esercito, alla marina ; si dimen- 
tica che i resultati ottenuti dal nostro Governo 
sono dovuti in gran parte all' eroismo, come vera- 
mente e giustamente lo chiama il nostro illustre 
Luzzatti, del contribuente italiano e si dimentica 
soprattutto che altre province dettero uguale con- 
tribuzione, senza averne gli stessi risultati disa- 
strosi. 

Si dice dai facili critici che l'Italia meridionale 
è stata lasciata in abbandono, ma non si tien conto 
che la questione meridionale è quella che ha sem- 
pre maggiormente preoccupato i nostri legislatori 



160 Capo quinto 



prima della guerra europea, e che l' Italia nella 
seconda metà del secolo XIX (salvo l' intervallo, 
abbastanza lungo in vero, del Governo dell'onore- 
vole Giolitti) è stata governata quasi ininterrotta- 
mente da uomini di Stato meridionali. 

Si parla del latifondo di origine feudale e del- 
l'iniqua ripartizione della proprietà fondiaria, tra- 
scurando il fatto che il latifondo è un male traman- 
dato a noi dai secoli, che è stréttamente vincolato 
coU'educazione e colla mentalità delle classi capi- 
taliste meridionali, ed infine che non ci si porrà 
rimedio fino a che non troveremo il modo di atte- 
nuare altri mali che lo accompagnano, come la 
scarsa viabilità, il disboscamento, la scarsa popola- 
zione, l'eccessivo agglomeramento della popolazione 
nelle borgate, la siccità, la difl^coltà dei trasporti, 
la sterilità dei terreni. 

Non intendiamo eccessivamente dilungarci in que- 
ste considerazioni di indole generale, che devono far 
parte della Conclusione di questo lavoro ; ci basti 
di accennare alla gravità del problema, stretta- 
mente vincolato ad altri gravissimi problemi, che 
saranno certo risoluti dalla nostra Italia cosi esu- 
berante di giovanili energie, ma che forse esorbi- 
teranno le forze delle generazioni viventi. 

Un argomento che dovremo invece esaminare in 
questo capitolo, sono le specialità professionali di 
alcuni abitanti di determinate regioni, ed il feno- 
meno segnalato dal commissario Rossi del cosid- 
detto contagio dell'emigrazione. 

Abbiamo già accennato alla specialità che le 
donne lucchesi si sono fatte di recarsi nella Fran- 
cia meridionale ad esercitare la professione di noiir- 



L'emigrazione italiana 161 

ynces sèches. Le balie lucchesi si recano a Marsiglia, 
a Nizza, a Nimes, a Montpellier, e si impiegano nelle 
famiglie francesi. Queste sono tenute generalmente 
a somministrare il vestiario caratteristico in Fran- 
cia delle balie, colla grande cuffia dalla quale pen- 
dono due interminabili nastri, e spesso a sommini- 
strare il viaggio di andata e di ritorno dai paesi 
di origine, oltre che il vitto e il mantenimento, ed 
un adeguato stipendio. 

Abbiamo altresì accennato ai figurinai lucchesi, 
ormai troppo noti. Il Giusti scherzosamente par- 
lando della vocazione migratoria dei lucchesi, disse 
che Cristoforo Colombo sbarcando nel nuovo con- 
tinente trovò dei figurinai che gli offrirono delle 
statuette di Carli Alberti e Pii IX ! 

I figurinai col loro spirito intraprendente e com- 
merciale hanno dato al loro commercio un carat- 
tere veramente industriale. Nella nostra carriera 
trovammo dei figurinai lucchesi stabiliti in Seat- 
tle, i quali costruivano statuette e non solo del 
nostro Vittorio Emanuele, Cavour e Garibaldi, ma 
altresì di Giorgio Washington, Lincoln, Jefferson, e 
per mezzo dei loro corrispondenti viaggianti le spe- 
divano in fondo all'Alaska effettuando considere- 
voli guadagni. 

Abbiamo accennato altresì alla specialità dei 
lavori in marmo dei carraresi, come essi esumas- 
sero r industria degli antichi scalpellini egizi, come 
iniziassero in Marsiglia un mercato dei marmi di 
Carrara che è tra i principali del mondo. Nella 
Francia meridionale si trovano carraresi nelle cave 
della famosa pietra estaillade ed in tutti i mer- 
cati marmiferi del paese. Il Fertile riferisce che 



162 Capo quinto 



operai e stuccatori carraresi sino dai secoli XVI 
e XVII erano stati chiamati nella Slesia, nella 
Sassonia ed in Boemia per la fabbricazione delle 
monumentali chiese e castelli. 

I carraresi hanno altresì la specialità del com- 
mercio ambulante. Questi energici commercianti, 
trascinano le loro pesanti carrette attraverso le 
fiere di Tolone, di Marsiglia, della Francia centrale 
e della Germania meridionale, riuscendo spesso a 
guadagnare lautamente la vita e ad accumulare 
qualche volta una piccola fortuna. A Marsiglia: 
vendono santons o Re Magi ed immaginette sacre, 
pettini femminili, carta da scrivere, nastri, pro- 
fumi ordinari ; a Lipsia vendono gingilli per bam- 
bini, giocattoli, monili muliebri. 

Abbiamo accennato alla specialità dei piemontesi | 
alpigiani per il commercio del latte in Francia; alla 
specialità dei sardi per il commercio delle aragu- 
ste a Marsiglia e dei loro caratteristici formaggi, 
sia nelle province continentali del Regno, sia negli 
agglomeramenti di emigrazione italiana in tutto il 
bacino del Mediterraneo; abbiamo accennato infine 
alla vocazione per le arti pescherecce dei sici- 
liani e dei pugliesi, in Tunisia, nei Balcani, in 
America. 

I piemontesi in America si danno con preferenza 
al lavoro minerario; ciò si spiega colla grande ro- 
bustezza di quella razza cisalpina, e con la mag- 
gior coltura che possiede generalmente l'operaio 
piemontese, che lo spinge naturalmente verso un 
mestiere diffìcile e pericoloso, ma largamente retri- 
buito, come il mestiere del minatore. Nel Colorado, 
nel Montana, nel Washington, la grande maggio- 



L'emigrazione italiana 163 

ranza dei minatori sono piemontesi e garfagnini. 
Mi narrava un imprenditore di miniere d'oro in 
Alaska, che l'operaio piemontese era quello che 
trionfava nella gara frequente tra i minatori di 
gittare la palata di terra più lunga. 

I veneti abbracciano con piacere e con passione 
r agricoltura. In Argentina ebbi campo di vedere 
nei veneti gli emigranti più fortunati, ed altret- 
tanto nel Brasile e nell' Uruguay. 

Nell'emigrazione meridionale si devono distin 
guere due categorie. La parte più istruita, se 
guendo la vocazione artistica del popolo meridio- 
nale fantasioso e geniale, forma una gran parte 
del contingente dei musicanti, dei maestri d'orche- 
stra, dei violinisti, concertisti di teatro, coristi, i 
pittori e scultori d'arte. Molti si danno altresì alla / 
professione del barbiere e del calzolaio, in numero j 
stragrande, tanto nel Nord- America quanto nel Sud. 
Si trovano meridionali in tutte le bande degli eser- 
citi e delle marine americane, e tagliatori ed operai 
meridionali in tutte le sartorie. 

La parte meno colta dell'emigrazione meridio- 
nale, composta di unsMlled laboiirers, si deve con- 
tentare dei lavori meno retribuiti e più duri, di 
alcune professioni ambulanti, ad esempio il lustra- 
scarpe, il venditore di giornali, il fruttaiolo, od al- 
trimenti la costruzione delle ferrovie. In tutte le 
grandi ferrovie del Nord-America, la mano d'opera 
meridionale ha contribuito larghissimamente. 

II lavoro della tracca, come essi lo chiamano (da 
frachs, binario ferroviario), piace all'indole spen- 
sierata ed errabonda del nostro meridionale. È un 
lavoro duro, che esige perizia, ma non preparazione 



154 Capo quinto 



speciale, ed è un lavoro errabondo per la sua in- 
dole stessa, perchè le gangs o comitive di operai 
assoldati dalle grandi Compagnie ferroviarie, sono 
inviate nei vari punti della Confederazione, secondo 
che il bisogno di costruzioni o di riparazioni si fa 
sentire. 

Questa è la parte non meno meritevole, ma ve- 
ramente più disgraziata della nostra emigrazione. 
Per avere un'idea della vita di costoro, bisogna 
immaginarsi i dormitori provvisori costruiti nei 
vagoni di mercanzia, che sono trascinati avanti a 
mano a mano che i lavori progrediscono nella pra- 
teria desolata o nella montagna nevosa. Il lavoro 
altresì è pericoloso, e spesso la vita dell'operaio è 
insidiata dalle frane, dalle valanghe di neve nelle 
regioni settentrionali, dalle morsicature degli in- 
setti e dei serpenti nelle regioni meridionali. 

Un'emigrazione interessante e molto studiata è 
quella degli abruzzesi, specialmente negli Stati 
Uniti. Gli abruzzesi, popolazione robustissima e di 
vivida intelligenza, non gioiscono oltre l'Oceano di 
quella considerazione alla quale le grandi, indi- 
scutibili qualità, e la nobiltà della razza del paese 
« forte e gentile » darebbero loro diritto, e ciò 
dipende, giova dirlo, in parte da una profonda in- 
giustizia del giudizio degli americani, in parte da 
colpa loro. 

Gli abruzzesi erano noti a New-York come l'emi- 
grante italiano classico, già da molti anni. L'abruz- 
zese giunto in America stenta ad imparare la lin- 
gua, stenta ad abbandonare gli usi del paese natio, 
ai quali è quasi amorosamente attaccato, stenta 
a lasciare il suo abbigliamento pittoresco e carat- 



L'emigr azione italiana 166 

teristico. In New- York essi lavorano preferibil- 
mente nelle fabbriche industriali. Una parte però si 
ostina a voler esercitare alcune professioni ignote 
e non apprezzate dagli americani, come quella di 
canta-storie, di suonatore d' organetto, di condut- 
tore di cani e scimmie ammaestrate. Il figlio della 
montagna aquilana, oltre Atlantico, non abbandona 
il fazzoletto rosso intorno al collo, il cappello a 
pan di zucchero, gli anelli dorati alle orecchie. 
L'americano molto ignorante delle cose e degli usi 
dei paesi altrui, invece di guardare con compia- 
cenza il costume storico e pittoresco che faceva 
la fortuna delle nostre ciociare a Monaco di Ba- 
viera ed a Parigi, lo guardano con disprezzo, quasi 
come un rappresentante di una razza inferiore. 
Ciò è profondamente doloroso ed ingiusto, ma è in- 
negabile. 

Per terminare questo capitolo accenniamo a quel 
fenomeno caratteristico che abbiamo contraddi- 
stinto col nome di « contagio dell'emigrazione ». 

Vogliamo intendere per contagio dell'emigrazione 
quello strano fenomeno per il quale la mania emi- 
gratoria si impadronisce a volte di un gruppo di 
persone, di una famiglia, di un villaggio o anche 
di una regione ! Il fenomeno è interessantissimo a 
studiarsi, e certo esso costituisce uno dei princi- 
pali fattori psicologici del nostro movimento mi- 
gratorio. 

Il contagio dell' emigrazione può provenire da 
cause permanenti o transitorie, può provenire da 
motivi individuali o collettivi, da un impulso psi- 
cologico da influenza fìsica esterna. 

Abbiamo citato la Cala'bria e la Basilicata, due 



156 Capo quinto 



province d' Italia nel) e quali i motivi propulsori 
dell'emigrazione hanno carattere permanente. Du- 
rante gli anni 1878-80 la Basilicata dette un 61,67*^/o 
di emigranti agricoli ; durante gli anni 1904-06 la 
media fu di 71,17 ^\^. La proporzione data dalla 
Calabria per gli stessi periodi fu rispettivamente 
del 59,80 e 46,56 °/o, della stessa categoria di emi- 
granti. 

Dalle province di Messina e Reggio, dopo il ter- 
remoto del 1908, vi fu un aumento di emigrazione 
per l'estero. Questo è un esempio di causa tran- 
sitoria. 

Il motivo che spinge V emigrante o la famiglia 
ad emigrare può essere individuale. Il signor Vi- 
chi, eccellente connazionale di Pontremoli, si recò 
una trentina di anni fa in Mendoza, nel Sud-Ame- 
rica, e realizzò una considerevole fortuna. Attual- 
mente in Mendoza sono stabilite quasi tutte le 
famiglie della parentela del Vichi. 

Il motivo può essere collettivo. Dopo i moti della 
Lunigiana del 1898, si produsse un aumento del- 
l' emigrazione in quelle province. 

Il contagio può essere causato da un fenomeno 
tellurico naturale: per esempio gli effetti di una 
inondazione, di un terremoto, di una epidemia. Esso 
può infine derivare da impulso psicologico. Una 
quindicina di anni fa alcuni braccianti originari di 
Grammichele, provincia di Catania, si recarono a 
Mendoza dove restarono alcuni anni in qualità di 
lieones o di manovali agricoli. Tornarono al loro 
paese dove persuasero i loro paesani che in Ame- 
rica si stava meglio. Oggi nella provincia di Men- 
doza si contano circa 2000 individui originari di 



U emigrazione italiana 167 

(>rammichele, che non è che una borgata di me- 
diocrissima importanza. 

Il contagio si veriflca in alcune regioni d'origine 
e per alcune regioni di destinazione. Adolfo Rossi, 
nella sua inchiesta sulle Calabrie, riferisce il pa- 
rere del signor Domenico Franzoni, proprietario di 
Monteleone Calabro, laureato in scienze sociali. Se- 
condo il Franzoni l'emigrazione nel paese è dovuta, 
più che al bisogno,. allo spirito di imitazione; i suoi 
coloni stanno bene, e tuttavia non fanno altro che 
progetti per andare in America. In un paese che 
dà fortissimo contingente all'emigrazione, il Fran- 
zoni crede che soltanto 50 o 60 emigranti di Monte- 
leone mandino aiuti alla famiglia, mentre gli altri 
tornano dall' America più poveri di prima. 

È impressionante di vedere la quantità di indi- 
vidui originari delle regioni etnee, che si trovano 
nell'interno dell'Argentina. Crediamo di non esage- 
rare se affermiamo che il 40 ^/o delle visite militari 
normalmente eseguite dal Consolato di Mendoza, 
comprendono individui originari di Randazzo, Pa- 
terno, Giarre, Acireale, Brente, Regalbuto, Nico- 
losi, Rammacca, Militello. 

A Marsiglia si contavano a migliaia gli emigranti, 
specialmente stabili, originari del circondario di 
Susa e di Pinerolo. L'associazione dei lattai com- 
prende varie centinaia di soci, il 90 % dei quali 
appartengono ai comuni di Exilles, Oulx, Torrepel- 
lice. Chiusa di Pesio, Pradleves, Cavallerleone. 

In Marsiglia si trova altresì una colonia sarda, 
e tutta composta di individui originari di pochi 
comuni, vicinissimi gli uni agli altri, nel Nord della 
Sardegna. In Cairo sono centinaia e centinaia di 



158 Capo quinto 



catanesi, in Tunisi gli originari di Sciacca, Gir- 
genti, Terranova. 

Prima di lasciare questi cenni circa 1' emigra- 
zione per province ci piace di segnalare un fatto 
curiosissimo, in un paese che dà un cosi alto con- 
tingente all'emigrazione come l'Italia: l'esistenza 
di due regioni nelle quali la vocazione migratoria 
manca assolutamente o quasi, cioè il Lazio o 
l'Umbria. L'indice percentuale degli operai agricoli 
del Lazio durante gli anni 1904-09, fu rispettiva- 
mente di 3,60, 5,44 e 2,30, cioè inferiore a tutte 
le altre province d'Italia. Nel periodo 1878-80 in- 
vece il Lazio primeggia nell' emigrazione dei pro- 
fessionisti con la quota percentuale del 28,58, ma 
anche in questa categoria di emigranti, ben ri- 
stretta del resto, la percentuale dell'emigrazione 
diminuisce negli anni seguenti e diventa inferiore 
alle altre province. 



CAPO SESTO. 



Vita collettiva delle colonie. — Nuclei e società italiane nei 
grandi centri coloniali e nei centri minori. — Tendenze 
generali delle società italiane. — Società di beneficenza, 
di mutuo soccorso, patriottiche; cori, bande; circoli di 
divertimento e di coltura. 



La parte che riguarda la vita collettiva delle co- 
lonie è forse la parte più delicata per noi e meno 
agevole di questo lavoro, e soprattutto non vor- 
remmo essere fraintesi dal lettore. Non è nostra 
intenzione di redarguire, di criticare, di svalutare 
la nostra emigrazione cosi laboriosa ed energica. 
Colui che ha avuto la pazienza di seguirci fino 
a qui, può aver giudicato 1' esame obbiettivo, del 
tutto scevro di pregiudizi e di idee preconcette, al 
quale abbiamo sottoposto 1' anima e le tendenze 
della nostra stirpe girovaga. Se seguendo il Divino 
Poeta : 

« rimossa ogni vergogna 
« Tutta tua vision fa manifesta » 

cerchiamo di esporre tutto il frutto delle nostre 
esperienze personali, non siamo spinti che da un 
ardente amore della Patria nostra e da un desi- 
derio senza limiti che la nostra emigrazione possa 
da per tutto, nei più lontani lidi del mondo nei 



160 Capo sesto 



quali essa si spinge, essere valutata con equa giu- 
stizia ed essere apprezzata nelle sue rare qualità. 
I La mancanza di attitudine alla vita collettiva è 
l purtroppo in generale un triste retaggio della razza 
latina, e costituisce forse la sola innegabile infe- 
riorità di essa di fronte alle razze germaniche. Tale 
inferiorità, già evidente nel nostro paese, natural- 
mente si manifesta colla stessa evidenza nella no- 
stra emigrazione all'estero. 

Possiamo in tesi generale affermare che nella 
nostra lunga esperienza abbiamo incontrato ben 
poche società italiane, le quali non avessero la loro 
esistenza collettiva costantemente corrosa e minata 
sempre dagli stessi mali, in ogni paese, in ogni 
clima, in ogni ambiente. Eccessivo individualismo, 
eccessivo decentramento, spirito separatista, spi- 
rito regionalista. 

In tesi generale si può affermare, e ciò all'estero 
è dolorosissimo, che appena il nucleo coloniale ita- 
liano sorpassa una certa importanza, vi si formano 
delle società tra i piemontesi, tra i liguri, tra i si- 
ciliani, tra i calabresi, spesso anche semplicemente 
tra i compaesani di uno stesso circondario e qual- 
che volta solo di uno stesso comune ! Tali società 
non hanno nessun rapporto colle società italiane 
consorelle, anzi qualche volta invece che da spi- 
rito di emulazione, sono animate tra loro da viva 
discordia. 

Naturalmente e fortunatamente le eccezioni vi 
sono e ve ne sono molte, e ci affretteremo a met- 
terle in luce, per lo meno quelle che noi abbiamo 
avuto occasione di accertare. 

Alcuni benemeriti connazionali o più spesso al- 



L'emigrazione italiana 161 

cuni benemeriti funzionari diplomatici e consolari, 
hanno sporadicamente tentato di reagire a questa 
tendenza disgraziata, che fa che qualche volta le 
società non rappresentino una forza della colonia, 
ma una debolezza. È doloroso riconoscere che tali 
sforzi sono assai raramente stati seguiti da notevoli 
risultati, e quanto meno i resultati sono stati sem- 
pre molto inferiori alla energia ed alla nobiltà 
dello sforzo compiuto, e su per giù sempre per le 
stesse ragioni : piccole ambizioni, conflitto di inte- 
ressi privati, gelosie, eccessivo individualismo. 

In tale tendenza, siamo costretti rabbiosamente 
e penosamente a riconoscerlo, abbiamo forse il pri- 
mato, anche a confronto delle altre nazioni latine. 

La Francia non ha colonie numerose ; ma gene- 
ralmente in esse tutta la parte più intelligente è 
riunita nella Alliance frangaise, istituzione di ca- 
rattere federalistico, ed analoga alla nostra Dante 
Alighieri. Società regionalistiche non se ne trovano 
quasi, se si eccettua qualche raro sodalizio córso 
basco. 

Altrettanto si può dire della Spagna, nelle colo- 
nie della quale T unico elemento che ha carattere 
separatista è l'elemento catalano ; ma anche que- 
sto, per fortuna delle colonie spagnuole, non fa del 
« separatismo » mercanzia di esportazione. 

Non parliamo delle colonie inglesi e tedesche. 
Gli Irlandesi, che hanno religione e temperamento 
spesso differenti dagli altri inglesi, negli Stati 
Uniti tendono ad americanizzarsi, ma non formano 
dei nuclei collettivi all'estero, il cui carattere abbia 
la tendenza a frazionare, a suddividere la colonia. 

Nelle colonie tedesche e nelle colonie svizzere 

11 



162 Capo sesto 



non abbiamo mai potuto rilevare in nessun modo 
alcuno spirito separatista, e si che le individualità 
dei singoli Stati formanti l' Impero germanico ave- 
vano caratteri distinti e separati da quasi dieci se- 
coli, e le popolazioni formanti la Confederazione 
Svizzera, non solo hanno carattere e temperamento 
diverso, ma parlano tre diverse lingue ! 

Abbiamo riscontrato invece una certa tendenza 
al separatismo analoga alla nostra nelle colonie 
slave, specialmente quelle composte di slavi sotto- 
messi air Impero austriaco. 

Le condizioni dell'Impero austriaco non erano fe- 
lici prima dell'ultimo conflitto europeo, per questo 
grande male latente, la discordia e l'ostilità delle 
razze che lo formavano. Tale male latente era te- 
nuto soffocato in Austria dall' energia e dalla vio- 
lenza del potere centrale, mentre invece all'estero, 
in ambiente più libero, esso si manifesta con sin- 
golare evidenza. 

Gli italiani austriaci, triestini, dalmati, trentini, 
fanno generalmente parte dei nuclei e delle società 
italiane che parlano la loro lingua. I Boemi hanno 
tendenze ad unirsi coi Russi, i Croati e gli Unghe- 
resi a unirsi coi Tedeschi. 

Le colonie slavo-russe hanno pochissimo spirito di 
collettività, inquantochè prevale in esse l'elemento 
ebreo, il quale ha una funzione completamente di- 
sgregatrice. L'ebreo russo emigrato spesso odia la 
Russia; spesso non è più russo, non è che ebreo. 

Nobili tentativi di concentrazione delle nostre 
società furono fatti dal già citato console generale 
marchese Carcano e dal compianto commendatore 
Samuele Allatini a Marsiglia, dal compianto con- 



L'emigrazione italiana 163 



sole generale conte Pio di Savoia a San Paolo ; 
entrambi i tentativi ebbero mediocre resultato. 

Migliore sorte ebbe il tentativo fatto dall' egre- 
gio commendatore Cobianchi, Ministro di S. M. in 
Buenos Aires, con la formazione della federazione 
delle società italiane. Il risultato però fu ottenuto 
non senza sforzi e soprattutto con l'aiuto e la col- 
laborazione devota, patriottica e disinteressata di 
alcuni ottimi connazionali, primissimo tra gli altri 
il commendator ingegnere Luciani. 

Un torto generale che hanno le società italiane 
in tutte le parti del mondo, è di limitare la loro 
azione troppo all'elemento coloniale, e di non esten- 
derla abbastanza a quello locale. E si che la mag- 
gioranza delle società italiane medesime ha ca- 
rattere mutualistico. È quindi strano che non si 
comprenda come la mutualità riescirebbe più age- 
vole ed efficace, se fosse esercitata non cercando 
di concentrare gli italiani tra loro separandoli dal- 
l'elemento locale, ma cercando di amalgamarli con 
la parte migliore dell' elemento locale, e soprat- 
tutto di facilitare i rapporti dei soci con quelle per-- 
sone e quelle istituzioni dei paesi di loro residenza, 
che ad essi potrebbero riuscire più utili. 

Sarebbe quindi assai bene che i nostri nuclei 
collettivi pigliassero molta maggior parte di quello 
che fanno alla vita politica del paese, alla sua vita 
commerciale e finanziaria, spesso alla sua vita so- 
ciale. Le società irlandesi e canadesi negli Stati 
Uniti, le società tedesche in Brasile, in Cile e in 
Argentina, le società inglesi nell'Argentina, sono 
riuscite cosi ad imporsi ed a diventare veri ed in- 
fluenti organi della vita pubblica di quei paesi. 



164 Capo sesto 



Le nostre società invece, eccettuati alcuni pochi 
circoli, soprattutto di carattere sociale e mondano, 
come i circoli italiani di Cairo e di Alessandria, 
e il Circolo Italiano di Buenos Aires, sono centri 
assolutamente ignoti ed oscuri all' elemento indi- 
geno, e spesso anche alle persone che fanno part( 
della colonia ma non del sodalizio. 

Un altro grave inconveniente della vita colletti"! 
delle nostre colonie è la difficoltà di riunirle in cei 
tri e circoli, il cui carattere precipuo sia la filan- 
tropia e l'aiuto collettivo alla colonia medesima. Le 
società di beneficenza generalmente languiscono, 
e spesso, se il Governo non interviene continua- 
mente con incoraggiamenti, con aiuti finanziari, 
con speranze di ricompense ed onorificenze ai con- 
tributori ed ai dirigenti delle società, esse muoiono. 
È per questo motivo che le società di beneficenza in 
America hanno dovuto forzatamente assumere un 
carattere pseudo ufficiale di istituti la cui vita 
è alimentata non dalla colonia, ma dal Governo, 
sotto la forma dei cosiddetti Patronati di Emigra- 
zione. 

A Marsiglia, dove la società di beneficenza è lar- 
gamente alimentata dal Governo, che la sussidia 
assai generosamente, essa fiorisce. Sotto il suo 
auspicio sono tenute le scuole elementari maschili 
e femminili, un asilo infantile, una cucina econo- 
mica, distribuzioni di buoni di latte e di pane, 
sussidi e rimpatrii. In proporzione però alla popo- 
lazione italiana della bella città provenzale, il nu- 
mero dei soci è veramente irrisorio, 259 ! e si deve 
riconoscere che in gran parte le ottime condizioni 
della società si debbono allo zelo indefesso del cora- 



L'emigrazione italiana 165 

mendator Enrico Allatini, che ad essa consacrò 
una gran parte della sua nobile attività. 

Secondo la statistica pubblicata nel 1908 dal 
R. Commissariato Generale dell' Emigrazione, nella 
colonia di Marsiglia esistono 15 società con 1967 
soci. Abbiamo però ragione di credere 'che le so- 
cietà attualmente esistenti in Marsiglia siano più 
del doppio, e che una gran parte, sia per la loro 
poca importanza, sia per la loro instabilità, sia per 
la ostilità istintiva di alcuni nuclei coloniali al- 
l'estero di mettersi in rapporto colle autorità uffi- 
ciali governative, non siano state denunziate al 
R. Commissariato Generale. Però abbiamo già citato 
V Unione Valdese, fondata fin dal 1890; citeremo la 
Società. Generale Italiana di Mutuo Soccorso, con 
182 soci e 30 215 franchi di capitale, fondata fin 
dal 1877; una delle più fiorenti è la Subalpina, di 
lattai piemontesi, fondata nel 1902, con 200 soci. 

Tra le antiche società italiane di Francia meri- 
tano di essere citate la Lira Italiana e la Polenta 
di Parigi. La Lira conta 280 soci, ha 103 000 lire di 
capitale, e fu fondata nel 1876, e la Polenta nel 1885. 

Una società antichissima è la Scuola Serale Ita- 
liana di San Pietro di Londra, con 14 soci e un ca- 
pitale di 28 700 lire, fondata nel 1835. La Società 
Italiana di Beneficenza di Corfù è stata fondata 
nel 1870, e quella di Bucarest nel 1876 ; quella di 
Barcellona in Spagna nel 1866 e conta 210 soci; 
la Società di Beneficenza di Alessandria di Egitto 
venne fondata nel 1862 e quella di Cairo nel 1868. 
La Società di Beneficenza di Costantinopoli venne 
fondata nel 1888 e conta 290 soci, e quella di Tu- 
nisi conta 110 soci, venne fondata nel 1899 ed ha 



166 Capo sesto 



un capitale di 7400 lire, davvero sproporzionato al- 
l' importanza di quella grande colonia. Nella sola 
città di Tunisi esistono 25 società, con 2895 soci 
e un capitale globale di lire 253 058. 

Passiamo ora specialmente ad occuparci delle so- 
cietà italiane delle colonie d'America. 

Secondo la statistica fatta dal Commissariato Ge- 
nerale dell' Emigrazione, nel 1908 in Argentina esi- 
stevano 317 società con 125736 soci ed un capitale 
di lire 21093080. In Brasile le società sarebbero 277 
con 15 800 soci e 3 491 790 lire di capitale. Il mag- 
gior numero delle società sarebbe negli Stati Uniti, 
dove sono riportate 394 società con 43 462 soci; il 
capitale sociale però è veramente minimo anche in 
confronto della media delle società consorelle del- 
l'America del Sud ed ammonta a 3 383 518. 

Già abbiamo riportato nel capitolo IV che nella 
sola città di New- York esistevano nel 1912 due- 
centocinquantotto società; però molte di esse si 
trovano negli immensi sobborghi della grande città. 
Il numero delle società esistenti nella città pro- 
priamente detta, non deve oltrepassare di molto 
quello riportato dalla statistica del 1908 che le 
faceva ammontare in tutta New- York a solo 28 
con 4063 soci. Ad ogni modo assai poche di queste 
società hanno una importanza ragguardevole in 
proporzione a quella grande colonia. Le più nume- 
rose sono la Lega Ligure, con 502 soci, la Società 
dei Barbieri Italiani con 500 soci, la Società O. P, 
Riva con 410 soci. Esistono poi una miriade di pic- 
cole società di poco più di 50 soci, aventi per iscopo 
sia il trattenimento sia il mutuo soccorso, e spesso 
con carattere strettamente regionale. 



U emigrazione italiana 167 

Tra le prime citeremo la Società aviglianese, il 
Circolo abruzzese, il Circolo operaio nicosiano, la 
Società Foggia; tra le seconde la Società Abruzzi, 
il Fascio Siciliano, le Società Mandamento di Cic- 
ciano, di Partenìco, di Baiano. — 

Vi sono negli Stati Uniti 260 società con titoloj 
regionale, 110 con titolo riferentesi ad uno deif 
principi reali d' Italia ; circa 200 hanno il nomej 
di un Santo Patrono di un villaggio ; circa 150, il! 
nome di una gloria scientifica italiana. In New-^ 
York naturalmente esistono numerosi esempi di 
tutte queste categorie. — ^ 

Della seconda categoria citeremo le Società Prin- 
cipe di Napoli, Principe Emanuele Filiberto, Prin- 
cipessa Mafalda, Duca degli Abruzzi, Margherita 
di Savoia, Vittorio Emanuele III. Della terza ca- 
tegoria citeremo le Società Santissimo Croci/isso, 
Maria Santissima della Purificazione, Sant'Arse- 
nio, San Salvatore, San Luigi Gonzaga, San Fran- 
cesco di Paola, San Gregorio Magno. Della quarta 
categoria citeremo le Società Daniele Manin, 
Don Giovanni Bosco, Tommaso Campanella, Gio- 
vanni da Terrazzano, Giuseppe Verdi, G. Bovio, 
Cristoforo Colombo, De Felice Giuffrida, ecc. 

Una mania un po' comica delle società degli Stati 
Uniti, stigmatizzata con molta violenza da Luigi 
Villari, è quella di intitolarsi a corpi armati del 
Regio Esercito, rivestendone la divisa nelle ricor- 
renze festive e solenni. Tale abitudine un po' pue- 
rile va però guardata in modo un po' più indulgente 
per diverse ragioni : anzitutto l'elemento poco colto 
che compone generalmente queste società, inoltre 
un attaccamento un po' infantile a quelle uniformi 



168 Capo sesto 



ed a quei costumi che ricordano la patria lontana, 
ed infine la abitudine generale di molti e grandi 
sodalizi americani, di adottare delle uniformi gal- 
lonate e vistose, le quali non hanno nessuna ragione 
d'essere in un paese profondamente democratico e 
di poche tradizioni. 

Tutti coloro che conoscono gli Stati Uniti hanno 
visto le ridicolissime uniformi dell'ordine dei cervi 
(Elhs), dei F^^ee Masons. Anche nelle colonie 
tedesche ed austriache la puerile mania delle uni- 
formi non è minore. 

Quello però che è assolutamente ridicolo in un 
ordine di colossale importanza nella sua organiz- 
zazione federativa come gli Elhs, è assai compati- 
bile in un'associazione di poveri emigranti. 

Tra le associazioni di questo genere citeremo i 
Bersaglieri e Alpini italiani, la Guardia Garibaldi, 
la Nizza Cavalleria, la Eegio Esercito Italiano, la 
Tiratori Italiani, Stato Maggiore Duca d'Aosta, 
Stato Maggiore Stella d' Italia, Stato Maggiore 
dei Bersaglieri, Società Reali Carabinieri, ecc. 

Una nota caratteristica e comune delle nostre 
società negli Stati Uniti, è l'organizzazione federa- 
tiva in logge, analogamente alla istituzione mas- 
sonica. Tale organizzazione è stata naturalmente 
suggerita dal tipo delle associazioni locali. 

Gli Stati Uniti sono tutti pieni di questi ordini, 
analoghi alla massoneria, ordini più o meno segreti, 
organizzati con ordinamento federativo. Abbiamo 
già citato gli Elhs; sono da citarsi i Druids, i Tem- 
plars, i Knights of Columbus, i Sons of American 
Revolution. Analogamente in quasi tutte le colonie 
degli Stati Unjlti esistono logge Roma o Foresters 
of America. 



J 



L'emigrazione italiana 169 



Ci., 

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;ai \ 



Qualche volta queste logge pigliano il nome di 
grotte, Groves, per esempio in San Francisco la 
Galileo Grove N.° 37, la Monteverde Gr^ove, la 
Verdi Grove, V Aurora Grove ; qualche volta il 
nome di Corte, per esempio in California la Corte 
Mazzini N."^ 7809, la Corte Ferruccio, la Corte 
Intangibile, la Corte Roma N° 56, la Corte Caval- 
lotti iV.° 163, la Corte Dante Alighieri. 

In Chicago è enorme il numero delle società ita- 
liane che esistono, circa 300, ma assai poche rag- 
giungono una certa importanza; tra queste V Al- 
leanza Italiana con 1500 soci, 1- Unione siciliana con 
2500 soci, la Giovane Puglia con 400 soci, la Arti e 
Professioni con 400 soci, la Nord-Italia con 200 soci 

Generalmente le società italiane negli Stati Uniti 
hanno per iscopo il mutuo soccorso. Sono assai 
poche quelle fondate con scopo statutario diverso 
da questo, ben determinato e delineato. Società 
aventi per iscopo l'espansione della coltura e del 
pensiero italiano si può dire non esistano al di 
fuori della Dante Alighieri, della quale accenne- 
remo distesamente ed ampiamente nel capitolo Vili. 

Esistono però a New- York, ed assai raramente 
altrove, alcune società aventi altri scopi. Abbiamo 
già citato alcune società di trattenimento, di New- 
York. Esistono delle società musicali, come la Pie- 
tro Mascagni di Brooklyn ; delle società aventi 
carattere di corporazione di mestiere, come la 
Baker s' Union, tra i fornai italiani, la Master Bar- 
bers association, tra i barbieri, V Associazione 
Sarti Italiani, V Unione dei calzolai, la Stonema- 
sons Contractors Association tra i muratori, tutte 
a New- York ; la Longshoremens' s Protective As- 



170 Capo sesto 



sociation, tra gli scaricatori del porto, la United 
Italian American Ice and Goal Dealer s Associa- 
tion, tra i mercanti di ghiaccio e di carbone a 
Brooklyn, la Società dei pescatori di San Franci- 
sco, una delle più antiche degli Stati Uniti, fondata 
nel 1876, la Società pittori italiani di Fordham, ecc. 

Pochissime sono le società che hanno scopi pu- 
ramente sociali, e quelle aventi scopi politici locali 
ancor meno. In Brooklyn esiste un Christopher 
Colunibus Social Club, in Baltimora la Columbus 
Day Association, fondata con lo scopo di onorare 
Colombo. In Chicago esiste la Società Arti e P7V- 
fessioni, avente per iscopo la educazione artistica, 
e la Nuova Lega dei Trampi avente per iscopo il 
divertimento; a San Francisco esiste un Comitato 
Scolastico, analogo alla istituzione della Pro Schola 
del Cairo. 

Associazioni aventi carattere politico sono per 
esempio la Italian American Citizen Society, di 
New Castle, Penn., la Società Cittadini Italo- Am£' 
ricani di New- York, l' Italian American Club, di 
Los Angeles, California. 

Scarseggiano altresì le società sportive. Vi è a 
Chicago un Alpine gun club, in New- York V Unione 
sportiva Italiana, V Italian Bicycle, la Liguria 
Athletic. 

Esistono pochissime società femminili; una delle 
più importanti è V Associazione di Mutuo Soccorso 
Stella d^Italia di Filadelfia. 

Le più antiche società sono la Unione e Fra- 
tellanza Italiana di Detroit, fondata nel 1873, 
r Unione e Fratellanza di Baltimora fondata nel 
1870, la Mutua Benevolenza di New-Orleans fon- 



L'emigrazione italiana 171 

data nel 1852, la San Bartolommeo pure di New- 
Orleans fondata nel 1879, la Unione Mutua Bene- 
ficenza di Mobile, Alabama, fondata nel 1875, la 
Società Italiana Mutua di Beneficenza di Los 
Angeles di California fondata nel 1877, la già ci- 
tata Società di Mutuo Soccorso dei Pescatori di 
San Francisco, fondata nel 1876. 

Le colonie degli Stati Uniti che seguono Chi- 
cago per ordine d'importanza, come numero di 
società sono Filadelfia con 83 società, Newark 
con 53, Boston con 41, Buffalo con 34, New-Or- 
leans con 12, San Francisco con 25, Cleveland 
con 14, Kansas City con 10, Saint Louis con 14. 

Secondo la statistica del Commissariato dell'Emi- 
grazione le migliori condizioni finanziarie delle 
società italiane si riscontrerebbero in San Fran- 
cisco, nella cui giurisdizione immediata (San Fran- 
cisco, Oakland e dintorni), su 60 società sarebbe 
stato calcolato un capitale di lire 858 121, mentre 
ìq Filadelfia e dintorni su 99 società, con 12 974 
soci, sarebbe stato calcolato un capitale di 784 118 
e in Chicago su 102 società e 11 337 soci un capi- 
tale di 458 126. 

Negli Stati dell'America centrale l' importanza 
delle società italiane è molto ridotta. Vi è una pic- 
cola società di beneficenza in Panama, una pic- 
cola società filantropica in Guatemala; in Columbia 
ve n' è una in Bogotà. Anche in Caracas (Vene- 
zuela) vi è una piccola società italiana. La società 
Unità Italiana di la Guayra, porto di Caracas, 
credo che batta il record a rovescio per l'impor- 
tanza numerica dei soci, giacché non ne conta 
che sei ! 



172 Capo sesto 



Anche il Canada non ha grande importanza come 
numero di società italiane. È da notare però un 
Circolo italiano in Toronto (Ontario), con 45 soci, ed 
un Italìan national Club, con 40 membri, ed un 
capitale veramente notevole di dollari 40 000. An- 
che in Vancouver (British Columbia) vi sono 12 
società, delle quali molte dipendenti da federazioni 
sparse anche negli Stati Uniti, per esempio la 
Loggia 513 della federazione americana II Diritto 
amano, e la Loggia N.° 377 della Stella dell'Ovest. 
Sono inoltre da notarsi i Circoli Sociali The Ita- 
lìan Social Club of Vancouver e il Circolo Operaio 
Italiano. 

Veniamo ora a parlare del Sud-America. 

Nell'inchiesta fatta dal Regio Commissariato Ge- 
nerale dell'Emigrazione nel 1908, risultò come si 
è detto che l'Argentina era il paese del Sud-Ame- 
rica nel quale esisteva il maggior numero di so- 
cietà. Quella inchiesta mise in luce l'esistenza in 
La Piata di 113 società con un capitale di 7 314 919 
lire, in Rosario di 86 società, 74 in Buenos Aires, 
44 in Cordoba. Si può dire, senza tema di essere 
smentiti, che è in Argentina che esistono i nuclei 
italiani più importanti e ragguardevoli, come soci 
e come capitale. 

Le società italiane degli Stati Uniti, oltre a non 
essere generalmente molto numerose, ben raramente 
possiedono locale proprio. Nell'occidente degli Stati 
Uniti non vi sono che tre società che abbiano sede 
propria, la Compagnia Garibaldina di San Fran- 
cisco, la Italiana Mutua di Beneficenza e la Fra- 
tellanza Garibaldina di Los Angeles. Nel vasto di- 
stretto consolare di New-Orleans, nessuna società 



Uemigrazione italiana 173 

ha sede propria al di fuori della Unione e Fratel- 
lanza di Memphis (Tennisee), la quale possiede un 
Italian Hall, valutato 50 000 dollari. 

In Argentina invece una gran parte delle società 
possiede locale proprio, e spesso locali lussuosi ed 
eleganti. Alcune società possiedono poi capitali ve- 
ramente cospicui. La Società di beneficenza per 
r ospedale italiano di Buenos Aires possiede un 
capitale di lire 3 365 458, la Società Unione e Be- 
nevolenza della stessa città possiede un capitale di 
lire 924 000, la Nazionale Italiana di lire 632 667, 
V Unione Operaia Italiana di lire 531933, la So- 
cietà Unione e Benevolenza di Tres Arroyos di 
lire 334400, 1' Unione e Benet^olenza di Rosario 
di lire 440 000, V Ospedale Italiano di Santa Fé di 
lire 350 000, V Ospedale GaiHMldi di Rosario di 
lire 719 587. 

Alcune di queste società hanno altresì un nu- 
mero cospicuo di soci. La Società Colonia Italiana 
di Buenos Aires 3250 soci, V Italia Unita della stessa 
città 3227, V Italiana di Mutuo Soccorso di Belgrano 
(provincia di Buenos Aires) 3866, Y Unione e Fra- 
tellanza di La Piata 3300, V Unione e Benevolenza 
di Rosario 2050. 

Anche nell'Argentina prevalgono le società aventi 
)er iscopo il mutuo soccorso; però in quel paese lo 
spirito d'associazione delle nostre colonie è assai 
)iù sviluppato che negli altri paesi del mondo, e 
ciò è dimostrato dal fatto che non solo i nuclei 
sociali sono più numerosi, ma che esiste un nu- 
mero assai maggiore che negli altri paesi di so- 
cietà con scopo educativo e ricreativo. 

Abbiamo già citato il Circolo Italiano di Buenos 



174 Capo sesto 



Aires con 300 soci, che ha costruito recentemente 
una splendida sede che veramente fa onore alla 
colonia, mentre la sede antica di Calle Florida la- 
sciava a desiderare, non solo in proporzione del- 
l'importanza della colonia italiana di Buenos Aires, 
ma in relazione alle altre colonie straniere. 

Esiste a Buenos Aires una serie di circoli spor- 
tivi, come r Unione dei Canottieri Italiani ^ la So- 
cietà Italiana di Tiro a segno, il Clvb Ciclistico 
Italiano ed esistono circoli di divulgazione della 
cultura e dell'arte, e associazioni aventi per iscopo 
l'educazione. 

Nella sola Buenos Aires possiamo citare V Asso- 
ciazione Musicale Lago di Como, la Società dei 
Mandolinisti Italiani o Circolo Mandolinistico, 
V Associazione degli Ocarinisti Italiani; tra le as- 
sociazioni ricreative, il Circolo Sannitico, V Unione 
Meridionale ; tra le società educative, la Marghe- 
rita di Savoia, che mantiene un asilo infantile, 
la Italiana, la Società Italia, che mantiene scuole 
elementari maschili e femminili, la Società nuova 
XX Settembre, che mantiene scuole femminili, la 
Società Protezione Asili e Infanzia che ha due 
giardini d'infanzia. La Garibaldi di Rosario man- 
tiene corsi elementari femminili, il Circolo Napo- 
letano della stessa città mantiene corsi misti, la 
Vittorio Emanuele III mantiene corsi maschili, la 
Silvio Pellico scuole elementari ; cosi la Bella Italia 
di Santa Fé, la Unione e Benevolenza di Caflada 
de Gomez, la Alfredo Cappellini di Sunchales. 

Esistono altresì vari circoli femminili, general- 
mente aventi per iscopo l'istruzione e la benefì- aj 
cenza. In Buenos Aires esistono la Unione e Be- 



L'emigrazione italiana 176 

nevolenza Femminile, la società Le Italiane al 
Piata; in Cordoba, la Società Femminile Regina 
Elena ; la Società Ausonia in San Juan. 

Oltre alle società aventi per iscopo il manteni- 
mento degli ospedali, delle quali parleremo più spe- 
cialmente nel capitolò IX, esistono poi pochissime 
società aventi uno scopo vago, qualche volta pro- 
fessionale, qualche volta di riunione di classe, qual- 
che volta politico, per esempio la Società cuochi e 
camerieri di Buenos Aires, la Fratellanza Militare 
della stessa città, la Maggiore Pietro Toselli, la 
Società Porta Pia di La Piata, la Lega Navale di 
Rosario, le Donne Italiane di San Carlos di Santa 
Fé, la Giovane Italia di Concepcion dell'Uruguay, 
il Circolo Italiano di Resistencia (Chaco), gli^^rz- 
coltori di Caseros. 

Le società più antiche non risalgono più in là 
della metà del secolo scorso. L' Unione e Benevo- 
lenza di Buenos Aires fu fondata nel 1858, la Na- 
zionale Italiana nel 1861, i Reduci delle Patrie 
Battaglie sempre di quella città, nel 1869, la Co- 
lonia Italiana nel 1877, la Patriottica di San Luis 
nel 1886, la Filantropica Italiana di Azul nel 1873, 
r Unione e Benevolenza di San Fedro (provincia 
di Buenos Aires) nel 1873, V Unione e Benevolenza 
di Rosario nel 1861, gli Italiani Uniti di Paranà 
nel 1864. 

Come abbiamo! accennato, l'Argentina è senza 
dubbio il paese del mondo dove le società italiane 
sono più numerose e ricche, per lo meno in pro- 
porzione della popolazione italiana. Anche la vita 
delle nostre società però in quel paese assai pre- 
diletto, nel quale è trasfuso tanto sangue italico. 



176 Capo sesto 



è qualche volta minata da discordie, eccessivo re- 
gionalismo, meschine personalità. 

Le due tendenze sinistre che noi avemmo campo 
di osservare in Argentina sono soprattutto la ten- 
denza a fare della vita sociale un centro campani- 
listico di pettegolezzi coloniali, che nulla hanno a 
che fare con i veri e grandi interessi dell'italia- 
nità in quelle regioni, e, quello che è più strano, 
nulla hanno a che fare con la politica locale. L'al- 
tra tendenza è soprattutto lo spirito settario che, 
bisogna avere il coraggio di dirlo, aleggia in quelle 
prospere e patriottiche colonie. Commentiamo le 
due tendenze. 

Si comprende benissimo la lotta nel seno di una 
società, se le fazioni sono separate da una diversa 
scelta dei mezzi d'azione per proteggere gli inte- 
ressi generali del sodalizio o della collettività ita- 
liana da diverse idee della politica locale. Si sa 
che nella democrazia americana la politica facit 
de albo nìgrum; colui che possiede la popolaridad 
nell'Argentina, il pool negli Stati Uniti, può van- 
tarsi di avere la posizione privilegiata che avevano 
in Europa certe caste prima della Rivoluzione fran- 
cese. Quindi si comprenderebbe che le fazioni locali 
si disputassero di parteggiare per questo o quel 
candidato alle magistrature locali, o per questa o 
quella linea di azione del sodalizio, di fronte a date 
leggi circostanze locali. 

Ma le lotte sociali invece disgraziatamente si 
limitano a disputarsi per la scelta del presidente, 
del porta-bandiera, del segretario, del tesoriere, 
del direttore delle feste, del cerimoniere, di tutta 
quella miriade di cariche sociali le quali non hanno 



J 



IJ emigrazione italiana 177 

altro scopo che di lusingare la meschina vanità 
di pochi candidati, che assai raramente sono scelti 
tra le persone più degne e più serie del sodalizio ! 
E tali lotte, è ancora più doloroso a dirsi, sono 
spesso accanite, aspre, interminabili, tanto più 
quando sono sostenute, come talvolta accade, dalla 
stampa locale o da elementi che non hanno nulla 
a che fare con la società, mestatori spostati, ver- 
bosi faccendoni, che purtroppo appestano la vita 
di tante fiorenti ed ottime nostre colonie. 

La tendenza settaria è ancora più interessante 
ad accertarsi ed è caratteristica delle colonie del 
Sud-America. 

In molte colonie dell'Argentina lo Statuto, la 
festa di S. M. il Re, sono presso a che sconosciute; 
r unica vera, grande festa dell' italianità che riu- 
nisce la quasi totalità delle colonie è il XX Set- 
tembre, al quale si dà spesso il carattere di festa 
anticlericale, con dimostrazioni che spesso diven- 
tano manifestazioni anticonfessionali ed antireli- 
giose. Ciò è doloroso. L'essere, in forma moderata 
e civile, in certo modo anticlericale, è dovere quasi 
di ogni buon italiano ; lo spingere 1' anticlericali- 
smo allo spirito settario è una tendenza estrema 
ed eccessiva che gli spiriti equilibrati non pos- 
sono che deplorare ! 

Il Brasile segue immediatamente l' Argentina 
per la importanza delle società italiane nel Sud- 
America. 

A dir vero l' importanza dei nuclei italiani ri- 
.^petto alla nostra emigrazione in Brasile non è 
grande. Nella provincia di San Paolo naturalmente 
è dove si trova il maggior numero di società. La 

12 



178 Capo sesto 



statistica del Commissariato Generale dell'Emigra- 
zione ne riporta 170, con 8213 soci e 2 053 321 lire 
di capitale. Segue la giurisdizione del Consolato di 
Porto Alegre con 53 società, Bello Horisonte con 24, 
Rio Janeiro con 9, Curitiba con 7, Florianopoli 
con 6 e Victoria con 4. 

Nello Stato di San Paolo molte società hanno 
sede propria, tra le altre la Società Italiana di 
Mutuo Soccorso Unione e Fratellanza, in Barre- 
tos, fondata nel 1895, con 29 soci, avente per scopo 
il mutuo soccorso e la beneficenza, la Società Ita- 
liana di Beneficenza di Botucatu, con 160 soci, fon- 
data nel 1902. Questa società ha pure una scuola 
mista con 70 alunni. 

Hanno pure edificio proprio con scuole italiane 
la Società Italiana di Mutuo Soccorso e Benefi- 
cenza di Batataes e il Circolo Italiani Uniti di 
Campinas, con 200 soci fondato nel 1881, la Società 
Italiana di Beneficenza Principe di Napoli di Casa 
Branca, la Società di Mutuo Soccorso Lavoro e 
Fratellanza di Cravinhos, la Società di Mut 
Soccorso Umberto I di Entre Montes, la Socie 
Italiana di Mutuo Soccorso Lavoro e Fratellan 
di Itoby, la Società Italiana di Mutuo Soccorso 
Fratellanza e Lavoro di Pedreiras, la Società di 
Mutuo Soccorso Fratellanza Italiana di Jardino- 
polis, la Unione Operaia Italiana di Riberao Preto, 
la Società Italiana di Mutuo Soccorso e Benefi- 
cenza di Santos, la Società di Mutuo Soccorso 
Patria Italiana di Sao Simao, la Società Italiana 
di Mutuo Soccorso e Beneficenza di Sorocaba, la 
Società Italiana di Mutuo Soccorso Principe di 
Napoli di Taubate. 



i 

1 



i 



L'emigrazione italiana 179 

In Jaboticabal esiste una Società Italiana di 
Mutuo Soccorso Pietro Mascagni, con scopo arti- 
stico, ed una banda musicale; in San Paolo esiste 
la Società Italiana di Mutuo Soccorso Galileo Ga- 
lilei che ha fondato il Patronato degli Emigranti. 
Le principali società artistiche e ricreative sono il 
Circolo Filodrammatico la Bohème, il Circolo Ri- 
C7'eativo la Bohème, il Circolo Ricreativo Giaco^no 
Puccini, il Centro Ricreativo Pietro Mascagni, il 
Centro Ricreativo Filodrammatico Conte di To- 
rino, il Circolo Drammatico Romanticismo, il Cir- 
colo Drammatico Gabriele D'Annunzio, tutti in 
San Paolo. 

In Sao Roque esiste una Società Italiana Spor- 
tiva, e due società aventi per iscopo l'istruzione, 
la Alessandro Manzoni e la U^nherto I. In Santa 
Cruz da Conceigao una Società Italiana Musicale, 
intitolata Elena Petrovitch. In Villa Leme la So- 
cietà Fratellanza Italiana, con sede propria, ha 
per iscopo l'assistenza medica. 

La data di fondazione di tutte queste società è 
abbastanza recente; la più antica è la Società di 
Mutuo Soccorso e Beneficenza Vittorio Emanuele II 
fondata nel 1879 in San Paolo. Poche società esi- 
stono aventi per iscopo la federazione di classe o la 
federazione professionale ; tra queste la Società 
Militi Italiani e il Circolo Italiano dei Sarti, di 
San Paolo, V Unione Operaia Italiana di Riberao 
Prete. 

Tutte queste società hanno purtroppo una im- 
portanza abbastanza mediocre come numero di soci. 
Le più numerose sarebbero la Società Italiana di 
Mutuo Soccorso Leale Oberdan di San Paolo, la 



180 Capo sesto 



Società Italiana per V Ospedale Umberto I nella 
medesima città aventi 380 e 333 soci rispettiva- 
mente, la Società di Mutuo Soccorso di Piracicaba 
con 305 soci. 

Ci resta da notare una Società Cooperativa di 
Consumo in Val Virginia, nello Stato di Espirito 
Santo, una importante Società di Beneficenza fon- 
data nel 1854 in Rio Janeiro, con 399 soci e 367 000 
lire di capitale. 

Ci resta da accennare, prima di chiudere questi 
cenni sulle società italiane in America, al Cile, 
al Perù, all' Uruguay. 

Secondo il Commissariato dell' Emigrazione, nel 
Cile Vi sarebbero 46 società, delle quali 10 nella 
giurisdizione del Consolato di Santiago e 36 nella 
vastissima giurisdizione del Consolato di Valpa- 
raiso. In "Santiago /vi è un Circolo artistico, Mudi 
Filarmonica Italiana e un Circolo Italiano. La So- 
cietà di Mutuo Soccorso Italia è fondata dal 1880 ' 
ed ha 364 soci. In Valparaiso esiste pure un Cir- 
colo Italiano, un Circolo Sportivo {Club de Rega- 
tas Arturo Prat\ due Società dì Pompieri {Pompa 
Ausonia, Pompa Cristoforo Colombo), una delega- 
zione della Croce Rossa, un Comitato Pro Scuola, 
ed una importante Società di Mutuo Soccoì^so la 
Unione Italiana con 666 soci. 

Nel Perù fha un' importanza imponente la So- 
cietà Italiana di Beneficenza e Istruzione, fondata 
nel 1862, con 1100 soci, con scuole maschili e fem- 
minili e circa 150 alunni. Vi è altresì una Compa- 
gnia di Pompieri Roma, con 300 soci. Queste Com- 
pagnie di pompieri sono caratteristiche in quei 
paesi del Sud-America dove sono frequentissimi gli 



L'emigrazione italiana 181 

incendi. In Gallao vi è una Società Sportiva : Ca- 
nottieri Italia con 400 soci. 

Più importante è l'Uruguaj^ dove nella sola Mon- 
tevideo esistono 26 società italiane, una delle quali, 
la Società di Mutuo Soccorso, fondata nel 1906 
con 3778 soci, è di importanza veramente consi- 
derevole e mantiene scuole italiane. La Società Re- 
duci Patrie Battaglie è la più antica, fu fondata 
nel 1878. Una società assai importante, che pure 
sussidia largamente le scuole italiane, è la Società 
dì Mutuo Soccorso Artistico Insegnante Circolo 
Napolitano con 1421 soci. Sono da notarsi la Scuola 
italiana delle Società Riunite di La Blanqueada 
(Monte video), la Scuola Corale Filodrammatica e 
il Circolo Italiano nella stessa località, e la Unione 
e Benevolenza di Taysandù, fondata nel 1874, con 
637 soci, che mantiene una scuola elementare ma- 
schile fino dal 1885. In Paisandù esiste anche una 
Società Fermninile Unione e Benevolenza. 

Gli altri paesi d'America seguono con importanza 
assai inferiore. Nel Paraguay esisterebbero 7 so- 
cietà. E da notarsi l' antica Società Italiana di 
Mutuo Soccorso fondata nel 1871 con 150000 lire 
(li capitale e il Comitato di Patronato e Rimpa- 
trio per gli emigranti italiani. In Panama esiste 
una Società di Beneficenza Italiana con sede pro- 
pria e fondata nel 1883; una Società Italiana di 
Beneficenza Garibaldi con 200 soci esiste in Guaya- 
quil (Equador) ; una piccola Società di Mutuo Soc- 
corso esiste in San José di Costarica; vi è una pic- 
cola Società : La Fratellanza Italiana in Bogotà 
(Columbia). Di queste abbiamo già accennato pre- 
cedentemente. 



k 



182 Capo sesto 



Ci siamo già troppo dilungati sull'argomento, a 
noi carissimo, delle associazioni italiane. Come si 
è visto dalla lunga esposizione, le nostre colonie 
molto hanno fatto. Resta da fare di più e soprat- 
tutto di meglio. Possano comprendere i diletti figli 
d' Italia air estero la importanza stragrande che 
hanno le associazioni per educare gli emigranti 
ad una vita coloniale superiore. Si facciano meno 
società, ma più numerose di soci, più ricche, più 
riunite, più potenti non solo rispetto al nucleo co- 
loniale ma rispetto alla vita del paese che lo ospita. 
Solo allora la società italiana all'estero potrà svol- 
gere la propria missione organizzatrice, educativa 
e protettiva, e solo allora la società potrà essere 
quello che dovrebbe essere : la vera vestale del- 
l' amor patrio giustamente inteso e dell'italianità. 



i 



CAPO SETTIMO. 

La criminalità nelle colonie italiane. — L'emigra/ione clan- 
destina. — Centri di organizzazione. — Agenzie di emi- 
grazione e centri di sfruttamento degli emigranti. — 
Le banche, le trasmissioni di denaro. — Influenza delle 
leggi restrittive. — Sorveglianza delP emigrazione. — 
Leggi proibizioniste. — Espulsioni. — I reati di san- 
gue. — I reati contro la proprietà e contro il buon 
costume. — Criminalità politica. — Centri anarchici e 
sovversivi. 



Il capitolo attuale deve trattare la parte più 
dolorosa della nostra esposizione. Cercheremo di 
contemplare il fenomeno della criminalità della 
nostra emigrazione con sguardo obbiettivo, ma cer- 
tamente senza occultare la verità; nello stesso in- 
teresse del buon nome italiano all'estero bisogna 
cercare di reprimere, di correggere il male, non 
di occultarlo, ma senza lasciarci fuorviare dalle 
tante esagerazioni profondamente ingiuste, che sono 
giunte qualche volta ed in qualche paese ad offu- 
scare il buon nome dell'emigrazione nostra, tanto 
generalmente e giustamente apprezzata dovunque. 

Cominceremo dall'accertare un fatto, che bisogna 
riconoscere dolorosamente, cioè che in materia di 
criminalità la nostra emigrazione non ha una buona 
riputazione all'estero; cercheremo di spiegare tale 
fatto e di dimostrare come questa riputazione sia 



184 Capo settimo 



dovuta più che alla realtà intrinseca delle cose, ad \ 
una serie di circostanze storiche e di ambiente, i 
che contribuirono a formarla. 1] 

L'illustre Napoleone Colaianni, in uno splendido 
studio sulla criminalità degli Italiani negli Stati 
Uniti, pubblicato nella Biblioteca della « Rivista 
Popolare », fa risalire la causa dell'alta percentuale 
degli omicidi nelle nostre colonie all'analfabetismo. 
Egli dice queste bellissime parole : « L' Italia do- 
« vrebbe.... con vigoria di mezzi e d'intenti nello 
« interesse morale ed economico del paese combat- 
« tere efficacemente l'analfabetismo e cancellare la j 
« macchia che l'offusca. Questo bisogno, questo do-^ 
« vere altamente proclamai nel XV Congresso della 
« Dante Alighieri (settembre 1904) proclamando 
« forte ed alto che la benemerita società doveva 
« volgere lo sguardo non ai soli irredenti di oltre 
« Isonzo, ma anche ai milioni che vivono oltre 
« l'Atlantico. Il mio consiglio parve una deviazione 
« poco patriottica a taluni; ma oggi con singolare 
« compiacimento ho visto che il XIX Congresso 
« della stessa Dante Alighieri tenutosi in Brescia, 
« alle falde delle Alpi, me assente, ha proclamato 
« lo stesso bisogno e lo stesso dovere : quello di 
«combattere l'analfabetismo, che nuoce all'Italia 
« in casa propria e la disonora nel mondo ». 

Il Colaianni, sociologo che onora l' Italia, nella 
sua grande onestà scientifica, studia le cifre, le 
analizza e riportandone i risultati, è piuttosto se- 
vero sia con la Madre Patria, sia con la sua po- 
vera stirpe vagante. Mi perdoni lo statista per il 
quale nutro una ammirazione senza limiti, ma le 
sue impressioni rivelano lo studioso che ha visto 



L'emigrazione italiana 186 

remigrazione più sui libri che negli ambienti dove 
essa è destinata a vivere. 

In altro punto del suo lavoro, dopo aver enume- 
rato le responsabilità legali e giudiziarie che si 
possono far risalire alle autorità americane per 
spiegare la frequenza di certi reati della nostra 
emigrazione, il Colaianni osserva : « Se questo stu- 
« dio avesse intenti partigiani, potrebbe arrestarsi 
« al paragrafo precedente, nel quale venne accertata 
« la grave responsabilità dell'ambiente e del governo 
<^ dei singoli Stati e delle più grandi città dell'Unione 
« nella genesi della delinquenza degli Italiani ; ma 
« esso mira più in alto : alla ricerca della verità pel 
« miglioramento, per la elevazione morale degli Ita- 
« liani. Perciò mi trattengo in ultimo su alcuni fat- 
« tori sociali, che hanno maggiore influenza nella 
« genesi della criminalità e specialmente su quella 
« dell'omicidio ; e quest' ultimo paragrafo serve a 
« stabilire la grande responsabilità dello Stato Ita- 
« liane. 

« Se gì' Italiani arrivano negli Stati Uniti po- 
« veri, ineducati o male educati e analfabeti, e 
« quindi predisposti alla delinquenza, certamente di 
« ciò non sono colpevoli gli Stati Uniti; ma la madre 
« patria ». 

Senonchè l'esame delle cifre qualche volta tra- 
disce, e tradisce in questo caso. È un fatto che gli 
Italiani in questi ultimi anni negli Stati Uniti fu- 
rono alla testa della criminalità per certi titoli di 
leati, ed il più grande amico della nostra razza non 
potrebbe negarlo. Però tale fatto non spiega la cat- 
tiva reputazione che ne è ricaduta sulla nostra 
emigrazione, inquantochè altre nazionalità hanno 



186 Capo settimo 



il primato a grande distanza dall'emigrazione ita- 
liana per altri reati, che alla stregua della critica 
morale sono molto più bassi e più vili dei reati pre- 
feribilmente commessi dagli Italiani. La cattiva re- 
putazione quindi non va spiegata col fatto in se 
stesso, ma con la differenza di mentalità, per la 
quale, date le idee di certi paesi, i reati in cui pri- 
meggiano gli Italiani, ancorché moralmente meno 
reprensibili, riescono particolarmente antipatici. 

Basta aver vissuto negli Stati Uniti per per- 
suadersi di questa sacrosanta verità. La menta- 
lità dell'amalgama anglo-sassone che prevale negli 
americani del nord, ha dato a questi la freddezza 
del temperamento, il controllo assoluto delle pas- 
sioni violente e degli sfoghi irrascibili. Nei popoli 
latini tutto ha portato il contrario: il clima più 
caldo, la natura più espansiva, più sensibile, più 
impressionante, le tradizioni storiche e gli influssi 
di sangue arabo nei popoli della Spagna e dell'Ita- 
lia meridionale. È naturale quindi che gli Ameri- 
cani giudichino severamente l'omicidio, ed abbiano 
un falso concetto della riprovabilità di esso dal 
lato morale, perchè la loro natura è profondamente 
diversa. Data questa mentalità, essa si riflette non 
solo sulle idee morali e sociali della popolazione, 
ma pure sulle legislazioni locali, sui verdetti dei J 
giurati e sulle condanne. 

Uno studioso quindi per esempio che volesse de- 
durre dalle statistiche la proporzione degli Italiani 
detenuti e gli anni di detenzione ad essi inflitti 
comparativamente alla proporzione delle altre mi- 
grazioni, sarebbe, ne sono sicuro, atterrito nel ve- 
rificare come questa proporzione sia maggiore per 



L'emigrazione italiana 187 

gli Italiani; ma egli sarebbe profondamente ingiu- 
sto se ne volesse dedurre la maggiore colpevolezza 
morale della nostra emigrazione. 

Ci spieghiamo più chiaramente. I giurati degli 
Stati Uniti mentre, educati alla boxe ed agli eser- 
cizi ginnastici, ammettono volentieri il pugilato e 
la rissa a pugni, hanno orrore delle armi e soprat- 
tutto del coltello, e sono implacabili contro l'impu- 
tato di ferimento a mano armata. Non sarebbe da 
meravigliarsi nel vedere infliggere una condanna 
di pochi mesi a chi uccida un uomo con un pugno, 
ed ancora meno sarebbe da meravigliarsi di veder 
condannare ad un minimo di dieci anni di peniten- 
ziario un povero emigrante che abbia inferto ad un 
altro individuo una lievissima ferita col coltello. 

Quindi non è l'idea morale; è la speciale men- 
talità del paese, è il suo modo speciale di giudi- 
care gli uomini e le cose, che risultano a carico 
degli Italiani. 

Dalle statistiche riportate dallo stesso Colaianni, 
riferentesi al 30 giugno 1904, statistiche la cui im- 
portanza sarebbe maggiore se le cifre fossero rela- 
tive a quelle degli abitanti secondo le nazionalità, 
i Tedeschi risultavano i primi nel furto con scasso, 
nella appropriazione indebita e nella frode, con un 
numero assoluto di detenuti (148, 212 e 19 rispet- 
tivamente) assai superiore a quello degli Italiani 
(52, 107 e 7). 

Nel reato di vagabondaggio prevalsero gli Ir- 
landesi con 2288, mentre gli Italiani erano rap- 
presentati da una cifra minima, 221; altrettanto 
nell'ubriachezza nella quale prevalsero pure gli Ir- 
landesi con 6100 arresti contro 113 per gli Italiani. 



188 Capo settimo 



Disgraziatamente però gli Italiani prevalevano 
nei reati di omicidio, di violenza, di rapina e di 
ratto, precisamente non i reati più immorali, ma 
quelli che sono più antipatici agli Americani. Tutti 
coloro che conoscono gli Americani, sanno che nel 
dare questo giudizio essi sono in perfetta buona 
fede. 

L'America è ud paese nuovo, le ricchezze vi 
abbondano, diverso vi è il concetto dell'onore per- 
chè manca la tradizione, manca lo spirito di casta 
e di famiglia. È perciò che l'americano non giudica 
troppo severamente il reato contro la proprietà. 
Spesso l'americano imbrogliato, invece di inveire 
contro il truffatore, sorriderà quasi con benevo- 
lenza e ammirazione, dicendo: He is a smart felloti' .' 
Egli invece sarà preso da vero orrore alla descri- 
zione sanguinaria di un duello rusticano, anche 
se abbia per motivo l'onore. 

Il concetto dell'onore è differentissimo in tutti 
i paesi dell'America da quello che sia in Europ; 
e specialmente in Italia. La morale sessuale è dif- 
ferente. Molti omicidi commessi per gelosia, che 
sarebbero scusati da noi, sono severissimamente 
puniti negli Stati Uniti. L'americano che divorzia 
non comprende l' italiano che uccide, alla stessa 
maniera che il gentiluomo francese o italiano, usi 
al duello, non comprendono una partita a pugni 
per la strada, in un teatro o in un caffè, che 
è perfettamente compresa anzi spesso ammirata 
presso i popoli anglo-sassoni. 

Intendiamo dire ciò in difesa dei nostri ^^ poveri 
emigranti, non in difesa della mentalità latina, 
che in questo argomento è profondamente ingiù- 



L'emigrazione italiana 189 

sta, eccessiva, arretrata. L' idea che alcune offese 
inferte al proprio onore debbano essere lavate col 
sangue e spesso con la morte dell' avversario, de- 
riva da una mentalità in questo argomento arre- 
trata e medioevale, e da un concetto eccessivamente 
sviluppato della propria personalità, concetto che 
si vede portato all'esagerazione nella razza spa- 
gnuola e nelle nostre razze meridionali. 

Tale mentalità però non è fatta dall'emigrante ; 
egli la trasporta con sé, risultato della elaborazione 
dei secoli. Egli l'ha bevuta nelle idee istillategli 
nella prima fanciullezza, l'ha vista accettata dagli 
usi e dai costumi del proprio paese. È facile com- 
prendere come egli, povero lembo di latinità gittato 
in mezzo al mondo anglo-sassone, sia frainteso e 
severamente giudicato. 

Un vecchio connazionale faceva l' inserviente 
in una gang o comitiva di connazionali minatori 
.e cercatori d'oro in Alaska. Egli, debole di mente, 
era spesso fatto oggetto al ludibrio dei camerati 
più giovani, più forti, più acclimatati al paese, i 
quali spesso, per motteggio e per ischerzo, com- 
mettevano delle vere violenze sulla persona del 
povero vecchio che chiamavano dago. Un giorno, 
costretto a portare un carico d'acqua e rincorso a 
sassate da un giovinotto, il vecchio perse la testa 
e sparò contro di lui due colpi di rivoltella, feren- 
dolo abbastanza gravemente. 

Il vecchio fu sottoposto ad un carcere preventivo 
di più di un anno, e al processo il Prosecuting At- 
torney o Pubblico Ministero ne chiese la condanna 
a un minimo di dieci anni. I giurati lo assolsero so- 
lamente perchè l'interprete, giovane connazionale 



190 Capo settimo 



svelto ed intelligente, seppe abilmente falsare le 
traduzioni nella cross examination. Il Pubblico 
Ministero rimase meravigliatissimo ed infuriatis- 
simo di tale assoluzione che apparirebbe naturale 
a noi, e dichiarò che avrebbe ricorso alla Suprema 
Corte degli Stati Uniti contro l'assoluzione di quel 
damned old dago. 

Secondo le statistiche riportate dal Colaianni nel 
suo bellissimo lavoro, gli Italiani avrebbero anche 
il primato come paese di nascita di minorenni de- 
linquenti nati all'estero, detenuti per reati com- 
messi durante il 1904, e condotti dinanzi alla be- 
nefica istituzione americana, la juvenile court. 
Secondo tali statistiche l'Italia ne avrebbe dati 317 
con una percentuale del 28,2, seguita immediata- 
mente dalla Russia che ne avrebbe dati 211 con 
jjercentuale 18,8 ; dalla Germania che ne dette IK) 
con percentuale 10,2. 

Se però si studiano le statistiche riportate imme- 
diatamente appresso dallo stesso Colaianni, sulla 
distribuzione dei minorenni delinquenti durante lo 
stesso anno, non secondo la nazionalità di nascita, 
ma secondo quella dei genitori, si vede che il pri- 
mato è assunto dagli Irlandesi con percentuale 20,5, 
dai Tedeschi con 903 arrestati e percentuale 19,4, 
mentre gli arrestati di origine italiana furono 763, 
con percentuale 16,4. 

Studiando poi tale percentuale a seconda delle 
giurisdizioni giudiziarie dove vennero arrestati i 
piccoli delinquenti, si vede un fatto ancora più no- 
tevole. Nella North Atlantic Division, cioè nella 
regione di New- York, la percentuale dei piccoli 
italiani arrestati è di 22,2, cioè elevata e solo in- 



U emigrazione italiana 191 

feriore a quella degli Irlandesi; invece nella We- 
stern Division la percentuale è relativamente bassa 
(6,7), ed è superata dalla percentuale degli Irlan- 
desi (16,6), dei Tedeschi (17), degli Inglesi (13,9), dei 
Canadesi (8,1), dalla media dei paesi non specificati. 

Che cosa significa tutto questo? Significa princi- 
palmente che la delinquenza giovanile negli Italiani 
non è frequente che nell'elemento dei poveri emi- 
granti appena sbarcati dal vecchio mondo, costretti 
dalla miseria e dalle difì^coltà di adattamento al 
nuovo ambiente a lasciare abbandonati i figli. In- 
vece non appena gli Italiani si sono stabiliti nel 
paese, le statistiche dimostrano che essi curano 
e proteggono l'educazione morale dei loro piccini 
assai più della maggioranza delle altre nazionalità. 
Inoltre ciò dimostra che il fenomeno della crimi- 
nalità è limitato ad una data zona degli Stati Uniti, 
cioè gli Stati del Nord-Est, dove prevalgono i cen- 
tri urbani e prevale 1' emigrazione meno colta e 
meno preparata, proveniente nella grande mag- 
gioranza dalle province che, per ragioni storiche, 
secolari, oltrepassanti le responsabilità delle attuali 
generazioni, danno un maggior contingente compa- 
rativo alla criminalità anche in Italia. Il Colaianni 
stesso riporta statistiche che comprovano questo 
fatto. 

Passiamo ora ad osservare un altro fenomeno, 
cioè la criminalità delle colonie italiane negli Stati 
Uniti del Sud, con speciale riguardo ai cosi detti 
linciaggi. I nostri connazionali qualche volta, spe- 
cialmente nel passato, furono vittime di questo bar- 
baro costume, portato da idee di altri tempi, da 
legislazioni elementari e foggiate per 1 paesi ame- 



192 Capo settimo 



ricani quando essi erano ancora un campo di sfrut- 
tamento di pochi avventurieri, ma indegne della 
elevatezza morale alla quale è giunta oggi la grande 
Confederazione. 

Debbo premettere che escludo in modo assoluto 
che i linciaggi siano stati fatti mai col consenso 
delle autorità locali, le quali anzi cercarono sem- 
pre nel limite dei mezzi a loro disposizione di 
impedirli e di prevenirli. Senonchè è da osser- 
vare anzitutto che, dato il regime liberistico e de- 
mocratico che vige nel Nord-America, i mezzi a 
disposizione delle autorità locali sono ben limitati, 
ed inoltre che è assai difficile sradicare un co- 
stume derivante da condizioni locali formatesi in 
mezzo alla ignoranza e alla ruvidezza dei primi 
abitatori del paese. Nel Nord-America la libertà ■ 
grande ; si può dire anzi tanto grande che in ne- 
sun paese la vita umana è cosi poco protetta come 
negli Stati Uniti ! Si comprende facilmente, dat(^ 
queste premesse, come la folla briaca e infuriata 
abbia qualche volta sfondato con relativa facilità 
le porte delle prigioni, impadronendosi dei detenuti, 
senza trovare grande resistenza nell'autorità che 
non è connivente ma è impotente ; questa è la tri- 
ste verità. 

Il Conte Moroni, addetto di emigrazione a New- 
Orleans, in un pregevole rapporto cosi si esprime 
sulle cause di questi linciaggi : « Le cause di que- 
« sti linciaggi o tentativi di linciaggio vanno ri- 
« cercate nella crisi finanziaria che produce una 
« riduzione di lavoro o di paghe e che creano di 
« conseguenza negli operai americani il bisogno di 
« combattere la concorrenza della mano d'opera 



j 



L'emigrazione italiana 193 

« straniera. A queste ragioni occorre aggiungere 
« l'antipatia degli Americani di bassa classe verso 
« lo straniero e l' imprevidenza delle Compagnie e 
« delle autorità locali ». 

Il dottor Luigi Villari, in un altro rapporto pub- 
blicato nel 1907, mette in evidenza un altro fatto 
assai doloroso, ma purtroppo un po' vero, cioè la 
tendenza dei nostri connazionali negli Stati del Sud 
a mischiarsi con i negri ed altre razze inferiori. 
Mentre i negri, i quali nella parte meridionale 
degli Stati Uniti godono un vivo discredito, giusti- 
ficato da .un' altissima percentuale di criminalità, 
sono messi al bando dalla popolazione locale che li 
confina in vagoni speciali nelle ferrovie e nei tran- 
vai, in posti speciali ai teatri ed ai ritrovi pubblici, 
1 nostri connazionali non esitano ad unirsi ad essi 
e spesso emigranti italiani non disdegnano di con- 
vivere maritalmente con donne della razza dispre- 
giata ! 

Anche questo fenomeno ha le sue giustificazioni. 
Anzitutto, per le nostre condizioni storiche ed etno- 
grafiche, da noi la questione negra è sconosciuta; 
inoltre l'individualismo fiero ed indipendente del- 
l'italiano ripugna a tutte le idee preconcette e 
pregiudizi di razza. Ne è riprova il fatto che da 
noi non ha mai potuto attecchire 1' antisemitismo, 
malgrado che gli ebrei abbondino in Italia e mal- 
urado che essi, pur non essendo certamente una 
razza inferiore.... tutt' altro, siano odiati e dispre- 
uiati in molti paesi. 

Bisognerebbe però che la nostra emigrazione, pur 

jnservando il suo nobile patriottismo e l'attacca- 
mento alle idee patrie, si adattasse più facilmente 

13 



194 Capo settimo 



alle idee dei paesi di destinazione, non ne ripudiasse 'i 
nemmeno i pregiudizi e le idee preconcette, per 1 
assurde ed ingiuste che esse sieno; altrimenti non jc 
ne ridonderà che un immeritato dispregio verso 1 
l'Italiano, del quale soffriranno tutti coloro che si i* 
recano nel paese. J 

Per questo motivo è doloroso vedere come tanti ;Ì 
italiani, approfittando della facilità del commercio \ 
dei vini e dei liquori, che li avvicina ai loro con- i 
nazionali, si danno cosi spesso alla professione del \ 
bar tender, professione oltremodo aborrita e di- y 
sprezzata dagli Americani, specialmente in questi- 
tempi di trionfo delle idee del proibizionismo, che 
la comparano quasi a quella del lenone ! È ingiu- 
sto, ma è un pregiudizio del paese e l'emigrante 
intelligente dovrebbe rispettarlo. Quando non lo 
rispetta, il disdoro che ne consegue si riflette su 
tutta la nazione. 

Ci piace di citare una monografia di miss E. Ab- 
bott, incaricata dalla Commissione Municipale di 
studiare la criminalità nella città di Chicago. Dalle 
osservazioni della Abbott risulta che l'indice per- 
centuale degli arresti in Chicago nel 1913 tra gli 
stranieri non sorpassò il 35,3 ^Iq mentre tra gli Ame- 
ricani nati nel paese raggiunse il 57,9 "/o- Detta 
percentuale fu maggiore nei Russi, (8,6 °/o), cui 
seguirono i Tedeschi, (8*^/o), cui seguirono gli Au- 
striaci. La percentuale degli Italiani è del 3,2 Vo 
seguita da quella dei Francesi, 3 V,,- 

Prima di lasciare gli Stati Uniti, ci piace di fare 
un accenno alla famosa questione della mafia. 

Il New-Yorh Wo7Hd ha pubblicato un telegramma 
da Roma, nel quale si afferma che un Principe ro- 



L'emigrazione italiana 195 

mano.... avrebbe dichiarato quanto segue, come ri- 
porta il Colaianni nel già più volte citato prege- 
volissimo lavoro : « Tutta la polizia napolitana e 
« siciliana è affiliata sia con la camorra che con 
« la mafia. La premura con cui la polizia di Pa- 
« lermo si è impadronita dei documenti segreti di 
« Petrosino dettaglianti le sue investigazioni è molto 
« significativa e lamentevole. I delinquenti di qui e 
« di America segnati sui libri di Petrosino adesso 
« son salvi. Sono stati bene avvisati ». 

Questo stolto telegramma, che pare impossibile 
sia stato inserito in un giornale importante come 
il Neio-York WoìHd, non ha grande peso, ma è 
r indizio della mentalità locale. Data la cattiva ri- 
putazione che si è fatta assai ingiustamente per le 
cause accennate la nostra emigrazione negli Stati 
Uniti, sono bastati pochi reati impressionanti ac- 
caduti nella grande metropoli di New- York perpe- 
trati dai nostri connazionali per radicare questo 
assurdo pregiudizio dell'esistenza della cosi detta 
mafia. 

Noi non siamo portati in massima a credere che 
la mafia esista sotto la forma di una grande asso- 
ciazione come forse poteva esistere sotto i passati 
regimi corrotti ed immorali. Esistono bensì delle 
piccole cricche o camarille di delinquenti, ma la 
mafia vera e propria non esiste che nella fantasia 
degli Americani. 

La prova più evidente mi viene fornita dal re- 
centissimo rapporto dell'avvocato Forster, presen- 
tato nel dicembre del 1916, dal quale risulta che 
gli Stati Uniti d'America ebbero il più alto indice 
proporzionale dei reati di omicidio e di fellonia 



196 Capo settimo 



negli anni 1909-1913. Esso fu per centomila abitanti 
del 6,4, mentre fu del 0,8 per l' Inghilterra, del 2 
per la Prussia, dell' 1,9 per l'Australia e del 3,6 per 
l'Italia. Eppure su cento milioni che formano la 
popolazione degli Stati Uniti gli Italiani non sono 
che il 2 ^/o. Che dimostra ciò ? che l' indice della 
criminalità nostra è inferiore alla media general 
della criminalità americana, o che i nostri conna 
zionali arrivati negli Stati Uniti peggiorano assai 
le loro condizioni morali.... In questo caso pare a 
me che Tunica illazione legittima è che la colpa 
è degli uomini e delle cose d'America ! 

Non diciamo questo per diffamare la Confedera- 
zione della libertà a noi carissima e alla forma- 
zione della quale il nostro Paese ha contribuito 
con tanto sangue. 

Molte giustificazioni si possono trovare a fa- 
vore dell'America, che, volere o no, è il grande 
ritrovo di tutti gli spostati, di tutti i vinti, di 
tutti i reietti del vecchio mondo; ma solo accer- 
tiamo il fatto per ristabilire le cose nella loro 
realtà e per cercare di estirpare il pregiudizio 
iniquo che grava come una cappa di piombo sulla 
nostra emigrazione che si vuol fare apparire come 
uìidesiraUe ! 

Veniamo a parlare del Sud-America. 

Nel Brasile e nell'Argentina 'troviamo una con- 
dizione di fatti e di idee alquanto differente. Anzi- 
tutto l'emigrazione spagnuola che abbonda nell'Ar- 
gentina, e portoghese che prevale nel Brasile, è 
dedita ai reati di sangue per lo meno quanto la no- 
stra emigrazione meridionale. Inoltre la mentalità 
più afflile è più propizia a giustificare i delitti pas- 



i 



U emigrazione italiana 197 

sionali, derivanti da causa d'onore. Nel nostro sog- 
giorno in Argentina ci compiacemmo vivamente di 
accertare la riputazione ottima che la nostra emi- 
grazione si è acquistata in materia di denaro e di 
affari. 

Il signor Sylvano Rodriguez, CìHollo puro san- 
gue, che aveva accumulato un ragguardevole patri- 
monio nella provincia di Mendoza, diceva che pre- 
feriva far credito agli Italiani. « Il criollo, diceva 
« il Rodriguez, non è cattivo, ma è spensierato, di- 
« sordinato, imprevidente. Egli domanda del denaro 
« quando ne ha bisogno, ma non ha la forza di ri- 
<< sparraiarne quando lo possiede e di impiegarlo in 
'< modo fruttifero quando lo ha a sua disposizione. 
'< Cosi si spiega il fatto che mentre le fortune 
« territoriali sono generalmente in mano agli Ar- 
« gentini, i capitali sono in mano agli stranieri, 
•< che ipotecano le terre e finiscono per impadro- 
'< nirsene. È una fortuna per l'Argentina, che i figli 
« di stranieri e soprattutto gli Italiani e gli Spa- 
« gnuoli, alla seconda generazione diventano Ar- 
« gentini ; altrimenti in meno di trenta anni il 
« paese sarebbe interamente posseduto dagli stra- 
^< nieri ». 

Queste parole sono assai confortanti per noi ; solo 
il Rodriguez dimentica che i figli di italiani, dive- 
nuti Argentini, diventano spesso più Argentini degli 
Argentini stessi. 

Il Rodriguez spiega l'imprevidenza dei suoi conna- 
zionali con ragioni storiche. Nell'argentino, soprat- 
tutto nel gaucho e nel proprietario di campagna, 
arde nel sangue il sentimento feudale, cavallere- 
sco, la discendenza ispanica; è perciò che egli in 



198 Capo settimo 



materia" di denaro è come un grande fanciullo, ge- 
neroso ed imprevidente. 

Questa discendenza ispanica però non si riscon- 
tra nei figli di italiani, e neppure la discendenza 
feudale. I nostri fratelli dell'Argentina sono figli 
di emigranti, onesti, laboriosi, ma poveri almeno in 
origine. In America si va per lavorare e per far 
fortuna, non per distrarsi e per divertirsi. Nelle 
famiglie argentine, come gli Alvear, i Quintana, 
gli Ortiz, i Gonzales, si potrà riscontrare il lontano 
lignaggio dei viceré e dei conquistadores spagnuoli, 
ma tale lignaggio non si può certo trovare nei no- 
stri emigranti ; ed allora come si spiega tale mu- 
tamento di mentalità se non con V influenza degli 
usi e dei costumi del paese? 

Nell'Argentina in generale la criminalità ita- 
liana per i reati contro la proprietà è bassissima 
dovunque ; altrettanto si può dire per i reati con- 
tro la persona, per lo meno comparativamente al- 
l' indice della criminalità locale e per lo meno nelle 
province orientali dell'Argentina, popolate soprat- 
tutto da emigranti veneti e piemontesi, cioè ori- 
ginari da province che danno un basso indice di 
criminalità di sangue anche in Italia. 

Il Colaianni cita una statistica del 1900 nella 
quale sono riportati gli indici proporzionali per 
100 000 abitanti di due regioni d'Italia: 

Piemonte Sicilia 

Omicidio .... 3,7 11,53 

Lesioni 34,56 165,98 

Furti 72,70 243,80 

Truffe e rapine . . 14,67 47,42 



U eìnìgrazione italiana 



Tale distinzione assai dolorosa per chi, come lo 
scrivente, si considera meridionale, naturalmente, 
date le stesse cause storiche ed etniche, si man- 
tiene anche all'estero. 

La criminalità quindi è più alta nelle province 
di Cuyo dove prevale l'emigrazione meridionale. 

Anche là però seguono dolorosamente l'emigrante 
gli stessi errori di visuale della morale ereditaria. 
Sono frequentissimi i reati d'onore, e quelli cau- 
sati da un falso ed eccessivo concetto della propria 
personalità, e da certi pregiudizi radicati nel san- 
gue, come la gelosia e l'onore della famiglia, reati 
che non si possono chiamare immorali. Cito alcuni 
esempi caratteristici. 

Un connazionale rinchiuso nel penitenziario di 
Mendoza reclamò alle autorità consolari di essere 
detenuto prigioniero innocente. Recatomi al peni- 
tenziario seppi che costui era detenuto per aver 
ucciso la consorte che lo tradiva. Il disgraziato 
interrogato mi rispose : « Ma, signor Console, io 
« avevo il dovere di farlo! > Un altro connazionale 
riteneva ingiusta la contravvenzione inflittagli per 
indebito porto d'armi. Avendogli il vigilante o poli- 
ziotto strappato con cattiva maniera il fucile egli 
lo uccise. Arrestato e messo in una prigione di 
campagna fu fatto fuggire dai compaesani che lo 
ritenevano innocente ! 

Da tutto questo si vede che certo molto vi è da 
fare, molto da correggere, molto da modificare, ma 
la stoffa buona e' è, e noi possiamo protestare con 
tutte le forze contro lo stolto pregiudizio che perse- 
guita la nostra emigrazione, perchè i reati che pre- 
valgono tra essi non sono quasi mai reati ignobili. 



200 Capo settimo 



Quello che si può dire dell'emigrazione del resto 
si può dire della Madre Patria. Negli ultimi anni j 
del secolo scorso l'Italia raggiunse un indice di 9 i 
per 100 000 abitanti per il reato di omicidio, per- % 
centuale che sorpassò disgraziatamente quelle di 
tutte le altre nazioni di Europa, essendo seguita 
dalla Spagna, la Francia, il Belgio, la Germania, 
l'Inghilterra e la Scozia. Però mentre la stragrande 
maggioranza dei reati contro la persona in Italia 
sono causati da una morale anacronistica e dal 
sentimento dell'onore, sia pure eccessivo, non si 
sente mai parlare da noi di quei crimini raccapric- 
cianti, il cui motivo propulsore è ignobile e basso. 

Veniamo a parlare dell'Oriente e prima diciamo 
della colonia più importante e caratteristica di 
Europa, di Marsiglia. 

Il compianto vice-console Rossi in un suo pre- 
giato lavoro sulla colonia di Marsiglia pubblicato 
nel 1896, lavoro che costituisce forse lo scritto più 
completo che sia stato pubblicato in materia, dice 
giustamente che la colonia di Marsiglia tra le con- 
sorelle italiane è la grande calunniata. A questa 
ingiustissima e immeritatissima reputazione con- 
corsero molti coefflcenti. Uno dei maggiori è la 
vicinanza del grande porto provenzale all'Italia, 
che fa si che Marsiglia, come una volta era il 
primo rifugio naturale dei compromessi politici, 
oggi è il naturale ritrovo di tutti coloro che ten- 
tano di fuggire dal Regno, per evitare di saldare 
i loro conti con la patria giustizia. 

Da questa considerazione però non è legittima 
la illazione che la colonia di Marsiglia contenga 
una maggioranza di criminali : tutt'altro. Un'altra 



L'emigrazione italiana 201 



circostanza concorse ad influenzare sinistramente 
la colonia di Marsiglia : furono i rapporti non fe- 
lici che intercedettero per un certo momento tra 
r Italia e la vicina nazione sorella. 

Il Procuratore della Repubblica delle Bocche del 
Rodano, da me una volta interrogato circa la fre- 
quenza dei nomi italiani tra gli imputati dei reati 
contro la persona, mi diede una spiegazione che 
merita vivamente di essere riportata in questo la- 
voro, in difesa di quella grande colonia italiana : 
« Non vi lasciate impressionare, diceva il Procu- 
« ratore della Repubblica, dalla frequenza dei nomi 
« italiani tra i condannati dalla Corte d'Assise di 
« Aix, e tra i deportati ai bagni penali di Caienna 
« e dell'Isola del Diavolo. Anzitutto, Marsiglia, città 
<;< grande, ricca e corrotta come tutti i porti di 
« mare, dà un grande contingente di criminalità 
« giovanile e i giovani per la maggioranza sono 
« nati in Plancia e non in Italia; inoltre una gran 
<-. parte della criminalità marsigliese è data dai 

córsi, italiani di razza certo, ma non italiani 

nel senso giuridico della parola. La grande mag- 
v< gioranza della colonia di Marsiglia, intendo della 
•< colonia stabile e laboriosa, è eccellente, fa onore 
< all' Italia ed è sommamente utile alla Repubblica. 

La piccola minoranza che la diflama è composta 

di individui che passano in questi paesi solo in 

transito ma che non vi risiedono ». 

A proposito della colonia di Marsiglia però, non 
possiamo passare sotto silenzio un fenomeno dolo- 
roso che avemmo occasione di segnalare al patrio 
r^overno, che cercò ogni mezzo per porvi riparo : 
vogliamo accennare alla emigrazione clandestina. 



202 Capo .settimo 



In Francia, in seguito ai trattati franco-italiani 
e alla mirabile organizzazione della polizia fran- 
cese, dovuta soprattutto al grande innovatore Ber- 
tillon, seguace ed esecutore dei principi scentifici 
già stabiliti dal nostro grande Lombroso, ogni emi- 
grante che risiede per più di dieci giorni deve 
munirsi della carta di straniero. Questa prescri- 
zione non è restrittiva e poliziesca come le restri- 
zioni imposte dai governi germanici e russi, ma è 
fatta con criteri liberali, per permettere la tran 
quilla residenza nel paese all'emigrazione miglior 
Tale disposizione permette al nostro ufficio speciale 
di polizia addetto a queir importante Consolato di 
assumere particolareggiate informazioni circa i pre- 
cedenti penali di tutti gli emigranti. 

Nonostante queste severe disposizioni una vera 
organizzazione si era formata in questi ultimi anni 
per proteggere l'emigrazione clandestina. Una agen- 
zia semi-clandestina si era formata in Marsiglia, 
per fornire gli emigranti clandestini di documen 
più meno falsificati. L'agenzia era tenuta da poco 
degni connazionali. 

Il console Carcano fece le pratiche per ottenere 
r espulsione dalla Francia di costoro ; ma essi, 
quando ebbero sentore di ciò, approfittando delle 
nuove disposizioni francesi, che per ovviare alla 
perdita della popolazione derivante in Francia dal 
noto fenomeno demografico, facilitano l' acquisto 
della cittadinanza a coloro che abbiano due anni 
di domicilio nel paese, assunsero la cittadinanza 
francese, ed ottennero, malgrado il vivo e leale 
desiderio della polizia francese di secondare l'opera 
del nostro Console, di restare, microbi malefìci, ad 



[11 

J 

i 



L'emigrazione italiana 203 

inquinare la prospera vita di quella fiorente co- 
lonia. 

Giova dire a difesa delle nostre autorità e per- 
chè ci siamo proposti di dire la verità fino in fondo, 
che questi agenti di emigrazione clandestina dovet- 
tero molto alla protezione immorale ed inconfes- 
sabile di alcune Compagnie transatlantiche, che 
avendo interesse commerciale a trasportare il mas- 
simo numero di emigranti, poco si curarono del di- 
sdoro che ne veniva al buon nome italiano. 

Passiamo a parlare dell'Oriente. Il paese del- 
l'Oriente che dà maggior contingente alla crimi- 
nalità italiana è l'Egitto. Varie ragioni storiche e 
politiche contribuiscono a questo triste fatto. La 
ragione principale è il regime delle capitolazioni. 

Non è il caso qui di discutere sulla opportunità 
meno di abolire il regime delle capitolazioni in 
generale: anzitutto su tale questione diranno l'ul- 
tima parola i gravi avvenimenti che si stanno svol- 
gendo nell'ora presente. Rimandiamo il lettore che 
si interessa a tali questioni alla lettura del bello 
e recentissimo lavoro di Romolo Tritonj, È giunto 
il momento di abolire le capitolazioni in Tur- 
chìa ? Sta in fatto che 1' aggroviglio giudiziario e 
le difficoltà procedurali di ogni genere che si frap- 
ponevano in quel bel paese alla esecuzione della 
giustizia, ne avevano fatto un centro di vera im- 
punità. 

Il quartiere Mercato del Pesce in Cairo era di- 
ventato negli ultimi anni purtroppo un covo della 
mala vita internazionale. Chi scrive, nella sua qua- 
lità di giudice istruttore presso quella colonia, ebbe 
occasione di arrestare dei complici del famoso prò- 



204 Capo settimo 



cesso Cuocolo, che da molti mesi restavano indi- 
sturbati in Egitto, e vi sarebbero ancora con ogni 
probabilità, se una mera combinazione non portava 
la loro presenza alla conoscenza della giustizia. 

Le autorità consolari, con la leale assistenza 
della polizia locale, hanno fatto sempre del loro 
meglio per ovviare a questo inconveniente. 

I Consoli che hanno avuto finora in loro mano 
il potere di emanare i decreti di espulsione, hanno 
sempre cercato con questo mezzo di eliminare gli 
elementi più riottosi e meno desiderabili dell'emi- 
grazione. Di tale potere al Cairo si è fatto uso lar- 
ghissimo soprattutto verso la triste classe degli 
sfruttatori di donne e dei venditori di hashisch. Ma 
la sanzione dell'espulsione resta generalmente limi- 
tata ai centri popolosi, alle città nelle quali i delin- 
quenti sono più meno sotto la sorveglianza della 
polizia locale che li conosce perchè ha tra i suoi 
ufficiali degli abili funzionari di nazionalità ita- 
liana, generalmente siciliani. 

Tale sanzione però sfugge al Console nei centri 
rurali lontani dall'abitato. In tali centri i delin- 
quenti europei approfittano qualche volta delle dif- 
ficoltà giurisdizionali frapposte dalle capitolazioni 
per sfuggire alla cattura, sfruttando cosi in modo 
indegno ed ignobile l'alto ascendente che ha nei 
paesi d'Oriente la nostra bella bandiera. 

Riprendendo 1' argomento dell'emigrazione clan- 
destina diremo che essa si divide in tre categorie 
principali: coloro che sfuggono a condanne penali, 
coloro che vogliono sottrarsi ai loro obblighi mili- 
tari e coloro che vogliono emigrare eludendo qual- 
che impedimento proibitivo. 



L'emigrazione italiana 206 

Non insisteremo sulla prima categoria, della quale 
abbiamo parlato a proposito della colonia di Mar- 
siglia. Per la seconda categoria ci diffonderemo nel 
capitolo XI di questo lavoro, nel quale accenneremo 
alla posizione degli emigranti rispetto al patrio ser- 
vizio militare. 

La terza categoria si divide in varie sub-cate- 
gorie: coloro che per una ragione qualsiasi non 
possono ottenere il passaporto per l'estera, coloro 
che vogliono sfuggire alla proibizione governativa 
di emigrazione per certi dati paesi e finalmente le 
fanciulle che emigrano per dedicarsi alla prosti- 
tuzione, delle quali parleremo nel capitolo X. 

Coloro che non possono ottenere il passaporto 
per l'estero sono generalmente gli emigranti che 
hanno contratto obblighi di famiglia, per i quali 
vi sono sufficienti motivi di ritenere che la loro 
partenza equivalga ad abbandono delle famiglie a 
loro carico, o i minori o inabili che emigrano senza 
il consenso paterno o tutorio. 

A proposito di questo argomento dobbiamo se- 
gnalare un grave inconveniente che si verificava 
soprattutto prima della guerra e del quale era re- 
sponsabile la negligenza o la debolezza delle auto- 
rità municipali, cioè l'abuso del rilascio dei pas- 
saporti per l'interno. Molti emigranti, anzi la 
maggioranza degli emigranti che partivano per la 
destinazione di Marsiglia, era fornita semplice- 
mente di passaporti per l' interno, approfittando 
(Iella facilità del passaggio della frontiera della 
vicina Repubblica. Giunti a Marsiglia, ottenevano 
molto facilmente un passaporto falso od alterato il 
(juale permettesse di proseguire per le Americhe. 



206 Capo settimo 



Ci piacerebbe che il Regio Governo pigliasse due 
categorie di energici provvedimenti a questo pro- 
posito. Anzitutto sorvegliare rigorosamente le au- 
torità municipali, magari sottraendo ad esse la 
facoltà di rilasciare passaporti per V interno ; 
inoltre avviare trattative diplomatiche con la 
Francia e con la Svizzera, per imporre un più 
rigoroso esame della situazione giuridica di coloro 
che passano le frontiere. Tale esame sarebbe di 
scambievole vantaggio all'Italia ed alle altre na 
zioni contraenti. 

Per quello che riguarda i minori la necessità del 
provvedimento sarebbe poi indiscutibile, ma di ciò 
tratteremo nel capitolo X. 

Passiamo ora ad esaminare la delinquenza pò 
litica. 
t Anche nella delinquenza politica, come nella de 
Jj^linquenza comune, gli Italiani sono dei grandi ca 
lunniati. Pochi all' estero hanno studiato la delin- 
quenza politica italiana e pochi la comprendono e 
la spiegano. In Francia dopo il fatto di Caserio, 
in Svizzera dopo 1' uccisione dell' imperatrice Eli- 
sabetta ed in tutto il mondo civile dopo rinfam.e 
assassinio del Re Buòno, nei paesi esteri in genere, 
'Tei siamo fatti la ingiusta riputazione di un popolo 
[sovversivo ed anarchico. 

Nulla di più sbagliato, nulla di più ingiusto; al 
contrario, meno che l' Inghilterra, non credo che 
vi sia nessun popolo civile e libero cosi facile a 
governare come il popolo italiano, eterno bronto- 
lone ma in fondo bonario e tranquillo. Da noi, at- 
traverso la storia, non vi furono mai grandi e san- 
guinose rivoluzioni, mai cruente lotte religiose ; le 



L'emigrazione italiana 207 

guerre civili ebbero sempre carattere municipale 
ed individuale. 

Credo mio dovere di riportare qua le idee del si- 
gnor Paul Ghio, brillante scrittore francese, autore 
di un bellissimo libro sulla anarchia negli Stati 
Uniti. 

Il Ghiojiei primi anni del corrente secolo ha 
profondamente studiato i centri anarchici della 
Confederazione e specialmente i centri slavi ed 
italiani. Uno studio speciale egli dedica a Pat- 
terson. 

Egli comincia con l'osservare che la maggioranza 
degli operai anarchici derivano dalle province del 
Nord d' Italia, cioè dalle più colte e sviluppate, 
e spiega 1' anarchia colla diffidenza istintiva che 
hanno concepito gli Italiani contro tutte le istitu- 
zioni stabili, per la lunga dominazione straniera 
che separò profondamente l'individuo dallo Stato. 
Spiega inoltre la tendenza anarchica con l' indivi- 
dualismo e con la natura cosmopolita dello spirito 
italiano. 

Il Ghio riporta altresì le seguenti interessan- 
tissime considerazioni di Cesare Lombroso: « Il ter- 
« reno più propizio al fanatismo altruista è ge- 
« neralmente nella religione. Nei popoli germanici 
« per esempio la religione recluta delle migliaia di 
« fanatici che sotto titoli e teorie differenti si agi- 
« tano febbrilmente per salvare i loro simili. Hanno 
« cosi un campo immenso da rivoltarsi a loro guisa 
« nutrendo le loro passioni, costruendo chiese, fon- 
« dando opere pie, facendo conferenze, organizzando 
« delle comunità ideali o degli eserciti della salute. 
« Nelle nazioni latine al contrario, dove la chiesa 



208 Cajyo settimo 



^^ 



« cattolica estende la sua influenza, la religione 
« non è che un debole derivativo al fanatismo, e 
« ciò non per l' incredulità della massa ma per For- 
« ganizzazione stessa della chiesa cattolica. Que- 
« sta infatti non rappresenta un insieme di cre-^ 
« denze flessibili, malleabili, adattabili a tutti glia 
« spiriti, ma è al contrario una grande istituzione 
« gerarchica, fondata sull'obbedienza e sulla su- 
« bordinazione assoluta di tutti i fedeli. Ognuno vi 
« ha il suo posto, ma le sue credenze sono chiuse 
« in quadri fissi ed immutabili. Cosi a parte rare 
« eccezioni il fanatismo presso i popoli latini non 
« si è mai manifestato che nella vita sociale o po- 
« litica. In Italia il fanatismo di questo genere 
« produceva in altri tempi dei briganti, oggi degli 
« anarchici rivoluzionari. ^ potrebbe affermare 

che il brigante italiano era un anarchico di 
«un'epoca lontana e più semplice della nostra; 
« la vita essendosi complicata, il tipo umano del- 
« r insorto si è complicato a sua volta e 1' antico 
« brigante nei nostri tempi si è trasformato in giu- 
« stiziere di Re e di Imperatori ». 

Dalle pagine del Ghio, che "ascrive le sue visite 
nei meetings anarchici presieduti dall'oramai cele- 
bre Galleani, con colori idilliaci e pastorali, come 
si trattasse di convegni degli antichi maestri can- 
tori di Norimberga invece che di una riunione di 
ribelli e di distruttori, traspare evidentemente che 
egli simpatizza con le teorie anarchiche (dell'anar- 
chia teorica ben s' intende) ; ciò non pertanto gli 
dobbiamo essere gratissimi per aver messo in luce 
un lato, doloroso certo, della mentalità politica dei 
nostri emigranti, prospettandolo però sotto una 



J 



U emigrazione italiana 209 

luce meno antipatica e, non esitiamo a dirlo, più 
obbiettiva. 

Negli Stati Uniti e specialmente a Patterson ed a ] 
Chicago gli anarchici italiani hanno diversi gior-y 
nali, clubs, centri di riunione; ma in questi ultimi 
anni si deve riconoscere che la loro propaganda 
è stata assai innocua e tranquilla e che essi vera- 
mente non meritano la diffidenza preventiva che 
ispirano le loro dottrine sulla mentalità fortemente 
mercantile e capitalistica del popolo americano, 
che non li ammette nella Confederazione se non 
dopo la firma di una specie di atto di abiura delle f 
loro idee. 

Negli altri paesi del mondo la criminalità poli- 
tica è assai meno allarmante che non nella Con- 
federazione americana. 

Enrico Malatesta alcuni anni fa fece un giro di 
propaganda in Brasile ed in Argentina, con risul- 
tati assai scarsi. In Buenos Aires, uno degli scrit- 
tori più apprezzati e più autorevoli del più impor- 
tante giornale italiano è un antico compromesso 
politico, divenuto oggi dopo il contatto con i po- 
poli esteri un forte campione d' italianità. 

Nella colonia di Marsiglia non esistono centri 
anarchici propriamente detti e non vi è stato luogo 
a lagnanze dopo il tristissimo caso dell' uccisione 
del presidente Carnet. Nelle colonie d'Oriente, dove 
prevale l' emigrazione meridionale e siciliana, il 
movimento anarchico è pressoché nullo. 

I nostri connazionali all'estero, a differenza dei Te- 
deschi, danno un contingente assai scarso agli apo- 
stoli del movimento socialista, ma di ciò parleremo 
nel capitolo IX a proposito del movimento operaio. 

14 



210 Capo settimo 



Ci resta brevemente ad accennare alla crimi- 
nalità contro il buon costume. Anche in questo 
argomento siamo costretti a prendere le difese 
dell'emigrazione italiana, e non ci si accusi di par- 
zialità, perchè lo scopo di questo lavoro è ana- 
litico, obbiettivo, basato suU' esame dei fatti. 

Dalle statistiche riportate dal Colaianni risulta 
che il numero degli Italiani detenuti al 30 giu- 
gno 1904 per reato di ratto negli Stati Uniti era 
assai maggiore di quello di tutte le altre razze e 
precisamente di 26, contro 15 Canadesi, 12 Tedeschi, 
9 Austriaci. 

L' esame però freddo ed obbiettivo della causa 
medesima delle condanne toglie gran parte del loro 
valore sinistro alle statistiche. Anzitutto affer- 
meremo non essere aflatto vero che la morale ses- 
suale d' Italia sia peggiore di quella degli altri 
paesi, anche dei paesi germanici, che hanno una 
riputazione un po' esagerata di possedere un tem- 
peramento freddo ed un forte controllo dei propri 
istinti sessuali. Negli ultimi anni del secolo scorso 
la maggior percentuale dei nati illegittimi si ri- 
scontrò in Baviera (15,24), cui segui l'Austria (13,37), 
la Sassonia (13,23), la Danimarca (10,72), il Wurtem- 
berg (10,35), la Svezia (10,17), l'Ungheria (7,45), la 
Francia (7,41), il Belgio (7,05), l' Italia (6,75). Con- 
tingente minore dell'Italia ebbero la Spagna, l'In- 
ghilterra, la Svizzera, l'Olanda, la Grecia, la Russia 
e le province più popolose degli Stati Uniti. 

Ora se l' indice delle nascite illegittime è infe- 
riore alla maggioranza degli altri paesi, ciò signi- 
fica che la mentalità sessuale è morale. Come si 
spiega allora che la criminalità contro il buon 



L'emigrazione italiana 211 

costume delle nostre colonie sia piuttosto elevata 
nei paesi anglo-sassoni e specialmente negli Stati 
Uniti ? 

Secondo la nostra opinione questo fatto si giu- 
stifica perfettamente con la diversa mentalità ses- 
suale latina ed anglo-sassone. I paesi anglo-sas- 
soni e soprattutto l'America del Nord considerano 
reati moltissimi fatti che secondo la nostra edu- 
cazione saranno forse considerati riprovevoli, ma 
non mai ritenuti aver carattere di reato. 

Sono esempi evidentissimi le contravvenzioni per 
breach of promise o mancata promessa di matri- 
monio ; le contravvenzioni alla Man law, ed infine 
alcune specie di rape che non significa sempre 
ratto ai sensi della nostra legge, ma può altresì 
significare queir azione, abbastanza innocente se- 
condo la nostra mentalità, per cui venne con- 
dannato il nostro connazionale e celebre tenore 
Caruso. 

Il connazionale Caminetti, figlio dell' Ispettore 
Generale dell' Emigrazione di San Francisco, venne 
condannato a due anni di penitenziario per essere 
andato con un camerata a fare una gita dallo Stato 
di California allo Stato di Nevada in compagnia di 
due ragazze, cui avevano pagato il biglietto e che 
non erano precisamente le loro legittime consorti.... 
e ciò in base al Maìi act ! 

In Germania lo stato di cose era lo stesso. Gli è 
che il nostro connazionale non è educato a quel ri- 
spetto e quella libertà della quale la donna usa 
largamente nei paesi anglo-sassoni e, bisogna con- 
fessarlo, qualche volta abusa negli Stati Uniti. 

L'educazione puritana dei popoli anglo-sassoni. 



212 Capo settimo 



infiltrata nelle loro menti con la religione rifor- 
mata, parte dal punto di vista, secondo noi pro- 
fondamente sbagliato, della purezza della donna ; 
la responsabilità dell' azione criminosa sessuale 
ricade sempre sull' uomo, che, più forte, ha mag- 
gior dovere di ritenersi.... mentre secondo la no- 
stra mentalità latina chi porse ad Adamo il frutto 
proibito fu precisamente Eva ! 

Nei paesi d'Oriente la moralità sessuale è piut- 
tosto bassa, e quindi nessuno può fare troppo acerbo 
rimprovero ai nostri connazionali meno degni di 
seguire gli usi anche meno raccomandabili del 
paese in cui emigrano! 

Prima di chiudere questo capitolo dobbiamo ac- 
cennare brevemente alle agenzie di sfruttamento 
degli emigranti ed alle trasmissioni di denaro. 

Tale argomento è strettamente collegato alla cri- 
minalità e ci affrettiamo a spiegarne il motivo 
perchè non vogliamo essere fraintesi. Non che non 
esistano agenzie di impiego e di trasmissione di 
danaro oneste : tutt' altro, anzi esse sono fortuna- 
tamente la maggioranza. La colleganza dell' argo- 
mento sta nella mentalità subbiettiva dell' emi- 
grante quando ricorre alle agenzie di sfruttamento 
ed alle agenzie di trasmissione di danaro. 

Come l'emigrante italiano dà maggior contingente 
ai reati di sangue che agli altri reati, cosi, e forse 
per lo stesso motivo, è 1' emigrante più facile ad 
imbrogliare e ad abbindolare. L' italiano è passio- 
nale, è espansivo, è semplice. Una gentile scrittrice 
francese, la signora Pierre de Coulevain, distin- 
gueva cosi r italiano dal francese : « Le fran- 
« gais est un nerveux, l'italien est un passionné ! ». 



L'emigrazione italiana 213 

V italiano è forse pertinace nei rancori e negli odii, 
ma dà tutto sé stesso quando ama. L' it aliano è un 
j)ericoloso nemico, ma ì^. forse il m1p;1iorp, amico rjp.l 
mond^ . 

Questa psicologia del nostro emigrante è sempre 
la causa del suo sfruttamento. L'emigrante si iìda 
ciecamente del paesano, dell'amico, ed è quasi sem- 
pre il paesano e l'amico che lo imbrogliano. Questo 
spiega l'esistenza del sistema dei bosses negli Stati 
Uniti e del sistema dei banchisti, cioè di una mi- 
riade di piccole banche senza capitale, spesso senza 
nessun' altra garanzia che la probità personale del- 
l'accomandi tario, garanzia, come facilmente si com- 
prende, elastica e variabile secondo le persone e 
le circostanze. 

È incredibile, per chi non conosce l'emigrazione 
da vicino, l'ostilità dell'emigrante italiano, per va- 
lersi delle grandi banche. Egli preferisce, soprat- 
tutto se meridionale, recarsi nel bugigattolo del 
banchista paesano, col quale parla il proprio dia- 
letto e del quale si fida ciecamente con un tra- 
sporto infantile. Spesso il banchista o l'agente di 
trasmissione di denari lo imbrogliano ; allora il 
nostro meridionale, con l'animo ulcerato, prende ad 
odiare l' individuo disonesto che lo ha imbrogliato 
e ne nascono qualche volta terribili risse e fatti 
di sangue. 

Però assai difficilmente cita dinanzi alla giusti- 
zia chi lo ha derubato. 11 sentimento dell'omertà, 
profondamente radicato nella parte ignorante delle 
nostre province meridionali, segue l'emigrante al- 
l'estero, ed è aumentato a dismisura dall'orrore 
(è proprio la parola) di ricorrere ad una giustizia 



I 



214 Capo settimo 



locale della quale si ignorano il linguaggio e la 
procedura. 

Nella mia carriera ho avuto occasione di cono- 
scere un emigrante siciliano il quale aveva dato 
fondo a varie migliaia di dollari di economie ed 
aveva perso due anni di preziosa attività per rin- 
correre in tutti gli Stati Uniti e nel Sud-America 
un ignobile banchista che falsificando la firma utlì- 
ciale ed il bollo del Ministero delle Poste e Telegrafi 
su un libretto di risparmio, lo aveva derubato della 
somma di dollari 500 ! 

Emigranti di questa fatta, quando si recano alle 
grandi banche, ai Consolati, agli enti pubblici, sono 
sospettosi, prudenti e diffidenti, mentre si fidano 
del falso amico e confidente come di un profeta. 
Strana mentalità ! 
/ Tale stato di cose però è soprattutto limitato 
agli Stati Uniti, nei quali prevale la parte più 
ignorante della nostra emigrazione. La bellissima 
organizzazione del Banco di Napoli nell'Argentina 
e nel Brasile, e la severa legislazione bancaria fran- 
cese, hanno reso quasi impossibile il sistema dei 
banchisti in Francia e nel Sud-America. Anche 
negli Stati Uniti però comincia la reazione e giova 
citare in proposito la nuova legge bancaria del 
1.° settembre 1906 dello Stato del Massachussetts, 
contro i banchisti e sul controllo dei banchieri. 
Tale legge fu emanata in seguito ai fallimenti della 
Provident Secicrities and Banking Co. e della 
Banca Siciliana di Boston, avvenuti nello stesso 
anno, eoa enorme danno dei risparmi dei nostri 
emigranti. 
Anche in California furono fatte molte leggi nello 



L'emigrazione italiaìia 



215 



stesso senso, e ciò ha permesso il sorgere delle 
grandi banche italiane in San Francisco delle quali 
abbiamo accennato nel capitolo IV. 

Il sistema dei hosses o capoccia, consiste nel- 
r affidarsi ad un individuo che dispone degli emi- 
granti per fornirli a coloro che richiedono la mano 
d'opera. Tale sistema nasconde spesso un ignobile 
sfruttamento, che fu già segnalato all'opinione pub- 
blica italiana dal dotto rapporto del 1909 del ba- 
rone Mayor de Planches, regio ambasciatore in 
Washington. 



CAPO OTTAVO. 



Vita intellettuale delle colonie. -— Professionisti ed artisti. 
— La stampa coloniale. — Organizzazioni di espan- 
sione commerciale. — Le Camere di Commercio. — Se 
esista una lingua speciale delle colonie. 



La vita intellettuale delle nostre colonie pur- 
troppo è relativamente limitata, né ciò può sor- 
prendere, né se ne può far soverchio carico alle 
colonie medesime. 

In Italia l'analfabetismo diminuisce assai ma dà 
ancora un indice molto elevato. Nel 1861 gli anal- 
fabeti erano il 78 °/o, nel 1871 il 72,96, nel 1881 
il 67,26. In seguito agli energici provvedimenti del 
nostro governo, la legge sull' istruzione obbligato- 
ria, le iniziative sui patronati scolastici, gli anal- 
fabeti diminuiscono ogni anno, ma disgraziatamente 
anche al giorno d' oggi essi devono riscontrarsi 
nella popolazione italiana, specialmente delle pro- 
vince meridionali, in una proporzione di almeno 
il 50 % 

Se qualcuno da questa constatazione deducesse 
che r Italia è un paese ignorante, direbbe la più 
grande stoltezza che sia stata mai detta. In Ita- 
lia si studia, anzi si studia troppo, ma l'indirizzo 
degli studi é sbagliato, perché mentre l'indice degli 



L'emigrazione italiana 217 

analfabeti nel nostro paese è maggiore che in tutte 
le altre grandi nazioni di Europa, eccetto la Rus- 
sia, vi è troppa gente che si dà agli studi supe- 
riori, e, disgraziatamente non a quelli di indole te- 
cnica suscettibili di essere trasportati facilmente 
all'estero, ma ad altri che, come la legge e la me- 
dicina, radicano quasi inesorabilmente al suolo della 
patria. Negli ultimi decenni del secolo XIX vi fu 
una media di 15000 studenti universitari per anno, 
dei quali 7000 in medicina, 5000 in giurisprudenza, 
1700 in scienze fisiche e matematiche e 500 in let- 
tere e filosofia. Il numero è eccessivo specialmente 
per quello che riguarda le scienze morali. 

Date queste premesse si comprende facilmente 
come le nostre colonie siano un'immagine peggio- 
rata della Madre Patria per ciò che riguarda le 
condizioni della cultura. L'emigrazione comprende 
principalmente le classi inferiori della società, 
contagia principalmente le province dove maggior- 
mente prevale 1' analfabetismo. Non si può quindi 
pretendere un grande sviluppo di vita intellettuale 
nelle nostre colonie, e specialmente nelle colonie 
d'America, di recente formazione e colonie esclu- 
sivamente di lavoro. 

Naturalmente questo stato di cose varia secondo 
l'antichità delle singole colonie, e secondo la loro 
composizione. 

Troviamo un ambiente più colto nelle colonie 
d'Oriente. Gli italiani cosi detti levantini per esem- 
pio, sono generalmente forniti di una discreta cul- 
tura, specialmente linguistica, il che si comprende 
facilmente data la natura cosmopolita dei paesi 
orientali. Nelle nostre colonie d'Oriente però di- 



218 Capo ottavo 



Sgraziatamente la lingua meno conosciuta è l'ita- 
liano, perchè fino a pochi anni fa i nostri conna- 
zionali delle belle città del Mediterraneo levantino 
erano allevati con coltura esclusivamente francese, 
generalmente dagli ordini religiosi francesi e so- 
prattutto dai Frères. 

Anche in Europa si trovano colonie più colte. Le 
colonie di Tunisi e di Marsiglia sono formate a pre- 
valenza dalla classe lavoratrice, ma nei nuclei co- 
loniali di Londra, di Parigi, di Barcellona, prevale 
la classe dei professionisti, artisti, commercianti, 
classi fornite tutte di una certa coltura. 

In America però e soprattutto negli Stati Uniti 
la situazione è meno consolante. 

Le colonie qualche cosa hanno fatto, ma ben 
poco. Abbiamo parlato dell'azione da loro spiegata 
soprattutto nel capitolo VI dove abbiamo accen- 
nato alle scuole italiane mantenute da alcune so- 
cietà e nuclei coloniali. 

Chi però ha fatto molto e bene, sono state le 
due grandi istituzioni, il Regio Governo e la Dante 
Alighieri. Non potrei dire che i risultati raggiunti 
corrispondano ai grandi sforzi fatti. Forse questo 
dipenderà da condizioni storiche degli emigranti 
precedenti all' espatrio, dipenderà forse dalla de- 
bolezza dell' azione del Governo in patria: questo 
non sappiamo e non riguarda questo lavoro; quello 
che affermiamo con sicurezza è che all'estero, se 
l'emigrazione non si istruisce, è in gran parte colpa 
sua, specialmente nei grandi nuclei e nelle grandi 
colonie. E quello che è più ammirabile è che l'azione 
sia del Governo sia della Dante Alighieri all'estero 
sono recentissime; il loro lavoro continuo, silen- 



L'emigrazione italiana 219 

zioso, diuturno è stato relativamente ignorato dal- 
l'opinione pubblica. 

Cominciamo a parlare della Dante Atigliierì. 

Credo che sia superfluo accennare qui ai suoi 
scopi ed alle sue idealità che ormai sono troppo 
note, dal 25 marzo 1889, quando l'adunanza della 
grande società di espansione italica riunita in 
Roma all'Associazione della stampa, deliberò di 
dare all' associazione il nome del Divino Poeta. 

La Dante Alìgliieri ha due scopi, uno politico- 
nazionale ed uno semplicemente intellettuale. Essa 
svolge azione politica nei paesi irredenti ed in 
Oriente dove si deve estendere la nostra legittima 
espansione commerciale e politica ; azione intel- 
lettuale soprattutto in Italia, nell' Europa occiden- 
tale ed in America. Nei suoi scopi intellettuali 
essa è analoga alla famosa Schulverein tedesca 
e alla Allìance franQaise. 

Secondo una recente relazione i soci della no- 
bile istituzione da 10 000 che erano nel 1889 sono 
saliti a 55 000 nel 1906 e i soci perpetui da 20 
nel 1897 a 2220 nel 1913. I comitati in Italia sa- 
rebbero attualmente 239, all'estero 80. 

Le città dove esistono comitati Dante Alighieri 
all'estero sono le seguenti: Aarau, Aja, Aigle, Ales- 
sandria d'Egitto, Algeri, Amsterdam, Amburgo, Arn- 
heim, Atene, Barcellona, Basilea, Berna, Boston, Bru- 
xelles, Bucarest, Buenos Aires, Bulle, Cairo, Cardiff, 
Caxias, Chaux-de-Fonds, Chiasso, Contea di Hudson, 
Copenaghen, Corfù, Costantinopoli, Dusseldorf, Fleu- 
rier, Ginevra, Glascow, Hazleton, Iquique, Ismailia, 
La Piata, Liegi, Lode, Londra, Los Angeles, Lo- 
sanna, Lugano, Marsiglia, Mendoza, Messico, Mo- 



220 Capo ottavo 



dane, Monaco, Monastir, Montr eal, Montevideo, Mon- 
treux, Neuchàtel, ♦New-Haven, New- York, Nizza 
Marittima, Norimberga, Ouro Fino, Parigi, Patrasso, 
Pittsburg, Porto Alegre, Porto Said, Riberao Preto, 
Rio Janeiro, Rochester, Rosario di Santa Fé, Salo- 
nicco, San Francisco, San Gallo, San José, San Paolo, 
Scutari, Sulina, Susa, Tolone, Travers, Trebisonda, 
Tunisi, Vevey, Washington, Zurigo. 

Nella relazione recentissima della Dante Ali- 
ghieri vediamo poi costituiti dei nuovi comitati a 
Bankok, Bengasi, Tripoli. Di fondazione recentis- 
sima è il Circolo Dante Alighieri di Tacoma. 

I paesi dove secondo la relazione ufficiale della 
Dante Alighieri del 1913 l'azione della confedera- 
zione stessa SI svolse più egregiamente furono 
San Paolo del Brasile, Rosario, Buenos Aires, Mon- 
tevideo, Rio Janeiro; in Europa, Tolone, Marsiglia, 
Liegi e Barcellona. 

A Marsiglia la federazione mantiene il noto Asilo 
Dante Alighieri, ammirabilmente amministrato da 
parecchi anni dall'egregio cavalier Fernandez ; in 
Tolone la preziosa attività della signora Burdese 
dette alla scuola della Dante AlighìeìH una vita- 
lità e uno sviluppo forse unico all'estero. La Dante 
di Costantinopoli formò un sottocomitato studente- 
sco. (In Italia ve ne sono 67). In Porto Said il comitato 
iniziò la Scuola d'arti e mestieri Leonardo da 
Vinci. Il comitato di Rosario fu felice iniziatore 
della Unione delle Scuole Italiane, ed il comitato 
di San Paolo infine ebbe per primo il merito di 
fondare un Istituto medio italo-brasiliano. 

In Brasile mantengono scuole italiane oltre che 
il comitato di San Paolo quello di Petropolis, di 



L'emigrazione italiana 221 

Rio Janeiro, di San Carlos de Final ; anche in 
Cairo il comitato amministra una Scuola Leonardo 
da Vinci. Il Comitato Dante Alighieri di Tunisi 
mantiene una scuola a Biserta. Il Gomitato Patro- 
nato Scolastico di quella città è una sezione auto- 
noma della Dante Alighieri e sussidia gli studenti 
poveri. 11 Patronato Scolastico di Sfax stipendia 
un maestro di canto corale e una maestra assi- 
stente nelle Regie Scuole. Il Coinitato Dante Ali- 
ghieri di Parigi ha sei corsi sussidiati di lingua 
italiana. 

Negli Stati Uniti invece, sempre secondo la re- 
lazione della Dante del 1913, i comitati vivacchiano. 
Unici comitati che abbiano una lodevole vitalità 
sono quello di Los Angeles e specialmente quello 
di San Francisco, dove la energica iniziativa del 
commendatore Teodoro Bacicalupi ha portato le 
scuole italiane della Dante ad una vita abbastanza 
fiorente. 

Chi scrive queste pagine ha cercato con ogni 
sua possa, dentro i limiti delle sue forze, di divul- 
gare la parola della Dante che è forse la più no- 
bile delle nostre iniziative coloniali. Le difficoltà 
però che tale propaganda incontra sono notevoli, 
e spesso, bisogna confessarlo, scoraggianti, e per 
un motivo molto doloroso che formerà specialmente 
l'oggetto della conclusione di questo lavoro; da una 
parte l' ignoranza della maggioranza degli emi- 
granti e dall'altra un fatto ancora più penoso per 
l'Italia all'estero e soprattutto in America: che 
cioè non è la parte ignorante della colonia che è la 
peggiore moralmente ! 

LIl governo fece molto, dicevamo ; anzi se si do- 



222 Capo ottavo 



vesse giudicare non animati da idealità e da pa- 
triottismo ma da semplice spirito pratico, si po- 
trebbe dire che ha fatto troppo, se si proporzio- 
nano le spese colossali, gli sforzi continui ai re-l 
sultati ottenuti. " 

La Direzione Generale delle Scuole all' Estero 
sovvenziona largamente un numero stragrande di 
scuole, private e pubbliche, civili e laiche o reli- 
giose, sotto forma di aiuti finanziari, di oggetti 
scolastici, di carte geografiche, di libri, di dizio- 
nari, ecc. 

Inoltre possiede scuole governative nelle seguenti 
residenze : 

In Alessandria d'Egitto: l'Istituto tecnico-com- 
merciale, con 92 allievi, e il Liceo-ginnasio ; la 
Scuola elementare femminile, con corso professio- 
nale ; il Giardino d' infanzia e la Scuola elemen- 
tare a pagamento; le Scuole maschile e femmi- 
nile elementari hanno circa 600 allievi. In Cairo: 
una Scuola tecnica e commerciale ed un Liceo, una 
Scuola elementare a pagamento annesse alla Scuoiai 
tecnica, la Scuola elementare maschile Giuseppe 
Garibaldi, con 300 allievi e la Scuola femminile 
Umberto I con 260 alunne ed un Giardino d'infanzia. 

In Porto Said vi sono pure scuole governative 
elementari maschili e femminili, scuole serali e 
d'arti e mestieri. 

Il maggior numero delle scuole governative esi- 
ste in Tunisia dove il governo mantiene tre scuole 
alla Goletta, tredici a Tunisi, tre a Sfax e quattro 
a Susa. 

In Tunisi vi è in un Liceo-ginnasio, un Istituto 
tecnico-commerciale, un corso magistrale annesso 



L'emigrazione italiana 



al Liceo, un corso professionale femminile Marghe- 
rita dì Savoia, un Giardino d' infanzia Garibaldi, 
una Scuola elementare femminile Giuseppina Tur- 
risi-C olonna, ed infine le Scuole maschili Prin- 
cipe di Napoli, Giovanni Meli, Uniberto I con 
896, 802 e 390 alunni rispettivamente. La Scuola 
elementare femminile Margherita di Savoia ha 1010 
allieve. 

In America non esistono scuole di Stato. 

In Asia esistono a Smirne sei scuole : una Scuola 
tecnico-commerciale e ginnasiale, una Scuola po- 
polare maschile di 144 alunni (alla Punta), una 
Scuola centrale femminile con annesso Giardino 
d' Infanzia, una Scuola popolare femminile, un Asilo 
Regina Margherita e un Orfanotrofio Regina E lena. 

In Beirut esiste una Scuola elementare maschile 
e una Scuola elementare femminile con annesso 
Giardino d' infanzia con 290 alunni, e una Scuola 
serale elementare. 

In Europa esistono varie scuole. L'Albania ha, in 
Durazzo, una Scuola elementare maschile ed una 
femminile con 309 alunne ed una Scuola serale di 
lingua italiana ; in Valona una Scuola elementare 
femminile e maschile; in Scutari una Scuola tec- 
nico-commerciale con annesso un corso postelegra- 
fico, una Scuola maschile ed una femminile, una 
Scuola serale ed una Scuola d'arti e mestieri, non- 
ché un Giardino d' infanzia. 

Esistono quattro scuole governative in Patrasso, 
una delle quali, la Scuola elementare maschile San- 
foy^re Santarosa, con 153 allievi. Due scuole gover- 
native esistono in Atene : una elementare maschile 
ed una femminile con annesso un Giardino d'in- 



224 Capo ottavo 



fanzia. Cinque scuole esistono in Corfù : la Scuola 
elementare maschile, la Scuola elementare femmi- 
nile, la Scuola serale d'italiano e la Scuola serale 
di disegno, nonché il Giardino d' infanzia annesso 
alla scuola femminile. In Salonicco pure esistono 
cinque scuole: la Tecnico-commerciale Umberto I 
con corso ginnasiale, le Scuole elementari maschile 
e femminile, la Scuola serale ed il Giardino d'in- 
fanzia. 

Altre scuole governative esistono nella Turchia 
europea: due a Bujukdére: Scuola elementare fem- 
minile e Giardino d' infanzia ; e otto in Costantino- 
poli : r Istituto tecnico-commerciale Principe A7ne- 
deo di Savoia in Pera, un corso ginnasiale, una 
Scuola elementare maschile e una femminile, dei 
corsi liberi d'italiano, un corso preparatorio an- 
nesso alla Regia scuola tecnico-commerciale, una 
Scuola serale, un Giardino d' infanzia. 

Tutte queste scuole governative hanno numerose 
commissioni di eminenti connazionali per aiutarle 
ed incoraggiarle, con carattere di deputazione sco- 
lastica. Citeremo per Alessandria il cavalier in- 
gegnere Ambron, il cavaliere Luzzatti, il dottor 
Latis; per Atene, l'ingegnere Battisti e l'ingegnere 
Rivabella ; per Beirut, il signor Leone Calef ; per 
Cairo r avvocato Vincenzo Morana, il professore 
Trombetta e il dottor Levi; per Corfù il cavaliere 
Schellini; per Costantinopoli il commendatore No- 
gara, il commendatore Isacco Fernandez; per Pa- 
trasso il cavaliere Pasqua ; per Porto Said il cava- 
liere Valle Bey; per Sfax il cavaliere Palomba; per 
Susa il commendatore Enrico de Gubernatis ; per 
Tunisi il dottor Giovanni Guarnieri. 



L'emigrazione italiana 225 

Per completare l'esposizione dell'opera utile com- 
piuta dal Governo dovremmo dare un elenco delle 
scuole sussidia te: ma disgraziatamente non ci è 
possibile enumerarle tutte. 

Ci basterà dire che ne esistono 12 in Alessan- 
dria, 12 in Cairo, 3 in Suez, 4 in Ismailia ; ne esi- 
stono in Assiut, Beni Suef, Damietta, Faium, Grhir- 
ghe, Ibraimieh, Kenek, Luxor, Suez. 

In America ne esistono 24 in Buenos Aires, 7 in 
Cordoba, 3 in Mendoza, 3 in Bahia Bianca, 7 in Ro- 
sario, 3 in Santa Fé, 2 in Fernambuco, 4 in Rio 
Janeiro, 34 nel distretto consolare di Bento Gongal- 
ves, 24 nel distretto consolare di Caxias, 4 in Porto 
Alegre, 24 in Santa Maria, 9 in Araranguà, 13 in 
Blumenau, 3 in Nova-Trento, 3 in Orleans do Sud, 8 
Jn Tubarao, 22 in Urussanga, 2 in Araras, 9 in 
Campinas, 3 in lurema, 14 in Riberao Prete, 8 in 
San Carlos do Pinhal, 122 in San Paolo , 2 in Mon- 
treal, 5 in Toronto , 6 in Santiago, 2 in Assun- 
zione, 3 nella città di Messico, 4 in Callao, 5 in 
Lima, 2 in Los Angeles, 3 in Denver, 3 in New- 
Haven, 3 in Chicago, 3 in Baltimora, 2 in Boston, 
4 in Brooklyn, 5 in Newark, 14 in New- York, 8 in 
Filadelfia, 3 in Providence, 2 in Milwaukee, 14 in 
Montevideo, 4 in Paysandu, 3 in Caracas. 

In Asia ne esistono 3 in Alessandria, 3 in Lar- 
naca, 2 in Aiutab, 3 in Aleppo, 4 in Betlemme, 3 
in Biscerri, 6 in Gerusalemme, 6 in Giaffa, 2 in 
Nazaret. 

In Europa ne esistono 2 in Dedeagatch, 7 in 
Marsiglia, 24 in Parigi, 4 in Atene, 5 in la Ca- 
nea, 3 in Patrasso, 3 in Zante, 2 in Londra, 2 in 
Bucarest, 2 in Sulina, 3 in Ginevra, 2 in Lu- 
is 



226 Capo ottavo 



cerna, 6 in Zurigo, 14 in Costantinopoli, 2 in Santo 
Stefano. 

Per ricapitolare il lavoro colossale della Dire- 
zione delle Scuole Italiane all'estero diremo che il 
massimo numero degli alunni si ha in Brasile, cioè 
maschi 17 217 e femmine 6106; seguono gli Stati 
Uniti con maschi 17 787 e femmine 2553 ; viene poi 
l'Egitto con 9955 alunni, la Tunisia con 8218, l'Ar- 
gentina con 7024 maschi e 2639 femmine, la Tur- 
chia con 7071 alunni, la Svizzera con 4425, la 
Turchia europea con 2624, la Grecia con 3942, la 
Francia con 1974, il Cile con 1688, 1' Uruguay con 
1900, il Perù con 1328, il Canada con 883, la Ger- 
mania con 513, l'Inghilterra con 375, Malta con 359^ 
la Spagna con 379, il Paraguay con 382, la Colum- 
bia con 212, l'Albania con 206, l'Austria con 196, 
il Belgio con 151, la Russia con 111. 

Oltre alle scuole dobbiamo menzionare delle or- 
ganizzazioni che pur non avendo carattere sco- 
lastico hanno nel loro spirito 1' espansione del 
pensiero italico principalmente tra gli stranieri. 
Accenneremo alla lodevole iniziativa della società 
Lovers of Italy di Chicago, fondata dal Console Sa- 
betta, che annovera tra i suoi soci specialmente 
femminili la parte più eminente della società di 
Chicago, e la Società Letteraria Italiana di Liver- 
pool, promossa da italiani, ma composta quasi in- 
teramente da inglesi. 

Veniamo a parlare della stampa coloniale. 

Questo è un altro degli argomenti deltSati di 
questo lavoro. La funzione della stampa colo- 
niale sarebbe importantissima nelle nostre nume- 
rose colonie quando fosse orientata unicamente a 



P L'emigrazione italiana 227 

due scopi : la divulgazione dell' istruzione e il man- 
tenimento dello spirito d'italianità. 

A questi scopi la stampa ottempera abbastanza 
soddisfacentemente nei grandi centri coloniali, 
dove esistono organi possenti che hanno i mezzi 
sufficienti per ottenere notizie dirette dalla madre 
patria e per stampare articoli redatti da persone 
colte ed autorevoli; giornali dei quali la patria 
può andar fiera. 

Citeremo tra questi la Patria degli Italiani, il 
Giornale cV Italia e il Roma di Buenos Aires ; il 
Fanfulla di San Paolo, il Progresso Italo-Ameri- 
cano di New- York, V Italia di San Francisco, V Italia 
di Chicago (con una tiratura giornaliera di circa 6000 
copie), V Imparziale di Cairo, il Messaggero iV A\e^- 
sandria, la Voce del Popolo di San Francisco, il 
Giornale di Chicago, V Aurora di Pittsburg, il Pen- 
siero di Saint-Louis, la Tribuna Italiana d^ Ame- 
rica di Detroit, il Corriere del Connecticut (5000 
copie), r Italo-AmcìHcano di New-Orleans, la Gaz- 
zetta del Massachusetts, il Giornale delle Colonie 
di Albany, il Risveglio Italiano, Vltalie, la Grande 
Italia di Parigi, due grandi giornali di Tunisi, ecc. 

Tra i giornali settimanali potremo citare V Eco 
di Roma di Messico, la Tribuna Italiana di Port- 
land Oregon, la Gazzetta di Rosario, il Malta e il 
Patriotta di Malta, la Tribuna Canadiana di To- 



ronto, il Messaggero Italo-Americano e> la Gaz- 
zetta Italiana di Seattle, il Corriere Italiano di 
Spokane, 1' £"^0 d'Italia di Parigi, il Bollettino 
delle Colonie di Marsiglia, V Idea ed il Cittadino 
di Chicago, la Patria di Caracas, la Voce deWEmi- 
(jìvinte di Kansas City, la Voce del Popolo di De- 



I 



228 Capo ottavo 



troit, r Italo-Americano di Trenton, l' Appendice 
Coloniale di Memphi, le Forche Caudine, lo Alla 
Baionetta, la Parola Cattolica e l' Indipendente di 
New-Haven, il Minatore Italiano di Duluth, la 
Voce Coloniale di New-Orleans, il Rigoletto e il 
Pungolo di Boston, il Corriere del Rhode Island 
di Providence, la Luce e il Pensiero Italiano di 
Utica, il Messaggero di Amsterdam (New- York), la 
Tribuna del New Jersey, la Follia di New- York, 
la *S'^6'//a del Texas di Galveston, la Stampa di 
Cleveland, la Foce del Popolo Italiano e la Voce 
della Verità pure di Cleveland, la Domenica di 
Rochester, la Gazzetta Italiana di Salt Lake City, 
VEco del Mariland, la Sentinella di San Fran- 
cisco, il Bollettino del Nevada di Reno, il Roma, 
la Nazione, il Capitale di Denver, il Corriere 
del Popolo di Omaha, l' Italo- Americano di Los 
Angeles. 

p Vi sono altresì dei giornali di intonazione poli- 
•^tica, come V Aurora di Galveston di principii so- 
cialisti, la Tribuna Italiana della stessa città e 
Vltalia di Buenos Aires, clericali, il Lavoratore 
Italiano di Pittsburg, pure socialista, e la Cronaca 

t sovversiva di Boston, di principii anarchici, diretta 
dal noto agitatore Galleani. 

Per brevità di spazio non ci è possibile citare 
tutta la miriade di piccoli giornali, per la maggior 
parte inutili e spesso dannosi che si pubblicano 
nelle colonie. 

In alcune colonie grandi giornali non sono potuti 
sorgere per mancanza di mezzi ; i connazionali 
quindi preferiscono di leggere i giornali delle vi- 
cine metropoli. In altre colonie, come per esempio 



L'emigrazione italiana 229 

nella colonia di Marsiglia, la ragionejche impedi- 
sce la nascita di importanti organi periodici è la 
vicinanza dell' Italia. Quella grande colonia con 
poche ore di ritardo riceve il Secolo e V Avanti 
che sono i due grandi giornali favoriti di quel- 
r importante centro coloniale. 

Ci piace indicare un esempio che sarebbe degno 
di essere seguito. Il corrispondente del Secolo di 
Marsiglia nutre notoriamente principii sovversivi; 
ciò non pertanto nelle sue relazioni egli è sempre 
della più grande equanimità e obbiettività, e non 
fa dello spirito rivoluzionario mercanzia d'esporta- 
zione, dando prova di patriottismo e di senso pra- 
tico. Altrettanto posso dire del signor Comunardo 
Braccialarghe, redattore della Pa^n« degli Italiani 
di Buenos Aires, l' importante giornale italo-ar- 
gentino fondato dall'or amai notissimo commenda- 
tore Cittadini. 

Altri giornali che meritano di essere additati 
alla riconoscenza degli italiani sono l' Italia di 
San Francisco, redatta dal colto ingegnere Pa- 
trizi, il Progresso Italo- AmeyHc ano del cavalier 
Barsotti, V Ifnparziale di Cairo, diretto dal va- 
lente avvocato Di Pompeo. 

Accanto a questi ed altri ottimi periodici gior- 
nalieri ed ebdomadari, esistono altresì delle pub- 
blicazioni in forma di rivista o di ^nagazine, spe- 
cialmente in Buenos Aires'e in New- York. Mijpiace 
di citare il Carroccio di New- York, fatto con cri- 
teri larghi ed illuminati, ed un' altra rivista di 
Buenos Aires, Videa Latina dell'avvocato Caranci, 
persona equilibrata e cortese. 

Preferisco di non parlare di quella piccola mi- 



230 Capo ottavo 



noranza di giornalucci di vita effimera, che sorgono 
per bassa speculazione e per scopo di ricatto. Essi 
costituiscono uno dei più grandi mali delle nostre 
colonie, sono il rifugio di tutti gli spostati inutili 
e spesso dei criminaloidi, e non fanno altro che 
scoraggiare le nobili iniziative dei cittadini volen- 
terosi e qualche volta anche dei rappresentanti 
del governo, con lotte personali immonde e inquali- 
ficabili. Essi sono veramente la peste della nostra 
emigrazione, e l' unico argomento che meritano è 
l'adagio dantesco: 

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa. 

Veniamo infine a parlare degli organi di espan- 1 
sione commerciale. 

Nel capitolo VII abbiamo accennato sufficiente- 
mente alle banche, alle trasmissioni di denaro, alla 
mirabile organizzazione della raccolta dei risparmi 
degli emigranti per mezzo del Banco di Napoli. Ci 
resta a parlare delle Camere di Commercio. 

Le Camere di Commercio in principio sono isti- 
tuti di grande utilità, speciamente se organizzate 
e tutelate da organi direttamente emananti dal 
governo, come i delegati commerciali. 

I delegati commerciali stipendiati dal governo ed 
alla diretta dipendenza del Ministero dell'Agricol- 
tura e Commercio, sono 10, nelle seguenti sedi : 
Madrid, Alessandria d'Egitto, Parigi, Berlino, Tokio, 
Atene, Bucarest, Washington, Costantinopoli, Pie- 
trogrado. 

Non possiamo che lodare 1' azione dei delegati 
commerciali, in generale attivi, preparati ed ani- 
mati di buona volontà. Ci piacerebbe però richie- 



L'emigrazione italiana 231 

sta una maggior conoscenza delle lingue estere, 
che non tutti possiedono. Ora se è possibile fare un 
buon diplomatico senza conoscenza della lingua o 
delle lingue del paese nel quale il funzionario ha 
la sua residenza, è difficile però fare un buon con- 
sole; ed è assolutamente impossibile fare un utile 
addetto commerciale di chi non possieda a fondo 
la chiave della mentalità commerciale del paese, 
cioè la lingua. 

Tale conoscenza è però molteplice e difficile nei 
paesi d'Oriente, nei quali le transazioni si fanno 
spesso non solo in francese, ma in greco, in turco, 
in bulgaro e in arabo. 

Le Camere di Commercio in generale peccano di 
soverchia burocrazia e di mancanza di praticità 
commerciale, salvo le dovute eccezioni, si intende. 
La maggioranza delle Camere di Commercio non 
vivono suir interessamento diretto della colonia, 
ma sulla sovvenzione governativa, e ciò accade un 
po' per colpa dei consigli direttivi, un po' perchè il 
personale subalterno è composto di impiegati e non 
di commercianti. Ora il commercio è cosa viva, 
pratica, ardente ; non lo comprende colui che non 
si sia bruciato le ali alle violenti emozioni dei 
guadagni e delle perdite commerciali. 

Ad ogni modo molte Camere di Commercio ren- 
dono al traffico e all'emigrazione utilissimi servizi, 
specialmen+e informativi, che sarebbero assai utili 
agli emigranti, se questi si tenessero più al corrente 
delle notizie da esse emanate e che sono general- 
mente contenute nel bollettino commerciale del 
Ministero degli Affari Esteri. 

Le Camere di Commercio attualmente sussidiate 



232 Capo ottavo 



sono quelle di Buenos Aires, Rosario di Santa Fé, 
Bruxelles, San Paolo, Shanghai, Alessandria, Mar- 
siglia, Parigi, Berlino, Casablanca, Londra, Lisbona, 
Messico, Pietrogrado, Barcellona, Chicago, New- 
York, San Francisco, Ginevra, Tunisi, Costantino- 
poli, Smirne, Montevideo. 

Per finire questo capitolo sulla vita intellettuale 
delle nostre colonie, accenneremo ad un fenomeno 
curioso e interessante, dipendente sia da ragioni 
storiche, sia dalla sorprendente adattabilità dei 
nostri emigranti nei paesi di loro residenza, cioè 
al mimetismo linguistico della nostra emigrazione, 
ossia l'adozione di un gergo speciale misto di lingua 
italiana, di dialetto, di lingua locale, che finisce 
per essere parlato dalle nostre colonie dopo molti 
anni di dimora in un paese. 

Tale mimetismo in Oriente deriva da ragioni sto- 
riche. Infatti si trovano nel gergo degli italiani 
di levante come nelle lingue levantine parole con- 
tenute negli antichi dialetti di Venezia e di Ge- 
nova, delle nostre meravigliose Repubbliche la cui 
espansione in Oriente rimonta a secoli. 

In tutto il bacino Mediterraneo orientale per dir 
barca si dice hayxa, anche in turco e in arabo ; 
per dire asino si dice buricco anche in arabo ; per 
dire denaro si dice moneta , dall'antico veneziano; 
per dire falegname si dice "ìnarangone , parola 
anche questa di origine veneziana ; per dire piz- 
zicagnolo si dice baccale, parola di origine greca; 
per dire cocchiere si dice baghi, parola di origine 
turca. 

Le stroppiature che i nostri buoni emigranti 
fanno alla lingua francese, in tutta la Francia 



L'emigrazione italiana 233 

meridionale sono poi comicissime. Per dire Aix en 
Provence, i nostri emigranti dicono Sai, adottando 
la parola provenzale ; altrettanto per dire fan- 
ciullo, dicono piccion da piccioim provenzale ; per 
dire ferrovia, dicono camin di ferro da chemin de 
ter ; massone da magon, muratore ; garzone da 
garQon ; ìnia fama da ma feìnme ; blanscissosa da 
blanchisseuse ; travaglio da travail ; medicino da 
medicin ; inchetta da enquéte, V inchiesta che si 
suol fare negli infortuni sul lavoro ; procicrore da 
prociireiir de la RepuUique ! 

E quello che è più strano, è che i toscani e so- 
prattutto i meridionali che hanno maggior diffi- 
coltà a imparare il francese, dopo pochi anni di 
residenza si ostinano a voler parlare quello che 
essi credono il francese, e che non è se non un gergo 
incomprensibile dai francesi quanto dagli italiani. 

Ciò non accade nei paesi inglesi, e soprattutto 
negli Stati Uniti, specialmente tra i meridionali e i 
toscani, che hanno una difficoltà pressoché invin- 
cibile a imparare la lingua anglo-sassone se non 
vengano giovanissimi nel paese. Ad ogni modo non 
è difficile sentir dire l'osso per il cavallo {horse), 
la tracca per la ferrovia {trach, binario), la bega 
{bag, cartoccio), la giobba {job, l'impiego), il tichetto 
{ticket, biglietto), la cecca {cheque, assegno banca- 
rio), la fenza {fence, cancello), il cay^ro {tramvay), 
la sciabola (la pala, shovel), il bosso {boss, padrone 
o capoccia). 

Nei paesi spagnuoli i meridionali imparano facil- 
mente la lingua che è analoga al loro dialetto. In- 
fatti, calle (via) si usa anche nel napoletano ; la 
mia signora, per misenora, è vocabolo che usa in- 



234 Capo ottavo 



variabilmente lo spagnuolo come il siciliano per 
indicare la moglie, per povero che sia. 

Ciò nonostante, si sentono frequenti spagnuoli- 
smi: la schioppetta per il fucile (scopeta), il j^er^'o 
per il cane, il pago per il pagamento, Ì3, quiebìYi 
per il fallimento, il trabaco per il lavoro, il capa- 
tas per il capoccia, il muciaccio per il fanciullo 
(muchacho), la manzana per la mela, il ferrocar- 
rìle per la ferrovia, attrassato per arretrato, rin- 
cone per angolo (rincon), il curato per il prete 
(el cura). 



CAPO NONO. 



*rotezioiie fisica degli emigranti. — Asili e ricoveri. — Gli 
ospedali italiani. — Gli infortuni sul lavoro. — Patro- 
nati degli emigranti. — Movimento operaio. — Pen- 
sioni operaie. — Organizzazione del lavoro. 



Sia le colonie che il patrio Governo non hanno 
trascurato la protezione fisica degli emigranti, tanto 
in Italia che all'estero. 

In Italia si sono formate varie private associa- 
zioni per l'assistenza degli emigranti specialmente 
diretti in Europa e nel bacino del Mediterraneo; 
all'estero l'assistenza è prestata generalmente dai 
patronati o dagli uffici corrispondenti delle asso- 
ciazioni formatesi in Italia. Durante il viaggio la 
tutela degli emigranti è assicurata con le patenti 
di vettore accordate alla società di navigazione, 
con gli ispettorati nei porti d'imbarco, con la vi- 
gilanza e la assistenza sanitaria a bordo da parte 
degli ufficiali medici della Regia Marina, con le 
commissioni arbitrali. 

È assai interessante la inchiesta compiuta dal 
Regio Commissariato dell'Emigrazione nel 1910, 
sulle conseguenze igieniche, sanitarie e morali della 
residenza dell'italiano all'estero. Secondo tale in- 
chiesta, ritornerebbero in discrete condizioni igie- 



236 Capo nono 



niche i rimpatriati dagli Stati U niti che hanno 
vissuto a contatto di popolazioni più evolute. Quelli 
che hanno vissuto nelle fabbriche americane di- 
vengono elementi di propaganda presso la nostra 
classe lavoratrice dei benefici che porta al corpo 
la pulizia. Tali effetti benefici si risentono meno 
nei rimpatriati dalla Argentina e dal Brasile. In 
tesi generale, secondo l'inchiesta del Rossi, risen- 
tono minori effetti benefici dall'emigrazione coloro 
che hanno vissuto nei grandi centri urbani, per 
eccessiva brama di guadagno e di economia, che li 
induce a risparmiare sulle cose necessarie alla 
vita e sulla pulizia. 

I risultati dell'inchiesta furono invece contro- 
versi per quello che riguarda la moralità e la cri- 
minalità, mentre furono decisamente pessimistici 
per quello che riguarda perniciose abitudini con- 
tratte dagli emigranti durante la loro permanenza 
all'estero. Quasi tutti i sindaci d'Italia affermarono 
che l'emigrazione ha influenza sinistra per l'abi- 
tudine dell' alcoolismo e del giuoco, ed aumenta 
singolarmente i reati che si ricollegano all' affle- 
ìvolimento dei rapporti familiari, aumentando gli 
adulteri, le nascite illegittime, i procurati aborti, 
li infanticidi. Secondo la Corte d'Appello di To- 
ino l'emigrazione è assai nociva per la moralità 
'delle donne. 

Secondo la maggioranza dei Procuratori Gene- 
rali invece le migliorate condizioni economiche, do- 
vute in certe province all'invio dei risparmi de- 
gli emigrati, hanno singolarmente diminuito quasi 
tutti i reati contro la proprietà ad eccezione della 
trufla. 



L'emigrazione italiana 237 

Le principali associazioni formatesi in Italia per 
la protezione dell' emigrazione sono le seguenti : 
Opera di assistenza agli operai italiani emigrati 
in Europea e nel Levante, Società Umanitaria, Se- 
gretariati deW Emigrazione di Udine, di Verona, di 
Rovigo, di Belluno, di Feltre e Fonzaso, di Brescia, 
di Firenze, di Lucca e Garfagnana, UfUìcio di tu- 
tela x>er gli e^nigranti in Padova, Comitato geno- 
vese di patronato in Genova, Comitato comunale 
per V emigrazione in Napoli. 

La prima di queste istituzioni, quella fondata 
dal noto filantropo e scrittore monsignor Bonomelli, 
è una delle più utili e delle più attive. Essa ha 
organizzato le case-ospizio in Chiasso e Domodos- 
sola, con cucine economiche, cambio di moneta, 
ospitalità notturna, distribuzione dei noti biglietti 
di richiesta per i ribassi ferroviari. Analoghi uffici 
ha in Luino, Bellinzona, Ala, e alla stazione di Mi- 
lano. Uffici corrispondenti ha in Svizzera (tredici), 
in Germania (otto), in Austria (due), in Francia 
(quattro). 

Anche più importante ed ugualmente utile è la 
Società umanitaria di Milano, fondata con un in- 
gente lascito di un filantropo. Nella Casa degli emi- 
granti di Milano si ospitano annualmente 50 000 
persone in media. In Italia la Società Umanitaria 
ha 28 segretariati. 

Va notato V Ufficio d'Assistenza di San Gallo, in 
Svizzera e l' importante quanto utile Ufficio di tu- 
tela per gli infortuni sul lavoro di Marsiglia. 

L' ufficio di Marsiglia fu aperto nel 1911. Nei 
primi due anni di gestione il funzionamento non 
fu di utilità corrispondente allo scopo, inquanto- 



I 



238 Capo nono 



che r ufficio era stato affidato a un individuo che 
si occupava più di far propaganda sindacalista 
che di assistere gli operai. In seguito però il Con- 
siglio della società ha provveduto, cambiando il 
titolare dell' ufficio di Marsiglia ; da queir epoca 
il servizio di assistenza per gli infortuni funziona 
in modo del tutto soddisfacente. 

Tra le altre società protettive dell' emigrazione 
per l'interno, ci sia dato di ricordare specialmente 
per la sua particolare importanza, la Società di 
Patronato per gli emigranti della provincia di 
Lucca e Garfagnana. Tale società ha preso utili 
iniziative per impedire 1' arruolamento dei minori 
all'estero in industrie faticose e malsane, ha pub- 
blicato una guida per la Francia e un libretto di 
indicazione per i paesi transoceanici, ed ha svilup- 
pato la rete degli uffici dipendenti in varie loca- 
lità della provincia di Lucca. 

Le autorità governative provvedono alla tutela 
dell' emigrazione nell' interno con gli Ispettorati 
di Emigrazione nei porti d' imbarco ed i Commis- 
sari Regi a bordo. 

Gli Ispettorati di Emigrazione sono quattro : Na- 
poli, Genova, Palermo, Messina. Il lavoro degli 
ispettori di emigrazione nei porti, come il lavoro 
dei Commissari Regi a bordo, è lavoro di vigilanza 
giuridica e sanitaria. Essi vigilano a che siano 
rispettate rigorosamente non solo le disposizioni 
legislative concernenti il rilascio dei passaporti 
e l'autorizzazione ad espatriare, ma altresì le di- 
sposizioni della legge sull'emigrazione, riguardo ai 
noli per gli emigranti, alla ampiezza e pulizia dei 
dormitori e dei locali di bordo, al trattamento da 



L'emigrazione italiana 2B9 

parte del personale di bordo ed al vitto. Il Regio 
Governo ha concesso la patente di vettore dell'emi- 
grazione (art. 41 della legge dell'emigrazione) pre- 
via l'accettazione di una serie di condizioni stabilite 
nella legge medesima a vantaggio degli emigranti. 
Il medico della Regia Marina, Regio Commissario 
a bordo, deve ai termini dell'art. 115 della citata 
legge vegliare all'adempimento di tutte queste con- 
dizioni. 

Gli addetti di emigrazione sono gli agenti ufficiali 
per la tutela dell'emigrazione all'estero. Il Regio 
Commissariato mantiene addetti di emigrazione in 
Svizzera, in Germania, a Parigi, a San Paolo, a 
New- York, in Monreal, in Chicago, in Le-Havre. 

Le principali Istituzioni private sono VAsìlo 
nottuì^no di Zurigo, il Dorìnitorio di Innsbruck, gli 
Oì'fanotrofi di Tolone e di Marsiglia, il Patronato 
degli Eììiigranti di Nizza, il Patronato degli Emi- 
granti di Tunisi. 

Nei paesi transatlantici l'assistenza degli emi- 
granti si è individuata in quelle istituzioni di ca- 
rattere semi-ufficiale e semi-privato che si chia- 
mano 1 Patronati deW Eìnigrazìone . 

Abbiamo accennato brevemente a tali istituzioni 
nel capitolo VI. Ad ogni modo ci limiteremo qui 
ad enumerare brevemente i vari Patronati in Ame- 
rica. 

I Patronati propriamente detti generalmente si 
occupano di tre principali materie : assistenza le- 
gale e collocamento della mano d'opera, assistenza 
morale e finanziaria mediante sussidi e finalmente 
rimpatrii. 

Uno dei principali Patronati è quello di Buenos 



i 



240 Capo nono 



Aires che possiede un patrimonio netto di 125 260 
lire italiane. Il Patronato di Cordoba possiede un 
patrimonio di 13 200 lire italiane ; esiste altresì 
un Patronato a San Paolo con una sezione in San- 
tos; uno a Rio Janeiro, uno a Rosario, un piccolo 
Patronato in San Francisco. 

Per dare un' idea dell' utile lavoro compiuto dal 
Patronato di Buenos Aires, diremo che nel 1913 
furono rimpatriate 2267 persone ; furono collocate 
al lavoro 1193 persone; furono dati sussidi in de- 
naro in buoni per pesos 3932 ; furono iniziati 40 
processi legali. 

Esistono poi sporadicamente delle piccole asso- 
ciazioni d'assistenza generalmente generosamente 
aiutate e sussidiate dal governo. 

Per ultimare i cenni sulle istituzioni di assi- 
stenza morale e legale agli emigrati, accenneremo 
alle seguenti, tutte aiutate e incoraggiate dal go- 
verno: Society for Italian Imrìiìgrants, Italian 
Benevolent Institute, Labor Information Office for 
Italians, Italian Emigration Office, tutti in New- 
York ; r Ufficio di assistenza degli emigranti in 
Boston, in Filadelfia, in New-Orleans, in Denver, 
in San Francisco, ed infine gli Uffici di assistenza 
legale, tutti largamente sussidiati dal Commissa- 
riato dell' Emigrazione, in Boston, Chicago, Denver, 
Filadelfia, New- York, San Francisco. 

Veniamo ora a parlare degli ospedali italiani. 

I principali ospedali italiani esistenti sono quello 
di Buenos Aires (con capitale di 3 365 488 lire), di 
Cordoba (capitale 170 000 lire), di La Piata (capi- 
tale 152 218), V Ospedale Garibaldi di Rosario (ca- 
pitale 719 587), quello di Santa Fé (capitale 350 000), 



• Uemigrazione italiana 241 

l'ospedale italiano di Londra (capitale 786 425), 
l'ospedale italiano di Lugano (capitale 72234), quello 
del Cairo {Ospedale Uìnberto I, capitale 414131), 
VOspedale Italiano U?nberto I di Montevideo (ca- 
pitale 1 394 685). 

Esistono poi alcuni ospedali privati italiani, in- 
coraggiati dal governo ma non sussidiati periodi- 
camente, come per esempio quelli di New- York, 
y Ambulatorio italiano di Parigi, ecc. 

Tutti questi ospedali sono sorti per iniziativa 
privata, pur essendo sovvenzionati dal governo. In 
una sola città il Regio Governo possiede un ospe- 
dale proprio, indipendente, esclusivamente a suo 
carico, ed è a Costantinopoli. 

L'ospedale italiano di Costantinopoli, analoga- 
mente a molti altri ospedali stranieri di quella 
città, era stato fondato dai Sovrani della Dinastia 
di Savoia in epoca precedente alla formazione del 
Regno d' Italia. Quando il nuovo Regno si fondò, 
lo stato precedente delle cose non fu alterato per 
ovvie ragioni storiche, tradizionali e politiche. 

La questione dell'assunzione da parte del governo 
a completo suo carico di ospedali italiani nei prin- 
cipali centri migratori assunse una particolare 
importanza a proposito dell' ospedale italiano di 
Marsiglia, e ci affrettiamo à dare un breve rias- 
sunto dei fatti, con tutta cognizione di causa, in- 
quantochè chi scrive fu a suo tempo incaricato di 
dare le opportune informazioni al Regio Governo. 

Nella colonia di Marsiglia si era formato un pic- 
colo comitato allo scopo di promuovere una agi- 
tazione che obbligasse il governo italiano a fab- 
bricare un ospedale per gli italiani. 

16 



242 Capo nono 



Dobbiamo premettere che il bisogno di una simile 
istituzione era realmente sentito in queir impor- 
tante colonia. Nel capitolo III abbiamo accennato 
allo sviluppo rapido della città di Marsiglia, che 
nel volgere di cinquant' anni, da un piccolo cen- 
tro di poco più di 100 000 abitanti è divenuta una 
città di 700000 anime. 

Lo sviluppo ospitaliero non procedette di pari 
passo con lo sviluppo demografico e industriale, 
ed infatti la percentuale dei letti agli ospedali per 
ogni 1000 abitanti era inferiore in Marsiglia a 
quella di tutte le altre città della Francia. Acca- 
deva quindi spesso che malati relativamente gravi 
fossero rifiutati dagli ospedali per mancanza di 
letti. 

D'altra parte i francesi erano aiutati dal governo 
del loro paese con la legge ^wìV Assistenza a dorni- 
cilìo vigente in Francia, per la quale, date certe 
condizioni di domicilio di soccorso, i municipi sono 
tenuti a fornire i malati indigenti di medico e me- 
dicine gratuite. Ne veniva di conseguenza che gli 
ospedali non potevano accettare che i malati pii 
gravi, che erano spesso per la maggioranza stra- 
nieri, data la frequenza della popolazione pover? 
straniera in quel centro industriale, e dato che gli 
stranieri erano sforniti àoiV Assistenza a domicilio. 
La popolazione francese pertanto annoiata di que- 
sto stato di cose incoraggiava l' agitazione degli 
stranieri. 

Il conte Marazzi, regio console generale, pro- 
pose alle società italiane di prendere V iniziativa! 
della ritenuta di un soldo al giorno sugli stipendi 
degli operai, per cercare di riunire un capitale e 



L'emigrazione italiana 243 

per permettere l' inizio dei lavori dell' ospedale. 
L' iniziativa falli completamente. In quattro anni 
si raccolsero 1500 lire! 

Il Comitato prò Ospedale ebbe allora l'idea pe- 
regrina di domandare al governo italiano che agisse 
sul governo francese, perchè fosse lanciata in Mar- 
siglia una lotteria-prestito, destinata a trovare i 
capitali necessari. Senonchè proprio in quel tempo, 
nel 1911, il governo francese aveva emanato una 
legge limitante la facoltà di lanciare lotterie-pre- 
stito. Il Comitato non si dette per vinto e pretese 
che il governo si addossasse la spesa dell'ospedale. 

Molti impedimenti però ostavano contro questo 
desiderio. Anzitutto la legge francese ospitaliera 
non ammette in Francia ospedali stranieri e pre- 
tende la cittadinanza francese nel personale diret- 
tivo e sanitario. Inoltre, dati i cordiali rapporti 
con la Francia, lo stretto regime di trattati diplo- 
matici per il rimpatrio dei pazzi, degli inabili al 
lavoro, dei disoccupati, il governo italiano si as- 
sume il gravame di ricondurre in Italia a sue spese 
gran parte degli emigranti disutili all' industria 
francese. Era veramente troppo pretendere da parte 
del governo, che questi si addossasse la spesa della 
costruzione di un ospedale francese per curare gli 
operai italiani ammalati o vittime di infortuni, du- 
rante il loro lavoro, dedicato ad arricchire la Fran- 
cia e i capitalisti marsigliesi ! 

Il precedente inoltre sarebbe stato assai perico- 
loso, perchè il Regio Governo, costruito l'ospedale 
di Marsiglia, non avrebbe avuto più motivi legit- 
timi per rifiutare di addossarsi la costruzione di 
altri ospedali in altre popolose colonie italiane. 



244 Capo nono 



Il governo quindi, per bocca del principe di Sca- 
lea, allora sotto-segretario di Stato per gli Affari 
Esteri, recisamente rifiutò e fece bene. 

Ci resta ora da trattare un argomento impor- 
tantissimo, quelJo degli infortuni sul lavoro. 

In tesi generale i paesi del mondo dove la nostra 
emigrazione necessita maggiormente di tutela per 
gli infortuni sono la Germania, la Francia e gli 
Stati Uniti. 

Nel bellissimo studio sugli Italiani in Germania, 
più volte citato, del dottor Giacomo Fertile, si ri- 
ferisce che nel primo decennio del corrente secolo 
la più alta percentuale degli infortuni (22,4 Vo) fu 
data dagli operai austro-ungarici, tra gli operai 
stranieri emigrati in Germania. Dopo gli austro- 
ungarici vennero subito gli italiani, con una per- 
centuale del 19,9 bo- 
lina gran parte degli infortuni accadono nelle 
miniere dì carbon fossile. La legge tedesca sugli 
infortuni e sulle pensioni operaie, Reiclisversiche- 
rungsordnung, era piuttosto bene organizzata, ed 
accordava agli operai stranieri una gran parte dei 
vantaggi accordati agli operai tedeschi. 

Nei primi decenni del secolo corrente il regno 
d'Italia stipulò due trattati di lavoro con l'Unghe- 
ria e ^con la Francia. In base al trattato di lavoro 
fu concluso l'accordo italo-francese del 1907 in ma- 
teria d' infortuni, per il quale il governo francese, 
salvo pochissime restrizioni, accordò agli operai ita- 
liani quasi tutti i vantaggi accordati ai francesi vit- 
time di infortuni, ed anche, nella maggioranza dei 
casi, quello di poter ricevere le pensioni residendo 
all'estero. Mentre però il governo tedesco impiegava 



L'emigrazione italiana 245 

per l'invio delle pensioni in Italia il tramite di 
una banca di Stato (generalmente la Deutsche Banh) 
il governo francese usa investire il capitale corri- 
spondente alla Caisse des rehmtes de la vieillesse. 
In alcuni casi però l' infortunio può essere liqui- 
dato con r accettazione di un capitale da parte 
della vittima, ed in alcuni casi questa accettazione 
è obbligatoria se l'infortunato si propone di la- 
sciare il territorio francese. 

La Caisse Nationale des retraites de la. vieillesse 
generalmente rilascia un titolo verde, diviso in 
tanti quadrettini quante sono le mensualità della 
pensione. Tale titolo viene lasciato dagli operai 
che abbandonano la Francia a un procuratore o al 
console, il quale munito del certificato di vita tra- 
dotto e legalizzato, trasmesso dal sindaco del co- 
mune di dimora dell'interessato, percepisce la pen- 
sione e provvede al suo invio. 

Anche in Francia vige attualmente la legge sulle 
Rety^aites ouvrières, estensibile agli stranieri che 
non abbandonano il territorio francese, dimodoché 
attualmente i nostri operai lavoranti in Francia, 
oltre alla carta di straniero devono essere forniti 
del cartellino giallo, che permette il calcolo della 
contribuzione padronale nella liquidazione della 
pensione. Tale cartellino non deve però essere con- 
fuso con la carta dì legittiinazione tedesca, sulla 
quale vengono iscritti i trasferimenti dell' operaio 
da un lavoro ad un altro, la quale non ha solo 
scopo legale, agli effetti della pensione, ma ha 
anche uno scopo poliziesco di vigilanza ammini- 
strativa e politica sugli operai. 

Negli Stati Uniti per molti anni l'egoismo capi- 



246 Capo nono 



talista aveva rifiutato di riconoscere agli operai 
un diritto qualsiasi ad un risarcimento in caso 
d' infortunio. Parte dell'opposizione dipendeva dallo 
spirito individualista anglo-sassone, assai svilup- 
pato in tutte le razze inglesi, che si rifiutava 
di ammettere qualsiasi vincolo alla volontà con- 
trattuale ; un'altra parte si basava invece sulla 
considerazione assai meno giustificabile, che la 
mano d'opera adibita ai lavori pericolosi negli Stati 
Uniti era composta soprattutto di stranieri. Gli 
americani quindi, sapendo di poter contare sul- 
l'emigrazione, si rifiutavano di accordare delle con- 
cessioni che sarebbero state nell'esclusivo vantag- 
gio degli stranieri. 

Lo spirito pubblico americano fino ad oggi è 
stato sempre ostile a questa forma di risarcimento, 
anche per una considerazione assai gretta, e che 
sembra incredibile in chi conosca lo spirito pra- 
tico e la larghezza di vedute dei capitalisti ame- 
ricani. Essi dicevano che preferivano aumentare 
i salari degli operai lavoranti, piuttosto che pa- 
gare risarcimenti agli infortunati ed alle loro fa- 
miglie, perchè i salari erano destinati ad essere 
consumati nel paese, e davano quindi ricchezze e 
prosperità, mentre i risarcimenti generalmente se- 
guivano r emigrante nei paesi d'origine, ed èrano 
quindi una ricchezza perduta per l'America. Que- 
sto spirito e questo pregiudizio aleggia pur troppo 
ancora in parte su alcune delle legislazioni ame- 
ricane per gl'infortuni. 

A poco a poco però, sotto la pressione delle fTade 
unions, delle corporazioni di lavoro, del movimento 
per il contratto collettivo e delle predicazioni dei 



L'emigrazione italiana 247 

filantropi, una grande maggioranza degli Stati della 
Confederazione si è decisa ad adottare le famose 
Compensation Laics. 

Le Coìnpensation Laws riconoscono il diritto di 
risarcimento agli operai infortunati, impiegati nei 
lavori industriali. Esse generalmente sono orga- 
nizzate in forma di amministrazione privata, con- 
centrando il lavoro di inchiesta e pagamento delle 
indennità nelle cosi dette State Industriai Insu- 
rance Commissions o commissioni industriali, le 
quali per lo più hanno la loro residenza nella ca- 
pitale di ogni singolo Stato, e uffici corrispondenti 
nei centri maggiori e nei grandi nuclei industriali. 

Il sistema americano differisce profondamente dal 
sistema francese. Col sistema francese l'inchiesta 
che segue necessariamente un infortunio è ese- 
guita dalle autorità giudiziarie ed è un affare di 
Stato. L' inchiesta invece come viene eseguita dalle 
State Industriai Insurance Commissions ha quasi 
carattere di una transazione commerciale. Provato 
l'infortunio, l'infortunato è ammesso ad una spe- 
cie di cross exa^nination con i membri della com- 
missione industriale, assistito se lo creda dal me- 
dico di sua fiducia o dal Console. Negli infortuni 
seguiti da morte è necessario provare la dipen- 
denza la quale, meno in certi casi (figli minori 
legittimi e coniuge non divorziato), consiste nel 
fatto che le persone che pretendono il risarci- 
mento vivevano in tutto o in parte a carico della 
vittima. Generalmente il coniuge ed i figli sono 
chiamati beneficiaries, gli ascendenti major de- 
pendents, ed i fratelli minori invalidi al lavoro 
minor dependents. 



248 Capo nono 



Le prove della dipendenza sono richieste in forma \a 
molto rigorosa, cioè con esibizione di ricevute po- 
stali, assegni bancari, certificati bancari di tra- 
smissione, che provino che gli aspiranti all'inden- 
nità vivevano effettivamente a carico della vittima. 
Sono rifiutati e dichiarati di nessun valore gli atti 
di notorietà e quella miriade di prove giudiziarie 
che è invece accettata dalle legislazioni europee. 

Le commissioni seguono due diff'erenti sistemi per 
il pagamento dell'indennità. Alcune (come quella 
dello Stato del Washington e dell'Oregon) capi- 
talizzano la somma totale, la amministrano e ne 
pagano mensilmente le mensualità, alcune (com- 
missione dell'Alaska e dello Stato del Montana) 
liquidano l' indennità col pagamento di un capi- 
tale, salvo casi eccezionali. 

Si può affermare che 1' emigrazione europea ha 
ottenuto certamente moltissimo con le Compensa- 
tion laws ; però non tutto quello che avrebbe diritto 
di aspettarsi da un paese evoluto, civile, genero- 
samente democratico come gli Stati Uniti. 

Infatti alcune disposizioni delle Compensation 
laws sono assai dure verso gli emigranti e soprat- 
tutto verso i nostri connazionali, e come accen- 
nammo vi aleggia uno spirito di sfiducia e di 
xenofobia, che vogliamo sperare sarà presto can- 
cellato da tutte le legislazioni del grande paese 
cosmopolita. 

Per esempio in alcune leggi sono esclusi dal ri- 
sarcimento i major e minor dependents che non 
risiedono negli Stati . Uniti. Le disposizioni proce- 
durali poi circa la prova della dipendenza sono 
veramente durissime per le emigrazioni meno colte 



Uemigrazione italiana 249 

come la russa e V italiana. Spesso i nostri infor- 
tunati non sanno scrivere, si giovano quindi per 
trasmettere il danaro alle famiglie di amici e di 
interposte persone. In questo caso non è possibile 
provare la dipendenza, e la povera famiglia dell'in- 
fortunato non ha che piangere il defunto, aumen- 
tando il cordoglio del lutto con l'orrore della mi- 
seria! 

Altre disposizioni veramente riprovevoli sono 
quelle che autorizzano gli operai all'atto dell' as- 
sunzione del contratto di lavoro, a firmare una di- 
chiarazione, con la quale rinunziano previamente 
alla sanzione '.delle Compensation laws. Si com- 
prendono facilmente gli abusi enormi che tale 
disposizione può portare, dando un vantaggio in- 
giusto agli operai celibi o imprevidenti, su quelli 
che hanno famiglia e che sono animati dallo spi- 
rito moderno e civile di previdenza, che dovrebbe 
animare ogni operaio evoluto. 

In alcuni Stati però, se è difficile alle famiglie 
farsi riconoscere il diritto alla pensione, quando 
questa viene accordata è piuttosto lauta e molto 
maggiore che nei paesi di Europa, potendo arrivare 
a 40 dollari al mese, cioè con l'attuale cambio 
vantaggioso a 250 lire. Anche di tale abbondanza 
però non possiamo avere soverchia gratitudine 
verso le Compensation laws, perchè le pensioni 
sono proporzionate ai salari, i quali a loro volta 
sono proporzionati al prezzo della vita. 

Negli Stati (per esempio l' Idaho) dove non esi- 
stono Compensation laws, gli operai infortunati 
non hanno altra difesa che il diritto comune, cioè 
la dimostrazione della responsabilità dell'imprendi- 



k 



250 Capo nono 



tore. Tale difesa pur troppo molte volte è irriso- 
ria, sia per il mediocre funzionamento della giu- 
stizia americana, sia per la enorme falcidia dei 
guadagni dell'avvocato, sia per il fatto che spesso 
i nostri emigranti non lavorano direttamente alla 
dipendenza della grande Compagnia responsabile 
dell' infortunio, ma alla dipendenza di un piccolo 
subappaltatore nulla tenente e più miserabile di 
loro ! 

Disgraziatamente, sia per la evoluzione della 
mentalità giuridica non abbastanza matura, sia 
per le medesime considerazioni politiche che osta- 
colano il principio del risarcimento degl' infor- 
tuni sul lavoro negli Stati Uniti, le nazioni del 
Sud-America, nelle quali prevale l' emigrazione 
agricola e non l'emigrazione industriale, non hanno 
ancora accettato tale principio. 

Parlando della Tunisia, abbiamo già accennato 
al vivo desiderio di quelle colonie perchè il go- 
verno francese vi estenda i principi benefici della 
legislazione sugli infortuni sul lavoro. 

La Francia non ha ancora accettato il principio 
del risarcimento nei lavori agricoli, ma quando lo 
accetterà, è nostra opinione che 1' applicazione di 
esso alle grandi colonie dell'Africa latina non potrà 
oltre tardare. 

Ci resta a dire due parole circa i rapporti del- 
l'emigrazione italiana con l'organizzazione del la- 
voro. 

Pare strano che mentre i principi socialisti 
hanno fatto tanto progresso in Italia in questi ul- 
timi tempi e mentre, come abbiamo visto nel ca- 
pitolo VII, gli Italiani danno notevole contributo 



L'emigrazione italiana 251 

al partito anarchico negli Stati Uniti, i nostri 
emigranti in tesi generale danno all'estero pochis- 
simo contributo al movimento socialista, contri- 
buto che all' estero potrebbe essere tutto a van- 
taggio loro e della patria. 

Nel capitolo III abbiamo visto gli operai italiani 
riluttanti ad entrare nei Syndicats ouvriers fran- 
cesi, aver cominciato solo nel primo decennio del 
corrente secolo a far parte integrante del sindaca- 
lismo francese. La nostra emigrazione in Svizzera 
invece ha partecipato più vivacemente al movi- 
mento operaio locale, ed in Winterthur nel 1909, 
gli emigranti italiani addetti all'arte edile capeg- 
giarono un grandioso sciopero. 

Nel capitolo VI, parlando della Tunisia, abbiamo 
pure accennato a varie iniziative di carattere semi- 
sindacalista sorte recentemente in quelle colonie 
italiane, come la formazione delle unioni dei pa- 
stai e dei muratori. 

Nel Brasile e nell'Argentina il socialismo e il 
sindacalismo sono ancora all'infanzia. In quei paesi 
prevale l'emigrazione agricola che è per sua na- 
tura tranquilla e ripugnante dalle agitazioni col- 
lettive. 

Negli Stati Uniti invece il movimento operaio in 
questi ultimissimi anni ha fatto passi da gigante. 
L'America per se stessa non è terreno fertile per 
i principii socialisti. Il socialismo è figlio delle 
grandi agglomerazioni operaie, dei paesi popolosi, 
dove i dividendi sono bassi e bassi i salari. In Ame- 
rica invece si va per arricchire ; nel nuovo conti- 
nente le vaste estensioni di terreno lasciano posto 
ampio a tutti. 



252 Capo nono 



Ciò non pertanto, da una quarantina di anni a 
questa parte, da quando lo sviluppo ingente del- 
l'industrie americane ha prodotto i suoi figli mo- b 
struosi, i ty^iists, gli operai, specialmente seguendo 
r impulso e r insegnamento degli emigranti tede- 
schi, che primi hanno portato le idee socialiste 
nella Confederazione, cominciarono ad organizzarsi. 
Oggi la U. W. W. (la Unione dei lavoratori del 
mondo), con carattere socialista è divenuta in tutta 
l'America una istituzione veramente colossale. 

Gli Italiani negli Stati Uniti danno pochissimo 
contributo a si fatto movimento. Ciò si spiega per 
varie ragioni. Anzitutto il solito individualismo, 
che fa dell' italiano elevato, forse, l'individuo più j 
perfetto che esista, ma che è fonte spesso di molti 
mali. Inoltre la mancanza di coltura, che difflcilita 
la conoscenza della lingua specialmente ai nostri 
loperai meridionali, ed inoltre il fatto che il buon 
senso italiano fa capire al nostro operaio, anche; 
più ignorante, che il movimento socialista ameri- 
cano in fondo è contrario agli interessi degli stra- 
[lieri, e più contro di essi che contro delle classi 
ricche si dirige. 

Le classi capitalistiche per conseguenza simpa- 
tizzano in certo modo per 1' emigrazione, special- 
mente la più ignorante, che possono sfruttare fa- 
cilmente. 

Spesso accadono infatti, specialmente per opera 
delle Compagnie ferroviarie, dei malintesi tra le 
classi lavoratrici, abbastanza dolorosi per le loro 
conseguenze sui rapporti tra i nostri emigranti e 
la classe lavoratrice locale. Le Compagnie ferro- 
viarie, approfittando della ignoranza della lingua 



L'emigrazione italiana 263 

inglese di alcune comitive di operai ai loro ser- 
vizi, li trasportano da una località all'altra, quando 
in seguito ad uno sciopero in una data località vi 
sia scarsezza di mano d'opera. Acccadono allora 
qualche volta vie di fatto contro i disgraziati emi- 
granti, i quali sono assolutamente inconsci di es- 
sere stati portati sul posto per esercitare il cru- 
rrdraggio. Quando il Console od un' altra autorità 
protettiva spiega loro e fa loro capire la vera si- 
tuazione delle cose, essi, animati da lodevole fra- 
tellanza, generalmente fanno causa comune con gli 
operai locali, dei quali erano stati per un certo 
tempo inconsci avversari. 

Ciò è accaduto recentissimamente nello sciopero 
dei longshoremen o scaricatori dei porti dell'Ovest, 
Gli operai italiani trasportati a Seattle e a Port- 
land, segregati dalla popolazione esterna nei can 
tieri della società Northern Pacific, hanno lavorato 
diversi giorni tra le minacce e le proteste dei loro 
commilitoni scioperanti. Ma non appena avvertiti 
della vera situazione di fatto hanno abbandonato 
il lavoro. La società ferroviaria però è stata equa, 
bisogna convenirne, e invece di licenziarli li ha 
trasportati tutti in altra località. Tale equità cer- 
tamente è molto lodevole ; ma non bisogna dimen- 
ticare.... che il lavoro italiano sulle strade ferrate 
è prezioso per gli americani ed assai difficilmente 
sostituibile. 

Il movimento socialista è relativamente più im- 
portante nei grandi centri industriali della costa 
atlantica, e specialmente in Pittsburg e in New- 
York. 



CAPO DECIMO. 



Leggi protettive in materia di contratti e di viaggi. — Emi- 
grazione dei fanciulli e dei minori. — La donna emi- 
grante. — La tratta delle bianche e la prostituzione. — 
La Man's law. — Influenza delle organizzazioni reli- 
giose sull'emigrazione. 



Nell'esaminare la statistica dell'emigrazione dell< 
donne e dei fanciulli, il rapporto del Regio Com- 
missariato del 1910 la divide in due gruppi : 

Composizione della emigrazione, durante il 1909 
per sesso, per età e per aggruppamenti familiari 

Emigrazione italiana nel 1909, distinta second( 
la professione e il sesso. 

Secondo le osservazioni del Regio Commissaric 
Generale dell'Emigrazione, la partecipazione dells 
donna al movimento migratorio aumenta in modcH 
notevole, specialmente nell' emigrazione tempora- 
nea. Mentre nel 1876 la quota percentuale non sor- 
passava il 7,97 nel 1903 ascendeva di già al 13,07. 

1 quadri statistici di quell'anno mostrano che il 
paese che dette maggior contingente all'emigra- 
zione dei minori fu la Sicilia con 14 213, cui se- 
guirono la Campania con 9193, il Veneto con 6259 
e le Calabrie con 6444. 



V emigrazione italiana 256 

In quanto all' emigrazione delle donne in quel- 
'anno pure primeggiò la Sicilia con 10 779 donne 
di professione ignota e 2280 dedicate all'agricoltura. 
Segui il Veneto con 2450 donne dedicate all' agri- 
tura, 3240 braccianti, 3367 dedicate alla sartoria, 
alla vetreria, alla metallurgica e 2794 senza pro- 
fessione. La percentuale di donne con professione 
ignota su 100 emigranti in quell'anno fu maggiore 
per la Sardegna con 92,55, cui seguirono le Puglie 
con 69,60, la Sicilia con 66,20 e la Toscana con 65,77. 
Il Veneto ebbe una percentuale assai piccola, di 
21,92, ed il Piemonte di 49,86. 

Queste cifre sono molto eloquenti. Anzitutto di- 
cono che le province meridionali esportano un 
maggior numero di minori, ed inoltre che le donne 
aventi una professione dichiarata, cioè le emigra- 
trici indipendenti, vengono piuttosto dal Veneto. 

I due fatti si spiegano facilmente. Le famiglie 
meridionali offrono maggior contingente all'emi- 
zione permanente, che è quella che più preferi- 
bilmente esporta la famiglia. Inoltre la dònna ve- 
neta, più istruita, emigra più facilmente da sola 
per esercitare una professione indipendente. 

Le nostre donne venete emigrano di preferenza 
in Germania ed in Austria; le piemontesi e le to- 
scane, come si è accennato, vanno preferibilmente 
in Francia ; la donna meridionale va in America, 
segue i mariti a Tunisi ed in Egitto. 

Nei minori la maggior proporzione è data dai 
meridionali, province prolifiche e nelle quali l'emi- 
grante conduce seco la famiglia. 

Durante la seconda metà del secolo XIX V emi- 
grazione dei fanciulli italiani in Europa fu molto 



256 Capo decimo 



frequente, ma negli ultimi anni, sia per le leggi; 
protettive del lavoro dei fanciulli, sia per le leggi « 
limitative dei mestieri ambulanti emanate da di- 
versi Stati, tale emigrazione tende a diminuire. 

In altri tempi in Isvizzera, in Germania, in Fran- 
cia, in Inghilterra, era caratteristico il tipo del 
fanciullo italiano spazzacamino. Uno studio inte- 
ressantissimo sull'emigrazione giovanile di quei 
tempi fu pubblicato dal valente ministro conte 
^aolucci de Calboli. Attualmente questa emigra- 
zione della nostra giovinezza girovaga tende for- 
tunatamente a diminuire. Ciò non pertanto, a di- 
spetto delle misure del Commissariato, circa gli 
arruolamenti di donne e di fanciulli, e a dispetto, 
in Francia, della solerte vigilanza degli Inspecteurs 
du travail, organizzati con la legge del 3 marzo 1907, 
molti fanciulli lavorano ancora nelle vetrerie, e 
molte donne giovanissime nelle fabbriche di seta. ' 
A Marsiglia, come del resto in America, il piccolo, 
italiano venditore di giornali e lustrascarpe am- 
bulante è un tipo caratteristico, come il tosa-cani 
spagnuolo. 

È da segnalarsi la provvida legge del 19 feb- 
braio 1912 emanata in Francia in seguito ad un 
accordo internazionale con l' Italia, circa la sor 
veglianza del lavoro dei minori. Tale legge im- 
pone ai minori stessi l'obbligo di munirsi di uno 
speciale libretto di lavoro, fornito dai sindaci e 
legalizzato dai consoli. Tale libretto non sarà con- 
segnato, che previa osservazione di alcune con- 
dizioni, tra cui principale il compimento di un certo 
corso di studi. 

Tale legge, che si può chiamare veramente pa- 



L'emigrazione italiana 257 

terna, impone l'obbligo alle due nazioni di isti- 
tuire nei grandi centri industriali dei comitati di 
Patronato per i minori, che sorveglieranno Fappli- 
cazione della legge e controlleranno il trattamento 
umano dei minori medesimi. 

È da osservarsi altresì il Decreto 13 febbraio 1910 
comportante il divieto del lavoro delle donne du- 
rante la notte. 

Tali leggi costituiscono innegabilmente un passo 
innanzi del diritto internazionale, e derivano dal 
provvido accordo di Parigi del 25 luglio 1902, se- 
guito dalla convenzione di Berna del 26 settem- 
bre 1906. 

I principi approvati a Parigi sull'argomento chia- 
mato « la tratta delle bianche » sono i seguenti: 
1.° Un progetto di convenzione contenente le dispo- 
sizioni penali da adottarsi tra gli Stati contraenti, 
per stabilire la sanzione dell' accordo internazio- 
nale quando esso sarà divenuto legge interna ; 
2.° Un progetto di organizzazione contenente le 
misure amministrative e di polizia da adottarsi dai 
diversi Stati. 

II principio generale è di frenare il traviamento 
delle donne e dei minori e soprattutto di impedire 
che la prostituzione dilaghi da un paese all'altro, 
importando la corruzione ed il vizio. Alla confe- 
renza aderirono la Germania, l'Austria, il Belgio, 
la Danimarca, la Spagna, la Francia, l' Inghilterra, 
r Italia, la Svezia-Norvegia, i Paesi Bassi, il Porto- 
gallo, la Russia e la Svizzera. L'Argentina, il Cile 
e l'Equatore aderirono in appresso. In quella con- 
ferenza si tentò di stabilire un accordo interna- 
zionale per uniformare il limite della minore età 

17 



268 Capo decimo 



nei vari paesi, per lo meno agli effetti della legge 
internazionale. 

La conferenza però restò lettera morta in tutti 
i paesi che non emanarono misure interne. Molte 
nazioni d'altra parte emanarono dei 'provvedimenti 
isolati contro il vizio, specialmente derivato dal- 
l' immigrazione. 

La donna italiana in America, per fortuna del 
buon nome della nostra nazione e dell' avvenire 
della nostra razza, dà un contingente relativa- 
.mente minimo alla prostituzione. Una gentile scrit- 
itrice d' emigrazione, la signorina Amy Bernardy, 
j diceva che la donna italiana è vinta in onestà solo 
dalla donna cinese, e questo è vero specialment 
per quello che riguarda l'emigrazione in America 
Mentre l'Argentina è assolutamente inondata d 
giovani prostitute francesi e spagnuole, e cosi il' 
Brasile, la prostituzione italiana dà un contingente 
assolutamente minimo. Altrettanto si può dire de- 
gli Stati Uniti. 

Dobbiamo però riconoscere, non tanto in difesa 
delle nostre donne, quanto per non incolpare ecces- 
sivamente quelle delle altre nazionalità, che le 
donne italiane arrivano generalmente in America 
come passeggere di ponte e non di classe ; e sui 
passeggeri di ponte il controllo e la sorveglianza 
sono molto più agevoli. Le autorità di emigrazione 
possono rifiutare le fanciulle non accompagnate 
che non abbiano tenuto condotta lodevole a bordo, 
e che non diano sufficienti garanzie di darsi ad un 
lavoro onesto appena sbarcate. E di grande efflca 
eia altresì la sorveglianza dei Commissari Regi, 
che si esercita con una relativa facilità sui pas 



1 

I 



L'emigrazione italiana 269 

seggeri di ponte, e con maggiori difficoltà su quelli 
di classe. 

Gli Stati Uniti per conto loro hanno preso una 
serie di misure contro il dilagare del vizio, alcune 
veramente eque e lodevoli, altre per vero dire esa- 
gerate e sorte soprattutto in questi ultimi tempi, 
nei quali il movimento proibizionista ha preso di- 
mensioni colossali. 

Dobbiamo anzitutto citare la eccellente istitu- 
zione della juvenile court o tribunale dei fanciulli, 
organizzato come una giurisdizione speciale, più pa- 
erna che punitiva, che mantiene degli stabilimenti 
enitenziari proprii, aventi più il carattere di una 
scuola educativa di ravvedimento che di prigione. 

Una legge federale è altresì la man^s lata alla 
quale abbiamo già accennato. 

Il motivo della legge era stato principalmente il 
dilagare della prostituzione dalle province orien- 
tali più ricche, più popolate ed in conseguenza più 
corrotte, verso gli Stati centrali e occidentali. Igno- 
bili sfruttatori si recavano a prendere delle fan- 
ciulle al porto di sbarco, figurando spesso come 
« richiamanti » o muniti di « atto di richiamo, » o 
offritori di mano d'opera o tutori legali o anche.... 
come mariti.... Il matrimonio in America è facile 
a contrarre ed altrettanto facile a disciogliere ! Essi 
dai porti di sbarco e da Chicago conducevano le ra- 
gazze negli Stati del centro e dell'occidente e le 
sfruttavano. Tra le rigorose disposizioni prese con- 

Itro questa forma odiosissima di sfruttamento, vi 
Bono delle misure severissime per punire chi abbia 
pagato il biglietto di viaggio ad una ragazza senza 
motivo legale di farlo. 



260 Capo decimo 



La legislazione Nord-americana d'altra parte fa- 
vorisce in tutto e per tutto la donna. La sua de- 
posizione ha sempre maggior valore dinanzi ad una 
Corte che la deposizione di qualunque uomo ; essa 
gioisce dovunque di un rispetto illimitato e di pro- 
tezione, sia da parte delle autorità locali, sia da 
parte dell'opinione pubblica. 

In America non esiste una grande società inter- 
nazionale per la protezione della donna, come in 
Europa, e si può ben dire che non ne esiste il bisogno. 
La Y. W. C. A., associazione cristiana delle gio- 
vani donne, è una istituzione colossale ma di carat- 
tere privato, più sotto la forma di una associazione 
di un club, che di una società di protezione. 
Ma in tutte le banche, in tutti gli uffici pubblici, 
stazioni, negozi, vi sono posti speciali per le donne, 
le quali a dir vero possono assai poco lamentarsi 
dell' aggressività del sesso forte verso il debole ! 

Se questo stato di cose è esistito fin ora, in parte 
a causa dell'opinione pubblica, in parte per l'azione 
delle grandi sette puritane (Esercito della salute), 
esso è destinato a migliorare sempre più sotto l'im- 
pulso del colossale movimento proibizionista. La 
tendenza proibizionista esisteva negli Stati Uniti 
in istato sporadico da molti anni, ma in questi 
ultimi tempi il movimento è stato cosi forte ed 
invadente, che la metà degli Stati della Confedera- 
zione ha quasi interamente accettato in tutto o in 
parte i suoi principi. Il primo nemico da combat- 
tere per i proibizionisti era l'alcool ; e già 15 Stati 
su 48 sono hone-dry, cioè vi esiste la proibizione 
assoluta dell' importazione e dello smercio dell'al- 
cool in tutte le sue forme. 



L'emigrazione italiana 261 

Negli Stati dry o secchi, dopo l'alcoolismo si bat- 
tono in breccia gli altri nemici, la prostituzione, 
il giuoco, il fumo. Molti Stati hanno già proibito 
ai minori di fumare in pubblico, altri Stati hanno 
vietato in tutto o in parte 1' autorizzazione di te- 
nere in qualunque fórma qualsiasi giuoco d'azzardo 
e case di prostituzione. Sotto questo movimento, 
buono nella sostanza, ma fanatico ed eccessivo nella 
forma, la prostituzione ufficiale si è rifugiata in 
alcuni grandi centri popolosi soprattutto degli Stati 
dell'Est, come Chicago, New- York, Filadelfia, New- 
Orleans, San Francisco. Nell'Ovest però il movi- 
mento proibizionista è assai forte, e già si parla 
di divieto assoluto della prostituzione in San Fran- 
cisco. In alcuni Stati, come nell'Oregon, si è perfino 
proibito alle donne di figurare come impiegate pro- 
fessionali nei locali pubblici notturni {dance ìialls). 

Ad ogni modo tale movimento non agirà grande- 
mente sul morale dell' emigrazione femminile ita- 
liana, che è fondamentalmente buona. In America 
del Nord se corruzione si trova nelle donne di 
razza italiana, si trova in quelle nate nel paese; 
la donna italiana d' origine è fondamentalmente 
onesta. 

Tale situazione felice di cose però non si riscontra 
nel bacino del Mediterraneo. Il fenomeno si spiega, 
perchè l'emigrazione corrotta trova maggiori in- 
ciampi nel viaggio transatlantico, mentre non trova 
che pochi controlli nel viaggio mediterraneo o nel 
passaggio della frontiera. Ciò è doloroso, perchè 
nuoce alla reputazione di onestà generalmente 
acquisita dovunque dalla donna italiana. In Mar- 
siglia abbondano fanciulle italiane, specialmente 



262 Capo decimo 



provenienti dall' Italia meridionale, nel popoloso 
quartiere della Rue Torte e della Grande Rue. 

Le disgraziate ragazze vivono intassate in luride 
casupole, contraddistinte dal caratteristico fanale 
rosso, e passano la notte discinte nei bars fumosi, 
risuonanti di organetti e di voci rauche, che danno 
al passante uno spettacolo doloroso e ripugnante. 

Altrettanto dobbiamo dire del Cairo, nel quale 
una grande parte della prostituzione europea nel 
quartiere dell' Esbekieh è costituita da fanciulle 
italiane, per la maggioranza siciliane e napo- 
letane. 

A difesa però dovunque della morale della no- 
stra donna abbiamo un argomento fortissimo, cioè 
che in quei rarissimi centri migratori dove essa 
dà notevole contingente alla prostituzione, la dà 
alla prostituzione bassa e popolare ; è rarissimo 
che tra le italiane si trovino delle cocottes di alto 
bordo. Certo dal punto di vista estetico la cocotte 
di alto bordo è meno ripugnante della povera pro- 
stituta popolare, però la differenza morale è enorme. 
Anzitutto la prostituzione alta non ha origine nel 
popolo ma nella piccola borghesia, quindi in una 
classe intelligente e direttiva della società; inoltre 
la fanciulla del popolo che cade nel basso vizio è 
per lo più sospinta dalla miseria, dalle privazioni, 
dall' abbandono o dalle brutalità di un amante o 
di un marito ; altrettanto non si può dire della 
prostituta di alto bordo. 

Prima di lasciare l'argomento della emigrazione 
femminile, non possiamo passare sotto silenzio uno 
studio interessantissimo, della già citata signorina 
Amy Bernardy, sull'emigrazione delle donne e dei 



L'emigrazione italiana 263 

fanciulli italiani nella North Atlantic Division de- 
gli Stati Uniti. 

La Bernardy ha studiato profondamente la vita 
delle nostre donne nei tenements e nelle bourding- 
houses, cioè in quegli ammassi malsani e ristretti 
nei quali s' intassa la nostra emigrazione nelle 
grandi città industriali. La geniale scrittrice ha 
osservato la tendenza dei fanciulli italiani a darsi 
immediatamente a lavori retribuiti trascurando la 
scuola, e la tendenza delle donne italiane giovani, 
specialmente settentrionali, nelle quali sono meno 
forti i vincoli familiari, a impiegarsi nei lavori 
delle fabbriche per i quali sentono una vocazione 
irresistibile. In Boston su 320 ragazzi impiegati 
come fattorini, ve n'erano 61 italiani di nascita o 
di origine. Le donne si danno preferibilmente al- 
VunsMlled labour, perchè vogliono guadagnar su- 
bito e non hanno la pazienza di fare Vapprentis- 
sage. La scrittrice trovò 300 siciliane occupate 
neir industria dei capelli fìnti per signora, e 
moltissime italiane occupate nelle candy facto- 
ries. 

In tesi generale, secondo sempre le osservazioni 
della scrittrice, il processo di « americanizzazione » 
dei nostri emigrati avviene soprattutto nella scuola, 
e quindi agisce principalmente su coloro che si re- 
cano in America molto giovani o sulla seconda ge- 
nerazione. Le donne invece di una certa età, spe- 
cialmente se meridionali, e specialmente nei grandi 
centri migratorii, nei quali è maggiore la tendenza 
degli italiani allo stato di « colonialità », cioè a 
vivere tra loro, evitando più che sia possibile rap- 
porti sociali con l'elemento locale e con le altre 



264 Capo decimo 



nazionalità, stentano ad imparare la lingua del 
paese e conservano maggiormente i costumi e la 
mentalità nazionale. 

Sono assai interessanti le statistiche annesse al 
bellissimo lavoro, fornite all' autrice dalla Wo- 
7nen's educational and Industriai Union di Boston. 
Secondo queste statistiche che studiano 500 donne 
immigrate, ve ne sono 33,1 "/^ scozzesi, 21 "/^ ebree, 
19 °/o irlandesi e scandinave, 18,8 °}^ italiane. Tra 
le italiane la proporzione delle maritate sulle nu- 
bili fu la più forte : 55 nubili e 11 maritate, mentre 
tra le scandinave ve ne furono 41 nubili e ma- J 
ritate, e tra le irlandesi 223 nubili e 4 maritate. 

• Anche il motivo dell'emigrazione è a vantaggio 
delle italiane: tra le italiane ve ne furono 3 giunte 
per maritarsi, 2 in compagnia di parenti, 8 per 
raggiungere parenti negli Stati Uniti. Invece tra 
le irlandesi 59 si recarono negli Stati Uniti per 
raggiungere parenti, amici o fidanzati, 7 in com- 
pagnia di parenti, 1 in compagnia di amiche, 2 per 
maritarsi, 2 per visitare conoscenti. Nessuna ita- 
liana si recò in America per « vedere il paese », 
mentre ve ne furono 4 di lingua inglese; nessuna 
« per cambiare », mentre vi fu una irlandese che 
dichiarò questo peregrino motivo; nessuna italiana 
per avviarsi sulla scena o per sfuggire alla disci- 
plina paterna, mentre ve ne furono una irlandese e 
una inglese ; nessuna italiana « per averne avuto 
sempre desiderio » mentre ve ne furono 5 inglesi e. 
una scandinava ; nessuna italiana per « sfuggire 
pericoli politici » o « in cerca di libertà » mentre 
ve ne furono 7 russe. 
Tra le italiane prevalgono anche le immigrate 



L'emigrazione italiana 266 

con biglietto py'epaid o previamente pagato dal 
marito e dai parenti. 

Credo che non si possa trovare nulla di più 
eloquente per provare il forte fondamento della 
famiglia degli italiani, la disciplina e la moralità 
delle donne, e la onestà profonda dei motivi che le 
indussero ad emigrare. 

Nelle sue conclusioni però la valente scrittrice 
si mostra alquanto pessimista circa i risultati del 
prolungato soggiorno in America delle nostre donne. 
Noi non possiamo che confermare l'opinione della 
valente scrittrice, non soltanto limitatamente alle 
donne italiane, ma a tutte quelle di razza latina. 
Le nostre donne acquistano facilmente i difetti della 
donna anglo-sassone, mentre tardano a prenderne 
le qualità ; ciò è facile a spiegarsi, se si pensa che 
le qualità speciali dell' americana anglo-sassone, 
energia, sicurezza di sé stessa, iniziativa, coraggio 
morale e fisico, sono qualità ereditarie, mentre i 
difetti sono prodotti soprattutto di quella grande 
democrazia plutocratica, cioè eccessivo spirito di 
indipendenza, mancanza assoluta di sentimentalità, 
debole senso della famiglia e scarsezza di affetti 
familiari. 

Per terminare questo capitolo è necessario fare 
un breve accenno ad un punto importante, inte- 
ressante e soprattutto relativamente nuovo, cioè 
all' influenza delle organizzazioni religiose sulla 
nostra emigrazione. 

Nel capitolo III facemmo un breve accenno alla 
missione di italianità, volontaria e.... purtroppo 
anche involontaria che ha avuto all'estero attra- 
verso la storia dei secoli la Chiesa Cattolica. La 



266 Capo decimo 



Chiesa Cattolica è Chiesa Romana, e quindi pre- 
valgono in essa, soprattutto nella gerarchia supe- 
riore, gli italiani. Quindi anche quando verso la 
metà del secolo XIX per varie ragioni interne della 
politica del nostro paese i rapporti tra lo Stato 
italiano e il Pontefice romano andarono raffred- 
dandosi, la Chiesa è stata sempre un inconscio, 
potente strumento di espansione del pensiero ita- 
lico, attratta nei suoi uomini maggiori dalla sim- 
patia storica più irresistibile, quella che non si 
smentisce mai, la simpatia di razza. 

Durante la prima parte del secolo XIX, dicemmo 
nel II capitolo, parlando delle colonie italiane 
d'Oriente, la Chiesa romana, protetta dalla Francia, : 
ebbe in Oriente la missione di espandere la lingua 
e il pensiero francese. Il terzo Napoleone, ripren- 
dendo l'antico motto dei Re gallici Gesta Lei per 
Francos non aveva esitato a proteggere larghissi- 
mamente la Chiesa francese di Oriente, e questa^ 
sua politica lo trascinò alla famosa spedizione del 
Libano, per proteggere i Maroniti cristiani contro 
i Drusi mussulmani. Tale spedizione fu chiamata da 
un illustre diplomatico dell'epoca une querelle de 
sacristie, abbastanza spiritosamente; ad ogni modo 
essa dimostrò quanta importanza dava l'illumi- 
nato Imperatore all'espansione della lingua e del 
pensiero francese per mezzo della Chiesa cat- 
tolica. 

Nel secolo XIX si erano fondate in Francia una 
quantità di iniziative e di ordini missionari, sotto il 
controllo dell'Opera dì Propaganda Fide. Agli an- 
tichi ordini domenicani, francescani, gesuiti, cap- 
puccini, si aggiunsero i Frères du Sacre-Coeur de 



L'emigrazione italiana 267 

Picpus, i Petìts Frères de Marie, gli Eudistes rè- 
tablis, i Missionaires et oUats de Saint Francois 
de Sales, gli OUats de Marie Immaculée, i Missio- 
naires du Sacre-Coeur de Marie, i Pères des Mìs- 
sions africaines, i Missionaires de Notre Lame 
d'Afrique, i Pères Augustins de r Assomption. 
Tra gli ordini femminili le Barnes de Sion, le 
Sceurs de Saint Joseph de Cluny, le Dames Auxi- 
liatrices du Purgatoire, ecc. Nel 1870 vi erano 
circa 3200 vescovi, sapienti, apostoli e istitutori 
francesi in tutto il mondo e soprattutto in Oriente, 
dove l'opera illuminata ed energica di Eugenio 
Bore, superiore generale delle missioni del Levante, 
aveva guadagnato alla Chiesa francese, e di con- 
seguenza alla lingua ed al commercio, una gran 
parte dei paesi rivieraschi del Mediterraneo che 
nei secoli precedenti parlavano italiano e greco. 

L' importanza della religione come istrumento di 
influenza, fu vista e intuita anche dai grandi po- 
litici rivoluzionari, e si riferisce che il Gambetta 
dicesse una volta questo motto assai giusto e assai 
vero : « L' anticlericalismo non è una mercanzia di 
esportazione ! ». 

Mi piace di riportare un periodo spiritosissimo, che 
descrive le impressioni avute dal barone De Man- 
dat-Grancey (vedi l' interessante libro Aux Pays 
d'ffomère) : « Bisogna bene che dica poche parole 
« di quest'opera delle scuole d'Oriente, che ha la 
« singolare fortuna di essere sostenuta nello stesso 
« tempo dai cattolici francesi che le danno il loro 
« denaro e dai ministri più anticlericali della Re- 
« pubblica, che, essi stessi, non danno loro natu- 
« ralmente il proprio, ma ottengono loro ogni anno 



268 



Capo decimo 



e 



« dal Parlamento delle grosse sovvenzioni. Abbiamo 
« visitato una quantità di scuole, perchè ve ne 
« una in quasi tutte le isole dell'Arcipelago greco 
« Tutte mi sono parse meravigliosamente tenute 
« in piena prosperità. I religiosi e le religiose che 
« le dirigono sono quasi tutti delle persone tal- 
« mente notevoli che hanno trovato il mezzo di 
« prendere, si può dire, il monopolio dell' educa- 
« zione delle classi medie in tutti i paesi dove si 
« sono stabiliti, soprattutto per quello che con- 
« cerne le donne. Ora, visto che tutte le lezioni si 
« fanno in francese, ne risulta che la nostra lin- 
« gua è molto divulgata ed acquista terreno tut 
« i giorni. È quindi evidente che degli individ 
« che parlano il francese, sono dei clienti qua; 
« forzati del nostro commercio. Se quindi tale co 
« mercio è ancora prospero in Oriente, malgrado li 
« concorrenza di tedeschi, inglesi, russi, molto me- 
« glio organizzati di noi, è unicamente alle scuole 
« che lo dobbiamo. Su questo punto tutti sono d'ac- 
« cordo. Ho interrogato tutti i Consoli, diplomatici 
« e commercianti che ho incontrato e tutti sono 
« dello stesso avviso ». 

Questo stato di cose dura in parte al giorn 
d'oggi, ma in parte è mutato in nostro favore, sia 
per l'azione energica, generosa, illuminata, instan- 
cabile del nostro governo alla quale abbiamo ac- 
cennato neir Vili capitolo, sia per gli ordini reli- 
giosi, che gli avvenimenti politici e soprattutto la 
politica eccessiva del ministro Combes hanno rav- 
vicinato a noi. Attualmente sono nostri protetti 
molti ordini religiosi che godevano la protezione 
francese, ed essi hanno quindi interesse natu- 



10 

I 



L'emigrazione italiana 269 

rale e legittimo a propagare la nostra lingua. 
Inoltre vari prelati italiani illuminati ed intelli- 
genti molto fecero in questi ultimi anni sia in 
Europa che in America per la protezione dei no- 
stri emigranti e per la propagazione dell'idioma ita- 
lico. Sarebbe assai ardua impresa citarli tutti ; mi 
limito per conseguenza a citare due illustri sopra 
tutti e benemeriti della patria, monsignor Bono- 
melli e il salesiano Don Bosco. 

Secondo la relazione ufficiale della Direzione 
delle scuole all' estero, le scuole religiose sussi- 
diate dallo Stato sono 302 e gli alunni 39 150. La 
spesa occorrente per il sussidio è di lire italiane 
159 150 ; spesa non certo sproporzionata al bene- 
ficio enorme che ne potrà ricevere, soprattutto nel- 
l'avvenire, r italianità all'estero. 

Esistono altresì 1758 scuole estere con insegna- 
mento di lingua italiana, delle quali 131 sono re- 
ligiose; e 1226 scuole straniere aventi corso di 
italiano, 198 delle quali sono religiose. 

Primeggia naturalmente un ordine che merita 
di essere segnalato alla riconoscenza della Patria, 
quello dei Salesiani, la cui azione oscura e mode- 
sta, quanto utile, non è disgraziatamente abba- 
stanza conosciuta. Chi scrive ha avuto varie volte 
occasione di visitare privatamente e ufficialmente 
i collegi dei Salesiani, e sempre, senza eccezione, 
ha riscontrato spirito patrio, grande rispetto alle 
istituzioni governative e soprattutto alla nostra 
Monarchia, vero e profondo sentimento di italia- 
nità. L' inaugurazione delle campane, fatta nel con- 
vento salesiano di Guaymallen (Mendoza), tra lo 
sventolare delle bandiere italiane, collo stemma di 



270 Capo decimo 




Savoia e con il ritratto dei nostri Sovrani esposto, 
è uno dei più simpatici ricordi della mia vita uffi- 
ciale. 

Per limitarci a menzionare le sole scuole dei sai 
lesiani sussidiate dal Governo italiano, diremo chi 
in Argentina essi hanno quasi dappertutto scuole 
fiorentissime e frequentatissime. Nella provincia di 
Buenos Aires hanno quattro conventi, nella città 
stessa di Buenos Aires; uno alla Boca; uno a Rodeo 
del Medio; tre a Bahia Bianca, uno a Bernal, a Chu- 
but Rawson, a Conesa, a Estacion Irala, a Fortin 
Mercedes, a La Piata, a Patagones, a Puntarenas 
(in fondo all'America del Sud, e all'estremo lembo 
del mondo Australe!), a San Nicolas de Los Arryos 
a Wiedma. Nella provincia di Rosario hanno scuoi 
nella città medesima e in Rocca; nella provincia d; 
Cordova hanno due scuole in Cordova ciftà, un 
in Chosinalal, una in Junin de Los Andes, una ii 
La Piedad, due in Mendoza. 

Né al Brasile i salesiani sono meno attivi. Yi 
un istituto salesiano sussidiato in Cocsunba (Matt( 
Grosso), due in Pernanbuco, uno in Araras, Batatae 
(la famosa scuola agricola dei salesiani nello Stat 
di San Paolo), Campinas (la scuola professionale) 
Guarantigueta, San Paolo (collegio di Santa Ignes) 

Nel Cile hanno scuole in San Diego, in Iquique 
in Puntarenas, in Talea, in Valparaiso, in Valdi 
via (Istituto Commerciale), in Macul (Ginnasio). 

Nella Colombia hanno scuole in Bogotà, in Bar 
ranquilla, Ibaque, Mosquera. 

In Equatore ne hanno in Cuenca, Guayaquii 
Quito (Corso Tecnico Commerciale e Scuola Pro- 
fessionale), in Rio Bamba. 



U emigrazione italiana 271 

Nel Messico hanno due scuole nella Capitale, 
una in Morella e una Scuola professionale in 
Puebla. 

Nel Paraguay, vi è il Collegio salesiano monsi- 
gnor Lasagna, in Assunzione, e il Collegio sale- 
siano Pio IX in Villa Conception. 

In Perù vi è un Collegio Don Bosco in Callao, 
uno in Arequita. una scuola in Cusco, due in Lima, 
una in Piura. 

Tre scuole salesiane vi sono nel Salvador, e 
negli Stati Uniti ce ne sono in Autorn (New- York), 
Troy (New- York) ed in Oakland (California). 

Nell'Uruguay esistono scuole salesiane in Mon- 
tevideo, Mercedes, Paysandù, La Paz, Las Piedras, 
Manga, Bella Vista. Nel Venezuela in Caracas, Va- 
lencia e Maracaibo. 

L'ordine benemerito è rappresentato altresì nel 
vecchio mondo. Vi è una scuola serale salesiana 
in Giaffa e in Nazaret, nell'Asia Minore. In Trento 
vi è un istituto salesiano di Santa Maria Ausilia- 
trice; tre istituti salesiani vi sono nel Belgio. Vi 
è la scuola salesiana in Sarrià (Barcellona) e in 
Siviglia in Spagna, in Moroggia (Svizzera), e in 
Zurigo e finalmente l' istituto Pancaldi e l' isti- 
tuto Giustiniani in Costantinopoli, ambedue im- 
portanti. 

Un altro ordine attivo per l'insegnamento ita- 
liano negli Stati Uniti è quello dei padri gesuiti, 
che possiedono infinite scuole, università, istituti. 
Vari insegnanti dell'ordine dei gesuiti, e dei più 
valenti, sono italiani. Che io sappia però una sola 
scuola gesuita è sussidiata regolarmente, quella di 
Portland (Oregon). 



272 Capo decimo 



L'ordine più attivo in Oriente sono i padri fran- 
cescani. Questi hanno scuole a Larnaca, Nicosia, 
Aiutab, Aleppo, Betlemme, Gerusalemme, Giaffa, 
Nazaret, San Giovanni in Montana. Sono pure im- 
portanti i padri cappuccini e conventuali. 

Anche vari ed importantissimi ordini femminili 
concorrono al nobile scopo della divulgazione della 
nostra lingua, e dell' educazione dei nostri emi- 
granti. 

L'ordine femminile più importante in America è 
quello di Santa Maria Ausiliatrice, al quale seguono 
per importanza le suore missionarie del Sacro 
Cuore, le suore di San Giuseppe, ecc. Le suore di 
Santa Maria Ausiliatrice hanno scuole sussidiate 
a Mendoza, a Wiedma, Rosario, Gallao e Lima 
(Perù), ed infine in Barcellona. 

Le suore del Sacro Cuore sono sparse piuttosto 
nel Brasile e negli Stati Uniti ed hanno scuole in 
Bento Gongalves, Montebello, Anna Reck, nel Bra- 
sile, e negli Stati Uniti in Los Angeles, Seattle^ 
Denver, New-Orleans^, Newark, in New- York, Fi- 
ladelfia, Scranton. 

In Oriente sono specialmente sparse le Fran- 
cescane che hanno scuole sussidiate in Prinkipo, 
Costantinopoli, Potamò, Rettimo, Candia, San Gio- 
vanni in Montana, Cana, Aiutab, Aleppo, in Asia 
Minore, ed in Africa in Assiut, Beni Suef, Cairo, 
Damietta, Ismailia, Kafr-El-Zayat, Tunisi, ecc. Al- 
l' ordine delle missionarie Francescane si devono 
aggiungere le Francescane del Giglio (Dedeagatch, 
Adrianopoli, Rodosto), le Carmelitane, le suore ita- 
liane Maltesi, le suore missionarie d' Egitto, le 
suore Domenicane di Galata, l'Ordine delle Euca- 



U emigrazione italiana 273 

risiine, dell' Immacolata Concezione, di San Giu- 
seppe, ecc. 

Per finire questi cenni dell' azione delle istitu- 
zioni confessionali sulla nostra emigrazione, men- 
zioneremo le due scuole dell'Opera di Assistenza 
Bonomelli in Isvizzera, in San Fiden (San Gallo) 
e Lucerna. 



18 



CAPO UNDECIMO. 



Stato giuridico degli emigranti. — Trattati di emigrazione. 
— Statuto personale dell'emigrante. — Posiziono spe- 
ciale degli emigranti di fronte al patrio servizio mili- 
tare. — La marina mercantile e 1' emigrazione mari- 
nara. — Conflitti di legge e la doppia nazionalità. — 
Partecipazione degli emigranti alla vita politica dei 
paesi di destinazione. 



Lo stato giuridico degli emigranti all' estero è 
regolato dai principi del diritto internazionale e 
dalle cosi dette convenzioni consolari. 

I principi di diritto, come sono stabiliti dal giure 
internazionale moderno, si possono raggruppare in 
cinque principali categorie : 

Ammissione degli stranieri — Espulsione degl: 
stranieri — Diritto d' asilo — Condizione legaU 
degli stranieri — Regime diplomatico degli stra- 
nieri. 

I principi riferentisi alla prima categoria si 
sono svolti lentamente nella storia, come abbiamo 
accennato nel capitolo II. Neil' antichità gli stra- 
nieri non avevano alcun diritto. Sotto il diritto 
feudale, eminentemente territoriale, la loro condi- 
zione rimase analoga, ma fu leggermente tempe- 
rata dai principi della religione cristiana, che 



L'emigrazione italiana 276 

cominciavano a stabilire una'certa fraternità tira 
i popoli cristiani. Ciò non pertanto, come^ accen- 
nammo, gli stranieri erano tenuti a chiedere il 
mundio o protezione del Re o di un grande dello 
Stato, ed erano sottoposti, nell'espansione della loro 
personalità civile, ad una serie di restrizioni, come 
il diritto di naufragio, d'albinaggio, di angaria. 

Il diritto moderno, ripigliando le orme del di- 
ritto romano, specialmente degli studi che lo ave- 
vano sviluppato nella mentalità giuridica dei no- 
stri giureconsulti del medio evo (statuti), portò una 
radicale riforma a tale stato di cose, stabilendo 
come principio generale che l' ammissione degli 
stranieri non può essere rifiutata, sia in massa, 
sia a titolo individuale, se non per giustificate ra- 
gioni di salvaguardare i supremi interessi della 
città. Tale principio venne accettato dall' istituto 
di diritto internazionale nella sua sessione di Gi- 
nevra nel 1892, 

Ciò non pertanto alcuni Stati moderni hanno 
stabilito delle limitazioni ispirate a tre ordini di 
ragioni : 

1.° Impedire l'ingresso nello Stato ad individui 
pericolosi politicamente (leggi americane contro 
gli anarchici). 

2.° Impedire l' ingresso ad alcuni condannati 
penali, vagabondi, mendicanti, o individui che non 
possono giustificare mezzi di sussistenza (legge 
francese del 1888). 

3.° Impedire l' ingresso agli infetti di certe ma- 
lattie (legge degli Stati Uniti 3 marzo 1903 con- 
tro r ammissione dei pazzi, degli infetti di con- 
giuntivite granulosa, ecc.). 



276 Capo undecimo 



Le altre leggi, ispirate da egoismo politico e da 
indebita protezione del lavoro nazionale, non sono 
giustificabili giuridicamente. A questa categoria di 
leggi possono ascriversi le disposizioni sull'emi- 
grazione gialla prese da alcuni Stati della Confe- 
derazione americana, del Sud Africa e dell'Austra- 
lia, dello quali facemmo speciale menzione nei 
capitoli II e IV di questo lavoro. A tale categoria 
altresì appartiene il molto discusso Burnetl Bill, 
legge vietante l' ingresso negli Stati Uniti agli 
analfabeti, contro il quale tre Presidenti hanno 
interposto il ì^efo, ma che malgrado ciò è stato 
nuovamente discusso ed approvato dal Senato Fe- 
derale. 

Il diritto di espulsione deve avere sempre carat- 
tere individuale. La maggioranza delle legislazioni 
accorda ai governi la facoltà di espellere uno stra- 
niero con semplice provvedimento amministrativo. 
Sarebbe desiderabile invece che tutte le legisla- 
zioni adottassero il sistema inglese, che considera 
lo straniero inviolabile personalmente (Ilaheas cor- 
2)us), quanto meno che si accordasse allo stra- 
niero la difesa giudiziaria. 

Il diritto d' asilo è piuttosto un anacronismo. 
Esso si riferiva in altri tempi all' inviolabilità che 
si accordava al fuggiasco ed al delinquente in al- 
cuni conventi e luoghi sacri. Il diritto moderno, 
mediante i trattati di estradizione, ha stabilito il 
principio della punibilità dei delinquenti comuni 
all'estero, mentre i delinquenti politici godono di 
una certa limitata inviolabilità. 

Più importantejper l'emigrazione sono le dispo- 
sizioni di diritto riguardanti la quarta categoria 



L'emigrazione italiana 277 



la condizione legale degli stranieri. Tale condi- 
zione legale è appunto in generale regolata dalle 
convenzioni consolari. 

In principio generale gli stranieri hanno l'obbligo 
di rispettare le leggi d'ordine pubblico, ma deve 
(o almeno dovrebbe) essere rispettato dovunque il 
loro statuto personale. Essi devono essere ammessi 
a esercitare le loro ragioni dinanzi ai tribunali 
del paese. È perciò un principio arretrato e non 
confacente alla coscienza giuridica moderna quello 
vigente ancora in Francia, in base all'editto del giu- 
gno 1778 che impone la cautio Judicatum solvi. Tale 
principio però è generalmente addolcito da speciali 
convenzioni diplomatiche. Gli stranieri non devono 
essere sottoposti ad ingiuste aggravazioni di pena 
ed a sevizie non riconosciute dalla legge. 

Sotto questo punto di vista era più che fondato il 
reclamo sporto dall'Italia agli Stati Uniti nel 1891 
per il linciaggio di alcuni italiani che erano stati 
assolti dinanzi alla Corte di New-Orleans. Chi scrive 
presentò un reclamo al governo bulgaro nel 1915 
per il brutale trattamento inflitto nel porto di De- 
deagatch a giovinetti pugliesi, sorpresi dalle guar- 
die di dogana a rubare degli aranci. Tale reclamo 
era senza dubbio giustificato. 

Gli stranieri non possono in principio essere ob- 
bligati a prestar servizio militare, ma possono es- 
sere obbligati ad una tassa di esenzione (legge sviz- 
zera del 28 giugno 1878). 

E questione assai discussa se sia giustificabile 
l'imposizione di una tassa di soggiorno agli stra- 
nieri (sistema prussiano). La giurisprudenza più 
evoluta nega la legittimità di tale disposizione. 



278 Capo undecimo 



Il regime legale degli stranieri è finalmente con- 
templato nei cosi detti « trattati di stabilimento », 
convenzioni consolari e trattati di commercio e di 
navigazione. 

V Italia ha stipulato convenzioni consolari con 
quasi tutti i principali Stati del mondo, ad ecce- 
zione dell' Inghilterra, che si è sempre ostinata- 
mente rifiutata di stipulare questo genere di con- 
venzioni e di riconoscere altrimenti che de facto 
i consoli stranieri. 

Le nostre convenzioni consolari sono con l'Argen- 
tina (1896), con l'Austria (1875), con il Belgio (1878), 
con la Birmania (1873), con il Brasile (1877), con la 
Cina (1868), con la Colombia (1894), con la Corea 
(1886), con la Costarica (1865), con la Francia (1862), 
con la Grermania (1869), con il Giappone (1895), con 
la Grecia (1881), con il Guatemala (1876), con la 
Liberia (1863), con il Messico (1891), con il Monte- 
negro (1893), con il Nicaragua (1872), con i Paesi 
Bassi (1875), con il Perù (1896), con il Portogallo 
(1869), con la Rumania (1881), con la Russia (1875), 
con la Repubblica di San Marino (1897), con il 
Salvador (1880), con la Serbia (1880), con la Spa- 
gna (1867), con gli Stati Uniti (1878), con la Sviz- 
zera (1869), con il Bey di Tunisi (1897). 

L' indole di questo lavoro non ci consente di en- 
trare in particolari analitici circa le nostre conven- 
zioni consolari, le quali del resto dovranno essere 
tutte rivedute e corrette , dopo 1' attuale conflitto 
europeo. In tesi generale però si può dire che le 
convenzioni riguardano principalmente tre punti : 
il riconoscimento ufficiale delle autorità consolari 
rispettive, i diritti dei consoli sulla marina mer- 



L'emigrazione italiana 279 

cantile della loro bandiera, e l'intervento dei con- 
soli nelle successioni dei connazionali. 

Nei paesi popolati dalla emigrazione italiana 
vigono tre sistemi successori : il sistema francese, 
il sistema tedesco ed il sistema anglo-sassone che 
è stato adottato dalla maggioranza delle nazioni 
americane. 

Nel sistema adottato da molte legislazioni tede- 
sche vige il principio della todeserhlàrung o della 
dichiarazione giudiziale di morte, che richiede il 
relativo decreto di aggiudicazione, einanhcortungs- 
urìiunde. Tale sistema non lascia molto campo al- 
l' intervento consolare. 

Secondo la nostra esperienza personale il sistema 
più pratico e più utile dell'intervento consolare 
in materia di successioni è quello stabilito dal 
regime franco-italiano. Le successioni dei nostri 
connazionali in Francia sono regolate oltre che 
dalle disposizioni del codice francese, da un ac- 
cordo speciale e dall' articolo 9 della convenzione 
franco-italiana del 18 settembre 1862. 

Per tali disposizioni ogni qual volta venga a de- 
cedere un italiano in Francia, i Giudici di Pace 
sono obbligati a prevenirne l'autorità consolare, la 
quale si reca sul luogo per redigere l'inventario, 
delega a tale scopo il Giudice di Pace medesimo. 
Redatto il verbale d' inventario comincia la liqui- 
dazione della successione, mediante l'annuncio del 
decesso del de cuìus sui giornali locali. Brevi sono 
i termini, evitate le lungaggini. 

La maggioranza delle successioni dei nostri con- 
nazionali in Francia consiste in libretti della Caisse 
d'èpargne des Boucfies du Rhòne o della Caisse Na~ 



280 Capo undecimo 



tionale d^èpargne. La procedura è semplicissima. 
Il console non ha che da esibire il libretto di rispar- 
mio, riempire un formulario in carta rossa (per la 
Caisse Nationale d^èpargné) e redigere un certi- 
ficato in francese, nel quale egli afferma di chie- 
dere il rimborso come liquidatore della successione 
del defunto in forza del citato articolo della con- ^ 
venzione consolare italo-francese. Il rimborso viene 
fatto dopo pochi giorni. Se la successione è mag- 
giore di cento franchi essa è- suscettibile del pa- 
gamento dei diritti di successione, su denunzia 
dello stésso Console in base allo stato di famiglia 
del defunto, perchè naturalmente la tangente da 
pagarsi varia a seconda dei gradi di parentela degli 
eredi. 

Con questo sistema è possibile di liquidare fa- 
cilmente anche le più piccole successioni. Il Conso- 
lato Generale di Marsiglia liquida annualmente un 
centinaio di mila franchi di successioni, due terzi 
delle quali sono piccole somme inferiori a cento lire. 

Non cosi semplice ed evoluto pur troppo è il si- 
stema adottato dagli Stati americani. 

In Argentina la istituzione alquanto assurda del 
Consejo scholar, magistratura speciale che tra le 
altre attribuzioni ha quella di liquidare le suc- 
cessioni vacanti, sottrae una gran parte delle suc- 
cessioni al controllo consolare. 

L'articolo 13 della convenzione 19 aprile 1896 
tra r Italia e l'Argentina lascia libere le singole 
province di regolare volta per volta il regime delle 
successioni degli stranieri. In alcune province l'au- 
torità consolare ha il privilegio di provvedere alla 
nomina dell' aWacea o amministratore giudiziale. 



L'emigrazione italiana 281 

In altre province tale privilegio è contestato. Il 
prezzo altissimo poi dei diritti di traduzione richie- 
sti dai cosi detti periti giudiziali e delle innumere- 
voli legalizzazioni, fanno si che è quasi inutile oc- 
cuparsi di una successione inferiore a mille pezzi 
perchè l'attivo sarebbe assorbito dalle spese. 

In molte province esiste poi l'obbligo di tratte- 
nere la successione un anno dal giorno della no- 
mina diQWalbaceay che può essere nominato, data la 
distanza e la difficoltà delle comunicazioni, molti 
mesi dopo la morte del defunto. In pratica tutto 
questo rende il sistema più che cattivo, pessimo. 

La convenzione col Brasile 15 luglio 1877 è ispi- 
rata a principi un po' più liberali. L' articolo 17 
cosi si esprime : « Appartiene ai funzionari con- 
« solari del paese del defunto, di praticare tutti 
« gli atti necessari per il ricupero, custodia, con- 
« servazione, amministrazione e liquidazione della 
« successione, come pure per la consegna agli eredi 
« e ai loro mandatari debitamente autorizzati, in 
« ciascuno dei seguenti casi: 1.° Quando gli eredi 
« sono sconosciuti ; 2.° Quando sono minori, as- 
« senti od incapaci e della nazionalità del defunto; 
« 3.° Quando l'esecutore nominato per testamento 
« sia assente o non accetti l' incarico ». 

L'articolo 18 sottrae poi ai Consoli l'amministra- 
zione della successione, quando esista un coniuge 
superstite al quale secondo la legge brasiliana 
spetti di continuare nel possesso della eredità come 
capo di famiglia : cabeca de cazal. Questa disposi- 
zione è in contradizione con il N. 2 dell' art. 17 
surriportato. 

La convenzione consolare tra l' Italia e gli Stati 



282 Capo undecimo 



Uniti porta la data del 7 maggio 1878. Il regime 
giuridico sotto il quale si svolge l'emigrazione ita- 
liana è compreso sia dalle disposizioni della detta: 
convenzione sia da quelle del trattato di commer- 
cio e di navigazione del 26 febbraio 1871. 

L'articolo 16 della convenzione si esprime nel 
modo seguente : « In caso di morte di un cittadino 
« degli Stati Uniti in Italia o di un suddito ita- 
« liano negli Stati Uniti, il quale non abbia alcun 
« erede riconosciuto o esecutore testamentario da 
« lui designato, 1' autorità competente dovrà dare 
« avviso del fatto ai Consoli o Agenti consolari 
« della Nazione a cui il defunto apparteneva, af- 
« finché ne possa venir trasmessa immediatamente 
« informazione alle parti interessate ». 

La disposizione di tale articolo, dobbiamo con- 
fessarlo giacché ci siamo proposti in questo lavoro 
di non essere reticenti circa le osservazioni per- 
sonali da noi fatte, é assolutamente lettera morta 
nella stragrande maggioranza degli Stati della Con- 
federazione. 

Ciò dipende, giova riconoscerlo, non da negli- 
genza da mal volere del Governo Federale, il 
quale anzi ha dato anche recentemente prova di 
buona volontà, diramando il 25 aprile del 1916 una 
circolare che richiama i Governatori degli Stati 
all'osservanza della convenzione. Ma la circolare 
ha lasciato il tempo che ha trovalo, e sempre lo 
lascieranno invariato tutte le circolari del Governo 
Federale, fino che non muteranno radicalmente 
le pessime condizioni della vita pubblica di quel 
civile e pur grande paese ! 

Ciò si comprende facilmente pensando che co- 



L'emigrazione italiana 



loro cui spetta V esecuzione della legge sono i 
Prosecuting Attorneys i quali non sono nominati 
dal governo, né scelti per concorso o per esame, 
ma da elezione popolare. Altrettanto si dica dei 
magistrati statali, i Coroners (funzionari speciali 
adibiti al riconoscimento ed all' inchiesta da ese- 
guirsi in tutti i casi di morte violenta). È naturale 
quindi che il magistrato eletto non sia il più dotto 
il più probo, ma il più popolare ; in altri termini 
il Prosecuting Attorney e il Coroner, sono in ge- 
nerale degli avvocati senza cause, che rimpiazzano 
la poca conoscenza delle Pandette o del Blachstone 
con un carattere accomodante e popolare.... 

Nella magistratura americana non esiste gerar- 
chia, non esiste speranza di avanzamento e di car- 
riera, non esiste che la preoccupazione assillante, 
continua, della popolarità. Gli stranieri in generale 
e specialmente gli Italiani, non hanno il voto; 
quindi le disposizioni legali in favore degli Italiani 
non possono essere osservate, perchè i magistrati 
non hanno alcun interesse ad osservarle, né esiste 
alcuna sanzione per renderne l'osservanza obbli- 
gatoria. 

Chi scrive, nel maggio del 1916, in seguito alla 
circolare emanata ai Governatori dal segretario 
di Stato Roberto Lansing, inviò per due volte, ed a 
due mesi di distanza, circa trecento circolari a 
tutti i principali funzionari degli Stati del Nord 
Ovest, per richiamarli all'osservanza della conven- 
zione consolare italo-americana ; ed in un anno di 
tempo, malgrado che i decessi dei connazionali nel 
paese avvenissero a centinaia, solo dite volte due 
Prosecuting Attorneys inviarono il prescritto av- 



284 Capo undecimo 



viso al Consolato, ed erano funzionari dell'Alaska, 
che non è ancora uno Stato ma un territorio, e_ 
quindi è amministrato da funzionari federali, ch( 
in generale sono nominati e non eletti. 

La disposizione che intralcia grandemente h 
tutela delle successioni dei connazionali negli Stati 
Uniti, è l'istituzione delVadinmisti^ator. Quand( 
muore uno straniero, senza lasciare eredi presenti,! 
la Corte provvede all'amministrazione della suc- 
cessione, con la nomina di un amministratore, 
nella persona di un uomo di fiducia della Corte. 
In tesi generale dovrebbe essere nominato possi- 
bilmente un parente od un amico intimo del de- 
funto, ma spesso la Corte nomina un compaesano 
qualsiasi, senza preoccuparsi delle sue relazioni 
col defunto, della sua competenza in materia legale, 
della sua coscienza nell'amministrare. 

In alcuni Stati poi, quando non si presenti di- 
nanzi alla Corte nessuna persona che aspiri ad 
essere nominato amministratore, l'amministrazione 
della successione cade nella competenza del Pub- 
blic Administrator, il quale è un magistrato spe- 
ciale che ha una percentuale sulle amministrazioni 
che esegue, e di esse fa una specie di speculazione, 
non illecita perchè sancita dalla legge, ma disa- 
strosa, come si comprende di leggeri, per i poveri 
eredi ! 

La questione che preoccupa attualmente la di- 
plomazia italiana, è di ottenere almeno dagli Stati 
Uniti, in vantaggio dei propri consoli, il privilegio 
accordato alla Svezia, dalla convenzione svedese- 
americana. Per l'articolo 14 di detta convenzione 
i consoli svedesi quando si presentino alle Corti 



L'emigrazione italiana 285 

)er essere nominati amministratori delle succes- 
sioni dei loro connazionali deceduti negli Stati Uniti 
senza eredi presenti, debbono avere il privilegio e 
la priorità su gli altri concorrenti. Debbono essere 
nominati altri amministratori estranei, solo nel 
caso che il console sia assente o rifiuti di assumere 
l'amministrazione della successione. 

Dal punto di vista giuridico, è vero, si potrebbe 
sostenere che tale disposizione dovrebbe essere 
estesa all' Italia, in virtù dell' articolo 17 della 
convenzione italo-americana che cosi si esprime: 
« I consoli generali, consoli, vice-consoli ed agenti 
« consolari rispettivi, godranno nei due paesi di 
« tutte le facoltà, prerogative, immunità e privi- 
« legi che sono o saranno concessi agli agenti di 
« egualf grado della nazione più favorita ». 

La questione però, sotto questo aspetto, non è 
stata mai portata davanti alla Corte Suprema degli 
Stati Uniti. Presentata nella causa Ghio dal con- 
sole generale d'Italia in San Francisco, in forma 
più assoluta di vero e proprio diritto delle auto- 
rità consolari italiane di amministrare i beni dei 
connazionali deceduti quando gli eredi sono as- 
senti, la decisione ci è stata contraria. 

Lo stato delle cose quindi è molto penoso, un 
po' per colpa della legislazione e dei sistemi ame- 
ricani, un po', è innegabile, per colpa spesso della 
ignoranza dei nostri emigranti e della loro sfiducia 
preconcetta nei rappresentanti del governo ed in 
tutto quello che dal governo emana. In una gran 
parte dei casi i parenti o gli amici del defunto in- 
vece di ricorrere al console, ricorrono all'amico, al 
compare, al mestatore, all'avvocato imbroglione; e 



286 Capo undecimo 



sono costoro che li derubano. Ricorrono poi spesso 
all'autorità consolare-diplomatica, quando la suc- 
cessione è sfumata e non vi è più rimedio. 

Un altro argomento assai importante di cui do- 
vremo occuparci in questo capitolo è lo stato ci- 
vile. Una delle famose convenzioni dell'Aja in ma- 
teria di diritto privato si occupava delle tutele, 
delle cure e del riconoscimento nelle sentenze di 
divorzio. 

Tali provvide convenzioni sono più o meno ap- 
plicate negli Stati d' Europa e soprattutto in Fran- 
cia, ma sono assolutamente lettera morta in Ame- 
rica. Secondo il Diritto internazionale ed i principi 
riconosciuti dai codici europei, il diritto straniero 
è considerato come un fatto e non come diritto. 
A questo principio generale fanno eccezione le 
bellissime disposizioni dell' articolo 941 del nostra 
Codice di procedura civile, che sancisce la esecu^ 
tività delle sentenze straniere in Italia previo un 
esame della forma (delibazione). 

Nelle nazioni americane invece e soprattutto 
negli Stati Uniti, dove la legge derivata dai prin- 
cipi della Common Law inglese è improntata a 
un forte esclusivismo territoriale, il diritto stra- 
niero si può dire che non esista nemmeno come» 
un fatto ; esso è del tutto ignorato. I tribunali amen 
ricani applicano ai nostri emigranti i loro prin- 
cipi, le loro leggi, senza tener nessun conto dello 
statuto personale né della legge di origine. 

Questo inconveniente dipende soprattutto dalla 
grande, profonda incompetenza ed ignoranza della 
bassa magistratura americana che si rifiuta di co-^ 
noscere quello che non sa. 



Vemigrazione italiana 287 

Cosi non è difficile vedere accordare il divorzio 
jiegli Stati Uniti ad un emigrante italiano, nato in 
Italia, non fornito della cittadinanza americana. Il 
divorziato potrà essere ammesso a contrarre nuove 
nozze e potrà essere quindi bigamo secondo la sua 
legge natia che non riconosce il divorzio. 

Cosi per esempio in alcuni Stati, in mancanza di 
testamento, è presunta erede della metà dei beni 
del defunto la consorte ; ma con l'applicazione di 
questo principio i figli, gii ascendenti ed i collate- 
rali del defunto saranno privati indebitamente di 
una non indifferente porzione della eredità cui 
hanno diritto secondo la legge del proprio paese, 
secondo la propria mentalità giuridica e secondo 
le proprie idee nazionali ! 

Per le nostre leggi il curatore legale dei minori 
è tenuto a investire i beni dei minori medesimi 
con certe garanzie e sotto la sorveglianza dell'au- 
torità giudiziaria. Secondo le leggi di molti Stati 
americani invece il guardian ha l'amministrazione 
di questi beni, certe volte dietro un ì)ond o cauzione 
(in Argentina si dice Imjo fianza) e certe volte 
senza nessuna limitazione. 

Si può facilmente immaginare quali inconve- 
nienti enormi produca questo deplorevole stato di 
cose ; e la colpa non è certo del nostro governo, 
né del governo federale americano, ma della cao- 
tica confusione prodotta dai sistemi delle demo- 
crazie federative. 

In Francia vige un accordo abbastanza perfetto 
sia in materia di matrimoni che di atti di nascita 
e di morte. Gli atti di nascita e di morte sono 
trasmessi in Italia per il tramite della Regia Am- 



288 Capo undecimo 



basciata. Per i matrimoni è competente il console 
se entrambe le parti sono italiane; nei casi di na- 
zionalità diversa, i due governi hanno stabilito una 
formula bilingue per le formalità delle pubblica- 
zioni da farsi nei due paesi e nell'ultima resi- 
denza dei fidanzati. 

Anche coll'Argentina vige un accordo per lo 
scambio degli atti di morte, ma non degli atti di 
nascita, per il principio che chi nasce in America 
viene reputato americano, qualunque siano le di- 
sposizioni della propria legge nazionale. 

Negli Stati Uniti invece purtroppo lo stato ci- 
vile è una vera baraonda. Sono reputati ufficiali 
di stato civile non solo i funzionari di tutti gli 
Stati, ma i notai pubblici e i ministri di tutti i 
culti che vigono in America i quali sono 28 ! Si 
comprende facilmente come possa accadere con una 
relativa agevolezza che un individuo non solo riesca 
ad essere bigamo, ma a sposarsi otto o dieci volte^ 
senza darsi la pena di pigliare il divorzio che pure 
non è difficile. Per dare un' idea della facilità che 
vi è negli Stati Uniti per essere nominato pubblico 
notaio, basta dire che negli Stati del Nord West 
è sufficiente la raccomandazione di due persone 
influenti e finanziariamente « responsabili » e la 
carta di cittadinanza americana. Si può immagi- 
nare la sintassi e la grammatica con la quale sono 
redatti per conseguenza certi atti notarili ! 

Recentemente furono organizzati, per gli atti di 
nascita e di morte, i cosi detti State Boards of 
Health ai quali i dottori e le levatrici devono ri- 
portare le nascite e le morti ; ma a parte che in 
molti Stati la istituzione è recentissima, la igno- 



U emigrazione italiana 289 

ranza generale di tutte le lingue straniere fa si 
che gli atti siano talvolta un dedalo inestricabile 
tanto per chi conosca la lingua inglese che per chi 
conosca la lingua italiana. Ad esempio Francesco 
Arminetto può diventare Frank Monke, Giacomo 
Traverso può diventare Joe Trevis, Michele Panato, 
Mike Panto. 

In America ancora la correzione degli atti di stato 
civile è cosa relativamente agevole, bastando un 
atto di notorietà redatto dinanzi a notaio; ma si pensi 
alle difficoltà che possono sorgere in Italia dove 
a norma dell'articolo 845 del Codice di procedura 
civile è prescritta una sentenza di rettificazione! 

In tutte queste cose sarebbero necessari accordi, 
sempre nuovi accordi ; ma più degli accordi sarebbe 
necessaria da parte delle autorità statali americane 
la buona volontà di osservarli ! 

Per affinità di logica dovremo passare a discor- 
rere dèlia famosa questione della doppia nazio- 
nalità. 

Tale questione formò una delle discussioni più 
importanti e più interessanti avvenute in Roma 
nel 1909 al primo congresso degli Italiani all'estero. 

La nuova legge, che è chiamata erroneamente 
della doppia nazionalità, è quella (31 gennaio 1901) 
che ha abrogato il paragrafo III dell' articolo II 
del nostro Codice civile e che ha sancito all'arti- 
colo 36 le seguenti disposizioni: « La cittadinanza 
« italiana, comprendente l'acquisto e l'esercizio dei 
« diritti politici attribuiti ai cittadini, potrà essere 
« concessa, per Decreto del Ministro dell' Interno 
« di concerto col Ministro degli Affari Esteri a chi, 
« nato nel Regno o all'estero e diventato straniero 

19 



290 Capo undecimo 

— — ^ 

« perchè figlio minore di padre che ha perduto la 
« cittadinanza prima della sua nascita, non abbia, 
« secondo gli articoli 5, 6 e 11 del Codice civile di- 
« chiarato entro l'anno dalla età maggiore di eleg- 
« gere la qualità di cittadino, ovvero abbia optato 
« per la cittadinanza estera, purché dichiari di fis^ 
« sare il suo domicilio nel Regno ». 

Molti dei nostri emigranti non hanno bene affer- 
rato il significato di queste disposizioni e credono 
che l'Italia ammetta in un solo individuo la qua- 
lità di cittadino di due Stati. 

1 sistemi adottati dalle legislazioni a questo pro- 
posito sono tre. Il sistema tedesco e svizzero, che 
ammette, con certe limitazioni, il principio della 
doppia nazionalità; il sistema francese che la esclude 
nel modo più assoluto; il sistema italiano, che pure 
non ammettendola, ha introdotto alcuni tempera- 
menti come quello formulato nella nuova legge del- 
l'emigrazione. 

Quello che è certo è che l' Italia non ha ancora 
ammesso il principio. L'onorevole Scialoia, che fu 
relatore del progetto di legge sulle modificazioni da 
apportarsi alle disposizioni del nostro Codice civile 
regolanti la nazionalità, nel congresso degli Italiani 
all'estero al quale era presente lo scrittore di que- 
ste pagine, cominciò il suo mirabile discorso circa 
tale questione con queste parole : « Con il progetto 
« di legge che noi desideriamo presentare al Parla- 
« mento, vogliamo introdurre nella nostra legisla- 
« zione alcune disposizioni che addolciscano la se- 
« verità delle disposizioni tradizionali della nostra 
« legge, contenute nei primi quindici articoli del 
« nostro Codice. Non è però affatto nostra intenzione 



L'emigì^azione italiana 291 

« il portare alcuna variante radicale al sistema ge- 
« nerale che regola la nazionalità nella nostra 
« legge, introducendo quel mostro giuridico, desi- 
« net in piscem 7nulier fonnosa superne, che ò la 
« doppia nazionalità ». 

Ammaliato dall'eloquenza dell'eccellente oratore, 
io che ascoltavo, data la mia educazione accade- 
mica europea, non potevo che aderire toto corde 
alle idee dello Scialoia, inoppugnabili dal lato giu- 
ridico. Dopo una lunga residenza in America le mie 
idee in proposito sono molto cambiate, inquantochè 
dovetti accertare che la forza delle colonie tede- 
sche al Brasile, nel Cile, nel Perù, in Argentina, e 
delle colonie tedesche ed irlandesi negli Stati Uniti, 
derivava precisamente e principalmente dal fatto 
che molti tedeschi ed irlandesi avevano assunto la 
cittadinanza americana, con la cittadinanza l' in- 
fluenza elettorale (il xjool) e con l' influenza elet- 
torale erano giunti ad imporsi nella vita politica, 
economica, commerciale e sociale del paese. 

Infatti, giudicando con criteri pratici e non con 
criteri dottrinari, quale è il vero, insormontabile 
ostacolo al principio della doppia nazionalità? L'ob- 
bligo del servizio militare e la possibilità di un con- 
flitto armato tra il paese di origine ed il paese di 
adozione. Quello che è quindi essenziale è regolare 
gli obblighi dei cittadini di fronte al servizio mi- 
litare, in modo da non indebolire le forze militari 
del paese d' origine ; ma certo togliere all' emi- 
grazione la possibilità di acquistare con la citta- 
dinanza il potere politico e l'influenza politica nei 
paese di adozione, è togliere loro una grande forza. 

Sono sicuro che se il numero dei cittadini ame- 



292 Capo undecimo 



ricani di nazionalità italiana attualmente esistenti 
negli Stati Uniti triplicasse per incanto, sparirebbe 
per incanto dai giornali americani e dalla comme- 
dia popolare la ignobile parola dago e sparirebbe 
dalle scene la figura caratteristica del dago col col- 
tello a serramanico e gli orecchini, dolorosamente 
offensiva per noi. 

Nel capitolo II accennammo che dalle statisti- 
che del 1914 risultavano naturalizzati negli Stati 
Uniti 126 523 italiani su un totale di 712 812 cit- 
tadini maschi maggiori di 21 anni di nazionalità 
italiana residenti nella Confederazione. 

La proporzione delle varie nazionalità è la se- 
guente : 

residenti maggiori 

di 21 anno naturaUzzati 

Germania 1 278 677 889 007 ^ 

Inghilterra .... 1211182 770094 

Norvegia 213 042 121651 

Danimarca .... 102398 63068 

Svezia 340 022 219 057 

Olanda 59 752 33 922 

Francia 59 661 29 613 

Belgio 27 619 11869 

Svizzera 69 241 12 760 

Portogallo .... 28693 7141 

Spagna 14 170 2 318 

Russia 737 120 129 264 

Austria 609 347 149 610 

Bulgaria, Serbia, Mon- 
tenegro 17 524 821 

Grecia 74 975 4 946 

Turchia 22 788 1474. 



Uemigrazione italiana 293 

L'esame di questi dati statistici che cosa dimo- 
stra? Che i popoli del Nord Europa e delle nazioni 
più progredite assumono più spesso la cittadinanza 
americana. La maggiore proporzione si trova j tra 
gli Svedesi, gli Svizzeri, i Norvegesi, gli Olandesi, 
i Tedeschi, gli Liglesi, mentre la minore propor- 
zione si trova tra i Russi, gli Italiani, gli Unghe- 
resi, i Bulgari, gli Spagnuoli, i Portoghesi, i' Greci 
e i Turchi, cioè le nazioni che hanno tra i loro 
emigranti negli Stati Uniti la maggior percentuale 
di analfabeti. 

Il Talbot nel suo recente rapporto pubblicato dal 
governo americano ha dimostrato che negli ultimi 
quindici anni su 11726606 emigranti maggiori di 
quattordici anni ammessi negli Stati Uniti, un 
quarto non sapevano né leggere né scrivere e pre- 
cisamente il 26,55 ^/o- Di questi 3 634 658 vennero 
dall' Europa del Nord, con 132 069 illetterati, cioè 
il 4,1 ''/o ; dall' Europa orientale ne vennero 4 674 144 
con una percentuale del 46,4 di illetterati ; dal- 
l' Europa del Sud 2 834 601 dei quali il 43,9 «/o erano 
illetterati ; dall'Asia 338 900 con una percentuale 
di illetterati di 3,2. 

Nella percentuale singola di analfabetismo del- 
l' Europa meridionale noi avemmo sventuratamente 
una quota altissima, del 52,3 *^/o, superata solo da 
poche razze, tra le quali i Lituani che ebbero 
il 53,4 »/o. 

Ora siccome non è ammissibile che il patriot- 
tismo sia un monopolio degli Italiani, ed i Fran- 
cesi, gli Inglesi e i Belgi dettero recentissimamente 
prove di non essere meno patriotti degli Italiani, 
ne viene di conseguenza, che il fatto di non pren- 



294 Capo undecimo 



(leve la cittadinanza americana non deriva spe- 
cialmente dal patriottismo, ma dalla mancanza di 
coltura e di preparazione della nostra povera emi- 
grazione. È a tale mancanza di coltura che essa 
deve la maggior parte dei mali che la opprimono, 
e la poca considerazione in cui è tenuta all'estero, 
malgrado i preziosi servizi che essa rende nei paesi' 
di destinazione. 

Veniamo ora per logica connessione a parlare 
della posizione speciale degli emigranti di fronte 
al patrio servizio militare. 

Il compianto console generale in Marsiglia, com- 
mendatore Cesare Biancheri, nell' ultimare e con- 
cludere il suo rapporto organico per 1' anno 1911 
su quella importante colonia, accennando alle di- 
sposizioni larghe e generose emanate a beneficio 
dell'emigrazione dalla nuova istruzione per il ser- 
vizio della leva all' estero, impartita il 10 ago- 
sto 1913 dal ministro Spingardi, disposizioni che 
già in gran parte preesistevano e sull'opportunità 
delle quali si erano interrogati i regi consoli, di- 
ceva che il Regio Governo, con le sue disposizioni 
speciali verso l'emigrazione in materia di diritto 
militare, aveva fatto una politica di vero e proprio 
favoreggiamento ed incentivo dell'emigrazione. 

Tale politica è opportuna? 

La risposta a tale domanda è strettamente col- 
legata con la sua premessa logica, se l'emigrazione, 
per l'Italia, sia un bene o un male. Se l'emigra- 
zione è un bene, ben si appose il governo con le 
misure larghe e generose verso gli emigranti ; se 
r emigrazione è un male, tali misure furono uno 
sbaglio. 



L'emigrazione italiana 295 



Questo libro non è di natura politicale quindi ci 
asterremo qui dal discutere la questione fondamen- 
tale, limitandoci ad accennarne brevemente nella 
conclusione. Ci limiteremo ad enumerare i vantaggi 
di cui gode l'emigrante all'estero, dimostrando che 
gli effetti di tale posizione privilegiata non furono 
molto felici nell' attuale conflitto europeo. 

Per il § 98 della nuova istruzione, colui che 
sia emigrato per un paese transatlantico prima 
dei 16 anni, ha diritto ad essere dispensato prov- 
visoriamente dal servizio militare in tempo di pace. 
Per l'articolo 102 tutti coloro che risultano tro- 
varsi all' estero all' epoca della leva, ed apparte- 
nere al contingente di 2.* o 3.* categoria, debbono 
essere di ufficio passati nella categoria medesima. 
La seconda e la terza categoria non saranno te- 
nute a prestare nessun servizio in tempo di pace 
durante la loro dimora all'estero. 

Una disposizione ingiustificabile della nuova istru- 
zione per la leva all'estero è quella del § 27 per cui 
le visite mediche dinanzi ai consoli sono a carico 
degli interessati. Non possiamo in nessun modo ap- 
provare tale disposizione che è sorgente di criti- 
che e proteste infinite nelle colonie, e che è in 
aperto contrasto con lo spirito eccessivaìnente libe- 
rale che aleggia in tutta l' Istruzione della leva 
all'estero. 

Sulla frase « eccessivamente liberale », non vor- 
remmo essere fraintesi. Il Governo italiano è uno 
dei governi più democratici d' Europa, ed il suo in- 
dirizzo francamente liberale è giusto che non sia 
smentito da nessuna disposizione contraria allo spi- 
rito moderno che aleggia in tutta la sua legisla- 



296 Capo undecimo 



zione. Questa politica larga in materia militare ha 
dato però risultati adeguati in tempo di guerra 
quando la Patria in pericolo ha fatto appello aiJ 
suoi figli lontani? Malgrado le ostilità che ci può! 
procurare lo esprimere la nostra opinione su que- 
sto delicato argomento, non nascondiamo il nostro 
parere negativo. Certo centinaia e migliaia di eroici 
figli d' Italia corsero dalle lontane Americhe al- 
l' appello della Patria, si batterono eroicamente e 
riscattarono col loro sangue nobilissimo la buona 
rinomanza della nostra emigrazione; ma una parte 
notevole di essa non rispose. 

Due argomenti sono stati portati nel Parlamento 
italiano per difendere la emigrazione da questa ac-i 
cusa : uno, V ignoranza di molti connazionali delle 
disposizioni tassative di legge ; l'altro, il mancato 
rimpatrio delle famiglie dei militari renitenti. 

Uno di questi argomenti può essere sostenuto. 
I consoli e la stampa italiana fecero certo di tutto 
per portare i connazionali a conoscenza dei loro 
obblighi militari, ma l' America è grande, molti 
sono coloro che non sanno né leggere né scrivere, 
e se la presunzione della ignoranza della legge non 
è ammissibile in diritto, si potrebbe ammettere in; 
fatto in difesa della nostra emigrazione. 

Quello del rimpatrio delle famiglie non esitiamo 
a chiamarlo una ben povera giustificazione. I Fran- 
cesi in proporzione rimpatriarono di più ; ciò si può 
spiegare in parte, e anzi ciò suffraga la nostra tesi, 
perché la loro legge su tale argomento é assai più 
severa ; eppure il governo francese non procedette 
che raramente ed in via di eccezione al rimpatrio 
delle famiglie dei militari mobilitati. 



Uemigrazimie italiana 



297 



Inoltre l'emigrazione italiana nella maggioranza 
dei paesi d'America dà una enorme percentuale di 
espatrianti isolati e non accompagnati dalle loro 
famiglie. Tutta 1' emigrazione temporanea diretta 
in Argentina, della quale abbiamo parlato nel ca- 
pitolo IV (golondrinas) è composta di uomini soli. 

La emigrazione meridionale soprattutto dà una 
proporzione di emigranti isolati enormemente su- 
periore a quella di emigranti accompagnati dalle 
loro famiglie. Nel biennio 1904-1906 contro 527 263 
individui isolati ne emigrarono 134 570 con fami- 
glia; nel 1894-1896 contro 163 065 isolati 112 264 con 
famiglia ; nel 1884-86, 108 939 isolati e 48 407 con 
famiglia ; nel 1876-78, 77 674 isolati contro 23 743 
con famiglia. Dunque il numero degli individui 
isolati è in media circa il, triplo di quelli accom- 
pagnati con famiglia. Non è nemmeno da presumere 
che molti emigranti isolati abbiano contratto ma- 
trimonio all'estero dopo la loro partenza. In Italia 
chi dà il maggior contingente all'emigrazione sono 
le classi popolari le quali hanno elevatissimo l'in- 
dice della nuzialità. Nella seconda metà del secolo 
scorso la percentuale della nuzialità dei diversi 
paesi fu la seguente : 



sa 1000 ab. 




su 1000 ab 


Serbia . . . 12,41 


Francia . 


. 7,79 


Croazia . . . 10,62 


Svizzera . 


. 7,41 


Ungheria . . 10,30 


Spagna 


. 7,32 


Rhode-Island . 9,69 


Belgio . . 


. 7,15 


Massachussetts 9,44 


Svezia . 


. 6,87 


Russia . . . 9,41 


Norvegia . 


. 6,52 


Prussia. . . 8,61 


Rumania . 


. 6,54 


Inghilterra. . 8,08 


Grecia . . 


. 6,11 


Olanda . . . 7,99 


Irlanda . . 


4,77 



Capo undecimo 



L' Italia ebbe una percentuale di 7,71 e tale per- 
centuale è data piuttosto dalle classi popolari che 
dalle classi borghesi. 

Ad ogni modo è da osservarsi che il governo, 
nell'accordare i passaporti, tra gli obblighi condi- 
zionali impone agli emigranti quello di ottemperare 
agli obblighi di leva ed inoltre che il governo, spe- 
cialmente in certi paesi distanti dalle coste, dove 
non esistono servizi marittimi direttamente colle- 
ganti con l'Italia, si addosserebbe veramente spese 
enormi ammettendo il principio del rimpatrio a sue 
spese della famiglia dell'emigrante richiamato sotto 
le armi. In via di esempio diremo che il solo bi- 
glietto ferroviario dalla costa del Pacifico a New- 
York per una sola persona costa dollari 71 : al 
cambio vigente durante la guerra, quasi 500 lire ! 

Per finire questo capitolo accenneremo brevissi- 
mamente all'emigrazione della gente di mare. 

Nel capitolo III accennammo brevemente alla 
nostra emigrazione marinara a Marsiglia e in 
Oriente. 

Il regime giuridico attuale della nostra gente di 
mare è il seguente. Il giovinetto che aspiri ad es- 
sere iscritto tra la gente di mare deve fare do- 
manda corredata di vari documenti (tra i quali il 
consenso paterno o tutorio se si tratta di minore) 
al comandante del dipartimento marittimo presso 
il quale esso vuole essere iscritto. Quando l' iscri- 
zione sia compiuta egli viene autorizzato ad im- 
barcarsi e sotto date condizioni gli viene conferito 
il libretto di navigazione. In base agli anni di na- 
vigazione computati dalla Cassa Invalidi della ma- 
rina mercantile col deconto del libretto, egli viene 



L'emigrazione italiana 299 

poi ammesso a godere della pensione della Cassa 
Invalidi. Tali pensioni, insieme a quelle dei vete- 
rani e degli ex-funzionari dello Stato e sotto-uffi- 
ciali, sono le pensioni vitalizie più frequentemente 
pagate dai Regi Uffici all'estero. 

Per l'avvenire della nostra marina mercantile e 
per r interesse della nostra bandiera marittima, ci 
piacerebbe che fossero prese delle restrizioni circa 
la emigrazione della gente di mare. Attualmente 
tutte le Compagnie straniere sono piene di nostri 
marinari che navigano sotto bandiera straniera, 
mentre spesso in Italia i nostri transatlantici sten- 
tano a completare gli equipaggi. La difficoltà non 
dipende da mancanza di personale, ma soprattutto 
dall'emigrazione. 

Ci piacerebbe che le nostre leggi marittime san- 
cissero la perdita del diritto alla pensione della 
Cassa Invalidi, per colui che senza giustificato mo- 
tivo sia restato per più di un anno senza navigare 
sotto bandiera nazionale. I giovinetti che aspirano 
allora alla vita marinara, saprebbero che il loro 
governo non accorda loro una protezione ed un 
tirocinio del quale più tardi dovranno approfittare 
le marine straniere e spesso le marine nostre con- 
correnti, come accadeva prima della guerra al 
Lloyd austriaco! 



CAPO DODICESIMO. 



L'emigrazione come fenomeno sociale. — È un bene o un 
male? — Necessità di incanalarla intelligentemente e 
di prepararla alle conquiste dei mercati di lavoro. — 
Esempi stranieri. — Riforme da introdursi nel servizio 
consolare. 



Come abbiamo accennato nella prefazione di que 
sto lavoro, in Italia, soprattutto da cinquantanni 
ad oggi, molto si è detto ed anche molto si è scritto 
sull'emigrazione, ma gli scrittori si sono piuttosto 
occupati in modo limitato e analitico, del fenomeno 
migratorio diretto verso questo o quel paese, senza 
affrontare la questione fondamentale, ontologica, se 
l'emigrazione sia un fenomeno desiderabile e degno 
di essere incoraggiato, o sia un sintomo doloroso 
contro il quale le nostre leggi ed i nostri sforzi 
debbano fare tutto il possibile per reagire. 

Perchè questo silenzio ? Secondo me per due mo 
tivi : il primo si è che il grande fenomeno migra- 
torio in Italia è relativamente recente ; il secondo, 
che nella mentalità dei nostri scrittori si è for- 
mato una specie di pregiudizio, di idea preconcetta 
che l'emigrazione sia un fenomeno benefico e che 
meriti di essere aiutato e incoraggiato. Come os- 






L'emigrazione Uàliana 301 

servammo nel capitolo precedente, di tale pregiu- 
dizio si vede il miraggio nella più recente legi- 
slazione. 

Nel capitolo ITI dimostrammo che V Italia si in- 
camminò sulla via della grande emigrazione nei 
principii del secolo XIX, ma il fenomeno non di- 
ventò imponente, diremo allarmante, che negli ul- 
timi cinquant' anni. 

Nel 1866 su 100 000 abitanti vi furono in In- 
ghilterra 520,9 emigranti, in Iscozia ed Irlanda 
634,24, in Norvegia 724,1, in Svezia 397,6, in Por- 
togallo 372, in Danimarca 302,9, in Svizzera 308,8, 
in Italia 294,4, in Germania 163,7. Tale condizione 
di cose si era cambiata neir epoca recentissima 
nella quale noi eravamo divenuti la nazione più 
migratrice del mondo. 

Vedemmo nel capitolo II che il miglioramento 
delle condizioni delle classi operaie in Germania 
e delle classi agricole in Irlanda aveva, se non 
fatto cessare, dato un forte colpo di arresto al- 
l'emigrazione da quei paesi. Potremmo negare che 
dal 1870 ad oggi le condizioni delle classi operaie 
in Italia siano migliorate straordinariamente? 

A chi lo dubitasse risponderebbero i fatti. I sa- 
lari nell'Italia settentrionale sono raddoppiati, il 
Parlamento ha approvato leggi tutorie del lavoro, 
l'opinione pubblica non è stata mai come oggi fa- 
vorevole alla causa nobile e santa delle classi la- 
voratrici. Mi limito a citare la legge sulle otto ore 
in molte industrie, le leggi limitative del lavoro 
delle donne e dei fanciulli, la legge sul riposo do- 
menicale, sugli infortuni sul lavoro, sulla Cassa 
Nazionale di Previdenza, sui Probiviri, ecc. 



I 



B02 Capo dodicesimo 



Nel 1887 i salari medi degli uomini addetti alle' 
industrie tessili non sorpassavano le lire 4,95 per gli; 
abili tessitori, 2,86 per gli scardassadori, 5,50 peri 
i filatori; le donne erano pagate la metà. Nella; 
fabbricazione della carta gli uomini addetti alla la- 
Adorazione degli stracci erano pagati lire 1,98, e lol 
stesso quelli addetti alla preparazione della pasta ; 
quelli che fabbricavano la carta propriamente detta, 
avevano lire 2,20. Nella fabbricazione delle candele 
lire 4,80 ai capi laboratorio, 3,00 agli operai pro- 
vetti, 1,20 alle operaie. Nelle miniere della Sarde- 
gna lire 2,40 ai minatori sardi e 4,00 ai continen- 
tali, 3,40 ai muratori. Nelle solfatare della Sicilia 
lire 2,45 agli operai comuni e 2,50 ai muratori. 
Tali salari rappresentavano il doppio dei salari di- 
stribuiti venticinque anni prima, mentre oggi sono 
aumentati da un terzo a due terzi. 

D'altro lato la richiesta di mano d'opera in Ita-, 
lia è notevole. Con eccezione di poche categorie di 
unsMlled labourers e di alcune province, la ricerca 
di mano d' opera è abbastanza frequente e questa! 
scarseggia anzi che abbondare. 

Nella seconda metà del secolo XIX l'Italia era. 
bensì uno dei paesi d' Europa nel quale i salari 
erano più bassi, ma tale condizione di cose in que-' 
sti ultimi anni si era andata notevolmente modi- 
ficando. Quindi il fenomeno dell' emigrazione, nelle 
proporzioni allarmanti che esso ha preso in que- 
sti ultimi anni, non si spiega con la miseria, o 
per lo meno con essa non si spiegherebbe se non 
parzialmente, limitatamente a certe regioni, e den- 
tro certe determinate condizioni di spazio e di 
tempo. 



L'emigrazione italiana 303 

Daremo un' idea dei salari dei nostri emigranti 
all'estero. Nella Luisiana i braccianti comuni per- 
cepiscono dollari 1,50; i lavoratori agricoli giorna- 
lieri però non più di un dollaro e nella bassa Lui- 
siana perfino 80 cents. al giorno (rapporto del conte 
Moroni nel 1908). Un po' migliori risultavano prima 
della guerra le condizioni degli operai al Canada 
(rapporto dello stesso conte Moroni nel 1915). I fa- 
legnami erano pagati 35 cents. all'ora, gli elettri- 
cisti 40, i fabbri ferrai da 40 a 60, gli aiutanti 
muratori da 25 a 35, i semplici braccianti una 
media di 25 cents. all' ora. I barbieri guadagnano 
da 12 a 15 dollari per settimana, i sarti da 15 a 24, 
i calzolai da 10 a 15, le domestiche da 15 a 20 al 
mese, i camerieri di restaurant da 30 a 35 al mese. 

Secondo il già citato rapporto del console Sabetta 
nel 1908 in Tunisia il salario giornaliero dei mi- 
natori è dalle 4 alle 6 lire, dalle 3 alle 3,75 quello 
dei manovali, 7 per i carrettieri, 2,75 per i terraz- 
zieri, da lire 6 a lire 8 per i muratori. 

In Svizzera gli operai meglio pagati sono quelli 
adibiti alla costruzione delle ferrovie, per lo meno 
tra gli operai di uììshilled lahour. Secondo il rap- 
porto del console Carnelutti del 1914 i manovali 
avrebbero avuto da lire 0,45 a 0,55 l'ora ; i mura- 
tori 0,70, i minatori 0,55. 

In Australia lo stipendio degli operai è piuttosto 
elevato. I fabbri possono guadagnare 10 scellini al 
giorno, gli operai in genere 7 scellini. Tra gli ope- 
rai di shilled labour, potremmo citare i muratori, i 
carpentieri, gli stampatori, i meccanici, i muratori 
spaccapietre che possono guadagnare uno scellino 
l'ora. 



304 Capo dodicesimo 



In generale invece la mano d'opera in Argentina 
non è pagata molto. Gli stipendi più elevati sono 
quelli percepiti dall'emigrazione temporanea degli 
operai che si recano nelle varie parti dell'Argen- 
tina per r epoca dei raccolti. Nelle buone an- 
nate, durante la raccolta del frumento e del lino, 
gli emigranti riescono a percepire stipendi am- 
montanti fino a lire 17,60 e lire 13,30 al giorno. 
Stipendi abbastanza elevati sono percepiti dagli 
operai che si recano nella provincia di Mendoza 
all'epoca della vendemmia o cosecha. Il giornaliero 
ordinario però non percepisce più di pezzi due al 
giorno, e ciò a causa soprattutto della concorrenza 
della mano d'opera spagnuola, assai poco apprez- 
zata, ma a buon mercato. 

In California gli stipendi si sono mantenuti ab- 
bastanza alti da una quarantina d' anni a questa 
parte. Gli sterratori guadagnano dollari 2,00 al 
giorno; 2,25 i carrettieri; 2,25 i raccoglitori d'uva; . 
3,00 i fabbro-ferrai; tutti per dieci ore di lavoro. 
Nei tempi recentissimi però i sindacati sono giunti 
a imporsi maggiormente che nelle altre parti degli 
Stati Uniti, esigendo un leggero aumento di sa- 
lari e soprattutto una notevole diminuzione delle 
ore di lavoro. 

Secondo un rapporto del 1913 del cavaliere De Lue- 
chi, console ad Innsbruck, i salari giornalieri medi 
vigenti in Austria sarebbero stati i seguenti : ma- 
novali corone 2,40 ; sterratori 3,20 ; agricoltori 2 ; 
falegnami 4 ; muratori 4,40 ; scalpellini 3,80 ; fab- 
bri 3,60; meccanici 4,70; minatori da 5,90 a 7,60. 
Importante per noi è la paga dei lavoratori in ce- 
mento, variante da corone 4,50 a 5,50, in quanto- 



L'emigrazione italiana 305 

che una gran parte di questi lavoratori sono i no- 
stri fabbricanti di pavimenti veneziani. 

Secondo quanto riferisce l'egregio dottor Palma 
di Castiglione in un suo interessante rapporto del 
1913, assai tristi sarebbero le condizioni della mano 
d'opera nell' Europa orientale. In Romania risul- 
tarono esistere ben 5847 operai aventi per retri- 
buzione il solo vitto ed alloggio, 4219 con stipen- 
dio di una lira, 14020 con stipendio inferiore a 2 
lire; con stipendio superiore a 15 lire si trovavano 
in queir epoca solo 15 artigiani. Gli operai addetti 
alle grandi industrie ed alle strade ferrate però 
si trovano in condizioni un po' migliori. In Serbia 
i muratori erano pagati da lire 3 a 5 al giorno, i 
manovali lire 2,50, gli aiuto-manovali 1,60, i fale- 
gnami da 4,00 a 6,50, i tessitori da 2 a 4, i tintori 
da 4 a 7, gli scalpellini serbi da 4 a 6, ma i pro- 
vetti scalpellini italiani da 6 a 15 lire. In entrambi 
i paesi le condizioni della mano d'opera sono rese 
abbastanza tristi dalla concorrenza dell' emigra- 
zione bulgara, inintelligente ma laboriosa, robusta 
e temperante. 

Come si vede quindi da questi dati abbastanza 
vaghi e superficiali, le condizioni della mano 
d'opera all'estero, specialmente tenuto conto delle 
spese del vivere, abbastanza elevate soprattutto 
in America, delle spese di viaggio e dei gravi sa- 
crifici che sono imposti all'operaio dal fatto di 
dovere espatriare spesso in paesi nuovi, mancanti 
di qualsiasi comodità, di qualsiasi tutela del lavoro, 
non giustificano la vocazione migratoria cosi ar- 
dente e cosi dilagata, come si è manifestata in 
quest'ultimi tempi, della nostra mano d'opera. 

iiO 



306 Capo dodicesimo 



1 salari più elevati si riscontrano in generale 
nelle industrie più rischiose, più difficili e più dure 
(minatori, scalpellini, fonditori) ; in tali industrie i 
salari sono relativamente elevati anche in Italia. 

In molti paesi il costo della vita costringe l'emi- 
grante che voglia accumulare un piccolo capitale 
a economie e privazioni non solo sul superfluo, ma 
spesso altresì sul necessario ; ne viene di conse- 
guenza che in quei paesi i nostri emigranti, ani- 
mati dal desiderio di guadagno e di tornare in pa- 
tria con un gruzzolo, si impongono privazioni e 
patimenti a danno della loro salute, trascurano 
l'apparenza e spesso la pulizia, tutto ciò a detri- 
mento del decoro e della buona reputazione della 
mano d'opera italiana che viene di conseguenza da- 
gli elementi indigeni calcolata al di sotto del pro- 
prio valore e messa in confronto ingiustamente con 
la mano d'opera di emigranti di razze inferiori. 

Queste brevi considerazioni conducono fatalmente 
ad un fatale dilemma: lo sviluppo dell'emigrazione 
in quest'ultimi anni, è dovuto esclusivamente ad 
un bisogno storico e ad un fenomeno economico, 
è dovuto in parte ad una vera e propria mania 
migratoria? Il dilemma doloroso costituirà l'argo- 
mento della nostra conclusione. 

Veniamo a parlare ora brevemente di un argo 
mento che interessa da vicino la nostra emigra- 
zione e la tutela di essa, cioè l'organizzazione della 
carriera consolare. 

L'ordinamento della carriera consolare è stretta- 
mente collegato all' importanza del fenomeno mi- 
gratorio. Il console è il tutore naturale dell'emi- 
grante che espatria, e l'emigrante, soprattutto quello 



L'emigrazione italiana 307 

di scarsa coltura^ dal console si attende tutti gli 
incoraggiamenti, mentre il console come rappre- 
sentante del proprio governo più vicino agli emi- 
granti stessi, viene incolpato di tutti i mali di cui 
soffre l'emigrazione : due esagerazioni entrambe. 

Da questa falsa idea della missione consolare 
derivano tutti i mali che insidiano la nostra car- 
riera consolare, pur cosi degna di stima e di con- 
siderazione e cosi corrispondente in genere alla al- 
tezza della missione che compie. 

Il governo italiano, dopo la fondazione del Regno, 
ha fatto molto per la tutela dell'emigrazione, men- 
tre molto non fu fatto, almeno in proporzione, per 
la carriera consolare. Ne venne di conseguenza che 
la maggioranza dei funzionari, onestissimi, alta- 
mente competenti ed istruiti, sanamente scelti, dopo 
non molti anni di servizio sono degli scoraggiati e 
dei malcontenti. 

La Camera dei Deputati, i Ministri ed il Parla- 
mento, avranno discusso un quindicina di volte i 
criteri da introdursi per una modificazione radi- 
cale della legge 28 gennaio 1866 regolante la car- 
riera consolare ed il servizio dei consolati; ma, sia 
per insufficiente interessamento della pubblica opi- 
nione, sia per altre ragioni, ad una riforma radi- 
cale non si è mai venuti ed i mali che minano la 
vita pur sanissima del nostro organismo consolare 
persistono e non accennano a diminuire. Intanto 
gli emigranti seguitano a protestare, a reclamare, 
a lamentarsi, qualche volta, assai raramente, con 
ragione, qualche volta, assai più spesso, a torto. 

In tesi generale le riforme principali che si im- 
pongono sono le seguenti : 



308 Capo dodicesimo 



I 



L° Modificazione dell'organico dei consolati e 
dello stato giuridico dei consoli. 

2.° Modificazione radicale del personale di se- 
conda categoria. 

3.° Riforma delle cancellerie consolari. 

Discuteremo brevemente ad una ad una queste 
tre gravissime questioni. 

Riguardo alla prima questione distingueremo tre 
fasi : reclutamento dei funzionari ; loro retribu- 
zione e stato finanziario ; loro situazione morale. 

Riguardo al reclutamento dei funzionari, argo- 
mento che ha subito le critiche più ingiuste ed 
acerbe, non solo nelle colonne dei giornali sovver- 
sivi e di opposizione, ma purtroppo anche qualche 
volta in seno al Parlamento italiano, non esite- 
remo a qualificarlo non buono ma ottimo. 

Il concorso è fatto con criteri equi ed obbiettivi, 
la materia d'esame è vasta e sufficiente. Sarebbe 
desiderabile forse una maggiore estensione di col- 
tura pratica e commerciale, anche, se non è possi- 
bile altrimenti, a detrimento della cultura storica 
e giuridica. La storia ed il diritto sono necessari 
per un console, indispensabili per un diplomatico; 
la cultura commerciale è necessaria per un diplo- 
matico, indispensabile per un console. 

Una delle condizioni contro le quali maggior- 
mente insistette 1' opposizione è quella della ren- 
dita prescritta per essere ammessi al concorso 
della carriera consolare; i facili critici accusarono 
il corpo consolare di essere una casta chiusa, or- 
ganizzata aristocraticamente. Niente è più stolto 
di tale accusa. La rendita è 1' unica condizione 
che si possa esigere in un paese democratico per 



L'emigrazione italiana 309 

avere la garanzia di ottenere un reclutamento di 
giovani che abbiano ricevuto nella loro famiglia 
una educazione signorile ed adatta alle relazioni 
sociali che sono indispensabili nel servizio conso- 
lare. La pretesa aristocrazia dei consoli è quella 
che ha reso i consoli medesimi uno dei corpi di 
funzionari amministrativi più disciplinati, più fe- 
deli al loro governo, più indipendenti dalle basse 
e losche camarille che si formano fatalmente in 
tutte le colonie, sia italiane che straniere, anche 
nelle migliori. 

La retribuzione e lo stato finanziario dei fun- 
zionari consolari altresì è materia delicatissima, 
sia perchè la missione consolare impone maneggio 
di somme qualche volta non indifferenti, sia per- 
chè nelle colonie operaie e popolari, quali sono le 
nostre colonie in America, il console spesso è l'unico 
italiano in vista e personalmente noto all'elemento 
locale, il quale per lo più dal genere di vita che 
conduce il console, ne deduce l'autorità e l' impor- 
tanza della nazione che egli rappresenta. 

I nostri consolati, specialmente in America, come 
lavoro, come importanza, come servizio, sono quasi 
sempre alla testa di quasi tutti i consolati esteri. 

A Marsiglia, a Tunisi, a Buenos Aires, a Chicago, 
a San Paolo, a Filadelfia, a Boston, a Cordoba, a 
La Piata, a Rosario, a New-Orleans, ed in infiniti 
centri minori del mondo, la più importante colonia 
straniera è la colonia italiana, qualche volta con 
grande differenza numerica.... A Marsiglia mentre 
gli Italiani sono calcolati a 100 000, gli Spagnuoli 
che seguono per importanza numerica non sono 
che 35 000 ! 



310 Capo dodicesimo 



Data questa maggiore importanza numerica, se 
pure non è ammissibile che la retribuzione dei 
nostri consoli sia superiore a quella dei consoli 
stranieri, specialmente tenuto conto che alcune 
nazioni nelle quali il « funzionarismo » o l'orga- 
nizzazione dei funzionari come casta chiusa pro- 
duce un vero malessere (per esempio la Russia i 
cui consoli sono pagati in modo a dir vero assai 
sproporzionato alla potenzialità finanziaria della 
nazione) essa non deve e non può essere molto 
inferiore. 

Ora quale è lo stato attuale delle cose? Mentre 
la tabella degli assegni, che è rimasta quasi inva- 
riata da quella annessa alla legge consolare del 1866 
sembra dimostrare una retribuzione sufficiente 
nelle diverse residenze consolari, avviene che sul 
titolare dell'Ufficio gravano le spese di cancelleria, 
che qualche volta da sole assorbono più della metà 
dell' assegno. Cosi si trovano alcune residenze in 
America nelle quali il console gode un assegno 
mensile di pressoché lire 2000, ma di queste circa 
lire 700 (al cambio vigente durante la guerra cor- 
rispondenti a 100 dollari) sono assorbite dal solo 
stipendio di un segretario energico e competente. 
Di più gravano sul console le tasse di ricchezza; 
mobile e i danni del cambio, che in certi momenti 
ne rendono la situazione finanziaria assolutamente 
disastrosa. 

Non temo lU esagerare se affermo che nella mag- 
gioranza delle residenze consolari, se il console vuol 
vivere in modo dignitoso e corrispondente al tener 
di vita dei suoi col leghi egli è condannato al celi- 
bato perpetuo; per i consoli ammogliati l'assegno 



V emigrazione italiana 311 

governativo, come era spiritosamente definito dal 
commendatore Bianchi, antico console generale a 
New- York, è.... la miseria in guanti gialli ! 

Sarebbe desiderabile che pur non aumentando gli 
assegni vigenti, anzi lasciandoli invariati e dimi- 
nuendoli in piccola proporzione se è necessario, il 
Regio Governo prendesse a suo conto le spese di 
cancelleria, la retribuzione degli impiegati, e non 
addossasse'ai funzionari, seguendo in questo l'esem- 
pio delle nazioni più importanti come l'Inghilterra, 
la Russia, la Francia, le perdite derivanti dal 
cambio. 

Altrettanto importante e forse di più è la situa- 
zione morale dei funzionari. 

La carriera consolare soffre attualmente di due 
gravi mali morali. Un antagonismo ingiustificato 
di interessi morali coi colleghi della carriera di- 
plomatica e mancanza di personale subordinato. 
L'origine di detti mali deve riscontrarsi nella cosi 
detta legge della « fusione delle carriere » ema- 
nata dal ministro Tittoni e modificata il 18 lu- 
glio 1911. Per tale legge era abolita l'antica car- 
riera dell'amministrazione centrale del Ministero 
degli Affari Esteri e si ripartiva il personale su- 
periore in due categorie generali : « Personale 
Diplomatico » e « Personale Consolare ». Tra le 
due categorie era ammesso il passaggio, ma con 
dovute cautele. 

Sarebbe troppo lungo il discutere sul funziona- 
mento pratico della legge all' atto positivo, e ciò 
condurrebbe fuori dell'argomento, inquantochè og- 
getto di questo lavoro non è l'organizzazione della 
nostra diplomazia, ma la diplomazia in quanto con- 



312 Capo dodicesimo 



cerne i suoi immediati rapporti con la nostra emi- 
grazione. Basterà accennare al fatto che il perso- 
nale consolare fu assegnato in una condizione di in- 
feriorità morale al personale diplomatico, tanto più 
dolorosa, inquantochè sia per l'elettissima composi- 
zione di entrambe le carriere, sia per l'importanza 
singolare che hanno rispetto alla rappresentanza 
italiana all'estero le funzioni consolari, tale inferio- 
rità non è giustificata. L' inferiorità consiste nel 
principio gerarchico e nelle finalità della carriera. Il 
principio gerarchico conduce a questo controsenso 
che un vecchio e valente console generale con 
trenta anni di servizio, può trovarsi disciplinar- 
mente inferiore ad un giovane incaricato d' affari 
con sette od otto anni di servizio ; le differenze 
nelle finalità della carriera consistono nel fatto 
che i consoli non possono mai arrivare ad uno 
stipendio uguale a quello percepito nel grado su- 
premo (ministro di 1.^ classe) dai loro colleghi di 
diplomazia. Chi giudicasse obbiettivamente ne ver- 
rebbe a concludere che la carriera consolare è una 
carriera inferiore alla diplomatica, come quella dei 
sotto-ufficiali a quella degli ufficiali, ma questa con- 
clusione non sarebbe certo nell'intenzione del legi- 
slatore. 

Unico rimedio a tale stato di cose sarebbe l'uni- 
ficazione della carriera, totale od anche parziale 
(sistema francese) di modo che ai consoli più va- 
lenti e meritevoli non fosse troncata la speranza 
di giungere al grado supremo della carriera. 

La mancanza di personale subordinato è altresì 
una conseguenza della legge sopra citata. La legge 
aveva buone intenzioni, che però non furono ab- 



V emigrazione italiana 813 

bastanza logicamente applicate. Per migliorare le 
condizioni del personale consolare si aumentarono 
i posti di console, senza aumentare in proporzione 
i posti di vice-console. Si ottenne, è innegabile, di 
rendere la carriera più rapida i primi anni ; ma ne 
restò di conseguenza che consolati di importanza 
primissima come Rosario, Chicago, Boston, Filadel- 
fia, San Paolo, San Francisco, Salonicco, restarono 
per anni interi senza vice-console. 

Per ovviare a tale inconveniente o bisogna adot- 
tare il sistema inglese ed americano dei vice-con- 
soli-cancellieri {Bepiity Consut) o bisogna, pur mi- 
gliorando economicamente la situazione finanziaria 
dei funzionari consolari, obbligarli a restare più 
lungamente nel grado di vice-console. Secondo me 
questo sarebbe più logico. Data la importanza delle 
nostre colonie un funzionario che non abbia rag- 
giunto una certa età o anzianità in carriera non 
è maturo per le funzioni consolari, da noi special- 
mente importanti. 

Passiamo alla seconda tesi della riforma: la mo- 
dificazione del personale consolare di seconda ca- 
tegoria. 

Il personale consolare di seconda categoria, di- 
ciamolo francamente, è la causa più diretta delle 
critiche meritate che sono rivolte contro il regio 
servizio consolare. 

Non che non vi siano moltissimi funzionari di 
seconda categoria, degni del più grande riguardo e 
della gratitudine dei connazionali e del governo; 
ma un po' per difetto del sistema, un po' per le 
condizioni speciali dei paesi verso i quali emigra 
la nostra gente, è cosa sommamente difficile otte- 



314 Capo dodicesimo 



nere un personale di seconda categoria adeguato 
all'altezza delle sue funzioni. 

In Europa ed in Oriente, T elevata situazione' 
morale che la funzione consolare dà a colui che 
la ricopre, la speranza di compensi morali e di 
decorazioni cavalleresche, rendono meno disage- 
vole il trovare delle persone di buona condizione 
sociale e finanziaria che accettino l'onorifico inca- 
rico. In America però è diflicilissimo trovare una 
persona elevata socialmente, abbiente e di coltura 
sufficiente per esercitare le delicate funzioni. Ciò 
proviene in parte dalla mentalità mercantile che 
regna in quei paesi nuovi, la quale rende alieni 
dall' accettare qualsiasi incarico non retribuito ; 
in parte dalla posizione poco elevata socialmente 
che occupa il funzionario nella democrazia ameri- 
cana, e in parte dal gravoso lavoro che danno le 
nostre agenzie consolari ai loro titolari, molti dei 
quali sono costretti a dedicare all' ufficio consolare 
tutta quasi intera la loro attività. È perciò che in 
una gran parte dei paesi dell'America, la scelta dei 
candidati per le agenzie consolari è ben ristretta. 
Vi aspirerebbero molti connazionali buoni, ma non 
sufficientemente istruiti. Raramente le persone 
istruite ed elevate socialmente accettano la no- 
mina, ed i consoli sono fatalmente ridotti a sce- 
gliere tra gli avvocati senza cause, i medici senza 
pazienti, i commercianti senza affari ; con quali 
conseguenze morali e di servizio è facile immagi- 
narlo ! 

Non insistiamo su tale increscioso argomento e 
passiamo ad occuparci della terza tesi di riforma 
del servizio consolare, che è strettamente colle- 



L'emigraaione italiana 315 

gata con l'argomento immediatamente precedente: 
la riforma delle cancellerie consolari. 

Anche le cancellerie consolari furono uno degli 
argomenti preferibilmente bersagliati dai facili cri- 
tici. Il progetto deir istituzione di un organico di 
cancellieri di carriera per le legazioni ed i conso- 
lati è stato già da molti anni progettato al Mini- 
stero degli Esteri. L'onorevole Tittoni, nella sua 
relazione alla legge della « Fusione delle carriere » 
accennò al progetto medesimo ma disse che il gra- 
vame finanziario che esso importerebbe all'erario 
era troppo forte. 

Le cose quindi restarono allo stato iniziale e noi 
siamo la sola delle grandi nazioni che manchi di 
un organico di cancellieri di carriera. Non esito 
ad affermare che dal punto di vista del servizio 
questo è il maggiore degli inconvenienti del nostro 
servizio consolare. 

I segretari dei consolati hanno carattere di im- 
piegati privati dei regi consoli, e non solo sono 
retribuiti del tutto a loro carico, ma agiscono in 
qualsiasi atto delle loro funzioni sotto la respon- 
sabilità immediata e personale del console dal 
quale dipendono. 

Nella mia esperienza personale del servizio con- 
solare una delle cose che maggiormente mi mera- 
vigliò, fu di trovare un numero considerevole di 
giovani di discreta educazione, di specchiata onestà, 
e spesso di ammirevole energia ed intelligenza, che 
consentono a confinarsi per molti anni nelle oscure 
funzioni di cancelliere di consolato, condannati 
spesso a un lavoro opprimente, reso più odioso e 
più duro dalle esigenze e perfino.... dai maltratta- 



316 Capo dodicesimo 



menti del pubblico volgare ed ignorante che spesso 
ingombra i nostri consolati, con stipendi miserrimi 
e senza nessunissimo avvenire, né speranza di car- 
riera e di miglioramento ! 

Ad ogni modo spesso la ricerca di bravi segre- 
tari non è cosa agevole. Non essendo poi essi ricono- 
sciuti dal governo, è facile comprendere la preoccu- 
pazione continua, assillante, gravosa, che ne viene 
ai consoli per sorvegliarli nell'espletamento delle 
loro funzioni. Talvolta, dopo aver prestato molti 
anni di servizio, i segretari, non avendo carriera 
assicurata, lasciano il servizio medesimo, dopo aver 
acquistata esperienza delle loro funzioni, ed i capi 
missione sono obbligati di assumere nuovi impie- 
gati ; e questi, dopo fatto il necessario tirocinio, 
probabilmente se ne andranno appena capiti loro 
un'offerta conveniente. È facile immaginare le con- 
seguenze di tutto questo sul funzionamento pratico 
del servizio ! 



CONCLUSIONE. 



Il UH degli analfabeti negli Stati Uniti e la necessità di 
istruire maggiormente l'emigrazione. — L'istruzione che 
soprattutto è necessaria, è quella di natura tecnica e pro- 
fessionale. — Opportunità di impedire l'emigrazione 
giovanile. — Quale è il migliore emigrante? — L'emi- 
grazione è forse un male necessario ma è un male, e 
l'ideale di un popolo è di crescere senza emigrare. 



Nel capitolo XI abbiamo accennato al famoso 
Burnett bill cioè alla legge che vieta V ingresso 
negli Stati Uniti agli immigranti analfabeti, legge 
contro la quale il Presidente degli Stati Uniti ha 
posto tre volte il veto. Abbiamo accennato altresì 
al rapporto del signor Winthrop Talbot, illustra- 
tivo della legge, divulgato in tutti gli Stati Uniti 
in epoca recentissima, nel gennaio 1917. Tale rap- 
porto, ostilissimo ed accanitissimo contro Temigra- 
zione italiana, si esprime nel modo seguente : « 11 
« tipo slavo non è un fattore determinante del- 
« r analfabetismo negli Stati Uniti. Del resto tre 
« razze non slave dell' Europa orientale (Unghe- 
« resi, Rumeni, Lituani) danno un forte contingente 
« all'analfabetismo. Dunque non è l'Europa orien- 
« tale da cui proviene il maggior numero degli il- 
« letterati, perchè i popoli non slavi dell'Europa 



318 Conclusione 



« orientale sono generalmente assai più illetterati 
« degli slavi. Per illustrare la futilità della clas- 
« sificazione tradizionale della coltura dell'emigra- 
« zione, secondo le tre grandi divisioni, Europa 
« orientale, occidentale e meridionale, si deve os- 
« servare che non è affatto vero che gli slavi in ge- 
« nerale siano analfabeti, e basterà citare i boemi e 
« i moravi, di razza slava, che sono tra le razze più 
« colte ammesse negli Stati Uniti, dando all' analfa- 
« betismo una percentuale minima (1 7o)- Quindi non 
« è di molto valore il fatto che, data la mancanza 
« delle scuole, l'analfabetismo dell'emigrazione del- 
« r Europa orientale, che include molti paesi slavi, 
« dà una media di analfabeti del 30 ^/o- 

« Invece la grande quantità degli analfabeti 
« viene dall' Italia meridionale la cui percentuale 
« d'analfabetismo sorpassa il 52,3 7o- È l'Europa me- 
« ridionale il paese più illetterato del mondo ! La 
« Grecia ha una percentuale del 24,6, ma solo 
« per il 2,15 Vo contribuisce all'analfabetismo degli 
« adulti, e ciò è nulla in paragone dell'Italia, che 
« vi contribuisce col 20 7o- In queste terre del 
« Mediterraneo meridionale è raro trovare scuole 
« di ogni genere elementari, aperte a fanciulli 
« che non appartengano alle classi ricche o di 
« rango privilegiato. Perciò è appunto tra gli im- 
« migranti mediterranei che si trovano, insieme 
« alla mancanza d' istruzione scolastica, più fre- 
« quenti malattie mentali e debolezza, e che più 
« frequentemente divengono dipendenti delle isti- 
« tuzioni pubbliche di beneficenza in età general- 
« mente giovanile, e costituiscono un contributo 
« improduttivo {imeconomic coYìtribution) alla in- 



L'emigrazione italiana 319 



« tegrità nazionale ed alla nostra grande prospe- 
« rità. L'analfabetismo sta rapidamente crescendo 
« negli Stati Uniti, e non in mezzo ai negri del 
« Sud, perchè in mezzo a costoro, da molti anni, vi 
« è un normale accrescimento dell'istruzione {steady 
« decrease of illitteracy), ma precisamente in mezzo 
« ai bianchi, negli Stati del Nord e dell'Occidente. 
« L'analfabetismo diminuendo nei negri, ciò prova 
« che esso è esclusivamente importato dalla emi- 
« grazione. Nei bianchi nati nel paese mentre 
« r analfabetismo era del 9,4 7o nel 1880 è dimi- 
« nuito al 3 7o nel 1910, nei negri nativi dal 68 7o 
« al 30,4. Neil' emigrazione invece è aumentato ; 
« dal 12 *^/o nel 1880 è divenuto 12,7 nel 1910 e 
« questo è stato precisamente il periodo nel quale 
« si è sviluppata l'emigrazione mediterranea! » 

La lettura di questo documento di carattere 
pressoché ufficiale è certo dolorosissima per chiun- 
que abbia cuore ed animo di italiano, tanto più 
che una certa parte dei fatti, esposti per dir vero 
con acredine eccessiva ed ingiusta, sono innega- 
bili, basati su cifre e su fatti e non su discorsi 
vaghi, purtroppo! 

Ma contro il bill degli analfabeti il potere esecu- 
tivo ha interposto diverse volte il suo veto; ora 
pertanto non è presumibile che il Presidente degli 
Stati Uniti, il quale del resto nei suoi scritti non 
ha nascosto le sue idee circa l'emigrazione euro- 
pea, abbia delle idee diverse anzi diametralmente 
opposte a quelle della maggioranza delle classi in- 
telligenti americane. Il veto del Presidente era 
stato ispirato dalle idee liberistiche del partito 
democratico e soprattutto, come accennammo, dal- 



320 Conclufiione 



V interesse dei capitalisti americani, i quali ve- 
dono neir emigrazione analfabeta un mercato' di 
mano d'opera a basso prezzo. 

Lo studio dell' emigrazione italiana negli Stati 
Uniti si presta in modo caratteristico a tali osser- 
vazioni perchè è verso questa destinazione che si 
diresse nell'ultimo ventennio la maggioranza della 
nostra emigrazione: negli ultimi anni, secondo i 
calcoli del regio commissariato, in proporzione del 
45 ^l^ circa dell' emigrazione totale. Mentre nel- 
r Italia settentrionale prevale l'emigrazione euro- 
pea, l'emigrazione transatlantica prevarrebbe nelle 
province meridionali, e presso a poco in questa 
proporzione : 

Emigrazione 
• europea 

Veneto 8G °/, 

Piemonte 54 » 

Lombardia 74 » 

Emilia 74 » 

Umbria 67 » 

Toscana 73 » 

Questi invece sono i dati calcolati dal Commis- 
sariato dell' Emigrazione per gli Stati Uniti, l'Ar- 
gentina e il Brasile: 





stati Uniti 


Argentina 


Brasile 


Campania 


. . 78,- X 


9,09 \ 


4,26 "/„ 


Calabria. . 


. 61,40 » 


27,7 » 


7,4 » 


Basilicata 


. 60,20 » 


26,3 » 


6,3 » 


Puglie . 


. 62,09 » 


13,84 » 


7,1 » 


Abruzzi . 


. . 73,8 » 


8,63 » 


2,62 » 



L'emigrazione italiana 321 

Se si mettono in confronto le rimesse di danaro 
eseguite dalle amministrazioni postali nel decen- 
nio 1900-1909, e si piglia ad esempio un dato anno, 
poniamo il 1909, si vede che la proporzione non è 
certo vantaggiosa all' emigrazione transatlantica. 
In quell'anno dagli Stati Uniti vennero spediti va- 
glia internazionali per l'importo di 85 582 269 lire, 
mentre dalla Germania ne vennero spedite 27 671 129 
e dalla Francia 29 609 763, dalla Svizzera 21 941 891, 
dall'Austria 10 758 958. Da questo si vede, che al- 
meno rispetto alla patria, alle famiglie lasciate in 
Italia, ed ai paesi d'origine, l'emigrazione europea 
e temporanea è ben più fruttifera che l'emigrazione 
transatlantica, cosi detta definitiva. 

Qui sorge logicamente il problema interessante 
quanto complicato, e cioè quale sia da considerarsi 
il migliore emigrante. 

La complicazione di tale problema consiste nel 
fatto che le qualità dell'emigrante possono essere 
contemplate da due diversi punti di vista, cioè dal 
punto di vista della patria, che a noi maggior- 
mente interessa, e dal punto di vista dei paesi di 
destinazione, meno interessante per noi, ma non 
privo ugualmente di importanza. 

Dal punto di vista del paese d'origine si po- 
trebbe formulare questa regola: che è migliore 
l'emigrante, che pur non abiurando la propria na- 
zionalità, rispetto a sé stesso e rispetto alla sua 
discendenza, riesce ad accumulare all' estero il 
maggior capitale possibile, investendolo poscia in 
patria. 

Dal punto di vista del paese di destinazione in- 
vece la formulazione di una regola assoluta è meno 

21 



322 Conclusione 



semplice, perchè la desiderabilità dell'immigrante 
va messa in rapporto con le condizioni politiche, 
economiche, demografiche del paese di destina- 
zione. Per esempio negli Stati Uniti, paese fornito- 
di molto capitale, dove l'industria è fiorentissima, 
i capitalisti e le menti direttive energiche ed in- 
traprendenti, in tesi generale l'emigrante miglioro 
è quello più a buon mercato, che non è certo il 
migliore dal punto di vista intrinseco. 

Infatti nella mano d'opera necessaria alla grande 
industria, nelle importanti fabbriche, possono facil- 
mente trovare occupazione individui ignoranti e 
sprovvisti di qualsiasi preparazione professionale, 
tanto il lavoro è meccanico ed abbrutente. Invece 
per dedicarsi al piccolo commercio, alle professioni 
di shilled labom\ all' agricoltura intensiva ed al 
giardinaggio, è necessario un certo grado, d'istru- 
zione ed una certa preparazione professionale. 

Negli Stati Uniti infatti, la reazione ostile al- 
l'emigrazione ignorante non è venuta affatto dalle 
menti direttive dell' industria e del commercio, ma 
soprattutto dai dottrinari e dalle classi operaie. 
Le classi operaie combattono il lavoro a buon mer- 
cato per spirito di concorrenza e di esclusivismo; 
i dottrinari lo combattono spesso per pregiudizi 
stolti ed ingiustificati di razza. Basterà riportare 
qui sotto la classificazione fatta dal signor Henry 
Oabot Loge, dei pretesi 14 243 uomini « illustri » 
{py^oììiinent) elencati dalla Apleton's encyclopedia 
of Aìnerican Mograpìuj. Secondo tale classifica- 
zione ve ne sarebbero: 



L'emigrazione italiana 323 



Inglesi 10 376 

Scozzesi-Irlandesi 1 439 

Tedeschi 659 

Ugonotti 589 

Scozzesi 436 

Olandesi 336 

Paese di Galles 159 

Irlandesi 109 

Francesi 85 

Scandinavi 31 

Spagnuoli 7 

Italiani 7 

Svizzeri 5 

Greci 3 

Russi 1 

Polacchi 1 

14 243 



Senonchè l'egregio classificatore ha troppa fretta 
nel dimostrare la cosi detta superiorità delle razze. 
Anzitutto egli dimentica che il fatto dell' emigra- 
zione italiana è relativamente recente negli Stati 
Uniti; e poi, secondo la proporzione fatta dal Lodge, 
gli Spagnuoli sarebbero una emigrazione superiore 
agli Svizzeri, ed i Greci moderni superiore ai Russi, 
e, tenuto conto del numero totale della popolazione 
greca negli Stati Uniti, agli Italiani. 

Inoltre, a parte la nostra storia assai più antica 
e più illustre, per lo meno nel pensiero, di quella 
dei popoli scandinavi e di molti popoli germanici, 
egli dimentica tutto quello che ha dato l' Italia 
neir ultimo secolo, il secolo di formazione degli 



324 Conclusione 



Stati Uniti, da Volta a Marconi, da Rossini a Verdi, 
da Carducci al D'Annunzio.... Gli è che il giudicare 
le attitudini di una razza da un fenomeno spora-, 
dico, ancorché grandioso, e (almeno speriamo!) tran 
sitorio come l'emigrazione, è un giudicare parziale 
e non obbiettivo. 

Ad ogni modo si può formulare un principio ge- 
nerale, che per lo meno ha valore assoluto per 
tutti i paesi nuovi, di vasto territorio come di 
scarsa popolazione, e cioè che, dal loro punto di 
vista, il migliore emigrante non è l'emigrante 
temporaneo, il Uy\l of passage, V uccello di pas- 
saggio degli Americani, la golondrina, la rondi- 
nella, degli Argentini, ma è 1' emigrante stabile, 
che resta nel paese, che nel paese investe i suoi 
capitali, i cui figli sono destinati a parlare uni- 
camente la lingua del paese ed a prenderne la na- 
zionalità. 

In certi centri migratori tale sentimento pre- 
valente in certe classi dell'elemento locale è tanto 
violento, che prende la forma di una attiva pro- 
paganda di una vera e propria antipatia. 

In alcune fabbriche francesi, nel capitolato di 
diritti e di oneri, che veniva distribuito agli ope- 
rai per accordare loro la partecipazione agli utili 
dell' industria, il primo articolo era concepito come 
segue : « Ricordatevi che il primo dovere di colui 
« che mangia il pane di un paese, è di prenderne 
« la cittadinanza. Il mangiare il pane francese, 
« senza contribuire agli obblighi civili e militari 
« dei cittadini francesi, è quasi un tradimento ! » 
Tali idee di preoccupazione xenofoba, caratteri- 
stiche di un paese dove la popolazione diminuiva, 



L' emigraziotie italiana 326 



meraviglierebbero assai in Italia, che non è un 
paese di immigrazione straniera. 

In America, soprattutto negli Stati del Sud e 
del West, ho sentito alcuni oratori da comizio 
affermare, tra gli applausi e le vociferazioni degli 
astanti, che sono da preferirsi per l'operaio ame- 
ricano e per l'avvenire del paese i Negri ai Giap- 
ponesi, Italiani e Cinesi, perchè almeno i Negri 
spendono nel paese fino all' ultimo soldo quello che 
guadagnano, mentre i Giapponesi e gli Italiani 
mandano nel paese d' origine {the old country) 
due terzi di quello che guadagnano. 

Da queste considerazioni si trae una ben triste 
conclusione, che in materia di emigrazione gli inte- 
ressi del paese d'origine e di quello di destinazione 
.sono quasi sempre discordi, spesso antagonici. Di 
tali considerazioni quindi pare a me che uno solo 
possa essere il corollario, cioè che l'emigrazione in 
se stessa, come fenomeno permanente, è un male. 

Stabilito questo principio, dobbiamo ricercare se 
essa sia un male necessario; e se meriti di essere 
aiutata ed incoraggiata, o se vi sia la maniera 
per impedirla o moderarla. 

Abbiamo visto nel capitolo II che lo sviluppo 
delle industrie in Germania nelF ultima parte del 
secolo XIX aveva prodotto una riduzione dell'emi- 
grazione, forse del 75 "/o- Lo sviluppo fiorente che 
si annunziava alle nostre industrie dell' Italia set- 
lentrionale prima della guerra, e la soluzione della 
questione meridionale, questione gravissima, essen- 
ziale, ed alla soluzione della quale ci dovremo de- 
dicare coti tutte le nostre forze dopo la guerra, 
certo agiranno come deprimenti sull' indice del- 



326 Conclusione 



r emigrazione. Ma noi dobbiamo cercare altresì, 
sia con l'istruzione, che con la persuasione e con 
la propaganda, di estirpare un sentimento, che in- 
dubbiamente si è formato in questi ultimi anni 
nell'animo delle nostre popolazioni, e specialmente 
nella parte giovane di esse, quel sentimento che 
il compianto console generale Biancheri, con frase 
incisiva, aveva designato « mania migratoria ». 

Come abbiamo visto nei primi capitoli, in parte 
la storia, in parte ragioni politiche ed economiche, 
contribuirono alla formazione di tale sentimento, 
il quale poi ha persistito ed anzi è aumentato, 
anche quando le ragioni storiche che lo avevano 
prodotto sono scomparse. 

La passione migratoria, in chi è preparato alle 
dure lotte che aspettano chi espatria per popolare 
paesi nuovi, dissodare nuove terre, fondare nuove 
stirpi, può essere indizio di natura forte, esube- 
rante, ardente. Certo sono da ammirarsi alcuni 
nostri emigranti, minatori, che si recano in Ala- 
sca, in terre inospiti, separate dal consorzio umano 
dai grandi e frigidi silenzi della notte polare, per 
strappare alla terra vergine l'oro, e con l'oro la 
fortuna e Ja felicità. Nulla è più interessante dei 
racconti di costoro. Cacce ai trichechi ed agli orsi 
bianchi, lotte e commerci con gli eschimesi e con 
gli indiani, viaggi in slitte trainate da ululanti 
mute di cani, viaggi solitari per paura del com- 
pagno che invidia e uccide! Tale passione pero 
non è assolutamente giustificabile neli' individuo 
ignorante, impreparato, che emigra spinto da un 
desiderio oscuro, da una strana fatalità, senza sa- 
pere nemmeno egli stesso il perchè. 



L'emigrazione italiana 327 

Molte volte ebbi campo di interrogare siffatta 
sorte di migratori, e ne ebbi delle risposte addi- 
rittura sconsolanti per il mio animo di italiano. 

Ad alcuni ragazzi siciliani che si affollavano in 
Mendoza tutti i giorni all' ufficio consolare, do- 
mandai perchè fossero emigrati in quei paesi. Mi 
li sposero : « Per vedere il mondo ! » E costoro si 
recavano al consolato per chiedere sussidi e per 
<^>ssere rimpatriati a spese dell'erario, mentre non 
ne avevano diritto, secondo le disposizioni della 
nostra legge consolare ! 

È strano quante volte e con quanta insistenza 
mi venne fatta tale impressionante risposta. Altri, 
veneti, mentre narravano le loro miserie, interro- 
gati perchè si fossero recati nel paese, risposero : 
« Per farsi uomini ! ». 

Ad un operaio milanese, che era venuto nel- 
r ufficio consolare di Marsiglia a sollecitare un 
rimpatrio al quale non aveva diritto, richiesi so 
non avesse avuto occupazione a Milano. Mi rispose 
affermativamente e dichiarò di aver sempre lavo- 
rato con una retribuzione maggiore di quella da 
lui avuta in Francia. Richiesto perchè vi si fosse 
recato, rispose: « Avevo sempre sentito parlare 
della Francia ; volevo vederla ! ». 

Un emigrante lucchese si recò al Regio conso- 
lato a Seattle, proveniente dall'Australia. Egli chie- 
deva notizie delle condizioni della mano d'opera 
nel Sud- Africa. Gli detti le notizie desiderate, e 
gli domandai perchè voleva lasciare gli Stati Uniti, 
in un momento storico nel quale le condizioni delle 
classi operaie erano più fiorenti che in tutti gli 
altri paesi del mondo. Mi rispose: « Ne ho abba- 



328 Conclusione 



stanza ! » Richiesto se fosse tornato in Italia, in 
vent' anni di assenza da che era partito la prima 
volta, mi rispose che aveva per abitudine di tor- 
nare ogni due o tre anni. Non appena metteva 
insieme abbastanza denaro per tornare al suo 
paese a passare pochi mesi di « vita buona », mon- 
tava sui piroscafo, varcava l' Oceano e tornava, 
salvo ad emigrare di nuovo quando aveva speso 
sino air ultimo centesimo.... e costui aveva fa- 
miglia ! 

Io mi domandavo tristemente, che necessità e 
che utilità economica o politica poteva avere quel 
lavoratore, pur robustissimo, intelligente ed ener- 
gico, che spinto da una strana fatalità, aveva tra- 
scorsa una vita da « ebreo errante » a traverso 
tutti i continenti, tutti i climi, tutti gli stati I Pro- 
babilmente se egli si fosse fermato in un paese, 
sarebbe venuto il momento della prosperità e forse 
della fortuna ; se fosse restato in patria, avrebbe 
avuto forse una posizione discreta e sicura. 

Dove dobbiamo soprattutto agire, è nel frenare 
l'emigrazione giovanile da tutte le parti d'Italia 
e soprattutto dall'Italia meridionale. In certe pro- 
vince, in certe campagne, attualmente, non si è 
giunti all'età della ragione, che non si sogna che 
il transatlantico, la partenza, l'America.... nuovi 
paesi, nuovi lidi; ci si reca in America credendo 
di trovare l'oro sotto i piedi, di trovare la terra 
promessa ; spesso ci si reca impreparati, analfa- 
beti, ignoranti di tutto e di tutti, e predestinati 
fatalmente ad essere sfruttati in un modo più 
duro e più crudele, di quello che sia possibile in 
Europa, dove le leggi tutelari rappresentano un 



L'emigrazione italiana B29 

freno, che è sconosciuto allo spirito individualista 
della democrazia plutocratica americana ! 

Ed allora ritornano in Italia, affranti, indebo- 
liti, scontenti, più miserabili di prima, avendo ag- 
giunto alle miserie economiche le miserie morali 
ed intellettuali, lo spirito di ribellione e 1' alcoo- 
lismo ! 

Almeno che i giovani prima di partire siano già 
formati, sappiano leggere e se è possibile scrivere 
la loro lingua, e il loro suggello nazionale non sia 
di cera ma di bronzo! Altrimenti, anche nell'ipo- 
tesi, difficilissima, che essi riescano ad accumulare 
un patrimonio in Argentina o negli Stati Uniti, i 
figli costà nati avranno vergogna di parlare il loro 
gergo volgare e grottesco, che non ha nulla a che 
fare con la nostra lingua si nobile e dolce! Che i 
giovani abbiano almeno compiuto i loro obblighi 
di servizio militare, i quali insegnano i doveri del 
cittadino verso la collettività e verso la Patria ! 

Un console intelligente, dopo qualche anno di 
servizio, distingue con relativa facilità coloro che 
hanno compiuto il servizio militare tra gli altri emi- 
granti; inquantochè sono contradistinti da un'im- 
pronta indelebile di serietà, di educazione, di ri- 
spetto, che raramente si trova negli altri. Inoltre 
durante la guerra europea 1' esperienza ha dimo- 
strato che sono assai più frequenti i renitenti ed 
i disertori tra coloro che non abbiano servito nel 
Regio Esercito, che tra coloro che abbiano com- 
piuto un periodo più o meno lungo di servizio 
sotto le armi. 

Ed ora conviene accennare alla qualità dell'emi- 
grazione che ci converrebbe agevolare. 



330 Conclusione 



L'emigrazione utile per noi è soprattutto quella 
che ha una educazione tecnica, lo shìlled labour. 
Si moltiplichino in Italia le scuole professionali, 
si fabbrichino meno avvocati e meno dottori, e si 
foggino più meccanici valenti, artigiani pratici, 
carpentieri, macchinisti, elettricisti, chimici, inge- 
gneri, enologi, colti e compiuti agricoltori. 

Il campo dell' emigrazione è vastissimo, soprat- 
tutto in America, ed è sempre aperto e facile pei- 
un bravo operaio, è difBcile e duro per il brac- 
ciante e per le professioni liberali. 11 bracciante 
troverà sempre in America la concorrenza degli 
Spagnuoli, dei Portoghesi, dei Negri, dei Cinesi, 
(lei Giapponesi, degli Slavi, che gli renderanno il 
lavoro duro e scarsamente retribuito, quasi come 
in Europa, specialmente tenuto conto dell'alto costo 
della vita. 

I laureati in legge e in medicina si troveranno di 
(ronte alla difficoltà semi-insuperabile della lingua, 
dei nuovi studi e di un nuovo tirocinio da com- 
piere; avranno da lottare contro la concorrenza 
accanita degli Americani, i quali hanno una vo- 
cazione per le professioni liberali, e specialmente 
per quella dell'avvocato, uguale e forse superiore 
alla nostra. 

L' America è il paese delle grandi democrazie 
j)lutocratiche ; le democrazie hanno sempre inco- 
raggiato il leguleio. Una quantità enorme di gio- 
vani delle classi superiori in Argentina si indi- 
rizzano per la carriera legale; gli Stati Uniti sono 
pieni di camerieri di caffè e di minatori che la- 
vorano l'estate, l'inverno seguono i corsi dell'uni- 
versità, ed in quattro o cinque anni divengono av- 



L'emigrazione italiana 331 

vocati. Nella nuova professione, che li fa entrare 
nella classe degli intellettuali, l'aristocrazia delle 
democrazie, non riescono spesso a realizzare la 
metà dei guadagni che dava loro la professione 
del cameriere o del minatore I 

Il giovane che si rechi in America con una col- 
tura classica o accademica, salvo si intende casi 
eccezionali di giovani di singolare valore o volontà 
particolarmente aiutati e protetti, è destinato 
fatalmente a divenire uno spostato ed a restare, 
per tutta la vita o quanto meno per un certo nu- 
mero di anni, in una mediocrità oscura assai più 
dolorosa all' estero che in patria, perchè tormen- 
tata spesso dall'invidia comprensibile, verso i con- 
nazionali più ignoranti e più fortunati. 

Questo spiega la poca influenza morale che eser- 
citano in generale, specialmente in America, sulle 
colonie, le classi intellettuali. Gli intellettuali sono 
per la maggior parte poveri, scoraggiati, malcon- 
tenti. Si sentono disprezzati o per lo meno non 
abbastanza apprezzati, in un ambiente mercantile, 
uel quale l'unico criterio discriminante del valore 
degli uomini è il denaro. 

È una situazione tanto più dolorosa, in quanto la 
loro posizione d'inferiorità corrisponde alla realtà 
dei fatti. Chi emigra non va all'estero per fare un 
viaggio di piacere, ci va per arricchire. Chi non 
riesce ad arricchire è un vinto, un « mancato » 
come dicono i francesi ! 

Narro un fatto caratteristico. In America il Co- 
mitato di un importante sodalizio italiano propose 
a presidente un giovane intelligente ed istruito, 
il quale però in molti anni di residenza americana 



332 Coticlusioìie 



non era mai riuscito a guadagnare più del neces- 
sario per vivere. Un connazionale intelligente ma 
ignorantissimo (sapeva appena fare la propria 
firma !) disse in pieno comitato : « Come volete che 
costui amministri bene gli afìari del sodalizio, se 
in tanti anni d'America non è mai riuscito ad am- 
ministrare bene gli affari propri! » Il Comitato, 
sorpreso, scoppiò in applausi ed in una allegra ri- 
sata, ed il connazionale semi-analfabeta, ma milio- 
nario, fu eletto presidente e fu.... un buon presi- 
dente, dimostrando cosi che dal punto di vista 
dell'interesse della colonia il suo ragionamento era 
perfettamente logico ! 

Le classi intellettuali, che in tutte le nostre co- 
lonie, fuori che in Oriente, formano la infima mino- 
ranza, sono altresì minate da un gran male, cioò 
gli spostati, quelli che si sono recati all'estero 
non per migliorare la propria situazione, ma per- 
chè per una serie di circostanze, più o meno di- 
pendenti dalla loro volontà, hanno compromessa o 
perduta la situazione propria in Italia. 

Costoro, meno rarissime eccezioni, come sono stati 
degli inutili al loro paese, seguitano ad essere degli 
inutili all'estero, dove portano gli stessi pregiudizi, 
le stesse abitudini disordinate, che sono state causa 
della loro rovina in Italia. Siccome però in generale 
si tratta di individui forniti di una certa educazione 
di forma, essi più degli altri connazionali hanno 
occasione di intrattenere rapporti sociali con l'ele- 
mento locale, il quale è portato naturalmente ed 
istintivamente a giudicare la nazione dagli indivi- 
dui che incontra.... 

L'emigrazione degli intellettuali del resto è mi- 



Uemigraziane italiana 338 

nima. Nel 1909 la percentuale tra gli intellettuali 
e i braccianti fu la seguente : 

InteUettuali Braccianti 

Piemonte 0,76 48,86 

Lombardia 0,29 48,50 

Lazio 0,09 28,57 

Abruzzi 2,76 43,33 

Puglie 0,14 69,60 

Sardegna 0,28 92,55 

Gli impiegati sono in condizione affine agli intel- 
lettuali. I Tedeschi e gli Svizzeri avevano per abi- 
tudine, compiuti gli studi commerciali, di recarsi 
all'estero per una diecina d' anni, in vari paesi, 
dove si impiegavano negli uffici e nelle banche con 
stipendi bassissimi. Nulla era più utile alla Ger- 
mania ed alla Svizzera di questa emigrazione la- 
boriosa ed intelligente. Costoro, affrontando sacrifizi 
non lievi, si recavano all'estero per impadronirsi 
delle diverse lingue che finivano per conoscere a 
perfezione, degli usi commerciali, bancari, ecc.... i 
Tedeschi pare che fornissero al loro governo anche 
notizie politiche ! 

Costoro però si recavano all'estero preparati non 
solo, ma giovanissimi, e con lo scopo preordinato 
(li fare un tirocinio che sarebbe loro utile il giorno 
che si mettessero in affari per conto proprio. Co- 
loro però che emigrano credendo di fare dell' im- 
piego un mezzo diretto od indiretto per far fortuna, 
commettono uno sbaglio grossolano che rimpian- 
gono poi amaramente ! 

Ciò non pertanto, se questa emigrazione delle 
classi intelligenti è mediocremente utile a se stessa 



334 Conclusione 



ed alla patria, essa non nuoce alla nostra reputa-i 
zione all' estero, come quella della emigrazione^ 
bassa, abbietta, del povero bracciante analfabeta.- 
Costui è il vero « paria » dell'emigrazione. Grandi 
orizzonti di lauta retribuzione, di vita comoda, di 
libertà morale assoluta, si aprono dinanzi all'ope- 
raio di sMlled labour. 

I figurinai lucchesi guadagnano fino ad 8 dollari 
al giorno ; avendo obblighi e doveri sociali assai 
inferiori a quelli di un professionista, ne hanno 
gli stessi guadagni. Nelle miniere di Butte Mon- 
tana, gli esperti minatori possono guadagnare fa- 
cilmente 6 7 dollari al giorno. Il ricco americano 
tratta fraternamente il proprio chauffeiir, lo invita 
alla propria mensa, gli stringe la mano e gli dà 
qualche volta stipendi non inferiori ai dollari 150 
mensili ! 

Invece il povero bracciante, sospinto nell'onda 
oscura del lavoro più duro o dispregiato, è prede- 
stinato fino dalla sua partenza a tornarsene nelhi 
miseria come quando era partito. E:gli traversa 
l'Oceano, si reca in paesi dei quali non conosce la 
mentalità e non arriverà mai a conoscere la lin- 
gua, porta i suoi usi, i suoi costumi, il suo gergo, 
i suoi abbigliamenti, in cieli estranei al quadro 
caratteristico della montagna natia. 

Lo straniero non lo comprende e lo disprezza ; 
egli pieno di rancore verso la patria che accusa di 
non averlo saputo nutrire, pieno di odio per il paese 
che lo accoglie, paese che egli non comprende e 
che non arriverà a comprendere mai, logora la 
propria esistenza irrequieta in viaggi inutili. Va 
in America a cercarvi una fortuna che non trova, 



L'emigrazione italiana 335 

orna stanco, sfiduciato in Italia, e non sa più 
tpprezzare la semplicità agreste del paesello natio, 
lopo essersi abituato al turbinoso gorgóglio delle 
•grandi metropoli americane ! 

È lui che con l'oro americano taglia foreste, co- 
struisce ponti, strade ferrate, scava miniere, risana 
paludi ; è lui la formica utile e dispregiata, ma è 
lui, purtroppo altresì, l'autore involontario della 
triste condizione della nostra emigrazione ; è lui 
che gli stranieri vedono, è da lui che giudicano la 
nazione I 

Questa è l'emigrazione che il governo deve con 
ogni suo mezzo cercare d'impedire, di intralciare, 
(li diminuire.... Ne verrà forse per un certo tempo 
un lieve danno alla ricchezza nazionale per la di- 
minuzione dei risparmi e delle rimesse; ben venga 
r[uel danno perchè il beneficio morale che ne verrà 
alla patria sarà enorme ! 

Il sogno più roseo dell' anima di un italiano 
sarà di immaginarsi la patria ricca e florida, che 
avvia i suoi figli verso le colonie nostre, sulle quali 
sventola la bandiera nostra, unico labaro e segno 
del nuovo cammino glorioso della nostra stirpe, 
iìglia diretta di Roma! 

Allora l'Italia sarà grande e rispettata, quando 
la stampa straniera non potrà più giudicarci in- 
giustamente e stoltamente, dalla sventurata turba 
di disgraziati che i transatlantici vomitano ogni 
anno a Buen Retiro e a Ellis Island! 



■"-"vu sscr. APfi J 7 1968 



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