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Full text of "Le opere minori di Dante Alighieri;"

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nell'intero testo di questo libro da lhttp : //books . google . com 



Lectvra Dantis 4> LE OPERE 
MINORI DI DANTE ALIGHIERI 

4> LETTURE FATTE NELLA SALA DI DANTE IN 
ORSANMICHELE NEL MCMV da P. Giovanni Semeria, 
Vittorio Rossi, Giuseppe Picciòla, Nicola Zingarelli, 
Francesco Flamini, Pio Rajna, Alessandro D'Ancona, 
GrosEPPE Albini, Francesco Novati, Francesco Torraca. 




IN FIRENZE, G. C. SANSONI, EDITORE - MCMVI 




LE OPERE MINORI 



DANTE ALIGHIEEI 



LECTURA DANTIS 



LE OPERE MINORI DI 
DANTE ALIGHIERI m m 



ij'/nrieE fatte nella sala di dante l\ 

ORSANMICHELE XP:L MCMV i>a i\ Giovanni 8i:- 
MKHiA. VriToino Kossj, Guskpi'K Picciola. Nicola 

ZlN<iAnKT^l.l, FllAN'CF>CO FLAMINI, 1*10 HaJNA, ALK>- 

•*AXi>i:o i>'An<'ona, GirsKiTF. Aluini, FirANCKsco 
NoAATi. Francksco Toijhaca li a ìl li a 




n 



FIRENZE 

G. G. SANSONI. Ki)FTni;i: 



19()() 



) e 



[UN'VEkSITYI 

LIBRARY 

^AH \2 1962 



Proprietà Lktteraria 



'i\.\hA\ — Tiji.iurraria K. Ariani, V:a <»hil'ellina, 'ìi-'.'o 



GIOVANNI SEMEHIA 



Dante, i suoi tempi ed i nostri 



tt^ttjttnrtttt 



MttJtt^ttUM 



ÌTì^V^' 



Signore, Signori, 



Quando il 1321, a soli cìiiquaiitasei anni, dopo quasi venti 
«ruij esigilo che il tempo non aveva addolcito e la coscien/,a 
crescente del ?$uo alto valore aveva reso più acerbo. Dante 
Alighieri moriva a Ravenna, non Firenze solo, la sua Fiorenza 
gli dovette sembrare con lui spietatamente ingiusta, essa che 
cacciata e ricacciava da sé come un lupo il ^uo agnello ; ma 
gli ilovè balenare per ranimo affranto il dubbio sulla realtà 
d'una più alta giustizia — o meglio il dubbio sulla divina giu- 
«lizta Delle umane vicende gli si sarebbe affacciato imperioso, 

egli non avesse «la gran tempo disciplinato il suo spirito a 
!>cratare, con la veduta coi'tìi di una spanna, il mistero 
delle divine preparazioni..,, se» conscio della sua grandezza, 
non avesse già alte piccole giustizie, capaci di costringersi 
nel giro breve di una umana esistenza <leliberat4imente rinun- 
ciato. Oramai, per quanto nel suo cuore di vecchio innamo- 
rato Borentim:» la visione del dolce loco natio tornasse talora 
con un seoso indefinito di speranza, egli aspettava la giustizia 
nonché da Dio su in cielo, da quella grande ministra della 
ProTTidenza divina che è la storia umana. Dall' invidia astiosa 
dei fuoi piccoli contemporanei aveva interposto appello defìni- 
liro al giudizio incornato e sicuro dei posteri. Anzi dalla ma- 
gnaatma preoccupazione di non perdere vita e fama tra coloro 
^clie ti tempo suo chiamerebbero antico, aveva attinto forza di 
dire ai suoi quelle verità che hanno sempre avuto e avranno 
ieinpre • ^avor di forte agrume », l^jrza di compiere la sua 
lukiiaioiie (poicbò ei credette d'averla e noi non oseremmo 



GIOVANNI SEMERIA 



dire davvero che egli siasi ingannato» tanto la sua voce 
l'opera sua ancora oggi ne rinfrancano a credere nel bene 
sperare nelle vittorie del veroi missione <li denunciatore aperl 
d*ogni iniquità in basso u in alto, nel furo civile o nel santua- 
rio cristiano. Oggi, o miei Signori, questo divino presentimento 
della grande anima afflitta s'adempie: ritalia tutta intiera 
onora il suo poeta, con una coscìeuza della grandezza sua, cou^ 
un afTetto per la sua virtù, superiore, diciamolo perchè è veii 
e perchè è gloriose^ per Lui e per noi, sui>eriore alla c^nvii 
zione e alTaffetto di tutte le passate generazioni* Nessuna et 
ha cercato con una insistenza cosi pietosa come la nostra 
divino volume — ed ora alle dottissime fatiche di multi per' 
la miglior determinazione critica del testo, per la sua illustra-^ 
xione storica, per la sua penetrazione estetica, fatiche noi 
compiute ancora ma già per riuantita e per risultato mirabili,' 
subentra un lavoro geniale di divulgazione. 

I iHintisti non vogliono, ed è lor massimo vanto, confiscar! 
il divino poeta per sé — non vogliono il monopolio della Oun^ 
media che il poeta dettava in volgare appunto perchè foss€ 
patrimonio di popolo, egli fiera anima aristocratica dove 
quando aristocrazia ò sinonimo di nobiltà e di dovere pitì^ 
arduo, nemica di ogni aristocrazia che riesca a comodo pre- 
vilegio e tracotante superbia. Certo per lui la lìngua nosti^i 
assurse alFaltezza d*ogni più classico linguaggio antico e 
mostrò capace di traduri'e ogni più dotto pensiero — ma Tea 
sergli riuscita cosi bene T impresa di dire io rima non pun 
ogni gentile atfetto del cuore si ogni più astrusa speculazione' 
della mente, non è davvero una ragione pei-chè al popolo» cui 
egli si rivolse, si sottragga il suo volume, rifacendo in poesia 
quella strana manovra per cui troppo spesso le più mirabili 
opere d*arto sono condannate alla reclusione in gelosi solitari 
musei. Del generoso proposito dei Dantisti nostri voi avete, 
Signori, una prova eloquente nella mia presenza fra voi, pe< 
inaugurare la Lettura, che oggi ricomincia, della Divina Coi 
media. Quando infatti abbondavano, così da essere imbarazzati' 
non a trovarli ma a sceglierli, illustri Dantisti e fuori, e qui 
jn Firenze dova il culto dì Dante ha giustamente il suo cen^fl 
tro, si volle prendere me di studi danteschi appena appena di- 
lottante^ piratico ai>pena quanto deve essere un italiano colto^ 
che si rispetti. 



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DAKTR, 1 ^UOI TRAI PI ED 



E veramente di trovarmi qui a parlare dalla cattedra di- 
nanzi a tali a cui mi gloriereì d*essere uditore e discepolo mi 
Tergoperei, o Signori, auzi mi sarei risparmiato questa ver- 
ugna rifiutando assolutamente il troppo cortese invito, se un 
Itro pensiero non mi rinfrancasse. Alla scelta fatta di me più 
che di tanti altri, anche fuor della cerchia dei Dantisti i>uri, 
jnerìtamente celebri per valore letterario, non posso credere 
«ia rimasta estranea la mia dignità di sacerdote; alla quale 
del resti> io debbo quella qualsiasi nut^rieta di cui godo, debbo 
quel!» simpatia di cui mi sono sentito spesso circondare con 
mia riva gratitudine oltre ogni mio merito. Sacerdote, o Si- 
gnori, io accetto volentieri il formidabile incarico di parlare 
di Dante uomo dei suoi, poeta di tutti e perciò anche dei no- 
stri tómpi — così concepisco il mio tema — l'accetto perchè 
mi [mr degno del carattere sacro rivendicato come tipico e 
,*«aprenin dalT Alighieri stesso all'opera sua; Taccetto perchè 
lo penso che se di cosa terrena qualche novella arriva ai lidi 
dal poeta descritti e ora abitati, questo debba essergli supremo 
à^nforto che bandisca la gloria della sua Gommedia un succes- 
fciore ed erede, tardo m% genuino di quel clero medesimo a cui 
[li non risparmiò le piii severe rampogne. Ciò .significa lu- 
ti, Signori, che il clero ha saputo discernere nella sua 
parola, in apparenza sdegnosa, l'intenzione profondamente amo- 
revole» sceverare queir anticlericalesimo dantesco fatto di se- 
verità iue-sorata colle persone da quello che è impastato di 
***tilità per i principi — e forse forse, lasciatemel<j dire, o 
Signori, perchè lo credo vero ed e cosi consolante per tutti, 
forse significa qualcosa di più e di nieglio; significa che il no- 
Jitro clero, il nostro dico perchè non soninolo a esaltare Dante 
« ad amarlo con tutta Tanima, sente di non meritar più tutti 
^ nmproveri di cui il Poeta fy largo ai preti dei suoi tempi, di 
wieritar forse una parte di quelle lodi ontle Egli non fu avaro 
P^J* i sacerdoti delle prime generazioni cristiane. Sia merito 
nostro dei tempi, noi ci veniamo via via conformando a 
Qweir ideale di religiositii esclusiva e profonda che fu il suo 
deak profetico. Oggi Haute, riscrivendo la Commedia, non 
io credOj proclamare da Pietro altamente sdegnato 
ftcante il loco, il loco, il loco suo, u' siede un prefetto del foro 
divino per ogni economico abnso, per ogni anche remota par- 
tenza simoniaca cosi inesoi^ato — un Papa la cui mercè a noi 



GIOVANNI SBMSRFA 



catùiHci tj alfine concesso non dico d'aoiare quest'umile Italia j 
ma di difenderla a viso aperto contro quelli, che nell' impetoj 
cieco di utopistiche riforme» minacciano sovvertirla. Possa, 
miei Signori^ la mia parola che pur troppo, ve lo confesso su* 
bito canflidamente (e anche se noi confessassi, non fora meni 
nota la mia colpa — ma quando scoppia dalla propria gota/j 
— l'accusa del peccato, in nostra corte — rivolge sé controf 
il taglio la ruota) non si raccomanda né per erudizione nova 
o peregrina, né per eletta o preziosa forma, possa vibrare di] 
entusiasmo pev quegli ideali supremi di verità, di bellezza, di 
bontà, assommati religiosamente in Dio, la cui ispirazione unita 
alla perfezione estetica fa però essa di Dante « il signor del- 
raUissimo canto — che sovra gli altri come aquila vola. > 



Non e' è forse nel mondo, u miei Signori, un poeta che sìa] 
come Dante tutt* insieme cosi intimamente del suo e cosi lar 
gamente di tutti i tempi. Veramente ogni poeta t^n'ande per] 
davvero, ha una età da potersi dire sua, nel doppio senso chaj 
il poeta la domina ed essa lo signoreggia. E il secondo senso] 
io credo prevalga, e Tebbe in mente il Manzoni, quando, in-j 
neggiando al Monti chiamò sua l*età in cui si svolse rattivitàj 
poetica del fecondo romagnolo. Perchè se il Monti abbia agitaj 
molto sul suo [frocelloso periodri storico, si potrà discutere ;i 
ma che i teuipi abbiano agito su di lui e che egli ne abbia 
espressa V indole più riposta nella volubilità stessa del suo 
canto, questo non si può discutere da nessuno. Col che non sij 
vuol negare e non si nega Tefflcacia e grande e nobile del- 
Tarte, della poesia ; ma forse più che sui tempi nei quali 
nasce e che essa esprìme, la poesia agisce su quelli che anche j 
molto di lontano seguono. Dante non fu efficace nel suo tre- 
cento come lo è stato sul secolo XIX e promette d'esserlo an- 
cora su questa Italia del secolo XX. E questa efficacia postuma 
deriva senza dubbio dal sapere un poeta dominare colla sua , 
ideale forza interiore quei tempi medesimi di cui subisce T im- 
pronta ed esprime la realtà. Ma e* è poeti che la raggiungono, { 
dai loro tempi in qualche modo straniandosi se non nella loro 
vita, che non si potrebbe, nelle loro opere d*arte. Checchi» sia 



DAXTK, I SUOI TEMPI ED I NOSTRI 



delle intenzioni soggettive, v* hanno immortali poemi antichi e 
nuovi, dai tempi in cui nacquero in tutto o in massima parte 
indipendenti. Chi legge il De Rey^m Natura di Lucrezio Caro 
la stessa Eneide Vergiliana, fuori del sesto libro, non ha bi- 
sogno di sapere la storia romana degli ultimi giorni della Re- 
pubblica e dei primi dell' Impero d'Augusto, per intenderli. E 
vi pare che ad un lettore del secolo vigesimoquarto occorrerà 
una minuta notìzia delle vicende storiche della Rivoluzione fran- 
cese e delle battaglie Napoleoniche per intendere e gustare in 
ogni loro pagina i Proriiessi Sposi ^ 

Ma provatevi, Signori miei, a leggere senza una conoscenza 
discreta della vita e della storia del due e del trecento, pro- 
vatevi a leggere un canto, un solo canto della Divina Com me- 
diai E non vi basterà neanche sapere così all' ingrosso la sto- 
ria d'Europa col suo Impero e il suo Papato, o d' Italia con 
le sue Repubbliche e i suoi Comuni, dove floridi e dove deca- 
denti, con le sue nascenti Signorie a libertà repubblicane e 
comunali insidiose, ma xì bisognerà sapere di Firenze e di 
<>gnuna quasi delle sue più illustri famiglie le pressoché quo- 
tidiane vicende. Come se Ei volesse divertirsi a sconvolgere 
certe meschine teorie d'incompatibilità in uno stesso tempera- 
mento del realismo ilpiù vivo e dell'idealismo il più schietto, 
I»ante poeta si tuffa nella realtà fino quasi ad affogarvi, e poi 
le sovrasta così da sembrare persino che l'abbia persa di vista; 
servo della realtà storica, così umile da parerne schiavo, si- 
gnore cosi superbo di essa da potersene chiamare un sovrano, 
un tiranno. Spettacolo, o Signori, assai meno strano in sé me- 
desimo di quel che possa riuscire a chi superficialmente lo 
guarda — perchè, chi non lo sa? al cielo leva più ardita i 
suoi rami proprio quella pianta che gitta nel suolo più pro- 
fonde le sue radici, e certi corpi allora solo emergono più 
liberi alla superficie del mare, quando sieno stati più vigoro- 
samente cacciati a forza nei suoi abissi. — Spettacolo, o Si- 
rfiori, che io mi sforzerò di rievocare al vostro spirito; spet- 
tacolo, nella sua duplicità armonica del pari interessante, perchè 
^'i fa a vicenda apparire il poeta divino così lontano da noi e 
a noi così prossimo, da noi così profondamente diverso e a noi 
cosi intimamente omogeneo. 

Certo ha dimenticato e dimentica il primo dei due aspetti — 
forse per un inconscio pregiudizio della loro incompatibilita, 



10 



(GIOVANNI S£M£R1A 



chi ha voluto far dì Dante o ne vuol fare uji uomo moderne 
No, Signori miei. Dante è rultimo e il più grande degli uornU 
del ^I. K., il quale perci<\ trova in lui la sua più elnquenl 
espressione. L* Eneide Mrgiliaua non ci introduce cosi adde^ 
tro nel romano spirito, non cosi 1' Iliade ci rivela la veccl 
civiltà greca, come la Commedia tutta ci discopre e ci naifS" 
la vita del Medio Evo. ^• 

Dieci secoli silenziosi, osserva con la sua genialità consue^^ 
di pensiero e di frase il Carlyle» ebbero in Dante la loi'o voce — 
ina non avrebbero potuto essi parlarci in Dante, se Dante in 
essi e con essi non fosse vissuto. Non vi dispiaccia, o Signo^^ 
niiei, di vederlo in quosta realtà del natio suo loco e dei tra^ 
vagliati suoi tempi a ogni stadio della sua vita giovanile, poi 
tica, letteraria addirittura tuffato, a costo che vi possa, presi 
b\to così, apparire a momenti piccino, minore di quello chi 
ne piace rafllgurarcelo — la vendetta di questa momentanea 
illusione verrà quando lo vedr*en)0 proprio per questa e ria 
questa umiliazione apparente, riemergere più gigante, più uni- 
versale. Il guardarlo nella realtà dei tempi e luoghi suoi ce , 
Io farà conoscere come uomo più intimamente, più davviciiiQ^B 
ma il vederlo su tutte le grettez^ie, che pure lo circondarono^ 
costantemente sollevato come uomo e come poeta, ci convincerà 
che lo studio della Commedia non è un esercizio archeol 
bensì opera densa d'interesse e di vita. 



e^H 




Ho detto del suo loco natio, perchè se nessuno fu così co 
smopolita in certi suoi nobili sogni politico-sociali , nessuno 
più di lui municipalista fiorentino. Era del rimanente la cit 
comune una delle migliori e più autentiche creazioni me- 
dioevali accanto al feudo; che il Papato precede il M, E. e 
segue, sovr*esso per ogni verso esoi'bitando, e V Impero Sac 
Romano non fu altro quasi che un nome vano senza soggeti 
se non in quanto e quando in se eirettivamente riassunse 
regime feudale. Nel libero comune Dante nacque e visse e 
tutta Tanima. Rivendica con visibile compiacenza alla sua 
miglia qual titolo di nobiltà suprema una fiorentinità schietta 
ed antica — contrapponendosi cosi e ai nobili del contado che 
la loro debolezza aveva via via condotto in città, e ai 



4 



DANTE, I *SUOl TEMPI RD 1 KOSTlti 



11 



che v'erano venuti anch'essi, per rimpannucciarvisL La fioren- 
ItnìU'i degli Elisei sì perde nelta nntte liella leggenda: fin dove 
aiTìva il rueniore suo sguardo nel suo passato domestico» Dante 
vede fiorentini. Che se egli riannoda ulterìorinente al romano 
il 5U0 sangue, contrapponendosi alle bestie desolane, non è solo 
per un*aUa coscienza della nobiltà latina, ma perchè ì romani 
che rimasero in Fiorenza quando Tantico popolo maligno di* 
scese da Fiesole, sono essi i fiorentini più autentici. 

E ne 11 'affermare questo, la romanità o latinità del suo san- 
ie fiorentino, Dante eccedeva bensì i limiti di provata realtà 
storica, toccava però una grande verità ideale. Il comune iUt- 
lieo fu infatti nel basso M. K. un rivivere e un riaffermarsi 
di quelle genti latine che f invasione germanica aveva per pa- 
recchi secoli depresse. Il feudalismo militaresco e barbarico 
fece i suoi nidi d'aquila rapace o le sue tane di animale da 
preda sui monti e nelle campagne, e di li spadroneggiò per i 
secoli che vanno dal VI all'Xt* Ma mentr*esso si logorava nel- 
l'abciso medesimo della forza selvaggia, il vecchio elemento la- 
tiuo tielle quasi incontaminate citt^ì, riprendeva vigore c^il 
rinorire di quelle arti della pace che sono le arti nostre, co* 
m*erano dei barbari le guerresche. Ne d'armi si mostrarono 
iDcapaci, per quanto non proclivi ad adoperarle, quelle città 
nostre, al cui Ubero sviluppo l'elemento barbarico^ feudale, 
militaresco attentò nel secolo XII con brutale violenza, Giita- 
dirH> d'un Comune come il fìorentiiu* che per la sua libertà, 
conquistata appunto nel secolo Xll, aveva dovuto lottare non 
contro Imperatori o grandi feudatari, bensì contro piccoli si- 
trnon del Contado, cittadino di tale Cùitmue ab hnmemoì^ahiH^ 
remote poteva con rìspetUj pieno, non del piccolo particolare 
aneddotico^ ma della grande continuità ideala della storia, dirsi 
e sentirsi romano « dolce fico tra lazzi sorbi » tra lo « strame 
di fiesolane bestie >, pianta, - in cui rivive la semenza safita 
— di quei roman che vi i^imaser quando — fu fatto il nido di 
malizia tanta ». 

Fiorentino puro san;4ue, nobile non nel senso feudale si piut- 
to»lo nel civico senso delta panda — d'una nobiltà, cioè, che 
potevano direttamente rivendicare a sé medesime quelle fami- 
idi cui nessuno sapeva dire donde e quando fossero pio- 
a Firenze, e che potevano mostrare da gran temp<» in 
eùmunali urtici i loro antenati — Dame Alighieri fu guelfo, 



Signori mìei* Si, perchè a preferenza di altri comuni^ il fìc 
rentioo iincque e rimase poi sempre, salvo poche insignificant 
ifiterr'uzioni, guelfo così. Non Taveva tenuto a battesimo o 
balia, il Coraiine fiureiitirio, la guelfissima donna Matilde di! 
Canossa? e non gli suggeriva di tenersi in buoni termini co^ 
Papa la sua posizione j>;:eografìca ? non lo spingevano al guel-j 
fìsmo il ghihellinismo dei feudatari dei dintorni, suoi naturali] 
nemici — essi uomini d'arme, come i fiorentini erano nomini 
commercio e d'industria? e it ghibellmismo di Pisa e di Arezi 
rivali sue nel commercio? lù questo guelfismo che io qui ri- 
vendico risolutamente a Dante non avrebbero però ad impau- 
rirsi troppo coloro i quali tenessero per avventura a poterlo 
salutare ancora * gbibellin fuggiasco >. Non solo infatti ess 
pntr'ebbero dal guellìsmo giovanile, domestico deirAlighieri ap-1 
pollare al ghibellinismo di Dante esule ed adulto — benché 
pur di qiiestct ghibellinismo dovrò più innanzi discutere — mi" 
insistere al lot-o scopo con maggior fortuna sulF indole singo 
larissima di tutto il guelfìsmo di quelTepoca e del fìorentin(r| 
in ispecie. 

I guelfi tlel secolo Xlll e singolarmente i fiorentini non » 
ebbero quella incondizionata devozione ai Pontefici che ]$cri»«^P 
sero poi a caposaldo del loro programma, anche polìtico, coloro ^^ 
che al secolo XIX di quei guelfi antichi presero il nome e si ■ 
credettero continuatori. Guelfi e Ghibellini del nostro risorgi-™ 
mento furono del pari attivi nel voler applicare e infolici nel-^ 
l'intendere la storia nostra medioevale; due cose che paionc* 
pur troppo fatalmente congiunte fra loro. La storia del passato 
si trova sempre ad un brutto bivio: o non riuscire interessante 
o non essere disinteressata — non interessante se dal presente , 
astrae e s'apparU, non disinteressata se al presente si applica 
G s' intreccia. Il nemico della serenità storica è quelPutìlcio di 
maestra della vita che le assegnò Cicerone, o che è piuttosto 
la fatai conseguenza dello spirito utilitario onde siamo animati 
e spinti non solo nel fare ma nel pensare..-, lo è, o certo lo 
sarà fino a quel giorno in cui sapremo essere utilitari sapienti 
davvero — a quel giorno in cui capiremo che le lezioni della 
storia sono Unto più utili quanto più sincere; quanto più le | 
chiediamo ai fatti con umile amore invece d' imporle ad essi 
con una specie di prepotenza. I Guelfi fiorentini del duecent 
dantesca» fin-ono alla spirituale autorità del Papa profondament 



DANTBf I St'OI Tmun Etl I KOaTKI 



IB 



d«Toti, religiosi e cattolici com'erauo dMiitiino coiiviiicimento; 

ma Aior di li nei loro civili negozi al proprio interesse e alle 

pmprie passioni anche si ispiravano. Del che le prove ce ìe 

offre subito la storia del Comune fiorentìiio durante la gioventù 

'ilei poeta — storia, o Signori, che i documenti sincroni illu- 

[♦trano, ma che il poeta stesso narra sovente con una sobrietà 

in una vigoria ffespressione da nessun altro raggiunta. 



U fortuna politicamente baciò la culla e blandi la |*riniu 
[elidei poeta a cui poi doveva cosi brutalmente volgere, nella 
Imaturitàdi lui, le sue spaile. Il poeta guelfo riasceva pei* poco 
ndlanno medesimo in cui la jmrte guelfa in Firenze assicu- 
rava a sé un dominio permanente ed esclusivo. Due vtdte i 
Ghibellini, Farinata lo riconla a Dante nelT Inferno, avevano 
«iisperjso i Guelfi, tra cui i maggiori del poeta — due volte, 
nell24Hepoi nel 12*^): ma sempre, novcd la riprova del guel- 
fijtmo natio del Comune fiorentino, coir aiuto straniero degli 
STeti, dello svevo Federico II nel 48 e dello svevo Manfredi 
B*jl 00,.,. tant'è i Ghibellini non riuscirono mai a mettere 
^racconlo i toiH> interessi di parte cogli interessi della città! 
Ni'lla quale pertanto non entrarono altrimenti, nev dominarvi, 
che a mano armata. E T insanabile guelfìsmo di Firenze riusci 
[a toro cosi evidente, che la seconda volta vittoriosi a .Monte- 
li dopo * lo strazio e il grande scempio — che fece TArhia 
itn tu roHso» * i più veramente ghibellini avrebbero voluto 
[,•ti^^^e via Fiorenza. » Per fortuna della civiltà, si trovo allora 
np(» ghibellino un uomo che, fieramente partigiano, sapeva 
mettere l'amor della patria al di .sopra ilei piccoli inte- 
^re»i ilella »ua consorteria — degno che Dante» cosi pieno an- 
^►"lio stesso- sentimento, pur mettendolo in omaggio ai 
Ji'i criteri morali nelT Inferno, ne celebrasse pero an- 
là rapoteosì. C'è tutta 1* anima, non di Farinata solo, ma 
UÌ0 nei pHietico verso: « Ma fu' io sol colà dove sofferto — 
ciascun di torre via Fiorenza — colui che la difese a 
fyiD aperto » — e e* è Dante di nuovo, tutto Dante nella do- 
di Farinata che un amore suo cosi schietto 
' j palese per (ìitti benefìci, non abbia potalo otte- 



Il 



GlilYA2t>n SSMRRJA 



vd| 



nere ai suoi da quel popolo una maggior pietà : non abbia 
luto mitigare riuesorato bando contro di ess^i lanciato nel 12| 
a contertna dell' esiglio volontariamente scelto nella Pasqt 
del 12(57. 

Questo esigilo volontario — per modo dì dire — degli Uber 
e d'altre famiglie ghibelline da Firenze nel 1267 vi mostra già, 
n Signori, che i Guelfi cacciati nel Ì2(^ non solo erano tor*- 
nati nel 12*3*3, profittando della sconfitta data da Carlo dWngiò 
agli Svevi In Benevento, ma erano tornati padroni della città, 
e padri>iii, soggiungo, definitivi. Con una frase ironica, nella 
quale è tutto il Dante partigiano come allora si era, il poeta 
rinfaccia a Farinata che i suoj Ghibellini non hanno imparata 
queirarte del ritorno in cui i Ouelfi si erano mostrati mae- 
stri — e Dante parla nel 1300. In questo 1267 che segna la 
fine d*un mezzo secolo di lotte politiche in Firenze tra Ghi- 
bellini e Guelfi con ìa vittoria, logica del resto, di questi 
timi, Dante aveva soli due anni. E propr-io allora comincia 
UmcBL pure questa degli eventi umani^ conchiusa la lotta poli- 
tica, umi <Huturna lotta sociale. Nella sconfìtta dei Ghibellini, 
feudatari nobili per la maggior parte, aveva tritmùto, social- 
mente parlando, quello che allora chiamavano popolo, ma che 
noi chiameremmo borghesia, oggi che il nome di popolo è 
scaduto al quarto stato — popolo pero, aggiungevano anche 
allora, grasso, procacciante, cioè, nei trafllci e con questi e 
cfdle industrie arricchito. Vittoriosa anche militarmente 
economicamente ognora più forle, era fatale che questa borghi 
sia veni^;se in so raccogliendo i potei'i politici, come fece 
resto la borghesia vittoinosa in Francia a partire dal 1789 
come in Francia il potere politico essendo nominalmente della 
Convenzione o dei varii Comitati, fu in realtà del Club Giaco- 
bino, ahneno per parecchi anni, cosi in Firenze pur distri- 
buito tra Podestà e Capitani del popolo e Priori, fu in realtà 
dei Club..,, ossia della parte guelfa. Il concentramento del po- 
tere politico nella borghesia o popolo grasso, iniziato gìk dal 1250j 
anno del primo ritorno guelfo e del cosi detto primo popolo, pi 
seguito nel 1267, sì compiè nel 1282 prima e poi coi celebri oi 
dinamenti di giustizia ffeiranno 1293, 

Ma, ciò che più pare strano a noi, e mostra l'indole del 
guelfismu d'allora, i Guelfi popolaid trovarono nei Papi una 
op|Josi/Jone alla loro intransigenza nella esclusione e oppres^ 



I e 

i 



50^ 

1 




OAXTE, I 8U01 TEMPI £l> I NO fi 



15 



[ifiinjedei Qhibellmi e dei Grandi, Fu un Papa, Gregorio X, che 

p'ngno 1273 si fermò apposta ìu Firenze « per cercare con 

fcora, ohe, col favor di Colui che è jtietra angolare, i! quale 

friani i muri delF edificio divisi, i cuori dei cittadini della città 

[jiartitat fossero riuniti dal cemento di una carità indissolubile * : 

noti vi riusci ; i sindaci della parte ghibellina fatti venire 

!lo città» non vi si sentendo sicuri, ne partirono, a gran rara- 

nuinco del Santo Pontefice che * si turbò forte e partissi da Fi- 

JMixe lasciando la città interdetta <*. Né meglio riusci la cosa 

Ili Cani. Latino nel 1280: perchè potè ben egli alla presenza del 

lp<)jK)lu e dei magistrati celebrar solennemente addi 18 gennaio 

irattorletìnitivo della pace^ ma due anni dopo, sotto pretesto di 

[chiarire e semplificare la costituzione, erano pirima ai^giunti 

Ijioi !^Miluiti ai suoi quattordici, i tre e poi sei Priori — e dal 

Ila agosto 1282 incomincio la serie di questo magistrato che do- 

Itavb <luT*are ben due secoli e mezzo, segnando, come i consoli 

^In Roma, le fasi varie della vita cittadina. Magistrato borghese 

' mercantile se i suoi membri dovevano uscire da quelle arti 

i li«^ o piuttosto le Canieì'e di commercio del- 

, . mercanti tollerarono ancora i Grandi di cui 

iTevano bisogno per umiliare e Pisa e Arezzo ; ma quando com- 

fitttà Topera, i Grandi divennero sospetti, — come nella Rivo- 

fuikm francesie i generali vittoriosi ai comitali borghesi ili Pa- 

\ — cogli ordioamenti di giustizia del 1293 ne fiaccarono de- 

amente la potenza e suggellarono il carattere pnpulvre del 

ti^ libero per sempre. Come il 12*^7 ei'a stato il trionfo 

fella pane politica dei Guelfi, cosi il 1293 fu il trionfo della 

^fU^ sociale del popolo grasso. 



••» 



A qiiestJt evoluzione interna che si può dir uiatura nel 12^2 

|co(f)piuttssima nel 1293, occupando coi^ì tutta intiera la gio- 

ftlii di Dante che io computo in trentanni (1265-1295), non 

ij|>ò dirèttamente il nostro poeta, intento a nutrirsi di 

ila, d*aniore e di virtude. La sapienza alla quale s'applica 

ripn^se, fahciullo frequentando le scuole dei Minori di 

M* a casa sua, più provetto ritornando alle scuole 

.....,;ii in -^ Maria Novella, fu la sapienza del tempo 



16 



GIOVAJNNI HEMERIA 



suor il trivio ed il quadrivio prima, coi rudimenti del latin 
la filosofia poi, e ósl ultimo la teologia scolastica. A scuola ir 
parò quanti» i suoi maestri sapevano, e feccntìu V insegnameni 
altrui colla possente meditazione sua, e si aiutò opportunament 
eoa le amicizie dotte, da quella di Ser Brunetto LiUini a quella 
ili Guido Cavalcanti. Ma il sapere suo non trascende quello dell» 
sua età: scientificamente Dnnte è un enciclopedico, e meravH 
glioso, ma è meil levale. La scienza per lui, come per gli uo- 
mini del sun tempo, è mi inventano sempre più diligente, sen> 
pre più ordinato (per simmetria e logica connessione di parti 
delle nozioni e dei fatti trasmessi dagli antichi o greci o l'O- 
mani; a comprenderle in una sintesi ognora più vigorosa ess 
pensanfj, ma non a controllarle o ad ampliarle. Il metodo, chi 
è tanta parte del sapere da potersene dire ii tutto» rimane siu* 
tetico, non analitico, dogmatico o d'autorità non critico. — Que 
sta scienza cosi ricca di idee e povera di fatti, cosi vigorosi 
nella sintesi e cosi fiacca nella analisi ò per Dante un lussoj 
un confoi*to della vitii individuale: e^iìì non nogna neppui*e che 
possa diventare la grande (orza della vita sociale. Il Colomba 
della scienza nuova e nostra e moderna, scienza nutrita indèi 
finitamente di fatti senxa rinunciare alla luce delle idee: scienza 
critica e cioè controllatriee severa d'ogni fatto e d^:>gni prin^* 
cipio, il che può condurre allo scetticismo, ma non va punte] 
con esso confuso: scienza progressiva essa ognora (perchè uoq 
c'è limite alla indagine positiva) e fattrice di sociale progresso, 
il Colombo di questa scienza nascerà ben tre ìsecoli dopo TAlt 
ghieri, nella medesima regione toscana, benedetta da Dio, culi 
al mondo moderno d'ogni civiltii (se pur la civiltà nostra, a pi 
scindere da quella religione che ci viene da Dio più diritta, 
luce di pensiero scientifico e di estetica belle^iza): nascerà i 
Toscana e morrà, come il mio Colombo, tra non meritate pe; 
secuzioni d'uomini paurosi degli arditi suoi voli. — E non sol 
medievale, ma Dante è nel suo sapere rigidamente scolastico 
Aristotele è per lui ^ il maestro ili color che sanno »; il e 
vuol dire che gli sfugge quella profonda genialità platonica, pe 
cui forse, contemperata al l'igore aristotelico, si sai'ebbero ev 
tale le astruse e rozze pedanterie d'una scolastica troppo r 
pidaraente degenerata. 

Ma pur senza appartenere col suo intelletto scientinco 
tempi nuovi, spiritualmente però Dante li precorre ed annuri' 



DAKTE, I SUOI TEMPI ED 1 NOSTRI 



17 



eia. Non tanto, ci*eda io, con il suo acuto spirito d*osservazione 

Idei tarli fenoinerii deila natum e rìei moti dell'animo, perchè 
(jaesta è in Daote una dote e^ietira [ini che una disposizione 
vt^iefitifica, quanto per alcune altre qualità del suo sapere che 
lolaono uscire già qui « dalla volgare schiera ». Di minor conto, 
rflloie merito personale, l'essersi lui laico assimilata quella che 
fio allora era rimasta in gran parte scienza di chierici e per- 
sÌTioquella teologia che è, per sua natura, il loro dominio. Si, 
I di minor conto personalmente, perchè questo partecipar deMaici 
' alla cultura era una fatala benefica consìeguenza del di fiTondersi 
I che ornai essa faceva in popoli meno assorbiti dalla ^ruerra e 
H \m ncchi. Né di questo mio chiamar benefico il fenomeno, altri 
B ti meravigli o scandolizzi..,, ad un uomo cristiano e civile «n- 
Bratti non r linmitrraztone dei laici noi campo del sapere umano 
^ persino del saper teologico può fare paura, ma, se mai, la 
tmhnmne o la scarsa operosità dei sacerdoti, — Più moderno 
piante quando strappa tntt' insieme ti sapere profano e sacro dai 
[chiusi cancelli di scuole e libri malamente latineggianti, e il 
[Volgale nostro dall'onta di non potere esprimere che la minore 
|pi« bassa parte «Iella vita interiore d*un uomo, della vita civile 
léei fX)poh\ Quel volgarizzarsi del sapere cui s'accompagna un 
I Dobititàrsi della nostra lingua, non solo prelude al diffimdersì 
•^'^picato e già intrapreso della scienza negli strati anche più 
|w»nli del popolo, ma obbliga la stessa filosofia medievale a pren- 
ìdi sé una coscienza più netta. Sforzo questo, o miei Signori, 
lion sarà senza efficacia nel posteriore lavoro di critica in- 
on a quella eterogenea e tVettolosa enciclopedia; giacché se 
ft-ase latina convenzionale, stereotipa, si prestava e si presta 
icora. dov*eUa è esclusivamente adoperata, a velarne le oscu- 
*^ti e i difetti, Taglie e necessariamente perspicua frase vol- 
*rv (si può parlare in latino per non farsi capire, ma viva il 
«lo! non si parla cosi in italiano) li denuncia invece e li sma- 
gherà. 

Ma più moderno ancora Dante, quando alla scienza assegna 

Ah virtù 11 primato tra gli ideali non dico solo civilii bensì 

della vita: * Fatti non foste a viver come bruti — ma 

lir virtute e conoscenza ». Questa comjìagnia della virtù 

Olla «scienza salva T ideale dantesco dal freddo razionalismo; 

dpagnia della scienza colla virtù lo salva da una bar- 

Uca, La scienza nel mito Ulisseo^ come Dante lo ha 



18 



GIOVAJ^NI .SEMERIA 



creato, ci appare degna che per essa, per una sia pur piccola 
parziale conquista dr es.sa, Tuomo corra i rischi supremi. E que- 
sto Ulisse in cui « uè dolcezza di figlio, nò la pietà — del vec- 
chio padre, né il debit/j amore — lo qual doveva Penelope far 
lieta », — vincer poterò T ardore ch'egli ebbe * a divenir del 
mondo esperto — e degli vizi umani e del valore *: questo 
Ulis,'5e che spronato da si nobile scopo non segue le orme al- 
trui, ma lenta, a rischiodi perdervisi, una via nuova, una via 
sua, è certo II precursore e il messaggero alla umanitiì di quei 
due mirabili navigatori dell'oceano e del cielo, a cui dianzi 
come a padri dei Jiioderno sapere accennavo. Talché V Italia 
può vantarsi d'aver dato al mondo moderno non solo in C(>-J 
lombo e in Galileo i due scovrìtori più arditi e più fortunatt,' 
ma anche in Imnte il lavo profeta. 



Lo studio, l'amore sevei'O e ardente della verità, non as- 
sorbì tutta intiera la gioventù di Dante; egli amò anche (c*er 
da aspettarselo) amò e per amore Tu poeta (naturale anche 
questo). Ma l'amore in luì fu precoce assai e, come in pochi 
poeti incontra, tenace, nobile. Aveva nove anni soli, quandci 
gli apparve, fanciulla anch'essa, quella che doveva poi essere 
la donna della sua vita e delia sua arte, e per Tuna e per 
l'altra vera Beatrice — gli apparve e destò in lui una pas- 
sione d'amore, cui le vicende della vita dovevano purificare, 
cui dovevano eternarle l'arte qui in terra, Dio su in cielo. In 
questo amore così precoce, e fonte a lui per tutta la sua gi( 
ventù non solo di emozioni sentimentali ma di ispirazioni este- 
tiche e morali, ci si rivelano, o miei Signori, T indole deli- 
catissima di Dante, la sua vivace fantasia, la sua vìrtuos 
disposizione. 

Era una sensitiva questo fanciullo cui la sola visione di. 
Beatrice comnioveva cosi profondamente; ed aveva pari ali 
sensitività la fantasia chi nella bellezza intraveduta coir oc- 
chio, scopriva tanto tesoro di ideale virtù. Perchè Dante ^c 
idealizzare la sua donna non attese ne le speculazioni un pcjcc 
astruse e scolastiche del Conrìrìo. né quelle ben altrimenti 
geniali della CommeiUa; no, la idealizzazione fu pronta coitì€ 



DANTE» I SUOI TEMPI ED I KOSTRl 



l£> 



Pamore, pront^i come quello del cuore il lavoro della fantasia, 
Ina fantasia pevò^ o Signori miei, t.-he non neglige la realtìi 
— questa è di pazzi o più che di pazzi d'uomini che hanno 
fantasia nella intelligenza, ossia non ne hanno punta — ma 
realtà trasforma e sublima. Doveva essere una bellezza fotta 
ito d' innocenza e di bontà quella di Beat/ire fanciulla e poi 
lltìovinetta e poi donna — lasciamole il nome datole dal poeta, 
1 [mr soggiungeniìo che a noi interessa l>en poco il nome pro- 
I prio o la identificazione storica <li lei, mentre non possiamo 
consentire con chi la vorrebbe, andando alTeccesso contrario, 
YajK)rizzare in un simbolo, — ma era anche molto pui^a, Tanima 
del fanciullo e de) giovine Alighieri, che alla innocenza ed 
alla bontà della donna si portava entusiasta, come a suggello 
supremo di bellezza* Era un'anima assetata di virtuosi iileali 
e che avrebbe bensì potuto piegarsi poi a sensibili forme 
(non !ìi è uomini ahimè! per nulla) ma non avrebbe in queste 
Huto arrestarsi a[»|)agata. Questo amore di virtù, o piuttosto 
*»titusrasnio generoso per essa, nutrivano in lui reducazi<me 
domestica (che dovette essere buona e aiutata dalla condizione 
woDomica agiata, e quindi senza i pericoli della dovizia e 
ftenza le asprezze della miseria), e il sentimento religiosa» che 
^te^a fin d* allora del mistico. Non erano dispersi ancora, la 
nio raeitsè^ gli echi buoni e vigorosi di quel misticismo fran- 
cescano, che fu non pure religiosamente, ma e civilmente 
<5^sì efllcace nel dugentt»: e giunsero a Dante fanciullo, fre- 
quentatore della scuola di S, Croce, e lo trovarono dispostis- 
simo al consenso. Disposto tanfo che forse vagheggiò <li ve- 
''tire l'abiti» sanU} del Poverello d^Assisi^ forse ci si provò ed 
I ebbe j)er qualche tempo cinti della francescana corda i suoi 
|p>taDiii lombi. 

Oui?3ta fusione di sensibilità squisita, di alta fantasia, di mi- 

»^co ardore morale non ci daranno solo la Beatrice cosi reale 

^ vivii. ma già ideale della Vita Nót^a ; ci daraimo poi la 

m^rariglto^^a Beatrice cosi ideale e, nel colmo stesso della 

|i<Jfìalilà, sempre ideala e viva della Divina Commedia* Pei*- 

^chè quest'unico amore riempie tutta la vita del poeta. Alla 

«l^^nna dei suoi nove anni egli tiene fede nella sua precoce 

^^cchiezza; la lieatrice dei primi suoi versi nel 1282 (a dicrotti» 

j ^i^fii) è la Beatrice del suo ultimo canto. Dinanzi a Beatrice, 

[Quando la rivede gloriosa nel Paradiso terrestre, Dante prova 



20 



GIOVANNI SBMERIA 



quella confusione stossa, quello stes^^o tPf^mìto che aveva prò 
vato scorgendola tanti anni innanzi la prima volta. * Men che 
dramma — ili sangue m' è rimaso, che non tremi; —conosco 
i segni deirantica fiamma. » 

L' idealizzazione la più alta non ha cancellato la realtà la 
più umile; la donna celeste non ha ucciso la dorma terresti*e, 
Ideale, e il pellegrino dei regni eterni è ancora il Dante del 
tempo. Lo stesso Dante.... T amore e la poesia non invec* 
chiane: in lui, per sua e per nostra fortuna, non è morto, 
come a tanti accade, a ventanni, quel fanciullo che è in cia- 
scuno poeta e lascia, morendo, dietro di sé solo Tuomo prrv 
saico: no, egli, E>ante, a cinquantanni è ancora fiinciullo 
fantolino, di quella fanciullezza buona che il nostro vecchi0^ 
Vangelo e un novello nostro poeta gentilissimo si trovano con- 
cordi a<l esaltare. 

La stessa donna che innamorò il fanciullo, entusiasma an 
Cora Tuomo, il quale però ora, dopo t:inte esperienze fatte 
se dell'efficacia che può avere sulTuomo una donna nobile e 
nobilmente amata, la vede in una luce nuova, e che noi siamo 
soliti dire più ideale ma è anche più vera. Dopo tante espi 
rieuze fatte in sé; perchè, a mio avviso, è qui il segreto p 
tente di quella mirabile rappresentazione di Beatrice nella Coni 
media, superiore tanto alle rappresentazioni del tempo, co; 
vicina a quella che vagheggiamo noi. Certo a questa figurazione 
di una donna, che contemplata ed amata guida essa, anzi porta 
a Dio il contemplante e ramante, lo porta — notate — con 
una efficacia che non avrebbe da sola nessuna altra forza e le- 
vatrice, non la scienza, non la poesia; che comunica, dirò 
megliOi essa a queste entità minori la loro forza di elevazion 
divina — a questa figurazione che noi nojn ammireremo toìiì 
abbastanza, tanto essa è glande, contribuirono e la medievale* 
cavalleria che fu ptvesia di cose, e l'arte provenzale cui non 
n)ancò tra le stesse sue grossolanità sensuali una luce Ideale 
(già l'arte, o miei Signori, non riesce mai ad essere villana i 
tutto e per tutto), e poi il dottrinarismo guinicelliano e» insieme 
con tutto e più di tutto questo, contribuì il Oristianesirao che 
ci dava in Maria un tipo di donna cosi spirituale e spiritualiZ' 
zatrice; ma è gloria imperitura di Dante, sua, tutta sua, Tavei 
accolto nella propria anima e il sofllo cavalleresco e Tardoi 
Btico, e la luce dottrinale e V ispirazione religiosa, per foi 



I 



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3. 

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DàKTfii I ttCOI TEMPI El> I KOSTRI 



21 



&re il tutto, col suo grande calore» in questa monumentale 
àtrice. 

I>a cui assunzione a simbokj (iella teologìa, non involve solo 
concetto religioso nuovo d'una fedo a cui è luce T amore, 
icoinvolge eziandio un nuovo concetto femminile, per noi som- 
mamente opportuno. In Beatrice Dante ha espresso quanto per 
-la redenzione e la elencazione morale d'un unmo prKssa una donna 
■tlie sia, come la Beatrice dantesca fu, come cento altre donne 
furono, sono e saranno, donna di virtù. Crolla sua Beatrice Dante 
pur rimanendo (e ho cercato mostrarvelo) cosi veriiioente e prò- 
► (bruiamente medievale, raggiunge i tempi nostri o meglio an- 
nuncia tempi anche rispetto a noi futuri; tempi nei quali, sotto 
Il doppio energico impulso della reliizione e delia gentilezza 
Itera, la dorma avrà cessato d'essere alf uomo superbo un tra- 
stollo un pericolo, per essergli solo compagna e stimolo» bella 
e buona, umile ed alta, d'ogni più nobile ascensione. Ideale 
fmomy questa, o miei Signori, alla quale ci parrà tanto più 
mirabile che poggiasse TAlighieri in pieno medioevo, rammen- 
tando di quanto vi rimanesse inferiore sei secoli dopo un genio 
come quello d'A. Manzoni, risoluto a non scorgere nella donna 
la Lucia buona, sposa fedele e madre esemplare, gioia del- 
Vftmù e suo conforto, ma non sua ispiratrice. Oggi la poesia 
nostfji rjascende appena air ideale dantesco con A. Fogazzaro, 
chf Ciiritro le provocazioni del senso e del dubbio invoca propì- 
zia la sua Morte: e per la conquista del Vero più alto crede più 
efficace della contemplazione acuta un amore puro ed ardente. 



IL 



n nome di Beatrice, a voi, signore e Signori, non richiama 
*>lo i nobili ardori, ma anche i traviamenti dolorosi della gio- 
^*ntù di I>ante. riaccogliendo dalla l'ita .Xuora, dal Convito^ 
dalie Poesie sparse, dalla Cmnvwfiif i cenni di miserie che non 
«» Cf)nres.sano mai volentieri nella loro integrità, noi sappiamo 
^i due passioni precipue che tennero succes^iivamente (morta 
fi^trice) il cuore di Dante: la passione della donna gentile 
^ pietosa (la Lisetta for»e) e quella più tenace, meno corjfessa- 
**"leper la Pietra (la « pargoletta » ^\ certe rime); sappiamo di 
tuttii un pervertimento in cui gli fu forse compagno F. Donati, 



22 



GIOVANNI SFIMERIA 



e sul quale gli giunse ammonitrice severa la voce di Guido 
Cavalcanti. Seri vendo più tardi la Coinmedia, questo suo stato 
spirituale egli adombrerà nello sniarrirnentu per la selva sel- 
vaggia aspra e forte. E il ricordo di questo periodo spensierato, 
cattivo della ì^ua gioventù, a cui fur'oiio certo provocatrici an- 
che le condizioni generali delfa vita fiorentina, contribuirà forse 
neir inspirargli quella critica acerba della società borghese fio- 
rente fra il 1267 ed il 1293, ch'egli mette sulle labbra di Cac- 
ciaguìda, e che è tutto il giudizio suo intonio a questo periodo 
cosi politicamente importante nella storia di Firenze. Alle vi- 
cende pubbliche egli non partecipo allora m non come soldato 
a Cam pai d ino; Guelfo e Grande, egli aveva il posto suo segnato 
in una guerra di cui i borghesi fiorentini volevano raccogliere 
1 vantaggi economici e di cui i grandi accettavano, nella im- 
potenza politica a cui erano via via ridotti, la operosità e la 
gloria. 

La vita politica di Dante, per quanto noi ne sappiamo, nou 
comincia che il 1295, quand'egli aveva trent'anni, e ne dura 
complessivamente una ventina, protraeiidola, come mi par giu- 
sto, sino alla morte dì Arrigo VII di Lussemburgo : dei quali 
vent'anoi, sei in patria dal 1295 al 1301, e tre in esiglio ma 
d'accitnlo coi Bianchi, dal 1301 al 1304, e poi dieci da solo, 
facendo parte da sé stesso. In patria, fin dal 1295, quando ap- 
poggia gli emendamenti lievemente aristocratici ai borghesis- 
simi < Ordinamenti dì giustizia p (oggi li chiamerebbero for- 
caiuoli, e lo erano così contro i Grandi che verso il minuto po- 
polo, ma più contro quelli), lo vediamo nel novero di quei 
Grandi che al popolo grasso si accostavano e anche s* univano 
(Dante si era inscritto nell'arte degli speziali, medici e pittori)^ 
ma temperandone, come era giusto, resclusivismo prepotente. 
Un senso di giustizia lo guidava adunque, unito a un amore 
senza limiti della sua città, prevalenti quello e questo sulla par- 
tigianeria allora di moda. Io non ho che da ricordarvi, o miei 
Signori, nell'angustia del tempo fugace, con questa parte di 
Dante» parte in origine di Tirandi (;uelfi al popolo grasso più 
pmpensi, divenisse, per le ostilità tra i Cerchi che la guidavano 
e i Donati che la invidiavano, e per T intreccio della vita rio» 
rentina con la pistoiese, parte Bianca di nome — e poi, per 
la devozione molto pelosa dei Donati a Papa Bonifazio Vili e 
Taperto favore del Papa ai Donati Cfuelfi Neri, diventasse dico. 



I 
I 



DANTE, 1 AUOl TEMPI ED I KUSTRl 



parte, alTapparenza, ghibellina, in realtà solo meno guelfa del- 
raltra. Si sarebbe anzi potuto dire più ^'uelfa ri^l concetto d'ai- 

tira; se pure il buon guelfismo fiorentino significava Intììpen- 
en/A della città da ogni inilusso straniero <li Svevi o Angioini 
I Papi che esso fosse. Ma meno Guelfi in rapporto col Papa, i 
Bianchì e furono creduti e si credettero e finirono per essere. 
Ciò vi dice senz'altro che Dante, per sua sfortuna, si trovò 
vivere e<l a^ii*e come uomo pubblico, in uno dei rnijuienti più 
brutti della vita fiorentina — quamlo la contesa non era più 
iditica tra Guelfi e Ghibellini, come dal 1215 al 12(57, nel pe- 
ìodn immediatamente anteriore alla nascita del Poeta: e non 
flit sociale tra Grandi e bor<?hesia, come dal 12*ì7 al 1293 du- 
mte la gioventù di lui ; ma misera infame gara di famiglie am- 
iìlzìos^, grandi entrambe. Cerchi e lionati, e per passione am- 
l»lzio:$a propense (> costrette ad ibritle ailean/.e. Ibrida infatti 
^jilleanza con Papa e con pispolo niinnto pei Neri Donati, e 
lesta voluta; ibrida Talleanzacoi Ghibellini pei Bianchi, Cerchi» 
»uelfì, e questa imposta dalle circostanze. In questi momenti 
ilUici un uomo che abbia, couìe Dante aveva, il programma 
Illa rettitudine e della indipendenza dalle partì quando è in 
V>u<M^ H hene della città: un uomo che sia prima giusto e pa- 
jriotai poi.... si poi uomo di parte, è condannato a fallire nelle 
imprese, e a raccogliere, nella necessità d'isolarsi, le ma- 
^flìzioui di tutti. Fu la sorte del poeta nostro in capo a sei 
lUDÌ di operositi^i buona, culminante nelTambasceria a Papa Bo- 
Oiliiicio Vni e Unita con la doppia condanna del 27 gennaio e 
el 10 iiuirzo 1302. Per non assaporarle le dolcezze del rogo fl«> 
L^ntiuo, Dante dovette prentlere la via delPesiglio, e non ap- 
|»r«sse neppure lui Parte del ritorno. Non la sapevano i suoi 
^Bianchi Guelfi e i Ghibellini raccogliticci, strettisi per corau- 
di sventura, in unità di propositi e di sforzi — non la 
òppe il p<.>eta quando, nauseato di quella compagnia malvagia 
|€ scempia, verisimilmente dopo la fallita impresa della Ijistra 
" UtiOl) gli parve bello il farsi parte da sé stesso — non gliela 
in$egD('i quelPArrigo VII di Lussemburgo, in cui tiinte spei*aDze 
I)aate aveva riposto, vedendolo venir finalmente a dirizzar P Ita- 
lia, e che fini nel 1313 alle porte, si può dir, di Firenze. 
^Dopo di che egli, o fisso per alcun tempo nelle corti ospitali 
^i Scaligeri e dei PolentaDi, o pellegrino per le città diverse 
*«ir Italia alta e media, tutto si raccolse negli studi severi, 



21 



OtOVAKKI 8EMERIA 



nelle mistiche contemplazioni» nella composizione laboriosissima 
del suo poema sacro, sperando che se non alla sua bontà avreb- 
bero i fiorentini reso giustizia al suo valore di teologo e di poeta. 
K allora tutto questo periodo della sua vita poUiica, specie il 
primo svoltosi in Firenze (1295-1301) gli apparve, in continua- 
zinne colle giovanili aberrazioni amorose, un gran pericola 
corso dalla sua personalità morale. E lo simboleggiò, io creda^ 
in queir incontro delle tre fiere, che lo ricacciavano in basso 
loco, certo nella medesima valle d'errori e vizi che gli aveva 
< di pietade il cor compunto »- ; si, ve lo ricacciavano propria 
nel momento in cui già egli, uscitone e ancor sbigottito, piede 
innanzi piede si avviava al colle della virtù dorato dai raggi 
della verità. Le quali fiere adombrano cosi tre vizi sociali, fio- 
rentini e umani, con cui Dante politico si trovò parte a com- 
battere, parte a guardarsi che non lo impigliassero: lo sfarzo 
cbe è sfogo di lussuria e provocazione d' invidia, la superbia 
e la cupidigia — questui più pericolosa e più funesti^ d'ogni alti*» 
passione sociale. E ciò non toglie che Dante potesse credere 
anzi credesse realmente e lussuriosa e invìila Firenze, e superbo 
come lione il Valois e di sordida avarizia rea la Fiomana Curia : 
toglie solo che ci sia sotto quei tre simboli direttamente un pen- 
siero politico. 



III. 



Questo giudizio che Dante stesso pronuncia nel poema sulla 
sua operosità politica» specie se voi lo riconnettete col giudi- 
zio suo sul periodo borghese di vita fiorentina tra il 1267 e il 
1293 (che fu della sua gioventù) e sul periodo di contese politi- 
che guelfo-ghibelline (che precedette la sua nascita immediata- 
menti^ pei' coincidere con questa nei suoi risultati), vi dice che 
per tutto lUltimo periodo deihi sua vita, dal 1313 al 1321. che 
è il periodo della sua maggiore operosità poetica, il periodo 
per cui la vita di lui ha un valore eterno, l'animo <ìeirAlighieri 
s*era concentraUj in quella considerazione morale d'ogni cos<i, 
cbe fu la vocazione sua e la sua grandezza. Si. Dante, o 8i* 
gnori, era per vocazione (e la vocazione sua gliela rivelarono 
alla fine netta le vicende più dolorose della sua vita) un mo- 
ralista, — queir idealismo che lo fece già nelle rime d'amore 



DANTE, I SUOI TEMPI £D 1 KOSTRT 



35 



I 




cosi nobile, che nella vita politica hi rese cosi infelice» nel suo 
moralismo trOTÒ uno sfogo intiero, portantlo rultirao definitivo 

ÌBuo canto a quelle vertiginose altezze che esso ha raggiunto. 
Sono lieto, o Signori, che prima di me .sacer*iote e for-^e a ta- 
luno, non a voi o Gentili, perciò stesso sospetto, abbia additato, 
li nel moi-alismo, la prima facoltii umana e poetica di Dante, 
qaeX nobile maestro alla cui vecchiaia hanno fatto onore di que- 
sti giorni in Italia uomini d'ogni parte. Giosuè Carducci ha 
iscritto: < Dante è grandissimo poeta, t? gran poeta è perchè 
|grand*uomo; e grand'uomo perchè ebbe una grande coscienza. > 
i, Signori miei, e del resto l'umanità lu e t'imane ancora oggi 
istanza savia per non accordare intiera la sua ammirazione 
le a |ioeta intiero e verace, se non a chi sappia per- entro 
la Tersi di ibrma, quanto vuoisi preziosa e sonante, comunicarle 
un grande e fecondo concetto della vita. Il suo» Dante Io rias- 
same, io ci*edo, nel duplice ideale politico e relijj^ioso, di che 
la Cominedia, sintesi delle meditazioni sue sparse per le mi- 

Inori opere, tutta inti<:*ra s'infoi-ma — ideale In cui Dante è 
ancora e sempre quell'uomo dei suo e di tutti i tempi che ab- 
biamo Tìiito fin qui. 

Un mondo civile gt»vernato da un Imperatore e da un Papa, 
^^ rispettoso quello dei diritti e propizio alle funzioni reli;^iuse di 
^■qoesto, rispettoso questo di diritti e propizio alle civili funzioni 
^Vdi quello, ecco l'ideale umano in cui posa da ultimo Tanimo 
^B del TAligh ieri — ideale, o miei Signori, che a vicenda voi tro- 
^■irate esaltato come sublime, depresso come puerile, vantato da 
I Ghibellini nuovi cernie un presentimento dello stato laico, da 
^^ Guelfi antichi e nuovi combattuto come Tapologia d*uno stato, 
^ne non anticristiano, non abbastanza cattolico. £ certo, quale 
^^programma d' immediata azione politica è puerile, come Io sono, 
al punto di vistai pratico, tutti i programmi degli idealisti au- 
IlODtici. I fktti del tempo suo ne lo avrebbero ammt»nito abha- 
Falanza [)ev farlo ricredere, se non fosse nelTindole degli idea* 
listi il trarre conferma ai Ioì'O irleali pntprio dalle realtà me* 
datime che paiono più direttamente contraddir! i* L* Impero 
medioeTale, appunto quando sorgeva questui izlt^rìficatore su- 
premo di esso, era, più che moribondo, addirittura morto. Per- 
chè con il secondo Federiìzo nel ri5t> nor» un uomo discendeva 
nel sepolcro, bensì una idea, l'imperiale, che aveva avuto in 
tutta la cana Sveva, dal Barbarossa al pupillo rii papa Innocenzo, 



É 



26 



tìlOVA.XNl SfiMISKlA 



I 



coj^i superbi, ma anche cosi vigorosi rappresentanti. Si seppel- 
liva cosi bene che per una ventina di anni, dal 1254 al 1273, 
non si presentava neanche un pretendente; e poi, con Rodolfo 
d'Ausburgtì, cominciava una serie d'Imperatori» dei quali non 
uno meritava le simpatie dantesche fino ad Arrigo VII; e que- 
sti colla miseranda sua fine, messa di contro alle sue inteny-ioni 
forse generose, mostrava ancor meglio d'ogni altro che V Ini* 
pero, a meno di rassegnarsi ad essere un nome vano senza sog- 
getto, il sacro Romano Impero aveva fatto il suo tempo. Non 
l'Impero universale, ma le nazioni moderne preparavansi ad ^ 
uscire da quel gran confusionismo *^tnico del!*età di mezzo. ■ 
Dante s'illudeva per la deficienza di cultura storica tipica dei ' 
sucii tempi, quando credeva che il nome romano conservasse, ^ 
dopo dieci secoli dì decadenza, Tantico prestigio politico. SMl-H 
ludeva per quell'amore di unitii ^iimmetrica che fu proprio della 
scolastica medievale, quando accanto a un Papa, divinamente ^ 
destinato a guidar -tutte le coscienze, collocava un Imperatore ■ 
destinato a tutti condurre per la via della legalitìi i popoli. 
Forse vi contribuiva il gran desiderio di avere chi sedasse con > 
mano vigorosa tante civili discordie deiritalia — ufficio a cui ■ 
impari gli sembravano oramai e Angioini e Papi, 

Ma puerile come programma pratico, f ideale politico rfi^ 
Dante è magnanimo e anche moderno come sogno umano. Dante ■ 
precorre il Leìfonitz col suo piano di Stati Uniti europei, e Kant 
Emnianuel eolla sua pace perpetua, quando vuole sovra tutti i 
popoli civili una sola autorità politico-morale, una forza impe^ 
riosa guidata imparzialmente da una coscienza giusta. Il sua 
torto è d'impersonare quella forza in un uomo, e per di più 
in un uomo del passato: ma la sua genialità sta ueir invo- 
carla e nel presagirla. E anche per questo lato l*anie s^accosta 
a uoi che nelTorrore di gueiTe, la cui micidialitìi dagli antichi 
non era neppure sognata, sentiamo più urgente l'ideale civile 
d'un tribunale che, abolito il diritto selvaggio della forza, in- 
stauri anche per le internazionali controversie, i diritti della 
giustizia. 

Male invece mi pare si appongano nell* interpretare il poeta 
sacro coloro i quali, per avere un Dante più moderno del vera 
(non dimentichiamolo, Dante è dei nostri tempi perchè è di 
tutti), ne vogliono fare un precursoi-e, sia pure indiretto e re- 
moto, dello stato laico. Quel suo Imperatore ideale indipendente. 



I 



OAXTE, ì SCOI TEMPI ED I NOSTRI 



37 



[assoUitamente indipendente dal Pontefice per tutti ì civili ne- 
[gozi, ma deir autorità religiosa dì lui rispettoso^ uia degK in- 
crementi della vita cristiana nei popoli dover(»sanìeiite solle- 
ciW, ditelo voi. Signori, se e quanto rassomigli ad uno Stato 
laico moderno, che praticamente vanta ancora diritti e non com- 
pie nesstìn dovere, idealmente non avrebbe uè diritti né doveri 
verso la Chiesa. Era iropp*» religioso nella niente e nella vita 
Djiute, troppo convinto della necessità che hanno del Ci'istia- 
nesimo i popoli, al pari degli individui, dei vantaggi ond'esso, 
rimanendo Cristianesimo vero e cioè religioso, è fecondo, era 
troppo religioso nella vita* per essere laico nella puHtica, Ben 
invece fU e cristiano e moderno, nel voler la religione da mon- 
ili negozi, da mondane sollecitudini aliena, per influire più 
amente, schietta cosi, nella sua sfera, sulla vita civile e 
sociale dei popoli. 




Cristiano e moderno ho detto, o miei Signori; perchè se 11 
Cristianesimo, a cui Dante fu cosi sinceramente e intieramente 
devoto, non muta mai esso, ben mutano gli uomini che lo pro- 
fessano — e altri aspetti in esso di preferenza ricercante, e per 
^'i« 6 modi diversi ad esso più affettuosi si ricongiungono, o 
da esso ribelli si allontanano. L'Alighieri fu medievale anche 
^ui e pur nella sua medievalità superiore a mille grettezze, 
Dn di servire a noi e a molti di modello e di guida. Figlio 
^Uu età nel suo costume ancor fiera e quasi barbara, si di- 
wbhe che talora, nel suo modo di concepire la giustizia di Dio, 
ritragga più del severo spirito ebraico che non del mite soave 
«pinto cristiano. Non sar-emmo talvolta tentati ili chiamarlo, 
qiit»ito giustiziere inesorato, come Gesù chiame'» Giacomo e Gio- 
y^MÌ, figlio del tuono? Non sob» egìì adoper*a per tuttt» il suo 
Jafertio simboli di pena ila cui Tanìmo n<tstn) rifugge atterrito, 
Uncbe in quel che è non più simbolo bensì sostanza di dogma, 
idea di creature eternamente dolenti, egli si adagia 
tranquillità lietii che non può più essere la nostra; egli 
quel mii*tero che noi, adorando, si accetta. 
I^el re^Uj tutfn la sua fe^le ha non solo un ardore volitivo, 
una serenità intellettuale che non è parte necessaria <ìella 



28 



GJOVANKI SF-MERIA 



virtù (come non è necessario per essere pazienti Tessei^e tieni* 

matici) e che rie^ice alla generazione nostra praticamente im- 
possibile. Scienza e fede procede%^ano ai tempi di lui cun una 
conconJia che pareva rasentare la fusione; cresciuta all'ombra 
del santuai*io la scienza o (ìlosofia era della teologia l'ancella 
fedele e riconoscente. Le categorie puramente naturali e scien- 
tifiche deirastrononio, del naturalista» dello storico erano quelle 
medesime in cui il contenuto dogmatico cristiano s'adagiava da 
secoli. 1 cieli d'Aristotele e di Tolomeo erano veri ugualmente 
per il teologo e per lo scienziato. Condizione di cose, o Signori 
miei, che doveva col secolo decimosettimo, e d'allora in poi, pro- 
fondamente alterar:^!, provocando tra la scienza e la fede» non 
quali esse sono in so, ma quali si esprimono in noi, dolorosi 
conflitti, E lasciamo stare i conflitti, alcuni dei quali sono su* 
pei'ati felicemente, ma noi non possiamo dire d'aver fatto tra 
la (ede antica e il nuovo sapere scientifico, o fisico o storico, 
una completa perfetta armonia. Il S. Tommaso del secolo XX, 
il genio che in una Somma unica scriva le parole della fede 
più pura e di tutta la scienza più severa e più moderna» non 
è ancora nato — forse lo vengono lentamente preparando, den- 
tro e anche fuori <lella Chiesa, gli spiriti più nobili del tempo 
moderno. Dante V ehhG invece il su*» S. Tommaso, il pacitica* 
tore armonico della fede cristiana e delia enciclopedia medie- 
vale: e in nome di Ini e del mite Francesco, non esitò nella 
fede sua da parte dell* intelletto un solo istante. 

Altre allora le religiose ditìlcnltà. Docili al dogma le intelli- 
genze, erano invece più ribelli d'oggi i cuori a certi punti della 
cristiana morale — e Dante fu uomo del suo tempo in una 
lussuria e in una superbia sdegnosa di cui nel poema davanti 
alla posterità si confessa e si pente. E col problema morale il 
M. E. fu travagliato dal problema ecclesiastico; questi uomini 
passionati ebbero inìpeti di ribellione rinascenti contro una au- 
torità non sempre docile pur troppo agli evangelici precetti 
ch'essa bandiva. Per il qual rispetto Dante, o Signori, ci fu mae- 
stro in religione di quel che un iMinistro moderno ìia chiamatcì, 
ad altro proposito, il pareggio della libertà e delT ordine, che 
è il sogno dorato dei nostri uomini politici; maestro di quel 
Cristianesimo libero che da S, Francesco, per Dante sino a Man- 
?,oni rappresenta la tradizione genuina del popolo italiano. Per- 
chè in lui l'ossequio profondo alPautorità non «cernii il libero 



DANTE, I SUOI TEMPI KD I NOSTRI 



29 



iizio sulle persone — e la libera critica rìeUe persone non 
ze^e mai a disprezzo o riliellioDe verso le autorità. Nei Papi 
egli giudica Tuomoe venera il successore di Pietro: nella bol- 
gia dei ?4Ìmoniaci iì Gaetani (poiché e^^H lo crede tale, e met- 
liaino pure che a crederlo tale abbia aiutato la sua animosità 
pen*onale) raa s*^ in Alagna Filippo il Bello insulterà al Pon- 
twfice, troverà pronto alla difesa eterna del papato Danto AH- 
jrhien. 

Cosi egli è, e cosi in questa attitudine di libero ossequio, 
checche sia di tutti e singoli i suoi particolari j^nudizi^ cosi 
, piace a noi, che anche religiosamente amiamo il motto m (e{/e 
Uòertas, Ma non per questo solo. A noi piace Taver luì sentito 
il Cristianesimo come un principio, che non pure rispetta la 
j*e»*sonalita libera deiruomo, ma la esaltai — se una ilefìnizione 
può ogj^i ancora conciliare al Cristianesimo spiriti o dubbiosi 
od ostili ma nobili (degli abbietti che e' importa ? o Signori) è 
la dantesca defini^^ìone ^ la verità che tanto ci sublima *•. A noi 
[piace quest'uomo che, pur levandosi al cielo, non dimentica la 
I terra, ed immer^'endosi nella eternità non sì sottrae al tempo. 
AUa contemplazione d^oltre tomba Dante non cbiede T oblio di 
[quanto forma qui il nostro orgoglio, la nostra passione, la no- 
[»tra speranza, no no: chiede a tutto questo di qui, dal Tal di là 
Dh'egU guarda, luce e conforto. A noi piace questo Cristiane- 
Isimo dantesco saturo, o Signori miei» «Iella idea della giustizia, 
Ila grande idea morale che afi'anua (ahimè troppo sovente o svi- 
iMta O nascosta) la nostra generazione. Lo so, lo so, Dante ci 
addita una giustizia eterna, che ripara le ingiustizie temporali ; 
ma non assegna certo alla giustizia la funzione esclusiva o pre- 
cipua d'essere una riparatrice postuma della initjuita* Annun- 
ctandu i rigori inesorati di quella giustizia olti*emondana, egli 
^Toole manifestamente eccitare popoli e individui a risparmiarne 
Dio l'eiiercizio, a sé medesimi i rigori. Ce la mostra lassù 
ifante con sicurezza, peixhè noi ci adoperiamo a renderla 
tiiì meno sovente sconfitta. 



ito 



GIOVANNI SEMBRI A 



Ejj:Iì e cosi o potrebbe essere, sc^ noi lo intendessimo, il poeta 
(iella nostr'a redeùzione sociale» dopo essere stato, in un modo 
indiretto e pui* tanto efficace, il poeta delle nostre speranze e 
della nosti*a reilenzione politica. Come il sole la terra nel suo 
pellegrinaggio attraverso lo spazio, così Dante accompagna im- 
moto r Italia nel suo pellegrinaggio pei tempi, e sta, o cre- 
sce, o scema la sua colla nostra fortuna* Amante fervido del- 
r Italia, egli sarebbe lieto oggi di vederne tutte le città, per se- 
coli brnttaraente divise» ora sotto una stessa bandiera unite e 
concordi. Ma idealista supei'bo, egli non concederebbe certo in- 
tiero neanche air Italia nostra d'oggi il suo plauso. Giosuè Car* 
ducei, Ungendo con poetica fantasia che la Provvidenza gli ab» 
bia dato in tutela Tltalia, ce lo mostra^ con uu verso dantesco 
davvei'o, fermo ed aspettante a Trento, Ebbene, o Signori, se 
egli additi airilaìia nuove espansioni politiche non lo so — 
benché certo la sdegnosa sua anima protesterebbe contro la 
barbarie a cui si abbandonano con nostro danno materiale si, 
ma con vergogna morale tutta loro dinanzi al mondo civile un 
nucleo (speriamo sieno un nucleo solo) di tedeschi -- ben so 
che egli all'Italia nuova addita novelle ascensioni morali. C*è 
ancora, o Signori, una Italia, che aspettai quella salute che a 
lei, proprio a lei, Dante augu!*ava Un dai suoi tempi, 1* Italia 
umile.... r Italia delle plebi misere e neglette. Ma rìcordianiolo : 
il poeta divino attese questa salute di plebi da un Veltro che 
ricacciasse neir Inferno la lupa dalle voglie cupide ed avare, 
non da uomini che, imprudenti o malvagi, la sguinzagliassero a 
corsa più larga e sfrenata. E il Veltro liberatore attese e in- 
vocò da quel Dio, per cui oggi erompe d' in basso tanto udio 
dispettoso, forse perchè se ne ebbe in alto a vicenda un di- 
sprezzo fatto di paura e un ossequio fatto di calcoli interessati. 
Il processo di redenzione sociale è per Dante, come quello della 
redenzione individuale che egli narrò di sé e in sé propose a 
tutti pei* sempre, un processo morale e religioso — o certii 
se tal procedimento non basta, niunn può senza di esso riuscire 
elTlcace. Solo chi sappia, * sotto il velame delli versi strani >, 
coglier questo concetto semplice e nobile, e chi coltolo sei sap- 
pia convertire in nutrimento vitale di opere, solo costui, oso 



DANTE, I SUOI TEMPI ED 1 NOSTRI 81 

dirlo, sarà degno lettore della Commedia: solo costui mostrerà 
di distinguere dal giullare che diverte, il poeta e profeta di no- 
istra gente, poeta d'ogni nostro dolore antico, profeta d'ogni 
nostra gloria futura. E solo da una Italia cosi redenta in sé e 
nei suoi figli, da un'Italia non pur concorde, ma giusta; giu- 
sta con tutti, pia agli umili, Dante accetterà il saluto che di 
lui sarà vero come di nessun altro : 

O vate nostro in pravi 
Secoli nato ; e j)nr create hai queste 
Future età, che profetando audavi. 



NB. Al fare tutti i rinvìi, come avrei dovuto se avessi cominciato a farne qualcuno, 
ho preferito il non farne nessuno. La mia non è Conferenza critica ma estetica, e a 
questa non disconviene, come certo a quella disconverrebbe, l'andare per il mondo nuda 
cosi. Il lettore intelligente vedrà che mi sono ispirato pib spesso alle opere notissime 
deUo Zingarelli, di 1. Del Lungo, di Pasquale Villari, e per quel che concerne la gio- 
ventù del Poeta allo squisito lavoro di G. Salvadori, nomi ciie cito qui non per giusti- 
deaxioDe mia, né per erudizieni altrui, ma per un vero bisogno di afl'ettuosa riconoscenza. 



VITTORIO ROSSI 



Il " dolce stil novo „ 



Signore^ Signori^ 



Per la familiarità che avete col Sacro Poema, scommetto 
che due luoghi del Purgatotno vi tornano ora in mente e che 
nella vostra fantasia rivedete la faccia pallida e sparuta di Bo- 
naggiunta da Lucca e la Ogura, rossa tra i bagliori della fiamma 
purificatrice, di Guido Guinizelli. Di Bonaggiunta, che a Dante 
chiede : 

Ma di' 8* io veggio qui colui che fuorc 
trasse lo miove rime, cominciando : 
* Donno ch'avete intelletto d'Amore, 

e p^)ì che ne ha avuto la risposta famosa : 

Io mi son nn, che ({uando 
umor mi apira, noto, ed a quel modo 
che ditta dentro, vo signiilcando, 

soggiunge : 

O frate, issa vegg'io.... il nodo 

che il Notaro e Gnittone e me ritenne 
di qua dal dolce stil novo ch'i' odo. 

Io veggio ben come le vostre penne 
diretro al dittator sen vanno strette, 
che delle nostre certo non avvenne ; 

e qnal più a riguardar oltre si mette, 
non vede più dall'uno all'altro stilo (1). 

Di Guido, cui Dante saluta « padre 

suo e degli altri suoi miglior che mai 
rime d'amore usar dolci e leggiadre, 



m 



\*n TORTO BOSSI 



e lungamente rimira con tenerezza infinita come di figlio, perJ 
quei dolci suoi detti, 

ohi?, t[aimto durerà ruso moderno^ 
faratmo cari ancora i loro iuchi ostri (2). 

E infatti questi due luoghi sono, per usurpare una parola 
al linguagr^io del pergamo, il lesto che viene a porsi natural- 
mente in fronte ad ogni studio intorno al dolce stil nuovo: testo! 
per antichità ed autorità venerando, in cui ò per sommi capì 1 
delineata la storia e rilevata Fessenza di quella forma dì poe-j 
sia, e che i posteri del Poeta divino hanno interpretato^ diluito J 
chiosato, non mai contradetto o sostanzialmente immutato. 

Giova dunque anche a me che le scene onde rispetti vamenta] 
s'abbellano il balzo dei golosi e quello dei lussuriosi, siano pre- 
senti alla vostra memoria; poiché non io * minimo intendente t- 
potrò sottrarmi alla necessità, insita nelle cose, di interpretare,! 
diluire, chiosare quel testo. E Dio voglia che il mio discorso] 
non v'addensi intorno anche tanUi nebbia da olTuscare queUaj 
visione del fatto letterario, che il testo, inteso alla buona, vi 
dà limpida e sicura. 

Donde s'abbia a cominciare e* insegna appunto rAlighìeri:! 
dal < padre sito e degli altri suoi miglior che mai rime d'amor0| 
usai- dolci e leggiadre p. 



L 



Dì Guido di Guinizello della uobil casata bolognese dei Priii-^ 
cipi sappiamo di certo sol questo : che nacque prima del 1244^ 
che nel *70 era podestà a Castelfranco, luogo di confine versd 
Modena, e che quattro anni doi>o fu bandito colla Hizione ghibel«( 
lina de' Lanibertazzi, per la quale i Principi parteggiavano (3), 
Poco invero; ma pur tanto che basta a conchìudere ch'egli 
fiori quando Tastro della lirica occitanica tramontava ^uì C4i- 
stelli e i giardini di Proveaza, disertati dalla guerra Àlbigese,M 
e la lirica nostrale, prontamente uscita dalla tutela sveva, sba- 
digliava ì bagliori lillessì delTastiY) morente suile terre d'Ita- 
lia. Talché è facile indovinare qual debba essere stata l'educa^ 
zione del bello e cortese cavaliere dei Princìpi (4) in quella 
Bologna, che, frequentata, grazie alla sua florida Universi tii, 




Ih < DOLCE STIL KQVa » 



S7 



I 



lU studenti d'ogni nazione, e quindi anche da studenti d'oltre 
Taro e d'oltre Appennino, visitata da trovatori e da giullari, 
era presta a gradire cosi una rima d* Americo de Peguiìhan 
coDQfj una canzone del Notarn da Leiitino (5). 

Se poi aprite il piccolo canzoniere di messer Guido (6), co- 
desta facile divinazione ne riceve conferma. \i trovate le so- 
lite IcKÌi convenzionali della donna, ricca di tufta piagenza e 
1ÌÌ pregio va teìUef i soliti lamenti del T innamorato, che serren/to 
f*(m teanza, spera guiderdom e trovando invece orgoglio e di- 
^e^o, mostra in parire che sia gUna il lormenlo; i luoghi 
comum insomma della rimeria provenzaleggiante, coi loro gual- 
citi ornamenti stilistici. Ed anche il Guinizelli, corno il Notaix) 
e alcuni tardi trovatori, s'affatica intorno alPorigine e al pro- 
cesso del fenomeno d' amore, e nella ciinzone Con gmn disio 
pensando lungamente afferma che • per tre cose », cioè per 
gli occhi ed il cuore, giunge Amore a compimento ; poiché 
quando uom guarda cosa piacente, il coor vi si affisa e ne sente 
f>:?nor più vivo desio, onde Amore •< dirittamente fìnrisce e mena 
fruito»; che è la dottrina del Lentinese, esposta con parole e 
eoa un'immagine di Americo (7). 

La lirica d'amore tendeva in quel tempo, si nella sua patria 
d'origine e si da noi, a variare dì sentenze e di ragionamenti 
t<^>retici l'espressione del sentimento individuale. Era, sul vec- 
chio tronco tarlato, un innesto di filosofa, che vi attecchiva 
fjHcilniente perchè il vecchio tronco, dis.seccatesi ormai le sor- 
gile (lei cuore, viveva unicamente di linfe intellettuali, menti'e 
i f?iahlinieri venivano via via addestrando T ingegno a quell'in- 
nesto nelle scuole e sui libri dei lilosofì (S). E il GuinizelU era 
o^turalmente portato a seguire codesta tendenza, anima, qual 
^|li *3ra^ profondamente meditativa. 

Ni^l suo quasi eroico proposito di conquistar conoscenza con 
sveranza, con fatica, con dolore (9) ; negli ammonimenti 
Boleri sparsi nelle sue rime : 



CotiOiftoer s*.v a voler osspr grandi' 
«• «É^iiinr*' n rotnlament-o principali' 



vodiàu . . . 
rnile flttU* aulir in soleiixa 
colui eh© credty prlin» avorlii seco, 
rhi* «old Ali 00 ni di lei saecja punto; 



S8 



VITTORIO ROSBI 



Omo eh' è sag^gìo non corre leggero, 
tiiii a pfLH.so ij^rada ni cotn voi inisurji ; 
qiiaiid* ha pL^nMjito ritpu «o priiiiieri» 
infimi a lauto elio '1 ver rassicura (10)| 

si sente ano spirito che sa il travaglio del pensiero, il tormeuto 
e il piacere della ricerca e della scoperta e aspira alto pervia 
dello studio. Ad uno spirito sifliitto dovevano in sulle prime 
riuscire accetti i filosofemi dei decadenti provenzali e dei poeti 
italiani ; ma prometti trici di più vi tal nutrimento e di gioie più 
profonde dovevano certo offrirsi le forti speculazioni della filo- 
soJia, rinnovata dai maggiori luminari del pensiero medievale, 
tosto ch'ei si fosse levato dalla semplice ripetizione di formole 
altrui airesercizio cosciente e progre^ìsivo della sua propria at- 
tività raziocinante. Tra il 1205 e il '69, ricorMÌiamo, Tommaso 
d'Aquino, allora in Italia, compiva e pubblicava i due primi 
volumi del suo insigne capolavoro (11). 

Intanto il Frate gaudente d'Arezzo, eh' io non so immagi- 
nare se non nelT aspetto rigido e vuoto d'una figui;a tlelTarte 
pregiottesca, sillogizzando aridamente sull'esistenza di Dio, sul- 
r immortalità dell'anima, sui doveri degli uomini» educava con 
faticoso tirocinio le rime e i versi all'espressione del pensiero 
teologico e fìlosolìco. E il Guinizelli, che in un sonetto lo sa- 
lutò « caro padre suo », è probabile ne attingesse ardimento — 
triste ardimento ! — al suo rimato fìlosorare, ben più disinvolto 
e fiorito neir eloquio, ben più originale nel pensiero che quel 
di Guittone. Ma non so se dalle rime d'amore dell'Aretino, dove 
balena qualche sottil raggio del soprasensibile nella fìgurazi<»ne 
della donna, il Bolognese ricevesse qualche eccitamento a quella 
soave rappresentazione della fanciulla angelica^ che ride nelle 
poesie, da Ouittone riprovato, della sua nuova maniera. Poiché 
il Guinizelli, anima non pur meditativa, ma vivamente e va- 
riamente impressionabile, pensatore e insieme poeta, ebbe in 
se stesso, nel sentimento suo e nella sua creatrice fantasia, la 
fonte vera del suo le;^giadro poetare (12). 

Del mondo esterno, ciò ch'egli percepisce con la maggiore 
intensità, sono i fenomeni luminosi : lo splendore del sole e 
delle stelle, la trasparenza dell'aria chiara, il barbaglio della 
folgore, il fìammare dell'oro e deirazzurro ultramarino, lo sva- 
riar dei colori nei verzieri fioriti. Lo direbbei*o uu ristiaf*'. 
[/anima sua ha tanta sete di luce, e di così gagliarde note sen- 



IL * DOLOE STII, NOVO » 



umentali vi s'impi'ontano quelle percezioni, che ogni sentimento 
gagliardo gliele ravviva nella mem^nia e quasi soltanto da esse 
1 e);li trae le immagini per esprimerln. Cosi la spiritual commo- 
ime che gli viene dalla donna amata, tutta si traduce in una 
serie dì rappresentazioni visive. Sentite questo sunetto, che non 
ostante qualche oscurità nella seconda quartina» è tra' beili 
Mrantica letteratui^a : 

VoiBjlio del ver lai mia doinm liiudart* 

ed asaemltrargli 1» rosii e lo giglio : 

cimiQ 111 ftU^lla diufia splende <> iirirc, 

e oi^i oh' è lasaìi Ideilo » lei somiglio. 
Verde ri ver» a lei raasi^nibro •' 1' u' re : 

tutti color di lior, giallo e vemijf^lia, 

oro ed a/.£iirro e rict*lie giù' pur dart^ 

moderino amor per lei ra(!iiia jucgli»». 
f^a^aa ]>or via 8i adorna e hì gentile 

ch*al>ba3ga orgoglio n tmì dona salute, 

e fa *1 di nostra fo*, so non la erode; 
e non si pd appressar omo eh' è vile ; 

ancor ve dico ch^ i\ maggior vertute : 

jifiU'om IMI nini peuRfir lin firn hi vi-tle (13)* 

Qui « li occhi lucenti e ^m e pien d'amore *, il * viso di 

i»**Te Colorata in grana-, i lineamenti insomma delia vaghis- 

L-silD&danna, ritratti con arte aquiisita in un altro sonetto (14), 

e scompaiono nel fulgore che raggia dalf interna bel- 

Titia intraveduta per' mezzo al velo corporeo. La limiinosa ap- 

►pftriziono non è altro che il * sensato *, da cui l'ingegno del 
P<>eta apprende *ciò che fa poscia «l'intelletto degno» (15); è 
ijL manifestazione sensibile d' un'anima bella, con cui Kanima 
■Dima!^ì<a del OiiinizeUi s*iinisce in un amore tutto spirituale. 
Nella fantasia di lui, non ha contorni determinati la figura ma- 
^fiale della donna: ma ivi colla più dolce delle grazie mulie- 
bri» la grazia della bontà, vive la donna, quella donna, spiri- 
^^^Iftiente bene individuata, E ne emanano virtuose spirazioni, 
oridn Tanima di Guido si sente purificata: benefìci intlussi di 
^fiiiltà, di fede^ di nobiltìt, ch'egli nella sua esaltazione amorosa 
immagina pur diffusi tutto intorno, in coloro che s'avvicinano 



£ cìnaenn llor tiorlHi'e in Mita maniera 

lo ipioruo, i|oando voi ve diinustrato (16). 



40 



VlTTOKtO ROSSI 



I 



Codesto amore, che suscitato dalla bellezza morale specchiane 
tesi nella bellezza fisica, a trita e perfeziona le più nobili facoltii 
cìeUo spirito; che * migliora i'unmo, ne purifica il cuore e ti 
infonde lo sdegno d'ogni viltà e una mitezza inlinita* (17), non 
è, voi lo sapete, una pura creazione fantastica. Nel fenomeno 
amoroso, complesso e per mille guise mutevole, la fervida bra* 
moi^ia del bene morale è talvolta una realtà psicologica, che 
dai temperamenti, dalle idee, dagli studi, non meno che dai 
tempi e dai luoghi, prende forme e avviamenti diversi. Ricor- 
date, per es., che cosa dica di se il Leopardi in una di quelle 
sue preziose confessioni intime che furono pubblicate non ha 
guari ? "Io soglio sempre stomacare delle sciocchezze degli uo- 
mini e di tante piccolezze e viltà e ridicolezze eh* io vedo fare e 
sento dire, massime a questi coi quali vivo, che ne abbondano* 
Ma io non ho mai piYivato un tal senso di schifo orribile e pro- 
priamente tormentoso ..... per queste cose, quanto allora 
eh' io mi sentiva o amore o qualche aura di amore; dove mi 
bisognava rannicchiarmi ogni momento in me stesso, fatto sen- 
sibilissimo, oltre ogni mi<j cosLume, a r^ualunque piccolezza e 
bassezza e rozzezza sta di fatti sia di parole, sia morale sia 
fìsica, sia anche solamente filologica ^ (18). 

Nella cavalleresca società di Provenza i trovatori più an- 
tichi avevano sentito o almeno intuito ed espresso T ardore 
virtuoso che s*accompagna talvolta all'amore, come un impulso 
alle virtù cavalleresche della cortesia, della liberalità, del ai- 
raggio. Ivi stesso r elemento etico ora poi andato prevalendo 
sempre piii nella concezione dell'amore sino ad oscurare dei ■ 
tutto dinanzi agli occhi della coscienza Telemento sensuale, e i f 
trovatori più tardi avevano unicamente esaltato Teflìcacia mf>- 
raleggiante di quel sentimento e veduto splendere nelle loro — 
donne un raggio di luce celiaste, « Amore non è peccato * aveva fl 
detto un d'essi, che baldamente s' atìerma campione d'un'arte 
nuova, -t anzi è virtù, che rende buoni i malvagi e migliori i 
buoni e insegna a far sempre il bene ; e d'Amore nasce castità, 
poiché chi mette in lui i suoi pensieri, non può cedere ali* im- 
pero del male * (19). A quel medesimo trovatore la sua donna 
non pareva cosa terrena : on altro sentiva nella sua come un ■ 
soiTlo dello Spirito Santo : un lerzo vedeva gli Angeli accoglierla 
con gioia e canti in Paradiso; un alti-o pensava che senza di 
lei il Paradiso non avrebbe avuto compiuta bellezza (20), 



I 



II. • DOLCE STJL MOVO » 



il 



Il concetto giiinizellìano dell' amore s*era dunque venuto 
elaborando nella poesia precedente per una general tendenza 
«ìegli spiriti, della quale il Bolognese, corretto dalla sua viva 
sensibilità, dal suo pensiero nudrito di cultura Olosofìca e 
soprattutto dalla sua faiitasia, perfezionò ed aJllnò Tespres- 
mm letteraria ; sia che lo facesse colla coscienza di segui- 
tare la tradizione provenzale o sia che vi fosse condotto dalle 
condizioni specifiche del suo temperamento e deifanibiente sto- 
rico. Si:»riito a vivere in un tempo di fede calda e sincera, 
quando il recente moto francescano aveva rinnovato d'intensità 
ed'mtimitii il sentimento religioso, e tuttavia sollevava turbe 
d'uomini a mistiche esaltazioni (21), il Guinìzelli non poteva 
concepire quell'ardore virtuoso che nasceva in lui coiramore, 
altrimenti che come ardore di virtù cristiane, come impulso 

1 of>erar nella vitii quel bene morale, che segna la via la qual 

■ittamente conduce al Sommo hene, a Dio, ultimo fine del- 
Tuomo (2^)* L*amore per T anima creata divenne quindi nella 
«tta mente scala a salire verso la beatitudine celeste, e Tamma 
femnjimle che lo ispirava, guida alFamante verso Tamore del 
Bone* • di là dal qual non è a che s^aspiri » (23). Per tal guisa 
« donna senza perdere la sua individualità spirituale compo- 
^^va, nel giudizio del poeta, il dissidio, assillo delle coscien- 
**(24), tra rumano e il divino; e Tamor della donna si con-. 
ciliava coli 'amor© di Dio, senza che i>er questo fosse necessario 
cancellar lei dal novero delle cose amabili per sostituirle una 
«strati one intellettuale (25). 

^al concetto di questa giustilicazione trapassando airimma- 
^^ • con uno dei movimenti più lirici di tutta la poesia ita- 
Ifana » (26), il Guinizelli vide la sua propria anima, dopo la 
™<>rte del corpo, dinanzi ni Giudice Eterno ; senti il severo rim- 
provero |ter il sun tana amore, e la difesa ch'egli faceva dì 
*^Cùo una parola : ■ Angelo ^. E questa scena d'una mistica so- 
l^nnitH ritrasse neirultima stanza della canzone « Al cor gentil 
ripara sempre Amore >* la [hù famosa delle sue rime* ♦ Donna», 
•gli ciiiita, rivolgendo il discorso alFamata, 



doo me dirà, che iiro»itmii*ti f 
tiaiido raniuiu mi» u Ini davanti : 
lo vìe] [iau»»ti «^ fino sCmv vetiisti, 
e dc#ii in vano amor uw per seiiiliìantì ; 



42 



VITTORIO ROdSI 



• ch'il me eonvi'H le laudo 

e a lO) re 111 a del rearne degli o» 

pvr cui cciMSu *>gtii fraudts 

Dir li jiotrt* ; teuea d'anj^el seizil>iaasa« 

che fosse del to regno ; 

nou mi liie fallo, s'eo li posi amanisa (27). 

Il paragone deìfangelo non era una novità nella lirica ro- 
manza, quando il (luinizellr ne fece suo prò in questa strofe (28). 
Ma la forinola^ già gualcita dalla tradizione letteraria, rivisse 
nella stia fantasia come espressione sintetica d*un cumulo di 
dolci impressioni, e alla niente del Olosofo apparve poi felice- 
mente riassuntiva delle sue gravi meditazioni sulla natura 
d* Amore. 

Principio delFAmore spirituale — cosi egli ragionava, cal- 
cando le orme del grande Aquinate -- è la contemplazione della 
bellezza spirituale o bontà, immaginata o intraveduta o intuita 
attraverso al velo corporeo (20). Ma codesta contemplazione non 
basta a produrre queir unione affettiva tra Taninia amante e 
Tanima amata, eh' è Amore, se la prima non sia dii^posta da 
natura ad ornarsi della bellezza spirituale che già brilla nel 
Taltra (30). Amore, concepito come causa di virtù, come sti- 
molo air abito operativo di bene (31), non può nascere dove 
manchi quella disposizione, vale a dire dove non sia gentilezza 
d'animo, la quale è appunto innata disposizione a virtù (32), 

Perciò il Guinizelli, lumeggiando con una serie d'immagini 
la sua dottrina filosofica, dice nella sua rima: 

Al mr gentil rjpartt Hcmpr« Amore, 
coQi'a la aelv» augello in la vordnra : 

cor gentile ed Amore nacquero insieme, alla stessa guisa che] 
il solo e il suo splendore, che il fuoco e il calore. Come la] 
pietra preziosa, nobilitata dal sole, riceve dalla stella la suaj 
particolare virtù. 

Cosi lo cor oh* è fatto da Natura 

eletto pur gentile, 

douu» a guisa di stella T iuiijiiuora. 

Pipava natura fa contrasto ad Amore, come l'acqua ali 
fuoco: laddove Amore e attratto verso il cuore gentile, come 
la calamita verso la miniera del ferro. — Invano sulfuomo 



I 



U. '3£ DOLCB STIL NOVO » 



43 



rfflds^nde gloria d'antenati» che questa n<3ti vaio a nobilitarlo, 
éssendr) virtn nel suo cuore; cosi il tango, benché ferito 
[tutto il giorno dal sole^ rimane vile, né il sole perde del ±3 no 
calore; cosi l'acqua, trasparente. lascia passare sen?:a rimetterli 
i raggi luminosi, e le stelle seguitaito a splendere invano nel 
cielo. Invece negli occhi delTuomo gentile si riJ!ette la bellezza 
spirituale della donna, come negli angeli la luce di Dio; e 
per gli occhi si trasfonde nel cuore ^'entile la volontà delia 
donna, come per mezzo degli angeli nei cieli la volontà del 
Creatore (33). 

Questa e la contenenza, tutta dottrinale, delle prime cinque 
LQxe della canzone: dalle quali airuUima è facile il trapasso. 
la volonti buona della donna amata si trasfonde nel cuore 
gentile, se Amore, unione affettiva d'un*anima adatta e [jropor- 
[noiiata a virtù con un'anima dove la virtù si manifesta ope- 
rosa, apre quella alla benefica azione di questa, la donna vir- 
luosa agisce nel cuore gentile — già lo ha accennato lì poeta 
neiruitima similitudine — non altrimenti che gli Angeli nella 
roaleria creata. Grazie air Amore ella riduce in atto la spiri- 
tuale bel lezz*i ch'è »o\o in potenza neiranima delTamanfe, come 
i Angeli* giusta gl'insegnamenti <lella Scolastica. « attuano il 
io pensiero di Dio nella creazione *, traducono in atto le 
potenze latenti nella materia creata secondo l'esempio veduto 
nella sapienza divina (34). 

Mediante sitratta teoria il paragone delfAngelo balzato nella 
fitntitaia del poeta, riceveva dal filosofo la sua dichiarazione ra- 
rionale, e I* unica stanza veracemente lirica si col legava alla 
pwte Olosofica della canzone con un legame più intimo che 
ooii j^ja il divino rimprovero per avere il poeta assomigiiato 
l* luminosa parvenza della donna alla luce di Dio. La giusti- 
ncazione racchiusa nella fantastica iujmagine dell' Angelo spa- 
iava più largamente, estendendosi a tutta la vita amorosa del 
f^l^\ era la tentata giustiOaizione religiosa del mno amore 
P^r una creatura terrena. Simile ad Angelo, questa attuava e 
t*Amore e la Virtù ch'erano in potenza in cuore gentile (35), 
n ragioDato concotto di Amore inseparabile da cuor gentile, 
• la novità dotti'inale intr<>d<ttta dal (iuinizelli nella lirica ita- 
lUna (;ìi3)^ Ma novitii più impoi'tante, anzi, quanto all'arte, la 
'^Ia davvero importante, e nelle sue rime la vivace intuizi<»iie 
dftiraltt) e puro sentimento che a quel concettai lo aveva con- 



44 



VITTORIO BOSSI 




dotto e che, rotte alfine le pastoie deirimitazione» egli espresse 
con immediatezza, con eleganza, con efficacia sino allora inu* 
sate (37). Le (ianime che arrestano là sulla montagna del Pur- 
gatoi'io r impeto d^lla filial devozione deirAlighieri (38) e un 
sonetto per certa Lucia dal cappuccio di vaio, dove leggo que- 
sta bella ma incendiaria terzina: 

Ah jiren<!i*r lei a forrAi, oltra so grato, 
e baciarli la boi'L-a a 4 liei visaggio 
e li occhi $noi ch'en due fiamme di foro (31»), 

ci parlano invero di ben altro che di spirituale adorazione 
d'ardori virtuosi. Ma c<nTiiinque niesser Guido, cavalier bolo- 
gnese, amasse nella realtà della vita, la sua fantasia ebbe tan* 
t'ala da creare o rinnovar nel poeta codesti stati d'animo, nel-J 
Tatto che senza lasciarsi impacciare dai i*aziocinì del filosofai 
e dì solitcj senza seguire le vie di Parnaso dianzi battute, ess 
li rappresentava in versi disinvolti e armoniosi. 

La fulgente apparizione della donna amata dinanzi allo' 
sguardo del poeta innamorato, abbiamo vista descritta nel so- 
netti) che vi ho letto poco fa per disteso. Più bella nel vigortfl 
d'una rappresentazione sintetica, la rivediamo in questn quar- 
tina : 

Vt-dut^ho la lucente^ stella diana, 

fh'a|»pare anzi elio *1 giorno rend'alhore, 

rMia preso foriiKi di fìgnru umana; 

suvr^ignì altra me par che d«a splendore (40), 

dove lo scintillare della stella Diana nelT oscurila della n 
ancora prc*fonda ci s' impersona e sto per dir ci s'incarna im- 
pmvviì^mente davanti per la magia del verso stupendo 



eum 

ofofl 

ssuA 




e' ha preso fiiriiia di 6gura umana (11). 



4 



Come sappia il Guinizelli esprimere la moralizzatrice azione 
dell'amore, mi accadde pure di farvi sentire. Altri efletti sono 
descritti altrove. 

IVt li iiccM jiassu corno fa lo trono, 
i'he ft'f per la tìnt^stra de* la torrt% 
V ciò che dentro trova spezza e fendi* ; 

romagnu corno atatna d'ottcno, 
ove vita né Bpirt<> non ricorre, 
t^e non clu* la Ugura d*onio rende (42). 



IL € DOLCE 8TIL NOVO » 45 



Qui le immagini delia folgore e della statua di metallo nella 
loro strana arditezza e i suoni col loro cupo e aspro martellare 
danno l'impressione viva d'un sentimento vero e gagliardo, 
d'uno sgomento profondo che s' impossessa dell'anima con tanto 
più d'improvvisa violenza, quanto più ivi è di sensibilità deli- 
cata e pronta. 

Anche da spettacoli di guerra e di caccia Guido deriva tal- 
volta immagini al medesimo fine. 

Appar\'e Inoe che rendè splendore, 

che passao per li occhi e '1 cor ferio ; 

ond'eo ne sono a tal condizione ; 
ciò foro li belli occhi pien d'amore, 

che me ferirò al cor d'nno disio, 

comò si fere angello di bolzone (43). 

Non mi pare che questi terzetti abbiano Tefflcacia espressiva 
di quelli del < trono » e della « statua » ; ma certo ne hanno al- 
trettanta e più questi altri, dove un'immagine di battaglia passa 
rapida nel guizzo d'un verso, uscito di getto dalla fantasia del 
poeta con ritmo e con suoni mirabilmente appropriati : 

£t eo da lo so amor son assalito 

con si fera battaglia di sospiri, 

ch'avanti a lei di dir non seri' ardito. 
Cosi conoscess'ella i miei disiri, 

che, senza dir, di lei scrìa servito 

per la pietj\ ch'arebbo de' martiri (14). 



II. 



Troppo a lungo, o Signori, vi ho forse intrattenuti, parlando 
del Guinizelli. Usciamo, eh' è tempo, di tra Sàvena e Reno, e 
tendiamo l'orecchio desioso ai suoni di poesia che si levano 
dal dolce paese di Toscana. 

Vengono da Arezzo e da Pisa suoni « aspri e sottili » di rime 
dottrineggianti, che da Firenze, da Pistoia, da Lucca l'eco ri- 
pete e rafforza e moltiplica. Vengono d'ogni dove suoni mo- 
notoni di preghiera, di lamento, di sospiro amoroso, artificial- 
mente modulati su esotica lira. Vengono tratto tratto da Firenze 



46 VITTORIO ROSSI 



voci robuste di esultanza e di sdegno politico, squilli di ri- 
sate, canzoni d'amore zampillanti su dal cuore liberamente. 

Soprattutto da Firenze ; dove per la naturale svegliatezza 
delle menti è più larga ed attiva la partecipazione del popolo 
alla vita dell* intelletto, come sotto l'usbergo della costituzione 
democratica di fresco fermata, è più larga e più attiva che in 
ogni altra città la sua partecipazione alla vita dello Stato. 

Ricalcherò ora, io a voi, il quadro tante volte disegnato e 
colorito del Comune fiorentino fervido di politici contrasti, ope- 
roso di commerci e d'industrie, fiorente di poesia, negli ultimi 
ventanni del secolo XIII ? No davvero ; quel quadro vi sta già 
in mente, se non altro nella visione che n'ebbe e magnifica- 
mente espresse il più grande poeta della nuova Italia — vada 
a lui da quest'aula sacra al nome di Dante il nostro reverente 
saluto augurale — quando cantò 

i brevi dì elio l' Italia 
fu tatta nn maggio, che tutto il popolo 
era cavaliere. Il trionfo 
d'Amor già tra le case merlate 
in Ku le piazze liete di candidi 

marmi, di fiori, di sole ; e < O nuvola, 
che in ombra d'amore trapassi, — 
l'Alighieri cantava — sorridi! » 

Nel 1289 quel < buono e felice stato >, per usare una frase 
cara al Villani, ebbe dalla vittoria di Campaldino novello rin- 
calzo e '< fu il migliore che Firenze avesse avuto insino a quelli 
tempi », onde la città « crebbe molto di genti e di ricchezze, 
ch'ognuno guadagnava d'ogni mercatanzia, arte o mestieri » (45). 
Mai cittadinanza era stata meglio disposta a prestare attenzione 
alla voce de' suoi poeti e ad assaporare le dilettazioni dell'arte. 
E fu appunto allora che un di « quei gentili uomini usi alla 
guerra », i quali a Campaldino avevano combattuto per il guelfo 
Comune che li escludeva dagli ufllci, Dante Alighieri, giovane 
sui ventiquattr'anni, mise fuori la sua canzone « Donne che avete 
intelletto d'amore » (46). 

L'impressione nei lettori fu grande e viva; rapida la divul- 
gazione del canto (47). Un ignoto verseggiatore compose tosto 
una risposta per le rime a nome delle rfonne, ch'ò tutta una 
lode del poeta (48). Un amico di Dante, reputandolo ormai 



It* « DOLCE STrL NOVO • 



47 



per le udite parole » ntitnrevnle ^n'udico di materia amorosa, 
si mosse a pregarlo che gli dovesse dire che i* Amore (lU). A 
Bologna già nel 1292 la canzone fu trascritta in un memoriale 
notarile, non dubbio indizio d' una quasi popolarità. K certo 
vi alluse Gino da Pistoia, quando immaginò che Beatrice morta 
si dicesse lodata da Dante « ne' suoi detti laudati >• 

Molti anni dopo il poeta fermò il ricordo — dolce ricordo, 
cbe s'inghirlandava d'una grande speranxa nel cuor© dell'esule 
— fermò il ricordo deWonoj'e fattogii dalla canzone^ nella pe- 
rifrasi posta sulle labbra di Tìonaggiunta : 

Ma dì' s'io veggio qui colui chtv fuore 
traD»e le nuove rime, cominciando : 
<« Do mie chi* avete int-enefcto d'amore », 



Fica 



Mei 



< Le nuove rime », dice il rimatore lucchese {morto dopo 
i' I2f*fi) esprimendo il pensiero e forse ripetendo la parola (50) 
dei Fiorentini del 128U, che nella canzone dantesca aveano ve- 
duto l'aurora d*una nuova maniera di poesia. 

Ben nota è a voi la canzone. Ivi non preghiere, non lamenti, 
^on sospiri, non imprecazioni, y neppure, notate, descrizioni 
1 analisi degli interni travagli d'Amore. A questi temi la li- 
di Dante direttamente o indirettamente ispirata da Bea- 
*Ce» non tornerà più ; ma sarà tutta un inno che dalle labbra 
poeta estasiato sale alla donna ch*egli adora. Gli Angeli la 
*|^*iderauo in cielo e solo per misericordia divina uila può ri- 
lere ancora sulla terra a conforto degli uomini. ìax sua vi- 
arresta o fa dileguare nei cuori villani ogni pensiero mal- 
^*Kicj, e chi la sostiene, o divien nobil cosa o si muore; i 
datili s'umiliano in vederla e dimenticano ogni offesa ; chi le 
"'* parlato sarà salvo in eterno. Della bellezza fisica appena un 
ncordo vago, indefinito: il ricordo del colore di perla diffuso 
suo sembiante e degli occhi ond*escono spirti (ramore hi- 

Questa serena esaltazione della bellezza spirituale fu la ntn 

*^ che nella canzone colpi i contemporanei, fu il carattere 

*^iiziale di quelle che forse dissero essi « le nuove rime ». 

^uinizelli s'era per vero accostato ben dappresso alla dan- 

concezione altissima ilell'amore e della donna, e i^ime di 

ica lode sono pure nel suo canzoniere. Nò in l'oscana que- 

*^ erano ignote: anzi qualche verseggiatore ne aveva per lo in- 



rmnzi dedotto nelle sue spunti d'idee e motivi ed immagiDi (51). 
Ma insoniniu nella canzone ìjonfie che avete intelletto (Vmno^x 
;xli elementi puramente lirici della nuova poesia guinizel liana, 
risentiti da un altro cuore ^ ri elaborati da un'altra fantasia, si 
trovavano per la prima volta raccolti, sviluppati, espressi nella 
più ampia e solenne delle torme liriche. Bastava questo a prò- 
lìurre nei lettori un'impressione di novità. 

E Dante, ebbe egli Tanim^ e la coscienza di attuare una 
grande innovazione? Nella lirica sua propria, sì certamente. 
Poiché j dopo avere nelle precedenti sue rime indagato, secondo 
che era costume del «^ primrj de* suoi amici *, Guido Cavalcinti, 
le misteriose commozioni che gli dava ainui-e, risolse di pren- 
dere «altro parlare ^, dicendo * sempre mai quello che fosse 
loda della gentilissima Beatrice >* E primM frutto di tale delibe- 
razione fu il canto alle donne e donzetle amorose. Ma d'altra 
parte egli sapeva bene d'aver avuto nella letteratura più an- 
tica un precursore ed un maestro, che pure aveva osato le vaiasi 
alla trattazione delT aita umieria : il Guinizelli (5'J). Tiuito è 
vero che raccogliendo pochi anni dopo i suoi versi nella Vita 
Nt(ùva, diede il primo luogo, subito dopo la canzone, ad un 
sonetto che comincia con una citazione del rimatore bolognese. 

Amore e ^1 eur geutiJ Pono una cosa, 
aiccoiiici iì gaggio in »uo dittato ]n»iie, 

per mettere quasi in fronte alla serie delle nuove rime il nome 
di colui al quale pili che ad altri si sentiva legato da un'intima 
affluita spirituale, e che aveva avviato la sua giovine fantasia 
alTespressione dell'alto sentimento che dentro gli dettava. Più 
tardi lo dirà - padre suo»: commovente continuiti! di gratita* 
dine affettuosa e di devozione modesta, dal poco più che ven- 
tenne autore della canzone acclamata al poeta maturo della 
Commedia, dal dicitore per rima ancora novizzt», che si com- 
piaceva del plauso, foi*se inaspettato, de' suoi concittadini, al 
vate magnitìco, che aspettava non pur plaudenti al sacro poema 
que' suoi stessi concittadini, ma vinta per esso la crudeltà che 
fuor lo serrava del « bello ovile -, 

Dante lascia senza risposta diretta la domanda del rimatóre 
lucchese. Perciò non consente, uè contradice alla perifrasi che 
lo designa come ^ Colui che fuore Trasse le nuove rime »; non 
consente per quel tanto di talso che vi riscontra; ma di non 



IL « DOLCE STIL NOVO » 49 



contradire gli permette la sua coscienza, per quel tanto di vero 
ch'egli vi riconosce, e perchè infine sa bene che la poesia della 
lode estatica (♦ le nuove rime ») avea preso voga da' suoi versi, 
ancorché il Guinizelli l'avesse precorsa. E mette fuori la norma 
della sua arte, pacatamente, modestamente, come cosa né nuova 
né esclusivamente sua nella pratica (53). Cosi il suo pensiero, 
complesso e nelle varie parti in vario modo determinato, tutto 
si specchia nella fantastica immagine della conversazione con 
Bonaggiunta. 

« Quando nel cuor mi si desta lo spirito d'amore (54), ne 
osservo attento i moti, e fedelmente, immediatamente li esprimo 
a parole ». 

Io mi 8011 nn cho, quando 
amor mi spira, uoto, ed a qncl modo 
che ditta dentro, vo si^ifìcando. 

Tale la norma; la quale, come affermazione teoretica, è 
ben più nuova che altri non abbia pensato. « Poco vai canto 
che dal cor non viene », avevano detto anche i trovatori (55); 
ma Dante non si ferma, com'essi, al rilievo della spirazione 
d'Amore; anzi questa ricorda solo come materia d'espressione, 
e nell'attività estetica considera insieme l'ascolto che il poeta 
dia alla dettatura d'amore e l'accordo ch'ei sappia raggiungere 
fra r interna dettatura e la sua manifestazione a parole, fra il 
moffo dell'una e il modo dell'altra, fra il contenuto insomma 
e la forma. Quello ch'egli narra d'aver provato quando, deter- 
minato l'argoménto delle « nuove rime », fu colto da una grande 
•< volontà di dire » e « la^sua lingua parlò quasi come per sé 
stessa mossa e disse Donne che avete intelletto rfaìnore >», è 
analizzato nella risposta a Bonaggiunta, elevato ed allargato a 
principio d'arte poetica. E il principio vale, qualunque signi- 
ficato si voglia dare alla parola « amore » ; canti il poeta gli 
ardori d'un amore terreno o l'estasi d'una spirituale adorazione 
o il tormento e la gioia dell'apprendere o le sudate conquiste 
del pensiero; sia egli un umile stornellator popolare o il più 
abile fabbro di canzoni allegoriche o <ìottrinali. 

La vera, la grande novità stava dunque nello stile, inteso 
nella sua più nobile e — diciamo pure — moderna accezione, 
non come scelta e ordine di parole, di frasi, di costrutti, se- 
condo le inani regole rettoriche dell'ornato, dell'eleganza, del 



m 



VITTORIO ROSSI 



ritmo, sibbeiie come espressione fedele e diretta degli stati deN 
rAiiima, lucidamente intuiti dalla fantasia ; dolce espressione 
dei dolci stati, aspra degli aspri, grave dei gravi, turbinosal 
e sconvolta dei turbinosi e sconvolti. Questo ben coinprendej 
Bonaggiunta e non parla più delie « nuove rime * : ma dellcy 
< stil nuovo )•, che racchiude si anche le rime della lode esta- 
tica, ma molte altre con esse, e non è novità trovata da Dante.] 
ma da lui accollai e perfezionata. * Voi, egli dice» rimatori dell 
nuovo stile, esprìmete in forma schiettii, immediati, acconcia 
gli alletti del vostro cuore ; il che noi non sapemmo, freddi e] 
sciatti descrittori dei sentimenti. Le vostre penne (56) riprodu- 
cono fedeli la dettatura d* Amore, mentre le nostro o scrisseral 
quand'ei non dettava o distratto non ne seguirono la dettatura.] 
Ed è questo il motivo pel quale noi, rimatori del vecchio stileJ 
come non riuscimmo a pareggiare le vostre rime d*altra raa-j 
teria, cosi non sapemmo emularvi nelle rime della lode, dolcij 
neirespressione, com'è dolce T ispirazione d* un amore serena- 
mente contemplativo della bellezza spir-ituale* Un nodo, il noaj 
aver posto mente a codesto necessario rapporto tra la conte- 
nenza e la forma, ci tenne lontani dal « dolce stil novo >^ (57),^ 

(y frat*'. ìm*ò. wjic^ìo . » . . il iicidi» 

c'h»^ il Kotaro v Guitton*' v me riti'imc* 

dì qua dal dolce stil novo ohM' odo. 
lo v«*ggiti btni f^me U* vostra pcmie 

dirotra al ditta t-or seii vanno litri-tte, 

cìw dellt' iiostr*' corto non a-venne. 



Ora finalmente ci vedo I pai-e ch'ali esclami ; non era dun- 
que, no, nei rinnovati concetti intorno all'essenza e alla sede 
d^Amure e nelle sottigliezze filosofiche eh* io rimproverai al 
Guinizellif la più importante dillerenza tra la poesia nostra d 
una parte e la sua e la vostra dalP altra. La diversità aveva 
più larghe radici: non era solo nella materia; era nelTaccor-' 
darsi la materia nuova colla forma, secondo le nuove ragioni 
del Parte (58). 

Il canone d'arte enunciato dairAlighierì afferma dunque la 
necessità d*un contenuto sentito e intuito dal poeta («quando 
Amor mi spira, not^j i-) e insieme d'una forma che ne sia nitidO; 
specchio (« ed a quel modo Che ditta dentro, vo significando >) 
Per conseguenza rileva il carattere prettamente individuale. 



i 



IL * DOLCE 8TIL NOVO > 



61 



il princìpal contrassegno della poesia grande e vera; la 
Baie non oasce se non da fantasìe alte e poteotì, che per la 
Imtoosità piena delle loro visioni riescano a vincere le ardue 
[IfRcoltii della perfetta espr'essione. Ma il canone stesso spazia 
più largo doininìo, giusta il crmcettu diverso e in certo senso 
pili largo che della poesia ebbe il medio evo»^e riguardando 
^«Wicht^ aspetti deirattività espressiva, cui l'estetica moderna non 
ui*> a rigore concedere quel nome glorioso, conviene cosi al 
[|MÙ vivido e fresco canto d'amore come alTesposizione rimata 
|i» acconciamente adorna e atte;jfgiata deHe materie dottrinali. 
, ^(si.iiino infatti penserà che Dante rinnegasse il suo canone 
<l*arte, quando con logica serrata e copia d'erudizione ragio- 
nata (Iella vera nobiltà in una delle canzoni del Convivio. Ivi 
aiizì, dicendo di lasciare le < dolci rime » e il suo « soave stile >» 
per assumere - rima aspira e sottile » con cui riprovare il falso 

di (\nv* cbt^ voglìoii l'Iie di GenUÌ&zzsk 
6ÌA priaeipjo rìccbejsza, 

metteva in evidenza la mirabile duttilità del « nuovo stile » : 
^^oh, qoando canta la dolcezza d*un amore fortunato, sia esso 
^«ro allegorico ; aspro, quando con argomentazioni dotte e 
['•Attili riprova e, sto per dire, satireggia torte opinioni. 

Da un contenuto intuitivo o razionale» vivo nella fantasia 

j*^ Nr intelletto, e dalla sua fedele significazione a parole, ger- 

l ^*^liava ÌA novità esaltata dal grande Fiorentino nel canto 

^^JV riel Pìirifalorio ; novità di stile, che segnava ìa condanna 

fi* tutti i poeti cantanti il più feiTtdo dei sentimenti in fredde 

I ''ime composte a specchio di modelli stranieri, o strascicanti il 

^^^^ d'alti raziocini filosofici tra immagini volgari e insulsi gio- 

)<^h''ttidi toetrica e costrutti sintattici goffamente presuntuosi. 

t acuto spirito critico del maggior carjipione di quella novità 

fi^^mise in luce Tessenza teorica; ma la novità era ben altro 

1^ la consapevole attuazione iV una regola prefissa ; era anzi il 

0, tiinto più bello quanto più naturale e spontaneo, del 

individuale dì alcuni poeti ; di quelli appunto pei quali 

^1 Vero uregìo artistico aveva oscurato la lode che « di grido 

Ifrido* Guittone era venuto usurpando. Primo fra essi per 

^f»gione del tempo, il Guinizelli ; secondo, Guido Cavalcanti : 

^n% colui che sovra tutti come aquila vola; e con loro una 



h'2 



VITTORIO ROSSI 



piccola schiera d'altri che, dietro a codesti insigni corife^ sef 
pero esprimere alcunché dì origiuale e individuale in modo orh 
ginale e individuale (50). 



IIL 



Guido Cavalcanti («ìO) era già *< trovatore famoso •, quandi 
nel 12s:i il giovine Alijjhier'i mandava ai < fedeli dVaraore * il 
sonetto eh' ù primo nella Vita Nìfoca, pregandoli che giudicasi 
sero certa sua visione. E la risposta ch'egli vi fece, fu * qua 
principio della loro aniiì?tà ^^ Tenera ed alta amicizia, dell 
quale è agevole raccogliere dallo opere dantesche numeros») 
testimonianze: nessuna però tanto solenne e tanto onorevole 
a Guido, quanlo Tepisodio del X canto deWInflerno; dove h 
poetica espressione il pensiero, ch'egli solo fosse * per altez 
d' ingegno > meritevole d'accompagnarsi al suo grande amico 
nel mistico pellegrinaggio. 

Ed anche a noi, tardi posteri, il figliuolo di messer Cavai' 
cante dei Cavalcanti appare uomo, pensatore, poeta in siti 
gelar modo simpatico. La qualitii maestra del suo spirito è u 
vivissima e molteplice sensiLivitJij che unita ad una poco m 
viva inclinazione all'esercizio del pensiero, informa e spiega 
tenor della vita e il carattere di lui. 

* Leggiad rissimo e costumato e parlante uomo molto, ogi 
cosa che far volle, a gentile uomo pertenente, seppe megl 
che altro uom fare », dice il lìoccaccio (/il), dandogli lode p 
i signorili costumi, la venustà del dire e dei porgere, la per 
zia * d'ogni geritile e caro adoperare »; per tutte insomma l 
virtù cavalleresche che in quel consorzio civile formavano ìi 
perfezione estetica della persona. E come in sé vagheggia 
codesto ideale d'esterna adornezza, così nelle cose Guido sei 
tiva e gustava la beiti delicata e soave : la dolcezza degli spei 
tacoli di natura lucidi e idillicamente sereni, la grazia quai 
parlante dei ninnoli e dei piccoli oggetti (62). 

Anche più intenso era in lui il bisogno del bello morale 
onde fastidiva tutto che gli sembrasse o fosse volgare e di le] 
gieri assumeva on certo contegno sdegnoso che feriva i coi 
temporanei. Uscito d*una famiglia di Grandi guelfi, rinunci 
alla partecipazione agli uffici dello Stato per non farsi inscrìvei 



IL « DOLCE BTIL KOYO * 



58 



a tnatricola nelle Arti, come la Riforma del 1295 ordinava: e 
fu orgoglio di Magnate schivo d'imbrancarsi — la soa parola 
sarà stata incanagliarsi — col popolo. Ma neppure volle esser 
mai alle brigate che certi Grandi facevano, ove * tutti mette- 
tano tavola, ciascuno il suo dì x^ {6H): e fu più nobile orgoglio 
«l'uomo ripugnante allo spettacolo dei bassi diletti della gola. 
Quanto viva ed aperta ad ogni genere d* impressioni, altret- 
tanto profonda e durevole era la sua sensibilità ; talché alla cora- 
mmone dolorosa per gli atteggiamenti ostili degli uomini segui- 
tano Beri e tenaci i propositi di vendetta, alle trafitture del fato 
ineluttcìbile lo sconforto e una tetra concezione della vita umana. 
Quindi i meditati ardimenti deiraggressione a Corso Donati, che 
a lui pellegrino per Tol<^sa a San Jacopo di Gallizia aveva teso 
un aifguato, e della violenza contro il popolo il San Giovanni 
<Jel l.'^OO, che fu la causa del Tesi gì io di Guido a Sarzana e della 
»ua morte precoce. Quindi li malinconia di queiraninia che sen- 
tiva in sé • nascer pianto » (04) e con accento di straziante ve- 
^*à implorava: 

Morie gitoti!, remedla de"" ctittìvi^ 

ttien*^» murci? ii man giuutt' ti cliegjy^io ; 
vjeiimi a vedere t* prt*tidiitii , . . , ;(ì5), 

'^iimli per ultimo il desiderio assiduo della solitudine, la quale 
Uteggiamcnfo di difesa contro le impressioni dolorose. 
Al Cavalcanti però la solitudine era cara anche come la 
*tidi2ione pio propizia ai piacei-i del pensiero e dell' imoiagina- 
*Oii^, m Giovane gentile, cortese, ardito, ma sdegnoso e solita- 
lo e intento allo studio * lo dipinge il Compagni, E i Fioren- 
[^i, che lo vedevano uscire dallo sue case qui presso, risalire 
corso degli Adimàri e aggirarsi fra le arche dinanzi al bel 
Giovanni, tutto assorto nelle sue speculazioni e • molti» 
^"trailo dagli uomini », dicevano * che quelle speculazioni erano 
»Ifj in cercare «e trovar si potesse che Iddio non fosse **, 
Sino a questo punto la sua irreligiosità forse non arrivava; 
ìmn. ph*egli tenere * alquante» deiropinione degli Epicuri », che 
* *'anim!i col corpo morta fiinno», mi pare risulti non pirr 
telb testimonianza de) Boccaccio, ma da quella sua familiarità 
ccilU fliosofìa araba, che si manifesta e nella canzone Donna mi 
V^m, vero trattato in versi sulla dottrina d'amore, e in altre 
^^^^ rime (Oti). 



M 



VITTOEIO ROSSI 



Allo studio dei processi psichici che generano ed accompri 
guano il fatto ileiramore. Guido consacrò lunghe e severe me- 
flltazioiii, in^iustriandosi a dichiarare le rudimentali teoriche 
preesistenti mediante la sua cultura filosofica e una più mi- 
nuziosa analisi del vario modo di comportarsi delle cosiddette 
potenze ileiranima. Egli coasidera anzi tutto la parte coDOscf* 
ti va del fatto e, seguendo appunto una teoria araba, cerca mo 
strare come la ^^ forma veduta > si idealeggi per via di succes- 
sive astrazioni e per raverroistico cooperare dell' intelletto a 
t!v(j e deir intelletto possibile. Cosi sulla base d'una realtà sorj>e.'< 
nella mente un'idealità ft^mminile, e con questa, per misterioso- 
influsso di stella, nasce Amore, che esercita il suo terribile 
impero nel cuore. Codesto amore non ha né la trascendenza 
mistica, uè la malinconia soave delT estatica contemplazione 
dantesca; nessuna aspirazione religiosa lo accompa^^na; ess< 
p passione che stru^rge e divora Taurma che n'è presa* 

Alcuni effetti dolorosi tlelfamore aveva rilevato già il Gui- 
nizelli ; e gli sbigottimenti, i tremori, gli smarrimenti di cui 
è piena la prima parte della Vita Nuova, sono fenomeni dell 
medesima natura. Ma nel Cavalcanti, sia questa una cons( 
guenza della sua dottrina filosofica o del suo temperament 
incline a mestizia o delFuna e dell'altra cosa insieme, ramo? 
diviene un dominatore crudele e impetuoso, una potenza nuov 
che tutte assorbe ed annulla le potenze iJeìranima sospendend 
i moti della vita, una tragica minaccia di morte. 

Il filosofo, con sottile acume distinguendo il cuore, Tanima 
i" la niente, e in ogni stato affettivo riconoscendo l'azione d'uno 
di quegli spiriti o spiritelli di cui gli parlavano i medici arabi 
e greci, scruta le cause e le manifestazioni degl' interni com< 
movimenti; ma uelTuomo il sentimento è vivo e reale ed i 
poeta ne ha r intuizione piena, immediata, sintetica. Onde 1 
fantasìa dà forme sensibili a quel mondo dello spirito, e I 
astrazitnir vede» ode e» sto per dire, tocca, tramutate in realità 
concrete, che si muovono, parlano, operano, piangono, ridono 
come persone vive. Se talvolta il concetto logico che sì vai 
deir allegoria, impedisce o ralTredda la creazione fantastica! 
più di frequente il poeta vince il filosofo, e T impressione n 
stra non può essere se non di commozione e d'ammirazion 
schiettissima. 

Sentite. Piange e sospira il poeta innamorato, e fra quetl 



1 r 

I 



IL « DOLCE STIL NOVO 



angoscia vede l'immagine della sua donna, spettatrice impas- 
sibile. 

L'anima mia dolente o panrosa 

piange no li sospir che nel cor trova, 

sì che bacati di pianti escou ibre. 
Allora par che no la mente piova 

nna figura di donna pensosa. 

che vogna per veder morir lo con* (H7) : 

•lue terzine di rara efficacia espressiva, nelle quali il verso 
•< si che bagnati di pianti escon foro », nell'urto dei forti ac- 
centi rilevati dalla vocale larga, piange veramente e singhiozza, 
e la visione finale gitta un lampo dì luce funerea. 

Guido è il poeta del movimento. Le molteplici figure in cui 
s* incarnano i concetti della sua mente, spesso si consertano in 
vere scene drammatiche, piene d'agitazione, tutte pervase dal 
soffio della realtà. Lo sguardo della donna amata e il suo pe- 
netrare irruente nel cuor dell'amante, i tremiti, i sospiri, i 
«iolori del poeta e il dissolversi in lui della vita dinanzi a quello 
sguardo o all'immagine mentale di lei, tutto compare, perso- 
naggio od azione, in queste due stanze d'una ballata: 

Ella mi fere hi, ([iiando la s;;iianl(>, 

eh' i' sento lo sospir tremar nel eore. 

Ertco do li occhi suoi, là ond' io ardo. 

nn gontiletto spirito d'amore, 

lo qual ^ pieno di tanto valore, 

che, quando giunge, l'anima va via, 

come colei die soll'rir noi i)oria. 
1' Mento pianger for li miei sospiri, 

quando la mente di lei mi raji^iuna ; 

e veggo piover per l'aere martiri 

che strnggon di dolor la luia persona, 

sì che ciascuna vertìi m^ibandona, 

in guisa eh' io non so iri' v' i' mi sia, 

sol par che Morte m'aggia 'n sua balia ((ìX). 

^*on il « languido e stanco desiderio di morir » che il Leo- 
P^^di sente in cuore al primo nascer d'un amoroso affetto, ma 
una più penosa e profonda commozione di tutto il suo ossene 
descrive il Cavalcanti in questi versi. Il fatale alTratellamento 
d'Amore e Morte, elegiaco nel poeta moderno, è tragico nel- 



5B 



VITTORIO ROSSI 



rantìco, che in un'altra ballata vede a se vicina e salutante 
essa stessa, la Morte. 

Novollu i]o^liji uì* V ìì*A cor venuta, 
la i|ual mi la doler v piiaDger fort**; 
o spesse Toltó av«m clie mi saluta 
taiito di presso Faugoscìo^a. morte. 
chf fa *n quel pnnto lo persime iiocorlc, 
che dicono in fra lor : — quent'à dolore» 
© già secondo elle ne par do forc, 
dovrebbe dentro aver novi martiri \tM\), 



E un quadro potente, in cui s*è concretata rastrazione del 
sentimento doloroso. 

Immagini e artifìci, convenzionali nella vecchia lirica nostra, 
escono a novella vita nella poesia del Cavalcanti. Che era di- 
venuto Amore nella consueta personificazione classichetrjsriante ? 
Un fantoccio, un fanciullin da tjioco^ come dirà altri più tardi. 
Ma eccolo in un sonetto del nostro Guido riprendere atteggia- 
menti e costumi d'uom vivo; fermarsi, astuto, a discorrere con 
lui e tenergli la mano sul petto, e poi saettargli sospiri nel 
cuore si fortemente, 

eh* i' mi partii «bigotti to fuggendo (70)» 

Qual mai rimatore provenzale o italiano non aveva, almeno una 
volta, diretto il discorso al suo stesso componimento? Era di 
solito un freddo artifìcio. Segue la consuetudine anche il poeta 
fiorentino ; ma solo perchè ve lo guida il sentimento suo e per- 
chè cosi vuole la sua fantiisia, che vede farsi persone le sue 
stesse ballate. * Parole mie», tale la chiusa d'una fra le più 
commoventi : 

plinti e mi© disfatta e paurono, 
ìk dove piaee a voi di gire^ antlafe ; 
ma Hcmpro sijspirando e vergognose 
lo nome do \i\ mìa donna chiatiiaie. 
lo pur rimango in tant'aversitate, 
che qitiii mira di foro 
vede la morte sotto '1 meo colore (71). 

Ancora la Morte» sempre la Morte ; tragica immagine nella 
rappresentazione degli effetti psico-fisici delTAniore, disperato 




IL « DOLCE 8TIL NOVO » 57 



sospiro nello strazio degli ineffabili tormenti. Ma quando, di- 
strutta la persona dal morbo, Guido sente appressarsi veramente 
la sua fine, il pensiero della morte perde ciò che aveva di tra- 
gico o di disperato e colorendosi d'una tenera e stanca malin- 
conia, posa in una dolce visione: al di là della morte è l'unione 
deiranima adorante del poeta colla donna adorata. Così da Sar- 
zana, dove Tha colto il male che lo trarrà tosto alla tomba, o 
come a me pare più verosimile, da Nimes, dove una malattia 
l'ha arrestato sul cammino di San Jacopo di Gallizia (72), vola 
in Toscana, vola a Firenze la bellissima delle sue ballate : 

Perch'io uon Hpero di tornar già mai, 
ballatetta, in Toscana, 
va ta, leggiera e piana, 
dritt'a la Donna mia, 
che per sna cortesia 
ti farà molto onore. 

Alla IfCUlatetta, funebre ma graziosa messaggera, 

(Tu ]>orterai novelle di sospiri 
piene di doglia e <li molta paura), 

sale dal cuore, che si divincola fra le strette di morte, la pre- 
ghiera accorata del poeta : 

Tant'è distratta già la mia persona 
eli' io non posso soffrire : 
se tu mi voi servire, 
mena l'anima teco, 
molto di ciò ti preco, 
quando uscirà del core. 

Ed essa, la ballatetta, prende quasi la figura d'un' amica, d'una 
sorella, cui un morente raccomandi un essere amato, debole e 
bisognoso di protezione, pel quale egli speri attuata nel futuro 
una sua idealità lungamente ma invano perseguita. 

Deh, baUatetta mia, alisi tu* amistati- 
quest'anima che trcMuu raccomando : 
menala teco nella sua pìetat^' 
a quella bella donna n cui ti mando. 



I 



58 VITTORIO ROSSI 



Voi troverete una Doiiua piacente 
di 8Ì dolce intelletto, 
che vi sarà diletto 
starle davanti ognora. 
Anima, e tu l'adora 
8era]>re nel suo valore (73). 

Ma la lira di Guido non dà sempre note dolorose. Egli ha 
alcuni sonetti, sereni nella serenità della visione della donna 
sua splendente e operante in terra com'angelo. Eccone uno che 
comincia con una mossa straordinariamente viva, quasi con uno 
slancio della fantasia che voglia afferrare e fermare nell'espres- 
sione l'immagine che le vagola innanzi; ed è tutto un anelito 
verso codesta immagine, sino alla seconda terzina, dove il poeta 
si confessa impari ad intendere tanta bellezza. 

Chi è questa che ven, cli'ogn'om la mira, 

e fa tremar di claritate l'a*re, 

t^ mena seco Amor, sì che parlare 

omo non può, ma ciascun ne sospira ? 
Deo ! che rassembla quando gli occhi gira ? 

dical Amor eh' i' noi savria contare : 

cotanto d'umiltà donna mi pare, 

ch'ogn'altra ver di lei i' la chiamo ira. 
Non si poria contar la sua piagenza, 

ch'a le' s' inchina ogni gentil virtute 

(* la beltade i>er sua dea la mpstra. 
Non fu si alta già la mente nostra 

e n(m si pose in noi tanta saluto 

che pn)priamentc n'aviam canoscenza (74). 

Meno elevata è T intonazione d*un altro sonetto. Qui il fan- 
tasma, veduto limpido e fulgente, si specchia in un'espressione 
di squisita semplicità, si culla in versi di suono mollemente 
carezzevole : 

Avete 'n vo' li fiori <» la verdura 

e ciò che luce od è bello a vedere : 

risplonde pifi che sol vostra figura, 

chi vo' non vede, ma' non po' valere. 
In questo mondo non à creatura 

sì piena di bt'ltà u«5 di piacere ; 

e chi d'amor si teme, l'assicura 

vostro ì)el viso e non pò più temere. 



IL «< DOLCE 8TIL NOVO » 59 



Le donne clie vi fauno compagnia, 

assa' mi piaccion per lo vostro amon^ ; 

vd V le prego piT lor cortesia, 
cho <inal più pnote più vi faccia imoro 

ed aggia cara vostra sei^oria, 

IKjrchè di tntto sete la migliore (75). 

Neir anima di questo filosofo v'hanno fibre — si sente — 
che rispondono con simpatia alle voci dei poeti del popolo ; 
ODd'èche quando la materia sentita e intuita vi j^' acconcia, 
quelle voci echeggiano nelle rime di lui. Esempio insigne una 
ballata, dov'ei rappresenta una scena d'amore tra il verde 
d'un boschetto, al pigolar degli uccelli: la pastorella in cui si 
imbatte, dai « cavelli biondetti e ricciutelli », dagli « occhi pien 
d'amor », la quale 

con sua verghetta pasturav'agnelli, 
e. scalza, di rugiada era bagnata : 
cantava come fosse innamorata : 
or^adornata di tutto jiiacerc ; 

il SUO colloquio birichino con lei e, velata da un nimbo di fo- 
iflie e di fiori, « sott'una freschetta foglia Là dov' io vidi fior 
«fogni colore », la gioia finale (70). 

Il tema è dei più triti ; un di quei temi ch'erano nati spon- 
tanei dovunque era nata poesia popolare. La forma ha tutta la 
fresca vivezza di codesta poesia, tutto l'ingenuo candore, tutta 
la gioconda serenità. Ma nella ballata del Cavalcanti è l'anima 
dei poeta; è la sua fantasia ben temprata da natura e ben edu- 
cata, che a quella forma vivida, semplice, serena, corre di per 
^- P€P esprimere la sua vivida, semplice o serena visione. 
Qoanto siamo lontani dagli sti-azi inefifixbili, dalle fiere battaglio 
del cuore, cui rispondevano le immagini funereo, i suoni cu[)i 
^ aspri, i ritmi singhiozzanti ! 

V mi soli un, che (|uando 
Amor mi K})ira, noto, ed a <|ii(d modo 
»'h<' ditta dfutro, vo sijruifK-ando. 

F'ietadel « nuovo stile », Guido attuava mirabilmente, non certo 
p^r calcolato artificio ma ;rrazie all'alto suo ingegno, la norm.i 
cui più tardi diede evidenza teorica il suo grande amico. E forse 
•leiramico egli segui l'esempio, esprimendo la dolcezza dell'c- 



60 



VITTORIO R03BI 



stati cii contemplazione nei due fedone tti che vi ho letto pur ora : 
qui veramente poeta non pur del * nuovo stile )*, raa del « dolce 
stil nuovo ». 

Dico « forse segui », perchè T incertezza che regna intornu 
alla cronologia delle rime del Cavalcanti, non mi permette* di 
afferniaiio recisamente. Ma per Tammì razione ch*egli m* ispira, 
vorrei che fosse così. Che nella sturia delia lirica nostra (lindo 
grandeggerebbe vieppiù, come colui che dinanzi alla gigante- 
sca e affascinante personalità artistica dell' Alighieri, avrebbe 
saputo mantenere intatta la sua propria individualità di poeta. 
Nelle rime dantesche che seguono ♦ lo stile della loda i*, la rap- 
presentazione dei fatti interni ed esterni è tranquilla e posata, 
d*una, direi, classica compostezza, nella quale sì riflette la calma 
d'uno spirito che in quelle stesse parole di lode trovava la sua 
beatitudine. Ma nei due sonetti del Cavalcanti, specie nel prima, 
tutto moisso da interrogazioni ed esclamazioni, s'agita non im- 
pacciato da vincoli imitativi, lo spirito non mai chetato di lui: 
si vede T impronta della sua fantasia, che anima le cose circo- 
stanti come le personificate astrazioni, e in quelle come in que- 
ste trasfonde, con foga quasi romantica, ri sentimento che agita 
ti cuor del poeta. 



IV. 



I 



Se il Guinizelli ha il vanto d'avere per primo espresso con 
ischiettezza e sinceiità un sentimento vivace e profondo, con- 
viene però riconoscere che i veri grandi rinnovatori della li- 
rica d'amore — alla quale per seguire la tradizione e non 
abusare della vostra *i:entile pazienza, di necessità ormai si re- 
stringe il mio dire — furono i) Cavalcanti e rAlrghieri : quello 
nella figurazione, appena tentata dal Guinizelli, degli stati del- 
Tanima amante: questo nella larga rappresentazione della spi- 
ritual bellezza muliebre ; quello, campione gagliardo del « nuovo 
stile» iniziato dal Guinizelli, eh* è quanto dire d'un 'arte fedeN 
mente espressiva del sentimento o dei pensiero; questo ripren* 
ditore, ancora di sulle tracce del Guinizelli, e solenne divulga- 
t<ìre della poesia della lode estatica, eh* è quanto dire del « dolce 
stil nuovo»; grandi rinnovatori entrambi assai più che perle 
loro logiche concezioni dell'amore, per il vigore del sentimento 




IL € DOLCE 8TIL NOVO 



61 



e per il modo delf espressione: per le ragioni insomma del- 
l'arte. 

Soprattutto in grazia dell'arte le rime di Dante e del primo 
de' suoi amici attrassero rattenzione dei contemporanei. E come 
suole accadere quando un'opera letteraria è in auge presso il 
pubblico, pullalai'ono gli imitatori : seguaci del vecchio stile, 
che talvolta si compiacevano di mutar falsariga; verseggiatori 
novellini^ che cercavano fama Indulgendo alla moda ; poeti, cui 
lo studio della nuova arte apriva la via alla sìgniricazione dì 
quel che dentro sentivano. 

L' imitazione — voi ben lo sapete — è la negazione deUa 
poesia, salvo che non cessi d'essere nel latto quel che dice il 
suo nome e sia invece Tespressione d'un'afflnità del tempera- 
meoti d*un* acquisita inclinazione della fantasia verso forme 
già note. Se terremo presente il canone artistico proclamato 
da Dante nel colloquio con Bonaggiunta e V interpretazione che 
ne abbiamo data, non accoglieremo dunque nella cosiddetta 
:^aola dello stil nuovo tutti quelli — e furono molti allora e 
più tardi (77) — che meccanicamente ripeterono le lodi dan- 
tesche della donna angelicata o si valsero delie forme proprie 
del Cavalcanti per un semplice esercìzio di stile. Q\h essi stessi, 
facendosi imitatori e tendendo ad un mero accordo di espres- 
iioni, non all'accordo d'una contenenza che avrebbe dovuto 
essere e non era viva nel loro cuore e nella loro fantasia, 
ooD respressione, si mettono fuori del * nuovo stile *. Vi l'as- 
segneremo invece quei poeti, che seppero assimilarsi idee e 
rfsentire affetti dì Guido o di Dante e liberamente, ìmmedìat^i- 
mente ne espressero la parte che meglio si con faceva alla tem- 
pra deir anima loro, con qualche novità d'ispirazione e di 
sviluppo (78). 

Sia primo Lapo Gianni, anzi, per nominarlo con tutte le 
cerimonie, ser Lapo di Gianni Ricevuti - per rautorità del- 
l'Impero giudice ordinario e pubblico notaio *. È ben giusto 
cbe gli si faccia onore, non foss* altro, per le sue alte amici- 
zie. Egli è infatti quel Lapo che Dante ricorda nel sonetto che 
voi tutu sapete a memoria, Otiìt/o, ron\H cfie tu e Lapo eff 
ió^ flore di poesia dolcissima e insieme bel documento della 
tenera fratellanza di quei poeti. Col Cavalcanti e con Lapo, 
Dante vorrebbe esser tratto per forza magica via per Toceaiio 
immenso, lungi dalle curo del mondo, in una fantastica navi- 



6-2 



VITTORIO KOSST 



inazione sorriììa dalla presenza della sua donoa, di monna Vanna 
e ili monna Lagia. Quanto diversa la figurazione che di l^po, 
il c^^eiitile amante di Lagia, sujj^gèrisctmo alla nostra fantasia e 
questo sonetto e le rime stesse di lui, da quella che ci si af- 
faccia se, sfogliando i suoi protocolli, lo vediarao per un tren- 
tennio, fino al 1328, rogar testamenti e patti e procure ! Il con- 
trasto è strano, ma non raro a quei temjvi (71*)* 

Lapo Gianni, nelle cui rime spuntan frequenti e garbate le 
reminiscenze del Cavalcanti e deirAlighieri, non arriva alTal- 
tissimo concetto guinizelliano e dantesco della donna; non si 
appaga della pui*a conteinplazione dell'anima bella; anzi rim- 
brotta e minaccia, se non ottiene la bramata corrispondenza di 
sguardi e sorrisi. Invoca la Morte, ma non come liberatrice: 
si aftinché Amore, servando 

unii .Sila It'^cgi' a 11 tira, 
cbtj *inal dilli na a Uaou strvo iu»u è amie»» 
le «iir bi^lezxe distrugge e disface (80), 

abbia ragione di far vendetta delle pene di lui. Se nel Caval- 
canti Tarnore e tragico e produce languori mortali e cupa ma- 
linconia, in Lapo al contralno ravvalora la coscienza e talvolta 
è din te d*allegrezza : 

rsuito veime in riio nlnU* giuntile 
qiul nti«v<^ »|nritcl iicUa mìa ìueiitt^, 
olii* ^I cor s'alU'gra ileUa nxin venutii (81)* 

Questi i tratti caratteristici della poesia di Lapo; più elegante 
ed armoniosa là dove s'appoggia a modelli, forse più scabra 
dove un contenuto originale s'affatica a trovare un'espressione 
sua propria. 

Triste è la parte viva della poesia d*un altro dì quei dici- 
tori : di messer Dino Fi-escobaldi, piacevole uomo e ♦ gi*ande 
vagheggiatore py che mori verso il 1320 e fu, se diamo retta 
al Boccaccio, colui che mandò a Dante, ospite dei Malaspina, i 
primi sette canti dell* /w/i*r7io trovati da madonna Gemma in 
un forziere. La sua «pietosa giovinetta bella ». che uccide ogni 
vizio e « sol dov'è nobiltà gira sua luce » (82), s'è formata a 
specchio dì Beatrice. NelPanima del poeta e quindi ne' suoi 




IL « DOLCR STlIi KOVO » 



63 



vem, vìve solamente una fosca inimaj^'ine di donna, che, altera 
I e sdegnosa, desidera la morte dell'amante (8^^). E la morte egli 
chiama con tale sincerità d'espressione, che noi dimentichiamo 
quel che dì simile abbiamo letto nel Cavalcanti, pei' non ascoi 
tare che lui, il povero Dino, straziato da un dolore vivo^ in- 
Tolto l'anima d'angoscia. Un tempo ei l'ha temuta la cruda vi- 
sitatrice ; ma ora che Amore gli « fulmina nel cor T invitta 
curai^, ora la implora con desiderio intenso, e il pensiero dell i 
Morie accoglie e accai'ezza come un dolcissimo amico: 



Ed ora se m^l^l>b^accirt 

da tusi parto il pi^jisicr, il badcìi 



in bobcn (84). 



Il canzoniere di Gianni Alfani, probabilmente il più giovane 
di quei rimatori (85), è breve; ma tutto insieme d'ispirazione 
più schietta e vira che ntjn sia quello dì Lapo Gianni, di più 
t'aria originalità che quello del Frescobaldi, Sulle rime di Guido 
^ è «li Dante r Alfani s'è educato alla poesia; ma ora canta i sen- 
timenti suoi con novità di modi, specchio di novità nelle situa- 
zioni. U sua fantasia asseconda ed esprime con immagini e 
tiwii Tariati il diverso atteggiarsi del sentimento: d*una tri- 
^tem, che dalla malinconia diffusa ed accorata sale sino alla 
augoitcia prorompente dall'anima in • stridi ^ pietosi. Con lui 
ci aentiamo più vicini alla realtà della vita; che i viaggi, torse 
^Jir ragioni di commercio, e resigìio, come valsero a determì- 
pure il carattere degli affetti, cosi diedero talvolta occasione 
^ll6 rime dell'Altkni* Appunto la lontananza dalla donna amata 
^rii piange in questi versi soavi : 

Ballutettn dtUrato, 

va* moMtriindo il mio ]ùanin, 

cho di dolor mi empire tutto quanto. 
Tu te n'andrai in prima u (jncnn jy^tnia 

jicr oui Firt'u^e In et» *'([ è jircjrJatn ; 

•^ qnotarnente, vììt^ mm lo BÌa tmia, 

la [iriega e Ite t\'iàeoltì, »^cousolìita : 

poi le dira^ affannatu 

romt' m' lift tutto infranto 

il tristo bando ohe niì colse al canto (H<i), 

Btor$e [^^ ^^]i^ terra del suo esigilo, gli è dolce ricordare il 
I™'* incontro con la sua donna, il primo saluto che n*ebbe, 



64 VITTORIO ROSSI 



il primo sbigottimento dell* amore, in un'altra ballata leggia- 
dra (87), dove è come lo spunto d' un motivo che in un avve- 
nire ormai prossimo si svolgerà in magnifiche melodie. 

Meglio determinato, codesto motivo già risuona nelle rime 
d'un coetaneo dell'Alfani. Sentite: 

Hiede alla mente mia ciascuna cosa 
che fn di lei x)er me già mai veduta 
o eh* io l'udissi dire. 

Quando mia vista bella donna mira.... 
i' non saprei ridir qnal io divegno, 
eh' io mi ricordo allor qnaud' io vedia 
talor la donna mia ; 
e la fìgnra sua, eh' io dentro porto, 
surge Hi forte eh' io divengo smorto (S8). 

Sono in embrione i ricordi e i sogni, in cui si rifugierà fra 
poco l'anima affaticata di Francesco Petrarca. I versi spettano 
all'amoroso messer Gino, che lodatore del poeta di Beatrice e 
lodatone, pianto in morte dal poeta di Laura, par destinato a 
trasmettere da quello a questo la face luminosa della lirica 
italiana (89). 

Il grande giureconsulto pistoiese suppergiù coetaneo di Dante, 
ma sopravvissutogli una quindicina d'anni, è ben lungi dal pos- 
sedere la robusta e magnifica fantasia trasformatrice delle astra- 
zioni in figure concrete, che è gloria del Cavalcanti : sicché 
quando tenta per le vie e nei modi usati da questo le analisi 
psicologiche, riesce non pur freddo ma goffo, arido sillogizza- 
tore e maneggiatore meccanico di concetti astratti in maschera 
di persone. Ei torna così al vecchio stile. Né il sentimento suo 
vale a sollevarlo durevolmente alle eccelse contemplazioni delle 
€ nuove rime ** dantesche, alla visione della pura bellezza di 
un'anima che intorno a sé diffonda aure di nobiltà e di virtù. 
Fra l'occhio del suo spirito e quell'anima permangono quasi 
sempre le sembianze fisiche della donna amata, illuminate d*una 
luce d'idealità. È una, sia pur lenta e larvata, discesa dal mondo 
impalpabile dello spirito alla realtà visibile della materia; è, 
parlando da moralisti, un passo indietro verso quel dissidio tra 
l'umano e il divino che il GuinizelU aveva composto nell'im- 
magine della donna simile ad angelo ; ma, rispetto all'arte, é 



H. e DOLCE STIL NOVO > 



65 



un passo innanzi verso ì contrasti, umanamente così strazianti, 
eppire riccW di tanta e si alta poesia, che affaticheranno l'a- 
mante di Laura* 

L'originalità vera di Gino si manifesta quamregli descrive 
direttamente sé stesso, quando cioè vede specchiarsi nella sua 
faatasia raoima sua e ne esprime con finezza d'intuito le gioie, 
I desideri, le speranze^ le trepidazioni, i dolori. Soprattutto i 
dolori, perchè nella descrizione delle infinite gradazioni di que- 
sto sentimentOj il Pistoiese — qui davvero poeta del nuovo stile 

Il trovare imraa«,nni e colori e toni d'un' infinita varietà, 
e tutti mirabilmente efficaci. Valgano d'esempio alcuni 
Tèrsi d*un sonetto a Dante, veramente caratteristici : 



Il dolori 

BstQS( 



11 con^ m^arde iti desiosa %'oglÌH 

di pur ^oler meutro ohe *n rita dxuo ; 

fatti) di ttutd che dotta ogni nom. sÌimìihi, 

sol che ihiHcnn dolor iu mr s'ai'cogUa* 
Dolente, vi» pasci^udomi sonjiìrL 

qnanto i>o86<» nJ'orzftiKlu '1 mi' liimi!iit^> 

pftr (]tiena ohe si duol ne' mìei dìsirì. 
K però «e tn mi novo tnrnu^uto, 

mandala al dislQ84> di martiri, 

cho A a ali vergato di larai taìcntn (IMì). 

i*er intenso che sia il dolore qui rappresentato dal poeta, 
8^11 lo sente non come violenta traOttura di spada — così lo 
miìrsL il Cavalcanti — ma piuttosto come una continuata vel- 
licaiione tormentosa delle fibre più sensibili del suo cuore; e 
cflw atteggiamento nuovo nella poesia italiana, lo ama, lo de- 
^»<lerd accresciuto e moltiplicato, ne assapora l'arcana dolcezza. 
Il slmil guisa ogni altro sentimento, nell* anima di Gino, è tran- 
«ìoillo, quasi blando, senza impeti dì violenza, né cieco furore 
'ti distruzione : si che la fantasia può affisarvisi con diletto, 
accarezstarlo ed esprimerlo con soavità di ritmi f* di suoni, 
^ìac^pe e dolore «ono immagini che vivono in essa. 



Immaginando inteUigibìlmentt'i 
mi conforta nn pensi er che ti*«j*« un volo. 

L'imm affinar dolente che m'nnoid*», 
ilavauti mi inpÌLi^c t>gni martir*» (91), 



6G VITTORIO ROSSI 

Ecco ormai quella calma serenità della contemplazione estetica 
che il De Sanctis rilevò cosi bene nell'opera poetica del Pe- 
trarca. 

Con Gino il « dolce stile > dantesco finisce ; e s'annuncia uno 
stile, « nuovo » alla stessa guisa, ma altramente « dolce », che 
sonerà sulle chiare e fresche acque di Sorga e fra le ombre 
di Sclvapiana. 

Signore, Sif/nori, 

Tra lo scorcio del secolo XII e il principio del Dugento, un 
poeta tedesco, la cui statua oggi s'accampa sulla maggior piazza 
della città di Bolzano, quasi di contro al Poeta nostì^o, che, 
fermo • par ch'aspetti a Trento », Gualtiero von der Vogehveide, 
sollevava d'un tratto la lirica di sua nazione ad altezze ch'essa 
non superò poi se non col Goethe (92). Sullo stanco tronco del 
canto d'amore provenzaleggiante egli inserì un forte innesto di 
poesia popolare: ma né il tronco né l'innesto avrebbero ver- 
deggiato di fronde che sfidarono i secoli, se non li avesse fatti 
vivere della sua vita la fantasia di Gualtiero, creatrice d'im- 
magini piene d'evidenza, di movimento, di grazia. Fu il - nuovo 
stile » del medio evo germanico (93). 

Cosi il tronco inaridito della lirica italiana siculoproven- 
zaleggiante disparve sotto l'ammanto d'una magnifica verzura, 
non per i rigogliosi innesti di poesia popolare, di seria dot- 
trina filosofica, di vivace sentimento religioso, che vi furom» 
fatti, si grazie all'opera individuale dei poeti di cui vi ho par- 
lato. Anche il * nuovo stile » del medio evo italiano, conside- 
rato come fenomeno artistico, non ha ragioni immediate fuori 
della fantasia di coloro che in sé lo impersonano. Esplorare il 
fondo di dottrina letteraria e scientifica su cui germogliò, non 
è ancora coglierne l'essenza, quale fu nettamente definita dal 
poeta della Commedia, 

Verrà il Petrarca e alla rinnovata materia sentimentale t* 
razionale, rinnovata dalla gagliarda originalitìi della sua anima 
e dal mutato ambiente storico, darà ne' suoi versi schietta e 
fedele espressione, seguitando, per intimo impulso del suo ge- 
nio, il metodo già praticato dal Guinizelli, dal Cavalcanti, dal- 
l'Alighieri. Sarà il * nuovo stile » dell'etìi declinante con ra- 



IL « DOLCE 8TIL NOVO » 67 



pido moto dal Medio Evo alla Rinascenza e combattuta fra i ri- 
cordi del passato e i presagi deiravvenire. 

Resti pure riservato all'alta lirica dell'estremo Dugento, alla 
poesia di quelle anime e di quella cultura, il battesimo di 
< nuovo stile » ; ma tenete per fermo che il miracolo di novità 
ond*era stupito il rimatore lucchese, si ripetè e si ripete, nel 
senso appunto dichiarato da Dante, tutte le volte che da qua- 
lunque angolo della terra abbia brillato o brilli sugli uomini 
avidi di ideale la luce d'una grande fantasia di poeta. 




iìTEITEVZA. * I^ conf«r«iizA ò qui tumpata nelU tua forma orìgJriari&; nun 
({tftli fu irtu in Orfaiiiiiiìcb«]tt il 12 gennaio del l'JO&, abbrftviaia raftdianlo tagli a riai- 
Iti U li ateodano poi, non ifiùppQrtuiiaiii«Dt«t er«do, queAt» note che furouo appre> 
iut< Del febbraio lycc^aviivo; la aggiunte pottarìori vi lODO distinte col aoIHo apodiente 
dalk |rir«Dt«if <)uadre, Nella prci(»nt« fioritura di studi i&lorDO allo « iitil ouovo » iìod 
* '»<5«l* ftmiar queat» date 

(te téittm^t i90S). 



(2) ftiy., XX\1, 07-99, 112-14. 

(3) Non ft^eftdr raceoglit^rf i|iii la ìiibliugralìa ìIì^IIì- rÌL-erche Uiognilì- 
^^ iiitonio Jil Guiaizi'lli, tìintcj i»ifi ilii^ la offr*^ eonì]iiuta il ,\fanunh' tM 

wona f di'l Baiaci, nimvì» »'ili?,,, voL T, Fìrenzn 1903, ji, 105 sgg. Ma 
I ittutta conto ottaervart? eh*' ut'lJa primavori* dt*l 1300 la mortf dt^l 
i Qniàù doYevB^ etiaert» r«.*cimt«p »v Datile ropota ueoeaaario chVj^lì 
•f^hi parchi* w tfOTi GIÀ rofidottcì ii lii^r io dc>l<!o iiahctizìo dei tiitirtirì : 
•'*<»n Guido (iuìms4*Uì, r giti un purgo Ter bvn dolfrmi prima clfaire- 
♦tiMDtì* (Purtf,, XXVI. 02-93). Cumì Odirinl da Gubbio, tiiorti» thI I2!n^ 
•li*»: « Di tal nnperbta qui m paga il fi<» : Ed linciar non Karei qui. se nou 
^<*» Cbe, ponseutlo poocar, lui volai a Dio ^ {Purff,^ XI, 8H-90), Vero è 
thè aarbff di rrovMixau Salvatii, morto ne] 1269, e di Hapìa, morta fra 
^ 1269, Tanuo dfUa battaglia di Colle, o il 1289, in cui usci di vita Pier 
^In^ltuo* il i»oeta giunti fica la preseuxi* 8traiiiitTKMitc> procooc^ (rfr, /'wr^., 
"'. 13o> in Itiogo di puritìrasianr. Ma i|uaiitri> al primo, oouvii-ni' notare 
^Dftiiie nou si meraviglia ch't?i vi foH?*e nel tempo di-l euo ultraterrena 
l^fHiiHggto ; ma non mu i^pirgarst come ìa venuta gli ti^asv «tata lar* 
f^ «ibito dopo la morte ; giacché la «tia domanda : « Hv quello spirito 
'^ rtlMwle » oeo,, segue a queste parole di Oderisi : « Ito v oosL e va 
•**■• riposo^ poi rhe mori » (Purp,, XI, 121-ÌJ2). Se poi IMnvida donna 
•*•"««• a dirr 1 « l*aee volli eoi» Dio in hu lo stremo Dollft mi» vita; 
** •Bear non sarebbe Lo mio dover per peniti'Dxa «cerno. Se «'io nou fosw^ 
I m$ i omiofto m'«d>t>e Pi«rr Pettinagno in une sante orazioni », è queata 
"•te atta ri**|»0i%ta alla rì<lew»ione che la uioute deirrtMeoltaU>rr avea avnkt 
*•*• "U formiire mentre Hapia coufVM»ava il suo vìzio e narrava il suo 
f** trave p<*oeato, richiamando (così la fantasia ohe cri'uva la poc^tica 
*'^*»j mprimera la rltjeiisioue inqwsta dal pensiero rastiociuante) la eir- 
•''^wi ehe al tom)M> della battaglia di Colle^ trentun anno prima de) 



i 



VITTORIO ROSSI 



mistico vÌHKgio. iAUi aveva già passato i treutiicini|ui* {Pttru*r XTf 
109*29)* Prrtiiin Ili doiiiriiiila ilio l^autt* rivolge al ano Foreso {morto 
nel t29B), qimiido vuol ì^^iport^ cojcus non ewi-ii'ndo utn-ora piissati cinriQn 
anni da i^m*! di nel <ìiiale nvrvit mntulo mondo a mitflior riìfi, o avene 
&^]ì Indngiato sino alla Une i buon fioniuTÌf giÀ sì trovi fuori dcU'Ai 
tipixrga torio, tien dietro Jid misi rtdeasione ohe* lontnra mentre il D^ 
unti appaga un' tiltrn cnHr^sità <lvìV mnico (Pnrff*^ XXIII, T6-HÌ). 
muraviglin tdie Sapia iinniagiim dtltUa imHcere n*4 huo interlocntori» pc 
le sue Htesse pand*-, «< ì» mcrnvigìi» cìw Danft* iiiiertamente ninnife 
a Forese, rnnuroun da nn facile mn voluto richiamo di date e da 
t'omiinto flenipliio ina mi'ditntin Invece la dichiarazione di tfnido, S|n 
L'ineii i' immediatamente st»gj^innta air ennneiazione del nome* ben eoi 
ris|Mmdi-, eoitir i|ni41a di Oderinì, ad nna nuraviylia ehe na^cn *ipol 
tnnea e ininn^dinta nella meiit-e delF iiKcoltalore^ piTchè la notìzia df*l 
inort** del persona^jrio i-apiante eia per Ini nn rieordo fr«*m*o, anzi frej^chi 
situo, tjneiite oonHidtraKLoid danno, se ben vedo, il tracollo all^identitìfla 
/ion<* del poeta con Guido di Uninizello di Magnano, f[ìk lortonieut** m:(*m 
tini doonoM^nti e dalFnenta eritira dì Fi,. Fvjj.KGHtxi ( JVo/iMf/ii#i/orr, S 
S.. voi, ni, l'. 1, pp* 253 >*gg.). Infatti Gnido di (Tniuì/ello di Magnano t 
già njort4;i nel iiov«*mHn* tlel 127t> (FAvrrzzi, IV, HIT), e »'ei foH«4» ti 
t'nnn eoi poela, «[nel Irei foioso « ^ià mi purgo »» il quale ^ eoDvien 
notare anelie quentn — per eìó che megne {cfr. Pn^rff^, XI, 142), Tiene 
din* : n mi fn fotalm*'nte risparmiato il ^og^iorno nelFAntìpnrgatorin i 
snrebliè atlatto tiior ili luogfii tjmto ]iiii ehe breve Karebb*- *<tata h» rtl 
d»d poeta, «'ei fosse nmrt^* ai piò tardi noi 1276, e quindi tntt'altro e| 
apparìseent-e il contrasto tra la legge ehe trattiene i tardi {ìontitì là tlm 
tempo pt'r irmpo ni n^tttraf 6 la nuìi presenta in Inogo di pnrihcaxìone a 
meno vi'nti<|imttr*iiitìii dnpo la inortAv 

(4) I dm- epiteti mi nom» sn^rgrriti dal sonetto di Iiino i'ompagnì, ci 
ii eodìee Vatie, 3211 (altri eodici tlipendom» da qneMo) diee maudalii 
mtesi^r (ìnUÌQ (imnizzrlH ; veda?*i L Dkl Li Ntio» Ditto ^ J, 320 ^g>4, fiT 
tavia non nascondo i miei dnbbi ani Te** atterza di qneMtii natixiii^ Ij* m 
tore del nonetto inorab-^gia contro la jiiovanilr baldan/.a di lineilo cui j 
dirige i onde il tomt non par proprio di tale che parli ad nomo miU^vQ 
mente pi fi vecchio di Ini, qnal era il ttninizelli rispetto al Compasm 
Xè mi lascia tranquillo la eorroisiom*. introdotta già dal ftorgtutu nel il 
conilo verso, d<dr < Ygo meser * ànUì dai manoscritti in « Vago nierger t 
perebo — e mi dnole di dover dinsfotirc da nn eo>»ì profondo conoscìtol 
della lingna aiitira eoni' e il Del Lnny*» — perehó non iTcdo sìa « afiUtl 
fuor d'ogni re^nbi < d nno * la posjiosìzion*' tb'l titolo di me$Mere al tii»il 
proprio: « Fastel mcssier, fastìdio della caHu », connncia Rastìcu di 1» 
lippo il sonetto che tìi^ne ì\ XLVIl i>ORt^ nelFediaione del Federici. 

[Per ciò che concerni' la differen/.a delle età di Guido e di I>inti, 
Halvadoiu ha fatto i>ur t»ra. in sul proposito di codesta souctto, un'n 



IL * DOLCE tìTIL NOVO • 



71 



[«rrrttiofie lotefiìi a dimiiiiìirt* qnella d!ni'reiii:iv (Bnlhtt, Mia MeittàJihL 
tftmnm<t^ H* VII* p* 57), Kcntii )>erò eh»* la niiH<'itn del «Tiirusta tioretitino 
[fl*ni può «A9«re di molto uut^riorc al 11*51», mentre (lOrllu d<.'l Giiiuizelii, 
[•e, t^mc pare ei*rti>^ lui ra^ioin' il Pvllrj^rini* pnu au« Im osHert' pìh un- 
)tim del 1240]. 

(5) Orccirre M}ipciia rittviarr itil rU'»4(ilprf un rapido «[tmdru della mi- 
mtk po«!»iicìi Indolii©***? ntd «e**olo XIII, ni uotn urtitolo drl (ja.siki ìn- 
«*rittì iiol I voi, *l4d aionuiìi' ftm'icOf npevmìuwui^' iiìU} \tp, 21 «Kg»? *-^ '^l^** 
nimurùi did Monaci pu.'^satii dalla A'firjftf Atitatoj/iu in tutte It^ edizioni 
yiì* Antologia dalla nostra aUictt devi Moruiidìt Rpi'cialiui'TiU; allo pallile 
'i3l «gg. dtdla qniU't» di codoi^ti' od Ìk io ai (1890). 

(H) 1^' intendo ohe loì vtklgo dciri^dizìouo datane d&l Casini tra Ia* 
rffi parti itùlùgHtn§ì del nec. Xlfl, Hido^iia 1H81 (Sctiìtth IK'»), Il nii- 
^tiidio iutorao airoptTii poetica d<d Hfd<»gn»'8r t* pur «rnipri' ijiiello 
^i <«. 8ALVAl>ouif pubblieiito ti«*Uu liftu^cgna Xttihmtle, voi, LXVI. 1H}Ì2, 
pp. 20{f-28f il qtttftle mi piaci* citar "tallito t*er non cuulvr»! india dimen- 
ktofita in fini aiUri, jinr valendosela farne più idir io non debba, v ea- 
<bitOi Sotto forma piti breve il ♦SalvadoH estpoim le idte fondamentali di 
«I nel l<i «indio, conlortandcde ili nuove nciii/io «* di iniove oi^aervazioìiit nel 
«nii recente artietdo (ì. (ittittizcìH r le origini del dMir »iil nuottì^ insi^ritt» 
n^l fnn/Mltu iklUt domtuim, XXVI, llfOi, n. 2H. 

(T^ Alludo ni ftimoBo soni^tto dol Notaro Jmor r un tk^io l'ht^ tmi da 
**** {Vogaci, Cre»htnutzuì, p. tJO) e alla jioro mon l"amo>*a eaiizoite di 
^««Tico di Pcginlhaii lurmain de iotf ni dt Hutit (Mxny, (tedichti, lì]. 
«i T37 ftiialiT^/.ata e iltuMtrai» di nirt rotiti dal 1*e Lijli.iw, ne^li Studi 
•'^«/i, I, 1 1 •i^y^f. Con (|tiea(ti* la oau/.on*' 4ri)ii)|y,i.Hiana ha Hfteontrì tdie 
lUf^UfiOf mi (Mire, non soltanto una i^enorica ininformìtà di dottrUu% tau 
wchr nuli diretta reltivJcmc. Amore, ranta il Uuini/.elli, « per tre <^o*t* 
•^^' colli pimento » : nni esidiritanieute non diee ^pntli ^iano, e Idi^ngn» 
•«iptii'lu dal ^'gaito : « K' par chi* da veraee piatimi ot-o Lo lino amor 
^"■«iidii Criiardando ipiel *'li' al eor torni pÌHe«'ntt' >. Onde vieu propria 
k di (i«Mi9ar« che <|Uo11h l'ra»i5 dia ec«o della similìst^ima irAmmeo; i< Per 
•• |fit pel comiin Delli** tre« e per lor player Nay>* amors * ; nn'etH» 
>b lin ript»tuto la i^onrltiNioue M^n/a Ir premesHe, n»lle «(nali ♦ tre sono 
^W volti* nnminali : /* tfeli* e ì vot\ i due oechi e il ruoro ; non ocidìit 
*• .Unort% come intende il De LoMia, I-] la congeftnra aevinii^ta qnani 
^«ntlen. ^ vt5ntà provata^ qitaado a^^eanto aì tre vrrnì gidni/.elliaoi jmr 
^^ fiuti si metta iinoMta tratte di Ami!»rìeo : <* \ìu^ so «pmlB huelliM plalx 
•I*» cor aj^eoMa Voi tin amorn », e accanto al T immurine citata nel te- 
I tfiii'^ta ilei proven/>ule : « Qui' riiuell* la ( Jmur: fau tloHr e 1 »*or 

A ruicalso ili tutto ciò «i noti pure cln* a Bologna le jtoeaii? 

*• n^iniiihan erano ben eono^ciute, <H>me provano eerte lon^ analogie «H^lle 
**»«? del Baval4»lli, rilevata dal Casini, nel PropngmUòrt, V. 8., voi. XII, 
'**^rl*. Il, p, 101. — Come ìmli/io d'un^if!inir;i d'»vviatDcnti intellet- 



72 



VITTORIO R0S8I 



filali, mi plac'e :iiu-lu' porri* questi altri versi della stt^sa canzone di Gnìdo: 
< Chr* |»oi eh ^ ora gtiurdo eona di talento. Al cor iienùierì iibenda K ere- 
see eon difùo iinmiinteiiente * a riacontro rlei no^tienli versi d' una cohh 
di Guglfeliuo de T Olivier d'Arlei* pur citati dal De LolUs r « Qae eau 
li hnelh resou eaii^^ai^radan* Sempre al eor o piv^eiito denau ; . . , . 
d' Af|Tii' QAD lo cor peiiH* o cuasir» Coui pucsu-' aver la eanza qne delira ► 
(BAnTsriT, I)0nkniHht\ p, 2i'i], qaantnnipie le ragiuni delia «Ttmologia forw 
non i-'iu^entiino di scorgere nel Guinìselli V ìinìt:it<»re* — In generjile poi 
qnanto alla dottrina d'iiniore etiposta dal GniulKelH nella citata cannone, 
v^aotii aucbtt L, GuLi»sciTMnn. ftUf Doktrin tìer Lù>be hm den iUiì, />yrì- 
kern de» t'J Jnhrh,, lireslau ÌHi^\^, p. B dgg. e Dk LttLU!!^, nel GiornnU 
•torìco, 8nppL u. 1, p. 112 sgg. 

(8) Intorno aIl'in8ìnii»rBÌ deirclenteat+t dottiinalc Dtlla tarda liricii oc» J 
eitanira. **i legga il già eitnto iirticolo del De Lom.is. iMlct *til «oro «J 
«r nùèì di^ de n»ra maeMria », negli Studi tHfdiernìi. 1, 5 »gg, 

(f>) Can2. In qwtnla la tutiittyf, Cahi\i, IL 

(10) CAt^rxi, 24. 40, passi già rilevati» ingioine eun liudlo ailditato dalla] 
nota pri'cedente» dal Salva iMiitr, 'Jì^-i. Neirultìnio verso del fratnuientu 
riferito dal Casini a p. \li, ho inlrodott.o la ^«irnra cfirreziunc di /urenti in i 
uaemtté 

(11) QuÉTiF-EcnARj*, SetiptoreH ordinìù t^racdieatarum, I. 272: i'fr. 21^0. J 
La notizia che 8* TomnixMi inHegnsiSN^ circa il I2lifl, a Bologna, non ha j 
fondamentiì di valide autorità :Tira1ìo^chi, Stt^ria, i-diz. Clussicì, IV, IHOl. | 

(12) Il mio V. CiA\. giadicaudo della poesia di Guitt'One neirimpor- ' 
tanti' dÌHrori*o / contatti hiitrari it4tl(^-prottn:alì e tu privta iHvoiu^ioite pifr* 
tim detta Ietterai, Hai,, Messina ìiiùù. pp. 11^. 11 xgg.* s'è forse laeciat4i 
prendere dall'antipatia che, siamo franchi. 1' op4Ta poetica dell' Areiitio] 
iaplrttj conniderata in m» sti*8«a e nel suo compIcRKo; cfr. le oMservu^ioui,] 
gittste. ma a lor volta Miggcrite forse da una j^overchia Hinipiitla, di Fi., 
pKl.t.liUUiM, ui] RhU, d. mnetù danteàca, N. S,, IX ♦ 2'A »g. Sennonohè | 
pur riconose^-ndo a Guittoue certi meriti nella etorìa deirarti* poetica 
reputo almeno «lolto esagerata Topinione del V0}*8LKM, THf phitaHtpkitrhtmì 
firuHdtatjfn :nm m ttihBen «enrw Stil r^, Heidelberg 1904, p. lì», approvata] 
dal D»- LoLijs, in Studi tindù'vah, L 21, essere hi iioesia di Ira GnìttonAl 
^ nu antecedente logico della poesia dello ^til novo, puro esMendo atldi^l 
rittnra opposti i caratteri del F una e dell'altra >. i^uund' anche iti fatti m 
tttnmetta elle il peuRiero dei poeti dello atil nuovo alibi» derivato qita]«, 
che nntrimcDto Jìki**otieo dalle rime gnitt^inìnne — nin certo piìi copio 
e sontanzinsQ fn quello ebe attinHi« dai lilonciti antichi e recenti — . ri ehm 
da Gnittone quei iMit'ti sinno «lati guidiitì ad esporr*' in vcr?*ì la loro tllo 
Boti», non 8Ì sarà fatto un pa^M» vcn^o la dichifira/ìoue dello ntil nnovn,] 
il qnale è un fait<» eHclnsivamente artistico, cui la cultura tUosotic4i ilei 
jMji^ti può esHcro stata remota t* non neeesfiarìn preparazione, tua la cui 
est^enifitt è tutt' altra. Che hc per quel tanto d' ispinirione schietta « ga- 



IL « Df)LCB STIL NOVO » 



7ft 



» 



flÌArda die si ri»cotitra nrllo rimr «M Guittone, bì vaglia aimo venirlo 

trm* preeureori del mioTo ntile, più nitri rimatorit dal Notaro a Buggeri 

t'ugliesc, dn Hitialdo trAc[miif> a Ciacco tlcll'Au^uillnra, dorrmino «entrare 

— e qnanto a me ve lì accoglitn-ò di ìmmi grado — nel novero, o il frak' 

gaudenti^ uon vi farà In più bella figura. Certo^ quAiido in akune eati- 

ioni egli a/Iiiia, com'ebbe a dir<* Il PiVllegrini, il toiuj nidL*iiiente reiili- 

Btìro di «inalob** ^^ioiietto verso un ideala di mieticismo «Tuticci (i-Jr. anche 

A» FAUiyjtLLl, iitdr.h'cftir fitr tUi>f *StH(tìtiìH ti. ittittrru Spruf^hitt w. FAtrm- 

twrrn* ('XIII, UHM, p. 475)^ Guitton*' s'avvicina alle cclo^tiaii creazioni 

in poeti posteriori : ma aaolie per qnt'sto rispetto la H*t>riea realtà dell» 

»<i» eiBcncia è incassa gravementi* in dubbio dalb- nuove indagini, che 

vjiatio dimoi^triindu la larga iliffnaioin' <ruu Biniili' concetto dnlla donn» 

Mia po*'*iia prei^iiinizelliaua. Insomma non iid pare davvero cIk- hi poe- 

i»i di Otiìtton** possa e?isere detta « nn anteeedonte logìto » . dunque ne- 

io, «I della pf>e8ia del dolce Htll novo » (della poema > si noti, non 

la HhMofia) ; nò i meriti di Ini, finora non Itene assodati, negli avan- 

^tUt^LiH t^'onici dello stile o d<d verwi. ha><tuno a farmi tenere diversa 

*»ttt^n/u. I>»d n^sto, come Dante^ derisammte contruppom^nd*» F Aretino 

»< unovì po««ti {Purg»^ XXV'I, 12t>), non mostra d'aecorgersi della pretewa 

•flic*iiciii «li rincllo «u questi. c^oHi Guittoue stesso, aei^rbauiente t'i-nsiiraudo 

1 «Iti^r^ ì!tfmetti l'edut' ho la iuf^ente «tetin iHanti e foglio d^'i ver in mia donna 

^f^^ort, chi- fiouu i jiifi belli e poetici d*'l Giiinizpllì, quelli per cui egli 

•tto^^ta, forne più che per jdtri, d'eutrarr nella nuova Hcnola, non eon- 

ferzzia rertamente la leni del Vo8»ler e del De Lollm, 




8*«o tale foste, cli*Ìo pat<«i«» iiUire, 
nariza riprender me, rlprtiDdìtore, 
credo fjtrcilibt alcuno ainendare 
certo, a lo mìa parer, di*un laido errore; 

Che, qtiando và\ In sua donna laniliai,r(f, 
la dice cbéd ò 1ietl«L come Ho re, 
e ch'*^ di gdinma o vor di fittila par» 
« che *fl Ytiù di grana tivo colore 

Or tale prendo par lionna avanzare, 
Gh«d a ragioiw mngg'io è d'ofrol cosa 
che Pomo potè ¥ttdar« e toccarat 

rh« Datura [n^l far potè né oaa 
fattura alcuna d& maggior n& par». 
Cor ched alquanto Tom maggior ai coaa. 



^^l«ieato !*onetta. ehi* neirottima edizione d<'l PKLLKUttiM si Irg^f n p. IHI 
** I voK^ alluite^ rr<'do, il Siilvadori. nel citato articolo dil Fa»fuì!iì d. 
t'uiivip dcHluccndon*' ch«* nelle relazioni dei due poeti « ci devi* eaaeri' 
iin rafiroddamento », AggLnngrrei, in**glÌ4» di'tiTiniuando il sigiiitì- 
d^l Mmetto, che Guittone ni dnole della pat^^rna approvazione già 
^^ al rimatore bolo ku ose, eome d*nn vincolo chr ora jjli impacci la li- 
deli si tna riprensione. Quel figli noto (cosi lo aveva chiamato) era 



74 



VUToltUl UQSSI 



ormai tin traviata. I.a uhoami iiiìiniora di Ini ora diiiniu*? per il vecolifo 
frati-', non ima roiiliiiufizione r uno svt^l^iiuento drlla «na manifru. uui 
pinttiiMtii un avvianiriiU* poL'tii'ii vìiv j3v divertxina por ttitt' altro cam- 
mino, [Cfr, ora G. Saiaaijuki, iw\ fasdcolo cituti» dvl Uulìetthn* delta 
SqcìM filoL rttmamtt p. 5K]. 

(13) Casixi, p. 35, Ne*i r\\ (» o H ìUiliandcmo l:i b'zìon*' di-I CiiAÌni, 
(^hi* è (piolliir di iìu*' MtMitnriuli l>olo>jnewì, per iitt-tunTtni ai codioi; v mg* 
dilìgo l' intcrimnyJone dtdht tiunrtina, int(*iìd**nd<» i verni 6-X coin*' uno 
svol^iitiento del v. Ti. -< Amore railina meglio, prr darli a lei. sino i ei>- 
lori dei fiori, «jìaIIo r vermini in {nvde rir^rti)^ o l'oriN l'aisisttrra i» l «o* 
lori dolle jt^emuiti {VttUv ridente m-i tnttitonli sereni) », 

(14) Cahixi, p. 3H. 

(15) /^/nir?,, I\;, 42. 
(l(i) Casini, p. 30. 
(17) A. F*HiX'A'AAHi}, Ifìti^oi'tK Milana 1898, p. 21, 

(1«) Pen»ieri di varia fihfìojia v di hvlla trfttratum^ voi. 1, rir<*nze 1H&8. 
p. 1B9. limile i-onfeftsione farà più tardi (la prosa subirà riferita ì* del 1H19) 
nel PeHtiiei'tf dtimiHttttU\ vv. 53 e^g, 

(19) J, (JorLET, Lt frtmhfidìmr Gnilhem Mmitnnhafftdt Toulonm* l8flK, 
p, 70, t'fr. la rei*eii^ioiie del Dk Lmli.is, negli S/iic/j f// JÙoìt l'ciw.. Vili, 
1901, p, Itìfi, t' il suo artieolo l>olcf atH navo e < noci dtff rf(? nota ìnufr^ 
9triu^ >v, tiel I fasc'ic«do degli Studi medievali, «peeiiilincnto a p. 16 *gg- 

(20) Itit^jrno a codestjì e\ oln/.ioTie del concetto deirrtinore e dellu doarui 
nei Provenzali, vidi, oUn- ai citjitì artìcoli dvl IH: [joixrs v iil suo Sor* 
dvflo, p. 77 Hg«.. là dotta rieitisioiie di P. Sa\j L<m*v:/. nel v<d. \LV 
del (ìUprìmtt' storivu, >ih^cÌu1 tinnite alle pp, 7*<-7n e HI-X7. 

(21) Al rinnovamento religioso del aeeolo XIII in rdaziow collii poc*- 
sia gniiiiKelliana accennò i-on suria li'ggei'eKza di Loec*» jinche LI Sai*va- 
[H»Ki lod citnto articolo del Funfitlìa d, dumcttica : ed è del re.Hto eoa» 
ovvia il [jensarvi, Mii e<*rto v» troppo oltre K. Itiv alta quando atVerma 
elle il .-«entitnento arnoroao ile' poeti dello st.il nuovo nsci dalla fii^ionr 
del M sontinjeulo provenzale dell'amore eavallereseo » eon qnel € senti- 
meato d*atìeetÌ8nio e d^ainoro » ili età egli vede « Piraiigiue i* nei fanln* 
siosi raceonti delle reluzi<»ni di S. Fnineeseo con K. Chiara (AV? dotvt stiì 
ntiot'ù^ Venezia [IHIJH], p. Il «g.). 

(22) Eroiche ^t bonum morale praeeipne eoiisistit iu eonv^ersioiie ad 
iNnmi n (8. ToMMAJ^u, Sìtmma theùL, II* 2«, qn. U*, art. 2) e !a virtfi 
umana « qnae ofit haUitufl operativa», eal. lionn« liabifcn» et honi opera- 
tivù» I» (àV, TheoL, li 2«, tjti. 55, art. Hi, P nomo virtnoiwì ^ appunto il 
«buon eammiriatoro »^ di IVnnte, elle andando vt-iat» «luello eh" ò il lei"- 
mine ultimo dei deT^ideri tiiiiaiii, eioe il S<»rniti<» hem\ sH'gne « il eamminu 
veraeì*^simo » e quindi « gingne a termine e a po«a * (Canritio, IV, 12; 
efr. aucli© Pnrfj,, XVI, 8.V93). 

(23) /*wr(?., XXXI, 24; efr, auehe Pwr^?.. XXX, Ù$. 



IL * DOLCE SUL NOVO * 



IO 



(2i) Sul contralto* «eotitu e hi Italia, o oUr'Alpi% fni r»iiiif»ro <ti IHn 
f # rtimor dvììi^ donna, noni» da vrdersi le iiotìsfik^ e li? o^st^rvazioni i*s[k)- 
<** «lai Vo^sLKK. nel citato volmuetto a pp. 5-10, 42-52* 

(25} Per quanto ammiri rorgiujiea int«rpreta«ioii« die il Vi>ssLi:it ha 
egtiato ccm sioiiru dottrina, ed e!*{H)Hto con Iiu-idità mirubik% della 
'^lOotoiia del « dolce .-^til nnovo «. non mi pare c!n* il sii^nificntn jjìmbulifo 
della donna gnini/^elliaiia ne risnlti sii'iiramont^ provato. Awediitusi cht* 
Dell'eilttlcìo dottrinale della Scc»la.stJru nmi t Vni po.sto nejipiirt; p*'!' ipiel- 
Tamorc^ ideale vi»r»o 1» donnu* die i tru nitori avevano cantato (^pp. 55-tìl), 
il OaìnUclti avrelitte tratitormata t|nir8t» hl^I siudHilo d'nn eseere superìciro^ 
d' ctna pura iotelligonìta, rh^ «^ quanto dire ìu un Auji^elo (p. iVA), Tutto 
ékò è bau ragionato dal valuro.so eritìi'o di ll(;ìdel)>er^ ; um io non 8o 
TMlerr donde m ricavi la certi»7,za cln^ al raodo cit^»sf*o ra^iooanso il poeta 
• filci^>fo bolo^ei^. Riinproverat.o da Dio per il suo vano timore verao una 
dimika terrena (dolibìamo bene dir così^ i|nantunqne per collegare l'nltitna 
9tmiiJia colla precedente il (Suini/clli dia rilievo, nel rìniprovcr<», *|uasi 
iimeaui«^itti' al para|j:oiii' didla donna con Dio), o^ti risponde con una lra>e 
ch« ncM«un ìnnaniorato potrebbe j^inrart^ di non avi<r almeno una volta 
proonn^jiti» : « *renea d*Angtd M<.Mnbìanz4i *>, pareva un Anirtdo, era tiella, 
huoiia* era ispiratrice di Tìrtti come un Auf^elo ; con un panijf^one 
eilt? «un è lecito Cfmfondcro con nti* ai! erma zinnia d'identità, Fi 
avremmo prenderlo per nn'atrennazione di tal fatta, e Hc<»rgorvi 
rìv^tamonc d'nn sinibulo e «piiiidi * nu pasj^n decisivo* nella conce- 
Kài^M' delPaniore * l'orne [léndiò ultrihu'nti il notat^ì contrasto tra Taniow* 
^llì iHo ^ l'amor della donna perdurerebbe f Ma il poeta non dice ebe la 
fra«e Tabbia composto dinanzi agli oecbt dei teologi, ne basta n far* 
» Ottlo argnire il ««ilenxio del (tiudicii Eterno, ^alvo che non t^i voglia, in un 
rtkfil m*»»«o pcjt/.o di lirica conff *inetr ultima r4tauzu, far valere Tantijririk 
del proverbio ; « Uhi tace tMuifcrma *♦. In sostanza, questo solo sappiamo, 
> t bf* al punta ìt imi amor«^ f^pirituale, vero amor <ranìmc, eni aveva nie^go 
«*»|ia per opera f^na l'amoro ideale dei trovatori, non pareva |iceeato. (Jbe 
«MMtt nn [ien«ka*t§ATo gli Scolastici e il C4niuizclli gitex«4o quando frt ddameule 
fLloaiìfa«^ap non ci è dato «apere. Concedo volentieri al Vo»sler enscre f*i- 
oiro che « ebinnquc con inteujsiono e coseienzu pen^ò per la prima vulta 
!• «lontta come li •imbolo d*iin esaere superiore, poteva solo pensarla come 
«Ha pura intelligen/.a, poeticamente come un AugeUi )» ip. 00): ma non 
<^o altrtiltanto »icnra la jiro|K)ai/.ìone reciproca, elio ehinnque peiiAasi»6 
•• ni|ipreai^titaaHe bi doinia come ì^imlle a un Angelo, dovesse averla pen- 
ati comi' il «imbolo d*nna pnra intelligenza, ì'ntt'nltro ! K allora nulla 
**<* (della pennlfimn Htanxa della eau/one parlo fr» poc^) a i*orre<rgero 
^ l'ipotesi rbe il GuinijseUi eantaase, sotto il Bìnibc^lo delta donna, la pura 
imitili jji^mii^ né r ipotosi che, cantata una donna, egli la volesjije poi in- 
MV[iiti>tata coQie un simlndo. Ilei resto w» att*be fo8J*e vera qiieMa seconda 
Wni], il miQ tU^cofHo inm n»- aotfrinibbe. imiehè il fatto uscirebbe dai 



76 



VITTORIO ROSSI 



confloì della storia della poesia |ier piissare e atro a ipielli della storia 
dellii f'ritù'a iuterpretativa. 

{26} Caiuhcci, ili Atti t Mento rie della ÌL Deputai, di Si. paina ptr 
te provinth di Emaagna, S, II, voi. IL 1876, p, 122. 

(27) Il Casini 80>^e il cmi. Red, i» leggendo .Voti fe^ JaUo, <'i«>è « io 
non eonimett<'va x^t'ccatti », Preferisi'o leggere yov mi fue fath, con tutti 
gli altri maiui8crittl, coniprt*so il TrÌTiilziario 105H. che fa famiglia col 
Cliigiaji*! 6 di Olii ho il testij per la gentilezza delT iiig. E. Motta; pM- 
ohfe nella ri»po8tii al rimprovero divino mi pare piìi appropriata, coiiif 
piti modeeta^ la fbrmola e noti fu peccato a' miei occhi, non mi parre 
peccato» (cfr. il dantesco, /w/.* Il* 80, « Che rnbhidir se già foeae m' è 
tardi»), che T assolata alTermazione d* inuoceiif^a. Quanto al valori^ di- 
ploEDatìco dello due leziortl^ oBservo che se, come crede il Camini, i ma- 
noneritM che retano quella da me preferita, rappretientaiiD tiii' ttuua 
tradizione^ questa non vai menci della tradizlnne rappresentata dal Rf^' 
diano. 

(28) « ÀDgel sembla del ciel »^ aveva detto (toilhem de 8. Gregorip 
citato dal Sav.i Liu*I':/>, nel liivrunìr titoriro, XTjV, 84 ag, K GuitT^ne ; 
t< Ch'aiigel di deo sembrate io eiiisenii nierabn» >» lediz, Pelleiìkiki. p. 76), 
E Inghiìfredi: <* .loan Cristo [idenlla] in Faradim) E jioi la fece angelo 
incarnata » (7/ Can:^, Paìaiino 4JS, ediz, Baktoli-Casini, n, 17 ; cfr* 
VAi.KitiAxi, PvHi, 1. VAI), E r immagine poteva essere già allora bcu 
diffnna. eoni'è ora, nella poesia poptdare. Chi non ha in mente il va- 
ghi*<8ÌnM» riNpetto vcm-t^). marcii igìuno, tusram» : << L'altra hvth ben mìo 
viuni al tuo letto . . . . Un angelo del eielo ine parivi » 1 

(29) « Contemplafin spiritriali» pulehritndims vel bonitatie est prìtici- 
pium amoris spiritnalis , , . . Ad i»erfectìonem amori» suffioit quod re*, 
pront in se Jipprehendititi . iinietnr; oli hoc ergo contlngit q?iod aliqttid 
plus anietiir, qoam cognoscatiir. quia pol^st perfoete iituari. etiam«si non 
pcrfeete eognoweatur » {S. llieoL. I« 2*, qu» 27, art. 2). 

(30) « Amor iinionem quamdam import at. eat enini vis imi ti va et con- | 
cTétiva «... Duplex est nnìo amati ad amantem : tuta qnidem realità» 
HecunduTO Hcilicet eoniiinetionera ad rem ipsam : et talli* uni o pertinet adi 
gaudiani vel tleleetationem, qoue seqttitnr deHideriuiu ; ali» antem e*l ' 
nnio ulfee ti va, secnndnm scilicet qin»d alì(|iiid haliet aptìtndinera vel 
proportionem ; prout Bcilicct ex h*>c qnod alì<|(iid habet aptitndiuem ad 
alterum et inclìnationem, iam particìpat aliquid eins, et aie amor ntiió-l 
noni imiìortat ; rjnae quidem nnio prneeedit motntn de§iderìi » (B. ToM-i 
MAJio, >'. theoL. I» 2*, t\n. LT», art. II). v rriinam ergo nnionem [Accnuduml 
riditi] amor facit ettective ; quia movct ad deaiderandiim et quaereudiim| 
praesentiaiti cimati .... Seeiiitdiiiii antem nniottem [^eenndmn att'octnm] 
facit fomialiter: iiuia ipae amor est talSs nnìu rei ii«?sna* unde Au* 
gustinn8 dicit .... «piod amor est qnasi innetnra ipiaedanit duo aliqoa ^ 
eopitlnns. vel copulare appelen>*, amantetii «eìlicet et qutHl amatur; quod 



I 



IL « DOLUB 8T1L NOVO ^ 



17 



Him dìcft c^pHltìnn, refertiir ivrl unìotiem aJÌ'ecttiR, sìne qnn non est 
dot; qnod vero dicit copulare intendenti, jn-rtinet nd uiiionem r^aiom » 
lft«^L, I* 2*', qu. 28, art. 1). L'nniono afl>ttì\"a, cantal» ^ ex hoc 
'~<(nod ttliqoìd habet aptitiidìnem ad alterimi et iiiclinatìonem », è pre<'i- 
istDeote «e Atnor rfìTirnpÌKctmtìae »^ del i|im!e è eaiiita una eimigliaiiza 
tn due esperì, che derivi « ex hoc rnK>d nmiio ìn%heX in x>oteDtia. et iu 
((iildMii inoli natione ìllnd quod ali ini babi't in aetn y> {S, Theoì., l^ 2^, 
1(0* 27, art* 3). Il Vossler pt^r giiing:t?ro a] la min ìnt<5rpr©taiiioiie «inilio- 
lioi della donna giùni zelila iia (e quindi lìella doima de' poeti del nuovo 
itile), nega che di codesto amor coucnpiHcentme potessct secondo la dottrina 
■rola»tica^ cJMier oggetto la donna, uhe si eonaiderava come nn ensere in- 
[ ferìyrc all'aonio« un a mas occ«HÌonatu-s, ho*.^ cnt oecasionem privationis 
» (p. fìO)« Ma iOf senza volm' entriiru in una dÌAptita alla qnalo 
lapQto mal preparato, osservo f'he» se beno ho vi*duto, 3^. Tommiiso 
' BOii «»clnd^ che Vamor t^neupiscentiaf «r vel ainicitLa utili» seu doleota* 
l»nu », po»»a aver luogo fra esseri terreni; mentre tale esclnaioue sa- 
rebbe Ui nc*c«BBaria coiiJiepienz» della t-eoria del VoKHler, non trovandosi 
I ift i|iM8lo Mteah easeri «nperiori air nomo* Ùnks^ervo in et^eondo luogo che 
U Aoltiliis aoolaatica non nega die in nn^auiin^ femminile pot^sa enHere 
fteU* abito di bene ohe un'aniTua d*nomo può possedere iuveoe solo in 
fltotixa : *il che non possa naseore fra le dae anime qiu>U''fiHÌo afectira che 
A9iM>gne all^e^Here «atto» in una ciò elie ne 11' al tra è . -templi ee << disponi* 
•tew ». Osservo intìjie elie« eoTnnnquo hi pensasse in proposito la teologia, 
telgli elementi dolF amore doveva pur essere anche nel »im\ XI II il sen- 
Udmoìo d'aiiuni razione verso l'oggetto amato, e ohe qnalora non vi siano 
*li«rte © bOD inciire attenta /.ioni che impongano di faro altramente (le 
*|t*U nel ca#»o del GninÌEflli mancano allatto), noi non dobbiamo, nel 
fÌQ«lit"are dell* antica poesìa amorosa, prescindere dal 1- eterna ed uman» 
TrahÀ (tenti meo tale per valerci 8olt»nt<j della dottrina dei filoso ti, 

(31 1 Cioè «tiniolo alla virtti ; cfr. la nota 22» E qui couvern'i anche 
Milani ehe Vabiio ne) coocetto ^cola;»lieo e un qttìd medium tra la potenza 
bratto; h atto rispetto alla potenjtn, e iiot^nica rispetto alFatto : ^x ha- 
Bitn* e»t actns quidam ìiiquautnni e*4t riualitas ...» sod e»t in pot«ntia 
P*^ n)sp«»ctnm ad op^^rationein -> <>. ThroL, I» 2«, qu. -19, art. 3). 

l32ì Per <|ueHta dottrina, elie ideutillra la gentOe/.za o nobiltà colla 
''^•poiiiriotie a rlrtù^ vedi la bella tratlaziiuie del VOis^iLEUt p. 24 r^, 
(33) SrUik prima j^Uinzu della canzone, non è dabbio che ai deve leg- 
'P"»^ • Comò ealore in claritìi di foco », e non già « Como elarore ». 
'»**»l4 lesione ò data dal i*<do codice Vat, 3793 ; gli altri, anche quelli 
» haxuui probabilmente una tradizione eomnno con esso, leggono tutti 
'^•n'tlt» maniera. 

?(«Ua mia parafra»! ho .'^>rTolato huì primi fjuattro verai della t«r^a 
**•*«*, pf^rtrhè, lo confessi» apertamente, non rieiieo ad int^inderli. Il quarto 
• «nolo uttendeTH : *t Cosi fiera è la sua natura (dMiuorc •, elie se il cuor© 



iMHi ins«M> iCf'UtUe. ijcm vi fcitait blru ", Mn n ìtilerprrtiizìmK* che uon rogf^fl 
Kuprutttitto [lof via ilelU particella /i. djttu da tutti t codiai : « Koii lil 
stAritt ahru jfaisn, tttoto i^ fero »^ cioè « utrn «turehlH' in cnor gititilo i».j 
Onde il coiifrontiO è tra il modo^ la ftHùa in enì aniort* sìa ìji cuor K<^n*| 
t'il6, e 11 mof/i» in oiii la fiammn »ta In cima diri doiipìero. Non hinagiia 
lat^ciarni traviare dal \t\h owro mi^iiitìcnto itiotlcnio drll» pstrolu mifitmfii 
nel pnin«> verso, nò diiii«'iili<'iirt* la varitela do' suoi aiiticbi >itg»i1icatì, 
Percli** dunque si può dire dio Amore hIia vhutro r $ttttit(t^ in einui di niHirl 
gl'Utile^ come chiara e sottile spltMide la ti^tinmii in cìraa ni dcippiero f Fiu-i 
eUè liOQ sarà spiegato questo piiuto, la priiua parte della Htanjsa rìitiarràf 
cuu7urii. [In an limpido LoraiiuMito del - La tHtn:ont di G. (r. « Al cor ffen- 
al ripartì ttcnìfìre nmtìre ». pnl>blieato (fìulugtia, 1^05) qaando il munoMcrittai 
drlla mia conferenza e di rpieato not^,^ era da piii liutai in tipo^raJìa, G,<j 
Frderziuii ranove all'imerprctazione cttinuDe obbie^ìouì simili alle mi«i 
e intende ehe il G* abbia iodìfato voi paragone àéi doppiero € la natiirml 
nobile di quento amore truppo diverHo dal Kensiiale n voljjare », tale in*l 
Mimma che w non può 'ttare in enor jf «untile Hltrimfnti vìiv vanw \n ftammai 
del doppìt*r»>. solo tendendo all'alto » (pp, 15 i*^.)» J{ip4*u*<«itido ora i vorftil 
j^niaì/rdiiauj, inclint'rei a credere elio il pm*ta abbia voluto dire nolo i}U<*-i 
i4to, che in cnor gentile Amore ff^ta a fino agio, come in mm Inùgo^ alla 
Mte^Ha gaJHa che la fìaianm anlla candela, an^i mi qualunque materia eoni- 
lutsiibile: mentre nn' anima yirava j^Vì la contrasto, come nnu materia 
nniìda impi^ttisee il lìberi» lìanmieji^giai'e del fiioeol. 

Nella quarta ntanza^ Fottavo verno, letto Mooondo il tento delle piUJ 
reeenti edleioui («r da virtutr n4ni ha ftifntil core) ef>ndne6 a iuterpretasìonl] 
o illo^ehe o stlracehiato. fti aeeetfct JU%'eee la leislone delFantorevoIi^^imoI 
oodiee Kediatio r *< Hen* vertuta non è gentile eon* ». sudraifata aucb« dal»! 
Terrore « Se a vertut4^ f^ del Clujiìano o de' >^noi afìlni^ e T interpret^àzionol 
verrà naturale : u Non hi deve l'redere vìiv la nobiltà (tale v in tntta q«e-r| 
8t» stanza il preeÌKO valore di gentilesca) i*tm fnorì del tenore, nella cb«i 
>rnltà della schiatta (for di cnra>;^io« in dejfuitÀ di rede). £ ^en^a virtfi,! 
ove ^li manchi virtù (efr., in una canzone attribuita al Gunii£elli, nau^ 
dtfMorciiT. Casini. 57 ; in una dì Camino tfhiberti, nnmfuth^ eod. Vatie. 
n. 171) nn eiiore non è nobile : oppure: S«nza virtù non c'è euor nobile, 1 
perebi' e«tto, il cuore nenza virtii^ porta^ rìeeve tu »è il raicKÌo del icenti-i 
lixìo valore, come Taefiua il ra^^^io lnmìno.««o^ cioè la^eiaudolo |MiwMUt%' 
M«ti2» H fletterlo e quindi ^eujsa dar luce, mentre il cÌdo aeguita a «fileu* 
déTf dell© su*- stelle. 

À tjueMta nimilit odine .>i collega, per la ragione dei iHiutrariy laaentBiisa 
dell» i-tauxa Hucce^Hiva : cuore non jfentUe eioè privo di virili, è MS«|U4 
traf*purente ; cuore futile e speeehir». rÌHpett-o alla luce eh© raggÌA 
gentUixio valore o da virtuoNa donna, fll legame delle due atiJiM» 
via della contrapposizione fu intra vl^-to anche dal Federssoni, p. 25]. 
Kti qnt-«ta peuiiUiina Mt4in/ia, tanto importanti^ jier la dottrina gniniKell 



Iti < DOLCE STIL Si*VO > 



79 



«ìrirufDorf*, (|U»iiti^ iiTfiiia ad in ter prt* tarsi, «lolibiaux», pur trnpjn*, f<*rmi*rci 
I>iii eht» 11 II mt>m<*tito, li Camini la lej^ge «*t»Hi ; 



Splttiide iti la mt«IUgeu2u de lo cielo 

den creator, piìi ch'a^ tiostn occhi *ì sole ; 

4)iiella 'nUadf!' 'I no faUor oltru '1 velu, 

io eie! volgendo a Ini ubidir tole^ 

« cot}«egiie al pmnero 

del {^ioato ileo bealo coinpimenLo : 

co»l dar dovria il vero 

Ift bvlla donoa^ cht» n«gli occhi splende 

de 'I ao geotU Ui lento, 

che mai dA lei uhitiir non «I dixprendtfi 

Qdo, ptT lirevità, tli cittuo le iut<i*rpr('tai'i*nii ilei l>*ANr'ONA. Lr 

Vi/lgarì, II, 1881^ p. 36, del LA>fMA, mi rmpngnatore, V. 8.» 

Il, IKIHI, P. II, p, 218, o ilei Bongioanni, n«*l (HoiiMh dant^Mvo^ N. S., 

l^^T» p» 278^ w«K" ricorderò solo rinelk' d**l ^Sulvadari e del Von^ler. li 

-lAlKiRi, rÌii'*^'*omendn noi citata» articnh* del f'\(f*fKUii dcUu domenica 

pie>;u/àotl(* »;ia\ data urli a Iiafit. \a:ionttlf, LXVi, ÌM)2, p, 22 o, in- 

■ : * In qticsi'iiiiima <noiranima della donua) «* hi «endiian^a deiran- 

» t 9 ttane le intcUìjifenftt' augelli elio inuorono ì cieli facendo ai ch'oasi 

àmao nel Ioni nii>to la parola dì Dio creatorot c^>>«ì la donna di yirtfi 

ti*d oiutr fientile il M»oto vorso la )ti'rfezioiu% pn>dnrrnilo rosi il 

»» i?uiTi pimeli Ut della pai^da divina nel niondiì y>. Nella conjparazioiie 

kque U donna fan-bbi* riMcontro al F Angolo, il cuor i^entile al oìel«> ; 

^hè non r t*><atto. Ne il Vonnler si diparte in sohtanza da qm^nta in- 

elaslone, quando adattandola al sim commetto d*fin rstiubnlismo ìntel* 

»b» d*»II« donna^ »*crive : * Il iertuim 'omparationitt e qiii la fai'oltà 

©oiioN.*ere, la quale ridiede t'os» neiruoino uuiant4^ wnne nolla vcdta 

^•p**ti*. e Tatto del cauoM-ere» oho alla hiU^s^a ^tiif*a neirnno *' neiraltrii 

r impeto d'amore* V obhtfìicma » (p, 72). Io petiMo invece ehe 

doiuift faccia ri-^oontrt» nell'altro tennine del paragone il Creatore 

qne!'4o avvisto r atiehe il l^'eder^oni, jip. 3, 26]; agli oeelil didrarmi 

ile, Tangclo ; al enor giTitiU?, il eiolo ; e che .*«iano tertium citmfìarti' 

lo »»pl4Mulon^ e la volontà iPoI»lnMlire : lo >*pleiidore rli Dio rìlleNKo 

I Io wplendon» della donna ritlvs"*© dagli oeehi dell-nom geo* 

volontà d'olibedire a l>io attnante^ì nel cielo e la volontà d^ob- 

mlla donna attua» te»i noi i^non* dell*namo gentile* Questa iiitrr- 

rioof hi! la ^ua base in una migliore rieontit unione del t©»to e a ?*ua 

la •nffriiga. Vediamo. 

Ooaor?** anrì tiitt*» ben fermare ehe i primi dne v*'r>«i della stitnza non 

non q arsito : u Lo H^deadore «li Dio riilosMo dall' intolligenjsa del 

In, do^ ilairAngélo« h pih fulgido ohe lo Mplendorti con oiii »i presenta 

" •*>!« it aiHttri oci*bi •>. Il paragoni* è fra lo ^lendore dell'angelo ritlet- 

divLua e lo Kpleudore del ««ole: non già tra V ìiupreaKÌotie 



80 



VITTORIO BOSSI 



phr produce h^FAdr^I^» Ih Iium* divina e l' impre^tsioue ohe ricin-uimo noi 
dalla iTice solare. Indonnila il Gninizelli, ripreudondo forici' un' iininngmo ^ 
tiHihta da 8. Tominano a Bpiegare come l'au|;oÌQ conoMc» ta Divinità (A*. 
llieoLf la, qn. 50» art. 3), e anticipuudo un' in un agi ne dantesca {Farad,, 
IX, 1*1), dice soUauto che l' binicelo è nprcMo tersi j*.^imo del Creatori*, 

Xflla lozione del terzo verao è grande l' ÌDcertrCZza dei codici ; ma un 
litanie accurato di emi mette fitor di dnhhio che tra la prima e la secondi! 
panda dol verMO Tori^inale doveva avaro una /, cbe ^li editori hanno 
eHpnnto, o\ideuteiueDti" perchè ttuella letterina rappresenta l'ogjufetto del ^ 
verbo i»(€ndff ojyrgetto ohe esaì invece trovavano 4abito dopo. Come ni H 
potevfh infatti leggere; «Quella Pinteude '1 ho fattor^v, ne il proudme 
lo doveva riferirsi a Dio Creatore» tioè al fattore «treas^j f Tutti i codici 
hanno la parola fattore, e ili il Redi ano .soggiunge hveh o gli altri tutti 
ultra vitto, dando luogo ad nu indovinello, che il Valeriani e i )4ucce«- 
hIvI editori tentarono risolvere mediante una mezza eresia t attraverM> 
•lual retto le pure intelligenze celesti int^Mideranno mai Dio f Sionro eom« 
sono dell» lezione ** Quella lo intende n, io p»*nso ehe la chiave didl'in* 
dovinoUo fti deva cercare nella parola Jiìtt*n-f e poiché lo «tato della tra- 
di^^ione manoscritta rivela un guast'O profondo del testo, anlÌ8<'o proporre 
ehe si Legga tutto il verso così ; « Quella l'intende; i s'afaita lo eieJo#. 
Chi vorrà prendersi la briga di esaminare e pesare tntte le vari© lc»onl 
dei manoscritti, untando specialmente V i tinaie di inttMti nel Itediano ; 
il 9U o ito [fnctorj del Vaticano, del Palatino e del Chigiano. ehe e fa- 
cile correzione di un «a, come il *uoi del Hediano è ovvio succedaneo 
di on Muu, altra bea possìbile correzione di aa; lutine la cimisi generale 
mancanza deirarticolo dinanzi a cielo nei codici che hanno oltra^ il che 
fa pensare ad nu intruglio gratico di cai aia ìugredìi^ntc Fartieolo ateaao ; 
chi osii*erverà tutto emiesto» forse riconoscerà che il uìUt ardimento ò. nel 
rÌ!4petto paleograticoj minore che a prima giunlsi non jiaia. Si legga poi 
fra i tanti esempi di afaifar^ti addotti dal (ilotivario della Crusca, r|ueata 
di Guittone : « Carissimi, del mondo miragli siete voi tutti nel mondo 
magni (parla ud alcuni t'aialieri di Maria), a cui M^affaltan tutti e mi- 
nori vostri e della forma vostra iufonnaii loro ì^ ; si ripensi l'immagine 
dello specchio implicitamente accennata dal (Juinizelli nei due versi pre- 
cedenti; ai tenga presente anche la dottrina teologica sugli angelici mo- 
tori dei cieli {S, Thfùl,, I*, qn. 70, art. 3 ; cfr. anche C'oar.. Il, ti, in 
flae) e in particolare la sentenza che i cieli possono in nn certo scjiso 
dirsi aHÌmntit ondo « coelum dicitnr movere seipsum » ; e poi si veda se 
r immagine del cielo che s'acconcia, s'adorna dinanzi allo specchio della 
divìini Ince, dinanzi all'Angelo (i ^'afnita) nou calzi per ogni verso, Co«*i 
lùichele € mai non si amaga dal suo miraglio w, che p^^r lei è Dio ntn^u 
iFurff., XKVU, 104), 

Al verso t|narto le edizioni hann<» : ^< Ixi oiel vcdgendo ► ; ma i c«kììci 
tutti, qnalche oo»a che piuttosto richiama i> addirittura è il gertmdio in 



I 



! 



IL < IK)LCB 8TI1. KOVO * 



81 



I fFtHiQeiite nei testi dell* Italia «tipuriore, del vt^rbo v( volere *•: uo- 
Buda, uQgliandOy lezione elie 8, Tommaao conferma dict>udo chi» 
eat voluntarìus «eeuudum aetiviim priueipium )* {S^ ctmira 
i/lil, 23). Accoltii, esiisa darà a tutte» il verso ijiiesto ^ii^miicato : 
Il II à««iIo, improtìtato della volontà divina dall' ÀD|^el«i cho ìott^iidi^ Dio» 
t^ per «Ila volontà {coijliando), ubbidienza al Creatore, infonna cioè 
volontà a quella di Dìo i>. 
Liseuuno per or» da parte i versi 5, (J e 7, interpretati tino a<leaso 
ttto arbitrariaujente, per non dire l'autaMtieaiijeijte j tanto n^ è io* 
bile il testo. E fermiamo la Ii^/àone dei duo versi auccesaivi* L*ot- 
erao più fedeli iii codiai leggendolo i:ofli: *f La bella donna, 
r^U nechi ^^piende <*, cbe non Irgffi'ndolv» come bi rera il Ua- 
Nrl nono poi^ ebinnrtne t^nga eonto delle probabili relazioni di pa* 
Jjifr» i vari codiei, vedrà Hiibito cb«^ alla lezione dd »uo (jentit. offerta 
pdftl Vftiìcatio e dal fkirl»erinian<», deve vH^er preferita <[uella del ICt^diano, 
W Pulat. UH e del Cldgian<»i de lo gvntìL oioe d* rom tjrntit : la ciualo 
Ui»nifiiltuentr riehiede che l'oltiinn parola del vertso, talento^ sia staccata 
itiiraggcttivo gentile, e eongiunta al verso fagliente : « Cbe mai da Iqi 
«bldir Dòn ai disrprondr <*. Ed eoco il conte?tto mirabilmentt; confermare 
il rwiltato deUu para i;rìtica diplomatica ; poicbè non può mettersi io 
dttlihio le ìtttu Io vide o intravide aiicbe il Vosaler) elio alta « volontà di 
nbbidire a Dio j* iurontrata nel priui*» tennine del paragone, deva far** 
^'•'^tru nel i*ecoodo «f la volontà ili nbbidir*> a lei », talento che mai 
1^ ^'aUoutatia dall' oblk^dìenza a lei. Quella v^olontà, ^iappiatno^ «i del 
''i»lo; questo, detta la eosA all' ingTo».so, devo essere de Vom fieutUf, Ma 
^t«(IUmo che il scenso non permette dì far dipendere ijneato genitivo da 
*^iv, IH chi sono infatti r|Uegli octhi in cui nplt-ndc la bt'tla donna / 
'''l'uomo gentile^ e i*ojo di Ini, come \niole il rÌHConfro, rilevMto dalla 
<'*3jUU della eowtmzione, eoi primo termine della Himilitudiue : eome il 
^^turu 4 «plonde in T intelligenza de lo cielo *», cosi « la bella donna 
"^ fli orchi dell'om gentile m. 

Fermata cosi la lezione dei tre ultimi versi della atanssa. ne riunita 
*hUrito, Antt ad nn cert^» punto, il ^euao. Fiao ad nn eerto punto, prr- 
*^ Alla propot»ÌEÌ4ine manca il verbo principale, lì ijuale è dato dal \ . 7. 
* ^^ dòVTia >» dicono tutti i innlieif oceetto il Harberinlano ebe ha nu 
Homi m. viria », forse rt/rria, E « dar dovria '> può stare ; ma quel 
otiale^ por il confronto colte altre similitudini della canzone, mi 
f* ht nitri tnogo del tutti» inopportuno, e tinanto a me aono persuado 
**• ^'origitiÀÌo nvesao adùtt^a nel senso ben doc amen tato (vedi, oltre a) 
***»»««r<0 dell» CrtwoA «otto * adoperare % il gninijselliano u adovera il 
'*""**• Casixs, p. 18) di cagiona, prudute, «Cosi >>, tale narebb*^ dun- 
*\^ U «ea^o del «eeondu t^armine del ]nir:igone, « la bella donna, poi cbe 
aegll occhi deirnom gentile, produce, infonde volontà di m;tnpre 



83 



VIITOBIU BOfiSI 



Da qnefits parafrasi riniiin*' piarti fuori la cliliisa del settimo verso : 
((cor sL'Cuatlo il eod. Redi» no ; ilurro, m^oondo il Vaticano : ìottm^o, 94^coDdo 
il PalaL^ il CtiigiaDii r il Trioni] zìano ; al vero, seeonùn il Barb^riniano. 
Non uè ho velluta inU-rpre* anione plan»ilii!e : e cbì uon ahbia l'aniire di 
fMBgnirml per la via cbr ora iiidirherò, dovrà rasscguarHi h preudert' la 
dÌEumv H al voro v. per un riempitivo. Si'uiiou^^hi' io osservo che mentre 
tntli gli ai ferì deTjHHiti del primo tenniiii' del paragone hutino trovato 
riaeoTitro nel seeoudo — lo splendore di Dio nvUn splendore della t>eUa 
domin ; Fangclo rifletteul*- il divìtio spleodore negli occhi dcirnom gen- 
tile ritìettentì lo nplendore imiHehre ; la volonrà di obbedire a Dio ni'll.-i 
volontà di obbedire a lei — solo al a eielo » nnlhi corrisponde negli lU- 
tinii v«*r»i della stanza. Or poiebè qaella parte del corpo uinaiio dove. 
Herfindti la paieologia medievale, aveva sedo T attiviti volitiva ebe il poeta 
riconosce nel cielo, farebbe b^gittìmo rineontro al *' cielo >* Ht«8*o, eouget- 
tnro elle nella ebioRa del settimo ver^o 8tia eelato, sotto la maitoliora rli 
uno strufiilcioiie ili copigtA. il w core n- deiruom gentile, qnrl o cor gen- 
tile » che pjtlpita in tiitt*' le anteriori (iUinze della cj«ii2one, K incorag- 
giatt» dal codice lÌ**diano, che ut irnltima sillaba del suo ttvtnv tH' ne ha 
fonte couaervato un brandello, leggo tutto il vertRi in qne«to modo: « Co$i 
iMÌovra al core i» facendo dipendere ìl genitivo « de Tom gentil » diret- 
tamento da questo nome e fwdo implicitamente da « gli oeclii ^ del ver*-« 
ottavo, 

Kiconosco vob'ntieri raiidaein di eodeato partito, ma mi franebi'ggia, 
in unii collo addott-e ragioni* la coscienza che forse osho .soltanto può 
aprire la via mi una interpret>azione dei versi 5-S, più solidamente fon* 
data che cjnelle proposte tìn qui. He il verno 7 finlae© in -are, lu Atc»aa 
uscita deve avere il v, "k N«m «ara dunque il priwera, con enì questa 
termina, una pn^tesa eorr*'ZÌcme d'nn iinii inteso fieìMorf. eorr^ioue ehé 
avrà poi anche detcrmiTiato la sosti turione di rerc» a '-ore nel v, 7 f 
pHmofe non Hnr^ un ben facile scorso di ]>enna per prim* amore f A 
pare probabile quanto mai* Il (iainizelli parla qnì del moto dei rìeU* 
Ari (4 i-i» ti le, al quale, secondo i piii autorevoli interpreti, allude Daut 
come a <t Colui che gli diiuoM^ra il primo umore IH tutte le snstanjtìo 
Hempit«mo » {Fmvrrf., XXVI, 381, gli insegnava nella .V/r/«A>iert che li 
eausa prima, etema ed immobile^ moveva tutto 6 lu jiartioolarf* i cor 
oelesti m; ipf«t(ievov, in qnanto amata (Mmoiìe, Studivi in />«iafft I. 115V 
Dtagraziatamcnte anche la prima part+i del «pdnto verso ^ molto «H>rroti 
né pn**^ sanarla il covneguf introdottovi dal cod» Harbcrinìanc» e dji tutti 
le stampe, una parola che nel contesto, a ben guardare, non dà sev 
rsgioucTote. 8ìamo dtmque alle lejEÌont ; « Sicons^gnio dalpr. • della 
conda mano del Rediano; *< Econisi qui alpr, »> del Vaticano; *« ConacH^nl 
al pr, >" del l'abit. e del Chigiano. Xrlìc quali penso ai possa rìeonoMe4'riÉ| 
un originario « K *n sé qui à -1 pr. » oppure «t Ca 'n sé ([uì à '1 prima 
amore » da intendersi « E » o|qmre « Così che qui fin questa oidicdìc! 



IL < OOLOS 8T1L HOYD » 



88 



il primo amore, ftunore cIl'ì Cieli pvt la divinità, ha in Si^ il sno l^mli- 

1 beante rompimento)»; s'appaga doì* d^lla « coinplsiroiitia appetilulìs *, 
lb«^ è appunto Amore, cui conse^e « il motua io appitiliile, i\m est de- 
bderitim » ; senza aspirare al <t ^andiiim » cìw nta nella r< qiiies n (S, Thetyl, 
^ 2«, qu, 26, art» 2}. Qualcli© ritocco vorrtbbt? forse anche la h>jÈÌone dui 
K «. itieerta luù nianoH4»rÌttì (obt» iiell'origiutìl© il verso coinìiiolawe <!oii 
« Dfl # i? bt'n dnbbio ; e for^ vi sì leggeva ^* (ìiiifttc* di deo »» quasi ap- 
posiiione di « prima amore i», giustu amor di Dio) : ma In ogni caso il 
non mrit<'n4il»« !W8tanzialnn*nt«- 
Riaiu^umetido iiuesta liiDga^ ma al mìo intf uto nou inutile nota, prò- 
»|Kin|^ rbe la peunltima stanza dell» canzone Al tor tjt'ntU si legga corì : 



splende io l'ititdlljgri^atai «le io cielo 
Oflo crentor pib ch^ai nostri occhi li sale»; 
Qoellii l'int(!>titl« ; ì' «'afuila lo dèlti, 
IjO cÌ9U vogtiando^ tk Lui ubidii* loia, 
E 'n Bè qui ha 'l primo mnorn 
D«l giusto d0Ot bealo compim^nlo. 
Coti &dovra al oore 

La bel in donna^ pò* eb« 'n gli occhi «pl«Dd6. 
De Tom g«!>nlil, talento 
Che mai da lei ubidir non ttl disprende; 



« l'tmt^rpn^ti : «i XeU' angelo m riflett<« come in i^pt^cchìo t<*r?Ì8simo lo 
«pHdon? di Dio, L'ongelo intendr Dio; il eitdo ai ronforma alla rogni- 
> chr di Dio ha l'angelo» TI cielo, quindi, per ana volontà i*bbedisce al 
l<«rti* in qne,Hta obbedieD7.a stonna si compio il primo amore del cielo, 
* amore di Dio* Coaì negli occhi dcirnomo gentile splende hi bella donnii 
© pMnct^ nel cnore gentile volontà di obb**dirle »*. Vcdontsi di bt-ne diin- 
'l"»* prcliè spiritual mcnt*' bella, ciò»' buona, adorna di virtfi e la donni* 
fiip il jKicta non hi perita di paraiioniirt- a Dio atcr^i^o (dirà infatti il f-fin- 
diei* Et,irnp . o denti in vano ano>r me per Henibianti » k onde M'apre la 
^ »U'«Bah azione della ma donna nell'Angiolo. 

<^*) Per questa dottrina, S. TheoL, I», qn. 6.'», art. I © qiu 84, art, 4. 
^* *neh* 8ALVAi>aRi, nella /?fl«(f. AVir»o»<i/f% LXVI, 221 sgg, 

(55) Vo(5M*KR» p- 38 «gg. Cfr. anche L. Azzomxa, Il « dùW mììì nuoto *>. 

"■Wiiio, UIOH, p, 71 flg. Almeno pel Gainìsielli (ma credo che ciò valga 

P*' t»ittl i poeti dello «til nnovo) Amore e Vtrtil non ai confondono in 

tt*^'*. eoRii^ pufe ammetta il Vos^ler (p. 59). Le cinqne stanze dottrinali 

■"*' cttntone famona «ì dÌ!4tribnÌ8Cono in due grappi t il primo di tro 

*•*'**' (^Ucgatc dalla ripresa, nel i)rimo verao dì ciaflcnna, d'nna ]»arola 

•*•• ^IVnltìmo ver*o della preci-dente (foco : foco : innamora: Amore) ; 

•^*Mo di due, «trett<^ insieme allo stcnso modo ^splendore i nplende) : 

i^J^ dfipi gruppi, privi d*ogm esteriore «egno di colb'gftuii*nto, il prim«» 

' di ror getitib' r Amore, il necondo di cor gentile e Virtìi, t|iieHo 

^raltermuxioiier « cuor gentile . « , . donna a gni^a di fateti a 



84 



riTTOBIO E086I 



r innamora » ^ «liiesto T afi'orni azione : « noi cuor giuntile la bella donti4 
adovra volontà di bfoe ». Così che Amore e Virtù restano distiati, *iuiiii- 
tUQiiue abbiano la stessa radice. L'ano è « unimento (fpiritaalo * d'ani uia 
gentile (dit^po^ta al biMie) con anima tmuna ; P altra è tramntazione iit^ 
abito I' quindi in atto (efr. qni "«oiira le note 22 *' 31) della gentileifi^J 
a dispoaUione a rirtù ; tramntazioo^^ che avviene in grafia di qaen*iuil< 
mento. 

(36) Dico il ragionato concetta, perchè l'intima nniane d^ Amore e> cticn 
gentile i*ra ^à stata enunciata dai trovatori ; cfr. Dk Loli.i^, nel UiontJ 
•tor., SuppL n. 1, p. 11."» sj^. e negli Stufii meiUrvali^ I, 15 sg.^ e 8.4 vj 
Loi'KZ, ntil Gutrut 9tovico, XLV, 77 »g* 

(37) La mia navicella s' induntrift a finiderL^ una corrente* rhe pxàre ri- 
divenire di giorno in gionio pili gagliarda ; talehè mi è caro qualche bnoa 
rincalzo. « ilerit<j di Guido non fu, eoiuo tropfj« volt^ »i sente ri]>etcreij 
Tavt^r mesHo in veryi una dottrina del nascimento d'amor*' .... nh fd 
Taver adornato di acconce fiimilitudini le suo rinii* . ♦ .. . La gloria 
Guido fu di e ?i.ser tornato ad esprimere con la schiettezza e col <'ii#l 
lore nativo le impressioni dirette della realtA, ; di avere rìcouiiiiGlatal 
a cantare^ come i Provenzali migliori» lineilo l'ho Amor»^ dettava deiit 
.... Per necessità -storira, . , , . la donna di Guido non è la nobile ca^l 
stelìana ; è cittadina borgliese ; . , , . ma la forza d* amore solleva \%i 
modesta cittadina, Pundle borghese, molto piii su dei palagi merlati 
delle torri feudali j la trasiignra, la sublima, la trasporta al Cielo ». Coai 
il ToHBACA nella eonferenisa Le dontir UnHnnr neìht pùtmtt prortnzate, Fi- 
renze imi, pp. 37-3!», 

(38) ['tu-fh, XXVI» 1^4-6. 

(39) Casini, p. 4K 

(40) C.4sixi^ p. 33* 

(41) <t li una di iitielle espressioni di getto, luminose e intuitiva, che 
"^a trovare talvòlta V ingegno de' grfindt iiocsti, e son restie a ogni spie- 
gazione o perifrasi *, Cosi giudica dì quel verso il HoniiiHiN'tixj, ScrlU 
(li scritti dftntcHchi, Città di Castello 1897, p, lOlì, 

(42) CA8INI, p, 32. 

(43) Casini, p. 34. 

(44) Casini, p. 33, 

(45) G. Vuj AM, VII. 132. 

{AH) Ponendo nel 128R la composi jtìone della canzone faniosn s«gr^^ 
ima sentenza molto accreditata , che ha il suo fondamento nel lai tu et:» 
nella Fita SuGta il componimento precede di poco il raeconU» della moi^"* 
d4^1 padre di Beatrice, eioè^ dirò ingenuamente, di Folco Portinari (31 i^K 
cembro 12t<l»). iJel resto se anche la canzone foss*^ di qualche anno piti a^^a 
tic» o, comunque, anteriore alla batta^^lìa di Campaldinn, quel cb«? di ^ 
snlla huona disposizione della cittadinanza ai quieti godimenti dell'ar»^ 
tontireldw egualmente in acconcio, che il Villani fa cominciare fin •- 



tL « DOI.CB BTVL NOVO » 



85 



I 



Ì2SZ i] « felice e bnono 9toio d! riposo e tranquillo e puoi fico sl&io e tiUIe 
per li merentAtiti o Artefici » (VII, 89). 
(47) Cfr, ZrxGARKi.Li, DanU\ p, 10«. 

(4f^) È hen noto che il Salvaiì^iri. il FfiBKHZONf e forso qualche »I- 
rrpilono che la canzone responsiva -x Btm ug«:ia F amoroso e dolce 
ftw» » «ìifc, come la proposta, di Dant-e ; vedi* del priui*» La poesia gt^fa- 
€ la ^OHM^ne d^Jmort di O, Cavalcanti^ Roma 1805, pp. 7d-82, nonché 
BiiUii ri'lfl ffioranile di IUtuU\ i^tnjijìo, Roma [1901], pp. 75-7. e del »ecH>iifl«» 
^imdi e diporti danteschi, Holo]En»a 1902, p, 3 «j^g. Ma i Ioni argomenti 
impari a cosi «rrave cunilnsìone. no reggono all' orto di r<jn(?idora- 
che ci traggono ad opposta sent-enza; cfr. Manzoni, nel linlicttino 
d. »eitià dant. N\ S,, II, 82-5, Fl. Pku.egrini, nel Giarfi* nt^rieo, XXVI, 
lU-mi, M. Barbi, nel Bull,, N. S.. X, 99 9g., E. Lamaia n«*l tinnì, 7fi de* 
^ffftmli danlrschi del Pasi^erinì. Città di Castello 190a, p. OH $gg. Tra 
<]u[[t cousidera^jtmi può trovar luogo aurhe questa, che non mi pare 
kìa finta falta. Nella canzone responatva le donne hÌ propungoiio di pre- 
|ur# ognora dolcemente Beatrice « ch'abbia mente di Ini [del poeta dì 
ilMii«t th'aretr] cngH atti enoi » iVv. 11-4); tutte pregano Amore ch'ella 
« aìii a Ini umiliata in tutti i lati Dov* udirjk li ^uoi ì^ospir gìttatì » 
(r\* 2i>-2K) ; ammoniscono, elu* * tarili gran hm sua donmi . , , > gnar- 
din» ili »noi stati * e paiono metterli" nott'otT-hio ref*umpio della eorauio- 
nc'iu» d'atTetid che il poeta ha dentato in loro, hoIo colle lodi che 1' hanno 
<«lito 'lire di lei : <f Sai donne il juctteremmo in paradiso » (v\\ 51-6). 
Hi Dniiie, perduto il fialut4> di beatrice, avura ormili {M)sta tutta la sua 
^^teitndine in fingilo che non gli p**tova vi^nir Tueno, nelle parole vhv 
Wavaiiio la di>mia sua, i* inolia canzon** ìht$in^ che «rr/r» aveva uppunt*> 
KBiiiato la trattale ione dell'alta materia. In cid slava tutta la ana beati - 
'adioe e il flnc d*ogni suo desiderio, ijtial oon tradizione, se fossero sue 
^ preghiere e mezze preghiere della cannone responsiva ! 
(49 1 rUa .Ynern, v^ XX, 

(5t)| Facendo pronanKÌare a Honagginuta U* iVani « nnove rime *>. « »tiJ 
fi«»Tfl»^ « eerto ohe Dante volle dar ad intendere ch'ei le toglieva dal- 
l'ilio <Himntie. Ricordiamo etie anche la scuola ^ siciliana » non fu tenuta 
a bittMimo dairAlighiori, ma solamente a cresima : « «imcqnìd poctan- 
^ Ytiili «icìliunum vocatnr . . . , quia ri-gale Holium rrat Sicilia, fac- 
tiwa CHt, «piifqiiìit noHtri prcdeceasores vnlgaritcr protnlcrant, sieilianum 
^««irrtur^ ijiiod f|uidem retinemn» et noa » {De vulvari cìaquenU4t, I, 
^". 2-8), 

(51) Della stretta dlpcndeuaa di Chiaro Davanaati dai tardi proven- 
**^»rtÌfdB Imninofta dirooiFtraxionp il Dk Lolus. nel (itom. j»;<m'co, SuppL 
•• 1| p, 82 ngg. Tuttavia ^ certo rh*egli ha anche debiti non pochi né 
*^^ ^«no il fìinnizelHr rome ne ha Monti* d^Andrea, che non (ler nuDa 
•** Htiuto alcun trm|w> a Bologna intorno al 1259 (Torraca, Studi 9u 
*• '«HiB itaU liei fiiiccrwl^, Bologna 1902, p. 238), Un cenno «n codeete 



ìmitazioui guìnizelliane iu Cliìaro e in Moott*, vedi nel Dante dello ZiN- 
GABELLI, a pp. r»8, 56; ma ancora altre hi.» ne potrebbtTo a^ldilare. [E 
intatti ne addita il 8alvai>ori, nel fa^cirolo citato del BuIkU. Mia Sa- 
cieià JìtoL romanaf p. tiO ^gg.]< D»4 Giiinizelli pare si ricordasse auehe 
moaser Giovanni di^iirOrto Giudice d* Arezzo, ijuiindo nella ballata Xon 
Iti iHyria cottktìHf ticirivevrt ; <* Amor,, «ole» prrò eh' e euno><eeute D^filiua 
{gentile e pura 8ovr'e«»a gira e pnr ad c^hu torna, K poi eh' t? giuut* a lei 
immauteiioute, D'un ìien sovra natura Perfetttimeutt^ lei pasce tst adarna 
£ sempre vi «oggionia » (Cod. Vatio. 321*1, ed. Phlaicz, p. 71), Xou 
sarà iKii vaiio osservare elio éiì Monte e hì il Dall'Orto furono iu corri- 
spondenza poetica eoii me^ser Tommaso da Faenza, gìnrlice ormai nei 
1278 (ToHitACA, op, eit., p* 231), [au/i giii nel 1266 o tì7, T»»krac_a, in 
Baii»eijna critica, X» 1905, p. 120]» il quale fn uno dei più manifesti imi- 
tatori del geniale rimator tmlognese ; cfr, il suo (bonetto Como It 9$^U 
sopra ia diana (Cod. Red, \K ediz. Casini, p. 347) col sonetto del Giiini* 
anelli Veduta ho ta (ticaite, e la seconda stanza della canzone dì i'ommaao 
Amorùno vol^r (ibìd,, p. 13H) colla cau/. J/ vor ^tntil, 

^ó2) Le palesi reuiinisceuze ^uiuizeLliaue nella stes^sa canzone Isonne 
cit'avete furono già più volte rilevate. Voglio agginngero che nel Guìnì- 
zidli Dante trovava anche atìermato in maniera insolitamente apert» il 
proposito della lode: « in tutte guise deggiovi laudare » (Casini, p, 19); 
« voglio del ver la mia donna laudare » (Casini, p» 35), 

(53) La dizione « Io mi son un che , . . , noto *, è ben diversa dal- 
l'altra « lo noto »t in quanto che ent^eudo da una a molt^' persone la con- 
suotndine de! notare. Si osservi come il senso del dolore venga a larga- 
mente ditfondcr^j, nella Iraso di Ulippo Argenti : * Vedi elio mou un che 
piango n {Inf\, Vili, 3f>) o in ([aesta d*4 (Javjileanti <^ Ved*'t4j eh* io »on 
1111 che \o jnaugendo » (ediz, lin alia, p. iri9). Anche il HoKiiOGNuxi^ 
op. eit,, p, Hfì, notava la natura modesin dell' espressione <* lo mi son 
ano *f. 

(54) iFitiTiiretn « Amor mi spira » in<dto bonariamente — altri dica 
pure ingenuamente ^» avendo Ìl pensiero al sonetto Amore v 't cor tjen- 
tit < r* A. ^ i^S XX)y dove il poeta pone Amore a dim<>rare nel cuor gentile 
e parla dello f< spirito d'Amore » che ivi si « sveglia » per la vista e 
11 desìo della piacente beltà femminile ; ai primi Versi del sonetto « Io 
mi sentii svegliar deatro allo eore Un spirito amoroso ohe donnia i^ 
(F. X,, ^ XXIY); all^afTermaziooc dantesca che Amore « non è per sé 
siccome sostany^a, ma è un aceidente in sostanza» (T. .V., ^ XXV >, cioè 
mutamento nello sitato dell'anima amante ; tutti luoghi clic mi fanno du- 
bitare della verità della sentenza clic Amore « dittatore di poetala » fosso 
sempre considerato da Dante e dagli ami ci suoi « non come sunti m^nt^i 
intimo^ invadente^ doloroso, ma come spirazlone di virtìi nuova che ve- 
niva dui di fuori a ragionar dentro, aia nel cuore, sia nella mente ». Cosi 
TAì&zuLiNA a p. H drl suo lìhrti dianzi citato. Con lui eonvieuó aost«ii^ 



tL a DOLOB ^TtL NOVO » 



87 



I 



tialnieole 11 Vosìsler, qnanUo osserva, esaerv « mi t5r»tto comune tìU al* 
lamenta» 03iratt*TÌstìiM) de' po*^ti del nuova stile, i^he essi rioevono quasi 
del tutto pa^j^ivameote (/affi tjanz patiaie iiher tiich frgeknt /on^rw) la »»oni>' 
geoifa (loiro^i;etto limato o ii<ni daiiuo nuù rilievo alla purti^ attiva, «og- 
ipettjvu e coaeimitc nel «*ort*o del procc«Ho con«»scitivo ^* (p, 79)* Ed è os- 
Mr^A^iotie, la qnalt3, pur lt;neiulo?iì coutil delle fallaci apparenise che il 
€ eolore retlorico eoficednt^) alli poeti ed a' rimatori » può ingeuoraro^ 
raoehiude eenza diildùo alonncht? di veru» in isp^cìe ^e riferita nIFarer- 
lx»ÌHtji Cavalcanti, Ma non se u« può fare jH^ran caso per F interiiretaziono 
* « Atti* ir mi spira», se non altro perchè In dottritia d'Amore clu- Daiit* 
si la esporre da Virgilio poco prima d'imbatterai in Uouaggiuiita {Punj,, 
I, ÌB-33)^ diehiara T Amore eome una vera «attività» dell'anima 



Voilra sppronsiva da e-tnor verse» 
^Tn^egM in tensione, « dentro a voi la ■piegii* 
ài che PAjiimo ad essn vol^«r face; 

e •«, rivolto, in ver di lei si pìisg*, 
quol piegare è umor, qodlo é natura 
che por piacer dì nuovo in voi si lega. 

Poi coate il foco moveti io altura 
ftor la tua forma, eh* ù nata a salire 
là dovt^ più in «uà materia dura; 

coAi l'aotmo preso entra in diiirOf 
eh* è moto spintalo^ e mai non posa 
Uo che la cosa amata lì fa gioire 



5) L»' parole riferite ^nno di P<irol : ^ Pane vai ehRn» ijiie del eor 
ma il eoncetto e proprie» d'altri trovatori, citati dal Cukììclni, 
Htieo di itfta canzone di Bet^ari de Fintadorn, alle x*P* 323-25 del 
P. II <lH03-d04j degli Atti thl li, ìnfUnto Vaietv, dal Cesa- 
UBO, Amor mi «pira • , . . , alle pp, rtl»5-L*(i della MimdL di Studi criiici 
Mila ìa <Mior« di J. GraJ\ Bergumf» 11*03^ «• dal Savj Loi'KZ nel iiiornatti 
•'•Keo, XLV, 75. E rilunui anche nei predanteschi italiani : in Guido 
lUllf Colon ni% < Come fontana piena , Che spande tutta iiuanta. Così lo 
Olio eor canta « (Canz. Gioiofiamrnt^^ cviii/o, che nei ei>di4<i dov'è ascritta 
a Mai»i»o di ElcOf miutca di quel versi); in Dotto Reali, « 0i eìo che *1 
Wio car ^tite In ver neente taeoio .... Provo novo trovare, Parlar 
d'àmof mi face Amor vrnu'e * (Cod. Red. J». ediz. Casini, p. VM) e in 
•*W citati dal BoJt»ì(Hi\*>M, p. H8. 

\M) Ix? Hjiranno proprio piMine da scrivere» eorae porta Piiuniaglne 
•W ^^Care ; e duhito che PeSHore Amoro il dettatore {Kisaa aver dato loro 
«a»hf itaateht' carattere delle penne da v<»lare. come pensa F, Ciihilka, 
^'/«Hae tM a Pnrtjnt0fi4} » AM/F. ^Q-frò. Venezia 1895 (estr. dagli Atti 
^ ^* iàiitnto ìruHv, 8. VII, voi. VI), 

*^7) L^amico Fl^muvi nella sna bella eonlereu/a /fante ti h a SUI «c/m ». 
P**«iiiieaie a p. 224 sg. del voi. II della IH annata (lì>00) dell» mvi^ 



86 



VITTORIO ROSSI 



Min d* liaHaf [ora anche nel Toliim«* Varia, Livorno 190&]t numrvh fihe li)] 
« nuove rime » non <!evono os^re ideiiTificate col « dolce «til nuovo », Io 
credo invoco elio «iji bonsì t^rroiieo ì denti li cari e collo « etil nnovo »» ma che 
oiìwt' vengano ad oHScre hiipporgifi tutt'utia (osa col v doloe stil miovo». j 
Poi ohe Dante 1i;ì foriiiiilato il suo prìjieipit» d'arto, h1 LucoUeflo buleii» j 
la ragion vt?ra del lioto successo non pur delle rìmr della lode csiatioiii^ ^ 
ma d'allre rime, di Dante, del Cavaleantì, del Gninlselli ; e cos'i la no-j 
vita (non quella apparisoonte doir argomento, obo tutti avevano notato^ 
lua la novitj\ dolbi stile, i-lio i ijiii. ♦ forso Biniaggiunta stesso, avevano j 
ftolo eonfueamoTito sontito} hÌ estendo a tntte le rime e ho erano allora piìl | 
in pregio e ohe vouivano togliendo voga a quelle usoite dalle vecchi©^ 
8cnolt? poetiche. Sennonché a c^^desta larga conctscione egli giunge mo'^ 
vendo da quel caao .'Special© die la (Inmandu pur dianzi rivolta airAli- 
gliiori gli ha mesHo in monte: paragouaudi» lioè l'opera del Notaro, dì 
fintttone e sua a quelle « rime dolci e leggiadro » ch'egli ha raniincn* 
tato ; non a tutto lo « stil nuovo »> diiuque, ma al ^ dolco si il nui»\n »* 
che di quello h una partieoìar gradarione. 

Nò m deve erodere, ooiuc molti han «^roduto» che 1 opman ^ lifijr».» ■ 
alluda neeessarianient-e all'argomento amoroso. Le diciture diiiitesch«i| 
«dolci rimo d'amor m ^III Catiz. dol f'mtntìo) o «rimo d'amor dolci J 
dimostrano chiaro che la dolcezza delle i-inio è altra cosa dal loro argo-^l 
mento e ni riferisce invece alla loro intonazione corri spoit dente al toii« 
fienfclmontale rbe accompagna nn fantnsma o un conwito o alta i|ualìtj 
del «l'utiniento che agita rauima del pneta» Taut' è vero che Dant** scrìvi 
anche rimo dVamor « aspre >v. «piando uU'amore vion meno la tranc[ml<^ 
lità della pura ooiit*mphizi«oie o la gioia della corri sipondotiua : 

Cosi u*il mio jtarJar voglio ««ser iiAfiro 
Cotn' é negli aui /^uesiU bella pietra. 



(Tr. anche ciò che della prima stanica della can/. Le dolci rime dico tie 
testo. 

C-olla mia Int^-rprotazioio' della dieitnra %^ dolct» stil novo » conviene 
perfottaniento aiiehe il citato luogo del XXVI del Purfi,! pi*rchè ivi D.int 
collega al Guinizelli non tot le le rime mio. del Cavalcanti e dogli al tri, mi 
aolo qmlh* che 8i»n^» insieme dc>lcì e leggiadre: le rime della lo<le e^ta^ 
tica, dall' i>^pirazionr doleo e tranctuilla, io fnoito alle quali aveva pos 
nella rifa Nuova il nomo dol w É^ aggio /> liologncsc. Alla mia inlerpretH 
Kiime intìnc può dare alcun rìncal^co iì ritrae» ; il quale se uou «MÌge (già 
ohe si potrebbe pensare ad uno di cpiogli endeeaBillahi dattilici ohe m^nM 
»oiio rari nella CoìHmedui}^ almeno gradisco ìn patina tbi^pr* f* s*til » e noi 
dopo dcdce n. Talchi il modo in cui leggiamo quel vcrw», ci couBÌgH»| 
ad nuire l'aggettivo <n doleo >» non a à j*tll novo r*. ma soltanto a * «til *| 
o ffuindi ad intendere << stil dolce e naoTO )» : anzi, dolee |ieT Ift oorrÌji]H«n< 



IL « DOL€El STIL HOTO ^ 



6d 



ctctìia dell' espreseioue tiir ìattìrnit deÈtatnra, in ehe consiate la novità. 
[Per Ift ste.iaa ragioni* lo «tìle sarebbe aspro o gr»ve, se tuprii o grav<« 

la Rpirazionp cV Amore. 
I(M) Il forte rilie\o che l'»«*ti ricere dalla ^^na collocazione al prìn- 
Hpii» del di&cnrso *• dallu s^tes^^a nirità drll'uso ruttone ^l;lll^\li|,fhi©ri, mi 
«nggeriftee l'idea elio Bonag^imUb canti ijni la palin<HlÌM del kuo ben Tjnt#i 
sonetto Poi ch*artte mvlala la manera ; del quale e della risposta ohe ri 
fecr il Oniutzellì, il mij^lior testo s' ha nella Cre>ftoma::ia del Monaci, 
p, 303 9g. Per I*intcr]>rotft35ioue del nonetto di Bonaggitinta. 1. Dklla 
OiovAXXA, Sotr /ff<r»'rtri>, Pnlemio 1888^ p. Iti [Il testi> ora anche nel 
Tftl, / l*tn^ll/«H fttccheftì dei nee, XII f, a onra di A, PAnniUf'i, IkT^iiuto 
IJlOìi, p. 41], 

(50) Mi sta conee»*^ di cliìarire e docniiientitre tpù^ meglio ohe non 
abbia potnto nel testo, la mia interpretazione di tnttu IVipìsodio e di di- 
center** alcuni pitnti di quelle, diverse od iitlìni, clie piii dì recente fu- 
rono messe o riiiwì^tiv in giro. 

Appare da quanto dico a pag. 65, ohe assolutamente non ripudio nes* 
9uua delle Interpretazioni che il Cksaiìko, p, 54 1, PAzzolina, p. 8, il 
VoS6Llcie, p. 103, il P^LAMIKI, / Hiffnificati recftnditi deUn Commcdut di 
ìjanttf P. II, Livorno 1904, p, 173, propuftero di dare alle parole « Amor 
mi «pira ». Ma devo pur dire che tutte !e ripudio, in quanta» per esK© 
i loro untori tendano a «piegar*^ il fatto letterarie» dello v f*til nuovo > 
eereaudone Tcsàonza e P origine nel regno delle astrazioni tìloaofìche e 
religiose^ e quindi non riescano a rilevare né quelli che aono^ al «enti- 
uiento e all'intelletto nostro, ì tratti earatteristiei delln poesia dello « stil 
uaoTo », né quello ebe Dante tVrmf» coinè carattere unico e toiidamen- 
di **Hfi^o, 
Qfiando Dante parla dì « stile )> egli pensa senz'iik-uu dubbio a quel- 
l'arte dell' espre^ione nella quale poso cos\ lungo stadio e tanto amore. 
Lo oési»er%arono, non ha guari, anche il Baiuu, Bulhtt., N. 8., X, 318-20, 
il I/i^io, nelle prime pagine delln mia conferenza « Lo belìo $tite » «f//c 
Uf»^ » f nella f Commedia v, pubblicata nellu Kiv. fP Italia, VII, p. 3I!I 
8i deve però aggiungere ehc F Alighieri non eojiriqiisee lo stile come 
para fonna, indi]»endento dalla tuaforìa, sibbene eouie il ri.^ultato della 
piena corri «p<uiden za tra questa e i{ncllar « Stilo equìdera tragico tnne 
liti videmur* quando cutii gravitato nententie tam euperbia carmìnnm 
«liiam eouiJtrnctiouis elatif» et exeellcutia vocabidornm eoucordat » (De 
tnlg^ r/og,, li, iv. »ì). Similmente? un poeta osa del m dolce stile x». allor- 
ifuindo eolla dolcezza della apLrazione d'Amore B^aooorda nelle rime di 
Ini la dob*ezxa dell' esiire$«ionc, *Sta in questo aecordo tra il modo del- 
l'interna dettatura ^* il wodi> della «igTiificaziouc la m»vit:t dell*» ** stil 
nuovo *, 

Ond' e che Ìl portar la qucatìone nel donùnio della tìlosotia, il riei*- 
iKwepe in una particolare significazione delle pnrole " Amor mi spira », 



90 



im TORIO ROHQI 



eioè in una qualsiasi noTità di materia FoMsen/.» e Parigine dello « stil 
niiOTO i^f è altri?ttiiiito erroneo (mi duole tli dover dissentire oo»l reeiasi- 
meiito da voi, cari iiiiHei) «inaiito il rìcouosftìrli'p rome fece il Hor>;oguoiii^ 
in una iiiuovaziotit^ puraiiit'iitr rettori L-a dwllii fonna t*enza tener cuuto 
dtUr intorno protU*«HO generativo di «lueHtik. Lo ntuclio *]f*lltt tìloAnfia di 
quei poeti non deve eH.-H^*re trUi*eurato ; ma a eluedtMxli cì«> cIj'osso non 
può dare, e' è il perieolo di svisare ìnteraiitmite il dauteseo coneetto del 
« nuovo stile ». 

U Vosaler, cbe pure Im mi« \wu ibiara l'ciscien^a dell' !m{H)rtaiii£a ditdla 
forma nella letteratiiri* (p, Tjó), mi pare non aljl>ia «aputo evitare eode- 
sto pericolo» qnando, compiuta la ^^ul d*»tta o acuta trattazione utUle 
questioni flloaoBelie «Iella nobiltà e dell'amore. Ita eoiicluì*o: ** Non vi 
può dunque esser pìfi dubbio: la poesia amorosa del « dolee sti) nuovo o 
sì deve per maasiuia iprbì si pirli) ìiit-erpretare sìniHoliramente. Dico per 
ma^i^ima, pen-hè dovunque la donna non ha au<'ora valore di sìmliolo, 
ivi è aniMira lo ntil veeehio, Cbi non tiene ferma (|ni'?«ta definizione, non 
rinseirà mai a veder ehiuro » (p. 71). 

Bentiamn, infatti, elie eosa lo HtesHO \^)^8Lkk deriva altrove della nttt 
AMor« {LittmiurhhiU f, penn, n. rom, PhiL, 1903. u.'^ll. eoi. 382): « Come 
me3&£0 d'e*jpreB>*ione poetica l'ai lenona vi fu di eert^y u.satu f*olo in mi- 
dura searsisHima {ÌHt,.,, kanm :uy Fcruu'Hditng tfekomint'H), Il poeta non 
eoufonde mai il fenomeno Beatrice con un nùumeno, quale ' sostanza in- 
telligibilo • o simili >>♦ Il Vosslor pensa bensì elie Dante abbia deaidetrato 
che il lettore si sforasi^nae *< di trovare, come un' agginnta {nnrhtrìiffUckXt 
dietro alla nua amata an principio intid leti naie, nu a»« tratto o altro di 
8iniiie i» ; ma hc ancbe ciò fosse vt^ro (il che io non erodo), Talleigoria 
non avrebbe avuto ab'unn parte nella creazione artistica ed entrendiUe 
nella Vita Xuova «olo |ki«^ /c^/win, come a processo interpretativo *. 

Or bene, non è dubbio che questi jyjindiKi devono riferirMÌ anche alla 
canzone Donne vke ai'ttv. che della T, .Y. e parte e8H**nzìab'. In iiuanto 
è opera d'arte* essa non ha dunque si^fnitieato simladìco. epjjerò, a stare 
alla definiisione pur dianzi liferita, deve essere egclu^a dallo <• *<,til nuovo »: 
salvo ohe non si creda lecito cercare il tratto curutteriatieo d'una maiii« 
festazione tlell' attività fantastica fuori deir attività stea^^a, nel lavoro cri- 
tico e interpretativo che T autori' o altri faccino vogliasi faccia intomo 
a quella mani fi stazione. 11 geniale investigatore tedeaeo della nostra sto- 
ria letteraria, avendo fermato la sua attenìsione solo «ni contenuto filo- 
so II co V religioso dello « stil nuovo >», ha finito col trovare il carattere 
dintintivo d'un fatto artistico in quel mondo della lìloaofia e ilelle a^tnK 
zionì onde non può generarsi il mondo dell'arte e delle intuizioni. 8uUa 
ba*e di qnella sua perspìenu detinizione molte rime del iHigcnto e del 
priniij Trecento potranno cs,Hcr<* raeeolte in un gruppo nettamente circo- 
scritto^ che potremo, vob-ndo^ battezzare « del dolce ^tìì nuovo i** Ma, 
intendiannM'i, non «ara questo il * dolce stil novo \ di cui parla Danto 



1 




n* € DOLCE STtL KOVO » 



91 



nel e, XXIV del PurgtttQiio, »e Don altra perchè in quel gruppo non po- 
tria ttver po^to la cati^oiic ohe mAa^ vi è làsorittji dalF Alighieri apertamente, 
itttell« eckts etti egli traode fiiciri le xìuuve rime. 

AH» mia interpretoràone del canone ttrtistico tutnnciato da Dante, la 
quale ili »ii8tanxa è tutt' un» eoti iitiella che dh il poeta steeso per bocca 
di Bouagginntu, à'òppuii© 1* ipot-esi del Bohgoononi, p, 88-11, che Dante 
ttMÌ a studio UiHcialo franteudere jier farsi beffe del suo tìidh)t_Miture, Il 
rerst» « ti timidi cant'euiato »»i tacette >*, che suggella il disoorìHi di Bonag- 
giimUi, illiimiiieiiebbe « di luce satiTica e canzoDatoria tutta la scena, sye- 
laiidf> r inteodimetito, del rt^aio HHAai poco velato^ del drMiuiiialurgd »>. Que- 
sta ipot4.*«t, già eombiittuta dal ì)yjA,\ (jiov.ixxa, Note irittrarie^p, V,i sgg.. 
dal UuxciiOAXXi» Del Gwì'n. dantct^iOf N. S,» I, 18V)7, p. 264, e dal Gian, 
ó, c,^ p. 38 ag., fu ripresa e ripetuta pi^sHochè t**stiiaìmente ilal Cksa- 
RICO, p. 025 e, con qualche notevole rigexva, daJi'Az£OL.tXA, p. 36 ; due 
erìtiei eho. mirando ad un' interpretazione della sentenza daute^ìca in tutto 
o in parte diverna da quella data dal riaiatore lui-rhese, diivevauo pro- 
curare di liberarsi dell' incomodo interprete* Ed è eertaiuente questa necé»- 
idtà che induce loro, come gii\ aveva indotta il Horgogaoni, a sentire una 
int^nxione dì dilrggio nelle innocenti parole «se iiuasi eou tentato ». Non 
altro. IJonaggiunta dotnauda s' egli si sia «hiigliato, credendo di parlari^ 
a Dante Alighieri; e di ciò vuole essere « contentato *? (cfr. rnrati,. III, W). 
I.A rifipoèrta, che Io trae ad altro urdiuo di ideo, viene bensì a confermarlo 
io i|iiella credenza, ma non hanta a dtSHÌpurglì ogni incertézza. Ecco [wr- 
che egli MI tace < quasi contentato i». Che se poi ei «i volesse ontiuare a 
riferire que^^tu dizione ad ima curjoviiii che ai reputaB4»e implicita nel 
ricordo dolili a nuove rimo w (si ossitvì che <« contentato >> non è ^ con- 
tento '» e clic (j ni odi la curìodtA da aeeonten tarai non va cercata fuori 
dalli! domanda), hi dovrcbite pea.sare, pritua che al dileggio, di cui non 
ricreo a veder tracce neppnre altrove, a qualche unovo dul»hio che nella 
lutiate ili Uonaggiuuta fonae rampollato dalla Mua interi^r*^tazioiie della 
fomioU daute.^!a e per cui quella curiosità fos^e rimasta In parte insod- 
dijf fatta. ^ Ma eome fanno costoro, poteva, per esempio^ aver detto fi*a bc il 
gramo veriìeggiatore. a riprodurre cokI fedelmente la dettatura d'.Vjnore? ■> 
£ aiirebtie «tata domanda da venire npontanea: alla quale [lerò Dante 
UOD avrebbe potuto rispondere seu»a farsi lodatore di nò medesima» e 
de' sitai migliori, sensa rivelare cioè il vero segreto del nuovo stile ^ l' in- 
li^gno de'sutn poeti. 

Contro il pericMilo « di scorger tutto il problema dello 8til nnovo rac- 
colto nelle CK>ttìgUe2ze enueueutiohe rai dà luogo VAmui' mi Mpira » mette 
ora in guardia gli studiosi anche il Sanj-Lo^kz, nel fii&rN, atorieo, XLV, TH; 
• il FariKblli, nella ana bella recensione al volumetto del Voseler» che 
già b*» citata, osserva che gli elementi più vivaci del « dolce Rtile * non 
istnnno nel lavorio raziouale de' saui più coapicui rapprcHeutauti, e che 
la tìlo4oAa non ha nulla eh» fare colla poesia t^terna clit^ H]detide nel nuovo 



stile {Ardtiv /. (ì, J^fud, d, neueren Sprachen, CXIII, 172 sg»). Del pari il 
Gian in quel suo citato discorso^ che è tutto nn TÌ^ciroR<^ ai«fialto eontm 1 
l'oplnionp che troppo i^ran parte fa alla tradizione provengale nella ge- 
nesi dello Btil miovo, ^iudiea che « i^ìì eleiiieati essenziali, vitali, cìiral* 
terÌ9tìcì i> di questo siano <<( In HiureritàT la H|>oiitati<4tn della ispira ^ìone, 
ìm veritil e la freschezs&a doli 'osiser va/Jone, rattitndioe a rappres4^'iitare j 
il mondo interiore ed esterno, e la profondi tu paicologica e ruffttrmarRi , 
doir individualità nroana e* il Henso del diviuti e dell' iiillnito in uiì dole« | 
mi8t i e ismo materiato d'amore nuiano e quel velo di melanconia e dì a 

corata tristezza elie 8^aeeompa^na ine vi tali il mente ad o«^ni eonHÌd«ra-* ] 

zioue un pò- seria della vita >> (p. Mi), K lin qui sono pienamente d*a^ 
eordo rou questi valoroM aiidei. 

Mn il t'ian sei^uita dicendo che <( tntt^ questo è il nuovo proelamato 
dall'Alighieri j*. E ciò mi pare troppo e troppo pot^o. Cerato higottUmo 
storico per eni il critico ftniaco talvolta col rinnneiare al «no hiion gin-, 
dizìOt non è uelle mie grazie, e fonando fd tratta di Dante, la niodermtàj 
non mi fa paura. Uió nondimeno la hella interjrretazìone data dal Gian j 
ilei sentimento nostro dìuansi alla jioesia del *< dolce stil novo )», mij 
pjire troppo moderna e troppo larga, priva com'è d'ogni aaldo rincalzi 1 
nel tc^tii. Qnelli che egli cousideni come *y elementi essenziali, vitali, e-a- 
ratteristìei » del nuovo stile, 'souo ìudnhitabilniente conBeguenze di ci^l 
che, a mio avviso, Dante rileva in ewso come earattere foudimientale (esi-j 
Htcnza d'un eontenuto serio e vivo; jaTfetto accordo tra il contenut4> e lai 
forma). Illa se anche T Alighieri, per luui miracolosa intniztoiie di modoivl 
nità, senti in »mo cuot« e^dest* conseguenze, le siue parole ne taeciono 
iiftatto. Ed ecco perchè a me pare che il giudizio del Ginn flxea troiqm. 
Questo giudìzio d'altro eanlo eojrlìo solo una parte dello «til nuovu^ laj 
corrif^pondenza cioè tra la forma e un contenuto seutiineiitale o fanta^ 
atfooT traaoui'ando l'accordo (ohe è pure implicito nella defìnìasione delj 
nnov«» «tile) tra la forma e il eont-^rntito filoafìfico delle rime dottrinali, 
E sta qui la detieienza di quel giudizio. Vero e che i^eeondo il Ciao. « lai 
ntil nnoro comprende.... tutta finalità hi poesìa nuova e originale, non lai 
lirica erotica solamente >*, Ma st^ heii intendo, qui egli ha ta mente, pint-l 
tosto che a rime allegoriche e dottrinali, alla « poesia burlesca e satirica, 
borghese e cittadinesca i> (]>. 2B), atln quale pure ai cmi viene il canone 
enuncialo nel XXIV del PurffttlorUt, quiuitunque mi paia ben difficile i^he | 
in quel hjogi» essa fos-se presente al pensiero danteseo. 

Se anche (iiiesta nota, c^ime troppe altre, non mi ai fo».^e giii spaven- 
tosamente allungata, diaenterei volentieri — e sono oerto che l'amico di»i 
letto non se ne dorreldie — l'idea del Clan « che nel passaggio dal vecchioJ 
al nuovo stile, piuttonto che l' elmetto d'una ci'ofiirìowf r'Oiitiunata. è daj 
vedere il risnìtato d'una ly^/rtonf. vigorofta. risoluta. ahhastatiKa rapida, 
o, meglio ancora, frimai rìjunutì di earaiterr rivo! uzumn rio i>. Per dir tnttoj 
in piche parole. Dante, ii^me poeta del nuovo stile (ma la novità era già j 



IL .* BOhCm èTth HOVO » 



^B 



Tteehìsk fumé tli qualche decenniOi quando *"gli coinìiioic» a dire in rima), 
m me pAre un € rivolazìonario » aolo uel b^dso che tale è in fondo ogni 
gTA&de poeta, rispetto a tutti ì poeti, grandi e pi e coli, ano! predecessori 
o rf>etaiieì; perchè n^HiHiino è gxnndo poeta se iieUa ^ua opera tion donitui 
sHipr» t>^i altro quell'elemento hidìvidnale, autonomo, che la tradizi(»ae 
lettenirit» e l*;»njl»ientti storico tiou pOB^ono iii nes.stin modo spiegare. Credo 
bisumiui» elle 11 rimpianto G. Pj^iiib cogliesse nel «legno* quando rendendo 
conto con molta lode del dii^eorao del Cìan nella Homania, XXIX^ 1900^ 
p. 637, uc temperava aJcinaiito la tesi prìncipaie e eouelndeva : m Dante, 
oa ne peut le eont^-ster, diiìt eneore Iteanrnup aiix Frovenraux et méme 
A leurs imitatenrs ìtalieuK; et «MI les a, les iiuh i.'t les auti'e«, ìntìnìmeut 
8arpi^!!i84^«i^ s*il a vraiment crtk^ une poesie nouvelle» cola tieiit d'abord 
et sur toat h son genie ^ mala eela tiotit ausai, je le recomiaiiit bieu 
volontierx coatre TLniluenee d<' Vlrglle) à ce qu*il s'ent lalssé inapirer par 
Ito g«5uic n a tion al ìt alien ». 

[Ora aucbe il .SaLVaIiìhm in ujj beli* articolo del Fan f itila deìlu Jto- 
mrmic*i del IH gingno 1905, rileva il carattere csrten/ialmt^nte letterario 
della novit*^ proclamata dall'Alighieri; ma non mi pare ricono.sOA tutto 
Tj^mpio significato della forraola dant4*Hca. Inoltre egli cade, a mio av- 
viso, n«'l t*ollto errore di contrapporre al <( dolce stil jmovo » il <* duro 
«til veoohio 9^ come se la dolcezza fosse qtialitu neeensaria dello stil nuovo 
e non la qiialitìi d' tuia delle sue infinite varietà. Se v'ha uno f*tato psi- 
cologico cui M convenga T epiteto « duro j*, anche lo stil nuovo poteva 
c4Siier < doro <», Aspro è, almeno una volta, per Dante «^tes^o]. 

(60) fe mio dovere av^'ertlre cito in ipitisto rapido aohizzo dei carat- 
teri? di (ìuido mi Uì di valiih» aiuto il bel saggio di I. Dkl Lingo, il 
désiiegmf di (iHido» primo nel volarne Ihd nerolo e dui ifmma di Ihutte, lìo- 
logtia 1898. Tenni pur presente il Dino, o l'introduzione dell' Eiu.<»li: ulJa 
»iui edizione delle poesie del Cavalcanti, Livorno 18M5. 

t6t) l*€i^anteroH, VI, 9. 

(62) Allud*» ai grastOHÌi^sìmo soiiotto Xoi 3iuu Iv tri^tfi penne ìithiiiotite 
(•Uìjc. Encor/p:, p, Hll^ cdiz. \l, li i valva, ÌUÀognu.^ 1902, p. I7ó). 

(tìii) Drcam^roHf iiov. cit. 

{Hi) CauK. lo non pennata, \\ 3 (EiscoLi:, p. 251; Rivalia, p, 115), 

(6à> 8i]lì' attribo^ione lU qncsto sonetto al Cavalcanti (Eucolp:, p, 298; 
lijVAtTA* 8ti) non pare vi possa essere dubbio. Prìucipulmcnt'»* grazio 
ad «eiso il 8ALVA1J01U per prituo {Uomtnicu ìclt, dv\ 17 febbraio 1S8I; 
La potsia gioramlt eie, di O, t\, Roma lH9r>, p. 71 sgg.) e dietro a lui il 
Cjuiin'I^ Antidte rme tudg,, V\ 481 sgg,» il Maz/^oni, lìnttcit, d. Sovirtà 
éamt^f y. S,i li, 85 sg., il EiVALTAf p. 17 sgg., più o meno n^^olntamente 
aM^rìsHert) al Cavalcanti sossautiiu sonetti^ che adcnpoti si leggono verno 
la fino del Cod* Vaticano 3793, tra i quìili e anche Motte ijtutìL E in- 
ver<» *^^ col Salvador! a* ammette che codesti sonetti ^ non siaJio senjsa 
legame fni Ioni ^ o mi Casini che « formino una serie continuata, un 



H 



VITTORIO nùsm 



trftttuto orgiuiìcamentB indinatu della wftmertì di scrrirc », la con elulione 
è lefifittìmo, ueceÉì^arìa» Ma aliri srino di divei'Sft opiuloiic (Ercolk, 
p. 362 8jr,; ToiiHACA, Nuove /ìfrtwm/iif, Livorno '05, p, 14tì; Lamma, nel 
fascìcolo 70 degli OpuHc. dantcttehi d^\ Pa88orÌui, |k IH 8g*)' ** '' * Tklle- 
Gitixi iMin nnn diligente uiiqIìhì b» dimostnit*» cIh\ Ht'bbinu:' «iiioi sonetti 
<! appii rise ano legati in gruppi indisfMilnbili pìb o iriono luugbì, piti o 
meno fucili ad esnere distinti ani taglio netto & reciso, spi^^i^io Anche trft 
lor«» rispondenti », tnttavia v continuità logica, unità di concetto iitdl* in- 
tera serio non e' ì% e bì farcbbo t^rto idi a mente lilosoficìi di Guido,,., 
ntoiiLMub» cb'ei poiesac illudersi d'aver rnmposto tm trattato qnalsiasi 
con lo scrivere i sonetti Vaticani)» (fihrn. *ttoricOf XWI, 20?*); concio- 
aione che u me pare la sola gtoj^ta, ìineorehò un altro egregio i«tndioéCi 
e caro undeo, 1. Sakesi, da ositer\' azioni di fatto non diverso da ([ nelle 
del Pellegrini, no abbia tratta, senza sapere di questo, nna del tutto op- 
posta (fiaftM, hihliiHjrttf,. XH, 1901, p, 21 sggO* '--'' «|ueatione è dunt|ue 
tuttora HHh ìtttìive. Qn.'uito a me, crt-dn chti ragioni buone per attrìhuire 
al Cavalcanti tutta la serie, non ci siano; mentre con animo tranquillo 
scriverei il nome di Guido in fronte a' sonetti XXXIl-XLI, V nndeoimiì 
gruppo del Pellegrini, perchè tra essi à Morte (tentih « tutti aono leguti 
insieme dn un tih> logieo ben tenaee. Quellji testina eho nel facsìmile puh- 
tilìcatn dell Salvador!, si vede rozzamente disegnata ]iroprìo di fianco al 
Honettcj XXXII, primo di codesto gnippo, sarà un ghiribizzo gratìco ve- 
nuto a posartii colii cBsualmeut<^ o un »egiiO apposto da lettore attento 
che abbia ^ come i critici moderni, riconoseinto in quel sonetto il prin^ 
eipio d' un nuovo episodio, o una traeeiji di speciali condizioni d*dl'o8cnra 
traditi mie manoscritta f La testina paro — e rat» lo rtmferma di sul co- 
dice il gentile dr. Marco Vattasso — disegnata con altro inchiostro da 
ctnello con cui furono scritti i sonetti : ma ciò non basta a determinarne 
il signifirato. In ogni modo anche questa minuta partì f solarità \'oleva es- 
igere notata, 

(GH) Sul Lì rnÌ!seredouza di (iuido non mi pare ni debba orin.ii pifi di- 
8èUt*Jn% *• mi restriugo a rinviare 4il bel saggif» del n'(>\jiJio, lì diMdrtfnti 
di fittidtt, nel suo volume Sindii nnUa />, C, specialuient'C all<? pp* 108 sgg. 
Delle inlìltra%ionÌ aralje nella sua tilosoiìa ha diseon^o dottameut*» il 8al- 
VAi»ORi, La poriiia giorantit* p. 41 Hgg* ; e in particolare del suo ìiverrtnsmo, 
il VossLEU. p, 77 i^gp:. Quanto poi al In dottrina cavid canti tiua deir.Viuore, 
devo confessare — e ^ia pure confessicme vergognosa — che anche dopo 
liL lettura degli studi di qnestì dne critici e delle interpretazioni del Ck- 
SARKo, p. r»H4 sgg. e dell'AzzoLIXA, p, 42 sgg. (taccio dell'Ercole e del 
<kddschmidt, t<he danno póc«» pih di nna parafrasi della ranzone faiuo^ft)^ 
essa mi rì*'sce nel suo coiuplesso tutt' altro ehe chiara. N^ mi biscia senza 
molti dubbi, nonostante la sua bella perspicnita, il saggio di J. H. Purr- 
t'HEU, Thr phiÌ09ophtf of f^vr ùf ih Cartiìoauti, pubblicato nel Ttcfntf^Se- 
cond Annuaì Hcporf of thr lìantt Stìcirtif, Hoi^ton ÌB04, Questo peW> mi 



4 
I 



U^ m OOLOS BTIL NOVO 



95 



cbe il ciiticri amL*rÌcauo al>l»ia velluto gitli^tll^lOIlt<^ doversi la cou- 
one deirAmort» priiprlii del Cavalcanti tener© ben diatint» da quellu 
chi© m? ebl>ero gli altri |KH*ti del «wova stiU" e in particolare Dante. Cosi, 
pel e»., ne 1* elemento iivprroistico nella eouceziont' dì Guido h Iveii di- 
OKPirlrato dal A ossilkk, specialmente? per vìa del «o ne ito Io lidi li oetihi^ 
fion mi pare ntlattu rugìonevob* ncor^ere iracct* di averroìsnio nel sonetto 
dtieeeo Oltre la spera o nelhi ballata Io mi ¥itn parffoleita (p* 80 Sig.); 
fcfr* m prtipofiìto del sonetto* in oni anche il 8ai,v.%t»obi, Snlla rita ffw* 
di liantc, p. 112, volle vedere certa audacia di pensiero. nn'oBSer- 
tìc del Bauiji, in linUtit., N. S., IX, 'Mi, 
f«7) ElicoLE, 2HH; RiVAi/rA, 14tì, 
(«H) EncoLK. 3«9*9U; Rivalta, IGK 
(e$>) Krcolb, 380; Kivalta, 159-«0. 

(70) Ercolk, 202: Ki YALTA, 174. 

(71) Ehcolk, 401: RiYALTA. 18:^. 

(72) Vedi G. VoLPit Intorno a nmt Imlhita di (!. Cavalvanti, nelle sue 
i^oU di varia prudiz^ioue e critim letferoriu, Firenze VMVA, p. 5 «gg. 

(73) Krcolic, 106 flgg. ; Rivalta, 181 sg, 

(7i) ErCCILB, 2HH: RfVALTA, lOM. 

(75) Ercolk, 264; Kivalta, 107. « 1/ intonaziuur s^ineilunieiite pti 
potaiY^ » di qne«to nonetto fu già uotatu dal l'AUttlu, che scri}*8e dne ** 
Iti! iielli» pagine sulla jKiesia di Guido nel fitfltrtt, d. Società tktnt.t N. S»» 
Vl^ *Ì-4. Sni pregi eatetioi delle rime di Ini. elio fra i pcu'ti anteriori al 
r^trarna è riinieo verament4? degno d' essere avvici nato a Dante, »vri»- 
»«ro jaif bene il HAK^tM, Sforiiu \\\ 135 »*gg, e T KnroLE, p. lOH egg, 
IH paiMtai la <|ualetje oa^iervaKÌoiie, al i^olìto felice, il iJi-: Sancii^, Sto- 
n«. I, S2, 

»,7B1 EncoLK, 392 »gg. ; Rivali a. 177 sg* 

(T7) Xon faeeici nomi, percb»?^ «olo mi aocnrat*» esame estetico dei «*an- 
kìì dei cingoli rimatori poti'eldie gìnstitìcare le condanne che ijui pro- 
Mi brtftta aver aJfennatcì t he gli H]iiriti, gli spìritridli e le ilonne 
uiun wiiio sntllcieiiti ì* far** d'un c|iì:i1hì:ihì vers«iggiatnre un po4*tu 
*W tiiuivo atile. Ci vnole ben altro. 

<T>*t Ricordo qni le bello analisi che delle riiiio dì Lupo Gianni, del 

Krapolialdi, deVlMlfani e di Ciuo, fa il ÌÌahtoli nel I\' voinme della 

■U'%hfl. Midte buone o-H.servazioni (tulvidta forse tropjni nent-e) sui ca- 

ww«n iudividuali di tjuei poeti mmo pure sjiaiHe nel citato libro dell' Az- 

ivuxA, N]K«C{almeute alle pp. 217 sgg» Dell M irla udi nini parlo^ perdiè, 

•••e paoin d'amore, non mi pare degno d'eseere ancritto al « nntivo 

•illl »; itfr* l'articolo di E. Lamma, f;. fkrlandi r f<i ttetwla del « dùU» 

twm *, nella [ìaàntajna Xii^it^nalc, LXXXV, 189.">, p, 767 Rgg. Se per?» 

ini foasi dovuto imporro quella limitazione, non ne avrei t^uMut*»» 

l^kà tra i rimatori familiari e satirici non gli so<mvìene un pot<t<» al»- 

unurt^volOt 



96 



VITTORIO ROg^l 



(711) Per le notizitì di Lapo Gianni busterà riuviarv alli* prefazione 
del Lamma alla btijì edizione delle Rime dì lui, Imolii^ 1895. dove è re- 
gistrata tutta la bÌblìo|fratìa precedente. Il facsimile d'iuia pag^ua dei 
protocolli di Lapo e nel vohiuje delle Rime di Rustico di Filippo pubbli* 
cute da. V, Federici, Bergamo 1899. L' ideati ticazinne del rbiiìitore col 
aotar«» Kicoviiti fu messa in dubbio da F. tScAJiDoNK, nella Ra>tHc*fna cri- 
lira, V, 11*00, |K 217; forse non a torto, perebi» eotali identitìeajciuni de- 
vono easere sempre accolte con bene li ciò d' iuvenUrio» Ma il candid aio 
dello beandone non ha certo nnlla che fare col poeta, il ciuaK* era uot»ro 
(5er Lapo, lo chianiìmo i codici), mentre il vt. Lapo Giovanni » dimorante 
a Napoli tra W 1316 e il '21 eia mercante. 

(80) Lamma, p. 4tì. 

(81) Laaima, p* Tj; cfr. anche Azzoljna, p. 22 L 

(82) Fiìeti del primo secolo ^ II, 517. 

(83) Questa tì^nrazione della bellezsa Bdepiosa {lo »uo hello ttàegmat) «- 
vera niente la piii rilevata caratteristi*' a della poesìa del Freacobaldi ed 
è l'acìle coglierla in fina ni tutte le sue rime, 

(84) TarcT'Ui, 1, 25H sg. ; cfi\ anche BAitroLi, IV, 8-10. 

(85) Non int4*ndo bene perchè al Nannccci, I, 303, seguito dal !>' AN- 
CONA e dal Bacci, non paia che il rimatore posna identificarsi con c|ael 
Gianni Alfani, che nel 1327 fn condannato nell'avere e nella persona 
dal duca di Calabria (V'illanj, X^ 47)» Checjoliè oia di ciò» t*e il rima- 
ta >rr •' tntt'nno. come pensano i due citati autori del recente e pre^ioBi* 
Mmmuh detlu ktterat. ìktL (nuova ediz., I, 117 sg.) e come anche a me 
p«re verosimile, con quel Gianni di i^oreae degli Alfani che nell'nltimo 
bimestre del 1311 era gonfaluniere di giudtÌ£Ìa e, ag^iiingo, nel 1313 fu 
da Enrico VO dichiarato ribelle {Delizie, XI, 0, 131), siamo in grado di 
jjoTue con sicurezza la nascita fra il 1272 e il 12S3, perchè in un atto di 
viHidita del 1297, snl qnale richiamo la mi» attenzione nn mio bravo di- 
scepoli») il sig. Esio Levi, compare fra i contraenti « Oiannee q. Forensi» 
All'ani de Florentin •;• v m lejfgo poi c^uesto gìnramento: a Qni Giannee, 
conti tens «e niaionm iiitatuordccim annii, minorcin vìginti qnicque, iuravii 
ad Banctii l)pì e\ iiiigelìa, cor^ioraliter tactis scriptnris, contra prediet-a vel 
ali<|nid prt'dictorum, nilione vel occasione miuorif* aetati», ant ali» qna- 
lieun^nc non facere nec venire » (Lami, Eo<'L Jlorentinac Alonum^nia, I, 
402 sgg.). Airidentificaziono non si oppone la notizia ohe il rimatore ebbe 
bando da Firen^se (non ì^appiarao perchè) prima della morte di Guido Ca- 
valcanti (cfr. la ballata deirAlfani HaUatrtta rfo/rn/e) ; nni tuttavia ancbe 
essa vuole ensere accolta colla solita diftideuza, perchè un Gianni Alfani 
è nominato nelle Vonnulie (edìz. GMEtiAUiu, li, 89, 90) come padre di 
un M Alfanns de Allajda » già nel 1291^ e rimane ineerto se egli sia tnt- 
t' nuo con quel Giovanni, pure padre di nn Al Tauo, che era già morto U 
23 ottobre del 1283 (DAViDStnrN, ForBrltungett zur (ìf^vhr vmi Fìortm:, HI. 
Berlin lilUl, p. 32, n, 118) e che potrebbe ht-u essere (lua chi ce ne a*si- 



i 



IL « DOLCE STIL NOVO >» 97 

curaf) nua sola persona con un « Johannes Jncobini de Alfanìs ». che 
nel maggio dello stesso anno interveniva come testimonio alla stipula- 
zione d'un contratto «in arce Sancti Miniafcis » (Lami. o. c, I, 402). 

(86) Poeti del privw secolo, II. 423. 

(87) Ivi, II, 422. 

(88) Caiiducci, Kime di Cina da Pistoia, Firenze 1862, p. 98. Ho leg- 
germente ritoccato il verso « E non sapre' io dir qual io divegno » se- 
condo la convenienza della lettura frammentaria. 

(89) Carducci, Hime di Cino, p. XXIII. Alla ricca bibliografia einiana 
otlerta dal Manuele del D'Ancona e del Bacci, qualche giunta »i do- 
\Tebbe fìire di pih recenti pubblicazioni, ma «ini non accade. 

(90) // Canzoniere chigiano L. Vili, 305, ediz. Monaci e Molte^i, 
n.'* 262. Per la poesia del dolore nel Canzoniere del Pistoiese, efr. le belle 
X>agine del Bartoli, IV, 119 ^^g. 

(91) Carducci, p. Ili; Ciampi, p. 71. 

(92) Il giudizio è dello Schkrkr, (ieschichte d, deut»che» LitteratHì', 
8.* ediz., Berlino 1899, p. 209. 

(93) Anche il Savj Lopez nella recensione piti volte citata, la (luale 
uscì in luce qualche settimana dopo la lettura della mia conferenza, nota 
— ed ha qualche valore il fatto che la medesima osservazione siasi affac- 
ciata a noi due senza che Tuno sapesse dell'altro — nota il riscontro che 
alla nostra poesia del nuovo stile può fare la poesia di Gualtiero {Giorn, 
storico, XLV, 88). L*a canzonatura di cui qnesti fece segno la maniera 
di Reinmar von Hagenau, il sno Guittone, (Burdach, Beinmar der Alte a, 
Walther ron der Vogelweide, Leipzig 1880, p. 140 sg.) ricorda lo scambio 
di sonetti tra Bonaggiunta e il Guinizelli e, in certo modo, anche la ri- 
prensione gnittoniana della nuova maniera del Bolognese. 



GIUSEPPE PICCIOLA 



La Vita Nuova di Dante Alighieri 



LA VITA NUOVA DI DANTE ALIGHIERI 



co!)da vita di giovinezza, rinnovellata e rinnovellantesi in una 
grande passione d'amore, in un'alta adorazione dell' ideale. 

Tutto era allora rinnovamento e rinascita in Firenze. Al 
triplice grido di Folgore 

Cortesìa, cortesia, cortesia clamo, 7; 

ben la Cortesia avrebbe, nelle tregue delle armi, risposto dalle 
magioni de' Grandi, dai fondachi de' mercatanti, dalle case del 
popolo, 

Per piazze, per giardini e per verzieri, (S) 

così come l'Arte, discioltasi dai fastidi dell' ascetismo barba- 
rico, rappresentato dalle paurose degenerazioni dell'architet- 
tura romanica e bizantina, si esaltava nel misticismo delle 
nuove linee archiacute, e si illuminava a' raggi del sole colo- 
i*ati dalle grandi invetriate dipinte. L'anima di S. Francesco, 
trascorrendo, come un vento di primavera, per tutte le terre 
«ntalia, avea suscitato dovunque un lampeggiamento di luce 
e di riso. Che fervore di opere negli anni che precederono, 
accompagnarono, susseguirono la nascita e V adolescenza di 
Daniel Quante bianche chiese, quanti bei campanili sorsero a 
salutare coi doppi festivi e giulivi la rosea aurora della vita ! 
Proprio neir anno in cui Dante nasceva, si cominciava ad eri- 
gere in Padova il tempio di S. Antonio, mentre quelli di S. Fran- 
cesco ad Assisi e a Bologna erano già aperti alle preci dei 
fedeli, e già Nicola Pisano avea innalzato, e di su esemplari 
pagani adornato, il pulpito del Battistoi'o di Pisa. E a Pisa, o 
Signori, in quel quasi fatale anno 1283, in cui il giovine Poeta 
mamlava ai fedeli d'Amore il primo sonetto della Vita Nuova, 
^'iovanni compiva le divine arcate del Camposanto, che paiono 
ancora, nella loro fuga alata, accennare a una via luminosa 
<iischiusa tra la Vita e la Morte, o tra la Morte e la Vita. 

E in questa vostra Città, che il troppo spregiato Guitlone 
**alutava aUa fior sempre grmviìa (SS), e, niejjlio ancora, nel 
unissimo vei*so di una sua canzone, 

Fiorenza, tìor dir srin]in' riiniovrlla. ilui 

** amorosamente invocava * reina de le cita, c(»rt<- di diritura, 
*c^^a di sapienza, specchio de vita e forma di c<'Stumi >» (11). 



104 



GIUSEPPE PiCCIOLA 



qui a Firenze, dove il popolo, vittorioso <ìi tra le lotte «lei 
Granili, pur ora pacifìciUi dal cardinale Latino, sì stava costi-^ 
tuendo in proprio libero reggimento, anche FArte si appre- 
stava, per Topera di Arnolfo e ili Giotto, ad accrescere alla 
città decoro di palagi e di templi, di colori e di forme. E già 
era sorto il palazzo del Bargello, e i domenicani Sisto e Ri- 
storo iniziavano in qneiranno della pace i lavori di Santa Maria 
Novella, che dovea subito accogliere in f^loria la Madonna dij 
Cimabue, come suo proprio nume tutelare. 

In mezzo a cosi liete* fervore di spiriti, a cosi fresca vigoris 
di rinnovellauiento, sboccio il fiore della Illa Nuocu. 



^» 



Avvenne veramente rincontro di Dante con Beatrice in 
casa di messer Folco de* Portinari, fe.steggiante coi congiunti 
e i vicini il dolce calerjdimag«,no? A me non par ragionevole 
di negar fede alla narrazione del Boccaccio, pur cosi frondo* 
di belle parole e (f immagini primaverili, tanto più che i Por 
tinari e gli Alighieri avean le case assai prossime nei sesto ^ 
Porta San Piero, e cotesti inviti e conviti tra vicini, nel ri Oc 
rire della stagione serena, erano una delle belle e gaie cou^ 
suetudini cittadinesche. Ma leggiamo un po' dal Boccaccio: « En 
tra gli altri una figliuola del detto Folco, chiamaUi Bice, la 
quale di tempo non passava Tanno ottavo, leggiadretta assai 
ne"* suoi costumi piacevole e gentilesca» bella nel viso, e nelll 
sue parole con più gravezza che la sua piccola età non richie^ 
deva. La quale riguardando Dante et una et altra volta, coD 
tanta affezione, ancora che fanciulla fosse, piacendogli, la ri 
cevette neiraninio, che mai altro sopravvegnente piacere la 
bella immagine di lei spegnere iiun potò ne cacciare. E lasciandc 
stare de* puerili accidenti il ragionare, non solamente conti- 
nuandosi, ma crescendo di giorno in giorno Tamore, non avendc 
ninno altro desiderio maggiore, nò consolazione, se non dì v€ 
der costei, gli fu in più provetta età e di cocentissimi sospii 
e d'amare lagrime assai spesso dolorosa cagione . . , , » (12) 

Amore non direi, ma semplice simpatia di ragazzo, che ì^uU 
tanto più tardi, con raccendersi della fiamma, acquistò pei 
Dante medesimo importanza e virtù di scintilla generatrice i 
non tale, insomma, da dover essere considerata come docu 



LA VITA NUOVA DI DANTB ALIGHIERI 105 

mento «Iella prodigiosa precocità d'animo e d' ingegno di Dante 
fanciullo. Il quale io non paragonerò, come fa il Moore (13), 
né a Beethoven, né a Mozart, né a Mendelssohn, né a Stuart 
Mill: poiché chi di noi, cercando * in quella parte del libro 
della stia memoria, dinanzi alla quale poco si picó leggere > (14), 
nonne troverebbe illuminate le vecchie pagine dal raggio di due 
pupille ridenti, dal fulgore di una chioma bionda? E nemmen 
crederemo a tutto il grave latino della Vita Nvova, onde gli 
Spiriti della vita, lo Spirito animale e lo Spirito naturale as- 
salgono, in cospetto di Beatrice, Tattonito giovinetto (15), il 
quale non anche, probabilmente, era stato a imparar di gram- 
matici presso i frati minori del convento di Santa Croce (16): 
anzi fin d'ora separeremo le liriche da lui composte via via a 
racco;j:liere direttamente e immediatamente le dolcezze, le la- 
crime, le estasi, gli sconforti della passione, dalla prosa, onde 
le volle collegate più tardi in artificiosa ghirlanda. 

Più rare di pregio perché han più alto volo, più caldo pro- 
fumo d*arte, maggiore limpidità di immagini e di forma, più 
concisa sicurezza e vibratezza di stile, le liriche; ma prezio- 
sissima e carissima a noi anche questa bella prosa, che è primo 
esempio, nella storia delle nostre lettere, di narrazione vol- 
gare condotta con intendimento d'arte già squisitamente per- 
fetto. Come oscura, invece, e aspra e sgarbata, pur tra accenti 
di maschia vigoria, la prosa epistolare di Guittone d'Arezzo! 
E come stentati, e nella lingua impuri, e nella sintassi mal 
certi, pur non senza ingenua grazia, quei libri di conti^ di sen- 
tenze, di volgarizzamenti, quei trattati di morale, di retorica, 
di ascetismo, che avanzarono o seguiron «la presso l'apparire 
della Vita Nuova! Il cui bel volgare, così soave e piano 

Con angelica voce in sua favella, 

fu veramente (lasciatemi parafrasare le nobili parole del Ccm- 
civió) quel pane orzato del quale si satollarono migliaia, fu 
quella luce nuova, quel sole nuovo, che surse ove tramontò 
l'usato e che diede luce a coloro i quali erano in tenebre e in 
oscurità (17). Il volgare fu per Dante quel che p<'l fabbro è 
la fiamma: elemento e strumento di forza, creatore di bel- 
lezza e di vita; ed egli ne avvolse il lucido e forte metallo del 
suo pensiero, a domarlo, a foggiarlo, a vivificarlo in forme im- 



106 



GILfSKPPK PlCCrOLA 



mortali» Sentite che dolcezza quasi di musica, che pienezza e 
compiutezza di rìtoir»: « Poi che fuoro passati tanti di, che ap- 
punto eran compiuti li nove anni appresso rapparimento sopra- | 
scritto di questa giintilissima, ne ruUimo di questi dì avvenne, 
che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore biau* 
chìssimo, in mezzo di due gentili donne, le quali erano di più 
lun^a età: e, passando per una vìa, volse gli occhi verso quella 
parte ov'io era raoìto pauroso; e per la sua ineffabile cortesìa, 
la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutò molto j 
virtuosamente, tanto che mi parve allora vedere tutti li termini 
delti heatitudine. L'ora» che '1 su' dolcissimi) salutare mi giunse, i 
era fermamente nona di quel giorno; e però che quella fu lai 
prima volta che le sue parole si mossero per venire a' miei 
orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partiodai 
le genti - (18). 

Le quali parole ci conducono cosi al calendimaggio del 1283^ 
e al sonetto iniziale della VUa Nuora, che descrìve la prima.f 
visione d'Amore. 

Dante si raccoglie, ebbro di gioia» nella sua camera, e vede, 
in sulla prima delle ultime nove ore della notte, scendere a lui, in 
apparizione di sogno, Amore, con in braccifi Beatrice, avvolta iui 
un leggero drappo sanguigno, e con in mano un cuore ardente;] 
e del cuore pascere lei paventosa, e poi allontanarsi piangendo. 
Fu presentimento ed annunzio dei futuri dolori f Forse: madri 
cotesti fieri pasti eran frequenti la poesia e la novellistica del] 
tempo (19), e Dante, per quanto avesse veduto per se medesime 
ì'a?i€ dì dire parafe per rhua (20), non se n'era anche così impos- 
sessato da esserne innovatore e signore, Imi'ò anzi qualche altruJ 
tempo a fare argomento delle sue lìriche quasi soltanto quegli! 
episodi che meglio gli sembravano coiTispondere ne' partico»! 
lari e nelle Torme ai soggetti auinrosi più comunemente trat-j 
tati nella poesia d'Occitania e nella provenzaleggiante d'Italia: 
reticenze, astuzie, inlìngimenti h scberrn^ a celare la donnal 
veramente amata : lamenti della lontananza: lagrime per donnei 
o altre persone morte, già state amiche o congiunte della geo-] 
tilissima; casistica amorosa: definiziuni, personificazioni e ap- 
parizioni di Amore. Onde scopriamo subito nella VUa Nu^ral 
due elementi: l'elemento tf^adizionale, rappresentato appunl 
dalle immagini cavalleresche e feudali, dal solito dottrinarismc 
scolastico e dal frasario trovadorico e di convenzione; e Tele- 



VA VITA NUOVA DI DANTE AratrtìtERI 



107 



Elento nuovo: un vivo ardore di rinascita e un nuovo fermento 
li espansione e di passione, temperati da certo lanumore di 

^hiudetitesì adolescenza e da certa estatica contemplazione, 
che mancano nelle scritture precedenti o contempi tranee. 

fu racconto della t'ita Xuora, infatti, è quasi costantemente 
ivvolto in un* ombra di sogno, in un roseo velo di mistero; ne 
ìceoglie se non la parte più spirituale della ;jfiovinezza del 
Poeta, che pur non trascorse sempre pensosa nel solingo luogo 
tì'una camera, né errabonda per le vie di Firenze, o per sen- 
tieri di campagna deserta, n lungo ria chimn; sì partecipò alle 
dgitazioni civili deila patria, alle feste del popolo, alle caval- 
cate, alle battaglie. 

Ritessere la biografia del Poeta negli anni, per entrn a* quali 
I la narrazione si distende, non gioverebbe qui se non in quanto 
H si potesse accostare la vita reale air ideale, determinarne le 
^^ Illazioni, scoprire il modo di ailoperare dell'una sull'altra. 
^P^UNuido, |ier esempio, Dante ci naiTa che - avvenne cosa, per 
la quale j^/i convenne partire de la sopradetta cittade ^ (egli 
non nomina mai Firenze), e che era « a la compagnia di molti », 
forse ejili accenna alla parte che egli avrebbe presa nel 12^ 
aUa cavalcata de* Fiorentini contro Arezzo, in favore di Siena. 
Coti pensai, con felice intuizione e con agile intelligenza dei 
ùttj, Isidoro Del Lungo: e tanta è la dottrina dell'uomo, che 
ifehbe diffìcile non assentire alle sue congetture quasi come 
spreme dimostrazioni e documentazioni di latti (21). Ma, furari 
di questo riferimento oscuro, invano si cercherebbe in tutta 
l'operetta di Dante altra allusione agli avvenimenti civili e po- 
litici di Firenze, altro accenno alla vita pubblica del Poeta. 
•.*,, Sull'ordito de' fatti reali, scrive esso il Del Lungo, è 
lntw?uta la fittizia prammatica del Tanìore per' rima* con rica- 
nmt^ le gracili malinconiose imagini di essa; e se n*ha un libro 
tt cui fondo è reale, ma il colorito, le figure. Fazione, sono in- 
animente fantastici > (22). 

Ma fantastica non è Beatrice. Da quando la mirahile ffonna 
appare sulla soglia della Vita Nuova vestita di colore hianchis- 
*Ìnio, ella reca negli occhi» nel sorriso, nel saluto, nel senhai 
tó Hoo nome, la bellezza e la gioia, rumillà e la beatitmline. 
Era jrià fin da allora maritata? Può darsi, se Dante la chiama 
I émna. è in onore di lei la festa di nozze, nella quale Dante 
k^maiTisce ed è gabbato? Non crederei, sebbene alcuni, e tra 



108 



GIUSEPPE PICCIOLI 



essi il Moore r^^j), alTermino. Ma tatto ci6 non impnrta : tutta 
ciò, Comunque tosse, nou potrebbe modificare uè altrimenti co- 
lorare questa an^elicata figura. Il Poeta, privato del saluto, de- 
rido, affranto e piangente come p;trvulo percosso, pure si pro- 
stra» non forse più alla ibnìiiu reale, si piuttosto, dirò con parole 
dei Leopardi, alfa lìfjlia della sua mente, a qneiy amorosa (flen^ 
che sola e^li %'a^^heij;j:ia nella luce del suo pensiero (24). 

Il trasunianaraento di beatrice comincia con la canzone 
Donne che nteie intelletto d'aatore. La quale, come voi sapete, 
o Sij?nori, ha anche una grande importanza nella storia «Jella 
lirica nostra, poiché con essa Iiante, abbandonati i convenzio- 
nali strumenti deirarte trovadorica, passa a far parte di quella 
scuola del dolce siil nuovo e delie rime d*amor dolci e ìeg- 
ffiadre (25), che già era stata iniziata da Gnido Guinizelli ^ 
seguita dal Cavalcanti. Oramai tutta la beatitudine del Poeta, 
il fine di tutti i suoi desideri, è unicamente in quelle parole 
che lodano la donna sua: tutta la ^ioia di lui, insomma, sta nel 
poterla incoronare di ballate, di sonetti, ili canzoni, che Casella 
regge a volo con le sue trepide note, e che oderisi infrena sulle 
carte tra vincoli di fiori ; sta nel poterla levar di tra gli uomini, 
per innalzarla di stella in stella fino alla gloria dell'Empireo* 
Gli angeli, i santi, i beati ne chieggono a Dio mercede; ma Dio 
mosso da Pietà, la lascia ancora 

Là, dov* e ak'iifi cbi* pinler lei h' attomle, 
e ch& dirà tic Uì inferno: — o raalnHti, 
io vidi la »\ì^T,n\zvk d*'' bt?uti, — (2H) 

È da scorgere in queste parole Taccenno lontano a un poema 
d oltretomba, che sarà poi la Divina Commedia ì Non posso 
entrare nelKardua questione, che tanti insigni dantisti hanno 
cosi valorosamente dibattuta; ma debbo confessare (e rai duole 
di dissentire da amici e da maestri venerati) che io non sOj 
vedere altr'uomo da Dante in queir tìto/n che s'attende di 
perder Beatrice, e cui Dio per misericordia la concede ancora 
sulla terra: debbo confessare che mi saprebbe di forte agrume i 
il riferimento tVi quel pronome ai peggiori e più pervicaci uo- 
mini, o alle donne più malvage e pettegole di Firenze, le quali ì 
donne e t quali uomini, già morti ad ogni grazia, si turbereh- 1 
bero invece al pensiero ili rlover perdere la donna della salute» 
e, scesi air inferno, si glorrerebbero d*averla veduta (27), li 



LA VITA NUOVA DI DANTE ALIGHIERI 101) 

dimon duri che sono sulla porta di Dite, non si vantano d'aver 
contemplato il Messo celeste, ma fuggono da lui dispettosi e 
crucciosi; e dispettosi e crucciosi dovrebbero dipartirsi dalla 
(liMi^ggitrice (Vogni vizio (28) queste anime distrutte (29), 
questi cuori villani, ne' quali ogni pensiero è di ghiaccio ed è 
molto ogni senso di virtù e di gentilezza. Mentre se quell'ai 
l'alno è Dante, può egli, già divenuto per lei cosa gentile, e con 
pieno il cuore d'umiltà e di dolcezza, farsi giudicare inesora- 
bilmente da Dio all'eterna dannazione? Pongo la questione nella 
forma onde essa mi si presenta: ma un giudizio non so pro- 
nunciare dove son giudici tanto di me più autorevoli. 

La beatitudine di Dante, ho detto, è tutta nella lode di 
Beatrice. E che lode I 

Ne lì occhi porta la mia donna Amore. 
per cbf si fa j^entil ciò <*h' ella mira : 
ov'clla passa, oj^ni uom vvt lei si jjira. 
e cui saluta fa tremar lo core. 

8i che, bassaudo il viso, tutto ismore. 
e d'ogni suo difetto allor sospira: 
fugge dinanzi a lei superbia ed ira : 
aiutatemi, donne, farle onore. 

Ogne dolcezza e ogne penserò umile 
nasce nel core a chi parlar la sente : 
ond' è laudato ehi ])rinia la vide. 

Quel ch'ella par quand'un i)0<-<» sorridi-, 
non si può dire, ne tenere a m»'nte. 
sì è novo mira<*olo e gentile. 

Ed è novo miracolo questo Poeta che coglie nella fantasia 
le immagini più alte, nel cuore i palpiti più dolci, nella m.x- 
terna favella le parole più musicali e più pure, e ne compone 
^Diplicemente, per spontanea virtù, quasi per se stesso mosso, 
questi versi divini che hanno tanta soavità d'arte e d'amore, 
•^'ei due sonetti per la morte del padre <li Beatrice la poesia 
^^ Jnantiene ancora in un tono di pacata dolcezza, come di Hauti 
che si dolgano, come di violini o d'usignoli che cantino. Ma 



no 



GIUSEPPA FICCIOLA 



1 



poi che neirintelletto, negli spiriti, nella grande anima di ìmnte 
è passata, come un turbine dì bufera, la Morte» Tane di lui si 
innalza, quasi dì scatto, a tale una tragica potenza dì i*appre- 
sentazione, quale raggiunsero soltanto Eschilo e Shakespeare, 
quale attinse anch'egìì altre volte T Alighieri qua e là nel Poema 
immortale. 

È malato di grave febbre: e un giorno, turbato da tristi 
pensieri, comincia, nel delirio, a dir vane e paurose parale. 
La sorella, che lo assiste, non può reggere a tanto strazio e 
scoppia in singulti: altre donne allora, allontanatala da quella 
camera delle lacrime, prestano sollecite cure al Poeta, che, 
riavutosi, racconta loro la terribile visione onde gli fu squar- 
ciato il velo del futuro: 



Donua pietosa e dì uovcUa oTat4\ 

aduma asj^iù di gentiJezise niuAQe; 

oli'er» ih ov' io chiamavA spe«so morte, 

vof^gendo IJ occhi mici pieu di pietat^, 

e iiscoltaudo le parole va.n<», 

ai mofl9i; con ji SI urta a pÌHiig**r forte ; 

e Hltre duime, ch*^ ni fiioro aci'ortt? 

di aie p^r quella chr mero piangì'a, 

feeer lei partir Aia, 

1^ approssimarsi per faniii ni'utire. 

Qiial dicea : « Xou dona ire »: 

e qnal direa: ** Per<dTè 8> ti is<M:mfarte f » 

AJlrir lussai la nova fantasia, 

cliiamaudo il nome de Uà donna mia. 

Era Uh voce mia h\ doloro hu 

e roti» m da l'anj^o^cla del pianto. 

eh' io solo intelai il nome nel mio core ; 

« con tutta la vìsisi vergognosa, 

ch'era nel viso mUì ^iinta eotauto, 

mi feee verso lur volgere jVmore. 

Elli era tale a veder mio colore, 

e he facea ragionar di morte altrui: 

* I>eh, connuliam costui » 

pregava Piina l'altra umile men te ; 

e dicevan wivenle: 

« Che vede^tti, che tn non hai valore f » 

K qnando un poco confortato fni, 

io dÌNiì: • Donne, dicerollo a vni. » 



LA VITA NUOVA DI DANTE ALIGHIERI 111 

Avete sentito? Destatosi dal vaneggiamento, dubitoso ancora 
della visione funesta, vuole con un grido richiamare la sua 
Beatrice da quel sogno di morte alla realtà della vita; ma la 
voce è cosi rotta dal pianto che egli solo sente, nel cuore, il 
suono del dolce nome di lei : 

t;h'io solo iiiteRi il nome nel mìo core: 

lo sente vibrare nei profondi abissi dell'anima insieme con le 
misteriose voci che a lei giungono forse da altre vite, o, forse, 
dalle regioni che sono di là da ogni vita mortale. 

Dal pensiero che la sua donna dovrà anch'alia morire, è 
tratto subito a un vaneggiamento doloroso : alcune donne scapi- 
gliate minacciano pur lui di prossima morte; se non che il cielo 
si oscura paventosamente, e, in mezzo al pianto e al terrore 
dell'universo, un uomo gli annuncia la morte di Beatrice. Ecco 
il i*acconto che egli ne fa alle donne, e che procede rapido, 
come uno di quei crescendo che il Wagner suscitava con mano 
febbrile dall'orchestra procellosa: 

MentrMo penHava la mia frale vita, 

e vedea '1 suo durar com' è leggero, 

piaiisemi Amor nel core, ove dimora; 

per che l'anima mia fa sì smarrita, 

che sospirando dicea nel penserò: 

— ben converrà che la mia donna mora. — 

Io presi tanto smarrimento allora, 

eh* io chiusi li occhi vilmont-e gravati : 

e fuiron si smagati 

li spirti miei, che ciascun giva errando: 

e ]M>8cia immaginando, 

dì conoscenza e di verità fora, 

visi di donne m' apparver cnicciati, 

che mi dioean: — pur morràti, morràti. — 

Poi vidi <*ose dul)itose molte 
nel vano immaginar, dovMo entrai ; 
ed esser mi parca non so in qiial loco, 
e veder donne andar per via disciolte, 
qual lagrimundo, e «[iial traeu<lo ^un'ì, 
che di tristizia saettavan foco. 



112 GIUSEPPE PICCIOLA 



Poi mi parve vedere a poco a poco 

turbar lo sole ed apparir la stella^ 

e piangere elli ed ella ; 

cader li augelli volando per TArc, 

e la terra tremare; 

ed omo apparve Hcolorito e fioco. 

dicendomi: — Che faif non sai novellai 

morta è la donna tua, eh' era sì bella . — 

Ed ecco, dopo il dramma umano, V inno celestiale : ecco, 
dopo i funebri rombi degli ottoni, l'elevazione concorde degli 
archi verso una visione di beatitudine. Sembra la paradisiaca 
marcia di Chopin che accompagna tra un canto d'angeli Tanima 
deir amata dal cupo angoscioso compianto degli uomini alla 
gloria del cielo. 

Levava gli occhi miei bagnati in pianti, 

e vedca (che parean pioggia di manna) 

li angeli che tornavan suso in cielo, 

ed una nuvoletta avean davanti, 

dopo la qnal grida van tntti: — Osanna. — 9 

e se altro avesser detto, a voi dirèlo. 

Allor diceva Amor: — Più nói ti celo: 

vieni a veder nostra donna che giace. — 

Lo immaginar fallace 

mi condusse a veder madonna morta : 

e quand' io V ebbi scorta, 

veilea che donne la covrìan d'un velo: 

ed avea seco umilità verace, 

che parea che dicesse : — Io sono in pace. — 

Io divenìa nel dolor sì umile. 

veggendo in lei tanta umiltà formata, 

ch'io dicea: — Morte, assai dolce ti tegiio: 

tu dèi omai esser cosa gentile, 

poi che tu se' ne la mia donna stata, 

e dèi aver piotate, e non disdegno. 

Vedi che sì desideroso vegno 

d'esser de' tnoi, ch'io ti somiglio in fede. 

Vieni, che '1 cor te chiede. — 

Poi mi partia, consnmato ogni duolo: 

e quand' io era solo, 

dicca. gnardando verso l'alto regno: 

— Heato, anima bella, clii ti vede I — 

Voi mi chiamaste allor. vostra mercede ». (30) 



LA VITA NUOVA DI DANTE ALKìHIERI 113 

Anche il Petrarca descrive qualche apparizione di Laura, 
che torna 

a coiisoliir le sue notti dolenti, (31) 

e a«l ascoltare 

la Innga bistorta de le peno sue: (82) 

che per dar riposo alla sua vita stanca e per trarlo d'affanni 

}K)nsi del Ietto in su la Hpoudn inauoa 
con «luel suo dolce ragionare aeeorto : (33) 

ma egli strappa la bella donna, già morta, alla eternità del Pa- 

'^«i'Iiso e la riconduce in terra, perchè questo è il suo regno, 

perchè qui raggiarono gli occhi suoi amorosi, qui si sciolsero 

^i vento le sue trecce dorate : e qui egli riesce con la forza 

'feiJa sua meravigliosa fantasia a crearsela viva [dinanzi, e le 

pai-la, e, se le chiede in dono sua dolce favella, ella talor ri- 

-^pofiile e talor non fa motto: onde il Poeta, per uscire dalla 

^Macinazione dolce e crudele, deve ricordare a se stesso Tanno, 

'J nri^Bse, il giorno, l'ora della morte di lei: 

Talor risponde et talor. non fa motto. 

r, come hnom ch'erra et poi più dritto »vstini:i. 

«lieo a la mente mìa : << Tu <<c' 'ngannata : 

.«ai che 'u mille trecento quarantotio, 

il di sesto d'ajirile, in l'ora prima, 

del coT\ìo uscio quell'anima beata. » i:>I) 

^ *ante invece immagina cosi intensamente la morte della 
Keatr^ice beata, che già ne vede — ed è ancor viva — la bella 
per.-sona coperta dei funebri veli, e l'anima ne vede assunta 
ira i g^pj ^Qg]| angeli, al loco suo, al loco sifOy che è il cielo. 
^^^f ^se il Petrarca non sa separarsi dal dolce viver terrc^no, 
^^^t^ ha bene la virtù di levarsi egli all'alio volo, e di ritrovar 
*^^^^a donna, oltre la compagine eterea de' firmamenti, a' piedi 
*'^^ -"doglio divino. 

-Viti e mirabili capolavori codesti vei'si «lei P^'ti'arca e di 
l'ar^t^^ e gli uni degni «legli altri: ne più, torso, toccherà alla 
"He?^ italiana di raggiungere altezze cosi pro(ligioso. 



114 



GIUSBPFK PICCIOLA 



Btmtrice non era morta: andava ancora, coronata e vestita 
ff umilia, per le vie ili Firenze e nelle chiese dì Maria: e, se 
la gente traeva a mirarla, ella nuUa gloria mostrava di dà 
vhs veffeva ed u/iivo. ^ Diceano molti, poi che passata era: 

— Questa non è femina, anzi è uno «le li bellissimi an^^eli del 
cielo. — Ed altri diceano: — Questa è una maraviglia: che i»é- 
uedetto sia lo Segnore che si mii*abilemente sae adoperare! — 
Io dico ch'ella si mostrava si gentile e si piena di tutti li pia- 
ceri, che quelli che la miravano comprendeano in loro una 
dolcezza onesta e soave tanto che ridire nollo sapeano: oè al- 
cuno era lo quale potesse mirare lei, che nel principio non ^li 
convenisse sospirare » {li'ì). E aitici spirituali sonetti, che tutti 
hanno nella memoria, compose il Poeta per la gentilissima* Ma 
un giorno^ che avea compiuto la prima stanza di una canzono 
in sua lode, gli cadde a un tratto la penna di mano: qualcuna 
era venuto a dirgli che Beatrice ora morta veracemente. Era 

— mi attengo al computo del l*oynbee (:ì(\) — l'otto di giugmi 
del V290: Beatrice aveva soli ventiquattro anni. «Iodico che, 
secondo Fusanza d'Arabia, l'anima sua nobilissima si partìo m 
la pnmii ora del nono giorno d*^l mese: e secondo T usanza di 
Siria, ella si partio nel non(» Jnese de Tanno, però che *l primo 
mese è ivi Tisirin primo, lo quale è a noi Ottobre (37). E se- 
ctmdo l'usanza nostra, ella si jiartio io quello anno de la no- 
stra indizione, ciò è de li anni Domini, in cui lo perfetto nU' 
mero era compiuto nove volte in quello centinaio, nel quale iin 
questo mondo ella fue posta: ed ella lue de li cristiani del terzo- 
decimo centinaio ». Non era dunque Beatrice stessa « un worf, 
ciò è un miracolo, la cui radice , . . . è solamente la mirabile 
Trini tadeV » (:j8). 

Grande fu la costernazione di Dante, che, perduto eoa le 
• il primo diletto della sua anima » (39), non ebbe per lunga 
tempo altro conforto che disegnarne talvolta le sembianze in 
ligura d^angelo, e chiamarla — nessuno ornai poteva più im- 
pedirglielo! — pel nome suo dolce: 



i 



l*f»»cia pmn^fiid*!, **ul ni'l mio niiiietito 

Chi» tuo Uoatriri-: ó dH*o; « Or **<** tu morta/ » 

V mentre ehe la eliiam**» nir rotiforta. (40) 



LA VrTA NUOVA DI DANTE AUGUIERI 115 

Se Don che un conforto ben più vivace ed efficace venne a 
temperargli il lungo lutto e a richfamai^i^li Inanimo a niinvi 
pensieri d* amore. 

xV qaal punto possiamo collocare rapparìzione di quella f3r**n* 
tue fiùnna giovane e helìa mollo (41), «li quella fatale donna 
passionata fii miset^icorflla (42), che tanta dolcezza pP infuse 
nel cuore, e nel cui sguardo, tra Tombra de' folti capelli, prò- 
fondo e Inminoso, Dante Gabriele Rossetti seppe porre così 
gran fascino dì mistero? — Alquanto tempo dopo Tannovale — 
dice il Poeta nella Vita Nuova (43): — quando Venere avea 
due volte compiuto il suo giro neirepiciclo, — ripete nel Con- 
vWfo (44). Ora, se vogliamo affidarci a un passo del Dottrinale 
di Iacopo Alighieri, che, male interpretando A Uragano, con- 
cede al giro di Venere meo di sette mesi e mezzo» avremo, 
con perfetta corrispondenza tra le due indicazioni, che la donna 
gentile apparve a D<vnte cir^ca quindici mesi dopo la morte di 
Beatrice (45). Ma lunga e dolorosa hi la battaglia tra Tantico 
affetto e il nuovo, tra il ricordo sempre vivissima della Beata 
e la tenei-ezza che gK infondeva la Donna della pietà: di che 
è la esplicita confessione nel Conrivio, e sono tracce evidenti 
nella Vita Nuova; onde trascorsero senza dubbio altri quin- 
dici mesi, prima che Dante si abbandonasse tutto alla nuova 
dolcezza. Né cotesto computo è congetturale. Poiché, quando il 
Poetii, rimorso furse deirabbandono in cui avea lasciala Bea- 
trice, e ricordando la consolazione che dopo il trapassamento 
di lei avea ricevuta dal frequentare le scuote tìe' religiosi e le 
ftisjnitazioni rie* fìlosofmUi (40), volle, a scusa di se stesso, con- 
fondere in un'unica forma ideale le due fonti della pietà e del 
confort<i, r immagine della Donna e quella della Blosolla, e della 
pritna fece il simbolo della seconda, e Tamore, apparsogli prima 
vilifisimo, tramutò in nnbìlissimo, ebbe cura egli stesso d* in 
formarci che non prima di trmta uiesl da quel giorno di do- 
lore potè senti i*e la soavità di cotesto intellettuale (^onl*ort<j. 

Così la donna gentile, divenuta simbolo, esce dairamoroso 
libretto della Vita Nuom per far parte ilei dottrinale trattato 
del CotnUvio : sfugge, dunque, alinonij per oggi, alle indagini 
della indiscreta curiosità nostra. 

E Dante torrm a Beatrice ; ma non senza il provvid-o soc- 
corso della gentilissima, che, apparendogli più e più volte in 
sogno, vuol rivocarlo con inspirazioni celesti, dalla selva sei- 



^^^smk 



116 



OIL'SRPPE PICCIOLI 



vaggia de' vìzi, in cui è ruinato. Di cbe — intenda di cotesta 
vita di dissipazione — non è traccia nella Vita Nuova: non 
della triviale teiiKone con Forese, che il Del Lungo, e più re- 
centemente il Torraca e il Rossi hanno illustrata con cosi io- 
dustre dottrina (47) ; non deiramore alla pargoletta Pietra, il 
cui ricordo par minacciare il Poeta fin sulle soglie della città 
di Dite con Ttrivitato aspetto della orrenda Medusa ^48), e per- 
seguirlo, oltre la cinta di fuoco, fin presso alle sponde deirEu- 
noè, con le severe parole onde Beatrice Io accusa 

. . ui'Uo iut^Uelto 

Fatto di pietra» ed^ impietrato, tinto (49); 

non infine degli arguti e sensuali sonetti del Fiore, se, com^ 
piace al Mazzoni che si creda, il Fiore è di Dante (50). Il 
quale traviamento, sebbene precede cronologicamente la mira- 
bile ultima visione, non può nella Vita Xuova aver luogo, poi* 
ciiè non fu cello registrato da Dante sotto i maggiori para- 
grafi nel libro della sua memoria (51), e il racconto di esso 
troppo discorderebbe dal fine pel quale l'operetta fu raccolta. 



4 



«r 



Quando fu raccolta f Dire qual fosse la mirabile visione : %^ 
la discesa di Beatrice nel Paradiso terrestre» come vorrebbero 
alcuni, o il trionfo della mistica rosa, come altri pensano, e a 
me pai* più credibile, non è lecito dire (52); né io mi ricono- 
sco la divinatrice potenza che il Rajna nega a se stesso (53). 
Ma è anche più difficile assegnare a cotesta visione una data. 
* Appresso questo sonetto apparve a me una mirabile visione, 
ne la quale io vidi cose, che rai fecero proporre di non dire 
più di questa benedetta, infino a tanto che io potessi più de- 
gnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto 
posso, sì com*ella sa veracemente. Si che, se piacere sarà di 
colui, a cui tutte le cose vivono, che la mia vita dori alquanti 
anni, io spero di dire di lei quello che mai non fue detto d*al- ^ 
cuna ♦ (54). L'annunzio della Divina Commedia è evidente ; 
onde hanno facile argomento coloro che alla compilazione della 
Vita Nuova assegnano Tanno del miracoloso viaggio: il 1300. 
Non trovò in quell'anno, appunto, il Poeta, misticamente pjiì»| 



éM 



LA VITA NUOVA DI DANTE ALIGHIERI 



U7 



DOTellato, all'adorazione della Beata? Kd ecco che la Vitfi 

iìtova, come atrio che cot) silice al temi? io, introdLirrebbe di- 

etlameote nel Poema iiumortaie, Ma l'argomentazione può 

ere faUacis.sinia : poiché, chi ci assicura che Dante non 

allegasse più tardi le due oper^e con vincolo di tale artifìcio, 

*r cui fosse (ìalta Dioina Commef/ki tratta film al 1300 quella 

fsJoDe ultiina della Vita iVwom, che potè invece apparire al 

»ta alcuni anni prima? Non troppi anni, pe!* altro, se, come 

kbbiam detto, dopo i trenta mesi dalla morte di Beatrice e dopo 

Vamore della Donna gentile, ma prima, s'intende, della puri- 

|flcaziODe, è da collocare tutto il non breve periodo dello smar- 

imento : non prima, direi dunque, del 12il4odel 1295; senza 

ria impedire che tra questo limite e il 1300 chiunque possa 

mi'e a suo agio. 

fa indubitato mi sembra che la Vita Nuova, « fervida e 
hltassionata > quanto il Convirlo è * temperato e virile * (55), 
r un sogno d'amore risognato da Dante in quel punto della 
i?ita, in cui, non più lieto del presente; pensoso delTav- 
Tenipe già gravido di minacce; giovine, si, ancora, ma ftisti- 
^iU) ornai della vita civile, troppo contaminata da^Jtli odi di 
{Arte, dalle cupidige, dalle falsità, dai baratti, gli fu dolce 
tornare con pacato desiderio alla passione ideale della sua 
!?ioTine22a, Allora, prima di accingersi al Poema, che dovea 
tt»i magnificamente glorificare Beatrice» trasfìguraodola, godè 
ii raccogliere tutte le più dolci memorie, custodite fin dal- 
Tidole^cenza neiranimo innamorato, e scelse tra le sue rime 
fior da fiore, componendone una ghirlandetta onde ancora ogni 
coope sospira. 



Ma io non vi hti ancora accennato, o Signori, una grave 

|i|aè$lioo«, che tiene anche oggi divisi i dantisti in due, anzi 

io più campi di guerra. È la Beatrice della Vitfj Nuova donna 

jvAkì rappresfnta un perfetto ideale di virtù e di bellezza 

boUebre: qualche cosa come Vetenio femminiìio del Goethe» 

inato dalla mistica fede del Medio Evo? è già il sim- 

^cbe dovrà essere guida di Dante dal Paradiso terrestre 

ipiraor O, se donna reale, fu veramente la figliuola di 

Portinari e la moglie di messer Simone de' Bardi? Della 



118 



OIUSBPPB PIUCJOl-A 



lunga controversia, riaccesa recentissiaianiente (56), sarebte 
grave fatica rifare qui la storia, che già fu lucidamente rias- 
sunta dal Moore in uno del suoi nuovi Stttffles in Dante (57). 
Ma può essere curioso ricordare alcuna delle dottrine più stra- 
vaganti, delle aberrazioni più gioconrle, alle quali essa ha data ' 
luogo. Lo farò rapìdissiniamerjte (58). 

— Beatrice è la Sapienza; le donne che raccompagnauo^ 
sono le Scienze, sue ancelle : se ella saluta, segno è che il I 
giovine amante mosti'a liete attitudini alla conoscenza e allo 
studio: se l'ìfiuta il saluto, è indizio, invece, che questi v* in- 
contra difficoltà non soperabili : onde Tamore di Dante è pu- 
ramente spirituale e intellettuale, e tutta la Viki Nttova ha 
significato simbolico. — Questa è T interpretazione che espose i 
e volle ditrusanjente diraostcare il Biscioni in sul primo quarto 
del sec. XVIII. Ma siamo appena alle prime avvisaglie. 

— Dante, affermu in tempi pili viciin' Gabriele Rossetti, f u j 
una specie di iVamassone, ed ujsò nelle sue opere un linguag-j 
gio secreto, di cui è necessario conoscere la chiave per avere] 
la rivelazione del simbolo, — E il Rossetti ebbe il privilegio 
di scoprire lo stupefacente mistero. < Morte^ dunque (traduco] 
dal Moore), significa Guelfìmio: VUa^ GhiJt*ellinisìno ; e peuuj 
nella Mia Nuova è rappresentato il nuovo corso della vita pò-] 
litica di Dante con atteggiamenti ghibellini. La parola Amof\ 
che è anagramma di Roma, e può nella sua forma pili com-| 
pinta di Amore esser letta Anw Re, denota devozione alla 
parte imperiale; e Salute significa Imperatore, V Impero è 
cosi simboleggiato da Dio, e, per contrappnsto, il Papato A^i 
Satana. Il Cielo è la vera Scienza polìtica, Donna o Matlomml 
la Potestà imperiale: e lieatrico rappresenta quindi i' rdealtii 
reggimento esposto noi De Monarchia^ pel quale un perfetto 
Imperatore e un perfetto Pontefice, operando Tun con l'altra | 
concordi, e ciascuno rimanendo entro i propri confini» guide- 
rebbero la stirpe umana verso la perfetta felicita temporale] 
ed eterna. Ma poiché, come guida di questa vita, T Imperatore] 
ha naturalmente la principal parte, Beatrice, o BeatHufto fio^\ 
suri, rappresenta appunto questa ideale autorità imperiale* 

Parrebbe che questo edificio di nebulose congetture costruii 
dal Rossetti non potesse essere superato; ma un gesuita tede-] 
SCO, il Gietmann^ ne creò, «li tra la nuvolaglia del suo asceti^ 
smo, un altro di bf?n piii fantastica architettura. 



LA VITA Na*OVA DI DANTE ALKilOBiU 



111* 



— Beatrice è la Chieiisa ideale* e lo smarrimento di Dante 
illa sua presenza significa il soverchianto effetto che la con- 
»aiplazione della Teologia produsse suiraiiimo di lui, Ei^ìì non 
può j^uardare alla Chiesa senza il tramite della Dorina schermo, 
|CÌoe del Ministero ecclesiastico; se non che questo immediato 
Ttsibile sacerdozio, occupando troppo largo posto nel suo 
cuore, e allontanandone i pensieri dalla Chiesa ideale e invi- 
sibile, rende necessario, pel suo spirituale perfezionamentOj la 
rimozione del sacerdozio dalla sua vista. — Ma c'è di peg}?io. 
Violando ogni online e termine cronologico, il Oìotmann vede 
nella morte del padre di Heatrice il rifiuto di Celestino; vede 
nella riapparìzione della benedetta» dopo la tragica visione 
della sua morte, le speranze suscitate in Italia dalla elezione 
dì Benedetto XI ; i-iconosce infine nella moi-te dì Beatrice il 
trasferimento della Santa Sede in Avignone, compiuto da Cle- 
mente V nel 13051 Vero è che TAroux area invece scoperto 
in Dante un eretico, un socialista, un rivoluzionario del se* 
colo XIV, e in Beatrice la personificazione delKempia anima 
di Itti; ma se TAroux fu un gran pazzo, io non voglio certa- 
nieiite argomentare, o Signori, che il Gietmann, trovandosi al 
polo opposto, sia, per ciò solo, un grandissimo savio. 

Lasciamo Tuno e Taltro: e ragioniamo, se è possibile, a 
fil di logica, cioè sulla trama di fatti precisi e sicuri. 



Al luogo del e. Il deW Inf'ei'fvj, dove è descritta Tappari- 
jone di Beatrice nel Limbo, il volgarizzatore delle chiose di 
Ser Graziolo de' Bamba;^lioli, annotava, non più tardi, ci assi- 
ira it Rocca (59), del 1331, cosi: * ,.... essa — era stata 
lima nobile di mona Biatrice figliuola cheffu [di messer] 
ftilco ile* portinari di firenze, e moglie che fue di me [sser Si- 
fiicifiel di gerì de' bardi di tìrenze. * Concorde notizia ci ha la- 
iKunta, nella lezione ashbandiamiana del suo Commento, Pietro 
i: • È da premettere (leggo nella traduzione del Del 
L-**-,- >r,«-iO) che in fatto certa n(aninata madonna Beatrice, molto 
init^igne per costumi e bellezza, nel tempo dell'autore fu nella 
citlfi dì Firenze, nata della casa di certi cittadini fiorentini 
che «i dici^nn i Portinari; della quale quest<3 autore Dante fu» 



120 



01U.^EPPE PICCIOLI 



mentre ch*ella visse, vagbeggiatore ed amatore, e in laude 
multe canzoni compose; e poi che fu morta, per celebrai^e il 
nome di lei» si volle in questo suo poema assumerla le pii 
volte sotto Talle^oria e carattere della Teologia, » — « Cosi, 
aggiuny:e il Del Luogo, là in Verona, dove vìveva giudice ri- 
putatissimo. scriveva verso il 1300 il figliuolo di I>ante » (61). 
Terzo, il Boccaccio, nelle due redaziojn delia Mia, e poi nel ™ 
Commento^ riafferma, con nuovi particolari, la notizia mede-^J 
sima: la riallerma conje avutala da fefiedegna persona, la 
quale avea conosciuto Beatrice. « e fu per consanguineità stret- 
tissima a lei. j» Delle i*elazioni di Boccaccio Gliellini coi Porti- 
nari, e segnatamente coi Bardi, e' informò il Del Lun;-tu, cui 
non dispiacerà sVio ricorro cosi spesso a lui, come al Maestro 
la il discente; quanto poi alTattendildlità delle ti*e testimoJ 
nianze non k qui il luogo di discorrere: certo non si put» du- 
bitare di tutte. Pur dividiamo. Ma quando di Ftdco di Ricovera- 
di Folco de* Portinari, abbiamo sotto gli occhi il testamento/ 
rogato il 15 dì gennaio del 1288, col quale lascia alle figliaolej 
e nominatamente tra esse a madonna Bice, moglie di messer 
Simone de' Bardi, lire cinquanta a fiorini ; quando abbiamo, 
con data del 23 di giugno di quell'anno medesimo, il snlennej 
atto di fondaxiorie dell' Ospedale di Santa Maria Nuova: e di 
lui sappiamo, con innegabile rispondenza a quanto, pur vagaci 
mente, indica Dante nella 17^^/ Nìfùva, che mori il 31 di de-i 
cembre del 1280, e che fu veramente, quale Dante lo liMla^l 
bumio in alio grado <(52): non c'è più lecito, io credo, di 
avanzare altri dubbi né sulla reale esistenza di Beatrice Por 
tinari, nò sulla idetitifìcazione di lei con la gentilissima dell 
Vita Niwm (63), 

La quale è tutta avvolta, dianzi l*ho detto, come da un'ora-^ 
bra di sogno, come da una nuvola di fiori ricadenti da auge 
liche mani, come da una temperanza di vapori rosati, che non 
la lasciano sempre parer manifesta. Ma in quella etJi, mistic 
ancora e scolastica, che raucoglieva e conipendiava tutti g 
atteggiamenti e gli ideali del Medio Evo, e frugava indefess 
per entro le immagini, le parole, le cifre, a scoprirvi simboli 
e allegorie : e sensi reconditi e fatidici trovava On ne' pii 
puri e limpidi poeti deirantichità classica — primo tra es 
Virgilio — ; era possibile che Dante, di quelle allegorie e 
quei simboli così profondamente nutrito, noji atteggiasse 1^ 



i 

i 

u- 

ì 

1 



sua narrazione d'amorfe in tal tV>rma, non la coprisse tli tale 
nebula, non la rilevasse di tali imma^fini, che aitici potei?se e 
dovesse Tecìervi, di là dal senso letterale, un più alto signifi- 
cato dì moralità, rìi trasumanamento, di ferie? Vedete: fìiio il 
Iit>ccaccio, cosi libero e moderno, si lasciò qualche volta pi- 
gliar la mano dall'amore del sìmbolo, e fece evaporare in uiia 
caligine di trasfigurazioni allej?oriche le belle donne (MVAmelo 
che prima avea collocate, dice il Carducci, m cosi « pieno clas- 
sicismo, » in « cosi calda e rosea sensualità di primavera to- 
scana » (64). 

Nel Medio Evo (ridico ancora parole del Maestro, il cui 
nome, fetto ornai venerando, suona cosi degno sotto queste 
volte auguste, solite a ripercotere il divino nomo di Dante). 
nel Medio Evo « dai vangeli alle tavole esnpiche, dalle omelie 
di Gregorio Magno alle composizioni cavalleresche, tutto v al- 
legoria polisensa: allegoria lo opere della pittura e della scul- 
tura, incominciandri dalle catacombe ove Cristo vien figurato 
nel mito di Orfeo, fe del pellicano e del pesce: allegoria le 
linee e gli ornamenti deirarchitettura : allegoria fin nelle in- 
titolazioni e nella esposizione delle scritture ascetiche e filo* 
sofìche, o che Bonaventura intìtoli Le sei ale dei serafini un 
suo trattatene, o che Riccardo da San Vittore adombri nella 
famiglia di Giacobbe la serie delle facoltà umane » (65). 

E allegoria diventa la Donna passionata rfi wì.Ke^icorffia, 
passando dalla Mia Nrrova al Convivio: allegoria diventa la 
già trasumanata Beatrice, passando alla Divina Comìétedia: 
ma la loro idealizzazione avviene allo stesso modo in cui nelle 
tiivole e nelle tele dei pittori le belle fattezze delle dnrjne in- 
namorate passano alle Madonne, alle Maddalene, alle Martìri. 
Noi adoriamo quelle Vergini (^ quelle Sante: ma vorremmo 
forse negare che le loro forme terrene e la loro umana bel- 
lezza risero veramente innanzi agli occhi, consolarono il cuore, 
tHmprarouo l'ardente passione de' loro artefici ? Vero è che il 
[jìii delle volte sotto que' lineamenti santificati inanca il nome 
della perscma reale ; onde noi nella contemplazione del mira- 
i'i>\iv d'arte possiamo bene, per un momento, astrarre da! mr»- 
uVil'* terreno e innalzar Tanima a una idealità superiore: men- 
tre Beatrice porta con sé, sempre, anche nelle più alte regioni 
del simbolo, il bel nome onde fu, qui in S. Giovanni, cristiana: 
preciso e proprio nome dì battesimo, che vince e spesso can- 



122 



GIUSKFE'IC PJt'CrOLA 



cella o^ni altro nome astratto che vi si voglia, anche in obbe- 
ilienza al Poeta, sosti tu ìt'e. 

Poiché Beatrice è sempre essa la giovine donna fiorentina, 
la hella fi^^lia fìi Folco, la moglie di Simone deMiardi, sia che 
«^orrida, o si dolga, o scherzi, o |danga, o muoia nella l'ita 
Niwm ; sia che scenda, tramutata di vesta, non d*aiiima aè 
di sembianti, tra ìa pioggia di fiori, onde le fan velo fragrante 
e luminoso gli Angeli del Paradiso terrestre; sia che salga di 
cielo in cielo fino alla visione beatifica di Dio. Ma la donna 
terrena sotto lo sguardo acuto e possente del Poeta» nelfab- 
braccia mento fatalo del Ta ni ma di lui creatrice e vivificatrice, 
si viene, subito dopo t pT'imi capitoli della Viia Nuova, colo- 
rando di una luco siderea, entro la quale, infìammandosi fft 
(Ile in file ed elevandosi sempre più quello spirituale amoi*e, 
si dovrà poi compiere il miracolo della grande trasfìgunizione. 
Dante illuminò i fatti reali ond'è composta la Vita Nuorn col 
raggi d*una spiritualità ultraterrena, così come trasportò la 
realità degli affetti mondani entro la 

luco iipirUual pìoua d'aniori-i 

che splende nella Divina Commedia, 

Che importa, del resto, se, qua e là nel Poema, Beatrice 
ci rappresenta la scienza teologica? Che importa se Dante filo- 
sofo ci dimostra nel Connicio che il cielo della Luna si somi- 
glia con la Grammatica, e quel di Mercurio con la Dialettica, 
e quel di Venere con la Kett<:*rica, e così via via che tutti i 
singoli cieli somigliano alle singole arti del Quadi-ivio e del 
Trivio? (tM\), Ma Dante poeta, e dai colli di questa sua diletta 
Fiorenza, e dalle amare vie deirt^silio, guardava, spogli dei 
veli scolastici, gli specchi del sole e degli astri (<ì7): guardava 
e ammirava, liberi da significazioni allegoriche, i tramonti e 
le aurore sulFalpe e sui piani della patria. 

Strappiamo a Beatrice il velo che le scende di testa 

i-erchiuto dulia fronde di Miuervd, 

e riconosciamo, sciolta neiraero aperto, la bella giovinetta fio- 
rentina, che in un tiepido calendimaggir> chinò il viso di perla 
e gli occhi di smeraldo a salutare V innamorato Poeta. 

E anch*egh\ il Poeta, uso alle vie del dolore o a quelle del 
Cielo, torni in queste umane vie di Firenze, vie dì letizia e dì 




LA VITA NUOVA DI DANTE ALIGHIERI 123 



gloria, e qui ci riappaia, non più iroso e maledicente, sì pieno 
<ìi quella sua fiamma di carità, la quale, se egli scorgeva da 
alcuna parte la gentilissima, gli facea perdonare a chiunque 
Io avesse offeso; e a chi gli avesse domandato di cosa alcuna, 
gli facea rispondere solamente « Amore ^ con viso vestito di 
umiltà ((58). Poiché troppo a lungo è durato il suo esilio, troppo 
.si è inamarito l'animo suo nel rancore e nell'odio. Torni bene- 
dicente: e anche a noi, logorati nelle battaglie fraterne, accesi 
ancora i cuori d' invidia, di superbia, di vendetta, risponda 
con parole d'Amore : Amore per tutte le gioie e per tutte le 
lacrime ; Amore per la santa Natura che ci arride nei lieti 
colori dell' iride : Amore per la Bellezza, che sarà la nostra 
l^eatrice beata. 



NOTE 



(1) Flamini^ Dante e lo stil ntiovo, in Jiivista d'Iialia del 15 |?iiigiio 1900 : 
« La Vita Nnova pel concetto che la informa appare il vestibolo di qnel- 
Tangnnto tempio che è la Commedia » pag. 233. 

(2) Canzone, io so che tu girai parlando 

A donne assai, quando t*avrò avanzata: 
Or t'ammonisco, perch'io t'ho allevata 
Per figliuola d'Amor giovane e piatici^ ecc. 

nel Commiato della canzone Donne ch'avete (prima, della F. X). 

(3) V. il commiato della canzone terza della V, S. : Gli occhi do- 
UhH : 

Pietosa mia canzone, or va piangendo, 

E ritrova le donne e le donzelle, 

A cui le tue sorelle 

Erano usate di portar letizia; 

E tu, che sei figliuola di tristizia, 

Vatten disconsolata a star con elle. 

(4) V. Gabrielk Rossetti: Terzo Cielo, voi. II, cap. Vili, pag. 636-638. 

— The XeW'Life translated by C. Eliot Norton, Boston and New-York, 1892. 

— Edward Moore, Beatrice, in : Studien in Dante, second Series, Oxford, 
Clarendon, 1899, i>ag. 79 e segg. — lohn Earle, La Vita Xum'a di Dante, 
in : Bihl, Btor, crii, della Letterat, dantesca, Prima Serie, voi. XI ; Bologna, 
Zanichelli, 1899. — Federzoxi, Studi e diporti danteschi, Bologna, Zani- 
chelli, 1902, pag. 51 e segg. ; e : Vecchie e nuove consifUrazioni sul dise- 
gno simmetrico della Vita Xuova, in: Fan falla della Domenica del 2G otto- 
bre 1902. 

(5) M. SCHERILLO, La forma architettonica della Vita Suova, in: Gior- 
nale Dantesco, IX, pag. 84 e segg. Lo Scherillo cita anche lo stndio del 
Makenzie, The symmetrico,l Structure of D. Vita Xuova (in Modem Lan- 
gnage, Not. XVIII, 3), che non ho potuto vedere. 

(6) Bajna, Lo schetna della Vita Xuova, in: Biblioteca delle scuole ita- 
liane, 1° giugno 1890 ; e : Per le Divisioni della Vita Xuova, in : Strenna 
dantesca, comp. da O. Bacci e G. L. Passerini. Firenze, 1902, pag. 111. 

(7) Non ho qui l'edizione del Navone : Le rime di Folgore da S, Ge- 
mignano e di Cene da la Chitarra, Bologna, Romagnoli, 1?<80: cito dunque 
dalla raccolta del Valeriani : Poeti del primo secolo, etc. Firenze, 1816, 
voi. II, pag. 168. 

(8) Ibid., pag. 193. 



..- i 



12H GIUSEPPE PICCIOLA 



(9i Nella canzono Ai lantto, or f- utafjioìi de doUr tanto, V. K. M<>na<m, 
Crestomazia italiana dei itrinii i<eco1ij Città di Castello. Lapi, ìi<\^l, fase. I, 
pag. 180. 

(10) Ilnd., pa^. 182. 

(11) Nella lett^*ra ajfli infatuati mini ri fiorentini. Monaci, oj». eit., 
pa^. 175. 

(12) G. Bo<;CA(TCi<», lyn l'ita di Dante (Testo del così detto Compen- 
dio)f i»er cura di E. KoHtagno; Bologna. Zanichelli. 1899, i)ag. i:^. — Il 
medesimo racconto è nella T'ita così detta intera, ed. da P. Macri-Lcone, 
Firenze, Sansoni, 1888. 

(13) Ej)Waki> Mooke, Studiett in Dante. Second 8eries. Dxford. Cla- 
rendon, 1899, pag. 93 : « There is surely uothing more nnnaturaì in 
what bere purports to be rocorded of Dante as a boy of nine — tbis 
infant giant in the sphere of Poetry — than the prodigies of yonthful 
and almost infantile precoci ty recorded as iindoubte<l facts of snch gi- 
ants in the sphere of music as Beethoven, Mozart, Mendelssohn, or, 
Ave might add. some of the almost incrediì»le statements of early intel- 
lectual development related of himself by lohn Stnart Mill in \\\> Auto- 
hioifraphy ». 

(14) r. .V. Proemio (mi riferisco sempre all'ediz. del Casini). 

(15) r. X, Cap. I. 

(IH) V. Fkdkkzoxi. iStndi e diporti dantenehi, Bologna. Zanichelli. 1902, 
pag. 312. 

(17) Conririo. I, 13. 

(18) r. y, Cap. II. 

(19) MicnELK ScHKitiLLo, Alviini capitoli della hiofjrafia di Dante, To- 
rino. Loescher. 189H, pag. 226 e segg. 

(20) /'. S, Cap. III. 

(21) I. Del Ll'X<»o, lieàtriee nella Vita e nella roenia del neeolo XIII, 
Milano, Hoei)li. 1891, pag. 30. Cfr. anche: Zin(ìarelli, 7Mm/c, Vallardi, 
pag. 108-109. 

(22) Dei. LrxtU). Op, eit,^ pag. 45. 

(23) MooKE, Op, cit,, pag. 90. 

(24) Leopahdi. Aspasia. 

(25) Pnrp., XXIV, 57 e XXVI, 99. 

(2(>) r. A'., cap. XIX. canzone : Donne che avete, 

(27) K<;ii>io (vOKitA, /Vr la ijeneni della D, ^'..nel volume Fra drammi 
e jfoemi, Milano, Hm^pli. 1900. V. anche : Grino Mazzoni, // primo av- 
rtiìtno alla D, (',, in : Mitteellanea nuziale IÌonifi-Tvi$», Bergamo. 1^97, 
pag. 129-138. e Unii, della Sor. dani, X. S,. voi. V, pag. 177 e segg. — 
Il D' Ancona, nel suo mirabile conunento alla V. X, (Pisa. Nistri, 1884, 
pag. 14 t), scrive: « Vi t"^ qui, con esagerazione i>oetica, una espressione 
di umiltà debita dinanzi alla giustizia di Dio e alla divinità di lieatrice, 
ma non un accenno al poema. Kispetto alla santità di Beatrice, cres<'0 



LA VITA NL'OVA DI DANTE ALIGHIERI 127 

ili Dante il senso della proiiriii informità morale. A Beatrice, la gloria 
del Paradiso : a lui la dimora dei dannati, pur consolata da «luesto 
vanto di aver veduto viva e amata in terra Beatrice, la speranza dei 
beati ». Per la bibliojjrafia della vessata «juestioiie, alla quale non mi è 
lecite» He non un fuggevolissimo accenno, vedi, oltre il commento del 
D'Ancona, le note al già citato articolo del Gorra e il discorso del Fe- 
derzoni : / primi (jtrmi delia I). <\ velia /'. X, in Stitdi e diporti dante- 
Mcki, pag. 125. 

(2^<) r. X, Gap. X. 

(29) /«/., IX, li), 

(30) Che la canzone Do tuia pietosa sia stata composta da Dante più 
tardi, <piando, cioè, egli raccolse e allacciò con la narrazione prosastica 
le sparse rime della sua giovinezza, posso consentire all'amico Federzoni 
(Quando fn campotiia la Vita Snora /. negli Studi v diporti già più volti* 
allegati, pag. 49) ; non che essa canzone sia tutta allegorica, come egli 
tentò di dimostrare nel Fanfulìa della Domeuiva (27 marzo 1901). 

(31) /> Itime di Francesco Petrarca, a cura di Giuseppe Salvo Cozzo, 
Firenze, Sansoni, 1904. N. CCLXXXII, i»ag. 273. 

(32) Ibid. N. CCCXLIII, pag. 324. 

(33) P>id. N. CCCLIX, pag. 334. A proposito della <iual canzone, 
v. A. GUAF, LWmore dopo la Morie, in Suora Antoloffia del 16 novem- 
bre 1904. 

(34) Ibid. N. CCCXXXVI, pag. 319. 

(35) r. X, cap. XXVI. 

(36) Paget Toyxbke, liicerehe e note dantenehe, Bologna, Zanichelli, 1899, 
pag. 54. 

(37) Sulla lezione Tisirin priwo, v. l'articolo del Toynbee nel volume 
nuziale Da Dape al lA'opardi, (per le nozze di M. Seherillo con T. Ne- 
gri), Milano, Uoepli, 1904, pag. S7. 

(.38) r. X„ cap, XXIX. 

(39) CoHv., II, 13. 

(40) 1\ X,, cap. XXXI, nella canzone : Li occhi dolenti j>r>* pietà del 
dire, — 11 Rajna, a provare la realtà di Beatrice, osservò giustamente 
che il nomo di lei compare nella f. A', soltanto dopo la morte, e non 
nella familiar forma di Jiice, ma nel nenhal di Jieatriee (V. La t/eneMi della 
D. C\, in : La Vita Italiana nel Trecento, Milano, Trevcs, 1?<97). 

(41) V. X„ cap. XXXV. 

(42) Cowr., II, 2. 

(43) Nel oap. XXXIV racconta che « in quello ;riorno, nel <iua1e si 
compieo Panno, che questa donna era fatta de li cittadini di vita eterna » 
egli stava aeduto in parte dove « disegnava uno angelo sopra certe ta- 
voletta »: e nel capitolo seguente narra d'aver veduto la donna gentile 
alquanto tempo dopo. 

(44) Cour,, II, 2. 



(45) ^leriwva Iacopo di Datiti {DQltr,, XV, 19) : 

Veiius tn aeptfl nie«i 
Et uove di comprefl 
Il suo spici do ftffirA. 

Tol)iC« lì* eitiizioue diillo ZAl'ri.%, Sindl nnìlti Fitn ytiofu Ut Punfe^ Honiìif 1 
Loeseher, lt»04, piig* 71. Altri» p. e. lo ZiSifxm:UA (M*«ir, pag. 1^2),^ 
fit'gaotio un altro oomput^n Ma luifliL^ r^ol^^ta '** aua ipiUtioiit) malto cori^ 
trovfri^ii e di cUHieilc* sohiziom?* 

(46) f Viirr., U, 13, 

(47) Del Lr\«o, L^t tmutut tU Jhitttv vou Fot^t^itr lìumiii^ in : iMniei 
ne* ttmpi di lUinUt, BoIogDii, Zaiiicli*»lLi, 1888, pftjf. 437 e ^)l^g* — F* ToR- 
RACA, Lh tftiffifttf tìt DanU' i'itn Fon-M IkyìUttu in; ^ Bihlhiem ihlJc ncHole} 
ilnliant*, Auuo X^ L't gingtio «' P Utglìo 1904* — V. Uossi. recfusione del* 
l*«rticolo tlcl Torracii. in HuU, de Uà S&c. dnnt^, N. S. XI, fascio. i*-l(), 
Betteml>re -ottobre iy(4. - V. anche: G. A» VKXTnti, JMnte i* Farete Do- ^ 
nati, in : liithM (V Italia, Anno VII, voi. I, fascio* ITI fmarso 1004 >. 

i4tS) GltLlO 8al\ Ai»(>m (\$inn vimr di fhtntv, in: \nttra Jntohtffiu do 
r^ diCiMulin^ IJlOlì piitililii-a. attnliiienduli a Dante, una ImUatetta o nn] 
8011 L4tu respimaivo a fino ria Pistoia, »'he 8arel*bQro nnovo docnment#J 
dfll'aiuore di D. jier la pitr^joltita Pietrtr ; « couflude il *uo breve ntnàio;! 
« £ passione terribilt* fu quest'amore per la donna della pietra, ahe iielli 
sua vÌriHti\ lo turbò e io disfece, olfiiscandogti V intelletto alla Ine*» delld^ 
veritA tit-^nie» e tuipiett'andoifli |] i-aorr, che pur dovera os-scr HIkti» 
vi%'0 per la sua vita dì eK«b* povero» per i suoi, per il beni»» K oasi t«i| 
intende come la donna, che in questa ballatetta si vede patinare «fiori»\ 
nttta <j hrlht, tlìvL^nti poi qtiella nei cui occhi non ai può guardare ^en£ft<| 
paura, e tìnalmentt*, nella rapprosentajsione generale che. il fioeta détta} 
della sua vita, Medusa, t-he impietra chi la riguarda, e lo laaeia imuiftbilQ 
nelle tenebre e nel pianto del dolori^ disperato. » 

(40) lleatrice ripiglia qui (/*«»;/,, XXXllI, 73) qua»i letteralmente I4 
due immagini, dell' intelletto fatto di ijietra, e della pietra impressa 
colorata, che sou contenute già nella cauK. XV * lo hou venuto ni punte 
della rota ^ : 

La ui«n(e mia, eh' è più ditrA che pietra 
la tenor forte ìinmiigiiie à\ pietra. 



Il quale railronto potrebbe offrire argomenti) nuovo a colùr«> eh»' sostei 
gono esseri^ stato non religioso ma morale lo straniamento di l>« dft firn 
trice. V. llAKBi, fJeìltt pretesa mcrédulità di ìianh, in : (riorntUe ni&rit 
datiti Uthr. itaL Voi. XIII, 18HH. — 8ulle h'imt itietro^e di Dantk, t, 
studio^ non molto concludente*, dì Ak 10x10 Aiihbi'Z2E«e, in: Gi 
dautenctf, XI, pag. 97, 

(50) G. MAZZoxr, ^0 po#«a II Fiore v^vcr di Dante Jlì^hhri, in : Ì2a« 



LA VITA NUOVA DI DANTE ALIGHIERI 129 

coita ili fifudi ci'ilivi dedicata ad J, jyjìicona, Firenze, Barbèra, 1901, 
pajr. 657 e fieg^. 

(51) V, y,, Proemio, 

(52) Il Cari>L'('CI, Delle rime di Dante, Opere, voi. Vili, pag. 122, 
crede ohe la mirabile visione sia quella del Paradiso terrestre ; e così il 
Federzoni. Il Flamini, invece (artic. ci t. della liivinta d^ Italia) vi vede 
nn accenno a tntto il Paradiso celesta. 

53) Rajna, La geueniy etc. (già citata), pag. 101. Del Hajna è da ve- 
dersi il dottissimo e importantissimo studio : Per la data della V. N. e 
non per essa soltanto^ in : Giorn, stor, della letter, ital., VI, 113. 

(54) F. X, cap. XLII. 
55 ì Co ne, I, 1. 

(5H) Da E. V. Zappia (Jfp, ci/.), il (juale sostiene vivjicemente la ir- 
realtà di Beatrice. 

(57) Nello studio su Beatrice, già citato. 

(5?<) Passare in rassegna i due campi e fare il novero delle forze dei 
combattitori, non sarebbe, qui, né possibile, uè utile. E nemmeno avrei 
toccato la questione, già trita e invecchiata, se altri non l'avesse riac- 
cesa di recente. Ma, dovendola toccare, nc^ potendo addentrarmici, ho 
preferito esporre lo allegre esagerazioni dei simbolisti più fanatici, an- 
ziché discut<*re gli argom«*nti ponderati degli avversari più seri : del 
Perez, ad esempio, del Bartoli, del Pascoli, dell' Earle, dello Zappia. 11 
Pascoli risuscita con la sua dottrina poderosa, con la sua fantasia crea- 
trice, tutta la sa])ìenza teologica, tutto il misticismo simbolico del Medio 
Evo, e ne avvolge, ne investe, ne pervade l'opera intera di Dante: il 
quale, se rivivesse, gli sarebbe, credo, grato di così vasto sforzo iutel- 
lettnale. fc lecito, dunque, dissentir dall'autore, non trascurare il suo 
originale e maraviglioso lavoro di ricostruzione. 

Ricordo, nel testo, le fantasticherie del Rossetti, del Gietmann, del- 
PAroux, desumendole dal riassunto del Moore ; perchè non dovrei rife- 
rire qui in nota il ragionamento arguto di Choulette i « Je soup^onne, 
dit-il, qne la jeune soeur des anges n'a jamais vccn «pie dans V imagi- 
nation sèche de l'altissime poète. Encore y semble-t-elle une jiure allé- 
gorie, on plut«')t un exercice de calcul et un thème d'astrologie. Danto 
qui, entre nous, tHait un bon doct<nir d»' Bologne et avait beaucoup de 
lunes dans la t^^te. sous son bonnet pointu. Dante croyait à la vertu des 
nombres. Ce geometre endanun<^ rèvait sur des chirtres, et sa Beatrice 
est une tleur d'arithmétiquc. Voilà tout ! » Non credo peraltro che que- 
sto sia il preciso pensiero di Anatole Franc*^ (Le lys rouge, pag. 185), il 
quale ha così piena e serena intelligenza dell'arto e della letteratura no- 
stra, e ne sa trarre così felice jjrofitto per le sue uìirabili op«Te. 

(59) Luigi Rocca, Beatrice Portinari ne"* Bardi, in : (i tornale dante- 
fico, XI, pag. 142 (Lettera a Isidoro Dvì Lungo). 

(60) Beatrice nella nta, etc, i>ag. 53. 



180 GIUSEPPE PICCIOLA - LA VITA NXOVA DI DANTE ALIGHIERI 

(61) Vedi ciò che contro la testimoiiianza di Pietro di Dante e Tauton- 
ticità della lezione ashbnmhamiana scrive lo Zappia. Op, cit., pag. 323. 
Ma egli, ad ogni modo, non riesce a scalzare i formidabili argomenti 
del D'Ancona (v. anche: Beatnce, in: La JiibL delle tfcuole iialianv. Dì ot- 
tobre 1889), del Del Lungo, del Rajna, del D'Ovidio e di tanti altri. 

(62) T\ X., cap. XXII. 
(68) Del Luxcìo. Op. cii. 

(64) G. Cari>icci, L' Aminta di T, Tanno : Opere, voi. X\ , paj:. 368. 

(65) G. Cardi'CCI, Delle rime di Dante; Opere, voi. Vili, pag. 71. 

(66) Conririo, II, 14. 

(67) « Qoidni ì nonne solis astrorumqne specula ubique conspiciani f » 
EpUtola IX, Amico fiorentino (Ediz. del Moore, jjag. 413). Mentre licenzio 
queste bozze di stampa, mi giunge il testo critico dell'epistola edito dal 
prof. A. Della Torre nel Bulì. della Soc. dant,, N. S.. voi. XII. fase. .'>-6. 
Non c'è. in questo passo, diversità di lezione. 

(68) r. A., cap. XI. 



NICOLA ZINGARELLI 



n Canzoniere di Dante 



Il titolo di Canzoniere alla raccolta delle rime di Dante non ritrovo in edizioni au- 
teriori a quella delT inglese Charles Lyrll, The Canzoniere of Dante^ London, Mur- 
ray, 1S35-, a distanza sta quella di P. Fraticelli, Firenze, Barbòra e Bianchi, 1856, la 
cui prima edizione, Firenze, Altegrini e Mazza, 1834, portava il titolo Poe$ie di D. A. : 
per le rime del Petrarca era già prima, ma non so quando veramente apparisse, seb- 
bene le raccolte di rime cominciassero a chiamarsi canzonieri già presso scrittori del 
Cinquecento. — E noto che le rime di Dante, eccettuate quelle della \Ua XìAova, di cui 
qui non si discorre, e le tre del Convivio, ci son pervenute sparsamente. Alcuni degli 
antichi codd. di rime volgari hanno la loro sezione dantesca molto considerevole : cosi 
il Chigiano (sec. XIV), pubblicato da E. Monaci ed E. Molteni, Bologna, 1877; il Va- 
ticano 3214 e il Casanatense d. v 5, copie eseguite nel sec. XVI di codici più antichi, 
tutt' e due pubblicati da Mario Pelabz, Bologna, 1895, e il Palatino (sec. XIV) pubbl. 
da F. Palermo, / mss palatini di Firenze, voi. II ,p. 599 sgg., Firenze, Cellini, 1860. 
Cosi Bernardo di Giunta raccolse rime di Dante nei primi quattro libri delle Rime di di- 
versi antichi autori toscani da lui stampate in Firenze nel 1527. — Edizioni moderne 
con note, oltre quella più volte stampata del Fraticelli, nna di G. B Giuliani, La Vita 
Nuova e il Canzoniere^ G. Barbèra, 1863, la non {spregevole di Panfilo Serafini. 
Firenze, Tip. Barbèra, 1883; preziose le note del Witte, Dante Alighieri s Lyritche G^- 
dichte uebersetz und erklaert v K. L. Kanneoiesser und K. Witte', Leipzig, Brockhaus. 
1842, voi. II ; e per le altre rime v. i due volumi delle sue Dante Foìsrhungen. .Vna- 
lisi e valutazione critica delle rime di Dante, di Fr. De Sanctis, Stor. della letter. ital. 
capitolo III; di Gios. Carducci, Delle riine di Z) , la prima volta nel voi. commemorativo 
Dante e V. suo secolo, 1865, poi nei suoi Studi letterari, Livorno, Vigo, 1880, finalmente 
in Opere, voi. Vili, Boloirna, Zanichelli, 1893; di Ad. Bartoli, Storia d. ìetter. ital. 
voi. IV, Firenze, Sansoni, 1S81, pp. 185-308; e Ad Gasi>.\ry, Storia d. letter. ital , trad. 
it. voi. I. Torino, Loescher, 1885, pp. 19ò sgc". 



Le rime di Dante più non si accordano intimamente con la 
nostra anima, che ha fatto in sei secoli un lungo cammino. Qual- 
cuna ci risuona ancor spontanea sulle labbra, come il sonetto 
della nave incantata: 

Gaido^ i' vorrei che tu e Lapo ed io 
fossimo presi per iiicuntamento, 
e messi iu un vasel. eh'ad ogni vento 
per mare andasse al voler vostro e mio ; 

8ì che fortuna od altro tempo rio 
non ci potesse dare imx)edimento ; 
anzi vivendo sempre in un talento 
di stare insieme crescesse '1 desio. 

E monna Vanna e monna Lagia poi 
con quella eh' è in sul numero di trenta 
con noi ponesse il buono incantatore ; 

E ciuivi ragionar sempre d'amore, 
e ciascuna di lor fosse contenta, 
sì come credo che saremmo noi (1). 

Il mare, che forse non aveva ancor veduto, si figurava nella 
calma stupenda, penetrato di luce e smaltato di azzurro; e gli 
si destava il desiderio della pace e dell' infinito, in cui le anime 
innamorate si confondono in un amplesso eterno. Cosi è nel so- 
spiro di Francesca alla « marina dove il Po discende per aver 
pace coi seguaci suoi » ; e di più vi sentiamo l'eterno anelito 
del mondo verso la felicità. Ma le altre rime ci commuovono 
forse meno che le antichissime odi di Orazio e di Saffo; perchè 
il terreno onde germogliarono, i succhi che bevvero, Paria che 



134 



NICOLA ZIXUAUEI.U 



le carezzò e tremò al loro ritmo, tutto è mutato : le aspirazioni 
e i vagheggiamenti loro si rimangono annebbiati e languidi, 
come quelli dì una civiltà che non aveva ancora riacquistato 
il senso schietto della vita. 

Rallentato con esse il legame della simpatia, sotleutrarono 
disparate e strane ipotesi per quel che hanno di possente e di 
pmfondo, eh** la grandezza stessa di luì e il procedere allego- 
rico del divino poema e delle canzoni commentate nel Convivio 
incoraggiavano a cercarvi il misterioso e Farcano. Nel Canzo- 
niere più che nella Vita Nuova si trovarono bestemmie ei*eti- 
calì o proclami cifrati di a;^ìtazione jxditica (2) ; e, per lo meno, 
disquisizioni dì etica; come se Dante sin quasi dai teneri anni, 
insensibile alla calde e dolci ispirazioni, avesse solo studiato a 
ordire cabale e stendere trattati con canzoni, ballate e sonetti, 
sempre seguendo il fr*eddo raziocinio^ dissimulando e fìngendo. 
Invece, in molte sue rime non esiste allegorìa; in altre la po- 
litica fa appena qualche comparsa, in istretta unione con la mo- 
rale. E anche dopo aver riconosciuto ciò, noi non possediamo 
ancora i mezzi e le disposizioni necessarie a intendere e valutare 
una parte tanto considerevole dell'opera di Dante, per varie ra* 
gioni, principalmente per lo stato del Canzoniere, la nostra edu- 
cazione estetica, e la inquietante ignoranza della realtà che vi 
è accennata. 

Vi s'intrusero rime di altri autori, parecchie genuine si per- 
dettero, alcuna è forse attribuita ad altri ; e a conoscere le tappe 
del suo glorioso cammino occorrerebbero anche quelle cui egli 
non die molta pubblicità e distrusse, tentativi che i [Mieti ri- 
fiutano quando raggiungono i fastigi dell'arte. Per darne qual- 
che esempio, non vi appartengono sicuramente le due canzoni 
ad Enrico VII, quella alla Mnrte, e Taltra patria tfeyna di 
trionfai fama a Fii^enze, che alcuni critici giudicarono stu* 
pende, sol perchè le credevano dantesche; e poiché i vecchi 
raccoglitori di rime, diversi per condizione, coltura ed intenti, 
alieni dairassotligliarsi nella ricerca della paternità, si compia- 
cevano di attribuire al poeta più noto quello che non sapevano 
di chi fosse, il nome deirAligbieri, che tutti scacciu dal nido 
della gloria, si trova indebitamente su molti altri componi me liti, 
taluni ancor sepolti nelle vecchie carte, non punto indegni del- 
r*>blio. Per contrario, perduta è la canzone Traggemi de la metile 
Amor la stiva, alla quale egli teneva come alle sue migliori; 
da poco gli è stata restituita la tenzone con Forese Donati; e 



ni m 



IL OÀNZONEBRE DI DANTE 



13& 



si il sonetto Sonar braceheiU eeacclatori aizzare; e l'altro 
élla Garisenda, Non mi potranno già mal fare emenda, E 
"poiché la tenzone è uno scambio d'ingiurie, tin alterco, forse 
jherznso, ma con motteggi grossulani ; il sruietto della caccia ci 
stra il poeta non schivo degli spassi consueti in quell'età ca- 
llleresca: quel della Gariisenda è la satira di ima donna lunga, 
• vede di leggieri quanto prezios^o sia stato il <^'uadagno. Che noi 
igi dair inorridire, come i nostri pii vecchi solevano fare, ci 
allegriamo di ritrovare il grand* nomo giù dal suo piedestallo, 
^ nella stupenda varietà della Commèffìa, dalla rosa celeste alla 
IflTa dei falsarli, dalle generose invettive alle burle dei diavoli 
)) bai'attìeri, E forse delle rime rifiutate è il serventese gio- 
Inile in cui passava in rassegna sessanta gentildonne di Firenze, 
galanteria ciuisueta ai poeti di aOora (3). 
Quanto alla nostra educazione estetica, sì son veduti critici 
ideinosi, disposti verso di lui a religiosa ammirazione^che quasi 
obliavano innanzi a un episodio del poema, prender Tatteg- 
imento di superiorità indulgente con le rime che pur sono di 
mie, anzi del Imnte più fresco e più giovine; e qui trovare 
vecchia manier'a degli ultimi poeti cortigiani, e freddezza e 
motonia» altrove cattivo gusto, preconcetti, stento, e pei^sin 
?resso nell'opera sua stessa* Ma st^ltanto quando noi possede- 
mmo la sicura conoscenza storica, potrem*» mirare a pieno 
svolgimento del suo spirito sovrano, le fasi dell' arte sua, il 
sto che gli tocca nella lirica romanza, cosi in rapporto coi mt»- 
Telli provenzali e i predecessori prossimi in Italia, come a tutta 
la produzione lirica delfeta sua. Intanto bisogna fermarsi su di 
un fatto di grandissima importanza. Le sue rime egli riguardava 
fme figliuole, « sorelle • tra loro ; pero con zelo paterno vo- 
ra raccoglierle, difenderle dai pericoli dello sparso vagabon- 
jio, saldandole insieme in nuovi corpi: di qui rampollamno 
Vita Xiiava^ il Convivio, il De Vuìfjari Eloquentia; e tutte 
^tr© queste opere fanno prova principalmente delPalto valore 
egli assegnava a quelle delicate creature» Egli diffidava di 
pubblico avvezzo a cose facili, pure astrusissime nella forma 
rìore, considerando quante attitudini occorrevano per inten- 
te sue nobili visitmi, le estasi, le contraddizioni, i dubbi, 
^pentimenti, concetti profondi scaturiti da lunghe letture di 
l^lenni autori» meditazioni tormentose ; per t scoprire la ra- 
one riposta in ogni ritmo e armonia e costruzione e figura, 



186 



KICOLA ZlKGARKtLt 



persino in un incìso, o parolelta, o pausa. E si fece biogi'aR 
critico e interpiu^te di se medesìino, rivelo il suo metodo, i fini, 
la storia delia jvrupria anìnui e della propria arte : liberati i suoi 
concetti del velo dell'immagine, narrò i casi dell* amor suo con 
rispettosa discrezione^ si coiumentò e analizzò, si divise e defini, 
ben coiiosceDdo che cosi non avrebbe dimirniìta, ma ci^esciuta la 
buona opinione di se nel pubblico. E quando pensiamo che non 
molti oggidì potrebbero e saprebbero manifestarsi con lo stesso 
candore, sottoi>oT're con fronte alta e sicura al giù il iz io degli uo- 
mini i segreti del proprio essere, le fonti delle proprie ispira- 
zioni, denudando le ricche fantasie, riducendo il colorito alla 
semplicità <lel disegno e dell'abbozzo; noi ci gloriamo del nt>- 
stn» Dante, e più ancoi-a che la pnesia italiana cominci con una 
personalità tanto fiera e possente quanto semplice ed onesta. La 
grandiosità del disegno del Conrlvfo e del De Vnìgarl EtOfìven- 
Ha è adeguata al l'opinione che aveva delle sue rime* quasi che» 
al pari di un testo antico, sacro o profano, tenessero in grembo 
molte meraviglie utili afla salute degli uomini, non meno che 
dilettevoli. Non s'ingannava di certo, come non è vano Torgi»* 
glio che gl'imprimé nel gran poema la coscienza sicura del 
proprio valore (1). 

E veiiiamt) agli elementi della realtà. Chi è la pargoletta? 
la pargoletta delle rime della pietra, cui accenna persino Bea- 
trice nei rimproveri sul sacro monte, e biografi e commentatori 
ne discorrono, raccogliendo aneddoti per mostrarsi bene infor- 
mati sulla sensualità di Dante. Chi era dunque la pietica? Que* 
sta parola non è senza una ragione, e rovistiamo a cercare una 
Pierina sin nella casa di Alaghiero, tra le sue congiunte. Chi 
era la donna del Casentino? Forse, sospetta qualche conoscitore 
di quelle valli, ella avea il gozzo; e altri afferma che vera- 
mente era gozzuta. E per Gentucca, possibile che non scrivesse 
nulla? Cosi queste povere rime sobbalzano di continuo da un 
tempo ad un altro, da Padova a Firenze» e da Luccìì a Poppi, 
con una irrequietezza che è una disperazione! (5), 

Ma io mi guarderò bene, o Signore, di ri[.resentare ipotesi 
e date; prefeiisco di guardare e farvi guardare con occhio puro 
questo canzoniere, come se non sapessimo e non si potesse sa- 
per nulla di cose e persone, come opera che ha la realtà in se 
stessa, nella ispirazione poetica. Ponete mente ahnen f*o)n io 
$071 betta, ci ammonisce una di quelle canzoni (0), e a questo io* 



4 



IL CANZONIERE DI DANTE 137 

tenderemo, ben fortunato se un raggio solo di quella bellezza 
potrà risplendere nelle mie parole. La quale è il più delle 
volte relativa al momento storico dell'arte in cui si manifesta; 
e meglio potrà apparire insieme con quello che Dante pose di 
nuovo e di suo. Veramente i suoi componimenti lirici, che in- 
sieme formano un discreto volumetto, si stendono per la parte 
maggiore della sua vita, dalla giovinezza agli anni dell'esilio, 
sino a che la meravigliosa visione non Tebbe afferrato a sé con 
possanza. Costante è il loro progresso ; sicché le rime allegori- 
che sono una nuova forma di poesia rispetto alle amorose: un'al- 
tra le dottrinali; cui segui ancora una terza: ma non perciò 
la nuova forma segna la fine della precedente. Il poeta non si 
privò dei mezzi usati altra volta, e raggiunse cosi una grande 
varietà di effetti ; allo stesso modo del musicista che complica 
i suoi strumenti per trarne nuovi suoni ed inauditi. 

Le rime amorose di Dante esprimono visioni e dolori ; ma 
quelle, già note, della Vita Nuova, perfuse di quiete profonda 
e di compunzione mistica, sono desiderii che salgono al cielo 
come candide nuvolette, sospiri, accoramenti segreti, in una mu- 
sica dolce; le loro sorelle, vaganti con le frotte canore che an- 
nunziavano la primavera <i' Italia, conoscono gli strazi, le brame 
ribelli, e risuonano aspre e forti. Prima, scritta per Beatrice, 
è la canzone Ei m' incresce di me s) malamente, la quale rie- 
voca premesse di diletti e di pace che le lucevano negli occhi: 

Noi darein pace al foie, a voi diletto. 

«liceano agli occhi miei 

(juei della bella donna alcuna volta : 

ma descrive poi i martini ed affanni dell'anima, e lei crudele 
e lieta del male che fa nella sua indifferenza: 

E non le i>esa del mal ch'ella vede, 
anzi è vie]>iìi bella ora 
che mai. e viepiù lieta par che rida ; 
ed alza gli occhi micidiali e grida 
sopra colei che piange il suo partire : 
Vatt^'n. misera, fuor, vattene ornai. 

Qui è contrasto ed azione, innanzi agli occhi nostri, non nelle 
latebre del cuore. E il morir per amore, che incombeva a tutti 
questi amanti veri o finti, da Beniart de Ventadorn in poi, di- 



138 



NICOJ-A ZlNCrARKI^U 



viene una scena patetica, dove Fani ma prima di partirsi si ab- 
braccia neir estremo addio gli spiriti della vita: 

Hi^trettji si h entro il mezzo del core 

«*mi fjtielbi vita ehiB rìtniìne $[ietita 

flolo in qiiiO pniiro iliVUa i^en va vìa : 

e i|nìvi si laroetifa. 

rl'Ariior die luor il-eato moudu la caccia : 

e 8i>eH8e a* ci] te ablimccìu 

gli -spiriti ohe piaugim tuttavia, 

però ehe perdun lu ìor 4<oitipa};iiia. 

L'analisi del proprio sentimento per virtù di fantasia si 
sforma ormai in dramma, con persone di perfetta individua- 
lità: il poeta si estrinseca e obbiettiva lasciando che noi im* 
mediatamente penetriamo nella sua commtixione. K vi sono gii 
elementi essenziali della tragerlia, perchè T anima delicata lotta 
invano con qualche cosa di violento; fnomo è fiaccato da un 
essere che uccide e schernisce ; la sua natura debole e sensi- 
tiva ha lento il gesto, semplice ed ingenuo il pensiero, onde egli 
narra senxa reagire, talvolta con la dolcezza malinconica della 
romanza e del canto popolare : 

.... l'atiiniu mm chea ii^Ut'endcii conforto: 

ed ora t|naai morto 

vedi.» io core a cni era nposatu^ 

e portir 1« fonvit'ue iiiuumorata. 

Immfuorata ^e ne va piangendo 
f il ora di fineHtii vita 
* la 8('on!^)lata, rhè la caccia Amor*^ (7). 

Non confida a tutta la gente i suoi sentimenti, ma, come nelle 
rime della Vita Nuora, narra e si raccomanda alle donne* 
Orbene, T atteggiamento costante manifesta la profondità del* 
rispimzione intima e sincera: un mondo di amore e di genti- 
lezza sente TAlighieri in questa sua Firenze; e attraverso alle 
rime si disegnano, come i suoi heati nell'astro lunare, dolci 
profili ed occhi amorosi e sorrisi soavi. 

Ultimo frutto tli siffatta poesia di amore è la canmne per la 
bella del Casentino, Doglia mi reca nello core ardire, scritta 
neiresilio, quando compiuto tutto il progresso di quest'arte sua, 
stava per lasciar la cetra ; e cantò come amasse cosi fortemente 
che lontano o vicino dalla sua donna sempre penava per lei, 



IL CANZtiNrKRE DI DANTE 



189 



morirne: ne anche Firenze si fosse piegata fìnaliiieiite a ri- 
lìamarJo, egli sarebbe rimasto dov^era. Contemplando nel pro- 
prio cuore rimmagine di lei, si strugge in un incendio; desi- 
dera allora di vederla, e cotTe da lei, ma il suo sguardo gli 
_(a perdere ì sensi ; poi rinviene, e intende il suo stato, e per 
paura rimane pallido come fosiìe morto. Ella è insensibile, 
m COSI bella nella sua indifferenza che il poeta, pur aspettando 
[è spellando, non vuole che la pietà e il dolore per lui ne tur- 
Itiuo la *«erena bellezza. Fu già conforto rivolj^ere il discorso 
falle donne di Firenze, che avevano intelletto d'amore, ma in 
quella valle anch*esso è mancato. 

La iìescrizione dei tormenti amorosi in questa canzone si 
ritrova uguale in tutta la poesia curHigiana; ma cosi risulta ap- 
jiuntò la straordinaria superiorità di Dante. Alla querela senni- 
p«>staè subentrata un'azione distinta nei suoi momenti: al vago 
jealimentale una serie di quadri vivaci ed evidenti; alia sotti- 
jjjiezza leziosa 1* immagine ampia ed etBcace nella sna psicolo- 
verità. E ì tratti di realismo finiscono col non far sentire 
Uta (li comune e volgare, specialmente nella chiusa che c'in- 
ude di tristezza : 

O morituniim iniu cniizon, tu vai : 

fotm^ v»*<]rai Fiort^nssa 1» inÌJi ti-rru 

vhtf Taor di s»» mi sernu 

Tirta tramui-H «^ nitdu dì pìi-tat*» : 

SI' dentro v*eutri. va difetulo t ihnnì 

flou vi pnò faro il mio signor iiiìi nuerni ; 

là OD de io vejn»«>» nua ratena il serra 

ti*l che, au piega vontni eriiilenatc, 

non ha di tìUìtiuit più JilK'rtatt'. 

Se^aUra evenivi, dice Tesule stanco ed inerme, perchè forse 
«iche alla sua canzone è ostile Firenze. Ma qui ci tentano 
coosiderazioni di altro ordine: davvero se gli avessero aperte 
i« porte, egli pel legame di questo amore sarebbe rimasto 
kori? A quarantanni faceva getto di ogni cosa * più caramente 
aletta * , per una donna indifferente e crudele, senza voler nep- 
pttre che ella si impietosisse per lui ? Manca ogni carattere di 
^«Jibdiià e di verità a una itile situazione; e si manifesta 
^ìò oella finzione lo scopo delTomaggìo. Il poeta ben ac- 
^<fi\ù in una corte del Casentint^ presso i conti Ouidi, si sde- 
. titìi della sua obbligazione verso gli ospiti con un canto di 



140 



KICOLA ZIKGARELU 



amore cortigiano (8). Anche la cimzone Ai fals rfó, pet^ que 
iniiiz areiz, dove, come nei lììsconlì tleirantica poesia, si que- 
rela di amor traditore in lingue diverse e con apparente disor- 
dine di rime, se è sua, fu pure composta in una corte, qnella dei 
Malaspina, perchè ad una dama dì questo nome alluderebbero 
le parole tjravLs mea spina (0). Cosi il poeta sapeva illudere 
col sentimento possente della realtà e meravigliare con 1* arti- 
fizio peregrino: ma non senza infonderci una grande malinco- 
nia. Noi pensiamo» all'esule, costretto a mutarsi da libero citta- 
dino in trovatore girovago, direi giullare se non me lo vietaiise 
la dignità grande dell'uomo; e che ridottosi dalle popolose vie 
del Onimne alle anguste mura del castello superbo e solitario, 
non ritrova più lena e genio a cantare altamente dì sapienza 
per edificazione degli uomini! 

Altre canzoni di amore formano il gruppo della jdeU^o, che 
un bizzarro ingegno disse rime pietrose, I tratti l'orti e sensuali, 
di cui sono cosparse, ne alterano la fisonomia cortigiana e ca- 
valleresca, la quale nelle altre rime di Dante non si perde 
giammai, vi si canti la donna angelicata ovvenj la sapienza. 1 
fremiti e le fiamme che guizzano in quei canti fanno tale con- 
trasto con le rime gentili in onore di lleatrice e con le alt»*e, che 
i dantisti ne furono lungartjejite sconcei'toti : ma anch'esse de- 
rivano direttamente dalla tradizione occitanica, la quale arerà 
una cosi grande varietà che fa meraviglia come siasi diffusa 
Topinione della monotonia, per la prevalenza della forma schiet- 
tamente cortigiana delTanior fino. Versatile, trasmutabile, era 
la poesia di Provenza; e gF Italiani ne custodivano i canti in 
ricchissime raccolte^ dove, per parkiì'o solo di alcuni tipi, coe- 
sisteva con ìa canzone dell'amore devoto la sensuale, e insieme 
il serventese didascalico e T idillio e la r(»manza. Dante li serbò 
e svolse tutti ; e nelle rime della pietra si compiacque a variare 
uno special motivo del trovatore Ai^naldo I»aniello, il quale uni 
insieme la finezza e preziosità metrica e stilistica con fenergia 
del sentimento. La poesia del parlare oscuro, di alte origini 
medievali, ebbe in costui il sun artista, che da coàa vuota e fa- 
stidiosa, quale era stìita in Marcabruno, Piero d'Alvergna, Ram- 
baldo d'Orange, seppe farla espressione di immaginazione ri- 
goi'osa e originale, «li fantasia sdegnosa delle vie trite, lavorìi 
di lima e di cesello. Arnaldo sa congiungere l'aristocrazia della 
forma con la realta del sentimento, sino alla sensualità; onde 



IL CANZONIERE DI DANTE 141 

le nostre rime della pietra sono arnaldesche in tutto e per tutto; 
e di queste hanno pure un tratto comune alla poesia cortigiana, 
nuovo nel nostro Canzoniere, la rappresentazione della natura 
in varia relazione con lo stato d*animo dell'amante (10). Di 
una cosa Dante volle liberarsi, la oscurità del dettato: la sua 
rima sia peregrina, nuova, impreveduta; stilli a fatica, quasi 
impedita dalla foga della passione: ma non annebbi] e non di- 
svii; e il lettore a tutto suo agio contempli dispiegata la visione 
poetica. 

Cominciò Dante col prendere da Arnaldo uno speciale metro 
di canzone (11), che poi usata dal Petrarca e dai petrarchisti 
si chiamò sestina, nella quale in luogo di rime son parole-rime 
tra una strofa esastica e l'altra, con inversione artificiosa: e in 
essa rappresentò la indifferenza ostinata di una donna, insensi- 
bile come pietra, e Tardore immutabile del suo cuore; onde a 
lui r inverno non mitiga le brame, a lei la primavera non ri- 
scalda il sangue. Le parole-rime, omìrray colli, erba^ ver^de^ 
pietra, donna, risuonano, qui e in fondo ai versi degli altri 
canti, come un lamento che non varia, e pare che accennino 
immagini insistenti. Sotto il gelo geme la sua ferita e brucia 
senza speranza di refrigerio : 

Al poco giorno ed al jk^au cerchio d'ombra 

8011 giunto, lasso, t^d al hiaiichir dei colli, 

qnando si perdo lo color dell'erba : 

e il mio disio però non cangia il verde, 

sì ò barbato nella dnra pietra 

«•ho parla e sento come fosso donna. 

A questo seguono altri simili quadretti, che piacevolmente vi 
trasportano tra i colli ed i campi, porgendovi finalmente lo 
sfondo di un paesaggio, in questa poesia dantesca che si dilet- 
tava quasi sempre di una cameretta solitaria, la camera dei so- 
spiri. Risorge adunque un vecchio motivo, ma rinnovato; e 
così sempre accanto al vecchio il nuovo, conserti insieme dalle 
stesse grazie. La sua donna viene in iscena con una ghirlanda 
in capo: 

.... si mischia il crespo giallo e il verde 
HÌ bel che Amor vi viene a stare all'ombra ; 
che m'ha serrato tra piccoli colli 
pih forte assai che la calcina pietra. 



142 



KICOLA. 2INGAHELLI 



E non rimane più nulla di ammanierato e ili languido: la donna 
ha l*aria di ima campagnuola che si pigli giuoco del poeta 5«pa* 
simante: e ci rammenta un po' la //é??Y;^r6if^f dell'antica poesia 
francese. 

Lo sforzo non può celai'si in tanto artifizio metrico; ma a 
più dura prova volle assoggettarsi Dante nella canzone A7ììOì\ 
in vetH bm che fiuesta ffoìimi : che chiamò cosa nuova ed in* 
tentata (12), e i filologi non le seppero trovare un nome: essa 
riunisce insieme vari procedimenti dell'arte di allora, ponendo 
cinque parole-rime per tutte le strofe di dodici versi» cosi che 
nelle successive prevalgono a mano a mano le rime che prima 
non avevano sviluppo, È un vano artificio, o egli volle annet- 
tetevi, al solito, uno speciale concetto? Forse mirò ad associare 
tra loro alcune parole centrali di una serie di idee ed imma- 
gini, e le combinò in manterrà che ciascuna a sua volta doaii- 
nasso, C\ dà adunque rime già note ed intreccia altre nuove, 
insiste sulla ostinata crudeltà come fondamentale motivo; e cosi 
egli canta una donna dei pensieri suoi : gira intorno all' ìmma* 
gine della j^^tHirt ; rappresenta in sé la paura e il pianto, per il 
freddo che è nello sguardo di lei; poi la luce del volto; (inai- 
mente Taspettasiione ansiosa, il tempo: e tutto raccoglie, come 
può, nel commiato, compiacendosi dell'opera propria : 



I 



Catizc>]ti% ict |H)rtò ut'llu. mi>ntv doana 

tiil elle, eoti tiittii eh'eUa mi sìa pietra, 

mi dà lialdftDza. ov^o^^iii hodi mi par freddo : 

M eh* io ardisco far i»er iìiH^stu fredda 

la novità elit^ pc^r inm furma luee, 

dir non fu *^\ì\ mai falla m wÌQwn tempo. 



Per poco non ci sdegniamo con Dante, che impedisce in tal 
maniera la vena copiosa del suo genio ; ma qual fortezza di 
propositi e dì studi egli mise in questi esercizi che lo tempra- 
vano alla prova suprema cui era destinato! Egli è il fabbro che 
forgia ie sue stampe e ^li stessi suol strumenti ; egli cerca la 
via di mostrare la sinizolarìtà sua; è il principe che non pag*i 
di esser potente, vuole apparii*e con vesti rare e smaglianti. 
La lingua divien duttile, la parola si piega e stira a signifl- 
cati diversi, onde balzano immagini inattese e nel giuoco della 
metafiìra scintillano sempre nuove visioni. 



IL CAA'ZONIEBE DI DANTE 



i4a 



Avanti ancora: nella cannone Io san vemdo al [nmlo t^eUa 
rota spuntano le solite parole» e due altre nuove, e ì^i baciano cia- 
H:una con rè stessa in fine delle strofe; i*itorna il tema della 
infelicità, e il noto ctmtrasto dell'amore coi rjguri invernali ; ma 
il pensiero ha libero, ampio sviluppo in libere rime. Arnaldo 
avea rappresentato a lungo quel contrasto (13), Dante T allargò a 
tutta la canzone; quegli osservava fenomeni particolari con 

f senso immediato, Dante ricorse alle fonti della scienza che fa 
ora la sua magnifica apparizione nella poesia lirica. Il cielo è 

.€5<JStellato come nel forte delF inverno. Venere è fuggita via, 

'Saturno è venuto sull'arco meridiano ad aggiunger freddo; ma 
dalla mente del poeta non si è mosso un sol pensiero d'amore. 
Il vento australe copre di nebbia la terra, reca pioggia e neve, 
e Taria si rattrista e piango ; ma pure e rimasta nel poeta la 
gioia, pei-chè sono giocondi gli stessi suoi sospiri. Fuggono ^\\ 
uccelli a stuoli verso ì luoghi caldi, e quelli che rimangono sono 
muti : ma restano nel suo spirito e favellano i dolci pensieri. 
Oli alberi son nudi e morti i fiori; ma fiorisce sempre l'amorosa 
spina nel suo cuore. Le acque hanno mutato il sentiero in tor- 
rente, rigida è la terra, son cristallo gli stagni; ma ei non torna 

^indietro e non resta, O io m^nganno, o qui sì manifesta un 
ade progresso: non è semplice antitesi, ma fiera contrap- 
lizlone del sentimento individuale a tutta la natura anch'essa 
limata ; la coscienza ricca di so trova il suo mondo in sé me- 
si ma, e il poeta, con un piccolo versetto, che par la stessa 
picciolezza dell'uomo innanzi all' universo, si sporge contro le 
lìdi forze della natura: cosi spunta una nota particolare della 
psiche dantesca, che vibrerà nella sua alterigia di solitario. Se 
qualche volta egli aveva colto un accordo della sua anima con 
natura, qui fii parte per sé stesso, e schiude una sorgente 
iQOva di poesia; che it Petrarca canterà per tutta una canzone 
il eonti^sto tra il cader della sera e l'animo suo, e \niì tardi 
arrideremo al contrasto di Safl'o ed a quello della Ginestra : 
CNide se nella canzone dantesca desideriamo la franchezza li- 
bera e irruente, la facilità del sentimento immediato, dobbiamo 
ammirare cosi rumanitii della sua Ìs|jirazione, come il valore 
ilella invenzione nella storia della poesia. Inoltre queir inva- 
sione della scienza, con la serie normale delle strofe (astrono- 
mica» meteorica, zoologica, botanica e geologica), questa scienza 
che è frutto dei nuovi alimenti di cui si nutrì Dante dt»po il 



144 NICOLA ZINGAKKLLI 



quinto lustro, si risolve nella coscienza di una maggiore di- 
gnitii di scrittore e di artista, che coglie un contenuto più serio 
nella vasta considerazione dell'ordine universale. E che gesto 
largo e solenne, e che mestizia profonda : 

Vorsan lo vene le fiiniifere ac<ine 

piT li vapor ohe la terra ha nel ventre, 

elle (V abisso gli tira snso in alto, 

ond(> il cammino al bel giorno mi piact^ne, 

che ora è fatto rivo ; e sarà mentre 

che durerà del verno il grande assalto. 

La t^rra fa un suol che par di smalto, 

e r aequa morta si converte in vetro 

per la freddura che di fuor la serra. 

Kd io della mia guerra 

non son però tornato un ])a.sso a retro, 

uè vo tornar, che se il martirio è dolce? 

la morte dee passare ogni altro dolce. 

Questo dolce fa ripensare alla malinconia soave onde l'Ali- 
ghieri ha sparso la sua elegia amorosa; è la dolcezza di Ber- 
nart de Ventadorn e del Petrarca, la voluttà del cordoglio del 
Goethe (14), forse la vera sorgente della grande poesia d'amore. 
Ma il desiderio dei sensi irrompe una volta con violenza, ed 
ha del barbaro. Comincia fiero e minaccioso Così nel mio paio- 
la/* cor/lio esser aspro; e rifiuta ogni artifizio di rime. Egli e 
la sua donna son due combattenti, lui tempestato di colpi, lei 
neppur scalfita; egli è legno tratto da un grosso peso verso il 
fondo del mare; metallo roso da instancabile lima. Poi descrive 
a parte a parte la crudeltà con cui Amore ripetutamente lo feri- 
sce ; ma mentre pare che giaccia esanime al suolo, egli si rialza 
ad un tratto, e pretende che anche lei la crudele fosse cosi 
straziata, e si compiace a vederla ardente di desiderio : 

ohimè perchè non latra 

per me, coni' io p<*r lei nel caldo borro i 

Che tosto griderei : Io vi soccorro ; 

e farei volentier, si come quegli 

che nei biondi capagli, 

ch'Amor per consumarmi increspa i", dora, 

metterei mano, e saziereimi allora. 

E s'immagina di tener fra le mani quelle trecce tutto un giorno, 
e godersele arruffandole a costo di farne scempio: di guardarla 



IL CANZONIERE DI DANTE 145 

intanto negli occhi, sempre, sempre; e poi quando fosse tutta 
bevuta la voluttà di quella vista, lasciarla con l'augurio della 
pace da lui goduta : 

S' io avessi le bioudtj trecce prese, 

che fatte soii per me scudiscio e forza, 

pigliandole anzi terza, 

con esfie passerei vespro o le sqnille : 

«» non sarei pietoso nò cortese, 

.-inzi farei com'orso quando scherza. 

E se Amor me ne sferza, 

io mi vendicherei di più di mille ; 

e i suoi begli occhi, ond'e.scon le favillo 

che m'infiammano il cor eh* io porto anciso, 

^uard(*rei presso e fiso 

j>er vendicar lo fuggir che mi face ; 

e poi le renderei con amor pace. 

Questa la sua vendetta. Ma quale stupenda poesia, e che senso 
gagliardo e sano ! Freme la vita nella lotta, e la vendetta del- 
l' uomo vinto passa dal furore ad una calma gioconda. Sparito 
»* ormai il pregare cerimonioso di vassallo, dileguata anche 
Tombra di nobiltà e distinzione nella donna non più adorata, ma 
bramata: e la semplice natura agogna il possesso e il dominio, 
e per poco non vorrebbe trasfondere in sé stessa e assimilarsi 
la cosa amata. 

Dicono che sia questa la più bella canzone di Dante; ma i 
C')nfronti sono odiosi: ecco le rime allegoriche che reclamano 
dritti, con la loro soavità profonda e la voluttà spirituale ; per- 
ciò che il poeta canta il suo amore verso la Sapienza (15). Come 
(questo cominciasse rappresenta nella canzone ì'oi che inten- 
fìeì^ffo il terzo del movete^ dove non più alle donne, ma si ri- 
volge agli angeli ; e non per fare umile prej^hiera, ma quasi 
per conversare amichevolmente. Cosi ci trasporta subito in re- 
gioni nuove, ed egli tenta i primi voli verso i cieli. Dice agli 
animali : 

Io vi dirò del cor la novitate, 
come l'anima trista piange in Ini : 
«' come nn 8])irto (>ontro a lei favella. 
«•he vien pei ra^gi d«*lla vostra !^t«"ìla. 

^- 'anima che vedemmo in altra canzon»^ penare sotto i colpi 
'''-\more, ora sta a lamentarsi che lo sia tolto. Si consolò ella 



14*^ NICOLA ZINGARELLI 



pensando alla morta Beatrice e immaginandosela nella gloria 
dei cieli, ma ora si sente mancare questo conforto per causa di 
un nuovo amore che ne pretende il dominio: si scioglie in la- 
grime, accusa gli occhi indocili alle sue ammonizioni, e uno 
spiritello gentile interviene a spiegarle che lo sbigottimento è 
semplice effetto della novità, non di cosa temibile; esso la esorta 
a guardare invece la bella donna per cui sente tale mutazione, 
e porsi ormai al servizio di lei : 

Mira «luaut'trlla è pietosa o umile, 
saggia e cortese ncUa sua grandezza. 
e peusa di chiamarla Donua ornai : 
che se tn non t'inganni, tn vedrai 
di sì alti miracoli adornezza 
che tu dirai : Amor, signor verace, 
ecco l'ancella tua, fa eh»* ti piace. 

Ecce anelila rlo^nini: come Maria al nunzio di alta mera- 
viglia, risponde il poeta allo spirito celestiale che promette « di 
si alti miracoli adornezza ^ : e vince il nuovo amore sopra il 
ricordo « d'un'angiola che in cielo è coronata ». 

Qui non vi è nessuna finzione, perchè Dante fu veramente 
rapito da una nuova passione, per la virtù salutifera che vi sco- 
perse. Giova rammentarlo, poi che questo momento ebbe un'im- 
portanza decisiva nella sua vita. Egli intese benissimo ciò che 
avveniva in lui, quando, preso dalla furia dello studio, passò 
di meraviglia in meraviglia, tra sforzi e patimenti, più anni, 
senza lasciar nulla che potesse mitigare la sua sete : e si am- 
malò agli occhi (16), mentre con astronomia e retorica, teologia 
ed etica penetrava un mondo nuovo. I suoi colleghi in poesia 
non erano assurti a tanto, perchè se deriva dalla scienza la 
loro concezione spiritualista dell'amore, mancò ad essi suffi- 
ciente cultura per vedere e intendere nella sua compiutezza 
r idea della perfezione intellettuale, una superiore nobiltà dello 
spirito. I migliori erano intinti di una filosofia frammentaria, 
chiusa in un cerchio ristretto di idee, qual è l'unione dell'amore 
con la bontà morale. Dante si accostò risolutamente alle fonti 
della sapienza medioevale e classica, s'interessò a tutto il mondo 
speculativo ; e mentre la poesia di Virgilio sfavillava nella sua 
ma;inificenza romana, il cosmo gli si sporgeva lentamente nelle 
sue parti, lo speciUinn floctrmale si veniva illuminando non 



IL CANZONIERE DI DANTE 147 

più dalle enciclopedie di ser Brunetto e del Bellovacense, ma 
dalle pure sorgenti della luce. Egli non solo apprendeva, ma 
spiegava e coordinava, e impadronitosi del metodo rifaceva e 
scopriva. 

Chi seguì gli studi ordinatamente dai primi anni, non può 
intendere la commozione di Dante, che per di più essendo un 
autodidatto si godeva le consolazioni dell'apprendere come una 
sua conquista. Oh quante notti, egli esclama, che gli occhi del- 
l' altre persone chiusi dormendo si riposavano, che li miei nel- 
r abitacolo del mio Amore fisamente miravano ! (17). Cosi ri- 
deva il suo genio ; e questo amore intellettuale fiorisce nella 
forma leggiadra della ballata, che ricorda le danze giulive del 
calendimaggio, lo mi son pargoletta bella e nuova^ comincia 
una, e la « nuova * vuol contrapporsi alla pargoletta di altre 
rime (18); Voi che sajieie raoionar (Vamore^ intuona un'altra, 
che parla di affanni e della donna « disdegnosa e fiera »: dolci 
sdegni e dolci tormenti, se il poeta sa ritrovare tanta grazia spi- 
gliata (19). 

E come aveva celebrate le bellezze di Beatrice, fece altret- 
tanto di questa Donna nella canzone Amoì* che nella mente me' 
ragiona^ che egli chiama la più perfetta. Sono, più che mai, 
bellezze spirituali, e si compendiano nell'unione dell'idea mo- 
rale con la religiosa: ella porgendo il concetto del soprannatu- 
rale, col trascendere sull'esperienza, conforta la fede; discaccia 
tutti i vizi dall'animo: e con la sua bellezza lo affina e ingen- 
tilisce al supremamente bello e buono. Per far capire che la 
sua essenza sia tutt' altro che reale ed umana, dice il poeta 
che gli angeli la mirano, e la vedono quei che s'innamorano 
nei pensieri; Iddio infonde su di lei sempre nuove virtù, e seb- 
bene ella sia tutta umile, come le creature divine, può al no- 
stro intelletto parer disdegnosa e fiera, per la difficoltà d'inten- 
derla. Non si può negare che una dimostrazione così rigorosa 
affatichi molto più che non dia diletto ; ma essa è penetrata di 
pace gioconda, che fa sentire l' accordo intimo dell'intelletto col 
sentimento, l'abito filosofico perfettamente connaturato, cosi 
che basta da sé alla felicità. Il poeta sospira guardando questa 
donna, e non egli soltanto : 

E gli ocelli di color dov'ella Ince 

ne maiidan messi al cor pieii di desiri. 

clic prendono aere e diventali sospiri ; 



148 NICOLA ZINGARELLl 



e si sente migliore appunto alla fiamma che irraggia <1alla sua 
bellezza : 

.Sua beltà piove fiammoUe di fuoco 

animate d*iin spirito gentile 

eh' è creatore d'ogni pensier buono, 

e rompon come tuono 

gì' innati rizii che fanno altrui ^ile. 

Intanto le mostruosità e ingenuità dell'allegoria medioevale 
sono sparite del tutto ; e con la sola figurazione degli affetti in- 
timi si è raggiunto un antropomorfismo nuovo, dove la forma 
ed il concetto si compenetrano perfettamente. Noi vediamo già 
avanzarsi l'individuo umano che verrà ad incarnare questa idea 
di adorata sapienza, Beatrice, e il sentimento mistico giovanile 
sarà fuso allora con il pensiero cosciente degli anni maturi, e 
nascerà il gran dramma. Ma quanta suggestione in questa li- 
rica! Essa ha il potere di astrarci dal mondo, di farci sospirare 
intime gioie, cosi pure e nobili che l'anima, se torna a guar- 
dare donde si è sollevata, in sé stessa si esalta. 

Non è meraviglia che anche a questo amore il nostro poeta 
rivolga direttamente il discorso; non già per interrogarlo, e 
molto meno per accusarlo, come allora usavano, sibbene per 
cantargli una lode di alto misticismo, come alla forza possente 
che ha animato il suo genio, Amor che muovi tua vù^tù dal 
cielo (20). E nel lodarlo e ringraziarlo di tutto il bene che ne 
ha ricevuto, lo prega onestamente di concedergliene ancora 
più, darglielo intero, si che la bellissima donna sorrida a lui e 
lasci ogni fierezza. Amore gli fece guardar lei come ogni cosa 
bella: 

])»:Tcliè nel suo venir gli raggi tuoi, 
(•on li quai mi rispleude, 
salimi) tutti sti negli occhi suoi. 

E come l'anima innamorata solleva la cosa amata al grado del 
suo desiderio e ratlorna sempre di più, cosi egli sempre di- 
scopre in lei nuove bellezze. E la preghiera ad Amore, che ve- 
demmo violenta e brutale nelle rime della pietra, qui è umile 
supplicazione di devoto : 

Falle Mentire, Amor, per tua dolcezza 
il gran desio eh' io ho di veder lei : 



IL CANZONIERE DI DANTE 149 

non 8oltrir che costei 

per giovinezza mi conduca a morte ; 

che non s'accorge ancor com'ella piace, 

nò <'om' io ramo forte, 

né che negli occhi porta la mia pace. 

Si consideri ora se è possibile che vagheggiando tali conce- 
zioni intellettuali un uomo si corrompesse nei bassi fondi della 
vita pubblica, così da meritare condanna di morte e di esilio. 
Questo argomento della sua innocenza egli stesso offerse ai citta- 
dini nella canzone Io sento sì tVamor la gran x>ossanza, infe- 
riore alle altre appunto per il fine indiretto, ma molto per que- 
sto ammirata da lui medesimo. Se non vogliamo dir nuova la 
profonda devozione ad Amore e la dichiarazione della sua pos- 
sanza, qui non vi è concetto e affetto veramente nuovo, ma sot- 
tigliezza e continua menzione di servigio e di servidore e di 
mercè. Le strofe s* aprono con solennità luminosa, come la se- 
conda : 

Entrano i raggi di questi occhi l>elli 

nei miei innamorati, 

e portan dolce ovunque io senta amaro : 

e sanno lo cammin siccome quelli 

che già vi son passati, 

e sanno il loco dove Amor lasci aro ; 

ma bene spesso s'intralciano e ritardano (21). Egli tornerà un'al- 
tra volta al suo onesto proposito, con più fortuna; ma intanto 
in una stessa canzone e tra una e l'altra vi sono disuguaglianze, 
mancando il concetto speculativo degli elementi poetici propri 
del sentimento e della passione. Eppure Dante vinse una gran 
prova, e la sua figura ingigantisce, se pensiamo che egli resti- 
tuiva alla scienza il valore eudemonico ed estetico tenuto presso 
i magnanimi filosofi del tempo antico, e tracciava la strada per 
la quale gl'Italiani e tutti i popoli civili si sarebbero ben presto 
rimessi. Singoiar cosa è questa sua poesia allegorica: direi, se 
non temessi un facile equivoco, esservi più realtà che non nel- 
l'amore stesso per Beatrice. 

A volerne cercare tutte le fonti letterarie, bisognerebbe ri- 
montare tra le allegorie infinite del Medio Evo sino a Boezio, 
e forse anche più oltre; sicché è miglior partito, per la consue- 
tudine di questa forma di arte e le peculiari novità della dan- 



150 



NICOLA ZISOARELLI 




I 



tesca, ritenerla addirittura una creaziuoe originale* Invece 1« 
canzoni meraiueute dottrinali, che son la sua opera meno felice,' 
seguono da vicino una moda assai in voga ai suoi tempi; anche 
in Germania celebri nìmnestngev poetavano intorof) alla sin te OÀ 
energia morale» e alla masse o misura. Erano in uso due fnrmej 
il serventese didascalico^ in istrofe, e però più nobile, ma int€ 
suto dì invettive e querimonie e sentenze, e V*t ensenhamen ',| 
di versi corti a rima baciata, vero e proprio insegnamento : mal 
riuscirono insoffribili, il primo per l'oscurità artifìzìosa, sino in 
poeti come Marcabruno e Giraut de lìorneill, per non dire del* 
Tariiio e insipido fra Guittone; il secondo per un altro verso,! 
la monotonia di un ritmo che pare il trotterello di un ronzinaj^ 
anche se maneggiato da valentuomini come Arnaldo di Maroill' 
e Sordello, per tacer del nostro Brunetto (22). L'Alighieri tentò 
idi porre la materia delF insegnamento nella forma strofica, vo^H 
lendo unire insieme T utilità delia scienza con l'eleganza del^* 
1 ritmo; anzi osservò persino il metodo dialettico rigoroso, mo- 
] vendo sempre dalla proposizione dell' argomento alla confuta- 
fzione delle opinioni altrui, per venire infine alla diniosti^zìonej 
1 della sua tesi. Trattò della nobiltii nella canzone Le dolci rinu 
d'amor ch'io solia^ della leggiadria in Pfjscia che Amor ffe 
tuiio in' ha lasciato, e della i^egola o misura in Doglia mi ree 
nello core anfire, e disse cose nuove e impiii^tanti. 

Secondo i poeti più colti, la gentilezza, o nobiltA, derivavi 
dairanimo, ossia dalle virtù e nfìu dalle ricchezze avite: JJant 
ne fa la condizirme stessa della virtù, e le dà origine divina) 
perciò la incastra nel sistema morale, conte nessuno aveva fattoj 
e le conserva una certa aristocrazia per l'altezza impresemi 
tabile della sua origine. E questo suo concetto appare lumi 
nosamente dove egli nota in qual modo la nobiltà si diiuostr 
secondo le varie età delTuomo, nella fanciullezza con lasoavit 
e la verecondia, nella giovinezza con la forza e 1* equilibrio delli 
forze, nella vecchiezza con la prudenza, e negli anni estremi col" 
raccoglimento religioso. Prima di Dante, la leggiadria non er 
altro che graziosita dì eleganti scapati, ed egli ne fa una dìs 
siziune e atteggiamento morale, la giocondità del ben fare: c€ 
la nobiltà e la condizione interiore della virtù, la leggiadria < 
rivando da Amore dà atti e parole amabili air uomo savio ed 
onesto: così l'etica di Aristotele sì fonde con gì' ideali 
lerescbi. Nella canzone della misui'a non è tutto ragionamentti 



^^ 



n COI ■ 

1 en^ 

io ed I 
li caval*^^ 

] 



IL CANZONIERE DI DANTE 



IBI 



essa è rappr'esentata come un'ancella della corte celeste, e però 
seryizievolG ed umile: ma tra quella ancella e ì signori della 
terra vi è questa mpporto, che essi soq veramente tali se di- 
ventano sei*\M dì lei. Di qui il discorso si pie^a alla rampogna, 
e rappresentando la dismisura col vizio tanto vituperato nei 
Signori dai poeti medioevali, TavarìKia, la contrappone, come 
llora usavano, all'Amore, cui è compagna la liberalità, e am* 
(lonisce le donne di non poiTe nei malvagi avari il loro af- 
fetto (23), Per animare una materia cosi refrattaria egli si in- 
dustria coi mezzi esteriori, sfoggiando nuove preziosità di arte 
nei versi, nelle parole, nelle rime; ma per fortuna la sua pas- 
sionata natura gP inspira anche note energiche, e la fantasia 
«a spesso trovare libero giuoco. F^ello è, ad esempio, il modo 
^COxne assomiglia al sole la leggiadria : 

Al gran pianeta è tiittiì simigtiaiite, 

che da k'vaate 

2ivant'6 — ìnlìno a tanto che s'asconde, 

^on li liei raggi infonde 

vit» e virtìi ([iiug^iusy 

tielUi matteria kì cotti' h disposta ; 

ma più dove ripiglia e arricchisce, cospargendoli della sua 
ira, i motivi della poesia trobadorica contro la cupidigia. Qui 
nun scarseggiano le immagini, e la mente si riposa nel diletto 
di contemplarle. Solo il criterio comparativo ci guida a in- 
tendere il merito di Dante anche nella lirica insegnativa, im- 
prt>ntata della sua or^ma leonina; e per essa e per Tallegoria 
egli vantava di aver dato all'Italia la poesia della rettitudine* 
U dentro, incespicando tra l'intrigo del metro, sostando alle 
difncìlt relazioni sintattiche e alle immagini talvolta troppo fu- 
gaci, si sente il suo tocco poderoso, la sua lotta contn» la nia- 
leria sorda a rispondere, percossa cosi da mandare squilli me-' 
lallici. 

Sola in disparte sta la canzone 7>'<? (fanne intotmo al cor 
mi san venute, nella quale sì fondono insieme le varie forme 
della lirica dantesca, come si riflette di lui la complessa per- 
tOiialità e il temperamento artistico. Il motivo dottrinale e Tal- 
l^^rorico, rinsegnamento e 1* invettiva, la descrizione gi^andiosa 
e l'orgoglio di solitario si legano in un*azione scenica, con un 
canto maestoso e fremebondo. Va avvertito anzitutto che in una 



153 



NICOLA ZINOARELLT 



romanza di Giraut de lìorneill, riguardato da Dante come suo 
precursore Della poesia della rettitudine, vi è una condanna 
della decadenza morale, in forma di dialogo tra il poeta ed uiia 
fanGiuUa che egli, attlr-ato dal canto di un uccellino, ha trovata 
con due compagne entro una siepe (24). Ma questo quadretto 
col quale Giraut volle dar forma nuova e dilettevole aiì un ser- 
mone, è un mero artifizio quasi puerile, perchè T uccelli no eh»* 
canta, le tose che si lamentano, il poeta che capita tra loro sono 
aggregazioni accidentali. Dante riprese la sua invenzione tra- 
sformandola profondamente. Ire nobili dame, le \'ÌT*tù, lacere 
e bandite vengono in cerca di un ostello, presso il solo amico 
che loro rimanga, Amore, il quale siede nel cuore di un altre» 
povero esule, il poeta ; gli si pongono intorno atHitte, ed una 
in ispecie mostra grande accoramento. Amore la Interroga, e 
quando intende la loro condizione, turbato e piangerne esce in 
accenti di sdegno contro i malvagi, e conforta le gentildonne 
nella sicura speranza di tempi migliori. Il poeta che ha sentito 
questi discoi\si, lascia qui il racconto; e, con la solennità del 
coro eschileo dopo una scena commovente, interviene a parlare, 
gloriandosi alteramente che la sua sorte sia comune con tali 
personaggi. Cosi in questo splendido canto tutto ha legame ne- 
cessario, e nella calma profonda si sente la serietà patetica delln 
tragedia. La donna che parla ad Amore personifica la Giustizia^ 
DritturQj come allora dicevasi ; delle altre due, non si sa bene 
che significhino: al poeta premeva, e lo dico esp['essamente, di 
non lasciar intendere facilmente il suo pensiero; 

Catizoiit^, ai |»iitmi tuoi udh pouga nuiii m»iio 

per vcdèT 4 nel che bella ilomiii rlihult*: 

bufiti n le parti Tinde : 

lo dolce pome a tiittsi ^uinv hirg;i, 

ptr cui fiasiun mau piej(:i, 

E s't'^li uvrieii elle tu mai «k-nn trovi 

umico di Tirtìi, e quel leu priega, 

fotti di color nuovi : 

poi j^li ti inofttru. e il fior ch'h UvX di fuori 

U% disiar negli iimuro*i cuori (:f5). 

Se nessuno riusciva a interpretarlo, era prova che amici eli 
virtù non vi fossero ai tempi suoi. Per disgrazia, neppure nei 
successivi pare che ve ne sieuo, perchè si pena molto intorno 
a questa allegoria. Inoltre Drlttura dice ad Amore di essergli 



IL CANZONIERE DI DANTE 



ua 



Zia, sorella della madre, ed è probabile, ma non coiiseutito, che 
costei significhi la Yirtù intellettuale della Sapienza, o Prudenza. 
ÙriUura a sua volta è madre delle due donne innoioinate: 

♦ ♦ . , Sic^eorae sapiT dei, 

di fontt» nasce KiU> piccioi tUmw : 

ivi dove il gran luiaé 

toglif Jilltt terra del rìnco U frimda. 

tsovrn la vergiti onda 

generai io coatei l-Iic m* *• da lato, 

e ehe a'.iHeìuga con la triMH'ììi bionda. 

Qn€»to mio liH portato 

mirando s*- noli a chiara fontana 

j^ent^rò quella vlw \nu n/ « lontana (2(?)* 

Quale che sia il senso riposto dei particolari, quella ì?cena, dove 
è trasfusa la solennità del deserto, signtlica che le Virtù scal- 
data dal torrido sole e insotìTerenti di ombre sono illuminate e 
penetrate di luce spintale; e la vergine onda del Nilo, che inon- 
derà poi gr immensi campi d'Egitto a fecondare i germi della 
vita, è immagine delia loro potenza benefica, NelParido Sahara 
dove Tarcana Sfìnge «paventava ed ammoniva, puue questo poeta 
etrusco simboli gentili di virtù e di amore. Brilla qualche cosa 
di cosi lirapido e trasparente in questi versi che lo spiritrt si 
innalza a visioni sublimi, commosso dalla grandezza austera e 
pura di una religione ignota. Che peccato rimaner con i dubbi 
ìTUirtnzi a questa grande fantasia ! Qui è il mondo del nostro vate, 
uiiore e virtù, la povertà alter^imente portata, lo sdegno della 
Tiltà e tristìzia ileglì uomini : 

Ed io che ascolto ntd parlar divino 

consolatrici e doleriti 

così aUi dinporsi, 

l'esilio cbe ni' ^ dato onor mi ttg^nr» : 

r m' gì fidi zio o forza dì destino 

vuol pttr che il mondo rerd 

i biondi i fiori in pervi, 

etuler Ira i bnoni i- pur di l*Hle df'i^rno. 

Sì accenna ai Bianchi di Firenze, ma soltanto in antitesi, perchè 
Dante non li ha mai creduti innocenti : non essi, ma le Virtù 
con Amore sono i buoni tra i quali si gloria dì esser caduto, 
egli che non vede virtuoì^i al mondo. E mentre egli trionfa nella 



154 



NICOLA 21NGAH£LL1 



coscienza sua illibata, lamenta che a compiere la sua felicità, 
iu quella onorevole compajjrniaj manchi la vista «Iella donna 
amata, e da lei implora il perdono e la pace: 

«ade 8* ili ebbi colpa^ 

piti hitii^ ha voIt43 il imi poiché fu spenta, 

HL* L'olpa muore pur ohe l^nom ai p«inta. 

Questa donna è la Sapienza stessa e per lei siede Amore nel 
cuore del poeta: distratto forse alcun tempo dagli studi, ne mo- 
stra pentimento: o e^lì tìnge questa colpa di i)Ochi inesi per co- 
lorir meglio la situazioue; che in questa canzone riprende so- 
stanzialmente il motivo deir altra Io sedilo sì d'amor la gran 
possanza ^ mostrandosi ai suoi cittadini sempre infervorato nei 
suoi diletti studi, e agognandone le dolcezze come sufficiente 
compenso alle sciagure civili. Lo scacciato, il mendico, lungi 
dal chiedere scuse e riconoscere colpe, avvolge con orgoglio 
sovrano in una medesima condanna i suoi persecutori vecchi 
e nuovi, i vittoriosi che affettarono la procedura della giustì- 
zia per mandare a morte innocenti, e gl'inetti che tendono 
di strappar loro la vittoria (?7). Il Carducci che sentì e sente 
profondamente la poesia di questo canto, e nella gloriosa vec- 
chiaia non sa staccarne lo sguardo pensoso, bene lo paragonò 
ad uno degli Omtiments di \1ctor Hugo (28) ; pur digeriscono 
per ciò che nel dantesco insieme con Tira e lo sdegno vi sono 
scene di una compostezza tranquilla, onde si plasma una figura 
che rammenta la greca Niobe : 

Doli^ì^i runa cuti parole molta, 

G in au la mau hÌ ponn. 

come 8iicci«a rosu: 

il tiwdo hratH'jfi di dolor noltmn.i 

H«*iito lo raggio che cado dal volto ; 

rultrit mail tiene ascosa 

hi faccia lagrimofla, 

cliHcinta «i «calKA, e ^1 dì sé par donna. 

Ma non è possibile tuttavia esprimei^e nel marmo tanto senti- 
mento raccolto, tanta passione quanta e quale geme nella poesia 
di Dante (29). 

La Vita Stwva preannunzia la contemplazione mistica della 
Commedia; le rime della pietra il suo vigoroso senso della realtà: 



IL CANZONI BRR DI DANTE 



156 



le morali Taltezza scientifica : questa canzone ci fa pregustiire la 
potenza fantastica e la nobile alterigia. Ma m noi consideriamo 
il Canzoniere come i materiali grezzi e le prove del ^xiema, gli 
neghiamo a torto il suo proprio valore. Dei resto, qual mera- 
viglia chequi vi sieno gli elementi della Commedia'^ Questa è 

[la compiacenza ilei trovarli, e noi la scambiamo col senso della 
meraviglia e della sorpresa. La lirica del Canzoniere paragonata 
con le rime della Vita Nuora segna un progresso : Dante non 
solo superò con la sua poesia amorosa quanto aveva potuto sin 

.allora la vena e lo studio rfi cento poeti, ma andò più oltre. 

' Ouella poesia delicata, persino gracile qualche volta, era poco 
alle sue forze e alla sua fama; e tentò altri motivi e forme in 

. cai espì-esse il concetto maturo della mente assurta ad alti ideali. 

'Keirarto la sua maggiore innovazione consiste nella compagine 
della canzone, la quale è tutta raccolta in un pensiero centrale, 
svolto nelle strofe con ordine intimo: se nelle rime degli antichi 

^t!\>vatori, dove pur sono cose assai belle, era possibile ai can- 
tori ed agli amanuensi scompigliare T ordine delle strofe, nulla 
dì simile capita alle canzoni di Dante, compatte nel disegno e 
tieir esecuzione, come un edificio di Arnolfo, come la Comme- 
dia. Quindi Tevidenza drammatica, dove le cose hanno vita e 
parola, e il pensiero diviene azione; infine Tonda armoniosa 

'del metro e «Iella lingua, la quale parche si snodi ora per la 
prima volta, col suo timbro e il suo proprio carattere. Nuova 
l'idea» magnifico il mondo in cui spazia, i propositi, l'espres- 
sione, la sua lirica è creazione originale per T organismo psi- 
C4>logico e intellettuale. Vicino le sta il canto del Petrarca con 
la finissima sentimentalitii tutta umana (30): ma esso è la di- 
mostrazione migliore dell'efficacia delFesempio dantesco, oltre 
che rimane, per un certo rispetto, inferi<iro nella elevatezza del 
pensiero e degl' intendimenti. Questa poesia di Dante è la prima 
concezione artistica della nostra letteratura, e prima nei tempi 
moderni canta un ideale universale: bisognerà aspettare sino al 
Leopardi per averne un'altra simìgliante nella novità della forma 
e nella potenza dell'idea; per trovare anche una individualità 

Lp*>etica che nel disdegno dì solitario e nel lirismo sentimentale 

Isti fonde epicamente con T umanità, ne raccoglie il dolore e le 
timide spemnze* Nei tempi di Dante altri grandi artisti » Giotto 
^pmttutto, davano alti signilicati alle loro composizioni: la sto- 
della Chiesa, le sorti deiranima umana, l'ideale mistico di 



156 



NICOLA ZI NO AREALI 



bontà e castità e ubbidienza, le rirtù dei magistrati comunali 
erano figurazioni d'intelletto * pensoso più d'altrui che di §è 
stesso *>: sicché tutta raiiitna italiana nei grandi suoi inter- 
preti, guardando ai destini de^di uomini, sembrava affisa ad una 
futura e straordinaria grandezza di civiltà. Air allegorìa nel- 
Tarte di Giotto corrisponde' rallegoria rielle rime della rettitu- 
dine: alla precisione geometrica del suo disegno la purezza au- 
stera della composizione strofìca; alio studio dei modelli antichi» 
il bello stile che Dante tolse a Virgilio nelle immagini fiorite ed 
eleganti : ed un mondo di figui*e umili, ma con gesto sicuro e 
poi^sente, creano il pittore e it poeta a purificare i cuori delle 
genti. Quello slancio verso T infinito e il sommo rispondeva al 
momento storico della nostra Italia : allora, mentre la società 
vecchia periva di ferro, 6i stenti, di schianti, si spiegava tale 
ricchezza di energie individuali e vastità di propositi che pre- 
pararono una politica romanamente nuova e sedi illustri di ci* 
viltà. E tra i precursori e le guide è primo l'Alighieri che col 
rapimento estatico annunziò memviglie e infuse dolcezza nei 
cuori. Che se la sua parola non si porge più così pronta al- 
l' animo nostro e ali* intelletto, desta alta meraviglia a chiun- 
que la studi con amore e pazienza, e si sforzi dì comprendere 
quale posto tenga la nostra patria nel cammino della civiltà 
moderna* 



I 



NOTE 



vi) La lezione di questo sonetto secondo M. Bakui, Cu sonetto e una 
ballata d'amore — dal canzoniere di Dante, Firenze, 1897 (per nozze Barbi- 
Ciompi) ; salvo che mi son permesso nel v. 10 di serbare di trenta invece 
«li de le trenta. Cfr. per lo sue relazioni poetiche il mio Dante, nella Storia 
Letteraria vallardiana, p. 102; F. Novati, Fita e poesia di corte nel Du- 
geuto. nel voi. Arte, scienza e fede ai giorni di />., Milano, 1901, p. 251 sgg., 
e P. Meyi^r, Le^ì souhaits de Pistoletaj in Romania, XIX (1890), p. 43 sgg. 

i2) Celebre è rimasto in ciò Gabriele Ko.ssetti, Sullo spirito anti- 
pupah che produsse la Riforma, Londra, 1833, e II Mintero delVAmorpla- 
tonia» nel Medio AVo, Londra, 1842; lo superò E. Aiiorx, Dante hérétique 
rtrolutionnaire et socialiste, Paris, Reuonard, 1854. »Si veda C WiriE, 
Dante Forschungen, I, 96 sgg. 

(3) Sulla tenzone con Forese Donati ricorderò le i)in recenti pubbli- 
cazioni : F. ToRRACA, La tenzone di Dante con F. D,, Napoli, 1904 
{estr. Atti delV Accademia Pontaniana), molto importante; G. A. Venturi, 
/Mw/e <■ F. />., in Rirista d' Dalia, marzo, 1904 ; cfr. ViiT. Rossi in 
Hnllettino della Società dantesca italiana, N. S., XI, 2S9 sgg. 

•'4; Mi i>ermetto di rimandare per le liriche qui accennate al Dante, 
p. 357 sgg.; e per singoli componimenti alle indicazioni dell'indice colà; 
»• 8i veda M. Barbi, in Bull, d, Soc, dani., N. Jì., XI, 38 sg. Un elenco 
delle rime ancora inedite attribuite a Dante si ])uò ricavare dagli ap- 
punti di P. BiLAXCioNi, pubbl. da C. e L. Frati in Propugnatore, N. S., 
voi. 11^ p. I, pag. 23 sgg. L'edizione definitiva d<^llo rime del Nostro ci 
darà sicuramente M. Barbi. 

(5) Per le quistioni biografiche e toimgrafiche delle rime della pietra 
V. Imbriani, Sulle canzoni pietrose di Dante, in Studi dantvHchi, Firenze, 
Sansoni, 1891, p. 427 sgg. Notevole l'ipotesi di F. Torraca in liuUett, 
Sor, Pant., N. S., X, 158, che le collega con la eauzoue del Casentino. 
iVr me queste rime sono scritte in Firenze, eome sostenni altrove, e 
cfr. anche Ga.spary, Stor. d. leti, ital.f I, 230 sgg.: ed un indizio ehe 
prectMlano le allegoriche sarà rilevato tra jioco in queste note. Confesso 
tuttavia che a cagione della loro natura, dirò cosi, letteraria, in <|uanto 
mostrano assai chiaro il jiroposito di gareggiar»? con le rime di Arnaldo 
Daniello, queste rime potrebl)ero anche non avere una ispirazione imme- 
diata dalla realtà. 



158 



KICOLA ZlKaAHGLU 



(6) Canz. J'oi che inteitd^nfh lì terzo rir! morrtr, ttìtimo verna. 

(7) Qtii'sto Bjmnto di canto popolare è dovut-o qni ad iin artiftjGia co- 
niuiir nplTantica pnesia romaiiz!i, cwv drlle «troie vìw eiitTAiio con Ia 
parol» linaio della preeedonti^ {rohUtM eapnuttìfifhn*) : mn Dantt^ Uiiii lo t**nj- 
ttnaa per tutta la cansom*» Ihiiitandolo qui a iineeta strofa e alla prc«i«> 
dentt% la quale coiìiìncìa : Soi dni'cm pnve nt cor^ secondo la fino della 
prima : ì tirando : lì nottiro luttw porta pace* 

(H) Su)fli iOt^mt^nti didla lirica oortigiiinn in tinosta canxont* hci Inai- 
atito nel Jhìitte, pa^. 2'd'J 8g. ; g\i\ si è acceunato nd!a nota ó airopinionr 
del Torraea. Non occorre rammentare che ijuest^) componimento ebbe nu 
tempo Htraue interpretazioni per la sita relazione con t* epistola a Mo- 
roello Malaspina, che ha la immeritata tortnna di trovare tntt«via ar- 
denti e ptidrrosi Tantori. 

(9) Questo dìi^cordo si pno collegare cid sonetto di Cino da Pistoia 
Carettudif di tromr minerà in oro e quello responsivo di Dante Degna fa cui 
tromrr uff ni tattoro. comporti alla Corte dei Mahispìna, nel primo ilei qnalì 
è uu'esprer«HÌone simile a quella notata pel dÌBConlo: 

{>onto m'Iiià il cor, MiLrcheao, mala «l^iDiu 

8e con 1* italiano e il latino m* interzi il provenzale ovvero il Crancei^e 
in qncHto eomponimeuUs 8Ì dìapnta da alcuni anni in qua* e non e an- 
cora appurato, per le condizioni tristi della tnidi^ione manoBc:rilta. Io 
ritengo sempre piii prohahile il jjrnvenzale, © spero di ritornar sul tema 
prossimftiDent4\ 

(10) Com'è noto, le rime ilei trovatori nogliono aver© prelndii clic in 
origino erano sempre primaverili, e jHn t^i riferirono anche ad altre sta- 
gioni, specialmente l' in^'eruo, CoM Oace Brnlé canzona gli amùnrtm» 
d'haute m Li pln»our mtt (Vanmur chantéf cfr. E. M.kjznke, Jtlfranz, Liedcr^ 
p. 2» e 112 a^^. (KAVNArin Hibliog, u. 413); e così il rt> Dom Deni/, 
rroev{^es aurn mui ben irohar. Quanto alle rime di-ì l>anieÌlo, nonostante 
la nota edizione di IL A* Uankllo, non i*ono pregiate come meritcrebl>eru, 
e 6i aecnsa Dante e il Petrarca di avorio giudicato con preconcetti. Si a» 
che TAlighieri lo dichiara primo tra i poeti oceitaniei. per Ihjcc» del Gtii- 
uizelli, Pnrg,^ XXVI, 115. — Per le origini del dettato osenro, efr. Il, 
SUCHIER, in Li tm-a turbini t /. t/trm, w. ramafi, PHU, del 1897, e. HH^. 

(11) La canzono Al pom giorna vd al gran t^rtMa d^omhrft è cimile in 
tutto u quella di Arnaldo Lo fcrm toltn* iju' eì rt$r ttì' intra per la diap<>- j 
si/àone delle rimo ; ma Dante pensava propriamente a quel carattere »p«'> ' 
ciale di parecchie jioesie di ArmiUlo, con le r^tanze prive di dÌeHÌ.s, quandi» 
scriveva in Ih' Vuhjnri Ktoquentìa* II, 10: e1 hnittninòdi utaniia^: nttutt <•** ! 
/art fri nmttihHtt t'uittiottibuit irai> Arnaìdué Iktnielitp rt ho* eum Hetuti *^mw*\ 
c»w dìrimm: Al poe*) giorno t*e<». % e infatti nel cap. XIII egli iMine t|iit«tji| 
!iua poesi« accanto a Sim fot Amor» de joi donar fan lanja di Arnaldo, 
che Im t^trofe di otto versi e senza le parole-rime. Ihuile ammirava ancliA] 



IL cakzoniehiì: di dante 



V iiiiìttìzionc elle di <iiu*8to cuaipoiiimetito l*>t'<? Hertniu tk^ Horn. ^Yo« ijhh'»c. 
fiitr/ctr lift Chantal* non tépanjua (cf'r. I)r VhUj. Kloqti,, IK 12). F«'i testi piio- 
venxAli V* Chavtoh, Thr troìibaeìoura oj haute. OxfortJ* 1902. 

(12) Siti forte nornm nliqnid atqnc iatintatuiu twiìs ìuu- niìn ptrroaet. tM-c. 

(13) t^Hnn vhtti la fueilfa, i>d. Confilo, li. 97 (Tiuinra al i'iurvtor*, Alomic 
iriitii»|òni fliretU^ da altro rìnu* di Arnaldo in «niesta ranzooL' di L)rtiit<3 
«otio Dotate nel cìt, hanti^ pu^. 371. 

(14) A. pAKiy.ou», JHt indiridnctle» Ii^iffCHthHmìichktitt it rìhimr htn'or^ 
ragmdtm Trohador^ Marluifjf, Elwert, 1897, p. 50. 

(15) he prime* dne ciinxoiu dì cnì si parLi »oi»), Lum «* nutn, rum- 
inirntAt<^ nel Convitin. Sul t^^nijK» in cui sorse 1a prima, e lo i]tii$tiom 
cb«i *i riiVriscoHo alla diium^ piet«»!Sji doUa Tr/i* Xuora, v il .sonetto dì 

farcini i»agi]am»'tito J/«*^»rr Ih'HnHU), qucnta putzelhdttt e I» meuzioui^ di*!ln 
canzoDe in Par.f Vili, 37, cfr. Ditnle, 130 «gg.» dove « Irattn pure 
degli studi classici del poct». 

(IH) La malattia agli ocohi egli «offri V anno medesiuio clie conijioai* 
la «egucnU» ca.UJSotii*, Jmor vhr nvlta mcnit mì rm/iotui, ^l'coiido h dello in 
Come. Ili, 9. 

(17) Coni,, 111, 1. 

<l?<) Que^t4i agg«'tti%x», nmtrti, qui. »«' diivvi^ro »*i coiitrappono aliti 
piafgtilHta dftlU^ rimr della pietra, provenddie apimnto che In ballata. ♦ 
^ «lott t*«*ia h' prime rime allegorirlii*. «ono postrriurt u «ideile della pietra. 
^Tamineute nini bo n el»e cosa varreldie hi dielùarazioiie io mi mn ptir- 
gvUtta hftla e nuota i«e non allndeHBe alle due «'o^e tu Meme, cioè elle 
U donna ura tntt'altro ohe donna, ma un'allegoria, e ehe eaaa fosse pnr 
dìv«rH» da una « pargoletta » mentovata senz'altro iu altre riiiie ben 
nut*. Jvirgt' piin* il noirpetto elie la donna allégi>rJea fonae idiiiiniata gio- 
rìtietta * pargotetla. olire alla ragione che si aceennerA tra i»oc«» in 
nota a proposito delle eanseoni, anche per una siie^'ie di ammenda^ eoi 
rUìhlaniare alla memoria la pargoletta bramata Beusnalmejite. In lai easo 
non mU^ *arcHbc provata la éomjM»sÌ«ione delle rime della pietra in FI- 
r»*nx«% ma inlirmaia pnre ropUdone del Ua^pary, «egnila dabilosaroente 
da m« In l^anttt p« 1^^. *'b*' *'«» «'****»' i' poeta reagìjsse alla tm^tieità e 
a^li Hindi ^cienlifìci. per bisogno di natnrji. Ma non è ipii \\ lm>go di iu^ 
ii«l(«ì0 hXì di ciò, e lorMe parrà che vogl irono :uhl(»>*san> ito «a rito Hovi^r- 
elijtf >Q qtiel fMirero capoverso. 

(10^ A i]turftla ballata alhide DanU* chiaranirmi* m^Ww un\v,\\,\ \i\ Jtuor 
ffè# tutti» mfutt mi ratilona, dì cui dh la ««piegaiRÌone in fondo all' attimo 
capitob) del trrzo del Conritio. rgualr 4^ il eoncetto nell'altra ballata 
AllafCivrica V0Ì chr Mprtit nigìonai' flUimofc. 

{UHf} Xdiì e a tac^^re che I^M>nai'do Brtiaì ammiraA»e prlnei pai niente 
«I tirata tra te ean/ouì del No«»tro, notando ebe in easa « t"" eomparaiùone 
àU»«oiÌ«a i HOllile intra gli ell*(ti del Hole e gli effetti di Amore ^v. Il 




BAKnjf BulL (ì, Sovkuì Danitnvu, XI, 3K iiishma che vi ai acceiini adì 
altri amorì reali: mti (jumito i\Àh% ranzuiie in sé, è inipoflj;ibìl« che «jiio^t^j 
«pfcìe (li dìfisertaziijtii' astnUta sia inspirata da im vero amore di donna ] 
a rifletta uu mero ideaie Aujoroso; o Pnllnsìoiie ripetuta alla molta tp»- 
vinezza della domia è «pìegahile, qni e nella eaiLZ. Io èeniik »l d* amar, ! 
come uu' immagi uè della sapienza nm-or piccola, per <lir eoi»l, che egli,^ 
iniziato di rerentc negli studii, non allevato in essi dal prìuoipio, riuscii*» 
a %'edere «d amare* Immaginiamo invece che amaiij^ davvero, circa i tren- 
t^annì, al piii presto, una fnncinllu. giovinetta cui starebbe bene U nomo ^ 
dì pargoletta, e le ditlicoltA sarcbbei-o tiitt'altro che eliminat.e ; né, nel» 
l'ordine della fi azione nmoro^a^ riesco a eomprendere la pargoletta, 

(21) Che questa eaiizone sìa allegorica mi par risaltare special me^teJ 
dal principio della «taiises V: 

Altri ch'Amor oqu mi pota a far tuie 
cir io lut&i f1«gnaineQt<4 
coai» di qnella ch« non s'ìnnninoraf 
nm «U>%i come donoa « cui nori caia 
dèli ^ amoro i& meoU* 
che aenia lei non pad passare un^ora» 



dove è dich.iarato ehe (|nella donna n*ni s^ innamora ; V nmoTv è tutta 1 
Moggettivo : inoltre le dae tornate sono di carattere cosi special«p oìtìIoÌ 
e morale, che mal starelVi>ero in nn canto tutto anioro^^}. Quale eectiipio 
ci sì oitre. tudla poesia datitegca, di cauKOtn amuroHe indirizzati^ o dedi- 
cate a nonnni f Quanto alla tenera età della perì^ona amata, ni guardi la 
nota antecedente. Il Barbi, in Muli, cit., av\erte che non è neix^s^ariol 
che lineata c4Wizone fosse composta fuori di Firease, quando il poeta 1» 
invia <i ai tre men rei di nostra terra ». Nondimeno l'impressiono «diis 
fauno le sue parole è di chi Bla lontano, e manda uu snluto, e teme di] 
i(nalehe amico, Bcrba vivo il ricordo e la stìnia di altri, ammonisce, 
ctiorta ; manda a dire insomma tante cose, che non avrebbe potuto tingerà 
di mandare a diro stando vicino. Quanto alle tornati^ di questa eaiizoi»« 
e alla sua relazione eoi famoso < giusti sou due » dell' episodio di Ciacca) 
(/«/., VI, 73) cfr. I}tìuti\ pag, 197, e già /?<ij»«, ceti. tt. Iftttr. tfoi. Ili ^ 
(1898), 172, Allegoriche parveiH> (questa e la pTOc^edoute caasoue al Bae« 
TOLI, Siar. d, htt. iUil,, IV, 25:^ »g^, 

<22) Intorno «kW tmenhtimvH proveuzalo è notevole ed i^itrnttÌTo 
breve articolo di J, Bathk, Der Btsffiiff deit prort'ninìi«vhen * fCnttenhamem *^ 
in Jrchiv /Hr dna Studium dar ntuernn Spravhcn und /.ifcmlMrcn, CXHI 
(1901), 394 sgg. Delle tre canzoni di Duntf che tini si rieordcrtumo, li 
prima, com'è noto, forma il tento del tjuarto trattato elei Conviviù, 

i23) Pare che a questa cani&oue della misura. Doglia mi reen, (e 
Maegnato il XV, ultimo^ trattato del Coi«rlrio^ cfr. /Mute, 302, Qnant 
ftUe iientense contenute qui sulla liberalità e ravarizìa» ni rliiortano tutt 



IL CANZONIERE DI DANTK 



161 



a qnell» lott-eriitiini cho accennai in ni) opusi-nlo nnzìalt? Documcutum li- 
bertilUatiH, Napoli, 1903. 

(2i) C Dk Loujh, f,tttcl di LviiWKh p. 2i> (CHtr, ilnl volnmi» ili onore 
di E. Moniioi), Roma, 19Q1, uilditò per il primo la dorivuziouo della oati- 
xono Tire dm^Ht intornù al cor dalla rotnaoisa di GLrant do BorrtoiK /^o 
tìoHii chaH9 d^ùii auiei; effli discorMe pnn* lo aUrt^ uttincìuo deUa poesìa 
moniU» dì Dante «run ttuella dì Gìrant. Questi è citiaiiiato poL-ta della ret- 
tittidÌDC in De VHfffarì Eìm^ueniia^ II, 2. Aiielie ìndia pi»ef*iii. Intiircst* an- 
tie» vi sono dialoghi «lidattic'i in forma di rt>uian/a o pastondla, ina in- 
torno all'amore; cfr, A. Jranrot, hé9 &Hffinif$ de la puMe Hrlqttn «n 
Fyaviikff Parìa, 1904* p, 5<i s^g^ ** P^"* 1* tede»*»» p» 140, 

(25) Criji^^KUiA Oakabi, Appuntì p*r Ve<fefievi iU Htta t^Hitìne di Dantfft 
ili Giot'ttnt*^ J)anÌett(Hf, Vili (UIOU), p, 261 »^g., ta la storia delle iiìtor- 
pretazjoiiì, o Imoue osserva /àoni ; ramine n te remo aueho noi O» .L Dui\i>*i, 
rrepurnziùne iitont^ì-ctitim alia nuova tdU, tirila D. t\, Vertìn»! 1806, 
voi, I, eap. XV; Win'K, nello note^ altrove citate, aìla versione dtdle 
liriche di Danto fatta dal Kaniie^e»8or, voL II, p. 137 figg. ; A. Oa- 
.m»AttV, St, d, tcitrr. ìtaL^ trad. ital., p. 21H, e 403. Sopra^i^i tingo ora il 
ji^raiide contmcuto in Optir di G. Caììdi cci^ Potvia e fttoriaj voi. XVI, 
Hologua, Zaiiiehoìlif 1905, p. 7-50. 

(26) Mi «ia lecito citare qui il recente volumetto Im Vita dì fhinh' in 
eomptndio, Milano, Vallsu-di^ ItMJn, p. 41» 8gg. Ma si t^ndc a «piegare le 
due donne nllej^oricho Mecondo niia nota dì Pietro di Dante a /h/. VI» 
T3« c'ior^ eho Drittura tiia il diritto naturale (> divino, la Htia ligliuola il 
diritto ninatio, la nipote la leggo civile?. Non so se basti l'antoritA di 
Pietro, che d'altronde coimnenta inopportunamente.' ijiiel verso eou f{neat« 
i^rndisioiìe, 

(27) Qne^t^ è nn punto capitale nella interpretfizioue didln canzone, 
Giù il Ga*»pary> 1, e. p, 453 ni*g«> che wi trattasfle di iinu eolpa verno Fi- 
renze, e viilo un'allusione genrrica del poeta alla sna peccaminosa ma- 
niora di vita: raa non vi è nfAppar questo, perchè il poeta parla di ehi 
V ha mofiMo iu fnocu, oi^ia V ha acceso dì amore \ o non pnò intendersi 
so non di donna, E cobi manca il fondamento che qui si cerca per la 
data della eani;one. Ma una ben chiara allusione jKilìtica starebbe iu nu 
f^ocondo eommiato, conservatoci in t|utilche codice, o per la prima volta 
pubblicato dal Witte, 1. e, p, 147: Canzoni', uccella ean le Òianeke pennr. 
Canzone^ caccia con li aeri veUri^ Ckc fufigir mi eonvenn€ Ma far m§ potè- 
riéiv di pam dùno^ Fet^ hoì fan f^hc non «a» qatt che nono: Camera di pcrdou 
mvio mnn non ncnui^ Ckè il perdotiat*' è bri vincet' di ftueira. La struttura 
dì quento eommìnto, osMcrvi"» gìh il Witte, non eorriRpon<le a quella delle 
fitnyfe» Ma il Barbi, liuti, d. Soc. datti,, N. 8,, VII (1900), p. 29H, oIm 
biettò che seeotido Coar, III 12 Dant« raramente feoo U tornata con fin- 
tenzione che ni rtiùrnaanv con certa parte del cauto alla eanif^ne, e i « rade 
volto la posi neirordinc della cannone, itnant-o e al numero ehi* alla nota 

n 



162 



NICOLA ZINUARELLI - IL CAN20KTRRE DI DANTE 



è necessario *> : della eìtazione fé' k',Horo In signora C. Cnsari, K e.» p- 2**1, 
Eppure Della mìi»*^ior partii évUv fauzuni dixntt'Hclie provviste dell» tor- 
natii. questa cr»rrÌH,poii(]e ^«lattairii'nti! nlla neroiida purto delta fitrofa (//o- 
fflia mi reofi r Anwr daecbè coiinen ; £i m^ ittcreitvt ; lo «on retttttù: Cottt nel 
mio p(ir/«tr; lo ««ufo sì d^amott senza contare ie oodiddette sestina e se- 
atioft doppia^; in una »ì ac{^ordac<on gli itltiniì tre ver^i (La «i)iv(afa nt^n/e). 
Restano ; JA occhi dolenti ; Voi che intendendo : Le dt^tei rime ; ma nella < 
secomln la t(»nuita cormpoiuk* u| pigili della strofa, eou raggiunta dj uu 
distico a rima Inieiata. (*i»r<«ndo la tìiie delia strofa : nella prima cooaorva 
della »eeunda parto lo Bchema fondamentale, mancando ìì primo © l'ul- 
timo verso; nella terrea ridnce ad Àtiìì CcH il tipo dm piedi Ahlic BaJc-, 
Nulla di ciò nel eoiniiìialo eh© 8i vorrebbe aggiungere, discorde cosi dai i 
piedi come dallo volte: e il pììi grave è ehe «intesta cannone delle Tre 
Hoìttu^ r già provviidiita del t*no eouirnlato, esattamente eorrispon dente ali» 
seconda parto d«>lla Rtrofa, etjnie ìe eanzoni del primo elenco : sarebbe no«J 
mostruosità una Heeond» tornata che dìiferìsso dalla prima e hì alrania»^ 
in tutto dallo Hcheina atrotìeo» 1% vero che in alcuni vor«i di ijnel eoiii*j 
mìuto bì sente rcncrgia e la deuisitit dantesca: ma potreldie ef*soTi? nttl 
dantesco di maniera. Harel>be spirano ebe nn bello spirito* jier rìdiiJTitJ 
albi sua BOHtan/.a la magnifica canzotii.^, ne imitasse lo stile in qnei vcriil 
dicendo cbe tatto (*i ridnceva a cercap la pae© coi Bianchi e eoi Neri t\ 
Per me ^uei primi dne versi sono lontani dalla discrezione e dal gart^oj 
che i" nella canzone; negli altri ni chiiide pi>nhMio a pe^rKone divcn**"! dal 
ipiella 1^11 i prima si era dojnandalo mercè: 8Ì dÌHe©ndc dairaflVruiasiani»] 
delPct^ilio onorevole ad una truuHBxìotie^ Quanto alla i|nasùone nietrìca«.l 
resta dunque a s|jicgar«ri la dichiaraziono dì Danto nel Coartrio : ch>»ì it| 
rada mlta non si verifica, allo stato prcseut*^ del U»u20uicrc, 

(2H) G. UAHurcn, ttdte nme di />, A. cit. ; la poeaia di V. liii|ti>,] 
*fe ne Jléi'hiftti [hih * Sanx plaintr ditn>^ la hnnchff in Chatituent», VII» 17:1 

(21:1) Il Carrlncci, L e* p. 13 «igg.t fa f^na una Rfiìegazicnie del UaK^anlj 
pel ver«;> Snitv h rmjffio che rade dtil cotto, e intendo roraggut, nel aeu)^J 
del provengale auratfitf, i'r. oruge, vento, temporale^ Credo chts il ^andol 
Uomo abbia ragione, percln? T imniiigine non è nnov^a in Pante* cosi nclJ<»1 
liricJi© eoTue nel poinua : sono le parole eoi sowpirì e ìl pianto della dottua» 
che poì^andosi con la guancia su dì mia mano, ha il viso eopt*rto coit; 
i'attrn. 

(30) Kammeuterò aiicho f|ui, a proposito delle Urloho di Dante, i*je^ 
trarca e Walter von Vogelwoido rispetto ai preeur«orÌ provetisiaU l^altih 
Cido dì Alfhkd «JkaNROv, La poéth proveni'tile tm M off cu Atje \u Hvttm t 
dtmji Monde», del 1^ febbraio 1908> terzo dì una serie pn^siona. 



FRANCESCO FLAMINI 



Il Convivio 



Signore gentili e signoìi^ 



nel Convivio^ di cui debbo parlarvi, Dante afferma che il 
miglior mezzo per rendere attento l'uditore è promettere di 
dire nuove e grandiose cose. Io sono certo, che anche senza 
una promessa che sarebbe con attender corto, vorrete ascol- 
tare benevoli quanto andrò brevemente esponendo intorno al- 
l'opera filosofica in volgare dell'Alighieri. 

Ricordate la commiserazione del poeta verso gli uomini a 
cui le brighe di questo mondo impediscono di ^rodere i diletti 
della vita speculativa? 

O inHonsata cnra de' mortali, 

qaanto sou difettivi sillogismi 

qnei che ti fauno in basso batt-or Tali ! 
Chi dietro a jiira e chi ad aforismi 

Ben giva, e chi scgaendo sacerdozio, 

e clii regnar per forza o jjer sotìsmi. 
e chi rubare, e ohi civil negozio, 

chi nel diletto della carne involto 

s'affaticava, e chi si dava all'ozio : 
quando, da tutte queste cose sciolto, 

con Beatrice m'ero suso in cielo 

cotanto gloriosamente accolto (1). 

Ai vojrliosi d'imparare impediti appunto dalla cura, famigliare 
o civile, volse il pensiero Dante nel Convivio, Mentre atten- 
deva al poema in cui col più eccelso e più squisito magistero 
dell'arte iniziò ai segreti della sapienza gl'ignari dell'idioma 
oblerà privilegio dei dotti, l'Alighieri, il quale, « fuggito dalia 
pastura del volgo », andava raccogliendo dalla mensa ove i pò- 



166 



FRANCESCO FLAMINI 



chi si cibano flel pane degli angeli (2) quanto da essa cadev 
\o]\e offrire liberalmente a queitj^li alfamati di sapere un eoo- 
vìvìo, in cui la vivanda di quattordici canzoni allegoriche o 
dottrinali (3) fosse contornata dal pane d'una sposizìone sottile 
insieme e limpida, ricca di dottrina svariata, che valesse a 
indurre gli uomini a scienza ed a virili (4). Opera dì divulga* 
Kione, dunque» il Ccmvìrio; che ha comune con la CormnerJia 
r intento di giovare dilettando. Poiché alla bonUi della sen- 
tenza Dante — da quel maestro eh* egli era, più ancora che 
della dottrina, dell'arte — volle anche nel Cmwimo unito rorna- 
mento delle parole : e nelle canzoni inseritevi cei*co la bellezza 
si nella costruzione, - la quale si appartiene alli grammatici ■» 
sì neir ordine del discorso, che -^ si appartiene alli retorici •» 
si nel numero delle parti» « che s'appartiene a' musici * (5); 
e le prose volle tali che testimoniassero delle virtij singolari 
del nostro idioma: «fTagevolezza rielle sue sillabe, la proprietà 
delle sue condizioni e le soavi orazioni che di lui si fauno » 
(I. 10). 
/■^ L*aver pensato non alle persone letterate solamente, come 
' facei^ano allora i trattatisti usanti la lingua latina, ma a prin- 
cipi e a baroni, a cavalieri e a dame, tutti ignari de IT idioma 
del Lazio, tutti scarsi d'adeguata cultura, è cosa che la onore 
non meno alTanimo che al buon giudizio deirAlighieri ; come 
all'uno e all'altro, ma soprattutto al suo amor patrio, fa onore i 
l'aver usata, nobilitiita e difesa contro accusatori e dispregia- 
tori la parlata natia. Pane « di biado ^ egli offri nel suo con-| 
vivio, non di frumento, quale sarebbe stato (a suo avviso) se 
avesse adoperato il latino (0) ; ma, poi che in tal modo migliaia 
di persone potè satollare, s'alla!*gò benefica la sua opera di di- 
grossatore degr ingegni e divulgatore di scienza. Questo pane 
— ei diceva del proprio comiuento in volgare (f, IH) — sarà 
• sole nuovo, il quale surgerà ove Tusat^j tramonterà •, e darà 
luce a quanti sono in tenebre perchè l' usato sole loro non 
isplende. 



Pagine attraenti, non ostante V impaccio delle formole da 
procedimento logico o dialettico imparate dagli Scolastici, sono 
quelle in cui Dante nel tratt^Uo proemiale del Convino espone 
le ragioni che l'hanno indotto a preferire il volgare al latin 



IL CONVIVIO 



187 



F'ra le altre cose, egli acuUmiente vi rileva quel conti«ut> tra- 
mtai'si eh' è propria delle lingue vive, accennando al gvaa 
inmero di vocaboli spenti o nati o variati entro in spazio di 
aon più di mezzo secolo: - onde (soi^giimge), se '1 piccolo tempo 
ììii trasmuta, molto pio trasmuta Io maf^gìore: si eh* io dico, 
le be coloro che partirò di questa vita già sono mille anni, 
[>rnassooo alle loro cit^di» crederebbono quelle essere occu- 
lte da gente strana, per la lìn^'ua da loro discordante » (I, 5). 
Bello, e non initpp(»rtuiio anche ai giorni nusti'i, In cui l'arte 
coltivata soprattutto per la gloria che dà e per Tutilo annesso 
Illa gloria, ciò che lo sdegnoso giustiziere de' suoi tempi di- 
ceva in quelle pagine a vituperio dì coloro che la letteratura 
hanno (atta di donna meretrice i» ; di coloro che * acquistano 
ila lettera non per lo suo uso^ ma tn quantt; per quella guada- 
lano danari o dignità *; non meritevoli di esser chiamati lette- 
Uì, * siccome non si dee cbiamare citarista chi tiene la ci tara 
jjn casa per prestarla per prezzo.... » (I, 0). Quanto doveva 
spregiare costoro il j^oeta della ì^elUttidine^ che sopportò fami, 
freddi e vigilie per dare ai contempctraner, allettcuidoli cogli 
Bplemiori della poesia, la chiave della felicità di questo mondo 
della beatitudine delTaltrol E invero, Tarte che vuole sol- 
tanto dimostrare la vii^tuosità di chi la coltiva, se condannabile 
^non è. certo è d'una specie di gran lunga inferiore a quella 
ileirarte che ammaestra ed educa.'^che nobilita o solleva. Uno 
ì* più lodati artefici di rime che abbia oggi l'Italia, nel fire- 
jdere ad una sua raccolta, esclamava : -^ Oh ! no, candide 
|nime! io non voglio farmi onore f voglio, cioè vorrei, tra- 
ifondere in voi, nel modo rapido che si conviene alla poesia, 
|ualche !<entimento e pensiero mio non cattivo • (7). Anguria- 
[jglì di mantener fede a questi intenti, ch'eran pure quelli 
lei ^r^nde a cui ha consacrato i suoi studi con accendimento 
'amore. 
Ma Dante anche un altro fine dichiara da principio dì per- 
lire nell'opera filosofica a cui mette mano: quello dì mo- 
la bontà del volgare italico a coloro che lo pospongono 
altri e massimamente a quello di Provenza, « A perpetuale 
itamia e depressione — così egli vigorosamente — dalli mal- 
vagi uomini d' Italia che corameudaiK» lo volgare altrui e lo 
proprio dispregiano, dico che la loro mossa viene da cinque 
»fninevoli cagioni » (I, 11). La prima è cecità di discerni- 



168 



KRANCISSCO FLAMINI 



mento. Essi non sono uomini, ma pecore, che Tona fa quello 
che le altre fanno: « io ne vidi già molte in un pozzo saltare, 
per una che dentro vi saltò..., non ostante che il pastore, piau- 
gendo e gridando, colle braccia e col petto dinanzi si parava •. 
La seconda è la loro imperizia, che lì fa dare allo strumento 
quel biasimo che soltanto all'opera loro s'appartiene; * sic- 
come il mal fabbro biasima il ferro appresentato a lui, e il mal 
citarista biasima la citara, credendo dare la colpa del mal c*il- 
tello e del mal sonare al ferro e alla citara, e levarla a aè ». 
È ciò che avveniva in Roma al tempo di Cicerone; che anche 
allfira i cattivi scrittori < biasimavano U\ latino romano, e com- 
mendavano la ^n^ammatica ^roca, per somi^^lianti cagioni *. In 
terzo hio^o quel lirro disprezzo per la lìngua italiana proviene 
da cupidità di vana gloria (8), • Sono molti che per ritrarre 
cose poste in altrui lingua e commendare quella, credono più 
essere ammirati, che ritraendo quelle della sua ». Senza dub- 
bio. Dante soggiunge, non e senza lode d'ingegno ra(«prender 
bene una lingua straniera; ma il lodarla oltre la verità, per 
farsi glorioso di tale acquisto, merita biasimo. A queste ra- 
gioni egli aggiunge per-ultimo rinvidiadei molti verso i pochi 
cbe del volgare sapessen» far uso veramente degno, e la pusil- 
lanimità» viltà d'animo, la quale ci fa tenere da meno che non 
slamo: quella pusillanimità cbe pare un vizio ingenito della 
nostra stirpe, dacché siamo ancor oggi cosi pronti a deprimere 
quanto si pensi o sì dica o si operi di qua dalle Alpi e4 a le- 
vare alle stelle quanto altri di là vada pensando o dicendo od 
operando! * Tutti questi cotali sono gli abbominevoU cattivi 
d'Italia che hanno a vile questo prezioso volgare: lo quale, se 
è vile in alcuna cosa, non è se non in quanto egli suona sulla 
bocca meretrice di questi adùlteri.... ». Cosi conclude il capì- 
tolo TAlighieri, maestro delT invettiva che tlagella a sangue. 



^^ 



Le parole del testo, che, non trascelte a caso, son venuto 
inserendo nel mio discorsa), vi avranno dato un'idea della sin- 
golare efìlcacia di questa prosa didattica e parenetica del Coti- 
tHiHo; diversa da quella, candidamente narrativa, del lit^etlo 
giovenile di Dante, lontana le milìe miglia dalTaltra, cosi po- 
vera e come disartiadata, del NorelUno, dei Conti trontichi 



I 



ih coNVtvro 



I6^« 



uvalieri e di quanti Iradyttnt'i o imitatori d^esemplari fran- 
esi fiorirono iti Italia nel Diigento. 
Con avvedimenti ignoti, almeno io gran parte, ai volgariz- 
zatori che circa il medesimo tempo veni vano addestrando il 
l^liostru idioma a riprndiiri'e la salda compagine del pei'iodare 
■latino, con un senso della misura o delia convenienza che 
manca aflatto nelle pedantesche, fìd<^nxiane epistole di Guittone 
■d'Arezzo, Dante per primo ha adattato la nostra lìngua, in 
^Bin*ampia scrittura originale d'argomento scientilico, alle leggi 
^h norme dell'antico idioma tuttora sopravvivente tra i dotti, 
^Bsenza punto asservirla; an^i, con novità talvolta ardita di 
^■scorci, di movenze^ d'atteggiamenti, d^accezioni di vocaboli. Nel 
^mConvltio il periodare, più vario e meglio organato che nella 
Vita nova^ è altrettanto vigoroso quanto sobrio. Luci ed ombre 
vi appaiono equamente distribuite; le idee secondarie vi sono 
spresse e collocate in modo da contribuire a colorir la prin- 
le senza sopraffarla con troppa vivezza di splendore (9). 
Quest'opera Dante è sempre composto, perspìcuo e ordinato. 
mzà impaccio di fronzoli retorici, senza adifxvsa carnositii 
*epiteti più o meno ornanti, va dritto al suo fine, da buon 
r^rridore che abbia muscoli e garretti d'acciaio. C'è non di 
idu nel suo stile qualche cosa che suscita alla nostra fanta- 
lia l'immagine d'uno stocco lucido e brunito, il quale nelle 
ini di scbermìdore esperto pari e colpisca con precisione 
|tm9Ì matematica. E tutto nella prosa del ConvhHo è ponderato 
misurato; tutto significa, tutto parla ali* intelletto. Cosi si 
jGpsse conservata sempre la prosa italiana! Cosi non avesse ac- 
>lto nel Trecento stesso gl'iperbati e le ambagi dello stile 
ccaccevole, ne* secoli del Rinascimento le superfetazioni della 
storica, nel Secento famigerato i tumori delTenfasi ! Avrebbe 
chìvato due malattie che Tadlissero simultanee fin quasi ai 
»mp] del Manzoni : la clorosi e V idropisia. 
Instaurando un tipo di prosa che per più rispetti somiglia 
moderr»o, cioè una prosa lavorata con arte, dal ritmo vario, 
^mperatamente sonoro, che seconda ì moti del pensiero, e lo 
ilorisc© ed afforza, TAlif^hieri anche col suo Convirio, come 
>n quelle canzoni <li cui tanto si compiaceva (10), mostrò 
io che piètea In lingua nostra. In pari tempo, egli ebbe modo 
'effondere il proprio sentimento cou singolarità d'espressione 
le direi incisiva, quando stimò conveniente aprirgli un v?dico 



170 



FllAXCJCSCQ FI.AM114I 



Iti mezzo al pacata argomentare del l'aziocìnio. Non ho bisognosi 
di ram in eli larvi quel passo che ogni lettore od oratore dll 
materia dantesca s*aff retta ad inserire più o meno a proposi to-j 
nel suo discorso, tanto è hello e commovente : il passo ove! 
Dante, accennando alla pena ingiusta ch'egli soffre, si ducde^ 
d'esser fuori dal dolcissimn seno della sua Fiorenza, ed esprime 
il fervente desiderio ch'egli ha di tornarvi a riposare Tanimo i 
stanco, dopo tante («ereginnazioni, quasi di mendico, per le terre' 
d' Italia. « Veramente — couchiiide — io sono stato legno senza 
vela e senza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal 
vento secco che vapora ia dolorosa povertà ; e sono vile ap- 
parito agli ficchi a molti che forse, per alcuna fama, in aìtra^ 
forma mi aveano immaginato * (I, 3). Nelle quali parole rac-J 
corumeiito delTautnre pel suo esilio è espresso con una sem* 
pliciti\ ed una dignità che in poche altre pagine dei nosÌri| 
scrittori pili insigni hanno riscontilo. 

Né son menoefllcaci nel Convivio le apiistrofì che rAlighierii; 
mentre espfme 1© sue dt^ttrine, accalorandosi rivolge a questìJ 
o a quelli. Ai medici ed ai legisti, ad esempio; perchè si di- 
mostrano ignobilmente venali. « Dico adunque, messer lo legì*i 
sta, che quelli consigli che non hanno rispetto alla tua arte, e 
che procedono srdo da quel buono senno che Iddio ti diede., 
tu non li dèi vendere a' figliuoli di Colui che te l'ha dato? 
(IV, 27). E poco dopo, a quelli che non osservano giustìzia : 
€ Ahi malastrui e malnati ! che disertate vedove e pupilli, che| 
rapile alli meno possenti, che furate ed occupate l'altrui ra* 
gioni ; e di quello corredate conviti» donate cavalli e arme,J 
robe e danari, portate le mirabili vesti menta, edificate li mi- 
rabili edifici!,-. E che è questo altro fare che levare il drapf 
d' in su Taltare, e coprirne il ladro e la sua mensa ? >. FrancoJ 
rude, qualche volta violento addirittura, si dimostra Dante nel 
Convìvio, come nel poema, verso coloro che tengono, o gli, 
paion tenere, erronea sentenza, < Se Tav versarlo volesse dirai 
(segue Ui premirUa obiezione)... ^ risponder si vorrebbe non coliti 
parole, ma col coltello» a tanta bestialità.-.. » (IV, 14). E più 
sotto: - Senza dubbio forta riderebbe Aristotile, udendo farej 
due spezie del romana generazione, siccome de' cavalli e degli 
asini (11): che (perdonimi Aristotile) asini ben si possono din 
coloro che cosi pensano *> (IV, 15)* Non sentite subito, che eh 
«^esprime a questo modo è queir istesso che, imaglpando di vi 



IL CONVIVIO 



171 



sitare in carne ed ossa U regrjo dei veri morti, ricaccia nel 
pantano immondo cogli altri cani Filippo Argenti, e Bocca 
degli Abati agguanta per la cuticagna si da strappargli più 
ciocche di capelli, e con villania crudele rifiuta a Frate Albe- 
rigo dì levargli dagli occhi, secondo la promessa, le lagrime 
fatte vetro dalla freddura? Nessun quartiere — pensava TAIi- 
gbiari — agl'ignoranti ed ai * vilmente ostinati *. del pari che 
ai perversi I 



Dall'estrinseco del Convivio volgiamoci ora air intrinseco, 
e diamo un*nccliiata alla materia svolta nelle tre canzoni e ne- 
gli altrettanti trattati (oltre al proemiale, che già conosciamo^ 
dopo i quali l'opera filosofica delTAlighieri non procedette più 
innanzi, verosimilmente p*^rchè tutte le for^o dell*rilacre inge- 
gno volle egli indirizzate al poema a cui ha posto mano e 
cielo e terra. Vi potremo raccogliere una mèsse copiosa, cosi 
di nozioni e d'osservazioni notabili (1*2), come anche di opinioni 
che utilmente lumegginci questo o cjufl passo, questui o quella 
finzione poetica della Commedia. 

Ricorderò fj*a le prime alcune massime eh© direi di pratica 

|tit.tlìiii* Piace aver consigliere nella vita un taiit'uomo! E noi 

'-orrendo dargli retta^ quando ci ammonisce a non dispregiare 

ii^i in pubblicf> noi medesimi, perchè * allo amico dee l'uomo 

suo difetto curjtare segretamente, e nullo è più amico che 

lorao a sé; onde nella camera de* suoi pensieri se medesimo 

ri f>rendere dee e piangere li suoi difetti, e non palese » (t, 2). 

%^orrèmo ascoltarlo del pari, quando ci esorta a non lodarci; 

elle è * loda nella puiitii delle parole, eAÌtuperio chi cer-chi 

U^fo nel ventre ». dacché chi loda se stesso * mosti*a che non 

Cfede essere buono tenuto», ed è inoltre una testimruiiMnza 

(alsa, € perocché non è uomo che sia di se vero e giusto mi- 

«ui*nlore, tanto la propria carità ne inganna ; onde avviene che 

ciascuno ha nel suo giudicio le misure del falso mercatante, 

cb<* vende coll'una e compt'ra CfilTaltra, e ciascuno con ampia 

misura cerca lo suo mal fare, e con piccola cerca lo bene, si 

che il numero e la quantità e il peso del bene gli pare più che 

ée con giusta misura t'osse saggiato, e quello del male meno» 

(Mi* Òli prostei*ému tede, infine, laddove ci spiega la cagione 



in 



lr"KANCE.SCO FLAMINI 



pj'ìhcipale per cui * ciascuno profeta è menti onorato nella sua 
patria »* Ognuno di noi -> e^di dice - ha piccoli diretti, che 
chi sta lontano ignora, oia i prossimi %'eggono. Concediamo 
dunque, acciocché il nostro nome sia onorato quanto si merita, 
la nosti^a presenza a pochi e la familiarità a meno (I, 4). 

Sventuratamente, una rondine non fa pHniavera (per usar© 
un bel proverbio che piace trovare già in Dante (I, 9), il 
quale lo ricava da Aristotile), e questa ed altre osi^ervazioni 
utili anche ai moderni non valgono a render profìcua ed at- 
traente la lettura del ConivWo per chi la intraprenda, non con 
r intento che ci proponiamo in primo luogo noi studiosi, di co- 
noscere più a fondo il pensiero del Poeta respirando un poco 
deir intellettuale atmosfera in mezzo alla quale ej?lr ideo e con- 
dusse a compimento il suo capolavoro, bensì soltanto per acqui- 
stare con diietto nozioni di filosofìa. Costui sorriderà, commise- 
i*ando, di certe etimnlagie che Dante inette innanzi candida- 
mente, Sorridei'à sentendo dire, ad esempio, che * simve è 
tanto quanto * suaso * » (II, S), che « Oalilea è tantr» quanto 
* biarichezza * » (IV, *^2), che autore può discendere da due pria* 
cip! : un vocabolo greco, aiUtmtin (a't^évxTjv), < che tanto vale 
in latino quanto 'degno di fede e d'obbedienza' », e un verbo 
auieOj in latino disusato, composto solo ili legami di parole, 
cioè di vocali, « per modo volubile, a figurare immagine di 
legame; che, cominciandn dalf/l, nellV' quindi si rivolve, e 
viene diritto per / neìVK, quindi si ri voi ve e torna nelTn «il 
che veramente immagina questa figura: A, E, /, 0, U.. 
(IV, 6). E quel lettore getterà, tediato,, il libro trovandovi pa- 
gine e pagine mm s«do sui cieli del stistema tolemaico e sulle 
loro intelligenze motrici, ma (ciò che gli parrà strano e, quasi, 
pazzesco) sulle somiglianze rli ciascuno di essi e del rinpettivo 
pianeta con una delle sette arti tlel Trivio e del Quadrìvio (II, 
14). La Grammatica che ct^rrisponde alla Luna ! La Musica che 
ha le proprietà del pianeta Marte ! Obi vorrebbe oggi ammet- 
tere somiglianze o relazioni di tal fatta? Tutt'al più i ragazzi 
delle nostre acuole. pei quali la grammatica va soggetta a fasi 
lunari d\iscurainento, e i cultori della così detta mu'^ica del- 
Tavvenire, amica d'un marziaie fragore d'ottoni e di timpani. 

Ma coloro che» leggendo il Convivio^ son lieti di scoprirvi 
riflesso il pensiero dei tempi, perchè cosi riescono meglio a 
foggiarsi nella fantasia quel Dante medievale, che troppa 



IL CONVIVIO 



173 



fac il mente dimentichiamo, abbagliati dalla mo<leriiit?i deUa sua 
arte, riguardano tali stravaganze come importantissimi indizi 
del tributo pagato in non ristretta misura anche da queir in- 
gegno sovrano ai pregiudizi ed agli errori delTetà che fu sua. 
Poiché, nQ apriamo il dizionario latino usato dalfAlighieri, cioè 
quelle Magnae deritationes d* Uguccione da Pisa (m. 1210) che 
egli stesso cita a proposito d'una debile suddette spiegapiioni della 
parola autot*et v[ tn»veremo, pressoché tali e quali, questa e le 
altre curiose etimologie che abbiamo ora accennate (13). IS'è, 
d'altra parte, diremo con un valt;nte illustratore della vita e 
degli scnttì del poeta (14), che la scoperta della relazione tra 
le scienze ed i cieli sia frutto delT ingegno di Dante, e però 
valga a meglio rivelarci le qualità proprie del suo ingegno filo- 
sofico. Particolari indagini han dimostrato, che nelF affermare 
quelle intime corrispondenze rAligbieri non fece altro se non 
attingere ad una t!*adizione vetusta, nata forse col sorgere di 
quel cmioììe ftelle sette arti, che durò per tutto levo medio 
sino al final trionfo deirUmanesimo sulla Scolastica (15). • 



!>mma importanza ha pertanto il libro di cui parliamo per 
chiunque miri a farsi un'idea dei concetti filiKsollci e religiosi 
propri del tempo in cui fu scritto, come avviauìentt) ad una 
meno superficiale conoscenza di quel poeuia ove Fetà media 
rivive non soltanto co' suoi istituti e costumi, ma anche con 
le sue teoriche e i suoi preconcetti, colla sua simboltslica ed 
il suo ailegùHmnù. Appunto nelTallegoria hanno la loro ragion 
d'essere quei riscontri cosi sforzati tra i sette pianeti e le sette 
arti liberali. Poiché (è tempo oramai di dirlo) gran parte del 
Convivio non è altro se non un'applicazione del modo come 
Dante, poeta ^ diversamente dai teologi, intendeva i sensi recon- 
«iiti delle scritture, a due sue proprie canzoni, eh* è quanto 
dire ad un'opera d'alta poesia e di finzione autobiografica prò- 
prie come la Cormneffkt, 

NoUa prima di tali canzoni fautore, volgendosi ai motori 
dei cielo di Venere, donde procedono gì* influssi amorosi, de- 
scrive il contrasto eh' è neir intimo suo, fra il pensiero di Bea- 
trice aalita da carne a spirito e quello d'un 'altra dLitina, pietosiv 



174 



TRAKCfiSCO FLAMIKI 



ed umile, saggia e cortese, per la quale j?ìà l'anima 8*apparec-] 
chili a dire : 

Aiuor, signar verac<j, 
ecco TanccUa tua: fu' eUe ti pim'4% 

Tutto questo, secontlo che Dante ci vuole lar credere (e se ne 
fatto sia così, iii*iagliì il biografo (16), non noi), è pura (inzione. 
n terzo cielo allegoricamente adombra la terza delle arti, cioè 
la Retorica ; i suoi motori sono Boezio e Cicerone, leggendo i 
quali Fautore affernia d'essei/^si iniziato allo studio delia Filoso- 
fìa : il nuovo amore da essi destato in luì è lo studio ; la donna 
che n*è oggetto, la Filosolia medesima, veramente * piena di 
dolcezza, ornata d'ooestade, mirabile di savere, gloriosa di li- 
bertade » (II, 16). E pur sempre la Filosofia, secondo il senso 
allegorico che Dante ininutissiniamente dichiara, è colei di cui 
si tessont* le lodi nell'aUra ciiiizoiie, usandti nel glorificarla pa- 
role che anche sectmdo la lettera son dense di pensiero, e danno 
a divedere che alta idea TAlighieri avesse dei fini dell'amore 
e della bellezza muliebre. Quelle lodi egli va trasferendo inge* 
gnosamente dal sens(» proprio al traslato del soggetto a cui »t 
riferiscono, e conclude con una eloquente esortazione ad amare 
non già la donna, ma la Sapienza. 

Or non è chi non veda, quale impoi^tanza per la ricerca 
dei significati che il poema glorioso racchiude sotto il velame 
abbia quest'applicazione fatta da Dante stesso del suo modo dL 
considerare i sensi delle scritture. C^jnformandomi ad essa ho 
cercato, no* volumi che vengo pubblicnudo (17), di trapae^sare 
dalla lettera della Commedia alla sua allegoria, dalla linzion 
poetica alla verità tiot tri naie che questa adombra. È per Tap- 
pnnto quello che, volendo impartire filosofici rtminaestramenti, 
Dante fa nella sua prosa del ConciiHo^ commenta alle canzoni 
suaccennate. La qual cosa potrà sembrare strana soltanto a chi 
ignori il concetto che gli uomini del Medio Evo avevano dell, 
poesia e, in genere, dell'arte della parola. 

Poiché (mi sia lecito ripetere più brevemente quante» ebbi 
ud osservare altrove) costoro, indirizzate alla seconda vita le 
effusioni del sentimento e le immaginazioni della fantasia, ri- 
guardarono l'arte poetica come un puro e semplice mezzo di 
santificare lo spirito in ordine al su<j fine esLramondano. Di con- 
seguenza le-favole de' poeti antichi o furono da essi condannate 



I 
I 



IL OONVIVIO ^^^^K 175 



come bugiarde, o vennero tratte a signìficar-e co.se non pensate 
dairautare; e le nuove poesie parvero da giudicare, anziché 
con criteri estetici, secondo la maggiore o minore loro eìììcti- 
eia educativa, .secondo la loro coutent^nza etica e relii^ìosa più 
o meno ricca (18). Ammaestrare dilettando era il fine vero della 
poesia secondo txV intelletti medievali. Virgilio anìmiravano 
meno come maestro dell'arte, che come bandìto»*e, sotto il velo 
delle sue finzioni, di precetti utili alla nostra condotta morale : 
e a questa doveva il poeta aver rocchio sempre, se non voleva 
fare opera vana, dacché Tarte in sé o por se pareva un futile 
penlitonj[)o, il Bello si ricercava solo in quanto potesi^e allet- 
tare alla fruizione intellettuale del Vero, la Poesia era osse- 
quiata, ed anche corteggiata» come una bella dama, ma pur- 
ché si inerbasse vassalla alle due regine onnipotenti : la Filosofia 
e la Teologia. Al dir del Boccaccio, gli antichi poeti imitarono 
lo Spiriti» Sant<\ il quale per la bocca dì molti rivelò i suoi 
segreti ai futuri * facendo loro sotto velame parlare ciò che a 
debito tempo senza alcuno velo intendeva di dimostrare ». Che 
altro è — soggiungeva — se non poetica (lozione, nella Scrit- 
tura dire Cristo essere ora leone ed ora agnello, e quando 
drago e quando verme ? *: Che alti'o suonan^v le parole del Sal- 
vatore nel Vangelo, se non uno sermone dai sensi alieno, il 
quale noi con più usato vocabolo chiamiamo allegoria? Dunque 
bene appare, non solamente la poesia essere teologìa, ma la 
teologia essere poesia * (19). 

Anche in questo, come in tante altre cose, Dante s'accorda 
coi contemporanei : la sua rìottrina esletica deriva dall'Aqui- 
nate e, in genere, da tutta la tradizione scolastica (20). L*arte 
umana, figlia tlelhi natura e però a Dio quasi nipote (21), ha 
da imitare quella delTArtefice Supremo: la poesia dov'essere 
la divina fiamma «onde srmo allumati più di niiile - (?2), quale 
TAIighìeri T ammirava nel volume maravìglioso in cui sntto 
il manto flella Bellezza ravvisava il tesoro della S.tpienza. A 
quel modo che delle tre parti che .<ii distinguevano allora nel- 
Tanima delTnomo, la razionale s'inalza sulle altre due, cosi la 
virtù, che n'è l'oggetto, dev'essere oggetto anche della più 
eccelsa forma di poesia. Di qui Patteggiarsi di Dante a poeta 
della rettitudine (23). La buona direzione della volontà (24), es- 
senziale al conseguimento fi* essa vii-tù, nel pcmna saetto è il 
costante obiettivo delTautore : dal momento in cui egli imma- 



J 



176 



FRAKCRìSCO FLAMINI 



giua fli levar lo sguardo alla vetta del monte dilettoso, fino a 
quando, giunto al tornirne della lunga via, sì sofìTeraia estatico 
cìavantì agli splendori della Gerusalemme Celeste. 

Cosi stando lo cose, poteva T Alighieri nella sua Conitnctiia 
nnfi valersi del simbolo, coi^i acconcio a cunrerire alla poesia 
quella profondità che reputava ad essa necessaria? Egli che 
al proprio spirito assegnava per mèta il vero raggiunto me- 
iliante la speculazione fìlosofìco-teulogica, poteva astenersi dal- 
Tusar largamente nella sua opera poetica dottrinale di quel- 
Vaìlegoria che gli consigliavano, con esempio solenne, la Bib- 
bia e VEneìfie interpretate secondo il metodo d* esegesi preva- 
lente a' suoi tempi ^ 

Negar resistenza del signiflcato allegorico nel divino poema 
non si può (come altrove mostrai) se non da frettolosi o da di- 
sattenti; disconoscerne F importanaa vuol dire ignorai-e quanto 
giovi air intelligenza d*un*opera il penetrare nelle più riposta 
intenzioni del suo autore : infine, non tenere nel conto dovuto 
la simbolica del poema pel giudizio estetico intorno ad esso 
densità inettitudine a sentii*e tutta la grandezza della concezione 
organica del sommo artista, a scorgerne gli aspetti molteplici, 
a inletìdere appieno utja poesia — cosi diversa da quella dei 
tempi nostri — della quale sono pregio non ultimo il plastico 
l'iliovo e la maestà quasi statuaria che le astrazioni v* hanno 
acquistato nelT impersonarsi in creature dall'umana sembianza, 
fuse nel bronzo di un^arte mirabile e, al tempo stesso, illumi* 
nate da una luce che non viene dal iU fuori» bensì emana da!- 
r intimo della loro fantastica essenza. 

Orbene : la chiave per penetrare in quella che Dante avrebbe 
chiamato la camera secretissima del suo pensiem è da cer» 
care, non meno che nel trattat<j della monarchia, nel Cofivirio. 
La quai cosa non è a dire quanto accresca agli occhi nostri il 
valore dell'opera di cui stiamo parlando» 



Prima di tutto, nel Conrivio l'Alighieri c'insegna, che d'una 
finzione poetica autobiografica, qual'è quella delle due prime 
canzoni. 1* «ascosa verità •, cioè V allegoria^ può riferirsi al 
poeta stesso ; e cosi ci induce ragionevolmente a fare di lai. 
Dante (e non deiruomo in genere), il protagonista delPaEione 



IL CONVIVIO 



177 



verace nascosta nel poema sotto la fittixia, vale a dire di quel 
reale trapasi5<j dalla mi.ser*ia ed ahl)iozi<»ri6 del peccato alla fe- 
licità ed altezza della vita dì vii*tu e di contemplazionei eh' à 
adombrata nel viaggio immaginario dalla selva amara nella 
valle alla città beata oeir Empireo. 

Poi. coiraprirci la sentenza dì questa o quella Unzione delle 
canzoni suddette, egli ci t\h modo d'intendere senza afor-zo il 
sìgaificato d'alcuni particolari propri dei personaggi allegorici 
della Coìiimedia, CJosi la * miracolosa donna di virtù » (III, 7) 
che nel Convivio siraboleggia la Filosofìa, ha manifeste sonii* 
glianze con quella * donna di virtii > {25) che nelFailegoria della 
Commedia rappresenta la Verità Soprannaturale rivelata agli 
uomini dallo Spirito Santo. Gli occhi e la bocca — balconi 
a cui l'anima s'affaccia (HI, 8) — della donna cantata nel Con- 
vivio sono rii^pettivamente, come avverte il poeta (III, 15), le 
dimostrazioni e le periìuasioni di essa FilosoJìa : allo stesso 
modo, gli occhi che guidavano Dante giovinetto in dritta parte, 
e che dalla divina foresta lo inalzano sino alla candida rosa 
dei beati» la bocca che la trionfati-ice dell'Eden disvela» pre- 
gata, al su<» fedele, saranno le dimostrazioni e le persuasioni 
rlella Verità Rivelata, beatrice dei l'umana famiglia. Quello splen- 
dore dì luce eterna, che dallo sguardo e da! riso di lei pn> 
rompe stupendo sotto ridde sfavillata dai candelabri d*oro» sarà 
la luce del Primo Vero, il fulgore inefrabile della gloria di Dio. 

E si noti, che Dante ste^^so in qualche modo ci consiglia dì 
ricorrere al Convivio per intendere il l'econdito della Conmié- 
dia. Ecco un passo su cui, se non m'inganno, non sì h fermata 
abbast.ìmzii rattenzione degl* in ter-preti del poema: < Io intendo 
mostrare — si legge nel trattat^j proemiale — la vera sentenza 
di quelle [canzoni], che per alcuno vedere non si può s'io non 
la conto, peluche e nascosa sotto figui-a iVallegoria, E questo 
non solamente darà diletto buono a udire, ma sottile ammae- 
stramento e a cosi parlare [l'ioè per aiiegoria] e a così in- 
tendere le altrui scritture» (I, 2). 

Del resto, non la sola parte dei Convtivio eh* è volta a di- 
chiarare i sensi riposti, si anche quella ch'espone dottrine, 
giova grandemente a scoprire il trattato morale inchiu8o en- 
tm quell'azione veraco che la favola della Commediìi a<Iombra 
d*un velo talvolta cosi sottile. Poiché la parte puramente <lot- 
trìnale dell'opera filosofiai in volgare deirAlighieri ci addita 



178 



PRANCKSCO FLAMINI 



le fonti del pensiero etico di luì. Apprendiamo co^i, che Dante 
s'itìiziò ai segreti della Filosofia leggendo Boezio e il Lelio ci- 
ceroniano ; che intot^no a<l essa giudicava autorilii suprema, in- 
discutibile, il maestro dei filosofi, il maestro e duca dell*umana1 
ragione, il suo maestro (26) (come lo chiama, citan<lnl<» ad ognij 
pie sospinto), cioè Aristotile ; che la dottrina del Filosofo ac^ 
Gettava secondo l'interpretazione di S. Tommaso, da quel per- 
fetto ortodosso eh' tìtgli era, desideroso di salire a filosofare in 
quell*Atene celestiale -• dove Stoici e Peripatetici ed Epicurei, 
per l'artL^ della Verità Eterna*, in un volere concordevolmente , 
concorrono » (III, 14). 

Il largo uso fatto da Dante nel Convivio e tMV Etica Meo- 
machea dello Stagirita (27) e del relativo Conmiento delTAqui- 
nate(*J8) avvalora la nostra persuasione, derivante anche d'altra 
parte, che siano queste opere, insieme colle due Somme dello) 
stesso Ikittore Angelico, il fulcro delf intero sistema filosofico 1 
e teologico esplicantesi nella dottrina, cosi palese come recon-j 
dita, della Commedia. Ond' io credo che grossamente s' inganni] 
chi vorrebbe infirmare con sofismi la fondamentale importanza ' 
che per la determinazione della fonte filosofica precipua del 
poema ha quel passo iu cui Dante si fa dire da Virgilio 

Non ti rimi-'iubra di <iiielU* parole 
t'tìti II* final la tua Et ititi jiortraita 
lo tre disposi xioii che il Clol non vnolof (2d) 

Nei qual passo V Etica di Aristotile è senz'altro chiamata • TEtical 
di Dante \ a qutd modo che come * VEHra * semplicementi%| 
senz/alcun accenno ^ilTautor'e, la v^tìiami» citata ne-lla terza can- 
zone del Convivio. 

E che sprazzi di luci.» getta quest'opura ilottrinale delTAh- 
ghieri in pi'osa su non poche figurazioni della sua graiide o[.»era 
dottrinale in versi! Non v'è dubbio: il vecchio dalTaspett 
paterno, dalla lurjga barba brizzolata (30), che Dante incontri 
appiè della montagna per cui si sale al cielo, ha un suo pecu-.! 
Ilare uflìcio in quel verace transUo spirituale — adombrato dd 
viaggio materiale fittizio nell'oltretomba — che costituisce W^ 
spione allegorica del poema. Orbene, dal Convivio si raccoglieij 
che quel vecchio, Catone, era per Dante tale pei*aonaggio, chtì 
nel suo n(»me gli parea bello terminare il discorso iutorno al 
segni delia nobiltà, perchè questa in lui «tutti li dimostn 



ih CONVIVIO 



179 



per tutte etadi » (IV, 2S) : e che per Marzia, la donna avuta 
ija Catone sommamente cara, volendij « ritrarre la figura a ve- 
rità», s'intende «la nobile anima* (ivi). Che intenderemo 
adunque, neiralle^^oria della Commedia, per Catone? Ricor- 
date : < La nobile virtù Beatrice intende Per lo libero arbi- 
trio » (31)* È questo * la virtù che consiglia» (32)^ come Catone 
cnnsigììa nel poema Virgilio, cioè la virtù raziocinativa; è que- 
sta * innata libertate > ('33) (e chi più di Catone devoto a li- 
berta ?) la virtù santa eh' è testimonio in terra della Divina 
Bontà (34), come -santoli, • sacratissimo », il petto di colui 
la cui spoglia mortale sarà nel giorno del fziudixio cosi chiara (35). 
4 Quale uomo terreno — si legge nel Conrivio (IV, 28) — più 
degno fu di significare Iddio, che Catone ? Certo nullo ^. 

Appiè della montagna del Paradiso Terrestre, Catone: sulla 
vetta, Matelda. I>ai sette vestii deirafbitrio libero e retto (30) la 
scena deiraxion verace del poema trapassa in quello delT abi- 
tuale operazione secondo virtù. Che significato simbolico avrà 
donna bella e gioiosa, che nella sede concessa un tempo agli 

bulini per arra della pace eterna, guiderà prima it poeta per 
la gran foresta spessa e viva fìn là dove sotto ad una settem- 
plice ZAìTm luminosa, in mezzo ad uno stuolo d'angeli e dentro 
ad una nuvola di lìori, gli apparirà la portentosa creatura da- 
gli occhi lucenti ; e poi, bagnatolo nelle acque che danno l'oblio 
del tristo passato, lo darà in braccio a ninfe danzanti, vestite 
di porpora ; e da ultimo lo immergerà in alt r-' orni m, santissima, 
OQd*egli uscirà puro e rinnovellato? Dai fastigi della poesia 

godendo sul terreno della prosa dottrinale, chiediamo tale si- 

rifìcato al Convìvio, 
Dacché il Paradiso Terrestre, come Dante stesso ci assicura, 
^ignifìca la felicità dì questo momlo (37) : dacché le ninfe a cui 
codesta donna affida il poeta sono indubbiamente le virtù car- 
dinali; dacché Tufflcio peculiare di lei è di ravvivare la virtù 
ti*amorlifa (38) e Tatto suo caratteristico di scegliere fiore da 
fiore (39) : è ben ragionevole vedere adombrato nella guida e di- 
raostratrice delTEden — eh' è quanto dire nella guida e dtmo- 
*lratrico della telicità ora accennata, eonsisteute nolTopera- 
zione della propria virtù (IO) — ,q\xB\V a WO^^l^X^OfUi elezione 
donde r.llijzhieri nel quarto trattato del Conmcio (capp. 17 e 
18) ailerrfiM 'l'Tivare come da un loro unico principio le virtù 
Inorali lettivi anch'esse) ch'egli quivi enumera confor- 




FRANCBaCO PLAMtNl 



fnandosi alla sua Etica^ e che per lui, come pei teologi, tutte 
si riducono sotto le Tirtù calcinali. Intorno a quest'abito di 
buorja èlezìitne, nella canzone premessa a tale trattato (arida- 
mente Hiosofìca da capo a fondo) si legge ; 

Dico L'h'ogtii virtà prìiiclpalmento 

vieu da ima radii'o 

(vlrltite, int«ndOj, eh«.^ la l'uom felice 

ÌQ ^ua opcrHzìonc.^) : 

qucHt' è, secondo che VÉÌica dice, 

TI II abito eU^enixx (41), 

L'abito elì;4ente secondo il quale conviene operare per esser© 
felici, a mio avviso, s'impersona in Matelda, che, come s'è 
detto, fa conoscere a parte a parte e gustare al poeta l'Eden, 
cioè appunto la felicità consistente nell'operazione della virtù 
propria. Per altri la bella donna sarebbe, invece, in rita attiva 
secondo virtù (42). Ma questa l'esegesi biblica incarnava in Lia^ 
e Lia n' è il simbolo anche per Dante nel sonno che « anzi che 
il fatto sia ;^a le novelle » (43j : egli si sogna la sorella di Ra- 
chele, a denotare che sta per giungere in quella divina fore 
sta la quale figura appunto i*operazione secondo virtù in vita 
perfetta j in cui consi.ste la lelicità di questo mondo (44). Vero 
è, che al pari di Lia anche Matelda canta, o coglie fiori. Ma 
il canto è espressione di letizia, e cosi la vita attiva secondo 
virtù come la buona abituale elezione ai*i"ecano diletto non fai* 
lace ; il coglier fiori è figura dell'operai-e rettamente, e Ma- 
telda» se ha comune con Lia quest'atto, ha di suo proprio quello 
di scegliere tra i fiori stessi. Non sarebbe strano d*altra parte, 
che un tiinto artista avesse usat<j a breve distanza, senza ra- 
gioni né filosofiche ne estetiche» due figure distinte per signi- 
ficare la medesima cosa, e che» dopo essersi servito del biblico 
personaggio, ne avesse con identico fine escogitato un altro di 
valore simbolico ignoto ai lettori, ripudiando senza costrutto 
Fautoritii d'una tradizione poco avanti sancita solennemente ed 
accolta ? 



Il Convitto, scritto secondo ogni verisimìglìanza nel 1307 e 
1308 (45), dopo che l'autore s'era ornai • quasi a tutti gì* Ita- 
liani appresentato » (I, 4), e mentre attendeva alla seconda can- 




IL COXVIVIfJ 



181 



tica della Commeitia, se contiene anche opinioni itiverse ik 
quelle che, avvaloratosi nella scienza (sopr-attutto tliviua), egli 
espriuierà più tardi nel ParadUo (46), nK)lte cose c'insegna le 
quali, mentre attestano la varietà e profonrlità deirenciclopedica 
dottrina da lui attinta a fonti di più ispecie (47), danno luuìe a 
questo o quel passo del poema. Veggasi, per citar qualche esem- 
pio, ciò che dall'opera di cui trattiamo si ricava di utile a 
determinare il significato che nelFallegoTÙa della Coìnmedia 
ha il pianeta che mena dritto altrui per ogni calle (48), a 
rettificare il concetto erroneo di molti circa la trìplice malo 
fiùposizione posta dairAìighieri a (Vnidamonto di tntta la di- 
stribuzione dei peccatori nella valle d*abisso (49), ad intendere 
appieno quello che Marco Lombardo, nel sedicesimo del Pur- 
gatorio, e Beatrice, nel primo del Paradiso^ ragionano intorno 
alle inrjate tendenze dell^aniraa umana ed al suo disviarsi dietro 
a immagini false di bene. 

Mi contenterò di richiamare alla vostra memoria i versi 

Itosi : 

¥^^^ di miiuo a Lnl, clit* la Yaghej;;i;la 

prims che hÌh, a j^uìsa di hineitiU» 

che piatigetido o rideutlo par^rolc^ij^gtii; 
ruiùma scmplit^ett», che su unì In, 

sulvcì cho, mo^sA <la lieto fattore, 

volentìer toma a ci** che la trastulla. 
Di pic«l(il bene in pria nenté «ia[Mjrv ; 

qttiri a' iiigauna, e* dietro mi esso corre, 

«e l^fiidii. Il fren dou torco suo a mi ire (50). 

E v' inviterò a considerare, che ottima chiosa a questo passo 
del poema sia una pagina assai bella del Convivio, che giova 
rileggere fnsienje anche come saggio di queir alio stile con 
cui Dante dichiarava di voler dare alla sua opera filosofica 
uo poco di gravezza (I, 4), per la qnaie paia di maggiore au- 
torità: < Poi che Iddio — si legge nel duodecimo capitolo del 
trattato quarto — è principio delle nostre anime e fattore di 
quelle simili a sé (stccom'è scritto: * Facciamo Tuorno ad ìm* 
niagine e simìglianza nostra*), essa anima massimamente desi* 
€Ìera tornare a quello, E siccome peregrino che va per una via 
|)er la quale mai non fu, che ogni casa che da lungi vede, creile 
^he sia Talbergo, e non trovando ciò essere, dirizza la credenza 



182 



FRANCRBCO FLAMINI 



airaltrap e cosi dì casa fu casa tanto che all' albergo viene; 
cosi ranìina nostra, Inconiatìente che nel nuovo e mai non fatto 
cammino di questa vita entra, dirizza gli occhi al termine del 
suo Srjmmo Bene, e però, qualunque covsa vede che paia avere 
in so alcun bene, crede che sia esso» E perchè la sua cono- 
scenza prima è imperfetta, per non essere sperta né dottrinata, 
piccioli beni le paiono grandi ; e però da quelli comincia prima 
a desiderare. Onde vedemo li parvoli desiderare massi mani ente 
un pomo; e poi, più oltre procedendo, desiderare un uccellino: 
e poi, pili oltre, desiderare bello vestimento ; e p^^i il cavallo ; 
e poi una donna; e poi le ricchezze non jj^randi. poi jirandi,e 
poi grandissime. E questo incontra perchè in nulla di queste 
cose trova quello che va cercando, e credelo trovare più ol- 
tre. Per che vedei*e si puote, che Tuno desiderabile sta dinanzi 
all'altro a^li occhi della nostra anima per modo quasi pirami- 
dale ; che il minimo li copre prima tutti, ed è quasi punta del- 
rultimo desiderabile, eh' è Dio, quasi base di tutti. Sicché 
fiuanto dalla t>unta ver la base più si procede, ma^^giori appa- 
riscono li desiderabili; e questue la ragione per che, acqui- 
stando, li desideri umani si fanno più ampi Kuno apprasso l'al- 
tro. Veramente cosi questo cammino si perde per errore, come 
le strade della terra : che, siccome da una città a un'altra di 
necessità è un*ottima e dirittissima via, e un*altra che sempre 
se ne dilunga (cioè quella che va nell'altra parte), e molte al- 
tre, qual meno dilungandosi e qual meno appressandosi; cosi 
nella vita umana sono diversi cammini, delli quali uno è ve- 
racissimo e un altro fallacissimo, e certi men fallaci, e certi 
men veraci. E siccome vedemo che quelli* che dirittissimo va 
alla cittì! compie il desiderio, e dà posa dopo la fatica, e quello 
che va in contrario, mai noi compie, e mai posa dare non può; 
cosi nella ni>stra vita avviene: lo buono camrainatoi'e ^nugne 
a termine e a pos<i, lo erroneo mai non la giugne, ma con molta 
fatica del suo animo sempre cogli occhi golosi si mira innanzi »* 
Quanto calore in questa tìgurazione, efficacissima, del cam- 
mino morale di nostra vita ì Ben si sente, che, mentre scri- 
veva cosi, l'autore in una sublime opera di poesia andava ad- 
ditìindo ai vivi * del viver eh' è un correre alla morte • il 
cammino veracissimo che ci può condurre fino a pregustare, 
coiTuttibili ancora^ la beatitudine che consiste nella fruizione 
deiraspetto di Dio, 



4 

I 

I 



IL CONVIVIO 



183 



E dalla considerazione deir individuo Dante anche nel Con- 
vixHo^ come nella Commedia, s'inalza a quella delTumana so- 
cietà: in ambedue_que^te opere l'etica è il sostrato della po- 
liticaci^ quale naas^imamente intendono gli ammaestramenti 
che^ lo scrittore impartisce. « O misera mìsera patria mia! 
quanta pietà mi strigne per te, qualvolta leggo, qualvolta scrivo, 
cosa che a reggimento civile abbia ris|)etto : » (i\\ 21). E al- 
trove; «Ponetevi mente, nemici di Dio, aMianchi, voi che le 
verghe de' reggimenti d' Italia prese avete (e dico a voi, Carlo 
e Federigo regi, e a voi altri, princìpi e tiranni); e guardate 
chi a lato vi siede per consiglio, e annnmerate quante volte il 
dì questo fine della umana vita per li vostri consiglieri v'è ad- 
ditato. Meglio sdirebbe a voi come T'ondine volare basso, che 
come nibbio altissime rote fare sopra cose vilissime * (l\\ ♦)). 

Sai mali reggitori, sui principi degeneri ed immemori, cala 
anche nel Contivm la sferza del poeta le cui invettive feri- 
scono come^ strali o bruciano come ferro rovente : e arde e 
dìsfavilla non di rado quella sua prosa per solito cosi pacata, 
quando il discemìente di Cacciaguida attende a sarchiare * il 
trafoglioso campo * dell'umana opinione intorno alla nobiltii, in 
Servìgio di quelli fra i grandi dell'età sua ne* quali • alcuno 
lumetto di ragione, per buona loro natura, vive ancora » (IV, 
7). riu:icendo ad una ripre nsione del Inro tralignare e insieme 
ad iiOLesoiiazioae ja_ritroTar la perduta traccia del cammino 
onda i loro avi pervennero alla potenza ed alta gloria. 

Si suole chiamare gentiluomo (cosi nella terza canzone del 
Cùneloiù) anche chi, non valendo nulla, possa dire : io sono 
nipote o figliuolo di cotal valente: 

ma unissimo §«trtbnt a ehi '1 vtT gntita 

ciii h sc^A^to il oiitamÌTio, e poscia t'erra ! (51). 



[c'è una pianura con c;impi e sentieri, con siepi, con fossati, 

[-«on pietre, con legname, ed è nevicato per modo che tutto 

|"«4>pre la neve < e rende una figura in ogni parte •. onde non 

*j Tede più traccia di sentiero. Viene alcuno dall'una parte 

iella campagna, che vuole andare ad una casa dalTaltra; « e 

8r sua industria, cioè per accorgimento e per bontà d' inge- 

Ijno, *olo da se guidato, per lo diritto cammino si va là dove 

I intende, lasciando le vestigie de' su(d passi dietro da sé». Un 



184 



FRANCESCO FLAMINI 



y 



altro appresso a costui vuole a quella medesima casa andare, 
che noti deve fai* altro se non seguire le vestigia lasciate; e» 
per suo difetto, il cammino che quegli senza scorta ha caputo 
tenere, costui guidato erra, * e tortisce per li pruni e per 1© 
ruine.... ». Quale di C(»storo diremo valente? * Rispondo: quello 
che andò dinanzi ". Come dovremo chiamare quest'altro? « Ri- 
spondo : vilissimo ^ (IV, 7). 

Di questi vilis^^imi Dante ne scorgeva non pcKihi fra i 
reggitori de' tempi suoi ; e la colpa del loro mal governo attri- 
buiva alla mancanza d"un nocchiero della gi'an nave umana, a 
cui tutti obbediscano, d*un monarca che, possedendo ogni cosa 
e però non avendo da desiderare più nulla, tenga i re contenti 
nei termini de' loro regni, sicché pace sia fra loro; • nella 
quale si posino le ciltadì, e in questa posa le vicinanze s'amino, 
e in questo amore le case prendano ogni loro bisogno, il quale 
.preso^ Tuomo viva felicemente - (IV, 4). Spetta al monarca del 
mondo, cavalcando l'umana volontà, rimuovere Timpedimento 
più temibile nella via della libertà morale e della pace. Al 
tristo morbo dell' incontinenza, il quale, sviando gl'indivìdui 
del pari che l'umana società, è la causa più generale e più 
fr-equente di dannazione, dovrà negare qualsiasi tregua il Prin- 
cipe Romano, il Curatore del mondo, finché non l'avrà st-er- 
minato; finche non l'avrà ricacciato in quel regno eterno del 
male (originaria e naturale sua sede) donde lo scovò la tanto 
pianta invidia del diavolo, coir indurre Adamo a non soppor- 
tare il freno posto da Dio alla virtù che vuole (52), 

Se non T imperatore stesso, dev'essere un suo ministro quel 
velti^o che darà la caccia alla bestia che non ha pace, e per 
cui vivono grami tanti popoli, finché non Favrà rimessa nel- 
r inferno. Certo è l' imperatore il messo di Dio che, uccidendo 
la rapace baldracca e il gigante con cui delinque, usurpatore 
flel carro della Chiesa, toglierà di sul dono largito dalla Divina 
Cura agli uomini per la loro salute, la superfetazione d^origine 
diabolica eh' è causa di tutto il male. Tolta cosi la conTuÀiaiie 
dei Jue reggimenti, potrà essa Chiesa, risollevarsi dal fango: 
e potrà il papa, restituita alKaltro duce la potestà temporale, 
tornare ad e-ssere nienta altro se non il djspeiìsiere-di quella 
parola eh' è via, verità e vita. 



IL €OKVlVIO 



185 



Il sogno rìel poeta oggi sì è avverato. Ma sul Campidoglio 
non s'annida ruccel grifagno invocato da Dante, strumento di 
conquista e di rapina; bemì Taquila eh' è tutela della nostra 
libertà, levantesi alta sui miasmi di quel cesari^smo autocra- 
tico, che dà strio * stecclii con tosco ^% r^nde Lri'onda sangue 
come dai bronchi della mesta selva. 

L'Alighieri, uomo del Medio Evo, pensava» s'intende» ad un 
imperatore arbitro (come ora il despoti! dei Moscoviti) della 
vita e degli averi de' suoi sudditi : ma l'averlo vagheggiata» 
romano, se non per nascita, per la sua sede naturale, l'avere 
in ferrei tempi sognato una Roma per la seconda volta rag- 
giante gloria sui popoli, fa si che l'ideale politico di Dante 
trovi ancora un'eco nei cuori che sentono l'orgoglio del laùn 
sangue (jentìle. Guaì a chi rietghi che Roma e il Popolo Romano 
non ahhiana avuto special nascimento e processo da Dio 1 « Oh 
istoltissime e vilissime bestruole che a guisa d'uomini pascete, 
che presumete contra nostra Fede parlare, e volete sapere, fi- 
lando e zappando, ciò che Iddio con tanta prudenza ha ordi- 
nato ! Maledetti siate voi e la vostra presunzione e chi a voi 
crede! » (IV, 5). 

E dopo i fulmini delTinvettiva, gP impeti d' un'eloquenza 
sincera, che ha del ciceroniano: < Chi dirà che fosse senza di- 
vina spirazione, Fabrizio influita quasi moUrtu<line d'oro r-ìfiu- 
tare, per non volere abbandonare sua patria f Curio, dalli San- 
niti tentato di corr-ompere, grandissima quantità d'oro per ca- 
rità della patria rifiutare» dicendo che li Romani cittadini, non 
Toro, ma li posseditori dell'oro posseder voleano? e Muzio la 
sua mano propria incendere, perchè fallato avea il colpo che 
per liberare Roma pensato avea? Chi dirà di Torquato, giudi- 
catore dei su(» tìgliuolo a morte per amore del pubblico bene, 
senza divino aiutorio ciò avere sofferto? Chi dirà de' Decil e 
delli Drusi, che posero la loro vita per la patria? ecc* i> (iv{) 
E più sotto: < Non pose Iddio le mani, quando per la guerra 
d'Annibale, avendo perduti tanti cittadini, che tre moggia d'a- 
nella in Africa erano portate, li Romani vollero abbandonare 
la terra, se quello benedetto Scipione giovane non avesse im- 
plosa Tandata in Africa per la sua franchezza t E non pose Iddio 



18U 



PEANGBSCO FLAMINI 



le luanì, quaiulo uno nuovo cittadino dì piccola coodizìone, cioè 
Tullio, contro a tanto cittarliuo quanto era Catilina, la romana 
libertà difese ì Certo si. Per che più chiedere non si dee a ve- 
dere, che speziai nascimento e speziai processo da Dio pensato 
e ordinato l'osse quello della santa città. E certo di ferma sono 
opinione, che le pietre che nelle mura sue stanno siano degne 
di reverenza, e 1 suolo dnv'ella siede 8ia degno oltre quello 
che per ^jli uomini è predicato e provato » (M). 

Chi non sente che queste ultime parole vengono dal cuore ? 
Il nostro pensiero, nel leggerle, corre ad un altro poeta : al 
poeta tiella nuova Italia, che nelF annuale della fondazione di 
Roma cantava : 

Salve, tlea Roniu ì cbiuato ai raderi 
del Foro^ io seguo con dolci lacrime, 
e adoro, i tuoi sparsi vestigi, 
patria, diva, santa genitrice, 

In (fiosuè Carducci quest'adorazione procede da un sentimento 
eh* è più alFunisono col palpito del nostro cuore: i trionfi che 
egli augura air Urbe non sono della forza sulla forza, ma della 
civiltà sulla barbarie, del lavon> sulle storili contese, del chia- 
TOre della scienza sopra le tenebre del pregiudizio. A lui, in- 
terprete del pensiero moderno, un saluto da questa cattedm 
destinata a dilucidare ben diverso pensiero; un saluto che sia 
anche di voi. Signori, al figlio della vostra terra venuto ad 
crescere la schiera dei Toscani che Italia tutta onora. 

A capo della quale grandeggia Dante, soHtario, enorme. N 
lo vediamo, muto nella fissità del pensiero, tender T orecchio 
air incognita armonia delle sfere rotanti, scala alla città sem- 
piterna: mentre, al lampo d' un'idea, il viso pallido e macini 
gli si colora di namma. Queir idea, vana, di rigenerazione mo^ 
rale e politica gli viene da un passato che non può tornare; 
e al Passato egli guarda, con fervore di desiderio. Nonostante 
— oh potenza dell'arte! — pur sempre a lui, come a padre, 
come a ispiratore e come ad auspice, guardiamo noi tutti ; 
mentre lo sguardo nostro si affisa, invece, là dove al punto 
opposto ne arride, d'un suo limpido riso, 1* aurora delT Av- 
venire. 



NOTE 



(1) Par., XI, 1-12. 

(2) Conv., I, 1. Cfr. Par., II, 11. 

(3) « 8ì d'amore come di virtìi materiate » (I, 1) : d'amore, manife- 
stamentOt le allegoriche ; di virtù, le dottrinali (cfr. M. Rieger, Ueber 
DanteB Lyrik, uelle Nachrichien della Società delle Scienze di Gottinga, CI. 
tìlos.-storìca, an. 1899, fase. 4^^). 

(4) « Il dono di questo Cemento è la sentenza delle Canzoni alle qnali 
fatto è, la qnale massimamente intende indncere gii nomini a scienza e 
a virtri » (I, 9). 

(5) II, 12. Si sa che per PAlighieri la poesia era « fictio rethorica 
versificata in masicaqne posita » (De v^ilg. eloqnentiay ed. Rajna, p. 130; 
cfr. Quarterly R^tiexc, n**. 378, Dante and the art ofpoetry); che doveva con- 
giungere la bellezza della forma alla bontà della contenenza (« quilibet 
9U08 versus exomare debet in quantum potest », ivi, p. 112); che «oprat- 
tutto la canzone voleva egli composta a regola d'arte, e Varii» ergante- 
non di essa espose ad ammonimento di coloro i quali « modirai cantionum 
ca^u magis quam arte usurpare videntur » (ivi, p. 128). Nel fatto, la più 
celebre canzone del Convivio, quella che precede il secondo Trattato, e che 
il poeta si fa ricordare nell'VIII del Paradiso da Carlo Martello (Voi che 
intendendo il terzo del movete), termina con un'esplicita affermazione ilei 
9U0 pregio artistico: « Ponete mente almen com' io son bella ». 

(6) I, 5. Nel Coltrino Dante loda altamente il volj^are, ma giudica tut- 

tnvia il latino superiore « per nobiltà, jut virtù e por bellezza » (iri). 

€Jiò contrasta con quello ch'egli stesso atìerrtia in principio del De vulfj. 

f'f^iqytentia : « Harum duarum [la volgar loquela e la grammatica'] noi) ili or 

♦*«t vulgarìs » (ed. Rajna, pi). 5-6) : e molto s' h scritto su (jucsta con- 

t: v^diziono, e s' è anche tentato di rimuoverla, sostituendo a nohUior un 

9£tilior o, meglio, un mohilior (Promft, nel (iiorn. dau tesavo. I, 321 ; Toh- 

k>%ca, Soierelle dantesche, per nozze Morpurgo-Franchetti, Firenze, (Jar- 

«c-.-*ecchi, 1895, p. 24). 

(7) O. PA8COU, Primi poemetti, 3* ediz., IJologna, Zaniehelli. 1904, 
P. XII. 

<^) Così, e non vanagloria, sarà da leggere : ehè vanagloria è per se 
Hte>MHA 'smisurato desiderio di gloria*, e non si capirebbe eonie oggetto 
"^ ^^pidità. Anche nel Purg., XI, ÌU-2, la lezione vera dev'essere m () 
^'**Uu gloria dell'umane posse Coni' poco verde in sulla rima durai ». 



(9) Cfr. E, G. pAiiovii, nel Ji»U. d. Sovietà ÌMnltitca Ital,, N. 8., X, 
73 »gg*. ^ il voi. di <t. Lmio, l'arte M ptriodif 91 fife opere voìgari di £>. 
A, e M iiec. XIIl, Ikitogn», Zaniohelli, 1902. Il Parodi rilevi» nel Ohi- 
rirìo qualche ridandanica di costrutti n'iativì, quali abbondano noUa proM 
latina degli Boola^ioì : ma so|r;urHiuib^o i^io^tuiucnte, uho e^sa tiou uiKXM^f 
perchè servo ji disporre le itlet* Mucoiuiarie, « La ricert'u — ejfli conti- 
nua — t talvolta un po' troppo evldent-e, di ripartizioni ti*ìmniotrii^he, ijnjili 
erano incupiate dalla teoria retorica» gioya nel complt'sso» diviMitatid» 
e lem en 143 d'ordine o di chìaresza ; il processo ascende 11 ti\ che Dant^' aniu^ 
mette bensì in ma^KÌor rilievo F ulti ma parte, ma contribuisin? ìni^iemi» 
a («merle tutte legate ; non mancano lo mcertesKe o le negligenze^ ma 
pili che a Dante sono da attribuire a' huoì tempi «. 

(10) Il volgare, egli neri ve, « &uo» h onoro »abUmat et gloria <•, dac- 
eh^ lo vediamo divenuto « tam t^gregium, tara extricatnm, tam perfectuju 
et twm nrbaimra.,.. ut Clnni^ pÌ8t4>rÌenHlH et amieus eius [tiW Dante ttegMù] 
ont+^ndnnt in cantìonibn» ijiiii» r* (i/p vtthf. <»/tì//iip»lMi, ed. Rajna. p. 98). 
L<» Htib' delle vnv canzoni ; ecco il « b<?llo Ktilv j* che aveva « fatto onore» 
a Danto prima cb't»gli divnigaase par»ialmeuto il poema (cfr. /a/., 1, 87). 
In principio del Couvìviip h1 legge^ ehc a molti era in grado la bellDSJW 
dì 4] nelle quattordici canzoni chVgli divinava dì contmentJire. 

(11) * Eìderct ArÌKt^telc», fti audiret » sì legge anche nella (^naeitlU* dm 
«r/ttfi et terra, della cui unt«ntìcitii «i disputa (\N XII, lìnee 36-7). K h *|IM^ 
éU.* priiposito F. AsGKUTTlt md BuìL df. Società Jìautemut italiana, N, fc*., 
Vili. 60, osserva che |>er Dante vi sono tre categorie d'errori: il falao: 
più che il falso» F iniiKiasibìle ; piì^ che l' impossibile, quello che farelìlMs 
ridere Aristotile. 

(12) Si sa ehe la cultnra di Dante era varia non meno ohe profonda. 
Quel dotto ticìcuKiato eh' è F, AsiiKhiTVì, recensendo un art titolo della 
t^iuarter^^ ìietieWf sul T astronomia dt Dant« con particolare* rìgnardo al 
ConneiOf ai aa^ocia alla eouclnsione del l'autore: che l' Alighieri in fìlft- 
fiotia scolaHtic», in ni4'tafÌ8Ìea. in morale^ nelle Hcieuzc lìbiche e«H%, « non 
la oede neanche al più provetto spccialiata contemporaneo in etaitcntia 
maceria» {BulU d. Società Jiantetn^ JtaL, N. 8., VII, 140). 

(13) Cfr. r. ToYXBKE, Eioerùhe e note danteéche, 8. 3*, Bologna, Zani* 
ohellif 10Q4. pp. 25 8gg. Le Magnae deritaliane* (fondata in gran ptrle 
«ullc opere analoghe iì* Uidoro da Siviglia e di Fapia) giaoeiono. tuttora 
Ìnc*dìt«', in pih codici, fra tmi uno dcUa Biblioteca Mcdicoa Lanrenziana 
di Fi reo /e, 

(14) K. ZiNOAitKLU, D^nte, Milano* Vallardi, 1899*1903, p. 397. 

(15) Vedi lo studio di P. D'Ancoxa sopra Le mpprf tra fazioni atU^ari- 
rhe dtUv arti liherati nel Medio Evo e nel liiHaBCimento, pstr. dal porìodieo 
romano VJrtr, anno V [UIOH], t'mv. V-Xli ; e cfr, anche L, D<*nv-K, La 
Cansone dette virtà f dette nvirmt, Bergamo, I^titnt^ italiano d*Arti grali* 
c1m% 1904. 



IL CONVIVIO 189 



(16) Nou reputo del mio assunto entrare nella vexaia quaestio delle re- 
lazioni tra il Convivio e la Vita nova, tra la Filosofia e la « donna gen- 
tile». Yeggansi in tal proposito lo scritto recente di G. Zuccante, nel 
ano voi. Fra il pensiero antico e il moderno, Milano^ Hoepli, 1905, e gli 
ultimi articoli di M. Barbi (Bull, d. Società Dantesca Ital,, N. S., X, 
313 sgg. e XII, 204 sgg.). 

(17) I signiftoati reconditi della Comm€4ia di Dante e il suo fine supremo, 
P. I : Preliminari. Il velo : la finzione ; P. II : Il vero : V allegoria, Li- 
vorno, Giusti, 1902 e 1904. 

(18) Non ultimo merito del Rinascimento è quello d'aver ristabilito più 
tardi la letteratura sopra i suoi fondamenti naturali. Cfr. J. E. Spin- 
GARN, La critica letteraria nel RinaHcimento, traduz. ital., Bari, La Terza, 
1905, pp. 7 iigg. 

(19) Vita di Dante, ed. Macrì-Leowe, Firenze, Sansoni, 1888, pp. 48-56. 
Sul concetto olio dell' uftìcio della poesia si aveva nel medio evo, vedi 
anche P. Ciiistoni, La seconda fase del pensiero dantesco, Livorno, Giu- 
sti, 1903, capp. V e VI. 

(20) Cfr. F. X. Krai'8, Dante. Sein Leben und sein ÌVerk ecc., Berlino, 
Grote, 1897, lib. IV, cap. 2^. 

(21) /n/., XI, 105. 

(22) Purg., XXI, 95-6. 

(23) Cfr. De vulg, eloq,, od. Rajna, pp. 118-20. 

(24) Directio voluntatis (ivi, p. 120). Cfr. Purg., XXI, 124. 

(25) Inf., II, 76. 

(26) « Siccome dico il mio maestro noi primo dcWJCtica, ecc. » (1, 9). 

(27) Cfr. P. CifisTONi, L" Elica Xicomachea nel Conv. di Dante, P. I : 
Pisa, tip. Citi. 18J)7 ; P. II ; Sassari, tip. Chiarella, 1898. 

(28) Questo Commento \' ò citato due volte; « .... Secondo che dice 
Tommaso sopra lo secondo dell' AVioa » (II, 15) ; « Siccome dice Tommaso 
sopra il prologo ìU'ìW Ktic-a » (IV, 8). Inoltre, nel settimo capitolo del trat- 
tato terzo del Convivio un' intera pagina (cfr. Tutte le opere di Dante, ed. 
Moore, Oxford, in 32"^, II, 245-46) è tacitamente tradotta dalla lez. I siU 
libro VII che si Icgj^o a p. 243 di detto Commento nell' ediz. parigina 
del 1660 (S. Thomak A^riNATis Operum t. V), dalle parole « Dicit ergo 
quod bestialitati » ecc. fino a « medio modo se habet ». 

(29) /m/'., XI, 79-81 (mi sia concesso di rimandare in pro]ì08Ìto il let- 
tore al mio scritto recente : Ancora delV ordinamento morale de^ tre regni 
danteschi, Risposta al signor D. Ronzoni, Firenze, Lumachi, 1904; n". 2 
della Biblioteca della Bibliografia dantesca), Virgilio, che ammaestra in que- 
sto canto il suo discepolo intorno alle varie specie dell'umana malizia, 
com' è noto, simboleggia la retta ragiono, la quale co' suoi insegnamenti 
sottrae l'anima dal vizio e la conduce sino all'operazione della pro- 
pria virtù, cioè al primo dei duo fini proposti all'uomo dalla DiWna 
Prov^'idenza. Orbene, * il maestro o duca della ragione umana in quanto 



190 FRANCESCO FLAMINI 



intende alla sua finale operazione» per l'Alighieri (C'onc, IV, 6) non 
è altri che Aristotile. Questi « è degnissimo di fede e d'obbedienza, e le 
sue parole sono somma e altissima autoritade » appunto perchè ci mostra 
il fine dell'umana vita, perchè è « additatore e conducitore della gent-e 
a questo segno » (iri). 

(30) Vegeto quindi ancora. Io non so Azeramente perchè talnni s'osti- 
nino a chiamar bianca la barba di Catone, ch'era « di pel bianco mista » 
{Purg.f I, 34), cioè * con peli bianchi frammisti a quelli del primitivo 
coloro '. 

(31) Purg., XVIII, 73-4. 

(32) Ivi, 62. 

(33) Iti, 68. 

(34) Cfr. Par., V, 19-24. 

(35) 4 O santo petto », dice Virgilio a Catone {Purg,, I, 80). « (.) sa- 
cratissimo petto di Catone, chi presumerà di te parlare i », leggiamo nel 
Conv., IV, 5. 

(36) « Lasciane andar per li tuoi sette regni », dice a Catone Virgilio 
{Purg,. I, 82). Sono le sette cornici in cui l'arbitrio si fa « libero, 
dritto e sano ». 

(37) « Beati tudo huius vitao.... per Terr estroni Paradisnni figuratur «► 
(De MoiK, III, 16). 

(38) « .... E come tu sei usa, La tramortita sna virtù ravviva» 
(Purg., XXXIII, 128-29). 

(.39) «Cantando ed iscegliendo fior da fiore» {Purg., XXVIII, 41). 

(40) « Beatitudo huius vitae, quae in operatione propriae virtutia con- 
sistit » {De MoH., loc. cit.). 

(41) St. V, vv. 1-6. 

(42) il questa l'opinione più autorevolmente e da maggior numero di 
dantisti propugnata. Se ne son date, e se ne continuano a dare (s'in- 
t<»nde !), moltissime altre. 

(43) Cfr. Purg., XXVII, 91-108. 

(44) Cfr. Comi., IV, 17. 

(45) Cosi la pensano, oltre al Wittk, il Kuais, il GHAiKin, il Kikgf.k 
ed altri che han studiato recentemente la qnestione drlla data di cpie- 
st'opt'ra (cfr IfulL d. SocìM Dantesca Dal., IX, 27 e 39). Si sa che nel 
6° cap. del trattato IV sì accenna come a vivent<* a re Carlo II di Na- 
poli, il <iuale morì il 5 maggio del 1309, e che nel cap. 14*^ dello stesso 
trattato è ricordato come già estinto Gheranlo da "Camino, che mori il 26 
marzo del 1306. Che il Convirio non possa essere anteriore al Dv Munar- 
ehia, dimostrano gli argomenti addotti da F. Tocco, nella Hiv. d'Daìia 
del Inglio 1901, e da I\ Chistoni, l'na queMione dantesca, Pisa, Citi. 
1896. 

(16) Così l'opinione sulle macchie lunari espressa nel Conririo. II, 14, 
dilVerisee da «piella di Beatrice nel e. II del Paraditto (cfr. 1'. Toyxbkf, 



IL CONVIVIO 191 



Le teorìe danlenche sulle macchie della luna, nelle suo Ricerche e note dan- 
tenche, Serie I, Bologna, Zanichelli, 1899) ; la teorica delle gerarchie de- 
gli angeli seguita nel Cont., II, 6, non è la stessa che Beatrice, dando 
il suo assenso infallibile all'opinione di Dionigi Areopagita, espone nel 
e. XXVIII del Paradiso. 

(47) Kicordo tra queste, oltre alle già citate, il De offlciis e il De fini- 
bus honorum et malorum, il trattato aristotelico De animalihus, il De cau- 
sis, gli scritti d'Avicenna e d'Alfergano, il Digesto, le opere di Alberto 
Magno^ ecc.; e rimando in proposito a* noti studi del Moore, del Toyn- 
bee, del Murari, dell' Anoeijtti, dell' Arias, del Bcsktto, ecc. Dell'a- 
cume scientifico, che in Dante s'accompagna alla dottrina, abbiamo un 
saggio nel Conv., Ili, 9, dov' è indicata la vera via per giungere alla 
soluzione d'uno de' più importanti problemi della natura, quello del modo 
come si compie l'atto visivo (ofr. G. Ricchi, Il meccanismo della visione 
secando D. A,, nel Giorn. Dantesco, X, 177-79). 

(48) Vedi in proposito il voi. Il dei citati miei Significati re<yondit\, 
pp. 15-19. 

(49) Buona disposizione è * la sanità ' (IV, 25), mala disposizione, quindi, 
'l'infermità'; dell'animo al pari che del corpo, manifestamente. Vedi 
anche IV, 19 e passim. 

(50) Purg., XVI, 85-93. 

(51) St. II, vv. 18-19. 

(52) Cfr. /«/., I, 110-11; Par.. VII, 25-27 e IX, 129. 



PIO RAJNA 



Il trattato "De vulgari Eloquentia,, 



13 



Questa conferenza fu scritta al principio del 1W)1, per secondare un invito del Co- 
mitato Milan<^se delia Società Dantesca Italiana; e a Milano fu letta allora il 17 marzo. 
Non essendo stata pubblicata per le stampe, non istetti a surrogarla, pur sentendone il 
desiderio, quando il 16 febbraio 1005 ebbi a discorrere del De vuìgari Eloquentia nella 
gran sala di Orsanmichele. I mutamenti si ridussero e si riducono a semplici e scarsi 
ritocchL Però alla conferenza <> rìmaita una certa impronta miianase. Altrove il pen- 
siero mio sarebbe corso con un po' meno dMnsistenza al Manzoni, e in maniera forse 
alquanto diversa. Ed anche la chiusa si risente e del luogo e del tempo. 



Domando arditamente licenza di poter fare ancor io qualcosa 

lì analogo a ciò che fece un grande poeta moderno : il Byron ; 

Somando di potermi trajsportare nella mente di Dante poco tempo 

prima ch'egli fosse tratto a vedere, altrimenti che coir # alta 

inta5tia >, 

L'tinìor clic imiovr' iJ sole i* 1* altre stelle. 



}ueste parole sono già sgorgate dairaccesa sua mente; il por- 
enloso ediflcio della Comnieffia gli sta dinanzi compiuto; ed 

I cessata in luì Tansia indicibilmente affannosa, che la vita uon 
isti all'audace intrapresa. <«f Nunc dimitte servum tuum »» può 
&renamente esclamai'e. Ora è sciolto il voto delia sua gioventù: 
jH ha detto della donna sua * quello che mai non fu detto 
■Jl' alcuna *, 

Fatto davvero mei'aviglioso e al quale proprio parrebbe non 
stranea la volontà di Colui « che è Sire della cortesia » (1)^ 

più altre opere rimasero interrotte, e questa, senza confronto 
più ardua e la massima, potè, e solo per l'appunto, essere 

condotta a termine. Rim;isero interrotte, o, a parbre più esat- 
imente, furono tralasciate. Tralasciata fu in certo modo la 

Itessa Vita Suova\ che, solo in conseguenza della * mirabil 

risione » che mise uoiranìmo di Dante il [)roposito di € non dir 

più » della « benedetta, infiuo a tanto che > non potesse « più 

legnamente trattare di lei », il sonetto 

Oltre In «pera che pift larga glrn^ 



I quale la mente già ora salita a contemplare Beatrice nella 
loria celeste, si trova essere Tultima poesia deiramoroso « li- 




im 



PIO RAJNA 



bello». Tralasciato fu il tratUito De rulgari EloquenUa, chi 
dopo i vani tentativi guerreschi per rientrare in patria e il 
tìistacco dalla « compagnia malvagia e scempia », aveva occU'| 
pato i primi anni ilei fortunoso esilio. E fti poi tralasciato 
Convivio, quando del^e quattonlici vivande che vi si dovevano 
successivamente imbandire, tre soltanto erano state messo salii 
tavola. 

Dante ripensa questo passato, e colio sguardo lo abbraccia^ 
La Vita Nuova ha avuto un compimento, quale neppure dalW 
baldanza giovanile s*era osato sognare. II Convttio, che avev^ 
voluto compierla e la compieva in modo ben dì0*orme dalla conce 
zione pi-ima, doveva rimanere qual era. Il De vnlgari Eloquenti^ 
int^ece, connesse» bensì culle alire opere, ma non in maniera d| 
costituire una parte integt*ante del loro cnngegoo, poteva esseÉ 
ripreso. Ripreso: non coniirniato materialmente; dacché negl 
anni trascorsi le idee dell*Alighieri non sou rimaste quali erano.l 
Ma una trattazione piena del «dire in volgare», quale ora da lui 
si concepisce, riuscii'ebhe coronamento opportuno a tutta Toperi 
sua dì scrittore e di cittadino. Per essa, in onta al desideri^ 
uscitogli dìil cuore smettendo la Vita Nuova^ metterebbe cont 
d* implorare da Dio qualche altro anno di pellegrinaggio mor 
tale. 

La preghiera diventa fervida allorché Dante dalla considQ 
razione del passato si volge a quella del futuro, di c\n (con| 
sentitemi di adattare anche in ciò al caso mio la fiiotasiJ 
byronìuna) gli si squarcia il v(-lo, A lui appariscono le vicendl 
che as[)ettano il frammento di:4 suo libro; e sono tali da infon 
dergli profonda tristexza accoppiata con sdegno. 

Poco assai gì* importa di un periodo crepuscolare e di tene 
bre notturne, che dura quasi due secoli ; solo, provoca dalle sui 
labbra un sorriso T impudenza di tale (2), che, non sapenddj 
vuol darsi Tarla di sapere, e fabbrica al De mtlgari Elofiuenil^ 
un cominciamento non divinatorio davvero. Ma ecco snrgeil 
Talba: luminosa e lieta dapprima, e bentosto turbata da un ad 
densarsi di tetre nubi, che, inframmezzate da luci che il con 
trasto fa apparire sanguigne, s'accavallano, si rincorrono» 
dalle quali si sprigionano fulmini e tuoni. Uno ì:rà gli arci^ 
rarissimi esemplari dell* opera viene nelle mani del vicentina 
Giovan Giorgio Trissino, ingegno colto, nobile cuore, che avi 
damante legge, s'iml)eve delle dottrine, ne divien banditor 



IL TRATTATO « hE VULGARI ELOtJUKSTIA » 



UJ7 



E;|ìi se ne ùi forte per propugnare di un lato (ed a ragione) 
che la lingua del pensiero ilaViano sì chiami * italiana », non 
toscìina né fiorentina; dall'altro (ed a torto), per pretenderla, 
o volerla rendere, assai meno, idiomaticamente, fiorentina e 
toscana, di ciò che non sia e deva es3ere. Quali ire si scatenano 
contro Dante stesso in quella città sulla quale il suo sguardo 
(lesiosaniHnte si atlìsa! Egli vede avventarglisj contro, ingiu- 
riarlo, malmenarlo, un poderosissimo, nel quale, lagrimando, 
gli seiiibra di ravvisare uno tra gì' intelletti più eccelsi della 
patria sua, Niccolf'i Machiavelli. Che se poi reverenza e paura 
piegano u risparmiarlo, che giova mai ciò, quando il mezzo 
cozza contro la verità e consiste nel credere e sostenere che 
non sfa stato scritto da lui ciò che egli sa bene esser suo? La 
pugna continua, ora più ora meno accanita, dolorosa sempre 
per Dame, che non sa dai'si pace del trovarsi trasmutato in 
fomentatore di discordie intestine. A lui, non meno degli av- 
vei'sari, rincrescono i difensori. Su questi secoli rocchio pro- 
fetico scorre quanto può frettoloso. Solo quando esso arriva ai 
nostri tempi lo spirito ha pace- 
Dante vede alla fine inteso a dovere e giudicato serenamente 
il suo pensiero; senza cecità ostili, senza la pretesa di dargli 
ragione anche là dove egli ha la c<>nsa[»evolezza d'aver preso 
abbaglio. Questo beneficio gradirebbe di poter* riconoscere dal- 
l'uomo di cui, per il mirabile accordo delT ingegno coiranìmo. 
nelTordine letterario, l'Italia del secolo XIX più che d'ogni 
altro si compiace. Ma se le dita di Alessandro Manzoni non si 
adoprei^anno invano (come potrebbero?) dattorno al nodo prin- 
cipale del ti'attato dantesco (3), sarà illusoria in chi le muove 
la credenza di averlo totalmente e agevolmente sciolto. Del- 
l'avere, per quel tanto che è conseguibile, tutto sgroppato e 
composto, il merito non spetterà ad un singolo indivìduo, sia 
pur privilegiato quanto ai voglia, bensì ad una scuola, ad im 
metodo: alla scuola, al met<ido storico. Pervirtii loro la verità 
si fa strada. Cadono le traveggole, messe dall'azione del pre- 
sante sul passato e raffermate anche dairantichissimo perver- 
timento del titolo De ruftjari Kloquentta in De vulgarl Eloquio, 
e cessa raberrazinrie del noti vedere neiro[»era se non ciò che 
aveva servito, e poteva ancora servir per moltissimi, di ves- 
sillo allH battaglie della lingua. S'abbraccia f insieme, si fruga 
ogni parte, si porta luce dovunque. L'esempio viene dalla Ger- 



^^ 




im 



FIO EÀJNA 



mania, si perchè ivi alla qu*^stioiie viva ed angusta si è estranei, 
come, e più, per il motivo che colà il nuovo nuììv'ìzzu «'è as- 
sodato e affinato. Ma gì* italiani non tarderanno a seguire: ^d 
accanto al nome» per non citarne altri, di Edoardo Boebiner, 
si porrà, olTaacandolo» quello di Fi-ancesco d* Ovidio, 

Ma cos'è mai questo De vulgmi El^qitentia, segno già di 
odii tanto tenaci, di acerbe invettive, di scherni» lanciati senxu 
ritegno da chi s'immaginava di colpire tutt' altri che l'autore 
della Commediaì E donde, per muovere da ciò, T impulso a 
comporlo ? 

1/ amor puro ed intenso dell* et^t giovanile, fecondandolo 
doti mirabili che in Dante erano, parie, secondo la credenza 
sua» 

per opni delle rote magne 

Clio drizziiji rirt?*t'un serac ud alcun fine. 



parte 



per lari^hezzu di grasie divina, 



4 
4 




lo aveva fatto, tra molti rimatori, poeta vero, in quella favella 
volgare ch'egli credeva essere stata primamente u^atii nel vein?o 
per motivo del voler « fare intendere le » proprie * parole a 
donna, alla quale era malagevole ad intendere i versi latini » (4). { 
D'amore poetava; e quando, mrjrta Beatrice, traviatosi, ravve- 
dutosi, venne nell'idea di mettere insieme la Vita Suora ^m*vi 
risolutamente avverso a coloro che rimano sopra altra materia^ 
che amorosa * (5). Ed io non so se, nonostante l'indole di que- 
sto libro, egli sia stato sempre ben fermo nel proposito di occlu- 
derne il latino. In volgare gli dovette sempre parer da com- ^ 
porre la parte narrativa, anche per elletto di quelle < raxos » 
provenzali, donde, gli venne la spinta; per le < divisioni > in- 
vece, che hanno carattere dottici naie e riflettono a^emphiri la- 
tini, dubito. E posto che al dubbio corrispondesse un fatto, pro- 
cederei oltre, e penserei che a dissuaderlo contribuisse colui, 
al quale la Vita Nuova era indirizzata, CfUÌ<lo (-Cavalcanti ; che 
inclino a sospettare qualcosa più che un semplice consenw,^ 
allorché leggo il passo dove l»ante, per giustitìcar sé del noni 
dar luogo airopistola latina scritta per rimpiangere e comme- 
morare Beatrice defunta < a* principi della terr^ >, adduc>e« 
insieme coir < intendimento ♦ suo proprio, V < intenzione ». 



ih TRATTATO € I>^ VULOARI ELOQUSNTlA > 



1^ 



^r0ssij 



sia la volontà deiramico, che avesse a scrìvergli « solamente 
in volgare » (6), 

Ma procerlendo nel tempo, iieiresperitìiiza, nella morlitazione, 

Vaiitica barriera fu da lui riconosciuta indebita e da rimuovere ; 

ben Tavevano rimossa • Tuno e l*aitro tiuido », ai quali egli 

-^ s* inchinava pure come a maestri, poetando d* amore con tale 

IP altezza di concetti, e noi diremmo altresì con tale astruseria, 

che la loro era dottrina, scienza schietta» non apprezzabile se 

^011 

■11 volgare crebbe dunque ai suoi occhi di di<,'nità, si per ciò 
bhe era, e più che mai poi per ciò ch'era suscettìbile di di- 
ventare, e che il renderlo sarebbe stato glorioso. K di couflurre 
buon termine T impre.sa Dante sentiva in sé la forza. 
Ma il suo iogeguo è cosi conteraperato (o cosa segue mai 
tto la prova di questo maglio di certe moderne concezioni 
el genio?), che il fare non gli basta: d'ogni cosa deve ren- 
arsi piena ragione. Deve renderla a sé, e vuol renderla agli 
tri, « qui tanquam ceci ambulant per plateas, plerunque an- 
riora posteriora putantes », che a guif^a di ciechi vanno per 
piazze, spesso credendo dì aver dinanzi ciò che hanno ilie- 
o (8). Ecco nascere cosi in lui il proposito del De v>ulf/ari Eìo- 
icntia, in cui il « dire in volitare * sarà disciplinato a van- 
o suo proprio e per ammaestramento di tutti. 
Dante medita, architettai, pone mano airesecuzione. Fieo- 
dersì piena ragione delle cose, signitica guardarle nella loro 
terezza ed andarne al ibmlo. Il volgare egli non sa dunque 
nsiderarlo limitiitamente air Italia, Gol volgare italiano vede 
rettissimamente connessi quelli di altrM paesi; della Francia 
riomeno. E già in quel capitolo xxv della l'ita iVicor^, che, 
rnostante il dissenso rispetto ai termini da segnarsi alPusv), ò 
no del De mUgari Eloquenlia come un primo germe, dicendo 
volgai'e * intende esplicitamente, del pari che il nostro, quello 
\Vql\ e implicitamente quello alti^esi deiro/Z, Tanto gli ap- 
ion legati, che della storia loro fa un tutto : • E non è molto 
mero d'anni passato, che apparirono prima questi poeti vol- 
ri.,., E segno che sia picciol tempo è, che, se volemo cercare 
lingua d*oco e in lingua di &J» noi non troveremo cose detta 
lo presente tempo per CL anni* * Troppo ovvio dunque 



900 



PIO RAJXA 



che il trattato attuale di tutti stringa in mano le briglie, e» pur 
dando il posto di mezzo e badando principalissimamente al vol- 
gare italiano, li faccia, quanto le conoscenze lo consentitilo, Ciirn- 
minar di conserva. 

Ciò tuttavia ora non basta. Rimettendo, Dante non trova già 
il volgare solo tra le genti che noi diciamo « latine > e che egli» 
per il quale >> Latin sem noi > (9), jion saprebbe come chiamare 
collettivamente. A rigore, Tespressione implica il contrapposto 
con una lìngua che volgare non sia, a cui non partecipino gli 
umili; e<l è, come ognuno capisce, dal latino che T espressione 
fu suscitata ed è mantenuta, nei paesi su cui si esercita T os- 
servazione dantesca. E siccome una condizione siffatta — Dante 
ben lo sa — non si presenta dovunque, non dappertutto si pò* 
trebbe parlar di « volgare »* Sennonché il valore del vocabolo 
egli lo estende a designare quella favella qualsiasi che ciascuno 
impara bambino per via dì senqdice imitazione; e così il voi- 
gare s* identifica col linguaggio in genere, in quanto serva co- 
munemente agli usi della vita, diventando per tal modo cosa 
di tutti i luoghi, di tutti i tempi. A tutti i luogld ed i tempi 
il pensiero dunque si volge» Che se la mira del trattato — « de 
eloquentia >, non « de eloquio >, o « de sermone > — non è 
diretta alla favella indeterminatamente, bensì alla ftivella go* 
Ternata dalFarte, la distinzione oramai vien meno, se si riflette 
che un rudimento cl^arte tende a intromettersi dappertutto. Ed 
anche airinfnori di ciò, volendo ragionare dell'aiate, sarà bene 
da ragionare altresì di ciò che all'arte è materia. 

Quale selva sterminata viene così a stendercisi dinanzi ! E«i 
essa, nonchò esser solcata da strade, a mala pena è segnata qua 
e là, in direzioni diverse, da qualche tratto di sentiero, che 
bentosto si sperde. Non so chi, avventurandocisi, non si sarebbe 
smarrito. Ma Dante, alla potenza del concepire il soggetto come 
da nessuno, credo, si sarebbe allora saputo, accoppia una sin- 
golare avvedutezza di metodo. Grazie ad essa egli s'inoltra 
franco e sicuro» 

Franco e sicuro, s'intende, quanto, sia pure al maggiore 
intelletto dell'età sua» il medioevo lo può consentire. E l'uomo 
del medioevo si manifesta subito nel cominciamento, quando* 
definito il volgare in maniera da f:irne, come s*è detto, tutt*upo 
colla Atvella e da renderne partecipi gli uomini tutti (IM), prende 
a considerare, se favellino gli angeli, se favellino coloro che. 






ih TBATfATO « DE VULOARl El.OQCENTlA » 



20X 



I 



■angeli un tempo, ora sono demoini (11). Taluno sarà forse tentato 
lèi sorrìdere; ma la que.stione non è lìavvero posta da Dante. 
Sssa era argomento di lunghe e sottili dii^Ljuisizioni per i teologi ; 
dentro alla i^occa della teologia — scienza tenacemente ligia al 
passato — s*è potuta perpetnace fino ai nostri tempi. Uen più 
fuori di quella rocca che dentro ad essa .si discute ora invece di 
m altro punto, che Dante tratta del pari, se il linguaggio sia 
Eeornune alle bestie (12)* L*argomentazioDe dantesca, fondata in 
. I parte sopra un l'agionainento teoretico, in parte sul serpente 
tentatore di Eva, sull'asina di Balaam, sulle gazze che si gua- 
Ldagnarono d'esser tali colla slìda ti-acotante lanciata alle Muse, 
pnoii ha davvero somiglianza coir investigazione moderna. Da 
questa tuttavia siam meno discosti quando, accanto al parlar 
delle gazze che già furou fanciulle, si mette, ribattendo la con- 
eguenza che parrebbe cavarsene, russervazione di ciò che è 
fl'erto tuttora da questa specie di uccelli. 

Per Dante all'uomo solo fu data la parola: e fu data a lui 
solo, perchè e^li solo ne aveva bisogno (13). Ma chi tra gli uo- 
ini Tebbe prima? e che disse? ed a chi? e dove? e quando? 
e in qual idioma? (Il) Ecco una serie di problemi che si ven- 
gono ordinatamente affrontando, e che costituiscono il riscontro 
edioevale alla questione nostra delTorigine del linguaggio. 

Per risolverli Dante ricorre, com'era naturale» ai fonti sto- 
ici, ossia alla Bibbia (15); ma alT interpretazione applica la eri- 
ca (10), Per'ò, se dalla leUtra <lella Genesft a ragione od a torto» 
li par resultare, che Eva abbia parlato la prima, a lui — al 
levoto di Beatrice! — sembra non potersi ammettere che Teser- 
izio di una funzione cosi eccelsa si avesse nella ilnnna avanti 
he nelTut^mo, Non dubita poi che la prima voce uscit<t dalle 
bbra di Adamo deva essere stata El, cioè il nome di Dio; e 
h'egli abbia parlato a Dio stesso: e che Tabbia fatto non ap- 
na animalo dalla virtù divina, e però fuori del paradiso ter- 
rtre, se fu animato fuori, dentro al paradiso se fu animato 
ntro. Quanto all'ultimo punto, quale sia stata la favella pri- 
itiva, offre Poccasione di uno di quei lumi, che non parago- 
lerò a dei fari, t»erchè il JJe vulvari lìloquentia mi dJi tutt* altra 
ea che di buio, bensì a quei fulgori che in un giorno sereno si 
edono ri^piendere abbaglianti qua e la. contemplando dall'alto 
|iin pae^e, per il riflettersi del sola sopra superUci d'acqua, tetti 
idi cristallo, sifere metalliche (17). Per Dante, nato a Firenze e 



202 



PJO RAJNA 



che bambinello ancora bevve l'acqua delFArno (e qui una meii* 

zione deir esìlio, compenso d* amore), luogo più dilettoso che 
Fij'enze non esiste ìsulla terra; tuttavia lettura e ragionamento 
convincono lui, che sì sente in pari tempo cittadino del mondo, 
esservi molte regioni e città più belle della Toscana e di Fi- 
renze; e similmente molte lingue più belle rleir italiana. Questa 
considerazione elevata delle co^e rampolla dal discorso come un 
contrapposto alta consueta piccinerìa del sentimento patriottico, 
la quale può arrivare a tanto, da indurre a credere che il pro- 
prio linguaggio materno sia stato la lìngua d*Adamo. E di ciò 
Dante fa un piedistallo su cui porre la dottrina della scienza 
de' tempi suoi, di un lungo passato, e di un non breve avvenire, 
che il linguaggio primigenio, o di Adamo, (osse l'ebraico (18). 
Né dalla dottrina comune, che era parte del domma religioso, 
potremmo aspettarci ch'egli sì dìscostasse (come tuttavia ci si 
terra ("ermo dopo aver scritto il e. '2(jP del Par'udiso?) riguardo 
air ufficio assegnato alla torre di Babele, di aver dato occa- 
sione alla moltijdicìtà delle favelle. Però prorompe contro gli 
eili(ìcatori in uno sfogo veemente di sdegno, e si (erma su 
questo soggetto per un intero. capìtolo (19), come sopra un ca- 
posaldo della sua trattazione. 

Fino a qui, vale a dire fino al capitolo ottavo. Dante ha 
camminato per un terreno segnato da orme, ed ha messo per 
lo più i piedi dov'eran stati posati da altri. Errerebbe nondi* 
meno chi dicesse che sia proprio arnlato dietro a chicchessia. 
Se non poche cose erano state dette e discusse anche con am- 
piezza maggiore, nessuno, oso affermare, aveva sentito il bisogno 
di una vera e propria esposizione storica, quale qui ci è stata 
offerta. E la concezione storica è la chiave che a noi ha dis- 
serrato tanta parte dei segreti della parola umana. Però dii-e 
che Dante è il primo storico cosciente del linguaggio, equivale 
a dargli un posto ben alto nella linguistica come da noi sj con- 
cepisce. 

Noi glielo diamo; e proseguendo, egli mostra viepiù che gli 
spetta davvero. Il bisogno della rappresentazione storica con- 
tinua a dominarlo. Trova che^ nella dispersione che tenne dietro 
al delitto di Sennaar, tre lingue vennero ad occupare V Europa: 
la greca, stendentesi anche su parte delTAsìa ; una che, dall'av- 
verbio con cui egli crede che universalmente, o quasi, vi si 
alTermì, chiamerebbe dì certo lingua dìjo, da equipararsi a ciò 



IL TRATTATO « DB VULGART ELOQUBNTIA w 



203 



che noi diciamo * germaiiico p, nonoì^tante che oltre i * Teu- 
tuiiicos, SaxoneSy An^licos >, abbmcci per lui iDdebitamente gli 
< Slavones * ed * Ungaros » ; terza^ quella che si parla nella 
Spagna, Francia ed Italia (20)* 

Studi soprattutto, con parte del capitolo ottavo, i capìtoli 
nono e decimo del libro primo, chi desi ti era di conoscere, a 
che grado di potenza arrivi iti iJante la mente dello scienziato. 
Non so se neppure nelle alti-e opere tutte quante ci sia nulla 
che non sia vinto al paragone. Che all*oro vada frammisto un 
po' di scoria medievale, come potrebbe non essere? 

Dante sa di inoltrarsi qui per terre inesplorate; e percor- 

Ll^ ead^ te, vuole, non osservare soltanto, ma rendersi conto del 
delle cose: capire, come mai avvenga che una lingua, 

'unica in orii^'ine, si scinda e di varii. Conscio delle difficoltà che 
sono da vincere» manilesta la sicurezza del suo discernimento, 
limitando di proposito la considerazione a quanto gli è (amiliare, 
fermo nelTidea, sostanzialmente retta ancor essa, che ciò che 
apr^irisce in un linguaggio sarà vero anche pelagli altri. Fissa 
dunque lo sguardo sul ceppo linguistico nostro; e vede tre fa- 
velle, d'o/7, iVoc e di s> (colla lingua d*c?r crede di abbracciare 

I anche la spagna intera), le quali, ben distinte attualmente, do- 
vettero un tempo costituire un' unità. Di cotale unità gli è prova 

|la convenienza loro nel più deìle parole, dacché la convenienza 

inou si concilierebbe c<dla confusione babelica* E intanto, nonché 

[tre varietà, ma, di ramificazione in ramìQcazione, se ne ven- 
gono ad avere non so quante. Dìfleriscono popolazioni vicine; 
differiscono genti ctmiprese sotto uno stesso nome, quali sareb- 
bero i Ravennati e i Faentini, Romagnoli del pari; ditTeriscon 
perfino abitiitori <li una mede^sima città, come a ilire i Uohi' 
gne>i di Borgo S. Felice e i Bolognesi di Strada Maggiore. 

[Tutta questa moltiplicità viene dalla mutabilità delPuomo, per 
cui nes-suna cosa die a lui appartenga può mantenersi qual è: 
cambia coi luoghi, cambia col proceder del tempo. I»el tempo» 

Ili; tanto che noi dilferiamo dal nostri concittadini di età re- 

fjnote più ancora che dai contemporanei di loritanìssime regioni. 
Però Dante non si perita di aftermare che. se risorgessero gli 

[antichissimi Pavesi, parlerebbero altrimenti dai Pavesi dell'oggi. 
Ma siccome il mutamento avviene con lentezza somma, gli uo- 
iaini non ravvertono; a quel modo che nessuno avverte il cre- 
di un bambino, che ci troviam poi dinanzi giovane fatto. 



204 



PIÙ KAJKA 



Si estenda lo s^^uanìo a un vasto paese: dovunque si muta; e 
Doii essendo il modo del mutare deterniiiiato da necessità in- 
tiinseche e mancando il correttivo della convivenza, ne risul- 
terà una grande differenzi aziono locale. Si dica se in tutto ciò 
uon stia ben chiaro davanti alla niente dantesca il concetto della 
vita del linguaggio. Che se in germe le sue idee sì potrebbero 
dir contenute in yn'afferm:izione incidetjtale di S. Girolamo, 
« quuin latinitas ipsa et regionibus quotidie niutetiir et tem- 
pore p, e avrebbero potuto ricevere qualche impulso da tutto 
il luogo dove rafiTermazione ^ introdnttiv, che il proemio al se- 
condo libro del Commentario dell EpislrAa ad Oalatas icisse pre- 
sente a Dante, mi pare, nonostante la seduzione di qualche altra 
somiglianza, cosa più che dubbia; *e ad ogni modo poi per far 
germogliare, ci-escere, granare cntuH seuìì, ci vuole un terreno 
dotato di fertilità singolarissima. Non senza gran motivo di certo 
s' è dichiarato, che si dovevano qui cimentare le proprie forze, 
e che si volgeva T indagine a cose, nelle quali « nullius aucto- 
ritate fulcimur » : « non possiamo fondarci su autorità nes- 
suna » (21). 

E contro ciò che deve parere ai pìii, sostanziafmenta giusto 
e profondo è altresì un corollario che tien dietro (22): e tale Io 
giudicherà ognuno, solo che il modo deiresposizione sia ritoc- 
cato in qualche punto. Dalla reazione contro la mutabilità ii^ 
refrenabile del linguaggio parlato, Dante fa uscire ciò che da 
lui si chiama « gramatica > e da noi * lingua letteraria » ; e 
dico qui ♦ lingua letteraria v piuttosto che «latina», perchè, 
quand'anche fosse (ed e incerto) che egli intendesse parlare di 
quella determinatamente, ne parlerebbe come di un caso spe- 
cifico della « locutio secundaria » segnalata nel capitolo primo, 
iUive si iMleva che l'hanno anche i Greci ed altri popoli, ma 
non lutti* Alla < gi-amatica » si assegna qual carattere la sta- 
bilità attraverso ai tempi ed ai luoghi: quale ufficio, il dar modo 
di capir bene, nelle scritturei gli antichi, e bene i contempo* 
ranei dVaftri paesi. Tutto questo non è giusto soltanto riferito 
ad una lingua, non morta no, che tale it latino non era, ma 
semimorta; o giusto, inteso con discrezione, in universale, E 
se Dante crede la * gramatica > un prodotto arti flziale dovuto 
a degli « inventores )», Terrore si riduce in realtà all'esagera- 
zione di un vero. Né altro di erroneo che la supposizione di 
una volontà troppo cosciente, vi è poi nel concetto che cotale 



IL TRATTATI) « DB VlTLQABl ELuQtTEINTtA » 



•-'0.-1 






UÌprt 



rodotto riceva nórma dal comune consenso dì moK© genti. Così 

*ante ha saputo penetrare la natura e le leggi della favella nel 

loppio suo aspetto di dialetto e di lingua. A lui, come ad un 

predecessore geniale, s* inchinino i moderni indagatori della 

materia: Hermann Paul, per esempiu, Fautore dei lo(ìatis5iimi 

inciplefi (ler Sprach{jeschichte, che, sen;ia sapere, si trova a 

Tolte a dir cose consimili. 

Mi sono condotlo solo al termino del capitolo nono. Nel 
succas:<ivo le tre favelle iVoc, iVoìl e di al sono presentate in 
ra di preminenza e fatto difendere ciascuna la propria causa, 
nza che fautore, pur propendendo per hi favella elei sK più 
rossima al latino, osi decidere. Ma se in questa prima parte 
[del capitolo (23) c'è conoscenza delle cose, retto discernimento, 
relicilà d'espressione, abbiamo ancor più in ciò che vìen poi (24), 
lante osa nientemeno che intraprendei-e una classi tìcazione dei 
ialetti italiani : la prima, credo, che sia stata tentata nel mondo 
&r nessun paese. Erri egli pure: fuorviato da ciò che vedeva 
[Seguire là dove la Toscana si toccava coi territori romagnoli e 
mbardi, immagini che una pr-ima linea di divisione sia costi- 
uita dovunque, al modo stesso come segue per l'Italia geogra- 
fica, dal giogo delTAppennino. I/aver compreso che, oltre a di- 
itinguere, giovava raggruppare, e Taverne cercato il criterio 
In on fatto d'importanza cosi capitale» è sempre mirabile, E 
^l^aggriippamenti, o specie, che dir si vogliano, sono per lui 
nche i singoli tipi che enumera, e che, probabilmente non 
nza soddisfazione e forse con un poco di sforzo, gli son ria- 
lti sette per ciascun ilei due versanti: raggruppamenti di un 
iliumero sterminato di varietà e sottovarietà, eh* egli segue con 
tm rapido volo del pensiero e che giustamente pensa dover som- 
mare a ben più dì mille. Ed ecco che, come prima del Paul 
e dei compagni suoi, cosi qui Dante apparisce precursore del- 
'Ascoli. L'Italia diaicUale ci sta davanti fn embrione. 

Fino a questo punto siamo rimasti nelle regioni serene della 
^ieuza: ora scendìam sulla terra; contemplavamo gli uomini 
dalTatto: ora ci frammischiamo fra loi*o. Ce ne risentiremo. 
Siam giunti alla parte suscitatrice delle ire cella Firenze del 
cinquecento e delle età successive. Né farem merito agli altri 
toscani di essere stali più tolleranti, più di quel che faremmo 
un ragazzo del sopportar senza strilli le battiture inlli Itegli 
r castigo, quando vede accanto a s^è battuto alla stessa ma- 



206 



PIO RAJNA 



niera, e anche peggio, un tompaf^na jnvi»ìiato ed odiato. Bensì 
è da rilevare il sentimeiita ben diverso dei fiorentini del se- 
colo XIV. Per l'appunto questa parte, ed essa soltanto, è se- 
gnalata, e lodata senza restrizioni, nella notizia biografica che 
di Dante inseri nella sua cronaca Giovanni Villani (?5): < Al- 
tresì fece uno libretto eh* elli 'ntitola i)e vnìgari eloquenUa* ... : 
ove con forte e adorno latino e belle ragioni ripruova tutti i 
vulgari d' Italia* » 

Che il latino sia * forte y» è giustissimo; che sia « adorno »» 
può anche ammettersi, avuto riguardo ai tempi; che le ragioni 
siano * belle p, cioè valide, non ri[>eterenimo noi senza risei*ve. 
Come scorse, acuto al solito, ed ha dichiarato con larghezza 11 
d'Ovidio (2^), Danto, inconsapevolmente» trova brutto il volgare 
d Vigni altra teri-a d' Italia in conseguenza delTaver T orecchio 
avvezzo a quel fiorentino, che nondimeno ripudia del pan jsde- 
gnoso. Cosa non dovrebbe dir del francese» giudicato da lui 
invece gradevolissimoi cosa del provenzale, se in cambio di 
lingue forestiere fossero parlate indigene? 

Non gli facciamo tuttavia il gran torto, come non gli è fatto 
dal d'Ovidro, di credere che la condanna sia profferita sopra 
le poche frasi che sVadducoao; che, per esempio» milanesi, ber- 
gamaschi (curioso accozzo), e chi con loro confina, ricevan lo 
sfratto perchè potesser dire, o si reputasser potere, Etiti Vora 
liei resper^ ciò fu ffel mes d'ociorer (27), Qui, a buon conto, non 
abbiamo se non il primo verso di una scimmiottatura satirica, 
fnrse altrettanto e più estesa che la poesia, fortunatamente per- 
venutaci, in dileggio dei Marchii^iani, di cui s'è allegato on 
momento prima il cominciamento: Una fet^/mna scopiti din Ca- 
sciali. Cita cita sen già *n fjrande aina. Dante non vuol dunque 
se non esemplificare. Ma non per ciò la sentenza è meno in- 
fetta dei pregiudizi campanileschi che son comuni nel volgo 
d'ogni luogo e d'ogni tempo, e da cui appunto anche siffatte 
poesie erano inspirate» Ed oltre che alla Uiccia generale d'in* 
giustizia, il giudice non si sottrarrà a quella speciale di par- 
zialità, da attribuirsi probabilmente al luogo dov'egli scriveva, 
allorché trova dolce il bolognese, o in quanto dialetti> gli con- 
sente di buon grado la palma (28). Oh, se ci fosse lecito im- 
maginare il bolognese d'allora addirittura il rovescio di quello 
che suona ai nostri orecchi ! Ciò non toglie che questi capitoti 
cosi viziati, oltre ad essere preziosi come informazione, ci mo- 



4 



IL TRATTATO < DE VLLGAKI RLOQUISMTIA » 



207 



strino talora il Dante a cui ci prostriamo. Precorre ravveniro 
e sa <ii nuovo essere più moderno di nioUissiuii nostri contem- 
poranei, chi as.segna al sardo una posizione distìnta da quella 
di tutte Taltre parlate che sì pasjsano in rassegna: *Sardos 

etram, qui non Latii sunt, sed Latirs adsociandi videntur > : 

€ i Sardi, che p di linguaggio « non sono Italiani, ma agli Italiani 
devono rannodarsi » (29). E in un ordino di cose affatto diverso, 
è profondamento, e intensamente dantesco lo sfogo che le im- 
magini magnanime, apparse alla fantasia, di Federico II e di 
Manfredi fanno prorompere dal petto contro i degeneri principi 
italiani del presente: " Rachà, Rachàl?^ «Ohibò, Ohibò! Cosa 
grida ora la tromba dell'ultimo Federigo? cosa la squilla del 
secondo Carlo? cosa i cr>rnf dei potenti marchesi Giovanni ed 
Azzo? cosa i pifferi degli altri grandi? se non, Qua, aguzzini 1 
Qua, gente doppia! Qua, ingordi di averi! > (30). 

Ma astrazfon fatta dai particolari, sarà mai possibile che per 
Dante, iu cosa dì tanto rilievo, il pregiudizio volgare sia da solo 
spiegazione bastevole ? Certo una ragione differente affatto dal- 
Tamor di campanile si è costretti a cercare là dove l'anatema 
colpisce il campanile medesimo, ossia il parlar di Firenze. La 
ragione ben ce la suggerirebbe il Machiavelli, se a lui, come 
credo, propriamente si deve il cosiddetto « Discorso o Dialogo 
intorno alla lingua »: e sarebbe precisamente Toppoiito del- 
l'amore* Dante sarebbe stato mosso da sete di vendetta contiv) 
quella patria che gli aveva inflitto T esilio* Ma che cosi sia, 
credo assai poco; né mi basta rabbassare di alcuni toni Tac- 
cusa. Pur chiudendo risolutamente roreccbìo, per riguardi im- 
posti dalla cronologìa, a ciò che vorrebbe dirci il Convivio (31), 
e chiuso altresì Tanimo alla repugnanza ad ammettere cosa 
meno che degna per un grande, considero che il liorentino è 
chiamato in giudizio associato in maniera indissolubile con tutte 
quante le parlate toscane, e segnatamente poi con quelle di Pisa» 
di liUcca, di Siena, di Ai^ezzo; * Locuntur Fiorentini et dìcunt: 
Manichiamo itUroque, — Noi non facciano atro. Pisani : 7it:i*<? 
andonno lì frinii De h^iorensn pei* Pisa, I.ucenses: Fo roto a 
Dio che in gassnri^a eie io coniano de Lucca, Senensesr On* 
che renegata acesse io SiefiaJ Ch*ee chesioi^ Aretini: Vo* In 
l^imire otelleì n (32) Non è davvero un fascio che Dante ci 
avrebbe voluto mettere dinanzi, se la supposizione della ven- 
detta cogliesse nel segno. E che fascio è mai questo! un fascio 



208 



no RUNA 



dove con Firenze son strette insieme, Pisa, la sua più fiei*a av- 
versaria, ed Arezzo, avversaria del pari, © stata per sopra ppiu 
fido ricovero ai Bianchi fuorusciti. Una ragione di sentimento 
soffia bensì con speciale empito in questo luogo sul fuoco o ne 
fa salir alte oltre il dovere le fiamme; ma è ragione che con* 
cerne ad un modo i Toscani tutti, e nobile, non bassa: lo sdegno 
cinù contro chi sì tiene da pio che non sia. Udite: « Ed ora 
veniamo ai L'oscani, che per loro stoltezza dato di volta al cer- 
vello, paiono volersi arrogare il vanto del volgare illustre; e 
in ciò non il volgo solo vanegj^ia, ma cosi vediamo aver pen- 
sato moltissimi uomini di gran ffUiia, ... E {^loichè i Toscani più 
degli altri tripudian briachi, par giusto ed utile umiliare ad 
uno ad uno in qualche cosa i loro volgari municipaleschi- » f^i'l) 

Qui [jure noudimeno min abbiamo se non un motivo di gravar 
maggiormente la mano: manca sempre per il fiorentino il perchè 
della condanna; e sì desidera vivamente per le parlate tutte, 
toscane e non toscane, una ragione più alta del pregiudizio. Né 
davvero essa è poi troppo difficile da scovare. 

Subito ci si mostra, solo che si punti come si deve la mira 
dì Dante. Le più acerbe accuse scagliate contro il De tml{jari 
Eloqueniia provengono dall'essersì badato assai poco alla sua 
condizione di opera adatto incompleta. Dei quattro libri almeno 
che, secondo resulta da più che un rinvio (34), avrebbe dovuto 
comprendere, non abbiamo che il primo e non intero il secondo. 
Ora, se cadde in un gravo abbaglio il Matjzoni, adermando che 
Topera non tratti « di lingua italiana né punto né poco * (;^5), 
sta bensì che essa ò Inntanìssima dal trattare con determina- 
tezza della lingua italiana tutta quanta. L^autore credette op- 
portuno di rifarsi dal grado più elevato del linguaggio: e ad 
illuminare gli altri intendeva di discender via via (36). Che abbia 
adottato cotale ordine, e che su quel grado si sia fermato tanto, 
che ancora è ben lontano dal toglierne il piede quando inter- 
rompe V impresa, è al di là di giusto, considerato il momento 
storico; a <iuel modo che, viceversa, il Manzoni nelle tratta* 
zioni sue proprie del soggetto medesimo ebbe piena ragione di 
muovere dal basso» ossia dal bisogno e dalTuso giornaliero. Ma 
ecco avvenire anche al Manzoni qualcosa, che costituisce il ri- 
scontro per il fatto dantesco* Per iscritto, del linguaggio della 
poesia egli non si condusse mai a discoi-rere, ch'io veda, E ne 
risultano conseguenze spiacevoli, che noi non sappiam trop^H) 



IL TRATTATO < DK VDLCMRl Et.OQUBNTIA » 



209 



^me conciliare la contradiziooe — parallela anch'essa, con in- 
rersioDe tìì termini, a quella volutasi altre volte ritrovare in 
>anle e adoperata dai più per c^ntostare airautore delia Cam- 
vediti la paternità del De vnlgari Eioquentia — fra le teori- 
she tenaciasimaaiente professate, e la pratica degl7/mi sact^ii 
Jelle Trat/eilie, del Cinqtic Magulft^ pieni di forme e atteg^ria- 
lenti ignoti affatto alfuso liorentino, colto o non colto (37). 
Vorremo noi pensare che il Manzoni, voltosi alla nuova reli- 
gione, venisse nel pro[K)sito di cacciare di c*asa questi suoi ini- 
rabili fìgliunli, come tigli del peccato eil eretici, a quel modo 

le colia dissertazione sul Rommtzo storico ebbe animo di met- 

sre poco men che alla porta i Promessi iSposl ? — Il cielo ce 
ae liberi. — Pretefideremo che, appunto come fece col romanzo, 
volesse costringere ad una ri torma? — Se forse ci sj mise, 
lubito desistette di fronte alla ditìicoltfi somma» od anzi airim- 

[)ssibilità dell'impresa; e colla mutazione realmente imposta 
li alcune inezie, venne a riconoscere di nuovo tutto il rima- 
dente. Però una via di scampo per Tacutissimo critico siam 
ridotti a cercaria, convinti o n(»n convinti, nella considerazione 
Btessa che nel caso di Daiìte è d(»verosa. Sebbene il Manzoni 
ibbia scritto sulla questione delia lingua centinaia e centinaia 
li pagine, tutte le cose sue, pubblicate da lui o rimaste fra le 
sue carte, possono riguardarsi come manlfestazioìù frammen- 

irie del suo pensiero; e non e lecito presumere di sapere, 
)uale sarebbe riuscita quella faticatissima opera Delta Linr/ua 
\UaHaìia, dattorno alle cui fondamenta lavorò con tanto ardore, 

che ebbe comune col De vutgari Eloquentia la sorte d»d rì- 

inere in tmnco, 

^Ho detto dunque. Dante non va in traccia di un linguaggio 
^tUtbile purchessia, e neppure semplicemente della più bella 
le parlate italiane: cerca una lingua che fino dal principio 
Itleil* indagine, o della * caccia *, com'egli dice, battezza per « il- 
[luslre » (3S), Che meraviglia allora che non gli paia confondfti^si 

ol volgare di nessuna città o regione? e che però tutte quelle 
[parlate ad una ad una egli le respinga? Riconoscerà poi bensì 
[che potrà dar maggioi* sentiu'e di m nelTuna che neiraltra: 
[convenire con questa più che con quella (39). 

In pari tem[>o agiva su di lui una ragione di diversa na- 
[tura: la ragione storica. Certo essa era allora senza confronto 
[meno poderosa di quel che sia oggidì, quando un manzonianlsmo 
II 



210 



Pro RAJVA 



(fi strettissima osservan?:a, professato con tutte le causeguenze] 
sue, porterebbe a sctJtifessare tanta parte del nostro patrimouici 
letterario. Un pasi^ato nondinif'^no T^aiite se lo vedeva pur dietro; 
né la coscienza del rivolgimento operato dalla scuola che in lui 
soprattutto s'impersona, punto lo induce a voler negare a quel 
passato ogni valore. Dentro liioiti ra^^rouevolì agli antemiti egli 
tiene. K io quel passato ^lì si presenta con altri bolognesi il 
Guinizelli, * Padre » suo * e degli altri > suol « migliori - : 
gli si p l'esentano, jj^uadagnandosene a neh* essi il in spetto, taluni 
più antichi, quali Giacomo da Lentinc», fiuiilo d<:*lle Colonne, Ri- 
naldo di Aquino, Determinare con precisione in che linguaggio 
costoro poetassero, ò un pi-oblema assai arduo; ma è pur ven^* 
che, come pareva a Dante, s'erano, qual più qual meno, disco- 
stati dalle schiette pariate locali; e più assai che si fossero, 
molti sembravano, per la condizione nella quale le lor<i poesìe 
erano note e sono a noi pervenute, [nsonmia, urrertlcacia non 
indifferente veniva ad essere esercitata dalla tradizione. 

Ma Dante era altresì un cultore della scolastica, disciplina- 
trice insieme e tiranna delle menti medievali, E stando alle 
apparenze» colle quali, a dir vero, non saprei dire fino a che 
segno convenga la successione reale del pensiero, propria- 
mente costei fornirebbe la soluzione del [iroblema, indarno cer- 
cata col metodo dell* osservazione. Quel lint^uaggio eccellentis- 
simo che non s'è riusciti a trovare percorrendo provincia per 
provincia T Italia, sarebbe rivelato da un ra^'ionamento aprio- 
ristico, fondato sul concetto ili genere e dì specie» e sopra 
altre astrattezze, che a noi non [»aiono qui fare al caso {40y 
Non alziamo tuttavia troppo la voce. Del procedimento logico 
anche i moderni abusano in maniera non troppo dissimile. 
Enunceranno, per esempio, l'asserto che la lingua è un orga- 
nismo; e di lì fileranno deduzioni come da un assioma mate- 
matico. K diremo noi che della dialettica non abbia abusato 
quel sommo di cui si discorreva or ora, e del quale Dante ha 
cara la compagnia come certo di pochissimi? 

A questi niotìvi che resultano in modo esplicito, credo sia 
da aggiungerne uno recondito, di cui non oserei dire quanta» 
sia stata chiara la coscienza, e tuttavia forse efficace non metiOi 
ed anche più. Nella mente di I>ante il volgare italico non sU 
ancora cosi in alto come sai'à posto qualche anno appresso» 
allorché addirittura parrà essere < luce nuova, sole nuovo, 



IL TRATTATO «DB VULGARI ELOQUENTIA > 211 



il quale surgerà ove l'usato tranioritenà » (11). Ma siamo di 
;j:ià su quella strada, lontanissimi dalla concezione del tèmpo 
(Iella Vita Xuova, quando, se ben si ricorda, si giudicava colpa 
il comporre in volgare altro che versi d'amore. Il volgare 
dunque s'incammina a insediarsi dove sta il latino, o almeno 
accanto a lui ; e per insediarvisi non solo, che sarebbe poco, 
ma potervi rimanere, gli occorreranno in misura non troppo 
scarsa le doti di stabiliti! e universalità che il latino ed ogni 
« grammatica p possiedono, e che sono inconciliabili, come s'è 
visto, con una parlata qualsiasi. Conseguibili ntm'sono per 
Dante altro che da una lingua fabbricata, e uscita dall'accordo 
di molte genti diverso, quale appunto egli crede essere il la- 
tino. E*di certo, mettendo da parte la stabilità, che verrà a 
resultare di conseguenza, nulla parrebbe poter rendere più 
agevole il consenso di una moltitudine di eteroglossi in una 
l'orma sola di linguaggio, che Testrarre quella l'orma da tutti, 
in cambio di prenderla da taluno e volerla imporre agli altri. 
Si pensi ai moderni tentativi di lingua universale. 

ilo detto « ostrarre » ; ma nel caso nostro, se ci teniam 
stretti alla teoria, « astrarre » sarà un'espressione più propria. 
La lingua a cui Dante, scartati i volgari singoli, assegna il 
primato, è un'astrazione. Tale apparisce in quel ragionamento, 
additato poc'anzi, di genere, specie e che altro so io, attra- 
verso al quale siamo introdotti nel santuario; tale in uno, meno 
astruso, e però più opportuno da riferire, che del santuario 
forma couk^ l'abside (12). Si all'erma che alla maniera stessa 
come si può trovare un volgare specifico di Cremona, ossia, 
soggiungiamo chia!*en<lo, comnne ai Cremonesi tutti, se ne può 
trovare uno specifico della Lombardia; e come uno della Lom- 
bardia, cosi uno del vei'sante sinistro dell'Italia; e come uno 
<iel versante sinistro, così uno dell'Italia intera, che è per 
Dante quello appunto che vuol chiamarsi italiano. Tra questi 
due ragionamenti ci siamo inchinati al nume e ce ne siam sen- 
titi enunciarti e spiegare gli attributi (43). Ampiamente gli si 
conforma l:i designazione di ^illustre», messa innanzi da un 
pezzo: s'angiungon lo altre di « cardinale », vale a dir cosif- 
fatto che come i cardini si traggon dietro T uscio, dà logge al 
moto di tutti i volgari municipaleschi: « aulico », cioè del pa- 
lazzo reale, che l' Italia pur troppo non ha, ma potrebbe avere : 
« curiale ^ , ossia di quella corte, che, in quanto unica, alla 



212 



PIO RAJHA 



maniera della corte te*Iesca, ci manca del pari, tna che pur 
Dondimeiio possediamo sotto forma dì membra congiunte da un 
vincolo irìeale, 

Dubitn nondimeno assai che queste asse;/nazioni e dichia- 
razioni di epiteti consei^uau V intento a cui con esse si mira, 
di far conoscere bene Toggetto della contemplazione ; dubitii 
che riescano a soffiar vita in un essere, che amerei figurarmi 
come una dì quelle creature etei'ee rappreseutate dall'arte d<i 
Beato Angelico, e che invece temo sia tino scheletro e nulla 
più. Vita esso non riceve se non quando, in mezzo alle gene- 
ralità» si viene un poco al concreto ; allora segnatamente che 
ad esiniplarl perfetti del volgare illustre s*additano le rime 
propri*^ e di Gino da Pistoia (44)* Qui T immagine degli angeli 
e delle Madonne delFAngelico torna realmente opportuna: ma 
s'illudtt Dante credendo che tra queste incarnazioni e il con- 
cetto astratto ci sia piena corrispondenza. 

Che con tanto discorrere si sia venuti solo a capo del primo 
libi'o, non faccia paura a nessuno : "per lo scopo attuale uà 
esame minuto della materia del secondo sarebbe inopportuno. 
Non istiam dunque ad acc^impagnar© l'autore per gF intricati 
e spinosi sentieri della dissertazitme filosofica, a cui, pt^eme^sso 
che il volgare illustre può avere applicazione tanto prosaica 
quanto poetica e stabilita la convenieniia di principiare l'es:inie 
dalla poesia, domanda che gli dett^rminr, chi, a qual fine» in 
qual modo possa servirsene. Ci basta di collocarci agli sbocchi^ 
e di sapere che dev'essere riserbato ai soli rimatori elettissimi 
l)er ingegno e dottr'ina (45) ; che questi pure non dnvrannt» va- 
lersene altro che per i soggetti più elevati, i quali potranno 
essere guerreschi, amorosi e morali (40); e che gli si addirà 
unicamente la forma più nobile di componimento poetico, che 
è la canzone (47), Come si vede, ave va rio molta familiarità col- 
l'opera, e dovevano averla profondamente meditata» coloro che, 
fautori od avversari, facevano ilei volgare illustre tutt'una 
cosa col linguaggio letterario in genere! A tutti convengono 
le parole dette dal Manzoni per i perticai*iani d'un tempo, che» 
essi « forse..-, non sMmmaginano che, per appoggiarsi alTau- 
tórità d'un libro 9^ (e noi soggiungeremo, o per combatterla) 
* ci fosse bisogno di conoscerlo » (48), 

Neppure ci metteremo alla scuola di Dante perch*^ nei* i 
canzone egli c'Insegni tutto il magistero: come dei tre àtili 



I 



IL TRATTATO «DE VULGARI ELOQURNTIA » 21o 

« tragico, comico, elegiaco » ossia alto, maggiore ed umile (pec- 
cato che sul concetto di stile non sia stato fermato molto prima 
e maggiormente il pensiero!) le convenga solo il primo (49); 
come tra le varie specie di verso v'abbia a dominare T ende- 
casillabo, cui nondimeno crescerà risalto Tessere associato con 
settenari (50) ; come la « constructio », o il congegno grammati- 
cale delle parole, oltre ad essere regolare, deva spettare a quel 
grado, che accoppia studiata eleganza, grazia e nobiltà (r>l) ; 
indi, a quali condizioni metriche e fonetiche, qui acutamente 
osservate e studiate, abbiano da soddisfiire i vocaboli, quando 
la necessità non li impone (52). 

E a questi ammaesti*amenti d'indole generale ne seguono 
altri più specificamente tecnici, sulle parti, maggiori e minori, 
in cui la canzone si risolve, e sulle varie maniere di atteg- 
giarle (5.^^). Essi riescono preziosi per noi, che ci troviamo cosi 
introdotti da un ospite cortese dentro a quei penetrali della 
nostra ritmica antica, dove senza di ciò avremmo dovuto en- 
trare a forza, abbattendo con fatica le porte. Certo la casa ha 
numerosi padroni, e molte delle cose che udiamo dalla bocca 
di Dante si sarebbero potute sentire, e fino a un certo segno 
si sentono, da altre labbra. Egli è un artefice che conosce la 
propria arte. C'è tuttavia modo e modo di conoscerla e di sa- 
perci ragionare dattorno ; anche del Cellini, anche di Leonardo, 
si può dire quel modesimo che di lui. Per capire quanto in 
alto egli stia, si guardi a che profondità si scorgano sotto i 
trattatisti posteriori, Antonio da Tempo, Gidino da Sommacam- 
pagna, incapaci di discernere l'essenziale dalT accessorio, tutti 
impigliati in conto quisquilie fanciullesche. Ed anche spingendo 
lo sguardo oltre TAlpi, alle letterature sorelle, si veda come 
stiano in basso rispetto alle poche pagine del De culgari Elo- 
qt'enlia le ampie e studiate /.r'^/.v rf'^mor.^ del tolosano Guillem 
Molinior e de' suoi consiglieri. Per tutti costoro parrebbe ora- 
mai perduta la coscienza, direttrice sovrana per Dante, dello 
strettissimo l<>game ch(^ avvince la poesia alla musica (54). Si 
opporrà che la colpa è dei tempi : sia pure di pochi decenni, 
r intervallo ò bastato a scavare uiì abisso. Ma ohimè ! Dante 
non gi;,Mnte.igia meno se gli mettiamo accanto taluni che nel- 
l'ordino ci'onolouMco lo precn<lettero : Jaufi'é d«» Foixà, che 
scriveva un quindici anni prima di lui, e T A non imo della />o<*- 
trinn do ro)ii\K)iì<ìrc fìlcUtt>^, anteriore senza alcun dubbio del 



214 



Pro lUJNA 



pain\ Gli è che in Dante, insilarne con una tnemorìa che l'itfeiiè 
e un occhia che osserva, e* è una mente che pen«a : nna mente 
dì ineraTÌgliosa potenza, foggiata alla stessa maniera (qui sta 
lì miracolo maggiore) per la poesia e per la scienza. Si con- 
sideri, per esempio, la definizione sua della canzone (55) ; si 
consideri la determinazione di ciò che sia * stanza » (56). 

Mentre ci aggiriamo in questi paraggi, nel bel mezzo di 
un capitido il discorso si arresta; secondo ogni probabilità» 
proprio perchè tacque Fautore, non perchè le sue parole non 
giungano al nostro orecchio. Tacque, sebbene nelle linee ge- 
nerali egli avesse chiaro dinanzi il disegno di ciò che doveva 
seguire, secondo resulta dai rinvìi. Sorge dunque vivo in noi 
il desiderio di sapere, quali materie dovessero ancora esser 
trattate. 

Per il capitolo interrotto la cosa è chiara dall'enunciazione 
fatta principiandolo. Si sarebbe seguitato il raginnantent/», ri- 
masto in tronco, sulla lunghezza delle stanze considerate come 
un tutto, e si sarebbe poi detto del numero dei versi e delle 
sillabe nella < fronte » e nella ^ coda -, nei « piedi * e nelle 
<t volte ». Se al capitolo successivo l'osse per dar argomento 
la lunghezza della canzone, non posso affermare : improbabile 
non è. E trascurando altre cose (57)» sgorga limpidamente dalla 
fine del primo libro che si sarebbe quindi dovuto spiegare 
m libi, quando et ad quos », dove, quando e volgendosi a chi, 
la canzone fos.se da adoperare. 

Qui aveva a chiudersi il libro secondo, e a giudizio mio 
anche il trattato dolhi canzone, ossia del volgare illustre in uso 
poetico. Quanto al soggetto del libro terzo, oserei quasi affer- 
marlo (anche il d* Ovidio è su questa via) (58) Tuso prosaico 
di quel medesimo volgare. Me lo provano, ravvicinate al co- 
minciamento del secondo libro, dove il pnjposito di non lasciare 
la prosa illustre in disparte apparisce manifesto abbastanza» li 
parole profferite al termine del primo, che del volgare illustra 
< in inmediatis libris tractabirnus *: tratteremo nei libri imme^ 
diatamente successivi: « in inmediatis libris •, plurale. dare 
dunque ancora, e mal si saprebbe come, tutto un Ifbn» alla 
canzone o venir meno ad una promessa — dacché un accozzo 
disparato di prosa e poesia in uno stesso libro non sarebbe am* 
miasibile —, o accogliere la mia ipotesi. E qual singolare im- 
portanza avrebbe per noi il conoscere ciò che la mente sovrana 



I 



IL TRATTATO « DR VULGARf KLOQUFA'TIA » 216 

di Dante sapesse scorgere e pensare intorno a un soggetto cosi 
nuovo ! Che non è neppur concepibile che da lui si ricalcassero 
le trattazioni concernenti la prosa latina. 

Coi libro quarto ritorniamo alla luce del sole. Dai riferi- 
menti, cioè, specificati dell'autore medesimo, sappiamo che vi 
si sarebbe discorso del volgare mezzano (51)) e delle specie cor- 
rispondenti di composizione poetica (60), ballate, sonetti (61), e 
certo altre ancora. E lì dentro si aveva in animo di ripigliar 
di proposito il soggetto della rima (62), sfiorato appena trattando 
della canzone. La materia davvero non era scarsa ! E con tutto 
ciò inclino a credere che si intendesse di parlarvi altresì dei 
volgari gradatamente più umili e di uso più angusto, fino a 
quello « quod unius familie proprium est >*, proprio di una sola 
famiglia, sembrandomi inverosimile, anche per motivo di pro- 
porzione, che ad un argomento cosiffatto si volesse dedicare 
un intero libro speciale. 

Ilo forse presunto d'indovinar troppe cose: non presumerò 
di saper precisare la causa per cui la composizione fu interrotta. 
Ponendola tuttavia in genere nella condizione dell'autore, che, 
sbalestrato per un mare tempestoso dentro ad una fragile bar- 
chetta, ripara ora sopra uno scoglio, ora sopra un altro, saremo 
sicuramente nel vero. Non dell'interrompersi, bensì del poter 
persistere in un'impresa, dobbiam meravigliare per Dante. Ma 
alla causa estrinseca se n'aggiunse una di genere differente 
colla composizione del Convivio. Al De vulgari Eloqicenlia si 
pensava pur sempre ; ad esso il trattato proemiale della nuova 
opera rinvia, come ad « uno libello » che s'intende « di fare » 
(su questo modo di riferirsi, fonte di errori cronologici, non 
posso qui trattenetemi) '< Dio concedente » (63). Sennonché il 
Convivio stesso rimase in secco ; e Dante, in quanto altri do- 
Teri imperiosi non gli s' imponessero, attese quind' innanzi con 
tutte le sue forze alla Conwierlia: 

Che si*iiii)ro 1' uomo in cui pensi«*r rampolla 
^*ov^a peiisier, da sì* diluii^^a il He^uo, 
Perche* la foga Vun «leiraltro insolla. 

Ma la Conwiedia ebbe a frapporsi anche in diversa maniera 

Cra Dante e l'opera intermessa. Mano mano che la composizione 

-avanzava, le idee rispetto all' *< Eloquenza vol;i:aro * dovettero 

x-enirsi modificando. Potrà mai parere all'autore del Pur(j(dO)'io, 



216 



no IIAJKA 



è stiprattutto poi (ìe\ Paradiso, che k sue Cantictie avessero da 
sUrserie rarioicchiaie in quel cantuccio «lei quarto libro, che 
solo sarebbe loro spettato sec<Jiido il vecchio disegno? Quel 
cantuccio bastava per il Tesoy-eUo e roba cousimile: non per il 

AI quale li» pni^io umiin t^ cielo e U«rra. 

Il poema fu chiamato dalF origine Commedta, e Commedia 
bisogna che rimanda; ma vammedia apparisce ora principal- 
mente porche, cominciato In pianto^ finisce in letizia. Che se 
di norma lo stile è comico, ossia mezzano^ non dì rado s* inalza: 

luterduni tutui^ri et vofcm Comoedìa tollil <«ìl). 



E per ciò che spetta al linguaggio, quel « vulgare mediocre * 
che in generale ha servito di sti'uiuento a un lavoro cosiffatto 
d*arte e di scienza, e che è indiscutibilmente, ctm deviazioni 
proporzionatamente minime, il toscano e il fiorentino, non è 
degno, no, d* esser trattatM come fu. Vergo il toscano e 11 fio* 
renrino Dante sent*^ d'essere stato ingiusto; come cosi spesso 
accade in cose di lingua, semplici fuscelli gli parvero travi ; 
persistendo in queir ingiustizia sarebbe ora ingiusto anche 
contro sé medesimo. Hisogna dunque mutare. Nella nu<»va forma 
il volgare illustre non spadt'oneggerk più dispoticamente, e 
dovrà essere presentato in maniera alquanto diversa. Pur oon»| 
tinuando a dar flnvuncjue sentore di sh, non sarà più ìirivo di 
un covile dove meglio che altrove possa posare. E potrà anche 
darsi che il concetto di lingua abbia da cedere parte del posto | 
al concetto di stile. 

Il Ih^ tmtgari Eloquentla come a noi sti dinanzi è dunque 
informato in parte a idee erronee; erronee tuttavia in quanto 
una faccia del vero occulta soverchiamente le altre; e ch"0 
erronee appariscano e siano, viene soprattutto dall'azione di' 
colui, al quale con tanta asprezza furono rinfacciate. Senza la] 
IHvina Comivedia la storia della nostra lingua» del pari che 
quella della nostra letteratura, pr*enderebbe altro aspetto. Ma 
poi gli errori stessi vogliono un'ammirazione intensa. Donde» 
mai, se non da un [irofondo sentimento di nazionalità, meravi- 
gliosa! addirittura nelT Italia sminuzzata e piena d*odi del à\x- 



IL TRATTATO « DE VULGARI ELOQURNTIA » 217 

genio e del trecento, viene, se penetriamo fino alla radice, il 
dispregio per tutti i « vulgaria provincialia » e * municipalia », 
e queir idea di una lingua comune che tutti abbiano il diritto 
di chiamare loro propria ? Se Dante un poco travede, travede, 
in fondo, perchè il cuore gli s'impone: quel cuore medesimo 
donde trabocca T invettiva 

Ahi, serva Italia di doloro ostello. 

Come al confronto degli errori danteschi appariscon meschine 
le verità dette nel cinquecento dall'autore del Discorso e dia- 
logo della Lingv4Xy porti pure un gran nome, da Lodovico Mar- 
telli, dal Gelli, dal Varchi, e da tanti altri! Ed anche nelle età 
successive quasi solo un uomo al quale più volte son corsi il 
mio pensiero e la mia parola, merita d'esser messo con Dante : 
Alessandro Manzoni. Tra Dante e il Manzoni, tra il dispregia- 
tore del parlar fiorentinesco e il propugnatore del fiorentinismo 
ad oltranza, pare esservi l'antagonismo più assoluto. Ma Dante 
che, fiorentino, guarda all'Italia; il Manzoni che, milanese, s'af- 
fisa in Firenze, incarnano uno stesso ideale ; un ideale che ora 
s'off*usca, ahimè, alle menti di molti, i quali nella loro sciagu- 
rata miopia non s'avvedono di preparare alla patria (ossia, 
non alla patria, poiché una patria per loro neppure esiste, ma 
pur sempre ai loro figli, ai nipoti) nuovi secoli di guai e di 
vergogne. 



]S O T E 



(1) l'ita Nuova, ^ XLiir. 

(2) Gio. Mario Filolfo. 

(3) Colla famosa lettera del lHi)H a Ruggiero Bonghi. 

(4) Vita Xuova, xxv. 

(5) Ibidem. 

(6) $ XXXI. Se le parole « lo intendimento mio non fu da principio 
di scrivere altro che per volgare » paiono opporsi al sospetto, si eonsi- 
deri non essere verosimile che nel primo concetto dell' oi>era le divisioni 
avesser Inogo. Allorehò parlavo a Milano non mi pareva neppure alieno 
dalla probabilità « che Dante possa un tempo aver voluto comporre in 
latino » la Commedia, « si pensi poi comunque si voglia », io dicevo, « di 
c|uei due esametri a cui molto nuoce il trovarsi, prima che nella biografìa 
lioccaccesca, nella s<Teditata lettera di frate Ilario ». Sennonché, rispetto 
a ciò, una ritlessione più matura m' ha condotto a giudicare altrimenti. 
Veda, chi vuole, lo scritto .< Qual fede meriti la lettera di frate Ilario », 
dentro al volume Dai tempi antichi ai tempi moderni, per nozze Schcrillo- 
Xegri, Milano, 1904, alle pp. '202^'^. 

(7) Cavauwnti, Donna mi pvieiia, commiato. 
r8) De vuìgari A7., I, i, 1. 

(D) Dii\ Comm., DiJ\, xxix. 91. 

(10) I, I, 2, l. 

(11) II, 1-3. 

(12) I, n, 1, 4-(ì. 

(13) I, II, 1, 7, III. 

(14) I, IV, 1. 

(15) IV, 2. 

(16) IV, 3-5, V. 

(17) VI, 1-3. 
[IS) VI, 5. 

(19) Il settimo. 

(20) Cap. VIII. 

(21) IX, 1. 

(22) IX, S. 



220 PIO RAJNA 



(23) $ 1-5. 

(24) $ 6-8. 

(25) L. IX ; capitolo 135^,' o giù di li, secondo i testi. 

(2()) ìsei capitoli x-xii del suo stridio sul trattato dantesco ; p. 85 sgp. 
noi voi. II deìV Archivio glottologico ; p. 371 sgg. nei Saggi critici. 

(27) XI, 4. 

(28) XV, 1-5. 
(21)) xi, 6. 

(30) xiij 4: « Ilachà, raclià! Quid nunc personat tuba novissimi Fe- 
derici i quid tintiuabulum secundi Karoli ? quid cornua lohannis et Az- 
zonis marchionum potentnm ? quid aliorum inagnatum tibie f nisi, Venite, 
éarnifices ; Venite altriplices ; Venite, avaritie sectatores ! » 

(31) I, XII e xni. 

(32) I, xiii, 2. 

(33) xiii, 1: « Post hoc veniamus ad Tuscos, qui propter amentiam 
suain infroniti, titulnm sibi vulgaris ilìustris arrogare videntur ; et in hoc 
non solum plebea dementat intentio, sed famosos quamplures vìtos hoc 

e unisse comperimus Et quoniani Tusci pre aliis in hac ebrietate 

baccantur, dignuin utileque videtur municipalia volgaria Tuscanomm sin- 
gulatìm in aliquo depompare. » 

(34) II, IV, 1 e 5, vili, 7. 

(35) Lettera al Bonghi. 

(36) I, xix, 2. 

(37) Si veda ciò ohe dice anche il d' Ovidio, Le correzioni ai Prometèi 
Sposi e la qìiestione della lingua, quarta edizione, Napoli, 1895, p. 208 sgg. 

(38) I, XI, 1. 

(39) XVI, 4. 

(40) Gap; XVI. 

(41) Convivio, fino del 1. I. 

(42) XIX. 1. 

(13) XVI, 5, xvn. XVIII. 

(41) I, XVII, 3; V cfr. I, x, 4. 

(15) TI, I. 

(1(>) Cap. II. 

(47) Cap. IH. 

(18) Nella solita lettera. 

(4!)) IV, 4-(>. 

(50) Cap. V. 

(51) Cap. VI. 

(52) Cap. VII. 

(53) VIII, 7. ix-xi. 

(51) Si V4'da vili, 3-0. ix, 3, 5, x, 2, xii, 8. 
(55) vili, 7. 
(5»;) IX, 2, 5. 



IL TRATTATO < DB VULGARI BLOQUBNTIA > 221 



(57) Cfr. II, VII, 7. 

(58) Jrch, glott,, II, 66, Saggi crii., p. 342. 

(59) II, IV, 1 e 5. 

(60) II, vili, 7. 

(61) li, IV, 1. 

(62) II, XIII, 1. 

(63) I, V. 

(64) II pasHo di Orazio ò allegato, ben si su, iiell' epistola a Can 
Grande, ^ 10. 



ALESSANDRO D'ANCONA 



Il "De Monarchia ,, 



lura Monarchiche.. . cecini. 

EpIT. R4VENN. 



Ile 



Il Trattato che Dante intitolo - Della Monarchia o deirim- 
» (1), non è soltanto utile sussidio a meglio intendere i 
nsì della Commeffia^ che in molte parti ir*- illummata di 
ivissima luce: ma è documento di politica dottrina, quale, 
nel secolo XIV, solo un si alto intelletto poteva concepire ed 
porre. Siasi qnalsivotrija il tempo io che fu scritta, abbia da 
nsiderarsi fi'utlo di calda giovinezza o di meditationda matu- 
rità (2), centri è maravì^lioso il vedere qual vasto ambito di 
conoscenze e di idee abbracciasse con quest'opera la mente 
deirAlighieri, e come tanto sapesse levarsi sui suoi contem- 
ranei scrutamUi più addentro e spaziando più largo e più 
ntano, anche laddove altri aveva già drizzato o doveva driz- 
re r intento. Ma, rome, nel canto d* amore, egli, preceduto 
numerosa schiera di poeti provenzali e nostrani» e movendo 
i OuinizelUf e con altri amici e coetanei formando una Scuola 
quella del dolce sili nìforo — dì tanto s* innalza su tutti per 
rezza di sensi e soavità di suoni : come, nel comporre la 
mMiay trattando un tema vulgato ed antico, in quel mondo 
me di tradizioni e di leggende, introduce unità di concetto, 
dine di parti e magistero d*arte; nel Cotwlto, ricongiungen* 
alle Enciclopedìe medioevali e seguendo l'esempio di sar 
unetto, si volge, mutato i<lioma, non ai dotti, ma ai laici, 
li ignari, perchè anch'essi si cibino coi rilievi della menaa 
l sapere ; e nel De Vulgari EloquerUia allargando il tenta» 
o dei predecessori occitanici, compie la teorica dei ritmi 
n quella dello stile e nella varietà dei vernaceli intuisce il 
une linguaggio d'Italia; cosi, in que4o trattato De Monar- 
ia raccoglie insieme e perfeziona le meditazioni dei Filosofl 



226 



ALE88ANI>RO D'ANCONA 



e del Datlori su ir ultimo fine e l^ottimo ordinamento della ci* 
vilft congregazione, applicandole a chiarire e a definire le con- 
troversie allora più ardenti. Egli è che Dante, non in un soli 
avviamento delTumano pensiero, ma in tutti, assomma ciò eh* 
anterrorniente erasi a (rammenti trovato, riordina ciò eh' e 
scomposto, collega quant*era disgiunto, e tutto atteggia in nuov 
forma, imprimendovi sopra il suo suggello indelebile : chiude 
il passato ed apre l'avvenire: ultimo dei grandi intelletti del 
reta media, primo fra quelli della moderna; perenne ed au 
revole testimone deir indole della mente latina ed italica 



Questo libro dantesco è, a prima vista e per Todierno lei 
tore, quasi una grave costruzione, un edificio massiccio d*arte^ 
medioevale : ma quando ne sia superata la soglia, ingombra di 
spine e di bronchi, rocchio vi spazia cojne sotto le grandi ai 
cate di un tempio: e le irarnafj:ini dei SavJ dell'antichità e quell 
dei Santi cristiani ci si fanno nella maestà severa del luogo, 
compagni e guide. Nulla v' ha in questo monumenta», nulla del 
sveltezza e della grazia deirarte allor rinnovellata : ma tu noi 
puoi non ammirarne la solida struttura, intanto che la luce 
che piove dalTalto ed ogni lato ne investe, conforta e solleva i 
spirito. Uscendo di metafora, non può al certo disconoscersi chi 
questa scrittura pienamente non si conformi ai modi, coi quali 
allora tratta vasi la scienza, non adoperi i metodi allora preva- 
lenti e non riproduca il linguaggio della Scuida, irto di teorei 
e di sillogismi; ma giunti in fondo ed afferrato dell^opera Tin- 
timo concetto, si comprende quello che v'è per entro di nuovi 
e di fecondo, si discerne Taltrui dairoriginale, quello che Danti 
ha mietuto altrove da quello che ha seminato di suo. Come un 
palimsesto in virtù di chimici reagenti ì-esti tu isce a noi nella 
sua classica freschezza un testo greco o latino, cosi applicando 
al vecchio trattato lo spinto deirodierna critica storica, di soUo 
al vetusto involucro si scopre ciò ch'esso contiene di nuovo 
di non caduco. Le forme, nelle quali meglio che svolgerdi, i 
avvolge il pensiero dantesco, sono bensì viete e trite ; ma 
concetto sostanziale è pur sempre di quelli, che alTaticano tu 
torà il nostro intelletto: e talune delle soluzioni proposte a 
l'arduo problema della migliore umana convivenza, serba»' 
senza intrinseche variazioni, o soltanto di nome, la loro ei 
cace virtù anche al di d'oggi. 



1 

et- ' 



IL « DB MONARCHIA * 



237 



^ 



Ohe cosa ile! pensiero dantesco resti ancor vìvo uel monrlo 
moderno vedremo via via : consiileriamo a<lesso il Impattato nei 
tempi io che venne pensato e scritto. 



I. 



1^ Il Medio Ero fu governato ila due grandi Istituzioni ; non 
però in modo, che fosse ben definita ed incontrastita Fauttirità 
di ciascuna. Durava ancora, (sebbene tjua e là, come in Pro- 
venza, sorgessero sètte di eretici, e in Italia, prima i Patarini, 
poi i Fraticelli ed altri), durava PCnità religiosa, ne alcun ani* 
pio territorio erasi ancora sottratto alla giurisdizione del Pon- 
tefice Romano. Men salda era (faUra parte diventata Tautorità 
deir Impero, rinnovato da Carlomagno e cresciuto di vigore da 
^^ Ottone r ; ma Punita sua andavasi sempre più sgretolando, e 
^Kgìà in Germania ed in Italia eransi costituite città libere, men- 
^■tre forti regni eran sorti in Inghilterra, in Francia ed in Spa- 
^■gna. Ma se tali erano i tatti, idealmente perdurava il concetto 
^■cbe la società umana dovesse esser governata dal Papa e dal- 
^^l'Imperatore, unici Puno e Paltro, e supremi; e questo con- 
cetto per tutta Europa diffuso, più che mai mostravasi gagliardo 
ed operante in Italia. 

Era infatti P Impero un retaggio glorioso, che V Italia antica 

aveva trasmesso alla nuova : la Chiesa, un gran lume, che Cri- 

to aveva locato nel centro delia Penisola, nella sede stessa dei 

Ce-^ari ; aveva l'Impero raccolto un giorno il mondo attorno a 

Roma, e la Chiesa a Roma sei*l>ava una immagine di univer- 

dominio* L'uno aveva creato fra Roma e il mondo il vin- 

o del Diritto; unito P altra le genti con quello della Fede. 

;*4uluta dalTautica grandezza, non [liù signora dell'orbe, sentiva 

Mtalia dell'età media qual compenso le fosse tuttavìa Pautorità 

il decoro, che ancor restavanle in duplice forma, nel monrlo 

Ivile e in quello della coscienza. 

Ma P Impero era, per forza di eventi, passato da più tempo 

Itr'Alpi, né la Chiesa aveva sempre quietamente dimorato in 

orna. Intanto per cupidigia d* animi e baldanza di dottrine, 

(lue queste Istituzioni erano uscite dal proprio campo ad 

ader l'altrui, si da potersi dire che mai non fu un tempo in 

che veramente Chiesa ed Impero avessero rigorosamente o»- 



228 



ALKBSilHDRO D'AKOOlfA 



servato i limiti della propria autoritli, e soltanto in fuggevoli 
perìodi non tesser stati fra loro discordi (3). Fin dalTetà suc- 
ceduta al disordine delle occupazioni barbariche, nella generale 
anarchia Chiesa ed Impei'o avevano a sé avocato quanta mag- 
gior giurisdizione avesser potuto ; spesso Cesare era stato \mu 
specie di Vescovo esteriore» e il Vicario di Pietro un delegato 
imperiale, se anche fosse generale sentenza che fra i due dovesse 
correre la medesima distinzione, che fra l'anima e il corpo e le 
costoro operazioni. Ma una norma così astratta non poteva ser- 
vii*e a determinare ciò ch'era di propria spettanza all'una ed 
all*aÌtro: ed il Pontefice, ad ogni modo, accogliendt) fjnel crite- 
rio, allegava in favor suo la maggior nobiltà dell'ani ma a con- 
fronto del corpo : e perciò pervicacemente arrogavasi una as- 
solutc'i preminenza-su tutte le umane azioni, e su quelle in specie 
della vita civile. 

Dai fatti, come accade, e insieme dalle disparate opinioni, 
fondate dapprima soltanto su precetti assoluti e arbitrarie de- 
duzioni, si vennero a poco a poco formulando in corpi di dot- 
trine i diritti e le pretese di una parte e del T altra, e si co- 
stituirono due Scuole, di Giuristi e di Decretalisti, ad ambedue 
le quali diede P Italia numerosi e valenti seguaci, 

Domma fondamentale dei primi era che, sebbene effettua 
mente la sede Cesarea fosse fuori della Penisola, e rautori1| 
passata dai Franchi ai Tedeschi, non vi era però stolta né 
minuzione di potere né soluzione di continuità, e tanto la sornn 
potestà civile come chi n'era investito rappresentassero semf 
l'Impero fiomano. Il Sire germanico poneva perciò il nome del] 
Città eterna sul suo sigillo, e chiaaiava suoi predecessori Al 
gusto e Giustiniano. Il Senato dì Roma, larva delTantico 
sesso, quando il nuovo eletto affacciavasi alle Alpi per 
dere a cingersi la corona, lo .salutava Cesare; ed egli, tijGcaod 
il suolo di Roma, di ospite mutavasi in concittadino, di stranie^ 
in romano» Ond' è che fra tutte le accuse fatte a Dante, e 
volgarmente ripetonsi, ninna ve n' ha che mostri maggior ì| 
raaza della storia, di quella dell'aver egli invocato uno sit 
niero a rimarginar le piaghe che avevano moHa Tltalia. Anc 
poco dopo di lui, notava il Petrarca che, pui'o ai bei taixiE 
deir Impero, la Spagna avevagli dato Teodosio, L'Alfrica Sevec 
Alessandro la Siria; sicché, nato ove si voglia, sempre 
peratore è cittadino di Roma. 



IL <* DE MONAROHIA * 



22d 






Per tal modo, quasi applicando una forma di jus postUminii, 
andavasi reintegrando il diritto imperiale; salvo che i Giuristi 
trasmodavano nel soTerchiamente foggiarlo sul tipo pagano. 
■^Oià dai tempi del Barbarossa, i [>ottorÌ bolognesi avevano fer- 
mato il concetto dell 'assolo tii sovranità di Cesare, e Uberto da 
Milano assiomaticamente pronunziato che la volontà di lui te- 
^flesse luog(» di legge: IHm volmilas Jus est..., Qimd Pìinaipi 
Dkicuii, h*gis habet Vf(/orem : e più tardi, Bartolo da Sassofer- 
rato dirà eretico chiunque impugni essei* F Imperatore padrone, 
^^lion solo del moudo, ma di ogni privato possesso. Legittimando 
^ber tal modo il turpe assolutismo cesareo, alla legge sostituì - 
^Krasi la persona, libera da ogni freno, e T istituzione imperiale 
^■diventava oltrap(jtente, non meno tuttavia di quella che, dal 
^■eanto loro, t Decretalisti attribuivano al Pontefice. 
~ Recisi e dommatici al pari degli avversar], che i loro dat- 
atati deducevano dai testi del giure, risalivano i Decretalisti alle 
zre Carta; uè soltanto alla lettera, ma alla spiegazione alle- 
mca e mistica, colla quale solevasi dichiararle, ed inoltre alla 
Mossa. È noto invero come uno degli argomenti più validi a 
[provare la precedenza del Papa sulK Imperatore si traesse tia 
quelle parole iniziali del Genesi: Feciique Detts duo lumina- 
ria magna: Inniinare majus ut praeesset (liei, et himUiare 
%inus ut praeesset noeti (1); dove gì' intelletti di quei tempi, 
pero scoprire, ciò che a noi moderni davven* non riusci- 
uoa evidente allusione alle due somme Pode$t<V e alle 
loro reciproche relazioni (5). Ciiriijso è tuttavia, che nel più 
itico periodo, anche presso gli scrittori ecclesiastici, come ad 
ampio s. Isidoro, nel sole si vedesse indicato T Imperatore; 
da Oregorio VII in poi (6) prevalse l'opinione opposta (7), 
contesa su questo punto, sostanzialmente sofistica e frivola^ 
tuttavia lunga ed aspra: e i Decretalisti, orgogliosi della final 
ritt^iria, vollero anche calcolare quanto, proporzionalmente, il 
>ODtefice'S<ìle sufierasse T Imperatore-Luna, ragguagliando alla 
linpfe2£a del diametro la maggior eccellenza deir autorità» e 
^Qchìudendo che il Papa fosse quarantasette volte da più del- 
l' Imperatore; anzi, rifatti i conti, e Dio sa come!, mille sette- 
tentoquarantaquattro volte! (8). 

Dante, anch'egli, partecipò a tal disputa; ma per osservare 

1©^ so i due luminari, creati il quarto giorno, mentre Tuomo 

feìitì^ plasmato il settimo, dovessero significare le due potestà 




^0 



AL8SSANDRO D* ANCONA 



direttrici deirumao genere, Dio li avrebbe fatti non solo prii 
del peccato, ma anche prima della creaEÌone del comun padrej 
il che sarebbe come se un medico avesse manipolato il ri medie 
prima del manifestarsi della postema (9). Cosicché, a parer suo,] 
il passo del Genesi, non poteva estendersi oltre il mero signi^* 
ficato letterale. Ma nel poema, e perciò, forse, posteriorment 
ritenne in parte F immagine, pur affermando che nei migliori 
tempi di Roma fossero esistiti due Soli, eguali Oa loro: 

Boleva Eoma, che il buon mando l'eo, 
Dao Soli uvtT, ohe T una e 1* altra strada 
Facèti vedere, e del mondo, o dì Deo (10). 



Ma come due Soli in natura non sono, cosi mai in Roma 
antica non furono, distinte e concordi, le due autorità: e fors€ 
Dante volle soltanto, con tale formula arguta, scuotere la tra-j 
dizione, e dalla vieta logomachia delle scuole uscii*e con Tadci 
prare un'immagine, che, pur ricordando quella delFuso, pr«> 
fondamente la modificasse* 

Lasciamo da parte altri argomenti di ugual forza, tolti airic 
terpretazione simbolica del Vecchio e del Nuovo Testamento (11),] 
Dante dovette a' suoi di citarli e confutarli (12); ma al di d^ogg 
qual valore potrebbe ad essi riconoscersi? Ora possono venir ri 
cordati soltanto per ragione di curiosità, nel grande ammasso d^ 
foi'mule, che, a volta a volta, hanno irretito ed illuso il pover 
intelletto umano e T hanno fatto miseramente delirare, quandi 
non abbiano istigato gli uomini gli uni conti'o gli altri, a s;\ii 
guinosi conflitti. Più rilevanti invece appaiono gli argomeni 
dedotti dalla storia, e che è bene ricordare, pur non attribuendU 
ad essi, anche se fosser conformi al vero, altro valore che quella 
di avvenimenti realmente accaduti in un periodo storico, nti\ 
però tali da obbligare le successive genei^azioni a strettanninl 
osservarne la norma. 

È ben noto come il maggiore di siffatti argomenti storici fo 
rasserta dofiazioìie di Costantino (13), Quest' imperatore, dice 
vano i Decretalisti, cedette la corona dei Cesari in toite rcmiat 
et in Italia et in paiHilms ocoidentalibus a papa Silvestro, e i 
successori di questo Pontefice più tardi ne investirono, con pie» 
diritto, Carioraagno e i Franchi. Del resto, altri, andando anc 
più oltre, professavano l'atto di Costantino non veramente es 



Ih « DE MOKARCHIA » 



231 



h 



stata donazione, ma restituzione; picchè quel potere mondano 
che restò air Impero, o poi gli fu dato, tosse mera concessione 
perchè Tlmpero lo adoprasse a ilifesa della Ghiera (14). Le tiue 
spade, ì dtw gladitóeìV EvRìh^elo, aignifìcaiiti i due poteri, ap* 
partengono soltanto alla Chiesa, la quale però ne porge uno 
airimpei'atore, perchè lo sfoderi ad mdu/n Eceiesìffe. Il Vi- 
cario dì Criiito sta sopra ogni cosa mondana, e T Imperatore, 
all'occorrenza, adempie r ufficio di carnefice: qumndam cami- 
tici repraesentare vkieiiir imaginem (15), Ben misera parte, 
come ognun vede, serbata graziosamente al potere civile! 

Queste superlative dottrine tanto più vennero ad alta voce 
gridate, quando effettivamente rimase per settant'anfii vacante 
la sede imperialo, dando così buon pretesto a curiali usurpa* 
zioni (16)* E fu appunto ai tempi di Dante, essendo pontefice 
Bonifazio VllI^ che colla bolla Unam Sanctarn vennero in più 
precisa forma riassunte le audaci affermazioni di Gregorio e 
d'Innocenzo. Vuoisi — e se fosse leggenda sarebbe però sim- 
bolo del vero — che nel fiiubileo del 13CH) a dimostrare sen- 
sibilmente la sua supremazia, lìonitazio sedesise in trono colla 
corona di Costautino sul capo e in mano la spada, gridando: 
Io soììo som/no Ponlefìce, io mito lìnperaioì-e, E intanto Al- 
berto tedesco, dimentico dei suoi antecessori come dei doveri 
suoi, riconoscendo da Bonifazic» la corona cesarea, confessava 
esser gli Elettori meri delegati papali (17), e dalla grazia sol- 
tanto del Sommo Pontefice derivargli, per la supposta translatio 
Impera (18), ogni proprio diritto alia suprema potestà civile. 

Dante, che più volte nel poema (19), apertamente o per sim- 
boli, allude, riprovandola, alla donazione di Costantino (che, se 
vera, sarebbe stata in quei tempi di gran peso, né ancora la 
critica storica ne aveva negata l'autenticità), nel De Mofmrchia 
rìcon*e per combatterla a soli ragionamenti, non privi però di 
efficacia. Secondo lui, ne Crostanti no poteva alienare parte del- 
r Impero né Silvestro ricevei*la, poiché Tuno avrebbe con ciò 
ccHitraffatto al proprio ufficio di mantenere ed accrescere il rao- 
Darcato: dÌ8obbedit<ì Taltro ai precetti replìcatamL^nte imposti 
ila Cristo, r'hè se si ammettesse potersi dirittamente alienare 
alcuna parte delT Imperiale autofitii, dovrebbesi pur concedere 
che via via altre se ne potessero cedere, e per tal modo ridurlo 
a poco a pfico al nulla: il che sarebbe contro il divino volere 
e contro il bene dell* umana famiglia (20). 




232 



ALESSANDRO d' ANCONA 



Tali, senz'entrare In maggiori particolari, erano i termimi 
della contesa, che preoccupò cosi a lungo e cosi tenacemeDiei 
gli uomini di quell'età, e alla (luale era canripo la cattoncitàj 
intera. Ma intanto sorgeva una schiera di giuristi francesi, rac-| 
colti intorno a P'ilìppo il Bello, e consiglieri di luì: GugJielnjaj 
Nogaret, Pietro Dnbois (21) e fra Giovarmi di F*arigi (22), tra 
gli altri, i qnali, per dar maggior vigore, nelFordioe tleile dot- 
trine, a quel regno di Francia, già in avanzata formazione nel- 
J*ordine dei fatti, consideravano l'Impero conje istituzione or- 
mai venuta meno: del nuovo reame caldeggiavano Tautonomia^^ 
e delta Chiesa ad esso facevano mancipio. 11 Re, indipendentel 
cosi dair Imperatore come dal Pontefice, avrebbe egli cinto, aj 
il fratel suo, la corona elettiva dei Cesari, e, per via di ma* 
trimonio, steso il dominio anche su Bisanzio; la Chiesa a lui] 
cederebbe n*>n solo la podestà civile, ma pur anche il suo pa- 
trimonio, del quale ei le passerebbe i frutti: le città libere] 
d* Italia, quando non avessero voluto di buona voglia inchinarsi] 
al nuovo si,^^nore» verrebber domate col ferro e col fuoco, lai 
Roma stessa, all'autorità civile del Pontefice si surrogherebbe] 
quella del Re e de' suoi successori, investiti della dignità se* 
natoria. Tutto ciò tornerebbe a vant/iggio spirituale del Pont 
fìce. Questi — sono parole di Pier Dubois, e non s*»mbràno dettdj 
cinque secoli addietro (23) — pel carattere sacro di che è ri- 
vestito, deve agognare soltanto alla gloria del perdonare, at- 
tendere alia lettui'a e alForazione, al predicare e rendere eque 
sentenze in nome della Chiesa, richiamare a pace e concordia 
1 principi cristiani f e in quelle mantenerli, così da restituir! 
sane e salve a Dio le anime a Ini confidate (24)* 

Di fronte al Re francese, si ergeva imperterrito BoniraJtfo; 
ma si sa come Filippo mandasse suoi sicai^j in Anagni, e 
jialtasse nel suo palazzo il fiero vegliardo, che indi a ix*co mori 
di crepacuore: ne perseguitasse acremente la memoria: dai suc- 
cessori di lui ne volesse annullati e condannati gli atti, e pei 
ultimo, attirasse da Roma in Provenza la sede papale, teni^u- 
dola sotto la sua s^ìggezione. L'ardita impresa, abborrita *U 
Dante come cristiano e come italiano, perchè offendeva il sommi 



IL € DB HONARCKtÀ ^ 



238 



sacerdozio e insieme la romanità della Chiesa, è adombrata negli 
ultimi canti del Purgatorio, là dove il poeta vede la Chiesa wU 
litanie, già tramutata in * mostro * a causa del peccato, di- 
venir € preda * del Re di Francia: raffigurati, essa in una * Me- 
retrice *, e>(li in un * Gii?ante »^ che agli adidteri abbracciamenti 
fa seguire i duri llagelli, traendola poi seco nella j^elva e na- 
scondendola agli occhi dei fedeli (25). 

I/a Francia, la così detta * prirao»j:enita della Chiesa *, come 
tante volte di poi, adoprò allora verso di quella il conriiato 
imperio f cui essa rispose col sommesso e celere obbedire. Anche 
allora il vantaggio che la Francia ebbe dal Papato fu maggiore 
di quello a lui conferito da una proiezione, la quale, anziché 
sollecitudine filiale, fu veramente cenno di signore e padrone. 
Ed è vecchia storia, più e più v(dte rinovellata! 

Pertanto, contro i dottori, che ili troppo avevano ampliata 
l'autorità civile, e contro gli altri, che, negando la continuità 
e Telìlcacia delT Impero, gli sostituivano il potere regale, come 
anche contro i Dee retai isti, che a Cesare volevano, colla con- 
fusione dei due reggimenti, surrogare il Pontefice: contro tutti 
costoro, Dante scrive il suo Trattato, che per valore scientilìco, 
supera tutti gli alttn fino allor^a cojnposti. Anziché tutto ini[d- 
gliarsi in cavillose interpretazioni di testi. Dante si innalza a 
considera^Joni generali suiruonio, sul suo destino in terra, e 
sul Cui ti ino fine a cui è chianjato. 



iir. 



N 



Il De Monaìxhia si divide in tre libri, dei quali il primo 
potrebbe dirsi d* indole speculativa; storico il secondo; politico 
il terzo; ma ogni parte n'è sti*ettamente collegata insieme e 
dirizzata a pratico intento; dacché, come da bel princìpio pro- 
fessa l'autore , rnanìfestnni est, qnod materia praesetis non ad 
9p&culatiOìumi, .sed ad operationern ordinatar (20). Se non che, 
pur nelle indagini pratiche, devesi cominciaiH3 datPalto; e Dante 
infatti prende le mosse dall* investigare qual sia il termine finale 
dell'uman genere, considerato in universale e conìb un tutti>; 
e lo trova nel ridurre sempre in atto la virtù ddlT Intelletti» 
possìbile* prima nella speculazione, poi nellVipera (27), Ma per* 



&i 



ALSSAAMDmO D'AMO(^%A 



ebè, per le imperfezioni deU'iuiiajia natura, ciò non può Carsi 
df on tratto, ma, di necessità, a grado a grado, questa sentenza» 
che tanto soverchia il pensiero de* tempi, spogliata dalla Teste 
scolastica, sì riduce ad afiermare quella che ora Tìeii detta iep^e 
dei Froi^reuo indefinito, cosi rispetto al pensiero, come rispetto 
alla realtà dei fatti ; ed è bello poter notare in Dante questa 
fede tutta mii^leriia, della espansione illimitata dell* intelletto 
nella conoscenza e nella pratica. Non so quali e quanti filosafl 
a lai anteriori, divinassero questo eh* egli chiama l'esirenio, 
Viiltimurn de potentia ìpsius htimanUatis (28); Tesplicazione 
massima del pensiero collettivo, trasmesso di generazione in 
generazione per racquieto di un sempre maggior dominio nei 
campi deir ideale e del reile. 

Ma, occorrono, egli soggiunge, speciali condii&ioni per le 
quali, nel fascio delle forze insieme colleg?ite, possa Tuman 
genere intendere a tale universale amplìs^ìimo eOetto; è ad essaa 
necessaria sopra tutto la Pace, terrena immagine ed ombra 
della beatitudine celeste (29) : la Pace, che i^occorra e conforti 
lo svolgersi fecondo dell'intelletto nella sociale compagine. Ed 
anche in questa affermazione Dante è come antesignano dì quei 
mfderni pensatori, che, prima del Kant e dopo, agli uomini 
etl alle nazioni consigliano p;ice e fratellanza, preannunziando 
un'era, in che tacerà Todin e parlerà soltanto il vicendevole 
amore. Ben avevano vagheggiato questo tempo dì concordia e 
dì quiete anche gli antichi Vati e Veggenti, augurando un solo 
ovile e un solo pastore, e Tagnello senza tema posare accanto 
al lupo; ma in cotali sogni vaporosi. Tumana famiglia poi^^ 
rimuiagiue di un gregge docile e mansueto, sollecito più che 
altro della pastura facile ed abbondante; laddove^ a* di nostri, 
ha piuttosto fìgui*a di un alveare, in che la vita concorde ferra 
incessante e laboriosa, a produrre la salda cera che unisca gli 
animi e le volontà, e il dolce miele che nutra e conforti i corpi. 
Ad ogni modo, per questo capital concetto del !>€ Moìiarchia, 
pongasi anche il nome del poeta nostm fra quelli di coloro, che 
idoleggiarono una idea, forse non destinata a mai pienamente 
avverarsi, ma nobile ed alta; e gli si dia lode liairaver stimato 
questo vecchio e rissoso animale che è Tuomo, capace di rin* 
novarsi n*^iram(M' mutuo e nell'opera fraternamente ordinata, 
sotto Je candide ali della Pace univei*su. 

Ma, continua Tautore. poiché più forze sono indirizzate ad 



IL «* DK WOHARCHIA * 



235 



uno stesso termine, necessario divenLi che imo solo le governi 
e moderi, come si vede, più in piccolo, ma in sempre maggior 
grado, nella famiglia, nelle cittiV nei singoli regni* 11 genere 
umano, salendo su dalle jiiininie aggregaxioni alla massima e 
più comprensiva, si raccoglie pel suo ultimo fine in un tutto, 
eh' è r Impero, e deve perciò esser retto da un solo, eh' è V Im- 
peratore, Gli argomenti onde Dante fiancheggia «questa sua dot- 
trina, sono di varia natura: dedotte cioè dalTUnità di Dio 
stesso (30), nonché dalT idea della Somma Giustizia, che mal 
potrebbe essere eguaìmente distribuita, ove fosse al mondo più 
dolina suprema giurisdizione (31), e più d'un fonte della mede- 
sima. Siffatto un iv tarsale Monarca, del quale Dante vien cosi 
foggiando l'archetipo, non ha perù nulla di comune con quelli 
che il mondo ha veduto e vede: e, contrariamente al modo col 
quaie i giuristi lo raffiguravano, n(m sarà un tiranno, che ponga 
la volontà propria su quella altrui, ma il ministro di tutti; dac^ 
che la lei^ge non sarà fatta per lui, ma egli pet* la legge (32); 
e Tampiezza stessa del dominio gli renderà impossibile la cupi- 
digia» perchè la giurisdizione sua ò limitata solo dairOceano(:^,H), 
né poti*à egli altro fare se non promuovere, dall'unico e so- 
vrano suo seggio, rutile comune, e custodire il sacro deposito 
delia Pace. 

Il Monarca di Dante ^ quindi più che una persona, una astra- 
zione personificata: T incarnazione stessa del Itene, Tanimato 
simbolo della comune Legge (34): ma, appunto perchè esente 
dairavidità del potere, iìalle parzialità delle terrene passioni, 
dai difetti insomma delT umana natura, ha per noi un non so 
che di nebuloso e fantastico, e troppo è simile a quel Dio, quaKè 
effigiato nel Paradiso dantesco, imprimente bensì il moto e la 
vita alla intera creazione, ma puro spirito immobile nel centro 
del creato. Cosicché, come ognun scorge, questa è una utopia, 
alla quale Dante si lasciò sedurre dalK indole speculativa della 
aua mente e anche dalla forma intellettuale del tempo m che 
visse: dacché Tetà media vagheggio in tutto T Unità: nella re- 
ligione, nella politica, nel linguaggio; ne ancora la ^liver^itìi 
delle razze e i nuclei tlelle nazioni eransi sviluppati dai legami 
tradizionali^ né il pensiero liberatosi dal dogma, né ben distinte 
le fìivelle; e d'altra parte, le menti, come direbbe il Vico. 
cùt*pul€nté^ si rappresentìtvano anche i più astratti concetti in 
forme sensibili o con simboli e allegorie concrete. Ma ai dì 




ALBaSAMDBO I>* ANCONA 



nostri, come oj^nì corpo è passato pel lambicco del chtmicOt 
cosi ogni idea si è andata scevei*andu dai contatti della materia; 
sicché possiamo concepire non un uomo, non un Imperatore, 
fìsso quasi ed inerte nel centro del mondo morale e delle genti, 
qual ci appare questo foggiato da Dante : bensì una Legge co- 
mune, vivente o operante per vigore di dettati e per consenso 
di animi, che, da tutti riconosciuta e venerata, a tutti sovrasti 
e tutti congiuni^a in ottimo universale consorzio. Forse, come 
quello dantesco ilelT unico Monarca, anche que>;to dell'unica 
Legge internazionale e mondiale ò un sogno, che pure alcuni 
intelletti sovrani — Leibnitz nel secolo XVIl (35) e Blunt&chi 
ai dì nostri (36) — sognarono successivamente in forme diverse, 
proprie alla natura della lor mente e de' tempi: ma certo mm 
altrett^into e in lutto alieno da ogni possibile elTettuazione nella 
storia dei secoli che verranno (37). 

Che se dairautor nostro dissentiamo nelT impersonare in una 
specie di temporal Vicario dì Dio Inaugurata forza unica direttrice 
degli uomini e delle nazioni, notiamo tuttavia che Dante ne re- 
stringe l'autorità ad un iiflizio di comune tutela, di supremo 
maestrato civile, anzi che intenderla come una universa sovra- 
nità territoriale; perchè, son sue parole, « quando si dice che 
l*uman iienere può esser retto da un solo supremo Principe, 
non deve ciò intendersi per modo che i minimi giudizj di cia- 
scun Municipio possano da lui immediatamente uscire In 

altro nmth) infatti debbono esser retti gli Sciti, che, vivendo 
oltre il settimo clima, e sofferenti la massima ineguaglianza 
dei giorni e delle notti, sono afflitti da quasi intollerabii rigore 
di fi'eddo, e in altro i Garamanti, che abitano nelle regioni equi- 
noziali, e perchè hanno giorni sempre eguali alle notti, non 
possono pel caldo della temperatura, sodriie vestimenti: ma è 
bensì da intendere che il genere umano nelle cose comuni, che 
a tutti appartengono, sia retto dall'Imperatore, e con comune 
regola da luì vòlto alla Pace > (38), K a questo passo, dov*è 
pur osservabile la distinzione delle genti secondo i climi — non 
nuova invero, ma da Dante debitiimen te apprezzata nelle scrit- 
ture di Aristotile e di S, Tommaso — va ragguagliato quello 
iìeW Epislola ai popoli iVIialia nella venuta di Arrigo VII» dove, 
esortandoli a r'i conoscerlo Imperatore, assicura ad essi che, 
come uomini lìberi, manterranno ciascuno il proprio comunal 
reggimeiito (39). 



i 



IL « DI9 MONABCHIA » 



287 



1 



Non era dunque la Monarchia propugnata da Dante un ri- 
torna al dispotismo cesareo: non era queir Impero universale 
e niatenal dooiinio, che tentarono di poi Carlo V e Napoleone: 
era» invece, instaurazione di una autorità del tutto morale e 
giurìdica, che, pur avendo le sue radici nella tradizione, i^ nuova 
nel concetto onde s'informa: dappoiché non avrebbero gU no- 
mini formato il patriraonio di un solo, ma ricostituita una sola 
famiglia, posta sotto il patrocinio di un capo e insieme ricon- 
giunta non dalla violenza, ma dalla concordia. Lasciate libere 
le singole parti — regni o città — in ciò soltanto che giove- 
rebbe al miglior vivere di tutti obbedirebbero tutti ad una 
stessa noi*ma di un unico rettore. E, ad ogni modo» pensando 
e foggiando questo sistema, Dante non era cortigiano servile 
né astuto legista, che nel blandire un potente mirasse al pro- 
prio vantaggio, o a quello di una pai-te o fazione: ma era un 
animo libero» una mente innamorata del Bene» che speculava 
come ia terra potesse rassomigliare al cielo» sicché «al mondo 
dì su quel di giù torni » (40), e proponeva per ciò quello che 
sembravagli maggiormente proficuo alla vita presente e futura 
delTuomo e delle umane società. 

Mirabile esempio di alta intelligenza e di morale energia, 
questo cittadino di Firenze, che esule dalla patria» povero di 
fortuna, non rivestito di alcun potere o dignità apprezzabile 
dal volgo, contennendo, anzi» agli occhi del volgo, del volgo 
basso e sublime, si ev^e nella Commercia giudice del passato 
e del presente» e nel De Monarchia rlona e consacra alle nuove 
generazioni le tavole del ben viver futuro! 



IV, 



Aveva, ho detto» quest'idea dantesca le sue radici nella tra- 
dizione: e infatti, nel secondo libro, come già nel quarto del 
Conato, vuole Dante dimostrare che rimpero, per ragioni 
divine ed umane, stette e sta tuttavìa nel Popolo romano e nella 
Città eterna, Che se alcuno qui lo accusasse di soverchio zelo 
per una istituisione it^iliana, ricordi che l'Impero, germanizzato 
ormai da parecchi secoli, continuava però, come notammo, a 
chiamarsi Romano; né alcuno ignora che per tal modo conti- 




ALEStiANDEO D' AMUONA 



nuò a nomarsi, benché per semplice forza di consuetiacìirie, fino 
a memoria de' padri nostri. Ma in quel sollecito rimescolarsi 
delle antiche memorie, in quel frugare assiduo fra i ruderi del 
passato per sprigionarne la scintilla ravviratrice dal luogo le- 
tarjjo del Medio Evo, la ^andezza di Roma sorgeva j^igautesca 
davanti a tutte le menti ed efllcace parlava alla fantat^ta, ItH 
fervurandosi nel cuUn di quelle memorie, affermava rAli^hierì 
degne di venerazione pertino le pietre di Roma (41) : della quale 
e delle sue vicende conosceva pei suoi studj quanto narravano 
antichi stoiici e poeti. Virgilio, che ]yer lunija silpnzirt parta 
fioco, era tornato ilalle tenebre del Limbo a svelargli non il sola 
magistero del bello stile, ma anche gli arcani della storia; ond' è 
che a lui. come agli altri scrittori latini, ricorre nel ^condo 
libro a provare il disegno provvidenziale dell'Impero Romano; 
e VEnefde, e con essa la Farsalia, hanno per lui titolo e valore 
di storie (42). Cohì per Dante V Impero era cosa viva e perenne, 
ne sembravHgli tentare per esso la resurrezione di un morto 
quatriduano, ma il ravvivamento di un corpo infermo. Prede- 
stinato dai Creatore delTuniverso, anteriore alla stessa Chiesa, 
che in quanto mUitmite sta in esso ed a luì è raccomandata (41^) 
ed ha suo loco dov*egli pur siede (44), l* Impero romano era 
per Dante la forma suprema del civile consorzio, che, senz'esse» 
smarrisce la via de* suoi alti destini e aflannoso brancola nel 
buio. 

Pagine di calda eloquenza sono queste del secondo libro; ma 
il tempo non ci permette d* indugiarci in esse. Giova però no- 
tare come Dante attribuisse la supi'eraazia dei Romani non al 
caso o alla forza, ma ad una meritata preordinazione di eccel- 
lenza su tutte le razze umane; e fra.i tanti argomenti addotti 
a provaria, singolare è quello, che nel padre della gente romana 
scorge il rappresentante nobilissimo di tutte le schiatte. Uscito 
di regio stipite, Enea si congiungeva per gli avi suoi, all'Asia 
con Assaraco, con Dardano all'Europa, alF Affrica con Elettra; 
per le mogli, con Creusa all'Asia, con Didone all'Affrica, all'Eu- 
ropa e air Italia con Lavinia, sicché per tal consanguineità con 
ugni regione del mondo ed ogni sorta di popoli, quasi simboU- 
c?imente in sé rattìgurasse la cognazione primitiva e la unione 
futura di tutta Fumana famiglia (45). 



IL * DB MONARCHIA ♦ 



Nei pili vivo delle controTersie allora agitate» entra l'Ali- 
ghieri col ter;jo ed ultimo libro. Nel poema, e precisamente 
negli ultimi canti del Purtjatorio, è eijipresso figuratamente quel 
concetto fondamentale della separazione dei due Sommi Poteri, 
che qui vien dichiara to per filosofica dimostrazione, con argo» 
menti di diritto e richiami di storia. Là Dante par-la ali* imma- 
ginazionr^: qui invece alla ragione. 

Cominciando il suo dii'e, egli sa di avere a sé opposte tre 
specie di contraddittori : il Sommo Pontefice e con lui alcuni 
Pastori del gregge cristiano (46), e i costoro seguaci, mossi 
forse non da superbia, ma da soverchio zelo delle chiavi. In 
.st^condo luogo, taluni cui P ostinata cupidigia spenge il lume 
della ragione, e che mentre sono figli del demonio — ejjpatm 
diabolo — si dicono figli della Chiesa: questi, abborreoti dal 
sacro Principato, sono tutti colon), che, anche ai>|»artenendo al 
laicatcv, traggono vantaggio e lucro dalle usurpazioni del Sacer- 
dozio. Ultimi, i hecretalisti, che, inesperti al pari di Teologia 
e di Filosofia, col solo sussidio delle Decretali, e deiiberati- 
mente trascurando V Evangelo e i Dotiori nuif/ni (47), combat- 
» tono acremente l'Impero. Non è con queste due ultime schier'e 
di cupidi tt d'ignoranti che vuol Dante contendere; bensì so- 
lamente con quelli che sono animati da zelo inopportuno; ed 
al cerUime si accinge per amore del Vero, con quella reverenza 
che deve il figlio al padi^e, alla madre, alla Chiesa, al Pastore, 
a tutti i professanti la fede cristiana (48). Contro le costoro ca- 
villose argomentazioni procede egli, affidandosi ad Aristotile da 
un Iato, a Virgilio dairaltro, invocando contri* la Glossa l'aiuto 
della scienza e della storia, sicché una nuova luce intellettuale 
si spande per lui sul nebbioso campo della vessata contro- 
versia. 

Tralasciando la parte dimostrativa e la polemica, diremo 
soltanto com'egli concluda, per la natura stessa del duplice 
composto umano, duplice essere anche il fine disposto dalla 
Provvidenza all'uomo: la felicità in questa vita caduca, la beati- 
tudine nelPeterna, A raggiungerle, due sono le vie: e guidano 
nella prima i precetti morali, gli spirituali nella seconda* Due 




240 



AIJftfiSANDRO D*AN0ONÀ 



perciò sonu le autorità direttrici: T Imperatore e il PonteOce, 
ne* quali si rifrange nel mondo T Unità Divina: istituzioni su- 
preme ciascuna nella propria esseJiza, ciascuna emanante diret- 
tamente dal fonte medesimo, rispondenti T una e T altra alia 
doppia natura del fondatore della società nuova, redenta nel 
suo sangue. (Jhe se pur abbia a farsi fra l'una e Taltra delle 
due Istituzioni, in che Dio si rivela, qualche ragguaglio di mag- 
gioranza, dacché Futìtzio e il line della Chiesa, che mena al 
bene eterno deir anima, è più eccelso di quello deirinipero, 
vòlto alla felicitai del mondo, dicasi dover V Imperatore al Pon- 
tecifice la revere jj za di mi tiglio al padre (49): ma reverenza» 
non altro. 

Da tutto insieme il Trattato e da molti passi del Poema, 
apparisce manifesto il concetto di Duole sulle relazioni fra la 
Chiesa e l'Impero a chi nel giudicare gU altrui detti adoperi 
onesta fede, anzi che sofistico intelletto. Non potrebbesi e^ser più 
esplicito di quanto egli si mostrò nel separare le ragioni del 
potere spirituale da quelle del civile, e nel vituperarne le re- 
ciproche usurpazioni. E si comprende come debba dolere a ta- 
luni il trovar nella Bibbia della nazione, non che in quesiti 
special Trattato, una si recisa cou'lanna delle proprie dottrine. 
sicché un animo cosi profondamente cattolico, una coscienza 
cosi religiosa debbasi annoverare fra gli avversari della tem- 
porale potestìi dei Papi. Si comprende il cruccio; ma non può 
comportarsi che a Dante si faccia dire, coartandone il pensiero 
e la parola, ciò ch'egli assolutamente non dice, facendolo anzi 
passare per fautore e paladino — anche quest* epiteto reone 
usato! (50) — di quanto apertamente riprova. 

Non puossi pertanto recare a troppo larga ed erronea in- 
terpetrazione ciò ch'egli replicatamente professa sui beni della 
Chiesa, confermando nel De Monarchia quanto è scritto nel XXII 
del Paradiso (v. 82-4) : 

ChÈ qtiaututique la CHiena gunrdn, tutto 
le ilellii genite t^ho per Dio domanda^ 
Non di pnrentì no d'altro più bratto. 



4 



4 



Lamenta per tal modo il poeta che, per usurpazione del diritto 
imperiale e contro la pietà dovuta ai poveri, sieno frodate le 
rendite della Chiesa e anche rapiti i patrimonj, per siffatto spe- 
cial uso da lei posseduti, né, vacante P Impero, riesca [»ossihilè 



IL « D& MONAkCUTA - 



Ui 



^ 



fi ricorso al fonte supremo della giustizili. « Del resto, ei pro- 
segue, co*1esto stesso impoverimento della Chiesa non è ìàenza 
divino giudizio. Oli è, che ne colle sostanze della Chiesa si 
sovvenziono i poveri, d(?i quali esse sono patrimonio, né all'Im- 
pero, che è quel che le olire, sì serba la dovuta gratitudine. 
Tornino dunque pure donde provennero; vennero bene^ tornino 
male» giacche furono ben date e sono mal possedute (51). Ma che 
importa di ciò ai Pastori, quali li abbiamo? che importa loro, 
se la sostanza della Chiesa se ne sfuma, purché sì aumentino 
gli averi dei loro parenti? Ma è forse meglio ritornare al no- 
stro proposito, ed in pio silenzio aspettare il soccorso del no- 
stro Salvadore ♦ (52). Ora è chiaro che, secondo Dante, la pi*o- 
prietà, i patrimoni, le facoltà srmo dell'Impero, della Podestà 
civile, dello Stato, diremmo noi, il quale li olire, li assegna alla 
Chiesa perchè con essi provveda ai poveri, non già li sperda, 
per mano di cupidi e mondani pastori, fra il più o men legit- 
timo parentado. E anche più apertamente altrove, dopo aver, 
come dicemmo, afifermato a proposito dì Costantino, che né la 
Chiesa poteva ricevere Tasserta flonazione per modmn posses- 
sioniSj né Tlmpero farla per wodi(m allefuitionis, cosi limita 
Tassoluta sentenza: ^. Poteva però L'Imperatore in patrocinio 
della Chiesa destinare patrimonio od altro, fermo tuttavia il 
supremo dominio, runità del quale non solìre divisione: p(^teva 
altresì il Vicario di Dio ricevere non come possessore, ma come, 
per la Chiesa, dispensatore dei frutti ai poveri di Cristo, il che 
non s' ignora aver fatto gli Apostoli * (53). 

Riassumendo: T Imperatore per l'autorità sua, eh' è sopra 
tutte le cose materiali, deputa una parte di (jueste al sosten* 
lamento dei poveri, e delega la Chiesa a distribuirle. I^ Chiesa, 
grata alTaulorità imperiale di sKfatto dono, lo amministra, e 
ne dispensa i frutti a coloro cui spettano. Qui è visibile una 
forma di benefizio feudale, o meglio ancom dell* istituzione tutta 
romana di ettftteuM perpetua. Ma il valore di questa dottrina 
dt Dante non è possibile estendere ove altri vorrebbe trarla, 
stiracchiando e sofisticando, fino cioè a vedervi la cessione di 
una ancorché menoma parte di potestà civile; né poi il drntto 
mo<Ìerno può ammettere, uè Dante dice» che i popoli siano da 
considerarsi patri monj, cosi come le terre. 



le 



31^ 



ALESSANDRO D^^KOOKA 



VI. 



Con ciò vi ho posto innanzi, o Signori, quanto v'i? di es- 
senziale nel Trattato dantesco. Ma <?ebbo rispondere ad una os- 
servazione, che forse sorge nell'animo di chi mi ha fin qui 
seguito: Bello, alto, generoso è tutta questo, ma non vi ha in 
esso sentore alcuno di possibile pratica applicazione: quanto 
Dante espone è campato in aria : Dante, è, come sempre e sopra 
ogni cosa, un poeta, un gran poeta» non un politico: il De Mo- 
narchia è un sogno: diciamol pure col Gioberti un < sogno 
eroico » (51): ma sogno pur sempre. 

Eppure questo non è conforme al vero. Ditììcile e, per non 
ilire assolutamente impossibile, che in ogni tempo, presso qualsi- 
voglia nazione, uno di siffatti disegui dandole universale e di 
sostanziale innovazinne, volto a dar migliore assetto ad un po- 
polo o a riordinare tutta fumana società, non abbia nessuna 
relazione coireflTettiva realtà dei casi; sia prole sine maU*€ 
creata di un ingegno astratto e solitario. Quanto al libro dan- 
tesco, gli studj che si son fatti, e che sempre più si verranno 
confermando da quelli che restano da fare, dimostrano quali 
legami lo congiungono da un lato, m pensatori dell'età anti*- 
riore, dall' altro a quelli della propria (55). Niuno forse più 
sottilmente di Dante confutò gli avvei'sarj, né più espressamente 
pi*opugnò la formula della separazione fra le due somme Po- 
testà: ma questo coneetlo era già, come a dire, nell'aria eh© 
allora si respirava; se non che Dante scienti lìcamen te» .se- 
condo il modo de' tempi, chiari e dimostro quello che ora in- 
voluta aspirazione: la quale, se non a tutti comune, ora lar- 
gamente partecipata da quanti deploravano la confusione in che 
il mondo era immerso, aggirandosi in una selva miva^ffiim^ 
donde non era agevole l'uscita. 

Le scritture contenenti grandi idee innovatrici non vengono, 
adunque, su a caso, ma come al momento preordinato^ se anche 
la fallacia del nostro occhio non sappia di subito scorgerne i 
germi di occulta preparazione. Cosi ai di nostri, o per esser pia 
esatto, ai di miei, videsi F Italia, serva, elivisa, spogliata d'ogni 
suo dritto, impaziente dei mali quanto de' rimeij fino allon 



4 



IL * UE MONABCHIA » 



243 



» 



«pénmetitatl invano, abbaiitlotiare le vie delle soppìatte c(m- 
giuro, delle piccole sollevazioni, rlfM cnntìitti implacabili co' suoi 
governanti e unirsi in una idea, che pareva nuova, ed era nel 
fatto intentata, e poi porre le mani allu armi. ^e-L^iendo il ves- 
sillo innalzato da un Re e fare un grande sforzo, se pure, mo- 
rnentaneamente, non riuscito. Solo gli intWleUi di corta veduta 
potrebbero ci*edere che tal mutamento di propositi e di intenti 
non ad altri fosse dovuto, che airautore del Priìnaio, a Vin- 
cenzo Gioberti (50). Ma m è incontrastata gloria di lui Vaver 
scrutato e quasi divinato ciò che stava nascosto e dubbioso nel- 
Taniroo dei più, e datogli espressione e ^^l>rma in quel suo vo- 
lume, questo è ben certo, seuKa scemare di un nonnulla le 
sue benemerenze e il debito nostro di gratitudine, che T Italia 
era (Ksjiosta, come Dante direbbei ad accoglier© ti nuovo verbo, 
dal filosofo torinese con sì eloquente voce bandito. Il raggua- 
glio ch'io faccio non è, ben s'intende, fra ucmiini e scritture, 
tra eventi ed eventi, ma soltanto fra alcune condizioni comuni 
n due ben diversi momenti storici. E dopo il Gioberti, e parve 
miracolo, mentre non era se non logica concatenazione di idee 
di fatti, apparve Pio IX ; e il concetto giobertiano, formola 
precisa di quello che dormiva ?»eglt animi, con naturale svolgi- 
tnento passò dall'astrattezza dell* idea al cònci'etc» dei fatti. 

Cosi è della Monarchia di Dante, che noi posteri, giudican- 
done da lontano, crediamo monumento isolato, che si erga come 
in un deserto. L*idea dantesca avova, invece, fondamento reale, 
efte le indagini storiche sempre più confermano, nel pensiero 
«le* contemporanei, e inoltre fu anch'essa accompagnata e se- 
guitai da un nobilf* tentjitivo iti attuazione, secondo il quale, 
restaurato nelT integriti sua il eoncetio dell'Impero, romano 
ad universale, avrebbe esso intorno a sé raccolto i popoli ita- 
liani e pacificatogli animi, divisi dalle fazioni. Cbi tentò etiTet- 
luare il disegno dantesco fu Arrigo VII di Lussemburgo: mira* 
colo d'Imperatore, come miracolo di Pontefice, fu acclamato 
Pio IX ne' suoi primi>rdj: ma il conato guelfo ù\\\\ come già il 
eonato ghibellino, e fallire dovevano, allora e poi, Tunt» e TaU 
tro: né il riscatto d'Umilia da altra causa doveva ripetersi che 
dal pieno e vigoroso risorgere della nazionale cx)scienza. 

Io non oso risolvere, né vorrei innanzi a voi discutere Tin* 
Iricata qaistione della data del De Monmxhia, Ma a me pare 
evidente che debbasi assegnarle quel momento, fervido di spa- 



244 



IL € UE MOKAIICHIA * 



ranze, fecojirlo di promesse, nel quale, dopo oltre mezzo secoW 
d'iiUerregoo, fu eletto, e parve celeste ispirazione (57), il nuove 
erede dei Cesari. Un vago ma prufondo desiderio di uscire dalla 
lunga anarchia, animava \u pari modo \!;ìì Elettori al suffragio,! 
e Dante allo speculare. Vi ha intima risptmdenza Ira l'attij flegll 
uni e la scrittura dell'altro, come poi perfetta concordanza fn 
il pensiero dell'esule, non fiizioso 'ghibellino ma convinto ifnp»^«i 
rialista, e i propositi del nuovo Eletto, che stimava se Impe- 
ratore di tutti, non di questa parte o di quella (58). Ben fu 
affermato che o il libro fondavasì sul conoscere Arrigo e i saoi^ 
propositi, 0, dopo che fu scritto, soi'se un sovrano a niostramfl 
la possi bi li tìi pratica (59). 

Che r>ante nelle Epistofe apparti^nenti a questo pern mìo, n^ 
producii ciò che trovasi nel Trattato, non è da recar meravi-J 
glia; ma può dubitarsi se Arrigo avesse notizia del /)e i/wi^ 
c/ìfd, come per sicura testimonianza sappiamo che il Vescovo 
d* Imola andando a Roma pel Conclave, portava seco il Prinnìtd 
giobertiano. Non sarebbe tuttavia fuori d'ogni credibile, ch€ 
Dante avesse inviato l* opera sua ad Arrigo, e questi T avesse 
letta e meditata; come non è impossìbile che quei due grandi 
si vedessero nel liUl in Milano (60), quando, valicate le Alpi j 
Cesare, accompagnato dai voti di Dante, affrettavasi alla sui 
sede (61), Né potrebbesi del tutto escludere che al primo an-^ 
nunzio dell'elezione del nuovo Imperatore e alTudirpe le lodi 
e sai^erno i primi atti, Dante ponesse in carta i concetti e [| 
speranze da lungo tempo meditate e vagheggiate come ìd ^\\ 
sione. Comunque sia di ciò, questo è incontrastabile, che I)ant 
nello scrivere e Arrigo nell'operare consentivano in un'idea 
comune a loro e a molti altri, che l'uno dottiMnalmente formi; 
lava, Taltro sforzavasi di eiTettuare, e cui i desiderosi dei beni 
applaudivano. 

Poiché il tempo mi vieta narrare l'impresa di Arrigo, con 
cedetemi almeno di leggere alcune parole di lui, dalle qual| 
ben si vede che egli era mosso non da cupidigia di recuperar 
materialmente, come i suoi antecessori, le terre italiane^ ormi 
sottrattesi alla dominazione imperiale, nò, come i suoi suc«f»9 
sori, e lo stesso tìgliuol suo Carlo IV, da brama di fiscaleggiar 
e raccoglier moneta vendendo esenzioni e privilegj (02); 
dalla generosa quanto ardita idea di ristabilire la diguit!i <!c 
mane imperiale e porre fìne ai conllittì degli animi e é&\\ 



IL * ME MOKAUCilJA » 



245 



I 



armi (03), # Come, scrìveva egli, il Dio unico ha ordinato le 
schiere celesti secoodo il loro grado, cosi anche ha voluto che 
tutti gli uomini, separati in regni e province, sieno sottomessi 
a un Principe unico, aOinchè per la gloria dell* ordine divino, 
prosperino nella pace e nella concor'dia, fortificandosi nella ca- 
rità e nella fede. La Potestà suprema, incerta ne* primi secoli 
e passata da ud popolo alPaltro quand'essi si allontanavano dal 
loi^ Creatore, questi, nella sua sapienza e bontà, volle conie- 
rirla ai Romani, affinchè, laddove esser doveva la sede Apo- 
stolica del Pontificato, fosse anche il supremo seggio delF Im- 
pero, e in un solo e medesimo punto splendessero la possanza 
del Pontefice e quella del T Imperatore. Il figlio di Dio, come 
Pontefice eterno, costituì un eterno F'oatificato: come re dei 
Romani e Signore dei signori sottomise ogni terrena podestà 
air Impero» U trono supremo, vacante per la morte del secondo 
Federigo, è ora di nuovo occupato ; e per conforto del mondo 
e adempimento dì un desiderio nudrito ai a lungo, V Impero Ro- 
mano viene adesso restaurato p (>t4). 

Non sembra leggere una [ìagina del De Monarchia ^f non si 
direbbe che Tatto imperiale e il Ubt*o dantesco appartenessero 
alla stessa penna? Ma chi moveva la mano alTerrabondo poeta 
6 la volontà air altissimo Monarca, era un arcano consenso, 
che infiammava l'animo dei buoni, ispirando identici sentimenti 
e dettando quasi identiche parole, cosi di qua come di là dalle 
Alpi, al più grande degli italiani e al più putente dei principi 
del tempo. 

Come e perchè Taudace conato di Arrigo miseramente fal- 
lisse, e come egli, <leluso e afl'rantrj dalle insidie che d'ogni 
parte lo impedivano, si spengesse in un nscuro villaggio del 
sanese« non potrei narrare in tanta angustia di tempo. Fu sus- 
surrato che morisse di veleno; è più facile morisse di accorato 
d«dore. La sua spoglia posa, forse ormai mera polvere, nel 
Camposanto pisano. Io voglio ci'edere che Dante visitasse co- 
testa tomba, e dopo aver pianto tante speranze per sempre 
svanito, indi i^ipigliasse il suo bordone di pellegrino per tutte 
quasi le terre alle quali la nostra lingua si st^^nde (65)^ sfidu- 
ciato for$e della prossima vittoria del Bene, ma al verso im- 
tnoHale affidando i suoi amori, i suoi crucci, le magnanime 
Tendette. 



246 ALESSANDRO d' ANCONA 



Signo7H, 



Si è replicatamente affermato che il libro De Monarchia è 
un libro morto, ne più del tempo nostro le dottrine in esso 
contenute. Né io lo negherò del tutto, e l' ho riconosciuto per 
quanto spetta specialmente alla forma esterna. Ma esso vive 
nella storia del passato, riferendosi a una di quelle occasioni, 
delle tante perdute, ch'ebbe nei tempi scorsi T Italia, di rial- 
zarsi dalla secolare caduta. Vive anche però nella storia del 
presente, perchè, fino a che duri il misterioso passaggio del- 
Tuman genere sulla terra, nella universale coscienza vivono i 
tentativi d'ogni tempo e d'ogni specie, coi quali si voglia ren- 
der quello raen duro e meno infruttuoso, ispirando agli uomini 
l'amore reciproco e il desiderio della pace, e prefiggendo loro 
una sublime ideal mèta di civile perfezionamento. 



NOTE 



(1) Jmperialis Monarchia, qtMm dicuni Imjìerium: De Mon.^ I, 2. — Mo- 
narchiam temporalem, quae communiori rooahnlo nuHCAtpatur Imperium: II»., 
1, 5. — Per le citazioni del libro ci teniamo alla lezione e alla divisione 
in capitoli della 8tan]X)a prociiratane da K. Wittk, Vindobonae, Brau- 
miiller, 1874. 

\2) Circa alla data del De Moti» prevalso a lungo l' opinione accen- 
nata da G. Boccaccio (Fita di 7>., ediz. Macri-Leone, Firenze, Sansoni, 
1888, p. 72) che fosse composta « nella venuta di Arrigo VII ». Qncsta 
data riceve rincalzo dal fatto che i migliori codici contengono al lib. I, 
^ 12 un richiamo al poema, e precisamente al e. V del Paradiio : tòcul 
in Paradiso Comoedia^ jam diri : richiamo, ohe arbitrariamente fu espunto 
nella maggior parte delle edizioni, ma che nulla autorizza a sopprimere. 
E se anche per esso non possa determinarsi una data precisa, poicln^ 
non sappiamo quando il e. V fu composto, certo è che ci riporta agli 
ultimi, non ai primi anni della vita del poeta. Kecentemento, soltanto si 
cominciò a mettere in dubbio la data boccaccesca, e il primo e più au- 
torevole fu K. WiiTE, che nei Prolegomena (p. xxxv e segg.) alla sua 
edizione critica del Trattato (Vindobonae, 1874) svolse ampiamente uua 
opinione giii da lui manifestata in scritti di più antica data : che cioè 
il De MoH, è anteriore al 1300 e più precisamente alla Bolla Vnam San- 
ciani di Bonifazio Vili (nov, 1302), della <|uale sarebbe antici])ata con- 
futazione, e non è perciò nò poteva esservi espressamente ricordata. Pa- 
recchi stranieri a lui aderirono (v. G. A. Scautazzixi, Kncichp, Dani., 
p. 1267) e fra noi esplicitamente il prof. Scadi to (a pag. «»3 dell' opera 
qui sotto eit.) e si direbbe inclinarvi auclie il Dki. Lrxdo {Da Bonifacio 
ad Arrigo ì'JIj Milano, Hoepli, 1899, p. 121), riferendo l'origine prima 
del libro al tempo delle controversie giurisdizionali tra il Pontefice e Fi- 
renze, non senza però qualche accenno a fatti ed anni posteriori. Il pro- 
tcMHoro Graukrt (in lliator. Jahrbvch., XVI, 510, XX, 710) congetturò 
invece che il Trattato avesse una prima stesura nel 1302, dopo cioè la 
Bolla l>onifaziana, e nna seconda verso il 1317, do])o V altra In nontraui 
et fratrum di Giovanni XXII ; e a lui si accostò V. ('ian {lioìltlt. Soc. 
Dant., V, 136); mentre F. X. Kkats (Danlc ec, Berlino, \H92) risolu- 
tamente sta per una data post^-riore alla seconda Bolla. K N. Zin<ja- 
KELLi {Dante, Vallardi, i»ag. 427; accettando gli argomenti del Kraus, va 
ancor ]>iù oltre degli anni 1317-18, <• erede c<»nipoj*to il libro alla Corte 



248 



AhEH&kmmo D ANCONA 



^hìlH^lÌDa di Cau Grande. Aliti aiicoru prupiifarnaroDO aitile ipot^M; ad ès. 
V. SiKiVEJt, {Ptt' hi dtila dei Ih' ^f., Novsira, li>02) sosliem* ^li anni fttk 
il i:SOO e il loU3 : t\ AsTONA-TnAVF.RìHi (ShI itmipo in che fu sciiUa Ì4ì M., 
Naitoli, 1878) il 1305-(j ; il Wegklk {D, Ub, n. W., 187», p. 220) ecen- 
dcroblie al 1309 quando sj credeva paH.HÌhile la cóncìiliazloGo fra Chieda 
od Impero, o ad un periodo fra 11 1309 o r '11, o fra l* 'Il e il '13: t, 
invccf, il Ghuani \Oj}. lai, tìi />,, 1878, I, 21ci) o il Ga.spaiiy (tradus. 
ital. 1| 2ÌH, Ì5U), sens^a prefisa ^U_*^i^nai£iuln^ iissi'gnaiio il Trattato agli iil- 
titui anni di Daiite, o lo ScnKiFER-llurniousi {Jm 1ì,*h ì'erhattn,, 105-31 J 
a un t-empo fra il 1318 e il *2i>. 

Meglio ri ©(vnihra avi^r rajirionat<i il prof, V, Toccn (ìu L'ir. tV Itntia^ 
Luglio, 19D1: <fr, Buìleit, Sor, (ìauteftat. Vili, 240) i?«i^cÌudL'ndo che se Don 
pr€»fÌHHinente .sfritto, il Ifc Afoìiarchiti fiisse pulildìcoio noli' occasione del- 
l' iiiipresa dì Arrigo, non pero »iuundo socae 1*» Alpi, ma nel 1313 allorchà 
Cleni(*nto V cominciò a «copri rglisi avverso. Per noi ad ogni modo^ ì* ovi- 
dentrC la connessione fra il Trattatti dnntt'ju'o o V impresta d«^l njagnaiiimu 
iiiiperatoro, tornando cosi alla vort'liia dntn oftbrtaci dal Hotc^aceio, am- 
messa^ fra i inodi-mi, piT citarne uno, ambe dal Kuikubbuo. IHr tnit- 
hlalfct*. Lehcr ec, Leipzig, 1817. 

(3) « Forse iti non piii di trw momenti, dico il IlavCE (// tncrù Ì?o- 
nmno Imiurn, tradn»ì. Balzani, Napoli, VaUardi, 1886, p. Hi»): nel t«ni]Ki 
di Carlo e Leone; nnovanicnte «otto Ottono III e i snoi due papi Gr«*- 
j^itrÌÉ» V i> Silvestro li; e in trrzo Inotjo^ Miito Etiriro 111; cerio, «lojì^», 
non mai ». 

(4) Gfnr», lì, 16, 

(5) Vedi in propu-sito Aum. FniKiJumui^ Ih /inium inter £ccle«tam. et 
CiHtatem retjttndotmu JudmOf if ititi Mvdìi Jet* doHoren H teff fé utain^n'iut, 
Lipsiae, Tanchuitz, 18HL j», 38. 

(0) Vedi P. Jaffi^;» Monittnmta ffre{iorwN<i, }>. lUL 

(7) V6di BrtvrK, op, vii,^ p. 148, 

(8) Vedi K, Laurent, Ltt Papauìé ti V Empire, linixcUes, 8chen<^c, l^lH», 
p. 172. 

ili) De MoH,, ni, ì, 

00) ì'Hnj., XVL ioti. 

(11) > cdi FittEtìiiF-iK*, 0/^ H^. ]K U\ 3H lice, 

(12) Ih M(tn,t ni, puH^im, 
(18) Vedi FitiKi>BKKa, op, oiJ(., p. 23, 52 ecsc. e C. GlFOLia, ti TruP- 

Ulto De Mon. di D* Al. e Voputcoìo ìh poh^tatit rv^ia et papnli di Gior, di 
Parifji (Torino, ClauBeu, 1H92, p, 60, 7J eoo.). Alla dAfnnzione, già nfatnU 
ti ti dui &ee, XV per ojiera dì Lorenzo Valla, ormai neii^niio piti erede, «' 
la 3ic»mi Hvittà Vatiolka (éer, V, voi. X, p. 303) è ridotta a eoneluderet 
i^ognendo la sentenza di Oiiiaeppe De MaiHire, elio non fn Ìiniio«itnra di 
falsario, ma opera di iugentiitii, non altro avendo fatto chi la mine ia 
Hcritto, ebe «( iuterpetrnre genuìnamtvnte e tradurrò in termini concrott 



IL « DR MONARCHIA » 



219 



il pensiero ckOle moltitTidifii, rh«? T alibaiiduiio di ifoma f'»vtto da (.'o^ln li- 
stino fii Papi, rìganrdiirinio come vera dono/Join' w. 
(14) Vedi FitiEtiBKRt», p* 24 t Cri'Oi.LA, p. 1\K 

(1*7) L*i*spri*S8Ìoii*^ è di Giovanni SArisliorioufte : v, Fjueuukug, p, 1^1. 
(16) Xon ad quoH vticaniin Jwpcfii rt'tjiiììeit ptrtitiLt-f àinonvitui' : cosi di- 
ceva Clemente V eleggendo (1311) KoUiTto di NaptiU a Vicario impe- 
riale. 

»(ìl) Vvdì flKEnonnvirSy Sforitt di Jhtmn nel Medio Kro. Irad. Mtins^ak». 
Vi*ot»zi»» Antonf^Ili, 1874, V, (:Ì55. 
(IH) 8iiUa tiuniHlittin Inqtrrii, v, IIuvce, p. 17-5^, 202 ecc. 
(Ili) Tnf,, XIX, 115; Ftinf.. XXXII, 138; Fnr., VI, l; XX, 5ri. 
(20) De M&n., IH. 10. 
(21) Vodl in proposi ki K, Kknan, Etndes «ur ia poiitiqntf Miyìtmt dn 
rtqm de Philippe Ir Bei, Paris, Levj-, 1899; F. SCAIUTO, Sìah* e Chitétn 
nryti tttritti poli Uri dalla Jine pei* la lotUi delie Inrrftttturv alta morU* dì Lu- 
doriti} il limuiro, Firenze, 8iicù. Li- Moniiicrt ÌHH2, p. 7t>-10i; R, 8CHoLZ, 
IHe pHhliti»ta ?. zeit Ph, d, Si'hiimn ti. titmi/as Vili, SfcnUifart, Eiike, 1ÌH)3. 

»(22) Vedi la ri tutu Memoria dt»l Cifì»lla. 
(23) Coo front» colle parole dì T. Mamjani iiell* apertura del Parin- 
ttipoto romano ai 9 riin^nn 18IK ; « Il Prìneipe nostro, come Padre di 
tntti i fedeli, dimora iiolViilta ,*ifera della celesta antoritil «uh, vive nella 
serena pace dei doormi, dispensi» al mondo la [larola dì Dio, prega. ì>ene- 
Uiee o j>èrdona. Come «Sovrano e rej^jtfitore eo^tittizionale di i-juc«ti popoli^ 
latria alla vostra sagg<j«za i! provvedere alla pia parto delle faccende 
ttemporali.... Certo, se il governo rappresentativo non esUtesse in uinn 
[^]iio>;o, inventar do^T^hbesi per tjiieste domane Proviucio » : Scritti pulii, 
di T. M., Finanze, Le Mounier. 1MÓ3» p. 37H, 

(24) Vedi Rknan% op, cit,, p. 292 o seg. 

(25) Troppo spesso è arvennfco, p«r opera sppcialmcnte di eomiueiita- 
ari ecclè»ÌAstìèi% che si Cràvisa.^*ie il fti^tiificato j^cni^rale di fuiesfo im- 

Iportan rissimo epistidio e si dineounsfess*^ lineilo partii olare di cìa-Hfnn »ini- 
aJo. Ci pnire perciò, e ri par ntile, p*>rro in line, come Appcudicr, la 
[JÌegftzloni^ di oawii episodio, che ci sembra piiì conforme al pensiero di 
>atiU» e alla Storia. 

(26) De Man., I, 2. 
01) Ih- Mon., I, 5. 

(28) Ih Mtm., I, 3. 

(29) De Mou,, I, 4, Quello che intonto alla Pace nniverMale poteva 
>ax]te trovare* in 8. Agot^lino o iu S. Tomma^i e additato dal Cihmxa, 

67, 91. 

(80) De Moti,, l, 8. 

(31) ì^ Mim., I, 9-10. 

(S2) Ih Mon., 1. 12. Cfr. Couvìto, IV, I, 12. 

(33) Ik^ J/e».. !, Ih 



2óO 



ALB^tiANOlia D'A,NCO>rA 



(31) Impa'titm' t»t anlnmUt lax in tenie ; cosi i Veacovi tU Siili^Unrg o 
Kogeitsburg in min LetUra n Grt»/i;orio IX, citata da] liUYCE» p. 2312. 

(35) Nello scritto CicsAKiM-Friusr-NiiHi, Ite jmr ftuiin^uiati^^nin ar in- 
f/a'^Ti^nt iVi«t\ Gpf'mam}i\, cit, da 0. CaumigXvVXI, /Lff Mmutrthia «fi /*. J.,. 
Pisa, Nistri, 1865, p. 35, 

(36) Vodi Scaduto, p* 56* 

(37) Piacemi qui riferirti mi bnum della cotjft*r©uy,fi tiuntii da S, .Sun- 
siSf* wiil Crt^i/w r/ (iti htrttdiso Hi ì iVbbraia 1H05: *i Dei sojpu di Im- 
pero iiiiìver«aU^ non hì à i»iii tjaroia; ma rimane wrapro piit viva in ogni 
cuore ben uato P}ispir{i7Jone del poetu (da ragjfintigersi beti8^ per sifcrc sii* 
cliP iioii quelle da lui vaglieopj4;latc) di ima ttinutiitii pi fi st reti amputo unita 
nel comune amore e per la romane difesa dei prineipit di j^ìustizia «- di 
liberfi^t pur rii?pettand4> insieme o^ni mai^giore sviluppo dello autonomìo 
nazionali e locali (Firenze^ hanBoni, p, 27 ». 

(38) D€ Man,, I, 14. 
(30) Epinl., V, 6. 
{W) Vfimd.f IX. 1D8. 

(41) CùRf,, IV, 5. 

(42) ConiK, IV, 254J: De J/mi., TI, 3. 

(43) E qufil di U*t a tfi ln§ciit telato: l*urtj., XXX II, 5U 

(44) /»/, li, 22. 

(45) ih MoH., Il, 3, 

(46) Per dar»' uuMrleii del eonie fu frainteso, anche da seriitori 4l 
viiglia, ma partiiriiiiii, il eoneetto dantesco, luiiiti un e«M?nipio, traflA dal 
Balbo iVita di />,, Fi ronzo, Le Monuieri IH 53, p, 35C>) ; « Die^ poi av^re 
il Pontelìee Romano (!) tre sorta d'avv«r»arj: alcuni Qred(f!) iK*r selo^ 
ì partigiani della Chieda, eiot* i Guelti per cupidij^fa, i decretali^tl », 
Piìt spropositi non potrebberHi in pih breve ìipaKio aeenmularo, da che Ì 
iantori kì mtttiLoo ]n*ì Balbo in avverHarj, o i 0t'r4fHm pcoitaiY^ (segni-ndo 
errate stampe antiebe, alle quali non con veni va fidarsi) diventano nUmui 
a rvci ' 

(17) Pur,, IX. 133, 

(18) Ih Mon„ Ul, 3. 
(Ul) fk Moti,, in, 16. 
(50) Vedi weìV (tmfttfffitt a IK J. offerto tini Cattolici ltalÌ4tm nel Maij- 

gio tSdò (Uoma, Monaldi. p, VM) lo aeritto di («. IJ. Mauclcci : Itanlr 
moiimto paìadiìio delta monarohia temporale del Sommo Peni^flctf o del tur* 
decimo, Jm fuoHtìi'chia tcmporttle dvl Ixomaiuì Pttnttfict *trùndo I), «J., Lucca, 
Uìu«li, 1861, — 8ecomlo i LUerieaU la dona/Jono costantiniana eoiilietici 
eei4i9Ì<»ne territoriale o ees^niono di poteri) imperiub*, e Danto Ina&iuia boU 
tant-o qneMt' ultima, mentre, obiettano osti!, nel eaneetto di l>ante, riinltÀ 
inouarehiea ammette la diver^itli, e perciò anche un domi tuo pontifìcio. E 
^inocando d'astusiia vorrebbero che nel noto pa^^o del Dr Mott», ITI» 10, 
bì abbia a porre un P uiaìUHOolo a Patrimoni um, o per (al modo »i aUiuta 



IL « DE MONARCHIA » 251 



al cOvSÌ detto « Patrimoaio di S. Pietro ». Potenza di iiua maiuscola, pari 
a quella per la quale, per altri, Beatrice privata di essa, da nome pro- 
prio di persona reale diventa un aggettivo sostantivato! 

(51) Cfr. Sotto buona intenzion che fé' mal frutto: Farad,, XX, 50. 

(52) De Moli,, II, 12. Mi servo della traduzione di F. D'Ovidio, La 
proprietà eccles, secondo Dante e un luogo del De Mon., in Studii sulla D, C, 
Palermo, Sandron, 1901, p. 403. 

(53) De Man., Ili, 10. E vedi in proposito: O. B. Siracusa, La pro- 
prietà ecclcs. secondo D,, Firenze, Olscbki, 1899. 

(51) Del Primato ecc. Capolago, tip. Elvet., 1846, II, (50. Il Balbo 
invece, op, cit,, p. 345, pur lodando molto parti delP opera dantesca, 
ma gnardando altre con occhio guelfo, trova significate nel 7M Mo- 
narchia « le più strane aberrazioni dello spìrito ghibellino ». 

(55) Consnlta fra gli altri il Cipolla, oj), cit,, specialmente a p. 91. 

(56) Quando io lessi la prima volta questo Discorso a Milano (aprilo 
1901), celebra vasi a Torino il centenario della nascita di Vincenzo Gio- 
berti; e mi parve bene di fare allusione al consenso degli animi nel lo- 
dare Pantore del Primato e del Rinnovamento, notando tuttavia che « una 
sola voce stuonò: quella di Francesco Crispi ». Ora tralascio quell'in- 
ciso, pur deplorando che il CrÌH]>i, secondo, a «lualche distanza, do|)o 
Cavour fra gli uomini di Stato della nuova Italia, per astio di parte e 
contro ogni verità storica, si mostrasse cosi ingiusto verso il tìlosofo to- 
rinese, allegando fatti erronei o mal inter]>etrati, dei quali fu sollecita 
e piena e facile la confutazione. 

(57) Dino, III, 23. 

(58) Dino, III, 26. 

(59) E. Armstrong, // ideale politico di Dante, Bologna, Zanichelli, 
1899, p. 21. 

(60) Vedi Dkl Li'XOO, Da Bonifazio Vili ad Arrigo VII, Milano, 
Hoeidì. 1899, p. 20, 422 ecc. 

(61) Non bene a parer mio, replicatammte atìerma il prof. Scapito, 
op. cit,, p. 59-60, che Danto nò nel De Monarchia nò nel poema « in- 
siste sulla necessità ohe l'Imperatore risieda personalmente in Roma ». 
Ma che altro significa la nota terzina: 

Vieni a veder la tua Kuiiia che piagne 
Vedova, sola e di e notte chiama : 
Cesare n io, perché non nii acconipa^ne/ 

(62) M, Villani, Cron,, panHìm, e specialmente IV, 66, V, 16, 54 ecc. 

(63) Mentre correggo queste bozze, leggo nei giornali che il 29 gen- 
iiajo fu a Berlino festeggiato il nome di Danto e il prof. Kohler della 
Facoltà di diritto volle in un suo discorso dimostrare che il nostro ina«- 
8Ìmo poeta fu « un pioniere dell' lui p'ero tedesco I ». Quando un profes- 
sore tedesco è invasato <lalla boria teutonica è «-apaco di simili e anche 



252 



ALRSBÀKDRO D ANCONA 



pili pazze afiermHzioià. Piiivrfhìe volk^ fu» no del tutto u torto, rimpró- 
voriito ngjli itiiHaui* v fra *rli altri dal \Vitt*\ di vi'der in Danto un jirt*- 



iniriforc dc^lT l'uitti iiaziouiiliv, sol»liene ninno meglio dj Ini cotitri1iuii^86 
a formare la nazionule ctjscicnza : ma il ritrovare in Ini nn precursore 
ù^ìV Impero tedesoo è abborrazìoue ni il le volte pHi ^t-olta. 

(64) L<^tt^^ra al Ro d' lugli iltt^rra, in Kr>rr, Kfiìmr HaurivJt «. Jifiiir 
ZeiU Lnzini, 1H54, riferita da K* Hillebrand, IHtU} Compii^ ri i, rari»» 
Durand. p. 220. E si eonfraiiti con »( tu» st' nitro atto rli Arrigo (in Mun, 
iirrm. HUt,* Lt*gnui, II, ri3fì) : MatjnttJt Jì^minns tt htudnlfiliit rnìdft ìp 
rsceho DirlmttttU nuue moUo r^idem, Imjfcnum «iittni, quùé ptr nimfM ^'im 
iuta' HatloiièB (Urerms, qua»i cum ^entihu» a ituo ereiìtot'e dc^tneraittihHs r«- 
cilìtibut, tfaìiah'v votitit ad ttomtinoHf itt illio jfi'tifiri^t imperialiti ej'iTlÌeHÌiH$ 
thvarttis uhi crttt *Saccr(1ot(ìlÌH nedv^ et tìpoHtoì'wiì oj^'ulura: Un quad in to4cm 
lom Stimmi PontiJiciM vt Impvrut&t*h auctoHtiìn iT/i«ttir/, yorìnHÌrnh tjtiidem 
lemporihnn Uh tra mia fa in G^nnanon, poHquam mvipÌHtf9 principe9 ad ipitnm 
rorntoH /nipcriwfii, quorum quidam Ìp$hiH ìmptri a^^nmpHert diainnaf quidnmt 
K»i\ divino voopentntt eitrfuvnliu, ptr vo» tid qnon upet^tat^ in Jiomanorum 
Iteffcm, futurum lìnppruiorrm^ nti' ri vQncorditrr cheti» propoBHimtt» ad l'r- 
hfim per cHtrontitioHtm nastrar hUfK^ipifnditt noìcmnii^ pi*ofici^ci, — K cfr. an- 
che qucst* Epistola al Ho di Cipro (in Dokssigks, Jota Hem*, VU, llc- 
rolinlj Nicolai, 1839, p. 53), Dean.,,, ut trmtura tm» tmhiìi» n ctèettitlium 
ivrarrhia non differvt ^imUitudinr ordinia eunt qniftus con temi, fir^ndi pnmt' 
hìfifati' uatarae^ voluti ut quvm admoànm t*»h «e JUao uno omneM ordinet^ 
coeie»tÌHm ngminutn inUitiìHtfj^ic uniferhi homineit di/ttìntth irtinh ac /»rr>rfi»- 
ciiti urparati, uni Prinvipi monart^ha ntUHttHrtttt qiHitrnH« eo cojuturfjrrtt machim 
ìHnndi praectarior, quv tdt uno IhHì ttnn /nvtorv ptvfiredtpnit nub uno Prìacipe 
modera tQf et in «e paci» et unittUU m'aumenta ttuttciitrrrt» ff ìm MNifin J^rum 
et liomivum per amoria grvHéjtm ac devote ftdei ntahUimenta redi fri, Ki 
qutìmrift hujìf^ntodi principotas priatrilnti» necHli* im diverfiift fnerÌMi Hntionihm* 
quani cou^cntibuM « suo factarc rtbcrrontihn^ nratètew, Horiktiima tameM Ofr/vm- 
pinquante pknituditie tnnporiftt quando idem lìem et Dotninnn wmter iHevtfirra- 
hiìik drgimtioniH hhh mnni^centin homo ffrri tolnit, ni hominefn per eittpa 
lop¥um perditttm^ et per nhrupto deriaqne ririornin ììheraììtatrm ad loca 
rirtutiiuu* irrìderti et eterne beat itndt nti* poMvmt rirentia revoeoret, dictum ìm* 
perium tran^iit ad liomanon; proinde. Dei dUponente elemencio, qnod Htmr 
prtiret Imperiali^ excelìtntiat fhronu» uhi futura erat Sartrdotnìi» et J^mmt^-' 
lim Sedeé^ ac in toàe^m lom Ponti ficU ri lmj>eratùrÌM aHetoriUi» t^fntfftrmt^ 
iUitm Vivarii reprenentonii tmoginem, qui per nobin a*r inletnvroto rire/itti* ntrr^ 
nato, tae^rdùn ip»c mìcerdoeium cternum in»tÌtHÌt, ne tamquom Prf re^fum H 
Ifùìninua doniitiartttn nd rttìfniniji nni faittitfiHtn omnio traìwttBt mih Hur ditiàmiM 
imperiti onirerta HnhgtMHÌf t*it\ 

(65) Conv., 1. 3, 



APPENDICE 



I>A VIKlf»SK XKh l'ARAhlsn TKURBSTRK. 



La Vliiono che nel P&radi^o terrestre ^i svolgo ìtitiaitxi a^-Ji occhi <\tì poeta, è piena 
di flignincftiìoiio storica e profetica, timtìna e mutici insieme» KviUcuiemtìntts il suo mo- 
dello è doJl'Apociilissd (I), specie noi Vidi Son^lam Jerttmhtn novam^ descentUnt^m 
de oeto (XXIt S|| cioD nitri particolari tokl dalle tacr*^ cart« e iopra tutto da E^»* 
chicle; ma Dsnttì ha dato .-dia 4ua visione un <3aratt«rc proprio, facendone come uii 
<}uadro delle vicende deiruman gotidru nslto spanio e nel tempo, un compeodio «imlo- 
Uco della storia apociaio tu duile reliuiooi reciproche l'ru te duo i&tìtUEÌoni, la Chiesn e 
r litijMi^ra, che governatio ruomo o lo ^^uiduno ai Adi vi Iuù da Dio. Non malo pertanto 
Fan tico commentatore Francesco da Buti atfertnó rappretieoturii in questa Visione « Vor- 
dìoe e il procesto dnll" Umana Salate dal principio dei mondo e dalla creazione del- 
ruomo ItDOi alPav^'enimento dì Cristo »; se non die D:iole non si ferma a cote&to 
punto, cioè alla Redeniiono^ ma rifh tutta <)iianLa la storia Kticnessiva Hno ai proprj 
tempi, e neanche qui si arresta, perche colli? promesse proreticlie, poste in bocca » Bea- 
iTifiie, spinge lo si^nardo ni fut'iro. 

Ognuno ricorda come proceda la Visione. Prima (o. XXtX, 43*87) ai avaDxaoo ven- 
tiqtiattro seoiort ^cfr. ApocaL^ IV, I), Coronati di lior d'aliso, che r appresene ti o i ven- 
tiquattro lihri dtil Vt; echio Testarne niOf cioè ì credenti in Cristo ii^rfi^wro. Non sono es^^), 
uh ì(Vi ifcitrì cÌhi succedanot vere persone^ ma p'*rf)OhÌfÌcasloMÌ dei libri che compungoao 
nell'insieme a nelle partii le SAcnn Scritture. A costoro tengono dietro i credenti in 
Cristo cffiuJ'i; i qutJtitro Hi?angelj in l^^^ura di animali» gli Alti dt'gti Ap&itoli, e le l'pi^ 
i/o/f ili San Pa^ìio, come du^f tjnòdii in abito di9pari^ le qttattra Epùsto(9 canoniche, in 
umiU paru/a» e altimo, i'Apoeatisw : un veglio iolù, d^trmenie^ ma con la faccia arguta 
(XXIX, ifi-iriO). 1 quattro animali, che ricordano insieme quelli descritti da Ciechifle 
(I, S e sèg.) e quelli dì Giovanni {Aftoc^^ IV^ 6 e seg^ K tengono in raeszo uo Carro lo 
«a 4u« rote, trionfale, tirato da un (grifone (XXIX, iCf^-ieO^ Agura di Cristo nella sua 
duplice aatiirat divina ed umano; e dalla parto destra del Carro stanno le tre Virth 
t«!<ulogali, le quattro Cardinali dalla iinislr» (XXIX, iSM3£|. £ il corteggio che Riegtiò 
si addice al mittic" Carro. 

Ma> qoal è ti significato simbolico del Carro t Noi stianto alla Ìaterpetra«ioae di 
f*t»tro di Daut«; e diciamo che ^ Ì^Eccìestam mitttanfem nnivertafem. L*epiteto mil(fatìi0, 
che taluni inierpelri non aggiungono, h quello che ben caratteri^Ea il Carro (cfr. BpiU. 
Cnrdinahbu%^ dote t Cardinali sono detti Ecct*xiae militanti^ primi |»i/f\ che debbono 
guidare il currum Spmtvity Su in Paradiso Danto vedrà io tutta la sua glori» U 
Chieta tritmfìtnla (e. XXIUji; qui, nel Paro^Uso terrestre, ha lo spettacolo della Chies* 
iffttVilaft/#^ della Chieia, cioè, nelle sue vicissitudini nei mondo e nella storia, e nello sue 
relafioui colla vita terrena delTuamo. Ciò in seo^o lato; ma poichò dalla Chiesa mili- 
tante è, nel mondo e nella itoria, forma visibile ed e»t«rria la Sede Pontitlcia, il Pa- 
pato, pud dirti cho in senso pivi f(^cialc il Carro raffiguri quella istituiione che Cristo 
futido col proprio sangue nel suo ritorno dalla terra al cielo, perchè gli uomini fossero 
alili a salire aiicb*es«i alla sede dei Santi. 

Dopo l*iiiflontro di Uaiite eoo ttealrice e i rimproveri ohe etta gli fa di«i suoi falli 
m Im «Mf««aloii« di lui • U pentimento (e. XXX-XXXl), il Garra « condotto (XXXU, 



llf stufila rolaiUiAl ft« ta ntstoa* <SI •«. Olò^anttl « quella «Il fi««le, t E- Pa«*to. L'Àpoc0ti*»i ntSlm 
n, e. fit^Ut l*t«To, IMS; Utr^t di aictirst» la4sglol« n* -U" ...... Ui*i..oi *!«.i rfu»ìn n^iNrii» «ti» VI 

•lont i«S t*ars4l*o lo rt^irt, nna «a^M tAtMriAi#ot« tiuamatu 



254 



ALR^J^AMIRO U AKCOXA 



37) penano una pimit» altiasìina che, contrariatile ti te a ciò rh« avviene dagli aJtn al- 
beri, riceve raliinonto di ati anxi che di ^h^ dal cleio a&xiclt^ cliilla t«*rra, ma chi» à di" 
itpoptiatu di fiori e fronde, la «eaao mt&tico, e geneticamente, qUc^st^aibaro, |K>sto fi«l 
ineizu «Jel Paradiso ttfrrttsire^ altro aoa è se noti quello che Dio *it«s.so yi collocò: TaI- 
bero (iella Scieoia del Bene a del Male <C?<*n#R<, II, 17), Il cui frutto ftt Con datilo pro- 
l^no « della prol« fluitato da Adnroo, tiisttUbidi^Dt» al divtat» votare, K U i>om« tH lui i 
monuorato a Ua*»a voce tlaì »inihoUcÌ i>t:r*onftggi che lo e^r/mJnano^ ma dio al l^a^tmo 
vcrio il prevaricatore^ ag^gìun^ono lodi al Grifone, perche non voli* cibarvi «ii quel 1^ 
gna dnlett al gunio^ m& daitno^o airaaima; hQtì volle dìoì^ u^ara dei boni lan'eaì.ed aaii 
|}rescri8tic e:he si d(>s»a u Celare quel ch*era di Cesnrn, Ma, ailn^r^caiDiTlite, e ta «easo 
pid sp«*ciale, come l>aiUe r»e avera Teaecupjo noi libro di Dantf^le flV, éO, ova »4mfK>I«p* 
già r impero babìlonose di Nabucoo, rAlbc^ro k la ITniverssle Monarchia, qti9* cfìmmn* 
ntori vocaòulo MWfteupatuv Impi^rium {De Man,^ I» h) la Muiiarchia o Intp^ro^ per 
c9»>a istittitta da E>ia, perche l'uomo rnj^^ginnga in r>*rra la tetrtporaìe feiicita. Auorno a 
que«ta jstitujlone »1 raccol«#* a «i raccoghe ttiUavi.i Tunaaca fumitrlia, inuanKi e dopo 
la vr>nuta del Redentore 1/albero, che uc « H^ra, ti dilata in alto, a at^nifittsrc cJle 
dal cielo trae la tua virlh, *i che l'autorità imperiale aorrastu ad o$rni pod«$iil tarrena. 
Sì moìitra perù privo di veg^tjtfttiuna, percliè ifinauiì il Kticaiio ramanltà aopportava (th 
edbiti del peccato dì dttabbtdtenKa, conimesso dal suo pro^^cniiore. 

Altra iftierpetraieionl furono date deirAlbera; aecoudo (jtielU ut paraceli antichi, e 
che a noi pare kiranissima^ nb ci capaciiiamo «li vederla rinnovata da un acuto rom* 
inentatore mademiOi qualV Tommaaa Canai, aarebbe simbolo deiroUbf*di««nt»; ma, tra 
le altre ooae^ mal si potrebbe comprendere perchè sovr'esao ai accovacriaaae PAquila, 
e ìnlì aceude«se a danno proprio e del Carro, 11 p. Ceaari lo dice fì^^ira della Chiesa, 
mentre a/lche il Carro simboleggarebtM la Dig^nltil rontiUeia o U Serie Apo»ioltcar e per 
ciò Albero e Carro «arobbero * la Chiesa medesima », che verrebbe eoa! adombrata i^i 
due div*or»o lorrnii. Aitrì ultra congetturò; ma quealo ft ben certo, che se il Carro, Come 
tottii DccctUino. ti» la Chiesa, i^Alb^ro dov>ai«r« una cosa diversa, e, ao vo^Hamo a 
tutta qiiesia aiml>olica rappreaentaaione mantooera un «enso «lorico^ non può «'«sere »e 
non l'Im|iero. E dal Lombardi in poi, s ui l'aulica prevalse gè net al ut ente qneata interpe- 
traiione^ coit conforme al buon aeuao e alla storia. Ova ai dtaconoMCS, ai confonda taù 
fieramente ogni cosa, 

£ a questo punto aag^is una aerie d) aimbonche rapprnjoniajEioQi, che, pur averne 
pih chiara ed ««alta contezza, potrebbero dìsiin^erai in quattro Atti o Periodi, a io 
otto Eptaéj o Quadri. 

l. 1 versi 37-51 (/o i#n/it mormorare... E quel di hi a Ui Imeià leQ^iti) rxlH^r^no 

10 stato del mondo a d^lTumana famiglia prima della venuta di Cri&io. V^v effetto itel 
fallo iì\ Adamo Tal baro è rintasto nudo ed infecondo, ma motto non tarderik Taxi une ri* 
pAfatrice del Ri*d6ntore; il quale intanto» alle lodi circa la sua jistlaanxa, ha rtipoala 
ohe per tal modo ti comerva it aeme d'agni giuUò^ (v. 4S), ^ale a dire che la ^uati^fm 
ai mantiene nel mondo quando Chiesa e Monarchia, Papato e Impero osservano elaacufl* 
i proprj doveri e non usurpano gli altrui dlrìui. Dopo di che ii miatlco Orìfona trae fi 
timone dei Carro a( pie della x^edova frasca e lo lega al tronco d«*ira)b<?ro; e qu^i éi 
tei a hi taacià legaio (v 51) L'eapresaiona non è chiara; ma lo epi^^garionJ dei edia* 
mentaturi mollo non divergono fra loro. Noi cì vedremo dunque rìst^tuiioD' ' ^ «aA 
miiitarite, laudata uelP Impero, ch« raccoglie tutta Putnana gcn««ras»f>ne, •]. 
rimparo, ohe drogai cosa temporale h guida suprema e tutore. Cristo ]ver jiìt. .r,5jci^ 
legato alPldbero il timone del C^rro faito della stessa materia, dello «t«vio b^gno di 
<N*«o albero; in quanto la Cbieiit militante^ e Ìl Papato che la r»,ppr<:senta vivono net 
tempo if nel mondo. Né repu traiamo ad ammettere che qui at trovi una allutione ulta 
jeg^enda dell'Albero della Croco: a quella leggenda che il prof. Gh'rardini it^a vUfaeut 
di D. nel Pitr, ierr. Bologna, 187S, pa^, 31) un pò* troppo alla k'gger;! giudicai noitmti^ 
«ima, ma cita è utia delle più bello e signiAcativu^ rb« Petà media abbia imnao^inatis. 

11 Carro è cosa distbta dalPAlbero, ma ad easo è congiunto e appoggiato; e II la^mne 
che li tiene unttì, é la coinutio, pri^dottinata sede della Chie<A e delP Impero in ttom»^ 



4 
4 



hie MONAVCBtA » 



255 



I 



Co«l Ift CkM9&ita, come mìUtADt*, &tJ'oinbrà protettrico del r Imparo; 6 ì^àéùvà ti4k «ita 
«cd<^ rimonta iraperìAle, ivi sta pure il Pontone», ^nida su p rem» dd l'uomo nlla bco' 
tHndin« cfJeMe. 11 Vicario «)i Cristo è f*omcmo^ nella Koma tenr«s«tfe, come Cri»»;* *» 
•ommo n^r« d«I1» yeract« Roma, nella Roma c«I«ste (v, 102). 

II. Dnl v«r»o IH {Cnme /# »»<?yrff pinate) al 108 {/a nwn/# a gli ticchi ov*9tt(t voHa 
dUdi) sì dipìngo lo flato rleirnmiiua «ptrregiuktntf. alla venuta ili Cristo, © i benelki 
«flÌBtti rhVsaa iminediAtumante ha prodotto. Il nchintno alle piante, cìm Ali'app£rin>difl|a 
prima%'«ra ai rifantio turgida di auccu vital4>, :l proposito del risorgere di q usuata pianta, 
€hm prima aveo le romora si soU {v, (iù)^ indica ellleacemt'ttttj la rinnovazione d«l iiKindo. 
r«drou» dal sanitno di Crialo. E (junndo tal mirnculo è compiuto, ai alxa da qu«illa gfftite 
ehm cerchia l'albero e il carro, un itino, tifi eanttcum ttovum, cume twWApifcaHttw iXIV, 
3)1, ilL tanta dolcttxura, chu Dante non può (tof^lierto intero e ai (idUormcnla ain)btìl«go- 
giando por tol modo il fallco stato d€l ritorno dopu la redei»£ÌOD« Allora voramontc pnO 
dirai chfi Vhumnn%nn fft^tm %l trovawo f^ii^ in ixwrù tittivwrwìl» tranqttiltììala {De 
M % ]« IH}* Al oeavare di qituato sonno. Cristo rit«iri»u in ci«to eoi p«r8oua|L''jzi «imbolici 
d«na (iiMiica processione, e Reairice ci aas^ide siillat radice dell'albaro, u griardla d^^l 
plaustro^ cioè della nuiva Lfiitu£ion« la«ciata da Cristo nel mondo; a %\h in luojsro d**!- 
rUotno-'Dio la Sapienza, la Scientia Aiipinamm ntqi49 hamanarHn^ r^rum [x, 5t'lOS| 
B«aiMc«» che lì' ^ per»oniAaiTÌono, siede sulla t€%'nk v^**o (v. Kìì)^ stilla noda terra, ciò* 
«ul fundam«nto di umiUà, ch« fu viriti propria alla Chiti-sa prtwitira, ed t eircoodatn. 
ptr onoraajra m dif osa, dal Iw Satto Virtù (v. DSl, so«t.«n«^nti i Se|te aiudolabri, cha sono 
ì S«tt© doni dallo Spirito Santo. Abbiamo eosl i* siote»i storica di ciò che fu il mondo 
prima della vonnta di Cristo e di ciò che fu dopo la Redonitione, o m^l tt^mpo di*Ua 
(Chiesa primitiva. 

Ili, Ma (fceo, ad««^Of ritrarsi cloche avvenne in un torxo periodo, cUa ò dallo alato 
dfkU'tininn genere, dopo quel momento di pace lìiùversale, e delle relazioni fra le due 
potestà supreme. 1& una storia di aucoli, simboleggiata nelle nrutaalani daU'Aliiero i*. del 
Carro, e che io questo lerio Periodo, o Atl«, si pud distinguere in sette Episodj o Qua- 
dri atieottatv*, dal V. lOW {Non Ècii$9 mai) al 147 {Sttnil* mmiro). L'ultimo Periodo o Alio, 
che appartienv alle vicende caQieioporaneflt dat v, 148 (5tcwrj, fcc) «I 100 ed ultimo, 
ha uà solo episodio. 

I*. l^'Aitvila scindè t\Ub»ra e ntf di^tfide i /lori t h fhgiU (V. 100-1141 • P^r hett 
i! sijtntllOlUó di •guanto è ora offrrtu agli occhi di Danie^ o au di eha B«s^ 
la stia conaideraiìuno in prà del móndo the mai t*iva (v. 103| o affinchè le 
'itrtuiló in e««Q (V. KM), è noca^sario, come avvertimmo gllt, renar bau Asta 
Im. mante ftUe diveri** traamirtationt cnst «Ml'Albf'ro corno del Carro, cioè alle Ttcendw 
df»U*lmp«fo e dMlla Chiaaa, 

L'Aquila adunqtta^ rbe sta sulla rima dell'Ai boro come a»gDaeoto deirautoritii im- 
p«rìaltt « dalla qnaì« altrove fu descritto il corsa trionfate nel mondo {Par ^ VI) e ve* 
tinta la parlante tìififri» (XVlII, £0)^ dtne^ndé^ divide, calando ruriosamotiti^i la tcorir» 
riUiirAlboro « dispordo pan» dei fiori e dette focile, che esso aveva novctlameiite gettato 
t«*imagma ò lolla da lìie elucia ; Attuila ffrundÌM maffnarum atmum^ tùftQO mmmtjnrfjrum 
dktttu, pl0Ha pi%*mì* «l e«ir(<»/af«, wnil ad Liòanum^ H Intil m§duilttm eteri; suolali- 
m9tm f)F9ndÌum «sfui axuhU «te (XVII, S-4)', ma h volta ad altra algnillcaaione. Alcuni 
«Mountiktfttort vegfoDf» qui rappresentato le dleet persecusiout Rollbrta dalla Cbifuia p«r 
•pera da^^U imperatori padani, da Nerone a Dioeledauo; ma aurhe ainmcttendo collo 
Scartarmi iComm. i/|at , TI, T5(i) che quelle persocuzioni • danneggiarono plh 1* Imparo, 
rJie non la gmvnn» Chiesa criiitiana •, qui «1 narra di uo daDDO» di un male, di una <vf. 
f«fta fatta dirf*tUm«iti« alPalbem,» e ppfcid aìP Impero stesso. Soltanto n^i versi rbe 
si ha un accenno al danno che, di contraccolpo* pati anche la Chiesa. l>ird 
isa che nuo »n datila da altri {ì}, aifermandu che qui il pnitta ahbia v^iIuìq 



ti) t*« prtma afr.-«Dii.) a ul* «|.w^»«ioo« d«t«i leU awl lfti7 la «<rto turitto daUs |f. AnuAe^iù m tA 
I mtiln piMstd M 4*r. Xiit • MV; di 14 «erlataftate la rt|(imd«MS« ifr. iNipiriKO a«tla Scardata 
•aia CVvf^Wvi«at» p. II. 



'25'i 



ALEéSANURO D ANtMiNA 



«iguìcleare lo àrnetnbratnentò ilfill'IraperD ìn occìdemalo od onetitiile. L'AquUi rdin^w 
lìeìlfi scorxa^ Bcìnd«! cioè rurxiiJi d«irini|t&ro, chi) noi Da Af. t fiftragooAlo airinootitu* 
aia vante dì Crislo (liénictt inta inconsutUii cupiditafis uttffue s/ùuntratn poMa ett (U 
0); sciaa 4f*aft tunica incansulUU (HI, 10), n per Ixl modo, fu op«ra empi a é foUr., pcr>> 
chA contri* officia 01 deputatum Imperatori ani ncfnd^ra JMperium {D0 AT.» JII, lOj, Ai- 
t^ìndiamo a ^jUQsta nusir& iiiterpetrtiiiiune TasisoiiAO doi DftnUxU^ cho ci lutiJigblAfiio yoa 
dotba mancftrcj« 

2^. LU^ui/a urta it Carro s lo fa barcùUare {w llfi-117). Mada qacftiimioiie difclts 
deli'AqutU contro TAtbero, uè viena in dirottamente un danno anche al Carro, alla 
Chiesa rn il itati t»3r, dacché tiol auo dìscand or furioso urta anchA il Corrusche pie^aroHU 
nac* in fortuna; e qui sta bt^ue ch« bI «corgauo le persecuxiont de^li ultimi imperatati^ 
specie di DÌDcleziaiio, autor primo delta di%'i«Ìone deh* impero, contro il Cri»lkaDesiino. 
Ma i diit) fatti sono distioli J'un daU'altrOf e ricordano due ca»e divorse^ aopra> v«nuu 
airimpero i) alla Chiesa. Nò couaenUrtinjuio coiramico prof. Tocco che qUÌ tìireeis «i 
Illuda «Ile lotto fra l'Impuro e la Chiwsa, parchi» ì colpi deirAquìlà v ra4«alto ddta 
Volpe * non accadono sa non dopo che il divino grifontt legò il Carro atta vH^va fra- 
sca, cioè dopo ch€ Ghteaa e Impero ai unirono •irettanif^nte (Il canto XXX i t dtt Pur§. 
Firenxe^ Cantoni, lOU!?, p. 20) *; ma dacché la .'successione doi quadri * corrolalira a 
quella dei fatti r«ali, troppo sarebbe a questo punto anticipata la d^ru razione delle con* 
trover&ie fra i due poteri. 

l^ La rotp9 contro it Carro ^ Segue il (er«o epiiiodio dal v* 118 {Poacia vidi «p» 
ìì«ntarsì\ a E iS3 (rowo «eiixa polpa), Alla elTbttiva «ciuione dflll^autoritJi imperSaJe li«a 
dietrOf iiell»t vicenda della Chiesa^ uu teatatiro di Kri»ia contro l'unità delia fede. Una 
volp» nffatnata e ma^^ra ni a%'veùta contro Ut cuna d^^t veicolo trionfala^ ma e ntaudaia 
io fuga da neatrice, che le rimprovi^ra le sue taida eolp«. K (Htrdd una miuaccia di 
danno^ non un vero dauno che Aopporii la Chiesa miJitante, un pi^riculo (gravisaimc^, ma 
che vieu tU|K^rutu, i^he nella volpe debba si rinvt^iure aimbolicamente T Eresia, taUi, o 
«jiias», coticordano. 8. Aguttino scritse che Vulprs^ hatfr^ticot fraudolento» tignijteant 
Mu a qu al eresila si votvh alludere? Alcti'd ritrovano (»ella vuipe aimbole^gìato Aoaata^ 
afo» Novaxiano o Sabellio, altri, g^li Otioitici. Maglio sarebbe vedervi, con parecchi coni • 
tn^ntaiorif Ario o Maometto. Né, a rtconodCerTl II foadatoru detrialatnismo, nuUa pc»* 
trebheat validamente obbÌMttsre, perchH nella traditione cristiana, còme in altro lat-aro 
tiustro faceininu notare (Aa teg^nda di M. tji Ocùidtmiv in Giorn, Star. Lttt. /foJ^ 
XIII, Wùt^ an«i che autore di una nuova religione, il profeta arabo fu tcnulo coma 
eresiarca, e futtoao un cai'dinale e anche un pootefìco, ne non fotii« che la rafioA* 
cronolo^ion e runportan/a « diiraui di una vera *s propria eresia, ci fa propeodere per 
Ario, vissuto ai lampi di Costaotioo, à«{ quale imaìediatamente dopo ^ fatto ricorda^ 
E veramente può dirai cho l'eresia ariana fosse dirotta contro fa cuna, contro il forwla> 
mento dogmatico della fede cristiana, poioho negava il mistero della Triniti « La di- 
viniiiL stessa di Criiiiut stccbò fu svergognata e condannata dai padri del CoociUo ili 
Nicea nel S2ó 

1^. L*Ati%Ula tofnUé nel Carro tt lo fatcia pennuio: dal v. iti {Potcia e«&|f a) 1S9 
i^om' mùt se' carea). Ora TAquila^ cioÒ l'autoritlt tmperialej opara direttameuta ai dannt 
della Chieda; la etina del Carro^ Varca riposta e segreta di easo, che si era salvata 
dalle Insidie della Volpe, viene contaminata dairAquiU, che acende non pi6 violenta^ 
come la prima vollu, ma benigna e corructrico Tenendo ì) «tdìto CAnuiiino, Vuce*t di 
fìioi^i* scende dalTalto, penetra nel Carro o vi lascia parte delle proprie fnenne. Intaaie 
una voce esce dal cieU; e deplora il nuovo mai carico flolfa n«i»ti€a navicella. « qaaai 
dica, scrive TOrrtMo, tu normale carica delle mondano e imperiali riccheri**, di t|ueXU 
mrrol, le quali jo comandai, che yih fotsono ricusate ». 11 fatto storico cu( qui u alludo 
^ evidtintemwnte la Donazione di Costantino, alla cui realta coninnement*' credevM^, 
benjhè la leggenda aggiungesse che appena fu fatu, * allora <t gridò una vooo ptt 
l'aire e fu udita per tutta Boipa, e disse cosi: Oggi si è sparso il totco nella Chlaaa 
di Dio \Sloria di S SUv^ntro, Napoli, 1^',^: cfk'. Pietro di Dante: ffodi0 diff^éum f^ 



TL 4 DE MONARCHIA » 



257 



fi' 

^^ Spirii 

^H guell 



m Ec^mia DH • (1)). Duplice fu il mRle recAto dft qadita donitzionef f»tta 
/Dn» eoM ifUanxion tatia « ^r^i^na (ir, 13S)« q^ coins &Uro?6 «^ ribadito: «offofruofta <>*- 
ténsiùn ohe f§' mat frutto {Par, XX, 5)()« perchL* l'Aquila pordò pai'te dello sue penna, 
il cha viaoe a dira cho l' Impero alienò voloataHiimi^n^c parte dat poter suo e dei tuoi 
ooorii a Iriail «lf<9tU ne derivarono al Carro^ cùiTiinciaodòai in ciao quella corrtisionecho 
andò sempra crescendo. 

j^ r«« dr/«;7o f<>w^a/o dai t' infèrno porla 9ia parto del Cmrro/ dal v. 130 [Poi porne 
a me) al 1E5 (« ffis$tn vago va^fn) Si spalanca partntilo ìu, term fra la due ruote a n« 
mtcf un drago, che figge la coda ugutxa noi Carro, e ritraendo la a «k, qo trae anche Ja 
parte foodAmentale, « peti te uc va n^f^j ra^o (v 135), cotoe «oddi&fnUo della «uà prada, 
fili •Qllrhi commeritiitori iridi^ro uel dra^fo Fozio^ Ario, Maometto od altri: s« non che 
gik ì'en%i'j> per cneizo dì costoro e dì altri invano si era provata a danneggiar la CUieaa 
nelPunttà sua dogmatiea, ma fu viola e domata dal aenuo doi Padri e d«ì Poniellci. Il 
draifoèil demonio: droc^), dicn Ì*Apocali«se, Hwrpém anfit{Uu»y qui vocalur D(atMììus et 
Satana* (Aprica/., Xll, 0) Nif\\*Apocatis*e * caufta ejns tmhebat tariiam pattt^m MteUa- 
rum c(*tli « (Xll, 4}: qui inv«^c« ofTenda e porta vin il fondamento «tasto del Carro mi- 
aUco, ìfi quanto 6 la Chiesa mifitanttiy *ioh l'antico spìrito di uiniltii e di renuniia al 
beni mondini, che fece proiiperare la Chiesa prìmiti%*a. Il Drago ò pertanto il diavolo, 
dia ^ malo Spìrito di CupidtiJrift, e, eome intende Pietro di Bante, significa cupiditatem 
tuAfemilom Paitorum Eedésiae circa t^mporalia. 

fi'\ Trtutformationtf d^t Carro per grrmirita^one dgtla piuma dglV Aquila : dal v, I3rt 
{Qu^>t ch« rimale) al IJl [la hncca aperta). Data ed accettata lu Donasiouet il maligno 
Spirito di Cupidigia, che »i è ìuiposaeasato deila Cbiesn, prosegue Topera sua corruttrice, 
guello dio era ritnasto del Carro, dopo ohe il drago vi fecti tanto gu^isto, si ricoprii 
tm mediatamente della piuma dell'Aquila, come una fertile terra ti empie di g-ra- 
a. La Cupidigia è infatti alimento m «è «te^aa^ e la Cbieia ne d tutta cooUmi- 
non vi è parte che sia immune da questa lebbra. Gli appetiti sono andati ere* 
scendo a dismisura, la Chiesa oltre il pastorale ha imbrandito la apada, e fa gante, eh» 
veda qtielti che dovrebbor etserglì di g^^ida agognare soltanto ai beni mondani, ne segue 
reai^mpio; e siffatta mata condaltn ha fatto reo il mr^rido fPurg , XVI^ KXKIIS} intero. 

V. Trasforma s iont tnouruona del Carro.* dal v. U2 {Tratfortnato voAt ecc] al v. 147 
{ancor ntm fH0i) Sb basta- u mutare il primo aspetta del Carro trionfale, ecco che ne 
fuori sette lesta: Ire sopra ti timone « quattro a ciascun canto. Evidente é 
rdo della ben Li a éclVApocalitts.- Et vfdi do mari btÉtiam atcéndsnlem, hab^\- 
teptmm rt ts^rnua dteem, «t §up*r cùrnua ejui deetmdiodamata^ 0t nuper ca 
pila ^JM» nomina bla^kemioé (XIII, 1). Lo sette virtd dalle quali il Carro era liancheg- 
giato, diventano «ette peccati insiti al Carro steaso e in lui immedesimati; le teste sono 
remute;; quelle so|ira il timone sono dupUeì, come di buoi^ e liguidcano la Superbia, 
rinvidiaa L'Avarìfla, o com^allri vogliono, l'Ira; le altre hanno un sol corno ciascuna; 
in lutto dieci corna, os&ia dieci trasgressioni in contrapposto ai dieci comandsmenti. Il 
•imbolo della Chiesa militante è periziò un mostro (v. I4Q, 15S| mai piò veduto, una 
•MMVII bftva (v, 160): tutto il divino no è «comparso, tutto il dÌatH)Hco vi si e sostituito; 
la fronte ad esso si potrebbe acrivere Babylon ma^jna, mat»r fornieationum «/ abomi- 
mtaiéonum Urroé (Apoe.^ XVtl, 5) 

IV, Al tempi à9Ì poeta, e alle condtsionl del Carro, diventalo «loslro e onaat ridotto 
prtda {^XXMì, 39), spetta tutto il rimanente del canto, il quadro che viene ultimo e 
fselia serie * «**, ci rappresenta : una intfrttriev^ talita tt»/ curro inàiétm» con un giffanUt 
ài f«ia/« Èciógliet « (egami con t' Albero, e rapiacÉ/ la donna e il Carro tramndoti §ntro 
tA MÌ^a^ dal V, He iSicura *oc f al ICO {affa nuot^ btflaa) Non v*ira quaii chi non 
«onenta a v*der qui il periodo della storia della Chiesa, quando sotto il govaruo di 



II) Pm allr^ pHsl di «crttioirl «otlctit e di aaasBsatalarl di Paole, cM rU^sceaa qtt«la t«si«6ds. 
p F* QstJiit, JiocvmnrH <muti dm T'rernMM oirm al polerr t^ftpomU érlfa Chte*^^ la Aia, Conttm» 




S68 



ALESSANDRO d'aNCONA - IL < DB MO»AECinA » 



Boniriiiio <3 (li CJ(]inaQie« il Papato divenne mancijiio deUa Cnea di Frtiicit^ ttsurimtrtrei 
d«i dritti d«-rr Impero. L» Meretrice aoslitiiiaco B^^iitrice» e in atto di comaMo e di «r- 
^Oj^Jio &8Ct}tid«ì il plaustro, del quale queala era toluato a guardia, ««dnado umiluteut* 
suilA nuda terra: o li G,g^ante ohe la <ia allato, e ratUgura la Violenta baittute, diafft 
l*op«ra di €riito« «clogliondo i vintoli che legavano il Carro aM' Albero* La Chiesa 
corrotta e» la falsa autorità temporale ai &odo surrogati alla vera Chi««a e at leg-tuino 
Imperatore. I «tue usurpatori talora *i Imoiaim, vaio a dire 5ono conronli nel fare U 
male« ma la Donna sente talora vergogna e dolore de!i'fls»erfrj aoitopoatA ni drudo tnad* 
vaglOf e va come cercando cnH'occhi^ cupido t ^ag<inlf |v. 151) chi la aottra^^a al- 
rigtiomiaia in che è cndula, alla servitù cui si é toitopoata. Dante, a coi es%A ai volg«, 
come per allettarlo a liberarla, ò qui il fedele, il buon criatiano, e forae più parucolar- 
manta, il cristiano d'Italia; ma il Gigaate, che di ciò si avvede, prima flagella la codi- 
pagna tua <2a/ capoinftn h piani* (v, I51J, poi, per patirà che non gli iia tolta e per ira 
della prova da lei fatta di ribeilarai al tuo dominio, scioglie il Carro e lo trae nella 
aetvn, «i che lo invola alk' altrui vista. La flngcltesìone si sptega coiroltraggio ài 
Anagni; lo scioglimento dei legami, col trasporto della «ede Fontidcìa da Roma, c<h 
mune 844*3 all'Imperatore e al Papa, ad Avignone, Dante, il fedele rn«tttano, non xté» 
più il Curro, perciiò gli è celato dalla selva, tìmbolo della viziosa confusione uuìversaleu 
Il Carro, la Chiesa militante, è prvda della Violenza; ne più lo governa la Scienza di- 
vina, ma la CorruzloDB peocaminosa originatA dalla Cupidigia, che con la Vìoleosa ti 
A congiunta in adultero ampteaso, operando insieme il male, ma aiaendone prima vil- 
tima «SIA steasa. ^ 

Ma il poeta, che qui vtiol evsor profeta, volge or» lo sguardo al futuro <X XX Ul, 31 
Ed mlità a me; It: morattnentt) & per bocca di Beatrice annunzia che, se la Cliitaa /U 
fimi é (XXXIII, r^5), «e la «edo pomìficia è vacante? natia pnfwnza d*t fifftiuat ài Dùt 
jPffr,XXVll, 24), se anche l'Impero h privo del suo conducìtore. né la r(f%\d*Un dipio 
sar^ impedita nel suo eorso contro chi ha ùalpa. deilu corruzione di quella, nù tyito fesipf 
TAqtiila resterj!! Menzu rttdn |v, 37), »enxa Un legittimo successore dei Cesari. Tutto m^ 
h detto in forme involut?, con parolt* tnìsLerioae, enii^*-! nati che, com'^ proprio delle prò* 
fezie, e che anch'^ di recente hanno eetorcìtato T intelletto dogli ioterpetri. Ma comnn^u-* 
debbano intendersi il typpe e il Cinquecento dittci e einqu^t questo è ben certo che 
Dante vuole preannuuzisre un rmnovtimento della socielil degli uoitiiuì, per opar* di un 
Men»o di t*io^ che anctderà la fuia Con qutl tfigunte rhc c^in Ivi dettutfué (XXXlìl» 44K 
sanando inaìumo la Chiesa e l' Impero, ootla giusta punfzioQc dei due usurpatori. L*Ai* 
b«ro eccelso, t' impero, che fu dtie volte derubalo [v. hi) di ci6 che gU spetta, olTefideudosi 
per tal inodo Dio con b^itémmia di fatto jv. f«9), prima, dst l'Aquila ohe lo scA «Vi »i/d aalta 
scorsa, vale a dire citila divistone in Oocidonialo e Orientale; poi, dal Gi^nole che im 
separò il Curro, che À quanto usurpare f dritti delT Impero, e ìoonnsi lutto quello di pm* 
legger la Chiesa militante e aver comune con essa la Sede rotnatia, iornerA a rifiorire 
9 a raccogliere aoXUì i "ombra sua Tumau genere. Dio st«iao ffvce mnitt (v^ *ìtì) quesia 
pianta mistica, e punì pel corso dt tintiu^mtt'anni e ptù la violazione tìeW inl*rd«>4ti^. 
comoiesaa da Adamo (v. tVl, 71), la quale moraim'^nU (v. 72} significa «» presagiso* 
quelle due «uccesaive violai ioni storiche della niuMtìsiit di Dio (v. 71), che creando Tai- 
berù diede ad esso un'alta signilicozjone, lo creò a uso suo, pei tuoi Ani speciale Ma la 
Monarchia universale e Tuoiversale Chiesa militante guiddrtmao d*ora Innanii ì^^itomo 
ai suoi alti destini temporali ed eterni- 

Con questo vaticìnio, che i fatti {v, 40) dìmoatreranno varo» eoo questo tf uanlo »J- 
rimiuÌDenti? futuro {modhnim^ ti tot ìfiédnti§ me: v. 12), si compie V auìpia rappreiaob* 
taiiotte storica, die il poeta ha immaginato svolgersi nel l'aradiiio icrreatre, tiell» seda 
della perduta felicita umana, raocogilendo tn eua in tintesi simbolica le Ytcetide «Ile 
quali è soggiaciuta net temporale e nello spirituale rumana famìglia dalla r.reafi^ 
al momento presente. 



I 



I 



GIUSEPPE ALBINI 



Le Egloghe 



^ 



Chi sia invitato a parlare di un argomento intorno al quale 
fece già quel che gli riuscisse lare fli meglio, sente ila prin- 
cipio un'alacre compiacenza. Sarà \m abbracciar con lo sguardo 
la via percorsa, fermandosi ai punti più rilevati e più belli, 
toccando le questioni pili importanti, esponefido le conchiu- 
sioni meglio accertate. Ma presso al momento di parlare cjuel- 
Tardore diminuisce, giacché ripetere ciò che sciMvemmo tanto 
meno piace quanto più colti son gli uditori, e dir novità è 
malagevole, e far variazioni o divagazioni, in materia nobile e 
alta» disdice. Questo è oggi il mio caso (1), al quale vorrei prov- 
vedere con una discrezione che mi guadagni assenso : e [aisciando 
stare le questioni minute, tenterò una esposizione comprensiva 
lielle Egloghe latine di Dante, e dì ciò che da vicino si attiene 
a esse e conduce a intenderne le ragioni i modi il valore. 



Con tali prop<3siti, ritroviamo senxa indugio il divino Ali- 
ghieri in Ravenna. Non parrà, spero» eh* io mi compiaccia di 
suscitare intorno alla storia e al nome della vetusta città bai*- 
bagli di frasi e vapori di sentimento, se io dica che, a ripen- 
sare Ravenna circa gli anni tra il 1310 e il '21, di vede in essa 
uno spettacolo commovente e sublime: e non già più di tra- 
monti imperiali o di regie vicende, non di battaglie o d'im- 
prese, non. tra splendori e raggiri di chiesa e di corte: ma 
tutto e solo nella vit^i e nell'opera dì un uomo, che non è un 
potente, non un principe, anzi fin gli si contende di vivere 
oella sua città cittadino. Già vecchio^ se non per gli anni, per 



mCSBrPB ALBtKt 



la fatica e i dolori; pieno il cuoi-e lie IT ama rezza e delFamba* 
scia addensatevi coUrìiaiiaraente per un ventennio; con lo stra- 
zio che i gentili uomini sentono, e i sommi sommamente, del- 
l'essere disconosciati e del patire ingiustizia; arso da una ge- 
mina fiamma di sdegno e di desiderio; egli tuttavia, non vinto] 
né diminuito, 

b«ii tetragono u* colpi dì voutura^ 

con Tarco dell' intelletto a mat-aviglia teso, con Tata della fan- 1 
tasia superbamente poderosa, studia al compimento della grande 
e difficile opera sua; egli, il povero esule, ascende securo di 
cielo in cielo, fino a mettere la fronte mortale e il nia^rosuo 
volto nella luce di Dio. Già piove nell'alta coscienza la gioia] 
del compiuto lavoro, del certo trionfo; sente jrià intorno a sè| 
la gloria eccelsa e perenne, di cui il lauro è un segno, ma cai 
ne casi né uomini possono a lor voglia negare o largire. E in- 
tanto, per questo più caro e più intiero che tra le ebbrezze! 
ideali p le ispirazioni divine serbasi piamente uomo, vagheggia 
una \QV(]e piccola fronda in un punto ch'egli sa del mondo. li 
pini in ampia distesa mossi dal vento movono con invito e re-J 
frigerio blando le suo fantasie : TAdriatìco tra verde e tuixhimij 
si stende vivi*l(j e lieto innanzi al suo sguardo pensosa e so-| 
gnante; gli alabastri e i mosaici scintillano per le chiese intonio| 
alla sua fronte che prega e che crea: e int^into a ogni tratto! 
il poeta, pur dilettato e fidente, ricorda e sospira, Firenze, 
ampliatasi poi di tanto, e corteggiata dalle grazie e dalle arti« 
non rise mai così bella nella limpidezza del sole, come alloraj 
appariva desiderabile alla mesta, solinga, ultima speranz<i deli 
suo maraviglioso figliuolo. Ma già il rifugio ospitale gli si mu- 
tava in riposo per sempre: già ivi le grandi ombre facean 
luogo all'ombra più di tutte gloriosa. 



^^ 



In quel tempo a Dante giunse da Bologna una epìstola il 
versi latini di maestro Giovanni del Virgilio. La quale, ridotti 
alla trama de* pensieri, diceva cosi: -- Voce delle Muse^ 
in novo carme narri i tre regni delle anime, e il carme 
in volgare al volgo che raccoglie senza intenderlo, abbine une 
anche per noi dotti, e sarai per tutti poeta. Quanta materia 



LS R0LO6HB 



si nirre a ciò I : la morteci Arrigo VU, la rotta Ji Montecatini, 
Caogrande che stringe Padova, re Roberto eh' è stretto in Ge- 
nova.... Cosi verrai celebre» ne solo di fama popolare. Io per 
primo, se mi dej^nerai, vorrò esserti conio battistrada a trion- 
fatore, presentaodoti alle scuole col serto alle terapie. Già odo 
il suono de' gran fatti, e il tuo canto placare gli affanni umani 
vìncendo anche rammirazioiie di quelli a cui fin qui non pen* 
sasti. Se speranza non m* illuse che i miei poveri versi otter- 
rebbero tua risposta, e tu mandamela, ovvero fa ciò di cui in- 
stantemente ti prego. — 

Gran ventura ebbe questo carme : piacque a Danto, lo toccò 
profondamente. Di ciò le ragioni son molte e chiare. Innanzi 
tutto era un nobile carme: bassa la lega della latinità, e di ciò 
Dante non si offendeva ; ma ben pensato, ben fatto, sentito e 
mosso, uno e vai*Ìo. Poi tutto spirante d'una grande affettuosa 
ammirazione, consapevole e convinta, più osservabile per es- 
sere in uomo tenuto e tardato da pregiudizi, più ragguardevole 
per esser Tuomo non senza merito se dal suo autore — e fau- 
tore era Virgilio — avea un nome gentile. Inoltre il carme 
portava una vivace meo/Jone (proposta non dico nt> promessa) 
deiralloro e del trionfo poetico. Iti fine (e furse qualche altra 
cagione potè su Dante, la quale a noi sfugge) era caldo in- 
vito a comporre versi latini, e l'effetto mostrò se fu piace- 
vole invito. 

Dante rispose, e rispose, si direbb*oggt, con un tratto di 
genio. La poesia bucolica fin già da Teocrito aveva ammesso 
tra le flnzioni pastorali le allusioni a cose vere e a vive per- 
aonet e quelle in Virgilio si eran fatte più spesse e più seguite. 
Sul mar di Sicilia, ti^i i canneti del Mincio, quei classici poeti 
avevan talvolta, e nei earmi più belli, adombrato sé stessi, le 
cose e gli amici loro, ne' lor personaggi. Ora. quando mai po- 
teva una tale forma poetica essere opportunamente ripi^esa se 
non in una età e tra un*arte che tanto si piacevano de* signi- 
ficati molteplici e dello imigini riposte ? E Dante rinnovò a un 
tratto, direttamente dal modello, Tegloga virgiliana» adoperando 
neirallegorla una tem[)eranza perspicua, quale poi non sempre 
tenne il reirarca. Titiro, che avea voluto dire Virgilio, riap- 
parve a esser Dante Alighieri (non per nulla e in antico e di 
nuovo allora ei si udiva chiamare /br/i'm//<? sene.r!): Melibeo 
fa net Dino Perini, Mopso maestro Giovanni del Virgilio. 



264 



atU9BPPK ALBITCt 



Chi sa se la mossa del carme noo sta ìd parte dal vero; 
l'andamento e la contenenza si posson raccoglier cosi ; — A 
sera, sotto una quercia, io Titiro col mio Meli tao staram nu* 
luerando la greggia pasciuta, e tni giunse un carme di Mopsa. 
Meiibeo volea saper che dicesse: ne risi, e gli risposi atteii* 
desso a sue capre, ignaro compera de* monti d* Arcadia o7e 
Mopso, tra il fiorir de' paschi e il fluir delPacque» guarda Tar- 
mento e modula caro armonìe. Ma poiché raniico volea pur 
sapei'e, gli dissi che Mopso, sdegnoso dì minori cure e dedita 
alle ombrose cime aonie, m'invitava alla fionda del lauro. Ben 
parve a Melibeo che quella mi si spettasse: ed io, rammarica* 
turni che ormai la poesia, tranne che a Mopso, non sìa più a 
cuore a persona, con fervido impeto aggiunsi che certamente 
correrebber fremiti e plausi per i pascoli tutti s'io dicessi l'inno 
del trionfo con la ghirlanda in capo: ma che a ogni modo noti 
fldei'ei ne* luoghi abitati da Mopso, sì la vorrei cingere presso 
il fiume ov'io nacqui. È tempo d'affrettarsi. diss*egli. Ed io: 
finito che avrò di cantare il beati3 regno, come gl'inferi ho 
cantati, solo allora e solo per ciò mi [lìaceranno corone: Mopso 
se ne contenti, ch'è dispregiatore del linguaggio della comme- 
dia. Or come fare, s'egli è tale?, chiese Melibeo. Ed io: tu 
conosci quella mia pecora che si sta solitaria, tutta latte e deci- 
lissima a farsi munger da me: del suo latte manderò in copia 
a Mopso; e tu rassegnati a tue faccende e alla povera vita. 
Cosi tra noi dicevamo, mentre già nella capanna fumiiva la no- 
stra cenetta. — 

A molte cose fa pensai*e, a troppe osservazioni darebbe ma- 
teria (e a questioni e a discussioni ha dato e darit, superfluo 
a dirsi) questo carme, indubbiamente il più bello de' quattro 
ond'è composta la poetica corrispondenza: se alcuno gli pre- 
ferì il susseguente del maestro bolognese, o non lesse bene 
o» come accade, servi al pregiudizio per non parer di servir- 
gli anteponendo Dante. Già « maraviglia che II poeta, da si gran 
tt^mpo immerso in tutt'altra e gravissima opera, secondi volen- 
teroso a un invit<:) che gli perviene, e, levati gli occhi e la 
mano dalle pagine paradisiache, pensi e scriva latinamente 
versi tali. L'elocuzione non sempre elegante né propria, che 
non voglio dir quasi mai, i costrutti spesso disformi dalla norma 
classica, son tuttavia assai lontani dal neologismo aspro e in- 
composto delle sue prose latine, E non raro a evidenza si ri- 



i 



LE KOLOGHfi 



26^ 



I 



scontra che il poeta aveva presente il modello antico, attenen* 
dosi al quale poteva dir meglio, e non volle» portato dalla na* 
tura a dire liberamente ogni cosa. 

Dante, si sa, fu arbiti'o della lingua sua e, come giovine e 
viva ch*eirera, la piegò con prepotenza d'amore e di signoria 
a tutto eh* egli intendesse o sentisse. La rima non gii facea dir 
cosa ch'ei non volesse, perciò ch*ei facea dire alla rima quel 
ch'jBgli voleva ; ne già, o quasi mai, sforzandola, ma creando 
la frase che la peritasse. A lui bisognava spiccare il suo marmo 
dalla vena viva del monte tra il vento e il sole, e non pren- 
dere a rilavorare quello che già aveva avuto figura e forma. 
Tuttavia, dicevo, la lingua di queste egloghe dimostra una co- 
noscenza e una facolUi non certo volgare delT uso poetico : e 
la tecnica poi delT esametro, franca e sicura, quasi irrepren- 
sibile, e il movimento e i legamenti di quei versi, in buona 
armonia con gli antichi esemplari, ci portano a ricunoscere (e 
ciò veramente fa pensare) una grande remota preparazione allo 
scriver poesia latina ; fa quale, una volta conseguita, a un in» 
gegno cosi poderoso e tenace era sempre agevole e presente. 

Ma più ci tocca la bellezza della scena che si svolge avvi- 
cendando i particolari dell'invenzione pastorale e i fatti della 
vita, mentile dì mezzo ai veli si disegna la persona del poeta, 
e il suo caldo respiro a certi momenti li agita tutti e per poco 
non li scompone e li dissipa. Il centro deirardore, per dir cosi, 
è Talloru, le aspirazioni e i concetti che lo riguardano. E qui 
troppo rileva considerare ci<^ che Giovanni del Virgilio aveva 
detto, ciò che Dante soggiunse. (Giovanni, invitato Dante a scri- 
vere un carme latino del quale gli designava argomenti e gli 
presagiva effetti, seguitava dicendo : 



t^is 1»fc tamfi ti è cnr», tra («^rtiiini bn^vi cf^ser ohitmt» 
noti ftumi paga ^ iu alto tiaUr per neuteusa di vulgo. 
Ecco, giti IO \WT primo, se tu m^avraì degno di tanto, 
ehicrico de It^ Aouitlì, © sw^nro nel rioiue a Marouf, 
giubilerò n' ginTiriMiì ti^ preaiMiture odorante 
1*' gloriose t-enipir de* «orti ijonèì trionfali ; 
i|Oal, cavalcando ifiuanxìf l'araldo Bi|nillanto gioisco 
di ifcddiuTc ul popol lii'to la pompa «olenne del dnoe. 



E compresa ed espressa in questi versi una pmfferta d*in- 
[coronazione poetica a Bologna? Più li leggo e li medito, e meno 



ISOO 



GIUSRPPB AtaiKI 



saprei esitare a risponder no : risposta coiToborata anche fiaj 
ragioni estrinseche, se si consideri solo che, quando pui-e su 
lo scorcio del 1319, data pressoché certa della composizione 
deir invio di questo carme. Giovanni del Virgilio si trovasse 
già condotto a* servigi del comune di Bologna, il che altra volta 
tenni probabile* non però j^liene veniva tanto di autorità, e 
forne non la ebbe mai, da poter farsi egli promettitore d'una. 
laureazione solenne. E una riprova rabbiamo nell'egloga coiij 
la quale poi esso Giovanui corrispose a quella di Dante: ì% 
in fatti, quanto alla laureazione, non v'è ombra di queir in- 
sistenza che sarebbe stata si naturale a chi avesse già avutoj 
e annunziato un suo disegno; anzi egli si rimette in tutto 
plaude a ciò che avea sciatto Dante, e solo s* indugia nel i-ap-' 
presentare a lui T ospitai ita riverente e sicura, non senza fiori 
e ghirlande, che l'avrebbe circondato in Bologna. Il significato^ 
dunque intimo e vero di quei versi coloriti e tmaginosi sì ri- 
duce a questo: Dante per il poema suo era già tmlffo ffrati 
slmtis aucioì\ e gran poeta era sentito, se non proclamato.] 
anche tra i dotti, i quali solo demandavano da lui la soddi* 
sfazione di un carme latino ; dato eh' ei l'avesse, nulla \nh\ 
mancava alla sua grandezza, al riconoscimento in lui di quella 
gloria che l'alloro simboleggia. E il fedele di Vìi'gilìo si esal- 
tava nel pensiero di potere andare tra gli studiosi e i maestrll 
della sua città dicendo a loro: ecco Dante Alighieri. 

Ma il poeta non intese cosi: dirò meglio, diede un sensaJ 
più preciso alle parole del suo ammir-atore, volle che consuo-j 
nassero ai desideri propri» ne trasse opportunitii per alTermare 
i suoi intendimenti. Certo è che, instando Melibeo per sapero j 
che cosa Mi»pso scrivesse, Titiro gli riepiloga il tutto in questo: 

. , , , mi chiama 
rt la fronda che da la trasfomiata Ponili de utioque. 

Al qual proposito segue poi il luogo insigne: 

Meglio non i^arà for^e couipi^rre &1 trionfo ì cap<*)U 
e, «Mo nuli torni, in riva d« TArno untivu volarU 
trotto il eonworto r»iuo» \h dov»- fiorirò, *:ìimtt f 

E la ferma conchìusione : 

.... Quando le nfere volventi del mondo e i beali. 
c«me gV inferni regni, darnn noi ndo oiink» paloM, 
incoroujU'mi il ca[M> con Tederà o il laura tia bello. 



LR RQLOQHK 



^267 



Dunque : avrò caro anche il sejjrno sensibile tlella gloria poetica, 
la corona «rnlloro, mn a Firenze^ finita ch'in abbia ia Comme- 
dia e solo per la Commedia, E qui la nostra mente si svia 
dietro a l'eco che per sé sì ridesta del celebratissioio canto 
Se mal conitnfja rhe 7 poema sact-o,.,. Senza nulla affennar-e, 
ban è lecito credere che il Paradiso era a quel punto o li 
presso quando fu composta T egloga, e anche dubitare qual 
fosse scritto prima e qual poi dei due luoghi, nati dalia stessa 
coscienza tra pianto e speranza, come due fiori, con varia fe- 
licità sbocciati ma da un medesimo stelo, roridi e raggianti. 
Nelle parole di Mopso, che il divino Titiro intese o re'^e 
quasi un'offerta, era posta una condizione, era espressa una 
riluttanza. A vincer la quale ecco che dice Titiro a Melibeo 
di voler lare : 

_ . , , , Ut) loij iDc ipulla carissima agnolla che sai, 

ìfk i|iial rejjfjce a falìcfi Ji; ]*opr"N ^^i alilmmln di latto ; 
«otto alta nipi' rniuiiiu fcrbe di frencu brucato ; 
non mista a rerun j^rcgg*.*, non nsa a ovile veruno ; 
8tiol venir da sé éttes^a^ non mai fnrfli tram», a la Eieecluii* 
Questa attendo^ ]d mani a mungerla |)ront4*, o da questa 
«rapirò i»ci> a Mopso mandarli dieci vaselli. 

Rispetto la dottrina di chi pensa altrimenti, e uon cito l'auto- 
pità di chi pensa o penso compio penso: espongo il passo se- 
condo r intelligenza che a me par vera e manifesta. La pecora 
che non s' ingrei^gia, che ha tanto latte e lo dà al suo ))astore 
v<derìterosa, è imagine della poesìa nuova di Dante, rhe alla 
cena preme; e però le ciotole dì latte importano canti del 
poema dantesco. L'obbiezione che voler muovere con versi vol- 
gari uno sprezzator del volgare sia strana cosa, è appariscente. 
Giovanni del Virgilio, ripetici mo ancora, è lungi tanto dal di- 
sconoscere i meriti de ia Commedia, che proprio da essa ha 
concepita si grande animi reazione del poeta, e a lui si è voltt» 
con intensità di alfezione supplicandolo a provvedere che an- 
che i dotti gli poasan rendere onore. Mosso da ciò, Dante fa, 
da par suo, la conce^ssione invocata, con la quale ben sente 
Tegli ha soddisl'atto abbondantemente altrui, sicché pur tra 
il concedere non riceve ma détta legge, nò poti^ebbe obbligarsi 
ad altro senza mancare a sé stesso e ai propositi pur ora al- 
tamente significati. Dona un carme latino alta fervida domanda 




268 



GIUSEPPE ALBINI 



iVì UN SUO devoto; tlona n promette piò canti Italfani secondo 
il cuor suu. E tov^iB questo passo si aggiunge agli argomenti 
non pochi, tra editi e inediti, della veracità del racconto boc- 
caccesco che fosse et js tu me ili Dante, fatti che avea un certo 
numero di canti, lasciarli divulgare. Che davvero il bolognese 
leggesse poi molto innanzi nel poema, e tra gli altri il canto 
che precede al testé ricordato, nel quale san Pietro inghirlanda 
di luce la fronte del poeta per la dtjttrina della fede, mi par 
verisimile quando ripenso ch'egli indi a poco principio i suoi 
distici funebri cosi : 

Il ttnjlo<jji> Dunt*' di Ut ?iflnn dojinna ÌTi«*af>erto 
cui nutra uel precluro grembo Filosotia; 



Dante che per lui evàf/loria Miism^Uìn dopo morto, come viva 
era stato Plerklum vo,v alma. 

Il postillatore antico (diciam pure il cai*o e glorioso nome 
di Giovanni Boccacci, ove si ammetta probabile ch'egli scri- 
vendo non ti-ascrivesse) pone che la ovis graiissima sia ii bu- 
colicum Carmen. Ma si sa che quelle postille, spesso sicure e 
talvolta preziose per i particolari, non si allargano a chiarire 
il tutto insieme né a conciliare col tutto le parti. È ovvio in- 
fatti avvertire : ma come mar, essendo quella ovis poesia la- 
ti tja, Melibeo la conosce — qimm nostis — » Melibeo così nuovo 
delle cose arcadiche e aonie, da aver mosso Titiro a riso in- 
frenabile per voler sentire qualche cosa del carme di Mopso? 
Che se piaccia dar peso alla postilla {nata forse da ciò, che il 
chiosatore avea trascritta prima l'egloga seriore di Giovanni 
del Virgilio al Mussato in cui oi^f^ è detta a un luogo* esenta 
controversia, V egloga stessa), signiOcherebbe che Dante non 
altro promette e dona se non ciò che efletfivamente e attual- 
mente invia, quest'egloga. 11 che io non credo ma pure fino a 
un certo segno ammetterei per sostenibile ; non cosi in vece, 
che i (fereni ras<yiila s'abbiano a intendere pei* dieci egloghe, 
che tante ne occorressero a formare un ranìien bueoUcumf che 
tante TAlighieri disegni e annunzi per conseguir la corona: 
egli, che ben ci ha dato una cagione nuova di stupore scrivendo 
quest'egloga e un'altra appresso, ma che troppo e diverso stu- 
pore ci susciterebbe a prometterne dieci» cosi senza disegno, 
e senza ragione o in contrasto a sue intenzioni espi'esse, e con 



LSS EOl^OQOS 269 



r uf timo (avaro che voìevB, per sé più che mai ii tempo e Tin- 
teUetto. Né imporlìt se Oiovanni del Virgilio neirepitafìo scrive 
che Dante 

I pascoli or l'ar-ei* fle l'arene pièrìe eouarc* ; 
Àtrupo invidtrisa ruppe il geliti! lavoro : 

abbiam notizia che la seconda egloga fu mandata» lui morto, 
da un de* figliuoli a Giovanni, il quale potè dunque per alcun 
tempo tenersi deluso in un'aspettazione che un cenno e un af- 
fidamento avesser destata ; senza poi dire che, com'egli di certo 
non era per cessare dalla corrispondenza, cosi potea sperare 
che Dante avrebbe continuato. Ma Dante non avea promesso 
ciò/ Dante non accettava patti per il suo tritmlb poetico, Dante 
anche le più desiderate cose non voleva se non a modo suo e 
secondo la sua dignità e coscienza, Dante intendeva finir di 
conquistare Tanimo del gramnratico bolognese mediante il tioro 
carme per il quale già se lo era avvinto. Una cosa sola Dante 
avea potuta concedere a chi Tavea saputa chiedere: la com- 
piacenza di leggere suoi versi latini e in essi la prova, se c'era 
cui bisognasse, ch'egli anco in tal genere potea più degli altri. 



Mi ttguro quel che Giovanni del Virgilio ebbe a sentire nel 
ricevere l'egloga dantesca. Avea domandalo al poeta che o lo 
degnasse di risposta o lo esaudisse scrivendo un c<ii'me in lin- 
gua dotta: ed ecco tutte e due le cose fatte a un tempo, e 
come fatte! con quanta originalità, con quanta maestrini Tra 
confuso e commosso, soddisfatto e lieto, in una fervot*osa ajc- 
censione dell'animo e- del pensiero, certo egli non indugiò a 
metter mano a ([uella che ci è venuta col titolo di ecloga re- 
sponaiecL Esponiamola in breve. 

Comincia dicendo ch'egli era tra Savena e Reno, a pie dei 
colli, solo ne' campi che Nisa e Alessi sua compagnia erano iti 
in città. Ed ecco il vento gli porta dalle rive dell' Adriatico^ 
dalla pineta di Ravenna, il canto di Tiiìro: è come un covate 
odore che si diffonde, è un latte * 

tinaie più dou rammetitano tlu Imj^o tempo tNSBi^r mnnto 
ì castodi de' greggi» beotLè pur sì&u ureodi tutti. 



aio 



QIUS&PPE ALBINI 



Vale a dire, è un rinriovaraeiito delF antica poesia pastorale. 
Tra la gioia che il canto suscita nelle Ninfe e ne' Fauni, nei 
pastori e negli armenti, Mopso, non ignaro del flauto canape- 
stre, lascia per esso i più gravi suoni, e volgendosi a Titiro 
intona a questo modo: 

Sìr, diviiitì f^euex, ah sic eris nìH^r ab ilio ; 

anzi, dice^ non pur secondo da lui« ma sarai luì stesso, se si puA 
credere il passaggio delle anime. Dante è dunque Virgilio tor* 
nato al mondo: che poteva dire dì più quei devoto virgiliano? 
Poi, seguitando all'egloga di Titiro, s*attrista della sventura di 
lui, gli professa ardente affetto, invoca Tadempiersi de' suoi voti, 

Aid I però olio tn in aspro ricoveri aqualHdo tetto 

e a ragiona indignat^i quo* paschi rìm pianga de l'Amo 

rapiti a' tuoi greiy;gi, onta d« la rittsi ML'outmt'ontei 

non volerne lia^^nme d'mi fìnme di IngrmRH a Mopso 

le got^ nf erudirle te *<teaHo aHìiggt»re o luì, 

il cui amor al forte, al lltirte, dico, ti cinge, 

o dfdcp vecchio, ornai, sì corno «'abbraccia e si lega 

ii\ tronco alto de> Tolnio per ceaU> viluppi la ^"itc. 

Oli so lìi vegga lui giorno imn sacri caiinti cnprdit 

rifìnriro al tuo foiiti^, dii Fiilide stessa composti, 

in rimirar tue pergole 4»al© avrai gioia de Vnve I 

Ma, soggiunge con felice passaggio, finché sia l*ora sospìi 
della giustizia e de! premio, renditi all'invito mio, vieni a tro- 
var me : 

.... itì^iem i}at)teremo noi dne ; 
io su lieve cannnccia, ma tn piiì solenni?, mostrando 
meglio il maestro, ognuna dagli anni snoi non difforme* 

La qual distinzione, corae un' altra che ora vedremo tra 
fìovee cose antiche^ può bene inchiudere il sen.^ che il grande 
ospite attenderà, cosi piacendogli, a* suoi canti sublimi. E gli 
Vieri divisando la festa ospitale con che sarà accolto, e ai mo- 
tivi bucolici intreccia il seguente, diciam così, letterario. 

Oì^ Tederà serpeggia »n por la cornice de Tantro, 
ghirlanda' che ti attende. Nossnii vuol maucar^ iliUitto, 
Qui vieni : qui Terranno, vederti da presso bramando» 
e giovani pnrrasii e reoehi, volentcro^ 
d'ammirare i oorelli etmni, d'apprender li antichL 



LE ISQLOOBK 



271 



Poi laffiiìa di siciu'exza. 

Qui vieui, e non temere le selve, o Ti tiro, iio^trei 
chd dièr lor fede i pini sub litui movtnido la vette 
e iusit'ine le ghiantlifc^r» queroì e li arlitisti con esse, 
t/nl non aggnntU "i^^^ r""^ t|iieli» ch'esg4?ro cripti ì 
violenza. Non vnoi in me confidare, riie t'juùu ^ 

Esempì di numi e «li ei'oi niosLmiio che Titillo non debba avere 
a sdegno 1* invito agreste di Mopso ; se non che questi riflette 
come lolla non lascierà Titillo partirsi da una stanza a ogni 
modo più degna e sicura (vale a dire, Guido Novello riterrà 
Dante a Ravenna con sé), e poi si scusa della sua insistenza 
e insieme persevera in essa. 

n garzone a Ift vergine, al giirzime bou c»ri li augelli, 
agli augelli le s«lvr, n le selve Tauretto d'aprile ; 
TitÌFO, e a MopKO In: aiumirajrlon genera amortì. 
Sprezzami, ed io ìa t*ete Hpt*nger<» nt^l frigio Mn^one, 
vo' dire, o tn un *1 sui. dal (inme ìmrh de' mìei padri 

(cioè, leggerò del Mussato» eh' è padovano come furono i miei 
vecchi). Frattanto una giovenca mugola; chiama a esser munta: 
sarà quello il latte per ricambiare il dono di Titiro, 

Ma forse «di' f HUporUiib niiiiidiU'e dtd IfAtti? a nn pastori?. 

In qtiedta, «eco i ciimpagni, che il hoIo cadea dititro il monte. 



e I 

^m nu 



Tale l'egloga di maestro Giovanni ; composizione un po' dif- 
fusa e dtseguale, tutt'altro che liscia e limpida» ma pure sen- 
7/alcun dutibio alTettuosa e ingegnosa. 

Questa volta [>ante non ai affretta'), stette un anno a rispoti- 
dere» Ben sapeva egli come spendere e colmare il tempo e 
rìptervallo di cui parlava Tamieo, senz'accogliere la proposta 
di luì. Poi il pensiero e il sentimento suo, innanzi ai dotti e 
iti forma dotta, già ti avea dichiarati* nettamente e nobilmente, 
e non gli restava che ripeterli. Si vede in fatti che l'egloga 
seconda gli riesce più complicata : con molt'arte fa luogo a 
nuovi particolari nella finzione, cerca vivaci tix di scena, ma, in 
^#Ooima, riafferma quel che avea scritto nella prima. E note- 
ie che, anche qui rifacendosi immediatamente da Virgilio 
IO cui le Muse siciliane e il verso siracusano son nominati si 




372 



GIUSEPPE ALBINI 



spesso, porta il campo dell' invenzione in Sicilia, e quivi de-| 
signa tre punti, F Etna Peloro e Pachino, TEtna per il luogo < 
malfido ove abita Giovanni, Peloro per il tranquillo rifugio suo, , 
Facilino quasi il domicilio delTantica poesia teocritèa. 

Comincia at modo di Mopso, ma eoa fare tutto suo, a porre 
la scena e Torà. Nel meriggio Ti tiro e Aifesibeo (eh' è il me- 
dico certaldese Fiducio de' Mi lotti) ViparaDO all'ombra tra il 
bosco. Titiro si adagia sotto un albero, e ascolta Aifesibeo il 
quale gli ragiona come tuttiquanti amino cose in armonia eoa | 
Fesser loro, per finire con una eccezione : 

.... 8tiipi>ii'« che 11 Mopso, p Htu|nscouo meco 
tolti f^li ali ri pikHttiri nel sitMilo HiU)l dimoranti^ 
pittcì'iano i lindi nassi di'* rìeiopi ]ù sutio l'Etna. 

Ed ecco sopraggi ungere Melibeo, cosi trafelato che i due saggi 
ne ridono. E Titiro gli parla. 

11 VL'LL"liÌ4i allor, lovatn da' verdi ce>ipugU la fronti* 

calili tu, chiùde a Idi che eutliava a larghe narici : 

* O troppo giovinetto, i|ual mai nova i*o«a ti npina© 

a faticar ioti fretta hi rapida i mantici al petto f ' 

L'altro uou fé' riu^po^ta ; ma tosto che *1 flauto di cauMa^ 

e he allora eano recava, m pose a le tremolc labbn», 

non ne vonue a l'orecchie bramose già un semplice saouo, 

anzi, come il garxoue ai adopera a trarue suo note, 

(dirò mi r aldi oohu ma vora) die voci la canna ; 

Jiiora « pid tle^ roridi t^ììi ore Saveua ci licna.,, ; 

e se tre aolli ancora m**ttca dopo i|uclli chYd mi»e. 

di ct*nto versi iivrcUbc allietalo gp iiit-cittì jiast4iri* 



r>unque ser Dino Perini venne portando Fegloga di maestro | 
Giovanni: o, serbando e seguendo l'invenzione e Fimagine. 
Melibeo giunge con un flauto in mano, lo suona, e questo, in 
vece di render le note che gli son proprie, dice parole, e le ^ 
parole sono i aovantasette esametri dell'egloga di Mopso. Iti* 
nanzi al qual mirabile flauto, chi in Dante usa trovar precorsa 
e presagita ogni nostra novità, può pensare che anche il fanti- j 
grafo non manca, 

Aifesibeo che non meno di Titiro ha inteso il senso del canto [ 
e n'è commosso e teme che quegli sia per renderei alFìnviioj 
della tibia miracolosamente palpante, l'ammonisce a non farlo^ 




LB EGLOGHE 



373 



S'ells t^ Invit» ni Udo che iiic^n^stmi le lave d» l'Etiij»^ 
o forttmiito veccliin, non credere a falso favore, 
ma pu'tà de te Driadi Dustre, ]iietà del tiid L^reg^e. 
Te i fnontì e i bimi^lii nostri, te pÌ!in»feriinno hmtuno 
i fìtiniì, !♦ te le Ninlo che mero temono il peggio ; 
e gvanìrik l* invidia ihe or sente aiioh*e»tio Paolijno : 
dtiolo anflio a noi puHtort stira ohe t^abbiani ,eoiioiaeluto* 
i> fortonato vtH'fliio. lo fonti « i pa^PolE noti 
non voler far d*d tuo durabil nnu\o d»*»ertj. 



i 



Titiro lo rassicura : Mopso, egli dice, come me ìnuamorato delle 
Muse, crede eh* io sia sul Udo affnano e m'invita in Sicilia : 
[OH sa che sono in Sicilia anch'io, ma tra le amenità di Pe- 
ro, non sotto i dirupi dell* Etna: là dove io andrei tuttavia 
ir amor di lui, se non temessi Polifemo. Quest'ultima è quasi 
una variazione del verso delbi prima egloga 



ma non in nel ve o villi* oderei Ì£^»ro dv* munir 



IdIo che, posto TEtna per quelle, anche si raccolgono in ub 
lome e in una figura conveniente tutti i pericoli : il qual nome, 
\ volerlo riscontrare e individuare nella Bologna di allora, of- 
Ire difficoltai non necessarie, credo, ad ammettere in questo 
uogo. 
Alfesibeo pur-e insisto : 
Ali, vii» tuia, ti prt'^fo, non nini f!e«idt*ri« *»i lj**ro 
ti 0(}iipiugii, che d Upuo n^* tjncJlii »tiA naiude avvolif» 
cotesto iUnsla^e rapo, p«r eui su ne rwboi^ c»Ma 
Kià il potafor H'nffrrttn di coglier le frondr» perenni. 

Nella foga del sentimento, cosi felicemente e poeticamente 
espresso, Reno e Savena turbano alquanto il paesa^rgio siciliano, 
ma vengon forse in conseguen/,a del citato inizio dell'egloga di 
Mopso, se pur non sono una delle piccole incongruenze a cui 
4à occasione la imaginata duplicit'i di luogo e, come or ve- 
dremo, di persona. Alla menxione dell* alloro Titiro arride in 
silenzio: quanta coscieniui e dìgnitii in quel sorrìso d'assenso! 
e quanta mestizia ! Ma vien la sera,, e i pastori dietro a' lor 
greggi si partono. Chiudimo il carme tre versi che fórse non 
$n2&sterebbero a non esserci, ma in somma, essendoci, non im- 
is 



274 



QIUlìKPnK ALBINI 



pacciano : e può anche darsi che il poeta li apponesse per egua^ 
glìare in tutto il numero di quelli dell'egloga di Giovanni, 
altresì che, avendo Giovanni mentovato Guido Novello, voles 
anch' egli mentovarlo e con lo stesso nome. Poiché ne* tre vers 
Dante dice appunto questo: lolla non visto seguì tutta la scec 
e la disse a me, io a te la ridico. 

L'egloga, come già accennavo, non ha V intima e solida unità^ 
della prima, non la semplicità e retlicacia immediata di quella: 
r ispirazione, e il perchè ho detto sopra, è men calda e spoQ^ 
tanea, non però manca, e l'ingegno ferace l'aiuta validamente j 
sicché anche »iue.sty noiiMe carme non è affatto indegno d'esseC 
nato, come certo nacque, vicinissimo a un degli ultimi caiil 
del Paradiso. 



Tra le molte considei*azioni a cui si otfre ìt breve libro bti4 
colico di l)ante, massimamente rileva la sicurezza felice dei- 
r insieme: in particolare, subito si avvei'te la proprietà tuU4^ 
dantesca di far vive le figure. 11 Melibeo delle due egloghe i<9 
itnpariamo a conoscere: T antica postilla ci fa molto servigid 
dichiarandoci ch'egli ei'a ser Dino Perini liorentino» ma il t6 
sto dice di più ch'era un gran devoto di Dante, e che ques 
aveva a lui molta aO'ezione e da una certa sua semplicità alacr 
e attiva traeva mate]*ia di schciv.o ; in tutte e due le eglogh^ 
Melibeo incomincia col far ridere Titiro. E se veramente» com*l 
ragionevole supporre, ser Dino fece alcuna voltìi fiorire il sor^ 
riso, di certo non consueto, sul volto delT Alighieri in quegli 
ultimi anni suoi, benedetta la sua mite e ingenua natura eh 
a ciò lo dispose. L'Alfesibeo delFegloga seconda» o diciamo il' 
medico Fiduciu Milotti da CJertaldo, ha in vece una gravità per^ 
cui ragiona e discute con esso Titiro ; non è dissimile, airardti 
delTaffetto e alla grandezza dell'ammirazione, da Melibeo, mi 
in questa è più consapevole; un'altra figura dunque di amie 
deditissimo, che si disegna in modo non dubbio alla riooDO 
scenza nostra. 

Ma raccogliamoci a colui che primeggia per opera proprilj 
e per il pregio che a questa aggiunse la benevolenza di Dant 
Giovannf del Virgilio, in quanto è alTanimo e ali* ingegno, 
sta innanzi ben conosciuto, se anche non copiosi nò cantini] 



i,K viatxìimK 



87& 



irticolari per la sua biografia* Sappiamo ch'era eato 
^àì un maestro Antonio, e di famiglia venuta da Pa- 
dova, e sappiamo che era più o:iovine dell'Alighieri di parecchi 
lustri. Nella sua città insego*') ; ma dì sua nomina a lettore 
nello Studio si conosce un documento solo, la riformagioee (2) 
de' 16 novembre 1321, per cui era eletto a esporre poeti clas- 
sici con lo stipendio annuo di lire quaranta; e il partito fu 
preso con 400 (ave bianche contro 24 nere. I^esse dunque nel 
1322 e continuò nel 132:i, non oltre. Che a Bologna fosse poi 
altra volta coadoito alla stessa lettura, apparisce incerto (3) : 
se mai, fu per poco. Insegnò anche a Cesena, ahneno nel 1324: 
e quivi allora compose, finita poi e inviata nel *27^ una lun- 
ghissima egloga ad Albertino Mussato (4), il solo scritto no- 
tevole, e davvero notevole, che abbiamo di lui, dopo i Versi 
a Dante e su Dante. E non possiamt» tiicerne del tutto, sia 
perchè ne vien più intiera la conoscenza dell'autore» sia per 
gli accenni e ì vestigi danteschi ond'è sparsa. Subito intanto 
si nota: neWeclof/a resjmìhstva, tra ^li argomenti che dovean 
muovere Dante ad accoglier V invito, Giovanni aggiungeva che, 
uon esaudito da lui, si sarebbe vòlto al Mussato. Chi sa? forse 

»ciò non era senza relazione al fatto che Dante, lamentando la 
desuetudine della poesia, avea soggiunto : sol Mopso fé insont>e 
la Musa. li cenno del Mussato non ha nessun riscontro (e ciò 
probabilmente non vuol dir rmlla) nella secomìa egloga dan- 
tesca. C^rto è che, mancato Dante e cosi a Giovanni la possi- 
tbilità di eleggere, questi si dirige al Mussato: non apparisce 
s' ei rispondesse; già anch' egli, quando gli fu inviato quel 
carme, era alTultimo bienrjio della sua vita. 
Non riepilogo l'egloga ma ne delineo Tandamento e i rilievi. 
M proemio è al laureato padovano al quale s'intitola; e pre- 
Indole die non ispregi il canto di chi non ha il serto alla 
fmnte ilice cosi : 






Cali talli» qndlc ìIch« rhe iidtluHse «lai motit^^ Pachino 
a* Itioi ItoBchì^ Amutilli, In miiiitovnua filini fiorili i, 
«mipo^a indi uon pid cutitttu da yurniri youtì 
fio oUe ftovr'egsa an di i\ tosco Tìliro meco 
gareggiò, che ora ilorrne su ^adriatico lido» 
ovi* i pineti cingono i paschi d*omhrc ttoltìimi 
» rirersa il Montone l'acfiut» sue dolci nel mai'ts 



276 



aiUSBl»PB ALBINI 



Indi si avvia la scena, tra Dafni (ch'è RafoaMo de' Ciuci, l'u| 
fle* militi e poi capitano di Cesena), Melibeo (il giudice mes 
iJiicìo) e Meri (esso iTÌovarini del Virgilio) : un altro» di cu 
molto si parla ma non entra direttamente, è Alfesibeo (il AJus 
sato). La prima parte e. con suoi preamboli e commenti facetiJ 
una canzone amorosa di Melibeo, confusione dì molti motivi 
che daila lusinga antica di Polifemo a Galatea arrivano a not 
nuove e forse popolari ; esagerata fino al grottesco in qualche 
punto, non sen7>a leggiadria in qualche altro. I due ascolUitoii 
(il capitano cesenate e il gmoimatico bolognese) con le gra 
lodi si prendono gioco dell'arcade innamorato, e Tantico pò 
stillatore, alle spese deirallegro e presuntuoso giurista, fa ti 
giunta alla derrata* 

La lode di Dafni è in modo condotta da offrire una traosH 
jfiione naturale alla seconda parte affatto diversa. Dice Dafni 
Meri : Una canzone tale né pur tu la comporresti e né purè 
Alfesibeo,.., Ohi a proposito : lo conosci tu Alfesibeo? Risponda 
Meri ch*ei lo vide una volta, e dice dove e quando : storie 
mente, nel novembi-t^ del 1319 a Bologna» quando il Mussata 
vi SLiìdò tra gli ambasctatoi'i di Padova stretta e sopratlatta di 
Cangrande, che a lei requiem jKìiumque vetahal (ove il 
stillatore annota : padnanì magni sunt potat^vres). Soggiuni:^ 
che Tavrebbe voluto in casa sua, ma non potè e ne pur e >giil 
par In. 

XéHÌ invitar voi e vii sotto il mìt» povero tetto, 

so ca«tftgiu% se latte, »e pomi vi fossero stati : 

ma uoD c'erano in v^e né oa^ta^ue nr pomi uh latte, 

vhè la mercè promeasa Hol*)g^ua mi riteneva, 

come farà pur ijucst», o Dafni, »*c tri non m*HÌiitì., 



Pare che Tallegoria pastorale non impedisca dir le cotse assjiij 
chiare ; e certe cose accadevano dunque molto prima che 
facesse V Italia. Dafni, a gran maraviglia e gioia di Meri» ^dlj 
narra che Alfesibeo conosce lui : quand'ei fu a reggere gli ar 
menti scampati da Troia (Rainaldo era stato podestà a Padovn)^ 
esso il coronato pastor^e affermò con lui che Meri era ben d€ 
gno di corona (5), K qui saremmo curiosi di saperde, ma non 
agevole, se veramente anche Tautore della Ecerfnfs ebbe ia 
pregio il nostro grammatico e ne recò giudizio benigno, A tali 
racconto di Dafni, Meri arde viepiii d^affetto per Alfesibeo, mi 



L8 RGLOQHB 



277 



pure, incuorato da quello a mandargli un carme, esita e teme^ 
difflcfando della facoltà sua. Allora 3>afni: 



I 



Iiintilmeute » noi avvilUci, o Mori» i tuai iiiruìi. 

t^iijiiiilo sagivcf tratti lo «vene iimromiine, 

Hi iihù hiììo ti vanti d*UQ nome die siiicjiia Miivoue ; 

i|TiaTido uQcor sn cannuccic- per valle omlirosa rìcolte 

i*oii«olaW esso Titiro pe- canili siiai divulgato 

cìw ora in Hatnìaia siiouda. Tenuto da T Artio« riposa ; 

dovrei eredft-r ehe a torto ti animiratio ì nostri ]iHHton f 

Meri alla iìne risolve di comporre un carole per AHesibeo, e 
Meli beo si dispone a giudicarlo. 

Il resto delTe^loga è staccato da quel che precede per va- 
rietà di sensi e intervallo di tempo. Da un pezzo il carme ad 
Alfesibeo (che in somma è questa egloga stessa) era composto, 
ma la Musa non volle che fosse inviato, prima che Dafni, fat- 
tosi superbo e ti*aditore, cadesse, a sua volta tradito ; e lo vide 
cadere senza batter ciglio, tanto più che quelFempio avea fro* 
dato Meri della sua mercede. Però Tegloga lieta finisce trista, 
o, pei* tener fimigine bucolica, la pecora bianca in fronte ha 
la coda nera, A noi potrebbe sembrare che il poeta muti un 
pò* troppo insieme con la fortuna, cosa brutta specialmente in 
poeti, cosa indegna in un amico di Dante, E certo io non so 
se si trovi facilmente altro carme ove un poeta plauda su hi 
fine alla caduta infelice d'un personaggio da lui introdotto con 
onore e con festa in principio. Mail vero è che quel Eainaldo 
fu ingannatore e prepotente: e quel ch*ei fece il giugno 1326 
al collega suo Ghello, dì aggredirlo a tradimento e imprigio- 
narlo, accadde a lui il seguente luglio ; con questo di più che 
d*»ve Ghello ricuperò quindi la libertà, esso Rainaldo ti 2 marzo 
1:ì27 fu fatto, per sentenza di Aimerico rettore di Romagna, de- 
capitare* :ili Annali cesenaii registrano il fatto con una com- 
piacenza che vince d'assai quella di Giovanni, né forse Tan- 
nalista ci aveva come il maestro per colpa di quel signore ri- 
messo di suo salario. 

Nella singolarissima composizione di Giovanni del Virgilio 
importa a noi osservare il grande influsso che su lui esercita- 
rono la relazione con Dante e le egloghe dantesche. Due volte, 
abbiam visto, fa ricordo di quella corrispondenza, ricordo co- 
lorito d*imagini, caldo di sentimento. Naturai cosa di certo; 



376 



OIOSEPPE ALBtm 



ma inoltre lo specialista, se l'atiacronismo della parola un »- 

lecito, accostatosi un tratto a quella mente vasta e podere^, 
ne risenti un fascino e un impulso a cui in tutto si arrese. 
Come son mani Testi i segni ch^ei leggea (a Commedia, e tra 
essi il più lucido, e di maggior momento per il luogo del poema 
a cui si riferisce, è dove dice 

.... che il temilo u l*armrut<> cangia col v<*Uo la voce ; 

così si trovano locuzioni e costrutti esemplati dal latino di Dante, 
modi già per sé stessi piuttosto rìbeUi e da Giovanni imitati in 
peggio con iscarso profittn della sua grammatica. Nel (lorre i 
nomi agi' interlocutori dell'egloga parche tenga conto di quelli 
ch'erano, e dei sensi che avevano, nelle dantesche : ivi Melibeo 
serviva a una festività discreta, qui a una caricatura non »enza 
gusto; là Alfesibeo era un afTettuoso saggio, qui è il Mussato. 
Per sé al nome di Mf>pso (di cui pur fa menjsione) preferi in- 
novar da Virgilio Taltro di Meri : Ti tiro rimase il nome sacni 
di colui che a buon dritto se Tavea preso. Avvertiamo ancora 
che avendo Dante signi Acato in Pachino il regno della poesia 
classica pastorale» esso per Giovanni continua a esser Pachino. 
Per ultimo esempio, Dante nella seconda egloga nomina Pirèneo, 
un mito non senz'analogia per V ìntimo senso con le Piche» ma 
solo Taccenna da* suoi ricordi ovidiani* E Giovanni s'invoglia 
di riprenderlo e amplificarlo, a costo di aprire una parentesi 
faticosa e fuor di luogo : vero è, per rendergli giustizia, che 
si tratta d'un racconto che, se non allro come sìmbolo, e al- 
meno in parentesi, mette il conU) di ricordare. Pirèneo è co- 
lui che, yedute le Muse andarsene a piedi per giornata di piog- 
gia» le invitai in casa; poi serrò bene le porte : con in casa 
le nove Muse, T ispirazione non poteva mancare. Ma quelle, 
non docili a violenza, dalla torre alta volaron via» e Piròneti 
che volle inseguirle allo stesso modo fece tutt'altro che un 
volo. E qui non dirò già che V esempio della presun;;ione di 
Pi?'èneo si convenga in nulla al nostro Giovanni del Virgilio, 
se non altro perchè la voglia sua era ben altrimenti casta e 
innocente : ma è pur vero che dalle egloghe dantesche uim 
cosa si apprese a lui sopra tutte, il desiderio della corona di 
alloro, il quale in lui più si rinfocolava al pensiero e alU 
vista dell' illustre padovano che n'era fregiato. Non iscando- 



LR KOLOQHIB 



2n 



lezziamoci, dico : già il chiosatore trecentista bonariamente 
annotò che, prevenuto da morte, maestro Giovanni non potè 
esser coronato. Non però egli perse nulla che ancora gli si 
spettasse. In premio deiranimo suo fervido e buono, dell'opera 
sua studiosa e arguta, egli ebbe afTetto, lodi e carmi dalFAli- 
ghieri ; e ciò vai piìi che tutto un laureto. 

Ne' riguardi danteschi» più che Tegloj^'a a! Mussato, rileva 
di Giovanni repitalio che meritò esser registrato con ammira- 
zione e preferenza a ogni altro dal Boccaccio, il quale designò 
l'autore per allora fariìO.Klssinìo e gran poeta, pargole che, pur 
con discrezione ricevute e temperate, dicon molto, e paion 
rammenda della dimenticanza che prese il Boccaccio altra volta 
quando, nella lettera a fra Martino da Signa, a proposito dello 
egloghe del Petrarca, passò in silenzio per trascurabili quelle, 

j^che pur belle giudicò, dì Dante e quelle di maestro Giovanni, 
lUe quali non meno avea fatto l'onore di trascriverle. L'epi- 

[tafìo, trai barbarismi prosodici del primo distico, s'intona con 
^ignita e ha poi qualche espressione adeguata, qualche verso 
iilìcativo. Notevole è che l'autore, riconosciuta l'eccellenza 
di Dante — gloria Mumrum —, mantiene poi la distinzione 
Ira le opere accettissime al volgo e quelle che son delizia dei 
letterati. E a me non par dubbio che la espressa menzione 

Kelle egloghe dantesche, naturalissima in Giovanni per tante 
agioni (e la più giusta egli non potea sapere : ricordava ciò 
er cui egli dovea esser ricordato), per sé stessa è strana e 
Importuna dove si chiude io pochi tr^atti la vita e l'opera di 
Dante, Non dirò con Gian nozzo Manetti assai più eleganti \ sei 
rersi del Canacci, che leggiamo su la sacra tomba : ma certo 
che r ultima coppia di quegli esametri rimati a due a due 
Olia in singoiar modo commoventt^ : 

hio claiulor DantC8 jiatriin cxtorns ab ofÌ8 
qaem gennit parvi Floreiìtìii iiiut«*r ìLiiióri». 

eie 86 oggi Dante in una terra nobilissima d' Italia non è più 
sule dalla patria, e Firenze non è pio per lui madre di pic- 
)lu amore, anzi d'intenso e immenso, pur quei fatti son sem- 
pre memorabili, e l'aspro esilio stw con la virtute, per usar 
le parole di Michelangelo, danno il compimenti), accrescono 
tanto di mestamente umano, éi eroicamente virile a quella so- 
rrana gi^andezza. 



S80 



OIUSEPFK ALBINI 



4»> 



Verso Giovarnii rlel Virgilio duri la riconoscenzti nostra, si' 
per r omaggio ch*ei rese all'Alighieri eoa tanto amore e col 
meglio dell'arte sua, e sì per essere stato efficace e unico pri>- 
vocatore da parte dì Dante delle due egloghe latine. Le quali 
forse non aggiungono più che una piccola e pallida foglia alla 
sua corona di gloria, ma a noi son care e preziose per molte- 
plici ragioni. Ci mostr-aiio direttamente fino a qual segno ei 
fosse conoscente ed esperto del verso latino, in qual maniera 
e misura, con che difetti e insieme con che vigore, sentis^^e 
e rendesse gli esempi de* suoi classici maestri, e come dettando 
esametri gir rispondesse Io stile. Ci rappresentano e commen- 
tano momenti e sentimenti degli ultimi anni suoi, offreudo an* 
che raffronti inestimabili con la Commedia. Ci pongono in fine 
dinanzi agli occhi alcuni di qu^i devoti amici che non sappiamo 
se più lodare n invidiare della riverenza che mostrarono a Dante* 
Noi, secondo la nobile illusione di posteri remoti che si met- 
tono al luogo de' contemporanei, ci figuriamo che avremmo 
fatto anche più: ma quel Melibeo che subitola udir nominare 
l'alloro, esclama che Titiro ne dev'esser fregiato; quelFAl/e- 
sibeo che si turba al pensiero che Titiro Tabbandoni e corra 
pericoli ; quel Mopso che a Titiro si abbraccia con tanto afl'etto 
e piange delT ingiustizia che lo affligge e lo chiama dolce e di 
vino vecchio : sono i prenunziatori della posterità italiana, re- 
cano le primìzie ileiraniore e deironore che la patria rende al 
divino de* suoi poeti, al padre de* suoi padri. 



4 



NOTE 




» 
^ 



Qui, di nereHsitH, rirordu la mia cilì/.ioiie Ifantiti Eclo^ufi lo. 
ìli'ffiìio t 'armiti et ICcL rrHpottMivn, Firenze, S:vq.mojiì, 11103* 

(2) Dh nu» puliWicata, op, oit.^ p. X» n. 2. 

(3) Il Ghiranliicnif //m/. f/i Boi. lì, p* 5l>» riH'iiti i iiojiil di 4tielll che 
tHtrarono animni e c(m«oU ptr lo rneHe ài itftritr dell' Ji, 1325, 6i*rive : « Sotto 
U governo loro Maestro Giovimui di Jlm.stro Aiitouiu chiamato dì Vir- 
gilio cittadino bolu^iiei^e in ctiudotfo dikl Uoii>*eglia dì ìioìagiìn a It'Xjjere 
Virgilio Statio et Ovidio e la Poesia o Rfitorifii voi Hàlnrìo dì lirt- t\ìM\' 
rauta l'anuo », E già, a p, 19, ftvevn registrato, beuchè con fKica o puutji 
precisone di parole, la coiidotta di cai aiam certi. Non voglit» tartfn^ 
— poiché la cortesìa dt*l cUj»*' cav, Livi me ne doRìp^oa i di>onTni.-iiti — 
che* come abbia ni o la pn^va dt'lla prt^Henxa dì maestro Gtovuniù a Bologua 
dopo la chìiimatti del 1321, in uu atte» dr' 1** apr, lo22 (PahcipovfTo di 
Viatie^io Pascipov(»rl fa quietanza di 1. tOO di bolognioi dovutegli da 
Frmnc» Devoti; fu caladi e^o Paacipovero, pntr^ttHlibun,.,^ maffuiirù Johanné 
ma^htrl Jntomi de Virtiilth mpeUe 8. Stttratorh: Mera or. di Ugidino d'Eri* 
ricbctto dalle Qnorritó, <?. 25 r.^), mt^ì in oti alto de' 18 marzo 132*i 
(Oiov, did Virpli** r* l'atto tatori" di Donn'iji-*o dftt<» ^f<?ngolliio i3i Tadd**o 
de' TavoIa*'ci l'oiisaogiiineo di es«o Giovauui abitante allora in parrocchia 
di 8, Aniolino : Memor. di Orio di Bouaveut» di Aldrovattdino, e. 44 e v.) 
fd ha ì'indieìo di una Atia dimora f^ticcestftìva alla nuova condotta di eui 
il Ghìrardacci, Ma qm^f^ta, tinche non ao dia fuori altro doonmeato, può 
cre<krriii ootìjtia noa bene accertata. Ccrt*» non ebbe altrr prove chi af- 
fermò che Giovanni nell* nJlì*"io ano « dovette meritarci l' a)>prova7:iofio 
unlremalc >, e»icehè « al tonulne della ntia condotta, nel 1H24, venne 
nnovainefit^ ftànnalo, non nappiamo per quanto tempo » (An^. Corradi, 
Xol. Miti ì^itf,ri di Uitinità neilo St, di II., in />cm?. e $t, fìvhhL dalla r. 
Ittjf. di Si. p., voi. II. p, 102). Non h drdjbio che nel 1324 maiVNtro Gio- 
vanni fu e ìnHèjTOò a Cesena : so ne nvrà qai uppre^r^o un'ampia riprova 
da aggiungere a quello eh* io notai nel eommentare l'egloga al Mns^al^i 
(V. noia fteg.) ai vergi 43 e 136 égf^. h\ prosBimità della nomina posta dal 
Ghirardacrì v*è benai nua petizit»ne e deliberazione de* 27 febbr. 1325 
{ìtifotmagioni 1323*27). Ma e tntt'altro che una nomina : auad h la prova 
*?he il matMitro non era ^tato ancor pagato della tettnra di due anni prima I 
Traaerìvo tifila petixiono^Ie parole che rilevano i Cum mnfhtrr lohanues 



282 



dltJSEPPi: ALBINI - LR J80L0GHK 



ifUùnd, mag.f'i Anikùnii qui dieitur de rirffUio httn^ dwis per ConnUum pt^ 
pnli hoHimiemin ad lecturam rirffUH Stridi ìuehani et Oridii mmorU oc eiìttm 
ad lUìfitìM Rcthoricham et vefuifictituram temporf. doni, pot, de la hramdM 
tdim mp. pop. htm, fmnt deputtittii* vitin nahirio quadraffiutn Uhrarum hòm^n, 
tfHOÌihtt nntw ti plunhni* aiiHin docittt'it boutìnie m^irntiafi et lihroH prrdtrtow 
et mtt>Fimt in miUcHÌmQlri'rtHttmm<t tigt^imotertiOf et de tfno lahore dieti anni 
nnllum nalariam adhuc pm'Citpet'it a oom* hon, etc. Baglio l'istanza chr di 
pngbino tidi^m magUfro Johnnm a u t $uo procurato ri ad hoc ^pttùaliter inaft- 
tufo dktaa lihras ijuadraffiitfu. Preso H partito, fiiroii 422 a votare nel sì, 
28 nel no, E eh*' il pn^a mento segni stilli to HjippiHmo da nu documento 
l°mar«o 1325. Miv curioso è vedere bìì che capitolo, si direbbe ogjj^. kì 
prelevassero le qnumutfi lire. Il purtito era qtwd diet^ pa^td procedili hoe 
modit, rideticct tfuod d^fminun tncohun domini XicoUfjf de boUfani» dv Anehoaa 
olim vicariuif ontttitdam potcaiutì» hon, qui tcHetur dare tuìmuni f»an, certam 
qttantìtatem pFcttMlr ocettJ^ioitc qHarundam tfratiarHm qnan fecit quihuttdam de 
ti'ihus vuìtrìiiH vt HHo Ktfn^^ho iuvt-itth iH^ittftì Jormiìiu »tatHÌot'HiH (HìmttHtM Aa»,, 
Itmeatur fi dvheat lihrre vt impune dnt't et «idrere dieto ma^tétro lohantti »ire 
t'ÌHH firot^rntori ad huv hffiptime àmatituio tfuudmtfiHta lì h^H,^ et èie «ùti^eudn 
ihtellifjtttitr etite et nit Uhrrr ci totatiter iihmlutus ah omni ro ifuod tf^mtrriur 
dJ'^ em ocene dietantni (fVfttìarum, et dictum eoe hon. ìnti'lti*ftilur f**f rt »it 
tùtaiitrr abnolnlnm a anlttrio Mupradicfo.,., Ltk cosa eru già int^^sti e dÌ9i»0}itak 
perchè» come nbbiam detto, eì»be ett'etto immediato* Il 1'' mnrzo Pa»eì* 
povero del ii» Marieaìo l'aHcipoveri dichiarò procuratario Homlne per mae- 
stro Giovauui (In proeura era stata iscritta in Ceaens il 12 noy, 1324 dm 
Sisto di sor Pietro honfìglioli veseiiat«) di aver riscos^HO da un propiir»-- 
tore del Boldnni le lire ijuarantiì, iH>n forme alla deliberazione del Cod« 
HÌglio {Mttmttr, di Azsoìtun Hi Pirtrtt Mvtttanarlf e. 30 v.). Cosi, in graxÌA 
di t]uei tre coltelli e nno «itoccot in alla line Hoddisfatto il tettoro dei 
poeti latini. Il quale dnnqne uou aenifia ragione eercava «eougiara^e In 
Cesena, né pure gli riimoiewe in tntt4i (efr. IVgl* al vx, 116 «t;. e 26l>» 
la »orte toccatagli iti patria. Dove h accertuto, per i doenmentl ora prò» 
dotti, elle ju s^uu lettura era lutata negli anni 1322 e 1323. 

(4) Neìr intervallo tra la lettura e la stampa di f|Ue»t4) dìseorso ho 
pnbblicato /' Egloga ài Ciop, dtì F, ad Aìb, Munnato in Atti e J/cni. d^ìn 
Dwp. di St,» ;*.o per l& Romagmt Her» terza, voi, XXHI, pp, 2lt»-'83, 

(5) AnimiBi, «di», ora cit. dell' AW., ebe il v* 185 fonrie guaito. Ma 
poiché Pio Rajim eortef*eniente mi soriane in contrario <> on accentua il,,.» 
amdbo fntar d'umart et dmatto advcrbium optaudi » Thurot, Nat, et ej-tr — 
pour Krvirà VkìMt, dM diHttr. ffmmm, an m. A,, p. 400), mi ricredo. I ven»i 
184 ^g* a' intcìrpìingeninno dnnqne eosì : 

Alpbo8Ìboe«, virurn.... Tutjc lUa ^ i»«e add«r«: Sùtìin t 
dm mìhi mox, amo^ —, MooHa bene Motlaot, iaquii,. . — 



FRANCESCO NOVATI 



Le Epistole 



t m tm 




Signore e Signori, 



Su) punto di [>ret?en tarmi a Voi, ultimo per tempi) corae per 
merito, tra gli illustratori delle opere minori iH Dante, al fine 
dì tener discorso di quelle epistole, onde tanto scalpore s'è già 
fatto e s'andrà, ove a Dio piaccia, facendo pur in avvenire, io 
non posso a meno r)ì paragonare la condizione mia a quella del- 
Toi^jeraio dell'evangelica parabola, ammesso a vendemmiare la 
simbolica vigna, quando i'ora di nona era già da un pezzo pas- 
sata. Al pain di lui io mi trovo difatti chiamato a raccoglier i 
frutti d'un vigneto ch'altri più avventurati e più solleciti hanno 
già dispogliato della parte maggiore e migliore insieme delle 
ricchezze sue. Non più penduti dì tra i pampini smeraldini tras- 
paiono lucenti e turgidi di succo i grappoli maturi ; ma «Tjua 
e là soltanto qualcheduno, dimenticato e stento, s* offre allo 
sguardo scrutatore ed alla mano indagatrice. Io sono proprio 
giunto dopo l'ora nona, sicch*^ nel canestro semivuoto voi non 
rinveri'ete, pur troppo, quanto sarebbe stato mio vivo desi^lerìo 
collocare- Accogliete tuttavia con la benignità inilulgenle che 
v'è c*»nsueta, TotTerta qual ch'essa v'apparisca, né incolpate 
l'oratore se, costretto a farvi da guida attraverso ad un terroiio 
arido la sua buona parte, seminato tutto di pruni» di sassi, di 
forre (e neppur vi mancano, se diamo retta a taluno, i lacci 
e le tagliuole), non riuscirà probabilmente a rendervi piacevole 
la scorreria, nò a suscitare oeiranimo vostro alcuna di quelle 
^^i^ate sensazioni che seppero certamente ridestarvi i più fortu- 
nati suol predecessori. 




%6 



PRANCKSCO NOVATI 



I. 



Ma come? potrebbe subito obbiettare qualcuno. Non è ar- 
gomento capace di provocai'é curiosità ed irjteresse iieU'aDimO 
di persone colte Tesarne delle lettere d'uu poeta? E di qual 
poeta, Dio buono? Dante Alighieri! non sono forse le lettera 
tra gH scritti d'un artista quelli che sogliono pressoché sem.^ 
pre metterci con lui in pio immediata ed intima comunione di 
sentimenti e «rafTetti ? Ispirate dall' elfettuaziune spesso inat- 
tesa d'un avvenimento che scuote ed esalUi Tanimo dello scrit- 
tore, esse sj^organo (si direbbe quasi) spontanee dalla sua penna» 
In ritraggono, senza ch'ei se n* avveda, tutt' intero, al par dì 
i>pecchio ledele. 

Nulla di più vero, in massima ; pur tale non è, convieni 
confessarlo, il caso per le epistole dell'Alighieri a noi perve- 
nute. Mai come in queste sue scritture il poeta, solito elevarsi 
con tanta semplice sublimiti! al di sopra d'oj^ni sorta ii*errori, 
di pregìuclizi, di ubbie, letterarie e non letterarie, è rimasto 
l'uomo del suo tempo. Vincolato alFossequio di formole consa- 
crate da una tradii in ne secolare, in virti^i di lacci tenaci e mol- 
teplici, egli nulla ha fatto per sciogliersi da codesta schiavitù, 
di cui sembra anxi essersi sino ad un certo segno compiaciuto* 
E se non fosse la nobile gaglianlia dei concetti che tratto tratto 
laQjpeggiano e isfaviilano attraversf» T involucro crasso o nebu- 
loso che li ravvolge, noi non riconosceremmo agevolmente nel 
dettatore enfatico e pesante delle Epistole T intelletto s<»vram> 
che cesellò con si squisita finezza i periodi armoniosi della I7f/i 
Nuova e sprigionò dall' incandescente fucina del suo cervello 
il metallo un poco aspro e rugoso, ma pur lucente e sonoro, 
della prosa del Convivio, È davvero un fatto degno d^attir-are 
l'attenzione, non che dei Dantisti, di quanti scrutano l'evolu- 
zione del pensiero italiano durante l'età crepuscolare che pre- 
cede il Rinascimento, questa soggezione assoluta d'un intelletto, 
spesso cosi intensamente e quasi inconsciamente innovatore, 
quale fu quello di Dante, agli oracoli d*una dottrina che, sorta 
nel più caliginoso periodo delKevo tnedio, lo traversò tulio 
quanto senza venire mai meno alla gretta e superstiziosa ispi- 
razione del tempo in cui s'em formata. E se da ciò noi rica- 



LR Kl'JSTOLK 



287 



veremo materia a constatare una volta dì più quanto tenace e 
possente sia stato V influsso flella tradizione medievale siuUa 
nostra vita di pensiero anche in epoche che sì pretenfìono quasi 

■ da essa liberate e disci(»lte, ne dedurremo altresì motivo di as- 
serire che redncazione prima del poeta sovrano ebbe certo a 
svolgersi ben rigidamente dentro il ristretta ambito della scuola 
contemporanea, dacché il pensier suo potè riceverne siff'atta 
impronta che nulla più valse, non dirò a cancellare, nm nem- 
^^ meno ad attenuare. 



JL 






Int*>rno alla educazione ed agli studi di Dante nulla sap- 
* piamo, nulla ci risulta, niilla possiamo asseverare. Ne vediamo 
m i nobili frutti ; come però venisse coltivata la pianta, che li 
« produsse, ignoriamo > . — Cosi quel bizzarro ingegno di Vit- 
torio Imbriani dava i>rincipio ad una sua nota scrittura intesa 
a dimostrai'o che tutto quanto i biografi avevano architettato 
sopra i primi passi mossi da Dante neirarringo del sapere, era 
edifìcio privo di ftmdamento (l). I ragionamenti del dantista 
napoletano, rivestiti di forma scintillante e vivace, hanno in 
quest'occasione fatto bi'eccia più pi*ofonda di quel che altre 
volte ìùvo avvenisse; e come oggimai i più autorevoli tra i 
Danzatori della vita del sommo poeta, sembrano rinunziare ad 
assegnar a ser Brunetto Latini ogni altra parte neireducazione 
di Dante, che non sia un' influenza tutta ideale, cosi riconoscono 
concordi che degli studi primi del poeta nulla possa rimettersi 

n chiaro. Ora io, o m' in;j:anno ?« scorgo anche qui il portato 
di quel vero pirronismo che imperversò, non sono molt'auni, 
nella critica dantesca; di quella smania di considerar quasi fai* 
X^ce, tendenziosa* menzognera qualunque testimonianza di cui 
tornasse impossibile dimostrare 11 per li in maniera inconcussa» 
serietà e la fondatezza, che ha condotto taluni a seminare 
di rovine il terreno, ad abbattere tutto senza nulla costruire. 
Proviamoci or dunque un poco — nèj co><i facendo, ci disco- 

ter^rao dal soggetto che dobbiamo trattare — a risollevare 
qualche lembo di muraglia; se non altro procureremo con sif- 
fatto sforzo a qualch'aitro compagno di lavoro la compiacenza 
squisita di buttar tutto a terra di bel nuovo ! 




FBANCBSCO NOVATt 



Allorché Barile aperse gli occhi alla luce» già da più tempo 
un moto fecondo dVintelIettuale rinriovamento ferveva in To- 
scana. Le città famose per antiche glorie, fiorenti per risorta 1 
pnjsperità econoìuica, abbomlavano <\\ cultori di studi gram- 
maticali , retorici e giuridici. Arezzo, vecchia rocca del sapere, 
fin dai primi lustri del sec. XIII aveva con generoso ardimento] 
istituiti» uno studio generale, e la voce di Rotfi'edo, fuggente! 
coi discepoli dalf inospite Bologna, erasi udita sonare nelle sue 
aule (2). Più tardi lo splendore dell'università aretina appare 
offuscato : ma la tradizione gloriosa perdura : si aiTerma in Guil-j 
tone, risorge in Band ino e prepara col dotto imitatore di Plinio. 
messer Geri, l'avvento di F. Petrarca (3). Pistoia, memore essa 
pure delle vecchie glorie, vede alla .scuola di Francesco da | 
Colle addestrarsi insienje a Gino de' Sigibuldì una schiera eletta 
di legisti e di rimatori (4); Siena, dal canto suo, apre thi dai 
giorni di Federigo II uno studio e nel 1246 chiama a fregiarlo 
insegnanti famosi (5). Ma non le città soltanto schiudono le 
porte agli amici della filosofìa e dell'arti liberali; nelle borgate 
stesse, ne* castelli sorgenti sui clivi appenninici, un po' da- 
pertutto, vediamo fiorire le scuole. Di una vera dinastia di 

< dettatori • fin dal secolo XII si inorgoglisce la Val d'Elsa^ e 
sul cader del Dugento di maestri venuti da Colle è piena la 
Toscana: se ne ritrovano a Pisa, ad Arezzo, a Siena, a Pistoia 
non meno che a San Miniato, a Poggibonsi, a Certaldo (6). I 
più tra cotesti grammatici, anche in ciò vogliosi di conformai*si 
alle usanze di que' giudici» dì qua' notai, cui erano da tant'al- 
tri vincoli collegati, non sogliono restar mai molto a luogo 
nella slessa sede : stipendiati per un anno, collo spirar del- 
l' ufficio mutano luogo. La loro venuta è pe' Comuni un &tt- 
strj avvenimento; il podestà della terra ne manda rannunzio^ 
a* paesi vicini, e l'araldo va intorno (ce ne fa fede un docu- 
mento sincrono samminiatese) proclamando : - Quanti hanno j 

* desideriti d'apprenderò la iiobil arte dì retorica, si rechino] 

* a Samniiniato ; v'udranno mastro Iacopino da Colle: sarà lor] 

< fatto onore ! » (7). 

L'insegnamento che questi vagabondi apostoli del sapei*e 
impartivano non era già elementare. A ciò provvedevano più 
umili docenti, pedagoghi oscuri e modesti, che pullulavano dap- 
pertutto. Essi invece, i vaganti, potevano ammaestrare gli ado- 
lescenti, già erutliti nella grammatica, nell'aire di retorica, e 



LE RPiarOLE 



289 



PCF 
He 
icl 



)prattuito in ♦quella eh' allur tljcevuisi l'ariti rial dettare [ar.^ 
iictandi). E quest^arte ispirava i propri precetti a rinaUtà pra- 
liche e giudiziosamente concrete: essa mirava a soddisfare le 
esigenze immediate dei nuovi strati sociali. I giovi a i destirjati 
a preiidei' parte in breve alla vita cumimale, ad assumere, dal 
Apiù al meno, il governo della pubblica cosa, insieme alle norme 
^Hel bello scrivere, volevano apprendere pur quelle del ben par* 
^Bare. Co^i Teloquenza civile, roratoi-ia, che» secondo i dettami 
Hdì Cicerone, tutte le altre arti presupponeva ed abbracciava, 
"^ricominciava a sollevare la testa. La cosa non era nuova in 
Italia; che sin dai primissimi anni del Dugerito Guido Fava av- 
K^ertìva essere proprio de' Lombanli il lare sfoggio di arringhe, 
"esporre cioè studiosamente in elaborate concioni i propri pen- 
sieri (8); ma in Toscana T impulso non s'avverte che alquanto 
più tardi. Contunque sia, esso è vivo nella seconda metà del se* 
colo XIIL Nel 127S (Dante aveva ti'edici anni) i giovani senesi 
di tutte le classi (« plurimi tam domìcelli quam tabelliones et 
•* al il iuvenes ») rivolgevano una supplica al podestà, perchè si 
desse loro modo di *< aderire alle facoltà delle scienze, cioè 
< alla grammatica ed alla retorica, alle perorazioni ed alle ar- 
^b ringhe * ; e chiedevano che a questo scopo fosse stipendiato 
^Vh'ate Guidotto da Bologna, Tautor famoso del volgarizzamento 
della Retorica di Cicerone ! (9). E frate Guidotto (che ii suo 
più recente biografo ha creduta) opportutio far morire giusto 
fr> o lf5 anni innanzi) (10) tenne T invito, andò a Siena e v'iu- 
5DÒ per un anno nello studio rinnovato. Partito lui prese 11 
'suo posto quel maestro Bandino d'Arezzo, professor ei magistèr 
Jn sciefìtia grammatice, di cui pochi sonetti soltanto manten- 
ano oggi ancora semivivo il nome fra gli studiosi della nostra 
pica antica, •Ma a quei giorni la fama sua si dilatava per tutta 
roscana, i notai (segno infallibile dValta riputazione), trascri- 
reiidtme il nome ne* massicci registri, lo decoravano dei titoli 
ii sapiente e di famoso: vir famosus et sapiens (11)* E come 
Balle labbra di lui per parecchi lustri i * donzelli ' senesi ap- 
presero come si scrivessero le lettere e si pronunziassero le 
irringherie» cosi pendettero dalla bocca eloquente di un Mino 
di un Manetto da Colle, di un Bandino» di un Orlando, d'un 
Dnsigliuolo e d'un Goro d'Arezzo, i giovani di Pistoia e di 
>isa (12), 




FRÀMCBSCO NOVATl 



E Firenze ? Chi mai in ijiiegli anni ne' quali Dante fac 
Giulio sentiva dentro la prodigiosa sua mente schiudersi tutt 
un monda di sogni superbi, v'insegnò ai giovinetti, chiamati ad 
insorgere più tardi gli uni contro gli altri nelle dure lotte tk 
vili, Karto del dettare e del parlare ? I documenti che ci hannd 
permesso di spargere qualche lume sulle vicende della culturij 
scolastica in taluni comuni toscani, qui fanno purtroppo difetto; 
la serie delle Provvisioni e delle Consulte nel secolo decima 
terzo è andata in Firenze quasi per intero perduta ; e la iattura 
riesce tale e tanta, che dittlcil cosa sarebbe apprezzarla in lattj 
la pienezza sua. Non mai dunque — ove non soccorra qualche 
singolare e fortunatissimo caso — ci sarà noto il nome di ch| 
insegnò primamente a Dante, per usar le sue parole, quel tant 
d'arte di grammatica che gli concesse poscia d*accostar le lab 
bra sitibonde alla salutevole coppa di Boezio e di Tullio. >J| 
per quanto riguarda all'arte dello scrivere, airfìm<? (flctawft^ 
vera e propria, concedetemi, o Signori, eh' io tenti rivendicar 
a colui che ne ha. a mio giudizio» ogni diritto, il vanto d'aveij 
insegnato al poeta 

tome Filoni 8't«t'4)riifi« 

Lo so: oggi non è più dì moda riconoscere all'autore d€ 
Tesoro alcuna parte reramente essenziale e saliente neiredc 
cazione letteraria di Dante; tutt' al più si ammette dai critic 
(gran bontà loro!) che il poeta giovinetto abbia mantenuto f» 
miliari relazioni col famoso notaio, che da lui gli siano venut 
come da amico ammonimenti, incoraggiamenti e consigli. Oxnj 
io sono con loro, quando si tratti di negar fede a chi ci pr 
sentava il « modesto Cicerone riella Firenze guelfa », com^ 
un semplice pedagogo, dal quale TAlighieri, a suon di ner 
imparato avesse i primi elementi dello scibile, a deciferar la 
Santa Croce o a leggere il Salterio. Era questo un concetto 
ridicolo e meschino* E mi ribello pure a menare per buon€ 
le generalitìi vaghe e sconclusionate che si sono pallet^giate gl| 
uni cogli altri per secoli i commentatori della Canu-fìia, s€ 
condo i quali Brunetto avrebbe erudito non TAlighieri soltant 
ma i fiorentini tutti, coetanei suoi, vuoi in filosofia, vuoi il 
«t certa parte di scienza morale >, vuoi, peggio ancora, in ll^ 
sica od astrologia. Queste son tutte alfermazioni campate tH 
aria, che spiegano ed in parte giustificano la reazione violenti 



LE EPISTOLE 



291 



(Il 



deirimbriani e l'opposi none, temperata si nella fonna tun pur 
sempre recisa nella sostanza, di critici ben altrimenti equili- 
brati, ad ammettere che tra i due abbiano avuto lu<»go de* rap- 
porti concreti, ben ilefuiitì, iiuali cioè passar sogliono tra mae- 
stro e scolaro (13). Ma ti ha una testimonianza troppo precisa, 
troppo autorevole, perche si possa, come oramai è vezzo, but- 
tarla del tutto in disparte, quella di Giovanni Villani, Le parole 
he costui dedica al maggior « filosofo »» sorto in Firenze nel- 
reta di mezzo, non .sono soltanto l'eco della venerazione, di cui 
il Latini visse circondato in vecchiaia, quando il cronista bam- 
bino potè vederlo ed udirne esaltate dattorno le virtù come 
cittadino e come savio, ma paiono alludere a fatti determinati. 
Certo le opere scritte dal Latini possono parere sufltcienti a giu- 
stificar Felogìo del Villani, quando lo dice * sommo maestro in 
* rettorica tanto in bene sapere dire come in bene dittare» (14) ; 
ma e qui e subito dopo, a me sembra celebrata anche un'azioiie 
d*altra natura, incomparabilmente più eflicace che quella d'un 
compilatore d'enciclopedie in lingua straniera o d'un traduttore 
di classiche scritture essei* non possa; Topera, dico, pratica, di- 
tta, immediata dell' insegnante, del maestro. E se a questo 
unto rammontiamo che Filippo Villani nella biografia del Latini, 
da luì iscritta e riscritta dietro t suggerimenti del Salutati (dove 
i parola quindi è calcolata e pesata), dichiara injnodo espli- 
che tra i fiorentini i quali insegnarono pubblicamente 
torica in patria, deve annoverarsi anche Brunetto (15): as- 
disagevole diverrà, crediamo, ricusare di i-ìconoscere che, 
ri di frate Guidotto, anche il lìgi io di Bonaccorso Latini 
sia salito in cattedra per esporvi in forma esauriente e 
inuxiosa i precetti di queir ai-te del dottare, che, in fin dei 
ntj, costituiva il suo vero, il suo sommo titolo di celebrità 
i occhi de' Fiorentini. 

Giacché bisogna pur convenirne una buona^volta. Della com- 
le&sa figura di Brunetto Latini solo alcuni iisi»etti noi cono- 
iamo oggimai , né forse i più rilevanti ed i più originali, 
ir attiviti! sua quale scrittoi'e e quale scienziato,! abbiamo 
[è vero) testimonianza più che bastevole nel Tesoro; ma dei- 
opera da lui compiuta come cittadino, come uomo, che sap- 
noi in conclusione^ ? Non son certo le poche Pratiche spi- 
laie negli archivi della repubblica fiorentina, dove egli Ogura 
quale consigliatore, non più oculato e saggio di molti altri, il 



non 



plam 



899 



FRANCESCO KOVATI 



cui nome non ha uggì per noi verun' individuale attrattiva, cM 
ci possono dare la misura dell'autorità da lui goduta dopo 
suo ritorno dall* esilio, forse volontario, del peso che ebber 
per lunghi anni i suoi consigli nella trattazione delle pubbli-^ 
che cose (16). Si badi bene. Per molti lustri il Latini, nella m 
ste di noiarin^ necnon scritta comUiOi^m comtmls Floreniit 
fu colui al quale spettava dare forma nobile ed opportuna 
quante solenni determinazioin la Signuria adott^ibse : talché 
improntarono della sua eloquenza, or misurata or focosa, 
nmntfestazioni più gelose della vita politica fiorentina (17), 
gran dettatore del Villani, colui che agli occhi de* contempo 
ranei sembrò incarnare il tipo del perfetto notaio, quest'emal<| 
del più glorioso tra i tabellioni italiani, del bolognese Rolandind 
Passeggeri, per noi rimane avvolto neirouibra (18)» Ora che i| 
primo tra i cancellieri fiorentini, colui che sta a capo di quelli 
schiera, in cui Francesco Bruui dà la mano a Coluccio Salutati^ 
questi al Poggio, a Leonardo, al Marsuppini, e che si chiudi 
colla maestosa e genial figura di un Niccolò Machiavelli, aves 
potuto tener scuola di latinetto, tornava l'iilicolo sospettare* Mi 
che egli, sottraendo un po' di tempo agli afTari più gravi, fos 
montato in cattedra per esaltar la virtù dell'ornato favellare^! 
per dirla siiTatta da superare la potenza d'un esercito schierai 
in campo, [toichè meglio suol domare i ribelli Teloquiu culli 
sua dolcezza che non la spada col suo rigore : sembrami non prtn 
babile soltanto, ma quasi certo. E rifacendomi alla testi monianxa 
di Benvenuto da Imola, io non provo dillicoltà veruna a ripe 
tere secolui che * Brunetto non solo a Dante ma a raolt* altri 
< giovinì insegnò, alcuni de' quali divennero per eloquenza 
i^ chiarissimi » (19). E forse se ciò egli udisse, dal sabbione 
infocato dove Talunno suo lo vide correre senza posa, siiniolaio 
dairansia di più grevi martiri, il buon vpcrbi<», rasserenalo, 
mormorerebbe, fuggendo velocemente : 

« .. ». e più uau oheggio, 

Pur troppo delle epistole, che uscirono fuor di dubbio co- 
piosissime dalla penna del »litt<itore del Comune toscano, neii 
meno una ci e pervenuta ; il tempo inesorabile ha ingoiai 
insieme coi registri delle missive, tutti gli altri document 
della Cancelleria, anteriori ai primi anni del Trecento, in cuij 
quale notato e scriba de' Signori vediamo comparire in pala 



T*R WP18T0LE 



293 



un ser Cheilo d'Uber'to Baìdovuii (20). Che se noi possedes- 

»binio o^igi alctua[\ti tuonumenti della latinità dì Brunetto, essi 
ci tornerebbero doppiamente preziosi; paragonandoli ai dettati 
delFAlighiori potremmo cavarne quella prova chf^ vanamente 
ora cerchiamo per dimostrar che l'uno tolse daifaltro lo stile 
che ai di suoi gli fece onore. Ma posto anche che ad altri esem- 
plata rAlijrhieri si fosse ispirato, certo i modi?Ui suoi egli at- 
tinse pur sempre a quella scuola stessa, di cui il Latini era 
tfttato un de' rappresentanti più inisigni. 
Alle dottrine deirn/vs" (ticlantìi ('_,na lo dicemmo) Dantu ser- 
bossi tenacemente fedele, pur quando la cresciuta cultura gli 
die agio d'intendere e ^mstare la pura e serena bellezza delle 
pagine antiche. Anche allora egli continuò a scrivere secondo 
i canoni imparati a venerare sui banchi della scuola! L'im- 
presa di debellare la vecchia dottrina era riserhata ad un al- 
ir' alunno della generosa Firenze. Un altro fti colui che, fan- 
ciullo ancora, colla vigoria pressoché inconscia del genio, seppe, 
Ercole nuovo, strozzare gli angui della retorica medievale, già 
insinuatisi nella sua culla, già pronti ad avvilupparlo nelle tor^ 
tuose loro spire. 



IlL 



Secondo i precetti dell' epistolografia medievale, perchè il 
"dettame fosse perfetto, tre cose facevano di mestieri: che alla 
^buona grammatica si disposasse l'elevatezza dei concetti e Tele- 
inxa della forma. Ma di queste doti la terza giudicavasi di 
fran lunga la più necessaria. 

Il Hnlenne ammonimento di Cassiodoro, uno de' Santi Padri 

^l fUciamen prosaicitm : Loquì nobis communiter datum eM : 

Ins onìntìis ed qui (ìisreè^nU infloclos^ rimboinha con fi^agore 

oracolo » pt^r tutta Tetà media (21). Ed una medesima esor- 

iztone si leva concorde dai fogli di tutte le Stimma, sian desse 

^lognesi, fiorentine, lombarde; dalle pagine di maestro Bene, 

quelle di Guido Fava, di Giovanni d'Aquileia, di Bono da 

Lucca, « Adornate, o dettatori, le vostre scritture! » « Ciò che 

rende nitidi e sereni ì dettati» scrive il Hondi, a buon dritto 

deve da tutti ricevere il nome di adornamenti e di colori. Per 




294 



FBANCBSCO HOVATt 



€ fermo scolorita e T orazione che da qualche frejiio non ricevi 

< colore. E non vediamo noi il cielo mirabilmente dai segni 
^ dalle stelle colorato I Qualunque materia, sia dessa pubbli 

< ovver privala, ove le venga meno Tornato, vile suol es.sere vi 
*t putata. Si fregiano le sUinze, si cesellano Tarmature, si dipin 
K gono le pareti. Coloransi i panni, i legni s' intagliano, si scoi 

< piscono i marmi. I metalli vengon dorati, i destriei'i forbfii 
*< Gli altari s'ammantano di porpora, i visi delle donne s* ini- 

* biancano di belletto. E per farla breve, qualunque cosa voglia 
«orrevole divenire dev* esser ornata. La natura stessa arri 

* chisce di svariate tinte le pietre, le erbe, i fiori, gli alberi 
« i prati. Tutto ciò ci offre le prove necessarie per ricon< 
4 scere che noi pure dobbiamo mirificamente adornare la si 
*< rie de' nostri discorsi » (22). O non sentiamo noi forse Tet 
di queste singolari dottrine ripercotersi vivace nelle pagine d 
De mUgari eloquenUa laddove il poeta sommo ci reca un sai 
gio dì quello che è, a suo giudizio, lo stile più rapido, più v 
nusto, veramente «eccelso», degno in tutto degli «illustri dot 

* tori * ? Quando, esemplificando le sue teoriche, Dante ci di 
che il sommo delFarte consiste nello scrivere : <^ Avendo Toti 

< secondo mandata fuori dal tuo seno grandissima parte de' fiori, 
€ o Fiorenza, indarno alla Trinacria si rivolse >, per chi voglii 
significare che Carlo di \'alois passò, dopo aver condannai 
buon numero di fiorentini, da Firenze in Sicilia (23); o n< 
mostra egli forse di condividere in tutto e per tutto que' pria 
ci pi che un dettator bolognese del tempo, Tommaso d*Àroii 
nino, così formulava nel suo Microcosmo del detiare? « Repu 
<c io sommamente bello e nuovo non già usare cosi alla senipli 
€ i vocaboli che esprimono le cose ma ad essi sostitair a] 

< parole che di quelle rivelino la propri e tìi ed il significato ► (24' 
Questo belFespediente si chiamava la (ranstonplio o la rìrruffi 
locutio; era il trionfo della circonlocuzione, la tirannia de 
perifrasi; la sostituzione pertinace, implacabile, perenne d 
linguaggio metaforico, tronfio ed ampolloso, alla dizione piana 
comune. Cosi la produzione epistolare del Dugento è venuta a 
far la figura del mal monetiere della decima bolgia, a cui 
grave idropisia 

BÌ dispaili 
Le membra con l'nmor ch^ mal foiivertt>» 
Che il vUiì non rÌH}ii)iido alla Vfijtrain* 



I 



LE EPISTOLE 



29& 



I 



Del Huo * bello e forte latino », come lo defiiii con ingenua 
ammirazione il dabbene Giovanni Villani (25), Dante cominciò 

• certo assai presto a dar saggi, perchè, mentre dall' un canto 
significava ne* deliziosi sonetti dell'amoroso « libello * quel che 
il suo Sire gli dettava dentro, dall'altro si affaticava ad espri- 
mer in « alto dettato ì> e con « eccellenti sentenze * più so- 
lenni pensieri. Egli stesso ci è buon testimone di ciò in quel 
paragrafo della Vita ìiiwi^a nei quale rammenta come, morta 
la donna sua, rivolgesse ai « principi della terra » (cioè ai più 
orrevoli tra i suoi concittadini) un'epistola in cui, prendendo 
le mosse dal versetto di Geremìa: Quomodo sedei sola civitas 
piena populo, descriveva qual t'osse rimasa Firenze dopo tanta 
iattura : < quasi vedova, disp(*gUat<i d*ogni sua dignitade » (20). 
Ma ai pari di questa, che fu foi-se la prima epistola latina ch*ei 
divulgasse, ogni altro congenere saggio della studiosa gioventù 
di Dante è perito. Quel che rimane del suo epistolario, che 
per vari indizi possiamo giudicare assai abbondante e copioso, 
spetta alla seconda parte della sua vita; a quei periodo di essa 
in cui € Il vento secco che vapora la dolorosa povertà ► lo spinse 
invano anelante ad un introvabile riposo, a * sì diversi porti 
« e loci e liti, mostrando contro a sua voglia la piaga della 
fortuna w (27). 

Pur troppo, a tacere del resto, qutisti fj*ammeoti del suo epì- 
tolario sono ben lungi dal far sazi i nostri desideri, dal rischia- 
ai^e di luce viva i casi e gli affetti dell'esule infelice. Non con- 
egati da carità di figli n di discepoli, bensì dal caso soltanto 
^«erbati, essi olfronsi d'indole ben disparata e d' importanza 
lei tuttf> ineguale. Accanto a talune epistole, veri e grandiosi 
ocumenti delTaltii mente del poeta, dove i suoi ideali politici 
civili sfolgorano di luce nrm nien viva di quella che raggiar 
suole da certi canti della Comedkh altre ne abbiamo di si te- 
nue valore, che nulla o ben poco ci giova il possederle. Per- 
chè la fortuna ci ha invidiato Tepistola ai Fiorentini, che co- 
ìnciava con palmole tutte riboccanti d* accorata tenerezza 
Popuie niee, quid Ubi feci?) (28) e ci ha conservato invece le 
'6 pi stolette scritte per incarico della contessa di Batti folle 
a Margheinta di trabante? Son questi i capricci del caso; ma 
h doloroso che proprio in siffatta circostanza il caso siasi ad- 
imostrato cosi cieco. Ad ogni modo, di fronte a tanta povertà 
di fonti intorno alle vicende dell* uomo grande e sventurato, 



, eh 

w 

■ a 



qualunque documento anche esiguo doveva tornar prezioso 
alia critica. 

È invece, come si sa, avvenuto tutto Topposto. A mala pena 
le quattonlici epistole, attribuile <Jai niss. all'Alighieri, ebbero 
per le cure del Witte e del Torri preso posto definitivamente 
tra le opere del poeta, la critica cominciò ad esercitai^e loro 
dintorno un'opera i>pietata di demolizione. Si direbbe che mm 
non abbia veduto in quegli scritti se non un ingombro molesto, 
un peso increscioso, dì cui occorreva liberarsi ad ogni costo. 
Gioverà ricordarci rapidaniente cr>rae sia.si adden:^to l*uragano, 
che ha minacciato di travolgere tutto nella sua Airia, e che 
oggi ancora, sebbene fiaccato, mugge sordamente di lontano. 

Nei primi dantisti che le trassero dai codici in cui giace- 
vano da secoli, semi ignote o del tutto dimenticate (29)» le epi* 
stole dantesche non suscitarono che una grande e serena coro- 
piacenza: ne il Wìitù né il Torri concepirono veruna dubbiezza 
sulla loro autenticità. Subito dopo però la diffidenza si sveglia. 
Pietro Fraticelli, ricalcando suiredizione livornese del 1842 la 
propria ristampa, se si apptilesa molto indulgente con quell'epi- 
stola a Guido da Polenta che aveva già destati i sospetti e gli 
sdegni degli eruditi veneziani, mostrasi invece più che arci- 
gno colle lettere che Dante avrebbe in nome della contessa di 
Battifolle inviate alla consorte d'Arrigo, e le esclude dalla sil- 
loge* dove finora non son più riuscite a rientrare (30). Ma ben 
tosto più gravi avvisaglie cominciano. Ecco sull'autenticità del-. 
Tepistola di Dante ai Conti di Romena scender in campo, ai*-! 
mato di tutto punto (egli almeno si riteneva tale), G. Todeschini, ' 
che, menando gran colpi, si sforza in pari tempo di mostrar 
fallace l'attribuzione a Dante dell'epistola diretta dai Bianchi 
fuorusciti al cardinale da Prato (31). Poi vien la volta deirepi- 
stola al marchese Moroello Malaspina, combattuta dallo Scar- 
tazzini, al quale fliiisce dopo vari tentennamenti per associarci 
anche il Bartoli (a2). E la marea cresce: Tautenticitii della let- 
tera a Cino è oppugnata ; si nega fede a quella alfamico ttoi-eti* i 
tino; cominciano gli attacchi contro Tepistola a Cangrande della 
Scala. Vittcu'io ìmbriani, vero Capitan Spavent-a della critica 
dantesca, si fa addosso perfino alla lettera ad Arrigo VII (33): ' 
poi, spara il gnin colpo: tutte le epistole di Dante sono ap<>-l 
crife! Dopo questa butta strepitosa T ipercriticismo ebbe buoa ' 
giuoco: bastava, per sembrare giudici imparziali e quasi be- 



t*E SPI6TOLG 



207 



I 



I 



¥ 



nigtii, salvar dalla Geenna uiì paio di lettere dantesche. Lo 
Scartazzini difatti ne' P-rolegomeni deUn Mvhia Commedia, 
novello Minosse in collarino, sentenzia: ^ Delle 14 lettere che 
« a Dante s*attribui8corio sono da credersi spurie le tre dirette 
< a Marjfherita di ììrabante da una contessa di Batti folle, e 
^ quelle ad Oberto e Guido, conti di Romena, a Gino da Pistoia, 
*a Guido da Polenta; dubbie quelle al Cardinal da Prato, al- 
« l'amico fiorentino, a Cangrande ; forse autentica quella ai 

* principi a popoli d* Italia. Quanto alTepistola a Moroeilo Ma- 

* laspina, l*oggetto deirainore di Dante non può essere che la 
•* propria moglie ; a chi quest* interpretazione non piace (sic) 
<^ s'associ a coloro che scartano la lettera come apocrifa» (31), 
Delizioso profetico linguaggio! Non a torto Adolfo Gaspary, solito 
a divertirsi un pochino alle spalle dei suoi buoni coUeghi, scri- 
veva verso quel tempo : »< Delle Epistole di Dante parecchie 
« sono state dichiarate apocrife; e per vero ciascuno riguardo a 

* loro procede ordinariamente così : considera come false quella 

* o quelle che gli danno noia nelle sue ipotesi su Dante » (35). 
La frustata deirargulo critico non fece elTetto ; otto anni dopo, 
il Kraus in un capitolo della sua troppo lodata opera sulT Ali- 
ghieri, geloso degli allori deirimbriaui, si sforzava di seppel- 
lire definitivamente tutto l'epistolario dantesco! (30), 

Pareva il segno della fine e fu il principi*» della l'isurre- 
zione. Contro la critica superliciale e, sia lecito il dirlo, indi- 
screta del dotto tedesco insorse primo Vittorio Gian, che difese 
con valide ragioni la auteriticftA delle epistole ai Principi d' Ita- 
lia, ai Fiorentini, ad Arrigo VII (37). Poi un assalto impetuoso 
del nostro ottimo ZingarelH contro la lettera a Moroeilo fu rin- 
tuzzato si vigorosamente dal Vandelli, che Tautenticìlà del do 
cumento ne ha brillato di luce inattesa (SS), 8e la difesa delle 
epistole al Cardinal da Prato ed ai Conti di Romena assunta 
dal Barba gallo, non ri usci troppo felice (30), la causa loro però 
ha guadagnato moltissimo se non dalle argomentiizioni prolisse 
e slombate d'Oddone /enatti* dalle fini argomentitzioni di Mi- 
chele Barbi (40). Il quale ha pur recato, recentemente, il soc- 
corso della sua grande dottrina alTepistola alTamicn fiorentino, 
di cui s'era prima mostrato periglioso avversario (41). Perciò 
che concerne poi airoinerico combattimento intorno alPepistola 
a Can^^rande, or che i campioni stanno ritirati sotto le tende e 
son un pò* cessati il fragore delia lotta ed il polverio levatosi 




396 



FRAKCBSOO HQVATl 



cf attorno, o non par forse probabile che debba vincerla la vec-i 
chia tradtzione? (42). Insomma da molte parti s'anjjunzia uul 
ritcjrno ai veri e sani principi della critica, l'abbandono di 
quello scetticismo imprudente ed un tantino presuntuoso che ha 
troppo a lungo signoreggiato. Diciam anche noi col povero 
poeta : Ecce nunc tempus acceptabile^ quo signa sut^unl con- 
solationis et pacis. 

IV. 



Curioso ed istruttivo parmi il ricercare come siasi venuta 
addensando quella nube greve di diffidenza e di cospetti, onde e J 
stata oscurata e ravvolta la massima parte delle lettere dante-] 
sche. Molti fatti d'ordine genei*ale vi hanno concorso: assertij 
vaghi, tutt'altro che fondati, che si sono a poco a poco ingran- 
diti, acquistitndo credito ed imporbinza, perchè si ripetevano «la 
parecchi, in guis^i da far parere ardua impresa distruggerli. 
In realtà sono armi fragilissime che si spezzano all'urto più 
leggero. Pongo in capo lista l'asserto siden ne mente bandito dal 
Kraus (diede egli (orma, dirò così, assiomatica ad afférmazioni! 
anteriori), che nulla è |viù comune deile falsificazioni di docu- 
menti nel medio evo, soprattutto poi ai tempi di Dante ; donde] 
discenda quale logicai e naturai deduzione essere naturale che 
tra tanta manìa di falsificazioni, si siano falsificate pur le let-, 
tere di Dante (43). Ora, io domando: ma di quali falsi si tratta?! 
Se il Ki^aus ed i suoi autori vogliono parlare delle fVibbrieaziooi 
di documenti pubblici e solenni, di privilegi imperiali, di bolle 
pontificie o che so io, non negheremo noi che il medio evo ne] 
abbia prodotto gran copia: non però più Tetà dì Dante che] 
un' aUra qualunque, anzi meno Tetà di Dante che quelle più 
antiche. Ma che c'entra questo con le epistole dantesche? Il 
movente tli tutte le grandi falsificazioni medievali è sempre i 
r interesse: si ti^atta di creare documenti che stabiliscano pri-j 
vilegj, immunit^i, dichiarino possessi, alterino confini di pro-| 
prietà e via dicendo. Or chi aveva interesse a falsificar le let- 
tere di Danto? E quali lettere poi, quelle al Malaspinn u iti 
Gino da Pistoia f' 

Ma si dirà: dove lasciate voi le falsificazioni letterarie fj 
Quali di gi*azia? Mi si citino nel secolo XIV de* documenti di 
questa natura. Dato che esistano, essi sono ben scarsi : e 



LE KPISTOLB 



'^d 



I 



I 



I 



o;?ni modo dovremo sempre verificare se corrispondano ne' ca- 
ratteri intrinseci ed estrinseci a quelli di cui si discute (44). 

Rimane da esaminare un altr'ordine di scritture non false, 
ma in pari tempo non vere. I dettatori hanno sempre avuto 
rabitudine di aggiunger ai precetti gli esempi: nelle loro 
Somme tlunque ben sovente sì rinvengono lettere che hanno 
tutto il carattere di documenti storici e non »son tali. Sono, 
come il Gaudenzi li ha definiti, « non lettere veramente scritte, 
* ma lettere che avrebbero potuto essere scritte * (45). Di que- 
sto genere molte ricorrono ne* trattati di Guido Fava ed in altre 
Somme bolognesi : io stesso parecchie ne ho rinvenute nt^l for- 
mulario fin qui sconosciuto di Mino da Colle» un contemporaneo 
deirAìighieri. Si noti però che queste lettere, le quali muovono 
in genere da circostanze di fallo vere, hanno sempre per mit- 
tenti e per recipienti dei magistrati o altre persone investite 
di pubblici offlci : tutta la gerarchia sociale è sottoposta a ras- 
segna, dall'imperatore al notaio, dal pontefice al chierico ; ma 
non mai vi si mettono in scena individui privati. Or perchè 
si sarebbe da qualche dettatore fatta un'eccezione per Dante? 
E in tempi a lui ben vicini, quando cioè la sua fama era certo 
inferiore di molto a quanto divenne più tardi ? Se fosse stato 
Fuso di valersi del nome d'individui reali, celebri, quantunque 
non investiti di dignità utTìcìali, percht^ non troveremmo lettere 
attribuite a Gino da Pistoia, a Brunetto Latini, ad Albertino 
Mussato, ed altri cotali? 

Oltre all'aver sparso dunque questa vaga ditlìdenza sopra 
le epistole dantesche, parlando così genericamente di una vera 
epidemia di falsiflcazioni infierita nei primi anni del sec. XIV, 
si è poi voluto gettare il discredito sui fonti manoscritti onde 
le lettere provengano. Cutne si sa, due sono essenzialmente i 
codici dov'esse si conservano; il Vaticano Palatino 1720, il 
Laur-enxiano PI. XXIX, 1. È divertente vedere come questi di- 
sgraziati manoscritti siano stati giudicati. Il Vatic. Pai. è dal 
Todeschini dichiarato sprezzantemente fonte sospetta. Perchè? 
É una semplice « miscellanea letteraria », non rivestita • di 
«alcun carattere autentico » .,. « Non è altrimenti un codice di- 
« plomatico.. , • (46). Oi'a, non la da ridere il sentir asserire con 
tanto sussiego che le lettere di Dante dovrebbero trovarsi in un 
codice diplomatico? Ma v'è di più. Il codice * non appartiene 
«già da tempi antichi alla libreria vaticana.... vi e passato 




800 



FKANCfiSCO NOVA TI 



* sol nel Seicento dalla biblioteca Elettorale» .... Vedete che 
peccato d'origine! Venir da Heidelberg! Il giudizio del Tode- 
schini diventa fonte di pili gravi accuse: per altri studtr>si Q 
codice h'd il * carattere molto sospetto ^^ d'uno zibaldone umani- 
stico.,.. (17). Tutto ciò si disse e si ripete (ohimè) oggi ancora 
da gente, che pur avrebbe potuto sapere quanto le ricerche 
dello Zenutti hannu ben njesso in chiaro (e eh* io per mio conto 
avevo ^\h vei-ifìcato molto prima) (48): che le lettere di Dante 
sono state riunite in calce ad una copia del I>e Monarchia dello 
stesso autore, per cura di Francesco de* Piendibeni da Monte- 
pulciano, un colto notaio toscano, che fu succei<sor di Filippo 
Villani nel cancellierato di Peru^n'a: amico di Coluccio Salutati, 
nudri, nella qualità sua di letterato e di suddito fiorentina un 
culto- vivissimo per le l>e Corone, e morendo in curia di Roma| 
carico d* anni e d'onori» lasciò in eredità al Capitolo della cat- 
tedr'ale di Montepulciano una biblioteca ricca di codici, divo- 
rati pur troppo quasi tutti da un incendio nel ìbSi^ { J9). 

Tutto cospii*a dunque a dare in og^ì autorità e credito al 
vilipeso ms. Vaticano. E quant'al Laurenziano, che cosa non 
si scrisse un tempo sul conto suo? Lo chiamarono ancor esso 
zibaldone umanistico, raccolta sospetta dì apocrifi monumenti» 
foggiati dal maligno Ingegno di G. Boccaccio per meglio colo* 
rir^ le sfacciate invenzioni ond*aveva intessuto la vita di Dan- 
te.... Di tutte queste accuse che cosa rimane ora? La cri* 
tica spassionata ne ha fiitto giustizia; essa riconosce che messer 
Giovanni non fu mai un ingannatore, bensì (e questo nella 
peggior ipotesi) un ingannato: ch'egli trasse da fonti anterioH 
le scritture che ricopiò, pur troppo da frujti impuri, tantoché 
le epistole dantesche ci si presentano guaste e sconciate in più 
luoghi per colpa do' copisti bestiali»... 

Un'altra stortura di critici vecchi è, fci d* uopo confessarlo, 
condivisa da taluni recenti : essa consiste nel non volei'e, di- 
scutendo una controversia cosi delicata e spinosa com'è quella 
dell'autenticità delle epìstole dantesche, dare la dovuta irnpor* 
tan/a allo studio del testo di esse. La controversia è stata sin 
qui unicamente condotta, ove sì faccia eccezione per la lettera 
a Can (ì rande, su cui non intendo ora soffermarmi, sulla scorta 
di argomenti storici. Quando i fatti che dalle epistole scaturi- 
scono soh apparsi in contraddizione ovvet*o in opposizione de- 
cisa con quello che altri fonti contemporanei, più o meno auto- 



i 



LK EPISTOLE 



801 



revoli, asserivano, furoii sempre le lettere ch'ebbero la peggio ; 
esse dicevano ili versameli te: dunque erano false. L'epistola dei 
Bianchì ruomsciti al cardinal *li Prato, fattosi paciere, ci rive- 
lerebbe che Dante nella primavera del 1304 ancora non s'era 
separati» dai suoi compa^^ni di sventura e di lotta : ora l* Ottimo 
(lice il contrario e altri indizi storici paiono suffragare il suo 
asserto : la lettera è dunque apocrifa o non fu Dante a scri- 
verla (50), L'epistola ai conti Guido ed Oberto di Romena de- 
plora la morte d'Alessandro loro zìo, che il poeta ha condannato 
agli strazi della decima bolgia; come può averne egli qui esaltata 
la signorile magnificenza? Vero è bene che noi non sappiamo 
quando Alessandro morisse; che Dante potrebbe aver mutato 
il suo giudizio iniorno a lui, se lo cangiarono i Fiorentini, che» 
cacciatolo prima ignominiosaniente in band(* quale falsario, se lo 
riprese i"0 poscia in casa qual capitano dì guerra ! Mainò : Dante 
non può essersi contraddetto: eppoi perchè scrive egli ai due ni- 
poti deir estinto, quando di costui viveva ancora il fratello Aghi- 
nolfo ? Tutto ciò e sospetto; scartiamo la lettera (51). Dai do- 

• camenti che ct>ncernono la pace conchinsa addi 6 ottobre LIOf} 
tra Franceschino Malaspina di Mulazzo ed il vescovo di Luni 
per i buoni uflìci di Dante, risulta che negli accordi fu compreso 
anche Moroello Malaspina di (Tiovagallo, colui al quale TAii- 
ghieri ha inviato la celebre lettera Ne latemU (iominuìn. Ne 
^^^ ricaveremo noi una prova in favore dell* autenticità dell' epi- 
B stola? Oibò: il documento ci mostra in Dante Tamico e il pro- 
curatore dì Franceschino, e non già quello di suo cugin Mo- 
roello ! (52). 

Or qui viene fatto di chiedere: Non vi sarebbe modo, dacché 

Igli indizi attinti alle scarse notizie che noi possediamo dogli 
avvenimeriti contemporanei» riescono insuflìcienti a dirimere la 
discussione, di valersi di criteri più sicuri, più solidi per sag» 
gìar r autenticità delle epistole di Dante? Tra esse ve ne ha, 

■ a Dio piacendo, pur qualcheduna, che tutti o quasi tutti s* ac- 
cordano nel riconoscere indubbiamente uscita dalla penna del- 
l'Alighieri, Ebbene di queste studiamo alla buon'ora con ogni 
scrupolo la lingua, lo stile, la grammatica, la sintassi ; e po- 
scia dei risultati dedotti da quest'analisi paziente e minuta 
' gioviamoci neiresame delle lettere dubbie e sospette. Ov'esse 
non reggano alla prova, e si rivelino dovute ad ispirazione di- 
Tersa, ubbidienti ad altre nonne che quelle deirAligbieri non 



a>2 FRAXCE.SCO XOVATI 



siano, potremo tranquillamenie sbai'azzarcene. Ma quand*esse 
invece risultino plasmate coi materiali medesimi, improntate ad 
e;.^uali criteri stilistici, non saremo in diritto di affermarle 
originali, autentiche, e di finirla con una discussione che mi- 
naccia di non arrestarsi più ? Queste proposte, che a noi paiono 
naturali, logiche, legittime, non hanno mai avuto finora il più 
lontano principio d'esecuzione. E ciò è dipeso soprattutto dallo 
sprezzo, forse in parte incosciente ma ben solidamente radi- 
cato nell'animo loro, ed ereditato dai primi cultori delfuma- 
nesimo (53), che i più tra i dantisti hanno sempre professato 
per l'Alighieri latinista. Parrà forse paradossale siffatta sen- 
tenza: eppure essa poggia sul vero. Al Todeschini (e gli tiene 
oggi ancora bordone più di un critico modernissimo) pare as- 
surdo parlare di stile e di lingua a proposito dell'epistola al 
cardinale Ostiense. < Niun argomento (egli scrive) né prò né 

- contro vi sarebbe luogo a dedurre dallo stile dell'epistola: 
« quello stile gonfio ed aspro, non dissimile gran fatto dall'an- 

* damento della prosa latina dell'Alighieri, è stile piuttosto 

- dell'età che dell'uomo: se tra gli usciti non v'era un giu- 

• dice o un notaio capace di dettar quell'epistola, non era 
«punto difllcile ch'eglino trovassero un frate da ciò > (54). 

O non é egli stupefacente cotesto ragionamento ? Che il 
latino di Dante nuli' abbia a partire con quello di Cicerone o 
di Seneca e neppur col linguaggio di qualsivoglia altro scrittore 
antico, è inutile dire. L'Alighieri non usa il latino classico: 
egli si vale del basso-latino, ed é fiorito proprio nel momento 
in cui questa lingua artificiale e convenzionale era caduta cosi 
tra noi come oltremonti nella maggiore abbiezione, logorata e 
trasformata dall' influenza sempre crescente delle favelle vol- 
gari, che avevan finito per deformarne la struttura sintattica 
ed il vocabolario. Ma concesso questo, ed è molto, conviene 
fermarsi. Ammettere che un giudice qualunque, un notaio, 
magari un frate (questa menzione di frati parrà davvero op- 
portuna a chi ricordi come lo stile monastico abbia avuto nel- 
l'età di mezzo e conservasse ancora ai giorni di Dante ca- 
ratteristiche tutte proprie!) (55) potesse sugli inizi del Trecento 
scrivere tal quale come Dante, é lasciarsi uscir di bocca uno 
sproposito ben grosso. Si dimentica, a quanto sembra, che la 
composizione d'una lettera, degna di questo nome, era impresa 
delicata e diflìcile : che lo scrittore accorto e pratico doveva 



LH BPI9T0LS 



806 



^ 
^ 



^ 



ottemperare ad un numero ctmsidet'evole di (irecetti» i quali 
minutamente regolavano lo svolgìmejjto di tutte le patiti onde 
la missiva constava, a cominciar dalla intitolazione venendo al 
Vaìeie che la chiudeva (50). Si dimentica che lo scrittoi-e, oUi*e a 
curare la grammatica, doveva ricercare la sonorità» l'eleganza 
del dettato» e che questo non si otteneva se non applicando i 
precetti del cursus, introducendo cioè nel periodo le clausole 
ritmiche; tutta roba che a dettatori esperti tornava tanto nota 
e familiare quanto paurosa ed incognita agli inesperti: e che 
tutto ciò si ritrova applicato nelT Epistolario dantesco (57). Si 
dimentica poi un'altra cosa da nulla: che il latino di Dante è 
proprio tutt'altro che il latino di tutti, che esso ha un* impronta 
tipica, un carattere individuale, soggettivo, il quale gli proviene 
dalla tendenza insita nel poeta a ricercar ogni sorta di squi- 
sitezze stilistiche e lessicali, a foggiarsi un vocabolario suo, col 
dare significati particolari a certe parole, col licorrere dì pre- 
ferenza a certe espressioni, col prediligere certe metafore e 
certi traslati. Ma che cosa non si dimentica? Tra altro si è 
costanteniente dimenticato di riconfrontare sui due o tre mano- 
scritti che ce ne forniscono il mcnlo, la lezione delle epistole 
stasse, perchè nelle edizioni più recenti esse si presentano 
ancora tali quali le diedero in luce il Witte ed il Torri, i quali 
per rimediare •* agli errori pit^vuti di penna al copiatore igno- 
« rante rli latino * e non lasciar nel testo • tante oscurità e 
« goffaggini », lo ridussero ♦ al suo naturale colore - (58) con 
quella leggerezza di mano, quella perizia della grafìa del tempo, 
con cui vediamo spesso essere ricondotti da vaganti impiastra- 
lori di tele al loro * naturale colore » gli affreschi smunti od 
evanescenti di rusticane chiesette. 

Sicché sotto i concieri capricciosi e grossolani di que' bonari 
emendatori vaneggiano irrimediabili lacune, gemono piaghe in- 
ciprignite, che pur troppo riuscirà impossibile sanare del tutto, 
giacché troppo fu lo strazio cui V ignoranza de' copiati assog- 
gett*) le misere scritture. Ma se non tutte, parecchie spari- 
ranno: noi non leggeremo più periodi vuoti di senso, come 
questo, ad esempio, che si rinviene nelle edizioni tutte, anche 
le (dù recenti : « voi non vedete come nella notte della mente 
• insana i piedi errino dinanzi agli occhi dei pennuti » (50) ; non 
vedremo più critici dotti cavar argomento d'assoluta certezza 
alle loro ipotesi da lezioni immaginane e citare come dantesche. 




304 FRANCEgCO NOVATI 

espressioni che son dovute alla penna degli editori (60). Libe- 
rate dalla patina che le ricopre, le lettere dantesche appariranno 
quel che sono, qua e là guaste irreparabilmente, ma quali ci 
furono dal secolo XIV tramandate. 

E allora la discussione sull'autenticità loro avrà fine? Sa- 
rebbe troppa presunzione sperarlo. Ma certo un gran passo 
verso la soluzione del faticoso problema sarà fatto. Gli stu- 
diosi s'accosteranno con animo più libero, più sereno a quei 
documenti tanto combattuti : essi non proveranno più, accin- 
gendosi a farne oggetto di esame, la sensazione di sgomento 
e di disagio che ora li coglie, simile a quella che prova chi 
si metta a traversare nottetempo, sotto un cielo privo di stelle, 
un luogo poco sicuro: 

Quale per ìncertam lunam sub luco maligna 
est iter in silvia, ubi caelnm eundidit umbra 
Inppiter et rebus nox abstulit atra colorem. 



NOTE 



(1) Che Br, Latini non fa maentro di Dante in Studi danteschi di V. I., 
con prefaz. di F. Tocco, Firenze, 1891, p. 333. 

(2) Cfr. Haì>tixg-Rashi>all, The universities of Europe in the middle 
atfeSf Oxford, 1895, voi. II, part. I, p, 8 9gg. 

(3) Cfr. Giorn, ntor. della leti, ital,, VI. 1885, p. 187, e C. «alitati, 
Kpintolario, voi. Ili, p. 84 e 410. 

(1) A. Zaxklli, Del pubbl, insegnam. in Pistoia dal XIV al XVI «fc, 
Roma, 1900, p. 9 sgg. 

(5) Vedi D. Baudi'ZZI, Cenni ntorici sulV i'nirei'tf, di Siena, ecc., Siena, 
1900, p. G 8gg. ; e dello stesso. Documenti per la storia della II, Unirertt. 
di Siena, serie I, 1275-1479, Siena. 1900 ; e recensione di G. Saxesi in 
Jroh, Stor. Dal., ser. V, t. XXVII. 1901, p. 376 sgg. Per Lucca nnlla 
8i può dire, mancando ogni docnniento in proposito ; cfr. però P. Bar- 
santi, // puhhl, insegnam. in Lucca dalla fine del ttec, XIV alla fine del 
Hec, XVIII, Lncca, 1905, p. 46 sg. 

(6) Sopra la scuola di Val d'Elsa ritornerò altrove. 

(7) € Prol)Ì8 et sapientihus viris dominis potestatibus vicariis et uni- 
« versis terrarum rectoribus ad quos lictere presentos advenerint, Jorda- 
« nas de Patritiis, romanorum proconsnl, dei gratia potestà», consiliuin et 
V comnne Sancti Miuiatis salutcni et incrementa bonorum. rei publice, 
« (piam ouinsque dc«*et(f) universitatis cura complecti. non immerìto reqni- 
« ritur ofBtinm sapientum pcrtractari consiliis, ut qne prò temjiore gu- 
<i bernanda concurrunt, sic salubriter, sic provide gubemari contingat. 
« <|Uod opus cum prò visione patratum de sui opificis provi dentia gaudent 
« et letetur. expedit nanique ne<^ cxpedire sine insta causa dignoscitur, 
'< quod eornm que labilis memoria hominum servare non potuit, lictcrata 
'< coutigies usqne qna<iuc Celebris sit preservatrix. volentcs igitur quod 
v< prudentum virorum nobis semper adsit autoritas et continuo sup<Tcrc- 
v< scat in poeteris, in terra nostra licteratorum appctimus niagistratum. 
« et ecce magistro lacobiuo de Colle Vallis Klse. viro utique sapienti et 
« provido, salarium congruum per nostri formam statuti decernimus, ut 
u prò anno presenti in comuni nostro scolaribus et in gramatice et reto- 
« rice facultate sue solertie cum benivt)lentia cxibeat documenta, quare 

«0 



806 FRANCESCO NOVATI 



« nobilitatom ot amicitiam vestram dnximus presentibus doprecandam, 
« (jiiateiiu8 terre vostre per ambitum faciatis preconice nnntiari quod 
« omues et singuli volentes dictamm scientiarum vel alieuias eamm 
« iiiformari doctrìna, tam reali qnain personali protectiouc sutfulti. iu 
« terram nostrani advoniant, receptnri gpratiam et honorem ». Miscellanea 
ni8. del HOC. XI\% già esistente presso i signori Rossi di Pistoia, di epi- 
stole di ser Mino da Colle e d'altri a lui, e. 26 a. 

(8) G. Fahe Summa dictaminis, LXX, De Areuga, ed. Gandenzi, in 
Fropugnaiorc, N. S., voi. Ili, par. I, 1890, p. 331. 

(9) Cfr. Harduzzi, Docum. cit., j). 14. 

(10) Ved. A. Gazzam, Frale Gnidotto da Bologna, studio storico-cri- 
tico, ecc., Bologna, 1885, p. 50. 

(11) Cfr. Bardizzi, Docum, cit.*, p. 19. 

(12) Cfr. Zanelli, op. cit., p. 10 sgg., ecc. 

(13) Cfr., per es., M. Schkiullo, Alo. capitoli della hiogr, di Dante, 
Torino, 1896, p. 157 sgg. ; e dello stesso, Dante e lo studio della poesia 
v.laM«ica ìli ArtCj scienza e fede ai giorni di D,, Milano, 1901, p. 282 ag.: 
N. Zingarklli, Dante, Milano. Vallardi, p. 64 sgg. 

(14) G. Villani, Ist. fior,, HI». Vili, cap. X. 

(15) « Multi tamen illam [oratoriam] publice professi suut arteni. 
«^ inter qnos Brunctus Latinus, philosophns oelelw^rrime fame, fuit ». Ph. 
Villani Lihcr de cir. Fior, fainoff, civih., ed. Galletti, Florentiae, 1847, 
p. 30. Sull'importanza dei cenni Inografìci lasciatici- dal Villani intorno 
a ser Brunetto, darò pi il particolari ragguagli nella memoria. ch<* sto 
apparecchiando, intitolata : Filippo d\ilenfon, Filippo Villani e C. Sa- 
lutati. 

(16) Inutile quasi rinviare alle appendici che il Del Lungo aggiunse 
all'opera di Tu. Sundby-Renikk, Della vita e delle opere di B, L,, Fi- 
renze, 1884. 

(17) Per l'importanza, che fin dagli inizi del sec. XIII aveva assunto 
il carteggio del popolo fiorentino, ved. D. Mazzi, Xotizie $tor, ini, ai do- 
cnm. ed agli archivi più antichi della rep. fior. {sec. XII-XIV), in Arch. 
8tor. ital.. ser. V, t. XX, 1897, p. 90 sgg. 

(IH) Cfr. La giovin, di Coluccio Salutati, Torino, 1888, p. 80 Bg. 

(19) « Non solum docebat Danteni, sed alios iuvenes florentinos, unde 
« multos fecit niagnos eloquentes et morales ». Benv. db Imola Coment., 
ed. Lacaita. Fiorenti»*, 1^<S7, v. I, p. 317. Non si dimentichi qui che 
G. Villani dà lodo a Dante d'esser stato « retorico perfetto tanto in dit- 
« tare e versificare come iu a ringhiera ciarlare ». 

(20) Ser Chello era però stato eletto cancelliere già nel 1294, anbito 
dopo la morte di Brunetto. A'ed. D. Makzi, Un cancelliere sconoseiuto della 
repuhhl, fiorentina, Ser Xaddo ìialdorini (Ì3:ìiì'i340), Firenze, 1899 (Nozze» 
Martini Marescotti-RusiM)li), p. 10. 

(21) A. CASsiDiKMti Epist, variae, Praefatio. 



LE KP18T0LE 



::o7 






(22) J?«s7iiia ttoeirmtilh quarti tsthi'éti pominantur t( adhornalioneB, 
€ Ett que «»«roti{inl et clari^kaiit dictamluiu iidhuruatìoiios et coltireB de- 
m. bt?nt ab oniiiibtis merito nppelliiri ; esternili disin»! orata est omtio qtiain 
« iidlioroatió ulìriua non coluriit. vidi'iiius eiiiiu t]{UHÌ eoliim chi HÌgnìiì et 
m plrtTiPtis inìrabilìtor tolonitiini, prettTt'Ji intinrH niTitene iinbli(*t?i l't pri- 
« vttte *iiiie aliqua cxornatiijoe vil(?at:uiit. adliiiraaiiliir talami^ amia (siinì- 

(,€ lltor t^t parieti^H depjngnutnr. folorantiir x^atitii, lapido^ i«t lìiigii» scrd* 
« piiutnr^ di^uurautfir metalla^ pnlimitiir t'quh altarini purpariiiitiir tyt 
* iiuilk^rniu facie» dwilbaiitnr. et lirovit<*r qnicqtiid |>f*rtiitet ad bolla- 
rtela anqueiu. reqnirit oniatiiiu. iiimiriHii ipsu natura Inpidcs pretu»E*os. 
e hctrbthì), tlori*St arborea* prata coloribus divcrÉ^ìit eKornst. que oinnia 

1^^ nobis pr««b6ut riecoaflaria dorniuviitrat nt oralioautn tiostramm sorieiu 
« mirifici^ adboniomtis », Joii, IloxDi dk At^rirKCiA Lttrtnm Dictinuinìn, 
cod. RictMird. 808, e, 32 a. 

(23) De rttlg. cloq., ed, Kajiia, lib, II. rap. M. ^ 4* 

(24) •« V'idi'tnr tiiihi pultrmiii ot vnl<ti* lioviiiii non rorba de itaìbiift 
f« ìiiteiidimus sic aimplieìtor ponero sod ìpsoruin proprìotat-eiu et signilìca- 

€ tìoiicm per alia verba profoiro: ut ni dìcerr vfdncn» : ìn9tif« dabifctir 
41 rei; un ni Doit di^ain : l'osHidentiburt iu^titiuiu dabitnr re>5nnm 
^^« D<^ì Tel ìuj^titit'. i-u]t(»reB diùtati» rt^i^no |t?aiidi^bunt. et hic uiodnH 
^K^ loqiiendt appt^Uutnr cìrt*uuilocncio *. Thoviahini AumaSXINI dk Bo- 
^Bkoxia MicfùCóftmuÉ^ cod. di Bi^nm KU, r. 120 o. Cl!r. aticbc GriDONis, 
^^Fahk /9fumm4 fite/am.» ed. Gaudenzio cap, LXXVIU, CXLIII, in ap, cM,, 
l^ar. [, p. 384 ; par. IT, p. H6r>, 

<25) /m, yta/'., Vìh, IX, rap. CXXXIV. 

(26) Cfr, ZiN<tAnKtr.i, op, cit,. p. 122. 

(27) Coiir., I, ITL 

(28) CTr. ZiNGARKLLi, op» di.» p, 2ilt;* 
(211) Cfr. M. BAiiiiff htlU fori, di [ìamis nei inm, XFf, Pìm, 1890* 

p« 102 «|C»f« f l'» Co*iMH. tr tlamfH' delUt Com, r delU op, min. di ÌK nM 
eioefifOt in ììihiiùfito, XI. ]». I8(» !*;*>;,, re**. 

(80) Ved. Ch. STEttUErr Latiiam, A traunlalion of IhMHh'H etev^H teU 
9, èce,, Bogtou -New York, 1892, p. 278 Mg. ; t* otr. Zi\'c*Al«FlXf, op. oìt., 
265. 

<3]) /M Cd» (et .ìleinitìtifiro da Romena e di qualche altra ea*a ih opimèit^ 
\md ah. Htntrnze del eoate C. Troya in Scritti ty iJante, Vii'<^n/.a. 1872^ 
It^K I, p. 213 figg. 

(32) per la bibliografia dell'argomento vcd. ZiNciAni^LM, VKpint, di 
fimit a Mar, MaUmpina in JiaitifijHn irrititm de Un letteratura U*i liana, IV, 

IH»», p, 3 »^gg. 

(33) >H//a rtibritHi dnntrtim net Villani, in Fntftnunatare, %*. XJII, par. H, 
tlWO, p. 221* «iir^. 

(31) Prolegi»mtfHi della Ih C. lulroduz. albi studio di I>- A. ^ d^^lli? 
ne opere, Leipzig. BrcK^kliiins. 1890. 



308 FRANCESCO NO VATI 



(85) Storia della leiier. ital., trad. Ziugarelli, voi. I, p. 460. 

(86) Fu. X. Kraus, Dante. Sein Lehen u. ftein ÌVerk, ecc., Berlin, 1897. 
lib. II. cap. VII. p. 287 sgg. 

(87) Iq Bullett. della Sov. Dani. Ital., N. S., V, 1898, p. 139 s^g. 

(88) In Bullett. cit., N. S., VII, 1900, p. 59 8gg. 

(89) Cork. Bakuaoallo, Una questione dantesca, Roma (Catania), 1899. 
Cfr. Bullett. cit., N. S., VII, 140 (ree. A. 8. Barbi). 

(40) O. Zenatii, Dante e Firenze, Firenze, s. a., p. 343 8gg. ; cfr. 
M. Barri, rcceiis. al Dante dello Zingarelli in Bull, cit., N. S., XI. 1904, 
p. 16 8g. 

(41) Cfr. receus. citata 8opra il Dante dell'aulico Zingarelli, anch'egli 
« tutto favorevole » all'autenticità dell'epistola (op. cit., p. 298 8g.). Ora 
poi è da vedere T articolo di A. Dfxla Torrk, V epistola alV amico fio- 
rentino in Bull., X. S., XII, 1905, 121 8gg. 

(42) Cfr. Van'Dklli, SulV epistola a Cangrande in Bullett. cit., N. S.. 
Vili, 1901, p. 187 sgg. 

(48) Krat's, op. cit., p. 288. 

(44) Mi si dirà : e la lettera di Frate Ilario f Mio Dio ; intanto non 
si tratterebbe mai d'una lettera « dantesca », bensì di un documento re- 
lativo a Dante, e la cosa è molto diversa. Inoltre è proprio qnenta nin- 
golaro scrittura un falso i Io sono semi>re incerto sul giudizio da recarne. 
])nr doj>o la fine ricerca del Rajua (cfr. Studi romanzi, II, 131). In ogni 
caso ripeterò colF amico che « l'esserci stati dei falsi precoci, non dà 
« punto il diritto di essere corrivi a cercarne e vederne dapertutto ». 

('45) A. Gaudknzi, Sulla cronoloffia delle op. dei dettai, bolognesi da 
Buoncomp. a Bene di Lucca in Bullett. deWIstit, Stor. Ital., n. 14, 1895, 
p. HS sg. 

(46) Scritti, voi. I, p. 222, 289. 

(47) Ved. Giorn. stor. della letter. ital.. voi. Ili, 1884, p. 113; Bull. 
cit., N. 8., VI. 1898, p. 116. 

(48) J)ante e Fir.. p. 870 sgg. 

(49) hìe hi Zcuatti avesse couosciut<' ({ucsto notizie da noi raccolt'e a 
Montepulciano, egli si sareì)ì>e risparmiato tutt<> le fantasticaggini che 
a proposito dei codici appartenuti a mcsser Francesco leggonsi a p. 375 
del suo A'olume. 

(50) Cfr. Codice diplomatico dantesco. Firenze, 1900, Disp. VI, p. 2 : 
ZixtJAKKLLi, o]). cit., p. 194; Barri, recens. cit. in Bull, cit., N. S., XI, 16. 

(51) Cfr. ZiN(iAKKLLi, op. cit., p. 222 sg. ; Barbi, recens. citata in 
Bull, cit., N. S., XI, 17. 

(52) Cfr. Codice diplom. dantesco, Firenze, 190^, Disp. VII, p. 2 (nota 
di L. Staffetti). 

(58) Quale giudizio recasse, sulla latinità di Dante, Leonardo Bruni 
«' risaputo ; nella l'ita del poeta rgli osserva che questi, sommo nel vol- 
gar<'. « in versi latini o in i>rosa non aggiugne ai)])ena a quelli eho mez* 



LE EFLSTOLB 



309 






l^« ztiiiaiiii^nU^ hniuio sri'itto ». t*arole osiflaì ft«verf% fiiurl «Il dnbbìfi : t'ppiiro 
»He non oHprìmimo l'he- in poca pnrtt* U pi'ìiHJer v^ro lU'll'iirnanista 1 ijiuiti- 
d'eeiK) ditìitti può dissiraiilai>i sottf» Ir* wpt>glie iVi Xiocolo Niooolh la ve- 
rità gli pfice cruda di boca* : « Lf^i rinper c|iiAf*claiii eiiis? littcìaK qua» 
^llle videbatiiT pcracciirak' HL-rjp^ihsi^ : erant enitn propria niami atqiit' 
eiim HÌ^Ulo obMij^atao. At, me hercul^, nenio est tam riidit^, cpiem 
tam ii)(!pt4> »i€rip«i**»o non pnderet », Lkon. Akkt. ad F. /'. Hintrum 
fttoff., ediz. KivUAf, GroifMWttld. 1889. p, 62. 
(.■V4) Op, t'it., voi. 1, p. 240. CIV. Baktiili. op. rit.. voL V, |i. 152. 
Lo Xliigarellì, op. «it., p. 347» fueeiido proprio il pensiero dt'J T^^de^chini, 
lemperu alqn«nto, 

(55) L' importanza ohe d«L1o avUuppo dalV tir& dictaniU in Ttuliu ebI»L* 

correliti? « luunai^tica », è pat^xala Mn rpii inavvertita (rfr. |jerò \v mi«* 

riijini, Milano, Vallardi, rap. Yl) ; eppure formio nionfiei benedettini © 

unuildób^sì i più celebrati niaentri d ' epi titoloni ali ìi elie abbia vantalo il 

nostro \i%*'ì Bt*e. XI e XII : o anttua Hiilla tìut) del i^ieeolo XIII nn 

rattatì»ita cjimnldolese «ncreit*» >rr»"dc mlìtiMHo uni dettatori bolojftK^^i- 

Per non dHiitigarmi «Ldtre, rjeordL^r<f> i^oUanto come bt Httle « frateneo » tio- 

isfte ptir sempre nella secondo metà del nec. XIV, con grande eniceio del 

iilntnti : « Noli fratrinn reli|»iof*onim morem senni \ » egli diceva a Ben- 

prennto da Imola {Epinl., II, 78); e w rallejfrava con nu amico, pere he 

tiùn luodemorntn Inlirleatione ìocari», non religìosornm rythmiea i»ono- 

ritafc onUiouem instruiw » fop. cit., l, 77), 

(òil) Ap{tMnto percbi* cmlewte eos<* M «scordano, avviene al eritiei di 
liettersì per fulw vìe. Il Todesehini, ad esiempìo, nella ^un requisito- 
la eontro la lettera al cardinale dii Prato, trova argomento di Ho?*petto 
oehe nel fatto che al nome di Aleat^andro da Romena (indicato nella «a- 
Iffi/irt eim J, ùa, ^r Jlrxnndet' e»fntiiitenM) non sia jire polito nti eineetto di 
titolo : ebe diamme ; i» tmhiìh o fittnr^ o dnmiHHn Io hì doveva eliìaniare l 
<efr, op. tdtt, loe. eit.). Ed alle wne OHservafJonl M'aHW}eia lo Ziniìa- 
^ti¥,i.u, op. cittì p. ItH. Or», »e nella lettera n<n ritrova«*4Ìmo ciò ehe il 
^HpVKleMehini deplora di non rinvenJrvìi ite caveremmo argomenta u sti- 
^^narlii davvero apocrifa ; giacche era norma fondunieniJile d*arte epiMi>- 
ìare qnella che il mittente eHcbidci^^e dalla »atutntio ogni titolo d'onore 
ppjT si% rÌMerbnndosi d'ornarne il .solo nomo del recipiente ; € (tem not4l 

»qnod in sahitatlone ncm dehenl poni nomina «ine jiertìneant ad tandem 
mittenti», iM>d tantum n'eipienti» » j Orii»» Fawk fhtmma «»it», ed. fjan- 
n/.Ì, in op. cit,, cap, VII, Di' pn^pria eonunendatUnie tollend», p* 298. 
(57) Sto pago a rinviare per ora alle |iagine di W. Mkykr a uh Sjieyer^ 
UnmttmmrUt' Abh<tndinmi . r«r Mitfrlhtieini»vh. H^thmikt Hcrlin. 1905, voi. I, 
p. ÌH, tlove è Éitndiata la cadenza rilniiea nella chiui»a dellVpi^iola ai Ilo* 
reti tini, ed al lavoro dì A. Uic Santi, Jt * ùurtUB * nella «fonVt hitor. r 
^lla iUurgia, Koma, l!»0:t, p» 20. dorè ni sottopone iid uguale e««nie la 
parte dell 'epistola a Can tiratidc della Scala. 




310 FRANCESCO NOVATI - LE EPISTOLE 

Xell'oi)u»colino di A[ldo] C[astelli], Il latino nel concetto di Dante e 
deWetà sua, Monza, 1903 (cfr. Bull., N. S., XII, 1905, p. 116), quan- 
tunque il titolo sembri far credere l'opposto, uidla v' ha che giovi al caso 
nostro. 

(58) Ved. A. ToRUi, Epistole di 1), J. edite ed ined., Livorno, 1842, 
Prefaz.. p. XIII. 

(59) Veramente codeste mostruosità si celano sotto piti abile o ]>om- 
poso velame di parole ; ma quella da noi riferita è traduzione < fedele * 
del passo : « Quantum in noctis tenebria malesanae mentis pedes obev- 
« rent ante oculos pennatorum nec perpenditis nec fìguratis ignari»: 
come sta nell'edizione del Moore, p. 409, 1. 142 sgg. Naturalmente pede4 
è un error di copista per retes ; e l'Alighieri ha qui tenuta presente la 
notissima sentenza biblica : « Frustra iacitnr rete ante oculos pennato* 
« rum », da lui rì])Ctuta anche in Purg., XXXI, 61-62. Che al luogo bi- 
blico Dante si riferisse ha intuito il traduttore americano delle Epistole ; 
ma ciò non gli ha impedito di serbar il pedes, \ìnv volgendolo con « the 
« footsteps » ; ved. Ch. Stkkrkt-Latham, A translat. of Dante*» eUrcH 
lettevK, j). 147. 

(60) Un solo esempio, per finire. Quanto non s'è almanaccato su quella 
frase dell'epistola al cardinal da Prato : e Et ad quid aliud enses et tela 
« nostra rubebaut, nisi ut etc ? ». Vi si è veduto riflessa a chiare note 
P impresa della Lastra; si sono riav\'icinate sottilmente all'espressione 
dantesca le frasi di D. Compagni, dove descrive il fatto istesao : ruhere 
si è detto valesse quanto « scintillare *, ecc. ecc. Cfr. Zen atti. Dante 
e Firenze, p. 355 sgg. Ora ruhehant non esiste nel testo dantesco : è un 
conciero arbitrario degli editori. Il cod. Vatio. Pai. dà in quella vece 
rubeant : scmitlice errore di co]>ista per ntehant. Dante, memore del vir- 
giliano ruere in tela, ha scritte di conseguenza : < Et ad quid aliud enses 
« et tela nostra ruebant, nisi ut etc ». Se lo Zenatti, dopo avere fatta 
la collazione del cod., fosse state capace di trarne itartito, sarobbesi. conio 
si vede. ris]>armiate parole parecchie ! 



FRANCESCO TORRACA 
I precursori della " Divina Commedia „ 



Signore e Signori, 



I 
I 

I 



Il soggetto delhi Divina Commedia^ considerato Ietterai* 
mente, è lo stato (Ielle anime (ìopo la raorte; — cofìsiderato 
ailegoricaniente, è l*iiomo in quantu, meritando o di^meritando, 
riceve premi o castighi dalla giustizia divina. Questo soggetto 
è svolto in una narrazione poetica. Il fine, che Fautore si pro- 
pose, fu quello di rimuovere i viventi in questa vita dallo stato 
di miseriiit e condurli alla (elicità. 

Dante — diciamolo subito — non ebbe bisogno di fermarsi 
in piazza a udire da un giullare la dtrscrizìone del Paradiso o 
deir Inferno, né di posar gli occhi e fermar Tuttenzioue so- 
pra un mosaico di cattedrale, per trovare il soggetto all'im- 
pi'ovviso e come per caso. Cristiano, anzi cattolico sincero, lo 
portava dentro di sé dalT infanzia. La beatitudine eterna e la 
penìizione eterna, Dio e «Satana, gli angeli e i diavoli, i beati 
e i dannati, erano concetti e imagini famìliarissiraì cosi a lui 
come a tutti i credenti ; stavano — e stanno ^ in fondo alla co- 
scienza dì tutti. Ma. sopra quel fondo, le cure quotidiane, gli 
interessi, le passioni, le tante vicende della vita, versavano 
r indifferenza, accumulavano la dimenticanza. L'occhio della 
grande moltitudine * mirava pure a terra *. La societik era ridi- 
venuta niat-erialista come un secolo prima, anzi peggio; perchè, 
86 non altro, un secolo prima le eresie pullulanti e dilaganti 
esprimevano tendenze e bisogni spirituali: si voleva la riforma 
della Chiesa e della società, ma si cominciava dal riformare 
eè stessL Chi pensava più alla povertà, eccettuati que' pochis- 
simi, che scontavano, nelle carceri e su i roghi, la colpa di. eu- 




314 FRANCESCO TORRACA 



sere rimasti fedeli a Francesco d'Assisi? Chi sentiva più Tar- 
dore della carità? Chi invocava la pace — eccettuati gli umili, 
i sofferenti, gli oppressi, privi di volontà, privi di forze — nella 
terra delle guerre incessanti tra comune e comune, tra partito 
e partito nello stesso comune, tra famiglia e famìglia nello stesso 
partito? E chi pensava alla morte e alla dannazione delPanima, 
o quando? L'usuraio, l'assassino, il barattiere si ricorda che 
c'è un Dio solo quando giunge alla soglia dell'eternità: solo 
allora impone agli eredi di restituire il mal tolto, o del nxaì 
tolto fa larghi donativi ai monasteri e alle chiese. Gli anni dei 
commovimenti religiosi generali e profondi — gli anni dell'^/- 
lehiia e de' flagellanti — quando le spade cadevan di mano alle 
schiere pronte a battaglia, e gli odi ereditari cessavano in ab- 
bracci fraterni, erano passati da gran tempo. Se, di mozzo a 
quella società, a quella vita, sorge un poema profondamente, 
sinceramente religioso e morale, ciò non tanto accade per con- 
formità di credenze, quanto per contrasto di sentimenti. Quello, 
che tutti credono, ^nche Dante crede; ma negli altri è materia 
fredda, meccanicamente ricevuta, inerte; in lui è sorgente pe- 
renne di luce e di ardore, che può parere talvolta offuscata o 
raffreddata, ma non si spegne mai. 

Fatto raro, e, forse, non abbastanza considerato, questo: che 
i concetti e le imagini, che aveva imparati dal labbro materno, 
gli si riaffacciavano spesso, anche quando Amore signoreggiò 
l'anima sua. Allora udiva Dio, nel cielo, dire ai suoi diietti: 
sofferissero in pace che Beatrice stesse ancora per poco in 
terra 

là, ov' è aliMin, che iK'rder lei s'attende, 
o che dirà, uell' inferno, ai malnati : — 
lo vidi la speranza de' beati. 

Vedeva gli angeli accompagnare al cielo l'anima di Bea- 
trice : 

ed una nuvoletta avean davante, 
dopo la qual; cantavau tutti : Osanna ! 

E quando « quella gentilissima » fu chiamata « a gloriare 
sotto l'insegna della reina benedetta Maria », il sospiro, che 
usciva dal cuore di lui, saliva a mirarla, lucente del nuovo 
splendore, nel Paradiso. 



I PRESCURSORI DELLA « DIVINA COMMEDIA P 



316 



ra 

Vo 
fpr 



tardi, Toltosi allo stuflìo ilella fllosofla morate e della 
a» lungamente medi tu intorno ai destini dell'uomo e alla 
vita futura, e ne scrisse nel Convito, A cominciare il CmwUo 
Taveva « raisericordevolmente mosso » il nobile desiderio di 
ministrare il pane della scienza ai miseri, da cura Uimiliare o 
civile impediti, o da pigrizia. Scienza morale soprattutto, perchè 
il Concilo, come la Commedia e prima di essa, intendeva prin- 
cipalmente non alla iipecukiiione, ma all'azione, facendo non più 
tlotXi i miseri, ma più buoni; incitandoli e dirigendoli alFeser- 
cizio delle virtù, all'amore, alla concordia, alla felicità. 

Dante non compi il Convilo. Doveva essere una lunga serie 
di trattati, — ossia, doveva <k menare gli uomini alta virtù, 
mostrando loro le ragioni del bene ». Venne tempo, cbe Dante 
conobbe la scarsa efficacia del mezzo adoperato. Perchè il mondo 
corrotto, i malnati d* Italia, specialmente gli scelleratissimi Fio- 
rentini, mutassero strada, tornassero alF esercizio della, virtù, ci 
voleva altro che ragionamenti I — < Colali sermoni sono utili 
a provocare e muovere gli uomini, che sono di buona natur-a, e 
amano la bonla naturalmente; ma €|uelli, che non sono nati alla 
bontà, conviene che vi Siena menati perpetìa e per paura » (l). 
Questo gli aveva in^^egnato Aristotile, questo conobbe vero nei 
iorni del disinganno e dell/amarezza, E mutò, non il fine, ma 
mezzo — e al sillogismo severo e freddo sostituì la narra- 
zione poetica, la rappresentazione fantastica de' viziosi puniti 
e de' virtuosi premiati. La moltitudine non sa concepire il go- 
jmento e il dolore spirituale; perciò € era necessario renderli 
anifesti figuratamente» servendosi di gioie e di dolori carpo- 
rati, atìinchè gli uomini si muovessero maggiormente a desi* 
derarli o a temerli j» (2). 

Il mezzo nuovo era più adatto, anzi il solo veramente adatto 
a lui, che era un poeta, non un filosofo, K ben probabile che 
li acquistasse intei'a la coscienza delle vei*e attitudini e vere 
rze sue proprio quando gli fu manifesta Tinsuflicienza del- 
l'opera, pur con tanto ardore e cosi vive speranze intrapresa. 
Giovanni Bunyan, chiuso nella prigiorje eli liedford, componeva 
n trattato, e stiiva jiaragonando la vita del cristiano ad un 
llegrinaggio, quando, nel paragone tradizionale e trito, sco- 
pri proprietà e relazioni, di cui nessuno s'era accorto, e * una 
la d'imagini popolò la sua mente », — o, posto da un canto 
trattato, cominciò il Viitijgio del Pellegrino, una delle più 




316 FRANCBSCO TORRACA 

pure gemme della letteratura inglese e di tutta la letteratura 
cristiana. Io credo che a Dante dovette accadere qualche cosa 
di simile, quando ricordo le ultime malinconiche pagine del 
Convito, piene del pensiero della morte e dell'eternità, dove già 
appariscono il cammino e la selva eìv^onea di questa vita, e si 
leva maestosa la figura di Catone simbolo di Dio, e i cittadini 
del cielo si fanno incontro alla nobile anima, che va a rag- 
giungerli. 

Non basta, dunque, concedere che il soggetto fosse nella co- 
scienza di tutti. Si deve aggiungere che, nella coscienza di 
Dante, aveva vita ed energia singolaì^e\ che fervida fede, al- 
tissimi ideali, profondi studi, e lo stesso tentativo del Convito, 
non solo avevano preparato il poeta, ma lo condussero e quasi 
lo costrinsero a trattarlo. Quando? Non sappiamo ancora con 
certezza; ma in quali condizioni di animo, ben possiamo inten- 
dere, se iagli effetti risaliamo alla causa. 



Si suol definire la Commedia: una visione in forma allego- 
rica. A dire il vero, visione non é, perchè Dante imaginò di 
visitare il mondo di là desto e con gli occhi aperti. Della se- 
conda parte della definizione, egli non sarebbe soddisfatto. Per 
lui l'allegoria era sostanza, non forma; era uno degli aspetti 
0, meglio, uno de' caratteri del soggetto. Quale de' due gli ba- 
lenasse prima alla mente, non dobbiamo ora indagare. Ora im- 
porta considerare che, a' concepimenti allegorici e alla interpre- 
tazione delle allegorie, egli s'era abituato assai presto, perchè, 
come si suol dire, l'ambiente intellettuale del tempo suo ne era 
saturo. Non risaliremo il corso dei secoli per rintracciare l'al- 
legoria letteraria o poetica nell'eredità, che il Medio Evo ri- 
cevette dal Mondo Antico, dalla cultura greco-romana, e V in- 
terpretazione allegorica della Bibbia tra le dottrine, che l'Europa 
cristiana importò dall' Oriente. Basti ricordare che questa ma- 
niera d'interpretazione non si restrinse alla Bibbia; — si al- 
largò alla letteratura classica, alla mitologia, alla storia, alle 
favole, ai tre regni della Natura. Per citare qualche esempio, 
l'unicorno — del quale si favoleggiava che non potesse esser 
preso da' cacciatori, se non quando posava il capo enorme nel 
grembo di una vergine — simboleggiava Gesù nato da una ver- 



I PRBCUR80EI D^LLA « DIVINA OOMHBDLà » 



317 



gìne\ ed anche jl verm», perchè nato <lalla terra senza seme, 
simboleggiava ti Redentore. Il diamante fu simbolo deireternità, 
il cristallo, ilell'osti nazione, e la rana, che gracchia nelle pa- 
ludi, de' filosofi — oggi si dirx3bbe de' conferenzieri — che 
fanno prolissi di.scorsi, ovvero de' poeti, che, immersi nel fango 
della lussuria, sogliono cantare i turpi fatti degli antenati (3). 
Dire una cosa e intenderne un'altra sarebbe ojj^gi grave macchia 
di persona per benOp difetto imperdonabile di scrittore: — in 
que' secoli grossi fu il maggior problema, che l'arte dovesse ri- 
solvere. Le perdoni lìcazioni ili concetti filosofici e di astrazioni 

^.parvero il frutto i>iù perfetto e più squisito della poesia. Per- 
ivano scrìtto in fronte il loro nome, o si affrettavano a decli- 

' Darlo, come gli eroi greci nella parodia di Offembach : — Io 
sono U Udiente Achille! Noi siamo / due Aiaci! — Perlopiù 
si presentavano in vesti femminili; ma di donna non avevano 
che la gonnella. Passarono dalla poesia latina alla francese, e 
vi rimasero anche dopo il Duecento, anche dopo il Homanzo 
della Rosa, che è tutto un viavai di tali nebulose apparizioni. 
Esseri incorpoì*ei, non hanno lingua, ma cicalano e sdottoreg- 
giano a tutto spiano. Nel Romanzo flella Rosa la Ragione ha 
il coraggio, una volta, di spifferare non meno di tremila versi! 
Rimati a due a due, procedono Tun dinanzi e l'altro dopo 

ioni*' i frati niiiior vanno pt^r vi;*. 

inifurmi, monotoni, ma serrati, imperterj*iti, implacabili, alTam- 
laestrami nto del malcapitato lettore: non è merito loro se 
|uesti non cade sfinito, vinto dalla noia e dalla stanchezza. 

Dante contrasse Tabitudine e il gusto dell'allegoria nella 
brima giovinezza. Il suo primo sonetto fu una piccola allegoria, 
Iella quale « lo verace giudicio non fu veduto allora da alcuno ».* 
(essuno lo capì, ed egli se ne tenne. Dopo la morte di Beatrice, 
10 de' libri, in cui cercò « alcun conforto >, fu la Cmisola- 
ione (fella Filosofìa, dove la Filosofìa era figurata come una 
>nna maestosa e formosa — salvo che, di tanto in tanto, spin- 
ava il capo sino a ficcare il cielo; magnificamente vestita ^ — 
wichè la veste era strappata in più luoghi. Nel Convito 
loperò, si sforzo a far credere che non s'ei'a lasciato pren- 
dere da amore per una donna gentile, come egli stesso aveva 
niccontato nella Vita Suova: non di una donna in carne ed 
ossa, egli si era innamorato dopo la morte di Beatrice, ma della 




318 



FRAHOESCO TOBUACJL 



Filosofia. E torturò il testo di due canzoni amorose per farlo ì 
parere fittizio, e spremere da esso questo *; verace senso ». UJ 
Convito contiene, inoltre, la teoria deirallegoria, e non poche i 
interpretazioni allegoriche. Marzia, che torna a Catone dopo la 
morte del secondo marito, rappresenta l'anima, che torna a Dio; 
le tre Marie al sepolcro di Gesù possono significare le tre scuoto j 
filosofiche ilegli Epicurei, degli Stoici e de' Peripatetici; Orfeo 
nel poema di Ovidio, Knea nel poema di Virgilio sono figure a 
doppio senso. Nella bella canzone — illustrata teste dal Car- 
ducci (4) —« composta ai primissimi tempi delTesiliu, quando, 
fresca e tutta sanguinante nel sentimento la convinzione di aver , 
voluto il bene della patria e la giustìzia, il poeta non aveva | 
perduto la speranza che ciò non dovesse o non potesse app:i* 
rire anche a taluno della parte avversa *, tre donno gli ven- 
gono int^jrno al cuore, e una gli parla. Come le personificazioni [ 
della letteratura anteriore, ella sì presenta da sé : -e lo sono 
DrittHra », dice; ma agli atti, ai movimenti, al linguaggio me*] 
sto e dignitoso, la credereste una regina bella e infelice, 

K 'q AH hi man ni pos» 

conio 8iuH"Ì}*ft roHft: — 

il tiiiclo braccia, di dolor ealouQA, 

sente r ariif^gi», ohe ciide dal volta : — 

r altra maa Èìen ii8C(m» 

la fai'cìn lagrìm*»8a ; 

discinta i' Hcalzii, e t^til di w-h par dontiti* 

Si sente già non lontana la composizione del poenja, nel 
quale^ mutando metodo, egli non si servirà più di personifica- 
zioni: ma^ ad incarnare i suoi alti concetti, adoprerà persone, 
che vissero in terra, e serbano ancora, nell'altra vita, non solo 
ì caratteri umani generici» ma ognuna il carattere propi-io, qual 
egli seppe che era stato, o suppose che dovess' essere stato. 11 
loro significato allegorico si rivela non in quanto parlino dì sh^ 
ma in cic>. che dicono e operano rispetto a lui, per lui. Beatrice 
non accenna mai che cosa ella rappresenti; tant^è vero che i 
critici non s' accordano ancora, e chi vuole che sia la TtxilogìaJ 
chi la Rivelazione, chi la Chiesa Cattolica. Ma quando, nel Pa- 
radiso terrestre, dall'alto del carro, € regalmente negli atti 
proterva ?», rinfaccia alTamante infedele T abbandono e la d^l 
menticanza, ella non è altro che donna oflTesa e sdegnata» h ( 
pur sempre amante, Virgilio rappresenta la Ragione; ma ha] 



1 PRECURSORI DBLLA < DIVINA COMMEDIA P 



819 



I 



I 



I 



una persooalità murale cosi ricca e varia, che «luasi non sap- 
piamo più figurai'ci il Virgilio vero delia storia, l'autore del- 
VEneiffe, se non sotto l'aspetto, che Dante ha dato at suo 
« dottore ». E bisogna provare ben forte la brama delF « arìdo 
vero I» per osar di domuidare (5) — chi sei tu? — a Matelda, 
alla divina Mateltia dagli occhi lucenti, alta e ridente in mezzo 
ai fiorì, che canta come donna innamorata, e si muove con 
tanta grazia femminile, e parla con tanta femminile gentilezza 
e benignità. Ma la novità più straordinaria, generatrice di elletti 
stupendi, è che percorre i tre mondi non Tuomo allegorico, 
Tiiomo simbolo — il quale, meritando, perviene al premio, alla 
visione di Dio — ma egli, il poeta, con tutta la soa vita inte- 
riore, reale — fede e cultura, memorie lontane e disinganni re- 
centi» dolori e S|*eranze, amoi'i e odi — il maggior personaggio 
poetico tra tante e tali creazioni della sua fantasia. È un laico, 
uno studioso di filosofia, un cittadino di Firenze, un uomo poli- 
tico — onde la singolarità di un poema profondamente religioso, 
che non ['accomanda piratiche di dev(»2ìone; sinceramente cat- 
tolico, raa antipapale: che dipinge con i più leggiadri e fini co- 
lori la vita contemplativa, ma spinge e sprona alla vita attiva. 
Per l'uso delTallegoria, non si può dire, dunque, che Dante 
avesse avuto precursori, o si deve risalire indietro» che so io? 
sino a Sant'Ilario, che primo in Occidente interpret<V le alle- 
gorie flella Bibbììi (6), e sino a Prudenzio (7), che primo intro- 
dusse aUe;i:oria e personificazioni nella poesia cristiana. Ciò, 
che è entrate) nel patrimonio comune della cultura, appartiene 
a tutti e a ciascuno. Non chiamiamo precursori di Dante Ari- 
stotile, Tolomeo, Dionisio, quantunque la morale del primo, i 
nove cieli mobili del secondo e la gerarchia celeste del terzo 
si ritrovino nella Cammedia. 




Nondimeno, s* è asserito che, come Galileo al Newton, uno 
^scrittore del secolo XII, Alano de Insulis 

iufT9trò primo In via del fìniuunento (S) 

,11 Dante con un suo poema allegorico — un lungo poema di 
leirca OOOO esametri in nove libri, bizzarramente intitolata VAn- 
Vticlaìidiano (0). L* asserzione merita un po' di esame. 



320 



FRANCElàCO TOBRAOA 



Un giorno Natura chiama a consìglio le Virtù sue sorell 

e propone che si faccia Futjrao ntiovOf il quale stia eoi cor 
quaggiù e con Fan Imo in cielo, uni ano in terra e il ivi no negli 
astri — sia, tosomma, degna opera delle loro mani. L'assem^ 
blea delibera di mandar al cielo Prudenza, a impetrare Tap 
provazione e il favore di Dio. Ma come salire tiri lassù? Ci 
vuole un carro. Detto fatto, le sette Arti liberali preparano U 
varie parti del carro, che Concordia mette insieme. Cinque.! 
cavalli le* tireranno, e Ragione lo i^uiderà. Preso commiataf 
dalle sorelle, Prudenza e Ragione salgono felicemente alla sfer^ 
della luna, poi a quella del sole, poi a quella di Venere e, via 
via, alle altre. Le accompa;=!rna la musica delle sfere. Ma oltre] 
il cielo stellato non possou andare i caviali i — che ra|>prese«-| 
tano, Tavrete già indovinato, i cinque sensi; — e Prudenza! 
non sa come regolarsi, quando sopra^^i^nunge Teologia. È neces- 
sario — ella dice — lasciare il carro e quattro cavalli ; salga! 
Prudenza sul secondo cavallo, e prosegua il cannnino. Figurarsi] 
le co:<e belle» che Pambasciatrice vide nelP Empireo ! Riso senza ' 
dolore, sereno i^enza nuvole, delizie senza difetto, voluttà senza 
fine, pace priva d*odio, riposo ignaro di fatica, luce sempre 
lucente, uriente senza occidente, mattiiia senza sera..,. Colale! 
schiere degli angeli, colà i boati, cinti il ciipo di aureola o di] 
corona d'alloro, splendenti di diverso splendore secondo i me- 
riti, ma godenti tutti dello stesso gaudio; colà Maria Vergine, 
che, col propria decoro, supera tutti gli altri cittadini dellaJ 
città eterna. Abbagliata» stupefatta, Prudenza cade in pi*oron4lci| 
letargo. Fede, pregata da Teologia, accorre, presta le sue curel 
all'addormentata, le apre la bocca, le fa ingoiare un cordiale,! 
la sveglia; poi le dà uno specchio, nel quale possa vedere le 
maraviglie del cielo senza darmo degli occhi. Condotta ntla 
presenza di Dio, Prudenza lo prega di permettere che Puointf 
nuovo si faccia. Dio risponde cortesemente, ma con la neces- 
saria dignità e lentezza, in quarantatre esametri. Il modello 
delPaiiinìa perfetta è preparato da Intelletto. Dio forma ranimaJ 
e la consegna alPambasciatrice, che se ne torna tutta ccintenUJ 
in terra. Allora Natura forma il corpo, e Concordia, aiut-'^tn dal 
Musica e da Aritmetica, lo congiunge con Panima. 

Il poema non finisce qui; ma del racconto, che segue» di 
un'aspra battaglia tra le Virtù e i Vizi, non ci occuperemo. 

Come ognun vede, Pautore parte da concetti opposti a quelli 



I PRECURSORI DELLA « DIVfKA COMMBDtA » 



321 



Il Dante. Base deireditlzio religioso e morale <lél poeta nostro 
è la libertà deirarbitrio. Solo per essa Tuomo ha * cagiori dì 
meritare »; se egli non fosse lihen» di fare il male, quale merito 
sarebbe il suo? I/iiomo perfetto imagtnato da Alano è, a priori, 
impeccabile; se tale fosse stato Adamo, egli e Imiito e uni tutti 
passeremmo ora lieti giorni tra le delizie delTEden. Nella Z>f- 
Dina Commedia si riflette la storia del T umanità secondo il 
domma cristiano; Tuorno nuoto dì Alano non può avere storia, 
e mi maraviglio forte che i Vizi commettiino la sciocchezza di 
muovergli guerra senza speranza alcuna di vittoria. 

VAnficlantfiafw è un puro gioco dell' rmmaginazione, privo 
di serietà. Alano non inventò TEmpire^i, ^xVi angeli, i hejiti. 
Maria: né li inventò Dante: tutt* e due lì trovarono nella cre- 
denza comune. La musica delle sfere, prima che lìBÌVAnit- 
Claudiana, risuonò in un libro di Cicerone, che Dante conobbe. 
Dante non sali al cielo in carm — benché non ignorasse che 
un carro vi aveva portato il profeta Elia — ne a cavallo. 
Anche sapeva che « andovvi lo Vas d'elezione ^, e credeva 
che da lui, da 8. Paolo, avesse appresa Dionisio la disposizione 
^deglr ordini angelici : 

ehè, chi il vìdo ipiHKSÌt j^liel ditn^^perse, 
am altro ««sui di*l vt*r dì cjuewti ^irì. 

Dirò di più: a lui non era ignoto il cammino prima assai che 
jmaginasse di percorrerlo trasumanato, in compagnia di Beatrice. 

r Quante volte l'aveva percorso il suo sospiro, il suo pensiero, 

[tirato su da Intelligenza nuova, 

nitrit la .•'pera, vhv pii) larfca jjir»» 

a mirare la sua Beatrice beata! Che resta? Resta il passaggio 
dà uno ad un altro cielo (10). Ma i tieli di Alano sono deserti 
o inospitali; Prudenza si ferma w\ alcuni di essi per semplice 
> curiosità. Dante trova ogni cielo popolato di spiriti: ogni fer- 
|inata è una perfezione nuova, che egli acquista. Di cielo in 
[cielo egli deve ascendere, perche iielT Inferno è disceso di cer- 
tcbìo in cerchio, e nel Pui*gatorio è salici di cornice in cor- 
lutee: se facesse altrimenti, romperebbe la regolarità e l*ar- 
^monia del poema. 

Farò ancora un' osaervazione. Dante non occultava le sue 
[fonti; se nel poema — e a* intende — non le indica diretta- 



322 



FRAMCRSCO *rORHACA 



1 



mente come nello altre sue opere, pare che si eoniiiiaccia 
mettere il lettore su la via di trovarle. Ma leg0 Bzechiel* 
Taccia di Cadmo e d'At^iusa Ovidio! Dionisio li nomò e m 
stinse com'io! Alano tiou è mai ciotto nelle opere mint»n 
Dante — neanche S* lomiuaso lo cita n«Ua Somma; - If 
tanti dottori liol Pamdiso dantesco, il * dt»ttore universale 
non ha un posticino. 



La letteratura francese dei secoli XII e XIII conta pareccti 
poemetti allegorici, ne* quali non una personificazione, ma ui| 
uomo sogna di visitar Taltro mondo. Diamo un'occhiata al piij 
antico, che fu più volte imitato. È meno lungo àelVAntietaì/i 
diano, meno grave, più divertente. 

Il troverò Raoul d' Houdau, condotto da Grazia aUaca;sa< 
Amore, dopo un pasto succulento e largamente inalllato, ric^ìi 
la visita di Disciplina, di Obbedienza, di Gemito, di Penitene 
e di Sospiro. Per loro consiglio, s'avvia alla casa di Conti'isi 
zione. Assalito da Tentazione, è liberato da Speranza; più ùV 
tre, ha il piacere d* incontrar Fede. Dopo aver mangiato 
dormito da CX)ntrizione, riprende il cammino: giunto alla casa 
di Oonfes^iione, vi trova Soddisfazione e Perseveranza, la quak 
gli offre di condurlo da Penitenza, Mangiano, bevono, si ripo- 
sano, poi partono; ma, al passaggio di una gran valle, 

{la grani vaìée ni dai mondt!^), 

il povero Raoul non vede più la sua guida. Ed ecco di nuovo 
Tentazione, con una banda di malandrini — Vanagloria, Orgo- 
glio, Invidia, Odio, Avarizia, Ira, Fornicazione e Disporazion-?- 
ma, per fortuna, lo soccorrono Obbedienza, Carità, Tempera i-i.i 
e Castità, guidate da Speranza. Penitenza lo accoglie corte«o- 
mente e gli mostra una scala di otto gradini, la scala di Già* 
cobbe, per la quale deve salire; ma prima lo lascia mangiare 
quanto gli piace e bere in proporzione. La precauzione non è 
inutile, perchè, con altri, deve largii compagnia,... Digiuno. 
Al sommo della scala è ricevuto da Desiderio, il quale, pef 
una pianura grande e bella, lo mena al Paradiso. Là vede Dii! 
la Vergine, gli Angeli, monache e beghine, monaci e eanoiiic^ 
cavalieri e borghesi e * gente minuta •. Qualcuna, che lo rav- 



Signore e Signori, 



Il soggetto della J)ivina Conwiediaj ctmsiderato letteral- 
mente, è Io stato delle Hiihne dopo la morte; — considerato 
allegoricamente, è Tuomo in quanto, iiier'itando o demeritando, 
riceve premi o castij^hi tìalla ti:iiistizia divina» Questo soggetto 
Bè svolto in una narrazione poetica. Il fine, che Fautore si pro- 
Bpose, fu quello ili ivimuovere i viventi in questa vita dallo stato 
Bdi tniseria, e condurli alla feìicità. 

H Dante — diciamolo subito — non ehim bisogno di fermarsi 
"in piazza a udire da un giullare la descrizione del Paradido o 
deir Inferno, nò di posar gli occhi e fermar Tattenzione so- 
pra un mosaico dì cattedrale, per trovare il soggetto alT im- 
provviso e come per caso. Cristiano, anzi cattolico sincero, lo 
portava dentro di sé dalT infanzia. La beatitudine eterna e la 

I perdizione eterna, Dio e Satana, gli angeli e i diavoli, i beati 
e i dannati, erano concetti e ìmagini familiarissimi cosi a lui 
come a tutti i cr*edenti ; stavano — e stanno — in fondo alla co- 
scienza [ìì tutti. Ma, sopra quel fondo, le cure quotidiane, gli 
interessi, le passioni, le tante vicende della vita, versavano 
HlMndifferenza, accumulavano la dimenticanza* L'occhio della 
grande moltitudine « mirava pure a terra *. La societii era ridi- 
venuta nmtei*ialista come uo secolo prima, anzi peggio; perchè, 
^bd non altro, un secolo prima le eresie pullulanti e dilaganti 
esprimevano tendenze e bisogni spirituali : si voleva la riforma 
della Chiesa e della società, ma si cominciava dal riformare 
K^è stessi. Chi pensava piò alla povertà, eccettuati que' pochi»- 
^8imi, che scontavano, nelle carceri e su i roghi, la colpa di e«H 




324 



FRAKCRSCO TOKRAOA 



sant'anfii e più. si suol atlribirire ronore di aver a|K.n1a la vlj 
a Dante, o per io meuo, ainmannita la materia della Diviì^ 
Coniìnediu; in « quel ciclo di leggende, di sogni, di appai 
jiiorii, dì viaggi al tnoiido invisibile, nel quale compariTai 
tutte le SCO ne d**Ua daiuiazinne e della beatitudine *. Es^o eie 
precedette la DMna VOTnmedia; dunque — si è ciiuchiusa 
Dante lo conobbe; dunque Dante se ne valse. « Certanìente • 
fu sentenziato — « doveva egli niutter T ordine e la luce in qu 
caos; ma bisognava che il caos esistesse prima di lui » {!{ 
come esisteva prima che Dio facesse il mondo. La frase ebfc 
fortuna, quantunque, a dirla qui tra noi, non molto ortc^do^^al 
Deus creavii; Dio trasse il mondo dal nuiia. E da sessant*anil 
si notomizza, si minuzza^ si stritola il grande e forte organisti 
del poema, maraviglia di ordine, di armonia, di equilibrio, pe 
trovarvi o piuttosto per cacciarvi dentro.... il caos, 

roK/a mole ìiidistìat», ore né traccia 
pur di qaeUo ìipparìa, eli* Ìndi forni osso; 
iucrtc peso e dist*orilaiit43 seiui' 
dì tutte 0O8G acoQmolaio lusìcjUkj (IS) ì 

Intendiamoci. Tutti sappiamo che Dante toLse liber-araeSl 
idee, sentenze, notizie, scene, similitudini, imagini dalla Bibbia 
da filosofi e da poeti <leiranticbità, da trattati del Afedio Evo 
da liriche provengali e italiane. Le acque di questi t*ivi e rK 
volettì si discernono senza troppa difficoltà nel fiume ampio 
maestoso della poesia dantesca; qualche volta it poeta stessfi 
ne ìndica la provenienza. Ma, per afTermare che il fiume hall 
principali sue scaturigiiii nel ** ciclo dell© visioni » si soika^^ 
prima di tutto, trascurale le fonti più certe e più dirette, 
gli si è dovuto, poi, scavare con T imaginazione un letto stìt 
terraneo, invisibile nel primo tratto del suo corso. Non panlj 
credibile la serietà, con cui un critico straniero, di solito caut 
e temperato, riteime dì avere scoperto occulti legami tra Dant 
e scrittori, che Dante, forse e senza forse, non s<mti mai ni> 
minare. Un poeta del quarto secolo accenna in quattro versi^ 
alle pene dell' Inferno — piombo liquefatto, fosse di bitume,! 
vermi perpetui — e, in meno di quattro, ai profumi de* ttoriv 
alla rugiada d'ambrosia del Paradiso: ebbene, questa pittura 
la chiama pittura — ha singolare importanza rispetto alla i>f 
Viina Commedia (U). Come se Dante non avesse mai letto i\ 



EMI 



I PaECUKSORT DELLA « DIVINA COMMBDTA » 



SI 6 



^ Più tardi, voltosì allo sto^lio della Olosofia morale e delta 
teologia, luo^amente meditò intorno ai destini dell'uumo e alla 
I vita futui^a» e ne scrisse nel Convito, A cominciare il Convito 
PPl'aveva « misericordevolmente mosiso * il nobile desiderio di 
ministrare il pane della scienza ai miseri, da cura familiare c> 
civile impediti, o da pigrizia. Scienza morale soprattutto, perchè 
il Convito, come la Conwfiedla e prima di essa, intendeva prin- 

Pipalmente non alla ypeculazìoiie, ma airazione, facendo nunpm 
ùili i nmen, ma più buoni: incitandoli e dirigendoli alfeser- 
izio delle virtù» airamore, alla concordia, alla felicità. 
Dante non compì il Convilo. Doveva essere una lunga serie 
di trattati, — ossia, doveva * menare gli uomini alla virtù, 
mostrando loro le ragiimi del bene ». Venne tempo, che Dante 
conobbe la scarsa efficacia del mezzo adoperato. Perchè il mondo 
corrotto, i malnati d'Italia, specialmente gli scelleratissimi Fio- 
rentini, mutassero strada, tornassero all'esercizio delle virtù, ci 
voleva altro che ragionamenti ! — ^ rotali sermoni sono utili 
a provocare e muovere gli uomini, che sono di l)uona natura, e 
amano la bontà naturalmente ; ma quelli, che non sono nati alla 
bontà, conviene che vi sieno menatt per pena e per paura » (l)» 
Questo gli aveva ingegnato Aristotile, questo conobbe vero nei 
giorni del disinganno e dellamarezza, E mutò, non il fine, ma 
il mezzo — e al sillogismo severo e freddo sostituì la narra- 
zione poetica, la rappresentazione fantastica de' viziosi puniti 
e de* virtuosi pr»/tniati. La moltitudine non sa concepire il go- 
dimento e il dolore spirituale; perciò « era necessario renderli 
manifesti figuratamente, servendosi di gioie e di dolori corpo- 

Irati, affinchè gli uomini si muovessero maggiormente a desi- 
derarli a temerli » (2). 
I II mezzo nuovo era più adatto, anzi il solo veramente adatto 
H lui, che era un poeta, non un filosofo. K ben probabile che 
egli acquistasse intera la coscienza delle vere attitudini e vere 
forze sue proprio quando gli fu manifesta T insufficienza del- 
^B*opera, pur con tanto ardore e cosi vive speranze intrapresa. 
^feiovanni liunyarì, chiuso nt^lla prigione di Bedford, componeva 
un trattato, e stava paragonando la vita del cristiano ad un 
^K^elb' ' io, quando, nel paragone tradizionale a trito, sco- 
^^»ri 1 ì e relazioni, di cui nessuno s'era accorto, e < una 

folla dimagini popolò la sua mente ^^ — e, posto da un canto 
il trattato, cominciò il Viaggio dei Pellegrino, una delle più 




816 



FRAKCfiSGO TORRACA 



pure gemme della letteratura inglese e di tutta la letteraluml 
cristiana. Io creda che a Dante dovette accadere qualche coat. 
di simile, quando ricordo le ultime malinconiche pagine del 
Cmiciio, piene del pensiero della morte e deiretei^nità^ dove già 
appariscono il cmnmino e la selva erronea ài questa vita, e si 
leva maestosa la figura di Catone simbolo di Dio, e i cittadini 
del cielo si fanno incontro alla nobile anima, che va a rag- 
giungerli. 

Non basta, dunque, concedere che il soggetto fosse nella co- 
scienza di tutti. Si deve aggiungere che, nella coscienza di 
Dante, aveva vita ed energia sini/otaì^e; che fervida fede, al- 
tissimi ideali, profondi studi, e lo stesso tentativo del Convito^ 
non solo avevano preparato il poeta, ma lo condussero e quasi 
lo costrinsero a trattarlo. Quanflo^ Non sappiamo ancora con 
certezza; ma in quali condizioni dì animo, ben possiamo inten- 
dere, se lugli effetti risaliamo alta causa. 



4» 



Si :suol definire la CommerUa: una visione in forma allego* 
rica. A dire il vero, visione non è, perchè Dante imaginò dì 
visitare il mondo di là desto e con gli occhi aperti. Della se- 
conda parte flélla delìnizione, egli non sarebbe soddisfatto. Per 
lui l'allegoria era sostanza, non forma; era uno degli aspetti 
o, meglio, uno de' caratteri del soggetto. Quale de' due gli ba- 
lenasse prima alla mente, non dobbiamo ora indagare. Ora im- 
porta considerare che, a' concepimenti allegorici e alla interf»re- 
tazioue delle allegorie, egli s'era abituato assai presto, perchè, 
come si suol dire, Tambiente intellettuale del tempo suo ne ei*a 
saturo. Non risaliremo il corso dei secoli per rintracciare l'al- 
legoria letteraria o poetica nell'eredità, che il Medio Evo ri- 
cevette dal Mondo Antico, dalla cultura greco-romana, e l'in- 
terpretazione allegorica della Bibbia tra le dottrine, che l'Europa 
cristiana importò dall' Oriente. Basti ricordare che questa ma- 
niera d'intet*pretazione non si i*estrinse alla Bibbia; — si al- 
largò alla letteratura classica, alla mitologia, alla storia, alte 
favole, ai ire regni della Natura. Per citare qualche esempio» 
Tunicorno — del quale si favoleggiava che non poiesse esser 
preso da' cacciatori, se non quando posava il capo enorme nel 
grembo di una vergine — simboleggiava Gesù nati» da una ver* 



I PRBOORBORI DBLÌ.A € DIVINA GOMHBDIA » 



317 



N 



^ 



gìne; ed anche il verme, perchè nato dalla terra senza seme, 
simboleggiava il Reiientore, 11 cliamrmte fu simbolo dell'eternità, 
il cristallo, (leirostinazione, e la rana, che gracchia nelle pa- 
ludi, lie* lìlosofl — oggi si direbbe de" conferenzieri — che 
fanno prolissi discorsi, ovvero de' poeti, che, immersi nel fango 
della lussuria, sogliono cantare i turpi fatti degli antenati (3). 
Diro una cosa e intenderne on'altra sarebbe oggi grave macchia 
di persona per bene, difetto imperdonabile di scrittore: — in 
que' secoli grossi fu il maggior problema, che Tarte dovesse ri- 
solvere. Le per-sonìficazioni di concetti fìlosolìoi e di astrazioni 
parvero il frutto più perfetto e più squisita) della poesia. Por- 
tavano scritto in fronte il loro nome, o si affrettavano a decli- 
narlo, come gli eroi greci nella parodia di Offerabach : — Io 
sono il fXiUente Achilie! Noi starno / due Aiaci! — Per lo più 
si presentavano in vesti femminili; ma di donna non avevano 
che la gonnella* Passarono dalla poesia latina alla francese, e 
vi rimasero anche dopo il Imecoiito, anche dopo il Romanzo 
jUella Rosa, che è tutto un viavai di tali nebulose apparizioni* 
Lsseri incorporei» non hanno lingua, ma cicalano e sdottoreg- 
iano a tutto spiano. Nel Romanzo (Iella Rosa la Ragione ha 
1 coraggio, una volta» di spifferare non meno di ireniila versi! 
mati a due a due, procedono Tun dinanzi e TaUro dopo 

i'run»' i Irati minor vanno per %'Ìh, 

iriifonni» monotoni, ma serrati, imperterriti, implacabili, alTain* 
iKie.slr^mnnto del malcapitato lettore: non è merito loro se 
questi non cade sfinito, vinto dalia noia e dalla stanchezza. 

Dante contrasse Tabitudine e il gusto dell* allegoria nella 
prima giovinezza. Il suo primo simetto fu una piccola allegoria, 
jella quale *■ lo verace giudicio non fu vedutr* allora da alcuno *. 
s'eshuno lo capi, ed egli se ne tenne. Dopo la morte di Beatrice, 
ino do* libri, in cui cercò « alcun conforto », fu la Consola- 
Uofte (fella Filosofia, dove la Filosofìa era figurata come una 
ionna maestosa o formosa — salvo che, di tanto in tanto, spin- 
ava il ciipo sino a toccare il cielo; magnificamente vestita — 
&nnonchè la veste era strappata in più luoghi. Nel Convito 
li adopen\ hÌ sforzò a far credere che non s'era lasciato pren- 
dere da amore per una donna gentile, come egli stesso aveva 
Ito nella Vita Nuova: non di una donna in carne ed 
si era innamorato dopo la morte di Beatrice, ma della 



ai8 



FRANCESCO TOEllACA 



Filosofia. E torturò il testo di due cannoni anioroso per farlo 
parere fitti zio^ e spremere da esso questo < verace sen^^o #. Il 
Convito contiene, inoltre, la teoria ilell'aìlegoria, e non poche 
loterpretaasìoni allegoriche. Marzia, che torna a Catone dopo la 
morte del secondo marito, rappresenta l'anima, che torna a Dio; 
le tre Marie al sepolcro di Gesù possono significare le tre scuole 
Slosoflcbe degli Epicurei, degli Stoici e de* Peripatetici ; Orfeo 
nel poema di Ovidio, Enea nel poema di Virgilio sono figure a 
doppio senso. Nella belia cansione — illustrata testé dal Car- 
ducci (4) — * composta ai primissimi tempi delTesilio, quando, 
fresca e tutta sanguinante nel sentimputo la convinzione di arer 
voluto il bene della patria e la giustizia, il poeta non aveva 
perduto la speranza che ciò non dovesse o non potesse appa- 
rire anche a taluno della parte avversa », tre donne gli veu- 
gono intorno al cuore, e una ^4i parla. Come le personificazioni 
della letteratura anteriore, ella si presenta da se : < Io sono 
Dritéura », dice: ma agli atti, ai movimenti, al linguaggio me- 
sto e dignitoso, la credereste una regina bella e infelice. 

K 'n su hk mail si posi» 

come Hiicci^ft ro»j%: — 

il iiiiiio liraccio, di d^jlor »:*olonnii, 

sento l'oraje^gio, che ciide flal voHo : — 

l'altri^ man tìeu iv&cosa 

la facoia nigrimuga: 

disointra «^ HC»l/a, e sul di sé par dauiiti. 

Si sente già non lontana la composizione del poemat n^l 
quale, mutando metodo, egli non si servirà più di personifica» 
zioni: ma, ad incarnare i suoi alti concetti, adopperà persone, 
che vissero in terra, e serbano ancora, noli* altra vita, oon solo 
i caratteri umani generici, ma ognuna il carattere proprio, qual 
egli seppe che era stato, o suppose che dovess' essere stat»>. Il 
loro significato allegorico si rivela non in quanto parlino di sa, 
ma in ciò, che dicono e operano rispetto a lui, per lui. Beatrice 
non accenna mai che cosa ella rappresenti: tant'è vero che i 
critici non s' accordano ancora, e chi vuole che sia la Teologia, 
chi la Rivelazione, chi la Chiesa Cattolica. Ma quando, nel Pa- 
radiso terrestre, dalTalto del carro, « regalmente negli atti 
proterva *, rinfaccia airamante infedele l'abbandono e la di- 
menticanza, ella non è altro che donna offesa e sdegnata, e 
pur sempre amante. Virgilio rappresenta la Ragione; ma ha 



I 



I PKECURdOKI DBLLA < DIVISTA COMUROIA » 



819 



una personal ita murale cosi ricca e varia, che quasi non j^ap* 
piamo più figurarci il Virgilio vero dt^Ha storia, l'autore fìel- 
VEm*iff€t se non sotto T aspetto, che Dante ha dato al suo 
« dottore ». E hisofj:na provare ben forte la brama delT * arido 
vero > per osar di domindare (5) — chi sei tu? — a Matelda, 
alla divina Matelda dagli occhi lucenti, alta e ridente in mezzo 
ai fiori, che canta come donna innamorata, e si muove con 
tanta grazia femminile, e parla con tanta femminile ^^entilezza 
He benignità. Ma la novità più straordinaria, generatrice di effetti 
"stupendi, è che percoi^i-e i tre mondi non Tuomo allegorico, 
Tuomo simbolo — il quale, meritando, perviene al premio, alla 
visione di Dio — ma egli, il poeti, con tutta la sua vita inte- 
riore, reale — fede e cultura, memorie lontane e disinganni re- 
centi, dolori e speranze, amori e odi — il maggior personaggio 
p<jelico tra tante e tali creazioni della sua fantasia. È un laico, 
uno studioso di filosofia, un cittadino dì Firenze, un uomo poli- 
tico — onde la singolarità dì un poema profondamente religioso, 
che non raccomanda pratiche di devozione; sinceramente cai* 
tolico» ma antipapale: che dipinge con i più leggiadri e fini co- 
lori la vita contemplativa, ma spinge o sprona alla vita attiva. 
Per Tuso deirallegoria, non si può dire, dunque, che Dante 

I avesse avuto precursori, o si deve risalire indietro, che so io? 
sino a Sant* Ilario, che primo in Occidente interpretò le alle- 
gorie della Bibbia (0), e sino a Prudenzio (7), che primo intro- 
dusse alle.^oria e personificazioni nelht poesia cristiana. Ciò, 
ehe è entrato nel patrimonio comune della cultura, appartiene 
a tutti e a ciascuno. Non chiamiamo precursori di Dante Ari- 
sttìtìle, Tolomeo, Dionisio, quantunque la morale del primo, i 
nove cieli mobìli del secondo e la gerarchia celeste del tergo 
«i ritrovino nella Commeiiìa» 



Nondimeno, s'è asserito che, come Galileo al Newton, uno 
[scrittore del secolo XII, Alano de Insulis 

mostrò |irimc> la vitt del tinuauii&iila (8) 

a Dante con un suo poema allegorico — un lungo poema di 
circa OOOO esametri in nove libri, bizzarramente intitolato VAn- 
llHandiffno (9). L'asserzione merita un pò* di esame. 



^sm 



FBANCBSCO TOBRACA 



Qaanrìo^ nel Purt^atdrio di iS, Patrizio, le anime sono 
dute nel fiume, i iViavoli percuatono o attuflanocontinuameutaj 
< qualunque si sforzasse d'uscire dalle dette acqtie^ o che noal 
vi fusse bene attuffato i^. Lo stesso fanno i diavoli <ìi Dante ai 
barattieri, nelle Malebolge; ma se non lo facessero, mostrerel>- 
bero a chiare note di non sapere Tabbicci del loro mei^ttere. E, 
se non m'inganno, il poeta ci lascia int^^ndere che questo par- 
ticolare gli fu suggerito da uno dì quo' fatti comunissimi, 
quali nessuno bada, raa che egli sapeva osservare e rilevai^;] 

non altrimenti i cuochi, a* lor vassalli^ 
fantiti attuHart* in ujestzo aUa caldaia 
la t^a^n^*, con gli nneiu, j>erfhè non galli. 



Ma — SÌ \mò obiettare — le visioni erano numerosissime, 
divulgatissime, popolaris.sime: è impossibile che Dante non le 
conoscesse e che, perciò, anche senza volerlo, qualche cosa non 
ne prendesse e adoperasse. 

L'asserzione è stata spesso ripetuta, ma non è mai istatal 
seriamente dimostrata. Quanto al numero, scartate quelle, chel 
non fanno al caso nostro, non è poi cosi grande, come si sup-^ 
pone. Uno studioso tedesco (29), che ha voluto contare le visioni^ 
ediflcmiti, non e arrivato alla quarantina. Pensate un pò*: dal 
sec. Ili al XII, in circa mille anni, mezza Europa ne produce il 
media qimfiro appena ogni secolo. 1/ Italia, a rigor di termini,] 
entra nel conto per due sole. Le cifre» ha detto un fra nce?ie^ 
ofU leur èloqitence. Non tutte queste visioni edificanti raccoc 
tano viaggi alTaltro mondo. Delle più vaste e, nel secolo XIX / 
più celebrate — le Visioni di San Paolo ^ di Tundafo, (fi Al- 
bevicù^ del Put^atcn^io di S, Patrizio — solo quest'ultima è riij 
ferita in un libro scritto in Italia; ma essa e tutte le al ti'e non 
sono ricordate, che io sappia, da nessun altro scrittore italiano 
anteriore a Dante. ì^e allusioni a Orlando e a Oliviero, a Trl^ 
stano e a Isotta, quelle si, che sono innumerevoli, cosi nell^ 
rime e prose volgari del Dueceuto, come nelle opere latine; 
chi si è mai imbattuto in un'allusione al nobil uomo Tundalc 
o al cavaliere Owen? Nemmeno ne* versi composti da religiosa 
da persone devote, perchè fossero recitati al popolo; net 



Signore e SignorU 



^ 



^ 



¥ 



11 soggetto della Divina Commedia^ considerato letteral- 
mefite, è lo stato delle anime dopo la morte; — coositJerato 
allegoricamento, è Tuomo in quanto, meritando o demeritando, 
riceve premi o castighi dalla giustizia divina. Questo soggetto 
è svolto iD una narrazione poetica. Il fine, che l'autore si pro- 
pose» fu quelto di rimuovere i viveiìti in questa vita dallo stato 
di miseria, e condurli alla felicitìi. 

Dante — diciamolo subito — non ebbe bisogno di formarsi 
in piazza a udire da un giullare la descrizione del Paradiso o 
deir Inferno, ne di posar gli occhi e fermar Tattenzione so- 
pra un mosaico di cattedrale, per trorai*e il soggetto air im- 
provviso e come per caso. Cristiano, anzi cattolico sincero, lo 
portava dentro di sé dalT infanzia. i.a beatitudine eterna e la 
perdizione eterna, Dio e Satana, gli angeli e i diavoli, ì beati 
e i dannati, erano concetti e imagini familiarissimi cosi a lui 
come a tutti \ credenti ; stavano — e stanno — in fondo alla co- 
scienza di tutti. Ma, sopra quel fondo, le cure quotidiane, gli 
interessi, le passi^mi, le tante vicende della vita, versavano 
r indifferenza, accumulavano la dimenticanza. L'occhio della 
grande moltitudine « mirava pure a terra *, La societi'i era ridi- 
venuta materialista come un secolo prima, anzi peggio; perchè, 
se non altro, un secolo prima le eresie pullulanti e dilaganti 
esprimevano tendenze e bisogni spirituali: si voleva la riforma 
della Chiesa e della società, ma si cominciava dal riformare 
«è stessL Chi pensava più alla povertà, eccettuati que' pochis- 
simi, che scontavano, nelle carceri e su i roghi, la colpa di es- 





314 



KAAHQBSCO TQBRACA 



sere rimasti fedeli a Francesco d'Assisi? Chi sentÌTa più Tar- 
Uctre «Iella carità? Chi iiìvocava la pace — ecceituati gli umili, 
i sofl'erenLi, gli oppressi, privi di volontà, privi di forze — nella 
terra delle guerre incessanti ira caniime e comune, tra partiti» 
e partito nello stesso comune, tra famiglia e famiglia nello stesi»«j 
partito? E chi pensava alla morte e alla dannazione delfanima» 
o quando? L'usuraio, l'assassino, il barattiere si ricorda che 
c'è un Dìo solo quando giunge alla soglia dell'et^railà : solo 
allora impone agli eredi di restituire il mal tolto, u del mal 
tolto fa larghi donativi ai monasteri e alle chiese* Oli anni dei 
c<jm'niovimenti religiosi generali e profondi — gli anni delF^rf- 
leluia e de' dagellanti — quando le spade cadevan di mano alle 
schiere pronte a battaglia, e gli odi ereditari cessavano in ab- 
bracci fraterni, erano passati da gran tempo. Se» di mozzo a 
quella società, a quella vita, sorge un poema profondamente, 
sinceramente t^eligioso e morale, ciò non tanto acciide per eoo* 
formi tà di credenze, quanto per contrasto di sentimenti. Quello. 
che tutti credono, anche Dante crede: mane^^li altri è materia 
fredda, meccanicamente ricevuta, inerte; in lui è sorgente pe- 
renne di luce e di ar^dore, che può parere talvolta offuscata e 
raffreddata, ma non si spegne mai. 

Fatto raro, e, forse, non abbastanza considerato, questi»: che 
i concetti e le imagini, che aveva imparati dal labbro materno, 
gli si riallacciavano spesso» anche quando Amore signoreggio 
Tanirna sua. Allora udiva Dio, nel cielo, dire ai suoi diletti: 
sofferissaro in pace che Beatrice stesse ancora per poco in 
terra 

là, ov' t^ &lciiu, che perder lei s'atttMidcj 
e ohe diràp aeU' inforno, ai moltiati : — 
lo vidi la BperatiJiu de' heatl. 

Vedeva gli angeli accompagnare al cielo T anima di Bea- 
trice : 

t^d ima Ulivo ietta uvcan da vanto, 
dopo la qual, cauta van tiittì : Osiatma ! 

E quamlo « quella gentilissima » fu chiamata « a gloriare 
sotto 1* insegna della reina benedetta Maria >| il sospiro^ obi* 
usciva dal cuore di lui^ saliva a mirarla, lucente del nuovo 
splendore, nel Paradiso» 




I PEBCUR50RI DELLA « DIVINA COMMBDIA * 



315 



K 



I 



Più tardi, voltosi allo stu^iitj (Iella filosofìa morale e della 
teologia, lungamente medilo iotonio ai destini deirLinmo e alla 
fvita futura, e ne scrisse nel Conviio, A cominciare il Convito 
l'aveva « misericnrdevolmente mosso » il nobile desiderio di 
mi lustrare il parje della scienza ai miseri, da cura familiare o 
^-civile impediti, o da pigrizia. Scienza morale soprattutto, perchè 
il Concilo, come la Comwedia e prima di essa, intendeva prin- 
cipalmenle non alla speculazione, ma alÌ*azione, facendo nonptà 
doUi i miseri, ma più buoni; incitandoli e dirigendoli all^eser- 
cfzio delle virtù, alFaraore, alla concordia, alla felicità. 

Iiante non compi il Convito* Doveva essere una lunga serie 
^di trattati, — ossia, doveva « menare gli uomini alla virtù, 
[mostrando loro le ragioni del bene «* Venne tempo, che Dante 
I conobbe la scarsa efficacia del mezzn adoperato. Perchè il mondo 
corrotto, i malnati d* Italia, specialmente gli scelleratissimi Fio- 
r rentinr, mutassero strada, tornassero alFesercizio delle virtù, ci 
[Tuleva altro che i^agionamenti ! — < Cotali sermoni sono utili 
a provocare e nuiovere gli uomini, che sono d'i buona natura, e 
.amano la bontà naturalmente; ma quelli, die non sono nati alla 
>Dtà, conviene che vi sieno uienaH pe?- pena e per pawa » (l). 
[Questo gli aveva ingegnato Aristotile, questo conobbe vero nei 
fgiorni del disinganno e dellamarezza. E mutò, non il fine» ma 
[il mezzo — e al sillogismo severo e ft^eddo sostituì la narra- 
zione poetica, la r^appresentazione fantastica de* viziosi puniti 
e de' virtuosi premiati. La moltitudine non sa concepire il go- 
dimento e il dolore spirituale; perciò € era necessario renderli 
(manifesti figuratamente, servendosi di gioie e di dolori corpo- 
rali^ affinchè gli uomini si muovessero maggiormente a desi- 
derarli a temerli » (2). 
Il mezzo nuovo era più adatto, anzi il solo veramente adatto 
a lui, che era un poeta, non un filosofo. E lien probabile che 
egli acquistasse intera la coscienza delle vere attitudini e vere 
forze sue proprio quando gli fu manifesta rinsuOlcienza del- 
I l'opera, pur con tanto ardore e cosi vive speranze intrapresa. 
^^Giovanni Bunyan, chiuso nella prigione di Bedford» componeva 
^"uo trattato, e stava paragonando la vita del cristiana ad un 
pellegrinaggio, quando, nel paragone tradizionale e trito, sco- 
pri proprietà e relazioni, di cui nessuno s'era accorto, e * una 
Infoila d*imagini popolo la sua mento », — o, posto da un canto 
il trattato, cominciò il Viaggio del Pellegrino^ una delle più 



834 



FRANCESCO TORRACA 



da potersi sottrarre all' incubo della tradizione religiosa 
domina, e ikjminmii lui corno soggetti di speculazione flk 
e come materia di arte. Quando si afferma che Dante credevi 
alla re.tltà dell*altro mondo, si afTerma una verità indiscutibile; 
in;i la realtà» alla quale egli credeva, non era quella temuta < 
spettata dal volgo. Aveva troppo bene studiato filosofìa aristoU 
lica e teologia tomìstica per ignorare che il fuoco, che è corprj^ 
Don può nuocere all'anima, che è spirito (37). Per il fìne suo 
e per le ragioni dell'arte, segui Topinione volgare, e fece 
nissimo; ma ben sapeva egli di avere assoluta libertà di ro|J 
giare i luoghi della pena, della purgazione e della beatitudine 
e di disporvi e muovervi dentro i dannati, i purganti, ì beati| 
a suo talento. 

Certamente la DìMna Commedia è proprio frutto del carat^ 
tere e della mente di Imnte. Ma quel carattere — < ora im- 
petuoso come fu pagano, che sradica le querce, ora dolce com$ 
il zetDro, che carezza leggermente le violette » (38) — s'er 
formato, prima, nella pace degli studi e nell'esercizio della | 
sia, poi, neirattività febbrile e tra le tempeste della vita pò 
litica fiorentina. E in quella mente avevano impresso solcl 
profondi la nobiltà e la purezza della morale dt Aristotile, i 
vigore analitico e il rigore logico di Tommaso d'Aquino, i con 
oetti politici di Federico II, il senso squisito della misura 
Tefflcacia scultoria di Virgilio, 1* idealismo de* poeti d'amore^ 
r impetuosità rude de* cantori della rettitudine, Peinriò Dani 
non ha precursori : perciò, non al tenebroso Medio Evo euro|M 
appartiene la Divina Coniweffia: ma alla nuova, compie 
varia, luminoisa civiltà italiana, e a questa ^ bellissima p n<j 
lissima figlia di Roma, Fiorenza! » 



^ 



t PRBCÙRaORl DSLUk € DIVINA COMMBDIA » 



317 



gine; ed anche il verme» perchè nato dalla terra senza seme, 
simboleggiava il Redentore, Il diamante fu sìmbolo deireternità, 
il cristallo, (leU'ostinazioae, e la rana, eh© gracchia nelle pa- 
ludi, (le* filosofi — oggi si direbbe de' conferenzieri — che 
fanno prolissi discorsi, ovvero de' poeti, che, immersi nel fango 
della lussuria, sogliono cantare i turpi fatti degli antenati (3), 
Dire una cosa e intenderne un*alt!*a sarebbe oggi grave macchia 
di persona per bene, difetto imperdonabile di scrittore: — in 

uè' secoli grossi fu il maggior problema, che l*arte dovesse ri- 
solvere. Le personirìeazìoni t!i concetti filosofici e di astrazioni 
parvero il frutto più perfetto e più squisito della poesia. Por- 
tavano scritto in fronte il loro nome, o si affrettavano a decli- 
narlo, come gli eroi greci nella parodia di Offerabach : — Io 
sono il hùlletUe Achillei Noi siamo ì due Aiaei/ — Per lo più 
si presentavano in vesti femminili: ma di donna non avevano 
che la gonnella. Passarono dalla poesia latina alla francese » e 
vi rimasero anche dopo il l^uecoiito, anche dopo il Romanzo 
biella Basa, che è tutto un viavai di tali nebulose apparizioni. 
Esseri incorporei, non hanno lingua, ma cicalano e sdottoreg- 
giano a tutto spiano. Nel liomanzo fiella Rosa la Ragione ha 
il coraggio, una volta^ di spifferare non meno di ireìnila versi! 

imati a due a due, procedono l'un dinanzi e l'altro dopo 



tnmn" i iVali minor vanno [H?r via. 



niformi, monotoni, ma serrati, imperterriti, implacabili, alTam- 
iaestramento del nmlcapitato lettore: non è merito loro se 
uesti non cade sfinito, vinto dalla noia e dalla stanchezza. 
Dante contrasse Tabitudìne e il gusto dell* allegoria nella 
prima giovinezza. Il suo primo sonetto fu una piccola allegoria, 
?lia quale « lo verace giudicio non fu veduto allora <la alcuno *. 
lessuno lo capi, ed egli se ne tenne. Dopo la morte di Beatrice, 
de* libri, in cui cercò « alcun conforto t, fu la Consola- 
ione (fella Filosofia, dove la Filosofia era figurata come una 
lonna maestosa e formosa — salvo che, di tanto in tanto, spin- 
ava Il capo sino a toccare il cielo; magnificamente vestita — 
^DDonchè la veste era strappata in più luoghi. Nel Convito 
adoperò, si sforzò a far credere che non s'era lasciato pren- 
da amore per una donna gentile, come egli stesso aveva 
scontato nella Vita Nuova; non di una donna in carne ed 
egli si era innamorato dopo la morte di Beatrice^ ma della 



836 FRANCESCO TORRACA 

(10) Asserisctj il liossard che più d'una volta Daute svieni» e iwii t(»nia 
in sé <( a(|ua aaliitaris renovatnS; » proprio come accade a Prudenza ; fhe 
Beatrice « iiD])lorat Matliìldani » proprio corno Teologia implora l'aiuto 
di Fede. Ognnu vede quanto ciò sia esatto. 

(11) V. Iai voie de ParadU nel TU voi. delle Oeurre^ còmpìèfeH de A'n- 
tehoi'uff jmr A. Jitbinal, Paris, Delohays, pp. 195 segg. Cfr. Laxiìlmis. 
Origine» et aource» du Roman de la Uose: Paris, Thorin, 18i)l, pp. t?t»-*>7, 

(12) OzANAM, Dante et la jihiìoaophie cafholique au treisième nièclt, Pa- 
ris, Locoftre, \Moj p. "X,\T>, Cfr. D' Ancona, / preeursori di TJanle, Fi- 
renze. Sansoni, 1S74, i». 10><: « Anche il Creatore, per trarne il mondo, 
ebbe bisogno del caos; e le leggende dei visionarj sono appiuito la ma- 
teria onde fu composto il poema. » 

(13) Ovidio, Metam., I, 7-9, traduzione del Goracoi. Per la piti recente 
1>i1>liografìa degli studi intorno allo visioni, cfr. Zingakklli. Dante: Mi- 
lano, Vallardi, 734. 

(14) Ebert, I. p. 297. I vv. di Prudenzio, Hamart., 824 s<.'gg., >«in 
questi : 

Fraesciuit indo Pater, liventia tartara plumbo 
iucendit liquido, piceaaque bìtumÌDe fossas 
infernali^ aquae furvo sufTodit Averao, 
et Phlegethonteo sub gurgite sanxit edacea 
perpetuis scelerum poeuis inolescere vermia 

(tutti sanno che nell' Inferno di Dante non v'è piombo li<iuido): o <ine- 
sti altri: 

lllic purpureo latiis exporrecia cubili 
floribus aelerni» spirantes libat oUorea, 
iimbrosiumque bibit roseo de straiiiine rorem. 

(IT)) Ivi, HO n. 

(10) 11, p. l()X. Vettino vede una montagna alta sino al cielo, e la 
guida gli dice che, in cima alla montagna, un abate, morto di«*ci anni 
prima, è esposto al furore della tempesta e del vento {hac arte tenettir). 
L' Kheut naturalmente i-ita questa « montagna del Purgatorio >» tra i 
l»arti<'olari, che, secrondo lui, il poema di W. »Strabo ha comuni con la 
Piviini (tnnmidia : ma egli .-stessu dire che essa non è so non una parte 
del Purgatorio veduto da Veltiu<», E la piaimni dell'Eden dov'è? Tutta 
una montagna, e tanto alta. ]>er un'anima sola! « O piìl acqua o meno 
ponte » disscr l'in^rlfsc. che vide il grandissimo ]»onte sul piccolissimo 
Sebeto. 

(17) Stimma iìnoì.. Ili ;;. mtpjìLf LXIX, 7: « Receptaeula animarum 
disiinguuntur st-cundum «liversos status earum.... (Anima) post mortem vel 
t*st in stata recipiendi finale prot-mium, vel est in statu, quo imp<'ditnr 
ab ilb). Si autem e>t in statu re«'ii»i<Muli fìnalem retribntioncni, hoc e«t 



l PRBCURi^ORI DELLA « DIVINA COMMRDfA 3^ 



319 



I 



I 



una personalità morale cosi ricca e varia, che quasi non sap- 
piamo più fìgurai'ci il Virgilio vero della storia, 1* autore ilei- 
VEncidef se non sotto Paspetto, che Dante ha dato al suo 
« dottore *. E bisogna provare ben forte la brama dell' « arìdo 
vero » per osar di domandare (5) — chi sei tu? — a Matelda, 
alla divina Matelda dagli occhi lucenti, alta e ridente in mezzo 
ai fiori, che canta come donna in:iamoi*ata, e si muove con 
tanta grazia femminile, e parla con tanta femminile gentilezza 
e benignità. Ma la novità più straordiitaria, generatrice di ertetti 
stupendi, è che percori'e i tre mondi non Tuonio allogorico, 
l'uomo sìmbolo — il quale, meritando, perviene al premio, alla 
[Tìsìone di Dio — ma egli, il poeta, con tutta la sua vita inte- 
riore, reale — fede e cultura, memorie lontane e disinganni re- 
centi, dolori e speranze^ amori e odi — il maj^gior personaggio 
poetico tra tante e tali crea^Joni della sua fantasia, È un laico. 

§uno studioso di filosofia, un cittadino di Firenze, un uomo poli- 
tico — onde la singolaritii di un poema profondamente religioso, 
che non raccomanda pratiche di devozione; sinceramente cat- 
tolico, ma antipapale: cUe dipinge con i più leggiadri e lini co- 
lori la vita contemplativa, ma spinge e sprona alla vita attiva. 
K Per l'uso deirallegoria, non si può dire, dunque, che Danle 
Kfivesse avuto precursori, o si deve risalire indietro, che so io? 
B^ino a Sant"Ilarit>, che primo in Occidente interpretò le alle- 
■ gorie della Bibbia (6)^ e sino a Prudenzio (7), che primo intro- 
W dusse alle;^oria e personificazioni nella poesia cristiana. Ciò, 
che è entrato nel patrimonio comune della cultura, appartiene 
a tutti e a ciascnao. Non chiamiamo precursori di Dante Ari- 
stotile, Tolomeo, f>ioriisioj quantunque la morale del primo, i 
nove cieli mobili del secondo e la gerarchia celeste del terzo 
BÌ ritrovino nella Commedia, 



Nondimeno, s'è asserito che, come Galileo al Newton, uno 
scrittore del secolo XII, Alano de Insulis 

morirò priniu lii via del tìrniamoixto (1$) 

inte con un suo poema allegorico — un lungo pcjema di 
OOOO esametri in nove libri, bizzarramente intitolato VAn- 
UclawiUìno (d). [/asserzione merita un pò* di esame. 




BIG 



FEANCBSCO NOVA TI - LB BPlSTOr^ 



Noll*ti]msèoliiia di A[li>u] C[a8TELIJ]* Ti Ialino net toHcetia di Dnnie *j 
delVttà KWrt. Mnuz», \m\i {cfr, lUiìL, N* S,, Xll, 1905, p. 116). «jiitt»- 
tumint? il titolo Hembri far credorv Po|»po«to. nulla v' Im die giovi ni ca^o j 
nostro. 

(58) Ve<L A. Tmtni, Kpintole di lì. L edite ed twrrf*, LinimOp 1842, | 
Prufaz., 11. XllL 

(5Ì>) Veramente codesto riiOMtnsoKitù si celuno »ott^ |nii ahìk* o potu* j 
|MjH<i velomt^ di [ìiltoIl^ ; ma fin<41a da noi riferita ó truduitionf « fedele • 
del poHHo : < ijiuiiitnm in inu-tis teiic^bris malosiimic menti» pedo* ober-J 
« reiit finte ociilos penti aturnm noi* periiotidltis tieo fìgnrati» ignari •;] 
«*ome 8ta nell'edizione del Jloore, p. -i(i9, I, 143 sgg* Naturalmente pm 
è nn erfor di fO|Ust« per rvttM ; e l'Aliglùen ha qui tt^nuru pre>*ente Ift 
Eiotii^sima M^nteuza liiblicìi . ^^ Frustra ìucittir rote ante ocdIoh penuAto- 
<4 rimi », da bii ripi^uta ain^lu' in Pur*},. XXXI, Hl-6:f. Che al luogo bi- 
blico Dante si riferis^ie ha intuita) il tradntt^^re americano dcdle Epl>*lo1«; 
ma ciò non gli ha impedilo dt Herbar Ìl pedcèt i^nt volgendolo con « the 
« fi>ot»teprt " ; ved. Cu. STKRHi-rr-I^ATnAM, J trannlat, of Tìnnte'n rirrm 
leiicr«, p. 147. 

(00) Un Holo esempio* per Unire. Quanto non s* è almanaccato 9n qnellji 
fraHo deirepìstola al t nrdìnal da l'rato : « Et ad quid aliud en#^* H lela 
Ki nostra rubebaut, nisi ut etc f ** Vi ai è veduto rìHcesa a chiare note 
l'impresa della Lastra; si sono riawieiuate sottilmente^ aire8pre».^iono | 
dantenca ìe Irani di 1). Com[ia^ni, dove deaeri ve il fatto inte-sso : tnhrrt 
bì è dt4to vale«8© iiuatilo ^ scintillare ^. ecc. ecc. Cfr. Zknatti. jMnit 
t* Firenit', p. 355 sgg. Ora mbehant non ealate nel testo danteaou : è un 
eonctei'o arbitrario defili editori. Il ctid. Vatìc, PaK dà in quella vece , 
t'uheanl : semjtlice tirroni di eopì«ta per ruehnnt. Dante, memore del vir- 
giliano l'um-e tu t(^ìa, ha »c ritto di con sego enxa ; * Et a«l quid aliud eu3M« 
« et tt5la nostra ruebant» nisi ut et e ». 8e lo Zen atti» dopo avere falla 
la eoli azione del eod. , fosse stato eB|»aee di tirarne partito, aarohbesi» eoim* 
si vMdi\ risparmiate parole pareechie I 



FRANCESCO TORRACA 
I precursori della " Divina Commedia „ 



Signore e Signoria 



li soggetto rlella Divina Commedia^ considerato letteral- 
fìeiite, è lo stato delle anime dopo la morte ; — considei-ato 
allegoricamente, ò Tu orno in quanto, raeritando o di^meritanilo, 

I riceve premi o castighi dalla giustizia divina. Questo soggetto 
% svolto in una narrazione poetica. Il fine, che l'autore si pro- 
pose, fa quello di rimuovere i viventi in questa vita dallo stato 
di miseria, e condurli alla feliciti. 
\ Dante — diciamolo subito — non ebbe bisogno di fermarsi 
in piazza a udire da un giullare la descrizione del Paradiso o 
deirinferno, ne di posar gli occhi e fermar l'attenzione so- 
pra un mosaico di cattedrale, per trovare il soggetto all' im- 
provviso e come per caso. Cristiano, anzi cattolico sincero, lo 
portava dentro di sé dall'infanzia. La beatitudine eterna e la 
perdizione eterna, Dio e Satana, gli angeli e i diavoli, i beati 
e ì dannati, erano concetti e imagi ni fami liariss imi cosi a luì 

Écome a tutti i credenti ; stavano — e stanno — in fondo alla co- 
pcien^a di tutti. Ma, sopra quel fondo, la cure quotidiane, gli 
interessi, le passioni, le tante vicende della vita, versavano 
r indiflerenza, accumulavano la dimenticanza. L*occhio della 
grande moltitudine « mirava pure a terra i^. La societii era ridi- 
renuta materialista come un secolo prima, anzi peggio; perchè, 
non altro, tm secolo prima le eresie pullulanti e dilaganti 
iprimevano tendenze e bisogni spirituali : si voleva la riforma 
&l1a Chiesa e della società^ ma si cnminciava dal riformare 
stessi. Chi pensava pi lì alla p4ìvert;\, eccettuati que' pochis- 
«imi, che scontavano, nelle carceri e su i roghi, la colpa di. es- 
so» 



314 



FRANOEfiOO TOREACA 



sere rimasti fedeli a Francesco cV Assisi ? Chi sentiva più Tar 
flore delia carità? Chi invocava la pace — eccettiiati gli umìlij 
i so(Terentij gli oppressi, privi di volontà, privi di forze — ueììi 
terra delle guerre incessanti tra comune e comune, tra partit 
e partito nello stesso comune, tra famiglia e Oinilglia nello stess 
partito? E chi pensava alla morte e alla dannazione delPanim:! 
o quando? L'usuraio, Tassassi no, il barattiere si ricorda ch€ 
e* è un Dio solo quando giungo alla soglia delT eternità : sole 
allora impone agli eredi di restituire il 7nal tolto, o del mal 
tolto fa larghi donativi ai monasteri e alle chiese. Gli anni deij 
conitaovinienti religiosi generali e profondi — gli anni ileU'tìr-i 
leluia e de' flagellanti — quando le spade cadevan di maaoalJe] 
schiere pronte a battaglia, e gli odi ereditari cessavan i in ab 
bracci fraterni, erano passati da gran tetnpo. Se. di m<^7,io al 
quella società, a quella vita, s<vrge un poema profondamente,] 
sinceramente religioso e morale, ciò non tanto accade per con- 
formità di credenze, quanto per contrasto di sentimenti. Quello, 
che tutti credono, anche Dante crede; manenti altri è materia^ 
fredda, meccanicamente ricevuti, inerte; in lui è sorgente pe 
renne di luce e di ardore, che può parere talvolta offuscata ù\ 
raffreddata, ma non si spegne mai. 

Fatto raro, e, forse, non abbastanza considerato, questo: che 
i concetti e le ioiagini, che aveva imparati dal labbro matemO|| 
gli si riadacciavano spesso, anche quando Amore signoi^eggli 
l'anima sua. Allora udiva Dio, nel cielo, dire ai suoi diieUt^ 
sofler isserò in pace che Beatrice stesse ancora per poco tij 
terra 

l*^, ov' 1" iilciiii; che perder lei r* atU'iiidoj 
clic dirà| nelP iaferoo, ai immillati : ~ 
Io \icli la 8pf*raaza do* boati. 

Vedeva gli angeli accompagnare al cielo T anima di 

trice : 

ed una nuvoletta nvcaa davanti, 

doiio la <]aal, cauta va ti tur ti : OHftnna ì 

E quando « quella gentilissima » fu chiamata « a gloriar 
sotto r insegna della reìna benedetta Maria «, il sospiro, che 
usciva dal cuore di lui, saliva a mirarla, lucente del nuorq 
splendore, nel Paradiso. 



mm 



1 PRECURSORE DELLA « DIVINA COMMEDIA > 



815 



^ 



I 



Più tardi, voUosi allo studio <lella filosofia morale e della 
teologia, lungamente medilo intorno ai destini dèlFuitmo e alla 
vita futura, e ne scrisse nel Convito. A cominciare il Convito 
l'aveva * raisericordevolmente mosso » il nobile desiderio di 
ministrare il pane della scienza ai miseri, da cura familiare o 
civile impediti, o da pigrizia. Scienza morale soprattutto, perchè 
il Convito, come la Commedia e prima di essa, intendeva prin- 
cipalmente non alla speculazione, ma all'azione, facendo non più 
dotti i miseri^ ma più buoni: incitandoli e dirigendoli alFeser- 
cizio delle virtù, airamore, alia concordia, alla felicità. 

Dante non compi il Convito. Doveva essere una lunga serie 
di trattati, — ossia, doveva « menare gli uomini alla virtù, 
mostrando loro le ragioni ^lel hene p. Venne tempo, che Dante 
conobbe la scarsa efficacia del me^zo adoperato. Perchè il mondo 
co^rott^>, i malnati d'Italia, specialmente gli scelleratissimi Fio- 
rentini, mutassero strada, tornassero airesercizio della virtù, et 
voleva altro che iva^nonamenti ! — ^ Cotali sermoni sono utili 
a provocare e muovere gli uomini, che sono di buona natura, e 
amano la bontà naturalmente; ma i|ueLli, cLe non sono nati alla 
bonti^t conviene che vi i(ieno n/emdi per pena e per paura » (1), 
testo gli aveva inse;^nato Aristotile, questo conobbe vero nei 
lorni del disinganno e dell'amarezza. E mutò, non il fine, ma 
il mezzo — e al sillogismo severo e fr'eildo sostituì la narra- 
zione poetica, la rappresentazione iantastica de' viziosi puniti 
e de' virtuosi premiati. La moltitudine non sa concepire il go- 
flimento e il dolore spirituale; perciò < era necessario renderli 
roaniresti figuratamente, servendosi di gioie e di dolori corpo- 
rali, affinchè gli uomini si nmovessero maggioi-mente a desi- 
derarli o a temerli » (2). 

Il mezzo nuovo era più adatto, anzi il solo veramente adatto 
a lui, che era un pineta, non un filosofo. E ben probìibile che 
egli acquistasse intera la coscienza delle vere attitudini e vera 
forze sue proprio quando gli fu manifesta T insufficienza del* 
J*opera, pur con tanto ardore e così vive speranze intrapresa. 
Giovanni Hunyan, chiuso nella prigione dì Bedford, componeva 
un trattato, e stava paragonando la vita del cristiano a<l un 
pel le;ir inaggio, quando, nel paragone tradizionale e trito, sco- 
pri proprietà e relazioni, di cui nessuno s'era accorto, e « una 
folla d'imagini popolò la sua mento », — o, posto da un canto 
il trattato, cominciò il Viaggio ftel PellegrithO^ una delle più 



818 



FRANCESCO TORRAOA 



pure gemme della letteratura Inglese e di luUa la letteratura 
cristiana. Io credo che a Dante dovette accader^e qualche cosa 
di simile, quando rìconìo le ultime raalinconicbe pagine del 
Coti Vito, piene del pensiero della morte e deireternità, dove già 
appariscono il camminx) © la selva erronea di questa vita, e si 
leva maestosa la figura di Catone simbolo di Dio, e i cittadini 
del cielo sì fanno incontro alla nobile anima, che va a l'ag- 
giungerli* 

Non basta, dunque, concedere che il soggetto fosse nella co- 
scienza di tutti. Si deve ags2:iungere che, nella coscienza di 
Dante, aveva vita ed energia stn[/olaì*e: che fervida fede, al- 
tissimi ideali, profonfìi studi, e lo stesso tentativo del Conniio, 
non solo avevano preparato il poeta, ma lo condussero e quasi 
lo costrinsero a trattarlo. Quamloì Non sappiamo ancora c-on 
certezza; ma in quali condizioni di animo, ben possiamo inten- 
dere, se éagli effetti risaliamo alla causa. 



Si suol definire la Commerfia: una visione in forma allego- 
i-ica, A dire il vero, visione non é, perchè Dante imaginò di 
visitare il mondo di là desto e con gli occhi af)erti. Della se- 
criuda parte della definizione, egli non sarebbe soddisfatto. Per 
lui rallegorìa era sostanza, non forma; era uno degli iispetti 
o, meglio, uno de' cai*atte[4 del soggetto* Quale de' due gli ba- 
lenasse prima alla mente, non dobbiamo ora indagare. Ora im- 
porta considerare che, a' concepimenti allegorici e alla interj*re- 
tazione delle allegorie, egli s'era abituato assai presto, perchè, 
come si suol dire, Tambiente intellettuale del tempo suo ne era 
saturo. Non risaliremo il corso dei secoli per rintracciare l'al- 
legoria letteraria o poetica nelTeredità, che il Medio Evo ri* 
covette dal Mondo .\ntico, dalla cultura greco-romana, e T in- 
terpretazione allegorica della Bibbia tra le dottrine, che TEuropa 
cristiana importò dall' Oi'iente* Basti ricordare che questa ma- 
niera d* interpretazione non si restrinse alla Bibbia; — si al- 
largò alla letteratura classica, alla mitologia, alla storia, alle 
favole, ai tre regni della Natura. Per citare qualche esempio* 
Tunicorno — del quale sì favoleggiava che non potesse essei* 
preso da' cacciatori, se non quando posava il capo enorme oel 
gi^embo di una vergine — simboleggiava Gesù nato da una ver* 



I PREGOaBOai DULUk € DIVINA OOMUKDIA » 817 

ed anche il vermo, perchè nato r]aUa terra senza seme, 
^mboleggiava il Redentore. Il diam.'mte fu simbolo deireternita, 
il crÌKtallOi tìeirostinazione, e la rana, che gracchia nelle pa- 
ludi, fle* tilasofi — oggi si direbbe de' conferenzieri — che 
fanno prolissi discorsi, ovvero de* poeti, che, immersi nel fango 
della lussuria, sogliono cantare ì turpi fatti degli antenati (3). 
Dire una cosa e intenderne niraUra sarebbe o;,'gi grave macchia 
di persona per bene, difetto imperdonabile di scrittore: — in 
que' secoli grossi fu il maggior problema, che Tarte dovesse ri- 
solvere. Le personillcazionì di concetti lllosofici e di astrazioni 
parvei'o il frutto più perfetto e più squisito della poesia. Por- 
tavano scritto in fronte il loro norae^ o si affrettavano a decli* 
narlo, come gli eroi jjrreci nella parodia di OlTembach : — Io 
sono il hoNente AclUìie! Noi sìomo i due Alaci! — Per lo più 
si presentavano in vesti femminili; ma di donna non avevano 
che la gonnella. Passarono dalla poesia latina alla francese, e 
vi rimasero anche dopo il I duecento, anche dopo il Roìnanzo 
della Rosa^ che è tutt<j un viavai di tali nebulose apparizioni. 
Esseri incorporei, non hanno lingua, ma cicalano e sdottoreg- 
giano a tutto spiano. Nel Romaìizo della Rosa la Ragione ha 

kil coraggio, una volta, di spifferare non meno di treinila versi! 

^Rimati a due a due, procedono l'un dinanzi e l'altro dopo 

romo i frati minor vanno per via, 

I uniformi, monotoni, ma serrati, imperteri-iti, implacabili, airam- 
baestramx^nto del malcapitato lettore: non è merito loro se 
ùuesti non cade sfinito, vinto dalla noia e dalla stanchezza. 
Dante contrasse Tabi tud ine e il gusto de IT allegoria nella 
Intima giovinezza. 11 suo primo sonetto f^ una piccola allegoria, 
iella quale « lo verace giudicìti non fu veduto allora da alcuno >, 
kesìiuno lo capi, ed egli se ne tenne. Dopo la morte di Beatrice, 
uno de' libri, in cui cercò « alcun conforto *, fu la Coìimla- 
Uone della Filosofìa, dove la Filosofìa era figurata come una 
|onna maestosa e fonnosa — salvo che, di tanto in tanto, spin- 
ava il capo sino a toccare il cielo; magnificamenle vestita — 
snnonchè la veste era strappata in più luoghi. Nel Convito 
adoperò» si sforzo a far credere che non s'era lasciato pren- 
sro da amore per una donna gentile, come egli stesso aveva 
accontato nella Vita Xuova: non <li una donna in carne ed 
sa, egli si era innamorato dopo la morte di Beatrice^ rna della 



318 



FIUNOBaCO TORUACÀ 



I 



Filosofia. E torturò il testo di due canzoni amorose per farlo 
parere fittizio, e spi^emere da esso cfueistu ^ verace sen-so ». Il 
Convito contiene, inoltre, la teoria dell'allegoria, e non poche 
interpretazioni allegoriche. Marzia, che torna a Catone dopo la 
morte del secondo marito, rappi'esenta rauima, che torna a Dio; 
le tre Marie al sepolcro di Gesù possono significare le tre scuole 
filosofiche degli Epicurei, degli Stoici e de* Peripatetici ; Orfeo 
nei poema di CKidtu, Enea nel poema di Virgilio sono ligure a 
doppio senso. Nella bella canzone — illustrata leste dal Car* 
ducei (4) — * composta ai primissimi tempi deiresilio, quando. 
fresca e tutta sanguinante nel sentimento la convinzione di aver 
voluto il bene della patria e la giustizia, il poeta non aveva 
perduto la speranza che ciò non dovesse o non potesse appa- 
rire anche a taluno della parte avversa *, tre donne gli ven- 
gono intorno al cuore, e una gli parla. Come le personificazioni 
delia letteratura anteriore, ella si presenta da se : * Io sono 
Drittura )►, dice: ma agli atti, ai movimenti, al linguaggio me- 
sto e dignitoso, la credereste una regina bella e infelice. 

E ^11 iMi ìli man ni pusn 

come «nfTÌsa rosi*: — 

il lutilo braccio» di dnlor colonna, 

sente r oraggici, che ciide dal vt.Ito: — 

l'altra mnn tieti iisicosii 

la faccia tagrimosA ; 

discinta u .scolla, e mil dà 8è par donati. 

Sì sente già non lontana la composizione del poema. Del 
quale» mutando metodo, egli non si servirà più di personifica- 
zioni: ma, ad incarnare i suoi alti concetti, adoprerà persone, 
che vissero in terra, e serbano ancora, nell'altra vita, non salo 
i caratteri umani generici, ma ognuna il carattere proprio, qual 
egli seppe che era stato, o suppose che dovess' essere stato. Il 
loro significato allegorico si rivela non in quanto parlino di sè> 
ma in cir\, che dicono e operano rispetto a lui, per lui. Beatrice 
non accenna mai che cosa ella rappresenti; tanf è vero che i 
critici non s' accordano ancora, e chi vuole che sia la Teologia. 
chi la Rivelazione, chi la Chiesa Cattolica. Ma quando, nel Pa- 
radiso terresti-e, dall'alto del carro, * regalmente xie^M atti 
proterva >, rinfaccia alFamante infedele l'abbandono e la di*fl 
menti canza, ella non è altro che donna offesa e sdegnata» a * 
pur sempre amante. Virgilio rappresenta la Ragione ; ma ha 



I 



l PftECURHOBI DELLA € DIVINA 4JOMM RIDIA S' 



819 



i 



una persniialiià inoliale cosi ricca e varia, che quasi iioii sap- 
piamo più ligurarci il Virgilin vero della stnria, T autore del- 
V Eneide, se non sotto l'aspetto, che Dantc^ ha dato al suo 
« dottore ». E bisogna provare ben forte la brama delT « arido 
vero > per osar di domuiidare (5) — chi sei tu? — a Matelda, 
alla divina Matelda dagli occhi lucenti, alta e ridente in mezzo 
ai fiori, che canta come donna inìiamorata, e sì muove con 
tanta gra2ia femminile, e parla con tanta femminile gentilezza 
e benignità. Ma la novità più straordinaria, generatrice di effetti 
stupendi, è che percorre i tre mondi non ruomo alle^jroricoj 
l'uomo simbolo — il quale» moritaiido, perviene al premio^ alla 
visione di Dio — ma egli, il poeta, con tutta la sua vita inte- 
riore, reale — fede e cultura, memorie lontane e disinganni re- 
centi, dolori e speranze, amori e odi — il maj^^gior personaggio 
poetico tra tante e tali creazioni della sua fantasia. È un laico, 
uno studioso di filosofia, un cittadino di Firenze, un uomo poli- 
tico — onde la singolari tu di un poema (irofondamonte religioso» 
che non raccomanda pratiche di devozione; sinceramente cat* 
tolico, ma antipapale : che dipinge con i più leggiadri e fini co- 
lori la vita contemplativa, ma spinge © sprona alia vita attiva. 
Per Fuso dell'allegoria, non si può dire, dunque, che Dante 
avesse avuto precursori, o si deve risalire indietro, che so io? 
sino a Sant'Ilario, che primo in Occidente interpretò le alle- 
j^'orie della Bibbia (6), e sino a Prudenzio |7), che primo iutro- 
tlusse alle;^oria e personifìcazioni nella poesia cristiana. Ciò, 
che è entrato nel patrimonio comune della cultura, appartiene 
a tutti e a ciascuno. Non chiamiamo precursori di Dante Ari- 
st<:»ti]e, Tolomeo, liionisìo, quantunque la morale del primo, i 
nove cieli mobili del secondo e la gerarchia celesta del terzo 
si ritrovino nella CammerKa, 



Nondimeno, s' è asserito che» come Galileo al Newton, uno 
scrittore del secolo XII, Alano de Insulis 

mostrò primo li* vìjì dv\ tìrmiiuitìuto (I*) 

a Dante con un suo poema allegorico — un lungo poema di 
circa OOOO esametri in nove libri, bizzarramente intitolato l'jln- 
tirlaudifJHo (9). L asserzione merita un po' di esame. 



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