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Full text of "Le opere di Bernardo Davanzati, Volume 1"

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LE OPERE 



BERNARDO DAVANZATI. 



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PropTÌeta letteraria. 



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LE OPERE 

BERNARDO DAVANZATI 

RIDOTTE A CORRETTA LEZIONE 
COLL^ AIUTO de' MANOSCKITTI E DELLE MIGLIORI STAMPE 

E ATINOTATE 

PKR CURA DI EKRICO BINDI. 

VOLUME PRIMO. 




FIRENZE. 

FELICE LE MONNIEH 

1853. 

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AL DISCRETO LETTORE. 



Fra molte edizioni, anco eleganti, delle opere di Ber- 
nardo Davanzali , difficilmente ne troveresti una che non sia 
copiata, più o meno esattamente, dalle stampe del Cornino; 
buone , se vuoi , ma non quanto rìchiedevasi a questo autore. 
11 quale, per certe sue capestrerie, rendendosi singolare da 
tutti né troppo alla mano, voleva anche singoiar cura per 
farlo agevole a' lettori, senza torgli la nativa (isonomia. Questa 
negligenza avendo sparso nelle sue opere non poche macchie, 
chi sa che non abbia contribuito a farlo giudicare da taluno 
meno rettamente. Il certo è che non sempre dove lo riprendono 
d' oscurità è oscuro ; ma sì guasto da' suoi editori. Però richie- 
sto di vegliare questa edizione, ho voluto ben esaminare le 
stampe originali (intatte sin qui) e ciò che ne resta de* suoi ma- 
noscritti. Così ho potuto correggere non pochi né lievi errori, 
inveterati in tutte 1* edizioni , e restituire la propria lessigrafia , 
trascurata sempre per quel tristo vezzo di anmiodemare, e 
di cancellare questa non ispregevole parte del colorito antico. 
E perchè se al Davanzali non parea ragionevole la doppia 
zeta, e non la voleva, dovrà darglìsi a suo dispetto? Non 
parve così anche a Carlo Dati e a Udeno Nisieli? Perchè, 
se gli piacque scrivere Adusto, agurio, agurCy non vorrà 
averglisi rispetto? forse non facciamo noi lo stesso in agosto? 
Così dicasi di giucare per giuocare e d'altre singolarità gra- 



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n AL DISCRETO LETTORE. 

fiche, comuni anche ad altri, che non m*è parso di do- 
ver mutare. Dove poi egli non è conforme, ho creduto, 
suir esempio suo , d* usar libertà : però troverai dopo e doppo; 
publico e pubblico; ognuno, intrambi, allora, e ognuno, in- 
trambi, allora; co *l, no 7, su 7, e col, noi, sul; a gli, de gli, 
con gli, e agli, degli, cogli, ed anche alli, delli ec. ; e così in 
altre parole dove non ebbe metodo certo. Questo voleva av- 
vertirsi, perchè tali incostanze, che trovansi in quasi tutti 
gli scrittori di quel tempo, non si avessero a tórre per 
errori. Ben s'intende poi, che quando egli scrive tempij, 
iddìj, agV altri, agrhuomini ec. non era da seguire, perchè 
tali modi di scrivere , sebbene da alcuni allora difesi (vedi le 
Lett, di Claudio Tolomei, Kb. VII, pag. 287 e se^. Vene- 
zia 1566), oggi ben si hanno per viziosi e da jion tollerare. 

Rispetto al Volgarizzamento di Tacito , dal confronto delle 
stampe originali, e d*una parte del manoscritto che serbasi 
nella Magliabechiana (vedi qui appresso la Bibliografia) , ho 
raccolto ricca messe di varianti , provenute da mutazioni e 
pentimenti del traduttore, e utilissime agli studi della lingua 
e dello stile. Vero è che queste non vanno più là de* primi 
sei libri degli Annali , perchè il resto del volgarizzamento è 
postumo e privo delle seconde cure ; né si ha per esso al- 
tra guida che la brutta stampa del Nesti. Tuttavia non 
lieve aiuto m*ha recato il tenermi sempre dinanzi il testo 
latino , usando la stupenda edizione data ultimamente in Zu- 
rigo, su' manoscritti Laurenziani, da Baitter e Creili (fun- 
ci, 1846-48). 

Dirò anche una parola delle noterelle che m* è parso 
d* apporvi; le quali, sopra tutto, mirano a far leggere que- 
sto volgarizzamento senza doversi fermare a ogni tratto 
a cercare vocabolari o altro; spiegando esse, senza troppi 



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AL DISCBETO LETTOBB. lil 

infrascamenti filologici , parole e locuzioni antiquate o fio* 
rentine; avvertendo alcune inesattezze del traduttore; ao« 
cennando le parole del testo latino, dove o la curiosità o 
il bisogno pareva richiedere; notando alcuni gravi errori 
delle altre stampe; riferendo, dove tornasse più opportuno, 
alcune varianti o mutazioni (le più le abbiamo relegate in fondo 
al volume) ; avvertendo dove il traduttore ba s^uito lezioni 
non ricevute da' migliori testi ; dichiarando ( ma di rado) qual- 
che erudiiione storica più necessaria alla intelligenza ; rìtra* 
ducendo, o da me o col Dati o.col Politi o col Valerìani o 
con un Ms. anonimo del secolo XVI , qualche frase iirantesa, 
o troppo bassa o troppo chiusa. Ne* primi sei libri le noterelle 
mie sono distinte coli* asterisco, per non confonderle colle pò* 
stille del traduttore. 

Ho conservato anche i copiosi Indici delle materie , si 
perchè di gran comodità agU studiosi , sì ancora perchè scritti 
dal Davanzatì medesimo, che vi usò voci elocuzioni onde si può 
vantaggiare non poco la lingua. Quello de* primi sei libri , da 
lui stampato nell* Importo di Tiberio Cesare, l'avrai in fine di 
questo volume: quello generale , conforme leggesi nell'edi- 
zione del Nesti , chiuderà il secondo. 

La stessa cura ho recato nelle opere minori . Per lo Scisma 
ho seguito r edizione romana del Facciotto, uscita vivente 
r autore , tenendo conto anche di quella curata da Bartolom- 
meo Gamba, che la condusse sopra un manoscritto Marciano, 
il quale offre infinite e, per lo più, buonissime varietà, che ho 
notate accuratamente. Per la Coltivazione toscana non occor- 
reva cercare stampe , esistendo il manoscritto originale , che 
mi ha dato modo di correggere assai errori e di notare al- 
cuni pentimenti dell* autore , che tanto giovano a chi vuole 
addentrarsi ne*segreti dell* arte. Anche le poche Le/tere che ci 



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IV AL DISCaETO LETTORE. 

restano, furono collazionate sugli autografi. Questi mancano 
per le altre scritture; ma v' ha però molte copie manoscritte 
che , per esser del tempo , non hanno piccola autorità. Ma di 
ciò a suo luogo. Ci troverai pure alcuna cosa d' inedito : 
qualche sonetto , qualche frammento, e poco altro. Più avrei 
dato, se le mie cure non fossero tornate vane. Quel poco 
è tolto , per la maggior parte , da un grosso quaderno divari 
studi , tutto di mano del Nostro , eh' io debbo a Pietro Bi- 
gazzi , erudito e diligente raccoglitore d' ogni rarità lettera- 
ria. A lui pure sono obbligato d'aver potuto esaminare una 
stampa degli Opuscoli di Plutarco, appartenuta al Davanzati 
e con varie sue postille a penna , delle quali ho scelto le più 
curiose. 

Se in questo lavoro mi sia meritato quella umile lode , 
che sola può sperarsi , di accuratezza , non so : certo è che 
me ne sono ingegnato al possibile. Non presumo tuttavia 
d'avere schivato ogni fallo; che troppo è diffidle in queste 
cure minute, che la mente non s' in&stidisca talvolta e si 
stanchi. A te sta di esser discreto, o Lettore. 



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DELLA VITA E DELLE OPERE 
DI BERNARDO DAVANZÀTI. 



Hanno propria ìndole e fisonomìa non pur le nazio- 
ni, ma e le città e i popoli d' un' istessa nazione; come 
le famiglie e gli individui che le compongono. Se non che 
in un popolo questi lineamenti distintivi appariscono più o 
meno forti e risentiti, secondo che più o meno ha egli 
potuto operare conforme i regolati movimenti della pro« 
pria natura; cioè, secondo proprie leggi e istituti. Impe- 
rocché dov' esso abbia dovuto piegare a leggi esterne, 
queste sono come letto di Procuste, che stira o mozza, e 
tutti i corpi riduce a un' istessa misura e languore. Questo 
si vede sopra tutto ne' Fiorentini, i quali mentrechè si 
ressero da se, ed ebbero campo di tutta spiegare la virtù 
della propria natura, ninno tra' popoli italici ebbe fiso- 
nomia più scolpita, più nobile e più gaia di loro. Spirito 
arguto,ingegno agile e profondo: poveri e modesti in casa, 
ricchissimi e magnifici nel comune; sollazzevoli e severi ; 
semplici e magnanimi; non meno destri (se non leali) nel- 
la curia, che valenti nell'armi; e, ciò che dà più meravi- 
glia, con animo mercantesco, tale sentimento del bello, 
quale attestano l' ardimento romano de' loro edifici e le 
arti per essi risuscitate. Il parlare, lo scrivere, il con- 
versare, r edificare, tutto porta un'impronta sì propria, 
che cosa fiorentina di quel tempo non potresti mai scam- 



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VI DELLA VITA E DELLE OPERE 

biare con altra di altro popolo italiano. Ma queste vìve 
e peculiari sembianze cominciano a perdersi dopo la 
metà del sestodecimo secolo. Non in tutto, fincbè i Fioren- 
tini soggiacquero a signoria domestica e recente. Scom- 
parvero affatto nel tempo dipoi. Ed anche la lingua che 
sì viva ed efficace e 

Pura vedeasi neir ultimo artista, < 

tralignò, stravolta da gerghi forestieri, traforativi per 
moda, per negghienza, per ismarrita dignità.Nè per certo, 
udendo oggi un fiorentino, potresti dire: 
La tua> loquela ti fa manifesto.' 

Questo fatto osservato e lamentato da molti, m'è tot- 
nato più incresciosamente al pens^'ìro nel dovere scrivere 
queste povere parole su Bernardo Davanzali , che tra gli 
ultimi fiorentini , i quali, operando e scrivendo, serbarono 
fiorentina sembianza, è il più notevole. Onde anche per tale 
rispetto merita d'essere avuto in considerazione. Sennon- 
ché, duole che troppo scarse sieno le notizie della sua vita: 
perchè dividendosi egli fra i traffici del banco e gli studi 
solitari, lontano dalle brighe letterarie e civili, parco di 
parole, di pochi amici, non cortigiano, non ambizioso, 
poco romore fece, e pochi di lui parlarono, sebbene con 
lode grandissima. 

Nacque in Firenze il 31 agosto 1529,' Egli tenevasi 
disceso da' Boslichi, * antica e potente famiglia guelfa/ 

< Dante , Farad. XVI, 49. ^ 

» Dante, Inf. X, 24. 

' Ecco il documento della nascita, estratto dalK archivio ^elP Opera di 
Santa Maria del Fiore : « ^1529, agosto. Martedì , addì 5^. — Bernardo Giù- 
» liane et Ro (Romolo) di Ant. Frane, di Giuliano di Nicliolaio Davanzati ^ 
» pio 8. Trinità, n. addì detto, b. 8. » Erra dunque il Rondinelli, e ^1i altri 
dietro a lui, che pongono la sua nascita 3 50 agosto. 

* Ne' libri suoi , stampati sotto i suoi occhi , chiamasi sempr« Davanzali- 
Bostichi. 

« G. Viflani, Cren. VI, 53; V, 59. 



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DI BEBNABDO DAYANZATI. VII 

già volta in basso a' tempi di Gaccìagutda) e quasi spenta 
in quegli di Dante e del Villani. ^ Ma di tale consorteria 
oggi muovono dubbio i genealogisti.' Certo è che la fa- 
miglia dei Davanzati fu d' antica nobiltà. Trasse il nome 
da un Davanzato che nel 1260 combattè pe' Guelfi a Mon- 
taperti : e nel principio del secolo appresso fu ammessa 
agli onori della repubblica.' Ebbe cittadini pii e benefici ; 
un Lottieri che fondò nel 1336 il monastero di santa Marta 
a Mohtughi, e un Niccolò, quel della Doccia sul monte 
di Fiesole nel 1&13: rimatori leggiadri, un Mariotto, un 
Francesco, un Bartolommeo: ^ savi uomini di Stato, un 
Manetto, che trattò nel 1397 la pace co'Pisani, e un Giu- 
liano, insigne nel XY secolo nella scienza delle leggi e 
per. molte onorevoli ambascerie sostenute ; a uomo effi- 
cace e di gran forza nel dire )>, come lo chiama P Am- 
mirato.' Uguale onore venne al nostro Bernardo dalla 
madre, che fu Lucrezia de' Ginori, famiglia nobilissima. 
Suo padre Antonfrancesco Davanzati è ricordato onore- 
volmente dal Varchi, tra coloro che ben provvidero alla 
patria libertà in quei supremi momenti del memorabile 
assedio.' Di che raccolse quel frutto che dovea aspettarsi 

* Dante , Farad. XVI, 59, dove il commentatof e anonimo detto V Otti- 
mo , nota : « I Bostichì sono al presente di poco valore e di poca dignitade. • 
Ebbero torri e case dove poi i Davanzati edificarono il Palazzo , che vedest 
aoe' oggi in Porta Rossa. Gio. Villani, IV , ^13: « Intorno a Mercato nuovo 
erano grandi i Bostichi. » Dell'antica loro nobiltà vedasi Michele Verino nel 
poema De ilhutratione wrbi$ FhrenUa!; Parigi 4790, lib. Ili, pag. 48; 
dove pareggiando i Bostichi cogli Spini, gli fa romana origine (gemu tnUiquum, 
rofnana propago)^ e venuti in Firenze, dopo le guerre di Narsete in Italia 
contro i Goti. 

* Gamurrim, Stor^ geneai.y voi. Ili, pag, 256 e segg. 
' Vedi P Albero della famiglia, a pag. L. 

* Vedi le note all'Albero della famiglia. 

9 Vedi Mamii, SigUli eo. iom. VII, pag. 423*^40. 

* Fece parte della conmùssioae ordinata a fornire F occorrente per U 
guerra (Varchi, Shr.y lib. XI, pag. 442, ediz. d'Arbib. Fir. 4842>. Trovan- 
dosi i Fiorentini stremi d' ogni cosa e abbandonati, vollero tentare una fazione 
disperata , e uscire , col gonfaloniere alla testa, sopr^ gP iivjperiali. Ma prima. 



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vili DELLA VITA B DBLLV OPBtE 

dalle larghe promesse del felice vincitore; il quale, fa- 
cendo d'occhio a' nuovi rettori, volle dire (e fu inteso) 
a che si provvedesse alla sicurezza del nuovo Stato con 
gagliarda proscrizione.' d Confinato prima in Sicilia, poi 
a Pontremoli, confiscatogli i beni, bandito nella testa, 
non si sa che di lui avvenisse.* 

A Bernardo, nato nelle agonie della repubblica, man-* 
carono le cure paterne, ma non liberale educazione, che 
la madre vide a lui tanto più necessaria, quanto più vi- 
vace e acuto rivelò per tempo l'ingegno: a perchè il 
campo fertile non coltivato produce male erbe più rigo- 
gliose che non fa lo sterile.* » Apprese il latino e il gre- 
co egregiamente; studi che in quella severa educazione, 
che ora par barbara, non andavano mài discompagnati. 
Ma non trovo chi fossero i suoi istitutori, e difilcile sa- 
rebbe il congetturarlo, in tanta e sì mirabile copia d'uo- 
mini dottissimi che allora avea Firenze, appellata con ra- 
gione dal Nostro: « fior d'ingegni, onor delle lettere, 
maestra dell' arti, specchio di civiltà.* » Lo Studio fio- 
rentino, scaduto assai nei turbamenti della guerra e sotto 
il vituperoso Alessandro, risorse per Cosimo poco meno 
che allo splendore dei tempi di Lorenzo, quando vi leg- 
gevano il Poliziano, il Ficino, il Filelfo, l'Argiropulo; ' e 
quando la gioventù fiorentina parlava greco si attica- 

farono eletti 46 àttadinl per ogai quartiere, e aggiunti à' magistrati ordinari, 
che dessero sopra ciò il loro roto. Decisero che doveasi combattere ; e tra 
questi fu Anton Francesco , che il Varchi nomina tra quegli non insigniti del 
grado dottorale (lib. XI, pag. 451). 

* Lorenzo Strozzi, Vita di Filippo Stroxxiy stampata con la tragedia di 
G. B. Niccoliui, Fir. 4847^ pag. IX. 

s Varchi, Stor. lih. XIII, pag. 579: « I confinati sperando dover esser 
» rimessi , ossenrarono con incredibile disagio e spesa e pazienza i confini. » 
Ma , spirato il tempo, furono riconfinati da capo in luoghi più disagiati. 

> Rondinelli, Ritr. del DcmanxaU. 

* Orazione in morte del G. D. Cosimo I. 

» Prezziner, Stor, delh Slud. fior. Voi. I, Uh. S.'Fir. 4810. 



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DI BERNàEDO DArANZATT. II 

mente da far credere Atene risorta sulle rive dell'Arno.* 
V'insegnava lettere amane Pier Vettori, a cui nulla fu 
ignoto della classica antichità, scrittore leggiadrissimo 
della materna e delle dotte lingue: teneva la cattedra 
d'eloquenza greca e latina Giovambattista Adriani, 
storico elegante e degno erede della gloria letteraria 
di Marcello; ' di filosofia, il Verino; * e il Gelli e il Var- 
chi vi leggevano Dante e il Petrarca; i classici greci 
Vincenzio Borghini,* dotto illustratore delle antichi- 
tà fiorentine, e che il Foscolo, non amico a' cinque- 
centisti, chiama (ed è assai) scrittore non pedantesco. * 

* « Prima nobilitalis pueri... ita sincere attico sermone t ita facile 
expediteqne loqwmtikr , ut non deletm iam ÀthenoB atq%t» a harhoHs oc- 
eupmkBy $ed ipsae tma fponle eum proprio anulsm solo , ewmque omwi, ut 
tic dixerim^ tua supellectUe in Florentinam urbem immigrasse, eique te 
totat penitusque infuditse videantwr. » Politìanas, Orat. in exposict. Homeri. 

s Fa perciò nominato il Marcellino. Il figlio di lai , Marcello il giovane , 
lesse nelF Accademia degli Alterati quella stupenda tradosione degli Opoacoli 
di Plutarco , che ora abbiamo alle stampe. Della qnale in una lettera a Belisario 
Balgarìni (8 giugno 4ìi9A) così parla. « Io conoscendomi poco atto ad imprese 

• proprie, e rincrescendomi Io studiare a vAto, e pure essendo inclinato ad opera- 
» re, ma non bene, impresi questa vii fatica dell' opere morali di Plutarco, veg- 
» gendo che ne erano stati tradotti picciola parte, e quelli ancora pessimamente, 
» perchè erano stratti da una pessima latinità. Fa mio primo intendimento 

• di rimettermi alla lingua greca tralaaciat» da me per molte occaaioni : il 

• secondo fu F ingravidarmi di concetti sparsi vagamente per tutto il libro; e 

• nel terzo luogo di trame questa scrittura , la quale non istimo , perchè non 
» Tale. Gommdaine una bona , e finiroUa tutta fra due giorni ee. t — Con- 
servasi questa lettera nella pubblica Biblioteca Senese , God. D. VI. 9, e mo 
ne debbo chiamare obbligato alla gentilezza del dottor Gaetano Milanesi. 

> Francesco Vieri, detto il Verino primo, mori nel A^^. L'altro Fran- 
cesco Vieri , detto il Yerino secondo , così parla di lui nelle Conclusioni pla- 
toniche: « Messer Francesco di Vieri... mio avolo... in Pisa e in Firenze lesso 

• pubblicamente tutte le parti della peripatetica filosofia anni quaranta. Gli 

• furon fatte dalla patria e dal serenissimo granduca Cosimo , in Santo Spiri- 
» io , onoratissime esequie , e V eccellentìssimo filosofo e nobilissimo cittadino 
» messer Gio. Strozzi recitò una bella orazione , lodandolo sommamente , • 

• con verità , di eccellenza di dottrina e di bontà di vita. • 

* Al Borghini, nato il 29 ottobre 45^15, fu compare un Pagato di Gio- 
vanni Davanxati. Vedi Ricordi di V. Borghini negli Opuscoli inediti o rari. 
Fir. +845, pag. 2. 

* Foscolo, Discorsi sulla Hngua. Vw. VI. 



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X DELLA VITA B DELLE OPERE 

Appena è da credere che il giovane Bernardo non 
udisse questi degni uomini: sebbene in quella copia di 
dottrina ogni casa era una scuola, e la gioventù avea 
agio d' apprendere in ogni luogo. 

Ci dice il Rondinelli che (c con lo studio accompagnò 
il negozio, che ne' primi anni esercitò in Lione.* » Non 
credo però a nome proprio, ma si per conto dei Cappo- 
ni: e mi pare poterlo rilevare da un Ricordo di Benve- 
nuto Gellini, dov'egli è nominato espressamente cassiere 
de' Capponi;^ e dalla Lezione sul Cambio, dove gli esempi 
onde illustra il suo soggetto gii trae dal banco di quelli. ' 

Né rechi maraviglia il vedere questo elettissimo in- 
gegno togliere alle lettere il tempo migliore per darlo 
a' negozi. Imperciocché nelle età vigorose, dov'è vita 
pubblica, non si trovano letterati di mestiero; quivi gli 
studi sono mezzo a bene operare nella repubblica, o nulla. 
Pe' Romani gli studi solitari non erano vita, ma ozio; e ap- 
pena fu perdonato ad Agricola d'essersi dato alle specula- 
zioni della filosofia con troppo più ardore che a romano e 
a senatore non si convenisse.* E in Firenze i manifattori di 
letteratura cominciano a trovarsi nella età del Davan- 
zati, quando non ci fu altro che fare per gli uomini in- 
gegnosi. Ma innanzi, a stento troveresti un dotto che non 
fosse uomo di Stato o guerriero o mercante. Ma mer- 
cante per lo più: imperocché i traffici furono la prima 

* Kondinellì , Ritratto del Davanzati. 

s Opere di Benv. Gellini. Firenze, 4845; pag. 369: a Sabato a dìi 22 
» di marzo 4 560. — A dì detto , a ore 4 2/5 di notte nacque il bambino di 
» messer Benvenuto , figliuolo della Piera di Sal?adore. Domenica a di 25 
n detto si battezzò, e i compari furono questi, oioè, Bernardo di.... Davan- 
» zati , cassiere de'Capponì , e Andrea di Lorenzo Benivieni , cassiere de' Sal- 
» yiati ec. » ' 

' Ancbe nelle Lettere ricorda spesso in cose di traffico i Capponi. 

* Tacito,. Ki^ Agr. cap. 4: a Memoria teneo tolitum ipsum twrrare, 
te in prima inventa ttudvum philosophio} acriiu, ultra quam coneeeium 
Romano ac seTiatori, hausisse, ni prtbdenlia matrit inceruum ac flagran- 
lem animum coercuitset. » 



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DI BBBNA1ID0 DAVANZATI. II 

fonte della potenza fiorentina, quando ì Bardi e i Peruzzi 
avanzavano tanto dal re Edoardo IV d' Inghilterra che 
poteasene comperare un regno;* quando i principali mer- 
cati d'Europa erano tenuti da' Fiorentini, primi autori 
dei credito e della preponderanza commerciale^ del cam- 
bio in grande, e di tutti quegli scaltrimenti onde il traf- 
fico fu possibilmente difeso dalie frodi e dalle violenze 
di barbari tempi.* Vero è che i Lombardi e i Caorsini 
(così, fuori, chiamavansi i mercanti di Firenze') furono, 
non men degli ebrei, in mala voce per disoneste usu- 
re, che mossero lo sdegno di Dante, del Villani^ e del 

* G. Vniani, Cron., XI, 88 : « più d' uno milione e trecentosessantacla- 
t q«e migliaia di fiorini d' oro, che yaleva uno reame. » Gli ragguaglìaDo alla 
somma di 75 milioni di franchi. Pecchie , Stor. MV eeon. pubb* Lugino , 
4852. Introd. 

* Della potenza e ricchezza dc'Fiorentini nel 8cc. XIV, vedi Gio. Villani 
passim j ma specialmente lib. XI, e. 88-402. n Pecchio (op. cit.) così racco- 
glie in breTC queste notizie. « Ottanta banchi facevano le operazióni, non solo 
di Firenze, ma di tutta l'Europa. Al {fl^iocipio del secolo XIV la rendita della 
repubblica montava a 500 mila fiorini d'oro, equivalenti a 45 milioni di franchi 
de'nostrì tempi. Questa rendita era maggiore di quella del re di Napoli, del re 
di Aragona, e di quella che, tre secoli dopo, l'Irlanda e l'Inghilterra insieme 
producevano alla regina Elisabetta. La città aveva una popolazione di 470 mila 
abitanti ; 200 manifatture di panni ; 50 mila lanaiuoli j e vendeva ogni anno 
per più di 60 milioni di franchi di panni. » 

' Vedi il Glossario del Dn Gange ; il quale crede che i Caortini fossero 
detti dalla famiglia fiorentina Corsini, e a questa opinione inclina anche il 
Troplong ( Vedi la pref . all' opera , Commentaire dn eontrat de sodètéy 
pag. xivii), che dice: « Je serais fori tenie de croire que l'appellation 
Caorsius ou Corsius , donnée aux Lombards qui exploitaient la France et 
VÀnglelerre^ pourrait bien leur venir, non pas de Cahors, qi»e Dante au- 
raitj un peu légèrement peut-étre, comparée à Sodome (Inf. e. X/j, mais 
des Corsini, illustres marchands de Florence , non moins riches que les 
Bardi et les Peruzzi. » 

* G. Villani, Cron., XII, 55: a maladctta e bramosa lupa , piena di 
vizio dell' avarizia regnante ne' nostri ciechi e matti cittadini , che per cnvidi- 
gia di guadagnare da' signori , mettono la loro e V altrui pecunia in loro po- 
tenza e signoria ! » Dante, Inf. XVI, 75 : 

i sabiti guadagni 

Orgoglio e dismisura Itan generata , 
Fiorema , in te. 

E nel primo trota forte impedimento dalla lupa di tutte Orarne. E Paolo 



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XII DELLA VITA B DBLLB OPBRE 

Savonarola; il quale, parlando dell'edacazione de'flgliaoli: 
a La prima cosa (gridava), li padri li pongono a imparar 
)) poesia, e dipoi alli banchi a imparare cambi e usure; 
» e cosi li mandano a casa del diavolo/ )i A Orazio 
invece non parea possibile che con questa ruggine e cura 
di peculio si potesse fare buona poesia, degna del cedro; 
e ne riprendeva gii avari romani.' Ma i fiorentini però 
seppero: e non solo la poesia, ma tutte le arti del bello 
accoppiarono' col traffico egregiamente* Lo che mi fa 
certo eh* e' non lo -esercitarono in modo servile e inuma- 
no; perchè il bello non si fa sentire in anima impietrita 
dal sordido guadagno. E di quel cattivo nome d'usurieri, 
in parte se ne deve la cagione all' invidia dei popoli, al- 
lora infingardi; in parte alla necessità di premunirsi 
da' pericoli, che grandi erano, come mostrò il fallimento 
de' Bardi e de' Per uzzi, che fu disastro pubblico;' e in 
parte ancora all'abuso di p^chi che, come accade, insoz- 
zarono tutti. 

Quando il Davanzati si recò a Lione, era questa 

dell'Ottonaio (Canti Carnescialeschi. Cosmopoli 4750; toI. 2, pag. 550): 

.... assai ... ci duole 
Cbe molti oggi si dieno , 
Ch' esser potrien mercanti veri e bnonl 
A voler oompagnia fin to' trecconi. 
Ognun tien magauini e casolari | 
Ognun compra e rivende , 
Onde il poTero poi che troppo spende 
Bestemmia il tempo la roba e' danari : 
Però non tanti avari 
Sempre contro di noi, ee. 

* Sermone del lunedì dopo la seconda domenica di quaresima. 

* EfUi. ad PUon. de Arte.poet., t. 550 : 

^j4t baie anùnos arugo et cura peculi 

Cam semel imbuerU, tperamut carmina fingi 
Poste linenda cedro et levi senanda cupresso? 

» G. Villani, Cron,, XII, 53 : « Nel detto anno 4345 del mese di gen- 
naio, fallirono quelli della compagnia de' Bardi ec., t e 1. XI, 88: «Per que- 
sta diffalta molto mancò la potenza e stato de' mercanti dì Firenze e di 

tutto il comune, e la mercatanzia e ogni arte n'abbassò e Tenne in pessimo 
stato. « E di naoTO, lib. XII, e. 55: « Ma non senza cagione Tengono ai co- 
muni e a' cittadini gli occulti giudicii di Dio per punire i peccati commessi. » 



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DI BBKHÀKDO DATANZATI. XIH 

città, non meno di Montpellier, di Nimes, di Marsilia, di 
Tolosa,^ piena di mercanti fiorentini, de' quali è traccia 
ancora nel nome d'una via che si appella de' Guadagni, 
potente famiglia che vi fece gran mercatura/ V'ebbero, 
come da per tutto, e console e proprie leggi e privilegi lar- 
ghi dal re. Sopra gli altri fioriva il banco degli Strozzi, che 
qui^ non meno che in Roma e in Venezia, avevano nu- 
merosa e potente compagnia. E quando Filippo, a cau- 
sarsi da' sospetti de' piagnoni, si ritirò colà per certo 
tempo, potè, armando i mercanti fiorentini, tener fermo 
contro la città sommossa talmente, che poco stette non 
ne rimanessero sterminati.' 

Non so quanto Bernardo si trattenesse in Lione; 
ma, certo, non lungamente. Perchè presto lo ritrovo in 
Firenze e nelle accademie e a continuare i suoi trafiDci, 
mettendo il suo in accomandite (come per lo più face- 
vasi allora), le quali non sempre lo rallegrarono di buoni 
guadagni. E lo rilevo dall' autografo delle Postille a Ta- 
cito, dove ne trovo una, da lui cancellata, ma pur leg- 
gìbile, nella quale accenna manifestamente a un brutto 
giuoco fattogli in una di queste compagnie mercantili. 
(( Non so chi miei vicini (racconta) presero da un amico 
» somma notabile di ducati per trafiQcare a compagnia^ 
» e in capo a undici mesi, senza disgrazie o danni del 
» traffico, si fuggirono con quarantaquattro mila; e 
D hanno trovato aiuti, favori, amici e modi: onde pas- 
o seggiano con le teste alte, e spendono allegramente. 

* A. Combe et 6. CharaTay, Guide de VéWanger à Lyon. Paris, 4847, 

pag. 249. « jDan« la rne de Gnadagne Vimmente et magnifique hotel de 

Guadagne, offrant dee prieteux détails de tculptwre gothique éc. » E in 
nota aggiunge : « La fomite de GiMdagney d'origine /torentine, avait aeqwit 
dan$ le eommerce une fortune eontidérable et ^ itait devenue prover- 
biale à Lyon. Elle était aimée de Frangoit J"*, à qui elle oeott eouoent 
prète de f or tei ummee pour set guerree ruineutet. t 

s Lorenzo Strozzi, op. cit., pag. LV. 

I. b 



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XIV DBLtA VITA B DELLE OPBBE 

)» E quell'amico ristorano col vociferare d'averlo soci- 
» disfatto innanzi agli altri, contro a ogni verità. E que- 
» sto sia suggel che ogn' uno sganni. » A basse insidie 
di emulo nelle cose del commercio accennano anche le 
seguenti parole, pur da lui cancellate in queltb stesso 
autografo, ma non sì che non possano leggersi : « Un 
i valentuomo.... perch' io rovinassi....cercò, brigò, mise 
» su molti, scrisse a Venezia, e libri squadernò. Ma io 
9 avendo fatto col mio, e non mai debito, fui sempre 
» Ben tetragono ai colpi di ventura.^ » L'aver cancellato 
questi brevi e giusti sfoghi del suo risentimento, mi dà 
segno d'animo buono, che dimentica o disprezza le offese. 
Sebbene i più nobili ingegni non tenessero a vile 
le industrie del guadagno, né Giovambatista Gelli (l'ape 
attica) non isdegnasse l' arte del calzettaio, anzi l'amas- 
se : ' né al Grazzini , detto il Lasca , paresse ignobile quella 
dello speziale, come non era parsa a Matteo Palmieri;* 
pure il Davanzati, o fosse pe' disgusti accennati, o fosse 
che troppo gli piacessero gli studi, non era contento 
del tempo speso nelle brighe del banco, e sentiva ri- 
morso d' esser tanto occupato nello arricchire. Però a 
Baccio Valori, amicissimo, dolevasi con questi versi 
pieni di severa mestizia: 

D' orò non già, ma d' infelice entoma* 
Son le Ola ondMo sento e caldo e gelo, 
fi molto il volto porto e 1 fianco anelo» 
Sì r avaro desio mi caccia e doma. 

* Vedi questa postilla riferita interamente a pag. 454. 

' Gli amici avrebbono volato toglierlo a quell'arte meeeanìea e dargli 
Olio di attendere onicamente agli stadi ; ma egli con rara modestia rìcasò, e 
volle vivere delle sue faticbe. Morì nel ^1565, ed on calzettaio , che fu Michelf 
Capri, gli recitò Porazion funebre. Vedi Salv. Salvini, Foit. cont. all'anno A 548. 

' Nato nel 4455, morto nel 4475. Fu discepolo nel latino del Sozzomeno, 
celebre cronuta pistoiese. 

* entama, automa, verme. Vuole intendere del baco da seta. Vedi que- 
sto sonetto nel voi. III. 



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M BERNARDO DAVANZATI. XV 

Qui non può lauro dnger la mia chioma, 
Qui non virtù può sovralzarme al cìaIo: 
Ond' io sol di me stesso mi querelo, 
E dico: Baccio mio, vedrem mai Roma? 

Tuttavia non credo eh' egli abbandonasse mai la merca- 
tura. Bensì die opera sempre più attesamente agli studi , 
ne' quali quanto venisse in pregio può vedersi anche da 
questo, che nel 15ii<7 (contava appena diciotto anni) 
l'accademia fiorentina, detta la grande e la sacra,* lo 
accolse tra' suoi.* Di che, quando più tardi prese in essa 
il consolato, si mostrò riconoscente con queste parole: 
tt Primieramente ( V accademia ) mi ricevette nel suo 
» seno nella mia più tenera giovanezza, e mi die prima 
D occasione e ardimento di correre questo pubblico ar- 
» ringo e con suo' piccioli onori, quasi madre lusinghe- 
vole con dolci pomi, più volte allora allettandomi, mi 
T» accese di se vagheza. * » Ciò fu nel consolato di Sei- , 
vaggio Ghettini, succeduto quell'anno stesso al Giam- 
bullari: e dice il Salvini,* che in quella occasione si pro- 
dusse con alcuna lettura; ma non si sa su qual soggetto. 
Come pure lo stesso Salvini lascia di notare un' altra 
lettura fatta da Bernardo tre anni dopo, allorché fu de- 
putato (conforme usa vasi, allorché gli ufficiali dell'ac- 
cademia uscivano di carica) a presentare la tazza d' ar- 
gento al consolo Fabio Segni, e l' anello d'oro ai censori 



' « Da' grandi nomini che yì creò e allevò, e da' grandi sindi che di quelli 
si conobbero , non inginstamenfe accademia grande fa appellata. » Scip. Bar- 
gagC, Orazione in lode deiVÀeead. — « Fu detta la tacra, cioè la maggiore 
e la solenne. » SaWini, Faet. eont. pref. pag. xxv. 

> Vedi FoiH consolari sotto l' anno 4547. Qui trovasi per la prima volta 
ricordato il Davanzati j e sebbene non dicasi espressamente, pure, avuto ri- 
guardo all' età sua giòTanile , non credo di errare affermando, che questo do- 
vetf essere Fanno del suo ricevimento nell'accademia. 

' Orazione nel prendere il Consolato. 

* Fatti eontolari. 



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XVI DELLA VITA B UBILE OPEBB 

Benedetto Varchi e Francesco d' Ambra. ^ Imperocché 
qui fece Bernardo (dicono gii Atti) una grata, accorta 
e molto graziosa orazione.^ La quale ceremonia porse 
al Lasca (imbroucito allora coli' accademia, da cui per 
sue dicacità era stato rimosso') occasione di motteggio 
in questi versi, nei quali almeno il nostro Bernardo fa 
gentile comparsa: 

Quel garzonetto non ba 'n corpo fiele : 
Poi fa sì belle e sì dotte orazioni. 
Che chi noD Tama è ben goffo e crudele. 

Calate ornai le vele, 
tutti voi dal maggiore al mioore, 
Che siete dolci e di mezzo sapore. 

E se bramate onore, 
Fate neir accademia soprattutto 
Favellar sempre e legger quel bei putto.* 

E aria di putto dovea dare tuttavia a Bernardo la pie- 
cìola e pienotta statura e lo spirito vivace. 

L'accademie, divenute cosa di stato, cominciarono 
a perdere molto tempo in queste gare e baie e forme 
cortigiane. Dianzi erano brigate d' amici che raccogUe- 
vansi alla buona in private paréti ad accomunare e fe- 
condare liberamente i loro studi, non senza il condì- 
mento di schiette e casalinghe ricreazioni, come^volea 
lo spirito fiorentino. Tal fu quella dotta brigata dei Pla- 
tonici , donde sorsero in Italia i primi albori della rin- 
novata filosofia: tale quella degli Orti Oricellarì, dove 
il Machiavelli leggeva le sue Storie. Talvolta sotto quelle 
erudizioni ferveva nobile spirito cittadino, mirante a ser- 
bare inviolati, contro ogni ambizioso attentato, gli or- 

* Elegante scrittore dì commedie. 

s Di questo fatto, taciuto dal Salvini, fa menzione il Biscioni nelle noto 
alle Rime del Lasca. Firenze, MoOke, 4741 , voi. 4, pag. 554, 552. 
' Biscioni, Vita del Lasca premessa alle Rime. 

• Lasca, Rime, voi. 4, pag. 443. 



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DI BBKNAKDO DAVANZATI. XVII 

dini antichi deUa patria ; come yidesi in quella compa- 
gnia di giovani, che mentre attendevano a curare il 
testo del Boccaccio, onde uscì poi la celebre edizione 
del 1527, si consigliavano come sbrattare Ippolito e Ales- 
sandro, minaccianti la repubblica; e che, venuta poi la 
dura e infelice prova dell' assedio, tutti vollero lasciare 
anzi la vita che l'armi. Quella rovina del 1530 in- 
terruppe ed infranse tutti questi studi nobilissimi. Rap- 
piccaronsi poi , ma per pigliar presto ben altro aspetto. 
£ chi un dieci anni dopo fosse passato per via San 
Gallo, ognuno avria potuto indicargli la modesta abi- 
tazione di Giuseppe Mazzuoli, cittadino (a sentir lui) 
senza istato, soldato senza condizione, profeta come 
Cassandra.^ Ma la fama il diceva ottimo vecchio e sol- 
lazzevole, pieno di buone lettere come di valor militare, 
provatt) nelle Bande nere, amico de' giovani studiosi e 
valenti, che col nome di Umidi, facevano in casa sua 
eruditi e allegri convegni, appellati da loro le toma- 
ielle.^ Tutti lo amavano e gli erano intorno con mille 
baie, e lo chiamavano il Padre Stradino (era nato nel 
castello di Strada), senza contare cento pazzi nomi che 
gli aveano dato; come il Consagrata, il Bacheca, il 
Crocchia, il Pagamorta^ Pandragone, Cronaca scorretta, 
e va pur là.' Proponevansi sopra tutto lo studio della lin- 

' Vedi Biscioni, note alle Rime del Lasca ; voi. I, pag. 292 : e il Codice 
Magliabechiano, ci. IX, 42, di cni nella nota seguente. 

^ Vedi V opera intitolata : Notizie letterarie ed istoriehe intorno agli 
uomini illustri dell* Accademia Fiorentina. Firenze ^1700. Fa compilata da 
Iacopo Rilli, e solamente la prima parte yenne alla luce. La seconda è ms. 
nella Magliabechiana, ci. IX, 42. 

' Tutte invenzioni di quel cerve! bislacco del Lasca, cbe ben dipinse il 
suo pazzo ingegno poetico in questi versi: (Son. 84, voi. A.) 

Le Mase spigoUstre • coUfesse 

M' ispirano e consigliali tuttavia 

Cb« compor debba e far madrigalesse, 
Con dir die questa è la Tentare mia: 

Ond'lo Tersacci e rimaece scommesse 

M'aggiro sempre per la fant«6i«. 

6' 



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XYin DELLA VITA E DBLLB OPEHE 

gua, che, in (ante rovine della patria, volevano almeno 
serbare intemerata e promuoverne lo splendore. Ma non 
s' accorsero che la lingua segue sempre le condizioni ci- 
vili del popolo, e che dove queste volgono in basso, è 
vano far pigliare a quella contrario movimento. Che cosa 
fecero in Roma i molti grammatici nell'età di Tiberio? 
Nondimeno reca diletto a sentire da quei giovani, che 
a ancorché fussino la maggior parte di essi in esercizi 
» mercantili occupati, pure si promettevano tanta gra- 
» zia dalle stelle e dalla natura, che bastava lor l' animo 
» a render conto de' casi loro in simil professione. * » 
L'occhio grifagno di Cosimo vide subito che questi 
Umidi andavano protetti. Detto fatto. Si cominciò a dar 
loro il nome più lauto di Accademia fiorentina; si det- 
tarono nuove leggi; segnaronsi larghi privilegi: le po- 
vere tornatene, nel palagio ducale si fecero illustri: il 
luogotenente diventò consolo e capo dello studio fioren- 
tino, con prebenda, e perfino con privilegio del foro.* 
Quanto il buon Padre Stradino si rammaricasse di que- 
ste subite grandigie della sua insignorita figliuola, può 
vedersi nelle rime del Lasca, che senza pietà solca met- 

' Proemio agli Statati dell' Accademia. 

' Nella deliberazione de' 25 febbraio 4544 si dice che il duca: « Con- 
siderando.,, ed. e desiderando c^ i fedelittimi twn popoli ancor ti fac- 
ciano piò ricchi e ti onorino di quel bwmo e hello che Iddio ottimo nuu- 
timo ha dato loro, cioè V eccellenza della propria lingua ec... acciocché i 
virtuoti ec... nella tua felicittima accademia fiorentina ec... postano piit 
ardentemente seguitare i dotti loro esercizi, interpetrando, componendOf 
e da ogni altra lingua ogni bella scienza in questa nostra riducendo ec... 
delibera che l'autorità onore e privilegi^ gradi salario ed emolumenti ed 
ogni e tutto che ha conseguito e si appartiene al Rettore dello Studio di 
FirenzCy da ora innanzi si appartenga e sia pienamente del magnifico ' 
consolo della già detta Accademia Fiorentina. » lì consolo poi ha un suo 
tribunale, e in yigore degli statuti e di antichissima consuetudine esercita la 
sua autorità e giurisdizione sulle cause e persone a lui sottoposte, cioè dot- 
tori, scolari, librai, professori, acrittori, e rende ragione cuniulativamente co- 
gli altri tribunali della città. Interviene al consiglio da' Dugento e nelle altre 
pubbliche comparse ec. Vedi V opera citata, Notizie ec. 



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M BEKNAKIK) DAVAHZATI. XII 

tere in giaoco il suo dolore/ Basta dire che non ebbe 
più bene. Avea conosciuto l' umor di Cosimo, che tutto ^ 
fino a questi innocenti trattenimenti, volea tirare a se. 
Ed invero non vi fu ordine antico eh' egli non distrug* 
gesso, sotto apparenza di volerlo conservare. Da prima 
lasciò i magistrati, salvando per se la potestà: ma poco 
stette che anco quelli trasse in sua mano.* ^* 11 nostro 
Bernardo, studiando in quei giorni in Tacito, e notando 
quel luoghi più robusti, che il presente stato di cose 
rendeva più fecondi di medilazione, giunto alle prime 
pagine della Vita d'Agricola, segnava queste parole: Ser- 
vitutis mala commemorai; vide et nota: poi di contro 
lasciava questo ricordo: « A noi la campana del censi- 
T» glio fu levata, acciò che non potessimo sentir più il 
» dolce suono della libertà.* » 

In età di trentasette anni volle accasarsi: e poiché nel 
suo Plutarco avea notàio^ ceqtuilem Ubi uxorem inquire, 
che, al modo suo brusco, tradusse nel margine, moglie 
PARI; * la cercò di nobile sangue, e fu Francesca di Carlo 
Federighi, donna (come può giudicarsi da una carta di 
sua mano ') certamente non letterata (che qui la parità 
sariasi volta in iscandalo), ma attenta alle cose dome- 
stiche e amorevole. N' ebbe più figliuoli ; tra' quali un 
Giuliano, umor bizzarro, dandogli che fare assai, dovè 
levartosi di Firenze.* Una figliuola alluogò nel mona- 

* FÌDgeya che Io Stradino fosie stato à* accordo^ e in persona d' un Cami- 
llo si duole con lai in nn sonetto, che gli fece stizza grandissima come rile- 
vasi da nna nota posta dallo Stradino stesso sotto ^ei. versi. Vedi il Biscioni 
nelle note alle Rime dal Lasca ; voi. I, pag. 295. 

s Vedi Gallozzi, Storia del Grand^kcato ee. 
' Zibaldone ms., presso il Bigazzi. 

* Opuscoli di Plutarco con postille mss., presso il Bigazzi. 

5 Zibaldone ms., presso il Bigazzi. 

6 Vedi nel voi. IH le Lettere. Dì questo Giuliano trovaosi raccontati alcuni 
aneddoti e motti spiritosi nelle schede manoscritte di Girolamo Da Sommaia j cod. 
Magliab., ci. Vili, n. 80, 81, voi. II, car. 50. Chi sa che questo figlio sven- 
tata non facesse scrivere a Bernardo la post. 4 a pag. 5 nel primo degli Annali. 



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» DELLA VITA B DKLLB OPIRB 

Stero di santa Marta a Mootaghi, forse per affetto alla me- 
moria dell' avo suo che ne fu fondatore/ Colla moglie 
visse in tanta concordia e amore che (attesta il Rondi- 
nelli*) a morendo disse molte voUe^ niente più dolergli 
» di lasciare, quanto la sua cara consorte, con la quale 
» era stato quarant' anni. » Di che si rimuove ogni so- 
spetto che a lei toccasse la 6era postilla contro la mo- 
glie (( strebbiatrice, borbottona, salamistra e gelosa, » che 
leggesi'a principio degli Annali di Tacito.' 

Il citato scrittore afferma pure che esercitò pruden- 
temente i magistrati, e che il parer suo era stimatissi- 
mo; «perchè col buon giudìcio dava nel segno, e con 
» parole brevi e significanti rappresentava ottimamente 
» il suo concetto. » Ciò stesso ripetono gli altri biografi 
seguaci del Rondinelli. Ma questo non par vero. Peroc- 
ché s'egli fosse stato o del consiglio de'dugento, o de' qua- 
rantotto, ossivvero dei quattro che stavano a rappresen- 
tare vanamente P antica signoria; ne sarebbe memoria 
ne' pubblici archivi: e questa non si trova/ Oltreché 
Bernardo, come figliuolo di ribelle, aveva una macchia 
d' origine, che escludevalo da ogni pubblico ufficio: es- 
sendo Cosimo solito far portare ai figli V odio dei padri, 
anche innanzi che venisse fuori V infame legge polveri- 
na.' Io non trovo che Bernardo esercitasse altre magi- 



* Vedi V Àlbero e le note. 
' Ritratto del Davanzali. 

> Pag. 4 di questo voi., postilla 8. 

* Il signor avr. Luigi Passerini, a cui son tenuto di molte notizie, 
mi scrìveva su questo proposito : « In quanto a m. Bernardo e a cariche da 
lui iottenute^ nulla eiiite m^ nostri Archivi; non a/vendo mancato di fare le» 
piÌAfi^iwuU indagini. • 

1^ Fu fatta il dì xi marzo 4S48, e stampata in Firenze da Filippo Giunti 
nel 4574 , e di nuovo tra' documenti della Cronaca delPUghi pubblicata con 
erudite ed accorte illustrazioni neW Appendice A^V Archivio Storico, n. 25, 
dal p. Francesco Frediani m. o. Questa legge che « valte a distruggere ogni 
libertà, e dirò anche ogni prosperità in Toscana, » prese il nome dal suo 



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DI BEKNABDO DATAMZATI. IXI 

strature che accademiche. Infatti sostenne più volte il 
grado or di consigliere or di censore nell'accademia fio* 
rentina;^ e V anno 1575 fu creato consolo; volendo T ac- 
cademia (come pensa il Salvini) onorare in lui gli studi 
della scienza economica,' si necessaria agli stati, e che 
allora cominciava appena a germogliare. « Anche quei 
» virtuosi (dice lo storico dell'accademia) che ehbero 
» in questo seggio la carica di suoi consiglieri, furono 
» a lui somiglianti, non meno nell'intelligenza delle 
D private che delle pubbliche faccende, quali erano la- 
]> capo Pitti' e Giovanbatista Adriani, col censor loro 
» Filippo Sassetti, gentiluomo, non solo nella nobile 
9 mercatura e nei lucrosi e splendidi traffichi assai ver-- 
» sato, ma nella cognizione della storia e della geografia, 
» come erudito viaggiatore.^» Disse*in questa occasione 
il Davanzati parche e savie parole, rivolte a bene indiriz- 
zare gli studi accademici: tra le quali non so se suonino 
elogio rimprovero queste, riguardo a Cosimo: « Fu 
)) ella (l'accademia) per voi principalmente ordinata da 
Y> quel sapientissimo che considerò la condizione de'tempi 
T» poca altra opportunitade e luogo prestarvi da potere 
)> la sapienza de' vostri petti e la dottrina e l'eloquenza 

promotore Iacopo Polverini pratese , cittadino fiorentino , auditor fiscale , offi- 
àale delle Rifonnagioni , auditor militare e segretario della Pratica segreta. 
Vedi le note ai documenti della detta Cronaca. 

* Nel consolato di Antonio Albizzi (4574) fa consigliere con Pietro Go- 
Tonì: in quello di Iacopo Dani (4597) fu con Gio. Ant. Popoleschi: alP istessa 
earìca fu chiamato nel 4584 con Francesco Bonciani sotto il cons. di Fr. Mai^ 
telli; e nel 4602, parimente col Popoleschi, nel oons. di Alessandro Sertini. Nel 
c<Mi8olato del Martelli PAccademia fiorentina fu dal granduca Franceseo tra* 
sferita nel pubblico Studio , e nella facciata furono scolpiti i nomi dì coloro che 
aUora teneyano il seggio ; tra' quali leggesi anche quello del Daranzati. Vedi 
SalTÌnì, Fatti eont., pagg. 24 9, 537 ee. 

s FmH eont., pag. 422. 

* V autore delle Storie fiorentine pubblicate la prima Tolta nel toI. I del- 
VAreh4vÌo Star. Italiano. 

« Op. a., 225. 



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XXII DELLA Vrrà B DXLLB OPKSR 

diffondere./» Sebbene distratto dai negozi domestici, 
si adoperò che il sao consolato fiorisse di ottime letture, 
volgendosi a' migliori.* Per lo più esse versavano, con 
più pompa d'ordinario cke utile, sopra larghe inter- 
pretazioni de* classici nostri. Toglievasi un sonetto o una 
canzone del Petrarca o di Gino, od anche di qualche ac- 
cademico, e qui si concionava con eterni vaniloquii. Il 
Davanzati pel contrario prese quasi sempre argomenti 
di pubblica utilità, trattandogli senza frasche, e senza 
(per usare una sua bella frase) iscavessar la rettorica 
per troppo volerne.^ Solo una volta vedo che prese a co- 
mentare la canzone del Petrarca, Italia mia ec: * e tale 
scelta mi fa credere eh' e' non dicesse cose né accade- 
miche né vane. Altre volte egli lesse; ma se ne ignora 
il soggetto, né tra' molti manoscritti di quegli accade- 
mici, sparsi per le biblioteche, m'é avvenuto di tro- 
varne alcuno de' suoi. 

Intanto un' altra accademia era sorta nel 1568, per 
opera specialmente di Tommaso del Nero,* il quale rac- 
colse in sua casa molti giovani ingegnosi, che dettero 
origine all' accademia degli Alterati, ordinata essa pure 
agli studi della lingua, e che più tardi, cioè nel 1582^ 
offerse il modello all' accademia della Crusca.^ Ed anche 

' Orazione nel prendere il consolaio. 

s Vedi nel voi. Ili la lettera a Lnigi Alamanni. 

» Tacito, in»., 111,65. 

* Ciò fa Fa. >lo55, nel consolato di Antonio Alberti. Fasti eontolaH, 
pag. -1^4. Vedi altre sue Iettare ricordate a pagg. 7-1, 88, >I04, 446. 

S 1147 febbraio 4568 « ad oggetto di esercitarti privatamente negli 
studi pia belli y s'unirono nella loro pia fiorita età, pieni di bel fervore 
e ealdi di (morato desiderio di gloria, dei genHlwmini, che furono Giulio 
del Bene.... Tommaso del Nero, il con. Renato de Pazzi.... e diedero 
principio all'Accademia degli Alterali, nella quale alzarono per impresa 
un tino pieno d'iuve col motto Quid non designàt. » (Salvini, Fasti cons. , 
pag. 205.) Agostino del Nero, figlio di Tommaso, fa istitutore dell' accademia 
dei Desiosi. 

' Vedi Collezione d' Opuscoli scenlifici e letterari ee. Firenze, nella 



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DI BERNARDO DAVANZATI. XXm 

in quella fu accolto 11 DayanEatì. Ognuno degli accademi- 
ci, pel vezzo che allora correva, ribattezzavasi con qual- 
che strano nome, e ìnventavasi un'arme e un motto, 
che chiamavano impresa, a Sogliono (diceva il Nostro) 
)) le modeste imprese sotto una scorza umile d' alcuna 
)> proprietà di colui che la piglia, una midolla gentile 
i> d' alcuna sua virtù o fortuna, con ingegno accenna* 
D re/» Però seguendo suo concetto e natura, egli si 
chiamò il silente, e tolse per insegna un cerchio da 
botte colle parole strictius arctius, a significare che 
il discorso, come volea Licurgo, deve in brevi e sem- 
plici detti contenere grande e abbondante sentenza,* e 
che quasi avrebbe desiderato farsi intendere senza par- 
lare. Uomo com' egli era d' operazione e di semplici 
modi, mirava sempre al principale intento, e se potea 
giugnervi pe' tragetti, certo e' non pigliava la via regia; 
perchè la vita è breve, ed è troppo vero V adagio, che 
le parole non s' infilzano. Cercando tra le sue carte do- 
v' egli registrava le più elette sentenze de' buoni anti- 
chi, vedo eh' egli aveva notato queste di Plutarco : Con- 
cisa Grado rem assequitur et mentem ferii; o afferra il 
» punto, e picca:» cosi egli.' Ed invero le idee che me- 
glio feriscono la mente sono quelle che le si presentano 
con nulla più del loro segno proprio: ogni soperchio, 

stamperia dì Borgo Ognissanti, voi. VI, pag. 27; ove leggeù sa qnesto propo- 
sito un discorso di Luigi Clasio. Tra V altre cose egli dice : « Non pnò negarsi 
» che rAccademia degli Alterati fosse nn Liceo, in coi molta gioventù nobile di 
.t Firenze s' istruiva nella virtù e nella dottrina. » 

* Vedi V Orazione in genere deliberativo iopra i Provveditori. Cosi il 
Sassetti chiamossi V Àtsetato; Scipione Ammirato il Trae formato , alludendo 
all' Accademia de' Trasformati da lui fondata in Lecce; Tommaso Del Nero lo 
Sconcio, coUa bellissima impresa d'inui vile potata col motto E nel tardar 
«* oeamsa. Vedi il codice magliabechìano, classe IX, n. 434. 

* Plutarco t» Licurgo, cap. 46. 

' Zibaldone ms., presso it Bigazxi. Il passo di Plutarco è nel luogo citato 
della Vita di Licwrgo. 



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XXIT DELLA VITA B DELLE OPERE 

quanto più bello è in se, tanto più togliendo di atten- 
zione air idea, fa si eh' ella passi o incompresa o fran- 
tesa lenta troppo, con noia e dispetto di chi ha sete di 
lei. Però egli avrebbe voluto strignere nel suo cerchietto 
molti buoni, ma troppo spanti libri, e cavarne una quasi 
stillata sostanza, che con più risparmio di tempo nu- 
trisse meglio la mente. E d'alcuni lo fece, come vedre^ 
mo: e d'altri, come dei Discorsi di Vincenzio Borghini, 
r avrebbe fatto, se il tempo e la voglia non gli fosser 
venuti meno.* 

Tenne tra gli Alterati il grado di reggente (che cosi 
appellavasi il capo dell'accademia), e fu il decimo, suc- 
cedendo al cavalier Vincenzio Acciainoli, detto il Trava- 
gliato,' a cui fece la festevole accusa, com'era richie- 
sto dal bizzarro uso accademico. Lessevi discorsi or gravi 
or faceti, e sempre ripieni di ottima dottrina e di forme 
elettissime. Ma ben di rado facea grazia della sua voce, 
si perchè era lento a scrivere (come tutti quegli che 
amano l' arte e che meditano molto), e sì ancora per- 
chè i suoi negozi non lo lasciavano scioperarsi troppo 
in cosi fatte esercitazioni, adi uomini, diceva, in questo 
)> mondo son molto vari d' ingegno; chi l' ha fatto in un 
)) modo, e chi in un altro. Io vi confesso, che '1 mio è 
)> schizzinoso, fantastico e molto strano. Di nulla ch'io 
)) faccia, mai non si contenta, e tanto m' affatica, che 
» nuoce a mia sanitade: la quale e l' etade e la famiglia 
» e le necessarie cure molto mi ammoniscon di guarda- 
» re: però non posso studiare, né durar queste fatiche 
» accademiche, né trovarmi con voi se non dirado.'» 
Però non vedo eh' egli s' inframmettesse nelle qui- 

*■ Lo affenna Giuseppe Pelli nell' elogio che scrisse del Davanxati j stam- 
pato nella Raccolta d'elogi d' uomini ilhutri Uucani, tom. HI, pag. 290- 
304. Lucca 4770. 

9 Vedi VÀccuta data dal Silente al Travagliato, 

' Vedi VAccuta ec. in fine. 



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DI BEBNABDO DAVANZATI. XIV 

slioni e fazioni accademiche, delle quali dae sopra tatto 
fecero allora assai romore. Nacque una neir accademia 
fiorentina e fu suscitata dal GiambuUari, il quale, dotto 
nelle lingue orientali, volendo troppo inalzare la nobiltà 
della propria, la faceva discendere dall' ebrea o caldea 
altra parlata nella regione d'Aram, con qualche mi- 
schianza di latino e di teutonico, per cagione delle do- 
minazioni romane e germaniche. Fondavasi sul passag- 
gio di genti caldee nelP Etruri^i, attestato da Sanconia- 
tone e Beroso; sv varie etimologie e sull'aspirazione 
o gorgia de'Fiorentini, ignota, dagli Spagnoli in fuori, a 
ogni altro popolo d' Italia e d' Europa. Ma se questo ar- 
gomento tenesse, gl'inglesi (ben osserva il Foscolo) 
dovrebbonsi dire d' origine greca, perchè il greco theta 
hanno nella loro pronunzia.^ Nondimeno il GiambuUari 
trovò seguaci, e formossi nell' accademia la fazione de- 
gli Arameiy sì malmenata e confitta da' versi mottegge- 
voli del Lasca." — L' altra quislione fu, più che accade- 
mica, nazionale, e di tal peso, che infino al Monti non 
se ne tacque, e appena se ne tace ora per fastidio. E fu 
questa, che dall'avere i Fiorentini nel loro dialetto 
maggior copia della lingua comune d'Italia, essendo 
sorti a pretendere che questa s' avesse a dire fiorentina 
e non italiana, e che a bene scrivere bisognasse esser 
nati in Firenze o almeno aver bevuto all'Arno; ne sen- 
tirono dispetto le altre Provincie, che, a confessione 
dei Fiorentini stessi, poteano vantare scrittori purgatis- 
sìmi, come il Bembo, l'Ariosto, lo Sperone, il Tasso e 
più altri. Onde venuto a Firenze in questo tempo Gero- 
nimo Muzio giustinopolitano, non men valente in gram- 

* Discorso I sulla lingua, pagg. 'I56-'I37, «dizione di questa Biblioteca. 

' Biscioni , Vita del Laica. Le satire contro gli Arameì furono cagione 
che il Gra2zinì fa cacciato delP Accademia, nella qaale non fu riammesso se 
non nel 4566. 



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XXTI DELLA VITA E DELLE OPERE 

malica, che dotto ed elegante scrittore di controversie 
religiose, e dettosi colà, « non poter egli, per esser fo- 
» restiere, scriver bene e lodatamente nell'idioma fio- 
]> rentino'/ » egli rispose molto a proposito, che 

non i fiumi Toschi 

Ma '1 ciel, l' arte, Io studio e '1 santo amore 
Dan spirto e vita ai nomi ed alle carte.' 

Quindi le dispute acerbe e i rinfacciamenti scambievoli, 
qua dei riboboli e delle fiorentinerie, là dei barbarismi 
e delle goffezze: quindi quel libro delle Battaglie^ dove 
il Varchi è sì malmenato, e il Machiavelli detto scrittore 
poco meno che goffo e senza grammatica : ' quindi, final- 
mente, quelle sdegnose parole del Nostro contro « quel 
» Muzio che venne di Capo d' Istria in Firenze a parlare 
» e scrivere di questa patria villanamente, e insegnarci 
D favellare con la sferza in mano di quelle sue pedante- 
» sche Battaglie/ » 

Non per questo il Davanzati entrò mai direttamente 
nel campo delle contese; che troppo stimava il tempo, 
e odiava il cicaleccio pettegolo della gente oziosamente 
letterata. Sol contentossi, allorché qualche più vispa fio- 
rentineria cadevagli nel suo Tacito, dire sogghignando: 
a Ma zitti che il Muzio ci grida. » — E per vero, egli non 
avea mestieri d' apprendere le proprietà della lingua dal 
battagliero di Capo d' Istria; il quale, se fu pulito e terso, 
non ebbe peraltro spiriti e nervi, e gli mancò quella 

< Varchi presso il Muzio, Battaglie, car. 55, edizione ài Vinegia, 4582. 

' Vedi il sonetto del Muzio, a car. 55 verta delle Battaglie. 

> Vedi la lettera a M. Gabriello Cetano e a M. Bartolomeo Caval- 
canti, premessa alle Battaglie. 

* Vedi la Postilla a pag. 50 di quésto Tolume. L'intero titolo dell'Opera 
è il seguente : Battaglie di Hieronimo Jfulto Giustinopolitano per difeta 
delV Italica lingua, con alcune lettere ee., con un trattato intitolato la 
VaréMna ec., et akune bellittime annotaxioni topra U Petrarca. In Vi- 
negiay appretto Pietro Dutinelli, 4582. 



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DI BERNARDO DAVANZATI. XXVII 

gran virtù del parlare, che pone innanzi agli occhi, e 
nella quale il Nostro non ha pari.^ 

La qual virtù egli ebbe, parte da felice disposìzion 
di natura, parte dall' essere uomo di fatti, e sopra tutto 
poi dal profondo studio eh' e' pose in Dante e in Orazio, 
unici maestri dello scolpire i pensieri. Oltre que'due 
sommi, a stimò assai Virgilio ; e volendo lodare la dol- 
» cozza e soavità dello stile, accompagnata con la gra- 
» vita e maestà, che per tutto si ritrova ugualmente in 
» esso, diceva che sempre quel signor deir altissimo 
» canto sonava la campana grossa; quasi che egli si 
)) facesse sentire più degli altri, o, come il basso nella 
» musica, reggesse il coro di tutti gli altri poeti.*» Cercò 
con amore la efiicace semplicità nei nostri scrittori del 
trecento, e amò di raccogliere molti codici di quel se- 
colo, tra' quali n'ebbe carissimo uno delie Cronache del 
Villani; cui avendo stimato or sempre come gemma di 
» sommo valore, per tale la lasciò agli eredi nella sua 
)i ultima volontà, obbligandoli con fortissimi legami a 



* Nel cap. V della Varchina dk queste notizie di se : « Nacqoi in Pa- 

• dova: e fra in Padova, in Vinegia, in Capodistria, in Dalmaiia et in Ale- 
» magna vissi infino alla età di trent' anni. Appresso conversai in Lombardia, 
» in Piemonte , in Francia et in Fiandra : et ne haveva forse quaranta , prima 

• cbe Fiorenza mi vedesse. Et a mettere insieme tutto il tempo che più volte 
» stato vi sono , non so se egli passasse on anno. Sì che né io vi sono nato 
» né da fanciullo allevato : e che in me non sia indicio alcuno di fiorentinaria 
» assai si mostra a chi mi sente favellare. Laonde per la coloro ragione si 
» viene a conchiadere , che io bene non posso scrìvere. » E in una lettera a 
don Ferrante Gonzaga (Vedi Tiraboschi, Storia della Lett., t. VII, par. I, p«g. 
554 ) : « siccome io fui Bgliuolo di povero padre, così sempre sono stato fìglia- 
» atro della fortuna , che non mi trovo al monido altra entrata che quella la 
» quale mi dà la servitù mia. » E così povero morì in Toscana nella villa 
de' Capponi chiamata la Panerete, dì 84 anno nel 4576. Combattè con zelo 
pan alla dottrina V eresia luterana , che minacciava V Italia ; e scrisse più 
opere contro Pierpaolo Vergono , contro V Ochino , contro V apostata France- 
sco Betti romano, contro il Bulengero, contro il Vireto , e più altri. 

' Bondìnelli , Rilratto del Dcmanxati. 



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XXVIU DELLA TITA B DELLE OMftB 

» non la poter mai alienare/ 1» Amò ugualmente gli Am- 
maestramenti del Concordie, il Novellino e altri, dove 
alla grazia trovasse congiunta o l' evidenza o la forza. 
Sdegnavasi contro il forestierume infiltratosi nella lin- 
gua dal trafficò o dalla corte; e volendo la lingua arric- 
chire, consigliava «spolverare i libri antichi, e servirsi 
)) delle gioie nostre riposte, che ci farebbero onore.* » Di 
Tacito fieramente invaghito (come dice il Rondinelli) e 
di quello eh' e' chiamava compilato parlare,^ ebbe a 
noia il frascume di quei 

Boccacci gretti e magri Cicerpni,* 

che empivano allora le accademie di affannosi prosoni, 
de' cui poveri e smarriti pensieri potrebbe dirsi come 
de' naufraghi di Virgilio, 

Apparent rari nantes in gurfjite vasto, ' 

Ma Bernardo gli chiamava cemboli senza musica;* né 
so che di meglio avesse potuto dire. Non solo studiò ne' li- 
bri morti, ma molto più nel libro vivo del popolo, si 
fecondo 4' insegnamenti a chi vi sa leggere. Ma perchè, 
preso amore a una cosa, è quasi impossibile che l' af- 
fetto talvolta non vinca il giudizio; così non può negarsi 
che, a quando a quando, e' non Iscambiasse i riboboli ple- 
bei per atticismi gentili: ma ben di rado: e forse niuno 
sarebbesene accorto, o almeno non n'avrebbe levato si 
gran remore, se non gli fosse venuto quella veramente 
un po' strana fantasia di mettergli in becca al più rigido 

^ Rondinelli , op. cit. Ma in una copia del testamento, che trovasi nella 
Palatina di Firenze , non ò parola di ciò. 
^ Ve^ a pag. 45 di questo volume. 
' Postilla alla pag. 447 di questo volume. 
* Lasca. 

5 ìB». I. 

6 Vedi la Postilla a pag. 493 di questo volume. 



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DI BBRNAftDO DATANZATI. XXIX 

e signoresco scrittore delP antichità, il quale non va 
mai per le vie battute, non eh' egli passi di piazza. Cosi 
pure valicò alquanto il segno in quel suo buon pensiero 
dì rimettere in corso non pochi vocaboli, dimenticati 
per incuranza delle proprie e per vano desiderio delle 
altrui ricchezza ; * traendone fuori dal sepolcro alcuni 
pochi, non consigliati né da bisogno né da vaghezza. Ma 
ciò é ben lieve a paragone dei meriti grandissimi che 
questo scrittore ha verso la lingua nostra. Quando pur 
non avesse che quello di essersi, in tanto vaniloquio 
accademico, fatto parte da se stesso, e d*aver col suo 
esempio richiamato gP Italiani a quella forma del dire 
nervoso e nativo, insegnata da Dante, e perduta nelle 
lautezze del Boccaccio; insegnata pure dal Machiavel-* 
li, e di nuovo perduta sotto gli strascichi cortigiane- 
schi di Giovanni della Gasa e di Pietro Bembo, monsi- 
gnori ; pare a me che basterebbe a riporlo tra i primi 
esemplari nostri. Non so se questa virtù fosse in lui pre« 
giata da' suoi contemporanei. Certo essi erano i meno 
idonei a sentirla, dovendone giudicare da' loro scritti. 
Ed. in vero, mentre non v' ha uomo di molte o poche let- 
tere in quella età che non dica miracoli del Varchi e del 
cavalier Salviati, pochi trovo che ricordino il nome di 
Bernardo Davanzati; e quei pochi, lodandolo, toccano 
più la perizia della lingua, comune a molti, che la ner- 
vosità dello stile in cui fu solo. Il Salviati scrivendo 
a Giovambatista Strozzi, il cieco, e rallegrandosi che 
tanto fiorisse allora la lingua: a II Davanzati e voi, gli 
)> dice, per mio avviso siete i primi campioni; e se noi 

* «Molte voci che per la raggine del tempo erano prese a schifo, rìpulen- 
» do e nettando ne rarriTÒ, e molte che stimate plebee e basse , non erano 
» ammesse nelle nobili scritture , sciorinandole e loro antica gentileoa dimo- 
» strando , quasi provanze di loro nobiltà facendo , pose per entro alle suo 
» opere , ove come stelle KtQtillanti risplendono. » Rondinelli. 

e* 



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XXX DELLA VITA E DELLE OPERE 

>» ci ridurremo una volta a vivere in un luogo medesimo, 
» spererò che da ciascuno di noi possano darsi in consi- 
» derazione alcune cose, che, fra tutti, aggiugneranno a 
» squalche grado di bontà: voglio dire, che voi avvertl- 
D rete me, et io voi, et il Davanzali V uno e V altro di 
» noi, d'alcune cose assai leggiere che, mullipHcate im- 
» portano qualche cosa, e per lettera è impossibile il 
» farlo.*» Ma quando poi negli Avvertimenti mi dice 
che ninno più del Davanzali si è nel piano stile, per pu- 
rità e semplice leggiadria, accostato al Casa;' non ri- 
trovo il buon giudicio del cavaliere : imperocché niuno 
è men piano e più artificiale del Gasa; e se nella purità 
della lingua questi due scrittori si convengono, sono 
tanto lontani e ripugnanti nello stile, quanto può essere 
Cicerone da Tacito. 

Il valore del Davanzati nella lingua giovò non poco 
alla Crusca, sorta nel 1582 per opera del Deli, del Lasca, 
del Canigiani, del Zanchini e del De Rossi, e sopra tutto 
di Lionardo Salviati che, sebbene entrato più tardi, pure 
die nome e forma all'accademia e può riguardarsi come 
il vero fondatore di essa. Nel 1591 avendo tentato i Cru- 
scanti di tirare a sé gli Alterati, questi, sebbene volessero 
conservare propria esistenza , né mescolarsi, pure inter- 
vennero alle adunanze, ed alcuni, tra' quali il Davanzati, 
presero parte ai lavori. Non si condusse per altro a ve- 
der compiuta e pubblicata l'opera del Vocabolario, della 
quale tanto bene riprometlevasi e riguardavala cr come 
unica conservatrice della lìngua toscana. * w 

Ma i suoi studi non si ristrinsero solamente alla 
lingua ed alle amene lettere. Seppe, quanto allora potea 
sapersi, di politica economia, e fu molto pratico nel di- 

* Vedi Salvini, Fasti consolm^, pag. 229. 
' Avvertimenti della lingua, cap. >I2. 
' Rondìnelli , Ritratto del Davanzati. 



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DI BERNABDO DAVANZATI. XtU 

ritto commerciale. Ebbe rett^ senso nelle cose del go*- 
verno, e ne gittò pochi e rapidi sì, ma bellissimi lampi 
nelle Postille a Tacito. Non gli furono ignoti i progressi 
che le scienze fisiche facevano tillora per opera del di- 
vino Galileo; e ricercò la fiIoso6a degli antichi, affine di 
seguire, da' suoi primi tentativi, i progressi dello spirito 
umano. * 

A proposito d' una lettera di quel gentile spirito di 
Gasparo Gozzi, dove questi parla d'alcuni libri da lui stu- 
diati, ben osserva il Tommaseo che « Bel trattato sareb- 
» be: le letture che formarono gli uomini illustri.* » Ed 
invero come utile e grato è conoscere per quali nutri- 
menti crebbe e fruttificò una pianta rara e bella, perchè 
non se ne perda la stirpe ; cosi giova e reca diletto co* 
noscere come i grandi uomini educarono se stessi. Ben 
è vero che non ogni nutrimento è buono per tutti, né 
ogni via è spedita ad ogni camminante: ma quella co- 
gnizione non può esser mai priva in tutto di utilità: non 
foss' altro, a conoscer meglio V indole dell' uomo; poten- 
dosi dal gusto suo far ragione del suo giudizio. Onde 
a se altri (dice a proposito del Nostro il Rondinelli) ha 
» talento di conoscere chichessia, ponga mente quali au- 
» tori li aggradano,conforme al proverbio: Vuoi conoscere 
» uno? guarda con chi e' pratica. » Delle letture del Da- 
vanzati già abbianoo alcuna cosa veduto; ma più può sa- 
persene da un quaderno che abbiamo dinanzi agli occhi, 
dov' egli le notava e commentava con cura e metodo. 
Qui si vede che a lui dilettarono non solo Erodoto, Tito 
Livio, Tacito, Platone, Plutarco, Aulo Gelilo, Stobeo, tra 
gli antichi; e Dante, Petrarca, Machiavelli, tra' nostri 
(non trovo mai registrato il Boccaccio); ma ch'e'slu- 

* Nel Zibaldone ms. presso il Bigazzi si leggono Tari saoi siudì salla 
storia della filosofia. 

s Gooì, Tol. in, pag. 242, edizione di questa Biblioteca. 



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IlXn DELLA VITA K DELLE OPERE 

dio ancora di estendere le sue cognizioni nella scienza 
della religione, che per ogni nomo rettamente istituito 
dovrebbe esser prima a cercarsi. Anzi nel suo repertorio 
prontuario che sia, sotto la rubrica « Philosophia et 
cceterce artes deserviunt theologiee, » vedo eh* egli rac- 
colse lunga serie d' autorità comprovanti quel vero, che 
oggi è cardine a chiunque ha voluto negli studi teologici 
trovare la più grande e più dialettica unificazione. Dei 
Padri della Chiesa vedo più spesso citate le sentenze di 
Clemente Alessandrino, forse perchè più copioso d' eru- 
dizione.^ Con Dante cita spesso San Tommaso, di cui nota 
specialmente le acute e precise definizioni. Ma studi più 
copiosi trovo sulle divine Scritture, di cui vedonsi non solo 
raccolte e ordinate sotto certi capi le sentenze, ma di- 
scorse pure alcune difficoltà che gli occorrevano tra la 
lettura. E poiché anche da certi piccoli segni si scopre 
r indole dell' uomo, così a me par di vedere il mercante, 
e fiorentino, do v' e' registra con cura quel luogo della 
Bibbia, « fcenerabis gentibus multis et ipse a nullo fce- 
nus accipies; w * osservando egli che « V usura non era 
» proibita se non con quelli della stirpe d'Isdrael. »• Qual- 
che volta inframmette a queste note qualche applica- 
zione a* tempi. Curiosa mi par questa a proposito d' un 
luogo nel secondo de' Re: * ((Non piaceva a' Satrapi pa- 
» testini che Achi loro re avessi chiamato nel suo eser- 
)) cito in aiuto David, antico loro naturai nimico, benché 
» scacciato da Saule ; perchè col tradirgli poteva racqui- 
» stare la grazia di Saule. E' nostri Satrapi non ebbon 
» buone lettere né studiorno questo testo quando eles- 
9 sono Malatesta Baglioni rebelle di papa Clemente, per- 

* Spogliò minutamente gli Stromati. 
9 Deuteron. XXIII. 

3 Zibaldone ms., presso il Bigazzi. 

* Gap. 29. 



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DI BKRNARDO DATANZATI. XXXIII 

» che ci difendesse contro di lui. Ma il buon uomo fece 
» bene quel che dice il testo. » ^ E questo di mescolare 
alle sue note erudite alcun uso o fattarello de' tempi 
suoi lo fa anco spogliando altri autori. A modo d'esem- 
pio, nelP estratto della vita di Licurgo, dopo avere regi- 
strato ciò che Plutarco racconta di quel tale Leo, ban- 
ditore di Agnusio, che tradì i Pallantidi, onde in Pallene 
non si pubblicò più cosa alcuna con quella consueta for- 
mula Ajcou£T£, X.£w (Ascoltate, o popolo); perciocché que- 
sto nome Kfu {leo) teneasi per raalurioso; soggiunge: 
« Così in Siena il Nove^ monte tirannico: che, per non 
» lo ricordare, quando numerano il nove, dicon Chello.n^ 
Era il monte de' Nove un magistrato che tirava all' oli- 
garchia.* Cosi altrove si sa che Venezia raccettava ban- 
diti: che in Lucca usava il discolato: che « Papa Lione, 
» sotto la fede, tagliò la testa a Paulo Baglioni, et disse: a 
B pena l'ho io possuto avere così: » che a Malatestaim- 
» piccò uno che tagliò un pino di stupenda grandeza a 
» Rovezano & : che « la natura fece un passerotto* a fare 
» Salimbene Bartolini sì bello e sì sciocco. » — Nel per- 
correre queste carte sentesi rammarico che tali estratti 
sieno per lo più in latino, tranne questi richiami alla 
storia contemporanea, che son brevi e radi. 

Così , fra i modesti traffichi del banco e gli studi 
diletti, vìsse il Davanzali prosperamente fino al 29 mar- 
zo 1606, utile a sé ed alla patria, riverito dalla città, e 
caro agli amici. Pochi n' ebbe, perché il cuore schietto 
non può spargersi in molte e vere amicizie. Oltre al Var- 
chi e al Salviati ebbe comunanza d' affetti e di studi 



^ Zibaldone nu., presso il Bigazri. 
s QqjbUo. 

s Vedi il Vurcliì, Storia, lib. VI, pagg. 445-4S0, voi. I, edii. d'Arbib. 
Firenze 484^. 

* Cno sproposito. 



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IXXiy DELLA VITA E DELLE OPERE 

eoa Baccio Valori/ il giovane, giureconsalto e lettera- 
to, discepolo Del greco di quel Chirico Strozzi che seppe 
si bene scrivere la lingua di Aristotile e continuarne i 
pensieri, da far credere V anima del gran filosofo in lui 
trasmigrata: con Antonio Beni vieni,* autore della Vita 

* Nac^e nel \ 535 , e nel 64 fu console delP Accademia fiorentina , coi 
rayrivò di nuova yita. Fu diligente cultore della patria lingua; e il Salvìati m*- 
gU Àfìvertimenti parlando d'alcune buone copie d'antichi testi a penna, dice: 
a Ed è questa ultima del mio onoratissimo amico M. Baccio Valori nobil ca- 
» veliere della città nostra , e dottore dì leggi eccellente , del quale innanzi 
» ai troveranno eziandio altri libri più nobili e più pregiati. Percioeehè non 
» solamente sì diletta d' averne assai de' cotali , ma in conoscerli ed estimarli 
» ha ottimo e singoiar giudicìo : e non pur ciò , ma imitarli sa ancora quando 
» di farlo si prende cura : forse assai più che molti che di ciò solamente , non 
» senza comune (ode, fanno professione , comechè egli ne' maestrati delia Re- 
ti pubblica e nel suo studio più principale dell' awocazione occupato , non ab- 
» bia spazio d' impiegarvisi , se non alcuna volta per un brìeve diporto. » Fu 
. commissario a Pistoia. Ornò la facciata del suo palazzo (detto oggi<<}e'fHiiicct 
dal volgo) de' ritratti degli uomini celebri, illustrati poi da Filippo suo 
figliuolo nell'opere Termini di mezzo rilievo ec. Fir., Marescotti, ^604. 
L'Ammirato dice che « la modestia.... congiunta ad una incomparabil dol* 
» cezza dì costumi.... il rendevano caro e benivolo a ciascuno. » 

^ Sono assai curiosi due documenti che sì trovano nell' Archìvio del- 
l' Opera di S. M. del Fiore, Filza III ^« Suppliche, rescritti, ordini ec. 
{Riforme ec. 4564-85). Il Can. Antonio Benivieni chiedeva ai Riformatori 
sopra 1' Opera , che gli fosse conservato l' uso della casa , nonostante che , 
per suoi incomodi, non potesse intervenire a' mattutini ec. : e prova questi 
suoi incomodi con due fedi , una del Valori , 1' altra del Davanzati. Eccole : 

« Adì 42 dì febbraio 4584. 
» Fede per me Baccio dì Filippo Valori come havendo da giovane usato sem- 
» pre eon messer Antonio Benivieni ho haute occasione dì sapere , lui da xil 
» anni in qna essere stato in gran malattìe , e perciò bavere più vol^e preso 
» il legna, e fatto altri lunghi e strani medicamenti, ed io l'ho più volte visitato 
» in Ietto et in casa infinite; et haver h^o (hcmto) e tenere luoghi a S. Donato 
» per fuggir l'aria del verno di Firenze e sua crudezza, e cosi ha durato a far 
» più anni, tanto che finalmente par che Fhabbìa vìnta: e per sapere così es- 
» sere la pura verità ho fatto questa testimonianza, anno e dì soprad.^i in Firenze 

» Baccius Valos manu ppa. scripsi et subscripsi. » 
« Io Bernardo d' Antonfrancesco Davanzati fo la medesima fede eh' ha fatto 
» disopra il cav>^ Valor] havendo, per la molta familiarità con me. Anto, saputo 
» e visto le medesime cose. Però mi sono sottoscritto di mano mia pp> q^^ dì 
» 42 di febbraio 4584 ab Inc. In Firenze. 

La medicina usata da questo canonico ci fa ben coi^oscere i tristi costumi 
del tempo. 



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DI BBBNARDO DAVANZATI. XIXV 

di Pier Vettori, l'antico, e nipote a quel Girolamo, il 
cui nome non può ricordarsi senza che corrano alla 
mente gli ardenti sermoni del frate da Ferrara, e i can< 
tici e le danze e i falò fieramente di voti: con Filippo Sas- 
setti, accorto mercante , viaggiatore intrepido, e gentile 
scrittore:* con Bernardo Buontalenti, insigne architetto, 
per cui amore traeva, dal greco di Erone, materia a 
que' suoi ghiribizzi di fontane onde abbellì i giardini di 
Boboli e di Pratolino, e che contribuirono a dargli il nome 
dì Bernardo dalle girandole.* Sebbene austero e a per 
natura e per istudio di parole poco abbondevole,' » pure 
amò alcuna volta le liete brigate, né sdegnò piacevoleg- 
giare in esse con iscritture vispe anche troppo , secondo il 
mal vezzo del tempo/ Fu però nella vita onesto: sospirò 
l'antica lealtà: sdegnossi del corrotto vivere e del lusso 
smodato della età sua.'^Fu memore dei beneficii,e i meriti 
di chi lo aveva servito con fede non volle lasciare a discre- 
zione degli obliviosi eredi. Perciocché poco innanzi di 
chiudere per sempre gli occhi , fattosi recare al capezzale 
buon dato di moneta volle gratificarne da sé i suoi servi 
e ringraziarli. Fu schiettamente religioso senza supersti- 
zione, che in un margine del suo Plutarco avea a modo suo 
definita: « superstizione, quasi schiuma, ruggine, cispa.))* 

* Descrìsse i suoi viaggi in tante lettere agli amici , e due assai lunghe 
se ne leggono anche al Dayanzati. Furono pubblicate nelle Prose fiorentine, 
e parte dal Garrer nelle Belazioni di Viaggiatori (Venezia 484^, voi. 2.); 
e finalmente raccolte in un bel volumetto dal Vieni (Reggio 4844). Seb- 
bene scritte in gran fretta e senza ninna cura , pure elle si adomano di sì di- 
sinvolta leggiadria, che nulla è più caro della loro lettura, lì Garrer non du- 
bita di proporle come modello in questo genere. Peccato che non ve ne abbia 
ima stampa condotta con crìtica esattezza ! 

' Milizia , Mem, degli Architetti. Vedi qui appresso la Bibliografia. 
' Lezione sulle monete. 

* Vedi la Bibliografia. 

S Vedi le Postille al lib. Il pag. 94 ; lib. Ili, pag. 448. 

* É a proposito di queste parole di Plutarco : « Omnii iuperititio ian- 
quam lippiiudo ex oculit amovenda est. 



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XIXYI DELLA VITA B OBLU OPBBB 

E m'è earo riferire le parole onde il Rondinelli descrive 
la sua morte: e Fece quest'ultimo passo con somma 
x> religione e pietà cristiana: onde stando giudicato nel 
» letto, pareva che più non sentisse o intendesse; ma 
» quando i circostanti parlavano di cose spirituali e con- 
D cernenti all'anima sua, allora alzando il capo quanto po- 
» te va, stava in orecchi raccogliendo con grand' avidità 
» que' ricordi e discorsi che si facevano: segno come ai- 
fi lora si conosce quanto tutte le cose mortali siano vane; 
» però fa gran senno quei che, avanti, soverchio non vi 
)> s'invesca, usandole con quella moderazione che si con* 
» viene, d Dopo avere di questo Francesco Rondinelli^ re- 
cato i tratti più helii e più importanti che leggonsi nella 
breve notizia, intitolata da lui Ritratto^ sarebbe grave 
fallo non trascrivere (prima di parlare delle opere del 
Nostro) la stupenda etopeia ond' egli dà l' ultima mano 
al suo quadro: 

tt Bernardo Davanzati fu di corpo, chi 1 volesse sa- 
» pere, picciolo; di color bruno. Ebbe occhi vivaci, capelli 
» neri, poca barba e rada; la fronte, come le guance, ru- 
)) gosa; il volto, più tosto severo che no. Nel vestire amò 
» l'antica parsimonia e l'usanze civili:, nel mangiare e 
» nel bere fu sobrio: nel favellare fu breve, saporito, sen- 
» tenzioso; perchè le parole,non altrimenti che le monete, 
» più si stimano quando in minor giro racchiuggono mag- 
» gior valore. Ghiamavanlo alcuni grano di pepe^ indotti 
» forse dal color bruno e rugosità della faccia, ma molto 
» più dalla sapienza, acutezza e virtù dell'animo raccolta 
» in picciol corpo. Sprezzava le lodi delle sue cose^stiman- 
» dole sempre imperfette. Gli errori altrui più biasimava 

' Fa bibliotecario del granduca, e gli saccesse il Magliabeclii. Gli scrittori 
contemporanei lodano la' bontà, il buon gnsto e le molte lettere di Ini (Vedi 
Notizie degli Àeeademici fiorentini pag. 548). Fece anche il Ritratto del 
Guicciardini , che leggesi nel compendio delle sne Storie di M. Manilio Plan- 
tedio. 



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DI BERNARDO DAYANZATI. XIIVII 

» col tacere che col riprendere. Spesso si doleva che molte 
)) volte la virtù non era accompagnata da buona fortuna; 
» onde compativa agli uomini leali, virtuosi e troppo mo- 
)> desti, che bese adoperando e poco chiedendo, non sono 
» appregiati; e a certi prosontuosi, che fanno caro di sé, 
» quantunque poco vagliano, alcune volte si corre dietro. 
» Oltre la lingua latina intese la greca; fu buono aritme* 
» tico, e di giudìcio in tutte le cose perfettissimo; e, quello 
)) che è gran felicità, in vita sentì l'applauso che dava il 
» mondo alle sue opere. Onde un uomo di grande scienza 
» disse, che egli aveva raccolto dalle frombole d'Arno le 
» gioie del parlar fiorentino , per legarle nell'oro di la* 
» cito. Adunque dalla presente immagine apprendano i 
)) giovani a fuggir l'ozio; virtude e conoscenza seguire. 
» Saranno i neghittosi senza gloria e nome dimenticati: 
» verrà narrato e conto quest'uomo celebre agli avve- 
» nire. » 

Ora diciamo delle opere brevemente. — Nel 1579 
Enrico Stefano, insigne grecista francese, dopo aver 
preteso dimostrare la conformità della sua lingua colla 
greca ^ die fuori un opuscolo dove le concedeva a dirit- 
tura il primato sopra ogni altra favella: ' e paragonan- 

* TraieU de la eonfomUté du langage FrariQoit avee le Grec, divUé 
en trait livree , dont lee deux premiert traictent dei manieret de parler 
conforme» : le troisieme contieni plusieur» mote frangois lee wm pri$ du 

gree entierement, lei autre» en partie ftc du quel l'auteur ett Henry 

EsUen/ne. ParU ^5G9. 

^ In qaesto proposito promise im' opera con on suo scritto intitolato : 
Project du Uvre intitulé ; De la précellence du langage frantoi». Par Henry 
Eitienne. A Parit, par Mamert Patision, Imprimeur du Roy, >lo69 ; in 8». 
L'ab. Pietro Maancchdli ci fa sapere che: « Il libro promesso in questo pro~ 
• getto poi non companre, non trovandosi registrato né dal De la Groix da Maine 
» né dal Verdier , e nemmeno dal Niceron, t. XXXVI,pagr. SlTescgg. » (Vedi 
Appendice alle Lettere ed altre proso di Torquato Tasso. Milano, i 822, pag. 205 
e segg.) Filippo Pigafetta Toleva a crivellare o vagliare un po' meglio questa 
» materia (sono sue parole) e insieme rispondere al libro della Pricellenee 
t de la langue francoi$e. » Ma non si sa se eseguisse quanto qui pfomet- 
I. d 



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XXXVin DELLA VITA E DELLE OPEQE 

dola colP italiana, sentenziò che quanto questa era flo- 
scia, dilombata, prolissa, leggera, altrettanto quella era 
virile, robusta, grave, concisa. Ed in prova non raggua- 
gliò già Dante con Marot o conMalherbe,nè il Machia- 
velli con Montaigne o altri: ma tolse un discorso di Ta- 
cito, *^ e su quello venne raffrontando la traduzione di 
Giorgio Dati (il quale allargossi a bello studio per far 
piane a tutti le difficoltà del testo) con quella di Biagio 
di Vigenere; e dopo aver contato le parole dell* uno 
e dell' altro, e trovatoci un divario di nove più neir ita- 
liano, senza pensare se ciò fosse necessità o elezione, 
gridò che V italiano (qui est la grand' pitie) non avrebbe 
potuto fare con una di manco senza sciuparsi, sans estre 
contrainie. Questa iattanza, e di tant' uomo, fece sdegno 
in Italia, e più che ad ogni altro ne venne il mosce- 
rino a messer Bernardo , il quale tosto per riprovare col 
fatto il mal detto d* Arrigo Stefani, * si pose a lottar 
con Tacilo, pel vanto della brevità, come a padrone as- 
soluto di quella onnipotente lingua fiorentina:' )> eleva- 
tone un saggio, lo mandò all' amico Gianvincenzio Pi- 
nello a Padova (1591), da cui fu molto confortato a quel- 
l' erta.'' Ma essendo omai vecchio e offeso della vista, 
disperò raggiugnerne la cima. Però tennesi contento a 
pubblicare il solo primo libro degli Annali, indirizzan- 
dolo a Baccio Valori; a cui, dopo discorso della vivezza 
ed efficacia della lingua fiorentina sopra la comune ita- 
lica, che, K quasi vino limosinato a uscio a uscio, non 
» pare che brilli né frizi; » mostra che questo primo li- 
te. Anche in Firenze pare che si pensasse a voler confutare qnest' opera : per- 
chè nel Codice Magliabechiano, GÌ. IX, 425, si leggono estratti e appunti per 
questo intento. Meglio fece il Daranzatì che confutò col fatto. 

^ È il discorso di Cenale, Stor. IV, 75. 

s Vedi in fine di questo volume. 

s Leopardi, Studi giwmiliy pag. 454, ediz. di questa BiblioUca, 

« Vedi le LeUere, nel voi. III. 



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DI BBBNABDO DAVANZÀTI. XXXIX 

bro, ce con tutti i disavvantaggi delli articoli e d'altro n 
torna, scandagliato, cinque migliaia di lettere men del 
latino, e trentasette men del francese: onde conchiu- 
de a puodsi da questo saggio conoscere, come dall' un- 
)) ghia il lione, la flereza del nostro volgare. » Il libro 
fu stampato nel 1596. Ma quattro anni appresso, te- 
mendo quel breve saggio non fosse giudicato più che 
uno sforzo né sufiiciente, si spinse innanzi fino a tutto 
l'imperio di Tiberio Cesare, che termina col sesto degli 
Annali, e lo pubblicò per le stampe dei Giunti, notando 
in altra lettera al Valori, a che questi fiorentini libri 
» ne' latini largheggiano come il nove nel dieci, e ne'fran- 
D zesi passeggiano come nel quindici. » Dopo questi non 
ne stampò altri. Ma continuò peraltro il suo lavoro per 
tutte le opere di Tacito, e ne afiidò il iminoscritto agli 
Alterati, uscito poi trentun'anno dopo la sua morte, per le 
stampe del Nesti in Firenze, a'conforti del senator Filippo 
Pandolfini e per le cure degli accademici della Crusca. ^ 
Tale è la storia di questo celebre volgarizzamento: 
il quale ottenne tra' letterati varia fama, perchè divisi 
dalla contesa sul primato fiorentino, non potevano esser 
concordi nel giudizio d' un'opera che lo dimostrava col 
fatto. Aggiugnevasi anche la gara municipale de' Senesi, 
che emuli in tutto e sempre de' Fiorentini, mal cedevano 
anche nel vanto della lingua.* Nondimeno il sanese Belisa- 

* Vedi il Rondinelli nella dedicatoria a Filippo Pandolfini , premessa al 
RitraUo. 

* Neil' Oraàooe per Coaimo dice che Dio sollevò quel!' nomo a tanta 
grandezza perchè « due popoli governasse e due città enrale (Firenze e Siena) 

• e gareggianti infin del principato della lingua , e d' animi tanto avversi che 

• ( notabil cosa ! ) in tanta vicinità che ò tra loro, non si è fatto mai niun nobil 
» parentado. » Ma/cello Adriani^ il ^ovane, scrivendo al Bulgarini vorrebbe che 
questa volger gelosia divenisse nobÙe gara di opere stupende : « Mi era molto 
» prima nota la maniera di codesta città , nostra cara , amata sorella , la qnalo 

• tanto più dobbiamo amare e riverire , quanto si veggono ogni giorno uscire 
» parti novelli di cotesti feliebsimi ingegni , i quali ci dimoatrano quanto bene 



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XL DELLA VITA E DELLE OPBHB 

rio Bulgariai lodò molto il Tacito florenlino. ^ Non così 
Adriano Politi, il quale non contento al biasimo, volle 
correr l'arringo con un suo Tacito senese, lodato al- 
lora e nel secolo appresso, e oggi dimenticato. 'Furon^i 
poi i biasimanti , per nulla conoscersi di toscane eleganze ; 
e tra questi pongo quel Gianvittorlo Rossi romano, >^rl- 
battezzato in Giano Nido Eritreo, il quale nella sua Pi- 
nacoteca, ' se fé grazia di appellare il De Avmsaiis (cosi 
lo mette in latino) magno vir ingenio exquisitaque 
erudUione, non trovò peraltro nulla di buono nel suo 
Tacito. E all'Eritreo tenne bordone Adriano BaiUet,che, 
sapendo d'italiano (dice il Menagio) ma non l'italiano,* 
e forse non avendo mai letto questa traduzicme, uscì 
con assai fronte a dire che il Davanzati a avoitvoulu cor- 



• impiegano V ozio nobile y il quale si godono. Piacesse a Dio che i nostri gio- 
ii vani non V abusassero , come fanno ; ma ad imitazione loro , fondassero bella 
» e reale istìtazione , per incamminarsi con sentiero diritto alla virtù , e na- 
» scesse , quando che sia , ira toì e noi , amicabile e generosa gara e cooteaa 
p di lettere , per decidere un tratto e risolvere la maniera unica nella quale 
p si dee scrìvere e parlare , acciò gli stranieri sappiano il modo vero ec. » 

Questa lettera del 27 luglio ^1602 conservasi nelFa Biblioteca di Siena, 
Cod. D. VI , 9 ; e ne son debitore a] coltissimo dottor Gaetano Milanesi. 

* Vedi le Lettere nel voi. III. 

8 Vedi la lettera del Politi a Niccolò Sacchetti nel libro intitolato : Lettere 
del iig. Adriano Politi con wn breve discorto della vera denominazione 
della. lingiM volgare usata da* buoni scrittori. Venezia 4624, pag. 560. 

' Jani Nicii Eritrcei Pinacotheca imaginum illuslrium virorum. Co- 
loniof ÀgrippincB, 4643, Parte 5*, pag. 247-224 . Riprova l'uso de* vocaboli anti- 
quati; cosa (egli dice) da cui guardaronsi il Boccaccio, il Petrarca, il Gasa, 
il Bembo , il Guicciardini ec. Dice inoltre che né i Fiorentini medesimi inten- 
dono il Davanzati , e crede di provar ciò raccontando avergli detto Francesco 
Niccolini fiorentino , che , leggendo quella tradazione, spesso gli conveniva rì- 
4!orrere al testo di Tacito. Giova ricordarsi il giudìzio che porta di lui Apostolo 
Zeno , chiamandolo : « Autore universalmente per molte falsità screditato , e 
che ad esempio del Giovio e di qualche altro si compiacque d'inserir ne' ri- 
tratti della sua Pinacoteca certe maochie e bruttare , le quali ora a torto or a 
diritto gli svisano e gli deformano. » Note al Fontanini. Voi. -f , pag. 458, 
cdiz. di Venezia 4755. 

* « Monsiew Baillet sait de Vitalien, mais il ne taitpas Vitalien. a 
Anti-Baillet, parte -1*, § 8, pag. 49. 



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DI BBBMAHDO BAVANZiTI. ZU 

rompre et (aire perir la pureié et l'élégance de la lath 
gue du pays, pour Vaffermissement de laquelle le$ ati- 
tres employoietU tous leurs soins et leur industrie. * » 
Queste, sona facezie da non confutare ; se non forse da un 
francese per onor della nazione; al che per avventura 
ebbe T animo Egidio Menagio.' Nel secolo XVIII scaduti 
sempre più gli studi della lingua, non è maraviglia se 
del Taeito fiorentino si tacque, o u parlò con biasimo. 
Il Fontanini ed il Zeno non lo apprezzano gran faìtto;* 
il Tirabosehi ne parla appena; ed anche i due Salvini gli 
si mostrano alquanto severi. * Ma risorto Dante, cioè la 
dignità del sentire e del parlare italiano, si raccese in 
quel gran fuoco anco la stella del Davanzati; né questo 
è segno in lui di poco- valore. Non dirò del Cesari, che 
ben s'intende com'egli dovesse esseme spasimato; né 
mi farò del Perticari che naturalmente dovea biasimarlo. 
Ma l'Alfieri, il Foscolo, il Giordani, il Leopardi, il Tom- 
maseo (che è quanto di più virile hanno in questo se- 
colo le italiane lettere) riconobbero a aver egli gareg- 
D giato con Tacito in quella forza del dire che dimostra 
D chiaro una forza corrispondente d'animo e d'Intel- 
B letto. ' »Ma niuno il giudicò meglio del Foscolo, il quale 
ben vide il fiorentinismo del Davanzati esser pura illu- 
sione sua e di quelli che crederono a lui, nata da pochi 
riboboli sparsi qua e là, che potrebbono con lieve cura 
levarsi via, senza nulla scemare, ansù con aggiungere 
assai alla forza, alla brevità, alla bellezza, e « aver la tra- 



« /ugefiMRt iet ta»ónt iw le$ prineipcmx ov/vraget dei auUwrt, À 
Petris, 4722. Pvte 4% n. 998. 

> Vedi P opera intitolata: ÀntC-Baillet, ou Crilique du livre de 
M. BaUletj intiiulé: Jugemem dei tavant: par M. Menage. Àvee lei obiety 
cationi de M: Be la Monnoye eo. A Parie, 4730. 

' Vedi V opera «itata del Fontanini colle note del Zeno. 

* Vedi FaiH eomolari flotto l' anno AS!\ e il Fòntanibi. 

s Tommaseo, Dixionario eiteiico. 



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XLII DELLA VITA B DELLE OPERE 

» duzione più maravigliosa che sia mai stata. » La lingua 
in cui egli tradusse è quella intesa e scritta da ogni colto 
italiano, e a traducendo scrisse in modo si originale 
» che non fu poscia né sarà mai imitato da alcuno. ^ b 
Al Leopardi, dopo aver detto questa traduzione « nervó- 
sissima, originalissima » né possibile a imitare, parve 
che non faccia fedele ritratto dell' indole di Tacito, ap^ 
punto per quelP arìa bellissima (egli dice) di familia- 
rità e disinvoltura che gli ha dato e che non si trova 
nell'originale, tutto austero e grave. ' Ma se la tradu- 
zione è nervosissima^ ha (pare a me) il tratto più distia* 
tivo dello stil tacitesco: e poniamo che alcuna volta de- 
tragga alla gravità con qualche parlar proverbioso, que- 
sto, per essere non frequente, non può costituire l'intero' 
colorito della traduzione. Ma i più per averci trovalo 
asso sei^ andare in orinci^ tuff in bulima^ viso sa* 
fumino^ e pochi altri di sì fatti parlari plebei, hanno to- 
sto gridato, senza considerare più là: Et;co i romani 
consoli convertiti in Grezie ! Come se tutto Tacito fosse 
rinvolto in questo fango, e non ne avesse piuttosto qual- 
che raro sprazzo, che non può né far mutare qualità né 
scemar pregio a ricco vestimento. Qui s* avverò la sen- 
tenza: (( Quello che pochi intuonano, gli altri cantano.* » 
Che se vero é il detto di Quintiliano, non esser parcria 
sì bassa che, a proposito collocata, non possa ricevere 
nobiltà; non potrà dirsi aver sempre il Davanzali sce- 
mato con tali parole riverenza a Tacito, quando le usò 
dove la natura le voleva. Vedasi se i sediziosi soldati 
in Germania potevano parlare più convenientemente, o 
se un più artificioso e scelto discorso fosse loro stato 

' Foscolo. Discon» VI sulla lingua, pag. 25S-256. Edincoe di questa 
Biblioteca. 

> Studi giovanili, Pag. 454. Edizione di questa Biblioteca. 
» Tacito, in».. IT 12. 



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DI BBRNABDO DAVANZATi: XLIII 

meglio ? ^ Non le usò già quando fece parlare Àrminio , * 
Seneca, Nerone;' quando descrisse la morte di Libone/ 
di Pisone,* di Otone/ o l'incendio di Roma;^ quando 
dipinse Galba * e Poppea Sabina. * Che v' ha qui e in 
cento altri luoghi di fiorentino ? o che non v'ha d' italiano 
illustre? 0, a meglio dire, di maestà consolare e imperato- 
ria? Non ha dunque ragione il Foscolo? o doveva anche il 
Giordani credere buonamente al nostro Bernardo, d'aver, 
cioè, voluto tradurre a non con la più nobile favella de- 
» gli scrittori letterati, ma col parlar comune del popolo 
» di Firenie? » ^^ Ma allora perchè non tradusse l^'acito 
come il Zannoni scrisse poi le Ciane? questo sì sarebbe 
stato fiorentino vero, non quello. Ne con ciò intendo di- 
fenderlo dove alcuna volta non rende, per volere esser 
troppo breve, con pienezza il concetto latino; dove fran- 
tende (quasi sempre per difetto del testo); ^^ o dove usa 
scorci troppo violenti, e però scuri; o dove senza biso- 
gno disseppellisce troppi cadaveri di vocaboli. I quali 
peraltro si prese cura di chiarire non pur nelle Postille, 
ma e in un Indice, dove e fiorentinismi e rancidumi 
scambiò, per chi la volesse, in moneta corrente. Cosi 
avesse avuto tempo di compiere le Postille, sì acute, si 
vive, sì piene di nobili pensieri, e talvolta nuovi, sull'este- 
tica, sulla politica, sull'economia, sulla morale! 

* Ann. I, 17. 
«i4«n. II, 54. 

» Ann. XIV, 52-^7. 

* Ann. 11,51. 
s Ann. Ili, 45. 

/ • Stor. Il, 46-52. 
' Ann. XV, 5a. 
» Slor. I, 59. 
« Ann. XUI, 45. 

*» Nel voi. SPudi giovanOi di G, Leopardi, pag. 457. 
** Fece la traduzione sol testo del Lipsie , aiutandosi anche deUe eoiro' 
sioBÌ del Piccheaa. Di rado rìeorse ai ma. Laorenziani, e se ne pentì. Vedi la 
postilla 2% pag. 485 al lib. IV, degli Annali. 



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XUV DELLA VITA E DELLE OPBRB 

Colla storia dello Scisma ben meritò non pur delle 
lettere, ma del cattoliclsmo, comiociato anche in Italia 
a insidiare per le novità del frate di Vittemberga e per 
le violente libidini dell'ottavo Arrigo d'Inghilterra/ Fi- 
renze, guardata da' fieri ordini di Cosimo, poco ne fa 
tocca: pure alcuni Fiorentini si erano accostati alla 
nuova eresia, come il Carnesecchi; altri le avevano sco- 
pertamente dato i] nome, come Pietro Martire Vermigli 
e pochi altri, rifuggiti altrove. La vicina Siena si era com- 
mossa alla caduta dell' Ochìno, già in voce di gran ùoU 
trina e santità; * e i due Soccini, Fausto e Lelio, tenta- 
vano nuova scuola d'errore. Il mostrare da che laide origini 
sorse il funesto dissidio inglese, non poteva non illumi- 
nare anche sul conto degli altri nemici della verità cat- 
tolica. E forse il Davanzatl, uomo di fede sentita e fer- 
ma, mirò più a questo che a una pura prova di: lingua. 
Da prima si stimò l'opera sua originale; poi sene dubitò, 
non conoscendosi ancora la prefazioncella premessavi e 
che fu trovata dal Gamba nel manoscritta marciano; nella 
quale dice chiaro d' aver voluto tentare sulla storia del 
gesuita Niccolò Sandero la prova già fatta ne' primi ctn- 
gue libri di Cornelio Tacito. Dal che si vede eh' e' con- 
dusse questa operetta come per intramessa e riposo al 
grave la,voro. sullo storico latino. Anche qui l'istessa ner- 
vosità, purezza e' concisione. Se non che duole eh' e' fosse 
troppo severo nella sCrondare l'originale; avendo lasciato 
non solo ogni considerazione morale- e politica, ma si 
anco circostanze di mollo rilievo. Lo che rende la. sua 

< Vedi il Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, t. VU, par. 4, 
pagg. 557 e segg., ediz. di Firenze, 4809 ; e meglio Vittoria del progretto » 
dell' ettinxione della riforma in Italia; di Thomat Macrie. Parigi 4855. 

> Tra le lettere di aandio^Tolomei (Vinegia, 4566) havrene nna elo- 
^foentissima e cordialissima al frate Ochino , dove si tenta di richiamarlo dai 
«noi errori , d' esemplo tanto pia peraicioso , guanto maggiore era stata inino 
allora la sua opinione di santità. 



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DI BERNARDO DAVANZATI. ILY 

narrazione forse troppo digiuna e secca. Tuttavia, così 
com' è, è de' libri che oggi vorrebbero piCi esser letti.* 

* Volentieri rechiamo qai ona nota che Pab. Michele Colombo pose in 
{ronte allo Stitma delia edizione Cominiana, -1727} di cui siamo tenuti alla 
cortesia del eh. Angelo Penana , bibliotecario della Parmense , dorè il detto 
esemplare si conserva. — « Nello stile di Bernardo Davanzati , sia eh' egli tra- 
doca , sia che diaci del proprio , è sempre nna originalità che ce lo fa distin- 
gaere da tutti gli altri Scrittori. Ninnò è più abile di lui nel maneggio della 
lingua : ricco nella sua parsimonia , sa racchiudere molti sensi in pochi detti ; 
è sempre terso e forbito, s'esprìme, anche senza cercare ornamenti, con gra- 
zia , con brìo , e con un garbo tutto suo. Una sola parola uscita dalla sua 
penna yale talora una frase intera , e n' ha più di forza e di leggiadria ; con 
tanta finezza e con tanto ingegno egli sa adoperarla. 

» Questo eccellente scrìltore non è tuttavia né pur egli senza qualche di- 
fetto. Sembrami eh' esso dia alcuna volta al perìodo un giro troppo studiato , 
facendogli perdere alquanto di quella fluidità e scorrevolezza che tanto piace ; 
come , per esempio , dov' egli dice : Quanto sarebbe piU utile gli uomini, 
che i fanciulli: i capi de^ Regni ^ che % minori Principi: le itette perMono 
reali y che i figli loro far nozze iniieme? (pag. ^19.') Talora usa costruzioni 
alcun poco strane. Tale a me apparisce quella del seguente passo (se pur non 
v'ha errore e nella stampa de' Massi e Laudi allegata dagli Accademici della 
Crusca nel loro Vocabolario , e in tutte due le Gominiane , del che ho qualche 
sospetto) : Un altro , votato Opperò, quando era cattolico dicea mole della 
troppo ricchezza e morbida vita de* Vescovi (*) (pag. -107). Più regolare sa- 
rebbe stata la locuzione a questo modo : dicea male della troppo ricca e 
morbida vita, ec. (**) Tale si ò ancora questa: V altre nazioni di fuori ne 
hanno sempre parlato liberamente : e doltosi che la tua giovanezza eia 
stata ingannata da' savi tuoi (pag. 20). Non potendo quel participio dol- 
tosi essere subordinato ad hanno, come l'altro participio parlato, U regolar 
costruzione rìchiedea che si facesse: e si sono dolute, ec. ; ma lo scrittore 
amò meglio servire in questo luogo alla brevità dell'espressione, che assogget- 
tarsi alla scrupolosa regolarìtà della locuzione. In oltre, appunto per amore 
di brevità , egli subordina qualche fiata ad un verbo solo più cose , ad alcuna 
delle quali esso non può con proprietà appartenere , come scorgesi in questa 
frase : IH quindici anni si lasciò sverginare dal Coppiere, e poscia dal 
Cappellano di Tommaso Boleno (pag. 25). Se non era tornata miracolosa- 
mente pulcella , dopo il fatto del Coppiere non poteva essere sverginata ezian- 
dio dal Cappellano. Certo con minor brevità , ma con maggior proprietà si sa- 
rebbe espresso P autore dicendo : si lasciò sverginare dal Coppiere , e poscia 

(*) Così leggcsi sncUe nell'edisiuno di Roma del 4602, li qnala è U prima. 

{Nota dei PéiiattM,) 

n Di qiMsto oMtratto troTtd on esempio anche nella Vita di Filippo Strani icrìtta da 
LoraiM» rao fratello. A pag. e (Tedi tt FUi^^ StmU del NiooeUni: edis. di questa Bmioteea) 
« legge : « Fa risolato cSie si espedisse al re oas persona.... «he {iostìAcasse le passate anoni 
dà cardinali con Ut troppo toro fedt e bontà. » 



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XLVI DELLA VITA E DELLE OPERE 

Le lezioni sul Cambio e sulla Moneta, vanno giudi- 
cate con quello che allora sapevasl di pubblica econo- 
mia ; e troverannosi lodevoli non tanto per la proprietà 
e schiettezza del dettato, quanto per le cose che racchiu- 
dono. Nella prima restrignesi a descrivere con bella per- 
spicuità il modo del giro cambiario, senza entrare in più 
alte considerazioni su questo nuovo e potente impulso 
dato dai Fiorentini al commercio. Nella seconda discorre 
eruditamente dei metalli, delle diverse specie di valori, 
e più che altro lamenta lo scadimento della moneta fio- 
rentina a' suoi giorni, sì dannoso al commercio, e a co- 



fece copia di tè al Cappellano , ec. Talvolta egli passa da un nomina- 
ti?o ad un altro , lasciando che il solo senso determini a qual di essi le di- 
Terse azioni j di cui si fa cenno, appartengono. Eccone un esempio: lo 
ttigò il Diavolo a spogliare i Conventi: dicendoli pieni di rabbie^ di lui' 
turie, d* ignoranza, d'ambizione, e di tcandoli; e teopriensi l'un l'altro; 
e davali in commende a uomini di conto (pag. 66). Qmstigò si riferisce al 
Diarolo , dicendoli ad Arrigo, icopriensi a Conventi , donali di nuovo ad Ar- 
rigo. Questi balzamenti improvvisi da un nominativo ad un altro , e da questo 
ad un altro ancora, senza V aiuto di qualche pronome che indichi a qual di essi 
V azione appartenga , sogliono a prima giunta nella mente del leggitore gene- 
rar confusione ; e però sono , pare a me , da schivarsi. Qualche fiata unisce 
alcune voci ad alcune altre, senza che v' abbiano appicco insieme. Abbiamo un 
esempio di ciò nel seguente passo: Moro era laico: gratittimo all'unioer- 
tale : non produsse Inghilterra per molti secoli uomo fi grande : nato no- 
bile in Londra : dottissimo in greco e latino : pratico in magistrati e am- 
bascierie 40 armi (pag. 62). Queste voci guaranr anni sono appiccate lìnon 
saprei dir come. Potrebbeglisi forse imputare a vizio eziandio il gittar lì, co- 
m' egli fa assai sovente , i diversi membri del periodo senza collegarli V uno 
con l'altro. Convengo che tali slegamenti non sieno sempre da biasimarsi ; con- 
fesso di più che possono in qualche caso meritare anche loda , come aUora 
quando si fa parlare chi è agitato da qualche veemente passione ; ma nel no- 
stro scrittore mi paion troppo frequenti ; e non so se possano tutti essere a ba- 
stanza giustificati. Finalmente s'incontra in questo Autore qualche voce o troppo 
Latina, come succedituro, vocato, corampopolo, ec, o troppo antiquata, 
come di certamo, lepiacimenta, le peccata y ammorbidoe , morette, ec, o 
troppo bassa e popolare , come la vilia, far belli falò, ed altre simili. Ma 
queste taccherelle sono quasi fatte sparire dai sommi pregi di sì grande scrit- 
tore. Farmi per altro che lo stile di lui sia piuttosto da tenersi in gran conto, 
che da imitarsi ] sondo che troppo diffidi sarebbe il conseguirne le bellezze , e 
troppo fa<»le il contrame i difetti. » 



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DI BERNARDO DAVANZATt. ILTH 

loro stessi che improvidamente se ne fanno cagione. Se 
si pensa che prima del Davanzali non ci fu che il solo 
Gasparo Scaruffi che prelibasse questa materia;^ non ci 
parrà troppo discreto V ab. Galiani che sì severamente 
giudicò le dottrine del Nòstro.' Il quale, come pratico e 
colto mercante, e come piacevole accademico, non intese 
se non di raccogliere le osservazioni della propria espe- 
rienza, infiorandole di curiose erudizioni e colle genti- 
lezze della lingua. 

Poco mi stenderò sulle due Orazioni facete, dette agli 
Alterati. Non le chiamo col proprio nome di Cicalate, 
per non dar cagione di sdegno a' severi. Ma se egli vo- 
lessero paragonarle colle altre che aggravano oziosa- 
mente i volumi delle Prose fiorentine^ son certo che non 
le troverebbero senza sapore di attici sali e senza qual- 
che sostanza di buoni pensieri. Quello spirito fiorentino 
ameno, vìvo e bizzarro, non fu potuto spegnere nemmeno 
sotto il flagello delle terribili proscrizioni di Cosimo. Anzi 
dal vedere come in questo tempo crebbero le allegre com- 
pagnie, e fu più che mai in voga questo perditempo delle 
cicalate; ' potrebbe credersi che i Fiorentini volessero in 
tali baie dimenticare se stessi e i mali presenti ; se non 
si sapesse che quasi tutti coloro che erano potuti rima- 
nere in Firenze, non erano siffatti da dolersi troppo dei 
perduti ordini antichi. 

' Vedi Pecchio, Storia dell'Economia pubblica in Italia. Lngaao 4852. 

3 Della Moneta jWhrì cinque, di Ferdinando Galiani. Napoli 4780, pag. 26, 
o5, 160 e segg. 

' Anche gli antichi si piacq[aero di tati scrittore giocose , dove accorta- 
mente sapevano mescolare qualche utile insegnamento. Tra le opere di Fron- 
tone leggonsi le lodi della negligenza , della polvere , del fumo. E il celebre 
discopritore e editore di questo e di tanti altri monumenti letterari, card. 
Angelo Mai , difende V autore coli' esempio di Senofonte , di Platone , di Fa- 
vorìno e più altri, che non isdegnarono cosi fatti sollazzi. Vedi Marci Cornelii 
Frontonii et M. Àurelii imperatorit epiitolce, ewante Angelo Maio. JRo- 
imv 4823, pag. 324. 



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XLYIII DELLA VITA E DELLE OPERE 

Come cede alle cicalate, così accomodossl alia Ora- 
Sion funebre per Cosimo; non affatto vuota e ciarliera 
come quella del magnifico cavaliere messer Lionardo Sai- 
viali e di cento altri accademici e messeri ; ma certa- 
mente non degna del traduttore di Tacito. Loda le corone 
e gli scettri e gli ornamenti regali da lui portati in 
€ittà dominante e non suggetta a potenza straniera: 
loda i fuochi fatti pel Mugello infino al mar Adriatico 
nel suo nascimento: loda lo splendor della casa; la bel- 
lezza delia persona ; l' ottenuto principato, bene di tutti 
gli umani il più desiderabile e soprano: loda l'ingegno 
e, a prova, cita le liti eh' egli ebbe con Lorenzo di Pier 
Francesco; loda i nemici suoi che furono (e questo è 
vero) asce e martella a fabbricargli e conficcargli il prin- 
cipato. Come se, volendo lodare, non ci fossero stati di 
lui. (che non sol per P animo tirannico ma per la scaltra 
natura e arte di regno fu detto il Tiberio toscano) e gli 
studi e gl'ingegni promossi; le storie commesse e la- 
sciate scrivere lìberamente al Varchi; il commercio e 
l'industria rialzati; i collegi aperti; V università dotate; 
le leggi vigorosamente osservate; le paludi rinsanite; 
l'agricoltura giovata; e altri lodevoli fatti, o taciuti o leg- 
germente sorvolati dal nostro accademico. 

L' arte agraria, che dalla schietta e maestosa bel- 
lezza dei campi trae un che d'ingenuo, di nobile e di 
poetico, fu da eletti ingegni accarezzata in Toscana non 
meno che in Grecia, di cui ben cinquanta scrittori geor- 
gici si trovano citati. Toscane sono le trecentistiche tra- 
duzioni del Palladio e del Crescenzi: toscani il Vettori, 
il Soderini, l'Alamanni, il Magazzini, che.vestìrono di 
tanta gentilezza le cose della villa. Ma niuno nella evi- 
dente proprietà, nella svelta e lucida concisione va in- 
nanzi al Davanzali, il cui Trattato della coltivazione to- 
scana è gemma preziosa e rara. Anche questa scrittura 



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DI BERNARDO DIVANZATI. XLIK 

è compendio di opera altrui ; buona'sì nella sostanza, ma 
prolissa, rozza e disordinata, come dice egli stesso nella 
prima dettatura della lettera a M. Giulio Del Caccia. Onde 
pensò di esprimerne questo succo e di condirlo di alcune 
gentilezze. 

Le Rime^ se ne togli la purità della lingua, non 
sono veramente un graii fatto ; né sentesi rammarico che 
sian poche. Ben ci duole che poche siano le Lettere, belle 
per sagace parsimonia e per dignitosa affabilità.— Altre 
cose egli scrisse; ma o l'ingiuria del tempo ce le ha 
tolte, o nascose e ignorate aspettano un felice discopri- 
tore. * 

A me non più di questo è avvenuto di trovare in- 
torno ai fatti e alle opere di quest* uomo singolare. Che 
se mi conforta il pensiero d' avere raccolto qualche più 
copiosa notizia che non gli altri biografii di lui, sento 
vergogna d' avere di tanto scrittore parlato sì povera- 
mente. 

* li Rondinelli dice eV egli ebbe in pensiero di scrivere la vita del £^an 
Micfaelangiolo ; ma , per somma sciagura , pare che o il tempo o 1' animo gli 
fallissero a sì bella impresa. 



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BIBLIOGRAFIA 



DILLE OPERE DI BEBIABDO DAYAIZiTI. 



I. — Il primo libro degl' Annali di Gaio Cornelio Tacito da Ber- 
nardo Davanzali Bostichi espresso in volgare fiorentino, per dimo- 
strare quanto questo parlare sia breve e arguto. In Firenze, presso 
Giorgio Marescotti, 1596. ln-8o piccolo. 

U prfaM S «tite dM e«tMgoiD U flmitei^o «U MAwa • lltMio Valeri, bmM «aapffiM 
•dia MHMmiMWi pan aaa mm nuMnte. Ha laguli ad M«giM i mimiì ricfaiuMatt te 
pMtiUi, dM wéadmf pH(. 78 • mm 00. A pag. n-T! è U dicbUndoas M ìhmi mnMd 
mmt 4i dkmm tmodtnuammii», V «ItkM pagìB* Boia Mi «mri 4« wrref fan. 

«UqoMUaAiioMdU, dia d 4k 11 priao nggl» M eddm VoiftrinnMlo A TmUì 
fdlo da Btmmni» Dmumtmi» d aerriraM gli Aaeadanid. Vaf gad la taaa atinaATa dw è 
idte JaUa dtettcalatla ddP a«loN a Bacda Valari, a éha kggMl adt>«ltt«a lÉMa daUa <|utt« 
faedaU. » (Ouaba.) 

« U latta» Miaatoriaidr tntava a Biado Valari tra? ad aadia adi» Jav^^ di IVirii 
Cnmit, Impfafao òaf Gioati ad IM», mk eoa «aagiamcati aoteUli fìittld iatt' aalaca. E qaik 
agli U riJwaa la qwl Utoo, tala H teppd ripiaddta dal Matti diatw a»a PaatiHa adk Oparé 
fi C&mai» Tmttto traéon» éM Dmpanaati a imprasM ad 46S7, la fogli», aa par eagioaa da' caa« 
giaaMattbMiTi, la vaaa ttfimtMt la qaaato riaUmpaaaa d twra pia. E paidè kggMdadaaaa 
adaaanla iidl> adtxiaaa dd PHmù mm éegtt AmuM , fatU dd Haiasaattt ad UM, è maalfc» 
atadiafa adapaiate aaaba^mnaadldaBa dagU Aaaadaaid. » tCdoabo, dt«U dal ftaaaba.) 

II. — L' imperio di Tiberio Cesare scritto da Cornelio Tacito 
nelli Annali espresso in lingua fiorentina propria da Bernardo Da- 
vanzali Bostfcbi. In Firenze, per Filippo Giunti, 1600, con licenza de* 
superiori e privilegio. lo-4. 

ÌA priflM ad carta aaa namarcta aontaagono , attia fl frontaapiiia , 4* la dadlatloria a 
Bacdo Valori, riamtata a compendiata, com' è aaoennato aopra. 8° Da'altca lettera al aiada- 
Simo, aella qaala discorre le ragioni del suo volgarìizamento, esteso fino a tatto il sesto libro 
degli Annali, acdoechè la vittoria della lingua fiorentina sia pia certa nella prora ddla bre- 
vità. S^ U desoidone ddla Stirpe d'Afutw , divisa in dee Urole ^ a ddla 5tf;p« di LMm 
moglU d* Aguno in una sola tavola. La tradndoaa oeenpa 400 aagiae annerata, raggaagHata 
perfettamente all' edixtoaa Lionese (1581) del testo latino, ad agevolare il campato dalle paiola 
latine e italiane a il confronto della loro somma. È da avvertire ebe i libri degli inndi qal 
tradotti appariscono cinane \ ma ndl'nltimo sono compred i frammenti dd fninlo a tatto il 
sesto. Alla pagina 161 comindano la Podille aba vanno fino alla pagina a03 , segnata par ar- 
fore e03. Alcune di qnasU postille non d leggono adi' edidoai posteriori, paicbè U tradattoca 
amtò corresse I laoghi a coi d riferivano; altre vi d leggono o ampliata o aorvatta nella 
elocazioae. Finalmente, alcune e importanti postilla ddla posteriori adidoni aoa d laggono qaL 
]>9po ona pagina bianca sagaa la ravota d$Ué «a» p<à notabili, eompiiata dal tradottora slea- 



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in BIBLIOGBAFIA. 

•o, U qsaW oocapa IO eirla nan auMrato. Fioalaaiiia V «llina carta ha ad rwto la tavole 
degli Emrt oeeoni per difetto del tipografo, • nel verto alca* poeba ITiiMsìimì. L' «UiaM 
carta ha Io ttegma glnntiao , il registro o la note tipograflcba , ripatala aoaa ad bonlaspii». 
— Ilibri non MB divifi a capitoli. . 

Il primo libro è riprodotto con asaai eorradoai e pcatiaaatl^ntillMlniaeonaldaraia. Gli 
Aecademici non pare si sieno gioTsti troppo di questa edidone, sebbene potesse loro fonìra 
▼ocaboli che non riuTcngonsi nelle posteriori. Anclie gU editori non hanno fatto aleon cento né 
di questa né della precedente. Eppore essendo esso le oniebe stampe condotte sotto gli oodii 
del tradattore, potevano di là attingere molto lame per dare le Loro ediikmi pii esatte <• pia 
compiate. 

Un esemplare gik esistente nella fa Rinnocisiana , ed ora presso il cb. conta Moitan è 
tatto postillato di mano del tradattore. Noi, por ooriesia del possessoroi abbiamo potato esa- 
minarlo e trame profitto per la nostra edisione , come pah vedersi dallo VaritoM registrate in 
fine del .Tolome. Che qneste postille sieno di mano del traduttore non panni se ne possa dubi- 
tate, dopo il confronto di esse coi omoscfaiti aotograH : a se alarne poche sondirano di primo 
«ratto di aumo diversa, dò deriva daUa diversitk ddP inchiostro o dd tempo dio teeno aeriti*. 
Ci sono da notare abnne carionth che danno sempre maggior fedo di antentidie a queste posUUe. 
E la prima è , che in fine del secondo libro dove Tacito , facendo il carattere d' Arminio , dico 
proelUt ambifìou, traduce: « nelle battaglie pericoloso / s ma nd margine a destra tira facci 
amkiguus, e noli' dtre nota: •eifudu din, » Lo che mostra eh* U Davantatt leggsado la sa* 
tradottone a qudoha dotto amico o noli' accademia stessa degli Alterati , non tnvb approva- 
dono a qud passo. Ed infatti nella Nestiana vederi mutato cosi: « netta iaaattie-9mr». » L* 
seconda è, che per un ghiribiiso di ritrarre anche nella scrittura la prenunri* popdaira, e' trssic* 
nn gran nomoro di parole, legandole inneme, quasi coaae adlo Ciane dd bnnoai. Ecoone al- 
cuni oseapi : megii* amava»* il pruente : 't debol otefo : aioMo giaaaaett^ at poatfjUata : ogni 
to$' a lui : mentr* Agusto : mlest' ami t d*aniae amtaat « anutele : per temf. o 'mridia: te 
notf la ser* a eontaminare : i pe' (pdi) canuti : meUeu' a ferr* e fuo^ e 'n temr U paese eo.: 
poi muta sempre pooo in po'; fece in /«; vaali in eoU't furano in /«r/ sarekàe in «oi^; li, 
delti, olii, eapéUi in gli, des'', agli, eàpeglis e cod sino in fondo. 

Il manoscritto che servì a questa ediùone del Giunti eonservad nella MagliaboiAiaan 
(d. XXIU, 450) Cd Utoio « Postille agU Anndi di Comdio TadU o 11 libro II, U!, IT e T 
do' detti Annali tradotti in lingua floraitina da Bomaide Davanuti BostiehL Origbulo. » Que- 
sto codice appartenne d senator Carlo di Tommaso Stroid, 1073. Ma non è già originde, ooom 
qui si scrivo e come asse r isca anche Sdvino Sdvini (F«ir. oom. pag. aSS) : originali sene 
molte correàoni e le postille e denne carte in principio. Che pd questa copia servisse alle 
stampa vederi dalle approvaiionide' censori ecdesiastid, Cario Ruoelld, canodoo e accademico 
fiorentino, Alessandro Caccia inquidtore, e fra Maljtoo Saamattd canoegUere (7 e 15 giugno IS99). 
Manca il primo libro perchè forse le correrioni di esso le fece il traduttore sulle stampe Ma- 
rescottlana. 

III. — Opere di Gaio Tacito con la tradazione in volgar fioren- 
tino del sig. Bernardo Davanzati posta rincontro al testo latino con 
le postille del medesimo e la dichiarazione di alcune voci meno in- 
tese, con la tavola copiosissima. Al serenissimo sig. principe Leo- 
poldo di Toscana. In Fiorenza, nella stamperia di Pietro Nesti, 1657, 
con licenza de' superiori. 

In-foglio. Seguono al frontespizio 24 carte non numerate dia contengono la Dedicatoria, 
FAvveriimento, la stirpe d' Augusto e di livit, e la Tavola ddle materie. Il testo e la tradu- 
stone contano 424 pagine divise a col^onna. Da pag. 425 a 461 lo Posttllot da pag. 481 a 465 Io 
due lèttere a Bacdo Tdori e una terza agli Aoòademid Alterati. Segno U DicihiarazUme d^tdeuna 
«od amunemenu mena intese in otto pagine non numerate : ed in ultimo un mostruose er- 
rata-ccArrige , die fa appena a una rad^ dd bisogno^ coma dica il Volpi non senza esagaradone. 



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• BIBUOGRAFIA. Ufi 

E qmsla la primi eaktaM iOSf tetero Tdgarìsaowrio, proeortf a àt^i leet^aaid ddla 
Grasca, 31 aaao dopo !a mori» ddP aatore , e citaU nel Yoeabolario, sebbena rioadiae aeomt- 
tiwioia. « Da molti atadlosi desiderata , ma per varie eagtoni trattenota e Impedita dopo la 
morte del DaTaniatli il quale non ebbe tempo di ripniirta e oorreggeria. Ma aleuti Talentoo- 
n&ai affcrionati alla memoria di lui, e per xelo ancora del ben oommie e della loro favella , 
impìeganoD ogni afono e ogni memo, onde l' opera si stampasse nel miglior modo che si fossa 
potato. 9 Zeno, note al Fontaninij voi. I, pag. 296. Il Gamba asserisce che in ipiesta ediiione 
fu riprodom VlTOperi» dt Tiberio Cesare. Ma dò non istà, perchè dal eonfìronto apparisce che 
la lenone del primo libro, e dei dnqne che segoono, varia assai, per mdte oorreiioni e penti- 
menti, dalle stampe MareseotUana e Giontina. Donde è manifesto che gli Accademia (sebbene 
non ne faedano alcun cenno) oondossero lavoro edidone sopra i manoseritii, senta tener conto 
delle dne mentovate stampe : finse perchè videro che il traduttore d aveva fatto molti cambia- 
menti. Ma dovevano almeno renderd conto dd Ms. : se originale o copia , e dove e come lo 
ritrovarono. 

La lettera a Bacdo Yalori, già impreaea dal Hareseotti, è qui al tatto cambiata e eompen- 
diaU. L' aH(a agli Jeeademiei alterati, è aggionta di nvovo. Quanto alle Postille, vedi dò dio 
dicenuno sopra, partendo dell' Imperio di Tiberio Cesare. 

Conosco due notevoli esemplari di questa edidone. Uno sta presso fl mardiese 6. Capponi, 
ed è tatto corretto a penna da un anonimo di <pid tempo , che pare avesse in anime di con- . 
durre sopra di esso una nuova e più corretta e meglio ordinata stampa. Né sarei lontano dal 
credere eh' egli fosse uno degli stessi deputati editori : certo egli è uomo di lettere ; perchè noa 
ci limita solamente a correggere gli errori registrati in calce del libro , mt altre oorròioni fti 
di suo, ed aumenta e corregge sì l' indice delle materie che la dlchiaranone delle parole meno 
o<wmnL — Anche 6. Poggiali ne possedeva un legante e marginoso esemplare, corredato d' an-- 
tidle note marginali manoteritte riguardanH cote di lingua. (Vedi Serie de* testi dt lingua, li- 
Tomo 4813 , voi. I, pag. 373.) 

L' altro esemplare si trova nella Hagliabechiana, ed ha i margini pieni a ribocco di minu- 
tissime postille a penna, altre filologiche, altre erudite e riguardanti d il testo latino die la 
tradtanone. Ba neUn guardia questa noia di mano dd Magliabechi : • Le postate mamoserttte a 
fuesto Tacito, con ta tradu^oM del Daeanzati, seno del signor Pietro Pietri Damùeano, inteUi- 
gentìssimo della nostra lingua ed aeeademieo della Crusca, e seno scritte di sua mano, Stet» in 
Firenze il detto Pietro Pietri molto tempo , e dopo si ritirò a Padoea, dove morì. » (Vedi in- 
tomo a costui anche la lettera dd Bosso Martini, qui a pag. i.xv.) Molti altri studi sopra il testo 
di Tadto e sulla traduione dd Davanzati egli fece , e si trovano in due codid Hagliabechianì, 
segnati di nnm. 34, 88, d. XXllI. Pare che se ne giovasaero assd gli Aceademid ndla quarta 
U n pres da ne dd Tocabdario. In generate, questa postille (molte delle quali riguardano il testo 
latino) non sono di gran pregio. Di alcune più importanti abbiamo dato saggio ndla nostra 
edizione. 

L' edizione di Fiorenza, per G. B. Landini, 1641, è copia della precedente sì nd sesto dw 
nd caratteri 3 ma non db se non gli Annali, senza in^ce e didiiarazione dello vod. 

IV. — Opere di Gaio Cornelio Tacito con la traduzione in volgar 
fiorentino del stg. Bernardo Davanzali posta rincontro al testo latino 
con le postille del medesimo e la dichiarazione di alcune voci meno 
intese con la tavola copiosissima. Novella edizione, purgata dagli in- 
numerabili errori di tutte le precedenti, ciò che nella prefazione si 
dimostra. In Padova 1755 presso Giuseppe Gemino, con licenza 
de' superiori. In-4 gcande. 

Onesta edióone, «olia quale «ono stata fatte tutta la posteriori, fu curata da Giovanni An- 
tonio Vdpi , il quale sebbene prendesse a testo la NesUana , pure tolse via gran parto degli 
errori die in essa erano corsi. Dico gran parta, non tutti ; perchè alcuni, e grossi, ne lasciò^ 
ed altri vi tg^ginnsc di suo. Vedi pia avanti le nota alta sua Prefaàone. 

e* 



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tlV BIBLIOGRAFE. 

Apptm aerUtae d' esien ricoslAU Am •dimmi Vcaelc ; rana ptr Fr. Storti, 48SS, in-4 ^ 
dove V editore dice del DtTaniati cbe può mtdtr dubbio ncUm tnttrpnttaUm» d^ unti m «m 
tta^ U primo U pagare o H Utinot V tllra p» il Petumm, 4077, ÌB-4 } il ^lale dediceadoU a . 
f ielro Homioi pnt$nd$t molto inaoceatemente, di conciari % Tacito eoi nome di lai «»«< civ- 
dito di pietà eke ein ore gli e monceto. 

V. — Le stesse. Parigi , Vedova Quillau, 1760, voi. 2 in-16. 

« Elegante ediùone in garamoncino, assistita da G. Conti, professore di lingna toscana 
nella R. Scaola militare di Parigi. Contiene il solo vidgarlnamenio, e non ha né la tavole né 
la dichiaraxione delle voci meno intese. Le postille sono collocate in fine di ciaschedaBo de' TI 
libri; le tre lettere sono in principio} e V albero della stirpe d' Aognsto sta in fine. » (Gamba.) 

E pretta riproduione delia Cominiaiia , salvo cbe sono omesso le «ose sopra indicate dal 
Gamba. 

VI. —-Le stesse. Bassano, tipografia Remondini, 4805, voi. 5 
in-4. 

Fa procorata dall' abate Raffaele Pastore, ed è da fame conto assai più di qaella data 
dall' istesso Bemohdini nel t790.'Contiene anche i supplementi del Brotier, tradotti dal Pastore. 

VII. — Le stesse. Milano, Andrea Mainardi, 9 toI. in-8. 

Ha come le precedenti il testo latino e i supplementi. Qnesta edizione merita d' essere ri- 
cordata solo per un Saggio inedito di him prima traduzione del Davaniati accompagnato da 
una sua lettera tratta dal manoscritto originale dello stesso Daoansati che si conserva nella H- 
blioteea ambrosiana, con un discorso preUminare dell'irte Don Cesare della Croce custode 
della Biblioteca suddetta. * 

Vili. — Le slesse. Parigi, Fayolle, 1804, toI. 2 in-8, per cura 
di G. Biagioli. 

n Gamba nella ginnta alla biografia del DaTanzati scritta dal Ginguad nella BiognifUi 
unioersau, Venexia, HissiaglU, 4S», citando qoesU edizieM e qnUa del ConU, le di«e ambedoe 
eleganti, ma assai scorrette. 

OPERE MINORI. 

IX. — Scisma d'Inghilterra sino alla morte della reina Maria 
ristretto in lingua propria fiorentina da Bernardo Davanzati BosticbI. 
In Roma ad istanza di Gio. Angelo Ruffinelli, con licenza de'superiori, 
appresso Guglielmo Facciolto, 1602. 

Edizione in-8, di pagine 99 compresi il frontespizio e la dedicatoria non nnmerati. L' «I- 
Urna pagina contiene il fine dell'opera e V errata: il frontespiào è fregiato ddl' ancora aldina. 
La data 1609 è sdamente in aleoni esemplari. È questa la prima edisione e l' mnica fatta ti' 
Tento l' autore , il quale la dedicò all' illustrissimo signore il sig. Ciò. Bardi conte di yemii^ 
luogotenente generale dell' una e dell* altra guardia di ÌV..5., e la lettera è data di Firenze ili 
dì primo d'aprile 1600. Ciò indusse in errore l' Haym, il quale nella sua Biblioteca dii a quest». 
e^zione la data del 1000 , e non del 1002 come doveva. Forse egli ebbe a, mano uno di quegU. 
esemplari senza data nel frontespizio, e In dedoasé dalla lettore, dedicatoria. 

X.. — Scisma d' Ingliilterra con altre operette del sig. Bernardo 
Davanzati al serenissimo Ferdinando Secondo Gran Duca di Toscana 
con privilegio di sua altezza serenissima. In Fiorenza» nella nuova 
stamperia de' Massi e Laudi, 1638. 

In- f, di pagine 20i. Le prime 12 bob sono Bomeraie, e It tredioesima coniacia U Boma-» 



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CIDLIOGBAFIA. LV 

nnoiiB od ««mero 3. Dietro il tiHktmtkà», im «a piceolo «tato è il lilntto delT ratoro eol- 
ri9cruioik« intorno Bebra&do Dàyàrzati cbhtiluomo fiobemtiro, e sotto baJ' ìndice delle 
operette eontenute nel Tolame } che sono, oltre lo Scisma d'Inghilterra , 

Notizia de' CamM. 

LnUmé delta Mauta, 

OmiMt tu morte del Grò* Duca Cesimi L 

Da» OfOiimU, o vero Jzioai accademiche. 

CottiMskme Toeoana. 

La seeo&da etrta reeut ba la dedicatoria al Granduca j e nel i/er$o eomincia 11 Ritratto del 
sig, Bernardo Davamati, scrìtto da Francesco di Raffaello Roadinelti e da Ini dedicato all' il' 
lustristimo signor Filippo Pando^fini senator fiorentino. Questa stampa, sebbene non priva affatto 
di errori, i assai riputata, ed ba servito di testo alle successive. 

In nn esemplare di qnesta edizione che euiservasi nella Parmense, leggesi (pesta nota di 
mano di Michele Colombo : « Questa impressione portava da principio un altro firontespiiio 
» alqnaato diverso dal presente : a tergo non ^ era il ritratto, e nel catalogo delle operette che 
» il libro emtiene, non era mentovata la Coltivazione Toscana. Ti sassegnitava la stessa dedi- 
9 catoria del Davanzati che leggesi nella edizione dello Scisma d'Inghilterra fatta in Roma 
» ad 1803 in-8, e dietro alla dedicatoria davasi immediatamente principio all' opera. Ma 
» posda il frontespizio fu cangiato, sostituita alla dedicatoria del Davanzati quella che ora si 
» legge, degli impressori, ed aggimito con titolo di Ritratto, va ristretto della vita delF autore. 
» Si troveranno inseriti (« tri #ono di fattc^ al flne di questo volume il primo firontespirio ch« 
» V opera aveva e la soprammentovata dedicatoria del DavanzatL s Dobbiamo questa nota , 
come altra che citerenm del Colombo, alla cortesia del di. k. Pezzana, bibliotecario della Par- 



XI. — Le medesime operette. Padaya, Cornino» 1737, ìd-8, eoa 
ritratto. 

È ristampa dell' edizione fiorentina. In un esemplare di questa impressiona esistente nella 
Parmense, M. Colombo scrisse in diverse parole la stessa avvertenza che fece all' edizione dei 
Massi e Laadi, riferita sopra, e in fine aggiunge : « Convien dire che la lettera {dedicatoria al 
» Bardi^ del Davanzati non fosse nota a' signori Volpi ; perciocché siccome hanno ristampata 
» la detta dedicatoria di Massi e Laudi (al Granduca] ^ cosi non avrebbero lasciato di ristampar 
» qaelU medesimamente : e certo ne valea ben la pena f) e per essere cosa dell' autore stesso, 
» e molto pib perch' egli manifesta ivi entro la cagione che l' avea mosso a distendere la san 
a operetta. » 

Una ristampa ne fece il Cornino nel 1754, in-8. 

XII. — Operette del sig. Bernardo Davanzati Bostichi genti- 
luomo fiorentino tratte dall' edizione di Padova di Giuseppe Cornino 
divise in due tomi. Edizione III con giunta di note. Livorno 1779, 
per Francesco Galderini e Lorenzo Faina all'insegna di Pallade. In-8. 

t dedicata al eanonU» D. Gio. De Silva. Anche qni è premessa aJlo Scisma V anttea de 
itcaxion^ al eereHissimt Ferdinanda II e tralasciata la lettera dell' autore a 6. Bardi: segue U 
Ritratto àA Rondinelli } e dopo lo Scisma viene l' Elogia di Bernardo DavantaA che è qnel 
^Mdesiimo che leggesi nel tomo III, pagg. 299-3&Ì della Aoocolfa d'elogi d'uomini illustri 
toscani, luca,. 1770,. e firmato G. P. (Giuseppe Pelli). In fine del tomo primo sono alcune note 
cbiriche ape S^ma d^ ìnghOterra ; • in flne del seooado le note alla Uzloaa dette Moaete e 
^' elogip per Cosimo. Pei qoali ornamenti, e non già per la eorreiioae, questa stampa è da 
tenersi in qualche conto. 

n « Qoi U Colombo non si addieds di essere inoereo in franueitmo senta aecenilk. Ab' 
» biaow Falere il pregio. Portare U pregi». Metter tonto ac b — Mota del Pezxaaa. 



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1.VI BIBLIOGRAFIA. 

XIII. — Del modo di piantare e custodire una ragnala e di uc- 
cellare a ragna. Firenze per Giuseppe Tofani e Compagno 1790. In-8 
Dì pag. 54, compresi frontespizio e avvertimento ai lettori. 

Qaest' opnseolo fa trovato d«l dottor Targiottl ndU librerìa del Rosso Martini e gli pirre 
allo stile cosa del Davaniati, • ia qoesto giodiào si eonftfmò quando in nn oodioe appartenoto 
alla Palatina il vide nnito alla COUvasim», Ma U Colombo registrando questo libretto nel s«o 
Catalogo di alcune open attinenti alle scienze ec. ... le quali ... meritano per conto della lingua 
gualche coneideraiione (Vedi Op. di M. Colombo, Parma \ 827, voi. Ili, pag. 490 e seg.), dimo- 
strò essere stato il Targioni troppo corrivo nel suo giadixio. E su qnesto stesso proposito tornii 
in nna nota da Ini scritta in nn esemplare di quel libretto che conservasi nella Parmense. La 
qnal nota, perchè inedita, volentieri qoi riportiamo. « lo non so rinvenire tra qnesP opnseolo 
» e le opere del Davanzali da noi conosciate quella rassomiglianza di stile ebe d ritrova il 
» signor Targioni. Non vi ravviso né qnella spezzatura di perìodo, né qnella pregneszu di oon- 
» cetti incalzantisì in certa goisa V on 1' altro , né qaeUa somma parsimonia di parole che si 
»' scorgono in tatti gli scritti saoi. Ond' è cbe io mi fo lecito di dubitare se sia realmente di 
» lui qoest' operìcciaola in fin a tanto cbe me ne vengano addotte più convincenti prove. Cbe 
» se nel codice allegato dal Tofani essa è posta dietro al trattato della Coltivaiione toscana, 
s quasi a foggia di capitolo ultimo, è egli cosa sicura cbe quel codice sia di mano dell' autore 
» medesimo ? E posto che no , non pub esservi stata-aggiunta dal copiatore come per via di 
• supplemento, qaantonque appartenga a diverso autore? Cib si rende assai verìsimile se si 
» considera die nel MS. veduto dal signor Targioni essa sta da sé sola ; e noni da credersi 
» che ivi si fosse scrìtta questa sola particella senza 1' altre che la precedono , se fosse stata 
» distesa dal Davanzati medesimo, perché andasse congiunta cogli altri articoli della sua Gol- 
ii tivazione. A questa considerazione aggiungasene un' altra ancora di maggior peso. Nella 
» Coltivazione toscana ■' era di gib trattato così della Ragusa come dell' Uccellare Be' due ar- 
» ticoli die precedono quegli ammaestramenti di ciò die mese per mese dee farsi, eo' quali 
» 1' autor chiude l'opera. Ora, come mai si può egli presuppor die uno scrittore, qaal è il Da- 
» vanzati, stringato, sobrio e d' ogni ridondanza capital nemico, volesse trattare la medesima 
» cosa per ben due volte nell' opera stessa ?» A tutto qnesto può aggiungersi, che V autore 
della Ragnaia cita manifesfamenie il Davanzati in quelle parole cheleggonsi a p.229, v. 13 seg. ; 
Io cbe basta di per se a far chiara la cosa. Ma v' è di più. Nella già Rinucciniana esisteva un 
codice miscellaneo dove questo opuscolo porta il nome di Giovanni Antonio Popoleschi, eoo- 
temporaneo ed amico del Davanzati, che si vuol riguardare come il vero autore di quello scritto. 
Nella dispersione d( quella ricca biblioteca non si sa dove quel codice sia ito. Serìveii- 
doae all' egregio signor 6. Aiaszi, che per molto tempo ne fu direttore operoso e intelligaite, 
mi rispondeva tra l' altre eoee : iVon conoscendo carattere eerto del Popoleschi per poter fare un 
confronto, cosi non saprei dii4e se questa copta sia di sua mona : certo e che e di quel ten^o, • 
faceva parte dei manoscritti che dalla casa Calori passarono in un ramo de' Gnieciardini e 
quindi nei RinuccUii. Abbia però per certo certissimo, che lo scritto sulla Ragnaia non e del Dm-^ 

vanzati jinzi U professor Nesti, col quale una volta Munì proposito di quese oftueolo , mi 

mostrò una copia stampata , nella quale era una lunga nota a penna , di mano del eeleère 
Ciò. Fabbro/ni, ove confutava con ragioni desunte daU* opuscolo steeeo l' errore d' averlo altri' 
buito al Davanzati, rivendicandolo al Ptqfolesdii. 

XIV. — Lo Scisma d'Inghilterra e le altre operette di Bernardo 
Davanzati Bosticbi gentiluomo fiorentino con un discorso di France- 
scantonio Mori sopra la vita e gli scritti dell* autore. Prima edizione 
danese più compita di tutte le precedenti. Siena dai torchi di Paa^ 
dolfo Rossi air insegna della lupa, Ì8S8. ln-8. 

OHre le operette stampate nelle edizioni precedenti, eontiene died lettere a Baecio Valori^ 
due a Belisario Bulgarini colle risposte, mi sonetto per la Sabina di Gianbologna, e 1' «fwcoli» 



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BIELI06RAFU. LHI 

Da modo il pttntm ma fWfiMte. Ma tì ti detUtfa l'OradoiM Mtanél pigtim Coaioklc^ 
• i wuMtti ebe kggonsi tra quegli del Tarclii, e altri. È precedala da aa giodiiioio Dieeono À 
Fxaaoescantonio Mori sulla Vile e sulle Opere dell'Aviere. 

Quanto all' opuscolo snlla Ragnaia l'editore noi crede del Davansaii, ma Io riprodooa astgl 
migliorato nella lezione, col confronto di un codice Riccardiano di n. 2973, si perette è prege- 
Tole scrittura e A ancora perchè il lettore possa da se coa£rontaria eoa qaelle del DaTaniati| , 
essendo l' edizione del Tofani diTennta ornai rara. 

XV. — Lo scisma d* Inghilterra ristretto da Bernardo Davanzali 
e conferito con 1* antografo esistente nella biblioteca Marciana di Ve- 
nezia per cura di Bartolommeo Gamba. Si aggiunge lo Scisma sotto 
il regno di Lisabetta ristretto da Giambatista Gaspari ^iniziano. Ve- 
nezia , dalla tipografia Alvisopoli, 1831. 

In-I6, di pag. xxxii-t68, con bratto ritratto dell' aotore fatto • aria. 

Contiene: 4" Una lunga lettera del Gamba ad Angelo Sioea, nella qoale rende eoato del 
co^ce Marciano da cm è tratta l' edizione, e d' on altro codice pare Marciano ed antografo 
(Óasse TI, 4^ che contiene gli abbozzi di quasi tre libri del Tolgarinamento di Tacito con 
qnnlcbe postilla inedita: 2« il discorso della vita del Dayanzatl scrìtto dal Morì per l' edizione 
di Siena : 3° l' indice da' nomi propri osati dal DaTanzati, ridotti alla originale oriogra&a : 
4* la lettera del Daraniati a Gio. Bardi: S* on proemietto scritto dal Davaniati, che nel eodice 
Marciano vedesi premesse allo Scisma : 6** lo Sdsma d' Inghilterra, diviso in due libri, de' quali 
il primo comprende il regno d* Arrigo e il secondo 1 regni di Adoardo e di Maria : 7** on terso 
libro di continuazione, che comprende il regno di Lisabetta , scritto da Eduardo Ristono e ri- 
stretto da Giambatista Gaspari Yiniziano, che pose mano a qaesto laToro a petiiione del Gam- 
bUj e riosd assai bene ndl' imitare lo stUe del Davanzati. 

La lezione del eodice Marciano offre un' infinità di Varianti, non poche delle quali miglio- 
rano assaissimo il testo delle edisioni comuni. Ha alcwui volta (anche per sentenza del Gamba) 
4ta al di sotto della lezione eamuiu già impressa, di maniera ebe l'assiduamtnte adottarlo nom 
tornerebbe che a discapito della pia retta locutione. 

Mal fece peraltro il Gamba di anuiodernare la grafia, usando la doppia zeta a non tenendo 
cento deUe altre singolarità grafiche proprie del nostro autore. 

XVI. — Coltivazione Toscana. 

Onesta eperetta fa stampata la prima volta in Firenze da Filippo Giunti, 4O0O, in-4, col 
Tmttato della eoUivazione delle Fili di GioTanvetterio Sederini e colla Difesa et lode del popono 
di Lionaido Giaoehini. Il libro ò dedicato a Luigi Alamanni il giovane. Salvino Salvini {Fasti 
MMoftfn, pag. 22^ ci fa sapere che il dottor Francesco del Teglia possedeva nn esemplare di 
qoesta edizione « ove si leggevano di mano propria del traduttore non pochi pasti corretti e varia 
lesioninole «putii appare per tutto il suo buon gusto e discernimento finissimo.9 — Altre due ri- 
•tampe ne fece il Giunti j ona nel tOIO, l'altra nel 1622, ed in questa aggiunse anelie la Coltiva- 
sione degli Ulivi di Pier Vettori. Fu riprodotta poi sempre colle altre Operette, come vedeai dalla 
ediàoni sopra allegate. 

Non vogliamo tacere della elegante ristampa che ne fece L. Carrer nella Biblioteea CUu- 
siea Hatiana di sdente Uttere ed arti, classe VI, voi. Ili clw porta il titolo Tre trattatt Hguarm 
danti r agricoltura. Venezia, 1840. 

11 manoscritto originale di questa operetta conservasi nella Magliabechiana , Glasse XIV, ;^ 
B. 48, ed appartenne già alla libreria del senator Carlo di Tommaso Strozzi , dov' ora segnato ' 
di n. 290. È in-4, di earte 21 nvaerate da una sola parte, non compresa la guardia olie porta 
il titolo « GolUvazioae Toscana di Bernardo Davanzati di mano sua propria. » <61i argomenti 
non sono a' respettivi capi, ma in fondo a modj d* indice col titolo di Tavola a questo trattato. 
Da qua e là non poebe eanceilature e pentimenti. Noi l' abbiamo eoi! azionata e,>n ogni cura. 



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LVIII BIBLIOGRAFIA. 

XVII. — Orazione nel prendere il consolato nell* Accademia Fio- 
rentina. 

Fu pobblicAta U prio» volta dal SalTlni nei Fasti eontolari deWÀuad. Fior. FinDie 4717, 
pag. 222-231 , Q quale dica d^ averla levata dalV originale avuto da Giuseppe BiamMxt a 
pubblicata con tutta esattesia. Fa poi riprodotta nel V(d. I, parte seconda delle Prose FlortnAM; 
Bel tomo T, pag. 115 dell' Operette stampata a Livorno 4779} e nel voi. IV, pag. 165 della 
Setìte prose italiame. Milano, Fontana, 1826. 

XVIIL— Notizia de' Cambi. 

Due Mst. non originali di «{oest' opaseolo sono nella Hagliabedtiana in dae Codid aiaeèU 
lanei, d. Yill, 43; XXY, 339, che offrono varietà notabilissime. Te n' ba pare on Ma. ndU 
Riocardiana,n. 2312. in oa Cod. magliab. d. Vili, 73, intitolato Excerpta et annotata varia Ant, 
Fnnàsei Oarmi, qaeat'opoMolo I dtata come esistente neUa libreria di S. Maria Nuova col titolo 
« Notista della Mercatura del signor Bernardo Davansati. » Né poteva atseve oa altro divoffM 
oposeolo, pensbè ne dà il prindpio, dM è questo : « La mercatara è vn arte trovata dagli no- 
» mini per utile comune e per supplire a quello die para abbia mancato alla natura ac • 

XIX. — Lezione della moneta. 

Trovasi accuratamente (dice il Gamba) impressa nel voi. IT, parta II ddla Prosa Fiorris- 
tiiie, 1729, e di questa principalmente si valsero i vocabdaristi. 

NeUa Harucelliana esiste un Codice miscellaneo sanato k 456, dia contiene pie a divers» 
scritture di A. M. Salvini. In ultimo ha inserito un quadernetto di sesto più piccolo, che cob- 
tiene una copia accurata ddla Lezione sulle moneta. È interfogliata, e n«' fogli intramessi • 
ne' margini del testo ha varia postille, alcune dd Davanzati ^secondo almeno V indicazione), 
ma non di sua mano, ad altie scritte dal Salvini j e tutta caasistoBo iivdtaiioiii a anioiità dia 
confortano dò ohe dioed nd tasto. 

XX. — Orazione in morte del Gran Duca Cosimo I. 

Fu ristampata nel voi. 1, parte I delle Prose Fiorentina, Firanae, 1661, e ndle SteHa pnm 
italiane, voi. lY, MUano, 1826, pag. 149. 

Molti Mss. abbiamo veduto per le bibUotcdia fiorentine di questa Orazione j ma nessuna 
autografo. Gli accenneremo qui, distinguendogli colle lettere ddl' alfabeto, par comodo dalla 
dtazioni ohe occorreranno nd riferire a suo luogo le varianti. 

A. Cod. magliab. d. IX, 65. 

B. Cod. maglUb. d. XXYU, 20. 

In questo codice è preceduta dalla seguente lettera, che non apparisce a ehi sia ìadiriBaU: 
Molto magnifico signor mio. 
Ragionando «' giorni passati con F. S. detta molta orazioni fatta da varU mtmint dotti ia- 
«omo tUle lodi del Gran Duca Cosimo morto, le dissi the fra le bella nd pareva {^tononmfin» 
gannd^ Mlitsima quella recitata agli Jltaratt aeeadtmlei da matser Bernardo Davanaatt, Onda 
approvando lei il madesimot mi parve fargliene copia e mandargllana concie fo g dia auando Mi^ 
ne in tutto ancor divulgata, e degna che sia appresso di lei : e sebbene tardi, almeno par nam 
mancare atta promessa fatta a F. S. La quale io prego du m* offerì e raccomandi a mattar Ga~ 
leotto suo figliuolo, che d* intender il ben esser tuo non ho voglia maggiore. Et a lei proga dm Wm 
ogni contento e giusta voglia. Di S. Cateiano Udì 9 di tettanAre 4624. 
Di r. S. motto Magn^ 

5~ 

MìMia ddOa Baeaa^ 

C. Cod. magliab. d. XXYII, 104: è dd 1575. 

D. Cod. magUab. d. XXYll, 114, fu del senator Carlo Tommaso Strozzi. 

E. Cod. magliab. d. XXVII, 52, sec. XYII priadpio. 
P. Cod. magliab. d. XXVII, 5, sec XVII. 

C. Cod. magUab. d. XXYII 4, sec. XVH prindpie. 

H. Cod. raagUab. d. XXX, 162. 

I. Cod. magUab. d. XXXYUl, 115. U carattere è dd tempo. 

L. Cod. magliab. d. VI, 155. 



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BIBLIOfiBAFIi. UX 

Wì, — Aoeasa data dal Silenie al Travagliato nel sua sindacato 
della Reggenza degli Alterati. 

XXn. — Orazione in genere deliberativo sopra i provveditori 
deir Accademia degli Aiterati. 

Di questi due diseoni, pobblicati dai Bf tisi e Ltndi e nelF edizbn« livonieM delle Optntttk 
IroTasi il maniMcrittOi ma non originale, in un codioe Riccardiano, segnato n. 2478. 

XXIIC. Alcuni avvedimenti civili e letterari di Bernardo Davan- 
zali fiorentino tolti dalle sue postille a Tacito e da un codice auto- 
grafo della libreria Marciana. Venezia dalla tipografia di Alviso- 
poli, 1831. 

BartolomiDeo Gamba pobbliob questo libretto Per le nobili noz's Papadopoli-Moseoni ; ma 
een poea diligenxa, secondo il suo solito : perocché non fece dUliniione alcuna tra le postille 
inedite • le stampate j e a qnest' ultime non pose yemna indicaxione. Qualcl)e Tolta confose 
Insieme le parole del testo con quelle delle postille. Negli Avvedimenti ebtili le postille inedite 
sono U 5* la 6" e F H* : e tra i Utterari la 2* e l' ultima, clw saranno da noi riferite nellU^»- 
pendice del Tol. li! di questa edizione. Agli Arredimenti aggiunse un Frammento di tre diversi 
volgaritxmntnU di Tacito, cIm puoi vedere alla fln« di questo Tidume. 

XXIV. — Lettere. 

Dieci lettere del Dayanzati a messor Baccio Valori e due a Belisario Bulgarini, colle risposte 
fi fMsto , furono stampate con molte lacune nel yiA. IH, parte IV delle Prose fiorentine, e 
rìstaorpalè matefialmento tra le Opareiu nelP edizione di Siena. 

n car. Giuseppe Manuzzi ultimamente, tra edite e inedite, ne raccolse 82, e le pubblicò, 
eoa fuakiM noterella, per illustri none. Firenze, tSSS, in-8. 

XXV. — Rime. 

VI 80«e a stampa pochi sonetti e un madrigale, die non sono stati mai, per quanto sap« 
piamo, raccolti insieme tra le epere di Bernardo. . 

a) Sonetti di Benedetto Varchi. Fiorenza, tb55, Torrentino. — Nella seconda parte vi hanno 
tn soMttt del Davanzati. 

*) SoneUi spirituali di M. Benedetto Varchi. Fiorenza, GiunU, 1878. — A pag. 57 v' è un 

e) Un altro sonetto è tra le poesie pubblicate dal Ser Martelli , Firenze 1883, a onore di 
Giambolegna quando scopene il gruppo della Sabina. Fu poi ristampato neU' edizione senese 
delle operette. 

d) Saggio di Rime di diversi booni autori che florirono dal XIV al XVin seeolo. Firenze, 
limebi, 1825. — A pag. 237 v' è un madrigale che fu estratto da un codioe appartenuto a Luigi 
Foirot, ed oggi MagUabediiano. 

«) Lnpidni Antonio, Aroliitettura militare. Firenze, Maresootti, 1882.— Dopo la dedicatoria 
è un senotto di Bernardo in lode dell' autore. Fu ristampato da L. Carrer coli' opera del Lupi- 
cim. Venezia, 4840. Vedi la pref. deU* editore, pag. vni in nota. 

/) Akoni sonetti inediti sono nei Mss. che dalla Einnociniana passarono nella Bf agliabe- 
chiana, die saranno da noi stampati a suo luogo. 

XXVI. — Opere inedite. 

i. —Vita di M'. Giuliano Davanzati. 

Se no ba noUzia da Antonio Benivieni, U quale neUa dedicatoria deUa rUa di Pino rettori 
r antico (Fiorenza 1888), dopo avere ricordato varie Vite scritte da alcuni suoi contemporanei, 
prosegue: « Intendo di più essere raccolte, quella di H. Manno Donati da Filippo Sassetti, di 
• H. Giuliane Davanzati da Bernardo suo discendente, s — Oggi non se ne ha pie traoda. 



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LX BIBLIOGBAnA. 

2. — Dae discorsi o Cicale in modo di Orazioni fanerali reci- 
tate in Pisa nel 1592 nella soppressione dell' Ufizio dell' Onestà dì 
guarnigione. 

« Ms. aotografo eartafieo in-4 piccolo, di carta 32. InooaainciB : GrmndUtim* /■ Mnipm te 
» speranta du tbbtro gli antichi Bgiii ee. *, a finisca : PiiteoH Pineoni novwentotuMKhmo. Qii»> 
» sta graziosa operetta è del tatto incognita 3 e se si riesdsse a penetrare il gergo ed il sog- 
li getto vero per eoi fa scritta, meriterebbe per II brio • le lepideixe, talvolta troppo ardita, 
» cIm vi si trovano, tedarela pobblica Ince. » 

Qoesta notisia è tratta dal Catalogo dei Manoscritti della già fiiavcciniana, compilato dal 
cb. sig. G. Aiasii. 

3. — Erone Alessandrino. 

Di qoeito icrittore greco , il Davansatl tradosÌM , e per maglio dire, ristrinse a modo sao 
quafla parta che rignarda la maniera di far salire I' acqaa nei tabi; e dedicò il suo lavoro al 
celebre architetto Bernardo Bvoatalenti, a coi reijiiisirione lo avera fatto. Il manoscritto sta 
nella Palatina, gdosaraente custodito, e aspetta d* esser pabblicato dal sig. Palermo, bibliot». 
cario. Ne diamo qaesta inesatta notizia, solla relazione d' alconi amici cba poterono gettarvi 
un' occhiata. 

È carioso die il Baontalenti chiese la tradazbne di qnesta stessa parte di Erone anche ad 
Oreste Tannood , che gliela spedì da Roma il 28 dicembre 4582, con lettera che si ha nel 
Caifegglo inedito d' artUti, pabblicato dal dott. Gio Gaye. Tomo OI, pag. 449-50. 

4. — Zibaldone. 

è nn grosso qaademo con molti fogli volanti, tutto di mano del Davansati. Oltre molta 
note ed appunti, fratto delle sae Iettare, contiene vari pensieri e frammenti, dal «(aali daremo 
nn saggio nell' Appendice al terzo volarne. Questo Zibaldone fii posseduto prima dal lUaaij 
poi dal Morani, ad ora è aalla mani dall' amico nostro Pietro BigamL 



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Ili 



LETTERA DEDICATORIA 

AL PRINCIPE LEOPOLDO DI TOSCANA 

premessa dai deputati dell' Accademia della Crusca 

alla prima edizione dell'intero rolgarìnamento fatta in Firenze da Pietro Nesti 

Tanno 4637. 



Serenimmo principe. 
La tradu%iom di Cornelio Taeitó del Mgnor Bernardo Davaniati, 
bramata invano già moli* anni dalla maggior parte degli studiosi, im- 
pedita trattenuta per varie cagioni (come spesso avviene delle cose 
umane) era quasi ridotta in preda alla voracità del tempo. Onde al- 
cimi affezionati alla memoria dell' autore , a* quali incresceva del 
danno universale e spe%ialmente della nostra lingua se tal' opera st 
perdesse; e considerando quanto ingiustamente si defraudava il desi- 
derio degli amatori delle buone lettere; hanno procurato con ogni 
sfor%o che eUa si stampi nel miglior modo che per ora è stato possi- 
bile: scusando l'autore se vi si trovasse dentro qualche imperfezione, 
perchè la morte non gliele * lasciò correggere. Altro non le manca 
per sostentar sua ragione se non un protettore simile all' altezza vo- 
stra serenissima, alla quale perciò con ogni affetto la raccomandiamo 
e dedichiamo. Efaciendole umilissima reverenza, le preghiamo felicità. 

DiV.A, Serenissima 

Dmflitsiini e deroUtnmi serri 
I DEPUTATI. 



4 La stampa ha glie la. Ma neir esemplare della Nestiana corretto a penna, posseduto 
dal marchese G. Capponi, leggesi f Itele, né bo dubitato di accettare questa eorreiione. 



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LUI 



AVVERTIMENTO 

AL DISCRETO LETTORE 

che nella Stampa del Hesù segua alla Dedicatoria.^ • 



'Altro non parerà che mancaMe ad onorare compitamente Cornelio Tacito 
e le sue tradazioni che di stamparlo con Taccompaipatara del testo latino e 
Tolgare insieme. E ciò non si poteva più acconciamente* fare né forse con altro 
Tolgariczamento di quello del signor Davanzati : avendo egli avanzato ogn' altro 
nella somiglianza dello stile e brevità di Tacito , onde ha meritato d'esser detto 
piuttosto nn Tacito fiorentino che un semplice volgarizzatore. Perchè dalla vi- 
veza del suo dire si può cavar ammaestramento e diletto, oltre alla cognirioii 
della storia y lasciando per ora al giudizio degF intendenti se egli abbia in alcnn 
luogo j se non superato (e ciò sia detto con ogni modestia) almeno aggna^afo 
lo stesso Tacito. — Quanto al testo latino, per lo più' si è adoperato queìio 
del signor Curzio Picchena, * benché il Davanzati in alcuni luoghi abbia segnilo 
il Lipsio altre varie lezioni che più allora gli parvero acconcie. <•» Fece il 
medesimo Davanzati alcune postille .dotte e curiose a* primi sei libri, le qnaU 
si son poste nel fine. I numeri in margine al testo volgare V additano ; ' e i na> 
meri al testo latino mostrano le note del signor Picchena, le quali trovandosi 
anche stalnpate separatamente dall'opera, per ora si sono tralasciate. ••— Se nel- 
r esplicazione de' concetti si trovasse, com' avviene, qualche difetto (il che però 
non si crede), sappia il lettore benevolo che il signor Davanzati, sopraTenendoB 
la morte, non la potò rivedere, e noi fedelmente ve la diamo, come V abbiam 
ricevuta,^ lasciando campo a chi volesse pigliar pensiero di più accuratamente 
illustrarla. — Gli errori di stampa^ notati nell'ultimo preghiamo il lettore a 
corregger avanti, per non esser costretto ad interromper la lettura e pigliare il 
senso a rovescio, senza colpa dell'autore. 

I Abbiamo stimato non inutile riprodorre questo ÀTTertimento, perchi n salano le care 
(sebbene infelici) usate dagli Accademia della Crasca nella edizione prìndpe dell^ intero yolfa- 
rizzamento, citata anche nel Vocabolario. 

S La correzione a poma dice comodamente. Y. la nota I alla Dedicatoria. 

S per lo più: è aggiunto a penna dal correttore. 

4 Non so che giudizio fosse questo di scegliere il testo del Picchena, mentre il Davantati 
tradusse su quello deMLipsio. 

5 Così pure nelle due stampe del tfaresootti 4596, e del GinnU 4600, carata dal Davan- 
zati stesso. 

6 Perchè non dird se cavarono la loro edùtione da Mss. originali o da copie: e percbi ne* 
primi sei libri non si curarono delle stampe precedenti? 

7 II Volpi si tolse la pazienza di contarne fino a 700. Peccalo, che la cura di metterà in 
mostra gli errori altrui lo facesse badar poco a' propri! 



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Lxni 

DBDIGATORU DELL' EDIZIONB GOIIINUNÀ. 

ALU FAMOSISSIMA ACCADEMIA DELLA CRUSCA 

SIGHORA B MASSTBA OIL BIL PARLAB TOSCAHO 

GIOVANNI ANTONIO VOLPI. ' 



Bimardo Dwraiuli, MrilloM di mdto nMÌto e grido, Ma tmm • voi , di> 
fBÌssimo aràooqsolo, lìobilMMinì «eeodonici, e vi pretonia U tuo TolgoriiMmonlo 
di Tacito, eolU mio dilifawa e dal fratal mio,* ridotto (tieoon'io apero), por 
quanto oi la poaaibila, in qnaato novèlla adìriooo, a quél fino ripolimanto , dio 
V antoro potè per awantoro dagl' impraaaori aogurarai. Qvasf opera, ano da' o»> 
pitali pia acalti dal voatro doviiioao Voaabelario, ai giaceva, par ecaì diro, aff»- 
gaU nelle apine e ne' bronchi di vergognoai errori di atampa: e per Pardimeiito 
di coloro che, offcai de ignoreaia, ai arriacUano e maneggiare ean lorde mam 
l'ero e le gamme de'bnoni libri, amontove amai di ocAera : tanta era la palvere, 
aosi la ruggine che raso vi ai appiastrava. Longo ed increacevol aarebbe rieai^ 
tarvi minatamente le fatica e U noia per noi aolferta in aacohiare l'erbe noeive, 
rinettando il iertil caiqpo mal eoltivato, e in reatitoire al vero ano lastre l'a^ 
baeinato gioiello: quanto perimento ai aia convenuto agnnar le ciglia per to- 
glierne via ogni macchia, procedendo a rilento e oon attenta cireoapaBione, e 
guian di viandante che per pecM aeapetto e piano d'inaidieeemmini. Voi da voi 
stesai, accorti ed esperti che sieto, e della dilifenaa amatori, acnse eh' io spenda 
in didiiararlovi moke perole, ottimamente già l'intandeto. 6e il oamnne degli 

4 UV«l9Ì,p«r4Bastem»Uv«n,ri4kT«ffuMBteli«iipoplkMto«lMB(mgliilcoiivi«a«: 
perch' egli in fondo n<m fece che pigliare il oopioàssime emuacorrige, poeto del Neeti in celco 
déDe sue edizione, e togliere, eoe esso alla mano, gli errori di stampa, e non tatti, e aggiongeme 
•aeeÀ de^ impriy Mew ^«mì per petit Mole por MoUtg numtttkam per numglmnt rùMdtan per r^ 
dire e più altri, che mutano affatto 'ù senso, e die si sono perpetuati in tutte le posteriori edi- 
doni. Del retto, qoeslo Inrigne letterate fti molto benemerito a' buoni studi, per le sue belle e 
eomtte ediMni dielueiailntiai e italinnl, «adte dalU edebn stamperia padovana di fiiaseppe 
Cornino, e pe'saoi eleganti versi latini. Nacque in Padova nel t68d, e morì nei t7M. 

a Questi è Gaetano Volpi (n. 1689, m. 4761) sacerdote di molta dottrina e di rara pietà, che 
aasieU U fratello neUa Upog rala eeaniniann e pdbbUe6 egngle opere aseetielie. Ebbe anebe altri 
due fratelli letterati, che ftiraio Giuseppe Rocco, (n. 4690, m. 4746) gesuita, che scrisse con molta 
lode di antichità ecdesiatticbe } e Giunbatiste, nato nel 4687, dw fti medico e pmAssoiuJi ana- 
tomia in Padova. 



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LXIV DEDIQATOaiÀ DBLL' EDIZIONE COHINUNA. 

eradifi sia per saperci grado di ciò che a lor Tantaggio imprendemmo, io aon 
posso bene accertanni : la maleyolenKa, la gannii^, la sTO(^iatezza, la schifiltà 
e delicatezza soTcrchia, la dirersità finalmente e straTaganza delle opinioni, ym 
ordinari degli nomini, presti a sfatare V altrui cose anche di maggior prezzo, mi 
lasciano in dubbio della buona riuscita. Panni bensì di poter viver sicuro che 
l'industria nostra a voi, accademici virtuosissimi, cara giunga ed accettevole; 
tanto promettendomi quella bontà, con cui vi degnaste già d' approvare ciò che 
per noi si fece in altri libri di lingua , de' quali , a grand' onore e contento no- 
stro, voleste far uso nell' ultima impressione del vostro insigne vocabolario. E 
questo favore da voi prestatoci benignamente, avrà twm di' consolarci e di so- 
stenere il nostro coraggio, quando anche avvenisse che mi popolo intero di de- 
trattori si sollevasse contro di noi ; conciossiachè mille censure e sofisterìe non va- 
gliono r approvamento e la sola buona grazia vostra. L' egregia dttà di Fiorenza, 
oltre ad ogni altra italica bellissima, al dire del Boccaccio, madre in ogni tempo 
feconda di rari ingegni, che ad alto grado di gloria con immortali scritti la su- 
blimarono, nutrice amorevole d'ogni bdl'arte, ricovero ed asilo di celebri lei* 
terati fug^aschi per fortunosi accidenti dalle lor patrie ; fu sempre ed è tuttavìa 
lo scopo dell'invidia d'altre nazioni, che bieco la guardano , e malvolentieri le 
consentono il primato della pura toscana favella. I rossi loro parlari, poveri di 
vive espressioni, sdpiti per lo piò e languidi, nulla hanno che si fare col nerbo, 
coli' efficacia, colla gentilezza ed abbondanza del vostro: quinci l' astio da' fo- 
restieri scrittori che bene spesso non volendo o sapendo sceverar l'oro dalla 
mondiglia, e ricusando di sottoporsi alle strette regole de' migliori, mettonsi a 
biasimare ciò che disperano di conseguire. Io vo pensando essere appunto questa 
una d^e prindpalì cagioni ,'per le quali il Davanzati non viene da tatti egual- 
mente lodato* La sua traduzione, eccellente, per quello che a me ne paia, e ma- 
ravigliosa, non può così di leggieri essere imitata : imperciocché, quel mai ci 
vive oggidì, che oltre all'intendere profondamente l'autore che si volgarizza, 
possa accoppiare tanta brevità con sì fatta chiaresz»? Che quanto alle oHeiiom 
che gli si fecero eziandio da scienziati uomini ed autorevoli, sembrami ch'egli 
bastevolmente se ne schermisse nelle sue dotte postille, e che molte àncora ne 
prevenisse e sodamente disciogliesse. Io però non temo d'essermi ingannato 
nella scelta, e d'aver faticato intorno ad autor dozzinale, che il travaglio non 
sia per pagare e la spesa ; e mi do a credere che del medesimo sentimento 
ancora voi sarete, accademici nobilissimi, all'adunanza de' quali ho ancor io 
la rara fortuna d'essere ascritto. Prego intonto colla dovuto sommessione cia- 
scun ^ voi ad accettare con lieto fronte e cortese animo questo libro, ch'io 
vi consacro in testimonio di quella stima e riconoscenza che giustamento vi 
professo, desiderandovi dal cielo ogni compiuta felicità. 



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LXV 



RISPOSTA DELL'ACCADEMIA DELLA CRUSCA 



AlPilhuiriti. 9ig, tig. padr. eoi. il tig. Gio. Ànt, Volpi 
profetiore di Mkre umane nello ttudto di Padova, 

lUostrìssimo rig. si;, padron eolendissimo. 
L'umanissima lettera di Y. S. illastrissìma, segnata ne^ 29 di settembre 
mi è perrenota in tempo che P Accademia della Gmsca era chiusa per cagione 
delle eonsnete antumali yacanze, onde non è stato paranco possibile il presen- 
tare in piena adonanxa della medesima la bellissima e diligentissima ristampa 
del yolgaiixzamento di Cornelio Tacito di Bernardo Davanzati , che alla sua 
generosa bontà è piaciuto non solo di trasmetterle in dono, ma ancora di ono- 
rarla della dedicazione. Ayendola peraltro data a osservare all' arciconsolo ed 
a Tari altri accademici, che sì ritrovano in città, posso assicurare V. S. illn- 
strìasima, che è piaciuta l<Hro sommamente, onde io ne presa^sco un compiuto 
ed universale gradimento di tutta P Accademia. Perocchò ^[uesta ò stata sem- 
pre di sentimento, che il Davanzati colla sua robusta é sugosa maniera di 
scrivere nel toscano idioma, che peraltro ò assai copioso, s' acquistasse un me- 
rito particolare per aver saputo maravigliosamente accoppiare a una gran 
brevità una singolare forza d' espressione. Ond' è che la stessa Accademia ha 
sempre tenuto in molto pregio le scrittore 4el medesimo, e di gran forza e 
autorità ha sempre riputati gli esempli da esse tratti e allegati nelle passate 
compilazioni del nostro vocabolario: e Pietro Pietri, letterato di Danzica e 
nostro illustre accademico, allorché nel passato secolo fece sua dimora in Fi- 
renze, apparò la lingua toscana prìncipaUnente sopra questo volgarizzamento, 
come riferisce nelle sue prose toscane il chiarissimo nostro innominato abate An- 
tommarìa Salvìni. Or quando P Accademia tutta vedrà e saprà di possedere que- 
sta celebre traduzione in sì adorna maniera ristampata, e mediante P inimitabile 
accuratezza diV. S. illustrissima, purgata da' copiosi errori ond' erano sconcia- 
mente guaste le passate impressioni, è da federe senza alcun fallo ch'ella sia 
per provarne un sensibil piacere, vedendosi da sì illustre fatica posta in grado di 
fame molto miglior uso in avvenire. Al qual piacere succederà infallibilmente 

I Qaests lettera è tolU dall' opera, divenuta ornai rara, intitolata La libnria dt'Veifi. Pa- 
dova, 4786, pnMO Ginaeppe Cornino ; a pag. 503. 

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LXVI RISPOSTA dell' ACCADEMIA DELLA CRUSCA. 

anche una particolar compiacenza della fortunata aggregazione al ano corpo, che 
fino dalP anno scorso ella volle giustamente fare della degnissima persona di V . S. 
illustrìssima, da cui le ò risultato sì fatto accrescimento di gloria e di decwo. 
Mentre adunque per commissione dell' arciconsolo e degli altri accademici io 
rendo a Y . S. illustrissima le più vive e distinte grazie d' un dono sì pregiato, 
prendo anche V opportunità di rammentarle in particolare la mia devota e n- 
TOrente servitù , e con rispettoso osBetpìo mi protesto 
Di y. S. illustrissima 
Firenze, 5 ottobre 4755. 

Devotissimo servo 
Bosso Antonio Mìrtini detto il Rijmrgato, 

TÌoea«gretario dell' Aocademia della Cmaca. 



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txrii 



PREFAZIONE DELLA STAMPA COMINIANA. 



Lo Scisma d' loghilterra e le altre operette di Bernardo Daranzati , fatte 
da noi ristampare due volte in questa Gominiaaa piacquero in sì fatto modo 
agli amatori della toscana favella , che veggendole bene accolte ed mÙTersal- 
mente approvate , non potemmo resistere ai frequenti conforti degli amici che 
ci esortavano a pubblicar di bel nuovo anche il volgarizzamento di Tacito, 
fatica illustre del medesimo autor fiorentino. Per accignerci alla non molto 
agevole impresa , bbognava trovare V edizion di Firenze in foglio , dell' anno 
4657 , appresso Pier Nesti, che fa la prima intiera, e coli' originale Ialino al 
fianco. Era questa già divenuta assai rara e di costo ; onde per averla siamo 
ricorsi al signor Guglielmo Gamposanpiero , cavalier padovano, accademico 
della Crusca, il quale altrettanto cortese e condiscendente alle oneste do- 
mande , quanto nobile e letterato , coli' usata sua benignità verso di noi , la 
trasse dall' ampia sua raccolta, anzi tesoro, di libri allegati nel vocabolario, 
e ci permise d' osarla e confrontarla a nostro grand' agio. Avutala , osser- 
vammo subito , non senza stupore , in fondo al volume , annoverati e corretti 
intomo a settecento errori di stampa ; e dopo un sì lungo catalogo una con- 
fessione sincera , e una richiesta di scusa per molti altri difetti avvenuti nello 
stampare. Enorme fu la fatica di emendare tutti questi falli ai lor luoghi, 
affinchè in questa novella impressione non iscappassero di bel nuovo. La qua! 
diligenza fu trascurata da coloro che soprantesero alle precedenti ristampe: 
nelle quali anzi, per giunta alla derrata, si truova accresciuto a dismisura il 
numero degli errori. Ci convenne andie ben osservare di non correggere cie- 
camente ogni cosa a norma del mentovato catalogo; poiché non di rado la 
stessa emendazione è un fallo ; ordinandosi , a cagion d' esempio , di guastare 
il testo , che prima era immacolato e noi\ doveva mutarsi in conto veruno. ' 
Credesi comunemente, essere molto esatti quo' libri, nel fine de' quali vien 
posto l'errala corrige: ma ciò si dee intendere d' un picciol novero di difetti, 

' Gò accadde pia -volte anche allo stesso Volpi, guastando dove il Nesti diceva benissimo. 
lafatli ulto Storto lib. IH, 31, gvasta fondi in folti (redi la nota a qvesto luogo): nell'istesso lib. 
e 29, intnmata in intonata (vedi U nota): nd lib. IV, 2. aggiunge on ma die sciapa ogni cosa 
(vedi la nota): nell'istesso lib. e. 5 (pag. 364 edix. fior. t. 42.) il Nesti ha nn fallo di stampa dedi- 
dieaao die corregge nell' errata in dedicano. 11 Volpi nel Soffio corregge dedicano in dicono che 
guasta ogni cosa, e se ne fa beilo; mentre pw nel testo pone la correcMne M Nesti. Nella po- 
stilla 49 del lib. 1 il Nesti stampò spicciare e nell'emita corresse spiccicare: ed anche qni il Volpi 
prese la oorrctione j^r fatto e ne fece romore, rimettondo spicciare. E quel che è più strano, la 
Cmsoa fece un paragrafo a posta per dar luogo al granchio del Volpi. Vedi U neta a qoette Imco. 



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LXTIIK PREFAZIONE DELLA STAMPA COMINIANA. 

non già d' ano smoderato. Ma che poi dirassi , ^ando per noi si affenni , 
senza dipartirci ponto dal fero, che que* settecento abbagli sopraccennati, 
sono una scarsa porzione, e forse la meno importante, d'altri ionomerabili 
della fiorentina edizione , nel testo latino principalmente , cbe aremmo la gran 
flemma di collazionare colla molto accurata di Mattia Berneggerò? Nò g^à si 
trattava dì lezioni varie , nò d' opinioni opposte d' nomini dotti , ma di errori 
palpabili e grossolani. Dimodochò, dopo V impressione di parecchi fogli, ci parve 
bene alquanti raccoglierne e mettergli sotto gli occhi vostri , leggitori discreti, 
come tin breve saggio d' altri moltissimi che difformano e ricuoprono , per 
così dire , di brutta lebbra V edizione del Nesti , sparata , male impressa , e 
in coi s' incontrano da chi legge con attenzione , tutte le mancanze immagina- 
bili degli stampatori più negligenti. Gran compassione , a dir vero , che nn' opera 
così famosa , degna di rispetto e di maraviglia , e fatta oggimai superiore alle 
contraddizioni , alle crìtiche e alP invidia , sia uscita la prima volta così mal- 
concia I Se V avesse rìserbata il destino agli odierni torchi della inclita città di 
Fiorenza , soverchia per avventura sarebbe l' industria nostra ; molto puliti e 
perfetti riuscendo a' dì nostri , quanto alla correzione , i libri che quivi s' im- 
primono. Tralasceremo di fare molte parole delle orribili ristampe di questo 
volgarizzamento , una copia delle quali , cioò della veneta di Francesco Storti 
del 4658 in quarto, n ò adoprata e stracciata nelP officina del Cornino; es- 
sendo noi pertanto stati costretti ad inghiottire U tedio , e sostener la molestia 
di ripurgare questo veramente $tabulwn ÀugÌM. Troverete la puntatura mi- 
gliorata in luoghi senza numero; la qual diligenza awegnachò (siccome awer- 
tisce il Salvini nelle sue prose toscane) iembri a prima frùnte gretta e mi- 
nuta faccenda , si ò nondimeno V anima da' buoni libri , agevolandone a chi 
legge V inteUigenza , levando le dubbiezze , e dimostrando nel tempo stesso 
la cognirione di chi presiede alla stampa. In quelle parole che sogliono scri- 
versi con due z , una sola ne abbiamo posta , uniformandoci al costume e al- 
l' opinione del Davanzati , espressa in una sua Nota ; il che però non abbiamo 
seguito ne' primi fogli , non essendoci da principio accorti di tal singolarità , 
la quale nò meno nelP edizion fiorentina fu sempre in tutto rigore osservata. 
ÀguttOj non Àugutto, si leggerà costantemente in questa nostra. In qualche 
altro vocabolo abbiamo voluto secondare l' instabilità dell' ortografia ; cosa le- 
cita e praticata. Ci siamo valuti del carattere corsivo in alcuni luoghi oscuri 
che mal s' intendono , o che stimiamo dover esser suppliti ; poscia che il Da- 
vanzati non diede , come apparisce , a questa sua beli' opera l' ultima mano. 
Che se una vita più lunga , o una maggiore abbondanza d' ozio letterario gTi 
somministrava 1' agio di rivederla e ritoccarla , egli ò credibile che 1' avrebbe 
davvantaggio limata , emendata e migliorata in più d' un luogo. Abbiamo ag- 
giunti , dove bisogno il richiedeva , numeri nel margine , e postille in fondo 
alle facciate. Anzi per comodo e sodisf azione di chi niane^a il vocabolario 
della Crusca , non abbiam tralasciato di far imprimere in carattere alqaanto 



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PREFAZIONE DELLA STAMPA GOMDfUNA. LXIX 

'più grosso il nmiiero delie ptgine dell' odinoli fiorentina ; eneado faette ap- 
ponto le additate da' eompilatorì del prefato Tocabolarìo. Abbiamo anche 
tolte via le frequenti abbreviatore che disgnstayano V occhio da' leggitori , e 
rìncciTano loro di molestia e d'inciampo : aT?ertendo che ogni Tocabolo da cni 
potesse nascere oscorìtà fcoa stampato alla distesa. Dopo una tanta fatica da 
noi sofferta yolentierì a pubblica utilità , ci sarà probabilmente chi voglia , s^ 
eondo il costome e P enestà corrente del secolo , rapircene e preoccuparcene 
frutto, con falche preòpitcsa ristampa : perciò protestiamo fin da quesf ora , 
che non riconosceremo mei per nostra , se non la presente impressione del 
Gemino da noi assistita ; tenendo e dichiarando questa sola sincera e legittima ; 
per lo contrario, tutte Poltre che da qualunque luogo sbucassero, spurie, 
selvatiche e scontraffatte. Arni promettiamo, in caso di ristampa, di esami- 
narla e farla esaminare da|^i amici ooIF occhiale più severo e sottile, pubbli- 
candone poi gli errori : 

E questo sia saggél eh' ogni nomo sgumL 

Omfessiamo mdladimeno che per colpa dell' umana fragilità , paò essere sfug^ 
gito am&e a noi, con tutta la nostra diligenza , più d' un errore : né siamo per 
arrogerà mai stoltamente il vanto d' infallibili in questo genere. Penano bene 
al fatto loro i compratori da' libri ; poiché le stampe cominiane hanno il privi- 
legio d' una poco imitabile accuratezza che le rende singolari e da per tutto 
ricercate. E cift vogKam che s' intenda non di qnesf opera sola, ma di tutte 
P altre generalmente che fin ora uscirono da' torchi del nostro Cornino : ri- 
stan^inle pure a lor posta i fastidiosi corruttori delle cose corrette. Se l'amor 
proprio non ci fa travedere , noi ci lusinghiamo d' aver qualche merito ap- 
presso la repubblica delle lettere per questa nuova pubblicazione del Tacito 
del Davanzati , e ne proviamo diletto particolare ; iq>erando a un tempo che il 
favor vostro e V approvarione, eruditi legatori e discreti , abbia a confermarci 
in questo nostro godmiento e parere. Vivete felici. 



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LXX 



A MESSER BACCIO VALORI 

SSNATOB riOBBNTUIO 
CAVAintB B GiUBBCOatULTO 

BERNARDO DAVANZATI BOSTIGHI 
SALUTE. * 



Della lìngua latina corrotta da' barbari, chiarissimo messer Baccio, 
nacquero, come ognun sa, in diversi luoglii diverse lingue corrotte, 
e dal volgo che quelle usava, dette volgari. Arrecandovisi poi ancora 
i nobili, e scrivendo in esse e poetando, diedon loro regole e fonne 
di lingue buone. La fiorentina fu alzata a tal perfezione da* suoi tre 
lumi, che tutto '1 mondo se n' è invaghito; e chi a quelli, quasi alla 
Venere d^Apelle, più s'assomiglia, più pregiato è. Nondimeno alcuni 
non vogliono che V ottima lingua volgare sia né si dica fiorentina. 
Lodato sia il cavalier Lionardo Salviati che fece, con quella novella 
in più volgari, del più simile all'ottimo quella graziosa riprova.* La 
quale m'ha fatto venir voglia di farne un' altra contro a un valentuo- 
mo ' che corona e nùtria la sua lingua franzese sopra all' altre; mo- 
strala conforme alla greca, e dàlie il vanto della brevità, e la nostra 
dice lunga e languida e , come la cornacchia d' Esopo, abbellita delle 
penne franzesi. Ma quelle greche conformitadi che egli annovera le 
abbiamo anche noi quasi tutte, e molte altre lasciateci da' Greci che 
la Cicilia, la Magnagrecia e altre parti d'Italia abitarono assai più 
che Marsilìa : e le parole tra noi comuni vengono dalla comune ma- 
dre e corruzione latina. Basterebbe adunque dire a lui come disse 
Lucio di Valbona a messer Rinìeri da Galvoli: e Messere, per cortesia 
acconciate i fatti vostri, ma non isconciate li altrui, e non dite male 
delle belle donne che voi non conoscete. » Ma per mostrare coli' ef- 

i Questa lettert fa dall' autore premessa al Tolgarinamento dd primo libro degU Annali, 
stampato dal Harescotti in Firenze, 4596. L8ggesi anche nel secondo e più ampio saggio del- 
l' istesso Tolgarizzamento, intitolato 1/ imperio di Tiberio Cesare «e. (Fir., Giunti, 4600) ; ma al 
tutto rimutata nella locndone e nei pensieri e più concisa della metà. Gli editori sonost poi at- 
tenuti sempre a questa, dimenticando la prima dettatura. Noi le diamo ambedue, s) perchè quella 
prima è fatta ornai rara, e si ancora perchè non è sansa ntiUtk e diletto U vedere coma il Davan- 
lati castigasse e sfrondasse seyeramente sé stesso. 

S MoToUa IX deUa Giornata 1 del Decamerone TolgarisaU in direni volgari d' Italln. TaA 
Tol. Ili delle Opere del Salyiati. HUano, 4810. 

S Chi fosse costui è detto nel Discorso euUa viueU open del Mostro. 



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A MESSER BACCIO VALORI. LXXI 

fello e senza contese dove si posi quiesto Tanto della brevità, invitato 
dal suo proverbio, Chaeun diifay bon droit, mais la veve dacouvre 
le faiet;^ e dair avere egli messo in campo Cornelio Tacito il più 
breve scrittore forse che sia , il quale io chiamo lìsìr della prudenza 
civile; ho dettato con parole e proprietà fiorentine il primo libro 
de' suoi Annali , e con tutti li nostri disavvantaggi delli articoli e d'al- 
tro, toma scandagliato migliaia di lettere sessantatre; il latino, sessan- 
totto; il franzese stampato in Lione, più di cento. Onde le cento parole 
nostre vagliono e fruttano per centotto latine corneliane, e per cen- 
sessanta franzesi: e parmi aver pareggiato Cornelio, se non di mae- 
stà, di viveza; e superatolo di chiareza e purità: tanta è la possanza 
e la destreza e l'eccellenza della favella fiorentina che vive, e nel mare 
della natura sceglie , chi punto vi bada , voci e maniere operantissime 
che ne' vocabolari e nelle conserve de' morti autori non si trovano 
tutte o non le ripeseono i non naturali, lo cui volgare per lo più, 
quantunque regolato e ornato, quasi vino limosinato a uscio a uscio, 
non pare che brilli nò frisi come il rìoolto in su 1 suo, e, quasi ar- 
bore che non abbia il fittone, non sia rigoglioso! Vedetelo in quel 
Muzio che da Capodistria venne a insegnarci favellare, e le proprietà 
nostre bello, dicendole fiorentinarfe, con giodicio e vocal>olo goffo e 
suo. Volgarisare tutto Tacito non pare che occorra , avendol fatto 
Giorgio Dati con ampio stile e facile, credo per allargare e addolcire 
il testo sì stringato e brusco; e puossi da questo saggio conoscere, 
eome dall'unghia il lione, la flereza del nostro volgare, degna d' es- 
sere adoperata con più gloria e libertà che non cape questa poca e 
semplice dettatura, soggetta a ir dietro alla latina come servente a 
passi non suoi, e ritenente i più de' nomi antichi, per non confon- 
dere gl'intendimenti delle cose variate o perdute, con questi mo- 
derni che non bene rispondono. Senza che a quelli, antichi i leggenti 
s'ansano e fannoli nostri, e n'arricchisce la lingua: ma saranno a 
dietro posti con alcune postille al testo.* Vi mando e dono questa 
scrittura con desiderio che quando voi sete meno occupato Tandiate 
un poco considerando e dicendomi il parer vostro, il quale io stimo 
per centomila ; e date la colpa alla vostra naturai cortesia e all' aìTe- 
zSone che voi portate a questa lingua , e alla nostra grande amicizia, 
se la briga è troppa , e all' odio eh' io porto a' moderni empiei titoli, 
se io vi paressi in questa lettera , come forse nel resto, troppo ama- 
dore dell' antica sempliciUl. State sano. 
Di Firenze, il dì 15 di settembre 1595. 

I Ciascun dice i' d ho bnoo dritto, ma la vista scopre il fatto. Corrispondente al nostro: 
AUa prova si scortica I' asino. 
^ Vedili in fine del volarne. 



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LXTII 

LA MIDB91HA tlTTlBA 

A MESSER BAGCIO VALORI 

COXrOJU» SI LBGGB HKI.I.' KDIZIOKI FIOBBHTUIB PSL OlOSTI S DU HB5TI 
1 NELLA PAOOVAIIA DSL COMUIO. 



Della lingua corrotta da' bari>aTì, cUarissiiiio messer Bacdo» na- 
cquero come ognun sa, in diversi luoghi diverse lingue corrotte, e 
dal volgo cke le usava, dette volgari. Scrivendo poi e poetando in 
esse ancora i nobili, diedon loro regole e forme di lingue buone. La 
fiorentina fu alzata da' suoi tre lumi a tanta perfezione che tutto 1 
mondo s'è volto ad imitarli ; e chi a quelli , quasi alla Venere d'Apelle, 
più s'assomiglia, più pregiato è. Nondimeno alcuni non vogliono che 
l'ottima lingua volgare sia né si nomini fiorentina. Lodato sia il ca- 
valier Lionardo Salvìati, che con quella novella in più volgari léce 
del più vicino all'ottimo quella graziosa ripruova. La quale me n' ha 
fatto fare un' altra a un valent'uomo che corona e mitria la sua lin- 
gua franzese sopr' all' altre: la fa venire dalla greca: dàlie il vanto 
della brevità; e la nostra dice lunga e languida, e quasi cornacchia 
d' Esopo, vestita delle penne franzesi. Ma de' grecismi eh' egli anno- 
vera, ne abbiamo noi più, lasciatici da' Greci che la Cicilia, laMa- 
gnagrecia e altre parti d' Italia abitarono più che Marsilia. Le parote 
comuni tra noi vengono dalla comune madre, che fu la comniooe 
hlina. Basterebbe adunque dirgli come Licio ^ di Valbona a messer 
Rinieri da Galvoli : e Messer, per cortesia, fate i fatti vostri, ma non 
isconciate li altrui ; lodate la lingua vostra, ma non ischernite ìa no- 
stra.'» Ma per chiarire col Catto la brevità, ho messo la lingua fio- 
rentina a correre a pruova con la latina e con la franzese al dono della 
brevità in questo aringo del primo libro di Cornelio Tacito ch'io vi 
mando. E con tatti i disavvantaggi degli articoli e vicecasi e vice- 
tempi che ci convengono replicare a ogni poco, truovo più scrittura 
nel latino da otto per centinaio, e nel franzese stampalo in Parigi 

I Questo noma Tuia nelle diverte edizioni, leggendosi or» Lieto, ora listo» ora Ludo. 

S Queste parole sono sconciamente mntUe e sensa senso nell' edixionc del Nesti ; né U Volpi 
so ne accorse, come non se ne accorsero gli editori venati dipoi. Michele Colombo fa il primo a 
notar lo svarione } poi il Gamba. Vedi Serie de'tetti m. pag. 'iSS. Venexia, 4839. 



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À HBSSBR BACCIO VALORI. LXXIII 

Del 1584 oltre a sessanta. NiuQO concetto ho lasciato. Dalle parole e 
frasi latine mi son partito^dove le nostre esprìmevano meglio ; avendo 
ogni lingua sue proprie virtù. Da questo saggio potrà conoscersi, 
come dall' unghia il lione , questa brevità del nostro parlare : e non oc- 
corre passar più avanti , avendo Giorgio Dati volgarizzato tutto Tacito 
con ampio stile e largo, convenevole al suo Gne di farlo chiarissimo. 
Ritengo molti vocaboli antichi di cose oggi perdute o variate, a cui 
non bene rispondono i moderni. Oltre a ciò avvezandoci alli antichi, li 
tacciamo nostri; n'arricchisce la lingua; e non mancano geografi, 
nomenclatori e vocabolari che li dichiarano. Scrivendo, mi son ve- 
nute fatte certe postille al testo per quello correggere, dichiarare o 
confrontare : poco in vero necessarie , mercè de' comentarì del Li- 
psio ; grande ingegno , e lume di lettere alla nostra età. Quando voi 
siate meno occupato , piacciavi , per amor mio e della nostra grande 
amicizia, considerare un poco tutta questa scrittura,e dirmene il parer 
vostro, il quale io stimo per centomila. State sano. 



9 

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LlXiV 



AL MEDESIMO. 



Dioono che I>eniostene copiò Tucidide nove volte per inirasani 
nella mente quella sua brevità. Io nella mia giovaneia per agevolarmi 
Cornelio Tacito, n' espressi alcuni libri in lingua propria per proprio 
uso, senz' altro studio che della chiareza. Vedendo poi da quel Fran- 
zese schernita la nostra lingua, raffinai alquanto quel primo libro 
mandatovi, per mostrare quanto egli errava intomo alla nostra bre- 
vità. La quale intendo che da sì poca scrittura d' un libro solo, che 
può essere uno sforzo, non vien provata; e che quel libro troppo fio- 
rentinamente favella. Rimandolo dunque accompagnato dalli altri li- 
bri che narrano il principato di Tiberio (forse i più utili per lo gran 
sapere di quel principe), e tutti sono, come vedete, 160 facce di que- 
sta stampa' fatta fare scientemente di 39 versi di 55 lettere, per 
faccia, come è quella del Piantino del 1581 , della quale i medesimi 
libri latini sono facce 178: a fine che a veggente occhio si chiarisca 
lo schernidore, che questi fiorentini libri ne' latini largheggiano come 
il nove nel dieci ; e ne'franzesi,che sarieno facce di stampa simile 266, 
passeggiano come nel quindici.* Non dia ombra che quel primo foglio 
latino abbia le facce d' un verso meno, e quest'ultimo volgare d'un 
più; perchè questi piccoli errori non fanno diversità. La fiorentinità 
non ho voluto lasciare; per &re Quest'altra pruova, se allo scrìvere, 
che è pensato parlare , si può i dovuti artiQcii aggiungnere, senza ta- 
gliare i nerbi alla lingua, che sono le proprietà, come a me pare che 
noi facciamo scrivendo non in lìngua nostra propria e viva, ma in 
quella comune italiana che non si favella , ma s' impara come le lin- 
gue morte in tre scrittori fiorentini, che non hanno potuto dire ogni 

i Intende delle stampa fiorentina del Giunti, 4600. 

S Nel manoscritto Hagliabeehiano dell' Imperio di Tiberio Cesare tvera U DavamaU 
notato qoesto oose medesime in on aTrertimento agli stampatori (poi eaneeOato) con ^Mste 
parole : Qualunque Manperà questi cinque libri (son sei; perchè del VI e dei frammenti del V fti 
tntt' un libro, come si Tede nelle antiche edixioni di Tacito) voltari, li metta eomm qui mmo te 
■160 facce, ogni faccia S9 veni di 43 lettere, ratguagliate Puma, o aUrmumie le aeeomodi, 
pwrdùs bi daseheduna siano 475S lettere, quante sono nelle facce del Tadto latino etampato 
M 8° te Jnversa dai Piantino nel -ISSf {se non die quelle prime W sol» seno di 32 uersi, e 
queste ultime 7 w^iori seno di 40 per errori^: a fine éke subitamente t^^^arisea quanto questi ed- 
gart siane piit brevi de' latini, non che de* frantesi. Poi in margine corregge: A fine che essendo 
i latini 478 facce, e i frantesi uOculati 254 simUi, apparisca c/ke i nostri entrano ne* latini cerne 
U^neHOfC ne' frantesi come nel quindici. 



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À 1IE99BR BACCIO YALORI. LXX? 

cosa; e ciocché in quelli non è, o disusato è» rifiutandosi, ella si 
rimane molto poterà e meno eiìlcace e pronta di questa cbe tolgair- 
mente si favella in Firenze. É vero cbe in quella italiana molti (prandi 
hanno scritto mirabilmente; ma essi avrebber superato se stessi', se 
avessero scrìtto in questa fiorentina come quei tre: ne' quali, né 
ne' Greci e Latini non si vede tanta 4>aura della basseza: che non è 
altro che un poco di stumia che genera la proprietà, che quando è 
spiritosa, quasi vino generoso, la rode. Dal signore dell'altissimo- 
canto hanno tratto gli accademici della Crusca più lingua pretta fio- 
rentina che da tutti gli altri. Non si parli del Boccaccio novellatore: 
il Petrarca sì terso e grate n' è pieno : favola del popolo.-^ % miei 
guai — restìo — le%o — ha colmo il sacco si che scoppia — al%are, e 
rompere le coma — mostrare à dito — raddoppiar l'or%o a' corsieri — 
awinchiarsi colle code — queta queta — a mano a mano — pian piano 
— passo passo — spennacchiar V ali ad Amore — cameretta — Uttio- 
duolo — filare la vecchierella — ben sai — cittadin di boschi — mia 
salute era ita — mutar verso — meno non ne voglio una — fuggir più 
che di galoppo — lo fa stare a segno — si fa tanto romore — menar la 
spada a cerchio — saldare le nostre ragioni — ramingo — in man dt 
cani — vanno trescando — quella tresca — interi e saldi — raccoman- 
dami al tuo figliuolo — e mill' altri idiotismi pur vi sono, ma saputi 
collocare; hoc opus! e non bandirli delle scritture. Omnia verba suis 
lods optima; etidm sordida dicuntur proprie, dice Quintiliano ; e vuole 
che per le lingue arricchire si piglino delli ardiri. Io adunque per 
zelo della mia lingua, vedendo quanta riccheza e gloria noi le ac- 
cresceremmo , se scrivessimo molte proprìetadi che noi favelliamo, e 
perdiamole per non le scrivere: e molte leggiadrìe antiche perdute 
ricoverassimo ; ho ardito non contrastare air uso , signor delle lingue, 
ma proporgli in questi libri, che ne voglia ricevere alcune, come 
Orazio dice ch*ei suole. Elle non saranno molte; niuno forzeranno 
ad usarle: avrei saputo e potuto far senza: nulla è più agevole che 
scambiarle a voci e maniere comunali : a molti forse non Ga discaro 
vederle messe in questo quasi diposito , tanto che si chiarìsca la causa 
loro: una particella del parlar nostro che i detti accademici notano 
senza esempio avrò messo in opera, e forse in esempio: e l'aver 
fiatto della mia carissima lingua quest' altra pruova, benché non rie- 
sca, che nocerà? se niuno si fosse attentato di scriver que' ruvidi 
carmi, e quelle prose materiali antichissime, questa lingua or dove 
sarebbe? ella nacque roza: il tempo che addimestica ogni cosa, l' ha 
fatta gentile : e chi sa che molte di queste odierne basseze un di non 
siano stelle? Finalmente io crederei che come gli Eoliani , gì' lonii, ì 
Dorìesi e i comuni Greci non biasimavano gli Ateniesi de' loro atti- 



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tXXn A 1IE9SBR BACCIO YALOBI. 

cismi, COSA non dovessono i forestieri appuntar nd de* nostri fioren- 
tinismi: informarsene più tosto da' Fiorentini in loro contrade» non 
volendo per ciò yenire a FirenEe come il Bembo, l'Ariosto , il Casti- 
glione, il Caro, nuovamente il Ghiabrera, e con occasione onoratali 
Guarino e altri, di questa inclita patria (fondamento della volgar lin- 
gua) illnstri celebn^ori , contrai! al Tassino^' che si sbracciò per av- 
vilirla. Ma il caso suo merita compassione. 

EI1« 8' è glorioM, e db noD ode. 

State sano. 

Di Firenze, il dì 90 di maggio, i!(99. 



I Taubio. Omì l' c^oM del Giunti, rìTedatt del trednttore, e quelle del NertL O Volpi 
nellA Cominiene eonegge Trtuino. De prime dobitei ebe le oorredone fone e sproporito , e 
ebe il nostro eTeue Tolnto toocere il Tesso , che epponto, per distingnerlo del pedre, fii 
cliiemeto pel dinainntiTo. Me poi non trovendo che U Tesso si sbrecciesse per eTvillN le Un- 
goe florentine, e vedendo die il Trissino ebbe per qoesto coito forti bettibcedd co' Fiorenti- 
ni, ho dorato credere gioste le oonresione} sebbene, per rispetto elU Giontiae, non abbia oeate 
metterle nd testo. 



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LtXVIl 



AGLI ACCADEMICI ALTERATI 
BERNARDO DAVANZATI. 



Lo scriver semplice, proprio e naturale, quasi come si favella, 
m'è sempre piaciuto ; parendomi cii'egli esprima il concetto più breve 
e vivo e chiaro che il compilato con molt' arte. Ma perchè questo 
limato secolo, e la maestà della storia romana pare che vogliano alto 
stile, io vi mando , giudiziosissimi accademici , il mio Cornelio Tacito 
fiorentino, perchè voi, dove m'avesse traportato T amore, lo cor- 
reggiate; che lo potete ben fere. Toma più breve del latino, non 
perchè quella lingua non sia, per gli articoli ed altro , più breve della 
greca e della comune volgare; ma ' perchè la fiorentina propria che 
si favella è ricca di partiti, voci e modi spiritosi d' abbreviare, che 
quasi tragetti di strade o scorci di pittura, esprìmono accennando: 
de' quali ce ne troverrete di molti. Riesce anche a'miei Fiorentini, 
per i quali ho preso questa fatica , più chiaro, per le usate proprietà 
naturali: e a me è stato più agevole il distendere, e molto piacevole 
il far vive alcune di esse proprietà, che si perdono per non essere 
chi le ardisca scrivere, per paura della basseza. Intorno alla quale 
m' occorre dire che ogni città si piglia le proprietà sue, or una or 
altra, secondo che vengon dette dagl' ingegnosi : la plebe subito le 
raccoglie, e se la nobiltà le riceve, passano in uso, e non son più 
plebee , ma proprie di quella città , e degne d' entrare nella regia delle 
scritture nobili, come nelle camere de* gran signori i gran ministri, 
benché nati vili; perchè la virtù gli ha fatti nobilissimi. Laonde una 
città può bene (poiché natura vuole che ogn'una parli a suo modo) 
rifiutar le proprietà d'un' altra, benché vicina; ma se ella le bia- 
simasse, sarebbe come se V Affncano e Y Etiope con V Inghilese o 
Frauzese gareggiassero di lor carnagioni fatte dalla natura necessa- 
riamente diverse. Non sono adunque basseze le proprietà da' nobili 
e dall' uso approvate , ma forze e nervi : né Omero e Dante le sebi- 
fxao ne' lor poemi altissimi , ne' luoghi ove operano gagliardamente. 

i Non ho dnbiUto d' aggiungere questo ma, sdìbcne nelle steope non «i trovi, perAè mi- 
s^ eiao la stntaesi non oorat. 



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LXXVni AGLI ACCADEMICI DEGLI ALTEBATI 

A' luoghi dunque bisogna aver gli occhi : così ebbe Donatello nel fa- 
moso Zuccone del nostro campanile del Duomo, nel fargli gli occhi : ' 
che di lassù paion cavati colla vanga: che se gli scolpiva, di terra la 
figura parrebbe cieca: perchè la lontananza si mangia la diligenza. 
E una sprezatura magnanima avviva il concetto, e non r abbassa , ri- 
traendo, per esempio, una grand' ira, disonestà, sedizione, o furia 
con parole non misurate ma versate. Né anche ki rusticheza de'bozi 
ne'gran palagi scema, anzi accresce la maestà. Considero ancora, che, 
se il volgar fiorentino già era sì basso e vile , che Dante si scusa tanto 
del dare nel suo Convivio del pan d'orzo; il Boccaccio dice, per 
fuggire invidia, s se ne va per le profondissime valli, e scrive Novelle 
in volgar fiorentino e stile umilissimo e rimesso quanto più si può; e 
nondimeno i loro scrìtti, e del Petrarca, pìacquer sì, che ogn' uno è 
corso a volergli imitare; perchè debbo io scagliar via ogni speranza 
che de' presenti fiorentinismi, nati sotto il medesimo cielo, non ve 
n'abbia alcuni degni delle buone scritture; quantunque non si tro- 
vassero in quei tre, per non esser loro occorsi, o allora non nati? 
non essendo impossibile che una lingua vivente non trovi delle cose 
buone come l'antiche. Ogni novità nel principio par dura, è vero: 
ma poi chi vi s'ausa, scuopre la sua virtù e l'abbraccia. Odo che 
fuor di qui n'apparisce qualche segno: e voi udiste dire da persona 
gravissima, nobilissima e piena di bontà e scienze umane e divine, 
che < lo ho ricolte tra le frambole d'Amo le gioie del parìar fioren- 
tino, e legatele noli' oro di Tàcito. » Come io non ho lasciato alcun 
concetto, così non ho giurato l'osservanza delle parole; ma detto il 
medesimo con le mie, quando è tornato meglio per la diversità delle 
lingue. Ritengo i nomi antichi de' luoghi e termini , quando non ben 
rispondono 1 moderni; rimettendomi all'Ortelio, al Giunio e altri che 
li dichiarano. Sarannoci poche postille nuove, perchè io da prima 
non le notai. Que' concetti se ne son volati , e vorrebbed il felcone 
della gioventù a ripigliarli. Quando lascio il testo ordinario , piglio 
delle correzioni di più valentissimi uomini quella cbe per ora mi piace 
più; e, non che difettarne nessuna, celebro quel vago motto d'Ari- 
stofane nelle Rane : 

le fonitie son um 

ProTerbiani , e non I« sacre Muse. 

4 È la stata» del re David , calva, però detta da Ini il Znccone. « La quale (dice il Va> 
» sari) per essere tenaU cosa rarissima e bella qaanto nessuna che facesse mai, soleva Donato, 
» quando voleva giurare sì che si gli credesse, dire: Alla fé' ch> io porto al mio Znccone: e, 
» mentre che lo lavorava, guardandolo, tuttavia gli diceva: favella, favella, che ti venga il ca- 
» eas«ngue! » 

5 ptr fuggire invidia. U postillatore dell' esemplare Nestiano di Gino Capponi corregge 
« che per fuggire invidia. » 



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LXXIX 



STIRPE D' AGUSTO E DI LIVIA 



DA BBBIVABDQ DA¥ANSATI. 



Af tniTiMBiiTO. — Le citazioni che V Autore pone in yarì Inoglii di qnetta 
descrizione genealogica rimandano alle pagine della edizione del Giunti y 
Firenze 4600 , e della Plantiniana pel testo latino. Qui , tra parenteaiy a'ò 
aggiunto la oorrbpondente citazione secondo i libri e capitoli. 



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txxx 



STffiPE D' AGUSTO. 



Ottàyu hao- 
' GiORE. Ebbe del 

Kimo marito 6. 
uoeUo 



H. Marcello. 
Della pnma moglie 
Pompeia 4i Sesto, né 
della seconda, Giu- 
lia d'Arasto, non 
ebbe figliaoU. Mori 
giovane a Baia. 

Marcella iia«- 
GIORE. Del primo 
marito Yipsamo A- 
grippa ebbe figlinoli, 
[dice Sretonio. Non 
ili ritrovo: perehè 
Vipsania, moglie di 
jTiBerio, nacqne di 
[Pomponia d'Attico. 

Del secondo mari- / / Sesto Artokio 

) Gioliantonio Afri- ( Lrcio Autonio I Africano , deUa 
■vano, figlinolo del ) AFRiCARO.moriin 1 cni nobiltà, 234. 
|trìnnvirD,dicniPlii- - Marsilia (A. I V. 44) / 274 dei testo latino 
ftarco e Tacito no- i Di Ini o d'alcnno i del Piantino (Vedi 
/atro (A. IT, 44) ebbe f sao fratello nacqne I la nostra edix. iL 
' ^ \ XIU, 19. XIV, 40} 



Gaio 
DI Gaio 
Ottavio 
obe resse la 
- Macedonia ; 
ebbe deUa\ 
prima n 
glie Anca- 
ria 



Marcella mino- 
re. Scrittori non ne 
parlano. 



DoMiziA moglie 
di Crìspo Passiono. . 
(QuiiitaianoVl,2). 

DoMiKiA LEPi- I Valeria Mbs- 
DA.Delprimoma- ) salina MogUe di 
n*o «• ^Valerio Claudio Imp«ra- 
Baibato ebbe J dorè. 



L. Silano pro- 
messo a Ottavia: 
199, latino, Pian- 
tino, 4S8t,V «L 
A , 'XII, a! 4. 8.) 



Antoniàmaogio- 
RE di L. Domizio ^ 
' Enobarboebbe 



Ì Antonia minore, 
moglie di Draso fra- j 
tr"~ j: •»'=•— =- " '• ' 



. Del secondo ma- 
rito, Appio Ginnio 
Isilano, ebbe 



e del sectmdo ma- „. .^.„„« „.- 

rito, M. Antonio {teUo di Tiberio. Vedi i 
tnnnviro ebbe J loro stirpe nella Ta- i 
(_ vola tena* 



M. Silano, vi- 
' lAsia: 



,236, Piantino 1381 
te. edis. A. lUh 
ir 33.) 



GlQNIA CàLVlNA, 

nuora di Vitellio: 
, 499. (n. edii. A. 
\ XII, 4. 8.) 



Gn. DoMino, 
1 marito d'Agrip^i- 
^ na di Germanico 



Nebonk 
Imperadora. 



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LXXXI 



SEGUE LA STIRPE D' AGUSTO. 



OTTÌTIA Mino- 

KE. Di no marito 
e stirpe bob ho 
l«tto. 



Oiio Guam, 
multo di UtU 
/ mmUa di Otniia* 
I nieo: H6. 

' LtCIO CUABB. 

Destinato a EmUia 
Lepida, daU poi» 
P. Qnirinio: 81. 

(A. Ili aa,i 

AorippaPostd- 
MO. Gonfbato d* 
Acuto, ueoiao da 
merio: 2. 8. fn. 
edii. A. 1, 8. 4. «. 
0. 58. Ili 80). 



Gaio 

DI 6aio 

OnATio, 
ehe resse la 

Huedonìa. | Gaio Ottavio,^ 
DdU se- Ipoi, Gaio GinUo 
eondan». Cesare Ottariano 
^S'.A**'*) /Aotsio, Impera- 

%W* (dow. DlSeribonia 

d'Accio \ DrimA niAsli« Mm 



GiOUA.I>eIpri- 
momarito,M.Har- 
oello, nò del tento, 
Til>erioImpendo^ 
re , non oUm A- 
gUnoU: 



Balbo. 
• di Giulia 
tonila di 
Giulio Ce- I 
sueDetta- 
Un,ehbe 



prima moglie ebbe J delseoondo 



I Tipeanio Agrippa. 



Emuo Lbhdo 
marito di DmsiUa. 

figlinolo del Gen- J sposata a Claodio 
\ SOM, di ni I ( JTet.28),fone aael.< 

'lacbefndataaW 
so di Germaako. 



Di Uria tflUa a 
Nerone non ebbe 
flglinolL 



AaRippiNA, mo- 
glie di Germt--- ' 
Cesare «cni 



; NEBon. marito 

1 di Giulia di Dmso, 

/ <« in. edii. A. II! 

48. IV 4.111,29,1? 

8. V, S. 4.) ' ' ' 

I Drqso, marito di 

EmUia Lepida 4SG 

(n. edis. A. VI, 40) 

Gaio Galioolav 
Vedi in Svetonio i 
,sBoi matrimoni. 

Agrippina, mo- 
Jglie di Gneo Domi- 
Itio, di Crispo Pas- 
siono ,di Claudio im- 
'peradore. 

Drusilla, moglie 
L di L. Cassio: 444^^. 
\ed. A. VI, 15) poi dì 
IM. Emilio Lepido. 
I LnriA LiviLLA. 
(DioneeTadtoladi- 
conGiolia) moglie di 
M. Vinicio: 444 (n. 
edù. A. VI, 45.) E 
prima (se non fo ona 
sna sorella) diQain- 
tilio Varo, dicendol 
Seneca genero di 
Germanico. [Contron 
3. del 2°) E il no- 
stro raccenna: -188 
(n. edb. A. IV.) 



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LXXXII 



STIRPE DI LIVU MOGLIE D' AGUSTO. 



/ Tiberio Nero- ( 
NE, poi IntMTado- I 
re. Di Yipsania, ' 
nata di Vipsanio 
Agrippa e di Pom-* 
ponlo attico ebbe 



Tiberio binato, 
bocìm da Galigola 
(Svet. 44). 
\ ALTRObfauito.Non 
I si sa il nome. Tacito 
Ito (n. ed. A. II, 84): 
Imori di 4 mesi 406 
1(n. edu. A. IV. 45). 



Drqso. Sua n 
. glie Livia o Livil- ) 
J la, sorella di Ger- j 
* f manico, di coi 

^ 



Giulia, rimarita- 
ta a RobellioBlando 
449 (n. ed. A. VI, 
I 27.) Irebbe ' 



EobbllioPlav- 
TO.SnamogUePol- 
lozia. Uociso dn 
Nerone: 324.Plan- 
tino{n.ed.A.XIV, 
59). ' 



Tiberio 
Claudio 
Nerone. 
Di saa mo- 
glie Uvia, 
poi Agvsta 



Gebmanico Cesare. 8tta 

moglie Agrippina: saa stirpe 
nella tavola antecedente. 

LiviLLA. Sqo marito, G. 
Cesare: poi Druse, cugino 
carnale. Poi si promise a Sc- 
iano: 408 (n. ed. A. IV, 8). 



Davso, fatto genero di 8e- 
iano (Svet. in Glaud. 71): No- 
stro, 83 (tt. ed. A. Ili, 29). 



I Claudio Imperadore. Sua < 
I prima moffliePIanxia Urgnla- J 



DRU80 Nerone / P|?,°5i™f """""' "^'^" i , • ... 

fiArmanfi». /niUadicol I CiJiUDU. U rimandò i|pn«- 

^ f da alla madre. 8vet. in CUnd. 
I 27. 



Germanico. 
i Sua moglie, Anto- 
\ nia minore, di cui 



Antonia. Suo primo marito 



, Terza, Valeria Messalina, 
1 di cui 



Ottavia, promessa a Silano, 
data a Nerone Impertdore. 



Claddio Britannieo avvele- 
nato da Nerone. 



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VOLGARIZZAMENTO 



CORNELIO TACITO. 



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IL LIBRO PRIMO DEGLI ANNALI 

01 

GAIO CORNELIO TACITO. ' 



SOUMARIO. 

I. Stato di Roma dalla tiu foodaiioDe alla morta d' Aogatto. — V. Ti- 
berio iodaipa a prender l'impero, facendo lo tTOfj^iato.— Roma in serTag- 
gio. — XVI. Grave ammotinaoMoto di tra paonooieho legioiii , sedato a iteoto 
da Dmao €§lio di Tiberio là mandato. — XXXI. Simil gìoeo nella Gennania 
disottona non sema sangue e strage obetoto. — L. Germanico Cesare dà con- 
tro al nemico: per soa mano Mansi, Tnbanti, Rruttorì, Usipeti messi a sacco 
o in peni. — LIIl. Giulia figlia d' Angusto muore a Reggio. — LIY . Sacerdoti 
istitaiti in onor d* Augusto, e feste augustalì. — LV. Germanico Taroa di quoto 
il Reno contro i Catti : a ferro e foco lor campagne, case, persone. Scioglie 
Segeato dalF assedio d'Arminio; quindi gridato ìmperadore. — LIX. Guerra 
a' Cherusd : raccolti gli avanzi di Varo e de' soldati , sì fa loro l' esequie. — 
LXIII. Perìglio de' Romant al ritorno sotto Cecina : pur rotto e fugato per fé- 
lice sortita il oemteo. — LXXII. Rinnofata la legge del erimenlese, e a rigore 
ossenrato. — LXXVI. Sbocca il Tevere. — LXXVII. Licensa del teatro ; indi 
espr ea ei decreti da' Padri a frenar gli strioni. •» LXXIX. Trattasi in fine di tor- 
cere altrova l'acqua del Tevere: ricorsi contro, e ambasciato dalle- città 
d'Italia. 

Cono di Hrea dm mmi, 

«. n /«• ^ . ,. • .i « ..I Sisto Pohpio. 

An. di Roma DCCLifii. (di Cnsto 44). — Conaofc. j g^^ Apulbjo. 

ÌDbuso Cisabb. 
e. NOIBiNO FUCOO. 

* Gaio Cornelio Tacito. Il nome proprio di questo autore si diceTS Pub- 
blio; il Lipsio ha ritrovato che fu Gaio. Cornelio fu il casato, Tacito il 
cognome. I nomi propi romani erano intorno a trenta : vedi il Sigonio. Scri?e- 
vanli abbreviati, come notiuimi, con una, due o tre prime lettere , come noi 
V. S., V. A. (Fostra Signoria, Vostra Mtezza) e liiiiiK. Erano i più frequenti 
li appresso ; e cosi abbreviati li scriveremo : 

A. Jido, D. Decimo. . Q. Quinto. 

Ap. Jppio, L. Lucio. Sp. Spurio. 

K. Cesane. M. Marco. Sex. Sesto. 

C. Gaio. I Cosi aie» il 8i- m'. Manio. Ser. Servio. 

Cu. Gneo. \fi^ i^^"^ Mam. ilfomerco. X. Tito. 

e. 7, die DoUvano e divtml N. Numerio. Ti. Tiberio, 

mmU prooauiaTano questi Op. Opiterio. Tul. Tulio. 

due nemi e cognomi. V. PMUo. 

* Abbiamo restituito questa postilla nella sua integrità, siccome leggesi nella 
Giuntina del 1600. * 

I. 1 



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2 IL LIBEO PUMO DIGLI ANKALI. 

I. Roma \ da prineipio ebbe i re:* da Lucio Bruto la li- 
bertà e '1 consolato: le dettature erano a tempo:' la podestà 
de' dieci* non resse oltre due anni, né molto raotorità di 
consoli ne' tribuni de' soldati: non Ginna non Siila signoreg- 
giò lungamente: la potenza di Pompeo e di Grasso tosto in 
Cesare, e l'armi di Lepido e d'Antonio caddero in A gusto, 
il quale, trovato ogn'uno stracco per le discordie civili, con 
titolo di principale* si prese il tutto. Hanno dell'antico po- 
pol romano chiari scrittori memorato il bene e '1 male, né a 
narrare i tempi d' Agusto mancarono ingegni onorati, men- 
tre l'adulazione crescendo non gli guastò.^ Le còse di Tibe- 

* Moma. QmmIo rUttetto de' Biiitaimnli dello stato di Rena p«r ler*to di 
peto da une diceria di Claudio impcradore tegiatnta dalLipsio «opra f ittdecMio 
di questi ▲mali per la propria. Bello h parigonarla eoa là composta da Tacito 
in esso KbTo, per conoscere dalla diSérenia il neAo e la f^nnàtuz di questo 
scrittore. 

' ebbe i re. La morbidesa della lingua volgare non pativa questa dureia 
latina, Boma ire ebbero. Però rivoltai l'attivo nel passivo parlare, che dice il 
medesimo , alla guisa di que' panni e drappi che sono il medesimo da ritto e da 
rovescio; de veggo che sia frase imprcfiria il dire che una città e naaiove avesse 
re. Non habemus regem, nùi Cwsmr^mj traduale lan Girolimo il tetto greco 
di san Giovanni. 

s a tempo. Mon perpetue , come le si presero Siila ft Oesate^mt mi casi «r* 
genti. Eia chiamato anticamente maestro del popolo, dice Setieoa a lAieillo, per 
sei mesi il più; non fuori d'Italia. Vedi Dione nel libro 36, nella dicerìa di €«ta3o. 

^ de* dieci. Forse è nàe^o dir de* decèmviri, é i nomi , cosi propri come 
de' termini, lasciare ne^r termini. Vedi Eliano nel principio delle Greche ordi- 
nanze. 

' con titolo di principale. Cioè d' imperadore^ che si dava al generale , 
principal comandatore dell'esercito, quando per qualche fatto egregio o felicità, 
i soldati gridavano Io loj che oggi diciamo *< Viva Vivm il nostro impera dorè *» 
cioè comandatore. Agusto, fattosi padrone di Roma, prese questo modesto titolo 
per fuggire invidia, e usava dire che era padrone de'servi, imperadore de' soldati 
e principale di tutti; e cagionò che questi nomi addieltivi di grado, imperator, 
duo;, princeps diventarono sustantivi e di signoria e assoluta potenza. Tacito 
poco disotto dice che Agusto fu gridato imperadore ventuna volta, e nel terao 
dice: Duces, re bene gesta, gaudio et impeta victoriai imperatores saluta- 
bantj erantque plttres simul imperatores, nec super aeterorum asqualita- 
tem concessit guibasdam et jtugustus id vocabulum j at tane Tiberius Blusso 
postremitm. ÌÀvio nel primo: Principes utrinqua pugnam ciebani, ab Sabinis 
Metius Curius, ab Romanis Bostus Hoatiiius. Vedi Dione nel hi in fine. 

non gli guastò, leggendo detererentur : leggendo deUrrereUtar , Non 
gli spaventò. (*) — Però Orazio , a cui fu commessa la storia d' Agusto , ia 
quello scambio scrisse ode , per poterlo lodare. 

{*] lì codice Mediceolaarenziano ha deterrergntur. Coli' altra lotione, osserva 1' OreUi| ne 
verrebbe questa inetta sentenss: extìumat ingtnia d$€ora, domM fisrmt deUilom. 



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IL uno milO DMil AMIIiU* 3 

ria, di Gàio, di Claudio e di Nerone furono compilate false; 
vivesti essi, per paara; e di poi, per li freschi rancori. Onde 
io intendo riferire alcuni aitimi fatti d'Agnato, il principato 
di Tiberio e altro, senia tenere ira nò parte, come lontano 
dalle cagioni. ^ 

II. Posate,' morti Bnito e Cassio,' latte Tarmi pabbli- 
che, disfatto Pompeo in Cicilia, né rimase a parte giolia, 
spogliato Lepido e occiso Antonio,* altro capo ohe Cesare; 
egli chiamandosi non più trimnviro ma consolo e dei tribn^ 
nato contento per la plebe difendere, gnadagnatosi co'dona- 
tÌYt i soldati, cot pane il popolo, e ogn-ono col dolce riposo, 
inoominciò pian piano a salire, e gli affici far dei senato, 
de' magistrati e delle leggi, ninno conljrastante,''easendo i 
pia feroci morti nelle battaglie o come ribelli; e gli altri no* 
bili ( quanto pia pronti al servire più arricchiti e onorati e 
per Io nuovo stato' crescioti) meglio amavano il presente 
aicBro che il passato pericoloso. Né tale stato dispiaceva 
a' vassalli,' sospettanti dell' imperio del senato e del popò* 
lo, per le gare de' polenti, Tavarizia de'magistrati e lo spos- 
sato aiuto delle leggi, stravolte da forza da pratiche da mo- 
neta. 

III. Agosto per suo' rinforzi nello stato alzò Claudio 
Marcello nipote di sorella^ giovanetto al pontificato e alla cu- 
rale edilità, e Marco Agrippa ignobile, buon soldato, com- 
pagno nella vittoria, a due consolati alla 6Ia,' e, morto Mar- 

* €pme ImnUmo tUdU cagioni. Perchè Agufto e gU altri «puttro erano 
mirti molto prima. 

S * Posate, tutu i'armi ec. JUH Saggio di tradmlone indirimato 

al Pindli (Tedilo ia ine dal voliima) il Davaiuati acrissa numcvU j ad è mig liorc 
e pi& conforme al testo, che ha: « nuUa iam pubUca arma: » e vuol dire che 
le armi non forono pia, come per innanii , della repubblica , ma di pochi ambi- 
aioii ci ttai i m . Posate, porterebbe forse altro senso. 

S * morti Bruto è Cassio : ciò fìx a Filippi l' anno di R. 7i9. 

^ * e ucciso Antonio. Più esattamente il Dati ; m e Antonio ammassatosi. *» 

B * per lo nuovo stato. Segne la lezione volgata oc novità Ma THorkel, 
seguito dall' Orelli, legge ni novis ec, e il concetto ci goadagna' assai , rivelando 
Tosata arudi regno, di gettare, ciob, l'oSà a Cerbero. 

^ * Lat. « proi>inciie. m 

^ * di Ottavia. Mori essendo edile l'a. di R. 731 in età di SO anni. (Virg. 
JEa. VI, 860. Propert III, 18.) 

«*L*a. di R. 716 e 717. 



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4 IL LIBIO Pi^lMO DBGLl ANNALI. 

cello, il si fé' genero.* A Tiberio Nerone e Claodio Droso 
figliastri' aggiunse titoli d'imperadori»' quando ancora erano 
in casa soa Gaio e Lucio nati d' Agrippa, da lui fatti de'€e- 
sari, e, in vista di recosare, ardentemente desiati dirsi prin- 
cipi della gioventù,* e destinarsi consoli cosi fancialli in pre- 
testa. Morto Agrìppa,* Lucio Cesare andando agli «sorci ti di 
Spagna, e Gaio tornando ferito d'Armenia furono da movie 
acerba, o trama di Livia lor matrigna,* rapiti: e prima era 
morto Druse: ^ cosi de' figliastri restò solamente Nerone. Ogni 
cosa a lui si rivolgea; egli fu fatto figlinolo, compagno del- 
l' imperio e del tribunato, e mostrato agli eserciti tutti, non 
come già per artifici della madre, ma con sollecitarne alla 
libera il veccbio Agusto , di lei si perduto' cbe nell'isola della 
Pianosa cacciò Agrippa Postumo nipote unico, idiota si, for- 

' * Dandogli la 6g1ia Giulia , stata seconda moglie del morto Marcello. 
' * Nascevano di Livia, sua tersa moglie, e da Tiberio Nerone. 
S titoli d* imperadori. Nel proprio significato di degnità , non di domi- 
nio: imperadori d'esercito, non di Roma. 

* principi della gioyentà. In Roma dinansi alla chiesa de' santi Apostoli 
è questo epitaffio : 

OSSA 

e. CAKSABI8 . ATOTSTI . t. FBIIICIFIS 

lYYSllTVTlSl 

S * L*a. di R. 74S, di H anno, in tormenti^ aduUeriorwn cmiugis, to' 
cgrique prmgrwi servino. (Plin. U. N. VII, 8.) 

* matrigna , perchè Augusto gli aveva adottati. Lucio morì in Marsilia 
l*a. di R. 7d5, e Caio in Limiri nella Licia l'a. 757. 

' * Dodici anni innansi in Germania, per una caduta da cavallo, l'a. 746. 

* di lei si perduto. Livia domandata con che arte ella avesse si preso Agn- 
sto , rispose ; « Con l' osservare una squisitissima onesta ; fare ogni voler suo 
lietissimamente; non voler sapere tutti i suoi fatti; non vedere, n^ sconciare isuoi 
unorasi. *» Impara qualunque se', moglie strebbiatrice, (*)borbottona, talamistra 
e gelosa: questa postilla tocca a te. 

n stnkbrtatriM. La Gram spiega «iraftèitorfer per Celd du$tnèUa, eitand» qwst' «aia» 
«■empio d«l Davansett. B andendo al verbo strtHlan trovasi defiaiko « St/vptMUn, ^kUn, td * 
proprio fuélto du fanno U donnt in tisttandott.» E qvl cita dae «sempi, nao del Lab. d' amore, l' al- 
tro del Lasca, nei qaall a ttrebbian mi par dato U sento di pulire, aeconetort, Ittetan, ma per 
modo dispregiativo e direi antifrastioo; oome qoando dieiamo tmpiastrie^Mmi o imèomimarst il 
otto di Mitilo: dove non si direbbe mai che toplMtrfMteiv e (mtesslmaiv aignlfiéliimi Usoiare, 
ornare o simili. Certo è elie eolie difiniiioai della Cmaca non paò qai btendeni questo vocabolo 
in modo che stia bene in compagnia degli altri ebe segoooo. La gente del contado toscano dico 
trebbiar», itrtbbiare e più spesso strubbiar» per guastar», calpestar», e chiama slrubbiomo na ra- 
gano che rovina ogni eosa. Credo danqne ebe il Davauati, si attento racaogltton del parlari 
del popolo, abbia qni osato strsbbiatrie» nel sento stetto di strabbioma, tempetlooa o slmili; e 
obe negli esempi allegati dalla Croscè strebbtare signiBebi nel proprio gualslr», ttiupar» ee., e 
nelIUntifrastieo «eooMìare, putire ec. 



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IL LIBIO PIIHO DEGLI ANNALI. 5 

zato e faribondo,* ma innocente. Fece Germanico nalo dì 
Droso generale delle olio legioni in sul Reno, e adottarlo da 
Tiberio che pure aveva un figliuolo già grande: ma si volle 
senza dubbio rincalzare da più lati.' In. quel tempo non ci 
restava guerra che coi Germani, più per iscancellare la ver- 
gogna del perduto esercito sotto Quintilio Varo' che per im- 
perio allargare o altro degno prò. La città era quieta, riteneva 
de* magistrati i nomi, i giovani erano nati dopo la vittoria 
d'Azio, * i più de' vecchi per le guerre civili ; e chi v'era 
più, che avesse veduto repubblica? 

* Juribondo. Lìtio nel principio del settimo dice del Bgliuol di Manlio il 
medesimo appunto , Nullius probri comperUim, et ttolide Jerocem. Aristotile 
nel secondo della Rettorica dice, che i Bgliuoli di padri • coraggiosi tralignano in 
«▼▼entati ; di quieti , in freddi. Cosi nel campo stracco nasce di grano vena o lo- 
glio ; erbe non diversissime : e Dante : 

Rade Tolte riwrge per H remi 
' L' omana pmbitate; « qmsto vaole 
Qaei eb« la dk, perchè da lai si cbiami. 

S * Lat. : M sed quo plurihus mttnintentis insisterei. » 
B * Uz. 76S. Velleio, II, ii7; e Tacito stesso più avanti, 55, 65, 71, e 
Ub. II, 45. 

« * dopo la vittoria d'Azio: avvenuta l'a. di R. 7S3. * — Azio. Gli 
antichi nostri, meno di noi del corretto scrivere curiosi, avrebbono scritto 
AcUo alla latiiu; pochi de* moderni, Auioj molti, Axzio. A. me pare, che 
come la lingua latina in gaza, oxymel e altro non raddoppia le doppie; 
cosi la volgar nostra non possa né l'una né 1* altra nostra zeta mai raddop- 
piare O; perché essendo doppie per natura, composte o di TS come zazera, 
o DS come zizania, ciascuna ha il suono suo doppio, che TeTrebbe, rad- 
doppiandola, rinquartato con quattro lettere consonanti insieme , che non le sof- 
ferà la nostra dolce pronuncia. In dette due voci non ha maggior suono né più 
fonato la Z seconda, benché tra due vocali, che la prima, chi non vuole cattivar 
1* orecchio e dargli ad intendere ch*ei pur senta quel eh' ei non sente. La cagione 
è che la lingua, tra i denti e '1 palato s'acconcia , e fa organo all'uscente 6ato 

(^ Il Yolpi nella saa Cominiana pone a questo luogo la seguente nota; « Per tutta la tra- 
» duiione di Tacito nella llorentiaa ediiione [quella del Nestl del 37) , spesso si vede trasgredita 
» una tal regola. Nella Cominiana ne* soli primi fogli; e ciò per non averla innanzi di stam- 
» pare avvertita. » E ben fece il Yelpi a non partirei, almeno quando potè, dal metodo grafico, 
quel ei si fosse , del nostro autore. Ma R. Pastore nella Bemondiniana credè dover fare altri- 
noeti , facendosi scudo della seguente nota : a Non si è omessa questa postilla per non derogare 
» all' integrità dell' opera. Peraltro le ragioni addotte dal Davanzali poco vagliono in se stes- 
» se, e meno a fronte dell'uso, a cui cedono le medesime leggi snl comune dettato: eotuuetudo 
» optbna legum interpret. Si è seguita dunque in questa nuova edizione un' ortografia che mentre 
» alle leggi grammaticali del corretto scrìvere non s' oppone, non offende 1' ooeiiio, né disgusta 
» ehi legge pel frivolissimo oggetto di seguir l' auticliitk. » — Nelle stampe fatte sotto gli oeclù 
dell' autore, quali sono la Marescoltiana e la Giuntina, la regola è osservata, salvo in alcuni 
poebi luoghi per inavvertenza. E noi pure non ci siamo fatto lecito di mutarla per le ragioni 
dette nell> Jpvertimento. Quanto poi alia sua bouth è un altro conto. Vedi ciò dio ne dice il Sai- 
Tini nel CCXXX dei suoi Discorsi accademici. 

i* 



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6 IL LIBRO PBIMO DEGLI ANNALI. 

IV. [^. di R. 767, di Cr. 14.] Rivolta lo adonqae ogni cosa, 
non vi si rivedeva costarne baono antico: ogp'ano abbassato 
aspettava che il principe comandasse senza darsi pensiero, 
mentre Agosto, di baona età, sé e la casa e la pace sosteo- 

nella stessa guisa al pronunziar la Z prima che la seconda. Or st la pronunzia 
la scrittura Segue, come *l maestro fa il discente , il ballo il suono , il canto 
le note ; bisognerà, per legger correttamente maezera o eàztania, metter quadru- 
plicato €ato, rompersi una vena del petto e scoppiare, o leggerle scorrettamente. 
Lodovico Martelli nella sua lettera al cardinale RidolB, ov' egli delle aggiunte 
lettere alla lingua italiana trassina male il Trissino , non consente che si rad- 
doppi mai questa lettera, per le ragioni quivi addotte. Prìsciano di aimil cose 
biasima i Romani, che essendo doppio il loro J consonante, lo raddoppiavano 
quando era tra due vocali- Majiiu, Pompejirts, ed eran fonati nel genitivo a 
scrivere Majii, Pompejiis e piaceva tale errore a Cesare e altri, come spesso a 
chi si diletta j per sostener sottiglieza,' contrastare a natura. Ma senza dubbio, 
come le parole deono esser ritratti e non scorbi de' concetti dell'animo; cosi le 
lettere, delle parole. Ma se il ritratto non somiglia, che vale? I Franzesi parlano 
in un modo, scrivono in un altro, perchè quella lingua (dice il Perionio) ha ori- 
gine dalla greca , conservatasi più nella loro scrittura che nella favella. Cosi ri- 
tenevano i nostri. antichi molta scrittura latina, Philosophia, actione, letitia, 
optimo, pectoj annimtip* Me^o secondo la pronunzia scriviamo noi /Hosofia, 
OMone^ letizia, ottimo, pettOy annunzio : perchè questa lingua, se ben nata della 
latina, è oggi allevata e si regge e va senza il carruccio o appo|^o di quelle let^ 
t^e che, non si pronunziando più, sono imbarazo fla levi^ via; cp^ne le centine e 
l'armadura, quando la tolta ha fatto presa. Finalmente la lingua volgare è la- 
tina scorretta : la scorrezion sua passata in uso s'è convex^ta., in sua naturale es- 
senza., contr'alla quale il semidotto, che troppo vuole ortografizare , caco^prafiza; 
come mettendo TH dove ella non si pronunzia, non ci jserve, e possiamo fare 
senz' ella; e come scrivendo alo, de lo, fa mi, de la bella, de la casa, d^ Avan- 
zati (*), jfaallo, dello, fammi, della bella, della casa, DavanzaU e simili di- 
videndo quello che in nn sol corpo ha composto Y uso, che è fabbricata natura. 
Né anche è bene rompersi (come alcuni) i denti per profferire alla dotta la lingua 
. gr^ca; ma l'uso della patria seguitare. Potrebbonai i due suoni delle nostre zete 
figurare con due lettere variate Z, e s. Ma poiché il Trissino e altri con ottime ra- 
gioni tentarono in vano di compiere il nostro manchevole Abbicci, che^pos- 
siamo noi dire, se non che Contro deW uso la ragione ha corte Pali? Ma 
que' valentuomini si possono consolare , poiché a Claudio imperadore non 
riusci d' aiitare di tre lettere il romano: anzi furono si scacciate che non ci ri- 
mane notizia se non del digamma eolico in alcune tavole. Maraviglia è bene die 
quest'uso, questo padrone del fiivellare e scrivere, abbia accettato molte lettere 
da' maestri di scrivere , stranamente variate per ghiribizoso tratteggiare, e non le 
necessita da' grandi e scenziati uomini ritrovate o aggiunte «Ila nostra scrittura 
manchevole. Io per me ci aggiugnerei gli accenti alla greca, per aiuto della pro- 
nunzia a chi legge. Ma quis ausit feti alligare tìntìnnabulum^ poiché que' va- 
lentuomini ne furon uccellati ? 

(*) d'jiwMiati. Cosi trovasi in «leaai menoserifti di quel tempo od anche In aloMO ttaai- 
pe , come nella CottivazUnu del Maganini , Ftortnia, 4684. 



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IL LIBRO PfilMO DEGLI ANNALI. 7 

ne. Vena lane la vecchiaia grande le infermità fastidiose la 
morte alle spalle e le nuove speranze, discorrevano indarno 
alcuni quanto bella cosa era la libertà: molti temeano di 
guerra, altri la bramavano, moltissimi sparlavano de'soprav- 
vegnènli padroni: « Agrippa essere un bestione dall'onta ac- 
canito, non di età,* non di sperienza da tanto pondo: Tiberio 
Nerone maturo d'anni,' sperto in guerra ma ingenerato di 
quella superbia claudiesca, scoppiare,' benché rattenuti, molti 
segnali di sua crudeltà; aver beuto il latte dì casa regnatrice; 
quasi con esso in bocca esserglisi consolali e trionfi gittati a 
masse; non avere, pure in quegli anni ch'egli slette al conGno 
(alla quiete dicev' egli) di Rodi,^ altro mai che ire, infinte,'^ 
e soppiatte libidini mulinato; esservi quella madre insopporta- 
bile più che donna; doversi servire a una femmina e due fan- 
ciulli,' che ora questo stato premano, e un di lo si sbranino.» 
y. In si falli ragionari Agusto aggravò: bucinossi'' 
per malvagità^ della moglie, per voce uscita che Agusto di 
que'mesi s'era traghettato nella Pianosa a vedere Agrippa^ 
conferitolo a certi, e da Fabio Massimo solo accompagnato: 
tenereze vistesi grandi da ogni banda e segni d'amore, 
perciò aspettarsi tosto il giovane a casa l' avolo. Massimo lo 
rivelò alla moglie, ella a Livia, Cesare il riseppe.'' Massimo 
tosto mori, forse di sua mano, poiché nel mortoro udita fu 

< * non 4i età, manca in tutte le moderne edizioni j ma lo abbiamo rìpotio 
soli' autorità del testo latino , e dell* edizioni Giuntina e Marescottiana. 

' * maturo d'anni. Ne aveva 56. 

S * scoppiare: in senso transitivo, per: mandar fuori a guisa di scintille. 

* al confino... di Rodi. Otto anni vi dimorò, e Io diceano, il Confinato. — 
* al confino {alla quiete dicev' egli) di Rodi, Così l'ediziooi Giuntina e Marescot- 
tiana: le altre, più lànguidamente : al conino di Rodi {alla quiete dicev* eglVj. 

S * infinte, infingimenti , finzioni. L* edizioni moderne leggono, con errore 
assai specioso » ire infinite. 

A * due fanciulli tXytxxso e Germanico. 

^ bucinossi, fissesi con voce piccina, come uomo fa della cosa che non si 
può dire senza pericolo. 

S per malvagità. Livia avvelenò e contrassegnò certi fichi in su l'arbore; 
onde ella e 1 marito per diletto insieme ne colsero e mangiaro, non sapendo egli 
de' contrassegnati. 

9 Cesare il riseppe. Leggo come il Lipsio , gnarum id Ccesari, non na- 
vum. Ma «e al codice mirandolano, che dice Liviam id Ccesari, &i potesse 
prestar fède (il che il Lipsio nega), mi piacerebbe molto più, perchè Livia^ 
come il seppe, ne fece rimore a Cesare, come dice Plutarco. 



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8 IL LIBBO PRIMO DEGLI ANNALI. 

Marzia, sé sciagurata incolpare della morte del sao marito. 
Che che si fasse, Tiberio entrato appena nella Schiavonia, 
fu richiamato per lettere dalla madre in diligenza,* e trovò 
Agusto in Nola, se vivo o morto non si seppe: perchè Livia 
tenne strette guardie al palazzo e a' passi, e talora uscivan 
voci di miglioramento; tanto che, provveduto il bisogno, un 
medesimo grido andò d' Agusto morto e di Nerone in possesso. 
VI. La prima opera* del nuovo principato fu l'uccidere 
Agrippa Postumo, cui sprovveduto e senz'arme, il centurione 
por coraggioso appena fini. Tiberio in senato non ne fiatò. 
Fìngeva che il padre al tribuno, sua guardia,' comandalo 
avesse che, tosto che egli morto fosse, lui ammazasse. * È 
vero che Agusto nel farlo a' padri confinare disse de' modi 
del giovane sconcie cose, ma di far morire alcuno de'suoi 
non gli patì mai l'animo, né da credere è che lo nipote 
uccidesse per lo figliastro assicurare, ma che Tiberio per 
paura e Livia per odio di matrigna, la morte di si sospetto 
e noioso giovane^ affrettassero. Al centurione venuto a dirgli, 
secondo il costume, aver fatto quanto comandò, rispose: 
a Ciò non fec' io; rendera'ne pur ragione al senato. » Inteso 
ciò Grìspo Salustio* che sapeva i segreti e ne avea man- 
dato al tribuno il biglietto,'' temendo d'esamina pericolo- 

* * fu richiamato in diligenza, cioè, in fretta. Così anche nello 

Scisma: « Spedi al ponte6ce il protonotario Gambara in diligenza. » 

' La prima opera : tratta da Salustio, imitato molto da Tacito, Jugurtha 
imprimis Jdherbalem excruciatum necat. 

' * sua guardia: intendi « guardia di Agrippa, m 

* * tosto che egli morto /osse, lui ammazasse. Cosi restituisco sulla fede 
della Giuntina e Marescottiana. L'edisioni comuni hanno: « comandato avesse 
che subito T ammalasse. «* Ma quell* aggiunta è voluta dal testo che dice : 
« quandocunque ipse ( Augustus) supremum diem explevisset. » 

S sospetto e noioso giovane. Nel primo delle Storie dice questo autore, 
Suspectum semper invisumque dominantibus qui proximtis destinaretur, £ 
nel quarto, che Munaiio ammasò il figliuolo di Vitellio per ispegner semema di 
guerra. Il nuovo Turco ammaita i fratelli a prima giunta. 

* Crispo Salustio, nipote dello storico. Vedi più avanti, jinn. IH, 30. 

7 al tribuno il biglietto. Usano i tiranni (dice nel terto Erodiano) quando 
voglion far morire uno sema processo , dame commissione per poliza a un tri- 
buno che la possa mostrare : con questa Saturnino chiari la congiura di Plau- 
ziano, e Pisone voleva mostrare in senato la commission datagli da Tiberio d'av- 
velenar Germanico, come si dice nel terso. Oggi si fatte commissioni non si 
meltcrebbono in carta. 



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It LIBIO PIIKO M€L1 ANNALI. 9 

sa non meno * a dir vero che falso, avverti Livia « Non si ban- 
dissero i sef^eti di casa, i consigli degli amici, i servigi de'sol- 
dati: non tagliasse Tiberio i nerbi al principato, rimettendo 
a' padri ogni cosa; in ragion di stato, il coQto non tornar mai 
se non si fa con an Solo. » 

VII. In Roma a rovina correvano al servire consoli, 
padri, cavalieri; i più ilinstri con più calca; e falsati visaggi, 
da non parere nò troppo lieti per la morte dell'oDO nò troppo 
tristi per l'entrata dell'altro principe, lagrime con allegreia, 
lamenti con adulazióni mescolavano. Sesto Pompeo e Sesto 
Apnleo consoli furono primi a giarare a Tiberio Cesare fe- 
deltà; dipoi Seio Strabene capitano della guardia e Gaio 
Turranio abbondanziere; seguitarono il senato, lalbilizia e '1 
popolo; facendo Tiberio d'ogni cosa capo a' consoli, quasi la 
repnblica stesse in piedi, ed egli in forse di dominare: il 
perché con breve e modestissimo bando, ove s'intitolò sola- 
mente tribuno fatto da Agusto, pregò i padri chele venissero 
a consigliare dell'onoranze del padre, il cui corpo voleva 
accompagnare' nò altra pubblica cura. Morto Agusto diede 
come ìmperadore il nome' alle guardie, teneva scolle, armi 
e corte formala: soldati in piaza in senato l'accompagna- 

* pericolosa non meno. H vero svergognata Tiberio: il falso iDgan- 
naTa SI senato, ut simil cattivo partito ( scrìve Plinio Secondo a Voco- 
nio ) mi trovai quando qttel ribaldo di Mesto Modesto mi domandò 
— Che te ne pare del nostro Jtustico Artdeno f — il qutde era conjlnato da 
Domiziano: perchè il dir vero era pericolo, il mentire scelertUeaaj 
gr iddìi m' aiutarono, e risposi: Io lo dirò al magistrato de* Cento, 
se bisognerà. Replicò : Dimmi , ti dico , quello che tu ne senti. I testi- 
moni , diss* io , s* esaminano conUro a* rei , non contro ai condannatì. 
Canzone I diss* egli ; io vo' sapere come tu credi che egli t intenda col 
principe. E io risposi: Contro a un condannato non è lecito esaminare. 
Egli ammutolì s e io ne fui benedetto, e uscii di quel laccio che Modesto 
mi tendeél. 

' il corpo.,., accompagnare. Nel principio del teno libro dice come Agu- 
sto accompagnò il corpo di Drnso da Pavia a Roma; e Dione nel 57, che Ti- 
berio fa dell' aver toccato ipiel cadavero , che vietato era a chi teneva poh- 
bliea maestà, assolato e accompagnato. 

S diede.... il nome. Sono i contrassegni o nomi , come palma, stella e al- 
tri : o snoni , come trombe^ corni e simili che s' odono : o bandiere inca- 
miciate , polverìo, fuochi, lumiere e altre cose che si veggono. —■* il nome, lat. 
signum , cioè qacUo che nella moderna milisia si chiama le mot d*ordre o sem- 
pUcemeoto «rrfrf, cht è ( come lo chiama un antico) il segno delt intendersi. 



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10 II L»«0 PJNHO MM.1 AMALI/ 

vano: scrisse a gli esereiii come biiovo principe» «è mai 
andò a rilenle se non favellando in senato, per gelosia prin- 
oipalmenle che Germanico con tante legioni, ainti olive 
numero, favor di popolo maraTiglioso, non Temesse anzi lo 
imperio che la speranza.' Quelle lustre faceva* per aver fama 
d'essere stato allo imperio dalla republica eletto e pregalo, 
e non traforatovi per lusinghe di moglie e per barbogia ado- 
zione.' Face vale ancora (che .poi si conobbe) per penetrare i 
cuori de' grandi , i cui motti e visi ^ al peggio tirava e 
serbava. 

. Vili. Il primo di del senato non volle si trattasse che 
d' onorare* Agusto. Le vergini di Vesta presentarono il testa- 
mento: (amssL eredi Tiberio e Livia; Livia di casa ginlia, 
di titolo Agusla dichiarava; T aspettativa seconda veniva 
a' nipoti e bisnipoti; la terza a' primi della città, odiati da 
lui la maggior parte, ma volle questa burbanza e boria ne' po- 
steri. I lasci furono da privato, eocette che ai popolo e alla 
plebe donò un milione' e otlansette mila fiorini d'oro, 

^ aiui io imperio che la speranza. Tratto da Livio nel primio. Solle- 
citava perchè Germanico non gli forasse le mosse, e per addormentare lui o 
altri, tanto che s' assodasse. Dione 57. 

S Quelle lustre Jaceva. Per un' altra ragione volpina, dice Dione lib. 67 ; 
cioè perchè Garnyanico o altri che volesse oocupar l' imperio^ si trattenesse 
con q^ualche speransa; in tanto esso Tiberio vi si assodasse. — * lustre, infingi- 
menti. 

' * per barbogia adozione, cioè per adosione del vecchio Augusto. 

* motti e visi, — Che men seguon voler ne* pia veraci: {*) ne possiamo 
a certe stravaganze tenerci di non le motteggiare, come colui che dice: Gli 
altri prima accettano e poi pigliano ; costui ha preso l' imperio , e non l' ac- 
cetta. 

5 * d'onorare. Il lat. ha m de supremisj *» e non vuol significare solamente 
i funebri onori, ma si tutto quanto alla morte di Augusto s* apparteneva t 
come spiega il Dati. 

6 un milione. Il testo ha: ccccxxxv. Queste figure dicono quadringen^ 
ties triciesquinquies , che volevano con abbreviatura romana dire 435 volte 
centomila sesterzi. Ciò erano un milione e ottantaselte migliaia e cinquecento 
fiorini d' oro de' i^ostri gigliati antichi ; il che cosi si dimostra. Jls , o vero 
aes fu la prima moneta romana , che pesava una libbra di rame. Libella era 
un' altra moneta equivalente che pesava un decimo di libbra d' ariento. Se» 
stertìtis nummus» era un'altra che pesava un quarto di dramma d'ariento, 
e valeva assi o libelle due e meco , e lo segnavano cosi Ì7-.S'. Sestertium , 
cranio mille sesterzi nummi j valeva fiorini 25, come si dirà. Denarius pesava 



n Daata, Purg. XX1T. 



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IL LIMO PmiO MEGLI AKNALI. li 

a' soldati di guardia TénHciiiqoe per testa, %' legionari ro- 
mani seti'e mezo. Vennesi agli onori. Propesero i pia nota- 
bìN,* Asinio GaHo che reBeqaìei' passassero per la porta 
trionfale, L. Aronaio ebe i titoli delle leggi fatte e i nomi 
delle genti vinte da Ini andassero innanzi. Valerio Messala 
aggiogiMTa cfae ogn' amM» al rlnfiovasse il giuramento a 
Tiberio, il qpàle a Ini voltosi dlsses « Che dlceatiriiolti fatto 



nna dramma d' arìento , cioè un ottavo d'oncia; valeva quattro i7-«f nummi, 
va<M, dieci ani o dinei libere. Mommo d'oro pesava una dramma d'oro 
fine , come iì nostro fiorino gigliato ; valeva dicei denari , quaranta Jff^S. 100 
aui : 100 libelle. Tenevano i conti a sesterzi nummi , e annoveravano inaino 
a centomila. PoìNdicevano, Due volte centomila, tre volte, 4, 10, 20, iOO, 
1000, SOOO, e. sino a centomtlavolte centomila: e tanti JffmS nummi inten- 
devano * ia qual somma di ff^S importa %0 milion d'oro, che nel com* 
mersio umano non posson forse capere. Se bene Svetonio vo9le al cap. 16 
che Vespasiano dicesse, che la repuhlica ne voleva avere mille milioni; che 
forse e scorretto quel testo , e vuol dire , quadragies, cioè cento milioni , e 
non quadringentìes: lo disse Vespasiano per aggrandire con iperbole lo alato 
di Roma. Adunque le 435 volte furono B'S, 43,600,000; che a quattro al 
denario, denari 10,875,000; che a dieci al fiorino, fiorini l,OS7,500, come 
detto è. E li mille ff-^S per testa a' soldati di guardia , fiorini 35 ; e li 300 
a' legionari, fiorini sette e meio. Ora essendo quel nummo d'Mo il mede- 
simo che il nostro fiorino » cioè t^na dramma , o vero un ottavo d'onci^ 
d* oro obrixo, cioè fine e sensa mondiglia, che vale il presente anno 1599 in 
Firenze lire dieci , quel denario romano ci viene a valere oggi una lira ; quel 
sestensio nummo, cinque soldi piccioli; quello asse, o libella^ due soldi. 
Due corollari aggiugnerò. L' uno che Firense cominciò a battere il fiorino 
Fanno 1SÓ2 per una lira di moneta; si buona era! L'anno 1530 valeva 
sette lire ; si peggiorate erano .' Oggi ne vale dieci. A questo avveoante (*) la 
moneta si condurrà tosto a que' cappelli d'aguti che dovettero essere la mo- 
neta di ferro delli Spartani, con grand' errore de* principi che di tanto peg- 
giorano l'entrate loro, e li antichi livelli, lasci, censi e crediti de' privati; 
e disturbano il commercio , non meno a non tener ferma la moneta , che è 
misura del valore delle cose contrattabili , che se mutassero stadera , staio , 
barile e braccio , che son misure della loro quantità. L' altro corollario è , 
che sì come il Faro da Tolomeo Filadelfo edificato sopra qtiattro basi di 
vetro, coni* arte di Sostrato da Guido architetto, mosse, per la sua utilità 
e innraviglia , ogni città a fare nel porto suo anch' ella un Faro per la salute 
de' naviganti ; similmente il nostro fiorino per la sua bellesa e bontà fu rice- 
vuto con tanto applauso , che ogni potentato volle battere e nominare fiorini. 
Oggi in meccbini , scadi , pia|tre e ducatoni se n' h ita la gloria di sì bel 
nome (**). 

* * Proposero i pia notabili, cioà, come i più noUbili onori. Lat.: « ea: 
quis (honoribus) maxime insignes visi ec. » 

(*) « qtuMto av99nant€, a questo raggnaglio , andando di qaesto passo. 
(**) Yedi la Lnione sulla moneta, dove ripete qacste stesse osservazioni. 



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12 IL Limo rauio mqu annali. 

dire io? » Rispose: « Di mio capo l'ho detto, e nelle cose 
della repablica non vorrò mai consiglio d'uomo, quando 
anco io credessi d'inimicarmiti. » Questa fine adulazione sol 
vi mancava I Gridando i senatori, « Portiamolo sopra i no- 
stri omeri, » lo arrogante Cesare chinò il capo:^ e per bando 
il popolo ammoni, non queste esequie come l'altre del divino 
Giulio scompigliassono con lo stravolere* che Agnsto nel fòro 
della ragione più che nel solito' campo di Marte a ciò depa- 
lato* s'ardesse: e vi tenne il di dell'esequie soldati per 
guardia, ridendosene molto coloro che (avendo vedoto o odilo 
da' padri che l' altro di dello spettacolo del morto Cesare 
dettatore, per esser parato* a chi bellissimo e a chi pessimo, 
non rinscl ripigliare la libertà, quando non era a pena in- 
ghiottita la servitù), « Grande uopo, diceano, di soldati oggi 
ci ha, che lascino sepppellire in pace un vecchio principe di 
lunga potenza, che lascia eredi con valenti artigli fitti nella 
republica! » 

IX. Qoinei di esso Agusto molto si ragionò,* facendosi il 
volgo di cose vane le maraviglie:^ In tal di che l'imperio prese 
mori:'' in Nola, in casa, in camera dove Ottavio suo padre: 
tredici consolati ebbe egli solo, quanti Valerio Corvo e Gaio 
Mario intr'ambi: * trentasette anni continai la podestà tribune- 

' * Il Lat. ha : m remisit, w si lasciò ite ; quasi dicesse : Fate voi. 

3 * Il Lat. : M nimiis sUidiis. » 

' * solito potea risparmiarsi, e nelle prime elisioni non v* è. Vedi le Va- 
rianti, 

^ * a ciò deputata non era il campo di Marte , ma si quel luogo {sedes) 
di esso, dove Augusto si era fatto costruire il Mausoleo. 

' * per esser parato.... non riuscì ec. Pare che queste parole rechino 
un concetto alquanto diverso da quello di Tacito , la cui sentenza, se non erro, 
è questa : Che i funerali di G. Cesare fossero turbali non è maraviglia, perchè a 
cagione della non digerita servitù e della mal ripigliata libertà , parve quel fatto 
a chi pessimo a chi bellissimo, e quindi scoppiarono passioni violente. Ma il fare 
ora quella mostra di guardie , quasi potesse accadere lo stesso per la morte d'un 
principe che aveva tanto e si finamente regnato e che lasciava si potenti eredi , in 
verità era cosa proprio da ridere. 

' molto si ragionò. Il di del mortoro e lo stratto (*) di tutta la vita del 
morto; poi non se ne parla più. 

' * morìj cioè, a*i9 d'agosto. 

^ * quanti Valerio ec. Talerio n'ebbe 6, Mario 7 , che fanno 13 consolati , 
quanti appunto n'ebbe il solo Angusto. 

(*) lo stratta, il e 



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IL LIBHO PBIMO DSQLl ANNALI. 13 

sca : ventttna volta fu gridato imperadore, e pia altri onori 
iterati o nuovi. » Ma i prudenti chi in cielo chi in terra met- 
teano la sua vita, or Avere (dìceano quelli} la pietà verso il 
padre e 'I bisogno della republica dove le leggi non avien 
loogo , tiratolo pe' capelli all' armi civili : le quali né procac- 
ciar si possono né tenere per buone vie. Per vendicarsi delli * 
ucciditori del padre i» molte cose passato ad Antonio, molte 
a Lepido; poscia che questi marci di pigrizia, e quegli di sue 
libidini pagò il fio, che altro rimedio alla discordante patria 
che reggerla uno? non re, non dettatore, ma principale nella 
republica: T imperio terminato con V oceano o lontanissimi 
fiumi: legioni, vassalli, armate e lutto bene concatenato: fatto 
ragione a' cittadini , cortesia a' collegati; la Città bella e ma- 
gnifica: qualche cosetta per forza, per quiete del resto.» 

X. Dicevasi voltando carta: « La paterna pietà , le mi- 
serie della republica erano le belle scuse: la cupidigia del do- 
minare dessa fu che lo stig^ giovinetto privato a sollevar con 
doni i soldati vecchi, fare uno esercito,' corrompere al con- 
solo le legioni:' infintosi pompeiano: e , strappato con decreto 
de'padri fasci e pretura, * ammazare Irzio e Pausa (fussesi a 
buona guerra o pure Panza d'avvelenata ferita e Irzio da'pro- 
pri soldati d' ordine di quello) e i loro eserciti occupare: a 
dispetto del senato farsi consolo, e Tarmi contr' Antonio pre- 
se, contr' alla republica volgere: fare ì cittadini ribelli,'^ con 
tante spartìgioni de' lor beni, incresciutone eziandio a chi gli 
ebbe:* le morti di Bruto ^ e di Cassio vadano con dio; erano 
nimici del padre ; benché si deano per lo ben pubblico i pri- 

' * delli. Cosi la Giuntina. Ma in un esemplare di questa edic posseduto 
dalC. Mortara, tra l*aUre curiose correzioni ortogTa6cbe fattevi di mano del 
« traduttore, vedesi corretto sempre delli in degli j alliin agli j li in gli te. 

' ' *fare uno esercito. D'anni 19 raccolse di propria autorità e a proprie 
spese un esercito. Vedi Montan. Ancir, 

^ * le legioni, cioè , quarta e quinta , le quali con doni trasse a se. 

* * pretura. Non il titolo di pretore , ma il diritto di proferire in senato la 
propria senteiwa in luogo del pretore. Vedi Ci e. Phil.Y,Vl. 

• *fare i cittadini rtAe///^ cioè , giudicarli. H Lat. hi u proscriptionem 
civium (kcìsst). » 

' * Segue la congettura cepere: ma i Mss. leggono /érere, e vuol dire che 
quelle proscrisioni e confische sapevano reo anche a chi le fece fare. 

^ * di Bruto. Cosi le stampe originali: ma il testo ha Brutorum, de'Bru- 
t>) cioè, di Marco e Decio. 



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14 tL LIBHO PRIMO OBOLI ANNALI. 

vati odi lasciare; ma Pompeo sotto spezie di pace, e Lepido 
d' amicizia iagannò egli pure; e Antonio, per li accordi di 
Taranto e di Brindisi e dalle ingannevoli noze della siroc- 
chia allettato , n' ebbe in dota la morte. Abbiamo poi avuto 
pace si, ma sanguinosa; le sconfitte di LoUio e di Varo, i 
macelli fatti in Roma de' Yarroni, Egnazi e Giuli.» Sinda- 
cavanlo ancora de' fatti di casa, a A Nerone menò via la mo- 
glie, e domandò per ischerno i pontefici se ella col bambino 
in corpo n'andrebbe a marito con gli ordini: ^ le morbideze * 
di Tedio e Yedio Pollione.' Finalmente quella Livia è una 
mala madre per la republìca, peggior matrigna per casa Ce- 
sari. Volle essere celebrato ne'tempii e nelle immagini da'fla- 
mini e da' sacerdoti alla divina.* Or che ci resta a fare agi' id- 
di i? Né scelse mica Tiberio a successore per bene che gli 
volesse o per cura della republica; ma vobe, scortolo d'animo 
arrogante e crudele, a petto a lui sembrare un oro.^ E già 
gli aveva Agusto, nel chiedergli a' padri la rafferma della 
balia di tribuno, sue fogge, vita e costumi pur con rispetto, 
quasi scusandolo, rinfacciato. » Finita la cirimonia della se- 
poltura, gli si ordinò tempio e divini ufici. 

XI. Voltaronsi poi le preghiere a Tiberio. Egli parla- 
mentaya della grandeza dell'imperio con la modestia sua: 

* • con gli ordini. Lat. : « rite , *» debitamente. 

^ * le morbideze ec. : sottintendi « gli rinfacciavano. » Tedio o, com'altrì 
vogliono, Atedio è uomo ignoto; Vedio poi è ^egli cbe gettava i servi alle morene. 
V. Plin. H. N. IX,2d. Il Davanzali sospettò qui una lacuna. Vedi le Varianti, 

S Vedio Pollione. Yedio Pollione era lancia d' A gusto , arricchito da 
lui oltre al convenevole , onde il popol si lamentava : e si bestiale, che quando 
uno schiavo suo faceva qualche errore , lo gittava in un vivaio che teneva di 
murene e altri pesci, i quali così nutriva di carne umana. Agusto mangiando 
seco, e avendo uno schiavo rotto un bicchier di cristallo di gran preso, e rac- 
comandandosegli , Io lasciò e fecesi portare e ruppe quanti cristalli Pollione 
aveva. Morendo lasciò ad Agusto la villa di Posilipo tra JHapoli e Pozuolo , con 
la maggior parte della sua gran rìccheza, con carico di fare alcuna c^era nota- 
bile in sna memoria. Agusto lo servi : spianògli le case e fecevila loggia di Livia. 

^ nelle immagini.... alla divina- Co* razi dello splendore e altri segnali 
appropriati agi' iddìi , folgore, caduceo, cbva, tirso e simili. 

* sembrare un oro. Da lui Tiberio imparò che si lasciò succedere Gaio 
figliuolo di Germanico, anzi che Tiberio di Dmso, suo sangue; perchè le 
orribilità di lui le sue oscurassono, per uccider con la mano di lui, e non 
con la sua, tutti gli ottimi senatori, e spegnere ogni bonlade: avendo usato 
dire, Morto io, arda il monào. 



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IL LIBRO PRIMO DEGLI ANNALI. 15 

a Qaella mente sola del divino Agnslo essere stata capace di 
tanta mole, avergli con la parte de' carichi impostagli inse- 
gnato quanto arduo e zaroso ^ sìa reggere il tutto; non des- 
sero tutte ad uno le cure d' una città fondata di tanti uomini 
illustri; più compagni aiutantisi compierebbono gli affari pn- 
blici più di leggiere.» Scorgevasi in questo parlare di Tiberio 
più pompa che lealtà, le cui parole per natura e usanza dop- 
pie ' e cupe quando s'apriva, ora, che a più potere si nascon- 
deva, erano in cotante più dubbieze e tenebre inviluppate. 
Ma i padri per non parere d'intenderlo (che orala lor paura) 
si davano a piagnere, a lamentarsi, raccomandarsi con le 
braccia tese agl'iddìi all'immagine d' Agusto alle ginocchia 
di lui, quando egli fece venire a leggere uno specchietto di 
tutto lo stato pubblico: tf tanti soldati nostrali; tanti d'amici; 
tante armate; regni, vassalli, tributi, rendite, spese, dona- 
tivi, » tutto di mano d^ Agusto, aggiuntovi suo consiglio (per 
tema o invidia) che maggior imperio non si cercasse. 

XII. Or qui chinandosi insino in terra i padri a scon- 
giurar Tiberio, gli venne detto che a tutta la republica non 
era sufficiente, ma una parte,' qaal volessero, ne reggerebbe. 
«E qual parte (disse Asinio Gallò) ne vorrestù?» A tale 
non aspettata domanda stordi: poi rinvenutosi rispose : « Non 
convenire alla modestia sua scerre o rifiutare alcuna parte, 
del cui tutto vorrebbe più tosto scusarsi. i> Gallo vedutol 
tinto, * replicò : « aver detto qual parte, non per fargli divi- 

* * zaroso, rischioso : derivato da zara, giuoco di sorte. 

S le Citi parole..,, doppie. Gli antichi capitani portavano per insegna il 
IMinotaaro, mostrando dover tenere i secreti nel profondo de' loro animi im*- 
penetrabile, come il mexo del laherinto; e Tiberio usava dire: « Quando il 
principe non s' è lasciato intendere , esser a tempo a far molti beni, e schi- 
far molti mali: ».ma egli voleva fare il male, e non si scoprire; però noi 
comandava chiaro , ma 1' accennava infruscato , e gastigava cosi chi l' aveva 
per grosso intendere disubbidito, come chi per sottil penetrare s(H>perto e 
offeso. Volendo , col tener 1' unghie dentro e gli occhi chiusi , non esser eo- 
nosciuto gattone. Onde conveniva a' poveri senatori arare molto diritto. 

' ma una parte. Altri dicono che Tiberio aveva gi^ fatto del governo 
tre parti: Italia, eserciti, vassalli: e rispose. Se io ho fatto le parti, come 
posso pigliare f 

* * vedutol tinto, cioè , come traduce il Dati , avendo conosciuto a' segni 
del volto ch'egli aveva preso a male quelle parole. Il Lat. ha : « vultu offen-- 
sionem coniectaveraU » Cosi pure nelle Storie, lib. Ili, 88. 



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16 IL LIBBO PRIMO DEGÙ ANNALI. 

der quello che non si paò, ma confessare che la republìea è 
un sol corpo, e la dee reggere un sol animo. » Entrò nelle 
laudi d' Agusto, e contò a Tiberio stesso le sue yittorì&ele 
sue valentie di tanti anni in toga. Né per tanto il placò, che 
r odiava di già come di concetti più che cittadineschi , per 
moglie avendo Yipsania, stata prima di Tiberio, e figliuola 
d'Agrippa, e ritenendo V alterigia di Pollione suo padre. 

XIII. Dietro a costui L. Arunzìo quasi altresì disse, * e 
offese Tiberio, benché seco non avesse ruggine prima; * ma 
come ricco, ' scienziato e rinomato, ne sospettava, avendo 
massimamente Agusto nelli ultimi ragionamenti de'sacces- 
soi'i detto * a che Manio Lepido sarebbe capace, ma non cu- 
rante: Asinio Gallo avido, ma non da tanto: Lucio Arunzio il 
caso ^ e ardilo, vedendo il bello.» De' primi, tutti convengono: 
in luogo d'Arunzio pongono alcuni GneoiPisone; e tutti, da 
Lepido in fuori , ne' lacci di varie colpe che loro tese Tibe- 
rio, incapparono. Punse aticora quel sospettoso animo il dire 
Quinto Aterio: « Quanto Vuoi tu, o Cesare, che la republìea 
stea senza capo ?» e '1 dire Mamerco Scauro: <c II senato 
spera, poiché a' consoli non hai contraddetto come tribuno, 
che tu gli farai la grazia. » Contro Aterio si versò ® imman- 
tenente : a Scauro , più inviperato , non rispose. Stracco , 
ch'ognuno sclamava, ciascun si doleva, calò, non a confes- 
sar d'accettare, ma a dire: <c Orsù finiscasi tanto negare 
e tanto pregare. »'' Aterio andò per iscusarsi a palagio, e fa 



* * quasi altresì disse, parlò quasi nell* istessa sentenza d'Asinio Gallo. 
' * non avesse rtiggine prima , benché Tiberio non avesse contro di lui 

alcan veccbio rancore. 

' * ricco : aggiungi animoso, conforme al testo che ha : « divitem, prom- 
ptum. » 

* * avendo detto. Ho seguito la lezione dell' edistcmi Marescottiana e 

Giuntina , invece della volgata che reca : •• e per avere Augusto nelli ultimi ragio- 
namenti de' successori discorso «e. •• Ma avverti che qui il Dàvaniati ha dimen- 
ticato non poche parole del testo, che tradurremo col Politi : « Trattando Aìign- 
sto.... di quelli che , potendo , non fussono per aspirare all' imperio , o che non 
atti , ardissero , o di quelli che potessero e volessero, aveva detto ec. »» 

9 * il caso : sottintendi era. Ed essere il caso vale essere idoneo. Il Dati 
nelle Lepidezze, pubblicate dal Moreni , usa anche essere il casissimo, 
^ * si versò. Lat. ; « invectus est. «• Il Politi : « si sfogò. • 
^ tanto negare e tanto pregare. Altri dicono che egli accettò l' im- 



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IL LIBRO PBIHO DBALI ANNALI. 17 

per esservi morto dalla guardia , perchè neir abbracciar le 
ginocchia a Tiberio che passeggiava, il fé', a caso o in <iaelle 
mani incespicato, cadere; né lo placò il pericolo dì tanto 
nomo, si fd* da importuni preghi d' Agusta, ove ricorse, difeso. 
XIV. Stucchevoli ancora erano i padri nel piaggiare 
Agasta: chi genitrice , chi madre della patria la voleva appel- 
lare:, molti, « doppo il nome di Cesare, si scrivesse Figliuolo 
di Giulia, » Egli dicendo gli onori delle donne doversi tempe- 
rare (e lo farebbe de* suoi),* ma invidiando Falteza di lei 
come la saa adoggiasse, non le concedette pare un littore, 
e l' altare dell' adozione ' e altre cose cotali le tolse. Fece far 
Germanico viceconsolo: ambasciadori andare a portargli il 
grado, e consolarlo della morte d'Agosto. A Drnso, che già 
consolo eletto e presente era, ciò non occorse. Dovendosi 
fare i pretori, ne nominò dodici, nomerò posto da Agosto, 
li senato voleva por eh' ei lo crescesse, ed ei giorò di noi 
passare. 

XV. Gli squittinì si ridossero allora dal campo marzio al 
senato: perchè gli uficisino a quel di s'erano dati per favori 
delle tribù, benché i migliori dal principe. Il popolo di tale 
preminenza levatagli non fece che on po' di scalpore: al se- 
nato fo ella cara , per non avere a donare e con indegnità 
dichinarsi: e Tiberio s' aonestò di proporne qoattco e non 
piò : ma vincessero senza pratiche. I triboni della plebe chie- 
derono di fare ogni anno a spese loro una festa , da dirsi , 

peno si veramente che i p aJri si conlentassero di tosto ripigliarlosi per dare 
aDa sua ▼ecchiesa riposo. 

* * sì Jtt, sintanlo che fu. Lat. : « donee. » 

* e lo farebbe de* suoi. Della non finta modestia e delle buone ope^e 
di Tibwio, massimamente mentre visse Germanico, grandi cose si leggono; 
ricusò il tempio , il nome d'Agusto , di padre della patria , ed il giuramento 
annuale. Non tenne stabili; non vita splendida; riveriva i magistrati; vo- , 
leva nelle sue cause giustisia; donava a' nobili poveri. Molti edifici e tempii 
di privati cominciati o rovinati, forni e riparò, ritenendovi i nomi loro. 
Urbanitli usata dal granduca Cosimo, che al palagio de' Pitti, comperato e 
reale fatto , non voUe mutar nome ne metter sua arme. 

' * Usarono i Romani di erigere o un'ara o un tempio a memoria d'un 
qualche fatto insigne. Cosi Livia, essendo per testamento di Augusto ( vedi sop. 
e. 8 } stata adottata nella famiglia dei Cesari e dichiarata con istrano esempio fi- 
glia del suo marito , fu a memoria di ciò inalsata quest' ara , che poi dovea dar 
ombra a Tiberio. 

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18 IL LIBRO MIMO DBALI AMMALI. 

dal nome d'Agosto, AgnsUle, e aggìogneni al calendario.^ 
Fu coiicedata a spese del pabblico: andasaero per lo Cerchio 
in vesle trionfale, ma non in carro 5 q«el giudice de' citta- 
dini e de' forestieri, ne avesse l* annaal cura.' 

XYI. In tale stato erano le cose della città, quando le 
legioni di Pannonia romoreggiarono, per ciò solamente che 
la mutazione del principe mostrava licenza d'ìngarbo^iare,' 
e la guerra civile speranza di guadagnare. Tre legioni sta- 
vano insieme negli alloggiamenti della state sotto Giunto 
Bleso, * il quale, udita la finte d'Agusto e '1 principato di Ti- 
berio, aveva tra per lo duolo* e per la letizia trasandato 
l' esercitarle. Quinci presero i soldati a svagarsi, « quistio- 
nare, dar orecchi alternale lingue; finalmente cercare i pia- 
ceri e l'agio; e l' ubbidienza e la fòtica fuggire. Eravi un 
Percennio stato capo di commedianti, poi siMatello linguac- 
ciuto , e per appiccar mischie , avvezo già tra* partigiani 
de' recitanti, valea tant' oro. Costui cominciò la notte o la 
sera a contaminare'' i deboli, dubitanti come sariàno trat- 
tati i soldati or che Agusto non e' era: ritiratisi 1 buoni, ra- 
gunata la schiama, e preparati altri rei strumenti, quasi in 
parlamento gr interrogava: 

XYII. « Che tanto ubbidire, come schiavi, a quattro 
scalzi centurioni e meno tribuni? Quando aremo noi cuore 



t * Dove era notaU cosi : « IV. eìd. Octob. AUGUST. » Ella fàcevasi anco 
prima, ma i tribuni chiesero di continuarla anche dopo la morte di Augusto , co- 
me a un dio. Ma non fu loro permesso di farla a proprie spese, perchè non si 
acquistassero troppo favore nel popolo. 

i " Il testo h qui corrotto , e il Davanzali fu incerto nel tradurre : vedi le 
Varianti. Invece di celebrano annum ad pratorem ( com'ba il cod. Mediceo e 
che correggono celebratìo annua), rOrcUi con facile mutazione proporrebbe 
celebrano eum ad prcetoremj dove, anco qui, scorgerebbesi la bassa gelosia di 
Tiberio che die quell' incarco non a un magistrato principale , ma secondario. 

5 *Lat.: licentiam turbarum.... ostendebat » 
* * Zio di Seiano. 

s * dtiolo. Il Lat. ha : « iustittum, » che veramente è il feriaio. 

6 * Il Lat. : m lascivire, » 

f * contaminare (Lat. impellere) vale in questo luogo tentare o spingere ' 
altri a fare alcuna co&a. Cosi anche V. Borghini, JVof, Alleg, » Vi povero padre, 
contaminato da*prieghi e sforzato datt'affeùone , gli donò tatti i suoi tesori. *• 
( Vedi, Opuscoli inediti o rarir Fir. 1845. > 



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A LlBftO PBI1I0 DEGLI ANNALI. 19 

di rìmedirci,* se non affrontiamo il principe co' preghi o con 
Tarmi ora che egli è nuovo e balena? Dappochi siamo noi 
stali a tollerare trent' anni e quaranta di soldo; trovarci vec- 
chi e smozieati dalle ferite; non giovarci V essere licenziati, 
da che siamo ritenoti alle 'nsegne , e sotto altro vocabolo i 
medesimi stenti patiamo. E se alcuno avanza a tante fortune, 
ci strascinano in dileguo, e dannociin nome di poderi, pan- 
tani e grillale.* Eirè pur tribolata e scarsa questa nostr'arlel 
dieci assi il giorno ci vale anima e corpo! con questi abbia- 
mo a comperar vitto , vestito, armi , tende , misericordia 
da' centurioni, e un po' di risqnitto. ' Sempiterne si sono le 
mazate, le ferite, i verni crudi , le stati rangolose, ^ la guerra 
atroce, la pace tapina. E' bisogna sgravarci con patti chiari; 
che ogni di ci venga un denaio intero; ' servasi sedici anni; 
non si passi; non si resti all'insegne; il ben servito ci si snoc- 
cioli di contanti * In su '1 bello del campo. '' I soldati di guar- 
dia, che toccano duo danari, e dopo sedici anni se ne tor- 
nano, portan forse pericoli più di noi ? non si biasimano le 
guarnigioni della città; pure tra genti orribili stiamo noi, e 
veggìamo dalle tende il nemico in viso. » 

XVIII. Fremevano i soldati e s'accendevano, rimprove- 
rando i lividi," ipeli canuti, i panni logori, i corpi ignudi. E 
vennero in furia tale, che vollon fare delle tre legioni, una ; 
ma l'onore del nome, che ciascun volea dare alla sua , guasta. 

' * rimedirci, rbcattarci.La Nestiana, rimediarci: errore passato nella Co- 
mimana e in tutte le altre, sebbene h Hestiana lo conreggeM* nel copioso ErraU, 

' * grillaU, toee viva aneora ael contado toscano , a aipiificare terre ari> 
3e, sassose e infeconde. 

' * risquUto j riposo , respiro dalle fatiche , vacaua. Il Lat. ha « vacationes 
munerum. » Sull'origine e sig;nificato di questa parob vedi Sahini Disc. accM- 
demicis tomo Vili, disc. 8, edia. di Venexia 1834. 

♦ * rangolose, traTagliose , affannose. Lat. m exercitas » (laborum plenas). 
» im denaio intero. Il deàarìo per le guerre fu alaato da* dieci assi 

a' sedici. E pure i soldati toccavano i soliti dieci assi per un denario il 
giorno: ed erano einqoe ottavi di denario all'effetto, ciob al comperarne le 
cose che a propofaione eran salite di pregio. 

• ci si snoccioli di contanti Si fatte voci e maniere proverbiose, in bocca 
a persone basse alterale, molto convengono e più esprimono : mettono innansi 
agli occhi , e fanno la cosa presente. 

'•fa su 'l bello del campo. Cosi la MarescolUana. Le altre, *i sul bel; 
che vale , nel mesto del campo ; sul campo stesso. 
^ * i lividi. Il Lat. : m verberum notas. *• 



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20 IL LIBRO PBIHO DEGLI ANNALI. 

Mutalo pensiero, piaotano insieme le tre Aquile* con loro 
insegne, e rizano di piote un tribonale ' alto, perchè me' si 
vedesse. Sollecitandosi V opera, Bleso vi corse, e riprendeva, 
riteneva e gridava: « Imbrattatevi anzi del mio sangue: minor 
male fia il legato uccidere, che dall' imperador ribellarvi: o 
vivo vi terrò in fede, o scannato v'affretterò il pentimento.» 

XIX. E pure le piote crescevano , e già erano a petto 
d' uomo, quando al fine vinti da pertinacia lasciarono stare. 
Bleso con parole destre mostrò: € Non dovere essi con sedi- 
zioni e scandoli fare intendere a Cesare i loro desìderii: non 
avere gli antichi a' loro imperadori , ned eglino ad Agosto 
fatto domande si nuove. Male avere ^elto il tempo a cari- 
care di pensieri il principe a prima giunta. Se pur tentavano 
nella pace cose né pur sognate nelle vittorie civili; perché 
volerle per forza contr' all'usata ubbidienza, contr'alla legge 
della milizia? Facessono ambasciadori,e loro dessonole com- 
messioni in sua presenza. » — « Sia sia il figliuolo di Bleso, 
gridarono, e chiegga la licenza dopo i sedici anni: ' avuta 
questa, commetterìeno il rimanente.» Il giovane andò, e que- 
tarsi alquanto: ma insuperbiti, che il figliuolo del legato, trot- 
tato a difenderli, chiariva bene essersi avuto per filo^ quello, 
che con le buone non si sarebbe ottenuto. 

XX. In questo tempo le masnade innanzi al sollevamento 
mandale a Nauporto per acconciare strade, ponti e altro, 
udendo il tumulto del campo, danno di piglio alle 'nsegne , 
saccheggiano que' villaggi e Nauporto slesso, eh' era come 
una buona terra. Volendo i centurioni ratlenergli,te li pa- 
gano di risale, d'oltraggi, di bastone, adirosissimi contr' Au- 
fidìeno Rufo maestro del campo, cui tiran fuora della carretta, 
carican di fardelli, e innanzi cacciatolsi, gli domandone ' per 

* * Cosi abbiamo restituito coli* ediz. Marescottiaoa. La Gominiana e le 
altre hanno: le Aqtdle* 

S rizano un tribunale. Rizare un altro tribunale voleva dire , fare un 

altro imperadore , dove egli parlasse all' esercito e rendesse ragione. 

S * « Gridarono allora tutti : eh' e' si mandasse il figliuolo di Bleso, per do- 
mandare in nome loro a Cesare che a ipielli che sedici anni avevano militato , si 
desse licenza di tornarsene a casa lóro. » G. Dati. 

* * perdio, per fotza : modo vivo in Toscana. 

^ * domandono. Cosi l' edizioni originali : le adtre, domandano. Cosi pure, 
più sotto, abbracciono per abbracciano» 



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IL UBBO PBIMO DEGLI ANNALI. 21 

ìsirazio, cfaenti ^ paressero a lai qoe' pesi* bestiali e langhi 
cammini? Gonciossiachè Rufo, stato assai tempo fantaccino,' 
poscia centarione,indi maestro del campo, rinnovava la darà 
milìzia antica: da'iavorii e fatiche non rifinava,* e, per averle 
dorate egli, più crado era. 

XXI. Per lo costoro ritorno la sedizion rifiorisce, e , sba- 
ragliati, saccheggiano qae' contorni. Bleso ubbidito per an- 
cora da' capitani e da' migliori soldati, a terrore degli altri, 
alcuni più di preda carichi, ne frusta e 'ncarcera. Fannosi 
strascinare , abbracciono le ginocchia de' circostanti , chia- 
manli per nome, gridano, « Io sono il tale , della centuria , 
coorte, legione cotale: sarà fatto cosi a voi.» Dicono ogni 
brobbio al legato, invocano il cielo, gl'iddìi, ogni cosa fanno 
per muovere odio, misericordia, ira e paura. Accorron tutti; 
spezzano le prigioni; scatenano e tra loro mescolano! truf- 
fatori , i sentenziati a morte. Il che raccese la rabbia , e fece 
scoprire molli capi. 

XXII. Un certo Yìbuleno soldato di dozina dinanzi al 
tribunal di Bleso, salito sopra le spalle d' alcuni, fece gente 
correre, e disse : a Ben aggiate voi, che renduto avete la vita 
a questi cattivelli innocenti : ma chi la rende al fratel mio? il 
fratel mio chi lo rende a me? che'l vi mandava l'esercito di 
Germania per li comuni commodi; e costui l'ha fatto stanotte' 

< * ehenU, «pali. Voce antiquata. 

' * pesi. Il Volpi die nelle sua Gominiaoa fa tanto scalpore dei 700 errori 
dell'ediz. fiorentina del Mesti, poteva almeno non couTertire questi pesi in patsi» 
con iscandolo di tutte le posteriori edizioni che Iianno copiato questo errore. 

' * fantaccino. Il Lat. : « manipularis. » 

* da*latfoni e fatiche non rifnava : Invictus operis ac laboris. Il te- 
sto , onde tutti gli altri derivano, di questi cinque libti, trovato nel 1516 in un 
convento in su '1 Visurgo, <^gi Vesero, in Germania, e da papa Lione messo 
nella Libreria de'M edici , scritto da mano non troppo accurata, dice , intus ope^ 
ris. Onde il signor Curzio Picchena , secretano , ottimo tacilista, trae una inge- 
gnosa correzione , veitts operis ( notata poi dal Lipsio in curis secimdis), locu- 
zione propria di questo autore ,'Come veUis regnandi, scientìof, ceremoniarum 
e altre; perchè molto più agevolmente quel copiatore avrà errato a scrivere inttis 
per ifetust che per invictus. (*) A me pare avere espresso in virtù l'uno e l'altro 
vocabolo : perchè t^etus operis vuol dire praticato , anticato , usato , « Ingegno 
usato alle qtùsiion profonde j » e invictusj che mai non si vedea stracco. 

s * stanotte, manca nella Nestiana, nella Gominiana e nell' altre. Ma 1* ab- 

(1 Anehe l' Ordii, tra 1« non poche congettore trovate per sanare qaesto laogo , non sa 
dbapprovare questa del Picebena , ohe egli altriboisee assolatamente al Ltpvio. 



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22 IL LIBRO PRIMO DEGLI ANNALI. 

scannare dalli scherani saoi , che per far morire i soldati 
tiene e arma. Rispondi, Bleso, dove hai ta il corpo gittato ? 
i nimicì stessi non niegano sepoltura. Lascialmi baciare , 
bagnar di lagrime, sfogare il duolo, e poi anche me squarta: 
parche costoro noi seppeliscano ammazati,non per misfare, 
ma per procearare ì* utile delle legioni. » 

XXIII. Aiutava le parole col piagnere, col darsi delle 
mani nel viso e nel petto. Allargatisi qùe' che '1 reggeano, 
cadde; e, voltandosi tra' piedi alla gente, mise^ tanto spa- 
vento e odio, che i soldati si difilarono chi a legare li sche- 
rani e r altra famiglia di Bleso, chi alla cerca del corpo. E 
se tosto non si chiariva, né corpo morto trovarsi, né i servi 
collati confessare V uccisione, né colui aver mai avuto fra- 
tello, poco stavano a uccidere il legato. Cacciaron via bene 
i tribuni e '1 maestro del campo, a' quali nella fuga tolsero le 
bagaglio, e vi mori Lucillio centurione detto per facezia sol- 
datesca il Quallaltra, perchè rotta in su '1 dosso al soldato 
Vuna vite,' gridava, «Qua l'altra, » e poi «Qua l'altra. » 
Gli altri furon trafugati, ritenuto solo Clemente Giulio, per- 
chè portava bene r ambasciate de' soldati per lo pronto in- 
gegno.Erano ancora per azuffarsi la legione ottava chiedente 
Sirpico centurione per ammazarlo, e la quindicesima lui sal- 
vante; se la nona non vi si frammetteva co' preghi e, non 
giovando, con le minacce. 

XXIV. Mossero questi avvisi Tiberio, benché coperto e 
i maggior dispiaceri dissimulante, a mandarvi Druso suo 
figliuolo co' primi della città, con due coorti rinforzate, fiore 
della guardia, senz' altra commissione, che di fare secondo 
vedesse' il bisogno. Aggiunsevi gran parte de' cava' * di guar- 
dia, col nerbo de* Germani,'^ che allora la persona guarda- 

Liamo restituito sulla fede della stampa 6oreiitina del Marescotii, e del testo la- 
tino cbe ha : « nocte proxima ittgulavit, «• 

' * mise. Cosi la Marescottiana : l'altre, messe. 

' /' una vite. Con la scure e eoo le verghe si punivano i delitti gravi per 
mano del littore : i leggieri con una vite per mano onorata del centurione. Però 
dice Plinio: m La vite onora le pene. » L. XIV, cap. I, nel fine. 

' ^ vedesse. La Marescottiana , volesse. 

♦ * cava\ cavalli. 

S Germani. Di questa nasione, fidatissima goardia delle penone de'prin- 
cipi , Agusto per la rotta di Varo insospettì ; Tiberio la riprese. 



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IL LIBRO PRIMO DEGLI ANNALI. 23 

vano dello imperadore. Elio Seìano capitano della guardia, 
gran favorito di Tiberio, e Strabonesao padre dati furono al 
giovane per tener Iqi ammaestrato, e gli altri in timore e spe- 
ranza. A Druse già vicino andare incontro quasi a far ri- 
verenza le legioni, non gaie al solito, né con le 'nsegne fol- 
goranti, ma lorde, e con visi, benché acconci a mestizia, più 
veramente cagneschi.^ 

XXV. Quando e' fu entro allo steccato, metton guardie 
alle porte, armati alle póste, gli altri in gran numero accer- 
cbiano il tribunale. Stava ritto Druse , e con la mano chie- 
deva silenzio.' Essi quando giravan l'occhio alla loro moltitu- 
dinelevavano mugghio efferato; quando a Cesare, allibbivano.' 
Un bisbigliare non inteso, stridere atroce,chetarsi a un tratto 
(movimenti contrari d'animo) li mostravano tremorosi o tre* 
mendi. Allentato il tumulto, lesse la lettera del padre, che 
diceva , « Essergli più di tutte a cuore quelle fortissime le- 
gioni, con cui sostenuto avea tante gqerre: posato che avesse 
l'animo dal dolore, tratterebbe co' padri le loro domande: 
intanto mandava il figliuolo a consolarle di quanto allora si 
potesse.Il rimanente serbava al senato, non si potendo torgli 
la sua ragione delle grazie e de' gastighi. » 

XXYI. La turba rispose: « che Clemente centurione spor- 
rebbe l'animo loro. » Egli disse «della licenza doppo i sedici 
anni; del ben servito; dell'un denaio il di; del non rimanere 
all'insegne. »DicendoDruso,<(che a queste cose ci voleva l'or- 
dine del senato e del padre,» fu dalle grida interrotto. «A che 
venirci senza poterci crescer paghe, scemar fatiche, far ben 
veruno? flagellare si e uccidere ci puote ognuno. Già soleva 
Tiberio, con allegare Agusto, far ire in fumo i desideri l delle 
legioni: or ci vien Druse con la medesima ragia.* Haccis'egli 
sempre a mandar pupilli? Che è ciò che l' imperadore, ap- 

< * cagneschi, arroganti : Lat. m contumaciie propiores. ** La tradnxioné 
àéì Dati è comento : « e sebbene elle parevano in volto piene di tristezsa e di ma- 
nioconia, nondimeno si scorgeva più in loro una certa mala disposizione di 
voler perseverare in quella ostinazione e contumacia. » 

* * e con la mano chiedeva silenzio. Dante, Purg,^ Vili. 

....cbe 1' ascoltar chiedea con mano. 
' * allibbivffno. Il Dati : tremavano di paura. 

♦ * ragia, tristizia, frode, inganno. 



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24 IL LIBBO PRIMO DEGLI ANNALI. 

panto ì commodi de'soldati rimetta al senato? quando ci man- 
dano a giustizia o a combattere, perchè non sen'aspètt'egli 
il compito^ àlsì' dal senato? hannocisi a dare ì premi passati 
per le filiere de' consigli, e i gastighi alla cieca?» 

XXVn. Partonsi dal seggio: ad ogni soldato di guardia 
amico di Cesare, ch'ei s'avvengano, vanno con le pugna in 
sul viso per cagionar quistìoni, origini di venire all' arme, 
niquitosissimi centra Gneo Lentulo, creduto più degli altri , 
per r età e gloria dell' armi, governar Drusb, e tanto disor- 
dine di milìzia abborrire. Yistol fuori con Cesare, e avviato 
per fuggire il pericolo agli alloggiamenti del verno, l'accer- 
chiano e dimandano, a Ove si va? all'imperadore oa'padri? 
a guastare anche quivi i commodi delle legioni! » Yannogli 
addosso co' sassi, e già era sanguinoso e spacciato , se gente 
di Druso noi soccorreva. 

XXYIII. Minacciava quella notte di molto male, cui la 
sorte addolci. La luna^ ' facendosi il cielo quasi più chiaro di 
lei, pareva venir meno. I soldati, che la ragione non ne sa- 
pevano, la presero per loro agurio, credendo mancare il pia- 
neta per le loro tra vaglie, e dover bene riuscire, se laiddea 
ralluminasse. Dato adunque nelle trombe, cembali e corni ; 
secondo che ella più chiara o più scura, essi lieti o tristi fa- 

' * compilo, prescrisione.. Vedilo in questo stesso senso al lib. XIV, 182. 

S *alsì, altresì. 

' La luna j facendosi il cielo quasi pia chiaro di lei, pareva venir meno, 
' Nam luna clartore ptene ccelo visa languesoere, (*) Cosi leggiamo col testo vul- 
gato, senta mutare o alterar cosa nessuna. Quando il cielo per alcuna cagione si 
fa luminoso , ognun sa che le stelle perdono del loro splendore. Avviene qualche 
volta la notte che V esalasioni terrestri o simili materie , alsandosi sopra il cono 
dell' ombra della terra , sendo illuminate dal sole , fanno quasi un'alba notturna , 
e massime nelle parti settentrionali. Onde alcuni 1* hanno detto aurore boreali, 
le quali imbiancando il cielo , fanno svanire alla luna il suo bel colore. Che ciò 
avvenga, l'attesta ancor Plinio nel secondo libro al cap. 38: Zumen de cesio noeta 
visum est C. Ccecilio et Gn. Papyrio coss. et sape alias, ut diei species 
noctu lucerei. La dimostrasione ed e£Fetti di questo accidente è stata moderna- 
mente osservata e insegnata dal signor Galileo Galilei , il quale riferisce essersi 
tra 1* altre abbattuto una notte in Venesia a vedere due ore dopo il tramontar del 
sole schiarirsi il cielo tutto , e in particolare oltre al Zenit , verso greco e tra- 
montana, talmente che tutte le stelle erano sparite. S benché l'albore fosse gran- 
dissimo, nulladimeno le ombre delle fabbriche erano talmente dilavate, che poco si 
distìnguevano. E questo derivava dall'immensitSi dello spazio onde veniva il lume. 

n 11 Testo dell' Orelli leggo: « nam luna clan repcnf eailo visa languesecn, » 



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IL UBBO PBIIIO DEGLI ANNALI. 25 

ciensi. Tornò il nagolato,^ e la coperse: e qae' pensarono 
(come fa la paara correre alla religione) per essersi riposta 
nelle tenebre, dovere essi travagliar sempre, dolenti d'avere 
gr iddii sdegnati per loro misfare. Parve a Cesare da valersi 
di tal rimòrso, e fare della sorte savìeza. Manda gente alle 
tende, Clemente e altri baoni e grati, a tramettersi tra le 
scolte, tra le pòste, tra le gaardie delle porte, a impaurire e 
innanimire: « Quanto terremo noi il figlinolo dell' impera» 
dorè assediato? che fine aranno le contese? giureremo noi 
ubbidienza a Percennio e Vibuleno? daranno questi le pa- 
ghe a' soldati, i terreni a' licenziati? reggeranno in vece di 
Neroni e Drusi V imperio del popol romano? Chieggiamo più 
tosto perdono, non insieme, ma quelli i primi, che colpammo 
1 sezi.' Le grazie chieste in comune vengono a pie zoppo: 
ciascun di per se , non prima la merita , eh' egli V ha. » Da 
colali parole punti e insospettili tra loro, sceverano i vecchi 
da' novelli, legione da legione: torna là voglia dell' ubbidire, 
lascjan le porte; riportano ai lor luoghi le male accozate in- 
segne. 

XXIX. Druse, la dimane chiamò a parlamento: e cosi 
senz'arte con generosità naturale, biasima i primi fatti, 
loda i presenti; niega potere in lui spauracchi: se saran 
savi, se chiederanno mercè, scriverà a suo padre che si 
plachi, e le sue legioni esaudisca. A' lor preghi si mandare 
a Tiberio quel medesimo Bleso, L. Apronio romano cava^ 
liere della coorte di Druse, e giusto Catonio centurione di 
primo ordine. Disputossi assai, volendo chi tenere addol- 
cili i soldati sino al ritorno de' messaggi, chi fòrti ripari 
usare. « Il popolazo, ò asso o sei:' è tremendo al di so- 

< * Temè il nugolato. Meli' esemplare della Ifestiana posseduto da Gino 
Capponi è corretto a penna cosi : Fènue il nugolato, ec. 

s * cA« eolpammo i stai, che fnmmo aitimi r peccare. 

' o asso o sei. Prorerbio che sifj^ifica non aver meao. Ne tratta Eustasio, 
interpreto d'Omero, e Platone nelle leggL Vedi Flos Italica^ lingua , 118. E 
che noi lo rifiatiamo? Non piaccia alle Muse. — * Ilpopolago, o asso o sei; cioè, 
il volgo dk sempre negli eccessi. Lat.: « nil in vulgo modicnm.» Il sei è il ponto 
più alto , e l'asso il ponto piò basso di on dado. Qoesto proverbio dispiacqoe al 
Costa , perchè di viUssùna condizione , e tolto da un giuoco che potrebbe 
essere sconosciuto a molti, (Vedi Elocu»., pag. SI, Fir. 1S39.) Nel secondo 
delle Storie, e. S9, la conforme sentcnia « est vulgo idroqne immodieum » tradusse 
I. 3 



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26 IL LIBBO PRIMO DBQLI ANNALI. 

pra,' ridicelo impaarìto. Or che gli fraga la paora del cielo, 
crescala chi comanda, con T uccidere i capi. » Druse cbe 
penderà nel crudele, fece Viboleno e Percennio a se ve- 
nire e ammazare; e i corpi, i più dicono sotterrare n^ pàdi- 
glion suo, altri gtttar fciora del palancato a mostra. 

XXX. Ritrovati foron i più scandolosi, e parte da' cen- 
turioni e soldati di guardia foor del campo alla spicciolata 
tagliati a pezi; e parte dalle proprie compagnie dati, per 
mostrar fede. Accrebbe l' angoscio de' soldati il verno pri- 
maticcio, con piogge continove e tal* rovinose, che né 
uscir delie tende poteasi né ragunarsi; affatica le insegne 
campare dalle folate del vento e dell^ acqua: e durava quel 
timore dell'ira del cielo. « Non accaso, dioeano, abbacinarsi 
le stelle^ rovesciar le tempeste sovra loro empi: a tanti mali 
altro rimedio non essere che uscir di qu^ campo maladelto, 
e tornar ciascuno ribenedetto alle stanze. » Tornaronvi prima 
l'ottava legione, poi la quindicesima. La nona (che gridava 
« Aspettinsi le lettere di Tiberio »), lasciata in Nasse, fece 
della necessità virtù; e Druse senz'aspettare i mandati» es- 
sendo le cose posate, a Roma se ne tornò. 

XXXI. Quasi ne' medesimi giorni per le medesime ca- 
gioni le legioni di Germania s' abbottinarono: più violente 
per esser più , e sperar che Germanico Cesare non patirebbe 
superiore, ' e datosi a loro si trarrebbe dietro ogni cosa. 
Erano a riva di Reno due eserciti: governati, l'uno detto 
disopra,* da G. Silio" legato; l'altro, disotto, da A. Cecina; 
tutti sottp Germanico, intento allora a catastar* le Gallio. I 

più nobilmente : « va il popolato àz estremo a estremo. » Del resto, sa qael 
proverbio vedi Honosini Flos ita!, fing, I. 3, pag. iiS; e il Diti nel- 
1* Etimologie toscane riferite dal Moreni nella pref. alle Lepidezze,, pag. XXV. 
Fir. i839. 

* * oidi sopra, cio^, quando esso h *\ di sopì», è sopcriore. — rùUùoh. 
Il Lat ha : impune eonfemni: » si può beffare sensa petieolo. 

s * fai, talmente. 

' * M Con grande sperama eh* Germnieo non fosse per poter ioUerve 
J'imp«Tio in un altro, e però fosse per lasciarsi maneggiar da'aotdatì pei dover 
poi con fona governar ogni cosa. • G. Dati. 

* * detU> dt sopra, sopr«no, Lat. : m eoi nemen sapertori. m 

* * 6. Sliió. Della morte di costai vedi più avanti, lib. IV. 18. 

* * a catastar, cioè , a fare o a imporre il catasto, o (come dict più avanti, 
e. XXUllì) a pigltaf PésUmo, Machiivem, Tsiar,, IV, 14: « E percU «d dìatrì- 



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IL UBRO PUMO DBALI ANMALL 27 

soldati di Silio slavano . sospesi a veder V esito dell' altrui 
sollevamento: ne' disottani. entrò la rabbia, e cominciò dalle 
legioni ventunesima* e qinnta, cbe seco trassero la prima e 
la ventesima a* confini degli Ubii insieme alloggiate, e poco 
niente affaticate. Or quando s' intese la fipe d' Agosto , 
una onarmaglìa, ragonaticcia' poco ia in Roma, da buon 
tempo non da fatica^' incominciò i men pratichi a sommoo* 
vere: « Tempo esser venuto da farsi dare i vecchi presta 
licenza, i giovani miglior paga, tulli meno angherie, e pan 
per focaccia* rendere a questi cani centurioni. x> Non un solo 
Percennio, come in Pannonia, né a soldati' veggentisi più 
forti eserciti a ridosso, ma molti a viso aperto alzavan le 
voci: a Essere lo stato di Roma in man loro: crescere la 
republica per le vittorie loro, e gl'imperadori cognominarsi 
da loro. » 

^XXIL Né il legato vi riparava, perchè la follia di tanti 
lo sbigottiva.* Con le spade ignudo, come pazi s'avventano 
a' centurioni che sempre furono berzaglio e primo sfogo degli 
odii soldateschi, e per terra te gli sbatacchiano: sessanta ad- 
dosso a uno, che tanti centurioni vanno per legione, e quelli 
storpiati sbranati o morti, scaglion fuori del palancato o in 
Reno.Settimio, fuggito al tribunale fra' pie di Cecina, si chiesto 

bairla (ia gravezza) si aggregarano i beni di ciascuno , il che i Fiorentini dicono 
aecataseare, si chiamò questa gravena Catasto. >» 

^ peMiiatMima. UndepictsimimU * dicono i testi male , perche quel 
de' Medici, loro originale, dice uneMcesimanis j poco di sotte, quintani tmetvi' 
cesimanìque j t a^^Ttsio , unètvigesimof ; e altrove, unetvicesimani. Il Lipsio 
legge, unaeMcesimmtis , e dice perchè legione diciannoTCìima in quel tempo 
non v'era. ' 

3 marmaglia» ragunaticcia, Jn Roma fatta in furia per la rptta ^ Varo. 

S * « aweni alla lascivia a non atti all« fatiche. » G. Dati. 

* * pan per focaccia rendere, vendicarsi a buona misura d* un torlo rice- 
vuto. Varchi, £rca/. « Dicesi ancora.... Egli ha risposto alle rime, o per le 
rime , e più boccacce vokneute : Rendere..... pane per focaccia , o frasche per 
foglie. *» 

^ * ne a soldati, cioè, né tra soldati ec. * 

^ lo sbigottita. Senofonte, nel secondo delle Storie, dice che cominciando 
il presidio di Scio lasciatovi da'Lacedemonii forte a patire, molti di que'soldatì 
congiurarono di saccheggiar T isola , e portavano per riconoscersi una canna. 
Eteonico lor capitano, inteso il gran numero de' congiurati , con prudentissimo 
avvedimento, con quindici soldati soli usci fuori ; e il primo che trovò con la 
canna uccise; tutti la posarono sena* altro romore. 



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J 



28 IL LIBBO PRIMO DEGLI ANNALI. 

fu che bisognò darlo alla morte. Cassio Gherea, famoso poi 
per r uccisione di G. Cesare, allora giovinetto e fiero, si fece 
tra le punte degli armati la via col ferro. Né tribuno, uè il 
maestro del campo, vi ebbero più potere. Le guardie le scolte 
e se altro ordine v' era ,^ si spartì van da loro. Segno di grande 
e non placabile movimento agli alti^ intenditori de' militari 
animi fu il vederli non isbrancati, né sligati da pocjii,' ma 
uniti accendersi, uniti chetarsi, si eguali e fermi, che pa- 
reano aver capo. 

XXXin. In questo mezo Germanico, che pigliava l'esti- 
mo delle Gallio, com'è detto, ebbe la nuova della morte 
d' Agusto, la cui nipote Agrippina avea per moglie, e di lei 
più figliuoli: di Druse fratel di Tiberio nato era e nipóte 
d' Agusta, nondimeno travagliatissimo, perchè questi, avola 
e zio, in segreto per cagioni inique, perciò più crudelmente, 
l'odiavano: queste^ erano, che il popolo romano adorava la 
memoria di Druse , credendosi che se avesse regnato egli , 
arebbe renduto la libertà.^ Quinci era la medesima grazia e 
speranza dì Germanico, bonario giovane, affabile, rovescio 
di quel burbero viso e scuro parlare di Tiberio. Eranci poi 
r ize donnesche.^ Livia si sarebbe rosa Agrippina: questa era 
sensitiva;' ma la castità e l' amore al marito la medicavano 
della troppo alta testa. 

XXXIV. Ma Germanico quanto più alla somma speranza 
vicino, tanto più a Tiberio infervorato, gli fece da' vicini 
Sequani e da' Belgi giurare omaggio; e udito che le legioni 



* * e se -altro ordine v'era. Lat. : •> et si qua aliaprtesens usus indisct' 
rat m Onde pare che il Davansati abbia qui tolto ordine per occorrenza. 

^ stigati da pochi. 1 pochi sollievaDO , perche vogliono in compagnia di 
molti peccare per pena fuggire : perchè dove molti peccano, ninno si gastiga. 

' arebbe rendilo la libertà. Droso scrisse a Tiberio suo fratello di •for*' 
lare Àgusto a render la libertà j il buon Tiberio ad Agu&to mostrò la lettera; il 
mio Druso n' andò al Criatore. Però è detto nel secondo libro, che il popolo, 
mentre che Germanico trionfava , di lui increscendogli e male agurandogli, dì- 
cava: Ahimlche a Druso suo padre e Marcello suo zio la popolare aura 
fu infelice i Brevi e sventurati sono questi universali emorì. 

* * ize donnesche. Lat. : m muliebres offensiones. » Isia : irritamento , 
indignaaione, dispetto. 

S * sensitiva, Lat. : « paiUo eommotior : » alquanto risentita. 



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IL LIBBO PBIHO DEGÙ ANNALI. 29 

tnmaitaavano, tì corse battendo.^ Ferglìsi incontro faor del 
campo quasi ripentite con gli occhi bassi. Quando ei fa den- 
tro alle trincee , usci un suono di lamenti scordato. Chi la 
mano presogli, quasi per baciare, si metteva quelle dita in 
bocca, per fargli tastare le gengie senza denti; altri gli mo- 
strava le schiene gobbe per vecchiaia. Standoli intorno rin- 
fasi, comandò che ciascuno rientrasse nella sua compagnia, 
con loro insegne innanzi, per meglio esser udito e le coorti 
discernere. Penarono a ubbidire. Egli, venerato prima Àgu- 
sto, venne alle vittorie e trionfi dì Tiberio: celebrò con istu- 
pore le gesto di lui in Germania con quelle legioni: alzò ai 
cielo il consentir delF Italia; la fedeltà delle Gallio; il non 
essersi altrove sentito un disparere, un zitto. 

XXXV. Con silenzio o poco mormorio udirono insin qui. 
Venuto alla sedizione, « Dov' è la modestia de' buon soldati? 
dov' è r onore dell'antica milizia? che avete voi fatto de' tri- 
buni? che de' centurioni? » Si spogliano ignudi, rimprove- 
rano le margini delle ferite, i lividi delle bastonate. Dicea un 
tuono di varie voci: « Male aggiano le compere de' risquit- 
tì,* le paghe scarse, il lavorare arrangolalo a trincee,. fossi, 
fieni, legnami, materie, bastioni, e che altro vuole biso- 
gno esercìzio. » Atrocissime grida uscivano da' vecchi, i 
quali allegando trent'anni di servito e più, chiedevano riposo 
per mercè, e di non morire in quelle fatiche, ma finire, con 
. un poco da vivere, si duro soldo. Ebbevi chi domandò il la- 
scio d' Agusto a Germanico, agurandogli e offerendogli, s'ei 
lo volesse, l' imperio. A questo, come" tentato di fellonia, si 
scagliò dal tribunale, e andandosi via, gli voltaron le ponte 
con minacciarlo, s'ei non tornava^ Ma egli sclamando, 
« Prima morire che romper fede, » sguainato lo stocco, 
r alzò e ficcavalosi nel petto, se non gli era tenuto il brac- 
cio. I diretani uditori adunati, e alcuni soli passati innanzi, 
e accostatiglìsi (non si può quasi credere) diceano, « Ficca, 
ficca, d' e un soldato detto Galusidio gli porse il coltel suo, 

^ * battendo. Lat.: « raptim,*» Così nellib. Ili delle Storie : «Intorno ali* ora 
quinta del giorno vennero cavalli, battendo^ a dire che i nìmici erano presso. • 

* * risquitU arrangolato. Intorno a questi vocaboli vedi sopra le note 

al cap. XVIL 

' Ficca, fcca. Se io uscirò di mìa natura di non riprendere mai alcuno, 

3* 



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30 IL LIBIO PiniO OlfiLI ANNALI. 

dicendo, « Qaesto è più agnzo. » Atto barbaro e di pesBìmo 
esempio parato insino a quelli slessi arrabbiati, che diero agli 
amici di Cesare agio a dargli di piglio e portarlo nel padi- 
glione. 

XXXYI. Qnivi si fece consiglio, intendendosi* « che 
mandavano messaggi air esercito disopra per tirarlo dalla 
loro; voleano spianar la terra degli Ubii, e, arricchiti, rom- 
per nelle Gallie a predare. » Abbandonata la riva che era il 
peggio,* perchè il nimico, di tal disordine nostro avvisato, 
Foccnperebbe: andandosi con forze forestiere a rattenerli, 
eccoti ona gran guerra civile. Pericoloso il rigore, bruita la 
pacienza: lutto o nulla concedere, ripentaglio della republi- 

tiami qui perdonato. Quel Motio che venne di Capo d'Istria in Firense a par- 
lare e scrivere di questa patria villanamente, e insegnarci favellare con la sfersa 
in mano di quelle sue pedantesche Battaglie , farebbe ceffo a questayforenfinorìa 
(che cosi le proprietk nostre appella con barbarismo goffo e suo), censurerebbe 
cosi, ConfoHavanlù che si /eriste. Sapevamcelo : ma quel porre innanù agli 
occhi è gran virtù di parlare; per la quale Dante, altro che lucerna del mondo, 
nel suo poema non pur grave ma sacro, usò con ragione. E lascia dire chi quindi 
tra le tante bellene eterne lo dice indegno. Ghente sono e quali le basseae d'Ome- 
ro T il dire a Giunone Occhi di bue, a Bfinerra di civaia, e niente. Il nostro 
Tacito, si severo, si lasciò ire per dipigner l'imprudenaa di Cotta Messalino a quel 
Tiberiolus meus. Ad altri non è paroto indegnità della storia contare che Do- 
mixiano imperadore infilava le mosche negli spilletti : che Gommodo tracannava 
vino nel teatro, e 1 popolo gridava: Pro*, prò': ed ei lo frecciava quasi Ercole 
gli Stinfalidi. E teneva un capo di strusolo aliato nella sinistra, e la spada san- 
guinosa nella destra , e scotendo la testa feroce, voleva che ognuno spiritasse : 
onde alcuni che non potean tener le risa , mangiaron foglie della loro grillanda 
dello alloro per vomitere e parer di rìdere del vomito: che l'esercito di Severo 
in Arabia non poteva nella bocca riarsa spiccicare (*) altra parola , che acqua 
aequa : che Geta s' avventò al collo a Giulia gridando Mamma mamma. Se 
dunque i sì fatti, per forte rappresentare, scendono a bassese si fatte , ben posso 
io errar con loro, e qui dire Ficca, ficca: che risponde a quel ficcarsi il pugnale 
nel petto , detto poco di sopra (**). 

' * intendendoti: poiché s'intese. 
• ' * abbandonata la riva che era il peggio : cosi tutte l' edisioni. Ka la 
sintassi h men chiara che se dicesse : « Abbandonando la rifa, era il peggio, per- 
chè ee. » 

n tfietken. U NeaU tìvmtòépleHan; poi nAV Streta corre ss e tpUtlaan, Ha U Velpi sti- 
mando errore la correzione, ripose tpiceianz e fn troppo lesto. Perchè il popol toscano dice 
freqoentenente anc'oggi e con bel traslato! Non saptre aptedear paròla, per non saper prò- 
nMHiiantproferinw, La Cmsea, troppo osseqnenta in qnoslo al Volpi, registrò spietiar» in 
senso di mandar fuori, citando questo raoeoneiato, o guastato, esempio. 

(**) Neil' esemplare giontino, proveniente dalla Rtnneeiniana, ed ora presso il Conte Mor- 
tara, leggesi qui questa postula di mano del Davanxati: « He' stava: Sgòuati: » scritto «on 



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IL LIBaO PBmO OBGLI ANNALI. 3i 

ca.* Bilanciato il tatto, si fecero lettere ìd nome del princi- 
pe, « che chi avesse servito vent'anni, se n'andasse; chi 
sedici, benemerito fosse, ma rimanesse alle 'nsegne sola- 
mente a difesa; il lascio si pagasse a doppio. » ' 

XXXYII. Conobbe il soldato che ciò era pasto per trat- 
tenere, e chiedeane spedizione. I tribuni spacciavano le li- 
cenze, il contante si prolongava al ritorno loro nelle guarni- 
gioni. Non fu vero che della quinta né della ventunesima si 
volesse alcuno muovere,' si fu^ quivi la moneta contala, rag- 
granellata da Cesare delle spese per suo vivere, e degli amici. 
Cecina ridusse negli Ubii la legion prima e la ventesima , con 
brutto vedere tra V insegne e tra V aquile sacre portarsi i co- 
fani di quella moneta rapita airimperadore. Germanico andò 
all'esercito di sopra, e fece giurare le legioni seconda, tre- 
dicesima e sedicesima incontanente; la. quattordicesima nic- 
chiò.'^ Fu offerto, benché non chiesto, il denaio e la licenza. 

XXXVIII. I soldati d'insegna delle due legioni scre- 
denti/ stanziati ne' Cauci cominciarono a levare in capo;'' 
gli attutò alquanto il subitaneo supplizio che Blennio maestro 
del campo a due soldati diede, con più buono esempio che 
autorità; onde la furia riscaldò: fuggissi; fu trovato, e falli- 
toli il nascondere si salvò con l' ardire,^ eclisse, che tal vio< 

< * ripentaglia della repftblicaj cioè, la repubblica avrebbe cono u^pial 
pericolo. Il Lat. ha : m in ancipiti respublica. » 

3 (/ lascio si pagasse a doppio. Allri narrano questo pagamento esser se- 
guito cosi. Sotterrandosi un morto, un soldato, nuovo pesce , accostatosi gli bi- 
sbif^iò nell'orecchio. Domandato, Che gli hai tu detto? rispose, Che dica ad 
Agusto che di quel stio lascio non s* è veduto un quattrino. Tiberio lo fece 
ammalare , con dirgli ^ ya e dilloli tu. E pagò quel lascio de* fiorini sette e 
meco per testa, cioè sestersi trecento, come sopra. 

' * Non fu vero che.... si volesse alcuno muovere; cioè , niuno si volle 
muovere. 

* * sìjìij cioè , sintanto che non fu. Nelle prime stampe trovasi sempre sì 
non per sintantoché non, 

S * niccAid , stette alq[uanto in. forse. Questo significato è un poco diverso 
da quegli notati dal Vocabolario. 

^ * scredeiUif discordi. 

^ * cominciarono a levare in capo. Lat. : « cofptavere sediUonem. *» La 
metafora è tolta dal vino, che nel bolUre levasi in capo ( cioè, manda su a galla ) 
la vinaccia. 

8 si salvò con l'ardire. Mancata la sperania, la paura ripiglia Tarme. Nulla 
è più forte die la disperaxione. Una salus victis. 



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32 IL LIBRO PEWO DBCLl ANNALI. 

lenza non si faceva al maestro del campo, ma a Germanico 
lo generale, a Tiberio lo imperadore. E spaventandosi i re- 
sistenti, arrappò l'insegna, e trasse verso la riva gridando: 
a Chi uscirà d' ordinanza abbiasi per faggitivo. x> Cosi gli ri- 
dusse alle stanze turbati e qnatti. 

XXXIX. Gli ambasciadori del senato^ a Germanico, lo 
trovarono già tornato air altare degli Ubii, ove le due legioni, 
prima e ventesima, e i veccbi nuovamente messi alle 'nsegne 
svernavano. Il peccato e la paura lor fece pensare, ì padri 
avergli mandati a frastornare quanto s' era tirato* per là som- 
mossa; e come è vago il popolo di coglier cagioni, benché 
false,' trovano a dire, che Munazio Plance, seduto consolo, 
capo deir ambasceria, esso fu che ne fé' fare il partito. E la 
notte in sul primo sonno cominciano a chiedere il confa- 
tone ,* che stava in casa Germanico. E corsi alla porta, V ab- 
battono, e lui del letto tratto, minacciandogli morte, lo si fan 
dare ; e scorrendo per le vie, s'intoppano negli ambasciadori 
che, udito il frangente di Germanico, a lui traevano; e svil- 
laneggianli; metton mano a ucciderli; e Plance spezial- 
mente, cui fuggir non lasciò la sua degnila: ma ritirossi in 
franchigia" alle 'nsegne e all'aquila della legion prima: le 
quali abbracciando,^ si difendeva con la religione: e se Gal- 

< Gli ambasciadori del senato, lì testo de' Medici dice regressum (non 
regressi) con ottimo senso cioè , Gli ambasciadori abboccaron Germanico a 
un luogo sagrato ad Àgusto, lontano dalli Ubii, colonia d'Agrippina, che tornato 
era dal far giurare l' esercito disopra, come quindici versi innanzi è detto. 

' * tirtOo, avuto a forza. 

' * di coglier cagioni, benché false. Veramente le parole del testo vof^on 
dire ; suole il volgo trovare il reo anche delle colpe non vere. Il Politi tradu- 
ce : M è costume del volgo d' incolpare altrui falsamente, w II Lat. ha : « mos 
vulgo qwunvis falsis reum subdere. *» 

4 con/alone. Labarum, simile a una camicia , ricchissimo d' oro e gioie. Il 
generale lo presentava, quando voleva combattere. Andava innanzi alla sua per- 
sona, adoravanlo i soldati. Gostantino lo mutò in una croce. 

^ * IR franchigia, in salvamento. 

* le quali abbracciando. L'aquile e l'altre insegne erano gli iddii che ado- 
rava l' esercito. Il loro luogo era tempio e franchigia. Vedi la postilla settima (*) 
del secondo libro. A Tivoli in un marmo, tra gli altri fatti di T. Plauzio Silvano, 
ti legge : 

IGNOTOS . AHTB . ATT . IVFKHSOS . r. B. BBOBS 

SIOHA . BOMAHA . AOOBATYBOS 

fn . BIPAM . QTAH . TYBBATYB . PBBDYZlT 

(*) In questa edisione , pag. 69, nota I. 



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IL LIBRO paino DEGLI ANNALI. 33 

parniOy alfier delP aquila, non sosteneva nna estrema carica , ' 
arebbe [cosa rara eziandio tra' nimici) V ambasciador romano 
nel campo romano coi sangue suo imbrattato i divini altari. 
Al di chiaro, quando il generale, i soldati e i fatti si scor- 
geano, Germanico entrò nel campo, e fatto Fianco a se ve- 
nire e seder allato nei tribunale, maladisse quella rabbia fa- 
tale, che rimontava,' non per ira de' soldati, ma degl' iddìi; 
disse perché venuti erano gli ambasciadori : 1- ambascieria vio • 
lata, il grave caso indegno di Fianco, Tonta fattasi quella 
legione con facondia compianse. E lasciatigli attoniti più che 
quetati, ne rimandò gii ambasciadori con.iscorta di cavalli 
stranieri. 

XL. In tanto periglio ognuno biasimava Germanico clie 
non tornasse ali' esercito disopra ubbidiente, e aiuto con- 
tr" a' ribelli: « Essersi pur troppo errato con tante licenze, 
paghe e fregagioni:' se di sé non cura, perchè tener il piccol 
figliuolo e la moglie gravida tra quelle furie d' ogni ragione 
violatrici? renda all'avolo e alla republica questi almeno. 9 
Egli doppo mólto pensare, con molte lagrime abbracciando 
quei figlio e '1 ventre di lei ricusante e ricordante che nata 
era d' Agnato e ne' pericoli non tralignava, la svolse final- 
mente a partire. Fuggivasi, miserabile donnesco stuolo, la 
moglie del generale col figliuolido in collo, piangendole in- 
torno le donne de' cari amici lei seguitanti, e non meno le 
rìmagnentì.* 

XLI. Non di possente Cesare, né del proprio esercito, 
ma di sforzata città era ivi faccia, stridore e pianto, che gli 
occhi e gli orecchi attrasse ancora de' soldati. Escono de' padi- 
glioni; che piagnistèo, che si dolente spettacolo! donne illu- 
stri senza guardia di centurioni soldati, senza corte, senz'ar- 

' * una estrema carica, Lat : « vim eitiremam. m 
S * che rimoniava , risorgeva , riacceodevaii. 

• * fregagioni. Lat. : « mollibus consultis. n 11 Politi : « piacevoli ri«o- 
Inaioni. *• H Dati: « beDÌgne e dolci deliberaiioni. » Il Valerìani; m vigliacchi 
partiti, w II Davansati dipinge. 

* * /e rimaglienti: traduce secondo la non ricavata congettura del Lipsio, 
cb« legge guof manebant. Ma dee sUrsi al Cod. mediceo che ba gtiij e s' ha da 
intendere , non le donne rimanenti, ma Germanico e gli amici suoi che restavano 
divisi dalle lor mogli. 



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34 IL LIBIO FUMO DEGLI AMMALI. 

redo da ìmperadrice, marciano a' Treviri , agli strani. La 
vergogna, la pielà, ia rimembranza dell'essere stato Agrippa 
padre, Agosto avolo, Druso soocero; si bella prole, tanta 
onestà; e quel figlioletto nel loro esercito nato, e tra loro al- 
levato, e con vocabolo soldatesco detto Caligola, cioè Calza- 
ri no, portando egli per aggradnirsi i soldati menomi i loro 
calzari;^ ma sopra (atto V invidia verso i Treveri gli rimorse. 
La pregano, rattengono, torni, ristèa;* corrono a lei, tor- 
nano a Germanico, il qaale da loro circondato, di fresca do- 
lore e d'ira pieno, cosi cominciò: 

XLII. « La moglie e '1 figlinolo non mi sono più del pa- 
dre o della republìca a cuore: lai la saa maestà; l'imperio 
romano, gli altri eserciti difenderanno. Loro vi darei volen- 
tieri, se r ammazargli vi fasse gloria. Ma io li canso' del vo- 
stro farore, acciocché se altro male a far vi resta, lo lavi il 
mio sangue solo: né V uccidere il nipote d' Agusto e la nuora 
di Tiberio vi facci più rei. E che ardito o corrotto a questi 
giorni non avete voi? Come vi chiamerò io?^ soldati? che 
avete di steccato e d' armi attorniato il figliuolo del vostro 
iinperadore? Cittadini? eh' avete calpesta V autorità del se- 
nato, e rotto quel che s' osserva a' nemici, '^ la santa ambasce- 
ria e la ragione delle genti? Il divino Giulio rinfuzò la sedi- 
zion del suo esercito col dir solo, « Ah Quiriti I d^ a coloro 
che non gli davano il giuramento. Il divino Agusto col pi- 

* i loro calzari. Erano suola allacciate al piede ignudo. I nobili portavano 
calcari ornati sino a meza ganil>a. Scipione in Cicilia e Germanico in Egitto, • 
Gaio suo Bglioletto neir esercito , per farsi da' soldati privati amare, portarono 
le semplici snoia allacciate. 

3 * ristèa, ristia. Lat. : « mantrtt. » 

3 * li canso del ec. ; cioè , gli sottraggo dal vostro ec. 

* Come vi chiamerò io T Pare levato di peso dalla diceria di Scipione in 
TitoLivio^lib. 8. 

B * e rotto quel che s'osserva ec: m Avete rotto quelle I<ggi aneova, che 
V uno all'altro osservano i nemici. » Dati. 

< jih Quiriti t Gures era la metropoli de'Sabihi, dalla quale per soddisfaxion 
loro, quando vcmuro a Roma e fccesi di due genti una, furono i Romani e i Sa* 
bini detti Quiriti. Non chiamò adunque Giulio Cesare que' soldati, Romani, ma 
Quiriti. Severo similmente, quando cassavate legioni intere, dava loro di Quiriti* 
come dice Lampridio , quasi non meritassero nome di Romani , ma tenessero an- 
cor del Sabino. Così dice ser Brunetto Latini, che i nimici di Dante, diaceli di 
Fiesole ab antico , Teneano ancor del monte e dei macigno. 



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IL LIBRO PBmO OBGLI AmiALI. 3K 

glio e coD lo Sguardo atterri ad Azio le legioni. Noi non siamo 
ancor qnelli ma nati di quelli, e se il soldato spagnnolo o so- 
riano ci schifasse, sarebbe strano e indegno: ma paò egli es- 
sere che la legion prima creata da Tiberio , e ta ventesima 
meco stata in tante battaglie tanto guiderdonata, rendiate 
questo bel merito al vostro capitano? Ho io a dar qaesta nuova 
a mìo padre che da tutte altre bande V ha buone, che i suoi 
nnovi, che i suoi vecchi soldati, non di licenze, non di mo- 
neta son sazi? Che qui non si fa che uccider centurioni, cac- 
ciar via tribuni, racchiuder ambasciadori? Son tinti di san- 
gue gli alloggiamenti , i fiumi ; e io tra' nimici ho la vita 
per Dio? 

XLIII. »Deh perchè '1 primo di che io aringa! mi stor- 
ceste voi di mano quel ferro che io mi ficcava nel petto , o 
impradenli amici? meglio e più caramente fece colui che mi 
porse il suo : io moriva senza sapere del mio esercito tanti 
misfatti : voi areste eletto un altro capitano a vendicare, se 
non la mia, la morte di Varo e delle tre legioni. Che a Dio 
non piaccia che i Belgi, quantunque offerentisi, abbiano vanto 
e splendore d'aver soccorso il nome romano, e fatto i po- 
poli di Germania sottostare. La mente tua, o divino A gu- 
sto, accolta in cielo, Y imagine tua e la memoria di te , o 
padre Druse, insieme con questi soldati, ne' quali già entra 
vergogna e gloria, lavino questa macchia, e facciano le ci- 
vili ire sfogare in ispegnere i nimici. Voi cut ora veggio 
altre facete, altri cuori , se volete rendere al senato gli am- 
basciadori , air imperadore V ubbidienza» a me la moglie 
e '1 figliuolo, non toccate gì' infètti, e separatevi dagli scan- 
dolosi. Questo vi terrà fermi nel pentimento, legati nella 
fede* » 

XLIV. €on le mani alzate confessando troppo veri i 
suoi rimproveri, supplicavano «che punisse i malvagi, perdo- 
nasse agli erranti, conducesseli contro '1 nemico , richiamasse 
la moglie , rendesse alle legioni il lofo sHievo» né si desse 
per ostaggio ai Galli.» Rispose «che Agrippina si scusasse per 
lo vicino parto e per lo verno ; tornerebbe il figlinolo: d il 
resto rimise in loro. Tutti rimutati scorrono, e i pi& scan- 
dolosi legano, e tirano a Getronio della legion prima luogo- 



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36 IL LIBRO PllMO DB6U ANNALI. 

tenente» il quale gli giudicò e pani in cotal guisa. Stavano 
le legioni con le spade ignnde a adire : il tribuno mostrava 
il cattivo in un rialto: se que' gridavano « Egli è reo, » era 
pinto giù e smembrato.^ E '1 soldato ne godeva , quasi con 
l'uccidere altrui, sé prosctogliesse: e Cesare gli lasciava 
fare ; perchè non essendosene imbrattato, la rabbia rimaneva 
tra' cani. ' Seguitarono i soldati vecchi l'esempio, e poco 
appresso furon mandati in Rezia sott' ómbra di difendere la 
provincia da' soprastanti Suevi, ma in fatto per isbarbarli di 
quegli alloggiamenti, dove ancora stavano intorati' per l'aspro 
gastigo e per la rea coscienza. Germanico rassegnò i centu- 
rioni in questa maniera: vemvagli dinanzi il chiamato, e 
dicea suo nome, grado, patria, anni di milizia, prove fatte, 
doni avuti. Se i tribuni d'accordo co' soldati lo dicevano 
prode e buono, era raffermato; se avaro e crudo, cassato. 

XLY. Quietate cosi le cose , ci restava non meno da 
fare, con le due feroci legioni, quinta e ventunesima sver- 
nanti alle Vecchie, * luogo indi lontano sessanta miglia, le 
prime a levare in capo, ' de' maggiori eccessi commetti trici, 
bizarre ancora, né spaventate per la pena, né ricredute per 
lo pentere * delle compagne. Cesare adunque mette a ordine 



^ smembrato. Usano «ncor oggi i Tedeschi far passar tra lè picche i ]oro 
soldati degni di morte. 

^ * la rabbia rimaneva tra* cani. Il Lat. ha : « penes eosdem savitiafacd 
et invidia erat. w « La crudeltà di questo fatto e tutto il carico che ne poterà 
seguire.... appresso di loro si rimaneva. » Dati. « Di loro era la crudeltà del 
fatto e V invidia, w Politi, a Su loro stessi l'atrocità del fatto ed il carico rica- 
devane. *• Valeriani. m Appresso di loro rimaneva la crudeltà et odio del fatto. » 
Trad. ined. del sec. SVI ; ms. presso di me. futti più nobilmente, niuno con 
più efficacia del Nostro. 

3 * intorati. Come da serpente si forma serpentoso e serpenUtre, usati 
più volte dal Nostro; e da vipera, inviperito j di cane, accanito j da falcone, ria- 
falconirsiit (come in Dante, Par., XY, 115) da draco , inarcarsi ( awentani- 
come draco); cosi da toro il Nostro forma intorato a significare acceso d'ira capa, 
truce e profonda, quale suol concepirsi dal tòro^ La Crusca l'ha con queato solo 
esempio. Il Lat. dice : trucibus adhue, *» 

* * alle Vecchie, Lat. : « Vetera, » cioè , castra, che il Valeriani traduce 
Campo Vecchio sog^i Feftera, o piuttosto, secondo altri, Xanten nel ducato 
di Cleves. 

S * levare in capo. Vedi sop. la nota 7 alla pag. 31. 

^ * pentere , pentire , pentimento. 



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IL LIBBO PKIMO DB6L1 AMIALI. 37 

aime, legni, aiotì per iscendere per io Reno a combatterle, 
non volendo ' ubbidire.- 

XLYI. Tutta Roma sentendo , innanzi al pesamento 
d'niiria, il movimento di Germania, andò sozopra, levando 
i pezi di Tiberio,' che mentre con quella sua canzone del 
non accettare beffava i padri fieboli e la plebe disarmata , 
gli eserciti intanto si ribellavano, e. credeva correggerli con 
duo' scurisci teneri di duo' fanciulli : > « In persona doveva 
ire, e affacciarsi con la maestà imperiale : avrebbon ceduto 
alla vista del principe sommamente sporto, rigido e rimune- 
rante. Ben potò Agosto, vecchio e stracco , tante volte ire 
in Germania; costui fresco, prò, si siede in senato a stirac- 
chiare le parole de' padri. La città ò tale * imbrigliata, ch'ei 
può andare a dar pasto* agli animi militari, per farli stare 
nella pace alle mosse. » " 

XLYII. Contro a si fatti parlari Tiberio più si ostinò di 
non volere, lasciando il capo dell' imperio, so e quello arri- 
schiare. Molti contrari lo combattevano : « L'esercito di Ger- 
mania è più possente, quel di Pannonia più vicino : quegli 
è fatto forte dalle Gallie, questi a cavaliere all' Italia. A quale, 
andrò, che l'altro disfavorito non s'accenda? co' figliuoli 
visiterò l'uno e 1' altro, salva la maestà, da lontano più 
riverenda.'' I giovani rimettendo alcune cose al padre, sa- 

* * non volendo j cio^ : quando esse non volessero ec. 

' * levando i pezi di Tiberio. Levare i pewi eli uoo, vale propriamenle 
hcerarlo a brano a brano j ed in senso traslato signiSca, sparlare o dir naale di 
alcuno; lacerarne la fama: è proprio V aliqtiem proseindere dei Latini. Ma il 
testo di Tacito ha: -inctisare Tiberium.» Vedi anche Jnn. IH, 59; XIV, 486. 

5 * con duo!* scurisci teneri di duo' fanciulli ; cioè, coli' autorità non 
per anco matura di due fanciulli. Lat. : m duorum adolescentium nondum adulta 
tatcioritate. ** Come il bastone si piglia per segno dell' autorità e del comando , 
cosi il Davanzati, dovendo qui esprimere un' autorità puerile , piglia il traslato 
non dal bastone , ma dallo scudiscio che è proprio cosa da ragatzi. 

^ * è talcj e talmente ec. Il trad. ined. : « Assai s' era provisto alla servitù 
della città di Roma, che e' si doveva fare rimedii a gli animi de'soldati aciocchè 
e' voglino sopportare la pace. *» 

B * a dar pasto. Varchi, JEWro/. 86 : m Dar pasto è il medesimo che dar 
panune e paroline per trattenere chichessia. • 

* * stare..», alle mosse 3 cioè , in freno, in dovere. 

f Da lontano pia riverenda. Frate Bartolomeo Cavalca neUi Jmmae» 
stranienti dice a questo proposito con antica leggiadria: a Giocch'è in alto pò- 
*» sto, acciò sia in più riverenza , dee esser levato dalla comune usanza. Ciocché 

I. 4 



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38 IL LIMO PBIIIO DMLI ANNALf. 

raimo scasati : potrà egli, chi contrastasse a Germanico o a 
Draso, mitigare o abbattere : sprecato i'imperadore, ove ri- 
correremo?» Nondimeno come fosse in sol partire,* fece 
sua corte, provvide salmerfa, e legni armò; ma ora alle- 
gando il v«*no, ora i negoii ; poco i saggi, ' pia il volgo, t 
dilungo le provincie ingannò. 

XLVIII. Germanico era con V esercito in punto per ga- 
stigare i ribelli: nondimeno per dar loro ancora spazio di 
rinsavire col fresco esempio, scrisse a Cecina che. veni va po- 
deroso; « se nonaranno gastigato i ribaldi, girerà la spada a 
tondo. B^ Cecina mostrò la lettera segretamente agli alfieri e 
a' pia netti, pregandoli a liberare ogn' ono dall' Infamia, e 
se stessi dalla morte, che nella pace si dà a chi la mwita, 
ma nella guerra muoiono buoni e rei. Costoro , trovando ben 
vólti i più, indettato chiunque parve più atto; dì v<^ontà 
del legato ordinano contro a' pia audaci felloni un vespro 
ciciliane,* e, datosi il segno, saltano ne' padiglioni e ta- 

M dUiuato ^ quello nella moltitudine mirabile è. Lo puleggio appo queUi del- 
» \* India è più caro che il pepe. Ogni cosa spessa diventa vile per mollo uso. 
M Sono dispregiate esiandio le cose ottime, quando non rade vengono. E le 
w m<dto famigliari, perche sono sempre prette , perdono la rivcrensai Per questa 
» ragione l' ottimo profeta non è accetto in sua patria. E piace più il vino del- 
» l' oste, benché falsato e caro, che il puro di casa, i* (*) 

' come fosse in sul partire. Tiberio non volle mai discostarsi da Roma, 
e ogn' anno faceva le viste di voler visitare li eserciti e le provincie. Mettevasi a 
ordine , movevasi, fermavasi, tornava in dietro ratto ratto come fa il gallo i onde 
il diceano Gallopie. 

* * llLat. ha: « primo pnidentes , dein vulgum, ditUissime provincias 
fefellit. Donde parrebbe chiaro che invece di più dovesse leggersi poi. Ma così 
recando l'edizioni originali, e cosi chiedendo la progressione usata dal traduttore, 
non l' abbiamo mutato. 

' * girerà la spada a tondo. Lat. : «« usuriun promiscua ctede: m w voler 
ucciderli tutti indifferentemente. « Politi. « Menerà strage indistinta. » Vale* 
riani. 

* itn vespro ciciliaho. Concedasi alla somigliansa del fatto l'anacronismo, 
come a' pittori i santi di vari secoli insieme ragionare o la Vergine adorare. Quel 
fatto e passato a noi in proverbio , e come proverbio e qui usato, e non come 
stoi^ia. Mitridate fece a tutti i Romani un simil giuoco ; ma non h a noi passato 

n Qaeste parole sono acoonamento di varie sentense di Val. Massimo, di Seneca, di S. Gi- 
rolamo, d'Arrìgbetto da 86tttmdto«e., kivafto, non seiMa qaatehe varieih, dagli Ammaegtnonmiti 
di frate Bartolommee da S. Coneordio, DUt. V , e. 4 (?«di 1' «diz^ di Firwte, l&MH; aè et ba 
che far onlU fra Domeaico Cavdca, cadalo qai al Davanzali per inavvertenza. — In principio, 
dove l' altre edizioni leggono mUtrabile, abbiamo corretto a dirittnra mirabile; ma il Concordio 
scrisse notoNU, te aKÌne parole , E piace più ec. dobtt» sieno aggiwite d^l Bavaanfi. 



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IL LIBRO PIIUIO DB6LI ANNALI. 39 

glianli a pesi senza sapere , se non gì' indettali , perchè. ^ 
XLIX. In quante civili arme far mai non si vide tal 
cosa; oscire non a battaglia^ non da nimica oste, ma de'me- 
desimi letti, ove aveano insieme il di mangiato, * la notte 
dormito; recarsi in parte, tirarsi colpi: quivi strida, ferite, 
sangae manifesto, cagione occnlta; giocava la sorte ; e vi 
periron de'bnoni. Poiché, visto chi si voleva, ' anco i pessimi 
presero TarrnL Né legato, né tribuno disse, «Non più;» ma 
lasciarli Tun l'altro gastigarsi, saziarsi. Germanico entrò nel 
campo, e con molte lagrime appellando quella non medicina 
ma sconfitta, fece ardere i corpi. In quelli ancora accaniti 
animi entrò smania d' andare addosso a*nimici; vera purga, 
dieeano, di lor pazia; né potersi l' anime de' compagni morti 
placare , se non ricevendo negli empi petti gloriose ferite. 
Cesare secondando T ardore, gittò un ponte, e passò dodici- 
mila fanti nostrali, venzei coorti d' aiuti, otto bande di ca- 
valli, state modestissime in qne'romori. 

L. Poco lontano erano i Germani tutti allegri , veden- 
doci prima nelle ferie d'Agusto, * poi nelle discordie impa- 
niati. Ma i Romani a gran passi attraversata la selva Cesia, 
in sul termine * da Tiberio cominciato accampano e fortifi- 
cano la fronte e le spalle di steccato, i fianchi di tagliate 
d' alberi. Iodi passano la buia foresta , e consultano tra le 
due vie,, quale da tener fosse, la corta e usata, o l' impedita 

in proverbio. Oltre a ciò ben posso io nsare tale anacronismo poiché anche Tito 
livio rasò, facendo nei secondo libro lamentarsi uno tenuto per delitto in certa 
dnra aoiru dì prigione , chiamaU Ergastuii^ naati al tempo di livio, ma non di 
^el prigione. Vedi il Lipsie negli Eletti « lìb. 2, cap. 15. (*) 

* * perchè. Questo perchè non rende per verità tutto intero il concetto di 
Tacito, che dice : «• nullo.,., nascente quod cadis initium, tjuisjmis. » 

* letti, ove..., mangiato. Come i Romani nel letto mangiaaaero, e come stes- 
sero i loro triclini, vedi l'Agostini, Messer Fulvio, il Liptio e altri moderni. 

* * visto chi si voleva j cioè, vistosi da' cattivi che i cercati a morte erano 
essi 9 presero essi pure le armi , e cosi furono spenti anche de'buoni. 

* * nelle ferie d*Jgtisto$ cioè, per la morte d'Augnato. 

' * termine era nn argine che, in difetto d' altro limite naturale , segnava 
il conSne dell'impero e serviva a fronteggiare i barbari. Esso fu non solo cornine 
ciato ma compiuto da Tiberio; giacché il ctpptum del testo equivale t factum. 

n mm 99spr9 eieiliano, cioè ana strage generale , qoal fa quella che si fece dei Fraaeesl 
in SeUia il 80 mano I2B3. Sebbene ti Davaoiati nella soperiore postilla, e dopo Ini il Cesari 
(pret a Tef«asio>, ti ffenino di gtvslilean simitt aeacreaisal nel tradwia gU anlieU, pen 
e* MB potranno mai salvarsi dal ridicolo. 



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40 IL LIBRO MIMO DSCLI ANNALI. 

e dismessa e perciò non guardata da' nimici. Presero la longa 
con affrettare ii restante; perchè gli spiatori riferivano, quella 
notte i Germani essere in solenne feHa, conviti e giuochi. 
Cecina fu mandato innanzi con gente leggiera a diboscare il 
cammino: seguitavano poco addietro le legioni favorite dal 
sereno della notte: arrivati a' borghi de'Marsi, accerchiano 
le poste: trovangli per le letta e lungo le mense spensierati, 
senza sentinelle, né ordini di guerra, in una sciocca pace 
ancora avvinazati poltrire. 

LI. Cesare, perchè le avide legioni predassero più pae- 
se, le sparti in quattro punte: * cinquanta miglia d'intorno 
misero a ferro e fuoco: non si guardò a sesso, età, sagro o 
profano , e quel Tanfana loro famosissimo tempio fu disolato : 
de' nostri ninno ferito, avendogli tagliati come pecore son- 
nacchiosi, disarmati e sfilati. A tanta strage si levare i Brut- 
teri, Tubanti e Usipeti, e presero i boschi , onde l'esercito 
poteva tornarsene. Del che avvisato il capitano, marciò in 
battaglia, parte della cavalleria, con la fanteria d' aiuto in- 
nanzi: seguitava la legion prima: a sinistra, con le bagagiie 
in mezzo , la ventunesima ; a destra la quinta, e la ventesima 
alle spalle: il resto de' forestieri alla coda. I nimici fermi, 
gli lasciarono imboscare: poi bezicata la fronte e i fianchi, 
corsero con tutto lo sforzo alla coda, e con serrate frotte 
rompevano i fanti leggieri ; quando Cesare spronò a' vente- 
simani e gridò: «Ora è ii tempo di scancellar la sedizione: 
su via, convertite la colpa in gloria. » Avventansi afibcati 
al nimico, e quello incontanente rotto e pinto nell' aperto , 
ammazano. La vanguardia subitamente usci del bosco e 
afforzossi. Il cammino fu poi quieto; e i soldati affidati 
ne' fatti ultimi , con dimenticanza de' primi furono rimessi 
alle stanze. ' 

LII. Tali avvisi diedero a Tiberio allegreza e pensiero. 
Rallegravasi della sedizione spenta: ma l'essersi Germanico 
sbraciando ' danari e licenze procacciato il favor de'soldati, 
e la cotanta sua gloria d'arme, lo trafiggevano; pure in se- 

' * pwnìe* Punfa yale schiera , branco j ma forse il Davamatì ha voluto 
esprimere la forma de' cunei del testo, che sono schiere appuntate. 
' * sbraciando, prodigando. 



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IL LIBRO PRIMO DR6LI ANNALI. Ai 

nato contò le cose seguite, e molto disse della virtù di lai 
con parlare stimato più beilo che di caore. Lodò Druse e la 
fine del movimento d' Illiria con meno pardo, ma più calde 
e vere : e qoantanqoe fu largheggiato da Germanico, *• ancora 
in Pannonia, mantenne. 

LUI. Nel detto anno mori Ginlia, confinata per sue di- 
sonestà da Agosto neir Isola Pandateria, poi a Reggio in su 
lo stretto del mare di Cicilia. Fu moglie di Tiberio , viventi 
Gaio e Lucio Cesari, e lo sfatava' come da meuQ: cagione la 
più intrinseca del ritirarsi a Rodi : com' ei fu imperadore , 
lei scacciata, svergognata, e, morto Agrippa Postumo, dispe- 
ratissima, fece marcire di lungo slento: parendole ' nascon- 
dere * nel lungo tenerla viva ' T uccisione. Crudeltà usata per 
simil cagione a Sempronio Gracco di casa grande, ingegno 
destro, eloquenza dannosa, il quale con detta Giulia si gia- 
cca, quando era moglie di Agrippa: e poiché di Tiberio fu, 
lo pertinace adultero Taizava a disubbidire e imperversar 
col marito; e si tennero da lui dettate le lettere che ella scrisse 
ad Agusto suo padre velenose contro a Tiberio. Sostenuto 
adunque in Cercina, ' isola del mar d' Affrica, quattordici 
anni, fu allora dagli ammazatori trovato a una vedetta di 
mare, che fiere novelle aspettava. Ottenuto spazio di scri- 
vere alla moglie AUiarìa sue ultime volontà, porse la testa: 
non indegno nei costante morire del nome Sempronio , che 
nel vivere avea macchiato. Scrive alcuno che que' soldati 

' * qtumUmquMfu largheggiato ec, tutte le largisioai fatte da Germa- 
nico mantenne. 

' *tfaiava, dispregiava. 

' * parandoU j cioè, |iarendo a Tiberio. È corioio quest' uso del pronome 
ìe pel mascolino. Frequentissimo è nelle stampe Marescoltiana e Giuntina. Vedi 
le Varianti in fine lib. I, e. i6. Dipoi corresse , tranne in questo e in pochi altri 
luoghi, forse per dimenticiwa. Trovasi qualche rara volta anche nelle lettere di 
Torquato Tasso. 

A nascandere.... l'tiecisiona. Così trattò ancora Asinio Gallo , mettendogli 
(si come altri dicono ) per forse tanto cibo che non lo lasciasse morire. E pregato 
di trar d' affanni on altro , disse ; AdagiOt io non gli ho ancor perdonato : come 
colai che dava la vita per pena e la morte per grazia. 

B * nel litngo tenerla viva. Si scosta dal testo , che ha longinquitate 
exsilii. Neil' esemplare Nestiano di Gino Capponi è corretto a penna cosi : « pa- 
rendoli nascondere nella lontananu dell'esilio l'uccisione. » 

« • Kerheni. 

4* 



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42 IL LIBRO PRIMO DBOLI ANNALI. 

non venner da Roma, ma da L. Asprenate vlceconsolo in 
AflVica, per ordine di Tiberio che vanamente credette ad- 
dossargli la voce di cotal morte. 

LTV, Nel medesimo anno cominciò la nuova religione 
de' sacerdoti agustali, ad esempio dì Tito Tazio che i Tazi 
ordinò per mantenere V uflciatura Sabina. ^ Tiberio, Druso , 
Claudio, Germanico furo eletti: e ventuno de' primi della 
città tratti per sorta. Cominciò ancora la festa agustale a 
guastarsi per le gare degli strioni. Agusto l'aveva compia- 
ciuta a Mecenate spasimato di Batillo: né anche tali feste 
fuggiva, parendoli umanità frammettersi ne' diletti del volgo. 
Tiberio non la 'ntendeva cosi ; ma non ardiva quef popolo 
tanti anni vezeggiato per ancora aspreggiare. 

LV. (A. di R. 768. di Gr. 15.) Nel seguente consolato di 
Druse Cesare e Gaio Nerbano fu stabilito a Germanico 11 trion- 
fo, pendente la guerra la quale ordinava con ogni sforzo per 
la vegnente state; ma egli anticipò, e corse all' entrar di pri- 
mavera ne' Gatti, sentendo i ni mici In parte,' seguitando chi 
Arminlo chi Segeste , a noi sommamente 1' un perfido, l'al- 
tro fedele. Arminlo ci ribellava la Germania : Segeste più 
volte ce ne avverti; e nell'ultimo convito, avanti la guerra 
rotta, consigliò Taro a farvi prigioni lui e Arìnlnio e gli al- 
tri capi, perchè, levati quelli, la plebe nulla oserebbe, e ri- 
conoscerlensi poscia ì complici dagli amici. Ma il fato e la 
forza d' Arminlo ci tolse Varo. ' Segeste fu a quella guerra 
tirato dagli altri; ma non convenivano , per lor privali odii 
rinciprìgnili.* Arminìo gli aveva rapito la figliuola fidanzata 
a un altro ; odioso genero di nimico suocero ; e que' che 
tra' benevoli son legami d'amore, erano mantici alle loro ire. 

LVI. Diede adunque Germanico a Cecina quattro legio- 
ni, cinquemila fanti d'aiuto, e li Germani racoogliticei di 
qua dal Reno: altrellanle legioni e doppi aiuti guidò egli: e 

' * Puficiatur a Sabina^ i riti sacri dei Sabini. 

' * fn parte s cioè, esser divisi ip parte; ^arteggiantL 
• 8 * Il iat. ha: « sed F'arasfato et vi Arminii cecidit - E fato ci pare me- 
glio tradotto dal Dati: « Ma Varo, come volse Iddio, e per violema d'Ar- 
minio mori. » 

* * « Segeste , ancorché tirato alla guerra dall'unione di quella gente, stava 
nondimeno coiranimo alienato, m Politi. 



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IL LIBRO PttlMO DBQLI ANNALI. 43 

piantalo an castello sopra le moricce * di on forte, che fece 
il padre nel monte Tanno, menò volando l' esercito spedito 
ne' Catti per istrade asciutte, e fiomane basse: perchè quel- 
r anno (miracol' in quel paese ) non piovre. E perché al ri- 
torno s'aspettava il rovescio, lasciò L. Apronio a rassettare 
strade e ponti. Giunse a' Catti si repentino che tutti i deboli 
per età o sesso prese o uccise. La gioventù passò a nuoto 
r Adrana, e impediva i Romani farvi un ponte. Cacciati con 
manganelle e quadrella, invano chiedevano accordo. Parte 
rifuggi a Germanico: gli altri, lasciati i borghi e'viliaggi, si 
dispersero per le selve. Cesare arse Mattio lor metropoli , 
saccheggiò la campagna e trasse al Reno, senza dargli il ni- 
mico alla coda, com'ei fa quando fugge per astuzia e non 
per paura. Volevano i Cheruscì aiutare i Catti , ma Cecina 
qua e là sopraccorrendo gli sbigotti; e i Marsi, che ardirò 
attaccarsi, vinse e rincacciò. 

LYII. Da Segaste vennero tosto ambasciadori a chiedere 
aiuto contra i popoli suoi, * che V assediavano, pregiando più 
Arminio che consigliava la guerra: conciosstachè que'barbari 
lo più ardito tengono più reale e ne' travagli migliore ; con 
essi ambasciadori venne Segimondo figliuolo di Segeste a 
malincorpo: perchè l'anno delle rivoltate Germanie, fatto 
sacerdote all' altare degli Ubii stracciò le bende e fuggissi 
a' ribelli. Ma dicendo il padre che sperasse nella clemenza 
romana, ubbidì : fu accollo benignamente e mandato con 
guardia alla riva della Gallia. A Germanico mise conto vol- 
tare: abbattè gli assedianli, e Segeste cavò con molti pa- 
renti e seguaci e nobili donne; tra l'altre la moglie d'Armi- 
nio, figliuola di Segeste, ' partigiana non sua ma del marito, 
non piangeva , benché vinta, non chiedea mercé, ma con le 
mani strette al petto affisava il suo gravido corpo. Eran por- 
tate spoglie della rotta di Varo già date in preda a molti di 

* * moricce. Moriccia o murìccia h dimiDutivo di mora, macchio di saisi: 
qui, per moricce, intende le mura scauinate e rotte di qnel castello. 

* * contra i popoli giioi. U Lat ha : « adversus vim popuiarium j » cioè , 
de'raol compaesani; o se non si tnol questa voce, che non h ad Vocabolario, 
diciamo compatriotti , che il Davanxati usa più volte in questo Tolgarìna- 
mento. 

' * Chiamavasi Tontvdda. (Strab. VII, ì, A.) 



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44 IL LiBKO ramo dbgli annali. 

qaei medesimi che allora venieno prigioni. Venne lo stesso 
Segeste di gran presenza, e^ dalla buona sua colleganza fallo 
sicuro, disse : 

LYIfl. f Non è questo il primo giorno che io mostro al 
popolo romano ferma fede.. JDa che il divo Aguslo mi fece 
cittadino, non ho voluto né amico né nimico, se non utile a 
voi; non per odio della patria, perchè i traditori dispiacciono 
ancora a cui servono; * ma per conoscer ciò utile a voi e noi , 
e amava la pace più che la guerra. Perciò Arminio , che a 
me rubò la figliuola, a voi ruppe la lega, accusai a Varo 
vostra capitano. Trattenuto dalla sua lenteza,*e poco spe- 
rando dalle leggi , il pregai che legasse Arminio, i congiu- 
rali e me: sa^losi quella notte: fossemi ella slata ultima I ' 
Il seguilo dappoi posso piangere più che difendere: ho messo 
le catene ad Arminio e Tho patite dalla sua fazione. Ora che 
tu me ne dai prima il potere, ripiglio f antica fede e voglia 
di quiete, non per mio prò ma per iscarico di lradigione;-*e 
perchè io sarò buono a rappaciarvi con la gente germana, 
ov' ella voglia anzi penlersi che sprofondare. Del giovenile 
errore di mio figliuolo li chieggo perdono: la mia figliuola è 
qui per for^a, io io confesso, ma vedi quel che più vaglia, o 
r essere, incinta * d' Arminio, o nata di me. » Cesare beni- 

' * perchè i traditori ec. m Notabile è l' esempio del daca di Medina Si- 
donia, al tempo di Carlo V e '1 duca Carlo di Borbone, che recusò a dare il suo 
palano ad un traditore , dicendo che sua maestà era padrona, ma subito rhe il 
duca di Borbone ne foste uscito , egli v'avrebbe appiccalo il fuoco. Boccone 
amaro anche al presente principe di Condè. » P. Pietri» Post. mss. 

S * G.Dati; « temporeggiato dalla sua leoteua e tardità. *» Adr. Politi: 
M perdutasi quell'occasione per dappocaggine del capitano. » 

S * Vedi cap. LV. 

* per iscarico di tradigione. Lat.: « ut meper^dia exsoham. » La trad. 
del Dati può esser comento a questo luogo : « Nondimeno , tosto che io ho pos- 
suto del braccio tuo valermi , lasciato le novità e i tmnulti , son tornato all'osata 
mia quiete : e questo, non per premio alcuno ch'tó speri di conseguire , ma per 
purgarmi d'ogni difetto e mancamento , e poter essere ancora buon menano a 
impetrar venia e pace a tutta la naiion de'Germani ec. w 

S Incinta. Inoientes, da cieo cies, dicevano i Latini antichi le donne gravide 
quando hanno le doglie. I nostri dicevano incinte le gravide generalmente. Non 
rincingaf-àìct il maestro Aldobrandino; perciocché femmina incinta quando allatta, 
uccide il fanciullo. Giovacchino Perionio fa derivare questa voce dal greco cv)]uo( : 
e nòbile, h generosa, è una di quelle che dalle molte nuove o straniere condotteci 
dal traffico e dalla corte , sono state sopraffatte e quasi erbe ottime affogate tra le 



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IL LIBRO PRUO DEGLI ANNALI. 45 

gnamente promise perdonare a' suoi figlinoli e parenti, e lui 
rimellere nei sao stalo antico. Ricondusse T esercito, e, per 
ordine di Tiberio, fa gridalo imperadore. La moglie d'Armi- 
nio partorì un figliuolo, il quale allevato in Ravenna, che 
strazio di fortuna fusse , dirò al suo tempo. 

LIX. Le novelle dì Segeste datosi e accarezato, diedono 
speranza o dolore a chi fuggiva o bramava la guerra. Armi- 
nio, violento per natura, or vedendosi la moglie tolta, e 
schiava la sua creatura prima che nata, correva per li Che- 
rosei qua e là forsennato, arme contr' a Cesare, arme contr' a 
Segeste chiedendo, né temperava la lingua: « Valente padre, 
magno imperadore, possente esercito, che hanno fatto con 
tanta gente di una donnicciuola conquisto I Tre legioni e 
tre legati atterrai io, che non guerreggio con tradigióni né 
con donne pregne, ma a viso aperto con cavalieri e armati. 
Ancor si veggono .ne' germani boschi le insegne romane che 
io appesi a' nostri iddìi. Steasi Segeste in quella sua vinta 
ìriva : rimetta le bende al figliuolo: non sia Germano che glìel 
perdoni di aver fallo vedere Ira 1' Albi e il Reno verghe , 
scuri e toga. ' L' altre nazioni che non conoscono imperio 
romaDo,.non hanno provato supplizi, non sanno ragionar di 
tributi. Or noi che gli abbiamo scossi, e rimandatone scor- 
nato quello indiato Agusto, ' quello eletto Tiberio^ non te- 
miamo di un giovanastro novello o di un esercito abbottì- 
nato. Se la patria, il sangue, i riti antichi vi son più cari che 
i padroni e le nuove colonie, seguitate più tosto Arminio dì 
gloria e di libertà, che Segeste di brutta servitù capitano. » 

LX. Mossero tali spronate non pure i Cherusci ma i vi- 
cini, e seco trassero Inguiomero zio paterno di Arminio, di 
antica autorità co' i Romani. Onde Cesare , più dubitando , 
per fuggire la carica di tutta la guerra, insieme mandò Ce- 
cina con quaranta coorti romane per li Brutteri al fiume 
Amisìa, per tener disgiunti i nimicì: Pedone capitano vi con- 

malvagie, le qnali si vorrebber larchiarci quando spuntano , e più tosto, volendo 
la lingua anriccfaire, spolverare i libri antichi , e servirsi delle gioie nostre ripo- 
•te ; che ci farebbero onore. 

' * Accenna al tribunale da Varo quivi eretto e procacemente tenuto. 

' indiato jé gusto, transumanato; parole formate da Dante. Qui conve»* 
gono molto ad Arminio feroce , irato, gloriante se^ e deridente Agusto. 



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46 IL LIBHO PRIMO DEGÙ ANNALI. 

dosae i cavalli per la Frisia: egli con quattro legioni vi na- 
vigò per li laghi: cosi a quel fiume fecero massa fanti, Ca- 
valli e legni. I Ganci si offersero, e foron ricevuti in aiuto. 
I BrutteH, che il paese proprio abbruciavano, Airon rotti da 
Stertinio, mandatovi con gente leggiera da Germanico. Nel 
predare ed uccidere, trovò l'aquila della legione diciannove- 
sima che Varo perde: l'esercito n' andò al fine de' Bratteri, 
e quanto paese è tra V Amisla e la Luppia guastò, non lungi 
dal bosco di Teubergo,^ dove si diceva essere allo scoperto 
Tossa dì Varo e delle legioni. 

LXI. Onde a Cesare venne desio di seppellirle : tutto 
l'esercito ivi compianse i parenti, gli amici, i casi della 
guerra, la sorte umana. Mandò Cecina a riconoscere il bosco 
a dentro, e far ponti e ghiaiate' a' pantani e a' fanghi. Vanno 
per que' luoghi dolenti di soza vista e ricordanza. Ricono- 
scovasi il primo alloggiamento dì Varo dal circuito largo , e 
dalle disegnate principia * per tre legioni. Inoltre nel guasto 
steccato e piccol fosso si argomentavano ricoverate le rotte 
reliquie: biancheggiavano per la campagna Tossa ammonti- 
celiate o sparse, secondo fuggili si èrano o arrestati : per 
terra erano pezi d'arme, membra di cavalli, e a'tronconidi 
alberi teste infilzate; e per le selve orrendi altari, ove furon 
sacrificali i tribuni e' centurioni de' primi ordini. Gli scam- 
pati dalla rotta o di prigionia contavano : « Qui caddero i le- 
gati, qua furon V aquile tolte, là Varo ebbe la prima ferita, 
colà si fini con la sua infelice destra: in quel seggio Arminìo 
orò: quante croci , quali fòsse per li prigioni: che schemi al- 
T aquile e alT insegne feo T orgoglioso!» 

LXII. E cosi Tanno sesto della sconfitta^ il romano eser- 
cito seppelliva T ossa deHe tre legioni, ninno riconoscente le 
cui : tutte come di parenti , come di congiunti (con tanta più 
ira e duolo) le rìcoprieno. Cesare gittò la prima zolla per lo 

* * TenbergOj Teutoburgo. 

S * ghiaiate. Il Lat. ha ; « aggeres, » argini o texrapicni. 
S principia. Vedi la postilla settima del cecondo libro, C) per la dichiara* 
zione di questa voce. 

* * Era accaduta il settembre del 763 , e questo avveniva nella primavera 
del 768. 

n Di questa edicionei pag. 69, n«ta 1. 

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IL LIBBO PBlllO DEGLI ANNALI. 47 

sepolcro, gratiAshna piota a' defunti, e ai rivi affratellanza 
Bel duolo. Qoeito a Tiberio non piacque , o perchè egH ciò 
che.faoeva G^manlco, tirasse ai peggiore, o gli paresse la 
rimembranza de' compagni rivedati in pezi o avanzati alle 
fiere aver l'esercito scorato del combattere e spaventato de'ni- 
mici: nò aver dovuto l'imperadore, eon l'agorato e'sacri or- 
dini antichisBimi addosso, brancicar morti. 

JLXIII. Ritirandosi Arminio per istrane vie, Germanico 
gli. tenne dietro, e, quanto prima potè, spinse i cavalli a cac- 
ciarlo d'un piano ove si era posto. Arminio fatti i suoi ristri- 
gnere e accostare alle selve, voltd subito faccia, e, dato il 
segno, l'agguato postovi saltò fuore. Ruppe questa nuova bat- 
taglia i cavalli; fanti si mandare a soccorrerli che , traporlati 
dai foggenti, crebbero lo spavento: ed erano pinti ' in un pan- 
tano a' vincitori usato, per li nostri doloroso , se Cesare non 
si presentava con le legioni. Ciò diede terrore al nimico e 
ardimento a' nostri, e ritirossi ciascuno del pari. Poi ricon- 
dotto r esercito airAmisia, riportò per acqua, come vennero, 
le legioni, e parte de' cavalli lungo il lite dell'oceano andò 
al Reno. Cecina, che coi suoi tornava per la usata via, ebbe 
ordine di spacciare il cammino per Pontilunghi. Questo è un 
sentiero, che L. Domizio fabbricò sopra larghe paludi e mem- 
me e fitte tenaci o fiumicelli sfondanti, con dolci colline bo- 
scate intomo, le quali Arminio empiè di gente , corsa per 
tragetti innanzi a' nostri carichi d'arme e di bagaglio* Cecina 
per rifare i ponti rotti dal tempo, e discosto tenere il nimico, 
ivi pose il campo, parte a combattere e parte a lavorare. 

LXIV. I barbari per isforzar le guardie, e passare a'ia- 
voranti , badaluccano, ' accerchiano, affrontano, con grido di 
lavoranti e combattenti,' e ogni cosa contro a' Romani: fango 
profondo , terreo tenero e sdrucciolante, corpi gravi di co- 
raze, né fra l'acque poteano i dardi lanciare: làdovei Che- 
rusci avevan pratica di combatter ne' paludi, stature alte, 
aste lunghe da ferire da discosto. La notte alla fine ritrasse 

< * erano pinti j cioè| fitarano per esser piati. 
3 * badaluccano. Lai. : « lacessunt. » 

' * con grido ec. ; cioè, come traduce il Dati, « mescolandosi le grida 
de' lavoranti col romor de' combattitori. » 



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n 



48 IL LIBRO PRIMO OVOLI ANNALI. 

da infelice mischia' le legioni che già piegavano. I Germani 
per tal prosperità non curando straccheza né sonno, totte le 
acque de' circondanti colli voltarono a basso, le quali coper- 
sero il terreno: rovinò il lavorio fatto, e la fatica raddoppiò 
a' soldati. Qaarant'anni alla guerra aveva Cecina tra ubbidito 
e comandato; e come a^vezo a fortune e bonacce, senza per- 
dersi, pensando allo innanzi , ^ non trovò meglio che ratte- 
nere il nimico ne' boschi tanto che i feriti e gli altri impacci 
avviati Bgombrassono quel piano, tra i colli e le paludi , che 
non capea battaglia grossa. Toccò alla legion quinta il destro 
lato, alla ventunesima ' il sinistro, e alla prima e alla vente- 
sima capo e coda. '. 

. LXy. La notte non si dormi per cagioni contrarie: i 
barbari in festa e stravizi, con allegri canti, o urli atroci 
rintronavano le valli e' boschi. I Romani con fuochi piccini, 
voci interrotte, giaceano sotto i ripari o s'aggiravano intorno 
alle tènde con gli occhi aperti anzi che desti; e per un sogno 
orrido s' arricciarono al capitano i capelli. Parevagli vedere 
Quintino Varo uscir su di quelle paludi* grondante di sangue 
e dire, «Vienne;» ma non aver voluto, e la man portali, 
risospinto. A giorno le legioni poste alle latora per codardia 
o miscredenza, * lasciato il luogo, corsero all' asciutto. Armi- 
nio non le investi, come poteya in quel ponto, ma ristette 
si vide '^ il bagaglio nel fango e ne' fossi impaniato, i soldati 
intorno rinfnsi, ninno riconoscer insegna, ciascuno, come 
in casi simili, di sé sollecito e all' ubbidire Bordo: allora fece 
dar dentro e gridò: ce Ecco Varo e le legioni di nuovo vinte 
per lo medesimo fato. » Cosi detto, co '1 fior de'ìsuoi, sdruci 
ne' nostri, ferendo massimamente i cavalli: i quali in quel 
terreno, di sangue loro e di loto molliccico, davano strama- 



' * pensando alia innanzi. Lat : m futura volvens. *» 

' * Cosi ho corretto addirittora invece di diciannovesima, percU il tetto 
ba unaetvigesima, che forse il Davaniali per ioavvertenia leue umdevig^simm. 

' * capo e coda j cioè, la prima per aotiguardia, la veotetima per retro- 
guardta. 

* * miscredenza per disobbedienza, indisciplinatezza (lat. contumacia) 
e citata nella Crusca del Manuni con qaesto solo esempio. 

^ * sì pide il bagaglio ec; cioè, si tenne fermo 6otantochè non vide il 
bagaglio ec. 



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vlL LIBRO PRIMO DEGLI ANNALI. 40 

Rate o sprangayan calci, scavakayan l'aomo, Rbaragliavaoo 
i circostanti, calpestavano 1 cadati. Intorno all' aquile fa il 
travaglio, le qaali né portare si poteano contro alle voltate 
ponte, né nel suolo acquidoso ficcare. Cecina nel sostener la 
battaglia, mortogli il cavai sotto, cadde, ed era prigione,^ 
se la legion prima noi soccorreva. La ingordigia de'nimici 
che lasciaron l'uccìdere per lo predare, n'aiutò: perchè in 
tanto le legioni tal brigarono ' che la sera furono al largo e 
nel sodo. Né qui finirono i guai: conveniva fare steccati, ar- 
gini, cavare, tagliare, ed erano in gran parte perdoti gli 
ordigni: non da medicare i feriti, non tende per li soldati. 
Compartivansi cibi fangosi o sanguinosi: lamentavansi di 
quella funesta notte, e che tante migliaia di persone avessero 
a vivere un sol di. 

LXYI. Un cavallo, rotta la caveza, spaurito dalle grida, 
correndo si avvenne in certi e sbaraglioili. Tale spavento 
diedono, pensandosi essere i Germani entrati nel campo, 
che ogn'un corse alle porte, e spezialmente alla decumana, 
opposta al nimico, ' e più sicura a fuggire. Cecina trovato la 
paura vana, non potendo tenergli con Tautorità né co' pre- 
ghi né coD mano, si distese rovescione in su la soglia ; onde 
la pietà del non passar sopra il corpo del legato chiuse la 
via; e prestamente i tribuni e' centurioni cbiariron falso il 
timore. 

LXYII. Allora ragunatigli nelle principia, imposto si- 
lenzio, mostrò loro a che stremo erano : « V armi sole 
poterli salvare, adoperate con senno; ciò era starsi dentro 
alle trincee per dar animo al nimico d'accostarsi a spugnar- 

' * era prigione, era per esser fatto prigione. 

s * te/ ^r^orofio^ talmente si adoperarono. 

S * opposta al nimico, Adriano Politi nella lettera a N. Sacchetti ( Leti. 
Vcneaia, 16S4» pag. 364) accasa il Nostro di avere franteso atwsa per adverta. 
Ma certo il Davanaati per opposta al nimica non ,intese di contro , di faccia al 
nimico ( che sarebbe stato errore , perche la porta di contro al nemico era la pre- 
toria) , ma si nel lato opposto a quello che guarda il nemico. Ed opposto in que- 
sto senso h registrato anche ùella Crusca del Manuali. Il Politi a fuggir V equi- 
voco dovette allargarsi cosi : « alla porU maggiore e più coperU dal nemico. » 
E molto più il Dati: « la quale.... è posta dalla parte di dietro del riparo e più 
discosto da'nemici. » 11 Yalerìani , piuttosto che strascicarsi in tante parole , ha 
tradotto come il Nostro; « al nemico o)>posla. » 

I. 5 



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50 IL LIBRO PRIMO DEGLI ANNALI. 

le, e allora da tatto bando uscire : quella sortita gli oondor- 
rebbe al Reno: fuggendo, aspettassonsi più bosehi più pan- 
tani più crudi nimici : vincendo , ornamento e gloria. » Le 
cose a casa care, alla guerra onorate ricordò loro, e le avverse 
tacette. Indi diede i cavalli, prima i suoi, poi que' de' legati 
e tribuni, senza precedenze, a' più forti, i quali prima, e lì 
pedoni poscia investissero il nemico tenuto in agonia non 
minore dalla speranza, cupidìgia e dispareri de' capi. 

LXYIII. Arminio diceva: « Lasciategli uscire, e di 
nuovo in quelle memme accerchiateli. « Inguiomero, più fe- 
roce e grato a' barbari,^ prometteva, assaltando il campo, 
presa certa, più prigioni, preda netla. All'alba scassano i 
fossi, rìempiongli di fascine, innarpicano su lo steccato, di- 
fendìtori vi trovan pochi e quasi per paura attoniti. Quando 
furon bene accosto, i nostri , dato il segno, sonarono i comi 
e le trombe, e con grida e impeto cinsero alle spalle i Ger- 
mani, rimproverando loro: « Qui non boschi, non marosi, 
non luoghi vantaggiosi, non iddi! parziali. » Al nimico, cre- 
dutosi poca gente e svaligiata inghiottire, il rumor delle trom- 
be, il luccicar dell'armi, quanto meno aspettata cosa, gli 
usci addosso maggiore: e quo' feroci nella bonaccia, abbio- 
sciati' nella tempesta morìeno. Arminio sano, Inguiomero 
doppo grave ferita uscìron dello stormo: la gente andò a 61 
di spada quanto ne volle V Ira e il giorno. Di notte final- 
mente le legioni si ritornarono aflOitte dalla fame medesima, 
e più ferite: tuttavìa la vittoria dava loro forza, vivande, 
sanità e ogni cosa. 

LXIX. Novelle andare che l'esercito era assediato e 
venivano I Germani a' danni delle Gallio : e se Agrippina 
non teneva ' che il ponte in sul Reno non si tagliasse, fu chi 
ebbe di cotanta cattività, per paura, ardimento. Ma quella ma- 
gnanima, in quel di fece uficio di capitano, e donò a' soldati 

' * grato a^ barbari. H testo non vaol dire che costui fosse pia grato ai 
barbari di Arminio , ma che le sue paròle , per essere più ardite , suonavano più 
grate alle loro orecchie. 

' * abbiosciati, avviliti, scorati. Cosi nel III delle Storie: m E se Titeglio 
agevolmente disponeva i suoi , com* egli »* abbiosciò , 1* esercito di Vespasiano 
entrava in Roma senza sangue. » 
' ' * non teneva, non impediva. 



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IL UBKO PUHO DBCLI ANNALI. 51 

slraccialie feriti, veste e medicamento. Conta Gaio Plinio, 
scrittore delie guerre di Germania, che ella stette alla bocca 
del ponte a lodare e ringraziar le legioni che tornavano. Or 
questo si che toccò Tiberio nel vivo: «r Non si piglia ella tali 
pensieri alla semplice: non si travaglia de' soldati per far 
guerra agli strani : che accade più imperadori ? poiché una 
donna rivede le compagnie, riconosce le insegne, dona assol- 
dati, fi forse poca V ambixione del menare attorno il figlinolo 
del capitano in vile abito, e dirlo Cesare Caligola? Gii eser- 
citi oggimai stanno più con Agrippina che co' legati, co' ca- 
pitani. Have nna donna attutato un sollevamento , che non ò 
stato dattanlo l'imperadore. » Seiano aggravava questi odii 
e ne rinfocolava Tiberio, perchè, al solito lungamente in 
lui avvampanti, ne uscissero saette più rovinose. ^ 

LXX. Germanico perchè l' armala quel basso mare più 
leggiera solcasse, e nel riflusso sedesse, sbarcò la seconda e 
la quattordicesima legione, accomandandole a P. Vitellio che 
le riconducesse per terra. Il primo cammino fu asciutto o con 
poco sprazo di marea: l'oceano poscia gonfiò per un rovaio 
forzato e per l'equinozio, com'ei suole, e traportavane l'or- 
dinanze e l'aggirava. Il terreno andò sotto: mare, liti, cam- 
pi, tutr era acqua; bassa o profonda, sodo o sfondato, non 
si poteva discernere: ondate capolevano, gorghi inghiotti- 
scono bestie e salme: altra versansi, urtano corpi afibgali: 
mescolansi le compagnie, con l'acqua ora a petto ora a 
gola; perduto il fondo, sbaragliansi, anniegano. Non giova 
gridare, non confortarsi, perchè quando il fiotto batteva, 
dappoco o valente, nuovo o pratico, sorte o consìglio tanto 
si era, ' facendo quella gran violenza d'ogni cosa un viluppo. 
Vitellio, fatto forza, tirò l'esercito all'alto. Assiderarono 
tutta notte, senza panni da rasciugarsi, senza fuoco, ignudi, 
infranti, e peggio che in mezoa'nimici,ove si può pur mo- 
rire con qualche gloria, ma quivi con esso ninna. Il giorno 
scoperse la terra, e passarono al fiume Yìsurgo, ov'era ve- 

< 4tifpanqMmti, ne uscissero saette pia rovinose. Con questa mtUfora m'è 
pano aggio^cre, secondo Demetrio, bcUcia e magoifieeiBa a questo luogo. Vada 
per qucUi che io avrò a questo scrittor nobilissiino peggiorati. 

S * tanto si erùf yalevano lo stesso. 



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52 IL LIBRO PRIMO DHaiI ANNALI. 

nuto Cesare eoo Tarmata, e imbarcò quelle legioni per fama 
affogate nò mai credute salve, sk veduto fa ' egli, e Tesercito 
ricondotto. 

LXXI. Già Stertìnio mandato a ricevere a discrezione 
Segimero, frate! di Segeste, aveva Ini e il figlinolo condotto 
nella città degli Ubii, e perdonato a Segimero agevolmente, 
al giovane più rattennto,' per avere, come si diceva, scher- 
nito il corpo di Varo. Gareggiavano a rifare i danni delTeser- 
cito, le Gallio, le Spagne e l'Italia, offerendo arme, cavalli 
e oro, ciascuna il più destro.' Germanico lodata lor pronteza, 
prese arme e cavalli per la guerra : i soldati sovvenne de'da- 
nari suoi, e per confortare con le piace voleze " la trista ri- 
cordazione della sconfitta, visitava i feriti, magnificava lor 
prodeze, guardava le piaghe, chi con la speranza, chi con 
la gloria, tatti con parole e fatti innamorava di se e della 
guerra. 

LXXII. Il senato quest' anno onorò di trionfali insegne 
Aulo Cecina, L. Apronio e Gaio Silio per le cose con Ger- 
manico fatte. Tiberio rifiutò il nome di padre d^Ila patria, 
più volte dal popolo soffregatolì, nò sì lasciò, come il senato 
voleva, giurare l'approvazione de' fatti: * le cose de'mortali 
predicando incerte, e quanto più su salisse, più in bilico la 
caduta. Non perciò era credoto di civile animo, avendo ri- 
messo su la legge della danneggiata maestà, detta ben cosi 
dagli antichi, ma altre cose venivano in giudizio. Chi, col 
tradire un esercito, sollevar la plebe, mal governar le cose 
pubbliche, avesse menomato la maestà del popol romano, 
accasato era del fatto , le parole non si punivano. Agusto fu 

* * sì veduto Ju, sÌDtanto che qod fu veduto. Nella Giuntina trovasi quasi 
sempre sì non per sintanto che non. Ma poi , forse per certa dubbiessa di senso , 
lo ha sempre corretto come qui. 

3 * pia raUenutù, con più ritegno , con maggior diIBcoItk. 
' * ciasctma il pia destro, ciò che aveva più alla mano. Lat : « quod 
cniqtte promptum. » 

* * piaceifoleze, degnevolesse. 

^ * né si lasciò.,., giurare l* approvazione de* /atti, Lat: « neque in 

aéta stia iitrari permisiU Giurare gli atti del principe voleva dire, come 

spiega Dione Cassio, 47,i8:^s^ata vo/uLitttf iravrara wtt' cxsivouyivo/ACva; 
cioè , fermare per legge la stalnlitk di tutta le cose da lui fatte. Specie di adula- 
zione trovata dai triumviri per G. Cesare l'a 713. 



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IL LIBBO TBIMO DBdLI ANNALI. tf3 

l'I primo che fece caso di stato e maestà i cartelli, mosso 
dalla malignità di Cassio Severo che con e^i aveva infamato 
uòmini e donne di conto. Tiberio poscia domandato da Pom- 
peo Macro pretore se dovesse accettare le caase di maestà, 
disse: « Osseryinsi le léggi, » inasprito anche egli da certe 
poesie senz'autore, che s verta vano ^ le sae crudeltà e arro- 
ganze e traversie * con la madre. 

LXXIII. Io dirò poro di che peccati far poste querele 
a Falanio e Rubrio cavalieri di mezza taglia, acciò si sappia 
da qua' principi, con quant* arte di Tiberio un crudelissimo 
fuoco SI appiccò, ammorzò, poi levò fiamma che arse ogn'uno. 
Diceva 1' accusatore che Falanio aveva messo tra' sacer- 
doti d'Agusto (che n' era in ogni casa come un collegio) un 
certo Cassio strione, disonesto del corpo, e vendè la statua 
di Agusto, insieme col giardin suo. Rubrio era incolpato di 
spergiuro per lo nome di Agusto. Quando Tiberio il seppe, 
scrisse a' consoli: « Non essere stato dichiarato suo padre 
celeste per rovinare i cittadini. Cassio essere un recitante 
come gli altri alla festa che sua madre fa per memoria di 
Agusto: né la religione danneggiarsi, se con le vendite 
delle case e giardini vanno i simulacri di lui come quelli 
degli altri iddìi : quello spergiuro essere come se V avesse 
attaccato a Giove: alle ingiurie degl'iddìi., gì' iddii pen- 
sare. » 

LXXIY. Non passò guari che a Granio Marcello pretore 
in Bitinta fu da Copione Crispino questor suo dato querela di 
maestà, raggravata da Ispone romano, uomo che prese un 
mestiere che poi venne in gran credito per le miserie de'tem- 
pi, e per le sfacciateze degli uomini: costui povero, scono- 
sciuto, inquieto, col far lo spione segreto, trapelò nella gra- 
zia del crudel principe, tendendo trabocchetti a' più chiari; 



' * ivertàvano. Verta fa il fondo della rete peschereccia, onde %* è formato 
il yttiio avertare per rovesciar fuori , e per traslato rivelare cose occulte. 
Varchi, Ercol. : m Di coloro i quali confessano il cacio, ciofa dicono tutto 
qoanto qneBo che hanno detto e fatto.... s'usano questi verbi, svertare, sbor- 
rare ec. *» 

3 'fyaperWtf: qui per cose traverse, contrarietà, discordie. In questo si- 
gnificato manca il Vocabolario. 

5* 



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54 IL LUBO n«0 DIGLI ANKALI. 

e direnato potente appresso uno, odioso a tutti, lo stendardo 
alzò ' a coloro che, seguitandolo, di poveri fatti ricchi, di ab- 
bietti tremendi, trovarono lo altrui e al fine il loro precipizio. 
La querela voleva che Marcello avesse sparlato di Tiberio; e 
non vi era difesa, perchè il prod'nomo scelse le cose di lui 
più laide, le quali, perchè eran vere, si credevano anche 
dette. Ispone aggiugneva, aver Marcello la status^ sua messa 
più alla di quelle de' Cesari, e ad un' altra di Agusto levalo 
il capo f messolvi di Tiberio. Di questo montò in tanta col- 
lera che non potendo più stare taciturno, gridò che voleva 
in questa causa dire anch'egli il suo parere aperto e giurar- 
lo, perchè gli altri non avessero ardire di contraddirgli. Ri- 
maneva pure alla boccheggiante liberiade alcuno spìrito. 
Onde Gn. Pisone disse: « E quando il dirai , o Cesare? se il 
primo, io ti potrò seguitare: se il sezo, io ti potrei, non vo- 
lendo, dir contro. » Ravvedutosi della scappata, chinò le 
spalle ad assolvere il reo della querela, stando però a sinda- 
cato della pretura. 

LXXV. Non gr incresceva, oltre al senato, sedere an- 
cora ne' giudizi da un canto del tribunale, per non cavare il 
pretore della sedia sua. Questa presenza cagionò di buoni 
ordini con tr' alle pratiche e favori de' potenti; ma nel rac- 
conciare la giustizia si guastava la libertà. ' Tra r altre cose 
Aurelio Pio senatore, cui fu rovinata la casa per fare una via 
e un acquidoccio, chiedendo a' padri d' esser rifatto, e con- 
traddicendo i fiscali; Tiberio la li pagò, come vago di fare 
spese onorate; la quale virtù, e non altra, si mantenne. A 
Properzio Celere, stato de' pretori, supplicante di lasciare 
il grado per povertà,' trovatolo meschino di patrimonio, donò 



* * lo stendardo alzò. Lat : « dedit exemplum, » 

^ * ma nel racconciare te. Vuol dire che mentre Tiberio voleva colla aaa 
presensa provvedere che fosse amministrata severtmente la gtostisia, vincolava 
la libertk dei giédici, cui btiognava pigliar norma dalla sentonsa del principe. 

* lasciar il grado per povertà: per non avvilire il grado «eutorio, cln 
non potea tenerlo con l'osata magnificenaa , era modestia lasciarlo. Dice quatto 
autore nel dodicesimo : « Laudata dehine oratktne pHmeipi* qui ob angngtUu 
familiares ordine senatorio sponte cederent: motique qui remanenth, im- 
pttdentiant paupertatt adiicerent. • Arinio Gallo diee per At ngièite aia ne- 
cessaria a' maggior gradi maggiore magnificenaa e spesa. 



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lE UBttO PlUfO DBOU AtHtiàf^U 89 

Yentkinqae mila fiorini d'oro.' Ad aUri die tentarono il me- 
desimo, riscrisse: « Pruovino la povertà al senato, » come 
quegli olle per severità mantenere, eziandìo i benefici! por- 
geva * con aeerbeza. E quei volliono anzi patire chemostrare 
al popolo lor vergogne. 

LXXVI. Nel detto anno il Tevere per lo lango piovere 
aHagò il piano della città, e nel ealare, grande strage fé' di 
case e persone. Aainio Gallo consigliò, si vedesse qnel ne 
dicesse la Sibilla. Tiberio non volle per tepere gli uomini al 
boio ' dello cose divine come dell' umane; ma furon depu- 
tati Aterio Capitone e L. Arunzio a' ripari del fiume. DoleA- 
dosi TAcaia e la Macedonia delle troppe graveze; pjacijfue 
d'alleggerirle per allora del viceconsole e metterle tra'governi 
di Cesare. Druso celebrò lo spettacolo, già promesso in nome 
suo e di Germanico, delli accoMellatori, e troppo di quel san- 
gue benehò vile godeva. Onde il popolo ne impanrio e il 
padre ne lo sgridò. Non volle egli celebrarlo, chi diceva per 
aver a noia le ragunate, * chi per fantasticheria e per non 

' dtmà ventìcinque mila^orinù l^anti sono dieci volte centomila^ eiob un 
milione di sesteni. Tanti ne donò Àgiuto a Orlalo, nipote d'Ortensio l'Oratore, 
acciò potere tor moglie e rifare quella chiara famiglia ; e altri ventimila il se* 
nato a quattro suoi ^liuoH; iS5 mila fa proposto dame al figliuol di Pisonè, 
e cacciarlo via. Tanto conto si teneva de' nobili; con a) fatta liberalità s'aiuta- 
vano; tanta era d'un cittadino romano la grandeca e la necessaria spesa. 

' i benefica porgeva. Il bene6cio si vuol fare con faccia lieta, non 
villana ne dispettosa. Perchè ingiuria con cortesia non si mescola; ma la 
guasta e caccia dalla memoria e rimanvi essa. Onde al beneficio ingiurioso bi 
soddisfatto chi l' ha perdonato. 

5 per tenere gli nomini al buio. Tiberio voleva spegnere ogni sapere , 
odiava gli fccenxiati o valenti, temendone. E a' inganiiava , secondo Aristotile, 
che dice, i dottici savi congiurare conrro a' principi meno degli altri, per- 
chè veggono maggiormente i pericoli , e che la ' cittSi si rovina : sono pochi , 
e pochi gti segnitano e aintano; dove gl'ignoranti son molli e scontidérati, 
guardano a poche cose, hanno più impeto che consiglio. IVc' pericoli il pen- 
sare appo loro è viltà; il dar entro, atto reale; come de' Parti si ^ice. Oggi 
osano gli Uscocchi quando vanno a combattere imbriacarsi pasamcnte con 
l'acqua vite, per andarvi cosi riscaldati con temerità e furore, e non pensare a 
pericolo. L'ignoransa veramente è madre della ingiasiÌBÌa; questa è tutto '1 
male della città. Ma perchè nell' acqua chiara i pesci fuggono la réte> )p^er- 
chè la veggono , la tiìrbida fa per chi li vuol pigliare e mangiare. 

^ per aver a noia le naganate. Volendo Tiberio cibare una serpe eh' ei 
teneva per delnia, la trovò mangiata dalla formiche. Ol'indoi^iin ^ dàssero 
che si|guardasse dalla moltitudine ; però la fuggiva. 



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86 IL LIBBO PillK) DKGLI ANNALI. 

far paragone con quel ano viso satamiBO* a quel gioviale che 
vi portava Agosto : altri ( ma noo lo posso credere) per fare 
il figliQolo dal popolo per crudele * scorgere e odiare. 

LXXVII. Le misdiie de' teatri , «omÌBciate rairoo in- 
nanzi, vennero a peggio, e vi ftiron morii non por de' ple- 
bei ma de' soldati e on centurione, e ferito nn tribuno di 
guardia per voler tenere il popolo che non s'azqffasse e spar- 
lasse de' magistrati. Di tale scandolo si trattò in senato : i pa- 
reri erano che i pretori potessero vergheggiare gli strioni. 
Aterio Agrippa, tribuno della plebe disse che no. Asinio Gallo 
n'ebbe seco parole, e Tiberio taceva per lasciare al senato in 
cotali deboleze apparenza di libertà. Valse il no, perchè già 
aveva il divino Agusto ( le cui sentenze Tiberio non poteva 
toccare) esentati gli strioni dalla verga. Fu loro la mercede 
tassata, e al troppo corso che aveana, ' próveduto: Che in 
casa commedianti ^ senatore non entrasse : codazo o cerchio 
intorno a loro, uscenti in pubHco, romano cavaliere non fa- 
cesse: nulla fuori di teatro si recitasse: gli spettatori fasti- 
diosi il pretore potesse punire d' esigilo. 

LXXVIII. Alli Spagnnoli chiedenti di poter fare un tem- 
pio ad A gusto nella colonia tarraconese fu conceduto , e 
all' altre provìncie dato esempio. Chiedendo il popolo che 
l'un per cento delle vendite, posto al fine delle guerre civili, 
si levasse; Tiberio bandi che questo era l'assegnamento delle 
guerre, e che la republìca non poteva reggere a dare i ben 
serviti'^ innanzi a'venti anni; però rivocava la mal consigliata 
licenza de' sedici nella passata sollevazione. * 

' * viso saturnino, barbero e scoro. Machiavelli, Comm. in tws. A. I, 
1.4.2: 

Ma chi è qoel die tìoh d satomiao? 
Il popolo dice anche saturno, e lo trovo in un Necrologio ma. del sec. XYI fin., 
presao di me: « Costai era boono 6gliaolo, ma di poche parole; piattosto sa- 
turno che altro. » 

' per crudele. Da questo Druso chiamavano drusiane le spade ben af- 
filate e crudelmente taglienti. 

* * al tròppo eorso che aveano ec. Lat; « adversus lastiviam /tuUorum 
multa decemuntur , » contro l'insolenca de' loro fautori ec. 

^ * in casa commedianti, di Commedianti. 

8 a dare i ben serviti. Quando uno moriva innansi a'venti anni di soldo , 
non aveva guadagnato con la republicail ben servito.-**! ben serviti, le licerne. 
. • * Vedi cap. XVI e segg. 



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IL UBBO PBIMO DK«LI ANMALI. 67 

LXXIX. IdepaCati del Tevere propesero in senato, se 
per ovviare alle piene fusse da voltare altrove i Gami e'iaghi 
onde egli ingrossa. Udironsi l'ambascierie delle terre e colo- 
nie: pregavano i Fiorentini non si voltasse la Chiana dal suo 
letto jn Arno, che sarebbe la lor rovina. Simil cose dicevano 
qne' da Terni, che il più grasso terreno d'Italia andrebbe 
male, se la Nera si spartisse, come si disegnava, in più rii, 
e qnìvi si lasciasse stagnare. Gridavano i Rietini non si ta- 
rasse la bocca del lago Velino che sgorga nella Nera, perchè 
traboccherebbe in qae' piani : « Avere la natura provveduto ^ 
alle cose de' mortali ottimamente, e a' fiumi dato i loro con- 
venevoli fonti, corsi, letti e foci: doversi anco rispettar le 
religioni de' confederati che consagrato hanno a' fiumi delle 
lor patrie lor boschi , altari e santità: lo stesso Tevere non 
vorrebbe senza la corte de' suoi tributari fiumi correre meno 
altiero. » Fusse il pregar delle colonie o Topera malagevole 
la religione, vinse il parer di Pisene, che niente si mutasse. 

LXXX. A Poppeo Sabino fa raffermato la Mesia e ag- 
giunto r Acaia e la Macedonia, usando Tiberio non mutar 
ministri; 'e molti in un esercito, in un reggimento ne tenne 
a vita; chi dice perchè chi gli era piaciuto una volta volle 
sempre, per levarsi pensiero ; altri per invidia, ' acciò quel 

* Attere la nmtura provveduto. Come le ▼ene per li corpi degli ani- 
mali e per le foglie delle piante « cosi per la terra i fiumi si ipargono eoa* 
volte e storte , secondo il bisogno ben conosciuto dalla natura , vera capomae- 
stra e ingegnerà; nò possono ritoccarsi sema violenza, errore, danno e gra- 
vesa de' popoli e bottega de' ministri. 

S usando Tiberio non mutar ministri, Facevalo (dice losefo , nel iS 
cap. dell'Antichità) per non cacciare dalle gamberaccie de' poveri cittadini le 
mosche già ripiene e satolle > per rimettervi le vote affamale. Tanta carità 
non poteva muovere Tiberio che si serviva de' ministri , come dicono gli 
scrittori , per sue spugne a cavar il sangue ( col vender le grazie, la giustizia, 
e con le iniquità) da' popoli; e poi gastigandoli , le premeva. (*) Cosi arricchi- 
va , e il popolo Io benediva. Gonciossiachè egli avre])be guasta la sua propria 
arte. Più sode ragioni ne adduce Cornelio qui. 

' per invidia. Della natura invidiosa di Tiberio si trovano grandi cose. 
Notevole è che avendo in Roma la loggia grande piegato da una banda « un 
architetto la dirizò. Tiberio ammirò l'arte e donolli largamente ; ma per 
astio non volle che al libro de' conti si scrivesse il nome , e cacciollo via 
fuori di Roma. Tomolli innanxi per racquistar la grazia con altra prnova; e 



n teprtmna, cioè le spugne. 



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58 IL LIBRO PBIMO DMLl AMMALI. 

bene toccasse a pochi : ad alcuni quanto pareva d* ingegno 
sottile, tanto nel risolvere impacciato; non voleva troppo va- 
lenti, temendone; odiava i molto inetti, come vergogna pa- 
blica. Da queste dabiese fìi condotto infino a dar Provincie 
a chi e' non era per lasciare uscir di Roma. 

LXXXI. Il modo del fare i consoli tenuto prima da que- 
sto principe e poi seguitato, non saprei dire: tanfo diverso si 
trova non pure negli scrittori ma nelle sue orazioni. Averli 
ora descrìtti dal casato, vita e soldo, senza nomi, perché 
s' intendesse di cui: ora senza descrivere , confortato i chie- 
ditori a non conquider co' preghi lo sqoittino , ma promesso 
aiutargli.^ Molte volte detto, fuori de' nominati da luì a con- 
soli, ninno aver chiesto : chi volesse cimentar suo' favori o 
meriti facessesi innanzi. Paroloni a vuoto per ingannare, e 
false mostre di gran libertà, per dovere in cotante pia era- 
del servitù riuscire. 



giltò in terra una tasa di vetro: ricolse i pesi e quivi li rappiccò come prima 
mirabilmente s perciò Tiberio lo fece morire. 

' * a non conquider co* preghi ec. G. Dati ; « a non voler per via di 
doni o di corruiioni o di altri gimiglianti meszi turbare la elezione , promettendo 
di procarare egli per loro. » 



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59 

NCHIÀRAZIONE DEI NOMI ANTICHI 

COKE SI DICONO KODERNÀMENTE , 

posta dil DiTaonti io fine delli tridiuione del Libro primo dtgli Annali, ee. 
Firenie, Marescottì, 4596. 



Acaia nel Peloponneso, doV è Napoli di Romania. 

Aetium, Previza, capo di mare in Albania, dov*è Nicopoli, vicino 
airEchihade, dette le Gorzolari» o?e fu rotto Tanno lS7i il 
Turco. 

Ami9ia , fiume che sbocca in mare tra '1 Reno e 1* Albi in Frisia lungo 
r Emdam, detto Ems. 

Baiavi, Olandesi, in su T Oceano tra la Mosa e*l Reno. 

Cerànna, isola nel mar d' AfiMca. Carcami. 

Coiti, popoli di Essìa in Germania. 

Cauci, parte di Sassonia e di Brunsrich. 

Cherusà, forse Zelandi. 

Edili curuli, nfidali in Roma sopra gli edifizi, fiumi, feste ec. 

Edili cereali . sopra Y abbondanza e grascie. 

Germani, Tedeschi, Alamanni. 

Gallia togata, fra 1* Alpi e 1 RuUcone , perchè era pacifica e usava 
la romana toga. 

GalUa bracata, perchè usava certe pelliccio : Nerbonese , Linguadoca. 

GaUia cornata dalli biondi capelli, oltre 1* Alpi; divisa da Cesare in 
Celtìa, Belgia, Aquitania, oggi Francia , Fiandra, Guascogna. 

Legati neW esercito , Commessarii mandati dalla republica o dal prin- 
cipe. 

Legione, scelta di gente romana, contenente, senza gli aiuti, se- 
condo Yegezio, dieci coorti , cioè: La prima di 1105 fiinti e 130 
cavalli; Y altre nove, ciascuna di 555 fonti e 66 cavalli, 
fanti ctTalli 

La prima 1105 130 

L'altre nove 4995 594 

6100 TU 

La coorte era £visa in cinque centurioni: il centurione in dieci 



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60 IL LIBBO PBIMO DEGLI ANNALI. 

manipoli oyyero contubernii di dieci soldati 1* uno in circa, che 

Tivevano in nn paglione, con un caporale detto decurione. 
Luppia, fiume : mette in Reno lungo Vesalia in Gleves. 
ifa//io, Maspurg in Essia. 
Mesia alta, Bossnia o Serbia. 
Mesia bassa, Bolgaria e Yallacchia. 
Nauporto, Labato castello in Istria. 
Pontefici, curano le cose sagre, come oggi i vescovi. 
Pannonia alta, Ungheria; — bassa, Austria. 
Pretùri, Podestà di Roma e di Provincie a render ragione. 
Pretoriani soldati, guardia del pretore e del principe. 
Pandataria, isola nel seno di Pozuolo. Palmarola. 
Rjketia superior, Rezia ; — tn/erior, Baviera, in parte. 
Svevi, popoli di Sassonia. 
Sequani, Borgognoni. 

Tubanti, confini a* Frisoni , tra* Germani e Olandesi. 
Teuteberg, bosco in Wesfalia detto Winfeld, &moso per la sconfitta 

di Varo. 
Treviri, ritengono il nome, vicino a Loreno, dove Cesare fece il 

ponte. 
Tribuni celerum. Colonnelli di cavalli;— mt/t^«m, di fuktì;-^plebis, 

magistrato sagrosanto difenditor della plebe; — ararti, tesorieri; 

— armamentarii, generali dell'arme. 
Usipeti, Francofort. 
Ubii, Colonia. 
Visurgis, Montone, fiume che passa per Brunsvìch sotto Brema, 

sbocca in mare vicino all'Albi. 



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IL LIBRO SECONDO DEGLI ANNALI 

DI 

GAIO CORNELIO TACITO. 



SOMMÀRIO. 

I. L' oriente in qualche (omolto. — III. Voaone re de^ Parti ) da Arta- 
Bcacciato, ricoverasi dasli Armeni; da essi preso pe 
A per tema e mioacce d'Artabaoo. — V. Tiberio a pretesto 



baoo scacciato , ricoverasi dasli Armeni ; da essi preso per re , rifiutato poco 

Sei per tema e minacce d'Artabano. —V. Tiberio a pretesto de'romori d'oriente 
alle germaniche legioni avella Germanico, che ubbidisce a pie loppo. Poi' 



eh' entra in Germania , in gran giornata Chernsci e Arminio vince. Soffre tem- 
pesta in mare ; e tutto compensa con prospera spedizione contro i Marsi* — 
XXVII. Libone Dmso accasato di novità. A terra i preghi di M. Ortalo. — 
XXXIV. Clemente sotto mentito nome di Postumo Agrippa tumultua. Con arte 
il prende Sallustio Crispo , e a Roma il mena. — XLl. Trionfa Germanico 
de' Gatti ^ Ghemsci e altro nasionì aino all'Albi.—- XLll. Archelao re de' Gap* 
padoei , d' insidia chiamato a Roma e malmenato, muore. Suo regno fatto prò- 
vincia. — XLIII. Dato V oriente a Germanico, la Scria a Pisene con segrete 
istruzioni contro Germanico, a quel che si erede. -^ILIV. Vandaai Dmso 
nelP Illirico contro i Germani che per sue discordie fan sicuro e ozioso il Ro- 
mano. — XLV. I Chernsci sotto Arminio in gran battaglia sanguinosa vincono 
il potente e antico re Maroboduo. — XLVII. Dodici città d'Asia rovesciate da 
tremnoto. Liberalità di Tiberio. — L. La legge di stato allunga le njani. — 
LII. Tacfarìnate all' armi in Africa: tosto da Furio Camillo represso. — LUI. Ger- 
manico di nuovo console, passa in Armenia: di lor volere vi fa re Zenone, 
rìmoaso Vonone : poi in Egitto. — LXII. Druse semina linania ne' Germani. 
Maroboduo da Catnalda scacciato di regno viene in Italia, fermato anni iS 
in Ravenna. Calnalda avuto pariglia è mandato in Fregius. — LXIV. Rescnpore, 
re trace, d'opera di Pomponio Fiacco, in ferri è tratto a Roma.' — LXVIII. Vo- 
none ucciso. — LXIX. Germanico torna d'Egitto*, suoi ordini da Pisone abo- 
liti o fatti a rovescio vi trova, semi tra lor di discordie. Non guari dopo am- 
malatosi, a gran lutto da' popoli muore in Antiochia. — LXXIV. A Pisone, 
sospetto di veleno dato, vietasi il ritorno in Siria. — LXXXIII. Grandi onori 
al morto Germanico da Roma. — LXXXV. Leggi contro la donnesca impudi- 
cizia. — LXXXVI. Scelta di Vestale: prezzo tassato a' grani. — LXXXVIII. Ar- 
minio ucciso in Germania per tradigìon da' popolani. 

Corto di qwtttr* anni. 

. ,.-. /j. ^ i4,x ^ ..I T. Statilio SiSENNA Taubo. 

An. a. R. oca,l«. (a, e. i6). - Con,oU. \ ^ s^.,^„„ i,^„ 

. ,. „ ,« ^ ,„. „ ,. I C. CiciLio Rufo. 

An. a. E. Bcciix. (d. C. ÌT). - C«««.K. | ^ p„.^„^ Flìcco Cecino. 

A j* » .. . /j*/^ lo^ ^ f. ) TiBBBio Cmahb Augusto III. 
An. a, R. DCCLKi. (d, C. >I8). - Comoh. | g„«ìnico Cbsìbb II. 

. -. „ /v r, .«X ^ .. i M. loHio Silano. 

An. a, R. DCCLKii. (di C. 49). - Comoh. \ ^ ^^^^^^ p^^ 

I. 6 



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6^ IL LIBRO SECONDO DBGLl ANNALI, 

I. [A. di R. 709, di Gr. 16.] I reami d^F^riente e le pro- 
vìDcie romaDe , essendo consoli Sisenna Slatilio Tauro e 
L. Libone, fecero movimento, incominciato da'Parti che lo re 
cliiesto e ricevuto da Roma, benché del sangue arsacido,* 
schiftivano come straniero. Questi fu Vonone dato ad Agusto 
per ostaggio da Fraate, il quale, quantunque scacciato avesse 
i romani eserciti e' capitani, ' s' era rivolto a venerare pei 
Agusto, e mandògli parte de' figliuoli per pegno d'amicizia, 
temendo non tanto di noi quanto della fede de' suoi. 

IL Morto Fraate, e tra loro ammazzatisi i i^ succeduti, 
i grandi mandarono a Roma ambasciadori per rimenarne 
Vonone primogenito. Recandolsi Cesare a grande onore , lo 
rimandò con ricchi doni, e lo accolsero ì barbari con la fe- 
sta usata a' nuovi re. Venne poscia loro vergogna d' avere, 
come Parti imbastarditi, chiamato re d'un altro mondo, in- 
fetto de' costumi de' lor nimici. « Già il seggio arsacido per 
vassallaggio dtRoma* stimarsi e darsi: dove essere que'glo- 
riosi che tagliaron a pezi Grasso, «he cacciu-on Antonio, se 
chi soffèrto aveva tanti anni d'essere schiavo di Cesare, do- 
veva lor comandare?» Stomacavali anch' egli co' suoi modi 
diversi dagli antichi; cacciar di rado, non si dilettar di ca- 
valli; ire per le città in lettiga; fargli afa ^ i cibi della patria: 
ridevansi del codazo grechesco, del serrare e bollare ogni 
cencio; ^ le larghe udienze le liete accoglienze, virtù nuove, 
ai Parti erano vizi nuovi; e ciò che antico non era, odia- 
vano buono e rio. 

III. Misono adunque in campo Artabano arsacido alle- 
vato ne' Dai: * nella prima battaglia fu rotto : rìfeosi, e prese il 
reame. Vonone vinto rifuggì in Armenia, allora vota,'' e, tra 

^ * del sangtte arsacido. Gli Arsacidi erano i discendenti di quell' Ar- 
sace che liberò il paese dei Parti dalla signoria de' successori di Alessandro , e 
ne fece un ampio e potente reame. 

> * e-* capitani. Oppio Staziano e Antonio, Ta. di R. 71 S< Vedi PhiUrco 
in Ant. 38. 

' * per vassallaggio di Roma, come se fosse provincia romana. 

* *f'*^^i "/'* > avere a schifo. Lat. : «« fasUujue erga patrias epttlas. » 

5 * bollare ogni cencio. Lat. : « vilissima uiensilium anulo clautai - 

6 • iw* Ihti, sul Caspio: oggi Dàhistan, 

' * vota, u seoca signore.: ed essendo in qfiezsp tra il dominio de* Parti e 
quello ilo* Jtomanr, air iin.i c all'altra pn» le si rontlc\ a po.o f«tlile »» Duli 



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IL LIBBO SSGONDO DSfiLI ANMAU. 63 

le forze romane e de' Parti trameio, ^ non fedele, per la cai* 
(ivilà d' Antonio * che Artavasde re di qoella come amico 
chiamò , incatenò e uccise. Onde Artassia suo flgUnolo, ' con 
le forze degli Arsacidi, sé e il regno difese contra di noi. 
Essendo tradito e morto da' suoi , Cesare investi di quél re- 
gno Tigrane, e Tiberio Nerone lo vi condusse. Corto impe» 
rio vi tenne esso e' figliuoli, benché con loro sorelle, di re- 
gno e matrimonio congiunti, alla barbara. Agusto vi mise 
Artavasde ; fonne non senza nostra sconfitta cacciato. 

IV. Gaio Cesare ^ mandalo a rassettar 1' Armenia , die 
loro Ariobarzane mede. Era bello, era fiero ; T ebbero caro. 
Morto per isciagura , miscontenli de' suoi figlinoli, assaggia- 
ron la signoria d' ona donna delta Erato , e quella cacciata 
ben tosto, confusi e sciolti, senza signore anzi che liberiate 
rifoggìto Vonone fanno re* Ma perché Artabano il minaccia- 
va; gli Armeni poco il potevano aiutare, e noi difendendolo, 
rompavàmo guerra co' Parti; Cretico Silano, governatore in 
Seria, chiamatolo, il fé' prigione, pompa e nome reale man- 
tenendogli. Questa indegnità come egli tentasse fuggire, dirò 
a suo luogo. 

y. Tale scompiglio dell' oriente non dispiacque a Tibe- 
rio, per diveller Germanico dalle legioni troppo sue, e man- 
darlo con la scusa di nuovi governi forse a smaltire^ per froda 
o fortuna. Ma la pronteza de' soldati e la malignità del zio 
gli erano pungoli allo affrettare la vittoria : e seco divisava 
le maniere del combattere; quel che gli era in tre anni di 

* * trameno, dopo il fra • pleonatmo , non opportuno a chi contava le 
parole. 

3 cattìvilà et Antetào. Artavasde, amico e aiirto de' Romani, aveva la- 
sciato tagliare a pesi Oppio Stasiano (Dione, 49). Antonio lo gsstigò con questo 
tradimento. Oggi [non) si direbbe [cattivitb, ma] f) saper di guerra o ragion 
di sUto, cbe fa Lecito ciocche 'k utile. Il popol basso la direbbe y<iRfmeri«. (**) 

' * suo Jìgliuolo, Aggiungi : « per la memoria del padre divenutoci nemi- 
co. *• Cosi vude il testo : «• ^ti9 JrtMeias, memoria patria nobis infensus, *» 

A * Gaio Cesare, bastardo d* Agrippa, adottivo d'Angusto: mori nel 
ritorno Fa. 757. Vedi sopra, 1-, 3. 

' * a smaltire, a morire. Il lat. bat « novisque jirwlnciis impositum 
doio simtU et casihts obieeiarat. » 

n l'è parole ehiase tra qaesti segni ( ] si leggono solamente nella Giuntina. 
(*^ famtùuria, tristisia, malvagttk. Il popol toscano die* /aurino ad nomo tristo, andacee 
malitiose. Egli è fantino da far questo « altro : «gli è «n Isntino ehe il tisi m soampi , «e. 



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64 IL LIBIO SBCONDO DMU ANNALI. 

qaella guerra rioscito bene o male : « Giornate ^ e pianure 
esser la morte de' Germani: boschi e palodi, state corta, 
verno tostano' a loro giovare: i soldati suoi meno delle ferite 
che de* lunghi cammini e delle pesanti armi patire: aver le 
Gallio' monte di cavalli: gran bagagliume, ésca al predare, 
noia a difenderlo. S' io vo per mare, ne son padrone: il ni- 
mico non l'usa: guerreggerò prima: gente e vivanda insie- 
me porterò: per le bocche e letti delle riviere metterò nel 
cuore della Germania i cavalli e gli uomini riposati. » 

VI. Gittatosi a questo, mandò P. Vitellio e Ganzio * a 
riscuotere le decime ' delle Gallie; e a Siilo, Anteioe Cecina 
die cura di fabbricar le navi. ' Mille parvero bastevoU , e 
prestamente furon in punto : parte corte e strette di poppa e 
prua e largo ventre, per meglio reggere a' fiotti: altre in 
fondo piatte, per ben posare:'' le più col timone a ogni punta,' 
per approdar da ogni banda a un rivolger di remi: molte 
acconce' a pprtar macchine, cavalli e viveri; destre a vela; 
sparvierate '^ a remo: e la baldanza dé'soldati le mostrava di 
più numero e terrore. A ppuntossi che facessero massa ^* Del- 
l' isola de' Batavi, d' agevole sbarco, comoda a mandare le 
bisogne alla guerra per lo Reno, ^' che per un letto solo che 
fa alcune isolette, giunto a' Batavi, si divide come in due 
fiumi: l'uno col suo nome e rapido corso passa per la Ger- 

* * Giornate, LalUglie ordinate e regolari, campali. 

S * tostano, sollecito, prima del tempo. 

' ie Gaiiie. Quel che oggi si chiama Francia è parte delle Gallie; però 
ritengo il nome antico. 

4 * Canzio, per Caio Jnzioj come Jgellio per Aulo Gellio. 

> * ie decime. Vedi Ann. I, 3t . 

B le navi. Nel terso delle Storie , nella guerra d'Aniceto , descrive m^io 
questo Autore loro forma , nome^ uso. 

^ * per ben posare. Il lat.; « ut sine noaea siderentj n cioè, affinchè 
ne' luoghi dove l'acqua è bassa, o pei gaudi o pel riflusso della marea, po- 
tessero calare senza pericolo. 

** a ogni punta. Il lat. : « tUrinqué, n cioè da prora e da poppa. 

' * acconce: Il lat. ha : « poniibus stratat j » fomite di ponti. 
*^ * sparvierate , veloci come sparviero. Lat. : « cita remis. n 

" * facessero massa. Lat.: « convenirenL » 

« * comoda a mandare le bisogne alia ^itarra per lo Remo. Non è 
chiaro. Il lat. ha: « transmilUndum ad bellum opportuna, *» che il Yale- 
riani traduce: « atta... a trasmetter la guerra; » e più chiaramente il Boarnouf: 
m polir envojrer la guerre sur un autre rivage. » 



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IL LIBRO SECONDO DBGLl ANNAU. 65 

manìa neir oceano; T altro, che nell'orlo della Gallia corre 
pia largo e dolce, mata nome , e lo dicono i paesani Vaale , 
e, poco oltre , Mesa, che per ampissima foce si versa nel 
medesimo oceano. 

VII. Mentre V armata s'adana, Cesare manda Silio le- 
gato con gente spedita a' danni de' Gatti: esso, sentendo es- 
ser ana forteza in 'su la Lappia assediata, y' andò con sei 
legioni. Silio, per le repenti piogge, poco altro fé' che pre- 
dare la moglie e la figlinola d'Arpi signore de' Gatti. Nò Ce- 
sare combatto gli assedianti, perchò al grido del soo venire 
sbandarono, spiantato nondimeno il nuovo sepolcro delle le- 
gioni dì Varo, e l'aitar vecchio di Druse.* Rifece l'altare, e 
con le legioni dietro, per onoranza del padre vi torneò.' Il 
sepolcro non parve da rinnovare; etra la forteza e l' Alise- 
ne ' e '1 Reno tutto di nuovi termini e bastioni afforzò. 

Vili. Giunta l' armata, avviò i viveri; scompartì per le 
navi le legioni e gli aiuti; e nella fossa detta Drusiana en- 
trato, orò al padre Druse, che favorisse lieto lo suo ardi- 
mento alla medesima impresa, mostrasse i fatti, ricordasseli 
T modi suoi. Navigò per li laghi e per l' oceano felicemente 
sino a foce d' Amistà. Quivi lasciò le navi a sinistra del fiu- 
me, e fu errore a non isbarcar le genti più su; che dovendo 
andare per quelle terre a destra , ebbe a perder parecchi di 
a far ponti sopra que' marosi, che dalle legioni e cavalli fu- 
rono passati francamente innanzi al tornar della marea: ma 
gli aiuti diretani , volendovi sgarar V acque * e mostrar va- 

' * di Driiso; cioè, eretto dove morì Dnuo 1' a. 745. 

S per onoranza del padre vi torneò. Di questo costume antichissimo 
detto decursio, vedi Senofonte nel sesto diXUro^ Dione, ^5; Svetonio, in He- 
rone. Il Lipsio cita Omero, Virgilio, Livio, Lucano e Stazio. Postilla 5$ di qnt- 
sto libro. (*) — * con le legioni... vi torneò; cioè, fu egli il ptimo, e dietro di lui 
tornearono le legioni. Il lat. ha : « princeps ipse cttm legionibus decucurrit m 

^ * tra la forteza el* Alisone. Legge il testo cosi: « eastellum, Aliso- 
nem ae Hhenum. » Ma le migliori edisicni leggono : « castellum AUso^ 
nem ac Bhenum , n cioè : tra la fortessa Alisone e il Reno. — Alisone è il 
nome della fortessa, posta sulla confluenza della Lupia e del fiume Alisone, 
come attesU Dione 54, 38. Vedi il Tacito dell' Creili a questo luogo. 

* * vólatdovi sgarar l* aeque j cioè, volendo in esso fiume, con certa 
Laldanxa, vincer la prova contro l' impeto delle acque : ossia, volendo mostrare 
cbe le acque non facevano loro paura ec. Il lat. ha: « dum insuUant aquis. *» 

n Di svesta «Visione, pag. 400, nota 3. 

6' 



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66 IL LIBRO SECONDO OBOLI ANIULI. 

lentie di notare, si disordinarono, e vo ne annegò. Ponendo 
Cesare il campo, intese esserglisi alle spalle ribellati gli An- 
grivari.Slertinìp prestamente mandatovi con cavalli e fanti 
leggieri, a ferro e fooco li gastigò. 

IX. Correva tra' Romani e'Chernsci il Visargo. Anninìo 
co' suoi primi fattosi alla riva, domandò se Cesare v'era: 
udito che si, pregò di parlare a Flavio sao fratello. Questi 
era nel nostro esercito in grande stima per sua fedeltà, e 
per avere in una battaglia sotto Tiberio perduto un occhio. 
Affacciatosi, Arminio lo salutò, e, levati dalla riva gli arcieri 
suoi, chiedeo i nostri levarsi. Ciò fatto, al fralel disse: «Che 
occhio è quello? » — a Lo perdei nel tal luogo, neUa tal bat- 
taglia. » — a Che ne guadagnasti? » Soldo cresciuto, colla- 
na, corona e altri doni militari contò. Arminio si rideva 
che a si buon mercato servisse. 

X. Mostrando poi, l'uno, la grandeza romana, la potenza 
di Cesare, le crude pene a' vinti, la pronta misericordia alli 
arresi, lo amichevole trattamento a sua moglie e figliuolo; 
r altro, ricordando l' obbligo alla patria, l'antica libertà, la 
loro religione, ' le lagrime delia madre ; non volesse il suo 
sangue, i parenti, i compatriotti lasciare e tradire, anziché 
comandare; Tuna parola tirò l'altra sino agli oltraggi: né 
gli arebbe il fiume divisi , se Stertinio non correva a ralte- 
ner Flavio infuriato, chiedente arme e cavallo: e vedevasi 
Arminio di là minacciare e sfidare a battaglia mezo in la- 
tino, perchè già ebbe compagnie di Germani nel campo 
romano. 

XI. L' altro giorno 1 Germani sì presentarono schierati 
oltre al Visurgo. Cesare, non gli parendo da calcitano avven- 
turare la fanteria senza ponti e guardie, passò a gnazo i ca- 
valli. Stertinio ed £milio, capo di prima fila, li guidarono 
tra se lontani per dividere il nimico. Cariovalda, capo de'Ba- 
tavi, guadò dov' era maggior la corrente. Mostrando i Che- 
rnsci di fuggire, il tirano in un piano cinto di boschi , onde 
gli piovono addosso per tutto : rispiogono i combattenti, se" 
gallano i fuggenti ; o con mani o con tiri sbaragliano gli at- 

' * la loro religione. LaU : •• j^mUraUs Gtrmaniat dtMi « i PcmU 

della Germania. 



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IL LIBBO SBC9ND0 tm»U ANNALI. 67 

leslatì in giro. Gariovalda doppo moUo r0ggere la fìirìa ni* 
mica, disse a* suoi : a Serratevi e sdraeUeti: » ' e ne' pia folti 
lanciatosi y di dardi^saricato, e mortogli sotto il cavallo^ cadde 
con molti nobili intorno. Gli altri salvò la virtù loro, o 41 
soccorso de' cavalli di Stertioio e d'Emilio. 

XU. Cesare, passato il Visargo, intese da un fuggilo, 
dove Arminio voleva far giornata: altre nazioni essere nella 
selva d' Ercole, e voler dt notte assalire gli alloggiamenti. 
Gredettegli; e Vedevansi i fuochi : e riferirono gli andati a 
riconoscere, aver sentito d' appresso grande anitriq di cavalli 
e borboglio di turba infinita. Stando adnnqfrai la cocca in sa 
la corda,' gli parve da spiare il eoraggio de' soldati; ' e pen- 
sando a modo monroi perchè i tribani e' centariopi rile^ri- 
Bcon cose piacenti più tosto che vere; i liberti ritengono 
dello schiavo; gli amici adulano; in parlamento, quello che 
pochi intnonano, gli altri cantano; risolvette, quando mai»- 
giano e come non uditi* tra loro si discredono, '^ origliarli. 

XIIL Esce, fattosi buio, della porta agurale,' con no 
compagno; impelliciato, ^ non appostato va per le vie del 
campo; accostasi a' padiglioni, e gli giova udir di $e dire a 
diversi : « Oh che nobile capitano ! oh che beli' uomo I pa- 
siente, piacevole, in ogni azione grave o giocosa tutto amo* 
ne: ben doverlo tutti riconoscere ^ in questa battaglia, e sa<- 

* * sdruciteli. Il lat. : « eatervas Jrangerent. » Cosi sopra , liB. I : « col 
fot de' suoi sdruci ne' nortri. » H lat t «» sddit agmtm. • 

> * Skmda... id p«cc4 » 4« /a atnU^ te 11 lat.: « pr^pim/mo ntmmtt rm 
discrimine, » n Appressandosi il tempo eh' e' si dovea metteie a rischio tutto 
l'esercito, n Dati. « Approssimandosi il cimento estremo, n Valerìani. 

' * 8^ P"^^ ^ spiare il coraggio dei*soldaU, Vegesio nel terso, cap. iS, 
diccf m Avanti «1 c^nhatter* , l'^mm* de' soldati dilSgentcmènla si dee cercare. 
La Sdama e la paura per lo Toito , ptf le parole • per li gesti e nioviineiiti s^ 



A * non uditL Uiealo hai ■ secratt et incustoditi j » soli • non guardati. 

' * si diseredano. Disfimdefesi con alcuno , vale aprirgli l' anmo coiiS- 
dentenaenlQ a aUa bhetai seavicani di fuakha paso del enore; spassionarsi; 
sfogarsi. Cosi anche lib. IV : « parendo di' vara amistà degno il disaedersi di 
cosa si gelose. *• 

' * por^a agurale era alla destra della tenda pretoria, a qui il capitano 
pigliava gli anguiii da'poUi. 

T imp^ieeiato» Par parerà uno de' soldati d^ainto Garmani ehe portano 
assai palli. 

^ * doverlo tutti riconoscere i cioè, tutti dovergli aifava licbooacenti. 



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68 a LIBIO 8BG0N1K> DietI ANNALI. 

crificar questi cani roinpitori della pace alla saa yendetU e 
gloria. » Aecostossi allo steccato ano de' nimici a cavallo, e 
con voce alta in lingua latina da parte d'Arminio offerse mo- 
glie, terreni e fiorini dae e mezo d*oro il di, durante la 
guerra, a chi passasse in suo campo. Tale affronto raccese 
l'ira assoldati: e Venga il giorno; entro deasi; buono agu- 
rio; ^ sisi prederemo i terreni, le mogli e' danari de'Ger^ 
mani. » Su la terza guardia' assalirono il campo senza colpo 
tirare , non V avendo trovato a dormire. 

XIV. Germanico quella notte sognò di sagrificare; schi^ 
zargli di quel sagro sangue nel vestono, ' e Agusta sua avola 
porgernegli altro pia beilo. Con questo e con gli agàri rispo- , 
sti bene, aringo, mostrando ì savi provvedimenti fatti , e 
quello che essi doveano fare nella presente battaglia : « Il 
soldato romano combattere non pure in pianure, ma in bo- 
schi e burróni, se mestier fa: quelle targhe e pertiche sconce 
de' barbari tra le macchie e gli alberi non valere, come i lan- 
ciotti e le spade e l'assettata armadura.* Tirassero di punta 
spesso al viso: non aver quei coraza, non celata né scudi di 
ferro o di nerbi, ma di graticci ò tinte assicelle : aste (chenti* 
elle si sono] nelle prime file; nel resto, moziconi di pali ar- 
sicciati. Esser terribili d'aspe'tto, rovinosi a prima furia, ma 
non sopportare le ferite: voltare^ fuggire: non vergogna, non 
ubbidienza conoscere: nelle rotte codardi : nelle bonacce, né 
d' uomini nò d' Iddio ricordevoli. Se bramano finire * il tedio 
de' viaggi e del mare, in questa giornata consistere. Essere 
pia airAlbi che al Reno vicini : finita ^ ogni guerra, se lui cal- 

' * entro deasi, s'attacchi la pugna. — 6r«oiio agurioi cioè, preadiamo 
per boono augurio l' averci il nemico steuo offerto terreni, m<^1i e danari. 

* * Sala tersa guardia, v^pìih: preiso a giorno. Vegesio, III, S; trad. di 
B. Giamboni : « E perchè impossibile cosa parca che tutti quelli che guardano, 
veggbino tutu la notte, per ciò i ▼egghiamentt {vigiiUe) in quattro parti sono 
divisi, che non più che tre ore della notte faccia bisogno di vegf^re. » > 

' * vegtone. Il lat.: « pnetextd. » 

^ * assettata armadura. Lat. : « heerentia carpari tegmima, » Dati : 
m armadure assettale a lor dorso. • 

' * astej cioè, i barbari umno le aste , ec. — chetiti, quali. 

^ * Se bramano fatù^, eo. Più chiaro la Giontina: « se il 6ne brama- 
vano de' cammini e del mare, ec. w.^. con^ùtere: sottintendi, infine de'viaggi, ce 

' */}iite,strk finita. 



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IL LIBBO SECONDO DB6LI AMMALI. 69 

canto r orme del padre e del zio fermeranno in quelle terre 
vittorioso. » Il dire del capitano infocò i soldati, e diedesi il 
segno alla battaglia. 

XV. Né Arminio e gli altri capi mancavano d' incorare 
i Germani : « Quelli essere Romanastri dell' esercito di Varo, 
abbottinaU per non aver a combattere; che disperati tornano 
con lor malanno a pasturare le spade germane delle loro 
membra sforacchiate di dietro o macinate dalle tempeste : 
esser venuti quatti quatti per tragetto di mare per non dare 
in chi gli pettoreggi, cacci e prema: ma quando saremo alle 
mani vittoriosi , non varrà loro venti e remi. Con gente si 
taccagna, c^fudele e superba, puoss'egli altro che mantener 
libertà o morire? » 

XVI. €osl riscaldati e chiedenti battaglia, li conducono 
nel piano d' Idistaviso, che tra '1 Visurgo e i colli serpeggia , 
secondo che quelli sportanp, o acqua rode. Dietro sale una 
selva, con alte ramerà e suolo netto. I barbari presero il 
piano e le radici del bosco: i Gherusci soli le cime, per piom- 
bare, appiccata la zuffa, sopra i Romani. L'esercito nostro 
ebbe in fronte i Galli e' Germani aiuti; poscia gli arcieri 
a piedi. Seguitavano quattro legioni con Cesare in mezo a 
due pretoriane coorti e cavalli scelti ; appresso altrettante le- 
gioni, i fanti spediti , gli arcieri a cavallo e gii altri aiuti. 
Stando tutti presti e al combattere in lesi. 

XVII. Vedendo Cesare caterve di Cherusci, con ferocità 
calate, sdrucire per fianco la cavalleria migliore, mandò Ster- 
tinio con la restante a circondargli di dietro e batterli : esso 
a tempo andrebbe a soccorrerlo. Allora ad un bellissimo 
agnro d' otto aquile, viste volare entro la selva, voltò il ca- 
pitano e gridò: a Via seguitate i romani uccelli, propri vo- 
stri iddii. ^ » Entrò la fanteria, e li già mandati cavalli sfor- 

' rumarli ucceiiit propri VMtri iddii. L'aquile, il Ubaro, 1* immagini e 
l'altre insegne ttavaoo nel campo in un tabernacolo o (come noi diremmo.) cap- 
pella, e questi erano gì' iddii dell'esercito che quivi s'adoravano. Questi Taber- 
nacoli dùamavano Principia. Stasio gli circonscrive nel X libro : 

renlum ad coneUii perutrait domumqut PtrtndMt 
Signomm, etc. 

Eravi franchigia ,« si giurava per quelle. Quivi s' appiccavano gir editti , si leg- 
gevano le lettere , si facevano i parlamenti , si poneva il segno dell' aver a com- 



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70 IL LIBBO SBCONDO DftGU ^«AU. 

zaroQo i flanchì e la coda. £ dae schiere di dìhùcì (mirabil 
eosai) a fiaccacoUo della selva nel piano, e del piano nella 
selva si fuggivano incontra. I Gherasci in qael mezo, erano 
traboccali giù da que' colli: tra' quali Arminio si focea vedere 
con mani, con voce, con ferite sostenente battaglia; e pon- 
lava nelli arcieri * per indi uscire: ma le 'nsegne de' Reti, 
Yindelìci e Galli gli fecero parapetto«£ nondimeno per isforzo 
suo e del cavallo scappò, col viso tinto di suo sangue per non 
essere conosciuto. Alcun dice, i Ganci tra' Romani aiuti averlo 
raffigurato e datogli la via. Per simil virtù o froda, faggi In- 
guiomero. Gli altri furon per tutto tagliati a pezi, o rimase- 
ro, passando il fiume, annegati, lanciottati sella foga de* fug- 
genti, nel franar delle ripe affogati: alcuni con laida fuga 
inalberati,' s'appiattarono tra' rami, che scoscendentlosi, o 
bolzonati per giuoco , tombolavan giù e storpiavansi. 

XYIIl. Grande e senza nostro sangue fu la vittoria. 
Dall'ora quinta del dì ^ sino a notte durò l'ammazare: 
dieci miglia era pieno di cadaveri e d' armi. Trovaroosì 

battere, e vi se^ivaDo le maggiori azioni. Mario trovò l'aquila: ogni legicme 
aveva la sua. Non era molto grande; svolazzante; con l*un piede teneva la fol- 
gore d'oro, con 1* altro posava in su l'asta, che con la gorbia del ferro si fic- 
cava in terra. Di queste cose vedi le autonUi nel Lipsio sopra questo luogo , e 
sopra il lib. 15. (*) 

* * pontava nelli arcierù « Fece tutto lo sforzo dove erano gli ar- 
cieri : raccolse quasi in un punto tutte le forze del suo corpo per passare gTi 
squadroni degli arcieri. ~ Dante, Pwg. 20 : E qttetta (la lancia) ponU sì eh' a 
Fiortnxa fa scoppiar la pancia, Pontare i piedi al muro : pontar col capo 
nel coperchio, dice il Bocc. nov. 2$. Questo pontare esprime maravigliosa- 
mente Vincumbere di Tacito. » P. Pietri, Post. Mss. 

^ * inalberati, montati sugli alberi. 

^ DaU* ora quinta del dì. Germanico tre anni aveva combattuto co' Ges- 
mani per vendicar la rotta di Varo. In su '1 buono del soggiogarli, Tiberio inge- 
losito della sua grandeza, lo richiamava. Egli per non perder tanta gloria , sol- 
lecitò d* uscire in campagna, e fece qucst' anno 769 due grosse giornate. Questa 
prima ali* entrar di primavera , quando per esser i giorni per tutto dodici ore 
eguali , la quinta ora del giorno , cominciandosi in quel paese a contare quando 
si leva il Sole, fu alle diciassette ore , secondo noi che comiaciamo quando tra- 
monta. La seconda giornata, dicendo di sotto che la state era adulta, venne a 
essere a mena state ; cbiamandesi in latino le stagioni nepat mdulia etprteeeps. 

(*) Questa postilla è più ampia di quella che leggesi nella GinDtina , la qaale inveos di uh 
tabgrnaeotoo (come noidireinmo) cappella, ha semplioentente, una {eomt noi dinmmtH ^PptUai 
e dopo adornano ba ia dUùone , coma a 463 , che rimanda al principio del lib. 4. -^ Per fo^ 
bla dtlfmo s> intende na boodaiOo di forro di ilgora conica, dove imboccavasi ii piò dell' astf . 



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IL LIBRO SECONDO DEGLI ANNALI. 71 

tra le spoglie le catene per legare ì Bomani , come si- 
cori del vincere. L' esercito nel luogo della battaglia gridò : 
Viva Tiberio Ihperadore ; e sopra un monticello, a ciò fatto, 
rizò come an trofeo di queir armi, e sotto vi scrisse 1 nomi 
delle vinte nazioni. 

XIX. Cosse pia a'Germàni questo spettacolo *^ che le fe- 
rite, le lagrime, Io sperperamento.: e que'che pensavano al 
ritirarsi oltre Albi, voglion ora quivi stare e combattere: ple- 
be, grandi, giovani, vecchi carpano l'arme,* e le romane 
schiere investono, travagliano: indi scelgono un piano stretto 
e motoso, cinto da fiume e da boschi , cinti da profonda pa- 
lude, se non che da un lato gli Angrivari per dividersi da' 
Gherusci aveano fatto grosso argine. Quivi si posero i fan- 
ti, e ne' vicini boschi cavalli in agguato per uscir di dietro 
a' nostri, quando vi fossero entrati. 

XX. Sapeva Cesare tutti loro disegni , luoghi, fatti se- 
greti e pubblici, e l'astuzie del nimico in capo lor rivolgeva. 
A Seio Tuberone legato assegnò i cavalli e '1 piano: i fanti 
ordinò parte entrassero per lo piano ne' boschi, parte guada- 
gnassero l'argine. Il più forte ' lasciò a se, il rimanente a' le- 
gati. Que' del piano entrarono agevolmente: gli scalatori 
dell' argine come sotto muraglia eran di sopra percussati du- 
ramente. Vide il capitano che dappresso non si combatteva 
del pari , e fece ritirare alquanto le legioni, e, da' tiratori 
dì mano e di fionda balestre e màngani, spazar di nimici 
l'argine, per cui difendere chi s' affacciava , cadeva. Cesare 
co' pretoriani suoi fu primo a pigliar lo steccato e sforzare il 
bosco. Quivi si venne alle mani. ^ Chiusi erano i nimici die- 
tro dalla palude, i nostri dal fiume e da' monti. A ciascuno 
dava il silo necessità, la virtù speranza, la vittòria salute. 

^ Cosse... questo spettacolo, li danno, perchè può venire dalla fortuna, si 
sopporta ; lo scherno, perchè mostra viltà , (*) mette in disperazione. Basta vin- 
cere, e non sidee stravolere. Quanto costa la statua del duca dr'Alva posta in 
Anversa! 

• * carpano l'arme. Il lat.: « arma rapUmt. *» 
» • TI più forte f il più diflficile. 

• * si venne alle mani. Il testo ha: « conlato grada certattim j *» cioè, 
si attaccò la mischia alle strette; a corpo a corpo; a ferro corto. 

e) mostra villa. Neil' c.«craplorc giunUno con postilln antograr»*, posscflnto «lai conte. M'H'- 



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72 IL LIBRO 8BG0ND0 DBALI AHMALI. 

XXL Non erano i Germani inferiori d'ardire, ma dì ma- 
niera di combaltere e d'armi : non potendo quella gran gente 
in laogo stretto le lunghe aste maneggiare, nò destri saltare , 
né correre, ma combattevan piantati: dove i nostri con iscudo 
a petto e spada in pegno stoccheggiavano quelle membrona 
e facce scoperte, e faciensi con la strage la via. Né Arminio 
era più si fiero per li continovi pericoli o per nnova ferita; 
Inguiomero volava per tutto, e manca vagli ajizi fortuna che 
virtù. Germanico, in capelli,^ per esser me' conosciuto, gri- 
dava: «Ammaza, ammaza: non prigioni; il solo spegnerli 
tutti finirà questa guerra. » Verso sera levò di battaglia una 
legione per fare gli alloggi: l'altre sino a notte si satollaron 
del sangue nimico. Le cavallerie combatteron del pari. 

XXIL Cesare chiamò e lodò i vincitori, e rizò un trofeo 
d' armi con superbo titolo : Avere l' esercito * di Tiberio Ce- 
sare QUELLA memoria DELLE SOGGIOGATE NAZIONI TRA 'l RbNO E 

l'' Albi consagrato a Marte, a Giove, ad Agusto. Nulla disse 
di se, temendo d' invidia o bastandogli 1' aver fatto. Mandò 
subitamente Stertinio a combattere gli Angrivari, ma furon 
a darsi a ogni patto solleciti e ribenedetti. 

XXIIL E già essendo meza state, rimandò alle stanze 
alcune legioni per terra, e l'altre imbarcò e condusse per 
r Amisia nell'oceano. Solcando le mille navi a, vela o remi 
prima quieto il mare, eccoti d'un nero nugolatoun rovescio 
di gragnuola con più venti e gran cavalloni che toglievan 
vista e governo. I soldati spauriti e nuovi a' casi del mare, 
affannosi davano impacci o mali aiuti a' buoni ufficii de' ma- 
rinai. Risolvessi tutto '1 turbo del mare e del cielo in un vio- 
lento mezodi, che dalle montuose terre e profonde riviere 

' * in capelli. Cosi la Giuntina. L' edizioni Nestiana , Gominiana e le 
altre posteriori hanno : u come sotto muraglia ; ** ma è manifesto errore , di- 
cendo il testo latino: m detraxerat tegimen capiti, n Quelle parole come 
sotto muraglia furono per inavvertenza tipografica ripetute dal cap. prece- 
dente. In un esemplare della Nestiana , corretto a penna , nei tempi ( per • 
quanto può giudicarsi dalla scrittura) del Davanzali, leggesi a questo luogo 
questa correzione : <• trattosi V elmo. *» Ma non sappiamo se essa parta dagli 
autografi del traduttore, o se dalla mente del correttore. Il mentovato esem- 
plare trovasi nella privala biblioteca del marchese Gino Capponi. 

3 AvBBB l' xsbrcito. Anche lo volgar nostro , quando bisogna , come qui , 
gonfia; avvenga che egli, per natura, tenda più tosto al gentile. 



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IL UBRO SISCONDO DBGU ANNALI. 73 

germane e da langhissimp tratto di nugoli rinforzato * e dal 
gelalo vicino seitentrione incrudelito, rapi e sbaragliò le navi 
in alto mare, o in secche o scogli ; * onde alcfuanto con pena 
allargatesi, la marea tornò e traportàvanele dove il vento : 
non potevano star su l'ancore né aggottare 'la tanta acqua, 
che per forza entrava. Feeesi getto di cavalli, ginmenti , sal- 
me e arme,* per alleggierire i gusci*^ che andavano alla banda, 
e di sopra gli aitnffavano i cavalloni. 

XXIV. Qaanto è più spaventevole l'oceano degli altri 
mari, e più crudo il germano degli altri cieli, fu tanto la 
sconfitta più^ nuova e dura, in mezo a' lili nimìci, in infinito 
mare, creduto senza fondo o riva. Parte delle navi fur tran- 
ghiottite, le più dileguate in lontane isole disabitate , ove 
mori di fame qualunque non sofier^e* manicare le carogne 
de' cavalli approdatevi. Spia ^urse'' ne' Ganci la capitana di 
Germanico; il quale per quelli scogli o punte di terra, di e 
notte incolpante sé di tanta rovina, appena gli amici tennero 
non si scagliasse ne) medesimo pare. Rivolto al fine il flusso 
e '1 vento, cominciarono le navi a tornare ;Sdrucite o zoppe 
e senza remi, o fatto delle vesti vele, o rimorchiate: le quali 
a Caria rassettò e man4ò alla cerca per queir isole. Molti ne 
raccolse tal diligenza, e ne ricattarono gli Angrivari nuovi 



* * rinforzato. Cosi la Giunlina, e bene. Il Lat. ba ; « vaiidus* » Le altre : 
rinforzati riferito a nugoli. 

S in secche ó seogH. « fn insuias saaris- abruptas .{^abrupUs ba il testo 
cle'Medici)>0//i0r occidtavada frifestiis. » Con queste due parole abbiamo detto 
più e meglio che Cornelio con queste molte. «* Humida paludum et aipera m<m- 
tiam,» disse nd primo; e noi: pantani e grillaie, h JYibil tntertnissa naviga- 
tiififè hibemi maris, Corciram applicuitj » e noi : Navigò di verno a golfo 
lanciato a Corfù. E cosi spesse volte è più breve questa lingua fiorentina prO' 
pria cfae la latina. La comune italiana non ha quest* sì vive vóci (*). 

' .* aggottare, lai. « èxhaitrire. « 

* * salme e arme: anonanta studiata, a ingrandire la cosa. 
S * / gttéd. Lat.: « alvei} » il fondo delle. navi; le carene. 

* * non soj^rse, non consenti. Dante: « sofferto Fu per ciascun di 
tórre via Fiorensa. m Forse non era necessaria questa nota. Ma mi vi ha 
indotto Pietro Pietri (Postille Mas.) che qui non ha inteso niente. 

' * surse, prete porto. 

n NellafotUlla dtUa 6i«atina manca il seeondo esempM IfikU inttrmUta ce., e adi' oU 
Uno periodo ha: « 8e la Gomone italiana paò tanto , io mi rimetto alla prova. » 

I. 7 



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74 IL Limo SeCONlK) DBQLI AMMALI. 

fedeli: * e sino in Britànnfa ne for (raporfati, e rimandali da 
qne' baroni.* Contavano i tornati pi A di lontano miracoloni di 
bufere, novfisìmi nccelli, mostri marini, nomhif mezi be- 
stie, e altri àtapori di veduta, o sofgnatFfn qoèlle paure. 

XXV. La fama delTa pterdota arninfta rìnvdglfò l Ger- 
mani a rteòmbattèré, è Germaiftté^ a risgara^: ' é mandò 
Siilo con tréiita tAtgliaia di faikti e Uè di cavali» ne^ Catti. 
Egli con più forze entrò ne^ Varsi. MalòveÀdo loir capitano 
poco fa datosi, insegnò ona délfa^lle di Tarò vicina, sot- 
terrata * è poco guardata. Mandò parte di diietrb a ràvarla , 
parte a fronte a far nsclre il nimico: a éiasconó riiisei. Co- 
tanto più ardito Cesare penetrò, saccheggiò, squarciò il ni- 
mico che noft ardi affrontare, e rotto fo alla prima dove s* era 
fermato, non mai (come i prigioni diserò) sì spaurito ; in- 
vincibili dicendo i Romàfrì cui nulla fortuna vincéa. e Fra- 
cassata Tarmata, perdute l'armi, gremite le litora di cada- 
veri de' lor cavalli e uomini; con più virtù e fiereza che 
mal, quasi cresciuti di numero, ci sono entrati nel q[oore.» 

XXVI. Ridusse alle stanze i soldati lieti d*ayer con que- 
sta prospera fazione ristorato i dannaggi del mare: e Cesare 
si liberale Al che a ciascuno, quantunque "^ aver pèrduto disse, 
pagò. Era senza dubbio il nimico in volta e pensava alIT ac- 
cordi e fornivasi * la vegnente state la guerra. Ma Tiberio 
per ogni lettera lo chiamava ^ al trionfo apparecchiatogli : 

* * kiàrixa& Politi: « Molti anco da'kioghi più meditcfraiiei ne fbroDO 
riscattati dagli Aogriyati, venuti di fresco all' ubkediènaa, e restiluitL m 

* * da qm* baroni. Il Lat. : « a regulis. » 

' * risgararU. Intorno a parare vedi la nota 4, pag. 65. Qui risg»- 
rare vale: Tettar di nuovo la provi dell' armi per tenere a legao il noni' 
co. Il Lat. ba: m ad coercendam. » 

* * NeDa Giuntina aveva tradotto il defìtsstun dissotterrata ; di che molto 
strepitò fece Adr. Politi (Vedi Lett. a N. Sacchetti neH'Bpistolario atainpato a 
Venetia 10S4,pag^ 3Si). Poi, ne'Bfss. che servirono aU'edis. del Nesti, e dei 
quali non si ha più vestigio , dovette correggere come sta' nel testo. 

^ * quoHtttiUfue, qualunque col*. 

B *f ométtasi , satebbest fornita. 

7 per ogni lettera lo chiamava. Per torgli la gloria deUa gncna vinti; 
per gelosia della troppa grandeiia. Cosi richiamato fii da MapoU il Gran Gapitano : 
cosi molti altri. 

Agrippa, in Dione 49, discorre che la fiitica e gli errori deUrt il capiUno 
attribuire a se (perche il prmcipe non vnde «ver mai etnlìo), e a lai tutta la 



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IL LIMBO SRCONipO DBaU ANIIAII. 75 

«Aver fatto e arrisci^to assai: battaglie grosse e felici: ri- 
cordassest anco de' danni senza colpa ma atroci , patiti dal 
mare. Nove volte che Agosto mandò in Germania lui , aver 
più fatto co '1 consiglio che con la forza: cosi ricevuto a patti 
i Sicambri, i Snevi; legato il re Marabodao con la pace. Po- 
tere i Romani, ora che hanno gastigato i Gheruscie gli altri 
ribelli, lanciarli accapigliarsi tra loro. » Germanico chiedeva 
nn anno per finire ogni cosa, e Tiberio affrontò con più forza 
laana modestia, dicendo, «( che l' aveva rilatlo consolo: ve- 
nisse a snaoficiq, e lasciasse ancora ,^ nulla vi rimanesse da 
fare, qualche materia di gloria a Drùso suo fratello, che, 
fuori di Germania, non ci essendo altra guerra» non poteva 
conseguir nome d' imperadòre nò corona d'alloro. » Germa- 
nico non aspettò più, benché conoscesse questi esser trovati 
d' invidia per isbarbarlo dal già acquistato splendore. 

XXYII. In questo tempo Libone Druse eli casa Scribo- 
Illa fu accusato di ip^cchinare novità. Dirò il fatto da capo a 
pie con diligenza, per essersi trovato allora cosa, che per 
tanti anni divorò la repubblica. Firmio Gate senatoje^ anima 
e corpo di Libone, giovane semplice e vano, gonfiandolo del- 
l'aver bisavol Pompeo; ziaScribonia, prima moglie d'Agosto; 
i Cesari cugini; la casa piena d' imn^agini; lo ii^dusse a cre- 
dere a gran promesse di strolaghi negromanti^ e disfinitori 
di sogni, a far gran céra, * ^an debiti; gli era compagno 
alle #pese p a' piaceri, per ic^vvìlopparlo in più riscontri di te- 
stimoni e servi, che vedevano gH andamenti. 

XXVIII. E quando n'ebbe assai, diede di questo caso 
notizia, e domandò udienza per Fiacco Vescularìo cavalìer 
intimo di Tiberip: il quale ailp notizia porse orecphi, l'udienza 
negò, potendo il medesimo Fiacco portare i ragionamenti. In 
tanto onora Libone di pretoria; convitalo; cuopre con viso e 

felicitk o pntdensa : perche gloriandosi della sua rèra virtù il capitano, viene in 
soapetto ^ troppa ^nde«a e di pensare al valersi delle forse clie spno in sna 
mano: il che gli è agevole; perchè i soldati fanno come i cavalli che annilrifcono 
a ehi li goyema e tiran de' calci al padrone (*). 

* ^r eran cita. Dal greco ^^aipsiv. — * a far gran céra; « ad It^Xfim « • 
die significa ogni disordinamenlo di mollezza si nel yitto come nel vestilo ; laddove 
la frase « far gran céra » riferiscesi solamente al vitto, e vale : pascersi lautamente. 

(*) lM^ C?'^^ gisatina maiieaiio le parole ii troppa fratta, e. 



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76 IL LIBHO SECONDO DEGLI AIUTALI. 

parole saa ira; per sapere, anzi che troncare come poteva,* 
ciocché trescasse e dicesse ' il giovane : il quale ricercò un 
certo Gìunio di far per incanti venir diavoli.' Costui lo disse a 
Fulcinio Trione che spìa poblica era, e se ne pregiava. Tosto 
pone la querela, prolesta a' consoli che il senato la vegga,chia- 
mansi a furia i padri per gran caso atroce. 

XXIX. Libone in vesta lorda accompa|nato da nobili 
donne picchia gli usci de' parenti , pregali che lo difendano. 
Tutti , per non s' intrigare , si ristringono nelle spalle, * con 
varie scuse. Egli cascante di dolore e paura, o fintosi ma- 
Iato, come alcun vuole, il di del senato v' andò in lettica» e 
alla porta retto dal fratello, con mani e voce chiedeva a Ti- 
berio niercè; il quale non gli fé' viso chiaro né brusco: lesse 
i peccati , né leva né poni , ^ e i nomi di Trione e Gato accir- 
santi , a' quali s' aggiunsero Fonteio Agrippa e Gaio Yibio; ^ e 
contrastando chi fare dovesse la diceria distesa,^ e niuno ce- 
dendo e trovandosi Libone senza avvocato , Yibio prese a 
trattare d' un peccato per volta. 

XXX. Lesse come Libone aveva fatto gettar l' arte, ^ 

' arui che troncare come poteva. Chi vede il cieco andare a cadere nella 
fossa e non lo raltieoe , vel pigne. Chi può tenere non si pecchi , e per suo utile 
chiude gli occhi, il comanda (*)* Aarcmne, sommo sacerdote, per risparmiar ga- 
stigo, fu gastigato. 

s * per sapere ciocche trescasse e dicesse. Il Lat. : • cimetaque eisu 

dieta Jactaqae. « Trescare pigliasi alcuna volta per JarCj ma in senso dispre- 
giativo e anche odioso, come qui; ed è frequente nell'uso del popolo. Àll'iatesso 
modo Dante, Inf.f XIV, ▼. 40, usò tresca ^x faccenda: 

Bvùxt riposo m^ era la toesea 
Delle misere mani. 

' * diavoli. Il jLat. > «• infemas umhras. » 

* * si ristringono nelle spalle, Nel Bis. èhe servì all'edisione giantina 
(Ifagliab., d. XXIII, 150) vedeti scritto. « fanno spallacce j t poi cancellato , e 
corretto come sta qui. E si che quello h bel modo e vivo ; e per volgarità ce n* ha 
de* peggio ! 

^ * ne leva ne poni : senxa ne levare n^ aggiugnere. Il Lat. : « ita moderams 
(libellos), ne lenire neve aspemare crimìna videretur, » 

^ * Fibio. Cosi ho restituito dietro il testo dell*0re11i. Il Davanaati scrisse 
G. Livio, 

' * chi far dovesse ec. Il Lat. : « cui ius perorandi in reum daretur. » 

' * gettar l* arte s cioè , fare incantesimi e sortilegi. Vedi la Crusca dal Ma- 
nusci in jirte e in Gettare, dove si recano molti esempi. Nella Giuntina invece 
di gettar l'arte leggesi squadrare. 

n Nella GioAlina : ehi può ttntn che non si ptechi e tbìedé $tt occhi, U comanda. 



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IL LIBBO SECONDO BEGLI ANNALI. 77 

s'egli arebbe mai tanlì danari cbe coprissero la via appia fino 
a Brindisi: e colali scempìeze e vanità da increscer buona- 
mente di Ini.' Una scrittura vi fa con postille atroci o scure, 
a'nomi de' Cesari o Senatori, di mano (dicea T accusatore] di 
Libone. Negando egli, parve di farle riconoscere dagli schiavi. 
E non potendosi per legge antica martoriarli cóntro alla vita 
del padrone, Tiberio, dottor sottile,' fece venderli al fat- 
tor pubblico:' e cosi salvata la legge, foron celiali contro a Li- 
bone, il quale chiedeo di tornare l'altro giorno. Giunto a 
casa, mandò per P. Qoirinio suo parente a Tiberio gli ul- 
timi preghi. « Preghi il senato, » rispos* egli. 

.kXXI. Intanto i soldati gli accerchian la casa; giù in 
terreno fanao rombazo, perchè gli oda e vegga. Mettesi il 
cattivello per ultimo piacere a mangiare; gusta tanto tos^ 
sico; chiama chi l'uccida; prende questo servo e quello per lo 
braccio: <( Te' questo ferro;* ficcai qui.» Fuggono a spa- 
vento, danno nel lume, cade in terra: rimase al buio oggi- 
mai della morte, ^ con due colpi si sventra. Allo strido cor- 
rono ì liberti: i soldati, vedutol disteso, s'acquetano. Ma i 
padri spediscon la causa più severi ; " e Tiberio giurò che vo- 
leva lor chieder la vita di lui, benché colpevole, s' e' non 
aveva tanta fretta. 

XXXII. Gli accusatori sì divisero i beni: senatori, eb- 
bero contrattempo le pretorie.*^ Propose Gotta Messaline che 

* * da increscer btwnamente ec. Da prima aveva scritto «* da increscer di 
lui, pigliandola buonamente. » Poi, con più concisione ma forse men chiaramente, 
corresse come qui si vede. II Dati traduce cosi : m Eranvi oitr' a ciò molte altre 
cose scempie e vane da avergliene compassione, per chi l'avesse presa nn poco 
men calda. » 

S * doUor sottile. Il Lat. : •• caUidus et novi iuris repertor. » 
' fattor publico, Actor ptibiicué si può intendere il cancelliere che seri* 
veva gli atti, e il Fiscale che maneggiava le facoltà. Questa malisia del vender li 
schiavi , per poterli in fraude della legge tormentare contro al padrone , fu tro- 
vata da Agnato (Dione 55. Plutarco, in Antonio), e non da Tiberio. 

* Te' questo ferro. Mette innansi agli occhi, quasi in tragica scena, questa 
morte miseranda. 

S * rimaso al baio oggimai della morte. Lat: n feralibus iam etiti te* 
nebris. » 

^ * spediscon la eausa pia severi. Non istà al testo che dice: mAccu- 
satio tamen apudpaires asseveratione e4don peracta: » Nondimeno si prose- 
gui dinaui a' padri F accusa coU'istesso accanimento. 

7 * senatori, ebbero ec. Vuol dire che quegli accusatori i quali erano 

7* 



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78 IL LIBBO flBCONDO DBQLI ANNAU. 

mai in esequie niana T immagine di Libone noD si porfi^se : 
Gn. Lentulo, che Scribonio dIuqo il cognome diDraso pren- 
desse: Pomponio Fiacco, che in certi giorni a pricessione 
s' andasse : ^ Lucio Pubblio e Gallo Asinio e Papio Mutilo e 
L.^pronio, che s'andasse a offerta ' a Giove a Marte alla Gon- 
cordia, e che il di tredici di settembre, che Libone s'uccise, 
fusse di di festa. Ho voluto dire i nomi e l'adulazioni di 
tanti, perchè si sappia che questo nella republica è mal vec- 
chio. Fatti furono decreti di cacciar d' Italia strolagbi e 
negromanti, tra quali L. Pituanio fu gittato dal sasso;' e 
P. Marzio da' consoli ebbe il supf^izio antico * fuor della porta 
esquilina, con la strombazata.'^ , 

XXXIII. La seguente tornata Q. Aterìo e Ottavio Fron- 
tone, stati consolo e pretore, molto dissero del disonesto 
spendere della città, e ordinossi non si mangiasse in oro mas- 
siccio né uomo s'infemminisse vestendo di seta. Frontone tra- 
passò a moderare argenterìa , arredo, servitù; usando assai 
per ancora ^ i senatori, se scorgevano qualche ben pubblico 
non proposto, salire in bigoncia "^ e pronunziarne il loro pa- 

dell'ordiae fenatorìo, ebbero le pretorie, ma non contrattempo (fuori di tempo) , 
si bene dì soprannumero («* pratturai extra ordinem «•). Le ordinarie erano 13 : 
le istituite da Tiberio sopra questo numero si dissero Ar<ra ordinem, t con queste 
furono ricompensati quei tristi. 

' *a pricessione <sf* andasse j Cìoèj ù facessero pubbliche supplicasioni a. 
ringraziare gli Dei della morte di Libone. 

^ * s'andasse a offerta ce, a far doni toIitì nel tempio di Giove ec 

S * dal sasso: dalia rupe Tarpca. 

* sttpplizio antico. Strangolava il carnefice a suoa di trombe fuor della 
porta esquilina , per non turbare di spettacolo tristo e orrendo la bella libertà (*). 

^ * ia strombazata. Plutarco in Gracc. XXI: «* Antica usanM dia «ra 
della patria nostra che » se alcuno accusato venisse di delitto capitale , e non 
avesse voluto presentarsi in gindicio, se ne andasse il banditore di buon mattino 
alle di lui porte, e chiamasselo a suono di tromba. « 

^ * per mncora, Lat.: « adhue, n tuttavia. 

' in bigóncia. Arìogavano i nostri antichi al popolo | in piassa , in rio- 
l^era ; ne* consigli, in bigoncia, che era un pergamo in terra a foggia di bigon- 
cia. Parere, a noi oggi significa quel discorso che ciascheduno che siede in mar 
gistrato, fa della cosa proposta. SentewM, quel partito o decreto che si vince e 
si distende dal cancelliere. Ma i Romani dicevano Sentenza il detto discorso, 
cio^ quanto il senator ne sentiva e pronunciava. Proposto era il consolo. La de- 
liberasione si diceva Senatuseonsufto, Plebiscito o Decreto. Non parlava chi 
non era richiesto dal consolo. Ma quando uno scorgeva un pubblico bene non 

n Nella GionUaa manca « la beUa Uberik. » 



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IL LIBBO SECONDO DB6U ANMAU. 79 

rere, non domandati. Asinio Gallo disse contro: «Le focnltà 
private essere secondo T imperio cresciute; non pure oggidì» 
ma per antico.^ Altro danaio ayer avuto i Fabrìzi, altro gli 
Seipioni : tatto ire all' avvenente * della republlca. Quando 
ella era poca, i cittadini aver Catto col poco; or ch'eli' ò ma- 
gna, ciascuno magnificarsi. Arnese, ariento, famiglia ninno 
tener troppo né poco, se non rispetto al suo stato. Maggiore 
slato darsi a' senatori che a' cavalieri, non perchè diversi 
siano per natura; ma perchè come essi hanno luoghi, gradi 
e dignità degli altri maggiori; cosi s'adagino per contento 
dell'animo e sanità del corpo di cose maggiori; * se già noi 
non volessimo chi maggiore è, maggior pensieri e pericoli 
sostenere, e mancare de' loro dicevoli ricriamentì. » Piacque 
Gallo agevolmente a coloro che udivano i lor vizi difendere, 
e ehiamare per nomi onesti. Anche Tiberio disse, non esser 
lempo allora di riforme, né mancherebbe chi le facesse, se 
scorso * di costumi vi fusse. 

XXXIV. In questo mentre L. Pisene cominciò a scla- 
mare: «Ogn' un vuole magistrati, la giustizia è corrotta, le 
spie e gli oratori ci minacciano: io yo con Dio; lascio la 
città per ficcarmi in qualche catapecchia lontana. »" E usci- 
vasi di senato. Tiberio se ne sconturbò: addolcino con parole, 
e anche fece che i parenti gli faro addosso, e con l'autorità 
e co' preghi non lo lasciaron partire. Con libertà non minore 
poscia si richiamò di Urgulania,gran favorita d'Agusta; perciò 
delle leggi superchiatrice: e ritirossi' in casa Cesare beffandosi 

Proposte, lo poteva dire in luogo di seoteMi e tal forai evea. Potevano propor- 
re, che non era loro uScio, e sopra di ciò , non richietti, conciliare. E da ve- 
dere ilLipsio fopra il ]ib^ i5 di questi Annali {*). 

' *per miUeo. Lat.: « e vettuUstimis moribus.» 

' * mU'wvenmiU» a raggoaglio, in proponione. Lat: « cimcta ad rem- 
pnblieam refirri. » 

' M'adagino... di cose maggiori, Leggi senza dnbLio^ ef atiis <fum s 
percbiè taltsquB turbava troppo il sentirocifto. — * s' adagino ec. ; cioè , ab- 
biano maggiori comodi, come hanno maggior dignità. 

* * scorso $ trascorso , sregolatessa , licenxa. 

' * in qualche catapttehia ioniana. Ill.at.! « in aliquo abdito et /on- 
ginquo rare, » 

* * e ritìroeei ec., cioè Urgnlania. 

n Ndlt Givnttoa manca, in prlnelpU», la delnitleM di MfOMte, e nsl flaala eilaiioae. 

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80 IL LIBRO 8BG0RD0 DMLI ANNALI. 

di comparire. Né Pisone ristette, benché Agusta offesa se ne 
tenesse emenomata. Tìberio,non parendogli poter civilmente 
fare alla madre altro servìgio, tolse a comparire in persona al 
pretore, e difendere Urgnlania. Usci di palagio, alquanto lon- 
tano' dalla guardia.Il popolo corse a vederlo: eoo volto mode- 
rato e vari ragionamenti consumò tempo,e camminò tantoché 
non essendo niente chei parenti spontasser Pisene,' Agusla 
gli mandò i suo' danari, e fu finita la qaistione: ove Pisene 
acquistò alcuna gloria, e Tiberio miglior fama. Essendo' la 
potènza d' Urgnlania venuta a tale che dovendo sopr* una 
causa esaminarsi in senato, non degnò andarvi, e s -ebbe a 
mandarle a casa messere la podestà I ^ E pure le vergini di 

* * alquanto lontano j cioè, tenendosi alquanto lontano dai soldati di 
guardia che Io accompagnavano. 

' * ehe non essendo niente ec. : che invano avendo i parenti .tentato di 
persuader Pisone che volesse desistere ec Costui appena udì che Urgnlania erasi 
ricovrata in palano , con molto coraggio la persegui fin colà dentro , a fine di 
tirarla in tribunale pigliando, secondo la legge, i testimoni. Avanzava da lei una 
somma di danaro ch'ella, col favore d'Augusta, gli vol^nra frodare. 

3 * Essendo. La urammatica vorrebbe era, acciocché il perìodo non. si 
resti per aria. 

* messere la podestà. Potevasi dire, lo pretore j ina e'm*è piiaeinto, 
non per usarla ma per isciorìnarla un tratto, trarre questa voce del suppe* 
diano dell'antichità (*). Oggi diciamo il podestà, e facciamo discordanxa in 
genere. Gli antichi, perchè nel pretore era tutta la somma podestà della giustizia, 
il chiamavano la podestà, come noi (^gi i principi , la santità, la maestà y per- 
chè in loro queste qualità sono in sommo grado e quasi l'istessa cosa (**). BAa 
perchè la città nostra era cresciuta di stato e di riochesze e di negosi mercantili, 
che non si fanno tuttavia col notaio a cintola , ma con fede e lealtà di semplice 
parola , e questi negosi da' legisti erano giudicati con troppo rigore , sottilità 
e Innghessa ; fu creato il magistrato de* sei mercatanti , ohe li dicidessero petto- 
ralmente d'equità e Verità, secondo l'uso del negosiare. j^ perchè delle ìtìHtp 
sentente que'savi in giure spesse volte si ridevano, le annullavano, il con- 
trario giudicavano ; que' nostri savi in governo , fecero contra li oSeaditoci 
delle sentenxe de' Sei quella legge severa detta del Noli me tangere. 

n 11 Volpi pone in fondo alla soa ediciono qawto avvertimento ; « Poteva aggiagnere 
il Davansati alla postilla 30 del secondo libro, che Giovenale nella decima salirà, al vano 100, 
si valse di qneeto vocabolo in significato di Pretore, o altro Magbtrato municipale, parlando 
della caduta d' Elio Seiano. 

HukUt qui trahitur, pnetestam sumere mavì*, 

An Fidenarum, Gabiorumque esse Potestas? 

Bt de tnensura ius dieere , vaso minor» 

Frangere pannosus paeuis AedUis Utubris ? 
Vedi anche Svotonio nella vita di Clavdio Cesare , al cap. 28. » 

n In Dna scrittura del secolo XIY (Vedi Rieordi fliotogici, pag. 294) ai legge: « Essendo 
laPodestade di Lucca con molta gente venuta d' intomo al ditto castello oc. » In Toscana si 
diee ano' oggi indifferentemente il guardia e la guardia» 



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IL Limo 8IC0ND0 DMLI àNNALI. 81 

Vésta vengono abantieo ne' magistrati a diporre verità. ' 
XXXY. Non direi del prorogato * in quell'anno, se non 
fnsse bello intendere le batoste* fattone da G. Pisene e Asi- 
nio Gallo. Pisene, avendo Cesare detto « Io non ci sarò, » 
voleva che tanto più i padri e i cavalieri segnitassero lor 
nficìo, come che ciò fosse onore delia republica. Gallo , 
perchè ciò sapeva di libertà, disse, nulla essere illastre o 
degno del popol romano, fatto fnor deirocchio del principe. 
Però a lui doversi la dieta d'Italia e tanto corso di provincie 
riserbare. Tiberio gli stav' a udire e taceva. Molto si dibatte- 
rò, ma la spedizione* si riserbò. 

XXXYI. Gallo la prese anche con Cesare, volendo, che 
gli ufici si dessero per cinque anni, e che ogni legato di le- 
gione s' intendesse allora fatto pretore , e che il principe ne 
nominasse dodici duraturi cinque anni.' Sporgevasi in questo 
parere misterio sotto: che a Cesare toccherebbe a dare meno 
ufici: il quale, quasi non gli paresse* scemare ma crescere 
podestà, sermoneggiava : « Grave essere alla modestia sua^ 
tanti eleggerne , tanti mandarne in lungo. Se d'un anno 
s' adirano ora che sperano nel vegnente , quanto l'odiereb- 
bono a farli storiare * oltre a cinque ? come potersi tanto 
tèmpo antivedere, che mente, famiglia, fortuna uno ara ? in- 
superbiscono a tenére un anno V onore, che farieno in cin- 
que ? incinqueriensi i magistrati, ' manderiensi sozopra le 

* * a diporre verità: a fare, dove occorra, testimoniaiisa del vero. 

9 * del prorogato; cioè, della questione sulla proroga. Il Lat.; « respro- 
Utas. » 

* * /e batoste ec, ; le contese occorse tra Pisone e Gallo su questo pro- 
posito. 

^ * la spedizione s cioè, degli afl&ri: la prorogasione fu decretata. 
S duraturi cinque anni. Leggo quinosj perchè singttlos non può 
stare. 

* * quasi non gli paresse ec. ; mostrando di credere che Gallo con quella 
proposta non gli volesse scemare, ma crescere autoritli ec. 

^ Grave essere alia modestia sua. Con questo medesimo. Gallo fece 
similmente il modesto nel primo libro. % 

9 * a farli storiare, a fargli languire aspettando. È modo ancora vivo 
nel popol toscano. 

' incinqueriensi i magistrati. Omero, Dante e tutti i grandi formano 
nomi dalle cose. Quintiliano e tutti i gramatici l'approvano, quando calcino 
appunto , come qui , dove Tiberio schernisce la cinquannaggine che Gallo vo- 
leva de' magistrati. 



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82 II. LIBIO 8BC0MD0 PBCIU AIWALI. 

leggi» cbe hanno assegnato a' |rogUoloai li spazi ragiono? oli 
a chieder gli nfici e goderli. » 

XXXyiI. Con qnesta senUiianza di carilevole parlare 
ritenne la sua podestà, e a' senatori poveri giovò. Tanto (mù 
fece. maravigliare la sua superba risposta a' preghi di M. Or- 
lalo giovane nobile, venuto in calamità evidente. .Fa c^iiesti 
nipote di Ortensio l'oratore. Agusto gli donò venticinque 
mila fiorini d' oro perch'.ei togliesse moglie, avesse figlinoli, 
e questa chiarissima famiglia non si spegnesse. Venne adun- 
que in senato, che si tenne ip palagio, con quattro figliuoli 
alla porta; e voltandosi all' imagine ora d'Ortensio che v'era 
tra glji altri oratori, ora d' Agusto, quasi per cosa di ben pn- 
blico,* incominciò: « Padri coscritti, io mi trovo questi figliuoli 
dell'età e numero che vedete, non di volontà mia, ma del 
principe, e per avere i maggiori miei meritato succeditori. 
Io non avendo potuto per li tempi sinistri acquietar danari, 
non séguito di popolo, non eloquenza (proprio dono fli casa 
nostra), mi contentava di stentare cq|^ |}uel po'xh' io aveva 
onestamente senza dar noia a persona; ubbidii allo impera- 
dore e amn^qglia'mi: ecco la stirpe e I4 progenie di tanti 
condoli, di tanti detlatori. Né ciò mi procacci invidia,* ma 
misericordia maggiore. Vivendo tu , Cesare , darai dell! 
onori a' bisnipoti di Q. Ortensio, agli alUevi d'Agosto: Lj 
tanto assicurali dalla fame. » 

XXXVIII. La gran volontà del senato di consolarlo la 
fece qscire a Tiberio, ' e disse : « Se tutti i ppveri q' avvìe- 

* * quasi per cosa di ben public^. U Lat. s « loco seiifpiti<e» » Il Dati trad. 
« in luogo di suo parere. «* Il Politi : « senza aspettare che se ne faceste propo- 
sta. «* — Il console faceva la proposisione, e i padri dicevano sy di essa la propria 
scnteota. Ma se alcun di essi avesse conosciuto qualche cosa di ben pabUico» 
poteva alsarsi e tenerne proposito anche sema la proposta del magistrato. Oode 
In frase n dire alcuna cof a in luogo del parere «* significava « parlare di cosa im- 
portante alla repubblica, non proposta dal magistrato. » Òjrtalo si prevalse di 
^esto diritto t servigio , nc^ della repubblica , ma della propria povertà. 

' * invidia. Farmi più coerente al lesto il dire t «( J!fe ^ues^ iq dico per 
accattare odio altrui, ma a me compassione, m 

' la fece uscire a Tiberio. I principi per esser mai^gri degli altri 
nomini , come non posson esser comandati , cosi fi sdegnapo d' esser ammo- 
niti ; però mancano di chi dica loro il vero. Perchè chi s^ OS^^^^ ^^ ^^'^ 
mente, pare ch9 gli scemi di maggioransa; e per non la c^de{;e, s'ostinano 
nell'erróre. Nerone a dispetto di mare e di vento volle mjjndar l'orinata in 



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IL LnàO BBCOKDO DEGLI ARlfALI. 83 

ranno qua a chieder limosina peMor figlinoli, ninno di vedrà 
pieno, e la repnblica fallirà. Concederon gli antichi il dire 
ttff volta il ben eomnne,* e non il fare qna enlro i fatti nostri 
privati e bottega del senato con carico di esso e del princi- 
pe, largheggisi ono. Perciocché non preghiera ò , ma richie- 
sta a sproposito e sprowedota,* quando i padri son ragnnati 
per altro, rizarsl sn, mostrare on branco di figlinolt, violen- 
tare la modestia del senato e nle , e qnasi sconficcare la te- 
soreria; la qnale se noi voteremo per vanità, 1' aremo a 
riempiere per ingiustizie. Agosto, o Orlalo, ti donò; ma per 
sentenza contro,* né con obbligo di sempre donarti. Man- 
cherà V industria e crescerà la pigrizia, se timore ò speranza 
non ci governa: ogni dappoco con Mostro danno aspetterà 
sicnro ^ che noi Y imbocchiamo. » Parve a' lodatori di tutte 
le cose de' principi, oneste e disoneste , che egli avesse di- 
pinto!* Dia i prò ammutolirono o bisbigliavano di nascoso. Ei 
se ne accorse, e, taciuto alquanto , disse avere risposto a Or- 
lalo: tuttavia se a' padri paresse, darebbe a ciascuno de' fi- 
gliuo' maschi cinque mila fiorini. Essi lo ringraziarono : Or- 
lalo niente disse, o per paura o per antica nobiltà d' animo 
albergante ancora in qulslla miseria. Onde a Tiberio non ne 

campafiM, come si dice nel libro ^indici di'<|oeiti Aonili. Seppiamo quel 
cl>e avreDoe in A]gteri e a Meta a Carlo Quinto. Dice il pratico al principe, 
Non far, non fare j t* h. Qui nota una gran brevità di nostro parlare (poi- 
cbè ad altro fine non tende la presente nostra fatica). Quello, ^fa, importa, 
ut tìU tane eo magisfaeiii tutto <{aetlò comprende e significa ; e ben lo 
sente chi h fiwentino. 

^ * il ben comune. Vedi la nota 1 , pag. 83. 

' * sprovveduta, imprevista, improvvisa. , 

^ *nia j^ sentènza contro. La Giantina ba: • ibH noti per senUnsa 
contro. M Nbl'una lA l'altra leidoné mi pA- cbiara. Il Latino dke : u sednon 
eompelUtusj • cfo^, ma mia fbrsato. E qiiadca benissimo*. 

* * #lcitiSo non h il latino eecttìm» cbé qni vale Une cura, spensierato. 
NeHa Glunlina traÀdniie cosh « Kotrani^ \é api e regneranno i calabroni se deUe 
proprie opere n^ bene n^ male colali emetteranno ; ma cbe noi de' nostri indMi , 
poltroneggiando essi, gì' imbocchiamo e aBcbe meniamo loro le mascella.» 

^ che egH Offèsse dipinto, fa dosso aDe persone dipinte, i panni non 
sono larghi nh stretti uh corti uh lunghi. Con questa metafora e somma bre* 
irkÙL dieiamo, mio éh^er <l^firt!»'/chè detto o fatto ha cosa caìsaiite per l'ap- 
pai, chirMii pdteta sur me'gUot quadra, entèa, rieiripie tutti i'ventficoli del 
cervello e dell'animo (*). 

n Nella Ghnliaa maneaiio le persie: quadra, mira ce. 



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84 IL LIBRO SBCOMIO DMLI ANNALI* 

iDcrebbe mai più, ^ quantanqoe la casa d'Orlalo ' cadesse in 
povertà vergognosa. 

XXXIX. Ne! detto anno l'ardir d'an verme' fo per 
mettere la repablica, se tosto non s'ovviava, in discordie 
e armi civili. A Clemente schiave di Agrippa Posiamo, adita 
la fine d'Agosto, venne concetto non da schiavo , d' andare 
nella Pianosa, e, per forza o inganno, rubare Agrippa e 
presentarlo agli eserciti di Gerniania. Una nave mercantile 
penò tanto che lo trovò. ammazato. Onde si- mise a sbaraglio 
maggiore: rubò je ceneri e passò a Cosa, * capo di mare in 
Toscana, ove stette nascoso tanto che rimesso barbai chio- 
ma, somigliando per eia e fatteze il padrone , sparse voce 
per idonei suoi che Agrippa era vivo: prima di sottecchi, ' 
come si fa delle cose di pericolo; poi ne riempio ogni gente, 
spezialmente ignoranti, curiosi e ma' fattori, bisognosi di no- 
vità. Andava egli per le jerre al barlume: in pubblico non 
s'affacciava. Giunto in un luogo, spariva via: lasciava di se 
fama, o avanti lei compariva; perchè occhio e dimora aiutano 
il vero; fretta e dubieza il falso, 

XL. Già si spargea per Italia che Agrippa era salvo, 
bontà dellì iddìi ; in Roma si credeva. Giunto a Ostia, molla 
gente, in Roma i conventicoli lo celebravano. ' Tiberio stava 
sospeso, se centra un suo schiavo convenisse andare arnaato 
o lasciare co '1 tempo svanire la credenza : ora niente doversi 
sprezare , ora non d' ogni cosa temere gli dettavano vergo- 
gna e paura. Finalmente di suo ordine Crispo Saluslio induce 
due cappati'' suoi (alcuni dicon soldati) a trovar l'uomo, e 

^ * non ne increbbe mai più. Don sovvenne mai più alle mùerìe di Orlalo. 

^ * la casa d* Orlalo. Il testo ha : « domus HortensU. » 

^ * d'un verme. Forse tanta, viltà noii è secondo la mente di Tacito, il 

quale semplicemente dice: m mancipii unius audacia» » OUrecbè la risposta 

arguU data da costui a Tilierio, e la fine che fece, lo mostrano d'animo non 

ignobile. 

* * Cosa: oggi Monte jàrgentaro, 

f^ * di sottecchi, soUo sotto; di sotto mano. Lat. « occulUs primum ser^ 
monibus. «* 

* * lo celebravano, ha, come il celebrabant del testo, doppio senso: nd 
primo memhretto significa corteggiare, esser d* attorno i nel s€QOImIo> ./odiire^ 
esaltare ec. 

' • cappati, scelti. 



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IL LIMO filCONOO DKCLI ANNALI. h6 

dirgli di venire' a servirlo» offerirgli danari, fedeltà e la vita. 
Ciò fatto l'appostano ana notte sema guardia<ye con buona 
compagnia lo legano e tirano con la bocca tarata in palagio. 
Tiberio il dimandò, « Come ti se' ta fatto Agrlppa? j»* rispose 
« Come to Cesare. » Bi fargli dire i compagni non fa verso: 
nò Tiberio ardi giostiziarlo in pobblieo, ma in parte segreta 
del palazo il fe' accidere e portar via; e bencbò molti corti- 
giani, cavalieri e senatori si dicessono avergli porto aioti e 
consìgli, non fa rimestato.' 

XLL CoBsagrossi al fine dell' anno, per le insegne che 
Varo perdo, da Germanico a Tiberio racqoistate, l'arco presso 
al tempio di Saturno; il tempio di Sortefor tona lungo il Te- 
vere, negli orti che Cesare dettatore lasciò al popol romano; 
una cappella a casa Giulia, e una statua al divino Agustojn 
Boville. 

[A. di R. 770, di Cr. 17.] Nel consolato di Gaio Ce- 
cilie * e L. Pomponio , il di ^6 di maggio Germanico Cesare 
trionfò de' Cherusci, Catti, Angrivari e altre nazioni infino 
air Albi. Eranvi portate le spoglie, i prigioni,! ritratti de'mon- 
ti, fiumi e fatti d' arme. Per finita tennesi quella guerra che 
non fu lasciala finire. Non si saziavano di guatare la sua gran 
belleza e i cinque figliuoli sul carro; con segreto batticuore, 
considerando essere a Druse suo padre il favor del popolo 
stato infelice; Marcello suo zio, perché la plebe ne folleggia- 
va, ^ rubato anzi tempo: questi amori del popolo romano brevi 
e malaurosi. 

XLII. A nome di Germanico, Tiberio donò alla plebe 
fiorini selle e mezo per testa, e sé e lui elesse consoli. Non 
perciò diede ad intender di voler bene al giovane, ma trovò 



' * <fi venire, die venivano. 

> Come a se* tu fatto Agrippat Buia capo di secento assassini, fatto 
prigione e da Papiniano domandato , Perchè rubi t rispose, Perche giudichi f 
( Sifilino , in Severo. ) 

S non /ti rimesteto. Perchè lo spettacolo d* Agrippa falso avrebbe ri- 
cordato al popolo la morte d'Agrippa vero, e non era bene rinfrancescarla (*). 

^ * Cecilio. In alcuni testi leggesi Coflins invece di Ceecilus. 

^ * la plebe iw folleggiava. Il I.at.*. ujlagrantìbus plebis studiis, m 

(*) Hnfraneetearta, II Davsntati ba raccolto questo modo di parlare dalla bocca d«l popolo 
dov' è tnltavia vivo , e significa : rttorean sopra uaa cosa. Credo sia cvrrBàone di rinfreseare, 

I. 8 



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86 IL LIBRO MCOMM Mi}U ANNALI. 

o seppe prender vìa da po4er1o smaltire ^ sotto spezie d'ono- 
re. Godeva già cinquaot' anni la Gappadocia il re Arehelao, 
odiato da Tiberio perché in Rodi non l' onorò; [non per sn- 
perbia, ma per essere avvertito da intimi d* Agosto, che vi- 
vendo Gaio Cesare e governando Torìente, la pratica di Ti- 
berio non parea sicura.* Stirpali i Cesari, e fatto imperadore, 
fece dalla madre scriver ad Arclieiao, che sapeva i disgusti 
di suo figliuolo e gli offeriva perdono, s' ei venkse a suppli- 
care. Il buono uomo ' che lo inganno non intendeva o, sco- 
prendosi d'intenderlo, forza aspettava,^ eorse a Roma, ove 
dal crudo principe male accolto e tosto querelato in senato; 
non per le apposte cagioni Bia per la f«cohiala, per l'ango- 
scia, e pereh'a're non par giuoco' patire le cose giuste, 
non che gli smacchi, * forni per volontà o natura la vita sua. 
11 regno fu Jatto vassallaggio, e Tiberio per quelF entrala 

* • smalUre, Vedi lib. H, 6. 

. ^ non parea sicura. Nel fine del quinto si dice clie Gaio urtava Ti- 
berio. 

' // buono uomo. Ben fosti arcolaio aggirato (*). Diooe 67 } dice che Ti- 
Leno lo voleva dicoUare , benché decrepito, gottoso e bavoso (**). Ma udendo che 
egli avea detto: S' io tomo nel mio regno ^ io mostrerò a Tiberio il mio 
nerbo: il riso spense l'ira. Akri dice che Archelao per BTer detto questa 
scempiesa, ti morì di dolore. Tacito la conta più gravtmente. 

* * forza aspettava, temeva di violenia. 

\ * non par giuoco. Se dovessimo , a interpretar questa frase , pigliare a 
guida il lesto latino ( « regibus eequa, nedum infima ^ insolita sunt » ) , bisogne- 
rebbe dargli un senso molto nuovo. Lasciato dunque il testo, oaaervo dbt il pò- 
' polo toscano usa spesso la frase /àr giuoco per esser comodo, opporUùtoj p. e. 
Qttesta cosa mi Ja giuoco. Potrebbe dunque credersi che andie qui giuoco 
stesse per cosa comoda, buona , opportuna ec. , e quadrerebbe heuissimo alla 
seotensa di Tacito: « Ai te non par buono patire ec. » Se ho colto nel veroi 
potrebbe questo significato aggii;^nersi al Vocabolario. 

fi non che gli smacchi. I grandi non vogliono essere spacciati per l' or- 
dinario. A Scipione non parve dovere comparire a difendersi, e Sempronio 
Gracco, nimico suo, disse: « Gli iddii e gli nomini l'hanno fatto si glo- 
rioso , che il metterlo come gli adtri sotto la ringhiera a sentirsi leggere in 
capo l'acouM, e malmenare « sfiorire {***), era.vergc^^na del popol romano. «• 
( Livio, 48. Appiano nella Sirìaca.) Similmente Lucio suo fratello tornato d'Aaia, 
quantunque ndn trovasse mallevadori per la somma bisognevole al «uo sinda, 
cato , non fa lasciato incaroerere. 

(*) arcolaio. Bistiecia sol nome d' Archelao : e arcolaio aggirato vale nomo ravviloppato in 
OD inganno. 

(**) boioao, stupido: di qui bo/tirei onde U Nostro : « basì di paura; » obè, divenne stu- 
pido. Cassi anche per morlrt. 

r**) La Ginntina : « a sentirsi coIF aecose milmeaare e iftortre. » 



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IL LIBRO SECONDO DBQLI ANIIALI. 87 

Sgravò l' QH per cento, * e lo ridosso a mezo. * AbbaUeronsi 
ancora i Gomageni e i Cilici per la morte d'Antioco e di Fi- 
lopatore loro regi, a travagliare, volendo chi re chi Roma 
ubbidire; e la Seria e la Giodea stracche daUe angherìe , 
chiedevano alleggerirsi il triboto. 

XLIII. Tutte qneste cose adonqae, e V altre delle del- 
l' Armenia, ^ Tiberio contò a' padri, e conchiase non poter 
l'oriente se non la sainenza di Germanico acquetare: es- 
sendo egli oggimai vecchio, e Braso non ancor fatto.* Allo- 
ra, per lor decreto, Germanico ebbe il governo d'oltre mare, 
e, ovnnqne anda8se,80vrano a qualunque reggesse o per tratta 
o a mano.'' Ma Tiberio levò di Seria Cretico Silano che aveva 
impalmata una figliuola a Nerone primo figlinolo di Germa- 
nico, e misevi Gn. Pisene, uomo rotto, soprastante^ e fe- 
roce come il padre, che nella guerra civile aiutò valorosa- 
mente le parti risorgenti in Affrica contra Cesare; poi seguitò 
Bruto e Cassio ; ebbe grazia di tornare a Roma; e non si di- 
chinando a chieder «mori, Agosto l'ebbe infine a pregare 
che accettasse il consolato. Ma oltre a' paterni spiriti , la no- 
biltà e le riccheze di Plancina sua moglie lo ringrandivano. 
A Tiberio appena cedeva: i snoi figliuoli, come molto da 
meno, spregiava. Conoscevasi piantalo in Scria per tener 
basso Germanico. E alcuni vogliono, che Tiberio gli desse 



* sgravò i* tm per cento. Questo era di tutte le cose cbe si Tendevano (*)■ 
E parea grave al pòpolo ; dal quale pregato Tiberio .di levarlo , lo negò {**) , e 
qui lo ridusse a meao per cento. 

^ * lo ridusse a mezo. Intendi : la Gappadocia fu ridotta a provincia roma- 
oa ; di che essendo cresciute le rendite dello stato^ Tiberio vide che potevasi senza 
danno sminuire la gravezza dell' un per cento ( centesima veetigat) posta gik da 
Angusto (a. di R. 768) su tutto ciò che si vendesse all' incanto; e la ridusse 
all' un per dncento {ducentesimam statidt), ossia alla metk. 

* * Vedi sopra, cap. 3. 

* nom ancor /atto. Non matwo a tanto governo : metafora nostra. 

^ * o a mano. Intendi: dovunque andasse, aveva autoriUi superiore a quella 
dei governatori delle proviacie , si di quelli che mandava il senato traendoli a 
sorte , si di quelli che erano spediti ad arbitrio del principe , ehe il Nostro chiama 
JiUti a mano, 

* * uom^ rotto 9 soprastante. Il Lat. : « ingenio nofentum et obsequii 
ignarum. «» 

n I.a Giontinat « Questo era delle cose ebe si vendevano allo 'acanto. » 
r)V«éiHbr«I, telile. 



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88 IL LIBBO 8B€0ND0 DBOtI ANNALI. 

commessìoni occalte: Agnsta senza dubbio inìzò Plancina a 
fare alle peggiori con Agrippina;* parteggiando la corte in 
segreto, chi conDrnao chi con Germanico: Tiberio carezava 
Braso soo naturai sangue: Germanico era più amato dagli 
altri, perchè il zio F odiava,' e più chiaro di sangue da lato 
della madre, nata di Marcantonio e d' Ottavia sorella d'Agu- 
sto: ' dove il bisavolo di Dmso Pomponio Attico, cavaliere, 
male tra le imagini de'Glaudii campeggiava. E Agrippina 
moglie di Germanico a Livia di Druse SQprastava per fecon- 
dità e netta fama. Ma questi fratelli erano forte uniti, né da 
tempestare di lor brigate scrollati. * 

XLIY. Non v' andò guari che Tiberio mandò Dmso in 
llliria, per milizia apprendere e per farsi dall'esercito ama- 
re: star meglio in campo che a sviarsi ne' piaceri della città,* 
e più sicure le forze sue ne' due figliuoli sparlile.* Ma finse 

• * inizò Plancina a fare alle peggiori con Agrippina. G. Dati : « Ne si 
dvbita pnntd che AugtuU non mettesse su Planeioa a peneguiUre Agtippitia 
moglie di Germanico^ con quelle emulasioni che s* usano tra le donne. « Vedi 
nel lib. I, 3, M le ise donnesche. » 

^perchè il zio l^ odiava. Chiama Tiberio quando zio, quMào padre 
di Germanico. L'uno era per natura, come nato di Druso suo fWitello, l'al- 
tro per adoiione di, lui fatta per volontà d'Augusto , come nel primo libro. 
Cosi Germanico e Dmso eran fratelli cugini per natura , e carnali per ado- 
zione. 

^ e d' Ottavia sorella d* Agusto. Questa era madre d' Antom'a mi- 
nore, madre di Germanico. Come adunque dice il latino che Germanico , fé- 
rebat avunculum Augustum? avuncidus è il fratcl della madre, non del- 
l' avola. Forse si dee leggere proamincuhùn, magnum avunctdttm. Per fug- 
gir questa difficoltà, e con più brevità, ho detto come si vede. Il seguente 
albero mostra, come la nobiltà materna di Germanico fusse più chiara di 
quella di Druso. 

I Ottaviano Agusto. i Antonia minore , > 

Ottavia maggiore, mo- j moglie di Druso | Germanico, 
glie di Marcantonio. ' il Germanico. \ 

Pomponio Attico, | Pomponia , mogUe di J ^.^^"oguf d"^^^^ j Druso. 
cavaUere. f V.psamo Agnppa. J b„io impe^^ore. ' 

^ *nhda tempestare ec. G. Dati : *« Nò s' erano mossi per discordia che 
fusse tra' loro parenti. » 

8 sviarsi n^ piaceri della città. Dice bene quel nobile poeta iranaese 
nella sua Settimana, che i piaceri sono monti di diaccio, dove i gidrani corrono 
alla china ; aggiungovi, in trampoli. 

' pia sicure le forze.., spartite. Commodo avendo scoperto e ucciso Pe- 
rennio , diede a' soldati pretoriani due generali. (Erodiano nel primo. ) 



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n LIBIO 8IC0IID0 DEGLI ANNALI. 89 

mandarlo per aiuto chiesto da'Soevi contro a'Gherusci. Ay- 
vengachò costoro liberati per la partita de' Romani da fore- 
stiero timore; e per natia usanza e per contesa di gloria, si 
voi tessono l'armi centra. Pari di forze e di valore de' capi. 
Ma qnel nome di re in Maraboduo non piaceya a' popoli: Ar- 
minio, che per la libertà combatteva, era il favorito. 

XLV. A lui rifuggirò del regno di Maraboduo, Suevi, 
Sennoni e Longobardi, co' quali aggiunti a'Cherusci e loro 
allegati , antichi soldati suoi , era più forte , se Inguiomero 
co'l suo seguito, non s'accostava a Maraboduo; perciò sola- 
mente che si sdegnava ubbidire, essendo zio e vecchio, al 
giovane nipote. Ordinaronsi le battaglie con pari speranze. 
Non più i Germani divisi in frotte, in qua e là scorrenti , 
come solevano, avendo per lungo guerreggiar co' Romani 
appreso a seguitare le 'nsegne , soccorrersi , ubbidire i capi- 
tani. Arminio per tutto l' esercito cavalcando a ogn' uno ri- 
cordava « la riavuta libertà, le squarciate legioni; mostrava 
in mano a molti di loro ancor le spoglie e l' armi tolte a'Ro- 
mani ; chiamava Maraboduo fuggitore codardo , intanato 
nella selva ^ Ercinia , chiedi tor d' accordi con ambascerie e 
presenti, traditor della patria, cagnotto di Cesare, degno di 
esser con più rabbia spiantato che Varo non fu ucciso, se si 
ricordassero delle tante battaglie, i coi fini, ' con la cacciata 
finalmente de' Romani , chiarire chi riportasse l'onor della 
.guerra. ;» 

XLVI. Né taceva Maraboduo i suoi millanti e le vergo- 
gne d' Arminio; ma dando ad Inguiomero della mano in su 
la spalla, diceva: « Ecco qui la gloria de'Gherusci. Per li 
costui consigli s' è fatto ogni bene, e non di queir animale 
d' Arminio y che se ne fa bello , per aver tradito le (re le- 
gioni smembrate e il capitano che dormiva , con gran mor- 
talità de' Germani e sua ignominia , avendo ancora schiavi la 
moglie e il figliuolo. Ma io assalito da legioni ben dodici, 
capitanate da un Tiberio, mantenni alla gloria germana il 

' intanato nella selva. Maraboduo era stato in Roma da giovane , e ca- 
reuto da Aguato. Portò a casa le romane arti e auggiogò molti popoli , da' qvaXi 
odiato I si ritirò in quella selva per fortesa. (Strabone, lib. i7.) ' 

S * ieuijini, l'esito delle quali battaglie. 

8' 



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90 IL LIBftO SECONDO OBOLI ANNALI. 

soo fiore. Fecesi accordo orrevole, nò ci ha ripitfo, ^ poscia- 
cbò a noi sta se yogiiamo di bel nuovo combattere o senza 
sangue vivere in pace. » Pugnevano l' ano e l'altro esercito, 
oltre alle dette, altre cagioni proprie, che i Gherasci e' Lon- 
gobardi combattevano per la gloria e per la libertà nnova ; 
quegli altri per accrescer dominio. Affronto non fu mai si 
possente e dubbio; perciocché l'uno e l'altro destro corno 
fu rotto: e rappiccavansi , se Marabodoo non si ritirava alle 
colline : segno , che impauri : onde i rifuggiti alla sfilata il 
piantarono. Se n' andò ne' Marcomanni e domandò per am- 
basciadori a Tiberio aiuto. Rispose, non poter aiuto contro 
a' Gherosci chiedere a' Romani , chi loro già contro a' me- 
desimi lo negò. Nondimeno fu mandato Druse, come dicem- 
mo , a rappaciarli. 

XLYIL Rovinarono in queir anno dodici xittà nobili 
dell'Asia per tremuoti venuti di notte, per più irprovveduto 
e grave scempio.' Non giovava, come in tali casi, fuggire 
air aperto , perchè la terrà s' apriva e inghiottiva. Gontano 
di montagne nabissate ; piani rimasi in altura, lampi nel fra- 
cassio usciti. Ne'Sardiani fu la maggiore scurità: onde Cesare 
loro promise dogencinquantamila fiorini, e di quanto pa- 
gavano al fisco e alla camera gli esentò per anni cinque. 
A' Magnesi di Sipilo toccò il secondo ristoro e danno. I 
Temnii, Filadelfii, JSgeati, Apolloniesi, Mosconi, Macedoni,' 
detti Ircani , Gerocesarea, Mirina , Gimene e Tmolo piacque 
per detto tempo sgravar dé'tributi e mandare a visitarli e 
provvederli un senator pretorio , non consolare, tome il go- 
verna tor dell'Asia era, acciò non competessero come parie 
s' impedissero , e fu eletto M. Aleto. 

XLYIII. Questa magnifica liberalità pubblica fu rifiorita 
da Gesare con due altre private non meno care. Diede la 

* * nk d ha ripido , "ró ci ha luogo • peBtifii«Dto , a rammarieo ce. 
Latt « n^ue pmnitere. » 

> * per pik sprovveduto e grave scempio j cioè, coma traduce il Dati, 
« e con tanto nuggior danno , quanto che egli ecdse all'improvista. *• 

^ * Moseeni, Macedoni ec. VL Lat: « qtUque Moscéni aut Maeedomes 
Byreani vocantar. m L' esemplare nestiano di Gino Capponi porta oomtt» a 
penna; m I Temnii, Fihdelfi, Egeati, Apolloniesi, e qne" Momcbì o Kmadoni 
detti ircani.» 



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IL LIBBO SECONDO DEGÙ ANNALI. 91 

ricca redìtà d' Emilia Musa, morta senza testare, che andava 
nel fisco , ad Eipilio Lepido che di tal famiglia parca ; e 
quella di Pataleio ricco cavalier romano ( benché a lai ne 
lasciasse una parte ) a M. Servilio chiamato nel testamento 
primo e non sospetto ; e disse che qoe' genliloomini riarsi ' 
meritavano cotali rìnfrescamenti. Né accettava reditadi , se 
non se meritate per amicizia: quelle di sconoscinti, o che in 
dispetto d'altrui lasciavano al prìncipe, ributtava.* Ma come 
egli sollevò V onorata povertà di questi buoni , cosi privò del 
grado senatorio, o permise lasciarlo,' Vibidio Varrone, Ma- 
rio Nipote , Appio Appiano , Cornelio Solla e Q. Yitellio , 
impoveriti per mal vivere.^ 

' * riarsi, poverìuimi. Coli' iitessa metafora il nostro popolo osa bruciare 
per non aver danari, 

S * ributtava. Nella Giuntina : « cacciava via. ** 

' aprivo..., permise lasciarlo. La Giuntina: « scavalcò o fece scen- 
dere. » 

* impoveriti per mal vivere. Interesse pubblico è che ninno disperda le 
sac facoltà, ma le conservi a' suoi per mantenere le famiglie nobili e gU no- 
mini buoni» e questi fanno la repubica felice. Avvengacbè colui che di ricco 
e nobile cade in necessità , che legge non teme, non si voglia dichinare a fare 
ignobili esercisi per campare, ma diasi a rubare, giocare , tradire , spiare , falso 
testimoniare, Ruffian^ baratti e simili lordure j e questi fanno la repu- 
blica infelice. Quindi sono le tante leggi suntuarie che ogni di si fanno e 
ninna se n'osserva. E dannosi curatori a' prodighi non meno che a' furiosi. 
n ch« faceva in Roma il magistrato con queste bellissime parole ; qvahoo tva 

BOBA PATXBKA AVITAQTB KBQVITIA TTA DlSPBBDlS, LIBBBOSQVB TVOS AD EGB- 
BTATBM PBBOTCIS; OB BAM BBV TIBI BA BB COMMBBClOQVB IHTBBDICO. Gosi fu 

nesso (diciamo noi) ne' pupilli il Sglinolo di Fabio Massimo; non potendo Roma 
sopportare che la roba che doveva mantenere il grande splendore de'Fabii, si bi- 
goasasse. E tentò il figliuolo di Sofocle di metterlovi , straccurando le facoltadi, 
per attendere alle tragedie : ma leggendo egli a'giudici TEdipo Goloneo, che 
cg)i componeva allora, mostrò loro quanto era in cervello. Santa fu ancora 
l'ordinansa di Solone, tratta, dice Erodoto, dalli Egiiii, e parmi intendere 
che s'osservi nella China, di dare ogn'anno ciascheduno la portata della sua 
entraU e spesa. Per la quale furon ciuti Cleante, Menedemo e Asclepiade,a 
dar conto come fosse che nulla possedendo e tutto '1 di a filosofia attendendo , 
attesero cosi gai e prò. lia udito l' areopago da un mugnaio e da un ortolano, 
dM ogni notte a voltar la ruota e attigner aequa si guadagnavano due dramme 
d'ariento per uno, ne donò loro dugento. In Corinto a chi teneva più spesa 
che non avea entrata^ era comandato che la scemasse; e chi ninna entrata 
avea, e tenea vita larga, era giustisiato sena' altro processo, convenendo che 
vivesse di seeleritadi. Ma Tiberio solamente tolse la degnila senatoria a questi 
quattro acepigliati; per chiamare i fonditori della loro facoltà con questo nuovo 
vocabolo » che la nostra tWÙk ha trovilo al nuMo lusso itrabocehevolè entra- 



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92 IL LIBBO SECONDO DBfiLI ANNALI, 

XLIX. Dedicò a Bacco, Proserpina e Cerere il tempio^ 
per boto d' A. Poslumio dettatore, cqminoiaio da Agusto^, 
guasto da tempo o fooco, accanto al cerchio maggior^; e 
quivi pure, quel di Flora ordinato da Lucio e Marco Publicii 
edili : e quel di lano dal mercato degli erbaggi , che Gaio 
Duillio edificò per la riportata prima vittoria romana in 
mare , e navale trionfo de' Cartaginesi. E Germanico dedicò 
alla iSperanza quello che Atilio nella medesima guerra bo- 
tato avea. 

L. La legge di stato allungava 1 denti, ' e fu accusata 
Apuleia Yarilia, nipote d'una sorella d'Aguslo , d'avere bef- 
feggiato lui , Tiberio e la madre , e commesso adultero' cosi 
parente dì Cesare. ^ Di questo fu rimesso alla legge giulia. ^ 



toci: pretto veleop alla vita .di lei, foodata nella panimonia e industria; a 
lei più che mai necessarie ora , che non più che il quarto de* beni stabili ri- 
mane a' privati laici ; come mostra il catasto , e camminasi oltre , e nutrì- 
sconsi i mendicanti ; che provvide san Silvestro Papa toccare a* conventi ric- 
chi. Il che si legge nella leeionp sesta del suo Mattutino. Quindi pacane la 
leggjB .agraria, e gli scismi in Germania e Inghilterra , e la storia de'sacerdoti di 
Bel in Daniello a' 14 , e T ira delli Icenì contro a' sacerdoti del tempio di 
Claudio in questi Annali nel libro i4. (*) . 

* * il tempio: non fu un solo. Il Lat.: «« tedes, » Il Dati più chiaramente: 
u Rifece e consagrò quei tempii divini che per incendii o per vecchiessa 
erano rovinati , o finì quelli che da Augusto erano stati cominciati; e 'ntra gli 
altri quello dello iddio Libero e della iddea Libera e di Cerere lor madre ac- 
canto al Circo Massimo ec. ** 

s * allungava i denU. U Lat : m adolescebatj m ingagliardiva e facevasi 
sentire. 

S commesso adultero. Alle antiche pene dell'adùltero raccolte dal Lipsio 
nel 4 sopra quello di Aquilia con Vario Ligure, aggiugni questa che jaarra Vo- 
pisco d'Aureliano imperadore- Fece chinare le vette a due vicini arbori, le- 
gare a ciascuna un pie del reo , e lasciarle andare. Sbranossi in due pesi, e ri- 
masevi suso a mostra per esenbpio della strettissima congiuniione di marito e 
moglie disgiunta. 

* * così parente di Cesare, cioè « sensa aver riguardo al parentado 
eh' ella avea con Cesare. ** G. Dati. 

^ * lì Nostro va qui nn po' troppo per le corte ; perù non sark inutile 
di ricorrere , al solito , al Dati , che traouce cosi : « Quanto aU' adulterio , 
parve a Cesare eh' e' fosse per la legge giulia provveduto assai, e a quella 
si rimetteva. Dello avere con parole offéso la maestà, domandò chft in questo 
si facesse distinzione , e se alcuna cosa aveva detto irreligiosamente contro ad 
Augusto ella fnsse punita ; e di ciò che di lui proprio aveva detto, non voleva 
se ne facesse inquisizione. » 

(*) N«Ua Giaatina manca tntto ciò ohe segoa alle parole e umninmi off/v. 



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U LOBO ncONDO DC«U ANNAU. OH 

Dello sparlato d' Agosto volle si condannasse: di se non se 
ne ricercasse: della madre non ne rispose al consolo; ma 
l' altra tornata pregò il senato da parie dì lei ancora, cbe di 
parole dette coiitra lei, ninno fosse reo. Assol velia adnnqne 
del caso di siato, e per lo adoliòro persuase i suoi, che ba- 
stasse la pena antica del discostarla da loro dogenio miglia. 
Manlio, lo bertone, ^ fo cacciato d'Italia e d'Affrica. 

U. Nel rifare il pretore per la morte di Vipsiano Gallo 
T'ebbe contesa. Germanico e Droso (che erano ancora in 
Roma) volevano Aterio Agrippa parente di Germanico: pon- 
tavano' i più per lo più carico di figlinoli , secondo la leg- 
ge.* Tiberio avea piacere che il senato disputasse chi poteva 
più, o i snoi figliuoli le leggi. La legge (chi noi si sapea?) 
fo vinta; ma tardi, e arranda;* a uso di quando elio va- 
levano. 

Lll. Quest'anno nacque guerra in Affrica con Tacfari- 
nate. Costui fo di Nnmidia; militò in campo romano tra li 
aiuti; truffò; si fece capo di malandrini; ^ ordinoUì sotto in- 
segne, bande e buona milizia; e finalmente di capo di sche- 
rani , duca de' Musulani ' divenne ; gente forte, confine ai 
diserti, ancor niente incivilita. Fece lega co' vicini Mori e 
loro duca Mazippa, con patto, che Tacfarinate in campo il 
fior de' soldati armati alla romana ammaestrasse, e Mazippa 
con gente leggiera mettesse a ferro e fuoco e in terrore il 
paese: e trassero dalla loro i Ginizii, nazione di conto. Al- 
lora Furio Gammillo viceconsolo in Affrica andò a trovar il 
nimico con la legione e lutti gli aiuti; gente poca a tanti 

* * lo bertone , il drudo , l' adultero. 

S * pontavano. Il Lat.: « nUebanùtr , m' facevano pressa o premura. 
' secondo la legge papia poppea che dava i magistrati prima a chi era 
più carico di Bgliuoli. (Dione 56.) 

* *arranda, appunto, a mala pena, a stento. Neil' edisione originale 
sta cosi arranda in una sola parola ; ma le altre cplb Crusca pongono a randa. 

B capo di malandrini. Qà. e capo di malandrini , già non fa altro che 
vagot et latrociniis sitetos ad pradam et rapttis congregare. Le due pa- 
role Sorentine comprendono tutte queste , per propria virtù di questa lingua : il 
dirle sarebbe replicare il detto, però le lascio. Cosi avviene molte volte, e non k 
mancamento. (*) 

* * Léggi : « Musulami. » 

n QMta poctiUa nan«a neUa QlantUia. 



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94 IL unto SKCmiDO DMU AUSALI. 

Namìdi e Morì: ^ ma dorè sopra totto si procoraTason ìsfag- 
gir la guerra per paura; per sicarexa di vincere faron vinti. 
Presentossi la legione in mezo; fanti leggieri e due alio di 
cavalli ne' comi. Tacferinaie non rifiatò; fv sbaragliato: e 
Fnrio per molti anniracqoistò il vanto della milizia; che da 
quel Cammino che salvò Roma e sno figlinolo in qua , era 
stalo in altre famiglie. Fattostà' che tal nomo non era tenuto 
da guerra:' tanto più celebrò Tiberio sae gesto in senato. I 
padri gli ordinarono le trionfali: ^ e non gli nocquero, *■ per 
la tanto sua vita rimessa.* 

LUI. [A. di R. T71, di Cr. 18.] Il seguente anno foron 
consoli Tiberio la terza volta e Germanico la seconda , che 
prese l'onore in Nìcopoli città d'Acaia, dove era per Illiria 
venato da visitare il fratello in Dalmazia con mala naviga- 
zione ne' mari Adriatico e Ionio. Onde vi badò'' pochi giorni 
a risarcir V armata e, in tanto, vedere quel famoso Azio per 
la vittoria, e'rizati trofei d' Agusto e lo campo d'Antonio; 
ricordazioni a lui (perchè Agusto gli fu zio e Antonio avolo, 
com' è detto) e grandi spettacoli d' allegreza e dolore. Entrò 
in Atene con un solo littore, rispettando l'antica città col- 
legata. Qoe' Greci Io accolsero con onori squisitissimi e con 
eroico adulare «gli portavano innanzi i chiari detti e fatti 
de' suoi maggiori. 

LIY. Andò in Eubea, passò in Lesbo, dove Agrippina 
fece il sno ultimo parto di Giulia. Vide nel fine dell'Asia Pe- 
rinto e Bizanzio, città di Tracia; lo stretto della Propontide 

* gente poca a tanti Nttmidi te. Però tì fu mandata d' Ungheria la le- 
gione nona. Cosi erano due legioni in Affrica , come dice l'autore, quando fa 
la rassegna di tutte le forte romane nel 4 libro» e non una, come dice qui. Forse 
vi fu mandata poi per lo corso perìcolo. 

' * Fattostà : cosi la Giuntina , in una sola parola.. Altri usano stacca- 
tamente Fatto sta, lo stesso che Fatto èj modo familiare , che vale :« La cosa 
è in questi termini. » 

' * <fa guerra j idoneo' alla guerra , alle armi. 

* * ie trionfali, sottintendiyèjte o insegne. 

S non gli nocquero. Seppe usar 1' arte , o modestia d' Agrìppa, detta 
nella postilla 12 di questo libro (*). — * non gU nocqiuro ; cioè, non gli susci- 
tarono Pinvidia di Tiberio , che soleva astiare chi per virtù veniste in fama. 

^ per la tanto ec, per la molta inodestia della stia vita. 

' * vi badò, vi si trattenne, vi spese pochi giorni. 

(*) Di qaesta ediiione, nota T, pag. 74. 



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IL LIBRO SBGONDO DEfiLI ANNALI. 1>5 

e bocca del Poaio, per Tagheza ^ di riconoscere qaeU'anUche 
famose contrade: e insieme ristorava quelle Provincie stratte 
per loro discordie e nostre angherie. Volendo nel ritorno vi- 
sitare le divozioni di Samotrace, ' ripìato da' tramontani y 
ricosteggiò l'Asia e quo' luoghi ' per variata fortuna e nostra 
origine venerandi ; e sorse ^ in Colofone per intender di se 
da qoeli' oracolo d'AppoUioe ciarlo. Non donna v'è, come in 
D^o y ma sacerdote di certe famiglie, le più di Mileto, il 
quale piglia solamente i nomi e il numero de'domandanti; en- 
tra in una grotta; bee a una fonte sagrata; " non sa leggere 
per lo più né poetare, ' e rende in versi alle domande cogi- 
tate i rispoBsi.E dice vasi aver cantato a Germanico morte 
vicina, con parole scure d'oracoli.'^ 

LV. Ma Pisone per tosto cominciar sua opera, entra fo^ 
rioso in Atene e la riprende agramente, dicendo: a Troppi 
convenevoli , non degni del nome romano, essersi fatti, (e 
pngneva per fianco Germanico) non alli Ateniesi, che n' è 
spento il seme, ma a questo goazabuglio di nazioni. Essi es- 
sere que' buon compagni di Mitridate contro a Siila , d'An- 
tonio contro al divino Agosto* » Rinfacciò loro T antiche 
percosse da' Macedoni, le violenze aiioro: volendo male per 
altro^ a quella città che non gli aveva fatto grazia d'un Teofilo 

' * vagherà: e con doppio s nella Giuntina ; ma certa per inavvertenza : 
perchè in quei pochi luoghi dove la Giuntina reca la doppia i ^ il Ms. l* ha 
scempia. 

* Smmctntee, Yemit di quella isola Dardano col Palladio in Frigia, 
ove fa Troia, oùde usci Roma , la quale di si piccola origine sali in si ampia 
fortuna. Molte parole del latino traspone il Lipsio correggendo questo luogo ; 
una sola con bello avvedimento il Picchena ; « Igitur Asitun aliaque ibi vo- 
rietaie foritmae et nostri origine veneranda rehgii , appeUitque Colophon 
nas»^ tatto toma benissimo.^^* U divwdoia. Il Lat. ; « sacrai *• U memorie e 
i monamenti reUgiosi. 

' * rioosteggié l^Aski £ que* hiogki %c. Legge < « igUmr aHo quaque 
ibi ce. » dove il testo corrotto fu restituito cosi: <* igUur mtUo'/liQ iqum- 
que ibi ee. : « «ieofteggiò l'Asia , visitò Ilio e qua' luoghi ec. « 

* * surset approdò. 

'"* bee « WMjbnte sagrata: aveva scritto « bee acqua santa t » pvi 
coiressa, 

^ * ne poetare : nel Ms. « nò comporre i • ma cancellò. 

V ** cM-^orofc scure d'ùraeoli: la Giastioa : m con parola d'oracoli da 
indovinarle. » 

^ ' per altro U Lat. : « offensus urbi fwpriS quoque irà» » per suo pri- 



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96 IL LIBRO SBGONDO DEGLI ANNALI. 

condannato dall' areopago per falsario. Quindi navigando a 
fretta per le Gicladé e per tragetti di mare, raggiunse in Rodi 
Germanico, avvisato di tanto perségnito;^ ma bI bonario che 
battendo Pisene per burrasca In iscogli, ove poteva alla for- 
tuna attribuirsi sua morte, gli mandò galee e salvoUo. Non 
perciò mitigato Pisene , stato con Germanico appena un dì, 
gli passò innanzi e, giunto alle legioni in Sorta, con donare, 
praticare , tirar su infimi fantaccini, cassar vecchi capitani e 
severi tribuni e mettervi suoi cagnotti o cerne, ^ e lasciarli 
nel campo senz' esercitamento, nelle città senza freno, fuori 
scorrere e rubare, scapestrò «i ogni cosa che il volgo il dicea 
padre delle legioni: e Plancina, fuori del dicevole a femmi- 
na; interveniva al rassegnare, ali' addestrare cavalli e fanti: 
d' Agrippina e di Germanico diceva ree parole; e alcuni sol- 
dati, e de' buoni, le si efiérivano a più rei fatti; bisbiglian- 
dosi che r imperadore cosi volesse. 

LVI. Germanico sapea tutto , ma volle attender prima 
alli Armeni. Di questi non fu mai da fidarsi per lor natura e 
per lo sito, in corpo' a nostre provincie, che s'estende sino 
a' Medi, e tramezando due grandissimi imperì, or combat- 
tono co' Romani per odio, or co' Parti per invidia. Erano al- 
lora senza rè, rimosso Yonone: ma vòlti ^ a Zenone figliuolo 
di Polemone re di Ponto; il quale sin da fanciullo usando 
caccia, vestire, vita, costumi, e ciò che li Armeni amano, 
s' era guadagnato i grandi e la plebe. Là onde da Germanico 
nella città d'Artassata , con piacer de' nobili , a pien popolo 
fu incoronato, e da tutti gridato re, e dal nome della città 
detto Artassia. A' Gappadocì fatti vassalli fu dato per legato 

vaio sdegno. Il Ms. aveva: « crucciato eoa quella città in ìspeaic per non 
gli aver liberato ec. » Poi cattcellò e corresse come qui si vede. 

< * avvisato di tanto perseguito, ài tanla pertccusioae. Cosi anche nello 
Scisma : « Rinnovò il perseguito de' Cattolici. » 

^ * o cerne. Le cerne , dicono i Deputati alla corc«iione del DecauM- 

rone, erano specie di soldati che per li rei portamenti divennero 

odiósi t ed oggi sono infami, e a pena si sa cosa alcuna deUa loro gita- 
lità primiera. Qui è per uomini vili e da nulla. Nel Ms. « cagnotti e naa- 
rame ; » poi corretto : « cagnotti e cerne. » 

' * in eoifto. Il Lat. ha : « nostris provinciis late prmteniai cioè , che 
cinge per lungo tratto i confini delle nostre province. 

* * vólti: erano vólti; faTorivano. 



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IL LlBftO SBCONOO DBGU ANNALI. 97 

Q. Yeranio, e sgravato alcono de'lributi del re, per inlo- 
nare ^ il romano giogo più soave. A' Comageni fu primo pre- 
tore dato Q. Serveo. 

L VII. A Germanico i si ben composti collegati * non fa- 
cean prò per la superbia di Pisene, al quale avendo coman- 
dato che venisse egli o il figliuolo, con parte delle legioni, 
se ne beffò. Pure in Girra, dove alloggiava la legion decima , 
s'abboccarono con visaggi, Tono di non temere, l'altro di 
non minacciare. Germanico era benigno, come s'*ò detto; ma 
molti commetteano male, veri accrescendo e falsi aggiungendo 
centra Pisene e Plancina e' figliuoli. All'ultimo, Cesare, pre- 
senti alcuni di casa , gli parlò con ira rattenuta : quei fece 
scuse altiere: partirsi con odi! concentrati.' Pisene poche al- 
tre volte entrò nel tribunale di Cesare , e sempre aspro e 
contradio. In un convito del re de' Nabatei , essendo portate 
corone grandi d' oro a Germanico e Agrippina, e a lui pic- 
cola, come agli altri; disse forte, che quel pasto si faceva ai 
figlinolo del principe di Roma e non del re de' Parti : gittò 
viaria corona, e molto biasimò quella spesa: cose da Germa- 
nico strasentite,* ma sopportate. 

LYIIL In questo vennero arabasciadori da Artabano re 
de' Parti, che- ricordava la loro amicizia e lega ; desiderava 
rinnovarla con le destre: onorerebbe Germanico di venire a 
riva d' Eufrate: pregavate intanto non tenesse Yonone in Se- 
ria a sollevargli i grandi co' vicini messaggi. Risp<Me all' ami- 
cizia de' Romani co' Parti parole pompose; al venire per ono- 
rarlo, belle e modeste : causò Yonone in Pompeiopoli città 
di mare in Cilicia, In grazia d' Artabano e dispetto di Pisene, 
a cui era gratissimo per la gran servitù e presenti eh' ei fa- 
ceva a Plancina.* 

* * per inumare » per dare nn cenno che il romano giogo sarebbe più 
soave. Anch'odi il popol toscano dice nell'istesso senso: Dare un^ intona^ 
zUme ec. 

^ * i sì ben composti eollegaU, le cose dei confederati da lui si l>cn 
composte e ordinate. 

' con oda eoncentratL Leggo operUs, non apertìs. 

* * cose da Germanico siraseniUe, cose acerbissime a Germanico. 

' presenti»,., a Plancina. Chi vuoi corrompere il giudice , presenta U 
moglie. 

I. 9 



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9S IL LliWO 8BC0M00 DEGLI ANNALI. 

LIX. [A. di R. 772, di €r. 19]. Nel consolato di M. Silano 
e L. Norbano, Germanico andò in Egitto per vedere qaelle 
antichità, dicendo per visitar la provincia. Aperse i granai e 
i viveri rinvilio, e molte graiitadini al popolo fece : andar 
senza guardia, col pie scoperto,* vestire alla greca, cooie 
già Scipione in Cicilia , benché nell* arder della goerra car- 
taginese. Tiberio lo gridò nn poco' del vestire, ma agramente 
deir essere entralo in Alessandria senza suo ordine , contro 
a' ricordi di stato che Agusto lasciò, e tra gli altri, che niono 
senatore né cavaliere di conto entrasse senza patente in 
Egitto; perché uno potrebbe con poca gente centra grossi 
eserciti in quella chiave della terra e del mare tenersi, e af- 
famare Italia. 

LX. Ma Germanico non sapendo ancora che quella gita 
dispiacesse, se n' andava per lo Nilo veggendo, e prima Ca- 
nopo. Edificaronla gli Spartani per sepoltura di Canopo loro 
nocchiere, quando Mei^elao tornando in Grecia fu traportato 
in diverso mare e in Libia. Passò indi alla seconda foce, che 
quei della contrada dicono di Ercole lo antico' ivi nato:i(li 

' col pie scoperto. Vedi la postilla 55 del primo libro. (*) 

^* h gridò UH poco. Nel Ms. ; filo gridò dolcemente : » pei cancellato. 

' Ercole lo mtico. Fu ne' primi secoli che il mondo era roto e pieno di 
giganti poco doppo Nino, che fu innanzi alla rovina di Troia più d* 800 anni. 
Nacque in Egitto, in Tebe, d'Osiridi e di Cerere. Ebbe nome Libico , che vuol 
dire portajiamma , soprannome Ercole, che significa vestito ttttto di pelli j 
statura di gigante ^ muscoloso, nerboruto , forte e ardito. Sutura «piattro gomiti 
e un piede più alta che comunal uomo, proporzione trovata da Pittagora, che 
raisucò quanto ij corridoio olimpico di Pisa di secento piedi d'Ercole , che 
correva tutto a un fiato , era più lungo degli altri corridoi, di secento piedi 
comunali , che erano lo stadio , cio^ un ottavo di miglio. Chiamaronlo jilexi' 
caco, cioè Scacciamoli s perchè quasi di tutto il mondo giganti e tiranni» 
che si mangiavano i popoli, scacciò o uccise. Gerione di Spagna, Busiride 
di Fenicia, Tifone di Frigia, Erice di Cicilia, i Lestrigoni d* Italia ( di cui 
lasciò re Tusco suo figliuolo). Anteo di Libia , cui pose il suo nome , e 
ritovvi una colonna in memoria delle sue glorie. B' fu il primo de* mortali 
adorato in vita per iddio e fattogli tempii e alUri. Morì di 200 anni ne' Celti- 
beri di Spagna. Qualunque era poscia robusto e valoroso si diceva Ercole» 
Quarantatre ne nomina Yarrpne, sei Cicerone. Confessa Diodoio che i Greci che 
millantano le cose loro, attribuiscono il nome e i fatti d'Ercole antico ad 
Alceo nato poco innanzi alla rovina di Troia, di Alcmena moglie d'Anfitrione, 
concubina di Giove , perciò odiatissimo di Giunone ehe lo aecessitò a combat- 
lere con Unti mostri per ispegneilo , e lo fece più chiaro. Non ebbe questo 

(*) Di qiMsUadisiene,noU 4, pag. 84. 



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IL UBBO SBCONDO MBGU ANNALI. 99 

altri Ercoli avere acquistato per simil yìrtù simil nome. Vi- 
sita l'anticaglie di Tebe, la grande, dov'erano ancora le 
agdglie, con lettere egizie/ che mostravano l' antica possan- 
la; le quali fatte disporre ' da un vecchio sacerdote, diceva- 
no: e esservi abitati settecentomila da portar arme, e con tale 
esereito aver il re Ransenne conquistato la Libia, l' Etiopia, 
i Medi, i Persi, il Baltro e la Seizia^ e quanto tengono i 
Soriani, gli Armeni, i Gappadoci lor confini : e sino a' mari 
di qua dì Bitinia , di là di Licia avere signoreggiato, t» Vi si 
leggevano i tributi dell'oro, ariento, arme, cavalli, avorio e 
odori per li tempii, grano, e d'ogni sorte arnesi che por- 
geva ciascuna nazione , niente scadenti da que' che oggi la 
violenza de' Parti o la romana grandeza risqoote. 

LXI. Volle vedere ancora le principali maraviglie; la 
statua del sasso di Mennone, che battuta dal sole, rende vo- 
«e ; le piramidi come montagne condotte al cielo co' tesori 
de' principi gareggianti e sparser per le appena valicabili 
arene ; e gli ampi laghi cavati per ricelti dell' acque traboc- 
canti dal Nilo; e altrove le strette voragini senza fondo. Indi 
venne a Elefantina e a Siene, termine ailora del romano 
imperia, che oggi si stende al Mar Rosso. 

LXIL Mentre Germanico quella state consumava in 
veder paesi ,'^ Druso acquistò non poca gloria col metter 
tra' Germani discordie, e fisr Maraboduo, già scassinato, 
cadere. Era fra i Gotoni un nobile giovane detto Gatualda, 
cacciato già dalla forza di Maraboduo, ne' cui frangenti al- 
lora ardi vendicarci. Entrò ne' Marcomanni con buone forze, 
e con intendimento de' principali sforzò la città reale e la 
cittadella accanto. Trovaronvi le antiche prede de' Suevi^ vi- 
vandieri e mercatanti nostri paesani per le francheze del traf- 
fico e per lo guadagno obblìata la patria fermatisi tra' nimici. 

Greco 9 imperio, ne giovò al mondo, come Tegiào antico, anzi fu corsale 
co' gli altri argonauti sotto Euristeo, e mori nel faoco rabbiosamente pei la 
camicia avvelenata da Nesso. 

^ * fatte disporre, esporre, spiegare. 

^ quelia state consumava in veder paesi» I gran fatti non vogliono 
perdimenti di tempo. Cicerone nella legge Manilia dice che Pompeo gli fuggiva; 
però fece la maraviglia del pigliare tutta la Gilicia, e nettare limare di corsali, 
in quarantanove di, dal partir, suo da Brindisi. 



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100 IL LIBRO SBCONDO DBflLI ANNALI^ 

LXIII. Màrabodao abbandonato da tutti non ebbe altro 
rifugio che alla misericordia di Cesare. In Baviera passò il 
Danubio, e scrisse a Tiberio, non da fuoruscito o supplican- 
te, ma da chi e' solev' essere : ^ « Molte nazioni chiamarlo, 
come stalo gran re, ma non volere altra amicizia che la ro- 
mana. » Cesare gli rispose, offerendogli in Italia stanza sicura 
e onorala, e partenza sempre lìbera, con la Tenuta' sotto la 
medésima fede. Ma in senato disse: « Non Filippo alli Ate- 
niesi, non Pirro né Antioco al popol romano essere stati da 
temer tanto. » Hacci quella diceria, ove egli magnifica la 
grandeza di costui, la fiereza de' suoi popoli, la vicinanza 
(V un (auto nimico air Italia e l' arte sua nello spegnerlo. 
Marabodoo tenuto fu in Ravenna, quasi per mostrarlo comodo 
a rimetter nel regno, se i Suevi armeggiassero. Ma egli non 
usci d* Italia : v' invecchiò diciotl' anni, e per troppa voglia 
di vivere, molta sua chiareza scurò. Dì Catualda fu il mede- 
simo caso e rifugio. Vibilio capitano delti Ermunduri non 
guari doppo il cacciò: ricevessi nel Foro giulio, colonia della 
Gallia nerbonese. Que' barbari che accompagnaron V uno e 
l'altro, per non metter simil raza nelle provincie quiete, 
for posti oltre al Danubio, tra'! fiume Maro^e '1 Guso, e dato 
loro Vannio di nazion Qoado che li reggesse. 

LXIV. Per tali avvisi, e per lo re Artassia, dato da 
Germanico alli Armeni, ordinarono i padri che egli e Druse 
entrassero in Roma ovanti; ' e si fecero archi alle la torà del 

* * da ehi e' solev* esurej cioè colla dignità che si convenÌTa alla 
sua antica fortuna. 

* *e partenza sempre libera, con la venuta ec. Il testo reca questo 
senso : « se poi altro volesse l' util suo, con quella istessa fede onde fosse te- 
nato, se ne poteva andare. » 

' entrassero in Roma oyanti. Nel trionfo maggiore lo generale vitto- 
rioso entrava in Roma coronato d'alloro, in carro tirato da quattro cavalli, 
sagri6cava tori. Nel secondo , con corona di mortine, (*) più venerea che mar- 
nale; a piede col popol dietro gridante per letizia 6u, òu. Con voce for- 
mata da tali grida si diceva questo trionfo o&a*ione, e oaaret per u, vocale, 
sillabico , non consonante , e per agevol pronuncia ouare o vero ovare per v 
consonapte: (**) benché Plutarco dica ab ove, cioè dalla pecora, che in que- 

(*) morfiJttf: dal greeo ttuparcvv] (i^rrr««), ed è Dom. liogoUre. Vedi Nanavcd, Taorica 

n Q«Mto pasM leggasi ooti nella Nestiaiia: « gridante per leUila d ft è 0/ però si diceva 
questo trionfo óòaihM, e ooart, e per agevol piononria oùart, o vara ovent por ■ eenonaele. 



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IL LIBRO SBCOlfOO BBOLI ANNALI. 101 

f empio di Marte yendicatore co' ritraili de' Cesari. E Tiberio 
gioiva d' aver fermato la pace co '1 sapere, anzi che vinto la 
guerra con le battaglie. Onde pensò di carpire alsi^ con 
Tastazie Rescapori re di Tracia. Tenne lotto quel paese 
Remelatoe, alla cai morte Agosto divise la Tracia tra Re- 
scapori fratello e Coti figlinolo di quello. Le città, il colti- 
vato e '1 vicino alla Grecia, toccò a Coti: lo sterile, aspro e 
confine a'nimicì, a Rescapori ; secondo loro nature, quegli 
benigno e lieto, questi atroce avido e non pativa compagno. 
Dapprima s'infinse contento,' e poi passava in quel di Coti, 
face valsi suo, e se gli era conteso, usava la forza; destreg- 
giando,' vivente Agusto, per paura di lui, lo cui lodo spre- 
giava : morto lui, vi mandava masnadieri a rubare, rovinava^ 
castella per guerra altizare. 

LXy. Tiberio, la cui maggior cura era che le cose ac- 
concie non si guastassero, mandò un centurione a dir loro, 
che non disputassero con l' armi. Coti licenziò tosto sua gen- 
te: Rescupori tutto modesto disse, « Abbocchiamoci, che 
potremmo accordarci. » Del tempo, luogo e modo non fu di^ 
sputa, concedendo e accettando V un dolce, l'altro fello^ ogni 
cosa. Rescupori per solennizare (dicev'egli) l'accordo^ fece 
un bel convito, ove a meza notte nell'allegreza delle vivande 
e del vino, incatenò Coti, invocante, quando intese lo in- 
ganno , il sagro regno, i loro avvocati iddìi, le mense sicure. 
Avuta tutta la Tracia, scrisse a Tiberio, essersi allo insidia- 
tore levato innanzi : in tanto s' afforzava dì nuovi cavalli e 
fanti, e diceva per far guerra a' Bastami e Sciti. 

sto triQofo si sacrificava t come nel madore » il toro. O vero esprime- 
vano la parola Greca òuav/AOV^ che sigoifica grido. Onde le Baccanti, che 
gridavano Evoh, si dicevano Evanii. Il teno trionfo erano le Insegne Trion- 
fali. (Tedi frate Noferi Panvini, Delt uto e ordine di^ trionfi', e in Agellio 
le cagioni loro, Lk^ cap. 6. ) 

« * ahi, altresì. 

^ * X* injinse contento. Il Ms.: « parve contento: » poi cancellato. 

' * destreggiando te. Udiamo il Datrt « Ma in mentre visse Augusto, 
andò a queste cose a rilento, dubitando che Augusto, perch'era stato que- 
gli che divisi gli aveva , e a ciascun di loro assegnato il suo dominio , sen- 
tendo alterare gli ordini suoi , non si risentisse e vendicasse. » 

* * ^ ftìj dolce, l'altro feUùj l'uno per soverchia facUità, l'altro per 
frode e fellonia , ec. 

9* 



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102 IL LIMO nCONDO DMU ANIIAU. 

LXYI. Tiberio riscrisse dolcemente : « Se fraudo non 
v'era, stesse di buona voglia; ma non poter egli né il senato 
discernere, senza conoscer la causa, chi s'abbia torto o 
Tagione: desse il prigione, e venisse a scolparsi. » Latinio 
Pando vicereggente della Mesia mandò quésta lettera con 
soldati per menarne Goti. Rescupori stato alquanto tra la 
paura e l' ira, voli' essere reo di peccato anzi fatto che di 
cominciato: uccise Goti; e lui essersi dassè ucciso falsamente 
affermò. Cesare non lasciò su' arte; e, morto Pando, cai 
Rescupori allegava per nimico, mandò a quel governo ap- 
posta Pomponio Fiacco, soldato vecchio, amico stretto del 
re; perciò più atto a giugnerlo.^ 

LXVII. Fiacco si trasferi in Tracia, e, bellamente con 
parole ampissime, lui sé riconoscente * e scontorcente car- 
rucolò ' nelle forze romane. Forte banda lo cinse quasi per 
onorarlo : tribuni, centurioni gli pur diceano venisse, non 
dubitasse; e con guardia, quanto più andava oltre, più ma- 
nifesta, e con^ forza, finalmente da lui intesa, lo portarono 
a Roma. La moglie di Goti l' accusò in senato ; fu dannato a 
prigionia fuori del regno, e divisa la Tracia tra Remetalce 
suo figliuolo che si sapeva essersi contrapposto al padre, e li 
figlinoli di Coti pupilli, e a loro dato per tutore e governa- 
tore del regno Trebellieno Rufo stato pretore ; come già 
Marco Lepido a' figliuoli di Tolomeo in Egitto. Rescupori si 
mandò in Alessandria dove, per fuga tentata o appostagli, 
fu ucciso. 

LXVIII, E nel tempo medesimo Vonone causato, come 
dissi, in Gìlicia, corroppe le guardie per fuggirsene (soli' om- 
bra di cacciare) per li Armeni nelli Albani e nelli Eniochi, 
aire di Scizia suo parente. Lasciata la maremma, s' imboscò 
e corse a tutta briglia al fiume Piramo. I paesani udita la 
foga del re, avevano rotto il ponte; né potendol gnazare, 
Yibio Frontone capitano di cavalli, in su la riva lo riprese: 
e Remmio evocato/ sua prima guardia, incontanente distoc- 

* *a giugmerlo. Il Itt. : « adfaltendum, n 

^ * sh riconoscente i cioèj ch« sentivasi re». 
' * carrucolò. U Ut. : « perpalit. • 

* * evocalo. ChiamaTansi etfocati coloro che , sebbene avcaacro ffniti i loro 



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IL LIBBO 6BC0ND0 DB6LI ANNALI. 103 

cala r accise quasi per ira : ma si crede perchè e' non ridi- 
cesse eh' ei lo corruppe. 

LXIX. Germanico, lornato d'EgiUo, trovò gli ordini la- 
sciali nelle legioni e ciltà levali o guasti. Agre parole ne disse 
contra Pisene, il qnale non meno acerbi falli contr' a lai or- 
diva. E vollesi partire di Seria: ma rislelte sentendo Germa- 
nico ammalato. E quando seppe ch'ei migliorava e se ne 
scioglievano i boti, fece mandar da* lìtlori sozopra le vitti- 
me e gli apparati della plebe festeggianle, perch' ei guariva, 
in Antiochia. Andossene dipoi in Seleucia per attender la (ine 
dellaxicadota di Germanico, il quale s' accresceva il maligno 
male col tenersi da Pisene aflattarato: trovandosi sotto il 
suolo e nelle mura ossa di morti, versi, scongioramenli, pia- 
stre di piombo scrittovi Germanico, ceneri arsicciale, impia- 
stricciate di sangue e altre malie, onde si crede Tanime darsi 
alle dimonia^ E incollorivasi de' messaggi che mandava ora 
per ora Pisene a spiare come egli stesse. 

LXX. E mettevangli tali cose, oltre all'ira, paura: a Sono 
assediato in casa, muoio in su gli occhi a' miei nimici: che 
sarà di questa povera donna e pargoli figliuoli? la fattura *■ 
non lavora tanto presto. Ei non vede l' ora di tener solo la 
provincia, le legioni: ma io sono ancora vivo: la mia morte 
gH costerà. » Detta una lettera, e gli disdice l'amicizia,' e co- 
manda (dicono alcuni) che sgomberi la provincia. Senza in- 
dngio Pisene y imbarcò, e aliava d' intorno Soria," per rien- 
trarvi tosto che Germanico fosse spirato, il quale prese un 
poco di speranza. 

LXXI. Indi mancate le forze, e giunta l'ora, disse a' cir- 
costanti : « Se io morissi naturalmente, mi potrei dolere con 
glMddii che mi togliessero a' parenti, a' figliuoli, alla patria 

stipendii , pure noo ricouvano di ripigliare la militia qaando fossero in?itati 
dal capitano con promesse o con premii.^ 

* * la fattura. Il lat. : « veneficia, » la malia. 

' disdice V amicizia. O antica bontà I Chi non voleva uno più gcr amico, 
lo li faceva intendere ; e che non gli capitasse più a casa. Non avcano doppio 
carne ; non voleano ingannare. 

» * aliava d* intorno Sorta. G. Dati : « sema andare molto di lungi, andava 
volteggiando e temporeggiandosi per esser presto a ritornare in provincia , se la 
morte di Germanico succedeva.*» 



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104 IL LIBRO SECONDO DBdU ANNALI. 

si giovane, si tosto : ma essendo rapito dalla scelerateza dì 
Pisene e di Plancina, lascio qaesti aitimi preghi ne'vostrì petti, 
che Yoi riferiate a mio padre e fratello, con qnali acerbità 
lacerato, con quanti inganni tradito, io sia trapassato di vita 
miserissima a morte pessima. Se alcnni,^ o per le mie spe- 
ranze per essermi di sangae congiunti (e di quegli ancora 
che m' invidiavan vivo) lagrimeranno, che io in tanto fiore, 
scampato da tante guerre, per frode d'una malvagia sia spen- 
to ; voi allora potrete lamentarvene in senato, invocare le 
leggi. Non è proprio uficio dell' amico il piangerlo senza prò, 
ma r avere in memoria ed effettuare le sue volontadi. Pian- 
geranno Germanico ancora gli strani : * vendicalel voi , se 
amaste me e non la mia fortuna. Presentate al popol romano 
la nipote d'Agusto e moglie mia: annoverategli sei figliuoli: 
la pietà moverete voi accusanti: e se i traditori allegheranno 
qualche scelerata commessióne, o non saranno credati o non 
perciò assolati. » Giurarono gli amici, stringendogli la de- 
stra, di lasciare anzi la vita che la veiidetta. 

LXXII. Voltatosi alla moglie la pregò, che per amor suo, 
per li comuni figliuoli ponesse giù l'alterigia; cedesse alla 
fortuna crudele, né in Roma competendo inasprisse chi ne 
può più di lei. Queste cose le disse in palese, e altro nell'orec- 
chio: credesi quel ch'ei temea di Tiberio; e ìndi a poco 
passò. La provincia e li vicini popoli ne fecero gran corrotto, 
e se ne dolsero gli stranieri e i re ; si era piacevole a' com- 
pagni, mansueto a' nimici, nelle parole e nell'aspetto vene- 
rando, e senia invidia o arroganza riteneva sua gravità e 
grandeza. 

LXXIII. L'esequie furono, senza immagini o pompa, 
splendentissime per le sue laudi e ricordate virtù. Assomi- 
gliavanlo alcuni ad Alessandro magno, perchè ambi furon 
belli di corpo, d'alto legnaggio, morirono poco oltre Irent'anni, 
in luoghi vicini, tra genti straniere traditi dai loro. Ma que- 
sti fu dolce alli amici, temperalo ne' piaceri, contento d' una 

^ * Se alcuni ec La Giuolina ha : « Se quelle sperante mie, se il sangue 
congiunto , moveranno voi e molti ancora che m* invidiarono , a lagrimare , che 
io in tanto fiore ce. » 

' * gli strani: il Ms. « i non conoscenti : w poi cancellato. 



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IL LIBRO BSGONDO DEGLI ANNALI. 106 

moglie» certo de' suoi figliuoli. Gombatlò niente meno/ e 
senza temer4tà. £ nel mettere il giogo alle Germanie, che 
già per tante vittorie lo si accollavano, fa impedito. Che se 
egli poteva far solo, se egli era re, come Alessandro; tanto 
riportava il pregio dell' armi meglio di lui, quanto l' avanzò 
di clemenza, di temperanza e d' altre bontà. Il corpo, prima 
che arso, fu posto ignudo in piazza d' Antiochia, ove dovea 
seppellirsi. Non è chiaro se mostrò segni di veleno: chi di- 
ceva « Ei sono, » chi « £i non sono: » secóndo strìngeva la 
compassion di Germanico e il preso sospetto , o il favore di 



LXXIV. I legati e i senatori che v'erano, consultarono* 
chi lasciare al governo. della Seria. Poca rèssa' ne fecero al- 
tri che Vibio Marso e Gn. Senzio. Vibio alla fine cede all'età 
e più voglia^ di Senzio. Questi, a richiesta di Vitellio, Ve- 
ranio e altri che formavano il processo centra i rei, quasi 
già accettati,'' prese una Martina maliarda famosa in quella 
eHtà, r occhio di Plancina,' e mandoUa a Roma. 

LXXV. Agrippina ammalata e dal pianger vinta, ni- 
mica d' indugio alla vendetta , s' imbarcò con le ceneri di 
Germanico e co' figliuoli, piagnendo le pietre che si alta don- 
na, dianzi in si bel matrimonio congiunta, festeggiata, ado- 
rata, portasse allora quelle morte reliquie in seno, non si- 
cura di vendetta, in pericol di se, e per tanti infelici figliuoli, 
tante volte berzaglio della fortuna. Pisene raggiunto da un 
suo fante nell' isola di Goo con la morte di Germanico, am- 
maza vittime, corre ai tempii, folleggia per allegreza; e 
Plancina insolentisce, scaglia via il bruno per la sorella, am- 
mantasi drappi gai. 

LXXYI. Affoltavansi centurioni a dirgli, che le legioni 
lo disiavano, ripigliasse la provincia vota, toltagli a torto. 
Consigliandosi quel fosse da. fare, M. Pisene suo figliuolo 

* * niente meno : sottinteodi , di Alessandro. 

> * emsultoHmo ec. Il Ms.: « fecer consiglio di chi lasciare in Scria : » poi 
cancellato , e corretto come sta qoi. 
S * rèssa, pressa , istansa. 

* * e più vogiia ee.; cioè « e alla ina§g;ior voglia che Senslo ne avea. » 
^ * aceetiaU come rei : dichi^ti. 

* /' occhio di Plancina, mcJto accetta a PlancÌDa. 



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106 IL UBRO SacOMM MMU ANNAU. 

voleva solleoitasse d'andare a Roma:^ « Nen enersi ancor 
fatto cosa da nen potersi purgare: novelle e sospetti* deboli 
non doversi temere: meritare la discordia con Germanico 
odio forse y ma non pena: sfogherebbonsi i nimici per la pro- 
vincia toltagli: comincierebbesi, tornando per cacciarne Sen- 
210, guerra civile : non gli terrebbono il fermo' ì capitani e i 
soldati, cbe hanno fresca la memoria del loro imperadore e 
confitto nel cuore V amore ai Cesari. » 

LXXYIL Id contrario Domiiio Celere suo sviscerato 
disse: « Non si perda V occasione: Pisene e. non Senzio fu 
posto in Seria al governo civile, criminale e militare. Se 
(orza r assalirà, qual arme più giuste, che di chi tiene auto- 
rità di legato e proprie commessioni? Lascinsi anco allentare 
ì romori; egli odiì freschi non resistono gì' innocenti. Quando 
aremo r esercito e forze maggiori, tal cosa verrà ben fatta 
che non si pensa. Che vuoi correre a smontare al pari delle 
ceneri di Germanico, acciocché al primo strido d'Agrippina 
il popolaccio t' affoghi? Àgusta ci ò inlinta,* Cesare in segreto 
é per te: e della morte di Germanico più schiamaza chi più 
r ha cara. » 

LXXVIII. Venne agevolmente Pisone, atroce per na- 
tura, in questa sentenza, e a Tiberio scrìsse: « Germanico 
fu sparnazatore^ e supeibo, e mi cacciò per poter fare novità. 
Ho ripreso la cura dell' esercito, con la fedeltà medesima che 
lo tenni. » A Domtzio comanda, che con una. galea, largo 
da terra e isole, per alto mare vada in Seria. Quanti trufià- 
tori e bagaglioni'' a lui corrono, acciarpa^ e arma: giunte le 
navi a terra, sorprende una insegna di bisogni^ che in Scria 

' voleva sollecitasse d'andare a Roma. Per sei ragioni notalnls,perk 
pmdenia del giovane e brevità dello scrittore. 

' * sospetti. Il Ms. t « sospecciari : » poi cancellato. 

' * n»n gli terrebbono il fermo , non sarebbono costanti nel tenere il 
suo partito. Lat.: « nec duraittros in partìbas centarienet eie, » 

^ * ciò intinta, vi ha pur essa una parte di colpa. 

^ * spamazatore , dissipatore delle pr(^rie &ooltk. 

' * bagaglioni. Lat. « lixas : « aon caIofo die ngttvno g^ eserciti , ven- 
dendo e facendo da mangiare assoldati, fuori d'ofpùerdine di milimia. 

' * acciarpa, piglia alla rinfusa e sensa alcona ooadisione. 

8 * bisogni. Lat. n tìrones,» Segni, Stor,, lib. 2 : « Vcnnono in quel Umpo 

a Genova due mila Spagnoli, di quelli cbe si cbiamaBo bisogni, che vengooo 

qua scalsi , ignudi e sema alcun l»ene. « 



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IL LIBKO BBGONDO DK«LI ANNALI. 107 

andavano: chiede aiuti a' baroni di Cilìcia; amminìslrando 
con valore il giovane Pisone la guerra, benché da Ini eon-< 
traddelta. 

LXXIX. Costeggiando adnnqne la Licia e la Panfilia, 
riscoftlrarono P armata che portava Agrippina. Come nimiei 
si misonoin arme: la paura fn divìsa; ringhiossi e non altro.* 
M. Yibìo intimò a Pisone che venisse a Roma a difendersi. 
Rii^Mise motteggiandolo, che vi sarel^ quando il giudice 
delle malie avesse citato le parlL Intanto D<Mnizio giunto a 
Laodioea città di Seria, s' avviò alli alloggiamenti della legion 
sesta, ia più atta a novità; ma Pacuvio legato v' entrò prima. 
Senzio per lettere se ne dolse een Pisone, avvertendolo a non 
mettere sollevatori nel campo e guerra nella provincia. E tutti 
i divoti di Germanico e nimiei de' suoi nimiei adunò: e mo- 
straado loro quanto IMmperadore era grande, e che ia re* 
publica era assalita con l' arme, fece una buona oste e pronta 
a combattere. 

LXXX. Pisone, a cui le cose non riuscivano, per lo mi- 
glior partito, prese Celendri,' forte-castello in Cilicia; e aven- 
do, tra dì truffatori e gentame dianzi sorpresa, e servidorame 
di Planeina e suo , e d' aiuti di que' Cilici, racimolato il no* 
vero d' una legione, dieea loro: « Sé essere il legato di Ce* 
sare: cacciato delia provincia eh' eì gli dio, non dalle legioni 
che '1 chiamavano, ma da Senzio per odio privato, colorito 
di publicbe accuse false. Bastare presentarsi alU battaglia: 
perchè que' soldati viste Pinone, già appettato lor padre, su* 
periore di ragione, di forze non debole, non combatterieno. » 
Presentagli poi fuor delle mura del castello in un colle alto e 
scosceso , essendo cinto il resto dal mare. Avevano a petto 
soldati vecchi, ben ordinati e provveduti. Qua era forteza 
di uomini, di là di sito; ma poco animo, poca speranza, armi 
rusticane , prese in furia per soccorso. Vennero alle mani, nò 
vi fu dubbio, se non quanto penaro i Romani a salir su. Al- 
lora ì Cilici, voltate le spalle, intanano nel castello. 

LXXXI. Pisone tentò in vano di combatter V armata 

* * ringhiossi e non altro. Il Ms. « non si venne che • parole ringhiose : *• 
poi cancellato , « riscrìtto come sopra. 
' * Celendrif oggi CeUndro. 



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108 IL LlBaO SECONDO DBALI àMIULI. 

che Don lungi aspeltava. Tornò, e sa le mora trafelando, per 
nomi chiamando e promettendo, avea cominciato a solleva* 
re, e tal commosso* che an alfiere della legìon sesta li portò 
r insegna. Allora Senzio fece dar ne' comi, nelle trombe, 
piantare scale, salire al bastione, i più fieri snecedere, aste, 
sassi, faochi con ingegni lanciare. Ricredalo finalmente Pi- 
sono, pregò di render V armi e nel castello dimorare, si Ce- 
sare* dicesse cai volesse in Seria. Non piacque, ma dielsi' 
nave e sicurtà sino a Roma. 

LXXXII. Dove le nuove della malattia di Germanico 
rinfrescando, e, come lontane, crescendo, scoppiava il dolore, 
r ira e la lingua.' «r Ecco perchè lo strabalzare in orinci;* 
perciò ebbe Pisene lo provincia; ciò tramavano i bisbigli 
d' Agusta con Plancina: ^ bene di Druse dicevano i nostri vec- 
chi, che i principi non voglion figlino' cittadini: trattavano di 
render la libertà, e ugualarsi* al popol romano; perciò gli 
hanno levati via. x> L' avviso della morte riscaldò si queste 
voci del popolo, che senza decreto nò bando, fu feriate, ser- 
rato porte, botteghe, finestre: tutto era orrore, silenzio, 
pianto, e da profondo quore, oltre a tutte le dimostrazioni 
usate ne' mortòri. Certi mercatanti usciti di Seria quando 
Germanico migliorò, portarono questa nuova: incontanente 
fu creduta, fu sparsa: questi a quelli, essi a molt' altri, non 
bene intesa, sempre aggrandita, festosi la riferivano. Corrono 
per le vie, abbatton le porte de' tempii: la notte aiutava il 
credere; il buio l' affermare. Tiberio non s' oppose all' errore, 
ma lasciollo dal tempo svanire. Ripianselo il popolo più di- 
speratamente, quasi toltogli un' altra volta. 

LXXXIII. Trovati e ordinati gli furono onori quanti 

* * e tal commosso, ed aveva talmente commosso quelle genti ec. 
^ * sì Cesare, siataatochè Cesare ec. 

5 * dielsi , diegllsi. 

* in orinci {Tn oras hnginquas). Di tutte queste , questa popolar voce e 
composta, e appunto esprìme il latino testo, che dice in eartremas terras, 

' * i bisbiglia' A gusta con Plancina. Volentieri atei detto ipissipissij 
voce formata dallo strepito che fanno le labbra di chi favella piano, perchè altri 
noi senta. Ma io ebbi paura de'Muzii;e me ne pento. Ripigli questa voce di qui 
suo vigore. {*) 

^ * tigualarsi : nella Crusca h con questo solo esempio. 

n Nella Giantina semplicemente : Ma io ho avuto paknt de'Mutii. 



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IL LIBAO SK£ON1)0 DB6LI AMNAII. 109 

seppe ingegno e amore. Forse il nome suo da' Salii salmeg- 
giato: postogli ne' teatri sedie curnli incoronate di quercia: 
ne'looghi de'sacerdoti d'Agosto, ne' giuochi dei cerchio por- 
tata innanzi l'effigie sua d'avorio: non agore né flamine ri- 
fatto in suo iaogo, se non di casa gralia. Fatto gli archi in 
Roma, in riva di Reno e in Sorta nel monte Amano, con 
epitaffi delle snegeste, e come morto per la repnblica: sepol- 
cro in Antiochia dove arso fu: trlbanale in Epidafne ove spi- 
rò. Delle immagini e luoghi per luì adorare non si rmicorrebbe 
il novero. Fu proposto porgli il ritratto tra gli eloquenti in 
maggiore scodo ,^ e d'oro. Tiberio lo concedo come gli altri,* 
dicendo, che maggior fortuna non fa maggior eloquenza: as- 
sai era porlo tra gli antichi scrittori. L' ordine de* cavalieri, 
la punta de' cavalli, nomata de'Giunii,* nomò di Germanico, 
e ^bili che nell' armeggeria di mezo luglio' si portasse la 
sua immagine per bandiera. Di questi onori se n' osservano 
molti : alcuni furon lasciati subito o col tempo. 

LXXXIY. In questo dolore^ Livia sorella di Germanico, 
moglie di Druse, partorì due ma^bi. DeUa qual cosa rara e 
lieta, eziandio a' pever' uomini, Tiberio fece tanto giubbilo, 
che in senato scappò a vantarsi, ninno altro Romano di sua 
grandeza, aver avuto due nipotini a im corpo: recandosi le 
cose ancor di fortuna a gloria. Ma il popola anche di questo 
in tal congiuntura s'addolorò, vedendo che la casa aperta^ 
di Druse serrava quella di Germanico. 

* * come gli akri j cio^, dell' isfessa grandena cka cfa stato posto agli 
altri oratori. 

2 *rfon de* Giunii , mi dt* giovani (iuniorum). Tutto questo luogo ri- 
traduci cosi: « l'ordine de' cavalieri appellò cuneo di Germanico quello che in- 
nansi dicevasi dei 'gióvani. » E per cunei intendi gli spartimenti formati dalle 
scale cfae s'intersecano su per gli ordini de' sedili nel teatro e an6teatro. I quali 
spaTtimeùti avevano Sgura di cunei. ( Vedi MaflPei , Veruna illttsir,, parte lY , 
lib. II, cap. 8.) Nei quattordici gradi vicini all' orchestra ^ destinati ai cavalieri, 
uno di questi spartimenti era chiamato dei giovani, perchè quivi ^edi^vano i 
cavalieri che non ancora avevano toccato l' anno -45. Germanico essendo morto 
di 34 anni appatteneva a quest' ordine. Di qui quella onoriBca appellasione. 

' neW armeggeria di meto luglio. Dionigi d'Alicarnasso , nel sesto, scrive 
per lo minuto questo annoval giuoco, in memoria della vittoria contro a'Latini al 
lago Regillo, dóve apparsero in aiuto Castore e Polluce. Post. 4 di questo libroO. 

4 * che la casa aperta ec. G. Dati : « parendogli che accrescendo di figliuoli 
la casa di Druso , venisse quella di Germam'co a restare più al di sotto. » 

(*) Di questa ediiiooc, nota 2, pag. 65. 

I. 10 



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110 IL LlUO SBG01I]IO.,I««U ANNALI. 

LXXXV. Nel (tetto anno il sewilo fece gravi ordini 
contri alla disonestà dette femmine , e che BÌona èhe avesse 
avnto padre» avolo o marito cavalier romano,^ si mettesse 
a ^adagno; veduto che Yestìlia, di famiglia pretoria, s'era 
matricolala agli edili: e concedevanlo gli anticbi, assai pena 
stimando a donna gentile il pnbliear se stessa impodiea. Fa 
citalo Titidio Labeòne 9no marito a dire perchè non avesse 
proecnrato il gastigo legittimo alfa rea moglie* e pnbliea; e 
cavillando non esser passati^ li sessanta giorni dati a risol- 
verai, parve bastare (tal fosse di hii) gindtcar lei: e fo rao- 
chiaia in Serifo' isola. Trattossi di cacciar via le ragioni 
degli Egizi e de* Giudei: e decretarono i padri che ^mltro- 
mila liberti di tali sette, di bnona età, si portassero in Sar^ 
digna a spegner ladri; e morendo in quell'aria pessima, 
poco danno; gli altri tra tanti di avessero rmegalo o sgom- 
berato d' Italia. 

LXXXYI. Cesare ricordò eleverai eleggere sna vergine 
nel liu^o d'Oceia stala cin^anaette anni con sonana san- 
tità reggitriee de' saeri ordini di Verta. Fonteio Agrippa e 
Bomiaio PoUione offersero le figliaote, e fnrono del gareg- 
giare per la repnblica da Cesare ringraziali*. La PolUona 
piaeifne più, perciò solan^enle che la madre ancor si vivea 
col primo marito, e Agrippa avea per discordie menomata 
la casa soa. Ma Cesale consolò l'altra con veniicittqQemifai 
fiorini di dote. 

LXXXVII. Lamentandosi la plebe del troppo caro,, pose 
al grano il pregio, e donò venzoldi dello staio* a chi a ven- 

^ eawUer romano. Il primo grado di dig^itìi .%vtWL^ i senatori ; il «e- 
eoudo )> cavalieri romani. E qn«sti, quando riapjeodevano per virtù o ricchesa, 
«ntravano in senato, rendevano il voto » poco scadevano da'Senatori, e vergfVgna 
p«]>ltca era lasciarti macchiare dì tanta disonestà. 

*■ alla rea moglie. Quando il marito non -pensava al castigare la moglie 
disonesta y vi metteva mano il magistrato. ' 

' * Ser\fi>i oggi Servino, o , cmat altn vo^^ono, «Sìsi^» Sei^anio, \$ài 
ancbe Ann. lY, 21. 

* venzoldi dello staio. Era quel modio la nostra mina , o vnot «Kre , nMi o 
staio: il sestertio un quarto di denario: U denario un decimo di dramma d' oro 
fine : una dramma il nostro fiorino , che vale o§^ dieci lire* Tihario adunque 
donò due sestsrn per m'odio, che son quattro pei istaio» che sono un denario , 
che è un decimo di fiorino, che h una lira, o vuoi dire ven^tal^i luccioli. Tedi la 



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IL LIBRO SECONDO DBGLl ANNALI. Ili 

dere ne recasse. Né per tanto accettò il nome di padre della 
patria, altre volte offertogli, e sgridò certi che appellarono 
divine le sue occupazioni e lui signore:^ talché poco e male 
si poteva aprir bocca sotto quel principe che aveva il parlar 
libero a sospetto e T adulazione in odio. 

LXXXYIII. Vecchi e scrittori di qne' tempi dicono es-^ 
sersi letto in senato lettere di Adgandestrio principe de'Gatti 
che prometteva la morte d'Arminio, mandandogli veleno; e 
risposto, il popol romano vendicarsi de' suoi nimici con aperte ^ 
armi, e non con inganni;' neUa qual gloria Tiberio si pa- 
reggiava a quegli antichi che l'avvelenatore a Pirro sco- 
persero e Io scacciarono. Arminio, partiti i Bomani, e cac- 
ciato Marabodoo, cercò di regnare: ma que' popoli per la 
libertà lo combatterono con varia fortuna; e per tradigione 
di suoi parenti morK Liberatore senza dubbio della Germa- 
nia; disfidatore non di quel primo popolo romano, come al- 
tri guerrieri e re, ma dell'imperio potentissimo. Nelle batta- 
glie vario, nella guerra non vinto; trentasett'anhi visse, do- 
dici comandò: i barbari ancor ne cantano; ì Greci non lo 
con timo ne' loro annali, perchè Rolo millantano le cose loro. 
Né da' Romani celebrato è quanto merita; perchè noi ma- 
gniicfariàmo le cose antiche e ne cale poco dell^ presenti. * 

Post. 27 del primo libro (*). Leggi nel Villani le belle ordinanse e grosse perdile 
che fece il nostro Comune per pietli dri nostro popolo, e dell'altrui, nelle care- 
ilie dd ms, S9, 46. Tuttoché certi nficiali (die* egli) ne facessero baiaUcria, 
condanmDdo gl'iiHUtcenti, e lasciando i possenti far le grandi endicbe (**). 

* sgridò certi che appellarono.... lui signore. Oggi diamo a' privatissimi 
non pore di Signore, ma d' Tltustre, mollo lìltutre, e pltu ultra. E chi più 
basso è , piò empire i titoli vuole ^**}. 

> non con inganni. Davitte fece uccider colui che venne a dirgli aver uc- 
ciso Saul suo nimico : e mour nuni e piedi a Baana e Reca , che gli portaron la 
testa d' Isboset figliuolo di esso Saul. Cesare pianse 

...«fOMido il tndiUtr d' Bfitto 

GU fece fi 4«d de V onoraU tetta. 
E qui Tiberio, per non aver accetuto il tradimento contro ad Arminio, si pareg- 
gia agli antichi, quando salvarono Pirro. 

S ne cab poco delle presenti. Nella Vita d'Agrìcola, nel principio, dice 
il onedesimo (•***). 

n « 4aMto «diiiMie, Mts«, psg. IO. 

n «ntfUk*. iaoM». So^neeU parala v«di lelitien del Gioidaiii al Monti, ribriUneUa 
Proposta, e rUUnpeta aelVolome primo delle Opere di P. Giordani, edixione di questa Biblioteca. 
<(***)' Ndla Giontine manea : E dUptii basto, h ee. 
(****) Manca nella Giantipt. 



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112 

IL LIBRO TERZO DEGLI ANNALI 

DI 

GAIO CORNELIO TACITO. 

SOMMARIO. 

I. AgrippÌB« colle ceoari di Oennaoico a BrÌBdifi , poi a Roma.' Chiù- 
donsi quelle nella tomba d'Augusto: funerali. — VII. Druse da capo oell' Illi- 
rico.-.- Vili. 6n. Pisone reso a Roma è accusato di Teleiìo e dì stato. Arìn- 
gato e veduto andargli tutto male si dh morte. — XX. Raccende Tatefaf ioatè 
in Africa la guerra , soffocata da L. Apronio proconsole. — XXII. Lepida Emi- 
lia d' adulterio e veleno accusata e condaniSata. — XXV. La legge Papia Pop- 
pea sin là in rigore, da Tiberio è addolcita; suoi nodi sciolti: origiue « yì- 
cende delle leggi. — XXX. Muoion gP insigni L. Volusio e Sallustio Crispo.— 
XXXI. Tiberio in Campagna. — XXXII. Di nuovo P Africa investe Tacf annate. 
Scelto a guardarla Giunio Bleeo. — XXXVII. Dannati per maestà alcuni eque- 
stri. — XXXVIII. Traci ia discordia. — XL. Ribellanai a ninn prò le città 
galle, duci Giulio Sacroviro e Giulio Floro: lor oste dalle germane legioni 
battuta , torna al giogo. — ^ XLIX. G. Lutorio cavaliere dannato per fellone è 
mortjk in carcere. — LII. Impreodesi a moderare il Ineto e si desiste.-— 
LVI.Druso tribuno. — LVIII. A flamine di Giove si vieta dimandar provincia.-* 
LX. I greci asili visitati e purgati. -^LXVl. G. Silano per mal tolto e màe- 
sta , dannato. . — LXXIII. Ginnìo Bleso dà guai a Tacfannate, prenda un suo 
fratello. — LXXV. Morti illustri e mortori. 

Corto di ire anni, 

An.diRomaDCCLWiii. (di Cristo 20). — Coniolì. | M. V ambiò MlSSALà. 
^ ^ I G.AuBBMO Cotta. 

An. di Roma DCCUiiy. (di Cristo 21). -CoiiioK. \ Tibbuo Aogusto IV. 
^ ' I Droso Cbsarb II. 

An. di Roma dcclxiv. (di Cristo 57). — Contoli, \ ^ •/'*■'<> AoaiPPA. 
^ ' 1 G.SulpibioGalba. 

I. Navigò Agrippina di verno a golfo lanciato ^ in Corfù, 
isola dirimpeUo Calabria. Ove vinta da disperato dolore 

* a golfo lanciato. Lat. : « nil intermissa navigatione , n che non bene 
spiega la Crusca : «f per linea retta. » Nelle postille Mss. di Pietro Pietri si legge : 
« Golfo ed ingolfare si dice dal greco xoX^ro;, e P andare o navigare a golfo 
lanciato vale , andare in alto mare a diriUura, con diligensa, sema trattenersi o 
per tempesta o altro intoppo) ed ^ il contrario di andare terra terra, o come gentil- 
mente dice il Boccaccio, nov. ik, marina marina: — «Passò a Brindisi, e di quindi 
marina marina si condusse infino a Trani. m 



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IL LIBRO TBRZO D^GLI ANNALI. 113 

pochi di rifiieUe a moderarsi.* Qaan4o sua venula ^'intese, 
griulimi, i soldati già di Germanico, ancora i non cono- 
scenti dalie terre vicine» chi parendo lor obbligo verso il 
principe, chi quei seguitando, pioveano al porto di Brindisi, 
pia vicino e sicuro. Alla vista dell' armata, il porto e la ma- 
rina e mura e tetta e le più alte vedette fur piene di turba 
mesta, domandantesi, se quando ella sbarcava da tacere era 
o che dirle o che fare. L'armata s'accostò co' rematori at- 
toniti, senza il solito festeggiare. Ella usci di nave con due 
figliuoli e col vaso lagrimevole' in mano ove affisò.' Levossi 
un compianto di donne e d'uomini suoi e d'altri, non di- 
stinto; se non che quel della corte di lei per lo durato tribcrfo 
era più stanco. ^ 

II. [A. di R. 773, di Gr. 20. | Cesare le mandò due coorti 
di guardia, Qon ordine che in Calabria, Puglia e Campagna, 
i magistrati facessero V ossequio al figliuolo. Tribuni e capi- 
tani adunque sopra gli omeri por tavan le ceneri, con le in- 
segne lorde ^.innanzi e i fasci capovolti. La plebe delle colonie 
onde passavano, era a bruno; i cavalieri in gramaglie: arde- 
vano, secondo il potere, veste, profumi, con altre solennità 
de' mortori. Dalle terre ancor fuor del cammino venieno le 
genti ad incontrare,. a far sacrifici a quell'anilina, a mostrare 
con pianti e strida il dolore. Druso con Claudio fratello e i 
figlinoli che in Roma erano di Germanico, vennero sino a 
Terracina. Marco Valerio e Marco Aurelio nuovi consoli, il 
senato e gran parte del popolo tutti in bulima ' calcaron la 
strada, e piagnevano non ostante l'allegreza di Tiberio mal 
celata, a tutti nota, della morte di Germanico, non poten- 
dola adulare. 

IIL Egli e A gusta, non uscir fuori, per fuggire in pnb- 

' * a moderarsij a pigliare un po' dì calma. Lat. : « componendo animò. » 
Il Ms. : M a temperarsi ; m poi cancellato e riscritto come sopra. 

J * L'urna mortuaria. 

' * ove affisò: non affisò l'urna; ma dejtxit octdos (in terram); « at- 
terrò il guardo, » com' è proprio de' mesti. 

• * pih. stanco. Il Ms. : « più lapgnido ; »» poi corretto — tribolo* Lat. : 
M meeror. *» 

• • lorde h troppo. Il lat.; « incomptaj » disadorne. 

• • ttaii in hnlimaf tulli in frolU , in folla., 

10* 



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114 IL LIBRO TERZO DHQLI ANNALI. 

bitco i piagDÌ^ei disdicevoli a maestà, d fare scorgere ' a 
tatti gli occhi ne'lor visi la loro aliegreza. Annale non trovo 
nò giornale che dica, se Antonia sua madre ci fece atto no- 
tabile alcano: e pure, oltre ad Agrippina e Drnso e Claudio, 
veggo nominati gli altri congitinti: forse era malata, o non 
le pali l'animo vedere con gli occhi il suo gran male. Credo 
io che Tiberio e Agosla la tenessero in casa, per mostrare 
esservisi madre, avola e zio serrati per pari dolore. 

IV. Il di che le ceneri si riponevano nel sepolcro d'Ago- 
sto, pareva Roma^ ora per lo silenzio ona spelonca, ora per 
lo pianto on inferno. Correvano per le vie; ardeva campo 
marzio pieno dì doppieri. Qnivi soldati armati, magistrali 
senza insegne, popolo per le sue tribù gridavano esser la 
repnbliea sprofondala:* cosi arditi e scoperti, come scorda- 
tisi eh' ei v' era padrone. Ma nnlla punse Tiberio quanto 
r arder del popolo verso Agrippina. Chi la diceva ornamento 
della patria, reliquia sola del sangue d'Agosto, specchio 
unico d' antichitade ; e, volto al cielo e agl'iddii, pregava 
salvassero quo' figliuoli, sopravvivessero agl'iniqui. 

V. Desideravano aleuiiì in queste ossequio la pompa 
publica, allegando gli ampi onori che. Agusto fece a Druso 
padre di Germanico : « IncontroUo di crudo verno sino a 
Pavia: da quel corpo non si parti, si fu seco' entrato in Ro- 
ma: fu d'immagini di Claudi e di Livìi * accerchiata la bara; 
pianto nel foro; lodato in ringhiera; fatto quanto invennero 
mai antichi e moderni: e a Germanico non è toccata por 
r usata e ad ogni nobile dovuta onoranza. Siasi per lo lungo 
viaggio il corpo arso, come s'è potuto, in terra lontana e 
straniera; cotanti più onori gli si doveano qnanti ne gli 
avea la sorte negati: ma il fratello non l'ha incontralo ap- 

* * e /are scorgere: cioè, o forse per non fare scorgere ec. 

' * esser la repubUca sprofondata. Non ha tradotto il nil spei reliquian 
che segue a concidisse rempttblicam, forse perchè ha creduto esserci in quella 
frase ogni cosa. Ma da sprofondare in un modo piuttosto che in un altro ci corre. 

* * sì fu sec6y sintanto che noA fu seco ec. 

* di Claudi e di Livii: non di Giùlii , |>erchè questo Dmso, fratello 
di Tiberio, non entrò mai, in casa giulia, né gli convenivano rimmagtni giù- 
lie, ma le claudie e livic del paSre e della madre ^*), 

n Uvionun èeorreàone delMoielo, non aecetUU dalF OKllieht riliene XvfterwM, pei- 
ehè i iolenoi fanerali oraavansi amila colle immaglai degli alBal, 



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IL UBEO TBIZO DBeU ANNALI. 1(5 

pena una giornata; il ciò non pare alla porta. Dove sono gli 
ordini antichi? l'effigie sopra il cataletto? i versi composti 
per memoria deUe virtù? le lagrime? i triboli? » * 

VI.'Tiberlo sapeva qneste grida del popolo, e per am* 
morzarle , lo ammoni per bando : « Essere molti Romani 
illoatri per la repoblica morti , ma ninno stato cetebrato 
eon tanto ardore, onorevole a se e a tetti, par cbe si mode- 
ri; non convenendo a' principi e popolo imperlante le cose 
medesime che alle case e piccole città.' Essersi dovuto al 
fresco dolore il pianto, e quindi il conforto: doversi ora fer- 
mar Tanimo e scacciare la inaninconia, come fecero i divini 
Giulio e AgAsto, nel perder quegli la figliuola unica, questi 
i nipoti: per non contare quante volte il popol romano fran- 
eamente soiérse eserciti sconfitti, generali morti, famiglie 
nobili spènte. I princìpi essere mortali, la repoblica eterna. 
Però ripigliassero le loro faccende, e ne' vegnenti giuochi 
megalesi, anche i piaceri. » 

YIL Allora fini il feriate. Druse se n' andò agli eserciti 
di Schiavonia. Ogn' uno a orecchi tesi aspettava il gastigo di 
Pisene me si potevan dar pace ch'ei si stesse pe' giardini 
dell'Asia e delP Aeaia a'sollazi, per ispegnere con si arro- 
gante e maliziosa dimora le provante delle sue sceleritadi; 
essendosi divolgato che quella Martina maliarda che Gn. Sen- 
zlo mandava a Roma, presa come dissi, s'era in Brindisi 

< h iaertmet i triboli f Aneor oggi nd regao di MapoU si dicon far» il 
trìbolo certe donnicciaole che «opra 1 corpo ^el morto prcsolate piangono , 
strìdono, fi graffiano il viso, stracciano i capelli, contano le sue virtù e la 
perdita , che fatta di lai ha quella casa amara. Questo forse vnol dire, doloris 



* non couvenmidù tt pritic^.^. le cose medesime. Ciò sono quelle 
lagrime e triboli e altro. Gentilissimamente il signor Curaio Picchena segretario, 
atudiosissimo di questo autore, corregge cosi : Non enim eadem decora princi- 
pibue ririe et impertitori popmle, qum modici^ domibue atU eivitattìms. So- 
lamette dittonga e rdatiriia la copula ^Ȏ, la quale il lipsio leva: e leva i 
bei contrarii, principibus viris e modicis domibtu j hnperateH pcfmlo e 
Hi^UmtAus. E Tuole efae Tiberi»', pHiteipibm piris, inttad» di se, che quelle 
indegnitik non faceva, mai le rìpreodeva. Nd testo de'Mediei l'è vist* poi 
•critto, ifum. — *noH convenendo ec. Il Ms. ha : «perciocché tal cosa si eoftviene al 
principe che non al capitano n^ al popolo; alla àt£k chenon aUa casa. » Poi cor- 
rq^ge cosi: «non convenendo a voi grandi e popolo imperìante le cose medesime 
che alle case e eittà piccole. » Quindi di nuovo corregge come sta nel testo. 



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116 IL UBRO TERZO DBGU ANNALI. 

trovala morta, con veleno nelle trecce,^ senza segno, nel 
corpo d' essersi ammazata. 

Vili. Pisene manda a Roma il figlioolo ammaestrato 
per mitigare il principe, e vassene a Braso, sperandolo non 
tanto incrodelilo per lo fratello mortogli, qoanto addolcito 
per tanto concorrente levatogli. Tiberio, per mostrare che il 
giudizio andrebbe retto, accolse il giovane e donògli^ come 
affiglinoli de' nobili usava. Druse a Pisene disse in publico: 
a Se vero fosse quanto si dice, mi cocerebbe più che a tutti: 
dielvoglia siano favole, e che la morte di Germanico non 
rovini chi che sia. » ' Riconoscevansì queste parole erba di 
Tiberio,' con le cui vecchie, arti il giovane * dolce e non 
astato si governava. 

IX. Pisene navigò in Dalmazia, in Ancona, ove lasciò 
le navi, e per la Marca, e poi. per la Flaminia raggiunse 
una legione che andava d'Ungheria a Roma, per passare in 
AfTrìca' a quella guardia; e dissesi che nel camnuno spesso si 
presentò assoldati tra V ordinanze. Onde per sospetto, levare, 
o perchè la paura sbalordisce, fattosi da Narnì portare per la 
Nera nel Tevere, raccese l'ira del popolo, ond'erano le ripe 
piene quel di solenne, vedendolo sbarcare al sepolcro de' Ce- 
sari, con grancodazo, ei di seguaci e Plancina di damigelle, 
con le teste alte: stomacò soprattutto la casa in piata, parata a 
festa. Io spanto convito, a porte spalancate e corte bandita. 

X. Il di seguente Fulcihìo Trione chiamò Pisene a'eon^ 
soli. Vitellio, Yeranio e gli altri, stati con Germanico, dice- 
vano, che Trione non aveva che farci; e volevano essi non 
accusare, ma testimoniare e sporre le commessioni di Ger- 
manico. Ottenne d'accusarlo almeno d' altri peccali vecchi. 
Di questa causa fu pregato il principe d'esser giudice: né al 

' * Lascia di tradurre: «f Hac paUan et vitato anuù secreto, «* «timando 
astai l'aver dettò sopra « Draso a Pisone disse in puLlico,» dove il testo ha 
semplicemente Drusus Pisoni. 

S * Miconoseeuan» queste jtaroU erba di Tiberio j cioè sobbillate , iosi- 
Doate a Druso da Tiberio. Il Lat. ha : « neque dubitabantur pnescripta ei. a 
Tiberio. *» 

S una iegione che andava,.».^ Rama, per passare in Affrica j :ptt la 
guerra di Tacfarinate , ove ne sUva una sola per l'ordinario ( richiamata poi), 
nominala la nona. 



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IL UBaO TERZO DEGLI ANMALL 117 

reo dispiacque; temendo di quell'amor -del popolo è de' padri: 
dove Tiberio del dire del popolo si facea gran beffe: (ceraci in- 
teressato egli e la madre: meglio un giudice solo il fatto dal 
creduto discerne; òdio e invidia ì molti accecare* » Sapendo 
Tiberio quanto questo giudizio importava, e i pezi che di lui 
si levava;* in presenza d'alcuni di corte udì le minacce e 
difese delle parti, e le rimise al senato. 

XI. In questo tornò Druso d' lUiria, e volevano i padri 
che per lo ricevuto Maraboduo e altri fatti di quella state , 
egli entrasse in Roma col trionfo minore di gridare « Où, 
où; »* ma quest'onore si prolungò. Pisene ricercò T. Arunzio, 
Fulcinio, Asinio Gallo, Esernìno, Marcello, Sesto Pompeo, 
d'essergli avvocati; e tutti diverse scuse allegando, M. Lepi* 
do, L. Pisene e Liveneio Regulo accettarono. Stava tutta la 
città in orecchi, come^ fosser fedeli gli amici a Germanico ; 
in che si fidasse il reo; se Tiberio si scopriva o no.' Né fu 
unque il popolo tanto curioso, o contro al- principe bisbigliò, 
o tacendo sospicò. 

XII. Onde Cesare fece a' padri questo compilato ^ e bi- 
lanciato parlare : ce Pisone fu legato e. amico di mio padre : 
d'ordine vostro il dfedi per aiuto a Germanico y a reggere '^ 
l'oriente. Se quivi egli ha co '1 disubbidire o contendere ina- 
sprito il giovane, e della sua morte s' è rallegrato o pur l' ha 
fatto reamente morire; or si dee senz'animosità. giudicare. 
Quando egli sia* uscito dì ubbidienza di legato a suo impera- 

* * e ipezi che di Itti si levava. Vedi la nota. al cap. 46 , lib. I. 

' * dì gridare ** Où oh. » Nella Giuntina scrìve Oil oà. Il Xat. ha: « ut 
offans iniret j » cioè , eh' egli entrasse coli* onore del trionfo. 

9 se Tiberio si scopriva a no. Meglio è leggere come il testo de' Me- 
dici, Satin* céhiberet ac promeret sensus sjtos Tiberìus, is haud alias 
intentior: Populus plus siti, etc. E dire: « Se Tiberio sapeva nascondere 
quello che fatto avea (*), che mai non vi- durò più fatica: ne più il- popolo del 
principe bisbigliò, o tacendo , ne sospicò ; » cioè d' aver commesso a Pisone 
che avvelenasse Germanico. Quel promeret, era contrario , supercfaìo , cosa 
Ikoa da Tacito, e sens»graùa. 

* compilato parlare', di stupenda prudensa , da notare sommamente. 
' * ^^gg^""^' Il Ms : M governare; » poi corretto come sopra. 

^ * Quando egli sia fec. ; cioè, qnanao sia provato eh' e' disubbidì ec, e 
che si rallegrò ec. — La Nestiana , invece di a suo, legge al suo. 

(*) che fatto avea. L'esemplare glantìno con postille aatografe posseduto dal Conte Mor- 
tara, corregge: « che in corpo avea. » 



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118 IL LIBRO TBBZO OieU ANMALf. 

dorè; rdlegratosi delia morte di lai e del pianto mio; io lo 
disamerò e sbandirò di mia casa, e gastigherò ìa ]>rivii(a 
nimicizia mia , e non da prinèipe, eon la forza* ' Ma troran» 
doci peccato capitale in qualsivoglia^ date affiglinoli « a noi 
padre e avola dì Germanico giusto confoHo. Chiaritevi an- 
cora se Pisene ha l'esercito sMlexato e turbato; guadagnatosi 
con arte i soldati; ritentata la provincia con Tarme; o se pure 
queste son falsitadi sparse e aggrandite dagli accusatori per 
troppo affètto, del quale io ho da dolermi. Che indegnità fu 
quella, spogliare ignudo quel corpo, forlo dagli occhi del po- 
polo quasi malmenare? empiere il mondo ch'ei sia stato av-^ 
velenato, se ancora non si sa e s! cerca? Io piango il figliuol 
mio e piangerollo sempre mai : non perdo al reo vieto il pro- 
durre ogni provanza dì sua innocenza o torto da Germanico 
ricevuto. É voi prego che il mìo dolore non vi faccia pigliar 
le querele date, per provate. Se parenti o confidenti ci ha per 
difenderlo , con tutta l'eloquenza e diligenza aiutatelo; e atei* 
per lo contrario s'aguzìno gli accusanti. Basti Germanico pri- 
vilegiare che in consìglio dal senato, non in corte da giudice 
si conosca della sua morte: nel rèsto vada del pari. Ninno 
guardi alle lagrime di Druse , ninno at mio dolore, né a cosa 
che forse si mentisse di noi. i» 

XIII. Dati furon per termini due giorni a dirgli centra; 
sei ad armarsi ; ' tre a difendersi. Fukino disse che egli 
aveva con ambizione e avarizia retto la Spagna; peccati vec- 
chi e frivoli che, provati, non gli nocevano (purgando* i 
nuovi), né, difesi, lo gcioglievano da i più gravi. Dopo costui, 
Servèo e Yeranio e Vitellio con paricaldeza,'ma YitelUo^con 
piii eloquenza, incolparon Pisone d'avere per rovinar Ger- 

' ia pripota nimicizia mia, e non dm frùuiipe ce. Li^msmì, movi 
principis, male; (a ÌEScconcio , ' no» pHne^^, non nate; oca «tggo, nem vi 
, principis j benif Mmo ; e covreggomi ^ ma» da principe ccm la form. «^ * con Ut 
fùraa, H testo ha t « e< pripata* mimicitias non pi principis Miidscmrf » 
che r Orelli interpreta : « Non iitar potestate^ ^uam princeps ktéetj td 
noscas mihi iilaUis ut prùtatas idcisear. » 

s * àlsiy altcesì. Cosi pare lìh. l, e. 36 1 II, e. 64. 

S *a(/«rmam' /cioè, sei fioGBt aoeordava al leo per «itmdMre e ordinare 
la sua difesa , e tre* per pronunciarla dinanai ai gindi^i.Laddove agli accosafeort 
furono dati, in tutto, due soli giorni. Anche di qui si vede dove pendeva Tiberio. 

* * purgando, quando fosse riuscito a purgare. 



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IL UBRO TERZO DEGLI ANNALI. i19 

manica e riv^aUar lo stato, la feccia de' soldati con licenze e 
insolenze a' confederati,^ corrotta in gnisa, che padre delle 
legioni lo dicevano i peggiori, u^ato per lo contrario ogni 
cmd^tade a' migliori e spextalipente agli amici e segnaci di 
Germanico; e Ini per ultimo avvelenato, stregato, sagrifica- 
fò, egli e PUncinaj a' dimoni: assalito con arme la repuUi- 
ca » e per poterlo accasare r esser convenuto combatterlo e 
vioc^rk». 

Xiy. Non ebbe difesa l'aversi guadagnato i soldati, dato 
la prevÌBCìa in mano a pessimi, detto male del generale: il 
velen solo parve purgato; perchè dicendo gli accusatori che 
Pìsotte, cenando con Germanico e standogli di sopra,' gli 
avvelenò la vivanda con le sue mani; non parve verisimile 
che tra 1 servi altrui, con tanti occhi addosso e dello stesso 
Germanico, cotanto ardisse: e chiedeva Pisene tormentarsi 
i servi suoi e di Germanico. Ma i gindicl gU erano avversi 
per cagion diverse; Cesare per l'aver fatto guerra alla pro- 
vincia; il senato, non potendo mai credere che Germanico 
morisse senza, inganno ^... Il che non meno Tiberio che Pi- 
sene negarono. Di fiiorì gridava il popolo, « Se i padri l'as- 
solveranno, egli non ci uscirà delle mani, » e spezavano le 
sue immagini strascicate alle Gemonìe, se il principe non le 
faceva salvare e rimellere. Fu messo in lettiga e ricondotto 
a casa da nn Uribono di coorte pretoria : chi diceva per sal- 
varlo , chi per finirlo. 

XY. Plancina era non meno odiata, ma più favorita: 
onde non si sapeva quanto Cesare ne potrebbe disporre. Essa 
mentre di Pisene fu qualche speranza, prometea correre una 
fortuna, e, bisognando, seco morire. Ottenuta, per segreti 
preghi d' Agusta, perdono, s'allargò dal marito e divise la 

* * e insoknxe tt confederati j cioè, pennetUndo loro d'iiuolentire contro 
i confederati. 

* standogli di sopra, u Cam super eitm Fiso discitmbereL » Come può 
essere essendo inferiore ? erano tre > e Germanico in meso, dice il Lipsie. Non 
pmova, non mi quieta. 

S wm potendo mai creder^. Sema k parole , scripsissent expostw 
laates^ toma benissimo il sentimento. Io le ho lasciate: o elle vi sono tram- 
miaa* per eriore>. o altre parole ?i mancano che con quelle faceano senti- 
mento. Il Mercati legge sàbmisu éé^stuiétnUt. Il sentinunto torna bene; . 
ma il motaneoto è ardito» 



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120 IL LIBRO TBEZO DEGLI ANNALf. 

causa soa. Qui si tenne spacciato; pure confortato da' figlinoli 
a ricimentarsi, fatto cuore, rientra in senato, e trova rinfor- 
zate l'accuse, i padri sbuffare, contrario e terrìbile ogni cosa. 
Più di tutto Tatterrì il veder Tiberio, saldo, coperto, bendi 
misericordia, non d'ira far segno. Riportato a casa^ scrisse 
alquanto quasi nuova difesa, e suggellato dìedelo ad un li- 
berto, e attese alla usata cura dèi corpo. La notte la moglie 
usci di camera: ei fece chiuder l'uscio, e al far del giorno si 
trovò sgozato, e il coltello in terra. 

XVI. Ricordomi aver udito da' vecchi, che à Pisene fa 
veduta più volte in mano una lettera, la quale egli non mo- 
strò, ma dissero gli amici che era la commession di Tiberio 
del fallo contro a Germanico;evolevalali squadernare dinanzi 
a' padri; ma Sciano con vane promesse l'aggirò: e che egli 
non mori per mano sua, ma gli fu mandato ramazatòre. 
Nò r uno né l'altro affermerei : ma da celar non era il detto 
di coloro che vissero insino a mia giovaneza. Cesare manin- 
conoso* domandava al senato, se tal morte s'attribuiva a lui: 
e all'apportator dello scritto di Pisene , quel ch'ei fece il di e 
la flotte ultima. Il quale avendogli risposto parte à proposito 
e parte no, lesse lo scritto che diceva: ' « Poiché la setta de'ni- 
mici e l'odio del falso apposto m'oprimono, e la verità e l'in- 
nocenza mia non s'accettano; gl'iddii immortali mi siano 
testiinoni che io sempre fui a te, Cesare, fedele, e a tua ma- 
dre pietoso. Raccomandoti i miei figliuoli. Gneo, stato sem- 
pre in Roma, non Ha parte nelle mìe fortune: Marco non 
voleva ch'io tornassi in Seria. Fatto avess'io a senno del 
giovane figliuolo, e non egli del vecchio padre I tanto pia ca- 
ramente ti prego che l'innocente non porti pena delle mie 



' * maninconoso. Il Ms. : « con viso amaro ; •> poi cancella e riscrìve h con 
manìnconoso sembiante, » come si legge nella Giuntina, e che tpA dì nuovo ha 
corretto come sopra si vede. 

' *Il testo latino di questi due ultimi periodi è manco. 11 Davansati ba 
tirato a indovinare , e nelle Postille della Giuntina l' avverti con queste parele r 
« Questo luogo h guasto : io gl'iiidovino questo sentimento. *• La traduiione poi 
nella ridetta Giuntina vana cosi : m Cesare domandava con maninconoso sem- 
biante il senato , se ul morte s'attribuiva a lui ; e il figliuol di Fifone quel ch'ei 
fece il di e la notte ultima. Essendogli risposto dal giovane con prudenia e dal 
senato con adulasione , lesse quello scritto di Pisone che diceva ce. m 



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IL LIBRO TBSZO DEGLI ANNALL 121 

colpe. Per la servitù mìa dì quarantacinque anni; per la 
compagnia del consolato» onde fui accetto ad Agusto tuo 
padre, amico a te, fammi qoesta grazia ultima che io ti 
debbo chiedere; perdona al mio figliuolo infelice. • Plancina 
non mentovò. 

XVII. Tiberio scusò il giovane della guerra civile co- 
mandata dal padre, come forzato a ubbidirgli, e increbbegli 
della Dobil famiglia e del grave caso del morto, che che me- 
ritasse. PeV assolvere Plancina allegò con ingiustizia e ver- 
gogna i preghi di sua madre , la quale i migliori bestemmia- 
vano piano: « Che avola è qoesta, che puote vedersi innanzi 
r ucciditrice di suo nipote? le favella, la ruba al senato, alla 
giustizia, che non si negherebbe sé non a Germanico. ^ Yi- 
tellio e Yeranio V bau pianto: lo ìmperadore e Agusta difen- 
don Plancina. Dacchò ì veleni e le negromanzie riescon si 
bene, adoprinli in Agrippina e ne' figliuoli; saztnsì li prodi, 
avola e zio, del sangue dì quella casa miserìssima. » Si fece 
vista di tritare' questa causa ben due giorni, e Cesare sti- 
molò i figliuoli di Pisene a difendere lor madre. Affannan- 
dosi gli accusanti e le prove a chi più conficcarli, ' rispon- 
dente ninno ; fecero di lei più increscere che incrudelire. 
Aurelio Cotta consolo fu il primo a parlare (perchè quando 
Cesare proponeva, il consolo diceva la prima sentenza], e 
disse che il nome di Pisone si radesse del calendario: la metà 
de'beni andasse in comune, V altra si concedesse a Gneo, il 
quale si mutasse il nome proprio. A Marco si togliesse il 
grado di senatore, con dargli cento venlicinqoe mila fiorini 
d' oro, e mandarlo via * per dieci anni: Plancina s'assolvesse 
in grazia d' Agusta. 

i *se non a Germanico. Il Lai. bar « quod prò omnibus civibtis leges 
obiineant, uni Germanico non eontigitse. » Sentiamo il Dati: « E 4oleTansi 
che a Germanico «olo fosse tocco il non poter conseguire quel èbe a tutti gli altri 
citudini permellei^n le leggi; » cioè , che fosse degnamenU gastigato chi era 
reo verso di loro. 

' 1 * tritare, trattare tritameate , ininutamente , scmpoloiamente. 

» • confcearli, eonvincetli (cioè i figliuoli di Pisone difendenti la madre) 
con accuse e con prove. La Giuntina ha t «• a chi più configgerla, » cioè Plancioa. 

* dargli cento . venticinque mila fiorini d' oro , ^ mandarlo via. Di 
colpa si grave, da principe si crudo fu scusato , e datogli da vivere da ro- 
mano; tanto rispettata era la nobiltkf 

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122 IL LIBRO tBRZO DS6LI ANNALI. 

XYIIL Di qaesta sentenza il prìncipe moderò molte 
cose: che il nome di Pisone non sì radeése, poiché pur vi 
erano quelli di Marcantonio che fece guerra alla patria, e di 
Ginliantonio che violò la casa d'Agosto: che Marco non ri- 
cevesse quel frego,* e godesse suo patrimonio; perchè Ti* 
berio, come ho dello, non fu avaro, e la vergogna della pro- 
sciolta Plancìna lo fece men crudo. Né volle che a Marte 
vendicatore si consegrasse nel suo tempio statua d' oro, co- 
me voleva Valerio Messaiino; né altre alla Vendetta, come 
Cecina Severo ; dicendo, tali cose farsi per le vittorie di 
fuori: i mali di casa seppellirsi nel dispiacere.* Avendo Mes- 
saline aggiuntò che della vendetta di Germanico s'andasse 
a ringraziare Tiberio, Agusta, Antonia, Agrippina e Druso; 
L. Asprenate presente il senato gli disse: « E Claudio? lasci! 
tu a sciente? » ' allora si scrìsse « e Claudio. • ^ Quanto io 
più le memorie antiche e nuove rivolgo, più trovo da ridere 
de' fatti de' mortali pgn' altri per futuro principe s' intona- 
va, • sperava, venerava, che costui, che la fortuna teneva in 
petto. 

XIX. Indi a pochi giorni Cesare fece dare dal senato a- 
Vitellìo, a Veranio, a Servèo certi sacerdozi. A Pulci nio pro- 
mise favorirlo, chiedendo • onori, e l'avverti a non isca- 
vezar la retorica per troppo volerne. ' Qui fini la vendetta 

* *y^o^»fr*gH>, ignominii. 

S imali di xasa seppellirsi nel dispiacere. Agusto le divalgò (*), e 
n' ebbe biasimo. Domiziano , Aminta , Filippo , e altri con loda le tennero in 
seno. Lorenzo de' Medici a. uno che Toleva dar nel sangue, ricordò che gli agia- 
menti a Firenze si votano di notte. 

* a sciente? Vi s'intende, animo j cosi dicevano gli antichi gentil* 
mente j noi diciamo «rppo^ta, impruova, sgraziatamente. 

^ * Claudio t fratello di Germanico , uomo inetto da essere £icilmeote di- 
menticato anche dagli adulatori , « che tuttavia fu il solo deUa famiglia che per- 
venisse alif impero. 

S * «^ inlMMM. V«di lib. II, 56. 

B * chiedendo t qtlando e' chiedesse. 

^ non i«MMMr Al retoricm. Contai per tfappo ««iificcar Pisone e 
mancina (*^> «mnt poca dieopra k deUo, gli tnisa in compassione e liberò. — 
* per tréppo vohme. Il Ma. t «e V avverti a non fava alla reUorica , per 

(*) f« dtvulgò, « sotto, le umtro im seno, elo« i malil Cosi tatto lo migliori staaipo, n* 
mi foao arrisebiato di eomgf ero qai it in li» avoa4o vwlato altro voHo «ho il MMiro osa par 
corta sua strayagoBsa il pronomo fommiailo invoco dol maschilo. 

n lA Gioatina: « por troppo oonBgger Pianoìna.... la miso; » e manca « e Uber6. » 



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IL LIBRO TSaZO DBfiLI ANNALI. 123 

della morto di Germanico, narrata da que'ch'eran vivi, di- 
versa da' segnenti : * si mal si sanno le cose grandissime : 
tenendo alenai ciocobò odono per sicurissimo, altri travolgono 
la verità, e V nao e V altro, chi doppo viene, accresce. Droso 
per ripigliare il soo grado, osci di Roma e rientrò ' ovante. 
Pochi giorni appresso Vipsania sua madre mori, solade'nati 
d' Agrippa , di buona morte; gli altri, o si seppe di ferro, o si 
tenne di veleno o di feme. 

XK. Nel detto anno Tacfarinate, che la state dinanzi 
fu rotto dà CammiUo, come s' è detto, ' in Affrica rifece 
guerra: e prima guastò molto paese a man salva per la pro- 
stesa; rovinò casali, fece gran prede; poscia assediò presso 
al fiume Pagìda una coorte romana in un castello, tenuto da 
Decrìo soldato bravo e pratico, a cui parve vergogna patire 
assedio: e confortali i suoi, si presentò fuori a (combattere: 
piegarono al primo assalto. Entra egli tra Tarmi; para chi 
fugge; sgrida gli alfieri, che i soldati romani voltino le spalle 
a truffatori, a canaglia. Pien di ferite, perduto un occhio» a 
viso innanzi s'avventa tra le punte» e.da'snoi abbandonato 
sempre combatte, si cade. * 

XXI. A tal nuova Lucio Aprooio succeduto a Cammillo, 
più per vergogna de' suoi che per gloria de' nimici, de'dieci 
l' uno della ontosa coorte tratti alla ventura (gastigo in quei 
tempi raro) vituperosamente uccide. ^ Giovò tanto questa se- 
verità, che un colonnello di non più che cinquecento fanti 
vecchi, ruppe que' medesimi di Tacfarinate, che Tela, for- 



troppo cacrìare , rompere il collo ; ■• poi cancella e riaerive : « a l'avrertì • non 
iacavcsar la rcttorica per troppo cacciare i « e di nuovo corregge : « per troppo 
volerne. » Ma vedi com' è detto egregiamente , che scavezzano la rcttorica coloro 
che troppo rettoncbeggieiido > ottengono il rovescio di ciò che si propongono! 
Questo è ben altro che ìXfacundiam violentid precipitare del te<to. 

< * dipersm da'teguemti. Non pare esatto. Più cbiaraineote il Dati: • della 
quale varianente si parlò , non solo appresso di qneUi che viveaoo a ipiel tempo, 
ma Be' tempi ancora segniti di poi. f 

* uscì di Bontà e rientrò. All' entrare in Roma , forniva il grado , e 
scasa grado non si trionfkvn. 

S come s* i detto, sopra, lib. II, 53. 

* * sì cade, sinCftntochè p«n cada. Vedi alUi esempi di questa particella , 
lib. I, 6d, 70, e lib. II, 8J. 

B * vituperosamente uccide. Il Lat. ha: m/usU necat, • a colpi di bastone. 



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124 IL LIBSO TBBZO DEGLI ANNAU. 

te^a nostra, battevano. Ove Elvio Rofo fantaccino meritò 
corona di cittadino salvato.^ Cesare gliela donò, e con Apronio 
si dolse, senza però spiacerglì, che come viceconsole non gli 
donasse anco questa, come le collane e V asta. * Tacfarinate, 
essendo ì Namidi spaventati, né volendo più assedi, si spar- 
geva per la campagna: affrontato, sgaizava e rigirava alle 
spalle, e mentre tenne questo modo il barbaro, beffò franco 
e straccò i Romani. Calalo alle maremme, e standosi nel 
campo a covare le see prede ; Apronio Cesiano mandato dal 
padre co'cavalli e fanti d'aiuto, e co' più veloci delle legioni, 
felicemente il combattè e cacciò ne' deserti. 

XX IL In Roma Emilia Lepida, cai oltre allo splendor 
della casa far bisavoli L. Siila e Gn. Pompeo, fa accasata di 
falso parto di Pubblio Quirinio, ricco e senza figliuoli; e di 
adulterii e di veleni e di pronostichi' fatti fare da' caldei^ 
della casa di Cesare. Manìe Lepido suo fratello la difendeva. 
Quirinio ne la rimandò, e anche perseguitandola-, fece in- 
créscer di lei, quantunque rea e infame. Male si vide come 
il principe la intendesse; tanto variò e tramescolò ira e cle- 
menza. Prima pregò il senato non trattasse di maestà: poi 
incita Marco Servilio, stato consolo, e altri testimoni a dir 
su cose che prima accennò le tacessero. Allargò dall' altra 
banda i servi dì Lepida dalla prigionia de' soldati a quella 
de' consoli,' e non volle che fosser martoriati sopra le cose 
di casa sua: e che Druse, consolo disegnato, lasciasse dire a 
un altro il parere. Chi l' attribuiva a civiltà di non necessi- 
tare gli altri a seguitarlo, chi lui diceva si crudele che non 
arebbe ceduto il suo uficio, se non per dannarla. 

XXIII. Facendosi ne' giorni di quel giudizio una festa, 

* * corona di citiadino saldato, la corona destinata a chi salva xkù. eìt- 
tadino. 

' * corno le collane e l'asta^ come gli aveva donato le eollane ec. 

' pronostichi....... della casa di Cesare. Non ai cerca la ventura de' prin- 
cipi per ben nessuno. —-* pronostichi. U Ms. : « indovinamenti ; » poi cancellato 
e riscritto come sopra. « 

* * caldei , astrologhi, indovini ; cosi detti perehè la loro arte vane venne 
in prima della Caldea. 

^ J Horgan.., dalla prigionia de* soldati a quella de* consoli, più larga. 
Vedi la postilla 3 del sesto libro. — * Vedi, cio^, lib. VI, cap. 3, la postilla alle 
parole « prigionia de' magistrati ec. » 



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IL uno TBftZO MOLI ANNALI. 135 

Lepida enirò nel teatro con una nobiltà di donne, e con 
pianti e strida invocando i suoi maggiori e Pompeo (cai era 
quella fabbrica e vedeanvisi le sue immagini), commosse tal 
pietà e pianto cbe maladivano crudamente Qairinio e chi 
aveva, la destinata già. per moglìere di L. Cesare e per nuora 
d'Agosto, affogata a cotal vecchio senza roda, contadino.^ 
Avendo poscia i servi tormentati confessalo V enormeze da 
lei; le fa tolto acqua e fuoco, come pronunziò Rubellio Blando 
seguitato da Druse; se bene altri volevano meno rigore. I beni 
per amor di Scauro, che n' avea una figliuola, non andare 
in comune. Allora finalmente Tiberio palesò, che sapeva 
da' servi di Qairinio, c<»ne Lepida il volle anche avvelenare. 
XXIY. Avendo in poco tempo perduto, i Calpurnii, Pi- 
sene, e gli Emilii, Lepida; ' Decio Silano, rendulo a'Giunii, 
racconsolò l'avversità di tre gran case: lo cui caso dirò 
breve. Agusto fu nelle cose publiche felice : in quelle dì casa 
sgraziato per la figliuola e nipote disoneste : le quali cacciò 
di Roma, e fece i drudi morire o fuggire, facendo tali colpe 
divolgate casi di stato e di resia ;' faori della clemenza delle 
antiche e delle sue stesse leggi. Ma io lesserò la fine degli 
altri, con l'altre cose di quella età, se tanto viverò che io 
riempia le ordite. Decio Silano, giaciutosi con la nipote d'Ago- 
sto, se ben Cesare non fece che disdirgli V amicìzia, lo in* 
tese e si prese V esilio : né osò chiederne grazia se non al 
tempo di Tiberio col caldo* di Marco Silano suo fratello, 
potente per grande facondia e nobiltà: dal quale Tiberio rin- 
graziatone in senato, rispose rallegrarsi anch' egli che il fra- 
tei di lui fosse di lungo pellegrinaggio tornato : e con ragio- 
ne, poiché né senato, né legge il cacciò; ma terrebbe ferma 

< * contadino i qui per nomo ignobile. 

Se gli Emilii, Lepida» Vist» la correcione del Mercert , mi correggo 
coti : « Beoio Siboo reodato t' Giunii ristorò le odiose perdite fatte in poco 
tempo, i Calpurnii di Pisone , e gK Emilii di Lepida. » {*) 

i ' edi rMM. La tradmìone del Dati sarà conmienlo. « Imperocché quando 
egli arveni^a che tali colpe intra gli n<miini e le donne commesse venivano di- 
vorate , egli allora allegando di venirne offéso la religione e violato le leggi della 
maestà, si discoatava dalla clemenaa de* nostri antichi e dalle kggi sue mede- 

* * col caldo. Il Lat.: • potentid. » 

(*) Postula detta «ioaUna, nansaBle nelle altre edbkmi. 

li* 



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126 IL LIBBO TBB80 DBGLI AMICALI. 

r offesa e disposizione di suo padre contro di lui. Cosi po- 
scia visse in Roma sicoro, ma esoso. *■ 

XXV. Propesesi di moderare la legge papia peppea^olie 
Agnslo già vecchio, dopo le gialie, fece' por muovere gli 
smogliati con le pene ' e per ingrassare il fisco: ' né perciò 
crescevano (mellendo più conte V essere scapolo) i mogliazi 
nò i figlinoli, ma i rovinati: sovvertendo i cavilli de' cerca- 
lori ^ ogni casa. E dove priaui per le peccata, allora per le 
leggi si tribolava. Il che m' invita a dire pia da alto l' ori- 
gine della ginsiiaia, e come le leggi siano a questa infinità 
e varietà pervenute. 

XXYI. Yiveano i primi mortali* senza reo appetito. 



* sicttrOf ma. esoso. Pronuiniasi l'una e l'altra s come esito, uso, 
esilio, esulo s e sigBÌ6ca esoso propriannanaate un ciltodìno mal mto e 
in disgrafia dello aUto che regge , che noo ha cagioni di panùlo ; ma oon Io 
può vedere , e non gli da onori. 

* fer muovere gU smogliati con le pene : — « Incitandis coflibum pte- 
nis: - è un tacitismo; aeèoodo il quale ai pnò dire, per aecrescere agii smo' 
gitati le pene. E forse ci ha scorrezione. Morirono nella guena civile ottanta- 
mila da portar arme. Giulio Cesare fece forte leggi perchè la gente sLmaritaase. 
Agusto tutte le ridusse a una, e li fece dire, non sua, ma papia poppea, 
da' nomi de' consoli di quell'anno 763, p«T li mobi lacci e oncini aggiuntivi 
alle facoltà de' privati; tali, che Severo imperadofc e li fcgoenti gi«reéoMtiUi 
tutte (jueste e simili ipique leggi papié annullarono. 

5 e per ingrassare il Jisco. Questa era Tintenzion principale e l'anima 
della legge. Andavano dottoretti storcileggi (*), messi al teno o alla metk del 
gvadaf^o , a cercar le case e levar le scritture , per trovare clu godesM lasci 
o redità contro alla legge ; la quale storcendo per modi iniquissimi erano con 
loro sicarie armi legali, delli stati d'ogn'uno ammasatori. 

* * eU^ cercatori. Il Lat.: « delatorum, n 

B Viveano i primi mortali. GonUno gli scrittori del Mondo Nuovo 
come nella costa a mezo dì dell'isola Spagnuola viveano gli uomini in que- 
ato vero secolo d'oro (**). Non v' era mio ne tuo , cagione di tutti i mali j non 
fòssi , non mura o siepe gli divideva j U terra eia «ornane come l' acqua e il 
sole, f ogni cosa (di ai poco creo contenti) Iobo avaiMUiva; e amando il giusto 
pernatura, e gl'ipg»miosi cornei canibali od^do, nb leggi dà giu^à cpno- 
secano ne signorie. Quinci si può argiwMQtare vedendo i paesi vw e salvali* 
chi, per la veputa de' forestieri, perdere la loro htàU semplicitade , e acqui- 
stare lumie splendori di nuove. arti, sAiAose e ooatami, ma con ea«i misera 
servitù, g9err«, desolaaioni, e ritprnare la primaia lalvatièlieMa dopo lungo 

n MoniUit* m«M« neUa Siurtina. Ma nsU'eseflBplan postìUcto del Conto Mwrtart v>è 

aggionto a penna. 

n Nella Giuntina oomincU éoù: « Pietro Martire d' A^gier» milaoeae, dal consiglio 
dell'Indie presso il re cattolico, nel fine del teno del Mondo nuovo» eonta come nella eosta a 
ineio dì dell'isola Spagniuola viveano .gli wmini in qoeat» vera laeolo 4^ et». » 



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IL LIBRO TERZO DEGLI ANNALI. 137 

lordara p scelleraggine alcana, e perciò senza Creai o pene. 
Non vi occorrevano premi, volendosi per natura ti bene; non 
minacce di pene, non usandosi il male. Tenutane la disu- 
gualità, e in luogo della modestia e vergogna, V ambizione e 
]fl forza ; le signorie montaron su , e molti popoli le banno 
patite eterne. Alcuni da principio, o quando stuccati furoo 
de' re, vollero anzi le leggi. Queste ne' primi animi rozi for 
semplici : le pia famose diedero Mìnos a' Candiaai, Licurgo 
atli Spartani : poscia Solone più squisite e numerose alli Ate- 
niesi. Noi resse Rcmiolo a suo senno. * Noma acconciò il po- 
polo a religione* e divinità. Qualche cosa trovarono Tulio e 
Anco ; ma Servio Tullio fu sovrano datore di leggi da ubbi- 
dirsi ancora dai re» 

XKVIL Cacciato Tarqoinio, il popolo contro a' discor- 
danti padri molto provvide per difender libertà, e pace fer- 
mare, e si creare i dieci: e raccolto ovunque fasse il miglio- 
re, ne foron compilate le dodici tavole, ov' è tutta la buona 
ragìone.PercJiè le leggi dipoi, se bene alcune contro a'ma'fat- 
tori, le più furono violente per discordie de' nobili con la 
plebe; per acquistare onori non leciti, cacciare ì grandi e 
altri mali. Cosi i Gracchi, i Saturnini soUevaron la plebe: 
e Druse non meno, in nome del senato' donando. Così fu- 
rono i collegati nostri con isperanze allettati, o per contra- 
sti * beffati. Né nella guerra d' Italia, e poi civile si lasciò di 
far leggi assai e contrarie : le quali avendo L. Siila dettatore 
annullate, racconce e molte più arroto,' la cosa fermò: ma 
per poco, per li scandolosi ordini di Lepido, e poco appresso 
per la fenduta licenza a' tribuni di fare il popolo a lor modo 
ondeggiare. E già si facevano leggi, non pure in generale, 



giro di secoli. Che se il mondo dorasse tanto , tutta la terra partecip«reU»e 
egualmente di tutte le um»B« oscurità , e di tutti gli splendori a vioetda^ come 
delle tenebre e della luce del sole. 

* * a suo senno. Il Ms. x «• a modo sno| m poi corretto^ 

* * a religione, fl Lat.: m religionihtés..... devkunt,» colle saer« «erimooi^ 
' * in nome del senato. Il Lat«: ttnomine, *• sotto pietesto. Questo M. làvio 

Dmso seppe cosi bene coprire i suoi fiati ohe Cicerone {pito MiL 7 ) lo cbiavM 
« propugnatore e quasi patrono del senato. » 

* * per contrasti: e riscritto sopra, per apposizioni. Vedi Ms. 

* • arrote, aggiunte. 



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12S IL LIBftO TBIZO DBGLI ANNALI. 

ma eontra particolari : e nella repnblica corrottissima ^ leggi 
assaìssimo. ^ 

XXVIII. Allora Gneo Pompeo nel terzo suo consolato 
fatto riformator de' tostami, e più che i peccali i rimedi 
saoi nocendo,' e le sne leggi egli stesso guastando; quello 
ch'egli con Tarmi difendeva, con l'armi perde. Dipoi per 
Tenti anni fa discordia : non costume, non giustizia : franco 
il mal fare, il bene spesse volta rovina. Agusto finalmente 
nel sesto consolato, assicuratosi nello stato, le iniquità co- 
mandate nel triumvirato annullò, e ci die leggi da pace, 
sotto principe, il quale poi ne ristrinse,^ e miseci cercatori 
a rifrustare chi, senza poter esser padre, tenesse lasci, per 
la legge papia poppea ricadenti al popolo romano comune 
padre. Ma essi per agonia dà loro stregue * passavano i ter- 
mini, e rapinavano le città e V Italia, e ciò eh' era di cil^ta- 
dini. Molti rimasero ignudi, e gli altri lo si aspettavano. Ma 
Tiberio trasse per sorte cinque consolari, cinque preterii e 
cinque semplici senatori che dichiararon di quella, legge i 
sani^ intendimenti, e per allora un poco si rispirò. 

XXIX. In quel tempo Tiberio pregò ì padri che faces- 
sero Nerone,^ figliuòl maggiore di Germanico, già fatto gar- 
zone, abile alla questura senza esser seduto de' venti, ^ e 



' nella republica eorrotUssima » leggi assaissime. la camen del* 
r infermo, qiundo peggiora, gli alberelli e l'ampolle moltiplicano e l'appa- 
iano, e Ini aggravano e 6niscono..(*) 

' * nocendo. Aveva scrilto « danneggiando; » quindi corresse. Vedi Ms. 

' * il quale poi ne ristrinse ec. Non è chiaro. Cosi il Valeriani : « Egli i 
iociali vincoli rinforsò ; pose spie , e per la legge papia poppea le anioaò co' pre- 
pù , perchè a chiunque mancasse ragion di padre, qual padre comune il popolo 
nelle vote ereditai succedesse. » 

* * per agonia di loro stregua , per aviditli dello scotto che ne guada- 



^*i sani» Nel Ks. : « i puri ; » poi è corretto. 

> * Lo fece poi uccidere nell' isola Pomia (Svet. in Tib. 6A). 

^ * Il magistrato de' Venlunviri era 1' adito alla questura e agli altri onori 
della repubblica. Gomponevaai di tre giudici delle cause capitali (triumviri capi- 
tales) j di tre depuUti a contare il danaro ( triumviri monetales ) j di quattro a 
earare le vie urbane {tfuatuor viarum curatore* ) t e ^ <lùci a giudicare le liti 
{decemviri litibus iudicandis). 

o eseniplare del Conta Moitara : « s'e'non aggra- 

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IL LIBRO TBRZO DEGLI ANNALI. 129 

aom €inqae avanti le leggi, non senza ri8o de' pregati. * 
Tanto (diceva egli) fu concedalo a Ini e al fratello a* preghi 
d'Agosto. Che se ne dovcitton sogghignare ' ancora allora : ma 
r alteza de' Cesari era novella ; gli antichi modi più in su 
gli ocelli; e meno strignevano quo' figliastri al patrigno, che 
questo nÌ4>ote all' avolo. Fatto fu adunque e questore e pon- 
tefice ; e un donativo, quel di eh' ei prese il grado^ alla plebe 
allegrissrma per vedere a un figliuolo di Germanico già le 
caluggini; e più. poi per le noze sue con Giulia figlinola di 
Druso. Dispiacque bene che Seiano si destinasse suocero del 
figliuolo di Claudio; parendo ch'ei macchiasse si nobil fa- 
miglia, e s' innalzasse uno, già sospetto di troppo aspirare. 
XXX. Nel fine di queir anno morirono due grand' uo- 
mini, L. Volusio di famiglia antica, ma non più che. proto- 
ria : egli vi mise il consolato ; fu censore a fare de' cava- 
lieri ; e delle smisurate riccheze di quella famiglia primo 
ammassatore: e Crispo Salustio, nato cavaliere, nipote della 
sorella di quel Gaio Crispo Salustio fioritissimo scrittore di 
storie romane, che lo fete di quella famiglia. £ poteva aver 
tutti gli onori ; ma imitò Mecenate : e senza esser senatore 
fu più potente che molti consoli e trionfatori. Tenne vita 
contraria all'antica: ricca, dilicata, splendida e quasi pro- 
diga: fu di animo vigoroso; da gran negozi, e, per fare l'ad- 
dormentato e il freddo, di cotanto più vivo.<? In vita di Me- 
cenate, secondo, poi primo fu nel consiglio di quei principi: 
trattò la morte d' Agrippa Postumo : invecchiato, mantenne 
anzi r apparenza che la grazia del principe , come altresì 

* * non sema riso de* pregati. Era da riclere che Tiberio chiedesse ciò che 
il senato non poteva ornai negargli. Ben è vero- che Augusto fece già una simil 
domanda a favore di Tiberio e del fratel di lui Druso. Ma sebbene , dice Tacito, 
anche allora dovettero riderne alquanto i padri, pure ve n'era minor motivo che 
mcm adesso; pfima, perche l*usansa repubblicana di consultare il senato era più 
recente , e voleva, almeno in apparenza, rispettarsi ; secondo, perchè trattandosi 
allora di figliastri e non d'un nipote come ora, i padri potevano credersi più 
liberi di andare contro la- volontà del principe. 

^ * sogghignare. Aveva scritto ,« sorridere ; m ma corresse. Vedi il Ms. 

' e, per fare V addormentalo e il freddo, di cotanto più vivo. Tale 
era Zanobi Bartolini potente e savio nostro cittadino, e molto grasso , il quale 
dando a un beccaio udienza con gli occbi chiusi, quei disse, Dormite foif 
rispose, Sì, e sognava di farti mozar gli Qrecchi : dì su. 



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130 IL LIBAO TBKZO DB6LI ANNALI. 

Mecenale; sìa fatale della pQteo.ia, *■ manlenersi di rado 
insìno air oUimo;* o perchè quando non rimane più a quelli 
£he dare né a questi che chiedere^.si vengono a noia. 

XXXI. [A. di R. 774, di Cr. 21.] Viene il consolato quarto 
di Tiberio, e secondo di Proso, notevole per tale compagnia 
di padre e figliuolo. La medesima, due anni fa, con Germa- 
nico nipote, non fu tanto stretta per natura né grata a Tibe- 
rio. Il quale nel principio di quest' anno se n' andò quasi 
a pigliare aria in Terra di Lavoro, pensando voler fare 
stanza lunga e continua fuor di Roma, o per lasciare a Druse 
solo governare il consolato. E per ventura d* una eosa picco- 
la, venuta in gran contesa, s' acquietò grazia il giovane. Do- 
mizio Corbulone stato pretore si dolse in senato che L. Siila 
nobile donzello, allo spettacolo degli accoltellanti, non gli 
aveva ceduto il luogo. L'età, l'usanza, i vecchi erano per 
Corbulone: per Siila, parenti suoi, e Mamerco -Scauro e 
L. ArunziOk Di qua e di là dicerìe: ' esempi di gran pene an- 
tiche date a' giovani non riverenti. Druse parlò molto accon- 
cio al. quietargli, e Mamerco zìo e patrigno di Siila, e di 
quella età facondissimo oratore, quotò* Corbulone. Il quale 
facendo remore che molle strade d' Italia eran rotte e non 
abilevoli ^ per misleanza de' conducenti e tracuranza de' ma- 
gistrati, le prese a rassettare. Poco giovò al publico e rovinò 
molti, a cui, condannando e incantando,' tolse crudamente 
beni e onore. 

XXXII. Tiberio appresso scrisse al senato che Tacfari- 
nate metteva di nuovo sozopra l'Affrica: scegliessero un vi- 
ceconsolo soldato, robusto,il caso'' a queslaguerra. Sesto Pom-' 



* della potenxa, mantenersi. Nel qutarto dice eh« por h mmt«Dii«M. Le- 
pido, e discorre tra ìì fato e la prudensa , quale ba più potere. 

* * insino all'ultimo. Nel ì/b.: « essendo faUle alla poteou di rado raggera 
insino alla fine; « poi corregge : « mantenersi inaino alla fine di radoj » e di 
nuovo ricorregge come sopra. 

> * dicerie. Aveva scritto « orasiom ; *• poi corresse. V«di il Ma. 

* * quetà. Nel Ms ; « fermò ; ** corretto « acquetò ; « e finalmente «< qoetò.» 
B * non abiteuoli. 11 Lat. t « impervia. » Detto delle strade, in senso d' im- 

praticqbilit manca nel Vocabolario. 

B * incantando , mettendone i beni all'asta. 
^ * il caso. Vedi la nota 6 a pag. iS. 



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a UBaO TBKXO DB«LI ANNALI. 431 

peio, con qaesta presa* di nìmÌGare Mareo Let>ido, lo diase da 
niente» morto di fame, vergogna di casa saa: perciò non si 
mandasse in Asia, benché toccali per tratta. Il senato per lo 
contrario lo dieef a benigno e non dappoco : povertade che 
non macchia gentilexa, loda essere, non vergogna: cosi fa 
mandato in Asia, e rimesso in Cesare a cui dar T Affrica. 

XXXIII. Allora Severo Cecina disse per sentenza che 
in reggimento non s'andasse con traino dì moglie, avendo 
molto replicato che qaesto sno volere per lo pnblico V aveva 
per se osservato, e quaranta volte che egli era andato (bori 
alla goerra, tennto in Italia la donna sna pacefica e m^dre 
di sei figlinoli. « Non a caso già essere stato vietato lo 'mpa- 
nio * delie donne per li paesi amici o stranieri; perchè arreca 
nella j>ace spesa, e nella gnerra paara; e nel marciare assem- 
bra il romano campo al barbaro. Essere le donne di briga,' 
fieboli alle fatiche, e, se ta le lasci fare, crudeli, ambiziose, 
comandatrici: mettersi in fila tra' soldati, fare le maestresse 
co' centurioni; Aver fatto una donna * pur testé le compagni^ 
addestrare, le legioni torneare. Trovarsi ne' sindacali, delle 
sei malefatte ' le cinque venire dalle mogli. I peggiori delle 
Provincie far capo ad esse: esse pigliare, esse finire i nego- 
zi: due personaggi corteggiarsi: a due ragion chiedersi.- A'su- 
perbi e perfidi comandari donneschi essere state già dalle 
leggi oppio o altre, legate le mani ; ora che sciolte i' hanno, 
regger le case, i tribunali e gli eserciti oggimai. » 

XXXIV. A pochi piacque questo parlare, e mòlli lo in- 
terrompevano dicendo che la cosa non era siala, proposta, 
né Cecina di tanto negozio degno riformatóre^ A cui A^alerio 

* * con questa presa, con quésto appiglio , con questa opportunità. Nel 
Ms.! « Sesto Pompeo, presa questa maniera di nimicare M. Lepido ec.;» poi cor- 
resse come sopra. 

^ * lo *mpanio , l' impaccio , 1' ÌRgom1)ro. 

' * Essere le donne di briga* Aveva scritto <* sconce ; » poi corresse « di 
Lriga. «Vedi il Ms. 

* * una donna j ciofe, Plancina. 

' * malefatte. Malefatta pare che qui sìgnificlii ciò che con vocaholo in- 
franciosato dicesi ritalversaxSone » cioè gi^ave fallo commesso nel reggere qualche 
pubblico ufficio. Alla Crusca manca. Il testo latino dice ; « quoties repetunda' 
rum aliqui arguerehtur, plura uxoribus obieciari; » cidè, ogni volta che 
cadesse processo di concussione, di molte cose se ne dava colpa alle mogK. 



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i32 IL LOWO TBKZO DBGU ANMALI, 

Messalino, riiraeoie 4alla facondia di Messala sao padre ri- 
spose: ce Molte dareze degli antichi sono ammollite e miglio- 
rate; perchè non avendo noi pia Roma da guerre assediata^ 
né provincia nimiche, possiamo far delie spese proprie per 
le donne, che non gravano le case de' mariti, nftn che i vas- 
salli: l- altre cose opposte esser comuni co 'I marito, e non 
da sollevare. * Al combattere si vuol bene uscire spedito, ma 
nel ritorno dalle fatiche qual conjorto più onesto che la mo^ 
glie? Alcune sono state ambiziose e avare si, m» gli stessi 
reggitori son eglino tutti Fabbrili? E pure se ne manda a 
regger provincie. Hanno molte mogli guasto i mariti : adun- 
que tutti gli smogliati son santi? Le leggi oppie fersi perchè 
quei tempi le richiedevano ; fur poscia allargate e mitigate, 
perchè fu spediente. Se la donna esce de' termini, questo è 
(chiamiamola per lo^ome suo) dappocaggine del marito. Non 
si dee a posta d' alcuni milensi levare a' mariti le loro con- 
sorti ' de' beni e de' mali^ e lasciare questo, frale se^so scom- 
pagnato in preda alle vanità sue e alle voglie aliene. Appena 
si campano con gli occhi addosso: che farebbero sdimenticate 
gli annii,' e quasi rimandate? Rimediate a' minori disordini 
difuori : ma pensate anco a' maggiori della città. )» * Sog- 
giunse DrnsOf che aveva moglie anch' egli ; « Convenire a 
chi è principe rivedere spesso le parti lontane dell'imperio. 
Quante volte essere lì divino A gusto con Livia ito in levante 
e in ponente? ed egli in lUiria? e altrove andrà, bisognan- 
do, ma non di buone gambe, dovendo ogni- volta schiantarsi 
dalla sua dolcissima moglie, onde ha tanti figliuoli* » Cosi fu 
scartata la setltenza di Cecina. 



* * e non da solievare, e non tali da guastare la pubblica tnoqmllità. 

^ * le loro consorti te. Lat « « consorlia rerum secundarum adyerta- 
rumque. » G. Dati ; « Era certo coia iniqua il volere , apposta d* uno o di due 
che peccavano per fiacchena, tórre a tutti gli altri le mogli le quali , o bene o 
male che cuccedesser le cose, eran sempre compagne, refrigerio e conforto delor 
mariti. ** 

' * sdimenticate gli «nnij lasciate sole per molti anni; 

* * Questi due discorsi di Cecina e di Valerio Messalino si vogliono con- 
frontare con i due di M. P. Catone e di L. Valerio, sopra conforme soggetto, che 
si leggono in T. Livio nel principio del lib. XXXIV. Di qua e di là V eaito fu 
uguale: la vinsero le donne. 



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IL LIBftO TUZO DE6LI ANNALI, 133 

XXXV. 1/ altro dk di senato Tiberio per lettera, fian- 
cheggiati li padri * del sempre a Ini rimettere,' nominò per 
viceconsole in Affrica Marco Lepido o Giunio Bleso. Farono 
aditi. Lepido faceva grandi scase di cagionevole; figlino' pic- 
coli; una fancialla a maritare; e, intendevasi senxa dirlo, che 
Bleso (che fratello era della madre di Seiano) io scavallava.' 
Bleso fece cìrìmoniosa ricosa, e latte le voci ebbe per adu- 
lazione. 

XXXVL Un rattennto dispiacere di molli allora scop- 
piò. Ogni ribaldo, ritirandosi ad una immagine di Cesare , 
poteva dire a ogni nomo da bene ogni brottnra: schiavi, li- 
berti con voce e mani spaventavano il padrone. Gn. Cestio 
senatore disse: « Essere i principi come gl'iddìi: ma gl'id- 
dii non ascoltare i preghi tnginsti; e ninno in campidoglio o 
altro tempio fnggire per aiate a far male. Essere annullate, 
sprofondate le leggi, da che nel foro, in sa la porta del se- 
nato, Annia Rnlfilla, per averla egli fatta dannare dal giu- 
dice per falsarda, gli dicea vitapèri con minacce: né ardiva 
chiederne ragione, stando ella sotto la statua dell' imperado^ 
re.» Altri di simili cose e piò atroci romoreggiavano intorno 
a DrÌEiso, pregandolo a farne dimostranza. Finché ei la fece 
prendere, e, convinta, incarcerare. 

XXXYIL Gonsidio Equo e Celio Cursore cavalieri, per 
ordine del principe e partito del senato, fnron puniti di falsa 
querela di maestà, data a Magio Ceciliano pretore. Dell'uno 
e dell'altro giudizio Druse ebbe loda, e col mescolarsi e ra- 
gionare con la gente, mitigava la tanta ritirateza del padre, 
e piaceva più vederlo spendere il giorno in ispettacoli,* la 
notte in cene, che rinchiuso fantasticare di cose rematiche^ 



* *JlatteheggiaUli padri, Anto nc'fiancbi a* padri; cioè pungendogli di 
fianco , obli({namente. Il lat. ; « eatUgatis oblique patribtts. *» 

' * rimettere: sottintendi gli affari. 

' * /o scavallava, lo getUva giù da cavallo; cioè, ne poteva più di lui, e 
perciò sarebbe stato inutile il concorrer con esso. 

♦ in ispettacùli. Leggo, come il Lipsio, ediUonibtts , idest ludorum. 

» cose rematicke. Berna dicevano i nostri antichi con grpco vccaliolo 
la scesa che cade del celabro. Vedi il maestro Aldobrandino. A noi e rimasa 
la voce aeriraU. E diciamo rematicke le cose malagevoli e fastidiose , che per 

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134 IL LIMO TSKEO MOLI AMNAU. 

e odiose, che Tiberio e le «pie gli pergeTano lotto di senza 
vernno sollazo o risqoitto. * 

XXXYIII. Ancario Prisco accasò Cesio Cordo vicecon- 
séko di Candia di ladroneccio e di maestà; suggello allora 
d'ogni aecQsa. E Tiberio volle che Anlislio Yetere de' grandi 
di Macedonia, assoluto d'adulterio (che i giudici ne rabbuf- 
fò)» tornasse a difendersi di maestà, come soUeTatore e con- 
sigliere di Rescppori, quando egli ammazò Coti e ci volle 
far guerra. Onde fu condennato a prigionia senz' aequa né 
fuoco, in isola lungi da Tracia e Macedonia: per cagione che 
la Tracia, divisa tra Remetake e i pupilli di Coti, al nuovo 
nostro governo e di TrebelUeno Rufo lor tutore calcitrava, e 
non meno che lui maladiva Remetake che cosi laeciasse i 
loro popoli divorare. Presero Tarmi Celaleti, Odruai e altri; 
nazioni forti con capi discordi, egualmente mal pratichi, che 
non seppero unirsi e far guerra da vero. Chi diede il guasto 
al paese, chi passò il monte Emoa condueer gente lontana: 
i più e meglio ordinati assediaro il re e la città di Filippopo- 
li, posta già da FiHj^ di Macedonia. 

XXXIX. Qnando tali cose intese P. VeUèo generale del 
vicino esercito, spinse i più spediti cavalli e pedoni addosso 
a quelli sparsi che andavano predando o caendo* aiuti. Egli 
co'i forte della fanteria andò a levare l'assedio, e tutto ven- 
ne bene. I predatori furono 4iecisi: tra gli assedienti nacque 
discordia: il re usci fuori, appunto arrivata la legione, e fe- 
cesi (non merita dirsi giornata) macello di male armati, sa- 
lati, e senza nostro sangue. 

XL. Nel detto anno cominciarono le città galliche, affo- 

fiaM pensau smnovon rema e catarro dalla testa afiticaU (*). Non viene da aro- 
moti, che sono atili e noa dispìaceroli (**). 

* * risqtiiUo. Vedi la nota 3 alla pag. 19. 

' * coendu ^ cercando : verbo difettivo antitioato. 

Nel Ma. magUabflchiano qaesia postilla ò più langa; ma quel cb« v»è ai più è oaa- 
cenalo, ed eoeo quel che dice: « Pigliarsi una faccenda per iscesa di testa diciamo qaando in 
essa non vogliamo pensare ad altro; come, non lia molto, dine in publlco nn vaìentaonwdi 
! V* r?* T*!* *" ^•^ ' • «>«e «eli àis9» eoel fece. Cereo» brfgb, niee en molti, acrisie 
a Yenezta, e Ubri squadernò. Ma io avendo fatte eoi no e i«n mai debito^ fai aempN 

Ben tetragono al colpi di voilnra. » 

n Da» Ms. si vede che da prima pendeva per qoesta opinione; peroecbè vi si legge: 
« Pare che rematlelae forse venga da aromatiche, ebe soglioop dispiacere al gnsto. » OdBA can- 
cella e «scrive: «Ma gU aremati non sene da esser tacili, ansi Mtatlfeti.» «"^""^ 

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IL UBBO TJUZO MMLI AMMALI. lg{S 

gale iie'debitU a ribellarsi/ forte stimolate da Oiolio Floro 
ne'Treviri, e da Sacroviro nelli £dqi, pad di nobiltà e me- 
riti de'loro antichi, perciò fatti cittadini Romani: raro do- 
no, e per virtù. Costoro segretamente tirano a se i più fero- 
ci, rovinati e necessitati a mìsfare' per gastighi. fuggire: e 
convenjfono che Floro sollievi i Belgi, e Sacroviro i vicini 
Galli. Parlano dunque in brigata e ne' cerchi scandolosamente 
de'contìnui tcibuti, delle enormi usure, de' crudeli e superbi 
governantL « I soldati, morto Germanico, discordare; vero 
tempo dà ripigliar libertà, se essi nel fiorire delie forze, con- 
sidereranno quanto ' è povera F Italia, vile la plebe romana, 
e che in quelli eserciti, se nerbo è, sono i forestieri. » 

XLI. Quasi ogni città fu sommossa. Ma i primi a saltar 
fuori furono gli Angioini e i Torsigiani. * Oppresse Acilio 
Aviola legato quelli col presidio tratto di Lione; questi co* le- 
gionari che Yiseliìo Varrone, legato nella Germania bassa, 
gli mandò: e eoo baroni franzesi venuti in aiuto, per fellonia 
coprire, e serbarla a tempo migliore. £ fecesì veder Sacro- 
viro comballere per li Romani in zucca ,^ per mostrare più 
valore, diceva egli, ma i prigioni, per farsi conoscere e ri- 
guardare. Tiberio avvertitone, se ne fe'beffe, e co '1 non ri- 
solvere, nutri la guerra. 

XLII. Gonciosia che Floro seguitando l'impresa, tentò 
una banda di cavalli Treviri militanti per noi al mcdo no^ 
stro, che con V ammazarvi ì mercatanti romani rompesse? 
la guerra. Pochi ne corruppe, gli altri stettero in fede. Un'al- 
tra schiera di falliti e cagnotti s'armò], e andavano verso la 
selva Ardenna: ma due legioni de' due eserciti di Yesellio e 
di Silio, attraversatole il sentiero,' chiusero il passo. £ Giu- 

* • cominciarono , affogate nt^ debiti, a ribellarsi. Nel Ms. t u comin- 

daroao per grandi debiti a hbellani, slimolate acutamente da GiaUo Floro.» 
Poi cancella e Tiacrire come sopra, 

* * a mis/are. Aveva scritto: « al peggio farej ** poi corresse. V. il Ks. 

* * se ^ssi nel ferire delle forze » considereranno quanto ec. Nel Ms. 
Icggesi, caacdlato: « se essi considereranno le fone loro è guanto ec. » 

* * gli Angioini e i Torsigiani: qoegli di Anjou e di 2Vw^> capitale 
della ^areoft. I nomi antichi sono Andecavi ae Turani. 

9 * A» ztioca» n lat.: « inteeto capite. » 

8 * aUraversMeU il sentiero. Nel Bis. vedasi cencellatoc « attraveimido 
il cammino. *• 



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136 a unto raizo umle amnau. 

Ho Indo, di Floro nimico e compatriotto, perciò all' opera 
più intento, mandatoTi con gente scelta , sbaragliò quella 
turba ancora disordinata. Floro s'ammacchiò:* vedendo poi 
presi i passi dell'uscita, s'uccise e Ai finito il movimento 
de' Treviri. 

XLIII. Con gli Edui ci fu più che fare* quanto erano 
più potenti, e le forze per attutarli lontane. Sacroviro prese 
per forza Autun lor città principale , e la nobiltà de' giovani 
franzesi che v'era a studio, per guadagnarsi con tal pegno i 
lor padri e parenti. Fabbricò armi segretamente e diele alia 
gioventù. Furono quarantamila, la quinta parie con armi da 
legione, e '1 rimanente con ispiedi, coltelli e altro -da caccia; 
dtre certi schiavi destina ti per accoHellatori, coperti d'unpezo 
di ferro a loro usanza , chiamati crupellai'che tirar colpi non 
posson né li passano i tirati. Aggiugnevasi a queste forze gli 
animi delle vicine città, se non in publico scoperti, pronti in 
privato; e la gara de' capitani nostri, volendo questa guerra 
ciascuno fare: pure Yarrone, per Vecchiezza debole, la lasciò 
a Silio vigoroso. 

XLIY. In Roma si diceva non pure i Treviri e gli Edui, 
ma sessantaquattro città delle Gallio essersi rivoltate e col- 
legale co' Germani; le Spagne tentennare; ogni cosa^ come 
si fa delle male nuove, si credeva maggiore: a' buoni incre- 
scova del publico: molti, per odio dello stato presente e de- 
siderio di mutarlo, si rallegravano de' loro stessi pericoli, e 
maladi vano Tiberio che, quando ardeva il mondo, badasse 
a postillare i processi degli accusati. « Domin se * i p^dri ci- 

^ * s* tnnmacchià , si nascose nella macchia. 

3 * ci fu più che fare. Nel Ms. leggesi , cancellato: « Con gli Edai nacque 
più briga, n 

' crupelUi» Anni poco menò ridicole usava la nùlisia sfoncsea , Inaocc* 
sca e di Niccolò Piccinino > nella cui rotta d'Anghiari mori uno nella calca. 
Nel primo delle Storie simile armadura dice usare i Sarmati. 

* Domin se. Tutto questo sdegnoso parlare di popolo irato- h secondo 
Aristotile nel terso della Rettorica. Troppo fiorentino pareva a qualcuno. Io 
non 1* bo saputo moderare ; ma ci ho aggiunto la cagione di qnel^ che il testo 
dice miseram pacem vel beilo bene miOari. Forse quinci tcatta da Seneca 
nelle Controversie: An non pratsUtt cercicem semei incitii, quam semper 
premi t Quis tum iimidus est, ut malit semper pendette , tfuam semel 
cadere?— * Domin sé: particella che significa dubiUtiooe ironica. 



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Il UBaO TBKZO DBaLI ANNALI. 137 

leranno Sa€roviro a comparire per qoesto caso di sialo?. Ve* 
dive' ^ che par ci ha chi sappia con l'armi scampanare * que- 
sti pistolotti scritti col sangoe. Tronchi la guerra di colpo alla 
repoblica jl collo anzi che pace si sciagurata lo le cinci- 
schi.»' Tanto più saldo e sicuro, senza cangiar volto né luo- 
go, Tiberio qqe' giorni passò al solito, per grandeza d'animo 
o per sapere tanti finimondi non ci essere. 

XLV. Silio, camminando con le due legioni, manda in- 
nanzi una mano d'aiuti, e guasta il paese de'Sequani confi- 
nanti e collegati con gli Edui che in arme erano: e vanne ad 
Antan a gran passo, gareggiandone gli alfieri e i fanti gri- 
dando, che non volevon riposo né di né notte: vedere il ni- 
mico; mostrarli il viso; bastar questo per vincere. Dodici mi- 
glia lontano in una pianura si vide Sacroviro in battaglia 
co' ferrati * in fronte; ne'corni la fanteria; dietro i male ar- 
mati: esso co' principali bene a cavallo scorreva; ricordava 
l'antiche glorie de' Galli, le rotte date a' Romani: quanto sa- 
rebbe, vincendo, gloriosa la libertà; e perdendo, più dure 
le rimesse catene. 

XLYI. Poco disse a poco lietr,*^ perche le legioni com- 
parivano. Essi terrazani, non ordinati, non saldi, nò occhio 
né orecchio sapevano adoperare. Per lo contrario Silio, ben- 
ché tanta pronteza non chiedeva sprone, sclamava: « A voi 
vincitori delle Germanie é vergogna apprezare i Galli come 

* * Fedine*. Nella Giuntina età cosi in una sola parola: la Crusca ha F^edi 
ptf*, citando questo luogo alla voce stampanarej ma poi noi registra tra i molti 
tipificati del verbo Fiedére. È modo enfatico di richiainaTe Patteniione, come 
sta a vedere che. Il lat. ha: « eartitìsse tandem viros, qui cment/u epistdas 
armis cohiberent* m 

' " stantpanare e stampare vale lacerare, sforacchiare, stracciare ec. Nei 
Ricordi di Francesco Ricciardi si legge : « Essendo al campo de* Fiorentini colla 
loro'artigliana dirimpetto a una forteasa di Pisa, eio^ una torre che h in sulle 
mora chiamata Istampace, che si chiamerà per l' avvenire Stampata , perche il di 
di nauti fùe istampata e fracassata ec. •• <Vedi Bicordi JìlologicL Pistoia , 1847 ; 
pag. 67.) 

^ * lo le cimciseht. Qui per amore de' modi popolari ha dovuto aHargarsi. 
Il ht. ha : « Hiseram pacem vel bello bene mutari, » Di una pa^e sciagurata 
tal meglio anche la guerra. 

* * ea'/'erratij cìck, co* crupellai ricordali sopra. 

B * Poco disse a poco lieti. G. Dati: «Questa csortaiione non durò molto, 
n^ meno con lieti volti fu accettata. *• 

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138 IL tlBftO TKftlO BEALI ▲NflALf. 

nimicì. Di questo esercito dianzi ona coorte sbaragliò il Tor- 
sigiano ribellato: ana banda il Tréviro: pocbi cavagli ì Se- 
qoani. Ora questi Edoi , quanto più danarosi sono e pia mor- 
bidi, tanto meno da guerra. Che guerra? legateli, e addosso 
a'Tnggentt lanciatevi/ » LeVossi alto grido. La cavalleria gli 
attorneò; fanti investiron la fronte; a'fianchi non s'ebbe a 
badare; co' ferrati si ebbe; perché spade e lanciotti non fo^ 
ravano quelle piastre: onde i nostri con accette e beccastri- 
ni, come avessono a mandar già torri, quelle ferramenta e 
membra squarciavano, o con pali e forconi atterravano quelle 
massacce; e non potendosi cosi intlrizati rizare, gli lascia^ 
vano per morti. Ritirossi Sacroviro, prima in Autun, poi 
(temendo non s'arrendesse) in una villa vicino, co' più fidati 
suoi. Quivi egli sé di sua mano, gli altri Tun l'altro s'ucci- 
sero ; fitto fuoco nella villa che arse ogn' uno. 

XLVIL Allora, e non prima, scrisse Tiberro al senato 
il principio e. la fine di questa guerra veraceniente,* come ! 
legali con la fede e virtù, ei col consiglio l'avevano condot- 
ta : e che non v'era andato egli né Druso per maestà; disdi- 
cendosi a prìncipe, se questa città o quella scapestra, uscir 
del centro di tutto il governo. Ofa che per paura noi fa. 
T'andrebbe per veder tutto con l'occhio, e stabilire; I padri 
ordinarono per lo suo ritorno boti, prlcissioni e altre coée. 
Cornelio Dolabella, adulatore più saccente degli altri, pro- 
nunziò che da Capua in Roma egli venisse ovante.' Eccoti 
lettera di Cesare, che non era si mendico di gloria, che doppo 
tante ferocissime genti domate, tanti trionfi avuti e rifiutati 
in giovaneza, si volesse ora in sua vecchiaia pagoneggiare 
d' un pellegrinaggio d' intorno alle porte di Roma. 

XLVIII. Io questo tempo ai senato domandò che a Sul- 
pizio Qttirlnio ai facessero esequie poMiche. Non era de* Sul» 
pizii antichi senatori: nacque in Lannvio: fu soldato feroce.^ 

* tanciatevL Arei detto scaraventatevi: ma cappita f il Mario ci gridv. (*) 

* * veNuemmU. ti Ms. reei, caiMdlito! « leou hmtt nfè pórre. » 

' * orante. MclMs. vedeai emceUalo; *e eoU'oo oo dÌ«Cro. Écéoti una let- 
tera ec. M i 

* */m soldato ferace. Il Mi.t « fi» valoroao ioldMd; w «atteeUa e riscrive t 
«» «tUata fiei^> » di awMro cmcellar ♦ aerivc f * fero««y » 

(*) Delle batUglie fliologiehe tra il DaTauati « n «ozio è partalo naf DiaeorM ralla tÌU. 



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IL LIBRO TÈRZO DEGLI ANNALI. 139 

Agttsto l'adoperò in forti affari, e, fatto consolo , prese te ca- 
stella degli Omonadesi in Cilicia, e n'ebbe le trionfali. Go- 
yernò Gaio Cesare quando tenne l' Armenia. In Rodi fece 
servitù a Tiberio clie se ne lodò in senato; e dolsesì di 
M. Lollio che avesse messo Gaio Cesare In su le cattitità e 
risse. Ma il popolo odiava Qnirinio, per aver, com'è detto, 
rovinato Lepida, e per essere vecchio sordido e strapotente. 

XLIX. Allo scorcio dell'anno Gaio Lntorio Prisco, ca- 
valier romano, dopo Favergli Cesare donato, per aver pianto 
con ona lodata canzone la morte dì Germanico, fd accusato 
d'averla composta prima, Quando Druso ammalò, e detto 
battendosi l'anca: «Domine fallo tristo quel Druso, che non 
crepò, che n'avrei buscato altra mancia. » Léssela per vanità 
in casa Petronio a Titellia sua suocera, e altre gentil donne, 
le quali confessarono per paura. Titellia sola disse scopre, 
non aver udito niente;^ ma fu creduto più a quelle. Aterio 
Agrippa eletto consolo, dannava il reo al sommo supplizio.* 

L. M. Lepido contraddisse cosi: « Se noi guardiamo so- 
lamente, padri coscrittf, con che nefanda voce Lutòrfo Pri- 
sco ha sporcato la sua mente e gli orecchi degli uomini; né 
carcere né laccio né servile strazio gli è tanto. Ma se il di- 
screto principe, se gli antichi, se voi, date pure ali i smode- 
rati peccati, moderati' supplizi o rimedi; e divario è da va- 
nità a malizia, da detto a fatto; e^si può dare una sentenza, 
per là quale costui si gastighi, e noi facciamo equità. Io ho 
udito più volte il principe nostro dolersi del non aver potuto 
graziare alcuni ammazatisi troppo presto.' Lutorio è vivo, e 
non fisi di pericolo il mantenerlo, né d'esempio l'ucciderlo. 
Attende a frottole e deboleze che svaniscono: e poco male 
vuol farci chi s' accusa jd asse, e piglia gli animi non degli 
uomini ma delle donne. Caccisi nondimeno fuor di Roma, 
perda i beni e acqua e fuoco, come fusse caso di stato. » 

LI. Rubellio Blando solo, uomo consolare, seguitò Lepi- 

' niente: neente dicevano gli «ntichi più accosto al né mtf latino, e in 
qudche acconèio loògo non \ da schifare. 

S qI sommo snppUzIo'. Qutd fosse, vedi k postilla i7 àA libro II. C) 
S * Come fece di Stribonio Libeiiéi Vedi sopra lib. fi, M. 

(*) Di qaesta cdisioMf n«ta 4, a pag. 78. 

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140 IL LIBBO TBHZO DBjGU ANNALI. 

do; tutti altri Agrippa. Prisco fa incarceralo^ ^e, caldo caldo^^ 
ucciso. Tiberio a' padri ne fece richiamo co'sao'an^rivieni; 
lodò al cielo la lor santa mente in punire ogni lieve offésa 
del principe; pregò non fulminassero pene alle parole; lodò 
Lepido , e Agrippa non biasimò. Là onde i padri ordinaro 
che i loro decreti per dieci di non andassero in camera," per 
dare a' giudicati questo spazio di vita. Ma né il senato av^va 
libertà di ritoccarli»' nò Tiberio per indugio si mitigava. 

Lll. [A. di R. 775, di Gr. 22.] Seguita il consolato di Gaio 
Sulpizio e Decio Aterio. Anno, fuori, quieto; in Roma, so- 
spetto di severa riforma alle pompe e scialacquìi di danari, 
a dismisurata trascorsi. Molte spese, benché grandissime^ 
spesso si nascondevano nel frodare i pregi: ma le ricche im- 
bandigioni e apparecchi della gola, tutto di favellandosene, 
miser pensiero non gli volesse quel principe parco airantica, 
ritirar duramente. Prima G. Bìbulo, e poi gli altri Edili scla- 
mando, « La legge dello spendere si sprez^; i ricchi arredi 
vietati ogni di crescono; rimedi mezani non servono: ohe da 
fare ò?» i padri la rimisene in tutto a Tiberio. Egli un pezo 
pensò se rattenere tanta sfrenateza di voglie sarebbe possi- 
bile, se più dannoso alla republica: che indegnità por mano 
a cosa che forse non passasse, o, passata, i grandi disono- 
rasse I Finalmente compilò questa lettera al senato. 

LIIL « Nell'altre proposte, padri coscritti, forse ò bene 
che io sia domandato e dica in voce il mio avviso: questa è 
slata meglio sottratta dagli occhi miei, acciocché quei ver- 
gognosi scipatori* che voi vedete arrossare e temere, anch'io 
non vegga e quasi colga in peccato. £ se qne' prodi edili me 
ne domandavano, io forse li consigliava a lasciare anzi correre 
i vizi abbarbicati e cresciuti, che altro non fare che scoprire 
come noi non bastiamo a stirparli. Essi hanno ben fato l'ufi- 
cio loro e come io vorrei che ogn' altro magistrato facesse* 
ma a me non ò onesto tacere, e non so che mi dire: perché 

' * caldo ealdo. Lat.: m siatìm. » 

*.* in cwnera. Lat;; m ad terarùuk, m ' 

^ * di ritoccarli. Il Lat.: « non sfatai liberta* tid panHoidum etùt: » 
non aveva fiicoltk ài rivocare tiò che avene una volu delibaralo. 

* * sciptUori, diasipatori, diJapidaWri. Pasiavanti: « I beni del corpo aeipa 
e guasta. » 



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IL UBIO TBBZO DBGLI ANNALI. 141 

io non ho a far Tedile né '1 pretore né '1 consolo: maggiori 
cose e più alte s'aspettano a principe: e dove, se an solo fa 
bene 9 ne li é ogn'uno tenuto;^ se tatti fanno male, egli solo 
n'è lacerato. Ma che comincierò io prima a vietare, o riti- 
rare al modo antico? le ampissime ville? i tanti schiavi di 
tante lingue? le masse dell' oro e ariento? i bronzi e le pit- 
tare di miracolo? il vestir di seta gli uomini come le donne? 
e. per le gioie loro lo spandere i nostri tesori per le moodora 
strane o nimiche? ' 

LIV. » Io so che qaesti abusi nelle cene e ne' cerchi son 
biasimati e si vorrebbon levare: ma come e' si venga al farne 
leggi e porvi pena, qae' medesimi metteranno Roma a romo- 
re,' dicendo: e' si gltta il giaccio* sopra i più ricchi ; e coprirà 
ogn'ano. Ma come i vecchi malori impigliati nel corpo si gua- 
rificon co *ì ferro e co '1 fuoco; cosi Tanimo quando è infettato 
e infetta, e di focose libidini arde e languisce, con altrettali 
rimedi si vuole attutare. Il disuso delle tante leggi antiche, 
il dispregio, che peggio è, delle tante del divino Agusto banno 
as«carato lo scialacquare. Perchè chi vuol fare la cosa ancor 
non vietata, la fa con timore* non ella si vieti: chi senza 
pena può fare la proibita, né più timore ha nò vergogna. Per- 
chè regnava la masserizia già? perchè ciascuno si temperava; 
perchè noi eravamo cittadini tutti di Roma^ e, non avendo 

* *ne Uè ogt^ uno tenuto. Ifel Bfs vedesi cancellato: « ogn*uno glien'ht 

^ * per le mondora strane o nimiche 1 II lat. : « ad extemas aut hostilee 
gentes. *» 

S * mtUeranno Roma a romore. Nel Ma. è cancellato f « metteranno so- 
sopra Roma. » 

* * e* sigitta il giaccio. Da prima sospettai che dovesse leggersi ^laccA/Oj 
che è una rete tonda da pigliar pesci ; e dicesi gittare il giacchio a tondo per : 
pigliare, cogliere tatti senu distinsìone. Ma vedendo e nell'edisione originale e 
nel Ms. « giaccio, » credei che poteue stare per diaccio o ghiaccio s e che getta- 
re il ghiaccio sopra uno fosse lo stesso che agghiadarlo» agghiacciarlo^ uc- 
ciderlo o rovinarlo. Ed infatti il testo dice; « splendidissimo eitiqiu exi' 
tium paraH. » Mia quesU disione manca al Vocabolario. Oltreché, ciò che se- 
gue (e coprirà ognuno) mi riconduce nella prima opinione; parendomi che il 
Davanuti abbia voluto dire: m II giacchio che si vnol gittare sopra i ricchi co> 
gUera tutti , e sarà come un gittare il giacchio a tondo. « È credibile poi che al 
Nostro sia piaciato meglio giaccio che giacchio, come più vicino ti latino iacio 
che e la sua origine. 

S * timore. Nel Ms. vedesi qui e di sotto cancellalo rispetto. 



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142 IL LIBAO TBHSeO DEGÙ AllMAU. 

sigDoria faori d'Italia, non ci veniTano al fat(e veglie. Le 
TÌtlorie di faori ci hanno insegnato scipare la roba degli al4ri; 
e le civili anche la nostra. Che cosellina verso i' altre mi 
ricordano gli edili I Ninno ricorda che l'Italia vuol soccorso 
di fuori: che la vita del popolo romano sta a dìserezion del 
mare e delle tempeste: e senza le vettovaglie di fuori chi nu- 
trirebbe noi, i servi, i contadi? i bei boschettlforse e le vUle? 
Onesti sona, padri coscritti, i pesi del principe; questi, lan 
sciati, metterebbono la repnblica in fondo: dell'altre cose cia- 
scuno ha nell'animo la medicina. Riformi noi la modestia; i 
poveri la nicistà; i ricchi la satoUanza.^ Se a qualche magi- 
strato dà il cuore con bastevole arte o severità ripararci; lo 
lodo, e confesso che mi terrà gran fatica. Ma se e'voglioao 
far belli sé dello sgridar i.vizi, e muover odii per addossarli 
a me; crediate, padri coscritti, che anch'io non godo di far 
nimicizie. E se io ne piglio per la repnblica nelle cose mag- 
giori, e spesso a torto, disgrazia, delle minori e senaa effetto 
né prò vostro né mio, non mi vogliate gravare. » 

LY. Letta la lettera di Cesare , questa cura fu rimessa, a 
gli edili: e le superbe mense durate cento anni, dal fine delia 
guerra d'Azio a quell'armi che dierno l'imperio a Sergio 
Galba, a poco a poco mancarono.* Della qual mutazione mi 
piace cercar le cagioni. Già le famiglie nobili, ricche e chiare 
disordinavano in magnlficenzai potendosi anche trattenere 
all'ora la plebe,' i collegali, i regni, ed essere trattenute: e 
qual èra la più appariscente di riccheza, palagio, arredo; più 
avea rinomo e séguito. Poiché si diede nel sangue,* e che la 
noìninanza era rovina, s' attese a cose più saggìe. E gli uo- 
mini nuovi di varie terre, colonie e Provincie fatti, eh' è ch'ò,' 

* Ut satoUatua. Nd Ms. « caneeUato : « ripienest. m 

' * mancM^ono, Nel Ms. « vennero al sottile : » poi corregge « auottigUa* 
rano, » come leggesi nella Giuntina. 

' * potendosi anche trattenere aW ora la plebe ec. TrMaiere sta qui in 
senso di corteggiare, lat. colere j e vuol dire ciie allora metteva conto di fare 
quelle prof«i8Ìoni, quando essendo tuttavia in uso di corteggiare non aolo il po- 
polo, ma anche i re e le naiioni Slustri , stringevaosi cosi vicendevoli «lieiAcb, 
le quali erano stromento di potenaa. 

* * ei diede nel sangue. Il ht.: « ecedibtis sofvitum est, m DanU; « cba 
dier nel sangue e nell* aver di p^lio. » 

^ *ch*è eh' è (e dieesi anche : che è che non è) vale spesto. Late « crebro. » 



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a UBBO TBAZO DEGLI AMMALI. 143 

senatori, ci portaron la parsimonia da casa loro; e per grosso 
GÌvanzo^ ohe facessero per induslriao fortuna, la sì manten- 
nero. Ma più di tutti ristrìnse Vespasiano co 'i suo vivere e 
vestire antico. Onde il piacere al principe e V imitarlo più 
valse che pena o paura di leggi. E forse ogni cosa fa sua girata, 
e tornano, come le stagioni, ì costumi. Né tutte le cose anti- 
che sono le migliori: anche l' età nostra ha prodotto arti e 
glorie che saranno imitate. Prendiamo pure con gli antichi 
le gare oneste.* 

LYI. Essendosi Tiberio, per questa pasciona* lolla allo 
sorgenti spie, acquistalo grido dì moderato,* scrisse a' padri, 
chiedendo per Druse la podestà tribunesca.*^ Agusto si trovò 
questo vocabolo dì sovranità, per non darsi di re, né di det- 
tatore, e pur mostrarsi con qualche nome il maggiore. Fecedi 
compagno in tal podestà M. Agrippa, e, morto luì, Tiberio 
Nerone, per lasciar chi succedere: e parvegli cosi levare ad 
altri le male speranze, confidatosi ancora nella modestia di 
Nerone e nella propria grandeza. Con questo esempio Tibe-^ 
rio investi Druse del sommo grado, che, vivente Germanico, 
a ninno de'due lo dichiarò. La lettera, invocato prima gl'id- 
dii, che prosperassero alla republica i suoi disegni, diceva le 
boone qualità del giovane, moderate né oltre al vero: « Es* 
sere ammogliato con tre figlinoli: dell' età che era egli quando 
assunto vi fu da Agusto. Chiedeva alle fatiche questo compa^ 
gna non soro,^ ma otto anni esercitato a quietare sedizioni, 
finir guerre, trionfòre e governare due consolati. » 



' ^titwnzo, rìsparmio. 

' * Qui il tetto è mutilo: m periun hoc nobis maiores eertamina ear 

honesto maneant, *» Ma il Nostro ha seguito la congettura del Lipsio, che facile 
mente ha riempiuto la lacuna con un semplice in. Ma ad altri pare che manchi 
troppo più. 

' * pa^ciona^ pasto , pastura: e vuole intendere del guadagno che facevano 
le spi*. 

* acqtiistato grido di moderato. Scelse il tempo di si gran cosa duAder* 
a' ptdriy'qnafedo gli aveva addolcgltt col non fiire ^nesia legge suntuaria; perchè 
ogni legge h un podere «bl principe, e pasciona dette spie. 

S podestà tribunesca, Davasi allo eletto imperadore. L' eleggere ìnMiiai 
il snccesaore, e darli il governo» è pTud«ntiasimo consiglio. L'uno s'assicura 
eagnvat l'altro impAra, goveroA co» rispetto.: soeoed* alma alttnniAnto. 

* * non ^oro, non inesperto. 



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144 IL LIBAO TBBZO DEGLI ANNALI. 

LVII. I padri s'erano acconcie le parole in bocca: ^ di 
tanto pit sqQisito fa l'adulare. Non però altro invennero che 
immagini, altari, tempii, archi e altre cose solite: se non che 
H. Silano tolse onore al consolato per darlo a' principi, sen* 
tenziando senza proposta, che negli atti poblici e privati, a 
memoria de' tempi, si scrivesse: « Dominanti i tali sacri Iri^ 
boni » e non più « i tali consoli.» Q. A teorie avendo detto che 
quanto s'era deliberato qael giorno in senato, vi s'intagliasse 
a letteroni d'oro, fece rìder di se, che si vecchio di si sozo 
adulare aspettasse altro che infamia. 

LVIII. Ginnio Bleso fu raffermato in Affrica, e Servio 
Maluginese chiedeo l'Asia, benché flamine di Giove, dicen- 
do: « Non esser vero il detto volgato, che flamine non esca 
d'Italia; né il suo flaminato diverso da'marziali e quirinali. 
Se que' tengono le Provincie, perchè vietarle a' gioviali? legge 
di popolo non ce n'ha; in cirimoniale non si trova. Nelle 
mancanze de' gioviali per malattie o cure pnbliche , hanno 
uficiato i pontéfici. Doppo che Corn. Morula fu ucciso, questo 
flaminato vacò anni settantadua,epur non mancò mai d'ufi- 
ciarsi. Se per tanti anni si può, senza rifarlo «uficiare, ben si 
potrà un anno star fuori viceconsolo. L'andare ne' governi fu 
lor tolto già da' pontefici per private malivoglienze : ora, per 
grazia degl'iddìi, il sommo pontefice è il sommo nomo: non 
ha gare 9 non odii, non passioni. » 

LIX. Lentnlo agure e altri contraddissero variamente, 
e si ricorse al pontefice Tiberio che ne desse sentenza. Egli 
la differì' e passò a temperarele cirimonie ordinate per l'alza- 
mento di Druso alla podestà tribunesca, e nominatamente 
abboni l'arrogante proposta e quei nuovi letteroni d'oro.' 
Si lesse una lettera di Druso al senato, che pareva modesta; 
ma fu presa per trasuperba. « Poveri a noi I ^ non ha rascinlli 

* ^s* erimo acconcie le parole in bocca. Il lat.; « prteceperant animii 
orationem patres. *• 

3 la differì. La decise poi contro al Maluginese , che il flamine risedesse. 
' * qtiei muwi letteroni d* oro. Meglio la Giuntina: « quei letteroni d'oro 
insolenti. » 

* * Poveri a ftoii esdaipanone , qui, di maraviglia; perchè con essa ha 
inteso rèndere il latino « hue decidisee caneta: m le cose sopo anitate e questo 
segno ! siamo a questo ! e simili. 



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IL UUO TBEZO DB«U ▲9mALI.# UH 

gli occhi, ^ e non s' è degnato venire a fare di tanto onore 
uno incbino agl'iddii della città; motto al senato; né darle 
principio * in baon' ora dov' ei nacqae. Forse che gli è alla 
gaérra o lontano:* trastallarsi pe' giardini, pe'iaghi di Capna I 
il tempo è ora J ^ cosi s' allieva il reggitore del genere umano I 
Bel precetto per lo primo ha preso dal padre ! al quale, orsù 
sia parato grave, come a vecchio affaticato, il venirci a dare 
un'occhiata; ^ ma Druse, che'l tiene, se non arroganza? » 
LX. Ma Tiberio co^ puntellatosi nello sialo, per dare al 
senato un po'd' ombra dell' antico,' rimise a quello le doman- 
de delle Provincie, di mantenere le (cancbigie, cresciute per 
le città della Grecia In troppa licenza; lasciando ne' tempii 
rifuggire schiavi pessimi, falliti, scappati dalla giustizia. Né 
avrebbero le catene tenuto il popolo,^ che non si levasse per 
difendere le scelerateze mnan^, come religione divina. Fu 
detto adunque che le città mandassero ambasciatori con tutte 
loro ragioni. Alcune, che le franchigie si avieno usurpate, le 
lasciarono^ Molte sì fidarono nella divozione antica, o ne' ser- 
vigi fatti al popolo romano. Magnifico giorno al senato fu 
quello, ch'ei riconobbe i beneficii de' nostri antichi; le leghe; 
le ordinanze de' re grandi innanzi alla forza romana; e le 
religioni degl'iddii, con la primaia libertà di confermàije e 
riformare. • 

* * non ha ^asciutti gli oe^t j cioè , dal piagnucolare come faiino i bam- 
bini : ha tuttavia il latte in sulle labbra : non è ancora fuor de' pupilli , o fuor di 
dentini ec. Tutti modi cbé significano l' età tenera e inesperta di alcuno. Boccac- 
cio: « Credi tu sapere più di me tu, cbe non hai ancora i;asciutti gli occhi t *» 

S * m darle principio j cioè, nò dar principio a quest'onore, o inangn- 
rarlo f e. Quel pronome femminino le si riferisce » onore , per una stramberìa ^ 
grammaticale solita al Davanxati, e da noi più volte avvertita. 

' * Forse che gli è aUa guerra o lontano: trastullarsi ec ; cioè, se fosse 
alla guerra o lontano, sarebbe scusabile; ma e' si trastulla ec. Nel Ms. vedesi 
cancellato: « Forte che gli è alla guetra o in capo del mondo. « Questo /òr je 
che rende benissimo lo MUicei ironico dei Latini. 

« * 4raakUUirsi,.,. pe* laghi di Capuai U tempo iora/NelMs.: «tra- 
stullarsi.... pe' laghi di Gapua in su quest' otta I m poi corregge c<une sopra. 

S * a dawe un' ocàhéàta» Il Ms. reca cancellato : « a rivedere. » 

' *per dare al senato uh po' d'ombra dell' antico. Il Bis. reca cancella^ : 
« Volle dare al senato, quasi polvere negli occhi, un poco d'ombra dell'antico. «• 

^ * Ni avrebbero le tatene ec. Nel Ms.: « ne avrebbe imperio alcuno tenuto 
il popolo ; w corregge : •* né avrebbe fona umana; w fioalmenle ricorregge : « nò 
avrebbero le catene ec. » 

I. 15 



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146 IL usto tUZO PMLI àtmAhU 

LXI. Primieramenle ^M Efésii dissero «lie ApoUine e- 
Diana non nacquero in Dek», come erede il Tolgo, ma 
pariorilH Latona appiè d' on dHto die ancor v' è In jn i 
fiume Cenerio, nel boaèo loro detto Ortigia, sagralo per di- 
vino ammonimento; ove ApoUtne, per li iiecisi Ciclopi, foggi 
r ira di Giove; e Bacco perdonò alle Amacene vinte che ab- 
bracciarono queir aliare. Fa poi la divozione di qnel tempio^ 
di licensa d'Ercole padrone allora della Lidia, accrescinla e 
mantenuta da' Persi, da' Macedoni; finalmente da noi. 

LXII. Seguitarono 1 Magneti, e dissero che avendo 
L. Scipione cacciato Antioco, e L. Siila Mitridate, per la 
loro fedeltà e virtù diedono ìnviolabil franchigia nel tempio 
di Diana Leocofrina. Difendevano appresso i tempii loro; di 
Venere, gli Afrodiesi; e dì Giove e di Diana, que'di Stra- 
tonico, producendo un novello privilegio d'Agosto, e uno 
più aqtico di Cesare dettatore, conceduto per >aver seguito 
quelle fazioni. Lodati della mantenuta fede al popol Tornano 
nelle scorrerie, de' Parti. Mostravano i Gerocesarei più anti- 
chità : che il lor tempio di Diana di Persia fu dedicato da 
Ciro; e Perpenna-, Isaurico e moli' altri imperadori con due 
miglia ^ intorno il sagrare. I Cipriotti tre tempii raccoman- 
davano: lo più antico. Venere in Pafo fatto da Aeria; * Ve- 
nere in Amatunia, dal ano figliuolo Amato; Giove in Sala- 
mina, da Teucro quando scansò l'ira di Telamone suo 
padre; 

L^in. E tante altre ambascerìe udirono i padri che, 
per essere stracchi e parteggiare ne' favori, commisero a' con- 
soli che, veduto le ragioni di ciascuno, e se incanna v' era, 
riferissono al senato. Riferirono, le dette franchile esser 

* *e€H due migUu ee. Il testo tqoI dira, eh* costoro^ mettevano iBBami 
i nomi Mi Perpenna, d'Isaurìco edl pin sltrì inaftecadoii, i quali non wAo rico- 
nobbero la santità di q«èl tempio y ma vollero di più elie due miglia' di tetreno 
all'intorno tìi avesse come sacro. 

9 fatta «fa An»im. U Bembo nel Cnliec con l'aoloritìi di questo luogo cor- 
regge quel verso di Catullo, Qua sanOum Idmlium, Jmimuqae apertas, 
cioè qnei di Pafo in Cipri in su '1 mare aprico , detti da questo Aeria fondatore. 
LcggevHsi Uriosqu», che non si sa che tali popoli al mondo fosiooo $ non che 
Venere adorassono. DeU' origine di questo tempio nana Tacito nd stfiMldo 
delle Storie la corrente fama e l' antica. 



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IL LIBtCr TMZO MALI AKNAU. 147 

^tfere, e di pia quella^ deli' Kscolapia di Pergamo: le origioi 
dell' altre per l' anliohità non vedersi; perchè que' di Smirna 
dicevano aver sagralo il tempio di Venere di Stralonice; e i 
Tenii il tempio e V immagine a Neitannoy comandati dal- 
l'oracolo e versi di ApolUae. Cose più moderne allegavano i 
Sardittii: che Alessandro vittorioso, e i Milesii, che il re 
Itario iciò donar loro ne' tempii di Diana e d' Apolline che 
essi adorano. I Gandiani anco franchigia chiedevano all' im- 
magine d'Agosto. Fatti ne furono i privilegi* a grande ono- 
re: porteesi però regola, e comandalo in essi tempii affigerne 
in breoai sagrata memoria,* accie hi religione non trascor- 
resse in ambizione. 

LXIV. In questo tempo a Giulia Agnsta venne male 

** B di più quetta et. ti testo vuol dire ; I consoli, oltre le città ricorda- 
te, ri&rìXDno eiscr vero l' asilo di Bscnlapio in Pergamo. 

' FéUii ne furono i privilegi. Non ci maravigliamo che gli storici di 
tutti tempi scrìvan delle cose contrarie. Saetonio, di Cornelio amicissimo, dice 
deDa qualitii del corpo di Tiberio cose dirìttaraente eonùrarie a quelle che diee 
Tacito. E nel cap. 87 diee cfaa Tiberio levò via per t«Uo il mondo questa fran- 
chigie, dette ^siU. Trovaronle prima i nipoti d' Ercole , i quali per difendersi 
da'nimici dell'avolo, consagrarono altare alla misericordia in Atene; ove ninno 
potesse esser preso, come suona la voce greca ecau^of. Ogni ribaldo poscia si 
salvava in qualche asilo. Onde troppo crebbero di numero : e con ta^ta reli- 
gione erano riguardati , che alcuni fuggitisi alla statua di Minerva, ardirono con 
un filo in mano appiccato a quella comparire ingiudisio a difendersi. Ma il filo 
per isciagura si ruppe. 

S sagrata memoria. Il testo de' Medici dice^^ere tgre. Il Beroaldo, 
che prima lo stampò , i^cconciò , Jaeere aras. Con altra accortessa il segretario 
Picchena con' una letterata trasmessa legge , ^gere <rr«j* essendo antico co- 
stume scrìvere memorie e leggi in tavole di bromo affisse \n luoghi pubblici, 
come dice Tacito nostro nell'undecimo. « Et forma titeris latinis^qtue ve- 
terrimis CrtBcerttmj sed nohis qttoque pauca primum fttere: deinde oA- 
ditte stati. Quo exemplo Clauditu tres literas adjecit, qtiat usui impé- 
rltante eof post obliteratof, aspicitmtur etiam mine in cere pttblicandis 
plebiscitis per fora oc tempia fxo. » Correggo adunque il mio volgale cosi • 
m Fatti ne furono i privilegi a grande onore : postovi però regola, e comandato 
in essi tempii affiggerne in bromo sagrata memoria ; acciò la religione non tras- 
corresse in ambiaion«. • Una delle tre lettere di Claudio si vede in questo 
marmo in Roma: 

Ti. Gla^tbits. Dirtt.F. Gmiae. At». GmnAiiictrs vomt.^xax. tmb. ror." ntu. 

iMnRATOl. XVl4 G0t.lUl. CSlfSOB. F. V. AVCT16. VOPTU. ROMANI rillIBTS. VOMS.- 
BlTM. AMVUATIT. TBRMUIATITQ. E ÌU quest'altro: AnTOillÀl. .AtATSTÀI.IHiVWI 

sAcsnnoTi. diti Atgtsti. Ti. Clatoii Cbsaris. Ato. r. w. 

Quando e dove le lettere si trovassero, vedi Tacito nel soprallegato luogo. 

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148 IL LlimO TERZO DBfiLl ANNALI. 

repentino che sforzò il principe a correre a Ronda: essendo 
per ancora tra madre e figliuolo concordia, o coperto l' odio 
della da lei dianzi po9ta immagine al divino Agosto, vicino 
al teatro di Marcello, ^ col nome di Tiberio dietro al suo: la 
quale benché non dimostrata offésa, per grave e.ìndegna 
della maesté del principe, si credette ch'èi riponesse nel 
profondo dell' animo. Il senato adanqòe ordinò le pricissiòni 
e i giochi magni da celebrarsi da' pontefici, dagli agarl, 
da' quindici, da' sette e dagli agustali insieme. L. Apronio 
aggiugneva «i e dalli araldi! » Ma Cesare disse contro, es- 
serci più sacerdozi, né mai datosi ad araldi tal maestà. Il 
collegio d' Agusto starvi bene, come proprio di questa casa 
per cui si pregava. 

LXV. Riferisco soli ì pareri di notabile latide o vergo- 
gna, stimando uficio principale d'annalista, non tacere le 
virtù, e da' rei fatti e detti, per l'infamia perpetua, ritirar 
gli uomini. Que' tempi furono si fetidi d' adulazione che non 
pure i grandi, forzati andare a' versi* per sostenersi, ma 
tutti i consolari, parte de' preterii e molti senatori di piede ' 

' vicino al teatro di Marcello. Intendendo io aver Xjvia dedicalo ad 
Agusto la immagine di lui presso al teatro di Marcello , e non la immagine di 
Marcello ad Agusto : perchè ali) iddii si cousagravano le immagini loro (al divino 
Agusto in BoviUe) e non le altrui, come dice il Lipsio, con l'autorità sola d'nn 
marmo, non so se bastevole. 

' Sforzati andare a* versi. Nel Ms.; « cui conveniva piaggiare |« poi 
cancellò. , 

* senatori di piede j di minqr qualità: dal consolo npn riclìiesti_di par- 
lare. Così detti ( dice Agellio ) non dal rizarsi e accostarsi a chi gli paresse aver 
meglio parlato ; perchè si ricavano anche tutti, e andavano in altra parte, quando 
si deliberava per discessione, quasi come quakido i pontefici si creano per adora- 
sione: ma perchè andavano in senato a piedi, e noq in carro , come i seduti di 
magistrati maggiori, e per ciò detti Citndi, Non poteva più anticamente , dice 
Cornelio nel i2 , andare in campidoglio in carretta , se non i sacerdoti e le cose 
sante. Agrippina madre di Nerone per gran superbia v' andò. Le donne nostre 
oggi son più che Agrippine e Senatoresse , non mica pedàrie, ma curttli, e 
trionfanti della scacciata modestia e cura della famiglia , che già teneano le vene- 
rande antiche celebrate da Dante nel quindicesimo del Paradiso ; che dopo l'averle 
dipinte con maravigliosa evidensa , esclama ; Ofortatiatè eci(*) — * molti sena- 
tori di piede. Nel Ms. è cancellato ; « molti che pronunuavan co' piedi, m Lai.; 
«t pedarii senatores. » 

(*) Melama: fortontte. ~ Questa postula leggesi con «[otlche varietà negli Jvvtdi- 
menu pubblicati dal Gamba ,pag. 45. Cosi invece di tenaton$f legge $acerdouu9f ma dubito 
per errore. 



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IL LIBRO TERZO DB4LI AMMALI. 149 

ftl rizataii su e dicevano a chi più alte cose e soze scagliare. 
Trovo scritto che Tiberio neli' uscire di senato osava dire in 
greco: O OENTB mata a sbrvirb! stomacando sì abbietta^ ser- 
vìrtù colo! che non voleva la pablica li^iertài 

LXYI. Passavano poi dallo 'ndegno al maligno. Onde 
essendo Gaio Silano viceconsolo in Asia, chiamalo da qae' col- 
legati a sindacato, Mamerco Scaoro consolare, Gianio Otone 
pretore, Braiidìo Nero edile di bella compagnia' lo querela* 
reno' d'oflesa deità d' Agosto e spregiata maestà di Tiberio. 
Mamerco infilzava esempi, che Scipione A ffricano aveva ac- 
casato L. Gotta, e Catone il censore Sergio Galba, e Marco 
Scanro bisavol sao , P. Retilio : come se tal sorte di deità e , 
maestà difendessero Scipio e Cato^ e quello Scaoro, coi que- 
sto Mamerco, obbrobrio de' suoi, svergognava con tale ope- 
raggio. Olone insegnava gramalica, pinto per forza di Sciano 
nell'ordine de' senatori ^ sua vile basseza d'ardite sfaccia- 
teze fregiava. Brutidio dim<rita scienza ornato, poteva per 
la diritta salire in cielo, ma ebbe troppa -fretta di passare 
innanzi a gli eguali, a' superiori e a se medesimo. Errore di 
molti savi 9 che per non aspettare il dolce fico con la goccio- 
la, lo schiantano col lattificcio. ' 

' *.stomaetmdo gì mbbitUa ec. Nel Ib. cancella t « tanto si abielta pa* 
cicDsa stomacava coIi|i cbe non voleva la pubblica libertà! » 

S * di bella compagnia : modo ironico , che vale , tutt* insieme e à* ac- 
cordo. 

* * /• tfuetelarcno. Il Ma. cancella t « lo spiarono. » 
A Scipio € Caio, Della libertà della patria , e non della deità e maestà ti- 
numesca erano difenditorì ferocissimi. 

B col lattijiccio. Poichà Dante dice : 

Tra li Itisi soiM 
81 disoonvUn fmttara U dolca Hm. 
E altrove: 

. E l' nn' e l'altra parla avraono funa 
Di te; ma langi fla dal Iweco l'erba. 

E altri altrove di questi detti popolari. Io non mi posso astenere dalla sua imita- 
sione in qnesU materia, grave si, ma non sacra, come la sua , la cui autorid 
ogni baaseaa ha innahaU. (*) 

n H»i b*M9%a ka Umattata. Qfiasta poitiUa è al totl^ variaU sai eodiea Mareiaao, 
cone rilevati dagli JvwdUiunH poUttei « IttuntH pobblicatì dal Gamba, Yeneiia 1834. Dica 
ceti: « Tacito non osa mai tinonimi por brevità e rari artìBoii di figarall parlari, forse gladi- 

• eandoU più da oratori • poeti obo da ainalisUv«K eooM di«e l' aoter <f«*eM«i4oi%iioW. nar- 

• rano senplieeoMiite. Ma la Uogva nostra più aUegra, eaprieeleBa a tratteaa U ama. PerA io 
» qni qaeeta allegoria , e altrove direni ornamenti e proverbi e aianse nostre bo volentieri ag- 
» glmito , per onore della patria a dalla lingua , e ooma io eraderei eha Cornelio stesso , §• flo- 
» reatino fasaa, iserivaasa. » 

13* 



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150^ a LtBftO TlttZ^ IIB6LI AlfN^Lf. 

LXYII. Aoeasarooe Silano aneora Gelilo Pablieola qoe* 
8tor 800 e Mareo Paoonio legato. Grodelo e rapace fa egli ; 
ma gii eran contro più cose, pericolose ad ogni innocente : 
nimicato da tanti senatori, accusato da' maggiori oratori di 
tntta l'Asia; solo a rispondere; senta rettorica; in caosa 
propria; da fare smarrire ogni liscondia. E Tiberio Io conie- 
cava con ma* visi, boci strane, domande spesse, da non po- 
tertene schermir né difendere:^ anzi spesso bisognaya con* 
fessarle, acciò non avesse mal domandato: e per potergli 
contro collare* i servi saoi, il fóttor pnblico gli comperò: e 
perchè parente ninno Y aiutasse, gli fecero casini stato, the 
non se ne può favellare. Silano adunque chiedeo tempo po« 
chi di, poi lasciò la difesa e ardi scrivere a Tiberio, pa« 
gnèndolo e raccomandandosi insieme. 

LXVIII. Egli per mostrare con esempi che a Silano vo- 
leva fare il dovere, fece leggere un processo d'Agust^ con 
la sentenza del senato, contr' a Yelesò Messala, pur d' Asia 
viceconsoto. Poi voltosi a L. Pisene disse: « Di su. » Esso* 
fatto lungo preambolo della gran clemenza di Cesare, disse: 
« Confinerei Silano privato d' acqua e fuoco nella Giara. » 
Cosi gli altri: salvo che Gnee Lentulo avverti che, per es- 
sere Silano nato d' altra madre, ì beni materni si scorporas- 
sero pe '1 figliuolo. Il che a Tiberio piacque. 

LXIX. Cornelio Dolabella, con più lunga adulazione, 
detto molto male di Silano, inferi, « Che ninno infame e mal 
vissuto governasse provincia, e tocchi al principe il dichia- 
rarlo; perchè le leggi puniscono i peccati fatti: or quanto 
minor male per quelli , e ben per le provincìe provvedere al 
non farne? » Tiberio dis^ contro, « Che sapeva quel che di- 
ceva il popolo di Silano, mt non si doveva far legge alle 
grida. Chi è riuscito nel governare meglio, chi peggio di 
quel ch'era creduto. Nelle gran faccende, chi si risveglia, 
chi stupidisce: il Principe non può saper tutto, né dee la- 
sciarsi menare a voglia d' alcuno. Le leggi géstigano i ftec- 

' * da non potersene echermir nò difendere, U Bis. cin«eUa : • éà bob 
poterti ribattere nb beffiire. m 

' * collare, mettere alla tortura. Era vietato per legge di collare i serri 
contro il padrone: però il ripiego fu accorto. 



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IL UNO imUEO DMLI ANNALI* 181 

mU fatti 9 noB i fatori ehe non si sanno. Cosi ordiiiaro ì so» 
stri antichi) ehe dietro a' peccati ^eguisser le pene: non fate 
Il contrario delle cose saviamente trovale e setnpre piaciiite. 
I prinoipi hanno pur troppo carico e potere:^ che quando 
cresce, le leggi scemano. £ non è hene nsarrimperio, dove 
si poò far con le leggL ii Qwnto più rade soddisfazioni dava 
Tiberio al popolo, tòoto più l' allegrò con questo parlare. E 
soggiunse lo discreto moderatore (ove ira noi vincea), che 
Giara era isola disabitata e aspra: mandasserlo per aiMr 
della famiglia Glonia e dell'esser por senatore, nella Citerà, 
come Torquata sua sorella, vergine di antica santifà, do» 
mandava. Cosi fh approvato. 

LXX. Udironsi poi li Cirenesi: e Cesio Cordo, orante 
Ancario Prisco, tu condannato d'iniquo reggimento. A Lu- 
cio Ennio fu fatto caso di stalo V aversi fatto vasellamento 
d' ona statua d' ariento del principe. Non volle ne fosse reo: 
« Maisl,.» disse Aleio Capitone quasi per libertà d'animo: « i 
padri hanno a potw deliberare; si gran maleficio non si può 
perdonare: sia dolce quanto vuole per se: delle ingiurie della 
republica non sia largo. » Intese Tiberio l' adolasiooe, e se- 
gnilo non volere. E Capitone, per essere in ragion civile e 
divina gran savio, tanto più scorno ebbe della sporcata de- 
gnila pid;>Uoa, e privata eceellensa. 

LXXI. Nacque scrupolo in qnal tempio doversi appen- 
dere il boto per la sanità d' Agustà da' cavalieri romani fatto 
alia Fortuna equestre; perchè niuno de'moltrin Roma di 
quella iddea avea tal titolo: trovossene uno in Anzio, e quivi 
s'appese; perchè tulle le immagini, tempii e santità che 
BeUe terre d' Italia sono,* sono dell' imperio di Roma. Trat- 
tandosi di religiotii^ Cesare diede la sentenza dianzi differita 
contro a, Servio Malnginese flamine di Giove, conforme allo 
statato de' pontefici, fatto sotto Agusto, che si lesse, cioè, 
« Ammalando il flamine di Giove ' possa star fuori più d^ 

* * emif « potere* U Mb, cancella: m di fare » Anche potere; » 
S sono. Dovrelibesi nel plurale dir soimo a differénia del singolare t mt 
l' me fugge Pequiroeo di iomtutsg e più totto vaoift quello di sttm, E non follo 
aceottare il buon rimedio delTrikaiao a queste diflicoltli ddl' o pioeolo, e dell' o 
grand** 

^Jlamine di Giot^e. Volerà a popol roiiiaiM che ftlla «aerra d'AriatoBÌco 



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15S IL LIMÒ fBRKO DB6LI AIIM4L1. 

due notti ' quanto pmrk, al pontefice inas^mo; ma non in 
giorni di pobblieo. sacrificio, né più di doe Volte l'anno. » 
Che mostrò chiaro l'assenza d'an anno e l'andare in pro^ 
vincie, a flamine non si concedere: e s'allegò Lucio Metello 
pontefice massimo che ritenne Aolo Postomio. Cosi fa data 
r Asia al più anziano consolare dopo il Malaginese. 

LXXII. In que' giorni Lepido domandò al senato di po- 
tere a sue spese racconciare e ornare la basilica di Paolo, 
memoria di casa emilia': osandosi per ancora la magnificenza 
pubblica ne' privati. Né Agnsto vietò a Tanro, Filippo e 
Balbo lo spender le spoglie de'nimici e le soverchie riccbeze 
in ornamenti della città e memorie gloriose. Col qaal esempio 
Lepido, benché scarso dì moneta, ravvivò lo splendore de' suoi 
maggiori. E Tiberio prese a rifare il teatro * di Pompeo per 
caso arso, non essendo in quella famiglia chi avesse il mo- 
do, mantenendogli il nome di Pompeo: e celebrò Seianó, ' 
che per sua fatica e diligenza cotanto fuoco non fece danno 
maggiore. Laonde i padri posero in esso la statua di Seiano. 
£ in onore di Seiano^ nato d'una sorella dì Bleso, disse 
Cesare che alzava alle trionfali esso Bleso viceconsolo in 
Affrica. 

LXXIIL Ma egli le si era meritate nelle cose di Tacfa- 
rinate. Il quale, benché più volte rotto, rifatto con aioli dal 

andasse L. Valerio Fiacco consolo e flamine ancora di Marte : M. Licinio Grasso 
l'altro consolo, e ancora pontefice, noi permise {Cic, Filippica seconda). Simil- 
mente Metello pontefice qon lasciò ire in Affrica Postamio cowolo « flanùae 
( Val. Mass., 1. l,cap. 1 ). Cedette il sommo imperio de' consoli a' pontefici, 
che volevano anche allora la risidenza. Così Tiberio pronunziò contro alMalu- 
ginese. 

*, più di due nota. Il testo de' Medici, che^ si può dire originale, non ha 
quel dum ne, che dava nelli stampati fastidio. E veramente i malati dovevano 
per due notti potere star fuori senza licenza. 

S prese a ri/are Jl teatro. Vespasiano fu meno liberale , quando ristaniò 
con qu^ d'altri la città disfatta per le passate ariioni e rovine. Donò i casolari a 
chi volesse murarvi, mancandone i padroni , a' quali volle anzi lire inginstisia 
che potersi domandare in Boma, Dot>* h Romaì 

' celebrò Seiano. Per lo contrario accusati furono e dannati M. Miliaio , 
Gneo LoUo e L. Sestilio, i tre Ufficiali di notte , perchè non coirsero a tempo 
con li strumenti a spegnere il fuoco in' via sacra. {Valerio Mass., 1. 8, eap. i. ) 

* * JSin onore di Seiano ec. Il Ms. «ancelle : « E di poi non guari Cesare 
alzò alle trionfali insegne Ginnio Bleso viceconsolo in Affrica , e disse farlo in 
onor-e di Seiano, nato d'nna eorella di Pieso. •• 



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IL LIBIIO TBEZO MOLI AHNALI. li^S 

«entro dell' Affrica , prosimse chiedere» per ambasciadori a 
Tit^erio, paese per se e sao esercito, o gli farebbe guerra im- 
mortale. Dicono che Tiberio non si scandalezò ' u&qae d' in- 
ginria fatta a lai o al popolo romano , quanto che questo truf- 
fatore e assassino procedesse da nimico. « Non volemmo a 
patti Spartaco, che datoci tante grosso sconfitte, correva per 
sua e abbruciava l'Italia, quando nelle gran guerre di Ser- 
lorio e di Mitridate affogavamo; e ora in tanto fiore com>- 
porremo,' se tu lo credi, con pace e terreni un ladroncello? » 
Ordina a Bleso che induca gli altri, col perdonare, a posar 
l'armi, e vegga d* aver vivo o morto Tacfarinate. 

LXXIV. Molti se n' aoquistaron per questa via, e guer- 
reggiossi seco con le sue arti. Poiché essendo egli di esercito 
inferiore , ma più destro a rubare, scorrere in masnade, dar 
gangheri " e porre agguati; tre schiere si fecero per tre ban- 
de. Andarono, con una, Compio Scipione legato a impe- 
dirgli le prede ne' Leptini e la ritirata ne' Garamantì; con 
la soa propria. Bleso il giovane a difender dall' altra banda i 
villaggi di Cirta: nel mezo esso Bleso co' migliori, ponendo 
forti e guardie ove era uopo, dava in ogni cosa storpi e danni 
al nimico che si trovava, dovunque si volgesse. Romani a 
fronte a lato a tergo. Cosi essendosene molti morti e presi, 
ridivise le tre schiere in più masnade sotto centurioni di 
prova. ^ £ finita la state, non le ritirò alle stanze solite per 
la provincia, ma come in principio di guerra provveduti i 
luoghi forti, con cavaleggìeri e pratichi in quo' deserti, dava 
la caccia a Tacfarinate che or qua or là s' attendava. Final- 
mente ebbe prigione il fratello, e tornossene prima che a' no- 
stri confederati non bisQgoava , lasciandovi chi rifar guerra. 
Ma Tiberio tenendola per finita, anche volle che le legioni 

* si scandalezò. Questo scandalexaraeiito di Tiberio par dello con più 
eoergia qui , che nel latino. ■ 

' * comperremo , compreremo — Politi : « e che ora in tempi cosi flpridi, 
an ladro Tac&rinate ahbia da esser ricomprato con la pace e col dargli terreno? •* 

S * dar gangheri. Ganghero dicesi quello sguiuo in dietro che fa la lepre 
sopra0àtta dai cani ; e qui per similitudine , il repentino rivolgersi delle schiere. 
Con questo modo popolaresco ha espresso mirabilmente la forxa de' due verbi 
latini incurstwe et eludere. 

* * di prova. Il lai. : « virtutis experta. *» 



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«tf4 V. LtBaO TBftZO MttLI AimAtl. 

gridassero Bleso imperadore; onere aniìeoeli^ T esercito fa- 
ceva al generale comandatore, per qualche fatto egregio nel- 
r impeto deir allegreza: e più imperadori in «a tempo erano 
privati, come gli altri. Agosto concedette qaeato tìtolo a. po- 
chi, e allora Tiberio a Bleso per V ultimo. ^ 

LXXY. In qneir anno morirono dne grandi; Asìnio Sa- 
lonino, nipote di M. Agrippa e d' Asinio PoUione, fratrie di 
Draso, destinato marito d'ana nipote di Cesare: e Ateio Ca- 
pitone lo primo gimrista di JRoma, come dissi. Saltano avpl 
SQO fu centnrione, il padre pretore. Agusto il fece testo con- 
solo per farlo, per tal dignità sovrastare a Labeoae Antistio 
Ibon meno ei^celleote, avendo prodotto quella età questi. due 
lumi dellJ|.pace. Ma Labeonefu schietto e libero,' e perciò 
più celebrate: Capitone cortigiano, e piaceva (hù a' padroni. 
Quegli che non passò la pretura, fu per lo torto ricevuto, 
4«^ià stimato: questi, che ^. consce, per invidia odiato. 

LXXVLQuest' anno, dessantaquattresimo doppo la rotta 
filippica, mori anche Giunia, nata d' una sorella di Catone, 
moglie di Gaio Cassio e soi^dla di Bruto. U suo testamento 
die molto da dve, avendo onorato di sua gran faeol^de quasi 
tutti i principali, e lasciato Cesaro. il quale la prese civil- 
mente, e lasciò lodarla in ringhiera e le sue ess^quie d' ogni 
solennità onorare. Eranvi portato te immagini di venti fami- 
glie chiarissime; Manli!, Qiiinzii,e si fatti nomi sublimi: ma 
quelle di Bruto e di Cassio più di tutte vi lampeggiavano' 
col non v'essere. 

* a Bleso per V ultimo. Dottamente considera il Lipsio, e punta così, 
Btmso postremum. Obiere eo annoi e che dopo Bleso niiute.pià conseguisse 
titolo d' imperadore d'eserciti; fosse aon piaciuto alli segoenti inpcradorì di 
Roma. 

' Labeone fu schietto e libero. Non voleva che Agusto ne Tiberio si 
pigliassero pia autorità di quella che gli davano le parole della legge regia, fatu 
quando Agusto si prese il tutto^; e spesse volte n' ebbe con loro di gran que- 
stioni ; onde era tenuto paco « come mostra Oraaio rZo^eoite btsanior intér M- 
nos éieatnr (*). 

> * vi lampeggiapono. Il Ms. cancella « vi folgonvano; « e corregge come 
sopra. 

(*) Qautft iiMtaia nane* imUs Giontios. 



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183 

IL LIBRO QUARTO DEGLI ANNAU 

DI 

GAIO CORNELIO TACITO. 

SOHHARIO. 

I. Orìgkia 6 «ortnaù 4'Bio 8M«iia.<-*II. Cattìfiil toiatCi • Mnatori ; 
coli' occhio al trono. — III. la cfaa stato trori la trappa e la rapobUica. — 
Vili. D^ accordo eoo Livia moglie di Dmto P aTvelena , primo scalino a 8oa 
spamia di regoara. Matto di lat moH* il sanato rineora Tiberio, e di Germa- 
nico ì figli , come eredi dell' impero, gli accoaunda. -» XII. De' figli di Ger^: 
manico e d' Agrippina madre la rovina trama Seiano , fiero da non risparmiar 
delitto. — XflI. Ambasciato e aoense di protincie. Cacciati d'Italia gl'istrioni. 
— XV. Tempio dalle città d'Asia decretato a Tiberio , a Livia , al senato. — 
XVI. Nuora legge sai flamine di Gioye> •— XVII. Daolsi Tiberio che per Ne- 
rone e Drnso figli di Germanico orassero i pootafici. Di U i più franchi amici 
di Garananieo atterra Saiano. Altri accasati a sanlennaCi. —XXIII. La goerta 
d'Africa chiude Dolabella ucciso Tacfarìnata. — XX VII. Semi di gnerra schia- 
vesca in Italia, tosto stiacciati, -i- XXVIII. Vibio Sereno accasato dal figlio. 
Dannati P. Soilia, Gremngio Cordo, a altri. —XXXVI. A'Gifficeoi toka fibertè. 
—XXXVII. Spregia Tiberio il tempio dagl' Ispani offertoli. — XXXIX. Seiano 
da troppa fortuna cieco chiede Livia in moglie. — XLI. Caduto di tale 
speme, il prìncipe spigoe a starsi foocdi Roma. — XLIII. Legazioni de'Greci sul 
diritto degli asili. «-XLIV. Morte dìGo. Lentulo e L. Domuio.— XLV. L. Pi- 
sone ucciso in Ispagna. — XLVI. Trionfali data a Poppeo Sabino domator de'Tra- 
ci. — LII. Accusa e condanna di Claudia Pnlcra per adolters. — LUI. Agrip- 

Sina chieda marita , indarno. — LV. Undici oìttk d' Asia in gara , in qaal 
' esse ergasi tempio a Tiberio. Vince Smirne. — LVII. Tiberio in Campagna. 
In periglio per subito franar di pietre gli fa scudo del suo corpo Seiano; in- 
grandito quinci , e contro al germe di Germanico più aadaoe."— LX. Addenta 
Nerone. — LXII. Cada l'anfiteatro a Fidane ; pesti o fracassati cin4|uanta mila. 
— LXIV. Arso monte Celio. — LXVII. Ascondesi in Capri Tibeno. Sfacciate 
insidie di Seiano contro Acrippina e Nerone. — LXVIII. Tisio Sabino a capo 
d'anno punite per amico di Germanico. -.* LXXL Muore Giulia d' Agusto ni- 
pote. — LXXII. Frisoni ribelli a stento repressi. — LXXV. Agrippina di Ger- 
manico figlia sposate a Gn. Dpmixio. 

Cono di circa sei anm. 

. ,. „ ,.. o «*» r^ .. ^ C. Astino POUUOIIB. 

An. di Berna DCCLlifi. (di Cr.25).-CwiaoIt. { ^ ^^^^ y^^ 

An.diRomaDCCLXXYil.(diCr.24).-Coiiiolt. j l. Vimuo VàBWW. 



An.diRomaDCCLXX¥Ui.(diGr.25).— Coniofi. | 



M. Asiino AmuppA. 

C.G08SOGoillBIJOLSinOI.O. 



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156 IL LIBBO QUARTO DEGLI AKNiLI. 

Cu. COBNBUO LBUTOLO Gb- 
Aa . di Roma DGCLXiix . (di Gr . 26) . ^ Cotmli. | tolioO. 

' G. GiLTisio Sabino. 
/ ,. « «wv ^ ..I M. Liamo Grasso. 
An. d. Romt dcclxxx. (di Cr. 27).-Confo<i. j ^ calpomio Pisore. ' 

* .. « ii'r* A»Y ^ fl^ I Ap.Gihrio Silano. 

Ad. diRoiiiaD0CLXXXi.(diGr.28).-— CoMolt. | p gm^ [^^f A 

I. Era il consolato di Gaio Asinio e Gaio Anlistio, il 
nono anno che la repnblica in mano di Tiberio quietava, e 
la sua casa fioriva, ponendo egli la morte di Germanico Ira 
le felicità; quando la fortuna cominciò repente a voltare; egli 
a incrudelire o darne animo altrui; e tutto nacque da Elio 
Sciano generale de' soldati di guardia, della cqi potenza di 
sopra toccai: *■ ora dirò sua origine e costumi, e con che ar^ 
dimento tentò signoria.* Nacque in Bolsena di Seio Strabene 
cavalier romano: fu paggio di Gaio Cesare nipote d' Agusto: 
non senza nóme d' aver venduto ad Apizio ricco e prodigo 
r onestà. Guadagnerai poi con varie arti Tiberio si che lui a 
tutti altri cupo, rendè a se solo aperto e confidente: non 
tanto per suo sapere' (perchè con questo fu vinto) ma per 
ira degl'iddìi: onde con pari danno di Roma crebbe e cad' 
de.^ Fu faticante dì corpo, ardito d'animo:^ sé copriva, al- 
tri infamava: adulatore-e superbo insieme era : di fuori con** 
legnoso, entro avidissimo, e, per avere, donava e spandeva: 
e spesse industrie usava e vigilanze che troppo costano/ 
quando sono a fin di regnare. 

IL II generalato delia guardia non era gran cosa : il fece 
egli col ridurre in un sol campo i soldati che alloggiavano 
sparsi per Roma, dicendo, uniti poter meglio ubbidire : ve- 

* * di sopra totcai. I, 24; III, 29, 27. 

' tentò signorim. Leggo cceptat^nt, non captaveriK Non Irebbe, per- 
chè Tiberio lo estinse, ma la cominciò, e a tal grandexa vemie, cbe già era chia- 
mato imperadore ; e Tiberio podestà (*) di quell* isole. 

' * sapere. Il Ms. cancella : « scaltrìmento. *» L* esemplare nestiaao di 
Gino Capponi reca corretto a penna : « sottigliessa. » 

* * cadde. Il Ms. cancella : « rovinò. » 

^ * Fu faticante di corpo, ardito d* animo. Il Ms. cancella i « corpo ebbe 
faticante , animo ardito. «• 

' * che troppo costano» Il Ms. cancella : « dannose ooH meno. *• 



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IL LIBBO QUARTO DEGLI ANRiLI. 197 

dendosi in viso e di 'tanto namero e forze, più confidare e 
altrui atterrire; in caso snbitano, più pronti aiatarsi : sceve- 
rati corrompersi; viverieno più severi, piantandosi! campo 
faorì delle lascivie della città. Fatto questo, prese a poco a 
poco gli animi de' soldati, co '1 visitare, chiamar per nome » 
fare ì centorioni e i tribuni. Né mancava di acquistarsi se- 
natori, onorando i suoi partigiani di magistrati e reggimen- 
ti, essendogli Tiberio largo e tale affezionato , che non pure 
nel confabulare , ma nel parlare a' padri e al popolo lui cele- 
brava per suo utile compagno alle fatiche, e lasciava vene- 
rare le sue statue ne' teatri, ne'jjnagistrati e tra gl'iddìi del 
campo. ^ 

III. Ma l'essere in quella casa tanti Cesari, un figliuolo, 
nipoti grandi, lo ritardava. Ammazarne tanti insieme non sì 
poteva: i tradimenti volevan tempo. Questi elesse: e farsi* 
da Druso per fresca ira. Perchè Druso , che non volea con- 
corrente ed era rotto, bisticciando a sorte con Sciano, gli 
andò con le pugna in su '1 viso, e volendosi ei rivoltare, lo 
li battè. Adunque tutto pensato, ' parve da servirsi di Livia 
moglie di Pruso, sorella di Germanico; di brutta fanciulla, 
bellissima donna. Finse amarla d'amore: e conseguitolo, non 
essendo cosa che donna privatasi d'onestà non facesse, 
la 'ndusse a dar veleno al marito, per lui pretendere e in- 
sieme regnare. Cosi colei , cui erano Agusto zio , Tiberio 
suocero, di Druso figliuoli, vituperava se, i passati e i futuri 
suoi , giacendosi con un castellano,^ per aspettar cose incerte 
escelerate, in vece delle presentì oneste. Chiamano nella 
congiura Eudemo medico e amico di Livia, e ne trattano 
spesso sott' ombra dell'arte. Sciano ne rimanda la moglie 
Apicata, che n'avea tre figliuoli, per levar sospetti all'adul- 



* ira gV iddìi del campo, AI pari dell' ai^oile e cUU' insegne, nel loogo 
detto Principias dove era franchigia e adorasiooe, come lib. 1 , 39, II , 17. (*) ■ 

* * € farti, e conkinciare. 

5 * Adunque titUo pensato ec. Il Mi. cancella t « Adunque, penMto t tatti 
i modi, lo più vivo parve servirsi di Livia. » 

* * catUllano , provinciale. 

n L' altre eabUmi hano eopialo pMoraseaawiila la eitadoM Mia Gintiaa tama ripor- 
laila alla proprie pagine. Cosi par» in qaalctie altra Inogo. 

I. 14 



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IttS IL LIBRO QUARTO DEGLI ANNALI. 

tera.lla si gran fatto portava seco paure, indugi e variare 
di consigli. 

IV. Nel principio di qaest' anno Drnso di Germanieo 
prese la toga virile: e in ini voltarono i padri tatti gli onori 
già decretati a Nerone suo fratello : ' e Cesare con bella di- 
ceria lodò il figliuolo, che i nipoti amasse da padre. Perchè 
Druse (benché signoria non voglia compagni) era amorevo- 
le, certamente non avverso a que' giovanetti. Indi propose 
lo imperadore la sua vecchia e spessa novella del riveder le 
Provincie, dicendo aver gran bisogno gli eserciti d' essere 
svecchiati e riforniti. Soldati di buona voglia esservi pochi, 
e poco buoni o modesti,' non pigliando soldo volontario se 
non fracassati o vagabondi. £ quante legioni,' e quali Pro- 
vincie guardavano riandò. Il che invita me ancora a dire 
quanta gente romana era in arme;^ quali re collegati, quanto 
minore V imperio. 

y. Guardavano Italia due armate, nell'un mare sotto 
Miseno, e neir altro a Ravenna: e la vicina costa di Gallia 
le galee con forte ciurma, che Agusto prese ad Azio e mandò 
a Fregius. Otto legioni (il nerbo delle forze) stavano in su'l 
Reno a ridosso a' Germani e a' Galli: tre neUe dianzi domate 
Spagne. D regno de' Mori dalpopol romano teneva in dono 
Juba: due legioni frenavano il rimagnen te deir Affrica;^ due 

• * Vedi Jib. 111,29. 

3*0 modesti j o poco modesti. 

' * E quante legioni ec. Il Ms.caBeeUa: «e fec« del pumero delle legioni e 
di quali provincie guardavano breve rassegna. » 

* invita me ancora a dire quanta gente romana era in arme. Da por- 
tar arme al tempo di Claudio fu fatto rassegna in Roma d'un milione e settecen- 
tonovansette mila , dice il Marmo antico descritto cosi nel libro degli Epigruami 
antichi, sUmpato dall' accademia di Roma nel 1521 a 24. (*) tekporibts cuv- 

DII TIBERII VACTA BOMINVM ARMIGBROBVM OSTBNTATIOMB ROMJB SXPTISS DB- 

cixs CBHTBKA HiLLiA Lxxxx. xvii. MiL. — il qual Marmo il Lipsio a carte S09 
dispregia molto nel libro XI di questi Annali, dove si pone la descrisione di tatti 
i cittadini rMoani ascendente a sette milioni e quarantaquattro aula. 

^ dué legumi frenavano il rimagnente dell' AfHea. Vedi la Postilla 42 
del secondo libro. (**) — * la ripa del Danubio due legioni in Ungheria. 
L' eacmplan Nestiano di O. Capponi corregge • penna t w erano due legioni in 
Ungheria; due in Mesia alla ripa del Danubio. » 

n I<a Ginnttn» dice : « Da portar arme al tempo di Clandió furono rassegnati in Eoms 
qvantt dice qMilo mavao aitfae^ewrllt» omI dal Manoobia 8«.« 
(**) Di qoeata edizione « nota i % Vai. (M. 



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IL LIBtO QOARTO DBCSLI ANNALI. 1(S9 

l'Egitto: e quattro tutto '1 gìroBe di terra dalla Sorìa alVEo- 
frate, confinato dall' Ibero, dall'Albano e altri re, cai la no- 
stra grandeza difende dall'altre potenze. Tenevano la Tracia 
Remetalce e i figlinoli di Coti : la ripa del Danabio dae le- 
gioni in Ungheria, due in Mesia; e dae eran poste in Dal- 
mazia alle spalle di qaelle, e comode ad ogni repentino soc- 
corso d'Italia: ancora che la città tenesse in corpo per saa 
propria guardia tre coorti di Romaneschi , e nove pretoriane 
scelte quasi di tutta Toscana, Umbria, Lazio e romane co- 
lonie antiche. E ne' luoghi opportuni delle provincie nostre, 
stavano armate de' collegati, fanti e cavalli d' aiuti , di poco 
minori forze: l'appunto non si può dire, essendo messe qui 
e qua; più e meno,^ secondo i tempii 

VI. Farmi anco da dar conto ' come l' altre membra 
della republica stessero sino allora: poiché in queir anno 
c(»nÌBciò Tiberio a peggiorare il principato. Primieramente 
te cose publiche e le maggiori private trattavano i padri. I 
principali ne dicevano i pareri: dava egli a' troppo adulanti 
in su la boce : gli onori senza dubbio a' migliori per antica 
nobiltà, virtù ciyik e gloria d'armi. Tenevano i consoli e 
pretori V apparenza : i minori magìatrati esercitavano la loro 
podestà. Le leggi , fuor de' casi di maestà, bene usate. Grani, 
tributi e altre entrate publiche maneggiate da compagnie di 
cavalieri romani. Le cose sue faceva Cesare ministrare a 
cima d'uomini, di prova o di nome: tenevali tanto che molti 
invecchiavano in uno uficio. La plebe pativa del caro : ma 
che colpa del principe? anzi egli accrebbe il coltivare e '1 na- 
vigare con ogni possibile spesa e industria*? Graveza nuova 
non pose: le vecchie faceva senza avarizia e crudeltà de'mi- 
nistri tollerare. Non le persone atfliggere , non de' beni pri- 
varle. 

VII. Pochi stabili per l'Italia teneva: non turbe di schia- 
vi: pochi liberti in famiglia. Se litigava con privati, chie- 
deva giudice e ragione. E tutte queste benignità per modi 

* * pia e meno, fi Ms. eaaceUa : « cresciate e scemate. *» 
' * Pormi anco da dar conto ec. Il Ms. canceUs : « Farmi bene sproposito 
dar conto ce. • 

' * e industria, li Bis. « e diligenza. *» 



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160 IL LIBRO QUARTO DEGLI ANNALI. 

non benigni, ma villani o spaventosi ^ ritenne, insino alla 
morte di Druso : perchè Seiano nel cominciare a crescere, 
voleva nome di consigliare il bene, e temeva di Droso , ni- 
mico già scoperto e sbuffante* che dov'era il figlinolo, si chia- 
masse air imperio altro aiuto, a Che gli manca a farsi com- 
pagno? Doro è tentar signoria: se vi metti una branca, 
partigiani e ministri ti corron dietro. S' è fatto '1 campo a suo 
modo: datogli in mano la milizia: vedesi bielle fabbriche di 
Pompeo la sua bella figura: mescolerassì questa raza col san- 
gue de' Drusi : botianci alla Modestia , eh' ei fermi qui. »' So- 
vente e in publico tali cose dicea, e la rea moglie ridicea le 
segrete. 

Vili. Seiano adunque parendogli da sollecitare , scelse 
veleno lento, che mostrasse altro male: e diélo a Druso Ligdo 
eunuco; il che si seppe otto anni doppo. Tiberio,mentre durò 
il male, ebbe o finse fermo cuore: e quando era morto e non 
seppellito, entrò in senato: e a' consoli che per duolo nio- 
strare erano * in sedia vile, ricordò V onor loro e del luogo: 
e cop gli occhi asciutti e parlar non rotto confortò il senato , 
che dirottamente piangeva, " dicendo: « Che del venir quivi 

* viUani o spavmtosi. Traeva, diciamo poi, il pane con Ut, balestra. 
Vedi la postilla 69 del primo libro. (*) — * per modi non benigni ec. Il Mt. 
cancella : « con aspro TÌsaggio e per Io più spaventevole. » 

' * e sbuffante ec. Dolevasi che Tiberio avesse posposto lai a Seiano nel- 
r aiuto dell'impero. 

B * botiix^ci alla Modestia, eh* ei fermi qui- Lat.: m precandum post 
haec modestiam , ut contentus esset, *» Dopo tutto ijuesto non restava se noo 
di raccomandarsi alla sua modestia , eh' e' volesse esser contento, e non brigasse 
di salire più alto. 

* * per duolo mostrare erano ec. Il Ms. cancella: « per duolo sedevano in 
sedia vile ; » e riscrìve : « sedevano basso ; » ricancella, e torna al primo modo : 
« in sedia vile. » 

' * il senato, che dirottamente piangeva. Aveva scritto; « che dirotto 
piangeva; « poi cancellò e riscrisse: « il dirotto piangere del senato: <• e questa 
lesione trovasi nella Giuntina. Ma nelle nuove cure corresse come sopra. Cosi nel 
periodo che segue vedonsi più pentimenti. La prima dettatura è questa: «dicendo 
sapere che del venire in cotanto dolore a farsi vedere in senato potea aver biasi- 
mo: appena avallare a' congiunti, appena guardare la luce solere i dolenti, e 
non imputarsi a debolessa. » Poi corresse : « diceftdo che del venir quivi in co- 
tanto dolore a farsi vedere sapeva aver biuimo : appena udire i parenti, fuggir la 
luce solere gli aflUtti s^osa parer deboli. » Finalmente corresse come ai vede nel 
lesto. 

(*; Diqaesta ediiione, nota 1 , pig. 58. 



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IL LIBBO QUARTO DSGLI ANNALI. 161 

in cotanto dolore a farsi vedere, sapeva poter aver biasimo; 
solendo gli afflitti per lo più fuggire i conforti de' parenti e 
la lace senza nota di deboleza: ma esso nell' abbracciare la 
republica aver cercato i veri conforti.» E compiantosi del- 
l' età d' Agosta decrepita y e della sna mancante , con due 
nipotini ' col gnscio in capo, ' domandò condorsi qoivi i 
figlino' di Germanico conforti unichi de' presenti mali. An- 
dare i consoli per qne' giovanetti, e fatte lor le parole, ' li 
presentare. Abbracciolli,* e disse: « Padri coscritti, io con- 
segnai questi orfiani al zio; e pregailo che quantunque figliuoli 
avesse, gli carezasse o come suo sangue allevasse per soste- 
gno suo e de' suoi avvenire. Ora che Druse n' è tolto, prego, 
e presenti gli iddii e la patria , scongiuro voi che questi 
d' Agusto bisnipoti, di chiarissimo sangue nati, prendiate, 
reggiate e '1 debito vostro e '1 mio adempiate. Questi, o Ne- 
rone Druso, sono i vostri genitori: e voi siete nati tali che 
i beni e i mali vostri sono della republica. » 

IX. Fece cader le lagrime, e pregare felicità. E se egli 
finiva qui, aveva di compassione e gloria sua ognun ripieno. 
Tornato a sue novelle tante volle derise , del lasciar la repu- 
blica, del prenderne i consoli o qualcuno il governo; non gli 
fu creduto anche il vero e V onesto. Alla memoria di Druso 

* * con due nipotini. E qui pare appariscono nel Ms. molti pentimenti che 
non Usceremo di notare a beneflsio di chi ama ne' grandi scrittori discoprire i 
segreti dell' arte : « sensa nipotini in etk (corr. con due nipoti aitanti: corr. non 
àbili) domandò condursi quivi i figlino' di Germanico unichi alleggiamenti 
de' presenti mali. ** 

' col guscio in capo. Le metafore nei favellare sono stelle che seintillano. 
Il nostro Tolgare n'è pieno e felice. E perchè chiuder loro la porta a entrare nelle 
nobili scritture, per dire, la fabbrica non le ha trovate nelli scrittori? Aprasi 
a questa de' pulcini , che pone innansi agli occhi 1' età non capace di regnare di 
qoe' binati di quattro anni; d'altra maniera che qoel rudem adhuc nepotum, cìoh 
habentem nepotes rudes regnandi. Uno di qne' taciturni che l' Alciato nella pi- 
stola della storia del Giovio chiama senticela. Prunaie veramente che s'attaccano 
a' panni e rattengonò e afiàticano il leggitore. (*) Con questa metafora il parlare 
e più affettuoso, breve e chiaro; e non so che la metafc^ra faccia bassetsa, ami mo- 
stra destreesa d'ingegno in trovare il simile nel dissimile. 

' * e fatte lor le parole i cioè, e rincoratili con benigne paiole. Lat.r w^r- 
mant tdloquio adoleseentulos. 

* Abbraceiolli. Ahi gattona 1 tanto io odio la casa di Germanico hai , e 
queste lustre mi fai } 

n Ciò eb« segue non è nella Ginntina. 

14* 



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162 IL LIBRO QUABTO DfiQLI ANNALI. 

s'ordinaro gli onori di Germanico e più altri ^ come TQole 
adulazion seconda. L' esequie foron pomposissìme ^ d'imma- 
gini. Enea orìgine de' Giuli, (otti i re albani e Romolo fon- 
dator di Roma, la nobiltà de' Sabini, Appio e gli altri Glandii 
seguiano in lunga fila. 

X. Ho tratto la morte di Druse da' più e più fedeli scrit- 
tori. Ma io non tacerò la voce andata in quei tempi che an- 
cor dura, che Sciano corrotta Livia, si guadagnò con la me- 
desima disonestà l' animo di Ligdo eunuco, donzello ' vago 
e caro al signor suo, e de' primi ministri. E fermato tra i 
congiurati che egli desse il veleno, e dove e quando; ' ardi 
variar l'ordine; e disse piano a Tiberio, cenante con Druse: 
ce Druse t'avvelena nella prima taza, non la bere. » Il vec- 
chio per tale inganno la prese, e porse al figliuolo, il quale 
come giovane la tracannò ; e tanto più fece credere d' es- 
sersi per paura e vergogna ingoiata la morte che al padre 
mescea. 

XI. Questa è boce di popolo: storici non la conferma- 
no, né è da credere: perchè quale uomo di prudenza niezana, 
Aon che Tiberio di cotanta, arebbe cosi alla cieca porlo la 
morte al figliuolo di sua mano, da non poterla ritirare?* mar- 
toriato anzi il coppiere; ^ cercato chi '1 fece fare ; andato a 
beir agio, come vuol natura contro alli strani, non che a un 
figliuolo nnico, stato sempre buono. Ma per esser Seìano ca- 
mera d'ogniendrmeza, troppo atnato da Cesare, ambi odia- 
tissimi, ogni disorbitante favola se ne credeva: e nelle morii 
de' padroni* le lingue flfrtDgiiellaBo.L'ordine di questo fatto fu 
rivelato da Apicata di Seiano: chiarito per tormenti d' Eu- 

* * L* esequie furon pcmpogissime. Il Ms. reca cancellato ; « Nell'esegoir 
fu grandissima pompa ce. » 

S * donzello. Il Ms. cancella : « valletto. » 

' * e dove e quando, 11 Ma. cancella : « fennato poi tra i congiurati tempo 
e luogo di dare il veleno. *t 

^ * da non poterla ritirare te. U testo vuol dire: come mai avrebbe dato 
morte al figliuolo , senia udir sue discolpe ; e di sua mano stessa, sema poter tor- 
nare in dietro t 

S * martoriato anai il coppiere, cioè : avrebbe piuttosto martoriato il cop- 
piere ec. 

S * e neUe morti de* padroni ce. Il Lat. ha : « atrociore semperfamd erga 
dominantìum exttus, » 



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IL LIBBO QUABTO DBCILI ANNALI. 163 

demo e di Ligdo. Scrittore non è si nimico di Tiberio , che 
gli dea tal carico, e pur gii ritrovano l'altre cose, e l'accre- 
scono. Ho Yoloto dire e riprovare questa ciancia, per isban- 
dirle * con si chiaro esempio : pregando chi leggerà queste no- 
stre fotiche a non anteporre le sconce cose* che il volgo 
troppo accetta, e sparge, innanzi alle vere e non stravaganti. 

XII. Lodando Tiberio il figliuolo in ringhiera, il sena- 
to e'I popolo avevano panni e voci da duolo,' ma dentro 
gioia, che la casa di Germanico si ravvivasse. Il quale inco- 
minciato favore , co '1 non sapere la madre Agrippina coprir 
la speranza , afiRrettarono la rovina. Perchè Sciano veduta la 
morte di Druse riuscita franca, e al publico non doluta; 
come fiera insanguinala del primo ratto; * pensava come le- 
var via i figliuoli di Germanico, certi succeditori. Avvele- 
nare tre non poteasi, essendo troppo fidati i custodi, e can- 
dida Agrippina. Diedesi dunque a sparlare deir alterigia di 
lei : • sollecitare Agusta per l'antico odio,e Livia per lo nuovo 
peccato, che mostrassero a €esare che questa superba, fon- 
data ne' tanti figliuoli, nel favor del popolo, spasimava di re- 
gnare; e per mezo di Giulio Postumo, adultero di Mulilia 
Prisca, cameriera cara d' Agusta, faceva tutto di punzec- 
chiare questa vecchia, per natura avida di potenza , a levarsi 
dinanzi questa nuora, questa padrona; e mandava ad Agrip- 
pina a darle consigli a rovescio, e quelli accesi spiriti rin- 
fiammare. * 

XIII. Ma Tiberio niente smagato, ^ pigliandosi per con- 
forto 1 negozi, faceva ragione a' cittadini,^ sentiva le diman- 
do de' collegati, e voùe che Cibira in Asia, Egira in Acaia , 

' * per isboHdirle, per {sbandirla. 

^ * le sconce cose. II Ms. cancella ; « le cose mostruose ; ■* e di nuovo cor- 
regge : M le cose non credibili , » come sta nella Giuntina. 
S * da duolo. Il Ms. cancella: « da cì^oglio. » 

* come^era insanguinata del primo ratto. Quanto meglio del latino! 

S * Diedesi.... a sparlare te, Ù Ms. cancella : « gittossi a servirsi dell'alteri- 
gia di lei ; » e di nuovo corregge: « servendosi dell'alterìgia ec. » 

* * rinfiammai^e. Nel Ms. vedesi cancellato: « e que' gonfiati spiriti rigon. 
fiare. * 

f * smagato, smarrito o venuto meno. 

* *Jaceva ragione a* eittadini ec. Il Ms. cancella; « spediva le cause idei 
cittadini, l'ambascerìe de' collegati, e fece decretare che Cibira ec » 



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164 IL LIBRO QUARTO DBCILI ANNALI. 

fracassate da' tremuoti, si sgravassero per (re anni di triba- 
to : che Vibio Sereno viceconsoio della Spagna di là, dan- 
nato di pnbliche storsioni, fosse confinato per li suoi modi 
atroci ' nell'isola d' Amorgo : che Garsio sacerdote e Gaio 
Gracco,' accagionati di data vettovaglia a Tacfarinate , fos- 
sero assoluti. Gracco fu portato in fasce da. Sempronio suo 
padre nell'isola di Cercinnasecoin esigilo. £ quivi tra sban- 
diti e rusticani allevato, andò ramingo per l'Affrica e per la 
Cicilia, facendo per vivere il ferravecchio. ' £ nondimeno 
corse pericolo da grande. £ se £lio Lamia e L. Apronio, che 
l'Affrica governavano, non difendevano lo innocente; era 
per lo sventurato gran sangue, * e per l'avversità del padre, 
levato via.' 

XIV. Anche questo anno vennero di Grecia ambasciadori 
per la conferma dell'antiche franchigie de' templi: i Samii, 
di Giunone, e ne mostravano decreto delli Anfizioni, foro 
comune delle città edificate nell'Asia da' Greci, già padroni 
di quelle marine: i Coi, d' £sculapio, e ne avevano antichilà 
non minore e proprio merito, per aver in essa franchigia sal- 
vato i cittadini romani, quando il re Mitridate gli faceva per 
tutte l'isole e «ittà dell'Asia ammazare. Finalmente Cesare 
propose le spesse e non attese querele de' pretori, dell'inso- 
lenze de' commedianti, scandolosi in publico e disonesti per 
le case. Questi, già mattaccini^ per fare un poco ridere il 
popolo , esser venuti a tali scelerateze e insolenze che biso- 



' per li suoi modi atroci. Leggo atrocitatem morum. Può^ stare ancora 
temponon» per mitigare Tiiuolense de'wceconsoli. 

> Gaio Gracco. Cosi nel Boccaccio il conte d' Anguersa per non esser co- 
nosciato e ammasato , per la taglia della reina di Francia, Upinò per^ lo mondo 
.a guisa di paltoniere, ta crudel prigionia e morte di Sempronio, padre di qatsto 
Gracco , si narra nel primo libro. 

' * ferravecchi», riveiidugliolo di sferre vecchie. Lat.: m mutando sordida* 
merces. » 

• * gran sangue, sangue nobilissimo. 

S era.., levato via. Come tutti i grandi , gli altri non portavan pericolo sì 
al sicuro. 

* mattaccini s o sanni o ciccantoni , che come gli antichi Osci e Atellani, 
ancora oggi con gofibsima lingua bergamasca o norcina , e con detti e gesti spor- 
*chi e novissimi , fanno arte del far ridere e corrompere la gioventù , e non sono 

da' cristiani come allora da' gentili cacciati via. 



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IL LIBBO QUABTO DB6U ANNALI. ^6tf 

gnavano i padri a correggerli ; onde furono cacciati d'Italia. 

XV. In questo anno Cesare ebbe nuovo dolore per la 
morte di un di que' binati di Druse: nò minore per quella di 
Lucilio Longo amico suo, partecipe d'ogni suo dispiacere e 
allegreza, né altro senatore gli tenne compagnia nella ritirata 
di Rodi. Laonde esequie da ceasore, benché ^omo nuovo, e 
statua nel foro d' Agnsto a spese publiche gli ordinare i pa- 
dri: per mano de' quali per ancora faceva ogni cosa: onde 
fecero comparire a difendersi e condannarono Lucilio Capi- 
tone proccoralore dell' Asia, accusato dalla provincia d'aver 
fatto uficio di governatore» e adoperato soldati; molto avve- 
rando' Cesare non avergli, oltre a' suoi schiavi e danari, 
autorìlà data. Se soprusata l'avesse, facessono alla provincia 
ragione. Per questa e per altra ragion fatta l'anno innanzi 
contro a Xiaio Silano, le città dell' Asia deliberaron fare a 
Tiberio, alla madre e al senato un tempio. Fu conceduto e 
fatto. E Nerone fece le parole del ringraziamento a' padri e 
all'avolo: imbambolato quegli uditori *■ sviscerati della memo- 
ria di Germanico, a' quali parea veder lui, udir lui: e nel 
giovane erano modestia e belleza da principe, e per lo noto 
odio e pericolo di Sciano, più graziose. 

XYL Nel medesimo tempo Cesare parlò di rifare il fla- 
mine di Giove,' in luogo del morto Servio Maluginese, e ri- 
formarlo; usandosi per antico eleggerne uno di tre nominati 
patrizi , e di padre e madre confarrati; * che si durava fatica 
a trovargli, ^ per esser dismessa o poco ritenuta la cirimonia 
del confarrare: perché né uomo né donna se ne curava, per 
le molte difiQcultà che v'aveva; e per fuggirle, si emancep- 

' * molto avverando. Il Lat : « magna cum asseveraUone, n 

* * imban^olato quegli udiiortj cioè, avendo egli commosso e quasi fatto 
piangere di tenerena quegli uditori ec. 

^ JlaminB di Giove. Di questa antichità vedi Boccio nella Topica di Cice- 
rone , e il Lipsio sopra questo lu(^ , al solito diligente e dotto. 

* * eonfarraU : sposati , cioè, c<d]a cerimonia delk confarraaione, così detta 
perchè od sacrifisio niuiale si usava il farro. Questa sob, tra le varie specie di 
cerimonie nuxiali, rendeva il matrimonio indissolubile. 

8 * €ha si durava fatica a trovargli. Ho seguito la lesione della Giuntina, 
come più chiara e più elegante. La volgata dice : « di. padre e di madre confar- 
rati: per esser cosa faticosa , diceva egli, a trovargli, per esser dismetsa o poco 
ritenuta ec. » 



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166 II LIBRO OOAKTO DMU ANNALI. 

pava * colai che pigliava il flaminato , e colei che a flamine 
s'impalmava. <c Perciò rimediasaeci eoa decreto o legge il 
senato; siccome anco Agosto ammodernava certe ruvide an- 
tlchitadi. » Studiata tale diviniti, * piacque non toccare gli 
ordini de' flamini : ma si fece legge che la flamina di Giove 
fosse in podestà del marito nelle cose dei flaminato; nel resto, 
come V altre donne. E in rifatto il figlinolo del morto. E per 
dare repntazioneal sacerdozio, e animo a pigliare gli ordini,' 
si donò a Gornelia,* rifatta in luogo di Scansia, cinquecento 
fiorini^ e stabilissi che ne' teatri Agnsta sedesse tra leYestali. 
XVII. [A. di R. T77, di G. Gr. 24.] Entrali consoli Cor- 
nelio Getego e Visellio Varrone, i pontefici, e con loro gli 
altri sacerdoti, pregaron gì' iddìi per la vita del principe, e 
anche di Nerone e Druse: non per carità verso que' giovani, 
ma per adulazione, nella quale il popolo corrotto erra nel 
troppo, come nel poco. Laonde Tiberio alla casa di Germa- 
nico non mai benigno, qui si versò che, pari di lui vecchio^* 
si pregasse per que' fanciulli* Mandò pe' pontefici, e domao- 
dolli se il fecero per preghi o minacce d'Agrippina; e negan- 
do,^ li garrì deslramente; essendoli parenti o principali delle 
città: ma in senato avverti che un' altra volta non levassono 
i lievi animi de' giovanetti in queste superbie di acerbi onori. 
Perchè Sciano non finava di dire: «La città è in parti, come 
in guerra civile : alcuni si chiamano di que' d' Agnppina: e 
cresceranno, lasciandogli fare. Alla crescente discordia altro 
rimedio non ci ha, che scapezare^ uno o dna di questi fe- 
roci. A • 



' * si emanceppava» Il Ms. cancella : « dalla podestà del padre usciva. » 

* * divinità i rito, cerìmoBÌa. 

' * a pigliare gii ùrdini» Lat.: « ad eapessmtbu ettremomia^. » 

* * a Cornelia, Tergine vestale. 

' * (ftd si versò che, pari di lui veeebia ee. : « ebbe molto per male, e te 
ne dolse, che li due giovani Auserò stati coma agallati a Ini cke era vecchio. « 
G. Dati. Versarsifin senso di adiiaisi (beotamente, lo abbiamo gik veduto anche 
nel Ub. I, la. Mei Ms. vedesi casicellato s « aUora si seandalaaò che al pari della 
sua vecchiesa ec. » 

^ * e negando^ ciok: sebbene ani nq;UBero, para gli gani^ nooderata- 
mente, essendo parenti ec. * 

1 * seapeMore, dic^»itare. 

B * di questi feroci, di questi più caldi parteggiatori di Agrippina. 



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IL LIBBO QUARTO DB6LI ANNALI. 167 

XVIII. Cogliesi innanzi^ Gaio Sìlio e Tizio Sabinoi, 
d' ambo i quali V amicizia di Germanico fa la rovina; e di Si- 
lio pia; che avendo governato nn grosso esercito sette anni , 
acquistato le trionfali in Germania, vinto Sacroviro; quanto 
maggior machina era, con più spavento degli altri cadeva. 
Offese Tiberio ancor più lo suo tanto vantarsi dell' essere 
stati i soldati suoi sempre ubbidienti, quando gli altrui sedi- 
ziosi; e che egli * non sarebbe imperadore, ogni po' che ave^ 
sero scherzato ' anche le sue legioni. « Adunque, diceva Ti- 
berio, io sono niente; non lo potrò mai ristorare. » Perchè 
i beneficii rallegrano in quanto si posson rendere : gli ecces- 
sivi si pagano d' ingratitudine e d'odio.* 

XIX. Era moglie di Silio Sosia Galla, odiata dal prin- 
cipe, perché Agrippina l'amava. Questi due risolvè assidire, 
e Sabino prolungare. Varrone consolo non si vergognò ub- 
bidire a Seiano in dar la querela con la sentenza, che i pa- 
dri loro eran nimici. Chiedendo il reo tempo breve, che l' ac- 
cusatore uscisse di consolo. Cesare disse « Che l' aggiornare 
le parti stava a' magistrati, ' né si poleva menomare la balta 
del consolo, nella cui vigilanza consiste che la repnblica non 
riceva dannaggio.» Era proprio di Tiberio con simiglianti 
parole prische ricoprire le malvagità sue nuove. Fece dun- 
que gran ressa dì ragunare i padri quasi a giudicar s'avesse 
Silio con le leggi, o faase Varrone consolo, * o caso publico 
quello. L'aver saputo o tenuto mano alla guerra, chiuso gli 

* * Cogkesi innanzi ec. I piìoii di ^e'parUggiatori cai fosser poste le 
mani addoMo furono G. Silio e Tisio SaLioo. 

4 * eehe egli, Tiberio. 

' * avessero schermato, avessero volato far novità. 

* i benefcii^. eccessivi si pagano d' ingratitudine e d'odio. Perciò fo^ge 
il fallito , benché accordato , la faccia del creditore : e lo scampato dallo affidare 
non può vedere lo scampatore , per primo moto e impeto di natura. (*) Ne il mi- 
Distro del proprio male6cio si può patir di vedere : perchè Io ricorda, rin^rovera, 
come Anieelo a Nerone la morte della madre. 

8 * Che P aggiornare le parti stava «'' magistrati ec. G. Dati : * esser cosa 
solita de' magistrati di chiamare in giudicio le persone private. » Il Davansati ha 
qui usato aggiornare per assegnare il giorno ad alcuno per comparire in 
giudizio («« diem dicere » ). 

* ofusse Varrone consolo, e non ami sgherro di Tiberio. 

(*) Ciò cbe isgae non si legge nella Giwitiua. 

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168 IL LIBBO QUARTO DBGtI ANNALL 

occhi alla fellonia di Sacroviro, ^ guasto la vittoria con l' ava- 
rizia, e Sosia saa moglie erano i peccati. «L'ira di Cesare 
è il mio peccato » disse sempre né mai altro per soa difesa. 
Al governo non potevano apporre : ma all'accose di stato non 
si poteva rispondere. Silio non aspettò la sentenza, e s' am- 
mazò. 

XX. E nondimeno si corse a* beni,' non per restitnlr 
tributi, come dicevano, mal presi; che ninno sì risentiva : 
ma per torgli il dono fattogli da Agusto , del soo debito: ri- 
scosselo il fisco sino ad nn picciolo. E fo questa la prima di- 
ligenza di Tiberio contro alla roba d'altri.' Sosia fu sbandita 
per parere d'Asinio Gallo, che parte de'beni dava affiglinoli, 
il resto al fisco. Manie Lepido disse, « Il quarto àgli accusa- 
tori per forza della legge, il resto affiglinoli. » Trovo che 
questo Lepido fu grave e savio uomo di que' tempi , perchè 
molte crudeltà trovate da gli adulatori temperò, e poteo farlo 

* mUafenonia di Sacroviro. Usata come nel IO». Ili, 43*47 , della qaale 
Tiberio , domandato tuo parere, non teme coiito e nutrì la guerra. 

^ * n corse ambenti i quali doTeano per legge rispettarsi come di accuMto 
che s' era tolto da se la vita. 

' la prima diligenza di Tiberio contro alla roba t^ altri. La seconda do- 
vette essere quando fece accusar di giacimento con la figlinola Sesto BCarìo qpa- 
gnnolo, adocchiando la sua sfondolata ricchesa, e quelle cave dell* oro, come nel 
lib. VI , i9. La terza un poco Ligerognola, (*) quando raschiò il testamento di sua 
madre che lasciava a Sergio Galba, che poi fu imperadore,^MÌitgenfiej J7'<*«S'. che 
voleva dire Milione uno e un quarto d'oro. La qual somma colui che rog6 , non 
compitò ; ma scrìsse per loro abbaco, D j e Tiberìo gli raschiò il corpo, e fecene 
un L, che diceva quinquagies : levonne , a modo nostro , un cero ( Suetonio in 
Gatba, al quinto). Altri dicono che lo scritto era quin. H»Ss che potendo dire 
quinquagies come quingenties , Tiberìo lo intese a suo vantaggio per quinqua- 
gies, cioè cento venticinque mila fiorini; legato meschino alla grandesa d'Agusta 
e di Galba ; e anche non l'ebbe. La quarU diligenza era forse](**) il lasciare empire le 
spugne de*suoi ministri per premerle, come dice la Postilla 76 del primo libro (***). 

(*) Mf«roffiote,6aUivo6eia: è per fig. d' estcaoasione, « vuol dire, pessima. 

n U Giuntina dice : « era forM il laseisre i ministri vender le grazie e legiutizie, 
per gattigarli quando eran pieni , e premerli; onde gli ebiamava le ine spugne. Coeì arriediiva, 
e il popolo lo benediceva. » Qai nel Ms. Magiiabediiano Mgne altro, che è eanoeUato, e dica 
tmà: «Ma TiberÌD era pidncipe e poteva fare qaaite oeee agevolmente. Il bello fa veleni della 
roba di altri, come non so ehi qsiei vieini, ebe preaero da un amico somma notabile di du- 
cati per ttafficere a compagnia, e in capo a undici mesi senza disgrazie o danni del trallco 
si faggirono con 44 mila; e hanno trovato aiuti, favori, amici e modi; onde paseeggiano «oa 
le teste alte e spendono allegramente. E quelP amico ristorano eoi vedferave di averlo sod- 
disfistto innanzi agli altri , contro a ogni verità. 

E qaeale sia saggel che oga' uno sganni. » 

e**) Di qnesU edistoBe, noU a, pag. ST. 



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IL LIBIO QUARTO DB6LI ANNILI. I69 

per raatorità e grazia * che ebbe sempre con Tiberio. Cosa 
cbc mi fa dnbiUre, se l'avere r principi chi a grado chi a 
noia, venga come V altre cose dal fato e riscontro di nasci- 
te : ' o par possiamo alcana cosa' noi destreggiando, e senza 
nò sempre adulare né sempre dir contro, scansare pef icoli e 
viltà, tenendo mezzana vìa. Ma Cotta Messaline non meno di 
legnaggio chiaro, ma di mente diversa, disse doversi decre- 
tare che degli aggiravi che fanno alle provincie le mogli, si 
punissero ì mariti, benché nescienti, * come de' propri loro. 
XXI. Trattossi poi di Calpornio Pisene, nobile e feroce, 
che fece quel remore in senato de' tanti accusatori, e che 
s' andrebbe condio;' e ardi a dispetto d'Agusta trarre in giù* 
dizio, e di casa il principe, Urgnlania.^ Le quali cose Tiberio 
prese civilmente allora, ma l'ira dell'inghiottita offesa in 
queir animo rngumante ^ ribolli : e fece da Oranio accusar 
Pisone d'aver tenuto ragionamenti secreti contro allo stato; 
veleno in casa ; arme sotto in senato. Questa accusa ultima 
fu sprezata come atroce oltre al vero. Tutte l' altre che gli 
piovevano, accettate e non ispedite, perchè egli si morì a 
buona stagione.^ Ancora si trattò di Cassio Severo confinato. 
Costai di brutta origine, mala vita, ma eloquentissimo, si fé 
tanti nimici, che per giurato giudizio ' il senato il cacciò in 

' autorità e grafia. Mecenate e Salnstio non si mantenDero, ( Vedi lib. Ili, 
30) (*)e Agricola ancora. E Dione,liL. 49, mostra come sia da procedere co'Pria. 
cipi. 

3 * riscontro di nascite. Lat. : « sorte nascendi, » 

' * o pur possiamo alcuna cosa ec. G. Dati : « o se pure egli è posto nel- 
l' industria nostra , mediante la quale ne sia conceduto camminare per una via di 
mezzo, onde noi troppo ostinatamente non ci opponghiamo a cui ci domina e si- 
gnoreggia : e tuttavia ancora non ci lasciamo precipitare in ima vergognosa adu- 
lazione e servitù , ma procediamo di maniera , che ne da ambizione ne da troppa 
cupidità di gloria vinti ci rendiamo, e perciò con maggior sicurezza meniamo la 
vita nostra e a manco pericoli ci facciamo soggetti. ** 

* * nescienti. Mei Ms. è cancellato •« ignoranti. ** 

S * condìo : cosi , in una sola parola , per con dio. 

• • Urgulania. Vedi liU. II, 34. 

7 * rugumante. Buti, Annot. alPurg. 16: m Bugttmare e rinfrangere Io 
cibo preso. *» Qui rugumante o ruminante e colui che ripensa le cose passate. 

8 * a buona stagione. Il Ms. cancella t* a tempo. >• 

9 giurato gittdizio. Quando un senatore aveva dello la sua sentenza , se 

(*) Ciò che segno manca nella Giaotiaa. 

I. 15 



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170 IL UBEO QUARTO DEftf'I ANNiLI. 

Caodia; dove avendo* cielo e non vezo' mutato, e rimbottato^ 
nuove cagioni, toltogli beni, acqua e fuoco» invecchiò nel 
sasso di Serifo. 

XXIL Nel detto tempo Plauzio Silvano pretore gittò da 
alto Apronia sua moglie. Non si sa la cagione. Tratto da 
L. Apronio suocero dinanzi a Cesare, rispose barbugliando 
che dormiva profondo : non potea sapere : gUtossi dassè. Ti- 
berio tosto ne va alla casa : vede in camera * le tracce delle 
(atte forze e difese: riferisce al senato ; e dati i giudici, Ur- 
gulania avola di Silvano gli mandò il ferro. ^ Gredesi di con- 
siglio del principe per ramicizia d'Agusta con lei. Al reo la 
mano tremò, ^ e fecesi segar le veni. Numantina sua prima 
moglie fu d' averlo con malie fatto stolido accusata e as- 
soluta. 

XXIII. QuesV anno liberò finalmente il popolo romano 
della lunga guerra di Tacfarinata numide : perchè i passali 
eapitani quando si vedevano aver meritate le ttionSali, ti la- 
sciavano il nimico. Già erano in Roma tre statue, con l'allo- 
ro, e Tacfarinata rubacchiava^ ancor V Affrica, rinfrescato 



olire alle ragioni ginrava che cosi credeva esser utile alla repoblica, questo si cliìa- 
mava giadixio giurato : era creduto, (*) e ginravasi ia questa forma : Se io così 
credo, vengami ogni benej se sciente /aito, ogni male: (**) si scikks fau.o, 

TTU ME OIESPITXR BONIS DXIiaAT VT EGO HVNC LAPIDEU DBIICIO. GOD tal giura- 
mento cominciò poi tutto il senato a fare alcuni decreti, per dare loro più forca. 
Tito Livio nel libro 40 dice che L. Petilio libraio divegliendo un suo campo, vi 
trovò libri di Numa , dove si disputava dell'autorità del ponteGce. Il govemator 
di Roma gli lesse , e giurò giudicarli di scandolo alla religione. Onde furono in 
publico arsi; ma prima stimati e pagati a Petilio. 

' doffe afendo. Questo concetto, per queste fiorentinità, num nam meliiis 
che il latino che e alla comune? 

* * pezo, costume. 

' * rimbottato, raccolto, messo insieme : essendosi fatto reo di nuove ca- 
gioni di odio. 

* * yede in camera. Nel Ms. cancella: « nel Ietto rabbaruffato; » poi corregge 
««scompigliato;** e così stampa nella Triuntina. 

S * il ferro. Il Ms. reca: «« pugnale; «* cancellato. 
^ * al reo la mano tremò. Il Ms.: «< il reo volle ferirsi; non potè : •» can- 
cellato. 

' * ruBacchiava. Il Ms.: « scorranava; » caUcellato. 

(*) La Giuntina « «{aesvasi. » 

(**) s9seUnta eo. Qaeste parole, per errore, mancano nelle altre ediiionì.La foramU Ic- 
tina non riferiscesi nell' edix. del Gionti. 



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IL LIBRO QOABTO DEGLI ANNALI. 171 

d'aioli di Mori che, per foggir V iiMolente imperio servile di 
liberti del re Torlomeo figliaol di laba giovane che non ci 
badava, andavano alla gaerra. Il re de' Garamanti era com- 
pagno al rabare , e riponeva te prede : non v' andava con 
esercito, ma vi mandava poca gente con grido di molta. B 
d'Affrica a questa gaerra ogni mal' andato e scapestrato più 
correva : ^ perchè Cesare, dopo le cose da Bleso fatte , come 
non vi restassero pia nimici , avea richiamato la nona legio- 
ne:* né P.Dolabella viceconsolo di quell'anno ardi ritenerla, 
lemeodo il comandamento del principe, più che il pericolo 
deUa goerra. 

XXIV. Tacferinata adànqne sparge fama che i Romani 
da altre nazioni erano tartassati,' però s'uscivano d'Affrica 
a poco a poco: polrebbesi disfare ogni resto, se gli amadori 
più di libertà che di servalo, ci si mettessono. Ingrossa, * e 
assedia la terra di Tobusco. Dolahella messi insieme tutti i 
suoi, co '1 terrore del nome romano, e perchè i Numidi alla 
fanteria non resistono; alla prima levò l'assedio: i luoghi 
importanti fortificò, e i capi de'Musolani soUevantisi decol- 
lò. E veduto per lungo guerreggiare con Tacfarinata non si 
vincere questo nimico scorridore con uno affronto solo e 
grosso; tratto in campagna Tolommeo re co' suoi paesani, ne 
fece quattro squadre, e le die a' legati e tribuni; e la gente 
da. scorrerie a' capitani moreschi. Esso aveva l' occhio a 
tutti. 

XXV. Non guari dopo venne avviso che i Numidi s'erano 

* * ogni mal andato e scapestrato più correva. Il Ms.: « i più spallati e 
malandati correvano j» poi corregge : « se nessuno malandato e scapestrato v'era, 
correva; *» e così leggesi nella Giuntina. 

S ia nona legione: mandatavi d'Ungheria , come nel lìb. Ili, 9. (') 
5 tartassati. Dal greco Tapoc<xffw. Teocrito ne' Diosciiri dice che Amico 
TC de'Behrici facendo con Polluce alle pugna col cesto, te lo tarUssava, tonfana- 
va, Bombava , (**) conciava male : tov /asv c£va| èroc/pa^ev , secondo che legge 
lo Stefani C**)- 

♦ * Ingrossa. Il Ms.: « Accresce le fonie e pone il campo attorno alla terra 
' di Tubusco : ** cancellato. 

n QaMta^postUla è tralasciata nelte «itnediiioiiitiMr non fi darla pena M riseortrare 
U citaxione della Giantina. 

(•*) zombava maoca nella Giontina. 

p) Lo Stefani.iivA Arrigo Stefano, che è quel Francew, a ebagiardare il quale il Daran- 
tali pose mano a qoetta tradviione. Vedi il Discorso salta vita del traduttore. 



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173 IL LIBRO QUABTO DIGLI lllfULI. 

atleodati sotto Aozea.castello rovi^aticcio, che già l' abbru- 
ciarono, fidatisi nel sito cinto d'immenso tosco. Allora spinti 
a corsa .senza saper dove i nostri fanti e cavalleggieri bene 
schierati, disposti e provveduti, con trombe e grida orrende, 
all'alba furo addosso a que' barbari, che sonnacchiosi, co'ca- 
valli alle pasture o in opere, senza avvisi, arme, ordini o 
consigli, erano come pecore presi, sgozati, strascinati da' no- 
stri,, che ricordandosi delle fatiche durate per venire a questa 
bramata e tante volte loro sebi ppita^ pugna, si saziavano di 
vendetta e di sangue. Per le squadre andò grida: « Ciascun 
si difili a Tacfarinata: per tante battaglie lo conosce ogn'nno: 
la guerra non ara fine, se non le si tronca questo capo. » 
Egli, mortagli tutta la suaf uardia,* veduto prigione il figliuo- 
lo, e sé di Romani per tutto einto, s'avventò nel mezo del- 
l'armi, e con morte ben vendicata fuggi prigionia, e fu finita 
la guerra. ^^ 

XXVI. Dolabella domandò le insegne trionfali. Tiberio, 
perchè non iscurasse la gloria di Bleso , zio di Seiano, le li 
negò. Ma Bleso non ne acquistò : ebbene Dolabella maggior 
rinomo, per avere con minore esercito fatto gran prigioni, 
morto il capitano, finita la guerra: vedersi in Roma* gli 
ambasctadori de'Garamantì (cosa rara), morto Tacfarinata, 
sbattuti scolparsi col popol romano. A Tolommeo per ricono- 
scenza de' suoi meriti in questa guerra, i padri rinovando 
l'antico costume mandarono un senatore a presentargli il 
bastone deli' avorio* e la toga dipinta, e chiamarlo re, com- 
pagno e amico. 

XXYII. In qdella state nacquero semi di guerra servile 
in Italia, e gli spense la sorte. Mosse il tumulto Tito Gurlisio 

* * schippita, schivata con astuzia, con accorgimento. Il lat. : « adversns 
'eludentes optatte toties pugncg. » , 

S mortagli tiUta la sua guardia. Leggo d^etis, non delectis, o diltctis, 
S * vedersi in Bontà ec. Il Ms.: « vedersi in Roma ambasciadori (visti di 
ndo) mandati, morto Tacfarinata, «la'GaTamanti sbattuti (corr. con la correggia 
al collo ) a scusarsi al popolo romano. » Cancella tutto, e riscrive : « vedersi in 
Roma gli ambasciadori de'Garamanti (cosa rara) chieder merc^ , morto Tacfari- 
nata , al popol romano. ** Cosi Uf^esi nella Giuntina. 

* il bastone dell' avorio. I doni piccioli de'principi grandi , come questi 
(e oggi rosa, tosone , geretliera e simQi), son grandi onon e favorì. 



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IL uno QQAKTO DIQU ANNiU. Ì^Z 

stato soldato di guardia, chiamando a libertà , prima,* con 
ragnnanze segrete in Brindisi e per quelle terre; poi, con 
pnblici cartelli, schiavi rozi e feroci dei boschi lontani. 
Qoando quasi per grazia divina v' arrivarono tre galee fatte 
per li passeggieri di quel mare. Bravi Curzio Lupo tratto, 
come s' usa, questore della provincia di Calle : il quale pose 
la gente di quelle galee in vari luoghi, e sbrancò la congiura 
in su '1 cominciare. E Cesare vi mandò prestamente Staio 
tribuno con buone forze, che ne menò il capo e i principali 
a Roma, già impaurita per lo gran crescere dell! schiavi, 
scemando la plebe libera. 

XXVIII. In questo consolato nacque esempio miserando 
e atroce: un figliuolo accusò il padre: fu Vibio Sereno d'ambi 
il nome. Tratto lo infelice d' esigilo, e sucido, spunto,^ in 
catena, condotto in senato appetto al figliuolo, che lindo e 
gioiante testimonio e spia insieme, diceva, « aver suo padre 
teso insidie al principe : mandato in Gallia sommovilori a 
guerra ; e Cecilie Cornuto stato pretore trovalo i danari : il 
quale per lo dispiacere , e perchè allora il pericol di morte 
era certeza, la si avacciò. » Ma il reo niente perduto d'ani- 
mo, scoteva verso il figliuolo le catone, chiedeva vendetta 
agi' Iddii, « rimetiesserlo nel suo esigilo, ' lontano da modi 
tali : * seguisse mai più il supplizio di cotal mostro. » Sagra- 
mentava,* Cornuto esser innocento, fattosi paura dell'ombra: 
« che più bello che far venire i compagni? non potendo già 

* * spunto. L'anonimo tradutlore dei Morali di san Gregorio, I, i8: 
« co' vestimenti squarciati, tutti squallidi, cioè spunti ovvero scoloriti. » Vedi 
anche Ann. Yl, 43. 

' * rimeitesserlo nel suo esigilo ec. .11 Bfs. : « rimettfiuerlo nel suo esilio 
per non vedere tanta perfidia di figliuolo; gastigasserlo mai più : » e di nuovo cor* 
regS* * " P'' °^° vedere la faccia né il supplisio di mostro cotale. » E cosi legge 
la Giuntina. 

S * lontano da modi taÙ. G. Dati : « per viversi lontano da così fatta per- 
venitk di costumi. » 

A * Sagramentava , giurava. Udiamo il Dati che commenta : « Afiermava 
inoltre che Gecilio Cornuto era innocente , e che s* era spaventalo di quello che 
falsamente gli era stato apposto , e che ciò agevolmente si potrebbe conoscere, se 
degli altri se ne scoprissero che di queste cose fossero consapevoli, dicendo, eh *ei 
si doveva considerare , che s' egli avesse avuto pensiero d' ammassare il principe 
o di far novità, non avrebbe con un solo compagno messo mano ad impresa cosi 
grande. • 

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174 IL LURO QUAtTO DMil AMIIALI. 

egli aver tolto a uccidere * il priBcipe, e riamlare lo stato 
coli costui solo. » 

XXIX. Allora l'accusatore nominò Gn. Lentnlo e Seio 
Toberone, a grande onta di Cesare, che due più cari amici 
saoì, i primi della città* Lentolo decrepito^ Toberose infet- 
to» ' fesaei:o accosati di tamoUi, guerra e congiora controgti. 
Però di questi non si parlò. I servi esaminati contro al pa- 
dre , dissero contro al figlinolo ; il quale sbalordito per lo 
peccato, e per lo popolo che gli gridava dietro « RoTere, 
Sasso, Otre,' » si fuggi a Ravenna; fanne rimenato, e fatto 
seguitar la querela. Tanto rancore mostrò Tiberio contro a 
Sereno vecchio, per avergli scritto sin quando fìi dannato 
Libone, solo esso averlo servito senta fratto, e altre parole 
risentite, non da orecchi superbi e sdegnosi. Otto amii le li 
serbò, nel qoal tempo gli tese più trappole ; ma i servi ressero 
a* tormenti. 

XXX. I t)areri gli davano il supplizio antico; Egli, per 
iscemarsi carico, contraddisse. Gallo Asinio lo confinava in 
Giare o Donnsa, isole. Non gli piacque: dicendo in ninna es- 
ser acqua. Dovere chi vuole ehe altri viva, si foro ch'ei pos- 
sa. Onde fu riportato in Amorgo. E per essersi Cornuto ucciso, 
fu proposto, che quando il reo di maestà s'uccidesse innanzi 
al giudìzio, le spie non guadagnassero: e vincevasi, se Ce» 
sare non sì fusse per quelle, fuori di sua usanza, alla scoperta 
opposto: e doluto « guastarsi gli ordini: la repubblica precipi** 
tare: levasson via le leggi, anzi che i conservadori di esse. » 
Cosile spie, gente trovata per rovinar ogn' uno, non mai a 
bastanza rattenute con pene, eran allettate co' premi. 

XXXI. Tra cotanti, e si continovi amari, entrò un poco 
di dolce, che Cesare a Gaio Cominio cavalìer romano, con- 



** * non potendo già egH aver tolto a uccidere ec. n Ms.: m non potendo 
giìi egli aver pensato d' ammanare il principe : » cancellato. 

* * infetto, malaticcio. 

' Rovere, Sasso, Otre. In carcere, in cassa di rovere, lasciavan morire i 
bmtti scelerati, o li precipitavano dal Sasso tarpeo : e li parricidi cucivano inotro 
con serpe , scimia e gallo , e gittavano in 0ume o in mare. Vedi la postilla 3 del 
sesto libro. (*) 

(*) èia nota al eap. 8, eoi richiamo: Prigionia di magittnui. 



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IL LIVBO QOAftTO DE6U ANNALI. §JB 

vìnto d'averlo con versi infamato, perdonò a' pregfaì del fì^- 
tello senatore. Tanto più maraviglia è, che vedendo il meglio, 
e quanto si celebrava la clemenza,^ ei s'appigliasse al peggio» 
re. Non è didire, * e' peccava per ignoranza.E ben sì conosce 
quando nno esalta nn fatto del principe con vera lode , e 
quando con orpellata. Tiberio stesso favellatore a sptzico ; 
quando giovava, era largo e pronto. Ma egli, essendo JP. Sui-* 
lio tesoriere già di Germanico cacciato fuor d'Italia per mo- 
neta presa per dare certa sentenza, lo confinò in isola, di si 
gran volontà che egli giurò ciò essere utile della repubblica. 
Cosa che parve allora cruda, ma ne lo benedisse l'età se- 
guente, che vide Suilio tornato potente, vendereccio usar la 
grazia di Claudio lungamente con felicità, e sempre senza 
bontà. La medesima pena ebbe Calo Firmio senatore , per 
querela falsa di maestà data alla sorella. Costui, com'è detto, 
aveva carrucolato, * e poi accusato Lìbone. Tiberio di questa 
buon'opera ricordevole, sott' altro colore gli campò l'esilio; 
pure lo lasciò radere del senato. 

XXXII. Minute e poco memorevoli ^ veggo io che par- 
ranno le piA deUe cose ch'io ho detto e dirò. Ma non sia chi 



* ^ si celebrala la clemenza. Lo re dell'api e sema pungiglione, perche 
Baftnia naa ToUe che foste eradele. C) Trìbimi di soldati si oignevano il paranoni^, 
che era spada sema punta j perchè non aramaaassino ma contggesseroilovo sol- 
dati. 

' * Non è didire ec, ne può dirsi eh' e' peccasse ec. Nel lis. si vedono molte 
CMcdlatnre e penthnenCi a questo hxogo. Eccone un saggio : « Non è di dire, ei 
pecca (cmrr. peccava) per ignorama, e non Tede (con. vedeva) la pmita del tirso 
tra le foglie (corr.yra le foglie la punta del tirso : corr. del tirso la punta tra 
le foglie); conoscendosi troppo bene quando i fatti de' principi sono esaltati 
( corr. quando tato esalta i fatti dt^ principi fintamente ) e quando con verace 
baldansa e quando con falsitade (corr. e quando di cuore allegro e verace), 
Tiberio stesso parlava nel danneggiare limbiccato e a stento; e per giovare, sciolto 
e pronto (corr. Dallo stesso Tiberio uscivano le parole per nuocere limbic- 
cate e quasi per forza). » Poi cancella tatto e corregge come sopra. 

' * aveva carrucolato, lì lat. : « inlexerat insidiis. *» 

* Minute e poco memorevoli. L' autore nel sedicesimo di questi Annali del 
sno contare troppo spesso rovine di grandi ne' medesimi modi, con loro vilt^ 
stomachevoli , fa scusa piacevole : che questa memione del fatto loro, era l'ono- 
ranxa e la pompa dell'esequie che loro si venivano, come a grandi, delle quali si 
vantaggiano dagli altri uomini. 

(*) Ciò dw S0«w ouuMa nolla OiuttBa. 



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179 IL UBHO QUABTO DMLI AHHAU. 

agguagli qoesli nostri annali alle storie antiche di Roma. Gli 
scrittori di quelle narravano guerre grosse, città sforzate, re 
presi e sconfitti : e dentro, discordie di consoli con tribuni, 
leggi a' terreni, a' frumenti, zuffe della plebe co'grandi: lar- 
ghissimi campi. Il nostro è stretto e scarso di lode: pace fer- 
ma, o poco turbata: Roma attonita: principe di crescere im- 
perio non curante. Ma non fia disutile notomizzare cotali 
membretti di storia, che da prima niente paiono, ma ci sono 
alla vita grandissimi insegnamenti. *■ 

XXXIII. Avvenga che le nazioni e città si reggano o 
dal popolo o da' grandi o da uno; forma di repubblica quindi 
tratta ^ si può più lodare che trovare o durare. Come adun- 
que, quando la plebe o quando i padri potevano, conveniva 
sapere la natura del popolo, e come temperarlosi ; e chi in- 
tendeva r andar del senato e de' grandi, si diceva saputo e 
scaltrito navigatore a quei venti; cosi ora che lo stato è ri- 
volto e comandalo un solo , queste minuzie ci bisogna spe- 
colare e notare: perchè pochi sono i prudenti che discernano 
le cose utili e le oneste dalle contrarie: gli altri le apparano 
dagli altrui avvenimenti. Queste arrecano, benché utili, poco 
piacere. Perchè descrizion di paesi, battaglie varie, morti di 
gran capitani, invogliano e tengono i leggitori: a noi toccano 
comandari atroci, accuse continove, precipizi d'innocenti, 
ingannevoli amicizie e loro cagioni, riuscite spesso le me- 
desime e tediose. Oltre a ciò gli scrittori antichi non sono la- 
cerati : ' a ninno rilevando , se tu le schiere romane o le 
cartaginesi vantaggi: ma regnante Tiberio furon puniti o 



' grandissimi insegnamenti. Leggo monitus , noo motus. Aristotile nel 1 
delle parti degli animali, cap. 5« dice che nella natura non h coca ci vile che noa 
▼i siano maraviglie da specolare : e condisce questa sua massima eoa un bel detto 
d'Eraclito, il quale ad alcuni che l'aspetUvano fuori del fornaio , dove egli si 
scaldava, disse: Passate s non vi peritate: perche anche qui abitano gi' iddiL 
Similmente nelle Storie , anche ne' minuti particolari sono insegnamenti. — 
* insegnamenti. Legge monUus. Ma la vera lesione è motus , come vedcsi dal 
codice Mediceo; e conforme ad essa dee tradursi: « ma da cui sovente nascono 
grandi rivolgimenti. » 

3 * quindi tratta ^ cioè, formata da tutto ciò che ha di buono ciascuna di 
queste diverse forme di governo. 

9 * non sono iactratL H Ms. cancelhi : « non t'i 



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IL LIBBO QUABtO DEGLI ANNALI. 177 

svergognati molti , li coi posteri vivono. * E quando fossero 
spenti, tale lègge il peccato d'altri, che l'ha, è credelsi rm- 
facciato : anche la virtA e la gloria ha de' nimici , quasi ri- 
prendenti troppo da vicino i loro contrari. Ma torniamo a 
nostra materia. 

XXXIV. [A. di R. 778, di Cr.2!S.] Essendo consoli Corne- 
lio Cosso e Asinio A grippa, Cremnzio Cordo ebbe nna novis- 
sima accusa d'avere in suoi pubblicati annali lodato M. Bru- 
to, e chiamato Gaio Cassio l' ultimo romano. Accusavanlo 
Satrio Secondo e Pinarìo Natta, lance* di Seiano. Questo gli 
dava lo scacco: >^ il viso dell'arme che faceva Cesare alla dife- 
sa: la quale Cireinnzio, certo di morire, cosi cominciò: « Io sonò, 
padri coscritti, si di fatti innocente che costoro mi appuntano 
in parole; non dette contro al principe o sua madre, com- 
presi nella legge di maestà ; ma lode * di Bruto e dì Cassio, i 
cui fatti scrissero molti , e ninno li ricordò senza onore. Tito 
Livio, sovrano in eloquenza e verità, loda tanto Gneo Pom- 
peo, che Agusto il dicea pompeiano, e pur se lo ritenne ami- 
co: chiama Scipione, Afranio, questo Cassio, questo Bruto 
segnalati uomini, e non mai ladroni, traditori della patria, 
come oggi odo. Gli scritti d' Asinio PoUione, di essi fanno 
eccelsa memoria. Messala Corvino appellava Cassio il suo im- 
peradore ; e i' uno e 1' altro gran potenza e onori ebbe. Ai 
lil»ro dì Marco Cicerone che mette Catone in cielo, che altro 
fé* Cesare dettatore, che contrascrivere, e quasi rispondere 
alle civili?* Lettere d'Antonio, dicerie di Bruto, dicono 
d' Agusto lordure false, ma velenose. Versi di Bibacolo e di 
Catullo trafiggono * gl'imperadori. E pure essi Giulio e Agn- 

< * ma regnante Tiberio furon puniti ec. Il Ms.: « ma del tempo di Ti- 
berio furono molti scrittori puniti o svergognati, le cui famiglie restano : e quando 
Doo ne restasse , tale ec. : w e di nuovo corregge : « ma regnante Tiberio furon 
puniti e ivergognati molti , U cui disceti vivono. » Cancella e ricorregge come 
sopra. 

* * lance. Lat. : « eiientes. » 

* * Questo gli dava lo scacco. Lat. : «r id pemiciabile reo. » G. Dati : 
« la qoal cosa noceva molto al reo, e anche Cesare aspro e inclemente si rendeva 
contro alla difesa, n 

* * lode , cioè, dette a lode. 

S * quasi^.. alle civili. Lat. • velai apud iudiees. » 

* * trajlggono. Il Ms. cancella : « sfenano. » 

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178 IL LIBRO QUARTO DEGLI ANNALI. 

sto, i divini, gli patirono e lasciarono leggere; dire non saprei, 
con qoal maggiore o modestia o sapienza : perchè qaeste co- 
se sprecate svaniscono; adirandoti, le confessi. ^ 

XXXV. tf Lascio, che i Greci potevano parlare, non 
par libero, ma sbarbazato.* Al più, vendicavano detti con 
detti. Ma lo scrivere de' morti, che non s' odiano né amano 
più, né vietato né biasimato fa unqoe. Vo io forse, con Cas- 
sio e Bruto armali, ne'Filippi a infiammare il popolo a guerra 
civile? Settantanni fa morirò, e par son lasciate riconoscere 
le loro effigie nelle statue salvate, eziandio dal vincitore , e 
parte de' loro fatti nelle memorie delli scrittori. L* età che 
saccede , rende a ciascuno il suo onore. Né perché io sia con- 
dannato, mancherà chi ricordi e Bruto e Cassio e me anco- 
ra. » Usci di senato, e mori per digiuno. I padri ordinare 
che gli edili ardessero i libri. Ma foron salvati, nascosi e 
poi dati fuore. Onde mi rido del poco accorgere ' di chi 
crede che i principi possan levar le memorie a' posteri col 
punire gringegni: anzi dan loro più credito. Né altro hanno 
i re stranieri o altri per tal severità partorito^ che a se ver- 
gogna e a quei gloria. 

XXXVI. Fioccarono in questo anno tante le cause, che 
fatto Druse di Roma governatore, venato per le ferie latine 
in tribunale, per dare in buon ponto principio, Calpornio 
Salviano gli venne innanzi contro a Sesto Mario, ma, biasi- 
matone in publico da Cesare, fu mandato in esilio. I Cizi- 
ceni imputati d'aver tracurata l'uficiatura del divino Agnsto, 
e soperchiato cittadini romani, ne perderò la libertà guada- 
gnata nell'assedio di Mitridate, cacciato non meno per loro 
sofferenza,* che per soccorso di LucuUo. Fonteio Capitone, 

* adirandoti, le confessi. È come tagliare l'erbe maligne tra le due terre, 
che rimettono più rigogliose. Il vero ci ammenda: il falso non fa vergogna; la fa 
il magistrato, in publico, per esempio , e non un poeta in maschera per furore o 
per odio. Nevio che punse i grandi di Roma , ne fu carcerato. Si ridiafe con belli 
v^si, e fu liberato. Un altro, che con infamia nominò Lucilio in copimedia, ne fu 
assoluto da Gaio Celio giudice, con dire: E* si roseeelUmta ira lor poetaui. 
(L'Autor a Erennio.) 

' * sbarbazato^ sensa barbasale , senaa freno. 

' del poco accorgere. 11 Ma. cancella: • del poco gindicio. » 

* " sofferenza, costanza. 



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IL LlBftO QUARTO DNLI INNAU. t79 

siato Yiceeonsolo in Asia, fu assolato dalle accaso riascile 
false di Yibìa Sereno, il quale non pati , ' perchè ogn' un 
l'odiava, e perchè le spie grosse erano sagresante, e la 
pena era fatta * per le minute. * 

XXXYII. In questo tempo la Spagna di là, mandò am- 
basciadori al senato a chieder licenza di fare, come l'Asia, 
temfHo a Tiberio e alla madre. Egli non si carava di questi 
onori: e per rispondere a certi che '1 diceano diventato vano, 
cosi cominciò: e Io so, padri coscritti,* che molti mi ten- 
gono di poca fermeza, perchè io alle città dell'Asia dianzi 
questo medesimo domandanti , non contraddissi. Dirovvì la 
cagione perchè tacqui allora , e l' animo mio per l'avvenire. 
Non avendo il divino Agosto disdetto il rizar tempio in 
Pergamo a lui e alla città di Roma ; io perchè ogni suo detto 
e fatto m'è legge,'' aejguitai l'esempio e volentieri: perchè 
al mio divino onore era congiunta la venerazion del senato. 
L' averlo accettato una volta mi si può perdonare: ma il 
farmi per ogni provincia sagrare immagini e adorare, sa- 
rebbe ambizione e superbia; e 1' onore d' Agosto avvilirà» se 
adulazione il divolga. 

XXXYIII. a Io sono uomo, e fo e vivo come gli altri 
uomini: e '1 soddisfore al grado in ch'io sono, mi basta. Sia- 
temene testimoni voi, padri /coscritti, e sappianlo le genti 
avvenire ; le quali onoreranno pure assai la mia memoria , 
se crederranno che io sia stato degno de'miei maggiori ; alle 
cose vostrd^ben provvedente; ne' pericoli forte; e d'offender 
chi si sia, per lo ben publico, non curante. Questi saranno 
i miei tempii negli animi vostri , questi l'effigie bellissime e 
da durare. Le opere di sasso, se chi vien doppo le guarda 
con occhi torli, son sepolture che fetono. Piaccia a tutti i no- 

* * non paù, non ebbe danno della calagna. 

S * era fatta. Il Ms. cancella : « s'intendeva. » 

' la pena era fatta per le minute. Ho visto una bella impresa francese , 
che ha un ragnatela dove i moscherini rimangono , e i mosconi lo sfondano j e 
dice: Zea? exlex. 

* Io so, padri coscritti, Puoss'egli mai «rrivare alla grandesa e sapienza 
di questo parlare di Tiberio 7 

^ * m'è legge. Il S9s. cancella : « m'è stella ; » e pone : w m' è tramontana, «• 
come leggesi nella Giuntina. 



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180 IL LIBBO QUARTO 0B6U ANNALI. 

Siri allegali *■ e cUUdini e dii; a questi, mentre avrò Tila, 
concedermi quiete e intendimento di ragione umana e divi- 
na ; a quelli, doppo mia morte, con laudi e benigne ricorda- 
ziont favorire i fatti e la fama del nome mio. » Seguitò ne* 
suoi privati ragionari ancora d^ rifiutare Bimili adoramenti. 
Chi diceva per modestia; molti per disfidare della durata; 
altri per viltà. Aspirano i mortali generosissimi alle cose al- 
tissime. Cosi Ercole e Bacco appo i Greci, Quirino appo noi 
furono fatti iddìi. Meglio fe'Agusto che lo sperò. Avanzano 
a' principi tutte le cose: una non deon mai' vedersi sazi di 
procacciarsi; la memoria l>uona di se: perchè spregiando 
fama , si spregia virtù. 

XXXIX. Sciano accecato da troppa fortuna e riscaldato 
da Livia del maritaggio promesso, scrisse al principe, ben- 
ché presente, come s'usava, una lettera cosi compilata: « La 
benivolenza d'Agusto e li molti favori di Tiberio averlo av- 
vezato k dire i suoi desiderii a' suoi signori si tosto, come 
agriddii; non aver mai ambito abbagliamento di onori: ve- 
gliato, anzi e faticato per l'imperadore, come uno degli al- 
tri soldati , e nondimeno conseguito gran cosa, d'esser parente 
di Cesare. Quinci venirgli speranza: esappiendo che Agusto 
nel rimaritarla figliuola, ebbe animo a' cavalieri ranani; 
caso che Livia si dovesse rimaritare, ricordassesi dell'amico. 
£ basterebbegli senza lasciar suo grado né uficio, la gloria 
del parentado : e dalle inique malevoglienze d'Agrippina as- 
sicurare i figliuoli : che, quanto a se, gli sarà d'avanzo aver 
terminato la vita al servigio d' un tanto principe. x> 

XL. Tiberio gli rispose : lodò 4a sua divozione : toccò 
dé'beneficii fattigli ; e prese tempo a pensarvi : il che fatto, 
riscrisse: ' « Gli aHri uomini guardare a quello che fa per 
loro: a' principi non convenire: ma il primo occhio avere 



* * allegati, alleati. 

* * una non deon mai ec. Il Ms. cancella : « da aoa io fuoTt, che mai non 
se ne deono veder aasi, cìo^ di lasciar memoria buona di se. « Riscrive : «• che cer- 
car la deono sensa misura ; la memoria ec . : w ricancella. 

* * riscrisse. Il Ms. cancella : « soggiunse: Bastare agli altri nomini &re il 
meglio loro i » ricancella : « pensare quel che faccia per loro. ** 



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IL LIBRO QUAITO DEGLI ANNALI. 181 

alla fama; però seco non se ne spaccierebbe * di leggieri, 
come potria riscrivendo: — poter essa Livia risolvere, se ma- 
ritarsi doppo Draso le par meglio che vedova nella medesi- 
ma casa quietare. — Aver madre e avola proprie consiglie- 
re. Ma gli direbbe sinceramente; prima, «he la nlmicizia 
'd'Agrippina leverebbe pia fiamma^ se Li via. maritandosi, 
qaasi dividesse la casa de* Cesari. Scoppiar le gare tra queste 
donne por cosi: dimembrare queste discordie i suoi nipoti : 
che sarebbe, se questo matrimonio appiccasse maggiore zuf- 
fa? Perchè, Sciano, tu l'erri, se credi poterti. star ne' tuoi 
panni, e che Livia stata moglie d' un Gaio Cesare e poi d'un 
Braso, voglia invecchiare cavalieressa romana. Quando io il 
passi, credi tu che stian forti quei che hanno veduto \l fratel 
di lei e '1 padre e i nostri passati- ne' sommi imperi? Tu lo 
di' tu, che vi ti starai; ma que' magistrati, que' grandi che 
enirono contro tua voglia e d' ogni cosa dicon la loro; sanno 
molto ben dire, che egli è un pezo, che tu uscisti di cava- 
liere, e che ipio padre non alzò mai uno tanto, e me ne bia- 
simano p^r invidia. Agusto ebbe concetto di dar sua figliuola 
a cavaliere, è vero; perch' ei pensava a. ogni cosa: e vedendo 
quanto chi la togliesse s'alzasse, ragionò di Procoleìo e 
d' altri quieti e non curanti di Mato;' Ma guardisi quel che 
ei fece: la diede a Marco Agrippa, e poi a me. Mi ti sono 
aperto, come amico, né mi opporrò a' disegni tuoi e di Li- 
via. Quello che ho pensato io, di come ancor più stretto ìnte- 
ressarmiti, per ora non dico: bastiti che alteza non è che da 
cotesto virtù e animo verso di me, non sia meritata: e con 
r occasioni in senato e al popolo ne farò fede. 

XLL Seiano non più del matrimonio," ma ( più allo te- 



' * però seco non se ne sptiecierebbe ec. Valerìaai ; « Perciò mi guarderò 
dì risponderti , come potrei prontamente, che poò ben Livia, mortole Druao, de- 
cidersi ad altre nosze, o durare nella famiglia medeaima : che meglio può eoa la 
madre e 1* avola consigliarsi. » , 

' * non curanti di stato. Il Ma. cancella : «• non mai nello stato ingeriti, «* 
' * Seiano non pia del matrimonio ec. Il Ms. « Tornò Seiano a racco- 
non tanto del matrimonio, quanto de' sospetti « del grido del popolo 
e della invidia sopravvegniente. » Cancella, e di nuovo: « Seiano lo ripregò non 
tanto del matrimonio, ma che lo difendesse da* sospetti e dal grido ec. *» Final- 
mente, accortosi della falsa leiione « non tam de matrimonio, n e che dovea leg- 
I. 16 



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182 IL L|^RO QOABTO BMI.1 AMHALL 

mando) de* aospeUi, del grido del popplo e deUa invidia, si 
raeeoraandò. E perchò serrando la porta a Unti, che veni- 
vano a corteggiarlo, si toglieva la potenia; e aprendola, 
dava alle lingue che dire : prese a persuadere Tiberio ohe 
vivesse foori di Roma in luoghi ameni, vedendovi molti 
vantaggi per se: « Sarebbe padrone dell' ndiensa e delle let- 
tere, portandole i soldati. Cesare già vecchio, in quella riti- 
rata impigrito, lascierebbe fare a hii ogni cosa; scemerebbe 
la invidia diianta. torba salatatrice; manchere))be vanità, ^ 
e crescerebbe vera potenza* » Cominciò adonqne a dire, 
« Che si levasse tanti negozi della città, tanta calca e. tem- 
pesta di popolo: a celebrare la quiete e la solitadìne, ove 
farebbe senza fastìdi e dispetti le cose pia .importanti. » 

XLII. Abbattessi inique' dì il giudizio di Yotieno Monta* 
no, uomo di grand' ingegno, a fiir risolvere Tiberio già pie- 
gato, a non voler più veder padri, nò sentirsi rinfacciare 
sue vergogne>e veri vituperi. Yotieno ebbe querela di satira 
fotta contr'a Cestire. Emilio soldati^ testinfioniava tutte quelle 
brutture di gran volontà^ Eragli dato in so la voce, ed ei le 
pur forai. Cosi Tiberio udì sue vergogne, con tale scanda- 
lezo che gridò volerle purgi^re allora in giudizio:' e a pena 
gli amici pregando, tutti adulando, l'acquetarono. Yotieno 
ebbe pena di lesa maestà. E sentendo Cesare dirsi troppo 
crudo nel punire, più s'accani. E avendo Lentulo Getalico, 
disegnato qoqsoIo, dannato Aqnilia adultera con Yario Li- 
gure, nella legge ginlia;' nell'esUio la dannò. E rase del 
senato Apidio Merula,.per giuramento non dato ad Agusto. 

XLIII. Udirsi gli ambasciadori de' Lacedemoni e de'Mes- 
seniì, che litigavano il tempio di Diana Lineate.^ I Lacede- 
moni lo provavano per storici e poeti fatto da' lor maggiori 

gcffsi • non iam , - correne : « Sciano non più del nutriiiioBio «o. » U pregar 
nnonunente dd matrimonio non sarebbe stata da Seiano. 

* * mtmcherebbe vaniti ec. : e per qnalcbe tana tppareim «bt gli omo» 
caaso M^nistirebbo soda potenaa. 

S * gridò volerle purgare allora in gùtdiaio. Veramente il testo dice « vel 
slatim, pel in eognitione: » o sabito allon, o qnando se ne facesse il ptocesso. 

* * La legge giolia condannava gli adulteri a senplioerilegaeiooeipena 
minore assai dell' esilio. 

* Diana Linmato, o LitmtUg vedi il Pipaio; non LimenaOdo, 



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IL LIMO i^kVfO »B«LI AMMALI. 183 

nella lor terra : ma toUo in ^nen^a da Filippo di Macedonia; 
e per sentenze di Gaio Cesare e di Maròanionio riavute. In 
contrario i Messenii mostraron carta antica dei Peloponneso, 
diviso Ira i discesi d' Ercole, come il tenitorio d*£lea, dove 
il tempio era, toccò a Pentilio re loro, e ce n' erano memo- 
rie in marmi e bronzi antichi. Volendo testimoni di storie e 
versi; a loro n'avanzarono; averlo Filippo, non di potenza, 
ma di ragione, aggiudicato: Antigono re e Mnmmio gene- 
rale confetmato: cosi i Milesi per pubblico compromesso lo- 
dato : in ultimo Atidio Gemino pretore in Acj^ia decretato. 
Giudicossl in favore de'Messeni. Chiederò i Segestani,ché '1 
tempio di Venere nel monte Erico per antichità rovinato, 
si rassettasse, -ricordando le sue note origini: e Tiberio ne 
prese lieto (come di quel sangue) *■ la cura. A' preghi de'Mar- 
sitiesi fu approvato che Volcazio Mosco, di Roma bandito, 
e fatto cittadino di Marsiglia, potesse come sua patria la- 
sciarla reda :^ si come Pubblio Rotilio, alsl* bandite per tegge, 
ricevuto da Smirna, lei lasciò. 

XLiV. Morirono in quest' anno due chiari cittadini; 
Gn. Lentttlo perla ben tollerate povertà, e poscia lealmente 
fatta e parcamente usate riccheza^ oltre al consolate^ e le 
trionfali acquistate de'Getuli; e L. Domizio per Io padre 
nelle guerre civili potente in mare,; accostato poi ad Anto- 
nio, indi a Cesare. L'avolo mori per li ottimati in Farsaglia: 
egli ta eletto a marito d' Antonia minore nata d' Oitevia, 
poscia con esercito passò l'Albi, e più entro di tutti pebetrò 
la Germania, e n'ebbe le trionfali. Mori ancora L.Antenio 
di gran chìareza di sangue, ma sveinturata: perchè Agusto 
punì di morte Giulio Antonio suo padre adultero di Giulia, 
e lui nipote d' Ottevia mandò giovanetto in Marsiglia, ove 
sott' ombra di studio stesse in esilio. Il senato nondimeno 
gli decretò esequie, e V ossa ripose tra gli Ottevi. 

XLV. In quest' anno nella Spagna di qua segui co^a 



* come di quel sangue, I Scgettam ti dicerano discesi da Troia» come i 
Romani. 

S * polene , cioè , lawiare i luoi beni alla cittk di Marsiglia» divenuta come 
taa|Mtria. 

S * aUl Vedi sopra I , SO; li, 64; III, i3. 



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184 IL UBfiO QUARTO DKQLI AMNALI. 

atroce. Un villano da Termeste asei addosso per cammino a 
L. Pisone governatore, che per la pace non si guardava, e 
diagli ferita mortale. Spronò al bosco, ove lasciato il cavallo, 
per macchie e burroni usci d'occhio a'perseguentr.Poco gli 
valse, perchè il cavallo fu ripigliato, e fatto per quei villaggi 
riconoscere essere il suo: fu preso *■ e collato terribilmente, 
per dire i consapevoli. Con voce alta disse in sua.lingna, « che 
e' perdevano il tempo; fussero pur eglino'' quivi presenti; 
che per quantunque spasimi noi direbbe. »^ U altro di ri- 
messo in disamina, si scote da' fanti di si gran forza, e sfira- 
cellossi in uno stipite il capo , che quivi spirò. Gredesi faces- 
sero ammazar Pisene i Termestini, perchè gli scannava con 
le graveze. 

XLYI. [A. di R. 779, di Cr. 26.] Nel seguente anno, con- 
solato di Lentulo Getulico e Gaio Galvisio, furon date le trion- 
fali a Poppeo Sabino, per avere rintuzati i Traci di quelle 
alte ed aspre montagne, però feróci. Levare in capo^ per lor 
natura, e per non dare il fiore della loro gioventù alla nostra 
milizia: avvezi a disubbidire anche i re, o mandare aiuti a 

' Ripreso. Quasi per sùnil modo s'aggirò quel Pohrot che ammtcò il 
duca di Guisa. 

S * fussero pur eglino ec: cioè, non fuggissero: stessero pure anche qdi 
presenti alla tortura; egli non gli scoprirebbe. 

8 noi direbbe. Gredesi per moHi saTi e dotti uomini che Q. trarre co' tor- 
menti la verità sia cosa non umana, non sicura, e dannosa alla republica: per- 
chè noi laceriamo i corpi vivi, come le fiere; e bene spesso liberiamo il colpevole 
che può sopportare e niega la veritk, e l'innocente danniamo che mentisce per 
duolo. Dice Ulpiabo che la tortura è prova fallace e pericolosa. E Cicerone in 
Siila, che in quell'agonia la verità non' ha. luogo. Perciò i Bomani non esamina- 
vano con tormenti le persone libere, ma i loro schiavi : perchè questi erano dalle 
leggi riputati per niente, e come cadaveri. E noi cristiani facciamo di noi questo 
strasio f eiiandio^ dandolo a buon mercato, e alcune volte per cause non degne, 
non criminali, peconiarie solamente. Itene il Boccaccio fece a Tedaldo degli Elisei 
considerare la cieca severità delle leggi e de' rettori , i quali assai volte, quasi 
solleciti investigatori del vero, incrudelendo, fanno il falso provare , e se ministri 
dicono della gicistisia e d'Iddio, dove sono deUa iniqui^ e del diavolo esecutori. 
Vedi AnneoBoberto, libro primo, capit. 4 delle Decisioni di Parigi: e la costania 
dell'ancilla esaminata contro la falsa accusa d'Ottavia nel quattordicesimo di que- 
sti Annali. (*) 

^ * Levaro in capo. Vedi sopra 1 , 38 e 45. 

(*) Questa bellissima postilla, nella qaale il Davanstti prevenne le idee del eelabnlee- 
caria , non si legge nella Ginntioa. 

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IL UBRO OUARTO DBGLI ANNALI. 185 

lor posta,* sotto lor capitani, e in guerre vicine. E allora df- 
eevanoche sarieno in capo del mondo strascinati, sbranca- 
ti, mescolati tra varie genti. Ma prima che pigliar V àrmev 
ricordarono per ambasciadori la loro amicizia e osservanza 
per mantenerle, non gli stnzicando con carichi naovi; ma 
se gli volessero per ischiavi o vìnti, aver ferro e gioventù e 
eaore da viver liberi o morire: e mostrando in alti greppi 
loro bicocche ove messo aveano lor vecchi e mogliere ; mi- 
nacciavan guerra fastidiosa, darà, sanguinósa. 

XLVII. Sabino die buone parole, sino arrivasse Pom* 
pomo Labeone con la legione di Mesia, e Remetalce co'Traci 
suoi rimasi in fede. Con questo rinforzo n'andò a trovare ii 
nimico già postosi a' passi della boscaglia : alcuni pia arditi 
si vedevano nelle colline scoperte, lì capitanò romano le sali 
e caccionneli agevolmente con poco lor sangue , per la riti- 
rata vicina. Quivi s' accampò, e con ottima gente prese la 
schiena d'un monte, piana sino a un castello difeso da molti 
armati senz'ordine. Contro a' più fieri, che innanzi alle trin- 
cee con suoni e canti danzavano a loro usanza, mandò va- 
lenti arcadori, che da discosto dledon molte ferite e franche: 
appressatisi, furon da subita uscita de' castellani disordinati: 
ma soccorsi dadla coorte sicambra, la quale il capitano acco- 
stò: pronta, né meno, per strepito di canti e d'armi, terribile. 

XLVIII. Il campo si pose accanto al nimico, lasciati 
ne' vecchi ripari que' suddetti Traci nostri aiuti, con licenza 
di guastare, ardere, rubare sino a sera : ma la notte stessonvi 
desti e in guardia. Così federo dapprima : poi datisi ai pia- 
ceri* e di preda arricchiti, lascian lor poste, toffansi nelle vi- 
vande, nel vino e nel sonno. I nemici veduta lor tracutag- 
gine, fanno due schiere, per assalire una i saccheggianti, e 
r altra il campo romano, non per pigliare , ma perchè cia- 
scuno per le grida e armi al pericolo suo badando, non sen- 
tisse dell' altra zuffa il romore : e andaron di notte per più 

* * mandare aiuti a lor posta. Il Ms. cancella : « mandare aiuti qodcfae 
volta; » e diìniovo; « quando vien lor bene. *» 

' datisi ai piaceri. « Capti opulentia: » ho visto poi che il testo de' Me- 
diò dice , raptis opulenti. Ogn'an vede quanto meglio. Di non aver dorato a 
riscontrarlo ogni fatica , mi pento : e così mi racconcio : Datisi al piacere a di 
prede arricchiti. 

16* 



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i9ù IL U9IIO QOAftTO DBOU AHNALI. 

Spavento. Gli assaliti Romani gli scaeciarono di leggiere: gli 
alati Traci spaventati dal Sabito assalto, e trovati chi dentro 
a poltrire, chi faori a rubare, farono ammaasati con rabbia e 
rimproccio di fuggitivi, traditori, prenditori d'arme per Care 
schiavi sé e la patria. 

XLIX. L'altro giorno Sabino si presentò ia un piano 
con l'esercito, se forse i barbari per T orgoglio di quella notte 
li annasassero. * Non ascendo essi del castello e suoi congionti 
monti, cominciò assediarli con bertesche'ben monite, e qnatr 
tro migKa intorno gli aSbssò e trinceò : e per tor loro acqua e 
pastora, a poco a poco il chiuso ristrinse, e un battifolle' rizò 
già vicino al nimico per batterlo con sassi, dardi e fuochi. 
Ma sopra tutto gli consumava la sete. Essendo a tanta gente 
utile e disutile una sola fonte rimasa: i cavalli e gli armenti 
con loro<a loro usanza, rinchiusi senza pasciona, morieno: 
giacieno i corpi degli uomini morti di ferite o di sete. Di 
sangue^ puzoe morbo ogni cosa fetea. E v' entrò la discòr- 
dia, nelle avversitadi. suggello di tatti i mali; volendo chi 
darsi, chi Tun l'altro uccidersi: i migliori (benché diversi 
nel modo) uscir fuòri e morir vendicali. 

L. Ma Dinis capitano vecchio per lunga pratica della 
romana forza e clemenza, consigliavi posar l'armi, solo ri- 
medio ; e innanzi a tutti s' arrese con la moglie e figliuoli. I 
deboli per età o sesso, e i più vaghi di vita che di gloria, 
segnìtaron lìii : ma la gioventù, Tarsa e Toresi; * deliberati 
ambo di morir liberi. Ma Tarsa gridando doversi finir la vita, 
le speranze e le paure, a un tratto si passò col ferro il petto, 
né mancò chi '1 seguitasse. Turesi disegnò co' soci uscir fuori 
la notte. Il nostro capitano il seppe, e raddoppiò le guardie. 
La notte tempestosa terribilmente; e loto grida atroci o si- 
lenzio orrendo, tennero gli assedianti sospesi» Sabino alterno 

* * li annasassero, Lat. : « praUum €uuierent, *» 

' * bertesche; ripari che sulle toni o sulle mura si fanno per comodo e si- 
cureasa dei eombatteoti. ' 

' * battìfolle: trinciera^bastioiie, bastata, propafaa«olo»terrapieiio e sinùli. 

* * ma ia gioventù, Tarsa e Turesi s cioè, seguitò. Il corretlora del- 
l' esemplare JKestiano di G. Capponi , non intendendo la forte ellissi , agfiu^e 
in margine : « ma la gioventù era divisa fra Taraa e Turesi; « conforme d testo 
latino che dice : « At iuventtts Tarsam inter et Turresim distrahebatur. •» 



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IL UBHO QfJAn» WMLI ANNALI. 1^7 

andava ricordando, « li«ii |>er incerte grida, non per finta 
quiete si torbanero: non dessero occasione, agi' inganni ; 
stesse saldo «iascmio a suo uficio : non lasciassero 4 voto. » 

LI. fecoti a corsa frotte di barbari con gran, sassi, pali 
abbromaii e pedali di querce, dare nello steccato; riempiere 
i foisi di fascine, di vinchi, di cadaveri; ponti, e acale ag- 
jfiistate,^ appoggiare a' ripari: qaelli prendere, giù tirare, so 
lalire, i difenditorispignere. Essi per centra lì ripignevano, 
ammazavano, precipitavano, con targate, l^nciottate, sassi 
e cantoni. Accendeva questi la vittoria in pugno, e la vergo- 
gna che sarebbe di tanto maggiore : quelli, la loro ultima sa« 
Iole ' e là presenza e ì pianti di loro madri e ii|ogli.Iia nòtte 
dava a chi com-e a chi timore. Colpi sprovveduti venivano e 
andavano, senza sapersi onde né dove, nò amici da nemici 
discernere. I monti faceano eco alle grida de' nimicl a di- 
rimpetto, che parendo alle, spalle comparsi, spavi^ntarono in 
Koisa che alcuni romani abbandonarono le trincee, creden- 
dole sforzate. Pochi de' nimici v' entrarono ; gli altri morti , 
feriti i migliori: all' alba^furon ripinti suso al castello ^ che 
8' ebbe a forza; e i suoi contomi d'accordo: il difese da sforzo 
assedio r avacciato e crudo gielo del monte Emo. 

Lll. In Roma, essendo la casa del principe j^ trambu- 
sto, per ordire ad Agrippina la morte, Claudia Pulcra sua 
cogina da Bomizio Afro (di fresco stato pretore, ^ poco nolo 
e frettoloso di farsi per ogni via'^) fu accusata d' adulterio con 
Fnrnio, di veleno contr' al principe e d' incantesimi. Agrip- 
pina sempre feroce, e allora infocata ' per lo pericolo della 
cogina, ne va a Tiberio che appunto sagrificava al padre. 
Quinci mordendolo disse: ^ Che vale offerir sangue di bestie 
ad Agusio, chi perseguita il sangue di Ini? Quella celeste 
anima non è scesa in cotesto immagini mutole; ma V imma- 

' * aggùtétaU. Vi Ms. cancella : ■ a poeta fatte. «• 

' * /a loro ultima MiUae. H Ifs. cancella: « la già disperata salate. ** 

' * stuo al casUllo. lì Ms. cancella : «r in cima del castello. *• 

* * dlfruco tutto pretore. Il Ms. canedla ; « uscito allora di pretore. » 

^ * di /arsi per ogni via: intendi, di farsi noto. L'eseifaplare Nestiano di 
Gino Capponi corregge: « farsi grande. *» H latino ba: « clarescerej » farsi 
cliiaro. 

* * infocaia. U Ms. cancella i m ardente. » « 



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188 IL LIMO QOABTO DC6L1 INIULI. 

gjóe vera, naia di celeste sangue, vede i pericoli e sente gli 
smacchi. Lascia star la Palerà, che altro peccato non ha che 
r essermi dirota; né si ricorda la milensa che Sosia non 
per altro capitò male. »^ Tali parole fecero uscir Tiberio tanto 
capo; e ripresela con quel verso greco « P adiri che non re- 
gni.»' La Polcra e Farnio fnron dannati, e Afro n'ebbe ri- 
nomea tra' primi oratori, e Tiberio con 1' autorità il confer- 
mò. Seguitando l'arte dell'accusare e difendere, acquistò 
fama di più eloquenza che bontà: e anche di quella molto 
perde nell'ultiraa vecchiaia, che l'acciaio era logorato,' e noo 
sapea rimanersene. 

LIIL Agrippina rodendosi, ammalata e visitata da Ce- 
sare, doppo lungo piagnere * e non parlare, lo punse e io- 
sieme pregò: cr Soccorresse di marito t'abbandonata. Essere 
ancor fresca donna: le oneste non aver altro conforto: es- 
ser nella città ' chi iarebbe di grazia ricevere la moglie e i 
figliuoli di Germanico. » Ma Cesare che intese quanto im- 
portassero quelle dimando, ' per non mostrar paura né ira, 
si parti senza risposta, benché molto richiesta. Questo parti- 
colare non è negli annali. Io l' ho trovato nelle memorie che 
Agrippina sua figlinola, madre di Nerone imperadore, lasciò 
dì se e de' suoi. 

* Sosia non per altro capitò male. Come sopra, cap. 19. Tutte queste 
parole d'Agrippina paion più piccanti che le latine. 

3 * T'adiri che non regni. Il Ms. mostra vari pentimenti : 1** « Tua rabbia 
h che ta non regni ; m S® « T' adiri cbe tu non regni ; *• 3* .« Tua itiia e che non 
regni. » 

' * P acciaio era logorato ec. Adr. Politi: « con la mente infiacchita non 
seppe aver pazienza di tacere. ** 

* * doppo lungo piagnere. Il Ms. cancella : • doppo longo piangere sena 
parlare, lo punse e pregò insieme, che desse all' abbandonata soccorso, m 

8 esser nella città. Di questo luogo disperato traggo per disperazione 
questo sentimento sino a che meglio si corregga. Il chieder marito Agrippina, era 
un chiedere la successione : perchè un marito di si gran donna non poteva non 
essere imperadore. Però Tiberio scrite, sopra, a Sciano che Agnato ebbe animo 
di maritar Giulia a Proculeio, giovane posato, da non vi aspirare. (*> 

* * che intese qtumto importassero quelle dimande. Il Ms. cancella : 
« che intese che era un chiedergli lo stato : » e di nuovo : «era un chieder di suc- 
cedergli, m 

(*) La difiicoltk d«l Ipogo nasce da una piccola lacuna dia è n«l tatto dopo A» eivitatt ; 
la quale faeUoiente si rtaoipie, o con tan semplice fui o con ^hì Juputl neptsm, come vuole il 
CroUio. 



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IL' LIBRO QUARTO DBGLI ANNALI. 189 

LIY. Ma Seiano tra6fise V addolorata e poco accorta, di 
spina più velenosa. Mandò chi l'avverti qaasi per carità, es- 
serle ordinato veleno: non mangiasse col suocero. Ella che 
fingere non sapea, cenandogli allato , nnlla per cenni o pa- 
role ^ pigliava. Tiberio^ che se n' avvide o gli fa detto, per 
chiarirsene, lodando certe belle frutte , le porfifiB dì sna mano 
alla nuora. La quale tanto pia insospettila , le dio senz'as- 
saggiare a' servi. Tiberio a lei niente: ^Ua madre voltatosi 
disse : « Dacché ella m'ha per avvelenatore, non si maravi- 
gli, se io le farò qualche schermo, t» Quindi si sparse che 
lo 'mperadore cercava farla morire per modo segreto: non 
ardiva in aperto. 

LY. Cesare per divertire questa voce, era sempre in se- 
nato e molte udienze diede agli oratori dell'Asia che dispo- 
tavano qoal città dovergli edificare il tempioxonceduto. Un- 
dici ne gareggiavano con pari ambizione e forze dispari. 
Allegavano quasi eguali antichità di loro nazioni , e servigi 
fatti al popolo romano nelle guerre di Perse, d'Aristonieo e 
d'altri re: ma gì' Ipepeni, Tralliani, Laodiceni e Magnesi ne 
furono rimandati, avendoci poca ragione. * Gl'Iliesi la gloria 
sola dell' antichità, essendo Troia madre di Roma. Dubitossi 
alquanto sopra gli AUcarnassini, che da mille dugentó anni 
in qua, tremuoto non avea scosso lòr terreno, e fondavano 
in sasso vivo. A' Pergameni, l'aver un tempio d'Agusto (che 
era la loro ragione), parve che dovesse bastare. ' £ che por 

* * per cenni o parole j cioè, itebLeae Tiberio le facesse cenno di prendere 
e ne la pregasse. 

' *'poca ragione. Il Ms. cancella: « poca parte. *» 

' dovesse bastare. E che pur troppo occupassero. Perciò ha confermato 
santamente il Concilio di Trento le residenze de' curati alle lor chiese. Di sopra 
ne] 3 lib. %* h detto de' flamini. In su Paltare consagrato ad Agasto in Aragona es- 
tendo nata una palma, gli Aragonesi gli mandarono ambasciadori a rallegrarsi di 
questo segnale che le sue vittorie erano eterne. Questo è segnale , diss' egli , di 
guanto voi mi siate divotij poiché nel mio altare, per non veder mai fuoco 
me cenere, nasce lapalma. 

L« mora che mUmio «Mar badia, 
Fatta sono tpelonolie; « le òocoUe 
Sacca son piene di ferina ria. 

E il DOsDro Poeta piacevole primo, e sommo in piacevolcca : 

Non «he tovaglia, •'non t> è por aMare. H 

(*) Onesta postilla bob si legge nella Giantina. 

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190 IL LUBO QOAATO DEQLI AMNAU. 

troppdeeeapMserorafieialiiTe d'ApoUìiu» i Milesi, di Diana 
gli Efesii. ^ Il giodixio batteva tra' Sardiani e gli SmirnesL 
Qoei lessero aa decreto di Etmria che gU provava di nostro 
aaogoe. Che .Tirreno e Lido, figliaoli del re Ati , si sparti- 
rono la genie moltiplicata. Lido rimase in soa terra: a Tir- 
reno toccò a procacciarsi paese; e V ano e T altro pose a soa 
gente, suo nome: quegli in Asia, qnesti in Italia. Creseioti 
di noovo i Lidi, mandarono uno sciamo in Grecia, dal nome 
di Pelope appellato. Mostravano àncora lettere d'tmperado- 
ri ; leghe fette con esso noi nella gnecra de' Macedoni; lor 
fiumi fertili, aria ottima, ricche torre vicine. 

LVI. Gli Smimesi, ricordata loro antica origine da Tan- 
talo Qglinolo di Giove, o da Teseo divina stirpe anch' egli, o 
da una Amazona; passarono alle importante de' meriti col 
popolo romano: mandatogli armate, non pare a guerre fatte 
attrai, ma patite in Italia: fatto tempio alla città di Roma 
prima degli altri, nel consolato di M. Perciò, quando il po- 
polo romano era grande si, ma ndn in questo colmo, stando 
in pie Cartagine, e^in Asia possenti re: sovvenuto l' esercito 
di L. Siila: egli il sa in che periglio; quando, di fitto verno, 
rimaso brullo di vestimenta; avutone l'avviso gli Smirnesi in 
consiglio, ciascuno si spogliò le sue e nrandaronsi alle legioni 
abbrividate. Richiesti adunque di sentenza, i padri antipo- 
aero gli Smirnesi: e Vibio Marso disse che M. Lepido, coi 
toccò quella provincia, s' eleggesse' un operàio a fare qael 
tempio; e ricusandolo per modestia, li si mandò Valerio Naso 
pretorio per sorte tratto. 

LYII. Allora finalmente Ceraredopo lungo consiglio e 
indugio andò in Campagna, in nome di edificar tempii in 
Capua a Giove, in Nola ad Agusto; ma risoluto di viversi 

* * Vedi sopra; m, 61,02. 

s s'eleggesse. Non leggo /«;g«refr<r>* perche sarebbe contro alla storia, cbe 
il govemator dell'Asia fusse detto operaio d'un tempio {*) : ma hgéteta tkk die 
egli lo eleggesse. — * s'eleggesse. Rigettando, per le ragionai esposte nella postilla, 
b Tolgata lesione legeretur, legge legeret (M. Lepidus). Ma la yen lesione è 
iegaretttr, come porta il codice Mediceo : e conforme ad essa va tradotto col Va* 
leriani : « Vibio Marso propose , che a M. Lepido, a ori tale provincia anemie* 
si , si deputasse un compagno che avesse curai del tempio. » 

n La Oiontioa : « soprantendente alH «parai d> un tMipi». » 

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IL LIBftO QOABTO DB6U ANMALI. 191 

faor di Roiva. Dìsbì con moUi autori , ohe questa fa arte, di 
Seiano; ma veduto che, ucciso lui, egli stette sei anni in 
quella solitudine, vo pensando, se e'fu pare suo coneeUo per 
nascondere con le luqgora le crudeltà e sporcizie ch'ai pu- 
blicava co '1 farle. Altri credevano per vergognarsi, ancor 
vecchio, del suo brutto corpo lungo^ sottile, chinato, calvo ; 
viso ehiazato di margini e spesse stianze o piastrelli. E an- 
che in Rodi sfuggiva la brigata e i piaceri nascondeva. Altri 
dicono per levarsi dinanzi alia madre insopportabile , che 
per compagna nel dominare non la voleva, e. cacciare non 
la poteva, avendo lo imperio da lei, avvengaehè Agusto vo- 
lesse darlo a Germanico, nipote di sua sorella, ^ che piaceva 
a ogn'uno: ma vinto dalle moine della mogUe, adottò a se 
Tiberio, e a lui Germanico: il che A gusta gli rimproverava 
e se ne valeva. 

LVIII.- Partissi con poca corte. Di senatori vi fu solo 
CoGceo Nerva stato consolo, in giure ammaestrato : di cava- 
lieri romani di conto, Seiano e Curzio Attico, e altri scien- 
ziati: li più greci, per trattenerlo co '1 ragionare. DLceanlo gli 
strolaghi partito in punto da non tornare in Roma. Che fu 
rovina di molti, che intendevano e cicalavano, che e' mor- 
rebbe tosto, non potendo antiveder caso si da non credere, 
che egli avesse a star fuori a difetto undici anni. Yidesi poi 
quanto l'arte * rasenti Terrore, e sia scura la yerità. Che in 
Roma non tornerebbe, fu detto bene: ma non veduto che 
egli per te ville presso, o lungo il mare, e spesso in su le 
mure * della città iuvecchierebbe tanto. 

LIX. Un pericolo corse in que'dì, che aggiunse al po- 
polo che dire ; e a Tiberio fede di un grande e fermo amore 
di Seiano. Mangiando alla Spelonca, villa tra '1 mare d'Amu- 
cta e i monti di Fondi , in una naturai grotta, là sua bocca 
franò con molti sassi addosso a certi serventi. ^ Fuggirono 
tutti a spavento. Seììano appuntò ginocchia, capo e mani, e 

' nipote di sua sorella. Gennanico d'Antonia minore, d'Ottavia mag- 
giore, d'Agosto sorella. 

s * torte. Intendi , l' arte degli astrologi. 

^ * le nutre. Cosi la Giuntina. Le-altre : le mura, 

* * serventi. Il Ms. cancella : « ministri ; » e di nuovo : w sinisdlcfai. » 



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J02 IL Lino QUARTO DSGLI AKNjkLI. 

fece sopr' a Cesare, di se arco e riparo * alla cadente mate- 
ria; cosi sospeso il trovarono i soldati corsi in aiuto. Questo 
caso lo fece maggiore , e ogni rea cosa eh' ei proponesse , 
gli era credala, come non curante di se. Facevasi arbitro 
delle accuse c|ie egli medesimo, sotto altri nomi, alla casa 
di Germanico dava: massimamente a Nerone, primo a su^^ 
cedere, giovane modesto, ma non sapea navigare; * e li suoi 
liberti e partigiani, che non vedevan V ora di farsi grandi, 
r alzavano a fersi vivo, mostrare il dente: cosi voleva ìlpo- 
pol romano, disideravano gli eserciti: né ardirebbe Sciano 
guatarlo, che ora della pacienza dei vecchio e della freddeza 
del giovane si facea giuoco. 

LX. Questi 4^urrì'. non lo inducevano a mali pensieri, 
ma a parole superbe, mal pesate « le quali essendo da'racco- 
gli lori a ciò tenuti riportale maggiori, e Nerone non lasciato 
scasarsene ; partorivano vari fastidi. Chi lo scantonava, * chi 
rendalo il salolo fuggiva, chi tagliava 1 ragionamenti : fer- 
mandosene, per contro, in faccia, ' e ridendosene i seianesi. 
Tacesse o parlasse il giovane, facea male: Tiberio sempre il 
guardava con cipiglio o ghigno falso. Non era sicuro anco 
la notte: perchè la moglie rificcava a Livia sua madre, quanto 
egli avea dormilo, veggheggiato, sospiralo, ed ella a Scia- 
no : 11 quale tirò dal suo anche Bruso fratel di Nerone, con 
la speranza del primo Inogo, se a costai che gli era innanzi 
e già barcollava, desse la pinta: Taltereza di Druse, oltre 
alla cupidìgia del regnare e V odio solito tra' fratelli , era 

* fece sópr^ a Cesare , di se arco e riparo. Se qaesta grotta faceva come 
quella di Polidamaate, era sepoltura d'ambidue. (*) 

3 * navigare , barcameoarsi. 

' * curri: cilindri che si pongono sotto a grandi pesi per muoverli. Qai 
per eccitamenti. 

* * io scantonava: vedutolo per via, voltava alla prima cantonata, per 
non trattenersi a discorso con lui e non dar sospetto. 

S * fermandosene, per contro, in faccia. £.*esemp1are Nestiano di G. Cap- 
poni ba questa postilla ms. in una scheda volante . « Non intendo : forse vuol 
òìxt,fermandosegli in faccia, andandogli sul viso. Lo stampato dei cinque li- 
bri {la Giuntina) dice così; eh fermate! eh seguite! dicendo e ridendosene i 
seianesi. Il Sànese (Adr. Politi): facendo istanza del contrario e burlan- 
dosene, n 



(*) Postula aggimita. 



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IL LIBBO QUARTO DBQLl ANNALI. 193 

riacceso da invidia, che Agrippina voleva meglio a Nerone. 
Né Seiano aialava si Droso eh' ei non tendesse rete anco a 
lui, atto a fervi maggior scacco, * come bestiale. 

LXI. Al fine dell' anno morirono doe segnalati nomini: 
Asinip Agrippa, d'antinati più chiari che antichi, e di vita 
non tralignante: e Quinto Aterio senatore e dicitor celebrato 
In vita. Gli scritti non so.no di qaella slima, perchè aveva 
pia vena ohe diligenza. Ma dove sqoisiteza e fatica agli al* 
tri dà vita, quel sno risonante fiame ' fini seco. 

LXII. [A. di R 780, di Gr. 27.] Nel consolato di M. Lici- 
nio e L. Galparnio avvenne caso repentino, pari alle scon- 
fitte delle gran guerre: ebbe insieme principio e fine. AFì- 
dene, un certo Alilio libertino prese a celebrare lo spettacolo 
degli accoltellanti , e fece di legname V anfiteatro male fon- 
dato di sotto e peggio incatenato di sopra, come colui che tal 



* * atto a farvi maggior scacco. Lat.: « insidiis magit opportiotum. m 
— Far sacco, o // sacco, h quanto commettete un qualche errore. Vedi Stor., 

* quel suo risonante ^ume. Uccella similmente niel 6ne del 1 dell* Istorie 
Galerio Tracalo, che per empiere gli orecchi del popol valeva un castello. I cem- 
bòli senza musica non dovevano gran fatto piacere a Cornelio , che' tanto strio- 
gavà i suoi scritti per aver vita. Dubitasi qoal vaglia più, o la natura o la dot- 
trina. Quando si dessero scompagnate del tutto, la natura per se varrebbe qual- 
cosa : la dottrina, niente. Il campo grasso non cultivato, produce cose selvagge : 
il sasso, (*) niente, e non riceve coltura. La natura porge la materia roia : la dot* 
trina o l'arte le òk la forma. Ma nulla porgendolesi, non ha che formare. E se 
Ja natura non comparisce sul campo, l' arie non la può vincere. Unite insieme ; 
vince la più eccellente. Ambo perfette ; fanno perfetta l*opera. Ma nel perfetto di- 
citore quale ha più parte 7 In voce, la natura: in carta, la dottrina. La voceconle 
ragioni aperte^ riscaldate dal porgere, muove il popolo , a cui le dotte e sottili 
sarebbon perdute o sospette ; sì come la somma diligensa nel finire le statue o 
pitture , che veder si deono da lontano , riesce stento e seccfaesa. La scrittura che 

. si tiene in mano e si esamina sottilmente dalli scemiati , riesce volgare e non 
vive , se non vi ha dottrina squisita e fatta, quasi oro brunito , risplendere dalla 
dilìgeoia e fatica. Queste trnovo essere state grandi ne' grandi scrittori e artisti 
nobili , avidi e non mai sasi dell' eccellensa e gloria. Lodovico Cardi, detto il 
Cigoli, giovane innamoratissimo della pittura, mi pare che li vada molto bene 
imitando. — * quel suo risonante Jiame fra seco. Il Bis. cancelk : « quella sua 
tanto fiera soprabbondansa n'andò eoa elio alla fossa; >• e di nuovo: « quella 
sua sdrucciolante rispnansa mori seco ; « ed ancora : « quel suo sdrucciolio e rim- 
bombo mori seco. » 

n U sasso. i;aieaiplare Nestiaoo di Ciao Capponi, eorrsggs iaopportaaaaMnte // 
I. 17 

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194 IL LIMO tJOAATO MflLI AMHALI. 

negozio cercò, non per grasseca di danari, né per boria ca- 
stellana, ma per bottega. Roma era vicina, e Tiberio non 
la festeggiava: per ciò vi corse popolo infiBdto, d' ogni età e 
sesso, avido di vedere. Onde fa maggiore il flagello. La mac- 
china caricata si spaccò, e rovinando fuori e dentro, gì- in- 
finiti spettatori seco trasse e i circostanti schiacciò. Morirono 
qnesti almeno senza martire: più miserandi erano gH stor- 
piali, che di di vedevano e di notte ndivan *■ lor mogli e 
figliuoli orlare e piagnere. Corse chionqne potè al romore. 
Chi padre o madre, chi fratello o parente o amico piangea: 
e di qualunque per altro * non si rivedeva, st stava con tre- 
mito tanto maggiore, quanto più incerto, sia fu chiaro cui 
la rovina togliesse. 

LXIII. Scoprendosi quelle rovine, oiascim correva a i>a- 
eiare, abbra^cciare i morti suoi: e bene spesso, se per viso 
infranto , età o falleze nel riconoscerli erravano, ne combal- 
tieno. Cinquantamila persone vi fqrono che sfragellate,che 
guaste. Il senato proibì tal festa farsi per innanzi da chi 
avesse meno di diecimila fiorini d'oro. Né teatro fondarsi,.se 
non in ben tastato suolp. Atìlio fu mandato in esigilo.' Ten- 
nero i grandi ne' primi giorni le case aperte piene di medici 
e d'unguenti. La città mesta pareva quella de' tempi antichi 
doppo le grosse giornate , quando erano i feriti con gran ca- 
rità e sollecitudine governati. 

LXIY. Non erano asciutte le lagrime, ohe monte Celio 
arse, e alterò piò che mai la città, a Pistolente anno, diceva- 
no, questo essere, e dal prìncipe in mal punto preso consì- 
glio di star fuòri della città: » de' casi di fortuna, come fa il 
volgo, incolpandolo. Ma egli valutò e pagò i danni : e con 
tal pasto giltaloin gola^ a Cerbero, lo racchetò, I grandi in 

< *€hé -di dì pMfewDio e di noUB udivtm te. Il Mk. ctncdkt « che di e 
na«te orlavano e strìdeusno; m poi coingge : « Inn^hiavano , •• tome leggwt 
Mila Gi«iMtioa. 

* * per altro , per qoalthe altra regioM, divena dalla runaa. 

' fu nMmdmto in esigue. Poca pena a questo ttnwio di ciaqoanlB mila 
perftone. 

* e con tal pasto gittato in gola. Con questo ingoffo, era detto più bre- 
ve e proprio : voce fiorentina non goÌEi, ma composU (coujrara nel (T) vdgare ) 

N«Ua NetUana, im. 



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IL LIBBO QOABTO BB«U ANNALI. 195 

senato^ il popélo a una boce lo ringraziarono di tanta ca- 
rità, senza ambiiiéne, nezi o preghi, nsata eziandìo a i 
non eonoscinli e mandati a chiamare. Forono i pareri che 
monte Celio per iimanzi si dicesae Agvsto, poiché quando 
in casa Giunfo senaitore ogni cosa d' intorno ardea , V im- 
magine di Tiberio sola non fo tocca: cosi doe volte av- 
venne già a qnella di Claodia Qainsia, perciò consagrata 
da' nostri antichi nel tempio della madre degl' iddìi. Santi e 
dagr iddìi amati dicevano i Glandi essere : doversi quel luo- 
go, ove gì* iddìi tanto onorarono il principe, solennizzare. 

LXV. Qnel monte (poiché ci viene a proposito^) si disse 
per antico Qoeroetolano; perchè di querce pieno era e fertile. 
Fa poi detto Celio da Cele Vibenna capitano delli Etruschi 
ohe, venuto in aiuto di Tarqninio Prisco o d'altro re (nel che 
solo discordano gli scrittori), qoivi con la sua molta gente 
s'accasò, e nel piano ancora e presso al foro. E fu dal voca- 
bolo forestiero detto quel borgo. Toscano. 

LXYI. Se Famorevoleze de' grandi e la liberalità del 
principe diedono a quei casi conforto; la pestilenza dell'ac- 
cuse ogni di pia, senza alléviamenio fioccava e incrudeliva. 
Domizio Afh), condanna toro di Claudia Palerà, madre di 
Varo Quintìlio, ricco e parente di Cesare, investi anche luì. 
Che costui, morto gran tempo di fame, e testò di quest'arte 
arricchito e scialacquante la seguitasse, non fu miracolo: ben 
fu che compagno alla spiagione gli fosse Publio Dolabella di 
chiara famiglia, parente stretto di Varo; disperdesse la sua 

di tre in guUm offa. Ma l'amoie di OsqU m'ha £itto queUt sua bella ùmilita- 
dtiMoi»l»rcf;giara: 

Qiay è qnal eaaa cV •lib«l«a4o agagoa \ 

E ai rM4|ii«te poi eh« '1 pMto morde, 

Che solo a divorarlo intende e pogaa ; 
Colai li feear quelle faeee lorde 

Dello dlmoaio Cerbero, eh' iatf«eii» 

V aoine A cb' eaMr ? orrebboo sorde. 

E non credo di errare adaggìngner di mio ornamenti o forse a'concetti di Cornelio 
alenne volte. Vada per qaando io lo peggioro. (*) — * e con tal pasto. Il Ms. 
cancella: « e con tale ingoffo.» Ingoffo trovasi usato per ceffata, sgntgnone', ed 
anche, come qui, per boccone dato a far tacere altrui. Vedi il Manuzxi che 
cita il Cesari. 

^ * a proposito. Il Ms. cancella t a io taglio. » 

n Ia posUlla Giaotina finisce al primo terzetto di Dante. 



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196 IL UBHO QDABTO DBOLI ANUAU. 

nobiltà, il sao sangue II senato volle che si appettassi rim- 
peradore , anico soprattieni agli urgenti mali. 

LXVII. Avendo Cesare dedicato in Campagna ì tempii, 
e bandito che ninno gli rompesse la sua quiete, e posto le 
guardie che non lasciasson passare chi venia, odiando e terre 
e colonie e ciò eh' è in terra ferma; si rinchiuse nel!' isola di 
Capri, tre miglia oltre al capo di Sorrento. Dovette piacergli, 
per essere solitaria e senza porti : appena potèrvisi accostare 
navili piccoli, né alcuno di nascosto approdarvi: d'aria il 
verno dolce, per lo monte che le ripara- i venti crudi; volta 
per la state a ponente, con amena vista del mare aperto e 
della costa bellissima, non ancora diformata da' fuochi del 
Vesuvio. Dicesi che la tennero i Greci, e Capri i .Teleboi. 
Stavasi allora Tiberio intorno ' a gli edi6z4 e a' nomi di do- 
dici ville: ' e quanto già alle cure pubbliche inteso, tanto.ivi 
in tristo ozio e libidini occulte invasato: e nella folle credenza 
de'sospettì che Seiano in Roma faceva , attìzando , avvam- 
pare, e qui levar fiamma con insidie già scoperte contro a 
Nerone e Agrippina. Tenendo soldati a scrivere quasi in an- 
nali ogni lor andamento, fatto e detto; aperto e segreto: e 
falsi consigliatori a fuggirsene in Germania agli esercii! , o 
alla statua d' Agusto, a piaza piena, e abbracciarla e gridar 
re: « Accorrete buona gente, accorri senato, aiutateci.» E 
tali cose da loro abborrite, rapportavano per ordinate. 

LXYIII. [A. di R. 781, di Cr. 28.] Brutto capo d'anno 
fece il consolato di Giunio Silano e Silio Nerva, avendo slra- 

i * Stavàsi allora Tiberio intorno ec. Con buona pace del Nostro, questo 
h un senticeto, rincarato nella Postilla. Il Valeriani traduce: «Ma Tiberio allora 
occupava il fondo e la vastità di dodici ville. » L'isola di Capri era nobile per 
dodici ampie ville, che s'intitolavano, credesi, a dodici Dei. Tiberio occupò eoa 
nuovi edi6zi lo spaiio di esse , distruggendone anche i nomi. Ciò vuol dire Tacito 
colle parole « duodecim villarum nominibus et molibus insederai. » 

S a gli edijizi e «r* nomi di dodici ville. Forse è meglio dire : « Si pose 
intorno a dodici ville di bei nomi e palaci : •* insederai nominibus et molibus 
ifillarum^ id est: villis habentìbus nomina et moles , come usa dir questo au- 
tore : humida paludum et aspera montium, invece di i paludes habentes umi- 
ditatem et montes asperitatem, e molti altri simili senticetì, come li chiama lo 
Alciato. Vedi la postula 6. (*) 

n Postilla della Giantina, tralaseiaU nelle edìiionl posteriori. - La postula 6 è la 
■ola 2, pag. 161 di qaesta ediiiono. 



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IL LIBRO QVABTO DB6LI ANNALL 107 

seìnato in carcere Tixio Sabino, illostre cavalìer romano , 
perchè fu amico di Germanico, e seguitava di esser divoto 
alla moglie e figliuoli ; e far loro corte foorj, servigi in casa, 
solo tra tanti obbligali: però, lodato da' buoni, odioso a' con- 
trari. Lo assalsero Latino Laziare, Perciò Catone, Petilio 
Buffo e M. Opsio stati pretori e bramosi del consolato^ al 
quale non si entrava se non per la porta di Sciano, che non 
s' apriva per bontadu Gdnvennero che Laziare, basica * di 
Sabino, fosse lo schiamazo, * e gli altri il vischio. Eì ragionò 
seco di varie cose: poi cadde in lodarlo di fermo animo, che 
non aveva come gli altri servita quella casa nelle felicità, e 
piantata nelle miserie: e in onore di Germanico e compianto 
d' Agrippina mollo disse. Le lagrime a Sabino (come i miseri 
inteneriscono) grondarono con lamentile già preso animo, 
la crudeltà, la superbia, i disegni dr Sciano proverbiò: nòia 
risparmiò a Tiberio; parendo di vera amistà segno, il discre- 
dersi ' di cose si gelose; Onde Sabino già da se stesso cercava 
di Laziare; trovavalo a casa, aprivagli come a suo cuore, 
ì suoi guai., 

LXIX. I prod' uomini consultano, ^ome e dove potergli 
far dire tali Cose a qoattr' ocelli e più orecchi; e perchè die- 
tro air uscio potevano esser per isciagura scoperti o far re- 
more dar sospetto, sofficeansi 1 tre senatori, con laido non 
meno che traditore nascondiglio , tra '1 tetto e '1 soppalco,^ e 
pongon r orecchio a' buchi, a' fessi. Laziare esce fuori, trova 
Sabino, dicegli avergli da dire, menalo in casa, tiralo in ca- 

' * basica, fiunilìare, domestico, confidente. 

3 * schitutuuo: chiemaù Tuccello che, fatto i chi i m a n a r e, tira i tordi alla 
pania. 

' * il discreflersi. Vedi sopra, II, 13. 

* nascondiglio, tra *l Utto e *l soppalco. Di limili tratti si trovano in Ta- 
cidide, 1. 1 : Probo, {*) iti Temistocle j o Pausania: Diodoro, l. % ; Plutarco in 
Temirtocle: Giustino, l, S. Piero de' Medici nascose dietro al cortinaggio, l'am- 
basciador di Carlo Vili re di Francia, perchè udisse quanto gli diceva l'amba- 
sciador di Lodovico Sfona del suo perfido animo contra esso r«. Non averlo chia- 
mato in Italia per sottoporla ai Franxesi , perpetui nimici, ma perclù contro alli 
Aragonesi lui aiutasse. Il che fatto , arebbe modo a fàrloci. rimanere. Cosi dice la 
Storia di Bernardo Rucellai latina, da Erasmo veduta, e lodata di molta elegante ; 
e di poi il Giovio nel 1 libro delle Storie. 



•n fnbo: Eirflio PNiw, tetto tt evi àeme tndanM «a «Mopo le vite di OetMlie WpM«. 

17* 



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198 IL LIBKO QQkVtQ JMietI AMMALI. 

mera, ricordagli cose passate e preseli^; che troppe ve n'avea, 
e meltegli paure nuove. Esso ridice le medesime « pia: nop 
sapendo, ohi entra ne' suoi affanni, fioare. GorroDo a metter 
la cpierela; scrivono a Cesare l'ordine dello infjaoBO^ e lor 
vituperio. Roma non fa mai si asaia^ spaventala, gnardin-r 
ga,^ eziandio da' anoi medesin4: fuggivanoiritruovi, Ricer- 
chi, e Qualunque orecchio: le cose ancor senza lióg«a esoa-' 
z' anima , tetta e mura e lasitre eraa guardale iatorno, se vi 
dormisse lo scarpione. 

LXX. Cesare neUe calende di gennaio, per «na lettera 
a' padri, dato prima il buon capo, d' aouip, disseti che Sabino 
aveva corrotto certi liberti ocmtro a^saa j)erBon»:'Che voleva 
dire, « Sentenziatelo -a morte : a ^ «ori fa 'ineontaiientB. Mer 
nato a morire, ' gridava foanlo n'aveva oella gola, jbencbò 
Hnbavagfiato: « Cori si celebra>cii^D d'anno: qoeste vittime 
s' ammalano a Solano. » Ovmnqae dirizava occhio olitola, 
faceva spnlezarot,^ sparire, votar le vie, le piaze^ e tale tor- 
nava a farsi rivedere per tema d' a^er tei9ato.>f( Tiberio non 
ha inteso tirarsi tant' odio addosso; '^ ben ciba chi ha volato 
mostrare, che i magistrati naovi si posaom ooiaiaoiare dalle 
carceri, come dai tempii e altari. E qoal giorno, dicevano, 
fia scioperato il carnefice, se oggi tra isagrifìd e rorasioni, 
che non si saol dire parola mondana, s'adoperano le ma- 
nette e i capestri?» Per altra lettera ringraziò dèM'aj^ere 

* guardinga. Leggo tegetiA, oon egen^, ne pavens. (*) 

^ fi^givano iritruovL SpiritavstaQ anche al^empo d'Agosto di questo me- 
desimo. Valerio Largo accasò e rovinò Cornelio Gallo, suo' dimesticissimo , per 
aver detto male di esso Agosto. Onde Proci:deio, ottimo gioFvene, ràcontratolo, 
si tarò il naso n )a bócca dicendo : Dò%^e eoMui èynm n può éUuire. Un altro 
l' affrontò con testimoni e notaio, e disse, Conoscimi tu? rispose, iVb^* od ei 
soggiunse : Notaio, roga s e voi siate testìmohi' xvme Félerio man mi cono- 
sce: adtmqiee non mi potrà spiare. 

' * a morire. H Ms. tancella : « a goaitare; >» 

* àpahìktre: vokr via come lap^a^lTealo.'E ■oa<T^èt» che «sì 'Mia-me- 
tafora popolare' entri nelle scritture ? 

^ * Tiberio non ha inteso Urani imtfvtiio adihsso. lì !Ms. «aaceUe: 
m Non il h tirato Tiberio cotanto «arico a caso; » « di nnovo^: « Sa ben saputo 
Tiberio che farsi a tirarsi taqta mllvvoglienaa. i» 

(*) Il oo4. Mediceo legge così : « mm aUat m^gi* JOtaia et pavwu Civita^, égau advemtm 
proximes. » Il goaio è la egent, ohe fa variamente corretto dai eriUci. Il Lipsio (seguito dal 
N«itco)oM«attar«if«fiiM/U ¥ertraiio,4«ikv«Ma'Aeidalto,M»faM/il Xnntoyvai^ «tifar. 



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It intO QOAKTO DK6LI ANNàLI. 190 

Spento quél ninico della tepnìAica: e soggiunse clìe viveva 
eoo perieole : doMtava à' «iggaatl éi saoi nimìci , senza nomi- 
narli. M« s' iiÀendera Nerone e Agrippina. 

LXXI. fie io non avéeni deliberato dì narrare ciascbe- 
dima cosa nel ano anno, volentieri qni direi la fine di Lati- 
nio e d'^'Otfyéio, e dì quegli altri ricalili, non pnre imperante 
Gaio Cesare, ma Tibeno niedei}ÌBMi; il quale non volle mai 
ebe nioBO toacasse i ministri deHe sse scelerità, ma sempre 
ch'^i ne fa staccò, 49i servi de' nuovi, e i veeebi noiosi si 
tolse dinanzi. BìreflM &d«nqne ìBt* lor lifogbi le lor pene. Al- 
lora Asinio Gatto, biMiebè cognato d' Agrippina,' pronunzi 
doversi cbiedere a Tiberio cbe cbiarisse di cbi egli lemeta, 
e lasciasse fiire a loro. Nos/ebbe Tiberio vìrtA (secondo lai) si 
àrnica, cóme r>infitkgere: però gii seppe* agro quel cb'éi co- 
prìva, scoprirai. 'Ma-Seiano il mitigò^ non per giovare a Gallo, 
ma pevclié il priiicipe desse faoriqaai pia *qae' nomr, sapen- 
do con òbe tooni^e folgori dì parole « falli, da quel nogoloso 
petto scoppièrebbe la sobbollita ira. Io questo tempo mori 
Gialla nipote d' Agosto, da lui per 4dolièro' dannata all'isola 
di Tremili, vicino ^lla coata di -Puglia, doveinenli aanìivisse 
alla mercè d' Agasta, la quale spense in :Oìocalio i 'figliastri 
felici: e mostrò io poblicó a' mìseri misericordiaw 

LXXIf. 9¥el medesimo anno ì Ftìsohì, popoli oltre al 
Reno, ruppero ^là 'pacè, più per -nostra avari aia cbe per loro 
tracotanza. Dmso pose loroun trilwto piccolo, secondo loro 
povertà, di cooiabovine per bisogno de' soldati. A grosdeza o 
mianra non 91 guardava. Olennio soldato pria^ipilo loro go- 
vernatore , scelse alcune pelli d' >Uri/ e vòlevale a quel rag- 

^ Asinió Gallo, benché e9jpuAo-éijigrippiiui.l\ tetto dice : Df'cuifglitu>li 
Agrippina tra zia: « Idem per diversa. » Ma cognato e più corto e chiaro ; 
perchè zia signiBca a nói cosi amila sorella del padre , come matertera della 
madre. Vipsanta fuoglie di< 'Gallo e àg;rippina ^rano sorelle nate di Vip^iano 
Agrippa e di Giulia figliuola d'j^oatp. — * AMmo GaUop»-» prommuà te. H 
Ms. cancella : « Àsinio Gallo.... disse suo parere, che a Tiberio si chiedesse chia- 
resa de* suoi timori e licenza di liberamelo. •» 

'* * mai pia. n Ms. canoélla : « oggimii. » 

' * inda/laro, ftdnlterio. VediKannucoi^T^eorM dèi nomi ec., tomo I^pag* 649. 

* pelli d* Ciri, Buoi salvàtichi poco minori di liofanti, ireloci, terri1>ili, de* 
scritti da Cesare nel sesto della^ Guerra Gallica : detti da òpitaif, cioè da'monli , 
ove stavano. 



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200 IL Limo QOkUrO desìi AMNALt. 

goaglio. Era darò a taite nazioni; ma pia. a' Germani die 
grandi bestie hanno ne' loro boschi, ma pochi armenti alle 
case. Davano dapprima «sai bdop: poscia i^ campi: indi le 
mogli e figlinoli al servigio. Quindi le dogtienzé'e le gridai e , 
non giovando, la goerra. Fnrono i rìsjCoUtori rapiti e <;roci- 
fissi. Olennió si rifoggio nella. forteza tUFlevo, guadando 
nostra gente non poca qnelle marine. 

LXXni: A tale avvisò L. Apronio vicepreìtore della 
Germania bassa, chiamò ^air alta pia compagnie di legioni^ 
un fior^ di fanti e cavalli d' aiuto: e r uno e V altro esercito 
per Ip Reno messe in Frisia. Lasciatjot quelFa^Odio, i ribelli 
andaro a difèndere casa loro. Sopra i primi stagni' Aprónio 
fOiòe argini e ponti per passare gli armati: o trovato il guado, 
mandò /la banda de' cavalli Ganinefati, e tutta la fanteria 
germana che serviva noi, alle spalle de*nimici: i quali già 
ordinati, ruppero que' cavalli e li nostrali mandati a soccor- 
rerli. Allora Ti spinale tre coorti leggiere, e poi due; indi a 
poco più cavalli: che tutti insie;me avrién vinto; ma i pòchi 
per volta non giovavano a' fuggenti che se ne li traportava- 
no. U restò degli aiuti ebbe Cetego Labeone, legato della 
legion quinta, il quale vedutigli a mal termine, e dtibitàndo, 
mandò a chiedere aiuto di legioni. Ayventansi primieri ì 
quintani e con fiera battaglia rompono il nimico, e riscuo- 
tono le coorti e bande piene di ferite. Il capitan romano non 
ne fé' vendetta, né i morti seppelli^, quantunque molti ve ne 
fosser tribuni, luogotenenti e segnalati capitaci. Poscia s'in- 
tese da' fuggiti, esser morti novecento Romani nella selva 
Badnenna, combat tendo sino all'altro di: e quattrocento riti* 
rati in una villa di Gruttorice , già nostro soldato , per tema 
dì tradigione essersi ammazati l' un 1' altro. 

LXXIY. I Frisoni ne salirò in gran fama tra' Germani. 
Tiberio frodava^ il male, per non commettere questa guerra 
ad alcuno; e'I senato non si curava che Torlo dell* imperio 
patisse vergogna. Paura interna ^li tribolava, a cui si cer- 
cava rimedio con 1' adulare. Per ogni cosa che si trattassi, 
deliberavano altari alla Gleinenza^ altari all'Amicizia , imma- 
gini a Cesare e Seiano, supplicandoli che si lasciassero ve- 

* '/rodava, dissimulava. 



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IL LIBRO QOàBTO DEGLI ANNALI. 201 

dere. Troppo era venire in Roma o vicino: baètò uscire del- 
l' isola e mostrarsi presso a Capoa. Là padri, là cavalieri e 
molta plebe corsero affannati per veder Seiano: cosa ardua, 
ambita con favori e con farsi compagno alle scelerateze. 
Fasto senza dubbio gli accrebbe quel brutto servaggio ap- 
parso mollo più quivi; perchè in Roma le strade corrono, 
la Città è grande, non sì sanno i negozi. Quivi per i campi 
e lito, tutti a un modo giacieno di e notte, aspettando a di- 
scrizione de' portieri: e questo anche vietato, tomaronsi a 
Roma sbaldanziti, cui non degnò udire, né vedere: altri con 
baldanza infelice di quell'amicizia, cui sopraslava rovina. 

LXXV. Tiberio fece sposare in sua presenza Agrippina * 
di Germanico sua nipote a Gn. Domizio; e le noze farne in 
Roma. In Domizio, oltre all'antichità della famiglia, piacque 
l' esser parente de' Cesari, essendogli avola Ottavia, e per 
lei zio Agusto. 

* * Agrippina» Dopo Gn. Domiiio Enobarbo , sposò Crispo Pssùeoo, e da 
ultimo daudio imperatore. Fa uccisa dal suo figliuolo Nerone. 



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302 

IL LIBRO QUINTO DEGLI ANNAU ' 

DI 

GAIO CORNELIO TACITO. 

SOMMARIO. 

I. Mttorà Gioita Angusta :sae Iodi. —II. Tiberio ne infierisce pi& die 
■Iti. — * III. Seitno cretce in poteue: AgrippÌM e Nerooe accoMti. — IV. Il 
popolo è per loro. — Y. Ire ai Tiberio 

{Qui mancano tre anni di storia.\ 

VI. VII. Libere parole di an eondannato per amico del eadato Seiano. — 
VIU. Processo di P. Vìtellio e di PonpoBio Secondo. — 1&. One figli di 
Seiano nodsi. — X. Un falso Drnso alle CicUdi. — XI. Discordia de' consoli. 

Corto di tre onm*. 

An. di R. DCCLXXxn. (di Cr. 29). - Contali. \ ^. »wwi"0 Gnnwo. 

^ ' \ c. Furo Gniiiio. 

,. « .^.^ m^x ^ .. I M. Vinicio. 

An. di R. DCCLXxxiii. (d.Cr.50).-Cofitofo. j l. Cassio LonGiNO. 

,. « <,. ^ «.v ^ ..I Tiberio AoGDSTO V. 

An. di R. DCCLXXIIT. (diCr.54).-Coiiiol.. j l. jj^o Sbia«0. 

I. [A. di R. 7Ò2 , di Cr. 29.] L' aoDO che faron consoli 
Rubeilio e Fufio, amendue Gemini , mori Giulia Agosta de- 
crepita, ' di nobiltà chiariBsima , nata de' Claadi , ne' Livi e 
ne'Giali adottata. Prima moglie, con figlinoli, di Tiberio 
Nerone, il quale per la gaerca di Perugia scacciato , per la 
pace tra Sesto Pompeo e lì triumviri tornò a Roma. Indi Ago- 
sto per la belleza la tolse al marito: forse accordata:' e senza 
aspettare il parto, la si menò a casa gravida. Non fece altri 
figliuoli ; ma congiunta ^ per lo maritaggio d' Agrippina e 

^ * Di questo libro restano pochi frammenti. Il Davaoiati nella [Giuntina 
gli uni al libro che segue , e ne fece un solo , che chiamò quinto. Noi gli abbia- 
mo divisi , seguendo gli editori del testo latino. 

S * decrepita: d'86 anni. 

S * forse accordata. Il testo dice : non si sa se ripugnante. 

* congiunta col eangue d'Jgusto. Il padre di Livia era de' Claudi. Fa 

fatto de'Liri e detto Livio Druso Claudiano, e lei nominò Livia Dmiilla, la 



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IL LIBBO QUINTO DB«LI ANNALI. 203 

Germaiitco^ol sangue d' Agosto «bbe seco i bisnipoti eoma- 
ni. Temie la casa con santi costami antichi. Fo piacevole , 
più che non lodavano le donne antiche: moglie agevole, su- 
perba madre: alle voglie del marito, con la simulazione del 
figliuolo accomodatasi. L'esequie furon pìccole: il testamento 
taréi osservato. Gaio Cesare suo bisnipote, che succede im- 
peradore, la lodò in ringhiera. 

II. Tiberio non ne lasciò fNir uno de' suoi piaceri: e per 
lettera si scusò co' padri che non era venuto all'onoranze di 
sua madre per li molli negoii ; e delli tanti onori che le da- 
vano, ne ammesse pochi quasi per modestia, avvertendo 
essersi vietato ella onori celesti. * Riprese in un capitolo della 
lettera questi tanto donna! ; piccando Fufio consolo, stato 
tutto d'Àgnsta; grazioso alle donne; mala lingua; e usato 
ridersi di Tiberio con motti amari, che i principi li tengono 
a mente. 

III. Quindi il governo fu più violento e crudele: perchè 
vivente Agusta v'era dove ricorrere; avendola Tiberio sem- 
pre osservata; uè Sciano ardiva entrarle innanzi: ora quasi 
sguinzagliati, corsero a mafadare al senato una mala lettera 
di Tiberio centra Agrippina e Nerone. Gredettesi mandatagli 
già, ma ritenuta da^ Agnsta: poiché non prima morta, fu 
letta. Eranvi parole asprissime: non arme, non voglia di no- 
vità, ma «morì di giovani rinfacciava al nipote e disonestà. 

quale ebbe due mariti. H primo fu Tiberio Claudio Nerooe, che ii*ebbe Tiberio 
imperadore e Druso detto il Germanico, il quale d'Antonia minore ebbe Claudio, 
che fu imperadore e Livilla o Livia, e Germanico Cesare, marito d'Agrippina, £- 
gliuola di Marco Agrìppa e di Giulia, figliuola d*Agnsto. Il secondo marito di 
livia fa esso Agusto, figliuolo adottato di Giulio Cesare; cosi fu di casa giulia 
fatto , e fece «sseme Livia. E còsi congiunta fu eoi sangue d'Agusto. 

* essersi vietato etta meri celesti. U contrario fece Caligola ( Dione 68 ) 
nella morte di Drusilla sua sorella e concubina: esequie ampissime , alla catasta 
tomeare , nobilissimi fanciulli il caso di Troia rappresentare. Tutte l'eiioranse di 
Livia : fosse tenuta immortale; fittole tempio, sUtna d'oro, sagiifici e l'altre di- 
vinitk; e si chiamasse Ogo'iddia. Livio Gemino giurò per viu sua , e de' suoi 
figHaoli, d'averta veduta salire in cielo e praticare con gli altri iddii, i quali e lei 
stessa ne chiamò per testimoni. I^er lo qual giuramento ebbe in donò 95 mila fio- 
rini. YitdUo col medesimo Caligola non ebbe ri buone lettere, come dice la Po- 
stiUa 23 del ietto libro. (*) 

(*) Di qoasU edlsione, nota 3, pag. 230. 

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204 IL LIMO ODIKTO DMLI AMNàLf. 

Questa alla nuora non osò apporre:^ ma testa alta* e superbo 
aaimo. Il senato allibbl.' Poscia alcuni dì quelli ebe, non 
isperando nelle vìe buone, entrarono in grazia per nuocere 
al publico, domandarono ebe la eausasi proponesse. E Gotta 
Messalina accirito* ^scoccò sua sentenza atroce: gli altri prin- 
cipali, e massimamente i magistrati, tremavano, perchè la 
lettera era adirosa, ma nulla conchiudeva. 

IV. Gìunio Rustico grancancelliere del senato fatto da 
Cesare, perciò creduto sapere ì suoi pensieri, non so per 
quale spìrazione (non avendo prima dato saggio di forte : o 
fosse per sacciuteza,^ temendo il male futuro e non il pre- 
sente) si frammesse, e i consoli dubitanti confortò a non la 
proporre; allegando, in poco d'ora il mondo voltarsi, e do- 
versi dare al vecchio, spazio al pentirsi/ Il popol. di fuori, 
con r immagini d' Agrippina e di Nerone accerchiò il senato, 
e ben agurando a Cesare, gridava, quella lettera esser falsa: 
non volere il principe che si rovini casa sua. Onde niuno 
male quel giorno si fé'. Sentenze andavano attorno sotto 
nomi di consolari, contro a Seiano: sfogandosi mascherati 
(tanto più mordaci) gl'ingegni. Onde gli cresceva ira e ma- 
teria d' accuse: a II senato dispreza il dolore del principe , il 
popolo è ribellato: "^ odonsi e leggonsi nuove dicerie de' pa- 
dri: cbe altro resta loro che prendere il ferro? e quei far 
capi e imperadori , le cui immagini si portano per bandiere?» 

V. Cesare adunque replicò obbrobri della nuora e nipote: 
garrì per bando la plebe, e doltosi co' padri, che per ingan- 



* * non osò apporre. Il Ms. cancella : « apporre non ardi. » 
3 * testa alta. Il Ms. cancella : « faccia arrogante. » 

3 * allibbì, sbigottì, stupì , restò costernato. Voce viva nel popolo. 

* aecirito, infuocato nel vino. Voce in uso ancora. 
^ * sacciuteza, saccenteria. 

" * 4^x10 al pentirsi, lì testo è corrotto : il cod. Mediceo legge : « dissere' 
batque brwibas momentis somma verU posse quandof/ue Germantcis Inter- 
stititutt pomitentite senis s » che alcuni racconciano «.... somma verU posse ^ 
dandumque in Germanicis spatitun pcmitentiee senis: - cioè; doversi, • 
riguardo della famiglia di Germanico , dar luogo al vecchio di pentirsi. 

' il popolo e ribellato. Punteggio , Spretum dolorem principis ab sa- 
nata, elescivisse populums e non, ti senato ^escisfisse popolftm. (*) 

n Così ancbe l' Ordii. Twià» tSM. 



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IL LIBIKO QCiNTO DBQU AHNALI, 20tf 

no d'an senatore,' la maestà dell'imperio fosse beffala publi- 
cameate, ayyocò a se tatta la caasa. Essi non fecero che 
dichiarare che volevano pnnirli (non dì morte, che era vie- 
lato), ma il principe gì' impediva * 

VI. ' [A. di R. 784, di Gr. 31]. Quarantaquattro volte si 
orò in questa causa: delle quali per paura poche, per usanza 

molte.* « a me vergogna, e a Seiano odio fosse per 

arrecare' Rivolta la fortuna, ei^ che lo si era fatto 

genero e collega, sé non riprende: gli altri lo favorito con 

vergogna, perseguitano con malvagitade Non so qual 

sia maggior miseria, o Tesser per T amicizia accusato, o 

l' amico accusare A ninno chìeggio uè crudeltà, né 

perdono : ma libero e dentro scarico,^ non aspetterò il peri- 

* d'un senatore. Qoi si ttàe che i omcdlierì o tecreUri del senato, a coi 
le cose grandissime si €<NifidaTaao, efano senatori. (*) 

S Qni mancano Ire anni di storia. — * Mancano, cio^, i fatti accaduti 
nel resto dell' anno presente 78S ; quegli del 783, e, in parie, del 784. Dei figli 
di Germanico, Nerone rilegato nell'isola Ponsia, è morto; Dmso, nncbinso 
in palasxo; Gaio Caligola con adulare a Tiberio, scampa ed è chiamato a 
Capri. Agrippina, bruca di tutto, h cacciata in PandataYia. Seiano comincia 
a increscere a Tiberio ingelosito che lo insidia. L'anno 784 Tiberio, con- 
solo la quinta volta, sei fa collega e lo manda a Roma. Ma poi che P. M. Regolo 
e L. Fulcinio Trione, consoli sostituiti il primo ma^io , erano già entrati in te- 
nata , se la rifa con lui e scrive al senato gravi accuse. E condannato^ e con lui 
molti de' suoi adulatori. —Di qui ripiglia il frammento del cap. VI. 

S * Ecco il capilolo che precede a questo, nel supplimento del Brotier, se- 
condo la trad. di R. Pastore, m Injmt su* seguaci di Seiano UUto sfogassi il ri" 
gor delle leggi. Quanti sapeansi suoi favoriti o socii furon puniti, se non 
eontpravan t impunità a merito di spie e d* accuse atroci. Si rividero i prò- 
cessi a* già accusati e ^n gratta di lui assolti. Senatori, cavalieri, uomini, 
donne in prigione, o in man di magistrati e di sicurtà. Motti a schivar con- 
fscazione e onta d* infame morie, se la diero: il resto, sentenziati e giusti- 
tiali : alcttno ebbe il coraggio di difendersi. » 

* * Sopplisci, suppergiù, a qnesto modo. Finalmente uno, tra gli amici 
di Seiano, il pia incorrotto, così tolse a difendersi: « Non vidi mai che tale 
amicizia a me ec. » 

5 * fosse per arrecare. Mella Nestiana e Conùniana: Penserei arrecare. 

B *ei, cioè, Tiberio. 

7 * dentro scarico, con para cosciensa, sansa rimorsi. Lat. « mihi ipso 
probaius. m Pietro Pietri nelle Postille ms. dice: « Non so chi dilor dua dica 
meglio , o Tacito o il Davansatù « mihi probatusj » idest: propria conscientia 
fretus, non eatemo testimonio. « Dentro scarico j » idest: scusa sentire il peso 
della coscienia aggravata; e risponde all'un e all'altro proprio, cioè, alsensa 
peso e alla chiaretsa dell'acqua e del vino ; acqua scarica , vino scarico. Parlando 

n II sentale 41 eoi Tiberio si dMl« « Gloiio Butte», 
j. i8 



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206 IL LntO QUIMTO DBQtl ANNALI. 

eolo: pregando yoi a tener memoria di me, non dolorosa, 
ma lieta: annaverandomi tra coloro che hanno (aggìto i mali 
pnblici con nn bel fine. » 

VII. Cosi detto, chi volea trattenendo o licenziando, 
consumò parte del giorno. E mentre si vedea d' intorno ancor 
molti; con fermo viso, come non presso al morire; trattosi 
nn' arme di sotto^ vi s' infilzò» Cesare di hii morto non disse 
mail, né vergogne, come di Bleso. 

Vili. Trattossi poi di P. Vttellio e Pomponio Secondo.* 
Quegli diceasi aver offerto la chiave * eh' era in sua cura del 
danaio per la guerra , se lo stato si voltasse. Questi era ac- 
casato da Considio stato pretore, per amico d'Elio Gallo 
che, punito Sciano, si fuggi nelli orti di Pomponio, per suo 
più fidato ricetto. Aiutolli la bontà sola de' fratelli, entrati 
mallevadori. Yitellio vedutosi dar Innghiere,^ speranze e ti- 
mori, si fece dare un temperatolo, quasi per mettersi a 
scrivere,* e, scalfittosi leggiermente la vena, mori d'angoscia. 

de' cavalli diciamo Cavallo scarico di coUo; idest, cBe )ia il collo sottile e spol- 
pato. Ma qui vale giustificaiione ; onde si dice: Io lo fo per mio scarico; idest, 
sgravamento di cosclensa. — Oi chi fusse questo coraggioso personaggio non si 
sa, ne sin qui ho trovato chi 'I sapesse. Lipsio, S33, lo confessa liberamente. » 

< * Di P. ViUlIio vedi sópra ; I, 70; II, 6; III, li , 49: di Pomponio Secondo 
vedi più avanti; VI, 18, 11, 13. 

' offerto la chiave.... del danaio. Una simil offerta fece Bertoldo Corsini 
nel 1537. 

' * lunghiere. Il lat : uprolationes,*» ìjìiugi. Litnghieraj vai propriamente 
discorso prolisso da non venirne mai a capo. Pietro Pietri nelle citate Postille ms. 
nota : « Lunghiere, trattenimenti vani. Dicesi Dar la lunga a tato, che h il me- 
desimo. Si dice anche lungherie. Dialòg. petd., eloq. 4, IS: «Pativa questo 
ignorante popolo e roso quelle lungherìe. » Tac: imperìtissimarum oraOc 
mim spatia. » 

* per mettersi a scrivere. Scalpro Hhrario venas ttbt incidit, dice Sae- 
tonio. Scrìvevano gli antichi nelle foglie del papiro, erba che nasce in Egitto , e 
in pellicine tratte di scorze d'arborì , dette da' Latini libri. Forse la piegaTino 
in ruotoli ; come le nostre carte pubbliche antiche. Una di esse tutta scritta dice- 
vano libro : più libri uniti insieme, codice. Scrivevano ancora come noi in pelli, 
e lo scrìtto che non piacerà o più non serviva, raschiavano per iscrìvervi altro; e 
la pelle raschiata diceano palimpsesto. Cicerone con Trebano , che gli aveva 
scrìtto in palimpsesto, berteggiando si maraviglia di quel che vi potesse essere 
stato da raschiare, più tosto che quelle baie scrìvere. In tavole incerate , dette pis- 
gillares , scrìveano ahresl con ealami (cio^boeciuoli di canna agunati) o sti- 
letti ; onde fu la maniera del dettate detta stilo. Plinio, nella prima pistola, a Cor- 
nelio Tacito scrive che andando a caoeia, aiutalo da quelle selve e siWnsio, com- 



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IL L»ao QOUITO MQU ANNALL S07 

Ma Pomponio gentilÌMimo di coslami, dMllaslre ingegno, 
g' accomodò alla rea fortuna , e sopravvisse a Tiberio. 

IX. Parve poi da procedere contro alli altri figlinoli di 
Seiano, benchò alla plebe fusse la foria calata, e de' primi 
supplizi qnasi ogn' on sazio. Furono adunque portati in car- 
cere il figlioletto che il suo male intendeva, e la figliolina si 
pura, che diceva, « Che ho io fatto? dove mi strascicate voi? 
non lo farò mai più : datomi della scopa più tosto. » Dicono 
gli scrittori di qne' tempi, che non si essendo più udito dare a 
pulzella il supplizio de' triumviri, lo manigoldo col cappio a 
cintola la sverginò: ' e strangolati gittò i teneri corpi nelle 
Gemonie. 

X. L' Asia e T A caia in questo tempo ebbero battisoflSa,' 

poneva, per portarne , se le man vote, almcn piene le care. In questa cera, dice 
Quiatiliano , era agevole lo scancellare : ma ci voleva miglior vista a leggere ; e 
non rompeva il corso dello scrìvere, e l'impeto de' concetti, come fa lo intignere 
della penna. £ vuole che chi compone, lasci grandi spazi per aj^iugnere e ma- 
tare, seusa confondere le scritte cose , e poter notare in diparte , e qnati mettere 
in dipostto, per servirsene a tempo , certi concetti belli, che spesse volte fuori di 
quel proposito sovvengono, e poi fuggono allo scrivente. 

* la sverginò. Bella legalità osservata per farla donna e abbiente (*) allo 
strangolo. Coti li triumviri {Diemé al i7) per abbientare al supplisio un fan* 
ciuUo, il vestiron di toga virile. D'un altro ch'io so , fu detto , Sia detf età di- 
spensato. Radamisto avendo assicurato il sio e la sorella del veleno, gli gittò in 
terra e gli affogò in molti panni. Agusto e Tiberio per collare i servi contro al 
padrone, gli vendevano al fiscale. Malta ie non mancano chi vuol fraudare le leggi. 

^ ebbero baUisoj^a» « JExterriU» ,sunt acri magis , qtiam ditUumo ti- 
more. ** Tutto questo dice questa popolar voce perfettamente; e Franco Sacchetti 
nella novella 4S l'usa. Che noi la deviamo schifare , perchè la lingua comune 
d' Ualia non l'usa , perchè non è in Dante né nel Petrarca uè nel Boccaccio , a 
me ncmpare: né credo che una lingua che vive> sia nello scrivere obbligata a 
raccogliere solamente le parole di pochi e morti scrittori, quasi gocciole dalle 
grondaie ; ma debba attignere dal perenne fonte della città le più efficaci e vive 
propeietk naturali che con impeto scoccano, e fiedono l' animo per diritta via e 
brevissima ; e molte volte significano più che non dicono, come i colpi fieri e gli 
•corei nella piUura. Conciossiachè noi favelliamo per essere intesi, e muovere; e 
quanto più proprio e breve il parlare è, più presto e meglio è inteso e muove. £ 
credo che dall'empio e '1 disonesto e '1 sordido in fuori, quanto i nobili dicono, 
si possa anche scrivere nobilmente a suo luogo e tempo da persona giudiciosa, 
mesanamente erudita e accurata. Scrivendo a questo modo, e con queste quattro 
condisioni , non militeranno le tre autorità dal gran riprenditore allegate nella 
risposta al Caro a carte 23, 1' una del Bembo , che noi Fiorentini per troppa co- 
pia di questa nostra lingua non la stimiamo, e*ce n' andiamo col popol sansa re- 

(*) abbitnte, abile. QoA più sotto abbientare, rendere idoneo. 



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208 IL LIBRO QUINTO DBQLI AMNALI; 

per essersi alle Ciclade, e poi in terra ferma veduto Drnso 
di Germanico/ E' fa nn giovane di quella taglia, il qnale certi 
liberti di Cesare quasi riconosciuto seguitavano ad inganno. 
Qaei Greci correnti alle nuove e a' miracoli, traevano alla 
fama di qael nome : trovavano, e lo si credevano, lui di car-» 
cere scappate, andare alti eserisitì di sao padre, per pigliare 
Egitto e Sorla. E già aveva concorso di gioventù e publico 
séguito, allegreza di tanto e speranza vana del rimanente. 
Qaandp Poppeo Sabino allora in Macedonia, governante anco 
l'Acaia, a tale avviso, vero o falso, per avanzarsi, a gran- 
dissima fretta passa i golfi di Torone e di Terme,' Y Eubea 
isola dei mar Egeo e Pireeo d-Atene e le coste di Corinto e 
quello stretto di (erra: e per T altro mare entrato in Nicopolì 
colonia romana, dove finalmente intese che, domandato me- 
glio chi e' fosse, aveva detto, « Figliuolo di M. Silano; » e 
che perduti molti segnaci, s'era imbarcato quasi ir volesse 
in Italia. E tolto scrisse a Tiberio ; nò ho trovato di questo 
caso altra origine e fine. 

XI. Nel fine dell'anno, la discordia de' consoli ratte- 
nuta, scoppiò.' Trione, che come litigante pigliava nimici- 
zie per poco, diede fiancata * a Regolo d' andare molto ada- 
gio air opprimere i ministri di Seìàno. Egli che, non tocco, 
era modesto, ribatto il collega, e voleva accusar lui di quella 
congiura : ma pregati da molti padri che posasser colali odii 
da rovinarvi , con crucci e minacce finirono il magistrato. 

gole osservare : e l' altra di Giulio Gammillo, che niega doversi partire icriveado 
dalle voci del Petrarca e del Boccaccio, qnaiido la lingua sali, quasi «ole al mete 
giorno, al suo più alto punto di perfezione. E lascia Dante I oh, che giudizio! 
La tersa d'Aristide, che nelle dicerie non ammette le parole del parlar sempHcc, 
ma quello de' libri. 

* * Ihruso di Germanico, Il vero Dmso languiva rinchiuso ia nn fondo 
del Palano, dove poi fu fatto morire di fame. (Vedi lib. VI, 33.) 

> * I golfi di Torone e di Terme. Il primo pigliava il nome da una vicina 
cittk'di Macedonia. Terme appellasi oggi Golfo di Saloniechi. 

' * rattenuta, scoppiò. Il Ms. cancella : « tenuta in collo, sgorgò. •> • 

* * fiancata, rimprovero indiretto ; con oblique paróle. 



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IL LIBRO SESTO DEGLI ANNALI 

DI 

GAIO CORNELIO TACITO. 

SOMMARIO. 

I. Segrete •omire di Tiberio. --II. AeeoM molte. — YIII. Libera egre- 
raa difesa di M. Tereniio. — X. Morte ed esequie di L. Pisooe prefette di 
Boma. — XI. Orìgine e progreieo di tei PrefeUara. — XII. Gonsaltesi dell'em- 
mettore «o libro SibillÌBO. — XIII. Roma in tamolte per .gran oaro. — 
XIY. Alcnni equestri , a morte per coomara. — XV. Dne figlie di Germanico 
sposate a L. Cassio, a M. Vinicio. —XVI. Usurai aoenssti , usura repressa j 
pier liberalite di Cesare la fede di molti riviro. — XVIII. Rìnovate V accuse di 
steto. — XIX. Accusati per socii di Sciano, occisi a un sol editto.— XX. Caio 
Cesare sposa Claudia, éooi costumi. Tiberio sotto Trasillo impara Parti cal- 
dee, predice a Galba P impero. — XXIII. Deplorebil fine di Dmso figlio di 
Germanico: al perì qnel d'Agrìppioa. — XXVI. Nerra giureconsulto di yo- 
lonterìa fame muore. Altre morti illustri. — XXVIII. Fenice in Egitto. — 
ZXIX. Varie accasa e morti. — XXXI. Legati Parti in Roma axhieder duoto 
re. Uno, poi un altro ne manda Tiberio. L. Vitellio prefette d'Oriente. — 
XXXIII. Azuffs Armeni e Parli. Artabano balzato di trono, e ramingo nella 
Scìna. Per consiglio e forte di Vitellio gli succede Tiridate. — XXXVIII. La 
serisia delle spie rìnfotsa: molti accusati muoiono. Tìgrane re soccombo 
w? snpplìri da cittedini. Emilia Lepida si cava di rifa. -.- XLl. I Cliti ribelli 
a lor re rìpressi. I grandi discordi cacciano Tiridate del trono, ^a cui ricbia- 
mano Artebano. ->- XLV. Fiero incendio a Roirfa. — XLVI. Tiberio destina il 
successore. — L. Malore , morte , carattere di Tiberio. 

Cono di eirea f et anni, 

IGn. Domuio Ehobàbbo. 
M. Fuiio Camillo Schibo- 
nuRO. 

A., ai B. Dco-imu. (ii Cr. M). -C^U. \ ["v'Ji^i^^r ^^*"" 
A..diH.»oaxHnM.(diCr.55).-Co«.«. j à.SmJLo'CW 
A., di B. DCGUim. idi Cr. 5»). - C«mK. | ^l^""" *"*"•• 

Al. di R. uccie. (diCr. Sl).-C«MoU. \ e. Pom,o Nmeuio. 

ii' 



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210 IL LIBRO SESTO DEGLI ANNALI. 

I. [A. di R. 785, di Gr. 32.] Entrali consoli^ Gneo Domizio 
e GammìHo^ Seriboniano, Cesare, ascilo per lo mare che è 
tra Capri e Sorrento, costeggiava la Caiqpagna, con nieza 
voglia finta * di entrare in Roma : e spesse volle smontò 
vicino per qae* giardini sul Tevere, e tornossi a' suoi scogli 
e solitario mare, per vergogna di sue scelerateze e libidini: 
ove si s'imbestiò che al modo de' re barbari contaminava 
nobili donzelli. Né pure i corpi vaghi e lascivi, ma in questi 
una fanciullesca modestia, in quegli lo splendore della fami- 
glia gli erano incitamenti* E trovaronsi allora non più uditi 
siniscalchi delle nefande camere, e architetti di quanto in 
cfsse si puote.' Schiavi andavano alla cerca e condncienll, do- 
nando a' pieghevoli/ minacciando gli abbominantì. £ se pa* 
drì o parenti resistevano ; rapimento , forza e sfogamento in 
quelli, come fatti schiavi, s'usava. 

II. In Roma nel principio di quest'anno, come non si 
fosser prima le malvagità di Livia sapute e punite, sì diceano 
atroci parole contro eziandio ai ritratti e memorie di lei, e 
che i beni di Sciano si scamerassero ' e mettessero nel fisco, 
qua» con la medesima rèssa, come s'ella importasse.* E 
forse che questi non erano Scipioni,^ Silani e Cassii, tra' quali 
gran nomi ingeritosi, non senza rìso^ Togonio Gallo dì bassa 
mano, pregava il principe a scorre un numero di senatori, 

* Entrati consoli. Con booB gindmo pare al lipsio che con H tre anni 
die mancano sia compiuto' qni il quinto Libro, e cominci il sesto. 

' * con meza voglia ojtnta ec. Il Ms. cancella: « non sapendo se in Roma 
si volesse entrare, o fingendo di volere ec » 

' * Coglie la frase dantesca: « A mostrar ciò che in camera ai paote. » 

* * donando a* pieghevoli ec. Il Ms. : n donando alli arrendevoli, minac- 
ciando li abbominanti: e se padri o parenti avenfro lioiatrtlOy n^iimaiti, fer- 
ia ec. w Muta abbominantì in tchi/anti: poi cancella tutto. 

' * si scamerassero, si levassero dell'erario. 

* * gaaei con la medesima rissa, come se ella importasse. Il lat. fai 
semplicemente: « tamquam referret. »» Come domine al nostro Bernardo h 
sdrucciolaU la penna, da ire sì per le lunghe ? Nella Ginntina ( Vedi le P"aHttM 
in fine del volume ) è più breve : noi traduce. Meglio il Politi : « Come ac non 
fusse tutt'uno I n Ed invero, niun divario era che i danari fbaaiM^ « ^ai 
perchè Tiberio intigneva per tutto , senza tante cerimonie. 

' * E forse che quésti non era^ Soipioni ce. K^io la ifriwMina: • do^ 
tali erano , poche parole mutate, de'Silani e de'Gassi le calde pronunzie : quando 
si Tito su Togonio Gallo, nomo di taiva, e tra f^egli alti noni non «eno rÌM 
ingeritosi^ pregava il principe ec. ** 



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IL LIBRO SESTO BS6LI ATIMALT. SII 

de' quali venti per Tofta tratti per sorte, eoo V arme a eanto^ 
gli l^cesser la guardia quando egli entrava in senato: avendo 
creduto aver daddovero Til)erTo, per una lettera, chiesto che 
UBO de' consoli lo conducesse salvo da Capri a Roma. Egli 
tra le cose gravi talora usato burlare, ringraziò i padri del- 
l' amorevoleza: « Ma chi si arebbe a lasciare? chi a scorre? 
sempre i medesimi, o scambiarli? stati di magistrato, o novi- 
zi? risedenti, o privati? chi parrann' eglino a cignersi in su 
la porta del senato le coltella? non volere anzi vita, se l'avea 
a difender con V armi. » Con tali parole corresse Togonlo,^ e 
intanto il suo parere non dissuase. 

ni. Conficcò bene ' Ginnio Gallione che voleva 1 soldati 
pretoriani, finito il lor soldo, poter sedere ne'qoattordici gra- 
di,* domandandogli quasi presente: « Che hai a far tu di gui- 
daci ? allo 'mperadore sta il comandarli e il premiarli. Hai 
trovato forse quel che non seppe il divino Agusto? o pur 
se' lancia* di Seiano, che vorresti accender fuoco e tirar gli 
animi rozi con questo zimbello d' onore a guastar gli ordini 
della milizia? » Quello che Galtion guadagnò della sua studiata 
adulazione, fu l'esser cacciato allora di senato, e appresso, 
<r Italia; e dicendosi che egli arebbe troppi agi in Lesbo, 
isola nobile e amena elettasi, fu rimenato in Roma, e messo 
in prigionia di magistrati.'^ Nella medesima lettera Cesare 

* Con tati parate corresse Togonio. In senato non s*cntraya €on arme. 
Quando Tiberio v' era , fuori stavano soldati alla guardia. Non gli piacque che 
venti senatori v'entrassero armati per lui guardare, non se ne fidando, tenendoli 
tntti per nimici, e ricordandosi di quel che intervenne a Cesare- dettatore. Ma per 
nascondere questo suo timore, la mise il vaknt* uomo in cansona. (*) 

S * Conficqò bene, Lat. : « violenter increpuiij » aspramente rampognò. 

* * ne'guattordiei gradì, cioè, nel posto de! senatori che al teatro sedevano 
ne' quattordici gradi vicini all'orchestra. 

* * lancia. Il Ms. cancella : « cagnotto. » 

' prigionia 4i magistrati. Erano le prigionie : o libere, per li nobili , so- 
itetiuti in cas^ d' alcuno di magistrato publico o di privato, mallevadore di rap- 
presentarli: o militari; e legavasi ausi lunga catena alla destra del prigione , e 
miiaira d'wi loldato, alU fuisa <d«' nostri atiilcaiaoli : O o esano cameracce per 

n La Giwlfaia: « in piaeevolcaa • nodastia. • 

n «fawfaioli, prigioniari, • foiM, earaarieti 4all« Stiaebe. La Grasea dia la parola nel 
pciaM mma con ^Msto salo «swiipi», Ma «m A fcan efaiaf», «d io indiMrai iiiattMto al aat 
eaMo BigmUttto. Borghini, Delfi ortf. di Fir., pag. I88« i«L I dti OUt^iy •im. di M^ 
ìano, 1W8: « La eareere pobblica (te Finnzt) eUunata Sttnahe si fs^agn» «al nama, perchè 

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213 IL LIBRO «no DMII ANKALI. 

percosse con grande allegrezza de' padri SesUo Paeoniano 
stato pretore, dicendolo audace, nocivo, spiatore de' segreti 
d'egn'nno e ministro di Seiano al tradire di Gaio Cesare. 
Quando ciò si seppe, sgorgarono i primi * odiì : e dannavasi * 
al sommo supplizio; ma egli disse che aveva in seno una ac- 
cusa. 

lY. E cintala' a Latinio Laziare, fu grato vedere spia e 
reo, due odiatissimì. Laziare, come dissi, fu capo al condurre 
alla roaza * Tizio Sabino, ora primo al gastigo. Allora A torio 
Agrippa la prese co' passati consoli : « Se essi s' accusaron 
Tan l'altro, perchè tacere ora? il verme della conscienza e la 
paura gli ha riuniti: ma non deono i padri le udite cose pas- 
sare in silenzio. » Rispose Regolo: « Indugio non leva ga- 
stigo: farebbe il bisogno,' presente il principe, d Trione disse 
che di gare e male parole tra' colleghi, meglio era non tener 
conto. Riscaldandosi Agrippa, Sanqutnio Massimo, conso- 
lare, disse: e Dìgrazia, padri, non aggiunghiamo fastidi al 
principe, stuzicando piaghe maligne : saprà egli ben medi- 
carle. » Ciò diede al morire scampo a Regolo, e tempo a 
Trione. Alerio fu odioso, per sonno e lussuria marcio : del 
principe quantunque crudele, come neghittoso, non temeva; 

li vili o scelerati o giudicati a morte. Nelle quali erano strumenti {*) di legnami 
o d'altro, come il rovere ( del quale vedi la Postilla 28 del IV liljro),(**) e il ttd- 
liano ( del quale Cicerone contra Verre; e Salustio nel Catilinario: Est locusin 
carcere, quem tuUianum vocant: detto dal re Tulio Ostilio , che lo trovò per 
pena avanti al supplisio de* casi più gravi), o come era il sestenio , luogo miglia 
dna e meno fuori della cittSi (Vedi Lipsio nel lib. 15 di questi Annali). — * Era 
fuori della porta Esquilina , dove ergevansi i patiboli e si gettavano i cadaveri. 

< * primi, gik da gran tempo concetti. 

> * dannavasi, era sul punto di esser condannato. 

^ * E cintala : sottintendi Paccusa. Dicesi anche sempliòemente eignerla 
a uno per accoccarglieia sfargli un qualche brutto scherzo» 

* * condurre alla mata: propriamente vale condurre al supplizio. Ma qui 
•ta per tradire; trarre in inganno e a rovina. Lat.: « circumvenire, » 

3 * farebbe il bisogno ec K. Politi: « alla presénia del principe ne farebbe 
veder l'effetto. » 

i primi elle vi ftaron meisi dentro, ftaron certi del éaalello delle Stilehe di CUasti, eh» f« 
appanto iii qaell' anno (1804) che la prima volta t' adoperarono preso e disfatto. Bla oggi si 
erede quasi per tatti ehe Stioehe, di eoa nalw«« voglia dire prigioni pobbUoiie. » 

n QoMta parola, che è neeesaaria al senso, l' abbiamo sappUU soli' avlocilk del posti!- 
latore aaoaimo dell' esemplar» Nestitao posaedato dal marobese Gino Cappotti, fi tutti gasala 
postilla manca nel Ms. originale. 

(*) Di qnesU ediilone, nota 8, pag . 474. 



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IL UBHO 8BST0 0B6U ANMALI. 213 

e sempre a rovine di grandi in taverne e ma' luoghi pensava.* 
y. Dipoi Coita Messalino (qaei. dalle erode sentenze , e 
perciò malvolnto ab antico) fa accusato^ il prima che si potòy 
di più cose : aver chiamato Gaio Cesare maschiofemmìna ; ' 
e cena d' eseqaie ' annovale ^ quella eh' ei fece per lo natale 
d' Agasta ' co' sacerdoti ; dolendosi ' della potenza di M. Lè- 
pido e di L. Arnnzio co' quali piativa moneta,^ aver detto : 
« Loro favorirà il senato, e me il mio Tìberiolino. » Di tutto 
sollecitavan convincerlo ^ i primi della città, se e' non s' ap- 
pellava a Cesare. Eccoti una lettera a modo di difesa; che 
narrato prima il principio della sua amicizia con Cotta e li 
molti servigi da lui ricevati, chiedeva non facessero orimi* 
nali le parole, massimamente dette nell'allegrie delie mense. 
VI. Notevole, fa di quella lettera questo principio: e Che 
mi vi scrivere o come, che non vi scrivere in questo tempo, 

< * pensava* Vedi in fioe dae primi sboni di Iradiuione di questo e del 
precedente capitolo. 

S maschiofemiHima, « Incerta virilitatìs n non « ineettàe.» Per accoppiare 
qnestoacherco della disonestà di Gaio col seguente di Gotta, che chiamò cena del 
mortoro quella fatta per lo natale di Tiberio, che tanti uomini faceva morire. — 
* il Nostro si attiene alla lesione « incerta virilitaUs, *» che desumesi 
dal cod. Mediceo dove Icggesi « incerta. » Gli altri: m ineeeta vvriliUMsi » 
conforme a ciò che narra Svetonio (in Col., 24), cioè che Caligola fu ince- 
stuoio colla sorella DrusilU. 

S * esequie. Il Davansati scrive ora esstquie ora esequie. E l' istessa in- 
costansa grafica usa in altre parole, come dopo e doppo, publico e pubblico ec. 
Vedi l'^tvertimento in principio. 

* * cena d'esequie tamovale. Lat. : « novendiaiem cenamj » cena mor- 
tuaria, che facevasi negli onori funebri rcnduti al morto nove giorni dopo il 
bruciamento del cadavere ; e però detta novendiale. 

8* d*ji gusta: seguo la Giuntina, die è conforme al cod. Mediceo che leg- 
ge; w die natali jiugustte, w L'altre 'ediiioni, « d' Augusto; » conforme la con- 
gettura del Lipsio , che ouervò non essersi mai celebrato il natalisio di Livia 
dopo la morte di lei. Ma che vieta che tal celebraiione si facesse in vita ? Livia 
fu gravis in rempublicam ntaUr (Ann. I , iO) j e di qui lo scherso. 

* * dolendosi.... a»er detto ec; cioè: e fu parimente accusato che egli, 
dolendosi.... dicesse ec. 

' * piativa memeia» aveva lite per certa aomma di danaro. 

^ * Di tuUo sollecitavan convincerlo ec. Traduce secondo la congettura 
del Pichena « eaque euncta. n Ma il cod.Mediceo ha neque ouneta « e si vuole 
con queste parole significare, come inteipeUa il Walther, che due cause concor- 
sero a impedire il successo dell'accusa : la prima, che non tutto potè provarsi; la 
seconda, il ricorso al principe. Onde si vuole tradurre : « JMè tulio poleron pro- 
vare que'maggiorenli ; e poiché costoro non gli davano posa, ricorse al principe.** 



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814 IL tnftO SBWO 1>MLI ANMALI. 

faccian gì' iddìi e le iddie di me più fttrazio ebe io (alto di 
non mi sento entro fare, a* il so.^ » Tanto gli erano erode 
giaslìaiere le stesse sae sceleritadi. Per^ soleva ben dire 
qael sovrano in sapienza:* Se gli animi de' tiranni avessero 
sportello, noi vedremmo là entro i cani, i flagelli : cioè le 
loro crudeltà, libidini e pessime pensate,* fare strazi di que- 
gli animi, come de' corpi gii spaventevoli slrnmenti. Perà né 
gran fortuna, nò vita ameba potevan si fare cbe Tiberio 
stesso non confessasse i suoi martori e supplizi intemi. 

VII. Avendo dato a' padri licenza di giudicare Ceci* 
liane senatore che dato avea qoelle accuse a Gotta, lo dan- 
narono nel medesimo che Aroseio e Sanquinio che aecnsaron 
L. Arunzio. Né mai ebbe €otta (nobile si, ma povero per 
biscazare; infame per male operare) onore come questo 
d'esser vendicato a pari d' Arunzio, di virtù santissime. 
Yennesi alle accuse di Q. Servèo e di Minuzie Termo. Ser- 
vèo fu pretore e seguitò Germanico; Minuzie, cavaliere, 
onesto amico di Solano; perciò venne di loro maggior pietà. 
Per Io contrario Tiberio dicendoli stumìe de'ribaldi, comandò 
a Gaio Geslio senatore, che quanto a lui ne avea scritto di- 

< * s*il so. Costruisci cosi questo perìodo : Gl'iddii e le iddie faccian 
di me più strasio cfa* io tutto di non mi sento dentro fare, s' io so cbe cosa o 
come scrivenri, o che cosa non ìscciTere ec. Il Politi traduce : « Che ti seri* 
vero io , o padri coscritti? o come vi scriverò T o pure che lassarò di scrivere in 
questi tempi ? Gli dii e le dee mi facciano morire di peggior morte di quella cbe 
provo ogni giorno, se io lo so. » 

> qnet sovrano in sapienza : Platone nd 4 della Republica. Lucreiio nel 
terso esprìme il rodimento della cosciensa mirabilissimamente : 

Std menu in vita pamarum prò maiefaetii 

Bit imignibut intigni», actitritquB iuela, 

Cantr, tt horribUi* d» uuto iattu' Afrtam, 

Vtrtera camifiett, rotar, pix, lamiau, tmdee: 

Qua tamen etti abtunt; at ment tibi eontcia facti 

PrtBmetuent adhiiet ttimulot torrvtqut JlagelUt : 

N«c 1/idet iaUnaqui temUnut etttmalorum 

Pottit, m*e guai sit pammnm dtntquejimia, 

Atque eadem metuit magit hcee ne tu morte grmttumt, 

Tnitiuitatem meam ago cognosco, at peecatnm maum tont/»u ma ast semper, 
dice David. Però voleva fuggire e nascondersi Caino , morto Abello, teemando a 
verga a verga , cbe chiunque lo trovasse non 1* uccidesse , come dice la Genesi 
al 4. Aristotile nel 9 dell'Etica e. 3 dice; Cbe l'uomo seelerato se Metso odia, 
uccide, nimica, nulla ha in se che bene gli voglia : lo rode e laeera la lut co- 
seieosa. 

' * pensate, pensamenti. 



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IL LIBRO SBSTO DE6LI ANNALI. StlS 

cesse al Benalo ; e Cestio prese r accusa. Peste mìsera di 
qae' tempi, che i primi del senato d' ogni cosaza e paroluza 
detta ora o mill'anni fa, palese e segreta, in pfaza e a 
mensa, di strani e di congiunti, amici e non più vedali ; in 
chechè materia (e beato il primo); chi per difender se; i 
più quasi per male appiccaiiccio ; fossero rapportatori. Mi- 
nuzie e Servéo, essendo dannati, arricchiron le loro spie. 
Giulio Affricanadi Sautogna in Gallia e Seio Quadrato farono 
atei * dannati. La causa non rinvengo. Ben so, molti scrit- 
tori, molte pene e morti arer lasciato per islracchi dalla 
quantità, o per non dare a' lettori la sentita' maninconia delle 
troppe e noiose. A me son capitate molte cose memorevoli, 
da altri passate. 

Vili. Una è che in quel tempo che niuno voleva avere 
avuto epa Sciano amicizia, M. Terenzio^ cavalier romano, 
accusatone, ebbe cuore di difenderla in senato con questo 
parole : « Farebbe forse più per me misero negare questo 
peccato che confessarlo : ma sia che vuole. Dico che fui 
amico di Sciano: n'ebbi desiderio, e, ottenutolo, allegreza. 
Perchè io Io vedeva compagno del padre al governo delle 
coorti pretoriane, poscia della città e della milizia; gli amici 
o parenti di lui, pieni d'onori: quanto uno era accosto a 
Solano, tanto potere in Cesare: chi con lai male sta va^. sem- 
pre stare in paura o vergogna. Ninno nomino, ma difendo 
me e gli altri che non fummo della congiura. Noi adoravamo 
non Sciano.^ da Bolsena, ma un membro, per lo parentado 
fatto, di casa Claudia e gialla; un too genero, o Cesare; un 
tuo compagno nei consolato; uno che faceva nella republlca 
gli uffici tuoi. Non abbiamo a guatar noi ^ chi ta esalti sopra 

* •««, altresì. 

* * sentita, provata da loro. 

' M. Teremio,,.. ebbe cuore. Àminta, nel settimo di Q. Canriio, fa una 
stmil professione magnanima d'essere stato amico di Pilota : e Cassio Glena in 
Xifilino d'aver segnitato la parte di Nigro; la «pai mosse Severo a lasciargli la 
metà de' beni confiscati. 

* * Noi adoravamo non Sciano ec. Il Ms. cancella : «Noi non Sciano da 
Bobena, ma on rnntAao della casa Claudia e della giulia che egli dominava per 
lo parentado, adoravamo. » 

' * Non abbiamo a guatar noi ec. Il Ms. cancella: m Non abbiamo a squa- 
drar noi chi tu sopra gli altri ti esdti. » 



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316 IL LIBMO 8B8TO DB6LI ANNàU. 

gli altri, né perché gì' iddìi hanno a te dato V anlTeraale dì- 
sponimento; a noi rimane la gloria dell'abbidirti: gaardiamo 
quanto ci ò davanti, cioè chi da te abbia riccheze, onori e 
podestà di giovare e di nnocere: le qoali cose ninno negherà 
essere state in Seiano. Spillare i concetti *■ o disegni segreti 
del principe, nò lecito è né sicuro, né paò rìnscire. Consi- 
derate, padri coscritti, chi fa Seiano; non T nltimo di ma 
sedici anni, che insino a Satrio, a Pomponio e' inchinavamo'; 
che r esser conosciuti da' suoi liberti e portinai ci pareva un 
bel che. Che voglio adanqoe? difender ogn'nno? no: ma che 
si faccia giusto divario. Chi ha voluto con lui tradire la re- 
pnblica, ammazare lo in^peradore, puniscasi: chi gli è stato 
mero amico, e servigio gli ha fatto, sia come te, o Cesare, 
senza pena. » 

IX. Questo generoso parlare^ e V essersi trovato uno 
che sborrò * il rattenuto da tutti , operar si che i loro accu- 
satori,' ira per questo peccato e per altri, furon dannati ad 
esilio morte. Venne poi altra lettera di Tiberio contro a Se- 
sto Yestilio stato pretore, caro a Druse fratello, però tirato 
in corte. Dispiacque V aver poetato (o si credette) delle diso- 
nestà di Gaio Cesare : onde cacciato di casa, con la vecchia 
mano sì punse le veni : poscia legatelesi , supplicò : e per lo 
riscritto crudo, le sciolse. Seguita una frotta d'accusati di 
maestà: Annio Pollione, Yiniciano suo figliuolo. Appio Si- 
lano, Scauro Mamerco, Sabino Calvisìo, tutti di sangue chiarì, 
e alcuni di sommi onori. A' padri ne venne trfemito : e chi 
non era di tanti illustri parente o amico? Pure Celso tribuno 
d'una corte di Roma, uno dellì accusanti, liberò Appio e 
Calvisìo. Gli altri tre disse Cesare che insieme co '1 senato 
giudicherebbe altra volta : e male fiancate diede * a Scauro. 

* Spillare i concetti ; diminativo di spiare, per vie occalu • strette sot- 
trarre. Con metafora passata in proprietà diciamo spillare la botte, per assag- 
giarla, traendone non per la cannella il vino, ma per lo spillo, deh picciol per- 
tugio, fattovi con iatrumento detto anch' egli spillo, e dagli anticbi squillo. 

^ * che sborrò. Il Ms. cancella : « che desse fuori ; i» che h cominto deDa 
parola. 

^ * i loro aceusatùri. Perche i loro? il testo ha : « aceustOorts eiti», » 
cioè, 3f. Terentii. 

* * nude Jùmcate 4iade. La Girnitina: •» mali cernii fece. •> Óarjtojteaie 
o spronate è gettare di traverso motti ingloriosi ad akanoé 



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IL LIBHO SESTO OBOLI ANNALI. , 217 

X. Non eran fuori di pericolo anco le donne, che, non 
potendosi d* occupata republica, di. lagrime s'accusavano: 
e fu fatto morire ^itia vecchlerella, per aver pianto Fufio 
Gemino figliuol suo. Fatte furon queste cose dal senato : e il 
principe fece morire due, i più antichi di sua famiglia, sta- 
tigli a Rodi e in Capri sempre al fianco, Yesculario Fiacco^ 
messaggiero nel tradimento di Libone, e Giulio Marino com- 
pagno di Seiano all' acciacco' di Curzio Attico. Tanto più 
ne giovò di vederli presi alle reti' loro. L. Pisone pontefice 
(miracolo allóra ih si chiaro uomo) morì di sua morte. Non 
propose mai cosa servile dì sua voluntà: quando era forzato, le 
moderava con sapienza: ebbe, come ho detto, padre. censore: 
visse anni ottanta: meritò in Tracia le trionfali. Ma la sua 
maggior gloria^ fu la continovata podestà <li Roma, non so- 
lita, però piò grave a ubbidirsi: da luì temperata a mara- 
viglia.* 

XI. Avvenga che prima i re, poscia i magistrati quando 
andavano fuori, por non lasciare senza capo la città, eleg- 
gessero per a tempo, chi rendesse ragione e rimediasse a* sa- 
biti casi. Dicono che Remalo vi lasciò Déntro Romolio; Tullio 
Ostilio, Numa Marcio; Tarqunio Superbo, Spurio Lucrezio. 
Poscia anche i consoli sostituivano: il che oggi si raffigura,'^ 
qoando per le feste latine si mette uno che faccia V ufficio 



' * Vesculario Fiacco. Goti è chiamato sopra, II, 28; ma qui è- detto 
« Vesculariits Atticitsi «» e il Nostro ha seguito il Pichena che ha qui pure re- 
stituito Flaccus. 

' * aW acciacco , all'oppressione. 

' presi tdle rtti, - Maltun cmsilitim consultori pessimum , ** era il 
proverbio romano, nato (come dice Agellio) dalla malignità de'sacerdoti fatti ve- 
nir di Toscana a ribenedire la statua d'Orazio Code percossa da saetta; che ansi 
la maladissero , e fecerla si abbassare che non vi desse mai sole. Confessaronlo per 
tormento, e furono uccisi. E i fanciulli per Roma cantavano il sopraddetto verso, 
tradotto da quel d'Esiodo, ij ^« xaxii ^tfXiì t^ ^tfXsuaavri xecxiarv], col quale 
Democrate da Scio (come riferisce Aristotile nel tento della Rettorica) mor^ Me- 
nalippide de' troppo lunghi periodi : peggiori per chi gU fa che per chi. gli ode : 
CapiU suo malum suit ille qui alteri malum stai: longa vero anabole, ei 
quifecit pesfima. 

*( * 11 postillatore anonimo dell'esemplare Nestiano posseduto dal marchese 
Capponi corregge (ma credo di suo capo) questo luogo così: « per la non solita 
uhbidienaa più grave, da lui a stemperata maraviglia. » 

S * si raffigura j cioè, si rappresenta. Il Ms. cancella : » è rassembrato. *> 

I. 19 



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218 • IL UBftO 8B8T0 DBGLl ANNALI. 

del consolo. Agusto nelle gaerre civili occopato, fece Cilnìo 
Mecenate, dell' ordine de' cavalieri, suo luogotenente in Ro< 
ma^ e Italia. Quando fu poi padrone d'ogni cosa, per lo 
gran popolo e per li tardi giudici legali, die podestà ad uo- 
mini stati cotìsòli di tenere in freno i servi e qne' cittadini 
che intorbidano, se non veggono alzata la maza.* Meissala 
Corvino fu il primo clie l'ebbe; e in pochi giorni la lasciò, 
quasi non atto. Statìlio Tauro, benché molto vecchi'o, si 
portò egregiamente. Segtiitò Pisene per anni venti, con pari 
loda, e per decreto de' padri ebbe P esequie publicbe. 

XII. Quintiliano tribuno della plebe, propose a' padri la 
dimanda di Ganinio Gallo, uno de* quìndici, di ricerere un 
libro della Sibilla, e se ne vinse il partito. Cesare scrisse 
che il tribuno, come giovane, sapeva poco d' antìchitade; e 
garrì Gallo, che consumato in isciénza e divinità, simil cosa 
trattasse in senato, scarso di numero, senza certo autore,' 
sentenza del collegio, lettura e censura de' maestri, usate a 
simili versi. E avverta che A gusto, veduto molte scioc- 
cheze leggersi sotto grandi nomi,* ordinò*^ che tra tanti giorni 
si portassero al pretore, e vietò tenerle i privali. Come fecero 
gli antichi allora che per l'arsione del campidoglio, nella 
guerra sociale da Samo, Ilio, Eritri„ Affrica, Cicilia e colo- 
nie d'Italia trassero i versi della Sibilla o Sibille; e commi- 
sero a' sacerdoti che con ogni umano potere cernessero i 
veri. Cosi anche allora questo libro fu a' quindici dato a cer- 
nere. 

XIII. Nel detto anno per lo gran caro fu per l'evalraì il 
popolo: e molte cose, molti giorni domandò nel teatro, con 
licenza non usata a impéradorl. Di che alterato, riprese i 
magistrati e i padri per non l' avere raffrenato con l' auto- 

* * suo luogotenente in Roma. Il Mi. cMi<:elU) « sopraotendente di 
Roma. » 

' * se non veggono ahatà la rhaxaj cio^, se non temano d'esser poniti. 
l\lM,.h^:mniHvimmehtat,» 

S * senza eerto autore. Il Ms. cancella : « senta certesa dell'autore. » 

* seioccheze leggersi sotto granéi nomi. Agmto de' libri si (atti ne arse 
domila, dice Snetonio in Agosto 31. -^* sciocchete. Il ATs. cJiHcdlas « vanitìu » 

» * ordinò èc. Il Ms. cancella : « le fece tra tanti giorni ^Ure alla 'pode- 
stà, n 



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IL UBBO tBSTO DB6U AMNILI. 219 

rilà poMica; e ricordò qaanto grano, e onde, condaceva 
egli più che Agasto. Per lo che il senato dislese un severo 
bando per gastigare all'antica il popolo. I consoli spacciata- 
mente il pabblicarono. Il non vi por bocca egli credette do- 
versi attriboire a civiltà;^ e fu a superbia. 

XIV. Nel fine dell'anno, Geminio, Gelso e Pompeo, 
cavalieri romani, furono uccisi per la congiura di Seiano. 
Geminio gli fu amico, perchè spendea e vivea morbida- 
mente ;' non per cosa di conto. Giulio Celso tribuno allentò 
In carcere la catena, e incappiatalasì al collo,' sì strangolò. 
Robrio Fabato, facendo Roma spacciata, se ne fuggiva alla 
misericordia de' Parti.* Veramente costui^ preso nello stretto 
di Cicilia, e rimenaio da un centurione, non dava cagioni 
capaci del suo dileguarsi.^ Pure dimenticato, anzi che gra- 
ziato, scampò. 

XV. [A. di R. 786, di Cr. 33.] Nel consolato di Sergio 
GaUm e L. Siila , Cesare, essendo da marito le figliuole di 
Germanico, nipoti sue, doppo lungo pensare, congiunse 
Gialla a M.Vinicio'' natio della terra di Galles in Campagna; 
il padre e l'avolo furon consoli; la famiglia cavaliera; di 
dolci costumi; dicitore ornato: e Drusilla a L. Cassio di casa 
pepolare nmiana, ma orrevole e antica , dal padre tenuto 
sotto: uomo di più pianeta che indostria.' Scrisse al senato, 
lodando i giovani alquanto. Poscia renduto di sua assenza 



* * d<H>erst atiribtiire a civiltà. Il Ms. cancella : « che fosae a civiltà. » 

* * spendea e vivea morbidamente, fl Bfs. cancella : m fondeva il sno e 
vivea diliealo. m Ebbe la mente a quel di Dante : 

BiMtisre fooda I« nt fMsltate. 

S * incappiata!asi al eolio. Esseodolasi incappiata, cioè annodata stretta- 
mente al collo. Nel Ms. è cancellato: « al collo. » 

* * /uggiva alla misericordia de* Parti. Il Ms. caacella: « fuggiva a'Parti 
per iscampo. w 

' Veramente costtU. Leggi mm isj perchè quel tanus repertue era 
troppo sproposito. 

* * non dava cagioni capaci del suo dilegtuwsi. fl Ms. «ancdla : m ood 
diceva cagioni bastevoli AtìX andarsene si discosto. •• 

1 Giulia a Jf. Vinicio. Saetonio U dice Livia, o Livilla. 
' * u9mo di pia pianeza che industria. U Lat ba : « facilitate sttpius 
quam industria commendalffittir,' » 



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220 TL tmo SESTO DB6LI ANNàLf. 

ragioni stravaganti, entrò in cose più gravi: che 8*era per 
la republica fatto nimici, però chiedeva che Macrone pre- 
fetto, con qualche tribuno e centorione, entrassero sempre 
seco in senato. Feces! partito largo di quanti e qaali volesse. 
Ma egli non che in senato, non entrò mai pnre sotto un tetto 
della città, se bene spesso per tragetti intorno le- aliava, e 
50 n' andava. 

XVI. Fnria d'accnsatori asci addosso agli nsnral, che 
arrìcchivan più che, sopra il prestare e possedere in Italia , 
non dispone la legge di Cesare dettatore già dismessa; per- 
chè l'interesse privato dà de' calci al ben pablico. L'asnra 
è mal vecchio della città, e di sollevamenti e discordie, ch^è 
ch'è,^ cagione; però ancora ne' tempi antichi e costami 
men guasti si correggeva. Conciosiachè le dodici tavole pri- 
mieramente la tassarono il più a uno il mese per oentinaio, 
che prima faceasi a modo de' ricchi. Poi fu per legge de' tri- 
buni, ridotta a un mezo: poi ogni usura vietata; e, per molti 
ordini della plebe, provveduto alle sottilissime malizie onde 
rimettea sempre, quasi pianta succisa. Avendo, adunque, 
Gracco pretore tali accuse innanzi, increscendoli di tante 
rovine, le rimise al senato. I padri spaventati (perchè, chi 
n'era netto?) ne chiederò al principe grazia generale, el'ot^ 
tennero; con tempo diciotto mesi a rassettarsi tostato,' cia- 
scuno secondo la legge. 

XYII. Quindi nacque stretteza violenta di moneta; per- 
chè i debitori tutti a un tratto erano stretti : il fisco e la ca- 
mera per tanti dannati, e lor beni venduti, avevano inghiot- 
tito tutti i contanti. Perciò il senato fece che gli usurai se ne 
pigliassero li due terzi, in terreni in Italia; ma essi richie- 
deano parlo intero; né era onore ia' richiesti fallir di fede. 



' cVè eh* k: spesso spesso; dicesi per cose troppo spesse e indegne, cbe 
a pena son credute ; corresi a cfaiarir (*) scegli e par vero, con maraviglia dicendo, 
che hf cheli che senf io t — * eh* kch'è, cagione. Il Ms. cancella : « ad ogni 
poco, cagione. « 

* * a rassettarsi lo stato. Intendi lo stato proprio; le ragioni domesti- 
che ; i conti. ULat. ha: « rationes familiares eontponeret, » 

{*) chiarir. La NeslUnae U Cominiana hanno, eon maniFesto errore, ehiamars ni la 
prima 11 correggo nel lungo errata; ni il Volpi , nella seconda, se ne aeoorse. 



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IL LIBBO SESTO DEGLI ANNALI. 221 

Cosi SI serpéntava,^ tranquillava,' alla ragion si gridava: e 
le vendile e compre, trovale per rimedio, la strelteza accre- 
scéano; perchè i compratori col nascondere il danaro, e ì 
tanti venditori coir offerire gli stabilì, gli smaccavano:' e i più 
indebitati con più fatica vendeano: fallivano molti, e n'andava 
con la roba la dignità e la fama; onde Cesare vi porse aiolo, 
contando dae milioni e mezo d' oro a' banchi , che li pre- 
stassero senza prò per tre anni a chi obbligasse al popolo 
stabili per lo doppio. Cosi la fede tornò', e a poco a poco 
ancora i privati prestavano, e la legge del pigliarsene stabili 
non s' osservò. Trattandosi tali cose con rigore nel principio, 
poi si tralasciano. 

XYIII. Ritt>rnarono le prime paore, per l'accosa di 
maestà data a Consldio Procolo. Il quale festeggiando tolto 
sicaro per lo natal suo; rapito, portato in senato, dannato 
e morto, tutto fu uno : e a Sancia sua sorella levossi acqua e 
fuoco. L' accusatore fu Q. Pomponio, cervello inquieto, che 
diceva aver questo e altro fatto per entrare in grazia del 
principe e liberar Pomponio Secondo, fratello suo. Ancora 
fu scacciata in esìgilo Pompeia Macrina, il cui marito Ar- 
golico, e Lacone suocero, de' primi delli Achei, Cesare aveva 
afOitti: è il padre, romano cavaliere illustre, e il fratello stato 
pretore, in suir esser condannati, s'uccisero. Il peccato loro 
era che Teofane di Metèllino loro bisavolo, fu inlimo di 
Pompeo Magno: e doppo morte da quella greca adulazione 
adorato per celeste. . 

XIX. Dietro a costui. Sesto Mario il piò ricco di tolte 
le Spagne, fu d'aver giaciuto con sua fìglioola rapportato, 

' * serpentava. Varchi, Ercol. 73: « Si dice serpentare ^ tempestare, 
quando colui non lo lascia yivere ne tenere i piedi in terra: il che i Latini diceano 
propriamente soUicitare. » Net testo è conciirsaUo {^ebat). ^ 

' * tranquillava , facevasi opera di calmare con preghiere. Il testo ha: 
« concursatio et preces. *» 

' * gli smaccavano, gli rendevano vili; gli screditavano. La Giuntina in 
tutto (juesto periodo varia come segue : ** Così ciascuno s'aiutava serpentando , 
tran({uillando/alla ragione gridando, e le vendite e compre, trovate per rimedio 
della strettezia, l'accrescevano; perchè i prestatori avevano impaniato i loro mo- 
bili in quegli 'stabili; i tanti venditori gli avevan fatti rinviliare, e il gettarli via 
a' debitori più grossi più coceva. » Nel Ms. diceva : « ftlli più indebitati : » poi 
corretto come sopra. 

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222 IL LIBRO SICSTO .OBGL| ANNALI. 

e gittato giù dal sasso tarpeo: e acciò non fosse dubbio clie 
lo gran danaio suo fa lo peccalo suo/* Tiberio volle per se 
proprio le cave dell* oro^ benché incamerale. Insanguinalo 
ne' supplizi, fece ammazar tulli gì' incarcerali per conto di 
Solano. Giaceva infinito macello' d'ogni età e sesso, e chiari 
e vjli, sparsi e ammontati. Gli amici e parenti venuti a pia- 
gnerli, a guatarli, non v'eran lasciali badare da' berrò vieri 
postivi a notare i più addolorati, e le corpora fetide accom- 
pagnare al Tevere; dove ondeggianti o approdanti, niano 
arderle né toccarle osava: all'umanità forza e paura; alla 
pietà crudeltà contrastava. 

XX. In questo tempo Gaio Cesare,' che a Capri andò 
con l'avolo in compagnia, sposò Claudia di M. Silano; e 
dell'essere sentenziata la madre, confinati i fratelli, non 
fiatò: il suo bestiale animo covertando^ dì maliziosa mode- 
stia; con la ^uale sempre che Tiberio mutava vestito, egli 
simile abito e poco svariate parole usava. Onde s'appiccò il 
bel detto di Passiono oratore : oc Non fu mai miglior servo, 
nò peggior signore. )» Non lascerò quello che Tiberio indovinò 
a Sergio Galba allora consolo ; il quale fatto venire a se, con 
vari ragionameoti tastò; e di^e in greco: « Anche tu, Galba, 
un di assaggerai l'imperio: » tardi e corto significandogliene, 
per arte caldea, appresa nell' ozio di Rodi dal maestro Tra- 
suUo , la cui eccellenza cosi cimentò. 

XXI. Quando egli voleva sapere un segreto, in cima 
d'una casa posta sopra uno scoglio, un suo liberto fidato, 
balioso,' che legger non sapea, facea per quelle rocce la via 
innanzi, e conduceva su l'indovino: s'eì pareva ìgnoraule 
o ciurmante,' gli era data la pinta in mare, perchè non ri- 

* Lo gran danaio suo fu lo peccato suo. L' arcivescovo di Toledo io 
meso a due vescovi disse : Io vo in carcere in meMO a un grande amico mio^ e 
un gran Mimico mio. Tarbandosi quelli, seguitò : // grandmi amico è CimO' 
eenza, il nimico ò V arcivescovado di Toledo. Silio a* cento diceva , l' in di 
Tiberio essere il peccato suo. « 

' Giaceva infinito macello. Il porre ianaosi agli occbi b gran virtù. Ta- 
cito se ne compiace molto in questi. libri, come qui, e altrove. 
3 * Gaio Cesare. Caligola. 

* * covertandq, coprendo. 

S * balioso, forzuto; da balia, forta , potenza. 

^ * ciurmante , ciurmatore , ingannevole » frodolento. 



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IL LIBRO SSSTO IHKILI AMIlàLI. 923 

dicesse 11 domandalo.^ Condotto adanqoe Traballo sa per 
qaei greppi, e domandato; predisse appunto lo imperio» e 
ciò dbe doveva avvenire a Tiberio; il quale commosso gli do^ 
mandò, se egli aveva studiato la nascita sua' e qaal fortana 
corresse qaelFanno e quel di. Egli calcnlato tempi e aspetti 
de' pianeti, prima si rimescolò, poi atterri; e qnanto più 
squadrava, piA gli s'arricciavano i capelli: finamente gridò, 
che in gran punto, e forse ultimo era. Allora Tiberio l'ab- 
bracciò, e rallegrossi ch'ei s' era apposto del pericol suo, ma 
non dubitasse. E sempre quanto disse, ebbe per oracolo, e 
Ini per intrinseco amico. 

XXII. Io veramente per questo e altri casi somiglianli, 
giudicar non saprei, se le cose de' mortali vengono per de- 
stino e ferma necessità, o pure accaso. I savi maggiori anti- 
chi e loro sètte discordano, tenendo molti,' gl'iddii nen 
tener conto di nostro nascere o morire, nò in breve di noi 
uomini : però i bnoni aver male, e i rei bene le più fiate. 
Altri ^ dicono in contrario, che le cose il lor fato portano 
non da' pianéti^' ma da principii e cagioni naturali, che in- 
trecciate tirano l' una l'altra; ma ci lasciano arbitrio d'eleg- 
gerci qual vita vogliamo: e a quella eletta, le cose per natura 
tirate avvengono. Né sono beni e mali quelli che al volgo 
paiano: anzi molti dalle avversità combattuti, tollerandole 
con forteza, son beati; e per le gran ricchese i più^ male 
usandone, miser issimi. Le destinate cose per lo f unto del 

< * Giova uflire il fatto con più chiaressa da G. Dati ; « Ogni volta 
eh' e' voleva con qualche aatrologo consigliarsi e saper qualche cosa dell'avve- 
nire , usava di salire sopra la più alta parte della sua ahitasione, né altri voler 
seco che uno de'suoi liberti, il quale delle kttere era ignonata,nui del corpo ga- 
gtiardo e poderoso, tt Uberto andava iananù per etiti luoghi saasoti e dirupati 
(perciocché era la casa posta in au un maaso), e l'astrologo dal qnale voleva Ti- 
berio fare isperimento, lo seguitava ; e avvenendo che Tiberio o di menaogna o 
di malina so^ettassa di lai nel suo pronosticare, lo fKCva nello scender ddla 
rupe dal liberto gettare in mare che era quivi appiè del masso, aceiocdi' e' non 
potesse rivelar quelle cose di eh' egli era «tato da Ini domandato. » 

' * sua , propria ; di se stesso, non di Tiberio. 

' * Gli Epicurei, cbe negavano la divina provvidann. 

* * Gli Stoici. 

9 non da* pianeti. Se il cielo ha fona in noi, Dante nel SS del Purgatorio 
ne tratta divinamente: 

II Cielo i vostri movinMnti ioixia , ee. 



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2'24 IL LIBKO SBSTO DEGLI ANNALI. 

nascere, avvengono a' più de' mortali, ma perchè alcuni le 
pronosticane al contrario per inganno, o ignoranza dell'arte, 
ella non è creduta. E por di chiare sperienze ne ha vedoto 
Tantica età e la nostra; avendo il figliuolo del detto Trasnllo, 
predetto a Nerone Timperio, come si dirà a suo tempo per 
non allontanarci pia dal proposito. 

XXIII. Nel detto consolato si pablicò la morte d' A^inio 
Gallo per digiuno: se volontario o no incerto è. Cesare do- 
mandato, se si dovea seppellire, ebbe faccia di dire: a Come 
no?» e dolersi del caso che '1 ci avesse tolto prima che udir 
sue ragioni, come fosse in tre anni mancato tempo di giudi- 
care quel vecchio consolare, e padre di tanti consolari. A 
Druso^ fa levato il cibo: e nove di visse* rodendo la mise- 
randa lana de' materassi. Vuole alcuno, che Macrone avesse 
ordine, che pigliando le armi Seiano, traesse Druso di pala- 
gio^ dove era sostenuto, e lo desse per capo al popolo. Ma 
perchè si diceva che la nuora e '1 nipote tornavano in gra- 
zia, Tiberio non che^pentere,' ne incrudelì. 

XXIV. E rimproverò al morto il laido corpo, e Tanimo 
pestifero a' suoi e nimico alla republica, e fece leggere 
ciocch'egli aveva detto e fatto di per di. Atrocità non udita: 
avergli tenuto tanti anni raccoglitori de' ma' visi, sospiri, 
borbotti.* E che un avolo gli potesse udire, leggere, publi* 
care, chi'l crederrà? ma ci scuole lettere di Azio centurione, 
e Didimo^iberto, che ragguagliavano puntualmente: « Il tale 
schiavo all'uscir di camera lo battè: il tale lo spaventò. »— 

' * Il Ms. cancella; « Dnuo ancora morì dì lame, sostentatosi nove di eoi 
cibo miserando de'okaterassi. » Druso, figlio diGermanico. Vedi sopra, lib. V,iO. 

^'novm dì visse* Anche qui rappresenta quesU morte tragica, come DanU 
qaella del conte Ugolino , con pietà sopr' umana. Lo fa viyere anch' egli nove 
giorni , e tra '1 quarta e '1 sesto , i quatto figliuoli ; forse perchè l'etk che cresce 
consuma più il cibo che quella che solamente si Autre : o pure la più robusta si 
regge più. 

S *peHlerej pentire. Dante, Inf.j XXVII, il6: 

Né penten e Tolere insieme poos'si. 

* * raeeoglUori dti* ma* visi, sospiri, borbotti. Il Lat. h%t m qui vmltum, 
gemitms oeeultitm, ttiam murnutr exciperenf. » Per ma^ visi ornali visi s'ba 
da intendere le guardature sinistre, che potessero far sospettare qualche ostile 
disegno covato dentro. 



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IL LIBRO SB8T0 DEGLI ANNALI. 225 

«Ed io (si Tanta Azio*) le tali parole (erribili gli accoccai; 
ed egli, morendo, sputò le cotali:» e conta, come prima 
fece 11 pazo, e mandava a Tiberio colali bestemmie sciocche; 
poi, disperato della vita, sensate: che avendo egli occiso la 
naora, il figlinolo del fratello, i nipoti, e pieno dì morti latta 
la casa, ne patisse le pene dovute al nome e nobiltà de' suoi 
passati e avvenire. I padri davan pure in su la voce a eh! 
leggeva, quasi abominassero; ma tremavano e stupivano, 
cbe osasse si sagace uomo e copritore di sue magagne, la- 
sciare ivi leggere e, quasi rotto il moro,* vedere il suo ni- 
pote bastonare dal centurione, percuotere dalli schiavi,invano 
chieder del pane. 

XXY. Le lagrime non eran rasciutte, quando s' intese, 
Agrippina (che dovette, morto Seiano, voler vivere per qual- 
che speranza^, veduto che la crudeltà seguitava, essersi 
levata il cibo, se già non le fu tolto, perché tal morte pa- 
resse volontaria. Tiberio scagliò di lei cose bruttissime, e 
che morto Asinio Gallo suo adultero, le fu noia il vivere. Ma 
Agrippina ne volle troppo:' si strusse di regnare; e per le 
cure virili lasciò i vizi delfe femmine.^ Soggiunse Cesare, 
che ella era morta in tal di che fu gastigato Seiano due anni 
innanzi: se ne facesse memoria;^ che per la bontà di lui' 
non mori di capestro , né gittossi alle Gemonie. Funne rin- 
graziato, e ordinato che il di diciassette d'ottobre, che ambo 
morirono, ogn' anno s' ofTeresse un dono a Giove. 

' si vanta* jÌxio,Gìon9L di manigoldo; simile a quella di colui che nel quin- 
dicesimo di questi Annali rapporta a Nerone d'aver dicoUato SuLrio, con* un 
colpo emexo, non al primo; perch' ei sentisse la morte secondo il precetto di 
Caligola; perchè l'uccider tosto è pielade. 

' * quasi ratio il muro. Il Lat. ; « tanquam dimotis parietibus j » come 
rimosse le muraglie. 

^ * ne volle troppo , non si contenne nei confini della moderaxione. U Lat. 
ha: « teqtù impatiensjn insofferente di egualità, bramosa di soprastare. 

* * per te cure virili lasciò i vizi delle femmine. Il Ms. cancella ; « ve- 
stissi le cure degli uomini, e de' visi delle femmine si spogliò.» 

S per la bontà di lui. Careza di Ciclope fa questa. E voglio, Utino mio , 
ngiarti il sezo, (*) dice Omero. 



(*) La GioDtiua: « L* dHìibo mangerotti Uiino mio. » E l' esemplare del Conte Morfara 
pih Tolte citato, ha: « E vo> mangiarti il seno, il mio Utino. « Sezio eon doppia seta. 11 luogo 
eiUtod' Omera è Odiuea, IX , 869: 

OuTiv «y» TTU/Aarov tiop.cL% /xcra 015 erapoiw. 

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226 IL LIBAO SESTO DBfiLI ANNALI. 

■XXVI. Poco dipoi Cocceo Ncrva, che sempre «jl prin- 
cipe era, dotto in ogni divina e umana ragione,* sano e flo- 
rido, deliberò morire. Tiberio gli stava intorno, pregava: 
domanda: « Come è ciò? che rimorso areì, che fama, se il 
mio più caro amico, senza veruna cagione fuggisse il vive- 
re?» Nerva gli voltò le spalle, e più non mangiò. <C|ii sapeva 
la sua mente, diceva, che vedendo egli la repubìica a mal 
partito, volle, per ira e paura, morire candido e non mano- 
messo. La rovina d'Agrippina (chi '1 crederrà?) rovinò Pian- 
Cina. Fu moglie di Gn. Pisone: fece della morte di Germanico 
pnblica allegreza: quando Pisone cadde, i preghi d' A gusta, 
e non meno Tesser nemica d'Agrippina, la ressero:' quel- 
la odio e quel favore mancati, la giustizia ebbe luogo : e ac- 
cusata de' peccati già tshiari , ne pagò di sua mano la pena 
più tarda che indegna. 

XXVII. A tanti duoli e pianti della città, s'aggiunse, 
che Giulia di Druse stata moglie di Nerone,' si rimaritò a 
Rubellio Blando, il cui avolo fu da Tivoli, cavalier romano, 
e se ne ricordano molti. Al fine deiranno mori Elio Lamia. 
Ebbe ossequio da censore , tìtolo di governatore di Seria e 
poi di Roma; d' orrevole famiglia ; prospero vecchio; e per 
quel governo vietatoli, pii^riputato. Morto pòi Fiacco Pom- 
ponio vicèpretore di Seria, si les$e una lettera di Cesare che 
si doleva, che i più valenti e atti a governare eserciti, ricu- 
savano le provincia, e gli bisognava pregarne li consolari. 
Non si ricordando che Arunzìo, già dieci anni, non s'era 
lasciato ire in Ispagna. Ancora mori quell'anno M. Lepido, 
della cui moderanza e savieza , ne' libri passati assai è det- 
to:^ della nobiltà, basta dire,^ di casa Emilia: cava^ ricca di 
cittadini ottimi. Ve n' ebbe di corrotti , ma grandi. 

XXVIIL [A. di R. 787, di Cr. 34.] Essendo consoli Paulo 

' * dotto in ogni divina e umana ragione ec. U 2\fs. ngetU: « d'ogni di- 
vina e nmana ragione sciente, in buona fortuna e sanità. » 

3 • Vedi sopra, lib. Il, 43, 55, 68, 7i, 74, 75; Mb. HI, 9, 15, .i7, i8. 

' * Nerone, 6gUo di Germanico. 

• *Vedilib.I,d35lib, IV,20. 

8 "basta dire j sottintendi , eh* egli era. 

* cava. Cosi la Nestiana e la Cominiana. Le altre, con errora ^eciMO, 



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IL LIBBO SISTO DEGLI ANNALI. 227 

Fabio e L. Vìtelìio, voltati molti secoli,^ venne la fenice in 
Egitto, materia a i dotti della contrada e della Grecia di 
molto discorrere di tal tniracolo. E degno fia, ove conven- 
gono, ove discordano raccontare. Tatti scrivono esser gue- 
st' uccello sagrato al sole: nel becco e penne scriziate, di- 
verso dagli altri. Degli anni, la più cornane é, che ella venga 
ogni ctnqaecénto. Alcani affermano mille quattrocento ses- 
santnno, e che un'altra al tempo di Sesostride, altra di 
Amaside, la terza di Tblommeo terzo re-di Macedonia, vo- 
larono nella città d'Eliopoli, con gran seguito d'altri uccelli, 
corsi alla ibrmà nnova. £ molto scura T antichità:' da To^ 
lommeo a Tiberio fu meno di dugencinqnant'anni: onde 
alcuni tennero questa fenice non vera né venuta d^Arabia: 
e Aiente aver fatto dell'antica memoria," cioè che forniti 
gli anni, vicina al morire fa in suo paese suo nidio : gittavi il 
seme: del nato e allevato feniciotto la prima cura è di sep- 
pellire il padre: accaso no'l fa, ma provasi con un peso di 
mirrala far lungo volo: se gli risece, si leva il padre in collo» 
e in su l' altare del sole lo porta e arde : cose incerte, e 
contigiate di favole.^ Ma non si dubita, che qualche volta non 
si vegga questo uccello in Egitto.'^ 

XXIX. In Roma continovando le morti, Pomponio La- 

* * VQltati molti secoli. Il Ms. rigetta : « dopo loDgo giro di secoli. » 

^ * È moUo sottra V antichità. Il Ms. rigetta ; « Ma nell* antichità sono 
gran tenebre. » 

' *e niente at»er /atto deW\antica memoria t intendi; di ciò che l'^anti- 
chità raceontara. Il Lat ha : u nihilque' usttrpavisse eat his guai vetus memo» 
Hajirmavits » cioè , come traduce il Dati : « nò avere avuto alcuna di quelle 
proprietà che fìiron sempre alle vere fenici dagli' antichi attribuite. ** 

* contigiate di favole tUl^^M.'So^ latina, compiof: l'usavano gli an- 
tichi , e diceano contigie le cerimonie , e ogni abbelKmento. In Francia le donne 
di parto quando nel letto rafiaconate aspettano le visite « si dicono sUire in con- 
tigia. (*) 

5 'Dante, /»/, XXI V: 

Così per li graa savi si eonfessa 

Che la fenice more « poi rinasce, 

Quando al oiaqaeeentesim' anno appressa. 
Elba né biada ia sia vita aoa pasee. 

Bla sol d' ineeoAo IserioM e d' amomo , . 

E nardo e mirra son 1' ultime fasce. 

D Daato, Por.. XY: 

Non avea catenoUa, Don corona. 
Non donne contigiate. 



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228 IL LlBaO SESTO DBGLI ANNALI, 

beone» che, come dissi, resse la Mesia, sfsegò le veni; e 
Passea sua moglie altresì. Sf pronto era lo ammalarsi^ per 
fuggire manigoldo, e perchè i dannali eran gUlati affossi, e 
publicali lor beni : ma de' morti prima che giudicati, vale- 
vano ì testamenti, e seppellivausi i corpi, pregio della morte 
affrettala. Cesare scrisse al senato aver proibito a Labeone H 
capitargli a casa, e solo in leso disdirgli l'amicizia all'usanza 
antica: m'a egli frugato dalla conscienza dell' assassinata pro^ 
vincia, e altre colpe, aveva voluto ricoprirle col concitargli 
quest'odio; e spaventato a sproposito la D[H)*glie che, quan- 
tunque colpevole, non por lava- pericolo. Fu accusato di nuovo 
Mamerco Scauro, nobile, grande avvocato, ma vizioso. Ro- 
vinoUo non l'amicizia di Seiano, ma l'odio non meno pesti- 
fero di Macrone, che usava le medesime arti, ma più coperto: 
e mostrò il suggello d'una tragedia di Scauro, ì cui versi 
s' additavano a Tiberio. Ma Servilio e Cornelio l'accusarono 
d'adulterio con Livia, e negromanzia. Scauro, da vero Emi- 
lio,' non aspettò la sentenza; e Sessizia sua moglie gli fu 
al morire consigliera e compagna. 

XXX. Punivansi ancora talvolta le spie.' Servilio e Cor- 
nelio infami per questa rovina di Scauro, avendo^ per moneta 
presa da Vario Ligure, abbandonato l'accusa, ne forono 
confinati in isole, privali d'acqua e fuoco. E dannalo e cac- 
cialo di Roma Abudio Rusone, staio edile, per aver messo 
in pericolo Lentulo Getulico, di cui era stato luogotenente 
d'una legione, rapportando, che egli si aveva destinato ge- 
nero un figliuolo di Seiano. Getulico allora governava l' eser- 
cito della Germania di sopra, dal quale era, per somma cle- 
menza e discreta severità, adorato; e all'altro vicino esercito, 
retto da L. Apronio suo suocero, non poco grato. Onde ardi 
scrivere a Tiberio (cosi fu ferma fama): a Che non aveva 
cercato il parentado con Seiano di proprio consiglio, ma di 



* sì pronto era lo ammazarsi. Perchè olire alle ragioni qui dette , I 
vano i tormenti ; e Tiberio Tavèa caro , per non parer quel desso che a 
tutti i grandi. £ le giustisie faceva fare al sa»to j ed ci le graiie, 

^ " da vero Emilio. Lat : «t ni digniim veterihas JEmiliit. La Giun- 
tina : M da vero emiliano. » 

' Punivansi.,,, U spie. I Locresi nel luogo del giudisio tenevano sopri il 
capo della spia un capestro; e non provando, l'adoperavano in lei. 



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IL LIBHO §MTO DEGLI ANNALL 229 

Tiberio : Tono come T altro s' era ingannato: né doveva Ti- 
berio del comune errore andar franco, e gli altri in perdi- 
zione. La 8oa fede era intera, e manterrebbela, se non gli 
fossero tese insidie ; mandargli lo scambio, vorrebbe dire il 
comandamento dell'anima.* Però capitolassero, come per lega, 
eh' egli si stesse nel suo governo: ' d'ogni altra cosa Tiberio 
fosse signore. » Questo fo grande ardimento: ma l'avverò' 
r esser costui solo, tra tutti i parenti di Seiano, rimasto salvo 
e in molta grazia: perchè Tiberio si conosceva da tutti odiato, 
decrepito, e più con la riputazione che con le forze attenersi. 
XXXI. [A. di R. 788, di Gr. 3tf.] L'anno che foron con- 
soli Gaio Gestio e M.Servilio, vennero a Roma nobili Parti, 
senza saputa del re Artabano. Costui di fede! che era a noi, 
e giusto co' suoi per timore di Germanico, divenne, morto lui, 
superbo e tiranno; fidandosi nelle vittorie ottenute contro 
a'vicini; spregiando la vecchieza di Tiberio, come non più atto 
all' arme, e standogli l'Armenia in sul cuore. Della quale, 
morto Artassia, investi Arsace suo primo figliuolo, scher- 
nendoci di più e mandandoci a chiedere il tesoro che Vonone 
lasciò in Soria e Gilicia : che si rimettessero i confini vecchi 
tra' Persi e' Macedoni : burbanzando che rivolea quantunque 
ebbe Giro,* e poi Alessandro. Mossero i Parti '^ a mandare a 

* • vorrebbe dire il comandamento dell* anima j cioè , sarebbe come un 
metterlo dia raccomandasione dell* anima ; osùa , in cato di morte. Il LaL ba : 
m saccessorem non aliter quam indicium mortis aceepturum J » avrebbe ri- 
cevoto il successore come un segno che gli preparava la morte. 

S si stesse nel suo governo. I grandi di Francia ai tempi nostri impara- 
rono forse di qui a tenere i governi per lo re, contro aUa veglia del re, e non vo- 
lere scambio. Epaminonda vedendosi la vittoria in pugno, non ubbidì a' suoi 
Tebani di consegnar 1* esercito allo scambio mandatoli ; e combattè e vinse : non- 
dimeno il magistrato lo dannò alla morte. Egli disse che moriva volentieri, si 
veramente che nel suo sepolcro si scrivesse : Qtii giace Epaminonda che , per 
avere sì fatto che la sua patria poteva usar le stia giustissime leggi, fu per 
quelle fatto morire ingiiutamente. AI popolo , che aveva 1' appello , non ne 
patì l'animo, e liberollo. 

' * ma l* avverò t lo rese credibile. 

* * burbanzando che rivolea quantunque ebbe Ciro , vantandosi con 
bnrbansa e minacce che avrebbe ripreso a fona tutto ciò che fu posseduto da 
Ciro ec. Lat. : « seque invasurum possessa Cyro et Alexandre^ per vanilo- 
quentiam et minas iaciebat, » 

B * Mossero i Parti ec. Intendi che Sinnace e Abdo persuasero a' Parti di 
spedire a Roma segreti ambasciadori. 

I. 20 



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230 IL LIBRO SESTO DEGLI ANNALI. 

Roma di segreto, principalmente Sinnace, di gran famiglia 
e riccheza, poi Abdo, castrato; che in Partia non è dispre- 
gio, anzi mezo alla potenza. Questi doe con altri grandi, 
non v' essendo chi far re del sangue arsacido, perchè Arta- 
bano gli aveva ammazati , o eran piccoli, chiedevano da 
Roina Fraate, figliuolo del re Fraate : bastare il nome solo del 
sangue arsacido appresentato da Cesare in ripa all'Eufrate. 

XXXII. Tiberio, che desiderio ne aveva, onora e mette 
in ordine Fraate al regno paterno: seguendo suo umore di 
condurre le cose di fuori con sagaciià e consiglio senz'armi. 
Artabano saputo il trattato, or sì stava per paura, or s'info- 
cava a vendetta : la lenteza appo i barbari è viltà : il dar en- 
tro, atto reale : nondimeno s'attenne al vantaggioso;^ e con- 
vitato Abdo, sotto spezie di favore, gli diede veleno lento: 
Sinnace con infinte,' doni e negòci trattenne. Fraate in Sc- 
ria, lasciata la vita dilicata romana, ove era avvezo per 
tanti anni, e non potendo reggere quella de' Parti, si mori: 
ma Tiberio non lasciò l' impresa. Elesse a ingelosire Arta- 
bano, Tiridate del medesimo sangue, e a racquistare l'Ar- 
menia Mitridate Iberò; accordandolo col fratello Farasmane 
che possedeva il loro paese: e tutto il maneggio d'oriente 
diede a L. Yitellio. Di costui trovo fama rea per Roma, e 
memorie soze : ma resse quelle contrade con antica virtù : 
tornossene: e la paura di Gaio Cesare e la pratica di Claudio 
lo cangiarono in brutto esempio di servile adulazione:' ce- 
derno le qualità prime all' ultime, e scancellò le, virtù giove- 
niii con viziosa vecchieza, 

XXXIII. Mitridate persuase ^Farasmane ad aiutare, con 
forze inganni, la sua impresa; e corrotti con molto oro i 

^'* g* attenne al vantaggioso. Il Lat.; <* valuit tdiiitasj » cioè^ inrece di 
operare con quelPimpefo' solito a qae' barbari, si atteone al partito più utile, 
scegUendo una via più lunga ma più sicura. 

' * con infinte, con simulasioni. 

' esempio di servile adulazione. Caligola roleva esser creduto il vago 
della luna , e domandò Vitellio : Non l'hai tu pedala meco giacersi f risposa 
attonito con gli occbi in terra, e bocina tremolante : j4 voi soli iddìi è dato di 
potervi P un l* altro vedere. Seppe far l'arte mfglio quel Gemino che disse di 
si , e giurò, e n*ebbe venticinquemila. — * Vedi a pag. 203, nota i. 

* * persuase. Il postillatore dell'esemplare Nestiano di Gino Capponi cor- 
regge conforme al testo : « Mitridate fu il primo di quei re che persuase ec. » 



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VL LIBBO 8B8TO DBOLI ANNALI. 231 

ministri d' Arsace, V avvelenarono : e grande oste d' Iberi 
r Armenia assali , e prese la città d'Artassata. A tali avvisi 
Artabano ordina Orode, l'altro figliuolo , alla vendetta: con- 
segnagli gente parta, mandagli da assoldare stranieri. D'al- 
tra banda Farasmane ingrossa d'Albani, solda Sarmati, i cai 
satrapi detti Sceptrachi, presero a loro usanza presenti e 
parte ^ da ogni banda. Ma gl'Iberiani, forti di siti, spinsero 
per lo Caspio a furia i Sarmati in Armenia. Gli aiuti de'Parti 
mal potevan congiugnersi, avendo il nimico presi i passi; 
un solo lasciatone tra '1 mare e' pie de'monti Albani, chiuso 
la state da' venti etesii pìgnenti a terra il mare, che quei 
greti e stagni riempie, che il verno secca, retropignendolo 
i mezìgiorni. ' 

XXXIY. Ad Orode adunque cosi d'aiuti sfornito, Fa- 
rasmane ingrossato presentava battaglia; e sfuggito, ' lo tra- 
vagliava ; gli cavalcava intomo al campo; impediva le vet- 
tovaglie ; metteva guardie a modo d' assedio : tanto che i 
Parti non usati a vergogna sollecitavano il re a combattere. 
Gagliardi erano di cavalli: * e Farasmane anche di fanti; per- 
ché Iberi e Albani, selve abitando, sono al patire e durare 
più avvezi: e tengonsi discesi da' Tessali nel tempo che 
Giasone'^ menò via Medea e, figliuoli avutone, * tornò nel 
vóto palagio d'Eeta , e nella vedova Coleo. Hanno nel nome 
di lui, e nell' oracolo di Frisse gran divozione: e ninno sa- 
crificherebbe montone, credendosi che Frisso fbsse portato 



' * e parte ec, e presero parte- da ogni ec. ; tennero di qua e di 12i. 

^ * i meugiomi: i venti di messo giorno. Nella Cominiana, mezi giorni j 
ma deve scriversi in una seta parola. Il Valeriani cosi traduce questo luogo : 
« rìempioDsi i guadi allo spirar dell'etesie: l'austro invernale respinge i flutti 
che riogorgando lasciano asciutte le spiaggie. » 

S *jtJuggito. Il Lai. M detreciantem j ** mentre sfuggiva o ricusava la 
battaglia. 

* * Gagliardi erano di cavalli. Il Ms. rigetta : « Era tutta U lor forsa 
ne' cavalli. » 

B nel tempo che Giasone. Narrano questa favola Valerio Fiacco , Apollo- 
nioy Ovidio. 

^ * ^ijìg^f^^ avittone. Manca la conginnsione anche nella Cominiana : ma 
la restituisco aoll'aulofitìi della Giuntina; perchè altrimenti resta troppo rotto il 
perìodo. 



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232 IL LIBBO SESTO DBGLI ANNALI. 

da qnelP animale : o fa lo stendale della nave. ' Messi Tono e 
i* altro in battaglia, mostrava il Parto l* imperio dell'oriente, 
il chiarore arsacido, e per centra V ignobiltà ibera, e le 
forze venderecce. E Farasmane: « Che non serviron mai 
Parti: quanto era la loro impresa più degna, tanto sarebbe 
la vittoria più gloriosa , e la fuga trista e dannosa : essere 
l'esercito orrido; il Mede orato:' essi gli nomini; qnei la 
preda. » 

XXXV. Punse non pare la voce dei-capitano i Sarmati, 
ma ciascun sé* a scagliar via le frecce, e venire a furia alle 
mani. Vedresti vario combattere: il Parto con Fusata arte di 
correr dietro o fuggire, e pigliar campo al ferire. * I Sarmati 
lascialo Tarco, che poco tempo serve,' avventarsi con aste 
e spade: e ora, come in battaglia di cavalli, il viso o le 
spalle voltando; ora, come di fanti, urtando e ferendo, la 
caccia davano o riceveano. E già gli Albani e gllberi piglia- 
vano, urtavano e mal conducevano i nimici: ferendoli cavalli 
di sopra * e fanti da presso. Farasmane e Orode dove era 
valore accendendo, e dove pericolo soccorrendo, si facevano 
molto vedere : e perciò conosciutisi , con grida, arme e ca- 
valli s' affrontano. Farasmane più furioso feri '1 nimico per 



* * o/u lo stendale della nave. Il Lat. : « seu navìs insigne Jiiit *» G. 
Dati : « se pure non fu una nave che per insegna portava quest' animale. » 

' * il Meda orato. Il Lat. : « pietà auro Medoriim agmina. «* 
^ * ma ciascun se te. Intendi : non la sola voce del capitano spronò i Str- 
inati , ma ciascuno spronò se stesso a gittar via le frecce e à venire furiosamente 
«De strette. Il Lat. ha : « Enin\vero apud Sarmatas non una vox ducisi se 
qmsque stimulant: ne pugnam per sa§ittas inirentj impetu et cùminus pree- 
veniendtun. » 

* * epigliar campo al ferire. Lascia il disU'oefet turmas , che signi6ca : 
« che i Parti sbrancavano e allargavano le proprie schiere. •» La Giuntina traduce 
il distraeret turmas, ma frantende ciò che segue, spaUum ictibus qwereret, 
voltando : « allargarsi e dar luogo a'colpi : *» (nel Ms. invece di dar luogo ai colpi 
vedesi cancellato, scansare! colpi, che nel senso e un'istessa ^cosa). Onde po- 
trebbe questo luogo restituirsi cosi : « Il Parto con Tusata arte di correr dietro o 
fuggire , allargarsi e pigliar campo al ferire. *» Ma quesU concorrenza di tanti in- 
Bniti rende il periodo spiacevole e non chiaro. 

* * che poco tempo serve. E franteso : il Latino ha : « quo hrevius valemt, » 
che e lo stesso che minus vedent ; m nel quale sono meno valenti. » 

* ferendoli cavalli di sopra ec. Intendi che la cavalleria feriva il i 
dall' alto; la fanteria, di fronte. La Mestiana ha : « ferendoli i cavalli. » 



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IL LtBBO SESTO DBGLl ANNALI. 233 

la visiera : non raflSbbiò, ' perchè fu dal cavallo portato oltre; 
e il ferito da' suoi più valorosi salvato. Ma i Parti credendo 
al falso grido, ch'ei fosse morto, cedettero, incodarditi, la 
vittoria. 

XXXVI. Artabano si mosse con tutte le forze del regno, 
e fa superato dà gì' Iberi più pratichi di quei luoghi; né per- 
ciò si partiva, se Vitellìo, legioni adunando, e spargendo 
d' assalire la Mesopotamia, non gli metteva paura di guerra 
romana. Allora lasciò l'Armenia, e fu spacciato; dicendovi- 
tellio a que' popoli : a Che volete voi fare d' un re che nella 
pace vi scanna, e nella guerra vi rovina? » Sinnace adunque 
suo nimico, come dissi, induce Abdagese suo padre, e altri 
per se disposti * (e allora vie piò per le continove sconfitte), 
a ribellarsi; correndovi a poco a poi;o quelli che, stati sog- 
getti per paura e non per amore, trovati i capi rizaron le cre- 
ste! * E già non rimaneva ad Artabano che la guardia di sua 
persona, gente forestiera, sbandita, che non conosce il bene, 
e non cura il male , ma vive prezolata di far tradimenti. Con 
si fatti si fuggi ratto e lungi a' confini della Scizia, sperando 
aiuto dalli Ircani e Garmani parenti suoi. In tanto potersi 
pantere i Partì, che amano il padrone che e' non veggono, e 
schifano il presente. 

XXXVII. Ma Vitellio, essendo fuggito Artabano, e volti 
ì popoli a nnovo re, conforta Tiridate a colorire suo disegno, 
e lo conduce co '1 nerbo del suo esercito alla riva dell' Eu- 
frate. Ivi per far buon passaggio , sacrificando Vitellio alla 
romana, porci, pecore e tori, * e Tiridate un cavallo; ' rife- 
riscono i paesani: <x l'Eufrate essere senza pioggia ingrossato a 

* * non raffibbiai cioè, non ebbe tempo di ripetere il colpo. 

• * « altri per se disposti. Il Lai.: « aliosque occullos consiliij » cioè, 
participes occulti consiliij che significa : « ed altri che sotto sotto se la ititeDde- 
vano con laL » 

' * rizaron le creste. Il Lat : « sustulerunt animum, » 
^ ' porci, pecore e torij cioè, facendo il sacrifizio dello suofetaurilia{stie, 
ove et tauro) per mostrare d* esser pronto alla pugna , tosto che il destro si por- 
gesse. Non già per far buon passaggio j perchè: « placando amni n riferiscesi 
solo al sacrìfisio di Tiridate. 

S * e Tiridate un cavallo. Vi Lat.: « ille (Tiridates)e^»i(m placando amni 
adommtsetj « cioè: « e Tiridate, a rendersi propisìo il fiume, sacrificato un ca- 
vallo er. •• 

20* 



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234 IL LORO SB8T0 DB«LI ANNALI. 

dismisora, fare bianchi giri di schiama che pareano diademe: 
segDO di passo felice. » E certi più sottili dicevano, « d^mpre- 
sa * nel principio agevole ma non durevole ; perchè degli agùri 
di terra e di cielo poote nomo fidarsi y ma il fiume che cor- 
rente è, mostra e rapisce. » Fatto ponte di navi, passò l'eser- 
cito ; e prima venne in campo con molte migliaia di cavalli 
Ornospade, che già faornscito aiutò gloriosamente Tiberio a 
finire la guerra di Dalmazia; onde fu fatto cittadino romano. 
Tornò poi in grazia del re, ed ebbe il governo della Meso- 
potamia, cosi detta per essere in m«zo d* Eufrate e Tigri, 
incliti fiumi. Appresso venne altra gente con Sinnace; e Ab- 
dagese,capo di quella parte, col tesoro e apparecchio del re. 
Yitellio, bastandogli aver mostrato l' armi romane, fece a 
Tiridatee a'grandi le parole :« Ricordassonsi, egli, d'esser 
nipote di Fraate e allievo di Cesaree di quanto all'uno e al- 
l'altro dovea; ' eglino, di mantenere ubbidienza al re, rive- 
renza a noi; e ciascun l'onor suo e la fede : » e tornosai con 
le legioni in Seria. 

XXXYIII. Ho detto insieme le cose in due anni fatte 
fuori, per dare all'animo riposo da' mali della città. Non nd- 
tigavan Tiberio dopo tre anni che Seiano fu morto, le cose 
che pur sogliono gli altri; tempo, preghi, satoUanza: anzi 
puniva i casi dubbi e stantii , per gravi e freschi. Per tal pau- 
ra, Fulcinio Trione non aspettò gli accusanti ; fé' testamen- 
to ^ pieno di parole brutte contro a Macrone e a' principali 
liberti di Cesare, al quale dava di rimbambito, o quasi sban- 
dito, stando fuor tanto. Le redo lo trafugavano, e Tiberio lo 
fece leggere, per mostrar pacien^a dell' altrui libertà, o 
per non curare sua infamia , o per aprire alli eccessi di Seia- 
no, statovi tanto al buio, ogni finestra, o per vederne il vero 
in quello specchio de' suoi vituperi , non appannato d'alito 
d' adulazione. In que' giorni si tolse di vita Cranio MarziaDO 
senatore accusato da Gaio Gracco di Maestà. E fu per la me- 

^ * d*impresaj cioè, esier segno d* impresa ec. 

* * e di quanto aWnno e all'altro dovea. U Lai.: « giU9 utr^ùfne piti- 
chra n cioè : « e quante virtù in ambedue. «* 

' /e* testamento, Yendicavansi de' potenti col lasciarne detto 9gui male 
ne' testamenti , che come voci ahimè eran credute la stessa veritè. 



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IL LIBRO SESTO DEGLI ANNALI. 235 

desima dato raliimosapplizio a Tazio Graziano slato pretore. 

XXXIX.Trebellieoo Rufos'ammazòdisuamano: e Se- 
stio Paconiano, per versi contro al principe fatti in carcere, 
vi fu strangolato. Stava Tiberio da Roma non luitgi, né tra- 
mezato dal mare, come soleva, per aver tosto gli avvisi, e 
fare, lo stesso di o la dimane, i rescritti a' consoli, e quasi 
vedere il sangue per li rigagnoli correre, o la mano del carne- 
fice alzata. ÀI fine dell' anno mori Poppeo Sabino di bassa 
mano , onorato da' principi di consolato e delle trionfali e 
de' governi maggiori già ventiquattro anni, non per gran sa- 
pere, ma per capacità de' negozi bastevole, e non più.* 

XL. [A. di R. 789, di Cr. 36.] Nel seguente consolato di 

Q. Plauzio e Sesto Papinio' La morte di Lucio Aruseo 

parve niente: tanto se n' era fatto il callo. Spaventò bene il 
caso atroce di Vibnieno Agrippa cavalier romano, che quando 
gli accusatori ebber detto, nel senato stesso si trasse di seno, 
e inghiotti tossico ; e caduto e boccheggiante fu da' famigli 
di peso portato in carcere, e, già freddo, arrandellatogli la 
stroza. ' Né il nome regio difese Tigrane, già re d'Armenia, 
allora reo, da fiupplizio cittadinesco. Ammazaronsi Gaio Gal- 
ba, stato consolo, per un'aspra lettera di Cesare che gli vietò 
r andare al governo; e due Blesi, perchè essendo certi sacri 
beneficiì, ^ destinati per casa loro quando fioriva, prolungati 
quando fortuneggiò, ora quasi vota ^ dati ad altri ; intesero 
questi esser cenni di morte, e la si presero. Lepida Emilia 
maritata, come dissi, al giovane Druso, avendol di molte 
colpe incaricato, steo la scolorala senza pena mentre visse 

' capacità bastevole, e non pia. I valenti gli eran sospetti: gl'inetti, ver- 
gogna pubblica. Tedi la Postilla 70 del primo libro (*). 

S * Avverte il Lipsio che qui manifestamente mancano alcuni nomi propri 
dii coloro che furono condannati o uccisi. 

' • e, già freddo , arrandellatogli la strota. Il Lat.: ufaucesqtie iam exa- 
ftimis laqueo vexatai. u Lo strangolarono sebben già morto, perchè restassero 
confiscati i beni, e passassero in premio degli accusatori! -^ Arrandellare e di 
randello, specie di bastoncello che si usa a dar la volu alle funi per istrignerle 
fortemente. 

* * sacri benefica. Il Lai. : « sacerdotia. » 

' * quasi vota} cioè, quasi che di quella casa non ci fosse più alcuno; 
quasi che (out spenta la famiglia. 

(*) Dì qaesta eduione, noia 8, pag. S5. 



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236 IL LlBaO SESTO DEGLI ANNALI. 

Lepido suo padre : poi fa accasata del tenersi an suo schia- 
vo: la cosa era chiara: ond'ella senza difendersi s'ammazò. 
XLI. In tal tempo i Glìtari vassalli d' Archelao di Gap- 
padocia , essendo stretti a pagare estimo e tributi a nostra 
usanza, si ritirarono in sul giogo del monte Tauro, e tene- 
vansi, per la natura de' luoghi, centro alla poco guerriera 
gente del re; quando M. Trebellio legato, mandatovi da Yi- 
tellio governatore di Sorta con quattromila nostri legionari e 
un fior d' aiuti ; due colli ove i barbari s' eran posti ( detti il 
minore Cadrà, V altro Dayara ), trinceò, e costrinse a darsi, 
chi tentò V uscita, col ferro; gli altri, con la sete. Tiridale di 
volontà de'Partì riebbe Niceforo e Antemusiada , e V altre 
città poste da'Macedoni con grechi nomi, e Alo e Artemita, 
citta de'Pàrti: allegri, Tun più dell'altro, d'avere scambialo 
la maladetla crudeltà d'Artabanò allevato tra'Scìti, alle pia* 
cevoleze sperate da Tìridate, condito di gentileza romana. 
XLII. Adulazione grandissima trovò in Seleucia città 
potente, murata: la quale non imbarberi ta, ma ritraente dal 
fondator suo Seleqco; di trecento de' pie ricchi e savi, fa 
come un senato. Il popolo^ vi ha la sua parte: quando son 
d'accordo, si fanno beffe de' Parti: quando si recano in par* 
te, M' una contr' all' altra chiama aiuto, e 'l chiamato si fa di 
tutti signore: come dianzi avvenne, regnando Artabano, che 
sottomise la plebe a' grandi, a suo prò, essendo l' imperio 
popolare vicino a libertà; quel de' pochi , a tirannia. Or ve- 
nuto Tiridate, l' esaltano con li onori usati a' re antichi, e 
altri moderni più ampi. E svillaneggiavano Artabano, dicen- 
dolo di madre arsacido, tralignante nel resto. Tiridate lasciò 
Seleucia a governo del popolo: e consultando del quando in- 
coronarsi, ebbe lettera da Fraate e da Gerone, governanti 
il forte del regno, che lo pregava d' aspettarli un poco. Non 
volle a questi barbassori^ mancare; e andò a Tesifonti, re- 
sidenza dell' imperio. Mandandola essi d' oggi in domane , 
Surena lo incoronò con le usate solennità, presenti molti e 
approvanti. 



* • quando si recano in parte. Il Lai. : « ubi dissensere. » 
» * barbassori, ULat: * viri profpolientes, n 



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IL tlBRO SESTO DEGLI ANNALI. 237 

XLIII. E se Del caore del regoo e altri saddili ^ si pre- 
sentava incontanente, non v'era che dire; cedeano lutti: 
baloccatosi ^ nel castello con le femmine e '1 tesoro che vi 
lasciò Artabano, diede tempo a pentirsi: perchè Fraate e 
Gerone, e gli altri che non s'eran trovati a porgli la diade- 
ma, chi per paura chi per invìdia d' Abdagese, che coman- 
dava la corte e il nuovo re, si rivoltarono ad Artabano. E tro- 
vatolo in Ircania, lordo, spunto, ' e sformarsi con l'arco;* lo 
spaventarono, quasi venuti ad ucciderlo : ma datogli la fede 
che anzi a rendergli il regno , si riebbe, e domandò la ca- 
gione di sì subito mutamento.Geróne rispose: «Tiridate esser 
fanciullo; non regnare uno Arsacìda, un guerriero, ma un 
nome vano, uno straniero moribondo: Abdagese esser il re.)» 

XLIV. Conobbe il pratico a regnare , che i falsi amici 
odio non fingono. E a furia chiamò aiuto di Scizia, e senza 
dar tempo a' nìmici a pensare, nò agli amici a penter&; corse 
via cosi lordo, per muovere nel volgo rancura. ^ Non preghi, 
non inganni, non arte lasciò per guadagnare i dubbi, e con- 
fermare gli amici. Avvicinandosi con grande oste a Seìeucia, 
Tiridate era sbattuto dalla fama di Artabano, e già dalla 
presenza ; e confuso da' consiglieri. Alcuni volevano eh' ei 
l' affrontasse e combattesse subito: « Son gente accattata, spe- 
data per lo lungo cammino; né tutti il vogliono: que'che lo 
favoriscon testé, gli eran dianzi traditori, e nemici. » Ma 
Abdagese consigliava tornare in Mesopotamia: e, difesi dal 
fiume, in tanto chiamare aiuti armeni, elimei e altri addie- 
tro, e con essi e que' che A^rnderebbe il capitan romano, ten- 
tar fortuna. Attennesi a questo, perchè Abdagese faceva alto 

* * e altri sudditi j cioè, e agli altri popoli soggetti. 

S baioccatosi. Così non fece Tiberio, che mai non fa lento a impadronirsi : 
maturefacto opus est j mentre il cane si gratta , la lepre se ne va. 

5 * spunto. Vedi Ann. IV, e. 28. 

^ * con forco, colla caccia. 

^ per muovere ... rancura» Rancore significa odio, e si usa : rancura, com- 
passione; e oggi non s'usa. A me viene rancura della perdita di questa voce bel- 
lissima e he' libri antichi spessissima. Dante nel ventesimo del Purgatorio : 

Come per sostener solaio o tetto, 
Per mensola talvolta ani figura 
Si vede giagner le ginocchia al petto, 

La quel fa del non ver vera rancura 
Nascer a obi la vede. 



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238 IL LlBaO 8B8TO DBftU ANNALI. 

e basso, ' e Tiridate non er^ aperto. Partironsi come in foga: 
gli Arabi cominciarono e gli altri segairono d'andarsene a 
casa nel campo d' Artabano ; e Tiridate con pochi in Soria 
si ripassò, e cosi liberò tutti dal biasimo del tradiménto. 

XLV. [A. di R. 700, di Gr. 37.] Nel detto anno in Roma 
s' apprese gran fuoco che arse Aventino e la parte del Gercbio 
congiuntagli; del qual danno Cesare cavò gloria, pagando 
per la valuta delle case e isolati, ' milioni dna emezo d'oro: 
liberalità cotanto più grata a tutti, quanto meno murava per 
se.' Nò fabbriche publiche fece, che * il tempio d'Agusto y e 
la scena al teatro di Pompeo; e quelle, finite, non consacrò: 
sprezando ambizione; o per troppa età. Fece slimare il danno 
di ciascuno da quattro mariti di sue bisnipoti, Gn.Domizìo, 
Cassio Longino , M. Vinicio, Rubellio Blando ; e i consoli no- 
minaron P. Petronio per quinto. Molti onori furono al prìn- 
cipe, secondo gl'ingegni, gbiribizati '^ e vinti: nò si seppe 
quali accettasse o'no, per la presta morte. Entrarono consoli 
sezai a Tiberio, Gn. Acerronio eGaio Ponzio, salito già Ma- 
crono in troppa potenza, che s* era prima, e più allora, gua- 
dagnato Gaio Cesare , a cui , morta la moglie Claudia , pre- 
stava la sua£nnia,struita d'innamorare e legar di matrimonio 
il giovane che, per montare all'imperio, nulla disdiceà; e le 
false infinte ^ avea ( benchò nomo rotto) imparate in collo 
air avolo ; il quale conoìscendolo, dubitava a quale de' due 
nipoti lasciar la republica. 

XLYI. Il figliuol di Druse era sangue «uo, e piò caro; ma 
troppo tenero:quel di Germanico, nel fiore della gioventù,bra- 

' jébdagese faceva alto e basso. Il Lat. : « plurima auctoritas penes 
Abdagesen. «• Dati : « Abdagese era quegli cbe goirernavi ogni cosi. » 

9 isolati. Ceppi di case, a moto comune congiunte. Spaniano dice che 
furono 335. Nfel quindiceaimo di questi Annali ai dice che in Roma, dopo cbe 
arsa fu ( forse per fattura di Nerone), si rifecer le stnde larghe, ordinate, diritte, 
le traverse a misura ,' le piasse maggiori , le case non si site , co'portici aTanti, 
cinte ciascuna di suo proprio muro spiccato dal- vicino ; come ancora noi veg- 
giamo le nostre torri e case antiche per sicuresa delle arsioni', e divisioni delle 
cittk. Vedi il Upsio a 398. 

3 * meno murava per se. Il Lat. : • modictts pfivaUs adijicationihus. » 

* * che, fuorché. 

B * ghiribizàii, inventati, immaginati. 

B * false infinte, maligne simnlasioni, o infingimenti. 



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IL LIBBO 8BST0 DEGLI ANNALI. 239 

mato da tutti; perciò l'odiava. Pensò a Claudio, d'acconcia età 
e stadioso di booue arti; ma era scemo. Successor d' altra fa- 
miglia era alla memoria d'Agusto, al nome de' Cesari onta e 
offesa: ed egli slimava più la fama negli avvenire, che la grazia 
de' presentì, Qaello adunque , che non potè egli per lo dub- 
bioso ànimo e infermo corpo fare, lasciò al destino: mostrò bene 
per motti d'antivederlo, come quando a Macrone rinfacciò : 
« Tu volti le spalle al sole occidente, e il viso all' oriente. » 
E a Gaio Cesare che , ragionando , si rideva di Siila, prono- 
sticò: «Tu arai tutti i suoi vìzi, e ninna delle virtù. x> E 
baciando con molte lagrime il nipote minore, a lui che ne 
faceva viso arcigno,^ disse: « Tu ucciderai costui, e altri te.» 
Aggravando nei male, non lasciava pur una delle sue radi- 
cate libidini ; e per prò parere, pativa : * e anche era usato 
ridersi de'medici *e di chi, passati i trenta anni, * domandava 
altrui, che gli sìa sano, che no. 

XLYII. In Roma intanto si gittavano i semi delli am- 
mazamenti dopo'^ Tiberio ancora. Lelio Balbo accusò di mae- 
stà Acnzia, moglie già di P. Vitellio. Fu dannata: ordinossi 
il premio all' accusante : Gìunio Olone tribuno della plebe 
r impedi : ambi n' acquistare odio, e Olone, appresso, l'esi- 
glìo. Dipoi Albucilla , quella dalli tanti amadorì, stata moglie 
di Satrio Secondo, scopritore della congiura , fu rapportala 
per insidiatrice del prìncipe; e con lei, come scienti e adul- 
teri, Gn. Domizio, Vibio Marso, Lelio Arunzio. Dello splen- 
dor di Domizio dissi di sopra. ^ Marso ancora , per antichi 

^ * che ne faceva viso arcigno. È assai che non abbia^ coftie il Dati, tra- 
dotto : « che lo guardava a stracciasacco. «• 

' pativa: nascondeva, dissimulava i dolori del morbo , per parer sano. 

' Adersi dei* medici. Leggiadramente dice il Cavalca : « Avicenna conta 
«• molti mali delle medicine. Sono velenose, fiaccano la natura, fanno più pre- 
ft sto invecchiare, votano col tristo umore il buono, parte deVitali spiritile 
•» molta virtù delle membra. Chi a' medici si dk, a se si toglie. AstSnenn è 
m somma medicina a sanità di corpo, e d* animo. » Vedi Annco Roberto, lib. I, 
cap. 5. 

* * edi chi, passati i trenta anni ec. Dati : « e di coloro i quali, dopo pas- 
sati i trent* anni avesson bisogno e domandassero dell' altrui consiglio,, per saper 
le coste eh' erano utili o nocevoli a* corpi loro. ** 

S * dopo, per dopo : cioè; anche pel tempo che seguirebbe dopo la morte 
di Tiberio. 

• * di sopra ilY,U, 



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240 IL LIBRO 8B8TO DBGLI ANNALI. 

onori e letlere rìlaceva: ma quei vedersi, per lo processo 
lettosi in senato, che Macrone i testimoni interrogò, i servi 
collo; e quello non avere lo imperadore contro costoro niente 
scritto , per non sapere o per la infermità ; davan sospetto 
di calugne false * di Macrone , per la nota nimicizia sna con 
Aranzio. 

XLYIII. Perciò Domizio, pensando a sua difesa, e Mar- 
so, quasi deliberato morir di fame, non s' uccisero. Aronzìo, 
dagli amici confortato al medesimo, rispose: « Non a ogn'uno 
star bene le medesime cose : esser vivuto assai; nò aver da 
pentirsi che d' essersi lasciato calpestare già da Seiano , or 
da Macrone, sempre da qualche potente; e perchè? per non 
tollerare le loro scelerateze. Quando passasse questi pochi di 
che Tiberio può vivere, come scamperebbe dal giovane che 
succede ? Se la natura del dominare aveva mutato e guasto 
Tiberio, di tanta sperienza; come poteasi aspettar meglio di 
Gaio Cesare fanciullo, ignorante, scorretto, alle mani di Ma- 
crone ? il quale eletto a spegner Seiano, come più tristo di 
lui, travaglia la republica più tristamente. Antivedeva ser- 
vitù più crudele: però fuggiva i mali presenti e soprastanti.» 
Cosi quasi profetò, e svenossi. Quanto egli ben facesse, per 
le cose che seguirono, apparirà. Albucilla si dette piano:* il 
senato la incarcerò. De'mezani alle sue libìdini, Grasidio Sa- 
cerdo, seduto pretore, fu portato in isola; Ponzio Fregellano , 
raso del senato; Lelio Balbo ebbe Tnno e V altro con applau- 
so; essendo parso dicilor sanguinolento contro gV innocenti. 

XLIX. In quei giorni Sesto Papinio, di famìglia conso- 
lare, si diede morte subita e laida, gittatosì da alto. Diceyasi, 
perchè la madre, già rimandata, l'aveva con careze lascive 
indotto a cosa che non seppe sgabellarsene che con la mor- 
te. Ella ne fu accusata in senato: gittossi alle ginocchia de' pa- 
dri ; e molto durò a dire del suo fiero dolore di cotal caso, e 
della compassionevole donnesca fragili tade : nondimeno fu 

* * calugne false. La calugna ba gik in se l'idea di falsitk ; ma qui, o »ta 
per semplice accusa, o le è dato quel!' aggiunto per enfasi, a significare chela 
loro falsità era manifesta: cosi sopra, c»p,^b,/alse injinte: ed anco il popol 
nostro sebbene sappia che bacchettone e falso dinoto, pure non crede dire assai 
se non òxct falso bacchettone, 

' * si dette piano, non si feri mortalmente. 



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IL LIBRO SBSTO DEQLI ANNALI. 241 

sbandata «della città per dieci anni : intanto a queir altro 
figliuol minore sarebbe passato il furor giovenile. ^ 

L. Già il corpo, già le forze abbandonavano Tiberio, ma 
non rìnfiogere. Gol medesimo fiero animo, volto e parlare ; 
e tal volta con piacevoleze sforzate, copriva sua manifesta 
mancanza. A ogni poco mutava luogo : e finalmente al capo 
dì Miseno, nella villa già di Lacollo, ' si giadicò. * Qaivl la 
sua fine venata si conobbe così: soleva Garicle, gran medico, 
ne' mali del principe, se non medicarlo, dargli consigli. Venne 
a lui quasi per sua bisogna , e presol per mano , come per 
amorevoleza, gli tastò il polso. Ei se n' accorse , e forse adi* . 
rò; ma per non parere, fece venir vivanda, e si pose fuor 
del solito a mangiare, quasi per onorar l' amico nel suo par- 
tire. Carìcle accertò Macrone, cbe il polso mancava, e non 
ve n' era per due giorni. Adunque quivi trattando , e fuori 
spacciando; * agli eserciti e a tutto provvidero sollecitamente. 
Alti sedici dì marzo misvenne: e, stimandosi passato. Gaio 
Cesare con gran torba di rallegratori usci fuori per farsi, la 
prima cosa, gridare imperadore. Eccoli nuova, che a Tiberio 
torna vista e favella, e cfaiedea cibo per ristoro del ^o sfini- 
mento. Cadde il fiato a tutti: chi andò qua, chi là; ciascuno 
si faceva mesto e nuovo. Cesare attonito ammutoli, come ca* 

* il furor giùveniÌB. Facezia tanto più bcUa , qoanto in qncsto antof più 
rarej più forse per la graTÌtk della etorìa, che per iaa Datura t essendo i sali 
e* parlari nrbaai proprii de' grandi ingegni. La lingua nostsa n'è vaga, e piena. 
Sono cosa gentile , e fanno Dell' uditore più effetti buoni s impara scnaa fatica 
quello che non ayebbe trovato egli; maravigliasi , rallegrasi; e pargli esser ama- 
to , perchè chi noi non amiamo , non ci curjamo di tener allegro.. 

' villa già di Zticuilo. t* comperò Borini cinquantamila dugento da 
Cornelia , cbe Taveva comperata settemila cinquecento dall'erede di Mario ; tanto 
crebbe, dice Plutarco , in si breve tempo la riccheaa di Roma e la pompa. 

B si giudicò. Si fermò nel letto, caduto e abbandonato sema più forca, balia 
o gina (*) da poter muoversi. Questo significa , giudiairsi. (**) — * si giudicò. 
il latino ha semplicemente « consedit^ » che dicerto non ha tutti quei signifi- 
cati che il traduttore attribuisce nella postilla al verbo giudicare. 

* * quivi trtMoHdo, e fuori spacciando ce A. Politi: « subito si comin- 
ciarono a sollecitare le spedisioni, in voce , con quelli che erano presenti, e per 
corrieri, «'legati e agli eserciti.» Ill4it.ha: minde cuncta coUoquiis interpr^' 
sentas, mmiiis apudlcgaios et txcrcitus fcsHnabantur. » 

n glaa « vocabolo del Pataflo, ed « tinonioio di balU, fona, potMtta ee. 
n !•> CnM«a registra fkulkan in senso di atUndmunt con questo solo esemplo del 
Davaaaali. 

I. 21 



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242 IL LIBIO SISTO DIGLI ANNALI. 

dato di eìeìo in abisso. Macrone coraggioso disse : a Affoga- 
te! ne' panni, e ogn' nn se ne rada. » 

LI. Tal fine ebbe Tiberio* d'anni settantotto: figlinolo di 
Nerone: di casa daadia anehe per madre , benché adottata 
nella livia, e poi nella giolia. Sin da'primi anni corse dubbia 
fortuna, perchè col padre ne andò in eslglio: entrato figlia- 
stro in casa Agusto, T urtarono molti e molti, viventi Mar- 
cello e Agrippa, poi Gaio e Lucio Cesari ; e Druse, suo fra- 
tello, aveva più grazia co' cittadini. A partiti pessimi facon 
la moglie Giulia, non potendo Tostica sua disonestà inghiot- 
tire né spotare. Tornato da Rodi , fu della vota casa del prìn- 
cipe dodici anni padrone , e da ventitré imperadore. Variò 
con li tempi i costumi: di vita e fama ottima fa qaanto visse 
privato, o comandò «ulto A gusto : coperto, e di finte virtù, 
viventi Germanico e Druse : tra rio e buono , vivente la 
madre : crudelissimo e pieno di lussurie nascose , meatre 
Seiano amò o temè. All' ultimo la die pe '1 mezo ^ a tutte le 
scelleraggini e sporcizie, quando rimossa ogni tema e vergo- 
gna, secondò sua natura. 

* Taljine ebbe Tiberio, Gli fa parallelo un grande de' tempi lUMtri, che 
patendo di simili sBnimentl, ne gli venne uno, che durato oltremodo, ne poten- 
dosi mancare delle dovute onoranze , vennero i prosici. Al primo taglio gridò : 
seguitarono per lo migliore. Radamisto, còme dice questo autore nel dodicesimo, 
affogò ne' panni la sorella e 1 aio. (*) 

* * la die pe'l mteso ec. Lat ; m in seelera giorni «e dgdec^ra prò- 
rupìL » Il Dati : « si lasciò andare strabocobevolBiente in ogni sorte di viti^rìi 
e scelleratezie. » 

(*) Nell'esemplare Giontiao òtì Conte Morttra qaesta postilla è abbreviata così: « €ii 
fa parallelo mi grande de' tempi nostri che , morendo , vennero i eenwici a fargli le dovete ono- 
cMiis. Al primo toglie si liaeatt. flegnitnren» per le adgliore. » 11 fatto di Radamiste non è 
.àtato nella Rinatine. 



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343 

IL LIBRO UNDECIMO DEGLI ANNALI ' 

GAIO CORNELIO TACITO. 

SOMMARIO. 

I. Valerio Asiatico, per infame accusa di Messalina, muore yoleniieri. — 
IV. Sogao rovÌD06o a certi cavalieri. -^ Y. Legge ciocia chiesta contro i per- 
fidi- aTrpeati. — VI. Loro •Mrario taaaalo. •— Vili. Diicorilia na' Parti. Go- 
tane battuto, ai rifa. — IX. Riamicasi a Bardane, — X. il quale è ucciso da' 
suoi. — XI. Ludi secolari. Domisio Nerone destinato àlP impero. — XII. Mes- 
salina impana par Sìlio. -» XIII. Ciavdio non ci bada. Fa leggi. Trova nuove 
lettere. -~ XIV. Toccasi de' loro inventori. — XV. Decreto aupli aruspici. — 
IVI. Si dà un re a'Ghemsci. — XVfl. Di che nasce discordia e guerra tra 
loro. — XVIII. Corbalona tiao aotto i Cauei : duro a' soldati. — XIX. Ricom- 
pena i Friaiì: uccide Gannasco. — XX. Glaudi(Kgli stringa la briglia. Apre uo 
csDale tra la Mosa e'I Reno: trionfa. — XXI. Così pure Curxio Rufo. ~- 
XXII. Nooio rovìM. Dei gladiatori e dei questori. — XaIII. 1 GalK ambiscono 
•Ila eìttadiaania e, patrocioaute il principe, P ottengono j primi gli Edm. h 
senato aopplito: il lustro fatto. — XXVI. Messalina imbestia di libidine : piglia 
Silio aeoza rispetti: turbasene la corte. — XXIX. Narciso per sue baldracchc 
le fa la ^ia. — XXXI. Claudio teutauBa : Messalina rinfaloooisca. — XXXII.Sco- 
parta, si raccomanda per una Vestale. — XXXIIl-XXXVI. Narciso aixaa il 
principe dubbioso: ribotta le preghiere: i rei son puniti. 

Coriódi dve anni. 

Adlio Vitkluo. 

L. VlMAHO PnUOOLi. 



Aq. di Roma DGCCi. (di Cristo 48. ) — Conioli. 



* Manca tatto l' impero di Caligola a 6 anni di Chudio. — C Cesare Ca- 
ligola , coecadato a Tiberio Tanno 790 , tesno 4 anai l'impero» svergognato per 
infami libidini e crudeltà. I» età di 29 anni cadde morto per mano di Cassio Cha- 
rea. Mentre peoaavaai a restiUàre la repabblka, i pretorìmi coUevarooo Tiberio 
Claudio, figlio di Druao e fratello minore di Germanico. Il quale, da buoni prin- 
cipii, linaci a pesaimo 600, aggirilo dalle perfide vogUe di Narciso libarlo a dalla 
nii^lie Messalina. Costei non meno disonesta che avara , dopo spenti per amor 
di rapina i principali cittadini, infierì su Valerio Asiatico , per la vagioBie che qui 
racconta Tacito. 



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244 IL LIBRO UNDECIMO DEGLI ANNALI. 

I creden- 
do * che Valerio Agiatico, statò due volte consolo, già si gia- 
cesse con Poppea,* e anche adocchiando' il giardino che com- 
perato già da Lacullo, egli con superba magnificenza abbel- 
liva, fece lai e lei da Suilio accusare; e Glaadio qaasi per 
carità avvertire da Sosibio, aio di Britannico, « che questi 
tanto ricchi e potenti non fanno pe' principi: e che Asiatico 
principale nella morte di Gaio, ardi confessarla in parlamento 
al popol romano: e se ne vanta, e vassene per Roma chiaro: 
e per le provincie corre fama eh' ei vada a sollevar gli eser- 
citi di Germania; che, come nato in Vienna e potente per 
molti e gran parentadi, gli saria facile.» Claudio, senz' altro 
intendere, spedisce Crispino capitano della guardia, con gente 
in furia, quasi ad opprimere una guerra: trovalo a Baia, le- 
galo, menalo a Rom9. 

II. Non ini senato, ma in camera, presente Messalina, 
Suilio gli rinfacciò, aver con denari e lussurie corrotto i sol- 
dati ad ogni bruttura, adulterato Poppea, servito col corpo 
suo per femmina. A questo ruppe il silenzio, e disse: «Ti 
faran fede i tuoi figliuoli, Suilio, che io son maschio. » En- 
trato a difendersi, mosse molto a Claudio l'animo, e a Mes- 
salina le lagrime. Esce, per asciugarle, di camera, e comanda 
a Vi telilo* che non lo lasci scappare; e sollecitando la rovina 
di Poppea, manda a spaventarla di carcere ' e indurla a ac- 
cidersi, tanto senza saputa di Cesare, che pochi giorni poi, 
mangiando seco Scipion suo marito , il dimandò, perchè fusse 
venuto sènza la moglie. Rispose esser morta. 

III. Consigliandosi dell' assolvere Asiatico, Vitellio pia- 
gnendo, ricordato quanto tempo erano stati amici e divoii 
di Antonia madre , e quanto Asiatico fatto avea per la repo- 

* crédendo; cioè Messalina, moglie di Claudio. 

' Figlia di Poppeo Sabino (V. Ann. VI, 39 ) e madre di quella Poppea 
che fu moglie di Olone e Nerone. (V. Ann. XIII, 43, 45.) 

S adocehimtdù. La cagione dell' acema non fu tanto il crederlo adnltens 
quanto il desiderio di conBscargli qne'raoi bellissimt giardini, che furono già 
edificati da LucuUo colle riccbesie rapite a Mitridate e a Tigrane. Erano don 
oggi è Monte Pincio. 

* Padre di quel Vitellio che fa poi imperatore. ( V. Ann. VI, SI. ) 
9 di carcere, minacciandola del carcere. 



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IL LIBBO UNDBCIMO DBGLI ANNALI. 245 

blica , e in questa guerra di Britannla, e altre cose che pa- 
reano dette per muover compassione; conchinse potersi al 
misero far grazia dì morte a sua scelta, e Claudio gliele 
fé' ^ con eguali parole pietose. Confortandolo alcuni a morte, 
per digiuno meno aspra, Asiatico disse: <x Io vi ringrazio.» 
E dopo sue usate cure, levatosi, mangiato allegramente, di- 
cendo che gli sarebbe stato più onore esser morto per saga- 
cità di Tiberio, o per furore di Gaio, che ora per frode 
d'una femmina, è per la bocca di Yiteliio impudica; si segò 
le vene. E prima veduto il rogo suo, comandò rifarsi altro- 
ve, acciò il vapore non abbronzasse le piante. Di si fermo 
cuore fu sino all' ultimo. 

lY. Itagunato poi il senato, Suilio seguitò d'accusare 
due illustri cavalieri romani, detti ambo Pietra , per aver 
prestato la lor casa agli abbracciari di Poppea con Meneste- 
re;' e a uno di loro fu apposto , aver sognato Claudio coronato 
di spighe voltate allo indietro , e indovinatone carestia. Altri 
dicono di pampani sbiancati , e pronosticato che il principe 
morrebbe allo scorcio di quello autunno. Certo ò che ambi 
morirono per un sogno. Crispino ne ebbe trentasetlemilacin- 
quecento fiorini d' oro, e le insegne di pretore, f A Sosibio, 
soggiunse Vitellio , diasene venticinquemila^ da eh' ei dà si 
buon precetti a Britannico, e consigli a Claudio. » Richiesto 
anche Scipione di sua sentenza, disse: ci Sentendo io de' pec- 
cati di Poppea come tutti; fate conto che io abbia pronun- 
ziato come tutti. »^ Con si gentil temperamento fu marito 
amorevole, e grave senatore. 

Y. Suilio continuò di fare accuse crudeli, e molti segui- 
tarono il suo ardimento: perciocché mettendo il prìncipe le 
mani* nelle leggi e ne' magistrati, apersela via alle rapine; 

* gliele /e*, glie la fece: cioè, Claudio, a preghiera di Vitellio, fece ad 
Aatattco la graiia di potersi scegliere la morte. 

S Mfenestere : pantomimo famoso , gik mig^one di Caligola e or drudo di 
Messalina. Alcune edisioni invece àìMnesteris leggono Valerii, 

^ come tatti. Parole accorte che recavano questo doppio senso: «Niun 
credendo vera la reità di Poppea, neanch'io la credo. » E ancora i « Credo vero 
l' apposto , e anch' io sentensio come gli altri. » Cosi schivò il pericolo , né tradì 
in tutto la verità. 

* mettendo,,»,* U mani ec. ; cioè , traendo a sé tutti gli ufficii delle leggi e 
àù magistrati. 

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246 IL LIBRO CMDBCIXO DIGLI ANNALI. 

né vi ebbe mercanzia di più spaccio che i tradimenti degli 
avvocati. Onde Samio cavalier romano de' primi, avendo a 
Suiiio dato diecimila fiorini , vedutosi messo in mezo, s'in- 
filzò, in casa di lai, in sulla spada. Per lo qual caso, comin- 
ciando Gaio Silio, eletto consolo (della cui potenza e morte 
dirò a suo tempo ^), si levan su ì padri, e chieggono si osservi 
la legge cincia,* che nluno per difender cause pigli presente 
né paga. 

VI. Sclamando que'che n' aspettavan vergogna , Silio , 
contro a Suiiio, dicea vivamente: « Gli antichi dicitori aver 
veduto, il vero premio dell' eloquenza essere la fama eterna. 
Il fare la reina dell' arti sordida bottegaia, esserle troppa 
macchia; né potere essere lealtade in chi serve chi più ne 
dà: ' difendendosi senza mercede, scemerebbono le liti: nu- 
trirsi orale nimicìzie, l'accuse, i rancori, le ingiurie , affin- 
chè, come le molte malattìe la borsa empion a' medici, così 
la peste del piatire, agli avvocali. Ricordassonsi , che Gaio 
Asìnio e Messalla, * tra i moderni Arrunzio ed Esernino, ' sa- 
lirono in grande altura per facondia e per vita candida. » 
Piacque questo dire a tutti , e ordinavasi di condannargli 
nella legge del mal tolto. Quando Suiiio e Gossnziano ^ e gli 
altri vider trattarsi, non della loro colpa, eh' era chiara, ma 
delia pena, accerchiano Cesare e preganlo che perdoni il 
passato. Ei chinò il capo, ed essi cominciarono: 

VII. a Qual esser di loro si superbo che si prometta 
fama eterna? Ogni cosa ingoierebbono i potenti, se non fas- 

< dirò « suo tempQ. Vedi qui appresso i cap. iS e 35. 

> /a legge cincia, « Legge concernente i donativi e i regali. Fu fatta da 
M. Gittcio Alimento tribuno della plebe l'anno di Roma 550 ; ita in disuso, fu ri- 
stabiliu da AugusfQ con giunti che chi prendesse in mercede, restituir dovesse 
quattro volle tanto. Claudio la moderò concedendo di poter ricevere sino a dieci- 
mila sestersi, oltre a' quali si diveniva reo di mal tolto. *• (R. Pastore.) 

^ in chi serve ec, in colui che serve chi paga più largamente. 

* C. Asinio PoIIione amico d'Orazio (V. Od. II, i, i4. Sat. I, \0, iS ) e 
di Virgilio (V.Egl. Ili, $4-S9), e Messala Corvino, amico e patrono di Ti- 
bullo : erano fioriti circa SO anni avanti. 

B Arrunzio ed Esernino. Del primo vedi lib. VI, 48 ; l' altro fu, nipote 
di Asinio PoUione. 

^ Cossuziano Capitone , genero di Tigellino e accusatore di Trasea ^ fu 
condannato di mal tolto (^répeìundtirum) l'anno 810. 



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IL LIBRO UMDEGmO DEGLI ANNALI. 247 

sero gli avvocati che non s' addoUoraiio senza spesa, e i>er 
attendere agli altrai fatti^ lasciano i propri. Chi vive della 
guerra, chi dell' agricoltara: ninno vorrebbe far nulla, che 
non credesse approdare. ^ Asìnìo e Afessalla arricchiti delle 
guerre tra Antonio e Agusto, ei gli Esernini e gli Arronzi 
di grosse ereditadi, potettero esser magnanimii: ma P. Glodio 
e Gaio Gorione » posero pregi alle loro dicerie: ognun sa 
quanto ingordi. Sé esser poveri senatori, dalla republicanon 
volere altro che esser lasciati fare nella città quegli avanzi 
che la pace può dare. V artefice lavora per andar un di in 
civile: ^ chi leva i premii, leva l'industria, come meno pre- 
giata. » Parve al principe questo parlare a proposito, e tassò 
le mercedi sino a fiorini dugencinquanta : il soprappiù s' in- 
tendesse mal tolto. 

Vili. In questo tempo Mitridate, ' che fa re dell'Arme- 
nia, e presentato a Cesare, * come dissi , ^ tornò p^ consiglio 
di Claudio al regno,, confidato nel poter di Farasmane suo 
fratello, re d' Iberia, che V avvisava, i Parti essere in di- 
scordia, la sovranità dell' imperio in forse, il resto in non 



' approdare, xcoare utile o.gaaiagao. Nuce da proj utile, vantaggio. 
Dante , In/., XXI : che gli approda? che utile gli fa) — Pietro Pietri nelle Po- 
stille Ms., a questa sentensa : « Niuno vorrel)be far nulla, che non credesse appro- 
dare, ** così nota : « Questo e vero ; ma non essendo i piati , non sarebbero avvó- 
w Citi e procuratori , quali sarél^ero astretti imparare uh' altra arte con manco 
H mina ddla repuLIica. S'appicca una lite od contado , in una villa o villi^io, 
m per una gallina imbolata, un albero taglialo , un termine mosso , due palmi di 
m- terra usurpata : si dà nella lite : chi la perde nel contado appella alla cittk ; dalle 
f* cittk alle Provincie, regni, imperii.* d'ivi da un fóro all'altro sino al supremo , 
» dove doventa immortale sensa speranaa di fine, se la medicina non fa da se » e 
m cbe le parti non hanno più.da spendere. Guardai alla camera imperiale di Spira 
j> quante liti vi siano ancora pendenti , quante spese per questa cagione, quante 
m le persone ridotte al pentolino. E volesse Iddio che costì si fermasse il male, e 
** che non andasse serpendo col suo veleno sino a quelli che hanno ancora il gu- 
M scio sul capo , anzi non sono nati ancora ! Quivi tornano i rancori , si ripiglia 
» il piato dove gli antenati l' hau lasciato , e sin che non sieno finiti e smunti an- 
Hi eh' essi, dura la peste a travagliare il mondo e sperperar le famiglie. A'consi- 
M gU^ri tocca d' avvertire i principi , a loro di vendicarci. » 

S Andar.^, in cwile,, in abito civile. XaX. : ** toga enit^Here* » 

S Mitridate. (V. Ann. VI, 32, 33.) 

* a Cesar€,t a Caligola^ 

9 come dissi: c^rtantcnte nei libri dove faceva la storia di Caligola, e che 
ora son perduti. 



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248 IL LIBRO UNDBCOIO DBGLI AMIÀU. 

cale. Perchè Gotarze, tra l'altre sue crudeltà , ordinava di 
far morire Artabano sao fratello , con la moglie e figliuolo. 
Onde gli altri impauriti, chiamaron Bardane. Egli pronto a 
gran rischi, corre trecentosettantacinque miglia in due di: 
caccia Gotarze sprovveduto e spaventato: piglia, senza dar 
tempo, gli stati vicini: soli ì Seleuci lo ricusarono: centra i 
quali, come ribelli ancora di suo padre, s' accese di più, che 
non chiedea quel tempo: e s' intrigò in assediare quella eittà 
potente, vettovagliata, e forte di mura e fiume.^ Intanto Go- 
tarze con aiuti de' Dai! e Ircani, ' rinnuova la guerra; e 
Bardane costretto , lasciato Seleucia , s' accampa ne' Bat- 
triani. * 

IX. Le forze d' oriente cosi divise, e dubbie ove sì gel* 
tasserò, diedero a Mitridate occasione di occupar l'Armenia; 
e co' soldati romani disfoce le forteze, e insieme con gì' Iberi 
corse la campagna senza resistenza, e ruppe Demonatte ca- 
pitano degli Armeni, che ardi rivoltarsi. Tenne un poco la 
puntaglia * Goti re dell' Armenia minore, che vi mandò per- 
sonaggi: ma per lettere di Cesare si ritirò, e il tutto colò in 
Mitridate, più atroce che regno nuovo non vuole. Ma ordi- 
nandosi i due capitani parti a for battaglia, repente s'accor- 
dano, per le congiure de' lor popoli, da Gotarze scoperte ai 
fratello. Abboccansi dapprima alquanto guardinghi, poi si 
danno le destre, e giurano su l' altare di vendicare la fraade 
de' nimìci, i' uno all' altro cedersi. Parve più atto Bardane 
a tenere il regno; e Gotarze, per levar gelosia, se n' andò in 
Ircania.'^ Seleucia s' arrese a Bardane ritornato, non senza 
vergogna de' Parti, da lei sola beffati self anni. 

X. Prese poi le più forti provincie : e ricoverava l' Ar- 
menia, se Vibio Marso, legato in Seria, non lo ritirava con 



^ JUtmei il Tigri. 

* Dati e IrcanL Oggi DahitUtn , Gurhm, tuUa riva oecideatilt del 
Cupio, Matanderan e Coretm. 

* La Baetrìana, nel cuore dell'Alia, stenderasi dall'oriente della Peimia 
ai monti Hinulaya. 

* Tenne un poco la ptmUiglia, Tener la puntaglia, che dieesi anche XV- 
nere il fermo, vale Reggere o lostenere l' impeto nemico senaa dare indietro. 

» La Heatiana ha per errore • se n' andò in Francia. » 



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IL LIBRO UMMGIMO DB6LI ANNALI. 240 

mìnaceìargll guerra. Gdtarze dell' aver ceduto il regno sì 
rifiente; richiamandolo la nobilté, cai nella pace è più dar^ 
il servire; fa {[ente. Bardane al passar del fiume Brindo * as- 
sai lo combatte e vince; e con felice battaglia piglia tette le 
nazioni sino al fiume Gindeno*^he divide i Daii dagli Arii. 
Quivi unirono le sue felicità: perchè non piacendo a' Parti, 
benché vittoriosi, il guerreggiar si discosto; egli tornò in 
dietro, rizatovi trofei e memorie di sua potenza, e come a 
ninno Arsacido, innanzi à lui, dato aveano quelle genti tri- 
buto? gran gloria, che Io fé' più feroce e insopportabile 
a' suoi: i quali s'unirono e, con ordito inganno, in caccia, 
lui non sospettante, uccisero giovanetto. Ma pochi vecchi re 
fur si chiari, se egli avesse stimato il farsi amar da' suol , 
come temer da' nimicì. La morte di Bardane confuse i Parli, 
non sappiendo chi farsi re. Molti volevano Gotarze: alcuni 
Meerdate figliuolo* di Fraate, datoci per ostaggio. Vinse Go* 
tarze. Ma entrato in possesso con crudeltà e pompe, forzò i 
Parti a mandare, segretamente pregandolo, al romàno prin- 
cipe, che lasciasse venir Meerdate al paterno regno. 

XI. La festa de' cent' anni * si vide quest' ottocentesimo 
dopo Roma edificata, e sessantaquattresimo da che la cele- 
brò Agosto. Quello che movesse 1' uno e l'altro principe a 
celebrarla, lo narro appieno nella Storia di Domiziano,* che 
la fece anch' egli, e io n'ebbi più briga, trovandomi allora 
de^ quindici * e pretore. Non lo dico per vanagloria; ma per- 
chè questa era di quel collegio antica cura , e per mano 
de' magistrati passavano le cirimonie. Sedendo Claudio alla 

I ■ 

* Erindo, Il Rykio non trovan'do ricordato da altri questo fiume , so- 
apttta che invece di Erinden debba leggersi Charindam, fiume ricordato da 
Tolomeo « che lo pone tra h Media e l' Ircania. 

* Gindeno. Légge GyTtdent altri, Sinden, 

^J!gliuolo, Era nipote, nato di Vonone. Dicono che Meerdate , in diracio 
dialetto, significhi lo stesso che Mitridate; cioè « dato da Milhra. » 

* La festa de* eenf anni , la festa o ludo secolare. « Simili fette dato 
•▼èva Angusto l'anno di Roma 737 sotto i consoli C Fumio e G. Silano. Ora- 
sio ne compose l'inno. » ( R. I^store. ) 

8 nella Storia di Domiziano, la quale ora è perduta. 

* de* ifuindici, m Quindi h che neUe monete d'Augusto appartenenti alle 
feste aecobri si leggono queste lettere XVSF, cioè: « Quindecempiri sacris fa- 
c/i»Nf<y. I* (R. Pastore.) . 



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950 IL LIBRO ONDBCmO DBQU iKMALI. 

festa circense, ove rappresentavano il glnoco di Troia* nobili 
donzelli a cavallo, e tra gli altri Britannico, nato deU'impe- 
radore, e L. Domizio addottato, poi snccedato e dello Nero- 
ne; parve predirgliele' il favore della plebe verso loi più 
ardente: e contavano cbe nella calla, quasi a guardarlo, stet- 
tero due serpi. Favole e maraviglie da stranieri:' perchè egli 
che non abbassava le cose sue, solea dire esserglisene ve- 
duta in camera una sola. 

XII. Ma recava* questo ardore dalla memoria di Ger* 
manico, delta cui stirpe non v'era altro maschio, e T accre- 
sceva la compassione d'Agrippina sua madre, imperversata ' 
sempre dall'empia Messalina, e allora, più che mai. Ma dal 
trovar le cagioni e accusatori, la svagava il nuovo amore di 
G. SiHo, giovane il più bello di Boma, di coi era sì perdala 
che, per godersi tutto l' adultero, fece ch'eli scacciò Gionia 
Sillana sua moglie nobilissima. Conosceva SiHo lo suo pec- 
cato e pericolo: ma il vedersi, negandole, spacciato; il po- 
tarlo forse frodare;^ i doni grandissimi, illècero andare oltre 
e, in tanto , godere. Ella alla libera gli andava a casa con 
gran comitiva: uscito,^ T accompagnava: gli versava tesori: 



* ChiamaTasi Trota una giostra equestre solita farsi nel circo dai gioTaoi. 
Virgilio,£'n.,V, trad. di A. Caro: 

Questi tornlamenti e queste giostra 
RinnoTb posoia Aseanio^ alUr cIl' ereste 
Alba la looga : appresergli i Latioi; . 
Gli manteoner gli Albani , e d' Alba a Roma 
Far trasportati , e vi eoa oggi ; e come 
E 1' oso e Roma e i giuochi deridati 
Son da' Troiani , hanno or di Troia il aooie. 

^ parve predfTgliele, predirgli; fiorcaliiiisino , cornagliele per gliilO' 
Parve che il favore della plebe gli piredicesse l'impiero. 

s Favole e maraviglie ec. Vedi Dtoae Caa»io,. I.XI, 2 ; e Svetonio in 
Ner, e. 6. 

* Ma recava j cioè, ma il popolo recava» 

* imperversata , fatta segno alla pervertita ; tormentata , ioealaata dalla 
perversità. 

* frodare, nascondere; cioè, il suo peccato. Anche il LaiX. fallare inumo 
di latere'. 

' tucito ec. Lat. : « tgressibus adhterescer^e : » lo si conduceva fuori a 
braccetto. QucsU loeuaione popolare non vedesi nella Crusca, ma è nolaU nelk 
Giunte del Tomm^èo. 



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IL LIBBO UNracmO DBGLI ANNALI. 251 

lanciava onori: finalmente i seryi, i liberti, arredo del qaasi 
scambiato principe, si rodevano in casa V adatterò.^ 

XIII. Ma Glaodio, cbe queste tresche non sapeva della 
sua moglie, badando a fare il censore; riprese agramente la 
popolar licenza ne' teatri , d' aver detto vitoperH di Pom- 
ponio ' stato consolo (che componeva versi .agli strioni), e di 
donne nobilissime. Contro alle ingorde usare fece legge , 
che ninno prestasse danari per pagare ' all% morte del padre. 
Condusse nella città V acqua delle fontane sotto i colli Im- 
brnini.* Aggiunse nuove lettere air abbicci; veduto che an- 
che il greco ' fu da prima imperfetto. 

XIV. Gli Egizi far primi a significare i concetti della 
mente, e le memorie umane, per figure d' animali scolpite 
in sassi,* che ancor se ne veggono delle antichissime; e di- 
consi trovatori delle lettere. Averle poi i Fenici, possenti in 
mare, portate in Grecia: e delle cosa apparata, per trovata, 
fattisi belli; ^ essendo fama, che Cadmo con armata di Fenici 
passatovi, insegnò leggere a que' Greci, allora rozi. Alcuni 



* in casa l'adultero, dell'adultero! al modo fiorentino; ma qui reca 
anfibologia. 

S Pùtttpùnio, Qaeali è Publio Ponponio Secondo, poeta tragico, di cai Pli- 
nio il Tcccbio scriMe la vita, facendtdo etempio di virtù. (H. H. XIV, 6. ) Qoia- 
tiliano lo giudica.il migliore de' tragici contemporanei, ma aggiunge cbe i vec- 
cbi lo stimavano poco tragico , sebbene gli dessero la palma nella erudisione e 
nella elegania. Poneva infinita cura di piacere al popolò. ( ìnH. Or, X, i.) Pli- 
nio il giovaoc ncconla ( Ep. XII, i7 ) cbe m quoMta 9W> intimo amico gli di- 
ceva M Togli qua, » e a lui non paresse di dover togliere, conehiudevm con 
dire: m Me ne rimetterò al popolo ; » e così secondo l'applauso o il silenzio 
di esso, lasciava o levava* Tanto deferiva dat^iùdiaio popolarci 

S per pagare, da restituirsi. £ assai cbe non abbia tradotto : « vietò i 
babbimorti I » 

* i colli Imhruini. « Sono qveati colli tra il luogo ora appellato ratma- 
Aefto dal Sacfo Speco ,■ e SuUaco. Son questi i confini dell'agro romano all'est. 
Di «juesl^ acquedotto vedi Plinio, XXXV , 16, d. iO. «• ( R. Pastore. ) Alcuni te- 
sti invece d> tmbminis leggono Simbruinis. il magnifico acquedotto cbe con- 
dmsfl in Roma le fontane Cwrtia e Centlem fn cominciato da Caligola e termi- 
nato da Claudio, da cui prese il oMne di Acqua Claudia. Se ne vedono ancora 
degli avaui. 

> il greco j sottintendi, abbiccì» 

' in /«j^; sugli obelischi. 

' peir trovata, fattisi belli j se ne fecero belli) come m fosse loro inven- 



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2IS2 IL UBRO OMDBCUIO BEGLI ANNALI. 

scrivono, che Cecrope ateniese^ o Lino tebano * trovarono 
sedici lettere , e, ne' tempi di Troia, Palamede argivo tre, 
altri poi l'altre, e massimamente Sìmooide. Insegnolle in 
Italia a' Toscani Damaralo corintio; agli Aborigini Evandro 
d' Arcadia. Furano i latini caratteri, quei de' Greci antichis- 
simi. Avemmo anche noi prima poche lettere, poi se n' ag- 
gionsero; come àa Claodio^ le tre; ' mentre dominò , usate , 
poi scartate: e se ne vede nelle tavole di bronzo, morate 
nelle corti e ne' tempii per pqblicare i decreti. 

X\. In senato propose sopra il collegio degli aruspici, 
che tanta scienza, in Italia antichissima, non si trasandas- 
se; « etessersene, in molti travagli della republica, chiamati 
ì maestri per rimetterla, e meglio osarla: averla i grandi di 
Toscana, volontari o spinti da' padri di Roma, ritenuta, e 
lasciata nelle famiglie: ora non si stimare, per la cornane 
trascoranza dell' arti nobili, e per attendersi alle supersti- 
zioni forestiere : andarci ogni cosa prospero ; ma doversene 
ringraziare i benigni iddìi: e non valere ì sagrì riti, neir av- 
versità osservati, nelle felicità dismettere.» I senatori ordina- 
rono che i pontefici vedessero qoanto dovessero gli araspici 
ritenere e osservare. 

XVI. Nel detto anno i Cherosci, avendo per le civili 
guerre spenti i grandi, chiederono da Roma Italo per re, 
solo rimase di stirpe reale, nato di Flavio,' fratel d'Arminio, 
e di madre nata di Catumero, principe de' Gatti. Era bello, 
e di cavalli e d'armi maneggiatore, a nostra e a loro usanza. 
Cesare gli die danari, compagnia, e aiiìmo a ripigliar la 
grandeza di casa sua. Lui primo, nato in Roma, non ostag- 

' Lino tebano. m Non fu inventor delle lettere Lino , ma del ritmo e 
4ella melodia tra i Grecia Egli visse 500 anni prima di Roma. Vedi Diodoro Si- 
culo, lib. IIL •• (R. Pastore.) ' 

S come da Cianàio^ le tre j» qoella guisa che .Claudio ne ag^nnse tic. 
Erano i^ il digamma eolico rovesciato (i> che stava per la u aspirala o ▼, come 
sisovs j'S® Tantisigma (oc) che scasava il Y greco; Sfi TioCa modi6cato (i) che 
partecipava dell' i e dell' u, come in oPTixvs.Ma questi tentativi di perfesiona- 
mento grafico , per quanto possano «embrare fondati su buone ragioni , pare 
' avendo a vincere l'uso inveterato, riuscirono sempre infelici. Però accadde al Trts- 
sinoy al Saltini, e ora al dotto Gherardini , quello che a Claudio, cui non hastò 
nemmeno l'autorità imperatoria per dar cittadioaosa alle nuove lettere. 

B Flavio, è ricordato sopra, II, 9. 



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IL LIBRO GNDBaMO DBGLI ANNALI. 253 

gio ma cittadino, oscfre a imperio straniero. Fa lieta a' Ger- 
mani sua prima giunta, massimamente carezando egli, che 
non teneva parte, tutti egualmente. Era celebrato, osserva- 
to; usava cortesie e rispetti, che a ninno dispiacciono: al 
vino e alle lascivie, che a' barbari piacciono, spesso si dava. 
Già ne' vicini, già ne' lontani risplendeva ; quando quei che 
solevano per le parti fiorire, sospettando di tanta potenza, 
se ne vanno agli stati confinanti : fanno fede : « L'antica li- 
bertà germana essere ita; Romani ' risurgere: mancarvi forse 
ano de' nati quivi da governargli^ senza che la raza di Fla- 
vio spione* gli cavalchi? L'esser nipote d'Arminio, eh' e! 
fa?' del cui figliuolo, se fosse venuto egli a regnare, potersi 
temere, come allevato in terra nimica, infetto da' cibi, ser- 
vaggio, abito, ogni cosa forestiero. Ma se Italo somiglierà 
sao padre; ninno aver mai voltato armi, contro alla patria 
e casa sua, più traditore. * 

XVII. Cosi accesi, fanno gran gente : né minore segni- 
lava Italo, dicendo: <k Non esservi entrato per forza, ma 
chiamato: se agli altri soprastava in nobiltà, darebbe anche 
a divedere con la virtù, se degno è del zio Arminio e di 
Calumerò avolo. Del padre non poter vergognarsi, se ai 
Romani non ruppe mai quella fede, con la quale andò a 
servirgli di volontà de' Germani. Bel protesto dì libertà pre- 
tender'^ questi, che viziosi in privato, perniziosi in publico, 
non posson vivere che di discordie. » Il volgo con fremito e 
baldanza lo favoriva. Fanno battaglia grande i barbari. 
Vinse il re : della felicità insuperbi : fu caccialo. Rifatto di 
forze longobarde , con vittorie e rotte travagliava i Gherusci. 



* Romani; cioè , ]a potenta romana. 
' ^ione, perchè serri a'Bomani. 

' eh* éi fai n correttore dell'esemplare Nestiano di G. Capponi raccon- 
cia i dw di /ajnu dubito a torto; perchè, ansi che errore , mi ci pare fiorenti- 
nUmo , per che e*/a f o che fa egli f cioè che monta f Ed infatti il Lat. ha : 
« Frustra Jrminium prascribi. » L* altro modo che Ci fa f importerebbe , 
che ci giova f che qoi non qnadra. 

* ninno aver mai ce. Ninno più traditore di suo padre aver mai voltato 
anni ec. Il Politi traduce : « se Italo riterrè 1' animo del padre , chi più di lui è 
stato nimico e persecutore della patria? ** 

' pretender, ostentare. 

I. 22 



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254 IL LIBBO DNDBCmO DEGLI ANNALI. 

XyiII. Io qaesto tempo i Cauci, quieti tra loro e, per 
morte di Sanqainio/ altieri; venendo Gorbolone' a trovargli, 
scorrono nella Germania bassa, sotto Gannasco capitano di 
nazione Ganinefàlo,' stato tango tempo tra i nostri aiuti : poi 
fuggitivo corseggiava con vascelletti , per lo più le costiere 
de' Galli, conoscendogli ricchi e poco guerrieri. Entrato Cor- 
bulone in provincia, con gran diligenza e sua gloria (che 
cominciò in quella milizia), condusse le ^alee per lo Reno; 
l' altre navi, secondo che atte erapo, per fosse e maresi;* e' 
nìmici vasselli affondò. Cacciò Gannasco; e, quietate le cose, 
le legioni di rubar vaghe, lavorìi né fatiche non conoscenti, 
ridusse al costume antico di non uscir di battaglia: non com- 
battere, se non comandate:' le poste, le scolte, gli ufici del 
di e della notte fare armati. Dicono che punì di morte due 
soldati, perchè zappavano, alla trincea, l'uno senz'arme, 
l'altro col pugnai solo; bestialità che, vere o false, trassero 
origine dalla severità del capitano, per mostrare quanto ei 
fusse casoso^ e spietato ne' peccati grandi, lo tanto crudo e 
aspro '^ ne' menomi. 

XIX. Questo terrore fece due effetti diversi; accrebbe 
a' nostri soldati ^ la virtù, a' barbari scemò la fiereza ; e 
a' Frisoni (dopo che sconfissero L. Apronio,' fatti ribelli o 
poco fedeli), dati ostaggi, parve buono starsene a' terreni. 



* Sanquinio Massimo, prefetto della Gennania inferiore. (V. lib. VI, 4.) 

« Corbulone. ( V. Ann. HI, 31. Stor. Il, 76.) 

» Caninefato. (V. Ano. IV, 73. Stor. IV, i5.) 

^ maresU Lat. : « astuaria $ m stagni, paludi. 

' non combattere, sé non comandate. La Cominiana, la Nestiana e 
tutte le altre posteriori : m non combattere , non comandare, *• Ma è manifesto 
errore. Il Lat. hai « nec pugnam, nisi iiusus» iniret. » 

casoso^ che dà importansa anche alle piccole cose. Qui esser casoso vale 
£ar caso di tutto ; non lasciarli fuggir nulla. Lat. « mientus. » Il popolo Posa 
ora in senso di timido» che sempre e seoaa cagione teme di qualche spiaccvoi caso 
o pericolo. 

^ lo tanto crudo e aspro ec.» colui che era tanto crudo ec. . 

B a*nostri soldati. La Cominiana, la Nestiana e le altee cdiaioni seguaci , 
leggano: • a' molti soldati. » Non ho dubitato di con«gger< sulla fede del testo 
che ha: mù terror miiiùi^ kosUsgue in diversum affedti nos virtutetn ««. 
ximusj Barbari ferociam injregere. «• 

' L. Jpronio. (Vedi Ann. IV, 73.) 



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Il LIBRO UNDECIHO DB6LI ANNALI. 255 

senatori, magistrali e lèggi, che die loro GorbaIone:Hl qua- 
le, perchè non iscotessero il giogo, vi rinforzò la goarnigio- 
ne, e mandò a sollecitare i principali Ganci allo arrendersi, 
e Gannasco tradire. Il trattato rinscl , e ben gli stette al fel- 
lone fuggitivo. Ma la sua morte alterò le menti de' Ganci, e 
Gorbnlone seminava scandoli da farli ribellare. A' più piace- 
va : alcuni ne levavano i pezi : ' « Perchè stuzicare 1 cala- 
broni? ' s'ei riesce male, toccherà alla republica; se bene, non 
è buono per la pace quest'uomo terribile, e a questo prin- 
cipe debole, troppo grave. » Laonde Claudio non che dare 
altra noia alla Germania, fece tornar le guarnigioni di qua 
dal Reno. 

XX. Già poneva Gorbnlone il campo in terra nimica, 
quando ebbe la lettera : e benché sopraffatto in quel subito 
da più passioni, paura dell' imperadore, dispregio de' barbari, 
riso degli amici; senza dire altro, che « Oh felici già i <ftpi- 
tani romani I s> sonò a raccolta. E per non tenere in ozio i 
soldati, tirò dalla Mosa al Reno un fosso di ventitré miglia, 
che ricevesse i reflussi dell' oceano. Gesare gli concedè le 
trionfali, benché gli avesse negata la guerra. Il medesimo 
onore ebbe poi Gurzio Rufo,* per avere scoperto nel contado 
di Mattiaco^ cave d' ariento non ricche, né duravano;* 
ma le legioni ne aveano fatica e danno, convenendo zappar 
neir acqua, e far sotterra quel che sarebbe duro nell' aria. 
Onde i soldati che più non poteano (e questa festa ^ era in 

* che dii loro Corbntmu* Non sarà inutile riferire questo periodo, se- 
cMidoh tradniione del Dati : « I Frisii (i quali dopo la rotta data a Lucio Apro- 
nio s' erano ribellati da noi, e d'allora in poi stati nemici o poco fedeli), diedero 
ftatichi a'nostri, e si fermarono ad abitare ne'campi assegnati loro da Corbulone; 
il quale diede ancor loro un senato , magistrati e leggi* » 

S ne levavano i pezi, ne sparlavano. Vedi sopra, I, 46. 
' stuzicare i calabroni, o stuzicare il vespaio, modo proverbiale che 
significa Dar molestia a chi può farci del male. Il Lat ha: « cur hostem conciret t » 

* Curzio Bufo, m Molti son di parere che sia questo Gunio lo scrittore 
delle gesta d' Alessandro Magno , ma non Te n* ha prove : e se egli fusse stato 
quello, non l'avrebbe passato in silensio Tacito. *» {K. Pastore.) 

S Maniaco nel ducato di Nassau. Plinio, H. N.XXXI, Ì7 , ricorda Aqwe 
MaUiaceg, oggi PTiesbaden. 

^ ne duravano. Cosi la Nestiana e la Gomtniana. Ma dubito debba dire 
ne durarono. Il Lat. ha « unde tenuis fructus nec in longum fuiU • 

^ e qttesta festa : per antifrasi , invece di duro travaglio. 



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286 IL UBRO UDiDBCIVO DEGÙ iMNALL 

più Provincie) fanno segretamente una sapplica In nome 
delli eserciti, pregando 1* imperadore, che quando voleva dar 
loro an generale, gli desse prima le trionfali. 

XXI. Deir origine di Rufo, che alcani dicono nato d'un 
gladiatore, non direi il ifalso, e mi vergogno del vero. Fatto 
nomo, s'accontò' col qoestor dell'Africa; e trovandosi in 
Adrameto,* ne' portici tatto solo di mezodi, gli apparve nna 
donna più che amana, e gli disse: « Rufo, ta ci verrai vi- 
ceconsolo. y> Incorato da tale agario, tornò a Roma, e con 
danari d' amici e viveza d' ingegno, divenne questore : e 
poi, a competenza di nobili, pretore, col voto del principe 
Tiberio, che disse per ricoprir sua basseza : <k Rufo mi par 
nato di se stesso. » ' Molto visse, fu brutto adulator co' mag- 
giori; co'minori arrogante; con li eguali fastidioso. Ottenne 
lo imperio consolare, le trionfali, e finalmente l'Affrica; ove 
mor^, e l' agurio avverò. 

XXII. In Roma Gneo Nevio illustre cavalier romano, 
tra molti che salutavano il principe, fu trovato con 1' arme 
sotto, senz'essersene mai saputo il perchè. Straziato da tor- 
menti, confessò di se: complici, o non vi ebbe o non no- 
minò. 

Questo anno P. Dolabella ^ pronunziò che lo spettacolo 
delli accoltellanti si facesse ogni volta a spese de' questori di 
queir anno. Gli antichi nostri davano la questura per premio 
di virtù, e poteva ogni cittadino che si sentisse virtuoso, 
chiedere magistrati ; e faciensi consoli e dettatori di prima 
gìovineza, non sì guardando a età. Ma i questori furono ìn- 
sino da' re ordinati; il che mostra la legge curiata, che Bruto 
rinnovò. E gli facieno i consoli sino a che anche questo onore 
volle dare il popolo. I primi fatti, furono Valerio Polo ed Emi- 

* y accontò, s*accompagDÒ ; segui. Lat. : « sectator qucestoris cui Africa 
ohligerat. » 

S Adritmeto, Herkla , nel regno di Tunisi in Barberia. 

' nato di se stessomlAi.: ttex se natus:» ha doppio senso j perocché cbia- 
minsinaff e» se tanto i nulUs maioribus orti (rome dice Orasio), cioè gl*ign<»- 
hili e oscuri ; quanto coloro che si son fatti un nome da se stessi , e sono per se 
eognìtif come dice Cicerone. Tiberio volle dire che Rufo , sebbene nato in basso 
luogo, pure era venuto in fama, che non dovea riconoscere da altri die da se 
stesso. 

♦ Dolabella. (V. Ann. IV, 23 e 66.) 



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IL LUaO. UNDBCmO BBQLI ANNALI. 257 

lio Mamerco, l'anno sessantatrè dopo la cacciata de'Tarqaioìy 
perchè andassero con T esercito. Cresciuti i negozi, ne fu- 
rono aggiunti due per istare in Roma: poi raddoppiati, fatta 
gj.à tutta Italia tributaria, e aggiunte le gabelle delle Provin- 
cie. Indi per legge di Siila ne furon creati venti per arroti^ 
a' senatori, a' quali soli aveva conceduto il giudicare. E ben- 
ché i cavalieri l'avessero riavuto, la questura si dava per 
merito de' chieditori, o per cortesia, senza costo,' sino a che 
la sentenza di Dolabella la mise quasi in vendita. 

XXIII. [A. di R. 801, di Gr. 48.] Entrati consoli A. Vi- 
tellìo e L. Vipsanio, trattandosi di arrogere senatori, e rac- 
comandandosi i grandi della Gallia cornata,'' già fatti citta- 
dini e confederati romani, di poter goder gli onori della 
città; innanzi al principe fecesene molto e diverso ragiona- 
mento e garose contese: a Non essere Italia si al verde,* che 
le manchi da rifornire il senato alla sua città: averlo fatto 
già ì naturali del luogo ' co' popoli parenti e vicini ; né del 
governo antico poterci dolere: anzi tuttodì esempi di que'buon 
vecchi accenderci a virtù e gloria. Non bastare V essere in 
senato balzati gl'Insubri e i Veneti, se gli sciami de' fore- 
stieri non vi corrono , coQie a presa città ? A' pochi nobili , 
che onori poter rimanere? a povero gentiluomo latino chi ne 
vorrà dare? inghiottirglisi anzi tutti que' ricchi, eredi de' loro 
avoli e bisavoli, stati capitani de' nemici ucciditori degli eser- 
citi romani, assediatori del divino Giulio ad Alesia.* Queste 
esser cose fresche : e perchè non ricordarsi che questi son 
quelli che gittarono il Campidoglio e il romano altare per 

' per arroti f per agginnU ; per sapplemento. Cosi sotto arrogere, ag- 
giungere, supplire. 

S senza eosto» gratuitamente ; senza obbligare alle grandi spese che ven- 
nero in uso nella corrotta repubblica , allorché fondevansi interi patrimoni per 
arrivare alle cariche. 

S cornata, transalpina; i cui abitanti portavano lunghe chiome. 

* sì al verde , ti all' estremo. La metafora è tolta dai ceri , che soglioQsi 
fasciare da pie di carta verde ; onde quando la fiaccola è vicina al verde, il cero è 
consumato. 

8 i naturali del luogo , gì' indigeni , cioè di Roma, i quali rifornirono il 
senato coi popoli del medesimo sangue {consangiUneis popttlis) che avevano 
co' Romani uo'istessa origine. 

• ad J lesta. Vedi De Bello GaU. VII, 79. 

22* 



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258 IL LIBRO CMDBCUfO DEGLI ANNALI. 

terra con le lor mani?^ Godessonsi il nome di cittadini; ma 
gli splendori de' padri, gli onori de' magistrati non si acce* 
manassono. » 

XXIV. Non mossero tali cose il principe: anzi inconta- 
nente contraddisse, e chiamando il senato, cosi cominciò:* 
« I miei antichi (tra i qoali il più antico Glaaso, di nazione 
sabina, fo fatto cittadin romano e senatore a un' otta) m'in- 
segnano governar la repnblica col senno loro, di condor qaa 
ciò che altrove è d'eccellente, sappiendo che i Gialli da Alba, 
i Coroncani. da Gamerio, i Porzii da Toscolo, e per non 
ricercar T antichità, dalla Toscana, dalla Lucania, da 
tatt' Italia faron chiamati nomini in senato : e in ultimo 
fino dall'Alpi, a fine d'accrescere, non a un nomo per volta, 
ma a cittadi, a nazioni il nostro nome. Stemmo dentro in 
ferma pace, e di foori fiorimmo, allora che facemmo qne' d'ol- 
tre al Po cittadini, e che mostrando di metter soldati nostri 
per tutto '1 mondo, gli mescolammo col nerbo di que' paesani, 
e ne rinvenne' lo imperio stanco. Sacci egli male, eh' e' ci 
sieno venati i Balbi di Spagna, e non meno grandi uomini 
della Gallia Nerbonese? I lor descendenti ci sono, e amano 
questa patria al par di noi. La rovina de'LaCedemoniie de- 
gli Ateniesi, si forti d'arme, che fu, se non il cacciar via i 
vinti, come strani? Ma il nostro padre Romulo ebbe tal sa- 
pienza, che molti popoli vide suoi nìmici e cittadini in nn 
di. Avemmo de' re forestieri. Si son dati de' magistrati a 
figliuoli di libertini: non oggidì, come molti s'ingannono, 
ma dal popolo antico. Oh, i Senoni combatterono:* i Volsci 

* cm le lor mani. Qui il testo ÌS gauto e mntilo, e il Noitro ne leva 
quel senso che può. 

' così comincia. Langhi frammenti di qatsti Onrione serbami tuttavìa 
in Lione scolpiti in due tavole di rame. Gli puoi vedere nei Comenti del Lipsio, 
dell' Orelli e d'altri. 

> ne rinvenne, » rifece di fotte. Pel contrario Dante attriboitce lo scadi- 
mento della repubblica fiorentina all'esser» la cittadinansa 

mista 

Di Campi, di CerUldo e di FiggUne. 

* combatterono. Dubito debba leggersi ci combatterono. Intendi: si va 
dicendo che i Senoni ci mossero guerra, e che per ciò i loro posteri non sono me- 
ritevoli di questo onore. Ma forse i Volsci e gli Equi, che gik lo godono , non ci 
furono mai nemici t 



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IL LIBRO rMDEClHO DEGLI ANNALI. 250 

e gli Eqai non e! voltarono mai ponte? ^ I Galli ci presero: 
demmo anche ostaggio a' Toscani: patimmo il giogo da' San- 
niti. Ma se tntte le guerre rìandi,* quella co' Galli fa la più 
corta, con pace continuata e fedele. Da che questi son me- 
scolati con esso noi con usanze, arti e parentadi, portino 
anzi qua, che tenersi là il loro oro e riccheze. Tutte le cose, 
o padri coscritti, che ora crediamo antichissime, furon già 
nuove.' Tennero i magistrati prima ^ padri: poscia i plebei: 
indi i Latini: poi d'ogni sorte Italiani; tenendoli ora i Galli, 
anche questo farassi antico: e dove noi V aiutiamo con eseni- 
pli, 8' allegherà per esemplo. » * 

XXV. Decretarono i padri secondo la diceria del prlii- 
cipe. E gli Edui fur prima ì romani senatori' per T antica 
lega; e perchè soli tra i Galli si chiamano fratelli del popol 
romano. In questi giorni Cesare dichiarò patrizi i senatori 
pia vecchi, o discesi d'uomini chiari: restandovi pochi di 
quelle famiglie che Romolo appellò della gente maggiore, e 
di quelle che L. Bruto, della minore, e cosi delle arroto" da 
Cesare dettatore per la legge cassia, e da Agusto per la se- 
nia.^ Tra questi grati provvedimenti puhlici, bramando Ce- 
sare nettare il senato d'alcuni vituperosi, per dolce e nuovo 
modo, tratto dall'antica severità, gli consigliò in disparte a 
conoscersi, e supplicar di non esser più senatori : che gli 
consolerebbe con dir, loro esser usciti di quell'ordine di 
buona voglia con buona scusa, e meno vergogna che cac- 
ciandonegli per buon giudizio i censori. Per colali azioni 
Vipsanio consolo propose che Claudio si gridasse padre del 
senato. « Padri della patria essere stati detti altri. Doversi i 
meriti verso la republica nuovi onorar di vocaboli non usa- 
ti. » Ma egli diede in su la voce al consolo, come troppo 

* non ci voltarono mai punte t II Lat. ha: nunquam adversum nobis 
aciem stmaiéret » 

' rtandi. Lat. : « recenseas. » 

' faron già nuove. Orasio , Epist. II, 1 , ▼. 90 e segg. 

* e dove noi et. Valeriani: « e quanto or qui con esempli sosteniamo, 
«trli d' esempio. » 

> fur prima i romani senatori. Forse l'irticolo non ci ra. 

' arrota t aggiunte. 

' senia. Proposta da L. Senio. 



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260 IL LIBBO UNDECWO DBGU ANNALI. 

adolanle. Fece il lostro, e si registrarono sei milioni e no- 
vecento qnarantaqaattromila. Allora aperse gli occhi a' di- 
sordini di casa sua, e poco appresso tirato pe' capelli, conob- 
be e uccise la rea moglie, per poi tórre la nipote carnale. 

XXVI. Già Messalina ristacca della agiata copia degli 
adolleri, si dava a non più sapute libidini; quando Silio per 
fatale pazia, o pensando rimediar al pericolo con altro mag- 
giore, la cominciò a stimolare di matrimonio scoperto. <c Non 
potersi aspettar che si morisse il principe di vecchiaia: per 
la diritta poter andar gì' innocenti : ne' peccati ^scoperti giova 
l'ardire: essere in aiuto i compagni al pericolo: esso, che 
non ha moglie né figliuoli, la sposerebbe: adotterebbe Bri- 
tannico : essa manterebbe^ la grandeza medesima, e più si- 
cura, se Claudio, che non si guarda, poi è rottissimo, vin- 
cessono della mano. »* Di questo dire ella non fé' capitale: 
non per amor del marito, ma perchè Silio montato in sella , 
non la spregiasse, e riconoscesse le scelerateze già ne' fran- 
genti piaciuteli. Volle bene il nome di matrimonio, per la 
grande infamia, ultimo piacer di chi ha mandato giù la vi- 
siera,' e fé' le noze solenni, tosto che Claudio fu ito ad 
Ostia per certo sacrifìcio. 

XXYfl. Veggo che parrà favola che persona ardisse 
cotanto in una città che tutto sa e nulla tace; che l'eletto 
consolo si trovasse il di accordato a sposar colei eh' era mo- 
glie del principe : se ne facesse carta con testimoni, quasi 
rispetto a'fìgliuoli da nascere; ella udisse le parole degli 
Auspici ; dicesse di si ; sagrificasse agi' iddìi ; passasse tutta 
la notte in convito, con baci, abbracciari e licenze da ndze. 
Ma io senza punto aggrandire, dirò quello che ho letto e 
udito da' vecchi. 

XXYIII. Rimase la casa del principe spaventata, e già 

' marOerebbe, Cosi la Nestìana eoo nna cola r: non corredo » essendoci 
del Nostro qualche altro esempio. 

' frìneessonù della mano. Dati: «Terrebbe Messalina a rimanere colla 
potensa medesima, e ancora con mag^ore sicnrena , levandosi dinansi Claadio, 
il quale cosi com'è' si Tiveva senaa pensiero e agevolmente si poteva ingannare* 
così per lo contrario era uomo precipitoso , e tosto s'accendeva in ira. » 

' di chi ha mandato già la visiera, di chi ha perduto ogni vergogna. 
Cori anche nella Stor. Ili, 41. 



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IL UBaO ONDBCIHO MGLl AHNAU. 261 

ì polenti, in pericolo per tal novità,* non più bisbigliando , 
maisboffando alla scoperta dicevano: « Mentre lo strione' 
corse per suo il letto del principe, vergogna fu , ma non ro- 
vina. Ora questo giovane nobile, bello a maraviglia, vicino 
al consolato, fa più alto disegno. Chi non vede di tal matri- 
monio la conseguenza? » Metteva certamente paora il veder 
Claudio grossolano, preda della moglie che aveva fatto am- 
mazar molti. Confidavano d'altra banda per esser egli dolce, 
e'I fatto atrocissimo, poter* far prima uccidere che accusa- 
re. Ma il fatto stare,* che ella le sue ragioni non gli dices- 
se, né eziandio confessando avesse udienza.' 

XXIX. E prima discorsero insieme Calisto (di cui par- 
lai nella morte di Cesare) e Narciso che tramò quella d'Ap- 
pio, e Fallante favoritissimo; se meglio fosse minacciarla 
segretamente, se non si levava da questo amore di Silio; non 
curando il restante. Poi, temendo di non ci rompere il col- 
lo, si ritirarono: Fallante, per codardia; Calisto, avendo 
nella passata corte imparato che le vie caute più che 1' a^* 
dite mantengono in grandeza. Narciso slette in proposito, 
ma procurò che ella non penetrasse né l' accusa né V accu*« 
satore : e aspettando l' occasione, dimorando molto Cesare 
in Ostia; strinse due sue molto usate femmine a darle l' ac- 
cusa, donando, promettendo, mostrando che, cacciata que- 
sta moglie, salirebbono in cielo. ^ 

XXX. Calpurnia, una di queste, tosto che n'ebbe V agio, 
abbracciate le ginocchia di Cesare, gridò: «e Messalina s'è 
rimaritata a Silio. Non l' hai tu inteso, Cleopatra? » (che era 
l'altra quivi ritta).— «Ben sai che si, ho.» — Egli fece ve- 

' per tal novità. Intendi : I polenti (cioè, Callisto , Narciso , Fallante ec.) 
che , a un volger di cose , aveano da temere ec. Lat : m ilii quos penes petenti» 
et, ai res verterentur , formido ec. * 

S lo striones cioè Mnestero, di coi ha parlato sopra e. 36. 

I poter: forse dee dire poterla, cioè. Messalina. 

* Jlfa il/atto stare. Il Lat. : m sed in eo discrimen verti. m 

B che ella le sue ragioni non gli dicesse ec. Il postillatore dell'esemplare 
Nestiano di G. Capponi, in an foglietto volante appmita cosi : « Scuro e lungo; 
però direi cosi più breve e chiaro ; che ella né difendendosi né confessando avesse 
odierna : oppure s che ella non gli potesse dir le sue ragioni, né eaiandio confes- 
sando avesse udiensa. » 

* salirebbono in cielo, crescerehbono molto in potensa. 



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263 IL LIBftO UNDPCIHO DttOLI AlltfAU. 

Dir Narciso, il qnale disse: « Perdonami, se io più che Ye- 
7Ì0 e Plaa2io ho chiasi gli oc^hi,^ né anche ora gli adalteri 
t'accnserò. La cosa è qai: lasciagli la casa, i serri, V arredo 
in mar ora, e rendati la moglie: straccisi la scritta del ma- 
trimonio : non lo sai to che Siilo ha sposala Messalina co- 
ram popolo, senato e soldati? e se troppo balocchi,* Roma 
sarà di qaesto marito bello. » 

XXXI. Chiamò allora Tarranio caro sovra lotti, prov- 
veditor dell' abbondanza, e Losio Gela generale della guar- 
dia, e disse : « È egli vero? » dissero « SI » e ogn' uno quivi 
romoreggiava che andassi in campo, fermasse quivi soldati; 
s'assicurasse prima, e poi gastigasse. Certo è che Claudio 
per lo spavento domandava a ogni poco : a Chi era imperar 
dorè, egli Sllio? » Ma Messalina piò sfrenata che mai, fa- 
ceva in casa le maschere de' vendemmiatori nel buono del- 
l' autunno: ' pigiare, svinare, femmine di pelli cinte saltare, 
quasi furiose baccanti sacrificanti. Ella tutta scapigliata, 
brandiva il tirso, e Silio aliatole, cinto d'ellera, in calzaret- 
ti, civettava col capo, fàcendoglisi intorno con grida diso- 
nesta danza. Dicono che Yezio Valente, per capriccio, inar- 
picò sopra un alto arbore, e domandato « Che vedesse, » ri- 
spose: «t Venire di verso Ostia un tempo nero. » Fosse vero, 
venutogli detto, indovinò. 

XXXII. Vennero da ogni banda messaggi, non pure 
romori,* che Claudio sapeva tutto, e veniva difilato al gasti- 
go. Laonde Messalina si ritirò nel giardino di Lucallo;' e 



* Pia che Fetio e Plaitùo ho chiusi gli occhiAÌ Lat. ha: « fo peniam 
in prcBteritum petent, quod ei cis Vettios, cis Plaiitios dissimtdavisut. » 
Qaesto luogo è trariamenta inteso : V interpretaBione più piana par quatta : Gli 
chiese perdono dell'essersi ferteato (nel denuDsiargli gli adalteri di Messalina) ai 
Veài e ai Plaaiii, aè d'avere osato di scoprirgli anche questo assai pia potente 
e gi2i console designato. 

' balocchi, indugi; stai irrisolato. 

B ma Messalina pia sfrenala ee. Datit m Kesaalitat che non sapeva an- 
cor Balla di queste cose, e più che mai esercitava la soa lascivia e sfacciatetfa, 
essendo di gik a messo autunno, celebrava per U sua casa li festa della vendem- 
mia, n 

* non purè rumori, fi pure non ci ha che fate. H Lat ha: m non ramcr 
interea, sed undigue nuntii incedimi. » 

S Quel giardino, per cui ingordigia aveva fatto morire Asiatico. 



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IL UBRO UMOBGOIO DB6LI AIWALL 263 

Silìo (per non mostrar paura) a' suoi ofici de' magistrali. Chi 
faggi qoa e chi là. Comparvero i centorioni, e presero i fog- 
gili fuori, o nascosi, secondo cbe s'avvennero. Messalina, 
benché per l'avversità fuor di se, prese animo d'incontrar 
il marito e mostrarglisi; il che le avea spesse volte giova- 
to; e mandd Britannico e Ottavia ad abbracciar lor padre, e 
Vibidia la più vecchia vestale ad impetrarle perdono, come 
pontefice massimo. Intanto ella con tre soli (si tosto pian- 
tata^ fu) passò Roma a piede dall'una parte all'altra: prese 
una carretta da nettare orti, e si mise in via d'Ostia, senza 
ìncrescerne a persona per si brutte scelerateze. 

XXXIII. Cesare nondimeno temea molto dellsj fede di 
Geta generale, al bene come al male, volt^^le di leggieri. 
Onde Narciso volto a^ compagni al medesimo pericolo,' disse: 
«Cesare non potersi salvare, se non dava a uno di loro li- 
berti, per quel di solo, tutta la potestà di comandare a' sol- 
dati. » E offerissi a prenderla. £ perchè andando a Roma, 
non facessero L. Vitellio e P. Largo Cecina piegar Cesare a 
misericordia, gli dimandò e ottenne d'entrar seco in cocchio. 

XXXIY. Molto si disse che (ora abbemìnando il prin- 
cipe la ribalda moglie, ora ricordando le sue dolceze e 
qne'figliolinì) Vitellio non disse mai, se non: « Oh gran 
cosa ! oh sceleraleza I » Narciso gli faceva instanza che 
parlasse chiaro, e si scoprisse. Ma non fu vero che' da lui 
né da Cecina traesse che parole moze e doppie. Appariva 
già Messalina e gridava: « Ecco la madre d'Ottavia e di 
Britannico; odila: » e Narciso le copriva la voce, sclamando 
di Silio e delle noze, e diverti Cesare dal guatarla, dando- 
gli a leggere una listra di sue disonestadi. AffacQfavangU alla 
porta delia città i comuni figliuoli: e Narciso gli fé' levar 
via. Non fu riparo che Yihidia* non chiedesse agramente, 
che non facesse morire la moglie senza difesa. Dissele che 



* piantata, abbandonata bruscamente e viDanamente. 

' compagni al medésimo ec, del medesimo o nel medesimo ec. 

* Ma non fu vero che ec. Vedi simile locazione, Ann. I, 37. Non potè 
trarre da lui.... se non parole ec. 

* Non fu riparo che Vibidia, Non potè impedire a Vibidia che non 
chiedasi* ce. 



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264 IL LIBRO DNDBCniO DEGLI ANNALI. 

qilkella sarebbe udita e potrebbe scolparsi : andasse alle sue 
devozioni.' 

XXXV. A qaesto,* Glandìo panre malolo, Vìtellio stor- 
dito; il liberto era il tatto. Fece aprire la casa di Silio, en- 
trarvi r imperadore. Mostragli prima nell'andito la statua 
del padre di Silio, già dal senato sbandita : ' poi quante spo- 
glie ebber mai i Neroni e i Drasi essersi date in pagamento 
delle sae corna.* Accesolo d' ira e di maltalento, il mena in 
campo a parlare assoldati clie l* aspettavano. Disse poco, 
imboccato da Narciso : e non poteva per la vergogna espri- 
mere ingiusto dolore. Andavono al cielo le grida delle coorti, 
chiedenti e '1 nome e 'l gastigo de' colpevoli. Sìlio condotto 
al tribunale, non tentò difesa: pregò cbe lo spacciassero.* 
Con la medesima forteza d' animo sollecitaron gli altri illu- 
stri cavalieri romani la morte, alla quale furon menati : Ti- 
zio Proculo dato da Silio a Messalina per guardia;^ e Vezio 
Valente, confessante e offerente nominare altri; e Pompeo 
Urbico e Saufello Trogo, consapevoli; e Decio Galpurniano 
capo delle guardie di notte; e Sulpizio Rufo, sopra il festeg- 
giare ; e Giunco Virgiliano senatore. 

XXXVI. Solo Mnestero la indugiò un poco, perchè strac- 

' andasse alle site devoùonù II Lat. > « sacra capesseret, »» Non potea 
meglio tradarsi , a far sentire la noia di Claudio pel chiasso di qnesta Tecchia e 
santocchia. 

' A questo. Il Lat. : « inUr hac. » Il Volpi e il Nesti a queste, e il postil- 
latore dell'esemplare Nestiano di G. Capponi, fa una chiamata, e aggiunge cose. 
Ma a queste potrebbe stare anco senza cose, se immediatamente non precedesse 
la parola devozioni, che farebbe anfibologia. Non credo d'aver troppo osato, re- 
stituendo j4 questo. 

S Silio suo padre, luogotenente della Germania superiore, fu colla moglie 
Sosia Galla condannato di maestà (Ann. IV, 19) , e abbattute le immagini, che 
fu colpa pel figlio d'avere restituite. 

* in pagamento delle sue coma. Plebeo I Meglio il Dati : « che Messa- 
lina, per premio e mercede dell'adulterio , aveva a Silio tutte quante donate. « 
Lat. M in pretium protri . » 

8 che lo spacciassero , che lo mandassero presto alla forca. 

per guardia. « Si legge spesso in Tibullo, Propenio e Maniale de' cu- 
stodi dati alle mogli. Essi trovavansi non di rado infedeli, com'è naturale; e 
Giovenale n'accenna alla Sat. VI, v. 345: 

Àudio quid veteru olim moneatit amici , 
Pone uram, eohibe , »«d quid eustodiet iptos 
CuHodoi? cauta ut, etaà Ulis incipit uxor. » 

(R. Pastore.) 



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IL LIBBO ONDECIMO DKQLl AlQfAU. 265 

ciatod i panni gridava: « Guardasse Cesare i segni delle ba- 
stonate:* ricordassesi quando gli comandò che ubbidisse Mes- 
salina. Gli altri avere errato per gran pr^mii o speranze; 
egli a viva forza: e se Silio regnava, il primo era egli a mo* 
rire. )» .Mosse Cesare per natura tenero a perdonargli; ma i 
liberti non voHero « che, tra tanti grandi uccisi, rispettasse 
un giocolare: per forza o per amore , peccato grandissimo 
avea.» Meno fu accettata la scusa di Traulo Montano cavalie- 
re, modesto giovane, bellissimo, di essere stato chiamato, 
una notte sola giaciuto, e cacciato; essendo pari in Messar 
lina spasimo e fastidio. Salvaron la vita, a Plauzio Laterano 
il merito grande del zio,' e a Suilio Cesonino i vizi suoi, 
avendo servito per femmina in quel vituperoso baccano. 

XXXYII. Messalina intanto nel giardino ' allungava sua 
vita; componeva suoi preghi; veniva quando in isperanza, 
quando in collora. Tanta superbia in tanto estremo ritene- 
va 1 E se Narciso non era destro e sollecito, la morte tor- 
nava Jn capo a lui; perchè Claudio, tornato in casa, e con 
vivande straordinarie indolcito e riscaldato nel vino: cr Fate 
intendere a quella poverella » (cosi disse) « che venga do- 
mani a difendersi. » Per questa parola vedendosi Tira alle- 
nare, tornar l'amore; e temendosi della notte vicina e del 
letto; Narciso subito ordinò a*centurioni checcrammazasse- 
ro^: cosi comandava Tin^peradore; e Evodo liberto andasse a 
fare esequire.)» Corre al giardino, trovala per terra stramazata 
a' pie di Lepida sua madre, che nella felicità Fabborriva, e 
nella miseria n'ebbe pietà: e consigliavala « non aspettasse 
l'ammazatore; spacciata era: pensasse a far morte onorevole.» 
Ma in quell'animo guasto per le libidini, non capea onore: 
duoli e pianti.* Eccoti i soldati dar nella porta e abbatterla. 
Comparille addosso il tribuno senza parlare, e il liberto che 
le disse villania da cani. 

* bastonate^ fattegli dare da Messalina , quando non era pronto alle sue 
libidini. 

« Vedila Vitad'Jgr.U. 
-' ne/ i^'artfino Luculliano. 

* duoli e pianti. Il postillatore dell'esemplare Nestiano di G. Capponi, 
aggiunge senza prò. E veramente il testo lo chiederebbe {questut irriti)j ma 
non «o se sia correcione, o restituiione sulla fede de'Mss. 

I. 23 

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M6 IL LIBRO CNDEGIMO DEGLI ANNALI. 

XXXVIII. Allora conobbe la saa fortana, e prese il fer- 
ro e (iroBsi alla gola e al petto invano, perchè la mano le 
tremò: il tribano la trapassò di stoccata. Il corpo si donò alia 
madre. A Clandio.che mangiava, fo detto, Messalina esser 
morta; non, se di saa mano o d'altra: ned ei lo cercò; chie- 
dette bere, e segoitò la cena all'osato. I giorni appresso non 
fece segni d'odio, ira, dolore, allegreza, o d' alcuno ornano 
affetto: non quando vedeva gli accasanti gioire; non quando 
i figliuoli lacrimare. Il senato ancora l'aiutò a dimenticarse^ 
no, perchè ordinò si levasse il nome e l'effigie di lei é'ùgm 
luogo publico e privato. A Narciso furon date le insegne di 
questore; cosa di niente a lui,* divenuto il primo della corte, 
dopo Fallante' e Calisto; orrevole nondimeno: ma partorì pes- 
simi effetti senza gastigo.* 

' a lui» Alcuiii lesti hiiino : « ievissimum/aétigii tiusj • piccola cosa i 
sua grandesza. Ma altri meglio : m fastidii eiusj • alla sua arroganza. 

' dopo Fallante, hègf^t mseewtndttm Pallantem.n Altri testi: m sujira 
PaiUntem. m Se questa lesione h Tera , mal li può immaginare a che salissero 
gli onori e la potensa di questo infame liberto , dopo aver letto ciò che Plinio 
(Ep. VIII^ 8 ) racconta degli onori fatti dall'abbietto senato a Fallante. 

' sensa gastigo. Légge « tristiUis inultis. » Ma il mediceo laurenziano 
ha mtrUtitiis multisjn con molte ribalderie. Il Bnrnoof legge « tristitiis mot»- 
tis^m e riferendo mjffometta quidem ec. *• alla morte di Messalina, interpreta die 
essa fu giusta e meritata, ma che partorì pessimi eflPetti, non essendosi fatto che 
mutare ribalderie. E in vero ne se^ui il matrimonio incestuoso di Claudio, come 
narrasi nel libro appresso. 



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IL LIBRO DUODECIMO DEGLI ANNALI 

DI 

GAIO CORNELIO TACITO. 

SOMMARIO. 

L GUadio ti rìsoWe d'ammogliarsi, incerto tra LoDia Paolina, Giulia 
Agrippina, ed Elia Petina. — III. Vince Agrippina da Pallante e da suoi Yeni 
aiutata. Decide il senato legittime le nozie tra zio e nipote. — YIII. Sillano 
noódesi : la sorella Calvina scacciata d'Italia: Anneo Seneca richiamato d'esi' 
lio.— IX* Ottavia figlia di Glandio sposata a Nerone. — X. Chiedono a Roma 
i Parti re Meerdate che in battaglia e vinto da Gotarze : muore ornesti : sno- 
cede Yonone, poi Yologese. — XV. Tenta Mitridate di riavere il regno di 
Ponto: vinto, è tratto a Roma. — XXII. Lollia e Calpnniia in piai per Fodio 
d'Agrippina. — XXIII. Rinovato P augurio di salate: esteso il pomerio di 
Roma : suoi vecchi confini. — XXV. Nerone adottato da dandio. — aXVII. Co> 
Ionia portata nella terra degli Hbn per onorare Agrippina. I Catti fatti ladri 
son vmti. — XXIX. Vannio re svevo cacciato di regno. — XXXI. Fatti di 
P. Ostorio in Rretagna: rinto Carattaco, morto Osterie, subentra A. Didio. — 
XLI. Viril tosa affrettata a Nerone. Rrìtannico posposto per mena d' Agrippina. 
— XLII. Prodigii in Roma, e carestìa. — XLiV. Armeni e Iberi in guerra. 
Parti e Romani in gran tumulto tra loro. — LII. Furio Scriboniano in esilio: 
indovini cacciati d'Italia.' — LUI. Decreta il senato pena a donna che si con- 
giunge a schiavo. Premio a Pallante spacciato da dandio trovator della pro- 
posta. — LIV. Quota dalle turbolenze la Giudea, condannato Cornano. — LV. 
Antioco seda i torbidi Clitì. — LVI. Claudio dopo rappresentar guerra navale 
dà scolo al la^o di Rossiglione. — LVIII. Perora Nerone la causa degl'IIiesi 
e de' Bolognesi : soccorsa la colonia bolognese arsa: resa libertà a'Rodiani: 
rilasrìato per cin^e anni il tributo agli Apamicsi. — LIX. Statilio Tauro da 
Agrippina rorinato. — LX. Stabilita P autorità de' procuratori nelle provincie. 
-— LaI. Immunità a' Coi. — LXII. A' Bizantini cinqu'anai di tributo rimessi. 
— -LXXV. Spessi prodigii: intimasi morte a Lepida. — LXVI. Claudio infer- 
masi : Agrippina non perde tempo, e con fonghi avvelenati l'uccide. — LXIX. 
Agrippina colle bnone distratto Britannico, proclamasi imperador Nerone. 
Celesti onori a Claudio. 

Cono di iti mhU. 

,. « , ,. ^ .ft» ^ « i C. PoMP^ Longino Gallo. 

An. di Roma DCGQi. (di Cr. 49).— CoiifoW. j ^ vmiwiQ 

C. Antistio Vktbu. 

M. SUOLID NbBVUUIIO. 



An. di Roma DCCCni. (di Cr. 50). ^Consoli. | 
An. di Roma Dccav. (di Cr. 54). — CoiifoI^. | 



Ti. Claudio Cbsahb V. 

SSB. COBNBLIO OBVITO. 



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268 IL LIBRO DUODECIMO DEGLI ANNALI. 

An. d. Bom. IMXCV. (<h Cr. 52).-C«»ol.. j i_ g^^^^ «^^^ ^^^ 
A».aiB«n..KXC..(aiO.«5,.-WoH. } J^^» — IIIÌ^L. 
An. di B<^. noce™, (di Cr. M)._C«n«.«. | ^.^Zl^'^; 

I. La morte dì Messalina rivolse la corte, ^ gareggiando 
i liberti per chi dovesse dare moglie a Claudio, sottoposto a 
non potere star senza, e da qaelle ' esser dominato. Più ar- 
dente ambizione era nelle donne, mostrandosi ciascuna bella 
e nobile e ricca e degna di cotanto marito. Le più innanzi 
erano Lollia Paolina ' figliuola di M. Lollio,* stato consolo; e 
Giulia Agrippina di Germanico. Questa proponea Panante; 
quella Calisto. E Narciso, Elia Petìna de'Tuberoni. Claudio 
ora a questa, ora a quella, secondo che udiva, voltandosi, 
gli chiamò tutti a dire le ragioni. 

IL Narciso raccontava l'antico matrimonio,^ la casa co- 
mune, avendo di lei avuta Antonia; la famiglia non senti- 
rebbe mutamento, se vi tornasse la moglie solita, che non 
ha cagione d'esser matrigna a Britannico e Ottavia; ma di 
tenergli cari come propri. Anzi Lollia ( diceva Calisto) li 
terrà per figliuoli, che ninno ne ha: né stata è rimandata 
come colei, la quale, ritornando, tanto più fia superba e ritro- 
sa. Ma Pallante lodava sopratutto in Agrippina, il tirarsi die- 
tro il figliuolo nipote ^ di Germanico, degno veramente d'im- 



* rivolse la corte. Dati: « la corte del prìncipe veaae in dbcordia. » 
^ eda quelle i cioè, dalle moglL 

> Lollia Pan/ma. Plinio (H. N. IX, 35) racconta cose incredibili del lusso 
di costei: « Io vidi (dice) Lollia Paolina che fu moglie di Caio (Caligola) impe- 
radore^ non già in qualche grave e solenne apparato di sacre cerimonie, ma 
•anche ad una cena di povere nozse, coperta di smeraldi e di perle, con ricchis- 
simi frammessi in tutto il capo, ne' capelli, ne' ricci, agli orecchi, al collo, 
alle braccia, alle dita: tanto che non aveva addosso meno di quattrocento mila 
sesterzi; ed era sempre pronta a mostrarne carta. ìXk questi erano doni dello 
stemperato principe, ma beni di eata, graffiati nello assassinio delle provinde. » 

* Figlio di quel M. LoIIio ricordato da Orasio , Od. IV, 9. 

' V antico matrimonio, Elia Petina era stata già moglie di Claudio, poi 
ripndiat^per lievi cagioni. N'ebbe Antonia, che fu poi fatta morire da Nerone. 

s tt/pole ee. ; cioè, Nerone, che fu poi imperatore, avuto dal primo marito 
Domixio. 



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IL LIBRO DCODBCmO DEGLI ANNALI. 269 

peno, stirpe Claudia, la quale questa giovane feconda accre- 
scerà, unirà, né il chiarore de' Glaudii Cesari porterà in altra 
casa. 

IIL Furono queste ragioni le più entranti e aiutate dal- 
l'arte, spesseggiando Agrippina di visitare, quasi per obbli- 
go,^ il zio: e tanto sopra l'altre il prese, che ella procedeva 
da moglie prima che fosse; e quando ne fu certa, pensò più 
olire, d'ammogliar Domizio suo figlinolo e di Gn. Enobar- 
bo, con Ottavia figliuola di Claudio ; che non si potea senza 
Beandolo; avendo Claudio già lei a L. Sillano sposata, e fatto 
dal popolo conoscere e amare questo genero grande per se, 
illustrato d' insegne trionfali, e per lo rappresentato spetta- 
colo degli accoltellanti. Ma ogni cosa era agevole con quel 
prìncipe buono, scipito, da essere imboccato e comandato. ' 

lY. Vitellio adunque (come censore sue maligne viltà 
ricoprendo) per entrare in grazia d'Agrippina, che vedea 
venir padrona, s'impacciava de' suoi segreti: le rapportava 
novelle centra Sillano e Giulia Calvina sua sorella, bella e 
lasciva, stata nuora poco prima di esso Vitellio. Venne poi 
all'accusarlo, non d'aver fatto con la sorella peccato, ma 
mal celato d' averle voluto bene. Cesare non fu sordo a' so- 
spetti del genero, strignendolo più la figliuola. Ma Sillano 
non sapendo queste girandole ' (e anche era pretore in quel- 
l'anno) per editto di Vitellio si trovò casso del senato, ben- 
ché lasciatovi prima nel lustro nella scelta de' senatori;* e in- 
sieme Claudio gli disdisse il parentado:' fu fatto renunziare 
la pretoria, e la fini Eprio Marcello.* 

V. [A. di R. 802, di G. 49.] Entrati consoli Gaio Pompeo 
e Q. Veranìo, il matrimonio tra Claudio e Agrippina, già 

* guati per obbligo. Qui Beniardo ha peicato un granchiolioos perche 
mper speciem necejsitudinis » non vale « per obbligo, » ma « sotto pretecto di 
parentela. » 

> buono j scipito j da essere imboccato ec. U lat. : « cui non iudicium, 
non odium erat, nisi indita et iussa, » 

' non sapendo queste girandole: questi raggiri. Lat. ; « insidiarum iiew 
seitt». » 

* benché lasciatovi ec. Valeriaoi: « benché fossero i senatori già scelti 
e compiuto il lustro. *• 

S il parentado j cio^ , il matrimonio con Ottavia. 

« Spione famoso. (Vedi Stor. II, 53. Dialog. d, 8» 13.) 

23* 



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270 IL LIBEO DCODBCIMO DBOLI ANNALI. 

per fama e per Io scelerato amore y tenuto per fatto, si con^ 
chiose: non però ardivano far le noze, non essendosi più 
adito, un zi6 menare la figliuola d'un fratel carnale; e te- 
mendo di pubblico inconveniente, se peceajto tale si sprezas- 
se. Yitellio tolse a cavarne le mani, * e domandò Cesare, se 
si lasserebbe consigliare dal popolo o dal senato. Avendo ri- 
sposto esserci solamente per uno, ' né poterne più di loro, 
disse che Vaspettasse in palagio. Entra in senato, e cbie-, 
sta la prima udienza* per cosa che importava allo stato, in- 
comincia: « Le gran fatiche del principe che regge il mondo, 
doversi sgravar delle cure di casa, perchè si dea tutto alle 
pubbliche. £ chi meglio ciò poter fare,* che una di tutti i 
beni e mali consorte? a questa dover fidare i segreti M 
cuore, i teneri figliuoli, esso che non conobbe mai libidini 
né piaceri, ma sempre sin da piccolo ubbidì alle leggi. » 

VI. Fatto cosi bello preambolo, e molto da' padri adu- 
lato, seguitò: « Poiché voleano tutti che id prìncipe si rì- 
desse ' moglie, doversi scorre la più nobile, feconda e santa: 
tale essere, senza altra cercare. Agrippina: ninna di sangue 
si chiaro: aver fatto figliuoli: vedersi colma di virtù, e ab- 
battersi, per divin volere, a esser vedova* per maritarsi a 
prìncipe, che mai non isposò moglie altrui. Avere udito 
da' padri, veduto essi, i Cesari tòrsi T altrui donne a lor pia- 
cimento: questi usare altra modestia: insegnare agli altri im- 
peradorì di cosi prenderla. ^ Se sposare figliuola di fratello è 

^ tolse a cavarne le mani^ si pose a Toler dar capo alla cosa; a volerla Soire. 

' esserci.», per uno, contare per uno. Dati: « esso solo non essendo più 
che un cittadino, non era bastante a resistere al consenso universale di tutta la 
fitta.» 

' la prima udienza j cioè, avendo chiesto grasia di parlar primo. 

* Echi meglio ciò poter Jare te. Valerìanii «* Or qual soIlieTO più one- 
sto all'animo d'un censore...... che donna assunta a compagna d'ogni for- 
tuna T ec. m 

* si ridesse^ si desse di nuovo. 

> vedova di Crìspo Passieno, a cui aveva dato la mano dopo la morta d| 
Domixio. 

f di così prenderlaj cioè , com* egli dovessero pigliar moglie. « Nd Mi, 
Soimtino v'è un vuoto tra imperator e acciperétt si potrebbe empier quel vuoto 
così: « quo uxorem imperator fratrie fliam acciperet: m infatti nel numero 7 
si legge che Claudio chiese al senato decreto: « quo insta inter patruos frttm 
trnmquejilias nupUts statutrgntur. m (R. Pastore.) 



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IL UBBO DOODBCmO DEGÙ ANHAU. 271 

nnoYo a noi, ad altre genti esser solenne, da legge ninna 
vietato. Esserei gran tempo astenuti dalle cugine; ora spes- 
seggiarsi. L'nsanie accomodarsi al bisogno: col tempo verrà 
in oso anche (jnesta. » 

YIL Vi faron di quelli che protestando, se Cesare la 
tentennasse, * d'andare a fargliele ' far per forza; usciron di 
senato con furia. Vari mucchi; gran calcavi concorre,* gri* 
dando: il medesimo chiedere il popol romano. E Claudio 
senza tardare s'appresenta loro nel foro, e accetta il buon 
prò. Entra in senato, e sollecita il partito, che tra zio e ni-> 
potè di fratello si possa far ^uste noze, e ancora per l'av* 
venire. T. Allodio Severo cavalier romano per acquistar la 
grazia (diceano d'Agrippina) fu solo a bramare tal paren* 
tado.* Quindi si mutò il tutto. Governava una donna; né 
per disonestà, come Messalina, si faceva giuoco dello stato; 
ma si facea servire, non come donna, e come da schiavi.* 
Era in^ publico severa, spesso superba; in casa onestissima, 
se non se per regnare: d'oro avidissima, (diceva) per sov- 
venire il regno. 

YIIL Sillano s'ammazò il di delle noze,* o per aver 
smo a quello sperato, o scelse quello per concitar più odio. 
Calvina sua sorella fu cacciata d'Italia, e Claudio ordinò 
farsi i sagrifizi del re Tulio, e le ribenedizioni de' pontefici 

* se... la tentennasse. Lat. : «W cunctaretnr.n Tentennarla o Stare in 
tentenne vale Micie incerto, titubare, vacillaTe , dubitare, e simili. Vedi il Yarohi, 
Ercolano, 

* y**"^^'*'** fargli ciò. 

* Fari mucchi j gran calca 9i concorre. Il lat ha : « conglobatur prò» 
mUeua malUttuiej m ctob, affollasi alla rinfusa una bordaglia, gridando ee. 

* fu solo a bramare tal parentado, fa il solo che si mostrasse desidc* 
roso di seguire l' esempio di Claudio, pigliando una nipote. Svetonio, in Claud. 
e. S6; «• Né a fatica messe un di in messo dalla predetta deliberasione , ch'egli 
fe eelcbrare le notca : n^ si trovò alcuno che in ciò Y imitasse, salvo che un certo 
libertino ed un soldato primipilare; alle nosae del quale egli in persona con la 
sua Agrippina si ritrovò. *• 

S ma si facea servire , non come donna, e come da schiavi. Lat.; « ad" 
duetum, et quasi virile servitium. m Cioè, fu un servaggio di rigore, dtauste- 
lit^^ e quasi virile. 

* s'ammasò ec. Svetonio, in Claud. e. 29 ; « Sillano fu costretto a di* 
poTTe la pretura , quattro giorni avanti alle calende di gennaio) e cosi venne a 
morire nel principio dell' anno , e nel giorno medesimo nel quale le noase sue e 
d'Agrippinft furono celebrate. » 



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273 ' IL LOBO DUODECIMO DEGLI ANNALI. 

nel bosco di Diana, per lo 'ncesto di Stilano con la sorella; 
rìdendosi ogn' nno, che in tal tempo si ponissero e pnrgassot) 
gr incesti. Ma Agrippina per farsi conoscere anche per buone 
opere, fece ad Anneo Seneca perdonar l'esilio,* e farlo pre- 
tore, pensando di far cosa grata al poblico, per essere gran 
letterato, e far Domizio * allevar da tanto maestro, e valersi 
de' suoi consigli, per arrivare al principato, come fedele per 
lo beneficio, é avverso a Claudio per l'ingiaria. 

IX. Parve da non indugiare: e con gran promesse in- 
ducono Memmio PoUione, eletto consolo, a dir sua sentenza, 
che Claudio sposasse Ottavia a Domizio. L'età s*atlàceva: e 
ne seguirìeno cose maggiori. PoUione, quasi con le stesse pa- 
role che poco fa Yitellio, fece l'uficio: segue reffetto: cosi 
Domizio di parente è fatto sposò e genero, e pari a Britannico 
per li favori della madre, e per le arti detti accusatori di 
Messalina, che temevano non il figlinolo li gastìgasse. 

X. In questo tempo gli ambasciadori de' Parti (mandati a 
chiedere, come dissi,' Meerdate) entrati in senato, espon- 
gono: « Yéììir bene scienti di nostra colleganza: non ribelli 
di casa arsacida, ma per riavere il figliuolo di Vonone, ni- 
pote di Fraate, che gli liberi dalla tirannia di Gotarze, in- 
tollerabile a' nobili e a'plebei. Avere uccisi loro i fratelli, i 
vicini e i lontani; insino le donne pregne e i bambini, per 
ricoprir con la crudeltà l' esser suo, dappoco in casa e sgra- 
ziato in guerra. Richiedere Y antica publica amistà, che noi 
soccorressimo i compagni nostri, emoli di possanza, ma ce- 
denti per riverenza. Darsi, non per altro, li figliuoli de'lor 
re per ostaggi, che per poter, quando son retti male, man- 
dare al principe, e a' padri per un re buono, uscito di loro 
scuola. » 

XI. Cesare all' incontro parlamentò dell' alteza romana, 
dell'osservanza de'Parii: essergli, come al divino Agusto, 
ehiesto il re/ E non fiatò di Tiberio che l'avea mandato. 

' t esilio. Scocca , dopo la questura , fu da Claudio rilegato in Conica, 
per sospetto di adulterio con Giulia figlia di Germanico, moglie di Vinicio s de* 
litto impancatogli da Messalina. (Lipsio.) — • Fu richiamato dopo otto anni 

' JDomiMio, Nerone. 

> come disti, nel lib. piecedente , e. 10. 

* essergli, come ai divino Jgitsto, chiesto il re ec. Dati; « • « Cmm 



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IL LOBO DOODBCIMO DEGÙ AMIIAU. 273 

Meerdate, ehe presente era, ammoni che, <t Non pensasse 
dominar que' popoli come schiavi, ma reggerli come citta- 
dini, con clemenza e giustizia: cose quanto meno conosciate, 
tanto più accette a' barbari. » YoKosi alli ambasciadori, lodò 
a cielo «e questo allievo di Roma, pieno di modestia; ma do- 
versi qualche cosa comportare a' re, e non esser utile scam- 
biargli tutto di: noi esser tanto colmi di gloria, che vorremmo 
vedere ogni altro stato quieto, n A Gaio Cassio,* reggente la 
Seria, ordina che conduca il giovane in riva d' Eufrate. 

XII. Era Cassio in legge lo più ammaestrato di que'tem- 
pi, che l'arti della guerra giacevano per la pace, la quale 
stima gli oziosi quanto i prodi. Nondimeno, quanto senza 
guerra poteva,* rimetteva i modi antichi d'esercitare i sol- 
dati, pensare, provvedere, fare come se '1 nemico assa- 
lisse; parendogli cosi esser degnità de' suoi maggiori, e di 
casa cassia, da quelle genti ancora celebrata. Fatti dunque 
muover quelli che avean fatto chiamare il re, accampatosi 
a Zenma,' dov'è più agevole il passo; quando comparvero i 
grandi de' Parti, e Abbarore degU Arabi, Cassio ricordò a 
Meerdate, sollecitasse sua impresa; perchè i barbari si muo- 
vono con furore e, tardando, allentano o tradiscono. Non ne 
fece capitale* per inganno di Abbaro, che il giovane non ac- 
corto e stimante che l' esser re stesse nel vivere con gran 
lusso, trattenne molti di nella terra di Edessa.' E chiaman- 
dogli Carrene con dire che ogni cosa era presta , venendo 
presto; non vanno per la corta in Mesopotamìa," ma girano 
per l'Armenia che si dovea, cominciando il verno, fuggire. 

XIII. Stracchi per le montagne e nevi, si congiungono 

Aagvsto s'agguagliava, raccontando che sotto P imperio di qnello, Tennero i 
Parti ancora a domandargli on re: e di Tiberio si Ucque, sebbene egli ancora 
aveva mandato loro un simil re. » 

* Gaio Cassio. Vedilib. VI, 15. 

* quanto senta guèrra potevaj cioè , quanto egli poteva in un tempo in 
coi non V* erano guerre. 

' Zsuma era sul passo dell'Eufrate, e da ciò pigliava il nome ({su/ta, 
iunctura). Oggi, Tschychme o Zima. 

4 Non ne fece capitaUj non curò il consiglio. 

5 Edessa: oggi, Orfa nella Mesopotamia. 

* Mesopotamia k il paese tra l'Eufrate e il Tigri (/jis90s, messo; itOTOiiiOi, 
fiume). 



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274 IL UBRO DOODBCmO DEGLI ANNALI. 

con la genie di Garrene vicino alla pianura: passano il Tigre, 
e attraversano li Adiabeni,^ lo cui re Giuliate,' che facea 
r amico di Meerdate, in segreto tenea da Goiarze. Presero 
per viaggio la città di Nino,' sedia antichissima dell' Assiria, 
e il castello famoso ove Alessandro con Bario combattè» e 
abbattè la potenza di Persia. Gotarze intanto nel monte Sam- 
bulo sagrificava agli iddii del luogo, ov'è in maggior devo- 
zione Ercole, il quale in sogno mostra a' sacerdoti, che a 
certo tempo menino al tempio i loro cavalli a ordine per la 
caccia ; i quali, caricati di turcassi pieni di frecce, corrono , 
per boschi , e di notte tornano con molto ansare, co' turcassi 
voti; e lo iddio di nuovo mostra loro in sogno in quai boschi 
corsero, e trovanvisi sparsi i salvaggiumi per terra. 

XIY. Ma Gotarze, non avendo bastevole esercito, si fa- 
cea del fiume Gonna riparo. Sfidato a battaglia, e punto per 
trombetti e affronti, metteva tempo in mezo, mutava luoghi, 
mandava ai nimici moneta, perchè facessono tradimenti Tra 
gli altri Ezate * Adiabeno, e Abbaro re arabo, se ne vanno 
con gli eserciti, per loro poca levatura f*^ essendo chiaro per 
isperìenza, che i barbari corrono a chiedere da Roma i re, e 
poi non gli vogliono. Meerdate, di si forti aiuti spogliato, e 
degli altri insospettito, deliberò, non potendo altro, rimet- 
, tersi alla fortuna, e combattere: e Gotarze inferocito per li 
scemati nimici, accettò. L'affronto fu sanguinoso e dubbio 
sino a che Garrene scorso troppo dietro a una parte fuggente, 
da un' altra fresca fu circondato. All' ora Meerdate perduta 
ogni speranza, fidatosi di Parrace, creatura del padre, fu da 
lui preso e dato al vincitore: il quale dicendogli non parente 

* ^A*a&eNiy Kurdistan. 

3 Gìuliate,Uate. 

' la città di Nino. Secondo T Ordii, questa è la Minive adiabcDayche Ta- 
cito confonde colla Ninive, antica capitale dell* Assiria, una parte delle cui rovine 
furono scoperte nel 1843 da Paolo Emilio Botta , figlio dello storico. 

^ Ezate ^ Tsate. 

' per loro poca levatura, per la leggerezsa propria di quella gente. Lat t 
« levitate gentili. » Di poca levatura dicesi colui che ci vuol poco a solltvmrgli 
P animo specialmente all'ira; che per ogni lieve cagione si muove. « t* donne 
(dice il Varchi nella Suocera ) hanno poca levatura per l'ordinario, e sono fatte 
come i fanciulli che s* adirano per ogni piccioli cosa. » U p<^oIo toscano chiama 
uomo di poca levatura chi ha poco ingegno. 



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n. imo DCODBCIMO DBGII ANNALI. 275 

né arsacida, ma forestiero e romanesco, gli mozò gli orec- 
chi, e lascioUo andare a mostra di sua clemenza, e nostra 
onta. Mori poi Gotarze, e fa chiamato al regno yonone,che 
goyemaya i Medi. Poco yìsse, e nulla operò. Saccedetteli 
Yolgese sno figliuolo. 

XY. Andando disperso Mitridate bosforano,^ e yedendo 
partito Didio* capitano romano, col forte dello esercito, con 
ayer lasciato Coti * gìoyane, non esperto in regno nuoyo, con 
poche coorti, sotto Giulio Aquila cayalier romano, sprezati 
ambidue; soUleya popoli, alletta sbanditi, raguna esercito, e 
toglie lo stato al re de' Dandaridi;^ e staya per pigliare il Bo- 
sforo. Quando Aquila e Goti intesero queste cose, e che Zor- 
sme re de' Soraci era ritornato nimico; yedendosi deboli, 
cercarono anch'essi aiuti di fuori, e mandarono ambascia- 
dori a Eunone principale délli Adersi; mostrando loro che 
Mitridate, ribello alla potenza romana, era niente. Conyen- 
nero ageyolmente, e che Eunone con la cayallerìa combat- 
tesse, e i Romani assediasser le terre. 

XTI. Muoyonsi schierati cosi: gli Adersi alla testa e 
alla coda; nel mezo le nostre coorti e i bosforani armati 
alla romana. Rotto cosi il nimico, s'andò a Soza città di 
Dandaria, abbandonata da Mitridate per sospetto de' suoi; e 
panre da lasciaryi presidio. Entrato ' ne' Soraci, e passati il 
fiume Pande, accerchiano Uspen, città in monte, con buoni 
fossi e triste mora di graticci, ripieni di terra, ageyoli a 
disfare. Da alte bertesche fuochi e saette lanciando, traya- 
gliayano gli assediati, e se la notte non ispartiya, segniya 
r assalto e la presa in un di. 

XYII. La dimane mandare a off'erìr la terra e diecimila 
schiayi, salyando i liberi. Troppa crudeltà parye tanti arresi 
uccidere, o briga a guardargli: meglio essere spegnergli con 
ragion di guerra. E fu dato il segno a' soldati, saliti con le 



^ bosforana per distinguerlo diìVarmenio, di cui nel lib. precedente, e. 8. 
S Didio. yedi più sotto, e. 40, e XIV, 29. Jgric. 14. 
S Coti, fratello di Mitridate. 

* Dandaridi: questi co* Soraci e gli Adorsi, qui ricordati , abitaTano presso 
la palude Meotide (Mar d'Jxof), 

S Entrato: alla latina , per entrarono 



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Ì76 IL UBRO DUODECIMO DEGLI ANNALI. 

scale sa le mara, di mandar tatti a fìl di spada. Lo stermi- 
nio dalli Uspensi spaventò gli altri: vedendoci mandare ar- 
me» ripari, laoghi aspri e alti, fiumi, città, ogni cosa a nn 
piano, * e nulla sicaro. Zorsine adunque dibattutosi, ' se do- 
vesse pensare al caso estremo di Mitridate, o al suo regno, 
s'attenne all'utile: e dati ostaggi, si prostese dinanzi al- 
l' imagine di Cesare con gloria grande del romano esercito 
d'avere scorso, vincitore senza sangue, sino a tre giornale 
(come si vide)' presso al Tanai.* Non ebbe nel tornarsene 
egual fortuna, per certe navi traportate per mare nelle co- 
stiere de' Tauri ,'^ le quali que' barbari circondarono; e ucci- 
sero il prefetto, e quasi tutti i centurioni. 

XYIIl. Mitridate, non avendo più arme, pensa ove tro- 
var misericordia. Di Goti frateUo, statogli traditore, or «ni- 
mico, temeva. Romano alcuno ivi non era d'autorità da 
starsene a sue promesse. Gittasi ad Eunone, nimico suo pro- 
prio, e per la nuova nostra amicizia potente; e con abito e 
volto acconcio alla presente fortuna, entra in palagio, e ab- 
bracciatogli le ginocchia, dice: <k Eccoti Mitridate, tanti anni 
da' Romani cercato per terra e per mare. Fa della prole del 
grande Achemene (il che solo non m' hanno potuto torre i 
nimici) cloche tu vuoi. » 

XIX. La chiareza dell'uomo, la mutata fortuna, e1 
pregar generoso, commossero Eunone: levai su: lodato d'aver 
eletto la gente adorsa, la destra sua, per chieder mercé: e 
a Cesare manda ambasciadori e lettere di questo tenore: 
« GÌ' imperadori del popolo romano, e i re delle grandi na- 
zioni essersi fatti amici per la simigliante grandeza: egli e 
Claudio, per la comune vittoria. Le guerre non avere piò 
nobil fine che, perdonando, accordare. ^ Cosi a Zorsine vinto 
niente essersi tolto. Per Mitridate, che più grave peccò, pre- 



* mandare a un piano, saperare ed espugnare ugualmente. I 

> dibattutosi j dopo aver deliberato tra se lungamente. | 

s vide: 1* altre cdisioni vedsj con manifesto errore. j 

« Tanai, detto anche Tana^ oggi Don, 6ume che divide l'Asia dall'E* i 



ropa. 



» Tauri ^ìTaJlZTU 
A perdonando, accordare. Politi: « Generoso fine di guerra esser qneDt I 
che si fa col perdonare. » I 



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IL LIBRO DUODECIMO DEGÙ ANNALI. 277 

gara non rendergli regno né potenza, ma perdonargli il ve- 
nire in trionfo e la morte. » 

XX. Claudio benché dolce con la nobiltà straniera, do- 
bitò se meglio era ricevere con tal patto cotal prigione, o 
ripigliarìo con Tarmi. Premevalo il duolo delle ingiurie, e la 
voglia del vendicarsi: ma gli era detto: <x Che qui si vedea 
guerra in paesi deserti, mare senza porti, re bizarri, popoli 
vagabondi, terreno sterile; tedio ^ durando; pericolo, affret- 
tandosi; poca lode, vìncendo; e gran vergogna, se si per- 
desse. Che non accettarlo cosi? la vita sarebbe al meschino 
continuato supplìzio. » Per queste ragioni scrisse a Eunone: 
ff Che Mitridate meritava la morie, e poteva dargliele;* ma 
per antico costume essere ì Romani tanto benigni a' suppli- 
canti, quanto duri a' nimici:' e si trionfa de' popoli e de' re- 
gni, non d' un uomo solo. » 

XXI. Consegnato dipoi, e portato a Roma Mitridate da 
Giunìo Cìlone procuratore del Ponto, si dice che a Cesare 
parìò troppo altiero in quella fortuna, e n'andarono per lo 
popolo queste parole: oc Io non ti sono rimandato, ma torno: 
se no'l credi, lasciami e vedra'lo. » E quando in mezo alle 
guardie fu mostrato in ringhiera al popolo, non si cambiò. 
A Cìlone furono ordinate le insegne di consolo, ad Aquila 
di pretore. 

XXII. In detto anno Agrippina, contro a LoUia, che 
seco avea conteso il matrimonio del principe, inviperata, 
le trova cagioni e accusatore d'aver sopra quello doman- 
dato caldei, ' maghi e Apollo clario.* E Claudio senza udir 
lei, disse in senato molto della sua nobiltà: ce Nata di sorella 
di L. Yolusio; bisnipote di Cotta Messaline da canto di pa- 
dre; stata moglie di Memmio Regolo, d Di Gaio che la ri- 
mandò non volle dire; ma aggiunse « aver mali pensieri 

* dargliele: solito fiorentinismo che fa serrire il suffisso le a tutti i ge- 
neri. 

' duri a'nimici, Virgilio, JSn. VI: 

Romantj meméHfo 

Parure siMeetit et debeilare iuperbot. 

' d'aver sopra quello domandato Caldei, d* avere sopra quel matrimo- 
nio ricercato gli strolaghi. 

* J pollo ciarlo j venerato io Giare y citili vicina a Colofone. 

I. 2i 



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278 IL UBBO DOODKCIMO DEGÙ ANNALI. 

contro allo stato: esser bene, prima che ella gli effettai, con- 
fiscarle i beni, e scacciarla d'Italia. » £ cosi fa: lasciatole 
delle sue smisurate riccheze cento Tinticinque mila fiorini 
per vivere. E Galpomia, illustre donna, fu sperperata,^ per 
averla il principe chiamata bella, ragionandone a caso, non 
per averne capriccio: però Agrippina non li fé' il peggio.' A 
LoUia mandò il tribuno a ucciderla. Condannossi ancora di 
mal tolto Cadio Rufo' accusato da' Bitiniesi. 

XXUI. Alla Gallia narbonese, per la molta reverenza 
al senato, fu conceduto che a' senatori narbonesi, si come 
a'ciciliani, fosse lecito senza licenza del principe riveder 
casa loro.* GÌ' Iturei e i Giudei per morte de' re loro Soemo 
e Agrippa, furono aggregati al governo di Soria. L' agurio 
di salute, già vinticinque anni tralasciato, piacque rimet- 
tere e continuare. Avendo Cesare allargato l' imperio, il cer- 
chio ancora della città, per lo costume antico allargò ; per 
ìb quale è conceduto a coloro che hanno ampliato l' imperio 
ampliare ancor la città. Non l' usarono già, per grandi na- 
zioni che soggiogassero, i capitani della republìca, se non 
L. Siila, e poi Aguslo. I re ci ebbero, chi dice vana chi vera 
gloria. 

XXrV. £ qui mi par non fuori di proposito notare ove 
Romolo cominciò il primo cerchio. Dal foro boario,^ ove noi 
vediamo quel bue di bronzo (però che tale animale si mette 
all'aratolo), cominciò a disegnarlo con un solco, inchiudendovi 
il grande altare d'Ercole. Indi piantò sassi con certa distanza 
a pie del monte palatino, sino all'altare diConso,^ a'magistrati 

* fu sperperata. II ht.! m pervertiturj w h cacciata in esilio. 

' non li fé* il peggio. La grammatica vorrebbe non le/e'. Vuoi dire che an- 
che Agrippina, conoscendo che quella lode fu innocente, si contentò di non ga- 
sliganie Calpumia colla morte, come ayrebhe Citto altrimenti U Ut. : « ira Agrìp' 
pina! eitra nltima ttetit. m 

* Cadio Rufo : fu poi rimesso in senato. Vedi Stor. l, 77. 

* casa loro. Ne* primi tempi della repubblica fu libero a' senatori di andare 
dove loro paresse. Augusto tolse tal facoltà, per timore non ne abusassero a sol- 
levar Provincie. Me eccettuò peraltro la Sicilia ; come Claudio n* eccettuò poi la 
Gallia narbonese. 

^ foro boario: w^, Campo Vaccino, tra i monti palatino, capitolino r 
sventino. ' 

^ Consoj e lo stesso che Nettuno «questie^-ed era detto a consulendo. 



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a UBEO DUODBCniO DIGLI ANNALI. 879 

vecchi,* al tempietto de' Lari.* Il foro romano e '1 campido- 
glio 8i credono aggiantì da T. Tazio. Crebbe poi con la for- 
tuna il cerchio. Ove il terminasse Claudio, è agevol cono- 
scere, ed è scritto neMibrì pablici, 

XXV. [A. di R. 803, di Cr. 50.] Entrati consoli Gaio An- 
tistio e M. Snilio s' avacciò Y adottamento di Domizio, per 
l'autorità di Fallante, il quale d'intrinseco d'Agrippina» 
per le condotte noze, divenutone adultero, stimofaiva Clau- 
dio che pensasse al ben pnblico: desse alla fanciulleza di 
Britannico an appoggio. Cosi avere il divino Agosto, ben- 
ché di nipoti fondato, fatti grandi i figliastri:* e Tiberio, ol- 
ite al figlinol proprio,* adottato Germanico. Valessesi an- 
ch' egli di questo giovane, caricandogli parte delle fatiche. 
Con queste ragioni fu svolto a mettere innanzi al figliuolo, 
Domizio di due anni soli maggiore, e ne fece In senato di- 
cerìa imboccatagli dal liberto. Notavano i periti , ninno altro 
trovarsi adottato tra i Claudii patrizi, continuati per natu- 
rale lignaggio, da Atto Clauso' in qua. 

XXYI. Il principe ne fu ringraziato, e Domizio squisi- 
tamente adulato e, per legge vinta, datogli il casato de' Clau- 
dii e nome di Nerone , e ad Agrippina cognome d' Agusta. 
Fatte queste cose, non fu uomo si crudo, che non lagrimasse 
del povero Britannico, che abbandonato fino da vili servi* 
don, per careze che fuor di ragione faceva loro Agrippina,* 
rimaneva schernito, e bene se n'accorgeva: dicono perchè 
avea ingegno, e forse lo ìncrescerne lo facea lodare, senza 
aver data esperienza di se. 

* a* magistrati pecchi. Il latino dice « [ad] curiat veUres: w e questi 
curia Tccchia noD era quella ove si adunavano i magistnlit ma si quella dove i 
sacerdoCi facevano i divini ufilcii , com' è chiaro da questo luogo di Varrone , Dn 
Un. lat.: « Curia duorum genernm: nam et ubi curarent sacerdotes res di^ 
vinata ut Curia veteres, et ubi senato* hnmanas, ut Curia Bostiiia. » 

* de'Lari,'Lègg,tmLarum,n n testo dell'OrelU mLarundts^m dìLarunda, 
madre dei Lari; e gli pare che questa lezione possa rilevarsi dal codice mediceo. 

' i figliastri, Dmso e Tiberio. 

* Jigliuol proprio j cioè , Druso il giovane. 

' jitto Clauso (nome che poi convertissi in Appio Claadio) è il fondatore 
di casa Claudia. 

' per carene ec. Valeriani: « A poco a poco privato ancora è* ogni servii 
ministero , prendeva a scherno le intempestive premure della matrigna, accorgen- 
dosi dell* inganno. M 



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280 IL LIBRO DDODEGmO DE«U ANNALI. 

XXVII. Ma Agrippina per mostrare sua potenza anche 
foori all'amiche nazioni, mmida nella terra degli Ubi! ima 
colonia, e le pone il sno nome,^ perché qnivi fu concepata: 
e abbattessi, che qaeUa gente venota d'oltre Reno, era stata 
ricevuta a divozione da Agrìppa sno avolo. 

In quel tempo la Germania alta travagliò, per esservi i 
Gatti entrati a rubare. L. Pomponio legato vi mandò i Yan- 
gioni e Nemeti,' aiuti nostri, con una banda di cavalli, e ordine 
d'arrivar prima o lasciargli sbrancare, e cignergli alla spro- 
vista. Al consiglio del capitano aggiunsero i soldati l'indostrìa, 
dividendosi. Una parte a sinistra circondò quelli che toma- 
vono sguazandosi la preda o poltrendo. E per più allegreza 
liberò certi schiavi , già quaranta anni , fatti nella rotta di 
Varo.» 

XXVIII. Gli altri che presero la più corta a man de- 
stra, riscontrarono il nimico, che ardi combattere, e fecer 
più sangue. £ carichi di preda e fama, se ne tornarono al 
monte Tanno,* ove Pomponio ton le legioni "attendeva se i 
Gatti si fossero rappiccati per vendicarsi. Essi per non esser 
serrati dì qua da' Romani, di là da' Cherusci, nimici etemi, 
mandarono a Roma ambasciadorì e slatichi. A Pomponio 
furono ordinate le trionfali: e glorioso molto più il fanno le 
sue poesie.' 

XXIX. In detto tempo Vannio * fatto da Druse Cesare 
re de' Suevi, ne fu cacciato: da prima celebrato e caro: co '1 
tempo venne in superbia e odjo de' popoli ; e lo tradirono 
Yangio e Side, figliuoli di sua sorella, e Giubillio re delli £r- 
muaduri. Claudio non volle per molti preghi, entrar tra loro 
barbari con l'arme. A Vannio promise sicuro ricovero, se 
fusse cacciato, e scrìsse a P. Attilio Islro, che reggeva la 
Pannonia, che mettesse in su '1 Danubio una legione co '1 fiore 
di quegli aiuti, per soccorrere chi perdesse, e frenare i vin- 

* ilttio nome: fu detta, ciob, Colonia Jgrippinof o Jgrippinensitj ed 
oggi ritiene il nome di Colonia, citl^ insigne di Germania , sul Reno. 

S Vangioni e Nemeti abitavano dove oggi h Vormt e Spira, 
5 rotta di Faro: avvenuta l'a. 763. Vedi sopra, lil>. I, 61. 

* monte TaunOj (Moehe) presso a Francfort- 

5 le sue poesie. Vedi la noU al Hb. XI, i3. 

6 Taiinio. Vedi lib. li 63. 



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IL UBRO DUODKCIMO DB«U IIWAU. 281 

ciforìy che non lùgliassero animo a turbare anche la nostra 
pace. Perciocché i Ligi in gran numero» e altre genti coi^ 
revano al fiuto ^ della riccheza di quel regno, per trent* anni 
con graveze e tirannie accresciuta da Yannio: il quale avea 
la sua fanteria paesana , e cavalli sarmali iazigi:' poche (orzo 
a tanti nimicì. Però voleva tenersi nelle castella e allungare 
la guerra. 

XXX. Ma non tollerando i lazigi Tassedio, e scorrendo 
la campagna, convenne, al comparire de'Ligi ' e dell! Ermun- 
dnrì, battagliare. Cosi Yannio usci fuori e fu rotto, ma glo- 
riosamente con Tarme in mano e ferite dinanzi; e salvessi 
rifuggendo all'armata che T aspettava al Danubio, insieme 
con la sua gente, a cui fu dato in Pannonia luogo e terreno. 
Spartironsi il regno Yangio e Side, fedeli a noi: a que' po- 
poli, nell'acquistarlo, tutta carità:* poscia, o per natura di chi 
domina o di chi serve, odiosissimi. 

XXXI. In Britannia giunto P.Ostorio'^ vicepretore, trovò 
scompigho, inondando i nimici il paese de' collegati ; rovi- 
nosi tanto piò, che non credettero, il capitano novello con 
esercito non maneggiato,' entrato il verno, potergli noiare. 
Esso sapendo, i primi l'atti dar lo spavento o Y orgoglio, vola 
con le coorti; ammaza chi resiste, perseguita e non lascia 
far testa gli sbaragliati; non si fida di loro accordi, per non 
tornare adle medesime; leva Tarme a' sospetti, e voleva 
chiuderli tra due fiumi Antona e Sabrina,^ e'I campo suo. 
GTIceni^ fur primi a risentirsene; gente gagliarda, da guerre 
non battuta: perchè venne volontaria dal nostro,' e dietro a 

* aleuto, li postillatore dell'esemplare Nesliano di Gino Capponi corregge 
a sproposito^ alP odore. Menzini, Sat.: 

l>«n lo rioonosd al flato. 

' tarmaU iazigi, tartari d' Oscovia , presso il mar di Azof. 
' Ligi abitavano presso la Vistola. 

* tutta carità: essi erano a qae* popoli tutta carità (grande amore) j erano 
amatissimi. 

5 P. Ostorio Scapola. Vedi Vita d'Àgr. e. \k, 

6 esercito non maneggiato. Il lat.: «• exercitu ignoto. » 

7 Jntona e Sabrina : oggi , ^von e Severn, 

* Icenii oggi, Suffolk e Norjolh, 

' venne volontaria dal nostro, \ì\i.i,i n societatem nostram volente* 
access erant. » Dal nostro ^ sottintende latoj come la locuùoM ooDsimilci 
dalla nostra^ sottintende parte* 

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282 IL LIBRO DUODECIMO DEGLI ANNÀU. 

questi le nazioni confinanti. Presero per combattere nn hiogo 
bastionato di zolle, d'entrata strettissimo alla cavalleria. 
Ostorio, benché senza nerbo di legioni, con gli alati si mette 
a sforzargli, e imrtendo le coorti, pone in opera anche la 
gente a cavallo, e dato il segno, rompe i bastioni, e coloro 
sconfonde ' presi nella lor gabbia e che, per uscirne, veden- 
dosi ribelli e rinchiusi, fer prove da dirsene.* In quella zuffa 
M. Ostorio figliuolo del legato meritò corona di cittadino sal- 
vato. 

XXXII. La sconfitta de gllceni fé' accordare i dubbi!/ 
e l'esercito andato ne' Canghi * guastò per tutto e predò , chò 
non ardiron * venire a giornata: bezicaronlo alla sfuggita, * e 
male ne incolse loro. Appressatosi al mare che guarda Iber- 
nia, le discordie de' Briganti "* fecero ritirare il capitano rìso- 
luto di non tentare cose nuove, se le prime non erano acco- 
modate: e avendone certi pochi che presero l'armi uccisi, 
a gli altri perdonato, gli lasciò quieti. Non fece' già posare 
l'arme a' Siluri^ né atrocità né perdono, che bisognò domarli 
con le guarnigioni; e prima, per più agevoleza, mettere* nel 
paese già vinto la colonia Gamalodano,^® di buon numero di 
soldati vecchi, per nostro aiuto contro a' ribelli, e per awe- 
zare gli amici alle buone leggi.^^ 

< sconfonde, scompiglia. 

S da dirsenos Boemorabili. Conforme a «[ntl dal MalmanUios 

Feo» pcvft da tcrif «ne al paaae. 
S i dubhiij coloro, cioè , che pendevano tra la guerra e la pece. 

* Canghi abitavano dove oggi h il principato di Galles, 
B non ardiron, cioè, ì Canghi. 

* benearonlo alla fuggita, 11 lat. ; « ex occulto carperò agmen lenta' 
runt. » 

^ Briganti abitavano dove ora sono Lankaster^ Camberland, Durham, 
York. 

> Siluri! al raesiodl del principato di Galles. 

' mettere, sottintendi bisognò. 

^^ Camaloduno: forse la moderna Maldon, Fu la prima colonia de' Ro- 
mani in Brettagna. 

<* alle buone leggi, Qnesto periodo ce lo reciterìi con pitk chiarella il Da* 
ti: « E acciocché più agevolmente venisse fatto ^ Ostorio condosse e fermò una 
colonia, chiamata Camaloduno, in que* campi e terreni che ì Romani per fona 
di guem avevano loro occupati; e' la qaal colonia era composta d*una gagliarda 
banda di soldati vecchi citladini romani e quivi furono collocati per difeodeie e 



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IL LIBHO DUODECIMO DEGLI ANNALI. 283 

XXXIIf. Poi cavalcaro in essi Siluri ,* feroci per se, e 
per gran fede in €arattaco lor capitano, il primo cavaliere 
de' Britanni, per alte e varie avventare: il quale vantaggian- 
doci di notizia de' laoghi, ma di soldati buoni cedendoci, con 
astuzia ridusse la guerra nelli Ordovici, e congiuntosi con 
quelli che temevano di nostra pace, volle tentar fortuna, e 
si pose in monte ripido, dove l'entrata e V uscita e tutto, 
fusse a nostro disavvantaggio;' e dove salir poteasi, con 
sassi quasi lo trincee; e difèndealo fiume pericoloso, oltre 
a' soldati migliori paralbi dinanzi a' ripari. 

XXXIV. Intorno a' capitani, e qua e là per tutto, scor- 
reva Carattaco a confortare, inanimire, levar paura, dare spe- 
ranze, e altre spronate a combattere, «e Quella esser giornata, 
esser battaglia di ricoverata libertà, sempiterna servitù: 
nominava i loro passati che cacciaron via Cesare dettatore: 
per la virtù di quelli diceva esser le mannaie, le rapine le- 
vate, assicarata V onestà di lor mogli e figliuoli. ì> A tali pa- 
role tutti gridarono; giurando ciascheduna nazione a sua 
usanza di non temere armi né ferite giammai. 

XXXY. Tanta pronteza. Io fiume in mezo, i fatti ripari, 
i monti in capo, ogni cosa a noi atroce, a loro usata, atter- 
rirono il nostro capitano; ma il soldato gridò ce Battagliai 
virtù vincer tutto. » Cosi ribadivono * i tribuni e i prefetti, e 
l'esercito accendevano. Ostorìo allora, fatto riconoscere i 
passi, gli fece tutti agevolmente guadare il fiume. Giunti al 
riparo, e scaramucciando con armi da lanciare, n'eran fe- 
riti elidevano più de' nostri; però fatta la testuggine, dis- 
fecero quelle more,^e alle mani venuti, e del pari, i barbari 



assicnrax la provincia dalle scorrerie e insulti di que* ribelli e insolenti^ e invitare 
ancora gli altri popoli con vicini e collegati all'ubbidienza delle leggi. «• Or torna 
a vedere come tutto qnesto volarne di parole possa mettersi nello strettoio. 

* Poi cavalcaro in essi Silurij cioè, marciarono contro i Silari, gente 
feroce per propria natura e per la fiducia che ponevano in Carattaco ec. 

* a nostro disavvantaggio: aggiungi, e a prò loroj che cosi vuole il la« 
tino: « et saie in melius essente » 

' ribadivonoj insistevano sulVistesie cose dette dal capitano. Lat.: « paria 
disserebant. » 

* quelle morCj quelle masse di sassi. Dante : 

Setto la guardia ddla grave mora. 



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284 IL UBBO DUODECIMO DEGLI ANNALI. 

la diedono ali* erta; ' e i nostri lor dietro , cosi gli armati alla 
leggiera come alla grave. Combattevano quei co' tiri, i no- 
stri a corpo a corpo, e gli disordinavano, non essendo co- 
perti di coraza né di celata: e quando s' appiccavano co' no- 
stri aiuti ; i Romani con le daghe e pili: quando si rivolgevano 
a' Romani; gli aiuti con le spade e aste li ponevano in terra. 
Fu la vittoria famosa per la moglie e la figliuola di Caraltaco 
prese; i fratelli arresi. 

XXXYI. Lui (come non son sicure V awersitadi ') da 
Gartismandua reina de*Rriganti, a cui si raccomandò, dato 
prigione ^ al vincitore lo nono anno della guerra Britannica. 

' Gran dire se ne feo per 1* isole e provi ncie vicine, e per 
r Italia e Roma; ogn' uno desiderando vedere colui che tanti 
anni avea sprezata la nostra potenza. Cesare per sua mag- 
gior gloria magnificava il vinto: e come a nobile spettacolo 
chiamò il popolo. Per lo mezo de* soldati di guardia armati 
in ordinanza dinanzi a* loro alloggiamenti passaron prima le 
corti del re * con ricche collane e cavalli addobbati ; le spo- 
glie da lui acquistate nelle guerre straniere. Seguitarono i 
fratelli, la moglie e la figliuola: in ultimo esso Carattaco, 
non come tutti gli altri raccomandantesi per paura, né col 
capo chino; e condotto al tribunale parlò in questa sentenza: 
XXXYII. a Se io avessi avuto, eguale alla mia nobiltà 
e grandeza, nelle felicità moderanza; sarei venuto a Roma 
amico e non prigione. Né a te sarebbe paruto poco allegarli 
con uno di sangue si chiaro, e tanti popoli signoreggiante. 
La presente fortuna mia quanto a me soza, tanto a te è mar 
gnifica. Ho posseduto uomini, cavalli, armi e riccheze: qual 
maraviglia se non 1* avrei volute lasciare? A voi, se volete 
dominare ogn' uno, seguita che o^n' uno debba essere schia- 
vo? Se io per tale mi ti dava alla prima, non sarebbe la mia 
disgrazia né la tua gloria si chiara: cosi il mio supplizio ne 
scancellerà Qgni memoria: dove se tu mi salverai, sarò della 



* la diedono all' erta j si ritirarono sui gioghi dei mooti. 

* non son sicure l' awersitadi j cioè, aeiravver&itk mano può es»er sicuro 
che serbiglisi fede. 

' dato prigione, fu dato prigione. 

* le corti del re, le clientele » o clienti, o vassalli del re. 



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IL UBfcO DUODECIMO DEGLI ANNALI. 285 

clemenza taa esempio immortale. » Cesare per queste parole 
a lui, alla moglie e fratelli perdonò. Essi sciolti ne renderono 
riverenze, grazie e laodi al principe, e le medesime ad Agrip- 
pina, che si sedeva in altro vicino seggio. Cosa nuova, e 
fuori d' ogni antico uso, sedere tra le romane insegne una 
donna: ma ella si teneva di quello imperio, da' maggiori suoi 
acquistato, compagna. 

XXXYIII. I padri ragnnati parlarono con molta magni- 
ficenza della presa di Carattaco, non meno splendente che 
quelle mostre che fecero al popol romano P. Scipione, di 
Slface; L. Paulo, di Persa; o altri, d'altri re incatenatL 
Ordinarono a Ostorio le trionfali per li successi felici: i 
quali non seguitarono, o perchè egli badò meno alla guerra, 
quasi vinta, levato Carattaco; o la compassione di tanto re 
infocò i nemici a vendetta. Circondano il maestro del campo, 
e le bande romane lasciate ne' Siluri a fortificare. Otto cen* 
turioni e i più valorosi soldati vi morirono; e rimaneanvi 
tutti , se non eran soccorsi prestamente da'borghi e castelli 
vicini. Sbaragliano appresso i nostri, che cercavano vette* 
vaglie, e i cavalli mandati a soccorrergli. 

XXXIX. Ostorio vi mandò spedite coorti, che non rat* 
tenendo la fuga, con le legioni v' andò, e con là loro forza 
la pagna fu pareggiata e poi vinta, e scamparona i nimici 
con poco dannaggio, perchè lo giorno se n'andava. Segui- 
rono zufiè spesse e piccole, a guisa d'assassini per boschi 
o pantani; per caso o arte, ira o preda, comando o senza; 
ostinandosi particolarmente i Siluri per un detto sparsosi 
del romano imperadore, « che già i Sugambri furon rovi- 
nati e traportati in Gallia; ma de' Siluri bisognava spegnere 
il seme. » Sorpresero adunque due coorti d' aiuto per l'ava- 
rizia de' capi troppo scorsi a rubare; di cui donando spoglie 
e prigioni, traeano altri popoli a ribellarsi. Onde Ostorio da 
tanti pensieri afflitto si mori con allegreza de' nimici d'avere 
spento con la guerra, se non col ferro, quel capitano di 
qualche stima. 

XL. Cesare in luogo del morto mandò Dìdio,^ il quale 

* Vidio, Vedi ViU d'Jgr., iA, 

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286 IL UBBO DUODKCmO DEQU ANNÀU* 

arriyato con viaggio prosperò, trovò le cose non prospere, 
essendovi stata rotta una legione sotto Manlio Valente,* e fatta 
la cosa maggiore per isbigottire il nuovo capitano: e da lai 
vie più,* per più sua gloria se vincesse, o scusa quando 
perdesse. Questo danno diedono ancora i Siluri; e scorraido 
assai paese, Didio gli cacciò. Ma dopo la presa di Carattaoo, 
il maggior soldato tra loro fu Yenusio lugantese fedele a 
noi, e difeso dalle nostre armi, mentre fu marito di Gar- 
tismandua reina sopradetta. Nato poi ripudio tra loro e 
guerra, divenne anco nimico nostro. Ma prima combatte-, 
vano insieme:' ella prese ad inganno il fratello e parenti di 
Yenusio. Onde i nimici tinti d'ira e vergogna d'ubbidire a 
una donna, co '1 fiore della gioventù armata, assaliscono il 
suo regno: il che noi antivedendo, le mandammo aiuti. Se- 
gni battaglia feroce: dapprima dubbia, poi lieta. E consimil 
successo combattè la legione sotto Cesio Nasica: conciosia 
che Didio vecchio e pieno d'onori, faceva fare: e bastavagli 
tenere il nimico lontano. Non bo divise queste cose seguite 
in più anni, perchè meglio si capiscano. Ora ripiglio l'or- 
dine de' tempi. 

XLI. Nel consolato quinto di Tiberio Claudio e di Ser- 
vio Cornelio Orfito s'anticipò la toga a Nerone,* perchè pa- 
resse abile al governo, e lasciossi Cesar dalle adulazioni del 
senato menare a far Nerone consolo, per quando corresse 
venti anni:' in tanto avesse potestà proconsolare fuor di 
Boma, e si chiamasse principe della gioventù. Diedesi an- 
cora in nome suo donativo a' soldati e mancia alla plebe; 
e ne' giuochi circensi, che si facevano per farsi amare dal 
popolo, Britannico vi andò in pretesta, e Nerone in veste 
trionfale; perchè dal vedere costui vestito da imperadore, 
e colui da fanciullo, chi I'uuq e l'altro esser dovesse s'ar- 
gomentasse. Certi centurioni e tribuni, che mostravano com- 

* Manlio Valente. Vedi Stor.^ l, 64. 

* vie piàj ciob , ingrandita. 

' combattevano insieme. Dati; « Ma Ba principio, solo intra lui e lei li 
faceva la guerra ; tanto che ella con astate arti ingannò ec. » 

* Nerone: era ne' quattordici anni; ma, a pigliar la toga, biiognava avelli 
compiuti. 

' venti anni. Al buon tempo della repubblica bisognava aTerm ^uarantatif . 



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IL'UBRO OCOPBCmO DEGÙ ANNALI. 287 

passione di Britannico, furon rimossi, sotto spezie di finte 
cagioni d'onori: e se lilierto alcun fedele avea, fa cacciato. 
In quella occasione i due giovani riscontrandosi» Neron sa- 
lutò Britannico col suo nome, e egli lui con quel di Domizio; 
di che, come principio di discordia, Agrippina molto si dolse 
co 'I marito: « Dispregiarsi Fadozione; guastarsi in casa quello 
che ayea giudicato il senato, comandato il popolo. Se quo' 
maligni che mettevano questi punti, ^ non si scacciavano, 
ne seguirebbe rovina publica. » Claudio di queste quasi mal-* 
vagita adirato, i custodi ottimi del figliuol suo uccise, o con- 
finò: e Io mise in mano a chi volle la matrigna, la quale 
non ardi fare il resto per levar prima la guardia di mano 
a Losio Gota e Rufo Crispino, come troppo obbligati alla 
memoria e ai figliuoli di Messalina. 

XLII. Per consiglio adunque della moglie che diceva, 
le coorti per la concorrenza di due divìdersi in fazioni, e 
meglio potersi disciplinare comandate da uno; fu dato il co- 
mando de' pretoriani a Burro Afranio, tenuto gran soldato, 
ma conoscente chi gliel dava.* Levossi Agrippina in mag- 
giore altura: e andava in campidoglio in carretta, come già 
potevano solamente i sacerdoti e le cose sante: il che ac- 
cresceva venerazione a questa donna, figliuola d'uno impe- 
rador d'eserciti,' e sorella, moglie e madre di tre imperadori* 
del mondo: esempio unico sino a oggi. In tanto Yitellio, che 
l'aveva presa per lei'' più di tutti, favoritissimo, vecchissi- 
mo (tanto stanno in bilico i grandi) da Giunio Lupo sena- 
tore toccò un'accusa di maestà danneggiata, e d'imperio 
agognato. E vi dava Cesare orecchi, se Agrippina con mi- 
nacce, anzi che preghi, non lo svolgeva a privare d'acqua 
e fuoco l'accusatore ; che di tanto si contentò Yitellio. 

* che mettevano questi punti, questo scandalose insinuaiioni: cbe met- 
tevano questi scandali; che sì malignamente sobbillavano ec. Lat. : « nisi pravi- 
tas tam infensa docentium arceatur, » 

' conoscente chi gliel dava^ ma che sapeva bene quell'onore venirgli da 
Agrippina , alla quale perciò egli era obbhgato. 

' «fono imperador, di Germanico. 

4 di tre imperadori: sorella di Caligola, moglie di Claudio e madre di Ne- 
rone. 

5 l'aveva presa per lei, che aveva preso a difenderla. 



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288 I IL LIBRO I>U(»>BGI]IO DEGLI ANNàLL 

XLIII. Apparvero in quell'anno di molti segni. Uccelli 
di mar uria ^ posati in campidoglio: tremooti rovinarono 
molle case, e nella calca de' fuggenti spaventati affogarono i 
più deboli: ricolte triste, e quindi la fame. Onde non pure si 
mormorava di Claudio; ma rendendo ragione,* la gente conr 
le grida assordandolo, e rìpinto in un canto del foro pigian- 
dolo, la guardia ebbe a fargli far largo. Trovossi non v'esser 
pane che per quindici di; ma gl'iddìi benigni e '1 verno 
dolce ne scamparono. Già Italia nutriva i paesi lontani, né 
oggi è sterile; ma e' ci giova più tosto coltivar l'Afirica e 
r Egitto, e fidare la vita del popolo romano alle navi e alla 
fortuna. 

XLIY. Nel detto anno tra gli Armeni e gì' Iberi nacque 
guerra, che cagionò ancora tra' Parti e Romani grandissimi 
movimenti. Era re de' Parti per volontà de' fratelli Yologese, 
nato di concubina greca: degl' Iberi, Farasmane per lungo 
possesso: degli Armeni, Mitridate suo fratello per nostra po- 
tenza. Aveva Farasmane un figliuolo detto Radamisto, bello 
è grande e forte: dell'arti paesane scaltrito, e di chiara fama 
tra quelle genti. Il quale troppo spesso e feroce, scoprendo 
suo appetito, usava dire: « Abbiamo un dito di regno,' e 
tienlo un barbogio, d Temendo adunque Farasmane grave 
d'anni di questo giovane poderoso, fiero e di seguitocelo ri- 
voltò a un'altra speranza dell'Armenia; ricordandogli averta 
egli data a Mitridate, cacciatone i Parli: ma doversi, prima 
che con la forza, veder di rìtorlagli con inganno, quando ei 
non vi pensa niente. Cosi Radamisto ne va al zio, infintosi 
cruccioso col padre per le ingiurie della matrigna; e ricevuto 
con careze da figliuolo, persuade i principali Armeni a tal 
novità, si segreto che Mitridate gli fu mezano a rappattu- 
marlo col padre; al quale tornato, gli conta aver con la 
fraudo disposta la materia: doversi ora far con l'armi. 

XLV. Farasmane rompe la guerra, trova a dire* che 

* Uccelli di mat uria, di cattivo augurio. 

' rendendo ragione, mentre reodeTa ragione. 
' un dito di regno. Lat. : « modicum regnum. m 

* di eegttfto, che avea gran seguito; molli aderenti e fautori. Lat.: « #<•* 
dio popnlarium accinctum. m 

S trova a dire, trova il pretesto. 



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IL LIBRO DUODECIMO DE6LI ÀNIfÀLI. 289 

quando ei combatteva col re d'Albania , e cUedeva a' Ro- 
mani aiate, il fratello gli operò contro e, per tale ingiuria 
vendicare, intendeva distruggerlo. E dato al figliuolo grosso 
esercito, esso incontanente assaltò, e tolse la campagna a 
Mitridate sbigottito e salvatosi nel castello di Gornea,^ forte 
e con buona guàrdia di soldati, sotto Celio Pollione reggente 
e Casperio centurione. Niente sanno meno i barbari che 
prender terre per via di macchine e d'artifizi: noi ne siamo 
maestri. Radamisto avendo in vano, o con danno, dato T as- 
salto, incomincia r assedio. £ nuUa approdando, corruppe il 
prefetto, protestando Casperio: a non vendesse si brutta- 
mente quel re amico, non T Armenia, dono del popolo roma- 
no. » E rispondendo Pollione troppi esser d'attorno al ca- 
stello, e Radamisto allegando la commessione del padre, 
fatto tregua, se n'uscì per distor Farasmane da questa guer- 
ra; se no, avvisar T. Yinìdio Quadrato, che reggeva la Se- 
ria, dello stato d'Armenia. 

XLYI. Partito il centurione, il prefetto quasi senza pe- 
dagogo rimase, consigliava Mitridate, che s'accordasse, ri- 
cordando, « Farasmane essergli fratel maggiore, ed- ei suo 
genero, e suocero di Radamisto. Griberì, benché all'ora piò 
forti, la pace non recusare: sapersi quanto sieno felloni gli 
Armeni: altra sicureza non v'essere che quel castello non 
vettovagliato: non volesse armi , anzi che patti non sangui- 
nosi. 9 Andava adagio Mitridate a fidarsi de' consigli del 
prefetto , che aveva avuto domesticheza con una sua concu- 
l>ina, e credeasi che per danari arebbe fatto ogni bruttura. 
Casperio ne va a Farasmane, e chiede che gì' Iberi sì par- 
lano dall'assedio. Egli dava parole generali, e spesso buone: 
e a Radamisto mandava corrieri, che strignesse la terra per 
ogni via. Accrescesi la baratteria, e Pollione occultamente 
corrompe i soldati a chieder pace, e minacciare d'andarse- 
ne. Colto a tale stretto Mitridate, nel giorno e luogo conve- 
nato, esce del castello per capitolare. 

XLYII. Radamisto gli si 'getta al collo: finalmente Io 
riverisce, chiamalo suocero e padre, e giura non ferro, non 
veleno volergli osar contra, e tiralo in un boschetto per fer- 

' Cornea, citlk d' Armjenia: oggi Khorieo. ' 

f. ■ 2a 



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290 IL LIBRO DUODECIMO DEGLI ANNALI. 

mar la pace, presenti gl'iddi!, diceva egli, con sacrifici or- 
dinati là entro. Usano i re, qaando si confederano, inca- 
strarsi le destre: le dita grosse legarsi strette: e venuto il 
sangue alla pelle, pngnerla, e soccìarlosi l'un l'altro. Colai 
pace, come di comune sangue sagrata, tengono per inviola'^ 
bile. Allora colui che legava si lasciò cadere, e preso Mitri- 
date per le gambe, il distese: corsero molti, misergli i ferri, 
e traevanlo per la catena al piede (tra i Barbari gran ver- 
gogna) e lo mal trattato popolo gli si volgea con ignominie e 
percosse: ad alcuni pure di tanta mutazion di fortuna incre- 
sceva. Venne la moglie co'figliolini, e l'aria empiè di la- 
menti. Foron messi in carri separati, e chiusi sino all'ordine 
di Farasmane; il quale per quél regno rinegò il fratello e la 
figliuola, e risolvè lo scellerato ammazarli, ma non vedere. 
£ Radamisto del giuro osservadore, fuori non trasse né ferro 
né veleno contro la sorella e '1 zio, ma quegli gittati in 
terra, affogò in molti panni e gravi. E scannò i loro 'figliuoli, 
perchè gli piagnevano. 

XLYIII. Quadrato, inteso il tradimento fatto a Mitrida- 
te, e regnare i traditori, chiama il consiglio, spone il fatto, 
domanda, se si dee gastigare. Pochi guadavano all'onore 
publico; i più alla sicureza, dicendo, <( Doversi aver care le 
rabbie tra loro de' forestieri , e seminar zizanie. Còme spesso 
hanno usato i principi romani, donando a uno e togliendo 
a un altro questa benedetta Armenia per alzarli. Farsi per 
noi ' che Radamisto si tenga il male acquistato con odio e 
infamia, più tosto che se l'avesse con gloria. » Cosi fu de- 
liberato: ma per non parere d'approvare tanta atrocitade (e 
forse Cesare sarebbe d' altro animo) mandarono a dire a 
Farasmane, che dello stato armenio sgombrasse egli e il 
figlinolo. 

XLIX. Era procurator di Cappadocia Giulio Peligno 
d'animo vile, corpo ridicolo, egualmente dispregevole, ma 
tutto di Claudio, che, quando era privato, co' visi da far ri- 
dere passava mattana. ' Costui come volesse riaver l' Ar- 

* Farsi per noij esserci utile. 

' chcj quando era privato j co' visi da far ridere passava mattana. 
Valerìani: « quando, privato, con la convenasioM dei buffoni ricicava on osio 

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U. UBBO DOOBECIMO 1«6U ANHAU. 291 

menia, ià gente del paese; gli amici più che i niiuici sac- 
cheggia: i suoi lo piantano; i barbari 1* assaliscono: scarso di 
partiti^ ne ya a Radamisto, per li cui presenti corrotto, lo 
esorta al pr^ider lo scettro reale, e al prenderlo assiste e 
serve. Dirolgatasi tanta vergogna, a fin che tutti non fosser 
credati di questa raza, vi fu mandato Elvidio Prisco con una 
legione a riparare per allora. Passò a fretta il monte Tauro: 
e già molte cose avendo accomodate più con dolceza che 
forza, fu fatto ritornare in Seria, per non la romper colar- 
ti: avvenga cheVologese, parendogli venuto il tempo di ria- 
ver l'Armenia, stata de' suoi maggiori, oggi d' un re scele- 
rato straniero; facesse gente per rimettervi Tiridate suo 
fratello, acciò ninno di quella casa fosse senza imperio. 

L. Giunti i Parti, ne cacciaron gF Iberi senza combat- 
tere. Artassata e Tigranocerta città d' Armenia presero il 
giogo: ma k) tristo verno, o mal provvedimento di vivere, 
l'uno e l'altro, v'ingenerò pestilenza che forzò Yologese 
a lasciar l'Armenia vota: e Radamisto vi rientrò rincrude- 
lito, quasi contro a' ribelli e felloni animi. Ad essi, benché 
usati a servire, scappa la pacienza, e l'assediano armati in 



LI. Solo il correr de' cavalli gli valse a salvar se e la 
moglie gravida. La quale per paura de' nimici e amore al 
marito, resse a fatica al primo correre. Poi sconquassando- 
sele il ventre, e le viscere diguazandolese, lo prega che per 
non lasciarla preda e strazio a' nimici, le dea morte onesta. 
£i l' abbraccia, regge, conforta: ora stupisce della virtù di 
lei; ora arrabbia pensando che altri la debba godere; fìnal- 
menle violentato dall'amore, o usato a crudeltà, sguainata 

infingardo. » Lat. « eum privata» oiim eonvertatìone *ciirrarum iners otium 
oblectareUm-^ Mattana è malinconia, uggia, nata da osio infingardo. Svetonìo 
in Claud. e. 5; « Ayendo (Claudio per la rìpnha di Tiberio suo sio) perduto 
ogni sperania di avere a ottenere governo o magistrato alcuno, si diede in tutto 
ali* mìo, tenendo vita solitaria e non si lasciando vedere a persona j dimorandosi 
quando nel suo giardino e <{uando a una possessione eh' egli avea vicino a Roma : 
alcune volte non usciva di casa, ed alcuna volta si distese insino a Napoli, pra- 
ticando sempre con persone di poco affare. Ed oltre all' essere tenuto pigro e ne- 
gligente, si aerato ancor nome d' ubbriaco e di ginocatore. «• 
* starso di partiti. Lat.s « pratsiéii egens. » 



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292 IL UBBO DCODEGIMO DEGÙ ANNALI. 

la scimitarra, lei fiede e strascica alla riva, e gitta in Aras- 
se, perchè né anche il corpo sia rubato: e corresene a tutta 
brigUa al suo regno d' Iberia. Zenobia ( cosi aveva nome la 
donna) Sfnranie e sicara di morte, fa vedala da certi pastori 
andarsene giù per Io lento fiume: i quali giudicandola gran 
donna, rozamente le medicano e fasciano la ferita, odono il 
nome e'I caso, e la porgano in Artasaata. Indi fu condotta 
dal publico^ a Tiridate, ricevuta cortesemente e trattata da 
reina. 

LII. L'anno di Fausto Siila* e Salvie Olone' consoli, Fa- 
rio Scriboniano, qu;^si avesse strolagato la morte del prìnci- 
pe, fu mandato jn esilio, e con lui Giunia sua madre, che 
aveva rotto il primo confino suo. Canunillo,* padre dello 
Scriboniano, mosse armi in Dalmazia. £ Cesare si recava a 
bontà perdonare allora anche al figliuolo del suo nimico. Vi 
mori prestamente: vòUcm dire alcuni di veleno. Fecesi in se- 
nato, di cacciar d' Italia gr indovini, legge rigida e in vano.* 
Il principe lodò molto certi senatori uscitisi del grado per 
povertà, e ne cacciò altri simili, che pure il volevano tenere. 

LUI. Fu proposta e vinta pena alle liberto che senza li- 
cenza del padrone si congiugnessero con ischiavi, di ritor- 
nare esse schiave ; ma nascerne liberti. Barea Sorano , 
consolo eletto, aggiudicò insegne di pretore e trecento set- 
tantacinque mila fiorini a Fallante, cui Cesare disse trova- 
tore di tal proposta. Aggiunse Cornelio Scipione, che Fallante 
fusse ringraziato in publico, poiché per lo ben publico, egli 
nato de' re antichi arcadi,^ si dichinava a essere uno de' mi- 
nistri del principe. Claudio fece fede che il buon Fallante si 
contentava dell' onor solo; e viversi nella sua povertà. Tosto 
il senato a questo libertino ricco di sette milioni e mezo d'oro, 
per decreto in bronzo, affisso in publico, attribuì sonane laudi 
d' antica parsimonia. 

' dal publico. Lat.: m pubUcd curd. » 
3 Fausto Siila, genero di Claudio per la moglie Antonia. 
S Salyio Otone^ fratello di Ottone che fu imperatoK. 
* Cammillo. Vedi Star. 1, 89; II, 75. 
8 e in pano. Vedi Ann. II, 322. Stor. 1 , SS; II, 69. 
> nato de re «e. Ridicola adalasione, quasi discendesae da qael PalIantCì 
figlio d' Evandro, di coi Virgilio JEn, Vili, 64. 



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IL LUAO DOODKCailO 0E«U AMICALI. S03 

LIV. Non cosi contegnoso fa il sno fratello detto Felice, 
messo prima a reggere la Giudea, il quale ogni lìbito si fé' le- 
cito col cdldo si grande.' Veramente i Giudei fecero cenno 
di ribellarsi, quando, udita la morte di Gaio, non ubbidirò: ' 
si temeva cbe un altro principe non comandasse le stesse 
bestialità. Felice e Yentidio Cumano con rimedi a rovescio, 
facevano a chi più accendere a ogni mal fare, governando 
questi la Galilea, e Felice la Samaria, che si nimicavano per 
natura, e più allora che sprezavano i mali governanti. Si ru- 
bacchiavano, assassinavano, tradivano, e venivano alle ma- 
ni. Le prede portavano a essi governanti, cui da prima ne 
ridea l'occhio: ' ma cresciuti gli scandali, vi tramisero de' sol- 
dati, che vi rimasero morti. E ardeva la provincia di guer- 
ra, se di Seria non venia Quadrato, il quale agli ucciditor 
de' soldati mozò le teste senza pensarvi. Verso Felice e Cu- 
mano, avendogli scritto Claudio che giudicasse anche lolro, 
come cagioni della ribellione, stette sospeso, e fecesi seder 
Felice allato in tribunale, per uno de' giudici, perché di lui 
non parlassero gli accusanti. Cosi de' peccati di due punito fu 
solo Cumano ; e la provincia quietò. 

LV. Indi a poco tempo i Cliti, villani di Cilicia, soliti a 
sollevarsi, si mossero sotto Trosobore lor capitano, e s'ac- 
camparono in monti aspri; indi calando alla città o marine, 
assassinavano terrazani, lavoratori, mercatanti e barcaiuoli, 
e fu assediata Ànemur, e rotto Curzio Severo mandatovi di 
Soria con cavalli, non buoni come i fanti a combatter per 



* eoi ealdo sì grandej cioè, fondato sul grao favore eh' e* godeva. Lat.t 
« tanta potentia subnixo. » 

S non ubbidirò. Y*hz qui breve lacuna: ma il Nostro la dissimula, le- 
guendo gli editori bipontini che leggono : « tane prtebuerant Tudai speciem 
niotdt,orta sedinone, postguam, cognita catde Cali, haud obtemperatum 
essetj manebat metus ne quis principum eadem imperitaretm *» Il Testo di 
Baitter e Orelli legge così: « sane prtebuerant Itideei speciem motUs, orta se» 

ditione, posttfuam cognita cade eius, haud obtemperatum esset, mane" 

bat metus te. m Si vollero obbligare i Giudei a porre nel loro tempio la statua 
di Caligola, il quale essendo stato ucciso in questo tempo, 1* ordine non ebbe 
effetto. Ma temevano peraltro che questa fantasia potesse venire a qualche altro 
principe. 

3 cui da prima ne ridea V occhio : i quali da prima fi rallegravano alla 
vista di quelle prede. 



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S94 IL UBEO MODECIHO DEGLI ANNALI. 

qneUe fratte. Antioco re del paese eon lusingar que' barbari e 
ingannare il capo, gli sbrancò. Lai uccise con pochi suoi 
principali; al resto perdonò, e quietolli. 

LYI. In questo tempo fu tagliato il monte ^ tra il lago di 
Rossiglione* e '1 Garigliano,' perchè più gente vedesse la ma- 
gnifica battaglia navale, ordinata in esso lago, a concorrenza 
di quella che fece Agusto nel pelago da lui cavato di qua dal 
Tevere, ma con meno legni e minori. Claudio armò galee e 
fusto con diciannove mila combattenti. Fecevi di travate nn 
cerchio, acciò non potessero fuggire, agiato da polervisi rin- 
girare, maneggiare, vogare e combattere. Fanti e cavalli di 
guardia stavano in su le travi dietro a' parapetti ov'erano 
briccole * e caricate balestre. Soldati d'armata '^ in legni co- 
perti tenevano il restante del Iago: i colli, le ripe e le cime 
de' monti, a modo di teatro, eran gremite di genti venate 
dalle vicinanze e da Roma, per vedere o far corte al prìn- 
cipe. Risederono, egli in abito imperiale, e poco lungi Agrip- 
pina in manto d'oro. Combattevano benché malfattori, da 
forti uomini e valorosi, e doppo molte ferite furon divisi. 

LYII. Fatta la festa, fu dato l'andare all'acqua, e sco- 
perto l'errore dello spiano, non livellato al fondo né a 
mez' acqua del lago. Onde poi lo raifondò, e per ragunar di 
nuovo il popolo, gittativi sopra i ponti, vi fece una festa 
d'accoltellanti a piede. Ove apparecchiò un convito allo sbocco 
dell'acqua che sgorgò con tal furia che si trasse dietro le 
cose vicine e smosse le lontane. E ogn' uno stordi per lo 
remore; e Agrippina servendosi dello spavento del principe, 
voltasi a Narciso , soprantendente dell' opere, disse averla 



</« tagliato il monte ec. Plinio, H. N. XXXV, 15: « Io tengo tn W 
cose più naemorabili di Claudio (benché poi V opera si tralasciasse per odio del 
suo successore) il monte forato per farvi passare il lago Fucino , Teramente eon 
incredibile spesa ed opere infinite per tanti anni ec. » 

* di Rossiglione, di Gelano; anticamente. Fucino, 
' Gariglianoi anticamente, Lirt, 

* briccole. Il lat. : « catapultee. w Macchine militari da scagliar pietre 
Di qui briccolare. 

5 Soldati d'armata, Lat. m c/a«#arii. «armata ^ propriamente la/oN 
ta^ e mal si usa da'moderni per e/ercito. Vedi M. A. Parenti, Catalogo di SprO' 
votiti j N» i, pag. 9. 



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IL LIBBO DCODEGIMO DEGÙ AlfNAU. t9H 

M fatta male in prora,* per fame bottega e mbare.Ned egli 
a tei la saa donnesca superbia e le troppo alte speranze 
rìspiarmò.' 

LYIIL Nel consolato di D. Ginnio e Q. Aterio, Nerone 
di sedici anni sposò Ottavia figlinola di Cesare. E per dargli 
gloria dì letterato e bello parladore, lo fecer difender la 
causa de gV Iliesi. Ove con faconda diceria mostrò come i 
Romani vennero da Troiane Enea fn orìgine di casa giulia, 
e l' altre antichità quasi favole, e ottenne che gì' Iliesi d'ogni 
graveza di comune fussero esenti. Orante il medesimo fa alla 
colonia bolognese, che pati grande arsione, donato dagento 
cinquanta mila fiorini: e a' Rodiani rendala la libertà spesse 
volte data o tolta, secondo che ci avevano fuori nelle guerre 
servito, o dentro, per sedizione, offeso: e alli Apamiesi per 
gran rovine di tremoti rilasciato per anni cinque il tributo. 

LIX. AU' incontro Agrippina con sue arti faceva fare 
a Claudio ogni crudeltà. Per avere ella il giardino di Statilio 
Tauro, famoso ricco, lo fece capitar male, e da Tarquizio 
Prisco, stato legato suo in Affrica, quando vi fu viceconsolo, 
accusare di alcune baratterie e molti incantesimi. Né po- 
tendo più soffrire T indegno e falso accusatore, s'ammazò 
innanzi al sentenziar del senato, del quale, benché Agrip- 
pina s' opponesse, Tarquizio, per odio de' padri, pur fu raso. 

LX. Più volte fu il principe in quel!' anno udito dire, 
chele cose giudicate da' suoi procuratori, ' valessero come 
giudicate da lui. Il senato perché il detto non paresse scon- 
siderato, ne fece decreto ancor più ampio. Volle bene Agu- 
sto, che i cavalieri romani reggenti in Egitto, rendessero 
ragione e alle loro sentenze si stesse, come fossero date 
da' niagistrati di Roma: poscia in altre provincie e in Roma, 
hanno avuto certe podestà che toccavono a' pretori. Ma 
Claudio die loro la giurisdizione intera: di che s'è combat- 
tuto tante volte con sollevamenti e armi; quando le leggi 

* in prwaj a bella posta. 

' rispiarmò. Il postiUatore dell' esemplare Nettiano ài G. Capponi nota : 
« rispiarmò è scoro ed equivoco. Vedi se fusse meglio dire tacque. » Postilla 
Tolante. 

' procuraiorij cioè del fisco^ che erano per 1q più liberti. ' 



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206 IL LIB&O DUODBCmO DEGLI ÀNNAU. 

sempronie ^ mettevon V ordine de' cavalieri in possesso del 
giudicare; e le servilìe* lo rendevano al senato. Le guerre 
tra Mario e Siila non furono quasi per altro.^ Chi favoriva 
Funo chi l'altro ordine, e quel che vinceva, giudicava. 
Col braccio di Cesare, Gaio Oppio e Cornàlio Balbo furono 
i primi a poter disporre della pace e della guerra a lor modo. 
Della potenza de' Malii e Vedii e altri cavalieri romani, non 
occorire dire, poiché Claudio i liberti ordinati a governargli 
la casa» ha fatti pari a se e alle leggi. 

LXI. Propose di fare esenti da ogni tributo que' di Coo, 
della cui antichità molto disse: « essere gli Argivi, o Ceo 
padre di Latona, venuti i primi in quell'isola. Esculapio 
avervi portato la medicina, stimata molto da' suoi descen- 
denti, i cui nomi e tempi contò: e come Senofonte, medico 
suo, era nato di quelli: e doversi fare a' preghi di quello 
esenti del tutto gli abitatori di tale ìsola a tanto iddio con- 
sagrata e ministrante. » Avevano i Coi senza dubbio aia- 
tato il popol romano in molte vittorie; ma Claudio, dolce al 
solito, non abbellì la grazia co '1 ricordarle. 

LXII. Il contrario fecero i Bizantini, che, avuto udienza 
in senato, lamentandosi delle troppe graveze, si fecero da 
capo a contare della lega fatta con esso noi quando avemmo 
guerra co '1 re de' Macedoni che ne fu detto* Filippastro, 
come traligno: e delle genti contro Antioco, Persa, Arislo- 
nico mandate a noi: e, contro a' corsali, ad Antonio:' e del- 

^ sempronie j cioè, di G. Grracco, che Ta. 632 trasferi i giudisii dal senato 
all'ordine dei cavalieri. 

' tervUie. L. Servilio Gepione 1* a. 648 volle per legge che i giudisii sieaev* 
citassero in comune tra i senatori e i cavalieri. 

' quasi per altro j cioè, nacquero principalmente dal contendersi i due or- 
dini senatorio ed equestre questo diritto del giudicare. E dopo tanto sangue, ClatH 
dio lo tolse ad ambedue per darlo a' procuratori del 6scoI 

* detto. L'edizioni originali, eletto j ma erroneamente. L. Floro II, i4: 
« Usurpato avea il regno e il capitanato un certo Àndrisco, mercenario, malna- 
to, se schiavo o libero non so; ma perchè somigliante a Filippo , Filippo cbia- 
mavasi: alle sembianze e al nome di re ebbe pan anche l' animo. Ridendosene Ro- 
ma , le parve assai mandargli contro senz'apparecchi il pretore Giovenzio, men- 
tre il disprezzato nemico, oltre a' Macedoni, era forte di grossi aiuti di Traci: e 
qnal non fu mai da veri re, fii vinta allora da un re immaginario e da scena, 
perdendo una legione con lo stesso pretore* m 

' Antonio , padre del triuoviro. 



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IL Ln»0 DOOIHECXIfO DBGLI ANN AU. 207 

l'ofiérte a Siila, Lacnllo e Pompeo fatte: e de' freschi ser- 
yigi a' Cesari 9 per essere in quel sito, a passar eserciti e 
yettoYaglie per terra e per mare tanto commodo. 

LXIII. Avendo i Greci piantato Bisanzio nell' estremità 
d'Europa, diviso per piccolo stretto dall'Asia, per oracolo 
d'ApoUiné pitie, che rispose loro: « Siponessono dirimpetto 
alla terra de' ciechi; » significando i Galcedonii, che essendo 
stati ì primi a venire in qne'lnoghi, non veduto il meglio,* 
s'af^resero al peggiore: essendo di Bizanzio grasso il ter- 
reno e ricco il mare, per l'infinità de' pesci, che dal mar 
maggiore a fona calando, spaventati da biancheggianti sassi* 
sott'acqua longo l'Asia, torcono a questi porti: e già ne fé- 
cero gran traffico e riccheze ; ma poi le si mangiava il co- 
mane di Roma con le graveze; e ne chiedevano fine o 
moderanza. Il principe per esser affaticati nella passata 
gaerra di Tracia e del Bosforo, li alato e sgravò da' tributi 
per anni dnqae. 

LXIY. L' anno di M. Asinio e M. Acilio consoli molti 
prodigi! mostrarono lo stato dover peggiorare. Arsero di 
saetta alcune tende e bandiere. Uno sciame di pecchie si pose 
in cima di campidoglio. Nacquero umani parti bisformi; un 
porco con l' unghie di sparviere: e per mal segno fu preso 
che in pochi mesi d'ogni magistrato, de' questori edili 
tribuni pretori e consoli, ne morì uno. Più di tutti spaventò 
Agrippina un mal bottone' che gìttò Claudio ebbro: « Che 
era destinato a sopportar le mogli scelerate un pezo , e poi 
gastigarle. » Onde ella si risolvè a fare, e tosto: e prima spe- 
gnere Domizia Lepida per cagionuze da donne. Costei per 
esser figliuola d'Antonia minore, e per lei nipote d' Agusto; 
cugina carnale d'Agrippina, e sorella di Gneo, già marito 
di lei, non si teneva da meno di essa: giovani, belle, potenti 
eran quasi del pari; disoneste, infami, superbe, e non meno 



* non veduto ti meglio. Légge: « parum visa locorum utilitate. « Al- 
tri te«ti: mpreevUa. » 

S bioHcheggiAnti sassi. Légge: malbidis saxis. » Altri testi: « obli' 
qnis. »• 

S un mal bottone^ una bratta parola. Il popolo toscano dice nell*istesBO 
senso: Dare una bottata. 



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298 IL LIB&O DCODECIlfO DBGU AMMALI. 

dì vizi che di prospera fortuaa garreggianti e, soprattutto, 
di coi potesse più in Nerone, la zia o la madre. Lepida il 
giovane attraeva con careze e presenti: per lo contrario 
Agrippina gli facea viso brusco e minaccioso, come colei 
che poteva far signore il figliuolo, ma non sopportario si- 
gnoreggiante. 

LXY. Ora di Lepida fu rapportato d' avere con malie 
cercato il matrimonio del principe, e poco frenati li schiavi 
suoi in Calabria per turbare la pace d' Italia. Per si fatte ca- 
gioni fu dannata a morte, sclamandone molto Narciso, il 
quale ogn' ora più temendo d'Agrippina, dicono che tra gli 
amici, disse, « Regni Britannico o regni Nerone, spedito 
sono. Ma io sono a Claudio tanto obbligato, che metterò la 
vita per lui volentieri. Convinsi Messalina e Sìlio: ora ci son 
da fare le medesime accuse: * ma se Nerone succederà, me 
jie Faprà il mal grado;* e questa matrigna farà ogni cosa per 
disperder Britannico vero successore, con tutta sua casa, 
falche io faceva minor male a starmi cheto di quelle vergo- 
gne prime, poiché non ci mancano queste seconde di Fal- 
lante: tanto stima ella poco l'onore, il grado, il corpo, ogni 
cosa per regnare. » Alzava le mani al cielo, abbracciava 
Britannico pregando gì' iddii che lo facesser crescer in età 
e vigore per cacciar via ì nimiei del padre e vendicarsi de- 
gli ammazatori della madre* 

LXVL Claudio sotto '1 pondo di tanti pensieri ammalò, 
e andò per riaversi, alla buon' aria e bagni di Sessa. Agrip- 
pina già risoluta d' avvelenarlo, e quella occasione solleci- 
tando, né mancandole ministri, si consigliava con qual veleno: 
repentino, scoprirebbe troppo: a termine e stento, Claudio se 
n'avvedrebbe; e condotto al eapezale, lo strìgnerebbe l'amore 
a lasciare al figliuolo. Piacque veleno che lo facesse uscir di 
se, e morire adagio. Composelo Locusta' già condannata per 
maliarda, e poi più tempo tenuta tra le masserìzie di stato/ 

' le medesime accutej cio^, contro Agrippina come adultera con Pallante. 
> il mal grado. Il teito latino h qui d* incerta lesione. 
S Locusta, (u fatta poi morire da Galba. 

* masserUie di staio. Lat.: u instrumenta regni j m gente del coi brac- 
cio icrvivast la corte per tor dal mondo chi le dava noia. 



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IL UBIO DUODICWO D16LI ARNALI. S90 

Diedek) Aiolo uno de' castrati che portava le yivande e fa- 
cea la credenza.* 

LXYII. Il che si riseppe poi tanto per V appunto, che 
gli scrittori dì qoe' tempi contano^ che gli fa dato in sa gli 
oovoli, de'qaali era ghiotto:* e Glandio ebbro o balordo, non 
se n' avvide. La natura s' aiutò, e scarìcqissi dì sotto, e parve 
goarito. Agrippina rimase morta; e andandone il tutto, la- 
sciò ire i rispetti, e corse a Senofonte medico, già acconcio. 
£gli quasi per farlo vomitare, gli cacciò in gola una penna, 
intìnta in tosuco da far subito: sapendo, i sommi eccessi co- 
minciarsi con perìcolo e spedirsi con premio» 

LXYIII. Ragunasi il senato; e fanno i consoli e sacer- 
doti orazioni, perchè il prìncipe guarisse, quando egli era 
basito;' e con panni caldi e pittime* si celava, per accomo- 
dar le cose a fermar V imperìo a Nerone. In tanto Agrippina 
quasi dal dolor vìnta, e per consolarsi, teneva firilannico ab- 
bracciato e stretto, dicendolo esser tutto suo padre, con va- 
rie astuzie trattenendolo, xhe non uscisse di camera. Serrovvi 
altresì le sorelle Antonia e Ottavia; pose guardie a tutte le 
porte: e spesso dava voce che il Prìncipe migliorava, per 
tenere i soldati in buona speranza: e per aspettare il punto 
buono, calcolato da' caldei. 

LXIX. A mezo il di tredici di ottobre, spalancate le 
porte del palagio, Nerone esce con Burro, e vanne alla coorte, 

* facea la credensa. Lat. « explorare gastu solitus, » Vedi lib. seg. 
e. i6. JFVir la credenma Tale assaggiar la vivanda prima di metterla in tavola , a 
fine d' assicarare il signore che non v' ha veleno. Di qui chiamossi poi credenza 
il desco dove si posavano le vivande per far questo saggio. 

' de'quaiitraghiotto.Svtionioin Claud",: «Convengono tutti eh V fosse 
avvelenato, ma dove e chi, non s'accordano. Alcuni scrivono che nella rócca 
mangiando co'sacerdoti ; altri| che Alatto suo credenziere ; altri ancora, che Agrip- 
pina gli noettesse il veleno in un uovolo , pietansa a lui ghiotta. Nemmeno si ac- 
cordano sul seguito da poi; perchè v'ha chi afferma che subito preso il veleno 
perdesse U favella, e che tormentato la notte da gran dolori, morisse sul far del 
dj. Altri scrivono che sul principio s'addormentò; dipoi che rigonfiandogli il cibo 
nello stomaco, per bocca lo cacciò fuori, e che di nuovo fu avvelenato. Ne si ri- 
solvono se ciò fu nella poltiglia che per ristorarlo gli dettero , o si pure gli av* 
▼elenarono il cristero, fattogli per evacuarlo ancora da basso ^dacché mostrava 
tribolare ài rìpienetxa. » 

' era basito j morto. 

* pittime j fornente. 



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800 IL LIBRO DUODECmO DEGÙ ARNÀU. 

che slava, secondo il costarne, in guardia. Ove i soldati, av- 
vertendoli Burro, il riceverono con allegre grida: e misero 
in lettiga. Dicesi che alcuni si rattennero, domandando, ove 
fusse Britannico: ma non v' essendo chi dicesse altro, si tol- 
sero quel che venne. E Nerone portato nel campo, fece ac- 
conce parole: promise il donativo che il padre diede: e fa 
gridato imperadore. Il fatto de' soldati seguitarono le consolle 
del senato e, senza pensarvi, le provincie. A Claudio furon or- 
dinati onori divini, e fatte V esequie come ad Agosto, gareg- 
giando Agrippina con la magnificenza di Livia sua bisavola. 
Non si lesse il testamento, perchè al popolo non facesse sto- 
maco r ingiuria e l' odio dell' aver anteposto al figliuolo il 
figliastro. 



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301 

IL LBRO TREDICESIMO DEGLI ANNALI 

DI 

GAIO CORNELIO TACITO. 

SOMMARIO. 

I. G. Silano avvelenato per trama d'Agrippina. fYarciso a morte. ^- 
II. Lode di BnrrOj e Seneca. Censorio mortoro di Glandio : è lodato da Ne- 
rone. — ly. Baoni principii dì Nerone : molte cose ad arbitrio del Senato 
fatte. — TI. I Parti aspirano all'Armenia: opponsi Domizio Corbulone. — 
XII. Nerone in amor con Atte liberta , freme Agrippina : va scemando suo 
potere. — XIY. Fallante casso d'impiego. — XV. Veleno accelerato a Britan- 
nico: presto funerale , già preparato , e scarso. — XVIII. Agrippina vie più 
a Nerone avversa , sembra macchinar norità : accusatane , ottien vendetta delle 
spie, premii agli amici.— -XXII. Silana esiliata. Fallante e Burro da Feto 
accusati: esilio all'accusante. — XXIV. Uoma ribenedetta. — XXV. Lusso e 
lascive notturne scappate di Nerone: istrioni banditi d'Italia.— XXVI. Trat- 
tasi in Senato delle frodi de' liberti , e di tornarli schiavi : pur nulla in co- 
mune derogato. — XXVIII. Limitati i dritti de' Tribuni e degli Edili : cura 
dell'Erario variata. — XXX. Vipsanio Lena condannato. Muore L. Volusio. 
— XXXI. Magistrati eletti allO' Provincie non pqsson dar feste. — XXXII. Fatti 
sicari i padroni : Ponraonia Grecina al giudìzio del marito permessa , assoluta 
per innocente. — XXaIII. Accusati di mal tolto P. Celere) e Cossuziano Ca- 

fitime, Eprio Marcello. — • XXXIV. Liberalità di Nerone: la guerra contro 
Armenia differita si assume seriamente: coli' antica severità e disciplina as- 
sodata la milizia v'entra Corbulone, prende e incendia Artassata. — ^ XLII. 
P. Soillio condannato a Roma. — XLIV. Ottavio Saetta d'amor frenetico. 
Ponsia passa di stoccata : mirabil fede d' un liberto. — XLV. Primo amor di 
Nerone a Sabina Poppea. — XLVII. Cornelio Sulla in bando a Marsiglia. — 
XLVIII. Pezzuole in rivolta. — XLIX. Peto Trasea nn lieve decreto di Se- 
nato impugna per accrescere a' Padri onore. — L. Impudenza de' pnblicani : 
mantenute le gabelle contro gl'impeti di Nerone, Proscritte le leggi d'o^l 
comune di pubblicani sin là ignote. — LUI. Mosse de' Prigioni in Germania: 
tosto fatti uscire da' campi occupati lungo il Reno: presi e uccisi ì riottosi. 
Con pari fato i campì stessi occupano gli Ansibarii. •— LVII. Guerra tra £r- 
munanrì e Catti, a questi fatale. — LVIII. Albero Ruminale rinverdito. 

Corto di quatti^ amai. 

. .. o 13' n i'v\ r^ >• l Nerone Claudio Cesàbb. 

Ab. d.Rom.DCCCYiii. (iCr. 55).-Cowoh. | ^ ^^^^ ^^^^ 

An. ai Bom. DCCax. (d. Cr. 56).-Co».oU. } "^ ^^^^^^^ ^^^^^^ 

An. a. B<«D. Bcecx. (a. Cr. 57).-Co~oh. | ^ cìlpubwo Pisone. 

. j. „ ;j. ^ «oi ^ ,. 1 Nbborb CiiODio Cbsibk ni. 

A«. a. Boa» ixicai. (a. Cr. h»).-Cotmh. \ y^^^, „^j^,^ 

I. 96 

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302 IL LIBRO TBEDICESIMO DEGLI ANNALI. 

I. [A. di R. 807y di Gr. 54.] 11 primo ucciso nel nuovo 
principato fa Giorno Silano/ viceconsolo in Asia, senza sa- 
puta di Nerone per fraudo d'Agrippina, non per paura di 
troppo terrìbile, anzi era pigro e spregiato dagli altri impe- 
radori, onde Gaio Cesare il chiamava bue d'oro;* ma perchè 
ella , che tramò la morte di L. Silano ' suo fratello, ne temeva 
vendetta, vociferando il popolo che a Nerone uscito appena 
di pupillo e fatto tristamente imperadore, si doveva ante- 
porre Silano di età grave, netto, nobile e, quello a che si 
guardava allora, del sangue de' Cesari, cioè bisnipote di 
Agusto. Ciò fu la morte sua: i ministri,^ P. Celere eavaliere 
romano ed Elio liberto, procuratore del principe in Asia. I 
quali l'avvelenarono a mensa, che se n' accorse ogn' uno. 
Non men tosto Narciso, liberto di Claudio, delle cui male pa- 
role con Agrippina dissi di sopra,* fu fatto morire in carcere 
asprissima di stento estremo contro al voler del prìncipe, 
avaro e prodigo non men di lui, ma non ancora scoperto: 
però molto gli andava a sangue. 

II. E moriva dimolta gente, se Afranio Burro e Anneo 
Seneca non rimediavono. Questi il giovane imperadore go- 
vemavono uniti, di potenza pari, con arti diverse; fiurro 
con la cura dell' armi e gravità di costumi, Seneca con gì' in- 
segnamenti d' eloquenza e piacevoleze, aiutandosi V un l'al- 
tro a tenere a freno più agevohnente l' età pieghevole del 
principe con diporti leciti , se con virtù non potessero. Aveano 
solamente a combattere con la ferocità d'Agrippina, d' ogni 
voglia tirannesca ardente , aiutata da Fallante, che indusse 
Claudio a gittarsi vìa* con le ìnceste noze e con la pestifera 
adozione. Ma Nerone non avea umore di lasciarsi governare 
a schiavi: e Fallante con la sua arroganza passando la con- 

< Silano. Mareo Giunio Silano Si Appio, fa console Ta. 799. 

S btt9 d'oro. D*uii altro Marco Silano, socero di Caligola e che Tu console 
Ta. 77S, raoconu Dione (59, 8) cbe dal genero era chianuto medesimamenlc 
XputfOV vpo^TOitppecut aurea : ed egli se ne teneva f 

' L. Silano, genero di Claudio, marito d'Ottam. 

* i ministri^ soltintendi/rir'ono. 
B *opras Ub. XII, 57 e <{5. 

* a gittarsi via ec, a perdersi, a pervertirsi, a corrompersi ec Lat.? « q»o 
mmctore Claudius nuptiis incesUs etadoptione exMota, semetperperterat, • 



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IL LIBRO TftBDICBSIlfO DBCLI ANNALI, 303 

dizione di liberto, gli era venuto a fastidio. Pare alla madre 
faceva ogni onore in apparenza, e diede a un trìbano, come 
s'usa a' soldati, questo contrassegno, Ottiiia Madre. Il se- 
nato ordinò a lei dve littori e il flaminato de'Glaadii, e a 
Claudio la consagraiione dopo l'esequie da censore, ove il 
principe lodò. 

III. E mentre annoverava V antico legnaggio, ì censo- 
iati, i trionfi de' suoi maggiori,^ l'attenzione fu grande: il ri- 
cordarle scienze e sue nobili arti, e come, reggente lui, da 
niono nimico si ricevette danno, fu grato: ma quando egK 
entrò nella sapienza, nella provedenza; niuno tenne le risa; 
quantunque la diceria composta da Seneca , fosse molto ador- 
nata da queli' ingegno grazioso * e agli orecchi di qoe' tempi 
accomodato. Notavono i vecchi scioperati, che paragonano 
le cose antiche con le moderne, Nerone essere stato il pri- 
mo di tutti i signori di Roma a parlare imboccato; perchè 
Cesare dettatore co' maggiori dicitori gareggiò. Agosto parlò 
chiaro e corrente,* proprio del principe. Tiberio del pesar le 
parole aveva l'arte; concetti vivi, o scuri apposta. Né a Gaio 
Cesare la bestialità tolse la forza del dire.* E Claudio quando 
diceva pensato, era elegante. Lo ingegno dì Nerone de gli 
anni teneri se n' andò in dipignere, intagliare, cantare, ca- 
valcare, e semi di dottrina mostrava nel verseggiare. 

lY. Fornito il piagnisteo, egli venne in senato e, di- 
scorso dell' autorità de' padri e deli' unione de' soldati, parto 
egregiamente de' suoi pensieri ed esempi per ben governare. 
Non gioventù nutrita in armi civili, in discordie di casa, non 

* de' éttoi maggiori. Svtionìo, in Tib.c.it « La famiglia de* Glaudii 

tlht Tentotto consoli, cinque dittatori, sette censori. Ottenne tette volte il trion- 
fo, e due ^olte l'onore della vittoria senza il trionfo. » 

' in^e^o grazioso: Lat. « ingenitun ammmum. » Questa lode, ben oi- 
wrra FOrelli, è'ambigua> e meglio rìferiscesi al corrotto gusto de' contemporanei 
che al sano giudizio de* buoni estimatori. Quintiliano chiama i vizii di Seneca 
rfo/c/j ma pur vitii. 

' chiaro e corrente. Anche Sfetonio (in Oetav. e. S6) dice che « ebbe 
stile elegante e temperato, schivando i concettini, la ravidesza e que' puszi 
(com'è* diceva) delle parole viete. » 

* lafwma del dire. Svetonio (in Cai. 63): « Attese molto all'eloquenza, 
ed ebbe gran vena , massime a'avcsae ivuto ■ dire contro ad alcuno t nell'ira Sec- 
cavano concetti e parole. » 



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304 IL LIBBO TBEDICBSIUO DEGÙ ANICAU. 

odii, non ingiurie arrecare, non aridità di yendetta. Propose 
il modello del governo avenire, scansando tutte le cose die 
eran frescamente spiaciate: « Imperochò egli non abbrac- 
cierebbe ogni causa, acciochò vedendosi tutti gli attori e i 
rei in una camera, non potesser i pochi favoriti assassinare 
e far delle giustizie e grazie baratteria.' Una cosa sarebbe la 
sna famiglia, un'altra la republica. Riterrebbe il senato 
r antiche sue auttorità. L'Italia e le Provincie del popolo ^ an- 
drebbono al tribunale de' consoli, che le introdurrebbero al 
senato; egli pensere^bbe a gli eserciti. » 

y. £ tutto osservò, e faron fatti molti ordini, come volle 
il senato: Che gli avvocati non si comperassero per mercede 
o presenti: che al far lo spettacolo de' gladiatori non fnsser 
tenuti né anche i disegnati questori, non ostante che per es- 
ser contro a gli ordini di Claudio, contradices^ Agrippina; 
la quale faceva ragunar i padri in palazo, e alla porta udiva 
con un velo innanzi per non esser veduta. E mentre gli am- 
basciadori armeni sponevano dinanzi a Nerone, veniva per 
salir su e risedere al pari di lui: ma Seneca, stando gli al- 
tri attoniti, gli disse ' che le andasse incontro, e cosi mostran- 
dole riverenza riparò la vergogna. 

VI. Nel fine dell'anno vennero nuove che l'Armenia era 
di nuovo corsa da' Parti, cacciatone Radamisto, già più volte 
ebtratovi e fuggitone, e allora del tutto abbandonatosi. Molti 
per la città ciarlatrice domandavono: « In che modo potrdibe 
quel principe, fanciullo di anni diciassette, tanto peso reg- 
gere o sgravarsene: che aiuto dare chi è retto da una don- 
na? commetteransi le giornate, gli assalti e l'altre azioni di 
guerra a pedagoghi? » Altri dicevano: « Durerà le fatiche 
della guerra meglio costui^ che quel vecchio scimonito di 
Gaudio, cmnandato da servidori: di Burro e Seneca ci son 
moltissime sperienze. E all' imperatore quanto manca all'es- 

* baratteria. Dati: « L'intento suo non era di volere di tutte le cose esser 
egli il giudice 9 n^ d'acconsentire che dentro ad una casa fossero eome rinchiusi 
gli. accusatori ed i rei, onde perciò la potenza di pochi avesse a prevalere. » 

> U Provincie dtl popolo. Tacito dice' le pubbliche ptovimcU^ e f 
di quelle che nella divisione fatta da Augusto toccaroao al leoato. 

' gli disse t a Nerone. 



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IL LIBRO TREDICESIMO DEGLI ANNALI. 305 

ser nomo? avendo Gn. Pompeo di diciott^anni e Ottaviano 
• Cesar di diciannove, retto le guerre civili? Più fanno! prin- 
cipi con la reputazione e col consiglio, che con la mano e 
con r armi. Mostrerebbe se egli si serve d'^uomini dabbene 
no: se di capitano valoroso senza invijcKa, o tirato su per 
rìccfaeza e favori. » 

VII. Dicendosi queste cose, Nerone mandò una bella 
fanteria, fatta di vassalli vicini, a rinfrescare le legioni 
d'oriente, e fece quelle accostare air Armenia. E due antichi 
re, Agrippa e locco,' stare in ordine con eserciti, per entrar 
nella campagna de' Parti, e gittar ponti per l'Eufrate. L'Ar- 
menia ad Aristobolo,' la regione di Sofena ' a Soemo* con le 
reali insegne commise. E venne a tempo che Tardane si 
scoperse nimico a Vologese ^ suo padre. E partironsi i Parli 
d'Armenia quasi differendo la guerra. 

YIII. Erano queste cose in senato aggrandite da quelli 
che proponevono far prieissione: * il principe v*^ andasse in 
veste trionfale: entrasse in Roma ovante: se gli facesse sta- 
tua nel tempio di Marte vendicatore, grande come la sua; 
tatto per 1' usata adulazione, e per Fallegreza d'aver fatto 
suo luogotenente in Armenia Domìzio Corbulone,'' e parere 
aperta la porta alle virtù. Le forze deir oriente furon divise 
in questa guisa, che Quadrato Yìnidio ^ rimanesse nel suo go- 
verno di Seria con le due legioni e parte delli aiuti : altret- 
tanti n'avesse Gorbulone; e più i colonnelli e la cavalleria 
che svernavano in Cappadocia: i re amici, quelli se- 
condo che la guerra chiedesse, ubbidissero. Ma essi ama- 
ran più Gorbulone, il quale per acquistar nome, cosa nelle 

* -^g^ippft « tocco. 11 primo è 6g1io di quclP Agrìppa rici^rdato, Ub. Xil, 83, . 
n secondo debb'ettere Antioco re della Commagene e d* una parte della Ciliciji. 
Il cod. Mediceo ha t miochum^n che è manifestamente mutilaxione di Àntiochum, 

< jirisiobolo, figlio d' Srode re diCalcide. 
' Sfifena, presso l' Armenia. 

* Sòemo. £ quello ricordato nel lib. II, IS delle Stprit. 
9 Vologese. Storie IV, 51. 

" ^ /hr pricissione. Valeriani; «Nel senato ogni cosJPfa celebrata oltre il 
dovere da quelli, che decretarono preci pubbliche, e al* principe trionfai veste il 
di delle pieci. » 

7 C9rbalon0. Tedi UI, 31 ; XI , i8 e 90. 

S Vinidio, Il teato ha: « Ummidium^ »■ di cui Tedi Xlf , 45 e 54. 



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306 IL LIBRO TREDICESIMO DEGLI ANNALI. 

naove imprese ìmpoHantissima, camminando forte, riscon* 
irò Quadrato in Egea,^ città di Cilicia, che s'era levato in- 
nanzi per gelosia, che, se in.Soria entrava a ricever le genti 
Corbalone, di gran potenza, di parole magnifico, atto, oltre 
alla esperienza e al sapere, a muovere ancora con l' appa- 
renza; non facesse tutti gli occhi in se volgere. 

IX. L'uno e l'altro per messaggi confortavano il re 
Vologese a voler pace e non guerra: dare statichi, e conti- 
nuar la reverenza portata dalli altri al popol romano. Volo- 
gese, per apparecchiarsi con agio di forze a quella guerra, 
o per levarsi i sospetti di concorrenza, consegnò sotto nome 
di statichi ì primi del sangue arsacido a Isteo ' centurione, da 
Yinidio per sorte mandato prima al i^ per detta cagione: il 
che come Gorbulone intese, mandò per essi Arrio Varo, pre- 
fetto d' una coorte. Il centurione ne venne seco a parole. E 
per non farsi tra que' forestieri scorgere,' la rimisero nelH 
statichi, e ne' loro conducenti. Questi anteposero Gorimlone 
per la sua fresca gloria, e benivoglienza ancor de' nimiei. 
Onde nacque tra questi capi discordia, dolendosi Yinidio es^ 
sergli levato di mano V acquistato per opera sua; ''e Gorbulo- 
ne, vantandosi non essersi risoluto il re offerire gli statichi 
se non quando seppe d' avere a far seco, e voltò la speranza 
in paura. Nerone per rappaciarli bandi, che i fasci dell' im- 
peradore, per le prospere gesto di Quadrato e di Gorbulone, 
si portassero con T alloro. E queste cose toccarono dell'anno 
appresso. 

X. In questo presente, Gesare domandò al senato l'ima- 
gine a Gn. Domizio suo padre, e le insegne di consolo ad 
Asconio Labeone, stato suo tutore. Le statue d'ariento e 
d' oro massiccie a lui offerte ricosò. E contro al voler de'pa- 
dri, che il m,ese di dicembre, nel quale egli nacque, fosse 
capo d'anno; mantenne alle calende di gennaio T antica re- 
ligione. E non furono accettate le querele poste da uno 

< Egea: dorè oggi è il porto Ayas, 

s /«/«a. I»a Nestiana, per errore, Oitaric, 

' per non farti,,, scorgere, Lat. « n0... speciaemlo essetj » per dod fini 
beffate; pec non. essere ludibrio. Mi/arsi scorgere con alcuno signiScanell'ns* 
del popolo: Venis con esso alle brutte, con parole aspve e libere.. E questo se- 
condo significatanon par dffimL» nel Vocab<^rio. 



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IL UBRO TBEDICESUfO LI DEGANNALI. 307 

schiavo a Celere Garlnate senatore, e a Giulio Denso cava- 
liere, di favorire Britannico. 

XI. [A. di R. 808, di Gr. 55.] Entrati consoli esso Claudio 
Nerone e L. Antistio, giurando i magistrati negli attide'prìn* 
cipi , non volle che Antistio suo collega giurasse ne' suoi. 
Laudandolo molto i padri, che quel giovenile animo com- 
piaciutosi nelle picciolo glorie, continuasse nelle maggiori. Fu 
benigno a Plauzio Laterano cacciato come adultero di Mes* 
salina del senatorio ordine, in rimetlerlovi; prometteva cle- 
menza con sue dicerie spesse, che Seneca componeva e pu- 
blicava per la bocca del principe, per far mostra delle virtù 
che gF insegnava, o di suo ingegno. 

XII. La madre cominciò appoco appoco a cadere, es- 
sendosi Nerone intabaccato * con Atte liberta, e fattone con- 
sapevoli due be' giovanetti, Otone di famiglia consolare e 
Claudio Senecione figliuolo d' un suo liberto. Questi per la li- 
bidine e per li segreti di perìcolo gli entrarono in gran con- 
fidenza, né poteoci ella, quando il seppe, rimediare; e parve 
meglio a' consiglieri del principe, (il quale la moglie Ottavia, 
benché n%bile e ottima, per disventura, o perché le cose 
vietate prevagliono, non poteva patire) lasciarlo sfogare in 
quella fenunina senza offésa d'alcuno, che nelle donne il- 
lustri. 

XIII. Sbuffava Agrippina d' avere una liberta per com- 
pagna, una servente per nuora, e colali altre cose, senz'aspet- 
tare il ripentere o stuccare del figliuolo, cui quanto più sver- 
gognava, più accendeva di questo amore. Dal quale sopraffatto, 
ogni ubbidienza levò a lei e voltò a Seneca, de' cui famigfiari 
un Anneo Sereno, facendo lo innamorato di questa liberta, 
ricopriva da principio il giovane prìncipe; e sotto nome di 
costui andavono i presentì. Allora Agrippina mutò registro, 
e cominciò a tentare il giovane con le lusinghe, e offerirgli 
la sua camera per dare celato sfogo a quello di che 1' età 
giovanile e la somma potenza gli facesse venir voglia. Con- 
fessava d' essergli stata troppo severa. Largivagli tutte le sue 
riccheze, poco minori di quelle dello ìmperadore: quanto 
dianzi lo gridava mbesta, tanto ora gli s' umiliava. Di tanto 

A inUibitccMtfi, imiamorilo. Vocaliolada cicalaU^ se pniCu 



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308 IL LIBBO TREDICESIMO DEGLI ANNAlt 

iiia(amento Nerone attinse il fine, e gli amici ne temeano e 
prcgavanlo a guardarsi da quella sempre atroce, allora falsa 
donna. Riveggendo egli an giorno le vesti e gioie delle pas- 
sate imperatrici , mandò a donare alla madre senza ritegno 
le più ricche e care. Ella alzò la boce, «e Non di tali onori 
pascerla il figliaol sao, ma torlo gli altri; e dell' imperio da- 
togli intero, renderle questo spicchio. » * Non vi mancò chi 
tatto rapportasse, e peggio. 

XIV. Nerone, che qoelli non poteva patire per cai la 
donna era saperba, levò a Fallante il maneggio datogli da 
Claudio, co'l quale governava quasi tutto 'l regno. Dicono che 
partendosi egli con gran comitiva , Nerone approposito disse 
ehe egli andava a render V uficio. * Vero è eh' egli avea 
pattuito che senza rivedere ì conti suoi publici , s'intendessero 
saldi e pari. Agrippina inbestialisce, e grida in modo che il 
prìncipe Tede: « Che Britannico era il figliuol vero e de- 
gno, e d'età da tenere l'imperio del padre, usurpatoli per 
opera di lei trista da quello adottato posticcio con si scele- 
rate noze e veleno. Deansi pur faora tutti i mali ' ^cev' ella] 
di quella casa infelice. Mercè de gl'iddii e sua, u figliastro 
esser campato. Con esso andrebbe in campo ove s' udirebbe 
la figliuola di Germanico da una parte. Burro e Seneca, un 
monco e un pedante dall'altra, pretendere il governo del 
genere umano. » Arrostava le mani; * diceva ogni male; 
chiamava Claudio da cielo, l'anime de' Silani* d' inferno; i 
tanti peccati orrendi fatti senza alctin prò. 

XV. Nerone sen' alterò , e compiendo Britannico quat- 
tordici anni tra pochi di , considerava or la madre rovinosa, 
ora il giovane spiritoso, che l' avea mostrato e acquistatone 
grazia in quelle feste saturnali, ove Nerone fatto re de' gioo- 
chi,* n' impose a gli altri vani e da non arrossire, a Britaa- 

* renarle questo spicchio , questa piccolitsima parte. 

' a render l'nficiOj a rinunziare l'ufficio. Lat.; **iU cìiiraret » 
B Deansi pur fugra cc.^ si propaghino, si manifestino pure er. 

* Arrostava le mani, ibrarciara. Il postillatore dell' eieroplare Nestiaoo 
di G. Cappooi coriegge molto male aUava. 

S de'Silani, cioè di Marco e Lucio. Vedi ■ principio drl libro. 
Sfatto re de' giuochi. Nelle feste saturnali soleva crearsi un re, il «Yuale, wt» 
coodo riferisca Àrrìaoo, «vefa vantorìtli di date si fatti ordini t 7W« be^it im, m§» 



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IL UBRO TREDICESIMO DEGLI ANNALI. 309 

DICO che nel mezo andasse e canlasse improvviso. Spe- 
rando far ridere il popolo del fanciullo non usato a cene 
oneste, non che ubbriachesche. Ma egli sensatamente can- 
tando accennò, <k come del suo seggio e sommo imperio cac- 
ciato fosse; )» e mosse pietà più manifesta per aver la notte 
e r aUegria levato i rispetti. Nerone vistosi mal voluto per 
questo fratello, gli accrebbe l'odio, e per le minacce d'Agrip- 
pina affrettò cagione di farlo uccidere. Alla scoperta non v'era, 
e non ardiva: pensò alle fraudi, e d' avvelenarlo per mezo di 
Giulio Pollione tribuno d' una coorte di guardia che teneva 
prigiona Locusta,' condannata permeiti veleni, ond'era mae- 
stra famosa. E già ogni custode di Britannico era acconcio 
a fargli ogni tradimento. Questi gli diedono il primo veleno 
che gli mosse il corpo e passò come poco potente o tem- 
perato a tempo. Ma Nerone non potendo aspettare, minac- 
cia il tribuno, comanda che gastìghì la femmina, poiché 
per pensare al dire del popolo, a scusar se, tengono il prin- 
cipe in perìcolo. Promettongli morte più subita che di col- 
tello nel cuore. Nella sua anticamera cuocon di più veleni 
provati pessimi un furiosissimo. 

XYL Usavano i figliuoli de' principi sedere in vista 
loro appiè de' letti con altri nobili di loro età , a mensa se- 
parata e men ricca. Cosi mangiando Britannico, uno de' suoi 
gli faceva de' cibi e del bere la credenza. E per non man- 
care dell'usalo, ^ o non chiarire il veleno, morendo ambi, si 
trovò questa astuzia: fu portato a Britannico da bere senza 
veleno e fattogli la credenza, ma troppo caldo , perciò ri- 
cusato e raffreddato con acqua, ove era il veleno. Corsegli 
di fatto per tutte le membra e tolsegli la voce e '1 fiato. 
Que' giovani si spaventarono, alcuno ne fuggi, ma gl'inten- 
denti afilsaron Nerone. Egli senza levarsi su, fattosi nuovo, 
disse : « Darsegli quel male ' del quale sin da bambino ca- 

sci: tUj canta: tu, va: iUj vieni. E 1* altro rispondeva: Obbedisco j perchè il 
giuoco per mia cagione non si guasti. Nerone giuocando co' suoi compagni , 
el>be in sorte questo regno. E fosse restato sempre re da burla f 
* Locusta. YtéìJin, 66, 

' mancare dell'usato, per non omettere nulla del consuetOb 
' tjuel male per eufemia intende il mal caduco. €ost anch' oggi il popd 
toscano. 



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310 IL LIBBO TREDICESIMO DEGLI ANNALI. 

deva^i e appoco appoco rinverrebbe.» Qaanto Agrippina, 
che non più d' Oltavìa soreUa di lui ne sapea., ne rimanesse 
smarrita, le si lesse nel viso benché acconcio,^ come colei 
cui era tolto ogni aiuto e datone annunzio di sua morte.* 
Ottavia ancora, benché di anni tenera, imparato aveva a 
nascondere il dolore V amore e ogni affetto. Cosi doppo an 
breve silènzio, si tornò air allegria del mangiare. 

XYII. La stessa notte mori Britannico, e fu arso con 
esequie scarse e prima provedute. Fu seppellito pure nel 
campo di Marte, con pioggia si tempestosa che parvero 
crucciati gFiddii, benché molti scosassero Nerone, incoia 
pandone la natura de' fratelli, sempre discordi, e del regno 
che non vuol compagnia. Molli scrittori di qne' tempi dicono 
aver prima Nerone spesse vòlte abusato la fanciulieza di 
Britannico; perciò non può parere affrettata né cruda quella 
morte, benché nelle sagre mense data, senza lasciarlo dalla 
sorella ^ abbracciare, in su gli occhi al nimico, il quale estinse 
quel sangue ultimo deXl^udii, prima da vitupero che da ve- 
leno corrotto. Cesare per bando le affrettate esequie scasò 
con dire: <( Che gli antichi usavono levarsi dinanzi a gli oc- 
chi, e non con le pompe e dicerie trattenersi le morti acer- 
be.* Mancatogli l'aiuto del fratello, ogni speranza sua era 
nella republica. Della famiglia nata al sommo imperio rima- 
nea solo: tanto più doveano i padri e il popolo tenerlo 
caro. » 

XYIII. A' principali amici donò largamente, e tassati' 
furono alcuni (che faceano il .grave )^ d'essersi case e ville, 
quasi prede, spartiti in tale stagione. Altri diceano averli ad 
accettare forzali dal principe che si sentiva dal peccato ri- 
mordere, e con donare a' più grossi sperava perdono. L'irata 

' nel viso benché acconcio^ Lenchè composto a tranquilliti. 

' e datone annunzio di sua morte, ed esserle con ciò dato aoounzio della 
sua morte. 

S dalla sorella. Il testo ha: m complexum gorortun, » cioè delle iorelle 
Ottavia e Antonia. 

* acerbe. Intendi, immature, 

8 tassati, rìm^Torerzlì. 

^ che faceano il grave j che aflfeltavano severa onestà. h^Uimgranlaiem 
asseverantes. » 



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IL LIBRO TREDICESIMO DEGLI ANNALI. 311 

madre già non potè con verona largheza attutare. Ella ab- 
bracciava Ottavia: aveva co' saoi confidenti gran segreti. Ra- 
piva oltre all' avarizia radicata neir ossa, per ogni verso da- 
nari, quasi per aiutarsene. Tribuni e centurioni carezava; 
de' nobili che vi eran rimasi di conto, venerava i nomi e le 
virtù, come cercasse capo e parte. Ciò veduto Nerone, mandò 
via le sentinelle che ella teneva già come moglie, e ancora 
come madre dell' imperadore, e oltre a questa pompa la guar- 
dia de' Tedeschi; e perché meno gente la venisse a salutare, 
la fece uscire di casa sua, e tornare in quella che fu d'An- 
tonia: ed ei non v' andava se non in mezo a molti centu- 
rioni: davate un freddo bacio, e partìvasi. 

XIX. Ninna cosa mortale si tosto vola come l'opinione 
del potere assai che non ha forze da se. La porta d'Agrìp- 
pina diacciò subito:* non l'andava a consolare, a vedere, 
fuorché qualche donna; né si sa, se per amore o per odio; 
tra le quali Giunta Silana già moglie di Gaio Silio fatta ri- 
mandare, come dicemmo,* da Messalina; di grai^ sangue; 
belleza lasciva; tutta d'Agrippina un tempo; poi non si di- 
ceano punto,' perché Agrippina non la lasciò rimaritare a 
SesUo Affocano, giovane nobile, dicendola disonesta e vec- 
chia; non per goderlosi ella, ma perchè egli come marito, 
non redasse lei ricca e orba. Ella colto il tempo da vendicarsi 
ordina che Iturio e Cahrisio, sue creature, l'accusino, non 
di piagnere la morte di Britannico, e contar gli strapaza- 
menti d'Ottavia, cose vecchie e stracche, ma d'ordire no- 
vità con Rubellio Plauto, disceso per madrei da Agusto in 
pari grado che Nerone, e tòrio per marito, e di nuovo la 
republica occupare. Iturio e Galvisio scoprono questa cosa 
ad Atimeto, liberto di Domizia, paterna zia di Nerone. Co- 
stai lieto (perchè Agrippina e Domizia si cozavano fieramente) 
spìnse Paride slrìone, liberto anch' egli di Domizia, a cor- 
rere e riferire con atrocità questa congiura a Nerone. 

' diacciò subito, non fu più frequentata; niuao andava piò a salutars 
Agnppiaa. 

S come dicemmo j lib. XI, 3. 

' non ei diceano punto , non v'era tra loro punto baon sangue; s*odi»> 



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312 IL LIBRO TREDICESIMO DEGLI ANNALI. 

XX. Era gran pezo dì nolte, e Nerone la consamaya av« 
Tinazandosi. Paride, osato a quell'olla a rinforzare Y alle- 
gria del principe, entrò con yìso addolorato, e contatogli 
tatto per ordine, gli mise si fatta paura, che deliberò am- 
mazar la madre e Plauto; Burro, da lei fatto grande e lei ri- 
conoscente, cassare/ Fabio Rustico' scrive, che Cecina Tusco 
fu fatto prefetto de' pretoriani, e mandatogli la patente: ma 
l'aiuto di Seneca raffermò Burro. Plinio e Cluvio' dicono, 
che della fede di Burro non fu dubitato: ma Fabio loda Se- 
neca volentieri, perchè lo fece grande. Noi dove s'accor- 
dano, affermeremo; dove no, gli citeremo. Nerone spaven- 
talo, e d'uccider la madre avido, non le dava sosta, se Borro 
non prometteva levarla via, provata l'accusa: « Le difese 
darsi a ciascuno, non che alla madre; non ci essere accusa- 
tore, ma voce d' un solo, e di casa nimica: considerasse che, 
nella notte e fra '1 vino, le deliberazioni potevan riuscire in- 
discrete e temerarie. » 

XXI. Scemata cosi al principe la paura, e fattosi giorno, 
a Burro fu commesso che andasse a esaminar Agrippina per 
assolverla o dannarla. Egli, presenti Seneca e alcuni liberti, 
lesse la querela e gli accusanti, e minaccìolla. Ella pia indra- 
gata* che mai, disse: « Non è maraviglia che Silana sterile 
non conosca l'amor de' figliuoli, i quali non posson la madre 
scambiare, come le ribalde i bertoni.'' Né Iturio e Calvisio, 
che si son pappati ' loro avere, e ora per aver pane da quella 
vecchia mi fanno la spia, cagioneranno mai a me infamia, 
né a Cesare colpa di parricidio. Alla nimicizia di Domizia 
avrei obligo, se ella gareggiasse meco in amare Nerone mio: 
ma ella attende ora co' bei personaggi d' Alimelo suo drudo 
e di Paris suo strione, quasi a compor farse; e prima si tra- 

* 'Cassare, togliergli la pnfèttura. 

S Fabio Àtutieo, Di questo storico, citato altre tre volle da Tacito (Vtài 
XIV, S; XV , 61. Fu. Agr. 10), non ci resta aeppore un frammento. 

B Cittvio Rufo, che scrisse le storie del suo tempo, ora perdute, h ricordato 
aiidielib.XIV,3. 

* indragata, arrovellata siccome un drago. Cosi nel primo degli JmmU, 
e. 44, usò intoraio. Vedi la nota. 

' bwionif dradl , amanti. 

* che ti son pappati, che hanno dato fondo al ec. 



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IL UBRO TBBDlGl&niO bBGU AKIfAU. 313 

stullayfl a Baia co' suoi vivai , quando io co' miei consigli lo 
faceva adottare, far viceconsolo, disegnar consolo, e l'altre 
vie gli lastricava all' imperio. Bene ora contro gli avrò ten- 
tato guardia, sollevato vassalli, corrotto schiavi o liberti? 
forse poteva io vivere regnando Britannico? o se Plauto o al- 
tri, fatti padroni, m'avessero avuto a giudicare, mancare 
forse accusatori non di parole scappate per troppo amore, 
ma di cose da non perdonarle, se non ei figliuolo a me ma- 
dre? » Commosse que' che v' erano, e cercavano di mitigar- 
la: ella ottenne di parlare al figliuolo, co '1 quale non entrò né 
in sua innocenza, quasi le bisognasse, né in suoi benefici!, 
quasi gli rimproverasse: anzi ottenne gastigo aUi accusanti, 
e premio a gli amici. 

XXII. Fenio Rufo Vfu fatto prefetto dell'abbondanza, Ar- 
runzio Stella della festa che Nerone ordinava, Gaio Balbillo ' 
governatore d'Egitto. P. Anteio destinato per' Soria, ma 
dopo vari aggiramenti, alla fine fu arrestato in Roma. Silana 
scacciata, Calvisio ed Iturio confinati, Alimelo giustiziato. 
Le libidini del principe scamparon Paride: di Plauto per al- 
lora non si parlò. 

XXIII. Pallante e Burro furon poi accusati d'aver con- 
sentito che Cornelio Siila, di gran sangue, marito d'Antonia 
figliuola di Claudio, fusse assunto all'imperio. La spia del 
tutto riosci falsa, e fu un certo Peto, infame incettator di 
beni di condennati che il fisco incantava. Di Pallante non 
fu tanto cara l'innocenza , quanto stomacò la superbia; avendo 
detto, quando senti nominar suoi liberti per testimoni, che 
in casa sua non comandava che per cenni, e bisognando 
sprimer meglio, per non s'affratellar con essi parlando, 
scriveva: Burro, benché reo, fra' giudici diede il voto. Peto 
fu bandito, e arsigli i libri fiscali, ove raccendeva' i debi- 
tori che avevan pagato. 

XXIY. Al fine dell'anno si levò la guardia solita tenersi 

* Fenio Bufo. Vedi 1. XIV, 31 e 57; XV, 60 e 63. 

^ Gaio Bulbillo. Seneca, Qucest. nat. 4, 2, lo chiama viror tuuoptimusj 
in omni literarum genere rarissimus. 

3 ove raccendeva ce, dove registrava nuovamente le partite dei debitori 
che aTevano pagato. 

I. 27 



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314 IL LIBRO TBEDICESIHO DEGLI ANNALI. 

alle feste, per mostrare più libertà, non insegnare assoldati 
quelle licenze della plebe,* e lei provare come senza guardia 
stesse. Gli amspìcì fecero al principe ribenedire la città, es- 
sendo in sa i tempii di Giove e Minerva cadute saette. 

XXV. [A. di R. 809, di Cr. »6.] L'anno di Q. Volusio e 
P. Scipione consoli, fuori, fu quieto, nella città, scorretto: 
perchè Nerone per le vie, taverne e chiassi travestilo da 
schiavo con mala gente correva* le cose da vendere, e fa- 
ceva tafferugli si sconosciuto, che ne toccava anch' egli, e ne 
portò il viso segnato. Chiaritosi esser lui che faceva questi 
baccani, crescevano gli oltraggi ad uomini e donne di gran 
qualità, perchè molte quadriglie 'd'altri, credute esserla 
sua,* affrontavano a man salva, e pareva la notte la città ire 
a sacco. Giulio Montano vinto per senatore, venuto alle mani 
una notte col principe, lo fece cagliare; ^poi conosciutolo, e 
chiestoli perdono, fu fatto morire, quasi gliele avesse rim- 
proverato. Nerone andò poscia più cauto con masnade di sol- 
dati e accoltellanti: « Che lo lasciasser fare i primi affronti, 
ma riscaldando la zuffa accorresser con l'arme. » Converti 
la licenza del favorire chi questi chi quelli strioni , quasi in 
battaglia col non punire e col premiare, e star esso a vedere 
ora ascoso ora scoperto: alla qual discordia di popolo e pe- 
ricolo di sollevamento, fu rimediato col cacciare gli strioni 
fuor d'Italia, e nel teatro rimetter la guardia de' soldati. 

XXVL In questo tempo si trattò in senato delle fraudi 
de'liberti, e che i padroni potessero per mali portamenti ri- 
lor loro la libertà. Approvatori non mancavano. Ma i consoli 
non ardirono proporlo senza saputa del principe: scrissergli: 

' non insegnare a' soldati quelle licenze della plebe. Il postillatore 
dell'esemplare Nestiano di G. Capponi nota qui in foglietto volante; « Mi pare 
esplicato troppo scarsamente, e la voce {Aeatra/i non so se si possa dir la plebe 
sola.if 11 Valeriani traduce: « ed impedir che il soldato, tramescolato alla teatrale 
licenia, si corrompesse. » 

' correfa^ rubava. Illat.; » comitantibus qtd raperent venditioni eX' 
potila . » 

S quadriglie j masnade, accozzaglia. 

A credute esser la sua, che erano creoute essere a gentaglia di Nerone, 
affrontavano » man salva anco le persone più ragguardevoli. 

S lo fece cagliare, gli fece calare la petulanza, dandogli il conio suo; lo 
fece allibbire. 



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IL UBBD TRKDICBglHO INMLI ANNALI. 31K 

« Che il senato n'era contento; ne comandasse egli il parti- 
to, come tra pochi e discordi. » Fremevano alcuni, et La 
libertà averli fatti tale insolenti che, trattino a diritto o a 
torto, stanno a ta per tu col padrone,* e quando gli vuol ga* 
stìgare, te lo rispingono o manomettono. £ un povero pa- 
drone offeso, che può far altro al suo liberto che discostar- 
losi venti miglia in Terra di Lavoro? nel resto procedcm dd 
pari, e conviene metter loro un morso che lo temano. Non 
esser grave mantenersi la libertà con la medesima riverenza 
che l'ottennero. Chi erra ritorni schiavo, e freni la paura 
cui non muta il benefìcio. » 

XXYIL Dicevasi all'incontro. « La colpa di pochi dover 
nuocere a quelli,. e non pregiudicare a tutto '1 corpo degli al- 
tri si grande che le tribù in maggior parte, le decurie e mi- 
nistri de' magistrati e sacerdoti, i soldati guardiani della cit- 
tà, infiniti cavalieri, moltissimi senatori non essere usciti 
altronde. Levandone i discesi di liberti, pochi restar gli al- 
tri liberi. Non accaso i nostri antichi avere onorato ciascun 
grado di sue proprie podestà,- la libertà aver fatta comune a 
ogn'uno. La quale inoltre ordinarono che si desse in due 
modi per lasciar luogo a pentimento o a nuovo benefizio. 
Quei che non eran fatti liberi per mezo del magistrato, rima- 
ner quasi in servitù: esaminassersi poi i meriti, e non si cor- 
resse a darla quando non si poteva ritorre. » Piacque questo 
parere. £ Cesar riscrisse al senato: oc che in particolare a qua- 
lunque si lamentasse di suoi liberti si facesse ragione: in ge- 
nerale niente si derogasse. » Indi a poco non senza biasimo 
di Nerone fu tolto quasi di ragion civile Paris istrione alla 
zia Domizia, da lui fatto prima dichiarare ingenuo. 

XXYIII. £ravi pure di republica un poco di somiglian- 
za, perchè avendo YibuUio pretore carcerato certi partigiani 
di strioni, e Antistio, tribuno della plebe, comandato che fus- 

* stanno a tu per tu col padrone^ entrano in contrasto col padrone, ri- 
spondendo sensa rispetto alcuno. — Légge: « yine an tequo cum patroni» iure 
agerent, sententiam eorum consultarent ec. •* 

S di sue proprie podestà. Valeriani: « Non sema ragione gli antichi di- 
visa avendo la dignità degli ordini, accomunaroBo la libertà. » £ vuol dire, che 
mentre diversi erano negli ordini i gradi della dignità', la libertà poi era la i 
sima per tutti. 



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316 n LIBftO TBBDICESIMO DEGLI ANNALI. 

Aero lasciati; ì padri, approTato il fatto, sgridarono Antistio. 
A' tribuni similmente vietarono l'entrar nella podestà de' con- 
soli e pretori, avvocare a se' le liti d'Italia. Aggiunse L. Pi- 
sene eletto consolo, che lor podestà di condannare non 
usassero in casa e che ì questori il mettere a entratale 
condennagioni fatte da loro differissero quattro mesi : in 
tanto si potesse dir contro, e i consoli giudicassero. £ fa ri- 
stretta r autieri tà e tassate le somme agli edili curali, e ai 
plebei del pegnorare^ e condennare. Onde Elvidio Prisco, 
tribuno della plebe, privatamente nimico d' Obultronio Sa- 
bino questore dell'erario, l'accusò, perchè incantava i beni 
de' poveri troppo crudamente. Il prìncipe tolse di mano a' que- 
stori i libri publici, e ne diede cura a' prefetti. 

XXIX. Questa cosa spesso variò, perché Agusto faceva 
eleggere i prefetti dal senato: sospettandosi poi de' favori, si 
traevan per sorte del numero de' pretori. Né questo modo du- 
rò, perchè uscivano molti inetti. Claudio ritornò a' questori, 
e perchè non andassero adagio per tema d'offendere, die 
loro, per poi,' pretorie fuor d'ordine.' Ma perchè quei che 
aveano quel primo magistrato, crono giovani,* Nerone elesse 
persone cimentate,^ e già stati pretori. 

XXX. Quest'anno fu condannato Yipsanio Lenate d'aver 
con rapacità retta la Sardigna. Di simil cosa assoluto Cestio 
Proculo, cedendo li accusatori. Glodio Quirinale, capo della 
ciurma dell'armata di Ravenna, per avere con lussuria e 
crudeltà maltrattata Italia come vilissima tra le nazioni, in- 
nanzi alla sentenza s' avvelenò. Gaio Aminio Rebio princi- 
palissimo in dottrina legale .e riccheza, per fuggir i dolori 
in vecchieza si segò le vene: che tanto cuore non si aspet- 
tava in quel vecchio libidinoso, quasi donna infame. Con 
fama ottima mori L. Yolusio di novantatre anni, giustamente 

* <fe/pegnorare^ di quanto potessero pigliare per pegno. hiU: t qttantMm 
pignoris caperent. » 

S per poi, per dopo la questura. 

^ fuor d'ordine: perchè dalla questura, secondo l' ordine , non si passara 
•Ila pretura, ma alP edilitk. 

* erono giovani : perchè la questnra era il primo scalino degli onori deUa 
repubblica. 

B persone cimentate^ sperimentate. Lat. « experientia probatos delegiU» 



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IL LIBRO TREDICESIMO DSGLÌ ANNALI. 317 

arricchì lo, senza cadere in disgrazia di tanti mali imperadori. 

XXXI. [A. di R. 810, di Gr. 57.] Nel consolato secondo di 
Nerone e di L. Pisone, poco fu da memorare, chi non volesse 
impiastrar le carte, lodando i bei fondamenti e' legnami del- 
Tanfiteatro che Cesare edificò in campo di Marte; ma per 
degnità del popol romano s'usa negli annali scriver le cose 
illastrì, e le simili ne' giornali. Furono le colonie di Capua e 
Nocera rifornite di vecchi soldati, e dieci fiorini per testa 
donati del publico alla plebe, e messo nell'erario un milion 
d'oro per mantenere il credito del popolo; e li quattro per 
cento delle vendite delli schiavi , levati più in vista che in 
effetto, perchè dovendo pagargli il venditore, ne voleva quel 
più. £ mandato un bando che niuno di magistrato, o gover- 
nator di provincie, facesse spettacoli di caccio, accoltellanti 
altro; perchè prima non meno afiQiggevono i popoli con 
simil giuochi, che co'l rubargli, difendendo con si fatte libe- 
ralità le loro scelerateze. 

XXXII. Fu dal senato fatto un decreto, a gastigo e si- 
curtà; che, ammazando li schiavi il padrone,* i liberti per te- 
stamento' stanti in quella casa, portassono la medesima pena.^ 
È rifatto senatore L. Vario stato consolo, e di rapine già ac- 
casato e casso.* Pomponia Grecina donna illustre, moglie di 
Plauzio,* tornato d'Inghilterra ovante, querelata di eresia,* 
fu data a giudicare al marito, il qual co' parenti di lei al 
modo antico, della vita e dell'onore l'esaminò e dichiarò 
innocente. Ella visse assai in continui dispiaceri per Giulia 
di Druso,^ uccisa per malvagità di Messaliùa: portò bruno 

* Intendi: li schiavi ammazzando il padrone. 
liberti per testamentoj cioè, i servi a cui pel testamento del padrone h 
lasciata la libertà. 

S Così il testo di Paolo: « I servi stanti nell'istessa casa dove dicesi ucciso 
il padrone, son collati e paniti, sebbene per testamento dell'ucciso sieno mano- 



• * casso j cassato. 

» Piauiio. Vedi XI, 36. Fit. Jgr. i4. 

* querelata di eresia. Lat.: « superstitionis externas reaj m rea d'avere 
aderito a religione straniera. 11 Lipsio crede che fosse cristiana. 

7 Giulia ec. Vedi HI, 29; VI, 27; e in questo stesso lib. e. 43. Era nipote 
di Pomponia figlia di Attico (Ann. il . 43). Il tkuso qui ricordato è figlio di Ti« 
berio. 

2r 



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318 IL LIBRO TREDICESIMO DEGÙ ANNAU. 

quattordici anni né mai si rallegrò; del che vivente Claudio 
non portò pena, poi n'ebbe gloria. 

XXXIIL Molti furono quest'anno accusati; dall'Asia 
P. Celere, il quale non potendo Cesare assolvere, trattenne 
tanto che si mori di vecchiaia; perchè la grande scelera- 
teza di Celere dell'avere avvelenato, come dissi,* Silano vi- 
ceconsolo, tutte l'altre sue ricoperse: dalla Cijicia, Cossu- 
ziano Capitone, brutto vituperoso, che prese animo a rubare 
nella provincia come in Roma; ma dalla pertinace querela 
confitto, abbandonò la difesa, e fu dannato secondo la legge 
del mal tolto: dàlia Licia, Eprio Marcello' del medesimo;' 
ma potette si co' favori, che alcuni delli accusanti furon man- 
dati in esilio, come avesser messo in pericolo lo innocente. 

XXXIV. [A. di R. 811, di Cr. 58.] Nerone la terza volU 
fu consolo con Valerio Messalla, il cui bisa voi Corvino, l'ora- 
tore, si ricordavano i vecchi (oramai pochi) essere stato in 
tal magistrato collega d'Agosto arcavolo di Nerone. E per 
più onorare sì nobil famiglia gli fur dati fiorini dodicimila 
cinquecento l'anno, per sostentare l'innocente sua povertà. 
Altre provìsioni assegnò il principe ad Aurelio Cotta e Aterio 
Antonino, benché scialacquatori di loro facultadi antiche. 

Nel principio di quest'anno la guerra co' Parti per l'acqui- 
sto dell'Armenia lentamente avviata e sospesa, inveleni per 
cagione che Vologese, che data l'aveva a Tiridate fratelsuo, 
non voleva eh' e' la perdesse, né riconoscesse da altra po- 
tenza, e a Corbulóne non pareva onore del popol romano gli 
acquisti già di LucuUo e di Pompeo, non ripigliare. E gli 
Armeni, di dubbia fede, chiamavano l'une e l'altre armi: ma 
come co' Parti imparentati , e di paese e di costumi più si- 
mili, non conoscendo libertà, più inchinavano a servir loro. 

XXXV. Ma a Corbulóne più dava da fare la poltroneria 
de' soldati che la perfidia de' nimici. Le legioni levate di 
Sorta nella lunga pace imbolsite, * ansavano alle fatiche 

' come dissi, sopra nel cap. I. 

> Eprio Marcello, spia famosa. Vedi XII, 4. Stor. Il, 53; IV, 6. 

' del medesimo, fa accusato del medesimo delitto. 

* imbolsite, divenute fiacche e infingarde. Bolso dicesi di cavallo malato 
di raSìeddore e che tosse. Di qui per traslato imbolsire, infiacchire^ infermarsi ec. 
Il CelliniVusa graziosamente di ferro che ha perduto il filo o la punta. 



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IL UBRO TlEDICBSOfO DEGLI ANNAU. 319 

nnuane. Yidersi in quello esercito soldati vecchi che non 
avevano fatto mai guardia né scolta: steccato o fossa ammi- 
ravano per cosa nuova; non elmi non loriche portavano, 
ma col ben vestire e mercatare, finivano lor soldo per le 
castella. Là onde licenziati i veccjii e malsani, chiese nuova 
gente, che si fece in Galazia e Cappadocia; e di Germania 
gli venne una legione di buoni cavalli e fanti. Tenne tutto 
Tesercito fuori sotto. le tende, che per rizarle convenne zap- 
pare il terreno ghiacciato per lo verno crudissimo, onde a 
molti le membra rimaser secche, e alcune sentinelle intìrì- 
zate. Un soldato che portava un fastello di legne vi lasciò 
le mani appiccate e rimase monco. Esso capitano mal ve- 
stito e in zucca, sempre dattorno era a lavorìi, air ordi- 
nanze: dava lode avvalenti, conforto alli infermi, esempio a 
tatti. £ perchè molti fuggirono quella crndeza di cielo e di 
milizia, la severità fu rimedio; non perdonando, come negli 
altri eserciti, la prima fatta ^ né la seconda; ma era subita- 
mente chi lasciava V insegna dicapitato: e fu la vera medi- 
cina, più che usar pietà; perchè di quel campo ne foggi 
meno^che d' onde si perdonava. 

XXXYI. Tenne Ck>rbulone i nostri dentro, sino a meza 
primavera, nel campo: gli aiuti adattò in più luoghi coìi or- 
dine di non venire i primi a battaglia; e accomandògli a 
Fazio Orfito stato primipilo. Costui benché scrivesse: ce i bar- 
bari non si guardare, ed esservi da far del bene: n gli fu 
comandato non uscisse, e aspettasse più gente. Non ubbidì; 
e venutoli di castella vicine pochi cavalli, chiedenti senza 
giudizio battaglia col nimico, V appiccò e fu rotto. E gli altri, 
che aiutar li doveano, impauriti dal danno altrui, fuggirono 
ciascuno in suo alloggiamento. Corbulone n' ebbe gran dis- 
piacere, e, dettone villania a Fazio a' capi assoldati, gli cac- 
ciò tutti fuori dello steccato, né di quella vergogna levoUi, 
se non pregato da tutto V esercito. 

XXXVILTiridate con li aiuti de* suoi raccomandati e 
di Yologese suo fratello, non più copertamente, ma a guerra 
rotta infestava T. Armenia, e saccheggiava i creduti a noi 
fedeli, e se gente gli veniva incontra, la scansava e qua e 

* fatta, diffalta} fallo, mancamento, errofe. 



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3S0 IL LIBRO TRBDIGBSIMO MGLl AHHAU. 

là volando spayentaya col romore più che con Y armi. Cor- 
baione adunque avendo assai cercato in vano la battaglia, 
tirato dal nimico a guerreggiare in più luoghi, sparti le forze, 
e mandò suoi capitani ad assaltar più paesi a un tratto, e il 
re Antioco* ai reggimenti vicini. Farasmane,* ammazato il 
figliuolo Radamisto' come di lui traditore, per mostrarsi a noi 
fedele, esercitava lo antico odio vivamente contro agli Arme- 
ni. E grisichi,* nostri amici, prima degli altri allora allet- 
tati, corsero i luoghi aspri d'Armenia. Cosi riuscivano i di- 
segni di Tiridate al contrario: e mandava ambasciadori in 
suo nome e de' Parti a intendere, (c Onde fosse che avendo 
poco fa dati ostaggi, e rinnovata la lega, che suole esser la 
porta a nuovi beneficii, lui volesser cacciare dall' antico pos- 
sesso d' Armenia. N(m avere ancora esso Yologese pigliato 
l'armi, per trattare anzi con la ragione che con la forza. Se 
pur vorranno la guerra, non esser per mancar agli Arsacidi 
la virtù e fortuna, spesse volte con guai da' Romani assag- 
giata. » Corbulone che sapeva, Yologese aver che fare'con 
r Ircania ribellala, consiglia Tiridate a raccomandarsi a Ce- 
sare e conseguire per questa via piana e corta il regno star 
bile e senza sangue, e lasciar le cose lunghe e malagevoli. 
XXXVIII. E non venendo per via di messaggi a con- 
clusione, parve bene abboccarsi; e rimanere'^ dove e quando. 
Tiridate diceva che verrebbe con mille cavalieri: venisse Cor- 
bulone con quanti volesse, ma venissesi senza elmi e coraze, 
a modo di pace. Avrebbe conosciuto ogn' uno, (non che quel 
capitano vecchio e sagace) la fraudo pensata del barbaro, 
vantaggio di numero offerente: perché contro a mille finis- 
li arcadorì non vale qualunque moltitudine ignuda. Ma in- 



* Antioco Commagene. Vedi XIII , 7. 
S Farasmane. Vedi XI, 8. 

> Radamisto. Vedi XII, 47. 

* /«ic/ii. 11 lat.: mìnsochi.m Saint-Martin, Mèmoires sur V Armenie. 
Paris \%ì%»\o\, I, p. 127: A Vorientde la province d' Arda* ètoient lei 
cantone d* Àhpdag...,*urnommé Mede {grand) pour le distinguer d'un antre 
qui étoit dans les montagnes des Ktirdes j d' Andsakhadcr «» Andsakhits^ 
dsor {uallèe des Andsakh) gai étoit peut-élre le pays dupeuple nommé par 
Tacite Insochi, qui habitoit la partie la plus reculée de r Armenie. 

S rimanere, accordarsi. E frequentissimo nell'uso del popolo r «Siamo 
rimasti così : *> siamo venuti in questo accordo. Ma qui reca alquanto d' oscurìlL 



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IL UBRO TBBDIGKSnfO DIGLI ANNALI. 321 

fingendosi di non V avere inteso, rispose, meglio essere delle 
cose di tutti, con tutti gli eserciti insieme consultare. E prese 
un laogo, ove erano collinette per li fanti e pianura per li 
cavalli. Dato il giorno, Gorbulone a buon'otta ebbe messo 
ne' comi le genti degli aiuti e de' re: nel mezo la legìon sesta, 
con tre mila soldati in corpo della terza, fatti venir di notte 
d'altri alloggiamenti, tutto sotto un'aquila, per parere una 
legìon sola. Tiridate si presentò tardi, e discosto da poter 
esser veduto più che udito. Onde il nostro capitano senza 
abboccarsi rimandò ciascuno al suo alloggiamento. 

XXXIX. Il re si parti a fretta, o dubitando di strata- 
gemma (vedendo che in molti luoghi a un tratto s' andava}, 
o per levarci le vettovaglie che ci venivono dal mar mag- 
giore e di Trabisonda; ma quelle si conducevano per monti 
da' nostri ben guardate: e Corbulone per forzare gli Armeni 
a difender le cose loro, si mette all'espugnazione de'lor vil- 
laggi, scegliendo per se Volando,* il più forte; e i minori 
assegnò a Cornelio Fiacco legato e Isteo Capitone maestro 
di campo: e riconosciuta la fortificazione e provveduto il bi- 
sogno a pigliarla, esortò i soldati a snidiar con preda e gloria 
quel nimico scorrazante che non vuol battaglia né pace, ma 
col fuggire si confessa traditore e poltrone. Fece dell'esercito 
quattro parti; una, sotto le testudini* a zappar le trincee; 
altra, a scalar le mura; molti, a lanciar fuochi e freccio con 
instrumenti. Tiratori di mano e fionda mise in luoghi da po- 
ter da lungi avventar ciottoli; e così rendendo ogni luogo 
pericoloso, vietava il soccorso a'difenditori. Combatté questo 
esercito con tanto ardore che innanzi la terza parte del 
giorno le mura furono spazate, scalate, i forti presi, le 
porte abbattute, tutti i barbati' uccìsi; pochi nostri feriti, 
ninno morto; i fiebolì venduti all'incanto; ogn' altro bottino 
dato a' soldati vittoriosi. Pari fortuna ebbero il legato e il 
maestro di campo: tre castella presero in un di; l'altre si da- 

* Volando, luogo oggi ignoto. Forbiger sospetta che sia Oiana, di Stra- 
bone, distante qualche giornata da Art^ssata. 

' le testudini. T. Livio, 44, 9: «I giovani cogli scudi serrali sul capo, 
stando ritti la prima fila, piegati la seconda, più la terza e quarta, e Y ultima, 
bisognando , in ginocchioni, facevano la testuggine, comignolata come un tetto. <• 

' barbali. Lat. t « puberes, » 



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322 IL LIBRO THEDICBSIHO DKGU ANNAU. 

vano per terrore, e parte volentieri: il che diede animo 
d'assalire la metropoli ArtassaU,' e passò V esercito il fiume 
Arasse che bagna le mura; non per lo ponte che sotto quelle 
è 9 da poter' esser battuti^ ma lontano, ov' è basso e largo. 

XL. Era a Ti ridate vergogna non la soccorrere, e perì- 
colo in que' luoghi aspri imbarazare cavalleria: risolvè di 
presentarsi, e la mattina' appiccar la zuffa, o sembrando 
fuggire, condurre in agguato. Circondò adunque a un tratto 
il romano esercito che per avvedimento del capitano mar- 
ciava in battaglia. Andava nel lato destro la legion terza, 
nel sinistro la sesta, nel mezo il Oore della decima; le ba- 
gaglie tra le Ole; mille cavalli alla coda con ordine di menar 
le mani, affrontati; allettati, lasciargli andare.' Ne' comi an- 
davano gli arcieri a piede, e il resto de' cavalli, allungato 
più il sinistro a pie de' colli, per girare, se il nimico v'eur 
tra va, e cignerlo. Tiridate s' aggirava intorno, lontano più 
d'un tiro d'arco, or minacciando or mostrando temere, 
per allargare e, sbrancati, seguitare i nostri. Veduto stare 
ogn'uno a segno, da un capodieci* di cavalli in fuori ch< 
andò troppo innanzi, e caricato di frecce, insegnò agli altri 
ubbidire, essendo presso a notte, se n'andò. 

XLI. E Corbulone ivi accampatosi, stimando, Tiridate 
essersi ritirato in Artassata, pensò andarvi la notte con le- 
gioni spedite a porle assedio. Ma riferendo gli spiatori, che 



< Artnssata, Plutarco in Lucali, e. XXXIV. « Si racconta che Annibale 
il cartaginese ; dopo che Antioco sconfitto restò da'Romani, portossi ad Artassa 
re degli Armeni, e che molte cose utili gli suggerì e gì' insegnò ; e fra T altre una 
fu, che osservato avendo egli in quella regione un silo benissimo dalla natura di- 
sposto ed amenissimo, ma incollo e trascurato, vi delineò la forma d'una città: 
e poscia condotto là Artassa, e fattagli considerare la cosa, ne lo esortò alla fon* 
daxione: del che essendosi il re compiaciuto, pregò Annil>ale che sopraotender 
voless'egli al lavoro; e quindi eretta fu una citta grande e bellissima, che nonù- 
nata venne dal nome stesso del re, e dichiarata la capitale dell'Armenia, v 

S la mattina. Lat.: •> dato diCj w che ilLipsio interpreta m cum illaxU' 
setj » e il Bournouf « au point du jour. m Ma l' Orelli fa osservare che dato die 
h lo stesso che dato tempore del lib. IV, iO, einterpreta « opportuno temport^" 
in buon punto. 

5 allettati, lasciargli andare. « Il lat. ha : « rtfugot non sequerentur. • 
Duljìto che debba dire allenati in senso di cedenti, 

* un capodìecit decurione. 



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IL LIBRO TREDICESIMO DEGLI ANNALI. 323 

egli aveva preso la lunga^ verso ì Medi o Albani, aspettò il 
giorno, e mandò innanzi gente leggiera, che le mora ci- 
gnesse, o cominciasse da lungi a batterla. Ma i terrazani le 
porte apersero e dièdersi a' Romani con tutto loro avere: 
questo li salvò. Artassata fu arsa e spianata, perché tenere 
non poteasl per lo suo gran cerchio senza gran gente, e noi 
non ne avevamo per lei e per la guerra; e lasciandola in 
abbandono, che prò o gloria averla presa? e per miracolo, 
on bratto nugolo (battendo fuor delle mura il sole) quanto 
quella teneva scuro;* e si vi balenò che ben parve gl'irati 
iddii darlaci a disolare. Per tali successi Nerone fu gridato 
imperadore. Il senato ordinò processioni, statue, archi e 
continui consolati a Nerone; festivi i giorni della vittoria 
ottenuta, della nuova venuta, del senato tenutone, e altre 
cose a tal dismisura che Gaio Cassio, che agli altri onori 
stette cheto, disse: (c Se ogni giorno che gV iddii ci hanno 
fatto bene, si dee spendere in ringraziarli, tutto Tanno non 
basta: però conviene che i giorni siano parte sagri per lo 
divino culto e parte profani per Fumano commerzio; questo 
per quello non dee guastarsi. )> 

XLII. Dopo varie fortune corse, fu accusato uno a ra- 
gion molto odiato uomo, non però senza carico di Seneca. 
Questi fu P. Suilìo,* regnante Claudio, terribile e venderec- 
cio, e per li tempi mutati abbassato: ma non quanto voleano 
ì nimici; e minor noia gli dava esser chiarito reo che T umi- 
liarsi. Credesi per rovinarlo essere stato rìnovato il decreto 
del senato, e la legge cincia del non avvocar a prezo. Egli se 
ne doleva, feroce per natura e libero per l'estrema età; e 
sparlava di Seneca, « Che egh perseguitava gli amici di 
Claudio perchè lo scacciò degnamente, e avvezo a insegnare 
a' giovani lettere da trastullo , astiava chi difendeva i citta- 
dini con viva e reale eloquenza. Esso essere stato questore 
di Germanico; lui adultero di quella casa. Che esser peggio, 
o per oneste fatiche accettar da un clientolo cortesia, o letti 

* avtva preso la lunga: sottintendi via. 

S guanto quella teneva scurò, oscurò tutto quello spazio eh* era occupato 
aaìh cUl3i. 

* P. Suilio. Vedi IV, 31. Fu senero di Ovidio Nasone (ra Pont. IV, S). 



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324 IL LIBIO TRBDICBSIMO DI6U AHMAU. 

di principesse contaminare? qnal sapienza, qua' filosofi arer- 
gli insegnato in qnattr'anni ch'ei serve la corte raspare^ 
sette milioni e mezzo d' oro?. A' testamenti, a' ricchi senza 
erede tender le longagnole' per latto Roma. L' Italia e le 
provinole con le canine usare ' seccare. Quanto a se, trovarsi 
pochi danari, e bene stentati. Accuse, pericoli, ogn' altra 
cosa voler patire, anzi che sottomettere la sua degnila in 
tanto tempo acquistata alla subitana felicità di costai. » 

XLIII. Né* mancava chi rificcasse* queste parole mede- 
sime, e peggiorate a Seneca. Ebbevi accusatori che Suilio 
quando resse in Asia assassinò i privati e rubò il comune. 
Ma perchè fu dato lor tempo un anno a giustificare, parve 
più breve farsi '^ da' peccati fatti qua, che ci erano i testimoni 
pronti. ((Con acerba accusa avere spinto Q. Pomponio a guerra 
civile; fatto morir Giulia di Druse e Poppea Sabina; tradito 
Valerio Asiatico, Lusio Saturnino, Cornelio Lupo: le centi- 
naia de' cavalieri romani dannati, e tutte le crudeltà di Clan- 
dio esser fatture sue. » Egli rispondeva, « ninna di queste cose 
aver di sua volontà fatto, ma^ ubbidito al principe.» Cesare gli 
die sulla voce dicendo, « sapere da' libri di suo padre che non 
forzò ' mai alcuno ad accusare. » Ricorse a dire oc avergliele 
comandate Messalina. » InfieboU la difesa, « Perchè, bene 
scelse lui e non altri quella sfacciata a far per lei le empietà? 
Doversi punire i ministri delle crudeltà, che avendone rice- 
vuto il prezo, le adossano ad altri. » Toltogli adunque parie 
de' beni, e parie concedutone al figliuolo e alla nipote, e 

* raspare j guadagnare eoo male arti; rubare. 

^ le lunga gitole, le reti; e per traslato, insidie. È a capello il latino, m er- 
ba velut indagine capii ** cbè indagines sono propriamente le reti onde cignesi 
il bosco dove si vuol cacciare. Virgilio, ^n. IV, 131: « Saliusque indagine 
cingunt. n Senti il Dati come innacqua : m uccellaTt a' testamenti... in quello 
stesso modo che a qualche Sera selvaggia si caccia; » seniacbè, ueeeiimrt come 
si caccia le fiere non è proprio. 

* con le canine tisure. Il Dati: « usure e mangerie. » E mangeria o scrocco 
significa qualunque guadagno illecito. La Crusca non l' ha , perchè questo Dati 
non gli andò mai a' versi, ne sappiam vederne la ragione, avendo esso stupcBdì 
vocaboli. Il Manuxzi ha quella voce con un esempio del Salvini. 

* chi rijiecasse, riferisse con pravo animo. 
' farsi, cominciare. 

che non forzò. 11 postillatore dell'esemplare Nestiano di 9- Capponicela 
regge : •> eh' ci non fonò. » 



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IL UBRO TREJDICESUIO DEGLI ANNALI. 325 

caYatone i lasci della madre o avolo per testamenti, fìi con- 
finato in Maiorica: né nel perìcolo né condannato abbassò 
r animo. Perchè ivi tenne, come si disse, vita larga e deli- 
cata. Accusavano i medesimi, per l'odio del padre, Nemlino 
suo figlinolo di mal tolto* Ma parve al principe a bastanza 
quello che s' era fatto* 

XLIV. In questo tempo Ottavio Sagitta tribuno della 
plebe, ìmpazato d'amore di Ponzia maritata, con gran pre- 
senti la compera, e indi fassi promettere di rifiutare il ma- 
rito e lui prendere. La donna scioltasi^ lo tratteneva, e scu- 
savasi che suo padre non volesse: e sperandone * un altro più 
ricco, si ritirava* Ottavio or piangendo or minacciando, 
mostrava aver perduta la reputazione e la roba; « rimanergli 
la vita; Cacessene che volesse; t» ed ella sempre no. Chiedete 
d' una notte sola contento, per recarsi poi a pacienza. Data 
la pòsta, ella impone a una sua fidata servente che guardi 
la camera. Egli entra con un liberto e una daga sotto. Ivi, 
come avviene dov' è sdegno e amore, corsero contese, pre« 
ghi, rimproveri, paci, e parte della notte abbracciari. Rac- 
cesa Tira, lei tutta sicura trapassa di stoccata: la servente 
accorsa spaventa con leggier ferita,' e scappa fuori. La mat- 
tina n' andò il remore; 1* ucciditore era chiaro, provandosi 
r esservi stato. Ma il liberto diceva averla esso uccisa, e ven- 
dicato r ingiuria del padron suo. Mosse V atto nobile alcuni: 
ma la servente guarì e disse la verità; e Ottavio uscito del 
tribunato, chiamato dal padre della morta a' consoli, fu con- 
dannato dal senato per la legge Cornelia degli omicidi. 

XLY. Disonestà non minore fu principio queir anno di 
maggior mali publici. Era in Roma Poppea Sabina figliuola 
di T. Ollio, ma prese il nome dell' avolo materno per la chiara 
memoria di Poppeo Sabino stato consolo e trionfante. Non 
aveva^ ancora avuto onori, e V amicizia di Seiano lo rovinò. 
Questa donna ogni cosa ebbe da onestade in fuori. Vanto, 

* scioltati dal primo marito, non si rìiolveva a dar la mano alnnoTo drudo. 
' sperandone. Il latino recherebbe; « e trovatone un altro più ricco. «• 

* con leggier ferita. Il latino ha semplicemente : « vulnero absterret. m 

* Non aveva j cioè: « Ollio non aTeva. » Cosi conegge il posUllatore so- 
pra citato. 

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8S6 IL UBRO TRBDICBSIMO DB6U àMHkU. 

cometa madre, deUa più bella donna di qneUa età; rìccheza 
iMBteyole al suo chiaro sangoe; parlare dolce; era disonesta, 
e sapea fare la contegnosa ; asci va poco fuori ; coperta parte del 
viso, perchè stava meglio, o per fame bramona; *■ fama non 
curò; nò mariti da' non mariti distinse; amor sao, né d' altri 
non la strigneva. Dove vedeva utile, là si gittava. Perciò ella 
moglie allora di Rufo Crispino cavalier romano, che n'avea 
un figliuolo, fu aòcchiata da Otone giovane splendido e te- 
nuto il cuore di Nerone; e senza indugio all' adulterio seguitò 
il matrimonio. 

XLYL Otone non finava di lodar la belleza e la grazia 
di questa sua moglie al principe: o malaccorto per troppo 
amore, per famelo innamorare e godere, e con quest' altra 
scala più alto salire. Più volte fu, nel levarsi da tavola del 
principe, udito dire^ « Andarsene a quella a se conceduta 
nobiltà, beltà, disianza d'ogni uomo, gioia de' felici. » Per 
tali incitamenti non passò guari che Poppea intromessa, pri- 
ma con atti e lusinghe pigliava Nerone, dicendo, « Sé, presa 
daUa sua beltade, non possente a resistere a tanto ardore: » 
e quando il vide concio, insuperbita, dalla prima o seconda 
notte in là, diceva, « Aver marito, non poterlo lasciare: es- 
ser da Otone trattata meglio che mai fosse donna, in luì ve- 
dere e d* animo e di vita magnificenza: lui degno di son^ma 

* per fame bramosìa. Il postillatore dell* esemplare Nestiaoo di G. Cap- 
poni, cosi aoalina e corrige alcuni di questi niembretti.'-« óVrnto eùmia^nec 
abfurdmm ingeHìumj m parlar dolce. Manca la seconda parte. Direi cosi: Parlar 
dolce, concelti non fili, m Modestiam praferre et lascivia uti: m era diso» 
nesta, e sapeva far la contegnosa» Direi più breve, e conforme al latino: sape» 
mostrar onestà, e usar lascivia,' sapeva mostrarsi, (o parer) onesta ed esser 
lasciva, m Folata parte orisr » coperta parte del viso. Quel porta parta & 
mal snono; però direi: Velata (o velando) parte del viso, « Ne sattaret 
aspecUun, vel quia sic decebat: » perchè stava meglio o per fame bramosia, 
.— « Perche stava meglio • h equivoco, languido e comune a più cose. Direi con 
r ordine del testo latino: Per farne bramosia (o brama) o per pia (o ni«gfior) 
decoro.m — E questo secondo membretto varia in più modi cosi: o per leggiadria! 
o che le dava più graaia; o per più vaghesaa; modestia; onestìi; scheno; brio; per 
invogliarne altrui o per leggiadria.» — Finalmente racconcia tutto questo luogo 
cosi: — «Parlare dolce; concetti non vili: sapeva apparir oncsU, et esser lasciva: 
usciva poco fuori; velata parte del viso, per (arne bramosia , ò che gli dava più 
graaia. » — Altri giudichi se (da quella omissione in fuori, ben riparata) abbia colto 
meglio nel segno. A noi, per vero, non pare: ed ansi teoghiaino che